IL CUORE DI GESU (24): Il Sacro Cuore di Gesù, e l’Eucaristia

(A. Carmignola: IL SACRO CUORE DI GESÙ, S. E. I. Torino, 1920)

DISCORSO XXIV

Il Sacro Cuore di Gesù e l’Eucaristia

Quando Iddio ebbe creato il cielo e la terra con tutte le loro meraviglie, gettando uno sguardo complessivo sopra di esse le riconobbe tutte buone assai : Viditque Deus cuncta quæ fecerat, et erant valde bona. (Gen. I, 31) Sì, tutte le opere della creazione erano belle, erano grandi, erano perfette, e non solamente i cieli dovevano farsi a narrare la gloria di Dio, e il firmamento ad annunziare il lavoro delle sue mani, ma il giorno ancora doveva imprendere a dire questa parola all’altro giorno, e la notte a darne cognizione all’altra notte, affine di far conoscere a tutti i secoli, che le opere di Dio sono perfette: Dei perfecta sunt opera. (Deut. XXXII, 4). Ora, quello che Dio Creatore poté vedere di tutte le opere della creazione, è quello che Gesù Cristo Redentore poté vedere di tutte le opere della redenzione; perciocché tra le opere di Gesù Cristo ve ne ha forse qualcuna che non sia buona, che non sia bella, che non sia grande, che non sia perfetta?! Ma pure, o miei cari, come i grandi geni hanno dato quasi sempre una piena manifestazione della loro forza creativa In un’opera speciale, che però si eleva al di sopra di tutte le altre, così ha fatto il Genio di tutti i geni, nostro Signor Gesù Cristo. E l’opera che costituisce per eccellenza il suo capolavoroè la SS. Eucaristia. Già lo cantava migliaia di anni innanzi il santo Profeta: Memoriam fecit mirabilium suorum misericors et miserator Dominus, escam dedit timentibus se (P«. CX, 4), il Signore pieno di bontà e di misericordia ha fatto il memoriale delle sue meraviglie, apprestando il cibo divino a coloro che lo temono. Sì, fra tutti i Sacramenti, che Gesù Cristo nella sua infinita carità per gli uomini ha fatto uscire dalla ferita del suo Sacratissimo Cuore, questo tiene il primo posto, perché in esso non vi ha soltanto un segno della grazia, ma si trova l’Autore stesso della grazia, perché è la perfezione, il centro, il fine a cui tutti gli altri Sacramenti sotto ordinati, perché in sé solo raccoglie le virtù, le prerogative e le grazie di tutti gli altri. Quale prova adunque dell’amore di Gesù Cristo per noi in questo Sacramento! Senza dubbio, ad imitazione della Chiesa, è sopra di questa specialissima prova, che nella divozione al Sacro Cuore di Gesù Cristo dobbiamo fermare l’attenzione nostra. Pertanto cominciamo oggi a riconoscere come per la SS. Eucaristia Gesù Cristo ci abbia dato veramente una prova suprema di amore.

I . — Uno fra i più prepotenti bisogni del cuor dell’uomo è quello, senza dubbio, d’avere a sé vicino Iddio. Perciocché l’uomo creato da Dio non può non tendere a Lui e farne a meno. Epoiché egli nel suo essere è anima e corpo, perciò non è coll’anima soltanto che egli tende ad avere a sé dappresso Iddio, ma ancora col corpo. No, l’uomo non è, non può essere del tutto contento di possedere Iddio nella sua intelligenza per la fede e nel suo cuore per la grazia; egli vuole altresì vederlo coi suoi occhi, toccarlo con le sue mani, stringerlo nelle sue braccia, badarlocolle sue labbra, trovarsi insomma anche in relazioni sensibili con Lui, vivere anche corporalmente in unione e in compagnia di Lui. E la verità e realtà di queste tendenze dell’uomo riguardo a Dio sono comprovate dalla stessa idolatria, che per quasi quattromila anni trionfò in pressoché tutte le parti del mondo. Poiché sebbene colpevolmente gli uomini siano giunti a tale stravaganza da fabbricarsi con le loro mani degli idoli di metallo, di legno e di pietra e poi curvarsi davanti agli stessi esclamando: Ecco i nostri Dei; tuttavia questa inescusabile insensatezza non era altro maggiormente che la manifestazione di questo prepotente bisogno dell’uomo, d’aver Iddio a sé realmente presente, non era altro di più che il grido lanciato in alto dall’umanità follemente ingannata: « O Dio, discendi in mezzo a noi, sii marmo, sii legno, sii metallo, piuttosto di star lontano da noi. » Imperciocché sebbene l’orgoglio dei regnanti, l’interesse dei falsi sacerdoti, l’ignoranza dei popoli e il fascino delle passioni, l’astuzia e la potenza di satana, siano cause reali del culto degli idoli, tuttavia questa immensa aberrazione dello spirito umano non sarebbesi resa così universale, né sarebbe durata così a lungo so non era di questo bisogno, così intimo, così violento e indistruttibile per l’uomo di avere a sé presente Iddio. Se pertanto questo è un bisogno del cuore umano, è senza dubbio Iddio stesso che lo ha creato, ed egli non crea nel cuor nostro alcun bisogno senza soddisfarlo. Soddisfece adunque anche a questo. Lo soddisfece sul principio del mondo con Adamo ancor innocente, scendendo nel Paradiso terrestre a passeggiare con lui all’aura meridiana e facendosi a parlargli come ad amico. Lo soddisfece in seguito, anche dopo la caduta del nostro progenitore, apparendo di tanto in tanto ai Patriarchi, ai Profeti, ai Condottieri del suo popolo. Lo soddisfece discendendo in una nube misteriosa sopra del tabernacolo a riempierlo della sua gloria, a far sentire la sua voce e ad operare i più strepitosi prodigi, tanto che gli Ebrei esclamavano con alterezza: Non v’ha certo altra nazione, per grande che ella sia, la quale abbia tanto vicini a sé i suoi dei, come il Dio nostro è presente a tutte le nostre preghiere: Non est alia natio tam grandis, quæ habeat deos appropinquantes sibi, sicut Deus noster adest cunctis obsecrationibus nostris. (Deut. IV, 7). Con tutto ciò quella sublime tendenza, di cui parliamo, non era ancora pienamente soddisfatta: Iddio non aveva ancora adempiuta del tutto quella promessa da Lui fatta agli uomini, quando disse: Camminerò tra di voi: Ambulabo inter vos. (Levit. XXVI). Ma ecco che alla fine, per tutta quanta la “terra e sino agli estremi suoi confini, esce il suono di una voce che grida: È apparsa la benignità e l’umanità del Salvatore nostro Iddio: Apparuit benignitàs et hunanitas Salvatoris nostri Dei,” (Tit. III) e questo grido; non è altro che l’eco del più grande, del più sublime, del più inenarrabile degli avvenimenti, l’incarnazione di Dio: Et Verbum caro factum est, et habitavit in nobis. (Io. I) Allora gli uomini, come dice S. Giovanni, l’ebbero udito, l’ebbero veduto, l’ebbero toccato con le stesse loro mani: Quod audivimus, quod vidimus, quod manus nostræ contrectaverunt de verbo vitæ. Se non che, trentatrè anni di vita passati nella piccola terra di Palestina, che cosa sono mai se non un fuggevole lampo attraverso lo spazio di tanti secoli e di tutto il mondo? E dopo che Iddio incarnato, Gesù Cristo, con la sua gloriosa umanità è salito al cielo, la terra ricadrà in una oscurità più profonda di quell’antica, che pure di tanto in tanto era diradata dalle luminose apparizioni di Dio? E questa nuova era, cui sospiravano i Patriarchi, che vagheggiavano i Profeti, che Dio stesso inaugurava scendendo dal cielo ed incarnandosi, sarebbe stata perciò inferiore alla prima? Ah no! o miei cari. Iddio in tutte quante le sue opere esteriori si è dimostrato mai sempre eminentemente progressista, e tale eziandio si dimostrò nelle sue comunicazioni con gli uomini. Dapprima, nei tempi antichi, comunicò per mezzo del Divin Verbo incarnato e fatto uomo, che abitò tra gli uomini di un paese privilegiato; ed ora nei nuovi tempi con un prodigio inaudito e perenne, che al dire di S. Agostino, esaurisce la sua potenza, la sua sapienza, la sua bontà, pur non privando il cielo della sua umanità sacrosanta e gloriosa, rimane e rimarrà sempre realmente presente con il suo corpo, con il suo sangue, con la sua anima e con la sua divinità in mezzo a pressoché tutti gli uomini sino alla consumazione dei secoli. Ma qual è questo prodigio? Dov’è la reale presenza del nostro Dio? Dov’è? Udite. Vi sono due piante di assai meschino aspetto, ma l’una e l’altra di preziosa virtù. La prima di esse, erba sottile e fragile, non spicca né per ragion delle foglie, né del suo fiore, né della sua fragranza; l’altra è un legno inutile, non atto neppure a farne una caviglia. E non pertanto queste due piante senza vigore e senza vaghezza, il grano e la vite mantengono la forza dell’uomo e gli spargono in cuore la gioia. Chi oserà ancora sprezzare la loro umiltà? Fortunato colui che abbonda dei frutti di queste umili piante! Con tale abbondanza suole Iddio non di rado benedire colui che lo ama e lo teme e fedelmente osserva la sua santa legge. Maledetto invece colui che disprezza od abusa del pane e del vino. Il volgo stesso capisce il motivo di questa maledizione, quando di chi sciupa il pane ed il vino dice nel suo energico linguaggio che disprezza la grazia di Dio. Eppure che il pane ed il vino formino la base del nostro alimento non è ancora il tutto. Essi hanno una destinazione ben più sublime, e quale? O ammirabile procedere del Signore, chi può intendere le sue vie? Il pane ed il vino sono destinati ad essere tramutati nel Sacramento dell’Eucarestia nel Corpo e nel Sangue di Nostro Signor Gesù Cristo! Il Sacerdote, che nella sacra ordinazione ne ha ricevuto la possanza, a nome di Gesù Cristo pronunzia sopra del pane queste singolari parole: Hoc est Corpus meum: questo è il mio corpo; e sopra del vino queste altre: Hic est calix Sanguinis mei, questo è il calice del mio Sangue: ed a queste semplici parole per la potenza che Gesù Cristo ha loro comunicato, il pane cessa di essere pane: il vino lascia di essere vino: e diventano il Corpo ed il Sangue di Gesù Cristo: quel vero Corpo nato da Maria Vergine, quel vero Sangue sparso sulla croce per la nostra salute. Rimangono è vero le specie ossia le apparenze di pane e di vino, la loro figura, il loro colore, odore, sapore, ma il pane ed il vino più non vi sono; essi diventano tanto l’uno quanto l’altro, tutto intero il Corpo Sacratissimo e tutto quanto il Preziosissimo Sangue del divin Redentore congiunti alla sua Anima ed alla sua Divinità. – Ah! io so bene che dinanzi ad un tanto mistero la ragione si arresta esterrefatta ed esclama: Possibile? Ma pure o negare addirittura la veracità del Vangelo e la Divinità di Gesù Cristo, od ammettere senz’altro quello che è, ancorché con la ragione non si comprenda. Perciocché tanto le parole con cui Gesù Cristo promise, quanto quelle con cui istituì l’Eucaristia sono di una chiarezza insuperabile. Ed in vero in quel dì in cui Gesù Cristo prese a promettere questo grandissimo dono che cosa disse alle turbe dei Giudei? « Io sono il Pane vivo disceso dal cielo, epperò chi mangerà di questo pane vivrà in eterno. E questo pane che Io darò a mangiare è la mia carne, questo corpo istesso che Io esporrò alla morte per la salute del mondo. » E siccome a queste parole i Giudei si posero tra di loro a litigare dicendo: Come potrà costui darci a mangiare la sua carne? Gesù Cristo ribadendo ciò che già aveva detto, soggiunse: « In verità, in verità vi dico, che se non mangerete la mia carne e non berrete il mio Sangue, non avrete in voi la vita: chi mangerà la mia carne ha la vita eterna ed Io lo risusciterò nell’ultimo giorno. » – Ora poteva Gesù Cristo adoperare parole più. chiare per farci capire che realmente Egli avrebbe lasciato tra di noi, affine di essere cibo dell’anima nostra e restare in nostra compagnia, il suo Corpo e il suo Sangue? Per certo gli stessi Giudei credettero così, ma essendo essi troppo carnali e non potendo capire come Gesù Cristo avrebbe effettuato la sua promessa in un modo miracoloso, essi si spaventarono al pensiero di una scena d’antropofagia; epperò credendo che Gesù Cristo non potesse altrimenti compiere ciò che prometteva che con lo squartare il suo corpo e col darne a mangiare la sua carne sanguinante, perciò appunto presero a litigare fra di loro domandandosi vicendevolmente come mai fosse possibile una tal cosa. Anzi continuando Gesù a riaffermare la stessa asserzione molti di essi, dicendo che quel discorso era troppo duro e che non lo si poteva capire, gli voltarono le spalle e da quel dì cessarono di essere suoi seguaci. Ma non perciò Gesù Cristo corresse o modificò quanto aveva detto; anzi lasciando andare quei Giudei, si volse ancora agli Apostoli dicendo loro: Volete andarvene anche voi? E cioè: Non volete credere neppur voi che Io darò veramente in cibo la mia Carne e in bevanda il mio Sangue? Se non volete credere, Io non intendo di sforzarvi, epperò potete seguire l’esempio di coloro che mi hanno lasciato; ma se volete restarvi presso di me, se volete continuare ad essere miei discepoli è assolutamente necessario che crediate quanto Io ho asserito. Or dite, se Gesù Cristo che era via, verità e vita, se Egli che era tanto zelante nell’istruire i Giudei affine di salvarli, se Egli che era così voglioso di salvare le animo per modo da non perdonarla né a fatiche, né a disagi di sorta, se anzi per la salvezza delle anime egli sarebbe morto sopra una croce, dite, al vedersi abbandonato da molti, che pure avevano già incominciato ed essere suoi seguaci, propriamente perché prendevano le sue parole nel senso più ovvio e naturale, qualora Egli nel promettere l’Eucarestia non avesse inteso di dare realmente il suo Corpo e il suo Sangue, ma soltanto un’immagine od una figura del medesimo, non avrebbe Egli rattenuti quei Giudei, non avrebbe egli detto loro: « Fermatevi e calmatevi; voi non mi avete inteso? Nel dirvi che Io vi darò in cibo il mio Corpo e in bevanda il mio Sangue non ho già inteso di dirvi che ve li darò in modo reale; oh no per certo! Ma ho inteso unicamente di dirvi che vi darò una figura, un’immagine del mio Corpo e del mio Sangue. Continuate adunque ad essere miei discepoli, e non abbandonatemi per un malinteso. Questo mio discorso, poiché è questo propriamente che intendo di dire, non è alla fin fine troppo duro, troppo difficile a capirsi. » Non vi pare che così veramente si sarebbe regolato Gesù Cristo in tale circostanza? Ma no, Egli tenne una condotta del tutto contraria; epperò la condotta da Lui tenuta non è una prova evidentissima della sua reale presenza nella SS. Eucaristia? – Ma non meno evidente è la prova che ne risulta dalle parole, con cui Gesù Cristo istituiva l’Eucaristia. Ed in vero ci riferiscono gli evangelisti che Gesù Cristo nell’ultima cena prese del pane, lo benedisse e lo spezzò e dandolo ai suoi discepoli disse: Prendete e mangiate, questo è il mio Corpo, che per voi sarà dato: Accipite et comedite, hoc est corpus meum quod prò vobis tradetur; e che avendo preso un calice, resegrazie e lo diede agli stessi Apostoli dicendo: Bevete tutti diquesto: Bibite ex hoc omnes; perciocché questo è il Sangue miodel nuovo testamento, che sarà versato per molti in remissionedei peccati: hic est enim sanguis meus novi testamenti, qui prò multis effundetur in remissionem peccatorum. Or vi sono parolepiù chiare di queste? Non insegna apertamente Gesù Cristoper mezzo di esse che nell’Eucaristia vi ha quello stesso Corpo,che doveva essere per noi offerto in croce e quello stesso Sangue, che ivi pure doveva essere sparso? E se sulla croce offerseil suo Corpo e versò il suo Sangue non già in figura o sottoqualche immagine, ma il suo Corpo vero e reale, il suo vero ereale Sangue, come si potrà credere ed asserire che Gesù Cristonel dire agli Apostoli: Prendete e mangiate, questo è il mioCorpo; prendete e bevete, questo è il mio Sangue, abbia intesodi dire: Prendete e mangiate, questo pane è una figura delmio Corpo; prendete e bevete, questo vino è una figura delmio Sangue?Per certo gli Apostoli come non avevano esitato a prenderenel loro vero significato le parole di Gesù Cristo quando promisel’Eucaristia, così non esitarono punto a prendere nel lorovero senso queste altre, con cui Gesù Cristo la istituì, epperòsenza dubbio cibandosi di quel pane e bevendo di quel vinoche Gesù Cristo loro diede, credettero fermamente, che sebbenedi pane e di vino conservassero l’apparenza, non eranopiù tali, ma in quella vece erano stati realmente tramutati nelvero Corpo e nel vero Sangue del loro adorabile Maestro. Secosì non fosse, l’apostolo Paolo che aveva appreso tutto ciòdagli altri Apostoli, dopo di avere egli stesso brevemente narratola istituzione di questo divin Sacramento, toccando lacommovente circostanza che Gesù Cristo lo istituì in quellanotte medesima, in cui veniva tradito per cominciar la suapassione, in qua nocte tradebatur, dopo di aver notato che Gesùnon si contentò di dare il Suo Corpo e il suo Sangue agliApostoli, ina volle ancora farne dono a tutti i suoi credenticomunicando a’ suoi Apostoli ed ai loro successori nel sacerdoziola facoltà di fare la stessa cosa che Egli aveva fatto fino aquel dì, in cui Egli visibilmente ritorni su questa terra, se cosìnon fosse, dico, questo Apostolo avrebbe in proposito in dirizzatoai Cristiani questa raccomandazione e questa sentenza: Probet autem se ipsum homo et sic de pane illo edat et de calice bibat: Si esamini adunque l’uomo, e solo dopo essersi esaminatoed aver riconosciuto di essere in grazia di Dio, solo allora siaccosti a mangiare di questo pane e a bere di questo vino.Perciocché chiunque mangerà di questo pane o berrà di questocalice indegnamente, sarà reo del Corpo e del Sangue di GesùCristo, e si mangia e si beve la sua condanna: quicumque enim manducaverit panem hunc vel biberit calicem Domini indigne, reus erit Corporis et Sanguinis Domini ? ( I Cor. XI). Oh no, certamente S. Paolo non sarebbe arrivato al punto dadir parole sì terribili, da dichiarare nientemeno che reo deldisprezzo del Corpo e del Sangue di Cristo chi prende indegnamentel’Eucaristia, e da sentenziare che costui si mangiae si beve la sua stessa condanna. Perciocché avrebbe avutoin animo di ingenerare nei Cristiani tanto orrore al prendere

indegnamente l’Eucaristia, quando egli e gli altri Apostoli e tutti i Cristiani di quel tempo avessero creduto che nell’Eucaristia non vi è altro che una figura, un’immagine di Gesù? Ah senza dubbio è pur un mancar di rispetto a Gesù Cristo disprezzando la sua figura e la sua immagine, ma come mai  un tal mancamento si avrebbe a ritenere così grave da diventare nel commetterlo rei non solo della figura e dell’immagine ma del medesimo Corpo e Sangue di Gesù Cristo, e da meritare per ciò di essere dannati? Voi lo vedete adunque, le parole della promessa e dell’istituzione della SS. Eucaristia sono sì semplici, sì chiare, sì esplicite da non lasciarci il minimo dubbio sulla realtà della cosa. Epperò lo stesso Martin Lutero dopo di aver passata una notte intera con la febbre indosso su di queste parole, torturandole quanto più era possibile affine di cavarne fuori qualche cosa d’altro che non fosse la reale presenza di Gesù Cristo, non vi riuscì affatto. Ma Lutero, come tutti gli altri novatori, Carlostadio, Zuinglio, Ecolampadio, Bucero e Calvino, che anche più radicalmente di Lutero negarono la reale presenza, erano giunti troppo in ritardo per insegnare anche a questo riguardo una fede diversa da quella degli apostoli. La Chiesa in tutti i secoli a loro antecedenti aveva mai sempre con una costante ed universale tradizione ritenuto ed insegnato quanto avevano appreso da Gesù Cristo ed insegnato ai primitivi Cristiani gli Apostoli. Ma che dico la Chiesa? È l’umanità che ha creduto: l’umanità cristiana, la più grande, la più forte, la più sensata, la più libera, la più intelligente che sia esistita. No, non sono già orde barbare erranti in steppe sconosciute: non sono società degradate nelle vergogne del feticismo e dell’idolatria e che avrebbero trovato in questa credenza l’alimento e la scusa della loro corruzione, sono le anime più belle, più pure, più tenere e più forti, che siano venute al mondo. Sono i Padri, i Dottori della Chiesa, i Santi tutti; S. Ignazio, S. Girolamo, S. Agostino, S. Ambrogio, S. Giovanni Grisostomo, e via via sino a S. Bernardo, a S. Francesco di Sales, a S. Alfonso Maria de’ Liguori, e a quanti altri Santi vi saranno fino alla fine del mondo. Dunque: Tantum ergo Sacramentum veneremur cernui: Inchiniamoci venerabondi davanti all’augustissimo Sacramento dell’Eucarestia: Iddio realmente presente tra gli uomini Egli è là. Via le figure, i segni, le profezie dell’antico patto; il figurato, il significato, il profetato, Egli è là: Ut antiquum documentum novo cedat ritui: è vero, i miei occhi non vedono che pane, le mie mani non toccano che pane, i miei sensi tutti non sentono che pane; ma venga la fede a supplire al difetto dei miei occhi, delle mie mani e de’ miei sensi: Præstet fides supplementum sensuum defectui, e sotto di quelle specie io vedrò, toccherò, sentirò realmente Iddio. Sì, per l’Eucarestia e nell’Eucarestia Gesù Cristo, nostro divin Salvatore, Dio e uomo, si trova sopra dei nostri altari, nelle più superbe basiliche e nelle più povere chiese, nei più magnifici templi e nelle più umili cappelle, nelle città e nelle campagne, nelle contrade più incivilite ed anche in quelle più selvagge; e per l’Eucarestia e nell’Eucarestia Egli passeggia trionfalmente per le nostre vie e per le nostre piazze tra il profumo degli incensi e l’olezzo dei fiori, tra la soavità delle musiche e la letizia dei cantici, benedicendo agli uomini che distendono i bei drappi e si inchinano riverenti al suo passaggio; per ‘Eucarestia e nell’Eucarestia col seguito modesto di poche persone e di pochi lumi, tra il mormorio di devote preci va a trovare il Cristiano ammalato per consolarlo, il fedele moribondo per farsi ancora suo compagno nel viaggio dal tempo all’eternità, dalla terra al cielo; per l’Eucarestia e nell’Eucarestia collocato nelle crociere degli ospedali consola i poveri infermi, che a lui volgono lo sguardo dal letto dei loro dolori; per l’Eucarestia e nell’Eucarestia chiuso in una teca di argento conforta i Pontefici, (un Pio VI, un Pio VII, un Pio IX) allorché per la nequizia dei tempi sono costretti a fuggire dalla loro sede per una terra di esilio; per l’Eucaristia e nell’Eucarestia solleva dalla sua cupa mestizia il misero che geme nel carcere avvinto di catene, che come un Silvio Pellico vive più rassegnata la vita, se attraverso le sbarre della sua dimora può allungare lo sguardo sino all’umile chiesuola, ove sta il Carcerato d’amore; per l’Eucarestia, nell’Eucarestia insomma Dio è in mezzo a noi, vicino a noi e con noi, e noi abitiamo vicino a Dio e con Dio; noi troviamo dappertutto Iddio, ma sotto le specie sacramentali, nell’attitudine dell’umiltà e della dolcezza, la più acconcia a ingerirci la fiducia, a ispirarci l’amore a incoraggiarci a trattarlo con la medesima famigliarità con cui Egli stesso si degna di trattare con noi, sempre pronto a ricevere le nostre visite e a testimoniarci la sua bontà, a raccogliere i nostri omaggi e a spandere sopra di noi le sue misericordie, a udire le nostre suppliche e ad arricchircidelle sue grazie, ad ascoltare i nostri gemiti e a concederci le sue consolazioni, a gradire i trasporti della nostra divozione ed a largire a noi le sue tenerezze, le sue gioie, la sua vita! Oh bontà immensa di Gesù Cristo! Nel suo infinito amore per gli uomini cavando fuori dalla ferita del suo Cuore il SS. Sacramento dell’Eucaristia ha soddisfatto anzitutto ad uno dei più prepotenti bisogni dell’uomo, quello cioè d’avere a sé realmente presente Iddio.

