OTTAVARIO DEI MORTI (3) Possiamo piangere i nostri morti?

OTTAVARIO DEI MORTI (3)

TRATTENIMENTO V

Possiamo piangere i nostri morti?

[L. Falletti: I nostri morti e il purgatorio; M. D’Auria Ed. Napoli, 1924 – impr. -]

Sommario — Crudele chi vieta le lagrime — Pianse Gesù — Pianse Maria — Piansero i Santi — Le lagrime sono un benefizio — Dottrina di S. Francesco di Sales — Triplice pensiero incoraggiante. Esempio.

I.

Ella è certamente una grande consolazione il pensare che con la morte non tutto finisce e che l’anima, la parte più nobile di noi stessi, sopravvivrà alla distruzione del corpo. Ciò non impedisce però che alla perdita dei nostri cari noi possiamo sentire, e sentiamo infatti gravissimo dolore, ed amarissime lagrime sgorgano dai nostri occhi in occasione della loro scomparsa. La morte, per quanto siamo persuasi che è una legge inevitabile, a cui tutti più o meno presto, più o meno tardi, dobbiamo sottostare, è tuttavia qualche cosa di sì spaventoso e terribile che è impossibile non sentirsi sconvolgere l’animo. Sì, è vero, vi furono dei falsi devoti che col pretesto di onorare Iddio si spinsero all’eccesso di fare oltraggio alla natura umana e di proibire le lagrime a coloro che soffrono nella perdita delle persone che furono ad essi più care, ma ad un eccesso sì inaudito l’umanità diede un fremito di orrore e rivolse altrove gli sguardi. E li rivolse a Gesù, suo capo e modello, li rivolse a Maria, la più forte e magnanima delle creature, li rivolse ai Santi, i più grandi eroi della terra; ed a questi sguardi l’umanità comprese che la religione, no, non vieta il piangere coloro che ci hanno preceduti nell’eternità. Comprese anzi che le lagrime, per quanto amare, sono tuttavia un benefizio della Provvidenza, senza delle quali la vita sarebbe insopportabile. Non sono infatti desse che ci sollevano dal peso crudele delle angosce e alleggeriscono il cuore del pesante fardello del dolore? L’uomo è condannato a nutrirsi del pane bagnato nelle lagrime, e se non fosse bagnato in quest’acqua salutare, oh! quante volte questo pane sarebbe troppo duro ad ingoiarsi! Siamo già così disgraziati su questa terra, che se non ci fosse permesso di piangere, sovente varrebbe meglio mille volte morire che vivere cesi. La religione dunque non vieta di risentire la perdita di coloro che abbiamo amato, non comanda punto la stoica durezza dell’orgoglio e dell’indifferenza, ma vieta solo i lamenti, questi soltanto essa riprova, proibisce e condanna, ma le lagrime, no. Anzi ella ripete di continuo col suo fondatore: beati quelli che piangono! Scopo pertanto di questo trattenimento sia lo spiegare come un Cristiano debba piangere quelli che la morte gli ha rapito. In Betania, piccolo castello della Giudea, era morto Lazzaro, fratello di Maria Maddalena e di Marta; e quando Gesù, che molto lo amava, arrivò presso il castello, già quattro giorni erano passati, dacché il morto giaceva sepolto nella tomba. Trovò le due sorelle e gli Ebrei che erano con esse in grande costernazione, per cui anch’Egli si sentì molto turbato e pianse, dicono gli Evangelisti. Oh! quanto eloquenti non sono queste lagrime che Gesù ha versato sulla tomba del suo amico Lazzaro! Non ci dicono desse che, se in presenza della morte pianse lo stesso Uomo-Dio, non può essere una debolezza colpevole, se noi pure piangiamo la perdita dei nostri cari? Ma non solo pianse Gesù, ma ancora pianse Maria SS. In sul Calvario si consumava il più gran delitto che mai abbia funestato la terra. Appeso ad un duro legno di Croce, dove l’avevano confitto i suoi nemici, crivellato il capo con spine, trafitti con chiodi i piedi e le mani, il corpo tutto lacerato dai flagelli, se ne moriva, come un infame, il Redentore del mondo. Ai pie della croce una grande figura di donna, impietrita dal dolore, col volto inondato di pianto, stava fissando il morente. Era Maria che versava lagrime sulla morte crudele del Figlio. E quante non ne aveva già versate nel corso della sua vita, pensando a quell’ora crudele; quanti singhiozzi non avevano lacerato il suo cuore dopo la terribile profezia del vecchio Simeone: Defedi in dolore vita mea, et anni mei in gemitibus, la fa esclamare la Chiesa! Ora le lagrime ed i singhiozzi della Regina dei mesti, perché non dovrebbero legittimare, santificare anzi il nostro pianto, quando la morte ci colpisce nella persona dei nostri cari? Piansero i Santi: quante lagrime non versò S. Agostino sulla tomba della madre sua, S. Monica! « Al pensiero della tua serva fedele, dice egli indirizzandosi a Dio, mi si fece presente alla mente e il suo amore per te, e la sua grande tenerezza per me; ed a tale ricordo non potendo vincere la commozione lasciai libero corso alle lagrime, che fino allora avevo trattenute, ed alleviato da questo sfogo di pianto, il mio cuore trovò finalmente un dolce riposo, che tu solo conosci, o mio Dio e mio Signore ». – Non meno espressive, flebili e commoventi sono le espressioni che sgorgano dal cuore di S. Girolamo nell’elogio funebre del suo caro Nepoziano: « A chi consacrerò io d’ora in avanti le mie laboriose veglie? In qual cuore potrò io sfogare i miei più segreti pensieri? Dove è colui che m’incoraggiava nei miei studi, e li animava con armonie più dolci che non gli ultimi canti del cigno? Nepuziano non mi sente più! Tutto sembra morto attorno a me: la mia stessa penna incerta e triste, la carta bagnata dalle mie lagrime si rifiutano di comunicare e ricevere l’espressione del mio pensiero, come se più non volessero partecipare al sentimento del mio dolore. Ogni qualvolta io mio provo a dargli libero sfogo e spargere qualche fiore su quella tomba diletta,. ecco che subito i miei occhi si riempiono di lagrime, e la tristezza che è in me si risveglia, mi rigetta con lui nella polvere del suo sepolcro ». – Quante belle e commoventi non sono pure le parole di S. Bernardo, piangente su d’un suo fratello che la morte aveva rapito al suo tenero affetto, nel monastero stesso ove avevano vissuto così felici ed uniti! « Scaturite, scaturite pure dagli occhi miei, o lagrime, così bramose di scorrere per le mie guance. Colui che v’impediva di colare non è più!.. Non è già lui che è morto, son io che non vivo più che per morire! O Gerardo, fratello mio, tu mi sei stato tolto, tu mi sei stato rapito… Con te son scomparse tutte le mie gioie, tutte le mie delizie. Oh! chi mi darà di morire per raggiungerti più presto; poiché il sopravvivere è per me il più crudele dei tormenti. Che da quest’oggi io non viva più che nell’amarezza e nelle lagrime, non viva più che nei rimpianti; e non altra sia la mia consolazione che di sentirmi morire di giorno in giorno!…. Io ti piango, o Gerardo, sei tu tutta la causa delle mie lagrime; io piango perché tu mi eri fratello pel sangue, ma molto più perché noi due non formavamo che un solo spirito intento ad un solo scopo: al servizio di Dio. L’anima mia era sì unita alla tua che i nostri cuori non ne formavano che uno solo; e la spada della morte ha trafitto quest’ anima che era insieme e tua e mia e ci ha disgiunti Oh! Perché, perché ci siamo tanto amati, dal momento che dovevamo separarci: e dopo esserci così amati, perché non ce ne siamo insieme andati!.. » – Oh! quanto adunque non è dolce di piangere così, all’esempio di Gesù, di Maria e dei Santi; quando la morte ci colpisce negli affetti più cari, le lagrime, come abbiamo detto, sono un benefizio che Dio ci largisce per calmare il nostro dolore. Si direbbe che l’Altissimo nella sua misericordia verso l’uomo colpevole, senza tuttavia venire meno alla sua giustizia, abbia voluto procurargli in tal modo un sollievo in mezzo alle dure prove di questa triste esistenza. « Non sarò certamente io, esclama il dolce S. Francesco di Sales, che vi dirò di non piangere, quando avete la disgrazia di perdere un parente, un amico. Piangete, piangete pure: è ben giusto che voi versiate lagrime in testimonianza del sincero affetto che voi portavate a quei cari defunti. Così facendo non fate che imitare Gesù, che pianse sulla tomba di Lazzaro. Noi non potremo mai impedire alla nostra povera natura di sentire la condizione di questa vita e la perdita di coloro che ci erano dolci compagni nel cammino di quaggiù La religione non ci proibisce punto di sentire tali perdite, avendo lo stesso nostro dolce Salvatore consacrato l’affetto e benedetto le tenerezze dell’amicizia. Ed ecco perché io penso che l’insensibilità di coloro che non vogliono che siamo uomini, sempre mi parve una chimera, ed è perciò che sempre giudicai il dolore muto come orgoglioso e finto ».

II.

Ma dopo aver permesso le lagrime, così continua il santo Dottore: « Procurate però che queste dimostrazioni esterne siano moderate, e che i vostri sospiri e i vostri singhiozzi non siano tanto testimonianze di rincrescimento che segni di compassione e di tenerezza. Lungi da noi il piangere come coloro che, solo attaccati a questa miserabile vita, dimenticano completamente che noi siamo in viaggio verso l’eternità. Adoriamo in tutte le cose i segreti disegni della divina Provvidenza e diciamo sovente in mezzo alle nostre lagrime: Mio Dio, siate benedetto, poiché tutto è buono ciò che a voi piace « Quindi, dopo che avremo pagato il tributo alla parte inferiore dell’anima, fa d’uopo che compiamo il dovere alla superiore, ove risiede, come su d’un trono, lo spirito di fede che deve consolarci nelle nostre afflizioni per mezzo delle nostre stesse afflizioni. Beati quei che godono d’essere afflitti e convertono l’assenzio in miele! Sia lodato Iddio! È sempre con calma che io piango, sempre con un sentimento di amorosa sottomissione verso la Provvidenza di Dio, poiché, dacché Nostro Signore ha amato la morte, e l’ha data per oggetto al nostro amore, non posso volerne alla morte, perché mi toglie i miei cari, purché essi muoiono nell’amore della morte santa del Salvatore Qual cosa di più ragionevole che la santissima volontà di Dio si compia in coloro che noi amiamo come in tutte le altre cose? E non basta che in questi casi noi ci sottomettiamo alla sua volontà, ma ancora dobbiamo mostrarci in un qualche modo contenti di quello che fa. Non è Egli un buon padre, che sa perfettamente perché ci affligge e ci toglie quelli che amiamo? Entriamo pertanto nei suoi disegni, e ci aiuti la fede a sopportare questi sacrifici impossibili alla natura. Diciamogli dal profondo dell’anima: Signore, fate pur quanto vorrete; toccate pure nel mio cuore la fibra che vi piacerà, che dessa darà sempre un suono armonioso. Sì, o mio Dio, che la vostra volontà sia fatta su di mio padre, su di mia madre, su di tutti i miei cari, in tutto e da per tutto!…. Non voglio con ciò dire che non bisogna augurare loro una lunga vita, e pregare per la loro conservazione; no!, ma solamente che non dobbiamo lasciarci andare a dire a Dio: « Lasciateci questa persona, prendeteci quella ». E quand’anco il Signore ci togliesse quanto abbiamo di più caro, non ci dovrebbe più che tanto bastare di possedere Iddio? Non è Egli tutto? Non è Egli forse vero, che se non avessimo che Lui, avremmo già troppo? Ahimè! il Figlio di Dio, il nostro caro Gesù, non possedette certo tanto in sulla croce, allorché dopo aver tutto lasciato ed abbandonato per amore ed ubbidienza del Padre suo, fu come abbandonato e lasciato derelitto da Lui ». Tale il linguaggio del santo Vescovo di Ginevra, che del resto non è altro che il linguaggio della fede e delle anime stesse dei nostri cari, che la morte ci ha tolto, se la loro parola potesse arrivare fino a noi. « Certamente, continua lo stesso Santo, il più grande desiderio, che questi cari defunti ebbero nel separarsi da noi, fu che noi non prolungassimo di troppo il dispiacere che ci cagiona la loro assenza, ma che ci sforzassimo di moderare, per amor loro, il dolore che ci dà il loro amore; ed ora, dal seno della felicità che già hanno raggiunto o stanno per raggiungere, ci augurano una santa consolazione, e ci fanno capire che, moderando il nostro dispiacere, dobbiamo conservare e i nostri occhi per piangere ciò che è più degno di pianto ed il nostro spirito per occuparci di cose più nobili ed efficaci di quello che non lo siano le cose transitorie e caduche. « Non piangete, par che ci dicono, seguite piuttosto la via che può condurvi ove noi già ci troviamo; sappiate che ad essa si arriva portando la propria croce, amando Iddio, servendolo con tutto il cuore nel lutto, nelle separazioni, nei dolori, nelle tristezze, nelle lagrime, di cui tutta la vita nostra è ripiena. – Il Cielo è in capo a tutto ciò: fa d’uopo passare per queste prove, come il soldato s’incammina verso la gloria attraverso i campi di battaglia, senza vacillare e senza meravigliarci. E poiché è proprio della vera amicizia il cercare di assecondare le giuste bramosie dell’amico, per far piacere a queste anime dilette, rassegniamoci alla divina volontà, riprendiamo coraggio, abbandonandoci in tutto e per tutto alla misericordia infinita del nostro dolce Salvatore ».

III.

E ci aiuterà ad ottenere questa rassegnazione un triplice pensiero: anzitutto che questi cari defunti appartenevano a Dio ben più che non a noi; quindi, se Egli nella sua provvidenza ha giudicato che era tempo di chiamarli a sé, dobbiamo credere che l’ha fatto pel più gran bene delle anime loro, e dobbiamo perciò amorosamente e dolcemente chinare il capo innanzi ai suoi segreti disegni, adorando in silenzio e benedicendo la profonda sapienza di Colui che tutto dirige, e governa. In secondo luogo che questa terra, in cui viviamo, non è poi un soggiorno così dolce e dilettevole che debbasi tanto rimpiangere per coloro che lo lasciano. Quindi se Iddio per un effetto misterioso della sua misericordia li ha tolti dal mondo, dobbiamo piuttosto consolarci che non rattristarci, perché li ha nello stesso tempo sottratti alle sofferenze, alle miserie e agli affanni di questa triste esistenza, nonché ai tormenti degli affari e alle agitazioni ed alle rivolte che turbano questa nostra età, ai disinganni della fortuna, alle infermità, alle malattie, alle disgrazie di ogni genere continuamente sospese sul nostro capo e che ci minacciano ad ogni istante. Poiché che cosa è mai la vita umana se non una serie di dolori, di lagrime e di angosce?…. Quanto dunque non sono più felici coloro che Dio ha tolti da questo mondo, ove non v’ha che perversità, menzogna, ipocrisia, ove siamo di continuo esposti alle calunnie, alle ingiustizie, alle catastrofi di ogni specie. Mio Dio, come si può mai essere attaccati a questa vita, quando la si vede fuggire così rapidamente, e nonostante ciò ripiena di tristezze, di pianti e di tombe? Non piangiamo dunque troppo i nostri cari trapassati; pensiamo che se sono morti giovani hanno sfuggito tante pene e dolori che forse più tardi li attendevano, ed essendo meno pesante il conto che devono rendere a Dio, più presto saranno ammessi agli eterni gaudi. Se invece erano già avanzati in età, Iddio li ha preservati dal bere le ultime gocce del calice della vita che ordinariamente sono le più amare, se ne son iti, quando non più altro avevano da aspettarsi quaggiù che le debolezze, le miserie, le malattie della vecchiaia. E v’ha forse qualche cosa in ciò che sia veramente da compiangersi? Un terzo pensiero che deve consolarci nella perdita dei nostri cari è che questi morti non sono poi così lungi da noi, come il possiamo credere. Senza vederli possiamo ancora conversare con loro, scambiare i nostri pensieri, comunicare loro i nostri sentimenti. Se già sono in possesso della felicità eterna, la teologia c’insegna che s’interessano a noi, vedono in Dio ciò che noi facciamo, e, se a Dio piace, conoscono le parole che loro noi rivolgiamo, pregano per noi; e se invece sono nel Purgatorio ci è facile confidare al nostro buon Angelo custode ciò che desideriamo comunicare loro. E perché non adottiamo ancor noi questa bella pratica tanto in uso presso i Santi? Di Suor Maria Dionisia dell’Ordine della Visitazione, morta in odore di santità, si legge che aveva l’abitudine di confidare agli Angeli Custodi delle anime del Purgatorio le preghiere e le commissioni, che ella voleva far loro pervenire. « Sovente, racconta l’autore della sua vita, queste sante comunicazioni andavano tant’oltre che la pia religiosa sentiva attorno a sé questi spiriti protettori, che le scoprivano i bisogni delle anime sofferenti affidate alle loro cure, e le inspiravano ciò che doveva fare per la loro liberazione ».

* *

Con quest’esempio poniamo fine al presente trattenimento e concludiamo. Quando adunque la morte viene a battere alla porta della nostra casa e ci rapisce una persona amata, oh! Lasciamo pure che i nostri occhi versino amare lagrime, il non piangere in questi casi, il non sentire dolore è come avere un cuore di marmo, senza viscere, senz’amore. Procuriamo però per altro lato che le nostre lagrime non siano già sterili ed inefficaci, ma meritorie; e tali lo saranno, quando saranno accompagnate da sentimenti di fede, di speranza, di amore. Ah! sì piangiamo con la fede ed accettando il calice del dolore, che Dio ci porge, non dubitiamo di dire « Signore, siete voi che volete infliggermi una tanta perdita; io non ne so il perché, ma credo, credo fermamente che è per il mio bene, perché Voi siete giusto, Voi siete buono, Voi siete amoroso. Ah! Signore, vedete: tutta la mia natura è in fremito, troppo le ripugna questo calice amaro, ma non la mia, la vostra volontà sia fatta ». Piangiamo, sì, ma il nostro pianto scorra nella speranza; e fidenti nella divina misericordia, sollevando al Cielo gli occhi pieni di lagrime, esclamiamo: « Là si riposano, si deliziano, si beano le anime di coloro che piango, là un giorno mi ricongiungerò con essi per non esserne mai più separato ». Piangiamo, sì, ma piangiamo per amore e ricordando Gesù, che tanto sofferse per amor nostro, ci goda l’animo di poter soffrire anche noi qualche cosa per amor di Lui. E poi preghiamo: la preghiera è sempre un bisogno dell’anima, ma lo è specialmente ai pie’ di una tomba. Il mondo ci pesa, quando il dolore si è impadronito di noi; si è allora che l’anima nostra si sente portata verso regioni più alte, più pure, più calme, ove essa vuol cercare coloro che la morte le ha strappato. Ha come un bisogno prepotente di rivederli, di parlare loro ancora. Ma chi la solleverà dalla terra, chi la trasporterà al di là degli astri, verso quest’altro mondo più luminoso e perfetto, che è la dimora degli spiriti? La preghiera, la preghiera umile e fiduciosa, la preghiera del figlio sul seno del padre suo. Oh! se tutti gli afflitti conoscessero i tesori nascosti che racchiude la preghiera; se sapessero tutto ciò che contiene di santi sfoghi, d’ineffabili tenerezze, di consolazioni soavi e celesti, come ben presto le loro lagrime sarebbero asciugate e come accetterebbero facilmente le croci che la Provvidenza loro manda! Ma noi lo sappiamo: perché dunque non ricorriamo a lei nel momento della prova? Facciamolo e saremo consolati.

ESEMPIO: S. Francesco di Sales.

Un esempio ammirabile, del come dobbiamo diportarci in occasione della perdita dei nostri cari, ce lo porge il grande Vescovo di Ginevra in tutta la sua vita, ma specialmente in occasione della morte del suo genitore, che egli amava con affetto tutto singolare. Quando questo vegliardo rese l’anima sua generosa a Dio, il figlio prediletto del suo cuore non attorniava con gli altri il letto della sua agonia; si trovava ad Annecy, impegnato nella predicazione della Quaresima. Il messaggero, che gli apportava la straziante notizia, senza riguardo alcuno, gliela comunicò, quando egli, uscendo dalla sagrestia, stava per salire in sul pulpito. Il santo rimase per un momento atterrato, congiunse le mani in silenzio, ed alzò gli occhi al Cielo: poscia, sostenuto da una forza di volontà sovrumana e dalla grazia divina, montò in pulpito e predicò sul Vangelo del giorno col suo solito zelo e fervore. Non fu che in sul finire del suo discorso che disse ai suoi uditori con un accento che l’emozione faceva tremare e che si spense nelle lagrime: « Fratelli miei, appresi pochi momenti fa la morte di colui a cui più d’ogni altro sono debitore sulla terra; mio padre, l’amico vostro, non è più! Come voi gli facevate la grazia di amarlo, così vi supplico di pregare pel riposo dell’anima sua e di non aver a male che io mi assenti due o tre giorni per recarmi a rendergli i miei estremi doveri ». L’incredibile fermezza di Francesco che aveva potuto durante un’ora dominare assolutamente la natura, l’accento commosso delle sue ultime parole, le lagrime che gli inondavano il viso, fecero profondissima impressione nell’uditorio. Da tutte le parti si scoppiò in singhiozzi; ogni ascoltatore mescolò le sue lagrime a quelle dello apostolo, e questo esempio sublime d’energia cristiana in un’anima così tenera, sorpassò l’effetto di tutti i suoi sermoni. Nel discendere dal pulpito Francesco, che già aveva celebrato la sua Messa, ne intese due altre, inginocchiato in un canto dell’ altare, immobile e come immerso in profonda adorazione, nel suo dolore e nelle consolazioni divine. Dopo partì subito pel castello di Sales. Arrivando nella camera mortuaria, si gettò ginocchioni accanto al corpo inanimato del padre suo, lo copri di baci e di lagrime, e senza venir meno nel suo dolore alla gravità di un prete ed a quel pieno possesso di se stesso che dà la santità, si mostrò il più tenero ed il migliore dei figli. Presiedette egli stesso alla sepoltura ed ai funerali del padre suo, e non ne abbandonò le spoglie mortali che quando l’ebbe deposto, con le preghiere supreme della Chiesa, nel sepolcro della cappella di Sales. Allora, facendo tacere il suo dolore, si occupò di consolare gli assistenti e specialmente la santa madre sua, che non trovava che nelle sue parole celestiali un dolce refrigerio allo strazio del suo cuore. La confessò, come pure i suoi fratelli, le sue sorelle, ed i suoi famigliari, ed il giorno dopo, nella Messa che celebrò per l’anima del padre suo, li comunicò tutti di sua mano. Dopo il santo Sacrificio, rivolse loro ancora qualche parola di consolazione, e poscia, senza perder tempo, si accomiatò da tutti per recarsi nuovamente là, dove il suo dovere pastorale e la salute delle anime lo volevano. Riprese le sue prediche della Quaresima e le continuò anche lungo tempo dopo le feste di Pasqua. La sua ammirabile energia nell’accettare e padroneggiare il dolore profondo, che gli aveva cagionato la perdita del suo amato genitore, aveva dato alla sua santità già così luminosa qualche cosa di più perfetto ancora, e Dio ne lo ricompensò con maggior abbondanza di grazie. Non meno ammirabile fu la sua condotta nell’occasione della morte della madre sua. Iddio permise che egli la assistesse durante la sua agonia e ne ricevesse l’ultimo respiro. Quando tutto fu finito, benedisse la sua spoglia mortale, le chiuse gli occhi e la bocca, e, dopo averle dato l’ultimo bacio, lasciò finalmente sgorgare le sue lagrime che aveva trattenute fino a quel momento. Profondo fu il suo dolore, inconsolabile agli occhi del mondo, perché  aveva perduto la sua migliore amica, ma pieno di consolazione davanti a Dio. Fu in quest’occasione che scrisse parole celestiali a S. Giovanna Chantal, cercando, egli che aveva tanto bisogno di consolazione, di consolare quest’anima santa, che in quei giorni era stata orbata della morte di una sua carissima figliuola. « Ah! sì, il mio dolore è vivo, ma pure è tranquillo, e non oso né gridare, né lamentarmi sotto il colpo della mano divina che ho imparato ad amare teneramente fino dalla mia giovinezza. Ma ahimè! bisognava pure dare un tantino sfogo alle lagrime; non abbiamo noi un cuore umano ed una natura sensibile? Perché non piangere un poco sui nostri trapassati, dal momento che lo Spirito di Dio non solo ce lo permette, ma c’invita? Dio ci dà, Dio ci toglie: sia benedetto il suo santo nome ». Ed è cosi che i Santi piangevano la morte dei loro cari; a loro somiglianza piangiamoli pure ancor noi, soltanto procuriamo che, come le loro, anche le nostre lagrime siano lagrime di rassegnazione e di abbandono alla santa volontà di Dio.

OTTAVARIO DEI MORTI (2) Immortalità dell’anima

OTTAVARIO DEI MORTI (2)

TRATTENIMENTO II

Immortalità dell’anima

[L. Falletti: I nostri morti e il purgatorio; M. D’Auria Ed. Napoli, 1924 – impr. – ] 

Sommario — Che sarà del corpo? — E dell’anima? — Le perfezioni di Dio esigono l’immortalità dell’anima — La sua giustizia — La sua bontà — L’esige la natura dell’uomo — Consenso generale — Perché il rispetto alle spoglie mortali?  Pensiero consolante. Esempio.

È legge inesorabile che noi tutti dobbiamo morire: lo disse chiaramente S. Paolo: « Statutum est hominibus semel mori! » Qual sorte sia per toccare al nostro corpo, noi ben il sappiamo; non son punto necessari grandi ragionamenti per persuaderci che, formato dalla terra, alla terra dovrà ritornare. Non è questo un mistero per alcuno: « Ricordati, o uomo, che sei polvere, ed in povere ritornerai », ci ripete ogni anno la Chiesa nel deporci in sulla fronte le ceneri nel primo giorno di Quaresima. Ma non è già del corpo che noi dobbiamo eccessivamente preoccuparci, ma bensì dell’anima, che è la parte più nobile e preziosa di noi stessi; ora dell’anima che ne sarà? Subirà dessa pure la condizione del corpo e perirà con esso lui? Ah! lo so che così la pensano i libertini dei giorni nostri, non dissimili in ciò dai gaudenti del tempo di Salomone che, non contenti di contemplare con isguardo indifferente la morte, esclamavano con scandalosa indifferenza: « Coroniamoci di rose prima che appassiscano: la breve durata dei giorni nostri ci avverte di prevenire fra i godimenti le ingiurie del tempo… Dopo la morte vi ha il nulla; la loquela non è che una scintilla, spenta la scintilla, il corpo ritorna cenere e lo spirito si dissipa ». Ma fortunatamente così non è: e noi già l’abbiamo accennato nel trattenimento precedente. L’immortalità dell’anima però è argomento troppo importante perché noi ci limitiamo a brevi accenni. Non è desso il fondamento e la base di quanto noi andremo in seguito dicendo? poiché se l’anima muore col corpo, a qual prò la divozione verso quelle anime che, non ancora purificate, soffrono nel carcere del purgatorio? Prima adunque di procedere oltre, diremo alcunché di questo dogma necessario dell’ immortalità dell’anima, che Dio non ha già scritto sulla pietra o sulla pergamena, ma ha scolpito nell’intimo dell’esser nostro: Egli ha voluto che l’uomo non potesse rigettarlo, se non a patto di abdicare a se medesimo. Ed una prima prova ci viene fornita dalla natura stessa di Dio. Il grande Iddio infatti, che noi adoriamo, possiede in un grado infinito tutte le perfezioni: Egli è infinitamente potente, buono, giusto, sapiente; e tutte queste perfezioni gli sono talmente necessarie che non si potrebbe rifiutargliene una senza negare la sua stessa esistenza. Non é egli forse vero che se noi, per esempio, ammettessimo che Iddio, anche per un istante solo, non fosse giusto oppure rimanesse indifferente dinanzi al bene ed al male, pel fatto istesso Egli cesserebbe di essere Dio? Ciò ammesso, noi diciamo che Dio non sarebbe né giusto, né buono, se non avesse creato le anime nostre immortali. Ed anzitutto non sarebbe giusto, se Egli permettesse che l’anima nostra morisse in un col nostro corpo. La giustizia invero esige, non solo in terra ma anche in cielo, che si renda a ciascuno ciò che gli è dovuto: alla virtù la sua ricompensa, al delitto il suo castigo. Io sento nel più intimo della mia coscienza che colui che fa il bene è degno di stima e di premio, mentre colui che opera il male, non solo è biasimevole, ma è ancora meritevole di punizione. Tale è il sentimento universale, la voce della natura: e se Dio. che ha stampato nelle anime nostre questa invincibile nozione della giustizia, non vi conformasse la sua condotta, dovremmo dire che Egli non sarebbe giusto, e quindi cesserebbe di essere il vero Dio. Ora io mi dimando: È così che le cose si passano in sulla terra? possiamo noi dire di aver sempre veduto il vizio castigato, come si merita, e le buone azioni sempre coronate di una legittima ricompensa? o non è piuttosto il contrario che sovente addolora i nostri sguardi? Chi non ha visto la maggior parte degli uomini virtuosi trascorrere i loro giorni quaggiù nella povertà, nelle persecuzioni, nelle tribolazioni, ed accanto a loro uomini perversi e immersi in tutti i vizi vivere ricchi, felici, corteggiati, adulati, portati alle stelle? Ammessa e riconosciuta una tale verità, non esige forse la giustizia che vi sia un’altra vita, in cui tante virtù, che sono in sulla terra disconosciute, ricevano finalmente il premio che hanno meritato, e tanti delitti, che restano quaggiù impuniti, siano finalmente puniti? – Ora come sarebbe ciò possibile, se le anime non avessero una vita al di là della tomba? Egli è adunque necessario che le anime siano immortali altrimenti Iddio non sarebbe giusto. Tale è la voce del buon senso e della fede, e se talvolta qualche incredulo uscisse in quelle parole blasfeme: « Dove è adunque la giustizia del vostro Dio? a qual prò farci violenza, quando in sulla terra Egli rimane indifferente tanto al bene quanto al male? » rispondiamo loro con S. Agostino: « Pazienza, pazienza, l’anima tua è immortale, e Dio è eterno. Egli non vuole sempre colpire il delittuoso durante la vita presente, perché non vuol distruggere la sua libertà; ma saprà ben Egli raggiungerlo un giorno. Nulla dimentica la sua giustizia, e per aver indugiato qualche po’, non sarà che più terribile. Che importa qualche giorno di più, ed anche qualche anno, a Colui che possiede l’eternità: Patiens quia æternus? ». Dico dippiù che Iddio non solo non sarebbe giusto, ma non sarebbe neppure buono, se non avesse creato le anime nostre immortali. La bontà è la perfezione che è più conosciuta del nostro Creatore. Non v’ha creatura che altamente non la proclami, e non vi si raccomandi con fiducia, facendovi appello noi stessi quando invochiamo Iddio col nome di Padre nostro, dandogli così il nome che esprime tutto ciò che la bontà ha di più dolce e di più forte. Ora se l’anima nostra non fosse immortale, come potremmo noi credere alla bontà di Dio? È un fatto che, per la grande maggioranza dei mortali, i giorni avversi sono più numerosi di quelli prosperi e per quanto sia breve la nostra vita, infiniti sono i mali ed i dolori che ci tormentano. Mentre le malattie e le infermità abbattono i corpi, le anime nostre vivono in preda a continue inquietudini ed agitazioni, e non è che per una rarissima eccezione che qualche volta vediamo risplendere sul nostro capo il sole radioso della felicità. Se così è, che dobbiamo noi pensare d’un Dio che non ci avrebbe creati che per renderci vittime di tante miserie? Egli non era punto obbligato di trarci dal nulla, ma poiché gli piacque di chiamarci alla vita, la sua bontà gli imponeva di non far sì che la nostra esistenza fosse soltanto per noi un male. Sì, se l’anima nostra non fosse immortale, bisognerebbe dire che Dio ha creato l’uomo per un capriccio crudele, gli impone la vita come un peso schiacciante, e non ne lo libera che quando è stanco di tormentarlo. Ma chi non vede che questa sarebbe una conclusione orribile e nondimeno rigorosamente vera, se non si ammettesse l’immortalità dell’anima? – Ma, ammettendo questo dogma consolatore, tutto cangia immediatamente d’aspetto nella nostra vita. Comprendiamo subito che Iddio, che ci ha creati liberi, liberamente ci lascia quaggiù agire, riserbando per più tardi i suoi diritti. Le miserie presenti, le malattie, i dispiaceri, che il più delle volte sono originati dalle nostre stesse colpe, non hanno più nulla che possa spaventarci; essi, secondo l’espressione dei Libri santi, sono radice d’immortalità. Seminiamo la virtù nelle lagrime per raccogliere un dì una messe abbondante di felicità eterna. La vita presente non è che un viaggio brevissimo, la nostra patria è il cielo. Che importa se difficile è il cammino, quando in capo ad esso noi troveremo il riposo e la gioia d’una inalterabile beatitudine? Cessi adunque il nostro labbro di accusare la bontà divina, se noi, finché vivremo in questa terra d’esilio, incontreremo triboli e spine: noi sappiamo qual magnifica ricompensa non riservi Iddio ai nostri travagli in una vita futura. Egli è sempre buono, e le anime nostre sono immortali. Appoggiati ad una tale incrollabile speranza, cammineremo sempre calmi e fiduciosi, perché, in mezzo ai dolori che riempiono la nostra vita, sappiamo che, al termine della nostra mortale carriera, ci aspetta il tesoro dell’ immortalità.

