DEVOZIONE AL CUORE DI GESÙ (7) modello di mansuetudine.

DEVOZIONE AL CUORE DI GESÙ (7)

[A. Carmignola, IL SACRO CUORE DI GESÙ, S.E.I. Ed. Torino, 1920 – Disc. VII]

Il Sacro Cuore di Gesù modello di mansuetudine.

Il divin Redentore, venuto sulla terra ad operare la nostra salvezza, si fece pure il nostro Maestro. Per quattromila anni il mondo, errando tra le tenebre dell’errore e dell’ignoranza, sospirò che venisse un Dottore celeste, che lo rimettesse sul retto sentiero. Ma giunta quell’epoca, che a Dio parve opportuna, e che S. Paolo chiama « la pienezza dei tempi, » il Maestro sospirato comparve fra gli uomini e levò cattedra di verità. Ma a differenza della sapienza dell’uomo, che non insegna che con le parole, Gesù Cristo, la Sapienza di Dio, ci ha ammaestrati anche con i fatti. No, Egli non si contentò di dare agli uomini delle sublimi lezioni, ma più ancora volle confermarle col suo esempio, cominciando anzitutto a fare, come nota S. Luca, e poi ad insegnare: cœpit Jesus facere ed docere. (Act. I, 1) Cosicché ben a ragione Gesù Cristo dicendo: « Io sono la luce del mondo, » poté soggiungere: « E chi tien dietro a me, seguendo i miei esempi, non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce, che guida alla vita eterna; » qui sequitur me non ambulat in tenebris, sed habebit lumen vitæ. (Io. VIII, 12) Sì, o miei cari, Gesù Cristo, nel tempo stesso che ci apprende tutte le più belle virtù, ne è pure il perfettissimo modello, e lo è nel suo Sacratissimo Cuore. E noi per tal guisa siamo in dovere di imitarlo, che qualora non lo imitassimo, indarno ci vanteremmo cristiani, più indarno ancora di voti del suo Sacro Cuore, e falsamente crederemmo di salvarci. Ma sebbene Gesù Cristo sia il modello perfettissimo di ogni virtù, e in tutte dobbiamo studiarci di invitarlo, è certo che ve ne hanno di quelle, che parvero essere state da Lui predilette, e la cui imitazione esige da noi un maggior impegno. Ed in vero, sebbene additandoci il suo Cuore Sacratissimo avrebbe potuto dirci: Imparate da me, che sono caritatevole, che sono paziente, che sono obbediente, che sono casto, che sono adorno di ogni virtù; disse invece: Discite a me, quia mitis sum et humilis corde. (MATTH. XI, 29) Ora, che vuol dir ciò? Senza dubbio Gesù Cristo, essendo la divina Sapienza incarnata, non ha mai né parlato né operato senza infinita sapienza. Epperò essendosi egli compiaciuto di far spiccare nel suo Sacro Cuore le virtù della mansuetudine e dell’umiltà, e avendoci ordinato particolarmente di imitarlo in esse, è segno evidente, che di esse abbiamo un bisogno tutto speciale. Pertanto a raggiungere il terzo fine della divozione al S. Cuore, cioè la sua imitazione, in quel modo che a Lui piace maggiormente, conviene che noi ci facciamo a riconoscere il pregio di queste due virtù, della mansuetudine e della umiltà, e gli esempi ammirabili che di esse ci ha dato il Sacratissimo Cuore. E cominciando oggi dalla prima, vediamo quanto sia importante la mansuetudine e quale modello ne sia il Sacro Cuore.

I. — Quanto sia importante la virtù della mansuetudine non torna difficile il riconoscerlo. A questa virtù, secondo che insegna S. Tommaso, appartiene il comprimere l’ira, che viene provocata dalle cose contrarie e specialmente dagli affronti, e l’impedirne la vendetta, a cui sempre agogna questa fosca passione. Ora chi non sa come l’ira, che pur troppo predomina nella maggior parte degli uomini, sia un gran male ed anzi causa di molti altri gravissimi mali? Vi ha, è vero, una ira santa, eccitata dal giusto zelo, e che ci fa riprendere con forza chi non poté esser vinto dalla nostra mansuetudine: tale è la collera di un padre alla vista dei disordini commessi da un suo figlio, la collera di un maestro alla vista dell’indisciplinatezza ed infingardaggine di un discepolo, la collera di un padrone alla vista dell’inoperosità ed infedeltà di un suo servo, l a collera di un re alla vista delle offese fatte alla sua maestà da un suo suddito. Ed ecco perché il reale salmista ha detto: Adiratevi, ma senza peccato : irascimini et nolite peccare; (Ps. IV, 5) ecco perchè il divin Redentore istesso nel suo Vangelo ci mette innanzi l’esempio di padri di famiglia, di padroni, di sovrani che vanno in collera e puniscono severamente e senza remissione. Ecco perché lo stesso Gesù Cristo fu acceso da questo santo sdegno, quando cacciò dal tempio i profanatori, che ne violavano la santità, e quando vedendo i Farisei a malignare di continuo contro le sue parole e le sue opere e soprattutto ad ingannare con le loro ipocrite apparenze il povero popolo, inveì contro di essi affine di smascherare i loro iniqui intendimenti. Ma ben diversa è l’ira che nasce in noi da cattivo principio, dal nostro egoismo in qualche modo contrariato e ferito. Ancorché si coprisse col manto dello zelo e dell’amore della verità e della giustizia, non è buona giammai, come dice san Giacomo, a far l’uomo giusto: ira enim viri justitiam Dei non operatur, (IAC. I, 20) anzi lo precipita in molti mali. Di fatti per essa viene anzitutto turbato gravemente lo stesso esteriore dell’uomo, che vi si abbandona. Osservate, dicono S. Gregorio e S. Giovanni Crisostomo, osservate un uomo sorpreso dalla collera: gli palpita il cuore nel petto e gli trema il corpo da capo a piè; gli si gonfiano le gote, agita scompostamente le mani, pesta coi piedi, si dimena nella persona, getta fuoco dal volto e scintille dagli occhi: quasi più non vede, e se guarda, non conosce neppure le persone a lui note, la lingua gli si confonde e manda piuttosto clamori da bestia, che parole da uomo: sicché egli stesso non sa più quel che si dica e quel che si faccia, ed è divenuto simile ad un bruto privo della ragione. Ma il peggio si è che per l’ira, nell’uomo che vi si abbandona vien rovinata l’anima per i tanti peccati che essa produce. Ed invero l’uomo che si lascia dominare dall’ira perde ogni pazienza, ogni prudenza, ogni carità ed ogni giustizia; si abbandona alle ingiurie, alle maldicenze ed alle calunnie, manda imprecazioni e bestemmie, giura odio e vendetta, trascorre agli oltraggi, alle violenze, alle battiture, alle ferite e quasi più non v’ha alcunché di crudele e di inumano, che nell’impeto della sua passione egli non osi intraprendere. Guardate quei due uomini, che si allontanano dalla città, e chieggono alla foresta un misterioso e funesto ritiro. Eccoli in mezzo al bosco, hanno in mano uno strumento di morte, si scagliano l’un contro l’altro con implacabile furore. Uno d’essi vacilla, cade, e forse muore sul colpo, nell’atto medesimo del più barbaro e più inesplicabile delitto. E qual è mai l’origine di così frequenti duelli, di tante risse, di tanti ferimenti, di tanti omicidii, se non una qualche ingiuria pronunziata in un momento di collera o di astio, un risentimento dell’amor proprio ferito, uno sfogo d’ira? Ecco adunque i funesti effetti di sì terribile passione! – Ma anche allora che non conduce a tali eccessi, è tuttavia mai sempre di gravissimo danno ad un’anima cristiana, perché le tornerà di impedimento gravissimo ad unirsi a Dio nella preghiera ed a ricevere da Lui gl’influssi della sua grazia. E questa verità la fece intendere il Signore stesso con bella figura al profeta Elia. Perciocché volendo egli parlare a questo profeta, mentre stava in una spelonca del monte Oreb, chiamatolo fuori, mandò innanzi a sé un vento grande da sciorre i monti e spezzar le pietre, e dopo il vento un terremoto, e un fuoco; ma né gli parlò dopo il vento, né dopo il terremoto, né dopo il fuoco: non in commotione Dominus; gli parlò allora soltanto che a tutti quei grandi commovimenti successe lo spirare di un’aura leggera. Per tal guisa adunque, come notano i sacri Dottori, Iddio fece intendere, che anche con gli uomini di pietà Egli non si mette in comunicazione, vale a dire anche ad essi nega gli aiuti salutari della sua grazia, se sono facili ad inquietarsi e ad incollerire, e ciò anzitutto perché chi è facile all’ira, per quanto sia frequente alle chiese ed agli esercizi di pietà, non potrà mai col cuore agitato e sconvolto compiere tali opere se non esteriormente ed ipocritamente, e poscia perché parlando in cuor suo la passione, non lascerà che vi penetri a parlare e ad operare la grazia del Signore. Ora, o miei cari, se è vero che l’ira giunge talvolta ad impedire ed estinguere il lume della ragione, tramutando, l’uomo in un bruto selvaggio ed irragionevole, e che ad ogni modo ci sottrae agl’influssi benefici della grazia di Dio, chi non vede l’importanza suprema, anzi la necessità che tutti abbiamo di acquistare la mansuetudine, a cui spetta di frenare l’ira, di soggiogare in noi qualsiasi risentimento di odio e di vendetta e di farci usar dolcezza? E poiché si tratta di una virtù così importante e necessaria, poteva essere che Gesù Cristo, venuto in sulla terra a farsi il nostro maestro e modello non ce la predicasse e inculcasse con tutto lo zelo? E primieramente ce la predicò e inculcò come maestro. Ciò fece quando egli proclamò beati i miti, beati i pacifici; quando comandò di perdonare, e non sette volte, ma settanta volte sette, vale a dire un numero indefinito di volte; quando ci invitò a presentare la guancia sinistra a chi ci percuotesse la destra; ciò fece quando ne insegnò ad amare persino i nostri nemici, a rendere loro bene per male, a pregare per essi, e a dire al Padre celeste: Perdona a noi le nostre offese, come noi le perdoniamo ai nostri offensori; quando ci disse di non fare agli altri ciò che non vogliamo dagli altri sia fatto a noi; quando ci esortò a prendere norma nella nostra condotta dal suo stesso divin Padre, che fa levare il sole sopra i buoni e sopra i cattivi, e manda la pioggia per i giusti e per gl’iniqui. Ma non pago di ciò, all’insegnamento volle aggiungere il più ammirabile esempio, e l’esempio del suo Cuore Sacratissimo, affine di poter dire: Imparate ad essere miti non solo dalle mie lezioni, ma più ancora dagli esempi, anzi dal carattere istesso del mio Cuore: Discite a ine quia mitis sum corde.

II. Ed oh, chi potrà degnamente rappresentare la mitezza ammirabile che in tutta la vita dimostrò Gesù Cristo dal suo primo entrare nel mondo sino al suo ultimo uscirne per risalire al cielo? Nell’antica legge, Dio, facendo talora qualche manifestazione di sé, adoperava tale maestà e tale sfoggio di potenza, da incutere negli uomini il più grande terrore, sì che veniva chiamato il Dio degli eserciti, il Dio terribile, il Dio delle vendette! Ma nella legge nuova ben diversamente si manifesta il Dio della bontà, della dolcezza, della mansuetudine. L’apostolo S. Paolo volendo fra le virtù di Gesù Cristo nominarne una, che fosse come il carattere distintivo di Lui, non menzionò né la povertà, né la obbedienza, né l’umiltà, né la carità, né lo zelo, né alcun’altra delle tante eccelse virtù, che lo adornano, ma bensì la mansuetudine, e per essa si diede a pregare i Corinti: Obsecro vos per mansuetudinem… Christi. (II Cor. x, 1) Così pure il principe degli apostoli, S. Pietro, invitando i Cristiani a prendere esempio da Gesù Cristo, mette loro dinnanzi quello della sua mansuetudine, come l’esempio dato da Lui in modo sopra ogni altro eccellente: « Gesù Cristo, egli dice, ha patito per noi lasciandoci il suo esempio, perché lo imitiamo, e l’esempio è questo che essendo Egli maledetto, non malediceva; essendo strapazzato non minacciava, ma si rimetteva nelle mani di chi ingiustamente lo giudicava. » ( I Pet. II, 23) E come re rivestito particolarmente di mansuetudine lo avevano pure annunziato i profeti: « Ecco, essi dissero, che il vostro re sen vien mansueto… egli non contenderà, né leverà la voce; né spezzerà la canna già rotta a mezzo, né spegnerà il lucignolo fumigante. » (MATT. XXII, 5-12, 19- 20) E quando Gesù uscito dal deserto, dava principio alla sua vita pubblica, S. Giovanni, il Precursore, lo additava al mondo siccome agnello per mansuetudine, dicendo: Ecce agnus Dei; (Io. I, 29) ecco l’agnello di Dio! E d oh, quante altissime prove di tale virtù diede il Cuore Sacratissimo di Gesù Cristo! Egli incomincia a introdursi nel mondo nella forma più mite, più dolce, più soave, più benigna che possa, tanto che l’Apostolo Paolo nel considerare tutto ciò, pieno d’entusiasmo esclama: Apparuit benignitas, et humanitas Salvatoris nostri Dei: è apparsa la benignità e la mitezza del salvatore nostro. (Tit. III, 4) No, non è sotto l’aspetto di un grande conquistatore, di un sovrano potente e fiero, di un duro e terribile dominatore che Ei viene al mondo, ma sotto l’aspetto e nella forma di tenero, di amabile bambino, anzi di bambino sofferente come tutti gli altri bambini, avendo voluto nascere in tutto e per tutto somigliante a noi, fuorché nel peccato; anzi anche più sofferente degli altri, avendo voluto nascere in una stalla, essere involto in poveri panni ed essere posto a giacere su povera paglia. Ma è bensì vero che avendo preso una forma tanto mite ei non lascia di essere Dio, e che però quando il voglia, Egli che ha in suo potere i fulmini del cielo, non possa scagliarli adirato contro chi ardisce insolentire contro di Lui o pensare solo di recargli danno! Or dunque benché ancor tenero bambino, giacente entro la culla di un povero presepio, ai fulmini dia pur mano, perciocché un re geloso e barbaro lo cerca a morte, e scagliandoli terribilmente contro di lui se lo tolga d’impaccio. E non ha Egli come Dio non solo il potere, ma il diritto di farlo? Sì, senza alcun dubbio, ma Gesù Bambino già fin dalla culla vuol darci un grande esempio di mitezza; epperò mentre Erode pieno di collera inferocisce con le daghe dei suoi satelliti sopra i teneri bambini di Betlemme e dei dintorni, spargendo il loro sangue innocente e riempiendo di terrore e di dolore i cuori delle loro desolate madri, Gesù Bambino, mite sino all’estremo, tanto mite da sembrare debole e impotente, fugge in lontano paese e là rimane sempre nell’esercizio della più ammirabile mitezza sino a che il barbaro Erode è morto. Ah! Gesù, Gesù caro, quanto hai ragione dallo stesso primo principio di tua vita di volgerti a noi per dirci: Imparate da me che sono mansueto ed umile di cuore: Discite a me, quia mitis sum corde! Ma se tale è il principio, quale sarà il mezzo e il fine? Eccolo Gesù benedetto, dopo trent’anni passati nella oscurità della bottega di Nazaret, esercitando sempre con Maria e con Giuseppe la massima mitezza che possa avere un figliuolo col suo padre e con la sua madre, esce in pubblico a predicare la sua celeste dottrina; e quale sarà mai la calamita che Egli adopera per guadagnarsi il cuore degli uomini, per trarli a sé, e farsene dei seguaci? La mitezza. Un giorno stando Egli nel tempio ad istruire con tutta bontà i Giudei ed a provare ai medesimi la divinità della sua dottrina, quegli empi ed ingrati interrompendolo gli dissero che era un indemoniato. Ma Gesù a tanto insulto non disse una parola, e quasi gli avessero fatto una lode, seguitò ad istruirli. Un altro giorno due dei suoi discepoli trasportati da zelo indiscreto, perché il paese di Samaria avesse ricusato di riceverlo, lo eccitavano a farvi scendere sopra il fuoco dal cielo. Ed egli allora rimproverandoli rispose: « Voi non sapete a quale spirito apparteniate. Il mio spirito è spirito di mansuetudine, di dolcezza e di amore. Io non sono venuto in terra per perdere gli uomini, ma per salvarli. » Quasi sempre è circondato da gente invidiosa della sua gloria, e chi scredita i suoi miracoli come prestigi infernali, e chi taccia le sue dottrine come arti maliziose per sedurre la plebe incauta, e chi lo calunnia come uomo ambizioso, avido di farsi re, e chi lo perseguita con le pietre alla mano, e chi tenta di precipitarlo dall’erta cima di un monte, e con tutto ciò Gesù Cristo perdona. Quale indulgenza poi ed amorevolezza non usò egli mai con gli Apostoli, così rozzi e difettosi, così materiali e terreni? Più che da maestro egli trattavali da padre, istruendoli con somma pazienza, correggendoli con infinita bontà, sopportandoli con mansuetudine inalterabile. E con gli stessi Farisei, benché sembrasse sdegnarsi contro di loro, tuttavia Egli non fece altro mai che inveire contro i loro vizi, perché il popolo non restasse ingannato dalla loro ipocrisia; ma anche nel fare ciò adoperò sempre una grande mansuetudine e carità, astenendosi dal castigarli come meritavano, e cercando di rialzarli dai loro peccati e trarli a salvamento. Ma dove la mansuetudine del Sacratissimo Onore di Gesù risplende più luminosamente, si è nel tempo della sua passione, tra le contraddizioni, tra le tante accuse e calunnie, tra i tanti improperi e tormenti, di cui fu fatto bersaglio da parte de’ suoi feroci nemici. Un perfido discepolo lo tradisce e lo vende. Gesù sa tutto, il suo Cuore ne geme altamente, tuttavia ammette quell’ingrato alla sua mensa, lo ammonisce con inaudita benignità sino a lavargli i piedi, a ricevere il bacio da traditore e a dargli il dolce nome di amico. Le schiere degli sgherri al segno di Giuda son lì a mettere le mani addosso a Gesù, e Pietro, indignato, trae fuori dal fodero la spada e taglia un orecchio ad un servo del gran sacerdote. Ma il Salvatore riprende Pietro dolcemente, dicendogli : « Riponi la spada al suo luogo, perché chi ferisce di spada, di spada perirà; » e subito guarisce l’orecchio a Malco. Agli insulti di cui lo ricopre la vil plebaglia, non oppone che il silenzio. Quando un servo di Caifa osa dargli uno schiaffò, egli non dice altro: « Se ho parlato male, fammelo conoscere: se ho parlato bene, perché mi percuoti? ». Pietro stesso lo rinnega per ben tre volte, e Gesù lungi dallo sdegnarsene, gli volge uno sguardo di tanta tenerezza, che gli trafigge il cuore, lo fa disciogliere in lagrime e lo converte. Ma eccolo il povero Gesù nelle mani de’ suoi nemici, che acciecati da diabolica rabbia gli si avventano contro a farne il più orrido scempio. Ed Egli, a guisa di innocente agnello, che se ne sta muto e senza aprir bocca sotto il ferro di chi lo tosa, piega le spalle ai flagelli, china la testa alle spine, porge le mani e i piedi ai chiodi, si lascia straziare le carni di dosso senza dare un sospiro di sdegno, senza proferire una parola di lamento, senza rivolgere un rimprovero: Quasi agnus coram tondente se obmutescet, et non aperiet os suum. (Is. LII, 7). Finalmente che cosa fa sulla croce? Oh Cuore pieno di mansuetudine veramente infinita! Quando i protervi suoi nemici, non ancor sazi delle crudeltà usate verso di Lui, si fanno ancora a lanciargli gli ultimi e più velenosi insulti, in quei momenti estremi della sua vita, Egli che pur potrebbe far scendere dal cielo un fulmine ad incenerirli, non fa altro che sollevare lo sguardo al cielo per indirizzare al suo Divin Padre il motto più sublime di mansuetudine, che mai sia stato pronunziato: Padre, perdona a loro, perché non sanno quel che si facciano. Eppure ciò non è ancora tutto, perciocché alle tante freddezze, ai tanti abbandoni, ai tanti insulti, che continua purtroppo a ricevere anche oggidì, massime nel S. S. Sacramento dell’altare, non risponde Egli che con la mansuetudine e con il perdono. Oh si esalti pure fin che si voglia la mansuetudine di uomini illustri sotto le diverse forme, in cui essa si mostra, di clemenza, di compassione e di dolcezza! si ammiri pure la mitezza di Socrate di fronte alle stranezze della sua moglie bisbetica; si lodi la bontà di Filippo il Macedone, che ad un soldato mormorante dietro alla sua tenda non disse altro che di allontanarsi; si celebri la condotta di Alessandro verso il suo medico Filippo, verso la moglie di Dario e verso i mutilati prigionieri di Persepoli; si canti la clemenza di Scipione e di Tito; tutto ciò è meno che nulla appetto alla mansuetudine incomparabile, di cui Gesù Cristo nel suo Sacratissimo Cuore ci ha dato esempio. – Ma questo ammirabile esempio che ci ha dato Gesù Cristo ce lo ha dato propriamente, perché noi lo avessimo ad imitare. Di fatti Egli nel dire: Imparate da me, che sono mite di cuore, non intese soltanto di farci un’esortazione, di darci un consiglio, ma intese di imporcene un assoluto comando. Fu lo stesso che dirci: « Io voglio che anche voi abbiate un cuore di colomba, senza fiele, senza sdegno, senza amarezza, simile al mio; voglio che anche voi contrariati non vi abbiate ad offendere, offesi abbiate tosto a perdonare, e non mai abbiate a nutrire i n cuor vostro sentimenti di odio, pensieri di vendetta; voglio che siate sempre dolci, affabili, amorevoli con tutti, anche con quelli che non vi trattano bene, che vi riescono molesti, che si lasciano andare ad ingiurie, ad insulti, a disprezzi contro di voi, anche con quelli che arrivassero a tale, dopo che voi li avete beneficati in mille guise, da ripagarvi con la più nera ingratitudine, da oltraggiarvi, da vilipendervi, da maltrattarvi. » Or chi sarà che, intendendo di essere vero Cristiano e devoto del S. Cuore di Gesù, non si studi col massimo impegno per adempiere questo suo volere ed imitarlo nella mitezza! Certa gente di questo mondo, ben si capisce, chiama stupidi e buoni a nulla coloro che sono miti e tollerano perciò senza risentimento e vendetta di essere contrariati e offesi; certa gente bolla nientemeno che col titolo di vigliacco chi non si fa a vendicare qualche danno ricevuto; che anzi arriva al punto da credere che sia indispensabile a certe offese rispondere con l’odio feroce e col misfatto! Ma se noi seguissimo le bestemmie e le assurdità del mondo, saremmo ancora di Gesù Cristo? Conviene adunque, o miei cari, per venire alla pratica, che ci andiamo seriamente abituando a dominare i moti dell’ira, a resistere ai suoi primi assalti ed a soffocarli con prontezza. Conviene che, qualora il nostro animo fosse alterato, vegliamo sulle nostre parole, poniamo anzi alla nostra bocca una prudente custodia per impedire, che ne escano fuori espressioni di lamento, di sdegno e di acrimonia. Conviene che ci studiamo di prevedere le occasioni di risentimento, che durante la giornata, ci potrebbero capitare, o per schivarle, se ci è possibile, o per prepararvi l’animo a soffrirle mansuetamente. Conviene infine che, quand’anche ci fossimo risentiti od offesi, non appena ce ne avvediamo, deponiamo tosto ogni astio dal cuore, praticando l’avvertimento di San Paolo: Il sole non tramonti sulla nostra collera : sol non occidat super iracundiam vestram. (Eph. IV, 26). Così appunto si regolò mai sempre quel Santo, che avendo ricopiato in modo singolarissimo la mitezza del Cuore di Gesù, fu chiamato un’immagine viva della bontà di Lui, voglio dire S. Francesco di Sales. Benché da natura egli avesse avuto un carattere focoso, tuttavia divenne il santo della dolcezza, facendo a se stesso una continua violenza. E tale e tanta fu questa violenza, che dopo morte, a cagione di essa gli si trovò il fiele indurito come la pietra. La sua santa vita essendo spina negli ocelli a uomini tristi, vi fu tra di essi, chi sparse contro di lui scritti velenosi per infamarlo, chi entrò nella sua stessa camera a caricarlo di vituperi, chi per molte notti andò a fare strepito sotto alle sue finestre, lanciando sassi contro la sua casa insieme con le più basse ingiurie, chi giunse persino ad insultarlo in chiesa in mezzo alle pompe dei riti solenni, e chi con mano sacrilega sulla pubblica strada gli sparò addosso un’arma da fuoco per dargli la morte. Ma egli, mansueto sempre, non aperse mai la bocca contro i suoi offensori; anzi nel ritrovarli stendeva loro le braccia per stringerli al seno; nel sapere che vi era chi voleva dar querela contro di loro, lo impediva con sollecitudine, e quando ciò non gli era riuscito, intercedeva con tale istanza presso il sovrano in loro pro, che li scampava dal meritato castigo, e finiva per protestare che quand’anche taluno gli avesse cavato un occhio, non avrebbe tralasciato di guardarlo amorosamente con l’altro. Che più? Una scellerata donna con la più nera calunnia lo fece autore di una brutta lettera, la quale, correndo per il pubblico di Annecy, lo fece inorridire. Ma S. Francesco di Sales che fece? Ritraendo sempre in sé la mansuetudine di Gesù che trattato da Erode come pazzo, se ne stette muto, non prese in nessuna guisa a far le sue ragioni per discolparsi, ma per ben tre anni durò sotto il peso di quella terribile imputazione, finché piacque a Dio stesso di far palese la sua innocenza. E a chi gli faceva premura di vendicare il suo onore, perché lo richiedeva il suo grado di Vescovo, rispondeva: « Iddio sa Egli di qual onore abbisogni, ed Egli ne avrà la cura; io dormo sicuro in braccio alla sua Provvidenza. » Ecco sino a qual punto questo gran Santo si fece ad imitare la mansuetudine del Cuore Sacratissimo di Gesù. Ma se noi non ci sentiremo l’animo di arrivare a tanto, dobbiamo nondimeno studiarci ancor noi di imitarla e praticarla quanto più ci è possibile.

III. — E a tal fine, o carissimi, ci gioveranno assai efficacemente questi tre mezzi. Il primo: Combattere la causa principale dei risentimenti della collera, vale a dire l’orgoglio. E non è forse per l’orgoglio, per la falsa stima, che abbiamo di noi, che tanto facilmente alla più piccola contrarietà, alla più leggiera ingiuria altamente ci offendiamo, e montiamo in ira, e fomentiamo odi e rancori? Se adunque vogliamo impedire in noi le vampe della collera, gettiamo acqua sul fuoco della superbia, e quest’acqua salutare sia la considerazione frequente del nostro nulla, anzi il riconoscimento sincero della nostra miseria e della nostra colpevolezza al cospetto di Dio. Così facevano gli stessi Santi, i quali, benché facessero una vita esemplare e così differente dalla nostra, pure si chiamavano e si riconoscevano, non per esagerazione, ma con vero sentimento, miseri peccatori, epperò degni di ogni insulto e cattivo trattamento. E con tali sentimenti nell’animo un S. Francesco di Assisi, un S. Ignazio di Loyola, un S. Francesco Borgia, un S. Pasquale Baylon, un S. Giovanni della Croce, una S. Teresa di Gesù, una S. Maddalena de’ Pazzi, un S. Benedetto Giuseppe Labre, e mille e mille altri, emuli degli Apostoli, che se ne andavano gaudenti dal cospetto del Concilio di Gerusalemme, perché ivi erano stati fatti degni di patire disprezzi per il nome di Gesù, non solo sopportavano in pace gli insulti, che talora venivano fatti loro casualmente, ma con ammirabile eroismo ne andavano ancora essi medesimi in cerca, e secondo l’ammaestramento di Gesù Cristo si stimavano beati, se venivano ad essere maledetti e crudelmente perseguitati. Tant’è: chi si umilia a conoscersi sinceramente misero peccatore non può far a meno di esercitare la mansuetudine. E qua! reo vi è mai, che condannato per i suoi delittti a morire sopra d’un palco infame, non cambierebbe tanta ignominia con l’affronto di una guanciata per mano di un suo nemico! E così qual Cristiano vi sarà mai che considerando di essere per i suoi peccati meritevole di morte eterna, e degno di essere tormentato per sempre dai demoni dell’inferno, non si umili ad accettare una parola offensiva, un fatto oltraggioso, e ben anche una persecuzione maligna? Nessuno, risponde S. Bernardo, perché dalla cognizione delle proprie colpe e dal dispiacere delle medesime ne risulterà una mansuetudine ammirabile, anzi una magnanimità, che non si sbigottirà neppure pel ruggito di fiero leone. – Il secondo mezzo sarà: Ricordare sovente, e quanto più è possibile nel momento stesso, in cui l’animo sta per risentirsi, l’esempio di nostro Signor Gesù Cristo. Diceva S. Giovanni Crisostomo, che per placare un cuore, benché mille volte sdegnato, basterebbe tener innanzi agli occhi gli esempi di mansuetudine, che ci diede il santo re Davide. Ora se, al dire di tanto dottore, l’esempio di mansuetudine di un uomo simile a noi, e che tollerò delle ingiurie, ma non per noi, può bastare a spegnere nel nostro animo la fiamma dello sdegno, quale forza non dovrà avere l’esempio del Re del cielo, che sopportò con indicibile mansuetudine tanti affronti, e li sopportò per nostro amore? E vi sarà un cuore sì aspro e sì crudo che vedendo il Cuore di Gesù Cristo così quieto e sereno tra mille ingiurie, tra mille scherni, tra mille battiture, tra mille vergognosissimi obbrobrii, non si mansuefaccia e non deponga tosto ogni iracondia? Oh! non ha bastato talora il solo suo nome a calmare gli sdegni più accesi, a togliere gli odi più profondi? È il Venerdì Santo, e al di là degli spaldi della vaga Firenze batte la campagna un cavaliere. La fronte corrugata rivela un feroce pensiero, una impresa di sangue. Gli hanno ucciso i l fratello e non gli pare goder pace, fino a che nel sangue dell’uccisore non avrà lavato l’onta patita d alla famiglia. Ma ecco, ad uno svolto di strada, ecco dinanzi il ricercato nemico solo ed inerme. A tale vista la mano del guerriero corre al pomo della spada, gli occhi scintillano come quei della tigre, manda un ruggito di gioia, già levato il ferro deliba tutta la voluttà della vendetta, che farà il misero, che gli sta dinnanzi! È l’ora solenne, che segna la morte di Gesù, di quel Gesù, che moriva perdonando ai suoi nemici. E il misero si butta in ginocchio e a nome di Gesù chiede perdono. Miei cari! Il nome di Gesù Crocifisso opera un magico incanto. La passione dell’odio è cangiata d’un tratto nella passione dell’amore. Il cavaliere con le lagrime agli occhi perdona e stringe al seno il suo nemico: quindi appende all’altare del Crocifisso la spada della vendetta e, vestita la tonaca, Giov. Gualberto si fa santo. Finalmente, o carissimi, perché nel dominare noi stessi si tratta, non lo nego, di cosa assai ardua, a cui non potremmo giungere con le nostre deboli forze, imploriamo sovente con la preghiera l’aiuto dello stesso Sacratissimo Cuore di Gesù. Quando gli Apostoli nel traversare su fragile nave il mare di Galilea, sollevatasi una gran tempesta, correvano pericolo di affogare, ricorsero tosto a Gesù Cristo, gridando: Ah Signore, salvaci, che periamo. E Gesù si levò e comandò al vento di cessare e si fece tranquillità grande. Così farà con noi il Sacratissimo Cuore, se in mezzo alle tempeste della collera, che possono assalire il cuor nostro, ci volgeremo, fidenti a Lui per aiuto. Egli, che altro non desidera se non che il cuor nostro si faccia simile al suo, ci sarà largo della sua grazia, ed a poco a poco riusciremo ancor noi ad avere mai sempre nell’anima nostra una grande tranquillità. – Animo adunque, o miei cari: nella imitazione della mansuetudine del Cuore di Gesù, ricaveremo un triplice vantaggio. Gesù Cristo ha detto: «Beati i mansueti, perché essi possederanno la terra; » (MATT. V, 4) e così sarà realmente. Nella mansuetudine noi possederemo anzi tutto la terra dei nostri cuori, divenendo veri padroni di noi medesimi, della nostra passione, in quelle stesse circostanze, in cui ciò torna più difficile. In secondo luogo possederemo la terra dei cuori altrui, giacché è con la mansuetudine che con tutta facilità indurremo gli altri alla pratica del bene. Voi, io, noi siamo tali che la durezza, il rigore, la forza ci rompe, ma non ci piega. Ma invece ben presto siamo guadagnati dalla bontà e dalla mansuetudine. Ora quello che accade in noi da parte degli altri, sarà quello che avverrà negli altri da parte nostra. Sì, con la dolcezza, più che non con le prediche, e peggio ancora con le invettive, voi, o mogli guadagnerete al bene i vostri mariti, voi, o genitori, i vostri figli, voi, o superiori, i vostri sudditi, voi, o maestri, i vostri discepoli, voi, o amici, i vostri amici. E finalmente nella mansuetudine possederemo la terra che non è terra, vale a dire la terra di suprema conquista, di eterna promissione, la terra del cielo: Beati mites, quondam ipsi possidebunt terram. Prostrati intanto dinanzi al Cuore di Gesù diciamogli con tutto l’affetto: O Cuore mansuetissimo di Gesù, noi riconosciamo di essere privi pur troppo del vero spirito di mansuetudine. Pei difetti nostri abbiam sempre in pronto le scuse e pretendiamo il compatimento, ma per i difetti altrui non abbiamo che insofferenza e sdegno. Epperò di quanti risentimenti, di quante maldicenze, di quante collere, di quante imprudenze, di quanti atti di superbia, di quanti desideri di vendetta ci sentiamo rei! Deh! Fateci parte della vostra mansuetudine inesauribile, o Cuore divino, affinché reprimiamo e vinciamo noi stessi; calmate mai sempre l’anima nostra, quando la vedete ottenebrata e sconvolta dall’ira; dateci forza di sopportar tutti, di tutti compatire, di tutti amare, anche coloro che ci contraddicono e ci disprezzano, onde con la dolcezza del cuor nostro possiamo meritarci, secondo che voi avete promesso, la vostra grande ed eterna mercede.

L’ABITINO DEL CARMINE

L’Abitino del Carmine.

[J. Thiriet, il Prontuario Evangelico, vol. VIII. Libr. Arciv. G. Daverio, Milano, 1917 – impr. -]

Ego servus tuus et filius ancillæ tuæ. (Ps . CXV, 16). •

La devozione dell’abitino della Madonna del Carmine è una devozione assai diffusa nelle popolazioni cristiane. Vi sono però tanti che portano l’abitino senza però comprenderne il pregio, e gli  obblighi; quindi nessuna meraviglia se non cavano alcun profitto da questa cara devozione dello scapolare di N . S. del Carmine. – Perché se ne concepisca la stima dovuta, e perché  si onori questa santa livrea di Maria, consideriamo:

1. l’origine dello scapolare;

2. i suoi vantaggi;

3. le sue obbligazioni.

I. — Origine dello Scapolare.

La sua origine è tutta celeste: Maria stessa l’ha recato dal cielo e l’ha consegnato, come vedremo a Simone Stock.

1 . — Altari della natura furon detti i monti, i quali, improntando di varietà sì vasto universo, ne accrescono le bellezze e le beneficenze ed è su quelle alture che l’anima si sente più vicina a Dio e più disposta a sciogliergli l’inno della lode e della conoscenza. Nelle epoche più memorande della storia, l’Altissimo si è manifestato sui monti agli uomini. L’arca si ferma sulle cime dell’Arabia; ad Abramo designa il Morìa per il sacrificio del caro Isacco; nell’Oreb Mosè fece scaturire una copiosa sorgente d’acque vive; dalle cime del Sinai dà la legge a tutta l’umanità; sulle eminenze del Sion segna il luogo del tempio. Sui monti di Giuda si manifesta la prima volta al mondo in casa d’Elisabetta; sulle vette del Tabor disvela la sua divinità: da un monte annunzia sconosciute beatitudini: sul Calvario consuma il gran sacrificio, e dall’oliveto ritorna al Cielo.

2. — Ma fra tutti i monti della Palestina primeggia il Carmelo. Celebre per la sua bellezza, rinomato per la sua fertilità, ammirato per i suoi fragranti fiori e perenni sorgenti, sorge nella tribù di Isaccar, e quasi specchia nel Mediterraneo, i suoi incanti. Questa santa montagna nell’evo antico fu teatro di grandi avvenimenti. Ivi soffiava misterioso e possente lo spirito di Dio: ivi sorgeva una scuola di Profeti. Tolti alla gleba, alla pastorizia, non appena salivano il Carmelo, venivano trasformati in veggenti, e scalzi, poveri, perseguitati, traevano a sé le moltitudini, e divinavano col sorriso vittorie, e con le lagrime la rovina e l’eccidio delle nazioni. – Sul Carmelo Elia tornò a vita novella l’estinto figliuolo della Sunamitide: ivi confuse i sacerdoti di Baal, e ristorò l’unità del culto in Israello: da quelle cime vide la nuvoletta, che si sciolse in benefica pioggia sulla riarsa Samaria.

3. — I discepoli di Elia, sotto il nome di Figliuoli de’ Profeti, fissarono la loro dimora su quel monte, e vi menarono una vita di preghiera e di penitenza. All’epoca di N. S. li troviamo ancora sotto il nome di Esseni. Dopo la Pentecoste, si convertirono, e furono i primi ad edificare una cappella in onore di Maria — che la venerarono in una maniera singolare, memori della nuvoletta misteriosa veduta dal loro Padre, Elia. Poi un po’ alla volta andarono formando un ordine religioso, che prese il nome dal Carmelo, s’ebbe, in seguito di tempo, l’approvazione dei Sommi Pontefici.

4. — Verso la metà del XII secolo, quest’ordine trovavasi esposto a delle violenti persecuzioni. Simone Stock, religioso inglese, Generale dell’ordine, pieno di fiducia in Maria, affidò alla protezione di Maria la sua religiosa famiglia, così terribilmente provata. Maria gli apparve, dicendogli: Ricevi, o mio figliuolo, questo Scapolare del tuo Ordine, come la divisa della mia Confraternita… Quei che morrà, rivestito di quest’abitino, sarà preservato dalle fiamme eternali. Quest’abito è un segno di salute, tua salvaguardia ne’ pericoli, un segno di pace e di eterna alleanza.

5. — Settant’anni dopo, Maria si degnò di apparire al Pontefice Giovanni XXII e gli fece promessa di abbreviare il tempo d’angoscia e di patimenti nel Purgatorio a tutti coloro che avessero devotamente portato il santo abitino, e di cavarli fuori dal Purgatorio il più presto, specialmente il sabato che avrebbe seguito la loro morte. Questo secondo favore si chiama: privilegio della Bolla sabatina.

6. —Nacque quindi la confraternita dello Scapolare di N. S. del Carmelo, affigliata all’Ordine dei Carmelitani, raccomandata, e arricchita d’indulgenze, diffusa in tutta la Chiesa. Da quello che abbiam detto, ognun vede che lo Scapolare è degnissimo di rispetto.

II. — Vantaggi dello Scapolare.

1. — Innanzi tutto è la divisa di Maria. Chi piamente la porta può dirsi il protetto, il figlio di Maria.

2 . — La Vergine ha promesso a Simone Stok che l’abitino sarebbe stato un pegno di protezione, una salvaguardia nei pericoli di anima e di corpo;… Ne sono piene a ribocco le storie: lo attestano gli altari delle nostre Chiese, in cui a miriadi si trovano i segni della più profonda gratitudine. Quanti non ne liberò da prossima morte! Quanti da lunga pezza avvolti nella coltrice dei loro dolori riebbero da Maria il sorriso della sanità! E fu vista gente perduta in ampio mare, in balìa dell’onde, stretta all’abitino, veder contro, ogni terrena speranza abbonacciare l’irato flutto, e guadagnare la mèta desiata: violenti incendi spegnersi per incanto, o arrestarsi dinanzi allo Scapolare della Vergine: pellegrini aggrediti alla macchia, richiesti o della borsa, o della vita, vedersi salva l’una e l’altra dopo aver invocata Maria; calunnie atroci, inventate dalla maldicenza, ben tramate dall’invidia, dissiparsi d’un subito e rendere più bella l’innocenza dei perseguitati: famiglie impigliate in liti difficili, desolate da sinistri eventi, ricuperare fortune e pace per la devozione a N. S. del Carmine. Se volessimo fare un cenno delle grazie spirituali che s’ottennero e s’ottengono su questo mistico Carmelo, andremmo troppo per le lunghe, poiché sotto questo rapporto sono copiose le misericordie di Maria…. – Chi sa dire quanti e quanti stimoli non offra il S. Scapolare ai peccatori, perché si rimettano nella via del dovere? Quante volte posseduti da pensieri di vendetta, agitati dall’odio, alla vista, al bacio dell’abitino, si sono visti mutati e ridotti a più miti consigli! Quante volte già in procinto di cadere in peccato abbiamo provato un arcano ritegno alla vista o al pensiero del S. Abitino! Quanti peccatori sono corsi a questo rinnovato Carmelo per riavere salute e vita! Lo scapolare non solo solleva i peccatori dall’abisso della colpa, ma infervora i tiepidi, anima i giusti, rifiorisce di pace le famiglie, scansa le collere, spegne gli odii, rende più caro lo spirito di mortificazione, più facile l’adempimento della legge cristiana.

