OTTAVARIO DEI MORTI (5): Sterile pietà verso i morti

OTTAVARIO 5

TRATTENIMENTO X.

Sterile pietà verso i defunti.

[L. Falletti: I nostri morti e il purgatorio; M. D’Auria Ed. Napoli, 1924 – impr. -]

Sommario — Peggiore degli infedeli — Gravissimi abusi — Scandalose esteriorità — Qual vantaggio?—Condotta dei primitivi Cristiani — Dolore esagerato —Non lagrime, ma preghiere — Non imprecazioni, ma suffragi — Casi lagrimevoli — Inspirarci a vera carità cristiana. Esempio.

I.

Degne di tutta la nostra considerazione sono le parole che l’Apostolo S. Paolo rivolgeva al suo discepolo S. Timoteo nella prima lettera che gli scriveva: « Se uno non provvede ai suoi e specialmente a quelli di casa, ha rinnegato la fede ed è peggiore d’un infedele». Che queste parole, a mio giudizio, non solamente si debbono intendere pei nostri simili, che ancora sono in vita, ma eziandio per quelli che già son passati da questo mondo all’eternità. La morte ha forse distrutti i vincoli che ad essi ci legavano? Per non meritare pertanto la taccia di apostati o d’infedeli, che largisce l’Apostolo, non basta che noi non ci dimentichiamo dei nostri morti, ma egli fa ancora d’uopo che noi provvediamo ai loro bisogni, li suffraghiamo cioè nel miglior modo che ci sarà possibile per affrettare loro l’ingresso nel regno della beatitudine. Ho detto nel miglior modo: perché quanti non ve ne hanno anche tra i Cristiani, che credono di adempiere i loro obblighi verso i poveri defunti e dimostrare loro efficacemente il loro affetto, mentre invece di nessun vantaggio è quello che fanno verso di loro e, Dio non voglia, che non sia qualche volta anche ingiurioso e nocivo? È doloroso il dover dire una tal cosa; ma pur fa d’uopo il dirla perché è una verità. Quantunque invero grande sembri la divozione verso i morti e tutti protestino di praticarla, troppo numerosi sono nondimeno i Cristiani che si ingannano a questo riguardo; che la loro pietà è ben lungi d’essere così proficua che il potrebbe essere. Per mettere quindi in guardia i fedeli contro i possibili abusi che potrebbero aver luogo nel loro affetto e nella loro pietà verso i defunti, credo di non fare cosa inutile il rilevarne i principali, affinché, conosciutili, possano evitarli. – Ed uno dei principali abusi è quello di coloro che credono di aver fatto tutto il loro dovere verso i poveri morti, quando hanno sfogato i loro affetti in pompose esteriorità di musiche e di fiori, in sperticati elogi, in tombe sontuose. E disgraziatamente un tale abuso troppo dilaga ai giorni nostri e ci colpisce troppo di frequente gli occhi, specialmente nelle vie delle città e fra le classi elevate, perché noi non si abbia a deplorarlo con parole eloquenti. Non è forse vero che certi Cattolici odierni profondano in apparati e monumenti funebri le somme che basterebbero forse a salvare chissà quante anime dal Purgatorio, se fossero impiegate in usi di carità? « E non vediamo noi, esclama un moderno scrittore, sfoggiare una sfacciata vanità perfino sugli altari più carichi dei segni della nobiltà del defunto, che non degli emblemi augusti del Cristianesimo? Non vediamo noi erigersi per un cadavere tali funebri monumenti più magnifici che non i santuari ed i tabernacoli ove riposa il corpo sacrosanto di Gesù Cristo? » Oh! non sanno i moderni mondani, che tutte queste cose, chiamate da S. Agostino, sollazzi dei viventi, anziché soccorsi ai defunti, questi stessi defunti o le ignorano o non le curano, se sono sterili di suffragio, le abborrano, se sono menzogne? Che cosa vale onorare i nomi e i corpi dei morti, dove essi non sono più, e non soccorrerli dove vivono in bisogno? Che gusto, per esempio, potrebbe dare ad un’anima del Purgatorio quella abbondanza di ghirlande di fiori con cui vengono carichi e il carro che reca il corpo alla sua ultima dimora e il sepolcro che dovrà ricevere le sue mortali spoglie? Qual sollievo potrebbe arrecarle il suono rumoroso dei musicali istrumenti, oppure l’essere celebrata in terra, a giudizio degli uomini, per virtù che forse non ebbe; ed intanto essere lasciata in abbandono, mentre patisce per giusto giudizio di Dio la pena dei reati che commise forse in quelle stesse azioni che la bilancia menzognera degli uomini esalta? Non è questa un’ironia, una terribile ironia, anzi una vera crudeltà?… – Qual burla più atroce potrebbe mai farsi ad un disgraziato mendico, morente per fame, che dispiegargli dinanzi gli occhi i più vaghi fiori, accarezzargli le orecchie dei più armoniosi concerti e delle più eloquenti concioni, ed intanto ostinatamente rifiutargli quel tozzo di pane che solo potrebbe sottrarlo ad una vera morte? E non è così che si agisce in migliaia di casi verso le povere anime del Purgatorio, per le quali il mondo con tutte le sue pompe, coi suoi titoli ed onori, non solo è vanità, cioè apparenza, ma ha fin perduta la figura e l’apparenza, è un bel niente? Che servono ad esse tutte queste esteriorità, se la preghiera e il Sangue di Gesù Cristo per mezzo del Sacrificio degli altari non viene a diminuire o far cessare i dolori che loro cagionano le fiamme di quel carcere tenebroso? Né punto, né poco: uno sfoggio di vanità; saranno anche manifestazioni di dolce mestizia, di grato pensiero, di tenero affetto, ma certamente nulla giovano al povero morto. – Che sfoghino i loro affetti nelle inezie gli infedeli che non hanno speranza di vita futura, gli eretici che negano il valore dei suffragi ai defunti, lo si capisce facilmente; ma che i Cattolici si contentino di esprimere i loro con musiche, con corone di fiori, con discorsi, con iscrizioni sopra marmi boriosi, e spendano talvolta grossa moneta per le pompe esteriori, e poi poco o nulla pensino al suffragio dei loro defunti, questo sì che è inconcepibile! Già fin dai tempi suoi S. Gerolamo condannava aspramente una tale pietà sterile ed inutile pei morti. Scrivendo ad un certo Cristiano, chiamato Pammachio, che aveva avuto la disgrazia di perdere una moglie diletta, così diceva: « Un altro che voi non siate, spanderebbe sulla tomba d’una sposa adorata viole e rose in quantità, l’adornerebbe con bianchi gigli, la coprirebbe dei fiori più belli, ma il nostro caro Pammachio tributa cose molto più sublimi a quelle ceneri sacre, ed innaffia quelle ossa venerande col balsamo che scorre dalle opere buone. Sono dessi i profumi che testimoniano il suo amore a quelle ceneri dilette, poiché egli sa che sta scritto: In quella guisa che l’acqua estingue il fuoco, così le buone opere cancellano il peccato ». Non altrimenti parlava S. Ambrogio, e nella sua orazione funebre in morte di Valentiniano esclamava: « Non si adorni il suo sepolcro di fiori, ma lo spirito ne sia imbalsamato coll’odore di Cristo ». Gli stessi abusi deplorava pure S. Agostino, il quale non esitava a proclamare che essi non sono altro che segni di vanità in cui i viventi cercano di più la propria soddisfazione che il sollievo dei defunti. « Le pompe magnifiche di funerali, dice questo santo Padre, le grandi assemblee, le ricche architetture dei monumenti servono maggiormente a consolazione dei viventi, che non al riposo dei morti; ma oh! qual maggior sollievo non ricevono essi dalle preghiere della Chiesa, dal Santo Sacrificio, dalle elemosine fatte a loro intenzione. Saranno questi atti di pietà che impegneranno Dio a trattarli con un rigore molto minore di quello che i loro peccati meriterebbero ». – Ciò considerando un moderno scrittore, il Moroni, diceva: « È cosa ben strana che la vanità cerchi di soddisfarsi, in ciò che vi ha di più umiliante per la natura umana. Nella cura che si prende dei morti, tutto deve tendere a ravvivare la nostra speranza, ad inspirarci serie considerazioni sulla necessità di praticare la virtù, a farci conoscere la nostra miseria e desiderare l’eternità: tutto deve per conseguenza annunziare la gravità, la modestia e la semplicità che convengono allo spirito del Cristianesimo; il fare altrimenti è un opporsi alla propria Religione ed anche al buon senso. Nei funerali dei primitivi Cristiani, che commovevano sì fattamente i pagani, e che sembravano sì rispettabili a Giuliano l’Apostata, mostravasi dolore per la perdita dei fratelli; ma questo dolore era temperato da una tenera devozione, e si esprimeva con raccolti e non chiassosi riti esteriori la fede che si aveva nel Salvatore e la speranza di partecipare della beata immortalità. Pertanto Giuliano, altamente meravigliato della modestia e decenza dei funerali dei Cristiani, e della proporzionata e zelante cura che si prendevano in seppellirli, fece sapere al principale sacerdote dei pagani, con una sua lettera, ch’egli desiderava che si osservassero tre cose, le quali, secondo lui, avevano soprattutto aiutato lo stabilimento del Cristianesimo, cui egli con enorme bestemmia indicava sotto il nome di ateismo: cioè la carità verso gli stranieri, la cura di seppellire i morti, e la gravità della condotta. La cura dunque che i Cristiani dei primi tempi prendevano dei morti, nulla aveva di quella pompa sfacciata usata fra i pagani, ma consisteva in una gravità religiosa e modesta, la quale annunziava che i Cristiani erano vivamente persuasi della risurrezione futura; che essi riguardavano la spoglia mortale dei loro fratelli, come alcunché di prezioso, e che non dubitavano che i corpi, consegnati alla terra, non risuscitassero un dì nella gloria, per divenire l’ornamento della celeste Gerusalemme ». – Or perché la condotta dei primitivi Cristiani, a riguardo dei loro morti, non sarà pure la nostra? Perché non seguiremo gli insegnamenti della Chiesa? Questa buona Madre che in tutta la vita c’insegna a disprezzare le pompe ed onoranze terrene, a macerare la carne, a farla in tutto servire agli interessi dell’anima, prende pure dopo morte gran cura dei corpi dei fedeli e della loro memoria, e quelli accompagna con riti solenni alle tombe benedette da lei e custodite con pietosissima gelosia, a questa ricorda e raccomanda sovente ai fedeli. Tutto ciò fa per la speranza che quelle membra, espiate già dai Sacramenti divini, rivivano immortali nella risurrezione beata con Cristo. Ma la sua principale mira è poi sempre al suffragio delle anime, e quindi noi vediamo che tutti i suoi riti, tutte le sue cerimonie, tutte le sue preghiere sono in modo speciale dirette a chiedere la misericordia di Dio sull’anima del trapassato. Così devono fare i congiunti cristiani: si rendano bensì al defunto quegli onori esteriori che il suo grado e le circostanze richiedono, e che la Chiesa, ripeto, punto condanna, non impedendo infatti l’abuso che se ne fa che dessi siano santi doveri e nella loro origine e nella intenzione della Chiesa che li ha istituiti: ma si procuri però, secondo il consiglio del Crisostomo, che il defunto molto più sia aiutato con le preghiere e con le elemosine. E si ricordino i viventi che una Comunione ben fatta in suffragio dell’anima sua, gli dirà molto meglio la loro riconoscenza che non tutti i più superbi mausolei; e che vi ha una specie d’iniquità od anche d’infedeltà a nulla risparmiare, quando si tratta del seppellimento del corpo, il quale non è che putridume nella sua tomba, mentre poi si trascura di soccorrere un’anima, che è la sposa di Gesù Cristo, l’erede del Cielo.

II.

E sterile affetto, vana divozione verso i loro morti io chiamo pure quella di coloro i quali, nel momento della perdita dei loro cari, ed anche in seguito, escono in grandi lamentele, alzano grida al Cielo, versano lagrime senza fine sulle loro spoglie, prolungano un lutto esagerato, moltiplicano i loro pellegrinaggi sulle loro tombe, a scapito il più delle volte dei loro doveri essenziali; e tutti compresi del loro dolore, non pensano che poco o nulla a strapparli con le loro preghiere e con le opere soddisfattorie alle fiamme che forse terribilmente le cruciano in Purgatorio. Mio Dio! e si può dire che una tale condotta sia degna di un’anima cristiana, o non sia piuttosto un gravissimo abuso, che disgraziatamente parmi essere diventato un’abitudine presso di noi ? Ma che dico abitudine? quanto meglio si dovrebbe dire per nostra confusione regola di convenienza, dovere, poiché oggidì coloro che si vantano di vivere secondo le leggi del mondo, a forza di piangere i loro morti, arrivano a tal segno di rendersi come dispensati di pregare per loro! Ed è sì vero che se nei giorni dei funerali del marito si vede per caso la vedova avvicinarsi agli altari e soddisfare i doveri essenziali della Religione, non mancheranno coloro che la accuseranno di non avere tenerezza, di non aver cuore! Forse mentre persone straniere, per un sentimento officioso, accompagneranno la salma e raccomanderanno l’anima a Dio, ella, rinchiusa in casa farà l’inconsolabile, la disperata. Zenone, Vescovo di Verona, non poté sopportare che una donna interrompesse il santo Sacrifizio con singhiozzi che egli trattò di profani; ma non è forse meno indegno di interdirsi, secondo quello che si pratica ai giorni nostri, i divini uffizi e di dispensarsi dalle preghiere solenni della Chiesa, per pagare invece ai morti un tributo di lagrime che essi punto ci domandano, e che sarà loro così poco utile? Poiché, in fin dei conti, di qual soccorso potrà mai essere ad un povero morto un dolore così eccessivo? Tutte queste testimonianze d’un affetto esagerato e senza misura saranno desse capaci di mitigare le sue pene, se mai si trova in Purgatorio? e sarà mai possibile che questo fuoco purificatore, di cui sentonsi le terribili fiammate, potrà estinguersi con le lagrime che colano dagli occhi? Ma pur troppo io so che ben poco valgono in queste occasioni gli argomenti che ci presenta la fede per dimostrare la irragionevolezza di una tale condotta. E come so anche che col dolore difficile cosa è ragionare, spero di meglio raggiungere lo scopo col citare un fatto narratoci da Tommaso Catimprato. Narra questo autore che avendo sua nonna perduto per una disgrazia improvvisa un suo figliuolo in cui aveva riposte tutte le sue speranze, ne era rimasta inconsolabile. Giorno e notte versava torrenti sì copiosi di lagrime, che correva pericolo di perdere la vista. Unicamente immersa nel suo dolore, dimenticò interamente di occuparsi dell’anima del figlio, non solo non facendo preghiere in suo suffragio, ma neppure curandosi che venisse celebrato il santo sacrificio a quella intenzione. Intanto l’anima del giovinetto gemeva tra le fiamme del Purgatorio, donde pregava Dio di fare conoscere alla madre sua il male che gli cagionava con il lasciarsi trasportare ad un dolore così esagerato. Or avvenne che un giorno, mentre la desolata donna si trovava al colmo della sua angoscia, si trovò tutto ad un tratto come rapita in estasi. Le sembrò di vedere in mezzo ad una strada una lunga processione di giovanetti che s’incamminavano allegramente alla volta d’ una magnifica città. Come ella cercava avidamente con gli occhi se per caso non vi vedesse eziandio il suo diletto, lo scoprì infatti alla coda di tutti gli altri, che si trascinava penosamente sotto il peso dei suoi abiti grondanti acqua. Commossa a tal vista, a lui rivolta gridò: Ma perché mai, unico oggetto dei miei dolori, rimani tu così indietro da quel corteo brillante che ti precede? Io ti vorrei alla testa dei tuoi compagni! » Ed il giovanetto a lei: « E non vedete, o madre, che io sono impedito nel procedere nel cammino dalle lagrime sterili che voi versate per me? Cercate una buona volta di non più abbandonarvi ad un cieco ed infecondo dolore; e se voi veramente mi amate, e volete efficacemente mettere un termine al mio soffrire, applicatemi i meriti delle vostre preghiere, delle vostre elemosine e delle messe dette in mio suffragio. Ecco come voi mi proverete il vostro amore materno! » La visione scomparve, ma aveva prodotto il suo effetto: quella madre sconsolata comprese meglio da quel momento qual era il suo dovere, e s’affrettò a compirlo con una sollecitudine veramente cristiana. Quante persone non imitano la condotta di questa madre nella perdita dei loro cari, privandoli intanto di quei suffragi che loro recherebbero tanto sollievo? Ond’è che S. Ambrogio, scrivendo a Fiorentino per consolarlo della morte di sua sorella, gli diceva: « Non bisogna piangerla, ma pregare Dio per lei: vai molto meglio raccomandare l’anima sua a Dio, e fare celebrare per essa il santo Sacrificio, che affliggerla con lagrime inutili e sterili ». « Non voglio con ciò dire che non abbiate a piangere sulla perdita dei vòstri cari, dirò ancor io col P. Laurent, gesuita, che anzi avete pur ragione di addolorarvi della loro perdita: e quindi hai ben ragione, o giovane sposa, di piangere la morte immatura del tuo giovane consorte; hai ragione, o madre desolata, di piangere la perdita di quell’unico figlio, che sperasti dovesse essere un giorno il conforto della tua vecchiaia; hai ragione, o povero orfanello, di piangere la morte della tua buona madre: ma il vostro dolore, o poveri afflitti, sia dignitoso e temprato dalla fede, dalla speranza e dalla rassegnazione cristiana. Quanto ai vostri morti, (diceva l’Apostolo scrivendo ai Cristiani di Tessalonica, e io dico a voi) non voglio che ve ne contristiate, come fanno gl’infedeli, che non sono confortati dalla speranza cristiana: ut non contristeminì sicut cæteri qui spem non habent. Per un infelice che ha perduta la fede, la morte è una vita spenta totalmente e per sempre, è una separazione totale ed eterna dalla persona che morì. Per esso quell’esistenza fu un’ombra che passò, un lume che splendette, e poi si spense per sempre. Come stupirsi quindi che costui si diporti non altrimenti che gli amici di Giobbe dei quali si legge che molto piansero e lamentarono i suoi mali, ma non si legge che pensasse alcun di loro a torlo dal letamaio, e medicarne le piaghe, tanto che il pazientissimo Giobbe finì per dir loro che erano consolatori onerosi? Noi invece sappiamo che la morte non è che uno scioglimento precario del composto umano; e che i nostri cari, con la miglior parte di sé, sopravvivono ai destini delle tombe, e però, se morirono nel bacio del Signore, noi li rivedremo e li riabbracceremo, vestiti di gloria immortale in Paradiso. Adunque sì, piangete pure: il pianto è un sollievo a un cuore oppresso dal cordoglio, è anche un bisogno. D’altronde il pianto non toglie la rassegnazione cristiana, come già è stato dimostrato ». Ma soprattutto si eviti, aggiungo io, di fare di questo dolore una passione: passione che sovente si spinge fino all’indiscrezione passione con cui una vedova desolata vuole qualche volta distinguersi e farsene un vanto per passare come esempio e modello; passione che ci si sforza di sostenere ad ogni costo e che per nulla si vuole mitigare e che perciò forse sa più di affettazione che di verità. Però se amate seriamente i vostri morti, non vi contentate di piangere: aiutateli coi vostri suffragi.

III.

Ma v’ha di peggio ancora: che cosa non dovrassi infatti dire, di coloro che, non contenti di chiudersi in un dolore muto o di piangere inconsolabilmente sulla perdita dei loro cari, escono per di più in accenti ingiuriosi ed imprecazioni contro Dio che loro ha tolto l’oggetto del loro amore, quella persona cioè che’ loro sembrava indispensabile alla loro vita, non risparmiando nel loro cieco dolore neppure i medici, sui quali gettano la colpa della morte dei loro cari, quasi non abbiano saputo conoscere il morbo, o conosciutolo non abbiano saputo curarlo? Quanto non siano costoro da compiangersi non v’ha chi noi veda: e ben loro stanno le parole che loro indirizza il sullodato gesuita: « Ah! Iddio vi perdoni! ma voi non avete ragione di così prendercela con Dio! No, Egli non vi ha fatta alcuna ingiustizia, alcun torto, perché esso è il padrone assoluto delle sue creature: quando vuole ci dà la vita, e quando vuole ce la può ritogliere; Egli ha sopra le sue creature quel diritto che avete voi di fare delle cose vostre quel che volete. Lo so: la morte qualche volta è la rovina completa, economica e morale di una famiglia, come ad esempio, in alcuni casi la morte del padre ovvero della madre. Solo sa Iddio che cosa sarà di quelle figlie ora che non hanno più la madre che le guardi! Sa Iddio che cosa sarà di quella povera vedovella e della numerosa sua prole, ora che è morto il consorte, il capo di famiglia! Sono misteri, profondi, formidabili! ma conviene adorarli, non investigarli. No, non abbiamo diritto di dire al Signore: perché avete fatto così? Noi vorremmo portar giudizio sopra tutto ciò che accade intorno a noi, e che non intendiamo: ma ciò non è secondo ragione, perché Iddio è troppo alto, e noi non possiamo arrivare con la nostra corta vista a leggere le ragioni del suo operare: noi non abbiamo mezzo di collocarci a un punto giusto di vista, che abbracci l’intero disegno della Provvidenza, onde formare un savio giudizio degli avvenimenti. Havvi bensì talora qualche morte di congiunti o di altri, la quale colpisce troppo giustamente di un estremo cordoglio, e altresì di un terribile spavento: ed è la morte impenitente di un congiunto o di un amico, che morendo respinse dal suo letto il ministro di Dio, e rifiutò i santi sacramenti, lasciando così un forte timore sopra i suoi destini eterni. Oh sì, cotesti sono casi da piangere a lagrime di sangue! Tuttavia anche in cotesti casi, la Dio mercé assai rari, non abbiamo a perderci di coraggio, mentre non possiamo mai essere certi della perdizione eterna di alcuno, ignorando se in quegli estremi, in cui il moribondo non era più in grado di manifestare i suoi sentimenti, Iddio nella infinita sua misericordia non abbia illuminata la mente di quell’infelice, e aiutatolo a morire sinceramente contrito: e però anche in cotesti luttuosi casi convien sperare contro ogni speranza e pregare pel defunto. Si, pregare: che la preghiera gioverà all’anima dei defunti e dimostrerà l’amore che noi loro portavamo infinitamente di più che non tutte le imprecazioni, i lagni, gli accenti ingiuriosi che ci può strappare dalla bocca il cordoglio. – Non ha guari che ad una nobile signora protestante residente a Roma venne a mancare il consorte. In tale luttuoso frangente la buona signora si mostrava desolatissima e ad alcune signore romane, che eransi recate per consolarla, disse che invidiava la fede cattolica, che ci dà fiducia di poter giovare ai nostri cari anche dopo morte, mentre la sua setta le negava tale conforto. Ma oh! che gioverebbe aver la sorte di essere Cattolici, ove operassimo coi nostri morti non altrimenti dei Protestanti? Al dolore dunque del nostro cuore per la perdita dei nostri cari, corrisponda l’impegno in suffragare le loro anime, mostrandoci con loro larghi in opere non solo di vanità e di mera apparenza, ma di vero sollievo, che in tal modo dimostreremo quanto grande e veritiero non era il nostro amore verso di loro ».

* *

Vogliamo adunque che vera e non falsa, epperciò salutare e fruttuosa, sia la nostra pietà verso i morti? Oh! Evitiamo gli abusi di cui abbiamo superiormente parlato, e procuriamo che dessa abbia il suo fondamento in una carità veramente cristiana e sincera. E sarà cristiana quando agirà per motivi soprannaturali e non già per vani rispetti umani e tanto meno per vanità o per un esagerato amore di ostentazione. Lungi da noi tutto quello che potrebbe anche essere manifestazione eccessiva di dolce mestizia, di grato pensiero, di tenero affetto, ma che certamente nulla gioverà al povero morto. Sarà sincera quando non si fermerà al corpo, che non è che un pugno di polvere e di cenere, ma discenderà fino all’anima, questa parte immortale del nostro essere, creata ad immagine di Dio e riscattata dal sangue preziosissimo di Dio, e la seguirà fino al luogo della sua espiazione. Ricordiamo perciò quello che fecero Marta e Maria alla morte del loro fratello Lazzaro: esse andarono a piangere ai piedi di Gesù e ne furono consolate. Così pur noi andiamo a sfogare il nostro dolore ai piedi di Gesù, presente nell’adorabile Sacramento dell’altare; Gesù ci darà forza e vigore, e alla sua divina presenza il nostro dolore naturale si trasformerà, si santificherà; da amaro diverrà dolce, da violento diverrà tranquillo, da ribelle diverrà cristiano, rassegnato, meritorio. Coraggio, non è perduto ciò che cristianamente si soffre. Ogni lagrima, che ci strappa dagli occhi la memoria di quei cari defunti, il nostro buon Angelo custode la raccoglierà per ingemmarne un giorno la nostra corona di gloria che ci è apprestata in Cielo.

ESEMPIO: La festa dei fiori.

Non si alzerà mai abbastanza la voce contro quello sfoggio sfacciato di corone e ghirlande di fiori che non solo nelle grandi città, ma disgraziatamente anche nelle campagne va ogni dì, più prendendo piede in occasione di funebri trasporti. Ei si direbbe che tutta la solennità dei funerali debba unicamente consistere nel più gran numero di tali corone e ghirlande, tanta è la premura con cui vengono moltiplicate sulla bara del defunto e sui carri che la seguono. Così credono in tale maniera di onorare i poveri trapassati e di mostrare che si ha a cuore il loro culto ed il loro ricordo. Mio Dio! è egli mai possibile che Cristiani battezzati arrivino a ragionare di tal fatta? Più che non onore e culto pei poveri defunti tale abuso di fiori, in tali funebri circostanze, dire piuttosto vuole sterile pietà, derisione e scherno; e quindi non soltanto da biasimarsi, ma eziandio da condannarsi. Così un moderno autore il quale applica a tale abuso quello che egli dice della festa dei fiori, che si è stabilito negli Stati Uniti d’America dopo la guerra di Secessione « Ogni anno, il 30 Maggio, nel momento in cui i fiori sono nel loro più grande splendore,—circostanza che ha fatto dare a questa funebre festa il nome di festa dei fiori—la società americana va a deporre corone di fiori sulla tomba dei soldati che dai due campi sono caduti sotto le bombe e le mitraglie. Ricordo prezioso senza dubbio, se muovesse i parenti e gli amici dei defunti ad interporsi con le loro preghiere, elemosine, buone opere, offerta del santo Sacrificio tra i morti e la divina giustizia. Ma ahimè! Fra i visitatori delle tombe dei soldati morti sul campo di battaglia gli uni appartengono al Protestantesimo, che nega il valore ed il merito delle buone opere fatte a prò dei defunti, religione tutta rosa e miele pei viventi, tutto ferro e senza viscere pei defunti; gli altri sono Cattolici, si, e noi vorremo sperare che essi almeno accompagnassero l’offerta delle corone con l’offerta più preziosa della preghiera. Ma chi ce lo dice? Questo dovere di carità cristiana non è desso forse più che mai trascurato anche in questa circostanza? Che serve all’anima dei soldati il collocare una corona di fiori sulla loro tomba, se la rugiada benefica della preghiera o il sangue .di Gesù Cristo, offerto nel santo Sacrificio, non vengono a diminuire o far cessare i dolori che loro cagiona il fuoco del Purgatorio? » Scottanti verità che dovrebbero essere meditate da tanti Cristiani dei nostri giorni: oh! quanto non ne guadagnerebbero i poveri morti, che sarebbero accompagnati al Cimitero non incoronati di fiori, ma ricordati con preghiere e suffragi!

 

DEVOZIONE AL CUORE DI GESÙ (10): il modello di carità.

DEVOZIONE AL CUORE DI GESÙ (10)

[A. Carmignola: il Sacro Cuore di Gesù; S.E.I. Ed. Torino, 1930-imprim. ]

DISCORSO X

Il Sacro Cuore di Gesù modello di carità.

L’egoismo, l’amore disordinato dell’io, l’amore di sé fino alla noncuranza e all’odio degli altri, ecco in fondo in fondo la causa di tutte le sciagure, di tutte le miserie e di tutti i disordini, che vi sono nel mondo. Eppure ecco altresì la piaga, che travaglia maggiormente il cuor dell’uomo. Come sarebbe bello, che gli uomini riconoscendosi membri di una stessa famiglia, di cui Iddio è Padre, si amassero davvero come buoni fratelli, ed avessero comuni le gioie, divisi assieme i dolori, eguale il conforto delle vagheggiate speranze! Come sarebbe bello, che gli uomini, senza distinzione di famiglia, di casta, di patria, si stendessero tutti amichevolmente la mano per aiutarsi vicendevolmente nei loro bisogni, per soccorrersi nelle loro infermità, per confortarsi nelle loro tribolazioni! Come sarebbe bello che i dotti ammaestrassero con amore gli ignoranti, che i sani prestassero i loro servizi agli ammalati, che i ricchi dessero il superfluo ai poveri, che i lieti confortassero gli afflitti, che i giovani ed i robusti sostenessero i vecchi, che gli orfani trovassero sempre dei padri e delle madri; che tutti insomma per i loro sentimenti, per le loro parole, per le loro opere formassero un cuor solo ed un’anima sola! Come sarebbe bello! O quam bonum et quam iucundum habitare fratres in unum ! (Salm. CXXXII,, 1) Ma invece? Ohimè! Anche ai dì nostri tutta la filantropia, di cui si mena gran rumore e si fa gran pompa, non si riduce ad altro che ad ingannatrici parvenze, sotto le quali malamente si cela l’indifferenza, anzi la freddezza e persino l’odio. Vi hanno ai dì nostri di coloro, che rifuggono dal guardare l’altrui miseria, perché non vogliono essere turbati nella loro felicità. Vi hanno di coloro, che, peggio ancora, guardano l’altrui miseria e vi ridono sopra, perché è con l’aver ridotti gli altri alla miseria, che essi si sono fatti ricchi. Vi hanno infine di quelli, che si invidiano, si odiano, si insultano, si calunniano, si perseguitano, si tradiscono, si rovinano e si beano nella gioia della vendetta. È il trionfo, terribile trionfo dell’egoismo. E noi, o miei cari, vogliamo anche noi appartenere al numero di questi sciagurati, che in una vita senza amore si anticipano le torture, cui saranno condannati eternamente? No, senza dubbio. È perciò adunque, per raffermare ed accrescere in noi la regina delle virtù cristiane, la carità, che anche oggi ci faremo a contemplare il nostro divino modello e ad ascoltare il nostro divino maestro, Gesù Cristo. Oh se Egli per mezzo del suo Cuore Sacratissimo ci ha dato l’esempio della più eroica mansuetudine, della più profonda umiltà, e della purità più incantevole, ci ha pur dato quello della carità più ardente verso degli uomini, tanto che mostrandoci questo Cuore egli stesso ne dice: Ecco quel Cuore, che tanto ha amato gli uomini! Nello studio adunque e nella imitazione delle virtù speciali del Sacratissimo Cuore di Gesù ne lasceremmo da parte una integrale, se non rivolgessimo la nostra attenzione sulla carità per il prossimo. Consideriamo adunque: come col suo esempio e con la sua dottrina il Sacro Cuore di Gesù sia venuto a portare la carità nel mondo.