II

Una seconda prova non meno luminosa e convincente, e nello stesso tempo più facile a capirsi, dell’immortalità dell’anima, ci viene fornita dalla stessa natura dell’uomo. Che altro mai infatti vuol significare quell’orrore istintivo e quasi insormontabile che noi tutti proviamo per la morte? Perché mai anche le volontà più energiche si sentono profondamente commosse, quando si avvicina questo momento terribile? Si ha buon conto di burlarsi della morte quando non si ha che vent’anni, si è pieni di forza e di salute, e si respira a pieni polmoni l’aria profumata della primavera della vita; ma non appena le ali della morte ci toccano leggermente ahi! come scompare a poco a poco tutta la nostra sicurezza! Giovani e vecchi, ricchi e poveri, ferventi Cristiani o increduli ostinati, tutti si sentono atterriti e sperduti all’avvicinarsi dell’istante supremo. Un orrore segreto ci agita, un sudore freddo inonda la nostra fronte, e fin nelle braccia della morte ci dimeniamo ancora per prolungare la nostra vita. Donde mai tanto terrore della morte? Dalla convinzione intima che non tutto il nostro essere è destinato a scomparire, non è tanto la cessazione della vita che ci spaventa, quanto quello che le terrà dietro; e se fossimo certi, che v’ha il nulla al di là del sepolcro, subiremmo l’estremo passaggio senza agitazione. Ma il pensiero di un’altra vita ci preoccupa nostro malgrado: l’idea di un non so quale soggiorno ignoto e misterioso in cui stiamo per entrare, senza sapere precisamente se abbiamo meritato di esservi felici o infelici, mette in subbuglio l’anima nostra e c’inspira quei sensi di terrore da cui non possono liberarsi neppure i più coraggiosi. Ed è così che la natura dell’uomo, nel suo orrore per la morte, rende una preziosa testimonianza all’immortalità dell’anima. – Un’altra testimonianza, non meno preziosa, ci viene fornita dal consenso unanime del genere umano nel credere a questo dogma consolatore. Qual credenza infatti più antica di questa? Non è già da ieri, da duecento, da due mila anni che l’umanità la possiede e se la trasmette d’età in età: questa convinzione rimonta alla sua origine stessa, sì bene che la storia non ha mai potuto citarci il nome di un solo uomo di genio che per primo, in un dato momento, abbia detto: L’anima mia è immortale! Ci fa d’uopo rimontare su, su, per tutti i secoli per arrivare fino ad Adamo e da lui fino a Dio, suo Creatore, il quale gli ha rivelato l’immortalità dell’anima sua, e ne ha conservato gelosamente il senso intimo nei suoi discendenti. Dessa è ancora una tradizione universale la quale costituisce talmente il fondo dell’umanità che invano si cercherebbe un popolo che non l’abbia professata. Hanno dessi i popoli un bel vivere separati gli uni dagli altri per immense distanze, o per profonde differenze di linguaggio, di costumi, di religione, tutti sono però unanimi nella credenza a questa verità. L’indiano invoca l’ombra di suo padre , come il Cinese rende un culto solenne ai suoi antenati, e quando i nostri Missionari si recano nelle vaste regioni dell’America del Sud, o nei torridi deserti dell’Africa, sempre trovano presso le miserabili tribù che colà abitano, la credenza a queste due verità: la fede nell’esistenza di un Dio, e la persuasione della sopravvivenza delle anime. Ora se gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi hanno sempre creduto e credono tuttora a questo dogma così importante, bisogna ben dire che sia vero. Non è possibile che tutto quanto il genere umano si sbagli sopra un punto così capitale, e sarebbe dar prova di poco criterio, per non dire peggio, il volersi mettere in opposizione contro una sì completa e costante unanimità.

III.

Finalmente un’ultima prova ci viene fornita dal culto, dalla pietà, dal rispetto che si ha sempre avuto e si ha tuttora per le misere spoglie mortali, anche allorquando furono separate dal principio vitale. « Noi vediamo infatti nella storia nell’antico Testamento, dice S. Agostino, gli uomini più raccomandabili pei loro meriti e per la loro pietà rendere onori insigni alla spoglia mortale delle loro spose, come Abramo fece per Sara; innalzare loro monumenti, come quello che Giacobbe fece innalzare sulla strada di Efrata per la sua diletta Rachele; noi li vediamo preoccuparsi, ancora viventi, della loro sepoltura, come Giuseppe che diede ordini per la traslazione delle sue ossa nella terra dei padri suoi ». E che non avvenne dopo che Gesù spirò l’anima sua sul Calvario ? Due dei suoi più cari discepoli, volendo in qualche modo consolarsi della perdita di sì buon Maestro, si affrettano di rendergli gli onori della sepoltura; e l’Evangelista si fa uno studio di mettercene sott’occhio il lusso veramente notevole. Si procurano con grandi spese dei profumi, circa cento libbre di mirra e di aloè, e inviluppano il corpo di Gesù in un bianco lenzuolo con aromi. E noi, che troviamo ovunque il buon Gesù, circondato d’indigenza e di povertà, nel sepolcro invece il vediamo ricevere dai suoi discepoli tutte le cure più delicate. E l’Evangelista, dopo averci ciò narrato, ci fa osservare che i discepoli, così diportandosi, non facevano altro che seguire l’usanza di quei tempi. Ora perché, ci domandiamo noi. tante cure, tanti riguardi, tante delicate attenzioni per quei miseri resti, fulminati dalla morte, destinati fra breve a ridursi a quel non so che, che non ha nome in nessun linguaggio del mondo? Forse unicamente per tributare un ultimo segno di stima e d’ amore per coloro dei quali deploriamo e piangiamo la perdita? Oh! Certamente no; ma bensì e soprattutto perché si vuole preservare per qualche tempo ancora dalla corruzione la dimora terrestre di una anima immortale, destinata a regnare eternamente con Dio in cielo. Lo dice chiaramente S. Agostino : « La cura data al corpo che è inanimato, ma che dovrà risuscitare un giorno ed esistere eternamente, è una testimonianza di questa fede nell’immortalità dell’anima Ecco perché non è possibile, che noi cessiamo d’amare ed onorare i corpi dei nostri parenti ed amici, quando la morte è venuta a strapparceli! Essi che ci furono così cari e venerandi durante la loro vita, e perché non dovranno più esserlo dopo la morte? Trattiamo quindi con grande rispetto i corpi dei defunti, specialmente quelli dei giusti e dei fedeli dei quali lo Spirito Santo si è servito, come di strumento, per ogni specie di buone opere. Se si conserva la veste di un padre, il suo anello, se tali oggetti sono tanto più cari ai discendenti, quanto più vivo è l’affetto verso i parenti, perché non dovremo noi rispettare i loro corpi, non solo perché ci furono più intimamente uniti, ma soprattutto perché furono il soggiorno di un’anima immortale, il tempio dello Spirito Santo, l’ara sacrosanta su cui riposò il Corpo ed il Sangue di Gesù? » – Ed ecco quindi perché noi, dominati da tali sentimenti, che la Chiesa approva e consacra, perché essa non è venuta ad abolire la legge, ma a perfezionarla ed a conservare quanto di sacro e di rispettabile v’ha negli antichi costumi e nella natura, non appena uno dei nostri simili, parente o amico, ha reso l’ultimo respiro, noi gli chiudiamo piamente gli occhi, collochiamo tra le sue mani ghiacciate un crocifisso, poi, gettando sulla fredda spoglia qualche goccia d’acqua benedetta, recitiamo per lui un De Profundis, un’Ave Maria. Il giorno dopo accompagniamo alla Chiesa colui che ieri era ancora un uomo ed oggi non è più che un cadavere. Il prete offre per lui il santo sacrificio, mentre noi tutti, con la fronte chinata, in ginocchio, a pie’ dell’altare ci percuotiamo il petto ripetendo l’inno della misericordia: O Signore, dà all’anima sua il riposo eterno! E quando finiti sono i funebri canti noi versiamo ancora una ultima lagrima con un’ultima preghiera sulle sacre zolle che ci nasconderanno per sempre un padre, una madre teneramente amati. Ci ritiriamo finalmente lasciandolo d’ora innanzi in custodia del crocifisso che stende le sue braccia protettrici sul campo dell’ultimo riposo. – Ecco quello che comunemente si fa alla morte dei nostri cari, e guai se qualcuno fosse così ardito da impedirci così commovente manifestazione, sapremmo ben noi protestare come si deve! Ora, come già dissi, se tutto morisse col corpo, perché mai queste cerimonie, queste preghiere, queste pompe funebri? Qual vantaggio per quel povero corpo, invaso dal freddo della morte e senza vita, che viene portato all’ultima dimora? Forsechè i vermi lo divoreranno meno prestamente? A qual prò pregare per un cadavere? Oh! sì, se non si crede all’ immortalità dell’anima, checché dire ne possano gli organizzatori dei funerali civili, di queste sacrileghe parodie il cui solo spettacolo rattrista qualche volta i nostri sguardi, tutto ciò non si risolverebbe che in una commedia, insultante per coloro che ne sono l’oggetto e disonorante per coloro che la rappresentano. Ma viva Dio! non è al corpo che tutte queste dimostrazioni sono rivolte, ma bensì all’anima, all’anima immortale che nell’uscire dalla sua prigione di carne, è comparsa davanti al suo Dio ed al suo giudice, a quest’anima che forse soffre nelle fiamme del Purgatorio e che noi perciò dobbiamo suffragare. Ed ecco perché ognuna delle nostre preghiere per i morti è un atto di fede nell’immortalità dell’anima, e che quindi è cosa buona e salutare pregare per coloro che non sono più. Incrollabile sia adunque la nostra credenza nell’immortalità dell’anima, poiché se questo dogma è per noi consolantissimo in tutte le circostanze della vita, lo è specialmente in quei momenti terribili, in cui la morte ci strappa qualcuno dei nostri cari. In mezzo a queste grandi catastrofi che desolano la nostra vita e ci riempiono di dolore, quanto non è dolce il pensare che l’oggetto del nostro affetto non è tutto intero rinchiuso sotto la pietra del sepolcro, ma che la miglior parte di esso sfuggì alla morte, e ci attende nell’ eternità, ove speriamo di rivederlo! Ed è appunto a questo consolante pensiero che ci invita a ricorrere la Chiesa, ogni qualvolta ci fa risuonare all’orecchio

i l magnifico Prefatìo che si legge nella Messa dei defunti. « In Cristo, ella esclama, rifulse per noi la speranza di una beata risurrezione, affinché coloro cui contrista una certa condizione di morire vengano consolati dalla promessa della futura immortalità. Imperocché ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non vien tolta, ma solo mutata, e sciolta la casa di questo soggiorno terrestre, viene preparata in cielo una eterna dimora ». « O immortalità benefica, esclamiamo adunque ancor noi con un illustre oratore, io credo alla tua esistenza, e vi crederò sempre. Il tuo pensiero è una forza soprannaturale che mi consola nei miei dolori, mi fortifica contro le tentazioni, mi sostiene nella pratica delle virtù per meritarti in cielo. Tu sei la mia migliore speranza, perché è in seno a te che io voglio possedere il mio Dio e gustare la felicità eterna che Egli promette a coloro che lo servono fedelmente, Credo vitam aeternam.

ESEMPIO: Un principe polacco.

Il celebre P. Lacordaire, al principio delle sue conferenze sulla immortalità dell’anima, raccontava agli allievi del collegio di Soreze il seguente esempio: « Un principe polacco, incredulo e noto materialista, aveva scritto un libro e stava per farlo stampare, quando un giorno, passeggiando nel suo giardino, incontra una donna tutta in lagrime, che gettandosi ai suoi piedi, gli dice: « Ah! mio buon padrone, mio marito è morto la sua anima sarà in Purgatorio, dove soffrirà tanto; ed io sono così misera da non potere dare la somma sufficiente per fare celebrare la Messa pei defunti. Abbiate la bontà di aiutarmi a favore del mio povero marito.» Il gentiluomo, sebbene pensasse che la donna era vittima della sua credulità, non ebbe il coraggio di respingerla. Trova una moneta d’oro nella tasca e gliela dà; la donna, felicissima, corre in chiesa e prega un sacerdote di celebrare delle Messe per l’anima del suo marito. Cinque giorni dopo, il principe rileggeva il detto manoscritto nel suo gabinetto; quando, alzando gli occhi, vede a due passi da lui, un uomo vestito come un contadino del paese: « Principe, sente dirsi dallo sconosciuto, vengo a ringraziarvi: sono il marito di quella povera donna che vi pregava, pochi giorni fa, di darle un’elemosina per fare celebrare la santa Messa in suffragio dell’anima mia. La vostra carità è stata gradita da Dio: ed è Egli che m’ha permesso di venire a ringraziarvi. » Ciò detto il contadino sparì come un’ombra. Dopo di ciò quel principe diede alle fiamme il suo lavoro e cedendo alla verità ed alla grazia di Dio si convertì e visse da buon cristiano sino alla morte.

OTTAVARIO DEI MORTI (1) Il Cimitero

OTTAVARIO DEI MORTI (1)

TRATTENIMENTO VIII

Il Cimitero.

[L. Falletti: I nostri morti e il purgatorio; M. D’Auria Ed. Napoli, 1924 – impr. -]

Sommario — Anche dopo morte! — Dormitorio — Luogo del riposo — Campo Santo —Campo di Dio—Messe degli eletti —S. Agostino — Motivi di consolazione — Reliquiario prezioso — Sempre rispettato — Profanazione odierna — Inutili tentativi — Morieris tu! — Esempio.

Benedetta, sì, mille volte benedetta sia la nostra santa Religione! Essa che con assidua vigilanza e tenerezza materna segue ovunque i suoi figli nel cammino della vita, prendendo parte alle loro gioie ed ai loro piaceri, prodigando loro i suoi benefizi, i suoi incoraggiamenti e le sue consolazioni, non li abbandona neppure dopo la loro dipartita da questa terra; ed anche quando la morte li ha colpiti riducendoli ad un oggetto d’orrore agli occhi dei viventi, non cessa un momento di vegliare su di loro e di circondarli di sue cure premurose. Non permette perciò che i loro corpi vadano a marcire senza onore in una terra profana; ma vedendo sempre in essi dei vasi consacrati, che hanno racchiuso l’abbondanza dei doni celesti, e dei tabernacoli augusti, già dimora dello Spirito Santo, ha preparato loro un luogo di riposo che essa, dopo aver benedetto e santificato colle sue preghiere, ha collocato sotto l’autorità speciale dei suoi ministri. «I santi canoni, leggiamo nel Rituale romano, vogliono che il Vescovo benedica solennemente questi luoghi ove dormono i fedeli, morti nella Comunione della Chiesa, e proibiscono formalmente di seppellire i cristiani in un luogo profano ». E questi luoghi di riposo, ove dormono i fedeli si chiamano cimiteri. Oh! quanto adunque non dobbiamo essere riconoscenti alla Chiesa, la quale anche in ciò ha voluto tener conto di una aspirazione del cuore umano! « Non v’ ha persona, povera o ricca, esclama il domenicano Lacordaire, che non pensi alla sua tomba e non desideri riposare in una tomba amata sotto la custodia di santi ricordi. Gli antichi stessi, quantunque meno di noi istruiti sulla grandezza dei resti mortali, stimavano una disgrazia 1’essere privi di una sepoltura di loro scelta, e quando Scipione volle con un rimprovero eterno vendicarsi di Roma che, nonostante la sua provata onestà, aveva dato ascolto ai suoi accusatori inverecondi, legò le sue ceneri ad una terra d’esiglio e fece incidere sulla sua tomba questa amara ed eloquente iscrizione: « Ingrata patria, non avrai le mie ossa! » Ma non basta che noi ci mostriamo riconoscenti alla Chiesa, egli è ancor necessario che noi ci sentiamo penetrati di un santo rispetto verso questi luoghi venerandi, ed entrando nello spirito di questa buona Madre li consideriamo, non già soltanto come regno e dimora della morte, ma, ciò che è più consolante, come veri luoghi di dormizione, da cui i nostri corpi, ridestati un giorno dal sonno della morte, risorgeranno per partecipare gloriosi alla beata eternità. Non si poteva certamente dare al luogo di sepoltura dei nostri resti mortali un nome più appropriato e nello stesso tempo più consolante di quello di cimitero, parola di profondissimo significato, di filosofia tutta celestiale e di faustissimo augurio che, mentre mette la tomba sotto la protezione della speranza, toglie tutto il suo orrore alla morte. Che altro infatti vuol dire cimitero se non luogo di riposo, dormitorio? Ora non è forse vero che il dormitorio suppone il sonno, ed il sonno suppone il risveglio? Ed infatti, per parlare più propriamente, il cristiano non muore, ma dorme nell’attesa della risurrezione finale; per lui la morte non è che un sonno un po’ più lungo che quello della notte, che dovrà essere seguito da un risveglio eterno. Ed è appunto perciò che nell’antico Testamento, per esprimere la morte dei Patriarchi, si trova sovente adoperata questa frase: « Si addormentò coi padri suoi ». Noi sappiamo pure che Gesù Cristo ed i suoi Apostoli hanno sovente chiamato la morte dormizione o sonno, ed i morti dormienti. Lo stesso linguaggio noi troviamo in bocca a S. Paolo, il quale, in tutte le sue lettere, ma più chiaramente nella prima ai Tessalonicesi, chiama la morte un sonno ed i defunti degli addormentati: « Non vogliamo, dice egli, che siate nell’ignoranza per quanto concerne quelli che si addormentano, affinché non siate contristati, come avviene degli altri che non hanno speranza; poiché, se crediamo che Gesù è morto ed è risuscitato, dobbiamo anche credere che Dio ricondurrà per mezzo di Gesù e con Gesù quelli che si sono addormentati » (IV, 13). Ed è ancora per questo che gli antichi Cristiani parlando dei loro morti dicevano « che si erano addormentati nel sonno della morte, che si erano messi a riposare per qualche tempo, ma per risvegliarsi ben presto, » e dominati da questo pensiero avevano adottato l’abitudine di disporre i cadaveri nei loro funebri ripostigli, in modo che avessero la faccia rivolta verso l’Oriente, come per aspettare il ritorno della luce e salutare i primi raggi di questo novello giorno che non avrà crepuscolo. – La sola parola cimitero pertanto riassumendo in se stessa quelle belle parole dei Libri santi in cui è detto « che coloro che dormono nella polvere della terra si risveglieranno un giorno » ci ricordano quel dogma di nostra santa fede che, mentre è tanto consolante per l’anima fedele, è così terribile pel cattivo e per l’empio, la risurrezione cioè della carne. Ora se la morte è un sonno, i luoghi sacri ove riposano, dormono i corpi dei fedeli, nell’attesa della risurrezione finale, che altro sono se non dei dormitori? Ciò considerando i Padri dell’antica Chiesa non potevano far a meno di sentirsi ripieni di santa esultanza: « O dormitorio, esclama uno di essi, nome divino, nome rivelatore, nome degno di eterna benedizione! quanto non sei bello, giusto, pieno di consolazione e di filosofia! Egli è adunque vero che la morte non è la morte, ma un sonno, un assopimento passeggiero. In ricordo del giorno (il Venerdì santo) in cui Nostro Signore è disceso ai morti, noi siamo radunati in questo luogo, e questo luogo si chiama cimitero, affinché sappiate che i morti e coloro che qui riposano non sono già morti, ma solo addormentati. Prima della venuta del Redentore, la morte si chiamava morte; ma dopo la venuta del Figlio di Dio e dopo che Egli ha sofferto la morte per dare la vita al mondo, la morte non si chiama più morte, ma sonno, assopimento. È Lui stesso che le ha dato questo nome ed i suoi apostoli l’hanno imitato. Che non disse quando fu condotto presso la tomba dell’ amico Lazzaro ? « Il nostro amico Lazzaro dorme »; non disse già: è morto; benché realmente il fosse. E che questa denominazione di sonno, per designare la morte, fosse nuova, noi il possiamo dedurre dal turbamento degli Apostoli i quali, pur accettandone subito il significato, dicono a Gesù: « Signore, ma se dorme, egli è salvo! » – « Oh! sì, dappertutto la morte è chiamata un sonno! Ed è perciò che il luogo dove riposano i defunti è chiamato cimitero, che vuol dire dormitorio. Quando adunque qui portate un trapassato, non desolatevi; voi non lo portate alla morte, ma al sonno: questo nome basta per consolarvi. Abbiate sempre presente il luogo dove l’avete portato: al dormitorio: ed il tempo in cui l’avete portato: cioè dopo la morte del Cristo, quando tutti i vincoli della morte sono stati troncati ».

II.

Nel linguaggio della Chiesa il cimitero ha ancora due altri nomi, pei quali desso non merita meno il nostro rispetto e la nostra venerazione, perché ancor essi ci ricordano e ci predicano eloquentemente il dogma della risurrezione. Si chiama infatti Campo santo, e Campo di Dio — Campo santo! non è forse questo il nome che gli si dà generalmente da noi in Italia? Ed oh! quanto un tal nome non è preso in sul serio, tanto che noi sappiamo dalla storia che l’antica repubblica di Pisa, una delle grandi potenze marittime del Medio-Evo, organizzò una spedizione navale in Oriente per trasportare in patria la terra di Palestina, santificata dai passi del divin Redentore, onde comporne con quella il suo cimitero, il suo Camposanto. Oh! sì, egli è santo il luogo dove riposano le fredde spoglie dei nostri cari defunti; santo, perché solennemente consacrato con le auguste cerimonie della Chiesa per mano dei suoi Pontefici; santo, perché luogo di riposo di corpi che furono templi vivi dello Spirito Santo, membra di Gesù Cristo, rigenerati e santificati dalla grazia e dai Sacramenti; santo finalmente, perché dominato dalla Croce, simbolo sacro della nostra Redenzione, che s’innalza maestosa nel bel mezzo del sacro recinto e par che raccolga quei che non son più « sotto le grandi ali — del perdono di Dio ». Non meno eloquente è l’altro nome del Cimitero: Campo di Dio. Il Creatore, il Conservatore, il Restauratore di tutte le cose, Dio, è un seminatore; Egli stesso si chiama con questo nome: « Uscì quegli che semina a seminare; non seminasti forse del buon grano? » Ora come ogni seminatore ha un suo campo, così Iddio ha pure il suo, e questo è il cimitero. Ma a differenza del seminatore ordinario che semina differenti specie di semi nel suo campo, Dio invece non ne semina che di una specie, che del resto è sempre la stessa. Che fa il grano nella terra? comincia per alterarsi e marcire. Questo grano è nudo; uscito dalla spiga, ha più nulla che lo protegga, è appena coperto da una leggiera pellicola, di cui si sbarazzerà ben presto. Ridotto così alla sua più semplice espressione, il seminatore, con un atto di fede incrollabile nella risurrezione, lo affida risoluto alla terra, nel cui seno subirà rapidamente una gloriosa trasformazione. E la sua fede non lo ingannerà; passano pochi mesi, ed ecco che il campo si copre di meraviglia. Quel grano morto risuscita, e da un solo seme ne nascono parecchi. E questi nuovi grani non sono già nudi, come il loro padre, nascosti come esso nel seno della terra; no, ma si mostrano ai raggi del sole, s’innalzano verso il Cielo. Si appalesano riccamente vestiti, circondati di foglie, ornati di fiori, e graziosamente sostenuti da leggiadri steli che il vento fa lievemente ondeggiare, come la madre che in diversi sensi dondola la culla del suo bambino. Ora qual è il grano che Dio semina nel suo campo? Il più bello, il più prezioso, il più amato di tutti i grani; il corpo dell’uomo, formato a sua immagine, riscattato col sangue dell’Agnello immacolato, erede della sua gloria e felicità. E questo corpo, gettato nel seno del Campo di Dio, dopo aver subito, sotto l’occhio amoroso e la vigile e gelosa custodia del suo divin Seminatore, le stesse trasformazioni che il grano nel seno della terra, in virtù del germe divino in lui deposto dal Redentore, si alzerà pure a sua volta, come messe immensa, nel giorno della finale risurrezione, brillante e glorioso per tutta un’eternità. Oh! quanto non è consolante questo pensiero e di quale conforto, specialmente per quelle anime afflitte che piangono sulla tomba dei loro parenti e dei loro amici defunti: « Voi siete tristi e sconsolati, diceva il grande Vescovo d’Ippona inspirandosi ad esso, poiché avete veduto portato al sepolcro colui che amavate, e più non udite la sua voce. Egli viveva ed ora è morto; egli mangiava ed or non mangia più; più non prende parte alle gioie ed ai piaceri dei viventi. Ma forsechè voi piangete il seme, allorché l’affidate al solco? Se un uomo fosse in tutto talmente ignorante da piangere il grano che si semina nel campo, che si getta in terra, che si seppellisce nel terreno, lavorato dall’aratro, e dicesse in sé stesso: « Oh! Perché mai hanno sepolto questo grano, mietuto con tanta fatica, pulito, conservato nel granaio? noi l’abbiamo veduto, e la sua bellezza faceva la nostra gioia… ed ora è scomparso dai nostri occhi….! » Se vi fosse un uomo che così piangesse, forsechè non gli si direbbe: « Deh! non t’affliggere; certamente questo grano sepolto non è più nel granaio, non si trova più in nostre mani; ma quando più tardi noi verremo a visitare questo campo ci rallegreremo nel vedere la ricchezza della messe là ove tu piangevi l’aridità del solco ». Le messi le si vedono ogni anno, ma quella del genere umano non la si vedrà che una volta sola, alla fine dei secoli, quando cioè al suono delle angeliche trombe coloro qui dormiunt in sonno pacis, evigilabunt, si risveglieranno, e sorgendo dal seno della terra vivranno per non addormentarsi più ». – Così il santo dottore; ed a suo esempio, contemplando i nostri cimiteri, veri campi di Dio, diciamo ancor noi: è in questa terra, santificata dalle preghiere liturgiche, che germoglia la futura messe degli eletti. Essi non sono morti, no, che non è possibile che gli uomini fatti ad immagine e somiglianza di Dio muoiono per non rivivere mai più; ma riposano nella fede e nella speranza comune. Ma verrà un dì che secondo la parola del Creatore rivivranno a novella vita ed allora oh! gioia, oh! felicità, mors ultra non erit. Ecco che cosa è il cimitero; ecco quello che in suo muto linguaggio dice al cuore del cristiano. Non dobbiamo quindi meravigliarci che desso sia sempre stato e sia ancora tuttodì oggetto di universale rispetto e venerazione. « Presso ogni popolo del mondo, dice un moderno autore, abbia già desso fatti grandi passi nella via del progresso, o sia ancora agli inizi della civiltà, vi hanno due cose che sempre hanno tenuto un posto specialissimo nell’estimazione degli uomini, e davanti all’una o all’altra delle quali essi non possono far a meno di provare un sentimento, a cui non possono sottrarsi, sentimento che trionfa di tutti gli odi, e di tutte le passioni. E queste due cose sono la culla e la tomba. In un giorno di cieco furore il popolo potrà arrivare all’eccesso di atterrare il palazzo dei re e di portare una mano sacrilega sulle nostre chiese e sui nostri altari, ma è ben difficile che vengano profanate le tombe ombreggiate e difese dalla croce. Non è forse vero che sempre e dovunque il piccolo cantuccio di terra, che ricopre le spoglie mortali dell’uomo, venne trattato col più gran rispetto, ed in ogni tempo la violazione di una tomba venne considerata come una profanazione? » Parlando del cimitero così esclama uno scrittore cristiano: « O patria nostra, tu ci sei cara non solo per le aure che bevemmo fanciulli; pei nostri ridenti giardini; per la casa che ci albergò; ma anche per quel campo benedetto dove han trovato asilo parenti, congiunti ed amici. Quanti non sono coloro, che lungi morendo dal luogo natio, chiedono imperiosamente che i loro resti mortali sieno portati là, dove la voce della patria pare che reclami sempre, e vivi e morti, i suoi figli. Una legge di natura, e certamente una legge d’ amore, sospinge gli uomini a riunirsi in un solo asilo, affinché rimanga dopo morte quella comunione che mantennero in vita, e che punto non si rompe colla morte. Senza dubbio la prospettiva del cimitero ingenera un sentimento che vi obbliga di quando in quando a recarvi sul tumulo di chi avete amato; che vi costringe a scoprirvi il capo e a piegar le ginocchia; che dal vostro cuore sa strappare una prece e dagli occhi vostri una lagrima. Non è questo vero? La santità del luogo, unita a tante rimembranze, vi infonde una soavità di dolore, che si trasmuta in un indefinito conforto, è una mesta ma soave musica quella che si forma attorno alle croci di quell’asilo solitario». Quanti motivi pertanto non si riuniscono per renderci cari e sacri questi asili della morte collocati alle porte delle nostre città o all’entrata dei nostri templi per sollecitare da noi suffragi o per ricordarci che siamo polvere! Qui riposano in un sonno tranquillo, coricate le une sulle altre, migliaia e migliaia di generazioni, migliori che non la nostra: dormono sotto le zolle benedette coloro che furono i benefattori dei poveri e delle chiese, i fondatori dei nostri ospizi, delle nostre scuole, delle nostre istituzioni caritatevoli, di tutti quegli stabilimenti di pubblica utilità, di cui noi raccogliamo i frutti, senza pensare alla mano che ce li elargì, senza che la nostra memoria abbia conservato il nome di questi uomini generosi; qui aspettano il giorno del risveglio quella serie interminabile di pastori vigilanti e disinteressati che hanno istruito, consolato, diretto di età in età le generazioni estinte, e che hanno iniziato noi stessi alla scienza del dovere ed alla conoscenza della fede. Qui riposano, in una santa pace, dei fratelli, degli amici, un padre, una madre, dei figli ai quali avevamo promesso nelle strette angosciose dell’ultimo addio un ricordo eterno, qui soprattutto vi sono dei Cristiani, segnati del sigillo di una adozione divina, dei figli della Chiesa, dei membri di Gesù Cristo, dei quali Iddio custodisce le ossa, come parla il profeta, per risuscitarli nel giorno finale… In questi luoghi benedetti si trovano delle vere reliquie, poiché, chi può dubitare che fra i numerosi fedeli, il cui corpo vi venne deposto, molti non siano già in possesso della gloria? Reliquie preziose, spoglie venerande, alle quali non manca per avere diritto allo stesso culto con cui si onorano le reliquie esposte sui nostri altari, che la dichiarazione della Chiesa confermante la santità dei giusti ai quali esse appartengono. Ah! con quanta verità adunque, ogni qualvolta calpestiamo la terra di questi funebri asili, può essere a noi rivolta la parola che Iddio fece intendere a Mosè dal mezzo del roveto ardente: « La terra su cui tu cammini è santa, togli i tuoi calzari in segno di rispetto ». Sì, è la polvere dei Santi che i nostri piedi premono: è una polvere che per rianimarsi e per risorgere viva ed immortale non aspetta che il primo squillo dell’angelica tromba: sì, tutta questa terra che ci sta sotto gli occhi ha vissuto, tutta questa terra un giorno rivivrà!