II. — Ma v’ha di più ancora: col gran dono dell’Eucaristia Gesù Cristo ha appagato la fame che gli uomini sentivano di un cibo divino. Quel Signore, il quale ha creato tutte le cose dal nulla, volle che le medesime avessero incremento e vita mediante la nutrizione. Però, « tutte le creature, come dice Davide, aspettano dal Signore il cibo nel tempo opportuno ed Egli apre la mano e tutte le sazia con la sua benedizione. Omnes a te expectant ut des illis escam in tempore; aperis tu manum tuam et imples omne animal benedictione.( Ps. CXLIV).  Così la creazione può paragonarsi ad un immenso banchetto, dove seggono incessantementemilioni di convitati pascendosi dal mattino alla sera deidoni della Divina Provvidenza. La pianta va cercando nellaterra e persino sull’arida roccia i succhi che essa aspira; nell’atmosferava cercando la luce, i gaz, la rugiada ch’essa avidamentebeve. L’animale più esigente ancora, a mano a manoche la sua vita si svolge, va cercando il suo cibo nei prodottidelle piante e non di rado nelle carni stesse di un altro animale.E l’uomo sfuggirà egli a questa legge? No, certamente.Anzi egli sarà il re del convito, come è il re della creazione.Per questo Dio gli dié la possanza e l’assoluto impero su tuttele piante e su tutti gli animali: non solo perché usufruissedei loro prodotti e delle loro attitudini, ma ancora perché dei loro frutti e delle loro carni a suo talento si cibasse. Se non che, basterà forse all’uomo questo cibo terreno? No,miei cari. Se l’uomo, essere animale per ragion del corpo può sostenere e crescere la sua vita corporea col cibo materiale,essere immateriale ed immortale per ragione dell’anima ha bisogno di altro cibo, che risponda alla natura incorporea dell’animae che l’anima valga a nutrire, abbellire e corroborare,finché giunga alla sua perfezione. E questo cibo, che rispondealla natura dell’anima è costituito dal vero, dal bello, dal buono,dall’ordine, dalla virtù; e più l’uomo si nutre di tal ciboe più si fa grande e fecondo nella sua intelligenza, più si faelevato ne’ suoi pensieri, più si fa saldo e vigoroso nel suogiudizio, più si fa retto nella sua volontà, più si fa delicatonella sua coscienza, in una parola, più egli si fa uomo.Tuttavia, o miei cari, ciò non è ancor tutto per compierela grandezza dell’uomo. Per la sua costituzione soprannaturalel’uomo è un essere divino. Egli ha un’anima creata nel soffiodi Dio, destinata ad avere per suo fine Iddio medesimo, acontemplarlo, a possederlo, ad essere felice di Lui ed in Luiper sempre. E sebbene vi sia stato il peccato di Adamo e ne siano derivate le sue fatali conseguenze, tuttavia la vita divinaper l’uomo fu riconquistata dal Sangue di Gesù Cristo ed essarientra nella nostra natura scaduta per la virtù rigeneratricedel Battesimo, e si corrobora e si arricchisce pei doni delloSpirito Santo nella Confermazione. No, S. Pietro non è statopunto esagerato, quando ha detto che noi siamo divinæ contortes naturæ: (II PETR. I, 4) partecipi della divina natura; e S. Agostino quando ha sentenziato: Si filii Dei facti sumus, et dii facti sumus: se siamo divenuti figli di Dio, siamo divenutidei altresì; non ha fatto altro che trarre la conseguenzadi una bella e giusta asserzione di S. Paolo. Or bene, di chesi nutrirà questa vita divina, che vi ha nell’uomo? Non  sentiràegli il bisogno di sostentarla con un cibo che non solo nonsia materiale, ma con un cibo che sia soprannaturale, celestee divino, con un cibo che sia Iddio medesimo? Domanda strana,direte voi, o per lo meno assai ardita. Eppure, no! Perché larisposta affermativa è già data; e l’hanno data gli uomini ditutti i tempi e di tutti i luoghi. Davide non fa altro che parlare a nome di tutta l’umanità quando esclama: Come un cervositibondo sospira il fonte delle acque, così, o mio Dio, l’animamia sospira a te: Quæmadmodìim desiderat cervus ad fontes aquarum, ita desiderat anima mea ad te, Deus. Sitivit anima mea ad fontem vivum: l’anima mia arde di dissetarsi in te,fonte viva. (Ps. XLI) Ed in vero leggete la storia, non soloquella del popolo ebreo, ma quella altresì degli Egizi, dei Caldei,dei Persiani, dei Greci, dei Romani, dei Germani e deiGalli; investigate le tradizioni degli stessi popoli selvaggi;andate insomma a sorprendere i popoli di tutte le età e ditutti i luoghi nel momento solenne, in cui compiono dei sacrificiad onore della divinità, e voi li vedrete sempre dopod’aver offerto delle vittime, agnelli, vacche, buoi e talvoltapersino poveri bambini, o uomini sventurati, dividersi gli avanzidi quella vittima immolata in onor di Dio e mangiarne devotamente,pensando così che col mangiare della vittima consacrataa Dio, si mangiasse qualche cosa di soprannaturale, diceleste, di divino, qualche cosa come se fosse Dio medesimo,e che per conseguenza mangiando della divinità si diventassesimile a lei. Perciocché qual è mai in fondo in fondo la ragionedi questa fame e sete di Dio se non la brama di rendersia Lui somigliante più che sia possibile? E per operarel’assimilazione di un essere qual mezzo più atto, che il mangiarne,se ciò è possibile senza recargli del male? Guardatela madre, che tanto ama il suo bambino, non solo se lo stringeal seno, non solo lo accarezza in mille guise, non solo lo accostamille e mille volte alle sue labbra e lo bacia e lo ribaciasenza stancarsi mai, ma molte volte abbocconandogli ancora leguance o le mani, grida e rigrida: Ti mangio, ti mangio. Espressionevolgare, se volete, ma pur piena di senso e di filosofia:perché dimostra chiaramente che questo si vorrebbe fare,se fosse possibile, quando si brama di essere una cosa solacon alcun altro, o di essergli almeno simile. Or dunque, Quod semper, quod ubique, quod ab omnibus:ciò che si è fatto da tutti gli uomini, in tutti i tempi, in tutti i luoghi, non dubitatenepunto, è una legge della umanità, una legge che sta nel fondo stesso della natura umana, un bisogno cioè che Iddiomedesimo ha creato nel cuor dell’uomo. Questo bisogno, è vero, noi non lo comprendiamo, ma tuttavia lo sentiamo. Anche rispettoa questo noi siamo come bambini appena nati; quasi modo geniti infantes. (I PETR. II). Il bambino appena nato noncomprende che cosa sia la fame, il bisogno del cibo, ma purlo prova e lo manifesta con le sue contorsioni, con le sue grida,con le sue lagrime; e buon per lui che la madre dalla divinaProvvidenza fornita di intelligenza e di attitudine acconcia albisogno del suo neonato, con tutti gli sforzi lo attacca al suoseno, e cibandolo del suo latte sazia in lui quella fame chesente. Così, noi nell’ordine spirituale, a guisa di bambini appenanati, non arriviamo a comprendere questa fame e questasete misteriosa, che abbiamo di Dio medesimo, ma pur la sentiamoe la manifestiamo eziandio in quel non essere mai paghidelle cose terrene, fossimo pur anco padroni di tutto il mondo.Or bene poiché l’uomo sente questo bisogno di mangiaredi Dio, ed è Dio stesso, che glielo fa sentire, non avrà poiegli pensato a soddisfarlo? Oh sì, senza alcun dubbio, giacché,come già vi diceva, se Iddio crea dei bisogni nel cuor dell’uomonon è che per soddisfarli. Certamente non lo ha soddisfattopienamente nei tempi antichi, perché sebbene dica l’ApostoloPaolo che tutti i giusti dell’antico Testamento bevevanodella pietra che li avrebbe seguiti, e che questa pietra eraCristo: Bibebant omnes de spiritali sequenti eos petra; petra autem erat Christus, tuttavia e per la manducazione dell’Agnello pasquale, e dei pani di Proposizione, e degli avanzi delle vittime immolate a Dio non partecipavano che per la fede e in una certa misura al banchetto della grazia di Dio. Ma poiché sono venuti i tempi nuovi, e Dio si è incarnato e fatto uomo per soddisfare pienamente a tutti i bisogni dell’uomo, ha pienamente soddisfatto anche a questo e vi ha soddisfatto con la istituzione del Sacramento dell’Eucaristia, per mezzo del quale Egli si dà veramente, realmente, sostanzialmente in cibo alle anime nostre. Poiché badate bene alle parole con cui Gesù Cristo promette l’Eucaristia, e a quelle con cui la istituisce, e che già vi ho recitate, e poi vedrete come a ragione la Chiesa nel distribuire la Eucaristia esclama e deve esclamare: O sacrum convivium in quo Christus sumitur: O sacro convito nel quale si prende per cibo Gesù Cristo istesso! Sì, Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo: Gesù Cristo seconda Persona della SS. Trinità; epperò, poiché una Persona divina non può stare senza le altre, insieme con Gesù Cristo il Divin Padre, che da tutta l’eternità e per tutta l’eternità lo genera nello splendore dei Santi, e il Divino Spirito, che da tutta l’eternità e per tutta l’eternità procede dal Padre e dal Figliuolo. Che cosa dobbiamo desiderare di più? Quando le antiche Sibille si mostravano invase dall’ispirazione, esclamavano: Deus, ecce Deus: Dio, ecco Dio. Ma quando noi ci appressiamo alla mensa eucaristica, gli Angeli ci gridano con verità: Attollite portas: aprite le porte del vostro cuore; et introibit rex gloriæe vi entrerà il Re della gloria; Deus, ecce Deus: Dio, ecco Dio fatto vero cibo delle anime nostre! Così adunque la bontà del Cuore Sacratissimo di Gesù per noi, nell’istituzione dell’Eucaristia si rivela veramente infinita, giacché per essa ha soddisfatto al bisogno che noi avevamo della reale presenza di Dio, ed ha appagato la fame e la sete che sentivamo di Dio stesso.

III. — Ma ciò non è tutto. Perché se Gesù Cristo con l’istituire l’Eucaristia per una parte ha soddisfatto agli aneliti del cuor nostro, per l’altra ha pur soddisfatto agli aneliti del Cuor suo. Bossuet ha detto bene che non vi sono due amori, ma uno solo, cioè che l’amore che vi ha nel cuor dell’uomo è quello che vi ha nel Cuor di Dio, con questo divario tuttavia che nel Cuor di Dio è infinito. Or bene l’amore, questa forza arcana e meravigliosa è di tal natura, che fa tendere colui che ne è preso all’unione più intima con l’oggetto amato. Aver sempre al fianco le persone più care, non doverne soffrir mai la separazione, abbracciarle, stringerle, possederle, formare con esse un cuor solo, un’anima sola, una sola vita, ecco quello che si vorrebbe da coloro che amano, ciò che vorrebbe una madre dal suo figlio diletto. Epperò quando le circostanze della vita crudelmente esigono che il figlio si abbia a separare ed allontanare da lei, chi potrà pienamente comprendere lo schianto del suo cuore? Allora, questa madre, che sta per cadere nella più profonda desolazione, non potendo seguire il figlio e pur volendo restare a lui vicino prende un suo ritratto, una ciocca de’ suoi capelli, un fiore da lei raccolto, una memoria qualsiasi e dandola al figlio: Prendi, gli dice, questa mia memoria, ponila sopra il tuo cuore, e quando la sentirai battere sopra di esso, ricordati, figliuol mio, che la tua madre col suo amore si trova mai sempre dappresso al tuo cuore. Ecco quello che allora dice e fa una madre. È tutto ciò che ella può fare e può dire. Ma se ella potesse fare di più, se ella potesse dire efficacemente; Figlio, tu vai: non importa: io raddoppio la mia presenza e mentre resto in questo luogo, ove mi è d’uopo restare, pure io vado con te, ti seguo dappertutto, ovunque sarò al tuo fianco; potete voi dubitare che una madre non direbbe e non farebbe questo? Anzi; se una madre, contemplando il suo figlio potesse dirgli: Sia che tu rimanga presso di me, sia che tu vada in capo al mondo, io non soffro alcun affanno, perché io potrò sempre e dappertutto unirmi a te nel modo più intimo, trasfondere in te la mia vita, alimentarti del mio sangue, farti vivere di me, credetelo, o miei cari, una madre lo direbbe e lo farebbe. E se vi ha chi dubita di questa mia asserzione, no, non ne dubitano punto le venerande madri che mi ascoltano. Ma perché ho detto io le madri?… Un padre non farebbe lo stesso? Non lo fa continuamente? Perciocché a che intisichisce egli in un officio, od a che si logora in un’officina o tra i solchi, se non per far vivere di sé, delle sue fatiche e de’ suoi sudori i figli amati? E quando a sostentare la vita dei figli non bastassero più le sue fatiche, i suoi sudori, ma ci volesse il suo sangue, lo dico fidamente, egli con una lama si aprirebbe tosto le vene, e le farebbe lor succiare. Ecco la natura e la forza dell’amore. – Quando si impossessa di u cuore, lo fa tendere con una prepotenza indicibile ad unirsi e a darsi all’oggetto amato nel modo più intimo che sia possibile. Ora il Cuore Santissimo di Gesù ci ha amati, ma ci ha amati sino alla fine: cum dilexisset suos, in finem dilexit eos. (Io. XIII, l) Non già sino alla fine della sua vita mortale soltanto, ma giusta l’interpretazione di S. Tommaso sino all’ultimo termine dell’amore, usque ad ultimum finem amoris; ed amandoci per siffatta guisa sentì ancor Egli il bisogno di unirsi, di darsi a noi, di alimentarci di sé, di farci vivere della sua vita. E a questo anelito del suo Cuore divino ei soddisfece appunto col dire : « Prendete e mangiate, questo è il mio Corpo; prendete e bevete, questo è il mio Sangue! » Ah! miei cari, si potranno ben chiamare strani, oscuri, impenetrabili i misteri di nostra fede, quando non si conoscono punto, ma se si studiano per poco vi si scorge tosto il lato luminoso, splendido, che ci invita, ci sforza anzi a ripetere umilmente: Credo e adoro! Qui tuttavia, o miei cari, non basta dire: Credo e adoro: ci vuole qualche cosa di più. Se Gesù Cristo con l’Eucaristia ebbe in mira di soddisfare le nostre e le sue brame, Eivuole altresì ottenere questo scopo. Ed è perciò che non solo ci esorta, ma ci impone di accostarci a riceverlo sotto pena di escluderci per sempre dall’eterna felicità. No, non è soltanto la Chiesa che ci comandi la Comunione, benché al vero Cristiano ciò dovrebbe bastare più che mai; la Chiesa non fa altro che applicarci praticamente il precetto di Gesù Cristo, il quale ha detto chiaramente, come attesta S. Giovanni: Nisi manducareritis carnem Filii hominis, non habebitis vitam in nobis: se non mangerete la mia Carne non avrete la vita in voi. Obbedite adunque al precetto di Gesù Cristo. Voi, o anime appassionate dei Santi tabernacoli, continuate a fare la vostra delizia nel venire a congiungere con le adorazioni degli Angeli le adorazioni vostre al SS. Sacramento; nell’accostarvi anche quotidianamente a ricevere questo pane di benedizione e di vita. E voi, o anime di buon volere, ma troppa indecise,soverchiamente timide, vincete coraggiosamente le vostre perplessità, seguite il consiglio dell’Angelo visibile che vi guida nelle vie della salute e frequentate ancor voi la mensa Eucaristica. Ma forse vi saranno anche qui di coloro che è da dieci, venti, trent’anni, che di questa mensa non fanno più conto. Ahimè! Benché essi si vantino forse di essere vivi, giacciono tuttavia in potere della morte! Che costoro massimamente ascoltino la voce amorevole e potente di Colui che è la resurrezione e la vita: che questi Lazzari più che quatriduani con una pronta e dolorosa confessione, susseguita da una santa Comunione, balzino fuori dal sepolcro ignominioso e fetente della loro indifferenza e della loro corruzione per ripigliare la vita, e più rigogliosa di prima: ut vitam habeant, et abundantius habeant. (Io. X, 10)

E voi, o Cuore Sacratissimo di Gesù, che nell’istituzione della SS. Eucaristia ci avete dato una prova così grande del vostro amore per noi, degnatevi ancora con la vostra grazia di illuminare sempre meglio le nostre menti, perché sempre meglio riconosciamo una tale carità, e di toccare sempre più i nostri cuori, perché sempre più con l’adempimento dei vostri voleri nella frequenza di un tanto Sacramento abbiamo a corrispondere ai vostri immensi benefizi.

COMUNIONE SPIRITUALE

COMUNIONE SPIRITUALE

ACTUS COMMUNIONIS SPIRITUALIS

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Gesù mio, credo che Voi state nel santissimo Sacramento. Vi amo sopra ogni cosa e vi desidero nell’anima mia. Giacché ora non posso ricevervi sacramentalmente, venite almeno spiritualmente nel mio cuore. Come già venuto, io vi abbraccio e tutto mi unisco a voi; non permettete che io mi abbia a separare da voi (S. Alfonso M. de’ Liguori).

Fidelibus, qui spiritualis Communionis actum, quavis adhibita formula, elicuerint, conceditur:

Indulgenza trium annorum;

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo quotidie per integrum mensem actus perfectus fuerit.

(S. Pæn. Ap., 7 mart. 1927 et 25 febr. 1933).

IL CUORE DI GESÙ (23): Il Sacro Cuore di Gesù e la penitenza.

(A. Carmignola: IL SACRO CUORE DI GESÙ, S. E. I. Torino, 1920)

DISCORSO XXIII.

Il Sacro Cuore di Gesù e la Penitenza.

Uno fra i più belli, fra i più grandi, fra i più salutari costumi della Chiesa, nostra Madre e maestra, è quello di farci leggere ogni giorno nella Santa Messa un tratto del Vangelo e nella Officiatura il relativo commento che ne fecero i Santi Padri. E ciò ella fa non a caso, ma scegliendo sapientemente quei tratti di Vangelo e quei commenti che più sono conformi ai Santi che secondo la varietà del tempo essa onora od ai misteri che essa ricorda. Quale sarà pertanto il tratto di Vangelo che ella ci fa leggere, siccome il più adatto, nella festa del Sacro Cuore di Gesù? Quello ove si racconta il ferimento del costato di Gesù Cristo e la conseguente apertura del suo Cuore istesso. Eccolo: « In quel tempo, i Giudei, poiché era giorno di venerdì, perché i corpi dei giustiziati, vale a dire di Gesù Cristo e dei due ladroni con lui crocifissi, non rimanessero sulla croce al sabbato (perciocché quel sabbato era il giorno della Pasqua), pregarono Pilato che ai medesimi si rompessero le gambe (secondo il costume) e fossero tolti via. Andarono pertanto i soldati, e ruppero le gambe all’uno e all’altro di quei due che erano stati con Gesù crocifissi. Arrivati poi a Gesù, vedendolo che era già morto, non gli ruppero le gambe, ma uno dei soldati aprì il fianco di lui con una lancia, e subito ne uscì sangue ed acqua. E chi vide (cioè S. Giovanni il discepolo prediletto) lo ha attestato, ed è vera la sua testimonianza. » (Io. XIX, 31-35) Questo è adunque il Vangelo scelto dalla Chiesa per la festa del Sacro Cuore di Gesù. E quale è il commento che ne fa leggere nella sua Officiatura? II commento che ne fanno tre grandi dottori della Chiesa: S. Agostino, S. Giovanni Grisostomo e S. Bonaventura. Ed anzi tutto quello di S. Agostino, che così spiega il ferimento del costato di Gesù Cristo e l’apertura del suo Sacratissimo Cuore: « Di una parola assai espressiva ha fatto uso l’Evangelista; giacché non disse già che il soldato percosse o ferì, o fece altro, ma sebbene che il soldato aperse con la lancia il fianco del Signore, affinché si intendesse che ivi si è aperta in tal modo la porta della vita, poiché dall’apertura del Cuore di Gesù Cristo ne sono usciti i Sacramenti, senza dei quali non si può entrare a quella vita che è sola vera vita, la vita eterna. » Così il grande Vescovo d’Ippona. Ora che cosa vi ha di più chiaro, pur tacendo di altri commenti fatti nello stesso senso da S. Cipriano, da S. Ambrogio, da S. Giovanni Crisostomo, e da altri ancora, per farci riconoscere che i Sacramenti della Chiesa sono il più vero, il più grande, il più vantaggioso effetto dell’amore del Cuore Sacratissimo di Gesù Cristo per noi? Ma notiamo però che se nel Sangue e nell’acqua che uscirono dalla ferita del Divin Cuore sono raffigurati in genere tutti i Sacramenti, e cioè nell’acqua i Sacramenti così detti dei morti, che ci lavano e mondano dai peccati, e nel Sangue i Sacramenti dei vivi, che accrescono in noi la grazia e i meriti per salvarci, secondo le spiegazioni istesse dei Sacri Dottori sono raffigurati in modo specialissimo i Sacramenti che ci rimettono i peccati, il Battesimo cioè e la Penitenza, e il Sacramento che nutre e disseta l’anima nostra, la SS. Eucaristia. Di questi adunque è particolarmente simbolo la ferita del Sacratissimo Cuore; e di questi a preferenza dobbiamo occupare la nostra mente nel riandare le prove d’amore di Gesù Cristo per noi. E lasciando di trattare del Battesimo perché grazie a Dio già l’abbiamo tutti noi ricevuto, né più ci occorre di riceverlo altra volta, passiamo tosto a trattare della Penitenza ed a riconoscerne il grande benefizio.