3. — La Vergine ha promesso altresì che ci sarà sicurtà di salute… nell’estremo di nostra vita. Allora tutti gli avversari dell’anima nostra s’adopereranno con maggior accanimento per circondare con pericoli e di seduzioni il nostro letto di morte, ma più di tutti il demonio, consapevole fuggirgli ormai il tempo per fare sua preda questa povera anima ci sarà sempre d’attorno, ed ora ci desolerà con la memoria delle nostre colpe, o getterà la disperazione e lo scoramento nel nostro cuore, or ci spaventerà col pensiero di una infelice eternità … In quelli affannosi momenti fiacche sono le nostre forze, confuse le facoltà del nostro spirito, senz’energia la nostra vita. Ebbene verrà in aiuto nostro Maria, poiché il suo benedetto Scapolare non solo ci riesce di decoro, perché ci annovera tra i figli prediletti di Maria, ma ancora ci circonda di fortezza sicché spoglia la morte di quell’apparato desolante che contrista i più consumati nella perfezione, e l’abbella d’un sorriso di paradiso: Fortuido et decor indumentum ejùs, et ridebit in die novissimo (Prov. XXXII, 25).

4. — Coloro che portano devotamente lo Scapolare, saranno guidati dalle mani di Maria, che li amerà, e otterrà loro ogni sorta di grazie e di benedizioni.

5. —Finalmente lo Scapolare è stato arricchito d’indulgenze, con le quali possiamo soddisfare i debiti contratti con la divina giustizia, e alleviare le anime del purgatorio.

III. — Condizioni, obblighi.

1. — Bisogna essere iscritti nella Confratenita, portare indosso l’abitino.

2. —Per partecipare al così detto privilegio sabatino, oltre alle condizioni suesposte, bisogna custodire la castità secondo lo stato di ciascuno, recitare l’officio della Madonna (per i preti… basta il Breviario); per chi non sa leggere, basta far astinenza nel mercoledì, venerdì e sabato dell’anno, tranne che non si abbia ottenuto o dispensa o commutazione. – Non è richiesta nessuna preghiera.

3. — Nobiltà obbliga…. Giacché gli iscritti sono i servi di Maria, così devono vivere in una maniera degna di Lei. Adunque evitino accuratamente ogni sorta di peccati, fuggano le massime e i pericoli del mondo, seguano C. Gesù, vivano della sua vita, si conformino alla sua volontà… A questi patti Maria li avrà in conto di figliuoli, e li coprirà con l’ali della sua protezione.

Conclusione.

—  Vi ricordo la prudente condotta che tenne Giuditta per liberare Betulia dal truce Oloferne. Prima di avanzarsi negli accampamenti degli Assiri smise il cilizio, e le gramaglie della sua vedovanza, e adornatasi di monili e profumi, indossò le vestimenta della sua giocondità. Jnduit se vestimentis jucunditatis suae (Judit, X 3). In sì splendido abbigliamento, ottenne che Oloferne la trattasse con tutta dimestichezza, onde poté liberare da quel tiranno il popolo eletto. – Novello Oloferne è il peccato che stringe d’assedio l’anima nostra e che cerca di isolarci da Dio, che è la sorgente d’ogni grazia e d’ogni consolazione. Imitiamo la prode Giuditta, rivestiamoci di questo S. Scapolare, che è la veste della nostra giocondità; mano alle armi della luce, che ci fornisce la devozione del Carmelo, e noi vinceremo il peccato, che ci vuole asservire, come Oloferne voleva schiavo di Nabucco il popolo di Dio.

DEVOZIONE AL CUORE DI GESU’ (6) – Terzo fine: imitarlo

DEVOZIONE AL CUORE DI GESÙ – Terzo fine: imitarlo

Terzo fine della divozione al Sacro Cuore di Gesù:

[A. Carmignola, IL SACRO CUORE DI GESU’, S.E.I. Torino, 1920 – Disc. VI]

È un fatto innegabile, che in tutti gli uomini è fortissimo l’istinto dell’imitazione, e che d a tutti, più o meno, si coordina la vita agli esempi, che cadono dinanzi agli occhi. Ma con questo istinto di imitazione potrà forse l’uomo darsi ad imitare indifferentemente tutte le altrui azioni, gli altrui portamenti, le altrui qualità morali? No, certamente. La stessa ragione ci dice, che noi non dobbiamo imitare negli altri se non ciò che è bene; anzi ci sprona incessante ad imitare ciò che è miglior bene e, se fosse possibile, ciò che è veramente perfetto. Ma questo dettame della ragione, come ogni altro, in realtà è un dettame di Dio medesimo, perché è Dio colui, che dando agli uomini un’anima ragionevole, vi ha stampato altresì la legge, che la regola e governa ne’ suoi giudizi. E se è Iddio stesso colui, che ci anima all’imitazione del buono, del meglio, del perfetto, non era forse conveniente, che egli ci mettesse innanzi il tipo di perfezione per eccellenza, sopra del quale avessimo a gettare lo sguardo per ricopiarlo in noi? – Or ecco appunto quello che fece Iddio nel mandare in sulla terra il suo divin Figliuolo. Ci presentò in lui il più perfetto modello, ed invitandoci ad imitarlo, disse a ciascun degli uomini: Inspice et fac secundum esemplar, quod tibi monstratum est. (Esod. XXX, 40) Perciocché, come nota S. Basilio, due furono i fini, per cui il Verbo divino si fece uomo: il primo ed il maggiore fu di operare la redenzione del mondo; il secondo di dare agli uomini l’esempio perfetto di ogni virtù. Ma con qual mezzo massimamente Gesù Cristo, Verbo incarnato, adempiendo la volontà del suo celeste Padre, raggiunse pure quaggiù questo secondo fine, di farsi a noi modello di ogni virtù? Col suo Cuore Sacratissimo, perciocché è nel cuore che risiedono le buone qualità morali di una persona. Ed è perciò, che Gesù Cristo, nell’invitarci Egli stesso a ricopiarlo, non ci disse soltanto: Imparate da me, che sono virtuoso; ma disse: Imparate da me, che sono virtuoso di cuore: Discite a me quia mitis sum et humilis corde; (MATT. XI, 29) per farci appunto conoscere, che essendo pel suo Cuore e nel suo Cuore, che ha esercitato perfettamente ogni virtù, è ancora il suo Sacratissimo Cuore, che più propriamente ci offre a ricopiare in noi. Ed ecco il terzo fine, che deve avere la divozione al Sacro Cuore, Se è vero quel che dice S. Agostino, che la vera divozione consiste sopra tutto nell’imitare coloro che onoriamo: Vera devotio imitari quod colimus, e se è giusto l’assioma, che l’amore o trova dei simili o li rende tali: amor aut pares inventi, aut pares facit, non dovremo impiegare tutta la nostra sollecitudine per ricopiare il Sacro Cuore di Gesù in noi e farci a Lui somiglianti più che sia possibile? Sì, o carissimi, per questo appunto la Chiesa così prega Gesù nella festa del Sacro Cuore. « O Signore Gesù, fa che noi ci rivestiamo delle virtù del tuo Cuore…. affinché, conformandoci all’immagine della tua bontà, meritiamo di essere altresì partecipi della tua Redenzione. » E questo sia il tema del presente discorso.

I. — Uno fra gli usi più belli e più utili seguiti dagli uomini è quello di innalzare dei monumenti a coloro, che si segnalarono per il loro ingegno, per il loro valore, per le loro virtù. È bensì vero che talora e massime oggidì, per un’aberrazione incredibile dello spirito umano, i monumenti vengono innalzati anche a coloro che, anziché segnalarsi nelle belle e buone imprese, si resero famosi piuttosto o per i tradimenti, o per le codardie, o per le rapine e benanco per i vizi; ma con tutto questo uso non lascia di essere per se stesso bello e gioevole, sia perché con esso si intende di eternare la memoria degli uomini valorosi, sia perché coi monumenti, quasi pubblici ammonimenti, si intende di ammonire gli uomini a ricopiare ciascuno in sé, per quel che gli spetta, quelle virtù, quel valore, quello spirito, di cui i grandi ci hanno lasciato l’esempio. Or bene, o miei cari, il Sacratissimo Cuore di Gesù può ben riguardarsi come il monumento per eccellenza, che Dio stesso ha innalzato nella sua Chiesa. Questo monumento ricorderà in eterno la carità divina per noi, e per tutti i secoli della vita del mondo ammonirà gli uomini a ricopiare in se stessi non solo questa o quell’altra virtù, ma le virtù tutte senza eccezione di sorta, perciocché Gesù Cristo pel suo Sacratissimo Cuore si mostra a noi ed è veramente modello perfettissimo di ogni virtù. Prima che egli venisse in sulla terra, come bellamente immagina un poeta cristiano, le virtù vagavano pel mondo in cerca di decente abitazione e non la trovavano, perciocché qua e là non si presentavano loro dinanzi, che intelletti ottenebrati e cuori guasti, nei quali non potevano né spandere la loro luce, né accendere la loro fiamma. Così che agitate e vergognose si ritirarono nel deserto, quando una notte udirono risuonare per l’aria questo cantico celestiale: « Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà! » A questo segno conobbero che era nato il Messia; andarono alla sua capanna, si presentarono a Gesù Cristo, e Gesù Cristo le accolse tutte nel suo Cuore, e dal suo Cuore divino prese a mostrarle a tutti gli uomini del mondo, perché, vedendole in Lui, più facilmente si invaghissero di ricopiarle. E così è, non solo in figura poetica, ma in realtà. Nel suo Cuore Sacratissimo Gesù Cristo ci mostra accolte tutte quante le virtù; ci mostra l’amor di Dio, nel quale superò infinitamente tutti i Serafini del Cielo, e l’amor degli uomini, per cui con una generosità suprema si sacrificò per essi. Ci mostra l’umiltà, per mezzo della quale si è abbassato al punto da esinanirsi e prendere la forma di servo; ci mostra l’obbedienza, per cui non solo fu soggetto a Maria ed a Giuseppe pei trent’anni di sua vita privata, ma adempì sempre la volontà del suo divin Padre fino alla morte e morte di croce. Ci mostra la povertà, per cui essendo infinitamente ricco, si fece povero per noi, e volle nascere in una spelonca, e volle vivere guadagnandosi il pane col sudore della fronte, e volle esser privo di un tetto, sotto il quale ricoverarsi a posare la testa, e volle morire ignudo sulla croce. Nel suo Sacratissimo Cuore ci mostra la purità, per cui volle nascere da Madre purissima, volle avere per custode un castissimo uomo, e per precursore un martire di purità, ed alle anime pure mostrare la sua predilezione. Ci mostra la pazienza, per cui, come agnello che non bela sotto le forbici di chi lo tosa, sopportò nel modo più eroico tutte le atrocissime pene della sua Passione; ci mostra la mansuetudine, per cui non solo non odiò mai i suoi nemici, ma li amò sempre, fece sempre loro del bene, pregò per essi sulla croce il suo celeste Padre a volerli perdonare. Ci mostra la sua misericordia, per cui i peccatori, respinti dagli uomini, trovavano in Lui un’accoglienza festosa ed un sincero rifugio. Ci mostra il suo zelo per la gloria di Dio, la sua rettitudine d’intenzione, il suo spirito di vigilanza, di preghiera e di mortificazione, ci mostra insomma tutte le virtù, e nel grado più perfetto. Sì, nel grado più perfetto. Noi abbiamo un bel leggere la vita dei più grandi santi, che spinsero le loro virtù sino al più ammirabile eroismo, ma non troveremo mai in alcun di essi una santità sì elevata e sì perfetta come quella di Gesù Cristo. L’apostolo ed evangelista S. Giovanni ci dice che il Vangelo non è altro che un compendio brevissimo della vita di Cristo e degli atti suoi; di modo che è certo che non tutti i tratti di virtù da Cristo compiuti ci sono manifestati. Ma quando pure nel Vangelo tutto fosse narrato, non ci sarebbe tuttavia possibile mai di penetrare nel santuario del Cuore di Cristo per intravedere, non che comprendere, la sublimità e perfezione, a cui elevossi ogni sua virtù. Quindi è che a differenza degli stessi più grandi santi, nella cui vita vi hanno dei momenti in cui, se la virtù non vien meno, tuttavia appena appena arriva ad essere tale, in Gesù Cristo invece tutte le virtù, senza eccezione di sorta, anche le più ardue, toccano sempre, senza menomo sforzo, l’ultimo apice. – E queste virtù le mostra a noi, di qualsiasi età, stato e condizione, perché anche qui in Gesù Cristo, oh quale differenza dai santi! Benché essi in generale abbiano avute tutte le virtù, non di meno negli uni spiccò di più questa, negli altri quella. In questo santo si ammira di più lo spirito di contemplazione e di preghiera, in quello invece più si ammira lo spirito di slancio e di operosità cristiana; in questo splende maggiormente l’umile e cieca obbedienza, in quello splende invece maggiormente una santa fierezza e uno zelo ardente; in questo il carattere dominante è la dolcezza e la semplicità dei modi, in quello il carattere dominante è invece il rigore delle penitenze e l’austerità della vita. Insomma ciascuno dei santi svolge il meglio delle sue forze in questa o in quell’altra virtù, per la quale grandeggia, manifestando ad un tempo stesso essere impossibile all’umana debolezza esercitarle tutte ad un tempo stesso nello stesso grado di perfezione. Gesù invece non così; Egli tutte, senza eccezione di sorta, tutte le virtù die come Uomo-Dio poteva esercitare, le ha esercitate tutte nel modo più eroico, ragione per cui Egli è modello di tutti, modello sovrano, che a tutti si addice. È modello ai sacerdoti, perché Egli è sacerdote per eccellenza secondo l’ordine di Melchisedech, che offerse a Dio il sacrifìcio di se stesso, e di sacerdote esercitò tutti gli altri uffici, predicando con zelo il suo Vangelo e diffondendo nei cuori degli uomini l’abbondanza della sua grazia. È modello ai coniugati, perché congiunto in mistiche nozze alla sua sposa, la Chiesa, la amò di un amor puro e santo e con tale generosità da versare il sangue per lei, per renderla bella, splendida, senza macchia alcuna. È modello ai padri e alle madri di famiglia, perché è egli che ha generato gli uomini alla vera vita morendo per essi, è egli che col latte della sua dottrina e col cibo dei suoi Sacramenti ha nutrito e fatto crescere noi, suoi figliuoli, è Egli che ha paragonato il suo Cuore a quello di un padre e di una madre. È modello dei figliuoli, perché Figlio del divin Padre da tutta l’eternità ha voluto essere figlio di Maria nel tempo, e come figlio affettuoso si diportò sempre, sia col suo Celeste Padre, sia con la sua Madre divina, e persino con colui, che di padre non gli teneva che le veci. È modello ai giovani e modello ai vecchi, modello ai ricchi e modello ai poveri, modello ai dotti e modello agli idioti, modello ai grandi e modello ai piccoli, modello ai re e modello ai sudditi, modello ai lieti e modello agli afflitti, modello ai giusti e modello persino ai peccatori, perciocché Egli, che non conobbe il peccato, si pose addosso i peccati di tutti gli uomini, ed espiandoli coi meriti della sua passione e morte, indicò anche ai peccatori la via che debbono seguire per riconciliarsi con Dio; insomma egli non è un modello soltanto, ma è il modello per eccellenza, il modello unico, il supremo, il perfettissimo modello di tutti. O Cuore Sacratissimo di Gesù, o scuola, o cattedra di sapienza divina, dove per mezzo dell’esempio si insegnano agli uomini tutte quante le virtù, come non ci appresseremo a voi, per studiarle, per impararle, per ricopiarle in noi? in noi massimamente che intendiamo essere i vostri devoti?

II. — E questo è propriamente il nostro assoluto dovere. Udite. Un giorno si presentarono dal divin Redentore alcuni discepoli dei farisei, da loro appositamente spediti, nella folle speranza di poterlo cogliere in parole. Costoro adunque maliziosamente si fecero ad interrogare Gesù Cristo, dicendo: Maestro, dinne un po’: è egli lecito o no di pagare il tributo a Cesare? Essi pensavano: Se egli dice di sì, noi abbiamo argomento per metterlo in odio presso la moltitudine, che così di mala voglia paga il tributo; e se dice di no, noi avremo il pretesto di accusarlo dinanzi ai Romani, ai quali si paga il tributo. Ma il divin Redentore, conosciuta la malizia del loro cuore: ipocriti, rispose, perché mi tentate? Mostratemi una moneta del tributo; di chi è V immagine e l’iscrizione che v’è sopra? Di Cesare, risposero allora quei discepoli de’ farisei. Dunque, soggiunse il Redentore, rendete a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio: Reddite ergo Cæsari quæ sunt Cæsaris, Deo quæ sunt Dei. ( MATT. XXVIII, 15-22) Stupenda risposta, colla quale Gesù Cristo, non solo fece ammutolire i suoi nemici, ma per mezzo della quale diede pure a noi una grande lezione. Noi, o carissimi, per grazia di Dio siamo Cristiani. E ciò che ci rese Cristiani è il Santo Battesimo, il quale ha impresso sull’anima nostra il carattere, l’immagine di Gesù Cristo, dal quale appunto prendiamo il nome. Ed oh! Abbiamo noi già riflettuto abbastanza a questo benefizio immenso che Iddio ci ha fatto a preferenza di tanti altri uomini? Coloro, i quali ancor « giacciono tra le tenebre e le ombre di morte » giacciono anche ora nell’abbrutimento e nella barbarie. Quell’idolatria, che prima della venuta di Gesù Cristo avviliva la maggior parte degli uomini nelle più stupide ed immorali superstizioni, continua oggidì ad avvilire tanti poveri selvaggi, ed altri che non sono più selvaggi, no, ma restano tuttavia nell’ultimo gradino della civiltà, quali ad esempio i Musulmani ed i Buddisti. Quei costumi così corrotti, in cui gli uomini prima di Gesù Cristo vivevano, a mo’ delle bestie, sono gli stessi costumi, che lì disonorano oggidì, perciocché anche oggidì, dove non risplendette il Vangelo, non vi ha che la schiavitù orribile dei sensi, l’appagamento più animalesco delle passioni e degli istinti della carne. Quella cecità, che prima di Gesù Cristo travagliava gli umani intelletti è la cecità medesima, che pur presentemente rimane fra tanti popoli, facendo loro scambiare il vizio con la virtù e la virtù col vizio, e mantenendo in loro una moltitudine infinita di errori riguardo alla loro origine, alla loro natura ed al loro fine. Noi invece siamo nati in paesi cristiani, noi abbiamo ricevuto il Battesimo, e col Battesimo la fede cristiana, e con la fede cristiana la verità, che ci illumina e che ci guida, la forza che ci anima e ci sostiene, l’adozione di figli di Dio, che ci rende fratelli di Gesù Cristo e ci abilita a diventare suoi coeredi del cielo. Oh! benefizio immenso, che è mai questo! Come non benedire le mille volte quell’anno, quel mese, quel giorno, quell’ora, quel punto, in cui ci avvenne di nascere in terra cristiana e di ricevere, per mano del sacro ministro, su questa nostra fronte quelle acque, che salgono a vita eterna, su queste labbra il sale della vera sapienza, e su questo petto l’unzione dei santi crismi? E qual merito vi era in noi, perché a preferenza di tanti milioni di altri uomini, risplendesse a noi la luce di Dio? Ah! non per altro, dice S. Paolo, non per altro noi fummo chiamati alla vera fede, che pel proposito di Dio, e per la grazia che ci fu data in Gesù Cristo! – Or bene se per la bontà immensa di Dio e per la grazia di Gesù, Cristo noi fummo fatti Cristiani, e se con l’essere stati fatti cristiani noi abbiamo il nome da Gesù Cristo, e di Gesù Cristo portiamo scolpita sull’anima la immagine, di chi siamo noi? a chi dobbiamo appartenere adesso e per sempre? Gesù ce lo ha fatto abbastanza chiaramente intendere con quel suo: Date a Cesare quel che è di Cesare e date a Dio quel che è di Dio. Noi siamo dello stesso Gesù Cristo, del quale portiamo il nome e l’immagine, e dobbiamo appartenere perciò a Lui, a Lui solo, adesso e per sempre. Ma noi ci sbaglieremmo assai, se credessimo, che bastasse a questo fine di avere il nome ed il carattere di Cristiani. Ah! non ostante questo nome e questo carattere potrebbe accadere pur troppo che al termine della vita, presentandoci al tribunale di Gesù Cristo, ci intendessimo a dire da Lui: Nescio vos; non vi conosco! Per poter appartenere a Gesù Cristo adesso e per sempre è necessario, che noi al nome di cristiano facciamo rispondere i fatti. I Cristiani, ha detto S. Bernardo, ricevettero il nome da Cristo, ma è pregio dell’opera che siccome furono eredi del nome, lo siano ancora della santità. Bisogna che noi medesimi attendiamo a manifestare in noi, nei nostri pensieri, nei nostri affetti, nei nostri desideri, nelle nostre parole, nelle nostre opere la vita di Gesù: Vita Iesu manifestetur in corporibus vestris; (II Cor. IV, 10) bisogna in somma che ci sforziamo di renderci pienamente conformi a Gesù Cristo, seguendo le sue vestigia, imitando i suoi esempi. Perciocché dice S. Paolo: coloro che Iddio ha preveduti con la sua prescienza eterna dover essere nel novero degli eletti, li ha pure predestinati ad essere conformi all’immagine del suo divin Figliuolo: Quos præscivit, et prædestinavit conformes fieri imagini Filii sui. (Rom, VIII, 29) Ed è per tal guisa appunto che si sono formati i Santi. Si son formati gli Apostoli, che in Gesù Cristo imitarono lo zelo per la salute delle anime e la vita di sacrifizio; si son formati i martiri, che in Gesù Cristo imitarono il coraggio più eroico nell’affrontare la morte per la più santa causa; si son formati i penitenti, che in Gesù imitarono la vita di sofferenza e di mortificazione; si son formati i vergini, che in Gesù imitarono la purità più sublime; si son formati i santi Pontefici, che da Gesù imitarono l’amore per il gregge: si sono formati i santi confessori che in Gesù imitarono il disprezzo dei beni mondani e il desiderio delle cose celesti; si sono formati i santi re, che in Gesù imitarono l’umiltà nella gloria e l’abbassamento nella grandezza; si sono formati insomma tutti i santi, perché, studiando attentamente la loro vita, dobbiamo riconoscere. che sebbene non abbiano potuto imitare in tutto e a perfezione Gesù Cristo, perché ciò non è affatto possibile, ricopiarono tuttavia in se stessi più splendidamente non pochi tratti della sua fisionomia divina. – L’imitazione adunque delle virtù del Cuore Sacratissimo di Gesù Cristo è per tutti gli uomini indispensabile a salute. E tale imitazione, aggiungono i Santi Padri e i Dottori della Chiesa, ha da essere così fedele, che il Cristiano appaia come un altro Gesù Cristo: Christianus alter Christus; perché indarno, dice S. Bernardo, si può credere Cristiano colui, che non segue più che gli è possibile Gesù Cristo; e non assomigliandosi a Lui ne deve temere la punizione. – Epperò notate qui, o carissimi, quanti vi sono tra gli stessi Cristiani, che a questo riguardo da per se stessi stoltamente si ingannano! Perciocché molti vi hanno, che si credono essere seguaci di Gesù Cristo e conseguire un dì l’eterna salute, solo perché hanno ricevuto il battesimo, e credono così in generale ed in confuso alle verità della fede, cui associano molti errori, è fanno qualche volta alcuna di quelle cose che la fede impone. Ma in costoro dov’è l’umiltà e la mansuetudine? dov’è la purezza della vita e il distacco dai beni della terra? dov’è la preghiera e la mortificazione cristiana? dov’è la pazienza e la conformità ai voleri divini? dove sono in somma tutte le altre virtù di Gesù Cristo? Ah! che in costoro di Cristiano non v’è altro pur troppo che il nome, perché, come die S. Agostino, christiani vocantur, et in rebus christiani non inveniuntur. E che importa per costoro il chiamarsi, e ben anche il vantarsi tali, se manca in essi la conformità all’immagine di Gesù Cristo? anzi vi ha in essi la conformità al nemico, all’odiatore di Gesù Cristo, a satana e ne portano sull’anima la fisionomia! quella fisionomia, che con tanta verità ed energia S. Giovanni ha chiamato il carattere della bestia, characterem bestiæ! Perciocché, o carissimi, è questo purtroppo che accade nel Cristiano, allorché non si studia di diventare simile a Gesù Cristo con l’imitare le sue virtù; egli, per contrario, anche non pensandovi, divien simile al demonio, di cui segue le vestigia a preferenza di quelle di Gesù Cristo. Avviane in lui una trasformazione somigliante a quella del superbo Nabucco. Costui volendo essere come Dio, fu da Dio terribilmente punito e da uomo tramutato in fiera. Un dì, passeggiando nella sua corte, guardava i grandi veroni, i giardini pensili, le torri superbe, tutte le magnificenze, che si presentavano ai suoi sguardi, e il suo cuore si gonfiava e la sua anima si esaltava orgogliosa. « Non. è forse questa, diceva egli, la gran Babilonia che io ho costrutto nella pienezza della mia forza e nello splendore della mia gloria? » Egli parlava ancora, quando si udì una voce dal cielo, la quale diceva: « O re, ecco ciò che t’annunzio: il tuo regno è sul finire. Tu sarai scacciato dalla società degli uomini, tu abiterai colle bestie della terra e come il bue tu mangerai l’erba dei campi. » Ed ecco che all’improvviso gli si mutarono le forme della persona, gli si allungarono i peli, gli crebbero le unghie, e divenuto qual bestia, cacciato dalla reggia, fu costretto a pascersi di fieno come il bue. Il somigliante accade, se non nel corpo, nell’anima del Cristiano, che non intende trasformarsi in Gesù Cristo; lasciando di diventar simile a Lui, a cagione dell’abbandono di Dio e delle colpe e dei vizi, a cui si dà in preda, diventa simile non solo ad una bestia, ma alla bestia per eccellenza, come è chiamato satana nelle Sacre Scritture. Or bene se tanto assoluto è per ogni cristiano l’obbligo di imitare le virtù del Cuore di Gesù Cristo, e tanto grave è la disgrazia che incorre chi non adempie quest’obbligo, i veri devoti del Sacratissimo Cuore non dovranno attendere sopra tutti gli altri ad adempirlo? Oh! senza dubbio è a loro massimamente, che Gesù Cristo, come un giorno a’ suoi Apostoli, dice: Exemplum dedi vobis, ut quemadmodum ego feci, ita et vos faciatis; (Io. XIII, 15) Io vi ho dato l’esempio, affinché voi facciate come ho fatto Io. Si quis vult post me venire, sequatur me. ( MATTH. XVI, 2 4 ) Chi vuol venire dietro a me, chi vuol essere tra i miei amici, chi vuol amare e stimare davvero il mio Cuore divino, ne imiti le virtù.

III. — Se non che parmi di intendere taluni di voi a dire: Ma come? noi, cristiani, noi, sopra tutto, devoti del S. Cuore di Gesù, dobbiamo imitarlo? Ed è ciò possibile all’uomo, anche più elevato? Non si tratta forse di un modello troppo sublime? Miei cari, io rispondo subito, voi credete adunque che Gesù vi comandi l’impossibile? Vi comanda Egli forse, che lo imitiate in quelle opere che più lo manifestano Dio? Vi comanda Egli di fabbricare il mondo? di operare dei miracoli? di guarire gli infermi? d’illuminare i ciechi? di far risuscitare i morti? Oh no certamente! Lo sfoggio e la pompa della divinità Gesù Cristo non la chiede da voi, che sa essere miserabili creature: egli vi chiede che lo imitiate nella dolcezza, nell’umiltà, nella pazienza, nella misericordia, nella carità, nella purezza, nelle sue virtù insomma e non nella sua gloria. E queste virtù, sempre che voi ne abbiate una vera volontà, non potete ricopiarle? Ditelo, in verità, come non vi sarebbe possibile essere dolci, essere umili, essere pazienti, essere casti, essere amanti di Dio e del vostro prossimo? – Tuttavia è certo, che tutti i nostri sforzi per imitare le virtù del Cuore Sacratissimo di Gesù sarebbero vani, se noi non fossimo aiutati dalla grazia di Dio. Ma ecco lo stesso Santissimo Cuore venire in nostro soccorso, e meritarci e darci con abbondanza questa divina grazia. Gesù Cristo, in quanto Dio, è la sorgente di ogni grazia; ma anche in quanto uomo ha sulla grazia un potere sovrano. Perciocché, se come Dio Egli dà alle sue opere, ai suoi patimenti, alle sue parole, ai suoi sospiri, a’ suoi palpiti un valore infinito, è tuttavia come uomo, cogli atti liberi e santi della sua umanità, che Egli ha compiute tutte queste opere meritorie. Iddio pertanto ricompensando nell’umanità di Gesù Cristo i suoi meriti di valore infinito, ha riversato nel suo Cuore un cumulo infinito di grazie. E questo Cuore ridondante della grazia di Dio, non la riverserà alla sua volta sopra quanti vi si accostano con la loro divozione? Oh sì, è a questa fonte divina, che attingeremo con gaudio l’acqua salutare della grazia di Dio: Haurietis aquas in gaudio de fontibus Salvatoris; (Is. XII, 3) è dalla pienezza di Lui, che tutti riceveremo l’aiuto necessario a ricopiarlo: De plenitudine eius nos omnes accepimus. (Io. I, 16) Lo stesso Gesù ci ha appreso questa confortante verità con la più bella similitudine: « Io sono, egli disse, la vera vite; rimanete in me ed io rimarrò in voi. E come il tralcio non può dare alcun frutto da se stesso, se non rimane congiunto alla vite, così sarà di voi, se non rimarrete in me. » (Io. XV, 1-4) Dal Cuore adunque di Gesù Cristo, per ragione della Divinità, sorgente di tutte le grazie, e per ragione dell’umanità riempiuto da Dio della pienezza delle grazie, si trasfonderà in noi tutti quell’umore vivifico, che ci renderà non solo possibile, ma facile eziandio la imitazione delle sue virtù. Perciocché, se, come insegnano i santi dottori, la pienezza della grazia, che è in Gesù Cristo, è la causa meritoria di tutte le grazie date agli uomini ed agli Angeli stessi del paradiso, e con queste grazie i Patriarchi, i Profeti dell’antica legge, e nella legge nuova gli Apostoli, i Martiri, i Confessori, i Vergini e i Santi tutti poterono imitare con facilità le virtù del divino modello; per mezzo di tali grazie ciò sarà facile anche a noi, ed anche noi potremo ripetere con l’Apostolo: Omnia possum in eo, qui me confortat: (Phil. IV, 13), io posso tutto nel Cuore di Gesù, che mi riconforta. Ma oltreché il Sacro Cuore con l’abbondanza delle sue grazie, noi ancora con due altri mezzi potremo facilitarci la grande opera della sua imitazione, e sono l’amore e lo studio di questo Cuore Santissimo. Come il fiore spunta dallo stelo, così   l’imitazione nasce dall’amore, perché come mai amare taluno ardentemente e non studiarci di renderci a Lui conformi? E così amando il Sacro Cuore di un amore ardente, sarà sempre più viva in noi la brama di farci simili a Lui. Se Gesù è amato, dice l’Apostolo, sarà pure imitato. Parimenti se praticando la esortazione di S. Paolo: Considerate Jesum: (Hebr. III, 1) fatevi a ben studiare Gesù; e quella di S. Pietro: Crescite in cognitione Domini nostri Salvatoris Jesn Christi: (II Piet., III, 18) Crescete nella cognizione di nostro Signor Gesù Cristo; per mezzo della parola di Dio, dello studio del Vangelo, delle sante letture e considerazioni, noi verremo a conoscere gli ammirabili esempi di Gesù Cristo, tanto più ci sentiremo animati di imitarlo. E non è forse la cognizione degli altrui esempi, massime degli uomini illustri, che ci è sprone efficacissimo ad azioni lodevoli, benché ardue? Il soldato allora si accende nella battaglia, quando con la vista conosce il coraggio del capitano. Così accadde appunto ai soldati di Gedeone; vedendo lui scagliarsi animoso contro i nemici, deposta la timidità, da cui erano stati invasi alla vista delle numerose schiere avversarie, si lanciarono ancor essi a combattere come leoni e le misero in rotta. •sì ancora avvenne ai soldati di Giuda Maccabeo. Nell’in seguire i nemici, incontratisi improvvisamente in un grosso torrente, già si arrestavano per la paura di affogare tragittandolo. Ma avendo visto il fortissimo Giuda pungere il suo cavallo, lanciarlo nelle acque e quasi in un attimo trovarsi dalla sponda opposta, tutti ne seguirono tosto l’esempio. Or ecco ciò che accadrà pure a noi; dalla maggior conoscenza del Cuore di Gesù Cristo noi saremo fortemente eccitati a ricopiarlo in noi medesimi. – Coraggio adunque: il Sacro Cuore di Gesù, modello perfettissimo di tutte le virtù ci si pone innanzi come l’ideale, a cui, come Cristiani e devoti suoi, dobbiamo aspirare di pervenire. La grazia per conseguire questo gran fine non ci verrà meno. Nell’amore e nello studio di questo Cuore Santissimo accendiamoci ognor più dal desiderio di riprodurlo in noi, ed allora potremo essere certi, che questo Cuore istesso, dopo di essere stato il nostro modello di vita, sarà il nostro premio e il nostro gaudio in cielo. Sì, o Cuore Sacratissimo di Gesù, questo sarà d’ora innanzi il nostro sommo ed unico impegno, renderci simili a Voi più che sia possibile, ricopiando nel cuor nostro le vostre splendide virtù. Ma deh! riguardando voi alla debolezza nostra, degnatevi di venire in nostro aiuto. Nella vostra infinita misericordia state a noi vicino in tutti gli istanti del vivere nostro e fateci sentire la vostra dolcissima presenza, affinché siamo animati a mirarvi e a ricopiarvi. Fate, insomma, che ci vestiamo delle vostre virtù, e ci accendiamo dei vostri affetti, affinché meritiamo di renderci conformi all’immagine della bontà vostra e di essere partecipi della vostra Redenzione.

DEVOZIONE AL CUORE DI GESU’ – Secondo fine: risarcirlo

[Sac. A. Carmignola: IL SACRO CUORE DI GESÙ; S. E. I. Ed. Torino, 1920 – V disc. ]

Secondo fine della divozione al Sacro Cuore di Gesù: Risarcirlo.

Prima che fosse il mondo, prima che esistessero le ore, prima che i primogeniti della creazione, gli Angeli, avessero cantato il loro primo cantico, allorché non c’era altro che Iddio, e rapito della sua bellezza e della sua bontà, inebriato del suo infinito amore, era assolutamente beato pur vivendo solo, Egli tuttavia già aveva risoluto di trarre ciascuno di noi dal nulla, già lo vedeva, più ancora, già lo amava, avendo Egli amato ciascuno di noi d’un amore eterno, vale a dire di un amore che non è mancato, che non è venuto meno mai. Or questo è appunto l’amore che troviamo nel Cuore Sacratissimo di Gesù. Fin da quel momento, in cui si compiva il grande mistero della Incarnazione, questo Amore già prendeva ad amarci, perché fin d’allora tutte le generazioni umane, passate, presenti e future sfilavano dinanzi a Lui. Ma ciò non è tutto; perciocché dovendo il Cuore di Gesù, essere considerato, come le altre sue facoltà umane, quasi uno strumento della sua divinità, quell’Amore senza principio, di cui Iddio senza alcun nostro merito ci ha fatto l’oggetto nella profondità della sua essenza, si impadronisce di questo Cuore, e questo Cuore può dirci: In charitate perpetua dilavi te: (IER. XXXI, 3) ti ho amato di un amore eterno. Ma questo amore per noi che nel Cuore di Gesù Cristo dura da tutta l’eternità, è stato un amore fecondo e sovrano, perciocché, come osserva S. Agostino, la carità non può a meno di generare dei figli e di nutrirli ed alimentarli del suo latte: Charitas mater est, charitas nutrix est. Il Cuore di Gesù pertanto amandoci da tutta l’eternità di un amore immenso, per la fecondità di questo amore ci ha anzi tutto generati alla vita e rifatti figliuoli adottivi del suo Padre celeste. E dopo di averci dato la vera vita, ha pensato a mantenerla cavando da sé il cibo divino de’ suoi Sacramenti, e soprattutto il cibo delle sue stesse carni e la bevanda del suo stesso sangue. Quale amore! Non è desso veramente l’amore più fecondo e più grande, a cui si poteva giungere dallo stesso Dio? Ora quale dovrebbe essere la corrispondenza nostra ad un tanto amore? Non dovrebbero forse tutti gli uomini struggersi di amore, massime innanzi al Sacramento della SS. Eucarestia, che è la prova finale dell’amore di Gesù Cristo per noi? Sì, senza dubbio, ma invece…. Lo stesso Gesù, apparendo a Santa Margherita Alacoque, diceva: « Ecco quel Cuore, che tanto ha amato gli uomini, ed in ricambio non ricevo dalla più parte, che ingratitudine, tante sono le freddezze, tanti gli abbandoni e gli oltraggi, che si commettono contro di me nel Sacramento di amore. » Epperò lo stesso Gesù manifestava alla sua diletta serva essere sua ardentissima brama, che nella divozione al suo Sacratissimo Cuore, si avesse pur questo fine particolare, di ripararlo degli indegni trattamenti, che riceve nella SS. Eucarestia. E noi, devoti del Sacro Cuore, non asseconderemo questa sua brama? Sì certamente: epperò animiamoci oggi a compiere tale dovere.