III.

E dopo ciò ci domandiamo: Che cosa è mai adunque che dà alla tomba un carattere sacro? La credenza universale del genere umano che sempre ha ritenuto e ritiene che la tomba non è altro che la soglia dell’eternità. Che cosa è mai che spiega e giustifica il rispetto e la deferenza che accompagna e segue i freddi e tristi resti dell’esistenza umana? La sublime dottrina dell’immortalità dell’anima e della risurrezione della carne. Sì, se l’anima sopravvive al corpo, se 1′ uomo tutto intero è destinato a ridiventare un altro se stesso alla fine dei tempi, io comprendo le pie premure, la venerazione, il culto che si ha per le tombe. Se quel che giace sotto la fredda pietra sepolcrale è una spoglia che l’anima immortale ha bensì lasciato un giorno, ma riprenderà un altro giorno, è un tempio che la mano dell’Onnipotente riordinerà a suo tempo; è un santuario le cui sparse membra saranno più tardi riunite da Dio, come non meriterà quell’onore e quel rispetto che merita tutto ciò che è santo e sacro? Ma se invece tutto ha termine con la morte, se il nulla è l’ultima parola degli umani destini, se noi non ci troviamo più che alla presenza di qualche molecola di materia senza nome, senza dignità, senza avvenire, se non vi rimane più nulla di reale, di vivente a cui possano riferirsi i nostri pensieri, i nostri affetti, i nostri ricordi, se tutto ciò si è dissipato come un soffio nell’aria, che cosa vorrà allora significare il rispetto della tomba? A qual pro tanto apparato e tante pompe funebri per un mucchio di putridume, più o meno riccamente avviluppato, e che ormai non si tratta più che di fare scomparire al più presto possibile, come un oggetto di disgusto e di orrore, e di farlo scomparire il più lontano che si può dagli occhi umani? Ahimè! lo so purtroppo che così la pensano e così vorrebbero i moderni libertini e liberi pensatori. E non è forse perciò che sotto un falso pretesto di salubrità e di pubblica igiene vorrebbero tenere discoste dalle abitazioni dei vivi le tombe degli avi loro? È stato mille volte provato dalla scienza stessa, confermandolo del resto l’esperienza de’ secoli, che le pretese morbose emanazioni uscenti dalle tombe dei cimiteri non esistono che nell’immaginazione di certe persone che troppo paventano la morte. Ma che importa loro questa verità, pur che raggiungano i loro diabolici intenti? « Ma guai, guai a costoro, esclama il P. Monsabrè, che sacrificano all’igiene del corpo, l’igiene dell’anima! Impareranno a loro proprie spese ciò che diventa un popolo, il quale dimentica o trova troppo lunga la strada del Camposanto! » – « Col pretesto della pubblica salute, scrive un dotto medico, il Martini, già si impedirono le sepolture nelle chiese, ed ora si vogliono perfino distruggere i cimiteri. Ma forsechè oggidì si vive più lungamente di prima? si gode più prospera salute?.. Le popolazioni in generale non si videro mai tanto acciaccate, come dopo tanti trattati di pubblica igiene. E si può ripetere della pubblica sanità ciò che si dice della libertà e dell’economia politica: l’economia ci porta alla bancarotta, la libertà al dispotismo, e l’igiene ci fa morire tisici. Guardate quei buoni frati, che vivevano nei loro conventi, dove le Chiese annesse erano piene di sepolture e queste di cadaveri, menavano la vita più sana e vigorosa che mai, raggiungendo tale numero di anni che ci è difficile trovare in mezzo alla società odierna. È il mal costume che miete le popolazioni, e siccome il pensiero della morte eccita a vivere bene, così indirettamente il cimitero favorisce la pubblica sanità ». Ma non basta: a quale altro eccesso non li vediamo noi arrivare i moderni nemici dei cimiteri? « È orribile il dirsi: sempre con lo stesso scopo noi li vediamo opporre al Camposanto il forno crematorio… qualche cosa di orrendo e di insopportabile al cuore dell’uomo….! E la chiamano ara, tempio crematorio! Forno sì, altare e tempio no. E nomineremo altare questa scena d’orrore? Altare questo feretro senz’Angeli e senza Dio? Altare questo luogo né sacro, né  santificato, senza riti ed incensi, senza fiori e senza ghirlande, senza profumo di gentilezza e di umanità? Altare questo carbone, queste fiamme divampanti, avvivate da una scienza senza cuore, dall’idea del nulla, dall’odio della divinità, dal rito schernitore dell’ateo e del materialista? Meglio, mille volte meglio il rispetto delle pie ed universali tradizioni, meglio il cipresso della religione antica, che le ombre della novella acacia. Più dell’onda grassa del fumaiolo crematorio oh! meglio quell’atmosfera santa e severa che si spande dalle tombe, dove il corpo ridonato alla terra, naturalmente riposa fra le braccia della gran madre antica ». Ed ecco perché noi protestiamo contro tali crudeli e barbare innovazioni che non hanno altro di mira che di distruggere nell’anima del popolo la credenza dell’immortalità dell’anima, e con noi altamente protesta tutta quanta l’umanità che sempre ed ovunque ha avuto in onore il culto dei morti. « Io posso perdonare molte cose, diceva Napoleone, ma provo orrore per colui che non vede in noi che della materia. Come volete voi che io abbia qualche cosa di comune con un uomo che non crede all’ esistenza dell’anima, che crede che egli non è che un impasto di fango, e che vuole che io sia come lui un pugno di fango? » Ed ancora oggidì, nonostante le mene dei novatori non vediamo noi le stesse masse operaie delle nostre grandi città, a cui si è strappato con false ed empie teorie e bugiardi sofismi il rispetto di tutte le grandi cose, il rispetto del dovere, della famiglia, della stessa Religione, conservare in mezzo a tante rovine vivo e rigoglioso il culto dei morti? E non si è senza provare una viva e profonda commozione che nel giorno, consacrato alla solenne commemorazione dei fedeli defunti, noi le vediamo incamminarsi silenziose e raccolte verso il Camposanto, ed affollarsi commosse ed intenerite sulle tombe dei loro cari. Oh! sì, gli increduli ed i libertini avranno un bel predicare al nostro popolo che la questione dei novissimi non è più che una questione di chimica e di fisica; forse in certi momenti di odio e di passione troveranno ascolto; ma allorquando si presenterà il momento di manifestare la sua vera credenza con un atto solenne di fede, se ne andrà in folla a protestare contro di loro e contro se stesso sulle tombe dei morti, per quanto lontane le abbiano volute dal consorzio dei viventi; vi deporrà commosso gli emblemi dell’immortalità; attraverso il tempo e lo spazio darà la mano a coloro che non vivono più sulla terra, il suo cuore si slancerà verso di loro e col suo cuore la sua fede le sue speranze in un avvenire migliore. Spes illorum immortaliate piena est. Sii tu dunque benedetta, o Religione Cattolica, tu che eterna consolatrice innalzi la fiaccola della risurrezione e vegli intanto a difesa delle ossa inaridite. Tu sei pur qualche cosa di meglio di quel terribile nulla, martirio e spavento degli scettici, che mentre favorisce ogni delitto sulla terra, toglie persino quell’ultimo conforto che ci aspetta nel sepolcro. Anch’io voglio fare che una mesta viola sorga sul mio tumulo deserto; fecondata essa dall’alito sereno ed avvivatore della Croce, dalla luce del sole, e delle preghiere di tutti, dirà ai superstiti che sorge sul capo di un dormente, il quale attende il soffio della novella vita e lo squillo delle angeliche trombe.

* *

Certamente quanto in questo trattenimento si è detto sul cimitero è più che mai adatto per farlo apparire sotto un aspetto rassicurante e pieno di sante speranze. Non vorrei però che completamente ne venisse sbandito quel sacro terrore che pur necessariamente deve incutere, in quanto che desso è pure il regno della morte, in cui questa violenta livellatrice delle umane grandezze regna sovrana, e dal suo trono severo imparte lezioni che oltre a farci comprendere il nulla della vita c’insegneranno eziandio a ben vivere. Ah! lo so pur troppo che gli uomini di questa nostra età, che della morte hanno paura, e per molti dei quali i sepolcri stessi, che sono per noi Cristiani la culla dell’immortalità, non esistono che come cattedre d’immoralità e di corruzione, vorrebbero cancellarne dalle menti perfino il ricordo, e distruggere perciò quanto potrebbe farne sentire troppo vivamente la voce, onde non parli troppo altamente al cuore dei viventi. Ma viva Dio! essi avranno un bell’infiorare le tombe dei loro morti, avranno un bel cercare di ridurre i nostri cimiteri a luoghi di lusso, di vanità, di spasso, di curiosità, di presentarli come esposizioni permanenti di belle arti, non riusciranno mai a far sì che la morte non regni in essi come sovrana, e dai tumuli chiusi pur esca grave ed ammonitrice la voce : « Morieris tu! Anche tu morrai ! Tutti coloro che ti precedettero già hanno reso omaggio alla sua potenza e si sono schierati sotto il suo scettro così pure sarà di te! » E volesse il Cielo che una tal voce trovasse un’eco nel loro cuore! poiché mentre così imparerebbero a ben morire, prenderebbero coraggio per ben morire.

ESEMPIO: La predica sul Cimitero.

Davasi una sacra missione in una parrocchia della nostra Italia. Anche colà gli increduli tentarono ogni via per frastornare i devoti dall’accorrere ad ascoltare la parola di Dio. Fra questi si distinse un famoso fabbro ferraio, per nome Angelotto, il quale aveva la sua officina nei pressi della Chiesa. Tant’era l’odio che covava costui in cuore contro havvi di più sacro e santo, che ogni qualvolta il missionario saliva in pergamo, gli faceva tale uno strepito, cantando le più laide canzoni, e di sì formidabili colpi faceva risuonare l’incudine, che più volte il missionario dovette affaticarsi oltre modo perché la sua voce fosse intesa da tutti. Una sera all’ora della predica, Angelotto esce a diporto, quand’ecco la fitta nebbia, che aveva fino allora coperta la faccia del sole, anziché dissiparsi, s’era ad un tratto condensata in nubi, indi si è convertita in pioggia minuta che bagna e penetra fino alle midolla delle ossa. Angelotto sulle prime non ha fatto caso, ha continuato la sua passeggiata: ma che? non è ancora andato innanzi una ventina di passi, che egli è già tutto molle, ed il suo cappello goccia acqua da tutte le parti. « Maledetto tempo! esclama egli e proferendo cosi a mezza voce una bestemmia torna indietro per andarsene a casa; ma vedendo che la porta era chiusa, fa una imprecazione alla moglie che era in chiesa alla predica. Dopo che, così pieno d’ira, entra in chiesa per fermarsi e far passare un quarto d’ora di tempo. Il missionario già stava sul pulpito, e i buoni fedeli assistevano con compostezza e raccoglimento alla parola di Dio. Angelotto gittossi su d’un banco e diessi così per ingannare il tempo, a volgere in giro lo sguardo, lanciando qui e là bieche occhiate alle persone che stavano in chiesa raccolte. Egli non aveva né piegato il ginocchio, né fatto un segno di croce, né detto Ave a quel Gesù che stava là rinchiuso nel tabernacolo per suo amore. Parea avesse posto in oblio che era quella la casa di Dio, la casa della preghiera; eppure il Signore pietoso lo attendeva al varco per usargli misericordia e concedergli la maggiore delle grazie, quella del ravvedimento. Intanto il predicatore era giunto a buon punto della sua predica: « Fratelli miei, diceva con voce dolce e tenera, fratelli miei, il cimitero è una bella e salutare scuola per noi. Tutti in quel luogo andremo alla fine dei nostri giorni, e v’andremo fra breve : Hodie mihi, cras tibi; oggi tocca a me, domani a Voi. Figliuoli, conchiuse egli, se è così, non indugiate più oltre a darvi a Dio; pensate al Cimitero, è ora, fate presto che il Signore non vi trovi impreparati, pensate al cimitero, è ora! per molti di voi sarà questa l’ultima ora alla quale seguirà poi una felicità, o una miseria eterna ». Benché Angelotto avesse cercato di distrarsi, non aveva potuto fare a meno di ripiegare per un istante il guardo a sé stesso. « Il missionario avrebbe mai parlato di me? Oh! Dio! Che vita ho menato da dieci anni a questa parte? » Al pensare a quelle parole « Il cimitero, è ora » ei non regge più, si getta ginocchioni, chiude la testa fra le mani e piange. È finita la predica e la gente è uscita di Chiesa, ed Angelotto non si è mosso. Eppure non piove più; ma il cimitero suona ancora tremendamente al suo orecchio, ed egli stassene tuttora ginocchioni. Viene il sagrestano per chiudere la Chiesa, scuote le chiavi per dire ai pochi rimasti che se ne vadano. Angelotto allora si alza, piglia il suo cappello, ma invece di uscire, va difilato in sagrestia, trova il predicatore: « Ah! padre mio! Son dieci anni che non vi ho pensato!… voglio subito confessarmi, aiutatemi voi! » Il buon missionario l’accoglie, lo abbraccia. Angelotto si prostra, fa la sua confessione: grosse lagrime gli scendono dagli occhi, ma son lagrime di pentimento e di consolazione. Ricevuta l’assoluzione, si alza e, baciando la mano del buon missionario: « Era ora, gli dice; siate benedetto! » Si parte di là, ma Angelotto non pensa più all’osteria, agli amici, alle crapule, e ripetendo fra sé « cimitero, è ora! » rientra in casa… ! Da quel di fu tutt’altro uomo: ogni giorno prima di mette rsi al lavoro andò alla Messa, e nel giorno di festa la sua bottega vedevasi chiusa ed egli in Chiesa a fare le sue divozioni. Ma ecco la prima Domenica di quaresima, e la campana della Chiesa suona a morto. Chi è questo poveretto che non è più? È Angelotto, il fabbro ferraio, una malattia di quattro giorni lo ha portato al cimitero: beato lui che pensò in tempo al Cimitero!

 

 

DEVOZIONE AL CUORE DI GESÙ (9): Modello di purezza.

DEVOZIONE AL CUORE DI GESÙ (9)

DISCORSO IX.

[A. Carmignola: il Sacro Cuore di Gesù; S.E.I. Ed. Torino, 1930]

Il Sacro Cuore di Gesù modello di purità.

Nella divozione al Sacratissimo Cuore di Gesù, oltre al ricambiarlo di amore e al risarcirlo delle tante offese che riceve nel SS. Sacramento dell’Altare, devesi pure attendere ad imitarlo nelle sue speciali virtù. E le virtù speciali, che Gesù Cristo stesso ci propose a ricopiare in noi nel suo adorabile Cuore, sono la mansuetudine e l’umiltà. Ed oh! Quanto era importante che il divino Maestro ci proponesse l’imitazione di tali virtù a preferenza di tante altre. Tuttavia restando sempre ferma tutta la loro eccellenza e necessità, e pure riconoscendo che Gesù Cristo non ci disse esplicitamente di impararne altre dal suo Santissimo Cuore, è certo che ve n’è ancora qualcuna, che del suo Cuore non è meno caratteristica della mansuetudine e dell’umiltà, e nella quale, a voler essere suoi veri devoti, dobbiamo pure studiarci di imitarlo quanto più ci è possibile. Tale ad esempio è la santa purità. Ed in vero la purità per attestazione dello stesso Gesù Cristo è per eccellenza una virtù del cuore, avendoci egli insegnato che come dal cuore escono quei cattivi pensieri e quelle opere malvagie, che massimamente contrariano la santa purità, così è nel cuore, che risiede quella mondezza, che ci renderà beati nella visione di Dio. Sì, il cuore e la purità sono tra di loro in una così stretta e vicendevole dipendenza, che nell’uomo puro il cuore è di una delicatezza meravigliosa, e benché di carne vive di una vita quasi spirituale; laddove nell’uomo privo di purità il cuore si fa grossolano ed abbietto, e non batte più che per dare corso al sangue e segnare le ore di una vita inonorata. Gesù Cristo adunque è nel suo Cuore così delicato, così tenero, così sensibile e così santo, che mantenne l a più illibata mondezza, come è nel suo Cuore, che nutrì un sovrano amore per la santa purità, dal suo Cuore, che fece uscire quelle parole sublimi, che insieme col suo esempio crearono le immense generazioni di anime pure e caste, ed è al suo Cuore, che appressò ad attingervi inenarrabili delizie quei suoi amici, ch’Egli predilesse per ragione della loro purità. Per tanto nella divozione al Sacro Cuore di Gesù, a voler rendere il cuor nostro simile ad esso, non importerà sommamente che ci animiamo ad amare e praticare ancor noi una tanta virtù? Sì, senza dubbio. E ciò tanto più importa in quanto che anche oggidì questa virtù è vituperosamente oltraggiata. Ah purtroppo! dopo diciannove secoli di virtù e di perfezione cristiana la miseria più spaventosa dei nostri tempi si è la corruzione dei costumi, tanto che se anche ai tempi nostri vivesse quella fiera anima di Tacito, potrebbe pur con ragione ripetere quel suo famoso detto: Corrumpere et corrumpi sæculum vocatur: corrompere ed essere corrotti, questo si chiama il secolo. A riparare adunque un tanto disordine, e a impedirlo anzi tutto in noi, quanto ci sarà giovevole levare i nostri sguardi al Cuore Sacratissimo di Gesù, modello di purità! E questo faremo oggi; epperò, dopo di aver rilevata la bellezza della virtù della purità, considereremo come abbia amata e praticata la purità il Sacro Cuore di Gesù e con quali mezzi riusciremo ad amarla e praticarla anche noi.

I. — Come in un quadro, ciò che dà maggior risalto ad una bella e chiara figura, sono le tinte oscure, che ne formano il fondo, così ciò che servirà a far meglio risplendere la bellezza della santa purità, si è il mettere innanzi qualche poco la bruttezza e la gravità dell’orrendo peccato, che la contraria. È bensì vero che l’apostolo Paolo vorrebbe, che tal peccato non si avesse neppure a nominare tra i Cristiani. Ma perché esso è pur troppo una delle cause principalissime, per cui l’inferno si riempie di dannati, mi si conceda di farne almeno qualche cenno fuggitivo. – Il santo Re Davide ha detto ripetutamente, che l’uomo che si abbandona alle sue brutali concupiscenze, ha misconosciuto la sua grande dignità, e si è fatto simile ai giumenti privi di ragione. Ed in vero, l’uomo solamente allora riconosce la dignità di sua natura e serba fede ad essa, quando vive conforme alla ragione, che è la divina scintilla, che lo differenzia dai bruti. Ma la ragione, come hanno riconosciuto gli stessi gentili, detta all’anima di comandare e al corpo di servire. Ora, che cosa fa colui che si abbandona al brutto peccato dell’impurità? Contro il dettame della ragione lascia, che signoreggi in lui la carne, e alla tirannia della carne fa servire qual misera schiava l’anima sua. Così adunque in quest’uomo infelice l’anima perde la corona e lo scettro, rinunzia ai suoi privilegi, scade dall’altezza, a cui fu da Dio sollevata, e scende nella più profonda abbiezione, nell’abbiezione del giumento: Homo cum in honore esset, non intellexit; comparatus est iumentis insipientibus, et similis factus est illis. (Ps.. XLVIII) Difatti, ponendovi innanzi l’uomo impudico, in che altro, se non nelle forme, potrete scorgerlo diverso dagli animali più abbietti? Egli non ravvolge nella sua mente che pensieri immondi, nella sua immaginazione non si diletta che di voluttuosi fantasmi, e nel suo cuore non nutre che turpi affetti. – Anche al di fuori mostra l’orribile guasto dell’anima, giacche i suoi occhi spirano libidine, i suoi orecchi vanno in cerca di discorsi e di armonie sensuali, la sua lingua schizza il veleno dell’oscenità, il suo volto è inverecondo, il suo tratto licenzioso, e tutto il suo portamento pieno di petulanza. Preoccupato unicamente della sua passione, propriamente come il giumento, che spinto dall’invincibile istinto che lo domina, nel vedere da lungi ciò che può soddisfarlo, vi corre appresso e vi si precipita sopra, senza che nulla valga a rattenerlo, così l’impudico dominato dall’istinto brutale con un despotismo atroce ed ignobile, cui non ha più forza di resistere, perché troppo lo ha assecondato, corre appresso e si precipita con furore sopra tutto ciò, che gli promette un sensuale diletto. E per riuscire nell’intento di ottenerlo, che gl’importa, se padre, di trasandare l’educazione dei figli, se sposo, mancar fede ai sacri giuramenti, se figlio, di gettare il tempo, il denaro, la vita, e far la rovina e il disonore dei genitori. Oh se noi entrassimo in certe famiglie e domandassimo la cagione di tante discordie, di tanti disordini, di tanti patrimoni mandati a fondo, di tanta miseria, di tanti scandali, e persino di tante violenze e di tanti delitti, molte sarebbero costrette a risponderci che non ne fu altra, se non l’abbominevole vizio della disonestà. L’impudico adunque nelle sue tendenze, nelle sue voglie, ne’ suoi costumi si avvilisce veramente al punto da rendersi somigliante al bruto. Sì, dice S. Bernardo, se l’uomo pecca. di ambizione, pecca come l’angelo, commettendo una colpa affatto spirituale; se pecca d’avarizia, pecca quale uomo, perché questo disordine all’uomo soltanto conviene; ma se pecca di impurità, egli pecca da bruto, perché segue l’impulso di una passione, che predomina nei bruti, e che ai bruti lo assomiglia. – Ma vi ha di peggio ancora, perciocché se questo peccato si considera non solo nell’uomo come uomo, ma nel Cristiano come Cristiano, non si tarda a riconoscerlo quale orribile sacrilegio. L’apostolo S. Paolo nella sua prima lettera ai Corinti (VI, 15-20) bellamente ci insegna come il Cristiano per opera della grazia, che gli comunica il frutto della divina redenzione, si unisce tutto intero, anima e corpo, così intimamente al Verbo incarnato e al Divino Spirito, da diventare, non solo nell’anima, ma anche nel corpo, membro di Gesù Cristo e tempio dello Spirito Santo: « Oh! non. sapete, esclama egli rivolto a quei primitivi Cristiani, non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? … che le vostre membra sono tempio dello Spirito Santo? » E quello, che l’Apostolo insegna, è dai santi Padri così esplicitamente spiegato, che se non fosse ad esempio un S. Leone Papa quegli che ci dice, che il corpo del battezzato è diventato la carne del Crocifisso, noi peneremmo a prestarvi fede. Or dunque, se nell’uomo che vive fuori della vera religione il peccato dell’impurità è pur sempre una colpa, che tanto lo avvilisce, nel Cristiano, membro di Gesù Cristo e tempio dello Spirito Santo è per soprappiù una profanazione sacrilega del corpo stesso del divin Redentore e del Santuario della Divinità. Ed ora qual meraviglia, se un cristiano, che giunge a disonorare in questo modo il suo carattere, non tarda a perdere ogni avanzo di fede e a diventare, come ne insegnano le Sacre Scritture, miserabile apostata? L’uomo, che si abbandona al brutto vizio, rimane così presto acciecato di mente e indurito di cuore, che più non vede e non sente né il pregio dell’anima sua, né il tesoro della divina grazia, né l’importanza dell’eterna salute, né la bellezza della pietà, né la necessità della religione; abborre dalla preghiera, e lascia i Sacramenti, e schiva la chiesa, e diventa insomma quell’uomo « animale » di cui parla S. Paolo, che più nulla capisce, e più nulla gusta delle cose di Dio. E perché, nello sbramare le sue immonde voglie, non vorrebbe sentire alcun rimorso di coscienza, e ciò non può essere finché crede a Dio, alla sua legge, alla sua terribile giustizia, perciò comincia egli dal dubitare prima occultamente e poi manifestamente, e finisce per negare e Dio e Vangelo, e eternità, e cadere nella più spaventosa incredulità, Oh! l’incredulità è un guanciale assai comodo per la disonestà; e la storia è lì per provare, che la cagione più universale dell’apostasia dalla fede è l’apostasia dalla purità. Salomone non arse profani incensi alle false divinità, se non dopo aver ceduto alle lusinghe delle donne di Sidone e di Moab. Lutero, che strappò la Germania dal seno della Chiesa, prima di rapire a Gesù Cristo la greggia, gli aveva rapito una sposa. Un Arrigo VIII sterminò il Cattolicismo dalla terra dei Santi, dopo che si era abbandonato ad amori adulteri. E nella Francia si chiusero i sacri templi, si scannarono i sacerdoti, si abbatterono gli altari e si gettarono nel fango le sacre Pissidi, allora che si prese ad adorare la carne vivente d’una pubblica peccatrice. Ma anche oggidì, se tanti Cristiani vi hanno, massime tra la gioventù, che deridano la fede e la sprezzino, non è già, come si dice, che i ritrovati moderni non vadano con essa d’accordo, ma la realtà dolorosa è questa, che costoro son divenuti miseri schiavi della turpe passione e ne sono crudelmente signoreggiati. Tale adunque è l’enormità del brutto peccato, tali sono i suoi funestissimi effetti. Qual meraviglia pertanto se Iddio lo ha punito sempre anche in questa vita coi più terribili castighi ? Perciocché non è per questo peccato, che Egli mandò il diluvio sopra la terra, fece piover fuoco ed incenerire Sodoma e Gomorra? Non è per questo peccato, che sfasciò gli imperi più potenti e le nazioni più grandi? Non è per questo peccato, che tuttodì manda tra gli uomini le più spaventose calamità, le più tragiche morti, le più vergognose malattie? Oh! se è vero che Iddio oltrecché con altri castighi, punisce ancora il peccatore col suo stesso peccato, in questo massimamente è dove si verifica terribilmente una tal legge. No, Iddio non lascia che l’uomo impudico faccia impunemente trionfare i suoi sensi deprimendo lo spirito. Il trionfo non è che apparente, perciocché in realtà è seguito dalla dissoluzione. E se domandassimo ai medici, che frequentano le case private e i pubblici ospedali, ben ci saprebbero dire, che la causa principalissima di tante schifose infermità e di tante morti sul fior dell’età si è pur troppo questo detestabile vizio. Ma basti ormai della bruttezza di questo peccato, e, sollevando ora a più elevati pensieri il nostro cuore, su questo oscuro fondo vediamo raggiare la figura bellissima della santa purità. Questa virtù è di tanta bellezza, che come il peccato d’impurità è chiamato senz’altro il brutto peccato, così essa è chiamata per eccellenza la bella virtù. I santi Padri nelle loro considerazioni ne furono talmente rapiti, che tutti andarono a gara per farne i più profondi elogi; e chi la chiamò radice della vera sapienza, chi ornamento e decoro della Chiesa, sposa di Cristo, chi virtù celeste ed angelica, chi regina di tutte le virtù, chi giglio candidissimo, chi preziosissima gemma, al cui splendore si eclissa quella d’ogni altra. E in tutte queste grandi espressioni non fecero altro che commentare la parola dello Spirito Santo, il quale disse, che per quanto si esalti la purità, non si arriverà mai ad esaltarla degnamente: Omnis ponderatio non est digna continentis animæ. (Eccl. XXVI, 20) I n questa virtù, secondo l’attestazione di S. Paolo, allorché ci dice essere di volontà di Dio, che ci facciamo santi, astenendoci da ogni immondezza (I IV, 4), sta la santificazione

delle anime nostre, giacché come si legge nel libro della Sapienza, la purità ci avvicina nel modo più prossimo a Dio: Incorruptio facit esse proximum Deo (VI, 20), ed è a questa virtù che fanno naturalmente corona tutte le altre virtù. L’umiltà, la modestia, il raccoglimento, il disprezzo del mondo, la povertà volontaria, l’abnegazione, l’obbedienza, la mortificazione, la vivezza della fede e della carità si raggruppano tutte intorno alla purità, perché colui che è puro, quanto toglie alla vita del senso altrettanto mette a profitto delle cristiane virtù, e può applicarsi con tutta ragione le parole dello Spirito Santo: E insieme con la purità vennero a me tutti gli altri beni: Venerunt autem mihi omnia bona pariter cum illa. (Sap. VII, 11). O purità, quanto sei bella, quanto sei splendida, quanto sei amabile! E poteva essere, che il Cuore Santissimo di Gesù Cristo non si mostrasse di te magnificamente adorno?