I. — Prima che Gesù Cristo venisse al mondo, la carità, o miei cari, era virtù sconosciuta. Anche presso gli Ebrei, che pure costituivano allora il popolo di Dio, ed ai quali Iddio l’aveva più volte raccomandata per mezzo della sua legge e dei profeti, erano tuttavia penetrate ed avevano fatto presa tali massime, che della carità erano l’assoluta negazione. Immaginarsi adunque dei pagani! Non è, che gli antichi non avessero degli amori. Anche avendo voluto non averne, non l’avrebbero potuto; perché non ostante il naturale egoismo che domina un uomo, è quasi impossibile, che non esca qualche poco da se medesimo per amare degli altri, o dirò meglio, appunto per appagare il suo egoismo l’uomo egoista ha bisogno di amare altri per esserne riamato. Ma allora l’amore, voi lo vedete, non è altro che una permuta di convenzione, un negozio d’interesse, un’arma di conquista all’egoismo istesso, e per conseguenza l’odio a tutto ciò, che non lo soddisfa. Si esalti pure presso i Greci e presso i Romani l’amor della famiglia, l’amor della casta, l’amor della patria! Ciò alla fin fine non era altro che inclinazione di natura, anzi prepotente egoismo passato dall’individuo nella famiglia, nella casta, nella patria. Così pure la tigre ama i suoi nati, odiando tutto il resto; così i lupi si affratellano coi lupi per compiere le loro rapine; e così ancora i leoni si aggruppano insieme per essere il terrore dei deserti. Difatti, e Greci e Romani, come chiamavano gli stranieri? Col nome di barbari. E così li chiamavano, perché cordialmente li odiavano. Ci devo essere io sapienza greca, ci devo essere io potenza romana, e non altro: ecco l’egoismo della patria. E i padroni, i ricchi patrizi come trattavano i loro servi? Siccome bestie. Come tali li avevano comperati al mercato, e come tali li usufruivano. Eccoli questi uomini, sulla cui fronte è scomparsa la traccia della dignità, con la palla di ferro al piede lavorare da mane a sera nelle campagne, in fondo alle miniere, e non altrimenti ripagati che di scarso pane e d’una gran quantità di scudisciate, e quando più non valgono alla fatica, eccoli abbandonati a morir di fame, se pure hanno avuto il tempo di arrivare a questa morte. Perché al padrone era pienamente lecito disfarsi di uno schiavo o comandargli di piantarsi un pugnale nel cuore per il solo diletto di vederselo in compagnia degli amici agonizzante dinanzi, al fine di una lauta cena, o farlo gettare vivo in fondo ad una peschiera per ingrassarne le sue murene. Ci siamo noi, dicevano i signori, e contiamo noi; ma voi, schiavi, che cosa siete? che cosa contate? Nulla. Ecco l’egoismo della casta. Tant’è: gli stessi filosofi non arrivavano a comprendere che gli schiavi essendo uomini al par degli altri, avevano anch’essi un’anima ragionevole ed erano pure essi degni di rispetto. Platone li chiamava esseri immondi; Aristotele li definiva una cosa, res; e Marco Aurelio, l’imperatore filosofo, non sapeva ravvisare in essi l’umanità. Come si trattavano i bambini, che nascevano deformi, od erano riputati soverchi nella famiglia? Si gettavano di casa in pasto ai cani, od in fondo alle cloache. Quale riguardo si aveva per i vecchi? Lo stesso Catone asseriva, essere conveniente torli di mezzo, non gravare le famiglie di tanti esseri inutili. E i poveri? Oh! i poveri eran gente, il cui contatto, al dire di Seneca, evitavasi con massima cura, e che, secondo Quintiliano, dovevansi rigettare con disprezzo. E l’imperatore Massimiano Galerio ordinava senz’altro, fossero gettati in mare, perché la loro presenza non doveva recar molestia a nessuno. Siamo noi, che dobbiamo goderci la vita, diceva un capo di famiglia a nome dei pochi membri, che la componevano, e degli altri che deve importarci? Ecco l’egoismo della famiglia. No, o miei cari, l’amore per l’umanità, prima della venuta di Gesù Cristo, non esisteva. Per quanto grande fosse la potenza dei soldati romani nell’assoggettare intere nazioni, per quanto splendida la magnificenza dei Cesari nel fabbricare palagi, meraviglie delle generazioni future, per quanto efficace la eloquenza degli oratori e profonda la sapienza dei filosofi, pure la carità non c’era, né sarebbe stato possibile un discorso sulla medesima. Del resto qual meraviglia? I Gentili non avevano mai neppure intraveduto che tutti gli uomini sono fratelli tra di loro, perché figli di uno stesso Padre; gli Ebrei, fattisi così alteri della loro nazionalità, lo avevano dimenticato. Ma ecco che una nuova èra incomincia, e la carità prende a regnar da sovrana in mezzo al mondo. Udite S. Paolo, che grida trionfante: Non vi è più Giudeo, né Greco, non v’ha più servi, né liberi, non v’ha più maschio, né femmina: no, non v’è più distinzione di sorta, ma tutti, quanti siete dispersi ai quattro venti, tutti siete un solo in Gesù Cristo: unum estis in Christo Iesu! E d in vero guardate nella stessa Roma: quelle matrone, che Tacito descriveva così molli e così sensuali, quelle fanciulle così fiere e così delicate sono discese dal loro orgoglio per curvarsi insino a terra e raccogliere nel loro grembo materno quei poveri bimbi abbandonati, per correre affannose nelle agapi fraterne a servire di loro mano i poveri ed i vecchi, per aggirarsi instancabili nelle povere case a visitare e confortare gli infermi. Mirate: quei patrizi, un giorno così fastosi e prepotenti, ora, spezzate le catene dei loro schiavi, si accomunano con gli stessi dapprima nelle catacombe e poi nelle basiliche, si mettono proprio accanto a loro, ne hanno cura come di proprii figli e non richiedono da loro più altro, che un conveniente ed amorevole servizio. Mirate: quegli uomini di diverse nazioni, di diverso linguaggio, di diverso colore, tutti si stringono la mano dicendosi coi più caldi affetti dell’anima: Siamo fratelli, siamo fratelli! E ciò è poco. Perché che cosa è avvenuto in seguito? Oh se apriamo alquanto quel gran libro, che contiene la storia della carità, avremo da strabiliare, che in ogni secolo investigatrice sollecita della miseria speciale ad esso, la carità suscitò in ogni secolo delle anime eroiche, che vi posero riparo. Chi sono quei due uomini, che attraversano i mari per penetrare in terre inospitali? S. Giovanni de Mata e S. Pietro Nolasco: niente li trattiene, non disagi, non pericoli; sfidano l’infuriare del mare e le ire degli infedeli; ma essi spinti dalla carità vogliono redimere gli schiavi. E chi è quell’altro, che si aggira per gli stanzoni degli ospedali fermandosi di tanto in tanto presso i poveri infermi, che gemono fra i più cocenti dolori ed agonizzano in fin di vita, asterge loro le lagrime e loro porge i più soavi conforti? È S. Camillo de Lellis. E quest’altro, che consacra tutta la sua vita al servizio dei pazzi, esposto a divenir pazzo egli stesso, se già non fosse preso dalla pazzia della carità, quest’altro chi è? È S. Giovanni di Dio. E quest’altro ancora, che lassù tra i ghiacciai eterni delle Alpi sacrifica la sua vita, movendo in cerca del povero viaggiatore, che smarrita la via corre pericolo di restar sepolto nella neve, chi è? È S. Bernardo di Mentone. E questi altri sono S. Gaetano Tiene, che per amor del prossimo, per sollevarlo dalle sue infermità, si sacrifica egli pure negli ospedali; S. Carlo Borromeo, il Cardinale Federico, S. Luigi Gonzaga, che per amore del prossimo, per scamparlo dalla strage di rio malore, espongono e danno con generosità la loro vita. S. Vincenzo de’ Paoli, S. Francesco di Sales, il Beato Sebastiano Valfrè, che per amore del prossimo, per soccorrerlo nei più gravi bisogni, si fanno tutto a tutti: S. Gerolamo Miani, S. Giuseppe Calasanzio, S. Antonio Zaccaria, il Beato Cottolengo, il Ven. Giovanni Bosco, che per amore del prossimo, per liberarlo dai più gravi pericoli, consacrano tutta la loro attività e tutto il loro zelo; sono generosi sacerdoti e suore ardimentose, che, seguendo la vestigia di questi gran santi, perpetuano sotto tutte le forme la carità cristiana negli asili, negli ospizi, negli ospedali, nei lebbrosari, sul campo di battaglia; sì, tutti costoro, e cento, e mille, e centomila altri sono gli uomini creati dalla carità, i prodigi della quale operantisi da diciannove secoli, sono mille volte più grandi, che non siano stati i prodigi di conquista operati da un Cesare o da un Alessandro Magno. – Ma intanto io chiedo: Come mai la carità questa regina della virtù, si è fatta regina nel mondo? Come sono nati questi appassionati per l’umanità? Chi ne li ha inebriati per tal modo? Qual vino hanno essi bevuto? La prima volta che essi apparvero nel mondo, furono presi per gente ebbra: Ebrii sunt. E sì. La carità è un’ebbrezza, che turba sublimemente la ragione, che cagiona delle eroiche follie. Ma questo vino così potente non è altro che l’esempio e la dottrina di Gesù Cristo; quell’esempio, che Gesù Cristo, solamente Gesù Cristo, è venuto a darci col suo Cuore ripieno di carità infinita per gli uomini; quella dottrina, che dallo stesso suo Santissimo Cuore ha fatto sgorgare.

II. — Apriamo il Vangelo. Anzitutto, secondo il solito di ogni altra virtù, noi troveremo l’esempio, e riconosceremo che dire Cuore di Gesù e Cuore tutto pieno di amore per gli uomini, senza distinzione e senza riserva di età, di sesso, di condizione, è la stessa cosa. Gesù ama i fanciulli, e vuole che a Lui si lascino appressare, perché di essi è il regno de’ cieli. Gesù ama i poveri, e con essi si trattiene volentieri e attesta di essere venuto per evangelizzarli. Gesù ama gli infermi, ed opera a loro vantaggio i più strepitosi prodigi, sanandoli dai loro languori. Gesù ama i peccatori, e li cerca, li chiama presso di sé, li tratta con una dolcezza ineffabile, li guarisce dalle loro colpe, e non può fare a meno di rimproverare coloro, che vorrebbero condannarli. Gesù ama gli ingrati, che dimenticano i suoi benefizi, e piange sulle sciagure dell’infelice Gerusalemme, Gesù ama i traditori, e a Giuda, nell’atto stesso che con un bacio lo consegna alla sbirraglia, dà il dolce nome di amico. Gesù ama quei che lo rinnegano, e non altrimenti fa conoscere a Pietro il suo delitto, che con uno sguardo di pietà. Gesù ama i nemici, e se talora coi farisei usa delle dure espressioni, ciò non è effetto che dell’amore, che non sa tacere «piando vorrebbe imporsi ad ogni costo. Gesù ama i suoi carnefici, ed a loro, che insultano alle sue supreme agonie, risponde con questa preghiera: « Padre, perdona loro, che non sanno quel che si facciano. » Gesù ama tutta l’umanità, poiché per tutta l’umanità muore sulla croce. E dopo l’esempio la dottrina. Uditela: « Amate il vostro prossimo in modo, che facciate ad esso tutto ciò, che bramereste fosse fatto a voi. In questo si restringe tutto il sugo della legge e dei profeti. » ( MATT. VII, 12) Altrove più chiaramente: « Ama Iddio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la niente, con tutte le forze. Questo è il primo comandamento, e il maggiore di tutti. Ma il secondo è simile a questo: Ama il prossimo come te stesso. » (MATT. XXII, 37) Nel discorso della montagna, dinanzi alla moltitudine, che lo ascolta meravigliata, esclama: « Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia! » E poi soggiunse: « Perdonate agli altri i loro mancamenti, affinché il vostro Padre celeste perdoni similmente i vostri peccati. Perché se voi non perdonate, né meno il Padre celeste perdonerà a voi i vostri mancamenti: Avete udito che fu detto: Amerai il tuo prossimo; e gli scribi hanno aggiunto: Odierai il nemico. Ma io vi dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite a que’ che vi maledicono e pregate per quelli che vi perseguitano e vi calunniano; sì che siate figli del vostro Padre, che è nei cieli, il quale fa nascere il sole sopra i buoni e sopra i cattivi, e piovere sopra i giusti e sopra gl’ingiusti. Imperocché se amate solamente coloro che vi amano, che mercede n’avrete voi? Non fanno altrettanto i pubblicani! E se salutate i vostri fratelli, che cosa fate più degli altri? Non fanno altrettanto i gentili? Voi dunque siate perfetti come il Padre vostro che è nei cieli. » Or dite, o miei cari, poteva Gesù Cristo con maggior precisione, con maggior chiarezza farci comprendere la sua legge di amore? Ah! Egli ha parlato veramente secondo l’abbondanza del suo Santissimo Cuore. – Eppure, come se ciò non fosse ancora bastato, ad aggiungere forza al suo precetto, a farcene sentire fino al grado supremo tutta l’importanza, egli volle rinnovarlo in un tempo più d’ogni altro memorabile, vale a dire, alla vigilia della sua morte. Qual padre moribondo, che, circondato dai figliuoli piangenti, espone l’ultimo e più ardente desiderio del cuore, Gesù, rivolto agli Apostoli, dice: « Vi do un comando nuovo, (un comando che finora l’umanità non intese a darsi da altri maestri) che vi amiate vicendevolmente, come Io ho amato voi. Questo è i l mio precetto. Ed è nella sua pratica, che vi riconosceranno per discepoli miei. » (Giov. XIII, 34, 35) No, non saranno i prodigi, che voi opererete, non la predicazione, che andrete facendo per l’universo, non l’eroismo, che professerete a sostegno della fede: non sarà tutto questo, ciò che specialmente vi distinguerà; bensì l’amore reciproco, perché la carità è il grande oceano donde cominciano e dove mettono capo tutte le grandezze della fede e tutte quante le virtù. E rivolto ancora al suo divin Padre gli domanda « che i suoi discepoli formino tra di loro un sol cuore, siccome Egli è nel Padre, e il Padre è in Lui. » (Giov. XVII, 21) E S. Giovanni, l’Apostolo prediletto, che ebbe la special cura di trasmetterci queste singolari espressioni di Gesù Cristo, è pure l’apostolo, che predica per eccellenza la carità. Perché non pago di fare nelle sue lettere una continua esortazione alla carità, già divenuto vecchio, e costretto a farsi portare nelle assemblee cristiane, con le tremule labbra altro non ripete: « Figliuolini, amatevi scambievolmente. » E richiesto del perché, risponde: « È il precetto del Signore. Se si osserva, basta. » Sì, la carità è il precetto del Signore, è il comando per eccellenza di Gesù Cristo. Ma verso di chi lo dovremo noi esercitare? Chi è propriamente il prossimo, a cui dovremo la nostra carità? Udite ancora Gesù Cristo: « Un pover uomo andava da Gerusalemme a Gerico, e dette negli assassini, i quali non solo lo spogliarono, ma, fattegli ancora molte ferite, lo lasciarono sulla strada mezzo morto. Passa di là un sacerdote, (dell’antica legge) ma vedutolo tirò oltre. Passa un levita, ed ancor egli datogli uno sguardo andò via. Passa alfine un Samaritano, e non ostante che i Giudei odiassero cordialmente i Samaritani e li avessero in minor conto di loro prossimo che non i Gentili, si ferma, gli si accosta, e veduto il suo misero stato, pieno di compassione trae fuori dalle sue valigie dell’olio e del vino, lo versa sulle sue ferite, gliele fascia: e quindi messolo dolcemente sul suo cavallo, lo conduce all’albergo e lo raccomanda all’albergatore, perché ne voglia aver gran cura. » Ecco dunque qual è il vostro prossimo: tutti gli uomini del mondo, di qualunque nazione essi siano, qualunque si sia il loro stato, di qualsivoglia condizione, fossero ben anche i più accaniti nemici. Così pertanto Gesù c’insegna come e con chi dobbiamo praticare la carità. E dopo insegnamenti così sublimi e così semplici ad un tempo, confermati dagli esempi così grandi e così ammirabili, come mai gli uomini non avrebbero abbracciata la carità cristiana per farla regnare da regina nei loro cuori? Tuttavia, o miei cari, sebbene tutto ciò più che mai avrebbe dovuto bastare per animarci a compiere il nostro dovere, Gesù Cristo volle fare assai più: e per assicurarsi per parte sua più che gli era possibile che noi seguissimo il suo esempio e il suo precetto si valse di un segreto, che era pure sconosciuto avanti la sua venuta. Udite.

III. — Prima che Gesù Cristo scendesse quaggiù, la religione pagana, che dominava pressoché tutto il mondo, non solo non era riuscita ad inspirare l’amore verso il prossimo, ma anzi aveva consacrato l’odio. Quegli dei nazionali, che l’egoismo umano si era fabbricato, non pensavano certo a proteggere gli stranieri. Gesù Cristo invece, venuto sulla terra, congiunse insieme religione e carità, e le fece una dipendente dall’altra in guisa, che dove non vi ha religione non vi ha vera carità, e dove non v i ha carità non vi è vera religione. Uditelo: « In verità, vi dico, ogni qualvolta eserciterete la carità verso il vostro prossimo, la terrò come esercitata verso di me stesso. Ed è secondo questa estimazione che nel dì del giudizio ve ne darò la ricompensa. Ma così pure, se voi negherete la carità al vostro prossimo la terrò come negata a me; ed è in questo rapporto, che nello stesso dì del giudizio ve ne infliggerò castigo. » Così ha parlato Gesù Cristo, e per tal guisa Egli personificandosi nel prossimo nostro e formando di sé e di Lui un solo essere morale, ha fatto della carità una virtù eminentemente religiosa, anzi una virtù teologale, ragione per cui ogni cristiano deve dire a se stesso: Se amo il prossimo, amo Iddio; se tratto bene il prossimo, tratto bene Iddio; se benefico il prossimo, benefico Iddio; ma se non amo il prossimo, è Dio che non amo; se tratto male il prossimo, è Dio che tratto male; se odio il prossimo, è Dio che odio. – « Ed ora, dirò con un illustre scrittore, i prodigi della carità cristiana non mi fanno più specie. Questa carne straziata sul Calvario è la carne dell’umanità; questi piedi inchiodati sulla croce sono i piedi dell’umanità; queste mani traforate sono le mani dell’umanità. Queste piaghe di Gesù Cristo sono le piaghe dell’umanità. E per converso le piaghe, benché così vergognose, dell’umanità sono le piaghe di Gesù Cristo, le mani benché abbiette e callose dell’umanità sono le mani di Gesù Cristo, i piedi benché sudici e schifosi dell’umanità sono i piedi di Gesù Cristo, la carne benché sì travagliata dell’umanità è la carne di Gesù Cristo. »  E se voi, soggiungerò io, se voi, o suore, che il mondo ingrato e maligno ripaga talvolta di ludibrio, cionondimeno avete rinunziato al mondo, alle caste gioie della famiglia, ai piaceri della terra per sacrificare la vostra vita negli asili, negli ospedali, nei ricoveri, nelle carceri e farvi le madri degli orfani e le serve dei poveri e degli infelici, ora capisco; se voi, frati e sacerdoti, che il mondo tollera solamente perché non riuscirà mai a distruggervi, pure legandovi alla religione coi santi voti, spendete il vostro ingegno, il vostro cuore, la vostra vita a prò della gioventù, a prò degli ignoranti, a prò di chi non conosce ancora Iddio, lo comprendo; se voi, o grandi dame, o nobilissime regine, o venerabili Cristine, o S. Elisabette, arriverete sino al punto da non calare soltanto dai vostri regali appartamenti per andare in soccorso del povero e per confortare g li infermi, ma per portare nelle vostre braccia i lebbrosi al vostro palagio, e poi lavarli con le vostre mani, e poi baciarne le piaghe, e poi bere eziandio, ciò che soltanto a dirsi ributta la nostra delicatezza, quanto è uscito dalle loro ulceri; io so, io comprendo ora tutto questo: nella persona di un uomo, per quanto misero, per quanto abbietto, per quanto malvagio e spregevole, voi vedete raggiare la persona adorabile di Gesù Cristo. E così comprendo come ad una preghiera fatta in nome del Crocifisso si sappia far il sacrificio d’una vendetta, calmare gli sdegni più bollenti, perdonare al proprio nemico ed abbracciarlo con affetto: la realtà è pur sempre questa, che come si tratta il prossimo, così si tratta Gesù Cristo, così si tratta Iddio, perché Gesù Cristo ha congiunto insieme con la carità la religione e le ha fatte inseparabili l’una dall’altra. Oggidì, o miei cari, alla carità cristiana vuolsi sostituire la filantropia, un non so qual amore degli uomini dettato al cuore unicamente dalla ragione. Ma cotesta filantropia che rifugge dalla religione, che non ha per base i motivi soprannaturali messici dinanzi da Gesù Cristo ad accendere in noi la carità, riesce essa ad ottenere lo scopo che si propone, o che almeno dice di proporsi? L’esperienza medesima ci fa conoscere, che non vi riesce, che non vi riuscirà mai. Essa per commuovere il buon cuore degli uomini, si arrabatta a trovar motivi e a stenderli sopra ampi affissi con parole altisonanti. Con tutto ciò non le riesce di persuadere, e non solo nelle necessità ordinarie delle classi indigenti, ma nemmeno nelle grandi calamità pubbliche, quando i terremoti, le inondazioni, i colera, mietute a migliaia le vittime, gettano nella miseria i superstiti. Sicché questa filantropia, che sdegna valersi dello stesso nome di Dio, è costretta, per ottenere sussidi a prò degli infelici, ad appigliarsi ad arti meschine e persino abbiette. Le fa d’uopo solleticare la vanità con promesse di nomi stampati sui giornali, di croci di cavaliere, di titoli ai generosi, e di suffragi nelle elezioni politiche ed amministrative; le bisogna ricorrere a ridicole chiassate di piazza, a processione di carri con strepiti di trombe innanzi ad essi; le bisogna sfruttare gli istinti volgari ed ignobili della nostra corrotta natura con lotterie e con balli, così detti di beneficenza, con mascherate, rappresentazioni sceniche, banchetti ed altre orge carnevalesche; le bisogna tutto questo. E questo è amore per gli uomini? È dunque lì nel tripudio della danza, che la dama superba si sente commuovere le viscere per la povera vedova, che carica di bambini, senza pane pei medesimi, versa amarissimo pianto? È lì nella gioia frenetica di una mensa lautamente imbandita, che gli Epuloni aprono il cuore alla compassione pei poveri Lazzari, che alla porta stanno aspettando le briciole? È lì nel matto sghignazzare della commedia, che la giovane donzella si decide a far sacrificio della sua vanità per asciugare qualche lagrima? E quando pure con questi mezzi così disonorevoli per chi ne fa uso, la filantropia sarà riuscita a mettere insieme qualche po’ di danaro, se pure, dedotte le spese o vere o immaginarie, le resterà qualche cosa da far pervenire nelle mani dei bisognevoli, dite, potrà essa recar loro il conforto, che arreca la carità cristiana, che si chiede e si fa in nome di Dio? Oh quando la vedova, l’orfano, il poverello sanno, che quelle quattro monete, che si pongono nelle loro mani, sono il frutto delle passioni più vili, il misero avanzo di tante altre monete gettate nei godimenti sfrenati, il mercato ignominioso delle loro lagrime e della loro miseria, pel rossore che proveranno nel riceverle, non se le sentiranno bruciar nelle mani? No! Non è di pane soltanto, che vive l’uomo; egli vive ancor più di dignità, perché Dio non lo ha fatto come il bruto, e la filantropia, che nel dare il pane all’uomo, non cura la Religione, non rispetta neppure la dignità umana. Carità adunque ci vuole e non filantropia. La filantropia sarà, io non lo nego, una virtù umana, ma appunto perché solamente virtù umana è incapace a soddisfare le aspirazioni dell’uomo, che secondo la bella espressione di Tertulliano, non è uomo soltanto, ma naturalmente Cristiano. La carità invece, quella carità che Gesù Cristo venne a portare nel mondo col suo esempio e con la sua dottrina, al nome di Dio si commuove e si accende, e gli uomini, le donne, i fanciulli stessi tramuta in eroi; in eroi, che danno le loro sostanze, in eroi che danno le loro forze, in eroi che danno il loro ingegno, in eroi che danno il loro cuore, in eroi che danno il loro sangue, a salvare delle anime, a consolare degli afflitti, a soccorrere dei bisognosi, ad assistere degli infermi, a perdonare dei nemici e a far del bene a coloro istessi che li odiano e li perseguitano. Ma se a ciò riesce la carità cristiana, gli è appunto perché essa è basata sopra motivi soprannaturali, perché è vivificata dall’alito della Religione. E quanto più questo alito è forte, tanto più riesce efficace nelle opere di carità. Voi avete ospedali, chi ve li serve? Avete ospizi, chi ve li sostiene? avete orfanotrofi, chi ve li governa? avete istituti pei poveri giovani, chi ve li mantiene? avete famiglie per le fanciulle, chi ve li dirige? avete degli ergastoli, chi ve li tramuta in case di benedizione? avete degli sventurati, chi ve li soccorre? avete dei moribondi, chi ve li assiste? ve l’ho detto: sacerdoti e suore, uomini e donne animate per eccellenza dallo spirito di Religione e che si chiamano appunto religiosi e religiose Ed è una vergogna, che alle volte il popolo medesimo, che è il primo a godere i benefizi della carità religiosa, si unisca coi superbi saputi del mondo per domandare, in vedendo dei religiosi e delle religiose, che cosa fanno ancora al mondo questi poltroni?…. Che cosa fanno? Lo sa Iddio, e lo saprai tu, quando abbandonato da tutti, troverai rifugio nelle loro braccia soltanto. Ah! io parlo forte, o miei cari, perché ho tanto in mano da cacciar in gola la parola maligna. Che abbassi pure la voce e vada a capo chino, chi senza Religione, non può mostrare che rovine; io mostro dei poveri aiutati, degli orfani raccolti, degli infermi assistiti, degli infelici consolati e li mostro accanto alle anime religiose. O voi tutti, che bramate praticare la carità cristiana, praticate la Religione: pregate, frequentate la Chiesa, visitate i tabernacoli, ricevete spesso nel vostro cuore quel Cuore che è la fonte della carità; salvando la Religione, salvate la carità, e salvando la carità, salverete la Religione, perché « questa è la Religione pura ed immacolata, praticare la carità tenendosi lontani dell’ irreligione del secolo. » ( Jac . I, 27) – Ed ora dopo sì efficace eccitamento del Santissimo Cuore di Gesù alla pratica della carità verso il prossimo, come suoi devoti non risolveremo ancor noi di compiere il santo suo volere? Certamente non tutti siamo chiamati a praticarla in un grado eroico, come la praticarono un gran numero di Santi; non tutti siamo chiamati a recarci in lontani paesi a portar la luce del Vangelo a coloro, che giacciono ancor tra le tenebre e le ombre di morte; non tutti siamo chiamati a sacrificare la nostra vita negli ospedali, servendo ai poveri infermi; non tutti siamo chiamati a raccogliere in casa nostra orfani e sventurati, né ad esporci al pericolo della vita in caso di gravi epidemie o di pubblici disastri; ma tutti siamo obbligati dall’esempio e dalla dottrina del Sacro Cuor di Gesù ad esercitare la carità del prossimo nei sentimenti, nelle parole e nelle opere, ogni qualvolta ci si presenta l’occasione e secondo la nostra possibilità. Carità nei sentimenti, perciò a nome di Gesù Cristo, l’Apostolo Paolo c’insegna chiaramente, che dobbiamo prendere per il nostro prossimo viscere di misericordia: Induite vos ergo sicut electi Dei viscera misericordiæ, (Coloss. III, 12) discacciando dal nostro interno ogni giudizio, ogni sospetto, ogni dubbio temerario. Carità nelle parole, evitando le mormorazioni, le calunnie, le derisioni, gli scherni, le ingiurie verso gli altri, e sopportando invece con pazienza le ingiurie, gli scherni, le derisioni, le calunnie, le mormorazioni fatte contro di noi. Carità infine, e massimamente, nelle opere, secondochè, ci esorta l’apostolo della carità, S. Giovanni: Filioli miei, non diligamus verbo neque lingua, sed opere et veritate. « Perciocché chi avrà dei beni di questo mondo e vedrà il suo fratello in necessità e chiuderà le sue viscere alla compassione di lui, come mai è in costui la carità di Dio? » (I Jov. III, 17-18) La limosima pertanto ai bisognevoli, quando ci è possibile, ne è imposta quale assoluto dovere. Ma non dimentichiamo, o carissimi, che la limosina non è di pane, di denaro, o di roba soltanto: essa è di ogni aiuto e sollievo, che si possa recare al prossimo, che ne abbisogna. Bella elemosina adunque è pur quella di porgere al prossimo qualche servigio, quella di consolarlo nelle sue afflizioni, quella di consigliarlo ne’ suoi dubbi, quella di istruirlo nella sua ignoranza, quella di ammonirlo con dolcezza dei suoi difetti, quella di animarlo al bene coi nostri buoni esempi, quella di pregare per la sua conversione, quella di visitarlo ed assisterlo nelle sue infermità, quella massimamente di disporlo in esse a fare una buona morte. E tanto più bella, tanto più meritoria sarà questa nostra qualsiasi elemosina, se, praticando l’esempio e gli ammaestramenti del Sacratissimo Cuore, la eserciteremo non solo verso quelli che ci amano, ma ancora verso di coloro che ci odiano, ci perseguitano e sono nostri nemici. E non l’hanno forse praticata così i Santi? S. Catterina da Siena ad una donna, che l’aveva infamata nell’onestà, rese i più umili servigi durante la infermità, che l’aveva incolta. S. Ambrogio ad un sicario, che gli aveva insidiata la vita, fe’ un assegnamento, per cui poté comodamente vivere. S. Sabino pregò per il tiranno, che gli aveva fatto troncare le mani per la fede, e insieme con la guarigione da un grave mal d’occhi gli ottenne da Dio la conversione e la salute dell’anima. San Mellezio, stando in carrozza col governatore che lo portava in esilio, gli stese le braccia sopra per liberarlo dal popolo, che voleva perciò lapidarlo. S. Acaio vendette le sue robe per soccorrere chi gli aveva tolta la stima. Oh! i Santi comprendevano appieno l’importanza di questa carità verso gli stessi nemici, il gradimento che ne ha Iddio, le ricompense con cui la ripaga. Pratichiamola così adunque anche noi, ed anche noi acquisteremo l’affetto del Cuore Santissimo di Gesù. E se ci manca la forza, eseguiamo il consiglio di S. Ambrogio: Si infirmus es, ora, opperò prostrandoci umilmente dinanzi al Divin Cuore, diciamogli con fiducia: O Cuore amantissimo di Gesù Cristo, così ardente di carità per noi, deh! fateci parte delle vostre vivissime fiamme, affinché anche noi sull’esempio e per amor vostro facciamo regnare nel nostro cuore la carità verso il prossimo. Ah! che purtroppo finora non ci ha dominati che l’egoismo, la freddezza, e forse anche l’odio e la brama della vendetta. No, non sarà più così per l’avvenire! Mercé i vostri santi aiuti noi vestiremo per il nostro prossimo viscere di carità, lo ameremo sinceramente nei nostri sentimenti, nelle nostre parole, nelle nostre opere, lo ameremo anche allora che fosse nostro nemico, e per tal guisa praticando i vostri esempi e la vostra dottrina di amore, speriamo fermamente di essere noi pure da Voi perdonati, da Voi amati, da Voi protetti, da Voi rimeritati ora e per tutta l’eternità.

OTTAVARIO DEI MORTI (4) Che sarà dei nostri morti?

OTTAVARIO DEI MORTI (4)

TRATTENIMENTO VI.

Che sarà dei nostri morti ?

[L. Falletti: I nostri morti e il purgatorio; M. D’Auria Ed. Napoli, 1924 – impr. -]

Sommario — Dubbio angoscioso — Soave dottrina di S. Francesco di Sales — Come spiegare le parabole evangeliche? — Gli operai e gli invitati — Opinioni teologiche — Dottrina conforme alla bontà di Dio — Rivelazioni dei Santi — Contegno della Chiesa — Esempio. Appendice — Molti sono i chiamati, pochi gli eletti.

I.

