DEVOZIONE AL CUORE DI GESÙ (13): tre prime promesse del Sacro Cuore di Gesù.

DISCORSO XII.

[A. Carmagnola: Il Sacro Cuore di Gesù – S. E. I. Ed., Torino, 1920 – imprim.]

Tre prime promesse del Sacro Cuore di Gesù.

Uno dei più validi mezzi, di cui si servono gli uomini per eccitarsi gli uni gli altri a compiere opere di vicendevole gradimento, è senza dubbio quello delle promesse. Il padre ad ottenere dal figlio, che sia virtuoso, che si applichi seriamente allo studio, al lavoro, gli promette un qualche regalo. Il  maestro ad ottenere dal discepolo, che compia esattamente i suoi doveri, che gli presti la dovuta attenzione, che lo segua con diligenza nelle sue lezioni, gli promette la promozione negli esami e il premio. Il capitano ad ottenere dai soldati il coraggio e ben anche l’eroismo nella battaglia, promette loro i vantaggi e gli onori della vittoria. E persino l’uomo perverso, ad ottenere, che alcun altro compia in suo pro una scellerata azione gli promette qualche gran somma di denaro o qualche altra ricompensa. È bensì vero, che la maggior parte degli uomini dopo aver fatto altrui delle magnifiche promesse, in seguito non vi attende, ma quando le promesse partono da un cuore reputato sincero, chi sa dire di quanta efficacia riescano? Allora il figlio non risparmia sacrifici per domare le male inclinazioni, il discepolo non la perdona a fatiche per profittare nello studio, il soldato diventa leone contro i nemici della patria, e financo l’assassino va a tingere la sua mano di un sangue innocente. – Se pertanto le promesse riescono al cuore umano di tanta virtù e gli infondono tanto coraggio sia per praticare il bene, come pur troppo anche per compiere il male, il Sacratissimo Cuore di Gesù, desiderando di avere il maggior numero possibile di devoti, perché nel mondo si abbia a compiere per mezzo della sua divozione il maggior bene, non volle lasciare di valersi di un tanto mezzo per ottenerlo. E perciò parlando a Santa Margherita, le diceva un giorno: « Io ti prometto, che il mio «Cuore si dilaterà per diffondere in copia le fiamme del divino amore sopra coloro, che gli renderanno o procureranno che gli sia reso dagli altri onore e gloria. Io ho manifestato agli uomini il mio Cuore, dando ad essi in questi ultimi tempi tale estremo sforzo del mio amore, per aprir loro con tal mezzo tutti i tesori di amore, di grazia, di misericordia, di salute e di santificazione. » Ma non contento il Sacro Cuore di Gesù di queste promesse generali, con la stessa Santa Margherita discese a far promesse al tutto speciali, siccome quelle che avrebbero maggiormente toccato i nostri cuori. Ed è appunto intorno a queste speciali promesse che desidero prendere oggi ad intrattenervi. Già abbiamo riconosciuto la saldezza e l’eccellenza della divozione al Sacro Cuore di Gesù, l’oggetto, i fini e le pratiche di questa stessa divozione. Ora per animarci sempre più ad esercitarla dobbiamo considerarne i vantaggi. E questi noi li conosceremo appunto con lo svolgere le grandi promesse del Sacratissimo Cuore. Cominciamo oggi da quelle per cui furono assicurate ai devoti del Sacro Cuore: tutte le grazie spirituali e temporali di cui avranno bisogno nel loro stato; la pace nel seno delle loro famiglie; la consolazione nei loro patimenti.

I. — L’Apostolo S. Paolo ha scritto, che ciascuno ha il suo dono da Dio: unusquisque proprium donum habet ex Deo; (I Cor. VII, 7) vale a dire, come spiegano i sacri dottori, a ciascuno Iddio elegge quaggiù uno stato, in cui deve passar la sua vita. E così chiama taluni a seguirlo più davvicino nello stato religioso, chiama altri a dedicarsi al ministero del sacerdozio e dell’apostolato, chiama altri a vivere in mezzo al mondo nella vita pubblica per giovare ai loro fratelli nell’esercizio delle diverse arti e professioni, chiama altri a mantenersi nello stato di verginità, ed altri ad abbracciare lo stato coniugale per moltiplicare i figliuoli della Chiesa e i Santi del paradiso. Sì, ognuno ha da Dio la sua speciale vocazione. Ma qualunque sia lo stato, a cui Iddio chiami nei disegni della sua Provvidenza, sempre vuole che gli uomini in qualsiasi stato si facciano santi: Hæc est voluntas Dei, sanctificatio vestra. (I Tess. IV, 3) No, non è soltanto a qualche ceto particolare di persone, che Iddio imponga la santità, ma a tutti indistintamente. Egli la impone ai religiosi ed ai sacerdoti, e più a loro che agli altri, perché essi hanno da essere il sale della terra, la luce del mondo; ma la impone parimente ai secolari, ai coniugati, agli uomini della vita pubblica, a quelli che esercitano nobilissime arti e a chi lavora nell’officina o bagna dei suoi sudori la terra: a tutti Egli disse: Siate santi: Estote perfecti (Matth. V, 48) Né crediate perciò che Iddio imponga a taluni l’impossibile. Certamente se la santità, come taluni si danno facilmente a credere, consistesse soltanto in digiuni, in austerità, in flagellazioni, in portar vesti di sacco e cilici al fianco, in far miracoli, in aver contemplazioni ed estasi, allora non a tutti, in qualsiasi stato, sarebbe né facile, né possibile. Ma se tutto ciò può far parte e può essere dono della santità, non è propriamente ciò, in cui la santità consista; anzi, ciò potrebbe essere ben anche vanità ed ipocrisia, quando mancasse la santità vera e sostanziale, che consiste nell’amare Iddio con tutte le forze, e nell’osservare perciò la sua legge. Il che, o miei cari, è forse impossibile, od anche difficile? Lo stesso divino Maestro Gesù ci ha appreso che se l’osservanza de’ suoi santi precetti è un peso, non è tuttavia che un peso molto soave e leggiero: Iugum enim meum meum est, onus meum leve. (Matth.. XI, 30) E l’apostolo ed evangelista S. Giovanni ha detto chiaramente, che i comandi del Signore non sono gravi: Mandata eius gravia non sunt. (I Io., V, 3). Ed in vero qual cosa più conforme a giustizia poteva imporci Iddio che di amarlo e servirlo? E nel tempo stesso cosa più dolce e più cara? Non è questo amore e questa servitù che apporta la pace più gioconda alle anime nostre, secondo la bella osservazione del reale salmista: Pax multa diligentibus legem tuam? (Ps. CXVIII, 165) E non è al contrario cosa, che importa fatiche, affanni e tormenti il non amare Iddio e l’offenderlo? Ah! checché si pensi dal mondo, la verità è questa, che gli uomini che vivono lontani da Dio sono sempre costretti ad esclamare: Ci stancammo nelle vie di iniquità e di perdizione, e camminammo per vie difficili: Lassati sumus in via iniquitatis et perditionis, et ambulamus vias difficiles! (Sap. V, 7) Sì, il dannarsi importa penosissimi aggravi, mentre invece il santificarsi è cosa facile e soave. Ma sebbene la santificazione nostra sia soave e facile, è certo tuttavia, che noi con le sole, nostre forze naturali non possiamo operarla. È dottrina di fede, insegnataci dalla Chiesa e ripetutamente scritta nei Santi libri che noi, da noi medesimi,non possiamo far nulla in ordine alla nostra eterna salute, neppure concepire nell’anima un buon pensiero. Ma sia ringraziato Iddio! Egli che vuole la nostra santificazione, pieno di amore e di bontà, non lascia di darci i mezzi necessari ad operarla, ed il mezzo che tutti gli altri comprende, è quello della sua grazia. Sì certamente, Iddio dà a tutti gli uomini quella grazia, per mezzo della quale, in qualsiasi stato Dio li abbia chiamati, se essi risolutamente il vogliono, possono salvarsi ed essere un giorno nel novero dei Santi. E sevi hanno pur troppo di quelli, i quali si dannano, ciò non avviene perché sia loro mancato l’aiuto della grazia di Dio, ma bensì perché a questo aiuto della grazia essi non hanno corrisposto; sicché se le anime dannate dal fondo dell’inferno, ove si trovano, osassero muovere lamento contro la divina giustizia,il Signore potrebbe bene rispondere a ciascuna di esse:Taci là, che la tua perdizione è opera tua: Perditio tua ex te.(Os. XIII, 9) Ma come mai la grazia di Dio rende non solo possibile, ma facile eziandio la santità in qualsiasi stato? Ah! egli è perché la grazia è dotata di un prodigioso carattere, diun’ammirabile proprietà, di quella cioè di adattarsi e contemperarsialla condizione ed ai bisogni particolari di ciascuno. Nelle Sacre Scritture tante volte è chiamata col nome di rugiadae di pioggia, e tale essa è veramente, dice S. Agostino: Gratia pluvia est. La pioggia cadendo e penetrando nel terrenoassume poi il colore di ciascun fiore, e il sapore di ciascun frutto, in cui segretissimamente e per sottilissime vie si spandee s’insinua, e così nei prati si tinge di bellissimo verde, nei campi biancheggia con le spighe, nei giardini si smalta di nevenei gigli, fiammeggia di porpora nella rosa, si veste di azzurro nel giacinto, e nei frutteti si fa or agra or dolce, secondo ladiversità dei frutti. Or ecco il lavorio misterioso e molteplice che va facendo la grazia nei cuori umani. Essa si adatta a tutti gli stati, si accomoda a tutti i temperamenti, si congiunge a tutte leetà. Gettate lo sguardo sopra i fasti gloriosi della Chiesa, considerate la varietà dei Santi, che l’adornano, e toccherete con mano sì bella verità. Voi vedrete la grazia aver fatto dei Santi fra i Pontefici e fra i semplici sacerdoti, aver fatto dei Santi fra i religiosi del chiostro e fra i secolari del mondo, aver fatto dei Santi fra i vergini, fra i coniugati edi vedovi, aver fatto dei Santi fra i re e fra i sudditi, averfatto Santi fra i capitani e fra i soldati, averne fatto frai letterati e fra gli idioti, fra i ricchi e fra i poveri, fra i geni e tra i meschini, fra i vecchi e fra i giovani, fra tutti di qualsiasi stato, di qualsiasi età e condizione, senza eccezioni. Ma quei mirabili effetti, che la grazia ha operato nei Santi, sono sempre gli stessi che va operando in noi, sicchéin alcuno fra di noi, in qualsiasi stato si trovi, che per opera della grazia e per la fedele corrispondenza alla stessa non possa farsi Santo e gran Santo.Che se questa consolantissima verità è in pro di tutti gliuomini in generale, la è tuttavia in modo specialissimo per devoti al Sacro Cuore di Gesù. Giacche è ai suoi devoti che il Sacratissimo Cuore promise peculiarmente di dare tutte le grazie necessarie al loro stato. Oh bella felicità adunque che è questa! Sia pure che nell’adempimento delle loro obbligazioni idevoti del Sacro Cuore di Gesù incontrino ancor essi delle difficoltà, questo Cuore Sacratissimo con la sua grazia si farà loro a spianarle; sia pure che la loro volontà si infiacchisca nell’operare il bene, il Cuore di Gesù con la sua grazia si farà loro a fortificarla; sia pure che il demonio, le passioni, gli uomini del mondo si travaglino per indurli a tradire i loro doveri, il Cuore di Gesù con la sua grazia si farà a renderli vittoriosi. Pertanto volete voi, o giovani, che il Signore vi difenda dagli agguati del mondo, dalle lusinghe della carne e dagli assalti del demonio, sicché possiate mantenere intatta l’innocenza fra i pericoli, che ad ogni passo incontrate? Siate devoti al Sacro Cuore di Gesù. E voi, o coniugati, desideratevivere in santo amore, in incessante fedeltà fra di voi, allevare cristianamente la vostra prole, eseguire, esattamente i vostri obblighi che non sono né sì pochi né sì lievi? Siate devoti del Sacro Cuore di Gesù. O padri e madri, voi siete in trepidazioneed affanno sulla riuscita dei vostri figliuoli, e ben a ragione, perché innumerevoli seduttori si aggirano intorno agl’incauti, e con infiniti artifizi si adoprano a trascinarli lontani dall’amoredi Dio e vostro. Ma voi non cessate dal raccomandarlial Sacro Cuore di Gesù, e benedetti da Lui, essi formeranno conla lor buona condotta la vostra maggior consolazione in terra,la vostra più bella corona in cielo. E voi, o maestri, che nellascuola attendete ad erudire le menti ed a formare i cuori dei fanciulli e dei giovanetti, volete degnamente corrispondere allasublimità della vostra missione, ed ottenere efficacemente che la scuola sia chiesa e non tana? Siate devoti anche voi del Sacro Cuore di Gesù. E voi, padroni, voi elevati in dignitàe potere, voi amministratori delle cose pubbliche, voi magistrati, voi principi e sovrani, che desiderate esercitare con giustiziae con vero vantaggio dei vostri sudditi gli uffici vostri, amateanche voi quel Cuore, per cui: Reges regnant et legum conditores insta decernunt. (Prov. VIII, 15) E così voi operai, voi sudditi, voi servitori, nella divozione al Sacro Cuore di Gesù, troverete il mezzo per tollerare la condizione vostra ed esercitarecon amore i vostri doveri. Finalmente se voi siete persone viventi in Religione, ricordate che il Sacro Cuore di Gesù:ha detto a Santa Margherita: « Le persone religiose dalla devozione al Cuor mio caveranno tanti aiuti che non abbisogneranno più di altro mezzo per ristabilire il primitivo fervore e la più esatta osservanza nelle comunità meno regolate. E per condurre le altre alla più grande perfezione. » E se siete Sacerdoti, intenti a lavorare non solo per la salvezza vostra,ma ancora per la salvezza altrui, non dimenticate che lo stesso Sacro Cuore di Gesù ha pur detto: « I sacerdoti e gli uomini apostolici avranno l’arte di commuovere i cuori più indurati enelle loro fatiche avranno un esito ammirabile. » Dunque in qualsiasi stato, di qualsiasi condizione di vita, per quanto difficile, accostiamoci tutti con la massima confidenza a questo Cuore, fonte inesauribile di grazie, domandiamogli quelle cheabbiamo bisogno, per santificarci nel nostro stato; Egli ha promesso di darcele e la sua parola non verrà meno giammai. –  Ma sebbene l’affare più importante, il primo a cui dobbiamo attendere sia l’acquisto della nostra eterna salute mediante la nostra santificazione in qualsiasi stato ci troviamo, è certo tuttavia, che dobbiamo pure, per ragione della condizione cui Iddio ci ha posti quaggiù, mettere mano ad intraprese ed affari temporali, sia per acquistarci col lavoro il nutrimento per la vita, sia per procurarci un’onesta agiatezza, sia per arricchire la nostra mente di utili cognizioni, sia per esercitare le arti e compiere opere di comune vantaggio alla società, sia per non pochi altri giusti motivi. Ora a questo riguardo disse già assai bene un nostro poeta: A compir le belle imprese| L’arte giova, il senno ha parte,| ma vaneggia il senno e l’arte,| Quando amico il ciel non è. Il che non è altro se non la libera versione di quel pensiero delle Sante Scritture, che « se il Signore non edifica egli la casa, lavorano invano quelli, che la edificano, e se non custodisce la città, indarno veglia il soldato, che la custodisce. » Si, senza la benedizione del cielo amico, fallisce anche il meschino dei nostri affari. Ma non falliranno certamente neppure i più gravi ed importanti, se noi saremo devoti del Sacro Cuore di Gesù. Perciocché non si contentò di promettere ai suoi devoti le grazie necessarie a santificarsi e a raggiungere così il buon esito dell’affare supremo, dell’eterna salute, ma promise ancora, che li avrebbe benedetti negli altri affari. E così essendo, o carissimi, cerchiamo pure anzitutto il regno di Dio, come Gesù Cristo ci ha appreso, ma ponendo pur mano a quegli interessi, che sono richiesti dal nostro stato, e per nulla contrari all’acquisto del regno di Dio, ricordiamoci che, secondo la parola data da Dio medesimo, nella divozione al Sacro Cuore abbiamo l’assicurazione di essere da questo Cuore Santissimo benedetti e prosperati.

II. — Ma se già così grandi sono questi vantaggi promessi dal Cuore di Gesù ai suoi devoti, non lo è meno quello, di cui entro ora a parlarvi: la pace cioè nelle loro famiglie. Famiglia! E chi è mai, che a questo nome non si senta intenerire il cuore? Dopo la Religione la famiglia è quanto vi è di più bello, di più caro, di più. dolce, di più attraente sulla terra. Iddio, che sebbene uno nella essenza, per essere trino nelle Persone costituisce in cielo la Famiglia più perfetta, ha voluto nel suo amore per noi riprodurla quaggiù sulla terra. E per questo, dopo aver creato il cielo e la terra con tutte le meraviglie che l’adornano, dopo aver compiuto il capolavoro della creazione, l’uomo, volle coronare l’opera sua, creando la famiglia. Egli mandava un dolce sonno ad Adamo, e mentre questi dormiva gli traeva dal fianco la donna facendogliene un aiuto simile a lui, e dopo d’avergliela condotta innanzi, benediceva all’uno e all’altra, dicendo: Crescete e moltiplicatevi, e riempite la terra: Crescite et multiplicamini, et replete terram. (Gen. I, 28) Ed è lì, nella famiglia creata e benedetta da Dio, che due cuori vivono dolcemente incatenati fra di loro, dividendo le gioie e le sofferenze, le fatiche ed i riposi, gli abbattimenti ed i conforti, le pene e le consolazioni. È lì, che lo sposo pur essendo superiore alla sposa, non fa altro tuttavia che riguardarla come dolce consorte; ed è dove la donna forte, saggia, operosa, prudente, sottomessa affettuosa riempie di gioia il cuore del marito e raddoppia numero dei suoi anni. È lì ancora dove un padre ed una madre vedendo i loro figliuoli, come novelli virgulti di olivi circondare la loro mensa, posano sopra di essi le più belle speranze, e in essi si allietano delle più pure consolazioni; ed è lì alla loro volta, dove i figliuoli vivono beati nell’amore così intenso e così sicuro dei loro genitori! No, non vi ha felicità più bella, più pura, più grande di quella, che si gode  in seno della famiglia; essa è l’immagine più viva della felicità che si gode per sempre in cielo nella famiglia dei Santi. Se non che è egli vero, che in tutte le famiglie regni tal felicità? Ahimè! tutt’altro. In molte famiglie regna invece l’infelicità, e così grande da rendere immagine dell’infelicità dell’inferno. E qual è mai la ragione di ciò? Se a rendere felice una famiglia fossero necessarie le ricchezze, ben si comprenderebbe, come non mai lo possano essere le famiglie dei poveri. Se la felicità andasse compagna ai titoli ed agli onori, neppur vi sarebbe a stupire, che manchi nelle case degli umili e dei meschini. Così se ad essere felici bastasse esser sani e robusti, si vedrebbe il perché non lo siano le famiglie in cui vi hanno dei deboli e degli infermi. Ma come mai vi hanno pure infelici nelle famiglie di sani, di ricchi, di gente colma di titoli e di onori? La ragione si è, che la base della felicità domestica non è altro se non la pace, quella pace, che Gesù Cristo, nascendo faceva cantare dagli Angeli agli uomini di buona volontà, quella pace, che Egli stesso annunziava agli Apostoli non appena risuscitato da morte, quella pace, che agli stessi lasciava prima di salire al cielo, quella pace infine, che Egli loro ordinava di portar nelle famiglie, ogni volta che vi mettessero piede. Ed è la pace appunto, che in molte famiglie manca. Qua, distruggitori della pace domestica sono mariti inumani, che violando le più sante promesse fatte appiè degli altari, mentre per la compagna avuta da Dio non hanno che odio, disprezzo, fastidio ed abbandono, gettano negli amori più infami sanità, sostanze, onore ed anima. Là, distruggitrici della pace sono mogli implacabili, le quali tengono sempre le loro lingue armate di finissima punta per ribattere le osservazioni dei loro mariti e per ferire al vivo chi alla fin fine è il capo della casa e può e deve comandare. Altrove sono padri crudeli, che senza alcun giusto motivo trattano spietatamente i loro figliuoli o li lasciano nel più barbaro abbandono; ed altrove sono figliuoli, che appena arrivati ai primi anni dell’adolescenza più non piegano la fronte ad alcun comando di padre e di madre, insorgono anzi riottosi contro di loro e fanno a dispetto quel che ad essi è proibito. Insomma qua per un membro, altrove per un altro, in non poche famiglie invece della pace regnano sovrani il disamore, la gelosia, l’odio, la lite, la discordia, e per conseguenza l’infelicità. – Or bene, o carissimi, vogliamo noi tenere lontani dalle nostre famiglie questi mali, che distruggono la pace e la felicità? Siamo sinceramente devoti del Sacratissimo Cuore di Gesù. Questo è il secondo vantaggio, che egli promise ai cultori della sua devozione. Ed Egli senza dubbio farà onore alla sua parola. Se la pace non è mancata mai, Egli continuerà tenerla; se è venuta meno Egli non tarderà a ristabilirla. Questo Cuore Santissimo da noi amato, risarcito, imitato, invocato, non lascerà di toccare il cuore di chi è la causa dell’infelicità di nostra famiglia; egli arresterà quel marito sulle vie delle sue infedeltà e de’ suoi disordini, ammansirà quella moglie così superba ed iraconda, ammollirà quel padre sì duro e spietato, infrenerà quel figlio così caparbio e ribelle, richiamerà alla virtù ed alla fede chi se n’è allontanato, e cessata ogni burrasca, ricomparirà in ognuna delle nostre famiglie l’iride della serenità e della pace. Non dubitiamone punto; Gesù lo ha detto: « Io metterò la pace nelle famiglie dei miei devoti. »

III. — Adunque grazie spirituali e benedizioni temporali secondo le diversità dello stato in cui si vive, pace nel seno delle famiglie, ecco i bei vantaggi, che già abbiamo riconosciuto trovarsi nella divozione al Sacro Cuore. Ci rimane oggi a riconoscerne un altro ancora, così espresso da Gesù Cristo: « Io consolerò i devoti del mio Cuore nei loro patimenti. » Nessuno ignora, perché tutti tardi o tosto vengono a conoscerlo per esperienza, che sono senza numero le pene e le afflizioni che travagliano la nostra misera esistenza sia nel corpo che nell’anima; e queste pene accumulandosi le une sopra le altre finiscono talora per opprimere il nostro cuore. Allora noi con istinto irrefrenabile andiamo cercando un altro cuore per versarvi entro la piena del nostro; ma lo troviamo noi? Noi troviamo dei cuori chiusi ed insensibili; noi troviamo dei cuori, o già ricolmi delle afflizioni loro, o sì deboli da restar soffocati all’apprendimento delle afflizioni nostre; noi troviamo dei cuori ipocriti, che sembrano commuoversi per noi, ma che in fondo non sentono per noi compassione di sorta; noi troviamo dei cuori egoisti, che dopo aver ricevuto una volta le nostre confidenze ci fanno subire il martirio delle loro incessanti lamentele; noi troviamo dei cuori traditori, che delle nostre confidenze si valgono per mettere in piazza le nostre miserie; ecco ciò che noi troviamo. Eppure abbiam bisogno di effonderci, di sfogarci! Allora, andremo noi, come certe anime sventurate, ad affidar le nostre pene alle creature irragionevoli, alle stelle del cielo, alle onde del mare, alle piante della foresta, alle rocce d’un monte? Ma quale conforto ne trarremmo noi?… Miei cari! Vi è un cuore sempre aperto, sempre potente, sempre amico, sempre infinito, che sempre senza stanchezza, senza noia, anzi con piacere, con amore è disposto ad accogliere le espansioni del cuor nostro, le nostre lagrime, le nostre afflizioni, e questo cuore è il Cuore Sacratissimo di Gesù. –  Uno dei motivi, per cui Gesù Cristo volle assumere la nostra povera natura e assoggettarsi alle nostre miserie, come osserva San Paolo, è stato questo appunto di farsi a sentire più vivamente le afflizioni nostre per compatirle e recarcene consolazione! Non enim habemus Pontificem, qui non possit compati infirmitatibus nostris, tentatum autem per omnia prò similitudine, absque peccato. (Hebr. IV, 15) Sì, all’infuori del peccato, egli volle provare tutte le pene interiori ed esteriori, che possono squarciare un corpo o straziare un’anima, ed assomigliarsi ai suoifratelli per essere misericordioso: Unde debuit per omnia fratribus assimilari, ut misericors fieret. (Hebr. II, 17). Egli conosceva bene come il suo Cuore meglio si sarebbe impietosito dei patimenti nostri e più prontamente ci avrebbe confortati nei medesimi, sopportandoli Egli stesso; e per ciò Eglipiange appena nato nella capanna di Betlemme, piange nel prendere la via dell’esilio, soffre e piangenel ritiro misterioso della casa di Nazaret, soffre e piange nelle veglie solitarie della sua vita pubblica, soffre e piange sulla tomba di un amico, soffre e piange sull’ostinazione ed ingratitudine di Gerusalemme, soffre e piange nell’agonia del Getsemani, soffre e piange sulla Croce. Ah! Egli è veramente l’uomo dei patimenti: vir dolorum (Is. LIII, 3) E che altro mai lo ha fatto soffrire e piangere, se non l’amore per noi, ela brama di essere con noi pietoso? Unde debuit fratribus assimilari ut misericors fieret. Né solamente volle provare tutte le pene, ma ciò che è più volle sottostare alla massima desolazione. Con le parole del profeta ei poté dire: Il mio Cuore andò incontro agli obbrobri ad alle miserie, ed io cercando chi entrasse a parte della mia tristezza e mi consolassenon lotrovai: Improperium expectavit cor meum et miseriam, et sostinuit qui simul contristaretur, et non fuit, et qui consolati non inveni. (Ps. LXVIII, 21) Or dunque avendo Gesùsperimentato tutte le pene, e fra le altre anche quella desolazione, conosce per contrario quanto balsamo arrechi alle piaghe di un’anima afflitta la consolazione, e ciò conoscendo con un Cuore così ricco di amore e di compassione, tuttici invita, quando siamo afflitti, ad appressarci a Lui, per essere consolati: Venite ad me omnes, qui laboratis et onerati estis et ego reficiam vos. (Matth. XI, 28) Oh sì! il Cuore di Gesù si commuove ad ogni nostra lagrima, ed essendone in pieno potere, è pronto sempre a consolare efficacemente gli afflitti, a lenire le loro pene, a versare nel loro cuore ulcerato, siccome pietoso Samaritano, il balsamo di ogni migliore conforto.E non faceva così durante la sua mortal vita? Alla preghiera ed alle lagrime di Giairo si mette tosto in cammino per sanare la sua figlia, e trovatala già morta, a consolazione di quel padre, la risuscita. Portandosi alla sepoltura il figliuolo unico della vedova di Naim, questa sventurata madre gli teneva dietro con tale profluvio di lagrime, che avrebbe intenerito le pietre. E Gesù alla vista di quella madre piangente,tocco nel più intimo del suo Cuore, comanda ai portatori della bara di fermarsi, e consola lei pure col miracolo della risurrezionedel suo figlio. La Cananea ha una figlia invasata dal demonioe non reggendole il cuore di vederla in sì misero stato ricorre a Gesù. E Gesù, sebbene dapprima sembri non far conto della sua afflizione per far meglio spiccar la sua fede,lascia alfine libero corso alla piena del suo tenero afflitto e la consola concedendole quel che chiedeva, cioè la guarigione della figlia sua. Infelici ed infermi d’ogni maniera travagliati dai loro dolori si presentavano od erano presentati a Lui, ed Egli, eccolo qui a ridonare l’uso delle membra ai paralitici; là ristagnare il sangue della povera emorroissa, ove rendere la sanità al servo del centurione, ove guarir dalla febbre la suoceradi Pietro, ove raddrizzare gli storpi, illuminare i ciechi, dar l’udito ai sordi, la loquela ai muti, insomma segnare ogni suo passo con un nuovo tratto di sua bontà, con una novella consolazione ai miseri afflitti. Ma quanto Egli faceva nel corso di sua vita mortale, è quello che è pronto a fate, che fa tuttora dall’altezza dei cieli, ove si trova ammantato di gloria, e dall’umiltà del tabernacolo, ove trovasi nascosto sotto le specie dell’Eucaristico Sacramento. E per ciò se tanti e tanti, chemenano al mondo una vita misera e travagliosa e, come il feritodi Gerico, si vedono passar vicino più d’uno che non li cura, che non li mira, si facessero a raccontare a Lui le loro pene, a Lui mettessero innanzi le piaghe, che si vergognano di far conoscere a chicchessia, oh quale consolazione sentirebberospargersi sul cuore afflitto! Ma intanto, perché non si curanodi cercare la consolazione, dov’è di fatti, vivono i giornipiù desolati, e quando non si abbandonano alla più orribile disperazione, consumano di crepacuore, vengono meno di malinconia. Altri poi vivendo nella massima cecità, per essere sollevati dalle loro miserie, invece di accostarsi a questa consolazione, vanno in cerca di conversazioni mondane, di passatempi e piaceri terreni. Infelici! respirino pure un’aria libera in amena campagna, ricreino pure l’orecchio con la soavità delle musiche più scelte, pascan pure l’occhio con la varietà dei teatri, passinopure le ore tra le allegrie dei convitti, o tra gli scherzi di compagnie geniali; per un’ora, per un giorno entrerà loro in cuore una pace apparente; ma tosto vi ricomincerà la guerra, vi rinascerà il tormento, ed in mezzo alle feste del mondo si troveranno soli! No, la consolazione nei patimenti non può trovarsi che nel cuore di quel Gesù, che è: Deus totius consolationis, Dio di ogni consolazione, e che ciconsola realmente in ogni nostra tribolazione, qui consolatur nos in omni tribulatione nostra. (II Cor. I, 3-4)Ma se ciò è verissimo di tutti gli uomini, che sono nell’afflizione, lo è massimamente per i suoi devoti. Questa è pur una delle promesse da Lui fatte: « I miei devoti, li consolerò nei loro patimenti. » Epperò come una madre vedendo afflitto tra i suoi figliuoli chi maggiormente l’ama, si getta al suocollo, lo stringe al petto, lo copre di baci, lo inonda di lagrime, e solamente allora che è sicura d’averlo tornato in pace, respira e riposa, così il Cuore Sacratissimo di Gesù, quando vede travagliato un suo devoto, non tarda un istante a consolarlo con le finezze del suo amore e con la soavità delle sue grazie. E non faceva così durante la sua vita mortale? Amato di un amore singolare da taluni fra molti che lo conoscevano e lo seguivano, alla sua volta senza lasciare di consolare gli altri afflitti, si affrettava tuttavia a consolare questi suoi amici, e alle lagrime di Marta e di Maddalena piangeEglistesso e restituisce la vita al suo caro Lazzaro, ed a Giovanni oppresso dal dolore appiè della sua croce dà la consolazione dell’amor materno di Maria, ed agli Apostoli afflitti per la sua morte, appena risorto dà. con prestezza il confortodelle sue apparizioni. Ora quel costume che Egli ebbe quaggiù, non solo possiamo sperare, ma dobbiamo credere, checontinuerà a mantenerlo, avendocene datala sua indefettibileparola. Animo adunque, continuiamo in questa così utile devozione,accresciamone anzi ogni giorno il fervore, ed allora avremo con certezza tutte le grazie necessarie al nostrostato, godremo sempre la bella pace nel seno delle nostre famiglie, e potremo sempre ripetere col santo re Davide: Ad Dominum, cum tribularer, clamavi, et exaudivit me; (Ps. CXIX, 1), essendo tribolato sono ricorso al Cuore di Gesù, ed esso miha esaudito e consolato.Sì, o liberalissimo Gesù, è questo il santo proposito, che facciamo in questo giorno genuflessi ai piedi vostri, di volere praticare ed accrescere sempre più in noi la divozione al vostroSacratissimo Cuore. E Voi, nella infinita bontà e generosità vostra, degnatevi di spargere pur sempre sopra di noiquei grandi beni, che ne avete promesso. Dateci la grazia diadempiere esattamente le obbligazioni del nostro stato; donatealle nostre famiglie quella pace, che il mondo non può dare; e nelle nostre afflizioni consolateci e dateci la forza per soffrirle con piena rassegnazione alla vostra divina volontà; e così ci sia dato altresì di benedire mai sempre la divozione vostra, che è stata per noi fonte copiosa dei più salutevoli vantaggi”.

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: MISERENTISSIMUS REDEMPTOR DI S. S. PIO XI

Questa Enciclica è uno dei documenti più importanti mai prodotti dal Magistero pontificio. Ricco di contenuti dottrinali, indica nella devozione al Cuore di Gesù uno dei mezzi più potenti contro l’empietà delle sette e del mondo odierno, coniugando la devozione alla pratica esatta e convinta della riparazione alle offese fatte a Gesù Signore nostro e Re di ogni Nazione e popolo. Chi non vede come il disconoscimento del potere regale del Cristo sia oggi il male peggiore dell’umanità che per questo sta precipitando in un baratro di immondi vizi, di abomini morali e materiali di ogni sorta, di apostasia della cattolica fede,  mascherata vergognosamente da pratiche sacrileghe e blasfeme, sostenute da chierici invalidamente e sacrilegamente consacrati, dagli ultimi fino agli usurpati uffici apicali. Pio XII, ci ricorda quanto il Signore Gesù aveva già richiesto a Santa Margherita Maria, richiesta oggi quanto mai indispensabile da esaudire per ribaltare una situazione umanamente irrecuperabile: la riparazione alle offese che si fanno al Cuore di Gesù, all’ingratitudine che anche spenti e dormienti sedicenti Cristiani dimostrano nell’ignoranza totale della dottrina cattolica e delle pratiche liturgiche e sacramentali, fonti di salvezza eterna, alla scarsissima attenzione per una Chiesa eclissata, e l’indifferenza verso la condizione del vero Vicario di Cristo imprigionato ed esiliato, sostituito sul suo seggio pietrino da uno spaventapasseri ventriloquo che proferisce mielosamente parole e concetti di indubitabile matrice gnostica e massonica, la teologia cabalista dei suoi mentori adoratori del lucifero-baphomet [Simon Mago al posto di Simon Pietro!!]. Tocca allora al “pusillus grex” utilizzare queste armi riparatorie apparentemente “ridicole” contro le atomiche della stampa e della satanica finanza mondialista, con la fiducia che animava il giovane e piccolo Davide, quando si accingeva ad affrontare  con una “ridicola” fionda un guerriero gigantesco ed armato fino ai denti. A noi quindi l’Ora di adorazione, a noi la Comunione del primo venerdì del mese, [… se non possiamo la Sacramentale, almeno la spirituale], a noi consacrarci “Anime-Ostie”, a noi recitare quotidianamente l’Atto di Riparazione posto alla fine del documento qui riportato. E ancora una volta, Davide abbatterà Golia, Costantino affosserà Massenzio, cadranno Nerone e Diocleziano, Lutero e Calvino, Wicleff e Giansenio, Federico II, Enrico VIII e Ottone di Bismark, Lenin, Stalin, e tutti i tiranni servi del demonio e … alla fine Maria “conteret caput”  del serpente maledetto, e la Chiesa di Cristo uscirà dall’eclissi attuae più bella e splendente che mai.

Pio XI
Miserentissimus Redemptor

INTRODUZIONE

Il Redentore divino presente alla sua Chiesa sempre

1. – Il nostro misericordiosissimo Redentore, dopo aver compiuto sul legno della croce la salvezza del genere umano, prima di ascendere da questo mondo al Padre, nell’intento di sollevare gli apostoli e i discepoli dalla loro afflizione, disse: a Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt XXVIII, 30).

Parole assai gradite e fonte di ogni speranza e di ogni sicurezza, che vengon da sé alla Nostra mente, Venerabili Fratelli, quando da questa, per chiamarla così, più alta specola, osserviamo la società umana afflitta da tanti mali e miserie, non che la Chiesa fatta oggetto, senza intermittenza, di attacchi e di insidie. Questa divina promessa, che sollevò gli animi abbattuti degli Apostoli e così rianimati li accese e li infervorò di zelo per andare a spargere su tutta la terra il seme della dottrina evangelica, ha anche sostenuto in seguito la Chiesa, fino a farla prevalere sulle potenze degli inferi. …ma in modo speciale nei tempi più critici

2. – Sempre il Signore Gesù Cristo ha assistito la sua Chiesa, ma più potente è stato il suo aiuto e più efficace la sua protezione quando la Chiesa s’è trovata in pericoli e sciagure più gravi. Fu allora che nella sua divina sapienza, che “si estende da un confine all’altro con forza e governa con bontà eccellente ogni cosa” (Sap VIII,1), offrì i rimedi più adatti alle esigenze dei tempi e delle circostanze. E non “si è accorciata la mano del Signore” (Is LIX, 1) in tempi a noi più vicini, come quando penetrò e largamente si diffuse l’errore che faceva temere che negli animi degli uomini, allontanati dall’amore e dalla familiarità con Dio, venissero a inaridirsi le fonti della vita cristiana.

Argomento dell’Enciclica: la riparazione

3. – C’è nel popolo cristiano chi ignora o non si cura di quel che l’amatissimo Gesù ha lamentato nelle sue apparizioni a Margherita Maria Alacoque e quel che ha indicato di aspettare e volere dagli uomini, in vista del loro stesso vantaggio. Perciò vogliamo, Venerabili Fratelli, trattenerci alquanto con voi a parlare di quella giusta riparazione che abbiamo il dovere di compiere verso il Cuore Sacratissimo di Gesù, affinché ciascuno di voi procuri diligentemente di insegnare ed esortare il proprio gregge a mettere in pratica quel che abbiamo in animo di esporvi.

LA RIVELAZIONE DEL CUORE DI GESÙ PER I NOSTRI TEMPI

Nel S. Cuore rivelate le ricchezze della bontà divina

4. – Fra le testimonianze della benignità infinita del nostro Redentore, emerge in maniera particolare il fatto che mentre nei cristiani s’andava raffreddando l’amore verso Dio, è stata proposta la stessa carità divina ad essere onorata con speciale culto, e sono state chiaramente rivelate le ricchezze di questa bontà divina per mezzo di quella forma di devozione con cui si onora il Cuore Sacratissimo di Gesù, “nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza” (Col ii,3).

Il Cuore di Gesù vessillo di pace e di amore

5. – Infatti, come un tempo al genere umano che usciva dall’arca di Noè, Dio volle far risplendere “l’arcobaleno che appare sulle nubi” (Gn II,14, in segno di alleanza e d’amicizia, così negli agitatissimi tempi più recenti, quando serpeggiava l’eresia giansenista -la più insidiosa fra tutte, nemica dell’amore e della pietà verso Dio- che predicava un Dio non da amarsi come padre ma da temersi come giudice implacabile, il benignissimo Gesù mostrò agli uomini il suo Cuore Sacratissimo, quasi vessillo spiegato di pace e di amore preannunziando certa vittoria nella battaglia..