II — Ah! poiché Gesù Cristo venne sulla terra a curare le piaghe della inferma umanità, qual medico celeste, come dice S. Gregorio Magno, ai vizi nostri contrappose contrari medicanti, epperò alla turpe malattia dell’incontinenza oppose la bellissima virtù della purità. E ciò Egli fece massimamente per mezzo del suo Sacratissimo Cuore; giacché è nel suo Cuore, che ebbe palpiti di predilezione per la purità; è dal suo Cuore, che fece scaturire quelle sublimi parole, che ne mostrano tutto lo splendore; è nel suo Cuore, che la praticò nel modo più eccellente. Ed anzi tutto è nel suo Cuore che ebbe per la purità un amore di predilezione, facendosi in realtà, quale fu profeticamente chiamato, agnello che si pasce tra i gigli. Difatti il mistero della divina incarnazione si può per eccellenza chiamare un mistero di purità. Il verbo eterno volendo per la salute del genere umano prendere la nostra carne, avrebbe potuto crearsi in cielo un corpo perfetto e adorno di doti soprannaturali, quale quello di Adamo nello stato di innocenza. Ma invece volle discendere dal suo celeste regal trono e prendere un piccolo corpo nel seno di una donna. Or chi sarà questa fortunatissima figliuola di Eva? Maria, la più pura fra tutte quante le umane creature. Ed in vero, poiché per illustrazione dello Spirito Santo, Ella conobbe la preziosità di questa splendida margarita, rinunziò ad ogni affetto terreno per conservarla immacolata nel suo cuore, e a tal fine, ancor tenera d’anni, nel tempio la consacrò interamente a Dio. E per tal modo si tenne ferma nel suo proposito, che, come osserva S. Girolamo, le parole dell’Arcangelo Gabriele, con le quali le si prometteva per figlio un Dio, non valsero a farla titubare un istante dal medesimo; e solamente «allora accetta l’altissima dignità di Madre di Dio. quando è fatta certa dall’Angelo, che resterà pur sempre purissima vergine. Oh purità incomparabile! Oh specchio vivissimo della stessa eterna purità! Ben a ragione la Chiesa la esalta in mille guise, ed esclama, che per questo appunto, per la sua grande purità Maria meritò di essere fatta Madre del Signore : Beata Maria tantæ exstitit puritatis, ut Mater Domini esse mereretur. (In off. purit. B. M. V.) Ma oltreché una madre, volendo Gesù Cristo avere quaggiù e per sé e per la Madre sua un custode, a chi mai diede questo gran previlegio, questa eccelsa dignità? A S. Giuseppe, il più puro fra gli uomini, perciocché come insegna S. Francesco di Sales, la purità dello Sposo di Maria e del custode di Gesù fu si grande da sorpassare quella di tutti gli Angeli, compresi pure quelli della più alta gerarchia. E così si elesse a precursore un altro angelo di purità, S. Giovanni Battista, anzi un martire di purità, giacché per questo propriamente egli dovette perdere la vita, per il grande amore, che portava alla purità, amore, che lo spronava fortemente a redarguire con la massima severità chi con tanta spudoratezza andava oltraggiando una tale virtù. – E tra gli Apostoli chi fu il prediletto di Gesù? S. Giovanni. E quante prove gli diede di sua predilezione! Oltre all’averlo voluto presente ai suoi più stupendi miracoli ed alla sua trasfigurazione sul Tabor, a lui concesse nell’ultima cena di posare la testa sopra del suo Sacratissimo Cuore e di sentirne con ineffabile delizia i palpiti affettuosi; a lui sul Calvario, dalla Croce dove pendeva agonizzante, affidò per Madre Maria; a lui concesse la vita più lunga che a tutti gli altri Apostoli, e lasciandolo morire di morte naturale, nel tempo stesso lo laureò della palma del martirio; a lui infine, ancor vivente quaggiù, aperse i cieli e ve lo rapì a contemplarne le bellezze, e fra le altre lo spettacolo, che presentano le anime pure nel seguire l’agnello ovunque si reca, e nel cantare un inno, che a nessun altro è concesso di cantare. E perché mai una predilezione sì grande? Tutti i Santi Padri lo dicono: per ragione della sua specialissima purità; giacché ritrovato puro e vergine quando il Signore lo chiamò all’apostolato, si mantenne in tutta la vita vergine e puro. – E che dire poi della singolare benevolenza che il Cuore di Gesù mostrava ai fanciulletti? Egli voleva, che a lui si lasciassero appressare perché, diceva, di essi è il regno dei cieli. E li stringeva teneramente al seno, e li accarezzava, e li benediceva con amore immenso, e ne prendeva le parti, minacciando terribili guai a chi li avesse posti sulla via del male. E tutto ciò non faceva Egli perché i fanciulletti sono anime pure? Ma oltre all’avere avuto per tal guisa nel suo Cuore un amore di predilezione alla santa purità, egli ne fece ancora uscir fuori quelle sublimi parole, che tutta ne mostrano l’eccellenza. Ed in vero nel celebre discorso delle otto beatitudini disse pure: Beati i mondi di cuore, perché essi vedranno Dio : Beati mundi corde, quoniam ipsi Deum videbunt; ( MATTH. V, 8). vale a dire non solo lo vedranno un giorno in paradiso, in premio della purità, ma lo vedranno ancor qui sulla terra per mezzo di una fede più viva, di una cognizione più profonda, di una contemplazione più alta. Altra volta parlando degli amatori di questa virtù, li paragonò agli Angeli, dicendo: Saranno come gli Angeli di Dio in cielo: Et erunt sicut Angeli Dei in cœlo, ( MATTH. XXII, 30) espressione questa, che fece così esclamare, tra gli altri, un S. Giovanni Grisostomo: O santa purità, quanto sei degna della stima degli uomini, tu che dell’uomo, polvere e cenere, fai uno spirito celeste! anzi un essere superiore agli spiriti celesti, perché gli Angeli sono puri per la loro natura, mentre negli uomini, oppressi dal peso del corpo, la purità è robustezza di virtù! Infine Gesù Cristo praticò Egli stesso la purità nel modo più eccellente. Difatti Egli permise, che nel deserto il demonio si facesse a tentarlo in varie guise, ma non già contro la purità. Durante la sua vita pubblica, lasciò che i suoi nemici lo chiamassero indemoniato, sovvertitore di popolo, amico dei peccatori, mangione e bevone, ma non permise mai, che gli facessero la minima accusa contro la purità. Il suo Cuore fu continuamente un santuario immacolato, e sebbene peccatrici spregiate vi trovassero rifugio nell’ora del pentimento, tuttavia neppure il sospetto in venti secoli di una posterità, intenta a ricercarne le colpe, ha osato di profanarne minimamente la purità. Or dunque, che altro mai poteva far Gesù Cristo a dimostrare la bellezza della purità, e l’amore singolarissimo, che nutrì nel Cuor suo per una tale virtù! E come poteva Egli con maggior efficacia spronare ancor noi alla pratica della stessa? Di certo adunque, se noi vogliamo essere veri devoti del Sacro Cuore di Gesù, se intendiamo di conformare il cuor nostro al suo, se desideriamo goderne ancor noi l’amore di predilezione, dobbiamo sul suo esempio amare e praticare una sì grande virtù: Qui diligit cor dia munditiam habebit amicum Regem. (Prov. XXII, 11) Ma poiché si tratta di una virtù, la quale valendo più d’ogni altra ad operare la nostra santità, è pure la più insidiata dal demonio, non basta perciò, o miei cari, che risolviamo in genere di praticarla, ma bisogna ancora che ci appigliamo in ispecie a quei mezzi, che valgono a tenerci lontani dai pericoli contro di essa, od a farceli superare.

III. — Questi mezzi si riducono a due principali: mortificazione e preghiera. È lo stesso Divin Maestro, che ce li ha insegnati. Mentre Egli sul Tabor si trasfigurava alla presenza dei suoi discepoli prediletti, Pietro, Giacomo e Giovanni, alle falde del monte era stato condotto presso gli altri Apostoli un giovane indemoniato, perché lo liberassero; ma indarno. Buon per lui, che Gesù, cessata la trasfigurazione e disceso dal monte, comandò Egli al demonio di uscire da quell’ossesso, e tosto fu risanato. Allora gli Apostoli, avendo preso in disparte Gesù, interrogatolo perché non avevano potuto cacciare quel demonio, avendone pure cacciati altri, il divin Redentore rispose loro: Il demonio dell’impurità non può altrimenti esser vinto e sbandito, che con la mortificazione e colla preghiera: Hoc genus (demoniorum) non eiicitur nisi per orationem et ieiunium. (MATTH. XVII, 20). – Alla conservazione adunque della purità è indispensabile anzitutto la mortificazione. È bensì vero che il mondo a questa

parola inorridisce; ma dice chiaro l’apostolo Paolo, che coloro, che anziché appartenere al mondo vogliono appartenere a Cristo, crocifiggono la loro carne cou le sue concupiscenze: Qui sunt Christi, carnem suam crucifiocerunt cum vitiis et concupiscentiis, (Gal, V, 2 4 ) Mortifichiamoci adunque. Ed anzi tutto mortifichiamo i nostri occhi, evitando qualsiasi sguardo sopra oggetti e persone, che possano commovere i nostri sensi. Giobbe diceva di aver fatto un patto cogli occhi suoi di non pensare mai malamente: pepigi fœdus cum oculis meis, ne cogitarem quidem de virgine. (XXXI, 1) E perché mai ha fatto patto con gli occhi di non pensare? È forse con gli occhi che si pensa? No, certamente, ma sono gli occhi, che trasmettendo alla mente gli oggetti, che essi vedono, fanno dalla mente pensare agli stessi. Epperò se alla mente si trasmette la figura di persona o cosa che la colpisce malamente, come non vi penserà sopra? E pensandovi sopra, come non se ne accenderà di impura fiamma il cuore? Ecco perché uno sguardo bastò a far prevaricare Davide, l’uomo fatto secondo il cuor di Dio. Ma nel raccomandare la mortificazione degli occhi non si intende solo di raccomandarla per ciò che è vivo e reale, ma eziandio per ciò che può offendere l’occhio cristiano anche solo in figura. Epperciò via assolutamente dalle case nostre quei gessi, quelle statue, quelle immagini rappresentanti nudità scandalose; via quei giornali, quelle strenne, quei libri, ove le illustrazioni umoristiche non consistono in altro che in un intreccio di irreligione e di immoralità; e poiché per le strade e per le piazze non possiamo quasi più dare un passo senza temere che i nostri occhi siano contaminati da indecenti affissi, ritratti e figure, non fermiamo mai sopra di ciò il nostro sguardo, anzi volgiamolo prontamente altrove. Tutti poi, ma i giovani specialmente, mortifichino i loro occhi evitando col massimo impegno ogni cattiva lettura. Per certo non vi ha nulla, che maggiormente esalti la loro immaginazione, li allontani dalla pratica della pietà cristiana e li precipiti nella corruzione quanto la lettura di cattivi libri, la lettura dei romanzi. Lo stesso Gian Giacomo Rousseau, sebbene tristo, non esitò a sentenziare crudamente ogni fanciulla così: È ella casta? Dunque non ha letto romanzi. Donde ne segue qual legittima deduzione: È ella lettrice di romanzi? Dunque non è più casta. – In secondo luogo con la mortificazione degli occhi, esercitiamo la mortificazione della lingua. Corrumpunt bonos mores colloquia prava, (I Cor. XV, 33) diceva già S. Paolo. I cattivi discorsi corrompono i buoni costumi. E perciò evitiamo noi anzi tutto di parlare male e poi foggiamo come la peste quelle compagnie, ove si dicano parole indecente, si tengano cattivi discorsi; e, se ci troviamo in condizione di poterlo fare, intimiamo il silenzio a chi in nostra presenza osasse venir fuori con motti inverecondi. Così agivano i Santi, tanto che al loro avvicinarsi, le compagnie, a cui si presentavano, si ponevano tosto in guardia da ogni mala parola. Insieme con la lingua,, mortifichiamo ancora la nostra gola, guardandoci bene dalla crapula e dall’ubriachezza. È ciò che raccomandava lo stesso apostolo S. Paolo, il quale soggiungeva che nel vino sta la lussuria. Di fatti non è allora che si fanno più gagliarde le tentazioni del demonio? Non è allora che certi uomini sono più sboccati e senza più alcun ritegno e pudore si abbandonano a motti, a discorsi, ad atti di gravissimo scandalo? Mortifichiamo poi il senso del tatto, evitando ogni confidenza e famigliarità specialmente con persone di altro sesso, guai a colui, dice lo Spirito Santo, che si mette a trattare domesticamente con persona indebita; molti sono andati perciò in perdizione, (Eccl. IX, 11) Ed è pure perciò, che va alla perdizione tanta povera gioventù. Con pretesti più o meno speciosi si trovano insieme giovani e fanciulle, insieme a passeggio, insieme al divertimento, insieme alle conversazioni, insieme persino alle scuole, e come non brucerà la paglia unita al fuoco? Infine mortifichiamo il nostro cuore col tenerlo mondo da ogni cattivo affetto, mortifichiamo tutto il nostro corpo col fuggire l’ozio, padre di tutti i vizi, i balli, i teatri, i divertimenti mondani, dove la santa purità è del tutto conculcata. – Mortifichiamoci e siamo pronti a sottostare a qualsiasi sacrificio, piuttostoché venir meno nella pratica di una virtù così gradita al Cuore di Gesù Cristo. Così appunto fecero i Santi. Nei primi secoli della Chiesa eccoli sfidare impavidi tutte le insidie dei tiranni e soffrire piuttosto le tenaglie infuocate, gli uncini di ferro, i tori arroventati, i carboni accesi, lo strappo delle carni a brandelli, anziché offendere pur da lontano la santa virtù. Mirate in seguito nell’Africa, nell’Asia, nell’Europa, i deserti riempirsi di animi puri, che fuggono le insidie del mondo, e nella macerazione della carne, nelle veglie, nei digiuni, vanno assicurandosi contro i più tremendi assalti del demonio. Ecco un S. Antonio, che con la penitenza doma mille impuri fantasmi. Ecco un S. Benedetto, che piuttosto di restar vittima della tentazione si getta tra le spine ed in esse si ravvolge. Ecco un S. Bernardo, che per vincere il demonio dell’impurità nella stagione invernale si slancia in uno stagno di acqua ghiacciata; ecco un Casimiro di Polonia, che preferisce di morire al suggerimento di violare la purità per guarire da una malattia; ecco un S. Tommaso d’Aquino, un S. Filippo Neri, un S. Luigi Gonzaga, un S. Stanislao Kostka, un S. Francesco di Sales, una S. Chiara, una santa Caterina da Siena, una S . Rosa da Lima e mille altri, che nella costante mortificazione si mantennero veri Angeli di purità, anche in mezzo ai più gravi pericoli. Deh! Imitiamo i loro esempi. – Ma infine per essere puri bisogna pregare il Signore, che ci aiuti ad esserlo. Ben a ragione ha detto il Savio, Conoscendo di non poter essere puro senza l’aiuto di Dio, a Lui mi sono rivolto e l’ho pregato: quoniam scivi, quod aliter non possem esse continens… adii Dominum et deprecatus sum illum. (Sap. VIII, 21) Senza alcun dubbio la purità sta in noi in ragione del nostro spirito di preghiera. Pregando non ci mancherà la forza necessaria per resistere agli assalti anche più impetuosi, ma lasciando la preghiera si diventerà fiacchi e deboli e si cadrà facilmente al primo urto. Preghiamo adunque, massimamente in mezzo alle tentazioni, preghiamo la Regina delle anime pure, Maria, e preghiamo sopra tutto il Sacro Cuore di Gesù, con la preghiera più eccellente, più completa, più perfetta, vale a dire con la Santa Comunione, per cui quel Sacratissimo Cuore di Gesù, che è pregato, risiede realmente nel cuore dell’uomo pregante, e non tarda a produrre l’ammirabile effetto di calmare le prepotenti esigenze della carne e di accrescerne la purità; perciocché è la Comunione eucaristica per l’appunto, che nelle Sacre Scritture è chiamata il frumento degli eletti, e il vino, che produce le anime pure: frumentum electorum et vinum germinans virgines. (ZAC. I X , 11) Oh noi beati, se valendoci di questi mezzi, per amore ed imitazione del Sacro Cuore di Gesù, praticheremo la santa purità! Noi faremo per tal guisa quella generazione bella e splendida, nella quale il Cuore immacolato di Gesù troverà le sue compiacenze, e sulla quale spanderà mai sempre tutte le più elette benedizioni. Ma intanto gettandoci ai piedi del divin Redentore diciamogli col sentimento della più profonda confusione: O nostro caro Gesù, noi non osiamo alzare la fronte dinnanzi al vostro Cuore così puro ed immacolato. Il nostro volto è ricoperto di rossore per la rincresciosa memoria dei nostri peccati. Ah! che purtroppo vi abbiamo offeso in mille maniere! vi abbiamo offeso con cattive immaginazioni, con cattivi desideri, con cattive parole, con cattivi sguardi, con cattive azioni; vi abbiamo offeso con la mente, col cuore e col corpo. Oh quante volte avremmo meritato di essere da Voi puniti! Ma Voi, col Cuor vostro, pieno di misericordia, ci avete risparmiato. Deh! che non abusiamo più mai della vostra bontà! Che d’ora innanzi per amor vostro viviamo una vita tutta santa, tutta pura! che d’ora innanzi nella penitenza e nelle lagrime laviamo le nostre passate iniquità, perché ci sia dato, non ostante i peccati della passata vita, di potere un giorno mettere il piede in quel beato regno, dove non vi può entrare se non chi è mondo e senza macchia.

IL SS. NOME DI MARIA (2018)

DELL’ECCELLENZA DEL NOME DI MARIA

[J. Thiriet: Prontuario Evangelico, vol. VII, MILANO, 1916, imprim.]

FESTA DEL SS. NOME DI MARIA

Dell’eccellenza del Nome di Maria.

Et nomen Virginis Maria. (Luc. I, 27). Uscito Davide dalla meditazione delle perfezioni di Dio, gridava: Domine, Dominus noster quam ammirabile est nomen tuum in universa terra! Noi possiamo egualmente indirizzare questa lode a Maria…. «O Regina nostra, quanto è ammirabile il vostro nome nel mondo intero! » Il nome di Maria viene dal cielo: Iddio l’ha escogitato e l’ha pronunziato : Lui solo poteva dar il nome alla Madre sua: questo nome: Maria esprime il suo essere, la sua vita, la sua missione sulla terra, una storia intera che non si limita ai 72 anni di sua esistenza, ma si svolge attraverso i secoli, e si eternerà nei cieli.

Anco ogni giorno se ne parla e plora

in mille parti: d’ogni tuo contento

Teco la terra si rallegra ancora,

Come di fresco evento.

(A. MANZONI).

Si può credere che Iddio l’abbia manifestato agli Angeli suoi, annunziando loro il Mistero dell’Incarnazione: nel saluto dell’Angelo a questa donna eccelsa udiamo la prima volta in terra il nome di Maria – Ave Maria.

Dicono adunque i Santi che il nome di Maria ha parecchi significati, i quali esprimono l’eccellenza, la dignità e il ministero che Iddio le ha confidato. Questo nome è un nome di luce, di potenza, di gloria, di consolazione….

I. E’ un nome di luce.

S. Bernardo, S. Bonaventura, e molt’altri Santi concordemente dicono che il nome di Maria vuol dire: illuminata e illuminatrice.

1. — Nessuno può dubitare che Maria non sia stata illuminata, dacché l’Angelo l’ha salutata piena di grazia… « Maria, scrive Alberto Magno, ha ricevuto l’abbondanza dei lumi celesti, della fede, della scienza divina, leggendo e meditando le S. Scritture, e colloquiando familiarmente con la Divinità ».

« Non era dessa il trono della Sapienza increata, il tempio dello Spirito Santo? ».

2. — E’ altresì illuminatrice, giacché da essa abbiamo ricevuto Gesù Cristo, lux mundi. Nel Genesi leggiamo che Iddio ha creato due luminari, uno grande, ed uno più piccolo, cioè il sole e la luna. La luna, mutuando la sua luce dal sole, ci illumina nel la notte. Parimenti Maria, ricevendo la luce da Gesù e a noi comunicandola, dissipa le fitte tenebre, che accecano il mondo. È ancora figurata dalla colonna di fuoco-, che serviva agli Israeliti di guida, durante la notte, uscendo dall’Egitto ….

3. — Inoltre è una face che illumina gli uomini con la sua vita santa e virtuosa. « Talis fuit Maria, dice S. Ambrogio, ut ejus vita omnium sit disciplina…. Quantæ in una Virgine species virtutum emicant! ».

4. — Per siffatta ragione Maria è chiamata Stella matutina, che annunzia e fa sperare la levata del sole: Stella maris, perché ci guida attraverso il mare procelloso di questo mondo, e ci conduce sicuramente al porto tranquillo della felice eternità. Ecco la ragione per cui la Chiesa fa leggere nell’ufficiatura di questa festa le parole di S. Bernardo con cui il Santo sviluppa il simbolismo di Stella del Mare. « Si insurgant venti tentationum etc. » (Brev. Rom. Dom. infr. Oct. N . in II Noct. Lect. V e VI).

II. — E’ un nome di potenza.

1. — In linguaggio ebraico, Maria significa: esaltata, l’alta, l’elevata, prossima Dio, assisa a fianco di Dio, ovvero Domina, cioè Signora, Sovrana: quindi noi la chiamiamo: Nostra Signora, come chiamiamo il Divino suo Figliuolo, Nostro Signore. Dal momento, dicono i Santi Padri, che Maria è la madre del Creatore, pel fatto stesso, è la Sovrana dell’Universo: entra a partecipare dei diritti del Figliuol suo, a cui è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Il dominio di questa Divina Sovrana è così esteso, che lo stesso N . S. Gesù Cristo, il Signore di tutte le cose, ha voluto essere a Lei sottoposto.

2. — In cielo ha un potere senza limiti, perché Gesù Cristo, l’ha costituita depositaria di tutti i suoi tesori e le ha confidato il diritto di grazia e di misericordia. La madre d’un re si chiama Regina-madre… ; tutto quello che vuole ottiene dal re suo figliulo…

I Santi chiamano Maria « Omnipotentia supplex ». Dio nulla rifiuta alle richieste di Maria…

3. — Sulla terra si manifesta la sua potenza con benefici d’ogni maniera. Sono innumerevoli i santuari e le chiese erette al suo nome, alle sue glorie: sono innumerevoli le tabelle votive che tappezzano le pareti delle sue cappelle a ricordare i prodigi, i benefici compiuti e versati in seno all’umanità languente e dolorante: Loreto, N. S. delle Vittorie, Lourdes, la Salette, Caravaggio ecc….Nomen tuum ita magnificava, ut non recedat laus tua de ore hominum Bernardino da Siena esclamava: « Tot creaturæ serviunt Mariae Virgini, quot serviunt Trinitati ».

4. — Laonde, la Chiesa gratissima a Maria, e desiderosa di promuovere il suo culto, ha istituito in suo onore parecchie feste, e confraternite. Vuole che si chini il capo al pronunciarsi del nome di Maria, come lo si china per il nome di Gesù, giacché il nome di Maria è possente come quello di Gesù, ed incute spavento ai demoni. La Chiesa la saluta coi titoli più gloriosi: Regina del Cielo e della terra ecc.

O Vergine, o Signora, o Tutta santa,

Che bei nomi ti serba ogni loquela:

Più d’un popolo superbo esser si vanta

In tua gentil tutela.

Te, quando sorge, e quando cade il die,

E quando il sole a mezzo corso il parte,

Saluta il bronzo, che le turbe pie

Invita ad onorar, te.

(Manzoni – Inno – Il Nome di Maria.)

5. — Entrando nello spirito della Chiesa, dobbiamo gettarci tra le braccia della nostra tenera Madre con un profondo rispetto e con una confidenza tutta figliale, ed invocare il suo bel nome…. Invocandolo degnamente, tutto otterremo. Maria è una Regina onnipossente, adunque è in grado di aiutarci; è nostra Madre tenerissima, adunque nulla vorrà ricusarci…. Abbiamo sempre questo dolcissimo nome sulle labbra e nel cuore: ci inspirerà quello che dobbiamo fare per onorare Maria, per piacerle, e per esso, saremo assicurati della nostra salvezza….

III. E’ un nome di gloria.

1. — S. Ambrogio dice che il nome di Maria significa: Deus ex genere meo, Dio è della mia stirpe. Il più bel vanto di Maria è questo: Madre di Dio. «Mater Dei, o Deipara, sancta Dei Genetrix, Mater Christi, Mater Creatoris, Mater Salvatoris…» Iddio da tutta l’eternità l’ha preparata, e l’ha creata ad hunc finem ut esset Mater Dei.

2. — Si tocchi dell’eresia di Nestorio, patriarca di Costantinopoli, il quale rifiutò a Maria la dignità gloriosa di Madre di Dio. Fu condannato l’anno 431 nel Concilio di Efeso. Questo eresiarca finì miseramente la sua vita.

3. — Facciamo sovente degli atti di fede nel mistero della divina maternità di Maria, e con amore ripetiamo «Sancta Maria, Mater Dei etc. … ».

IV. E’ un nome di consolazione.

1. — Il nome di Maria significa altresì: mare amaro. Nessuna creatura ha patito così tanto come Maria, partecipando ai dolori del Figliuolo. Magna est velut mare contritio tua… O vos omnes qui transitis per viam…

2. — Ma come mai i dolori di Maria sono per noi una cagione di consolazione? Sono veramente tali, perché Maria ha sofferto con Gesù per la nostra redenzione e salute. Inoltre i suoi dolori sono per noi un ammaestramento, e un appoggio in questo senso, che ci istruiscono e ci aiutano a soffrire. Gesù, la stessa santità, ha patito per noi: e noi, peccatori come siamo, pretenderemmo di andare in cielo senza patire? La vita di un Cristiano deve essere vita di croci, di mortificazioni e di penitenza. Guardiamo sempre a Gesù e a Maria: la grazia di Gesù, e la preghiera di Maria addolciranno le amarezze della vita, e queste si trasformeranno in consolazioni e in gloria: Si compatimur et conglorificabimur.

Conclusione. — Ringraziamo di vero cuore lo Spirito Santo delle grazie e degli aiuti che ci offre nel nome benedetto di Maria — sappiamo profittare di tali favori. Invochiamo continuamente questo sacro Nome… sarà nostro faro, nostro aiuto, nostra consolazione in hac lacrymarum valle: sarà per noi una sorgente di grazie di santità, e di salute.

DEVOZIONE AL CUORE DI GESÙ (8) Modello di umiltà.

IL SACRO CUORE DI GESÙ MODELLO DI UMILTÀ

[A. Carmignola: il Sacro Cuore di Gesù; S.E.I. Ed. Torino, 1930]

DISCORSO VIII

II Sacro Cuore di Gesù modello di umiltà.