Fra tante sciagure che fanno grami i giorni della vita mortale, una delle più crudeli, singolarmente pei cuori affettuosi e sensibili, si è per ciascuno la perdita dei suoi cari. Oh Dio! che strazio per la giovane sposa la morte del suo giovane consorte, per i figli la morte dei loro genitori, per amorosa sorella la morte di un caro fratello! La morte, nel tempo medesimo che colpisce le sue vittime, amareggia ancora i giorni di coloro che sopravvivono, o, per dir meglio, attenta con un colpo solo alla vita degli uni e al cuore degli altri. Ma se questa considerazione degli effetti terribili della morte è dolorosa per tutti, ei mi pare che siavi, per un credente specialmente, qualche cosa di più doloroso e terribile ancora, e questo si è il pensiero della sorte eterna che sarà toccata all’anima diletta della persona che si è perduta. « Sarà ella in luogo di salute, oppure di dannazione? Nel suo comparire alla presenza di Dio sarà ella stata un trionfo della sua misericordia infinita, oppure della sua giustizia inesorabile che vede macchie perfino negli Angeli? » Pensiero tremendo ed angoscioso che tante volte amareggia e tormenta non poche anime timide, esageratamente impressionate dalla considerazione dei divini giudizi e specialmente da quelle parole del Vangelo « Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti! » Ei mi pare quindi che non sia per nulla fuor di proposito che, a scopo di consolazione per queste povere anime, già abbastanza addolorate dalla perdita dei loro cari, io dica qualche cosa su questo argomento, attenendomi rigorosamente a quanto attorno ad esso ci hanno insegnato i Padri ed i Dottori della Chiesa. La loro dottrina sarà come un raggio di Paradiso che dissiperà non poco le tenebre in cui le getta il dolore. – Discutevasi un giorno alla presenza del Santo Vescovo di Ginevra, S. Francesco di Sales, su quelle tremende parole del Vangelo: « Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti ». Si diceva che il numero degli eletti è chiamato nelle Scritture piccolo gregge, mentre quello dei dannati legione e moltitudine… ed altre cose simili. Il Santo Dottore lasciò che tutti parlassero, e quando ognuno ebbe detto il suo parere, così egli prese a dire: « Io penso, invece, che vi saranno ben pochi cristiani che andranno dannati, — e intendeva parlare di coloro che appartengono alla Chiesa Cattolica — perché, possedendo essi la radice della vera fede, presto o tardi questa produrrà ordinariamente il suo frutto, che è la salute, e da morta che è, diventa vivente e opererà per la carità ». E siccome gli si obiettava la parabola del Vangelo in cui si parla del piccolo numero degli eletti: «In realtà, soggiungeva, se si paragonano i Cristiani Cattolici col resto del mondo e delle nazioni infedeli, il loro numero è molto piccolo; ma su questo numero io credo che ben pochi si dannino ». Ed a sostegno della sua opinione egli si riferiva alla bontà di Dio, la quale, secondo dice S. Paolo, come ha cominciato l’opera buona, così la condurrà fino a compimento. « Sarebbe mai possibile che la vocazione al Cristianesimo, che è un’opera di Dio ed un’opera perfetta, conducente al fine supremo, ch’è la gloria del Cielo, potesse essere tanto sovente frustrata del suo effetto? » Ed appoggiato a questa sua credenza, non voleva che si disperasse della conversione di alcun peccatore fino all’ultimo suo respiro. E spingevasi più oltre ancora: « tanto che non approvava che, anche dopo la morte, si portasse un giudizio sfavorevole su di coloro eziandio che avevano condotto una cattiva vita ». E la sua ragione principale era che « siccome la prima grazia della giustificazione non è meritata da alcuna opera precedente, così l’ultima grazia, che è quella della perseveranza finale, non viene punto concessa al merito. Ora chi è colui che mai conobbe i disegni di Dio? Chi è colui che fu suo consigliere? » Quindi il Santo voleva che « anche dopo l’ultimo respiro si continuasse a sperare in bene della persona defunta, qualunque fosse stata la morte che le era toccata in sorte, perché noi non possiamo avere che congetture molto incerte, unicamente fondate sull’esterno in cui anche i più abili possono ingannarsi ». – E questa dottrina così consolante sul più gran numero degli eletti, benché, rigorosamente parlando, non sia stata ancora fatta totalmente sua dalla Chiesa, sulla quale del resto non si è pur anco pronunziata, sembra nondimeno la più conforme al senso ben compreso delle Sacre Scritture. E per convincerci non abbiamo che ad esaminare brevemente i passaggi in cui se ne fa cenno. E primo ci si presenta S. Matteo, il quale al capo ventesimo del suo Vangelo paragona il regno del Cielo ad una vigna che il padre di famiglia fa coltivare ed a cui successivamente manda tutti gli operai che può incontrare. Venuta la sera, egli convoca tutti coloro che hanno lavorato per lui; dà loro la mercede pattuita, e l’operaio dell’ ultima ora è da lui ricompensato colla stessa moneta di colui che ha iniziato il suo lavoro fin dal principio del giorno. Si lamenta quest’ultimo, ma il Padrone gli risponde che gli dà ciò di cui avevano pattuito, soggiungendo che i primi saranno gli ultimi e gli ultimi saranno i primi, e conchiude: Molti sono chiamati, ma pochi sono eletti. Egli è evidente che se si vuole ben interpretare il senso di questa sentenza, non bisogna separarlo da tutto l’insieme del testo, di cui dessa è come la conclusione, ma spiegarla col testo istesso. Ora che cosa ci dice questa parabola? Ci dice forse che il più gran numero degli operai, chiamati a lavorare nella vigna, sono esclusi dalla ricompensa e dalla mercede al termine della giornata, e che quindi per analogia la maggioranza, degli uomini, che lavorano per Dio in sulla terra, saranno esclusi dalla ricompensa celeste? No, certamente, ci dice anzi il contrario; perciò in quella guisa che tutti gli operai della parabola evangelica ricevono una ricompensa, così i Cristiani, quelli almeno appartenenti alla Chiesa Cattolica, che vien raffigurata nella vigna, riceveranno, dopo le fatiche e le operazioni della presente vita, la ricompensa; e la sola conclusione che si può trarre dal sacro testo è la disuguaglianza della ricompensa. Lungi pertanto d’essere l’espressione della collera divina, questa sentenza è invece l’espressione della sua misericordia a riguardo dei peccatori e dell’efficacia meravigliosa del pentimento. – In un altro passaggio dello stesso Vangelo, al capitolo ventiduesimo, il regno dei Cieli viene rappresentato sotto la figura d’un banchetto, al quale gli invitati, che sono gli Ebrei, rifiutano di partecipare: allora il re ordina di convocare quanti si potranno incontrare per le vie e per le piazze della città ed in questo modo una moltitudine di gente d’ogni condizione introdotta nella sala del banchetto: sono i Gentili ed i Barbari da Gesù Cristo chiamati alla sua fede. E di tutta questa moltitudine uno solo viene cacciato via, perché non è vestito della veste nuziale. « Gettatelo, diceva il re, nelle tenebre esteriori, ove vi sarà lacrime e stridor di denti, poiché « molti sono i chiamati, e pochi gli eletti ». Uno solo è escluso; anche qui è adunque il piccolo numero che è riprovato. Ed è perciò, conclude il dotto Bergier, che se le parabole del Vangelo possono essere ammesse come argomenti di prova, noi dobbiamo credere che sarà il gran numero e non il piccolo che andrà salvo. Gesù Cristo paragona la separazione dei buoni e dei cattivi, nel giudizio finale, al buon grano separato dalla zizzania: ora in un campo, coltivato con cura, la zizzania non è certamente tanto abbondante quanto il buon frumento. La paragona ancora alla scelta che si fa tra i buoni ed i cattivi pesci; ora egli è mai possibile che il pescatore tragga nella sua rete un numero di pesci cattivi maggiore che non i buoni? Delle dieci vergini invitate alle nozze, cinque sono ammesse ad entrare con lo sposo. Nelle parabole dei talenti, due servitori sono ricompensati, uno solo è punito ». E non altrimenti opina il dotto e profondo Suarez, il quale commentando la sullodata evangelica sentenza così scriveva: « Se noi prendiamo il nome dei Cristiani in senso generale, in quanto che comprende tutti coloro che hanno l’onore di portare il nome di Gesù Cristo e fanno professione di credere in Lui, e quindi eretici, apostati, scismatici, protestanti etc, non neghiamo che in questo senso si possa sostenere come probabile l’opinione di coloro che ammettono che il più gran numero sarà riprovato; ed è così che mi spiego l’opinione più severa. Poiché, siccome vi sono sempre stati molti eretici ed apostati, è chiaro che essi saranno molto più numerosi di quelli che muoiono bene, tanto più poi se noi contiamo con essi i fedeli che muoiono male. Ma se per Cristiani noi intendiamo soltanto quelli che muoiono nella Chiesa Cattolica, mi pare più probabile l’ammettere, sotto la legge di grazia, che il più gran numero sia salvo. Ed infatti non v’ha nessun dubbio per coloro che muoiono prima di essere adulti, che essi son salvi pel fatto stesso di essere stati battezzati; in quanto agli adulti, anche supposto che per la maggior parte abbiano peccato mortalmente, nondimeno il più sovente si rialzano dalle loro colpe… e ve n’ha ben pochi che non siano disposti ad una buona morte per mezzo dei Sacramenti, e che non detestino i loro peccati almeno con un atto di attrizione ». Così il dotto commentatore di S. Tommaso; e questa distinzione fa scomparire ogni difficoltà nell’interpretazione dei sacri testi. Vi sono adunque molti chiamati, poiché è di fede che Dio vuole la salute di tutti gli uomini; vi saranno pochi eletti, se si considera la totalità del genere umano ed il grande numero di coloro che non appartengono alla religione cattolica.

II.

Del resto la tesi del più gran numero degli eletti, parlando dei Cattolici, non è forse quella che è più in armonia con la bontà e con la misericordia infinita di Dio, più propria a dilatare i cuori, a rialzare gli animi, a condizione però che uno non se ne autorizzi per commettere il peccato, cosa che necessariamente attirerebbe sul suo capo la collera e la maledizione del Cielo? Quindi, quand’anco la morte li avesse sorpresi improvvisamente, senza lasciar loro il tempo di ricevere i Sacramenti di santa Madre Chiesa, non desoliamoci e tanto meno disperiamo. Ricordiamoci che la misericordia di Dio è infinita. Chi ci dice che un buon pensiero, un sentimento di contrizione perfetta non abbiano trovato posto tra la loro ultima parola ed il loro ultimo sospiro? Chi conosce tutti i segreti della misericordia d’un Dio che « vuole la salute di tutti gli uomini… che non vuole la morte del peccatore, ma la sua conversione? » Non ha detto il Signore per mezzo d’Isaia: « Può dessa una madre dimenticare il suo figlio? Ebbene, quand’anco ella il dimenticasse, io non vi dimenticherò mai; io vi porto scritti nelle mie mani ». – Chi mai potrà dirci quello che avverrà nell’anima del morente alla vista dell’eternità che comincia, ed al pensiero di doversi presentare al tribunale dell’eterno Giudice, nelle mani del quale terribile cosa è il cadere? E là, ove l’occhio umano non vede, in certe morti specialmente, che un tratto di giustizia, chissà che invece non abbiano luogo segreti misteri di misericordia e miracoli di grazia? Alla luce di un ultimo raggio, Iddio si manifesta a certe anime, la cui più grande disgrazia fu quella di ignorarlo, e l’ultimo sospiro, compreso da Colui che scruta i cuori, può essere un gemito implorante il perdono. Non dimentichiamolo: un’ora, un minuto secondo basta a Dio per rischiarare una mente ottenebrata, per commuovere un cuore indurito nel peccato. In quell’attimo stesso, in cui più nessuna voce umana arriva a farsi capire dal moribondo, la voce di Dio lo penetra e lo convince. Chi è mai così ardito da mettere limiti alla misericordia infinita d’un Dio morto per noi?… Autorevoli teologi pensano che all’ora della morte Iddio largisce ai peccatori grazie particolari e straordinarie per eccitarli al pentimento, prima di comparire al suo tribunale; e tutti sanno che un atto di contrizione perfetta basta per cancellare i peccati di tutta una vita, ed assicurare la salute eterna. Ora sotto l’influenza di queste grazie straordinarie e dei lumi che procura all’anima l’avvicinarsi della morte, l’atto di contrizione diventa facile, e per produrlo non occorre che un istante, una parola, un « Perdono, Dio mio », anzi meno ancora, una semplice ispirazione del cuore verso Colui che si è offeso. Ed oh! potenza della misericordia di Dio , quell’anima che umanamente parlando si sarebbe detta per sempre perduta, eccola riconciliata d’un tratto col suo Giudice supremo e salva per tutta l’eternità.  « È un miracolo, esclama qui il P. Faber, è vero, ma un miracolo è facile a Colui che non aspetta che un gemito del cuore umano per perdonare e cangiare un ladro in un eletto… Verrà un giorno in cui noi conosceremo tutte queste ineffabili meraviglie della misericordia divina; non desistiamo intanto d’implorarla con illimitata confidenza ». Sì, lo so che sarebbe una presunzione colpevole quella di aspettarci questi miracoli della grazia, ma Colui che proibisce di pretenderli, si compiace qualche volta di farli. Giacobbe piangeva amaramente la morte del suo diletto Giuseppe, egli credeva che una belva feroce l’avesse divorato; e Giuseppe respirava ancora; languiva in una dura prigionia, ed intanto il Signore gli preparava una sorte gloriosa. Similmente quell’anima che noi crediamo colpita di morte eterna è forse un’anima predestinata; ella languisce nel Purgatorio e Dio le riserba un posto in Cielo. Mio Dio! voi ci proibite dunque di disperare della salvezza dei più grandi peccatori! Così è: perciò non escludiamo nessuno dai nostri suffragi privati, neppure gli scismatici, gli eretici, poiché chi mai ci potrà assicurare che Dio non abbia pure tra di essi dei servitori fedeli, non riconosciuti come Cattolici e non appartenenti alla Chiesa visibile, ma che pur nondimeno di cuore e di spirito sono suoi figli? In tutt’i casi è cosa certa che Iddio non condannerà alcuno a causa d’una ignoranza, di cui egli non ha colpa; poiché « Dio ama tutte le anime » anche quelle appartenenti a sette avverse al Cattolicismo, e si prende cura della salute di tutte. Non è Egli il loro Creatore ed il loro Padre? Il suo divino Figlio non è forse morto in sulla croce per salvare tutti gli uomini? « Dio vuole che tutti gli uomini si salvino e pervengono alla cognizione della verità ». Chi ci potrà pertanto dire ciò che si passa nel cuore di certi uomini, anche separati, soprattutto in punto di morte? Non è forse Iddio onnipotente e nello stesso tempo e infinitamente misericordioso? e se una anima posta in tali condizioni, un peccatore ostinato nel delitto anche fino a quel momento supremo, implorano il suo perdono con sincerità, possiamo noi credere che il Signore rigetti la loro preghiera? No, Egli non respinge punto un cuore contrito ed umiliato. Queste anime non andranno forse subito al possesso del regno eterno, ma non andranno neppure perdute; e questo è quanto ci deve stare maggiormente a cuore. Si ascolti a questo proposito quanto ci dice ancora il dotto e pio P. Faber: « La nostra ignoranza riguardo a ciò che ha luogo nelle anime in punto di morte ci rende inaccessibile la più larga parte della vita umana, poiché la vita non si misura solo col tempo materiale. Il mondo con tutti i suoi spettacoli e i suoi clamori lascia a Dio poco posto nel cuore degli uomini; ma l’ora della morte è lunga, e Dio vi trova il suo posto. Essa cambia i minuti in anni, e moltiplica l’attività dello spirito nel momento in cui sta per abbandonare il corpo. È un’ora di verità, e un’ora di verità è più lunga d’un secolo di menzogna. Il Cielo allora si avvicina non solo per giudicare, ma eziandio per soccorrere… Il tempo dell’agonia può supplire a parecchie vite. Poco noi sappiamo di ciò che allora succede. Gli occhi spenti, il volto senza espressione e contratto dal dolore, la bocca senza parole, sono altrettanti veli che ci nascondono questo estremo abboccamento in terra del Creatore con la sua creatura. Ma l’osservazione e la psicologia concorrono per insegnarci che allora si operano grandi cose e di una natura più intellettuale di quanto potremmo immaginare… Oh! come si moltiplicano le magnificenze dell’amor di Dio attorno al letto dei moribondi! Cento volte più di quello che vediamo, cento volte più di quello che pensiamo! Confesso che qui camminiamo sopra un suolo sconosciuto, ma giacché in quel punto supremo la misericordia di Dio è così necessaria… io proclamo che questa regione sconosciuta del letto dei moribondi è il puro dominio della misericordia di Dio. Quest’ultima ora può spiegare molte salvezze inesplicabili».

III.

E qui potremmo porre fine al nostro dire, se non credessimo conveniente, per maggiormente raffermarci in questa consolante dottrina, citare alcune rivelazioni, che troviamo narrate negli scritti di anime sante. E prima ci si presenta S. Gertrude, la quale così scrive: « Riflettendo un giorno nel mio cuore sopra questo punto che molti cristiani all’ ora della loro morte sembrano pentirsi piuttosto pel timore dei divini castighi che non per un sentimento d’amore per Dio, ed avendo d’altra parte io inteso dire che non si può essere salvi senza un principio d’amor di Dio, bastante per produrre il pentimento ed il distacco dal peccato, Nostro Signore mi fece intendere queste parole: Allorquando vedrò in agonia quelli che si saranno ricordati di me con piacere e che avranno fatto qualche opera degna di ricompensa, Io comparirò loro al punto della morte con un viso così pieno d’amore e di misericordia, che si pentiranno dall’intimo del loro cuore d’avermi offeso durante la loro vita, e si salveranno con quest’atto di pentimento. Io vorrei pertanto che i miei eletti sapessero riconoscere questa misericordia, e che fra i numerosi benefìci che ricevono da me, mi ringraziassero anche di questo ». – Si legge pure nella vita di questa stessa Santa che avendo lungamente pregato per un’anima che le era stata raccomandata, e della cui eterna salute si aveva ragione d’essere molto inquieti, Nostro Signore le apparve e le disse: «Per amor tuo, o Gertrude, io voglio aver pietà di quest’anima e di un milione d’altre ancora. La mia luce divina che penetra l’avvenire, avendomi fatto conoscere che tu avresti pregato per quest’anima, in vista di queste preghiere future, allorquando si trovò in agonia, la favorii di sante disposizioni per procurarle una buona morte e prepararla a godere dei frutti della tua carità. Quest’anima è salva, e, se tu il vuoi, io le perdonerò tutte le sue colpe, e la libererò da ogni sorta di pene ». – Nella vita di S. Brigida troviamo rivelazioni non meno consolanti. Mentre un giorno questa santa pregava per un grande peccatore, che era infermo, il divin Maestro le fece intendere queste parole: « Colui che è ora ammalato e pel quale tu preghi, fu molto vile a mio riguardo: tutta la sua vita fu contraria alla mia. Ma tu fagli dire che se ha volontà di correggersi, nel caso che guarisse, Io lo salverò e gli darò la mia gloria ». Alcuni giorni dopo la Santa vide l’anima di questo peccatore lasciar la terra, e, libera dall’inferno, rendersi in Purgatorio ». – Un’altra fiata così Gesù parlò a S. Brigida: « Io sono così misericordioso che se mi fosse possibile soffrire di nuovo il supplizio della croce, lo rinnoverei per ogni peccatore in particolare ». Nella vita del B. Curato d’Ars si racconta che venne un giorno a trovarlo una signora, il marito della quale era stato sorpreso da una morte improvvisa, senza che avesse avuto tempo di riprendere cognizione. Disgraziatamente costui aveva tenuto una condotta poco edificante, per cui la povera moglie, desolata e disperata, molto temeva per la sua eterna salute. « Rassicuratevi, le disse il santo sacerdote dopo un breve raccoglimento, in virtù delle preghiere che voi avete fatte per la conversione di vostro marito, e di quelle che avreste fatte per l’anima sua dopo la morte, Iddio gli usò misericordia e gli diede il tempo di pentirsi. Ora egli è salvo, ma sta molto addentro nel Purgatorio, pregate per lui ». – Leggiamo nella vita del P. Ravignan che il generale Excelmans aveva perduto improvvisamente la vita in seguito ad una caduta da cavallo. Disgraziatamente egli non praticava la religione; aveva però promesso che un giorno si sarebbe confessato; ma non ne aveva avuto il tempo. Il P. Ravignan che da molto tempo pregava e faceva pregare per lui, rimase nella costernazione quando venne a conoscere una tale morte. Ora, il giorno stesso, una persona favorita di comunicazioni celesti, credette intendere una voce interna che le diceva: « Chi dunque conosce la grandezza della mia misericordia? Chi può sapere la profondità del mare, e la quantità d’acqua che racchiude? Molto sarà perdonato a certe anime che hanno molto ignorato! » — Ed ecco perché il santo gesuita era di parere che ai dì nostri, nei quali pure tante anime ingolfate nei pregiudizi si tengono lontane da ogni pratica di religione, molte se ne salvano per intervento diretto della divina misericordia, la quale non di rado agisce su loro negli ultimi momenti della vita. È vero che in questo caso l’anima deve purificarsi dalle sue colpe con un lungo e duro Purgatorio, ma che importa quando l’eternità è assicurata? Anche se le pene di quelle poverette venissero prolungate fino alla fine de’ secoli, oh! Non se ne lamenterebbero certo. Anzi gioirebbero in cuor loro, non altrimenti che quel condannato a morte, il quale venisse a sapere essergli stata commutata la pena capitale a pochi anni di prigionia. Consolanti sono al certo queste rivelazioni dei Santi, ma sono per noi più consolanti ancora, quando ci facciamo a riflettere che non solo non sono contrarie allo spirito della Chiesa, ma sono invece al tutto consone a quanto ella ne pensa. Se infatti questa buona Madre sa che ha ricevuto da Dio il potere di dichiarare santi, cioè salvi, alcuni suoi veri amici, sa pure che non le è dato il conoscere quali siano i suoi nemici definitivi. Dio è un buon padre, troppo facilmente lo si dimentica; e non dà a nessun uomo, neppure alla Chiesa Cattolica, sua sposa inspirata, di conoscere il disonore e l’onta eterna dei suoi figli, e ciò appunto perché noi di tutti possiamo sperare quaggiù senza eccezione di sorta. – Ed ecco perché questa Chiesa, ad eccezione di Giuda l’Iscariota, non si è mai pronunziata sulla sorte eterna di alcun altro uomo col dire: Costui è un riprovato! Qualunque sia lo stato di delitto, d’eresia, d’incredulità, d’infamia, di bestemmia, in cui uno muoia sotto i nostri stessi occhi, giammai la Chiesa dice o può dire: Questo uomo è un riprovato. Essa piuttosto dice: Io ignoro il giudizio di Dio; di modo che la

Chiesa cattolica non ha mai condannato un solo uomo. Chi non conosce la risposta che S. Francesco di Sales dava a colui che gli domandava se Lutero fosse dannato? « Noi non lo sappiamo! » Né altrimenti può rispondere un Cattolico. Così, si prenda pure l’empio più notorio , il più grande nemico della Chiesa, e si domandi a questa Chiesa: Quest’uomo è desso un riprovato? Ed ella risponderà sempre: Io non lo so! Si cerchi pure di trovare un sol prete che ci affermi che Voltaire è dannato: molti potranno rispondere: Io lo suppongo: ma non un solo ci dirà: In nome della fede cattolica io l’affermo. – Eravi a Roma un santo sacerdote che passava per taumaturgo. Uno scellerato, condannato a morte per i suoi delitti, aveva rifiutato tutti i conforti religiosi e non cessava di bestemmiare. Durante tre giorni, il Santo, come lo chiamava il popolo, gli si mise a lato, non omettendo nessuna delle risorse che gli dettava il suo zelo e scongiurandolo a non volere morire nell’impenitenza finale. Ma tutto è inutile. Il condannato sale sul palco, il sacerdote gli tien dietro, lo prega, lo scongiura con le lagrime agli occhi; ma è ancora respinto. «Popolo, grida egli allora rivolto agli astanti, tu sei testimonio della morte d’ un riprovato! » Ma ecco qual fu l’effetto di questa parola. Quarant’anni dopo si aprì il processo per la canonizzazione di questo venerando sacerdote: i miracoli erano constatati ma il promotore della fede oppose ai miracoli la parola pronunziata sul palco di quello scellerato impenitente, e la canonizzazione non ebbe luogo. Non era quella la parola d’un santo!…

* *

Si consolino adunque e sperino tutte quante le anime afflitte che hanno perduto i loro cari e sono dubbiose sulla loro sorte eterna. Confidino nel Signore Gesù, così pieno di tenerezza e di misericordia, quale non si può immaginare in sulla terra. Che altro fu la sua vita, se non un atto continuo di bontà e di amore infinito per tutte le miserie dell’umanità? « Venite a me, voi tutti che soffrite e siete afflitti ed Io vi consolerò, dice Egli a tutti ». Ora la perdita di una persona cara ed il pensiero di non poterla rivedere mai più non è forse una delle più grandi afflizioni per un’anima credente? Andiamo quindi con fiducia a lui, e cerchiamo con le nostre preghiere di commuovere il suo cuore, sulla sorte di chi noi piangiamo, per quanto poco rassicurante ci possa sembrare la sua fine. E per sostenerci nella nostra speranza ricordiamo sempre che nessun limite, nessuna impossibilità è posta quaggiù tra la grazia e l’anima, finché le resta un soffio di vita. E chi ci potrà mai dire, ripeto, quanto attivo e pronto non sia l’intervento di questa grazia, e farci comprendere quanto efficace non sia la cooperazione da parte dell’anima che Dio vuol salvare? Non ci dicono forse i padri della vita spirituale che basta un attimo per ricevere questa grazia e cooperare al suo onnipotente e salutare soccorso?… Non disperiamo quindi dell’eterna salvezza di nessuno, e, senza voler scrutare gli imperscrutabili disegni della giustizia di Dio, facciamoci sempre un dolce dovere di raccomandare tutte le anime dei trapassati alla sua infinita misericordia.

ESEMPIO: La Madre di Ermanno Coen

Quante anime non giudichiamo noi forse irreparabilmente perdute, ed invece conosceremo noi salve nel giorno del giudizio finale, e salve per intercessione di Maria? Pensando alla grande bontà e potenza di questa Madre Don dobbiamo mai disperare della sorte eterna dei nostri cari defunti. Ed una prova eloquente di ciò ce la fornisce la vita del P. Ermanno Coen, il celebre ebreo convertito per opera della Vergine SS. — Uno dei più grandi dispiaceri di questo convertito era il vedere la resistenza e l’ostinazione che la sua diletta genitrice opponeva a tutte le sue istanze e preghiere, affinché lasciasse il giudaismo e si convertisse alla Religione Cattolica. Avendo appreso che ella era morta senza dare alcun seguo esterno di pentimento, senza avere ricevuto il Battesimo, ne rimase cosi addolorato, che non poteva darsi pace. Ne scrisse per consolarsi al B. Curato d’Ars, il quale gli rispose: « Abbiate fiducia, voi riceverete un giorno e precisamente nella festa dell’Immacolata Concezione una lettera che sarà per voi causa di una grande consolazione». Queste parole erano già state da lui quasi dimenticate, quando 1′ 8 Dicembre 1850, sei anni dopo la morte della madre sua, riceveva la seguente lettera, che gli veniva indirizzata da una religiosa di Londra, persona a lui totalmente sconosciuta. Costei, dopo avergli parlato di una comunicazione avuta da Gesù dopo la Comunione, così continuava: « Il buon Gesù, per farvi conoscere quello che avvenne al momento della morte di vostra madre m’illuminò di un raggio di luce divina e mi fece comprendere, o meglio mi fece vedere in Lui ciò che io mi sforzerò di narrarvi. Essendo vostra madre sul punto di rendere l’ultimo respiro, quando già sembrava priva di conoscenza e quasi fuor di vita, Maria SS. si presentò innanzi al suo divin Figlio ,, e prostrandosi ai suoi piedi gli disse : « Grazia, misericordia, Figlio mio, per quest’anima che sta per morire. Ancora un istante, e poi sarà perduta, perduta per tutta l’eternità. Deh! fate, ve ne supplico, per la madre del mio servitore Ermanno, quello che Voi vorreste che egli facesse per la vostra, se ella fosse al suo posto, e se Voi foste al suo. L’anima della madre sua è il suo più caro tesoro, me l’ha consacrata migliaia di volte, l’ha affidata alla sollecitudine e tenerezza del mio cuore. Come potrò io soffrire che ella perisca? No, no, quest’anima m’appartiene; io la voglio, la reclamo come mia eredità, come prezzo del vostro sangue e dei miei dolori a piè della croce ». La divina supplicante non aveva ancora finito di parlare, che una grazia forte, potente eruppe dalla sorgente di tutte le grazie, dal Cuore adorabile del nostro Gesù, e venne ad illuminare l’anima della povera moribonda e trionfare istantaneamente della sua ostinata resistenza. Quest’anima si volse immediatamente con amorosa confidenza verso Colui, la cui misericordia la perseguitava fino tra le braccia della morte, e gli disse: « O Gesù, Dio dei Cristiani, Dio che adora mio figlio, io credo, io spero in Voi, abbiate pietà di me ». In questo grido che Dio solo intese e che partiva dall’intimo del cuore della morente, eranvi rinchiusi il pentimento sincero della sua ostinazione e delle sue colpe, il desiderio del Battesimo e la volontà di riceverlo e di vivere secondo le regole ed i precetti della nostra santa Religione, se ella avesse riacquistata la salute. Questo slancio di fede e di speranza in Gesù fu l’ultimo sentimento di queill’anima: nel momento istesso in cui lo faceva salire verso il trono della divina misericordia, i deboli legami che ancora la tenevano avvinta alla sua spoglia mortale si ruppero ed ella cadeva ai piedi di Colui che era stato suo Salvatore prima di essere suo giudice. — Dopo avermi fatto conoscere tutte queste cose, Gesù aggiunse: « Dì al P. Ermanno che questa è appunto una consolazione che io voglio accordare ai suoi lunghi dolori, affinché benedica e faccia benedire ovunque la bontà del Cuore di mia Madre e la sua potenza sul mio ». – Che cosa conchiudere da ciò? Che bisogna pregare anche per i defunti, la cui vita anteriore ed anche gli ultimi istanti c’ispirassero serie inquietudini per quanto riguarda la loro sorte eterna. – Ma non bisogna però contare su tali miracoli di misericordia divina per vivere nell’indifferenza, in riguardo al grande affare della nostra santificazione, durante il tempo in cui Iddio ci largisce forza e salute: sarebbe questo un tentarlo, un esporci a morire in uno stato che ci condurrebbe direttamente all’eterna dannazione. Prendiamo adunque le nostre precauzioni, mentre siamo ancora in tempo, e riflettiamo sovente a quella grande massima dei Santi che Colui che ci creò senza il nostro concorso, non ci salverà in via ordinaria senza la nostra cooperazione.

NOTA ESPLICATIVA

« Molti sono i chiamati, pochi gli eletti ».

Non possiamo nasconderci che la sentenza finale delle due parabole citate nel trattenimento precedente: la parabola cioè degli operai evangelici mandati ad ore diverse a lavorare nella vigna e ricompensati allo stesso modo e l’altra degli invitati nuziali non dia a prima vista molto a riflettere. Quindi, quantunque già ne abbiamo detto alcunché nel corso del trattenimento, tuttavia non crediamo fuor di luogo, trattandosi di materia tanto importante ed atta ad ingenerare nelle anime timide e scrupolose eccessivi timori sulla sorte della loro eterna salute, ritornarvi brevemente sopra. Tanto più che non mancano autori antichi e moderni, ed anche di grande autorità, che si schierano apertamente in favore del senso letterale di detta sentenza, e sostengono che « la dottrina in essa contenuta possa e debba essere la dottrina della Chiesa, perché fondata sulla S. Scrittura» (Foggini). Chi non conosce, per limitarci ad un esempio, i celebri discorsi del P. Bridayne e di Mons. Massillon, i quali vogliono dal nostro testo provare « que les elùs, comparés au reste des hommes ne forment qu’un un petit troupeau, qui échappe presque à la vue?». È noto però ora, come di questa verità di ordine storico siasi abusato, applicandone il senso ad un falso supposto, di ordine dogmatico. Cioè: anche dei fedeli maggiore sarà il numero dei reprobi, che non quello degli eletti. Invece da quanto abbiamo detto appare che noi ci troviamo di fronte a verità d’ordine ben diverso. Per conseguenza è solo per accomodazione che esurge per molti il senso favorevole alla tesi del piccolo numero degli eletti. Ora è legge ermeneutica dell’accomodazione, secondo il chiarissimo Cornely « che non è mai lecito obbligare gli altri ad accettare per vera e genuina sentenza dello Spirito Santo, quel senso che per accomodazione che noi attribuiamo alle parole della S. Scrittura; perciò nella dimostrazione e conferma dei dogmi non v’ha luogo alla accomodazione ». – Però, per sempre più convincerci della verità di quanto andiamo dicendo, ci piace riferire qui brevemente quanto intorno a queste due parabole del Vangelo di S. Matteo scrisse poco fa un moderno autore: «Per quanto spetta alla prima parabola il testo ed il contesto ci dicono che la dottrina di Gesù versava intorno alla distribuzione delle grazie celesti, ed in specie, che la misura della mercede nel regno di Cristo dipende non unicamente dalla grandezza, dalla fatica e dalla durata del lavoro o del valore esterno d’ogni singola opera, ma anzitutto ed in primo luogo dalla libera volontà e benevolenza del Gran Padre di famiglia, che in questo regno distribuisce a ciascuno le sue grazie. Certamente il Signore darà a ciascuno secondo le sue opere, osservando la più rigorosa giustizia riguardo a tutti; però il criterio decisivo di una mercede maggiore o minore non è la grandezza esterna e farisaica dell’opera in s’è, ma la grazia interna colla cooperazione da parte dell’uomo. Ora la misura di questa grazia dipende unicamente dalla libera benevolenza di Dio. Per questo anche nella parabola vien messa in evidenza tutta speciale la libera volontà del padre di famiglia per rapporto agli ultimi venuti. In tempo cioè relativamente molto breve, potranno taluni nel regno dei cieli acquistarsi meriti grandi quanto altri in lunghi anni, perché la grazia di Dio, che è un dono gratuito della sua misericordia, verrà loro comunicata in una misura molto più generosa. Ecco come e perché avverrà che « gli ultimi saranno primi, ed i primi ultimi ». Ora, se con questa idea principale della parabola mettiamo in relazione le parole finali del comma, è chiaro che il senso non può essere che questo: molti sono chiamati al grado ordinario di grazie, con le quali cooperando del loro meglio, meriteranno un dì il compenso dovuto in cielo, ma pochi invece sono i privilegiati, gli eletti a gradi speciali e straordinari di grazie, con le quali « stagionati in breve tempo, compiranno una lunga carriera» (Sap. IV. 13). – « Anche la seconda parabola termina con le parole : « molti sono i chiamati, e pochi gli eletti » e qui pure devesi per conseguenza elucidare il comma in rapporto con l’idea fondamentale della similitudine, tanto più che a questa si connette con un « poiché – enim » conclusivo. Qui la dottrina di Gesù comprende due punti: la riprovazione de’ primi ospiti ed i requisiti necessari a quelli che di fatto prendono parte al festino. Se noi riferiamo ora la sentenza a questa seconda parte, cui parrebbe anche riferirsi realmente in vista dal nesso esterno che a questa la lega, si avrebbe questo senso: anche nel popolo della nuova alleanza, che per divina disposizione sottentrò nel regno del Messia al popolo d’Israele, sono molti bensì i chiamati, ma solo pochi saranno ammessi di fatto nel vero ed eterno possesso del regno. Ma questa conclusione, come è facile a vedersi, non si accorda in nessun modo con la parabola; perché pur tacendo della circostanza, che tra gli ospiti che riempirono la sala del convito, uno solo fu trovato senza l’abito nuziale, certamente ripugnerebbe all’idea espressa dalla parabola l’ammettere che degli ultimi invitati anche solamente pochi abbiano in definitiva adempiuto alla condizione necessaria e conservato il loro posto al banchetto. La sentenza di Gesù dice perciò relazione, non con questo secondo punto della parabola, ma col primo, dove si pronuncia la riprovazione del popolo giudaico, e si contiene anche l’idea prima e fondamentale della similitudine. E in realtà essa si applica molto bene al popolo d’Israele, perché in questa breve sentenza si compendia e racchiude tutta quanta la parabola, che doveva precisamente annunziare al popolo ed ai sacerdoti il decreto della divina giustizia contro la loro incredulità. « Molti sono i chiamati ma pochi gli eletti » cioè di tutta la grande massa del popolo israelitico, che nella sua totalità fu invitata alle nozze del Messia, solamente pochi perverranno di fatto al regno. Ciò che i profeti avevano predetto, ciò che l’Apostolo scrive ai Romani trova qui pure la sua piena riconferma; la grande maggioranza del popolo finirà per perdersi, solo una piccola parte d’Israele perverrà di fatto alla salute ». Così l’illustre autore Paste (Lezioni Scritturali) il quale così parlando non fa che esprimere la dottrina più comune ed accettata nella Chiesa e nello stesso tempo più soave e consolante pei Cristiani.