I. — La storia del popolo ebreo, narrata nelle Sacre Scritture, si potrebbe chiamare la storia dei benefizi di Dio e delle ingratitudini degli uomini. Ed in vero il Signore aveva scelto quel popolo fra i tanti altri, per farne il popolo prediletto e conservare in seno ad esso la vera religione. Lo aveva liberato dalla schiavitù dell’Egitto, e fattolo passare a piede asciutto il Mar Rosso, lo aveva guidato nel suo cammino verso la terra promessa con una colonna di nube. Per quarant’anni gli aveva mandato dal cielo la manna per somministrargli il cibo, e dalle viscere delle rupi aveva fatto scaturire per lui dell’acqua abbondante. Aveva quindi abbattuti i suoi nemici, gli aveva dato la vittoria sopra tutti i popoli del paese di Canaan e lo aveva introdotto a prendere pieno possesso di una terra che scorreva latte e miele. Ma, oltre che con questi benefizi temporali, Iddio aveva colmato questo popolo di benefizi spirituali. Si era degnato di dargli la sua santa legge e fargli esattamente conoscere la sua volontà, lo aveva istruito nel dovere di credere al futuro Messia, e gliene aveva mantenuta viva in cuore la speranza per mezzo dei profeti; aveva operato in suo prò i più strepitosi miracoli; e da ultimo mandò sulla terra propriamente in mezzo a questo popolo il suo Divin Figliuolo Incarnato, Gesù-Cristo, che vi passò nel mezzo, non facendo altro che del bene e spargendo a piene mani la luce di verità e la grazia di salute temporale ed eterna. Ora, dopo questi ed infiniti altri benefizi, con quale gratitudine avrebbe dovuto corrispondere? E invece vi corrispose coll’ingratitudine più nera, sino al punto di recare a Dio il massimo oltraggio, mettendo in croce il suo Divin Figlio. Oh popolo scellerato!… Ma no, non adiriamoci contro di questo popolo dell’antica legge. Abbiamo ben più ragione di adirarci contro quello della legge nuova. Gesù Cristo venuto sulla terra fece uscire dal suo Cuore Sacratissimo dei benefizi di gran lunga superiori ai benefizi fatti al popolo ebreo, e fra tutti gli altri il massimo che potesse fare agli uomini, il sacramento della SS. Eucarestia. Eppure Gesù Cristo in questo Sacramento è mal corrisposto, Gesù Cristo vi è ben poco amato. Ma come? Gesù Cristo è poco amato in questo Sacramento? Ma non è forse in questo Sacramento che si umilia continuamente per noi, stando lì nei tabernacoli sotto le specie di pane, offrendosi sempre, e dì e notte, quale vittima di, carità al divin Padre per noi? Non è lì, che sorregge e salva dalla rovina il mondo? Non è lì sempre pronto a versare torrenti di grazie nelle anime, che a Lui ricorrono? Anzi, non è lì, che si tiene a disposizione dei suoi figli per nutrirli di sé medesimo ed unirsi a loro nel modo più intimo che sia possibile? Sì, è lì in quel SS. Sacramento, che Gesù ci ama per eccellenza, in modo supremo, ed è lì perciò che dovrebbe avere per sé tutti i cuori degli uomini. Eppure… non ci vuol troppo per constatare, che Gesù nel SS. Sacramento è poco amato; basta considerare come lo trattano coloro medesimi, che sembrano amarlo. Proprietà di chi ama si è, nello stare coll’oggetto amato, di tenere sempre il pensiero, il cuore, la parola, tutto l’essere intento a sfogare il proprio amore. Osservate la madre. Che cosa non pensa, che cosa non dice, che cosa non fa col suo bambino, che tanto ama? Ora lo guarda con tenerezza ineffabile, ora lo piglia tra le braccia e se lo stringe con affètto al cuore, ora gli parla e lo vezzeggia, chiamandolo suo bene, sua vita, tesoro, ora lo solleva e lo abbassa, ed ora lo agita destra e a sinistra, ora gli abboccona le mani e le guance, gli dice di volerlo mangiare, ed ora si abbandona a tanti altri atti, che sembrerebbero follìe, se non fossero anche filosoficamente riconosciuti come atti del più grande, del più puro, del più bello fra gli amori terreni, dell’amore materno, tant’è, quando si ama, massimamente nello stare coll’oggetto amato, si vive in lui e per lui. Ora, è questo il contegno, che si tiene con Gesù nel SS. Sacramento da coloro medesimi, che sembrano amarlo? Costoro, è vero, si recano forse anche ogni giorno in chiesa ad assistere al Santo Sacrificio, a far visita a Gesù, e vi rimangono ben anche qualche ora, ma dove si trova il loro pensiero? dove il loro cuore? E dov’è il fuoco delle loro parole, dei loro sguardi, dei loro affetti per quel Gesù, che dicono di amare? Ahimè! Se si fosse al teatro, non si staccherebbe l’attenzione un istante dalla commedia; se si fosse in crocchio con gli amici, sempre si saprebbe di che parlare; se si facesse un bel viaggio, vi sarebbero sempre nuove meraviglie da contemplare, ma stando con Gesù, dinnanzi a Lui, oh quale freddezza! Nel santo Vangelo vi è un tratto che ci dipinge al vivo questa insana condotta degli stessi amici di Gesù Cristo, e ci rivela la pena che il suo Cuore ne prova. Il Divin Redentore entrato nel Getsemani, seguito da tre apostoli, Pietro, Giacomo e Giovanni, col volto pallido per l’orrore della vicina Passione, si volse ad essi e disse: « L’anima mia è così afflitta che mi sento morire. Deh! non lasciatemi solo, ma mentre io m’inoltro qualche poco a confortarmi colla preghiera, restate qui ancor voi e vegliate con me. » Così disse Gesù a quegli apostoli, e puossi dubitare che non lo avrebbero accontentato? Non erano essi i prediletti da Gesù? Anzi, poco prima nell’ultima Cena, Simon Pietro non aveva detto: « Signore, io son pronto a morire con te? » Eppure, passata un’ora appena, Gesù, alzatosi da terra con il Cuore agonizzante, si avvicina ai tre Apostoli e li trova che dormivano! Un sacro interprete assicura, che questa freddezza degli Apostoli cominciò ad essere una delle pene più dolorose della sua Passione. Ed in vero Gesù rivoltosi a Pietro: « Così, gli disse, cioè dopo avervi io amato tanto, dopo d’avervi preferiti agli altri, dopo d’aver fatto tanto per voi ed essermi già per voi incamminato a morire, così non avete potuto vegliare un’ora con me? Sic non potuistis una hora vigilare mecum? (MATT. XXVI, 40). – Or, ecco il lamento che parmi di udire tante volte da Gesù Sacramentato : « Io sto qui, vittima di carità, tutto fuoco di amore; Io qui ho le mani piene di grazie per riversarle in seno a chi me le chiede, eppure coloro stessi che Io prediligo, che si dicono miei amici, che sono dal mondo creduti tali, stanno dinanzi a me con indifferenza, Con freddezza! Ecco lì dei cristiani, che se ne stanno muti, ritti in piedi, tesi della persona, affettando autorità come se Io fossi un loro pari. Ecco lì dei cristiani, che invece di pensare a me, pensano ai loro amici, ai loro affari, ai loro interessi. A che vale che mormorino delle preghiere, se intanto hanno altrove il loro affetto? Populus hic labiis me honorat, cor autem èorum longe est a me. (MATT. XV, 8) Ecco lì delle stesse anime a me consacrate, dei sacerdoti, dei religiosi e delle religiose, che non mi dimostrano niente di pietà, che non hanno per me alcun fervore. E voi adunque, che vi dito amici miei, voi non potete passare un’ora con atti di fede, di amore, di preghiera con me? Sic non potuistis una hora vigilare mecum? Dite, carissimi, è possibile ascoltare questi pietosi lamenti del Cuore Sacratissimo di Gesù, e noi, suoi devoti, non risolvere di risarcirlo col fuoco dell’amor nostro? e noi non ardere alla sua presenza come i discepoli di Emmaus? E noi non languire anzi davanti a Lui, come facevano i santi?

II. — Ma quanto più ha da essere così, riflettendo che non solo Gesù in questo Sacramento è trattato freddamente, ma che, peggio ancora, è dalla maggior parte degli uomini lasciato in abbandono. Certamente è impossibile amare e non bramare di stare insieme più che sia possibile alla persona amata. Perché quei due amici bramano di vedersi sovente, di parlarsi, di stringersi teneramente la mano? Perché si amano. Perché quel fratello non vuole più svincolarsi dal fratello che parte, e sente come uno schianto al vederselo andar lontano? Perché lo ama. Perché quella madre esce in altissime grida e si smarrisce e vien meno alla morte di un suo figlio? Perché lo ama. Così fatto è l’amore, ed è questo solo che ci spiega in qualche modo come Gesù volle restare continuamente con noi nel Sacramento dell’altare. Ma potrà dirsi che gli uomini lo ricambino di amore, se nella maggior parte si danno così poco pensiero di venirgli a fare compagnia? Girate lo sguardo pel mondo: è un andare e venire di gente, è un correre continuo ai traffici, agli spettacoli, ai divertimenti; è un ricercare incessante di denari, di piaceri, di onori, è un affannarsi da mane a sera per soddisfare l’amor proprio; ma fra tanto agitarsi per la vita, quanti sono, che pigliano un momento di tregua per entrare in una chiesa e far breve visita a Gesù Sacramentato? Ahimè! non è difficile trovar moltitudine di gente nelle piazze, nei mercati, nei teatri, nei passeggi, ma le chiese, non solo durante le notti, ma assai spesso durante il giorno, son quasi deserte: Gesù vi è negletto, in nessun’altra compagnia che quella di una lampada, che lentamente si consuma. Ma forse che manca il tempo? Oh! il tempo non si getta forse nelle visite inutili, nelle vane ciance, nel mormorare dei fatti altrui, nella lettura di libri e giornali frivoli e cattivi? Il tempo non si cerca forse di ammazzarlo, come si dice, in gite di piacere, in partite di giuochi, in sollievi peccaminosi? E poi, come mancherebbe il tempo ad un’anima che amasse veramente Gesù? Non mancava, no, alle anime accese d’amor divino, benché aggravate da serissime occupazioni, e San Francesco Zaverio, S. Vincenzo de Paoli, S. Francesco di Sales, intenti senza posa nell’importante ministero della conversione dei popoli, della salute delle anime, ne trovavano ancor tanto da passare delle ore intere in adorazione al SS. Sacramento. Forse che manca la comodità? Ah! non ci sarebbe che da uscir di casa, fare pochi passi, e la chiesa, Gesù, si troverebbe subito. Quando si leggono gli annali della propagazione della fede, le lettere che scrivono i missionari, si resta commossi all’intendere che cosa fanno quei buoni convertiti per amore di Gesù. Solo per giungere ad ascoltare una Messa traversano vaste boscaglie, immensi deserti, larghissimi fiumi, e, dopo due o tre giorni di cammino, arrivati alla capanna dove il missionario celebra il santo sacrificio, non potendo starvi entro, si accontentano di inginocchiarsi fuori, esposti o al rigore di un intenso freddo, o al fastidio di un calore che abbrucia. Che cosa adunque impedisce a tanti cristiani di venire qualche istante a trovare Gesù in Sacramento? Pur troppo niente altro che l a noncuranza, il nessun amore che si ha per Lui. Ma ciò non è tutto. Gesù Cristo nella SS. Eucaristia ha voluto non solo restare con noi. ma farsi il cibo delle anime nostre, e nell’eccesso del suo amore per noi lo ha voluto per tal modo, da invitarci a prendere questo cibo prima con tutta la dolcezza del suo Cuore, e poi da minacciarci persino la più terribile sentenza, se non avessimo assecondato il suo invito. « In verità, in verità, Egli disse, se non mangerete la mia Carne e non berrete il mio Sangue, non avrete la vita in voi: solo chi mangia degnamente la mia Carne e beve il mio Sangue, avrà la vita eterna e sarà risuscitato da me nell’ultimo giorno. » Ed altra volta narrava la parabola di un ricco signore, che avendo preparata una gran cena ed invitatovi gran gente, si vide villanamente respingere l’invito dai convitati, a danno dei quali perciò disse, che nessun di loro più mai avrebbe assaggiata la sua cena. Certamente Gesù non poteva parlarci più chiaro per farci intendere la sua espressa volontà, che avessimo a frequentare la Santa Comunione. Eppure la massima parte dei cristiani passa le settimane, i mesi e persino gli anni interi senza venire alla sacra Mensa! Si sa, ancor essi, come i convitati del Vangelo, arrecano di questa condotta le loro scuse. Taluno, come il primo convitato, adduce il pretesto dell’imbarazzo, in cui si trova per le cose temporali: Villam emibisogna che si occupi del suo commercio, delle esigenze del suo negozio, della coltura delle sue terre, del mantenimento delle sue proprietà. Un altro, raffigurato da quello che aveva da andare a provare i buoi, mette innanzi la difficoltà di domare le sue passioni che impetuose tendenze lo travagliano che ei non può vincersi che forse più tardi quando i ghiacci dell’età avranno raffreddato i suoi sensi e il suo cuore. Un terzo, menando vita si tutto sensuale, rappresentato da colui, che aveva tolto moglie, non addurrà neppur più alcuna scusa, ma se dall’esortazione di una madre o dalle preghiere di una sposa, si sentirà ancora invitato ad accostarsi ai Sacramenti: Baie! esclamerà, son cose buone per voi povere donne, ma io non ne debbo più sapere. E così, da chi in un modo, e da chi in un altro, ma dalla massima parte per disamore, Gesù è lasciato in abbandono. Or chi sa dire la pena, che ne prova perciò il suo Sacratissimo Cuore? Egli sospirare cotanto di unirsi agli uomini, di entrare nel loro cuore, di far con ciascuno una cosa sola, e gli uomini in tanta moltitudine dirgli col fatto: Eh! che cosa è poi tutto questo? noi non ci vediam nulla di grande!… noi non sappiamo che fare di questo tuo dono!… E in questo diportarsi degli uomini con Dio non vi è la più nera ingratitudine? E noi, devoti del Sacro Cuore, non ci faremo a risarcirlo con tutte le nostre forze?… coll’essere frequenti noi alle sante visite ed alle sante Comunioni?

III. — Ma infine è per ben più gravi ragioni ancora, che noi dobbiamo riparare al Cuore Sacratissimo di Gesù; perciocché nel SS. Sacramento non solamente lo si tratta con una grande freddezza, e lo si lascia in abbandono, ma gli si recano pur troppo i più gravi oltraggi. E qui esclamerò col Profeta: Chi darà ai miei occhi due fonti di lagrime per piangere eccessi sì mostruosi e sì orrendi? L’inferno non accese il petto dei Giudei di tanto odio e furore contro Cristo, quanto ne mostrarono e ne mostrano gli eretici e gli empi contro questo divin Sacramento. Alla loro diabolica rabbia non fu bastevole saccheggiare le chiese, dove risiedeva Gesù nell’Eucaristia, profanarle, demolirle, atterrare gli altari, scannare i sacerdoti, contaminare e stritolare i vasi sacri; stesero ancora le invereconde mani sui cibori e sulle ostie consacrate, le gettarono per terra, le calpestarono, le diedero ai cani, le trafissero con pugnalate, le impiegarono ad usi i più abbominevoli ed esecrandi. In questi ultimi tempi poi il disprezzo e l’odio contro il SS. Sacramento è giunto a tale nel cuore di certi uomini veramente diabolici, che con una audacia incredibile e con una frequenza inaudita s’inoltrano nelle chiese a scassinare i santi tabernacoli e a rapirvi le sacre pissidi, disperdendo poi sacrilegamente le Santissime Ostie. E nel mentre che i poteri umani dovrebbero almeno dispiegare maggior zelo nel ricercare e punire questi ladri sacrileghi, quanto volte sembrano invece valersi della forza per cooperare ancor essi ad oltraggiare Gesù Sacramentato! Ed invero quante volte mentre si permisero le orgie dei baccanali, le mascherate carnevalesche più scandalose, le gazzarre e le dimostrazioni strepitose di gente nemica di Dio, che procedeva ardita e baldanzosa dietro la bandiera di Satana, al suono di musiche clamorose, si trovarono nulle pretesti per interdire od inceppare lo pubbliche dimostrazioni al divin culto, e Gesù Cristo Sacramentato, il Padrone sovrano dell’universo, il Redentore pietoso dell’uman genere fu condannato al carcere, fu costretto a restarsene prigioniero nelle chiese, fu impedito di uscire in processione per le contrade e per le piazze e ricevere gli omaggi del suo popolo! – Ma quasi ciò fosse ancor poco, ecco aggiungersi gli insulti di tanti Cristiani, commessi proprio alla sua presenza. Ah! se Gesù là, dentro al tabernacolo, non volesse darci l’esempio della più grande pazienza, quante volte dovrebbe levarsi di là e con aria maestosa e terribile, col flagello alla mano dovrebbe farsi a cacciar via dal tempio i suoi profanatori! Perciocché che cosa gli tocca di vedere tante volte dal tabernacolo? Gli tocca vedere dei Cristiani, che, nell’atto stesso ch’egli s’immola al suo divin Padre, ridono, ciarlano, danno sguardi malvagi e accendono in cuore cattivi desideri! Gli tocca vedere delle donne vane, che gli si recano innanzi con baldanza, con aria procace e libera a rubargli l’amore e le adorazioni. Gli tocca di vedere là in un angolo un pugno di giovinastri, che fa delle burle infami, e che con l’accento della bestemmia va mormorando contro di lui. Gli tocca di vedere la ragazzaglia, che entra a scorrazzare e fin anco a schiamazzare con insolenza sotto gli occhi suoi. Povero Gesù Sacramentato? Che indegno trattamento verso di Lui, là propriamente, dove ci dà tanta prova di amore! – Ma infine, più ingrati e più scellerati di tutti si offrono al mio pensiero quei pessimi Cristiani, che, Giuda novelli, osano ricevere Gesù in Sacramento collo labbra immonde, con l’anima ripiena di peccato. Ah? chi può dire la pena gravissima, che sono costoro al Cuore Sacratissimo di Gesù? Si narra nella storia della Chiesa di quell’iniquo tiranno che fu Massenzio, che a maggior tormento dei martiri, con finissima barbarie, immaginò di legare un uomo vivo ad uno schifoso cadavere, mani a mani, piedi a piedi, bocca a bocca, sì che a poco a con l’imputridire di quest’ultimo, il martire di Gesù Cristo lentamente e quasi direi a sorso a sorso bevesse la morte. Ma costoro, di questo infame tiranno sono infinitamente più barari e più inumani, perché accostandosi con immonda coscienza alla mensa eucaristica osano congiungere, con sacrilega ed empia unione, il Corpo immacolato di Gesù Cristo con un’anima macchiata di colpa mortale, innanzi ai suoi occhi divini più orribile di qualsiasi più schifoso cadavere, epperò gli recano il più grave ed il più spietato affronto. – Così adunque, voi lo vedete, intorno all’altare accade pur troppo quello stesso mistero di iniquità che accadeva sul Calvario. Là, carnefici furibondi, che si scagliavano contro il Corpo sacratissimo del Redentore, facendone crudo scempio; bestemmiatori sacrileghi, che insultavano ai suoi dolori ed alle sue umiliazioni; increduli maligni, che beffavano sarcasticamente la sua crocifissione e la sua morte. E qui, altri carnefici, profanatori delle Sante Ostie, altri empi, che bestemmiano orribilmente contro la carità di Dio, altri increduli che sogghignano a questo grande mistero. Là degli smemorati, degli Ignoranti e degli indifferenti, che dimentichi dei benefizi ricevuti, che non conoscendo Gesù, che non sentendo per Lui alcun amore. non partecipavano punto ai suoi patimenti, lo guardavano appena e poi lo lasciavano nel più villano abbandono. E qui altri indifferenti, altri ignoranti ed altri smemorati, che non sanno che farsi di questo Sacramento dì amore e ne vivono del tutto lontani. Là dei paurosi, dei deboli, degli accidiosi che pur avrebbero voluto appressarsi a Gesù, confortarlo nelle sue pene, unirsi al suo sacrificio, ma che intanto tremavano di farsi conoscere suoi discepoli, non avevano la forza di tenergli dietro, non si facevano animosamente a vincere la ritrosia della loro carne inferma. E qui altri paurosi, altri deboli, altri accidiosi, che pur sentendo di dover amare Gesù, non l’amano tuttavia come dovrebbero, vittime come sono del rispetto umano, delle distrazioni e della freddezza. – Tuttavia là, sul Calvario, accanto a questo mistero di iniquità, ne accadeva un altro di compassione e di amore. Inginocchiata appiè della Croce, e stretta alla medesima, vi era la Maddalena che si disfaceva in lagrime di dolore. Ritti presso la Croce vi erano Maria, l’eroica madre del Crocifisso, Giovanni, il discepolo prediletto, le pie donne di Gerusalemme, e questi tutti contemplavano Gesù morente, prendevano parte ai suoi dolori, si univano più che era possibile ai patimenti suoi. Or ecco la parte, che in opposizione agli oltraggiatori del SS. Sacramento, dobbiamo far noi intorno al santo altare; ecco l’atteggiamento che dobbiamo prendere, la condotta che dobbiamo tenere alla considerazione delle pene atrocissime, cui deve sottostare il Cuore di Gesù nel santo tabernacolo. È appunto a noi, o devoti del Sacro Cuore, che fra tante amarezze si volge il benignissimo Salvatore, e dopo d’averci ripetuto quelle tenere espressioni, con cui si lagnò con la sua fedele serva Margherita: « Ecco quel Cuore che tanto ama gli uomini e viene da loro sì mal corrisposto, » almeno voi, dice, almeno voi che vi dite miei devoti, porgetemi una qualche stilla di filiale consolazione. Miseremini mei, miseremini mei saltem vos, amici mei. (IOB. XIX, 21). O miei cari, è l’amoroso Gesù, che con parole sì commoventi ne cerca conforto; ci basterà l’animo di ricusarglielo? Lo costringeremo a rivolgerci quel rimprovero: Ne’ miei affanni cercai chi mi consolasse e nol trovai? Sustinui qui consolaretur me, et non inveni? (Ps. LXVIII) Ah no, no di certo! Come un figliuolo affettuoso si presenta talvolta al padre ingiuriato da un fratello, e invece di lui gli chiede scusa; come un suddito più leale si presenta al principe e gli promette maggior fedeltà in vista di altri sudditi rivoltosi; e come una sposa tratta con maggior affetto lo sposo per ricompensarlo degli affronti ricevuti da qualche villano, così noi, devoti del Sacro Cuore, per ripararlo delle freddezze, degli abbandoni e degli oltraggi di tanti cattivi cristiani, ci appiglieremo con slancio a quei mezzi, a quelle pratiche, che lo stesso Sacro Cuore ha indicato alla Beata Margherita essere le più acconce a ripararlo, vale a dire: Ogni anno ne celebreremo con grande divozione la festa, massimamente coll’accostarci alla Santa Comunione, e col fare atti di compassione, di amore e di pentimento al Sacro Cuore, oltraggiato nel Santissimo Sacramento. E questa Comunione riparatrice la faremo pure al primo venerdì di ogni mese. In ogni settimana, al venerdì, faremo qualche esercizio di pietà ad onore della Passione di Gesù Cristo. Ogni giorno faremo qualche visita devota al santo tabernacolo. E poi ci comunicheremo con la maggiore frequenza che sia possibile, faremo sovente atti di amore, ripeteremo spesso di vote giaculatorie, pregheremo incessantemente per la conversione dei poveri peccatori, e del continuo procureremo di vivere soltanto pel Sacro Cuore e nel Sacro Cuore di Gesù, offrendo a lui, come faceva la Beata Margherita, da lui ammaestrata, tutte le nostre opere, tutti i nostri discorsi, tutti i nostri patimenti, e persino le nostre ricreazioni. Per tal guisa noi consoleremo l’afflitto Cuore di Gesù, ci andremo acquistando la sua speciale benevolenza e saremo da lui favoriti delle più belle grazie. E voi, Cuore adorabile di Gesù, confermate questi nostri propositi con la grazia vostra. Dateci la forza per praticarli costantemente. Anzi accrescete sempre nei nostri cuori la fiamma di risarcirvi, tanto più perché tra coloro che malamente corrisposero al vostro amore ci troviamo anche noi. Anche noi vi abbiamo amato assai poco; anche noi vi lasciammo tanto tempo in abbandono; anche noi vi abbiamo talvolta villanamente oltraggiato. Deh! ci sia dolce da questo momento, mercé il vostro aiuto, consumare la nostra vita per voi e cancellare, se fosse possibile, col nostro sangue tutti i disprezzi recati a Voi. Ci sia caro con la vita e con la morte rendervi quell’onore e quella gloria, che vi son dovuti!

Primo fine della devozione al SACRO CUORE DI GESÙ: amarlo

Primo fine della divozione al Sacro di Gesù: Amarlo.

[Sac. A. Carmignola: IL SACRO CUORE DI GESÙ; S.E.I. Ed. Torino, 1920 – IV disc. ]

Il grande S. Agostino ha detto che la vita del cuore è l’amore: Vita cordis amor. E ciò è conforme a quel che scrisse l’Apostolo S. Giovanni: Qui non diligit manet in morte. (I Jo. III, 14) Ma in quale amore il cuore troverà la vita? Nell’amore dei beni, dei piaceri, degli onori, delle creature di questa terra? No, o miei cari. Questo amore non procaccia al cuore che affanni, agitazioni, torture, infelicità e morte. Lo stesso S. Agostino esclamava: « O Signore, tu ci hai fatti per te, ed è inquieto il nostro cuore, finché non riposi in te. » Solo l’amore di Dio, di Gesù Cristo, può renderci contenti e dare al nostro cuore la vera vita. Ora se l’amor di Dio e di Gesù Cristo (perciocché amar Dio non è altra cosa che amar Gesù Cristo ed amar Gesù Cristo è lo stesso che amar Dio) è l’unico amore, che ci rende veramente felici, certamente sarebbe già stata gran cosa, se Gesù Cristo ci avesse anche solo permesso di amarlo, perché chi siamo noi a petto di lui, maestà infinita, da pensare di poterlo amare? Ma, oh bontà immensa del Cuore! Non solo ci ha permesso di amarlo, ma lo vuole e lo brama ardentissimamente; e per assicurarsi più che gli era possibile che lo amassimo, ce ne ha fatto un formale comando: Diliges Dominum Deum tuum ex toto eorde tuo: (MATTH. XXII. 37) Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore. Anzi. questo non è soltanto uno de’ suoi comandi, ma è il primo di tutti: hoc est maximum etprimum mandatum; (MATTH. XXII, 38) e al tempo stesso il fine di tutti, perché  tutti gli altri non tendono che a preparare ed assicurare l’adempimento di questo. Più ancora, l’amor di Dio è la pienezza della legge: plenitudo legis; (Rom. XIII, 8) è il vincolo della perfezione: vinculum perfectionis, (Col. III, 14) perché non è possibile amare Iddio e trasgredire alcuno de’ suoi precetti, e chi ama Iddio non può stare unito a lui con un legame più perfetto di quello dell’amore, essendo che Dio è carità e chi sta nella carità, dice S. Giovanni, sta in Dio, e Dio sta in lui: Deus caritas est, et qui manet in caritate, in Deo manet, et Deus in eo. (Jo. IV, 16) L’amor di Gesù Cristo pertanto è per noi la cosa più essenziale, la cosa che surroga tutto, ma che nulla può surrogare, la cosa che esistendo fa riuscire tutto a bene, ma che mancando, tutto va a male, la cosa più assolutamente indispensabile. « Sì, dice l’Apostolo Paolo, quando io parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, se non ho la carità, sono come un bronzo sonante, e come un cembalo che squilla. E quando avessi lo spirito di profezia e intendessi tutti i misteri e tutto lo scibile; e quando avessi tutta la fede, talmente che trasportassi le montagne, se non ho la carità, sono un niente: e quando distribuissi in nutrimento dei poveri tutte le mie facoltà, e quando sacrificassi il mio corpo ad essere bruciato, se non ho la carità, nulla mi giova. » (1a Cor. XIII, 13) Chi non ama nostro Signor Gesù Cristo non può far parte della società dei credenti: Si quis non amat Dominum nostrum Jesum Christum sit anathema. ( I Cor. XVI, 22). Ora, o carissimi, compiamo noi questo nostro supremo dovere? Ahimè! Forse dobbiam rispondere che amiamo ogni altra cosa, ma poco o nulla quel Gesù, che dobbiamo amare sopra tutto. Ebbene a correggere questo nostro grave mancamento è indirizzata particolarmente la divozione al Sacro Cuore di Gesù. Questo è il suo primo fine. Il Divin Redentore rivelando a Santa Margherita Alacoque il suo Cuore « che tanto ha amato gli uomini » prese a gridarci gagliardamente: Ricambiatemi di amore, datemi amore, non cerco altro che amore: Ignem veni mittere in terram, et quid volo nisi ut accendatur? (Luc. XII, 49) Son venuto con questo mio Cuore a portare un’altra volta in terra il fuoco della carità, e non bramo altro se non che si riaccenda. Per raggiungere adunque il primo fine della divozione al Sacro Cuore di Gesù, facciamoci oggi a considerare quanto il Sacro Cuore sia degno di essere amato.

1. — L’amore, questo allettamento, che niuna parola può esprimere, e che ci sospinge verso un oggetto in modo da dargli noi stessi, o più ancora da trasfonderci in lui se fosse possibile, l’amore, la più incomprensibile meraviglia di nostra natura è il bisogno più profondo, più prepotente e più irresistibile del nostro cuore. Non appena spunta nell’uomo, ancor piccolo bambino, il primo bagliore della conoscenza, non appena egli può fermare l’occhio sopra alcun oggetto ed esserne lievemente colpito, la fiamma dell’amore si desta in cuor suo e col crescere della vita ingigantisce smisuratamente fino a che arrivato ad un tempo in cui dispera di poter destare altri incendi, a poco a poco sminuisce, senza però spegnersi affatto che con lo spegnersi della vita. – Ma quali sono mai le cagioni che accrescono nel cuore dell’uomo una tale fiamma? Sono tre principalmente: la bellezza, la bontà e la potenza. Anzi tutto la bellezza, questo dono grande e terribile ad un tempo, che Iddio si compiacque di spargere sulle sue creature, questo raggio di cielo, che può bene nelle anime sante sollevare in alto le lor menti e i loro cuori alla contemplazione ed all’amore della bellezza unica ed eterna, ma che, ahi ! troppo spesso, trascina le anime volgari, che sono anche la più parte, ad amori idolatri e sommamente colpevoli. In secondo luogo la bontà, che può ben suscitare un amore più ordinato e casto che non la bellezza, ma che è troppo rara quaggiù e non esercita sempre una grande attrattiva. Da ultimo la potenza, da cui con amore d’interesse si sperano favori, od alla quale nelle anime ben nate si volge l’amore di gratitudine per i benefizi già ricevuti. Ebbene, queste tre cagioni principali dell’amore si trovano tutte tre nel Cuore Sacratissimo di Gesù in sommo grado, ma di tal natura, che non possono non spronarci all’amore più giusto, più puro e più santo, per poco che ci facciamo a contemplarle con gli occhi della fede. Ed anzi tutto nel Cuore di Gesù vi è una somma bellezza. E qui non intendo parlare della bellezza esterna della persona, che forma ora l’ornamento e lo splendore del Paradiso, e che un giorno sulla terra, come dice S . Girolamo, rivelandosi nella maestà della fronte, nella serenità degli occhi, nel sorriso delle labbra, nella dolcezza del sembiante, nella grandezza ed amabilità del portamento, esercitava un fascino irresistibile sopra i cuori degli uomini, guadagnandoli al suo amor divino; io parlo soltanto e propriamente della bellezza interna del suo Cuore, bellezza, la quale spicca massimamente per gli splendori della grazia, della sapienza e della santità. – Non appena il Cuore di Gesù diede i suoi primi palpiti, per cagione dell’unione ipostatica, furono palpiti dati subito nella pienezza della grazia. No, in essa la grazia non sopravvenne quale cosa accidentale, ma dalla Persona divina fluendo nella natura umana, vi si trovò tosto sostanzialmente e necessariamente. Cosicché in quel Cuore santissimo fin dal primo istante della sua esistenza, inabitandovi la pienezza della divinità, vi fu tosto la bellezza della divinità medesima. Ma oltre di ciò, perché questo Cuore era della nostra stessa natura, doveva partecipare altresì alle perfezioni, che il nostro cuore può avere. E poiché la più bella perfezione che possa avere il cuor nostro, è la grazia santificante, che lo rende oggetto di compiacenza agli occhi di Dio, così anche nel Cuore di Gesù Cristo, avverandosi la parola del profeta: Requiescet super eum Spiritus Domini, (Is. XI, 1) si posò lo Spirito Santo e vi riversò senza misura tutte le ricchezze ineffabili della grazia santificante. – Ed insieme coi tesori della grazia vi sono pure in Lui tutti i tesori della sapienza e della scienza di Dio: In quo sunt omnes thesauri sapientiæ. et scientiæ Dei absconditi. (Col. II, 3). In Lui la conoscenza intima di Dio, del suo essere, della sua unità, delle sue perfezioni, delle sue operazioni intime, della sua vita, di tutto ciò insomma che per noi è profondissimo mistero; in Lui la conoscenza di tutti i tempi presenti, passati e futuri, di tutti gli esseri che esistettero che esistono ed esisteranno, di tutta la natura e di tutte le sue forze più latenti e più misteriose. In lui la conoscenza di tutti gli Angeli del Cielo dall’infimo dell’infima gerarchia al più alto della gerarchia più alta, di tutti gli uomini dal principio sino alla fine del mondo, di tutti i loro cuori, di tutti i loro pensieri, di tutti i loro sentimenti, di tutti i loro affetti, di tutte le loro opere, di tutte le loro parole, di tutte le grazie che ricevono, e di tutte le colpe che commettono; in Lui insomma la conoscenza infinita di tutto ciò, che è finito e di ciò eziandio che è infinito. Epperò ben a ragione contemplando questo Cuore Santissimo di Gesù, raggiante dell’infinita sapienza di Dio, si ha da esclamare: O profondità delle ricchezze, della capienza e della scienza divina! 0 altitudo divitiarnm sapientiæ et seientiæ Dei! (Rom. XI, 33) – Ma ciò non è ancor tutto, perciocché il Cuore di Gesù così bello per i tesori della grazia e della sapienza, non lo è meno per quelli della santità. In Lui la santità è la più sublime che si possa immaginare; è desso .per eccellenza il Cuore santo, innocente, senza macchia, segregato dai peccatori: Sanctus, innocens, impollutus, segregatus a peccatoribus. (Hebr. VII, 26) Sebbene nella sua immensa bontà per noi esso abbia voluto farsi in tutto e per tutto simile al cuor dell’uomo, in questo solo tuttavia ha fatto eccezione, e non ebbe mai sopra di sé neppur l’ombra della più piccola colpa. Oh! Ben sicuramente egli poté volgersi ai suoi nemici e lanciar loro questa nobile sfida: Chi di voi mi accuserà di peccato? Quis ex vobis arguet me de peccato? (Jo. VIII, 46) perché in tutta la sua vita di trentatrè anni, pur facendo libero esercizio della libertà, fin dal primo istante della sua concezione, né contrasse né conobbe mai che fosse la colpa. Oh santità! Oh bellezza meravigliosa! 1 santi, che nel corso di loro vita corrisposero fedelmente all’azione della grazia divina, già ci appaiono ben degni della nostra ammirazione; ma che cosa sono essi mai, anche uniti tutti assieme, in confronto della santità del Cuore adorabile di Gesù Cristo? Neppur tutto lo splendore degli Angeli del Paradiso vale a darci un’idea della bellezza di questo Cuore, perché negli Angeli del Paradiso, per quanto perfetti, Iddio trova delle macchie: In Angelis suis reperit pravitatem; (IOB. IV, 18) ma nel Cuore di Gesù invece il Divin Padre, rivolgendo lo sguardo, trova l’oggetto di tutte le sue compiacenze: Ecce Filius meus dilectus, in quo mihi bene complacui. (MATT. XVII, 5). Ma se il Cuore Sacratissimo di Gesù è già così amabile per la sua bellezza, chi potrà dire quanto lo sia per la bontà? Immaginate pure quanto vi ha di più tenero, di più sensibile, di più delicato, di più magnanimo; immaginate un cuore, che non possa vedere una lagrima senza commuoversi, che non possa guardare un misero senza intenerirsi; immaginate un cuore, che sia ripieno di tutte le impazienze e di tutte le sollecitudini per amare, e che nell’amare non si arresti né per indifferenze, né per rivolte, né per tradimenti, né per ingratitudini, che anzi abbandonato, vilipeso, disprezzato da coloro che maggiormente ha amati, provi il bisogno di amarli ancora; immaginate un cuore, che pieno di ogni ricchezza doni tutto quello che ha, e poi rimpianga di non poter dare di più, e vagheggi di sopravvivere nell’amore e vada perciò ricercando mille industrie per amare sempre, in ogni tempo, da per tutto, tutti gli uomini del mondo; tuttavia non arriverete che a raffigurarvi assai pallidamente la bontà del Cuore Sacratissimo di Gesù Cristo. I Santi non sapendo altrimenti darcene una idea, la dicono bontà d’un cuore di padre, di sposo e di amico. E questi sono pure i titoli con cui, a significarci la bontà del suo Cuore, Gesù Cristo o si è chiamato Egli stesso o si fece chiamare dalle Sante Scritture. Ed invero la sua bontà è veramente quella di un padre, perché è Egli che venne nel mondo per darci la vera vita e darcela abbondantemente: Ego veni ut vitam habeant et abundantius habeant. ( Jo. X, 10) E come un padre terreno, che non pago di aver concorso a dar la vita fisica ai figliuoli, si travagli a ancora per dare agli stessi la vita morale, così Gesù Cristo, dopo di averci data la vita della grazia, continua ad accrescerla in noi con la ricchezza de’ suoi tesori celesti è col provvederci incessantemente tutti gli aiuti che ci abbisognano, perché abbiamo a raggiungere il nostro fine. E che dire della tenerezza di questo Cuore veramente paterno verso i figli che più ne abbisognano? Durante la sua mortal vita è propriamente ai figliuoli più rozzi, più meschini, più infelici, che Egli rivolgeva di preferenza le attenzioni amorose del suo Cuore. E con quanta bontà trattava le turbe, benché così incostanti nel seguirlo! Con quanta bontà trattava gli Apostoli, benché così difficili ad essere ammaestrati e così tardi di cuore a prestargli fede! Con quanta bontà trattava i poveri, gl’infermi, i lebbrosi, benché così piagati? ributtanti! Con quanta bontà trattava i peccatori! Questi uomini avviliti, che dalla superbia de’ Farisei erano crudelr_:e condannati, nel suo Cuore pieno di compassione trovavano sempre un sicuro rifugio; e per assicurarci viemeglio di ciò, egli dipingeva il Cuor suo sotto l’immagine del cuore di un padre, che si strugge dalla gioia nel riabbracciare il suo pentito figliuolo. – La bontà del Cuore di Gesù è la bontà di un cuore di sposo. Pel mistero della grazia Egli si unisce alle anime nostre con uno sposalizio assai più perfetto, che non siano le nozze nell’ordine naturale. Ed unito per tal guisa ad un’anima, chi sa dire le finezze di bontà, che le prodiga? Come uno sposo indovina i desideri della sposa, ed amandola, prontamente l’appaga, così fa il Cuore di Gesù con le anime sue dilette. Egli legge in fondo al loro essere i bisogni che hanno, e con l’abbondanza delle sue grazie si fa premuroso a soddisfarli. Egli si intrattiene sempre con esse e del continuo le ispira al bene, le conforta nei pericoli, le consola negli affanni, le inebria in ogni circostanza di infinite dolcezze. Oh! è bensì vero che il mondo materiale e miscredente non sa, non intende, non crede neppur possibili queste relazioni così intime e così sublimi tra Gesù Cristo e le anime, che lo amano; ma con tutto ciò non lasciano di esser vere e di  rivelare la bontà immensa del Cuore di Gesù per noi. E se interrogassimo le anime sante, come quelle di una sant’Agnese, di una santa Catterina da Siena, di una santa Teresa di Gesù, di un S. Bernardo, di un S. Filippo Neri, di un S. Francesco Saverio e di mille altri  serafini d’amore che gustarono vivamente le delizie dello Sposo divino, ce ne direbbero senza dubbio delle meraviglie. – La bontà del Cuore di Gesù è ancora bontà di cuore d’amico. « Chi ha trovato un vero amico, ha trovato un tesoro, » dice lo Spirito Santo. Ed invero se tu hai un vero amico, hai chi riceve nel cuore i tuoi segreti e li custodisce, chi ti consiglia nei dubbi, chi ti aiuta nelle necessità, chi ti sostiene nei pericoli, chi ti ristora in tutta la vita, chi vive anzi per te stesso ed è pronto a sacrificarsi per te. Ma tal amico, oh quanto è difficile trovarlo tra gli uomini! Molti saranno coloro, che ti si spacceranno per tali, ma alla più piccola sventura che t’incolga, non tarderai a riconoscere la loro ipocrisia. Il Cuor di Gesù invece è il cuore di un amico vero, di un amico fedele, di un amico generoso. E chi andrà a confidare i suoi segreti a questo Cuore Santissimo col timore che gli siano svelati? Il Cuore del sacerdote, che nel Sacramento della penitenza rappresenta il Cuore di Cristo, è a somiglianza di uno di quei pozzi che vi sono sulle montagne, nei quali gettata entro una pietra, non sarà possibile cavamela fuori più mai. E chi ricorrerà per consiglio, per aiuto, per sostegno al Cuore di Gesù e non avrà tosto quanto egli brama? Un giorno Egli si fece vedere dal tabernacolo a S. Giovanni Berchmans con una corona di rose in mano, simbolo delle sue grazie, e gli disse che era pronto a donarle a chiunque si fosse appressato a domandargliene. E quando è mai che il Cuore di Gesù ci abbandoni? Porse nella povertà? Forse nel disonore? Forse nell’abbandono degli uomini? Forse nel carcere? Forse sul patibolo? Forse in vita? Forse in morte? Ah! mai e poi mai Gesù non ci abbandona: Egli ci sta sempre dappresso, anche allora che noi rifiutiamo la sua amicizia, anche allora che siamo in peccato, Egli si avvicina al nostro cuore e batte con le sue grazie per poterci rientrare. E infine che cosa non ha fatto per noi questo amico generoso? Lo stesso Gesù ha detto, che non vi ha carità maggiore di colui, che dà l a sua vita per i suoi amici: ed Egli la diede, ma ciò che è più meraviglioso, non per i suoi amici, ma per i suoi nemici, quali sono gli uomini per il peccato. Egli infine nel Sacramento dell’amore trovò il modo di restar sempre in mezzo a noi, di farsi persino il cibo delle anime nostre! Oh amico senza confronto! Oh bontà veramente ineffabile! – Chi è adunque, che non amerà un cuore così bello, così buono, epperò così amabile? Se anche da lontano noi intendessimo esservi una persona ammirabile per queste doti, non è egli vero che, anche senza conoscerla, noi ci sentiremmo dolcemente forzati ad amarla? E il Cuore di Gesù, ripieno di bellezza, di bontà infinita, sarà da noi così poco amato? Oh Dio! esclama sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Gesù che solo è amabile, Egli solo par che sia il mal fortunato con noi, non potendo giungere a vedersi da noi amato, come se non fosse abbastanza degno del nostro amore! È  così le fragili bellezze, le meschine bontà delle creature hanno maggior forza per guadagnare i nostri cuori, che non abbia il Cuore Santissimo di Gesù! Questo è quel che faceva piangere le Rose di Lima, le Caterine di Genova, le Terese, le Marie Maddalene de” Pazzi, le quali, considerando queste ingratitudini degli uomini, esclamavano piangendo: « L’amore non è amato! L’amore non è amato! » Orsù adunque, se vogliamo corrispondere degnamente al fine della divozione al Sacro Cuore, finiamola una volta con quegli amori delle creature, che non fanno altro che deturpare e gettare in affanno le anime nostre; amiamo soltanto più questo Divin Cuore, nel cui amore le anime nostre si faranno belle e buone della sua stessa bellezza e della sua stessa bontà.