L’apostolo S. Giovanni ha detto, che tutto quello che è nel mondo è concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e superbia della vita: Omne, quod est in mundo, concupiscientia carnis est, et concupiscentia oculorum, et superbia vitæ. (I Jo. II, 16) E con quanta giustezza quell’Apostolo abbia così sentenziato, non è difficile pur troppo il riconoscerlo. Gettando lo sguardo sul mondo, non ostante l’ipocrisia pomposa, con cui cerca ricoprire i suoi morali disordini e dar loro persino l’aspetto di virtù, tosto si scorge che l’amor dei piaceri lo domina ed avvilisce in tutte le sue età; che l’oro, il danaro fu sempre una divinità, dinanzi a cui si piegarono e l’uomo privato e l’uomo pubblico, e la sorgente funesta dei più gravi delitti; e che salire in alto, acquistarsi onori e gloria, essere superiori agli altri, non avere rivali fu in ogni tempo una comune aspirazione. Sì, l’amore dei sensuali piaceri, la cupidigia delle ricchezze, la sfrenatezza dell’orgoglio sono le tre furie, che signoreggiarono il mondo, orribilmente lo sconvolsero e tutto dì ne attentano la rovina. Ma sebbene queste tre furie abbiano fatto sempre insieme il loro cammino di strage e di desolazione, è certissimo tuttavia, che la superbia, benché da san Giovauni con ordine inverso nominata per l’ultima, ha sempre preceduto le altre, sia perché le prime colpe commesse nel mondo furono di superbia, sia perché non vi ha colpa alcuna, nella quale la superbia non entri e della quale non sia la causa fatale: Initium omnis peccati, superbia. (Eccli. x, 15). – Ora, poiché Gesù Cristo è venuto sulla terra a distruggere i1 regno della colpa, non poteva essere che Egli non prendesse particolarmente di mira l’orgoglio. Ed è ciò appunto che Egli fece e con la sua dottrina, e più ancora con il suo esempio per mezzo del suo Sacratissimo Cuore. Perciocché è dal suo Cuore divino, che fece uscir fuori la stupenda predicazione dell’umiltà, ed è nel suo Cuore, che Egli la praticò al sommo grado. Quindi è, che con quella sovrana autorità, con cui ci disse: Imparate da me che sono mansueto di cuore; ci dice pure: Imparate da me, che di cuore sono umile: Discite a me, quia… humilis sum corde. Pertanto a ben raggiungere il terzo fine della divozione al Sacratissimo Cuore di Gesù, che è l’imitazione delle sue speciali virtù, dopo di esserci animati alla pratica della mansuetudine, conviene che ci animiamo oggi alla pratica dell’umiltà. – A tal fine dopo d’aver considerato il gran male che è l’orgoglio rileveremo l’umiltà del Sacro Cuore e l’importanza di seguirne l’esempio.

I. — L’orgoglio, o miei cari, è un gran male, anzi la sorgente funesta di gravissimi mali, la causa fatale di disastrose rovine. Consideratelo nella sua natura, ne’ suoi caratteri, nelle sue conseguenze e non penerete a riconoscerlo per tale. Se io entro nel cuor dell’uomo vi incontro tosto l’amore di se stesso. E ciò non è male, perché dovrebbe forse odiarsi? Se l’uomo non si amasse, non comprenderebbe né il suo principio né il suo fine, non avrebbe alcun desiderio di corrispondervi, non ne adoprerebbe i mezzi, vivrebbe come il più stupido degli esseri. L’uomo adunque non solo non fa male ad amarsi, ma si deve amare. Ma ahimè! l’uomo si ama assai più di quello che debba amarsi, egli si ama senza giusta misura, egli si ama talora sino al delirio, vale a dire innanzi a tutto, più di tutti e in un modo esclusivo. Ecco l’orgoglio, la superbia: è l’amore di se stesso sino al punto da voler essere al di sopra di tutti gli altri e di non voler avere degli uguali. È il sentimento di Cesare, che passando per una bicocca delle Alpi, diceva, che avrebbe preferito ad essere là il primo, che secondo in Roma. È anzi il grido di Lucifero, che disse: Ascendam, voglio salire: il posto che occupo non mi appaga: in alto, in alto, fino a che non mi vegga curvato innanzi tutti coloro che mi circondano. Sì, o miei cari, la superbia è veramente l’impulso di satana sopra dell’uomo, è un movimento, che nella rabbia incessante, che lo agita, egli trasfonde nel nostro cuore, è il suo carattere, che vuol imprimere sopra di noi, per averci un dì partecipi della sua irreparabile sventura. – Ma d’onde mai questo amore così smodato di noi stessi, questo orgoglio così folle, che ne spinge a voler essere al di sopra di tutto e di tutti? Dalla falsa stima di noi stessi. Gettando lo sguardo sopra di noi, oltrecché non troviamo in noi alcun difetto, falsamente ancora troviamo in noi stessi tutte le belle qualità, e in un grado superiore. Qualunque sia il posto che noi occupiamo nella immensa scala della società, operai, o artisti, o maestri, o oratori, o scrittori, o capitani, o ministri, o re, noi ci reputiamo di tutti più abili, più capaci, più esperti, più valenti. E quel che è peggio, di tutto il gran bene che in noi scorgiamo, a nessuno ci riconosciamo debitori, neppure a Dio. Di tutto quello che noi siamo, e del molto più che crediamo di essere, di tutto quel molto che noi reputiamo di sapere e saper fare, tutto è merito nostro, merito esclusivo del nostro ingegno? della nostra intraprendenza, della nostra fatica! – Ed è naturale intanto, che da questa falsa stima di noi, per cui a tutti ci crediamo superiori, ne venga il disprezzo degli altri; disprezzo che si esplica nell’odio alla superiorità, nell’insofferenza dell’uguaglianza, nell’oppressione degli inferiori. Ed anzi tutto nell’odio alla superiorità, perché chi vuol essere il primo non vuol avere superiori; e siccome girando intorno lo sguardo vede, che la superiorità esiste in qualsiasi ordine di cose, e vede, che vi ha chi gli è superiore per autorità, chi gli è superiore per ingegno, chi gli è superiore per operosità, chi gli è superiore per beni di fortuna, chi gli è altrimenti superiore, perciò si adira contro tutto ciò che essendogli superiore, pone ostacolo al suo orgoglio, contro di ciò freme di secreta rabbia, e nutre un cocente odio. Oh se egli potesse liberarsi da quella superiorità, a cui egli è giocoforza sottostare, come si reputerebbe felice! Ed eccolo, il superbo, simile ad Aiace, che presso a morire faceva minacce col troncone della spada alla maestà degli dei, eccolo levarsi con tutta la sua forza a contrastare l’altrui superiorità e l’altrui primato. Eccolo, come artista, come scrittore, come applicato a qualsiasi professione, tentare di gettare nel fango chi lo supera e gli sta innanzi, adoperando perciò anche la calunnia; eccolo come operaio o come servo rifiutare l’obbedienza al suo padrone, eccolo come figliuolo pestar dei piedi e voler scuotere di dosso il giogo dell’autorità paterna, eccolo come moglie levarsi baldanzoso contro il diritto che ha il marito di comandare, eccolo come suddito mormorare del suo superiore e rifiutarsi di obbedirlo, eccolo come popolo insorgere e ribellarsi contro il pubblico potere, e quel che è peggio, eccolo come uomo e più ancora come cristiano rivoltarsi contro Dio e negargli la propria dipendenza e servitù. Ogni ribellione adunque, per quanto possa parere cagionata da altre molteplici cause, in fondo in fondo parte sempre dall’orgoglio. In secondo luogo il disprezzo per gli altri che vi ha nell’orgoglioso, si esplica nell’insofferenza degli eguali. E come li potrebbe soffrire egli, che vuol essere non solo il primo, ma vuol esserlo esclusivamente? Ecco perché se voi, quasi a fargli una lode, lo paragonate a qualcun altro o lo trattate da pari, agli s’offende. Di Maometto si dice, che un giorno esclamasse: Di eguali è da lungo tempo che io non ne debbo avere. E di Napoleone I si racconta, che ricevendo in Egitto una lettera da un membro dell’Istituto, intestata con le parole: Mio caro collega: « Come? si facesse a ripetere, lacerando quella lettera, mio Mio caro collega? È questo il modo di scrivermi? » Oggidì vi ha un partito che vuole ad ogni costo ottenere l’universale uguaglianza. Ma che si ha da credere di coloro, che se ne fanno caldi sostenitori e predicatori indefessi? Che vogliano veramente degli uguali? No, o miei cari; sono orgogliosi, che per la via del male tentano di salire in alto per avere dei sudditi. – In terzo luogo con l’odio alla superiorità e con l’insofferenza degli uguali, vi è nell’orgoglioso l’oppressione degl’inferiori. Il maggior contento, che prova il superbo, è quello di far sentire chi gli sta sotto il peso della sua superiorità; ed ecco il ricco, che guarda con disprezzo il povero e lo tratta mille volte peggio del cane; ecco l’aristocratico, che disdegna aver vicino a sé un misero figlio del popolo, e se ne schermisce come da una peste; ecco il marito, che tiranneggia la moglie, la tratta come misera schiava; ecco il potente, che opprime il debole, e gli fa versare lagrime di angoscia; ecco il padrone, che aggrava di comandi e di fatiche il servo e l’operaio, e lo defrauda della dovuta mercede; ecco il superiore mutato in un un despota, ed ecco l’ingiustizia regnare da per tutto. Ma strana cosa, o miei cari: mentre il superbo vuol sollevarsi sopra tutto e sopra tutti e disprezza perciò i superiori, gli eguali e gl’inferiori, egli per altra parte si avvilisce e non teme di avvilirsi nel modo più umiliante; perciocché, a raggiungere il suo scopo, non gli basta talora di strisciare cortigianescamente ai piedi della superiorità, ma in ogni guisa fa mercato di sé con gli eguali, e ricorrendo ad arti abbiette, a transazioni vigliacche ed a bugiarde promesse, va mendicando persino dagli inferiori quei suffragi, da cui spera essere innalzato. Che più? Poiché talora l’orgoglioso non arriva, non ostante i suoi supremi sforzi, ad acquistare alcuna celebrità nel bene, egli allora si butta disperatamente a ricercare in basso la celebrità del male. Ed ecco lo scrittore e il giornalista, che non potendo emergere nella bontà dello scrivere cerca di farsi un nome con la immoralità e con l’irreligione, di cui cosparge i suoi scritti; ecco l’artista, che non valendo a rendersi celebre con l’ingegno e con lo studio, cerca di farsi tale col

verismo e con le nudità più infami; ecco il ricco, che non avendo la generosità della beneficenza, si travaglia ad acquistarsi l’ammirazione in un lusso ridicolo, in una pompa imbecille di servi, di livree, di cocchi e di cavalli, di abiti, di feste, di palagi e di ville; ecco il capitano, che non potendo acquistar fama per vittorie sul nemico, si dà ad acquistarla per mezzo del tradimento; ecco il governante, che non riuscendo a farsi grande con la sapienza e con la rettitudine, si crea un nome con l’audacia e con la tirannia; ecco l’uomo stesso di Chiesa, che non attendendo a rendersi degno della lode di Dio e degli uomini per mezzo della virtù, ad essere grande in qualche modo si abbandona all’apostasia ed all’errore; ecco insomma Erostrato, che per crearsi un nome comunque, appicca il fuoco al tempio di Diana. – Ma anche allora, o miei cari, che l’orgoglio a soddisfarsi non si vale di questi delitti, o tardi o tosto non lascia di cagionarli. È questo, dice Cornelio a Lapide, il centro da cui partono i raggi di ogni iniquità; di qui l’incredulità e l’ateismo, di qui la sfrenata cupidigia del denaro, che uccide la giustizia, di qui la corruttela dei costumi, di qui la gelosia, la vendetta, di qui il delitto, sotto tutte le forme. Leggete la storia dell’orgoglio e vi troverete disastri spaventosi. È per superbia che Lucifero si ribellò a Dio volendo essere simile a Dio. È per superbia che Adamo ed Eva disobbedirono al precetto del Signore, desiderando di arrivare a conoscere come Dio il bene ed il male. È per superbia che Caino uccise Abele, vedendolo a sé superiore nell’estimazione di Dio. È per superbia che Esaù perseguitò Giacobbe, mal soffrendo di essere diventato inferiore a lui c on l’avergli venduto il diritto della primogenitura. È per superbia che Faraone oppresse gli Ebrei; per superbia che questi mormorarono contro Mosè, per superbia che Saul attentò più volte alla vita di Davide, per superbia che Davide cadde nella disonestà, per superbia che Nabucodonosor, Antioco, Erode si diedero a perseguitare gl’innocenti, per superbia che S. Pietro negò il Divin Redentore, per superbia che gli imperatori romani fecero tante vittime, per superbia che gli eresiarchi recarono tanto danno alla Chiesa, insomma fu ed è tuttora per la superbia che si commettono la maggior parte dei peccati, o più esattamente, tornerò a dire, non vi è peccato alcuno nel quale non vi entri la superbia: initium omnis peccati superbia., Né solamente è la superbia il principio di ogni peccato, ma essa è ancora la rovina di ogni virtù; poiché, come osserva s. Agostino, tende insidie a tutte le opere buone, affinché falliscano. E di fatti, dove va il merito delle limosine, delle preghiere, dei digiuni, dei sacramenti, delle pratiche di pietà, quandò siano fatte por superbia o dalla superbia siano contaminate? Colui che opera il bene per questo fine di comparire dinanzi agli uomini, si sentirà un giorno a ripetere da Dio medesimo: Iam recepisti mercedem tuam: hai già ricevuto la

tua mercede. Oh quanto grave danno arreca il peccato della superbia, senza nulla dire dei terribili castighi, con cui Iddio lo punisce, sottraendo al superbo la sua grazia, resistendogli anzi. abbandonandolo alle sue impure passioni, e lasciandolo ben anche in apparenza trionfare per colpirlo alfine con una terribile morte, svergognandolo poi nel dì del giudizio e gettarlo in preda alle eterne umiliazioni dell’inferno.

  1. II. — Tale adunque essendo il gran male della superbia, e così grandi le rovine, che esso cagiona, non poteva essere che Gesù Cristo venuto in sulla terra a combattere il male e ristorarne le rovine, non prendesse a combattere in special modo l’orgoglio, e sia con la dottrina, sia con l’esempio, non ci predicasse altamente l’umiltà; quell’umiltà che consiste nel riconoscere il niente che siamo rispetto a Dio e nell’indurre la volontà ad un sincero abbassamento di noi stessi; quell’umiltà che partendo dalla giusta cognizione delle nostre miserie, anziché al disprezzo degli altri, ne porta al disprezzo nostro; quell’umiltà, che ci fa rispettosi coi superiori, modesti con gli eguali, caritatevoli con gli inferiori; quell’umiltà che pure ci esalta dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini, che ci fa trionfare delle umane passioni, che costituisce la base e il fondamento, a cui si appoggiano tutte le altre virtù, e che ci attira dal cielo l’abbondanza di ogni grazia e benedizione. E così fece. Gesù Cristo levò la sua voce di maestro delle genti e nell’umiltà parve compendiare tutta quanta la sua morale. « Se alcuno, Egli disse, vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Guardatevi bene dal fare le vostre buone opere per essere veduti e lodati dagli uomini, altrimenti non potrete pretendere verun premio dal Padre vostro, che è nei cieli. Se alcuno vuol essere il primo, si faccia l’ultimo, il servo di tutti. Quando avrete fatto tutto bene, con esito felice, riconoscete da Dio ogni prospero evento e dite: Siamo servi inutili ed abbiam fatto il nostro dovere. Non vogliate i primi posti; chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato. In verità, in verità vi dico: se non diventerete come fanciulli, non entrerete nel regno dei cieli. » Ecco la morale del divino Maestro. – E questa è la morale, cui volle sottostare egli stesso, senza esserne punto obbligato. L’apostolo S. Paolo, parlandoci dei grandi misteri della incarnazione, passione e morte di Gesù Cristo, li presenta alla nostra considerazione come misteri di impicciolimento e di umiliazione. Iddio, egli dice, si è esinanito, prendendo la forma di servo: exinanivit semetipsum formam servi accipiens. (Phil. n, 7) Gesù Cristo, soggiunge, si è umiliato facendosi obbediente fino alla morte e morte di croce.

Humiliavit semetipsum factus obediens usque ad mortem, mortem autem crucis. Di fatti che altro mai furono questi misteri se non misteri della più profonda umiltà? Mistero di umiltà fu la sua incarnazione, non già perché incarnandosi abbia lasciato di essere Dio, ma perché, restando quello che era, cominciò, ad esistere in una natura creata, epperò tratta dal nulla, in cui sarebbe ricaduta, se l’atto che ne la fece uscire, fosse stato sospeso. Mistero di umiltà, perché sebbene, avendo stabilito di incarnarsi, avrebbe potuto prendere le forme dell’età adulta e comparire al mondo come vi fu introdotto Adamo, non di meno elesse di nascere bambino, e quel che è più, se non bambino peccatore, ciò che era impossibile, almeno bambino, come insegna S. Paolo, (Rom. VIII, 3) nella somiglianza della carne di peccato, umiliato e passibile. Mistero di umiltà perchè avendo presa la natura umana sotto la forma di bambino, poteva tuttavia con un tratto, con una parola, dare un saggio della sua potenza e della sua sapienza, ogniqualvolta lo avesse voluto; eppure nascose siffattamente le sue perfezioni divine, da non mostrar mai segno alcuno di qualità speciali sino all’età dei dodici anni. Mistero di umiltà, perché pur nascendo bambino avrebbe potuto cingersi di gloria e invece preferì di nascere a Betlemme, nella più piccola città del più piccolo regno, e nel luogo più vile di questa umile città, in una stalla, sulla paglia di un presepio. E come mistero di umiltà fu l’Incarnazione e la nascita, così mistero di umiltà fu tutta quanta la sua vita privata e pubblica. In quanto alla sua vita privata l’evangelista S. Luca la compendia tutta in azione continuata di umiltà, giacché di Lui non dice altro se non che era soggetto a Maria ed a Giuseppe: et erat subditus illis. (Luc. II, 51). Ed era loro soggetto, vale a dire lo era così nei dodici anni, come nei venti, come nei trenta, da giovanetto e da uomo fatto. Ed era a loro soggetto, cioè professava loro quella sudditanza, che si immedesima con la stessa umiltà. Ed era a loro soggetto, cioè, come osservano S. Agostino e S. Bernardo, Egli, Gesù Cristo, che

con tutta verità si dichiarò uguale a Dio, Dio egli stesso, colui che fabbricò il cielo e la terra era soggetto ai parenti, agli uomini, ad un povero fabbro; Et erat subditus illis. – Immaginatelo adunque quel caro Gesù sempre intento a fare umilmente la volontà di Maria e di Giuseppe, a prevenirla anzi ed aiutarli in tutte le loro faccende. È vero, tanto Maria come Giuseppe riconoscendo con vivissima fede che quel loro figliuolo era Dio, non avrebbero osato soprastargli e fargli alcun comando, ma nel tempo riconoscendo che era volere di Gesù, che si diportassero con Lui da superiori e lo comandassero, di tanto in tanto con tutta grazia e soavità lo chiamavano e gli impartivano degli ordini. E Gesù sorridente in volto, il cuore pieno di gioia, pronto subito ad eseguirli. Epperò eccolo talvolta per obbedire a Maria ed aiutarla nelle faccende più umili della casa, ora accendere il fuoco, ora lavare con le sue mani divine le povere stoviglie, ora prendere con dolce violenza la scopa di mano a Maria e mettersi Egli a pulir la casa, ora correre sollecito al pozzo, che ancor presentemente si fa vedere presso Nazaret, per attingere l’acqua. Eccolo per sottostare a Giuseppe ed aiutarlo ne’ suoi lavori ora segar qualche trave, ora piallar qualche tavola, ora verniciare qualche mobile, ora uscire a far delle compere, ora a prendere delle misure ed ora attendere ad altre cose somiglianti. Oh Dio! Che meraviglioso spettacolo non doveva essere quello per gli Angeli del Cielo: vedere quel Dio, che è Re dei re, dominatore del mondo, alla cui servitù essi sono dedicati; al cui cenno fumano i monti, trema la terra, fremono i mari, soggetto alle creature e lavorare umilmente sotto la loro direzione e comando! Oh esempio, che noi stessi non crederemmo possibile se il Vangelo non lo accertasse. E quanto alla vita pubblica? Egli la inaugurò con l’umiltà. Eccolo, Gesù, ai piedi di Giovanni Battista per riceverne il battesimo, quasi fosse un peccatore. Guardatelo in seguito nel corso di una predicazione tra le tante lodi e benedizioni ricevere pure molti biasimi, minacce e persecuzioni senza mai replicare una parola, che riveli un minimo sentimento di orgoglio offeso. Egli inoltre trova la sua delizia nel trattenersi con le persone di bassa condizione; elegge per compagni di sua predicazione dei poveri pescatori, ai quali nell’ultima cena, come fosse loro servo, lava i piedi; preferisce di evangelizzare i poveri; ai fanciulli fa le sue speciali carezze, e persino i peccatori formano l’oggetto della sua predilezione! Ma che dire poi dei misteri di umiliazione, cui volle assoggettarsi durante la sua passione, e ai tribunali, dove fu condannato, trattato come re da burla, schiaffeggiato, sputacchiato, insultato, con le più grandi villanie, e al Pretorio di Pilato, dove fu messo a confronto con un famigerato omicida, Barabba, e a lui sottoposto; ed al Calvario, dove fu conflitto nudo in croce fra due ladroni? Ah questi sono veramente abissi di umiltà imperscrutabile. – Eppure non pago di ciò, Gesù Cristo vuol continuare a mostrarsi modello di umiltà nel S. S. Sacramento dell’altare, dove se ne sta umiliato più ancora che durante la sua vita mortale. Ed invero durante la sua mortai carriera lanciò pure degli sprazzi di luce, che costringevano gli uomini ad ammirarlo. Ma nella S.S. Eucaristia dov’è lo splendore, non dico della sua divinità, ma persino della sua umanità sacrosanta? Tutto ivi è celato, tutto è nascosto. Sotto le specie di un po’ di pane se ne sta chiuso entro al tabernacolo, come un povero carcerato, ed anche allora che ne vien tratto fuori per essere esposto alla pubblica adorazione, o per essere portato trionfalmente in processione, anche allora non lascia trasparire alcun raggio della sua gloria, non dà sintomo alcuno per intimare ai nostri sensi che ivi Egli si trova, vero Dio e vero uomo. Oh umiltà! Oh esempio inesplicabile! Poteva forse nostro Signor Gesù Cristo contrastare più efficacemente all’umano orgoglio e predicarne con maggior forza l’umiltà? Poteva dirci con più ragione: Imparate da me, che sono umile di cuore? Discite a me, quia… humilis sum corde?

III. — Or ecco l’esempio che assolutamente dobbiamo seguire come Cristiani e come devoti del Sacro Cuore di Gesù. Io dico assolutamente, perchè l’umiltà non è una virtù di consiglio soltanto o dalla quale possiamo in certe circostanze e speciali ragioni esimerci, no; essa è doverosa a conseguire l’eterna vita ed è doverosa sempre. In cielo si possono trovare dei Santi, che non abbiano fatto elemosina, ve ne possono essere degli altri che non abbiano potuto praticare digiuni e macerazioni, vi possono regnare di coloro, che non mantennero la verginità, ma nessuno può trovarsi e nessuno può entrarvi senza che sia stato umile. Gesù Cristo ha parlato chiaro dicendo: Se non diventerete umili sino a parere semplici pargoletti, non entrerete nel regno dei cieli: nisi efficianimi sicut parvuli, non intrabitis in regnum cœlorum. (MATT. XVIII, 3) Anzi senza umiltà le più grandi virtù degenerano in vizio; la più grande austerità della vita diventa un’ipocrisia detestabile, la più alta contemplazione un’illusione vituperevole, l’estrema povertà una sciocca vanità. Senza l’umiltà i deserti degli anacoreti, le penitenze dei confessori, i tormenti dei martiri, lo zelo degli Apostoli non sono che un vano trastullo, che colpisce gli uomini e allieta i demonii; senza umiltà gli stessi doni di Dio riescono di nocumento. Come i venti quando soffiano nelle vele di un bastimento, benché sembrino favorevoli al suo corso, non fanno che precipitarne il naufragio, se il bastimento è spinto verso gli scogli nascosti sotto le onde, così pure l’abbondanza dei doni del Signore in un’anima, che si lasci dominare dalla superbia, può servire ad accrescergliela spaventosamente e farla miseramente perire. E così è accaduto che uomini eminenti per santità, già vicini o pel martirio o per le più belle virtù al porto dell’eterna salute, miseramente naufragarono per aver urtato nello scoglio fatale della superbia. – Quanto importa adunque, che ad imitazione del Sacratissimo Cuore di Gesù noi siamo umili, e siamo umili non di umiltà apparente, ipocrita, bugiarda, di sole parole: chi si umilia così, ha detto lo Spirito Santo, si umilia maliziosamente ed ha il cuore pieno di frode: est qui nequiter se humiliat, et interiora eius plena sunt dolo. (Eccli. XIX, 23) Ed in vero a che giova il protestare che fan taluni di essere il più gran peccatore, o la più gran peccatrice del mondo, di meritare anche mille inferni, se poi facendo gli altri vista di credere, oppure notando in esso qualche difetto e correggendoli, tosto si adirano e rispondono parole piene di superbia? Costoro non è già che abbiano l’umiltà, ma l’ipocrisia di tale virtù, perciocché se da se stessi si abbassano, non lo fanno che per essere dagli altri esaltati. Ora il cercar lode dall’umiliarsi, dice S. Bernardo, tutt’altro che umiltà, è distruzione della stessa. Il vero umile confessandosi peccatore, al dire di S. Gregorio, a chi glielo ripete, non lo nega, ma lo conferma. Il vero umile insomma non pretende di essere lodato per umile, ma vuole essere tenuto per vile, per difettoso, per degno di disprezzi, e si compiace nel vedersi trattato come egli si stima; non vuole comparir santo, ma attende con ogni studio a farsi tale. È di questa umiltà pertanto che noi dobbiamo essere umili; non dell’umiltà di bocca, ma dell’umiltà di cuore, essendo questo Cristo ci ha raccomandato, vale a dire quell’umiltà che ci persuade, che siamo veramente nulla, anzi peggio che nulla; perché pieni di miserie, che ci tiene pronti a schivare sempre e ad occultare con molta cura tutto ciò, che può ridondare a qualche nostra lode, eccetto che la gloria di Dio e il bene delle anime richiedano assolutamente il contrario, che ci ingenera sentimenti di confusione allorché siamo lodati, anziché far nascere in noi una vana compiacenza, che ci incoraggia ad accettare con rassegnazione, e persino con amore e con gioia, tutto ciò che in qualche modo ci può umiliare dinanzi al mondo, che di tutto il bene che possiamo fare noi a Dio solo ci fa rendere la gloria, e di tutto il bene che van facendo gli altri ci fa santamente esultare, che ci getta ai piedi di Dio, che ci rende affabili con gli eguali, e pieni di carità con gli stessi inferiori, che in una parola ci rende imitatori di Gesù Cristo. Questa è l’umiltà, che han pure praticato i santi; l’umiltà che ha indotto degli imperatori, dei re, delle regine, dei Pontefici a calare dal fastigio della loro grandezza e a farsi gli altrui servi; l’umiltà che ha spinto degli uomini illustri a nascondersi nelle caverne dei monti per sfuggire agli onori, cui si volevano sollevare; l’umiltà, che ha portato dei grandi sapienti a rendersi stolti in faccia agli uomini essere da loro scherniti e disprezzati; questa è l’umiltà che ha popolato e va popolando il cielo. – Animo adunque, o carissimi; dinanzi a noi stanno spiegate due bandiere, la bandiera di satana, su cui sta scritto: Ascendiamo; la bandiera di Gesù Cristo che ha per motto: Recumbe in novissimo loco: (Luc. XIV, 10) sta nell’ultimo posto. Quale bandiera seguiremo noi? Fortunato il Cristiano, felice il devoto del Sacro Cuore, che lasciando la bandiera di satana, terrà sempre dietro alla bandiera di Gesù Cristo! A giudicarlo dall’apparenza egli sembrerà un uomo da nulla, ma in realtà egli è l’uomo più grande della terra, perché porta scolpita sul cuor suo l’immagine viva del cuore di Cristo; in apparenza ei sembra nell’abbiezione e nell’annientamento, ma realmente egli cammina diritto per la strada che conduce agli onori dell’eterno trionfo, perché se è verissimo che chi si esalta sarà umiliato: qui se exaltat humiliabitur, è pure certissimo, che chi si umilia sarà esaltato: qui se humiliat exaltabitur. (Luc. XIV, 11) Ma perché ciò abbia ad essere di ciascuno di noi, diciamo tutti al nostro caro Gesù: O nostro Salvatore e Maestro! In vista del vostro umilissimo Cuore noi ci ricopriamo di confusione e di rossore. Voi Re del cielo e della terra, umiliato sino al punto da morire come un malfattore su di un patibolo, e noi così peccatori ripieni di tanta superbia! Deh! per i meriti delle vostre umiliazioni e dei vostri disprezzi, fate che noi conosciamo le miserie e deformità nostre, acciocché aborriamo giustamente noi stessi, evitiamo con diligenza di metterci innanzi e di cattivarci le lodi, e soffriamo altresì in pace di essere trascurati, disprezzati ed ingiuriati, siccome meritiamo. Così mercé il vostro aiuto, noi speriamo vivamente di rendere il nostro cuore simile al vostro, cioè mansueto ed umile, e dopo di essere stati umili con voi qui in terra, essere poscia esaltati con voi in cielo.