 

 

 

OTTAVARIO DEI MORTI (3) Possiamo piangere i nostri morti?

OTTAVARIO DEI MORTI (3)

TRATTENIMENTO V

Possiamo piangere i nostri morti?

[L. Falletti: I nostri morti e il purgatorio; M. D’Auria Ed. Napoli, 1924 – impr. -]

Sommario — Crudele chi vieta le lagrime — Pianse Gesù — Pianse Maria — Piansero i Santi — Le lagrime sono un benefizio — Dottrina di S. Francesco di Sales — Triplice pensiero incoraggiante. Esempio.

I.

Ella è certamente una grande consolazione il pensare che con la morte non tutto finisce e che l’anima, la parte più nobile di noi stessi, sopravvivrà alla distruzione del corpo. Ciò non impedisce però che alla perdita dei nostri cari noi possiamo sentire, e sentiamo infatti gravissimo dolore, ed amarissime lagrime sgorgano dai nostri occhi in occasione della loro scomparsa. La morte, per quanto siamo persuasi che è una legge inevitabile, a cui tutti più o meno presto, più o meno tardi, dobbiamo sottostare, è tuttavia qualche cosa di sì spaventoso e terribile che è impossibile non sentirsi sconvolgere l’animo. Sì, è vero, vi furono dei falsi devoti che col pretesto di onorare Iddio si spinsero all’eccesso di fare oltraggio alla natura umana e di proibire le lagrime a coloro che soffrono nella perdita delle persone che furono ad essi più care, ma ad un eccesso sì inaudito l’umanità diede un fremito di orrore e rivolse altrove gli sguardi. E li rivolse a Gesù, suo capo e modello, li rivolse a Maria, la più forte e magnanima delle creature, li rivolse ai Santi, i più grandi eroi della terra; ed a questi sguardi l’umanità comprese che la religione, no, non vieta il piangere coloro che ci hanno preceduti nell’eternità. Comprese anzi che le lagrime, per quanto amare, sono tuttavia un benefizio della Provvidenza, senza delle quali la vita sarebbe insopportabile. Non sono infatti desse che ci sollevano dal peso crudele delle angosce e alleggeriscono il cuore del pesante fardello del dolore? L’uomo è condannato a nutrirsi del pane bagnato nelle lagrime, e se non fosse bagnato in quest’acqua salutare, oh! quante volte questo pane sarebbe troppo duro ad ingoiarsi! Siamo già così disgraziati su questa terra, che se non ci fosse permesso di piangere, sovente varrebbe meglio mille volte morire che vivere cesi. La religione dunque non vieta di risentire la perdita di coloro che abbiamo amato, non comanda punto la stoica durezza dell’orgoglio e dell’indifferenza, ma vieta solo i lamenti, questi soltanto essa riprova, proibisce e condanna, ma le lagrime, no. Anzi ella ripete di continuo col suo fondatore: beati quelli che piangono! Scopo pertanto di questo trattenimento sia lo spiegare come un Cristiano debba piangere quelli che la morte gli ha rapito. In Betania, piccolo castello della Giudea, era morto Lazzaro, fratello di Maria Maddalena e di Marta; e quando Gesù, che molto lo amava, arrivò presso il castello, già quattro giorni erano passati, dacché il morto giaceva sepolto nella tomba. Trovò le due sorelle e gli Ebrei che erano con esse in grande costernazione, per cui anch’Egli si sentì molto turbato e pianse, dicono gli Evangelisti. Oh! quanto eloquenti non sono queste lagrime che Gesù ha versato sulla tomba del suo amico Lazzaro! Non ci dicono desse che, se in presenza della morte pianse lo stesso Uomo-Dio, non può essere una debolezza colpevole, se noi pure piangiamo la perdita dei nostri cari? Ma non solo pianse Gesù, ma ancora pianse Maria SS. In sul Calvario si consumava il più gran delitto che mai abbia funestato la terra. Appeso ad un duro legno di Croce, dove l’avevano confitto i suoi nemici, crivellato il capo con spine, trafitti con chiodi i piedi e le mani, il corpo tutto lacerato dai flagelli, se ne moriva, come un infame, il Redentore del mondo. Ai pie della croce una grande figura di donna, impietrita dal dolore, col volto inondato di pianto, stava fissando il morente. Era Maria che versava lagrime sulla morte crudele del Figlio. E quante non ne aveva già versate nel corso della sua vita, pensando a quell’ora crudele; quanti singhiozzi non avevano lacerato il suo cuore dopo la terribile profezia del vecchio Simeone: Defedi in dolore vita mea, et anni mei in gemitibus, la fa esclamare la Chiesa! Ora le lagrime ed i singhiozzi della Regina dei mesti, perché non dovrebbero legittimare, santificare anzi il nostro pianto, quando la morte ci colpisce nella persona dei nostri cari? Piansero i Santi: quante lagrime non versò S. Agostino sulla tomba della madre sua, S. Monica! « Al pensiero della tua serva fedele, dice egli indirizzandosi a Dio, mi si fece presente alla mente e il suo amore per te, e la sua grande tenerezza per me; ed a tale ricordo non potendo vincere la commozione lasciai libero corso alle lagrime, che fino allora avevo trattenute, ed alleviato da questo sfogo di pianto, il mio cuore trovò finalmente un dolce riposo, che tu solo conosci, o mio Dio e mio Signore ». – Non meno espressive, flebili e commoventi sono le espressioni che sgorgano dal cuore di S. Girolamo nell’elogio funebre del suo caro Nepoziano: « A chi consacrerò io d’ora in avanti le mie laboriose veglie? In qual cuore potrò io sfogare i miei più segreti pensieri? Dove è colui che m’incoraggiava nei miei studi, e li animava con armonie più dolci che non gli ultimi canti del cigno? Nepuziano non mi sente più! Tutto sembra morto attorno a me: la mia stessa penna incerta e triste, la carta bagnata dalle mie lagrime si rifiutano di comunicare e ricevere l’espressione del mio pensiero, come se più non volessero partecipare al sentimento del mio dolore. Ogni qualvolta io mio provo a dargli libero sfogo e spargere qualche fiore su quella tomba diletta,. ecco che subito i miei occhi si riempiono di lagrime, e la tristezza che è in me si risveglia, mi rigetta con lui nella polvere del suo sepolcro ». – Quante belle e commoventi non sono pure le parole di S. Bernardo, piangente su d’un suo fratello che la morte aveva rapito al suo tenero affetto, nel monastero stesso ove avevano vissuto così felici ed uniti! « Scaturite, scaturite pure dagli occhi miei, o lagrime, così bramose di scorrere per le mie guance. Colui che v’impediva di colare non è più!.. Non è già lui che è morto, son io che non vivo più che per morire! O Gerardo, fratello mio, tu mi sei stato tolto, tu mi sei stato rapito… Con te son scomparse tutte le mie gioie, tutte le mie delizie. Oh! chi mi darà di morire per raggiungerti più presto; poiché il sopravvivere è per me il più crudele dei tormenti. Che da quest’oggi io non viva più che nell’amarezza e nelle lagrime, non viva più che nei rimpianti; e non altra sia la mia consolazione che di sentirmi morire di giorno in giorno!…. Io ti piango, o Gerardo, sei tu tutta la causa delle mie lagrime; io piango perché tu mi eri fratello pel sangue, ma molto più perché noi due non formavamo che un solo spirito intento ad un solo scopo: al servizio di Dio. L’anima mia era sì unita alla tua che i nostri cuori non ne formavano che uno solo; e la spada della morte ha trafitto quest’ anima che era insieme e tua e mia e ci ha disgiunti Oh! Perché, perché ci siamo tanto amati, dal momento che dovevamo separarci: e dopo esserci così amati, perché non ce ne siamo insieme andati!.. » – Oh! quanto adunque non è dolce di piangere così, all’esempio di Gesù, di Maria e dei Santi; quando la morte ci colpisce negli affetti più cari, le lagrime, come abbiamo detto, sono un benefizio che Dio ci largisce per calmare il nostro dolore. Si direbbe che l’Altissimo nella sua misericordia verso l’uomo colpevole, senza tuttavia venire meno alla sua giustizia, abbia voluto procurargli in tal modo un sollievo in mezzo alle dure prove di questa triste esistenza. « Non sarò certamente io, esclama il dolce S. Francesco di Sales, che vi dirò di non piangere, quando avete la disgrazia di perdere un parente, un amico. Piangete, piangete pure: è ben giusto che voi versiate lagrime in testimonianza del sincero affetto che voi portavate a quei cari defunti. Così facendo non fate che imitare Gesù, che pianse sulla tomba di Lazzaro. Noi non potremo mai impedire alla nostra povera natura di sentire la condizione di questa vita e la perdita di coloro che ci erano dolci compagni nel cammino di quaggiù La religione non ci proibisce punto di sentire tali perdite, avendo lo stesso nostro dolce Salvatore consacrato l’affetto e benedetto le tenerezze dell’amicizia. Ed ecco perché io penso che l’insensibilità di coloro che non vogliono che siamo uomini, sempre mi parve una chimera, ed è perciò che sempre giudicai il dolore muto come orgoglioso e finto ».

II.

Ma dopo aver permesso le lagrime, così continua il santo Dottore: « Procurate però che queste dimostrazioni esterne siano moderate, e che i vostri sospiri e i vostri singhiozzi non siano tanto testimonianze di rincrescimento che segni di compassione e di tenerezza. Lungi da noi il piangere come coloro che, solo attaccati a questa miserabile vita, dimenticano completamente che noi siamo in viaggio verso l’eternità. Adoriamo in tutte le cose i segreti disegni della divina Provvidenza e diciamo sovente in mezzo alle nostre lagrime: Mio Dio, siate benedetto, poiché tutto è buono ciò che a voi piace « Quindi, dopo che avremo pagato il tributo alla parte inferiore dell’anima, fa d’uopo che compiamo il dovere alla superiore, ove risiede, come su d’un trono, lo spirito di fede che deve consolarci nelle nostre afflizioni per mezzo delle nostre stesse afflizioni. Beati quei che godono d’essere afflitti e convertono l’assenzio in miele! Sia lodato Iddio! È sempre con calma che io piango, sempre con un sentimento di amorosa sottomissione verso la Provvidenza di Dio, poiché, dacché Nostro Signore ha amato la morte, e l’ha data per oggetto al nostro amore, non posso volerne alla morte, perché mi toglie i miei cari, purché essi muoiono nell’amore della morte santa del Salvatore Qual cosa di più ragionevole che la santissima volontà di Dio si compia in coloro che noi amiamo come in tutte le altre cose? E non basta che in questi casi noi ci sottomettiamo alla sua volontà, ma ancora dobbiamo mostrarci in un qualche modo contenti di quello che fa. Non è Egli un buon padre, che sa perfettamente perché ci affligge e ci toglie quelli che amiamo? Entriamo pertanto nei suoi disegni, e ci aiuti la fede a sopportare questi sacrifici impossibili alla natura. Diciamogli dal profondo dell’anima: Signore, fate pur quanto vorrete; toccate pure nel mio cuore la fibra che vi piacerà, che dessa darà sempre un suono armonioso. Sì, o mio Dio, che la vostra volontà sia fatta su di mio padre, su di mia madre, su di tutti i miei cari, in tutto e da per tutto!…. Non voglio con ciò dire che non bisogna augurare loro una lunga vita, e pregare per la loro conservazione; no!, ma solamente che non dobbiamo lasciarci andare a dire a Dio: « Lasciateci questa persona, prendeteci quella ». E quand’anco il Signore ci togliesse quanto abbiamo di più caro, non ci dovrebbe più che tanto bastare di possedere Iddio? Non è Egli tutto? Non è Egli forse vero, che se non avessimo che Lui, avremmo già troppo? Ahimè! il Figlio di Dio, il nostro caro Gesù, non possedette certo tanto in sulla croce, allorché dopo aver tutto lasciato ed abbandonato per amore ed ubbidienza del Padre suo, fu come abbandonato e lasciato derelitto da Lui ». Tale il linguaggio del santo Vescovo di Ginevra, che del resto non è altro che il linguaggio della fede e delle anime stesse dei nostri cari, che la morte ci ha tolto, se la loro parola potesse arrivare fino a noi. « Certamente, continua lo stesso Santo, il più grande desiderio, che questi cari defunti ebbero nel separarsi da noi, fu che noi non prolungassimo di troppo il dispiacere che ci cagiona la loro assenza, ma che ci sforzassimo di moderare, per amor loro, il dolore che ci dà il loro amore; ed ora, dal seno della felicità che già hanno raggiunto o stanno per raggiungere, ci augurano una santa consolazione, e ci fanno capire che, moderando il nostro dispiacere, dobbiamo conservare e i nostri occhi per piangere ciò che è più degno di pianto ed il nostro spirito per occuparci di cose più nobili ed efficaci di quello che non lo siano le cose transitorie e caduche. « Non piangete, par che ci dicono, seguite piuttosto la via che può condurvi ove noi già ci troviamo; sappiate che ad essa si arriva portando la propria croce, amando Iddio, servendolo con tutto il cuore nel lutto, nelle separazioni, nei dolori, nelle tristezze, nelle lagrime, di cui tutta la vita nostra è ripiena. – Il Cielo è in capo a tutto ciò: fa d’uopo passare per queste prove, come il soldato s’incammina verso la gloria attraverso i campi di battaglia, senza vacillare e senza meravigliarci. E poiché è proprio della vera amicizia il cercare di assecondare le giuste bramosie dell’amico, per far piacere a queste anime dilette, rassegniamoci alla divina volontà, riprendiamo coraggio, abbandonandoci in tutto e per tutto alla misericordia infinita del nostro dolce Salvatore ».

III.

E ci aiuterà ad ottenere questa rassegnazione un triplice pensiero: anzitutto che questi cari defunti appartenevano a Dio ben più che non a noi; quindi, se Egli nella sua provvidenza ha giudicato che era tempo di chiamarli a sé, dobbiamo credere che l’ha fatto pel più gran bene delle anime loro, e dobbiamo perciò amorosamente e dolcemente chinare il capo innanzi ai suoi segreti disegni, adorando in silenzio e benedicendo la profonda sapienza di Colui che tutto dirige, e governa. In secondo luogo che questa terra, in cui viviamo, non è poi un soggiorno così dolce e dilettevole che debbasi tanto rimpiangere per coloro che lo lasciano. Quindi se Iddio per un effetto misterioso della sua misericordia li ha tolti dal mondo, dobbiamo piuttosto consolarci che non rattristarci, perché li ha nello stesso tempo sottratti alle sofferenze, alle miserie e agli affanni di questa triste esistenza, nonché ai tormenti degli affari e alle agitazioni ed alle rivolte che turbano questa nostra età, ai disinganni della fortuna, alle infermità, alle malattie, alle disgrazie di ogni genere continuamente sospese sul nostro capo e che ci minacciano ad ogni istante. Poiché che cosa è mai la vita umana se non una serie di dolori, di lagrime e di angosce?…. Quanto dunque non sono più felici coloro che Dio ha tolti da questo mondo, ove non v’ha che perversità, menzogna, ipocrisia, ove siamo di continuo esposti alle calunnie, alle ingiustizie, alle catastrofi di ogni specie. Mio Dio, come si può mai essere attaccati a questa vita, quando la si vede fuggire così rapidamente, e nonostante ciò ripiena di tristezze, di pianti e di tombe? Non piangiamo dunque troppo i nostri cari trapassati; pensiamo che se sono morti giovani hanno sfuggito tante pene e dolori che forse più tardi li attendevano, ed essendo meno pesante il conto che devono rendere a Dio, più presto saranno ammessi agli eterni gaudi. Se invece erano già avanzati in età, Iddio li ha preservati dal bere le ultime gocce del calice della vita che ordinariamente sono le più amare, se ne son iti, quando non più altro avevano da aspettarsi quaggiù che le debolezze, le miserie, le malattie della vecchiaia. E v’ha forse qualche cosa in ciò che sia veramente da compiangersi? Un terzo pensiero che deve consolarci nella perdita dei nostri cari è che questi morti non sono poi così lungi da noi, come il possiamo credere. Senza vederli possiamo ancora conversare con loro, scambiare i nostri pensieri, comunicare loro i nostri sentimenti. Se già sono in possesso della felicità eterna, la teologia c’insegna che s’interessano a noi, vedono in Dio ciò che noi facciamo, e, se a Dio piace, conoscono le parole che loro noi rivolgiamo, pregano per noi; e se invece sono nel Purgatorio ci è facile confidare al nostro buon Angelo custode ciò che desideriamo comunicare loro. E perché non adottiamo ancor noi questa bella pratica tanto in uso presso i Santi? Di Suor Maria Dionisia dell’Ordine della Visitazione, morta in odore di santità, si legge che aveva l’abitudine di confidare agli Angeli Custodi delle anime del Purgatorio le preghiere e le commissioni, che ella voleva far loro pervenire. « Sovente, racconta l’autore della sua vita, queste sante comunicazioni andavano tant’oltre che la pia religiosa sentiva attorno a sé questi spiriti protettori, che le scoprivano i bisogni delle anime sofferenti affidate alle loro cure, e le inspiravano ciò che doveva fare per la loro liberazione ».

* *

Con quest’esempio poniamo fine al presente trattenimento e concludiamo. Quando adunque la morte viene a battere alla porta della nostra casa e ci rapisce una persona amata, oh! Lasciamo pure che i nostri occhi versino amare lagrime, il non piangere in questi casi, il non sentire dolore è come avere un cuore di marmo, senza viscere, senz’amore. Procuriamo però per altro lato che le nostre lagrime non siano già sterili ed inefficaci, ma meritorie; e tali lo saranno, quando saranno accompagnate da sentimenti di fede, di speranza, di amore. Ah! sì piangiamo con la fede ed accettando il calice del dolore, che Dio ci porge, non dubitiamo di dire « Signore, siete voi che volete infliggermi una tanta perdita; io non ne so il perché, ma credo, credo fermamente che è per il mio bene, perché Voi siete giusto, Voi siete buono, Voi siete amoroso. Ah! Signore, vedete: tutta la mia natura è in fremito, troppo le ripugna questo calice amaro, ma non la mia, la vostra volontà sia fatta ». Piangiamo, sì, ma il nostro pianto scorra nella speranza; e fidenti nella divina misericordia, sollevando al Cielo gli occhi pieni di lagrime, esclamiamo: « Là si riposano, si deliziano, si beano le anime di coloro che piango, là un giorno mi ricongiungerò con essi per non esserne mai più separato ». Piangiamo, sì, ma piangiamo per amore e ricordando Gesù, che tanto sofferse per amor nostro, ci goda l’animo di poter soffrire anche noi qualche cosa per amor di Lui. E poi preghiamo: la preghiera è sempre un bisogno dell’anima, ma lo è specialmente ai pie’ di una tomba. Il mondo ci pesa, quando il dolore si è impadronito di noi; si è allora che l’anima nostra si sente portata verso regioni più alte, più pure, più calme, ove essa vuol cercare coloro che la morte le ha strappato. Ha come un bisogno prepotente di rivederli, di parlare loro ancora. Ma chi la solleverà dalla terra, chi la trasporterà al di là degli astri, verso quest’altro mondo più luminoso e perfetto, che è la dimora degli spiriti? La preghiera, la preghiera umile e fiduciosa, la preghiera del figlio sul seno del padre suo. Oh! se tutti gli afflitti conoscessero i tesori nascosti che racchiude la preghiera; se sapessero tutto ciò che contiene di santi sfoghi, d’ineffabili tenerezze, di consolazioni soavi e celesti, come ben presto le loro lagrime sarebbero asciugate e come accetterebbero facilmente le croci che la Provvidenza loro manda! Ma noi lo sappiamo: perché dunque non ricorriamo a lei nel momento della prova? Facciamolo e saremo consolati.

ESEMPIO: S. Francesco di Sales.

Un esempio ammirabile, del come dobbiamo diportarci in occasione della perdita dei nostri cari, ce lo porge il grande Vescovo di Ginevra in tutta la sua vita, ma specialmente in occasione della morte del suo genitore, che egli amava con affetto tutto singolare. Quando questo vegliardo rese l’anima sua generosa a Dio, il figlio prediletto del suo cuore non attorniava con gli altri il letto della sua agonia; si trovava ad Annecy, impegnato nella predicazione della Quaresima. Il messaggero, che gli apportava la straziante notizia, senza riguardo alcuno, gliela comunicò, quando egli, uscendo dalla sagrestia, stava per salire in sul pulpito. Il santo rimase per un momento atterrato, congiunse le mani in silenzio, ed alzò gli occhi al Cielo: poscia, sostenuto da una forza di volontà sovrumana e dalla grazia divina, montò in pulpito e predicò sul Vangelo del giorno col suo solito zelo e fervore. Non fu che in sul finire del suo discorso che disse ai suoi uditori con un accento che l’emozione faceva tremare e che si spense nelle lagrime: « Fratelli miei, appresi pochi momenti fa la morte di colui a cui più d’ogni altro sono debitore sulla terra; mio padre, l’amico vostro, non è più! Come voi gli facevate la grazia di amarlo, così vi supplico di pregare pel riposo dell’anima sua e di non aver a male che io mi assenti due o tre giorni per recarmi a rendergli i miei estremi doveri ». L’incredibile fermezza di Francesco che aveva potuto durante un’ora dominare assolutamente la natura, l’accento commosso delle sue ultime parole, le lagrime che gli inondavano il viso, fecero profondissima impressione nell’uditorio. Da tutte le parti si scoppiò in singhiozzi; ogni ascoltatore mescolò le sue lagrime a quelle dello apostolo, e questo esempio sublime d’energia cristiana in un’anima così tenera, sorpassò l’effetto di tutti i suoi sermoni. Nel discendere dal pulpito Francesco, che già aveva celebrato la sua Messa, ne intese due altre, inginocchiato in un canto dell’ altare, immobile e come immerso in profonda adorazione, nel suo dolore e nelle consolazioni divine. Dopo partì subito pel castello di Sales. Arrivando nella camera mortuaria, si gettò ginocchioni accanto al corpo inanimato del padre suo, lo copri di baci e di lagrime, e senza venir meno nel suo dolore alla gravità di un prete ed a quel pieno possesso di se stesso che dà la santità, si mostrò il più tenero ed il migliore dei figli. Presiedette egli stesso alla sepoltura ed ai funerali del padre suo, e non ne abbandonò le spoglie mortali che quando l’ebbe deposto, con le preghiere supreme della Chiesa, nel sepolcro della cappella di Sales. Allora, facendo tacere il suo dolore, si occupò di consolare gli assistenti e specialmente la santa madre sua, che non trovava che nelle sue parole celestiali un dolce refrigerio allo strazio del suo cuore. La confessò, come pure i suoi fratelli, le sue sorelle, ed i suoi famigliari, ed il giorno dopo, nella Messa che celebrò per l’anima del padre suo, li comunicò tutti di sua mano. Dopo il santo Sacrificio, rivolse loro ancora qualche parola di consolazione, e poscia, senza perder tempo, si accomiatò da tutti per recarsi nuovamente là, dove il suo dovere pastorale e la salute delle anime lo volevano. Riprese le sue prediche della Quaresima e le continuò anche lungo tempo dopo le feste di Pasqua. La sua ammirabile energia nell’accettare e padroneggiare il dolore profondo, che gli aveva cagionato la perdita del suo amato genitore, aveva dato alla sua santità già così luminosa qualche cosa di più perfetto ancora, e Dio ne lo ricompensò con maggior abbondanza di grazie. Non meno ammirabile fu la sua condotta nell’occasione della morte della madre sua. Iddio permise che egli la assistesse durante la sua agonia e ne ricevesse l’ultimo respiro. Quando tutto fu finito, benedisse la sua spoglia mortale, le chiuse gli occhi e la bocca, e, dopo averle dato l’ultimo bacio, lasciò finalmente sgorgare le sue lagrime che aveva trattenute fino a quel momento. Profondo fu il suo dolore, inconsolabile agli occhi del mondo, perché  aveva perduto la sua migliore amica, ma pieno di consolazione davanti a Dio. Fu in quest’occasione che scrisse parole celestiali a S. Giovanna Chantal, cercando, egli che aveva tanto bisogno di consolazione, di consolare quest’anima santa, che in quei giorni era stata orbata della morte di una sua carissima figliuola. « Ah! sì, il mio dolore è vivo, ma pure è tranquillo, e non oso né gridare, né lamentarmi sotto il colpo della mano divina che ho imparato ad amare teneramente fino dalla mia giovinezza. Ma ahimè! bisognava pure dare un tantino sfogo alle lagrime; non abbiamo noi un cuore umano ed una natura sensibile? Perché non piangere un poco sui nostri trapassati, dal momento che lo Spirito di Dio non solo ce lo permette, ma c’invita? Dio ci dà, Dio ci toglie: sia benedetto il suo santo nome ». Ed è cosi che i Santi piangevano la morte dei loro cari; a loro somiglianza piangiamoli pure ancor noi, soltanto procuriamo che, come le loro, anche le nostre lagrime siano lagrime di rassegnazione e di abbandono alla santa volontà di Dio.

OTTAVARIO DEI MORTI (2) Immortalità dell’anima

OTTAVARIO DEI MORTI (2)

TRATTENIMENTO II

Immortalità dell’anima

[L. Falletti: I nostri morti e il purgatorio; M. D’Auria Ed. Napoli, 1924 – impr. – ] 

Sommario — Che sarà del corpo? — E dell’anima? — Le perfezioni di Dio esigono l’immortalità dell’anima — La sua giustizia — La sua bontà — L’esige la natura dell’uomo — Consenso generale — Perché il rispetto alle spoglie mortali?  Pensiero consolante. Esempio.

È legge inesorabile che noi tutti dobbiamo morire: lo disse chiaramente S. Paolo: « Statutum est hominibus semel mori! » Qual sorte sia per toccare al nostro corpo, noi ben il sappiamo; non son punto necessari grandi ragionamenti per persuaderci che, formato dalla terra, alla terra dovrà ritornare. Non è questo un mistero per alcuno: « Ricordati, o uomo, che sei polvere, ed in povere ritornerai », ci ripete ogni anno la Chiesa nel deporci in sulla fronte le ceneri nel primo giorno di Quaresima. Ma non è già del corpo che noi dobbiamo eccessivamente preoccuparci, ma bensì dell’anima, che è la parte più nobile e preziosa di noi stessi; ora dell’anima che ne sarà? Subirà dessa pure la condizione del corpo e perirà con esso lui? Ah! lo so che così la pensano i libertini dei giorni nostri, non dissimili in ciò dai gaudenti del tempo di Salomone che, non contenti di contemplare con isguardo indifferente la morte, esclamavano con scandalosa indifferenza: « Coroniamoci di rose prima che appassiscano: la breve durata dei giorni nostri ci avverte di prevenire fra i godimenti le ingiurie del tempo… Dopo la morte vi ha il nulla; la loquela non è che una scintilla, spenta la scintilla, il corpo ritorna cenere e lo spirito si dissipa ». Ma fortunatamente così non è: e noi già l’abbiamo accennato nel trattenimento precedente. L’immortalità dell’anima però è argomento troppo importante perché noi ci limitiamo a brevi accenni. Non è desso il fondamento e la base di quanto noi andremo in seguito dicendo? poiché se l’anima muore col corpo, a qual prò la divozione verso quelle anime che, non ancora purificate, soffrono nel carcere del purgatorio? Prima adunque di procedere oltre, diremo alcunché di questo dogma necessario dell’ immortalità dell’anima, che Dio non ha già scritto sulla pietra o sulla pergamena, ma ha scolpito nell’intimo dell’esser nostro: Egli ha voluto che l’uomo non potesse rigettarlo, se non a patto di abdicare a se medesimo. Ed una prima prova ci viene fornita dalla natura stessa di Dio. Il grande Iddio infatti, che noi adoriamo, possiede in un grado infinito tutte le perfezioni: Egli è infinitamente potente, buono, giusto, sapiente; e tutte queste perfezioni gli sono talmente necessarie che non si potrebbe rifiutargliene una senza negare la sua stessa esistenza. Non é egli forse vero che se noi, per esempio, ammettessimo che Iddio, anche per un istante solo, non fosse giusto oppure rimanesse indifferente dinanzi al bene ed al male, pel fatto istesso Egli cesserebbe di essere Dio? Ciò ammesso, noi diciamo che Dio non sarebbe né giusto, né buono, se non avesse creato le anime nostre immortali. Ed anzitutto non sarebbe giusto, se Egli permettesse che l’anima nostra morisse in un col nostro corpo. La giustizia invero esige, non solo in terra ma anche in cielo, che si renda a ciascuno ciò che gli è dovuto: alla virtù la sua ricompensa, al delitto il suo castigo. Io sento nel più intimo della mia coscienza che colui che fa il bene è degno di stima e di premio, mentre colui che opera il male, non solo è biasimevole, ma è ancora meritevole di punizione. Tale è il sentimento universale, la voce della natura: e se Dio. che ha stampato nelle anime nostre questa invincibile nozione della giustizia, non vi conformasse la sua condotta, dovremmo dire che Egli non sarebbe giusto, e quindi cesserebbe di essere il vero Dio. Ora io mi dimando: È così che le cose si passano in sulla terra? possiamo noi dire di aver sempre veduto il vizio castigato, come si merita, e le buone azioni sempre coronate di una legittima ricompensa? o non è piuttosto il contrario che sovente addolora i nostri sguardi? Chi non ha visto la maggior parte degli uomini virtuosi trascorrere i loro giorni quaggiù nella povertà, nelle persecuzioni, nelle tribolazioni, ed accanto a loro uomini perversi e immersi in tutti i vizi vivere ricchi, felici, corteggiati, adulati, portati alle stelle? Ammessa e riconosciuta una tale verità, non esige forse la giustizia che vi sia un’altra vita, in cui tante virtù, che sono in sulla terra disconosciute, ricevano finalmente il premio che hanno meritato, e tanti delitti, che restano quaggiù impuniti, siano finalmente puniti? – Ora come sarebbe ciò possibile, se le anime non avessero una vita al di là della tomba? Egli è adunque necessario che le anime siano immortali altrimenti Iddio non sarebbe giusto. Tale è la voce del buon senso e della fede, e se talvolta qualche incredulo uscisse in quelle parole blasfeme: « Dove è adunque la giustizia del vostro Dio? a qual prò farci violenza, quando in sulla terra Egli rimane indifferente tanto al bene quanto al male? » rispondiamo loro con S. Agostino: « Pazienza, pazienza, l’anima tua è immortale, e Dio è eterno. Egli non vuole sempre colpire il delittuoso durante la vita presente, perché non vuol distruggere la sua libertà; ma saprà ben Egli raggiungerlo un giorno. Nulla dimentica la sua giustizia, e per aver indugiato qualche po’, non sarà che più terribile. Che importa qualche giorno di più, ed anche qualche anno, a Colui che possiede l’eternità: Patiens quia æternus? ». Dico dippiù che Iddio non solo non sarebbe giusto, ma non sarebbe neppure buono, se non avesse creato le anime nostre immortali. La bontà è la perfezione che è più conosciuta del nostro Creatore. Non v’ha creatura che altamente non la proclami, e non vi si raccomandi con fiducia, facendovi appello noi stessi quando invochiamo Iddio col nome di Padre nostro, dandogli così il nome che esprime tutto ciò che la bontà ha di più dolce e di più forte. Ora se l’anima nostra non fosse immortale, come potremmo noi credere alla bontà di Dio? È un fatto che, per la grande maggioranza dei mortali, i giorni avversi sono più numerosi di quelli prosperi e per quanto sia breve la nostra vita, infiniti sono i mali ed i dolori che ci tormentano. Mentre le malattie e le infermità abbattono i corpi, le anime nostre vivono in preda a continue inquietudini ed agitazioni, e non è che per una rarissima eccezione che qualche volta vediamo risplendere sul nostro capo il sole radioso della felicità. Se così è, che dobbiamo noi pensare d’un Dio che non ci avrebbe creati che per renderci vittime di tante miserie? Egli non era punto obbligato di trarci dal nulla, ma poiché gli piacque di chiamarci alla vita, la sua bontà gli imponeva di non far sì che la nostra esistenza fosse soltanto per noi un male. Sì, se l’anima nostra non fosse immortale, bisognerebbe dire che Dio ha creato l’uomo per un capriccio crudele, gli impone la vita come un peso schiacciante, e non ne lo libera che quando è stanco di tormentarlo. Ma chi non vede che questa sarebbe una conclusione orribile e nondimeno rigorosamente vera, se non si ammettesse l’immortalità dell’anima? – Ma, ammettendo questo dogma consolatore, tutto cangia immediatamente d’aspetto nella nostra vita. Comprendiamo subito che Iddio, che ci ha creati liberi, liberamente ci lascia quaggiù agire, riserbando per più tardi i suoi diritti. Le miserie presenti, le malattie, i dispiaceri, che il più delle volte sono originati dalle nostre stesse colpe, non hanno più nulla che possa spaventarci; essi, secondo l’espressione dei Libri santi, sono radice d’immortalità. Seminiamo la virtù nelle lagrime per raccogliere un dì una messe abbondante di felicità eterna. La vita presente non è che un viaggio brevissimo, la nostra patria è il cielo. Che importa se difficile è il cammino, quando in capo ad esso noi troveremo il riposo e la gioia d’una inalterabile beatitudine? Cessi adunque il nostro labbro di accusare la bontà divina, se noi, finché vivremo in questa terra d’esilio, incontreremo triboli e spine: noi sappiamo qual magnifica ricompensa non riservi Iddio ai nostri travagli in una vita futura. Egli è sempre buono, e le anime nostre sono immortali. Appoggiati ad una tale incrollabile speranza, cammineremo sempre calmi e fiduciosi, perché, in mezzo ai dolori che riempiono la nostra vita, sappiamo che, al termine della nostra mortale carriera, ci aspetta il tesoro dell’ immortalità.