II. — E ciò è richiesto dal nostro stesso interesse. Il mellifluo S. Bernardo oltre al chiamare il Cuore di Gesù Cuore di fratello e di amico, lo chiama altresì Cuore di re: Cor E ben a ragione, perché Gesù Cristo è re davvero, onde disse Egli stesso a Pilato: Rex sum ego. ( Jo. XVIII, 37). Ma Egli è re che regge realmente, re che ordina, governa e comanda con ogni potere tutto quanto il creato. Così ancora dichiarò Egli ai suoi apostoli: Data est mihi òmnis potestas in cœlo et in terra: (MATT. XXVIII, 18) A me è stata conferita ogni potestà in Cielo ed in terra. E come non sarebbe così, se Egli è Dio creatore e padrone assoluto degli Angeli, degli uomini, e di tutti quanti gli altri esseri creati? Ma perché non ne dubitassimo punto, durante la sua mortal vita Egli ce ne diede le prove più grandi. Alle nozze di Cana in Galilea, dando principio alla serie dei suoi strepitosi miracoli, comandò all’acqua di diventar vino, e l’acqua obbedì facendosi vino generoso. Sul lago di Genezaret addormentato a poppa di una nave, allorquando la tempesta mugge e minaccia di sommergerla, al grido degli Apostoli atterriti si desta; comanda ai venti ed al mare di ricomporsi in pace, e questi gli obbediscono e torna la calma perfetta. Nel deserto le turbe, che da più giorni lo seguono, mancano di cibo e stanno per venir meno, ma Egli comanda ad alcuni pani e a pochi pesci di moltiplicarsi e questi obbediscono e bastano a satollare migliaia di persone. Nei borghi, nei villaggi, nelle città dove Egli passa, sono recati a Lui sulle pubbliche piazze infermi d’ogni maniera perché li guarisca, ed Egli comanda alle infermità di lasciarli in salute, e le infermità obbediscono alla sua voce e se ne vanno; ed ecco i sordi che odono, i ciechi che vedono, gli storpi che si drizzano, i paralitici che si alzano dai loro letti e lo portano via sulle spalle, i lebbrosi che sono mondati, gl’infermi d’ogni malattia che sono sanati. Né solamente sulle infermità Gesù Cristo fa sentire il suo potere, ma ancora sulla morte istessa, ed al suo comando l’unico figlio della vedova di Naim, la figlia di Giairo, ed il fratello di Marta e Maddalena, dopo d’essere stati vittime della morte, riprendono la vita e risuscitano. Gli stessi demoni così superbi, così potenti cogli uomini, diventano piccoli e miserabili dinanzi a questo Re dell’universo, ed al suo imperioso comando escono frementi di rabbia dal corpo degli ossessi e se ne vanno dove egli li rilega, nel corpo di vili animali. E quale è poi la potenza che egli esercita a suo riguardo? Davanti a coloro che lo vogliono lapidare ei si rende invisibile; innanzi ai suoi Apostoli prediletti si trasfigura diventando col volto più fulgido del sole e colle vesti più candide della neve; a coloro che vanno per catturarlo dice una parola soltanto ed essi cadono tutti all’indietro. Sul Calvario poi inchiodato sulla croce, non sembrando più altro che la debolezza in persona, pur fa tremare la terra ed oscurare i cieli, fa che si spezzino le rocce, si aprano i sepolcri, risuscitino i morti, si squarci il velo del tempio, sicché gli stessi suoi crocifissori dicano, battendosi il petto: Vere Filius Dei erat iste! (MATT. XXVII, 40). Ah! costui era veramente Figlio di Dio. E da ultimo per sua propria virtù risorge trionfante da morte e dopo essere rimasto ancora quaranta giorni con i suoi Apostoli se ne sale al Cielo. Quali prove adunque della potenza del Cuore di Gesù Cristo? Sì, del Cuore; perché l’onnipotenza spontanea che Gesù Cristo dimostra non è altro se non l’effetto dell’amore e della misericordia per gli uomini. Tutti i miracoli da Lui compiuti sono atti di beneficenza, atti che mirano a prevenire od a togliere le sventure, atti che hanno per iscopo di trasformare le anime e di salvarle, di trarre a sé le menti ed i cuori, degli uomini, atti perciò che inducono le moltitudini a circondarlo, sia per fare appello fiduciosamente al suo potere, sia per rendergli grazie dell’esperienza, che già ne hanno fatta. – Ma la potenza del Cuore Sacratissimo di Gesù non si è ora abbreviata; epperò tutto quello che Egli fece nella sua mortal vita, e mille volte di più, Egli è pronto a fare ora e sempre per il bene delle anime nostre e per guadagnarsi l’affetto dei nostri cuori. Sì, certamente ora non sempre ad ogni nostra invocazione opererà un miracolo, perché ciò non è affatto necessario, benché se fossero tutti conosciuti quelli che opera anche oggidì in tutto il mondo, si vedrebbe non essere per nulla inferiori di numero e di grandezza a quelli operati un giorno nella Palestina. Ma per darci all’amore del Cuore di Gesù Cristo abbiamo noi bisogno di miracoli? Non ci basta il sapere che Egli può scamparci dai pericoli del corpo e dell’anima? Che Egli può guarirci dalle nostre malattie o darci la pazienza di sopportarle? che Egli può soccorrerci nelle nostre sventure o darci la forza per assoggettarvici con rassegnazione e con merito? Che Egli può liberarci dalle tentazioni del demonio od assisterci, perché ne siamo vincitori? che Egli può domare le nostre cattive inclinazioni e farci santi? Un giorno Gesù parlando a Santa Margherita le disse: «Non temere, o mia diletta, perché tu non mancherai di soccorso, se non quando questo mio Cuore mancherà di potenza. » Or queste confortanti parole il Divin Redentore rivolge ancora a noi tutti, suoi devoti. E siccome la potenza del Cuore di Gesù non verrà meno in eterno, perciò dobbiamo ritenere, che Egli sempre eserciterà a pro delle anime nostre il suo infinito potere, purché noi ce ne rendiamo degni col nostro sincero amore per Lui. Coraggio adunque, o carissimi, quando la bellezza e la bontà del Sacratissimo Cuore non bastassero ancora ad indurci al suo amore, ci sproni almeno il nostro interesse, nella considerazione della debolezza nostra e della sua potenza; amiamolo questo Cuore Santissimo, almeno per gli aiuti che ce ne possono venire, epperò d’ora innanzi ripetiamo sempre efficacemente: Diligam te, Domine, fortitudo mea; (Ps. XVII, 1) o Cuore Santissimo di Gesù, Signore del Cuor mio, io vi amerò, perché voi siete la mia forza. –

III. Ma non basta, o miei cari, che noi ci risolviamo di amare il Cuore di Gesù, o che diciamo di amarlo È necessario che lo amiamo di fatto con un amor vero. E perché il nostro amore sia tale, fa duopo anzi tutto che sia un amore attivo, fecondo di buone opere e di generosi sacrifici. No, non sono parole che il Cuor di Gesù cerca da noi, ma opere: non… verbo et lingua, sed opere et veritate, ( I Jo. III, 18) perché prova dell’amore è l’esibizione dell’opera; non sono preghiere soltanto, che Egli vuole da noi, benché anche queste gli siano tanto care, ma l’adempimento della sua santa volontà, giacché questa è la livrea, a cui si riconoscono i suoi veri amanti: qui habet mandata mea et servat ea, illi est qui diligit me; (Jo. XIV, 15) no, non sono unicamente tenerezze affettuose ed amorose compiacenze, che Egli richiede da noi, benché anche queste gli tornino gradite, ma fatti veri e reali nell’esecuzione precisa di tutti i suoi santi precetti. Non basta. Per amare il Cuore di Gesù bisogna sottostare alla fatica per Lui, soffrire per Lui, bramare che ci manchi qualche cosa per Lui, gradire le malattie o qualche disgrazia per Lui. Chi ama, deve abbracciare con gioia anche i tormenti e le sofferenze pel diletto. Oportet amantem omnia dura et aspera propter dilectum libenter amplecti. (Imit. 1. III, c. V) E colui che non è pronto a patir e ad abbandonarsi interamente alla volontà di colui che ama, non merita di essere chiamato amante: Qui non est paratus omnia pati, et ad voluntatem stare dilecti, non est dignus amator appellari. (Ibid.) Or ecco perché i Santi tanto anelavano di patire, e un S . Francesco d’Assisi giubilava in mezzo alla penuria ed alla nudità; e un S. Giovanni della Croce domandava per compenso a Gesù di patire ed essere disprezzato per Lui: e una S. Teresa esclamava: O patire, o morire: e una S. Maria de’ Pazzi soggiungeva: Patire e non morire. Tutto ciò era effetto dell’amor vero, che nutrivano in cuore per Gesù Cristo. In secondo luogo, per amare il Cuore di Gesù di un amor vero, bisogna amarlo di un amor sovrano. Con ciò non s’intende già di dire che lo dobbiamo amare di un amor esclusivo, cioè senza amar affatto il prossimo; il pensar ciò sarebbe un’empietà ed una pazzia. Gesù Cristo anzi ci ha insegnato e con le parole e con l’esempio, che amare il prossimo è precetto simile a quello di amare Iddio; ma nel tempo stesso ci ha appreso ancora che il prossimo dobbiamo amarlo in Dio, con Dio e per Iddio, e che, per quanto vivo e tenero sia l’amor nostro verso del prossimo, deve sempre essere sovranamente superato dall’amor di Dio. Chi ama il padre o la madre, ha detto Gesù Cristo, chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me: Qui amat patrem aut matrem plusquam me non est me dignus; et qui amat filium aut filiam super me, non est me dignus. (MATT. X, 37) Il Cuore di Gesù adunque vuol essere amato sovranamente. Ed è questo l’amore con cui noi lo amiamo? O non vi sarebbero invece nel cuor nostro degli amori, che eclissano l’amore di Gesù Cristo! Non vi sarebbe in noi la stolta pretesa di mettere a paro l’amore di Gesù Cristo con quello delle creature? Di dare un po’ del cuor nostro a Lui e il resto agli amici e ai beni del mondo? Ah! il Cuore di Gesù, santamente geloso, di questa ingiustissima divisione troppo resterebbe afflitto! Egli vuole assolutamente, che neppure un affètto solo non sia ordinato a Lui. È quello che assai chiaramente fece conoscere alla sua dilettissima S. Rosa di Lima. Questa santa verginella erasi già distaccata da tutto il mondo e non viveva più ad altro che a Dio in continue orazioni. E volendo talora sollevarsi qualche poco dalle sue lunghissime contemplazioni, si tratteneva a coltivare ed innaffiare una pianta di basilico; ed essendo già cresciuta fronzuta e bella si godeva l’innocente piacere di guardarla qualche volta. Quando un dì tornata essa a rivedere il suo basilico, vide rovesciato il vaso, sparsa qua e là la terra e sfrondata la pianta. E a questa vista, ohimè! disse la Santa, chi mi ha così rovinato il mio caro basilico? E in questo dire girando gli occhi, vide dinnanzi a sé  il divin Salvatore Gesù, che tutto accigliato e fosco le rispose: « Sono io, che ho strappato il basilico, perché non voglio che veruno de’ tuoi affetti sia dato ad altro che a me. » A tali parole si confuse la Santa, e gettatasi per terra chiese perdono a Gesù del suo fallo. Ora, o carissimi, se dispiacque a Gesù quell’affètto così innocente per una pianta, come potrebbero piacergli quegli amori, con cui noi amiamo le creature e i beni del mondo a preferenza di Lui? Come anzi non ne sarebbe sommamente sdegnato? Ah! per professare al Sacratissimo Cuore una vera divozione, gridiamo adunque efficacemente come gridava S. Francesco di Sales: « Se io sapessi che nel mio cuore vi è una sola fibra che non fosse per Iddio, me la vorrei tosto strappare e gettarla lontano come un veleno. » Imitiamo l’esempio de’ Santi, che sono stati pronti per amore di Gesù, a sacrificare anche gli amori più vivi e più teneri, di padre, di madre, di figlio, di sposo, di amico, sempre che questi amori non potevano conciliarsi coll’amore di Gesù Cristo. E se fosse necessario, siamo pronti come i martiri a sacrificare piuttosto la vita, anzi che rinnegare l’amore di quel Dio, che nel Cuore di Gesù si mostra degno del nostro sovrano amore. Finalmente il Cuore di Gesù per essere amato di un amor vero deve essere amato di un amore costante. Pur troppo, o miei cari, riandando la vita passata vi saranno non pochi tra di noi, che già avanzati negli anni, come S. Agostino dovranno dire: Signore Gesù, assai tardi ti ho conosciuto, assai tardi ti ho amato; Sero te cognovi, sero te amavi. E in questo caso che altro dovremmo fare per l’avvenire, se non imitare quei Santi, che pur avendo offeso Iddio con gravi peccati, si fecero a ripararli con l’amor penitente, con le lagrime della contrizione? Ma chi sa pure quanti altri, giovani ancora, andranno forse dicendo in cuor loro: Più tardi, quando i ghiacci dell’età avranno raffreddato i nostri sensi, quando la vita sarà logora, quando in essa non vi sarà più nulla per il mondo, più nulla per il piacere, più nulla per le passioni, allora approfitteremo della calma dei nostri vecchi anni per amicarci con Gesù Cristo e dargli il nostro amore! Oh se mai ve ne fossero: Giovani, griderei, non siate così insensati da gettare il fior di vostra vita. Indarno correte in cerca di felicità nei piaceri del mondo e nella soddisfazione dei sensi. Gli amori terreni non susciteranno in voi che affanni ed amarezze; e il più crudo disinganno non tarderebbe a mostrarvi quanto vi siate avviliti. Ma siamo noi giovani, siamo noi vecchi, se Dio ci ha fatto la grazia, massime nella divozione al Sacro Cuore di Gesù, di conoscerlo e di cominciare davvero ad amarlo, deh! non cessiamo di amarlo un istante solo. Amiamolo oggi e amiamolo domani, amiamolo di giorno e amiamolo di notte, amiamolo nella pace e amiamolo negli affanni, amiamolo nella prosperità e amiamolo nelle cose avverse, amiamolo nella gioia e amiamolo nel dolore, amiamolo sempre, amiamolo eternamente. Anche noi con l’Apostolo Paolo ripetiamo: « Chi ci separerà dalla carità di Cristo? La tribolazione, l’angoscia, la fame, la nudità, il pericolo, la persecuzione, la spada? Io son sicuro che né la morte, né la vita, né gli Angeli, né i principati, né  le virtudi, né  il presente, né l’avvenire, né la violenza, né ciò che è in alto, né ciò che è al basso, né qualsivoglia creatura potrà dividerci dalla carità di Dio, la quale è in Cristo Gesù Signor nostro. » (Rom. VIII, 35-39). Che anzi studiamoci incessantemente di accrescere pel Cuore di Gesù il nostro amore. No, quando si tratta di amare quel Cuore, che tanto ci ha amato, non bisogna mai dire: Basta. Quando pure avessimo sostenute tutte le malattie di S. Liduina, quando avessimo sofferto come san Francesco di Assisi i dolori della crocifissione, quando avessimo fondato come S. Teresa trentadue monasteri, quando avessimo procacciata la pace alla Chiesa come S. Caterina da Siena, quando avessimo convertito intere nazioni come san Francesco Saverio, quando avessimo faticato come S. Paolo ed amato come S. Giovanni, pensiamo e confessiamo, che non abbiamo ancor fatto nulla, in confronto di quello che ci resta a fare, per amare il Cuore di Gesù Cristo, come merita di essere amato. Ad ogni modo troviamoci sempre con tali vampe in cuore, che alla domanda del Cuore di Gesù: « Mi ami tu veramente? » possiamo rispondere come S. Pietro: « Signore, tu sai il tutto: e tu conosci che io ti amo. » ( Jo. XXI, 15-17). Sì, o Cuore Sacratissimo, voi sapete il tutto e vedete come nel cuor nostro vi sia almeno il desiderio di amarvi. Eccoci dunque interamente a voi. Si chiudano per sempre questi nostri occhi, se cercheremo le nostre compiacenze in altra bellezza, e bontà fuorché nella vostra. Si inaridisca per sempre la nostra lingua se cesserà di invocare il vostro possente aiuto. Si estingua in noi ogni alito di vita, se non faticheremo, se non soffriremo, se non vivremo sempre per voi. Aiutateci, o Cuore Divino, a restar fermi nei nostri propositi. Dateci la grazia di amarvi davvero come meritate di essere amato, affinché ciascuno di noi possa sempre ripetere con gioia: Dilectus meus mihi, et ego illi: (Cant. I, 16) il mio diletto a me, ed io a Lui, in vita ed in morte, in terra ed in cielo, ora ed in eterno.

 

Oggetto adorabile della divozione al SACRO CUORE di GESU’.

Oggetto adorabile della divozione al Sacro Cuore di Gesù.

[Sac. A. Carmignola: IL SACRO CUORE DI GESÙ; S.E.I. Ed. Torino, 1920 – III disc. ]

Iddìo è il primo principio di tutte le cose create e di tutte il conservatore. E poiché ad ogni persona dotata di qualche dote eccellente devesi onore, perciò devesi onore a Dio, perché vi ha in Lui un’eccellenza infinita, che a noi si manifesta specialmente con quella somma onnipotenza ed immensa bontà, con cui dà l’essere a tutte le cose e a tutte le mantiene. Ora l’onore a Dio dovuto gli si offre per mezzo della religione. – Ma l’uomo rispetto alla Religione, come dimostra purtroppo la storia dei passati secoli, non è altro che un povero bambino. Quando il bambino ha fame e la madre non gli è là per dargli il seno, egli allora approssima alla bocca qualsiasi cosa che gli cada sotto la mano, e la divora e la inghiottisce come fosse un alimento di vita, ancorché al contrario fosse veleno e gli recasse la morte. Così rispetto alla religione avviene per l’uomo, allorché si trova fuori della vera Chiesa. Lungi da questa madre divina, la sola che gli offra il vero mezzo di porsi in intima comunicazione con Dio, sospinto dalla fame che di ciò naturalmente ha in cuore, egli converte stupidamente qualsiasi cosa in Dio, si fa de’ falsi dei, si abbandona ad onorarli come fossero il vero Dio, e per dirlo in breve, cade nell’idolatria, cioè nell’aberrazione più abusata dello spirito e del cuore umano. Or bene, o miei cari, lo credereste? Questo delitto così orribile venne pure attribuito da taluni ai devoti del Sacro Cuore di Gesù. Sì, nello stabilirsi del culto al Sacratissimo Cuore non mancarono certi spiriti beffardi, i quali facendosi a schernire i sapientissimi seguaci di questo culto istesso, chiamaronli col nome di cardiolatri, di cordicoli, di adoratori di un viscere. Certamente non vi sarebbe bisogno di far conoscere a voi la falsità di questa accusa. Tuttavia, per rassodarvi sempre più nel culto che rendete al Sacratissimo Cuore, io voglio mostrarvi oggi come l’oggetto di questo culto, sotto qualsivoglia aspetto può considerarsi, vuol essere adorato, e come perciò non è se non con infallibile sapienza che la Chiesa ci invita a rendere tale omaggio al Cuore di Gesù, dicendo: Cor Jesu, charitatis victimam, venite adoremus.

I. — Dio è amore, dice S. Giovanni: Deus charitas est. (I Joan. IV, 8) L’amore è la sua essenza, la sua vita, la sua legge. Contemplando se stesso Egli si vede infinitamente bello, infinitamente buono, opperò infinitamente degno di essere amato; e con uno slancio, che dura da tutta l’eternità, Egli si volge a se stesso ad amarsi d’amore infinito. Ma questo Dio, tutto amore, non solo ama se stesso, ma ama ancora tutte le sue creature. O Dio, esclama il Savio, tu ami tutte le cose che esistono, ed avendole tu fatte non ne odii alcuna: Diligis omnia quæ sunt, et nihil odisti, eorum, quæ fecisti (Sap. XI, 25). Come ciò avvenga non è facile spiegarcelo, perché se si segue la sentenza di S. Dionisio, che ciò che ama Dio nelle sue creature è quella parte di sua bellezza e di sua bontà che in esse ha posto, come non seguire altresì quella dell’Angelico S. Tommaso, il quale asserisce che questa parte di bellezza e di bontà sono già effetto dell’amore di Dio? Ma comunque sia la cosa, ciò che è indubitabile si è, che Dio ama le sue creature. E poiché tra le sue creature tengono un posto principalissimo gli uomini, che Egli ha fatti a sua immagine e somiglianza, è certissimo altresì, che agli uomini porta un amore specialissimo. E chi può dubitarne? – Ascolta bene, o uomo. Tu non esistevi ancora, non esistevano ancora i padri tuoi, anzi non eranvi ancora il cielo, la terra, gli Angeli, e Dio già ti amava, e ti amava da tutta l’eternità. Sì, da tutta l’eternità ti aveva concepito nella sua mente, ti teneva innanzi a sé, pensava a te, a crearti, a farti del bene, ad annoverarti tra i suoi fratelli, tra i figli di Dio, tra gli eredi del cielo, a illuminarti con l’insegnamento delle verità celesti, a confortarti con le sue grazie, ad aiutarti in ogni guisa, perché un giorno avessi poi ad essere con Lui unito per sempre. Così ti amava Iddio. Ma vi era forse in te alcun merito a tanto amore, oppure aveva Iddio alcun obbligo di così amarti? Mai no. Tuttavia Egli ti amò gratuitamente e di amore eterno: In charitate perpetua dilexi te. (IER. XXXI, 3). – Ma ecco che questo Dio che nel suo pensiero ti amava da atta l’eternità si pone per te ad attuare i suoi disegni d’amore. Per te crea il mondo con tutte le sue meraviglie e per te lo conserva. Per te incessantemente somministra alle creature la forza che le sostiene e la costanza che le fa resistere; per te fa spuntare il sole sull’orizzonte, fa brillare le stelle, fa discendere le piogge, fa vivere gli animali, fa germogliare le piante e produrre i frutti, per te insomma apre la sua mano divina a spargere su tutti gli esseri la sua benedizione e a diffondere nei medesimi la vita. E poi con le sue stesse mani prende la creta e forma il tuo corpo, e dalla sua bocca spira in te l’alito di vita. E con quest’alito ti dà l’intelletto, la volontà, la libertà, la memoria, l’immaginazione, i1 cuore, il pensiero, la parola e tanti altri doni che formano di te il re della creazione. Più ancora, Egli ti innalza ad uno stato meraviglioso e soprannaturale, sicché gli Angeli fuori di sé per lo stupore, vanno chiedendo a Dio: E chi è mai l’uomo che tu hai fatto sì grande, ed al quale hai rivolte tutto le tenerezze del tuo cuore? Quid est homo quia magnificas eum? aut quid apponis erga eum cor tuum? (IOB. VII, 17) Ma ciò non è tutto. Poiché sgraziatamente per la colpa sei caduto dalla tua grandezza, e sei precipitato in un abisso di miserie, per rialzartene impone al suo Figlio Divino di lasciare il cielo, venire in terra, di farsi uomo e di sacrificarsi per te. Ed eccolo, questo Divin Figlio, obbediente alla voce del suo divin Padre, nascere in una povera stalla e fra gli orrori di una cruda stagione, eccolo sottostare alle persecuzioni di un re geloso e pigliar la via dell’esilio, eccolo menare la vita prima tra gli stenti e tra le fatiche nell’umile bottega di un fabbro falegname, e poi tra l’ingratitudine, il disprezzo, e le minacce di uomini protervi ed invidiosi; eccolo oppresso dal timore, dal tedio, dalla tristezza mortale agonizzare e sudar sangue in un orto; eccolo dopo aver passato tra un popolo facendo del bene e dando a tutti gli infermi la sanità, lasciarsi catturare come vile malfattore, trascinare carico di catene dall’uno all’altro tribunale, flagellare orrendamente a sangue, incoronare di spine e condannare iniquamente a morte; eccolo al fine, portata Egli medesimo la croce sulla cima di un monte, lasciarsi affiggere ed inalberare su di essa, e su di essa dopo aver agonizzato per tre ore in un mar di tormenti, spirar l’ultimo fiato. Oh amore! oh amore! Ben ha ragione l’Apostolo S. Giovanni di esclamare: Sic Deus dilexit mundum ut Filium suum unigenitum daret. (III, 16) Ma pure ciò non basta ancora. Perciocché questo Figlio Divino, che dopo essersi sacrificato per noi sulla croce, deve risorgere e salire al cielo per preparare lassù un luogo anche a noi, prima di salirvi Egli trova il modo di rimanere in mezzo a noi con la sua reale presenza sino alla fine del mondo, di perpetuare tra di noi il sacrificio di se stesso al suo Divin Padre per la nostra salute, di diventare il cibo spirituale e celeste delle anime nostre. O Santissima Eucarestia, non ci parli tu in modo sopra ogni altro eccellente dell’amore immenso di Dio per noi? Sì, senza dubbio, per te tutti gli amori sono vinti; per te, Iddio ha esaurite le ricchezze della sua bontà; per te ci ha dato tutto ciò che poteva darci: Sic Deus dilexit! – Or bene, o miei cari, di questo immenso amore di Dio per noi è simbolo per l’appunto il Sacratissimo Cuore di Gesù. Epperò questo Cuore Sacratissimo, quando pure non fosse altro che il segno simbolico di quest’amore, giustissimamente sarà da noi adorato, perché in sostanza l’adorazione nostra avrà per oggetto supremo alcunché di divino. Forse che gli uomini, e coloro medesimi che insultano le pratiche del culto cattolico, non tributano ancor essi un qualche culto a quei segni che ci ricordano qualche cara persona o simboleggiano qualche sua bella dote? Perché talvolta sì grande venerazione ed amore ad una spada, ad un abito, ad uno strumento, ad un piccolo ritratto, ad una ciocca di capelli, ad un fiore appassito? Quegli eretici e quegli increduli che con tanta facilità si fanno a qualificare di superstizioso ed idolatrico il culto che noi, veri Cattolici, rendiamo ai simboli ed alle memorie delle perfezioni di Dio, di Gesù Cristo, della Vergine e dei Santi, si mettono in aperta contradizione con se stessi. Perciocché tra cotesti eretici ed increduli v’hanno sin di coloro, che conservano religiosamente il cuore di Zwinglio, uno dei laro maestri, di coloro che mostrano ed onorano i calzoni di Lutero, di quelli che tengono in devota venerazione il bastone e la tabacchiera di Voltaire! Tanto è vero anzi tutto che chi cessa di essere religioso e credente e si fa a beffare la religione e la fede, diventa egli credulo e superstizioso, e tanto è vero altresì che tale è l’istinto naturale del nostro cuore, che ne spinge a legare ad un oggetto qualsiasi il ricordo delle altrui virtù e i più cari sentimenti dell’altrui stima e dell’altrui amore. Ora se tributasi un culto ad un segno che ricordi una persona umana, ad un simbolo di una qualche sua rara qualità, non si dovrà tributare un culto, ed il culto supremo, il culto di adorazione, a quel Cuore che ci ricorda e ci simboleggia la carità di un Dio per noi? Sì, certamente, anche per sola ragione il Cuore Sacratissimo di Gesù è Cuore adorabile.

II. — Ma ciò non basta. Il Cuore di Gesù vuol essere adorato, perché fu in realtà il principale strumento dell’amor divino per noi, l’organo che risentì maggiormente tutti gli affetti e tutti gli strazi, a cui Gesù Cristo fu assoggettato nel compiere l’opera della nostra redenzione. Ponete ben mente. Come nei corpi vi ha un centro di gravitazione, così ve ne ha uno nella nostra vita fisica e morale, e questo centro di azione della nostra doppia vita è il cuore. Io non ignoro che vi sono degli scienziati che contrastano al cuore la sovranità che i popoli gli attribuiscono, volendo far cadere ciò che essi chiamano il prestigio e la poesia del cuore. Ma checché essi dicano e scrivano, non riusciranno tuttavia giammai ad impedire che il cuore sia in realtà l’organo che principalmente si risente delle affezioni dell’anima. Esso è per così dire il termometro di quella interna atmosfera, che a seconda dei casi, or lieti, or tristi, or piacevoli, ora dolorosi, invade l’anima. Di fatti a seconda di tali casi ora balza nel petto, ora accelera i suoi battiti., ora si dilata, ora si restringe, ora si infiamma, ora si raffredda, ora si consuma ed ora vien meno. Ma fra tutte le passioni dell’anima tiene il primo posto l’amore; anzi, come insegna l’Angelico dottore S. Tommaso, non vi ha alcuna passione, che non presupponga l’amore e della quale l’amore non sia fonte. Perocché in tutta la vita dell’uomo è propriamente l’amore, che con il suo movimento le dà impulso. L’intelligenza guarda, la volontà comanda, ma l’amore è quello che va ed eseguisce; l’amore spira, l’amore chiama, l’amore si slancia, l’amore si precipita, l’amore gravita traendo seco tutto ciò che gravita intorno a lui: essendo che dove tende il nostro amore, là tendono i nostri desiderii ed aspirazioni, le nostre parole, le nostre opere, le nostre virtù, e pur troppo anche i nostri vizi, secondo che il nostro amore è ordinato o disordinato. Quæcumque feror, amore feror, ha detto assai egregiamente S. Agostino, perché pondus meum, amor meus; il peso della mia vita è il mio amore. Se adunque fra tutte le passioni dell’anima tiene il primo posto l’amore, e se il cuore è nel corpo umano l’organo che più si risente delle passioni dell’anima, è chiaro perciò che il cuore è l’organo che per eccellenza sente e misura la passione dell’amore. Non basta. Il cuore situato, quasi sovrano degli altri organi, pressoché in mezzo del corpo, è desso che mette in moto senza alcuna posa il sangue e lo manda a nutrire tutte le altre parti del corpo, e ad infondere in esse la vita. Cosicché quando taluno arriva a questa prova suprema di amore per alcun altro, da versare per lui il suo sangue, in quest’uomo generoso è il cuore propriamente che si esaurisce e che col sangue spinge fuori di sé la vita. – Ciò riconosciuto, torna facilissimo il vedere come il Cuore Sacratissimo di Gesù Cristo non sia soltanto il simbolo dell’amore divino per noi, ma ancora lo strumento di tale amore, quell’organo, che nel corpo di Gesù Cristo per cagione di tale amore provò le più vive sensazioni, l’organo anzi, da cui l’amore divino mandò fuori il sangue preziosissimo col quale si operò la nostra redenzione. Difatti era nel Cuore di Gesù Cristo intenerito, che Iddio si inteneriva alla vista dei fanciulli e provava un’insolita gioia nell’accarezzarli e nel benedirli. Era in questo Cuore infiammato, che Dio si infiammava di santo sdegno al pensiero di chi avrebbe scandalizzate queste animucce da Lui predilette. Era in questo Cuore commosso dei sordi, dei muti, degli storpi, dei lebbrosi, degli ossessi, dei peccatori, e si sentiva spinto a manifestare in loro prò, la sua potenza e la sua bontà. Era in questo Cuore dilatato che Dio dilatava la sua bontà nell’intrattenersi con gli Apostoli, con i discepoli, con gli amici e confidenti, facendo loro intendere parole di vita eterna. Era in questo Cuore balzante nel petto di Gesù, che Iddio in quell’istante da Lui tanto sospirato giubilava di allegrezza instituendo il Sacramento dell’amore. Era in questo Cuore insomma, che Iddio sentiva tutte quante le espressioni molteplici della sua passione d’amore per gli uomini. Ma fu da questo Cuore soprattutto, che nell’agonia del Getsemani, oppresso dalla paura, dal tedio e dalla tristezza, alla vista degli acerbissimi patimenti cui andava incontro, dei peccati degli uomini che gli gravitavano sopra, e delle nere ingratitudini, fu da questo Cuore, dico, che Iddio risospinse il sangue che trasudava per tutte le membra del corpo di Gesù Cristo, e gocciolava a terra. Fu per questo Cuore che sulla croce, esausto ormai per il sangue versato nella flagellazione, nella coronazione di spine e nella crocifissine, manifestò la sete divina di tutte le anime del mondo. Fu infine da questo Cuore, che ferito dalla lancia di un soldato, fece uscire le ultime gocce di sangue e di acqua che ancor vi restavano, per figurare quei fiumi di grazia che avrebbe versato mai sempre sopra di noi, per mezzo de’ suoi Sacramenti. – Or dunque se il Cuore di Gesù Cristo è desso propriamente il centro di tutti i movimenti amorosi di Dio per noi, e lo strumento precipuo di cui Iddio si valse in tutte le prove che Egli ci ha dato della sua carità divina, e specialmente nelle supreme, se insomma il Cuore di Gesù è la sede dell’amore di Dio per gli uomini, non merita esso il nostro culto, ed il culto supremo di adorazione? Sì, senza dubbio, perché adorando questo Cuore, noi adoriamo, come siamo in dovere, la carità divina. Epperò ben a ragione la Chiesa, nostra sapientissima ed infallibile maestra, nell’atto stesso che chiama con tanta proprietà il Cuore di Gesù Vittima di carità, ci invita ripetutamente ad adorarlo: Cor Jesu, charitatis victimam, venite adoremm. Sì, il Cuore di Gesù Cristo fu la parte principale di quella Vittima umana-divina che si sacrificò per la salute del mondo, epperò « è ben degno di ricevere la virtù, e la divinità, e la sapienza, e la fortezza, e l’onore, e la gloria, e la benedizione, » (Ap. V, 12) è ben degno insomma di essere adorato.

III. — Ma ecco un’ultima e suprema ragione, per cui al Sacratissimo Cuore è dovuto il culto di adorazione. La verità che forma la base, il centro ed il fine di nostra santa Religione, è la Divinità di Gesù Cristo. Se Gesù Cristo non fosse Dio, come spiegare l’esistenza del Cristianesimo? Ogni effetto suppone una causa; e come il mondo con la sua esistenza, con i suoi movimenti, con le sue bellezze ed armonie ci fa credere al supremo Creatore e Governatore, così il mondo cristiano, che si trova sparso da per tutto e che, sebbene in apparenza più piccolo dell’universo, è in realtà di una grandezza immensamente superiore, ci deve far credere a Gesù Cristo Dio, che lo ha fondato ed ordinato. Senza la divinità di Gesù Cristo, il Cristianesimo sarebbe un cumulo di effetti i più mirabili senza causa, di opere le più sorprendenti senza fattore. Anzi, se Gesù Cristo non fosse Dio, non solo non si potrebbe spiegare l’esistenza del Cristianesimo, ma questo, come immenso edificio campato in aria senza fondamento ed esposto alla furia di tutti i venti, dovrebbe tosto sfasciarsi e andare in rovina. Ma quale verità vi ha mai, che sia meglio comprovata della divinità di Gesù Cristo? Venuto Egli al inondo per salvarlo, si è fatto perciò vero uomo, prendendo la nostra umana natura. Ma prendendo nella sua Persona la nostra umana natura, non lasciò di conservare la natura divina e di restare vero Dio, quale già esisteva ab aeterno, Figliuolo di Dio eguale al Padre ed allo Spirito Santo, con essi Creatore del Cielo e della terra, e Padrone assoluto di tutte le cose. E vero Dio lo dissero i profeti, che tanti secoli innanzi la sua venuta, illuminati da Lui, ne annunziarono la nascita, la vita, la passione, la morte, la risurrezione e l’ascensione al Cielo con tutte le loro circostanze più minute e particolari. Vero Dio lo credettero gli uomini dell’antico testamento, sospirando che Ei rompesse i cieli e ne scendesse a rallegrarli con il suo divino aspetto. Vero Dio si proclamò Egli stesso in faccia ai suoi discepoli e confidenti, in faccia al popolo ed ai magistrati, nel corso della sua vita e al punto stesso della morte. Vero Dio lo manifestarono il suo spirito il più sublime ed il più semplice ad un tempo, il suo Cuore il più amante e il più puro, la sua volontà la più ferma e la più retta. Vero Dio lo chiarirono i miracoli d’ogni sorta da Lui operati sugli infermi risanandoli da ogni languore, sui morti risuscitandoli in vita, sul mare e sui venti burrascosi acquietandoli all’istante, su pochi pani e pochi pesci moltiplicandoli per saziare migliaia di persone. Vero Dio lo dimostrarono le profezie fatte da Lui medesimo sulla sua morte, sulle circostanze che la accompagnarono, sulla gloriosa sua risurrezione, sull’eccidio di Gerusalemme, sulle tribolazioni e morte de’ suoi discepoli, sulla conversione del mondo, sulla diffusione del Vangelo, sullo stabilimento della sua Chiesa e sull’immortale sua vita. Vero Dio lo proclamarono i Giudei medesimi, amici e nemici, quelli con l’abbracciarne la religione, questi con il dannarlo a morte, sotto il mendicato pretesto che Ei facevasi Dio. Dio lo gridarono gli stessi soldati romani che, per ordine di Pilato, messolo in croce, avevano assistito al suo estremo supplizio. Dio lo dimostrarono l’oscurarsi del sole, il tremar della terra, il piangere di tutta la natura, come sulla tomba del suo divino Autore; Dio lo palesò la sua gloriosa risurrezione che atterrì le guardie, e pose in scompiglio e tolse persino il senno ai capi della Sinagoga; Dio lo predicarono da un capo all’altro della terra gli Apostoli, operando col nome suo non mai visti né uditi prodigi, dando tutti la vita in conferma di questa verità essenziale; Dio lo riconobbe il mondo pagano, che a Lui rapidamente si diede, abbandonando gli adorati idoli, rovesciandone gli altari, distruggendone i templi, e sulle loro rovine piantando e adorando la croce; Dio lo confessarono in ogni tempo sulle grate infuocate, tra le fauci delle fiere, sulla punta delle spade milioni di martiri di ogni età, sesso e condizione, morendo con giubilo e gridando: « Gesù Cristo è Dio, Lui adoriamo: con Lui regneremo in eterno. » Dio lo ossequiarono le menti più colte, i guerrieri più prodi, i Signori ed i Monarchi più potenti. Dio lo mostra ancora la sua Religione, la sua Chiesa, combattuta sempre, e vinta non mai. Dio lo manifesta l’amore invincibile che dopo tanti secoli di sua mortale carriera, a malgrado di tante persecuzioni, a costo di tanti sacrifici gli serbano i popoli, come figli ad un padre morto pur ora. Dio finalmente lo attesta quell’odio medesimo, così costante e così implacabile, che ebbero contro di Lui i suoi nemici, ed i bestemmiatori del suo santo Nome. Perciocché l’odio feroce contro Gesù Cristo si trova forse negli adoratori e amanti di Dio? Ah! l’odio che costoro professano contro Gesù Cristo è figlio della fede che hanno in Lui, e dall’accento con cui dicono: « Gesù Cristo non è Dio » è facile conchiudere « Gesù Cristo è Dio. » Sì, Gesù Cristo è Dio, ecco l’affermazione universale e perpetua dell’umanità. E contro di questa affermazione potrà levarsi per poco l’orgoglio degli anni giovanili, gettati in preda alle passioni, l’orgoglio più altero di una scienza vana e falsa, l’orgoglio anche più sfrenato di un esito apparentemente felice nella guerra ingaggiata contro l’opera di Gesù Cristo stesso: ma quando le passioni sono calmate, quando l’ebbrezza della scienza mondana è passata, quando la sventura ha colpito e fiaccato d’un tratto l’umana alterigia, allora, salvo rarissime eccezioni, si ritorna a quell’affermazione, che nostra madre tenendoci stretti alle sue ginocchia ci faceva ripetere negli anni dell’infanzia: « Figlio mio, chi è Gesù Cristo? » — « O mamma, Gesù Cristo è Dio. » In Gesù Cristo adunque, Verbo divino fatto carne per la nostra salute, vi sono due nature, la natura divina e la natura umana, ma non vi ha che una sola Persona, la Persona divina. Ora poiché tanto la natura divina, quanto la natura umana sussistono nella sola Persona divina di Gesù Cristo, sia che si riguardi Gesù Cristo secondo la natura divina, sia che si riguardi secondo la natura umana, sia che si consideri in Lui lo spirito purissimo che è come Dio, sia che si consideri la carne di cui Egli, seconda Persona della SS. Trinità, si rivestì nel venire sulla terra ad operare la nostra redenzione, sempre vuol essere onorato col supremo culto di adorazione, con cui si onora la Divinità. E la ragione di ciò, del tutto conforme alla dottrina della Chiesa, è assai chiaramente espressa da S. Giovanni Damasceno. Egli dice: « Uno è Gesù Cristo, perfetto Iddio e perfetto uomo, che noi col Padre e con lo Spirito Santo adoriamo di una sola adorazione insieme con la Carne Immacolata. Né ricusiamo di adorare la Carne, poiché l’adoriamo nella Persona del Verbo, che in sé l’ha assunta; né per questo adoriamo una creatura, poiché non adoriamo la Carne presa da sé sola, ma come congiunta alla divinità, e perché le due Nature di Lui sono unite nella Persona del divin Verbo. » Così adunque, come ci spiega questo Santo, anche la Carne assunta da una Persona divina, vuol essere da noi adorata. Epperò ben a ragione la Chiesa, fin dal V° Concilio Ecumenico, contro di coloro che avrebbero voluto sottrarre al culto di adorazione la Carne di Gesù Cristo, pronunziò questa condanna: « Se alcuno ricusa di adorare con una sola e medesima adorazione il Verbo divino e la Carne ond’è rivestito … sia scomunicato. » – Or bene, o miei cari, quello che la dottrina Cattolica stabilisce relativamente a tutta l’Umanità di Gesù Cristo, si ha da dire anche in particolare del suo Cuore. Esso è una parte nobilissirna della stessa Umanità di Gesù Cristo, e per conseguenza con tutto il restante di essa è veramente e realmente unito alla Persona del Divin Verbo, anzi come tutta la restante Umanità non altrimenti sussiste ed esiste se non per questa stessa vera e reale unione. Quindi è, che questo cuore non è solamente il cuore di un uomo per quanto nobile, eccellente e santo, ma è il cuore di un Uomo-Dio, è il cuore della seconda Persona divina, incarnatasi e fattasi uomo, in una parola è, a tutto rigore, il cuore di un Dio. Se adunque il Cuore di Gesù Cristo, il suo Cuore reale, appartiene all’integrità personale di Gesù Cristo e devesi sempre considerare unito alla Divina Persona di Lui, deve essere adorato, e adorandolo altro non si fa che adorare tutto intero Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo. E se vi ha chi stoltamente ci deride e ci compassiona, quasi idolatri, perché nella divozione al Sacro Cuore gli rendiamo il culto supremo di adorazione, riconosciamo che egli piuttosto meriterebbe di essere deriso e compassionato per la sua ignoranza. – Ma più ancora prendiamo di lì eccitamento ad onorare sempre più profondamente quel Cuore che tanto merita di essere onorato. Il santo Re David nel condurre l’Arca del Signore  in luogo più degno, deposta la reale maestà, camminando innanzi all’arca, faceva atti di santa gioia e di profonda umiliazione. Lo vide dalla finestra sua moglie Michol, ed oltre all’averlo disprezzato nel suo cuore, si fece ancora in seguito a schernirlo con amare parole. Ma il santo re tosto le rispose: « Al cospetto del Signore io mi abbasserò e mi renderò ancor più abbietto di quel che ho già fatto, perché si tratta del mio Dio. » Così, o carissimi, al disprezzo, con cui taluno ricoprisse la vostra pietà, il vostro culto al Sacro Cuore di Gesù, rispondete sinceramente in cuor vostro: Al cospetto del Cuore adorabile di Gesù Cristo mi abbasserò e mi umilierò anche di più, perché il Cuore di Gesù Cristo è Cuore di Dio. Sì, o Cuore Sacratissimo di Gesù, Cuore simbolo per eccellenza dell’amore di Dio per noi, Cuore sede e strumento di tale amore, Cuore realmente divino, noi vi presteremo mai sempre l’omaggio delle nostre adorazioni. Come vi hanno adorato gli Angeli al primo vostro comparire sulla terra e come oggi vi adorano i beati tutti del Cielo, così vi adoriamo anche noi. Vi adoriamo con la mente ed inchiniamo dinnanzi a Voi tutte le sue facoltà; vi adoriamo col cuore e vi offriamo i suoi affetti; vi adoriamo col corpo e vi pieghiamo riverenti le nostre ginocchia. E Voi nella bontà vostra infinita, degnatevi di gradire gli omaggi della nostra totale adorazione e di compensarli per modo che, un giorno, possiamo venire a perpetuarli lassù nel regno dei cieli, con gli Angeli e coi Santi. Così sia.