INVITO ALLA COMUNIONE

INVITO ALLA COMUNIONE

[Sac. G. Riva: Manuale di Filotea, 30° Ed. presso S. Majocchi, Milano, 1888]

Ciò che Adamo perdette col mangiare il frutto da Dio proibito, noi lo possiamo riacquistare accostandoci con le dovute disposizioni alla santissima Eucaristia, che è quel sacramento di cui disse sant’Agostino, che Dio, come potentissimo, non può darci di più, come sapientissimo, non sa darci di più, come amorosissimo, non ha che darci di più. — L’albero della vita nel paradiso terrestre, la manna piovuta agli Ebrei nel deserto, il pane mangiato da Elia, in forza del quale camminò per quaranta giorni fino al monte Oreb senza stancarsi, non sono che deboli immagini dei grandi beni che noi abbiamo nell’Eucaristico cibo, per mezzo del quale noi riceviamo, non solo i doni di Dio, ma anche il dispensatore di tutti i doni. – Egli è perciò che la Chiesa non ha mai lasciato di adoperare tutti i mezzi per determinare tutti i fedeli a non mai trascurare, la partecipazione alla SS. Eucaristia. I Canoni Apostolici dicono che i fedeli che vanno in Chiesa, vi stiano in orazione tutto il tempo della Messa, e in essa facciano la Comunione, altrimenti siano privati della Comunione dei Fedeli. Il Papa Fabiano, martirizzato nel 253 stabilisce che ogni Cristiano riceva l’Eucaristia tre volte all’anno. Il Concilio Illiberitano sotto il Papa Silvestro I dice – Non sia considerato come Cattolico chi non fa la Comunione a Pasqua, a Pentecoste, e Natale. E sotto Sisto III nel secolo V, nel Concilio di Agde è stabilito che chi trascura la Comunione, almeno tre volte all’anno, sia privato della Comunione per tre anni. Che se nel diminuito fervore dei fedeli, Innocenzo III nel Concilio IV Lateranense, 1225, ridusse quest’obbligo alla sola Pasqua, per indicare che il desiderio della Chiesa è  una frequenza molto maggiore, la quale diverrebbe molto comune quando in sì gran Sacramento si avesse quella fede che ebbero i Santi di tutti i secoli. Recato il Viatico a san Luigi re di Francia, gli domandò il sacerdote, se credeva che nell’ostia vi fosse realmente nostro Signor Gesù Cristo: ed egli tosto rispose: Io lo credo più fermamente che se il vedessi con i propri miei occhi. S. Filippo, ammalato gravemente, non poteva dormire in quella notte che precedeva la mattina della Comunione, tanto era l’ardore con cui lo desiderava, conoscendo di ricever il maggior di tutti i doni. Santa Elisabetta di Ungheria digiunava il giorno precedente, e passava la notte in orazione ogniqualvolta doveva comunicarsi. Abbiate dunque fede nella grandezza di Colui che siete per ricevere, e ricordando che il Signore prima di piover la manna mandava alla mattina un certo vento per purificare tutto il terreno su cui la manna doveva cadere, siate sollecito di ben purgare l’anima vostra da ogni più piccola macchia, per poter pienamente partecipare all’abbondanza dei vantaggi che porta nelle anime ben disposte la Comunione ben fatta. – Non siate adunque di coloro che si contentano di comunicarsi una sola volta all’anno, e qualche altra appena nelle grandi solennità. Quanto più starete lontano dal medico, tanto meno conoscerete le vostre infermità; e quanto più raramente userete della medicina che il divin medico vi dichiarò necessaria, tanto più stenterete a guarire. Il sacro Concilio di Trento ci fa sapere che la santa Eucaristia è un contravveleno spirituale, per cui, non solo veniamo a guarire dai mali leggeri, ma siamo ancor preservati dal cadere nei falli gravi. E se Innocenzo III aggiunse che, se il sacramento della Penitenza toglie dalla nostr’anima il peccato, quello dell’Eucaristia ci toglie la volontà di peccare. Ma non siate nemmeno di coloro che vi vanno per semplice usanza e senza la debita riflessione. Colui che andate a ricevere è nientemeno che un Dio, al cui confronto voi siete un nulla; ma questo Dio è poi così buono che occultò sotto le specie del pane gli splendori della sua gloria perché voi vi accostiate con gran confidenza. Anzi Egli stesso vi invita a cibarvi delle sue carni frequentemente, promettendovi di farvi vivere della sua vita medesima, cioè, d’una vita tutta pura, tutta santa, tutta felice, qual è la vita divina. – Oltre di che, consultando le storie dei Santi, si vede che questo Sacramento servì più volte anche al sostentamento della vita corporale. Santa Caterina da Siena viveva le intere quaresime, nutrendosi della s. Comunione. Così fece per cinque quaresime continue una vergine per nome Felicita in Roma. Nell’Elvezia il monaco (S.) Nicolò da Flue per lo spazio di venti anni non sì nutrì d’altro che dell’Eucaristico cibo, il qual prodigio fu dagli stessi contemporanei constatato con prove le più luminose e ineccepibili. Così con poca differenza avvenne anche a s. Liberale vescovo d’Atene. – E non importa che noi abbiamo qualche imperfezione. Coloro che Gesù Cristo invita alla sua mensa sono i ciechi, gli zoppi e gli infermi, per indicarci che la mensa da lui imbandita con le sue carni non è solamente pei giusti e perfetti, ma ancora per i peccatori e per gli imperfetti, quando però abbiano volontà sincera di meglio condursi nell’avvenire, né tralascino alcuna diligenza per emendare la loro vita passata. Figuratevi adunque che il sacerdote, prima di comunicarvi, dica a voi ciò che per relazione del pontefice s. Gregorio, diceva una volta il diacono dall’Altare: Accedite cum fide, tremore et dilectione. Accostatevi con fede, con timore e con amore.  Con Fede considerando Chi viene a voi, e quanto voi siate immeritevole di un tanto favore: con Timore ricordando il pessimo fine fatto da Giuda, e i castighi orrendi preparati a tutti coloro che, come Giuda, si comunicheranno indegnamente: con Amore, considerando la bontà di Gesù nel darsi a voi sotto sì povere specie, e le santissime intenzioni che Egli ha nel venire a voi, cioè per liberarvi dai vostri mali e ricolmarvi dei suoi beni. Continuate a comunicarvi con queste disposizioni, e vi convincerete col fatto, che non v’ha strada più breve e più sicura per arrivare alla santità, quanto l’uso frequente e devoto della santissima Eucaristia. È impossibile, dice Salomone, nascondere il fuoco in seno, e non bruciare almeno le vesti. Che se vedonsi pur troppo tante anime che, malgrado la frequente Comunione, son sempre fredde ed imperfette, com’eran prima, egli è perché non sono sollecite di portarvi le debite disposizioni, le quali, oltre il detto di sopra, si possono per brevità ridurre a due, cioè al distacco totale da ogni affetto mondano, e al vivo desiderio di unirsi a Gesù Cristo : Chi è mondo non ha bisogno che di lavarsi i piedi, si dice in san Giovanni; e vuol dire, soggiunge s. Bernardo, che per ricevere con gran frutto il santissimo Sacramento non basta esser mondo di peccati gravi, ma bisogna ancor essere spoglio di tutti gli affetti terreni che, imbrattando l’anima, sono di nausea al Signore, e di impedimento alla diffusione della sua grazia dentro di noi. Il fuoco si apprende subito al legno secco e vi suscita una gran fìamma, ma tutto al contrario succede nel legno verde, perché inzuppato ancora degli umori della terra onde fu tolto, resiste talvolta alla fiamma più viva. Perciò a santa Geltrude, che domandava quale apparecchio doveva ella portare alla ss. Comunione, rispose lo stesso Signore: Non altro cerco da te, se non che tu venga a ricevermi vuota di te stessa. La seconda disposizione è un vivo desiderio di ricevere Gesù Cristo ed il suo amore. In questo sacro Convito, dice Gersone, non si saziano se non i famelici, e prima lo disse Maria Ss.: Iddio riempì di beni i poveri che sentivano fame. Siccome il Figliuolo di Dio non venne al mondo se non dopo essere stato con gran trasporto e per tanto tempo desiderato, così d’ordinario non dona la sua grazia se non a chi ne ha un gran desiderio, non essendo conveniente che una cosa sì preziosa si dia quasi per forza a chi ne sente fastidio. Non si getta l’ape con tanto impeto sopra dei fiori per succhiavi il miele, con quanto trasporto entra Gesù Cristo nelle anime per santificarle: così Egli a santa Matilde. Se dunque Egli, che non ha di noi bisogno alcuno, ha tanto desiderio di venire in noi, quanto vivo non deve essere in noi il desiderio di unirci a Lui, dacché finalmente è da Lui solo che possiamo sperare tutto quello che ci abbisogna nel presente secolo e nel futuro.

Stimolo alla Comunione.

Se è pan l’Eucaristia,

pane d’ogni giorno,

perché sì tardi io torno,

ai piè del santo altar?

Perché con fame santa

Più spesso non m’affretto.

A ristorarmi il petto

con pan sì salutar?

Quest’è quel divin Cibo

che all’Empiro scende,

ogni tesor comprende

di merti e di virtù.

Chi amico al suo Signor,

Con rispettoso affetto

Accoglierallo in petto

Non morirà mai più.

Ma, come l’uman corpo,

Se mai non si nutrisce,

Di fame illanguidisce,

Poi vedesi morir;

Così, senza quel pane

Che dalla sacra mensa

Il Redentor dispensa,

L’alma dovrà perir.

Altro stimolo.

Chi dice d’amar Dìo,

non proferisce il vero,

se di sì gran mistero

non sa partecipar.

Non si può dir che s’ami

Quello che non si brama:

Chi non desia non ama,

o finge sol d’amar

PER IL GIORNO AVANTI LA COMUNIONE.

O Gesù, mio Signore e mio Dio, io penso di accostarmi alla vostra sacra mensa, e di ricevervi sacramentato nella santissima Comunione. L’opera che io intraprendo è grande, poiché non debbo già preparare l’abitazione ad un uomo, ma bensì Voi che siete il Dio onnipotente che ha fatto il cielo e la terra; e questa abitazione è in me stesso,. Deh concedetemi, o Signore, la santità di cui volete sia ornata la vostra casa, dove avete da albergare. Rompete le catene de’ miei peccati; togliete da me l’amor del secolo e tutto quello che può dispiacervi; purificate insomma l’anima mia, e rendetemi non indegno di tanta vostra beneficenza; non permettete che io comparisca con le mani vuote davanti a Voi che, dopo di aver versato tutto il vostro sangue per la mia salute, mi date ancora voi stesso nel santissimo Sacramento. Aiutatemi pertanto a praticare delle opere virtuose che possa a voi offrire, quando, avrò la sorte di albergare nel mio petto la vostra adorabile maestà. Fate intanto ch’io viva nella temperanza, nella giustizia e nella carità, aspettando, con fervente desiderio, quel momento felice in cui io diverrò tutto vostro, e Voi diverrete tutto mio.

OFFERTA DELLA COMUNIONE

PER VARI FINI A CUI PUÒ ESSERE INDIRIZZATA.

Incoraggiato dai vostri inviti, stimolato dai miei bisogni, allettato dalle vostre promesse io vengo in oggi a ricevervi, o Gesù mio, nella santissima Eucaristia, in cui dimorate tutto intero, vivo e glorioso, come siete alla destra del vostro divin Padre lassù nel cielo. Affinché però non sia a me solo vantaggioso, ma anche a tutta la Chiesa trionfante, militante e purgante, un così amabile Sacramento, io vi offro questa Comunione insieme a tutte quelle che si sono fatte e si faranno dalle anime più sante e fervorose, in unione a tutti i meriti di voi, di Maria Vergine, degli Angioli e dei Santi, in memoria della vostra vita, della vostra passione e della vostra morte. – Ve la offro a lode e gloria della ss. Trinità e di tutta la Corte celeste, specialmente di Maria ss., dell’Angelo mio Custode, dei Santi miei protettori, a ringraziamento di tutti i benefìzj fatti e da farsi a me e a tutto il mondo, a remissione di tutti i peccati commessi da me e da tutti gli uomini, dei quali ho desidero di aver sempre un sommo abbominio ed un sincero dolore, a impetrazione di tutte le grazie così spirituali come temporali che abbisogneranno a me e a tutto il mondo, specialmente alla santa Chiesa, al Sommo Pontefice Gregorio XVIII, al mio Vescovo, al mio Pastore, al mio direttore e a tutti i vostri ministri, ai miei parenti, benefattori, amici e nemici, al Sovrano, ai Magistrati, allo Stato; ma particolarmente per ottenere la conversione dei peccatori, la perseveranza ai giusti, la rassegnazione agli afflitti, la fortezza ai tentati, la vittoria ai moribondi, il sollevamento dalle lor pene, l’anticipazione della gloria alle povere anime del Purgatorio, e la santificazione dell’anima mia più miserabile di tutte. Voi benedite, o Signore, queste intenzioni ed esauditele; e concedetemi d’apparecchiarmi a questa Comunione con quello spirito di amore che voi desiderate, affinchè, ricevendo il vostro Corpo, il vostro Sangue, la vostra’Anima, la vostra Divinità, che credo fermissimamente contenersi nell’Ostia consacrata, io acquisti anche le indulgenze che ad un’azione sì santa applicarono i vostri Vicari, secondo la intenzione dei quali io intendo di pregare.

PER APPLICARLA IN SUFFRAGIO DEI DEFUNTI

ORAZIONI DA DIRSI PRIMA 0 DOPO LA COMUNIONE.

Perché vi sia, o Signore, sempre più gradita la presente Comunione, ve la offro particolarmente in suffragio delle povere Anime del Purgatorio. Per quell’amarissima passione di cui questo Sacramento è una continua memoria, per quella ineffabile carità di cui è l’opera più stupenda, per quella gloria sempiterna di cui è il principio più nobile e la caparra più sicura, esaudite, o Signore, le mie indegne preghiere, e sollevate pietoso le vostre spose penanti. La fedeltà con cui vi hanno servito in tutto il corso della lor vita, la rassegnazione perfetta con cui soffrono attualmente i tormenti i più atroci, l’amore singolarissimo che loro portate, il desiderio vivissimo che esse hanno di possedervi, e le suppliche fervorose che vi indirizzo a loro vantaggio, vi facciano dimenticare quei falli che per naturale fragilità han sulla terra commessi. Quel Sangue divino che, versato da voi nella Circoncisione e nell’Orto, sotto i flagelli, e sopra la Croce, continua ad operar nella Chiesa la perseveranza dei giusti e la conversione dei peccatori, quel Sangue preziosissimo di cui una sola goccia basta a purgare le iniquità di mille mondi, e dal quale spero anch’io di venire in quest’oggi purificato, discenda adesso, o Signore, ma con tutta la pienezza della sua virtù in quel gran mare di pene in cui tormentano e spasimano quelle infelici, che sono pur vostre amanti. Estinguete nella vostra misericordia quelle fiamme che le divorano: rompete con la vostra grazia quelle catene che le tengono prigioniere, affinché libere da ogni impedimento, mondate da ogni neo. e rivestite di quella santità che è necessaria per comparire al vostro cospetto, vengano ammesse senza indugio alla beatifica contemplazione di quell’amabile divinità, che io qui adoro velata sotto le specie sacramentali, e di cui spero d’esser dopo la morte felicissimo comprensore nel gaudio eterno del Paradiso.

LA VIA CRUCIS DI S. LEONARDO DA PORTO MAURIZIO

VIA CRUCIS

Questo esercizio della Via Crucis rappresenta il viaggio doloroso di Gesù Cristo, quando andò con la Croce sulle spalle a morire sul Calvario per nostro amore; per cui questa devozione deve essere praticata con tanta tenerezza, pensando di accompagnare il Salvatore con le nostre lacrime per compatirlo e ringraziarlo. – Fin dall’inizio del Cristianesimo nei luoghi stessi della Passione si vollero distinguere, con segni e monumenti particolari (poi chiamati Stazioni), i vari punti dov’erano avvenuti l’incontro di Gesù con sua Madre, il colloquio con le donne, le diverse cadute, l’episodio dell’uomo di Cirene, ecc.: sono quelle 14 Stazioni di Gerusalemme rappresentate poi in altrettanti quadri, per soddisfare in qualche modo la devozione di tutti, anche di coloro che non potevano e non possono andare nella Città santa. – Furono i Francescani, custodi dei Luoghi santi, a diffondere in tutto il mondo la pratica della Via Crucis. In Italia, fu san Leonardo da Porto Maurizio a farla nascere ed amare. Nato nel 1676, predicò al popolo ininterrottamente per 43 anni, fino alla morte, percorrendo tutta l’Italia. – Ottenne dal Papa di poter erigere la Via Crucis anche nelle chiese non francescane e ne fondò personalmente ben 572. Di queste la più famosa è quella del Colosseo, a ricordo dell’Anno Santo del 1750. Si usa accompagnare la Via Crucis con lo Stabat Mater di Iacopone da Todi, o con altri canti.

INDULGENZE:

VIA CRUCIS

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Fidelibus, qui sive singulatim sive in comitatu, saltem corde contrito, pium exercitium Viæ Crucis, legitime erect, ad præscripta Sanctae Sedis, peregerint, conceditur:

Indulgentia plenaria quoties id egerint;

Alia Indulgentia plenaria, si eodem die quo memoratum pium exercitium peregerunt, vel etiam infra mensem ab eodem decies peracto ad sacram Synaxim accesserint;

Indulgentia decem annorum prò singulis stationibus, si forte incœptum exercitium, quavis rationabili causa, ad finem non perduxerint.

Easdem indulgentias lucrari valent:

a) Navigantes, carceribus detenti, infirmi et illi qui morantur in partibus infìdelium aut legitime impediuntur, quominus pium exercitium Viæ Crucis forma ordinaria peragant, dummodo manu tenentes Crucifixum a saceriote, legitima facultate munito, ad hoc benedictum, saltem corde contrito ac devote recitent, cum pia recordatione Passionis Domini, viginti Pater, Ave et Gloria, unum nempe prò qualibet statione, quinque in sanctorum Domini nostri Iesu Christi Vulnerum memoriam et unum urta mentem Summi Pontificis. Quod si omnes præscriptos Pater, Ave et Gloria ex rationabili causa recitare nequiverint prò indulgentia plenaria, partialem indulgentiam decem annorum prò singulis Pater cum Ave et Gloria recitatis consequi valent.

b) Infirmi, qui vi morbi absque gravi incommodo vel difflcultate pium exercitium Viae Crucis nec in forma ordinaria nec in forma supra statuta scilicet per recitationem viginti (20) Pater, Ave et Gloria peragere possunt, dummodo cum affectu et animo contrito osculentur vel etiam tantum intueantur in Crucifixum ad hoc benedictum, eis a sacerdote vel ab aliqua alia persona exhibitum, et recitent, si possint, brevem aliquam orationem vel precem iaculatoriam in memoriam Passionis et Mortis Iesu Christi Domini nostri (Clemens XIV, Audientia 26 ian. 1773; S. C. Indulg., 16 sept. 1859; S. Pæn. Ap., 25 mart. 1931, 20 oct. 1931, 18 mart. 1932 et 20 mart. 1946). 

[1) Plenaria per ogni volta. 2) parziale di 10 anni ogni stazione, quando per ragionevole motivo si dovesse interrompere il pio esercizio.

È necessario e sufficiente: 1) Che la Via Crucis sia stata eretta legittimamente; 2) percorrere le 14 Stazioni; quando per il numero dei fedeli non si può percorrere le Stazioni, basta alzarsi e inginocchiarsi mentre il Sacerdote o chi per lui percorre la Via Crucis; 3) avere il cuore contrito.

Non è necessario: leggere le considerazioni; recitare il Pater, Ave, Gloria; pregare per le intenzioni del Papa; confessarsi o comunicarsi. Ma chi fa la comunione in quel giorno, acquista un’altra indulgenza plenaria. Si può interrompere il pio esercizio per confessarsi o comunicarsi senza perdere le indulgenze se qualcuno poi vuol fare più di una volta la Via Crucis in una chiesa, per guadagnare ogni volta l’indulgenza non è necessario che esca dalla chiesa.

Crocifìssi e Via Crucis. Chi è impedito di recarsi in chiesa (malati, carcerati, viaggiatori, operai) può acquistare le indulgenze; 1) tenendo in mano, o almeno indosso, un crocifisso composto di una croce di qualunque materiale (tranne piombo, stagno, vetro) col Cristo appeso alla croce e benedetto da chi ne ha il potere. 2) Recitando 14 Pater, Ave, Gloria e pensando alle rispettive Stazioni o alla Passione in generale; altri 5 alle 5 piaghe di N. Signore; 1 secondo le intenzioni del Santo Pontefice (20 totali). Per i malati gravi è sufficiente baciare o guardare il suddetto crocifisso con amore e contrizione, e recitare una breve preghiera o giaculatoria in onore della Passione. – Per offrire la Via Crucis per le anime del Purgatorio, invece del GloriaPatri, si reciti il Requiem.].

#     #     #

In ginocchio davanti all’altar maggiore, baciando la terra quando si è soli, oppure profondamente inchinato, adorando la S. Croce, e con l’intenzione di guadagnare le indulgenze per sé o per le anime del Purgatorio, dirai:

V. Adoràmus te, Christe, et benedicimus tibi.

R. Quia per sanctam Crucem tuam redemisti mundum

Orèmus

Clementissimo mio Gesù, infinitamente buono e misericordioso, eccomi prostrato ai tuoi piedi, pieno di dolore e tutto compunto, perché ti ho offeso, perché ho offeso te, mio grande bene. Gesù mio amabilissimo, provoca il mio cuore, e nel riflettere alle tue pene fammi partecipare in lacrime al tuo dolore. Ti offro questo santo viaggio in onore di quello dolorosissimo che tu facesti per me, indegno peccatore, mentre ora sono risoluto a cambiar vita. – Ti offro questo santo viaggio per ricevere le indulgenze concesse a chi pratica questo pio esercizio, e ti supplico umilmente. Di far sì che mi sia utile per ottenere la tua misericordia nella vita e la gloria eterna.

Amen.

V. Miserere nostri, Dòmine,

R. Miserere nostri.

Santa Madre, deh voi fate Che le piaghe del Signore Siano impresse nel mio cuore!

Con te vorrei, Signore,

oggi portar la Croce;

nel tuo dolor atroce

io ti vorrei seguire. –

-Ma sono infermo e stanco

donami il tuo coraggio,

perché nel gran viaggio

non m’abbia a smarrire.

#    #    #

Tu col divin tuo sangue

vieni segnando i passi,

ed io laverò quei sassi

con molto lacrimare –

– Né temerò smarrirmi

nel monte del dolore,

quando il tuo santo amore

m’insegna a camminare.

PRIMA STAZIONE

– Gesù è condannato a morte –

“Stabat Mater dolorósa Juxta Crucem lacrimósa, Dum pendébat Filius.”

V. Adoràmus te, Christe, et benedicimus tibi.

R. Quia per sanctam Crucem tuam redemisti mundum.

In questa prima Stazione si rappresentano la casa e il Pretorio di Pilato, dove il nostro buon Gesù ricevette l’ingiusta sentenza di morte. Considera l’ammirabile sottomissione dell’innocente Gesù nel ricevere una così ingiusta sentenza, e sappi che i tuoi peccati furono i falsi testimoni che la sottoscrissero; e le tue bestemmie, le tue mormorazioni, i tuoi discorsi scorretti indussero il giudice a proferirla. Se così è, rivolgiti verso l’amoroso tuo Dio, e più con le lacrime del Cuore che con l’espressione della lingua, digli:

« Caro Gesù mio, che amore senza fondo è mai il tuo! Per una creatura indegna hai sofferto prigione, catene, flagelli, fino ad essere condannato a morte! Tanto basta per ferirmi il cuore, e piango amaramente i miei peccati che ne sono la causa. E per questa strada dolorosa me ne andrò piangendo, sospirando, e ripetendo: Gesù mio misericordia, Gesù mio misericordia!».

Pater noster, Ave Maria, Gloria …

V. Miserere nostri, Dòmine,

R. Miserere nostri.

Santa Madre, deh voi fate Che le piaghe del Signore, siano impresse nel mio cuore!

Se il mio Signor diletto

a morte hai condannato,

spiegami almen, Pilato

qual fu il suo fallire. –

– Che poi se l’innocenza

error da te s’appella,

per colpa così bella

potessi anch’io morire!

SECONDA STAZIONE

– Gesù è caricato della Croce –

“Cùjus ànimam geméntem, Contristàtam et doléntem, Pertransivit gladius.”

V. Adoràmus te, Christe, et benedicimus tibi.

R. Quia per sanctam Crucem tuam redemisti mundum.

Questa seconda Stazione rappresenta il luogo dove l’amatissimo Gesù fu caricato del pesante legno della Croce. Considera come Gesù si abbraccia alla santa Croce. E con quale mansuetudine soffre le percosse e gl’insulti di gente scellerata. Mentre tu, impaziente, cerchi di scappare dal più piccolo dolore, e fuggi dal portare la croce della vera penitenza. Non sai che senza la Croce in Cielo non si entra? Piangi pure la tua cecità, e rivolto al tuo Signore digli così:

« A me, e non a te caro Gesù mio, spetta questa Croce Pesantissima, Croce che fu fabbricata da tanti miei peccati. Caro Salvatore, dammi la forza di abbracciare tutte le croci che meritano le mie gravissime colpe. Anzi, fa’ che io muoia abbracciato, alla santa Croce, innamorato della Croce, e ripeta più e più volte, insieme alla tua diletta Teresa: «O patir, o morire, o patire o morire!».

Pater noster, Ave Maria, Gloria …

V. Miserere nostri, Dòmine,

R. Miserere nostri.

Santa Madre, deh voi fate Che le piaghe del Signore, siano impresse nel mio cuore!

Chi porta il suo supplizio

Ma se Gesù si vede

so che ne appar ben degno:

di croce caricato, –

– so che la pena è segno

paga l’altrui peccato

del già commesso errore,

per l’immenso suo amore.

TERZA STAZIONE

– Gesù cade la prima volta –

“O quam tristis et afflicta, Fuit illa benedicta, Mater Unigèniti!”

V. Adoràmus te, Christe, et benedicimus tibi.

R. Quia per sanctam Crucem tuam redemisti mundum.

In questa terza Stazione si rappresenta la prima caduta di Gesù sotto la Croce. Considera come l’afflittissimo Gesù, indebolito per il continuo spargimento di sangue, cade per la prima volta a terra. Guarda come le guardie lo percuotono con pugni, con calci, e con schiaffi. Eppure il paziente Gesù non apre bocca, soffre e tace; mentre tu, appena ti capita una piccola contrarietà, subito maledici e ti lamenti, forse bestemmi. Detesta una volta per sempre la tua impazienza e superbia, e prega il tuo afflitto Signore così:

« Amato Redentore mio, ecco ai tuoi piedi il più perduto peccatore che vive sulla terra: quante cadute! Quante volte sono precipitato in un abisso d’iniquità! Porgimi la tua santa mano affinché mi rialzi. Aiuto, Gesù mio, aiuto! Perché in vita non cada mai più, ed in morte mi assicuri l’affare della mia eterna salute. »

Pater noster, Ave Maria, Gloria …

V. Miserere nostri, Dòmine,

R. Miserere nostri.

Santa Madre, deh voi fate, che le piaghe del Signore, siano impresse nel mio cuore!

Chi porta in pugno il mondo

a terra è già caduto,

e non gli si porge aiuto:

oh, ciel, che crudeltà! –

– Se cade l’uomo ingrato

subito Gesù conforta,

e per Gesù è morta

al mondo ogni pietà.

QUARTA STAZIONE

– Gesù incontra sua Madre –

“Quæ mærèbat et dolébat, Pia Mater dum vidébat, Nati pœnas inclyti.”

V. Adoràmus te, Christe, et benedicimus tibi.

R. Quia per sanctam Crucem tuam redemisti mundum.

In questa quarta Stazione si rappresenta il luogo dove Gesù s’incontrò con la sua Madre afflitta. Che dolore trapassò il cuore a Gesù! Che spada ferì il cuore a Maria, quando s’incontrarono! Che ti ha fatto il mio Gesù? (dice Maria dolente), che male ti ha fatto la mia povera Madre? (dice l’appassionato Gesù). Lascia il peccato che è la causa delle nostre pene. E tu cosa rispondi?

« O Figlio divino di Maria, o santa Madre del mio Gesù: eccomi ai vostri piedi umiliato e contrito! Confesso che sono io quel traditore che ha fabbricato col peccato, il coltello di dolore che ha trapassato i vostri tenerissimi cuori. Me ne pento con tutto il cuore, e vi chiedo misericordia e perdono. Misericordia, Gesù mio, misericordia; Maria santissima, misericordia! Fate che mediante una così grande misericordia io non pecchi più, e mediti notte e giorno le vostre pene, i vostri dolori. »

Pater noster, Ave Maria, Gloria …

V. Miserere nostri, Dòmine,

R. Miserere nostri.

Santa Madre, deh voi fate, Che le piaghe del Signore, siano impresse nel mio cuore!

Sento l’amaro pianto

Della dolente Madre

Che gira tra le squadre

In cerca del suo Bene –

– Sento l’amato Figlio

che dice: Madre addio

più forte del dolor mio

il tuo mi passa il cuore.

QUINTA STAZIONE

– Gesù è aiutato dal Cireneo –

“Qui est homo, qui non fleret, Matrem Christi si vidéret, in tanto supplicio?”

V. Adoràmus te, Christe, et benedicimus tibi.

R. Quia per sanctam Crucem tuam redemisti mundum.

In questa quinta Stazione si rappresenta il luogo ove Simone Cireneo fu obbligato a prendere la croce di Gesù. Considera che tu sei il Cireneo che porti la Croce di Cristo, o per apparenza o per forza, perché sei troppo attaccato alle comodità di questo mondo. Risvegliati per una volta e solleva il tuo Signore dal grande peso, caricandoti di buon cuore di tutti i travagli che ti vengono addosso. Metti l’intenzione di vederli soffrire non solo con pazienza, ma con rendimento di grazie al tuo Dio, che pregherai così:

« O Gesù mio, ti ringrazio delle tante e buone occasioni che mi dai di patire per te e di meritare per me. Fa’, o mio Dio, che soffrendo con pazienza ciò che ha apparenza di male, faccia acquisto di beni eterni. Se non altro, ricevi l’offerta del mio pianto qui con te, per essere fatto poi degno di venire a regnare ancora insieme a te. »

Pater noster, Ave Maria, Gloria …

V. Miserere nostri, Dòmine,

R. Miserere nostri.

Santa Madre, deh voi fate, che le piaghe del Signore, siano impresse nel mio cuore!

Se delle tue crude pene

son io, Signore, il reo,

non deve il Cireneo

la Croce tua portare. –

– S’io sol potei per tutti,

di Croce caricarti,

potrò nell’aiutarti

per uno sol bastare.

SESTA STAZIONE

– Gesù è asciugato dalla Veronica –

“Quis non posset contristàri, Christi Matrem contemplari, Doléntem cum Filio?”

