NELLA NOVENA DI NATALE

NELLA NOVENA DI NATALE

[A. Carmagnola: MEDITAZIONI, vol. I – S.E.I. Torino, 1942 -impr.-]

MEDITAZIONE PRIMA.

Sopra l’editto di Cesare Augusto.

Avvicinandosi la festa del S. Natale, mediteremo sulle particolarità di sì grande mistero per disporre i nostri cuori a ben celebrarlo e a trarne frutti salutari. Cominceremo dal riflettere sui motivi che ebbe la Divina Provvidenza nell’editto di Cesare Augusto. C’immagineremo di vedere Iddio che dall’alto dei cieli tiene rivolto il suo sguardo di compiacenza sopra il suo Divin Figlio e che, giunta la pienezza dei tempi da Lui stabilita per la sua nascita, dispone ogni cosa per essa. Adoreremo queste divine disposizioni e imploreremo da Gesù l’aiuto di saperci sottomettere anche noi a tutto ciò che il Signore dispone per il nostro bene.

PUNTO 1°.

Primo motivo dell’editto di Cesare Augusto.

L’imperatore romano Cesare Augusto, divenuto padrone di quasi tutto il mondo, volendo fare il censimento dell’impero, emana un decreto, per il quale tutti i suoi sudditi devono recarsi nella loro città natale a dare il proprio nome. Ma sebbene sia egli l’autore materiale del decreto ed abbia per movente la sua saggezza amministrativa, pure in realtà è Iddio che ordina così, affinché il suo Divin Figlio abbia a nascere nella città indicata dai profeti, e la sua regale discendenza sia confermata dagli atti pubblici. Così dunque gli uomini si agitano, ma Dio li conduce e ne fa convergere tutte le azioni all’adempimento perfetto dei disegni della sua Provvidenza. Oh! se noi fossimo ben persuasi di questa verità, che solo Iddio regola tutti gli avvenimenti del mondo con sapienza infinita, con forza irresistibile e con bontà paterna, noi vedremmo sempre la mano di Lui che tutto dirige e ordina per nostro bene e per la sua gloria! Tante volte, è vero, le ragioni che Iddio ha nel suo governo ci sono ignote, i suoi disegni sfuggono alla corta vista del nostro intelletto; ma sicuri che in cielo comprenderemo ogni cosa, adoriamo intanto la Provvidenza Divina. E ciò non solo per riguardo alla storia del mondo, ma ancora per ciò che spetta a ciascuno di noi. Gesù ci ha insegnato che un capello solo non cade dalla nostra testa senza permissione divina (Luc., XXI, 18). Nelle contrarietà dunque abbandoniamoci a Dio; questo abbandono sarà per noi fonte di pace e di consolazione.

PUNTO 2°.

Secondo motivo dell’editto di Cesare Augusto.

Giunto anche in Nazaret l’editto imperiale, a cui dovevano ottemperare anche i Giudei, divenuti quasi sudditi romani, Maria e Giuseppe si accingono senz’altro a recarsi a Betlemme, loro terra natale, ancorché si tratti di un viaggio lungo, a piedi, per strade montane, in stagione cruda. Ma ciò essi fanno, perché lo stesso Bambino Gesù con le sue ispirazioni li anima a compiere la volontà di Dio, espressa per la volontà di un re. Oh esempio di obbedienza, che ci dà Gesù non ancor nato, volendo sottomettere sé, la sua Madre e il suo futuro padre nutrizio al decreto di Cesare! Vicino a manifestarsi agli uomini vuol subito offrir loro l’esempio di questa virtù, con la quale viene a ripararne l’orgoglio. Per la disobbedienza di Adamo, dice S. Paolo (Rom., V, 19), gli uomini furono costituiti peccatori, e per l’obbedienza di Gesù gli uomini devono diventare giusti. Pur troppo dal giorno in cui Adamo superbamente disobbedì a Dio, penetrò negli uomini il disdegno degli altrui comandi, benché legittimi, affine di far prevalere la propria volontà. E Iddio volendo sradicare dal cuore degli uomini un sì grave disordine stabilisce che venga fuori un editto, cui il suo Divin Figlio incarnato si sottometta, offrendosi tosto a noi come modello della più perfetta obbedienza. Dinanzi a tanto esempio come non ti animerai tu a obbedire in tutto e sempre?

PUNTO :3°.

Terzo motivo dell’editto di Cesare Augusto.

Il Signore dispose che l’editto di Cesare Augusto desse occasione al suo Divin Figlio di compiere un viaggio prima ancora di nascere, perché con esso si appalesasse ben tosto la missione che Egli veniva a compiere e quanto gli sarebbe premuto di muovere in cerca di noi per salvarci. Giuseppe, figliuolo di Giacobbe, mandato dal padre in cerca dei suoi fratelli, interrogato da chi lo incontrava, rispondeva: Fratres meos quaero, cerco i miei fratelli (Gen., XXXVII, 16). Or ecco la parola che Gesù benedetto va ripetendo in quel viaggio penoso. Infatti il Vangelo ci attesta che Gesù è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto: Venit quaerere et salvum facere quod perierat ( Luc., XIX, 10). Egli altro non vuole che cercare i suoi fratelli per salvarli: Fratres meos quaero, fratres meos quaero. Ed oh! come si reputerà felice, se dopo tanto soffrire potrà ritrovare coloro che Egli cerca, e stringerseli al cuore! E noi non l’abbiamo già troppo a lungo costretto a correrci dietro, chiamandoci con insistenza? È tempo che ci fermiamo nella nostra fuga, che ci stacchiamo dal nostro orgoglio, dalle nostre vanità, dalle nostre insensatezze, e muoviamo incontro a Lui con uno slancio di amore e di fede, massime in questo tempo.

MEDITAZIONE SECONDA.

Sopra l’indifferenza dei Betlemmiti

Mediteremo sopra l’indifferenza dei cittadini di Betlemme per Maria e Giuseppe, indifferenza per la quale Gesù nacque in una povera capanna fuori di quella città. C’immagineremo l’affanno dei due santi sposi e la calma del Verbo incarnato, il quale prima ancora di nascere c’insegna a sopportare per amor di Dio i maltrattamenti altrui. Adoreremo il Divin Verbo in queste sue interiori disposizioni e lo pregheremo con ardore di volercene rendere partecipi.

PUNTO 1°.

I Betlemmiti rifiutano Gesù.

Maria e Giuseppe, compiuto il penoso viaggio da Nazaret a Betlemme, si recarono tosto dal pubblico ufficiale per dare il proprio nome e quello di Gesù, indi mossero in cerca di una casa ove riparare la notte. Si aggirano di porta in porta, benché stanchi dal cammino: ma non trovano persona amica o cortese, che li accolga presso di sé. Oh se i Betlemmiti avessero conosciuto chi erano quei due pellegrini e chi doveva nascere in quella notte! Ah! tutti avrebbero voluto dar loro la propria abitazione o li avrebbero forzati a entrare nella casa più bella che vi fosse in quella città. Al contrario non conoscendoli e non sapendo il gran mistero di quella notte, mentre provvedono di buon alloggio tutti i forestieri di agiata condizione, con tutta indifferenza lasciano in abbandono Maria e Giuseppe e con essi il Salvatore del mondo- Tant’è, Gesù è venuto nella sua città natale e i suoi concittadini non gli han dato ricetto: In proprio venit et sui Eum non receperunt (Jo., I, 11). A Betlemme si può raffigurare quell’anima, in cui Gesù sarebbe pronto a nascere con la sua grazia, ma che per attacco alle misere vanità del mondo lo respinge da sé. E tale anima non sarebbe per avventura la nostra? Ma che cosa ci possiamo aspettare di bene dalle meschinità della terra? Deh! alla vista di Gesù, pronto a visitare la nostra anima per arricchirla dei suoi celesti favori, liberiamoci tosto dagli attacchi terreni e cediamo in essa il posto al nostro buon Redentore.

PUNTO 2°.

Nel pubblico albergo non c’è posto per Gesù.

Maria e Giuseppe, respinti da ogni casa, furono costretti a presentarsi al pubblico albergo. Non si trattava, è vero, che di un recinto quadrato contornato da un portico lunghesso le mura, sotto al quale conveniva distendere delle stuoie per adagiarvisi sopra. Ma almeno avrebbero avuto un riparo in città, frammezzo a gente, che poteva porgere un po’ di aiuto. Eppure nemmeno lì si trova un posto: non erat eis locus in diversorio (Luc., II, 7). Il Creatore e Signore del cielo e della terra non troverà dunque in Betlemme un luogo qualsiasi, ove fare la sua entrata nel mondo? Gesù, dice S. Agostino, permette che fra le mura di Betlemme gli manchi una stanza, per vedere se tu, o cristiano, pensi ad aprirgliela dentro il cuor tuo: non erat eis locus in diversorio, ut tu locum illi praeberes in corde tuo. Se in questo momento Maria si presentasse a me in cerca di un cuore, ove posare il suo Divin Piglio, le potrei offrire il cuor mio? Dio lo voglia: ma voi intanto, o Vergine Santa, aiutatemi a rendere il mio cuore meno indegno di dare ricetto al vostro Divin Figlio.

PUNTO 3°.

Gesù nasce in una grotta.

Maria e Giuseppe respinti non solo dalle case private di Betlemme, ma persino dal pubblico albergo, escono alla campagna e cercano tra l’oscurità e la solitudine un misero tugurio ove ricoverarsi. Trovano finalmente una grotta scavata nella collina, una di quelle grotte, che servivano di rifugio ai pastori sorpresi dalle intemperie nella custodia del gregge. E lì in quella grotta solitaria, mentre tutto all’intorno era profondissimo silenzio e le stelle sul firmamento segnavano la mezzanotte, da Maria Vergine nacque Gesù Cristo, eterno Dio e Piglio dell’Eterno Padre! Oh grotta benedetta! Per quanto umile e meschina, tu sei diventata il luogo santo, la casa di Dio, la porta del Cielo. Così Gesù ci ha fatto conoscere quanto ami l’oscurità e la solitudine, e come a nascere nell’anima nostra con l’abbondanza delle sue grazie voglia che essa per amore di oscurità e di solitudine si renda simile alla grotta di Betlemme. Oh se noi fossimo persuasi di queste grandi verità: che quanto più noi amiamo di essere oscuri, di tenerci nascosti, di vivere lontani dall’ammirazione del mondo e dalle sue frivole conversazioni, tanto più Iddio si avvicinerà a noi, ci parlerà al cuore, ci farà godere della sua amabile presenza e delle sue consolazioni! Come ameremmo di più la vita di ritiro! Come cercheremmo meno di metterei in evidenza! Quanta minor cura avremmo di attirare su di noi gli altrui sguardi! E quanta maggior pace godremmo!

MEDITAZIONE TERZA.

Sopra la capanna di Betlemme.

Mediteremo sopra la povertà e abiezione della capanna di Betlemme, in cui volle nascere il Divin Salvatore. C’immagineremo di vedere il Bambino Gesù che accetta con gioia di nascere nella povertà, nello spogliamento e nella miseria, avendo stabilito da tutta l’eternità di dare fin dalla sua nascita la preferenza a tutto ciò che lo separa dal mondo e lo abbassa e lo umilia, per insegnare anche a noi il distacco dalla terra, l’amore agli abbassamenti e alle umiliazioni. Prostrandoci dinanzi a lui col nostro spirito lo adoreremo umilmente e lo pregheremo di mettere nel nostro cuore quei sentimenti, che ha manifestato di avere nel suo all’atto della sua nascita.

PUNTO 1°.

Povertà della capanna di Betlemme.

Che povera stanza era quella in cui nacque il Re del Cielo! Una misera stalla destinata a rifugio degli animali, mal difesa dalle intemperie dell’aria, sprovvista di ogni mobile, con soltanto una meschina mangiatoia e un po’ di paglia. Perché si abbassò cotanto Colui che non poteva essere degnamente albergato nel più sontuoso palazzo, e a cui nemmeno gli Angeli avrebbero potuto preparare una degna abitazione. Egli ci volle in tal modo insegnare che conto si debba fare delle cose del mondo. Difatti, che cosa sono mai davanti a Dio l’oro, l’argento, le pietre preziose, i più ricchi abbigliamenti, i più sontuosi palazzi, e tutte le grandezze mondane? Tutto ciò davanti a Dio non conta più del fango e della spazzatura. Ma quanti purtroppo mettono la loro felicità nel possesso del danaro, nel godersi le comodità e gli agi della vita, nelle belle comparse, nelle ricche vesti, nelle pompe del secolo, nelle più sciocche vanità! – Noi che in effetto abbiamo rinunziato ai beni caduchi della terra possiamo dire d’avervi rinunziato altresì coll’affetto? Ah! se finora il nostro cuore ha ceduto al fascino delle misere cose di questo mondo, non sia più così dinanzi al grande insegnamento di Gesù Bambino.

PUNTO 2°.

Confronto della capanna di Betlemme con l’anima nostra.

Ben a ragione ci sorprende la degnazione che ebbe i l Re del Cielo col nascere in una capanna sì misera; ma ancora più dobbiamo meravigliarci della degnazione, che Egli ha, di venire a prendere dimora nell’anima nostra per mezzo della Santa Comunione. Difatti, paragonando l’anima nostra a quella capanna, non dobbiamo riconoscere che la miseria della nostra anima è di gran lunga superiore a quella della capanna betlemmitica? Tutta la povertà di questa era solo materiale, mentre l’anima nostra è misera spiritualmente, disadorna delle cristiane virtù, e sordida per tanti peccati. Eppure Egli si degna di visitarla e di abitarvi, oh quanto frequentemente! Ma dovrà sempre trovare questa sua casa così poco degna di Lui? Se fossimo stati là a Betlemme, e avessimo saputo che in quella capanna doveva nascere il Re del Cielo, che premura ci saremmo presa di mondarla e purificarla da ogni sozzura, di ripararla dal rigore della stagione, di provvederla del necessario! Avremmo fatto tutto il possibile perché quell’abitazione di animali diventasse una stanza meno indecente per il Divin Salvatore. – Ora questo dobbiamo fare nell’anima nostra, perché quando Gesù viene in essa con la Santa Comunione vi si trovi meno a disagio. Sebbene sia vero che anche col peccato veniale possiamo accostarci quotidianamente alla Comunione, tuttavia il nostro studio ha da essere quello di evitarlo, di staccarne affatto il cuore e di adornare l’anima nostra delle virtù cristiane e religiose.

PUNTO 3°.

I due animali della capanna ài Betlemme.

Secondo l’antichissima tradizione, ritenuta dalla Chiesa nella sua liturgia, c’erano nella capanna di Betlemme un bue e un giumento, che stando dappresso alla mangiatoia, in cui fu deposto il Bambino Gesù, col loro fiato mitigavano il rigore della fredda aria notturna. Grande argomento di umiltà! Canta la Chiesa: Colui che risplende nei cieli di gloria eterna, giaceva nel presepio tra due animali! Come poteva maggiormente abbassarsi il Re del cielo per insegnare anche a noi l’abbassamento? Eppure quanto facilmente rigettiamo tale insegnamento! Noi cerchiamo tutto ciò che serve a conciliarci la stima degli uomini, non vogliamo cedere nei nostri puntigli, ci irritiamo se siamo ripresi di qualche mancamento, andiamo dietro alle vanità mondane. Dinanzi all’infinita maestà del Signore così umiliata, ceda ogni pretesto che ci tragga a far atti di superbia e c’induca ben anche a commettere gravi errori con danno incalcolabile dell’anima nostra e con scandalo delle anime altrui. Ecco la più bella disposizione del nostro cuore per diventare abitacolo gradito a Gesù.

MEDITAZIONE QUARTA.

Sopra i sentimenti di Maria e di Giuseppe.