Nel Cuore di Gesù tutte le nostre speranze

6. – Perciò, molto a proposito, il nostro predecessore di f. m., Leone XIII, nella sua Lettera Enciclica “Annum Sacrum” osservando la meravigliosa opportunità del culto al Cuore Sacratissimo di Gesù, non dubitò di affermare: “Quando la Chiesa nascente era oppressa dal giogo dei Cesari, apparve in cielo al giovine imperatore una croce, auspice e in pari tempo autrice della splendida vittoria che seguì immediatamente. Ecco che oggi si offre ai nostri sguardi un altro consolantissimo e divinissimo segno: il Cuore Sacratissimo di Gesù, sormontato dalla croce, rilucente di splendidissimo candore tra le fiamme. In esso sono da collocarsi tutte le speranze, da esso è da implorare ed attendere la salvezza dell’umanità”.

Il Cuore di Gesù compendio della Religione.

7. – Ed è giusto, Venerabili Fratelli. Infatti, in quel felicissimo segno e in quella forma di devozione che ne deriva, non è forse contenuto il compendio dell’intera Religione e quindi la norma d’una vita più perfetta, dal momento che essa costituisce la via più spedita per condurre le menti a conoscere profondamente Cristo Signore e il mezzo più efficace per muovere gli uomini ad amarlo più intensamente e a imitarlo più fedelmente? – Nessuna meraviglia, dunque, che i nostri predecessori abbiano sempre difeso questa ottima forma di culto dalle accuse dei denigratori e l’abbiano esaltata con grandi lodi e propagata con grande impegno, secondo le esigenze dei tempi e delle circostanze.

Provvidenziale l’incremento di questa devozione

8. – Ed è per ispirazione divina che la devozione dei fedeli verso il Cuore Sacratissimo di Gesù è andata crescendo di giorno in giorno, sono sorte pie Associazioni per promuovere il culto al divin Cuore, come pure la pratica, oggi largamente diffusa, di fare la Comunione ogni primo venerdì del mese, secondo il desiderio espresso da Gesù stesso.

LA CONSACRAZIONE AL CUORE Dl GESÙ

Significato della consacrazione

9. – Tra gli atti che sono propri del culto al Cuore Sacratissimo di Gesù, emerge -ed è da rammentarsi- la consacrazione, con la quale offriamo al Cuore divino di Gesù noi e tutte le nostre cose, riferendole all’eterna carità di Dio, da cui le abbiamo ricevute. – E fu lo stesso Salvatore, il quale, mosso dal suo immenso amore per noi più che dal diritto che ne aveva, manifestò alla innocentissima discepola del suo Cuore, Margherita Maria quanto bramasse che tale ossequio di devozione gli venisse tributato dagli uomini. E lei per prima, insieme al suo padre spirituale Claudio de la Colombière, fece questa Consacrazione. Col tempo l’esempio fu seguito da singole persone, da famiglie private e associazioni, e poi anche da autorità civili, città e nazioni.

La consacrazione argine contro l’empietà dilagante.

10. – In passato, e anche nel nostro tempo, per l’azione cospiratrice di uomini empi, s’è giunti a negare la sovranità di Cristo Signore e a dichiarare apertamente guerra alla Chiesa con la promulgazione di leggi e mozioni popolari contrarie al diritto divino e naturale, fino al grido di intere masse: “Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi” (Lc XIX,14). Ma dalla consacrazione, di cui abbiamo parlato, erompeva e faceva vivo contrasto la voce unanime dei devoti del S. Cuore, intesa a rivendicarne la gloria e affermare i suoi diritti: a Bisogna che Cristo regni” (1 Cor XV,25), “Venga il tuo regno”! Di qui il gioioso avvenimento della consacrazione al Cuore Sacratissimo di Gesù di tutto il genere umano – che per diritto nativo appartiene a Cristo, nel quale si ricapitolano tutte le cose (Cf Ef 1,10) – che all’inizio di questo secolo, tra il plauso di tutto il mondo cristiano, fu compiuta dal nostro predecessore Leone XIII di f.m.

Consacrazione riaffermata con la festa di Cristo Re

11. – Queste felici e confortanti iniziative, Noi stessi, come dicemmo nella nostra Enciclica “Quas primas” abbiamo condotto, per grazia di Dio, a pieno compimento, quando aderendo agli insistenti desideri e voti di moltissimi Vescovi e fedeli, al termine dell’anno giubilare, abbiamo istituito la Festa di Cristo Re dell’universo, da celebrarsi solennemente da tutto il mondo cristiano. – Con questo atto non solo mettemmo in luce la suprema autorità che Cristo ha su tutte le cose, nella società sia civile che domestica e sui singoli uomini, ma pregustammo pure la gioia di quell’auspicatissimo giorno in cui il mondo intero, liberamente e coscientemente, si sottometterà al dominio soavissimo di Cristo Re. – Perciò ordinammo pure che in occasione di tale festa, ogni anno si rinnovasse questa consacrazione. nell’intento di raccoglierne più sicuramente e più copiosamente il frutto, e stringere nel Cuore del Re dei re e Sovrano dei dominatori, tutti i popoli, in cristiana carità e comunione di pace.

LA RIPARAZIONE

Alla consacrazione segue la riparazione

12. – A questi ossequi, e in particolare a quello della consacrazione – tanto fruttuosa in sé e che è stata come riconfermata con la solennità di Cristo Re – conviene che se ne aggiunga un altro, del quale, Venerabili Fratelli, vogliamo parlarvi alquanto più diffusamente: del dovere, cioè, della giusta soddisfazione o riparazione al Cuore Sacratissimo di Gesù. – Nella consacrazione s’intende, principalmente, ricambiare l’amore del Creatore con l’amore della creatura; ma quando questo amore increato è stato trascurato per dimenticanza o oltraggiato con l’offesa, segue naturalmente il dovere di risarcire le ingiurie qualunque sia il modo con cui sono state recate. È quel dovere che comunemente chiamiamo “riparazione”. Richiesta dalla giustizia e dall’amore

13. – Sono le medesime ragioni che ci spingono sia alla consacrazione che alla riparazione. Vero è però che al dovere della riparazione e dell’espiazione siamo tenuti per un titolo più forte di giustizia e di amore. Di giustizia, perché dobbiamo espiare l’offesa recata a Dio con le nostre colpe e ristabilire con la penitenza l’ordine violato; di amore al fine di patire insieme con Cristo sofferente e “saturato di obbrobri” e recargli, per quanto può la nostra debolezza, qualche conforto. – Siamo, infatti, peccatori e gravati di molte colpe; dobbiamo perciò rendere onore al nostro Dio non solo con quel culto che è diretto sia ad adorare, con i dovuti ossequi, la sua Maestà infinita, sia a riconoscere, mediante la preghiera, il suo supremo dominio e a lodare, con azioni di grazie, la sua infinita generosità; ma è necessario inoltre che offriamo anche a Dio giusto vindice, soddisfazioni per i nostri “innumerevoli peccati, offese e negligenze”. – Per questo, alla consacrazione per mezzo della quale ci offriamo a Dio e diventiamo a lui sacri – con quella santità e stabilità che è propria della consacrazione, come insegna l’Angelico (2-2, q. 81, a. 8, c.) – si deve aggiungere l’espiazione al fine di estinguere totalmente le colpe, affinché l’infinita santità e giustizia di Dio non abbia a rigettare la nostra proterva indegnità e rifiuti, anzi che gradire, il nostro dono.

Dovere che grava su tutto il genere umano

14. – Questo dovere di espiazione grava su tutto il genere umano, giacché, come insegna la fede cristiana, dopo la funesta caduta di Adamo, l’umanità, macchiata della colpa ereditaria, soggetta alle passioni e in stato di grave depravazione, avrebbe dovuto finire nell’eterna rovina. – Non ammettono questo stato di cose i superbi sapienti del nostro tempo, i quali, seguendo il vecchio errore di Pelagio, rivendicano alla natura umana una bontà congenita, che di suo interno impulso spingerebbe a perfezione sempre maggiore. – Ma queste false invenzioni della superbia umana sono respinte dall’Apostolo che ammonisce che a eravamo per natura meritevoli d’ira” (Ef II,3). E di fatti, fin dagli inizi, gli uomini, hanno riconosciuto in qualche modo il debito che avevano d’una comune espiazione e mossi da naturale istinto si adoperarono a placare Dio anche con pubblici sacrifici.

La riparazione adeguata fu offerta dal Redentore

15. – Nessuna potenza creata però era sufficiente ad espiare le colpe degli uomini, se il Figlio di Dio non avesse assunto la natura umana per redimerla. – È ciò che lo stesso Salvatore degli uomini annunziò per bocca del Salmista: “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco io vengo” (Eb X,5-7). – E realmente “Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; è stato trafitto per i nostri delitti” (Is LIII,4-5). a Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce” (1 Pt 2,24), “annullando il documento scritto del nostro debito, le cui condizioni ci erano sfavorevoli. Egli lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce” (Col II,14), “perché non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia” (1 Pt II,24).

È richiesta però anche la nostra riparazione

16. – È vero che la copiosa redenzione di Cristo ci ha abbondantemente perdonato tutti i peccati (Cf Col II,13), tuttavia, in forza di quella mirabile disposizione della divina Sapienza per cui si deve completare nella nostra carne ciò che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo, che è la Chiesa (Cf Col 1, 24), noi possiamo, anzi dobbiamo aggiungere le nostre lodi e soddisfazioni alle lodi e soddisfazioni che “Cristo tributò in nome dei peccatori”.

che ha valore per l’unione al sacrificio di Cristo

17. – Si deve però sempre tenere a mente che tutto il valore espiatorio dipende dall’unico Sacrificio cruento di Cristo, che senza intermittenza si rinnova nei nostri altari. Infatti “una sola e identica è la Vittima, il medesimo è l’Offerente che un tempo si offrì sulla croce e che ora si offre mediante il ministero dei Sacerdoti; differente è solo il modo di offrire” (Conc. Trid. Sess. XXII, c. 2). – A questo augustissimo Sacrificio Eucaristico, perciò, si deve unire l’immolazione sia dei ministri che dei fedeli, in modo che anch’essi si dimostrino a ostie viventi, sante e gradite a Dio” (Rm XII, 1). – Anzi S. Cipriano non dubita di affermare che “non si celebra il Sacrificio di Cristo con la conveniente santificazione, se alla passione di Cristo non corrisponde la nostra offerta e il nostro sacrificio” (Ep. 63, n. 381). – Perciò ci ammonisce l’Apostolo che “portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù” (2 Cor IV,10), e sepolti con Cristo e completamente uniti a Lui con una morte simile alla sua (Cf Rm VI,4-5), non solo crocifiggiamo la nostra carne con le sue passioni e i suoi desideri (Cf Gal V,24), fuggendo alla corruzione che è nel mondo a causa della concupiscenza” (2 Pt 1,4), ma anche che “la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo” (2 Cor IV,10) e resi partecipi del suo sacerdozio eterno, offriamo “doni e sacrifici per i peccati” (Eb V,1).

Tutti i cristiani partecipi del sacerdozio di Cristo…

18. – Partecipi di questo misterioso sacerdozio e dell’ufficio di offrire soddisfazioni e sacrifici, non sono soltanto quelle persone delle quali il nostro Pontefice Cristo Gesù si serve come ministri per offrire l’oblazione pura al Nome divino, dall’oriente all’occidente in ogni luogo (Cf Ml 1,11), ma tutti i Cristiani – chiamati a ragione dal Principe degli Apostoli “stirpe eletta, il sacerdozio regale” (1 Pt II,9) – devono offrire per i peccati propri e per quelli di tutto il genere umano (Cf Eb V,2), a un di presso come ogni sacerdote e pontefice “scelto fra gli uomini viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio” (Eb V,1). – E quanto più perfettamente la nostra oblazione e il nostro sacrificio saranno conformi al sacrificio del Signore -cosa che si compie immolando il nostro amor proprio e le nostre passioni e crocifiggendo la carne con quel genere di crocifissione di cui parla l’ Apostolo- tanto più copiosi saranno i frutti di propiziazione e di espiazione che raccoglieremo per noi per gli altri.

…e per l’unione in Cristo si aiutano a vicenda.

19. – C’è, infatti, un mirabile legame dei fedeli con Cristo, simile a quello che vige tra il capo e le membra del corpo. Parimenti, per quella misteriosa comunione dei Santi, che professiamo per fede cattolica, sia gli uomini singoli che i popoli, non solo sono uniti fra loro, ma anche con Colui “che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità” (Ef IV, 15-16). Che è quel che lo stesso Mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù, vicino a morire, domandò al Padre: “Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità” (Gv XVII,23).

LA RIPARAZIONE NEL CULTO AL CUORE Dl GESÙ

La riparazione nell’intenzione di Gesù

20. – La consacrazione esprime e rende stabile l’unione con Cristo; l’espiazione inizia questa unione con la purificazione dalle colpe, la perfeziona partecipando alle sofferenze di Cristo e la porta all’ultimo culmine offrendo sacrifici per i fratelli. – Tale appunto fu l’intenzione che il misericordioso Signore Gesù ci volle far conoscere nel mostrare il suo Cuore con le insegne della passione e le fiamme indicanti l’amore, che cioè riconoscendo noi da una parte l’infinita malizia del peccato e dall’altra ammirando l’infinita carità del Redentore, detestassimo più vivamente il peccato e rispondessimo con maggior ardore al suo amore.

Preminenza della riparazione nel culto al S. Cuore

21. – Lo spirito di espiazione e di riparazione ha avuto sempre la prima e principale parte nel culto al Cuore Sacratissimo di Gesù, e tale spirito è senza dubbio il più conforme all’origine, all’indole, all’efficacia e alle pratiche proprie di questa devozione, come appare dalla storia, dalla prassi, dalla liturgia e dagli atti dei Sommi Pontefici. – Infatti, nel manifestarsi a Margherita Maria, Gesù, mentre proclamava l’immensità del suo amore, al tempo stesso, in atteggiamento di addolorato, si lamentò dei molti e gravi oltraggi che gli venivano recati dagli uomini ingrati, e pronunziò queste parole che dovrebbero rimanere sempre scolpite nelle anime pie e mai dimenticate: “Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini e li ha ricolmati di ogni genere di benefici, e che in cambio del suo amore infinito non solo non ha avuto alcuna gratitudine, ma, al contrario, dimenticanza, indifferenza, oltraggi, e questi recati, a volte, anche da coloro che sono tenuti per dovere, a rispondere con uno speciale amore”.

Atti di riparazione richiesti da Gesù stesso

22. – In riparazione di tali colpe, tra le molte altre cose, raccomandò questi atti, a Lui graditissimi; che cioè i fedeli, con l’intenzione di riparare si accostassero alla S. Comunione – chiamata perciò “Comunione riparatrice” – e compissero atti e preghiere di riparazione per un’ora intera, che per questo viene giustamente chiamata “Ora santa“. – Tali pratiche la Chiesa non solo le ha approvate ma le ha anche arricchite di favori spirituali. –

Come si può consolare il Cuore di Gesù glorioso

23. – Ma, se Cristo regna ora glorioso in cielo, come può venir consolato da questi nostri atti di riparazione? “Dà un’anima amante, e comprenderà ciò che dico”, rispondiamo con le parole di S. Agostino (Sul Vang. di Giovanni, tr XXVI, 4) che qui vengono a proposito. – Infatti, un’anima ardente di amor di Dio, guardando il passato vede e contempla Gesù affaticato per il bene dell’umanità, addolorato e sottoposto alle prove più dure; lo vede “per noi uomini e per la nostra salvezza” oppresso da tristezza, angoscia, quasi annientato dagli obbrobri, “schiacciato per le nostre iniquità” (Is LIII,5) e che con le sue piaghe ci guarisce. Queste cose le anime pie le meditano con maggiore aderenza alla realtà per il fatto che i peccati e i delitti, in qualsiasi tempo siano stati commessi, costituiscono la causa per cui il Figlio di Dio fu dato a morte, e anche al presente cagionerebbero a Cristo la morte accompagnata dai medesimi dolori ed angosce, dal momento che ogni peccato rinnova in qualche modo la passione del Signore: “Per loro conto crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio e lo espongono all’infamia” (Eb VI,6). – Pertanto, se a motivo dei nostri peccati che sarebbero stati commessi nel futuro, ma che furono previsti allora, l’anima di Cristo divenne triste fino alla morte, non vi può esser dubbio che abbia provato anche qualche conforto già da allora a motivo della nostra riparazione anch’essa prevista, quando “gli apparve un Angelo dal cielo” (Lc XXII,43) per consolare il suo Cuore oppresso dalla tristezza e dall’angoscia. – Sicché, anche ora, in modo mirabile ma vero, noi possiamo e dobbiamo consolare quel Cuore Sacratissimo che viene continuamente ferito dai peccati degli uomini ingrati. Ed è Cristo stesso, come si legge nella Liturgia, che si duole per bocca del Salmista dell’abbandono dei suoi amici: “L’insulto ha spezzato il mio cuore e vengo meno. Ho atteso compassione, ma invano, consolatori, ma non ne ho trovati” (Sal LXVIII, 21).

Si consola Gesù anche nelle sue membra sofferenti.

24. – A ciò s’aggiunga che la passione espiatrice di Cristo si rinnova e in certo modo continua e si completa nel suo corpo mistico, che è la Chiesa. – Infatti, per servirci ancora delle parole di S. Agostino, “Cristo patì tutto quello che doveva patire; ormai nulla più manca al numero dei patimenti. Dunque i patimenti sono completi, ma nel capo; rimanevano ancora le sofferenze di Cristo da compiersi nel corpo” (In Sal. LXXXVI). – Che è quel che il Signore Gesù stesso ha voluto dichiarare quando, parlando a Saulo “sempre fremente minaccia e strage contro i discepoli” (At IX, 1), disse: “Io sono Gesù, che tu perseguiti” (At IX,5). – Con ciò significò chiaramente che le persecuzioni mosse alla Chiesa, andavano a colpire e affliggere lo stesso capo della Chiesa. – Giusto, dunque, che Cristo, sofferente ancora adesso nel suo corpo mistico, voglia averci compagni della sua espiazione, cosa che richiede la stessa nostra unione con Lui, perché essendo noi “corpo di Cristo e sue membra” (1 Cor. XII, 27), ciò che soffre il capo bisogna che con lui soffrano anche le membra (Cf 1 Cor XII, 26).

LA RIPARAZIONE RICHIESTA PER I NOSTRI TEMPI

Offensiva attuale contro Dio e la cristianità

25. – Quanto sia urgente, specialmente in questo nostro tempo, l’espiazione o riparazione appare manifesto, come abbiamo detto all’inizio, a chiunque osservi con gli occhi e la mente questo mondo che giace sotto il potere del maligno” (1 Gv V,19). – Da ogni parte giunge a Noi il grido di popoli afflitti, dove capi e governanti sono, nel vero senso, insorti e congiurano insieme contro il Signore e contro la sua Chiesa (Cf Sal II,2). – Vediamo in quelle regioni calpestato ogni diritto divino e umano. I templi demoliti e distrutti, i religiosi e le sacre vergini cacciati dalle loro case, insultati, tormentati, affamati, imprigionati; strappati dal grembo della madre Chiesa schiere di fanciulli e fanciulle, spinti a negare e a bestemmiare Cristo e a commettere i peggiori crimini di lussuria; il popolo Cristiano gravemente minacciato e oppresso, e in continuo pericolo di apostatare dalla fede o andare incontro a morte anche la più atroce. – Cose tanto tristi, che con tali avvenimenti sembra si preannunzi e si anticipi fin da ora “l’inizio dei dolori”, quali apporterà “l’uomo iniquo che s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto” (2 Ts II,4).

Deficienze tra i Cristiani.

26. – Ma è ancor più doloroso il fatto, Venerabili Fratelli, che tra gli stessi Cristiani, lavati col sangue dell’Agnello immacolato nel Battesimo e arricchiti della sua grazia, ce ne siano tanti, appartenenti ad ogni classe, i quali ignorando in maniera incredibile le verità divine e infetti da false dottrine, vivono una vita viziosa, lontana dalla casa del Padre; una vita che non è illuminata dalla vera fede, non confortata dalla speranza nella futura beatitudine, non sostenuta né ravvivata dall’ardore della carità, sicché sembra davvero che costoro siano nelle tenebre e nell’ombra di morte. – Inoltre, va sempre più crescendo tra i fedeli la noncuranza della disciplina ecclesiastica e delle antiche istituzioni, da cui è sorretta tutta la vita cristiana, regolata la società domestica e difesa la santità del matrimonio. – Trascurata affatto è poi o deformata da troppe delicatezze e lusinghe l’educazione dei fanciulli e perfino tolta alla Chiesa la facoltà di educare cristianamente la gioventù. – Il pudore cristiano purtroppo dimenticato nel modo di vivere e di vestire, specialmente nelle donne. Insaziabile la cupidigia dei beni transitori, gli interessi civili predominanti, sfrenata la ricerca del favore popolare rifiutata la legittima autorità, disprezzata la parola di Dio, per cui la fede stessa vacilla o è messa in grave pericolo. Al complesso di questi mali si aggiunge l’ignavia e l’infingardaggine di coloro che, a somiglianza degli Apostoli addormentati o fuggitivi, mal fermi nella fede, abbandonano Cristo oppresso dai dolori e circondato dai satelliti di Satana. E c’è anche la perfidia di coloro che seguendo l’esempio di Giuda traditore, con sacrilega temerarietà si accostano all’altare o passano al campo nemico. – E così, anche senza volerlo, si presenta alla mente il pensiero che si stiano avvicinando i tempi predetti dal Signore: a Per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà” (Mt XXIV,12).

Ci sono però anche confortanti reazioni

27. – Riflettendo su queste cose i buoni fedeli, infiammati d’amore per Cristo sofferente, non potranno fare a meno di dedicarsi ad espiare con maggiore impegno le proprie colpe e quelle commesse da altri, risarcire l’onore di Cristo e promuovere la salvezza delle anime. – E possiamo davvero descrivere la nostra età adattando in qualche modo il detto dell’Apostolo: “Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia” (Rm V,20). – Infatti, è vero che è cresciuta di molto la perversità degli uomini, ma è anche vero che va meravigliosamente aumentando, per impulso dello Spirito Santo, il numero dei fedeli dell’uno e dell’altro sesso, i quali con animo volenteroso si adoperano a dare soddisfazione al divin Cuore per tante ingiurie che gli si recano e giungono anche ad offrire a Cristo le loro stesse persone come vittime. – Certo che chi riflette con spirito di amore a quanto abbiamo fin qui rammentato e l’imprime, per così dire, nell’intimo del cuore, arriverà non solo ad aborrire il peccato come il sommo dei mali e a fuggirlo, ma anche ad abbandonarsi totalmente alla volontà di Dio e risarcire l’onore leso della divina Maestà con la preghiera assidua, le volontarie penitenze e col sopportare pazientemente le eventuali calamità, fino a vivere tutta la vita in spirito di riparazione. – E così che sono sorte molte famiglie religiose di uomini e di donne, le quali, con ambito servizio, si propongono di fare in qualche modo, giorno e notte, le veci dell’Angelo che conforta Gesù nell’orto. – Di qui pure le pie associazioni di uomini, approvate dalla Sede Apostolica e arricchite di indulgenze, che si assumono il compito dell’espiazione con opportuni esercizi di pietà e atti di virtù. – Di qui, infine, per non parlare di altre, quelle pratiche religiose e solenni attestazioni d’amore, introdotte allo scopo di riparare l’onore divino violato, usate frequentemente non solo da singoli fedeli ma anche da parrocchie, diocesi e città.

Atto di riparazione da farsi nella festa del S. Cuore

28. – Ebbene, Venerabili Fratelli, come la pratica della Consacrazione, cominciata da umili inizi e poi largamente diffusasi, ha raggiunto lo splendore desiderato con la nostra conferma, così grandemente bramiamo che la pratica di questa espiazione o riparazione, già da tempo santamente introdotta e propagata, abbia con la nostra apostolica autorità il più fermo suggello e diventi più solenne e universale nel mondo cattolico. – Stabiliamo perciò e ordiniamo che tutti gli anni, nella festa del Cuore Sacratissimo di Gesù – che in questa occasione abbiamo disposto che sia elevata al grado di doppio di prima classe con ottava – in tutte le Chiese del mondo si reciti solennemente, con la formula di cui uniamo esemplare in questa Lettera, la preghiera espiatrice o ammenda onorevole, com’è chiamata, per esprimere con essa il pentimento delle nostre colpe e risarcire i diritti violati di Cristo sommo Re e Signore amatissimo.

Frutti che si sperano

29. – Non dubitiamo, Venerabili Fratelli, che da questa pratica santamente rinnovata ed estesa a tutta la Chiesa, molti e segnalati siano i beni che ne verranno non solo alle singole persone, ma anche alla società religiosa, civile e domestica. Lo stesso Redentore nostro, infatti, ha promesso a Margherita Maria che “avrebbe colmato con l’abbondanza delle sue grazie celesti tutti coloro che avessero reso questo onore al suo Cuore”. – I peccatori “volgendo lo sguardo a colui che hanno trafitto” (Gv XIX,37) e commossi dai gemiti e dalle lacrime di tutta la Chiesa, pentiti per le ingiurie recate al Sommo Re, “rientreranno in se stessi” (Cf Is XLVI, 8), perché non avvenga che ostinandosi nei loro peccati, quando vedranno “venire sulle nubi del cielo” (Mt XXVI, 64) colui che trafissero, troppo tardi e inutilmente piangano su di Lui (Cf Ap 1,7). I giusti diventeranno più giusti e più santi (Cf Ap XXII,11 ) e si consacreranno con rinnovato fervore al servizio del loro Re che vedono tanto disprezzato e combattuto e oggetto di tante e così gravi ingiurie. Soprattutto s’infiammeranno di zelo per la salvezza delle anime, nel meditare il lamento della vittima divina: “Quale vantaggio dal mio sangue” (Sal XXIX,10), e nel riflettere al gaudio che avrà quel Sacratissimo Cuore “per un peccatore convertito” (Lc XV,7). – Ma quel che principalmente desideriamo e speriamo è che la giustizia divina, la quale per dieci giusti avrebbe usato misericordia e perdonato a Sodoma, molto più voglia perdonare a tutto il genere umano, in vista delle suppliche e delle riparazioni che dappertutto innalza la comunità dei fedeli, insieme con Cristo Mediatore e Capo. –

Sia propizia Maria Riparatrice

30. – Sia propizia a questi nostri voti e a queste nostre disposizioni la benignissima Vergine Madre di Dio, la quale col dare alla luce il nostro Redentore, col nutrirlo e offrirlo come vittima sulla croce, per la mirabile unione con Cristo e per sua grazia del tutto singolare, è divenuta anch’essa Riparatrice e come tale è piamente invocata. – Noi confidiamo nella sua intercessione presso Cristo, il quale pur essendo il solo “Mediatore fra Dio e gli uomini” (1 Tm 2,5) volle associarsi la Madre come avvocata dei peccatori, dispensatrice e mediatrice di grazia.

L’apostolica benedizione

31. – Auspice dei divini favori e in testimonianza della paterna nostra benevolenza, a Voi, Venerabili Fratelli, e all’intero gregge affidato alle vostre cure, impartiamo di cuore l’apostolica benedizione.

Dato a Roma presso S. Pietro, il giorno 8 del mese di maggio dell’anno 1928, settimo del nostro Pontificato.

Pio Papa XI

ATTO DI RIPARAZIONE AL CUORE SACRATISSIMO Dl GESÙ

Prostrati dinanzi al tuo altare, noi intendiamo riparare con particolari attestazioni di onore una così indegna freddezza e le ingiurie con le quali da ogni parte viene ferito dagli uomini il tuo amatissimo Cuore.

Gesù dolcissimo: il tuo amore immenso per gli uomini viene purtroppo, con tanta ingratitudine, ripagato di oblio, di trascuratezza, di disprezzo.

Memori però che pure noi altre volte ci macchiammo di tanta ingratitudine, ne sentiamo vivissimo dolore e imploriamo la tua misericordia.

Desideriamo riparare con volontaria espiazione non solo i peccati commessi da noi, ma anche quelli di coloro che, errando lontano dalla via della salvezza, ricusano di seguire Te come pastore e guida, ostinandosi nella loro infedeltà, o, calpestando le promesse del Battesimo, hanno scosso il soavissimo giogo della tua legge.

E mentre intendiamo espiare il cumulo di sì deplorevoli delitti, ci proponiamo di ripararli ciascuno in particolare:

l’immodestia e le brutture della vita e dell’abbigliamento;

le insidie tese alle anime innocenti dalla corruzione dei costumi; la profanazione dei giorni festivi; le ingiurie scagliate contro di Te e i tuoi Santi;

gli insulti rivolti al tuo Vicario e l’ordine sacerdotale; le negligenze e gli orribili sacrilegi con i quali è profanato lo stesso Sacramento dell’amore divino

e in fine le colpe pubbliche delle nazioni che osteggiano i diritti e il Magistero della Chiesa da Te fondata.

Intanto come riparazione dell’onore divino conculcato, Ti presentiamo quella soddisfazione che Tu stesso offristi un giorno sulla croce al Padre e che ogni giorno si rinnova sugli altari: Te l’offriamo accompagnata con le espiazioni della Vergine Madre, di tutti i Santi e delle anime pie.

Promettiamo con tutto il cuore di voler riparare, per quanto potremo, con l’aiuto della tua grazia, i peccati commessi da noi e dagli altri e l’indifferenza verso sì grande amore, con la fermezza della fede, la santità della vita, l’osservanza perfetta della legge evangelica e specialmente della carità. – Inoltre d’impedire, con tutte le forze, le ingiurie contro di Te e attrarre quanti più potremo, a seguire e imitare Te. Accogli, te ne preghiamo, o benignissimo Gesù, per intercessione della B.V. Maria Riparatrice, questo volontario ossequio di riparazione, e conservaci nella fedele obbedienza a Te e nel tuo servizio fino alla morte, col dono della perseveranza, così che possiamo un giorno pervenire a quella patria, dove Tu col Padre e con lo Spirito Santo vivi e regni, Dio, per tutti i secoli dei secoli.

Amen.

VII

ACTUS REPARATIONIS ET CONSECRATIONIS

Iesu dulcissime, cuius effusa in homines caritas, tanta oblivione, negligentia, contemptione, ingratissime rependitur, en nos, ante altaria [an: conspectum tuum] tua provoluti, tam nefariam hominum socordiam iniuriasque, quibus undique amantissimum Cor tuum afficitur, peculiari honore resarcire contendimus. Attamen, memores tantæ nos quoque indignitatis non expertes aliquando fuisse, indeque vehementissimo dolore commoti, tuam in primis misericordiam nobis imploramus, paratis, voluntaria expiatione compensare fiagitia non modo quæ ipsi patravimus, sed etiam illorum, qui, longe a salutis via aberrantes, vel te pastorem ducemque sectari detrectant, in sua infìdelitate obstinati, vel, baptismatis promissa conculcantes, suavissimum tuæ legis iugum excusserunt. Quæ deploranda crimina, cum universa expiare contendimus, tum nobis singula resarcienda proponimus: vitae cultusque immodestiam atque turpitudines, tot corruptelæ pedicas innocentium animis instructas, dies festos violatos, exsecranda in te tuosque Sanctos iactata maledicta àtque in tuum Vicarium ordinemque sacerdotalem convicia irrogata, ipsum denique amoris divini Sacramentum vel neglectum vel horrendis sacrilegiis profanatum, publica postremo nationum delicta, quæ Ecclesiæ a te institutæ iuribus magisterioque reluctantur. Quæ utinam crimina sanguine ipsi nostro eluere possemus! Interea ad violatum divinum honorem resarciendum, quam Tu olim Patri in Cruce satisfactionem obtulisti quamque cotidie in altaribus renovare pergis, hanc eamdem nos tibi præstamus, cum Virginis Matris, omnium Sanctorum, piorum quoque fìdelium expiationibus coniunctam, ex animo spondentes, cum præterita nostra aliorumque peccata ac tanti amoris incuriam firma fide, candidis vitæ moribus, perfecta legis evangelicæ, caritatis potissimum, observantia, quantum in nobis erit, gratia tua favente, nos esse compensaturos, tum iniurias tibi inferendas prò viribus prohibituros, et quam plurimos potuerimus ad tui sequelam convocaturos. Excipias, quæsumus, benignissime Iesu, beata Virgine Maria Reparatrice intercedente, voluntarium huius expiationis obsequium nosque in officio tuique servitio fidissimos ad mortem usque velis, magno ilio perseverantiæ munere, continere, ut ad illam tandem patriam perveniamus omnes, ubi Tu cum Patre et Spiritu Sancto vivis et regnas in sæcula sæculorum.

Amen.

Indulgentia quinque annorum.

Indulgentia plenaria, additis sacramentali confessione, sacra Communione et alicuius ecclesiæ aut publici oratorii visitatione, si quotidie per integrum mensem reparationis actus devote recitatus fuerit.

Fidelibus vero, qui die festo sacratissimi Cordis Iesu in qualibet ecclesia aut oratorio etiam (prò legitime utentibus) semipublico, adstiterint eidem reparationis actui cum Litaniis sacratissimi Cordis, coram Ssmo Sacramento sollemniter exposito, conceditur:

Indulgentia septem annorum;

Indulgentia plenaria, dummodo peccata sua sacramentali pænitentia expiaverint et eucharisticam Mensam participaverint (S. Pæn. Ap., 1 iun. 1928 et 18 mart. 1932).

[Indulg. 5 anni; Plenaria se recitata per un mese con Confessione, Comunione, Preghiera per le intenzioni del Sommo Pontefice, visita di una chiesa od oratorio pubblico. – Nel giorno della festa del Sacratissimo Cuore di Gesù, confessati e comunicati, recitata con le litanie de Sacratissimo Cuore, davanti al SS. Sacramento solennemente esposto: Indulgenza plenaria].

DEVOZIONE AL CUORE DI GESÙ (12): pietà verso il Sacro Cuore.

 

DISCORSO XII.

[A. Carmagnola: Il Sacro Cuore di Gesù – S. E. I., Torino, 1920 – imprim.]

Pietà verso il Sacro Cuore di Gesù.

Dopo che a Dio, o miei cari, l’uomo è tenuto prima che ad altri ai parenti ed alla patria; ai parenti che lo hanno generato e nutrito, alla patria per la quale si è nati e si vive. L’uomo pertanto, che sente abitualmente questo dovere, e si reca a coscienza di compierlo, rendendo ai parenti ed alla patria gli omaggi dovuti, è adorno di quella virtù morale tanto bella e tanto stimata, che si chiama pietà. Ma se la pietà è già così bella e stimabile in quanto ha per oggetto la patria ed i parenti, diventa oltre ogni dire sublime, quando non solo come virtù, ma come dono dello Spirito Santo, ha per oggetto Iddio, Padre nostro per eccellenza. Perciocché il Cristiano che la possiede, non riguardando Iddio soltanto come suo Creatore e padrone, ma riconoscendolo sopra tutto come il più affettuoso dei Padri, per un istinto prodotto in cuor suo dallo Spirito del Signore, sente verso di Lui un affetto veramente figliale, e si volge ad onorarlo come il più tenero dei figli. La pietà cristiana adunque è il più delicato, il più nobile, il più perfetto dei sentimenti cristiani; è la prima, la più grande, la più importante delle cristiane virtù; essa è la fioritura della fede, il profumo della speranza, lo splendore della carità; ed è perciò che S. Paolo ha detto, che la pietà è utile a tutto, che la pietà è tutto, ch’essa è la sorgente di tutte le grazie, di tutte le consolazioni nella vita presente ed il pegno più sicuro della salute nella vita avvenire: Pietas ad omnia utilis est, prommissionem habens vitæ quæ nunc est, et futuræ. (I Tim. IV, 6). Ma come vi ha l’oro vero e l’oro falso, così pure si dà una pietà vera ed una pietà falsa. Vi hanno taluni, che si danno a credere di avere della pietà, perché hanno le pareti delle loro case tutte adorne di sacre immagini, perché dicono ogni giorno una gran moltitudine di orazioni, e passano anche lunghe ore in chiesa; sebbene con tutto ciò siano sempre pieni di collera, di superbia e vadano privi di purezza, di carità; e di pazienza e di altre cristiane virtù. Costoro purtroppo non hanno che una falsa pietà, habentes speciem pietatis, virtutem autem abnegantes, (II Tim. III) perché, come dice S. Tommaso, le anime veramente pie sono anime veramente mansuete, umili, pure, caritatevoli e pazienti, e non può essere, che la pietà, che è il fiore delle cristiane virtù, vada da esse disgiunta. Ma come non vi è vera pietà in sole pratiche devote senza la base delle virtù cristiane, così non vi ha neppur vera pietà nell’apparenza delle virtù cristiane, senza le pratiche devote.No, non è che un assurdo il dire: Io credo, solamente non faccio le pratiche di pietà; perché non si può essere Cristiani a mezzo, ed il vero Cristiano è colui, che ha la fede con le opere, tra le quali tengono il primo posto le pratiche di pietà. Pertanto non recarsi alla chiesa, non assistere alla Messa, non ascoltar la parola di Dio, non frequentare i Sacramenti, non venerare le sante immagini e vantarsi Cristiano, non è che un illudersi grandemente e tralasciare una parte essenziale dei doveri cristiani. Ciò premesso, voi dovete tosto riconoscere, che se il devoto del Sacro Cuore di Gesù ad esercitare la pietà verso di Lui, che è cuore di padre, di fratello, di sposo e di amico, deve studiarsi anzi tutto di ricopiarne le più belle virtù, deve pure con sollecitudine compiere verso di Lui quelle pie pratiche, che più possono riuscirgli gradite. Epperciò dopo avervi animati nei passati giorni a seguire l’esempio delle speciali virtù del Divin Cuore, prendo oggi ad eccitarvi ad alcune pie pratiche in suo onore, e sono: 1° La venerazione della sua immagine. L’apostolato della preghiera. La visita al SS. Sacramento.