II

Una seconda prova non meno luminosa e convincente, e nello stesso tempo più facile a capirsi, dell’immortalità dell’anima, ci viene fornita dalla stessa natura dell’uomo. Che altro mai infatti vuol significare quell’orrore istintivo e quasi insormontabile che noi tutti proviamo per la morte? Perché mai anche le volontà più energiche si sentono profondamente commosse, quando si avvicina questo momento terribile? Si ha buon conto di burlarsi della morte quando non si ha che vent’anni, si è pieni di forza e di salute, e si respira a pieni polmoni l’aria profumata della primavera della vita; ma non appena le ali della morte ci toccano leggermente ahi! come scompare a poco a poco tutta la nostra sicurezza! Giovani e vecchi, ricchi e poveri, ferventi Cristiani o increduli ostinati, tutti si sentono atterriti e sperduti all’avvicinarsi dell’istante supremo. Un orrore segreto ci agita, un sudore freddo inonda la nostra fronte, e fin nelle braccia della morte ci dimeniamo ancora per prolungare la nostra vita. Donde mai tanto terrore della morte? Dalla convinzione intima che non tutto il nostro essere è destinato a scomparire, non è tanto la cessazione della vita che ci spaventa, quanto quello che le terrà dietro; e se fossimo certi, che v’ha il nulla al di là del sepolcro, subiremmo l’estremo passaggio senza agitazione. Ma il pensiero di un’altra vita ci preoccupa nostro malgrado: l’idea di un non so quale soggiorno ignoto e misterioso in cui stiamo per entrare, senza sapere precisamente se abbiamo meritato di esservi felici o infelici, mette in subbuglio l’anima nostra e c’inspira quei sensi di terrore da cui non possono liberarsi neppure i più coraggiosi. Ed è così che la natura dell’uomo, nel suo orrore per la morte, rende una preziosa testimonianza all’immortalità dell’anima. – Un’altra testimonianza, non meno preziosa, ci viene fornita dal consenso unanime del genere umano nel credere a questo dogma consolatore. Qual credenza infatti più antica di questa? Non è già da ieri, da duecento, da due mila anni che l’umanità la possiede e se la trasmette d’età in età: questa convinzione rimonta alla sua origine stessa, sì bene che la storia non ha mai potuto citarci il nome di un solo uomo di genio che per primo, in un dato momento, abbia detto: L’anima mia è immortale! Ci fa d’uopo rimontare su, su, per tutti i secoli per arrivare fino ad Adamo e da lui fino a Dio, suo Creatore, il quale gli ha rivelato l’immortalità dell’anima sua, e ne ha conservato gelosamente il senso intimo nei suoi discendenti. Dessa è ancora una tradizione universale la quale costituisce talmente il fondo dell’umanità che invano si cercherebbe un popolo che non l’abbia professata. Hanno dessi i popoli un bel vivere separati gli uni dagli altri per immense distanze, o per profonde differenze di linguaggio, di costumi, di religione, tutti sono però unanimi nella credenza a questa verità. L’indiano invoca l’ombra di suo padre , come il Cinese rende un culto solenne ai suoi antenati, e quando i nostri Missionari si recano nelle vaste regioni dell’America del Sud, o nei torridi deserti dell’Africa, sempre trovano presso le miserabili tribù che colà abitano, la credenza a queste due verità: la fede nell’esistenza di un Dio, e la persuasione della sopravvivenza delle anime. Ora se gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi hanno sempre creduto e credono tuttora a questo dogma così importante, bisogna ben dire che sia vero. Non è possibile che tutto quanto il genere umano si sbagli sopra un punto così capitale, e sarebbe dar prova di poco criterio, per non dire peggio, il volersi mettere in opposizione contro una sì completa e costante unanimità.

III.

Finalmente un’ultima prova ci viene fornita dal culto, dalla pietà, dal rispetto che si ha sempre avuto e si ha tuttora per le misere spoglie mortali, anche allorquando furono separate dal principio vitale. « Noi vediamo infatti nella storia nell’antico Testamento, dice S. Agostino, gli uomini più raccomandabili pei loro meriti e per la loro pietà rendere onori insigni alla spoglia mortale delle loro spose, come Abramo fece per Sara; innalzare loro monumenti, come quello che Giacobbe fece innalzare sulla strada di Efrata per la sua diletta Rachele; noi li vediamo preoccuparsi, ancora viventi, della loro sepoltura, come Giuseppe che diede ordini per la traslazione delle sue ossa nella terra dei padri suoi ». E che non avvenne dopo che Gesù spirò l’anima sua sul Calvario ? Due dei suoi più cari discepoli, volendo in qualche modo consolarsi della perdita di sì buon Maestro, si affrettano di rendergli gli onori della sepoltura; e l’Evangelista si fa uno studio di mettercene sott’occhio il lusso veramente notevole. Si procurano con grandi spese dei profumi, circa cento libbre di mirra e di aloè, e inviluppano il corpo di Gesù in un bianco lenzuolo con aromi. E noi, che troviamo ovunque il buon Gesù, circondato d’indigenza e di povertà, nel sepolcro invece il vediamo ricevere dai suoi discepoli tutte le cure più delicate. E l’Evangelista, dopo averci ciò narrato, ci fa osservare che i discepoli, così diportandosi, non facevano altro che seguire l’usanza di quei tempi. Ora perché, ci domandiamo noi. tante cure, tanti riguardi, tante delicate attenzioni per quei miseri resti, fulminati dalla morte, destinati fra breve a ridursi a quel non so che, che non ha nome in nessun linguaggio del mondo? Forse unicamente per tributare un ultimo segno di stima e d’ amore per coloro dei quali deploriamo e piangiamo la perdita? Oh! Certamente no; ma bensì e soprattutto perché si vuole preservare per qualche tempo ancora dalla corruzione la dimora terrestre di una anima immortale, destinata a regnare eternamente con Dio in cielo. Lo dice chiaramente S. Agostino : « La cura data al corpo che è inanimato, ma che dovrà risuscitare un giorno ed esistere eternamente, è una testimonianza di questa fede nell’immortalità dell’anima Ecco perché non è possibile, che noi cessiamo d’amare ed onorare i corpi dei nostri parenti ed amici, quando la morte è venuta a strapparceli! Essi che ci furono così cari e venerandi durante la loro vita, e perché non dovranno più esserlo dopo la morte? Trattiamo quindi con grande rispetto i corpi dei defunti, specialmente quelli dei giusti e dei fedeli dei quali lo Spirito Santo si è servito, come di strumento, per ogni specie di buone opere. Se si conserva la veste di un padre, il suo anello, se tali oggetti sono tanto più cari ai discendenti, quanto più vivo è l’affetto verso i parenti, perché non dovremo noi rispettare i loro corpi, non solo perché ci furono più intimamente uniti, ma soprattutto perché furono il soggiorno di un’anima immortale, il tempio dello Spirito Santo, l’ara sacrosanta su cui riposò il Corpo ed il Sangue di Gesù? » – Ed ecco quindi perché noi, dominati da tali sentimenti, che la Chiesa approva e consacra, perché essa non è venuta ad abolire la legge, ma a perfezionarla ed a conservare quanto di sacro e di rispettabile v’ha negli antichi costumi e nella natura, non appena uno dei nostri simili, parente o amico, ha reso l’ultimo respiro, noi gli chiudiamo piamente gli occhi, collochiamo tra le sue mani ghiacciate un crocifisso, poi, gettando sulla fredda spoglia qualche goccia d’acqua benedetta, recitiamo per lui un De Profundis, un’Ave Maria. Il giorno dopo accompagniamo alla Chiesa colui che ieri era ancora un uomo ed oggi non è più che un cadavere. Il prete offre per lui il santo sacrificio, mentre noi tutti, con la fronte chinata, in ginocchio, a pie’ dell’altare ci percuotiamo il petto ripetendo l’inno della misericordia: O Signore, dà all’anima sua il riposo eterno! E quando finiti sono i funebri canti noi versiamo ancora una ultima lagrima con un’ultima preghiera sulle sacre zolle che ci nasconderanno per sempre un padre, una madre teneramente amati. Ci ritiriamo finalmente lasciandolo d’ora innanzi in custodia del crocifisso che stende le sue braccia protettrici sul campo dell’ultimo riposo. – Ecco quello che comunemente si fa alla morte dei nostri cari, e guai se qualcuno fosse così ardito da impedirci così commovente manifestazione, sapremmo ben noi protestare come si deve! Ora, come già dissi, se tutto morisse col corpo, perché mai queste cerimonie, queste preghiere, queste pompe funebri? Qual vantaggio per quel povero corpo, invaso dal freddo della morte e senza vita, che viene portato all’ultima dimora? Forsechè i vermi lo divoreranno meno prestamente? A qual prò pregare per un cadavere? Oh! sì, se non si crede all’ immortalità dell’anima, checché dire ne possano gli organizzatori dei funerali civili, di queste sacrileghe parodie il cui solo spettacolo rattrista qualche volta i nostri sguardi, tutto ciò non si risolverebbe che in una commedia, insultante per coloro che ne sono l’oggetto e disonorante per coloro che la rappresentano. Ma viva Dio! non è al corpo che tutte queste dimostrazioni sono rivolte, ma bensì all’anima, all’anima immortale che nell’uscire dalla sua prigione di carne, è comparsa davanti al suo Dio ed al suo giudice, a quest’anima che forse soffre nelle fiamme del Purgatorio e che noi perciò dobbiamo suffragare. Ed ecco perché ognuna delle nostre preghiere per i morti è un atto di fede nell’immortalità dell’anima, e che quindi è cosa buona e salutare pregare per coloro che non sono più. Incrollabile sia adunque la nostra credenza nell’immortalità dell’anima, poiché se questo dogma è per noi consolantissimo in tutte le circostanze della vita, lo è specialmente in quei momenti terribili, in cui la morte ci strappa qualcuno dei nostri cari. In mezzo a queste grandi catastrofi che desolano la nostra vita e ci riempiono di dolore, quanto non è dolce il pensare che l’oggetto del nostro affetto non è tutto intero rinchiuso sotto la pietra del sepolcro, ma che la miglior parte di esso sfuggì alla morte, e ci attende nell’ eternità, ove speriamo di rivederlo! Ed è appunto a questo consolante pensiero che ci invita a ricorrere la Chiesa, ogni qualvolta ci fa risuonare all’orecchio

i l magnifico Prefatìo che si legge nella Messa dei defunti. « In Cristo, ella esclama, rifulse per noi la speranza di una beata risurrezione, affinché coloro cui contrista una certa condizione di morire vengano consolati dalla promessa della futura immortalità. Imperocché ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non vien tolta, ma solo mutata, e sciolta la casa di questo soggiorno terrestre, viene preparata in cielo una eterna dimora ». « O immortalità benefica, esclamiamo adunque ancor noi con un illustre oratore, io credo alla tua esistenza, e vi crederò sempre. Il tuo pensiero è una forza soprannaturale che mi consola nei miei dolori, mi fortifica contro le tentazioni, mi sostiene nella pratica delle virtù per meritarti in cielo. Tu sei la mia migliore speranza, perché è in seno a te che io voglio possedere il mio Dio e gustare la felicità eterna che Egli promette a coloro che lo servono fedelmente, Credo vitam aeternam.

ESEMPIO: Un principe polacco.

Il celebre P. Lacordaire, al principio delle sue conferenze sulla immortalità dell’anima, raccontava agli allievi del collegio di Soreze il seguente esempio: « Un principe polacco, incredulo e noto materialista, aveva scritto un libro e stava per farlo stampare, quando un giorno, passeggiando nel suo giardino, incontra una donna tutta in lagrime, che gettandosi ai suoi piedi, gli dice: « Ah! mio buon padrone, mio marito è morto la sua anima sarà in Purgatorio, dove soffrirà tanto; ed io sono così misera da non potere dare la somma sufficiente per fare celebrare la Messa pei defunti. Abbiate la bontà di aiutarmi a favore del mio povero marito.» Il gentiluomo, sebbene pensasse che la donna era vittima della sua credulità, non ebbe il coraggio di respingerla. Trova una moneta d’oro nella tasca e gliela dà; la donna, felicissima, corre in chiesa e prega un sacerdote di celebrare delle Messe per l’anima del suo marito. Cinque giorni dopo, il principe rileggeva il detto manoscritto nel suo gabinetto; quando, alzando gli occhi, vede a due passi da lui, un uomo vestito come un contadino del paese: « Principe, sente dirsi dallo sconosciuto, vengo a ringraziarvi: sono il marito di quella povera donna che vi pregava, pochi giorni fa, di darle un’elemosina per fare celebrare la santa Messa in suffragio dell’anima mia. La vostra carità è stata gradita da Dio: ed è Egli che m’ha permesso di venire a ringraziarvi. » Ciò detto il contadino sparì come un’ombra. Dopo di ciò quel principe diede alle fiamme il suo lavoro e cedendo alla verità ed alla grazia di Dio si convertì e visse da buon cristiano sino alla morte.

OTTAVARIO DEI MORTI (1) Il Cimitero

OTTAVARIO DEI MORTI (1)

TRATTENIMENTO VIII

Il Cimitero.

[L. Falletti: I nostri morti e il purgatorio; M. D’Auria Ed. Napoli, 1924 – impr. -]

Sommario — Anche dopo morte! — Dormitorio — Luogo del riposo — Campo Santo —Campo di Dio—Messe degli eletti —S. Agostino — Motivi di consolazione — Reliquiario prezioso — Sempre rispettato — Profanazione odierna — Inutili tentativi — Morieris tu! — Esempio.

Benedetta, sì, mille volte benedetta sia la nostra santa Religione! Essa che con assidua vigilanza e tenerezza materna segue ovunque i suoi figli nel cammino della vita, prendendo parte alle loro gioie ed ai loro piaceri, prodigando loro i suoi benefizi, i suoi incoraggiamenti e le sue consolazioni, non li abbandona neppure dopo la loro dipartita da questa terra; ed anche quando la morte li ha colpiti riducendoli ad un oggetto d’orrore agli occhi dei viventi, non cessa un momento di vegliare su di loro e di circondarli di sue cure premurose. Non permette perciò che i loro corpi vadano a marcire senza onore in una terra profana; ma vedendo sempre in essi dei vasi consacrati, che hanno racchiuso l’abbondanza dei doni celesti, e dei tabernacoli augusti, già dimora dello Spirito Santo, ha preparato loro un luogo di riposo che essa, dopo aver benedetto e santificato colle sue preghiere, ha collocato sotto l’autorità speciale dei suoi ministri. «I santi canoni, leggiamo nel Rituale romano, vogliono che il Vescovo benedica solennemente questi luoghi ove dormono i fedeli, morti nella Comunione della Chiesa, e proibiscono formalmente di seppellire i cristiani in un luogo profano ». E questi luoghi di riposo, ove dormono i fedeli si chiamano cimiteri. Oh! quanto adunque non dobbiamo essere riconoscenti alla Chiesa, la quale anche in ciò ha voluto tener conto di una aspirazione del cuore umano! « Non v’ ha persona, povera o ricca, esclama il domenicano Lacordaire, che non pensi alla sua tomba e non desideri riposare in una tomba amata sotto la custodia di santi ricordi. Gli antichi stessi, quantunque meno di noi istruiti sulla grandezza dei resti mortali, stimavano una disgrazia 1’essere privi di una sepoltura di loro scelta, e quando Scipione volle con un rimprovero eterno vendicarsi di Roma che, nonostante la sua provata onestà, aveva dato ascolto ai suoi accusatori inverecondi, legò le sue ceneri ad una terra d’esiglio e fece incidere sulla sua tomba questa amara ed eloquente iscrizione: « Ingrata patria, non avrai le mie ossa! » Ma non basta che noi ci mostriamo riconoscenti alla Chiesa, egli è ancor necessario che noi ci sentiamo penetrati di un santo rispetto verso questi luoghi venerandi, ed entrando nello spirito di questa buona Madre li consideriamo, non già soltanto come regno e dimora della morte, ma, ciò che è più consolante, come veri luoghi di dormizione, da cui i nostri corpi, ridestati un giorno dal sonno della morte, risorgeranno per partecipare gloriosi alla beata eternità. Non si poteva certamente dare al luogo di sepoltura dei nostri resti mortali un nome più appropriato e nello stesso tempo più consolante di quello di cimitero, parola di profondissimo significato, di filosofia tutta celestiale e di faustissimo augurio che, mentre mette la tomba sotto la protezione della speranza, toglie tutto il suo orrore alla morte. Che altro infatti vuol dire cimitero se non luogo di riposo, dormitorio? Ora non è forse vero che il dormitorio suppone il sonno, ed il sonno suppone il risveglio? Ed infatti, per parlare più propriamente, il cristiano non muore, ma dorme nell’attesa della risurrezione finale; per lui la morte non è che un sonno un po’ più lungo che quello della notte, che dovrà essere seguito da un risveglio eterno. Ed è appunto perciò che nell’antico Testamento, per esprimere la morte dei Patriarchi, si trova sovente adoperata questa frase: « Si addormentò coi padri suoi ». Noi sappiamo pure che Gesù Cristo ed i suoi Apostoli hanno sovente chiamato la morte dormizione o sonno, ed i morti dormienti. Lo stesso linguaggio noi troviamo in bocca a S. Paolo, il quale, in tutte le sue lettere, ma più chiaramente nella prima ai Tessalonicesi, chiama la morte un sonno ed i defunti degli addormentati: « Non vogliamo, dice egli, che siate nell’ignoranza per quanto concerne quelli che si addormentano, affinché non siate contristati, come avviene degli altri che non hanno speranza; poiché, se crediamo che Gesù è morto ed è risuscitato, dobbiamo anche credere che Dio ricondurrà per mezzo di Gesù e con Gesù quelli che si sono addormentati » (IV, 13). Ed è ancora per questo che gli antichi Cristiani parlando dei loro morti dicevano « che si erano addormentati nel sonno della morte, che si erano messi a riposare per qualche tempo, ma per risvegliarsi ben presto, » e dominati da questo pensiero avevano adottato l’abitudine di disporre i cadaveri nei loro funebri ripostigli, in modo che avessero la faccia rivolta verso l’Oriente, come per aspettare il ritorno della luce e salutare i primi raggi di questo novello giorno che non avrà crepuscolo. – La sola parola cimitero pertanto riassumendo in se stessa quelle belle parole dei Libri santi in cui è detto « che coloro che dormono nella polvere della terra si risveglieranno un giorno » ci ricordano quel dogma di nostra santa fede che, mentre è tanto consolante per l’anima fedele, è così terribile pel cattivo e per l’empio, la risurrezione cioè della carne. Ora se la morte è un sonno, i luoghi sacri ove riposano, dormono i corpi dei fedeli, nell’attesa della risurrezione finale, che altro sono se non dei dormitori? Ciò considerando i Padri dell’antica Chiesa non potevano far a meno di sentirsi ripieni di santa esultanza: « O dormitorio, esclama uno di essi, nome divino, nome rivelatore, nome degno di eterna benedizione! quanto non sei bello, giusto, pieno di consolazione e di filosofia! Egli è adunque vero che la morte non è la morte, ma un sonno, un assopimento passeggiero. In ricordo del giorno (il Venerdì santo) in cui Nostro Signore è disceso ai morti, noi siamo radunati in questo luogo, e questo luogo si chiama cimitero, affinché sappiate che i morti e coloro che qui riposano non sono già morti, ma solo addormentati. Prima della venuta del Redentore, la morte si chiamava morte; ma dopo la venuta del Figlio di Dio e dopo che Egli ha sofferto la morte per dare la vita al mondo, la morte non si chiama più morte, ma sonno, assopimento. È Lui stesso che le ha dato questo nome ed i suoi apostoli l’hanno imitato. Che non disse quando fu condotto presso la tomba dell’ amico Lazzaro ? « Il nostro amico Lazzaro dorme »; non disse già: è morto; benché realmente il fosse. E che questa denominazione di sonno, per designare la morte, fosse nuova, noi il possiamo dedurre dal turbamento degli Apostoli i quali, pur accettandone subito il significato, dicono a Gesù: « Signore, ma se dorme, egli è salvo! » – « Oh! sì, dappertutto la morte è chiamata un sonno! Ed è perciò che il luogo dove riposano i defunti è chiamato cimitero, che vuol dire dormitorio. Quando adunque qui portate un trapassato, non desolatevi; voi non lo portate alla morte, ma al sonno: questo nome basta per consolarvi. Abbiate sempre presente il luogo dove l’avete portato: al dormitorio: ed il tempo in cui l’avete portato: cioè dopo la morte del Cristo, quando tutti i vincoli della morte sono stati troncati ».

II.

Nel linguaggio della Chiesa il cimitero ha ancora due altri nomi, pei quali desso non merita meno il nostro rispetto e la nostra venerazione, perché ancor essi ci ricordano e ci predicano eloquentemente il dogma della risurrezione. Si chiama infatti Campo santo, e Campo di Dio — Campo santo! non è forse questo il nome che gli si dà generalmente da noi in Italia? Ed oh! quanto un tal nome non è preso in sul serio, tanto che noi sappiamo dalla storia che l’antica repubblica di Pisa, una delle grandi potenze marittime del Medio-Evo, organizzò una spedizione navale in Oriente per trasportare in patria la terra di Palestina, santificata dai passi del divin Redentore, onde comporne con quella il suo cimitero, il suo Camposanto. Oh! sì, egli è santo il luogo dove riposano le fredde spoglie dei nostri cari defunti; santo, perché solennemente consacrato con le auguste cerimonie della Chiesa per mano dei suoi Pontefici; santo, perché luogo di riposo di corpi che furono templi vivi dello Spirito Santo, membra di Gesù Cristo, rigenerati e santificati dalla grazia e dai Sacramenti; santo finalmente, perché dominato dalla Croce, simbolo sacro della nostra Redenzione, che s’innalza maestosa nel bel mezzo del sacro recinto e par che raccolga quei che non son più « sotto le grandi ali — del perdono di Dio ». Non meno eloquente è l’altro nome del Cimitero: Campo di Dio. Il Creatore, il Conservatore, il Restauratore di tutte le cose, Dio, è un seminatore; Egli stesso si chiama con questo nome: « Uscì quegli che semina a seminare; non seminasti forse del buon grano? » Ora come ogni seminatore ha un suo campo, così Iddio ha pure il suo, e questo è il cimitero. Ma a differenza del seminatore ordinario che semina differenti specie di semi nel suo campo, Dio invece non ne semina che di una specie, che del resto è sempre la stessa. Che fa il grano nella terra? comincia per alterarsi e marcire. Questo grano è nudo; uscito dalla spiga, ha più nulla che lo protegga, è appena coperto da una leggiera pellicola, di cui si sbarazzerà ben presto. Ridotto così alla sua più semplice espressione, il seminatore, con un atto di fede incrollabile nella risurrezione, lo affida risoluto alla terra, nel cui seno subirà rapidamente una gloriosa trasformazione. E la sua fede non lo ingannerà; passano pochi mesi, ed ecco che il campo si copre di meraviglia. Quel grano morto risuscita, e da un solo seme ne nascono parecchi. E questi nuovi grani non sono già nudi, come il loro padre, nascosti come esso nel seno della terra; no, ma si mostrano ai raggi del sole, s’innalzano verso il Cielo. Si appalesano riccamente vestiti, circondati di foglie, ornati di fiori, e graziosamente sostenuti da leggiadri steli che il vento fa lievemente ondeggiare, come la madre che in diversi sensi dondola la culla del suo bambino. Ora qual è il grano che Dio semina nel suo campo? Il più bello, il più prezioso, il più amato di tutti i grani; il corpo dell’uomo, formato a sua immagine, riscattato col sangue dell’Agnello immacolato, erede della sua gloria e felicità. E questo corpo, gettato nel seno del Campo di Dio, dopo aver subito, sotto l’occhio amoroso e la vigile e gelosa custodia del suo divin Seminatore, le stesse trasformazioni che il grano nel seno della terra, in virtù del germe divino in lui deposto dal Redentore, si alzerà pure a sua volta, come messe immensa, nel giorno della finale risurrezione, brillante e glorioso per tutta un’eternità. Oh! quanto non è consolante questo pensiero e di quale conforto, specialmente per quelle anime afflitte che piangono sulla tomba dei loro parenti e dei loro amici defunti: « Voi siete tristi e sconsolati, diceva il grande Vescovo d’Ippona inspirandosi ad esso, poiché avete veduto portato al sepolcro colui che amavate, e più non udite la sua voce. Egli viveva ed ora è morto; egli mangiava ed or non mangia più; più non prende parte alle gioie ed ai piaceri dei viventi. Ma forsechè voi piangete il seme, allorché l’affidate al solco? Se un uomo fosse in tutto talmente ignorante da piangere il grano che si semina nel campo, che si getta in terra, che si seppellisce nel terreno, lavorato dall’aratro, e dicesse in sé stesso: « Oh! Perché mai hanno sepolto questo grano, mietuto con tanta fatica, pulito, conservato nel granaio? noi l’abbiamo veduto, e la sua bellezza faceva la nostra gioia… ed ora è scomparso dai nostri occhi….! » Se vi fosse un uomo che così piangesse, forsechè non gli si direbbe: « Deh! non t’affliggere; certamente questo grano sepolto non è più nel granaio, non si trova più in nostre mani; ma quando più tardi noi verremo a visitare questo campo ci rallegreremo nel vedere la ricchezza della messe là ove tu piangevi l’aridità del solco ». Le messi le si vedono ogni anno, ma quella del genere umano non la si vedrà che una volta sola, alla fine dei secoli, quando cioè al suono delle angeliche trombe coloro qui dormiunt in sonno pacis, evigilabunt, si risveglieranno, e sorgendo dal seno della terra vivranno per non addormentarsi più ». – Così il santo dottore; ed a suo esempio, contemplando i nostri cimiteri, veri campi di Dio, diciamo ancor noi: è in questa terra, santificata dalle preghiere liturgiche, che germoglia la futura messe degli eletti. Essi non sono morti, no, che non è possibile che gli uomini fatti ad immagine e somiglianza di Dio muoiono per non rivivere mai più; ma riposano nella fede e nella speranza comune. Ma verrà un dì che secondo la parola del Creatore rivivranno a novella vita ed allora oh! gioia, oh! felicità, mors ultra non erit. Ecco che cosa è il cimitero; ecco quello che in suo muto linguaggio dice al cuore del cristiano. Non dobbiamo quindi meravigliarci che desso sia sempre stato e sia ancora tuttodì oggetto di universale rispetto e venerazione. « Presso ogni popolo del mondo, dice un moderno autore, abbia già desso fatti grandi passi nella via del progresso, o sia ancora agli inizi della civiltà, vi hanno due cose che sempre hanno tenuto un posto specialissimo nell’estimazione degli uomini, e davanti all’una o all’altra delle quali essi non possono far a meno di provare un sentimento, a cui non possono sottrarsi, sentimento che trionfa di tutti gli odi, e di tutte le passioni. E queste due cose sono la culla e la tomba. In un giorno di cieco furore il popolo potrà arrivare all’eccesso di atterrare il palazzo dei re e di portare una mano sacrilega sulle nostre chiese e sui nostri altari, ma è ben difficile che vengano profanate le tombe ombreggiate e difese dalla croce. Non è forse vero che sempre e dovunque il piccolo cantuccio di terra, che ricopre le spoglie mortali dell’uomo, venne trattato col più gran rispetto, ed in ogni tempo la violazione di una tomba venne considerata come una profanazione? » Parlando del cimitero così esclama uno scrittore cristiano: « O patria nostra, tu ci sei cara non solo per le aure che bevemmo fanciulli; pei nostri ridenti giardini; per la casa che ci albergò; ma anche per quel campo benedetto dove han trovato asilo parenti, congiunti ed amici. Quanti non sono coloro, che lungi morendo dal luogo natio, chiedono imperiosamente che i loro resti mortali sieno portati là, dove la voce della patria pare che reclami sempre, e vivi e morti, i suoi figli. Una legge di natura, e certamente una legge d’ amore, sospinge gli uomini a riunirsi in un solo asilo, affinché rimanga dopo morte quella comunione che mantennero in vita, e che punto non si rompe colla morte. Senza dubbio la prospettiva del cimitero ingenera un sentimento che vi obbliga di quando in quando a recarvi sul tumulo di chi avete amato; che vi costringe a scoprirvi il capo e a piegar le ginocchia; che dal vostro cuore sa strappare una prece e dagli occhi vostri una lagrima. Non è questo vero? La santità del luogo, unita a tante rimembranze, vi infonde una soavità di dolore, che si trasmuta in un indefinito conforto, è una mesta ma soave musica quella che si forma attorno alle croci di quell’asilo solitario». Quanti motivi pertanto non si riuniscono per renderci cari e sacri questi asili della morte collocati alle porte delle nostre città o all’entrata dei nostri templi per sollecitare da noi suffragi o per ricordarci che siamo polvere! Qui riposano in un sonno tranquillo, coricate le une sulle altre, migliaia e migliaia di generazioni, migliori che non la nostra: dormono sotto le zolle benedette coloro che furono i benefattori dei poveri e delle chiese, i fondatori dei nostri ospizi, delle nostre scuole, delle nostre istituzioni caritatevoli, di tutti quegli stabilimenti di pubblica utilità, di cui noi raccogliamo i frutti, senza pensare alla mano che ce li elargì, senza che la nostra memoria abbia conservato il nome di questi uomini generosi; qui aspettano il giorno del risveglio quella serie interminabile di pastori vigilanti e disinteressati che hanno istruito, consolato, diretto di età in età le generazioni estinte, e che hanno iniziato noi stessi alla scienza del dovere ed alla conoscenza della fede. Qui riposano, in una santa pace, dei fratelli, degli amici, un padre, una madre, dei figli ai quali avevamo promesso nelle strette angosciose dell’ultimo addio un ricordo eterno, qui soprattutto vi sono dei Cristiani, segnati del sigillo di una adozione divina, dei figli della Chiesa, dei membri di Gesù Cristo, dei quali Iddio custodisce le ossa, come parla il profeta, per risuscitarli nel giorno finale… In questi luoghi benedetti si trovano delle vere reliquie, poiché, chi può dubitare che fra i numerosi fedeli, il cui corpo vi venne deposto, molti non siano già in possesso della gloria? Reliquie preziose, spoglie venerande, alle quali non manca per avere diritto allo stesso culto con cui si onorano le reliquie esposte sui nostri altari, che la dichiarazione della Chiesa confermante la santità dei giusti ai quali esse appartengono. Ah! con quanta verità adunque, ogni qualvolta calpestiamo la terra di questi funebri asili, può essere a noi rivolta la parola che Iddio fece intendere a Mosè dal mezzo del roveto ardente: « La terra su cui tu cammini è santa, togli i tuoi calzari in segno di rispetto ». Sì, è la polvere dei Santi che i nostri piedi premono: è una polvere che per rianimarsi e per risorgere viva ed immortale non aspetta che il primo squillo dell’angelica tromba: sì, tutta questa terra che ci sta sotto gli occhi ha vissuto, tutta questa terra un giorno rivivrà!

III.