Mediteremo sopra i sentimenti di Maria e di Giuseppe nella nascita di Gesù Bambino. C’immagineremo di entrare nella capanna di Betlemme e di vedervi Maria e Giuseppe inginocchiati presso il santo presepio, in atto di profonda adorazione. Ci prostreremo in spirito anche noi, unendo le adorazioni nostre alle loro e pregando il Santo Bambino di volerci rendere partecipi dei sentimenti, che vi ebbero la sua santissima Madre e il suo padre nutrizio.

PUNTO 1°.

Sentimenti di pena di Maria e di Giuseppe.

Quali sentimenti di pena ebbero nel loro cuore Maria e Giuseppe allora che, respinti da Betlemme, furono costretti a entrare nella povera capanna! S. Giuseppe, dalla Divina Provvidenza destinato a essere l’angelo tutelare visibile di Maria, ebbe a soffrire il più grande affanno, non per sé certamente, ma per lei. Per Maria quel luogo gli si mostrava troppo orrido, troppo aspro e inospitale, e pensando poi chi Ella fosse, doveva sentirsi nel petto scoppiare il cuore dall’ambascia. Maria Vergine dal canto suo quanto pure doveva soffrire al pensiero che il suo Divin Figlio, Creatore e Signore del cielo e della terra, doveva nascere in quel meschino tugurio! Con tutto ciò i santi sposi chinarono la fronte ai disegni di Dio, e riconoscendo che così piaceva al Signore, conformarono pienamente la loro volontà alla sua. Ecco la virtù, che noi pure dovremmo esercitare continuamente. Pur troppo noi vorremmo sempre le cose a modo nostro; Dio invece le vuole a modo suo. Noi vorremmo sempre sanità, e invece Iddio talora ci vuole infermi; noi vorremmo sempre essere ben voluti, onorati e rispettati, e Iddio permette che siamo non curati, scherniti e perseguitati; noi vorremmo che non ci mancasse mai nulla, e invece Iddio dispone che ora ci troviamo senza una cosa, ora senza un’altra. Ma tutto ciò che Dio vuole è senza dubbio per la sua gloria e per il bene nostro. Come dunque non conformarci sempre alla sua santa volontà?

PUNTO 2°.

Sentimenti di gioia di Maria e di Giuseppe.

Ai sentimenti di pena sottentrarono ben preso in Maria e Giuseppe i sentimenti della più ineffabile gioia, appena nacque il sacrosanto Bambino. Maria per la prima vide a sè dinanzi il vezzosissimo suo figlio, che la guardava, le sorrideva e le tendeva le candide manine. Per impeto d’ineffabile amore lo adorò dicendo: O Gesù Bambino, nato da Dio prima del tempo, nato da me or ora, tu sei il mio figlio e il mio Dio, ed io sono la tua madre, la Madre di Dio. O Gesù, Salvatore del mondo, Re del cielo e della terra, tu sei il mio tesoro, il mio amore, la gioia del mio cuore! San Giuseppe da parte sua, sebbene come semplice custode di Gesù non potesse esprimergli i medesimi sentimenti, tuttavia anch’egli invaso dalla gioia più viva e più santa non lasciava di sfogare il suo cuore nei più teneri accenti. E noi quali sentimenti proviamo ricevendo Gesù nel nostro cuore per la S. Comunione, o venendo a visitarlo nel SS. Sacramento? Non dobbiamo confessare che purtroppo le nostre comunioni e le nostre visite sono fredde, senza gusto spirituale e senza gioia alcuna del cuore?

PUNTO 3°.

Sentimenti di fede di Maria e di Giuseppe,

I sentimenti di gioia, che riempirono Maria e. Giuseppe per la nascita di Gesù, erano la conseguenza dei sentimenti vivissimi della loro fede. Gesù Bambino, pur essendo vero Dio, sotto il velo della carne nascondeva al tutto la sua divinità, e nella carne stessa non appariva nulla più di quello che sono gli altri bambini appena nati. Di modo che era debole, sofferente, bisognoso di venir ricoperto, allattato, sostentato; come gli altri bambini piangeva, dormiva, non mostrava intelligenza di sorta; insomma sebbene a differenza di tutti gli altri bambini non avesse in sé il peccato e le impure sue conseguenze, era tuttavia, come dice S. Paolo, nella somiglianza della carne di peccato, umiliato e passibile: in similitudinem carnis peccati (Rom., VIII, 3). Ora a riconoscere che questo Bambino era vero Dio, si richiedeva una vivissima fede. E tale fu propriamente la fede di Maria e di Giuseppe. Entrambi riconobbero in Lui il vero Figlio di Dio, incarnatosi e fattosi uomo per la salute del mondo, e come tale Maria lo adorò: Ipsum quem genuit, adoravit. E alle adorazioni di Maria si unirono ben tosto quelle di S. Giuseppe. Oh se anche noi avessimo nel cuore una fede somigliante a quella di Maria e di Giuseppe! La fede sarà tanto più viva in noi, quanto più sull’esempio di Maria e di Giuseppe saremo puri ed umili di cuore.

MEDITAZIONE QUINTA.

Sopra gli atti interiori del Bambino.

Mediteremo sopra gli atti interiori del Bambino Gesù appena nato. C’immagineremo di vedere questo Santo Bambino, che nel presepio si considera come sull’altare, di dove, sacerdote e vittima ad un tempo, si offre al suo Eterno Padre in espiazione dei nostri peccati. E prostrati in spirito dinanzi alla sua culla lo adoreremo e ringrazieremo di quanto comincia a operare in nostro vantaggio e gli prometteremo di non mandare a vuoto ciò che Egli ha tosto fatto per noi appena nato.

PUNTO 1°.

Gesù Bambino si offre al suo Divin Padre.

Secondo la testimonianza di S. Paolo, Gesù Cristo, entrando nel mondo, disse a Dio suo Padre: Tu non hai gradito i sacrifizi di quelle vittime, che furono precedentemente offerte; e perciò a me hai formato un corpo, con cui io fossi atto a venir immolato in luogo di tutte le vittime precedenti per la tua gloria e per la salute del mondo, e questo corpo io te l’offro in espiazione dei peccati degli uomini fin da questo momento, compiendo perfettamente la tua santa volontà (Hebr., X, 5-7). Così dunque Gesù appena nato si offre vittima al suo Divin Padre per ripararlo delle nostre ingratitudini, colpe, tiepidezze, debolezze e miserie, e per espiarle comincia tosto a offrirgli quei patimenti che soffre nel suo tenero corpicciuolo. O vittima adorabile, come non esaltare e ringraziare la vostra bontà infinita! Con quanta prontezza, con quanto zelo voi v’immolate per la mia salute! Ma se Gesù si offre tosto, appena nato, in sacrifizio al suo Divin Padre, c’insegna altresì che noi, dovendo imitarlo come nostro modello, dobbiamo menare volentieri una vita di sacrifizio per espiare i tanti peccati da noi commessi e cooperare in tal guisa alla nostra salvezza. Miseri noi se non siamo fermamente risoluti di immolare a Dio la nostra volontà, il nostro carattere, il nostro io, l’amore dei nostri comodi e delle nostre soddisfazioni! Molto facilmente lasceremo la via del bene per metterci su quella del disordine e della rovina.

PUNTO 2°.

Gesù Bambino prega il suo Divin Padre.

Gesù Bambino appena nato, oltre all’offrirsi al suo Divin Padre come vittima di espiazione per i nostri peccati, gli rivolse pure le più efficaci preghiere a nostro vantaggio, per implorarci la sua misericordia e impetrarci tutte le grazie, di cui abbiamo bisogno. Sì, Gesù ha cominciato le sue preghiere fin dal presepio, preghiere non espresse con parole, ma con lacrime, come furono poi altresì quelle offerte al suo Padre celeste dall’alto della croce. Nei giorni della sua carne, dice S. Paolo, offerse preghiere e suppliche con forti grida e con lagrime: in diebus carnis suae preces supplicationesque… cum clamore valido et lacrimis offerens (Eebr., V, 7). E quanto furono ferventi tali preghiere! Costituito nostro pontefice, resosi simile in tutto a noi, fuorché nel peccato, conoscendo in se stesso le infermità e miserie nostre, ne sente la più tenera compassione, e volendo tosto alleviarle implora col massimo fervore su di noi la misericordia e la grazia di Dio. Oh bontà grande del mio Gesù! Voi appena nato rivolgete subito il pensiero a me, alla mia meschinità e impotenza, e per me indirizzate al vostro Divin Padre i sentimenti del vostro cuore e le lagrime de’ vostri occhi, supplicandolo che si muova a pietà di me, che mi perdoni i miei peccati e mi conceda i suoi celesti favori! Voi senza avere alcun bisogno di pregare, tuttavia appena nato, non curando i vostri patimenti, pregate per l’anima mia, e io con tanto bisogno che ne ho, anche in mezzo ai patimenti, penso così poco a pregare! Concedetemi, o caro Gesù, che comprenda l’importanza e la dolcezza della preghiera, e preghi anch’io e preghi con fervore.

PUNTO 3°.

Gesù Bambino glorifica il suo Divin Padre.

Gesù Bambino appena nato rinnovò l’atto di glorificazione, che al suo Divin Padre aveva fatto sin dal primo istante della sua Incarnazione. Giacché, siccome nessun’altra opera, neanche quanto l’Incarnazione del Verbo eterno, Così ora che l’Incarnazione di lui si era manifestata al mondo con la sua nascita, Gesù dice con slancio: la mia gloria è un niente: gloria mea nihil est (Jo., VIII, 54), non mi preoccupo che della gloria di mio Padre: honorifico Patrem meum (Jo., VIII, 49). Così Egli rese tosto a lui onore e gloria infinita per tutto ciò che aveva stabilito si avesse a fare per la salvezza degli uomini. Che zelo ammirabile! Che purità di amore! Avviciniamoci a questo fuoco sacro, che arde in petto al Bambino Gesù per purificare le nostre intenzioni, guaste così spesso da mire ambiziose, che ci tolgono il merito delle nostre opere, e per accenderci anche noi di zelo per i grandi interessi della gloria di Dio. Non siamo noi tanto caldi per gli interessi della gloria nostra? Per acquistare, o per non perdere questa gloria, che cosa non diciamo, che cosa non facciamo, che cosa non soffriamo? E per la gloria di Dio invece siamo tanto freddi, tanto trascurati? Impariamo, sì, impariamo da Gesù Bambino a non dire, a non fare, a non desiderare nulla per l’amor proprio, per la lode e riputazione nostra, ma tutto per l’onore e la gloria di Dio.

MEDITAZIONE SESTA.

Sopra gli omaggi degli angeli.

Mediteremo sopra gli omaggi resi dagli angeli al Bambino Gesù. C’immagineremo di vederli raccolti intorno al presepio per adorare il Divin Salvatore, lodarlo e benedirlo. Ci uniremo a loro, pregando questi beati spiriti che vogliano congiungere le loro e le nostre adorazioni e benedizioni in una sola oblazione, che riesca così meno indegna del Divino Infante.

PUNTO 1°.

Gli angeli adorano il Bambino Gesù.

Essendo il Divin Salvatore nato pressoché incognito agli uomini, ancorché fosse stato predetto da tanti profeti e aspettato da tutto il mondo, tuttavia ben lo conobbero gli Angeli. Ubbidienti all’ordine del Padre celeste di adorarlo, secondo che ci apprende S. Paolo: cum introduca Primogenitum in orbem terme dicit: Et adorent eum omnes angeli Dei (Hebr., I, 6), discesero tosto dal Paradiso per prosternarsi in adorazione intorno al loro sovrano sotto la forma di tenero bambino. E chi può dire la loro ammirazione, il loro slancio d’amore e di ossequio davanti alle umiliazioni dell’eterno Figlio di Dio! Quanto più lo vedono impicciolito, tanto più riconoscono la sua infinita grandezza e tanto più si fanno con riverenza ad adorarlo. Confrontando le loro perfezioni con quelle di Lui, si riconoscono un nulla al suo cospetto e sentono ad ogni modo che quanto vi ha di bello e grande in loro, da lui l’hanno ricevuto. E col sentimento della più viva gratitudine lo ringraziano e lo esaltano, e confessano che a Lui solo si devono onore e gloria, lode e benedizione per tutti i secoli dei secoli. Oh il bell’esempio, che ci danno in tal modo, del come dobbiamo diportarci con Gesù, che si trova pure realmente presente tra di noi nei Santi Tabernacoli! Quando entriamo nelle dimore del Dio Sacramentato, portiamovi gli stessi sentimenti e affetti, che ebbero gli angeli nella grotta di Betlemme.

PUNTO 2°.

Gli Angeli annunziano la nascita di Gesù.

Gli angeli, non paghi di adorare essi il Santo Bambino, ardono della brama di guadagnargli altri adoratori. Uno, che piamente si crede essere stato l’arcangelo Gabriele, a nome di tutti gli altri, prendendo vaghissima forma umana, apparve, in una fulgidissima luce, ad alcuni pastori che stavano vigilando alla custodia del gregge nei dintorni di Betlemme. E poiché per quella luce i pastori furono presi da gran timore, l’Angelo li rassicurò tosto dicendo: Non temete, perché io vengo ad annunziarvi una grande allegrezza, non solo per voi, ma anche per tutto il popolo: oggi è nato in Betlemme, città dì David, il Salvatore, che è Cristo, il Messia aspettato da tutti i secoli; ed ecco il segnale a cui lo riconoscerete: troverete un bambino involto in pannicelli, messo dentro un presepio. Quando si ama Iddio, si ha zelo di farlo conoscere e amare anche dagli altri, e quanto più vivo è l’amore a Dio, tanto più ardente è lo zelo per acquistargli altri cuori amanti. Le persone religiose, che si sono consacrate a Dio per tendere meglio alla loro perfezione, si sono pure consacrate a Lui per zelare la sua gloria e la salute delle anime in quelle opere apostoliche, le quali

mirano a farlo meglio conoscere, amare e servire. Questo ufficio lo compiamo noi davvero nel debito modo e con rettitudine d’intenzione?

PUNTO 3°.

Gli angeli cantano gloria a Dio e pace agli uomini.

All’Angelo che era apparso ai pastori, si unì la moltitudine degli altri spiriti celesti lodando Dio e dicendo: Gloria a Dio negli altissimi cieli, e pace in terra agli uomini di buona volontà. Gloria a Dio negli altissimi cieli, perchè la nascita del Bambino Gesù ha operato questo primo effetto di procurare a Dio, che abita nel più alto dei cieli, una gloria infinita, essendoché l’abbassamento a cui si è assoggettato Gesù nella sua Incarnazione e nascita, è per Iddio un omaggio di valore infinito. Pace in terra agli uomini di buona volontà, perché la nascita di Gesù ha operato questo secondo effetto di apportare la vera pace a tutti quegli uomini, che, essendo animati da buona volontà, amano praticamente la legge divina, operando il bene e fuggendo il peccato. Anche noi siamo venuti al mondo e vi dobbiamo vivere per dar gloria a Dio. Se persino il sole, la luna, le stelle, le piante, gli animali e tutte le altre creature irragionevoli esistono per dar gloria a Dio, quanto più noi dotati di ragione e d’intelligenza! Il che dobbiamo fare in due modi: praticando opere buone ogni volta che ce ne viene l’opportunità: facendo tutte le nostre azioni, anche indifferenti, per l’onore di Dio. Solo così acquisteremo tesori di meriti per l’eternità; solo così gusteremo intanto su questa terra un preludio di quella felicità, che si gode in cielo nel possesso della pace del Signore, pace che Dio dà realmente a godere a quelli che lo amano e lo servono, anche in mezzo alle tribolazioni del mondo.

MEDITAZIONE SETTIMA.

Sopra la condotta dei pastori.

Mediteremo sopra la santa condotta tenuta dai pastori chiamati dall’Angelo alla grotta di Betlemme. C’immagineremo di vederli davanti alla culla del Bambino Gesù, in atto di vagheggiarlo con gioia ineffabile e di adorarlo col più profondo rispetto. Prostrandoci in spirito accanto a loro, adoreremo anche noi il Divin Salvatore e lo ringrazieremo d’averci concessa una fortuna anche maggiore di quella concessa ai pastori, potendolo noi ricevere dentro i nostri cuori per mezzo della Santa Comunione.