I. — Come la terra tende al sole con tutta la sua massa, così l’uomo tende a Dio con tutto il suo essere, vale a dire non solamente con lo spirito, ma anche col suo cuore materiale, con la sua carne e con le sue ossa, umiliate dal peccato; perciocché anche queste, come dice la Santa Scrittura, esultano alla presenza di Dio: Cor meum et caro mea exsultaverunt in Deum vivum. (Ps. LXXXIII, 3) Exsultabunt Domino ossa (Ps. L, 10) Per la qual cosa l’uomo non è, e non può essere appieno soddisfatto nel possedere Iddio nella sua intelligenza per la fede e nella sua anima per la grazia, ma egli aspira ancora a vederlo con i suoi occhi, a toccarlo con le sue mani, a stringerlo tra le sue braccia, a trovarsi insomma anche in relazioni sensibili con Lui. Ed è questa aspirazione così profonda e così invincibile, che ha indotto l’uomo lungo il corso dei secoli a dipingere e scolpire Iddio, a rappresentarselo cioè sotto forme sensibili. È questa aspirazione, che tra i popoli pagani ha moltiplicato all’infinito gli idoli e le immagini di falsi dèi, e ne ha riempiuti i loro templi, le loro case, le loro campagne, le loro ville, le loro piazze, tutti i loro pubblici edifìzi. Ma è pur questa aspirazione, che ha generato tra i Cristiani quella sollecitudine così viva di fare immagini senza numero, d’ogni qualità e grandezza, del vero Dio e dei Santi, veri amici di Dio, di porle ancor essi dappertutto, non solo nelle chiese, ma anche nelle case, negli angoli delle vie, nelle pubbliche piazze, e di portarle eziandio sopra se stessi, di stringerle al cuore, di baciarle e render loro un culto di religione e di amore. La qual cosa essendo così istintiva nel cuore umano, epperò così ragionevole e così piena di buon senso e di filosofia, come mai gli eretici e gli increduli osano beffare ed accusare di superstizione? Porse che non praticano essi la stessa cosa con quegli oggetti, che sostituiscono ed antepongono a Dio? Purtroppo, è quello che si vede tuttodì, l’uomo distolto dal figurare Iddio, figura satana; distolto dal rappresentare le magnifiche prosopopee della virtù, dipinge le orribili scene del vizio; distolto dal mettere nella sua casa e di portare su di sé le immagini di Gesù Cristo, della Vergine dei Santi, empie la sua casa di immagini indecenti ed impudiche, e porta sopra del cuore un simbolo od un ricordo di corruzione e di peccato. E così gli eretici e gli empi colle stesse pratiche, benché erronee e peccaminose, concorrono a confermare la convenienza e la bontà delle pratiche cristiane. – Se adunque il disegnare le immagini di Dio ed il venerarle è cosa sì conforme al cuor dell’uomo, bisogna riconoscere che è Dio stesso Colui che desidera che si segua una tal pratica, perciocché non è altri che Iddio, che ha posto nel cuor dell’uomo una tale aspirazione. E quando ne mancassero altre prove basterebbe per tutte quella che abbiamo in relazione all’immagine del Sacro Cuore di Gesù. Ed in vero fu Gesù Cristo medesimo Colui, che a Santa Margherita Maria Alacoque espresse il desiderio, che si formasse l’immagine del suo Cuore e si prendesse a venerarla. Udite. L’anno 1674 nel giorno di S. Giovanni Evangelista, 27 dicembre, la Margherita, rapita in estasi d’amore, ricevette una grazia, somigliante a quella che ebbe il santo Apostolo nell’ultima cena con Gesù. E durante tale rapimento il divin Cuore le si rappresentò tutto fiamma e fuoco vibrante per ogni verso raggi luminosi, e trasparente come limpido cristallo. La trafittura ricevuta dalla lancia vi appariva visibilmente; una corona di spine lo circondava, ed una croce vi era piantata sopra. E fu allora che le disse, che gli sarebbe stato di piacere singolare l’essere onorato sotto la figura di quel Cuore, in una immagine esposta alla pubblica venerazione, per meglio toccare il cuore così insensibile degli uomini. E per ottenere che si eseguisse il suo così vivo desiderio, promise che là ove fosse esposta pubblicamente la sua immagine avrebbe sparso ogni sòrta di benedizioni. E questo desiderio di Gesù Cristo fu assecondato la prima volta il 20 luglio del 1685. La festa di S. Margherita, vergine e martire, cadeva in quell’anno, in giorno di venerdì e le novizie del monastero di Paray-le-Mouial, dipendenti da Santa Margherita Alacoque per festeggiarla nel modo più gradito alla loro Maestra, stabilirono fra di loro di offrire i primi onori pubblici al Sacratissimo Cuore. Ma tutto mancava, persino una sua immagine. Tuttavia quelle prime adoratrici del Cuore di Gesù non si perdettero d’animo. Presero un semplice foglio di carta, con penna ed inchiostro delinearono in fretta la figura di un cuore infiammato, circondato di spine, sormontato da una croce. Vi scrissero in mezzo la parola Charitas, e dintorno i benedetti nomi Iesus, Maria, Ioseph, Anna, Ioachim. Questa primitiva poverissima immagine, che si conserva tuttora nel monastero della Visitazione di Torino, fu collocata sopra un altarino, nella sala del noviziato, tutta adorna di fiori. E fu davanti a questa immagine, che Santa Margherita umilmente prostrata, con ardore da serafino consacrò se stessa e le sue novizie al Sacratissimo Cuore. In seguito propagandosi la divozione di questo Cuore Santissimo, si propagò eziandio la pratica di farne delle immagini, di esporle sopra degli altari, di porle nelle case e di portarle indosso. E il Sacro Cuore di Gesù fu mai sempre fedele alla sua promessa, e fece discendere mai sempre in gran copia le sue benedizioni là dove la sua immagine era venerata. – La storia ecclesiastica racconta che nell’anno 528 nella città di Antiochia essendovi delle scosse terribili di terremoto i Cristiani con fede scrivevano sopra le porte delle loro case queste parole: Christus nobiscum, state: Cristo è con noi, state in piedi; e per virtù di queste parole, le case non crollavano. Nella Storia Sacra poi leggiamo che l’Angelo del Signore, essendo disceso nell’Egitto a sterminare tutti i primogeniti degli Egiziani, non entrava tuttavia nelle case degli Ebrei, perché questi, dietro l’ordine di Dio, ne avevano segnate le porte col sangue dell’agnello. Or ecco il prodigioso benefizio, che arrecò mai sempre l’immagine del Sacro Cuore di Gesù. Nel 1720, infierendo la peste nella città di Marsiglia, la venerabile serva di Dio Anna Maddalena Kemuzat sparge largamente fra i suoi concittadini l’immagine del Sacro Cuore di Gesù a forma di scapolare su cui stava scritto: « Fermati! Il Cuore di Gesù è con me. » E quanti portavano indosso una tal immagine erano scampati dal flagello il quale poi cessava del tutto, quando il vescovo Monsignor di Belzunce consacrava al Sacro Cuore tutta la città. Ma oltre a questo fatto pubblico, quanti altri privati se ne potrebbero raccontare! Se adunque Gesù benedetto ha espresso Egli medesimo il desiderio, che si onori l’immagine del Sacro Cuore ed ha promesso le benedizioni più elette a quelle abitazioni, dove sarà esposta, ed a quelle persone, che la porteranno con sé, che altro ci vorrà per animarci a questa pratica di pietà? Sia pur dunque che i mondani adornino le loro case di immagini profane e pur anche indecenti, noi le adorneremo di immagini di Dio, della Vergine e dei Santi, e soprattutto del Cuore Santissimo di Gesù. Sia pure che gli eretici e gli increduli portino presso di sé le immagini delle creature che adorano invece di Dio, ed i simboli di empietà e di superstizione, noi ci gloriamo di portare con noi le immagini e le medaglie del sacratissimo. Cuore, e seguendo questa prima pratica, così gradita a Gesù Cristo, siamo certi di averne in ricambio le più belle grazie. Ma passiamo alla seconda.

II. — La seconda pratica speciale di pietà, che noi posiamo esercitare ad onore del Sacro Cuore, e col suo più vivo gradimento, è l’apostolato della preghiera. Secondo l’insegnamento di S. Basilio, di S. Agostino, di S. Giovanni Crisostomo, di S. Clemente Alessandrino, e di molti altri Santi Padri, la preghiera è necessaria alla nostra eterna salute di necessità di mezzo: vale a dire senza pregare è a noi assolutamente impossibile il conservarci in grazia e salvarci. Ed in vero, essendo tanti i nemici dell’anima nostra, che continuamente ci combattono e noi essendo al contrario tanto deboli, se Iddio non ci soccorre con speciali aiuti, non possiamo certamente star lungo tempo in grazia, senza cadere in qualche colpa grave. Questa è dottrina di fede, dichiarataci dal sacro Concilio di Trento. Ora questi aiuti speciali a perorare in grazia, Iddio, almeno ordinariamente parlando, non li concede se non a chi glieli domanda. Quindi chiaro apparisce, che dopo il Battesimo, agli adulti la preghiera è un mezzo assolutamente indispensabile a conseguire l’eterna salute. Epperò è certo, che tutti i dannati dell’inferno si sono dannati perché non pregarono; se avessero pregato, non si sarebbero perduti; e tutti i santi del paradiso si son fatti santi col pregare: se non avessero pregato, non si sarebbero né santificati, né salvati. Ma quando pure si potesse mettere in dubbio, che la preghiera sia necessaria di necessità di mezzo, non si potrà certamente dubitare, che essa sia necessaria di necessità di precetto, vale a dire, perché ci fu comandata da Dio. Già ripetemmo più volte che il Cuore di Gesù è Cuore di Dio, di quel Dio, che è il nostro padrone assoluto. Come tale adunque ha tutti i diritti di comandarci quel che gli piace, e noi abbiamo tutto il dovere di obbedirlo senza ricercare minimamente il perché dei suoi comandi. Ora tra i vari comandi che il Cuore di Gesù ci ha fatto ripetutamente, tiene un posto principalissimo quello della preghiera: « Domandate, pregate, bisogna sempre pregare, » Egli ci ha detto: « Questa è la legge, che vi impongo, se da me volete ricevere i miei benefizi. Chi domanda riceve, chi cerca trova, a chi bussa sarà aperto. » E notate bene, o carissimi, che il divin Redentore non ci disse: « Vi invito a pregare, vi consiglio di pregare, vi esorto a pregare; » ma disse senz’altro: « pregate, domandate, bisogna pregare: » appunto perché intendessimo che questo era un comando formale ed assoluto, che noi avremmo avuto il dovere di praticare. Di fatti, anche durante la sua mortal vita, benché sì generoso e sì facile a largheggiare, tuttavia il più delle volte non concedeva le sue grazie, non dopo esserne stato richiesto con la preghiera, e non di rado, come col centurione, con la cananea e con altri sventurati la andava sollecitando col fingersi sordo alle pressanti loro istanze. – Ma quasi che il suo comando e la sua condotta non fossero ancor stato sufficienti a farci ben comprendere la sua volontà, volle aggiungere il suo illustre esempio. In mezzo alle sue apostoliche fatiche, alla sua vita di carità, soleva togliersi sovente di mezzo agli uomini, e ritirarsi in luogo solitario, al far che? Celo dice il Vangelo: a pregare il suo Divin Padre, e mentre spendeva il giorno in servizio delle anime, consacrava la notte ad un’assidua orazione: et erat pernoctans in oratione Dei. (Luc. VI, 12) E questa pratica così ammirabile Egli accentuò con atti più espressivi e solenni la vigilia della sua morte nel giardino degli ulivi, e nelle stesse ultime ore del sua agonia sulla croce. Ma forse che Egli avesse bisogno pregare? No, senza dubbio, ma Egli pregò pei bisogni nostri e per confermare con il suo esempio il comando della preghiera. Da ultimo perché nessun pretesto, neppur quello di non saper pregare, ci avesse potuto esimere dall’adempimento del suo precetto, il buon Gesù, così desideroso di donarci le sue grazie ci ha insegnato le formole, di cui dobbiamo valerci a domandarle, e in una delle sue escursioni apostoliche, fermandosi sul ciglio d’una strada con i suoi discepoli, apprende e a loro e a noi a recitare il Pater, quella preghiera così semplice così sublime, che contiene tutto quello, che possiamo desiderar e domandare da Dio. – Dopo tutto ciò vi potrebbe essere ancora alcun Cristiano che non attendesse alla pratica della preghiera colla massima sollecitudine? Eppure quanti vi sono, i quali per tutto il giorno aprendo il labbro alle più orride bestemmie, da anni ed anni non l’aprono alla più breve e più piccola preghiera! E quanti altri vi hanno, che sebbene preghino, tuttavia non recano che disgusto e nausea al Cuore di Gesù, tanto pregano malamente! Ah! se noi amiamo il Divin Cuore dobbiamo pregarlo con le dovute disposizioni. Dobbiamo pregarlo anzi tutto per noi, perché ci mantenga e ci accresca il suo amore, perché ci difenda nei pericoli e ci rafforzi nelle tentazioni, perché ci protegga e ci assista nei nostri interessi materiali e spirituali, perché sopra ogni altra grazia ci doni quella della perseveranza finale, onde possiamo andarlo un giorno a vedere e godere in cielo. – Ma il devoto del Sacro Cuore di Gesù non deve contentarsi di pregare per sé: non è soltanto la preghiera ch’ei deve praticare, ma l’apostolato della preghiera. Gesù Cristo è venuto sulla terra a morir sulla croce per salvare le anime: questa la brama ardentissima del suo Divin Cuore, e niun’altra cosa può attristarlo, che la perdita delle anime. Ora i suoi devoti non devono adoperarsi col massimo impegno per farne interessi e soddisfarne le brame? Noi dobbiamo dunque piegare oziando per la salute altrui, e massimamente per la conversione dei peccatori. Così fece lo stesso Cuore di Gesù durante la sua mortal vita: « Come il sacerdote, dice l’Apostolo, è preso di mezzo agli uomini, affinché offerisca sacrifici pei loro peccati, così Gesù Cristo, Sacerdote eterno secondo l’ordine di Melchisedech, nei giorni della sua carne offerse a Dio per i peccati nostri preghiere e suppliche con forti grida e con lacrime. (Hebr. v, 1-7) Così fa tuttora lassù in Cielo, tutto sfolgoreggiante della sua gloria, e quaggiù in terra tutto nascosto nel santo tabernacolo; Egli sembra, che non viva che per implorare pietà dal suo divin Padre per l’umanità peccatrice, mostrandogli il suo Cuore squarciato: Semper vivens ad interpellandum prò nobis. (Hebr. VII, 25) E così dobbiamo far noi, pregare ed offrire al Cuore di Gesù le nostre preghiere, perché si dissipino gli errori e le eresie, perché cessi l’incredulità ed il vizio, perché si convertano i peccatori e tornino a lui, e così trionfi la virtù e la Religione. E poiché Gesù ha detto che quando « due o tre persone si raduneranno a pregare nel suo nome, Egli si trova in mezzo a loro, » (MATT. XVIII, 20) così ad accrescere il merito della nostra preghiera facciamoci volentieri ascrivere all’Opera dell’Apostolato della preghiera, opera tanto commendata dal Romano Pontefice, e nella quale trovandosi uniti a pregare in uno stesso spirito e come con un sol cuore un numero immenso di devoti del Sacro Cuore, questi non mancherà di esser fedele alla sua promessa. Oh! il Cuore di Gesù è infinitamente ricco e infinitamente buono. Niuno per certo potrà mai misurare i tesori infiniti di grazia, che esso tiene presso di sé, per dispensarli a chi glieli domanda. Contiamo pure, se ci è possibile, le stelle del cielo, le arene del mare, le gocce d’acqua dell’oceano, i fiori e le foglie delle piante… Tuttavia i tesori di grazia, che il Cuore di Gesù possiede superano di gran lunga tutte le cifre, che possiamo mettere insieme, perché tali tesori sono muniti. Ma questo divin Cuore, non è già come tanti ricchi del mondo, che pur possedendo ingenti ricchezze le posseggono unicamente per sé, senza farne parte alcuna a quei poverelli che pur ne avrebbero diritto. Esso invece, oltre all’essere infinitamente ricco, è pure infinitamente buono e vuole nella sua infinita bontà distribuirci i suoi tesori. Mirate come Egli li distribuisce a tutto il creato. È desso il buon Gesù, che invia incessantemente la sua benedizione ai fiori ed alle piante della terra, agli uccelli dell’aria, ai pesci dell’acqua ed agli animali del bosco, e persino ai più piccoli insetti, che non contano che l’esistenza di una qualche ora. Lo disse il re Davide: Aperis tu manum tuam et imples ormne animal benedictione. (Ps. CXLIV) Che se tanta è la bontà che adopera verso le stesse creature irragionevoli, chi può dire la bontà con cui è pronto a trattar noi creature ragionevoli! Anzi noi, suoi particolari amanti? Oh sì! Questo Santissimo Cuore, mercé l’apostolato della preghiera, darà a noi tutte le grazie necessarie alla salute dell’anima nostra, e ci farà l’onore di salvarne delle altre.

III. — Finalmente la terza pratica di pietà, che può riuscire di sommo gradimento al Cuore Sacratissimo di Gesù, è la visita quotidiana al SS. Sacramento e la Comunione riparatrice. Oh quanto fu grande la bontà del Cuore di Gesù per noi! Benché infinitamente beato in se stesso, non gli parve tuttavia essere pienamente felice, se con l’istituzione della Santissima Eucaristia non trovava il modo di restare perpetuamente tra di noi e di diventare il cibo spirituale delle anime nostre. E per tale Sacramento egli anzitutto è naturalmente presente nel Santo Tabernacolo, come lo è in cielo, e finché vi sarà una zolla di terreno su cui si eriga un altare, ed un sacerdote che ne celebri il santo Sacrificio, Egli continuerà a tenere la sua abitazione fra noi. Che sterminato amore! E che cosa mai vi era di bello, di buono e di grande in noi da eccitare un Cuore divino a trovare la sua delizia nel fermare tra di noi la sua dimora? Ah! si accresca pure il nostro stupore, che ben ve n’ha ragione: ciò che ha indotto il Cuore di Gesù a restare con noi, tutt’altro che la nostra grandezza, è stata la nostra miseria. Egli ha considerato i nostri grandi bisogni, e pieno di compassione, come un dì si commoveva copra le turbe fameliche, così si commosse sopra le nostre necessità, sopra le nostre afflizioni, e per aiutarci e consolarci in esse, si è posto in mezzo a noi nel Santo Tabernacolo. E da quel Tabernacolo, che Egli a sé ci chiama continuamente col dire: Venite ad me omnes, qui laboratis et onerati estis et ego reficiam vos. (MATT. XI, 28) « Venite a me, voi che siete travagliati dalle sventure, dalle traversie, dalle infermità della vita, ed Io vi ristorerò. Venite a me, voi che già vi apprestate al tramonto della vita, ed io vi sosterrò nei vostri stanchi anni, e vi disporrò a ben compiere il passo da questo mondo all’eternità. Venite a me voi, o figliuoli, che siete ancor nel fior degli anni, ed Io vi insegnerò il santo timor di Dio, per mezzo del quale lascerete i piaceri della terra per inebriarvi soltanto di quelli del cielo. Venite a me, voi, o genitori, cui riesce sì arduo il compito dell’educazione cristiana dei vostri figli, ed Io svelandovene i segreti, ve lo alleggerirò. Venite a me, voi, o poverelli; Io di voi mi compiaccio, e tra voi ho chiamato i primi adoratori della mia umanità e del mio Cuore, e continuerò a evangelizzarvi, ad animarvi alla rassegnazione ed alla brama delle ricchezze imperiture del cielo. Venite a me, voi, o anime giuste, ed io vi arricchirò di nuova grazia perché abbiate a perseverare nelle vie della giustizia e della santità; venite anche voi, o anime peccatrici; Io sto qui come al pozzo di Sichem, aspettando che voi veniate a me, pentiti dei vostri traviamenti, per darvi a bere dell’acqua di vita eterna; venite, venite tutti, perché di tutti conosco i bisogni e per sovvenirli sono qui in mezzo a voi, aspettando solo che veniate a visitarmi. » Oh parole tenerissime! Oh dolcissimo invito! Ben a ragione la Chiesa, considerando questi amorosi accenti, nell’ufficiatura del Sacratissimo Cuore di Gesù, per spronarci ad assecondarne l’intento si volge a noi e ci dice: Auditis ut suavissimis – Invitet omnes vocibus? Udite, con che voci soavissime a sé c’invita, a sé ci chiama?Ora se questo è il motivo per cui Gesù Cristo è rimasto tra di noi nel SS. Sacramento dell’altare, e così grande è la sua brama che noi ci rechiamo a visitarlo e domandargli ivi le grazie di cui abbiamo bisogno, non ci faremo sollecitudine di venire almeno una volta ogni giorno a trovarlo? Ah! io dico, che un devoto del Sacro Cuore di Gesù, che non trovasse modo e tempo di fargli ogni dì anche una breve visita, avrebbe in cuor suo ben poco amore per Lui. Difatti i santi che amavano davvero Gesù trovavano le loro delizie in visitarlo di spesso, e nello sfogarsi con Lui in dolci affetti! S. Vincenzo de’ Paoli lo visitava più spesso che gli era possibile, e il principale sollievo che prendeva tra le gravi sue occupazioni, era quello di starsi lungo tempo dinnanzi al sacro Tabernacolo. Vi si tratteneva poi con un contegno così umile, modesto e devoto, che sembrava vedere co’ propri occhi la Persona adorabile di Gesù Cristo. Quando gli occorrevano negozi difficili, egli ricorreva, come Mosè, al sacro Tabernacolo per consultare l’oracolo della verità. Quando usciva di casa, andava a chiedergli la santa benedizione; appena ritornatovi, andava a ringraziarlo dei benefìci ricevuti ed a umiliarsegli per i mancamenti che poteva aver commessi. S. Luigi Gonzaga era tutto in festa quando poteva fare compagnia al suo caro Gesù: ivi, come dice S. Maddalena de’ Pazzi, saettava il Cuore del Verbo, e non sapeva partirsene che con pena. S. Francesco Saverio, in mezzo alle immense sue fatiche, trovava un grandissimo ristoro nel passare gran parte della notte avanti a Gesù Sacramentato. Lo stesso soleva fare S. Francesco Regis, il quale, trovando chiusa talvolta la chiesa, si tratteneva di fuori genuflesso avanti alla porta, esposto all’acqua e al freddo per far corteggio, almeno così da lontano, al suo Sacramentato Signore. Così facevano i veri amanti del Cuore di Gesù. E non faremo così anche noi? Sì, per amore di Gesù, prendiamo tutti questa bella pratica, ed anzi, per impegnarci sempre più alla stessa, facciamoci ascrivere altresì all’Adorazione quotidiana universale, la quale, sorta da pochi anni in Torino, città del SS. Sacramento, elogiata dai Vescovi, ed eretta in molte diocesi, fu ripetutamente benedetta ed arricchita di speciali indulgenze dal Sommo Pontefice. Chi vi si ascrive non si impone altro obbligo, che di entrare ogni giorno in una chiesa ove si conservi il SS. Sacramento per fermarvisi anche solo pochi minuti a recitarvi una preghiera, a rivolgere un pensiero, a mandare un sospiro al Cuore Sacramentato di Gesù. E chi mai, nell’andare o venire pe’ suoi interessi materiali, per i suoi negozi e pe’ suoi lavori, non incontra una chiesa, non trova un minuto almeno di tempo per passarvi entro a salutare Gesù?Ma æmulamini charismata meliora: (I Cor. VII, 31) aspirate a qualche cosa di meglio. Non contentatevi di visitare Gesù nel suo SS. Sacramento, ma recatevi ancora di spesso a riceverlo ne’ vostri cuori e ciò specialmente per ripararlo meglio che sia possibile delle gravissime ingiurie che in questo Sacramento di amore pur troppo riceve. Il medesimo Gesù nelle sue apparizioni a Santa Margherita Alacoque parlandole del modo di celebrare la sua festa, le raccomandò che in essa si riparassero colla comunione gli indegni trattamenti a cui è fatto segno nella SS. Eucaristia. Altra volta le suggerì allo stesso fine di comunicarsi ogni primo venerdì del mese e quante altre volte le fosse concesso dall’obbedienza. Quale contento adunque noi daremo al Cuore di Gesù soddisfacendo le sue ardentissime brame! E nel tempo stesso che gran bene arrecheremo alle anime nostre! Venite adunque, o devoti del Sacro Cuore, venite a questi altari ad unirvi ai Cori degli Angeli e a condividere il loro ufficio di star prostrati innanzi alla maestà di Dio; venite come pecorelle privilegiate a stringervi attorno al pastore delle anime; venite come discepoli prediletti a posare la vostra testa sul Cuore di Gesù, venite come Maddalene feriti di carità a trovar qui il vostro paradiso. Venite, e cibatevi di Lui, e adoratelo, e sfogate con Lui la vostra pietà, il vostro amore, piangendo ai suoi piedi i vostri peccati e i peccati di tutti gli uomini, offrendovi a Lui mille volte per risarcirlo delle offese che riceve, massime in questo Sacramento, implorando le sue grazie per voi, per i vostri cari, per i vostri parenti lontani da Dio, per tutti i peccatori, per i sacerdoti, per i Vescovi, per il Papa, per la Chiesa, per le anime sante del purgatorio. Oh voi felici! Mentre il Cuor vostro nella vicinanza e nell’unione di Gesù, come quello dei discepoli di Emmaus, arderà e languirà di amore per Lui, il Cuor suo spanderà in voi torrenti di luce, di benedizioni e di grazie; ed abituandovi a menar la vostra vita in unione alla sua, vi assicurerete ognor più la fortuna di essere a lui uniti per tutta l’eternità.Intanto prostrati dinnanzi all’immagine del Sacro Cuore di Gesù facciamogli queste belle promesse: O Cuore Santissimo, poiché conosciamo quanto vi torni gradita la venerazione dell’immagine vostra, e di quante benedizioni siete largo a chi in essa vi onora, non lasceremo di adornarne le nostre case e di coprirne le nostre persone. E dinnanzi alle vostre immagini noi eserciteremo con ardore l’apostolato della preghiera, affine di ottenere da voi la grazia di salvare l’anima nostra e quella ancora di guadagnacene moltissime altre. Ma soprattutto verremo sovente a visitarvi nei vostri santi tabernacoli, a disfogare ivi con voi il nostro cuore, a lodarvi, a benedirvi; verremo a ricevervi soventi nei nostri Cuori per ripararvi degli oltraggi, che ricevete da tanti cattivi Cristiani, e domandarvi quegli aiuti di cui abbisogniamo per mantenerci nella santa perseveranza. E voi, o Cuore amantissimo di Gesù, degnatevi di gradire in odore di soavità queste pratiche nostre e di compensarle con speciali aiuti, secondo la vostra divina parola.

DEVOZIONE AL CUORE DI GESÙ (11): modello di pazienza

DEVOZIONE AL CUORE DI GESÙ (11)

[A. Carmignola: il Sacro Cuore di Gesù; S.E.I. Ed. Torino, 1930-imprim. ]

DISCORSO XI

Il Sacro Cuore di Gesù modello di pazienza

Otto secoli prima che il divino Maestro, Gesù, venisse sulla terra, il profeta Isaia aveva vaticinato, che alla scuola di Lui gli uomini avrebbero profittato non solo colle orecchie, ma ancora con gli occhi, vale a dire non solo con l’apprendere per mezzo dell’udito i suoi santi insegnamenti, ma eziandio col considerare cogli occhi della fede, della pietà e dell’amore gli ammirabili suoi esempi. Et erunt oculi tui videntes præceptorem tuum. (Is. xxx, 20) Perciò appunto l’Apostolo san Paolo ci esorta non solo a ricordarci delle lezioni di Gesù Cristo, ma a tenere ancora fissi del continuo gli sguardi della nostra mente sopra delle sue opere, assicurandoci che per tal guisa noi ricaveremo frutti meravigliosi nella scienza della fede, e consumeremo l’opera importantissima della nostra salute: Aspicientes in auctorem fidei, et consnmmatorem Jesum. (Hebr. XII, 2). E quanto giusta sia questa esortazione noi da alcuni giorni l’andiamo toccando con mano, perché studiando le speciali virtù del Cuore Santissimo di Gesù Cristo veniamo a conoscere, che non solamente ce le ha insegnate con la dottrina, ma più ancora le ha col fatto praticate. Che se ciò è verissimo di tutte quante le virtù, a me sembra che lo sia in modo particolare della pazienza. E di fatti, che cosa fu mai tutta la vita mortale del Sacratissimo Cuore di Gesù, dal primo all’ultimo istante, se non un continuo patire, non solo vincendo ogni tristezza, ma ancora con amore e con gioia, non ostante che nei patimenti non avesse chi lo consolasse? E questa è appunto la pazienza eroica del Cuor suo, che Gesù molti secoli innanzi presentò alla considerazione degli uomini, quando disse per mezzo del santo re Davide: Il mio Cuore si aspettò obbrobri e miserie, e aspettai chi entrasse a parte di mia tristezza e non vi fu, e chi mi porgesse consolazione, e noi trovai: Improperium expectavit cor meum et miseriam, et sustinui qui simul contristar etur, et non fuit, et qui consolaretur, et non inverti. (Ps. LXVIII, 21) E questa è pure la pazienza che la Chiesa ci invita ad adorare in modo particolare nel dì della festa del Sacro Cuore di Gesù, dicendoci: Christum prò nobis passum, venite, adoremus: Venite, adoriamo Cristo, che è stato paziente per noi. È giusto adunque, che fra le virtù speciali del Cuore Sacratissimo di Gesù, io vi animi ad imitare ancor questa mettendovi in luce l’ammirabile esempio di pazienza datoci dal Sacro Cuore.

I. — Troppo giustamente, o miei cari, la terra sulla quale noi passiamo facendo il nostro viaggio per l’eternità, è chiamata valle di lagrime. Da tutti e da per tutto si piange, perché da tutti e da per tutto si soffre. Or è una lunga e grave malattia, or è la morte di un padre, di una madre, di un figlio, di uno sposo; or è un rovescio di fortuna, or è un’infame calunnia, or è la destituzione da un impiego, or è la mancanza del lavoro, or è la privazione di ciò che è più necessario alla vita, or son varie di queste cose insieme, che si rovesciano sopra del nostro capo e ci traggono dal labbro i dolorosi accenti del travagliato Idumeo: Che vita! che vita è mai la nostra! Breve e ripiena di molte miserie. Homo…. brevi vivens tempore repletur multis miseriis. (Job. XVI, 1). Tant’è; questa è la legge, che gravita sull’umanità peccatrice. Se l’umanità non avesse peccato, come sarebbe andata esente dalla morte, così sarebbe sfuggita agli assalti del dolore. Ma poiché l’umanità ha peccato in Adamo e continua pur troppo a peccare nei suoi discendenti, perciò essa è condannata alla morte, e a tutti i dolori fisici e morali, che la precedono e la producono. Sì, o miei cari: Homo nascitur ad laborem et avis ad volatum; (Job. v, 7) come agli uccelli è naturale il volo, così all’umanità peccatrice è naturale il patire. – Tuttavia secondo l’insegnamento cristiano i patimenti non sono soltanto una punizione della colpa originale e delle colpe nostre personali, ma sono ancora per divina bontà un gran mezzo di espiazione e di santificazione. Ma a tal fine è assolutamente necessaria la pazienza nei medesimi, quella virtù che modera la tristezza e l’affanno, che si genera nei nostri cuori dai travagli presenti. Sì, dice S. Paolo, la pazienza è necessaria, affinché, conformandoci al divino volere in mezzo alle avversità, giungiamo all’acquisto dei beni soprannaturali promessici da Dio in questa e nell’altra vita: Patientia vobis necessaria est, ut voluntatem Dei facientes, reportetis repromissionem. (Hebr. x, 36) E la ragione di questa necessità, insegna S. Tommaso, si è che non vi ha cosa, che tanto impedisca l’uso della ragione e tanto ritragga la volontà dal bene quanto la tristezza. Quanti per cagione della tristezza son divenuti siccome stolti o pazzi! E quanti ancora per la tristezza hanno perduto affatto il senno e si son data spontaneamente la morte! E non è per la tristezza, cagionata dai mali della vita, che molti infelici danno di mano ad una rivoltella e se la sparano al cuore, oppure vanno a lanciarsi sotto le ruote di un treno che corre, od a precipitarsi da una altura in fondo alle acque, o si tolgono altrimenti la vita? È necessario adunque, che in tempo delle tribolazioni, da cui non è possibile ad alcuno l’andare esente, vi sia una virtù, che sgombri dal cuore questa tristezza cotanto dannosa, mantenga in vigore la ragione e sostenga la volontà nell’esercizio del bene: e questa virtù è la santa pazienza. E qual cosa vi ha mai, che torni tanto utile quanto il sopportare con pazienza le tribolazioni? A che servono, a che riescono le tribolazioni pazientemente tollerate? Esse, servono anzitutto ad espiare, vale a dire a soddisfare la divina giustizia dei tanti peccati, che abbiamo commesso. Ponete mente: Dio è giusto e come la sua giustizia vuole premiata anche la più piccola delle nostre buone opere, così esige la punizione anche del nostro più leggiero peccato. Riandando pertanto la vostra vita e trovandovi ad esempio un peccato, benché sia un solo, voi dovete dire a voi medesimi : Ecco che ho dato a Dio una ragione per castigarmi; trovandovene due, quattro, dieci, voi dovete dire: Ecco due, quattro, dieci ragioni in mano a Dio per punirmi. E quando rivolgendovi addietro non vedeste che una tela continua di peccati, non dovreste riconoscere, che Egli ha tutte le ragioni per far gravare su di voi tutto il peso della sua mano punitrice? Ma se Egli ha tante ragioni di punirci, non è giusto, non è bene che Egli lo faccia? Ah, che direste di un padre, che ornai le desse tutte vinte al suo figlio, che non lo punisse più quando manca? Voi direste che un tal padre più non ama il suo figlio; e direste bene. Dunque guai a quei poveri peccatori, che Iddio più non castiga in questa vita ! Il loro più grave castigo è quello di non essere più castigati. Il vederli nuotare nelle comodità, nelle ricchezze, nei piaceri senza ombra di tribolazione è cosa che spaventa. Una felicità siffatta deve farci tremare. Se pertanto noi siamo peccatori, e Dio pietoso ci manda le tribolazioni, sopportandole con pazienza, ripariamo facilmente alle passate colpe. Ma non solo le tribolazioni servono ad espiare i peccati nostri, ma molte volte anche i peccati degli altri. Pensate a quel che Dio aveva detto ad Abramo: che se in Sodoma e Gomorra vi fossero stati anche solo dieci giusti, Egli avrebbe perdonato a tutte le migliaia di colpevoli, ed allora comprenderete qualche cosa dell’onnipotenza espiatrice del patire. Quel giovane ha scosso il giogo soave di Cristo, si è allontanato da Dio per correre senza freno le vie del più schifoso piacere. Il puzzo de’ suoi peccati sale al trono di Dio, e Dio ha già armato la sua destra per colpirlo. Ma quel giovane ha una madre, una madre che prega, che si strugge in lagrime per il suo pervertimento, e Dio si placa, e Dio lo risparmia, Dio lo aspetta. Quell’uomo è da dieci, venti, trent’anni, che più non dischiude il suo labbro alla preghiera, che più non prende la Pasqua, che più non rende a Dio alcun omaggio di sorta. E Dio n’è stomacato. Dio vorrebbe farla finita con lui, toglierlo di vita e precipitarlo nel baratro infernale. Ma quell’uomo ha una moglie, che piange il dì e la notte, delle figlie, che pregano, che partecipano alle lagrime della sconsolata loro madre, e questi dolori commuovono il Cuore di Dio e lo inducono a misericordia con quell’uomo traviato. E se i popoli non ostante tanti peccati che si commettono, vivono ancora, se essi non crollano sotto il peso delle loro iniquità, se Dio non manda d’un tratto i suoi fulmini dal Cielo ad incenerire le nuove Sodoma e Gomorra, egli è perché in mezzo a tanti peccatori vi sono ancora delle anime giuste, che sospirano, che gemono, che soffrono, che in uno coi patimenti di Gesù Cristo, offrono a Dio i patimenti loro in espiazione degli altrui peccati. – In secondo luogo le tribolazioni servono mirabilmente a distaccare il nostro cuore dal mondo e ad unirlo a Dio. La nostra vita sopra la terra è tutta piena di fantastiche illusioni, le quali tanto più si moltiplicano ed hanno forza per sedurci quanto più siamo allegri e viviamo nella prosperità. Oh quante vane sicurezze e quanta presunzione nell’uomo, dal momento che non sente più nulla che lo molesti o lo affligga! quante cose dimentica! quante altre ne immagina! Qual compiacenza prende del suo stato! Ah se egli sgraziatamente rimane così, senza alcuna sofferenza né fisica, né morale, anche solo per qualche anno, la terra avrà per lui tali incanti da fargli impallidire e persino eclissare quelli del Paradiso. Quest’uomo insomma diventerà del tutto cieco, non vedendo più né il suo fine, né la strada che lo conduce. Ma vengono le tribolazioni, ed allora che succede? Ecco i fantasmi svaniscono, ricompaiono le realtà, e ripigliano sul suo cuore l’imperio loro dovuto. Sì, come le ricchezze, i piaceri, gli onori, le prosperità mondane inebriano lo spirito, snervano il cuore, corrompono l’uomo e lo perdono, così per contrario l’umiliazione, la miseria, il dolore, l’avversità lo distaccano dal mondo e da se medesimo, lo guariscono e lo salvano. – In fine le tribolazioni sopportate con pazienza ci giovano efficacemente a santificarci. Ed in vero, come dicono i santi libri non si getta forse l’oro nella fornace affine di purificarlo? Non si batte il ferro a colpi ripetuti e non lo si passa sotto l’azione del bulino per pulirlo e farlo lucido? Non si martella il sasso per cavarne una bella statua? Non si squarciano le viscere della terra per renderla feconda? Non si tagliano spietatamente i rami della pianta per moltiplicarne i frutti? Non si batte con nodosi bastoni il grano per purgarlo dalle ariste e dalle paglie? Ecco altrettante graziose immagini per indicarci il concorso delle tribolazioni nella gran d’opera della santificazione nostra. E chi non sa per propria esperienza quanto più siasi inclinati al bene nelle ore dell’angoscia, che in quelle dell’allegrezza? Le tribolazioni anche in un’anima giusta mantengono l’umiltà, le fanno toccare con mano la propria debolezza, il grande bisogno che ha dell’aiuto del cielo, ad ottenerlo la inducono a rifuggire ognora più dalla terra, a ripararsi nel Cuore del Crocefisso, e colla semplicità di un fanciullo a sfogarsi con Lui, a chiedergli il suo aiuto, la sua assistenza: e chi può dire l’abbondanza di grazie, che ne riceve! Da questi sacri ritiri l’anima, sostenuta da una forza, di cui ella medesima non sa spiegare il valore, si alza risoluta, coraggiosa, intrepida a correre la via della giustizia e della santità. Sì, disse l’Apostolo, la virtù nel patire si perfeziona: virtus in infirmitate perficitur; (II Cor. XII, 8) la pazienza rende perfetta l’opera intorno a cui si travaglia, ha soggiunto S. Giacomo; patientiam opus perfectUm habet; (I, 4) e Gesù Cristo stesso assicurò nella pazienza la salute dell’anima: In patientia restra possidebitis animas vestras. (Luc. XXI, 19)