I. Sebbene misticamente, cioè in modo occulto, ma pur vero, il Sacramento della Penitenza, come tutti gli altri Sacramenti sia uscito dalla ferita del Cuore di Gesù, tuttavia questo Sacramento in modo manifesto non fu istituito da Gesù Cristo che dopo la sua Risurrezione. Allora apparendo Egli agli Apostoli, che stavano nel cenacolo disse loro in tono solenne di autorità: Come il Padre mandò me, così Io mando voi, vale a dire con quello stesso potere sopra il peccato con cui mandò me il mio Padre celeste, così Io mando voi. Ricevete lo Spirito Santo; ricevetelo cioè per ben esercitare il grande potere che io vi affido. I peccati saranno rimessi a coloro ai quali li rimetterete e saranno ritenuti a coloro ai «quali li riterrete. E cioè coloro che dopo aver manifestati a voi i loro peccati riconoscerete degni di perdono li perdonerete, coloro che riconoscerete indegni, non li perdonerete: quorum remiseritis peccata, remittuntur eis; quorum retinueritis retenta sunt. (Io. xx, 22, 25) Con queste parole pertanto Gesù Cristo istituiva il Sacramento della Penitenza, ne designava il ministro, indicava implicitamente il modo con cui questo Sacramento dovevasi amministrare e ne denotava l’ammirabile effetto. Ed oh quale bontà, quale misericordia dimostrava per tal guisa verso di noi Gesù Cristo. Ed in vero G. Cristo avrebbe potuto lasciare del tutto di istituire questo Sacramento, istituendo solo per la remissione del peccato originale, col quale nasciamo, il Sacramento del Battesimo, stabilendo poi che qualora dopo di aver ricevuto questo Sacramento da bambini, giunti all’uso di ragione noi l’avessimo personalmente offesi, andassimo irreparabilmente perduti! E stabilendo le cose per tal guisa Egli non sarebbe ancor venuto meno alla sua bontà e misericordia, perché in tal guisa ci avrebbe pur sempre dato il gran mezzo di diventare Cristiani, figliuoli di Dio ed eredi del paradiso. Ma se Gesù Cristo avesse così stabilito, quanti e quanti Cristiani sarebbero tuttavia andati perduti! Forse, chi sa? nessuno tra di noi stessi che ora stiamo qui a considerar la misericordia infinita del Divin Cuore, nessuno tra di noi potrebbe più sperare di salvarsi, imperocché non sono veramente rare, rarissime, quelle anime che conservano per tutta la vita l’innocenza battesimale? .Ma Gesù ha veduto questo grande, questo immenso rischio, a cui la più parte degli stessi Cristiani sarebbe andata incontro, epperò con una bontà, con una misericordia infinita non solo ha istituito il Battesimo per toglier dall’anima nostra il peccato originale, ma ancora la Penitenza per togliere dall’anima nostra tutti o sempre i nostri peccati attuali. E qui avvertite che ho detto nient’altro che la verità nell’asserire clic il Sacramento della Penitenza è per togliere tutti e sempre i nostri peccati attuali. Perciocché per quanto siano numerosi i nostri peccati, fossero pure numerosi come le stelle del cielo e le arene del mare; per quanto fossero gravi, fossero pur gravi tutti come il delitto di Caino, il tradimento di Giuda, le nefandità di Nerone, i peccati nostri per virtù di questo Sacramento, sempre che noi vi portiamo le disposizioni richieste, possono sempre essere tolti del tutto dall’anima nostra e perdonati da Dio. E non una volta sola in tutta la vita, non due, non tre, non dieci, non cento, ma quante e quante volte noi con cuore veramente pentito ci presentiamo al ministro di Dio a confessarli. Ah questa bontà, questa misericordia di Gesù Cristo si può chiamare davvero bontà eccessiva, perciocché pur troppo ci saranno peccatori e peccatrici, che ne abuseranno indegnamente; ma Egli ebbe più caro di permettere che vi sia qualche sciagurato che ne abusi, anziché non dare tutto l’agio, tutta la possibilità alle anime pentite dei loro peccati e delle loro ricadute di sollevarsi dalle loro pene, di liberarsi dalle loro angustie. Ed ecco un’altra ragione per cui nel Sacramento della Penitenza risplende vivissima la bontà e la misericordia del Cuore di Gesù. È un fatto innegabile che l’uomo commettendo il peccato perde sullo stesso punto la pace interiore dell’anima, e per conseguenza la vera felicità, che come dice giustamente S. Agostino, consiste nella calma di tutti i suoi desideri e movimenti. Chi resiste a Dio e può aver pace? si domanda il santo Giobbe. Quis resistit ei, et pacem habuit? (Iob. IX) Non appena la legge di Dio è stata violata e la colpa fu commessa, sorge in fondo all’anima dell’uomo uno straziante rimorso che prende dì e notte ad accusarlo ad agitarlo e a tormentarlo co’ suoi terribili rimproveri. Indarno per tentare di non sentirlo ei fa di tutto per soffocare l’istinto che lo porta a riconoscere il male; indarno ci si appiglia ai rumori del mondo, alle agitazioni della vita, all’ebbrezza di altri peccaminosi piaceri, per dimenticare che è colpevole; indarno sospira, ricerca, invoca di bel nuovo la pace: essa più non si dà a lui fino a che è nello stato di peccatore; l’amarezza e l’infelicità soltanto egli incontrerà ovunque sul suo cammino, ad ogni tratto a ripetergli: « Sciagurato! potevi operare il bene, ed invece hai commesso il male! potevi vivere sicuro del tuo eterno destino, ed ora invece hai da tremare che Dio ti punisca e ti mandi eternamente perduto! » Ora in questo stato così orribile, a riacquistare la pace perduta, non vi ha nulla per l’uomo di più naturale quanto il sentire il bisogno di manifestare ad altri il segreto che lo strazia, in quella guisa che l’ammalato oppresso dalla copia dei cattivi umori sente la necessità di rigettarli per esserne alleviato. E questo bisogno è così imperioso che l’uomo colpevole, non potendo altrimenti manifestarsi, e pur sentendosi costretto da una forza arcana a farlo, si inoltra talora nell’oscurità di una caverna, o si addentra nel folto di un bosco, o si spinge nell’alto del mare e con i flutti, o con le piante, o con i sassi sfoga l’ambascia dell’anima sua. Spesse volte anzi, rifiutando l’impunità che gli promette il silenzio si presenta da se stesso ai giudici, preferendo la punizione della colpa allo strazio morale che questa gli reca al cuore. Or ecco perché lo stesso Socrate presso Platone, benché filosofo pagano diceva: « che avendo commessa un’ingiustizia, che è il maggiore dei mali, il mezzo sovrano per esserne sciolti e riacquistare la pace, si è l’andare prontamente a farne la manifestazione al proprio giudice e subirne la punizione. » (PLAT. Giorgias, XXXVI) Ecco perché la manifestazione delle proprie colpe, fin dalla prima di esse che si commise, si trova presso tutti i popoli, anche i più selvaggi, sanzionata dalle pubbliche leggi e dai riti di Religione. Ecco perché massime tra il popolo giudaico questa manifestazione era prescritta e regolata per tal guisa, da sembrare una vera confessione; tanto è vero che gli uomini di ogni luogo e di ogni tempo, anche prima della venuta di Gesù Cristo, hanno creduto, come disse lo stesso Cicerone, essere la manifestazione delle proprie colpe il miglior rimedio alla malattia del colpevole. – Se tale adunque è la tendenza dell’umana natura, che cosa ha fatto Gesù Cristo istituendo la confessione? Scrutando a fondo l’umana natura, affine di appagarla nelle sue esigenze, Egli ha fatto quanto era per lei confacente, giacché la confessione non è altro che la manifestazione delle malattie nascoste in fondo all’anima al medico che le può guarire, non è altro che la rivelazione delle colpe che agitano il cuore umano a quel Giudice che assolvendolo dalle medesime, gli può ridonare la pace e la felicità. Ma notate bene, o miei cari, quale medico e quale giudice, ci ha dato qui Gesù Cristo; il più omogeneo, il più illuminato, il più discreto, il più indulgente, il più rassicurante, il più conforme insomma alle condizioni della nostra stessa natura. Ed anzi tutto il più adatto, perciocché nella confessione non è Iddio colui che viene a ricevere visibilmente la manifestazione delle nostre colpe. Gesù Cristo conosceva troppo bene come al cospetto della maestà influita di Dio non solo non avremmo osato articolare una sola parola, ma saremmo agghiacciati di spavento. Non è neppure un Angelo, perché troppo eccellente per la sua natura, troppo splendido per la sua purezza, non avrebbe ancora ispirato in noi la necessaria confidenza, né ci sarebbe ancora bastato il coraggio di rivelargli le nostre iniquità. Ma egli è un uomo, bensì ministro di Dio, ma pure della nostra identica natura, fragile come noi, come noi nella condizione di peccatore, epperciò non solo il più atto ad ingenerare in noi la confidenza, ma ancora il più facile ad usare verso di noi quella misericordia che abbisogna per se stesso; un uomo che ad ogni modo deve prendere in sé le viscere della misericordia di Dio e trattarci con la carità più affettuosa e più ardente, e addolorandosi pure in cuor suo dei nostri peccati perché offesa di Dio, non sdegnarsi punto contro di noi, anzi compatirci e compassionarci. Ah! se certi peccati li manifestassimo al nostro padre, noi dovremmo temere che egli avesse da pronunciare contro di noi una maledizione; se alla nostra madre, che ella avesse a morire di angoscia, e se al nostro amico che, tutto pieno di sdegno, ci avesse ad abbandonare all’istante. Ma invece manifestandoli al ministro di Dio con umiltà e sincerità, non dobbiamo aspettarci altro che di essere trattati colla massima benignità e compassione. E intanto con qual sicurezza egli, conosciuto le cause dei nostri mali appresta il rimedio ed indica i mezzi per espiarli! Con quale sincerità lacera il velo, dietro al quale il nostro amor proprio nasconde le sue passioni favorite e ne mostra tutta l’enormità! Con quale precisione ci illumina sulla natura e sull’estensione di certi obblighi tanto indispensabili, quanto difficili e complicati! Con quale esperienza ci guida per la via del dovere, della virtù della perfezione e della santità! Perciocché Gesù Cristo ha voluto che le labbra di questo suo ministro custodissero la scienza. Che dire poi della sua prudenza, della sua discrezione, della sua segretezza? E qual è il medico, qual è il giudice, da cui non abbiamo a temere la pubblica rivelazione delle nostre malattie e delle nostre colpo? Qual è anzi il tribunale in cui non si facciano per regola di pubblica ragione i delitti dei condannati ? E non è questo il tormento maggiore di un colpevole l’essere pubblicamente infamato? E Gesù Cristo lo sapeva benissimo, epperò questo non accade nel Sacramento della Confessione. Noi andiamo a gettarci ai piedi del ministro di Dio, gli apriamo il nostro cuore colpevole, lo abbandoniamo anzi nelle sue mani sacerdotali. Ed egli se ve n’ha bisogno, lo scruta minutamente, non già per inasprirne crudelmente le piaghe, ma solo per medicarle con l’unzione della sua carità e della grazia di Dio. E dopo che egli tutto ha conosciuto anche i più reconditi pensieri e desideri del cuor nostro, le sue labbra si chiudono ad un silenzio, che non sarà violato mai, neppure in vista del martirio, sia in forza della legge formidabile che lo impone, sia più ancora per la grazia di Gesù Cristo, che da diciannove secoli custodisce la bocca dei suoi Sacerdoti. Che anzi non solo il ministro di Dio non rivelerà mai con alcun pregiudizio della nostra fama le colpe che gli abbiamo manifestate, ma terminata la confessione, avendo pur anche a trattare con noi, egli si diporterà con noi come se nulla mai avesse inteso dalla nostra confessione, quando pure in essa gli avessimo manifestati i più enormi delitti. E da ultimo questo ministro così omogeneo, così illuminato, così discreto, sarà ancora per noi il più indulgente e il più rassicurante. È bensì vero che egli potrebbe non perdonare, perché egli ha pure questa, facoltà. Ma questa facoltà egli non può esercitarla a suo capriccio; e sol che egli veda in noi le necessarie disposizioni, Gesù Cristo gli ha imposto di perdonarci senz’altro. Quando tu hai confessato al mondo la tua colpa, te ne sei pentito al suo cospetto, l’hai ben anche espiata, il mondo forse ti dirà allora d’averti perdonato. Ma lo credi tu davvero? Ah! ben puoi temere del contrario. Quel marchio di disonore con cui ha bollato un giorno la tua fronte, ben di rado te lo cancella, anzi per regola più ordinaria lo imprime ancora sulla tua tomba e sulla tua memoria. Ed ecco perché non ostante che, dominato dall’istinto, tu ti sia forse anche spontaneamente manifestato, tu sei costretto a pentirti di quella manifestazione e ad adirarti teco stesso perché non hai celato con ogni mezzo possibile la tua colpa. Ma nel Sacramento della penitenza invece tu dovresti adirarti quando non ti fossi manifestato del tutto, perché è allora appunto che non saresti stato perdonato; ma quando tu hai rivelato con pentimento tutto che di grave pesava sull’anima tua ed hai inteso a dirti: « Va in pace, i tuoi peccati ti sono stati rimessi; » allora tu sei stato perdonato davvero, il peccato è stato tolto e per sempre dall’anima tua. E tu lo puoi ritenere con certezza, ne puoi essere sicuro: perciocché Gesù Cristo ben riconoscendo come la nostra natura sensibile avrebbe anche in questo caso, come in molti altri, avuto bisogno di una prova esterna e sensibile della certezza del perdono, non ha voluto che la confessione consista soltanto nella manifestazione delle nostre colpe fatta a Dio direttamente nell’interno del nostro cuore, perché Iddio che non si vede e che non si manifesta, come ci avrebbe assicurati del perdono! come ci avrebbe accertati che i gemiti e le lacrime delle nostre contrizioni sono state da lui bene accolte! ed in questa formidabile incertezza, quale angoscia non avrebbe continuato a tormentare l’anima nostra? Ma Gesù Cristo volle invece che la confessione si facesse esternamente al sacerdote, perché egli pronunziando sopra di noi in modo esteriore ed efficace la sentenza del perdono; per l’immenso potere conferitogli, noi ci intendessimo come a dire da Dio in modo sensibile: « Ora non aver più alcun timore; come il mio Sacerdote ti ha perdonato, così ti ho perdonato Io; la mia giustizia non richiede più nulla al di là delle condizioni e delle soddisfazioni che egli giustamente ha creduto di importi; le mie braccia sono aperte, vieni pure che io ti stringa al mio cuore e ti stampi in fronte il bacio del perdono. » Ah! ricevere il perdono da Dio delle nostre colpe ed esserne moralmente sicuri, ecco ciò che nella confessione ci ridona la pace e la felicità. Ed è allora che sebbene ci rimanga in fondo al cuore un dispiacere tranquillo d’aver offeso Iddio, ci alziamo tuttavia dal tribunale di penitenza liberi e leggeri come se avessimo deposto il più pesante fardello, e raggianti della contentezza e della gioia viva. O anime penitenti, che qui siete ad ascoltarmi, ditemi in verità, quando un dì, tocche dalla grazia di Dio, conosciuta la deformità orribile della vostra vita disordinata e piena di afflizioni, pentite sinceramente delle vostre colpe, andaste a deporlo in un seno sacerdotale e sentiste, mercé l’assoluzione, grondare su di voi il Sangue di Gesù Cristo a lavarvi e perdonarvi, avete voi mai trovato dei momenti più deliziosi, avete voi mai gustata una felicità così grande? È bensì vero adunque che come nel prendere la medicina non si può non sentire qualche po’ di disgusto, e nel manifestare altrui anche spontaneamente la propria reità non si può non provare una qualche ripugnanza, così nel valersi della confessione sacramentale non è possibile non sottostare a una certa qual pena. Ma come le nausee che prova il inalato sotto l’azione del farmaco si mutano presto in calma ed in gioia, e come la manifestazione della propria colpevolezza non lascia di recare qualche sollievo, così non appena nella Confessione l’uomo peccatore si sbarazza dei peccati che terribilmente lo travagliano, la pace, quel dono così prezioso e così stimabile, che supera tutti i godimenti materiali e senza della quale i godimenti materiali valgono nulla, entra come fiume impetuoso e benefico a rallegrare il cuor dell’uomo e a ridonargli quella felicità che nella sicurezza del perdono e del possesso della grazia di Dio produce una beatitudine, che è saggio ed anticipazione della beatitudine celeste. Or bene, o miei cari, da tutto ciò non è manifesto quanto fu grande la bontà di Gesù Cristo nel metter fuori dalla ferita del suo Cuor Divino il Sacramento della penitenza, Sacramento sì conformo all’umana natura?II. — Ma questa bontà risplende ancora per ben altri lati. Tutti gli uomini che vengono al mondo, senza eccezione di sorta, sono tutti destinati al cielo, e a raggiungere questa sublime destinazione non si frappone che un ostacolo, il peccato. Quaggiù la povertà, l’infermità, la deformità della persona, la bassezza dei natali, la miseria ed altre cause ancora possono proibirci l’entrata in molti luoghi ed in molti convegni, ma tutto ciò non c’impedirà di entrare in cielo, ci potrà anzi servire di raccomandazione per entrarvi; solo la colpa, nient’altro che la colpa ci può escludere e per sempre da quel beato regno. Che gran ventura adunque è per noi, quando avendo sgraziatamente commesso la colpa potremo convenientemente espiarla, ed espiandola cancellarla dall’anima nostra, e cancellandola renderci degni di bel nuovo della nostra eterna destinazione! Or ecco qui, dove per un altro lato risplende la bontà e l’amore del Cuore di Gesù Cristo per noi nell’avere dato la Confessione, poiché per essa ci diede il mezzo più acconcio ad espiare degnamente le colpe nostre. – Ed in vero, il principio di ogni peccato, come dice la Sacra Scrittura, è la superbia: initium onmis peccati superbia. (Eccl, x, 14) Non vi ha peccato alcuno nel quale l’uomo, che lo commette, non si levi orgoglioso contro di Dio, suo Creatore, suo sovrano e suo padre per dirgli: Non serviam; non ti voglio servire. Inoltre ogni peccato che comincia dalla superbia va a finire nel godimento materiale di qualche miserabile e fuggevole soddisfazione dei sensi. Questo è lo spaventevole mistero del peccato. Se adunque il peccato è orgoglio e soddisfazione dei sensi, con quali mezzi potrà e dovrà essere espiato? Non altrimenti che dai suoi contrari, vale a dire dall’umiliazione dello spirito e dal castigo dei sensi. Non altrimenti, no, perché la divina giustizia, che non può venir meno neppure per la divina misericordia, a perdonare il peccatore non può non esigere che egli si umilii e si castighi. Vi ha bisogno adunque che l’azione orgogliosa e piacevole ai sensi, quale fu il peccato, sia degnamente riparata da un’azione umiliante ed affliggente. E quale sarà quest’azione? Un rande filosofo cristiano ha scritto che « la coscienza universale riconosce nella confessione spontanea una forza espiatrice ed un merito di grazia, e che su questo punto non v’è che un sentimento, dalla madre, che interroga il suo fanciullo sopra un vaso rotto o sopra qualche ghiottoneria mangiata contro il divieto, al giudice, che interroga il ladro e l’assassino. » (DE MAISTRE. Del Papa, lib. III, c. 4) Sì, tutti riconoscono che il perdono non si ha da concedere se non a chi essendo pentito del male commesso, incomincia dal confessarlo e dal credersi degno di essere punito. La confessione adunque, la manifestazione spontanea delle nostre colpe, la disposizione ad espiarla con la debita penitenza, ecco l‘azione umiliante ed affliggente cui dobbiamo sottostare per essere perdonati da Dio. Ma perché questa manifestazione sia umiliante davvero a chi dovremo farla noi? Sì, io lo so, non mancano certi spiriti ignoranti e superbi che vanno dicendo: « Non potrebbe forse Iddio contentarsi che noi manifestassimo a Lui le nostre colpe, e che con Lui solo, senza bisogno di ricorrere ad altri, regolassimo le nostre partite? » Ma ciò, o miei cari, non sarebbe abbastanza conforme alla divina maestà oltraggiata, perché non vi sarebbe in noi un’umiliazione adeguata alla superbia del peccato. Ed in vero che cosa ci costerebbe pentirci in segreto ed in segreto confessarci a Dio solo? Nulla, menoche nulla. E Dio, che odia il peccato di un odio essenziale, Dio che rifulge per la sua santità e per la sua giustizia, avrebbe a contentarsi di questa umiliazione da nulla perdarci il suo perdono? Ed in questa umiliazione che è già nulla per il nostro spirito, quale castigo subirebbero i nostri sensi che devono pur essere castigati? Sapremmo noi ingiungere loro la dovuta penitenza? Il nostro amor proprio ci lascerebbe agire con giustizia? Il confessarsi adunque a Dio soltanto potrebbe ben parere maggior misericordia, ma non sarebbe in realtà, anche solo perché non umiliandoci e castigandoci abbastanza, non ci farebbe abbastanza comprendere la malizia infinita della colpa, né ce la farebbe abbastanza intestare e fuggire per l’avvenire. Occorre adunque che questa manifestazione, benché non in pubblico, per non violentare soverchiamente la nostra natura, sia fatta tuttavia apertamente ad un uomo, rappresentante di Dio e suo ministro, affinché noi che in nessun’altra guisa maggiormente ci umiliamo che facendo palese ad un altro uomo la nostra miseria, quella miseria che più d’ogni altra ci degrada e ci avvilisce, in questa umiliazione così profonda veniamo meglio a conoscere e riparare l’orgoglio che vi fu nel peccato e l’oltraggio che per esso facemmo al nostro Dio, e maggiormente lo detestiamo; ed in questa umiliazione che ci fa piegar le ginocchia e chinare la fronte dinnanzi ad un altro uomo e sottostare alle penitenze che egli crede di imporci, veniamo meglio a punire ed espiare la soddisfazione colpevole che si presero i nostri sensi peccando. La confessione adunque, la manifestazione delle nostre colpe al sacerdote sia pur umiliante, come si deve concedere, è pur tuttavia il mezzo più semplice, più proprio, più naturale di togliere da noi il peccato, di riconciliarci con Dio e di riguadagnare i diritti alla nostra eterna destinazione; e lo è appunto perché tanto ci umilia. Sì, perché tanto costa all’uomo scoprire tutta la malizia e la bruttura del suo cuore ad un altro uomo che la ignora, tanto più che satana, come dice S. Giovanni Crisostomo, ingrandisce fuor di misura la ripugnanza per la confessione, rendendoci tanto timidi e vergognosi a manifestare le colpe quanto ci aveva fatti arditi e sfacciati a commetterle, e persino a vantarcene all’altrui presenza, perché noi sacrifichiamo in tal guisa il nostro orgoglio, perciò noi siamo da Dio perdonati. Questa confusione che noi subiamo, questa vergogna, alla quale noi volontariamente ci sottomettiamo, è una vergogna ed una confusione salutare, che ci apporta la grazia di Dio e ci rende atti alla gloria del cielo: Est confusio adducens gloriavi et gratiam. (Eccl. IV) Certamente, o miei cari, non è questa nostra umiliazione per sé sola che adegui la malizia della colpa e ce ne ottenga il perdono. Quando tutti gli uomini si riducessero in polvere, non si umilierebbero abbastanza dinanzi a Dio, né gli darebbero il compenso degna di una sola colpa grave. Ciò che propriamente adegua gravezza infinita dei nostri peccati è l’umiliazione infinita cui volle assoggettarsi per noi Gesù Cristo coi misteri ineffabili della sua Incarnazione, Passione e Morte. Ed è propriamente solo per i meriti infiniti acquistati da Gesù Cristo che noi dobbiamo confidare di essere perdonati da Dio delle nostre colpe. Ma è pur sempre vero che alle umiliazioni ed ai patimenti di Gesù Cristo bisogna aggiungere le umiliazioni ed i patimenti nostri, essendo questo l’unico mezzo di renderci partecipi de’ suoi meriti infiniti. Ed è vero perciò ci la confusione e la vergogna nostra nella confessione, impregnata della umiliazione infinita di Gesù Cristo, è quella che ci placa la collera divina, appaga la divina giustizia, ci riamica con Dio e ci riapre le porte del cielo. Ecco adunque come 1° confessione, che per questo lato non sembra altro che la conseguenza della divina giustizia, è ad un tempo l’espressione più viva della divina misericordia, perciocché mentre per essa paghiamo alla divina giustizia in modo acconcio il nostro debito, conseguiamo altresì più prestamente, più sicuramente, più efficacemente la divina misericordia. Ecco come  Gesù Cristo, cavando fuori dalla ferita del Cuor suo Sacratissimo la Confessione, dandoci in essa il miglior mezzo per riparare il peccato, ci ha dato altresì una delle prove più belle, più grandi e più vere della sua bontà e del suo amore per noi. Egli ha fatto qui come il padre che, amando sinceramente il figlio, lo umilia e lo percuote per i suoi mancamenti, non già per la gioia crudele di vederlo umiliato e percosso, ma perché, subendo il figlio il meritato castigo, ei possa avere di nuovo la consolazione di stringerlo al suo cuore paterno e reintegrarlo in tutti i diritti della sua eredita.

III. — Finalmente, o miei cari, la bontà infinita del Cuore di Gesù nell’averci dato la Confessione si rivela ancora perciò che in essa ci ha dato il gran mezzo per rinnovare e perfezionare l’individuo e con l’individuo la società. La legge cristiana è per eccellenza legge di perfezione: essa si ritrova e si compendia in quella gran parola di Gesù: Siate perfetti, come è perfetto il vostro Padre celeste: Estote per/ecti, sicut perfectus est Pater vester, qui in cœlis est. Ma questa legge, che Gesù Cristo ha emanato con tanta chiarezza non è altro in fondo in fondo che la legge di natura che Egli ha stampato sopra di ogni essere. Noi adunque siamo tenuti alla perfezione, e non solo alla perfezione materiale ed intellettuale, ma molto più alla perfezione spirituale, in quanto che signore e sovrano di tutto il nostro essere è lo spirito. E questo spirito non altrimenti si perfeziona che adornandolo di quelle virtù le quali consistono nell’abitudine di evitare il male e di fare il bene, anzi il maggior bene possibile. Ma a compiere quest’opera di morale perfezionamento, basterà egli l’uomo da sé? No, senza dubbio: Egli abbisogna dell’aiuto della grazia di Dio, aiuto però che Iddio all’uomo non lascia mancar mai. E questo aiuto, di cui tuttavia per regola ordinaria Iddio vuol essere richiesto, o che non concede se non in premio di qualche merito, è quello pure che dà all’uomo in modo sovrabbondante nella confessione, essendo la confessione ancor essa una di quelle fonti salutari, di cui parlava il Profeta quando ci assicurava che con gaudio avremmo attinto le acque della grazia alle fonti del Salvatore: Haurietis aquas in gaudio de fontibus Salvatoris. Ed in vero non è propriamente la confessione quella che anzi tutto rinnova l’uomo colpevole? Ecco lì un povero peccatore gravato di ogni iniquità: la sua anima dinnanzi agli occhi di Dio, a cagione della sua bruttezza è divenuta oggetto di nausea e di schifo; essa ha perduto il bell’ornamento della grazia e con esso tutti i meriti delle opere buone già compiute; è scaduta dal diritto del cielo ed è precipitata nel potere di satana. Ma questo povero peccatore, tocco della grazia di Dio, va a gettarsi ai piedi del suo ministro, col pentimento sincero delle sue colpe gliene fa l’umile confessione, il sacerdote, fremendo in spirito di sua indegnità, alza la mano grondante il Sangue preziosissimo di Gesù Cristo e pronuncia le parole dell’assoluzione. Ed ecco l’anima di quel Cristiano tutto ad un tratto ripigliare la sua bellezza ed il suo splendore, essere riadorna della grazia di Dio e riacquistare tutti i meriti perduti, rompere le catene della schiavitù infernale per rientrare nella libertà dei figliuoli di Dio, diventare di nuovo amica di Dio, degli Angeli e dei Santi, e riavere tutti i diritti alla beatitudine del cielo. Ah dite, si può immaginare una rinnovazione più bella, più grande, più ammirabile di questa? – Tuttavia non è questa rinnovazione soltanto che avviene nel Sacramento della penitenza, perciocché in questo Sacramento non vi è soltanto il pentimento e la manifestazione delle colpe per parte del penitente, e l’assoluzione per parte del Confessore, ma vi ha ancora l’ammaestramento individuale del legge cristiana, delle virtù e dei doveri propri ad ogni stato particolare. Sì, è vero, noi possiamo bene essere ammaestrati intorno agli obblighi della nostra fede da queste cattedre pubbliche di verità, dove i Sacerdoti parlano pur sempre a noi di Dio, ma per regola ordinaria da queste cattedre pubbliche non siamo ammaestrati che in modo generale e sopra i doveri comuni a tutti i fedeli. Lì invece nel Sacramento della penitenza, il Sacerdote, dopo che il impenitente gli ha manifesta le sue colpe e dopo che egli stesso, se l’ha creduto necessario si è fatto a scrutarne le cause e le occasioni, che fa egli ancora? Si fa ad illuminarlo con la luce delle sue acconce riflessioni, delle sue giuste ammonizioni, dei suoi santi consigli. E così a ciascuno in particolare addita la via da tenere, i pericoli da fuggire, le speciali virtù da praticare e i mezzi da adoperare. E così ancora il sacerdote, questo amico che ama sinceramente il bene di ogni anima, questo amico che non tollera ma compisce, che non adula ma incoraggia, che non scusa ma corregge, che non nasconde insomma la verità, ma la dice con un amore divino, intende non solo a rinnovare, ma ad abbellire e perfezionare le anime di coloro che si confessano. E difatti dopo gli ammaestramenti di questo amico così affezionato così sincero, quali meraviglie non si vedono? Senza dubbio, non tutti quelli che si confessano, sia perché non tutti si confessano come dovrebbero, e sia anche perché la confessione non rende impeccabili, vanno realmente operando in se stessi la loro perfezione, ma egli è certo tuttavia che se vi hanno dei giorni che si mantengono casti in mezzo ai più sfrenati eccitamenti di corruzione, delle fanciulle che resistono innocenti alle seduzioni del mondo, delle donne che compiono con nobiltà i loro doveri di spose e di madri cristiane, degli uomini che sono onesti nel vero senso della parola, che sono umili, pazienti, caritatevoli, generosi; se vi hanno anzi di coloro che nell’uno e nell’altro sesso avendo rinunciato alla propria volontà, ai propri averi, alle proprie famiglie, se ne vivono appartati dal mondo attendendo unicamente a rendersi veramente perfetti secondo il consiglio di Gesù Cristo, no, non li troverete altrimenti se non tra coloro che si confessano. Quelli che non usano della confessione o per essere acattolici o per essere Cristiani indifferenti e cattivi potranno bene farvisi innanzi ammantati della virtù, ma voi non penerete a riconoscere che la loro virtù vana ed apparente, è una virtù superba e sterile, o tutt’al più una virtù puramente umana, che non varrà mai a sollevarli una linea al di sopra di loro stessi e meno ancora ad inspirare in essi l’energia per rinnegare se stessi ed immolarsi a prò degli altri. – Ma nel mentre la confessione rinnova e perfeziona l’individuo che ne usa, tende altresì a rinnovare e perfezionare la società istessa. Perciocché la società non è essa forse l’aggregato di individui? Se per ragione adunque della confessione la società ha nel suo seno degli individui che operano il bene e vivono virtuosamente, non ne risentirà ancor essa il benefico influsso? Se» anzi vi fosse una società, i cui individui tutti si confessassero frequentemente e bene, non si potrebbe credere di vedere in essa una società perfetta? Sì, senza alcun dubbio; e in tale società per il rispetto all’autorità ed alla proprietà, per la carità vicendevole, che vi regnerebbe, tornerebbero inutili i gendarmi e si potrebbero diroccare le prigioni. Certamente i poteri umani con le leggi che emanano e con le punizioni che infliggono ai loro trasgressori, riescono fino a un certo punto a impedire e menomare i delitti. Bla niuno è che non vegga quanto numerosi e quanto gravi altresì siano i delitti che o per una o per altra ragione riescono a sfuggire all’azione delle leggi e delle punizioni. E così quella società che, pure arma ed impiega una metà di se stessa a governare l’altra metà, non riesce ancora a tener lontane da sé le invasioni della colpa e del disordine. Ma a ciò, cui non varrebbe neppure la società intera armata e spiegata contro di un solo individuo, perché questo solo individuo potrebbe se non altro covare in cuore mille iniqui pensieri contro la società, senza che essa li conoscesse, a ciò basterebbe la confessione, quella confessione in cui si raccomanda all’individuo di essere buono e virtuoso non solo per sé, ma ancora per la famiglia e per la società, quella confessione in cui si ingiungono non solo le virtù private, ma anche le virtù sociali e pubbliche, vale ai dire il rispetto ad ogni autorità costituita, il riguardo all’altrui proprietà, la restituzione del mal tolto, il perdono delle offese, il soffocamento dell’odio, la distruzione dell’egoismo, l’esercizio della carità, l’orrore per il vizio e la conseguente abolizione del libertinaggio. Tale sarebbe il benefizio che alla società renderebbe la confessione se fosse universalmente usata; tale è il benefizio che essa rende secondo la misura con cui è praticata; tale e mille volte più grande, perciocché quei sacerdoti, quei frati e quelle suore, che il mondo ingrato disprezza e tollera in pace perché non riesce a distruggerli, ma che pure lavorano indefessamente a bene della società, curandone tutte le piaghe, confortandola ne’ suoi bisogni e nelle sue infermità, accorrendo a soccorrerla nelle sue calamità e sempre istruendone i figli ignoranti, assistendo negli ospedali i suoi infermi, accogliendo negli ospizi i suoi orfani e i suoi vecchi, usando verso di essi le cure più affettuose e materne, questi uomini religiosi, dico, sono uomini tutti sostenuti, incoraggiati, rafforzati nella loro vita di sacrifizio per una società, benanco sconoscente, dalla voce di Dio che per il tramite del sacerdote ascoltano nella confessione. O vantaggi! o benefizi di questa divina istituzione! E chi mai riflettendovi alquanto non vede risplendere in essa tutta la bontà, tutto l’amore del Cuore di Gesù Cristo per gli uomini, e non vorrà corrispondere ad amore così grande col valersi sempre e bene di un tanto Sacramento? E come mai si potranno ancora comprendere coloro (e il loro numero è grande), che credendo all’esistenza di un Sacramento istituito da Gesù Cristo per risuscitarci, quando siamo morti alla vita eterna, amano meglio rimanere e sprofondarsi nelle tenebre, anziché ricorrere a questo rimedio infallibile, che hanno tra mano? Che dire di coloro che pur accostandosi a questo rimedio, lo convertono in fatale veleno col non portarvi la umiliazione dovuta, il dolor vero dell’animo, il proposito fermo di non cader più in peccato, col tacere volontariamente dei gravi peccati, la cui manifestazione è assolutamente indispensabile? Che dire soprattutto di quegl’insensati, i quali, invece di cadere in ginocchio davanti a questo capolavoro della divina clemenza, innanzi a questo frutto sempre duraturo della Passione di Gesù Cristo, si sollevano per esso a deridere, a bestemmiare, a calunniare la Chiesa, ad insultare, a vilipendere, ad odiare il sacerdozio? Ah! certamente non sarà così almeno di alcuno di noi, devoti del Sacro Cuore di Gesù! Sì, o Gesù clementissimo, noi apprezzeremo, esalteremo, benediremo mai sempre una prova sì grande del vostro amore. Sì, noi verremo ogni qual volta ne saremo in bisogno a questa fonte di misericordia e di salute che avete fatto zampillare dal vostro Cuore ferito. Noi ci verremo con la dovuta umiltà, con la dovuta sincerità, col dovuto pentimento delle nostre colpe. E voi, o pietosissimo Samaritano, degnatevi per mezzo di questo Sacramento di versare sempre copioso il balsamo della vostra grazia sopra le piaghe dell’anima nostra, di medicarle, di guarirle perché sani di mente e di cuore possiamo darci interamente al vostro servizio ed al vostro amore.