PUNTO 1°.

I pastori si recano prontamente alla capanna.

Con quale prontezza i buoni pastori si recarono alla grotta di Betlemme! Il Vangelo ci dice che appena gli Angeli si furono ritirati da loro verso il cielo, i pastori presero a dirsi l’uno all’altro: Andiamo sino a Betlemme a vedere quello che è ivi accaduto, come il Signore ci ha manifestato. E andarono con prestezza: et venerunt festinantes (Luc., II, 15). Lasciarono dunque i loro armenti e partirono senza indugio, ancorché fosse nel cuor della notte. Le buone ispirazioni sono messaggi celesti che c’invitano a lasciare il male e a operare il bene. Quante volte non ne facciamo caso o lasciamo che si spengano nel nostro cuore, perché differiamo a metterle in pratica! Se in questi santi giorni si faranno sentire più forti le ispirazioni della grazia, che ci chiamino a far sacrifizio di noi stessi, del nostro amor proprio, delle nostre comodità, per dedicarci interamente all’amore del Bambino Gesù, arrendiamoci ad esse con tutta prestezza. I pastori assecondano senza più l’invito dell’angelo, perché sono uomini umili e semplici e credono tosto a quanto è stato loro detto. Così anche noi ci arrenderemo facilmente alle divine inspirazioni, se avremo umiltà e semplicità, scacciando dall’animo nostro quei sentimenti di orgoglio, che soli sono la causa, per cui non seguiamo l’invito dei celesti messaggi.

PUNTO 2°.

I pastori adorano Gesù nella capanna.

I pastori arrivati alla grotta v i trovarono Maria e Giuseppe e il Bambino giacente nella mangiatoia. Con che devozione e fede l’adorarono! Oh come, piegati i ginocchi e giunte le mani, saranno stati estatici a rimirarlo! Ed ecco a quali persone il Signore manifestò se medesimo prima che ad altre. Oh come il Signore intende le cose a rovescio del mondo, il quale si mostra sempre incantato dallo splendore delle ricchezze, della gloria e dell’umana sapienza, dando le sue preferenze a coloro che di tutto ciò sono ammantati! E la condotta che Gesù tiene dalla nascita è quella che seguirà mai sempre; perciocché, dice San Paolo, il Signore elegge le cose stolte del mondo per confondere i sapienti, le cose deboli per confondere le forti, le cose ignobili, le spregevoli e quelle che sono reputate un nulla per distruggere quelle che sono stimate assai, affinché non vi sia alcun uomo che abbia ardire di darsi vanto dinanzi a lui (I Cor., I, 27-29). – Di qui dobbiamo imparare che non la nostra abilità, sapienza, valentia induce il Signore a farci favori speciali e a chiamarci all’onore di compiere le sue grandi imprese, ma l’umiltà, la semplicità, la rettitudine. Non lasciamo, no, di mettere il nostro impegno ad acquistare scienza, idoneità e pratica per compiere bene certi uffici, essendo pur questo il nostro dovere; ma più di tutto adoperiamoci ad avere in noi quelle virtù, per le quali soltanto possiamo piacere a Dio, ed essere da lui prescelti e aiutati a far del bene.

PUNTO 3°.

I pastori ritornano giubilanti dalla capanna.

I pastori, poiché ebbero resi i loro omaggi al Bambino Gesù, se ne ritornarono alle loro abitazioni pieni di santo giubilo, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e veduto, conforme era stato ad essi predetto, di guisa che tutti quelli, che li sentivano a parlare, restarono meravigliati delle cose da essi riferite ( Luc., II, 18, 20). Ecco quello che dovremmo fare anche noi quando il Signore per grazia sua ci fa sentire le dolcezze della vita cristiana e delle pratiche devote. Col nostro contegno, più ancora che colle parole, dovremmo glorificare e lodare Iddio al cospetto degli uomini, dimostrando loro coi fatti che la vita veramente cristiana, anziché riuscire di peso, arreca consolazioni e gioie ineffabili; che sono veramente beati coloro che abitano per la grazia, per l’orazione, e per la frequenza dei Sacramenti, nella casa del Signore; che vale infinitamente più un’ora passata davanti al tabernacolo, che non mille giorni trascorsi nelle case dei peccatori: così il nostro prossimo sarebbe indotto dal nostro esempio a fare anch’esso la prova.

CORONCINA DELLA MISERICORDIA o DELLE SANTE PIAGHE di N. S. GESU’ CRISTO

CORONCINA DELLA MISERICORDIA O DELLE SANTE PIAGHE DI N. S. GESU’ CRISTO

Immagine di Sr. Marie Chambon (1841-1907 A.D.), suora del Convento della Visitazione di Maria, Chambery, Francia – dove Nostro Signore manifestò la Devozione del Rosario delle Sante Piaghe, nel 1867

Coroncina della Misericordia

ossia delle Sante Piaghe

Questa coroncina si comincia con queste invocazioni:

– O Gesù, Divin Redentore, siate misericordioso per noi, per il mondo intero. Così sia.

– Dio forte, Dio santo, Dio immortale,  abbiate pietà di noi e del mondo intero. Così sia.

– Grazia e misericordia, o mio Gesù, nei pericoli presenti; copriteci col vostro Sangue preziosissimo. Così sia.

– O Padre Eterno, fateci misericordia, per il  Sangue di Gesù Cristo, vostro unico Figlio: fateci misericordia, noi ve ne scongiuriamo. Così sia

Indi sui grani piccoli della corona si ripete per dieci volte

Gesù mio, perdono e misericordia per i meriti delle Vostre Sante Piaghe.

(Ind. 300 gg. o. v.)

E sui grani grossi:

Eterno Padre, vi offro le Piaghe di Nostro Signore Gesù Cristo per guarire quelle delle anime nostre.

(Ind. 300 gg. o. v)

Si termina la corona ripetendo tre volte quest’ultima preghiera.

preghiera: Eterno Padre, etc.

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“Le invocazioni delle Sante Piaghe

otterranno una vittoria imperitura alla Santa Chiesa “.

LE 17 PROMESSE di GESU’ CONCESSE A COLORO CHE

PRATICANO LA DEVOZIONE DEL ROSARIO DELLE SANTE PIAGHE :

1. Ad ogni parola pronunciata della Coroncina delle Sante Ferite, permetto che una goccia del Mio Sangue cadrà sull’anima di un peccatore.

2. Ogni volta che offri a Mio Padre i meriti delle Mie Divine Ferite, otterrai un’immensa fortuna.

3. Le anime che avranno contemplato ed onorato la mia corona di spine sulla terra, saranno la mia corona di gloria in cielo.

4. Concederò tutto ciò che mi viene chiesto attraverso l’invocazione delle mie Sante Piaghe. Si otterrà tutto, perché ciò avverrà attraverso i meriti del Mio Sangue, che ha un prezzo infinito. Con le mie Piaghe ed il mio Divino Cuore, tutto può essere ottenuto.

5. Dalle mie piaghe procedono frutti di santità. Come l’oro purificato nel crogiolo diventa più brillante, così devi mettere la tua anima e quella dei tuoi fratelli nelle Mie sacre Piaghe; lì saranno perfezionate come l’oro nella fornace. Puoi sempre purificarti nella mie Piaghe. 

6. Le mie Piaghe ripareranno le tue. Le mie Piaghe copriranno tutte i tuoi difetti. Coloro che le onorano avranno una vera conoscenza di Gesù Cristo. Nella loro meditazione, troverai sempre nuovo amore. Le mie Piaghe copriranno tutti i tuoi peccati.

7. Immergete le vostre azioni nelle mie ferite ed esse prenderanno valore. Tutte le tue azioni, anche le più piccole, intrise del Mio Sangue, acquisiranno solo da questo meriti infiniti e soddisferanno il Mio Cuore.

8. Nell’offrire le Mie Piaghe per la conversione dei peccatori, anche se i peccatori non sono convertiti, avrai lo stesso merito davanti a Dio come se lo fossero.

9. Quando hai qualche problema, qualcosa da soffrire, mettilo rapidamente nelle mie ferite ed il dolore sarà alleviato.

10. Vicino agli ammalati deve  ripetersi spesso questa invocazione : “Mio Gesù, perdono e misericordia per i meriti delle tue piaghe!” Questa preghiera consolerà l’anima ed il corpo.

11. Un peccatore che dirà la seguente preghiera otterrà la conversione: ” Eterno Padre, ti offro le ferite di nostro Signore Gesù Cristo per guarire quelle delle nostre anime”.

12. Non ci sarà morte per l’anima che si rifugia nelle Mie Sacre Ferite; esse danno vita vera.

13. Questa coroncina è una contrapposizione alla Mia giustizia; essa reprime la mia vendetta.

14. Coloro che pregano con umiltà e meditano sulla Mia Passione, un giorno parteciperanno alla gloria delle Mie Divine Piaghe.

15. Quanto più avrai contemplato le mie dolorose ferite su questa terra, tanto più alta sarà la tua contemplazione di esse, gloriose in cielo.

16. L’anima che durante la vita ha onorato le ferite di nostro Signore Gesù Cristo e le ha offerte al Padre Eterno per le anime del Purgatorio, sarà accompagnata al momento della morte dalla Santa Vergine e dagli Angeli; e Nostro Signore sulla Croce, tutto brillante nella gloria, la riceverà e la incoronerà.

17. Le invocazioni delle Sacre Ferite otterranno una vittoria imperitura alla Santa Chiesa.

PREGHIERA ALLE CINQUE PIAGHE

SIGNORE mio Gesù Cristo, adoro la Piaga della vostra mano destra, e per quel sangue che dalla medesima versaste, vi prego a darmi una invincibile fortezza contro i miei capitali nemici: demonio, mondo e carne, onde io possa dire col Profeta; La vostra destra mi ha difesa dalle insidie infernali; la vostra destra operò in me ogni virtù e benedizione. Amen. Pater, Ave, Gloria

Signor mio Gesù Cristo, adoro la Piaga della vostra mano sinistra e per quel sangue che dalla medesima versaste, vi prego a munirmi con lo scudo di una viva Fede, di una ferma Speranza e di una Carità perfetta, per non avermi a trovare nella valle di Giosafat con i reprobi alla sinistra. Amen. Pater, Ave , Gloria .

Signor mio Gesù Cristo, adoro la Piaga del vostro Piede destro e, per quel sangue che dalla medesima versaste, vi prego a guidarmi per il diritto sentiero delle sante Virtù, perchè giunga a quel beato fine per cui mi avete creato e redento. Amen . Pater, Ave. Gloria.

Signor mio Gesù Cristo, adoro la Piaga del vostro Piede sinistro e, per quel sangue che dalla medesima versaste, vi prego ad innamorarmi dei patimenti e delle umiliazioni, perché, morto a me stesso, viva unicamente in Voi, che siete la Via, la Verità, e la Vita … Amen. Pater, Ave, Gloria.

Signor mio Gesù Cristo, adoro la Piaga del vostro SS. Costato, e del vostro Cuore amoroso, e per quel sangue e quell’acqua che dalla medesima versaste, vi prego a non permettere, che io passi all’ altra vita senza esser munito dei SS. Sacramenti da quella misticamente emanati, affinché esali lo spirito mio in quel Porto sicuro dì eterno riposo. Amen. Pater, Ave, Gloria.

Adoramus te, Christe et benedicimus tibi;

Quia per Sanctam Crucem tuam redemisti mundum.

Oremus.

Deus, qui Unigeniti Filii tui Domini nostri Jesu Christi Passione, et copiosa per sancta vulnera sui Sanguinis effusione humanam naturam peccato perditam reparasti, concede propitius, ut qui ejus Stigmata venerando colimus, haec in nostris cordibus impressa moribus et vita teneamus, Per eumdem Christum etc.

Signor mio Gesù Cristo, per la vostra SS. Vita , Passione, e Morte, per la crudelissima Coronazione di Spine, e per i sublimi meriti di Maria Vergine Addolorata vostra beatissima Madre, e di tutti i Santi, caldamente vi supplico ad esaltare sempre più la S. Romana Chiesa, ad unire in pace i Principi Cristiani, a distruggere l’Eresie, a conservare nella Grazia i Giusti , a convertire i peccatori e gli increduli, a liberare le anime purganti, e a concedermi il frutto delle Sante Indulgenze, affinché tutti cantiamo in eterno le vostre misericordie. Amen”. Pater, Ave, Gloria.

Domine, exaudi Orationem meam.

Et clamor meus ad te veniat.

Oremus.

Ecclesiae tuae, quæsumus, Domine, preces placatus admitte, ut destructis adversitatibus, et erroribus universis, secura tibi serviat libertate.

Deus omnium Fidelium Pastor et Rector, Famulum tuum Gregorium, quem Pastorem Ecclesiæ tuæ præesse voluisti, propitius respice; da Ei, quæsumus, verbo, et exemplo, quibus præest proficere, ut ad vitam una cum grege sibi credito perveniat sempiternam. Per Christum etc. (per l’adorazione alle Sante Piaghe, 10.000 mila anni di indulgenza)

[“Via del Paradiso” – terza ed. Siena; 1823 -impr.]

21 NOVEMBRE 2017 – Presentazione della VERGINE

 

PRESENTAZIONE DI MARIA SS. AL TEMPIO

[J.-J. Gaume. Catechismo di perseveranza; vol. IV, Torino, 1884]

— Figli di Maria, abbandoniamo adesso la sua cuna; eccola che ancora giovine, e assai giovine, si avanza verso il tempio di Gerusalemme, ove la chiama la voce di Dio. Corriamo dietro ai suoi passi, e celebriamo la festa della sua Presentazione. La Presentazione è una festa instituita dalla Chiesa per consacrare la memoria d’un atto solenne che fece Maria tuttora bambina. Una tradizione costante, la cui origine risale ai primi giorni del Cristianesimo, c’insegna che all’età di tre anni Maria si presentò al tempio di Gerusalemme e si consacrò interamente al Signore. – Dotata della pienezza delle sue facoltà ella fece a Dio voto di verginità, e rialzò Ella la prima quel sacro stendardo che in seguito ha radunato legioni di vergini. Era costume presso i Giudei di consacrare i fanciulli al servizio del Tempio, e di farli allevare all’ombra tutelare del santo edilìzio. Maria avendo saputo che i suoi genitori, fedeli a questa sacra costumanza, avevano promesso al Signore, nel domandargli un figlio, di dedicarglielo, prevenne il loro voto, e in età di tre anni, in quell’età in cui i fanciulli hanno maggior bisogno dell’appoggio degli autori dei loro giorni, volle da per se stessa consacrarsi a Dio e fu la prima a pregarli di recarsi ad adempiere la loro promessa. «Anna, dice san Gregorio di Nissa, non esitò un momento a cedere al desiderio di lei, la condusse al tempio e l’offrì al Signore ». – Ma vediamo in qual modo Anna e Gioacchino fecero a Dio il sacrificio di quanto di più caro avevano al mondo. Partirono essi da Nazaret per Gerusalemme, portando a vicenda sulle braccia la loro figlia diletta, troppo tenera ancora per poter sopportare le fatiche d’un viaggio di trenta leghe. Erano accompagnati da un piccolo numero di parenti; « ma gli Angioli, dice san Gregorio di Nicomedia, servivano loro di corteggio e accompagnavano invisibili la tenera e pura Vergine che andava ad offrirsi sull’altare del Signore». Allorché la santa brigata fu giunta al tempio, la docile bambina si voltò ai suoi genitori, baciò loro le mani, ne chiese la benedizione, e senza punto esitare varcò i gradini del santuario e corse ad offrirsi al Gran-Sacerdote. Quanto fu bello, quanto fu solenne il momento in cui la divina Bambina mise il piede nell’atrio sacro! – Dio stesso celebrò quel giorno memorabile in cui vide entrare nel tempio la casta sua sposa, perché non mai erasi offerta a lui una sì pura e sì santa creatura. E quando Maria ebbe consacrato a Dio e la propria anima e il proprio corpo senza riserva ed irrevocabilmente, con quale amore dovette ella esclamare: Il mio diletto appartiene a me ed io appartengo a lui. Deh! esultiamo noi pure a spettacolo si bello, e riempiasi di gioia il nostro cuore nel contemplare il ritratto che ne ha lasciato di quest’amabile fanciulla sant’Epifanio nato in Palestina. «Maria, egli dice, fu specchio di senno e di modestia; parca nel favellare, vogliosa d’apprendere, affabile e con tutti rispettosa. Di poco superava la mezzana statura; ed ebbe colore leggermente vermiglio, capelli biondi, occhi vivi, pupille celesti, ciglia arcuate e traenti al nero; naso allungato, rosee le labbra, ovale il volto, mani e dita piuttosto lunghe. Semplicissima nel suo abbigliamento, usava le stoffe ed i veli nel loro naturale colore. Schietta nei modi, soave ed umile nei colloqui, essa, a dir breve, spirava e nell’esteriore e nelle doti dell’animo una grazia tutta divina ». – Chi narrerà la vita angelica di Maria nel tempio? « Quella santa Bambina, dice san Gerolamo, così regolava il suo tempo; dal mattino fino alla terza ora del giorno Ella stava in orazione; dalla terza alla nona lavorava: poi tornava a pregare fino all’ora della refezione. Poneva tutto il suo zelo nell’essere la prima alle sante veglie, la più esatta ad osservare la legge, la più umile, la più perfetta in virtù tra tutte le sue compagne. Non mai si lasciò trasportare ad un sol moto d’impazienza e tutte le sue parole erano sì piene di dolcezza che era facile ravvisarvi lo spirito di Dio ».