II. — Essendo adunque la pazienza nelle tribolazioni di tanta necessità per la nostra salute, il Cuore Sacratissimo di Gesù volle darcene il più ammirabile esempio. E ciò egli fece in tutto il corso della sua vita, dal primo all’ultimo istante, perciocché la concezione, la nascita, la puerizia, la fanciullezza, !a virilità, l’agonia e la morte furono sempre accompagnate da amarezze, da avversità, da contraddizioni, da travagli e da dolori. Tota vita Jesu crux fuit et martyrium, ha detto l’autore dell’Imitazione; tutta la vita di Gesù fu una crocifissione ed un martirio continuo; ma tutto in tutta la vita egli sopportò con la più eroica pazienza, anzi, tutto egli accettò liberamente, di sua propria volontà, potendone andare esente. No, Gesù Cristo non subì i patimenti, come noi figliuoli del peccato dobbiamo subirli; egli li assunse, perché così gli piacque per nostro amore e per nostro esempio. Entrando nel mondo Iddio Padre gli propose di salvare gli uomini patendo per essi o non patendo, godendo anzi ogni sorta di beni; e Gesù abbracciò il modo più eccellente e più sublime: Proposito sibi gaudio sustinuit crucem confusione contempta. (Hebr. XII, 2) Ed avendo scelto questo disegno, chi dirà come lo riducesse in atto? Parlando di ciò Mosè ed Elia sopra il Tabor, dice il Vangelo, che lo chiamarono un « eccesso. » Sì, dice S. Bonaventura, con ragione quanto patì Gesù Cristo per noi fu chiamato eccesso, perché fu veramente un eccesso di dolore da non potersi mai credere, se non fosse già avvenuto. Questo dolore fu veduto dai profeti così grande, che non sapendo a che cosa di più grande paragonarlo, lo paragonarono all’immensità del mare: Magna est velut mare contritio tua, (Thr. II, 13) e non dubitarono di mettere in bocca a Gesù Cristo queste fortissime espressioni: I torrenti delle afflizioni entrarono fino al fondo dell’anima mia: Intraverunt aquce usque ad animam meam; ( LXVIII) l’anima mia è ripiena di mali: Expleta est malis anima mea; (Ps. LXXXVII) o voi tutti, che passate lungo la via, fermatevi e vedete se vi è dolore simile al mio: 0 vos omnes qui transitis per viam, attendite et videte si est dolor sicut dolor meus. (Thr.. I, 12). – Ed in vero, quanto più si è sensibili e delicati, tanto più le afflizioni premono il cuore e lo fanno soffrire. Che soffre mai la pietra sotto i colpi dello scultore, essendo essa priva di sensazione? Che cosa soffre la vite sotto i l ferro del viticultore, che la pota? Allora sembra che versi qualche lagrima, ma in realtà non sente dolore alcuno. L’animale invece già soffre e si lamenta, quando vien ferito, perché esso sente, benché non abbia coscienza del dolore. Ma assai più dell’animale sente l’uomo, dotato di ragione e formato con un organismo tanto sensibile e delicato; e tra gli uomini sente maggiormente chi è dotato di maggior sensibilità e delicatezza. Or chi può dire quale fosse la sensibilità e la delicatezza del Cuore di Gesù Cristo? Chi può dire, per conseguenza, quanto gravitassero sopra del Cuor suo tutte le avversità, le contraddizioni, le privazioni, i travagli, i dolori, che dovette soffrire? A ciò si aggiunga, che sebbene egli avrebbe potuto da per se stesso raddolcire tutti i suoi patimenti, e porgersi una adeguata consolazione, tuttavia non volle punto farlo, ed in quella vece, rimossa prodigiosamente ogni consolazione e respinto ogni raddolcimento, lasciò che le afflizioni il tormentassero, ciascuna secondo il genere suo, il più che era possibile. Né si creda, che ciascuna di tali afflizioni tormentasse il Cuore di Gesù in quel tempo soltanto, che veniva realmente a piombargli sopra; no, ciascuna di quante ne dovette soffrire, lo travagliò sempre in ogni istante, perché sempre ed in ogni istante col suo sguardo profetico l’ebbe a sé dinnanzi. Sempre vide la sua povertà, il suo esilio, le sue privazioni, le sue fatiche, i suoi sudori; sempre vide la durezza dei suoi Apostoli, l’incostanza e l’ingratitudine delle turbe, la rabbia dei suoi nemici, le loro male arti contro di Lui; sempre vide il tradimento di Giuda, l’abbandono dei suoi Apostoli, la sua cattura, gl’insulti ai tribunali, la condanna di croce; sempre vide la flagellazione, la coronazione di spine, la crocifissione, l’agonia e la morte. E nel vedere sempre questi immensi mali, sempre li soffriva tutti insieme nella misura stessa, con cui ciascuno a suo tempo si fece sentire. Oh! ben a ragione Gesù Cristo fu chiamato l’uomo dei dolori per eccellenza, e che conosce a fondo l’afflizione, virum dolorum et scientem infirmitatem; (Is. LIII) ben a ragione ha detto un Santo, che i patimenti di Gesù Cristo sono sì grandi, che l’insieme di tutti i patimenti sofferti dagli uomini in loro confronto non è che un nulla. Eppure, come immense furono le infermità e le pene sofferte dal Cuore di Gesù Cristo, così immensa fu la pazienza, con cui andò loro incontro, le accettò, le prese e le sopportò. Quella espressione di tanta rassegnazione al divino volere, fattane uscir fuori nell’agonia del Getsemani: « Padre, non la mia. ma la tua volontà sia fatta, » è l’espressione, che continuamente,, in ogni istante della sua pazientissima vita, usciva dal suo Cuore Sacratissimo per salire al cielo quale nuvola di incenso al trono del suo divin Padre, perciocché, come dice S. Cipriano, tutta la vita di Gesù Cristo fu un continuo esercizio d’invitta pazienza, né vi fu atto in lui, che non fosse accompagnato da tale virtù.Di quale stimolo adunque deve esserci un tanto esempio! Ed in vero quale tribolazione può mai accadere a noi, che non abbia patito maggiore Gesù Cristo? Siamo noi per avventura afflitti da acerbi dolori e da penose infermità? Ma quanto più acerbi furono i dolori del Cuore di Gesù! quanto più penose le infermità sue! Siamo noi travagliati dalla povertà? Ma quanto più ne fu travagliato Gesù! Siamo stati abbandonati dagli amici, traditi dai confidenti? Ma quanto più fu abbandonato e tradito Gesù! Siamo stati defraudati della mercede di nostre fatiche? Siamo stati derubati dei nostri averi? Ma a Gesù furono tolte anche le vestimenta e fu fatto morire nudo in croce! Siamo stati ingiuriati, calunniati, disonorati? Ma a Gesù non è toccato mille volte peggio? Ci tocca convivere con persone dì carattere insopportabile, di maniere dure e ributtanti? Ma Gesù ha sofferto ogni sorta di rozzezze nel convivere per tre anni con gli Apostoli! Vanno fallite le nostre speranze intorno a chi fu oggetto delle nostre cure più affettuose? Ma anche per Gesù andò a male la brama di far del bene all’ingrata Gerusalemme! Ci accade di perdere una persona, che formava la consolazione e la dolcezza della nostra vita? Ma Gesù ha fatto il sacrificio di se stesso per noi! Qual cosa adunque potrà accaderci tanto penosa, che ad esempio del Cuore Sacratissimo di Gesù Cristo non possiamo soffrire anche noi con pazienza? E se Egli tanto ha sofferto per noi, Egli che è il Creatore, il principe, il padrone, noi che siamo le creature, i sudditi, i servi, non vorremo soffrire nulla per Lui? Di Abimelec si racconta, che dopo aver distrutta la città di Sichem, risolvette di espugnarne la fortezza col fuoco. E perché a ciò era necessario ammassare a pie’ delle mura grande quantità di tronchi e di rami, condotto il suo esercito presso una vasta e folta selva, cominciò egli con la scure a tagliar un grosso ramo ed a portarlo verso la fortezza, dicendo ai soldati: Fate ancor voi quello che vedete me a fare. E ad un esempio sì nobile i soldati tutti presero, gareggiando, a tagliar rami ed a seguire il capitano. Or ecco quel che fece il Sacratissimo Cuore di Gesù con noi. Egli sapeva, che in questa valle di lagrime avremmo tutti dovuto patire. E sebbene con autorità sovrana Egli avrebbe potuto, senza soffrir nulla egli, presentarsi a noi e dirci: « Patite; » tuttavia, perché noi nell’impazienza nostra gli avremmo forse risposto: Fa un bel dire a noi che patiamo, a Voi che nulla avete patito; che fece Egli? Prese Egli sulle spalle la croce più pesante e più dolorosa, si assoggettò a tutte le infermità della nostra natura, e chiudendo per tal guisa la bocca ad ogni nostro lamento, ci disse ad un tempo stesso: « E non vorrete far voi quello che ho fatto io? » Ah! dopo di ciò non ci resta più altro, che seguitare il sublime esempio del Cuore di Gesù Cristo e camminare sulle sue vestigia. Sì, esclama il principe degli Apostoli, Cristo ha patito per dare alla nostra pazienza il più grande esempio: Egli ha camminato per una strada di spine, perché ancor noi gli teniamo dietro e premiamo le sue pedate: Christus passus est prò nobis, vobis relinquens exemplum, ut sequamini vestigia ejus. ( I Pietr. n , 21). « Gesù Cristo, soggiunge S., Agostino, è stato come un medico pietoso, che sebben sano, appressa il primo le labbra ad un’amara medicina perché, sul suo esempio, non abbia difficoltà di trangugiarla l’infermo. Non diciamo adunque: Non ho voglia, non ho cuore, non ho forza di bere il calice dei patimenti, che Dio mi manda; poiché il nostro Salvatore è stato il primo a beverlo sino alla feccia: « Ne dicas non possum, non fero, non bibo; prior bibit medicus Jesus, ut bibere non dubitar et œgrotus » (Serm. 88 de Temp.) – Fissiamo adunque lo sguardo sopra il Cuore di Gesù Cristo e nel vederlo tanto paziente fra tanti dolori, fra tanti obbrobri, fra tanta povertà, fra tante ingiustizie e fra tanti torti, non lasciamo di dire ancor noi in mezzo alle pene nostre: Signore, sia fatta, non la mia, ma la vostra santa volontà! Lo sguardo alla pazienza di Gesù Cristo ha tenuto nella più invitta pazienza Maria ai pie’ della Croce, gli Apostoli tra le più aspre persecuzioni, i martiri tra i più orribili strazi, gli anacoreti tra le più acerbe mortificazioni, i confessori fra le più gravi avversità. Diceva S. Maria Maddalena de’ Pazzi: « Ogni gran pena riesce gustosa, quando si mira Gesù in Croce ». Giusto Lipsio trovandosi una volta molto afflitto dai dolori, uno degli astanti cercava di animarlo a soffrirli con prontezza, mettendogli innanzi l’esempio degli stoici; ma egli allora guardando il Crocifisso: « questa, disse, è la vera pazienza ». Volendo dire che l’esempio di un Dio, che tanto ha patito per nostro amore, questo basta per animarci a patire ogni pena per amor suo. – S. Eleazaro interrogato dalla vergine sua sposa, S. Afra, come egli soffrisse tante ingiurie da gente villana senza punto risentirsi, rispose: « Sposa mia, non pensare, che io sia insensibile a queste ingiurie; ben io le sento, ma mi rivolgo a Gesù Crocifisso e non lascio di mirarlo fino a che l’animo mio non si tranquilli. » Così lo sguardo alla pazienza del Cuore Sacratissimo di Gesù Cristo ingenererà ancora la pazienza del cuor nostro. In sull’esempio di questo Cuore, che ci importerà di agonizzare per l’anima nostra? di lottare contro l’impazienza nostra sino all’effusione del sangue? Che anzi, le tribolazioni non saranno ricevute da noi con gioia, e ricercate eziandio con amore, qualora ci mancassero?

III. — Ma oltre l’esempio del divin Cuore di Gesù, tre altri motivi devono spronarci all’esercizio della pazienza. Il primo si è il consolantissimo pensiero, che, essendo travagliati con le tribolazioni in questa vita, è segno che Dio ci vuol risparmiare le tribolazioni eterne: Et hœc mihi sit consolatio, diceva Giobbe, ut affligens me dolore non parcat: (VI, 10). Questa sia la mia consolazione, che il Signore mi affligga quaggiù e non mi perdoni, acciocché mi perdoni nell’altra vita. Ed in vero chi col peccato si è meritato l’inferno, come può lamentarsi, se Iddio gli manda qualche croce? Anche qualora nell’inferno non si avesse a soffrire che un piccolo dolore, pur tuttavia trattandosi di un dolore eterno, ben volentieri dovremmo essere disposti a patire quaggiù qualsiasi dolore grave che non è che temporale e che quanto prima ha da finire. Ma i dolori dell’inferno non sono tutti, oltrecché eterni, gravissimi? E supponiamo pure, che vi sia tra noi chi non abbia meritato l’inferno, per avere fortunatamente conservato l’innocenza battesimale, non avrà egli almeno meritato il purgatorio? E i patimenti del purgatorio non sono pur essi quanto mai terribili? Diceva S . Agostino, che dessi sono più tormentosi di qualsiasi dolore possa patirsi in questa vita. Tutti adunque contentiamoci di essere tribolati in questa vita per essere risparmiati nell’altra. Tanto più che in questa vita accettando le tribolazioni con pazienza, patiremo con merito, mentre invece nell’altra vita avremmo a patire di più e senza merito alcuno. Il secondo motivo che deve pure animarci alla pazienza è un altro pensiero più consolante ancora di quello che abbiamo testé ricordato, quello, cioè, che seguendo volentieri Gesù nei patimenti, lo seguiremo altresì nella gloria. Egli stesso ha detto di sé, che così gli convenne patire per entrare nella gloria, che gli appartiene: Oportuit Christum pati et ita intrare in gloriam suam. (Luc. XXIV, 26) E dal presente la sua gloria riceve dai patimenti della sua vita tanto splendore, che non può immaginarsi il più grande. Per questo, per la sua pazienza nel soffrire e nell’assoggettarsi ad ogni travaglio, fino a quello della morte, Iddio lo ha esaltato e gli ha dato un nome, che è al di sopra di ogni nome, al pronunziarsi del quale si piegano riverenti le creature del cielo, delle terra e degli abissi; per questo lo vediamo coronato di onore e di gloria: Videmus Jesum propter passionem mortis gloria et honore coronatum. (Hebr. II, 9) Ora di questa gloria saremo fatti partecipi ancor noi, se, come faceva S. Paolo, ai meriti della pazienza infinita del Cuore di Gesù, aggiungeremo i meriti della pazienza nostra. Ed al pensiero della gloria infinita che ci aspetta, come non sostenere volentieri e con coraggio qualsiasi pena? Il contadino negli stenti e nei sudori della seminagione si anima al pensiero del copioso raccolto; il soldato nei pericoli e nelle sofferenze del campo si anima nel pensiero della medaglia d’onore che gli sta preparata; il vero Cristiano, il vero devoto del Cuore di Gesù Cristo, imitatore delle sue virtù, si animerà a portare la croce dei patimenti, a bere il calice delle avversità, ripetendo con l’Apostolo: Il patire di questo mondo è nulla al confronto dell’eterno godere, che ci sta apparecchiato: Non sunt condignæ passiones huius temporis ad futuram gloriam, quæ revelabitur in nobis. (Rom. VIII, 18) – Le momentanee e leggere tribolazioni vanno operando in noi un cumulo eterno di gloria: Momentaneum et leve tribulationis nostræ, æternum gloriæ pondus operatur in nobis. (II Cor. IV,17). Ed è questo pensiero, che faceva dire a S. Agapito martire, giovinetto di quindici anni, quando il tiranno gli fece circondare la testa di carboni ardenti: « È cosa troppo dappoco, che mi sia bruciato questo capo, che ha da essere coronato in cielo. » È questo pensiero, che faceva ripetere a S. Francesco di Assisi: « Tanto è grande il ben che aspetto, che ogni pena mi è diletto. » È questo pensiero ancora, che fece giubilare quel romito, che giacendo in mezzo ad una selva, tutto coperto di piaghe e con le carni che gli cadevano a pezzi, pure allegramente cantava, ed interrogato da un guerriero, di là passato a caso, come mai avesse voglia di cantare in quello stato, rispondeva: « Con ragione io canto, perché tra me e il Cielo non si frappone che questo muro di fango del mio corpo, che cadendo a brani mi fa vedere più vicino il tempo dell’eterno godere. » Questo insomma è il pensiero, che tanto animava i Santi alla pazienza, e questo deve pur essere il pensiero, che conforti noi nelle tribolazioni nostre. – Ma da ultimo il motivo più nobile, che deve spingersi ad abbracciare con pazienza le pene, i dispiaceri, le infermità, la povertà, i disprezzi, le desolazioni ed ogni altro patimento di questa vita, ha da essere l’amore di questo Sacratissimo Cuore di Gesù e il conseguente desiderio di dargli gusto. Dice l’Ecclesiastico, che « vi hanno degli amici, che sono tali soltanto in tempo di prosperità, ma più non lo sono in tempo di tribolazione, (VI, 8) » Ma la testimonianza più certa dell’amore è il patir volentieri per la persona amata. Caritas patiens est, omnia suffert. (I Giov. XIII, 4) E l’amore al Cuore di Gesù Cristo fa abbracciare con pazienza tutte le croci, che Egli crede di mandarci. Perciò nella vita dei Santi, che tanto amavano Gesù Cristo, troviamo ancora, che questo era il gran motivo, che l’induceva non solo a patire con pazienza, ma a ricercare in ogni modo i patimenti. S. Caterina da Genova, dopo che fu ferita dal divino amore, diceva che non sapeva che cosa fosse patire, benché dovesse sottostare a gravissime pene. S. Geltrude asseriva, che tanto godeva nel patire che nessun tempo gli pareva più penoso di quello, in cui non aveva da patire. S. Procopio martire, quando il tiranno gli apparecchiava nuovi tormenti, prendeva a dirgli: Tormentami quanto vuoi; non sai tu, che a chi ama Gesù Cristo non vi è cosa più cara, che il patire per Lui? E S. Teresa non si fidava di vivere senza patire, sicché spesso esclamava: O patire, o morire. E Santa Maria Maddalena de’ Pazzi si avanzava a ripetere: patire e non morire! Tant’è, o miei cari: non già, come osserva S. Bernardo, che ai santi mancasse la sensibilità; ma l’amore, che portavano cosi ardente a Gesù Cristo faceva loro superare e disprezzare i dolori e le tribolazioni che sentivano. Amiamo adunque, amiamo ancor noi questo Cuore Sacratissimo, e l’amore renderà anche a noi facile ogni cosa.

Concludiamo. Giacché in questa vita, o di buona o di mala voglia si ha da patire, procuriamo di patire con merito, cioè con pazienza. Lasciamo che gli uomini del mondo, vittime insensate de’ suoi pregiudizi e degli inganni del demonio, rifuggano da ogni patire e si abbandonino ad ogni godere; deploriamo che nelle tribolazioni, cui sottostanno, si lamentino, imprechino e si disperino; noi invece, aspicientes in auctorem fidei et consummatorem Jesum, con lo sguardo rivolto al Cuore pazientissimo di Gesù, autore e consumatore di nostra fede, seguiremo volentieri il programma della vita cristiana, da Lui compilato e sottoscritto dal suo Sangue: « Patire qui in terra, godere lassù in cielo, amare dappertutto. » E perché si abbia ad essere realmente, prostrandoci ora dinnanzi al Sacro Cuore di Gesù diciamogli con affetto: O nostro Maestro e Modello Santissimo! Il vostro Cuore così trafitto e così paziente ci fa ben comprendere, come i patimenti sono in nostra mano un gran mezzo per espiare le nostre colpe, per conoscere le vostre vie, per santificare le nostre anime. Ma voi vedete la debolezza nostra! Se noi per tanto non abbiamo il coraggio di chiedervi, come facevano i Santi, di accrescere le nostre pene, proponiamo almeno per vostro amore di sopportare in pace quelle, che per la nostra salute ci invierete, e di offrirle al vostro Divin Padre insieme con le vostre pene. Deh! Dateci voi la forza necessaria per adempiere un sì santo proposito, affinché portando ora volentieri con voi la croce delle terrene tribolazioni, ci sia dato un giorno di essere partecipi delle vostri celesti ed eterne consolazioni.

LE INDULGENZE (ottava dei morti 2018)

 

Le Indulgenze.

[L. Faletti: I nostri morti e il Purgatorio – M. D’Auria ed. Napoli, 1924:– Imprim.]

TRATTENIMENTO XXXVII.

Sommario — Mezzo trascurato di suffragio — Che sono le Indulgenze? Non distruggono il peccato — Non dispensano dalla penitenza — Facoltà della Chiesa di concederle — Lunghesso i secoli — Leone X — Applicabili alle anime purganti — Donde il loro valore? — Plenarie e parziali — Condizioni per lucrarle — La B. Maria di Quito — Esempio.

Non è raro l’udire persone del mondo esclamare, fors’anche sinceramente: « Conosco l’eccellenza e la sublimità della divozione alle anime del Purgatorio; Dio sa quanto io vorrei poterle suffragare, ma ahimè! sono così povero, che mi è impossibile ogni specie di elemosina e di opere buone; così occupato, che non posso trovare tempo per darmi alle preghiere ed agli esercizi di pietà; così malandato in salute, che non mi è permesso di sopportare grandi digiuni e penitenze: che potrò io dunque fare per queste povere anime? » Si potrebbe anzitutto rispondere a queste persone che esse esagerano di molto le loro difficoltà, perché tanti, e così facili, e alla portata di tutti, come abbiamo dimostrato, sono i mezzi per suffragare le anime del Purgatorio che è impossibile trovare buone le scuse o i pretesti che si presentano per giustificarsi dal non farlo: ma anche dato, e non concesso, che sia vero quanto esse dicono, rimane sempre a loro disposizione un mezzo a cui possono, quando e come vogliono, ricorrere, pel quale possono abbondantemente ed efficacemente suffragare le povere anime, e questo è quello delle sante indulgenze. Sì, le sante indulgenze applicate alle anime del Purgatorio sono uno de’ mezzi più facili ed efficaci per venire loro in soccorso; e perciò, sì grande essendo la loro efficacia, ci par prezzo dell’ opera il parlarne di di proposito, spiegando che cosa desse siano, il potere che ha la Chiesa di accordarle ed in qual modo possiamo applicarle alle anime de’ nostri trapassati.

I.

Che cosa sono le indulgenze? Sono la remissione in tutto o in parte della pena temporale che, dopo aver ottenuto il perdono de’ nostri peccati, ci rimane a scontare o in questa vita con la penitenza, o col Purgatorio nell’altra. Scopo delle indulgenze non è quindi di rimettere la colpa o la pena eterna, in caso di peccato mortale, il che l’assoluzione soltanto può fare, ma unicamente la pena temporale, dovuta al peccato, sia mortale che veniale. E ciò è quanto mai necessario a ritenersi, perché non mancano i male intenzionati i quali, guidati da ignoranza o per meglio dire da malafede, equivocando sul peccato e sulla pena dovuta al peccato e confondendo l’uno con l’altra, vanno accusando la Chiesa ed i suoi Pastori d’incitare e d’incoraggiare per mezzo di esse i fedeli a commettere il male. « Ma ella è mai possibile, esclama ironicamente un illustre polemista de’ nostri giorni, una tale mostruosità? Oh! certamente, se fosse vera la definizione che costoro danno delle indulgenze « la remissione cioè del peccato, accordata in seguito al compimento d’una opera buona proposta dalla Chiesa » forse la si potrebbe ammettere, poiché la facilità di ottenere con un tal mezzo, abbastanza semplice, il perdono dei peccati, anche gravissimi, non potrebbe far a meno d’incoraggiare al mal fare; ma ben contraria è la dottrina della Chiesa Cattolica. Non insegna essa infatti che allora soltanto l’indulgenza interviene, quando il peccatore si mostra pentito dei peccati, che egli ha già confessato, e di cui già ha ottenuto il perdono con l’assoluzione? In altre parole: quando già si trova in istato di grazia, già ha detestato il peccato e ne ha deposto l’affetto? Dove sono in questo caso gli incoraggiamenti al male ? Io vorrei recarmi con costoro a visitare una di quelle case in cui vengono ricoverati i delinquenti ed i facinorosi e domandare loro se mai vennero condotti colà dalla pratica delle indulgenze!.. Dio volesse che ogni membro della società guadagnasse quotidianamente un’indulgenza plenaria, come l’intende la Chiesa Cattolica; e allora, oh sì, che si potrebbero senza timore alcuno distruggere tutte le prigioni! » – Tanto meno regge l’altra accusa che, a proposito delle indulgenze, si muove dai nemici della Chiesa Cattolica, cioè che esse distruggono la penitenza e quindi dispensano i peccatori dal farla. Ma quando mai la Chiesa ha insegnato un tale errore? Non solamente l’indulgenza, come abbiamo detto, non rimette nessun peccato, anche leggiero, e rimette solo la pena, ma è ancora da osservarsi che, nel rimettere la pena del peccato, intende di rimetterla ai veri penitenti, vere pœnitentibus, cioè a coloro che hanno fatto tutto il possibile per vedersi rimessa la colpa, anche indipendentemente dall’indulgenza, la quale perciò non è altro che un soccorso che la Chiesa porge alla nostra fiacchezza, non un incentivo alla rilassatezza: o meglio ancora un mezzo che Iddio, Padre di Misericordia, vedendo per una parte che noi ben difficilmente arriveremmo con la nostra penitenza ad iscontare tutta la pena temporale dovuta alle nostre colpe, e d’altra parte non potendo dispensarci totalmente dal soddisfare alla sua giustizia, ci offre per soccorrere alla nostra miseria e riparare questo difetto, per cui, giunti che saremo all’ora estrema della morte, potremo sperare di presentarci a Lui, non solo senza macchia e senza aver più nulla che meriti l’eterna dannazione, ma ancora sciolti da ogni debito colla sua giustizia. Quindi è che S. Cipriano scriveva: « La Chiesa non può usare clemenza che in favore di coloro che sono veramente penitenti, che si sforzano di soddisfare, che supplicano umilmente l’indulgenza della Chiesa; ed è per questi soli che possono servire le raccomandazioni de’ martiri e l’indulgenza dei sacerdoti». – Se fosse altrimenti, se cioè le indulgenze ci dispensassero veramente dal far penitenza, non dovremmo noi dire che desse riuscirebbero piuttosto perniciose che non utili ai peccatori? Non distruggerebbero in gran parte i benefici effetti delle opere soddisfattone, le quali non solo hanno per scopo d’ espiare i peccati, ma ancora di servir di rimedio e di preservativo per l’avvenire? Perciò in quella guisa che sarebbe nuocere ad un infermo il dispensarlo dal prendere un rimedio salutare, così sarebbe nuocere ai peccatori dispensarli dal fare opere di penitenza, destinate ad arrecare rimedio alla loro debolezza ed a premunirli contro le ricadute. La Chiesa adunque, col largirci le indulgenze, anziché esimerci dall’obbligo di soddisfare pei nostri peccati, intende eccitare in noi lo spirito di penitenza, premiare il nostro zelo e fervore e sovvenire alla nostra debolezza ed insufficienza.

II.

Ma ha veramente la Chiesa ricevuto da Dio il potere di concederci queste indulgenze? Non v’ha luogo al menomo dubbio, per poco che si consultino le Sacre Scritture: Gesù Cristo, infatti, disse a S. Pietro in particolare e a tutti gli altri Apostoli in generale: « Tutto quello che voi legherete sopra di questa terra, sarà pure legato in cielo; e tutto quello che voi scioglierete su questa terra, sarà pur sciolto in cielo ». Ora se queste parole, così magnifiche e così potenti, si prendono, come si devono prendere, nella loro ampia e nativa semplicità, è chiaro che Gesù Cristo per mezzo di esse diede a S. Pietro, e subordinatamente anche agli altri Apostoli, il potere di rimettere i peccati, non solo in quanto alla colpa ed alla pena eterna, ma eziandio in quanto alla pena temporale: ossia, in altri termini, ha dato alla Chiesa il potere di concedere qualunque indulgenza, sia plenaria di tutta la pena temporale dovuta ai peccati, sia parziale di una parte soltanto di tale pena. E così fu sempre ritenuto nella Chiesa lungh’esso i secoli, dal tempo degli Apostoli fino ai nostri giorni, come ci sarebbe facile provare colla storia Ecclesiastica alla mano; ed è perciò che, quando il protestantesimo, nella persona di Lutero, di Calvino e di altri eretici, si levò su a combattere le sante indulgenze e a negare alla Chiesa il potere di concederle, chiamando addirittura le indulgenze col nome di frodi, ed imposture dei Pontefici, il Concilio di Trento definì chiaramente e solennemente che « Gesù Cristo medesimo ha donato alla Chiesa il potere di conferire le indulgenze che fin dai tempi più antichi la Chiesa fece uso di tale potere, e che perciò questo uso, sommamente salutare al popolo cristiano e confermato dall’autorità dei santi Concili, deve essere conservato; e chiunque negasse l’utilità delle sante indulgenze o il potere che la Chiesa ha di conferirle, sia colpito d’anatema » . – Poteva il Concilio parlare più chiaramente per rivendicare alla Chiesa il potere di conferire le indulgenze e riconoscerne l’utilità? Non nego che nel corso dei secoli, anche nel conferimento delle indulgenze abbia potuto aver luogo qualche abuso, ingrandito ad arte dai nemici della Chiesa; ma ciò non toglie nulla all’opera in sé. Certo è che i Pontefici non possono distribuire a capriccio di questi tesori, e il Concilio di Trento a questo proposito ha solennemente dichiarato « che non bisogna accordarle che con molta moderazione, per timore che a motivo d’una troppo grande facilità i fedeli non ne traessero occasione per dispensarsi dal fare penitenza »; non sta però a noi il preoccuparci di questo caso, ma bensì ai pastori delle anime che debbono tutelare il bene delle pecorelle loro affidate: a noi deve bastare la sicurezza di non agire contro la volontà di Dio. – Quantunque non sia affatto provato, ammettiamo pure per un momento che Leone X abbia ecceduto nel potere delle chiavi, concedendo le indulgenze a coloro, che contribuivano con elemosine alla costruzione della basilica di S. Pietro: vuol dire che egli ne avrà dovuto rendere a Dio grave conto; ma intanto chi ha dato il diritto a Lutero ed ai Protestanti di giudicare le ragioni del Pontefice? Anche supposto che il Papa avesse ecceduto, perché scoraggiare i fedeli e toglierli dalla pratica di quelle buone opere che senza l’allettamento delle indulgenze non avrebbero forse compiute, e che pure erano opere molto meritorie dinanzi a Dio e di gran giovamento alle anime? Per un fatto isolato e particolare, perché si dovrà offendere un’intera istituzione, togliere alla Chiesa milioni di figli, gettare il turbamento e la lotta nel campo cristiano e, cosa che in questo momento più direttamente ci riguarda, privare le anime del Purgatorio di un sicuro ed efficace mezzo di suffragio? Così è: la tradizione infatti della Chiesa, confermata inoltre dal Concilio di Trento, sempre ha insegnato che le indulgenze, applicate alle anime dei defunti, sono loro di un gran sollievo; e che se è vero, come è vero, che queste povere anime possono essere sollevate dalle preghiere, dalle elemosine, dalle mortificazioni e da altre buone opere dei fedeli viventi, possono essere molto più per l’applicazione che loro viene fatta dei meriti sovrabbondanti di Gesù Cristo, della Tergine SS. e di tutti i Santi, dai quali le indulgenze traggono la loro virtù ed efficacia infinita. – Ho detto sovrabbondanti: ed invero egli è certo che Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, per il valore infinito di qualsiasi sua più piccola azione, avrebbe potuto con una sola goccia del suo sangue riscattare non solo questo mondo, ma mille e mille altri ancora, ma che tutto ciò non bastando al suo amore infinito per noi, volle invece versarlo tutto; e soffrendo ogni sorta di dolori e di angosce nella sua passione e nella sua morte, volle rendere infinitamente copiosa e sovrabbondante la sua redenzione. Or questi meriti infiniti e sovrabbondanti di Gesù Cristo, questi meriti che eccedono di gran lunga il prezzo della nostra salute, non sono andati perduti, ma sono rimasti in eredità alla Chiesa. Così pure proporzionatamente dicasi dei meriti della Vergine SS. e dei Santi, meriti tutti che uniti a quelli di Gesù , formano il gran tesoro di Dio, divenuto il tesoro nostro. Le chiavi di questo tesoro sono in mano della Chiesa, la quale, come il servo fedele, ne cava a tempo il bisognevole e distribuisce le sante indulgenze che da quel solo procedono, e consistono appunto nell’applicazione di questi meriti di loro natura esuberantissimi a soddisfare a Dio di qual si sia debito seco contratto, fosse anche pei peccati del mondo intero. Egli è però necessario osservare che la Chiesa, nell’usare del suo potere per l’applicazione delle indulgenze ai defunti, non procede nello stesso modo che nell’applicarle ai vivi. Poiché quando essa concede un’indulgenza ai suoi figli viventi sulla terra, essendo essi ancora soggetti alla giurisdizione del Papa, usa del suo potere, dirò così, giudiziario, e l’applica loro per mezzo di assoluzione; mentre in Purgatorio, non potendo esercitare la sua giurisdizione, l’applica a quelle anime per modo di suffragio, pregando cioè Iddio a trasferire a vantaggio del tal defunto l’indulgenza guadagnata da uno dei fedeli viventi. Se Iddio poi accetti sempre ed integralmente questo suffragio, alcuni teologi lo negano, altri l’affermano; io però credo con molti autori che Egli si sia riserbato su questo punto la più ampia libertà, e quindi non dobbiamo mai riposare tranquilli per la liberazione di un’anima nelle indulgenze che le si applicano. Ecco, infatti, come a questo riguardo ragiona un teologo: « Iddio accetta Egli sempre il prezzo che gli è offerto, come riscatto della pena dovuta al peccato? È questa una cosa che non si può sapere, tanto più che non si è certi se i vivi hanno sempre adempiute tutte le condizioni prescritte per guadagnare l’indulgenza. La minima omissione basta per non lucrarla, e quindi per trasferirne il merito ai defunti. Perciò, benché si sia sovente applicato a un defunto un certo numero d’indulgenze anche plenarie, egli è possibile che abbia ancora bisogno d’assistenza; per il che è bene continuare ad applicargliene ».

III.

Delle indulgenze poi altre si dicono plenarie, e cioè che rimettono l’intera pena temporale dovuta al peccato, e queste soltanto il Sommo Pontefice le dispensa e per tutta la Chiesa; altre parziali, che ne rimettono cioè una parte soltanto, e queste possono dispensarle anche i Vescovi, nei limiti loro assegnati e solo nelle loro diocesi. Circa queste ultime bisogna premunirsi da un grave errore, qual è quello di credere che un’indulgenza, per esempio, di tre anni, equivalga ad una diminuzione di pena di tre anni di Purgatorio. Noi non conosciamo i rapporti del tempo con l’eternità e quindi un tal paragone sarebbe falso. Nell’idea della Chiesa un’indulgenza di tre anni corrisponde semplicemente a tre anni di quella penitenza canonica ch’essa imponeva nei secoli di fervore ai fedeli pentiti, ma non ad altrettanto tempo di Purgatorio. Comunque sia, grande deve essere la nostra fiducia nelle indulgenze, più grande direi che non nelle nostre soddisfazioni, perché del valore di queste possiamo con ragione dubitare, a causa della nostra debolezza; ma quanto alle indulgenze non possiamo dubitare né del valore dei meriti di Gesù, e di Maria SS. e dei Santi che ne formano il capitale, né dell’autorità della Chiesa nel distribuirle. Se vogliamo però che siano veramente giovevoli alle anime del Purgatorio, egli è necessario che ci troviamo nelle condizioni volute per guadagnarle, la loro efficacia dipendendo dalle disposizioni di colui che le applica, e fors’anco da quelle del defunto pel quale vengono applicate. E queste condizioni possono ridursi a tre:

1) Bisogna assicurarsi che l’indulgenza non solo sia stata dalla Chiesa veramente largita, ma sia ancora in vigore ed espressamente applicabile ai defunti; ed inoltre che noi abbiamo l’intenzione di applicarla a questi, perché altrimenti il frutto non va a vantaggio di quelle anime, ma resta solo a nostro profitto.

2) Bisogna eseguire a puntino le condizioni prescritte, nulla omettendo né cangiando, se si vuole che il valore dell’ indulgenza non diventi nullo, e ciò ancorché si facessero opere migliori di quelle prescritte. Per lucrare l’indulgenza plenaria ordinariamente si richiede la confessione e comunione; ma le persone che hanno l’abitudine di confessarsi ogni settimana, possono con questa confessione guadagnare tutte le indulgenze che durante i sette giorni s’incontrano, eccettuato soltanto il giubileo, che richiede una confessione speciale. Così con una sola comunione si possono guadagnare in uno stesso giorno più indulgenze plenarie, quantunque concedute in varie volte. Ordinariamente, per lucrare tali indulgenze, si ingiunge l’obbligo di recitare qualche preghiera secondo l’intenzione del Sommo Pontefice, la quale preghiera è a scelta del Cristiano, e può essere, per esempio, la stessa penitenza sacramentale.

3) Bisogna essere in istato di grazia, almeno nel momento in cui si fa l’ultima opera ingiunta, ed avere una ferma volontà di soddisfare più che sia possibile per le proprie colpe. La ragione si è che per applicare l’indulgenza al defunto occorre sia prima guadagnata da chi vuole applicarla; quindi se il fedele fosse in peccato mortale, sarebbe inutile lucrarla, perché solo quando la colpa del peccato è stata rimessa con l’assoluzione e che il peccatore è veramente deciso a fare penitenza, la Chiesa concede questo favore. Da ciò risulta che non è tanto facile guadagnare integralmente un’indulgenza plenaria, essendo necessario di non avere sull’anima il più piccolo peccato veniale od affezione al peccato veniale, ed essere dominati da un gran fervore di carità, da una contrizione generale e da uno spirito di vera penitenza; onde si è che molte volte, a misura delle nostre disposizioni, si lucra solo una parte di detta indulgenza; e quindi a volere estinguere i nostri debiti sarebbe necessaria almeno la riunione di molte indulgenze plenarie. Dal lato poi dei defunti pei quali si applicano bisogna:

1° Che essi siano realmente in Purgatorio;

2° Che Dio accetti realmente questa indulgenza, riserbandosi egli talvolta ampia libertà nell’applicarla.