INVENZIONE DELLA CROCE

3 MAGGIO: INVENZIONE DELLA CROCE

AD IESUM CRUCIFIXUM

PRECES IACULATORIÆ, INVOCATIONES

186

Crux mihi certa salus.

Crux est quam semper adoro.

Crux Domini mecum.

Crux mihi refugium.

(S. Thomas Aq.).

Indulgentia trecentorum dierum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo quotidie per integrum mensem invocationes devote recitatæ fuerint (Pius IX, Rescr. Manu Propr., 21 ian. 1874; S. Pæn. Ap., 10 mart. 1933).

187

O Crux, ave, spes unica.

Indulgentia quingentorum dierum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, prece iaculatoria quotidie in integrum mensem pie iterata (S. Pæn. Ap., 20 mart. 1934).

188

Per signum Crucis de inimicis nostris libera nos, Deus noster (ex Brev. Rom.).

Indulgentia trium annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo quotidiana invocationis recitatio in integrum mensa producta fuerit (S. Pæn. Ap., 1 aug. 1934).

III

ACTUS ADORATIONIS ET GRATIARUM ACTIO

191

Adoramus te, Christe,

et benedicimus tibi;

quia per sanctam Crucem

tuam redemisti mundum. 

Indulgentia trium annorum (S. Pæn. Ap., 2 febr. 1934). Fidelibus vero, qui pio animi affectu in Passionem ac Mortem D. N. I. C. Credo una cum supra relata precatiuncula recitaverint, [Ai fedeli che con animo afflitto, nella Passione di N.S.J.C., con una delle precedenti giaculatorie, recitano il Credo … – ndr.-] … conceditur:

Indulgentia decem annorum; Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidie per integrum mensem eamdem recitationem pia mente persolverint (S. Pæn. Ap., 20 febr. 1934).

192

Signore, vi ringrazio che siete morto in Croce per i miei peccati (S. Paolo della Croce).

Indulgentia trecentorum dierum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, invocatione quotidie per integrum mensem devote iterata (S. Pæn. Ap. 18 ian. 1918 et 10 mart. 1933)

HYMNUS

193

Vexilla Regis prodeunt,

Fulget Crucis mysterium,

Qua vita mortem pertulit,

Et morte vitam protulit.

Quæ vulnerata lanceæ

Mucrone diro, criminum

Ut nos lavaret sordibus,

Manavit unda et sanguine.

Impleta sunt quæ concinit

David fideli carmine,

Dicendo nationibus:

Regnavit a ligno Deus.

Arbor decora et fulgida,

Ornata regis purpura,

Electa digno stipite

Tam sancta membra tangere.

Beata, cuius brachiis

Pretium pependit sæculi,

Staterà facta corporis,

Tulitque prædam tartari.

O Crux, ave, spes unica,

Gentis redemptae gloria! [1]

Piis adauge gratiam,

Reisque dele crimina.

Te, fons salutis, Trinitas,

Collaudet omnis spiritus:

Quibus Crucis victoriam

Largiris, adde præmium. Amen.

(ex Brev. Rom.).

Indulgentia quinque annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo quotidie per integrum mensem hymnus pie recitatus fuerit (S. C. Indulg., 16 ian. 1886; S. Pæn. Ap., 29 apr. 1934). 

 [1] Loco: Gentis redemptæ gloria, dicatur: Tempore Passionis: Hoc Passionis tempore! — Tempore Paschali: Paschale quæ fers gaudium! — In festo Exaltationis Crucis: In hac triumphi gloria! 

Notizie sulla festa odierna in:

LA PASSIONE DI GESU’ CRISTO

 

MESE DI MAGGIO [G. Gilli]

[D. Gaspare Gilli: PICCOLO MESE DI MAGGIO AD USO DEL POPOLO; Tip. Dell’Imm. Concezione ed. – 1864]

I. GIORNO

Maria prima della creazione.

Da tutta l’eternità il Signore ha decretato il mistero dell’Incarnazione di suo Figlio e preparato i mezzi che servir dovevano ad attuare quest’atto d’infinito amore. Quindi da tutta l’eternità eziandio egli conobbe Maria, la elesse fra tutte le donne, l’amò con amore di singolare preferenza, la fece sua sposa. Laonde possiamo dire che, nella mente di Dio, Maria già esisteva nel cielo, prima di tutti i tempi, accanto a Gesù, Pontefice eterno, e che già stava preparato in salute del mondo questo capolavoro della divina misericordia. Il mondo aveva ancora da imparare a riporre in Maria tutta la sua speranza, e già destinata era Maria a riparare ad ogni futura disgrazia del mondo. Ecco il perché noi siamo sì cari al suo cuore; ecco il perché non cesserà mai la Santa Chiesa d’invocarla: Salute degli infermi, Rifugio dei colpevoli, Aiuto dei cristiani, Consolatrice degli afflitti e via dicendo; perché dal nostro infortunio appunto nacque la sua gloria. – Io ancora fui da tutta l’eternità presente al pensiero di Dio, e da Lui infinitamente amato. Da tutta l’eternità mi preparò i benefici e le grazie che adesso con tanta liberalità mi largisce. Alla mia salute si riferisce tutto il piano dell’Incarnazione e della Redenzione. L’amor di Dio verso di me, fu in certa guisa, più disinteressato di quello che ebbe per Maria, perché fui da Esso amato malgrado la schifosa lebbra del peccato di che già vedevami contaminato, mal grado la previsione dell’abuso che avrei fatto delle sue grazie, malgrado la mia sconoscenza, e la mia malizia. E non mi risolverò ancora di porre un termine al corso, oimè! Già troppo protratto delle mie ingratitudini e delle infedeltà mie?..

ESEMPIO.

La Spagna si distinse mai sempre per la sua venerazione verso la Madre di Dio; già ne celebrava le feste priaché fossero venute a notizia di altri popoli eziandio cattolici; si distinse ancora per la moltitudine e la magnificenza dei santuari, degli oratorii a lei dedicati; per il gran numero dei Santi devoti di Maria, e degli ordini religiosi istituiti a di Lei gloria. Presentemente ancora distinguesi la Spagna pel suo culto alle statue ed alle immagini della SS. Vergine; si trovano rinomatissimi santuarii a Madrid, Saragozza, Toledo, Siviglia, Gruadalupa, Valenza, Barcellona, Agreda, ed in quasi tutte le città e villaggi le confraternite del Rosario e dello Scapolare. Passo sotto silenzio il suo culto verso l’immacolata Concezione, poiché ne parlai in altra operetta – Il mese dell’Immacolata Concezione – Dirò solamente che nel 1859, dichiarata la guerra all’impero del Marocco, la regina Isabella II fe’ preparare per l’armata belligerante uno speciale vessillo, sul quale era dipinta l’immagine di Maria concepita senza peccato. E le rapide e decisive vittorie riportate dagli Spagnoli in quella sì malagevole guerra, ben provarono che non indarno si venera Maria, e nel suo patrocinio si confida.

Orazione.

O Vergine tutta piena di dolcezza, di bontà, di clemenza, la quale non foste arricchita dal Signore di tanta potenza e bontà, se non perché vi faceste per tutti i secoli la consolatrice degli afflitti, il sostegno dei deboli, il rifugio de’ poveri peccatori, deh! pregate per me adesso, e nell’ora della mia morte. Così sia.

OSSEQUIO.

Portate sul cuore l’immagine di Maria; e premendola con affetto al seno, ditele spesso: Questo cuore, o Maria, voglio che sia tutto vostro.

GIACULATORIA.

Dignare me laudare te, Virgo sacrata.

Lasciate, o Vergine,

Che anch’io vi onori:

Voi siete l’unica

Gioia de’ cuori.

-343-

O Domina mea, sancta Maria, me in tuam

benedictam fidem ac singularem custodiam et

in sinum misericordiae tuae, hodie et quotidie

et in hora exitus mei animam meam et corpus

meum tibi commendo: omnem spem et consolationem

meam, omnes angustias et miserias meas,

vitam et finem vitae meae tibi committo, ut per

tuam sanctissimam intercessionem et per tua

merita, omnia mea dirigantur et disponantur

opera secundum tuam tuique Filii voluntatem.

Amen (S. Aloisius Gonzaga).

Indulgentia trium annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, quotidiana orationis recitatione in integrum mensem producta (S. C. Indulg., 15 mart. 1890; S. Pæn. Ap., 28 mari. 1933).

II. GIORNO.

Concezione di Maria.

Non v’ha dubbio che l’anima di Maria non sia stata fregiata dal Signore di tutti i doni della natura; ma non v’ha dubbio neanco che il più prezioso di questi doni, quello senza cui un nulla sono tutti gli altri, si è il dono della santità. Maria fu concepita senza peccato, è dogma di fede, la fede de’ figli suoi. Tutti i discendenti di Adamo sono redenti, purificati pei meriti del Redentore; Maria sola è preservata: ricevono gli altri una grazia di purgazione, di riparazione; riceve Maria una grazia di preservazione, di conservazione. Quindi fin dalla sua concezione Ella è dotata del perfetto uso di ragione, e di tutte le grazie che sono ad un tempo il principio, le compagne, gli effetti d’una più che angelica innocenza. Quindi ancora il suo cuor puro, la sua anima innocente, il suo spirito ripieno di sapienza e d’intelligenza, fin da quel punto elevaronsi naturalmente e senza sforzo verso il cielo: fin da quel punto Maria conobbe, adorò, amò il Signore con maggior ardore dei serafini: fin da quel punto Maria poté dire: II mio amore è il mio peso. – Ed io, figlio del peccato, caduto nel fango al primo mio passo nella vita, col marchio dell’anatema del padre mio in fronte, contaminato dalla colpa della mia madre, schiavo d’un padrone infame e crudele, non ho, non sento propensione, attrazione che pel male! verso il male si diressero le prime mie inclinazioni; non cerco se non il male; non respiro, non conosco, non opero che il male! Io posso a tutta ragione esclamare: Il mio peso, il movimento del mio cuore è un principio di male…. Ed ardisco camminare con la testa alta; ardisco nutrire pensieri di vanità, di superbia, io schifoso verme di terra, io disprezzabile composto di lordura e di peccato!

ESEMPIO.

L’Algeria, celebre contrada del nord dell’Africa, ove la religione cristiana fiorì con tanta gloria, ai tempi specialmente di S. Agostino, vescovo d’Ippona, restò sepolta per molti secoli nelle tenebre del maomettismo. Gli Algerini tuttavolta conservarono l’idea di un Dio solo, e del culto della Madre del Messia. Ma dal 1839, epoca in cui fu creato il primo loro vescovo Monsignor Dupuch, la religione cristiana risorse a vita novella. Un misto di stupore e di edificazione s’impadronisce del cuore nell’osservare questi Arabi teneramente commossi alla vista delle immagini di Maria. Quando nelle solennità, la processione percorre la città, essi piegano il ginocchio dinanzi allo stendardo della Vergine Immacolata, e nelle infermità de’ loro figliuoli, corrono innanzi tutto ad offrirli a questa tenera Madre, perché credono che là è la salute degli infermi.

Orazione.

Balzò di gioia il cuor mio, o Vergine innocentissima, in udendo la voce del successore di Pietro annoverare tra i dogma di fede l’Immacolata vostra Concezione. Io lo credo questo dogma, e vorrei mi fosse dato soscriverlo col mio sangue, e morire ripetendo col cuore pieno di amore: O Maria concepita senza peccato pregate per me che a voi ricorro. Così sia.

OSSEQUIO.

Fate una visita ad un’immagine di Maria, e raccomandate caldamente alla sua intercessione l’anima vostra.

GIACULATORIA.

Salva, me, Domina, salva me.

Un dono voglio

Da voi, Maria;

Salvate, pregovi,

Quest’alma mia.

#    #    #

Ave Maria, etc.
O Domina mea! 0 Mater mea! Tibi me totum
offero, atque, ut me tibi probem devotum, consecro
tibi oculos meos, aures meas, os meum,
cor meum, piane me totum. Quoniam itaque
tuus sum, o bona Mater, serva me, defende me
ut rem ac possessionem tuam.

[Indulgentia quingentorum dierum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodooblationis actus quo tidie per integrum mensem pie iterates fuerit (S. C . Indulg., 5 aug. 1851; S. Pæn. Ap.,
21 nov. 1936).

III. GIORNO.

Nascita di Maria.

Maria nasce nell’oscurità e nel silenzio; viene al mondo, come la grazia, senza strepito, senza splendore. Deposta in povera culla, la sua nascita non è festeggiata che dai suoi genitori e da qualche congiunto. Che se ignari della loro fortuna, insensibili dìmostraronsi gli uomini, chi può ridire qual fu il primo sguardo di amorosa compiacenza abbassato dall’augusta Trinità sopra questa benedetta fanciulla? Sì, la mano dell’Onnipotente si stese con ineffabile tenerezza sopra Maria, la quale, fin da quel primo istante, già faceva ascendere al trono di Lui l’ossequio delle più pure e più fervide adorazioni. Rischiarata da lume celeste, Maria già ravvisa la vita che per Lei comincia, sotto il suo vero punto di vista; un viaggio più o meno lungo che mette all’eternità; un tempo di prova; un campo ove pochi giorni sono concessi all’uomo per seminar nel tempo quello che desia raccogliere nell’eternità: quindi si getta con perfetto abbandono tra le braccia del Signore, domandandogli una sol cosa, amarlo, amarlo sempre con novello ardore; ed intrepida s’avvia per la strada che se le apre dinanzi, e che dovrà innaffiare di tante lacrime. – Ad esempio di Maria abbiamo noi considerata la vita al lume della fede? Oimè! I primi nostri anni furono di dissipazione, e di oblio del Signore. Ben lungi dal ravvisare la vita come un tempo di prova, destinato alla conquista del cielo, l’abbiamo tenuto qual lungo giorno di festa che tutto scorrere doveva tra i piaceri. Poi, allor che l’età dell’esperienza sottentrò alle illusioni della giovinezza, invece di considerarci quali viaggiatori sviati, e piangere nell’amarezza del cuore il lungo tratto di vita percorso senza Dio, ci siamo ingolfati negli interessi del tempo senza por mente a quelli dell’eternità, senza por mente che ben tosto verrà la morte a gettarci poveri e nudi d’ogni merito ai piedi del tribunale del Giudice eterno! E adesso che cosa risolviamo?….

ESEMPIO.

Fin dal II, secolo della Chiesa, con la propagazione del Vangelo si propagò in Germania, vastissima contrada posta nel centro dell’Europa, il culto di Maria; e già le di lei feste solennizzavansi con grande magnificenza ai tempi di Carlo Magno. Tutti gli imperatori, pochissimi eccettuati, fino al regnante Francesco Giuseppe, si professarono devoti di Maria. S. Stefano la proclamò signora dell’Ungheria; Ottone I pose la Baviera sotto la di Lei protezione; Federico il Vittorioso la Sassonia; Massimiliano II la Boemia; Ferdinando III tutta l’Austria; ed un gran numero di regine assunsero l’augusto nome di Maria. Fra tutti i sovrani però, quelli d’Austria dimostraronsi i più zelanti per la gloria dell’Immacolata Concezione; fin dal 1725 ottennero dalla s. Sede il privilegio al loro clero di recitarne l’ufficio in tutti i sabati, ed in mezzo alle molte statue di bronzo dei suoi imperatori, Vienna lascia vedere sulla piazza principale, la statua della Vergine innalzata da Ferdinando III nel 1629, sul cui piedestallo leggesi: Alla Vergine Madre di Dio concepita senza peccato. Le strade della Boemia, Sassonia, Ungheria, ecc., sono seminate di statue e d’immagini di Maria; numerose le cattedrali a Lei dedicate.

Orazione.

Prostrato ai piedi della vostra culla, o celeste bambina, vi offro l’omaggio della mia adorazione e dell’amor mio; ma deh! voi permettetemi che, da questo istante, unisca la mia vita alla vostra, onde renderla gradita al vostro divin Figlio, e copra la mia nudità col dovizioso tesoro dei vostri incomparabili meriti. Così sia.

OSSEQUIO.

Se avete qualche peccato mortale, andate subito a confessarvene, oppure detestate quelli che commetteste per lo addietro.

GIACULATORIA.

Solve vìncla reis, Profer lumen cæcis.

Il pie’ scioglietemi

Da lacci rei;

E luce fatevi

Degli occhi miei.

348

Concede nos famulos tuos, quæsumus, Domine Deus, perpetua mentis et corporis sanitategaudere; et, gloriosa beatæ Mariæ semper Virginis
intercessione, a præsenti liberari tristitia et æterna perfrui lætitia.

Per Christum Doninum
nostrum. Amen (ex Miss. Rom.).
Indulgentia trìum annorum.
Indulgentia plenaria suetis conditionibus, oratione quotidie
per integrum mensem devote repetita (S. Paen. Ap.,
i8 mart. 1935).

IV. GIORNO.

Infanzia di Maria.

E il fanciullo cresceva in sapienza, in età, in grazia dinanzi a Dio, e dinanzi agli uomini. Tale fu il Figlio: tale per conseguenza esser dovette la Madre, ricevendo ognora, ed ognora più rendendosi fedele nel corrispondere alla grazia ricevuta. Il corpo di Lei prendeva lente proporzioni, ed in ragione dell’età; la di Lei anima però batteva a passi di gigante la strada della perfezione. Ma qual perfezione non chiedeva da Maria l’eccelso ministero che doveva poi un giorno esserle affidato? E Maria, fedele, obbediente agli impulsi della grazia, docile alla voce del Dio che la custodiva e governava, non pose mai il menomo ostacolo, non mai arrestò il corso della grazia nel proprio cuore; laonde per un progressivo accrescimento di celeste soccorso, pervenne a sì fatto apice di virtù, di meriti e di grazie che vincerà sempre ogni nostro concetto, come ogni nostra espressione.Ed a me quando mai mancò la grazia, e quando mai le ho io corrisposto? Ah! sì preziosa è la grazia che un’anima, la quale siane in possesso, può ad ogni istante alzare al cielo uno sguardo di speranza, d’amore, e dire a se medesima: Là è la mia patria, là io sono amata, attesa, desiderata: là ho un Padre il cui amore veglia sopra di me, la cui orecchia sta sempre aperta alle mie preghiere, il cui cuore s’intenerisce ad ogni mio sospiro; là infine ho un possente mediatore il quale perora la mia causa presso il Padre suo; una Madre e dei fratelli che mi tendono la mano onde ajutarmi a raggiungere il trono che mi sta presso di loro preparato. Eppure! io che sono sì sensibile agli avversi colpi di fortuna; io che sono inconsolabile nella perdita della sanità, de’ parenti, ho fatto lagrimevole getto d’un bene così prezioso qual è la grazia, e poi non solo non trovo una lacrima a spargere per una perdita sì grande, ma vivo gli anni interi senza darmi pensiero di riacquistarla! O Maria, o Madre mia, pietà, soccorso!

ESEMPIO.

L’Anatolia, la Siria, la Palestina, le quali stavano tanto a cuore agli Apostoli, fin dalla culla del Cristianesimo, e distinguevansi per la loro fede e per la loro divozione verso l’immacolato Cuore della Vergine tutta santa, presentano pur anco oggi giorno non pochi esempi di fedeltà alla vera religione e di pietà verso Maria. Nicomedia, Nicea, Smirne, Efeso, Antiochia, Neocesarea, Damasco, Tiro, Palmira, ecc., ricche di religiose rimembranze, queste celebri città conservano ancora molte immagini, statue, reliquie della Madre di Dio, e rispettosi gli abitanti inchinansi tuttora dinanzi ai venerabili avanzi degli antichi santuari, ove cantavansi altre volte le di Lei grandezze, ed i prodigi da Dio operati in virtù delle di Lei orazioni. Così le antiche città della Palestina: Nazaret. Betlemme, Gerusalemme, Ioppe, Edessa ecc., nomi sì cari al cuore cristiano, e sono e saranno mai sempre l’oggetto d’incessanti pellegrinaggi.

Orazione.

O Madre della grazia, sovvengavi che io sono la debolezza, la fragilità in persona; vegliate voi medesima alla custodia del prezioso tesoro che mi fu dal Signore confidato; proteggetemi, difendetemi, copritemi col manto della vostra materna protezione fino all’estremo mio respiro. Così sia.

OSSEQUIO.

Fate un atto di mortificazione della gola in penitenza delle soddisfazioni illecite date al vostro corpo.

GIACULATORIA.

Munda cor et corpus meum, Sancta Maria.

Questa mia carne

Questo mio cuore

Purgate al fuoco

Del vostro amore.

347
Adiuvet nos, quæsumus Domine, gloriosæ
tuæ Genitricis semperque Virginis Mariae intercessio
veneranda: ut quos perpetuis cumulavit
beneficiis, a cunctis periculis absolutos,
sua faciat pietate concordes: Qui vivis et regnas
in sæcula sæculorum. Amen (ex Miss. Rom.).
Indulgentia trium annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodoquotidiana orationis recitatio i n integrum mensem produhierit
(S. Pæn. Ap., 6 febr. 1934):

V. GIORNO.

Presentazione di Maria al tempio.

Maria conta appena tre anni di vita, e già la vediamo condotta al tempio da’ suoi pii genitori; vanno essi a trapiantare a pie degli altari del Dio vivente questo giglio abbagliante di purezza e d’innocenza, onde cresca e si spanda all’incontaminata ombra del santuario. Per riguardo a Maria, si è il suo cuore che la guida al tempio; il suo cuore tutto ardente d’amore non è penetrato che da un pensiero, da un desiderio: essere tutto del Signore senza interruzione di tempo, senza divisione d’affetti. Il mondo non conteneva pericolo di sorta per la Vergine Immacolata, e vi avrebbe potuto vivere pura e senza macchia; è vero: Maria tuttavolta vivere doveva vicino a Dio. Fanciulla, il suo posto è il santuario; madre presso la culla del Figlio; poi un giorno presso la croce di Lui; più tardi alla destra di Lui ne’ cieli. – Voleva il Signor che la vita di Maria offrisse un modello a tutte le persone del suo sesso, quale che fosse la posizione in cui sarebbersi trovate; laonde cominciò a darla perfetto esemplare a quelle che avrebbero un giorno eletto la miglior parte, e rinunziato a tutto per non possedere che Lui solo. – Quanto differente è la nostra condotta! Non che imitar Maria nell’offrire a Dio le primizie della nostra vita, crediamo di far gran cosa nel conservargliene i miserabili avanzi. E nulladimeno abbiamo appreso fin dalla nostra infanzia che fummo creati all’unico fine di amare e servire il Signore, e per tal via conseguire la vita eterna. Non sono tutti chiamati come Maria a rinunziare ad ogni terreno affetto o legame, onde consacrarsi a Dio in un chiostro; ma nessuno tuttavia è dispensato dal dovere di tendere alla perfezione propria del suo stato o della sua condizione. L’essenziale, su che trovasi, generalmente parlando, fondata l’eterna nostra salute, si è di corrispondere ai disegni di Dio, vedere di conoscere la propria vocazione, e poi generosamente seguire la divina chiamata.

ESEMPIO.

La Religione Cattolica, abbracciata dalla Svizzera fin dai primi tempi del Cristianesimo, vigorì in tutta la sua purezza fino al secolo XVI, in cui Lutero, Zwinglio e Calvino vi seminarono l’eresia. Presentemente sono misti insieme eretici e cattolici, ed i templi dedicati a Maria, dei quali non pochi sono venerabili per la loro antichità, trovansi seminati, come porti di salute, in mezzo alle popolazioni sedenti nelle tenebre dell’errore. A Unterwald, ove il pellegrino non iscorge sotto a’ suoi piedi se non ispaventevoli precipizi, e sopra il suo capo enormi massi di pietra quasi lanciati in alto, avvi un santuario adorno di graziosi dipinti, rappresentanti gli attributi della SS. Vergine, nel quale si venera da parecchi secoli una celebre statua chiamata Nostra Signora del Passeggero. Qui vengono i Calvinisti medesimi nelle loro afflizioni ad implorare la misericordia di Maria. A Einsiedeln il santuario di Nostra Signora la miracolosa, è sempre affollatissimo di pellegrini d’ogni regione; nel 1859 vi si recò con tutta la sua famiglia Carlo Antonio, principe regnante di Hohenzollern-Sigmaringen. All’abbadia del medesimo villaggio, in una sotterranea cappella, incavata nel vivo masso, si onora l’antica e graziosa immagine della beata Vergine, chiamata Nostra Signora della Pietra, meglio nota però sotto il titolo di Nostra Signora degli Eremiti, rinomatissima per sorprendenti prodigi. – A questo santuario pellegrinarono nel 1858 l’arciduca Luigi d’Austria, fratello dell’attuale imperatore Francesco Giuseppe; e nel 1859 un grandissimo numero di ufficiali francesi ed austriaci. In Ginevra finalmente, metropoli del Calvinismo, Monsig. Marilley vescovo di Losanna, accompagnato da tre altri vescovi e da più di 150 sacerdoti, consacrò una magnifica chiesa dedicata all’Immacolata Concezione.

Orazione.

O Vergine immacolata, la quale con fedeltà sì perfetta corrispondeste ai disegni di Dio, insegnate alla povera anima mia la strada che batter dee per non perdersi; e poi, quale che ella siasi, impetratemi quello spirito di generosità che fa coraggiosamente superare ogni ostacolo, e trovare tutta la sua felicità nell’ adempimento della volontà divina. Così sia.

OSSEQUIO.

Eccitate qualche orazione in onore di Maria.

GIACULATORIA.

Vitam prcesta puram, iter para tutum.

O Madre datemi

Un alma pura:

Del ciel mostratemi

La via sicura.

349
Sancta Maria, succurre miseris, iuva pusillanimes,
refove flebiles, ora prò populo, interveni
prò clero, intercede prò devoto femineo sexu:
sentiant omnes tuum iuvamen, quicumque celebrante
tuam sanctam commemorationem

(ex Breviario Rom.).
Indulgentia trium annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummododevota orationis recitatio,  quotidie peracta, in integrum
mensem producta fuerit (S. Pænit. Ap., 29 maii 1936).

VI. GIORNO

Dimora di Maria nel tempio.

Nascosta nella solitudine del tempio, Maria non ha che un desiderio: glorificare il Signore e ad ogni respiro di sua vita dargli un novello attestato dell’amor suo. Ma per giungere a questo fine non ignora ella non esser d’uopo di fare strepitose azioni, le quali risveglino l’ammirazione degli uomini, severamente eseguire la volontà divina, né esser altra questa volontà divina se non il perfetto adempimento dei doveri annessi allo stato in che ella ci ha posto. Quali sono i doveri dello stato di Maria? Quelli di tutti i fanciulli in generale, e specialmente delle giovani figlie; la preghiera, il lavoro, l’obbedienza, la carità. — Più infiammata d’amore che i serafini l’anima di Maria elevavasi a Dio con prodigiosa rapidità ed agevolezza. — Dall’orazione passava al lavoro; ma la sua intima ed abituale unione con Dio volgeva in una incessante preghiera ogni suo lavoro, ogni sua azione. — Posta sotto l’ubbidienza, un desiderio di chi la guidava, equivaleva per Lei ad un comando; e faceva consistere la propria felicità nel prevenirne eziandio gli ordini ed i desideri, — Educata nel tempio in compagnia di altre fanciulle, Maria copriva col velo di carità le loro imperfezioni, ed alla loro invidia non opponeva che dolcezza ed invitta pazienza. La santità che Dio da noi richiede, consiste nell’adempire esattamente i doveri del nostro stato; ed adempirli con l’unico intento di piacere al Signore e fare la volontà sua. Fuori di qui, non vi ha, non dirò perfezione, ma neanco salute. Sì, intendiamola bene, negligentare i propri doveri sotto pretesto di occuparsi in opere più perfette, la è grossolana illusione; e le opere che noi anteponiamo ai propri doveri, per quantunque sante esser possano in se medesime, non che tornar gradite al Signore, ci costituiscono colpevoli e degni di punizione al divin suo tribunale.

ESEMPIO.

La Russia, impero sì vasto al presente, era ancora un deserto nel iv secolo. S. Ignazio di Costantinopoli vi mandò missionari nell’870. Nel 950 fu solennemente battezzata la principessa Olga col nome di Elena, e tosto per ogni dove edificaronsi templi all’augusta Madre del Salvator del mondo. Valdimiro I nel 992 nella città da lui edificata, ed alla quale impose il proprio nome, eresse un sontuoso tempio, in cui collocò un’immagine di Maria, inviatagli da Nicolao patriarca di Costantinopoli, divenuta poi rinomatissima pei prodigi che operava. Si è alla vista di quest’immagine che Pietro il Grande pose fine alla strage degli Strelitz nel 1698. Separandosi con la scisma dalla Chiesa romana i Russi non abbandonarono già il culto di Maria. Dedicata all’Assunzione di Maria è la più bella chiesa di Mosca, la cattedrale; se ne porta processionalmente l’immagine sotto un magnifico baldacchino, ed eziandio nella casa degli infermi a loro consolazione e sollievo. Ad una porta del Kremlin è sovrapposta una prodigiosa immagine della B. Vergine guardata da due sentinelle a capo scoperto. Dinanzi a questa profondamente inchinossi Napoleone I nel 1812. – Fino alla superstizione spingono il culto di Maria i Russi. Si è per tale motivo che Mosca è considerata come una città santa, ed in essa fannosi incoronare gli imperatori.

Orazione.

O Maria, perfetto esemplare di tutte le età, di tutte le posizioni in cui possono trovarsi le persone del vostro sesso, ottenetemi la grazia che, a vostro esempio, io doni un principio di vita a tutte le mie azioni per mezzo di un’intima ed abituale unione con Dio, onde possa, all’uscir dal tempo, ricevere nell’eternità il guiderdone promesso a chi è fedele nelle piccole cose. Così sia.

OSSEQUIO.

Nelle tentazioni prendete in mano la corona e baciatela. Disgustar Maria mentre baciate il suo rosario, nol farete per fermo.

GIACULATORIA.

A Peccato mortali lìbera me, Domina.

Lungi tenete

Da questo seno

Dell’atra colpa

Il rio veleno.

351
  O Mater pietatis et misericordiæ, beatissima
Virgo Maria, ego miser et indignus peccator ad
te coniugio toto corde et affectu; et precor pietatem
tuam ut, sicut dulcissimo Filio tuo in
Cruce pendenti adstitisti, ita et mihi misero
peccatori et fidelibus omnibus sacrosanctum Filii
tui Corpus sumentibus clementer adsistere
digneris, ut tua gratia adiuti, digne ac fructuose
illud sumere valeamus. Per eumdem Christum
Dominum nostrum. Amen.
Fidelibus supra relatam o rationem ante Communionem recitantibus conceditur: Indulgentia trium annorum; Indulgentia plenaria, si quotidie per integrum mensemidem præstiterint et præterea sacramentalem confessionem, alicuius ecclesiæ vel publici oratorii visitationem
et ad mentem Summi Pontificis preces addiderint (S. Pænit.
Ap., 25 maii 1941)

VII. GIORNO.

Voto di Verginità.

Separata ed ignorata dal mondo cresceva Maria in età, in santità, in grazia all’ombra del santuario. Sempre volta dalla parte del cielo, la sua anima pura ed immacolata consumavasi già tra i casti ardori del divino amore, né altra felicità conosceva od altra gloria che la felicità e la gloria d’essere tutta di Dio. Una bocca divina non ancora aveva proclamato l’eccellenza della purità, e Maria già l’ha indovinata col suo cuore, il quale comprende ed ama tutto che è puro e santo. Gelosa quindi di riserbare per Dio solo tutti gli affetti del suo cuore, a Lui si consacra col voto di verginità. Quest’atto eroico, divenuto in seguito l’irresistibile calamita delle anime generose presuppone una prodigiosa virtù, in Maria. Difatto viva più che mai era in que’ giorni tra la nazione l’attesa del Messia; non ignoravasi che nascer doveva dalla prosapia di David; Maria erane un rampollo: qual donna avrebbe rinunziato alla seducente speranza di divenire madre dell’Aspettato dalle genti?… Maria fu più che donna; con questo voto si rese superiore agli Angeli stessi. O Vergine Immacolata! non sarà sterile tanta virtù; a te, a te sola sta riserbata la gloria che fuggi; diverrai madre del Figlio di Dio. Beate le anime dal cuor puro, esse vedranno Dio. Vedranno Dio per l’affettuosa conoscenza che egli loro comunica delle sue grandezze, delle infinite sue perfezioni, delle sue misericordie, dell’amor suo: vedranno Dio per l’attitudine ad abbracciare tutto che a Lui si riferisce, per la facilità a comprendere i misteriosi rapporti che esistono tra il Creatore e la povera creatura. Si Dio rivelasi al cuor puro, gli si manifesta, lo tratta con la dolce ed intima famigliarità di amico ad amico. Ma non obliamo che questo fiore del cielo non agevolmente si acclimata sulla nostra terra: onde conservisi, è d’uopo circondarlo di precauzioni, di sollecitudini assidue; che estrema è la sua delicatezza, e ben poca cosa è sufficiente a cagionargli la morte.

ESEMPIO.

Il Portogallo non ha solamente comune con la Spagna il territorio, ma i costumi eziandio e gli affetti religiosi, il rispetto e la divozione verso l’Immacolato Cuore di Maria. Sì profonde radici aveva piantato la religione cristiana fra questo popolo che, per molti secoli fu l’unica religione permessa: ragione per cui il sommo Pontefice Benedetto XIV concesse ai re di Portogallo l’ereditario titolo di Fedelissimo. – La divozione alla beata Vergine vigorisce tuttora, sebbene la fede abbia rimesso non poco di sua vivezza, e rari sono i Portoghesi i quali non portino lo scapolare di Maria, od una qualsiasi di Lei immagine, purché tuttavolta abbia toccato alcuna di quelle che sono riputate prodigiose. Onorasi a Cieca un’immagine denominata la B. Vergine degli sgozzati, perché, dicesi, molte persone strangolate nella guerra di Alfonso II nel 1253, portate dinanzi a quest’immagine, istantaneamente risuscitarono. – Un’altra è venerata a Villa-Viciosa, sotto il titolo di Nostra Signora della Stella; ed una terza presso Lisbona da parecchi secoli rinomatissima, appellata Nostra Signora dei lumi, presentemente visitata da innumerevoli pellegrini portoghesi e spagnoli.

Orazione.

O Vergine Immacolata, chiamata con tanta ragione da santa Chiesa, Madre senza macchia, giglio splendido di purezza e d’innocenza, pregate per me sì fragile, sì contaminato da innumerevoli colpe. Sovvengavi che vostro figlio io sono; deh! accorrete in mio soccorso nell’ora della tentazione, e della mia morte. Così sia.

OSSEQUIO.

Prostratevi dinanzi ad un immagine di Maria e pregatela a tener lontano da voi i divini castighi.

GIACULATORIA

Mater Dei, ora pro me.

Voi che di Dio

La Madre siete

Potenti suppliche

Per me porgete.

339
Memorare, o piissima Virgo Maria, non esse
auditum a sæculo, quemquam ad tua recurrentem
praæsidia, tua implorantem auxilia, tua petentem
suffragia esse derelictum. Ego tali animatus
confidentia ad te, Virgo Virginum, Mater,
curro; ad te venio; coram te gemens peccator
assisto. Noli, Mater Verbi, verba mea despicere,
sed audi propitia et exaudi. Amen.
Indulgentia trium annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, quotidianaorationis recitatione i n integrum mensem producta (S. C.
Indulg., 11 dec. 1846; S. Pæn. Ap., 8 sept. 1935).

VIII. GIORNO.

Annunciazione.

 Da qualche tempo Maria, per obbedire ai ministri di Dio, era uscita dal santuario, ed unitasi in matrimonio con l’artigiano Giuseppe. Ma questo sposo, puro e vergine anch’esso, non doveva essere che il custode, il protettore della verginità di Maria. Intanto suona l’ora della nostra redenzione; l’arcangelo Gabriele, ad un cenno dell’Eterno, scende dal cielo, viene a gettarsi ai piedi di Maria, e le dice: Io vi saluto, o piena di grazia; il Signore è con voi. Queste sublimi parole: Piena di grazia, atterriscono l’umiltà di Maria: ah! se Ella inquietasi per un sì rispettoso saluto, qual effetto produrrà in lei la parola del celeste messaggero con cui le domanda il consenso di divenir madre del suo Dio?- Son vergine, risponde la timida fanciulla, e vergine io vo’ rimanere. Ma al sentire che il prodigio dell’amore e della misericordia di Dio sarà in Lei l’opera dello Spirito Creatore, abbassa il capo ed esclama: Io sono l’ancella, del Signore, in me si compisca la di Lui volontà. Sì, niente meno richìedevasi che un abisso di umiltà e di delicatezza per contenere l’abisso dell’amore e dell’annientamento di quell’immensa maestà che non può essere contenuta da cosa alcuna. – Perché mai siamo noi sempre umili unicamente in parole, ed in pratica non mai! Ah! si è perché non conosciamo noi medesimi; che anzi paventiamo lo studio del nostro cuore, perché questo studio,- persuadendoci della nostra debolezza, della grandezza della nostra miseria, c’insegnerebbe ad un tempo l’umiltà; essendo impossibile conoscerci quali siamo in realtà, e conservare qualche stima per noi medesimi. – Oimè! noi siamo un nulla; abbandonati alle proprie nostre miserie, siamo impotenti a tutto; sprovvisti della grazia siamo inabili ad ogni bene, abilissimi ad offender Dio con i più deplorabili disordini, e nulla possediamo che non sia un dono della liberalità del Signore. Laonde chi non è umile commette un furto a Dio, e la più schifosa delle ingiustizie.