Origine di questa festa. — L’azione che Maria aveva compiuta presentandosi al tempio era troppo importante e troppo istruttiva, perché la Chiesa cattolica dovesse trascurare di consacrarla con una festa solenne. Fu primo l’Oriente a celebrare la Presentazione, come scorgesi dalle costituzioni di Emanuele Comneno nel 1143. Nel 1374, dopo le crociate, questa festa passò in Occidente sotto il regno di Carlo V, re di Francia; ed ecco in quali termini quel religioso monarca ne scrisse ai dottori ed agli alunni del collegio di Navarra, a Parigi. « Ho inteso dal cancelliere di Cipro che la Presentazione della Vergine al tempio, mentre non aveva Ella ancora che tre anni, si celebra con molta solennità in Oriente il 21 di novembre. Essendo questo medesimo cancelliere ambasciatore del re di Cipro e di Gerusalemme a Roma,intertenne il Pontefice sopra tal festa religiosamente osservata dai Greci, e gliene presentò l’uffìzio. Il Papa lo esaminò da se stesso, e lo fece poi esaminare dai cardinali e dai teologi, quindi approvò e permise la celebrazione di detta festa che solennizzò egli stesso in mezzo all’affollato concorso di popolo. Essendosi lo stesso cancelliere recato in Francia e avendomi presentato quell’uffizio, io ne ho fatto celebrare la festa nella santa-cappella in presenza di molti prelati e altri signori, e il nunzio pontificio vi ha recitato un eloquentissimo sermone ». – Tale è il modo con cui la festa della Presentazione passò dall’Oriente all’Occidente, e in particolar modo in Francia, dove fu osservata per ordine del pio monarca di cui abbiamo testé riferito le parole. I successori di Gregorio IX, a cui dall’ambasciatore di Cipro era stato sottoposto l’uffizio della Presentazione, arricchirono di numerose indulgenze questa festa nobilissima, che così trovò luogo fra le solennità della Chiesa .

CULTO DEI DEFUNTI

La devozione verso le Anime del Purgatorio, col raccomandarle a Dio affinché le sollevi nelle grandi pene che patiscono e presto le chiami alla sua gloria, è molto vantaggiosa per noi e ad esse. Infatti quando saranno liberate dai loro tormenti a causa delle nostre preghiere non si scorderanno certamente di noi in Cielo. Si crede poi che Dio manifesti loro le nostre orazioni, affinché stando in purgatorio preghino per noi: esse non possono pregare se stesse perché devono espiare, tuttavia, essendo molto care a Dio, possono pregare per noi ed ottenerci delle grazie. S. Caterina da Bologna ogni volta che ricorreva alle anime del Purgatorio, si vedeva subito esaudita.  – È un dovere pregare per le anime del Purgatorio perché la carità cristiana richiede che noi aiutiamo il nostro prossimo che è in stato di necessità: e chi ha maggior necessità di esse che sono tormentate nel fuoco? Inoltre sono prive della visione di Dio, pena che le affligge più di titte le altre. Pensiamo poi che facilmente si trovano in Purgatorio le anime dei nostri genitori, fratelli, parenti ed amici, e che aspettano il nostro soccorso, – Pregando per loro acquisteremo molti meriti e soprattutto le grazie per la salvezza eterna. Scriveva S. Alfonso:  « Io giudico per certo che un’anima, la quale è liberata dal Purgatorio per i suffragi avuti da qualche devoto, giunta in Paradiso, non smetterà di dire a Dio: “Signore non permettere che si perda quegli che mi ha liberata dal Purgatorio, » e mi ha fatto venire più presto a godervi” ». I mezzi per aiutarli sono: la preghiera, la Via Crucis, l’elemosina, la mortificazione e soprattutto la Santa Messa, la “vera” Messa Cattolica di sempre, officiata da un “vero”sacerdote con Missione canonica e Giurisdizione in unione con Papa Gregorio XVIII – le messe sacrileghe dei non-preti delle fraternità para-massoniche e dei non-preti delle sette sedevacantiste e sedeprivazioniste, oppure i riti rosa+croce della setta modernista-vaticana del “novus ordo” [che si spaccia attualmente per cattolica senza esserlo nemmeno lontanamente ed usurpando uffici ed ambienti Cattolici], non hanno alcuna efficacia per le anime dei defunti, e costituiscono puro sacrilegio: a) per chi le officia invalidamente ed illecitamente, e b) per chi vi partecipa o le ordina. – Pio è il pensiero di deporre corone di fiori e ceri sulle tombe dei defunti; ma è ben più efficace assistere alla S. Messa Cattolica di sempre e farne celebrare in loro suffragio da preti cattolici in unione con il Santo Padre “canonico”. Suffragate i vostri cari ed assicuratevi dei suffragi prima di morire. Le Messe gregoriane (celebrazione di 30 Messe consecutive per un solo defunto) prendono il loro nome da S. Gregorio Magno, non perché egli le abbia istituite, ma perché racconta di averne costatata l’efficacia; non si deve credere che liberino infallibilmente l’anima, però la Santa Sede (1884) dichiarò pia e ragionevole la fiducia nella speciale efficacia di esse per la liberazione di un’anima purgante.

Devozione dei cento Requiem

Per questo pio esercizio, ognuno può servirsi di una comune corona di cinque decine, percorrendola tutta due volte, onde formare dieci decine, ossia cento Requiem. Si inizia recitando un Pater Noster e poi una decina di Requiem sui grani piccoli della corona, alla fine della quale si dirà sul grano grosso la seguente giaculatoria:

Anime sante del Purgatorio, pregate Iddio per me, che io pregherò per voi, affinché Egli vi doni la gloria del Paradiso.

Indi si recitano le altre decine con la giaculatoria sul grano grosso. Terminate le dieci decine, si recita il De Profundis [Salmo 129].

 

Atto eroico di carità in suffragio delle Anime del Purgatorio

Il padre teatino Gaspare Oliden d’Alcalà, infiammato di zelo straordinario per il suffragio dele anime del Purgatorio, insinuò con la voce e con la stampa una pratica vecchia nella sostanza ma nuova nella forma, cioè di offrire con una specie di voto tutte quante le buone opere e presenti e future in espiazione dei debiti delle anime purganti , per cooperare nel miglior modo alla loro più sollecita liberazione da quelle pene. Benedetto XIII, Papa Orsini, con il suo Breve 13 agosto 1728, approvò solennemente tale pratica e la arricchì di tre privilegi riportati qui di seguito, confermati poi da Pio VI. Pio IX, con decreto Urbis et Orbis del 30 settembre 1852, dichiarò solennemente l’utilità e l’eccellenza di questa devozione confermando tutti i privilegi concessi dai suoi predecessori. – Questo atto di carità, già predicato ne passato da due celebri gesuiti, p. Moncado e p. Ribadeneira, nonché da S. Liduina, S. Caterina da Siena, S. Teresa, dal ven. Ximenes, e particolarmente da S. Brigida, la quale in punto di morte fu dal celeste suo Sposo assicurata che per la carità da lei usata alle anime del Purgatorio, le erano perdonate tutte le pene che avrebbe dovuto soffrire in Purgatorio e le sarebbe di molto aumentata la corona di gloria in Paradiso.

I tre privilegi concessi sono:

.1° I Sacerdoti che fanno questo atto di carità, godono l’indulto dell’Altare Privilegiato personale (de anima) per tutti i giorni dell’anno.

.Tutti i fedeli che avranno fatto questo atto di carità. Potranno lucrare indulgenza plenaria, applicabile però solamente ai defunti, liberando un’anima del Purgatorio in qualunque di quei giorni in cui si accosteranno alla SS. Comunione, e in tutti i lunedì dell’anno in cui ascolteranno la Santa Messa in suffragio dei medesimi defunti.

.3° Gli stessi possono applicare a pro dei defunti tutte le indulgenze che acquisteranno in qualunque modo fossero concesse, o da concedersi in avvenire.

Formula del Pio e Caritatevole Atto

“Mio Dio, in unione ai meriti di Gesù e di Maria, Vi offro per le anime del Purgatorio tutte le mie opere satisfattorie, e quelle da altri a me applicate in vita, in morte e dopo la mia morte.”

Osservazioni sul detto Atto Eroico

.1° Per fare questo non è necessario pronunziare le parole, basta volerlo ed emetterlo con il cuore. Neppure è prescritto di ripeterle più volte, benché ciò sia utile assai per fomentare il fervore della carità, che ci renderà industriosi ad accumulare beni spirituali in aiuto delle anime benedette del Purgatorio.

2° Siccome questo atto è semplice donazione universale, non impedisce ai Sacerdoti di applicarla Santa Messa per chi essi vogliono e secondo l’intenzione degli offerenti, essendo ciò dichiarato nella concessione del Sommo Pontefice Benedetto XIII.

3° Questo atto non si oppone punto all’ordine della carità che ci obbliga prima a pregare per i nostri defunti, poiché altro è il pregare , cui risponde il frutto impetratorio, del quale in questo voto non si tratta, ed altro è il suffragare, cui risponde il frutto soddisfatorio. Sebbene anche in questo uffizio di offrire suffragi, la carità ci obblighi prima di tutto verso i nostri congiunti, pure Iddio conosce meglio di noi quali siano i nostri doveri, e però farà sì che le nostre buone opere siano utili dapprima ai nostri parenti ed confratelli, e poi agli altri, secondo che davanti a Dio lo meriteranno. Così possiamo, anzi dobbiamo , praticare tutte le altre nostre devozioni dirette ad ottenere da Dio, dalla SS. Vergine qualche grazia per noi e per il prossimo, poiché ciò non si oppone all’atto per il quale si applica alle anime sante il solo frutto soddisfatorio delle nostre opere, restando sempre a noi il meritorio, il propiziatorio e l’impetratorio.

 

MATERNITÀ DELLA B. V. MARIA

Il titolo di Madre di Dio.

Il titolo di Madre di Dio, fra tutti quelli che vengono attribuiti alla Madonna, è il più glorioso. Essere la Madre di Dio è per Maria la sua ragion d’essere, il motivo di tutti i suoi privilegi e delle sue grazie. Per noi il titolo racchiude tutto il mistero della Incarnazione e non ne vediamo altro che più di questo sia sorgente per Maria di lodi e per noi di gioia. Sant’Efrem pensava giustamente che credere e affermare che la Santissima Vergine Maria è Madre di Dio è dare una prova sicura della nostra fede. La Chiesa quindi non celebra alcuna festa della Vergine Maria senza lodarla per questo privilegio. E così saluta la beata Madre di Dio nell’Immacolato Concepimento, nella Natività, nell’Assunzione e noi nella recita frequentissima dell’Ave Maria facciamo altrettanto.

L’eresia nestoriana.

« Theotókos », Madre di Dio, è il nome con cui nei secoli è stata designata Maria Santissima. Fare la storia del dogma della maternità divina sarebbe fare la storia di tutto il cristianesimo, perché il nome era entrato così profondamente nel cuore dei fedeli che quando, davanti al Vescovo di Costantinopoli, Nestorio, un prete che era il suo portavoce, osò affermare che Maria era soltanto madre di un uomo, perché era impossibile che Dio nascesse da una donna, il popolo protestò scandalizzato. Era allora vescovo di Alessandria san Cirillo, l’uomo suscitato da Dio per difendere l’onore della Madre del suo Figlio. Egli tosto manifestava il suo stupore: « Mi meraviglia che vi siano persone, che pensano che la Santa Vergine non debba essere chiamata Madre di Dio. Se nostro Signore è Dio, Maria, che lo mise al mondo, non è la Madre di Dio? Ma questa è la fede che ci hanno trasmessa gli Apostoli, anche se non si sono serviti di questo termine, ed è la dottrina che abbiamo appresa dai Santi Padri ».

Il Concilio di Efeso.

Nestorio non cambiò pensiero e l’imperatore convocò un concilio, che si aprì ad Efeso il 22 giugno del 431 sotto la presidenza di san Cirillo, legato del Papa Celestino. Erano presenti 200 vescovi i quali proclamarono che « la persona di Cristo è una e divina e che la Santissima Vergine deve essere riconosciuta e venerata da tutti quale vera Madre di Dio ». I cristiani di Efeso intonarono canti di trionfo, illuminarono la città e ricondussero alle loro dimore con fiaccole accese i vescovi « venuti – gridavano essi – per restituirci la Madre di Dio e ratificare con la loro santa autorità ciò che era scritto in tutti i cuori ». – Gli sforzi di Satana avevano raggiunto, come sempre, un risultato solo, cioè quello di preparare un magnifico trionfo alla Madonna e, se vogliamo credere alla tradizione, i Padri del Concilio, per perpetuare il ricordo dell’avvenimento, aggiunsero all’Ave Maria le parole: « Santa Maria, Madre di Dio, pregate per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte ». Milioni di persone recitano ogni giorno quella preghiera e riconoscono a Maria la gloria di Madre di Dio, che un eretico aveva preteso negare.

La festa dell’undici ottobre.

Il 1931 ricorreva il XV centenario del Concilio di Efeso e Pio XI pensò che sarebbe stata « cosa utile e gradita per i fedeli meditare e riflettere sopra un dogma così importante » come quello della maternità divina e, per lasciare una testimonianza perpetua della sua devozione alla Madonna, scrisse l’Enciclica Lux veritatis, restaurò la basilica di Santa Maria Maggiore in Roma e istituì una festa liturgica, che « avrebbe contribuito a sviluppare nel clero e nei fedeli la devozione verso la grande Madre di Dio, presentando alle famiglie come modelli. Maria e la sacra Famiglia di Nazareth », affinché siano sempre più rispettati la santità del matrimonio e l’educazione della gioventù. – Che cosa implichi per Maria la dignità di Madre di Dio lo abbiamo già notato nelle feste del primo gennaio e del 25 marzo, ma l’argomento è inesauribile e possiamo fermarci su di esso ancora un poco.

Maria stermìnio delle eresie.