* *

Così spiegato che cosa siano le indulgenze, e quanto sia la loro efficacia a prò delle anime dei nostri fratelli defunti, perché non ne approfitteremo noi più sovente a loro profitto e suffragio? Dal profondo del loro carcere di fuoco esse le attendono ardentemente dalla nostra carità, e noi non vogliamo essere così crudeli dal defraudarle nei loro desideri. Con un po’ di buona volontà e di attenzione quanto non ci sarebbe facile farlo nel corso della giornata! Rapita in ispirito, la beata Maria di Quito vide in una gran piazza una tavola piena d’oro e d’ogni specie di preziose gemme e udì una voce che gridava : « Il tesoro è alla disposizione di tutti, chi ne vuole ne prenda e se ne valga ». Questo tesoro era immagine del tesoro delle sante indulgenze, esposto in tutti i giorni, a benefizio comune dei fedeli, nella Chiesa. Immaginiamoci che anche per noi sia fatto questo invito, ed attingendo a piene mani a questo tesoro, vogliamocene abbondantemente servire a prò dei fedeli defunti. Imitiamo in ciò lo zelo delle anime pie, di cui ancor tante, la Dio mercé, vivono a giorni nostri, che si fanno un dovere di guadagnare il più gran numero d’indulgenze che possono, affine di spopolare per così dire il Purgatorio e mandarle al Cielo. – Si racconta di un bravo capitano polacco, esiliato a Roma, che passava una parte della sua vita a visitare le Chiese, nelle quali poteva guadagnare delle indulgenze per le anime dei fedeli defunti. Quando egli pensava di averne con le applicazioni di esse liberata una, metteva sotto la sua protezione e confidava alla sua assistenza una persona di sua conoscenza, sia amica, sia nemica, che egli conosceva aver bisogno di soccorsi spirituali. Qual beli’ esempio degno di essere imitato! Ed in così bella divozione questo uomo ammirabile passò gli ultimi anni di sua vita praticando la carità in uno stesso tempo e verso i morti e verso i vivi!

ESEMPIO: Efficacia delle sante indulgenze.

Il celebre Mons. Gaume per farci comprendere la follia di coloro che trascurano le indulgenze, mezzo tanto facile ed efficace per pagare i nostri debiti alla divina Giustizia e per metterci al sicuro dal Purgatorio od almeno abbreviarne le pene, ricorre al seguente paragone: « Io suppongo che ci rechiamo a visitare una immensa prigione, in cui sta rinchiusa, una moltitudine di disgraziati, carichi di pesanti catene. Essi sono tutti condannati a pene terribili; gli uni per dieci anni, gli altri per venti, altri ancora per quaranta. Il loro stato ci muove a pietà, per cui diciamo loro: « Il re nella sua bontà vuole abbreviare la durata delle vostre pene, od anche rimettervele interamente a condizione però che facciate tale preghiera, tale pratica di pietà, molto breve e facilissima. Se accettate, le porte della prigione vi saranno aperte; potrete rivedere i vostri parenti, i vostri amici, le vostre famiglie ». Vi sarà forse un solo prigioniero che vorrà rifiutare una condizione sì vantaggiosa e dolce? Ebbene, questi prigionieri siamo noi, debitori incapaci a pagare da per noi stessi i debiti con la giustizia di Dio: la prigione è il Purgatorio. Le pene di questo mondo sono un bel nulla paragonate a quelle che là si soffrono. Ci si propone di liberarcene a condizioni facilissime, e noi non vorremmo accettarle? o accettandole le soddisferemo con scandalosa negligenza? … E se un giorno noi dovremo languire per anni ed anni nelle fiamme del Purgatorio, non è che alla nostra colpa che noi dovremo attribuirlo ». Così il dotto autore, il quale per farci comprendere il valore delle indulgenze ricorre al seguente fatto, tolto dalle Cronache dei Frati Minori. Il Beato Bertoldo, celebre predicatore francescano, aveva ottenuto dal Sommo Pontefice dieci giorni d’indulgenza per chiunque intervenisse alle sue prediche. Un giorno che egli aveva eloquentemente parlato sull’elemosina, una nobile signora che rovesci di fortuna avevano ridotto alla più squallida miseria, si presentò a lui per esporgli il suo triste stato e scongiurarlo di venirle in aiuto. Il buon religioso le fece la risposta dell’Apostolo: « Io non ho né oro, né argento: ma quanto posseggo ve lo do di buon cuore. Per il bene delle anime che io sono chiamato ad evangelizzare, il Santo Padre mi ha dato il privilegio di accordare dieci giorni d’indulgenza a chiunque viene ad ascoltarmi; andate dunque da tal banchiere, fin ora più preoccupato dei beni di quaggiù che dei tesori spirituali, offritegli, in cambio della elemosina che vi farà, di cedergli pei suoi propri peccati i dieci giorni d’indulgenza che avete guadagnati stamattina: il Signore mi fa conoscere che vi accoglierà favorevolmente. Per fortuna i banchieri d’allora non somigliavano punto a quelli dei nostri giorni, altrimenti chissà mai con quali scoppi di risa non sarebbe stata ricevuta! Costui invece accolse con bontà la povera donna: « E quanto domandate voi in cambio dei vostri dieci giorni d’indulgenza? — Né più, né meno di quello che essi pesano posti sulla bilancia, rispose quella animata da una forza interna. — E così sia; disse il banchiere; e fatta venire una bilancia: « Scrivete, riprese, su d’un pezzo di carta i vostri dieci giorni d’indulgenza e mettetelo su d’un piattello; io porrò sull’altro un reale (piccola moneta spagnuola del valore di circa 27 centesimi). O prodigio! il piattello delle indulgenze non solo si sollevò, ma trascinò anche l’altro. Stupito il banchiere aggiunse un altro reale, e poi cinque, dieci, cinquanta, ma i due piattelli non si equilibrarono che quando arrivò appunto a quella somma che la poveretta necessitava per far fronte ai suoi impegni. Fu questa una buona lezione per quel banchiere, il quale da quel giorno imparò per propria esperienza a fare maggiormente caso dei tesori spirituali. Ma oh! quanto maggior caso non ne fanno le povere anime purganti, le quali per la più piccola indulgenza darebbero volentieri tutto l’oro del mondo.

OTTAVARIO DEI MORTI (8); Il Purgatorio e l’amore

OTTAVARIO (8)

TRATTENIMENTO XXII.

Il purgatorio e l’amore. 

[L. Falletti: I nostri morti e il purgatorio; M. D’Auria Ed. Napoli, 1924 – impr. -]

Sommario — Triplice amore — Amor di Dio, amor di padre — Bando alle lagrime — Amor delle anime purganti — Sete di sofferenze per compenso del peccato—Amor dei viventi—Efficace ricordo — L’amor più potente — Esempio.

Allorquando si parla del Purgatorio, e si descrivono le pene terribili alle quali sono condannate le anime che non hanno ancora completamente pagati i debiti contratti con la divina Giustizia, egli è impossibile non sentirsi invadere l’animo da un sentimento di terrore e di spavento. Non devesi però esagerare e tanto meno parlare del Purgatorio e dei tormenti che vi si soffrono unicamente per gettare lo spavento negli animi, poiché se questo carcere di espiazione, secondo gli insegnamenti della fede, è un luogo di supplizi e di fuoco, non è men vero che vi ha pure qualche cosa che lo trasfigura ai nostri occhi, additandocelo come una sublime invenzione della carità divina. Dopo il cielo infatti, in quale altro luogo si incontra, in un grado più eminente, l’amore in tutto ciò che ha di più puro e di più generoso? E quando dico amore, io intendo, in realtà, un triplice amore: l’amore di Dio che l’ha fatto, l’amore delle anime che in esso sono racchiuse e vi soffrono e l’amore dei Cristiani che ne addolciscono e ne abbreviano le pene. Considerato sotto questo aspetto, non è egli vero che il Purgatorio perde tutto quanto ha di terrificante e di spaventoso e fa nascere invece nei nostri cuori i più dolci e consolanti pensieri? Quantunque questi pensieri, più o meno esplicitamente, siano stati già da noi espressi negli altri trattenimenti, nondimeno crediamo opportuno insistervi in modo speciale in questo trattenimento, a maggiore consolazione delle anime nostre e come conclusione di quanto da noi è stato detto in questa seconda parte.

I.

Sì, non si può negare che è la giustizia divina che ha scavato i profondi abissi del Purgatorio e vi ha acceso le fiamme espiatici, ma nono stante ciò non è contro verità il dire che questo luogo di purificazione, più che non opera della giustizia, è opera della misericordia e dell’amore. E non è difficile il capirlo. La Chiesa, interprete infallibile delle Sacre Scritture, insegna che nessuna anima potrebbe essere ammessa in Cielo, qualora avesse ancora qualche colpa da espiare, qualche debito da pagare, qualche macchia da purificare. Ora, tenuto conto della povera nostra natura piena d’imperfezione e di miseria e data la fragilità umana, come è egli mai possibile che siano numerose le anime, che, perdonate di tutte le loro colpe, sono riuscite a soddisfare la divina giustizia sino all’ultimo quadrante? Le anime che lasciano questo mondo interamente pure, senza un granello di polvere, senza una macchia che deturpi la loro bellezza? Ahimè! diciamolo pur francamente, quelle che così si presentano innanzi al tribunale di Dio non sono che gloriose e rarissime eccezioni. Le altre, quelle cioè che portano con loro nell’altra vita colpe leggiere, oppure non hanno offerto per le loro iniquità già perdonate che espiazioni insufficienti, costituiscono il più gran numero. E che addiverrà di esse? Se nulla di macchiato potrà entrare in Cielo, si dovrà, come già un dì gli Apostoli inquieti ed agitati, innalzare verso Dio questo grido: «Ma dunque, o Signore, chi mai potrà andar salvo? Quis poterit salvum fieri »? Oh! certamente, così pur troppo sembrerebbe dover essere, stando alla realtà delle cose; ma consoliamoci ! Iddio nel suo grande amore non ci ha ridotti a questa dura estremità di essere per sempre esclusi dal Cielo, se non siamo trovati pienamente degni di entrarvi nel punto di nostra morte. Egli che ha messo in sulle labbra di uno dei suoi profeti questa parola consolante: Io non voglio la morte del peccatore, Egli, dico, ha stabilito come una specie di transazione tra la sua giustizia e la sua bontà, la quale permette all’amore di avere l’ultima parola, e di riportare il trionfo finale. E questa transazione, che viene dal suo cuore, è appunto il Purgatorio. In esso vi hanno senza dubbio fiamme e bracieri ardenti, v’hanno tormenti che oltrepassano ogni immaginazione creata ed a petto dei quali tutti i tormenti di quaggiù non sono che un’ombra; ma nonostante ciò noi siamo sicuri che Dio non per altro castiga, se non perché egli ama. Ed infatti è il suo amore che gli riavvicina le anime che il peccato gli aveva allontanato; è il suo amore che le corregge delle imperfezioni della terra; è il suo amore che le rifa, le purifica, le abbellisce attraverso il fuoco. È ancora questo amore che loro toglie poco a poco tutte le macchie che le coprivano, e quando l’opera di espiazione sarà ultimata, ah! il suo amore non avrà più ritegni, chiamerà queste anime che sono diventate degne di lui ed hanno finalmente ottenuto di essere ammesse alle sublimi estasi della visione beatifica, loro spalancherà le porte del Cielo, ove le farà partecipi di tutti i beni di gloria. – Ecco che cosa è il Purgatorio! Oh! egli ha adunque ben ragione il celebre P. Faber di chiamare il Purgatorio l’ottavo Sacramento. Non sono infatti i Sacramenti prove tangibili dell’amore di Dio verso di noi? Ora vedendo Iddio che a moltissimi, per colpa loro, i Sacramenti che purificano sulla terra non bastano a conferire loro quella purità perfetta che Egli richiede, ha istituito questo ottavo Sacramento che completa meravigliosamente l’opera degli altri Sacramenti. Egli è vero che i Sacramenti che riceviamo in vita sono mezzi dolcissimi di purificazione, mentre il Purgatorio è un mezzo terribile e doloroso, ma ciò non impedisce che sia egualmente un effetto del suo amore. – Consoliamoci pertanto nel considerare queste verità, e per quanto impenetrabili siano i segreti della giustizia divina, rassicuriamoci sulla sorte dei nostri cari, pensando al Purgatorio. Quante volte forse, evocando alla nostra memoria il loro ricordo, non ci siamo domandati: « Quel padre, quella madre, quel fratello, quella sorella, quello sposo, quell’amico che la morte ci ha strappato all’improvviso, saranno andati salvi?» Ed ecco che una voce, la voce della Chiesa, si fa sentire al nostro cuore angosciato e ci dice: « Oh! si, confidate; quand’anco quell’anima che voi piangete fosse arrivata in punto di morte dopo molti traviamenti e carica di colpe, nondimeno se in quell’ora suprema si è ricordata di Gesù Cristo, e l’ha intravvisto, in un lampo, con la sua croce santa, e l’ha chiamato in suo soccorso, sì, ella è salva! L’amor di Dio ha accettato il suo pentimento, le ha fatto grazia, l’ha strappata agli abissi eterni, l’ha inviata in Purgatorio, ove non solo ella potrà nelle fiamme soddisfare tutti i suoi debiti, ma ancora imparerà, in mezzo ai suoi tormenti, ciò che non sapeva più fare quaggiù: benedire cioè ed amare la mano che la castiga ».

II.

Sì, così è, poiché il secondo amore che troviamo nel Purgatorio è l’amore delle anime che vi soffrono. Egli è di fede che ogni peccato domanda, esige una riparazione che gli si proporzionata: ora la riparazione naturale del peccato, sarebbe precisamente la soppressione del piacere che si è provato. Ma siccome non è in potere di alcuno sopprimere questo piacere, poiché già fu consumato nel suo stesso godimento, così è necessario ricorrere ad altro mezzo; e questo mezzo sarà appunto la sofferenza, la quale, essendo radicalmente opposta al piacere, diventa per questo fatto, di fronte alla legge divina violata, come un equo compenso dell’oltraggio arrecato. E non è forse ciò che c’insegna il Vangelo, ci dice anzi l’esempio stesso di Gesù Cristo? Disceso dal Cielo in terra il Figliuolo di Dio per riconciliare l’umanità colpevole col Padre suo, che altro mai ha fatto Gesù, in riparazione dei nostri falli, se non attirare su di sé tutti i dolori? Egli volle sì strettamente abbracciare la sofferenza da assumerla come compagna amata ed inseparabile di tutta la sua vita fino a volere morire tra le sue braccia, ottenendo in tal modo che fosse meglio compresa e per conseguenza meglio gustata nel mondo. Ed infatti lo fu; come ben ce lo dice lo spettacolo magnifico che ci presenta, dal dì della sua morte, lo stuolo innumerevole di anime eroiche e generose che, attraverso i secoli e presso tutti i popoli, non solo accettarono silenziosamente la sofferenza ma ancora la vollero e la ricercarono con tanto amore e con tanta passione da lamentarsi con Dio di non avere di che soffrire abbastanza a seconda dei loro desideri. « O patire o morire: patire e non morire » non fu forse questo il grido di tante anime sante? Ma se così pensarono ed agirono anime ancora prigioniera nei vincoli della carne, che cosa non bisognerà dire delle anime del Purgatorio che, sciolte da ogni legame terreno, non sospirano che al Cielo, e totalmente immerse negli splendori dell’eternità, hanno una piena intelligenza delle operazioni sublimi del dolore? Ah! certamente, non è senza provare un senso di viva compassione che ci facciamo a considerare i tormenti che soffrono; non si è senza sentirci straziare il cuore che ascoltiamo le loro grida imploranti pietà: « Miseremini mei, saltem vos amici mei!»: non dobbiamo però dimenticare che sotto i colpi della giustizia divina, per quanto violenti possano essere, le anime vibrano di ardente amore. Avendo offeso Dio durante il loro terrestre pellegrinaggio, avendo ferito il suo cuore sì tenero e misericordioso, non hanno ora altra preoccupazione che liberarsi dalle colpe che pesano su di esse e perciò da se stesse, spontaneamente e liberamente, si assoggettano e si abbandonano anzi alla giustizia vendicatrice dell’onore di Dio: invocano, reclamano i castighi che hanno meritato, domandano con gioia di bere la coppa del dolore fino all’ultima stilla. – Di più queste povere prigioniere, allo splendore soprannaturale dell’altro mondo, vedono le macchie che ancora le coprono e deturpano la loro bellezza. In tale stato come potrebbero presentarsi innanzi alla Maestà infinita di Dio ? No, egli è impossibile; che, dice S. Caterina da Genova, « si getterebbero più presto in mille inferni che trovarsi così macchiate in presenza di quella divina Maestà »; ed ecco quindi l’amore, che tutte le tiene e possiede, spingerle maggiormente ad inabissarsi nelle fiamme che hanno la virtù di purificarle. In quella guisa che l’oro si purifica nel crogiuolo e nel fuoco, così queste anime domandano di essere bruciate, consumate nell’incendio del Purgatorio, tanto si sentono appassionate di ritrovare l’innocenza e la bellezza che le renderanno degne del Cielo. Questo era il pensiero della Santa sopra citata: «Ah! diceva ella, le anime del Purgatorio soffrono le loro pene con tanta gioia che per nulla al mondo vorrebbero che loro ne fosse tolto il minimo atomo…. Il fuoco dell’amore è in esse sì vivo, sì violento che si precipiterebbero con gioia in un Purgatorio mille volte più terribile di quello che soffrono, se esse potessero in questo modo sopprimere più presto l’ostacolo che le impedisce di seguire il loro slancio verso Dio e di unirsi a lui. E se non trovassero questa ordinazione, atta a levar loro tale impedimento, si genererebbe in loro un inferno peggiore del Purgatorio, vedendo di non potersi accostare ed unire al loro fine, Iddio, il quale importa tanto che, in comparazione, il Purgatorio lo stimano quasi niente». Oh! non è egli adunque vero il dire che l’amore brucia e consuma di più queste anime sante che non tutte le fiamme del Purgatorio?

III.

Il terzo amore che troviamo nel Purgatorio è il nostro, quello cioè che testimoniamo noi alle povere anime che vi sono prigioniere. È insegnamento comune della Chiesa che noi possiamo mitigare ed abbreviare i loro tormenti; epperò siamo invitati a procurarci con le nostre preghiere e colle nostre buone opere il più gran numero di meriti che possiamo per pagare i loro debiti e così aprire loro le porte del Cielo. Quanto non li abbiamo amati i nostri cari defunti, quando godevamo ancora della loro presenza! Quante dimostrazioni d’affetto, quante dolci carezze, quante cure amorose, quanti amabili sorrisi non abbiamo avuti per essi! E quando la morte ce li strappò dal nostro seno, quanto non abbiamo sofferto, e quale strazio non provò il nostro cuore! Le nostre lagrime bagnarono le loro fredde spoglie, e i nostri gemiti, i nostri sospiri, le nostre preghiere li accompagnarono fino alla loro ultima dimora, ove in pace, in terra santa, sotto la guardia vigile della Chiesa aspettano la loro Risurrezione. Ed ancora oggidì, benché molti anni siano forse passati, e la morte sia riuscita a ridurre il loro corpo in polvere nel sepolcro, nulla ha potuto impedire che vivessero ancora nel nostro pensiero, nel nostro cuore. Orbene non basta che noi rimaniamo fedeli alla loro memoria, che conserviamo un culto per tutto ciò che di loro ci rimane, per la tomba che ricopre i loro resti mortali, per gli oggetti che loro hanno appartenuto e che non possiamo mirare o toccare senza portarli religiosamente alle labbra, come si fa per preziose reliquie; egli fa pur d’uopo che il nostro amore sorvoli le distanze che li separano da noi e se ne vada a cercarli fin nel carcere del Purgatorio, dove soffrono. Se durante il loro vivere mortale era per noi una gioia indicibile e soave, quando vedevamo che avevano bisogno di noi e del nostro aiuto, l’affrettarci a rendere loro i mille servizi che aspettavano dalla nostra amicizia, il prevenirli anzi nei loro più piccoli desideri, oh! Perché non faremo noi altrettanto e di più ancora, sapendoli nella più profonda afflizione e bisognosi del nostro soccorso; soccorso che ad alte grida e con la voce della Chiesa reclamano da noi? – In Purgatorio, in mezzo a fiamme ardenti che le divorano, le anime si trovano in preda a tormenti spaventosi: oh! sia il nostro amore che spanda su di loro la grazia refrigerante, i meriti infiniti del sangue di Gesù, che procuri loro il gran bene dell’eterno riposo. In Purgatorio, come mestamente cauta la Chiesa nell’Uffizio dei morti, esse si trovano come in una terra di miserie e di tenebre : terram miseriæ et tenebrarum, ebbene sia il nostro amore che faccia risplendere la visione del Cielo. In Purgatorio sono torturate dalla fame e dalla sete di Dio, e con accenti più dolorosi che non quelli di Assalonne, scacciato da Davide, vanno gridando: Ah! se io potessi vedere il padre mio! Ma Iddio le respinge, e non le vuole alla sua presenza fino a tanto che le fiamme espiatrici non avranno compito l’opera della loro purificazione. Ecco il loro più grande tormento: sapere che Iddio è loro così vicino, desiderarlo con tanto ardore, ed intanto non poterlo godere! Quale strazio! E mentre Dio fa là delizia dei Santi in cielo, ed in sulla terra si lascia accostare nei nostri tabernacoli, discende nei nostri cuori per consolarci, per benedirci, laggiù nel Purgatorio si nasconde, e sembra fuggire dinanzi alle suppliche che lo invocano. Ebbene sia il nostro amore che faccia loro la più grande, la più bella, la più sublime elemosina, che sola potrà pienamente soddisfarle e riempirle di gioia, l’elemosina di dare loro Iddio col dare loro il Paradiso.

* *

Resta così spiegato, come il Purgatorio, questo luogo che attira la nostra compassione, sia il convegno meraviglioso di un triplice amore, che abbellendo co’ suoi raggi luminosi questo carcere di espiazione e dissipandone in certo qual modo le tenebre, fa sì che possiamo considerarlo piuttosto come opera di carità infinita che non di giustizia. Ma se mirabile è l’amor di Dio, mirabile l’amore delle anime, oh! conveniamone: soltanto il nostro amore, quando erompe veramente dal cuore e si estrinseca in preghiere, in espiazioni, in buone opere è capace di aprire le porte degli eterni tabernacoli. Ed essendo di ciò convinti, saremo noi così crudeli da rifiutare a quelle anime doloranti, che pur tanto ci amano, questo nostro amore più giovevole a loro che non tutti i tesori del cielo e della terra? No, così non sarà; e in uno slancio d’amore diciamo loro: Noi vi amiamo, anime dilette e sante, e perché vi amiamo pregheremo, soffriremo, espieremo per voi. Noi lo sappiamo che tutti i vostri sospiri tendono unicamente al Cielo: sarà la nostra più grande gioia il pensare che dovrete al nostro amore il potervi entrare. Noi ne abbrevieremo il tempo fissato nei decreti della giustizia divina, e vi riuniremo a quel Padre che tanto vi tarda di vedere e di possedere. Sì, noi saremo col nostro amore i vostri introduttori nei gaudi eterni del Cielo; ma alla vostra volta voi ci coprirete coi meriti della vostra santa vita, affinché ancor noi un giorno possiamo raggiungervi e gustare in vostra dolce compagnia, tra le braccia e sul cuore di Dio, le gioie e felicità eterne.

ESEMPIO: La Beata Maria degli Angeli.

Esempio mirabile di devozione e di amore ardente verso le anime del Purgatorio fu la Beata Maria degli Angeli, carmelitana scalza di Torino, morta in sul principio del secolo XVIII. Sapendo quanto queste povere anime sono teneramente amate da Dio, e conoscendo d’altra parte quanto triste non sia il loro stato e quanto Grande non siano le loro sofferenze, non v’era cosa che ella tralasciasse per sollevarle e consolarle. Preghiere, digiuni, penitenze, nulla trascurava per raggiungere uno scopo sì cristiano, e non contenta d’impiegarvisi ella stessa, cercava ancora di stimolare ad un opera sì bella le sue consorelle e le persone secolari di sua conoscenza. Per essere in grado di far celebrare il più gran numero di Messe in loro suffragio, non badava a sacrificio alcuno e sovente la si vedeva stendere la mano ai ricchi, e darsi a lavori faticosi per raggranellare l’elemosina necessaria. Durante il tempo del suo priorato avvenne una notte che, cedendo ad uno slancio di fervore verso le povere anime, promise di far celebrare tutti i mesi cinque Messe in loro suffragio, fino a tanto che durasse in carica. Ma avendo al mattino comunicata questa sua promessa alle suore, queste le fecero osservare che il suo desiderio non poteva essere soddisfatto a causa dell’estrema povertà della loro comunità. Iddio però volle venire in aiuto della generosa priora in una maniera prodigiosa. Nel corso della giornata uno sconosciuto venne a trovarla; senza tanti preamboli le disse che egli era solito far celebrare un gran numero di Messe e che erasi sentito inspirato ad offrirle una elemosina, affinché ella ne facesse celebrare cinque ogni mese, lasciandole tutta la libertà di disporne l’intenzione a suo compiacimento. — Maria degli Angeli spingeva la sua carità verso le anime purganti fino al punto di offrirsi ella stessa a pagare per esse. Un anno, alla vigilia della Natività di Maria, manifestò alle sue suore il desiderio che tutti digiunassero con lei a pane ed acqua pel riposo dei poveri defunti. Tutte accettarono di gran cuore questo desiderio della madre loro; ma il confessore, per sue ragioni speciali, non permise loro di seguire questo fervore. Ora avvenne che la beata fu d’un tratto colta da un eccesso di febbre sì violento, che durante tutto il giorno ebbe a soffrire violentissimi dolori. Al giorno seguente le comparve un grande stuolo di anime che drizzando il volo verso il cielo la ringraziarono. Dio permetteva sovente che le anime del Purgatorio venissero a trovarla per domandarle suffragi, e, tra le altre, come ella stessa racconta, vi fu anche l’anima di Carlo Emanuele II, duca di Savoia.—Il 7 Settembre 1714, la Beata fu assalita da sì gravi sofferenze, che si vide ridotta ad una specie di agonia. Nel bel mezzo di questa crisi, del resto da Lei predetta, ebbe un’estasi in cui la si udì conversare con persone invisibili. Chiamato d’urgenza il P. Luigi di S. Teresa, suo direttore, venne da lui interrogata, stando sempre in estasi: « Con chi conversavate voi? le domandò.—Con una moltitudine d’anime del Purgatorio.— Tra esse ve n’ha che voi conoscete ?—Alcune si, altre non le conosco.— Ebbene, riprese il Padre, coraggio, riprendete i sensi, guarite, anche domani farete la santa Comunione, per ottenere la liberazione di queste anime ». La serva di Dio eseguì fedelmente quest’ordine; senza difficoltà poté comunicare il giorno seguente, ed in un’altra estasi che ebbe le fu dato di vedere volarsene al Cielo gran numero di quelle anime che con lei avevano conversato la sera prima.

OTTAVARIO DEI MORTI (7): Il Dogma del Purgatorio conforme alla ragione ed al cuore.

OTTAVARIO (7)

TRATTENIMENTO XVII.

Il Dogma del Purgatorio conforme alla ragione ed al cuore.

[L. Falletti: I nostri morti e il purgatorio; M. D’Auria Ed. Napoli, 1924 – impr. -]

Sommario — Che ci dice la ragione? — Tre sorta di anime che escono da questo mondo — Obbiezioni dei Protestanti — Dogma consolante — Risponde ai sentimenti del cuore — Dogma vantaggioso alla Società — Esempio.

È troppo importante il dogma dell’ esistenza del Purgatorio; e noi, per dimostrarlo, abbiamo presentati argomenti che ci somministrano le Sacre Scritture, la tradizione, la credenza universale dei popoli. Certamente sono dessi i più convincenti, ma nulla impedisce che noi ricorriamo anche ad altri, i quali, benché di minor importanza, non sono meno persuasivi e capaci di rafforzare la nostra fede in tanto dogma. E non è forse vero che quanto più radicata sarà nel cuore e nella mente la nostra credenza in questo consolantissimo dogma, tanto più eziandio ci sentiremo portati a suffragare le povere anime gementi in quel carcere tenebroso, e moltiplicare quindi in loro favore le nostre opere di pietà? Dimostreremo pertanto brevemente che il dogma del Purgatorio non solo è in piena armonia coi sentimenti più legittimi del cuore umano, ma è ancora totalmente conforme ai dettami più severi della ragione, ed è un domma vantaggioso alla Società.

I.

Chi non conosce la celebre espressione di Mons. Besson che dice « che la ragione, in mancanza della fede, ha inventato il Purgatorio, il quale non è altro che una transazione tra la giustizia e la misericordia di Dio? Sì, basta la ragione sola per persuadere l’intelligenza umana che fa d’uopo essere degno e puro per comparire innanzi al più degno e puro di tutti i giudici, e che se noi non facciamo in questo mondo una penitenza completa, prima di morire, ci sarà imposta nell’altro, per ogni offesa una punizione, per ogni torto una riparazione, per ogni macchia una purificazione ». « La ragione umana, dice un altro autore, riconosce che vi avranno nell’altra vita delle pene temporanee, e che coloro che avranno vissuto malamente, non potranno, dopo morte, riparare altrimenti i loro falli che per mezzo della sofferenza ». – E queste affermazioni, fondate sulla natura istessa della giustizia divina, ci persuaderanno maggiormente per poco che noi ci facciamo a considerare che di tre sorta possono essere le anime al termine della vita. Anime interamente belle e giuste, anime interamente brutte e peccatrici, anime non ancora pienamente belle e giuste, ma non brutte, né ricoperte di peccato mortale. Ora la ragione ci dice chiaro che è cosa al tutto conforme ad un Dio giusto, che le anime interamente belle, che non hanno né la più piccola macchia, né il più piccolo debito con Dio, passando di questa vita, se ne vadano subito al paradiso. La ragione ci dice altresì essere al tutto conforme a un Dio giusto, che le anime interamente brutte e ree di peccato mortale, sorprese in questo stato dalla morte, se ne vadano subito all’eterna dannazione. Ma che sarà mai di quelle anime, che, pur passando da questa vita all’altra nella grazia di Dio, portano con sé delle colpe veniali, che noi chiamiamo leggere in confronto delle colpe mortali, ma che tuttavia offendono la purissima e santissima Maestà di Dio, colpe che furono commesse pur troppo, il più delle volte, in grande quantità, e delle quali non c’ è stato alcun pentimento e tanto meno alcuna penitenza? E di quelle anime che pure uscendo da questo mondo in grazia di Dio, non di meno nel corso della vita trascorsa commisero dei gravi peccati, dei quali, sebbene abbiano da Dio ottenuto il perdono per il pentimento che ne ebbero e per la confessione che ne fecero, tuttavia non compirono tutta quella penitenza, che a quelle colpe era dovuta per soddisfare pienamente la giustizia divina? Come pure di quelle che, passando anch’esse da questa vita, in grazia di Dio, furono tuttavia grandi peccatrici sino agli ultimi loro istanti, giacche furono anime di nemici dichiarati e di persecutori aperti della Chiesa Cattolica, anime di ladri e di assassini famosi, anime di uomini disonesti e scandalosi, anime talora di duellanti e di suicidi, e che in ultimo tocche dalla grazia di Dio, che più potente si fece sentire negli estremi loro momenti, si sono convertite e si sono pentite delle loro colpe, ma non tuttavia con quella contrizione perfetta, che cancella dall’anima ogni macchia e rimette al peccato ogni pena, non solo la eterna, ma eziandio la temporale? – Or bene tutte le anime, passate di questa vita in una di queste condizioni, quale sorte incontreranno? Entrando nell’eternità non del tutto monde, e non senza debiti ancora da soddisfarsi all’eterna Giustizia, dove andranno queste anime? In Paradiso? No certamente, perché in cielo non entra niente di macchiato. Nell’inferno no, perché sarebbe contrario alla divina giustizia, che condannando all’inferno queste anime verrebbe ad infliggere la stessa pena eterna tanto a chi ha commesso peccati mortali, come a chi ne ha commesso solo dei veniali, tanto a quelli che sono morti senza pentirsi dei loro peccati, come a coloro che sono morti pentiti e perdonati dei peccati loro. La ragione vuole adunque, che per conservare a Dio l’indispensabile perfezione della giustizia, oltre al Paradiso per le anime interamente giuste, oltre all’inferno per quelle interamente malvagie, vi sia un luogo od uno stato di mezzo per quelle che, passando di questa vita in grazia di Dio non hanno tuttavia quella perfetta purità, che si richiede per entrare in cielo; luogo o stato in cui vadano a purificarsi delle loro colpe veniali o ad espiare la pena temporale dovuta alle loro colpe e veniali e mortali; luogo o stato nel quale restino, sino a che sotto l’azione dei patimenti accettati con amore, si siano rese pienamente belle ed abbiano pienamente soddisfatta la divina giustizia. In altri termini la ragione stessa esige che vi sia il Purgatorio, il quale perciò è al tutto ragionevole e conforme ai suoi dettami. E siffatto argomento, per dimostrare l’esistenza del Purgatorio, è di tale eloquenza che S. Francesco di Sales lo chiama invincibile e di esso si serve per combattere i protestanti. «Vi hanno peccati, dice egli, che posti a confronto con altri, sono leggieri e non rendono l’uomo meritevole dell’inferno: se dunque l’uomo muore con questi peccati che ne sarà di lui? Il Paradiso non riceve nulla di contaminato, l’inferno è un castigo irrimediabile, che non è dovuto a questi peccati remissibili; ne segue dunque necessariamente che saranno rimessi in Purgatorio, da cui l’anima una volta purificata prenderà il volo pel Paradiso ». – Ma a questo punto insorgono i nemici del dogma del Purgatorio e per infermare e distruggere la forza di questa semplicissima dimostrazione dicono: « Sia pure che certe anime nel passare di questa vita abbiano ancora dei peccati da scontare e non possano per tal ragione entrare in cielo, ma forse che la misericordia di Dio non può, per i meriti infiniti della copiosa Redenzione di Gesù Cristo, cancellare essa di un tratto tutte le reliquie del peccato, che si trovano in tali anime, e perdonare senz’altro ogni pena temporale ad esse dovute? » Non neghiamo che, assolutamente parlando, Iddio potrebbe far ciò: « ma allora bisognerebbe pensare, notiamo col Carmagnola, che Egli esercita per tal guisa la misericordia sua a scapito delle altre sue perfezioni, soprattutto della sua santità, della sua sapienza e della sua giustizia. Ed in vero un Dio sommamente santo deve dimostrare col fatto quanto Egli odi la colpa, non solamente quella che è grave, ma eziandio quella, che a noi pare leggiera e che, essendo pure veniale, cioè perdonabile va tuttavia sempre a fare un affronto alla sua santità infinita. Un Dio sommamente sapiente deve dimostrare che regola con sapienza la vita morale dell’uomo, in quanto che non intende per nessun lato di lasciargli la facilità di peccare anche leggermente, ciò che certamente avverrebbe, qualora, al termine della vita dell’uomo, non punisse le colpe benché leggiere, che l’uomo non ha punito egli nella sua vita. Un Dio sommamente giusto deve dimostrare che, come pesa tutte le opere buone, anche le più piccole, anche un solo bicchier di acqua dato per amor suo, affine di premiarle tutte, così deve pesare tutte le azioni cattive, anche le più piccole, anche una parola oziosa, per punirla ».

II.

Il dogma del Purgatorio non è soltanto ragionevole, desso è ancora pieno di consolazione per i cuori amanti, desolati per la separazione di persone che erano loro care e che hanno portato il loro affetto nel sepolcro. Qual cosa di più consolante infatti pel cuore di un amico che ha perduto un altro se stesso nella persona dell’amico? Qual cosa di più consolante pel cuore di un padre o d’una madre ai quali una morte inesorabile ha rapito un figlio, che essi amavano più che non la pupilla degli occhi loro? Qual cosa di più consolante pel cuore d’un figlio che si vede orbato d’ un padre, d’una madre diletti, di cui sapeva apprezzare la tenera affezione? Qual cosa di più consolante pel cuore d’un fratello, d’una sorella che hanno avuto il dolore di perdere un fratello, una sorella che faceva la gioia della loro vita? Qual cosa di più consolante per una sposa che si è visto togliere uno sposo, oggetto del suo più tenero affetto? Qual cosa, diciamo noi, di più consolante per tutti i cuori, afflitti ed ulcerati dal dolore di potere dire a se stessi: « Sì, noi possiamo ancora beneficare coloro che piangiamo, mitigare le loro sofferenze, dato che essi ancora ne fossero soggetti, ed anche farle del tutto cessare ». Qual cosa di più consolante finalmente che poter ripetere a noi stessi: « Noi sappiamo, sì che coloro che noi piangiamo non hanno vissuto abbastanza santamente per essere ammessi nel regno dei beati, ma le nostre buone opere e le nostre preghiere possono andare a raggiungerli in quel carcere tenebroso, in cui le ritiene prigioniere la divina Giustizia fino a tanto che non abbiano soddisfatto i loro debiti, e metterli in possesso degli eterni gaudi ». « La devozione verso i morti, esclama a questo proposito il P. Felix, non è solamente la espressione d’un dogma e la manifestazione di una credenza, ma è ancora un incanto della vita, una consolazione del cuore. Di tutte le mutilazioni che il protestantesimo ha fatto subire all’integrità della dottrina e del culto cattolico, la più strana ed inconcepibile è senza dubbio quella che, sopprimendo la preghiera ed il Sacrificio per i fedeli defunti, rompe quel sacro vincolo che ci unisce anco dopo la morte a coloro che amammo durante la loro vita. E così la pretesa Riforma ha voluto mostrare con questa fredda negazione, che essa non è la religione invocata dal nostro cuore. « Cosa havvi infatti di più soave al cuore, che questo culto pietoso, che ci riattacca alla memoria ed alle sofferenze dei morti? Credere all’efficacia delle preghiere e delle buone opere in sollievo di coloro che abbiamo perduto; credere che quando si piange su di essi, quelle lagrime versate possano ancora sollevarli; credere finalmente che, anche nel mondo invisibile che essi abitano, il nostro amore può ancora visitarli coi suoi benefici: qual dolce, quale amabile credenza! Ed in questa credenza, quale consolazione per coloro, che han veduto entrare la morte sotto il loro tetto e colpire tutti gli affetti del loro cuore! Se questa credenza e questo culto non esistessero, il cuore umano, il cuore, mercé la voce dei suoi più intimi bisogni e dei suoi più nobili sentimenti, dice a tutti coloro che lo comprendono, che bisognerebbe inventarli, se non per altro, almeno per mettere la dolcezza nella morte e l’incanto sin anco nei nostri funerali. Infatti, nessuna cosa meglio trasforma e trasfigura l’amore che prega sopra una tomba o piange vicino ad un feretro, quanto questa devozione alla memoria ed alle sofferenze dei morti. Questa fusione di religione e di dolore, di preghiera e di amore, ha un non so che di squisito e di tenero insieme. Il dolore che piange, diviene l’ausiliario della pietà che prega; la pietà, alla sua volta, diviene per il dolore l’aroma più delizioso, e la fede, la speranza e la carità non si armonizzano mai meglio che qui per onorare Dio, consolando gli uomini, o per mettere nel sollievo dei morti, il conforto dei vivi ».