FESTA DELL’ESALTAZIONE DELLA CROCE (2019)

FESTA DELL’ESALTAZIONE DELLA CROCE (2019)

[Messale Romano di D. G. Lefebvre O. S. B.; L.I.C.E.- R. Berruti, Torino, imprim. 16 giu. 1936 Can. L. Coccolo)

Esaltazione della Santa Croce.

Doppio maggiore. – Paramenti rossi.

Il 14 settembre 320 si fece la consacrazione della basilica costantiniana che racchiudeva la sommità del Calvario e il $. Sepolcro. Fu allora, dice Eteria, che si scopri la Croce. Ed è per questo che si celebra l’anniversario con altrettanta solennità quanto a Pasqua ed all’Epifania ». Di qui ebbe origine la festa dell’Esaltazione della Croce. « Allorché sarò esaltato, attirerò tutto a me » (Vang.) aveva detto Gesù. E poiché il Salvatore si è umiliato, facendosi obbediente sino alla morte sulla croce, Dio l’ha innalzato e gli ha dato un nome al disopra di ogni altro nome (Ep.) Così dobbiamo gloriarci nella Croce di Gesù, perché è la nostra vita e la nostra salvezza (Intr.), e protegge i suoi servi dalle insidie dei nemici (Off., Comm., Postc). – Verso la fine del regno di Foca, Cosroe, re dei Persiani, si impadronì di Gerusalemme, fece perire molte migliaia di Cristiani e trasportò in Persia la Croce di nostro Signore, che Elena aveva deposto sul monte Calvario. Eraclio, successore di Foca, dopo aver implorato fervorosamente l’aiuto divino, riunì un’armata e sconfisse Cosroe. Allora egli esigette la restituzione delia Croce del Signore. Questa preziosa reliquia venne così ricuperata, dopo quattordici anni dacché era caduta in possesso dei Persiani. Di ritorno a Gerusalemme, Eraclio la prese sulle spalle e la riportò in gran pompa sul Calvario (630). Questo atto, secondo una tradizione popolare, fu accompagnato da uno strepitoso miracolo, Eraclio, carico d’oro e di pietre preziose, sentì una forza invincibile arrestarlo dinanzi alla porta che conduceva al monte Calvario, più faceva sforzi per avanzare, più gli sembrava di essere trattenuto. Poiché l’imperatore e con lui tutti i testimoni della scena erano stupefatti, Zaccaria, Vescovo di Gerusalemme, gli disse: « O imperatore, con questi ornamenti di trionfo, tu non imiti affatto la povertà di Gesù Cristo, e l’umiltà con la quale Egli portò la Croce ». Eraclio si spogliò allora delle splendide vesti, e toltosi i calzari, si gettò sulle spalle un semplice mantello e si rimise in cammino. Fatto questo, egli compi facilmente il resto del tragitto, e rimise la Croce sul monte Calvario, nello stesso luogo donde i Persiani l’avevano portata via. La solennità dell’Esaltazione della Santa Croce, che si celebrava già ogni anno in questo stesso giorno, prese allora una grande importanza, in ricordo del fatto che l’imperatore Eraclio aveva rimessa la Croce proprio nello stesso luogo dove era stata eretta la prima volta per la crocifissione del Salvatore ». — Uniamoci in ispirito ai fedeli che, nella chiesa di Santa Croce a Roma, venerano oggi le reliquie esposte del Sacro Legno, affinché, essendo stati ammessi ad adorare la Croce sulla terra in questa solennità, nella quale ci rallegriamo per la sua Esaltazione, siamo messi in possesso per tutta l’eternità della salvezza e della gloria che essa ci ha procurato (Or., Secr.).

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Gal VI : 14
Nos autem gloriári opórtet in Cruce Dómini nostri Jesu Christi: in quo est salus, vita et resurréctio nostra: per quem salváti et liberáti sumus [Ci dobbiamo gloriare nella Croce di nostro Signore Gesù Cristo: in cui è la salvezza, la vita e la nostra resurrezione; per mezzo del quale siamo stati salvati e liberati].Ps LXVI :2

Deus misereátur nostri, et benedícat nobis: illúminet vultum suum super nos, et misereátur nostri.

[Dio abbia pietà di noi e ci benedica: faccia brillare su di noi il suo volto e ci usi misericordia].

Nos autem gloriári opórtet in Cruce Dómini nostri Jesu Christi: in quo est salus, vita et resurréctio nostra: per quem salváti et liberáti sumus [Ci dobbiamo gloriare nella Croce di nostro Signore Gesù Cristo: in cui è la salvezza, la vita e la nostra resurrezione; per mezzo del quale siamo stati salvati e liberati].

Oratio

Orémus.
Deus, qui nos hodiérna die Exaltatiónis sanctæ Crucis ánnua sollemnitáte lætíficas: præsta, quǽsumus; ut, cujus mystérium in terra cognóvimus, ejus redemptiónis præmia in coelo mereámur.
Per eundem Dominum nostrum Jesum Christum filium tuum ….

[O Dio, che ci allieti in questo giorno con l’annua solennità dell’Esaltazione della S. Croce, concedici, Te ne preghiamo, che, come conosciamo in terra il mistero della Croce, cosí in cielo ne godiamo il frutto di redenzione.
Per il medesimo nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio,….]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Philippénses.
Philipp II: 5-11

Fratres: Hoc enim sentíte in vobis, quod et in Christo Jesu: qui, cum in forma Dei esset, non rapinam arbitrátus est esse se æquálem Deo: sed semetípsum exinanívit, formam servi accipiens, in similitudinem hóminum factus, et hábitu inventus ut homo. Humiliávit semetípsum, factus oboediens usque ad mortem, mortem autem crucis. Propter quod et Deus exaltávit illum: et donávit illi nomen, quod est super omne nomen: hic genuflectitur ut in nomine Jesu omne genu flectátur coeléstium, terréstrium et infernórum: et omnis lingua confiteátur, quia Dóminus Jesus Christus in glória est Dei Patris. [Fratelli: Abbiate gli stessi sentimenti che ebbe Gesù Cristo: il quale, essendo nella forma di Dio, non considerò questa sua uguaglianza a Dio come una rapina: ma annichilí sé stesso prendendo la forma di servo e, fatto simile agli uomini, apparve come semplice uomo. Umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli diede un nome che è sopra ogni altro nome qui ci si inginocchia onde nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio in cielo, in terra e nell’inferno, e ogni lingua confessi che il Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre].

Graduale

Phil II: 8-9
Christus factus est pro nobis oboediens usque ad mortem, mortem autem crucis.
V. Propter quod et Deus exaltávit illum, et dedit illi nomen, quod est super omne nomen. Allelúja, allelúja.
V. Dulce lignum, dulces clavos, dúlcia ferens póndera: quæ sola fuísti digna sustinére Regem coelórum et Dóminum. Allelúja. [
Per noi Cristo si è fatto ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce.
V. Per questo Dio lo esaltò e gli diede un nome che è sopra ogni altro nome. Allelúia, allelúia.
V. O dolce legno, amati chiodi, che sostenete l’amato peso: tu che solo fosti degno di sostenere il re dei cieli, il Signore. Allelúia

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Joánnem.
Joann XII: 31-36
In illo témpore: Dixit Jesus turbis Judæórum: Nunc judícium est mundi: nunc princeps hujus mundi ejiciétur foras. Et ego si exaltátum fuero a terra, ómnia traham ad meipsum. (Hoc autem dicébat, signíficans qua morte esset moritúrus.) Respóndit ei turba. Nos audívimus ex lege, quia Christus manet in ætérnum: et quómodo tu dicis: Opórtet exaltári Fílium hóminis? Quis est iste Fílius hóminis? Dixit ergo eis Jesus: Adhuc módicum lumen in vobis est. Ambuláte, dum lucem habétis, ut non vos ténebræ comprehéndant: et qui ámbulat in ténebris, nescit, quo vadat. Dum lucem habétis, crédite in lucem, ut fílii lucis sitis. [In quel tempo: Gesú disse alle turbe dei Giudei: Ora si compie la condanna di questo mondo: ora il principe di questo mondo sarà per essere cacciato via. E io, quando sarò innalzato da terra, trarrò tutti a me. Ciò diceva per significare di qual morte sarebbe morto. Gli rispose la turba: Abbiamo appreso dalla legge che il Cristo vive in eterno: come dici allora che il Figlio dell’uomo sarà innalzato? Chi è questo Figlio dell’uomo? Disse allora Gesù ad essi: Ancora un poco è con voi la luce. Camminate mentre avete lume, affinché non vi sorprendano le ténebre: e chi cammina nelle tenebre non sa dove vada. Finché avete la luce, credete nella luce, per essere figli della luce].

OMELIA

[Non abbiamo trovato nessuna omelia più espressiva e bella del Cap. XII del II lib. dell’Imitazione. La proponiamo alla lettura e alla pia meditazione – ndr. -]

 [IMITAZIONE DI CRISTO,  trad. T. Canonico; P. Marietti ed., Torino-Roma 1924]

DELLA REGIA VIA DELLA SANTA CROCE

Lib. II, CAPO XII.

1. Dura sembra a molti questa parola (Joan. VI, 61) : « Rinnega te stesso, prendi la tua croce, e segui Gesù » (Matth. XVI, 24). Ma più duro assai sarà udire quell’estrema parola: « Lungi da me, o maledetti, nel fuoco eterno » (id, XXV, 41). Coloro che volentieri ascoltano adesso e seguono la parola della croce (1 Cor. I, 18),non temeranno allora di ascoltare l’eterna condanna (Ps. CXI, 6). Questo segno della croce sarà in cielo quando Iddio verrà a giudicare. Allora tutti i servi della croce, che in vita si conformarono al Crocefisso (Rom. VIII, 29), si accosteranno a Cristo giudice con grande fiducia.

2. Perché dunque temi di prendere la croce, mediante la quale si va al regno? Nella croce è la salvezza, nella croce è la vita, nella croce la protezione contro i nemici. Nella croce è l’infusione di soavità superna, nella croce il vigore della mente, nella croce la gioia dello spirito. – Nella croce è il compendio della virtù, nella croce è la perfezione della santità. Non v’è salute per l’anima, né speranza di vita eterna, fuorché nella croce. Prendi dunque la tua croce, e segui Gesù, e andrai nella vita eterna (Matth. XXV, 46). – Precedette egli portando la propria croce (Joan. XIX, 17), e per te in croce morì; affinché tu pure porti la croce tua, e desideri morire in croce. Poiché, se con Lui sarai morto, con Lui pure vivrai (Rom. VI, 8), e se sarai compagno a Lui nei dolori, lo sarai altresì nella gloria.  

3. Ecco che tutto sta nella croce, e tutto si riduce al morire; e non v’è altra via alla vita ed alla vera pace interiore, fuorché la via della santa croce e della quotidiana mortificazione. Va dove vuoi, cerca tutto ciò che ti piace; e non troverai al di sopra via più alta, né al di sotto via più sicura che la via della santa croce. Disponi ed ordina ogni cosa secondo il tuo volere e piacimento; e non troverai fuorché dover sempre soffrire qualche cosa, o per amore o per forza; e cosi troverai sempre la croce. – Poiché, o sentirai dolore nel corpo, o nell’anima sosterrai tribolazione di spirito.

4. Talora sarai abbandonato da Dio, talora sarai esercitato dal prossimo; e, ciò che più è, spesse volte sarai grave a te stesso (Job. VII, 20). Né potrai trovare rimedio che ti liberi, o conforto che ti sollevi; ma finché vorrà Iddio, conviene che ciò sopporti. Poiché Iddio vuole che tu impari a soffrire la tribolazione senza consolazione; affinché a Lui totalmente ti assoggetti, e per mezzo della tribolazione diventi più umile. – Nessuno sente così nel cuore la passione di Cristo come colui al quale sia avvenuto di soffrire siffatte cose. Dunque la croce è sempre pronta, ed in ogni luogo ti aspetta. Non puoi sfuggirla dovunque tu corra; perché da qualsiasi parte tu venga, porti teco te stesso, e troverai sempre te. Volgiti all’alto, volgiti al basso, volgiti al di fuori, volgiti al di dentro; in tutte queste direzioni troverai la croce. Ed è necessario che in ogni luogo tu conservi la pazienza, se vuoi avere la pace interiore e meritare la corona perpetua.

5. Se porti volentieri la croce, essa porterà te e ti condurrà al fine desiderato, dove cioè sarà fine al patire, benché ciò non sia quaggiù. Se la porti malvolentieri, te la rendi più pesante; nondimeno conviene che la porti. Se getti via una croce, ne troverai certamente un’altra, e forse più pesante.

6. Credi tu sfuggire a ciò che nessun mortale poté schivare? Qual santo fu al mondo senza croce e senza tribolazione? Neppure Gesù Cristo, Signor nostro restò, finché visse, un’ora sola senza dolore di passione. Conveniva che Cristo patisse e risorgesse da morte, e per tal modo entrasse nella sua gloria (Luc. XXIV, 46). E come mai cerchi tu altra via, fuori di questa via regia della santa croce?

7. La vita intera di Cristo fu croce e martirio: e tu cerchi gioia e riposo? T’inganni, t’inganni, se cerchi altra cosa che soffrire tribolazioni; perché tutta quanta questa vita mortale è piena di miserie (Giob. XIV, 1), e segnata intorno di croci. E quanto più altamente altri ha progredito nello spirito, tanto maggiori croci spesso egli trova; perché l’angoscia del suo esilio cresce in proporzione dell’amore.

8. Però chi è in tal modo variamente afflitto non resta senza conforto; perché sente che dal sopportare la sua croce gli deriva grandissimo frutto. Giacché, mentre si sottomette spontaneamente alla croce, tutto il peso della tribolazione si cambia in fiducia nella consolazione divina. E quanto più la carne resta domata dall’afflizione, tanto più lo spirito vien confortato dalla grazia interiore. E talora, pel desiderio di conformarsi alla croce di Cristo, si trova talmente fortificato dall’amore della tribolazione e dell’avversità, che non vorrebbe esser mai senza dolore e senza tribolazione; poiché si crede tanto più accetto a Dio (Libro di Tobia, XII, 13.), quanto maggiori e più gravi cose può per esso soffrire. Non è questo virtù dell’uomo, ma è grazia di Cristo, la quale tanto può ed opera nella fragile carne, che l’uomo col fervore dello spirito affronta ed ama quelle cose da cui naturalmente sempre abborre e rifugge.

9. Non è cosa naturale per l’uomo portare la croce, amare la croce, tener in freno il corpo e sottoporlo a servitù (1 Cor. IX, 27); fuggire gli onori, sopportar volentieri gli oltraggi, spregiar se medesimo e bramare di essere spregiato; sopportare con proprio danno ogni cosa avversa, e niente di prospero desiderare in questo mondo. Se guardi a te stesso, nulla di tutto questo potrai da te solo. Ma se confidi in Dio, ti sarà data fortezza dal cielo, e verranno assoggettati al tuo impero il mondo e la carne. Cheanzi non temerai neppure il nemico demonio, se sarai armato di fede e segnato colla croce di Cristo.

10. Mettiti dunque da buono e fedele servitore di Cristo a portar virilmente la croce del tuo Signore crocifisso per amore di te. Preparati a tollerare molte avversità ed ogni sorta d’incomodi in questa misera vita; perché così sarà di te dovunque tu sia, e questo è ciò che troverai realmente, dovunque tu ti nasconda. Bisogna che sia cosi: non c’è mezzo per uscire dalla tribolazione e dal dolore dei mali (Ps. CVI, 39), se non che tu soffra. Bevi con amore il calice del Signore, se vuoi essere suo amico ed aver parte con Lui (Joan. XIII, 8). Le consolazioni, rimettile a Dio: faccia Egli, quanto ad esse, come più a Lui piace. Ma tu disponiti a sostenere le tribolazioni, e tienile per grandi consolazioni; poiché i patimenti di questa vita non sono degni di meritare la gloria futura (Rom. VIII, 18), quando anche li potessi soffrir tutti tu solo.

11. Quando sarai giunto a tale, che la tribolazione ti sia dolce e soave per Cristo, allora pensa pure che le tue cose van bene; perché avrai trovato il paradiso in terra. Finché il soffrire ti pesa, e cerchi difuggirlo, sempre starai male. e dovunque fuggirà teco la tribolazione.

12. Se ti sottometti a ciò che devi essere, cioè a soffrire e morire, le cose andranno subito meglio, e troverai pace. Ancorché tu fossi rapito con Paolo fino al terzo cielo (2 Cor. XII, 2), non saresti sicuro perciò di non soffrire contrarietà. Io, dice Gesù, gli mostrerò quanto bisogna ch’egli soffra pel mio nome (Act. IX, 6). Soffrire adunque, soffrire ti resta se desideri amare Gesù e servirlo per sempre.

13. Piacesse a Dio che tu fossi degno di soffrire qualche cosa pel nome di Gesù! (Act. V, 41) quanto grande gloria ne verrebbe a te, quanta esultanza a tutti i Santi di Dio, e quanta sarebbe l’edificazione del prossimo! Poiché tutti raccomandano la pazienza, ma pochi vogliono patire. A buon diritto dovresti patir volentieri qualche cosa per Cristo, mentre molti patiscono tanto pel mondo.

14. Tieni per certo che ti conviene vivere in un morire continuo. E quanto più altri muore a se stesso, tanto più comincia a vivere a Dio (Gal. II, 19). Nessuno è atto a comprendere le cose celesti, se non si è prima sottomesso a sopportare cose avverse per amore di Cristo. Nulla è più accetto a Dio, nulla più salutare per te in questo mondo, che il soffrire volentieri per Cristo. E se fosse tua la scelta, dovresti preferire di soffrire avversità per Cristo, anziché avere il conforto di molte consolazioni; perché saresti più simile a Cristo e più conforme a tutti i Santi. – Il nostro merito ed il nostro progresso non ìstanno già in molte soavità e consolazioni; ma piuttosto nel sopportare grandi gravezze e tribolazioni.

15. Veramente, se vi fosse stato qualche cosa di meglio e di più utile alla salute dell’uomo che il patire, Cristo per certo l’avrebbe mostrato con la parola e coll’esempio. Poiché i suoi discepoli che lo seguono, e tutti coloro che desiderano seguirlo, manifestamente Egli esorta a portar la croce, e dice: « Se alcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé medesimo, prenda la sua croce, e mi segua» (Matth. XVI, 24). Dopo dunque di aver letto e meditato ogni cosa, sia questa la conclusione finale: Che per mezzo di molte tribolazioni ci conviene entrare nel regno di Dio (Act. XIV, 21).

Credo …

Offertorium

Orémus
Prótege, Dómine, plebem tuam per signum sanctæ Crucis ab ómnibus insídiis inimicórum ómnium: ut tibi gratam exhibeámus servitútem, et acceptábile fiat sacrifícium nostrum, allelúja. [O Signore, per il segno della santa Croce, proteggi il tuo popolo dalle insidie di tutti i nemici, affinché ti sia gradito il nostro servizio e accetto il nostro sacrificio. Allelúia].

Secreta

Jesu Christi, Dómini nostri, Córpore et Sánguine saginándi, per quem Crucis est sanctificátum vexíllum: quǽsumus, Dómine, Deus noster; ut, sicut illud adoráre merúimus, ita perénniter ejus glóriæ salutáris potiámur efféctu.  [A noi che dobbiamo essere nutriti dal Corpo e dal Sangue del nostro Signore Gesú Cristo, per mezzo del quale fu santificato il vessillo della Croce, concedi, o Signore Dio nostro, che, come ci permettesti di adorare tale vessillo, cosí perennemente ne sperimentiamo l’effetto salutare.]

Communio

Per signum Crucis de inimícis nostris líbera nos, Deus noster. [Per il segno della Croce, líberaci dai nostri nemici, o Dio nostro.]

Postcommunio

Orémus.
Adésto nobis, Dómine, Deus noster: et, quos sanctæ Crucis lætári facis honóre, ejus quoque perpétuis defénde subsídiis.
[Assistici, o Signore Dio nostro, e coloro che Tu allieti colla solennità della S. Croce, difendili pure coi tuoi perpetui soccorsi].

Per l’Ordinario:

http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

IL CUORE DI GESÙ (22): Il Sacro Cuore di Gesù e i peccatori.

(A. Carmignola: IL SACRO CUORE DI GESÙ, S. E. I. Torino, 1920)

DISCORSO XXII

Il Sacro Cuore di Gesù e i peccatori.

Iddio, o miei cari, è veramente infinito, epperò ammirabile in tutte le sue perfezioni. Se io getto lo sguardo nell’universo e contemplo il sole, la luna, le stelle, i monti, i mari, i fiumi, le piante, le erbe, i fiori, gli animali, gli uccelli, i pesci, e tutte le altre meraviglie, che egli ha creato con un semplice fiat, e rifletto che con un solo atto di volontà potrebbe creare mille altri mondi più belli e più meravigliosi di quello che esiste, fuori di me per lo stupore io esclamo: Mio Dio, quanto sei potente! Se poi considero l’ordine ammirabile che nella molteplicità infinita degli esseri regna mai sempre, sicché gli astri del firmamento nel loro aggirarsi intorno ad altri astri non escono mai dalla loro orbita, la terra compie sempre nello stesso tempo il suo giro, il mare rimane sempre racchiuso tra i suoi confini, gli animali e le piante si riproducono sempre secondo la medesima legge ed ogni cosa risponde al fine per cui fu creata, allora non mi contengo dal dire: Mio Dio, quanto sei sapiente! E se poi io rammento i terribili castighi con cui il Signore lungo il corso dei secoli ha punito le iniquità degli uomini, ora col diluvio, ora col fuoco mandato dal cielo, ora con le pestilenze, ora col terremoto, ora colla guerra, ora con altre calamità, allora santamente atterrito io grido: Signore, quanto è tremenda la tua giustizia! Sì, Iddio è veramente infinito, in queste e in tutte le altre perfezioni. – Ma sebbene Iddio sia infinito, epperò ammirabile in tutte quante le sue perfezioni, una ve n’ha tuttavia, che la Chiesa c’invita ad ammirare di preferenza, ed è la misericordia. Questa, dice la Chiesa, è propria in modo particolarissimo di Dio: Deus cui proprium est misereri semper et parcere. Anzi con questa, ella soggiunge, iddio fa manifesta quella tra lo sue perfezioni, che sembra colpire maggiormente i nostri sensi, vale a dire la sua infinita potenza; Deus qui omnipotentiam tuam miserando maxime manifestas. E così dicendo, la Chiesa va pienamente d’accordo col Santo Re Davide, il quale dopo di aver passati in rassegna i più grandi attributi di Dio finisce per esaltare più d’ogni altro la sua misericordia, proclamando che le sue miserazioni sono al di sopra di tutte le sue opere: Miserationes eius super omnia opera eius. (Ps. CXLIV, 9)

– Io non so, o miei cari, se si possa fare una considerazione più bella, più dolce, più consolante di quella della divina misericordia verso i poveri peccatori. Ma come non farla parlando del Cuore Sacratissimo di Gesù, che della misericordia di Dio verso i poveri peccatori è la manifestazione più splendida? Sì, esclama la Chiesa nel giorno sacro al Cuore di Gesù, valendosi delle parole del Santo Zaccaria: « Iddio ci ha visitati per le viscere della sua misericordia, » vale a dire per quel Cuore dato ai miseri, dal quale uscì fuori quella gran parola esprimente la sua speciale missione: Non veni vocare iustos, sed peccatores; (MATT. IX, 13) non son venuto a chiamare i giusti, ma bensì i peccatori. Gettando adunque anche oggi lo sguardo sopra le fiamme del Cuore di Gesù, che son pur fiamme di carità compassionevole, considereremo la sua misericordia divina verso i poveri peccatori.