ESEMPIO.

La Russia divide presentemente con la Turchia il possesso dell’Armenia, vasta contrada dell’Asia occidentale che abbracciò il culto di Maria col Vangelo fin dal primo secolo della Chiesa. Nella città di Van, la più antica di tutta l’Armenia, si ravvisano ancora i venerabili avanzi d’ un celebre santuario di Maria, erettovi, dicesi, dall’apostolo s. Bartolomeo, quando vi predicò il Dio crocifìsso per la salvezza degli uomini. C’insegna una costante tradizione che veneravasi fin d’allora una prodigiosa immagine della Madre di Dio, affidata dallo stesso Apostolo alle sollecite cure di sante donne. Trovasi nell’Armenia un buon numero di antiche chiese, parecchie delle quali dedicate a Maria, che partironsi tra di loro i Greci uniti, i Greci scismatici ed i Musulmani. Generalmente parlando, fassi ognor più ardente adesso la divozione degli Armeni all’immacolato Cuore di Maria.

Orazione.

O Maria, Vergine purissima, la quale foste la più elevata delle creature, appunto perché foste la più umile, volgete uno sguardo di misericordia sopra di me così pieno di amor proprio, e fate che modellando il mio cuore sul vostro, il quale è parlante immagine di quello di Gesù, possa un giorno conseguir la mercede promessa ai dolci ed umili di cuore. Così sia.

OSSEQUIO

Baciate tre volte la terra, ripetendo a voi medesimo queste parole: Quid superbis terra, et cinis?

GIACULATORIA.

Tu nos ab hoste protege, et mortis hora suscipe.

Nell’ultima ora

Della mia vita

Imploro, o Madre,

La vostra aita.

293
Dignare me laudare te, Virgo sacrata;
Da mihi virtutem contra hostes tuos.
(ex Brev. Rom.).
Indulgentia trecentorum dierum. Indulgentia plenaria suet is conditionibus, si quotidianainvocationis recitat io in integrum mensem producta fuerit.
(S. C. Indulg., 5 apr. 1786; S. Paen. Ap., 28 mari. 1933).

IX. GIORNO.

La Maternità divina.

Erudita nelle sacre scritture, non ignorava Maria quanto caro le sarebbe costato il titolo di Madre di Dio; e che il suo Figlio avrebbe dovuto comprare a prezzo di sangue il nome di Salvatore, e quindi Ella parimenti pagare con lacrime, e lacrime ben amare il nome di Madre. Che farà Maria dinanzi a sì dolorosa prospettiva? Rassicuriamoci: il Signore ha parlato, e l’umile Vergine non sa che obbedire. Si è quindi col sentimento di profonda umiltà, e perfetta sommissione a ciò che tutto chiederà il Signore da Lei e dal suo divin Figlio, che esclama: Io sono l’ancella del Signore, in me si compisca la volontà di Lui. Chiniamo il capo dinanzi a queste parole le quali ci dipingono al naturale il Cuore della nostra Madre del cielo, l’abisso della sua umiltà, l’estensione della sua rassegnazione. Io sono l’ancella di Dio; qui accetta per sé la gloria della maternità divina, e poi più tardi accetterà per sé, per suo figlio le miserie di Betlemme, l’oscurità d’una vita laboriosa, e più tardi ancora gli strazi del Calvario. Ottenuto questo consenso da Maria, il Signore fecondò il seno verginale di Lei con l’onnipotente sua virtù, ed essa divenne vera Madre del Figlio di Dio. Non invidiamo a tanta fortuna di Maria; che per mezzo della comunione siamo noi eziandio chiamati a dividerla con Lei. La comunione ci unisce non solamente alla divinità ma all’umanità ancora dell’adorabile Salvatore; a quel sangue prezioso che pagò sul Golgota il riscatto dell’anima nostra; a quel sacro Cuore che dimostrossi così misericordioso, così sensibile alle nostre miserie. Tale unione con chi mai la contrae Iddio per mezzo della comunione? Con l’uomo: con l’uomo, essere d’un giorno, chiamato dal nulla alla vita dalla di Lui potenza; essere mortale che oggi esiste e domani non è più contato nel novero dei viventi. Approssimiamoci pertanto alla mensa degli Angeli con fede viva, con umiltà profonda, con ardente carità, con purezza di coscienza ed allora diverrà per noi il preludio dell’eterna nostra comunione nel cielo.

ESEMPIO.

Il regno d’ Inghilterra fu convertito al Vangelo nel 590 da s. Agostino, consacrato in seguito primo arcivescovo di Cantorbery. In brevissimo tempo elevaronsi per ogni dove sontuosissime chiese dedicate a D. O. M. sotto l’invocazione di Maria, e non piccol numero di monasteri e di abbadie in di Lei onore, tra cui primeggiano quelle di Glastembury, di Abingdon, di Ramsy, di York, di Westminster. Sorse eziandio un gran numero di cattedrali consacrate alla Regina degli Angeli; per la costruzione di quella di Salisbury impiegaronsi 39 anni, e ne conta poche pari in magnificenza. Una passione, oimè! non frenata nei suoi inizi, bastò a svellere dal corpo della Chiesa questo regno, chiamato per antonomasia, la terra dei Santi; la cupidigia distrusse i monasteri, l’empietà chiuse i templi, e la barbarie trucidò vescovi, sacerdoti, monaci, vergini… Siffatte conseguenze seco si trasse la brutta passione! Povera Inghilterra! In tuo favore non altro abbiamo che lacrime e voti; ma in tuo prò congiungono le loro preghiere alle nostre ed a quelle di Maria, gli Agostini, gli Anselmi, i Tommasi, gli Edoardi, gli Edmondi, e ben già se ne ravvisano i salutari effetti. Noi vediamo quel governo farsi di giorno in giorno meno ostile al cattolicismo: già si contano 926 chiese cattoliche; un cardinale creato nel 1840, 18 tra arcivescovi e vescovi, 1217 sacerdoti esercitano liberamente le loro funzioni. Un gran numero di scuole, di seminarii, di ospizi, di ospedali, la più parte affidati alla tutela di Maria, danno le più care speranze di un prossimo ritorno al seno di santa Chiesa di tutto il regno.

Orazione.

O Maria, primo tabernacolo del Verbo fatto carne, la quale riceveste con tanto amore nel santo vostro seno questo Dio annichilato, ottenetemi le disposizioni necessarie, onde fervorose sempre e meritorie siano le mie comunioni in vita, e sopra ogni altra fervorosa e santa quella che precederà la mia morte. Così sia.

OSSEQUIO.

Nel mettervi a letto figuratevi d’essere al divin tribunale, ed ascoltate ciò che vi dice la coscienza.

GIACULATORIA.

In Die judicìi libera me, Domina.

Nel giorno estremo

Giorno di pianto,

Madre copritemi

Col vostro manto.

-295-

Virgo ante partum, ora prò nobis.
Ave Maria.
Virgo in partu, ora prò nobis.
Ave Maria.
Virgo post partum, ora prò nobis.
Ave Maria.
Indulgentia trecentorum dierum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, invocationibus quotidie per integrum mensem iteratis (S. C . Indulg.,
20 maii 1893; S. Pæn. Ap., 12 oct. 1934).

X. GIORNO.

Visitazione.

Il bambino che vive nelle castissime viscere di Maria venne a portare sulla terra il sacro fuoco della carità; il suo cuore ne è la sorgente, e già lo accese nel cuore di sua Madre. Al contatto del cuore di Gesù, il cuor di Maria diviene fornace divampante di amore e di carità: questo fuoco è attivissimo epperciò la stimola, la spinge a comunicarlo ad altri cuori. Quindi alla primiera notizia che la situazione d’Elisabetta domanda le sue cure, Maria esce dalla cara sua solitudine di Nazaret, s’avvia verso le montagne della Giudea, e va a costituirsi ancella di colei alla quale ella medesima è immensamente superiore. Ma lo spirito di Maria non conosce quelle idee di preminenza, di dignità, d’autorità, e va dicendo, di che il mondo si pasce con tanta sicurezza; eh! no: più la è grande, e più è umile; né altro ravvisa in Elisabetta che una sua parente la cui avanzata età e gravidanza merita le sue attenzioni. — La carità comunica i tesori del cielo: ovunque passa, Maria semina benedizioni: alle sue parole Giovanni è santificato, Elisabetta profetizza, la casa del Levita esulta di gioia, e Maria prende parte sincera alla felicità di che è cagione. Per poco che si esaminino le parole dell’adorabile Salvatore intorno alla virtù della carità, di leggieri si scorge che questa virtù la vince sopra ogni altra agli occhi di Lui, ed è come la respirazione, la vita del suo divin cuore tutto ardente d’amore verso Dio, e degli uomini. E qual amore? ah! Betlemme, il Calvario, il tabernacolo altamente ci predicano che sì fatto amore non si contentò di parole: operò, sofferse, sacrificossi in pro nostro. Laonde non illudiamo noi medesimi; la carità che Dio esige da noi verso il prossimo esser dee una carità non teorica ma pratica, perciò disse; Tutto che FARETE al minimo dei vostri fratelli, lo considererò come fatto a me stesso.

ESEMPIO.

Fin dal IV secolo noi vediamo s. Adalberto vescovo di Gnesne, comporre inni a Maria per l’armata polacca, la quale combatteva ne’ paesi ancora infedeli della Pomerania e della Prussia. Uno di questi, le cui iniziali erano: Boga Botsica (Madre di Dio), fu per molti secoli il loro cantico guerriero. I Poloni ascrissero mai sempre a loro precipuo onore l’essere detti i figli della Chiesa Cattolica Romana, ed i servi fedelissimi della Madre di Dio, da essi chiamata la Regina del cielo e della Polonia, od eziandio semplicemente la Regina della Polonia. Ad avere un’idea caratteristica della venerazione che questo sventuratissimo regno sentiva per Maria, parmi sufficiente questo fatto. Per legge di stato era formalmente vietato l’imporre a chi che sia il nome di Maria, onde col rendersene familiare il nome, non si venisse a scemar di rispetto verso di Lei; e questa proibizione fu spinta a tal segno che Ladislao IV, impalmandosi a Maria Luigia di Nevers, nel contratto nuziale appose la clausola che la novella regina abbandonerebbe il nome di Maria, perché forse non l’avrebbero i polacchi tollerato. Indarno tentarono per lo addietro la riforma ed il sinodo russo di schiantare questo culto da quella infelice nazione; ma pur troppo! da tre anni sì feroce è la persecuzione mossale dai luogotenenti dello Czar Alessandro, sotto politici pretesti, che quasi quasi presentemente (1867) non rimane più vestigia né di polacchi, né di culto cattolico. Il cielo solo può ancora rimediare a tanto sterminio; preghiamo e speriamo!

Orazione.

O Maria, consolatrice degli afflitti, ispirate al mio cuore un grammo di quella carità che rese l’immacolato vostro Cuore così sensibile alle nostre miserie. Deh! fate che a vostro esempio, io sia pieno di misericordia, d’indulgenza, di compassione pe’ miei fratelli, e specialmente per quelli che mi offendono, o da cui ricevo qualche torto, onde conseguir possa il premio promesso alla carità. Così sia.

OSSEQUIO.

Stando in Chiesa, dite: Se io dovessi star qui in ginocchio per tutta l’eternità, oh! che disperazione. E nell’inferno! e nell’inferno!

GIACULATORIA.

A pœnis inferni libera me, Domina.

Dal cupo, orribile

Eterno esilio

Madre salvatemi

Son vostro figlio.

XI. GIORNO.

Il Magnificat.

Continuiamo ad ammirare i prodigi di che è feconda la visita di Maria ad Elisabetta. — La Vergine immacolata ascolta le lodi che le sono prodigate dalla cugina ad ispirazione di Dio; non le rifiuta queste lodi, che la vera umiltà come ama la verità così odia e detesta la menzogna. Ma il suo cuor verginale, non che ripiegarsi sopra se medesimo onde compiacersi od invanirsi della propria eccellenza, non pone mente se non ai benefizi del Signore, e trovasi talmente ricolmo da sentimenti di gratitudine e d’amore verso di Lui che, impotente a contenerli dentro se medesimo, simile a vaso troppo pieno, apresi un’uscita, e lega ai secoli avvenire il più soave cantico che vanti la novella alleanza, qual perenne monumento della sua umiltà, riconoscenza ed amore. — L’anima mia glorifica il Signore, ed il mio spirito è rapito di gioia in Dio mio Salvatore, perché guardò l’umiltà della sua ancella; ed ecco che tutte le generazioni mi diranno beata ecc. – E questo inno di paradiso è cantato da Maria a nome di tutti i beneficati dal Signore, di tutti i redenti del Calvario. Ad esempio di Maria, siamo noi riconoscenti ai benefici di Dio? La ricordanza della liberalità di questo Dio, il quale è per noi il Padre più tenero ed il benefattore più generoso, accende per avventura ne’ nostri cuori un profondo sentimento di gratitudine e d’amore? Oimè! l’abitudine di ricevere i benefici dal nostro Dio ci rese insensibili, e ce ne serviamo senza neanco benedire alla mano che sopra di noi li sparge; non ne conosciamo il prezzo se non allorché ne siamo privi; e le nostre labbra che apronsi così spesse fiate onde implorare novelli favori, ignorano poi la via d’aprirsi allorché è d’uopo renderne grazie a Colui dal quale scende ogni dono perfetto. Oh! Perché mai non arrossiamo di comparir ingrati verso Dio, noi i quali arrossiamo di comparir ingrati verso gli uomini?

ESEMPIO.

Sebbene fin dal II secolo, e poi nuovamente nel VI fosse predicato il Vangelo nella Baviera da s. Roberto, possiam dire tuttavolta che la Religione Cattolica, col culto della Madre di Dio, non divenne la religione dominante che nel 755, in cui s. Bonifazio vescovo di Metz e di Magonza fondò l’arcivescovado di Eichstadt. Ottone I pose tutti i suoi stati sotto il patrocinio di Maria. Alla metà del secolo XVIII noveravansi nella Baviera 315 case religiose, tutte dedicate al culto della B. Vergine, e la più parte occupate nell’educazione della gioventù. Ad Alten-Oelting è venerata una prodigiosa statua, celebre per innumerevoli pellegrinaggi che vi si fanno. Frequentatissima da ogni ceto di persone è l’immagine della B. Vergine al monastero della Visitazione in Oggersheim. La festa della Natività solennizzata nella chiesa della santa Casa di Loreto, vi radunò nel 1845, oltre a dodici mila fedeli, di cui otto mila accostaronsi ai Sacramenti, A Munich, in una cappella attigua al convento de’ Cappuccini, si scorge la più gran venerazione a Maria V. Addolorata. La cattedrale di Passau, dedicata alla Annunziazione di Maria, vi trae ogni anno un considerevole numero di pellegrini, e Maria Annunziata li rinvia consolati, paghi nei loro voti.

Orazione.

O Maria, perfetto modello di gratitudine, non permettete che la sconoscenza agghiacci il mio cuore; ma prestatemi il vostro per benedire al Signore di tutti i beni spirituali e temporali a me prodigati, onde la mia vita divenga un continuo ringraziamento, e quest’inno di benedizione, di laude cominciato nel tempo, possa continuarlo perennemente nell’eternità. Così sia.

OSSEQUIO.

Risolvetevi ad una pratica di divozione a Maria da farsi ogni giorno affinché vi liberi dall’inferno.

GIACULATORIA.

Gratias tibi, Virgo, quia non ardeo.

Se tra le eterne

Fiamme non sono,

Vergine eccelsa

Fu vostro dono.

320
Magnificat anima mea Dominum: Et exsultavit spiritus meus in Deo salutari
Quia respexit humilitatem ancillæ suæ: ecce
enim ex hoc beatam me dicent omnes generationes.
Quia fecit mihi magna qui potens est: et sanctum
nomen eius.
Et misericordia eius a progenie in progenies
timentibus eum. Fecit potentiam in brachio suo: dispersit superbos mente
cordis sui.
Deposuit potentes de sede, et exaltavit humiles inanes. Esurientes implevit bonis: et dìvites dimisit inanes.
Suscepit Suscepit Israel puerum suum, recordatus misericordiæ
suæ. Sicut locutus est ad patres nostros, Abraham
et semini eius in sæcula.
(Luc., I , 46).
Indulgentia trium annorum.
Indulgentia quinque annorum, si canticum in festo Visitationis B. M. V. vel quolibet anni sabbato recitatum fuerit.
Indulgentia plenaria suetis conditionibus, cantico quotidie
per integrum mensem pie recitato (S. C. Indulg.
20 sept. 1879 et 22 febr. 1888; S. Pæn. Ap., 18 febr.
1936 et 12 apr. 1940).

XII. GIORNO.

Ritorno di Maria in Nazaret.

Come tutti gli sventurati figli di Adamo, e più di tutti Maria doveva essere provata al crogiuolo della tribolazione; conciossiachè predestinata dal Signore ad immensa gloria esser doveva predestinata eziandio ad immensi dolori. Non ci rivela l’Evangelo se Maria fosse ancora presso la cognata al tempo della nascita del santo precursore; certa cosa è tuttavolta che fu mai sempre guidata dal Santo Spirito in ogni sua operazione. Rientrata nell’oscurità di Nazaret, per le necessarie domestiche relazioni s’avvede il casto suo sposo della gravidanza di lei. Quale sconforto per Giuseppe! Che pensa? a che si risolve? Reputeralla colpevole? Oh! no; troppo santa è Maria, e troppa venerazione ispira…. eppure non si può ignorare che Ella è divenuta madre. — Sospende adunque ogni giudizio, ed appigliasi al partito di celatamente allontanarsi da lei; preferendo in sì fatta guisa esporsi al biasimo ed al disprezzo che ne saranno la conseguenza, piuttostochè diffamare la Vergine Immacolata con l’accusarla d’infedeltà al cospetto di tutta la nazione. Maria legge sul volto dello sposo tanta tristezza: con una sola parola potrebbe ridonargli la pace; ma questa parola formerebbe la sua gloria, e l’umile Maria non la pronunzia. – Se il silenzio di Maria è il modello delle anime bersagliate dai falsi giudizi e dalla calunnia, la moderazione di Giuseppe in sì delicato frangente è la condanna delle anime corrive nei giudizi temerari. Non giudicate, e non sarete giudicati: chi pronunziò questo comando e questa promessa si è quel Giudice sovrano ed infinitamente giusto cui avremo un giorno a rendere ragione dal più grave delitto al più intimo palpito del cuore. E noi non ignoriamo neanco che il Vangelo è l’unico codice che verrà da Lui consultato onde profferire inappellabile sentenza; e che allora la misericordia cederà il luogo alla giustizia. Or bene; fu per avventura così santa la nostra vita che nulla ci resti a temere da un giudizio il cui pensiero incuteva terrore ai più gran santi?…

ESEMPIO.

La Lapponia dividesi in russa e svedese. Cristiani sono i Lapponi, ma la lor religione trovasi in generale, sfigurata da assurdissime superstizioni. Le sole religiose idee rette da essi conservate, riguardano il mistero dell’Incarnazione, ed il culto della Santa Vergine, epperciò professano un esemplare rispetto alla croce di Gesù ed alle immagini di Maria. Incerta è l’epoca della loro conversione al cristianesimo. I più accreditati autori la fissano circa l’842, tempo in cui l’apostolo del Settentrione, s. Anscario, evangelizzò la Lapponia, l’Islanda e la Groenlandia. – Un celebre tempio dedicato a Maria, fu eretto nel 1030 a Wardenhuns.

Orazione.

Oimè! colpevole e pieno di miserie, o tenera Madre mia, giudico i miei fratelli con una severità che dovrei riservare per me solo, e riservo per me un’indulgenza che dovrei unicamente usare verso i miei fratelli. Deh! Insegnatemi a conoscere me stesso affinché vivendo nell’umiltà, eserciti la sincera carità. Così sia.

OSSEQUIO.

Fate una visita a Maria onde per voi ringrazi il divin Figlio dei benefici che vi ha fatto, e vi perdoni l’ingratitudine vostra.

GIACULATORIA.

Vita, dulcedo, spes nostra, salve.

Vita dolcissima,

Speranza mia

Salve purissima

Vergin Maria.

-276-

Christe, qui Mariæ et Ioseph
subditus, domesticam vitam ineffabilibus virtutibus
consecrasti: fac nos, utriusque ausilio,
Familiae sanctae tuæ exemplis instrui et consortium
consequi sempiternum: Qui vivis et
regnas in sæcula sæculorum. Amen (ex Missali Rom.).
Indulgentia quinque annorum.
Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo
orationis recitatio, quotidie devote peracta, in integrum
mens’em producta fuerit (S. Pæn. Ap., 3 sept. 1936).

XIII. GIORNO.

Viaggio a Betlemme.

Era scritto che il Messia doveva nascere a Betlemme. Nascosta nell’umile sua dimora Maria attendeva con profonda pace quel giorno benedetto tanto sospirato dai patriarchi e dai profeti, quando sente da Giuseppe essere necessario recarsi seco lui a Betlemme pel censimento prescritto dall’imperatore romano, essendo ambedue della famiglia di David. In tal guisa il Signore fa servire all’esecuzione de’ disegni suoi la politica ed i capricci degli uomini. Ecco Maria portata da umile cavalcatura, guidata dal santo suo sposo, dirigersi alla volta della città reale. Arrivata alle porte di Betlemme, fa sosta la povera carovana, e Giuseppe s’inoltra a cercar un asilo; ma tutti gli alberghi sono ingombri d’illustri viaggiatori, di doviziose famiglie…, non v’ha ricetto pel povero artigiano. Ei ritorna a Maria e le annunzia l’amaro disinganno; e Maria abbassa il capo e adorando la volontà di Dio, risponde: Fiat. – Una donna commossa a tal vista, loro addita una grotta deserta non lungi dalla città in mezzo alla campagna. O Figlia di David, o Madre dell’Altissimo, ecco la vostra reggia! Vi entra Maria, e volgendo intorno intorno lo sguardo sopra le umide e povere pareti, ripete una seconda volta Fiat. – La povertà preparò la culla al Dio fatto carne, lo accolse al suo ingresso nel mondo, lo seguì sulla terra d’esilio, con Lui fe’ ritorno dall’Egitto in Nazaret, ormeggiò tutti i suoi passi nella privata e pubblica sua vita; Ella ancora lo accompagnò al Calvario, seco Lui ascese il sanguinoso trono della croce; Ella infine gli preparò l’ultimo suo letto. Dopo sì fatti esempi oh! come consolanti, come belle sulle labbra dell’Uomo-Dio risuonano quelle parole che beatificano la povertà, e la fanno sedere sul trono della felicità e della gloria: Beati i poveri di spirito, ché ad essi appartiene il regno de’ cieli. Tutti i santi ottimamente compresero la morale del divino Maestro, e ne fecero lo studio e la pratica di tutta la loro vita; e noi l’abbiamo in orrore, e diciamo col fatto: Beati i ricchi, e pretendiamo salvarci!..

ESEMPIO.

Il culto a Maria venne introdotto in Italia col Vangelo fin dal primo secolo della Chiesa, e rapidissima ne fu la propagazione, malgrado le persecuzioni degli imperatori pagani, e le irruzioni de’ barbari, nemici non meno accaniti della Cattolica Religione, e sempre puro si mantenne come s’addice alla contrada, nel cui centro ha sede il Vicario dell’Uomo-Dio. Impossibile riesce il far menzione dei mille luoghi ove si venerano prodigiose immagini di Maria. Roma sola conta oltre a cinquanta chiese a lei dedicate, e quattordici Napoli. Se questa adesso sì sventurata nazione, può andar superba per l’amore di preferenza dimostratole dal Signore nel costituirla il centro della cattolicità, non può forse andar parimente superba per l’amore di preferenza dimostratole da Maria che in essa volle prodigiosamente trasferita la casa di Nazaret, santificata dalla sua presenza, e da quella del Salvator del mondo? – Onorasi a Torino la B. Vergine della Consolata, a Pisa la Madonna della Spina, a Firenze la Madonna del Popolo, a Mantova la Madonna delle Grazie, a Capotena quella del Rosario, a Carlo-Forte quella della Concezione, a Spoleto quella del Carmine, senza parlare di quasi innumerevoli santuari posti sulla vetta o tra le gole delle più dirupate montagne. Il Tirolo, la Stiria, hanno le case e le vie adorne tutte dell’immagine di Maria.

Orazione.

O Maria, la quale foste veramente povera di spirito e di cuore, ottenetemi stima ed amore alla povertà; fate che, a vostro esempio, io cerchi innanzi tutto il regno di Dio e la sua giustizia, convinto che si avvererà in tal guisa la promessa del vostro divin Figlio, e che tutto il resto mi sarà donato per soprassello. Così sia.

OSSEQUIO.

Ovunque vi troviate, esercitate una particolare modestia in riparazione degli scandali dati al vostro prossimo.

GIACULATORIA.

A delictis meìs munda me, et ab alienis parce servo tuo.

Vorrei perdono

De’ falli miei

De’ falli altrui

Perdon vorrei.

308
Recordare, Virgo Mater Dei, dum steteris in
conspectu Domini, ut loquaris prò nobis bona,
et ut avertat indignationem suam a nobis (ex
Missali Rom.).
Indulgentia trecentorum dierum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidie perintegrum mensem  invocatio pie recitata fuerit (S. Pæn.
Ap., 22 nov. 1934).

XIV. GIORNO.

Maria al presepio.

Entrata nell’umile tugurio obliò ben tosto la Vergine Immacolata e le fatiche del viaggio e la durezza dei betleemiti, e la terra e tutte le cose della terra, per non occuparsi che del Dio il quale faceale presentire imminente il suo ingresso nel mondo per mezzo d’estasi d’amore sconosciute ai serafini stessi. Ed è frammezzo a quest’estasi di paradiso, che il Dio Bambino uscì dal seno verginale di Maria senza danno alcuno all’integrità di Lei, come il raggio del sole attraversa limpido cristallo senza alterarne benché menomamente la purezza. Il primo vagito dell’adorabile bambino fe’ rientrare in se medesima la Vergine Madre: tremante d’emozione e di gioia contemplò Maria con religioso spavento per qualche istante il Verbo fatto carne: poi prendendolo tra le braccia, lo serrò contro il cuore, lo bagnò di lacrime, adorollo come suo Dio, baciollo come suo figlio. – Oh! chi ci dirà i sentimenti del cuor di Maria in quell’ora avventurata, allorché l’amor di Dio e l’amor materno formarono nel suo cuore un solo amore, e l’inondarono di castissime voluttà? Chi varrà a dipingerci i trasporti d’amore che fece nascere nel cuor di Maria la prima occhiata di Gesù, il primo vagito di Gesù, la prima lacrima di Gesù? Ah! non è dato alla debolezza nostra lo scandagliare questo abisso. Contemplare, adorare Gesù tra le braccia della Vergine-Madre, quale ventura! Ma non possiamo forse visitare Gesù, adorarlo in annichilamenti più profondi ancora, gli annichilamenti dell’Eucaristia? È forse meno amabile nel tabernacolo che nel presepio? meno prodigo di sue grazie? – Il tabernacolo! ah! ecco il centro della luce ove illuminaronsi le intelligenze più prodigiose; la fornace ove si accesero i cuori i più ardenti, la scuola ove si apprese la virtù dei sacrifici i più eroici, la sorgente di acqua viva a cui si attinsero le consolazioni più pure. Eppure per quanti cristiani il Dio del tabernacolo, come il Dio del presepio, è un Dio straniero, un Dio sconosciuto! Ci troviamo noi forse nel novero di questi sconoscenti ed infelici cristiani?….

ESEMPIO.

Antico quanto il Cristianesimo, è nella Corsica il culto della SS. Tergine; vi predicarono l’Apostolo s. Paolo ed i discepoli di san Pietro. La più parte delle cattedrali di quest’isola ricordano un mistero della vita di Maria; l’Assunzione quella di Nebbio, edificata nel VII secolo, e quella di Mariana; l’Annunziazione quella di Corte, e tutti gli altri misteri le numerosissime cappelle di che trovansi seminati i dintorni di Bastia, la cui cattedrale si appella Maria- la- Santa. Fioriscono le associazioni del Rosario, dell’Annunziazione, della Natività, ecc.; quasi tutte le feste di Maria vi sono celebrate coll’ottava. Il più celebre degli oratori è quello di Lavasina sulla spiaggia marittima: malgrado la corruzione de’ nostri giorni, da tutti i punti d’Italia vi accorrono devoti i pellegrini d’ogni età e condizione tra li 8-16 settembre a sciogliere i voti fatti nel corso dell’anno. Nel 1730 (30 gennaio) in generale adunanza riuniti i Corsi elessero Maria per loro sovrana, ed ordinarono che, sull’esergo delle monete corse, venisse inciso: Monstra te esse matrem.

Orazione.

O Maria! la quale foste il sacro altare su cui riposò le tante volte il Verbo incarnato; deh! fate che io trovi le mie delizie nel tenermi ai suoi piedi nel sacramento dell’amor suo, onde, dopo averlo senza interruzione corteggiato nel tempo, venga annoverato tra i suoi adoratori ancora nel gran giorno dell’eternità. Così sia.

OSSEQUIO.

In qualsivoglia luogo v’incontriate in un’immagine di Maria, salutatela col recitare l’Ave Maria, vincendo ogni rispetto umano.

GIACULATORIA.

Sancta Maria, Mater Dei, ora prò nóbis peccatoribus.

Per tutti ì rei,

Pregate Iddio:

Son reo pur troppo,

O Madre anch’io.

311
Benedicta es Tu, Virgo Maria, a Domino Deo
excelso, præ omnibus mulieribus super terram
(ex Missali Rom.).
Indulgentia trecentorum dierum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, prece iaculatoria quotidie per i ntegrum mensem pie repetita (S. Pænit. Ap., 20 maii 1936).

XV. GIORNO.

Purificazione.

Nella stessa guisa che il sole vibrando i suoi raggi sui fiori non fa che renderne più splendido il colore, più soave l’olezzo, così la nascita di Gesù lungi dal nuocere alla purezza della Vergine-Madre, accresciuta aveala ed adorna di novello fulgore. Laonde per lei non vigorisce la legge della purificazione, né pel suo figlio concepito per opera dello Spirito Santo, figlio unico dell’eterno Padre, è vero: ma, e come potrà non sottomettersi a questa legge, Maria, la quale vide il Figlio di Dio sottomettersi alla legge promulgata pei peccatori, la legge della circoncisione? Dolorosissimo oltre ogni dire fu per la povera Madre questo sacrifizio: non già perché rapisse a Lei dinanzi agli uomini la sua più bella qualità, quella di Vergine incontaminata, figuratevi! Maria non cercava che di nascondere la propria gloria: ma in qual modo velare la gloria di quel desso che Ella così ardentemente bramava di vedere adorato, conosciuto, glorificato da tutte le creature? Presentare al suo popolo come un ordinario bambino l’aspettato della nazione, il promesso dai profeti, il Dio che scendeva a vivere con l’uomo, salvarlo, riaprirgli il cielo? Vani discorsi! Maria allora soltanto si stima avventurata che le è dato glorificare la Maestà sovrana con l’umile ubbidienza alle sue leggi. – Quest’ammirabile ubbidienza di Maria come altamente condanna le continue nostre infrazioni delle leggi di Chiesa santa, ed i mendicati pretesti onde esimerci dall’osservarla! Oh! guai a quei figli ingrati i quali ribellansi alla loro Madre, la deprezzano, contristano il cuore di lei, l’oltraggiano; perché, vano l’illudersi! non è la Chiesa solamente che essi offendono, sebbene Dio stesso. Non limitiamoci tuttavolta ad amarla e rispettarla, con l’umile sommissione alle sue leggi, ma facciamola amare e rispettare dagli altri ancora col prenderne la difesa contro i suoi nemici: Non curiamo i loro sarcasmi; che anzi andiamone superbi; che i sarcasmi e gli insulti tollerati per la nostra fede, diverranno un giorno i nostri titoli di gloria dinanzi a Dio.

ESEMPIO.

Come la Lapponia, così tutte le altre regioni del Nord furono evangelizzate dall’apostolo del settentrione, S. Anscario. Sventuratamente, per mancanza di cristiana istruzione, il culto di Gesù e di Maria trovossi adulterato ben presto da innumerevoli superstizioni. Nel XVI secolo i Danesi, i Norvegesi e gli Svedesi abbracciarono gli errori di Lutero e di Calvino. Una parte ciò non ostante non disprezzabile professa ancora la Religione Romana, e nutre fervida divozione a Maria. Le preghiere che, mercé gli scritti dello svedese P. Stub barnabita, da ogni parte del mondo cattolico salgono a Dio in pro di queste settentrionali regioni, già cominciano a produrre sensibile effetto. In Isvezia con la religione rialzasi visibilmente il culto di Maria. Monsig. Studach vicario apostolico a Stockolm, consacrò (16 settembre 1837) una chiesa a Dio sotto l’invocazione di Maria; e due anni dopo, nella chiesa di s. Eugenia, eresse canonicamente la compagnia dell’immacolato Cuore di Maria. Confidiamo che si degnerà il Signore di esaudire pienamente le nostre preghiere.

Orazione.

O Maria che mi deste un sì prodigioso esempio di ubbidienza alle leggi di Dio e della Chiesa, ottenetemi quella perfetta sommissione che ha sua sorgente nell’amor di Dio. Vegliate eziandio sull’amatissimo pontefice Pio IX, consolatelo, tergete le sue lacrime col ricondurre ai suoi piedi tante anime infelici che l’abbeverano di amarezza, ed infliggono sul paterno suo cuore dolorosissime ferite. Così sia.

OSSEQUIO.

Se tra i vostri libri, o scritti, od immagini possedete alcun che di meno decente, consegnatelo tosto alle fiamme ad onor di Maria.

GIACULATORIA.

Janua cœli, ora prò nobis.

Per queste a voi

Alme fedeli,

Pregate, o lucida

Porta de’ cieli.

312
Regina mundi dignissima, Maria Virgo perpetua,
intercede prò nostra pace et salute, quæ
genuisti Christum Dominum Salvatorem omnium
(ex Missali Rom.).
Indulgentia trecentorum dierum. Indulgentia plenaria  suetis conditionibus, dummodoquotidie per integrum mensem invocatio devote iterata fuerit (S. Pæn. Ap., 10 oct. 1936).

XVI. GIORNO.

Vaticinio di Simeone:

Non solamente per osservare la legge della purificazione venne la Vergine-Madre al tempio, ma eziandio onde deporre sull’altare del Signore l’innocente Vittima delle prevaricazioni di tutti i discendenti del primo fra i colpevoli. In questo mentre, eccoti il vecchio Simeone, guidato dal Santo Spirito al tempio, approssimarsi a Maria, tendere le braccia al divin bambino, adorarlo profondamente, e poi, premendolo amorosamente al cuore, esclamare « I miei occhi videro la salute, or muoio in pace. » Vestendo quindi mestissimo aspetto volge fatidica parola a Maria « Ecco che è posto in ruina ed in risurrezione di molti in Israello; e come segno di contradizione; ed una spada trapasserà l’anima tua » Ben comprese la povera Madre tutto il senso di quelle parole: comprese che il suo Gesù sarebbe quella spada, vale a dire che i suoi dolori formerebbero una piaga sì fatta nel materno suo cuore che, apertavi in quell’istante medesimo, doveva ad ogni giorno, ad ogni ora del giorno, farsi più crudele, più profonda, più lacerante, né più rimarginarsi che sulla soglia del cielo. E tutta volta nella veemenza dell’afflizione, non sa Maria che adorare la volontà del Signore, e pienamente abbandonarsi agli imperscrutabili suoi disegni. Rendiamoci capaci di questa importantissima verità; cioè che il Signore non domanda da noi strepitose azioni, ma la perfetta sommissione della nostra volontà alla sua. Ecco il più gran segno d’amore che sia in nostra mano di dargli, non meno che la più sicura, la più agevole via onde giungere alla più alta perfezione. Facendo la volontà nostra noi bene spesso ci diamo a credere di gradire a Dio, e non soddisfiamo che il nostro amor proprio: laddove sottomettendo la nostra volontà a quella di Dio, per quanto penosa la esser ci sembri, certa cosa è tuttavia che noi soffriamo ma Dio è contento; ed a misura che perfetta è la nostra sommissione, più abbondante farassi la pace nel nostro cuore, e più copiosi saranno i meriti che ci acquisteremo pel cielo.

ESEMPIO.

L’Olanda, regno dopo il 1814, ebbe i suoi apostoli fino dal II secolo: sant’Egisto e san Materno con la fede propagarono il culto di Maria nella Frisia: san Siagrio e san Superiore fra i Batavi. In breve tempo, mercé lo zelo di questi santi, a Tourges, Haarlem, Maestricht, Loeuwarden, Groeninga, Arnhem, ecc. elevaronsi magnifici santuari, ove inneggiavasi a Dio ed alla perfezione dell’immacolato Cuor di Maria. S. Willibrord, primo vescovo di Utrecht, vi edificò una chiesa all’augusta Madre di Dio, mentre altrettanto facevano nella Frisia, s. Bonifazio, e nella Campignia s. Lamberto. Gli errori di Lutero e Calvino penetrarono nell’Olanda nel 1566, e vi fecero pur troppo, orribili guasti; presentemente tutto dà a sperare un non lontano ritorno in grembo alla Chiesa Cattolica. Qualche anno fa, venne ridonato ai cattolici l’antico tempio di Maria, il quale era stato ridotto ad arsenale. Nuovo passo che dà nella divozione verso la B. Vergine, questa contrada.

Orazione.

O Maria, perfetto esemplare di sommissione alla volontà divina, fate che in mezzo alle mie afflizioni, io non dimentichi mai che il Signore non vuole se non quello che è proficuo all’anima mia; e che la mano con cui mi flagella, è mano di amorosissimo padre. Frenate le mie mormorazioni, ed insegnatemi a benedire a quel Desso la cui volontà è sempre piena per me di sapienza, di misericordia, d’amore. Così sia.

OSSEQUIO.

Se mai vi siete raffreddato nella divozione a Maria, fate di riprendere tosto il primiero fervore.

GIACULATORIA.

Et tràhe me, post te, Santa Mater.

Siatemi fulgida

Propizia stella,

Con voi traetemi

Vergine bella.

314
Ora prò nobis, sancta Dei Genitrix, ut digni
efficiamur promissionibus Christi (ex Brev. Rom.).
Indulgentia trecentorum dierum. Indulgentia plenaria, su etis conditionibus, quotidiana invocationis recitatione per integrum mensem producta (S. Pæn. Ap., 15 dec. 1940).

XVII. GIORNO.

Fuga in Egitto.

Il vaticinio di Simeone non tardò ad avere il suo principio, l’angelo del Signore comparisce a Giuseppe nel sonno e « su, gli dice, alzati, prendi il fanciullo e la madre di Lui, fuggi in Egitto, che Erode cerca a morte il bambino. » Oh! chi non si sente commosso da tenera compassione nel contemplare la Vergine-Madre tremante per la vita del suo divin Figlio, toglierlo dalla culla, stringerselo amorosamente al seno, e, senza permettersi un sol lamento, avviarsi tra le tenebre della notte, senz’altra guida e compagnia che il suo sposo Giuseppe, verso la terra d’esilio? Che non dovette soffrire per anco quest’augusta Trinità della terra, nell’attraversare l’immenso deserto che separa l’Egitto dalla Palestina, senz’altra risorsa per sì lungo cammino che la fiducia in Dio? E poi, giunti i santi esiliati al termine del loro viaggio, non giunsero tuttavolta al termine delle loro pene. In Egitto più ancora che a Betlemme ed a Nazaret, la povertà con tutte le sue privazioni ed umiliazioni, stette indivisa compagna ai loro fianchi. Ma tutte queste prove, tutti questi dolori erano da Dio voluti, e l’umile Vergine, sempre uguale a se stessa, li sopporta in silenzio, con inalterabile pazienza, con perfetta rassegnazione. – Se il Signore volle che Maria prendesse sì gran parte ai dolori umani, non è forse per rendere noi persuasi che la croce è il vero sigillo de’ predestinati? E dall’ora in cui l’Uomo-Dio, barcollante sotto l’enorme peso della croce, guadagnò la vetta del Golgotha, e confitto consumò il sanguinoso suo sacrificio, questa croce sì è fatta non la speranza soltanto de’ discepoli suoi, sivveramente l’eredità loro. Qui non v’ha eccezione: come la morte, così la croce, raggiunge tutte le classi della società, il dovizioso ed il mendico, il vecchio ed il giovane, a tutti Gesù distribuisce alcuna delle spine del doloroso suo diadema, ed a tutti fa sentire: « Colui che vuol essere mio discepolo, rinunzi a se medesimo, tolgasi la sua croce sulle spalle, e mi segua. »

ESEMPIO.