V. Adoràmus te, Christe, et benedicimus tibi.

R. Quia per sanctam Crucem tuam redemisti mundum.

In questa sesta Stazione si rappresenta il luogo dove la santa Veronica asciugò con un panno il volto benedetto di Gesù. Considera in quel sudario l’estenuato sudore del tuo Gesù, e spinto dall’amore cerca di fartene un espressivo ritratto nel tuo cuore. Felice te, se vivrai con il volto del tuo Signore scolpito nel cuore! Più che fortunato, se con il Signore impresso nel cuore morirai! E per essere meritevole di un tanto bene, prega così:

«Tormentato mio Salvatore, imprimi, te ne supplico l’effige del tuo santo volto nel mio cuore, così che giorno e notte pensi sempre a te. Con la tua dolorosa passione sotto gli occhi, voglio piangere i miei peccati e con questo pane di dolore voglio nutrirmi fino alla fine, detestando sempre la mia vita cattiva. »

Pater noster, Ave Maria, Gloria …

V. Miserere nostri, Dòmine,

R. Miserere nostri.

Santa Madre, deh voi fate, che le piaghe del Signore, siano impresse nel mio cuore!

Così vago è nel tormento

Il volto del mio Bene

Che quasi a me diviene

amabile il dolore. –

– In Cielo che sarai

se in quel velo impresso,

da tante pene oppresso

spiri così dolce amore?

SETTIMA STAZIONE

– Gesù cade la seconda volta –

“Pro peccàtis suæ gentis vidit Jesum in torméntis, et flagéllis sùbditum.”

V. Adoràmus te, Christe, et benedicimus tibi.

R. Quia per sanctam Crucem tuam redemisti mundum.

Questa settima Stazione rappresenta quella porta di Gerusalemme detta « Giudiziaria » dove Gesù cadde a terra per la seconda volta. Considera il tuo Signore disteso per terra, abbattuto da dolori, calpestato dai nemici, deriso dal popolo. Pensa che la tua superbia gli ha dato la spinta per cadere, il tuo orgoglio l’ha così buttato a terra. Abbassa una volta la testa, e con dolorosa contrizione del tuo passato, proponi per il futuro di umiliarti ai piedi di tutti. Di’ al tuo Signore:

« O santissimo mio Redentore, nonostante che ti veda caduto per terra, ti confesso in questo momento come Onnipotente. Ti prego di abbassare i miei pensieri pieni di superbia, di ambizione e di stima di me stesso. Fammi camminare sempre con la testa bassa, e abbracciare con umiltà vera l’abbiezione e il disprezzo. Con umiltà vera che a te piace, potrei riuscire a sollevarti da questa dolorosa caduta. »

Pater noster, Ave Maria, Gloria …

V. Miserere nostri, Dòmine,

R. Miserere nostri.

Santa Madre, deh voi fate, che le piaghe del Signore, siano impresse nel mio cuore!

Sotto i pesanti colpi

della cattiva scorta,

un nuovo inciampo porta

a terra il mio Signore. –

– Più teneri dei cuori

siate voi duri sassi,

né più intralciate i passi

al vostro Creatore.

OTTAVA STAZIONE

– Gesù consola le donne di Gerusalemme –

“Vidit suum dulcem Natum Moriéndo desolàtum, Dum emisit spiritum.” 

V. Adoràmus te, Christe, et benedicimus tibi.

R. Quia per sanctam Crucem tuam redemisti mundum.

Questa ottava Stazione rappresenta il luogo ove Gesù incontrò e consolò le donne di Gerusalemme, afflitte e addolorate. Considera che tu hai un doppio motivo di piangere: per Gesù che patisce tanto per te, e per te stesso che non sei capace di godere se non l’offendi. Alla vista di tante pene, ancora fai il duro e non vuoi spargere lacrime di compassione. Almeno nel vedere Gesù, manifesta una così grande pietà a quelle povere donne, fatti coraggio, e tutto addolorato e compunto digli:

« Amabilissimo mio Salvatore, perché questo mio cuore non si scioglie tutto in lacrime di vero pentimento? Caro Gesù mio, ti chiedo lacrime, lacrime di dolore, lacrime di compassione. Con le lacrime agli occhi, e con il dolore nel cuore, vorrei meritare quella pietà che hai dimostrato alle povere donne. Concedimi quest’ultima consolazione: che guardato te con occhi pietosi in vita, possa sicuramente vedere te nell’ora della mia morte.

Pater noster, Ave Maria, Gloria …

V. Miserere nostri, Dòmine,

R. Miserere nostri.

Santa Madre, deh voi fate, che le piaghe del Signore, siano impresse nel mio cuore!

Figlio, non più su queste

Piaghe che porto impresse,

ma sui figli e su voi stesse

v’invito a lacrimare. –

– Tenete il vostro pianto,

o sconsolate donne,

per quando l’empia Sion

vedrete rovinare.

NONA STAZIONE

– Gesù cade la terza volta –

“Eja, Mater, fons amóris, Me sentire vim dolóris, Fac ut tecum lùgeam.”

V. Adoràmus te, Christe, et benedicimus tibi.

R. Quia per sanctam Crucem tuam redemisti mundum.

Questa nona Stazione rappresenta il luogo, ai piedi del monte Calvario, dove il buon Gesù cadde la terza volta. – Quanto fu penosa questa caduta del buon Gesù! Guarda con che rabbia quell’Agnello mansueto viene trascinato da lupi rabbiosi; guarda come lo percuotono, lo calpestano, fino a farlo macerare tutto nel fango! Maledetto peccato, che maltratta il Figlio di un Dio! Merita le tue lacrime un Dio oppresso, un Dio calpestato. Spezza il tuo cuore, e piangendo digli così:

« Onnipotente mio Dio, che con un sol dito sostieni il cielo e la terra, chi mai ti ha fatto così brutalmente cadere? Sono state le mie prolungate, ripetute iniquità. Io ti ho accresciuto tormenti a tormenti, con accumulare peccati a peccati. Ma eccomi compunto ai tuoi piedi, risoluto a farla finita. E con le lacrime e sospiri ripeto cento e mille volte: «Mai più peccare, mio Dio, mai più, mai più ».

Pater noster, Ave Maria, Gloria …

V. Miserere nostri, Dòmine,

R. Miserere nostri.

Santa Madre, deh voi fate, che le piaghe del Signore, siano impresse nel mio cuore!

L’ispido Monte guarda

il Redentor piangente,

e sa che inutilmente

per molti deve salire. –

– Quest’orribile pensiero

così forte il cuor gli tocca

che languido trabocca,

e si sente di morire.

DECIMA STAZIONE

– Gesù è spogliato delle vesti –

“Fac, ut àrdeat cor meum, in amando Christum Deum, ut sibi complàceam.”

V. Adoràmus te, Christe, et benedicimus tibi.

R. Quia per sanctam Crucem tuam redemisti mundum.

Questa decima Stazione rappresenta il luogo dove Gesù fu denudato e gli diedero da bere del fiele. Considera, anima mia, il tuo Gesù tutto lacero e ferito, mentre gli danno da bere del disgustoso e amaro fiele. Ecco come paga Gesù con la sua nudità, la tua immodestia e la tua vanità esteriore; con la sua amarezza la tua voglia di godere. Non ti muovi a pietà? Gettati ai piedi del tuo Gesù denudato, e digli così:

« Afflitto mio Gesù, che orribile contrapposto è questo? Tu sei tutto sangue, tutto piaghe, tutto amarezze; ed io tutto diletti, tutto vanità, tutto dolcezze! No, che non sto camminando bene, no! Ti prego, fammi cambiar strada, fammi cambiar vita, in modo che d’ora in poi non possa gustare altro che la santissima tua Passione, ed arrivare a godere con te le delizie del santo Paradiso. »

Pater noster, Ave Maria, Gloria …

V. Miserere nostri, Dòmine,

R. Miserere nostri.

Santa Madre, deh voi fate, che le piaghe del Signore, siano impresse nel mio cuore!

Mai l’arca del Signore

Del velo si vide senza,

ed ora nuda la Potenza

si vede e senza velo? –

– Se dell’Uomo le membra

or ricoprire non sanno,

dimmi, mio Dio che fanno

tutti gli Angeli nel Cielo?

UNDICESIMA STAZIONE

– Gesù è inchiodato sulla Croce –

“Sancta Mater, istud agas, Crucifixi fige plagas, cordi meo vàlide.”

V. Adoràmus te, Christe, et benedicimus tibi.

R. Quia per sanctam Crucem tuam redemisti mundum.

Questa undicesima Stazione rappresenta il luogo dove Gesù fu disteso ed inchiodato sulla Croce, alla presenza di sua Madre. Considera il sovrumano dolore che soffrì il buon Gesù nel sentirsi trapassare e rompere dai chiodi le vene, le ossa, i nervi e la carne tutta. Come mai non ti senti struggere di tenerezza alla vista di tante pene, che sono il riflesso delle tue ingratitudini? Almeno sfoga il dolore col pianto, così:

« Clementissimo Gesù mio Crocifisso per me, batti e ribatti questo mio duro cuore col tuo santo amore e timore. – Poiché i miei peccati furono i chiodi che crudelmente ti trafissero, fa’ sì che il mio dolore sia come un carnefice che trafigge e inchioda le mie passioni non regolate. Così, per mia buona sorte, vivendo e morendo crocifisso con te in terra, potrò venire a regnare glorioso con te. »

Pater noster, Ave Maria, Gloria …

V. Miserere nostri, Dòmine,

R. Miserere nostri.

Santa Madre, deh voi fate che le piaghe del Signore, siano impresse nel mio cuore!

Vedo sul duro tronco

disteso il mio diletto,

e il primo colpo aspetto

dell’empia crudeltà. –

– Quelle divine mani

che per il bene son fatte

ora il martello le batte

senz’ombra di pietà.

DODICESIMA STAZIONE

– Gesù muore in Croce –

“Tui Nati vulnerati, Tam dignàti prò me pati, Pœnas mecum divide.”

V. Adoràmus te, Christe, et benedicimus tibi.

R. Quia per sanctam Crucem tuam redemisti mundum.

Questa dodicesima Stazione rappresenta il luogo più adorabile del mondo intero, dove fu piantata la croce, con sopra Gesù crocifisso. – Alza gli occhi, e guarda l’amatissimo Gesù che pende da tre chiodi, guarda il suo Volto divino moribondo, osserva come prega per chi l’offende, dona il Paradiso a chi lo chiede, affida la Madre a Giovanni, raccomanda al Padre la sua anima, e poi muore chinando la testa. Dunque, è morto il Figlio di Dio. È morto in Croce per me? E tu che fai? Vedi di non partire di qua se non pentito e compunto; e abbracciato alla Croce di Gesù digli così:

« Mio amato Redentore, io lo so, e lo confesso, che i miei peccati sono stati i carnefici più spietati, e che ti hanno tolta la vita. Non merito il perdono, perché sono io quel traditore che ti ha crocifisso. Ma l’anima mia si consola nell’ascoltarti pregare per i tuoi carnefici. Eccomi se così è, eccomi pronto a perdonare chiunque mi offenda; sì, mio Dio, per amore tuo perdono tutti, abbraccio tutti, desidero il bene di tutti. Anch’io spero sentirmi dire da te: “Oggi sarai con me in Paradiso!”. Amen. »

Pater noster, Ave Maria, Gloria …

V. Miserere nostri, Dòmine,

R. Miserere nostri.

Santa Madre, deh voi fate che le piaghe del Signore, siano impresse nel mio cuore!

Veder l’orrenda morte

Del suo Signor non vuole,

così si copre il sole

e mostra il suo dolore. –

– Trema commosso il mondo,

il sacro velo si spezza

piangono con tenerezza

i duri sassi ancora.

TREDICESIMA STAZIONE

– Gesù deposto dalla Croce –

“Fac me tecum pie flere, Crucifixo condolére, donec ego vixero.”

V. Adoràmus te, Christe, et benedicimus tibi.

R. Quia per sanctam Crucem tuam redemisti mundum.

Questa tredicesima Stazione rappresenta il luogo dove Gesù fu deposto dalla Croce in grembo a sua Madre. Considera quale spada di dolore trapassò il cuore della sconsolata Signora quando ricevette fra le braccia suo Figlio morto. Alla vista di tante ferite si rinnovarono in lei tutti gli spasimi del suo tenero cuore. Ma la spada più acuta che la trafisse è stato il peccato; il peccato ha tolto la vita al suo caro Figlio. Piangi dunque il maledetto peccato, e mescolando le lacrime con quelle di una Madre addolorata, dille:

« O Regina dei martiri, fammi capace di capire e compatire insieme le tue pene, ed averle sempre presenti nel mio cuore. Fa’, o gran Signora, che giorno e notte pianga tante mie enormi colpe che ti procurarono tanta sofferenza. Piangendo, amando e sperando, voglio morire con te, per vivere eternamente con te.

Pater noster, Ave Maria, Gloria …

V. Miserere nostri, Dòmine,

R. Miserere nostri.

Santa Madre, deh voi fate che le piaghe del Signore, siano impresse nel mio cuore!

Tolto di Croce il Figlio

le materne braccia stende

l’afflitta Madre e prende

nel grembo il morto bene. –

– Versa con gli occhi il cuore

in lacrime disciolto,

bacia quel freddo volto

e se lo stringe al seno.

QUATTORDICESIMA STAZIONE

– Gesù è posto nel Sepolcro –

“Quando corpus moriétur, Fac, ut ànimæ donétur, Paradisi glòria. Amen.”

V. Adoràmus te, Christe, et benedicimus tibi.

R. Quia per sanctam Crucem tuam redemisti mundum.

In questa ultima Stazione si rappresenta il Sepolcro, dove fu posto il corpo morto del santo Redentore. – Considera quali furono i pianti di Giovanni, della Maddalena, delle Marie e di tutti i seguaci di Cristo quando lo chiusero in quel Sepolcro. Considera la desolazione del cuore addolorato di Maria nel vedersi privata del suo amato Figlio. Alla vista di tante lacrime dovresti finalmente trovare la spinta per vergognarti di aver manifestato così poco sentimento di pietà, durante questo santo viaggio. Muoviti e bacia la pietra che ricopre la tomba, fa’ uno sforzo grande per lasciar là il tuo cuore, e prega il tuo defunto Signore: « Pietosissimo Gesù mio, che per solo mio amore hai voluto compiere un viaggio tanto doloroso, ti adoro defunto e rinchiuso nel santo Sepolcro. Ma ti vorrei anche rinchiuso nel mio povero cuore, unito a te, per risorgere ad una nuova vita. Con viva fede, con ferma speranza, con amore ardente, potrò morire con te, morire per te,  per  vivere con te per tutti i secoli dei secoli. Amen. »

Pater noster, Ave Maria, Gloria …

V. Miserere nostri, Dòmine,

R. Miserere nostri.

Santa Madre, deh voi fate che le piaghe del Signore, siano impresse nel mio cuore!

Tomba che chiudi dentro

Il mio Signor già morto,

finché non sarà risorto

non partirò da te. –

– Alla spietata morte

allora dirò con gioia:

dov’e la tua vittoria

il tuo potere dov’è?

V. Salva nos Christe Salvator.

R. Qui salvasti Petrum in Mari, mìserére nobis.

Oremus

Deus, qui nos inclita Passione Filii tui per viam Crucis ad œtérnam Gloria pervenire docuisti: concede propitius; ut, quem piis ad Calvàriœ locum sociàmus afféctibus, in suis étiam triùmphis perpetim subsequàmur. Qui tecum vivit et regnat in sæcula sæculórum. Amen.

V. Divinum auxilium maneat sempre vobiscum.

R. Amen.

DEVOZIONE AL CUORE DI GESÙ (7) modello di mansuetudine.

DEVOZIONE AL CUORE DI GESÙ (7)

[A. Carmignola, IL SACRO CUORE DI GESÙ, S.E.I. Ed. Torino, 1920 – Disc. VII]

Il Sacro Cuore di Gesù modello di mansuetudine.

Il divin Redentore, venuto sulla terra ad operare la nostra salvezza, si fece pure il nostro Maestro. Per quattromila anni il mondo, errando tra le tenebre dell’errore e dell’ignoranza, sospirò che venisse un Dottore celeste, che lo rimettesse sul retto sentiero. Ma giunta quell’epoca, che a Dio parve opportuna, e che S. Paolo chiama « la pienezza dei tempi, » il Maestro sospirato comparve fra gli uomini e levò cattedra di verità. Ma a differenza della sapienza dell’uomo, che non insegna che con le parole, Gesù Cristo, la Sapienza di Dio, ci ha ammaestrati anche con i fatti. No, Egli non si contentò di dare agli uomini delle sublimi lezioni, ma più ancora volle confermarle col suo esempio, cominciando anzitutto a fare, come nota S. Luca, e poi ad insegnare: cœpit Jesus facere ed docere. (Act. I, 1) Cosicché ben a ragione Gesù Cristo dicendo: « Io sono la luce del mondo, » poté soggiungere: « E chi tien dietro a me, seguendo i miei esempi, non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce, che guida alla vita eterna; » qui sequitur me non ambulat in tenebris, sed habebit lumen vitæ. (Io. VIII, 12) Sì, o miei cari, Gesù Cristo, nel tempo stesso che ci apprende tutte le più belle virtù, ne è pure il perfettissimo modello, e lo è nel suo Sacratissimo Cuore. E noi per tal guisa siamo in dovere di imitarlo, che qualora non lo imitassimo, indarno ci vanteremmo cristiani, più indarno ancora di voti del suo Sacro Cuore, e falsamente crederemmo di salvarci. Ma sebbene Gesù Cristo sia il modello perfettissimo di ogni virtù, e in tutte dobbiamo studiarci di invitarlo, è certo che ve ne hanno di quelle, che parvero essere state da Lui predilette, e la cui imitazione esige da noi un maggior impegno. Ed in vero, sebbene additandoci il suo Cuore Sacratissimo avrebbe potuto dirci: Imparate da me, che sono caritatevole, che sono paziente, che sono obbediente, che sono casto, che sono adorno di ogni virtù; disse invece: Discite a me, quia mitis sum et humilis corde. (MATTH. XI, 29) Ora, che vuol dir ciò? Senza dubbio Gesù Cristo, essendo la divina Sapienza incarnata, non ha mai né parlato né operato senza infinita sapienza. Epperò essendosi egli compiaciuto di far spiccare nel suo Sacro Cuore le virtù della mansuetudine e dell’umiltà, e avendoci ordinato particolarmente di imitarlo in esse, è segno evidente, che di esse abbiamo un bisogno tutto speciale. Pertanto a raggiungere il terzo fine della divozione al S. Cuore, cioè la sua imitazione, in quel modo che a Lui piace maggiormente, conviene che noi ci facciamo a riconoscere il pregio di queste due virtù, della mansuetudine e della umiltà, e gli esempi ammirabili che di esse ci ha dato il Sacratissimo Cuore. E cominciando oggi dalla prima, vediamo quanto sia importante la mansuetudine e quale modello ne sia il Sacro Cuore.

I. — Quanto sia importante la virtù della mansuetudine non torna difficile il riconoscerlo. A questa virtù, secondo che insegna S. Tommaso, appartiene il comprimere l’ira, che viene provocata dalle cose contrarie e specialmente dagli affronti, e l’impedirne la vendetta, a cui sempre agogna questa fosca passione. Ora chi non sa come l’ira, che pur troppo predomina nella maggior parte degli uomini, sia un gran male ed anzi causa di molti altri gravissimi mali? Vi ha, è vero, una ira santa, eccitata dal giusto zelo, e che ci fa riprendere con forza chi non poté esser vinto dalla nostra mansuetudine: tale è la collera di un padre alla vista dei disordini commessi da un suo figlio, la collera di un maestro alla vista dell’indisciplinatezza ed infingardaggine di un discepolo, la collera di un padrone alla vista dell’inoperosità ed infedeltà di un suo servo, l a collera di un re alla vista delle offese fatte alla sua maestà da un suo suddito. Ed ecco perché il reale salmista ha detto: Adiratevi, ma senza peccato : irascimini et nolite peccare; (Ps. IV, 5) ecco perchè il divin Redentore istesso nel suo Vangelo ci mette innanzi l’esempio di padri di famiglia, di padroni, di sovrani che vanno in collera e puniscono severamente e senza remissione. Ecco perché lo stesso Gesù Cristo fu acceso da questo santo sdegno, quando cacciò dal tempio i profanatori, che ne violavano la santità, e quando vedendo i Farisei a malignare di continuo contro le sue parole e le sue opere e soprattutto ad ingannare con le loro ipocrite apparenze il povero popolo, inveì contro di essi affine di smascherare i loro iniqui intendimenti. Ma ben diversa è l’ira che nasce in noi da cattivo principio, dal nostro egoismo in qualche modo contrariato e ferito. Ancorché si coprisse col manto dello zelo e dell’amore della verità e della giustizia, non è buona giammai, come dice san Giacomo, a far l’uomo giusto: ira enim viri justitiam Dei non operatur, (IAC. I, 20) anzi lo precipita in molti mali. Di fatti per essa viene anzitutto turbato gravemente lo stesso esteriore dell’uomo, che vi si abbandona. Osservate, dicono S. Gregorio e S. Giovanni Crisostomo, osservate un uomo sorpreso dalla collera: gli palpita il cuore nel petto e gli trema il corpo da capo a piè; gli si gonfiano le gote, agita scompostamente le mani, pesta coi piedi, si dimena nella persona, getta fuoco dal volto e scintille dagli occhi: quasi più non vede, e se guarda, non conosce neppure le persone a lui note, la lingua gli si confonde e manda piuttosto clamori da bestia, che parole da uomo: sicché egli stesso non sa più quel che si dica e quel che si faccia, ed è divenuto simile ad un bruto privo della ragione. Ma il peggio si è che per l’ira, nell’uomo che vi si abbandona vien rovinata l’anima per i tanti peccati che essa produce. Ed invero l’uomo che si lascia dominare dall’ira perde ogni pazienza, ogni prudenza, ogni carità ed ogni giustizia; si abbandona alle ingiurie, alle maldicenze ed alle calunnie, manda imprecazioni e bestemmie, giura odio e vendetta, trascorre agli oltraggi, alle violenze, alle battiture, alle ferite e quasi più non v’ha alcunché di crudele e di inumano, che nell’impeto della sua passione egli non osi intraprendere. Guardate quei due uomini, che si allontanano dalla città, e chieggono alla foresta un misterioso e funesto ritiro. Eccoli in mezzo al bosco, hanno in mano uno strumento di morte, si scagliano l’un contro l’altro con implacabile furore. Uno d’essi vacilla, cade, e forse muore sul colpo, nell’atto medesimo del più barbaro e più inesplicabile delitto. E qual è mai l’origine di così frequenti duelli, di tante risse, di tanti ferimenti, di tanti omicidii, se non una qualche ingiuria pronunziata in un momento di collera o di astio, un risentimento dell’amor proprio ferito, uno sfogo d’ira? Ecco adunque i funesti effetti di sì terribile passione! – Ma anche allora che non conduce a tali eccessi, è tuttavia mai sempre di gravissimo danno ad un’anima cristiana, perché le tornerà di impedimento gravissimo ad unirsi a Dio nella preghiera ed a ricevere da Lui gl’influssi della sua grazia. E questa verità la fece intendere il Signore stesso con bella figura al profeta Elia. Perciocché volendo egli parlare a questo profeta, mentre stava in una spelonca del monte Oreb, chiamatolo fuori, mandò innanzi a sé un vento grande da sciorre i monti e spezzar le pietre, e dopo il vento un terremoto, e un fuoco; ma né gli parlò dopo il vento, né dopo il terremoto, né dopo il fuoco: non in commotione Dominus; gli parlò allora soltanto che a tutti quei grandi commovimenti successe lo spirare di un’aura leggera. Per tal guisa adunque, come notano i sacri Dottori, Iddio fece intendere, che anche con gli uomini di pietà Egli non si mette in comunicazione, vale a dire anche ad essi nega gli aiuti salutari della sua grazia, se sono facili ad inquietarsi e ad incollerire, e ciò anzitutto perché chi è facile all’ira, per quanto sia frequente alle chiese ed agli esercizi di pietà, non potrà mai col cuore agitato e sconvolto compiere tali opere se non esteriormente ed ipocritamente, e poscia perché parlando in cuor suo la passione, non lascerà che vi penetri a parlare e ad operare la grazia del Signore. Ora, o miei cari, se è vero che l’ira giunge talvolta ad impedire ed estinguere il lume della ragione, tramutando, l’uomo in un bruto selvaggio ed irragionevole, e che ad ogni modo ci sottrae agl’influssi benefici della grazia di Dio, chi non vede l’importanza suprema, anzi la necessità che tutti abbiamo di acquistare la mansuetudine, a cui spetta di frenare l’ira, di soggiogare in noi qualsiasi risentimento di odio e di vendetta e di farci usar dolcezza? E poiché si tratta di una virtù così importante e necessaria, poteva essere che Gesù Cristo, venuto in sulla terra a farsi il nostro maestro e modello non ce la predicasse e inculcasse con tutto lo zelo? E primieramente ce la predicò e inculcò come maestro. Ciò fece quando egli proclamò beati i miti, beati i pacifici; quando comandò di perdonare, e non sette volte, ma settanta volte sette, vale a dire un numero indefinito di volte; quando ci invitò a presentare la guancia sinistra a chi ci percuotesse la destra; ciò fece quando ne insegnò ad amare persino i nostri nemici, a rendere loro bene per male, a pregare per essi, e a dire al Padre celeste: Perdona a noi le nostre offese, come noi le perdoniamo ai nostri offensori; quando ci disse di non fare agli altri ciò che non vogliamo dagli altri sia fatto a noi; quando ci esortò a prendere norma nella nostra condotta dal suo stesso divin Padre, che fa levare il sole sopra i buoni e sopra i cattivi, e manda la pioggia per i giusti e per gl’iniqui. Ma non pago di ciò, all’insegnamento volle aggiungere il più ammirabile esempio, e l’esempio del suo Cuore Sacratissimo, affine di poter dire: Imparate ad essere miti non solo dalle mie lezioni, ma più ancora dagli esempi, anzi dal carattere istesso del mio Cuore: Discite a ine quia mitis sum corde.