III.

Oh! quanto dolce e consolante non è pertanto la credenza nel Purgatorio. Quand’anco non avesse altro vantaggio che tenere uniti i viventi coi morti e conservare in sulla terra l’amore ed il ricordo per quelli che più non sono, sarebbe già degna di tutta la nostra ammirazione; ma non si limita soltanto a ciò, a ricordare cioè che i vincoli che ci legavano in vita ai nostri cari trapassati non sono totalmente rotti; c’insegna ancora che noi possiamo soccorrerli ed aiutarli colle nostre buone opere, anche dopo morte, contribuendo così a farceli di continuo ricordare. Mentre pregheremo per le anime loro, non ci sembra forse che noi continuiamo a vivere nella loro società, a vederli, a conversare con loro? È desso, questo dogma consolante, che toglie al sepolcro il suo orrore, alla morte il suo impero, alla separazione corporale la sua amarezza. «Ma provatevi, dice un moderno autore, a togliere questa soave credenza; ahimè! voi toglierete in uno stesso tempo all’uomo quella dolce sensibilità che con tanto abbandono si riversa sui morti, voi inaridirete nel cuore di coloro che vivono ogni sentimento di tenerezza e d’amore: il figlio dimenticherà il padre, la figlia la madre, lo sposo la sposa. Invece con essa voi perpetuerete i vostri ricordi, il vostro affetto; voi renderete dolce la separazione della morte, obbligherete il fratello a pensare al fratello, l’amico all’amico; restituirete la fiducia a coloro che l’hanno perduta nel momento del supremo addio, perché insegnerete loro che possono, anche dopo morte, fare del bene all’oggetto dei loro rimpianti». – Quanto pertanto non sono da compiargersi gli eretici! È vero che al pari di noi possono pensare ai loro amici morti, ma non possono né aiutarli, né esserne aiutati. L’eretico nulla ha in lui che possa sfidare la morte, e la sua amicizia forzatamente muore quando muore il suo amico. Non è certo lui che potrà ripetere quello che diceva un buon padre di famiglia, al quale una terribile disgrazia aveva strappato la moglie e sette figli: « Io non ho punto cessato, esclamava nella forza della sua fede, le mie relazioni intellettuali coi miei cari; io li consulto: il cuore, che è diventato il solo organo, vede le loro risoluzioni, sente le loro risposte! » Ma v’ha di più ancora: se il dogma del Purgatorio è così consolante relativamente ai defunti, non lo è meno relativamente ai viventi, specialmente in punto di morte. Qual sorgente invero di pure e sante consolazioni non è mai desso per le anime veramente cristiane! Lo è anzitutto per le anime sante, alle quali permette di essere tranquille sulla loro eterna salute, senza essere condannate all’orgoglioso pensiero di credersi perfettamente pure. « Come è dolce il morire, esclama S. Francesco di Sales, la testa appoggiata ai due sicuri guanciali, quali sono l’umiltà e la confidenza! » L’anima giusta, può dire a Dio: « Signore, io ho molto peccato, lo so; ma io son pronto, se fa d’uopo, a rimanere in Purgatorio fino alla fine del mondo. I miei debiti sono grandi, ma Gesù Cristo li ha soddisfatti, e copiosa è la sua Redenzione ». Non meno consolante è per quelle anime che temono di avere fatto troppo poco per espiare le loro grandi colpe. Leibniz ha fatto notare che il pensiero del Purgatorio non fu di piccola consolazione per Filippo secondo, in punto di morte. Affacciandosi in quegli estremi momenti alla sua mente certi tristi ricordi della sua vita passata, non trovò nulla di meglio per allontanare la terribile apparizione, che il pensare che v’era per lui qualche cosa di più severo che non il pentimento, e di meno crudele che non il rimorso. Il dogma del Purgatorio offre finalmente un sicuro rifugio a quelle anime che hanno passata tutta la loro vita nelle tenebre dell’orgoglio e della voluttà e per le quali la stella del pentimento non par che si alzi che nelle tenebre dell’ora finale. Byron, in faccia alla morte, esclamava: « Oh quanto non è consolante la fede cattolica nel Purgatorio ». Non è del resto questa stessa credenza del Purgatorio che guida la Chiesa nell’invitare i suoi figli a pregare per quelli tra i suoi che si trovano in preda alle angosce di morte? Qual consolazione non sarà pertanto per noi il sapere che quando ci troveremo nel terribile passaggio del giudizio di Dio all’ eternità, tutta la Chiesa si, metterà in preghiera per noi, come già un dì per S. Pietro, quando si trovava in prigione. Qual soddisfazione il potere ripromettersi che quanti fedeli v’hanno nel mondo s’occuperanno della nostra liberazione; che ci faranno partecipi, quantunque essi non ci pensino, delle loro preghiere, delle loro buone opere, dei loro sacrifizi, che in quella stessa guisa che noi rendiamo adesso ai nostri amici e parenti quel tributo che la nostra santa Religione prescrive, così ci si renderà un giorno lo stesso servizio; e che finalmente la nostra memoria non perirà, come quella dell’empio, ma, secondo la parola dello Spirito Santo, vivrà eternamente benedetta, poiché fino alla fine dei secoli saremo ricordati nei divini misteri. Ora se tutto ciò non è consolante per un cuore cristiano, v’ha forse altro che lo potrà mai essere?

* *

Naturale pertanto deve essere la conclusione, che da quanto abbiamo detto, intendiamo dedurre: che cioè il dogma del Purgatorio è veramente un dogma vantaggioso alla Società. « Molto hassi a temere, dice Bergier, che la carità, che è l’anima del Cristianesimo non diminuisca, non abbia anzi del tutto a scomparire dal mondo dei viventi, qualora disgraziatamente venisse a mancare a riguardo dei morti. L’uso di pregare per loro ci richiama alla mente un tenero ricordo dei nostri parenti e dei nostri benefattori, ci inspira un santo rispetto per le loro ultime volontà, contribuisce all’unione delle famiglie, ne riunisce i membri dispersi, li riconduce sulla tomba del padre loro, rimette sotto i loro occhi atti ed insegnamenti che interessano il loro benessere ». — « È per mezzo del culto dei morti, esclama a sua volta un illustre pubblicista, che un gran numero di anime son ritenute nel grembo della Chiesa, e quindi nell’ordine; è per mezzo di esso che il Cattolicismo mantiene nei cuori addolorati delle speranze che li consolano; onde si è che molte volte la perdita di un essere caro ha fortificato delle credenze che lo scetticismo stava per soffocare ». Non dobbiamo forse perciò chiamare nemici dichiarati della Società e degli interessi speciali e particolari dei popoli, tutti coloro che in una maniera o in un’altra attentano all’esistenza del dogma del Purgatorio , strappando così dal cuore con una crudeltà ed una barbarie inaudite quelle vere e dolcissime consolazioni, quelle vere e dolcissime speranze che tengono uniti gli animi? Tant’è: l’eresia e l’incredulità per ragione dei loro errori sono matrigne efferate, e la Chiesa Cattolica soltanto, che unica possiede la verità, è madre di tenerezza e di amore ineffabile.

ESEMPIO: Non è morta ma vive!

Fu già, non è gran tempo, un giovine che ricco di belle doti di mente e di cuore, formava la consolazione della vedova sua genitrice, ed era amato da quanti lo conoscevano. Educato nobilmente, come portava la sua condizione, erasi dato a studi profondi, le scienze, le arti belle erano l’unica occupazione della sua vita. Ma aveva avuta la sciagura di essere nato da genitori protestanti e benché il protestantesimo non finisse di soddisfarlo, l’infelice viveva lungi dalla vera Chiesa di Gesù Cristo; non già che della religione non si curasse punto o non studiasse di cercare la verità. Fin da alcuni anni addietro, l’eresia in cui era nato gli pareva poggiata su crollabili basi, e più la studiava, più s’allontanava con lo spirito. Né conoscendo bene il Cattolicismo, in fondo in fondo, tentennava su tutto, talché neppure egli sapeva a qual religione appartenesse. Venne anche per lui il di del dolore; la madre sua già avanzata in età, consumata da lunga e dolorosa malattia, venne a morire. Il povero giovane, che viveva della madre, stretto alla salma di lei, invocava la morte che in una tomba istessa seppellisse due cuori che s’adoravano. Divenne così cupo e triste che nessuno si ardiva più avvicinarlo e dirgli una parola di conforto. Pur dopo alcun tempo un amico suo d’infanzia e di fresco dall’ateismo convertito il Cattolicismo, volle ad ogni modo tentare la prova: entrò a lui, pianse con lui, e nel proprio cuore accolse l’estrema ambascia. Poi confortatolo con quelle parole che solo l’amore sa ispirare, lo indusse a muoversi alcun poco e portollo alla vicina campagna. Là, seduti all’ombrosa riva d’un torrentello, l’infelice si sfogava: « Povera la mia madre… così presto è discesa nella tomba… mi amava tanto… ahimè! non la vedrò più… mai più… » L’amico lo lasciava sfogare, poi asciugandogli le lagrime: « Spera, amico, la rivedrai!…— Che?… rivedrò ancora la madre mia?… quando?… dove?… — Da alcun tempo mi sono fatto Cattolico ed ho imparato che al di là del sepolcro c’è un’altra vita, una vita che non cesserà più. La rivedrai tua madre: ella non è morta ma è viva e vivrà. In quella vita oltramondana esistono due regni, regno di Dio l’uno, l’altro di satana, regno dei giusti quello, e questo degli empi. Vuoi che ti dica « dove? » Era pur buona la madre tua? — Se era buona?… oh anima bella di mia madre!…—Ebbene tu la rivedrai lassù in grembo a Dio. L’orfano trasse un sospiro: — in grembo a Dio!… n’era ella degna? Cattiva non l’era, ma salire d’un tratto fino lassù, in braccio al Creatore!… — Ad ogni modo spera. Tra i due regni eterni ce n’ha un terzo temporaneo, dove si raccolgono per alcun tempo le anime di quelli che non furon cosi empi da cadere sotto il dominio di satana, né cosi perfetti da volar tosto al regno dei cieli. Là si purgano di quelle macchie da cui non si fossero ben mondati nella terrena vita, e si preparano a volare nell’abbraccio di Dio. » L’infelice guardava fisso l’amico e ne ascoltava la voce, come se venisse dal Cielo; e l’amico continuava: « Quelle poverette patiscono immensamente smaniano dalla brama di unirsi a Dio; ma esse non possono più nulla per sé. Noi invece, noi possiamo con le nostre preci affrettare la liberazione. Spera, amico, e prega: con le preghiere unite alle lagrime recherai un sollievo alla madre tua, che da quel lontano paese benedirà al tuo affetto figliale e ti otterrà in compenso divini favori. Qui l’infelice non poté più; si abbandonò tra le braccia dell’amico e piangendo ripeteva: « Mi hai detto una parola che vale un tesoro… rivedrò adunque ancora mia madre, posso ancora amarla, e mia madre mi ama!… la tua religione è la Religione del cuore… voglio anch’io essere Cattolico!…; I due amici piansero e pregarono insieme.  (Alimonda).

 

OTTAVARIO DEI MORTI (6): Lo spiritismo o evocazione dei morti

OTTAVARIO (6)

TRATTENIMENTO XII.

Lo spiritismo, o evocazione dei morti.

[L. Falletti: I nostri morti e il purgatorio; M. D’Auria Ed. Napoli, 1924 – impr. -]

Sommario — Nefanda profanazione — Possono apparire le anime dei morti? — Come? — Proibizione della Chiesa — Atto superstizioso — Chi appare? — Atto illecito, ereticale, scandaloso — Astuzie diaboliche — Ipotetiche conversioni — Inutili pretesti — Decisioni delle S. Congregazioni — Esempio. Appendice — Delle apparizioni e manifestazioni delle anime dei defunti.

Egli è certo un profanare indegnamente i resti mortali dei nostri cari trapassati, ed un mancare gravemente alla loro memoria ed alla loro dignità di Cristiani e di figli della Chiesa, ricorrendo, pel loro trasporto all’ultima dimora, a funerali meramente civili o, quello che è peggio, condannando i loro cadaveri agli orrori della cremazione; ma oh! quanto non mi pare profanazione maggiore, mancanza di rispetto più grave quella di evocare dopo morte le anime loro per mezzo delle abbominevoli pratiche dello Spiritismo, cotanto in voga oggidì! Non sarò io che negherò che 1’angoscia d’una buona madre, che vorrebbe ancora una volta riabbracciare un caro pargolo volato al cielo, lo struggimento di uno sposo che vorrebbe dare un ultimo addio ad una dolce compagna rapitagli nel fior della vita, la pietà d’un figlio, d’una figlia che brama la benedizione di un padre o di una madre, cui non poté assistere morenti, siano tutti affetti che ben meritano di essere ascoltati con sommo rispetto. La Chiesa stessa, che ad ogni regolato desiderio dei suoi figliuoli porge vere e nobili soddisfazioni, piange volentieri cogli afflitti pel distacco dei cari defunti, piange nella sua liturgia mortuaria, nel sacrificio dell’altare, nelle esequie, nei monumenti sepolcrali. Loro addita il Cielo, dove i trapassati e gli ora viventi si riuniranno nell’amplesso del comune Padre per amarsi eternamente; e frattanto conforta i vivi rivelando loro la comunione d’interessi, di preghiere e d’ amore che vige tra i vivi ed i morti, sia che questi siano giunti alla beatitudine, sia che restino tuttavia a rendersene degni colle pene espiatrici Ma lo spiritismo ahimè! abusando della innata brama che ci spinge a comunicare coi congiunti e con gli amici strappati dalia morte al nostro affetto, distrugge il sistema di intime e soavi relazioni stabilite da Dio, e ne propone un altro empio e corrompitore, che non può soddisfare alle giuste brame del cuore, altrimenti che con mendaci lusinghe. Che dice infatti lo spiritista a chi ricorre a lui nella sua desolata disperazione? Gli promette che gli darà novelle dell’amico, del figliuolo, della sposa, già entrati nell’altra vita, gliene farà udire la voce, rivedere le amate sembianze e forse anche riceverne tenere carezze. E di fronte a tali seducenti promesse, che rispondono appieno ai sentimenti del cuore, come potrà resistere alla forte tentazione dello spiritismo colui che già si trova in quel grande disordine morale, che suole accompagnare i grandi dolori? Nessuna meraviglia quindi che vi cada, specialmente se si tratta di un cristiano che per sua disgrazia già si trova debole e vacillante nella fede. Per impedire pertanto un tanto male e nello stesso tempo fortificare la fede dei Cristiani contro ogni tentazione di spiritismo, sarà ordinato il presente trattenimento, in cui verrà brevemente dimostrato in quale inganno vergognoso, in quale sciagura deplorabile, in qual colpa gravissima non cada quel Cristiano che cede ad una tale tentazione.

I.

E prima di venire ad una qualsiasi dimostrazione, ci pare necessario di rispondere brevemente ad una questione molto importante: « Possono le anime de’ trapassati, e più propriamente quelle che si trovano nel Purgatorio, mettersi direttamente in relazione con noi ed apparirci?» E perché no? Risponderemo noi; che cosa ci vieta il pensare che Iddio, pregato e supplicato dagli uomini, pei suoi altissimi fini e speciali disegni, pel vantaggio della Chiesa, per l’utilità delle anime non possa qualche volta permettere che questi spiriti ci compariscano? Del resto nulla v’ha nell’insegnamento della Chiesa, maestra infallibile di verità, che c’impedisca di crederlo; e la storia, la vita dei Santi specialmente, non meno che la tradizione di tutti i popoli sono là per addurci esempi non dubbi di apparizioni di persone già morte, esempi che furono a noi tramandati da scrittori degni di tutta la nostra fede, quale per esempio un S. Tommaso d’Aquino, il quale non sarà certo annoverato da alcuno fra le intelligenze troppo credute e leggiere. Basta consultare gli autori che hanno trattato di proposito queste questioni per rendersene convinti. Possiamo piuttosto dimandarci: Ammessa la verità delle apparizioni dei morti, quale è il modo di queste apparizioni? In altre parole: Come ci appariscono i defunti? nel loro proprio corpo o in una forma di corpo temporanea e quasi presa d’imprestito? Molte ed interessanti sono le risposte de’ teologi a questa domanda: gli uni infatti dicono che i defunti appariscono nella loro propria carne; lo che sarebbe una vera e propria resurrezione; altri che Iddio faccia assumere loro un corpo qualunque, preso nella sostanza dell’aria; altri invece dicono che fra il corpo e l’anima essendovi una sostanza intermedia che partecipa di ambedue e che serve di legame per tenerli uniti, sarebbe appunto questo principio vitale, detto anche per spirito, quello di cui si servirebbero i defunti per apparirci: altri, ancora, insegnano che queste apparizioni non hanno bisogno indispensabile del concorso del defunto, ma che anzi talvolta si producono all’insaputa di questo pel ministero di angeli buoni o malvagi, che agiscono a seconda della volontà divina; altri finalmente dicono che questi fenomeni non hanno alcuna realtà oggettiva, e che essi risultano da una impressione meramente soggettiva, prodotta sui sensi dalla persona che crede vedere, sentire, toccare ciò che non ha all’ esterno alcuna realtà. Quale di queste differenti opinioni, — a parte l’ultima, che, riducendo le apparizioni a semplici fenomeni soggettivi, ciò che ne fa delle vere allucinazioni, ci pare poco probabile — risponda meglio alla verità delle cose, non sono certo io che mi sento in grado di dirlo; è così ardua la questione che perfino il sapientissimo cardinale Bona ed il dottore della Chiesa S. Agostino hanno dichiarato di non saperla risolvere: quindi, lasciando la cosa alla discussione dei teologi, vengo piuttosto a rispondere alla domanda che è argomento del nostro trattenimento: È lecito l’evocazione dei morti con o senza le pratiche dello Spiritismo? Ed a questa domanda risponde a nome mio la Chiesa con un’ordinazione, che ha forza assoluta di legge obbligatoria, emanata dal S. Uffizio della Suprema Inquisizione e comunicata nel 1856 a tutti i Vescovi e per essi alla Università del popolo cristiano. Per questa ogni fedele è istruito che « Evocare le anime dei defunti e riceverne le risposte, sono atti superstiziosi, illeciti, ereticali e scandalosi contro l’onestà dei costumi ». Potrebbe la Chiesa parlare più chiaramente di così? Stando adunque alle leggi della Chiesa l’evocazione dei morti è severamente proibita sia perché  non è permesso ai fedeli di turbarli senza motivo nei loro riposi, sia perché, provocando così le apparizioni, si corre rischio di incappare facilmente nei lacci del demonio, essendo di fede che « il mondo di là non è popolato soltanto di anime sante e di spiriti della luce, ma vi sono anche spiriti tenebrosi, capaci di trascinare gli uomini nelle vie della perdizione ».

II.

Diciamo adunque che l’evocazione dei morti è dalla Chiesa anzitutto proibita perché è un atto superstizioso. E che tale sia in realtà è cosa evidente: non si riduce dessa forse alla Necromanzia, anzi non è propriamente la stessa Necromanzia, cioè divinazione per via di domanda, rivolta ai morti per intervento diabolico, essendo chiaro che i morti naturalmente non potrebbero rispondere? I morti difatti, avendo ricevuto la loro destinazione, non possono senza permesso di Dio mettersi in comunicazione con noi, siano santi del Cielo, o penanti nel Purgatorio, o riprovati nell’Inferno, e non è neppure probabile che Dio sospenda le leggi generali di sua provvidenza per soddisfare ai nostri capricci, mentre invece il demonio sta sempre pronto per approfittare di quella curiosità insensata che ci spinge a sollevare il velo, da cui sono celate le realtà dell’ avvenire. Or non è questo un inganno, e un inganno quanto mai manifesto? Nell’evocazione che si farà, non è già lo spirito diletto evocato che si presenterà, ma uno spirito bugiardo che prenderà a rappresentarlo, nella scena spiritica, falsamente. È quindi, mentre si crederà di parlare colla persona cara, coll’amico, col conoscente già morto, di sentire la sua voce, di avere sue notizie, di ricevere le sue commissioni non si avrà a fare che con un demonio. Ciò sanno ed insegnano gli stessi dottori spiritisti: Allan Kardec, che è tra loro il maestro dei maestri, in tutti i suoi libri parla degli inganni tramati dagli spiriti ad illusione degli evocatori, e dice chiaramente tra l’altro che « la questione della identità degli spiriti (evocati) è una delle più controverse… è una delle più grandi difficoltà dello spiritismo pratico ». E spende due capitoli per dimostrare che non si può sapere il netto della personalità dello spirito, che si presenta in sulla scena. « E ciò avviene, dice egli, perché  lo spirito evocato non può o non vuole presentarsi, ovvero perché un altro spirito si presenta in scambio di lui e mentisce circa il suo essere individuale ». Non si evocarono forse, dietro preghiera di presenti, da celebri spiritisti persone che quelli fingevano di aver perdute, ma che in realtà non erano esistite mai? E le fantasime si presentarono alle loro evocazioni, ed i fenomeni, che solevano seguire l’evocazione fatta da’ medi, seguirono pienamente. E finisce col conchiudere: « Noi comporremo un volume dei più curiosi coll’istorie di tutte le gherminelle, che sono venute a nostra conoscenza ». Del resto lo stesso buon senso e la ragione ci dimostrano che lo spirito che si presenta all’ ingiunzione del medium non può essere che uno spirito cattivo. « Quali sono infatti, ci domandiamo col Rolfi, gli esseri spirituali che possono essere evocati? Eglino sono o Dio, o gli Angeli, o gli spiriti de’ morti, o i diavoli. Ma non sono i tre primi; dunque non altro sono che i demoni. Ed infatti non è Dio; poiché sarebbe da ignorante o grossolano il solo supporre che Dio voglia comunicarsi in queste combriccole spiritistiche per solo spasso dei curiosi. Dio non cala sì basso, né mette a così vil prezzo la sua omniscienza e l’esercizio della sua onnipotenza, Egli non sfoggia in rivelazioni e meraviglie a beneplacito dei curiosi o degli impertinenti che se ne vorrebbero trastullare: ai quali piuttosto si pianta in faccia muto ed inesorabile, come Cristo si levava in faccia ad Erode che desiderava vedere un qualche suo miracolo. Non produce infatti un vero ribrezzo il solo pensare che sia Dio che operi nei fenomeni spiritistici ? Che l’Essere infinito e perfettissimo, in cui non può essere vanità alcuna, voglia venire a scherzare coi malfattori? « Diciamo in secondo luogo che non sono gli Angeli. No, non sono gli Angeli buoni, perché prima di tutto essi non stanno ai cenni dell’uomo nel senso che eglino in maniera sensibile vengano alla chiamata del primo venuto per soddisfare la sua curiosità e servirgli di spasso; non si è mai veduto, né detto, né creduto nulla di simile. Un’ altra ragione per dire che non sono gli Angeli buoni si è che il contegno degli spiriti evocati è ben lungi dall’avere quella dignità che conviene a detti Angeli; e le risposte che danno producono non un’impressione di pace, ma bensì di agitazione o di inquietudine. No, i buoni Spiriti non agiscono in questa maniera! Chi è colui che abbia fior di senno, e che possa ammettere che gli Angeli buoni, che ubbidiscono perfettamente e soltanto ai voleri del Dio supremo, venissero giù del Paradiso per mettersi alla disposizione di un ciarlatano qualunque? «Non sono finalmente gli Spiriti de’morti, perchè l’uomo, naturalmente parlando, non ha, né può avere veruna comunicazione con le anime de’ defunti, essendo che l’uomo comunica solo cogli altri esseri per mezzo de’ suoi sensi; ora il mondo degli Spiriti, qualunque essi siano, non è né mediatamente, né immediatamente, accessibile ai nostri sensi corporei, perciò il mondo de’ puri spiriti non è in comunicazione con noi, non può dipendere da noi, non può essere a disposizione del nostro beneplacito. In una parola : noi manchiamo di mezzi naturali per comunicare coi morti, in quella stessa guisa che i morti mancano di mezzi naturali per comunicare con noi » Dunque, concludendo col Dottor Lino Crosta: « Dio no, gli Angeli no, le anime de’ defunti no; ma sono di spiriti veri le operazioni medianiche; resta quindi che si attribuiscano con la teologia cattolica ai demonii. Non piace il nome di demonio? Usiamo l’altro: diavolo. Anche questo non va ? Satana. » È  chiaro? Non si potrebbe certamente essere più espliciti di così! Ma vogliamo di più? Ne abbiamo una prova irrefragabile nella confessione che il demonio stesso fece per bocca di una indemoniata. Interrogata costei in presenza del B. Curato d’Ars chi era che faceva muovere le tavole giranti rispose: « Son io… ; il magnetismo, il sonnambulismo… tutto ciò… Sono cose di mia pertinenza! » « Ogni persona dabbene pertanto, diciamo col P. Franco, che cerca uno sfogo al suo dolore nella apparizione del caro estinto, in seguito a queste constatazioni dovrebbe dire a se stessa: « Dunque invece di riveder lui, io vedrò uno spirito falsario: forse mi capiterà dinanzi, invece del diletto amico, lo spirito di un odioso mio nemico, forse una negra invece della sposa, un giudiolo invece del mio figlio. Questo è ciò che mi promettono i più insigni maestri di spiritismo; e però quel medio o quello spiritista, che mi promette di farmi apparire i miei cari, è un solenne impostore, il quale si fa giuoco del mio dolore, e con infame giunteria lo schernisce. – « Che se il dabben uomo volesse essere anche miglior logico, dovrebbe ragionare più severamente contro la demenza del suo dolore; dovrebbe ricordarsi, come gli spiriti che rispondono alle evocazioni sono qualcosa peggio che spiriti falsari, essi sono demoni dell’inferno. Egli è però uno orribile conforto allo strazio dei perduti congiunti, l’intrattenersi un quarto d’ora a conversare con un diavolo che mentisce la persona d’uno sposo, di una madre! che mentisce sullo stato di quella cara anima, mentisce da diavolo e con odio da diavolo per quell’anima, e per chi ne chiede scioccamente novelle. « Accade, per giunta di orrori, che alcuna volta lo spirito evocato si manifesta non solo con le parole, ma si rende visibile, tangibile, e pare caldo, e vivente. Ora insegnano i dottori cattolici che, per rappresentare tali corpi, il demonio può assumere un cadavere non ancora interamente deformato, e, come gli è agevole, gli ridà attitudine di vivente, e lo raffazzona nelle sembianze, negli abiti, e moti della persona che voglionsi rappresentare. Vi sono altri modi: ma questo è l’usuale, e ve n’ha degl’indizi e delle ragioni nella filosofia cristiana e nella storia. Ecco adunque qual cosa può ripromettersi quel dabbene marito che spera di riabbracciare la sposa scomparsa dalla scena della vita, quella tenera madre che crede di ristringere al seno quel caro fantolino, il quale morendo la lasciò orba e inconsolabile… un cadavere, la carogna dissepolta d’un morto ignoto, rabberciata e imbellettata per un momento a fine di ingannare vilmente le tenerezze d’uno sposo, d’una madre. Oh! Veramente il demonio opera in queste illusioni da quel mortale nemico che è del genere umano: mentisce, vitupera, schernisce. « Ma di chi la colpa ? Certamente di colui, che avvisato degl’inganni diabolici dalla Bibbia, dalla Santa Madre Chiesa, dalla ragione, disprezza gli avvisi della ragione, della Madre Chiesa, disprezza gli avvisi della Sapienza divina per seguire le insinuazioni di un ciarlatano e stregone. Sua colpa e suo danno! Ci ripensino coloro che da vero amore, ma disordinato, si sentono trascinare sino a cozzare empiamente coi decreti eterni di Dio, il quale ha inabissato un caos tra i vivi e i morti, e stabilito che, fuori della Comunione dei Santi, sia naturalmente impossibile ogni commercio. Lo sentivano anche gli antichi pagani, sebbene non troppo ne intendevano la vera ragione, che era sacrilegio il tentar di turbare il riposo delle tombe. Noi sappiamo questa ragione: è vietato da Dio il quale, come ha disdetto qualsiasi comunicazione tra i santi del cielo e i reprobi dell’inferno, così vuole troncato ogni commercio personale tra i vivi e i morti ».

III.

Non vi può adunque essere più alcun dubbio, dopo quanto abbiamo detto, che l’evocazione dei morti sia un atto superstizioso e quindi anche illecito, ereticale, scandaloso contro l’onestà dei costumi, e come tale l’abbia condannato la Chiesa. Ed è illecito non solamente perché proibito, ma proibito perché è illecito in sé stesso, in quanto il comunicare volontariamente col nemico di Dio e chiedergli aiuto e favore, molto più se intervenisse il patto (come spesso accade) di riconoscerlo per padrone, è atroce oltraggio alla Divinità. Per sé il ricorso al morto e al demonio non parrebbe ereticale; ma lo è in quanto suppone nel demonio l’attributo proprio di Dio solo, il prevedere cioè l’avvenire e la conoscenza dei pensieri e affetti interni degli altri. Chi di questi punti non interroga il morto, o non vi riflette, non incorre la malizia ereticale. In pratica tuttavia quasi sempre v’incorse, per via del patto, in cui per ottenere l’aiuto del diavolo esso viene riconosciuto per supremo padrone, per Iddio vero, o almeno in onor suo si rinnega Iddio, o la fede, o si accettano insegnamenti falsi in religione. Che l’atto finalmente sia scandaloso, che è quanto dire d’inciampo al bene, specialmente all’onestà del costume, già lo si può capire dal poco che abbiamo detto e dal molto che potremo dire. Basterebbe per poco esaminare gli ostacoli e gli atti degli spiriti evocati per rendersene appieno ragione. Interrogati sulla Religione Cattolica la disapprovano, infuriano contro i misteri di lei ed i Sacramenti. Non possono patire la cattedra tremenda di S. Pietro, dalla quale sono smascherati, e le si scagliano contro con una furia di veri demoni. Spropositano orribilmente sulla vita avvenire, sui novissimi, e sovra altre verità indubitatissime di nostra fede. Glorificano l’eresia, lodano gli eresiarchi, vilipendono i Santi, esaltano il vizio, scherniscono la virtù. Ecco come ne parla un moderno scrittore « Invece della dottrina rivelata della immediata retribuzione dopo la morte, che la S. Chiesa ci propone a nome di Gesù Cristo stesso, Giudice giusto dei vivi e dei morti, gli spiriti, che si manifestano agli sconsigliati seguaci della moderna superstizione, loro danno a credere, che non v’ha né cielo, né inferno e nemmeno Purgatorio nel senso cattolico. Per noi credenti, il Purgatorio è il luogo di purificazione di quelli che sono macchiati, al momento della morte, di colpe leggere, o rimangono ancora debitori, presso Dio, di qualche temporanea pena dovuta alle loro colpe. I pretesi spiriti professano invece la vietata dottrina che le anime, dopo il loro passaggio, vanno soggette a reincarnazioni e vite successive dopo quella terrena, quasi pellegrinando per un viaggio eterno, acquistando sempre nuovi gradi di perfezione, spiritualizzandosi sempre meglio, con aumento di agilità e di luce, a seconda di quanto esige la breve apparizione sulla terra o altrove. Queste vicende sono seguite da tutte le anime dei trapassati, anche l’anima più nera e più carica di delitti finirà, per la legge delle successive reincarnazioni e purificazioni, a divenire pura come cristallo e fulgente come un sole ». – E di Gesù e della sua divinità che ne è? Ad esser logici i così detti spiriti non solo non potrebbero annunziare Gesù come vero Dio, ma dovrebbero considerarlo come un mentitore. Ma con singolare inconseguenza essi lo predicano come uno spirito superiore, anzi come il più nobile e perfetto fra gli spiriti, che s’incarnò, o meglio, secondo la loro dottrina, si rincarnò nel corpo fisico di Gesù. Ad ogni modo, secondo la dottrina spiritica, egli sarebbe semplicemente un inviato di Dio per predicare la paternità di Dio e la umana fratellanza. Il vero Figlio di Dio, fonte e cagione di ogni cristiana speranza, è spogliato della corona divina che ne adorna l’augusta fronte e ridotto al grado di una pura creatura. – Che dire poi degli atti di questi spiriti? Per lo più sono laidezze, schifosità, orrori tali « da far inorridire, come dice uno scrittore recente, il Des Mousseaux, non solo le donne pudiche e timide, ma anche gli uomini per cui il pudore non sia un nome vano ». Quindi ce ne passiamo, convinti che certe abbominazioni sono da riservare allo studio dei dotti di professione. – Arrivato a questo punto del mio dire, io so bene che qualcuno mi dirà: «Ma come può essere vero tutto ciò, quando io so che gli spiriti evocati ben lungi dal tenere simili propositi e lasciarsi andare a simili nefandezze, parlano di pietà, di religione, incoraggiano ai Sacramenti, alla preghiera, s’intrattengono con piacere di Dio, di virtù, ragionano di beneficenza, di carità, di elemosine? » Non nego che in sul principio e qualche rara volta le cose si passino così. Chi non sa infatti che pel demonio tutti i mezzi sono buoni per arrivare a perdere le anime, e che pur di trarre in inganno gli incauti ed i creduli arriva al punto di trasformarsi in angelo di luce, adattandosi inoltre al modo di pensare e di agire delle persone con cui è in comunicazione? Non sarà certo lo spirito maligno che confesserà di essere riprovato e persuaderà in sulle prime e su due piedi agli ingenui ed ai sempliciotti azioni cattive; volendo farsi degli adepti, non bisogna che li spaventi; quindi è che sotto le apparenze sante maschera i suoi abbominevoli disegni: e così addormenta la diffidenza e allontana i sospetti. Ma si dia tempo al tempo: a poco a poco si leverà la maschera, e quando li vedrà abbastanza a lui attaccati e senza diffidenza allora ben altro sarà il suo modo di agire e di parlare, sicché a non lungo andare questi infelici illusi dovranno apprendere a loro spese con quale finissima perfidia la loro fede fu attratta nel dubbio e nell’errore. Del resto, anche quando si limiterà a parlare di pietà e di religione, non è difficile lo scoprire l’inganno, perché in questi casi ordinariamente il malo spirito limita le preghiere ad un certo numero, e le vincola ad alcune forme vane, ambigue e superstiziose, facendo anche minacce ed incutendo terrori, dai quali si riconosce facilmente se trattasi di spirito buono o malvagio. – Noi sappiamo, per indubitabili relazioni, di uno spirito diabolico, il quale, per rendersi accetto in una famiglia pia, raccomandava la divozione alla Madonna, ed intanto non vi era verso di fargli pronunziare il santo nome di Maria. E ciò è sì conforme alla verità che già fin da’ suoi tempi il Card. Bona esclamava: « Fra i numerevoli inganni coi quali i demoni si sforzano di sorprendere gli uomini, vi è quello eziandio di comparire sotto forma di persona morta in peccato, implorante elemosine e preghiere, digiuni, pellegrinaggi, messe ed altre opere buone, come se fosse in istato di salvazione, e questo perché coloro che sono in peccato vi si confermino, ingannati dalla vana speranza di tali illusioni. Qualunque pertanto sia il linguaggio di questi spiriti sempre è da fuggirsi con orrore ed aversi in somma abbominazione, come quello che non ha altro fine che ingannare ed ottenere perfidi scopi. Onde si è che la Chiesa trova illecita e quindi proibisce formalmente la evocazione dei morti anche nel caso che qualcuno dopo averla ottenuta, in seguito a preghiera al Capo della Milizia celeste, perché voglia concedergli di parlare con lo spirito di una determinata persona, ne abbia risposte che sono tutte in conformità della fede e dell’insegnamento della Chiesa sulla vita futura: risposte che riguardano per lo più lo stato in cui trovasi l’anima di un defunto, il bisogno che potrebbe avere dei suffragi, le lagnanze di essa sulle ingratitudini dei parenti ». Tutto ciò sta bene, continuano i miei avversari, ma come potrà ella negare che in occasione della evocazione dei morti non abbiano avuto luogo delle conversioni? «Sia pure, diciamo col P. Franco, che qualche materialista in faccia a quei fenomeni non abbia più potuto negare l’esistenza degli spiriti; ma e non si sa che quel profondo ed arrabbiato nemico dell’umana salute, che è il demonio, non ha difficoltà di perdere qualche cosa per guadagnare poi dopo molto di più? Anche nel mondo gli scaltri trovano che è prudenza gettare un ago per raccogliere un palo, pensate adunque se lo spirito reprobo non troverà gran compenso di quella qualunque perdita nell’accreditare il regno della superstizione sulla terra; nello sviare gli uomini dall’obbedienza dovuta alla Chiesa, nel fissarli immobilmente in quegli errori rendendoli ostinati. Non sanno costoro quello che pure è dottrina di tutti i Santi, fondati sull’autorità dell’Apostolo, che è vezzo tutto proprio dello spirito infernale incedere per vie tortuose, sorprendere gli uomini sotto aspetto di bene, trasfigurarsi, in una parola, in angelo di luce per ingannarli più sicuramente? » Ed a questo stesso proposito ecco ciò che dice il P. Monsabré: « Per dieci anime candide che avrà (suo malgrado) convertito, permettendolo Iddio, egli prepara la corruzione di migliaia di anime curiose, inquiete, ostinate che nessuno ammonimento caritatevole potrà arrestare sul cammino d’investigazioni temerarie e colpevoli ». « Ma io non intendo punto, soggiungono altri, entrare in comunicazione col demonio, e disdico internamente ogni patto con lui ». Il disdire ogni patto col demonio è cosa ottima ma qui non basta. Basterebbe certamente se si trattasse di un’opera di sua natura indifferente: ma dove ragioni chiare e soprattutto per un cattolico l’autorità della Chiesa indicano che l’opera di sua natura è rea, tutte le proteste non hanno valore: non è la protesta che allora si richiede, è l’obbedienza. Che cosa infatti direste voi di uno che vi percotesse coi pugni, e vi levasse di tasca l’orologio, e tuttavia protestasse che non intende né di offendervi né di rubarvi? Non è forse vero che al danno aggiungerebbe le beffe? Similmente i Vescovi, che sono i reggitori del popolo cristiano, la Chiesa, che ne è l’universale maestra, vi dicono che è male, e voi traete innanzi e dite: io lo farò, ma con la protesta in contrario; forse la vostra protesta cangia la natura dell’atto? A questo modo potete mormorare, bestemmiare, fornicare, e dar corso a tutti i pravi desideri del cuore, e poi protestando che non avete intenzione di far peccato, tenervi per innocente. Mio Dio! chi non vede che così ragionando non si commetterebbero quasi più peccati? Ne conseguita quindi da ciò che anche allorquando viene escluso ogni accordo con lo spirito maligno è proibita l’evocazione dei morti, proibizione del resto che è resa maggiormente manifesta dalle esplicite risposte che dalla Chiesa sono state date in questi nostri ultimi tempi. Il 29 Aprile 1917 infatti una decisione della S. R. ed universale Inquisizione stabiliva che « non è lecito per mezzo del cosiddetto “medium „ o senza di esso, impiegando o no l’ipnotismo, prendere parte alle sedute spiritiche anche sotto colore di intenti onesti e pii, sia interrogando le anime o gli spiriti, sia ascoltando le risposte, sia assistendo soltanto, anche con la protesta tacita ed espressa, di non prendere parte alle comunicazioni con gli spiriti maligni ». E questa decisione corrispondeva ad un’altra che già era stata data il 30 Marzo 1898, in cui veniva egualmente proibita l’evocazione dei morti, anche nel caso di esclusione di ogni accordo collo spirito maligno. E dopo queste decisioni così chiare ed esplicite vi sarà ancora qualcuno che chiudendo gli occhi alla luce della verità non vorrà riconoscere qual male orribile non sia l’evocazione dei morti per via dello spiritismo?.. Concludiamo adunque che solo alle anime rischiarate da lumi speciali sarà permesso di porsi in relazione coi defunti e di promuovere così un miracolo, mentre i peccatori come noi si esporrebbero con inconsulta curiosità ad essere ingannati dal demonio.