La Grecia, celebre contrada meridionale dell’Europa, fu per la massima parte evangelizzata dall’apostolo s. Paolo, e fervido ognora si mantenne il culto di Maria. Non vi ha forse altro paese così fecondo in ritrovati onde alimentare questo culto; Maria è invocata sotto differenti titoli: vien chiamata Nostra Signora delle Grazie, dei Dolori, della Misericordia, dell’Immenso. Consolatrice, Stella del mattino, Nostra Signora la Vergine-Madre, Nostra Signora Madre di Dio, ecc. ; è rappresentata sotto graziosissimi simboli: di regina in atto di proteggere il suo popolo, di ricca dama in atto di largire copiose limosine, o di medicar infermi, soccorrere afflitti, ricoverare mendici, come stella che rischiara la tenebria del mare ai naviganti: come vascello immobile al rompere delle tempeste: come incrollabile fortezza contro nemici assalti; come porta che mette in cielo, ecc. – La si nomina Panagia, la tutta-Santa, Evangelistria, apportatrice di fauste novelle, Nicopeia, trionfatrice, Phaneromena, rivelatrice di cose salutari, Hodegetria, guida conduttrice, Achatista, preservatrice, ecc. Atene, Megara, Vonitza, Gordiani, ecc.; le isole di Tino, di Delos, di Santorini, vantano superbi santuari di Maria, ne’ quali i Greci scismatici, confusi coi cattolici, implorano il soccorso della Vergine-Madre, ne celebrano i prodigi, e vi cantano inni di grazie.

Orazione.

O Maria, chiamata a sì giusto titolo Madre del dolore, e che conosceste tutte le amarezze della vita, ottenetemi la grazia di accettare ognora in spirito di penitenza le croci cui piacerà al Signore di addossarmi, e di santificarle per mezzo della pazienza e della rassegnazione, onde tutte rivolgansi in meriti dinanzi a Dio, e mi ottengano il premio promesso ai tribolati. Cosi sia.

OSSEQUIO.

Recitate la corona ad onore di Maria, e, se vi è possibile, invitate altri a tenervi compagnia.

GIACULATORIA.

Mater amabilis, ora prò nobis.

O Luce amabile

Degli occhi nostri

Porgete suppliche

Pei figli vostri.

315
Sancta  Maria, Dei Genitrix Virgo, intercede prò me.
Indulgentia trecentorum dierum. Indulgentia plenaria, suetis conditionibus, dummodoquotidie per integrum  mensem invocatio devote iterata fuerit (S. Pæn. Ap., 25 febr. 1941).

XVIII. GIORNO.

Amor di Maria verso Gesù.

Onde spiegare qual sia stato l’amor di Maria verso il suo divin Figlio, sarebbe necessaria non la lingua di un Angelo solamente ma il di Lei cuore: basta dire che quest’amore fu una derivazione dell’amor di Dio pel suo Verbo nel cuor di Maria; cuore creato da Lui appositamente per amare Gesù, ed amarlo senza divisione d’affetti. Quest’amore comunicato a torrenti nel cuor della Vergine-Madre dal Santo Spirito nel momento che discese onde fecondare le castissime viscere di Lei, andava ognora più divampando ad ogni sguardo, ad ogni parola, ad ogni carezza che da Gesù riceveva. Arroge che Maria poteva tranquillamente concentrare nel suo Figlio tutta la tenerezza dell’anima sua, tutti gli affetti del suo cuore, perché, in amando il più bello ed il più amabile de’ figli degli uomini, amava il suo Dio. Né sterile già ed ozioso dimorava tanto amore nel cuore di Maria, figuratevi! ei manifestavasi nelle sollecitudini, nella vigilanza con che provvedeva a tutti i bisogni di Lui, e risparmiavagli tutti i patimenti possibili: e queste cure prodigate da Maria verso Gesù con religiosa premura, con profonda umiltà, con illimitata tenerezza divenivano per quell’immacolato cuore gioie ognor novelle, ed alimento ognor novello a più acceso amore. – Nel meditare sull’amor di Maria verso Gesù, la confusione ed il rossore s’impadroniscono come naturalmente dell’anima nostra; vediamo tuttavolta che non nasca in noi scoraggiamento di sorta, sebbene un vivo desiderio di emularlo, quanto sia possibile alla fralezza nostra. Oh! Come passarcela senza Gesù il quale è l’unico nostro padre, fratello, amico, benefattore, tesoro? E se non possiamo far senza di Lui nel corso di nostra vita, che dire del momento di nostra morte? Chi di noi vuol morire senza Gesù, senza appoggiarsi sul cuore di Lui, senza gettar l’àncora delle proprie speranze sulla di Lui bontà infinita? E poi; allorché cangerà la sua qualità di Salvatore in quella di giudice nostro, come non ci riputeremo avventurati d’averlo amato in vita!….

ESEMPIO.

Il regno di Francia, da pochi anni impero, da XIV secoli per lo meno, a nessun altro cattolico paese della terra va secondo nel culto all’immacolato Cuor di Maria. S. Clotilde invocò il patrocinio di Maria, e Clodoveo, riportata una compiuta vittoria sui Germani a Tolbiac nell’anno 496, mantenne la sua promessa, ricevette il battesimo, e divenne zelantissimo dell’onor di Maria. Non è possibile nei stretti limiti di un esempio, diffondermi come sembra richiedere il soggetto; tuttavolta, a dare una sufficiente nozione, basta l’accennare che la Francia nelle sue ottanta diocesi, addita con santa alterigia, quaranta cattedrali che portano il nome dell’augusta Madre di Dio, e cinquanta mila oratorii, ove Maria dimostrasi la consolatrice degli afflitti. I suoi Sovrani da Clodoveo al regnante imperatore, moltissimi dei quali riposero tutta la loro gloria nel dimostrarsi degni del titolo di re Cristianissimi, precedettero con l’esempio i loro sudditi nella devozione e nell’amor di Maria. Questa terra di Maria difese con zelo e perseveranza l’onore dell’Immacolata Concezione: primiera dopo Roma, adottò la divozione del mese di maggio; diede il primo slancio a quella dei sacri Cuori di Gesù e di Maria, e conta migliaia di associazioni in di Lei onore. — O figlia primogenita della Chiesa, tergi, è tempo, le lunghe lagrime dell’amatissimo Pontefice, l’immortale Pio IX! Il Signore in tua mano ha posto i mezzi…. paventa che non ti stimi più degna di tanto onore, e scelga un’altra nazione per frangere le molte catene da che è cinta l’Immacolata sua sposa, e far cessare gli assalti con che tentano stoltamente di abbatterla gli arditi nemici suoi, nemici dell’altare come del trono!

Orazione.

O Maria, madre del bell’amore, insegnate alla povera anima mia la scienza del divino amore: insegnatemi ad amar Gesù con le opere, e non unicamente con le parole, ad amarlo costantemente tra le consolazioni come tra le croci, nella sanità come nelle malattie, onde l’estremo mio respiro sia ancora un atto d’amore per Lui, e di fiducia nella sua misericordia. Così sia.

OSSEQUIO.

Prima d’ogni azione ed in specie tra le tentazioni ripetete tra voi medesimo: Dio mi vede!

GIACULATORIA.

Illos tuos misericordes oculos ad nos converte.

A noi volgete

O Madre, quelle

Vostre pietose

Tenere stelle

321
Ave maris stella,
Dei Mater alma,
Atque semper Virgo,
Felix cœli porta.
Sumens illud Ave
Gabrielis ore,
Funda nos in pace
Mutans Hevæ nomen.
Solve vincla reis,
Profer lumen cæcis,
Mala nostra pelle,
Bona cuncta posce.
Monstra te esse matrem,
Sumat per te preces
Qui prò nobis natus
Tulit esse tuus.
Virgo singularis,
Inter omnes mitis,
Nos culpis solutos
Mites fac et castos.
Vitam præsta puram,
Iter para tutum,
Ut videntes Iesum
Semper collaetemur.
Sit laus Deo Patri,
Summo Christo decus,
Spiritui Sancto,
Tribus honor unus. Amen.
(ex Brev. Rom.).
Indulgentia trium annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo pia hymni recitatio, quotidie peracta, in integrum mensem
producta fuerit (S. C. Indulg., 27 ian. 1888; S. Pæn.27 mart. 1935).

XIX. GIORNO

Vita nascosta.

La vita di Maria in Nazaret, dopo il ritorno dall’Egitto, nulla, in apparenza, aveva di straordinario. Non scorgevasi in Lei che un’umile e povera donna, modesta, calma, silenziosa, onninamente occupata nelle sue domestiche faccende, ne’ lavori adatti alla sua posizione; che non cercava di comparire, di trarre sopra di sé gli sguardi altrui, fedele all’adempimento di tutti i doveri di religione, nulla nulla singolarizzandosi negli esercizi di pietà, né facendo, a giudizio dell’occhio, se non tutto che faceva quale che si fosse altra pia e fervente israelita. Tuttavolta sotto queste apparenze così umili e così comuni quali tesori di santità e di grazia non erano nascosti! Il disse lo Spirito Santo: « La bellezza della figlia di Sion è tutta interiore; » e questa bellezza celeste, involata ad ogni sguardo, splendeva in tutto il suo fulgore agli occhi del Signore. Sì, la vita di Maria era una vita nascosta, oscura; le opere di Lei piccole in apparenza, e di niuna importanza, ma grandi in realtà erano e del massimo pregio, perché nobilitate tutte, ed in ogni loro parte, dalla purezza d’intenzione, e divinizzate per mezzo dell’incessante unione che Ella facevane con tutte le azioni del suo divin Figlio. – La vita di Maria in Nazaret deve risvegliare in noi non l’ammirazione soltanto, ma un grande ardore di vivere, a suo esempio, in continua unione con Gesù. A tal fine meditiamone senza posa la vita; seguiamolo passo passo dalla nascita alla morte: vediamo segnatamente di penetrarci del suo spirito, modellare sopra i suoi i sentimenti nostri; amiamo ciò che Egli ha amato, disprezziamo ciò che Egli ha disprezzato, desideriamo ciò che Egli ha desiderato. Teniamo costantemente fissi gli occhi sopra questo divino esemplare onde rendere perfettamente uniformi i nostri ai suoi pensieri, la nostra alla sua volontà, le nostre alle sue opere; che egli solo è la via che dobbiamo seguire, la verità che dobbiamo credere ed amare, la vita di cui dobbiamo vivere nel tempo e nell’ eternità.

ESEMPIO.

L’Egitto, evangelizzato fin dal primo secolo della Chiesa, e divenuto meritamente celebre per i suoi deserti popolati dai padri degli anacoreti, non offre più oggigiorno che amare memorie dell’antica sua fama. Paolo, Antonio, Pacomio, Macario, e cento e cento altri furono l’edificazione dell’alta Tebaide per la santità, per l’austerità, per l’operosità della loro vita, e per il loro amore verso Maria. Origene fe’ illustre la bassa Tebaide, per la scuola da lui diretta, e per la difesa del culto di Maria, sostenuta contro Berillo. Credesi che la dimora della santa Famiglia in Egitto sia stata tra Alessandria ed il Vecchio-Cairo. Alessandria fu una delle culle del Cristianesimo e del culto dell’augusta Madre di Dio. Gli Atanasii, gli Alessandri, i Clementi, spiegarono il loro ingegno ed il loro zelo onde far conoscere ed amare Colei, alla quale era dedicata la chiesa metropolitana. Presso l’altar maggiore, nel santuario di Alessandria, si venerò per lungo tempo un antico quadro della Madre di Dio, in atto di occuparsi delle domestiche faccende in Nazaret; e sul limitare della chiesa un’altra immagine rinomata per sorprendenti prodigi. Il vicariato apostolico di Alessandria novera quindici mila cattolici romani devoti di Maria, e l’Egitto buon numero di Copti e di Greci; non pochi Musulmani ancora, specialmente gli Albanesi, piegano il capo, in passando dinanzi all’immagine di Maria, e nei loro solenni giuramenti invocano il di Lei nome più che quello del loro profeta Maometto.

Orazione.

O tenera Madre mia, io voglio, a vostro esempio, pensare collo spirito di Gesù, operare con le mani di Gesù, amare col cuore di Gesù, pregare, soffrire in unione con Gesù, e morire ancora unendo l’estremo mio respiro all’estremo respiro di Gesù, e la mia morte alla consumazione del suo sacrificio. Da Voi imploro, da Voi spero tal grazia. Così sia.

OSSEQUIO.

Baciate tre volte l’immagine di Maria dicendole: Voglio piuttosto servire a Voi, tenera Madre mia, che al demonio.

GIACULATORIA.

O Domina servus tuus sum ego;

Son vostro schiavo

Caro mio Bene:

Oh! fortunate

Dolci catene.

322
O gloriosa Virginum,
Sublimis inter sidera,
Qui te creavit, parvulum
Lactente nutris ubere.

Quod Heva tristis abstulit,
Tu reddis almo genuine:
Intrent ut astra flebiles,
Caeli recludis cardines.
Tu regis alti ianua,
Et aula lucis fulgida:
Vitam datam per Virginem
Gentes redemptae plaudite.
Iesu, tibi sit gloria,
Qui natus es de Virgine,
Cum Patre et almo Spiritu,
In sempiterna saecula. Amen.
(ex Brev. Rom.).
Indulgentia trium annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidieper integrum mensem hymnus pia mente iteratus fueri:
(S. Pæn. Ap., 22 nov. 1934).

XX. GIORNO.

La vedovanza.

Il momento dei gran dolori approssimavasi per la Vergine-Madre, e ad una vita di tranquilla felicità passata con Gesù e Giuseppe, stava per succedere una vita di sacrifici, d’isolamento, di strazianti inquietudini, di profondi dolori. Separandola dal casto suo sposo, volle il Signore far presentire alla Vergine Santa quell’altra separazione la quale le aprirebbe nel cuore tale ferita che non più si sarebbe rimarginata se non alla porta del cielo. Onusto di virtù e di meriti più che di anni, l’augusto capo della santa famiglia vide senza tema appressarsi l’istante che riunirlo doveva ai padri suoi. La sua vita, le sue forze eransi consumate in prò di Gesù e di Maria; ed ei troppo bene conosceva il cuore di quel Desso che osava chiamar figlio suo, per non sentirsi, in quei momenti estremi, ripieno della più intima confidenza, della più dolce tranquillità. E come no, s’ei moriva tra le braccia dell’Autor della vita, la testa appoggiata sopra il cuore di Lui? Preparata ad ogni sacrificio adorò Maria in umile silenzio la mano che sopra di Lei aggravavasi, e versò amare, ma rassegnate lacrime sopra la morte dell’amico e compagno delle sue gioie come dei suoi dolori, del suo esilio come delle sue fatiche e dal quale videsi mai sempre rispettata, custodita. – Ah! noi tutti conosciamo per esperienza propria i dolori che produce la morte d’un essere teneramente amato. In queste amare circostanze, non chiede il Signore che siamo insensibili a sì fatti sacrifizii; neanco le nostre lacrime ei condanna: solo ci vuole rassegnati alla volontà sua; vuole che dinanzi a Lui conserviamo la memoria delle persone che ci erano care, e che le nostre lacrime, congiunte alle nostre umili ed ardenti orazioni, divengano il prezzo del riscatto che gli offriamo onde soddisfare alla sua giustizia, ed aprir loro le porte del cielo. Agevole non meno che efficace si è questo mezzo. Il nostro amore segua pertanto le anime dei nostri morti tra le mani della divina giustizia, ed in tal guisa loro comprovi che non indarno affidaronsi alla costanza del nostro affetto.

ESEMPIO.

Il regno del Belgio, giovane se contansi gli anni suoi, e piccolo se il numero degli abitanti, vecchio tuttavolta e grande comparisce, se si pon mente agli anni consacrati nel servizio di Dio e nel culto dell’augusta Madre di Gesù; credesi evangelizzato, nel primo secolo della Chiesa. Fra le sue 2530 città e borgate, il Belgio ne conta un numero non piccolo le quali portano il nome di Maria; sia a mo’ d’esempio: Audhenove-Santa-Maria, Leerne-Santa-Maria, Mariabourge, Mariakerke, Marietta, Santa Maria Hoorebeke, ecc. Possiede venti mila altari dedicati a Maria, e rarissime sono le famiglie, ove la di Lei immagine non sia collocata d’accanto al crocefisso. Innumerevoli sono i santuari rinomati per grazie ottenute, e per affluenza di pellegrini da ogni angolo d’Europa, i conventi, gli ospedali, i ricoveri che portano il nome di Maria. Un gran segno della divozione del Belgio all’immacolato Cuor di Maria si ravvisa nella costante celebrazione delle di Lei feste, come se di precetto, sebbene abrogate dal concordato del 1801. Un altro segno si è il non trovarsi città o borgo, il quale non abbia un’associazione, una compagnia eretta in onore della B. Vergine. Il Belgio finalmente fu posto sotto la protezione di Maria dal card. Arcivescovo di Malines, nell’incoronamento dell’Immagine di Nostra Signora della Misericordia a Bruxelles (25 maggio 1843) cui presero parte, e vi vennero consacrati il re con tutta la real famiglia. Medaglie battute in quella circostanza in argento dorato, in argento ed in bronzo, ricorderanno alle venture generazioni la devozione del Belgio all’Immacolato Cuor di Maria.

Orazione.

O Maria, dolce stella che brillate sull’oceano di fuoco, ove la divina giustizia monda le anime dei trapassati, abbiatene pietà: perorate voi la loro causa presso il vostro divin Figlio; presentate alla sua giustizia, in loro redenzione, qualcuna delle lacrime che versaste ai piè della croce: lascerassi Gesù intenerire, aprirà loro il cielo, ed esse eternamente benediranno al Figlio ed alla Madre. Così sia.

OSSEQUIO.

Se siete in peccato mortale, confessatevene subito: se in grazia vincete l’ostacolo che in voi ravvisate a darvi del tutto a Dio.

GIACULATORIA

Gesù, Giuseppe e Maria, vi dono il cuore e l’anima mia.

A voi, Giuseppe,

Gesù, Maria

Dono il mio cuore

E l’alma mia.

-323-

Alma Redemptoris Mater, quæ pervia caeli
Porta manes, et stella maris, succurre cadenti.
Surgere, qui curat, populo: tu quae genuisti,
Natura mirante, tuum sanctum Genitorem,
Virgo prius ac posterius, Gabrielis ab ore
Sumens illud Ave, peccatorum miserere.
(ex Brev. Rom.).
Indulgentia quinque annorum.
Indulgentia plenaria, suetis conditionibus, dummodo
quotidiana antiphonæ recitatio per integrum mensem producta
fuerit (S. Pæn. Ap., 15 febr. 1941)

XXI GIORNO.

Le nozze di Cuna.

Era giunto il Giorno in cui il Figlio di Maria doveva presentarsi ad Israello qual Messia da tanti secoli aspettato, e provare la divinità della sua missione con il far servire l’onnipotenza sua a sollievo di tutte infermità umane. Ma volle inaugurare la sua vita pubblica con un atto di deferenza alla propria Madre, onde additare al mondo intero il canale per cui gli sarebbero discese tutte le sue grazie dal cielo. Invitati Gesù e Maria ad una festa nuziale in Cana di Galilea, a mezzo il festino avvedesi Maria che non v’ha più vino; commossa per il rossore che provato ne avrebbero i giovani sposi, volgesi fidente al suo Figlio e lo prega: « Non hanno più vino » Sicura poi d’essere esaudita dice ai servi: « Eseguite quanto Ei diravvi. » E la confidenza della Vergine-Madre non fu delusa. Ordina il Salvatore che vengano riempite d’acqua sei idrie poste per la purificazione dei convitati; quindi soggiunge ai servi: « Prendetela desso, e portatela al maestro di casa » il quale stupefatto conobbe cangiata l’acqua in vino per l’onnipotente volontà del Figlio di Maria. Il Vangelo termina la narrazione di questo prodigio dicendo: « Tutti i convitati, testimoni di questo primo miracolo di Gesù, ammirarono la sua potenza e bontà, ed i suoi discepoli in Lui credettero. » – Come i discepoli noi crediamo nella divinità di Gesù, ma confidiamo noi parimenti come Maria nella bontà del suo sacro Cuore? Oimè! quanto pochi conoscono questa misericordia infinita del cuor di Gesù. Quante anime vivono preda di continue inquietudini perché non sanno aprir il loro cuore alla confidenza! Temiamo di dispiacere a Gesù, ma temiamo eziandio di non amarlo; non abbiamo paura di Lui, per amor del cielo! siano pure gravi, innumerevoli le nostre colpe, in Lui speriamo; a Lui andiamo con illimitata fiducia, chiediamogli perdono, gettiamoci tra le sue braccia; esse sempre stanno aperte per riceverci; che dico? ci offre il suo cuore in rifugio ed asilo della fralezza nostra, ed in quell’amorosissimo cuore non vi regna che la sua misericordia.

ESEMPIO.

Non parrà strano che tra le dense tenebre del gentilesimo, si ravvisino altari eretti in onore della Madre di Dio, se si pon mente che il Signore non solo per mezzo dei voti de’ patriarchi e dei vaticinii de’ profeti, ma eziandio per mezzo delle sibille la volle manifesta agli etnici stessi. — I Druidi sacerdoti de’ Galli 1840 anni circa prima della nascita del Salvatore, scavarono una profondissima e spaziosa fossa, e vi eressero un altare ALLA VERGINE CHE PARTORIREBBE, presso Chartres, luogo ove tenevano le loro adunanze. Questo altare, elevato sopra terra, venne poi dai Cristiani convertito in Chiesa cattedrale. — Gli Argonauti avendo costrutto 1200 anni prima di Gesù Cristo, in Cizico un sontuoso tempio, e consultato l’oracolo di Pizio, cui consacrare il dovessero, ebbero in risposta: A MARIA, GENITRICE DEL VERBO ETERNO. — Giasone, re degli Argonauti, avendo anch’esso costrutto un tempio nella rócca di Atene, e consultato l’oracolo di Delfo, a chi, in avvenire, verrebbe dedicato, ebbe questo responso: Io vedo tre: un Dio solo regnante sopra gli dei, il cui Verbo immortale, concepito da una Vergine, attraversando la terra, condurrà tutti in dono al Padre. MARIA È IL NOME DI COLEI CHE SARÀ QUI ONORATA. — Finalmente nessuno ignora che gli Egizii adoravano una Vergine col Figlio in grembo, istruiti sopra questo mistero dal profeta Geremia, condotto in Egitto da quei Giudei, i quali colà cercarono scampo contro il furore dell’esercito caldeo e, dimoratovi per quattro anni, profetò ed operò prodigi alla corte di Faraone.

Orazione.

Sì, nella bontà del vostro divin Figlio, o Maria. Madre della santa speranza, voglio riporre tutta la mia fiducia; ed affinché perfetta sia questa mia fiducia, si è sulla tenerezza del materno vostro cuore che appoggiar la voglio. Nelle vostre mani adunque, o tenera Madre mia, malgrado l’indegnità mia, io pongo i miei più cari interessi, gli interessi dell’eternità. Così sia.

OSSEQUIO.

Esaminatevi sulle vostre confessioni, e proponete di correggerne i difetti.

GIACULATORIA.

Mater divinæ gratiæ, ora prò nobis.

Per noi pregate

O fonte immensa

Di quelle grazie

Che Dio dispensa.

324
Ave, Regina cælorum,
Ave, Domina Angelorum;
Salve, radix, salve, porta,
Ex qua mundo lux est orta:
Gaude, Virgo gloriosa
Super omnes speciosa,
Vale, o valde decora,
Et prò nobis Christum exora.
(ex Brev. Rom.).
Indulgentia quinque annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, antiphona quotidieper integrum mensem repetita (S. Pæn. Ap., 15 febr. 1941).

 

XXII. GIORNO

Maria a piè della Croce.

Il giorno dei gran dolori era finalmente sorto per la tenera nostra Madre. Già il Figlio della Vergine Immacolata ha sofferto il crudele ed ignominioso supplizio della flagellazione; già il Re dei secoli eterni è stato coperto della porpora reale dell’adorabile suo sangue ed incoronato di spinoso diadema; e già pallido, sanguinoso, sfigurato ha raggiunta la vetta del Golgota! Non sì tosto vede elevata la croce su cui sta confitta la Vittima dell’uman genere, questa Madre incomparabile, la quale rimaneasene nascosta nei giorni della gloria di Gesù, apresi il passo in mezzo alla moltitudine che ondeggia sulla santa montagna, e calma, maestosa viene a porsi a piè della croce. Nessuna debolezza della natura scorgesi in questa desolatissima tra le madri, sebbene tutto sia immenso in Lei il dolore come l’amore. Gesù sulla croce, Maria ai piedi… qual meraviglia? Qui e non altrove è il suo posto in questo solenne momento: sta in piedi, è vero; ma quest’attitudine è l’unica che le si addice; che là non è solamente Madre, ma sacerdote eziandio con Gesù: ebbene il sacrificatore deve stare presso l’altare del sacrificio nella posizione in cui vediamo immobile la Regina dei martiri. – Quante volte abbiamo invidiato la sorte di Maria e delle altre pie donne d’aver potuto assistere al sacrificio dell’adorabile nostro Salvatore? Ma ci è pur dato accompagnare Gesù sopra un altro Calvario, ove ogni giorno ancora in nostro prò s’immola, il santo Sacrificio della Messa. – Qui troviamo lo stesso sacerdote, la stessa vittima, lo stesso sangue, e nel cuore della Vittima, lo stesso amore per noi, la stessa brama di salvarci. Guardiamo l’altare, e comprenderemo allora la longanimità della divina giustizia a fronte dell’oceano d’iniquità che inonda la terra: si è pel grido d’amore che di qui al cielo s’innalza incessantemente: « Padre, perdonate loro perché non sanno ciò che fanno. » E noi facciamo sì poco caso dell’assistere o no ad una Messa!… Sventurati!

ESEMPIO.

Intorno alle chiese erette in onor di Maria dagli Apostoli, quando era ancor in vita, vedi ciò che abbiamo detto nella considerazione del secondo giorno. — Dopo la erezione in tempio della santa Casa di Loreto, la prima basilica in onor di Maria venne edificata da uno de’ Magi in Crangavore nell’India orientale. Una seconda ne vediamo edificata, tre anni dopo il parto della Vergine-Madre in Calcutta. Sorgeva essa, come attestò Vasco Gama al re di Portogallo aver egli stesso veduto, allorché nel 1498 approdò a questa rinomata città dell’India, nel mezzo di un gran tempio di forma rotonda; vi si ascendeva per una gradinata di bronzo, ed ai soli sacerdoti non era vietato l’ingresso, ma essi ancora, appena entrati, dovevano innanzi tutto prostrarsi a terra, e con le braccia tese esclamare: Maria Maria! — Divulgatasi appena l’Assunzione di Maria al cielo, i Cristiani eressero incontanente in di Lei onore un oratorio sul monte Carmelo. — Un altro edificato da s. Marta in Marsiglia, venne consacrato da s. Massimino, uno de’ settanta discepoli del Redentore. — Così ancora un tempio sontuosissimo le dedicò Candace regina degli Etiopi, il cui eunuco era stato battezzato dal diacono s. Filippo. — Finalmente s. Materno, discepolo di s. Pietro, e apostolo della Germania, le innalzò una magnifica basilica in Tongres, paese di Liegi.

Orazione.

Oh! la più desolata della madri, ottenetemi la grazia di non assistere giammai all’adorabile Sacrificio dei nostri altari, senza prender parte ai sentimenti di dolore e d’amore che Voi provaste sul Golgota; senz’essere penetrato di sovrano orrore contro il peccato, di profonda riconoscenza verso il vostro divin Figlio; e specialmente poi di assistervi con vero spirito d’immolazione e di sacrifizio. Cosi sia.

OSSEQUIO.

Assistete ad una Messa in ispirito d’unione con Maria a piè della croce.

GIACULATORIA.

Ave, verum corpus natum ex Maria Virgine.

Salve, santissimo

Corpo divino,

Di pura Vergine

Nato bambino.

 414
Oratio
O Maria, Vergine potente, Tu grande ed illustre
presidio della Chiesa; Tu aiuto meraviglioso
dei C pristiani; Tu terribile come esercito
ordinato a battaglia; Tu, che da sola hai distrutto
ogni eresia in tutto il mondo, nelle nostre
angustie, nelle nostre lotte, nelle nostre
strettezze difendici dal nemico e, nell’ora della
morte, accogli l’anima nostra in paradiso. Così
sia (S. Giovanni Bosco).

Indulgentia trium annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodoquotidie per integrum mensem  oratio devote repetita fuerit
(S. Pæn. Ap., 20 febr. 1923 et 29 iul. 1933).

XXIII. GIORNO.

L’Adozione.

Il gran dramma della passione toccava il suo termine: Maria aveane seguito tutte le fasi, visto tutte le sanguinose scene coi proprii occhi; oimè! per comprendere l’immensità del dolore di quell’anima immacolata, d’uopo sarebbe amare Gesù come Ella lo amava, e conoscere come Ella conosceva il prezzo del sangue in nostro prò versato. Già per ben due volte l’augusta Vittima rotto aveva il misterioso suo silenzio; « Padre perdonate loro » e: « Oggi meco sarai in paradiso, » ed intanto pareva obliasse la desolata sua Madre. Ad un tratto i moribondi suoi occhi s’abbassano sopra di Lei: se ne avvede Maria, e alzandosi sulla punta de’ piedi, mani ed occhi rivolti al divin giustiziato, sta come immobilmente sospesa dalle labbra di Lui… povera madre! ha tanto bisogno d’una parola di conforto!… Ascoltiamo: « Donna, ecco il tuo figlio » accennando a Giovanni; ed a Giovanni: « Ecco la madre tua » accennando a Maria. In mezzo agli strazii del suo dolore, sempre grande, generosa sempre la Regina de martiri innalzasi all’altezza delle viste di suo Figlio, ne comprende il pensiero: entrando subito ne’ sentimenti di Lui, dilata le viscere della sua carità; ed aprendo il suo cuore a tutti i redenti del Calvario, adotta a piè della croce, nel silenzio e nell’estasi del dolore, tutta la grande famiglia umana. – Queste parole di Gesù produssero in Maria il loro effetto, aprirono, vo’ dire, nel cuore di Lei profonde ed inesauribili sorgenti d’amore materno, di sacrificio, di tenerezza. E ben cel sappiamo noi tutti sventurati figli di un padre prevaricatore. Amiamo adunque la nostra Madre celeste; ripaghiamo con figliale confidenza e gratitudine l’amore di Lei; nelle nostre pene, nei nostri pericoli, nelle nostre debolezze ricorriamo a Lei, appoggiamoci sul di Lei cuore, rimettiamo nelle di Lei mani tutti i nostri interessi personali, riposiamoci in tutto sopra di Lei come tranquillo riposa il fanciullo tra le braccia della madre, abbandonandole la cura di tutto che ci riguarda, né più pensiamo che ad esemplare le virtù di Lei, e renderci degni della di Lei tenerezza.

ESEMPIO.

L’esempio degli Apostoli nell’edificare oratori: in onore dell’augusta Madre di Dio, fu ben tosto con sommo ardore seguito dai Cristiani di ogni nazione, in guisa che volerli presentemente numerare sarebbe forse poco men malagevole impresa che il voler numerare le stelle. Siccome un lieve saggio ne abbiamo avuto nelle prime sei considerazioni e in tutti gli esempi finora addotti, mi limiterò a dar qualche cenno in generale. — Appena ebbe l’imperator Costantino abbracciato il Cristianesimo, ed unitamente alla sua madre s. Elena, dato più luminosi esempi di fervido zelo in prò della religione e del culto di Maria, questo culto non vide più limite alcuno: i grandi vi profusero le immense loro ricchezze; all’augusta Madre del Salvatore del mondo dedicaronsi templi i quali per la loro sontuosità divennero la meraviglia dell’universo; le più preziose gemme perdevano tutto il loro pregio trattandosi di offrirle a Maria. Ed il popolo che non possedeva ricchezze, le rese un culto più intimo e più commovente ancora; sulle colline, in mezzo ai campi, tra le gole e sulla vetta dei monti vidersi qui e colà sorgere umili altari a Maria, coperti da prima di reticelle, di edera o di pampini, divenuti in seguito per la più parte celeberrimi santuari. Ed ora non si trova città protetta dalla croce della redenzione che non vanti una chiesa, od un altare almeno dedicato a Maria.

Orazione.

Ricordatevi, o Vergine santa, che noi siamo i figli del vostro dolore, e che diveniste la Madre nostra tra le agonie e gli strazi del Calvario. Ah! non obliate che dal vostro divin Figlio stesso noi fummo alla vostra misericordia ed al vostro amor confidati, tenera Madre nostra. Stendete adunque sopra di noi, la materna vostra mano, ed accordateci la vostra protezione adesso e nell’ora di nostra morte. Così sia.

OSSEQUIO.

Dite spesso tra il giorno: — Cristo crocefisso, ed io tra le delizie!

GIACULATORIA.

Sancta Mater, Istud agas, Crucifixi fige plagas cordi meo valide.

Madre stampatemi

Sin dentro il cuore

Le piaghe amabili

Del mio Signore.

-438-

Oratio
Omnipotens et misericors Deus, qui in beata
semper Virgine Maria peccatorum refugium et
auxilium collocasti, concede, ut, ipsa protegente,
a culpis omnibus absoluti, misericordiae
tuae effectum felicem consequamur. Per Christian
Dominimi nostrum. Amen (ex Missali Rom.).
– Indulgentiam : trium annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodoquotidie per integrum mensem  oratio devote recitata fuerit
(S. Pæn. Ap., 20 iul. 1934).

XXIV. GIORNO.

Il Sepolcro.

Il gran sacrifizio era consumato! Maria aveva contato gli estremi sospiri, gli estremi battiti del cuore di Gesù; aveva visto la morte chiudergli gli occhi, ed il sacro capo di Lui cadere sul petto senza vita… Maria non aveva più figlio! Ma non era sufficiente per questa desolatissima tra le madri l’aver visto morire il suo Gesù: oh! come crudele esser dovette all’anima sua la ferita fatta dalla lancia all’esanime cuore del suo Figlio. Intanto ogni ora, ogni momento del gran giorno della redenzione portava novelli dolori al cuore della Regina dei martiri: pochi istanti appresso Ella assistette alla deposizione della croce operata da Nicodemo, Giuseppe d’Arimatea ed altri, ricevette tra le sue braccia il corpo inanimato di suo Figlio, e poté ravvisare tutto lo sterminio che la barbarie degli uomini aveanvi portato. Qual contrasto tra la Vergine-Madre di Betlemme, e la Vergine-Madre del Calvario! E che dirò del suo dolore allorché accompagnato quell’adorabile corpo alla sepoltura, e deposto nella tomba, vide l’enorme pietra che chiudeane l’ingresso, frapporre come una barriera fra lei e l’unico oggetto dell’amor suo? Comprese Maria esser questo il compimento del suo sacrificio, e rassegnata al divino volere, esclamò: Fiat, e rifece silenziosa la strada di Gerusalemme. – Non tutte le anime sono chiamate da Dio a sopportare così terribili prove; a ciascun di noi tuttavolta il Signore chiede nel corso della vita sacrifizi proporzionati alle nostre forze, ed alla misura delle grazie ricevute. Ebbene; se, onde venir in aiuto al lavorio della grazia nelle anime nostre, ci colpisce il Signore ne’ più sensibili affetti, se frange Egli stesso i legami che noi non avremmo il coraggio di rompere, adoriamo la sua misericordia in mezzo alle lacrime nostre; e senza lai, senza mormorazioni, sfrondiamo con Maria a piè della croce del nostro Salvatore l’ultimo fiore delle nostre gioie di quaggiù; e poi, abbracciandoci a questa croce, ed attaccandovici con tutte le nostre forze, esclamiamo col Serafino d’Assisi: Mio Dio, mio tutto.

ESEMPIO.

Sei sono le Immagini di Maria dipinte dall’Evangelista s. Luca, che si conservano in Roma. La prima si venera in S. Maria Maggiore. Nel 590 portata processionalmente per le contrade di Roma quest’immagine, fece tosto cessare una fierissima pestilenza. Dalla chiesa di s. Maria Transtevere fu trasferita a S. Maria Maggiore da s. Domenico sulle proprie spalle, e deposta nella cappella Sistina; Paolo V, a destra della basilica, di rincontro al sacro Presepio, costrusse una sontuosissima cappella, in cui è ancora presentemente venerata. La seconda in S. Maria di Ara-Cœli. La terza in S. Maria di Via Lata; quest’immagine è dipinta con un anello nel dito. La quarta in S. Maria del Popolo ivi processionalmente trasferita dal luogo chiamato Sancta- Sanctorum, dal sommo Pontefice Gregorio IX nel 1227. La quinta in S. Maria Nuova, portata da Troia; sotto il pontificato di Onorio Iii, questo dipinto si rinvenne intatto dopo l’incendio della chiesa. La sesta in S. Maria al Campo Marzio portatavi di Grecia dalle monache di s. Benedetto prima del 600; anche questa conservossi illesa, e stette prodigiosamente sospesa in aria dopo l’incendio della trave, cui era raccomandata. – La settima si venera in Costantinopoli nel tempio eretto dall’imperatrice Pulcheria, e dedicato Alla Madre di Dio Odigitria; dicesi dipinta da s. Luca, vivente ed annuente la B. V. Quivi ancora nella basilica di s. Sofia si conserva l’ottava; involata dai Veneziani, fu da essi restituita per autorità del sommo Pontefice Innocenzo III. La nona in Napoli nella chiesa di S. Maria Maggiore.

Orazione.

O desolata Vergine, cui il Signore ha misurato la grandezza delle vostre prove alla generosità e coraggio del vostro cuore di santa e di madre, deh! accorrete in mio soccorso; fatevi, non solamente il mio sostegno, la mia consolatrice, ma il mio esemplare ancora, ed ottenetemi la grazia d’un perfetto distacco, e d’una perfetta rassegnazione a tutte le volontà del Signore. Così sia.

OSSEQUIO.

Se foste moribondo, qual cosa vi darebbe maggior rimorso? Rimediatevi subito, implorando l’aiuto di Maria.

GIACULATORIA.

Doce me, Domina, facere voluntatem tuam.

Voi del mio cuore

L’arbitra siete,

Deh! dunque ditemi

Quel che volete.

INVOCATIONES
386
Dolce Cuore di Maria, siate la salvezza mia.
Indulgentia trecentorum dierum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidiana invocationis recitatio  in integrum mensem producta fuerit
(S. C. Indulg., 30 sept. 1852).

XXV. GIORNO.

La Risurrezione.

Spuntò finalmente il giorno fatto dal Signore: la sua luminosa aurora ha dissipato le sanguinose ombre del Calvario, e riempito di gioia l’Immacolato Cuore della nostra divina Madre. Non dice il Vangelo che Maria sia stata favorita della prima visita di Gesù risuscitato, ma non la nega neanco. E non gliene andava forse debitore il suo divin Figlio? Se tal favore fu concesso a Maddalena in grazia del suo illimitato e costante amore per Gesù, possiamo farci capaci che abbiane privata Maria, il cui amore superò quello di Maddalena più che piccola fiammella non è superata dallo splendor del sole? Cosi c’insegna una pia ed antica tradizione. Ah! Sarebbe d’uopo inventare nuove espressioni per nominare la gioia della povera Madre in quell’istante in cui poté stringere al seno il suo Figlio risorto, sentire quel sacro Cuore ferito dalla lancia, palpitar nuovamente contro il suo, ed udir chiamarsi ancora col dolcissimo nome di Madre. No, no, io non so se il cielo con tutte le sue magnificenze, e le sue delizie possegga gioie più dolci, più intime, più sensibili per la nostra divina Madre di quella gioia in che dovette sentirsi come naufraga in quell’avventurato istante. – Impariamo da Maria a santificare le nostre gioie non altrimenti che i nostri dolori, riferendo tutto a Dio. Consolazioni o pene, gioie od amarezze, tutto, nei disegni del Signore giovar deve al perfezionamento dell’anima nostra, alla nostra salute. Qui eziandio convergere debbono tutti i nostri sforzi, dirigersi tutte le nostre aspirazioni, limitarsi tutta la nostra ambizione. Sì, ciascun di noi adoprar deve sante industrie per accrescere mai sempre il tesoro dei meriti suoi, rivolgendo tutte le peripezie della vita a sua emendazione, a suo spirituale progresso, né perdere di vista giammai la gran parola dell’adorabile Salvatore: Siate perfetti come perfetto è il vostro Padre del cielo.

ESEMPIO.

La decima delle immagini di Maria dipinte da S. Luca, si venera sul monte della Guardia, a tre miglia circa da Bologna nella chiesa dedicata al medesimo evangelista s. Luca, scelta, se prestiamo fede ad un’antichissima leggenda riprodotta dal Sigonio, da Maria stessa. Ogni anno questa prodigiosissima effigie, viene con solennissima pompa trasferita, nella seconda feria delle rogazioni, in Bologna, «processionalmente portata per le precipue vie della città. L’undecima vedesi presso il borgo di Cestochovia distante 18 leghe da Cracovia. A questo santuario, uno dei più ricchi del mondo per magnificenza e preziosità di arredi, accorrono a torme pellegrinando i cristiani non solo dalla Polonia, ma eziandio da tutta la Slesia, dalla Moravia e dalla Pomerania; tanti sono i prodigi che vi si operano, le grazie che si ottengono. – Il dipinto rappresenta Maria col bambino Gesù in grembo, vestito alla greca; porta due cicatrici sul volto, inflitte, dicesi, dagli eretici Ussiti, cancellar le quali non fu ancor possibile all’industria dell’uomo, sebbene ne abbiano fatto la prova i più esperti pittori. Le tre ultime si trovano nell’isola di Malta; il celeberrimo spositore della s. Scrittura, Cornelio a Lapide, narra che furono dipinte da S. Luca, allorché avernò per tre mesi in quell’isola, compagno di viaggi dell’apostolo s. Paolo.