« Godi, o Vergine, perché da sola hai sterminato nel mondo intero le eresie ». L’antifona della Liturgia insegna che il dogma della maternità divina è sostegno e difesa di tutto il Cristianesimo. Confessare la maternità divina è confessare la natura divina e l’umana nel Verbo Incarnato in unità di persona ed è altresì affermare la distinzione delle Persone in Dio nell’unità di natura ed è ancora riconoscere tutto l’ordine soprannaturale della grazia e della gloria.

Maria vera Madre di Dio.

Riconoscere che Maria è vera Madre di Dio è cosa facile. « Se il Figlio della Santa Vergine è Dio, scrive Pio XI nell’Enciclica Lux veritatis, colei che l’ha generato merita di essere chiamata Madre di Dio; se la persona di Gesù Cristo è una e divina, tutti, senza dubbio, devono chiamare Maria Madre di Dio e non solamente di Cristo uomo. Come le altre donne sono chiamate e sono realmente madri, perché hanno formato nel loro seno la nostra sostanza mortale, e non perché abbiano creata l’anima umana, così Maria ha acquistato la maternità divina per aver generato l’unica persona del Figlio suo ».

Conseguenze della maternità divina.

« Derivano di qui, come da sorgente misteriosa e viva, la speciale grazia di Maria e la sua suprema dignità davanti a Dio. La beata Vergine ha una dignità quasi infinita, che proviene dal bene infinito, che è Dio, dice san Tommaso. E Cornelio a Lapide spiega le parole di san Tommaso così: Maria è la Madre di Dio, supera in eccellenza tutti gli Angeli, i Serafini, i Cherubini. È la Madre di Dio ed è dunque la più pura e più santa di tutte le creature e, dopo quella di Dio, non è possibile pensare purezza più grande. È Madre di Dio, sicché, se i santi ottennero qualche privilegio (nell’ordine della grazia santificante) Maria ebbe il suo prima di tutti ».

Dignità di Maria.

Il privilegio della maternità divina pone Maria in una relazione troppo speciale ed intima con Dio, perché possano esserle paragonate dignità create di qualsiasi genere, la pone in un rapporto immediato con l’unione ipostatica e la introduce in relazioni intime e personali con le tre persone della Santissima Trinità.

Maria e Gesù.

La maternità divina unisce Maria con il Figlio con un legame più forte di quello delle altre madri con i loro figli. Queste non operano da sole la generazione e la Santa Vergine invece ha generato il Figlio, l’Uomo-Dio, con la sua stessa sostanza e Gesù è premio della sua verginità e appartiene a Maria per la generazione e per la nascita nel tempo, per l’allattamento col quale lo nutrì, per l’educazione che gli diede, per l’autorità materna esercitata su di lui.

Maria e il Padre.

La maternità divina unisce in modo ineffabile Maria al Padre. Maria infatti ha per Figlio il Figlio stesso di Dio, imita e riproduce nel tempo la generazione misteriosa con la quale il Padre generò il Figlio nell’eternità, restando così associata al Padre nella sua paternità. – « Se il Padre ci manifestò un’affezione così sincera, dandoci suo Figlio come Maestro e Redentore, diceva Bossuet, l’amore che aveva per te, o Maria, gli fece concepire ben altri disegni a tuo riguardo e ha stabilito che Gesù fosse tuo come è suo e, per realizzare con te una società eterna, volle che tu fossi la Madre del suo unico Figlio e volle essere il Padre del tuo Figlio » (Discorso sopra la devozione alla Santa Vergine).

Maria e lo Spirito Santo.

La maternità divina unisce Maria allo Spirito Santo, perché per opera dello Spirito Santo ha concepito il Verbo nel suo seno. In questo senso Leone XIII chiama Maria Sposa dello Spirito Santo (Encicl. Divinum munus, 9 maggio 1897) e Maria è dello Spirito Santo il santuario privilegiato, per le inaudite meraviglie che ha operate in lei, « Se Dio è con tutti i Santi, afferma san Bernardo, è con Maria in modo tutto speciale, perché tra Dio e Maria l’accordo è così totale che Dio non solo si è unita la sua volontà, ma la sua carne e con la sua sostanza e quella della Vergine ha fatto un solo Cristo, e Cristo se non deriva come Egli è, né tutto intero da Dio, né tutto intero da Maria, è tuttavia tutto intero di Dio e tutto intero di Maria, perché non ci sono due figli, ma c’è un solo Figlio, che è Figlio di Dio e della Vergine. L’Angelo dice: Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te. È con te non solo il Signore Figlio, che rivestisti della tua carne, ma il Signore Spirito Santo dal quale concepisti e il Signore Padre, che ha generato colui che tu concepisti. È con te il Padre che fa si che suo Figlio sia tuo Figlio; è con te il Figlio, che, per realizzare l’adorabile mistero, apre il tuo seno miracolosamente e rispetta il sigillo della tua verginità; è con te lo Spirito Santo, che, con il Padre e con il Figlio santifica il tuo seno. Sì, il Signore è con te » (3.a Omelia super Missus est).

MESSA

Epistola (Eccli. 24, 23-31). – “Come vite diedi frutti di soave odore, e i mici fiori dànno frutti di gloria e di ricchezza. Io sono la madre del bell’amore e del timore, della scienza e della santa speranza. In me ogni grazia della via e della verità, in me ogni speranza di vita e di virtù. Venite a me, o voi tutti che mi bramate, e saziatevi dei miei frutti; perché il mio spirito è più dolce del miele, e il mio retaggio più del favo di miele. Il ricordo di me durerà nelle generazioni dei secoli. Chi mi mangia avrà ancora fame, e chi mi beve avrà ancora sete. Chi mi ascolta non sarà confuso, e chi lavora per me non peccherà; chi mi illustra avrà la vita eterna.” – A buon diritto la Chiesa anche qui applica alla Madonna un testo che è stato scritto con riferimento al Messia. Non è Maria la vera vigna, che ci ha data l’uva generosa, che riceviamo tutti i giorni nell’Eucarestia? Vi è gloria paragonabile a quella di Maria, che, essendo vergine, è divenuta Madre di Dio, senza perdere la verginità? La Chiesa la canta con gioia Madre del bell’amore e ci invita ad accostarci a Lei con confidenza, perché in Maria si incontra ogni speranza della vita e della virtù e chi l’ascolta non sarà mai confuso. Vangelo (Lc. II, 43-51). – “In quel tempo: Al ritorno il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, ma i suoi genitori non se ne accorsero. Supponendo che Egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di cammino, poi si misero a cercarlo fra i parenti e i conoscenti. Ma non avendolo trovato, tornarono a Gerusalemme in cerca di lui. E avvenne che dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto fra i dottori ad ascoltarli ed interrogarli, mentre gli uditori stupivano della sua sapienza e delle sue risposte. E, vedendolo, ne furono meravigliati. E sua madre gli disse: Figlio, perché ci hai fatto questo? Vedi, tuo padre ed io, addolorati, andavamo in cerca di te. Egli rispose loro: E perché cercarmi? non sapevate che mi devo occupare di quanto riguarda mio Padre? Ma essi non compresero quanto aveva loro detto. Poi se ne andò con loro e tornò a Nazaret, e stava loro sottomesso.”

L’amore di Gesù per la Madre.

« Se fosse permesso spingere tanto innanzi l’analisi del suo sviluppo umano, si direbbe che in Gesù, come in altri, vi fu qualcosa dell’influenza della Madre sua. La grazia, la finezza squisita, la dolcezza indulgente appartengono solo a Lui, ma proprio per tali cose si distinguono coloro, che spesso hanno sentito il cuore come addolcito dalla tenerezza materna e lo spirito ingentilito, per la conversazione con la donna venerata e amata teneramente, che si compiaceva iniziarli alle sfumature più delicate della vita. Gesù fu davvero, come lo chiamavano i concittadini, il “figlio di Maria”. » Egli tanto ha ricevuto da Maria, perché l’amò infinitamente. Come Dio, la scelse e le donò prerogative uniche di verginità, di purezza immacolata, e nello stesso tempo la grazia della maternità divina; come uomo, l’amò tanto fedelmente che sulla croce, in mezzo alle spaventevoli sofferenze, l’ultimo pensiero fu per lei: Donna, ecco tuo figlio. Ecco tua Madre. » Ma il doppio amore gli fece scegliere per la madre una parte degnissima di Lei. Il profeta aveva preannunziato lui come il Servo di Jahvè e la Madre fu la Serva del Signore nell’oblio di sé, nella devozione e nel perfetto distacco: « vi è più gioia nel dare che nel ricevere ». Cristo, che aveva presa per sé questa gioia, la diede alla Madre e Maria comprese così bene questo dono che nei ricordi d’infanzia segnò con attenzione particolare i rapporti che a un lettore superficiale sembrano duri: « Perché mi cercavate? Non sapevate che debbo occuparmi delle cose che riguardano il Padre mio? » E più tardi: « Chi è mia madre, chi sono i miei fratelli?… » Gesù vuole insegnarci il distacco che da noi esige e darcene l’esempio » (Lebreton. La Vie et Venseignement de J. C. N. S., p. 62).

Maria nostra Madre.

Salutandoti oggi col bel titolo di Madre di Dio, non dimentichiamo che « avendo dato la vita al Redentore del genere umano, sei per questo fatto stesso divenuta Madre nostra tenerissima e che Cristo ci ha voluti per fratelli. Scegliendoti per Madre del Figlio suo, Dio ti ha inculcato sentimenti del tutto materni, che respirano solo amore e perdono » (Pio XI Enc. Lux veritatis). « O Vergine tutta santa, è per i tuoi figli cosa dolce dire di te tutto ciò che è glorioso, tutto ciò che è grande, ma ciò facendo dicono solo il vero e non riescono a dire tutto quello che tu meriti (Basilio di Seleucia, Omelia 39, n. 6. P. G. 85, c. 452). Tu sei infatti la meraviglia delle meraviglie e di quanto esiste o potrà esistere, Dio eccettuato, niente è più bello di te » (Isidoro da Tessalonica. Discorso per la Presentazione di Maria P. G. 189, c. 69). Dalla gloria del cielo ove sei, ricordati di noi, che ti preghiamo con tanta gioia e confidenza. « L’Onnipotente è con te e tu sei onnipotente con Lui, onnipotente per Lui, onnipotente dopo di Lui », come dice san Bonaventura. Tu puoi presentarti a Dio non tanto per pregare quanto per comandare, tu sai che Dio esaudisce infallibilmente i tuoi desideri. Noi siamo, senza dubbio, peccatori, ma tu sei divenuta Madre di Dio per causa nostra e « non si è mai inteso dire che alcuno di quelli che sono ricorsi a te sia stato abbandonato. Animati da questa confidenza, o Vergine delle vergini, o nostra Madre, veniamo a te gemendo sotto il peso dei nostri falli e ci prostriamo ai tuoi piedi. Madre del Verbo incarnato, non disprezzare le nostre preghiere, degnati esaudirle » (San Bernardo) – (Dom Gueranger: “l’anno liturgico”, vol.  II, impr. 1957)

FESTA DEL SANTO ROSARIO [7 ottobre 2017]

FESTA DEL SANTO ROSARIO

[[Dom Guéranger, l’Anno liturgico, vol. II, ed. Paoline, Alba, impr. 1956]

Devozione della Chiesa per Maria.

La Liturgia nel corso dell’anno ci ha mostrato più volte che Gesù e Maria sono così uniti nel piano divino della Redenzione che si incontrano sempre insieme ed è impossibile separarli sia nel culto pubblico che nella devozione privata. La Chiesa, che proclama Maria Mediatrice di tutte le grazie, la invoca continuamente per ottenere i frutti della Redenzione che con il Figlio ha acquistati. Comincia sempre l’anno liturgico col tempo di Avvento, che è un vero mese di Maria, invita i fedeli a consacrarle il mese di maggio, ha disposto che il mese di ottobre sia il mese del Rosario e le feste di Maria nel Calendario Liturgico sono così numerose che non passa un giorno solo dell’anno, senza che Maria in qualche luogo della terra sia festeggiata sotto un titolo o sotto un altro, dalla Chiesa universale, da una diocesi o da un Ordine religioso.

La festa del Rosario.

La Chiesa riassume nella festa di oggi tutte le solennità dell’anno e, con i misteri di Gesù e della Madre sua, compone come un’immensa ghirlanda per unirci a questi misteri e farceli vivere e una triplice corona, che posa sulla testa di Colei, che il Cristo Re ha incoronata Regina e Signora dell’universo, nel giorno del suo ingresso in cielo. Misteri di gioia che ci riparlano dell’Annunciazione, della Visitazione, della Natività, della Purificazione di Maria, di Gesù ritrovato nel tempio; Misteri di dolore, dell’agonia, della flagellazione, della coronazione di spine, della croce sulle spalle piagate e della crocifissione; Misteri di gloria, cioè della Risurrezione, dell’Ascensione del Salvatore, della Pentecoste, dell’Assunzione e dell’incoronazione della Madre di Dio. Ecco il Rosario di Maria.

Storia della festa.

La festa del Rosario fu istituita da san Pio V, in ricordo della vittoria riportata a Lepanto sui Turchi. È cosa nota come nel secolo XVI, dopo avere occupato Costantinopoli, Belgrado e Rodi, i Maomettani minacciassero l’intera cristianità. Il Papa San Pio V, alleato con il re di Spagna Filippo II e la Repubblica di Venezia, dichiarò la guerra e Don Giovanni d’Austria, comandante della flotta, ebbe l’ordine di dar battaglia il più presto possibile. Saputo che la flotta turca era nel golfo di Lepanto, l’attaccò il 7 ottobre del 1751 presso le isole Echinadi. Nel mondo intero le confraternite del Rosario pregavano intanto con fiducia. I soldati di Don Giovanni d’Austria implorarono il soccorso del cielo in ginocchio e poi, sebbene inferiori per numero, cominciarono la lotta. Dopo 4 ore di battaglia spaventosa, di 300 vascelli nemici solo 40 poterono fuggire e gli altri erano colati a picco mentre 40000 turchi erano morti. L’Europa era salva. – Nell’istante stesso in cui seguivano gli avvenimenti, san Pio V aveva la visione della vittoria, si inginocchiava per ringraziare il cielo e ordinava per il 7 ottobre di ogni anno una festa in onore della Vergine delle Vittorie, titolo cambiato poi da Gregorio XIII in quello di Madonna del Rosario.

Il Rosario.