* *

Prima però di chiudere questa considerazione non sarà inutile indicare, dietro la scorta dell’Abate Louvet, alcune regole, ricavate dalle opere del Card. Bona e da vari autori mistici che hanno trattato simili questioni, secondo le quali sarà facile distinguere le vere apparizioni dalle false. I. Ogni apparizione desiderata o provocata è sospetta. — II. Se il defunto comparisce sotto una forma nera, deforme, mutilata, è segno che è un cattivo spirito, specialmente poi se si presenta sotto forma di animale, eccetto la colomba e  l’agnello, dei quali il demonio non assume mai la figura. — III. Se l’apparizione si presenta con viso tetro e corrucciato e si esprime con voce tremante, strozzata, confusa, tenete per certo che avete a fare col demonio.—IV. Se l’apparizione agisce disordinatamente, e rivela cose occulte, che sarebbe prudente tacere, se insegna qualche cosa contraria alla fede, se bestemmia, se ha orrore delle cose sante, dell’acqua benedetta, del crocifisso ecc., è segno che è un demonio od un reprobo. — V. Le esortazioni alla virtù, i buoni consigli, le correzioni dirette ai peccatori, non sempre son segni di spiriti buoni, perché spesso il demonio ha l’uso di persuadere un bene minore per impedirne maggiori. — VI. Le anime del Purgatorio appariscono ordinariamente per sollecitare le nostre preghiere o raccomandarci qualche restituzione, ma, fatto questo, non tornano più se non per ringraziare; e perciò se continuano a venire e minacciano od importunano abbiatele per spiriti maligni. — VII. Tutti i teologi mistici insegnano che le apparizioni vere gettano là per là un certo sgomento, che però si cambia subito in gioia ed in unzione divina, la quale spandendosi sull’anima ne aumenta l’umiltà, la carità e il desiderio di perfezione; mentre quelle diaboliche incominciano con un sentimento di gioia e di vana compiacenza, lasciando poi inquietudini, tristezze e vanagloria, e l’anima umana, dopo di esse, si trova senza azione, come una terra arida e colpita dalla folgore, o se concepisce idee sono idee di presunzione, di disobbedienza e di orgoglio. — VIII. Che da sé sola vale tutte le altre: Sceglietevi un buon direttore, esponetegli tutto senza esagerazioni e reticenze, ed attenetevi sempre alle sue decisioni.

ESEMPIO : Apparizioni vere e false.

Che le anime del Purgatorio, cosi permettendolo Iddio, possono apparirci l’abbiamo dal seguente esempio che troviamo registrato nella vita del ven. Pinzeni, amico intimo di S. Carlo Borromeo e Arciprete d’Arona. Durante la famosa peste che mieté tante vittime nella diocesi di Milano, questo Santo Arciprete, non contento delle immense fatiche sostenute per soccorrere gl’infelici assaliti dal fiero morbo, arrivò persino a scavare da se stesso le fosse per seppellirvi i cadaveri che il timore e lo sgomento generale lasciava insepolti. Cessata quella calamità, mentre una sera passava vicino al cimitero in compagnia del governatore di Arona, fu all’improvviso colpito da una straordinaria visione, imperocché osservò una lunga fila di morti che uscendo dalle loro tombe s’incamminavano verso la Chiesa. Non credendo ai propri occhi, si rivolse al suo compagno, il quale stupefatto stava anch’egli rimirando lo stesso spettacolo, ed avuta da lui assicurazioni di quanto accadeva ed accertato che fossero quelle le vittime della peste che in tal modo volevano far loro comprendere il bisogno che avevano di suffragi, dirigendosi immantinente verso la parrocchia fece suonare le campane e, convocati i parrocchiani, per tutta la notte innalzò al cielo ferventi preghiere per quelle anime, facendo la mattina di poi celebrare in loro suffragio una messa solenne. Questo fatto, del quale furono spettatori personaggi, la cui elevatezza di spirito esclude ogni pericolo d’illusione, e che colpiti contemporaneamente dallo stesso fenomeno, non arrivando ad aggiustarvi fede, se ne accertarono l’uno con l’altro, mi pare sia più che sufficiente comprovare la verità della nostra asserzione. – Quanta ragione non abbia la Chiesa di proibire l’evocazione dei morti, perché gli spiriti, che in qualche maniera si rendono sensibili, non sono per lo più che spiriti cattivi o demoni, lo si potrebbe dimostrare con una infinità di esempi: ci limitiamo a due soli. Si era nei primordi del moderno spiritismo, e l’Arcivescovo di Rennes, volendo per suo studio personale fare delle esperienze col tavolo parlante, convocò intorno a sé, nell’episcopio, i suoi vicari generali ed i suoi canonici. Fatto silenzio, venne interrogata la tavola attorno ad un giovane missionario, martirizzato poco prima in Cina, e del quale portava addosso un pezzetto di camicia imbevuta del suo sangue. La tavola, secondo i colpi convenuti, narrò minutamente tutta la storia dei patimenti del martire con tale fedeltà e verità che il Vescovo e tutti i convenuti ne furono sommamente commossi e stupiti. Per il che il Vescovo, interrompendo la seduta, disse ad alta voce: « Per sapere tutte queste cose, è necessario che tu sia il demonio. Ebbene, se realmente tu il sei, io ti scongiuro in nome di Dio onnipotente e di Gesù Cristo crocifisso, ti obbligo e ti comando di infrangerti ai miei piedi ». La tavola all’istante spicca un grandissimo salto e, cadendo obliquamente, infrange due suoi piedi innanzi all’Arcivescovo di Rennes. – L’altro esempio ci viene riferito dal P. Franco nel suo libro sullo Spiritismo. Ad un signore romano S. F. che aveva avuta la disgrazia di perdere la moglie, venne vaghezza di evocarne lo spirito e di interrogarlo su varie questioni che gli stavano a cuore e specialmente sopra un punto di politica: l’invasione di Roma. Lo spirito rispose, ma la risposta che si ottenne non piacque all’interrogante, il quale ne sorrise. Sorridere e sentirsi schiaffeggiato fu un punto stesso. E la percossa fu di così buon peso, che lo schiaffeggiato dovette rinchiudersi per tre giorni in casa, finché si dileguassero i lividi che ne ebbe sulle guance. Il sig. F. S. , si può credere, non evocò più lo spirito della sua cara metà disincarnata.

APPENDICE

Delle apparizioni e manifestazioni delle anime dei defunti.

Troppo importante è questa questione perché, secondo la Sacra Scrittura e la Tradizione, non ne diciamo qualche cosa in appendice a questo trattenimento. — È  persuasione comune presso tutti i popoli, non tanto civili quanto selvaggi, che le anime dei trapassati possono, dopo la loro morte, ritornare in sulla terra, rivestire un’apparenza corporale, una forma terrestre o aerea, fare del rumore, emettere gemiti, parlare, domandare qualche cosa. Non v’ha nulla in ciò che ripugni alla sana ragione; nulla che sorpassi l’onnipotenza divina. « Dio può certamente, dice l’illustre Bergier, allorquando un’anima è separata dal corpo, farla ricomparire, renderle il corpo che ha lasciato, o rivestirla d’ un altro, e rimetterla in istato di fare le medesime funzioni che aveva prima della morte. Questo mezzo d’istruire gli uomini e renderli docili è uno de’ più meravigliosi che Iddio possa impiegare ». La S. Scrittura non ci lascia dubbio alcuno su tale questione: vi vediamo Mosè che con Elia appare sul Tabor, alla trasfigurazione di Gesù; il profeta Geremia che accompagnato dal santo Pontefice Onia apporta una spada d’oro a Giuda Maccabeo, assicurandolo che con quell’arma inviata da Dio egli sterminerà i nemici del popolo d’Israele. Noi leggiamo ancora nel libro dei Re che il profeta Samuele apparve, dopo la sua morte, alla pitonessa d’Endor, profetizzò e predisse a Saulle le disgrazie che ben presto sarebbero piombate su di lui. « Non è punto cosa assurda, dice S. Agostino a questo proposito, il credere che Dio abbia permesso al suo profeta di comparire dinanzi al re e di inspirargli un salutare terrore ». E nei Vangeli non si legge forse che alla morte del Salvatore « i sepolcri si aprirono e molti corpi dei santi che dormivano risuscitarono e usciti da’ sepolcri entrarono nella santa città ed apparvero a molti ? » – La tradizione non ammette pure alcun dubbio sulle apparizioni dei defunti, ed i Padri della Chiesa, quali un S. Agostino, un S. Gregorio Magno, un S. Paolino, Eusebio, Origene, Teodoreto ed altri molti non esitano a riferire ed a ritenere per vere tali apparizioni. S. Agostino, per non citare che questo grande dottore, nella sua epistola al Vescovo Evodio, parla d’un giovane che, dopo la sua morte, comparve a parecchie persone; « per il quale fatto, aggiunge egli, Dio permise che il popolo fosse confermato nell’idea che si aveva della sua santità »; ed in altro luogo narra di S. Felice martire che si fece vedere agli abitanti di Nola, assediata da’ barbari. Quanto mai esplicita ed affermativa è poi la dottrina del santo Vescovo d’Ippona a tale riguardo. Consultato dal Vescovo di Upsala che gli domandava: « Che cosa bisogna pensare di certe apparizioni di persone morte da qualche tempo, che si son viste andare e venire per le loro case, come quand’erano ancora vive? e qual caso bisogna fare di certi rumori che si sentono sovente, durante la notte in certi luoghi? poiché mi ricordo di averlo udito dire da parecchie persone, e, tra le altre, da un santo prete che fu testimonio di tali fatti straordinari »; il santo Dottore risponde sapientemente non meno che prudentemente ai dubbi del suo amico in una lunga lettera che compendia la sua dottrina su questo punto. « Non bisogna, dice egli, credere troppo facilmente alle apparizioni e manifestazioni dei morti, e d’altra parte neppure rigettarle tutte come impossibili, e senza esame, poiché è certo che Dio le ha permesse in parecchie occasioni, come voi potete vedere nelle Sacre Scritture ». In un altro suo scritto tratta più distesamente la stessa questione: « Io sono ben lungi dal credere, dice, che sia una cosa ordinaria e naturale ai morti di comparire in mezzo ai vivi e di occuparsi dei loro affari; poiché, se questa facoltà fosse loro concessa, non vi sarebbe notte cui io non dovrei vedere la madre mia, ella che durante la sua vita non si separò mai da me, e mi ha seguito per terra e per mare fino nelle contrade più remote. Io non credo dunque che questa specie di avvenimenti entri nel corso ordinario delle cose; ma sono però convinto che l’onnipotenza divina può qualche volta permetterli per ragioni piene di saggezza e che noi dobbiamo rispettare Sì, i morti possono apparire ai vivi non per loro propria potenza, ma per potere divino ». – S. Tommaso d’ Aquino è della stessa opinione di S. Agostino; e tanto più facilmente ammette questa dottrina in quanto che egli stesso fu più volte favorito di tali apparizioni straordinarie che lo misero in relazione col mondo degli spiriti. Riconosce però una differenza tra le apparizioni degli eletti e quelle delle anime del Purgatorio: i primi possono apparire ai viventi quando il desiderano, mentre le seconde non lo possono che con il permesso di Dio. – Il B. Cardinale Bellarmino in una notevole dissertazione che ha per titolo: « Se le anime de’ defunti possono uscire dalle loro sedi » stabilisce come certa ed indubbia la dottrina delle apparizioni, benché in certi casi particolari uno si possa ingannare e prendere per realtà quello che è semplice effetto d’immaginazione o di ciarlataneria. Non altrimenti la pensa il sapientissimo Cardinal Bona, il quale nel suo celebre trattato del Discernimento degli spiriti conferma e sviluppa l’insegnamento di S. Agostino, ed aggiunge: « È certo che vi esistono delle vere apparizioni, per mezzo delle quali gli uomini sono istruiti e portati alla virtù; ma ve ne esistono anche delle false, con le quali Dio permette che qualche persona rimanga ingannata… » – In appoggio di tale verità, così universalmente affermata, noi potremmo ancora aggiungervi le decisioni di una quantità di Concili particolari, le leggende dei breviari, le testimonianze della pittura, della scultura e d’ un gran numero d’apparizioni riferite dalla storia, ma ne facciamo grazia ai nostri lettori, bastando per loro quanto da noi è stato detto.

OTTAVARIO DEI MORTI (5): Sterile pietà verso i morti

OTTAVARIO 5

TRATTENIMENTO X.

Sterile pietà verso i defunti.

[L. Falletti: I nostri morti e il purgatorio; M. D’Auria Ed. Napoli, 1924 – impr. -]

Sommario — Peggiore degli infedeli — Gravissimi abusi — Scandalose esteriorità — Qual vantaggio?—Condotta dei primitivi Cristiani — Dolore esagerato —Non lagrime, ma preghiere — Non imprecazioni, ma suffragi — Casi lagrimevoli — Inspirarci a vera carità cristiana. Esempio.

I.

Degne di tutta la nostra considerazione sono le parole che l’Apostolo S. Paolo rivolgeva al suo discepolo S. Timoteo nella prima lettera che gli scriveva: « Se uno non provvede ai suoi e specialmente a quelli di casa, ha rinnegato la fede ed è peggiore d’un infedele». Che queste parole, a mio giudizio, non solamente si debbono intendere pei nostri simili, che ancora sono in vita, ma eziandio per quelli che già son passati da questo mondo all’eternità. La morte ha forse distrutti i vincoli che ad essi ci legavano? Per non meritare pertanto la taccia di apostati o d’infedeli, che largisce l’Apostolo, non basta che noi non ci dimentichiamo dei nostri morti, ma egli fa ancora d’uopo che noi provvediamo ai loro bisogni, li suffraghiamo cioè nel miglior modo che ci sarà possibile per affrettare loro l’ingresso nel regno della beatitudine. Ho detto nel miglior modo: perché quanti non ve ne hanno anche tra i Cristiani, che credono di adempiere i loro obblighi verso i poveri defunti e dimostrare loro efficacemente il loro affetto, mentre invece di nessun vantaggio è quello che fanno verso di loro e, Dio non voglia, che non sia qualche volta anche ingiurioso e nocivo? È doloroso il dover dire una tal cosa; ma pur fa d’uopo il dirla perché è una verità. Quantunque invero grande sembri la divozione verso i morti e tutti protestino di praticarla, troppo numerosi sono nondimeno i Cristiani che si ingannano a questo riguardo; che la loro pietà è ben lungi d’essere così proficua che il potrebbe essere. Per mettere quindi in guardia i fedeli contro i possibili abusi che potrebbero aver luogo nel loro affetto e nella loro pietà verso i defunti, credo di non fare cosa inutile il rilevarne i principali, affinché, conosciutili, possano evitarli. – Ed uno dei principali abusi è quello di coloro che credono di aver fatto tutto il loro dovere verso i poveri morti, quando hanno sfogato i loro affetti in pompose esteriorità di musiche e di fiori, in sperticati elogi, in tombe sontuose. E disgraziatamente un tale abuso troppo dilaga ai giorni nostri e ci colpisce troppo di frequente gli occhi, specialmente nelle vie delle città e fra le classi elevate, perché noi non si abbia a deplorarlo con parole eloquenti. Non è forse vero che certi Cattolici odierni profondano in apparati e monumenti funebri le somme che basterebbero forse a salvare chissà quante anime dal Purgatorio, se fossero impiegate in usi di carità? « E non vediamo noi, esclama un moderno scrittore, sfoggiare una sfacciata vanità perfino sugli altari più carichi dei segni della nobiltà del defunto, che non degli emblemi augusti del Cristianesimo? Non vediamo noi erigersi per un cadavere tali funebri monumenti più magnifici che non i santuari ed i tabernacoli ove riposa il corpo sacrosanto di Gesù Cristo? » Oh! non sanno i moderni mondani, che tutte queste cose, chiamate da S. Agostino, sollazzi dei viventi, anziché soccorsi ai defunti, questi stessi defunti o le ignorano o non le curano, se sono sterili di suffragio, le abborrano, se sono menzogne? Che cosa vale onorare i nomi e i corpi dei morti, dove essi non sono più, e non soccorrerli dove vivono in bisogno? Che gusto, per esempio, potrebbe dare ad un’anima del Purgatorio quella abbondanza di ghirlande di fiori con cui vengono carichi e il carro che reca il corpo alla sua ultima dimora e il sepolcro che dovrà ricevere le sue mortali spoglie? Qual sollievo potrebbe arrecarle il suono rumoroso dei musicali istrumenti, oppure l’essere celebrata in terra, a giudizio degli uomini, per virtù che forse non ebbe; ed intanto essere lasciata in abbandono, mentre patisce per giusto giudizio di Dio la pena dei reati che commise forse in quelle stesse azioni che la bilancia menzognera degli uomini esalta? Non è questa un’ironia, una terribile ironia, anzi una vera crudeltà?… – Qual burla più atroce potrebbe mai farsi ad un disgraziato mendico, morente per fame, che dispiegargli dinanzi gli occhi i più vaghi fiori, accarezzargli le orecchie dei più armoniosi concerti e delle più eloquenti concioni, ed intanto ostinatamente rifiutargli quel tozzo di pane che solo potrebbe sottrarlo ad una vera morte? E non è così che si agisce in migliaia di casi verso le povere anime del Purgatorio, per le quali il mondo con tutte le sue pompe, coi suoi titoli ed onori, non solo è vanità, cioè apparenza, ma ha fin perduta la figura e l’apparenza, è un bel niente? Che servono ad esse tutte queste esteriorità, se la preghiera e il Sangue di Gesù Cristo per mezzo del Sacrificio degli altari non viene a diminuire o far cessare i dolori che loro cagionano le fiamme di quel carcere tenebroso? Né punto, né poco: uno sfoggio di vanità; saranno anche manifestazioni di dolce mestizia, di grato pensiero, di tenero affetto, ma certamente nulla giovano al povero morto. – Che sfoghino i loro affetti nelle inezie gli infedeli che non hanno speranza di vita futura, gli eretici che negano il valore dei suffragi ai defunti, lo si capisce facilmente; ma che i Cattolici si contentino di esprimere i loro con musiche, con corone di fiori, con discorsi, con iscrizioni sopra marmi boriosi, e spendano talvolta grossa moneta per le pompe esteriori, e poi poco o nulla pensino al suffragio dei loro defunti, questo sì che è inconcepibile! Già fin dai tempi suoi S. Gerolamo condannava aspramente una tale pietà sterile ed inutile pei morti. Scrivendo ad un certo Cristiano, chiamato Pammachio, che aveva avuto la disgrazia di perdere una moglie diletta, così diceva: « Un altro che voi non siate, spanderebbe sulla tomba d’una sposa adorata viole e rose in quantità, l’adornerebbe con bianchi gigli, la coprirebbe dei fiori più belli, ma il nostro caro Pammachio tributa cose molto più sublimi a quelle ceneri sacre, ed innaffia quelle ossa venerande col balsamo che scorre dalle opere buone. Sono dessi i profumi che testimoniano il suo amore a quelle ceneri dilette, poiché egli sa che sta scritto: In quella guisa che l’acqua estingue il fuoco, così le buone opere cancellano il peccato ». Non altrimenti parlava S. Ambrogio, e nella sua orazione funebre in morte di Valentiniano esclamava: « Non si adorni il suo sepolcro di fiori, ma lo spirito ne sia imbalsamato coll’odore di Cristo ». Gli stessi abusi deplorava pure S. Agostino, il quale non esitava a proclamare che essi non sono altro che segni di vanità in cui i viventi cercano di più la propria soddisfazione che il sollievo dei defunti. « Le pompe magnifiche di funerali, dice questo santo Padre, le grandi assemblee, le ricche architetture dei monumenti servono maggiormente a consolazione dei viventi, che non al riposo dei morti; ma oh! qual maggior sollievo non ricevono essi dalle preghiere della Chiesa, dal Santo Sacrificio, dalle elemosine fatte a loro intenzione. Saranno questi atti di pietà che impegneranno Dio a trattarli con un rigore molto minore di quello che i loro peccati meriterebbero ». – Ciò considerando un moderno scrittore, il Moroni, diceva: « È cosa ben strana che la vanità cerchi di soddisfarsi, in ciò che vi ha di più umiliante per la natura umana. Nella cura che si prende dei morti, tutto deve tendere a ravvivare la nostra speranza, ad inspirarci serie considerazioni sulla necessità di praticare la virtù, a farci conoscere la nostra miseria e desiderare l’eternità: tutto deve per conseguenza annunziare la gravità, la modestia e la semplicità che convengono allo spirito del Cristianesimo; il fare altrimenti è un opporsi alla propria Religione ed anche al buon senso. Nei funerali dei primitivi Cristiani, che commovevano sì fattamente i pagani, e che sembravano sì rispettabili a Giuliano l’Apostata, mostravasi dolore per la perdita dei fratelli; ma questo dolore era temperato da una tenera devozione, e si esprimeva con raccolti e non chiassosi riti esteriori la fede che si aveva nel Salvatore e la speranza di partecipare della beata immortalità. Pertanto Giuliano, altamente meravigliato della modestia e decenza dei funerali dei Cristiani, e della proporzionata e zelante cura che si prendevano in seppellirli, fece sapere al principale sacerdote dei pagani, con una sua lettera, ch’egli desiderava che si osservassero tre cose, le quali, secondo lui, avevano soprattutto aiutato lo stabilimento del Cristianesimo, cui egli con enorme bestemmia indicava sotto il nome di ateismo: cioè la carità verso gli stranieri, la cura di seppellire i morti, e la gravità della condotta. La cura dunque che i Cristiani dei primi tempi prendevano dei morti, nulla aveva di quella pompa sfacciata usata fra i pagani, ma consisteva in una gravità religiosa e modesta, la quale annunziava che i Cristiani erano vivamente persuasi della risurrezione futura; che essi riguardavano la spoglia mortale dei loro fratelli, come alcunché di prezioso, e che non dubitavano che i corpi, consegnati alla terra, non risuscitassero un dì nella gloria, per divenire l’ornamento della celeste Gerusalemme ». – Or perché la condotta dei primitivi Cristiani, a riguardo dei loro morti, non sarà pure la nostra? Perché non seguiremo gli insegnamenti della Chiesa? Questa buona Madre che in tutta la vita c’insegna a disprezzare le pompe ed onoranze terrene, a macerare la carne, a farla in tutto servire agli interessi dell’anima, prende pure dopo morte gran cura dei corpi dei fedeli e della loro memoria, e quelli accompagna con riti solenni alle tombe benedette da lei e custodite con pietosissima gelosia, a questa ricorda e raccomanda sovente ai fedeli. Tutto ciò fa per la speranza che quelle membra, espiate già dai Sacramenti divini, rivivano immortali nella risurrezione beata con Cristo. Ma la sua principale mira è poi sempre al suffragio delle anime, e quindi noi vediamo che tutti i suoi riti, tutte le sue cerimonie, tutte le sue preghiere sono in modo speciale dirette a chiedere la misericordia di Dio sull’anima del trapassato. Così devono fare i congiunti cristiani: si rendano bensì al defunto quegli onori esteriori che il suo grado e le circostanze richiedono, e che la Chiesa, ripeto, punto condanna, non impedendo infatti l’abuso che se ne fa che dessi siano santi doveri e nella loro origine e nella intenzione della Chiesa che li ha istituiti: ma si procuri però, secondo il consiglio del Crisostomo, che il defunto molto più sia aiutato con le preghiere e con le elemosine. E si ricordino i viventi che una Comunione ben fatta in suffragio dell’anima sua, gli dirà molto meglio la loro riconoscenza che non tutti i più superbi mausolei; e che vi ha una specie d’iniquità od anche d’infedeltà a nulla risparmiare, quando si tratta del seppellimento del corpo, il quale non è che putridume nella sua tomba, mentre poi si trascura di soccorrere un’anima, che è la sposa di Gesù Cristo, l’erede del Cielo.

II.

E sterile affetto, vana divozione verso i loro morti io chiamo pure quella di coloro i quali, nel momento della perdita dei loro cari, ed anche in seguito, escono in grandi lamentele, alzano grida al Cielo, versano lagrime senza fine sulle loro spoglie, prolungano un lutto esagerato, moltiplicano i loro pellegrinaggi sulle loro tombe, a scapito il più delle volte dei loro doveri essenziali; e tutti compresi del loro dolore, non pensano che poco o nulla a strapparli con le loro preghiere e con le opere soddisfattorie alle fiamme che forse terribilmente le cruciano in Purgatorio. Mio Dio! e si può dire che una tale condotta sia degna di un’anima cristiana, o non sia piuttosto un gravissimo abuso, che disgraziatamente parmi essere diventato un’abitudine presso di noi ? Ma che dico abitudine? quanto meglio si dovrebbe dire per nostra confusione regola di convenienza, dovere, poiché oggidì coloro che si vantano di vivere secondo le leggi del mondo, a forza di piangere i loro morti, arrivano a tal segno di rendersi come dispensati di pregare per loro! Ed è sì vero che se nei giorni dei funerali del marito si vede per caso la vedova avvicinarsi agli altari e soddisfare i doveri essenziali della Religione, non mancheranno coloro che la accuseranno di non avere tenerezza, di non aver cuore! Forse mentre persone straniere, per un sentimento officioso, accompagneranno la salma e raccomanderanno l’anima a Dio, ella, rinchiusa in casa farà l’inconsolabile, la disperata. Zenone, Vescovo di Verona, non poté sopportare che una donna interrompesse il santo Sacrifizio con singhiozzi che egli trattò di profani; ma non è forse meno indegno di interdirsi, secondo quello che si pratica ai giorni nostri, i divini uffizi e di dispensarsi dalle preghiere solenni della Chiesa, per pagare invece ai morti un tributo di lagrime che essi punto ci domandano, e che sarà loro così poco utile? Poiché, in fin dei conti, di qual soccorso potrà mai essere ad un povero morto un dolore così eccessivo? Tutte queste testimonianze d’un affetto esagerato e senza misura saranno desse capaci di mitigare le sue pene, se mai si trova in Purgatorio? e sarà mai possibile che questo fuoco purificatore, di cui sentonsi le terribili fiammate, potrà estinguersi con le lagrime che colano dagli occhi? Ma pur troppo io so che ben poco valgono in queste occasioni gli argomenti che ci presenta la fede per dimostrare la irragionevolezza di una tale condotta. E come so anche che col dolore difficile cosa è ragionare, spero di meglio raggiungere lo scopo col citare un fatto narratoci da Tommaso Catimprato. Narra questo autore che avendo sua nonna perduto per una disgrazia improvvisa un suo figliuolo in cui aveva riposte tutte le sue speranze, ne era rimasta inconsolabile. Giorno e notte versava torrenti sì copiosi di lagrime, che correva pericolo di perdere la vista. Unicamente immersa nel suo dolore, dimenticò interamente di occuparsi dell’anima del figlio, non solo non facendo preghiere in suo suffragio, ma neppure curandosi che venisse celebrato il santo sacrificio a quella intenzione. Intanto l’anima del giovinetto gemeva tra le fiamme del Purgatorio, donde pregava Dio di fare conoscere alla madre sua il male che gli cagionava con il lasciarsi trasportare ad un dolore così esagerato. Or avvenne che un giorno, mentre la desolata donna si trovava al colmo della sua angoscia, si trovò tutto ad un tratto come rapita in estasi. Le sembrò di vedere in mezzo ad una strada una lunga processione di giovanetti che s’incamminavano allegramente alla volta d’ una magnifica città. Come ella cercava avidamente con gli occhi se per caso non vi vedesse eziandio il suo diletto, lo scoprì infatti alla coda di tutti gli altri, che si trascinava penosamente sotto il peso dei suoi abiti grondanti acqua. Commossa a tal vista, a lui rivolta gridò: Ma perché mai, unico oggetto dei miei dolori, rimani tu così indietro da quel corteo brillante che ti precede? Io ti vorrei alla testa dei tuoi compagni! » Ed il giovanetto a lei: « E non vedete, o madre, che io sono impedito nel procedere nel cammino dalle lagrime sterili che voi versate per me? Cercate una buona volta di non più abbandonarvi ad un cieco ed infecondo dolore; e se voi veramente mi amate, e volete efficacemente mettere un termine al mio soffrire, applicatemi i meriti delle vostre preghiere, delle vostre elemosine e delle messe dette in mio suffragio. Ecco come voi mi proverete il vostro amore materno! » La visione scomparve, ma aveva prodotto il suo effetto: quella madre sconsolata comprese meglio da quel momento qual era il suo dovere, e s’affrettò a compirlo con una sollecitudine veramente cristiana. Quante persone non imitano la condotta di questa madre nella perdita dei loro cari, privandoli intanto di quei suffragi che loro recherebbero tanto sollievo? Ond’è che S. Ambrogio, scrivendo a Fiorentino per consolarlo della morte di sua sorella, gli diceva: « Non bisogna piangerla, ma pregare Dio per lei: vai molto meglio raccomandare l’anima sua a Dio, e fare celebrare per essa il santo Sacrificio, che affliggerla con lagrime inutili e sterili ». « Non voglio con ciò dire che non abbiate a piangere sulla perdita dei vòstri cari, dirò ancor io col P. Laurent, gesuita, che anzi avete pur ragione di addolorarvi della loro perdita: e quindi hai ben ragione, o giovane sposa, di piangere la morte immatura del tuo giovane consorte; hai ragione, o madre desolata, di piangere la perdita di quell’unico figlio, che sperasti dovesse essere un giorno il conforto della tua vecchiaia; hai ragione, o povero orfanello, di piangere la morte della tua buona madre: ma il vostro dolore, o poveri afflitti, sia dignitoso e temprato dalla fede, dalla speranza e dalla rassegnazione cristiana. Quanto ai vostri morti, (diceva l’Apostolo scrivendo ai Cristiani di Tessalonica, e io dico a voi) non voglio che ve ne contristiate, come fanno gl’infedeli, che non sono confortati dalla speranza cristiana: ut non contristeminì sicut cæteri qui spem non habent. Per un infelice che ha perduta la fede, la morte è una vita spenta totalmente e per sempre, è una separazione totale ed eterna dalla persona che morì. Per esso quell’esistenza fu un’ombra che passò, un lume che splendette, e poi si spense per sempre. Come stupirsi quindi che costui si diporti non altrimenti che gli amici di Giobbe dei quali si legge che molto piansero e lamentarono i suoi mali, ma non si legge che pensasse alcun di loro a torlo dal letamaio, e medicarne le piaghe, tanto che il pazientissimo Giobbe finì per dir loro che erano consolatori onerosi? Noi invece sappiamo che la morte non è che uno scioglimento precario del composto umano; e che i nostri cari, con la miglior parte di sé, sopravvivono ai destini delle tombe, e però, se morirono nel bacio del Signore, noi li rivedremo e li riabbracceremo, vestiti di gloria immortale in Paradiso. Adunque sì, piangete pure: il pianto è un sollievo a un cuore oppresso dal cordoglio, è anche un bisogno. D’altronde il pianto non toglie la rassegnazione cristiana, come già è stato dimostrato ». Ma soprattutto si eviti, aggiungo io, di fare di questo dolore una passione: passione che sovente si spinge fino all’indiscrezione passione con cui una vedova desolata vuole qualche volta distinguersi e farsene un vanto per passare come esempio e modello; passione che ci si sforza di sostenere ad ogni costo e che per nulla si vuole mitigare e che perciò forse sa più di affettazione che di verità. Però se amate seriamente i vostri morti, non vi contentate di piangere: aiutateli coi vostri suffragi.

III.

Ma v’ha di peggio ancora: che cosa non dovrassi infatti dire, di coloro che, non contenti di chiudersi in un dolore muto o di piangere inconsolabilmente sulla perdita dei loro cari, escono per di più in accenti ingiuriosi ed imprecazioni contro Dio che loro ha tolto l’oggetto del loro amore, quella persona cioè che’ loro sembrava indispensabile alla loro vita, non risparmiando nel loro cieco dolore neppure i medici, sui quali gettano la colpa della morte dei loro cari, quasi non abbiano saputo conoscere il morbo, o conosciutolo non abbiano saputo curarlo? Quanto non siano costoro da compiangersi non v’ha chi noi veda: e ben loro stanno le parole che loro indirizza il sullodato gesuita: « Ah! Iddio vi perdoni! ma voi non avete ragione di così prendercela con Dio! No, Egli non vi ha fatta alcuna ingiustizia, alcun torto, perché esso è il padrone assoluto delle sue creature: quando vuole ci dà la vita, e quando vuole ce la può ritogliere; Egli ha sopra le sue creature quel diritto che avete voi di fare delle cose vostre quel che volete. Lo so: la morte qualche volta è la rovina completa, economica e morale di una famiglia, come ad esempio, in alcuni casi la morte del padre ovvero della madre. Solo sa Iddio che cosa sarà di quelle figlie ora che non hanno più la madre che le guardi! Sa Iddio che cosa sarà di quella povera vedovella e della numerosa sua prole, ora che è morto il consorte, il capo di famiglia! Sono misteri, profondi, formidabili! ma conviene adorarli, non investigarli. No, non abbiamo diritto di dire al Signore: perché avete fatto così? Noi vorremmo portar giudizio sopra tutto ciò che accade intorno a noi, e che non intendiamo: ma ciò non è secondo ragione, perché Iddio è troppo alto, e noi non possiamo arrivare con la nostra corta vista a leggere le ragioni del suo operare: noi non abbiamo mezzo di collocarci a un punto giusto di vista, che abbracci l’intero disegno della Provvidenza, onde formare un savio giudizio degli avvenimenti. Havvi bensì talora qualche morte di congiunti o di altri, la quale colpisce troppo giustamente di un estremo cordoglio, e altresì di un terribile spavento: ed è la morte impenitente di un congiunto o di un amico, che morendo respinse dal suo letto il ministro di Dio, e rifiutò i santi sacramenti, lasciando così un forte timore sopra i suoi destini eterni. Oh sì, cotesti sono casi da piangere a lagrime di sangue! Tuttavia anche in cotesti casi, la Dio mercé assai rari, non abbiamo a perderci di coraggio, mentre non possiamo mai essere certi della perdizione eterna di alcuno, ignorando se in quegli estremi, in cui il moribondo non era più in grado di manifestare i suoi sentimenti, Iddio nella infinita sua misericordia non abbia illuminata la mente di quell’infelice, e aiutatolo a morire sinceramente contrito: e però anche in cotesti luttuosi casi convien sperare contro ogni speranza e pregare pel defunto. Si, pregare: che la preghiera gioverà all’anima dei defunti e dimostrerà l’amore che noi loro portavamo infinitamente di più che non tutte le imprecazioni, i lagni, gli accenti ingiuriosi che ci può strappare dalla bocca il cordoglio. – Non ha guari che ad una nobile signora protestante residente a Roma venne a mancare il consorte. In tale luttuoso frangente la buona signora si mostrava desolatissima e ad alcune signore romane, che eransi recate per consolarla, disse che invidiava la fede cattolica, che ci dà fiducia di poter giovare ai nostri cari anche dopo morte, mentre la sua setta le negava tale conforto. Ma oh! che gioverebbe aver la sorte di essere Cattolici, ove operassimo coi nostri morti non altrimenti dei Protestanti? Al dolore dunque del nostro cuore per la perdita dei nostri cari, corrisponda l’impegno in suffragare le loro anime, mostrandoci con loro larghi in opere non solo di vanità e di mera apparenza, ma di vero sollievo, che in tal modo dimostreremo quanto grande e veritiero non era il nostro amore verso di loro ».

* *

Vogliamo adunque che vera e non falsa, epperciò salutare e fruttuosa, sia la nostra pietà verso i morti? Oh! Evitiamo gli abusi di cui abbiamo superiormente parlato, e procuriamo che dessa abbia il suo fondamento in una carità veramente cristiana e sincera. E sarà cristiana quando agirà per motivi soprannaturali e non già per vani rispetti umani e tanto meno per vanità o per un esagerato amore di ostentazione. Lungi da noi tutto quello che potrebbe anche essere manifestazione eccessiva di dolce mestizia, di grato pensiero, di tenero affetto, ma che certamente nulla gioverà al povero morto. Sarà sincera quando non si fermerà al corpo, che non è che un pugno di polvere e di cenere, ma discenderà fino all’anima, questa parte immortale del nostro essere, creata ad immagine di Dio e riscattata dal sangue preziosissimo di Dio, e la seguirà fino al luogo della sua espiazione. Ricordiamo perciò quello che fecero Marta e Maria alla morte del loro fratello Lazzaro: esse andarono a piangere ai piedi di Gesù e ne furono consolate. Così pur noi andiamo a sfogare il nostro dolore ai piedi di Gesù, presente nell’adorabile Sacramento dell’altare; Gesù ci darà forza e vigore, e alla sua divina presenza il nostro dolore naturale si trasformerà, si santificherà; da amaro diverrà dolce, da violento diverrà tranquillo, da ribelle diverrà cristiano, rassegnato, meritorio. Coraggio, non è perduto ciò che cristianamente si soffre. Ogni lagrima, che ci strappa dagli occhi la memoria di quei cari defunti, il nostro buon Angelo custode la raccoglierà per ingemmarne un giorno la nostra corona di gloria che ci è apprestata in Cielo.