I. — Ed anzi tutto la misericordia di Gesù Cristo verso dei poveri peccatori si manifesta nel sopportarli con pazienza infinita. E qui, o miei cari, per ben intendere questa verità, bisognerebbe poter prima intendere che cosa è il peccato e chi è quel Gesù Cristo, contro di cui il peccato è commesso. Ma noi colla debolezza della nostra intelligenza non arriveremo mai ad intendere né l’una cosa, né l’altra. Il santo Re Davide ben a ragione ha potuto fare agli uomini questa sfida: Delicta quis intelligit? ( XVIII, 13) Chi arriverà a comprendere la malizia che si racchiude in un grave peccato? Ed il Savio nel libro dei Proverbi ha detto pur bene: Qui scrutator est maiestatis opprimetur a gloria, (XXV, 27) Colui che si fa a scrutare la maestà di Dio rimarrà sotto il peso della sua gloria. Il peccato, ha detto S. Tommaso colla maggior energia che gli fu possibile, è un villano voltar di spalle aDio per darsi in braccio alle misere creature : Aversio a Deo et conversio ad creaturas. – Col peccato l’uomo, che non è altro che un pugno di fango,si ribella contro di Gesù Cristo, che è per l’appunto

il suo Dio, e gli dice col fatto: E chi sei tu che io abbia a seguir la tua legge, a praticare i tuoi precetti, a servirti nei tuoi voleri? Non serviam: non ti voglio servire. Tu micomandi di credere alla tua dottrina, ed io non vi voglio credere. Tu mi comandi di rispettare il tuo nome, ed io lo voglio disprezzare. Tu mi comandi di onorarti nei giorni festivi, ed io non ne voglio sapere. Tu mi vieti di far la vendetta, ed io voglio vendicarmi.T u mi proibisci di soddisfare le brame della mia carne, ed io le voglio soddisfare. Tu insomma mi vuoi fare da padrone,ma io non voglio farti da servo: non serviam, non serviam! Ma chi è Gesù Cristo Dio, contro di cui il peccatore insolentisce per siffatto modo? È il sovrano Creatore di tutto il mondo; e il Signore di maestà infinita, dinnanzi a cui si prostrano riverenti tutti gli Angeli del cielo, è quel Dio, che se col dito tocca i monti questi fumano, che se il capo accenna, trema l’universo. E questo Dio così potente non schiaccia subito il misero vermiciattolodella terra, che si leva ardito contro di lui ad insultarlo? non lo fulmina? non lo incenerisce? No, ma ordinariamente con ammirabile pazienza lo sopporta e ne soffre l’offesa. Così appunto si diportò sempre verso dei peccatori durante la sua vita mortale. I protervi giudei, non ostante che Gesù Cristo si fosse loro manifestato Dio in tanti miracoli operati alla loro presenza, lo ingiuriarono in mille guise: lo chiamarono indemoniato, impostore, mangione, bevone, sovvertitore di popoli; attentarono alla sua vita, e pensarono persino a gettarlo giù da un monte; infine gli misero le mani addosso, lo legarono come vil malfattore, lo trascinarono davanti ai loro tribunali, lo gridarono reo di morte e lo fecero condannare; e quando l’ebbero confitto sulla croce si fecero ancora ad insultarlo nel modo più atroce; eppure a tutte queste offese, egli che essendo Dio avrebbe potuto stritolare inun attimo i suoi offensori, pazientò sempre sino all’ultimo suo respiro.E la condotta così longanime che tenne durante la sua vita mortale non fu che un saggio di quella condotta, che avrebbe continuato a tenere per tutto il corso dei secoli. Oh bontà! Oh misericordia infinita! E perché mai egli sopporta il peccatore con tanta pazienza! Ah! cosa incredibile a dirsi, egli è perché lo ama. Mirate quella madre che stringe tra le sue braccia il suo bambino. Quel cattivo preso da mal talento insensatamente si adira contro di lei, si dibatte, e colle mani percuote e graffia il seno che lo allatta. Che tornerebbe più facile alla madre per vendicarsi di quell’affronto, che aprire le sue braccia e lasciar cader a terra il suo bambino? Ma lo fa essa? Ah! tutt’altro. Benché essa nell’animo suo soffra della collera del suo figlioletto e la detesti, essendo ella in diritto di non riceverne che baci e carezze, tuttavia lo tiene ancor serrato al seno perché  lo ama. E così fa Gesù Cristo. Egli odia, detesta il peccato; non vi ha nulla che odi e detesti maggiormente; ma il povero peccatore continua ad amarlo. E amandolo si fa persino a difenderlo. È ciò che diceva S. Agostino: Ego te offendebam et tu me defendebas: Signore, io insensato ti offendeva in milleguise, e tu pieno di misericordia ti facevi ancora a prenderele mie difese. Ed invero allorquando il peccatore si rivoltacol peccato contro di Gesù Cristo, tutte le creature come inorriditein certa guisa si presentano dinnanzi a lui come peressere armate da lui che è Dio ad ultionem inimicorum suorum,alla vendetta dell’oltraggio ricevuto. E la terra par che dica:Signore, lo vuoi? ed io son pronta a spalancare i miei abissi ed

inghiottire nel più profondo di essi l’insensato che ti ha offeso. – Il mare par che dica! Signore, lo vuoi? ed io son pronto a gettar fuori da’ miei confini le mie onde gigantesche e raggiungere lo sciagurato e travolgerlo in fondo ai miei gorghi, E il vento par che dica: Signore, lo vuoi? ed io son pronto a lanciarmi contro dell’infelice e ravvolgerlo nelle le mie spire e lanciarlo contro di un masso per farlo in pezzi. E il fuoco par che dica: Signore, lo vuoi? ed io son pronto a piovere dal cielo sopra il miserabile ed investirlo coi vortici dello mie fiamme e ridurlo in minutissima cenere. E gli Angeli par che dicano: Signore, lo vuoi? e noi siamo pronti ad impugnare le spade della tua giustizia, avventarci contro l’ingrato e trapassarlo da banda a banda. E Gesù Cristo?… Ah! mi vien per la mente Davide. Questo re poiché l’empio suo figlio Assalonne si era ribellato contro di lui, fu costretto di mandargli contro il suo esercito. Ma in sì dura necessità Davide non si dimenticò che era padre. Epperò mentre i suoi capitani schizzando sdegno anelavano il momento di vendicare l’oltraggiato genitore, egli piantatosi ritto sulla porta di Mahanaim, per dove a schiere di cento e di mille uomini uscivano i suoi soldati, con voce alta sicché anche questi intendessero, ai capitani Gioabbo, Abisai, Ethai andava dicendo: Sì, marciate pure contro le schiere nemiche, combattetele, distruggetele… ma per carità, deh! salvate, salvate la vita al mio figlio Assalonne: servate, servate mihi puerum Absalom(2 Reg. XVIII, 5) Così o miei cari, quando le creature quasi presentandosi a Gesù Cristo sembrano offrirsi ministre di vendetta contro l’insensato ed empio peccatore, Gesù col Cuore infiammato di amore e pieno di compassione per lui, con la sua volontà deliberata di non punirlo, viene a dir loro le stesse parole di Davide: No, non fate…, lasciatelo ancora in vita, risparmiatelo… giorno verrà, in cui la mia grazia lo toccherà… il suo cuore si ammollirà… egli conoscerà il suo delitto, e piangendolo amaramente farà di nuovo a me ritorno: servate, servate mihi puerum…, servate, servate mihi! Oh bontà, oh pazienza ineffabile! Ohmisericordia infinita! Ben aveva ragione il reale salmista diinvitarci a confessarla e benedirla: Confitemini Domino, quoniam bonus, quoniam in æternum misericordia eius. (Ps. CXXXV).

II. — Ma se la misericordia di Gesù Cristo ci appare già così grande nel sopportare con pazienza il povero peccatore, ci apparirà anche maggiore nel ricercarlo e chiamarlo che egli fa colla più viva sollecitudine alla penitenza. Ed in vero, dite, o miei cari: Se io conoscendo avere alcun di voi ricevuta una gravissima offesa da un suo fiero nemico, gli dicessi: Mio caro è certamente enorme l’oltraggio che hai ricevuto da quel temerario, ma pur tuttavia tu lo devi perdonare, né solo lo devi perdonare, ma gli devi andare incontro colle braccia aperte per stringerlo con affetto al tuo seno, e siccome egli fuggirà tu gli devi correre dietro e chiamarlo con la più forte insistenza, fino a che con le tenero tue voci abbia domato il suo cuore di pietra, e con la tua suprema generosità lo abbia indotto a gettarsi pentito al tuo seno; non è egli vero che assai facilmente mi sentirei a rispondere: Come? Che io corra dietro al mio nemico con le braccia aperte? Che io lo chiami con la maggior tenerezza possibile mentre egli ancora mi fugge e mi abborre? Ah! che io lo perdoni… passi; ma che io faccia tutto il di più che voi m’imponete… sarebbe troppo! Or bene è questo troppo appunto che Gesù Cristo nella sua infinita misericordia ha fatto e continua sempre a fare verso il povero peccatore. Mentre esso non si dà alcun pensiero della lontananza da Dio, in cui si è posto a cagione della colpa, mentre forse aggiungendo peccato a peccato se ne allontana sempre di più, Gesù Cristo è Egli stesso che con la più viva sollecitudine muove in cerca di lui, che lo rincorre, che lo chiama con tenerezza divina, che in mille guise lo sprona a far ritorno al suo Cuore. E di ciò non possiamo avere il minimo dubbio, giacché ce lo ha fatto conoscere lo stesso divin Redentore con le sue belle parabole. Un pastore, diceva Egli, menò al pascolo cento pecore. Stando per ricondurle a casa si accorge di averne solo novantanove. A quella vista è grandemente turbato, e non reggendogli il cuore di rimanersi con una pecora di meno, lascia le altre novantanove sul loro cammino; e andato per valli e per monti non si dà posa finché non abbia ritrovata la pecorella smarrita. Riavutala il suo cuore s’inonda di gioia, e senza punto percuoterla, anzi risparmiandole la fatica del viaggio, se la carica sopra le spalle, e la porta all’ovile. E giunto a casa chiama gli amici e i vicini, e dice loro: « Misero me! avevo smarrita una pecorella: ma ora rallegratevi meco, perché l’ho ritrovata. » E terminata questa bella parabola il divin Redentore interrogava così i suoi uditori: «Chi di voi, avendo perduta una pecorella non farebbe altrettanto.» Quasiché volesse dire: Se così fareste voi medesimi per nient’altro che per una pecora, come dunque non andrò Io in cerca di anime infelici, che, smarrita la via del Cielo, corrono invece per la via di perdizione, in procinto di essere da un momento all’altro divorate dal lupo infernale? Quindi a ribattere anche meglio questa verità, continuava: « Qual è quella donna, la quale avendo dieci dramme, perdutane una, non accenda la lucerna, e non iscopi la casa e non cerchi diligentemente, fino a che l’abbia trovata? E trovatala non chiami le auliche e le vicine, dicendo: Rallegratevi meco, perché ho ritrovata la dramma perduta? » Ma una tal verità più ancora che con le parole ce l’ha appresa coi fatti. Un giorno insieme co’ suoi Apostoli si recava dalla Giudea nella Galilea, passando per le terre dei Samaritani. Egli, che nulla faceva a caso, ma ogni sua operazione dirigeva a nobilissimo fine, studiava il passo, e pareva, che assai gli premesse di portarsi avanti come se ad un’ora determinata avesse un appuntamento con qualche persona. Dopo un cammino a piedi per parecchie ore, egli sul meriggio giunse presso la città di Sichem, e ivi siccome a termine del suo faticoso viaggio, si pose a sedere sopra la sponda di un pozzo. Gli occhi suoi parevano brillare di un’insolita gioia, ed un più vivido raggio di celestiale bontà traspariva dalla sua faccia divina. A che pensa dunque, a che mira Gesù? Egli pensa e mira all’acquisto di un’anima in preda al peccato; Egli sta colà aspettando una misera donna che, quale smarrita pecora, va errando lungi da Dio ed è caduta nello zanne dei lupi. Egli sa che tra poco ella deve arrivare colà ad attingere acqua, ed il buon Pastore ansioso l’attende per ricondurla all’ovile. – La misera donna arriva di fatto, si accosta al pozzo ed allo sconosciuto non ilice parola. Ma se ella non pensa a Gesù, Gesù, che la conosce, si prende ben cura di lei. Laonde riempitache ebbe la secchia, e mentre già sta per andarsene, Gesù pel primo le volge il discorso, e le domanda da bere, non già perché abbia sete di acqua, ma perché ha sete dell’anima sua; e con la più ammirabile pazienza, con le parole più amorevoli egli ricerca e richiama a sé quell’anima traviata, la fa pentire de’ suoi peccati, la converte e la salva. Or bene, quello che Gesù fece colla Samaritana, è presso a poco quello che fa con qualsiasi povero peccatore. Sono davvero ineffàbili le industrie con cui egli ne va in cerca, sono inesprimibili le voci tenerissime con cui a sé lo chiama. Volete farvi una più bella idea di questa consolantissima verità? Lasciate che qui vi ricordi quello che si legge di S. Giovanni, l’Apostolo della carità. Racconta Eusebio nella sua Storia Ecclesiastica, che mentre il santo Apostolo andava per l’Asia Minore fondando nuove chiese, venne ad imbattersi in un giovane di bell’indole e di spiriti vivaci, e riputandolo abile a far progressi nella cristiana perfezione, lo raccomandò caldamente e con grandi espressioni al vescovo della città, acciocché prendesse di lui tutta la cura. Il prelato, in esecuzione dei suoi ordini, lo prese nella sua casa, lo battezzò, lo istruì, lo educò col latte della pietà e della divozione. Sicché parendogli che fosse ornai venuto un devoto e perfetto Cristiano, cominciò a rallentare un certo rigore di domestica disciplina. Ma oh Dio! Quanto è debole la virtù nei giovani! Sentendosi quegli quasi gettata la briglia sul collo, a guisa di un puledro sfrenato, comincio a camminare dissolutamente per la strada del vizio, e passando da un peccato all’altro, da un eccesso minore ad un altro maggiore, arrivò a commettere ladronecci, assassinamenti e scelleratezze esecrande. Che più? Giunse fino a farsi capo d’una squadra di ladroni, ed occupato un monte vicino alla città, si diede ad insidiare alla vita ed alla roba dei passeggieri. Ecco i precipizi in cui si arriva a cadere quando dall’alto della perfezione si comincia a dare indietro. Intanto essendo ritornato il diletto Apostolo in quella città per affari ecclesiastici, domandò conto al Vescovo del giovane, commesso alla sua cura. Quegli, tratto un profondo sospiro dal cuore: È morto, disse. E di che morte, ripigliò S. Giovanni, temporale o spirituale? Di morte spirituale, soggiunse il Vescovo, e irreparabile; perché lo sventurato fattosi capo bandito, se ne va ramingo per le pendici del vicino monte. In udir questo l’Apostolo si stracciò per dolore la vestimenta; e poi: Presto, disse, mi si trovi un cavallo, ed una guida; e salito su quello si diede con gran fretta a cercare la pecorella smarrita. Appena però si avvicinò alle radici del monte, che subito fu fermato dalle guardie e messo in arresto. E questo appunto io bramava, disse a quei micidiali il santo, di cadere nello vostre mani: presto, conducetemi qui il vostro capo, perché o esso dovrà essere mia preda, o io la sua. Ma già da se stesso se ne veniva il giovane infelice coll’armi in mano, tutto accigliato nella fronte e pieno di mal talento nel cuore. Quando mirando da lungi il santo Apostolo, lo riconobbe, vergognandosi di se stesso, voltò le spalle e si diede alla fuga. Allora il santo, spronato il cavallo, si diede a seguirlo a briglia sciolta per quelle balze, e dimentico affatto del suo carattere e della sua età cadente, cominciò a gridare ad alta voce: Ferma, tiglio, ferina! E da chi fuggi? Da tuo padre? E di chi temi? È forse d’un vecchio imbelle, che altre armi non ha con cui ferirti, che quelle del suo amore? Ferma, figlio, non temere, non dubitare, che c’è speranza ancora di salute per te; ferma, l’erma! Da questi strali di amore, vibrati da quel tenerissimo cuore, rimase altamente ferito il misero giovane. Si fermò, si voltò, e fissando a terra gli occhi, vergognossi, gettò via le armi che aveva in dosso, si spogliò immantinente della fierezza che aveva nel cuore, e corse precipitoso a gettarsi ai piedi del santo vecchio. Quivi incominciò con sospiri, con gemiti e con un profluvio di lagrime a mostrargli il suo grande dolore. Solo però manifestandogli il suo pentimento, nascondeva nel seno la destra, rea di tanti morti e di tanto sangue innocente, che aveva sparso, in vederlo così contrito, il santo Apostolo precipitò da cavallo, si prostrò davanti al sanguinario, gli gettò le braccia al collo, e mescolando lagrime con lagrime, gemiti con gemiti, pianto con pianto: Non temere, gli diceva, figlio mio, che io con solenne giuramento ti prometto d’impetrarti da Gesù il perdono delle tue colpe. E finalmente cavatagli dal seno la mano rea di tanto sangue, per eccesso di tenera pietà si pose a baciargliela replicatamente. Ricondottolo poscia alla chiesa non solo lo ripose sul sentiero della virtù cristiane, ma lo condusse a tanta perfezione, che poscia poté e volle crearlo Vescovo di quella città. – Ebbene, dove mai S. Giovanni aveva imparato a richiamare per siffatto modo i peccatori? Dove? Alla scuola di Gesù, posando il capo sopra il suo Cuore Sacratissimo nell’ultima cena. Se tale pertanto fu la sollecitudine del discepolo, quale non sarà mai quella del Maestro? Se con tanta insistenza e tenerezza S. Giovanni ha rincorso e chiamato il peccatore al pentimento, chi potrà dire con quale insistenza e tenerezza lo rincorra e lo chiami Gesù Cristo? Oh sì! egli lo rincorre e lo chiama con quelle sante inspirazioni, con quel buon libro che come per caso gli fa cadere sott’occhio, con quella predica che gli fa ascoltare, con quella parola che forse è uscita involontaria dal labbro del predicatore e che egli ha forse anche creduto guastare il suo discorso. Egli lo rincorre e lo chiama colle preghiere di una madre, coi gemiti di una sposa, Coi dolci lamenti di una sorella, cogli sguardi di un innocente fanciullo, colle esortazioni di un amico sincero. Egli lo rincorre e lo chiama colla voce della Chiesa, che in certi tempi si fa più grave e supplichevole, ripetendo ad ogni istante: « Ecco il tempo propizio, ecco i giorni di salute; eh! l’empio abbandoni le sue vie e l’uomo ingiusto rinunzi a’ suoi malvagi pensamenti. » Lo rincorre e lo chiama coi ricordi cristiani di una santa fanciullezza, coi crudi rimorsi, con le improvvise tristezze, con gli amari disinganni, con le vive agitazioni, con le insoffribili smanie che l’assalgono in mezzo all’ebbrezza medesima dei godimenti. Lo rincorre e lo chiama. Sì, quando non basta ancora la voce dell’amore, egli chiama con la voce tonante del castigo, che alla fin fine non è altro che l’ultimo spediente della sua inesauribile bontà. Rammenti,o Cristiano, quei rovesci di fortuna? quelle calunnie? quei tradimenti? quella malattia? Rammenti quei feretri, che involavano i tuoi amori fulminati dalla morte? Tu credevi che fosse la giustizia di Dio, ed era invece la misericordia del Cuore di Gesù, che menava l’ultimo colpo al tuo induramento, era la sua voce tutta piena di tenerezza e di compassione per te, che ti diceva nel modo più efficace: Convertere, convertere ad Dominum Deum tuum: convertiti, convertiti al Signore Iddio tuo. Oh bontà! oh misericordia infinita del Cuore di Gesù verso del povero peccatore! E quasi ciò non bastasse ancora, la misericordia di Gesù Cristo, come dice S. Catterina da Siena, perseguita con le sue chiamate il peccatore fino al momento supremo dell’agonia, in cui sospeso tra la vita e la morte non sembra più appartenere alla terra. Allora, un’ultima volta, in un mistero di bontà inesplicabile, il Cuore di Gesù, Creatore e Redentore delle anime si affaccia e gli dice: Figlio, vuoi essere mio? Ahimè! vi hanno di coloro che rispondono di no! Ma quanti vi saranno che a questa prova estrema di amore risponderanno di sì, e sfuggiranno per tal guisa all’eterna dannazione! Confessiamo, confessiamo chela misericordia di Gesù Cristo è infinita: Confitemini Domino, quoniam bonus, quoniam in aeternum misericordia eius.

III. — Ma infine dove spicca maggiormente la misericordia di Gesù Cristo verso i poveri peccatori si è nell’accoglierli con bontà e con gioia al tutto paterna, quando a lui ritornano sinceramente pentiti. E anche qui non potremmo intendere meglio questa dolcissima verità che dalla bocca stessa del divin Redentore in quella parabola sempre antica e sempre nuova, sempre sublime e sempre commovente, la parabola del figliuol prodigo. « È un padre, che ha due figli. Il minore si presenta a lui e gli dice: Padre, dammi la mia parte di eredità che mi spetta, che io sono stanco di stare in casa tua: me ne voglio andare lontano. – Ma, figlio, perché queste parole? t’ha fatto qualche cosa tuo padre da trattarlo così? – Tant’è, dammi la parte di eredità che mi spetta: torno a dirti che me ne voglio andare. E il buon padre eccolo a dividere le sue sostanze e dare a quel figlio la sua porzione. E lui, lo sciagurato, voltare villanamente le spalle a suo padre e andarsene in lontano paese, e là, cogli amici, nei bagordi e nelle scostumatezze dissipare tutta la sua sostanza. Sicché ben presto si trova nella miseria e sente lo stimolo della fame, tanto più che in quel paese è sopravvenuta la carestia. E come fare adesso per campare la vita? Gli amici, così numerosi nel tempo del godere, ora tutti l’hannoabbandonato. Come fare adunque? È costretto a porsi da servitore presso un duro padrone, che lo manda al pascolo di animali immondi, e per paga non gli dà che un tozzo di pan nero, sicché si trova al punto d’invidiare le ghiande a quei sozzi animali che pascola. Povero figlio, a che stato è mai ridotto! Ma in quello stato egli ritorna col pensiero a casa di suo padre. Seduto forse sotto di una quercia, appoggiata la testa al suo bastone egli pensa e ripensa: Oh quanti, non più che servi in casa di mio padre, abbondano di pane, ed io qui… qui mi muoio di fame. Ma dunque vorrò durarla a lungo una vita così infelice? E che fare? Tornare da mio padre? E perché no? Mio padre è buono, oh lo conosco bene il suo cuore: mi getterò ai suoi piedi, li bagnerò di lagrime, gli dirò: Padre, perdono! ho peccato contro il cielo e contro di te, non son più degno di essere chiamato tuo figlio: abbimi per l’ultimo dei tuoi servitori. E mio padre… mio padre mi perdonerà. Surgam Surgam et ibo ad patrem meum. E sorge; pianta là quel branco di animali, si getta attraverso il bosco, guadagna la strada maestra, cammina, cammina, corre… Ma il padre, oh padre amoroso! da quel dì che suo figlio s’era allontanato da lui, non aveva avuto più pace. Tutti i giorni si portava sul terrazzo del suo castello, e di là spingeva lo sguardo per tutte le vie, che vi mettevano capo, per vedere se caso mai… Ma quel giorno, dopo aver alquanto guardato, vide là in fondo ad una via una persona che si avanzava…’Man mano che si avvicinava,nell’andatura, nel movimento gli pareva… ma intanto che si ingannasse come le altre volte? No; gli pareva proprio lui: il cuore glielo diceva: batteva così forte! Ma pure… cominciava a vederlo tutto lacero, pezzente… Ah non era così mio figlio quando è partito… Eppure, sì, sì, è lui: lo riconosco già ai lineamenti. E qui il povero padre, dimentico della sua età correre giù frettoloso le scale, uscire di casa, andargli incontro. Ah! il figlio non ha quasi tempo a gettarseli ai piedi per dirgli piangendo: Padre, perdono: ho peccato contro il cielo e contro di te; non son più degno d’essere chiamato tuo tiglio; cheil Padre gettatosi al suo collo, pieno della più grande compassione lo bacia. Poscia gridando ai servi: Presto, dice, portate la più bella veste, e indossategliela: mettetegli l’anello in dito e i calzari ai piedi: ammazzate il vitello più grasso, invitate i parenti, gli amici, le musiche, mangiamo e stiamo allegri, perché questo mio figliuolo era morto ed è resuscitato, l’aveva perduto e l’ho ritrovato. E si cominciò a banchettare. E intanto il figliuolo maggiore tornando dalla campagna e sentendo tutta quella allegria interroga uno dei servi: Che cos’è questa festa? – Come, non sai? È tornato tuo fratello. – Quello scioperato? – E non voleva saperne di entrare nella sala del convito. Ma il padre avvisato esce fuori e si fa a pregarlo. Ed egli: Ma, padre, io vi sono sempre stato ubbidiente da tanti anni, e voi non mi avete mai dato un sol capretto da banchettare co’ miei amici, ed ora cheè tornato quello sciagurato di mio fratello fate sì gran festa? Figlio mio, non dire così: tu sei sempre con me, e tutte le cose mie sono anche tue; ma quel tuo fratello era morto ed ora è risuscitato, l’aveva perduto ed ora l’ho ritrovato. Vieni, vieni dunque anche tu a rallegrarti con noi. » – Così, o miei cari, così Gesù benedetto descriveva Egli medesimo la festosa accoglienza che Iddio fa al peccatore convertito. Così comprovava la verità di quella sentenza da Lui pronunziata poco più innanzi nel Santo Vangelo: Sì, io vi dico che si fa maggior festa in cielo per un peccatore che si pente, che non per novantanove giusti, che non, abbisognano di penitenza. Oh certamente! Gesù Cristo è buono ed infinita è la sua misericordia: Confitemiiti Domino, quoniam bonus, quoniam in æternum misericordia eius. Senza dubbio Gesù Cristo non poteva darci un’idea più viva della bontà e della gioia con cui accoglie al suo Cuore un peccatore che sinceramente pentito faccia a Lui ritorno. Tuttavia per farci sempre maggiore animo, alle parole volle aggiungere, i fatti. Ne abbiamo, anche qui, una prova nel Vangelo istesso riguardo ad un’altra donna, non meno peccatrice della Samaritana, anzi così peccatrice, che con tal nome era comunemente designata, e il Vangelo stesso la disse posseduta da sette demoni, cioè rea di ogni peccato. Orbene Gesù predicava un giorno nella Galilea, quando Maddalena, tratta dalla gran fama del nuovo Profeta, si decise di andarlo a udire. Oh fortunata decisione! Oh felicissimo pensiero! Alle parole che da quel labbro divino uscivano così efficaci sulla vanità degli onori terreni e dei piaceri del senso, al discorso così eloquente sulle ricchezze della bontà e misericordia di Dio, e soprattutto a quel dolcissimo invito: Venite a me tutti, o peccatori e peccatrici, che siete oppressi sotto il peso delle vostre colpe, ed io vi darò a gustare quella pace, che indarno cercate nelle vanità e nei piaceri del mondo; a questi insomma e ad altri simili detti la peccatrice famosa sentissi tocca nel profondo del cuore. Ella concepisce tosto un sì vivo dolore de’ suoi peccati, che non potendo più rattenersi comincia a versare dagli occhi come un torrente di lagrime. Si porta quindi subitamente a casa, getta via gli ornamenti di lusso, si scompiglia i capelli e dato mano ad un vaso di alabastro pieno d’unguento prezioso va di nuovo in cerca di Gesù. E saputolo nella città di Naim a pranzo in casa di Simon fariseo, in compagnia di ragguardevoli personaggi, ella, senza umani rispetti, si porta colà. Ed entra nella sala del convitto, si getta ai piedi di Gesù, glieli bagna con le lagrime del dolore, glieli asciuga con i suoi lunghi capelli, glieli profuma col suo prezioso liquore, glieli bacia con ardentissimo affetto. E Gesù! Gesù tollera che una donna così peccatrice e scandalosa lo tratti con una confidenza siffatta, quale appena si potrebbe permettere ad un’anima stata sempre innocente? E non le rinfaccia i suoi molti peccati? e non la manda prima a riparare gli scandali? non le impone di scostarsi da Lui? e non le impedisce di toccarlo? Così pensa nell’animo suo il Fariseo, perché tutto ciò non gli par prova che Gesù sia un gran profeta. Ma non così la pensa Gesù, che pieno di gioia indicibile nel vedere pentita ai suoi piedi quella povera Maddalena non solo ve la lascia e la rimira con occhio benigno, ma tosto la difende contro del Fariseo superbo, che di lei mormorava, la dimostra già migliore di lui, perché piena di contrizione e d’amore; quindi le dice la gran parola di perdono: Remittuntur tibi peccata. Fides tua te salvam fecit, vade in pace. (Luc. VII, 48, 50) Ti sono rimessi i peccati.La fede che opera mediante la carità, ti ha fatta salva; vannein pace. Né qui ebbe fine la bontà di Gesù con la penitenteMaddalena. Egli, in seguito ancora, trattolla come se nonavesse peccato giammai; l’ebbe ognora carissima, come sefosse sempre vissuta quale un’anima innocente. Gradì i servigidi lei, le permise che lo seguitasse con altre pie donne, eprovvedesse ai bisogni del Collegio apostolico. E morto Lazzarosi recò in Betania per consolarla, anzi ai prieghi, allelacrime sue, operò il più strepitoso miracolo, richiamandolea vita il fratello da quattro giorni morto e sepolto; dopo lasua Risurrezione gloriosa a lei apparve in modo tutto particolare,e prima ancora che agli stessi Apostoli. Ora un amoresì grande verso un’anima un dì rea di tanti peccati, non èforse una prova la più evidente della bontà sommamente paterna,con cui accoglie a sé i peccatori pentiti?Che altro dunque ci vuole, o sventurati e carissimi peccatori,per animarvi a ritornare tra le braccia di Dio? Ah!Se il Cuore di Gesù vi ha oggi chiamati ad ascoltar la suasanta parola, deh! non tardate più un istante a rifugiarvi in