L’uso di recitare Pater e Ave Maria risale a tempi remotissimi, ma la preghiera meditata del Rosario come noi l’abbiamo oggi è attribuita a san Domenico. È per lo meno certo che egli molto lavorò con i suoi religiosi per la propagazione del Rosario e che ne fece l’arma principale nella lotta contro gli eretici Albigesi, che nel secolo XIII infestavano il sud della Francia. – La pia pratica tende a far rivivere nell’anima nostra i misteri della nostra salvezza, mentre con la loro meditazione si accompagna la recita di decine di Ave Maria, precedute dal Pater e seguite dal Gloria Patri. A prima vista la recita di molte Ave Maria può parere cosa monotona, ma con un poco di attenzione e di abitudine, la meditazione, sempre nuova e più approfondita, dei misteri della nostra salvezza, porta grandiosità e varietà. D’altra parte si può dire che nel Rosario si trova tutta la Religione e come la somma di tutto il Cristianesimo. – Il Rosario è una somma di fede: Riassunto cioè delle verità che noi dobbiamo credere, che ci presenta sotto forma sensibile e vivente. Le espone unendovi la preghiera, che ottiene la grazia per meglio comprenderle e gustarle. – Il Rosario è una somma di morale: Tutta la morale si riassume nel seguire e imitare Colui, che è « la Via, la Verità, la Vita » e con la preghiera del Rosario noi otteniamo da Maria la grazia e la forza di imitare il suo divino Figliolo. – Il Rosario è una somma di culto: Unendoci a Cristo nei misteri meditati, diamo al Padre l’adorazione in spirito e verità, che Egli da noi attende e ci uniamo a Gesù e Maria per chiedere, con loro e per mezzo loro, le grazie delle quali abbiamo bisogno. – Il Rosario sviluppa le virtù teologali e ci offre il mezzo di irrobustire la nostra carità, fortificando le virtù della speranza e della fede, perché « con la meditazione frequente di questi misteri l’anima si infiamma di amore e di riconoscenza di fronte alle prove di amore che Dio ci ha date e desidera con ardore le ricompense celesti, che Cristo ha conquistate per quelli che saranno uniti a Lui, imitando i suoi esempi e partecipando ai suoi dolori. In questa forma di orazione la preghiera si esprime con parole; che vengono da Dio stesso, dall’Arcangelo Gabriele e dalla Chiesa ed è piena di lodi e di domande salutari, mentre si rinnova e si prolunga in ordine, determinato e vario nello stesso tempo, e produce frutti di pietà sempre dolci e sempre nuovi » (Enciclica Octobri mense del 22 settembre 1891). – Il Rosario unisce le nostre preghiere a quelle di Maria nostra Madre. « Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi poveri peccatori ». Ripetiamo con rispetto il saluto dell’Angelo e umilmente aggiungiamo la supplica della confidenza filiale. Se la divinità, anche se incarnata e fatta uomo, resta capace di incutere timore, quale timore potremmo avere di questa donna della stessa nostra natura, che ha in eterno il compito di comunicare alle creature le ricchezze e le misericordie dell’Altissimo? Confidenza filiale. Sì, perché l’onnipotenza di Maria viene dal fatto di essere Madre di Gesù, l’Onnipotente, e ha diritto alla nostra confidenza, perché è nello stesso tempo nostra Madre, non solo in virtù del testamento dettato da Gesù sulla Croce, quando disse a Giovanni: « Ecco tua Madre » e a Maria: « Ecco tuo figlio », ma ancora perché nell’istante dell’Incarnazione, la Vergine concepì, insieme con Gesù, tutta l’umanità, che egli incorporava a sé. – Membri del Corpo mistico di cui Cristo è il capo, siamo stati formati con Gesù nel seno materno della Vergine Maria e vi restiamo fino al giorno della nostra nascita alla vita eterna. Maternità spirituale, ma vera, che ci mette con la Madre in rapporti di dipendenza e di intimità profondi, rapporti di bambino nel seno della Madre. – Qui è il segreto della nostra devozione per Maria: è nostra Madre e come tale sappiamo di poter tutto chiedere al suo amore, perché siamo suoi figli! – Ma, se la madre, appunto perché madre, pensa necessariamente ai suoi figli, i figli, per l’età, son facili a distrarsi e il Rosario è lo strumento benedetto che conserva la nostra intimità con Maria e ci fa penetrare sempre più profondamente nel suo cuore. – Strumento divino il Rosario che la Vergine porta in tutte le sue apparizioni da un secolo in qua e che non cessa di raccomandare. Strumento della devozione cattolica per eccellenza, in cui l’umile donna senza istruzione e il sapiente teologo sono a loro agio, perché vi trovano il cammino luminoso e splendido, la via mariana, che conduce a Cristo e, per Cristo al Padre. – Così considerato il Rosario realizza tutte le condizioni di una preghiera efficace, ci fa vivere nell’intimità di Maria e, essendo essa Mediatrice, suo compito è di condurci a Dio, di portare le nostre preghiere fino al cuore di Dio. Per Maria diciamo i Pater, che inquadrano le decine di Ave Maria, e, siccome quella è la preghiera di Cristo e contiene tutto ciò che Dio volle che noi gli chiedessimo,

noi siamo sicuri di essere esauditi.

MESSA

Epistola (Prov. VIII, 22-25; 32-35). – Il Signore mi possedette all’inizio delle sue opere, fin dal principio, avanti la creazione. Ab eterno fui stabilita, al principio, avanti che fosse fatta la terra. Non erano ancora gli abissi, ed io ero già concepita. Or dunque, o figli, ascoltatemi: Beati quelli che battono le mie vie. Ascoltate i miei avvisi per diventare saggi: non li ricusate. Beato l’uomo che mi ascolta e veglia ogni giorno alla mia porta, e aspetta all’ingresso della mia casa. Chi troverà me, avrà trovato la vita, e riceverà dal Signore la salute.

Maria nel compito di educatrice.

Non si può eludere il carattere mariano di questa pagina dei Proverbi, obiettando che si applica al Verbo Incarnato e solo per accomodamento la Chiesa la riferisce alla Santa Vergine. La Chiesa non fa giochi di parole e la Liturgia non si diverte a far bisticci. Trattandosi di vite, che nel pensiero di Dio e nella realtà sono unite insieme, come le vite del Signore e della Madre sua unite nello stesso decreto di predestinazione, il senso accomodatizio è in sé e deve esserlo per noi uno degli aspetti multipli del senso letterale. « Giova a noi, per onorare Maria, considerarla agente della nostra educazione soprannaturale. Noi non siamo mai grandi per Dio, né per la nostra madre, né per la Madre di Dio. Come non vi è Cristianesimo senza la Santa Vergine così se l’amore di Dio non è accompagnato da un tenero amore per la Santa Vergine qualsiasi vita soprannaturale è in qualche modo mancante. « Maria è tutto quello che Essa insegnerà a chi l’ascolta e l’ama: l’esempio, la carità, l’influenza persuasiva… – « Maria ha educato il Figlio ed educherà noi. Non si resiste ad una Madre» (Dom Delatte, Omelie sulla Santa Vergine, Plon, 1951).

Parole benedette.

Il Vangelo è quello del Santo nome di Maria del 12 settembre. È il Vangelo dell’Incarnazione del quale rileggiamo volentieri le parole. Parole benedette perché vengono da Dio: L’Angelo infatti ne è soltanto il messaggero; parole e messaggio gli sono stati affidati da Dio. Parole benedette perché vengono da Maria, che, sola, poté riferire con ferma precisione di dettagli, che rivelano un testimonio e una esperienza immediata.

Messaggio di gioia.

« Questo messaggio è un messaggio di gioia. La gioia mancava nel mondo da molto tempo: era sparita dopo il primo peccato. Tutta l’economia dell’Antico Testamento e tutta la storia dell’umanità portavano un velo di tristezza, perché era continuamente presente all’uomo la coscienza di una inimicizia nei suoi rapporti con Dio, che doveva ancora essere espiata. Il messaggio è preceduto da un saluto pieno di gioia e da una parola pacifica, carezzevole: Ave. Questo Ave, primo elemento del messaggio, detto una volta, verrà poi ripetuto per l’eternità.

La fede di Maria.

« La fede di Maria fu perfetta e non dubitò della verità divina neppure nel momento in cui chiedeva all’Angelo come si poteva compiere il messaggio. Gabriele rivelò il modo verginale della concezione promessa, sollecitando il consenso della Vergine per l’unione ipostatica, perché, per l’onore della Vergine e per l’onore della natura umana. Dio voleva avere da Maria il posto che avrebbe occupato nella sua creazione. E allora fu pronunziata con libertà e con consapevolezza la parola, che farà eco fino all’eternità: « Io sono l’umile ancella del Signore: sia fatto secondo la sua volontà » (Dom. Delatte. Opere citate).

Preghiera alla Vergine del Rosario.

Ti saluto, o Maria, nella dolcezza del tuo gioioso mistero e all’inizio della beata Incarnazione, che fece di te la Madre del Salvatore e la madre dell’anima mia. Ti benedico per la luce dolcissima che hai portato sulla terra. – O Signora di ogni gioia, insegnaci le virtù che danno la pace ai cuori e, su questa terra, dove il dolore abbonda, fa’ che i figli camminino nella luce di Dio affinché, la loro mano nella tua mano materna, possano raggiungere e possedere pienamente la meta cui il tuo cuore li chiama, il Figlio del tuo amore, il Signore Gesù. – Ti saluto, o Maria, Madre del dolore, nel mistero dell’amore più grande, nella Passione e nella morte del mio Signore Gesù Cristo. – Unendo le mie lacrime alle tue, vorrei amarti in modo che il mio cuore, ferito come il tuo dai chiodi che hanno straziato il mio Salvatore, sanguinasse come sanguinano quelli del Figlio e della Madre. Ti benedico, o Madre del Redentore e Corredentrice, nel purpureo splendore dell’Amore crocifisso, ti benedico per il sacrificio, accettato al tempio ed ora consumato con l’offerta alla giustizia di Dio, del Figlio della tua tenerezza e della tua verginità, in olocausto perfetto. – Ti benedico, perché il sangue prezioso che ora cola per lavare i peccati degli uomini, ebbe la sua sorgente nel tuo Cuore purissimo. Ti supplico, o Madre mia, di condurmi alle vette dall’amore che solo l’unione più intima alla Passione e alla morte dell’amato Signore può far raggiungere. – Ti saluto, Maria, nella gloria della tua Regalità. II dolore della terra ha ceduto il posto a delizie infinite e la porpora sanguinante ti ha tessuto il manto meraviglioso, che si addice alla Madre del Re dei re e alla Regina degli Angeli. Permetti che levi i miei occhi verso di te durante lo splendore dei tuoi trionfi, o mia amabile Sovrana, e diranno i miei occhi, meglio di qualsiasi parola, l’amore di figlio, il desiderio di contemplarti con Gesù nell’eternità, perché tu sei Bella, perché sei Buona, o Clemente, o Pia, o Dolce Vergine Maria.

FESTA DEGLI ANGELI

FESTA DEGLI ANGELI

[J. J. Gaume: “Catechismo di perseveranza”, vol, 4, Torino 1881]

Devozione all’Angelo custode.

Ci resta a parlare dell’Angelo custode. E primieramente ditemi, o uomini, chiunque voi siate, conoscete voi cosa alcuna più acconcia per dare al figlio di Adamo, a questo fanciullo che striscia nella polvere, che bagna colle sue lacrime il sentiero della vita, che la percorre, si direbbe quasi il rifiuto degli esseri, che si sente trascinato dal peso di una natura corrotta versa quanto vi ha di vile e di abbietto; conoscete voi cosa alcuna più idonea a nobilitarlo ai suoi occhi e a renderlo rispettabile e sacro agli occhi altrui, come questa festa dell’Angelo custode? Figlio della polvere, gli dice la Chiesa in quel giorno, ricordati che tu sei figlio dell’Eterno. Il monarca dei mondi ha deputato verso di te un principe della sua corte, e gli ha detto: Va, prendi per mano il figlio mio, veglia su tutti i suoi passi, fammi conoscere i suoi bisogni, i suoi desideri, i suoi sospiri; ogni giorno veglia al suo fianco accompagnandolo, e sta la notte in piedi al capezzale del suo letto. Prendilo su le tue braccia, ond’ei non percuota il piede contro le pietre. Egli è affidato alle tue cure, tu lo ricondurrai sulle tue braccia ai piedi del mio trono, nel giorno ch’io avrò destinato, per introdurlo nel mio regno, suo immortale retaggio. – Ed ecco tutto ciò che ne dice, insieme a mille altre cose, il culto all’Angelo custode. – Riparatrice universale, madre affettuosa, la Chiesa cattolica poteva forse trascurare di raccomandarlo? Oh! no; essa nulla ha negletto per rendere palese e, se è passibile, sempre presente la credenza dell’Angelo custode. Dalla cuna sino alla tomba; ella ci parla del principe della corte celeste, che veglia a difesa del nostro corpo e dell’anima nostra, che vede tutte le nostre azioni, e che ne rende conto al Dio del cielo, padre e giudice di tutti gli uomini.

Festa degli Angeli custodi. —

Né tutto ciò ha bastato alla sua sollecitudine, poich’ella ha di più instituito una festa particolare per onorare gli Angeli custodi dei figli suoi. Fu Ferdinando d’Austria, poi imperatore, quegli che ottenne al principio del secolo decimo settimo dal pontefice Paolo V, che s’istituisse l’uffizio dell’Angelo custode, e che ne fosse celebrata la festa Propagata ben presto per tutta la Chiesa, questa commovente solennità non è più da quell’epoca stata interrotta. E infatti i motivi che abbiamo di celebrarla non sono sempre forse gli stessi, vale a dire sempre potenti, sempre numerosi, sempre cari alle anime virtuose? Sembra perfino, che quanto più c’inoltriamo nella vita e quanto più il mondo cammina verso il suo fine, più ancora divenga imperiosa la ragione di onorare gli Angeli. Ogni giorno della nostra esistenza e dell’esistenza del mondo, non è forse testimone di qualche nuovo beneficio degli Angeli custodi? E forse ché questi nuovi benefizi non sono eziandio nuovi titoli alla nostra gratitudine e alla nostra devozione? Per adempiere a’ doveri che ci sono imposti verso il nostro Angelo custode, bisogna, dice san Bernardo, rendergli un triplice omaggio; quello del rispetto, quello della fiducia e quello della devozione. Gli dobbiamo il rispetto per la sua presenza, la devozione per la sua carità, la fiducia per la sua vigilanza. Penetrato adunque di rispetto, cammina sempre con circospezione, rammentandoti continuamente che sei in presenza degli Angeli incaricati di guidarti in tutti i tuoi passi. In qualunque luogo tu sia e per quanto ti sembri nascosto, abbi rispetto al tuo Angelo custode. Oseresti tu fare davanti a lui ciò che non osereste fare in presenza di un uomo? Né solamente noi dobbiamo rispettare il nostro angelo tutelare, ma dobbiamo anche amarlo, perché egli è un custode fedele, un vero amico, un protettore potente. Malgrado l’eccellenza della sua natura, la carità l’induce ad incaricarsi della cura di difenderci e di proteggerci; ed egli veglia alla conservazione dei nostri corpi, ai quali i demoni hanno talvolta il potere di nuocere. Ma come descrivere ciò che opera per le anime nostre? Ei c’istruisce, c’incoraggia, ci esorta interiormente, ci avverte dei nostri doveri per mezzo di rimorsi segreti. Egli esercita verso di noi l’officio che esercitava verso i Giudei quell’angelo che li conduceva nella Terra promessa; ei fa per noi ciò che fece Raffaello pel giovine Tobia: egli ci è guida sicura in mezzo ai pericoli di questa vita. Da quali sentimenti di gratitudine, di rispetto, di docilità, di fiducia non dobbiamo esser noi compresi verso il nostro angelo custode! Potremmo noi ringraziare abbastanza la divina Misericordia dell’inestimabile dono che ella ci ha fatto? – Tobia, riflettendo ai favori segnalati che aveva ricevuti dall’angelo Raffaello, dice a suo padre: « Quale ricompensa potremo noi dargli che sia proporzionata ai beni di cui ci ha ricolmi? Ei mi ha condotto in perfetta salute, egli stesso è andato a riscuotere il nostro denaro da Gabelo, ei mi ha ottenuto la donna che ho sposata, ha da lei scacciato il demonio, ha confortato suo padre e sua madre, mi ha liberato dal pesce che voleva ingoiarmi, ha reso a te stesso la vista, e per sua cagione ci troviamo nell’abbondanza di ogni bene; che potremo noi dunque dargli che stia in bilancia con quello che egli ha fatto per noi? » [Tob. XII], Tobia e i suoi genitori, animati dalla più viva riconoscenza, si prostrarono con la faccia per terra per ben tre ore, e benedissero Dio. Procuriamo di entrare nei medesimi sentimenti. « Amiamo, dice san Bernardo, amiamo teneramente in Dio gli Angeli, quegli spiriti beati, che saranno un giorno nostri compagni e nostri coeredi nella gloria e che sono presèntemente nostri tutori e nostri custodi. Siamo devoti e riconoscenti verso simili protettori; amiamoli, onoriamoli quanto ne siamo capaci ». Noi dobbiamo inoltre avere una dolce fiducia nella protezione del nostro Angelo custode. « Per quanto deboli noi siamo, prosegue san Bernardo, per quanto sia meschina la nostra condizione, per quanto grandi siano i pericoli che ci attorniano, nulla dobbiamo temere sotto la protezione di tali custodi… Ogni volta che qualche tribolazione o qualche violenta tentazione verrà ad assalirvi, implorate il soccorso di colui che vi custodisce, che vi guida, che vi assiste in tutte le vostre pene». Ma per meritarne la protezione, dobbiamo prima di tutto odiare il peccato; anche i peccati veniali contristano l’angelo custode. « Come il fumo, dice san Basilio, pone in fuga le api, e il fetore i colombi, così l’infezione del peccato fa fuggire l’angelo che ha la cura di custodirci». La lascivia specialmente è vizio che gli spiriti celesti hanno immensamente in orrore: gli Angeli chiedono vendetta contro di noi a cagione dello scandalo che diamo ai giovinetti. « Io, dice il Signore, spedisco il mio Angelo affinché cammini dinanzi a voi, vi custodisca per via, e vi faccia entrare nella terra ch’io vi ho preparata. Rispettatelo, ascoltatene la voce, e guardatevi bene da disprezzarlo, perché egli non vi perdonerà in conto alcuno quando peccherete, e perché il mio nome è in lui; ma se voi udite la sua voce e fate tutto quanto io vi dico per sua bocca, io sarò il nemico dei vostri nemici, e affliggerò coloro che affliggono voi. Il mio angelo camminerà innanzi a voi, e v’introdurrà nella terra che vi ho preparata.