ESEMPIO: La festa dei fiori.

Non si alzerà mai abbastanza la voce contro quello sfoggio sfacciato di corone e ghirlande di fiori che non solo nelle grandi città, ma disgraziatamente anche nelle campagne va ogni dì, più prendendo piede in occasione di funebri trasporti. Ei si direbbe che tutta la solennità dei funerali debba unicamente consistere nel più gran numero di tali corone e ghirlande, tanta è la premura con cui vengono moltiplicate sulla bara del defunto e sui carri che la seguono. Così credono in tale maniera di onorare i poveri trapassati e di mostrare che si ha a cuore il loro culto ed il loro ricordo. Mio Dio! è egli mai possibile che Cristiani battezzati arrivino a ragionare di tal fatta? Più che non onore e culto pei poveri defunti tale abuso di fiori, in tali funebri circostanze, dire piuttosto vuole sterile pietà, derisione e scherno; e quindi non soltanto da biasimarsi, ma eziandio da condannarsi. Così un moderno autore il quale applica a tale abuso quello che egli dice della festa dei fiori, che si è stabilito negli Stati Uniti d’America dopo la guerra di Secessione « Ogni anno, il 30 Maggio, nel momento in cui i fiori sono nel loro più grande splendore,—circostanza che ha fatto dare a questa funebre festa il nome di festa dei fiori—la società americana va a deporre corone di fiori sulla tomba dei soldati che dai due campi sono caduti sotto le bombe e le mitraglie. Ricordo prezioso senza dubbio, se muovesse i parenti e gli amici dei defunti ad interporsi con le loro preghiere, elemosine, buone opere, offerta del santo Sacrificio tra i morti e la divina giustizia. Ma ahimè! Fra i visitatori delle tombe dei soldati morti sul campo di battaglia gli uni appartengono al Protestantesimo, che nega il valore ed il merito delle buone opere fatte a prò dei defunti, religione tutta rosa e miele pei viventi, tutto ferro e senza viscere pei defunti; gli altri sono Cattolici, si, e noi vorremo sperare che essi almeno accompagnassero l’offerta delle corone con l’offerta più preziosa della preghiera. Ma chi ce lo dice? Questo dovere di carità cristiana non è desso forse più che mai trascurato anche in questa circostanza? Che serve all’anima dei soldati il collocare una corona di fiori sulla loro tomba, se la rugiada benefica della preghiera o il sangue .di Gesù Cristo, offerto nel santo Sacrificio, non vengono a diminuire o far cessare i dolori che loro cagiona il fuoco del Purgatorio? » Scottanti verità che dovrebbero essere meditate da tanti Cristiani dei nostri giorni: oh! quanto non ne guadagnerebbero i poveri morti, che sarebbero accompagnati al Cimitero non incoronati di fiori, ma ricordati con preghiere e suffragi!

 

DEVOZIONE AL CUORE DI GESÙ (10): il modello di carità.

DEVOZIONE AL CUORE DI GESÙ (10)

[A. Carmignola: il Sacro Cuore di Gesù; S.E.I. Ed. Torino, 1930-imprim. ]

DISCORSO X

Il Sacro Cuore di Gesù modello di carità.

L’egoismo, l’amore disordinato dell’io, l’amore di sé fino alla noncuranza e all’odio degli altri, ecco in fondo in fondo la causa di tutte le sciagure, di tutte le miserie e di tutti i disordini, che vi sono nel mondo. Eppure ecco altresì la piaga, che travaglia maggiormente il cuor dell’uomo. Come sarebbe bello, che gli uomini riconoscendosi membri di una stessa famiglia, di cui Iddio è Padre, si amassero davvero come buoni fratelli, ed avessero comuni le gioie, divisi assieme i dolori, eguale il conforto delle vagheggiate speranze! Come sarebbe bello, che gli uomini, senza distinzione di famiglia, di casta, di patria, si stendessero tutti amichevolmente la mano per aiutarsi vicendevolmente nei loro bisogni, per soccorrersi nelle loro infermità, per confortarsi nelle loro tribolazioni! Come sarebbe bello che i dotti ammaestrassero con amore gli ignoranti, che i sani prestassero i loro servizi agli ammalati, che i ricchi dessero il superfluo ai poveri, che i lieti confortassero gli afflitti, che i giovani ed i robusti sostenessero i vecchi, che gli orfani trovassero sempre dei padri e delle madri; che tutti insomma per i loro sentimenti, per le loro parole, per le loro opere formassero un cuor solo ed un’anima sola! Come sarebbe bello! O quam bonum et quam iucundum habitare fratres in unum ! (Salm. CXXXII,, 1) Ma invece? Ohimè! Anche ai dì nostri tutta la filantropia, di cui si mena gran rumore e si fa gran pompa, non si riduce ad altro che ad ingannatrici parvenze, sotto le quali malamente si cela l’indifferenza, anzi la freddezza e persino l’odio. Vi hanno ai dì nostri di coloro, che rifuggono dal guardare l’altrui miseria, perché non vogliono essere turbati nella loro felicità. Vi hanno di coloro, che, peggio ancora, guardano l’altrui miseria e vi ridono sopra, perché è con l’aver ridotti gli altri alla miseria, che essi si sono fatti ricchi. Vi hanno infine di quelli, che si invidiano, si odiano, si insultano, si calunniano, si perseguitano, si tradiscono, si rovinano e si beano nella gioia della vendetta. È il trionfo, terribile trionfo dell’egoismo. E noi, o miei cari, vogliamo anche noi appartenere al numero di questi sciagurati, che in una vita senza amore si anticipano le torture, cui saranno condannati eternamente? No, senza dubbio. È perciò adunque, per raffermare ed accrescere in noi la regina delle virtù cristiane, la carità, che anche oggi ci faremo a contemplare il nostro divino modello e ad ascoltare il nostro divino maestro, Gesù Cristo. Oh se Egli per mezzo del suo Cuore Sacratissimo ci ha dato l’esempio della più eroica mansuetudine, della più profonda umiltà, e della purità più incantevole, ci ha pur dato quello della carità più ardente verso degli uomini, tanto che mostrandoci questo Cuore egli stesso ne dice: Ecco quel Cuore, che tanto ha amato gli uomini! Nello studio adunque e nella imitazione delle virtù speciali del Sacratissimo Cuore di Gesù ne lasceremmo da parte una integrale, se non rivolgessimo la nostra attenzione sulla carità per il prossimo. Consideriamo adunque: come col suo esempio e con la sua dottrina il Sacro Cuore di Gesù sia venuto a portare la carità nel mondo.

I. — Prima che Gesù Cristo venisse al mondo, la carità, o miei cari, era virtù sconosciuta. Anche presso gli Ebrei, che pure costituivano allora il popolo di Dio, ed ai quali Iddio l’aveva più volte raccomandata per mezzo della sua legge e dei profeti, erano tuttavia penetrate ed avevano fatto presa tali massime, che della carità erano l’assoluta negazione. Immaginarsi adunque dei pagani! Non è, che gli antichi non avessero degli amori. Anche avendo voluto non averne, non l’avrebbero potuto; perché non ostante il naturale egoismo che domina un uomo, è quasi impossibile, che non esca qualche poco da se medesimo per amare degli altri, o dirò meglio, appunto per appagare il suo egoismo l’uomo egoista ha bisogno di amare altri per esserne riamato. Ma allora l’amore, voi lo vedete, non è altro che una permuta di convenzione, un negozio d’interesse, un’arma di conquista all’egoismo istesso, e per conseguenza l’odio a tutto ciò, che non lo soddisfa. Si esalti pure presso i Greci e presso i Romani l’amor della famiglia, l’amor della casta, l’amor della patria! Ciò alla fin fine non era altro che inclinazione di natura, anzi prepotente egoismo passato dall’individuo nella famiglia, nella casta, nella patria. Così pure la tigre ama i suoi nati, odiando tutto il resto; così i lupi si affratellano coi lupi per compiere le loro rapine; e così ancora i leoni si aggruppano insieme per essere il terrore dei deserti. Difatti, e Greci e Romani, come chiamavano gli stranieri? Col nome di barbari. E così li chiamavano, perché cordialmente li odiavano. Ci devo essere io sapienza greca, ci devo essere io potenza romana, e non altro: ecco l’egoismo della patria. E i padroni, i ricchi patrizi come trattavano i loro servi? Siccome bestie. Come tali li avevano comperati al mercato, e come tali li usufruivano. Eccoli questi uomini, sulla cui fronte è scomparsa la traccia della dignità, con la palla di ferro al piede lavorare da mane a sera nelle campagne, in fondo alle miniere, e non altrimenti ripagati che di scarso pane e d’una gran quantità di scudisciate, e quando più non valgono alla fatica, eccoli abbandonati a morir di fame, se pure hanno avuto il tempo di arrivare a questa morte. Perché al padrone era pienamente lecito disfarsi di uno schiavo o comandargli di piantarsi un pugnale nel cuore per il solo diletto di vederselo in compagnia degli amici agonizzante dinanzi, al fine di una lauta cena, o farlo gettare vivo in fondo ad una peschiera per ingrassarne le sue murene. Ci siamo noi, dicevano i signori, e contiamo noi; ma voi, schiavi, che cosa siete? che cosa contate? Nulla. Ecco l’egoismo della casta. Tant’è: gli stessi filosofi non arrivavano a comprendere che gli schiavi essendo uomini al par degli altri, avevano anch’essi un’anima ragionevole ed erano pure essi degni di rispetto. Platone li chiamava esseri immondi; Aristotele li definiva una cosa, res; e Marco Aurelio, l’imperatore filosofo, non sapeva ravvisare in essi l’umanità. Come si trattavano i bambini, che nascevano deformi, od erano riputati soverchi nella famiglia? Si gettavano di casa in pasto ai cani, od in fondo alle cloache. Quale riguardo si aveva per i vecchi? Lo stesso Catone asseriva, essere conveniente torli di mezzo, non gravare le famiglie di tanti esseri inutili. E i poveri? Oh! i poveri eran gente, il cui contatto, al dire di Seneca, evitavasi con massima cura, e che, secondo Quintiliano, dovevansi rigettare con disprezzo. E l’imperatore Massimiano Galerio ordinava senz’altro, fossero gettati in mare, perché la loro presenza non doveva recar molestia a nessuno. Siamo noi, che dobbiamo goderci la vita, diceva un capo di famiglia a nome dei pochi membri, che la componevano, e degli altri che deve importarci? Ecco l’egoismo della famiglia. No, o miei cari, l’amore per l’umanità, prima della venuta di Gesù Cristo, non esisteva. Per quanto grande fosse la potenza dei soldati romani nell’assoggettare intere nazioni, per quanto splendida la magnificenza dei Cesari nel fabbricare palagi, meraviglie delle generazioni future, per quanto efficace la eloquenza degli oratori e profonda la sapienza dei filosofi, pure la carità non c’era, né sarebbe stato possibile un discorso sulla medesima. Del resto qual meraviglia? I Gentili non avevano mai neppure intraveduto che tutti gli uomini sono fratelli tra di loro, perché figli di uno stesso Padre; gli Ebrei, fattisi così alteri della loro nazionalità, lo avevano dimenticato. Ma ecco che una nuova èra incomincia, e la carità prende a regnar da sovrana in mezzo al mondo. Udite S. Paolo, che grida trionfante: Non vi è più Giudeo, né Greco, non v’ha più servi, né liberi, non v’ha più maschio, né femmina: no, non v’è più distinzione di sorta, ma tutti, quanti siete dispersi ai quattro venti, tutti siete un solo in Gesù Cristo: unum estis in Christo Iesu! E d in vero guardate nella stessa Roma: quelle matrone, che Tacito descriveva così molli e così sensuali, quelle fanciulle così fiere e così delicate sono discese dal loro orgoglio per curvarsi insino a terra e raccogliere nel loro grembo materno quei poveri bimbi abbandonati, per correre affannose nelle agapi fraterne a servire di loro mano i poveri ed i vecchi, per aggirarsi instancabili nelle povere case a visitare e confortare gli infermi. Mirate: quei patrizi, un giorno così fastosi e prepotenti, ora, spezzate le catene dei loro schiavi, si accomunano con gli stessi dapprima nelle catacombe e poi nelle basiliche, si mettono proprio accanto a loro, ne hanno cura come di proprii figli e non richiedono da loro più altro, che un conveniente ed amorevole servizio. Mirate: quegli uomini di diverse nazioni, di diverso linguaggio, di diverso colore, tutti si stringono la mano dicendosi coi più caldi affetti dell’anima: Siamo fratelli, siamo fratelli! E ciò è poco. Perché che cosa è avvenuto in seguito? Oh se apriamo alquanto quel gran libro, che contiene la storia della carità, avremo da strabiliare, che in ogni secolo investigatrice sollecita della miseria speciale ad esso, la carità suscitò in ogni secolo delle anime eroiche, che vi posero riparo. Chi sono quei due uomini, che attraversano i mari per penetrare in terre inospitali? S. Giovanni de Mata e S. Pietro Nolasco: niente li trattiene, non disagi, non pericoli; sfidano l’infuriare del mare e le ire degli infedeli; ma essi spinti dalla carità vogliono redimere gli schiavi. E chi è quell’altro, che si aggira per gli stanzoni degli ospedali fermandosi di tanto in tanto presso i poveri infermi, che gemono fra i più cocenti dolori ed agonizzano in fin di vita, asterge loro le lagrime e loro porge i più soavi conforti? È S. Camillo de Lellis. E quest’altro, che consacra tutta la sua vita al servizio dei pazzi, esposto a divenir pazzo egli stesso, se già non fosse preso dalla pazzia della carità, quest’altro chi è? È S. Giovanni di Dio. E quest’altro ancora, che lassù tra i ghiacciai eterni delle Alpi sacrifica la sua vita, movendo in cerca del povero viaggiatore, che smarrita la via corre pericolo di restar sepolto nella neve, chi è? È S. Bernardo di Mentone. E questi altri sono S. Gaetano Tiene, che per amor del prossimo, per sollevarlo dalle sue infermità, si sacrifica egli pure negli ospedali; S. Carlo Borromeo, il Cardinale Federico, S. Luigi Gonzaga, che per amore del prossimo, per scamparlo dalla strage di rio malore, espongono e danno con generosità la loro vita. S. Vincenzo de’ Paoli, S. Francesco di Sales, il Beato Sebastiano Valfrè, che per amore del prossimo, per soccorrerlo nei più gravi bisogni, si fanno tutto a tutti: S. Gerolamo Miani, S. Giuseppe Calasanzio, S. Antonio Zaccaria, il Beato Cottolengo, il Ven. Giovanni Bosco, che per amore del prossimo, per liberarlo dai più gravi pericoli, consacrano tutta la loro attività e tutto il loro zelo; sono generosi sacerdoti e suore ardimentose, che, seguendo la vestigia di questi gran santi, perpetuano sotto tutte le forme la carità cristiana negli asili, negli ospizi, negli ospedali, nei lebbrosari, sul campo di battaglia; sì, tutti costoro, e cento, e mille, e centomila altri sono gli uomini creati dalla carità, i prodigi della quale operantisi da diciannove secoli, sono mille volte più grandi, che non siano stati i prodigi di conquista operati da un Cesare o da un Alessandro Magno. – Ma intanto io chiedo: Come mai la carità questa regina della virtù, si è fatta regina nel mondo? Come sono nati questi appassionati per l’umanità? Chi ne li ha inebriati per tal modo? Qual vino hanno essi bevuto? La prima volta che essi apparvero nel mondo, furono presi per gente ebbra: Ebrii sunt. E sì. La carità è un’ebbrezza, che turba sublimemente la ragione, che cagiona delle eroiche follie. Ma questo vino così potente non è altro che l’esempio e la dottrina di Gesù Cristo; quell’esempio, che Gesù Cristo, solamente Gesù Cristo, è venuto a darci col suo Cuore ripieno di carità infinita per gli uomini; quella dottrina, che dallo stesso suo Santissimo Cuore ha fatto sgorgare.

II. — Apriamo il Vangelo. Anzitutto, secondo il solito di ogni altra virtù, noi troveremo l’esempio, e riconosceremo che dire Cuore di Gesù e Cuore tutto pieno di amore per gli uomini, senza distinzione e senza riserva di età, di sesso, di condizione, è la stessa cosa. Gesù ama i fanciulli, e vuole che a Lui si lascino appressare, perché di essi è il regno de’ cieli. Gesù ama i poveri, e con essi si trattiene volentieri e attesta di essere venuto per evangelizzarli. Gesù ama gli infermi, ed opera a loro vantaggio i più strepitosi prodigi, sanandoli dai loro languori. Gesù ama i peccatori, e li cerca, li chiama presso di sé, li tratta con una dolcezza ineffabile, li guarisce dalle loro colpe, e non può fare a meno di rimproverare coloro, che vorrebbero condannarli. Gesù ama gli ingrati, che dimenticano i suoi benefizi, e piange sulle sciagure dell’infelice Gerusalemme, Gesù ama i traditori, e a Giuda, nell’atto stesso che con un bacio lo consegna alla sbirraglia, dà il dolce nome di amico. Gesù ama quei che lo rinnegano, e non altrimenti fa conoscere a Pietro il suo delitto, che con uno sguardo di pietà. Gesù ama i nemici, e se talora coi farisei usa delle dure espressioni, ciò non è effetto che dell’amore, che non sa tacere «piando vorrebbe imporsi ad ogni costo. Gesù ama i suoi carnefici, ed a loro, che insultano alle sue supreme agonie, risponde con questa preghiera: « Padre, perdona loro, che non sanno quel che si facciano. » Gesù ama tutta l’umanità, poiché per tutta l’umanità muore sulla croce. E dopo l’esempio la dottrina. Uditela: « Amate il vostro prossimo in modo, che facciate ad esso tutto ciò, che bramereste fosse fatto a voi. In questo si restringe tutto il sugo della legge e dei profeti. » ( MATT. VII, 12) Altrove più chiaramente: « Ama Iddio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la niente, con tutte le forze. Questo è il primo comandamento, e il maggiore di tutti. Ma il secondo è simile a questo: Ama il prossimo come te stesso. » (MATT. XXII, 37) Nel discorso della montagna, dinanzi alla moltitudine, che lo ascolta meravigliata, esclama: « Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia! » E poi soggiunse: « Perdonate agli altri i loro mancamenti, affinché il vostro Padre celeste perdoni similmente i vostri peccati. Perché se voi non perdonate, né meno il Padre celeste perdonerà a voi i vostri mancamenti: Avete udito che fu detto: Amerai il tuo prossimo; e gli scribi hanno aggiunto: Odierai il nemico. Ma io vi dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite a que’ che vi maledicono e pregate per quelli che vi perseguitano e vi calunniano; sì che siate figli del vostro Padre, che è nei cieli, il quale fa nascere il sole sopra i buoni e sopra i cattivi, e piovere sopra i giusti e sopra gl’ingiusti. Imperocché se amate solamente coloro che vi amano, che mercede n’avrete voi? Non fanno altrettanto i pubblicani! E se salutate i vostri fratelli, che cosa fate più degli altri? Non fanno altrettanto i gentili? Voi dunque siate perfetti come il Padre vostro che è nei cieli. » Or dite, o miei cari, poteva Gesù Cristo con maggior precisione, con maggior chiarezza farci comprendere la sua legge di amore? Ah! Egli ha parlato veramente secondo l’abbondanza del suo Santissimo Cuore. – Eppure, come se ciò non fosse ancora bastato, ad aggiungere forza al suo precetto, a farcene sentire fino al grado supremo tutta l’importanza, egli volle rinnovarlo in un tempo più d’ogni altro memorabile, vale a dire, alla vigilia della sua morte. Qual padre moribondo, che, circondato dai figliuoli piangenti, espone l’ultimo e più ardente desiderio del cuore, Gesù, rivolto agli Apostoli, dice: « Vi do un comando nuovo, (un comando che finora l’umanità non intese a darsi da altri maestri) che vi amiate vicendevolmente, come Io ho amato voi. Questo è i l mio precetto. Ed è nella sua pratica, che vi riconosceranno per discepoli miei. » (Giov. XIII, 34, 35) No, non saranno i prodigi, che voi opererete, non la predicazione, che andrete facendo per l’universo, non l’eroismo, che professerete a sostegno della fede: non sarà tutto questo, ciò che specialmente vi distinguerà; bensì l’amore reciproco, perché la carità è il grande oceano donde cominciano e dove mettono capo tutte le grandezze della fede e tutte quante le virtù. E rivolto ancora al suo divin Padre gli domanda « che i suoi discepoli formino tra di loro un sol cuore, siccome Egli è nel Padre, e il Padre è in Lui. » (Giov. XVII, 21) E S. Giovanni, l’Apostolo prediletto, che ebbe la special cura di trasmetterci queste singolari espressioni di Gesù Cristo, è pure l’apostolo, che predica per eccellenza la carità. Perché non pago di fare nelle sue lettere una continua esortazione alla carità, già divenuto vecchio, e costretto a farsi portare nelle assemblee cristiane, con le tremule labbra altro non ripete: « Figliuolini, amatevi scambievolmente. » E richiesto del perché, risponde: « È il precetto del Signore. Se si osserva, basta. » Sì, la carità è il precetto del Signore, è il comando per eccellenza di Gesù Cristo. Ma verso di chi lo dovremo noi esercitare? Chi è propriamente il prossimo, a cui dovremo la nostra carità? Udite ancora Gesù Cristo: « Un pover uomo andava da Gerusalemme a Gerico, e dette negli assassini, i quali non solo lo spogliarono, ma, fattegli ancora molte ferite, lo lasciarono sulla strada mezzo morto. Passa di là un sacerdote, (dell’antica legge) ma vedutolo tirò oltre. Passa un levita, ed ancor egli datogli uno sguardo andò via. Passa alfine un Samaritano, e non ostante che i Giudei odiassero cordialmente i Samaritani e li avessero in minor conto di loro prossimo che non i Gentili, si ferma, gli si accosta, e veduto il suo misero stato, pieno di compassione trae fuori dalle sue valigie dell’olio e del vino, lo versa sulle sue ferite, gliele fascia: e quindi messolo dolcemente sul suo cavallo, lo conduce all’albergo e lo raccomanda all’albergatore, perché ne voglia aver gran cura. » Ecco dunque qual è il vostro prossimo: tutti gli uomini del mondo, di qualunque nazione essi siano, qualunque si sia il loro stato, di qualsivoglia condizione, fossero ben anche i più accaniti nemici. Così pertanto Gesù c’insegna come e con chi dobbiamo praticare la carità. E dopo insegnamenti così sublimi e così semplici ad un tempo, confermati dagli esempi così grandi e così ammirabili, come mai gli uomini non avrebbero abbracciata la carità cristiana per farla regnare da regina nei loro cuori? Tuttavia, o miei cari, sebbene tutto ciò più che mai avrebbe dovuto bastare per animarci a compiere il nostro dovere, Gesù Cristo volle fare assai più: e per assicurarsi per parte sua più che gli era possibile che noi seguissimo il suo esempio e il suo precetto si valse di un segreto, che era pure sconosciuto avanti la sua venuta. Udite.

III. — Prima che Gesù Cristo scendesse quaggiù, la religione pagana, che dominava pressoché tutto il mondo, non solo non era riuscita ad inspirare l’amore verso il prossimo, ma anzi aveva consacrato l’odio. Quegli dei nazionali, che l’egoismo umano si era fabbricato, non pensavano certo a proteggere gli stranieri. Gesù Cristo invece, venuto sulla terra, congiunse insieme religione e carità, e le fece una dipendente dall’altra in guisa, che dove non vi ha religione non vi ha vera carità, e dove non v i ha carità non vi è vera religione. Uditelo: « In verità, vi dico, ogni qualvolta eserciterete la carità verso il vostro prossimo, la terrò come esercitata verso di me stesso. Ed è secondo questa estimazione che nel dì del giudizio ve ne darò la ricompensa. Ma così pure, se voi negherete la carità al vostro prossimo la terrò come negata a me; ed è in questo rapporto, che nello stesso dì del giudizio ve ne infliggerò castigo. » Così ha parlato Gesù Cristo, e per tal guisa Egli personificandosi nel prossimo nostro e formando di sé e di Lui un solo essere morale, ha fatto della carità una virtù eminentemente religiosa, anzi una virtù teologale, ragione per cui ogni cristiano deve dire a se stesso: Se amo il prossimo, amo Iddio; se tratto bene il prossimo, tratto bene Iddio; se benefico il prossimo, benefico Iddio; ma se non amo il prossimo, è Dio che non amo; se tratto male il prossimo, è Dio che tratto male; se odio il prossimo, è Dio che odio. – « Ed ora, dirò con un illustre scrittore, i prodigi della carità cristiana non mi fanno più specie. Questa carne straziata sul Calvario è la carne dell’umanità; questi piedi inchiodati sulla croce sono i piedi dell’umanità; queste mani traforate sono le mani dell’umanità. Queste piaghe di Gesù Cristo sono le piaghe dell’umanità. E per converso le piaghe, benché così vergognose, dell’umanità sono le piaghe di Gesù Cristo, le mani benché abbiette e callose dell’umanità sono le mani di Gesù Cristo, i piedi benché sudici e schifosi dell’umanità sono i piedi di Gesù Cristo, la carne benché sì travagliata dell’umanità è la carne di Gesù Cristo. »  E se voi, soggiungerò io, se voi, o suore, che il mondo ingrato e maligno ripaga talvolta di ludibrio, cionondimeno avete rinunziato al mondo, alle caste gioie della famiglia, ai piaceri della terra per sacrificare la vostra vita negli asili, negli ospedali, nei ricoveri, nelle carceri e farvi le madri degli orfani e le serve dei poveri e degli infelici, ora capisco; se voi, frati e sacerdoti, che il mondo tollera solamente perché non riuscirà mai a distruggervi, pure legandovi alla religione coi santi voti, spendete il vostro ingegno, il vostro cuore, la vostra vita a prò della gioventù, a prò degli ignoranti, a prò di chi non conosce ancora Iddio, lo comprendo; se voi, o grandi dame, o nobilissime regine, o venerabili Cristine, o S. Elisabette, arriverete sino al punto da non calare soltanto dai vostri regali appartamenti per andare in soccorso del povero e per confortare g li infermi, ma per portare nelle vostre braccia i lebbrosi al vostro palagio, e poi lavarli con le vostre mani, e poi baciarne le piaghe, e poi bere eziandio, ciò che soltanto a dirsi ributta la nostra delicatezza, quanto è uscito dalle loro ulceri; io so, io comprendo ora tutto questo: nella persona di un uomo, per quanto misero, per quanto abbietto, per quanto malvagio e spregevole, voi vedete raggiare la persona adorabile di Gesù Cristo. E così comprendo come ad una preghiera fatta in nome del Crocifisso si sappia far il sacrificio d’una vendetta, calmare gli sdegni più bollenti, perdonare al proprio nemico ed abbracciarlo con affetto: la realtà è pur sempre questa, che come si tratta il prossimo, così si tratta Gesù Cristo, così si tratta Iddio, perché Gesù Cristo ha congiunto insieme con la carità la religione e le ha fatte inseparabili l’una dall’altra. Oggidì, o miei cari, alla carità cristiana vuolsi sostituire la filantropia, un non so qual amore degli uomini dettato al cuore unicamente dalla ragione. Ma cotesta filantropia che rifugge dalla religione, che non ha per base i motivi soprannaturali messici dinanzi da Gesù Cristo ad accendere in noi la carità, riesce essa ad ottenere lo scopo che si propone, o che almeno dice di proporsi? L’esperienza medesima ci fa conoscere, che non vi riesce, che non vi riuscirà mai. Essa per commuovere il buon cuore degli uomini, si arrabatta a trovar motivi e a stenderli sopra ampi affissi con parole altisonanti. Con tutto ciò non le riesce di persuadere, e non solo nelle necessità ordinarie delle classi indigenti, ma nemmeno nelle grandi calamità pubbliche, quando i terremoti, le inondazioni, i colera, mietute a migliaia le vittime, gettano nella miseria i superstiti. Sicché questa filantropia, che sdegna valersi dello stesso nome di Dio, è costretta, per ottenere sussidi a prò degli infelici, ad appigliarsi ad arti meschine e persino abbiette. Le fa d’uopo solleticare la vanità con promesse di nomi stampati sui giornali, di croci di cavaliere, di titoli ai generosi, e di suffragi nelle elezioni politiche ed amministrative; le bisogna ricorrere a ridicole chiassate di piazza, a processione di carri con strepiti di trombe innanzi ad essi; le bisogna sfruttare gli istinti volgari ed ignobili della nostra corrotta natura con lotterie e con balli, così detti di beneficenza, con mascherate, rappresentazioni sceniche, banchetti ed altre orge carnevalesche; le bisogna tutto questo. E questo è amore per gli uomini? È dunque lì nel tripudio della danza, che la dama superba si sente commuovere le viscere per la povera vedova, che carica di bambini, senza pane pei medesimi, versa amarissimo pianto? È lì nella gioia frenetica di una mensa lautamente imbandita, che gli Epuloni aprono il cuore alla compassione pei poveri Lazzari, che alla porta stanno aspettando le briciole? È lì nel matto sghignazzare della commedia, che la giovane donzella si decide a far sacrificio della sua vanità per asciugare qualche lagrima? E quando pure con questi mezzi così disonorevoli per chi ne fa uso, la filantropia sarà riuscita a mettere insieme qualche po’ di danaro, se pure, dedotte le spese o vere o immaginarie, le resterà qualche cosa da far pervenire nelle mani dei bisognevoli, dite, potrà essa recar loro il conforto, che arreca la carità cristiana, che si chiede e si fa in nome di Dio? Oh quando la vedova, l’orfano, il poverello sanno, che quelle quattro monete, che si pongono nelle loro mani, sono il frutto delle passioni più vili, il misero avanzo di tante altre monete gettate nei godimenti sfrenati, il mercato ignominioso delle loro lagrime e della loro miseria, pel rossore che proveranno nel riceverle, non se le sentiranno bruciar nelle mani? No! Non è di pane soltanto, che vive l’uomo; egli vive ancor più di dignità, perché Dio non lo ha fatto come il bruto, e la filantropia, che nel dare il pane all’uomo, non cura la Religione, non rispetta neppure la dignità umana. Carità adunque ci vuole e non filantropia. La filantropia sarà, io non lo nego, una virtù umana, ma appunto perché solamente virtù umana è incapace a soddisfare le aspirazioni dell’uomo, che secondo la bella espressione di Tertulliano, non è uomo soltanto, ma naturalmente Cristiano. La carità invece, quella carità che Gesù Cristo venne a portare nel mondo col suo esempio e con la sua dottrina, al nome di Dio si commuove e si accende, e gli uomini, le donne, i fanciulli stessi tramuta in eroi; in eroi, che danno le loro sostanze, in eroi che danno le loro forze, in eroi che danno il loro ingegno, in eroi che danno il loro cuore, in eroi che danno il loro sangue, a salvare delle anime, a consolare degli afflitti, a soccorrere dei bisognosi, ad assistere degli infermi, a perdonare dei nemici e a far del bene a coloro istessi che li odiano e li perseguitano. Ma se a ciò riesce la carità cristiana, gli è appunto perché essa è basata sopra motivi soprannaturali, perché è vivificata dall’alito della Religione. E quanto più questo alito è forte, tanto più riesce efficace nelle opere di carità. Voi avete ospedali, chi ve li serve? Avete ospizi, chi ve li sostiene? avete orfanotrofi, chi ve li governa? avete istituti pei poveri giovani, chi ve li mantiene? avete famiglie per le fanciulle, chi ve li dirige? avete degli ergastoli, chi ve li tramuta in case di benedizione? avete degli sventurati, chi ve li soccorre? avete dei moribondi, chi ve li assiste? ve l’ho detto: sacerdoti e suore, uomini e donne animate per eccellenza dallo spirito di Religione e che si chiamano appunto religiosi e religiose Ed è una vergogna, che alle volte il popolo medesimo, che è il primo a godere i benefizi della carità religiosa, si unisca coi superbi saputi del mondo per domandare, in vedendo dei religiosi e delle religiose, che cosa fanno ancora al mondo questi poltroni?…. Che cosa fanno? Lo sa Iddio, e lo saprai tu, quando abbandonato da tutti, troverai rifugio nelle loro braccia soltanto. Ah! io parlo forte, o miei cari, perché ho tanto in mano da cacciar in gola la parola maligna. Che abbassi pure la voce e vada a capo chino, chi senza Religione, non può mostrare che rovine; io mostro dei poveri aiutati, degli orfani raccolti, degli infermi assistiti, degli infelici consolati e li mostro accanto alle anime religiose. O voi tutti, che bramate praticare la carità cristiana, praticate la Religione: pregate, frequentate la Chiesa, visitate i tabernacoli, ricevete spesso nel vostro cuore quel Cuore che è la fonte della carità; salvando la Religione, salvate la carità, e salvando la carità, salverete la Religione, perché « questa è la Religione pura ed immacolata, praticare la carità tenendosi lontani dell’ irreligione del secolo. » ( Jac . I, 27) – Ed ora dopo sì efficace eccitamento del Santissimo Cuore di Gesù alla pratica della carità verso il prossimo, come suoi devoti non risolveremo ancor noi di compiere il santo suo volere? Certamente non tutti siamo chiamati a praticarla in un grado eroico, come la praticarono un gran numero di Santi; non tutti siamo chiamati a recarci in lontani paesi a portar la luce del Vangelo a coloro, che giacciono ancor tra le tenebre e le ombre di morte; non tutti siamo chiamati a sacrificare la nostra vita negli ospedali, servendo ai poveri infermi; non tutti siamo chiamati a raccogliere in casa nostra orfani e sventurati, né ad esporci al pericolo della vita in caso di gravi epidemie o di pubblici disastri; ma tutti siamo obbligati dall’esempio e dalla dottrina del Sacro Cuor di Gesù ad esercitare la carità del prossimo nei sentimenti, nelle parole e nelle opere, ogni qualvolta ci si presenta l’occasione e secondo la nostra possibilità. Carità nei sentimenti, perciò a nome di Gesù Cristo, l’Apostolo Paolo c’insegna chiaramente, che dobbiamo prendere per il nostro prossimo viscere di misericordia: Induite vos ergo sicut electi Dei viscera misericordiæ, (Coloss. III, 12) discacciando dal nostro interno ogni giudizio, ogni sospetto, ogni dubbio temerario. Carità nelle parole, evitando le mormorazioni, le calunnie, le derisioni, gli scherni, le ingiurie verso gli altri, e sopportando invece con pazienza le ingiurie, gli scherni, le derisioni, le calunnie, le mormorazioni fatte contro di noi. Carità infine, e massimamente, nelle opere, secondochè, ci esorta l’apostolo della carità, S. Giovanni: Filioli miei, non diligamus verbo neque lingua, sed opere et veritate. « Perciocché chi avrà dei beni di questo mondo e vedrà il suo fratello in necessità e chiuderà le sue viscere alla compassione di lui, come mai è in costui la carità di Dio? » (I Jov. III, 17-18) La limosima pertanto ai bisognevoli, quando ci è possibile, ne è imposta quale assoluto dovere. Ma non dimentichiamo, o carissimi, che la limosina non è di pane, di denaro, o di roba soltanto: essa è di ogni aiuto e sollievo, che si possa recare al prossimo, che ne abbisogna. Bella elemosina adunque è pur quella di porgere al prossimo qualche servigio, quella di consolarlo nelle sue afflizioni, quella di consigliarlo ne’ suoi dubbi, quella di istruirlo nella sua ignoranza, quella di ammonirlo con dolcezza dei suoi difetti, quella di animarlo al bene coi nostri buoni esempi, quella di pregare per la sua conversione, quella di visitarlo ed assisterlo nelle sue infermità, quella massimamente di disporlo in esse a fare una buona morte. E tanto più bella, tanto più meritoria sarà questa nostra qualsiasi elemosina, se, praticando l’esempio e gli ammaestramenti del Sacratissimo Cuore, la eserciteremo non solo verso quelli che ci amano, ma ancora verso di coloro che ci odiano, ci perseguitano e sono nostri nemici. E non l’hanno forse praticata così i Santi? S. Catterina da Siena ad una donna, che l’aveva infamata nell’onestà, rese i più umili servigi durante la infermità, che l’aveva incolta. S. Ambrogio ad un sicario, che gli aveva insidiata la vita, fe’ un assegnamento, per cui poté comodamente vivere. S. Sabino pregò per il tiranno, che gli aveva fatto troncare le mani per la fede, e insieme con la guarigione da un grave mal d’occhi gli ottenne da Dio la conversione e la salute dell’anima. San Mellezio, stando in carrozza col governatore che lo portava in esilio, gli stese le braccia sopra per liberarlo dal popolo, che voleva perciò lapidarlo. S. Acaio vendette le sue robe per soccorrere chi gli aveva tolta la stima. Oh! i Santi comprendevano appieno l’importanza di questa carità verso gli stessi nemici, il gradimento che ne ha Iddio, le ricompense con cui la ripaga. Pratichiamola così adunque anche noi, ed anche noi acquisteremo l’affetto del Cuore Santissimo di Gesù. E se ci manca la forza, eseguiamo il consiglio di S. Ambrogio: Si infirmus es, ora, opperò prostrandoci umilmente dinanzi al Divin Cuore, diciamogli con fiducia: O Cuore amantissimo di Gesù Cristo, così ardente di carità per noi, deh! fateci parte delle vostre vivissime fiamme, affinché anche noi sull’esempio e per amor vostro facciamo regnare nel nostro cuore la carità verso il prossimo. Ah! che purtroppo finora non ci ha dominati che l’egoismo, la freddezza, e forse anche l’odio e la brama della vendetta. No, non sarà più così per l’avvenire! Mercé i vostri santi aiuti noi vestiremo per il nostro prossimo viscere di carità, lo ameremo sinceramente nei nostri sentimenti, nelle nostre parole, nelle nostre opere, lo ameremo anche allora che fosse nostro nemico, e per tal guisa praticando i vostri esempi e la vostra dottrina di amore, speriamo fermamente di essere noi pure da Voi perdonati, da Voi amati, da Voi protetti, da Voi rimeritati ora e per tutta l’eternità.