lui: ad Cor reclusum vulnere, ad mite Cor accedite. Questo Cuore santissimo per ciò appunto è aperto, per facilitarvi l’entrata in esso. Andate a gettarvi ai piedi del suo ministro, e col pentimento sincero e colla santa confessione delle vostre passate colpe riacquistate la sua grazia e la sua amicizia. Ah sì, è vero, per chi da gran tempo vive lontano da lui, questo primo passo sarà duro! ma se egli lo darà risoluto, il Cuore di Gesù farà il resto. Oh quante volte, benché ministri indegni del Signore, abbiamo veduto queste meraviglie della sua bontà! Erano poveri peccatori che da quindici, venti, quarant’anni non si erano più confessati mai… e poi tocchi dalla grazia di Dio, facendosi pure un’estrema violenza venivano a gettarsi ai piedi del sacerdote, e cominciata appena l’accusa delle loro colpe davano in tali scoppi di pianto, che costringevano a dire: Ah! qui vi è veramente la mano, o meglio ancora qui vi è il Cuore di Dio! Ma quelle lagrime non erano soltanto di rammarico della passata vita, erano pure lacrime di consolazione, ed assai più che tutti i più eloquenti discorsi dicevano: Oh quanto è buono Iddio! Quanto è misericordioso Gesù! Come è dolce il ritornare al suo seno e a vivere in casa sua! Coraggio, coraggio adunque! Oggi il buon Gesù, col suo Cuore pieno di carità per voi, vi fa una chiamata decisiva, e beati voi se l’ascolterete! Ma se per isventura induriste il vostro cuore… Ah! Timeo Dominum transeuntem, esclama S. Agostino: temo il Signore che passa. Quando Gesù, chiama e richiama, non si sente mai a rispondere, vede anzi le sue chiamate accolte con indifferenza glaciale, disprezzate, si stanca ancor egli: Curavimus Babylonem et non est sanata, derelinquamus eam. (GER. LI, 9) L’abbandono, ecco il terribile castigo, con cui Gesù Cristo punisce chi si fa indocile alla misericordia del suo Cuore. Non più adunque, o Gesù mio. Abbastanza sono stato lontano da Voi. È tempo, che a voi ritorni pentito. Lo so, non sono più degno d’essere chiamato vostro figlio! Caro Gesù! Quanti peccati ho commessi! quante offese vi ho recate! Ma Voi siete buono, volete che speri in Voi, me lo comandate, ed io obbedisco. Mi getto ora nel vostro Cuore Santissimo, per cantarne poi in eterno la sua misericordia.

IL CUORE DI GESÙ (21): Il Sacro Cuore di GESÙ e la gioventù.

CUORE DI GESÙ

 (A. Carmignola: IL SACRO CUORE DI GESÙ, S. E. I. Torino, 1920)

DISCORSO XXI

Il Sacro Cuore di Gesù e la gioventù.

Io non so chi vi sia tra di voi, già alquanto innanzi nel cammin della vita, che non si senta turbato e commosso nel vedersi dinnanzi un fanciullo od un giovane. Perciocché che cosa sono questo giovane e questo fanciullo? Essi sono un germe, che racchiude un molteplice avvenire; l’avvenire di loro stessi, temporale ed eterno, l’avvenire della famiglia, che un dì formeranno, l’avvenire della società, alla quale apparterranno e la cui vita avranno essi nelle mani. E a un tanto pensiero come non turbarsi e commuoversi nel vedere un fanciullo od un giovane? La Sacra Scrittura ne insegna apertamente, e l’esperienza quotidiana il comprova, che il giovane, presa che ha una buona via, più non si allontana da quella, nemmeno nella sua vecchiaia: Adolescens iuxta viam suam, etiam cum senuerit, non recedet ab ea. (Prov. XXII, 6) Sicché come è vero in generale, che se il giovane è buono, lo sarà ancora in seguito non solo per sé, ma pur in prò della famiglia e delia società, così è verissimo, che se il giovane è tristo, lo sarà pure negli anni ulteriori e per sé e per la famiglia e per la società. E dopo di ciò qual meraviglia, che tra gli amori speciali, di cui si mostrò infiammato il Cuore Santissimo di Gesù Cristo, tenga un posto principalissimo quello, che Egli ebbe verso la fanciullezza e la gioventù? Del che. leggendo il Vangelo, non possiamo avere alcun dubbio. Il Vangelo ci apprende, che a Gesù presentavano dei fanciulli, affinché imponesse loro le sue mani divine e li benedicesse, e cercando gli Apostoli d’impedirlo, loro diceva: « Lasciate che i fanciulli vengano a me, e non vogliate impedirli, perché di essi è il regno dei cieli. » (MATT. XIX) il Vangelo ci apprende, che Gesù Cristo un giorno pronunziò un terribile guai: « Guai a chi darà scandalo ad un fanciullo, che crede in me. Piuttosto di dare scandalo siffatto, meglio sarebbe che il disgraziato si legasse una pietra da molino al collo e con quella andasse a gettarsi nel profondo del mare. » Il Vangelo ci apprende, che Gesù Cristo ha detto ancora: « Guardatevi dal disprezzare alcuno dei fanciulli, perciocché io sono venuto a salvarli, e i loro Angeli custodi, che sempre veggono il volto del Padre mio, chiamerebbero sul vostro capo un’aspra vendetta. » ( MATT. XVIII) Infine il Vangelo ci apprende ancora, come Gesù Cristo abbracciando col suo amore i fanciulli e i giovani di tutti i tempi pronunziò quella grande parola creatrice delle più grandi opere a prò della gioventù, quella parola che ha suscitato gli Ignazii di Loyola, i Calasanzii, i Zaccaria, i Gerolamo Emiliani, i Giovanni Bosco, quella parola che ha allargato le braccia della Chiesa ad accogliere al suo seno con maggior predilezione i giovani per istruirli, per proteggerli, per salvarli: « Chiunque riceverà in mio nome un fanciullo, sarà come ricevesse me stesso: Qui susceperit unum parvulum talem in nomine meo, me suscipit. (MATT. XVIII, 5) Ah! prima che Gesù Cristo pronunziasse questa gran parola, nessuno si pigliava cura della gioventù e l’amava di un amor vero. E sebbene un retore pagano avesse riconosciuto che al fanciullo si deve massima riverenza, tutta via la gioventù non era riguardata che quale elemento di forza materiale, e, cosa orribile a dirsi, siccome pascolo di nefande passioni. Quale carità adunque non ebbe mai Gesù Cristo per la gioventù, illuminando gli uomini sul valore di questo brillante stadio dell’età umana! Ma, oh Dio! dopo diciannove secoli di Cristianesimo qual è il conto che fa la gioventù della carità di Gesù Cristo per lei? Rammentando che oggi la Chiesa onora e festeggia un giovine, che la carità di Gesù Cristo ricambiò con l’amore più ardente e più puro, e venendomi innanzi l’opposto e miserando spettacolo, che presenta la gioventù irreligiosa e scostumata dei nostri giorni, mi par conveniente farvi rilevare oggi come molta gioventù mal corrisponda alla carità di Gesù Cristo per lei.

I. — Qual è adunque il conto, che fa oggidì la gioventù della carità di Gesù Cristo per lei? Nessuno. Oggidì la gioventù non ama Gesù Cristo; a quindici, a diciotto, a venti la gioventù non prega più, non v a più a messa, non s’accosta più ai Sacramenti, non fa più pratiche religiose. E non solo la gioventù non ama Gesù Cristo e non si cura della sua religione; ma, cosa orribile a dirsi, eppur vera, la gioventù oggidì non crede più a Gesù Cristo e lo disprezza. Ecco quello che fa oggidì un giovane a quindici, a diciotto, a vent’anni. Se egli è un giovane del popolo, ai crocicchi delle vie, agli angoli delle piazze, tra i lavori dell’officina, non fa uscir dal suo labbro che bestemmie le più orribili contro di Dio, di Gesù Cristo, della Vergine e dei Santi, insulti i più bassi e vigliacchi contro la Chiesa e i suoi ministri, discorsi i più scellerati ed immorali, da far fremere di orrore l’aria che li ascolta. Se egli poi è un giovane di più elevata condizione, benché non così rozzamente e rabbiosamente, tuttavia forse anche con maggior colpevolezza, perché con maggior raffinatezza e malizia, compie verso di Dio e di Gesù Cristo lo stesso dileggio. Egli è uscito appena dall’infanzia, ma perché in una scuola tecnica o liceale ha già apprese qualche po’ di latino e di greco, qualche po’ di fisica e di matematica, qualche squarcio di storia antica e moderna, e soprattutto perché egli ha letto qualche libercolo più o meno spiritoso contro il Cristianesimo, qualche osceno romanzetto, si pone con baldanza in faccia a Gesù Cristo e alla sua Religione, e dice senz’altro: Impostura, menzogna, follìa, superstizione, tenebre! Sì, così parla e sentenzia questo giovane; e mentre le verità della fede per diciannove secoli di Cristianesimo hanno occupate le menti dei più grandi geni, e sono state l’oggetto della loro più profonda ammirazione, questo giovane a quindici, a diciotto, a vent’anni, non ancora capace di seriamente studiare e riflettere, e senza aver punto studiato e riflesso, le giudica follle e le rigetta con disprezzo. Ah! miei cari, non si è mai veduto alcunché di simile, non mai è accaduto un fatto così lagrimevole. In altri tempi, giacché le passioni non sono di oggi, il vizio penetrava ben anche nel cuore dei giovani; in altri tempi venivano ben anche trasandate dai giovani le pratiche di Religione, ma la fede cristiana in fondo all’anima rimaneva, e il perderla affatto era cosa assai rara, di qualche individuo isolato. Oggidì invece… la gioventù più non crede. – Ma non è tutto. Nel tempo stesso che questa gioventù respinge e disprezza la fede di Gesù Cristo, ne respinge e disprezza la morale, anzi è appunto perché ne conculca la morale, che, ne rigetta la fede. La superbia dell’animo e la corruzione della carne, ecco ciò che tutti lamentano oggidì nella gioventù. Per essa non vi ha più alcun giogo che valga, trattisi pure dei più ragionevoli e necessari. In famiglia spadroneggia i genitori, che oggimai anziché padri e madri, son divenuti miseri schiavi ai capricci dei figli; nella scuola s’impone ai professori, ai quali cogli urli e coi fischi nega a suo piacere il diritto di far lezione, e di farla in un modo piuttosto che in un altro; nella società si rivolta contro lo stesso pubblico potere, e con gazzarre e tumulti per poco gli si fa a dettare la legge. E con la superbia dell’animo la corruzione della carne. Indarno, gettando lo sguardo sull’odierna gioventù voi cercate di scoprire in essa qualche tratto, che annunzi il minimo senso cristiano: l’immodestia del contegno e del portamento, l’occhio impudente e inverecondo, il parlare frivolo ed osceno, la frenesia pei liberi divertimenti, la voluttà per tutto ciò che inebria i sensi, tutto rivela che il vizio la domina e la corrode. Ed ahi! non di rado questa terribile rivelazione ò fatta da una fronte solcata di rughe premature, da occhi smorti ed incavati, da labbra impotenti a ritrarre il sorriso della bontà, da un volto insomma, che nella primavera della vita già porta sopra di sé le ingiurie del tempo, ed annunzia vicino lo schiudersi di una tomba. Ah! senza dubbio non è a dire che sia così di tutti i giovani. Guai se lo fosse! Giovani credenti, umili e ben costumati, per grazia di Dio, ve ne sono ancora. Come l’antichità pagana ci ha mostrato il grande e bello spettacolo del giusto, che rimane imperturbato in mezzo alle rovine del mondo crollante a’ suoi piedi: Et si fractus illabatur orbis impacidum ferient ruinæ; così l’ora presente ci mostra uno spettacolo più bello e più grande ancora, quello di un giovane, che ama Gesù Cristo, che lo crede, che lo confessa con sincerità e coraggio nelle parole e nei costumi non ostante il soffio delle proprie passioni e le terribili seduzioni del mondo. E se vi ha uno spettacolo, che tranquilizzi alquanto, che ravvivi la speranza e consoli l’anima è questo appunto di una gioventù credente e casta, che passa in mezzo al mondo come una soave emanazione del cielo, come Lot in mezzo alle infamie di Sodoma, che conserva perciò tutta la grazia, tutta la freschezza, tutto il vigore di tale età. O giovani carissimi, che siete qui ad ascoltarmi, voi la conoscete questa gioventù tanto degna di ammirazione e di stima, ed io ben la ravviso in voi, e in voi con tutta l’enfasi dell’anima mia le faccio plauso e le grido: Gloria e onore! Ma con tutto ciò, senza esagerazione di sorta, noi possiamo asserire, che in generale la gioventù odierna, nei due suoi terzi abbondantemente, è incredula, superba e corrotta, nemica giurata di Gesù Cristo, della sua fede e della sua morale. Come si spiega tutto ciò?! Quali cause ingenerano una rovina sì grande, sì numerosa sì precoce? Che cosa è che oggidì fa perdere ai giovani la fede, la sudditanza e la purità del costume? Tutti coloro, che hanno studiato a fondo questo spaventevole fenomeno, vanno tutti d’accordo nel dire, che le cause più vere, che lo hanno prodotto, sono l’ignoranza intorno alla Religione ed il pestifero ambiente irreligioso, in cui oggidì la gioventù viene cresciuta.

II. — Ed anzi tutto l’ignoranza intorno alla Religione. Di fatto, questi giovani, che con tanta sicumera si danno a trinciar sentenze su Dio, su Gesù Cristo e sulla sua Chiesa, che cosa ne sanno essi e di Dio, e di Gesù Cristo, e della sua Chiesa? Nulla! Molti non hanno mai avuto alla mano un piccolo catechismo. E talora se ne incontrano di quelli che, incredibile a dirsi, sebbene nati in paesi cristiani, da genitori Cristiani, non sanno tuttavia a farsi il segno della croce. Purtroppo per la più parte della gioventù Dio è il grande Ignoto cui S. Paolo trovava un altare dedicato in Atene. E come potrebbe essere diversamente? L’apostolo S. Paolo scriveva che la scienza e la fede delle verità divine non si ottiene, che per mezzo dell’udito, e l’udito per mezzo dell’insegnamento della dottrina cristiana: Fides ex auditu, auditus autem per verbum Christi. (Rom. X, 17) L’uomo, ha detto il grande Lacordaire, è un essere insegnato. Epperò come le lettere e le scienze non entrano nella sua mente se non per mezzo dell’insegnamento, che glie ne vien fatto con la parola, così non può essere altrimenti della Religione. Ma chi è oggidì, che apprende ai giovani la Religione, che parla loro in modo conveniente di Dio, di Gesù Cristo, dei grandi misteri della fede! Questo grande insegnamento, non si può mettere in dubbio, appartiene alla famiglia, alla scuola ed alla Chiesa. Nella famiglia è la madre, che deve impartire ai figliuoli la prima istruzione religiosa; è dessa il primo ministro di Dio, il primo missionario, il primo apostolo, il primo dottore. E Dio le ha dato perciò un accento così tenero, così soave, così persuasivo. A lei adunque, non ad altri massimamente che a lei, si conviene d’istruire di buon’ora i suoi figli negli elementi della Religione, d’apprendere loro i misteri principali della fede, il simbolo degli Apostoli, i Sacramenti, i precetti di Dio e della Chiesa. A lei gettare nei loro vergini cuori i germi della pietà e del timor di Dio; a lei trasfondere nelle tenere loro anime l’amore di Gesù Cristo e della sua Santissima Madre; a lei mostrar loro il Cielo e metterli per tempo nella via, che ve li conduce. – Ma quando il fanciullo cresce e già comincia ad uscir di casa per entrar nella scuola, allora senza dubbio la scuola deve continuare essa quell’insegnamento, che la madre ha incominciato in famiglia; perciocché in fondo in fondo la scuola non deve essere altro che l’aiuto della famiglia nella cristiana educazione della gioventù. E come il padre e la madre ricordando del continuo che i figli, ricevuti da Dio, per Iddio sopra tutto devono allevarli, così i maestri insegnando le lettere e le scienze ai loro discepoli non devono mai trasandare il primo e più importante di tutti gl’insegnamenti, l’insegnamento, che apprende a conoscere, ad amare e servire Iddio. Anzi, poiché questi loro discepoli non vivono in un’isola separata dal mondo, e in cui non siano peranco penetrate le sue massime, ma vivono propriamente in mezzo all’empietà e corruzione del mondo, è perciò necessario che di mano in mano che col crescere degli anni si avanzano negli studi delle lettere e delle scienze, crescano altresì nello studio delle divine verità e ne vadano acquistando un conoscimento razionale, corrispondente alla loro coltura, affinché o nell’affacciarsi dei dubbi alla loro mente, o nell’udire o nel leggere difficoltà ed obbiezioni contro la loro fede, essi sappiano ricordarne almeno in complesso le grandi prove, e trovare in esse le armi per difendersi e star fermi nella loro credenza. – Ma infine insieme con la famiglia e con la scuola la Chiesa più che mai deve insegnare ai giovani le verità della fede. È questo uno dei suoi diritti e dei suoi doveri più sacrosanti. Tocca a lei pertanto con la divina autorità, di cui fu rivestita, quando Gesù Cristo disse ai suoi apostoli: « Andate ed ammaestrate tutte le genti, » tocca a lei e co’ suoi catechismi, e con le convenienti spiegazioni, far ben penetrare nell’animo dei fanciulli e dei giovani la dottrina e il sentimento cristiano. Ed è appunto questa dottrina e questo sentimento che soli riescono a rendere la gioventù, quale dovrebbe essere, religiosa, umile e morigerata. È questa dottrina e questo sentimento, che alla mente del giovane fanno rilucere quelle verità che sono la norma del ben pensare e del ben operare. È questa dottrina e questo sentimento, che avvalorano la naturale fragilità del giovane e lo spronano a combattere le sue ree inclinazioni. È questa dottrina e questo sentimento, che ingenerano nel suo animo il nobile sdegno per il piacere disonesto e per la colpa, e gli fanno battere, sia pur con sacrifizio, la strada severa e dignitosa della virtù. Ma ora io domando: queste tre cattedre, che devono trasfondere nell’animo del giovane una dottrina ed un sentimento così efficace, ed il solo efficace, compiono esse di comune accordo questo grande dovere? Io tremo in rispondere. L’insegnamento cristiano è taciuto nel massimo numero delle famiglie. Molte madri oggidì, piene di spirito mondano, non sognano pei loro figli che grandezze, che onori di mondo, che beni di fortuna. E simili a quell’uccello, di cui parla la Scrittura, che dopo fatte le uova le seppellisce nella terra, ove le dimentica e abbandona, le madri mondane non si curano di procacciare ai loro figli che vantaggi terreni, seppellendoli nella terra, circondandoli e coprendoli di terra, senza neppur pigliarsi un pensiero della loro anima e della loro eternità, senza talora seminare in fondo al loro cuore neppure una qualche idea cristiana; filia populi mei crudelis: quasi struthio in deserto dereliquit ova sua in terra. (Thren. iv, 3; IOB. XXXIX, 14) L’insegnamento cristiano, taciuto nel massimo numero delle famiglie, nella sbcuola poi, se si tratta di quella elementare, si imparte come un’elemosina, che ogni anno il padre di famiglia è costretto a chiedere formalmente; se si tratta della scuola tecnica, ginnasiale e liceale, e tanto più della universitaria, esso non c’entra, né deve entrarci affatto. E in chiesa? In chiesa indarno si trova al suo posto il prete per apprenderlo, perciocché quanti sono massime i giovani di famiglie un po’ agiate o ricche, che frequentano la dottrina cristiana? Pochissimi e talora nessuno, giacche entrando in una chiesa all’ora della dottrina, voi non vedrete ordinariamente, che un qualche gruppo di fanciulle povere, e negli oratori festivi, benché frequentati, quasi nient’altro che figli del popolo. E quando pure, a non parere esagerati, volessimo asserire che in generale fanciulli, che ricevono l’istruzione religiosa in famiglia, nella scuola e in chiesa ve ne sono ancora, che istruzione è dessa? Un’istruzione affatto elementare quale è richiesta dalla loro età, un’istruzione che consta più di esercizi di memoria, di parole e di formule, che non di cose e di verità, un’istruzione che dura fino ai dieci o ai dodici anni e poi si tronca lì per tutta la vita. E sarà dunque questa istruzione quella che valga a rendere religiosa, soggetta e costumata la gioventù? Ah! miei cari, voi dovete purtroppo dolorosamente riconoscere che l’insegnamento religioso manca alla gioventù in modo pressoché assoluto. E mancando tale insegnamento, ne viene per conseguenza quella stupida ignoranza, che nei giovani fa grossolanamente ripetere quelle obbiezioni, che sono state le mille volte confutate, quegli errori, che le mille volte furono sfatati, che li fa combattere quei dogmi, che le mille volte furono propugnati e difesi, che al pari degli eretici e dei pagani del tempo di S. Paolo, li fa bestemmiare quello che ignorano. E quel che è peggio, mancando la cognizione delle verità e delle massime cristiane, manca il più grande riparo al torrente delle male inclinazioni, che così irrompe, dilaga e rovina. Ma ohimè! ciò non è ancor tutto. Perciocché dal mondo crudele dei giorni nostri non solo è negato alla gioventù il cibo della cristiana istruzione, ma con un’educazione apertamente nemica della Religione, la si costringe a crescere su in un ambiente avvelenato. E quando non si nutre il corpo di un cibo adatto e per soprappiù gli si fa respirare un’aria malefica, come non cadrà vittima di qualche rio malore? Ah! certamente come l’aria contaminata e satura di miasmi contagiosi aggirandosi, insinuandosi e compenetrandosi nel corpo degli uomini indubbiamente li abbatte, li opprime e produce in loro febbri maligne e fatali, così l’atmosfera morale in cui la gioventù è allevata, l’atmosfera della famiglia, della scuola, della società, essendo guasta ed impestata, non può, senza un certo qual miracolo, non cagionare nella gioventù quelle gravi malattie dell’anima, alle quali nella gran maggioranza soccombe. Ed anzitutto l’atmosfera della famiglia. L’aria morale che prima di ogni altra respira il giovane è quella della famiglia: e quest’aria è pure indubbiamente quella, che influirà più d’ogni altra sulla sua vita avvenire, perciocché quest’aria morale, nel più intimo avvicinamento dei genitori coi propri figliuoli, in certa guisa si trasfonde e si inocula nel sangue di quest’ultimi, formando in loro con un’energia latente e decisiva le idee, che forse dureranno per tutta la vita. Ora qual è quest’aria morale, che il giovane comincia a respirare oggidì fin dall’infanzia nel seno della famiglia? Ah! diciamolo ad onor del vero: per parte di molte madri è ancor un’aria di religione e di virtù, un’aria, di cui Gesù Cristo costituisce un sufficiente elemento, ma per parte dei padri, fatte le debite eccezioni, tanto più nobili quanto più rare, per parte dei padri è un’aria d’indifferenza e persino di miscredenza spaventosa. In un gran numero di famiglie il padre non prega, il padre non va a messa, il padre non fa la Pasqua, il padre vive come se Dio non vi fosse. E forseché a sette anni il fanciullo, aprendoglisi il lume della ragione, non si avvede della irreligione del padre? Oh sì …, e come! Allora egli ricerca con ingenuità il perché della differenza, che passa tra gl’insegnamenti e gli esempi della madre e la condotta del padre; ma a dieci anni tutto ciò egli ricerca già con malizia, e a quindici alla madre, che da lui vorrebbe ad ogni costo l’esercizio delle pratiche religiose, risponde con audacia: E papà? … Tu vuoi che io preghi ancora, che vada ancora a Messa, che prenda ancora Pasqua; e non sono già abbastanza grande da vivere senza tutto ciò, come fa mio padre? Ma che dire quando insieme con l’irreligione del padre si congiunge nella famiglia la vita frivola ed irreligiosa della madre? Allora è fatto: i figliuoli con una educazione del tutto mondana e anticristiana sono sciaguratamente condannati ad una incredulità spaventosa e fatale. Allora si rinnova in peggior modo l’orrendo sacrifizio dei Druidi, che immolavano i fanciulli alle loro false divinità, bruciandoli vivi; allora si ripete la crudeltà esecranda di quei genitori, che al dir della Scrittura portavano i loro figli nelle braccia infuocate di Moloc; allora il padre e la madre non sono più i genitori della loro prole, ma ne sono gli spietati carnefici. Ma dopo l’ambiente di famiglia quello, che oggidì appesta l’animo della gioventù, è quello della scuola. La scuola, si sa, è quella dove si formano i convincimenti dell’uomo. E se la scuola tendesse seriamente al suo grande scopo, se essa fosse il prolungamento della famiglia, l’aiuto del padre e della madre nella cristiana educazione della gioventù, non potrebbe far a meno di trasfondere nell’animo dei giovani, insieme con la luce delle lettere e delle scienze, correnti di fede e fiamme ardenti di virtù. Così appunto faceva un tempo la scuola, non solo quella dei teneri fanciulli, che loro apprendeva prima d’ogni altra cosa la scienza di Dio, e con l’esempio e con la disciplina li spronava più che tutto alla pratica della pietà cristiana, ma eziandio la scuola dei giovani adulti, la stessa scuola universitaria. Ogni anno alle Università, il corso degli studi era inaugurato solennemente con la celebrazione della Messa e con l’invocazione dello Spirito Santo, ed era continuato con varie altre solenni funzioni religiose; e chi può dire quanto pei giovani fosso edificante lo spettacolo dei loro venerandi rettori e professori prostrati in mezzo a loro dinnanzi a quel Dio, che si chiama il Dio della scienza, pregare da Lui efficacia al loro insegnamento, a quell’insegnamento, in cui il nome di Dio veniva di spesso ripetuto colla massima riverenza? Chi può dire il rispetto, la stima, l’amore, che tutto ciò conciliava a quei veri educatori della gioventù! Tale rispetto era sì grande, che essi passavano tra i condiscepoli come divinità calate dal cielo. Or che accade invece ai giorni presenti? Io non posso dirlo senza fremere e senza a sentirmi bollire il sangue. Oggidì il fanciullo esce dalla casa domestica, ed entrando nella scuola egli entra non già in un prolungamento della famiglia, ma in una vera agenzia dello Stato; giacché i maestri e i professori non sono più ausiliari delle sollecitudini di buoni genitori e delle loro legittime ambizioni, no, essi sono gli impiegati dello Stato, che si sostituisce all’inviolabile autorità del padre e della madre e confisca la loro missione. Fin dai primi anni di età, nell’asilo infantile e su su, nelle scuole elementari, ginnasiali, tecniche, liceali, universitarie, lo Stato si impadronisce del giovine, e ne fa una cosa sua. Lo Stato giudica e stabilisce egli quello, che il giovine debba imparare, non imparare e disimparare, e per mezzo degli impiegati suoi, cui torrebbe il pane, se non fossero delle sue idee, egli istruisce, educa, plasma il carattere, inocula sentimenti, tendenze, abitudini a suo proprio uso. Lo Stato insomma, tolto il giovane, e sarebbe più proprio il dire strappatolo dalle mani della famiglia, lo fonde e lo rifonde al calore del suo fuoco, come si fa delle statue di bronzo. E qual è il calore di questo fuoco? Si dice: quello del patriottismo; ma in realtà è quello dei più spudorato scetticismo. Perciocché col preteso di esortare i giovani a mostrarsi degni figli della patria, col metter loro ipocritamente innanzi virtù menzognere, fin dai loro primi anni si comincia a por loro in derisione Gesù Cristo, la sua Chiesa, i suoi ministri, i suoi dogmi, i suoi Sacramenti, e poi si prosegue con un’audacia incredibile fino a che entrati i giovani nei corsi superiori sono poi completamente attossicati senza alcun ritegno. E non vi sono nei Licei e nelle Università nostre dei professori, talora in età già abbastanza matura, che insegnano in mezzo agli applausi della gioventù corrotta e leggiera, che Gesù Cristo non è che un mito, che non vi ha Dio, non anima, non immortalità, non distinzione del bene e del male, non libertà morale, non responsabilità; che tutte le passioni sono nella natura, e che per conseguenza tutto ciò che è nella natura è buono; che il piacere è l’unica realtà della vita, che la morale non è altro che un affare di istinto, che la coscienza non ò che un meccanismo, che si monta e si smonta a proprio piacimento, giacché se vi ha un Dio non è altro all’infuori di quello che ciascun uomo si crea da per sé? Sì, non è questo, che certi vecchiardi insegnano oggidì a giovani leggeri, guasti e tormentati dalle passioni? E dopo tali insegnamenti a giovani, che ne vanno troppo lieti per le conseguenze, che ne possono trarre, come non discacceranno essi Gesù Cristo, Iddio dal cuore e non prenderanno persino a disprezzarlo e odiarlo? Gesù Cristo non ò che un mito? Dio non c’è? Dunque a che Chiesa, a che fede, a che preghiera, a che Sacramenti? Sono gli imbecilli soltanto che si curano di ciò. Siamo tutta materia? dunque tendiamo al nostro fine, diamo alla materia, vale a dire alla carne, quegli sfoghi naturali, che essa domanda. Il piacere è l’unica realtà della vita? Dunque incoroniamoci di rose, scorriamo per ogni prato, beviamo al dolce calice, abbandoniamoci al piacere. Non sono che cretini coloro, che ne rifuggono siccome da cosa illecita. Al di là c’è il nulla? Dunque non siamo così bestie da non vivere, finché si vive, come vivono le bestie. Così, così, con una logica brutale, tolto Dio dal cuore dei giovani, tolta la fede, tolte le massime cristiane, è tolto altresì ogni ritegno alla scostumatezza, tolto eziandio il naturale pudore, ed il vizio trionfa pubblicamente. Sicché quando io vedo dei giovani come voi che mi ascoltate, i quali malgrado l’ambiente appestato della scuola, come i tre fanciulli della Bibbia nella fornace di Babilonia, non si abbruciano punto, e conservando la fede conservano la moralità e conservando la moralità conservano la vita, allora con tutta la commozione dell’anima io esclamo: No, l’antico valor non è ancor morto. Vi hanno ancora dei veri eroi; e come Leonida, padre di Origene vorrei baciare il cuore di questi giovani come il santuario dello spirito di Dio, come la manifestazione più efficace e più parlante della grazia del Signore. Ma infine un’atmosfera anche più pestilenziale, che non quella della famiglia e della scuola, perché più specialmente libera da riserve e da scrupoli, l’atmosfera della società è quella che compie l’opera devastatrice della vita morale della gioventù. Perciocché che cosa è che questa nostra società fa respirare ai giovani di quindici, diciotto, venti anni? L’irreligione e la immoralità da per tutto. Irreligione ed immoralità in un giornalismo dichiaratamente empio e pornografico; irreligione ed immoralità nei romanzi e nei libri, scritti con intento diabolico appositamente per lei: irreligione ed immoralità nei circoli e nelle società settarie, in cui si fa di tutto per irreticarla; irreligione ed immoralità nei teatri, di dove, si dice, gli spettatori adulti, benché poco delicati, sono talvolta costretti per un po’ di pudore che ancor li assale, levarsi e andarsene; irreligione ed immoralità in un nugolo di gente da trivio, appostata ad ogni angolo delle vie per darle l’assalto; irreligione ed immoralità nell’andamento di tutta la cosa pubblica, in cui l’onore posto sulla punta della spada, le truffe più ingenti e più audaci, l’ingiustizia più aperta e manifesta non fanno regnare che la ragion del più forte. E la gioventù, malamente educata in famiglia, scristianizzata del tutto nella scuola, come non cadrà asfissiata in questa atmosfera d’irreligione e d’immoralità, che le fa respirare la società in cui si trova? Sì, essa cadrà asfissiata, ma non impunemente, né per essa, né per la società. Non impunemente per essa, che talvolta se ne muore consunta a venticinque anni tra le strida di una madre, che non avrà pace più mai, e tal altra avanzandosi nel cammin della vita, tra i contrasti spaventosi, di cui è cosparso, senza fede in Dio e in Gesù Cristo, senza amore per Lui, si sentirà orribilmente straziata ora dal dubbio, ora dalla noia, ora dall’agitazione, ora dalla tristezza, ed ora persino dalla disperazione, che ingenera la pazzia e spinge al suicidio; non impunemente per la società, la quale avendo operato il suo assassinio e la sua rovina, resterà alla sua volta da lei assassinata e rovinata. Ecco, o miei cari, la catastrofe orrenda, a cui mette capo l’atmosfera senza Dio, senza Gesù Cristo, che oggidì si fa respirare alla gioventù nella famiglia, nella scuola e nella società. E dopo tutto ciò, se vi ha gente da mettere alla gogna, no, non sono tanto questi poveri giovani, ma sono gli scrittori infami, i seduttori maligni, i professori empii, i poteri pubblici prepotenti, e soprattutto, quei padri così ciechi da non vedere l’opera, che si compie in danno dei loro figli, cosi fiacchi da tollerarla in pace senza alcuna protesta, e talora così malvagi da coadiuvarla essi pure con le loro iniquità e coi loro scandali!