Preghiera.

O mio Dio, che siete tutto amore, io vi ringrazio di avere inviato i vostri angeli per custodirmi; fatemi grazia ch’io medesimo sia Angelo davanti a voi, per la purità del mio cuore e per la prontezza ad adempire la vostra santa volontà. Mi propongo d’amar Dio sopra tutte le cose e il prossimo come me stesso, per amor di Dio, e in prova di questo amore, io reciterò ogni giorno fervorosamente una preghiera al mio angelo custode.

Breve novena

I. – O mio buon Angelo Custode, aiutatemi a ringraziare l’Altissimo per essersi degnato di destinarvi alla mia custodia. Angele Dei.

II. – O Principe celeste, degnatevi d’impetrarmi il perdono di tutti i disgusti che ho dato a voi ed a Dio, non curando le vostre minacce e i vostri consigli. Angele Dei.

III. – O amoroso mio Tutore, imprimete nell’anima mia un profondo rispetto per voi, onde non abbia mai più l’ardimento di far cosa che vi dispiaccia. Ang.Dei.

IV. – O pietoso mio Medico, insegnatemi i rimedii, ed aiutatemi a guarire dai mali abiti e da tante altre miserie che opprimono l’anima mia. Angele Dei.

V. – O fedele mia Guida, impetratemi forza per superare tutti gli ostacoli che s’incontrano nel cammino della virtù, e per soffrire con vera pazienza le tribolazioni di questa vita. Angele Dei.

VI. – O Intercessore possente presso Dio, ottenetemi la grazia d’ubbidire prontamente alle vostre sante inspirazioni, e di uniformare la mia volontà in tutto e sempre a quella di Dio. Angele Dei.

VII. O purissimo Spirito tutto acceso d’amor di Dio, impetratemi questo fuoco divino, ed insieme una vera devozione alla vostra augusta Regina e mia buona Madre Maria. Angele Dei.

VIII. O invitto mio Protettore, assistetemi per corrispondere degnamente al vostro amore ed ai rostri benefici, e per adoperarmi con tutte le forse a promuovere il vostro culto. Angele Dei.

IX. – O beato Ministro dell’Altissimo, ottenetemi nella sua infinita misericordia ch’io giunga un giorno a riempire una delle tante sedi lasciate vuote pel cielo dai ribelli vostri compagni. Angele Dei

Inno all’Angelo Custode

Tu che fra i santi Spiriti

Fra gli Angioli del ciel

Sei di guida fedel

Lucido specchio;

Accogli i miei desir,

E benigno al mio dir

Porgi l’orecchio.

Ta dall’esordir dei secoli

Prima dell’uom creato,

Prima dell’uom beato

In ciel regnasti,

E del motor sovrano

L’onnipotente mano

Accompagnasti.

Allorachè dall’orrido

Caos traeva il suol,

Il mar, la luna, il sol,

La notte e il giorno.

Allor che empiea di belle

Rifolgoranti stelle

Il suo soggiorno.

.- Tu difensor magnanimo

Dello stellato imper,

Col Cherubino alter,

Entrasti in guerra;

Ed, infiammato il cor

D’insolito valor,

L’hai steso a terra,

.- Fu allor che dall’Altissimo

L’eccelsa tua virtù

Rimeritata fu!

Su nell’Empireo

Ove ti stai qual Re,

Cui gli astri sotto i piè

Ruotano in giro.

.- Di là clemente e provvido

A me spiegasti il vol,

Onde da questo suol

Scortarmi al cielo;

Appena il sommo Dio

Vestì lo spirito mio

Del mortal velo.

.- Tu del mio ben sollecito,

Meco sedesti in fascio

A mitigar le ambascie

Ed i tormenti;

E il labbro fra i sospir

Reggesti a profferir

I primi accenti.

.- I primi dì svanirono,

La gioventù sen venne

E il braccio tuo mi tenne

Allor più forte;

Onde il nemico invan

Stese ver me la man,

Le sue ritorte.

.- Poiché per vie difficili,

Sparse di spine e sassi,

Sempre sicuri i passi,

A me reggesti;

E il mondo ingannator,

Col divin tuo favor,

Spregiar mi festi.

.- Che se talvolta incauto

Lungi n’andai da te.

Se sdrucciolai col pie,

Caddi nel laccio,

Non mi lasciasti no,

Ma il tuo mi sollevò

Pietoso braccio.

.- Tu rattenesti i fulmini

Dell’eternal vendetta,

E l’ignea sua saetta

Invan si accese;

.- Talché, fra tanti error,

Dell’Eterno il furor

Non mai mi offese.

.- Quando assalito è il debole

Mio sen di forze ignudo,

Tu sei l’invitto scudo,

Il mio soccorso:

Onde, se teco io son,

Dell’infernal Dragon

Non temo il morso.

.- Ah, chi potrà le laudi

Degne di te cantar?

Chi ben potrà esaltar

La tua virtute,

Se in sì difficil mar

Propizio sai guidar

L’alme a salute?

.- Nell’ansie dello spirito

Consolator mi sei;

Tu ne’ perigli miei

Sei difensore.

.- Nulla poss’io quaggiù,

Se non mi porgi tu

Lena e vigore.

.- Deh, se così benefica

E’ ognor la tua pietà’,

Se tanto in amista

Meco ti strigni,

A me rivolgi ancor

Sul letto del dolor

Gli occhi benigni.

.- E fa che, sciolta l’anima

Dal suo corporeo vel,

Teco a regnare in ciel

Voli all’istante;

Anzi non stiasi in questa

Atra prigion funesta

A lungo errante.

.- E quando il formidabile,

Suon dell’ argentea tromba

Mi trarrà dalla tomba

Al gran Giudizio,

Tu siami per pietà,

Ver l’alta Maestà

Sempre propizio.

.- Ma, che potrò poi renderti

Per tanti tuoi favor,

Se non mostrarti un cor

Grato e sincero?

Poiché non v’ha mercé

Che degna sia di te

Nel mondo intero.

.- Tu accogli le mie fervide

Preci e i miei sospir,

E benigno al mio dir

Porgi l’orecchio.

Tu che fra i cori del ciel

Sei guida fedel

Lucido specchio.

.- Dunque a te ognor sia laude

Che in la magion suprema

Hai d’immortal diadema

Il crin fregiato;

Sempre sia laude a te.

Che siedi in ciel qual Re

Sempre beato.

[G. Riva; Manuale di Filotea, XXX ed. Milano, 1988]

I sette Dolori di Maria V. S S.

[da: G. Bertetti, Il Sacerdote predicatore; S.E.I. Ed. Torino, 1921]

– 1. La profezia di Simeone. — 2. La fuga in Egitto. — 3. Gesù smarrito nel tempio — 4. L’incontro di Gesù che va alla morte. — 5. La morte di Gesù. — 6. La lanciata e la deposizione di Gesù dalla croce. — 7. La sepoltura.

1- LA PROFEZIA DI SIMEONE. — « È posto questo bambino in segno di contraddizione, … e una spada trapasserà l’anima tua » (Luc., II, 34 – 35) … — A queste parole la Vergine vide in modo chiaro e distinto nel futuro tutte le contraddizioni cui sarebbe stato esposto Gesù;… contraddizioni nella dottrina,… nella stima, … nei suoi santissimi affetti,… nell’anima e nel corpo E questa visione dolorosa restò nel cuore di Maria per ben trentatré anni; … e di mano in mano che Gesù cresceva in età, in sapienza, in grazia, tanto più cresceva nel cuore di Maria l’angoscia di perdere un sì caro figlio all’avvicinarsi inesorabile della passione e morte «Il Signore usa questa compassione con noi di non farci vedere le croci che ci aspettano, acciocché, se le abbiamo a patire, almeno le patiamo una volta sola; ma non usò questa compassione con Maria, la quale (perché Dio la volle regina dei dolori e tutta simile al Figlio) ebbe a vedersi sempre avanti gli occhi, e a patire continuamente tutte le pene che l’aspettavano » ( S. ALFONSO, Gl. di Maria).

2. FUGA IN EGITTO. — La profezia di Simeone comincia ad avverarsi … Gesù è appena nato ed è già cercato a morte;… e per salvarlo dalla morte, Maria deve andarsene i n lontano esilio,… in Egitto, … mettendosi per un viaggio lungo, per vie fangose, piene di pericoli — Nell’Egitto la sacra famiglia, forestiera, sconosciuta, senza rendite, senza denari, senza parenti, in quante strettezze sarà vissuta per circa sette anni! … — Nel ritorno dall’Egitto, il viaggio riesce ancor più doloroso,perché Gesù «era così cresciuto che non si poteva portare; ma nello stesso tempo ancor sì giovane da non sostenere il cammino così lungo ». (S. BONAVENTURA)!

3. GESÙ SMARRITO NEL TEMPIO. — « V’è chi dice che questo dolore non solo fu tra i maggiori ch’ebbe Maria in sua vita, ma che fu il più grande ed acerbo di tutti gli altri… Negli altri dolori aveva seco Gesù, … ma in questo dolore patisce lontana da Gesù senza sapere dov’Egli sia… – Degli altri dolori ben ne intendeva Maria la cagione e il fine, cioè la redenzione del mondo, il divino volere; ma in questo non sapeva la cagione della lontananza del Figlio… E chi sa, forse tra sé pensava, se io non l’ho servito come dovevo? se ho commesso qualche negligenza, per cui egli m’ha lasciata?… È certo che non v’ha maggior pena ad un’anima amante di Dio che il timore d’averlo disgustato. E quindi fu che Maria in nessun altro dolore si lamentò fuorché in questo, lagnandosi amorosamente con Gesù dopo che lo rinvenne: « Figlio, perché ci hai tu fatto questo? Ecco che tuo padre ed io addolorati andavamo di te in cerca » (S. ALFONSO, ib.).

4. MARIA INCONTRA GESÙ CHE VA ALLA MORTE. — Pilato era benignamente disposto verso Gesù, … e vincendo la sua viltà l’avrebbe forse salvato dal furore della moltitudine giudaica, se alle preghiere della sua moglie si fossero pure aggiunte quelle della madre di Gesù Eppure, Maria non si muove nelle ore tremende che decidono della vita o della morte del Figlio, perché sa che il Figlio potrebbe da se solo, senza bisogno d’alcuno, liberarsi da’ suoi nemici, e che se si lascia condurre come un agnèllo al supplizio, lo fa spontaneamente, secondo il volere di Dio; … e Maria, anche lei spontaneamente, secondo il volere di Dio, lascia sacrificare il figlio …. Maria si muove, quando già la sentenza è irrevocabilmente data … si muove incontro a Gesù, che sotto il peso della croce s’incammina al Calvario… Lo mira contraffatto e reso quasi irriconoscibile dalle lividure, dalle ferite, dal sangue: … gli sguardi del Figlio e della Madre s’incontrano: … né la Madre né il Figlio svennero per il dolore, perché Dio a maggiori dolori li riservava per la redenzione del mondo… E quelle due anime, eroicamente generose, continuano insieme il cammino alla volta del supplizio.

5. GESÙ MUORE. — Si giunge al Calvario: …. i carnefici spogliano Gesù delle sue vesti,… lo inchiodano,… fermano la croce,., poi lo lasciano morire. Maria allora si fa vicino alla croce, e là rimane ad assistere quel’orribile agonia di tre ore:… « quale spettacolo il vedere il Figlio agonizzare sopra la croce, e sotto la croce veder agonizzare la madre, la quale soffriva tutte le pene che pativa il Figlio! » (S. ALFONSO); … « quel che facevano i chiodi nel corpo di Gesù, operava l’amore nel cuore di Maria » (S. BERNARDO); … « nello stesso tempo che il Figlio sacrificava il corpo, la Madre sacrificava l’anima » (S. BERNARDINO) ….. E non poter dare al figlio nessun sollievo: … anzi sapere che il maggior tormento del Figlio era la presenza della Madre! … L’unico sollievo per la Madre e per il Figlio era il sapere che dai loro dolori ne sarebbe venuta per noi la vita eterna.

6. LA LANCIATA E LA DEPOSIZIONE DI GESÙ DALLA CROCE. — Gesù morendo esclamava: Consummatum est!… Era compiuta la serie dei dolori pel Figlio, non però per la Madre….. Mentr’Ella sta piangendo la morte del Figlio, un soldato vibra la lancia contro Gesù ne apre il costato, e ne esce sangue ed acqua. Il corpo morto di Gesù non soffrì più la lanciata … la soffrì la Madre e se la sentì ripercuotere nel cuore — Ma ecco depongono Gesù dalla croce … il Figlio è reso alla Madre, ma in quale stato!… Prima, era il più bello tra i figli degli uomini, ora è tutto sformato; … prima, innamorava col suo aspetto, ora fa orrore a vederlo. Quando muore un figlio si cerca d’allontanare dal cadavere la madre;… Maria non vuol saperne di togliersi dalle sue braccia quel corpo esangue se non per affidarlo al sepolcro.

7. SEPOLTURA DI GESÙ. — « Ecco già lo portano a seppellire; già s’avvia la dolorosa esequie; i discepoli se lo pongono sulle spalle; gli Angeli del cielo a schiere lo vanno accompagnando; quelle sante donne lo seguitano, e insieme con esse l’addolorata Madre. Vogliono ch’Ella medesima accomodasse il corpo sacrosanto di Gesù nel sepolcro; … in alzare poi la pietra per chiudere il sepolcro dovettero quei discepoli del Salvatore voltarsi alla Vergine e dirle: Or via, Signora, s’ha da coprire il sepolcro abbiate pazienza; guardatelo l’ultima volta e licenziatevi dal vostro Figlio … — Prendono la pietra, e chiudono nel santo sepolcro il corpo di Gesù; … dando un ultimo addio al Figlio e al sepolcro, Maria ritorna alla sua casa » (S. ALFONSO). — « Se ne ritornava così affitta e mesta l a povera Madre, che, dove passava, tutti quei che l’incontravano non potevano trattener le lagrime » (S. BERNARDO) Soltanto il nostro duro cuore non avrà lagrime per Maria?… non piangeremo noi che fummo la causa di tanti dolori?… Ah! se non possono scorrere lagrime sensibili dai nostri occhi, siano almeno lagrime di penitenza le nostre, col fermo proposito di non commettere mai più il peccato: quel peccato che mandò alla morte il nostro Fratello primogenito e trapassò il cuore dolcissimo di Maria, Madre di Gesù e Madre nostra….

STABAT MATER.