ORAZIONE

O Maria la quale non faceste mai sosta per il sentiero della perfezione, e vi giungeste alla più sublime altezza, abbiate compassione della fralezza, della miseria d’un vostro figlio. Estrema è la mia codardia, ai vostri piedi il confesso. Deh! ottenetemi, vi scongiuro, possenti grazie che trionfino sulla mia fralezza ed accidia, affinché sostenuto dalla materna vostra protezione, cominci una vita di fervore, d’amore, di sacrifici. Così sia.

OSSEQUIO.

Usate particolar modestia in chiesa, tenendo bassi gli occhi in tempo della santa Messa.

GIACULATORIA.

Munda me ab omni iniquitate mea, Sancta Dei Genitrix.

D’ogni mondatemi

Macchia più lieve;

Fatemi candido

Come la neve.

370
Immaculata Mater Dei, Regina cœlorum, Mater
misericordiae, advocata et refugium peccatorum,
ecce ego illuminatus et incitatus gratiis,
a te materna benevolentia large mihi impetratis
ex thesauro divino, statuo nunc et semper dare
in manus tuas cor meum Iesu consecrandum.
Tibi igitur, beatissima Virgo, coram novem
choris Angelorum cunctisque Sanctis illud trado,
Tu autem, meo nomine, Iesu id consecra;
et ex fiducia filiali, quam profiteor, certum mihi
est te nunc et semper quantum poteris esse facturam,
ut cor meum iugiter totum sit Iesu,
imitans perfectissime Sanctos, praesertim sanctum
Ioseph, Sponsum tuum purissimum. Amen
(S. Vincentius Pallotti).
Indulgentia trium annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidieper integrum menseni oratio  devote recitata fuerit (S. Paenit.
Ap., 27 iulii 1920 et 12 sept. 1936).

XXVI. GIORNO.

L’Ascensione.

Terminata era la missione dell’Uomo-Dio sulla terra; gettate le fondamenta della sua Chiesa, istituiti i sacramenti, ammaestrati gli Apostoli, non più rimaneva all’adorabile Salvatore che dare ai beneamati del suo cuore un’ultima benedizione, pegno di quell’eterna benedizione che accorderebbe loro ben presto in cielo. Non v’ha dubbio che con gli Apostoli e gran numero di discepoli non siasi trovata Maria sul monte degli olivi in quella commovente circostanza. Appena colà radunati, ecco Gesù comparire in mezzo al suo piccolo gregge, e dopo aver loro dato un ammonimento ancora, e la benedizione, i suoi piedi abbandonano la terra, ed Egli s’innalza maestosamente verso il cielo. Se, come insegna antica tradizione, il Salvatore concesse alla Madre di poter essere testimonio del suo trionfante ingresso nel cielo, chi varrà a descrivere il rapimento, l’estasi di felicità in che l’avrà piombata la vista del corpo glorificato del suo Gesù sedente alla destra del Padre? Ah! quinc’innanzi la vita di quest’anima immacolata non sarà più che un ardente aspirazione verso il cielo, un’accesa brama di veder finire il suo esilio, sopportando tuttavolta gli inenarrabili dolori di sì fatta lontananza con perfetta e paziente rassegnazione alla volontà del Signore. – Desideriamo noi il cielo come la nostra divina Madre! Il cielo! Ah! Egli è pure la dimora del nostro Padre, l’eredità nostra, la nostra patria, il luogo ove tergerannosi per sempre le lacrime nostre. Coraggio adunque: ogni giorno di quaggiù è un passo che a Dio ci avvicina. Che cosa importano le fatiche del viaggio, le pene, le prove, dacché ci attende colassù una felicità inenarrabile, felicità proporzionata alla grandezza delle nostre afflizioni? Sì, Dio misurerà le sue consolazioni al regolo delle nostre croci; più avremo sofferto, più grandi saranno le nostre gioie; e quel che più monta, tutti i dolori saranno passati per non ritornare più mai, e la felicità la quale ne sarà il guiderdone, avrà l’eternità per durata.

ESEMPIO.

La ristrettezza di un esempio non mi permette che di far parola di alcuna soltanto delle più rinomate Statue rappresentanti la B. V. Maria: — In Saragozza evvi la statua detta del Pilar (della colonna) di cui già diedi un cenno; la s. Vergine sta in piedi col bambino Gesù tra le braccia, il quale tiene una colomba in mano; pretendesi scolpita ai tempi dell’Apostolo s. Giacomo. — Una delle più celebri statue che vanti la Francia è incontestabilmente quella di Puy-en-Velay; vuolsi colà portata da quegli arabi che primi, dopo i Magi, venerarono Maria ed il bambino, e la scolpirono a loro modo: essa tiene Gesù sulle ginocchia. — La statua d’ebano della B. V. di Loreto, annerita dal tempo e dal fumo delle numerose lampade e candele, che ardono giorno e notte, è pure di antichissima data; v’ha delle cronache, le quali ne attribuiscono la scultura allo stesso s. Luca; rapita dall’armata repubblicana nel 1797, e trasferita a Parigi, venne riportata a Loreto per ordine di Napoleone, appena divenuto primo console. — La Madonna di Spoleto dicesi colà portata di Palestina nel 352 da tre eremiti: dapprima addimandossi S. Maria di Giosafat, poi la Madonna degli Angeli o della Porziuncula: questa chiesa fu la culla dell’ordine del Serafico d’Assisi. — Celeberrima è la statua posta all’ingresso della chiesa del santo Sepolcro in Gerusalemme; a questa si riconobbe debitrice della sua conversione Maria egiziaca nel 370. — La più antica statua di Maria venerata nel Belgio è quella di Bruges. — Beatrice vedova del conte di Dampierre, ricevette dal sommo Pontefice Gregorio IX una statua della B. Vergine deposta, dice una tradizione, dagli Angeli in una foresta d’Italia. Collocata nella chiesa dell’abbazia di Courtrai, divenne ben presto celeberrima per i suoi prodigi. Finalmente nella chiesa di Afflighem esiste la famosa statua, la quale nel 1150, salutata da s. Bernardo con le parole: Salve, Maria, gli rese il saluto: Salve Bernarde.

Orazione

O Maria che tenete in mano lo scettro della Misericordia, ricordatevi di me, povero vostro figlio che pellegrino qui in terra, sospiro verso il cielo, che è la patria mia, verso Dio che è Padre mio, verso Gesù, che è mio fratello, verso di Voi che siete la Madre mia. Deh! Guidate tutti i miei passi, finché depor possa ai vostri piedi l’immortale corona, non dovuta ai meriti miei, ma a quelli del vostro divin Figlio, ed alla materna vostra protezione. Così sia.

OSSEQUIO.

Recitate un De profundis per l’anima del purgatorio che in vita fu più devota della B. V.

GIACULATORIA.

Virgo potens, ora prò nobis.

Voi che potente

In cielo siete,

Ferventi suppliche

Per noi porgete.

371
O pura et immaculata, eademque benedicta
Virgo, magni Filii tui universorum Domini Mater
inculpata, integra et sacrosanctissima, desperantium
atque reorum spes, te collaudamus. Tibi
ut gratia plenissimae benedicimus, quae Christum
genuisti Deum et Hominem: omnes coram
te prosternimur: omnes te invocamus et auxilium
tuum imploramus. Eripe nos, o Virgo sancta
atque intemerata, a quacumque ingruente
necessitate et a cunctis tentationibus diaboli.
Nostra conciliatrix et advocata in hora mortis
atque iudicii esto: nosque a futuro inexstinguibili
igne et a tenebris exterioribus libera: et
Ad Beatissimam Virginem Mariam
Filii tui nos gloria dignare, o Virgo et Mater
dulcissima ac clementissima. Tu siquidem unica
spes nostra es securissima et sanctissima apud
Deum, cui gloria et honor, decus atque imperium
in sempiterna sæcula sæculorum. Amen
(S . Ephræm, C . D.).
Indulgentia trium annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodoquotidiana orationis recitatio in integrum mensem producta
fuerit (S. Pæn. Ap., 21 dec. 1920 et 9 ian. 1933).

XXVII. GIORNO.

La Pentecoste.

Dopo l’Ascensione del divino Maestro, discesero gli Apostoli a Gerusalemme, e con Maria ed i discepoli si rinchiusero nel cenacolo per aspettarvi nella preghiera e nel digiuno la venuta del promesso Paracleto. Non v’ha dubbio che l’orazione della Vergine Immacolata non abbia affrettato questa venuta. Sullo scorcio dei dieci giorni di ritiro e di perseveranza nell’orazione, si fe’ udire un grande strepito, come d’impetuosissimo uragano; ed apparvero ad un tempo lingue di fuoco le quali andarono a riposarsi sulla testa di ciascuno de’ membri della Chiesa nascente colà radunata, e tutti sentironsi ripieni di Spirito Santo. Nessuno tuttavolta varrà a comprendere quello che in questo solenne giorno operò in Maria lo Spirito consolatore, e qual fu la prodigiosa trasformazione di quell’anima benedetta e privilegiata fra tutte le pure creature. Dirò solamente che tra i doni ricevuti da Maria e quelli degli Apostoli vi passò la differenza stessa che fa un magnifico e liberale monarca tra i favori largiti ai suoi ministri, e quelli compartiti ad una sposa da lui unicamente e teneramente amata. Gli uni sono trattati in amici, l’altra in sovrana, a cui le liberalità dello sposo sono in ragione del suo amore per lei. –  Maria nel cenacolo c’insegna non l’utilità solamente del raccoglimento, della fuga del mondo, per albergare in noi il Santo Spirito, ed attendere con successo alla nostra perfezione; ma ci manifesta eziandio la necessità della preghiera onde ottenere dal cielo tutti i soccorsi necessari al buon esito del grand’affare di nostra eterna salate. L’adorabile Salvatore il quale conosceane tutta l’importanza come l’indispensabile necessità, raccomandolla sì ripetutamente: — Pregate senza interruzione — Domandate, e riceverete. — Tutto ciò che chiederete al Padre mio in nome mio, saravvi concesso — Laonde se inesaudite veggiamo le nostre preci, non ascriviamolo che alla poca fede, poca umiltà, poca fiducia, e specialmente alla poca perseveranza con che oriamo.

ESEMPIO.

Sebbene sia fuor di contestazione avere i popoli sentito mai sempre maggior impulso all’amor di Maria dalle di Lei immagini scolpite che dipinte, non si può negar tuttavolta che queste eziandio non siano d’origine non meno antica di quelle, poiché vantano lo stesso inventore, l’evangelista s. Luca. — Non parlo delle celebri Madonne di Raffaello, delle quali non v’ha in Italia chi ne ignori la perfezione. Michelangelo (scuola italiana, 1498) in un suo dipinto rappresentante la s. Famiglia, diede a Maria i più vivi e dolci caratteri di una buona madre. Nel quadro delle nozze di Cana di Paolo Veronese (1588) scorgesi sul volto di Maria l’interna sua inquietudine per la mancanza del vino. Alberto Durer (scuola alemanna 1500) nell’Adorazione de’ Magi, non poteva più perfettamente ritrarre la purissima gioia della B. Vergine, non disgiunta dalle sollecitudini della migliore delle madri. Nella deposizione di Gesù dalla croce del Rubens (scuola fiamminga, 1635) tu vedi la Madre desolata in siffatto atteggiamento di ambascia e di rassegnazione, che, mentre t’incanta, t’inspira una indefinibile malinconia al cuore. Capo d’opera è la Concezione del Murillo (scuola spagnola) morto nel 1682. Non meno mirabili, nella scuola francese, sono il quadro del Lebrun Carlo, morto nel 1690, per la grazia che seppe dare a Maria preparante un povero pasto al fanciullo Gesù; e quello del Jouvenet, morto nel 1717, in cui vedesi l’augusta Madre di Dio nell’atto di cantare il Magnificat. L’umiltà, la riconoscenza, una gioia tutta celeste, spiccano nell’atteggiamento di tutta la persona in guisa che ben rivelano i sentimenti da che sentivasi in quell’ora riboccante quell’immacolato Cuore.

Orazione.

O Maria. Vergine immacolata, la cui vita fu una continuata orazione, ottenete a me lo spirito della preghiera, di cui pur troppo, sì poco conosco il pregio, sebbene siami d’estrema importanza. Impetratemi dal vostro divin Figlio quello spirito di fede, di confidenza, di fervore che ne è l’anima, e che apre sopra di chi prega tutti i tesori delle celesti benedizioni. Così sia.

OSSEQUIO.

Viva Gesù, viva Maria, sia l’invocazione con che date principio ad ogni vostra azione o scritto.

GIACULATORIA.

Jesum benedictum, fructum ventris tui, nobis ostende.

Il frutto amabile

Del vostro seno

Nel ciel mostrateci

Ò Madre, almeno.

372
Deus, qui per immaculatam Virginis Conceptionem
dignum Filio tuo habitaculum praeparasti,
quaesumus, ut qui ex morte eiusdem Filii
tui praevisa eam ab omni labe praeservasti, nos
quoque mundos, eius intercessione, ad te pervenire
concedas. Per eumdem Christum Dominum
nostrum. Amen (ex Missali Rom.).
Indulgentia trium annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, oratione quotidieper integrum mensem devote reiterata (S. C. Indulg.,
23 mart. 1904; S. Pæn. Ap., 4 maii 1936).

XXVIII. GIORNO.

Gli ultimi anni di Maria.

Profondo silenzio regna nelle sacre carte intorno agli ultimi anni della nostra divina Madre, tal che noi ignoriamo ed il luogo di sua residenza, il genere delle sue occupazioni, ed il tempo del felicissimo suo transito. La tradizione tuttavolta viene ad appagare in parte la pia curiosità nostra insegnandoci che non pochi anni la visse ancora dopo la morte di Gesù, cioè fino all’età di settantadue, o settantacinque anni; che la vita di lei fu umile, ritirata, divisa tra l’orazione ed i lavori manuali; e che nell’assemblea dei fedeli non distinguevasi altrimenti che per la sola sua santità. C’insegna eziandio la tradizione stessa che questi ultimi anni di Maria furono una lenta agonia, un lungo martirio d’amore, un’incessante aspirazione al cielo; che l’unica sua consolazione era il ricevere quotidianamente dalle mani del suo figlio di adozione la santa Comunione; e che sì dolce, si consolante presentavasele il pensier della morte, che era divenuto l’abituale suo pensiero; e ben lungi dall’averla in orrore, salutavala con santa gioia, come Colei la quale doveva por fine al suo esilio, aprirle il cielo, e ridonarle l’unico oggetto dell’amor suo. – La morte è il momento che fisserà per sempre la nostra sorte. Quindi nulla di più importante per noi come la grazia di una buona morte; ed il più agevole mezzo ad ottener questa grazia si è appunto l’abituale pensiero della morte stessa. Non si fa bene se non quello che s’imparò lungo tempo a fare. Questo pensiero ci distaccherà dai beni della vita presente, dimostrandocene la caducità ed il nulla; ché di tutto ci spoglia la morte.  Ci aiuterà in secondo luogo ad evitare il peccato «Sovvieniti dell’ultimo tuo fine, e non peccherai in eterno ». Difatti qual più valido freno a trattenere lo sfogo di quale che siasi passione, come il pensier della morte, la sua incertezza, il giudizio che la seguirà, e gli eterni castighi che sono il soldo del peccato, il frutto d’un istante di colpevole soddisfazione?

ESEMPIO.

Docili figli di santa Chiesa, noi onoriamo le reliquie dei santi, perché potentissimo mezzo a nutrire la pietà, condurre alla perfezione. — Siccome coll’anima della B. Vergine il corpo eziandio venne assunto al cielo, ne segue che le di Lei reliquie consistono soltanto in pezzi di veli o vesti di che andava coperta. Presentemente ancora è venerata in Chartres una tonaca di Maria, che Carlo il Calvo ebbe in dono da Carlo Magno nel 801. — Vedeasi altre volte nella chiesa della B. Vergine delle grazie in Costantinopoli un di Lei fuso portato di Palestina dall’imperatrice s. Pulcheria. — Nel 455 il vescovo s. Giovenale trasportò da Gerusalemme in Costantinopoli il sudario, ed una parte della tomba di Maria. — L’imperatrice s. Elena arricchì la chiesa di s. Croce in Gerusalemme d’una gran parte del velo della B. Vergine. — Celebre per tutta la Spagna si è la treccia dei capelli di Maria venerata in Oviedo: un’altra era, tempo fa, posseduta dalla chiesa della B. Vergine di Bruges. – Così ancora una specie di guanto in s. Omer, una specie di velo in Aix-la-Chapelle, una specie di pettine in Trèves, ed una parte del sudario e del velo in Soissons. — Il sommo pontefice Callisto III concesse nel 1455 varie indulgenze a chi visita la cattedrale di Arras, ove conservasi un velo ed una cintura dell’augusta Madre di Dio. — Memorie preziosissime e feconde mai sempre di grazie e di benedizioni più preziose ancora.

Orazione.

O Maria che insegnaste col vostro esempio il disprezzo ed il distacco dalle cose di questo mondo, ottenetemi la grazia di attaccarmi a Dio solo, unico bene che trovar possa al di là della tomba. Aiutatemi onde la mia vita sia una morte continua la quale mi prepari a ben morire, e mi ottenga la grazia di una santa morte. Così sia.

OSSEQUIO.

Nelle ore di ozio leggete libri che trattino delle lodi di Maria.

GIACULATORIA.

Monstra te esse Matrem.

So che voi siete

Madre di Dio;

Ma per mia Madre

Vi voglio anch’io.

375
Sancta Mater, istud agas,
Crucifixi fige plagas
Cordi meo valide.
(ex Missali Rom.).
Indulgentia quingentorum dierum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodoquotidie per integrum mensem invocatio pia mente recitata
fuerit (S. Pæn. Ap., 1 aug. 1934).

XXIX. GIORNO.

Morte di Maria.

Non era per fermo né impossibile, né malagevole al Signore il preservare Maria dalla morte, come sottratta avevala all’infezione della colpa d’origine; ma anche in questo Ei volle renderla conforme al suo divin Figlio. Che se il Signore permise alla morte di addormentare dolcemente Maria, non le permise tuttavolta di far preda della corruzione il verginale corpo di Lei. Esente dal peccato originale, e dalla triste concupiscenza che ne è la sequela, sempre pura la carne di Maria non doveva conoscere le umilianti trasformazioni della tomba, non avendo punto bisogno d’essere rinnovata, purificata, onde fosse degna di venir ammessa nel soggiorno della gloria. Messaggera di pace venne la morte a Maria: essa non fu che la cessazione d’un miracolo che operava il Signore per impedirle di morire sotto le ardenti impressioni d’un amore superiore a tutte le forze della natura. Laonde, diciamolo pure: la morte di Maria fu un ultimo atto di amore più acceso, più puro, più santamente appassionato di tutti gli altri, atto il quale separando dolcemente l’anima dal corpo, portolla tutta bella d’amore e di gloria nel seno del suo Dio. – La morte non verrà a noi per fermo quale venne a trovar la nostra Madre del cielo. Peccatore ciascun di noi come tutti i figli di Adamo, dovrà, a sua volta, andar soggetto al tremendo castigo inflitto dalla divina giustizia al primo dei peccatori, ed a tutta la di lui prosapia, i dolori più o meno diuturni dell’infermità, le agonie della natura, le tristezze e le lotte supreme. Ma consoliamoci: Gesù e Maria lasciarono le orme del loro passaggio nella morte onde raddolcirne gli orrori; ed agli estremi nostri momenti, non dubitiamone, ritroveremo queste orme benedette. E poi, dopo l’ultimo sospiro di Gesù sulla croce, ed il breve suo riposo nel sepolcro del Getsemani, non più muore il Cristiano abbandonato da Dio, e deserto di consolazioni: perchè temeremo adunque?

ESEMPIO.

Se i fedeli conoscessero di quanto spirituale profitto esser possono possono le sacre immagini, non le curerebbero sì poco per fermo. Comprendiamone il molteplice vantaggio: 1. Istruzione ed erudizione; la vista infatti di un’immagine di Maria ci ricorda che Ella è la Madre dell’adorabile Salvatore; e sebbene questa verità ci sia già stata proposta a credere dalla fede, non è men vero tuttavolta che per mezzo dell’immagine, si alimenta e si ravviva questa fede stessa. 2. Amor verso Maria; e non ti senti forse commosso dai più teneri affetti il cuore nell’abbatterli in una immagine che ti presenti quest’immacolata Vergine prostesa in atto di adorazione a’ pie della culla di Gesù bambino, o desolata sul Golgota, divenuta Madre tua per mezzo di mortali dolori, e via dicendo? 3. Eccitamento all’imitazione: le immagini sono volgarmente appellate il libro dei semplici, perché  in una sola occhiata insegnano lunghissime storie e, dilettando, muovono ad amare la giustizia, la pietà, la devozione. 4. La memoria di Maria: in quanto che, in mezzo a tante nostre tribolazioni ed angustie, la vista d’una sua immagine ci ricorda che abbiamo una Madre, un’avvocata in cielo, di cui possiamo con tutta fiducia implorare il patrocinio. 5. Professione di fede: col venerarne le immagini, noi protestiamo di amare la fede, l’umiltà ecc. di Maria, e volerla esemplare.

Orazione.

O Maria, Vergine purissima, cui la morte fu l’istante del trionfo, non abbandonate la povera anima mia nel supremo momento che deciderà della sua sorte eterna. Copritemi allora con la materna vostra protezione, difendetemi dal furore dei miei nemici; fate che muoia munito dei santi sacramenti, e che l’estremo mio sospiro sia un atto d’amor di Dio, e di fiducia nella sua misericordia. Così sia.

OSSEQUIO.

State in ritiro, ed osservate particolar silenzio in questo giorno.

GIACULATORIA.

Pone, Domina, custodiam ori meo.

La lingua sordida

D’ atro veleno,

Madre, cingetemi

Di doppio freno.

387

O Cuore purissimo di Maria Vergine Santissima, ottenetemi da Gesù la purità e l’umiltà del cuore.

Indulgentia trecentorum dierum. Indulgentia plenaria, suetis conditionibus, dummodo quotidie per integrum mensem invocatio pia mente recitata fuierit (S. Pæn. Ap. , 13 ian. 1922 et 23 apr. 1934)

XXX. GIORNO.

Assunzione.

L’abbiamo detto: la tomba non doveva innervare fino al giorno della risurrezione universale la spoglia mortale della nostra divina Madre. Spuntata appena l’alba del terzo giorno dal transito della Vergine Immacolata, Gesù per un atto di sua onnipotenza riunì l’anima di Lei al corpo; e questo sacro corpo, rivestito di tutte le qualità dei corpi gloriosi, elevossi raggiante al cielo, rapidamente trasportatovi dall’ardore dell’amor divino, circondato da innumerevoli legioni d’Angeli, avventurati di formare comitiva d’onore a Colei la quale tutti superava in purezza, in amore, in gloria; ma non basta. Gesù, Gesù attendeva sulla soglia del suo regno onde introdurvela Egli medesimo, cingere la fronte di Lei con il diadema dell’immortalità e della gloria, e farle prendere possesso del trono che preparato aveale alla destra del suo. Questa è la visione dell’apostolo bene amato: Io vidi in cielo una donna rivestita di sole. Circondata, cioè della gloria del suo divin Figlio: Avente la luna sotto i suoi piedi; simbolo dell’umanità decaduta: Cinta la fronte d’un diadema di dodici stelle, le sue eroiche virtù. In tal guisa da Dio incoronata e glorificata, regna Maria sovrana del cielo e della terra. Non diamoci però a credere che Maria regnante in cielo, dimentichi noi poveri figli suoi, sì bisognosi di suo soccorso; oh! no: Ella fu costituita il canale per cui scendono sulla terra tutte le grazie del cielo, la mano di che giovasi il Signore per far a noi l’elemosina delle sue misericordie; ed il prezioso cuore di Lei è il vaso ove la bontà divina depose il balsamo destinato a lenire ogni nostro dolore, rimarginare ogni nostra piaga, sanare ogni infermità nostra. Laonde la confidenza nostra in Maria sia incrollabile, sia illimitata, sia intera; speriamo quand’anche fossimo caduti nel baratro di tutte iniquità; la mano di Lei troverà modo di trarcene; e la voce della gratitudine nostra unirassi allora a quella di tanti altri poveri suoi figli, per ripetere: Non invano s’invoca la Madre di Gesù, e nella bontà del cuore di Lei si confida.

ESEMPIO.

Non poche ragioni animar devono il cristiano a salutare la diletta Madre del cielo ogniqualvolta s’incontra in una di Lei immagine. 1. Onde rinnovar incessantemente la memoria dell’incarnazione del Verbo; 2. Per imitare l’Arcangelo Gabriele; se questo celeste messaggero infatti salutò così riverente Maria non ancor Madre del Dio fatto carne, che cosa non dobbiamo far noi adesso che Ella regna alla destra del suo Figlio, sovrana del cielo e della terra? 3. Lo spirito di santa Chiesa, la quale fin dai suoi primordii, rese familiare tra i fedeli questo modo di onorar Maria. 4. Il precetto di Gesù Cristo: Onora il tuo padre e la tua madre. E non è forse Maria vera madre nostra? — Copiosi ne deriveranno per noi i frutti da questa pia usanza: 1. Accrescimento di fede nel mistero dell’incarnazione. 2. Maggior desiderio di partecipare alle grazie di che fu ripiena Maria. 3. Finalmente l’amore e la protezione di Maria, la quale, risalutandoci, riempie di doni spirituali il nostro cuore. Vedine la prova nella Visitazione, prova dataci dal Vangelo stesso con queste parole: Appena Elisabetta udì il saluto di Maria, fu tosto riempita di Spirito Santo, ed esultò Giovanni nelle di lei viscere. Impariamo a memoria ciò che a tale proposito dice S. Bernardo: Ride il cielo, rallegransi gli Angeli, fuggono i demoni, trema l’inferno ogniqualvolta tu con riverenza dici: AVE MARIA … O Maria, egli è darti un bacio il dirti: AVE MARIA. Tante volte sei baciata, o beatissima, quante volte sei salutata coll’AVE. Dunque, fratelli carissimi, approssimatevi alla di Lei immagine, piegate il ginocchio, datele un bacio, dite: AVE, MARIA.

Orazione.

O Vergine gloriosa che conosceste tutti i dolori dell’esilio, non obliate in mezzo alle gioje della patria, i poveri vostri figli della terra. Nostra patria eziandio è il cielo, acquistato a noi dal sangue del vostro divin Figlio. Deh! non permettete che noi lo perdiamo, ma aiutateci a redercene degni, onde possiamo un giorno contemplare la vostra gloria, amarvi ed eternamente benedire a voi con Gesù Cristo. Così sia.

OSSEQUIO.

Offrite a Maria tutto che avrete a sopportare in questo giorno in unione de’ suoi dolori.

GIACULATORIA.

Fac ut tecum lugeam.

Con voi sul Golgota

Del Figlio accanto

Fate che struggansi

Quest’occhi in pianto.

419

Oratio
Immacolata Vergine Maria, Madre di Dio e
Madre nostra pietosissima, umilmente ci presentiamo
al vostro cospetto e con tutta fiducia vi
supplichiamo del vostro materno patrocinio.
Dalla santa Chiesa siete stata proclamata la
Consolatrice degli afflitti ed a voi continuamente
ricorrono i tribolati nelle afflizioni, gl’infermi
nelle malattie, i moribondi nelle agonie, i poveri
nelle strettezze, i bisognosi d’ogni maniera nelle
pubbliche e private calamità e tutti da voi ricevono
consolazione e conforto.
Madre nostra dolcissima, rivolgete anche sopra
di noi, miseri peccatori, le vostre tenere
pupille e benigna accogliete le nostre umili e
fiduciose preghiere. Soccorreteci in tutte le spirituali
e temporali necessità, liberateci da tutti
i mali e specialmente dal massimo, qual’è il peccato,
e da ogni pericolo di cadervi; impetrateci
dal vostro Figlio Gesù tutti i beni, di cui ci
vedete bisognosi per l’anima e per il corpo, e
specialmente il maggiore di tutti, qual’è la divina
grazia. Consolate il nostro spirito angustiato
ed afflitto in mezzo a tanti pericoli che
ci minacciano, fra tante miserie e disgrazie che
ci travagliano da ogni parte. Ve ne preghiamo
per quel giubilo immenso, che provò l’anima vostra
purissima nella gloriosa resurrezione del
vostro Figlio divino.
Impetrate tranquillità alla santa Chiesa, aiuto
e conforto al Capo visibile di essa, il Romano
Pontefice, pace ai Principi cristiani, refrigerio
nelle loro pene alle anime del purgatorio, ai
peccatori il perdono delle loro colpe, ai giusti
la perseveranza nel bene. Raccogliete tutti, Madre
nostra tenerissima, sotto la vostra pietosa
e potente protezione, affinchè possiamo virtuosamente vivere, piamente morire e conseguir l’eterna beatitudine in cielo. Così sia.
Indulgentia quingentorum dierum.
Indulgentia plenaria additis confessione, sacra Comunione et alicuius ecclesiæ vel publici oratorii visitatione
si quotidie per integrum mensem oratio recitata fuerit
(S. C. Indulg., 10 apr. 1907; S. Paen. Ap., 7 iun. 1935).

XXXI. GIORNO.

Maria esemplare de’ cristiani.

Nel proporre la Madre del suo adorabile sposo all’imitazione dei suoi figli, a tutti dice Chiesa Santa: « Siate imitatori di Maria come Maria fu imitatrice di suo Figlio. » A rendercene capaci gettiamo, in terminando questo mese, un rapido sguardo sui precipui tratti di somiglianza che corrono tra Figlio e Madre. « Gesù scende dal cielo unicamente per glorificare il Padre suo; e Maria a tal effetto si ritira trienne nel tempio, e consacra la sua verginità al Signore. » Gesù non vuol nascere che da Madre vergine, non aver che un uomo vergine per custode; e Maria prepone questa delicatissima delle virtù alla gloria della maternità divina. Tutta la vita di Gesù può dirsi un atto continuato di umiltà e di annientamento; e Maria chiamata dall’Arcangelo all’eccelsa e singolare dignità di Madre di Dio, non sa che rispondere: « Ecco l’ancella del Signore. » Il cibo del Cuore dell’adorabile Gesù è di fare costantemente la volontà del Padre, e l’obbedienza sua al Padre si fu quella che il guidò dal presepio al Getsemani, di qui al Calvario; e per lo stesso motivo accettò Maria la maternità divina, udì silenziosa il vaticinio di Simeone, ed attaccossi alla croce in posizione degna della Madre d’un Dio. Con ragione adunque viene da Chiesa santa proposta all’imitazione dei fedeli. – Non illudiamoci punto: la vera divozione a Maria consiste precipuamente nella imitazione delle sue virtù; né ci riconoscerà per figli suoi se non in ragione della uniformità della nostra condotta con la sua. Animiamoci adunque di santo ardore, di generoso coraggio, ed ormeggiamo la nostra Madre del cielo, come essa seguì le pedate del Capo dei predestinati, dell’esemplare degli eletti Cristo Gesù. Tal via costerà sacrifici, lotte, violenze alla corrotta natura; non importa; sovvengaci che Maria ci tende la mano dal cielo, e ci mostra la corona che ci sta preparata; ed i fiori di questa corona sono le virtù esercitate qui in terra, le quali sembrano comprendersi nell’umiltà, nella pazienza, nella sommissione alla volontà di Dio, nella rassegnazione tra le afflizioni.

ESEMPIO.

Chiunque desidera d’imitare l’Arcangelo Gabriele nel salutare l’augusta Madre di Dio, veda di ritrarre in sé  angelici costumi, giusta quel detto: Se vuoi entrare dalla Vergine e salutarla, Angelo esser ti conviene; ed è per insinuare a noi una tale verità che il Signore non inviò che un Angelo a salutarla col grande Ave, Maria. Or bene, il nome di Angelo, ti dice precipuamente purezza, carità, umiltà. Puro è l’Angelo perché non contaminato dalla più lieve macchia di colpa, da verun affetto terreno, o carnale commercio. Tale sia chi saluta la Vergine purissima, se brama da Lei gradire il saluto. Emulatore, in secondo luogo, della carità degli Angeli esser deve chi vuole salutar degnamente Maria. Tra gli Angeli regna somma pace, somma concordia; somma pace, somma concordia pertanto regni eziandio tra quei figli che salutar vogliono la loro Madre celeste. E poi, il saluto a Maria, ricordandoci quello dell’Arcangelo, ci ricorda ad un tempo, il mistero dell’Incarnazione, e nel mistero dell’Incarnazione appunto cominciò l’adorabile Salvatore quel trattato di pace tra Dio e gli uomini, che poi compì sul Calvario, segnandolo col suo sangue. Si imiti finalmente l’umiltà degli Angeli. Nessun di noi ignora che se una parte degli Angeli vennero dannati alla morte eterna, causa ne fu la loro superbia: come eziandio se fedeli al Signore si mantennero tanti altri, fu in grazia dell’umiltà loro. Per questa ragione usavano molti santi di non mai salutare Maria se non piegando il ginocchio, così S. Caterina da Siena, S. Maria di Ognies, la b. Margherita domenicana, figlia del re di Ungheria; usanza che conservasi ancora tra noi, genuflettendo nel cantare la prima strofa dell’Ave Maris Stella, appunto perché comincia con l’angelico saluto: AVE.

Orazione.

O Maria, la più perfetta delle creature, io risolvo di seguirvi d’or innanzi nella via della perfezione, ed a vostro esempio condurre una vita umile di cuore, casta, paziente, rassegnata. Ma senza il vostro aiuto, a nulla giovano le mie risoluzioni; quindi nel vostro cuore io le depongo, tenera Madre mia, onde possa vincere la mia leggerezza, e metterle in pratica con coraggio e costanza. Così sia.

OSSEQUIO.

Recitate qualche orazione in ossequio ai santissimi Cuori di Gesù e di Maria.

GIACULATORIA.

Fece ut ardeat cor meum in amando Christum Deum.

Inestinguibile

Fiamma nel cuore,

Madre, accendetemi

Pel mio Signore.

276
Domine Iesu Christe, qui Mariæ et Ioseph
subditus, domesticam vitam ineffabilibus virtùtibus
consecrasti: fac nos, utriusque ausilio,
Familiæ sanctæ tuæ exemplis instrui et consortium
consequi sempiternum: Qui vivis et
regnas in sæcula sæculorum. Àmen (ex Missali Rom.).
Indulgentia quinque annorum.
Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo
orationis recitatio, quotidie devote peracta, in integrum
mensem producta fuerit (S. Pæn. Ap., 3 sept. 1936).

CONSACRAZIONE A MARIA

 Maria, Regina e Madre mia, non disdegnate che, in terminando questo benedetto mese, a voi consacri il mio cuore, l’anima mia, tutto che sono e posseggo. Sì, io vi appartengo, o Maria, come il figlio appartiene alla madre; accettate pertanto l’omaggio della mia venerazione, della mia confidenza; accettate la mia promessa di difendere, in quale che siasi circostanza di tempo e luogo, il vostro onore, la vostra gloria, di sostenere mai sempre gli interessi di Gesù ed i vostri, e dimostrarmi in ogni evento servo fedele, figlio docile ed amoroso. Benedite, o Vergine possente, il pastore ed il gregge; impetrate ai peccatori la grazia della conversione, la perseveranza ai giusti, la rassegnazione agli infermi ed ai tribolati. Fatevi per l’infanzia e la giovinezza la stella del mattino, per l’età matura la stella del mare, per la vecchiaia la stella della sera; per tutti la porta del cielo, onde possiamo, nessuno escluso, trovarci un giorno riuniti attorno al trono della vostra gloria, come adesso ai piedi de’ vostri altari, a benedire a voi e ad eternamente amarvi. Così sia.

FINE.

 

 

MESE DI MAGGIO

MESE DI MAGGIO.

30 APRILE.

INTRODUZIONE

[G. Dalla Vecchia: Albe primaverili; G. Galla ed. Vicenza, 1911]

I. Eccoci al mese di Maggio, il mese dei fiori…

(a) L’anima tua deve essere un giardino… ; per te quindi deve essere il mese dei fiori spirituali, delle virtù.

— Hortus conclusus soror mea sponsa. (Cantic.).

(b) E’ il mese, in cui da milioni di cuori si eleva a Maria un concerto di preci, di inni, di palpiti… Tu pure loda Maria con tutte le tue forze…

(c) E’ il mese di Maria: La Madre di Gesù. Quanto grande la sua potenza!… Mater Dei. Come belle le sue virtù…! Tota pulchra. Come eccelsi i suoi trionfi. Exaltata est sancta Dei Genetrix super choros Angelorum. (Dall’Ufficio).

Ma è ancora la Madre tua… : te la dava Gesù sulla Croce. Mulier, ecce filius tuus. (Ioan.) Ti ama del più tenero amore… : ti ricolma delle sue grazie… Ego Mater pulchræ dilectionis, et timoris et sanctæ spei (Eccli. XXIV). Fa bene questo Maggio: onora in esso la Madre tua. Ego diligentes me diligo (Sapienza). Ed Ella ti darà prova del suo affetto materno…

Ne hai bisogno di farlo bene. — (a) Per crescere nel fervore. Chi si ferma nella virtù, torna indietro… Qui iustus est iustifìcetur adhuc (S. Paolo).

(b) Per vincere la tiepidezza, così dannosa allo spirito; così pericolosa all’eterna salvezza; che spinge ad innumerevoli difetti, e dispone alla morte eterna… Quia tepidus es, incipiam te evomere ex ore meo (Apoc. III).

(c) Sei in peccato mortale?… L’anima tua è morta alla grazia… è in odio a Dio… ; è sepolta nella colpa, quatriduanus es; (Ioan. XI,) forse l’anima tua è nella corruzione: iam fœtet. (ibi) — Ricorri in questo mese a Maria rifugio dei peccatori. Quanto bisogno di Maria!… Refugium peccatorum, ora prò nobis. Lo ripeti spesso…

III. Che devi fare ? — (a) Devi fuggire il peccato mortale… ed anche il peccato veniale… Con esso offendi Gesù, e quindi la Madre sua.

(b) Metterai più impegno nella preghiera… : potendo, la Messa, la Visita, il Rosario… Vieni ogni dì alla predica con prontezza; vi sta con silenzio, devozione. Medita spesso quello che ti viene detto…

(c) Ogni giorno qualche piccolo fioretto… ; l’Ave Maria al suono delle ore… Ripeti fervente la giaculatoria, che ti verrà assegnata.

(d) -Soprattutto eseguisci con maggiore esattezza i tuoi doveri, per quanto ripugnanti alla tua delicatezza, all’amor proprio. Il dovere fatto bene è una penitenza; è un continuo atto di amore.

(e) Combatti e mortifica le passioni…, il corpo, i sensi. Qui vult venire post me, abneget semetipsum (Luc. IX. 23)

— Passerai bene il mese di Maggio; ti farai santo. E la Madonna ti benedirà con affetto di madre. Quanto è grande l’influenza della devozione a Maria, anche nei cuori più traviati!

FIoretto – Tre Ave Maria per ottenere la grazia di fare bene il mese di Maggio.

GIACULATORIA – O dolce nome – Maria, Maria speme e conforto – dell’alma mia.

25 APRILE, LITANIE DEI SANTI: INDULGENZE

Indulgenze per le LITANIE DEI SANTI

XXI
LITANIÆ SANCTORUM
-687-

a) Fidelibus, qui in festo S. Marci Ev. vel in feriis
Rogationum in ecclesiis vel publicis oratoriis peculiari
sacræ functioni, quæ hisce diebus celebrari solet, devote
interfuerint, conceditur:
Indulgentia decem annorum;
Indulgentia plenaria, si peccatorum veniam obtinuerint,
eucharisticam Mensam participaverint et ad Summi
Pontificis mentem preces fuderint.
b) Iis vero, qui præfatis diebus, deficiente memorata
sacra functione, Litanias Sanctorum devote recitaverint,
conceditur:
Indulgentia septem annorum.
– c) Iis vero, qui ceteris anni diebus easdem Litanias
pie recitaverint, conceditur:
Indulgentia quinque annorum;
Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidie
per integrum mensem eamdem fecitationem iteraverint
(S. Pæn. Ap., 10 iul. 1935 et 21 mart. 1941).

[10 anni a chi partecipa alla funzione in pubblico oratorio o in Chiesa (funzione della Chiesa Cattolica “una cum” il Papa legittimo, S. S. GREGORIO XVIII); Ind. Plenaria a chi è pure confessato e comunicato; 7 anni se recitate nella giornata del 25 aprile e nei gioni delle Rogazioni minori anche senza partecipare alle funzioni; 5 anni in qualunque giorno dell’anno, e ind. plenaria s.c. se recitate per un mese).

25 Aprile: LITANIE O ROGAZIONI. – Litanie dei Santi