III. — Ma ora dopo d’aver riconosciuto la mala corrispondenza, che la gioventù odierna rende alla carità di Gesù Cristo per lei, e quali cause producono in lei sì nera ingratitudine, che cosa fare? Senza dubbio che si cambi radicalmente indirizzo nell’educazione della gioventù non è cosa da sperarsi, né è da pensare, che la gioventù, la quale si è spiegata in senso opposto alla verità ed alla virtù, tutto ad un tratto abbia a mutar idee e costumi. Per tutto ciò sarebbe necessario uno di quei prodigi, di cui Gesù Cristo non è sempre largo, massime quando gli uomini non ne hanno alcun merito. Ma tuttavia noi Cristiani, amanti di Gesù Cristo, dobbiamo sollecitarlo al più presto possibile con l’opera nostra. La Chiesa, in quanto è da sé, più che mai allarga le sue braccia ai fanciulli ed ai giovani coi moltiplicati oratorii festivi e con le scuole di Religione largamente istituite; e con tutta la tenerezza e l’insistenza della sua voce materna li invita a rifugiarsi nel suo seno, ad attingervi il santo timor di Dio, gridando: Venite, filii, audite me; timorem Domini docebo vos. (Ps. XXXIII, 12) Ma voi, o genitori Cristiani, non lasciate di fare la parte vostra. Anzitutto educate voi cristianamente i figli vostri, e quando trattisi di allontanarli dal vostro fianco per mandarli alla scuola e tanto più per affidarli al collegio, deh! aprite gli occhi e preferite sempre la scuola e il collegio, dove non solo entra la Religione come una larva ipocrita per tradire la vostra fiducia, ma dove la Religione è dichiaratamente rispettata e praticata. Ma soprattutto voi, o madri, imitando l’esempio di quelle donne ebree, che recavano a Gesù Cristo i loro figli, perché imponesse loro le mani e li benedicesse, recate anche voi a Gesù Cristo i tigli vostri, consacrandoli a Lui fin dal loro nascere, ammaestrandoli per tempo a conoscere ed amare Lui, aiutandoli sempre con le vostre esortazioni e coi vostri esempi a tenersi uniti a Lui. E quando cresciuti negli anni, per l’influenza malefica di una scuola atea e di una società scostumata, li vedeste con immenso dolore dell’animo vostro tralignare dalle speranze della loro verde età, e cader vittime sventurate dell’incredulità e delle passioni, ricordatevi allora che non vi ha spettacolo, che maggiormente commuova il Cuore di Gesù Cristo a compassione della sventura dei vostri figli, quanto quello delle vostre lagrime. Quando si portava alla sepoltura il figliuolo unico della vedova di Naim, spietatamente rapito dalla morte sul fior della vita, l’infelice madre gli teneva dietro con tale profluvio di lagrime, che avrebbe intenerito le pietre. E l’amabilissimo Gesù, alla vista di quello spettacolo di desolazione e di dolore, tocco nel più intimo del suo Cuore, si appressa a quella povera madre, con l’accento della più filande tenerezza e pietà le dice di cessare il pianto, e avendo comandato ai portatori della bara di fermarsi, voltosi al morto: « O giovane, gridò, io ti dico, sorgi. » E dall’istante quel giovane, che era morto, si levò a sedere e pieno di salute e di vita si fe’ a parlare. Ora, quello a cui valsero le lagrime di una madre per la vita fisica del suo figlio, sarà pur quello a cui varranno per la vita dell’anima. S. Monica lo ha ben provato nel suo Agostino. Non disperate pertanto, o povere madri, cui lo stato spaventoso dei figli vostri e la spirituale loro morte mette in desolazione e terrore. Piangete e pregate, e non cessate mai dal piangere e dal pregare. Forse anche per voi, come già per S. Monica, dovrà passare del tempo, prima che siate esaudite. Ma se al pari di lei sarete costanti a piangere ed a pregare, finirete com’essa per ottenere la grazia. Il Cuore di Gesù è troppo tenero per non commuoversi di voi e per non cambiare a tempo opportuno il vostro pianto di dolore in lagrime di gioia. Sì, egli vi consolerà di quanto avrete sofferto, risusciterà i vostri figliuoli morti e li ridonerà belli e vivi di una nuova vita cristiana al vostro amore. – Ma anche voi, o giovani Cristiani, che mi ascoltate, anche voi dovete mettere riparo alla sciagura di tanti altri giovani con la vostra fermezza nella fede e con la costanza vostra nella virtù. Rappresentatevi di spesso alla mente l’amore che Gesù Cristo vi porta, e siate generosi nel ricambiarlo. Senza dubbio, voi dovrete combattere le vostre passioni, perché anche voi figliuoli di Adamo, anche voi ne siete travagliati; ma ricordando la parola di Gesù Cristo: « Chi vuol venire dietro a me rinneghi se stesso; » gettando lo sguardo sopra di Lui, modello di sacrifizio, di abnegazione, di mortificazione e di obbedienza, e sopra tutto accostandovi spesso a ricevere nel cuor vostro Lui, che è il frumento degli eletti ed il vino, che germina i vergini, voi domerete le vostre passioni, come il domatore delle belve doma il leone della foresta. Senza dubbio, dovrete resistere al gran pericolo di una scienza atea e materialistica, le cui dottrine vi è giocoforza ascoltare per la schiavitù dell’insegnamento; ma non dimenticando le lezioni sublimi intorno alla vostra origine, alla vostra natura ed ai vostri destini, appresi sulle ginocchia della vostra madre Chiesa e della vostra Chiesa-Madre, e con lo studio continuato della Religione convertendole in succo ed in sangue, voi, mercé di Dio, avrete mai sempre sufficiente intelletto per lasciare tutta a certi professori la gloria di essere un pugno di fango o razza di scimmie e di lombrichi. Senza dubbio voi dovrete superare gli umani rispetti, che vi assaliranno da ogni parte e da per tutto, perché la vostra fede e la vostra virtù, essendo un pruno negli occhi dei tristi, sarà sempre da loro oltraggiata e derisa; ma voi infiammati d’amore per la vera libertà, che Gesù Cristo è venuto a portare sulla terra, e che affranca da ogni servaggio, anche da quello del numero e della forza materiale, non sarà mai che vendiate la vostra coscienza a prezzo di una vile apostasia. Senza dubbio voi dovrete respingere la stolta calunnia, che la pietà cristiana rende stupidi e melensi e che la fede è contraria alla scienza, e col tenervi sempre lontani da coloro, cui ogni pretesto è buono per liberarsi dalla noia dello studio, col non partecipare mai alle loro gazzarre e baldorie, e coll’applicarvi invece seriamente agli studi, dimostrerete una volta di più, che col raggio della fede penetrate ben più a fondo che gli altri nelle verità scientifiche, e coll’aiuto della cristiana pietà riuscite anche meglio degli altri ad apprenderle. O giovani cattolici! o nobili speranze della Chiesa e della patria, gettate oggi lo sguardo sopra l’eroe, che la Chiesa festeggia e vi dà per modello, e checché sembri al mondo, seguendo le traccie luminose di S. Luigi Gonzaga, crescerete senza dubbio allo stato virile, « all’età di Gesù Cristo. » Presto o tardi il mondo avrà bisogno di voi. Sotto gli occhi spalancati del genere umano finirà il trionfo di una dottrina e di una virtù, che non è la vostra. Ed allora la società stanca di veder più a lungo lo spettacolo dell’incredulità e della corruzione, accasciata dal dolore di tante rovine, a voi, figliuoli unici della fede e dell’amore di Gesù Cristo, volgerà affannosa lo sguardo e stenderà anelante la mano gridandovi ad alta voce di trarla a salvamento. – E voi, o Cuore Sacratissimo di Gesù, che ponete mai sempre la vostra delizia tra i figliuoli degli uomini, soccorrete con la vostra grazia questi giovani volonterosi, che si stringono oggi intorno al vostro altare; date loro la forza di mantenersi costanti nella professione della fede e nella pratica della virtù e di essere pronti sempre a morire piuttosto, anziché venirvi meno. Ma ad un tempo stesso pietà vi prenda di quei giovani infelici, che vi disconoscono, che non vi amano, che anzi vi oltraggiano: pietà per amor di queste madri, che ora dinnanzi a voi versano amare lacrime per essi. Deh! o divino Pastore, richiamate presto, che ben lo potete, questi agnelli traviati al vostro ovile; stringeteli presto, cambiati di costume, tra le vostre braccia amorose, ed allora noi benediremo un’altra volta ai trionfi della vostra bontà e della vostra misericordia.

IL CUORE DI GESÙ (20): Il Cuore di Gesù e la Donna.

DISCORSO XX.

Il Sacro Cuore di Gesù e la donna.

Tutti i grandi uomini del Cristianesimo si sono sempre occupati seriamente della donna. S. Paolo, quel primo e sublime interprete del pensiero di Gesù Cristo, come S. Giovanni lo fu del suo amore, in tutte le sue lettere parla della donna con un interesse particolare, e s’incarica della sua istituzione. Egli la segue ne’ suoi diversi stati di vergine, di sposa e di vedova, e le insegna i doveri ch’ella deve adempiere, le virtù che deve praticare, gli scogli che deve evitare, i mezzi coi quali può santificare se medesima e gli altri ed edificare la Chiesa in ciascuno de’ suoi stati. L’Apostolo S. Pietro, nella sua prima lettera raccoglie anch’esso la nostra attenzione sulla donna, e in alcuni versetti ne fa apparire la dignità e ne insegna i doveri. Ad imitazione degli Apostoli, il gran Vescovo e martire S. Policarpo, nella lettera che indirizzò alla Chiesa, prima di andarsi ad immolare per Gesù Cristo, ha dato una bella e soda istruzione per le donne, ed ha fatto conoscere tutta l’importanza della loro santa condotta. Non altrimenti fecero i Padri della Chiesa, quali un Tertulliano, un San Cipriano, un S. Ambrogio, un S. Agostino, un S. Giovanni Crisostomo, e soprattutto uu S. Girolamo, il quale sull’esempio di S. Paolo ha considerato la donna nei diversi stati, in cui si può trovare, e più diffusamente ancora l’ha istruita ne’ suoi doveri come vergine colla sua famosa lettera a S. Eustochia, come vedova nella sua lettera a Furia e in quella a S. Salvina, come maritata e madre nella sua lettera a Leta. Nel medio evo poi, tutti i Sommi Pontefici, tutti i Concili, tutti i Dottori e tutti i teologi si sono occupati, direi in modo particolare, della donna. E in questi ultimi tempi, quattro grandi Santi, per tacere di cento altri, animati da un medesimo zelo e dallo stesso spirito, S. Gaetano Tiene, S. Ignazio di Loiola, S. Vincenzo de’ Paoli, e S. Francesco di Sales si sono riscontrati in un medesimo lavoro nella istruzione cristiana della donna. Che cosa vuol dire ciò, o miei cari? Non è difficile a comprendersi. Quale è la donna, tale in gran parte è l’uomo, la famiglia, la società. La donna pia e pura, la donna veramente cristiana è quella che, madre cristianizza il fanciullo, che figlia edifica il padre, che sposa santifica il marito, che sorella ammigliora il fratello, e con tutto ciò forma religiosa la famiglia, religiosa e felice la società, perché a quella guisa che non è religiosa la famiglia, che per la religione degli individui, così, non è religiosa e felice la società, che per la religione delle famiglie. Al contrario, se la donna è essa irreligiosa, scostumata, non cristiana, la è finita quasi del tutto pel bene degli individui, della famiglia e della società. Pertanto curarsi della istituzione cristiana della donna è curarsi della felicità del mondo. Ma se in vista di sì grande motivo la Chiesa, i Dottori, i Santi si sono così seriamente occupati della donna, essi non lo fecero tuttavia, che seguendo il modello di ogni particolare sollecitudine, di ogni peculiar zelo, di ogni speciale carità, nostro Signor Gesù Cristo. Ed in vero come mai il Cuore Sacratissimo di Gesù, così interessato della felicità degli individui, delle famiglie, della società, come mai non avrebbe dimostrato una grande carità per questo essere così debole, eppur così potente ad un tempo, da valere in gran parte a produrre una tale felicità! Sì, anche apro della donna questo Cuore Santissimo ebbe fiamme d’amore; ed è quello, di cui devo parlarvi oggi.

I. — Che cosa deve essere la donna secondo lo spinto del Cristianesimo? Apriamo la Bibbia: essa ce lo insegna fin dalle prime pagine. Quando Iddio ebbe creato l’uomo, dice la Sacra Scrittura, Dio guardò a lui, e tocco il cuore alla vista della sua solitudine, pronunziò queste parole, una delle più tenere, che siano uscite dal suo labbro: «Non è bene che l’uomo sia solo: facciamogli una compagna simile a lui, che possa servirgli di aiuto: « faciamus ei adiutorium simile sibi. » Ecco quel che deve essere la donna: l’aiuto dell’uomo: l’aiuto dell’uomo non solo per quanto si riferisce ai suoi bisogni di natura, ma eziandio e principalmente per quanto si riferisce ai suoi bisogni spirituali. Contribuire pertanto all’acquisto dell’eterna salute dell’uomo è il fine principale della donna, la sua missione, il suo ministero, la sua gloria, la sua grandezza, la sua dignità. Ma osserviamo bene, o miei cari, che le parole di Dio « Non è bene che l’uomo sia solo » hanno un senso generale e indeterminato, e che per conseguenza le parole « facciamogli un aiuto che gli rassomigli » hanno lo stesso senso, e significano avere Iddio costituito la donna come l’aiuto dell’uomo in tutti gli stati, in tutte le condizioni, in cui può trovarsi; cioè la donna non è soltanto l’aiuto dell’uomo nello stato domestico, ma eziandio nello stato sociale e religioso. A tal fine, perché la donna fosse l’aiuto dell’uomo, sempre e dappertutto, Iddio doveva dargliene la capacità. È quello che fece. Egli che equilibrò mirabilmente gli esseri, che compongono l’universo, con la forza e con la bellezza, operò la stessa cosa in quei due esseri, che dovevano comporre la famiglia e la società; e all’uomo diede massimamente la forza, alla donna la bellezza. All’uomo la forza del genio, della volontà, ed anche quella dei muscoli, perché comandi comandando; alla donna la bellezza del cuore, dello spirito, del tratto, dello sguardo, delle forme esteriori, perché comandi pregando. Di fatto la donna, più debole dell’uomo quale essere fisico, è più forte dell’uomo quale essere morale. In diritto è l’uomo, che deve comandare alla donna, di cui è sovrano e signore; ma nel fatto è la donna, che riesce assai facilmente a piegare l’animo dell’uomo alla sua volontà. E sì grande è la signoria, che ella può esercitare sul cuor dell’uomo, che quando si fa a tutta impiegarla sia in bene sia in male, l’uomo fosse pure perfetto come Adamo, forte come Sansone, accorto come Sisara, pio come David, sapiente come Salomone e feroce come Oloferne, finisce quasi sempre per lasciarsi soggiogare dalla donna, per cedere a lei, per obbedirla, e lui felice se non ne diventa anche il trastullo! Lo stesso Giangiacomo Rousseau diceva argutamente che le sorti del mondo sarebbero state diverse, se Cleopatra avesse avuto un naso più piccolo. È vero che si vedono tante volte degli uomini, che tiranneggiano le loro mogli, ma questo avviene ordinariamente quando questi sciagurati sono alla lor volta tiranneggiati da altre donne, di cui sono divenuti gli ignobili schiavi. Tale è l’attitudine della donna. – Ma sventuratamente la donna fin dal principio abusando dell’attitudine da Dio ricevuta, tradì la sua missione, ed invece di essere il vero aiuto dell’uomo, ne fu la rovina. E Iddio la punì con una doppia condanna, di essere sempre soggetta all’uomo e di non generare i figli che nel dolore. Anzi, quasi che questa doppia condanna non fosse bastata, Iddio parve volerla punire anche più terribilmente col permettere che l’uomo, apostata dalla vera religione, valendosi scandalosamente della sua dignità e della sua forza, si recasse come a spaventevole dovere e ad infernale piacere di avvilirla e di trattarla come il più spregevole di tutti gli esseri. Perciocché in quei quattromila anni, che precedettero la venuta di Gesù Cristo sulla terra, ed anche oggidì presso a quei popoli, dove non è arrivato ancora il Cristianesimo o fu distrutta la sua benefica influenza, l’uomo ha accumulato contro la donna quante durezze e quanto avvilimento ha saputo immaginare. Egli ne ha fatto una cosa, una proprietà, una schiava, uno strumento di sfogo ai suoi più brutali appetiti. L’ha coperta di un velo e l’ha nascosta nel luogo più segreto della casa, come una divinità malefica o quale un essere sospetto; le ha raccorciati i piedi sin da bambina, affin di renderla inabile a camminare e a portare il suo cuore dove le piacesse; l’ha assoggettata alle fatiche più dure e più penose; le ha negato ogni istruzione e tutti i piaceri dello spirito, fino al punto, che in certe contrade il viaggiatore abbattendosi in uno di questi esseri avviliti e richiedendolo della sua via, la donna rispondeva: « Io non so nulla, perché sono una donna. » Fu condotta a marito sotto la forma di compra e di vendita; fu dichiarata incapace di succedere al padre od alla madre, di far testamento, di esercitar la tutela sui propri figliuoli e persino di conservar loro la vita dopo di averli dati alla luce, giacché questo diritto era riservato al padre soltanto. Finalmente, secondo le diverse legislazioni pagane, con una barbarie ed ignominia orribile, o fu costretta ad accompagnare il cadavere del marito, e giovane ancora e piena di vita lanciarsi sul rogo di lui, perché così la vita del marito fosse al sicuro, ben sapendo essa, la moglie, che in nessun caso avrebbe potuto al marito sopravvivere; o dovette sottostare al ripudio e dopo essere entrata in una casa adorna di gioventù e di bellezza, andarsene appassita dagli anni e dalle infermità, cacciata nella strada come un mobile logoro che si ha noia di più lungamente vedere tra i piedi, in mezzo alle insolenze e agli sghignazzi degli schiavi, che si facevano a schernire come schiava loro pari colei, che il dì innanzi era stata la loro signora; o infine venne rinchiusa siccome un gregge di bestiame fra quattro mura di un harem per essere fra la noia e il dispetto di interi anni non già l’oggetto di una vera e durevole affezione, ma per un breve istante l’ignobile strumento di una passione brutale. Ecco, o miei cari, che cosa è avvenuto della donna dopo la sua caduta. Ma sia lode a Dio! Gesù Cristo discese sulla terra per ristorare ogni cosa. E il riaffermare la grandezza della donna, il rimetterla nel suo ufficio, e l’assicurargliene tutto il potere di ben esercitarlo, non fu certamente l’ultima prova di carità del suo Cuore Santissimo verso il genere umano. Che fece adunque Gesù Cristo in pro della donna? Di qual maniera spiegò verso di essa la carità del suo cuore? Udite, che son meraviglie. Ma notate bene, o miei cari, che io qui non parlo solo di quella carità, che Gesù Cristo ebbe per le donne del suo tempo e della sua patria, di quella carità con cui accoglieva ai suoi piedi le peccatrici pentite, o le aspettava al pozzo di Sichem, o le difendeva da quei che le volevano lapidare, per donar loro il suo perdono e la sua grazia; non parlo solo di quella carità, con cui allo spettacolo di povere donne piangenti per la morte dell’unico figlio, o per quella dell’amato fratello, o per i travagli della propria figliuola si commuoveva, ponendo mano ai miracoli per sollevarle dalla loro afflizione; non parlo solo di quella carità, per cui alle donne di gran fede ridonava la salute col semplice tocco del lembo della sua veste, no, non parlo solo di questa carità particolare; io parlo propriamente di quella carità generale, immensa, con cui il Cuore di Gesù Cristo si volse a ristorare e beneficare la donna di ogni luogo, di ogni tempo e di ogni condizione. Egli adunque imprese anzitutto la ristorazione della donna col grande mistero della sua Incarnazione e con la grande opera della sua redenzione. Per questo mistero e per quest’opera, una donna, Maria, è divenuta la Madre di Dio, di Colui, come canta la Chiesa, che i cieli non possono contenere, e al quale la luna, il sole, e tutte le cose servono in ogni tempo; per questo mistero e per quest’opera una donna, Maria, ha cooperato con Gesù Cristo a redimere il genere umano dalla schiavitù di satana; per questo mistero e per quest’opera il sesso, che nella prima donna aveva concepito il peccato nel cuore e aveva cagionata la rovina del mondo, concepì nel suo seno verginale l’Autore della grazia e procacciò al mondo la salute; per questo mistero e per quest’era insomma il sesso così umiliato da Eva venne esaltato sopra ogni dire nella persona di Maria. E dopo questo mistero e quest’opera, vale a dire dopo un Dio Redentore concepito e nato da una donna, dopo una donna divenuta per grazia Corredentrice del mondo, era ancora possibile che la donna continuasse ad essere riguardata tra i popoli credenti come un essere impuro e malefico? In secondo luogo Gesù Cristo attese alla ristorazione della donna con una dottrina, la quale riprovando e condannando i disprezzi, che pel passato eransi usati verso di lei, richiamava in vigore i diritti che ella aveva alla libertà, all’eguaglianza, e alla venerazione in faccia all’uomo. Un giorno alcuni dottori della legge si presentarono a lui e gli dissero: « È egli permesso sì o no all’uomo di ripudiar sua moglie per qualsivoglia causa? » Essi certamente non facevano questa domanda per ottenere una risposta, che fossero pronti a seguire, ma come nota il Vangelo, (MAT. XIX) solamente per giovarsi di essa a calunniarlo ed accusarlo presso di coloro che ne sarebbero stati offesi : tentantes eum. Ma il divin Redentore, mostrando di non fare attenzione alla perversità delle intenzioni, con cui lo interrogavano, pigliò di lì occasione per rivelare al mondo e stabilire in esso colla sua divina sapienza e carità la sua sublime dottrina riguardo alla donna. E rispondeva: «Non avete voi letto nella Scrittura, che Colui, che fece l’uomo al principio, li fece maschio e femmina, e che per mezzo di Adamo, suo profeta, ha detto: Pertanto l’uomo abbandonerà suo padre e