E dopo ciò ci domandiamo: Che cosa è mai adunque che dà alla tomba un carattere sacro? La credenza universale del genere umano che sempre ha ritenuto e ritiene che la tomba non è altro che la soglia dell’eternità. Che cosa è mai che spiega e giustifica il rispetto e la deferenza che accompagna e segue i freddi e tristi resti dell’esistenza umana? La sublime dottrina dell’immortalità dell’anima e della risurrezione della carne. Sì, se l’anima sopravvive al corpo, se 1′ uomo tutto intero è destinato a ridiventare un altro se stesso alla fine dei tempi, io comprendo le pie premure, la venerazione, il culto che si ha per le tombe. Se quel che giace sotto la fredda pietra sepolcrale è una spoglia che l’anima immortale ha bensì lasciato un giorno, ma riprenderà un altro giorno, è un tempio che la mano dell’Onnipotente riordinerà a suo tempo; è un santuario le cui sparse membra saranno più tardi riunite da Dio, come non meriterà quell’onore e quel rispetto che merita tutto ciò che è santo e sacro? Ma se invece tutto ha termine con la morte, se il nulla è l’ultima parola degli umani destini, se noi non ci troviamo più che alla presenza di qualche molecola di materia senza nome, senza dignità, senza avvenire, se non vi rimane più nulla di reale, di vivente a cui possano riferirsi i nostri pensieri, i nostri affetti, i nostri ricordi, se tutto ciò si è dissipato come un soffio nell’aria, che cosa vorrà allora significare il rispetto della tomba? A qual pro tanto apparato e tante pompe funebri per un mucchio di putridume, più o meno riccamente avviluppato, e che ormai non si tratta più che di fare scomparire al più presto possibile, come un oggetto di disgusto e di orrore, e di farlo scomparire il più lontano che si può dagli occhi umani? Ahimè! lo so purtroppo che così la pensano e così vorrebbero i moderni libertini e liberi pensatori. E non è forse perciò che sotto un falso pretesto di salubrità e di pubblica igiene vorrebbero tenere discoste dalle abitazioni dei vivi le tombe degli avi loro? È stato mille volte provato dalla scienza stessa, confermandolo del resto l’esperienza de’ secoli, che le pretese morbose emanazioni uscenti dalle tombe dei cimiteri non esistono che nell’immaginazione di certe persone che troppo paventano la morte. Ma che importa loro questa verità, pur che raggiungano i loro diabolici intenti? « Ma guai, guai a costoro, esclama il P. Monsabrè, che sacrificano all’igiene del corpo, l’igiene dell’anima! Impareranno a loro proprie spese ciò che diventa un popolo, il quale dimentica o trova troppo lunga la strada del Camposanto! » – « Col pretesto della pubblica salute, scrive un dotto medico, il Martini, già si impedirono le sepolture nelle chiese, ed ora si vogliono perfino distruggere i cimiteri. Ma forsechè oggidì si vive più lungamente di prima? si gode più prospera salute?.. Le popolazioni in generale non si videro mai tanto acciaccate, come dopo tanti trattati di pubblica igiene. E si può ripetere della pubblica sanità ciò che si dice della libertà e dell’economia politica: l’economia ci porta alla bancarotta, la libertà al dispotismo, e l’igiene ci fa morire tisici. Guardate quei buoni frati, che vivevano nei loro conventi, dove le Chiese annesse erano piene di sepolture e queste di cadaveri, menavano la vita più sana e vigorosa che mai, raggiungendo tale numero di anni che ci è difficile trovare in mezzo alla società odierna. È il mal costume che miete le popolazioni, e siccome il pensiero della morte eccita a vivere bene, così indirettamente il cimitero favorisce la pubblica sanità ». Ma non basta: a quale altro eccesso non li vediamo noi arrivare i moderni nemici dei cimiteri? « È orribile il dirsi: sempre con lo stesso scopo noi li vediamo opporre al Camposanto il forno crematorio… qualche cosa di orrendo e di insopportabile al cuore dell’uomo….! E la chiamano ara, tempio crematorio! Forno sì, altare e tempio no. E nomineremo altare questa scena d’orrore? Altare questo feretro senz’Angeli e senza Dio? Altare questo luogo né sacro, né  santificato, senza riti ed incensi, senza fiori e senza ghirlande, senza profumo di gentilezza e di umanità? Altare questo carbone, queste fiamme divampanti, avvivate da una scienza senza cuore, dall’idea del nulla, dall’odio della divinità, dal rito schernitore dell’ateo e del materialista? Meglio, mille volte meglio il rispetto delle pie ed universali tradizioni, meglio il cipresso della religione antica, che le ombre della novella acacia. Più dell’onda grassa del fumaiolo crematorio oh! meglio quell’atmosfera santa e severa che si spande dalle tombe, dove il corpo ridonato alla terra, naturalmente riposa fra le braccia della gran madre antica ». Ed ecco perché noi protestiamo contro tali crudeli e barbare innovazioni che non hanno altro di mira che di distruggere nell’anima del popolo la credenza dell’immortalità dell’anima, e con noi altamente protesta tutta quanta l’umanità che sempre ed ovunque ha avuto in onore il culto dei morti. « Io posso perdonare molte cose, diceva Napoleone, ma provo orrore per colui che non vede in noi che della materia. Come volete voi che io abbia qualche cosa di comune con un uomo che non crede all’ esistenza dell’anima, che crede che egli non è che un impasto di fango, e che vuole che io sia come lui un pugno di fango? » Ed ancora oggidì, nonostante le mene dei novatori non vediamo noi le stesse masse operaie delle nostre grandi città, a cui si è strappato con false ed empie teorie e bugiardi sofismi il rispetto di tutte le grandi cose, il rispetto del dovere, della famiglia, della stessa Religione, conservare in mezzo a tante rovine vivo e rigoglioso il culto dei morti? E non si è senza provare una viva e profonda commozione che nel giorno, consacrato alla solenne commemorazione dei fedeli defunti, noi le vediamo incamminarsi silenziose e raccolte verso il Camposanto, ed affollarsi commosse ed intenerite sulle tombe dei loro cari. Oh! sì, gli increduli ed i libertini avranno un bel predicare al nostro popolo che la questione dei novissimi non è più che una questione di chimica e di fisica; forse in certi momenti di odio e di passione troveranno ascolto; ma allorquando si presenterà il momento di manifestare la sua vera credenza con un atto solenne di fede, se ne andrà in folla a protestare contro di loro e contro se stesso sulle tombe dei morti, per quanto lontane le abbiano volute dal consorzio dei viventi; vi deporrà commosso gli emblemi dell’immortalità; attraverso il tempo e lo spazio darà la mano a coloro che non vivono più sulla terra, il suo cuore si slancerà verso di loro e col suo cuore la sua fede le sue speranze in un avvenire migliore. Spes illorum immortaliate piena est. Sii tu dunque benedetta, o Religione Cattolica, tu che eterna consolatrice innalzi la fiaccola della risurrezione e vegli intanto a difesa delle ossa inaridite. Tu sei pur qualche cosa di meglio di quel terribile nulla, martirio e spavento degli scettici, che mentre favorisce ogni delitto sulla terra, toglie persino quell’ultimo conforto che ci aspetta nel sepolcro. Anch’io voglio fare che una mesta viola sorga sul mio tumulo deserto; fecondata essa dall’alito sereno ed avvivatore della Croce, dalla luce del sole, e delle preghiere di tutti, dirà ai superstiti che sorge sul capo di un dormente, il quale attende il soffio della novella vita e lo squillo delle angeliche trombe.

* *

Certamente quanto in questo trattenimento si è detto sul cimitero è più che mai adatto per farlo apparire sotto un aspetto rassicurante e pieno di sante speranze. Non vorrei però che completamente ne venisse sbandito quel sacro terrore che pur necessariamente deve incutere, in quanto che desso è pure il regno della morte, in cui questa violenta livellatrice delle umane grandezze regna sovrana, e dal suo trono severo imparte lezioni che oltre a farci comprendere il nulla della vita c’insegneranno eziandio a ben vivere. Ah! lo so pur troppo che gli uomini di questa nostra età, che della morte hanno paura, e per molti dei quali i sepolcri stessi, che sono per noi Cristiani la culla dell’immortalità, non esistono che come cattedre d’immoralità e di corruzione, vorrebbero cancellarne dalle menti perfino il ricordo, e distruggere perciò quanto potrebbe farne sentire troppo vivamente la voce, onde non parli troppo altamente al cuore dei viventi. Ma viva Dio! essi avranno un bell’infiorare le tombe dei loro morti, avranno un bel cercare di ridurre i nostri cimiteri a luoghi di lusso, di vanità, di spasso, di curiosità, di presentarli come esposizioni permanenti di belle arti, non riusciranno mai a far sì che la morte non regni in essi come sovrana, e dai tumuli chiusi pur esca grave ed ammonitrice la voce : « Morieris tu! Anche tu morrai ! Tutti coloro che ti precedettero già hanno reso omaggio alla sua potenza e si sono schierati sotto il suo scettro così pure sarà di te! » E volesse il Cielo che una tal voce trovasse un’eco nel loro cuore! poiché mentre così imparerebbero a ben morire, prenderebbero coraggio per ben morire.

ESEMPIO: La predica sul Cimitero.

Davasi una sacra missione in una parrocchia della nostra Italia. Anche colà gli increduli tentarono ogni via per frastornare i devoti dall’accorrere ad ascoltare la parola di Dio. Fra questi si distinse un famoso fabbro ferraio, per nome Angelotto, il quale aveva la sua officina nei pressi della Chiesa. Tant’era l’odio che covava costui in cuore contro havvi di più sacro e santo, che ogni qualvolta il missionario saliva in pergamo, gli faceva tale uno strepito, cantando le più laide canzoni, e di sì formidabili colpi faceva risuonare l’incudine, che più volte il missionario dovette affaticarsi oltre modo perché la sua voce fosse intesa da tutti. Una sera all’ora della predica, Angelotto esce a diporto, quand’ecco la fitta nebbia, che aveva fino allora coperta la faccia del sole, anziché dissiparsi, s’era ad un tratto condensata in nubi, indi si è convertita in pioggia minuta che bagna e penetra fino alle midolla delle ossa. Angelotto sulle prime non ha fatto caso, ha continuato la sua passeggiata: ma che? non è ancora andato innanzi una ventina di passi, che egli è già tutto molle, ed il suo cappello goccia acqua da tutte le parti. « Maledetto tempo! esclama egli e proferendo cosi a mezza voce una bestemmia torna indietro per andarsene a casa; ma vedendo che la porta era chiusa, fa una imprecazione alla moglie che era in chiesa alla predica. Dopo che, così pieno d’ira, entra in chiesa per fermarsi e far passare un quarto d’ora di tempo. Il missionario già stava sul pulpito, e i buoni fedeli assistevano con compostezza e raccoglimento alla parola di Dio. Angelotto gittossi su d’un banco e diessi così per ingannare il tempo, a volgere in giro lo sguardo, lanciando qui e là bieche occhiate alle persone che stavano in chiesa raccolte. Egli non aveva né piegato il ginocchio, né fatto un segno di croce, né detto Ave a quel Gesù che stava là rinchiuso nel tabernacolo per suo amore. Parea avesse posto in oblio che era quella la casa di Dio, la casa della preghiera; eppure il Signore pietoso lo attendeva al varco per usargli misericordia e concedergli la maggiore delle grazie, quella del ravvedimento. Intanto il predicatore era giunto a buon punto della sua predica: « Fratelli miei, diceva con voce dolce e tenera, fratelli miei, il cimitero è una bella e salutare scuola per noi. Tutti in quel luogo andremo alla fine dei nostri giorni, e v’andremo fra breve : Hodie mihi, cras tibi; oggi tocca a me, domani a Voi. Figliuoli, conchiuse egli, se è così, non indugiate più oltre a darvi a Dio; pensate al Cimitero, è ora, fate presto che il Signore non vi trovi impreparati, pensate al cimitero, è ora! per molti di voi sarà questa l’ultima ora alla quale seguirà poi una felicità, o una miseria eterna ». Benché Angelotto avesse cercato di distrarsi, non aveva potuto fare a meno di ripiegare per un istante il guardo a sé stesso. « Il missionario avrebbe mai parlato di me? Oh! Dio! Che vita ho menato da dieci anni a questa parte? » Al pensare a quelle parole « Il cimitero, è ora » ei non regge più, si getta ginocchioni, chiude la testa fra le mani e piange. È finita la predica e la gente è uscita di Chiesa, ed Angelotto non si è mosso. Eppure non piove più; ma il cimitero suona ancora tremendamente al suo orecchio, ed egli stassene tuttora ginocchioni. Viene il sagrestano per chiudere la Chiesa, scuote le chiavi per dire ai pochi rimasti che se ne vadano. Angelotto allora si alza, piglia il suo cappello, ma invece di uscire, va difilato in sagrestia, trova il predicatore: « Ah! padre mio! Son dieci anni che non vi ho pensato!… voglio subito confessarmi, aiutatemi voi! » Il buon missionario l’accoglie, lo abbraccia. Angelotto si prostra, fa la sua confessione: grosse lagrime gli scendono dagli occhi, ma son lagrime di pentimento e di consolazione. Ricevuta l’assoluzione, si alza e, baciando la mano del buon missionario: « Era ora, gli dice; siate benedetto! » Si parte di là, ma Angelotto non pensa più all’osteria, agli amici, alle crapule, e ripetendo fra sé « cimitero, è ora! » rientra in casa… ! Da quel di fu tutt’altro uomo: ogni giorno prima di mette rsi al lavoro andò alla Messa, e nel giorno di festa la sua bottega vedevasi chiusa ed egli in Chiesa a fare le sue divozioni. Ma ecco la prima Domenica di quaresima, e la campana della Chiesa suona a morto. Chi è questo poveretto che non è più? È Angelotto, il fabbro ferraio, una malattia di quattro giorni lo ha portato al cimitero: beato lui che pensò in tempo al Cimitero!

 

 

DEVOZIONE AL CUORE DI GESÙ (9): Modello di purezza.

DEVOZIONE AL CUORE DI GESÙ (9)

DISCORSO IX.

[A. Carmignola: il Sacro Cuore di Gesù; S.E.I. Ed. Torino, 1930]

Il Sacro Cuore di Gesù modello di purità.

Nella divozione al Sacratissimo Cuore di Gesù, oltre al ricambiarlo di amore e al risarcirlo delle tante offese che riceve nel SS. Sacramento dell’Altare, devesi pure attendere ad imitarlo nelle sue speciali virtù. E le virtù speciali, che Gesù Cristo stesso ci propose a ricopiare in noi nel suo adorabile Cuore, sono la mansuetudine e l’umiltà. Ed oh! Quanto era importante che il divino Maestro ci proponesse l’imitazione di tali virtù a preferenza di tante altre. Tuttavia restando sempre ferma tutta la loro eccellenza e necessità, e pure riconoscendo che Gesù Cristo non ci disse esplicitamente di impararne altre dal suo Santissimo Cuore, è certo che ve n’è ancora qualcuna, che del suo Cuore non è meno caratteristica della mansuetudine e dell’umiltà, e nella quale, a voler essere suoi veri devoti, dobbiamo pure studiarci di imitarlo quanto più ci è possibile. Tale ad esempio è la santa purità. Ed in vero la purità per attestazione dello stesso Gesù Cristo è per eccellenza una virtù del cuore, avendoci egli insegnato che come dal cuore escono quei cattivi pensieri e quelle opere malvagie, che massimamente contrariano la santa purità, così è nel cuore, che risiede quella mondezza, che ci renderà beati nella visione di Dio. Sì, il cuore e la purità sono tra di loro in una così stretta e vicendevole dipendenza, che nell’uomo puro il cuore è di una delicatezza meravigliosa, e benché di carne vive di una vita quasi spirituale; laddove nell’uomo privo di purità il cuore si fa grossolano ed abbietto, e non batte più che per dare corso al sangue e segnare le ore di una vita inonorata. Gesù Cristo adunque è nel suo Cuore così delicato, così tenero, così sensibile e così santo, che mantenne l a più illibata mondezza, come è nel suo Cuore, che nutrì un sovrano amore per la santa purità, dal suo Cuore, che fece uscire quelle parole sublimi, che insieme col suo esempio crearono le immense generazioni di anime pure e caste, ed è al suo Cuore, che appressò ad attingervi inenarrabili delizie quei suoi amici, ch’Egli predilesse per ragione della loro purità. Per tanto nella divozione al Sacro Cuore di Gesù, a voler rendere il cuor nostro simile ad esso, non importerà sommamente che ci animiamo ad amare e praticare ancor noi una tanta virtù? Sì, senza dubbio. E ciò tanto più importa in quanto che anche oggidì questa virtù è vituperosamente oltraggiata. Ah purtroppo! dopo diciannove secoli di virtù e di perfezione cristiana la miseria più spaventosa dei nostri tempi si è la corruzione dei costumi, tanto che se anche ai tempi nostri vivesse quella fiera anima di Tacito, potrebbe pur con ragione ripetere quel suo famoso detto: Corrumpere et corrumpi sæculum vocatur: corrompere ed essere corrotti, questo si chiama il secolo. A riparare adunque un tanto disordine, e a impedirlo anzi tutto in noi, quanto ci sarà giovevole levare i nostri sguardi al Cuore Sacratissimo di Gesù, modello di purità! E questo faremo oggi; epperò, dopo di aver rilevata la bellezza della virtù della purità, considereremo come abbia amata e praticata la purità il Sacro Cuore di Gesù e con quali mezzi riusciremo ad amarla e praticarla anche noi.

I. — Come in un quadro, ciò che dà maggior risalto ad una bella e chiara figura, sono le tinte oscure, che ne formano il fondo, così ciò che servirà a far meglio risplendere la bellezza della santa purità, si è il mettere innanzi qualche poco la bruttezza e la gravità dell’orrendo peccato, che la contraria. È bensì vero che l’apostolo Paolo vorrebbe, che tal peccato non si avesse neppure a nominare tra i Cristiani. Ma perché esso è pur troppo una delle cause principalissime, per cui l’inferno si riempie di dannati, mi si conceda di farne almeno qualche cenno fuggitivo. – Il santo Re Davide ha detto ripetutamente, che l’uomo che si abbandona alle sue brutali concupiscenze, ha misconosciuto la sua grande dignità, e si è fatto simile ai giumenti privi di ragione. Ed in vero, l’uomo solamente allora riconosce la dignità di sua natura e serba fede ad essa, quando vive conforme alla ragione, che è la divina scintilla, che lo differenzia dai bruti. Ma la ragione, come hanno riconosciuto gli stessi gentili, detta all’anima di comandare e al corpo di servire. Ora, che cosa fa colui che si abbandona al brutto peccato dell’impurità? Contro il dettame della ragione lascia, che signoreggi in lui la carne, e alla tirannia della carne fa servire qual misera schiava l’anima sua. Così adunque in quest’uomo infelice l’anima perde la corona e lo scettro, rinunzia ai suoi privilegi, scade dall’altezza, a cui fu da Dio sollevata, e scende nella più profonda abbiezione, nell’abbiezione del giumento: Homo cum in honore esset, non intellexit; comparatus est iumentis insipientibus, et similis factus est illis. (Ps.. XLVIII) Difatti, ponendovi innanzi l’uomo impudico, in che altro, se non nelle forme, potrete scorgerlo diverso dagli animali più abbietti? Egli non ravvolge nella sua mente che pensieri immondi, nella sua immaginazione non si diletta che di voluttuosi fantasmi, e nel suo cuore non nutre che turpi affetti. – Anche al di fuori mostra l’orribile guasto dell’anima, giacche i suoi occhi spirano libidine, i suoi orecchi vanno in cerca di discorsi e di armonie sensuali, la sua lingua schizza il veleno dell’oscenità, il suo volto è inverecondo, il suo tratto licenzioso, e tutto il suo portamento pieno di petulanza. Preoccupato unicamente della sua passione, propriamente come il giumento, che spinto dall’invincibile istinto che lo domina, nel vedere da lungi ciò che può soddisfarlo, vi corre appresso e vi si precipita sopra, senza che nulla valga a rattenerlo, così l’impudico dominato dall’istinto brutale con un despotismo atroce ed ignobile, cui non ha più forza di resistere, perché troppo lo ha assecondato, corre appresso e si precipita con furore sopra tutto ciò, che gli promette un sensuale diletto. E per riuscire nell’intento di ottenerlo, che gl’importa, se padre, di trasandare l’educazione dei figli, se sposo, mancar fede ai sacri giuramenti, se figlio, di gettare il tempo, il denaro, la vita, e far la rovina e il disonore dei genitori. Oh se noi entrassimo in certe famiglie e domandassimo la cagione di tante discordie, di tanti disordini, di tanti patrimoni mandati a fondo, di tanta miseria, di tanti scandali, e persino di tante violenze e di tanti delitti, molte sarebbero costrette a risponderci che non ne fu altra, se non l’abbominevole vizio della disonestà. L’impudico adunque nelle sue tendenze, nelle sue voglie, ne’ suoi costumi si avvilisce veramente al punto da rendersi somigliante al bruto. Sì, dice S. Bernardo, se l’uomo pecca. di ambizione, pecca come l’angelo, commettendo una colpa affatto spirituale; se pecca d’avarizia, pecca quale uomo, perché questo disordine all’uomo soltanto conviene; ma se pecca di impurità, egli pecca da bruto, perché segue l’impulso di una passione, che predomina nei bruti, e che ai bruti lo assomiglia. – Ma vi ha di peggio ancora, perciocché se questo peccato si considera non solo nell’uomo come uomo, ma nel Cristiano come Cristiano, non si tarda a riconoscerlo quale orribile sacrilegio. L’apostolo S. Paolo nella sua prima lettera ai Corinti (VI, 15-20) bellamente ci insegna come il Cristiano per opera della grazia, che gli comunica il frutto della divina redenzione, si unisce tutto intero, anima e corpo, così intimamente al Verbo incarnato e al Divino Spirito, da diventare, non solo nell’anima, ma anche nel corpo, membro di Gesù Cristo e tempio dello Spirito Santo: « Oh! non. sapete, esclama egli rivolto a quei primitivi Cristiani, non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? … che le vostre membra sono tempio dello Spirito Santo? » E quello, che l’Apostolo insegna, è dai santi Padri così esplicitamente spiegato, che se non fosse ad esempio un S. Leone Papa quegli che ci dice, che il corpo del battezzato è diventato la carne del Crocifisso, noi peneremmo a prestarvi fede. Or dunque, se nell’uomo che vive fuori della vera religione il peccato dell’impurità è pur sempre una colpa, che tanto lo avvilisce, nel Cristiano, membro di Gesù Cristo e tempio dello Spirito Santo è per soprappiù una profanazione sacrilega del corpo stesso del divin Redentore e del Santuario della Divinità. Ed ora qual meraviglia, se un cristiano, che giunge a disonorare in questo modo il suo carattere, non tarda a perdere ogni avanzo di fede e a diventare, come ne insegnano le Sacre Scritture, miserabile apostata? L’uomo, che si abbandona al brutto vizio, rimane così presto acciecato di mente e indurito di cuore, che più non vede e non sente né il pregio dell’anima sua, né il tesoro della divina grazia, né l’importanza dell’eterna salute, né la bellezza della pietà, né la necessità della religione; abborre dalla preghiera, e lascia i Sacramenti, e schiva la chiesa, e diventa insomma quell’uomo « animale » di cui parla S. Paolo, che più nulla capisce, e più nulla gusta delle cose di Dio. E perché, nello sbramare le sue immonde voglie, non vorrebbe sentire alcun rimorso di coscienza, e ciò non può essere finché crede a Dio, alla sua legge, alla sua terribile giustizia, perciò comincia egli dal dubitare prima occultamente e poi manifestamente, e finisce per negare e Dio e Vangelo, e eternità, e cadere nella più spaventosa incredulità, Oh! l’incredulità è un guanciale assai comodo per la disonestà; e la storia è lì per provare, che la cagione più universale dell’apostasia dalla fede è l’apostasia dalla purità. Salomone non arse profani incensi alle false divinità, se non dopo aver ceduto alle lusinghe delle donne di Sidone e di Moab. Lutero, che strappò la Germania dal seno della Chiesa, prima di rapire a Gesù Cristo la greggia, gli aveva rapito una sposa. Un Arrigo VIII sterminò il Cattolicismo dalla terra dei Santi, dopo che si era abbandonato ad amori adulteri. E nella Francia si chiusero i sacri templi, si scannarono i sacerdoti, si abbatterono gli altari e si gettarono nel fango le sacre Pissidi, allora che si prese ad adorare la carne vivente d’una pubblica peccatrice. Ma anche oggidì, se tanti Cristiani vi hanno, massime tra la gioventù, che deridano la fede e la sprezzino, non è già, come si dice, che i ritrovati moderni non vadano con essa d’accordo, ma la realtà dolorosa è questa, che costoro son divenuti miseri schiavi della turpe passione e ne sono crudelmente signoreggiati. Tale adunque è l’enormità del brutto peccato, tali sono i suoi funestissimi effetti. Qual meraviglia pertanto se Iddio lo ha punito sempre anche in questa vita coi più terribili castighi ? Perciocché non è per questo peccato, che Egli mandò il diluvio sopra la terra, fece piover fuoco ed incenerire Sodoma e Gomorra? Non è per questo peccato, che sfasciò gli imperi più potenti e le nazioni più grandi? Non è per questo peccato, che tuttodì manda tra gli uomini le più spaventose calamità, le più tragiche morti, le più vergognose malattie? Oh! se è vero che Iddio oltrecché con altri castighi, punisce ancora il peccatore col suo stesso peccato, in questo massimamente è dove si verifica terribilmente una tal legge. No, Iddio non lascia che l’uomo impudico faccia impunemente trionfare i suoi sensi deprimendo lo spirito. Il trionfo non è che apparente, perciocché in realtà è seguito dalla dissoluzione. E se domandassimo ai medici, che frequentano le case private e i pubblici ospedali, ben ci saprebbero dire, che la causa principalissima di tante schifose infermità e di tante morti sul fior dell’età si è pur troppo questo detestabile vizio. Ma basti ormai della bruttezza di questo peccato, e, sollevando ora a più elevati pensieri il nostro cuore, su questo oscuro fondo vediamo raggiare la figura bellissima della santa purità. Questa virtù è di tanta bellezza, che come il peccato d’impurità è chiamato senz’altro il brutto peccato, così essa è chiamata per eccellenza la bella virtù. I santi Padri nelle loro considerazioni ne furono talmente rapiti, che tutti andarono a gara per farne i più profondi elogi; e chi la chiamò radice della vera sapienza, chi ornamento e decoro della Chiesa, sposa di Cristo, chi virtù celeste ed angelica, chi regina di tutte le virtù, chi giglio candidissimo, chi preziosissima gemma, al cui splendore si eclissa quella d’ogni altra. E in tutte queste grandi espressioni non fecero altro che commentare la parola dello Spirito Santo, il quale disse, che per quanto si esalti la purità, non si arriverà mai ad esaltarla degnamente: Omnis ponderatio non est digna continentis animæ. (Eccl. XXVI, 20) I n questa virtù, secondo l’attestazione di S. Paolo, allorché ci dice essere di volontà di Dio, che ci facciamo santi, astenendoci da ogni immondezza (I IV, 4), sta la santificazione

delle anime nostre, giacché come si legge nel libro della Sapienza, la purità ci avvicina nel modo più prossimo a Dio: Incorruptio facit esse proximum Deo (VI, 20), ed è a questa virtù che fanno naturalmente corona tutte le altre virtù. L’umiltà, la modestia, il raccoglimento, il disprezzo del mondo, la povertà volontaria, l’abnegazione, l’obbedienza, la mortificazione, la vivezza della fede e della carità si raggruppano tutte intorno alla purità, perché colui che è puro, quanto toglie alla vita del senso altrettanto mette a profitto delle cristiane virtù, e può applicarsi con tutta ragione le parole dello Spirito Santo: E insieme con la purità vennero a me tutti gli altri beni: Venerunt autem mihi omnia bona pariter cum illa. (Sap. VII, 11). O purità, quanto sei bella, quanto sei splendida, quanto sei amabile! E poteva essere, che il Cuore Santissimo di Gesù Cristo non si mostrasse di te magnificamente adorno?

II — Ah! poiché Gesù Cristo venne sulla terra a curare le piaghe della inferma umanità, qual medico celeste, come dice S. Gregorio Magno, ai vizi nostri contrappose contrari medicanti, epperò alla turpe malattia dell’incontinenza oppose la bellissima virtù della purità. E ciò Egli fece massimamente per mezzo del suo Sacratissimo Cuore; giacché è nel suo Cuore, che ebbe palpiti di predilezione per la purità; è dal suo Cuore, che fece scaturire quelle sublimi parole, che ne mostrano tutto lo splendore; è nel suo Cuore, che la praticò nel modo più eccellente. Ed anzi tutto è nel suo Cuore che ebbe per la purità un amore di predilezione, facendosi in realtà, quale fu profeticamente chiamato, agnello che si pasce tra i gigli. Difatti il mistero della divina incarnazione si può per eccellenza chiamare un mistero di purità. Il verbo eterno volendo per la salute del genere umano prendere la nostra carne, avrebbe potuto crearsi in cielo un corpo perfetto e adorno di doti soprannaturali, quale quello di Adamo nello stato di innocenza. Ma invece volle discendere dal suo celeste regal trono e prendere un piccolo corpo nel seno di una donna. Or chi sarà questa fortunatissima figliuola di Eva? Maria, la più pura fra tutte quante le umane creature. Ed in vero, poiché per illustrazione dello Spirito Santo, Ella conobbe la preziosità di questa splendida margarita, rinunziò ad ogni affetto terreno per conservarla immacolata nel suo cuore, e a tal fine, ancor tenera d’anni, nel tempio la consacrò interamente a Dio. E per tal modo si tenne ferma nel suo proposito, che, come osserva S. Girolamo, le parole dell’Arcangelo Gabriele, con le quali le si prometteva per figlio un Dio, non valsero a farla titubare un istante dal medesimo; e solamente «allora accetta l’altissima dignità di Madre di Dio. quando è fatta certa dall’Angelo, che resterà pur sempre purissima vergine. Oh purità incomparabile! Oh specchio vivissimo della stessa eterna purità! Ben a ragione la Chiesa la esalta in mille guise, ed esclama, che per questo appunto, per la sua grande purità Maria meritò di essere fatta Madre del Signore : Beata Maria tantæ exstitit puritatis, ut Mater Domini esse mereretur. (In off. purit. B. M. V.) Ma oltreché una madre, volendo Gesù Cristo avere quaggiù e per sé e per la Madre sua un custode, a chi mai diede questo gran previlegio, questa eccelsa dignità? A S. Giuseppe, il più puro fra gli uomini, perciocché come insegna S. Francesco di Sales, la purità dello Sposo di Maria e del custode di Gesù fu si grande da sorpassare quella di tutti gli Angeli, compresi pure quelli della più alta gerarchia. E così si elesse a precursore un altro angelo di purità, S. Giovanni Battista, anzi un martire di purità, giacché per questo propriamente egli dovette perdere la vita, per il grande amore, che portava alla purità, amore, che lo spronava fortemente a redarguire con la massima severità chi con tanta spudoratezza andava oltraggiando una tale virtù. – E tra gli Apostoli chi fu il prediletto di Gesù? S. Giovanni. E quante prove gli diede di sua predilezione! Oltre all’averlo voluto presente ai suoi più stupendi miracoli ed alla sua trasfigurazione sul Tabor, a lui concesse nell’ultima cena di posare la testa sopra del suo Sacratissimo Cuore e di sentirne con ineffabile delizia i palpiti affettuosi; a lui sul Calvario, dalla Croce dove pendeva agonizzante, affidò per Madre Maria; a lui concesse la vita più lunga che a tutti gli altri Apostoli, e lasciandolo morire di morte naturale, nel tempo stesso lo laureò della palma del martirio; a lui infine, ancor vivente quaggiù, aperse i cieli e ve lo rapì a contemplarne le bellezze, e fra le altre lo spettacolo, che presentano le anime pure nel seguire l’agnello ovunque si reca, e nel cantare un inno, che a nessun altro è concesso di cantare. E perché mai una predilezione sì grande? Tutti i Santi Padri lo dicono: per ragione della sua specialissima purità; giacché ritrovato puro e vergine quando il Signore lo chiamò all’apostolato, si mantenne in tutta la vita vergine e puro. – E che dire poi della singolare benevolenza che il Cuore di Gesù mostrava ai fanciulletti? Egli voleva, che a lui si lasciassero appressare perché, diceva, di essi è il regno dei cieli. E li stringeva teneramente al seno, e li accarezzava, e li benediceva con amore immenso, e ne prendeva le parti, minacciando terribili guai a chi li avesse posti sulla via del male. E tutto ciò non faceva Egli perché i fanciulletti sono anime pure? Ma oltre all’avere avuto per tal guisa nel suo Cuore un amore di predilezione alla santa purità, egli ne fece ancora uscir fuori quelle sublimi parole, che tutta ne mostrano l’eccellenza. Ed in vero nel celebre discorso delle otto beatitudini disse pure: Beati i mondi di cuore, perché essi vedranno Dio : Beati mundi corde, quoniam ipsi Deum videbunt; ( MATTH. V, 8). vale a dire non solo lo vedranno un giorno in paradiso, in premio della purità, ma lo vedranno ancor qui sulla terra per mezzo di una fede più viva, di una cognizione più profonda, di una contemplazione più alta. Altra volta parlando degli amatori di questa virtù, li paragonò agli Angeli, dicendo: Saranno come gli Angeli di Dio in cielo: Et erunt sicut Angeli Dei in cœlo, ( MATTH. XXII, 30) espressione questa, che fece così esclamare, tra gli altri, un S. Giovanni Grisostomo: O santa purità, quanto sei degna della stima degli uomini, tu che dell’uomo, polvere e cenere, fai uno spirito celeste! anzi un essere superiore agli spiriti celesti, perché gli Angeli sono puri per la loro natura, mentre negli uomini, oppressi dal peso del corpo, la purità è robustezza di virtù! Infine Gesù Cristo praticò Egli stesso la purità nel modo più eccellente. Difatti Egli permise, che nel deserto il demonio si facesse a tentarlo in varie guise, ma non già contro la purità. Durante la sua vita pubblica, lasciò che i suoi nemici lo chiamassero indemoniato, sovvertitore di popolo, amico dei peccatori, mangione e bevone, ma non permise mai, che gli facessero la minima accusa contro la purità. Il suo Cuore fu continuamente un santuario immacolato, e sebbene peccatrici spregiate vi trovassero rifugio nell’ora del pentimento, tuttavia neppure il sospetto in venti secoli di una posterità, intenta a ricercarne le colpe, ha osato di profanarne minimamente la purità. Or dunque, che altro mai poteva far Gesù Cristo a dimostrare la bellezza della purità, e l’amore singolarissimo, che nutrì nel Cuor suo per una tale virtù! E come poteva Egli con maggior efficacia spronare ancor noi alla pratica della stessa? Di certo adunque, se noi vogliamo essere veri devoti del Sacro Cuore di Gesù, se intendiamo di conformare il cuor nostro al suo, se desideriamo goderne ancor noi l’amore di predilezione, dobbiamo sul suo esempio amare e praticare una sì grande virtù: Qui diligit cor dia munditiam habebit amicum Regem. (Prov. XXII, 11) Ma poiché si tratta di una virtù, la quale valendo più d’ogni altra ad operare la nostra santità, è pure la più insidiata dal demonio, non basta perciò, o miei cari, che risolviamo in genere di praticarla, ma bisogna ancora che ci appigliamo in ispecie a quei mezzi, che valgono a tenerci lontani dai pericoli contro di essa, od a farceli superare.