II. Ed oh, chi potrà degnamente rappresentare la mitezza ammirabile che in tutta la vita dimostrò Gesù Cristo dal suo primo entrare nel mondo sino al suo ultimo uscirne per risalire al cielo? Nell’antica legge, Dio, facendo talora qualche manifestazione di sé, adoperava tale maestà e tale sfoggio di potenza, da incutere negli uomini il più grande terrore, sì che veniva chiamato il Dio degli eserciti, il Dio terribile, il Dio delle vendette! Ma nella legge nuova ben diversamente si manifesta il Dio della bontà, della dolcezza, della mansuetudine. L’apostolo S. Paolo volendo fra le virtù di Gesù Cristo nominarne una, che fosse come il carattere distintivo di Lui, non menzionò né la povertà, né la obbedienza, né l’umiltà, né la carità, né lo zelo, né alcun’altra delle tante eccelse virtù, che lo adornano, ma bensì la mansuetudine, e per essa si diede a pregare i Corinti: Obsecro vos per mansuetudinem… Christi. (II Cor. x, 1) Così pure il principe degli apostoli, S. Pietro, invitando i Cristiani a prendere esempio da Gesù Cristo, mette loro dinnanzi quello della sua mansuetudine, come l’esempio dato da Lui in modo sopra ogni altro eccellente: « Gesù Cristo, egli dice, ha patito per noi lasciandoci il suo esempio, perché lo imitiamo, e l’esempio è questo che essendo Egli maledetto, non malediceva; essendo strapazzato non minacciava, ma si rimetteva nelle mani di chi ingiustamente lo giudicava. » ( I Pet. II, 23) E come re rivestito particolarmente di mansuetudine lo avevano pure annunziato i profeti: « Ecco, essi dissero, che il vostro re sen vien mansueto… egli non contenderà, né leverà la voce; né spezzerà la canna già rotta a mezzo, né spegnerà il lucignolo fumigante. » (MATT. XXII, 5-12, 19- 20) E quando Gesù uscito dal deserto, dava principio alla sua vita pubblica, S. Giovanni, il Precursore, lo additava al mondo siccome agnello per mansuetudine, dicendo: Ecce agnus Dei; (Io. I, 29) ecco l’agnello di Dio! E d oh, quante altissime prove di tale virtù diede il Cuore Sacratissimo di Gesù Cristo! Egli incomincia a introdursi nel mondo nella forma più mite, più dolce, più soave, più benigna che possa, tanto che l’Apostolo Paolo nel considerare tutto ciò, pieno d’entusiasmo esclama: Apparuit benignitas, et humanitas Salvatoris nostri Dei: è apparsa la benignità e la mitezza del salvatore nostro. (Tit. III, 4) No, non è sotto l’aspetto di un grande conquistatore, di un sovrano potente e fiero, di un duro e terribile dominatore che Ei viene al mondo, ma sotto l’aspetto e nella forma di tenero, di amabile bambino, anzi di bambino sofferente come tutti gli altri bambini, avendo voluto nascere in tutto e per tutto somigliante a noi, fuorché nel peccato; anzi anche più sofferente degli altri, avendo voluto nascere in una stalla, essere involto in poveri panni ed essere posto a giacere su povera paglia. Ma è bensì vero che avendo preso una forma tanto mite ei non lascia di essere Dio, e che però quando il voglia, Egli che ha in suo potere i fulmini del cielo, non possa scagliarli adirato contro chi ardisce insolentire contro di Lui o pensare solo di recargli danno! Or dunque benché ancor tenero bambino, giacente entro la culla di un povero presepio, ai fulmini dia pur mano, perciocché un re geloso e barbaro lo cerca a morte, e scagliandoli terribilmente contro di lui se lo tolga d’impaccio. E non ha Egli come Dio non solo il potere, ma il diritto di farlo? Sì, senza alcun dubbio, ma Gesù Bambino già fin dalla culla vuol darci un grande esempio di mitezza; epperò mentre Erode pieno di collera inferocisce con le daghe dei suoi satelliti sopra i teneri bambini di Betlemme e dei dintorni, spargendo il loro sangue innocente e riempiendo di terrore e di dolore i cuori delle loro desolate madri, Gesù Bambino, mite sino all’estremo, tanto mite da sembrare debole e impotente, fugge in lontano paese e là rimane sempre nell’esercizio della più ammirabile mitezza sino a che il barbaro Erode è morto. Ah! Gesù, Gesù caro, quanto hai ragione dallo stesso primo principio di tua vita di volgerti a noi per dirci: Imparate da me che sono mansueto ed umile di cuore: Discite a me, quia mitis sum corde! Ma se tale è il principio, quale sarà il mezzo e il fine? Eccolo Gesù benedetto, dopo trent’anni passati nella oscurità della bottega di Nazaret, esercitando sempre con Maria e con Giuseppe la massima mitezza che possa avere un figliuolo col suo padre e con la sua madre, esce in pubblico a predicare la sua celeste dottrina; e quale sarà mai la calamita che Egli adopera per guadagnarsi il cuore degli uomini, per trarli a sé, e farsene dei seguaci? La mitezza. Un giorno stando Egli nel tempio ad istruire con tutta bontà i Giudei ed a provare ai medesimi la divinità della sua dottrina, quegli empi ed ingrati interrompendolo gli dissero che era un indemoniato. Ma Gesù a tanto insulto non disse una parola, e quasi gli avessero fatto una lode, seguitò ad istruirli. Un altro giorno due dei suoi discepoli trasportati da zelo indiscreto, perché il paese di Samaria avesse ricusato di riceverlo, lo eccitavano a farvi scendere sopra il fuoco dal cielo. Ed egli allora rimproverandoli rispose: « Voi non sapete a quale spirito apparteniate. Il mio spirito è spirito di mansuetudine, di dolcezza e di amore. Io non sono venuto in terra per perdere gli uomini, ma per salvarli. » Quasi sempre è circondato da gente invidiosa della sua gloria, e chi scredita i suoi miracoli come prestigi infernali, e chi taccia le sue dottrine come arti maliziose per sedurre la plebe incauta, e chi lo calunnia come uomo ambizioso, avido di farsi re, e chi lo perseguita con le pietre alla mano, e chi tenta di precipitarlo dall’erta cima di un monte, e con tutto ciò Gesù Cristo perdona. Quale indulgenza poi ed amorevolezza non usò egli mai con gli Apostoli, così rozzi e difettosi, così materiali e terreni? Più che da maestro egli trattavali da padre, istruendoli con somma pazienza, correggendoli con infinita bontà, sopportandoli con mansuetudine inalterabile. E con gli stessi Farisei, benché sembrasse sdegnarsi contro di loro, tuttavia Egli non fece altro mai che inveire contro i loro vizi, perché il popolo non restasse ingannato dalla loro ipocrisia; ma anche nel fare ciò adoperò sempre una grande mansuetudine e carità, astenendosi dal castigarli come meritavano, e cercando di rialzarli dai loro peccati e trarli a salvamento. Ma dove la mansuetudine del Sacratissimo Onore di Gesù risplende più luminosamente, si è nel tempo della sua passione, tra le contraddizioni, tra le tante accuse e calunnie, tra i tanti improperi e tormenti, di cui fu fatto bersaglio da parte de’ suoi feroci nemici. Un perfido discepolo lo tradisce e lo vende. Gesù sa tutto, il suo Cuore ne geme altamente, tuttavia ammette quell’ingrato alla sua mensa, lo ammonisce con inaudita benignità sino a lavargli i piedi, a ricevere il bacio da traditore e a dargli il dolce nome di amico. Le schiere degli sgherri al segno di Giuda son lì a mettere le mani addosso a Gesù, e Pietro, indignato, trae fuori dal fodero la spada e taglia un orecchio ad un servo del gran sacerdote. Ma il Salvatore riprende Pietro dolcemente, dicendogli : « Riponi la spada al suo luogo, perché chi ferisce di spada, di spada perirà; » e subito guarisce l’orecchio a Malco. Agli insulti di cui lo ricopre la vil plebaglia, non oppone che il silenzio. Quando un servo di Caifa osa dargli uno schiaffò, egli non dice altro: « Se ho parlato male, fammelo conoscere: se ho parlato bene, perché mi percuoti? ». Pietro stesso lo rinnega per ben tre volte, e Gesù lungi dallo sdegnarsene, gli volge uno sguardo di tanta tenerezza, che gli trafigge il cuore, lo fa disciogliere in lagrime e lo converte. Ma eccolo il povero Gesù nelle mani de’ suoi nemici, che acciecati da diabolica rabbia gli si avventano contro a farne il più orrido scempio. Ed Egli, a guisa di innocente agnello, che se ne sta muto e senza aprir bocca sotto il ferro di chi lo tosa, piega le spalle ai flagelli, china la testa alle spine, porge le mani e i piedi ai chiodi, si lascia straziare le carni di dosso senza dare un sospiro di sdegno, senza proferire una parola di lamento, senza rivolgere un rimprovero: Quasi agnus coram tondente se obmutescet, et non aperiet os suum. (Is. LII, 7). Finalmente che cosa fa sulla croce? Oh Cuore pieno di mansuetudine veramente infinita! Quando i protervi suoi nemici, non ancor sazi delle crudeltà usate verso di Lui, si fanno ancora a lanciargli gli ultimi e più velenosi insulti, in quei momenti estremi della sua vita, Egli che pur potrebbe far scendere dal cielo un fulmine ad incenerirli, non fa altro che sollevare lo sguardo al cielo per indirizzare al suo Divin Padre il motto più sublime di mansuetudine, che mai sia stato pronunziato: Padre, perdona a loro, perché non sanno quel che si facciano. Eppure ciò non è ancora tutto, perciocché alle tante freddezze, ai tanti abbandoni, ai tanti insulti, che continua purtroppo a ricevere anche oggidì, massime nel S. S. Sacramento dell’altare, non risponde Egli che con la mansuetudine e con il perdono. Oh si esalti pure fin che si voglia la mansuetudine di uomini illustri sotto le diverse forme, in cui essa si mostra, di clemenza, di compassione e di dolcezza! si ammiri pure la mitezza di Socrate di fronte alle stranezze della sua moglie bisbetica; si lodi la bontà di Filippo il Macedone, che ad un soldato mormorante dietro alla sua tenda non disse altro che di allontanarsi; si celebri la condotta di Alessandro verso il suo medico Filippo, verso la moglie di Dario e verso i mutilati prigionieri di Persepoli; si canti la clemenza di Scipione e di Tito; tutto ciò è meno che nulla appetto alla mansuetudine incomparabile, di cui Gesù Cristo nel suo Sacratissimo Cuore ci ha dato esempio. – Ma questo ammirabile esempio che ci ha dato Gesù Cristo ce lo ha dato propriamente, perché noi lo avessimo ad imitare. Di fatti Egli nel dire: Imparate da me, che sono mite di cuore, non intese soltanto di farci un’esortazione, di darci un consiglio, ma intese di imporcene un assoluto comando. Fu lo stesso che dirci: « Io voglio che anche voi abbiate un cuore di colomba, senza fiele, senza sdegno, senza amarezza, simile al mio; voglio che anche voi contrariati non vi abbiate ad offendere, offesi abbiate tosto a perdonare, e non mai abbiate a nutrire i n cuor vostro sentimenti di odio, pensieri di vendetta; voglio che siate sempre dolci, affabili, amorevoli con tutti, anche con quelli che non vi trattano bene, che vi riescono molesti, che si lasciano andare ad ingiurie, ad insulti, a disprezzi contro di voi, anche con quelli che arrivassero a tale, dopo che voi li avete beneficati in mille guise, da ripagarvi con la più nera ingratitudine, da oltraggiarvi, da vilipendervi, da maltrattarvi. » Or chi sarà che, intendendo di essere vero Cristiano e devoto del S. Cuore di Gesù, non si studi col massimo impegno per adempiere questo suo volere ed imitarlo nella mitezza! Certa gente di questo mondo, ben si capisce, chiama stupidi e buoni a nulla coloro che sono miti e tollerano perciò senza risentimento e vendetta di essere contrariati e offesi; certa gente bolla nientemeno che col titolo di vigliacco chi non si fa a vendicare qualche danno ricevuto; che anzi arriva al punto da credere che sia indispensabile a certe offese rispondere con l’odio feroce e col misfatto! Ma se noi seguissimo le bestemmie e le assurdità del mondo, saremmo ancora di Gesù Cristo? Conviene adunque, o miei cari, per venire alla pratica, che ci andiamo seriamente abituando a dominare i moti dell’ira, a resistere ai suoi primi assalti ed a soffocarli con prontezza. Conviene che, qualora il nostro animo fosse alterato, vegliamo sulle nostre parole, poniamo anzi alla nostra bocca una prudente custodia per impedire, che ne escano fuori espressioni di lamento, di sdegno e di acrimonia. Conviene che ci studiamo di prevedere le occasioni di risentimento, che durante la giornata, ci potrebbero capitare, o per schivarle, se ci è possibile, o per prepararvi l’animo a soffrirle mansuetamente. Conviene infine che, quand’anche ci fossimo risentiti od offesi, non appena ce ne avvediamo, deponiamo tosto ogni astio dal cuore, praticando l’avvertimento di San Paolo: Il sole non tramonti sulla nostra collera : sol non occidat super iracundiam vestram. (Eph. IV, 26). Così appunto si regolò mai sempre quel Santo, che avendo ricopiato in modo singolarissimo la mitezza del Cuore di Gesù, fu chiamato un’immagine viva della bontà di Lui, voglio dire S. Francesco di Sales. Benché da natura egli avesse avuto un carattere focoso, tuttavia divenne il santo della dolcezza, facendo a se stesso una continua violenza. E tale e tanta fu questa violenza, che dopo morte, a cagione di essa gli si trovò il fiele indurito come la pietra. La sua santa vita essendo spina negli ocelli a uomini tristi, vi fu tra di essi, chi sparse contro di lui scritti velenosi per infamarlo, chi entrò nella sua stessa camera a caricarlo di vituperi, chi per molte notti andò a fare strepito sotto alle sue finestre, lanciando sassi contro la sua casa insieme con le più basse ingiurie, chi giunse persino ad insultarlo in chiesa in mezzo alle pompe dei riti solenni, e chi con mano sacrilega sulla pubblica strada gli sparò addosso un’arma da fuoco per dargli la morte. Ma egli, mansueto sempre, non aperse mai la bocca contro i suoi offensori; anzi nel ritrovarli stendeva loro le braccia per stringerli al seno; nel sapere che vi era chi voleva dar querela contro di loro, lo impediva con sollecitudine, e quando ciò non gli era riuscito, intercedeva con tale istanza presso il sovrano in loro pro, che li scampava dal meritato castigo, e finiva per protestare che quand’anche taluno gli avesse cavato un occhio, non avrebbe tralasciato di guardarlo amorosamente con l’altro. Che più? Una scellerata donna con la più nera calunnia lo fece autore di una brutta lettera, la quale, correndo per il pubblico di Annecy, lo fece inorridire. Ma S. Francesco di Sales che fece? Ritraendo sempre in sé la mansuetudine di Gesù che trattato da Erode come pazzo, se ne stette muto, non prese in nessuna guisa a far le sue ragioni per discolparsi, ma per ben tre anni durò sotto il peso di quella terribile imputazione, finché piacque a Dio stesso di far palese la sua innocenza. E a chi gli faceva premura di vendicare il suo onore, perché lo richiedeva il suo grado di Vescovo, rispondeva: « Iddio sa Egli di qual onore abbisogni, ed Egli ne avrà la cura; io dormo sicuro in braccio alla sua Provvidenza. » Ecco sino a qual punto questo gran Santo si fece ad imitare la mansuetudine del Cuore Sacratissimo di Gesù. Ma se noi non ci sentiremo l’animo di arrivare a tanto, dobbiamo nondimeno studiarci ancor noi di imitarla e praticarla quanto più ci è possibile.

III. — E a tal fine, o carissimi, ci gioveranno assai efficacemente questi tre mezzi. Il primo: Combattere la causa principale dei risentimenti della collera, vale a dire l’orgoglio. E non è forse per l’orgoglio, per la falsa stima, che abbiamo di noi, che tanto facilmente alla più piccola contrarietà, alla più leggiera ingiuria altamente ci offendiamo, e montiamo in ira, e fomentiamo odi e rancori? Se adunque vogliamo impedire in noi le vampe della collera, gettiamo acqua sul fuoco della superbia, e quest’acqua salutare sia la considerazione frequente del nostro nulla, anzi il riconoscimento sincero della nostra miseria e della nostra colpevolezza al cospetto di Dio. Così facevano gli stessi Santi, i quali, benché facessero una vita esemplare e così differente dalla nostra, pure si chiamavano e si riconoscevano, non per esagerazione, ma con vero sentimento, miseri peccatori, epperò degni di ogni insulto e cattivo trattamento. E con tali sentimenti nell’animo un S. Francesco di Assisi, un S. Ignazio di Loyola, un S. Francesco Borgia, un S. Pasquale Baylon, un S. Giovanni della Croce, una S. Teresa di Gesù, una S. Maddalena de’ Pazzi, un S. Benedetto Giuseppe Labre, e mille e mille altri, emuli degli Apostoli, che se ne andavano gaudenti dal cospetto del Concilio di Gerusalemme, perché ivi erano stati fatti degni di patire disprezzi per il nome di Gesù, non solo sopportavano in pace gli insulti, che talora venivano fatti loro casualmente, ma con ammirabile eroismo ne andavano ancora essi medesimi in cerca, e secondo l’ammaestramento di Gesù Cristo si stimavano beati, se venivano ad essere maledetti e crudelmente perseguitati. Tant’è: chi si umilia a conoscersi sinceramente misero peccatore non può far a meno di esercitare la mansuetudine. E qua! reo vi è mai, che condannato per i suoi delittti a morire sopra d’un palco infame, non cambierebbe tanta ignominia con l’affronto di una guanciata per mano di un suo nemico! E così qual Cristiano vi sarà mai che considerando di essere per i suoi peccati meritevole di morte eterna, e degno di essere tormentato per sempre dai demoni dell’inferno, non si umili ad accettare una parola offensiva, un fatto oltraggioso, e ben anche una persecuzione maligna? Nessuno, risponde S. Bernardo, perché dalla cognizione delle proprie colpe e dal dispiacere delle medesime ne risulterà una mansuetudine ammirabile, anzi una magnanimità, che non si sbigottirà neppure pel ruggito di fiero leone. – Il secondo mezzo sarà: Ricordare sovente, e quanto più è possibile nel momento stesso, in cui l’animo sta per risentirsi, l’esempio di nostro Signor Gesù Cristo. Diceva S. Giovanni Crisostomo, che per placare un cuore, benché mille volte sdegnato, basterebbe tener innanzi agli occhi gli esempi di mansuetudine, che ci diede il santo re Davide. Ora se, al dire di tanto dottore, l’esempio di mansuetudine di un uomo simile a noi, e che tollerò delle ingiurie, ma non per noi, può bastare a spegnere nel nostro animo la fiamma dello sdegno, quale forza non dovrà avere l’esempio del Re del cielo, che sopportò con indicibile mansuetudine tanti affronti, e li sopportò per nostro amore? E vi sarà un cuore sì aspro e sì crudo che vedendo il Cuore di Gesù Cristo così quieto e sereno tra mille ingiurie, tra mille scherni, tra mille battiture, tra mille vergognosissimi obbrobrii, non si mansuefaccia e non deponga tosto ogni iracondia? Oh! non ha bastato talora il solo suo nome a calmare gli sdegni più accesi, a togliere gli odi più profondi? È il Venerdì Santo, e al di là degli spaldi della vaga Firenze batte la campagna un cavaliere. La fronte corrugata rivela un feroce pensiero, una impresa di sangue. Gli hanno ucciso i l fratello e non gli pare goder pace, fino a che nel sangue dell’uccisore non avrà lavato l’onta patita d alla famiglia. Ma ecco, ad uno svolto di strada, ecco dinanzi il ricercato nemico solo ed inerme. A tale vista la mano del guerriero corre al pomo della spada, gli occhi scintillano come quei della tigre, manda un ruggito di gioia, già levato il ferro deliba tutta la voluttà della vendetta, che farà il misero, che gli sta dinnanzi! È l’ora solenne, che segna la morte di Gesù, di quel Gesù, che moriva perdonando ai suoi nemici. E il misero si butta in ginocchio e a nome di Gesù chiede perdono. Miei cari! Il nome di Gesù Crocifisso opera un magico incanto. La passione dell’odio è cangiata d’un tratto nella passione dell’amore. Il cavaliere con le lagrime agli occhi perdona e stringe al seno il suo nemico: quindi appende all’altare del Crocifisso la spada della vendetta e, vestita la tonaca, Giov. Gualberto si fa santo. Finalmente, o carissimi, perché nel dominare noi stessi si tratta, non lo nego, di cosa assai ardua, a cui non potremmo giungere con le nostre deboli forze, imploriamo sovente con la preghiera l’aiuto dello stesso Sacratissimo Cuore di Gesù. Quando gli Apostoli nel traversare su fragile nave il mare di Galilea, sollevatasi una gran tempesta, correvano pericolo di affogare, ricorsero tosto a Gesù Cristo, gridando: Ah Signore, salvaci, che periamo. E Gesù si levò e comandò al vento di cessare e si fece tranquillità grande. Così farà con noi il Sacratissimo Cuore, se in mezzo alle tempeste della collera, che possono assalire il cuor nostro, ci volgeremo, fidenti a Lui per aiuto. Egli, che altro non desidera se non che il cuor nostro si faccia simile al suo, ci sarà largo della sua grazia, ed a poco a poco riusciremo ancor noi ad avere mai sempre nell’anima nostra una grande tranquillità. – Animo adunque, o miei cari: nella imitazione della mansuetudine del Cuore di Gesù, ricaveremo un triplice vantaggio. Gesù Cristo ha detto: «Beati i mansueti, perché essi possederanno la terra; » (MATT. V, 4) e così sarà realmente. Nella mansuetudine noi possederemo anzi tutto la terra dei nostri cuori, divenendo veri padroni di noi medesimi, della nostra passione, in quelle stesse circostanze, in cui ciò torna più difficile. In secondo luogo possederemo la terra dei cuori altrui, giacché è con la mansuetudine che con tutta facilità indurremo gli altri alla pratica del bene. Voi, io, noi siamo tali che la durezza, il rigore, la forza ci rompe, ma non ci piega. Ma invece ben presto siamo guadagnati dalla bontà e dalla mansuetudine. Ora quello che accade in noi da parte degli altri, sarà quello che avverrà negli altri da parte nostra. Sì, con la dolcezza, più che non con le prediche, e peggio ancora con le invettive, voi, o mogli guadagnerete al bene i vostri mariti, voi, o genitori, i vostri figli, voi, o superiori, i vostri sudditi, voi, o maestri, i vostri discepoli, voi, o amici, i vostri amici. E finalmente nella mansuetudine possederemo la terra che non è terra, vale a dire la terra di suprema conquista, di eterna promissione, la terra del cielo: Beati mites, quondam ipsi possidebunt terram. Prostrati intanto dinanzi al Cuore di Gesù diciamogli con tutto l’affetto: O Cuore mansuetissimo di Gesù, noi riconosciamo di essere privi pur troppo del vero spirito di mansuetudine. Pei difetti nostri abbiam sempre in pronto le scuse e pretendiamo il compatimento, ma per i difetti altrui non abbiamo che insofferenza e sdegno. Epperò di quanti risentimenti, di quante maldicenze, di quante collere, di quante imprudenze, di quanti atti di superbia, di quanti desideri di vendetta ci sentiamo rei! Deh! Fateci parte della vostra mansuetudine inesauribile, o Cuore divino, affinché reprimiamo e vinciamo noi stessi; calmate mai sempre l’anima nostra, quando la vedete ottenebrata e sconvolta dall’ira; dateci forza di sopportar tutti, di tutti compatire, di tutti amare, anche coloro che ci contraddicono e ci disprezzano, onde con la dolcezza del cuor nostro possiamo meritarci, secondo che voi avete promesso, la vostra grande ed eterna mercede.

L’ABITINO DEL CARMINE

L’Abitino del Carmine.

[J. Thiriet, il Prontuario Evangelico, vol. VIII. Libr. Arciv. G. Daverio, Milano, 1917 – impr. -]

Ego servus tuus et filius ancillæ tuæ. (Ps . CXV, 16). •

La devozione dell’abitino della Madonna del Carmine è una devozione assai diffusa nelle popolazioni cristiane. Vi sono però tanti che portano l’abitino senza però comprenderne il pregio, e gli  obblighi; quindi nessuna meraviglia se non cavano alcun profitto da questa cara devozione dello scapolare di N . S. del Carmine. – Perché se ne concepisca la stima dovuta, e perché  si onori questa santa livrea di Maria, consideriamo:

1. l’origine dello scapolare;

2. i suoi vantaggi;

3. le sue obbligazioni.

I. — Origine dello Scapolare.

La sua origine è tutta celeste: Maria stessa l’ha recato dal cielo e l’ha consegnato, come vedremo a Simone Stock.

1 . — Altari della natura furon detti i monti, i quali, improntando di varietà sì vasto universo, ne accrescono le bellezze e le beneficenze ed è su quelle alture che l’anima si sente più vicina a Dio e più disposta a sciogliergli l’inno della lode e della conoscenza. Nelle epoche più memorande della storia, l’Altissimo si è manifestato sui monti agli uomini. L’arca si ferma sulle cime dell’Arabia; ad Abramo designa il Morìa per il sacrificio del caro Isacco; nell’Oreb Mosè fece scaturire una copiosa sorgente d’acque vive; dalle cime del Sinai dà la legge a tutta l’umanità; sulle eminenze del Sion segna il luogo del tempio. Sui monti di Giuda si manifesta la prima volta al mondo in casa d’Elisabetta; sulle vette del Tabor disvela la sua divinità: da un monte annunzia sconosciute beatitudini: sul Calvario consuma il gran sacrificio, e dall’oliveto ritorna al Cielo.

2. — Ma fra tutti i monti della Palestina primeggia il Carmelo. Celebre per la sua bellezza, rinomato per la sua fertilità, ammirato per i suoi fragranti fiori e perenni sorgenti, sorge nella tribù di Isaccar, e quasi specchia nel Mediterraneo, i suoi incanti. Questa santa montagna nell’evo antico fu teatro di grandi avvenimenti. Ivi soffiava misterioso e possente lo spirito di Dio: ivi sorgeva una scuola di Profeti. Tolti alla gleba, alla pastorizia, non appena salivano il Carmelo, venivano trasformati in veggenti, e scalzi, poveri, perseguitati, traevano a sé le moltitudini, e divinavano col sorriso vittorie, e con le lagrime la rovina e l’eccidio delle nazioni. – Sul Carmelo Elia tornò a vita novella l’estinto figliuolo della Sunamitide: ivi confuse i sacerdoti di Baal, e ristorò l’unità del culto in Israello: da quelle cime vide la nuvoletta, che si sciolse in benefica pioggia sulla riarsa Samaria.

3. — I discepoli di Elia, sotto il nome di Figliuoli de’ Profeti, fissarono la loro dimora su quel monte, e vi menarono una vita di preghiera e di penitenza. All’epoca di N. S. li troviamo ancora sotto il nome di Esseni. Dopo la Pentecoste, si convertirono, e furono i primi ad edificare una cappella in onore di Maria — che la venerarono in una maniera singolare, memori della nuvoletta misteriosa veduta dal loro Padre, Elia. Poi un po’ alla volta andarono formando un ordine religioso, che prese il nome dal Carmelo, s’ebbe, in seguito di tempo, l’approvazione dei Sommi Pontefici.

4. — Verso la metà del XII secolo, quest’ordine trovavasi esposto a delle violenti persecuzioni. Simone Stock, religioso inglese, Generale dell’ordine, pieno di fiducia in Maria, affidò alla protezione di Maria la sua religiosa famiglia, così terribilmente provata. Maria gli apparve, dicendogli: Ricevi, o mio figliuolo, questo Scapolare del tuo Ordine, come la divisa della mia Confraternita… Quei che morrà, rivestito di quest’abitino, sarà preservato dalle fiamme eternali. Quest’abito è un segno di salute, tua salvaguardia ne’ pericoli, un segno di pace e di eterna alleanza.

5. — Settant’anni dopo, Maria si degnò di apparire al Pontefice Giovanni XXII e gli fece promessa di abbreviare il tempo d’angoscia e di patimenti nel Purgatorio a tutti coloro che avessero devotamente portato il santo abitino, e di cavarli fuori dal Purgatorio il più presto, specialmente il sabato che avrebbe seguito la loro morte. Questo secondo favore si chiama: privilegio della Bolla sabatina.

6. —Nacque quindi la confraternita dello Scapolare di N. S. del Carmelo, affigliata all’Ordine dei Carmelitani, raccomandata, e arricchita d’indulgenze, diffusa in tutta la Chiesa. Da quello che abbiam detto, ognun vede che lo Scapolare è degnissimo di rispetto.

II. — Vantaggi dello Scapolare.

1. — Innanzi tutto è la divisa di Maria. Chi piamente la porta può dirsi il protetto, il figlio di Maria.

2 . — La Vergine ha promesso a Simone Stok che l’abitino sarebbe stato un pegno di protezione, una salvaguardia nei pericoli di anima e di corpo;… Ne sono piene a ribocco le storie: lo attestano gli altari delle nostre Chiese, in cui a miriadi si trovano i segni della più profonda gratitudine. Quanti non ne liberò da prossima morte! Quanti da lunga pezza avvolti nella coltrice dei loro dolori riebbero da Maria il sorriso della sanità! E fu vista gente perduta in ampio mare, in balìa dell’onde, stretta all’abitino, veder contro, ogni terrena speranza abbonacciare l’irato flutto, e guadagnare la mèta desiata: violenti incendi spegnersi per incanto, o arrestarsi dinanzi allo Scapolare della Vergine: pellegrini aggrediti alla macchia, richiesti o della borsa, o della vita, vedersi salva l’una e l’altra dopo aver invocata Maria; calunnie atroci, inventate dalla maldicenza, ben tramate dall’invidia, dissiparsi d’un subito e rendere più bella l’innocenza dei perseguitati: famiglie impigliate in liti difficili, desolate da sinistri eventi, ricuperare fortune e pace per la devozione a N. S. del Carmine. Se volessimo fare un cenno delle grazie spirituali che s’ottennero e s’ottengono su questo mistico Carmelo, andremmo troppo per le lunghe, poiché sotto questo rapporto sono copiose le misericordie di Maria…. – Chi sa dire quanti e quanti stimoli non offra il S. Scapolare ai peccatori, perché si rimettano nella via del dovere? Quante volte posseduti da pensieri di vendetta, agitati dall’odio, alla vista, al bacio dell’abitino, si sono visti mutati e ridotti a più miti consigli! Quante volte già in procinto di cadere in peccato abbiamo provato un arcano ritegno alla vista o al pensiero del S. Abitino! Quanti peccatori sono corsi a questo rinnovato Carmelo per riavere salute e vita! Lo scapolare non solo solleva i peccatori dall’abisso della colpa, ma infervora i tiepidi, anima i giusti, rifiorisce di pace le famiglie, scansa le collere, spegne gli odii, rende più caro lo spirito di mortificazione, più facile l’adempimento della legge cristiana.

3. — La Vergine ha promesso altresì che ci sarà sicurtà di salute… nell’estremo di nostra vita. Allora tutti gli avversari dell’anima nostra s’adopereranno con maggior accanimento per circondare con pericoli e di seduzioni il nostro letto di morte, ma più di tutti il demonio, consapevole fuggirgli ormai il tempo per fare sua preda questa povera anima ci sarà sempre d’attorno, ed ora ci desolerà con la memoria delle nostre colpe, o getterà la disperazione e lo scoramento nel nostro cuore, or ci spaventerà col pensiero di una infelice eternità … In quelli affannosi momenti fiacche sono le nostre forze, confuse le facoltà del nostro spirito, senz’energia la nostra vita. Ebbene verrà in aiuto nostro Maria, poiché il suo benedetto Scapolare non solo ci riesce di decoro, perché ci annovera tra i figli prediletti di Maria, ma ancora ci circonda di fortezza sicché spoglia la morte di quell’apparato desolante che contrista i più consumati nella perfezione, e l’abbella d’un sorriso di paradiso: Fortuido et decor indumentum ejùs, et ridebit in die novissimo (Prov. XXXII, 25).

4. — Coloro che portano devotamente lo Scapolare, saranno guidati dalle mani di Maria, che li amerà, e otterrà loro ogni sorta di grazie e di benedizioni.

5. —Finalmente lo Scapolare è stato arricchito d’indulgenze, con le quali possiamo soddisfare i debiti contratti con la divina giustizia, e alleviare le anime del purgatorio.

III. — Condizioni, obblighi.

1. — Bisogna essere iscritti nella Confratenita, portare indosso l’abitino.

2. —Per partecipare al così detto privilegio sabatino, oltre alle condizioni suesposte, bisogna custodire la castità secondo lo stato di ciascuno, recitare l’officio della Madonna (per i preti… basta il Breviario); per chi non sa leggere, basta far astinenza nel mercoledì, venerdì e sabato dell’anno, tranne che non si abbia ottenuto o dispensa o commutazione. – Non è richiesta nessuna preghiera.

3. — Nobiltà obbliga…. Giacché gli iscritti sono i servi di Maria, così devono vivere in una maniera degna di Lei. Adunque evitino accuratamente ogni sorta di peccati, fuggano le massime e i pericoli del mondo, seguano C. Gesù, vivano della sua vita, si conformino alla sua volontà… A questi patti Maria li avrà in conto di figliuoli, e li coprirà con l’ali della sua protezione.

Conclusione.

—  Vi ricordo la prudente condotta che tenne Giuditta per liberare Betulia dal truce Oloferne. Prima di avanzarsi negli accampamenti degli Assiri smise il cilizio, e le gramaglie della sua vedovanza, e adornatasi di monili e profumi, indossò le vestimenta della sua giocondità. Jnduit se vestimentis jucunditatis suae (Judit, X 3). In sì splendido abbigliamento, ottenne che Oloferne la trattasse con tutta dimestichezza, onde poté liberare da quel tiranno il popolo eletto. – Novello Oloferne è il peccato che stringe d’assedio l’anima nostra e che cerca di isolarci da Dio, che è la sorgente d’ogni grazia e d’ogni consolazione. Imitiamo la prode Giuditta, rivestiamoci di questo S. Scapolare, che è la veste della nostra giocondità; mano alle armi della luce, che ci fornisce la devozione del Carmelo, e noi vinceremo il peccato, che ci vuole asservire, come Oloferne voleva schiavo di Nabucco il popolo di Dio.