[Per cui il Papa Innocenzo XI il 1 Settembre 1681 concesse indulgenza di 100 giorni. Tale indulgenza fu confermata da Pio IX con Rescritto 18 Giugno 1876.]

Stabat Mater dolorosa

Juxta crucem lacrimosa,

Dum pendebat Filius;

 Cujus animam gementem,

Contristatam et dolentem

Pertransivit gladius.

 O quam tristis et afflicta

Fuit illa benedicta

Mater Unigeniti

 Quæ mœrebat et dolebat

Pia Mater dum videbat

Nati pœnas inclyti.

 Quis est homo qui non fleret

Matrem Christi si videret

In tanto supplicio?

 Quis non posset contristavi

Christi Matrem contemplari

Dolentem cum Filio?

 Pro peccatis sum gentis

Vidit Jesum in tormenlis

Et flagellis subditum,

 Vidit suum dulcem Natum

Moriendo desolatum,

Dum emisit spiritum.

 Eia Mater, fons amoris,

Me sentire vini doloris,

Fac ut tecum. lugeam.

 Fac ut ardeat cor meum

In amando Christum Deum,

Ut sibi complaceam.

Sancta Mater, istud agas,

Crucìfixi fige plagas

Cordi meo valide.

 Tui Nati vulnerati

Tam dignati prò me pati,

Pœnas mecum divide.

 Fac me tecum pie flere:

Crucifixo condolere,

Donec ego vixero.

 Juxta crucem tecum stare,

Et me Tibi sociare

In planctu desidero.

 Virgo virginum præclara

Mihi jam non sis amara;

Fac me tecum plangere.

 Fac ut portem Christi mortem;

Passionis fac consortem,

Et plagas recolere

 Fac me plagis vulnerari,

Fac me Cruce inebriari

Et cruore Filii

 Flammis ne urar succensus,

Per te, Virgo, sim defensus

In die Judicii.

 Christi, cum sit hinc exire

Da per Matrem me venire

Ad palmam victoriæ.

 Quando corpus morietur,

Fac ut anima? Donetur

Paradisi gloria. Amen.

[Per gli iscritti alla Arciconfraternita del Cuore Immacolato di Maria, c’è oggi la possibilità di lucrare l’indulgenza plenaria s.c. – v. : Arciconfraternita del Cuore Immacolato//exsurgatdeus.org.]

LA CROCE

LA CROCE

[J. – J. Gaume: “Catechismo di perseveranza”, vol. IV, Torino, 1881]

 Devozione alla Croce. — E noi pure, figli della Chiesa cattolica, noi pure dobbiamo venerare la Croce, come il figlio bennato onora il ritratto del proprio padre, o piuttosto come onora il pegno più affettuoso dell’amor suo. Lasciamo che i mondani a loro talento accusino la Religione di rattristarci incessantemente con il porci dinanzi agli occhi un oggetto funesto. Ingannati! non vorranno mai essi persuadersi che la croce è tutto per il Cristiano fedele, e che gli compendia la bontà, la gloria, la sapienza di Dio? – Dall’alto della Croce Gesù Cristo ha dato la pace alle persone dabbene e anzi tal pace, che l’intero mondo de’ malvagi non potrebbe strappare dal loro cuore; dall’alto di quella Croce il Figlio di Dio, sacrificatore e vittima, invitando a sé tutti i giusti, ravvicinando la terra al cielo e il cielo alla terra, ci ha insegnato a soffrire e a morire. E di quella Croce per mezzo della quale Gesù Cristo ha trionfato della morte, di quella Croce che assegna un premio alla virtù e le assicura la sua immortale ricompensa; di quella Croce, segno di stretto e santo vincolo per tutti quelli che sono battezzati in Gesù Cristo, vale a dire per la più gran parte degli uomini; di quella Croce, io dico, voi vorreste distruggere il culto dell’universo? Ah! se voi amate il genere umano, e se avete una patria, lasciate quella Croce sulla sommità dei palazzi per richiamare alla vita della penitenza i ricchi e i potenti; lasciatela su l’umile tetto del povero per ammaestrarlo alla pazienza e alla rassegnazione; lasciatela a tutti gli uomini perché tutti gli uomini hanno un orgoglio da reprimere, hanno passioni da combattere, e perché ad insegnar loro a stimarsi quanto valgono e a calpestare i vani pregiudizi dell’opinione, non vi ha miglior maestro di Gesù Cristo morente sopra una Croce. – Ma se noi vogliamo che la Croce sia nostro conforto, se vogliamo a lei appressare con amore e fiducia le moribonde nostre labbra, se vogliamo ch’ella protegga la nostra sepoltura, e ci sia un pegno di gloriosa risurrezione, leggiamo spesso in questo libro divino, e imprimiamo profondamente nel nostro cuore le lezioni che vi s’imparano. Colui che vuole acquistare la scienza dei Santi si accosti alla Croce; ivi egli attingerà la più sublime dottrina e le più patetiche lezioni che siano mai state date agli uomini. Gesù Crocifisso è per eccellenza il modello d’ogni virtù, è il libro di vita. San Paolo la studiò esclusivamente perché trovava nella sola Croce tutte le verità che gl’importava di conoscere. Tutti i Cristiani che bramano esser degni dì questo glorioso titolo imitino l’Apostolo e confermino lo stesso principio. Ove mai aveva attinto san Bernardo, domanda un celebre autore, quell’ardente amore di Dio e una si fervorosa devozione? Li aveva attinti nei patimenti del Redentore morto sopra una Croce! Ove aveva sant’Agostino raccolto i lumi che hanno fatto di lui uno dei luminari della Chiesa? Li aveva raccolti nelle piaghe di Gesù, come confessa egli stesso ! Il libro della Croce fu quello che inspirò un amore serafico a san Francesco. E san Tommaso, che in ogni circostanza si prostrava ai piedi del crocifisso, gli andava debitore della sua meravigliosa dottrina. « San Bonaventura, dice san Francesco di Sales, sembra non aver avuto, scrivendo, altra carta che la Croce, altra penna che la lancia, altro inchiostro che il prezioso sangue di Gesù Cristo. Con quanta effusione di amore esclama egli: È utile per noi essere con la Croce! Erigiamo qui tre tabernacoli, uno pei suoi piedi, uno per le sue mani e uno pel suo sacro costato. Qui io mi arresterò, qui veglierò, qui leggerò, qui mediterò avendo costantemente questo libro divino davanti agli occhi per studiare la scienza della salute in tutto il giorno, e perfino nella notte tutte le volte che mi sveglierò ». – Il profeta Giona si riposò deliziosamente all’ombra dell’albero di edera che il Signore aveva preparato per lui. Quale deve esser dunque la gioia d’un cristiano, allorché si riposa all’ombra del legno della Croce? Protetti da questo sacro legno noi possiamo dire: Gioisca pure Giona sotto la frescura di edera; prepari Abramo un ristoro per gli angeli al brezzo della valle di Mambre; sia Ismaele esaudito sotto un albero nel deserto; sia Elia nutrito sotto un ginepro; quanto a noi la nostra consolazione e il nostro giubilo consisteranno nell’abitare in spirito all’ombra della Croce.

INNI ALLA CROCE:
Lustra sex qui jam perégit,
Tempus implens córporis:
Sponte líbera Redémptor
Passióni déditus:
Agnus in Crucis levátur
Immolándus stípite.

Felle potus ecce languet,
Spina, clavi, láncea,
Mite corpus perforárunt,
Unda manat, et cruor:
Terra, pontus, astra, mundus,
Quo lavántur flúmine!

Crux fidélis, inter omnes
Arbor una nóbilis:
Silva talem nulla profert
Fronde, flore, gérmine:
Dulce ferrum, dulce lignum
Dulce pondus sústinent.

Flecte ramos, arbor alta,
Tensa laxa víscera:
Et rigor lentéscat ille,
Quem dedit natívitas:
Et supérni membra Régis
Tende miti stípite.

Sola digna tu fuísti
Ferre mundi víctimam;
Atque portum præparáre
Arca mundo náufrago;
Quam sacer cruor perúnxit,
Fusus Agni córpore.

Sempitérna sit beátæ
Trinitáti glória:
Æqua Patri, Filióque,
Par decus Paráclito:
Uníus, Triníque nomen
Laudet univérsitas.
Amen.

V. Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi.
R. Quia per Crucem tuam redemisti mundum.

Hymnus
Vexílla Regis pródeunt;
Fulget Crucis mystérium,
Qua Vita mortem pértulit,
Et morte vitam prótulit.

Quæ, vulneráta lanceæ
Mucróne diro, críminum
Ut nos laváret sórdibus,
Manávit unda et sánguine.

Impléta sunt quæ cóncinit
David fidéli cármine,
Dicéndo natiónibus:
Regnávit a ligno Deus.

Arbor decóra et fúlgida,
Ornata Régis púrpura,
Elécta digno stípite
Tam sancta membra tángere.

Beáta, cujus bráchiis
Prétium pepéndit sǽculi,
Statéra facta córporis,
Tulítque prædam tártari.

Sequens stropha dicitur flexis genibus.

O Crux, ave, spes única,
In hac triúmphi glória
Piis adáuge grátiam,
Reísque dele crímina.

Te, fons salútis, Trínitas,
Collaudet omnis spíritus:
Quibus Crucis victóriam
Largiris, adde prǽmium.
Amen.

V. Hoc signum Crucis erit in cælo.
R. Cum Dóminus ad judicándum vénerit

IL NOME DI MARIA

IL NOME DI MARIA

[J. J. Gaume: Catechismo di perseveranza; vol, IV, Torino, 1881]

Nella domenica tra l’ottava della Natività si celebra la festa del santo Nome di Maria. Il venerabile servo di Dio, Papa Innocenzo XI con suo decreto dell’anno 1683 stabilì che questa festa, fino a quel tempo tutta propria della Spagna, divenisse di obbligo per la Chiesa universale. [Il santo Papa Pio X la riportò poi al 12 settembre.-ndr.-] In questo precetto sì facile e sì dolce ad essere osservato è d’uopo scorgere una novella testimonianza della gratitudine della Chiesa verso la santa Vergine. La Regina delle vergini si mostrò sempre nemica dichiarata del Maomettismo, materiale religione dei sensi. Nel secolo decimo quinto gli aveva dato a Lepanto un colpo mortale; ma riavutosi in parte, il Maomettismo minacciava di nuovo il Cristianesimo. – Nel 1683 il Gran-Visir a capo di un esercito formidabile piantò l’assedio innanzi a Vienna, uno dei baluardi della Cristianità. Giovanni Sobieski, duce delle legioni Polacche, accorre a difesa della piazza assediata, e nel mattino in cui deve impegnarsi battaglia, mette se stesso e le sue truppe sotto la protezione della Vergine. I soldati stettero in ginocchio, mentre Sobieski ascoltava la Messa nel convento Camaldolese, pregando colle braccia stese in croce. Fu quivi, esclama con profonda verità un guerriero cattolico, che il Gran-Visir fu battuto. All’uscire della chiesa Sobieski dà il segnale dell’attacco: i Turchi sono vinti e fugati; e il vincitore rimasto padrone dello stendardo medesimo di Maometto lo invia al Sommo Pontefice in segno di omaggio verso Maria. – Chi può esprimere abbastanza il rispetto che merita il nome di Maria si possente e insieme sì affettuoso? Apprendiamolo dai secoli cristiani. Primieramente è tradizione che Iddio medesimo lo rivelasse ai genitori della santa Vergine. Pel corso di parecchi secoli fu proibito alle donne e a quelli eziandio di sangue regio, di portare il nome di Maria. Alfonso VI, re di Castiglia, dovendo sposare una principessa Mauritana, alla quale nel battezzarla si doveva imporre un nome, proibì che portasse quello di Maria, benché la donzella ne avesse vivissimo desiderio. Nell’atto degli sponsali della duchessa Maria Luigia di Nevers con Ladislao re di Polonia si convenne che la principessa lascerebbe il nome di Maria, e non conserverebbe che quello di Luigia. Casimiro I, altro re di Polonia, non si contenne altrimenti quando sposò Maria figlia dello Czar di Russia. Da ciò venne il costume, per tanto tempo mantenutosi in Polonia, che niuna donna di qualsivoglia condizione potesse portare il nome di Maria. Or mentre questi esempi ci istruiscono qual venerazione si debba da noi pure conservare verso quel nome augusto, la vittoria di Sobieski c’insegna con quale fiducia dobbiamo pronunziarlo. Suoni adunque di frequente sulle nostre labbra la giaculatoria: O Maria, o nomen sub quo nemini desperandum; « Salve o Maria, nel cui nome non è lecito ad alcuno di dubitare  ».

Sobieski manda al Papa Innocenzo XI il messaggio della vittoria sulla barbarie maomettana dei turchi a Vienna l’11 settembre 1683 [data simbolica, scelta dai “nemici di Dio e di tutti gli uomini” per l’attentato alle torri gemelle … del 2001]

Fu il cappuccino Marco d’Aviano, incaricato dal Santo Padre Innocenzo XI di formare una Santa Lega tra i regnanti cattolici, ad incoraggiare e confortare i soldati ed il popolo viennese, esortandoli ad affidarsi alla Madonna e invocare da Lei la salvezza, mediante la preghiera del Santo Rosario.

Réspice Stellam … voca Mariam

[S. Bernardo. Lodi della Vergine Maria: omelia II; 17]

 

Il versetto si conclude così: Il nome della Vergine era Maria (Lc I, 27). Diciamo brevemente qualche cosa anche su questo Nome che viene interpretato «Stella del mare», e si adatta molto bene alla Vergine Madre. Essa infatti molto opportunamente viene paragonata ad una stella, perché come la stella emette raggi senza alcuna lesione di sé, così la Vergine partorì il Figlio senza danno della sua verginità. Né il raggio diminuisce lo splendore della stella, né il Figlio reca pregiudizio all’ integrità della Madre. Essa è dunque quella nobile stella sorta da Giacobbe, i cui raggi illuminano tutto il mondo, il cui splendore rifulge nei cieli e penetra negli inferi, e avvolgendo tutta la terra, e riscaldando più le menti che non i corpi, alimenta le virtù e distrugge i vizi. Essa è quella stella splendidissima e meravigliosa stella necessariamente elevata sopra questo mare grande e spazioso, radiosa per i suoi meriti, luminosa per i suoi esempi. “O tu che, nell’ondeggiare delle vicende di questo mondo, più che camminare per terra, hai l’impressione di essere sballottato tra i marosi e le tempeste, non distogliere gli occhi dal fulgore di questa stella se non vuoi essere inghiottito dalle onde. Se soffiano i venti delle tentazioni, se t’incagli negli scogli delle tribolazioni, guarda la stella, invoca Maria. Se sei sbattuto dai cavalloni della superbia, dell’ambizione, della detrazione, della gelosia, guarda la stella, invoca Maria! Se l’ira, o l’avarizia o la concupiscenza della carne sembrano sconquassare la navicella del tuo spirito, guarda Maria. Se turbato dell’enormità dei tuoi peccati, confuso per la coscienza della tua turpitudine, atterrito al pensiero del tremendo giudizio di Dio, cominci a sentirti risucchiare dal baratro della tristezza, dall’abisso della disperazione, pensa a Maria. Nei pericoli, nelle angustie, nelle incertezze, pensa a Maria, invoca Maria. Maria ti sia sempre sulla bocca, sempre nel tuo cuore; e per ottenere l’aiuto della sua preghiera, non cessare di imitarne gli esempi. Seguendo Lei, non andrai fuori strada, pregando Lei non ti verrà meno la speranza, pensando a Lei non sbaglierai. Se Maria ti regge, non cadrai, sotto la sua protezione non avrai timore, se Ella ti guida non ti stancherai, se Ella ti è propizia arriverai; e così sperimenterai in te stesso quanto a proposito sia stato detto: E il nome della Vergine era Maria. … et nomen Virginis Maria!