III. — Questi mezzi si riducono a due principali: mortificazione e preghiera. È lo stesso Divin Maestro, che ce li ha insegnati. Mentre Egli sul Tabor si trasfigurava alla presenza dei suoi discepoli prediletti, Pietro, Giacomo e Giovanni, alle falde del monte era stato condotto presso gli altri Apostoli un giovane indemoniato, perché lo liberassero; ma indarno. Buon per lui, che Gesù, cessata la trasfigurazione e disceso dal monte, comandò Egli al demonio di uscire da quell’ossesso, e tosto fu risanato. Allora gli Apostoli, avendo preso in disparte Gesù, interrogatolo perché non avevano potuto cacciare quel demonio, avendone pure cacciati altri, il divin Redentore rispose loro: Il demonio dell’impurità non può altrimenti esser vinto e sbandito, che con la mortificazione e colla preghiera: Hoc genus (demoniorum) non eiicitur nisi per orationem et ieiunium. (MATTH. XVII, 20). – Alla conservazione adunque della purità è indispensabile anzitutto la mortificazione. È bensì vero che il mondo a questa

parola inorridisce; ma dice chiaro l’apostolo Paolo, che coloro, che anziché appartenere al mondo vogliono appartenere a Cristo, crocifiggono la loro carne cou le sue concupiscenze: Qui sunt Christi, carnem suam crucifiocerunt cum vitiis et concupiscentiis, (Gal, V, 2 4 ) Mortifichiamoci adunque. Ed anzi tutto mortifichiamo i nostri occhi, evitando qualsiasi sguardo sopra oggetti e persone, che possano commovere i nostri sensi. Giobbe diceva di aver fatto un patto cogli occhi suoi di non pensare mai malamente: pepigi fœdus cum oculis meis, ne cogitarem quidem de virgine. (XXXI, 1) E perché mai ha fatto patto con gli occhi di non pensare? È forse con gli occhi che si pensa? No, certamente, ma sono gli occhi, che trasmettendo alla mente gli oggetti, che essi vedono, fanno dalla mente pensare agli stessi. Epperò se alla mente si trasmette la figura di persona o cosa che la colpisce malamente, come non vi penserà sopra? E pensandovi sopra, come non se ne accenderà di impura fiamma il cuore? Ecco perché uno sguardo bastò a far prevaricare Davide, l’uomo fatto secondo il cuor di Dio. Ma nel raccomandare la mortificazione degli occhi non si intende solo di raccomandarla per ciò che è vivo e reale, ma eziandio per ciò che può offendere l’occhio cristiano anche solo in figura. Epperciò via assolutamente dalle case nostre quei gessi, quelle statue, quelle immagini rappresentanti nudità scandalose; via quei giornali, quelle strenne, quei libri, ove le illustrazioni umoristiche non consistono in altro che in un intreccio di irreligione e di immoralità; e poiché per le strade e per le piazze non possiamo quasi più dare un passo senza temere che i nostri occhi siano contaminati da indecenti affissi, ritratti e figure, non fermiamo mai sopra di ciò il nostro sguardo, anzi volgiamolo prontamente altrove. Tutti poi, ma i giovani specialmente, mortifichino i loro occhi evitando col massimo impegno ogni cattiva lettura. Per certo non vi ha nulla, che maggiormente esalti la loro immaginazione, li allontani dalla pratica della pietà cristiana e li precipiti nella corruzione quanto la lettura di cattivi libri, la lettura dei romanzi. Lo stesso Gian Giacomo Rousseau, sebbene tristo, non esitò a sentenziare crudamente ogni fanciulla così: È ella casta? Dunque non ha letto romanzi. Donde ne segue qual legittima deduzione: È ella lettrice di romanzi? Dunque non è più casta. – In secondo luogo con la mortificazione degli occhi, esercitiamo la mortificazione della lingua. Corrumpunt bonos mores colloquia prava, (I Cor. XV, 33) diceva già S. Paolo. I cattivi discorsi corrompono i buoni costumi. E perciò evitiamo noi anzi tutto di parlare male e poi foggiamo come la peste quelle compagnie, ove si dicano parole indecente, si tengano cattivi discorsi; e, se ci troviamo in condizione di poterlo fare, intimiamo il silenzio a chi in nostra presenza osasse venir fuori con motti inverecondi. Così agivano i Santi, tanto che al loro avvicinarsi, le compagnie, a cui si presentavano, si ponevano tosto in guardia da ogni mala parola. Insieme con la lingua,, mortifichiamo ancora la nostra gola, guardandoci bene dalla crapula e dall’ubriachezza. È ciò che raccomandava lo stesso apostolo S. Paolo, il quale soggiungeva che nel vino sta la lussuria. Di fatti non è allora che si fanno più gagliarde le tentazioni del demonio? Non è allora che certi uomini sono più sboccati e senza più alcun ritegno e pudore si abbandonano a motti, a discorsi, ad atti di gravissimo scandalo? Mortifichiamo poi il senso del tatto, evitando ogni confidenza e famigliarità specialmente con persone di altro sesso, guai a colui, dice lo Spirito Santo, che si mette a trattare domesticamente con persona indebita; molti sono andati perciò in perdizione, (Eccl. IX, 11) Ed è pure perciò, che va alla perdizione tanta povera gioventù. Con pretesti più o meno speciosi si trovano insieme giovani e fanciulle, insieme a passeggio, insieme al divertimento, insieme alle conversazioni, insieme persino alle scuole, e come non brucerà la paglia unita al fuoco? Infine mortifichiamo il nostro cuore col tenerlo mondo da ogni cattivo affetto, mortifichiamo tutto il nostro corpo col fuggire l’ozio, padre di tutti i vizi, i balli, i teatri, i divertimenti mondani, dove la santa purità è del tutto conculcata. – Mortifichiamoci e siamo pronti a sottostare a qualsiasi sacrificio, piuttostoché venir meno nella pratica di una virtù così gradita al Cuore di Gesù Cristo. Così appunto fecero i Santi. Nei primi secoli della Chiesa eccoli sfidare impavidi tutte le insidie dei tiranni e soffrire piuttosto le tenaglie infuocate, gli uncini di ferro, i tori arroventati, i carboni accesi, lo strappo delle carni a brandelli, anziché offendere pur da lontano la santa virtù. Mirate in seguito nell’Africa, nell’Asia, nell’Europa, i deserti riempirsi di animi puri, che fuggono le insidie del mondo, e nella macerazione della carne, nelle veglie, nei digiuni, vanno assicurandosi contro i più tremendi assalti del demonio. Ecco un S. Antonio, che con la penitenza doma mille impuri fantasmi. Ecco un S. Benedetto, che piuttosto di restar vittima della tentazione si getta tra le spine ed in esse si ravvolge. Ecco un S. Bernardo, che per vincere il demonio dell’impurità nella stagione invernale si slancia in uno stagno di acqua ghiacciata; ecco un Casimiro di Polonia, che preferisce di morire al suggerimento di violare la purità per guarire da una malattia; ecco un S. Tommaso d’Aquino, un S. Filippo Neri, un S. Luigi Gonzaga, un S. Stanislao Kostka, un S. Francesco di Sales, una S. Chiara, una santa Caterina da Siena, una S . Rosa da Lima e mille altri, che nella costante mortificazione si mantennero veri Angeli di purità, anche in mezzo ai più gravi pericoli. Deh! Imitiamo i loro esempi. – Ma infine per essere puri bisogna pregare il Signore, che ci aiuti ad esserlo. Ben a ragione ha detto il Savio, Conoscendo di non poter essere puro senza l’aiuto di Dio, a Lui mi sono rivolto e l’ho pregato: quoniam scivi, quod aliter non possem esse continens… adii Dominum et deprecatus sum illum. (Sap. VIII, 21) Senza alcun dubbio la purità sta in noi in ragione del nostro spirito di preghiera. Pregando non ci mancherà la forza necessaria per resistere agli assalti anche più impetuosi, ma lasciando la preghiera si diventerà fiacchi e deboli e si cadrà facilmente al primo urto. Preghiamo adunque, massimamente in mezzo alle tentazioni, preghiamo la Regina delle anime pure, Maria, e preghiamo sopra tutto il Sacro Cuore di Gesù, con la preghiera più eccellente, più completa, più perfetta, vale a dire con la Santa Comunione, per cui quel Sacratissimo Cuore di Gesù, che è pregato, risiede realmente nel cuore dell’uomo pregante, e non tarda a produrre l’ammirabile effetto di calmare le prepotenti esigenze della carne e di accrescerne la purità; perciocché è la Comunione eucaristica per l’appunto, che nelle Sacre Scritture è chiamata il frumento degli eletti, e il vino, che produce le anime pure: frumentum electorum et vinum germinans virgines. (ZAC. I X , 11) Oh noi beati, se valendoci di questi mezzi, per amore ed imitazione del Sacro Cuore di Gesù, praticheremo la santa purità! Noi faremo per tal guisa quella generazione bella e splendida, nella quale il Cuore immacolato di Gesù troverà le sue compiacenze, e sulla quale spanderà mai sempre tutte le più elette benedizioni. Ma intanto gettandoci ai piedi del divin Redentore diciamogli col sentimento della più profonda confusione: O nostro caro Gesù, noi non osiamo alzare la fronte dinnanzi al vostro Cuore così puro ed immacolato. Il nostro volto è ricoperto di rossore per la rincresciosa memoria dei nostri peccati. Ah! che purtroppo vi abbiamo offeso in mille maniere! vi abbiamo offeso con cattive immaginazioni, con cattivi desideri, con cattive parole, con cattivi sguardi, con cattive azioni; vi abbiamo offeso con la mente, col cuore e col corpo. Oh quante volte avremmo meritato di essere da Voi puniti! Ma Voi, col Cuor vostro, pieno di misericordia, ci avete risparmiato. Deh! che non abusiamo più mai della vostra bontà! Che d’ora innanzi per amor vostro viviamo una vita tutta santa, tutta pura! che d’ora innanzi nella penitenza e nelle lagrime laviamo le nostre passate iniquità, perché ci sia dato, non ostante i peccati della passata vita, di potere un giorno mettere il piede in quel beato regno, dove non vi può entrare se non chi è mondo e senza macchia.

IL SS. NOME DI MARIA (2018)

DELL’ECCELLENZA DEL NOME DI MARIA

[J. Thiriet: Prontuario Evangelico, vol. VII, MILANO, 1916, imprim.]

FESTA DEL SS. NOME DI MARIA

Dell’eccellenza del Nome di Maria.

Et nomen Virginis Maria. (Luc. I, 27). Uscito Davide dalla meditazione delle perfezioni di Dio, gridava: Domine, Dominus noster quam ammirabile est nomen tuum in universa terra! Noi possiamo egualmente indirizzare questa lode a Maria…. «O Regina nostra, quanto è ammirabile il vostro nome nel mondo intero! » Il nome di Maria viene dal cielo: Iddio l’ha escogitato e l’ha pronunziato : Lui solo poteva dar il nome alla Madre sua: questo nome: Maria esprime il suo essere, la sua vita, la sua missione sulla terra, una storia intera che non si limita ai 72 anni di sua esistenza, ma si svolge attraverso i secoli, e si eternerà nei cieli.

Anco ogni giorno se ne parla e plora

in mille parti: d’ogni tuo contento

Teco la terra si rallegra ancora,

Come di fresco evento.

(A. MANZONI).

Si può credere che Iddio l’abbia manifestato agli Angeli suoi, annunziando loro il Mistero dell’Incarnazione: nel saluto dell’Angelo a questa donna eccelsa udiamo la prima volta in terra il nome di Maria – Ave Maria.

Dicono adunque i Santi che il nome di Maria ha parecchi significati, i quali esprimono l’eccellenza, la dignità e il ministero che Iddio le ha confidato. Questo nome è un nome di luce, di potenza, di gloria, di consolazione….

I. E’ un nome di luce.

S. Bernardo, S. Bonaventura, e molt’altri Santi concordemente dicono che il nome di Maria vuol dire: illuminata e illuminatrice.

1. — Nessuno può dubitare che Maria non sia stata illuminata, dacché l’Angelo l’ha salutata piena di grazia… « Maria, scrive Alberto Magno, ha ricevuto l’abbondanza dei lumi celesti, della fede, della scienza divina, leggendo e meditando le S. Scritture, e colloquiando familiarmente con la Divinità ».

« Non era dessa il trono della Sapienza increata, il tempio dello Spirito Santo? ».

2. — E’ altresì illuminatrice, giacché da essa abbiamo ricevuto Gesù Cristo, lux mundi. Nel Genesi leggiamo che Iddio ha creato due luminari, uno grande, ed uno più piccolo, cioè il sole e la luna. La luna, mutuando la sua luce dal sole, ci illumina nel la notte. Parimenti Maria, ricevendo la luce da Gesù e a noi comunicandola, dissipa le fitte tenebre, che accecano il mondo. È ancora figurata dalla colonna di fuoco-, che serviva agli Israeliti di guida, durante la notte, uscendo dall’Egitto ….

3. — Inoltre è una face che illumina gli uomini con la sua vita santa e virtuosa. « Talis fuit Maria, dice S. Ambrogio, ut ejus vita omnium sit disciplina…. Quantæ in una Virgine species virtutum emicant! ».

4. — Per siffatta ragione Maria è chiamata Stella matutina, che annunzia e fa sperare la levata del sole: Stella maris, perché ci guida attraverso il mare procelloso di questo mondo, e ci conduce sicuramente al porto tranquillo della felice eternità. Ecco la ragione per cui la Chiesa fa leggere nell’ufficiatura di questa festa le parole di S. Bernardo con cui il Santo sviluppa il simbolismo di Stella del Mare. « Si insurgant venti tentationum etc. » (Brev. Rom. Dom. infr. Oct. N . in II Noct. Lect. V e VI).

II. — E’ un nome di potenza.

1. — In linguaggio ebraico, Maria significa: esaltata, l’alta, l’elevata, prossima Dio, assisa a fianco di Dio, ovvero Domina, cioè Signora, Sovrana: quindi noi la chiamiamo: Nostra Signora, come chiamiamo il Divino suo Figliuolo, Nostro Signore. Dal momento, dicono i Santi Padri, che Maria è la madre del Creatore, pel fatto stesso, è la Sovrana dell’Universo: entra a partecipare dei diritti del Figliuol suo, a cui è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Il dominio di questa Divina Sovrana è così esteso, che lo stesso N . S. Gesù Cristo, il Signore di tutte le cose, ha voluto essere a Lei sottoposto.

2. — In cielo ha un potere senza limiti, perché Gesù Cristo, l’ha costituita depositaria di tutti i suoi tesori e le ha confidato il diritto di grazia e di misericordia. La madre d’un re si chiama Regina-madre… ; tutto quello che vuole ottiene dal re suo figliulo…

I Santi chiamano Maria « Omnipotentia supplex ». Dio nulla rifiuta alle richieste di Maria…

3. — Sulla terra si manifesta la sua potenza con benefici d’ogni maniera. Sono innumerevoli i santuari e le chiese erette al suo nome, alle sue glorie: sono innumerevoli le tabelle votive che tappezzano le pareti delle sue cappelle a ricordare i prodigi, i benefici compiuti e versati in seno all’umanità languente e dolorante: Loreto, N. S. delle Vittorie, Lourdes, la Salette, Caravaggio ecc….Nomen tuum ita magnificava, ut non recedat laus tua de ore hominum Bernardino da Siena esclamava: « Tot creaturæ serviunt Mariae Virgini, quot serviunt Trinitati ».

4. — Laonde, la Chiesa gratissima a Maria, e desiderosa di promuovere il suo culto, ha istituito in suo onore parecchie feste, e confraternite. Vuole che si chini il capo al pronunciarsi del nome di Maria, come lo si china per il nome di Gesù, giacché il nome di Maria è possente come quello di Gesù, ed incute spavento ai demoni. La Chiesa la saluta coi titoli più gloriosi: Regina del Cielo e della terra ecc.

O Vergine, o Signora, o Tutta santa,

Che bei nomi ti serba ogni loquela:

Più d’un popolo superbo esser si vanta

In tua gentil tutela.

Te, quando sorge, e quando cade il die,

E quando il sole a mezzo corso il parte,

Saluta il bronzo, che le turbe pie

Invita ad onorar, te.

(Manzoni – Inno – Il Nome di Maria.)

5. — Entrando nello spirito della Chiesa, dobbiamo gettarci tra le braccia della nostra tenera Madre con un profondo rispetto e con una confidenza tutta figliale, ed invocare il suo bel nome…. Invocandolo degnamente, tutto otterremo. Maria è una Regina onnipossente, adunque è in grado di aiutarci; è nostra Madre tenerissima, adunque nulla vorrà ricusarci…. Abbiamo sempre questo dolcissimo nome sulle labbra e nel cuore: ci inspirerà quello che dobbiamo fare per onorare Maria, per piacerle, e per esso, saremo assicurati della nostra salvezza….

III. E’ un nome di gloria.

1. — S. Ambrogio dice che il nome di Maria significa: Deus ex genere meo, Dio è della mia stirpe. Il più bel vanto di Maria è questo: Madre di Dio. «Mater Dei, o Deipara, sancta Dei Genetrix, Mater Christi, Mater Creatoris, Mater Salvatoris…» Iddio da tutta l’eternità l’ha preparata, e l’ha creata ad hunc finem ut esset Mater Dei.

2. — Si tocchi dell’eresia di Nestorio, patriarca di Costantinopoli, il quale rifiutò a Maria la dignità gloriosa di Madre di Dio. Fu condannato l’anno 431 nel Concilio di Efeso. Questo eresiarca finì miseramente la sua vita.

3. — Facciamo sovente degli atti di fede nel mistero della divina maternità di Maria, e con amore ripetiamo «Sancta Maria, Mater Dei etc. … ».

IV. E’ un nome di consolazione.

1. — Il nome di Maria significa altresì: mare amaro. Nessuna creatura ha patito così tanto come Maria, partecipando ai dolori del Figliuolo. Magna est velut mare contritio tua… O vos omnes qui transitis per viam…

2. — Ma come mai i dolori di Maria sono per noi una cagione di consolazione? Sono veramente tali, perché Maria ha sofferto con Gesù per la nostra redenzione e salute. Inoltre i suoi dolori sono per noi un ammaestramento, e un appoggio in questo senso, che ci istruiscono e ci aiutano a soffrire. Gesù, la stessa santità, ha patito per noi: e noi, peccatori come siamo, pretenderemmo di andare in cielo senza patire? La vita di un Cristiano deve essere vita di croci, di mortificazioni e di penitenza. Guardiamo sempre a Gesù e a Maria: la grazia di Gesù, e la preghiera di Maria addolciranno le amarezze della vita, e queste si trasformeranno in consolazioni e in gloria: Si compatimur et conglorificabimur.

Conclusione. — Ringraziamo di vero cuore lo Spirito Santo delle grazie e degli aiuti che ci offre nel nome benedetto di Maria — sappiamo profittare di tali favori. Invochiamo continuamente questo sacro Nome… sarà nostro faro, nostro aiuto, nostra consolazione in hac lacrymarum valle: sarà per noi una sorgente di grazie di santità, e di salute.

DEVOZIONE AL CUORE DI GESÙ (8) Modello di umiltà.

IL SACRO CUORE DI GESÙ MODELLO DI UMILTÀ

[A. Carmignola: il Sacro Cuore di Gesù; S.E.I. Ed. Torino, 1930]

DISCORSO VIII

II Sacro Cuore di Gesù modello di umiltà.

L’apostolo S. Giovanni ha detto, che tutto quello che è nel mondo è concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e superbia della vita: Omne, quod est in mundo, concupiscientia carnis est, et concupiscentia oculorum, et superbia vitæ. (I Jo. II, 16) E con quanta giustezza quell’Apostolo abbia così sentenziato, non è difficile pur troppo il riconoscerlo. Gettando lo sguardo sul mondo, non ostante l’ipocrisia pomposa, con cui cerca ricoprire i suoi morali disordini e dar loro persino l’aspetto di virtù, tosto si scorge che l’amor dei piaceri lo domina ed avvilisce in tutte le sue età; che l’oro, il danaro fu sempre una divinità, dinanzi a cui si piegarono e l’uomo privato e l’uomo pubblico, e la sorgente funesta dei più gravi delitti; e che salire in alto, acquistarsi onori e gloria, essere superiori agli altri, non avere rivali fu in ogni tempo una comune aspirazione. Sì, l’amore dei sensuali piaceri, la cupidigia delle ricchezze, la sfrenatezza dell’orgoglio sono le tre furie, che signoreggiarono il mondo, orribilmente lo sconvolsero e tutto dì ne attentano la rovina. Ma sebbene queste tre furie abbiano fatto sempre insieme il loro cammino di strage e di desolazione, è certissimo tuttavia, che la superbia, benché da san Giovauni con ordine inverso nominata per l’ultima, ha sempre preceduto le altre, sia perché le prime colpe commesse nel mondo furono di superbia, sia perché non vi ha colpa alcuna, nella quale la superbia non entri e della quale non sia la causa fatale: Initium omnis peccati, superbia. (Eccli. x, 15). – Ora, poiché Gesù Cristo è venuto sulla terra a distruggere i1 regno della colpa, non poteva essere che Egli non prendesse particolarmente di mira l’orgoglio. Ed è ciò appunto che Egli fece e con la sua dottrina, e più ancora con il suo esempio per mezzo del suo Sacratissimo Cuore. Perciocché è dal suo Cuore divino, che fece uscir fuori la stupenda predicazione dell’umiltà, ed è nel suo Cuore, che Egli la praticò al sommo grado. Quindi è, che con quella sovrana autorità, con cui ci disse: Imparate da me che sono mansueto di cuore; ci dice pure: Imparate da me, che di cuore sono umile: Discite a me, quia… humilis sum corde. Pertanto a ben raggiungere il terzo fine della divozione al Sacratissimo Cuore di Gesù, che è l’imitazione delle sue speciali virtù, dopo di esserci animati alla pratica della mansuetudine, conviene che ci animiamo oggi alla pratica dell’umiltà. – A tal fine dopo d’aver considerato il gran male che è l’orgoglio rileveremo l’umiltà del Sacro Cuore e l’importanza di seguirne l’esempio.

I. — L’orgoglio, o miei cari, è un gran male, anzi la sorgente funesta di gravissimi mali, la causa fatale di disastrose rovine. Consideratelo nella sua natura, ne’ suoi caratteri, nelle sue conseguenze e non penerete a riconoscerlo per tale. Se io entro nel cuor dell’uomo vi incontro tosto l’amore di se stesso. E ciò non è male, perché dovrebbe forse odiarsi? Se l’uomo non si amasse, non comprenderebbe né il suo principio né il suo fine, non avrebbe alcun desiderio di corrispondervi, non ne adoprerebbe i mezzi, vivrebbe come il più stupido degli esseri. L’uomo adunque non solo non fa male ad amarsi, ma si deve amare. Ma ahimè! l’uomo si ama assai più di quello che debba amarsi, egli si ama senza giusta misura, egli si ama talora sino al delirio, vale a dire innanzi a tutto, più di tutti e in un modo esclusivo. Ecco l’orgoglio, la superbia: è l’amore di se stesso sino al punto da voler essere al di sopra di tutti gli altri e di non voler avere degli uguali. È il sentimento di Cesare, che passando per una bicocca delle Alpi, diceva, che avrebbe preferito ad essere là il primo, che secondo in Roma. È anzi il grido di Lucifero, che disse: Ascendam, voglio salire: il posto che occupo non mi appaga: in alto, in alto, fino a che non mi vegga curvato innanzi tutti coloro che mi circondano. Sì, o miei cari, la superbia è veramente l’impulso di satana sopra dell’uomo, è un movimento, che nella rabbia incessante, che lo agita, egli trasfonde nel nostro cuore, è il suo carattere, che vuol imprimere sopra di noi, per averci un dì partecipi della sua irreparabile sventura. – Ma d’onde mai questo amore così smodato di noi stessi, questo orgoglio così folle, che ne spinge a voler essere al di sopra di tutto e di tutti? Dalla falsa stima di noi stessi. Gettando lo sguardo sopra di noi, oltrecché non troviamo in noi alcun difetto, falsamente ancora troviamo in noi stessi tutte le belle qualità, e in un grado superiore. Qualunque sia il posto che noi occupiamo nella immensa scala della società, operai, o artisti, o maestri, o oratori, o scrittori, o capitani, o ministri, o re, noi ci reputiamo di tutti più abili, più capaci, più esperti, più valenti. E quel che è peggio, di tutto il gran bene che in noi scorgiamo, a nessuno ci riconosciamo debitori, neppure a Dio. Di tutto quello che noi siamo, e del molto più che crediamo di essere, di tutto quel molto che noi reputiamo di sapere e saper fare, tutto è merito nostro, merito esclusivo del nostro ingegno? della nostra intraprendenza, della nostra fatica! – Ed è naturale intanto, che da questa falsa stima di noi, per cui a tutti ci crediamo superiori, ne venga il disprezzo degli altri; disprezzo che si esplica nell’odio alla superiorità, nell’insofferenza dell’uguaglianza, nell’oppressione degli inferiori. Ed anzi tutto nell’odio alla superiorità, perché chi vuol essere il primo non vuol avere superiori; e siccome girando intorno lo sguardo vede, che la superiorità esiste in qualsiasi ordine di cose, e vede, che vi ha chi gli è superiore per autorità, chi gli è superiore per ingegno, chi gli è superiore per operosità, chi gli è superiore per beni di fortuna, chi gli è altrimenti superiore, perciò si adira contro tutto ciò che essendogli superiore, pone ostacolo al suo orgoglio, contro di ciò freme di secreta rabbia, e nutre un cocente odio. Oh se egli potesse liberarsi da quella superiorità, a cui egli è giocoforza sottostare, come si reputerebbe felice! Ed eccolo, il superbo, simile ad Aiace, che presso a morire faceva minacce col troncone della spada alla maestà degli dei, eccolo levarsi con tutta la sua forza a contrastare l’altrui superiorità e l’altrui primato. Eccolo, come artista, come scrittore, come applicato a qualsiasi professione, tentare di gettare nel fango chi lo supera e gli sta innanzi, adoperando perciò anche la calunnia; eccolo come operaio o come servo rifiutare l’obbedienza al suo padrone, eccolo come figliuolo pestar dei piedi e voler scuotere di dosso il giogo dell’autorità paterna, eccolo come moglie levarsi baldanzoso contro il diritto che ha il marito di comandare, eccolo come suddito mormorare del suo superiore e rifiutarsi di obbedirlo, eccolo come popolo insorgere e ribellarsi contro il pubblico potere, e quel che è peggio, eccolo come uomo e più ancora come cristiano rivoltarsi contro Dio e negargli la propria dipendenza e servitù. Ogni ribellione adunque, per quanto possa parere cagionata da altre molteplici cause, in fondo in fondo parte sempre dall’orgoglio. In secondo luogo il disprezzo per gli altri che vi ha nell’orgoglioso, si esplica nell’insofferenza degli eguali. E come li potrebbe soffrire egli, che vuol essere non solo il primo, ma vuol esserlo esclusivamente? Ecco perché se voi, quasi a fargli una lode, lo paragonate a qualcun altro o lo trattate da pari, agli s’offende. Di Maometto si dice, che un giorno esclamasse: Di eguali è da lungo tempo che io non ne debbo avere. E di Napoleone I si racconta, che ricevendo in Egitto una lettera da un membro dell’Istituto, intestata con le parole: Mio caro collega: « Come? si facesse a ripetere, lacerando quella lettera, mio Mio caro collega? È questo il modo di scrivermi? » Oggidì vi ha un partito che vuole ad ogni costo ottenere l’universale uguaglianza. Ma che si ha da credere di coloro, che se ne fanno caldi sostenitori e predicatori indefessi? Che vogliano veramente degli uguali? No, o miei cari; sono orgogliosi, che per la via del male tentano di salire in alto per avere dei sudditi. – In terzo luogo con l’odio alla superiorità e con l’insofferenza degli uguali, vi è nell’orgoglioso l’oppressione degl’inferiori. Il maggior contento, che prova il superbo, è quello di far sentire chi gli sta sotto il peso della sua superiorità; ed ecco il ricco, che guarda con disprezzo il povero e lo tratta mille volte peggio del cane; ecco l’aristocratico, che disdegna aver vicino a sé un misero figlio del popolo, e se ne schermisce come da una peste; ecco il marito, che tiranneggia la moglie, la tratta come misera schiava; ecco il potente, che opprime il debole, e gli fa versare lagrime di angoscia; ecco il padrone, che aggrava di comandi e di fatiche il servo e l’operaio, e lo defrauda della dovuta mercede; ecco il superiore mutato in un un despota, ed ecco l’ingiustizia regnare da per tutto. Ma strana cosa, o miei cari: mentre il superbo vuol sollevarsi sopra tutto e sopra tutti e disprezza perciò i superiori, gli eguali e gl’inferiori, egli per altra parte si avvilisce e non teme di avvilirsi nel modo più umiliante; perciocché, a raggiungere il suo scopo, non gli basta talora di strisciare cortigianescamente ai piedi della superiorità, ma in ogni guisa fa mercato di sé con gli eguali, e ricorrendo ad arti abbiette, a transazioni vigliacche ed a bugiarde promesse, va mendicando persino dagli inferiori quei suffragi, da cui spera essere innalzato. Che più? Poiché talora l’orgoglioso non arriva, non ostante i suoi supremi sforzi, ad acquistare alcuna celebrità nel bene, egli allora si butta disperatamente a ricercare in basso la celebrità del male. Ed ecco lo scrittore e il giornalista, che non potendo emergere nella bontà dello scrivere cerca di farsi un nome con la immoralità e con l’irreligione, di cui cosparge i suoi scritti; ecco l’artista, che non valendo a rendersi celebre con l’ingegno e con lo studio, cerca di farsi tale col

verismo e con le nudità più infami; ecco il ricco, che non avendo la generosità della beneficenza, si travaglia ad acquistarsi l’ammirazione in un lusso ridicolo, in una pompa imbecille di servi, di livree, di cocchi e di cavalli, di abiti, di feste, di palagi e di ville; ecco il capitano, che non potendo acquistar fama per vittorie sul nemico, si dà ad acquistarla per mezzo del tradimento; ecco il governante, che non riuscendo a farsi grande con la sapienza e con la rettitudine, si crea un nome con l’audacia e con la tirannia; ecco l’uomo stesso di Chiesa, che non attendendo a rendersi degno della lode di Dio e degli uomini per mezzo della virtù, ad essere grande in qualche modo si abbandona all’apostasia ed all’errore; ecco insomma Erostrato, che per crearsi un nome comunque, appicca il fuoco al tempio di Diana. – Ma anche allora, o miei cari, che l’orgoglio a soddisfarsi non si vale di questi delitti, o tardi o tosto non lascia di cagionarli. È questo, dice Cornelio a Lapide, il centro da cui partono i raggi di ogni iniquità; di qui l’incredulità e l’ateismo, di qui la sfrenata cupidigia del denaro, che uccide la giustizia, di qui la corruttela dei costumi, di qui la gelosia, la vendetta, di qui il delitto, sotto tutte le forme. Leggete la storia dell’orgoglio e vi troverete disastri spaventosi. È per superbia che Lucifero si ribellò a Dio volendo essere simile a Dio. È per superbia che Adamo ed Eva disobbedirono al precetto del Signore, desiderando di arrivare a conoscere come Dio il bene ed il male. È per superbia che Caino uccise Abele, vedendolo a sé superiore nell’estimazione di Dio. È per superbia che Esaù perseguitò Giacobbe, mal soffrendo di essere diventato inferiore a lui c on l’avergli venduto il diritto della primogenitura. È per superbia che Faraone oppresse gli Ebrei; per superbia che questi mormorarono contro Mosè, per superbia che Saul attentò più volte alla vita di Davide, per superbia che Davide cadde nella disonestà, per superbia che Nabucodonosor, Antioco, Erode si diedero a perseguitare gl’innocenti, per superbia che S. Pietro negò il Divin Redentore, per superbia che gli imperatori romani fecero tante vittime, per superbia che gli eresiarchi recarono tanto danno alla Chiesa, insomma fu ed è tuttora per la superbia che si commettono la maggior parte dei peccati, o più esattamente, tornerò a dire, non vi è peccato alcuno nel quale non vi entri la superbia: initium omnis peccati superbia., Né solamente è la superbia il principio di ogni peccato, ma essa è ancora la rovina di ogni virtù; poiché, come osserva s. Agostino, tende insidie a tutte le opere buone, affinché falliscano. E di fatti, dove va il merito delle limosine, delle preghiere, dei digiuni, dei sacramenti, delle pratiche di pietà, quandò siano fatte por superbia o dalla superbia siano contaminate? Colui che opera il bene per questo fine di comparire dinanzi agli uomini, si sentirà un giorno a ripetere da Dio medesimo: Iam recepisti mercedem tuam: hai già ricevuto la

tua mercede. Oh quanto grave danno arreca il peccato della superbia, senza nulla dire dei terribili castighi, con cui Iddio lo punisce, sottraendo al superbo la sua grazia, resistendogli anzi. abbandonandolo alle sue impure passioni, e lasciandolo ben anche in apparenza trionfare per colpirlo alfine con una terribile morte, svergognandolo poi nel dì del giudizio e gettarlo in preda alle eterne umiliazioni dell’inferno.

  1. II. — Tale adunque essendo il gran male della superbia, e così grandi le rovine, che esso cagiona, non poteva essere che Gesù Cristo venuto in sulla terra a combattere il male e ristorarne le rovine, non prendesse a combattere in special modo l’orgoglio, e sia con la dottrina, sia con l’esempio, non ci predicasse altamente l’umiltà; quell’umiltà che consiste nel riconoscere il niente che siamo rispetto a Dio e nell’indurre la volontà ad un sincero abbassamento di noi stessi; quell’umiltà che partendo dalla giusta cognizione delle nostre miserie, anziché al disprezzo degli altri, ne porta al disprezzo nostro; quell’umiltà, che ci fa rispettosi coi superiori, modesti con gli eguali, caritatevoli con gli inferiori; quell’umiltà che pure ci esalta dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini, che ci fa trionfare delle umane passioni, che costituisce la base e il fondamento, a cui si appoggiano tutte le altre virtù, e che ci attira dal cielo l’abbondanza di ogni grazia e benedizione. E così fece. Gesù Cristo levò la sua voce di maestro delle genti e nell’umiltà parve compendiare tutta quanta la sua morale. « Se alcuno, Egli disse, vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Guardatevi bene dal fare le vostre buone opere per essere veduti e lodati dagli uomini, altrimenti non potrete pretendere verun premio dal Padre vostro, che è nei cieli. Se alcuno vuol essere il primo, si faccia l’ultimo, il servo di tutti. Quando avrete fatto tutto bene, con esito felice, riconoscete da Dio ogni prospero evento e dite: Siamo servi inutili ed abbiam fatto il nostro dovere. Non vogliate i primi posti; chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato. In verità, in verità vi dico: se non diventerete come fanciulli, non entrerete nel regno dei cieli. » Ecco la morale del divino Maestro. – E questa è la morale, cui volle sottostare egli stesso, senza esserne punto obbligato. L’apostolo S. Paolo, parlandoci dei grandi misteri della incarnazione, passione e morte di Gesù Cristo, li presenta alla nostra considerazione come misteri di impicciolimento e di umiliazione. Iddio, egli dice, si è esinanito, prendendo la forma di servo: exinanivit semetipsum formam servi accipiens. (Phil. n, 7) Gesù Cristo, soggiunge, si è umiliato facendosi obbediente fino alla morte e morte di croce.

Humiliavit semetipsum factus obediens usque ad mortem, mortem autem crucis. Di fatti che altro mai furono questi misteri se non misteri della più profonda umiltà? Mistero di umiltà fu la sua incarnazione, non già perché incarnandosi abbia lasciato di essere Dio, ma perché, restando quello che era, cominciò, ad esistere in una natura creata, epperò tratta dal nulla, in cui sarebbe ricaduta, se l’atto che ne la fece uscire, fosse stato sospeso. Mistero di umiltà, perché sebbene, avendo stabilito di incarnarsi, avrebbe potuto prendere le forme dell’età adulta e comparire al mondo come vi fu introdotto Adamo, non di meno elesse di nascere bambino, e quel che è più, se non bambino peccatore, ciò che era impossibile, almeno bambino, come insegna S. Paolo, (Rom. VIII, 3) nella somiglianza della carne di peccato, umiliato e passibile. Mistero di umiltà perchè avendo presa la natura umana sotto la forma di bambino, poteva tuttavia con un tratto, con una parola, dare un saggio della sua potenza e della sua sapienza, ogniqualvolta lo avesse voluto; eppure nascose siffattamente le sue perfezioni divine, da non mostrar mai segno alcuno di qualità speciali sino all’età dei dodici anni. Mistero di umiltà, perché pur nascendo bambino avrebbe potuto cingersi di gloria e invece preferì di nascere a Betlemme, nella più piccola città del più piccolo regno, e nel luogo più vile di questa umile città, in una stalla, sulla paglia di un presepio. E come mistero di umiltà fu l’Incarnazione e la nascita, così mistero di umiltà fu tutta quanta la sua vita privata e pubblica. In quanto alla sua vita privata l’evangelista S. Luca la compendia tutta in azione continuata di umiltà, giacché di Lui non dice altro se non che era soggetto a Maria ed a Giuseppe: et erat subditus illis. (Luc. II, 51). Ed era loro soggetto, vale a dire lo era così nei dodici anni, come nei venti, come nei trenta, da giovanetto e da uomo fatto. Ed era a loro soggetto, cioè professava loro quella sudditanza, che si immedesima con la stessa umiltà. Ed era a loro soggetto, cioè, come osservano S. Agostino e S. Bernardo, Egli, Gesù Cristo, che

con tutta verità si dichiarò uguale a Dio, Dio egli stesso, colui che fabbricò il cielo e la terra era soggetto ai parenti, agli uomini, ad un povero fabbro; Et erat subditus illis. – Immaginatelo adunque quel caro Gesù sempre intento a fare umilmente la volontà di Maria e di Giuseppe, a prevenirla anzi ed aiutarli in tutte le loro faccende. È vero, tanto Maria come Giuseppe riconoscendo con vivissima fede che quel loro figliuolo era Dio, non avrebbero osato soprastargli e fargli alcun comando, ma nel tempo riconoscendo che era volere di Gesù, che si diportassero con Lui da superiori e lo comandassero, di tanto in tanto con tutta grazia e soavità lo chiamavano e gli impartivano degli ordini. E Gesù sorridente in volto, il cuore pieno di gioia, pronto subito ad eseguirli. Epperò eccolo talvolta per obbedire a Maria ed aiutarla nelle faccende più umili della casa, ora accendere il fuoco, ora lavare con le sue mani divine le povere stoviglie, ora prendere con dolce violenza la scopa di mano a Maria e mettersi Egli a pulir la casa, ora correre sollecito al pozzo, che ancor presentemente si fa vedere presso Nazaret, per attingere l’acqua. Eccolo per sottostare a Giuseppe ed aiutarlo ne’ suoi lavori ora segar qualche trave, ora piallar qualche tavola, ora verniciare qualche mobile, ora uscire a far delle compere, ora a prendere delle misure ed ora attendere ad altre cose somiglianti. Oh Dio! Che meraviglioso spettacolo non doveva essere quello per gli Angeli del Cielo: vedere quel Dio, che è Re dei re, dominatore del mondo, alla cui servitù essi sono dedicati; al cui cenno fumano i monti, trema la terra, fremono i mari, soggetto alle creature e lavorare umilmente sotto la loro direzione e comando! Oh esempio, che noi stessi non crederemmo possibile se il Vangelo non lo accertasse. E quanto alla vita pubblica? Egli la inaugurò con l’umiltà. Eccolo, Gesù, ai piedi di Giovanni Battista per riceverne il battesimo, quasi fosse un peccatore. Guardatelo in seguito nel corso di una predicazione tra le tante lodi e benedizioni ricevere pure molti biasimi, minacce e persecuzioni senza mai replicare una parola, che riveli un minimo sentimento di orgoglio offeso. Egli inoltre trova la sua delizia nel trattenersi con le persone di bassa condizione; elegge per compagni di sua predicazione dei poveri pescatori, ai quali nell’ultima cena, come fosse loro servo, lava i piedi; preferisce di evangelizzare i poveri; ai fanciulli fa le sue speciali carezze, e persino i peccatori formano l’oggetto della sua predilezione! Ma che dire poi dei misteri di umiliazione, cui volle assoggettarsi durante la sua passione, e ai tribunali, dove fu condannato, trattato come re da burla, schiaffeggiato, sputacchiato, insultato, con le più grandi villanie, e al Pretorio di Pilato, dove fu messo a confronto con un famigerato omicida, Barabba, e a lui sottoposto; ed al Calvario, dove fu conflitto nudo in croce fra due ladroni? Ah questi sono veramente abissi di umiltà imperscrutabile. – Eppure non pago di ciò, Gesù Cristo vuol continuare a mostrarsi modello di umiltà nel S. S. Sacramento dell’altare, dove se ne sta umiliato più ancora che durante la sua vita mortale. Ed invero durante la sua mortai carriera lanciò pure degli sprazzi di luce, che costringevano gli uomini ad ammirarlo. Ma nella S.S. Eucaristia dov’è lo splendore, non dico della sua divinità, ma persino della sua umanità sacrosanta? Tutto ivi è celato, tutto è nascosto. Sotto le specie di un po’ di pane se ne sta chiuso entro al tabernacolo, come un povero carcerato, ed anche allora che ne vien tratto fuori per essere esposto alla pubblica adorazione, o per essere portato trionfalmente in processione, anche allora non lascia trasparire alcun raggio della sua gloria, non dà sintomo alcuno per intimare ai nostri sensi che ivi Egli si trova, vero Dio e vero uomo. Oh umiltà! Oh esempio inesplicabile! Poteva forse nostro Signor Gesù Cristo contrastare più efficacemente all’umano orgoglio e predicarne con maggior forza l’umiltà? Poteva dirci con più ragione: Imparate da me, che sono umile di cuore? Discite a me, quia… humilis sum corde?

III. — Or ecco l’esempio che assolutamente dobbiamo seguire come Cristiani e come devoti del Sacro Cuore di Gesù. Io dico assolutamente, perchè l’umiltà non è una virtù di consiglio soltanto o dalla quale possiamo in certe circostanze e speciali ragioni esimerci, no; essa è doverosa a conseguire l’eterna vita ed è doverosa sempre. In cielo si possono trovare dei Santi, che non abbiano fatto elemosina, ve ne possono essere degli altri che non abbiano potuto praticare digiuni e macerazioni, vi possono regnare di coloro, che non mantennero la verginità, ma nessuno può trovarsi e nessuno può entrarvi senza che sia stato umile. Gesù Cristo ha parlato chiaro dicendo: Se non diventerete umili sino a parere semplici pargoletti, non entrerete nel regno dei cieli: nisi efficianimi sicut parvuli, non intrabitis in regnum cœlorum. (MATT. XVIII, 3) Anzi senza umiltà le più grandi virtù degenerano in vizio; la più grande austerità della vita diventa un’ipocrisia detestabile, la più alta contemplazione un’illusione vituperevole, l’estrema povertà una sciocca vanità. Senza l’umiltà i deserti degli anacoreti, le penitenze dei confessori, i tormenti dei martiri, lo zelo degli Apostoli non sono che un vano trastullo, che colpisce gli uomini e allieta i demonii; senza umiltà gli stessi doni di Dio riescono di nocumento. Come i venti quando soffiano nelle vele di un bastimento, benché sembrino favorevoli al suo corso, non fanno che precipitarne il naufragio, se il bastimento è spinto verso gli scogli nascosti sotto le onde, così pure l’abbondanza dei doni del Signore in un’anima, che si lasci dominare dalla superbia, può servire ad accrescergliela spaventosamente e farla miseramente perire. E così è accaduto che uomini eminenti per santità, già vicini o pel martirio o per le più belle virtù al porto dell’eterna salute, miseramente naufragarono per aver urtato nello scoglio fatale della superbia. – Quanto importa adunque, che ad imitazione del Sacratissimo Cuore di Gesù noi siamo umili, e siamo umili non di umiltà apparente, ipocrita, bugiarda, di sole parole: chi si umilia così, ha detto lo Spirito Santo, si umilia maliziosamente ed ha il cuore pieno di frode: est qui nequiter se humiliat, et interiora eius plena sunt dolo. (Eccli. XIX, 23) Ed in vero a che giova il protestare che fan taluni di essere il più gran peccatore, o la più gran peccatrice del mondo, di meritare anche mille inferni, se poi facendo gli altri vista di credere, oppure notando in esso qualche difetto e correggendoli, tosto si adirano e rispondono parole piene di superbia? Costoro non è già che abbiano l’umiltà, ma l’ipocrisia di tale virtù, perciocché se da se stessi si abbassano, non lo fanno che per essere dagli altri esaltati. Ora il cercar lode dall’umiliarsi, dice S. Bernardo, tutt’altro che umiltà, è distruzione della stessa. Il vero umile confessandosi peccatore, al dire di S. Gregorio, a chi glielo ripete, non lo nega, ma lo conferma. Il vero umile insomma non pretende di essere lodato per umile, ma vuole essere tenuto per vile, per difettoso, per degno di disprezzi, e si compiace nel vedersi trattato come egli si stima; non vuole comparir santo, ma attende con ogni studio a farsi tale. È di questa umiltà pertanto che noi dobbiamo essere umili; non dell’umiltà di bocca, ma dell’umiltà di cuore, essendo questo Cristo ci ha raccomandato, vale a dire quell’umiltà che ci persuade, che siamo veramente nulla, anzi peggio che nulla; perché pieni di miserie, che ci tiene pronti a schivare sempre e ad occultare con molta cura tutto ciò, che può ridondare a qualche nostra lode, eccetto che la gloria di Dio e il bene delle anime richiedano assolutamente il contrario, che ci ingenera sentimenti di confusione allorché siamo lodati, anziché far nascere in noi una vana compiacenza, che ci incoraggia ad accettare con rassegnazione, e persino con amore e con gioia, tutto ciò che in qualche modo ci può umiliare dinanzi al mondo, che di tutto il bene che possiamo fare noi a Dio solo ci fa rendere la gloria, e di tutto il bene che van facendo gli altri ci fa santamente esultare, che ci getta ai piedi di Dio, che ci rende affabili con gli eguali, e pieni di carità con gli stessi inferiori, che in una parola ci rende imitatori di Gesù Cristo. Questa è l’umiltà, che han pure praticato i santi; l’umiltà che ha indotto degli imperatori, dei re, delle regine, dei Pontefici a calare dal fastigio della loro grandezza e a farsi gli altrui servi; l’umiltà che ha spinto degli uomini illustri a nascondersi nelle caverne dei monti per sfuggire agli onori, cui si volevano sollevare; l’umiltà, che ha portato dei grandi sapienti a rendersi stolti in faccia agli uomini essere da loro scherniti e disprezzati; questa è l’umiltà che ha popolato e va popolando il cielo. – Animo adunque, o carissimi; dinanzi a noi stanno spiegate due bandiere, la bandiera di satana, su cui sta scritto: Ascendiamo; la bandiera di Gesù Cristo che ha per motto: Recumbe in novissimo loco: (Luc. XIV, 10) sta nell’ultimo posto. Quale bandiera seguiremo noi? Fortunato il Cristiano, felice il devoto del Sacro Cuore, che lasciando la bandiera di satana, terrà sempre dietro alla bandiera di Gesù Cristo! A giudicarlo dall’apparenza egli sembrerà un uomo da nulla, ma in realtà egli è l’uomo più grande della terra, perché porta scolpita sul cuor suo l’immagine viva del cuore di Cristo; in apparenza ei sembra nell’abbiezione e nell’annientamento, ma realmente egli cammina diritto per la strada che conduce agli onori dell’eterno trionfo, perché se è verissimo che chi si esalta sarà umiliato: qui se exaltat humiliabitur, è pure certissimo, che chi si umilia sarà esaltato: qui se humiliat exaltabitur. (Luc. XIV, 11) Ma perché ciò abbia ad essere di ciascuno di noi, diciamo tutti al nostro caro Gesù: O nostro Salvatore e Maestro! In vista del vostro umilissimo Cuore noi ci ricopriamo di confusione e di rossore. Voi Re del cielo e della terra, umiliato sino al punto da morire come un malfattore su di un patibolo, e noi così peccatori ripieni di tanta superbia! Deh! per i meriti delle vostre umiliazioni e dei vostri disprezzi, fate che noi conosciamo le miserie e deformità nostre, acciocché aborriamo giustamente noi stessi, evitiamo con diligenza di metterci innanzi e di cattivarci le lodi, e soffriamo altresì in pace di essere trascurati, disprezzati ed ingiuriati, siccome meritiamo. Così mercé il vostro aiuto, noi speriamo vivamente di rendere il nostro cuore simile al vostro, cioè mansueto ed umile, e dopo di essere stati umili con voi qui in terra, essere poscia esaltati con voi in cielo.

INVITO ALLA COMUNIONE

INVITO ALLA COMUNIONE

[Sac. G. Riva: Manuale di Filotea, 30° Ed. presso S. Majocchi, Milano, 1888]

Ciò che Adamo perdette col mangiare il frutto da Dio proibito, noi lo possiamo riacquistare accostandoci con le dovute disposizioni alla santissima Eucaristia, che è quel sacramento di cui disse sant’Agostino, che Dio, come potentissimo, non può darci di più, come sapientissimo, non sa darci di più, come amorosissimo, non ha che darci di più. — L’albero della vita nel paradiso terrestre, la manna piovuta agli Ebrei nel deserto, il pane mangiato da Elia, in forza del quale camminò per quaranta giorni fino al monte Oreb senza stancarsi, non sono che deboli immagini dei grandi beni che noi abbiamo nell’Eucaristico cibo, per mezzo del quale noi riceviamo, non solo i doni di Dio, ma anche il dispensatore di tutti i doni. – Egli è perciò che la Chiesa non ha mai lasciato di adoperare tutti i mezzi per determinare tutti i fedeli a non mai trascurare, la partecipazione alla SS. Eucaristia. I Canoni Apostolici dicono che i fedeli che vanno in Chiesa, vi stiano in orazione tutto il tempo della Messa, e in essa facciano la Comunione, altrimenti siano privati della Comunione dei Fedeli. Il Papa Fabiano, martirizzato nel 253 stabilisce che ogni Cristiano riceva l’Eucaristia tre volte all’anno. Il Concilio Illiberitano sotto il Papa Silvestro I dice – Non sia considerato come Cattolico chi non fa la Comunione a Pasqua, a Pentecoste, e Natale. E sotto Sisto III nel secolo V, nel Concilio di Agde è stabilito che chi trascura la Comunione, almeno tre volte all’anno, sia privato della Comunione per tre anni. Che se nel diminuito fervore dei fedeli, Innocenzo III nel Concilio IV Lateranense, 1225, ridusse quest’obbligo alla sola Pasqua, per indicare che il desiderio della Chiesa è  una frequenza molto maggiore, la quale diverrebbe molto comune quando in sì gran Sacramento si avesse quella fede che ebbero i Santi di tutti i secoli. Recato il Viatico a san Luigi re di Francia, gli domandò il sacerdote, se credeva che nell’ostia vi fosse realmente nostro Signor Gesù Cristo: ed egli tosto rispose: Io lo credo più fermamente che se il vedessi con i propri miei occhi. S. Filippo, ammalato gravemente, non poteva dormire in quella notte che precedeva la mattina della Comunione, tanto era l’ardore con cui lo desiderava, conoscendo di ricever il maggior di tutti i doni. Santa Elisabetta di Ungheria digiunava il giorno precedente, e passava la notte in orazione ogniqualvolta doveva comunicarsi. Abbiate dunque fede nella grandezza di Colui che siete per ricevere, e ricordando che il Signore prima di piover la manna mandava alla mattina un certo vento per purificare tutto il terreno su cui la manna doveva cadere, siate sollecito di ben purgare l’anima vostra da ogni più piccola macchia, per poter pienamente partecipare all’abbondanza dei vantaggi che porta nelle anime ben disposte la Comunione ben fatta. – Non siate adunque di coloro che si contentano di comunicarsi una sola volta all’anno, e qualche altra appena nelle grandi solennità. Quanto più starete lontano dal medico, tanto meno conoscerete le vostre infermità; e quanto più raramente userete della medicina che il divin medico vi dichiarò necessaria, tanto più stenterete a guarire. Il sacro Concilio di Trento ci fa sapere che la santa Eucaristia è un contravveleno spirituale, per cui, non solo veniamo a guarire dai mali leggeri, ma siamo ancor preservati dal cadere nei falli gravi. E se Innocenzo III aggiunse che, se il sacramento della Penitenza toglie dalla nostr’anima il peccato, quello dell’Eucaristia ci toglie la volontà di peccare. Ma non siate nemmeno di coloro che vi vanno per semplice usanza e senza la debita riflessione. Colui che andate a ricevere è nientemeno che un Dio, al cui confronto voi siete un nulla; ma questo Dio è poi così buono che occultò sotto le specie del pane gli splendori della sua gloria perché voi vi accostiate con gran confidenza. Anzi Egli stesso vi invita a cibarvi delle sue carni frequentemente, promettendovi di farvi vivere della sua vita medesima, cioè, d’una vita tutta pura, tutta santa, tutta felice, qual è la vita divina. – Oltre di che, consultando le storie dei Santi, si vede che questo Sacramento servì più volte anche al sostentamento della vita corporale. Santa Caterina da Siena viveva le intere quaresime, nutrendosi della s. Comunione. Così fece per cinque quaresime continue una vergine per nome Felicita in Roma. Nell’Elvezia il monaco (S.) Nicolò da Flue per lo spazio di venti anni non sì nutrì d’altro che dell’Eucaristico cibo, il qual prodigio fu dagli stessi contemporanei constatato con prove le più luminose e ineccepibili. Così con poca differenza avvenne anche a s. Liberale vescovo d’Atene. – E non importa che noi abbiamo qualche imperfezione. Coloro che Gesù Cristo invita alla sua mensa sono i ciechi, gli zoppi e gli infermi, per indicarci che la mensa da lui imbandita con le sue carni non è solamente pei giusti e perfetti, ma ancora per i peccatori e per gli imperfetti, quando però abbiano volontà sincera di meglio condursi nell’avvenire, né tralascino alcuna diligenza per emendare la loro vita passata. Figuratevi adunque che il sacerdote, prima di comunicarvi, dica a voi ciò che per relazione del pontefice s. Gregorio, diceva una volta il diacono dall’Altare: Accedite cum fide, tremore et dilectione. Accostatevi con fede, con timore e con amore.  Con Fede considerando Chi viene a voi, e quanto voi siate immeritevole di un tanto favore: con Timore ricordando il pessimo fine fatto da Giuda, e i castighi orrendi preparati a tutti coloro che, come Giuda, si comunicheranno indegnamente: con Amore, considerando la bontà di Gesù nel darsi a voi sotto sì povere specie, e le santissime intenzioni che Egli ha nel venire a voi, cioè per liberarvi dai vostri mali e ricolmarvi dei suoi beni. Continuate a comunicarvi con queste disposizioni, e vi convincerete col fatto, che non v’ha strada più breve e più sicura per arrivare alla santità, quanto l’uso frequente e devoto della santissima Eucaristia. È impossibile, dice Salomone, nascondere il fuoco in seno, e non bruciare almeno le vesti. Che se vedonsi pur troppo tante anime che, malgrado la frequente Comunione, son sempre fredde ed imperfette, com’eran prima, egli è perché non sono sollecite di portarvi le debite disposizioni, le quali, oltre il detto di sopra, si possono per brevità ridurre a due, cioè al distacco totale da ogni affetto mondano, e al vivo desiderio di unirsi a Gesù Cristo : Chi è mondo non ha bisogno che di lavarsi i piedi, si dice in san Giovanni; e vuol dire, soggiunge s. Bernardo, che per ricevere con gran frutto il santissimo Sacramento non basta esser mondo di peccati gravi, ma bisogna ancor essere spoglio di tutti gli affetti terreni che, imbrattando l’anima, sono di nausea al Signore, e di impedimento alla diffusione della sua grazia dentro di noi. Il fuoco si apprende subito al legno secco e vi suscita una gran fìamma, ma tutto al contrario succede nel legno verde, perché inzuppato ancora degli umori della terra onde fu tolto, resiste talvolta alla fiamma più viva. Perciò a santa Geltrude, che domandava quale apparecchio doveva ella portare alla ss. Comunione, rispose lo stesso Signore: Non altro cerco da te, se non che tu venga a ricevermi vuota di te stessa. La seconda disposizione è un vivo desiderio di ricevere Gesù Cristo ed il suo amore. In questo sacro Convito, dice Gersone, non si saziano se non i famelici, e prima lo disse Maria Ss.: Iddio riempì di beni i poveri che sentivano fame. Siccome il Figliuolo di Dio non venne al mondo se non dopo essere stato con gran trasporto e per tanto tempo desiderato, così d’ordinario non dona la sua grazia se non a chi ne ha un gran desiderio, non essendo conveniente che una cosa sì preziosa si dia quasi per forza a chi ne sente fastidio. Non si getta l’ape con tanto impeto sopra dei fiori per succhiavi il miele, con quanto trasporto entra Gesù Cristo nelle anime per santificarle: così Egli a santa Matilde. Se dunque Egli, che non ha di noi bisogno alcuno, ha tanto desiderio di venire in noi, quanto vivo non deve essere in noi il desiderio di unirci a Lui, dacché finalmente è da Lui solo che possiamo sperare tutto quello che ci abbisogna nel presente secolo e nel futuro.

Stimolo alla Comunione.

Se è pan l’Eucaristia,

pane d’ogni giorno,

perché sì tardi io torno,

ai piè del santo altar?

Perché con fame santa

Più spesso non m’affretto.

A ristorarmi il petto

con pan sì salutar?

Quest’è quel divin Cibo

che all’Empiro scende,

ogni tesor comprende

di merti e di virtù.

Chi amico al suo Signor,

Con rispettoso affetto

Accoglierallo in petto

Non morirà mai più.

Ma, come l’uman corpo,

Se mai non si nutrisce,

Di fame illanguidisce,

Poi vedesi morir;

Così, senza quel pane

Che dalla sacra mensa

Il Redentor dispensa,

L’alma dovrà perir.

Altro stimolo.

Chi dice d’amar Dìo,

non proferisce il vero,

se di sì gran mistero

non sa partecipar.

Non si può dir che s’ami

Quello che non si brama:

Chi non desia non ama,

o finge sol d’amar

PER IL GIORNO AVANTI LA COMUNIONE.

O Gesù, mio Signore e mio Dio, io penso di accostarmi alla vostra sacra mensa, e di ricevervi sacramentato nella santissima Comunione. L’opera che io intraprendo è grande, poiché non debbo già preparare l’abitazione ad un uomo, ma bensì Voi che siete il Dio onnipotente che ha fatto il cielo e la terra; e questa abitazione è in me stesso,. Deh concedetemi, o Signore, la santità di cui volete sia ornata la vostra casa, dove avete da albergare. Rompete le catene de’ miei peccati; togliete da me l’amor del secolo e tutto quello che può dispiacervi; purificate insomma l’anima mia, e rendetemi non indegno di tanta vostra beneficenza; non permettete che io comparisca con le mani vuote davanti a Voi che, dopo di aver versato tutto il vostro sangue per la mia salute, mi date ancora voi stesso nel santissimo Sacramento. Aiutatemi pertanto a praticare delle opere virtuose che possa a voi offrire, quando, avrò la sorte di albergare nel mio petto la vostra adorabile maestà. Fate intanto ch’io viva nella temperanza, nella giustizia e nella carità, aspettando, con fervente desiderio, quel momento felice in cui io diverrò tutto vostro, e Voi diverrete tutto mio.

OFFERTA DELLA COMUNIONE

PER VARI FINI A CUI PUÒ ESSERE INDIRIZZATA.

Incoraggiato dai vostri inviti, stimolato dai miei bisogni, allettato dalle vostre promesse io vengo in oggi a ricevervi, o Gesù mio, nella santissima Eucaristia, in cui dimorate tutto intero, vivo e glorioso, come siete alla destra del vostro divin Padre lassù nel cielo. Affinché però non sia a me solo vantaggioso, ma anche a tutta la Chiesa trionfante, militante e purgante, un così amabile Sacramento, io vi offro questa Comunione insieme a tutte quelle che si sono fatte e si faranno dalle anime più sante e fervorose, in unione a tutti i meriti di voi, di Maria Vergine, degli Angioli e dei Santi, in memoria della vostra vita, della vostra passione e della vostra morte. – Ve la offro a lode e gloria della ss. Trinità e di tutta la Corte celeste, specialmente di Maria ss., dell’Angelo mio Custode, dei Santi miei protettori, a ringraziamento di tutti i benefìzj fatti e da farsi a me e a tutto il mondo, a remissione di tutti i peccati commessi da me e da tutti gli uomini, dei quali ho desidero di aver sempre un sommo abbominio ed un sincero dolore, a impetrazione di tutte le grazie così spirituali come temporali che abbisogneranno a me e a tutto il mondo, specialmente alla santa Chiesa, al Sommo Pontefice Gregorio XVIII, al mio Vescovo, al mio Pastore, al mio direttore e a tutti i vostri ministri, ai miei parenti, benefattori, amici e nemici, al Sovrano, ai Magistrati, allo Stato; ma particolarmente per ottenere la conversione dei peccatori, la perseveranza ai giusti, la rassegnazione agli afflitti, la fortezza ai tentati, la vittoria ai moribondi, il sollevamento dalle lor pene, l’anticipazione della gloria alle povere anime del Purgatorio, e la santificazione dell’anima mia più miserabile di tutte. Voi benedite, o Signore, queste intenzioni ed esauditele; e concedetemi d’apparecchiarmi a questa Comunione con quello spirito di amore che voi desiderate, affinchè, ricevendo il vostro Corpo, il vostro Sangue, la vostra’Anima, la vostra Divinità, che credo fermissimamente contenersi nell’Ostia consacrata, io acquisti anche le indulgenze che ad un’azione sì santa applicarono i vostri Vicari, secondo la intenzione dei quali io intendo di pregare.

PER APPLICARLA IN SUFFRAGIO DEI DEFUNTI

ORAZIONI DA DIRSI PRIMA 0 DOPO LA COMUNIONE.

Perché vi sia, o Signore, sempre più gradita la presente Comunione, ve la offro particolarmente in suffragio delle povere Anime del Purgatorio. Per quell’amarissima passione di cui questo Sacramento è una continua memoria, per quella ineffabile carità di cui è l’opera più stupenda, per quella gloria sempiterna di cui è il principio più nobile e la caparra più sicura, esaudite, o Signore, le mie indegne preghiere, e sollevate pietoso le vostre spose penanti. La fedeltà con cui vi hanno servito in tutto il corso della lor vita, la rassegnazione perfetta con cui soffrono attualmente i tormenti i più atroci, l’amore singolarissimo che loro portate, il desiderio vivissimo che esse hanno di possedervi, e le suppliche fervorose che vi indirizzo a loro vantaggio, vi facciano dimenticare quei falli che per naturale fragilità han sulla terra commessi. Quel Sangue divino che, versato da voi nella Circoncisione e nell’Orto, sotto i flagelli, e sopra la Croce, continua ad operar nella Chiesa la perseveranza dei giusti e la conversione dei peccatori, quel Sangue preziosissimo di cui una sola goccia basta a purgare le iniquità di mille mondi, e dal quale spero anch’io di venire in quest’oggi purificato, discenda adesso, o Signore, ma con tutta la pienezza della sua virtù in quel gran mare di pene in cui tormentano e spasimano quelle infelici, che sono pur vostre amanti. Estinguete nella vostra misericordia quelle fiamme che le divorano: rompete con la vostra grazia quelle catene che le tengono prigioniere, affinché libere da ogni impedimento, mondate da ogni neo. e rivestite di quella santità che è necessaria per comparire al vostro cospetto, vengano ammesse senza indugio alla beatifica contemplazione di quell’amabile divinità, che io qui adoro velata sotto le specie sacramentali, e di cui spero d’esser dopo la morte felicissimo comprensore nel gaudio eterno del Paradiso.