sua madre e sarà unito a sua moglie, ed essi saranno due in un solo cuore? L’uomo adunque non si attenti di separare quel che Iddio ha congiunto. » Così parlava Gesù Cristo, e così parlando non riponeva la donna nei suoi primieri diritti, nella sua primiera grandezza? Ma infine Gesù Cristo compiva mirabilmente l’Opera sua di carità a pro della donna, da una parte con l’istituzione del Sacramento del Matrimonio, Sacramento grande, che raffigurando le mistiche nozze di Gesù Cristo con la Chiesa, e il vicendevole amore di cui si sarebbero ricambiati in eterno, doveva con la sua unità, indissolubilità e santità assicurare alla donna nel modo più efficace il rispetto e l’amore dell’uomo; e dall’altra disvelando il pregio della verginità e indicando l’ufficio di angelo, che deve esercitare sulla terra un’anima vergine. E per tal guisa ristabiliva pienamente la donna nella sua grande missione di essere in ogni stato e sempre l’aiuto domestico, sociale e religioso dell’uomo. E che queste siano state le mire di Gesù Cristo, lo intesero perfettamente gli Apostoli, i quali, in seguito, nelle loro lettere interpretando e commentando il Vangelo con una energia che atterrisce, condannarono tutti gli orribili delitti contro la donna e la poligamia, e la licenza, e la schiavitù, e l’avvilimento; e colle dottrine più pure, più sublimi e più sante tracciarono a lei e come vergine, e come sposa, e come figlia, e come madre, e come vedova, la via sicura per raggiungere la sua méta. E dopo di ciò, e come effetto di tutto ciò, di mano in mano che il Vangelo penetrò fra le genti, mutatesi le idee, le leggi e i costumi del paganesimo in pregiudizio della donna, vi sottentrarono costumi, leggi e idee, del tutto in suo vantaggio. E la donna, ribenedetta da Gesù Cristo, levata serenamente la fronte dall’antica abbiezione, rientrata con sicurezza nell’esercizio della sua missione, ha operato meraviglie. Ed anzi tutto fu l’aiuto dell’Uomo per eccellenza, dell’Uomo-Dio; giacché, astraendo dalla stessa Beata Vergine, furono pie e sante donne, che durante la vita pubblica di Gesù Cristo, come ci fa fede il Vangelo, lo servivano ne’ suoi bisogni temporali, alimentandolo coi loro beni ed assistendolo con le loro cure affettuose e rispettose ad un tempo. Quando gli Apostoli, ossequenti alla voce di Cristo « Prædicate Evangelium omni creaturæ, » divisosi il mondo, si sparsero dappertutto a far udire il suono della loro parola evangelica, secondo l’attestazione dei Sacri Libri e della Storia Ecclesiastica, le donne, ancora esse infiammate dall’amore di Gesù Cristo, li accompagnarono per aiutarli nella fondazione della Chiesa. Fefa, Evodia, Sintiche, come dice lo stesso Paolo Apostolo, lavorarono con lui, con Clemente e con altri uomini apostolici nell’opera del Vangelo. Tecla fu chiamata da S. Ambrogio socia Apostoli, la compagna dell’Apostolo, e per tacere d’ogni altra, Marta e Maddalena nella Gallia predicarono ancor esse il Vangelo insieme col loro fratello Lazzaro, e divennero Madri nella fede a quei popoli. Al tempo dei Martiri, furono le donne l’aiuto dell’uomo nel dispiegare uno zelo ammirevole per convertire i loro mariti, i loro padri, i loro figli, i loro parenti alla fede, per sostenerli nella costante professione della stessa, per consolarli nei loro tormenti, per dare onorata sepoltura ai loro cadaveri e per conservare gelosamente le loro preziose reliquie, ma soprattutto nell’avere contribuito col versare il loro sangue, il più puro dopo il sangue che ha inondato il Calvario, ad espiare le colpe dei nostri padri idolatri, e fecondare la Chiesa di nuovi Cristiani e a farvi regnare le virtù più sublimi, la santità più perfetta. E quando la Chiesa, uscita vittoriosa dalla ferocia dei tiranni, si apprestava a trionfare della perversità e delle bestemmie degli eretici per lo zelo e la scienza prodigiosa dei Padri, la gloria della donna cristiana perdette forse alcunché del suo splendore? Non fu mai tempo, in cui l’umanità vedesse in maggior copia geni superiori, i quali alla dottrina più profonda accoppiando la virtù più eroica, senza troppo conoscersi tra di loro si sono trovati in pieno accordo nella medesima fede e nello stesso scopo di far trionfare la verità sopra l’errore. Ma ciò, che pochi conoscono, si è che questi santi e grandi dottori furono generati e formati dall’aiuto della donna, tanto che è quasi impossibile il trovare alcuno di quei dottori, che non abbia avuto per avola, o per madre, o per sorella, una grande santa. In seguito il medio evo presenta lo spettacolo della formazione delle monarchie e delle nazionalità cristiane per l’azione della Chiesa; ma è lo zelo delle sante regine, che sostenne quest’azione, e che formò i Santi re, dei quali il medio evo, troppo codardamente dispregiato, a differenza dei tempi nostri fu così fecondo e così ricco. Così avvenne in Francia, in Spagna, in Isvezia e in Alemagna: quanto all’Italia basta ricordare accanto ad uno dei più santi e grandi Papi dopo S. Pietro, Gregorio VII, quella contessa Matilde di Canossa, che fu ben degna d’essere stata appellata dagli scrittori del suo tempo un’altra Debora. Ma accanto alle sante regine, ecco in quel tempo istesso le sante religiose, che sequestratesi dal mondo, pure raffermarono la religione popolarizzando la santità nel mondo, e cooperando alla fondazione di tutti gli istituti religiosi. Intanto simile ad una face, che in sullo spegnersi raggia di uno splendore più vivo, il medioevo prima di addormentarsi nel silenzio dell’eternità, aveva fatto manifesto la sua fine con le più grandi invenzioni del genio umano, la bussola, la polvere da fuoco e la stampa, la prima delle quali davaall’uomo l’impero dei mari, la seconda l’impero della terra, e la terza l’impero delle intelligenze. Difatti mercé la bussola e la polvere da fuoco l’antico mondo ha scoperto e conquistato il nuovo. Ma questo avvenimento, il più grande, il più fecondo, il più importante di tutti dopo lo stabilimento del Cristianesimo, Cristoforo Colombo, che è nostro, Columbus noster est, (Leone XIII) non lo ha recato ad effetto, che mediante i concorso di una donna, di una regina, la più notevole della Spagna, Isabella la Cattolica. Infine, per tralasciare questa rassegna sebben fuggitiva, che cosa non hanno fatto e che non vanno facendo tuttodì in aiuto dell’uomo gli Angeli della carità, sotto qualsiasi abito e di qualsiasi istituto e nelle scuole, e negli asili, e negli ospizi, e nei ricoveri, e negli ospedali, e nelle carceri e sui campi stessi di battaglia? Eppure, o miei cari, tutto ciò non è altro, se non ciò che apparisce in pubblico; ma io vi dico, che se si potesse vedere il bene privato, che da diciannove secoli la donna cristiana va operando nel seno della famiglia, sostenendo la fede dei mariti, dei figli, dei fratelli, stornando dal loro capo le folgori divine, convertendoli dai loro traviamenti, si resterebbe altamente meravigliati e quasi non si crederebbe. Ma il fatto è tale; perché la donna fu creata per essere l’aiuto dell’uomo; Gesù Cristo ha riaffermata la sua missione, e la donna cristiana l’ha adempiuta e l’adempirà sino alla fine del mondo.

II. — Ma a quali condizioni, come è riuscita pel passato, così riuscirà per l’avvenire a compiere la sua missione di essere l’aiuto domestico, sociale e religioso dell’uomo? A due condizioni principalmente: che la donna sia pia e casta. – La pietà quale virtù cristiana come a tutti è utile, così a tutti è necessaria, epperò non meno all’uomo che alla donna. Tuttavia, se si considera come restando pia o religiosa la donna, facilmente si serba o ritorna la Religione all’uomo, mentre al contrario irreligiosa ed empia la donna, resta o diviene irreligioso anche l’uomo, la pietà cristiana si manifesta per la donna di maggiore necessità. Ed è nella pietà cristiana, nei suoi sentimenti, nelle sue pratiche, nella frequenza della Confessione e della Comunione, nell’uso costante della preghiera ardente, nella visita dei sacri altari, nell’amore vivo di Gesù Cristo, nelle speranze immortali del cielo, che essa anzitutto attingerà la forza, di cui abbisogna per essere in qualsiasi stato l’aiuto dell’uomo. Nemo dat quod non hàbet: nessuno dà agli altri quello che esso non ha, e non potrà essere mai che una donna senza pietà religiosa ottenga di per sé, che l’uomo, sia egli sposo, sia figlio, sia fratello, s’indirizzi per la via del bene. Anzi, quando il cuor della donna fu devastato dall’irreligione, è cominciata la sua stessa degradazione, il suo turbamento, e chi sa forse? la sua dissolutezza e la sua vergogna. Il mondo lamenta oggidì la frivolezza della donna. Ma guardando da vicino, che si vede operare oggidì per formare la donna sodamente religiosa e pia? Che si vede nelle scuole, negli istituti, nel seno stesso della famiglia? Oh! si vede ben poco di ciò, che può raggiungere questo santo scopo, e si vede ben molto di ciò, che ottiene uno scopo del tutto contrario. Oggidì per francare la donna dalla soverchia pietà, dalla così detta vita devota, ancor giovinetta la si manda alle scuole ginnasiali, liceali e tecniche, dappoi a quelle universitarie, le si apprende la moda di correre sul biciclo, le si fa conoscere nei romanzi, nei teatri, nei balli la vita del mondo, le si danno lezioni di galanteria, la si conduco a conferenze in apparenza storiche o scientifiche, in realtà irreligiose e massoniche. E in quanto a Religione non si vuole permettergliene che un po’ e quel po’ al tutto superficiale. Ciechi e stolti che sono! Scalzano essi medesimi le basi dell’edificio e poi meravigliano, ch’esso crolli e vada in rovina! O donna cristiana, che mi ascolti, non curando le derisioni del mondo, le contrarietà istesse degli uomini di casa, tienti stretta a questo Crocifisso; anche Gesù Cristo sarà in fondo al tuo cuore, la corona di regina brillerà sul tuo capo. Se il marito, il figlio, il fratello ti contraria, perché religiosa e pia, è segno che li sovrasti e, senza pur parlare, aspramente li rimproveri. Ma in quel giorno, che il tuo cuore non batterà più di amore per questo Dio, che il labbro non si aprirà più alla preghiera, che nella tua anima moriranno le speranze del cielo, in quel giorno perderai la fede della tua missione, scadrai dalla tua dignità, e sarai un’altra volta un essere tanto più miserabile, quanto più perverso, o per lo meno darai ragione ad uno dei tuoi adulatori e nemici, che ebbe l’ardire di definirti « un essere che si abbiglia, ciarla e si spoglia. » Sì, tutto andrà a terminar lì, ad essere quasi una pupattola, che si adorna e nella sua conversazione ha un non so qual garrito di uccello. Religione! Religione, o donna, e conserverai tutta la dignità di vero aiuto dell’uomo, e sarai veneranda, dinnanzi a tutti, fossi pure la donna di un mandriano. Ma con la religione la castità. È un fatto, o miei cari, che la donna è tanto più affettuosa e tenera, epperò tanto più atta alla sua missione, quanto più essa è casta. Vi ha egli al mondo, per esempio, cosa più sorprendente, più incomprensibile del disinteresse, del sacrifizio di sé di quelle suore, che si prendono cura dei malati e dei figliuoli dei poveri con una costanza, che non cede che con la morte? L’amore medesimo di madre, secondo la natura il più forte, il più energico, il più impetuoso, il più intrepido di tutti gli amori, impallidisce dinnanzi all’amore di queste madri improvvisate dalla grazia e dalla carità; perché alla fine se la madre si consacra fino alla morte per i figliuoli, questi son frutti delle sue viscere, sono pari di lei stessa, sono in certa guisa lei medesima riprodotta in una vita nuova, laddove queste eroine della carità si dedicano per esseri che sono loro estranei pei legami della natura e del sangue, e persino in quanto a quelli di nazionalità e di religione. Ma questi angeli d’amore sono vergini consacrate da un voto terribile alla professione della castità più severa del corpo, dello spirito e del cuore. E se la donna nel mondo non potrà essere nella carità tutto ciò che è la suora, senza dubbio ella sarà quanto deve essere per la famiglia, per la società e per la religione se anche senza voto, ella si manterrà casta in qualsiasi stato, o di donzella, o di sposa, o di vedova. Sì, o miei cari, studiate la donna in seno alla famiglia e voi vedrete che la sposa più tenera per suo marito e più interessata pel suo bene è quella, che gli è più fedele; che la madre più affezionata a’ suoi figli è quella che è più casta; che la sorella, che ama i suoi fratelli con affetto illimitato, è quella che è più pura. Studiate la donna nella società e vedrete, che la più compassionevole verso le altrui miserie, la più pronta e la più generosa nel soccorrere è la donna più riservata; studiatela ancora nella Religione e vedrete anche lì che la più zelante nella pratica della medesima e nella sua propaganda è sempre quella, che ha il cuore libero dagli impacci del senso. Ma al contrario quando nella donna manca o vien meno la severità dei costumi, allora e religione e società e famiglia non sanno più che cosa sia la sua tenerezza ed il suo interesse. Allora la donna da angelo diventa demonio, da creatura incantevole diventa un mostro, da tutto ciò che v’ha di meglio diventa tutto ciò che v’ha di peggio. E lei, che doveva essere l’aiuto dell’uomo ne diventa, orribile a dirsi, il feroce assassino. Strana cosa, ma pur vera! Il vizio dell’impurità produce’ nei due sessi effetti diversi. L’uomo che si abbandona alla dissolutezza diventa codardo e stupido, e soffre in pace ogni cosa; la donna invece, che corre la stessa via, diventa audace, usurpatrice e feroce; e ciò che fa dell’uomo uno stolido giumento, tramuta la donna in una tigre crudele. Ricordate Erode ed Erodiade. Infiammati ambedue di turpe passione e non respiranti altro che voluttà, erano ambedue mostri di libertinaggio; ma rispetto a S. Giovanni Battista, Erode, l’uomo, non fu che un mostro di debolezza; laddove Erodiade, la donna, fu un mostro di crudeltà. Non ostante i suoi vizi Erode ebbe sempre in istima quel Santo, e gli portava benanche un rispetto riverenziale, e se lo fece incarcerare, non fu che per cagione di Erodiade. Ma la carcerazione del giusto non contentò questa donna, perché finché viveva, vi era sempre in lui un argomento di timore per i suoi amori colpevoli. Bisognava dunque farlo morire. Un giorno Erode celebrava la sua festa in mezzo alle orge, a cui si danno i santuari della dignità regia quando sono tramutati in asilo di libertinaggio. La figlia di Erodiade gli piacque con la sua danza voluttuosa, e il re le fa la profferta di tutto ciò che sarà per domandare, fosse ben anco metà del suo regno; ed obbliga con giuramento la sua parola. Salome si fa a consultare la madre, e la madre le impone di chiamare in un piatto la testa di Giovanni Battista. La domanda è fatta, Erode, cede ed Erodiade trionfa. Si vide allora una giovine donzella recar nelle sue mani un capo spiccato e grondante sangue, senza stornar il volto da tale spettacolo, capace di far ribrezzo ad un selvaggio. Ed Erodiade piglia nelle impure sue mani quella testa venerabile, e, come ci attesta S. Gerolamo, estrattane la lingua, la trafigge replicatamente con gioia feroce per punirla dello zelo con cui aveva predicato la verità. Quanti delitti in un solo! Donde mai è uscito questo mostro di donna? – Eppure, o miei cari, questa istoria evangelica è una figura od una profezia di ciò che ogni dì si adempie. La donna voluttuosa, anche madre, più non ama i suoi figliuoli, ne trascura l’educazione, ne consuma il patrimonio e fa mercato del loro avvenire e della loro felicità. Ma peggio ancora talvolta essa li odia, come impacci alla sua vita disonesta e li sacrifica al piacere di essere libera, ed ai furori della sua passione. Gli statistici dei delitti provano, che l’infanticidio non è che l’orribile pensiero che l’impurità ha fatto germogliare nel cuore della donna, e l’opera delle sue mani più assai che il pensiero e l’opera del padre. E come madre è pronta e facile a sacrificare i suoi figli, come sposa è pronta e facile altresì a sacrificare il suo marito. La storia non ha che un grido per dire, che la donna senza pudore è stata pure la donna più feroce; e bastano per tutte Elisabetta d’Inghilterra e Caterina II di Russia. E nel mentre che la donna senza castità è crudele nella famiglia, diventa insensibile verso i sofferenti della società, le cui piaghe, anche più spaventose, non la commuovono punto e la cui miseria non cagiona in lei che un senso di disprezzo. Soprattutto poi diventa cinica in fatto di Religione. Le credenze e le pratiche religioso, essa, la donna, giunge al punto da coprirle della beffa e dell’odio. Di modo che, si potrebbe dire, cheper la donna non v’ha che un vizio ed una virtù, perché se ella è casta, ella possiede tutte le virtù; se ella è impura è al colmo di tutti i vizi. O donne cristiane, pensate seriamente a ciò, e con la brama più viva di conservare la vostra dignità e di corrispondere alla grandezza della vostra missione, raffermatevi nel proposito di essere sempre pie e caste.

III. — Ma finalmente di quali mezzi la donna si varrà a compiere efficacemente la sua missione? I mezzi, di cui ella deve valersi, sono tre principalmente: l‘esempio, la parola, il sacrifizio. Anzi tutto l’esempio. È ciò che raccomandava alle donne il principe degli apostoli S. Pietro, affinché i mariti al considerare l’umiltà, la castità, la buona condotta delle mogli, nell’avere dinnanzi per loro mezzo una continua predicazione vivente del Vangelo di Gesù Cristo, a poco a poco se non sono virtuosi, vengano ancor essi guadagnati alla virtù. Epperò, prosegue il medesimo Apostolo, la vostra cura non istia già tanto nell’acconciarvi i capelli, nell’adornarvi di collane, di braccialetti, di smaniglie d’oro e nel mettervi indosso vesti sfarzose, ma istia nell’adornare l’animo vostro delle più belle virtù, le quali sole sono veramente preziose agli occhi di Dio. Questo per l’appunto era l’ornamento col quale si abbellivano quelle sante donne antiche, le quali intendevano di piacere davvero ai loro mariti. (I PETR. III) Oh! la virtù è cosa, che si impone a tutti, ma la virtù soda e vera di una donna cristiana nel seno della famiglia ha sopra il cuor dell’uomo una potenza ineffabile. – In secondo luogo la parola; parola umile, prudente, dolce, affettuosa. In certi istanti così opportuni, la parola, dalla donna rivolta all’uomo, ha un accento di persuasione e di forza indicibile. Quanti uomini in seguito ad una di queste parole lasciarono la bestemmia, l’errore, l’empietà, per gettarsi pentiti in braccio a Dio! E qual è quell’uomo, ad esempio, che a sessant’anni non si lasci conquidere dai delicati e teneri lamenti di una sua figliuola? Chi avendo gittata la fede nella pienezza della vita, ora sul declinar degli anni in udire la sua giovane figlia parlargli di Dio, della pace e della gioia che si prova nell’amarlo, con un candore ed una schiettezza che rapiscono, chi mai non si arrende in un profluvio di lagrime, e non torna, come quando era fanciullo, a gettarsi appiè di un Sacerdote per cominciare, ancora in tempo, una vita di pentimento e di espiazione? O tenerezza delle vie di Dio! Nostra madre ce ne insegnava il nome, quando eravamo bambini; la sposa lo ha ripetuto nell’intrinsichezza nuziale all’anima inebriata del giovane; la figlia lo ridice ancora al vecchio incurvato dal peso della vita, rifacendogli una rivelazione tutta giovane e tutta vergine. Un dì sapremo in cielo quante anime sieno state il frutto di quest’ultima violenza della verità e quante anime sul fluir della vita si siano riscontrate in Dio, condotte per mano dall’angelo benefico di una pia ed amata figliuola! – Finalmente sacrifizio. Dire sposa e madre e dire donna del martirio è la stessa cosa. Alle volte quali dolori per parte di un marito disamorato e crudele! Ed altre volte quali ambasce per parte di figli, che tralignano dalle speranze della verde età! È allora, o donne, che le lagrime diventano il vostro pane quotidiano! Ma deh! non lasciatele andar perdute, non lasciate inoperose queste sofferenze, di cui più d’ogni altra va ripiena la vostra vita. Offritele a Dio con animo generoso, e il martirio del vostro cuore non gli tornerà meno gradito del martirio del sangue e della penitenza. Il vostro dolore messo qui appiè dei tabernacoli, nelle mani, anzi nel cuore di Colui che disse: « Venite a me, o voi tutti, che siete afflitti, ed io vi consolerò, » o fatto salire dal secreto della vostra stanza come nuvola d’incenso odoroso al suo trono celeste, gli farà sì dolce violenza, che lo costringerà ad apprestarvi la consolazione e il gaudio. – Tali, o miei cari, tali sono i mezzi, di cui la donna deve valersi nell’adempimento di sua missione; missione ch’ella deve compiere in ogni tempo, ma allora massimamente quando per un morente sovrasta l’eternità. Sì, è allora che dessa o sposa, o madre, o parente, o conoscente, o vicina dell’infermo moribondo, con cristiano coraggio deve avvertirlo del suo stato; è allora che valendosi della specialissima assistenza che essa gli presta, di tutta la grazia dei modi e di tutta l’energia degli affetti, di cui Iddio l’ha dotata, deve invitare, pregare, scongiurare, persuadere, indurre a ricevere i Sacramenti; è allora, che anche non voluta ascoltare e forse persino disprezzata nelle sue suppliche e nelle sue lacrime, deve pur risolutamente chiamar il prete e con qualche santa industria introdurlo e farlo appressare all’infermo; è allora che arditamente deve farsi veramente donna, domina, la padrona di casa e non sottostare a quelle inique ordinazioni di medici, che vogliono togliere al morente financo la vista e il bacio d’un Crocefisso e mettere alla porta con fiera indignazione chiunque, sia pure sotto il manto della parentela o dell’amicizia, si attentasse di venire per accingersi all’opera satanica del solidario; è allora insomma che la donna facendosi un’estrema volta il vero aiuto dell’uomo deve procacciargli una morte confortata dalla Religione e soprattutto dalla visita e dalla comunione di Dio. Ben’avventurate quelle donne cristiane, che comprenderanno appieno l’importanza di questa specialissima missione e si daranno con animo volenteroso a compierla! Al tempo delle persecuzioni le donne cristiane si mescolavano spesso con le donne pagane incaricate del servizio delle prigioni, e con le loro ardenti parole aumentavano il coraggio e la fermezza dei martiri. Ciò saputosi dai tiranni, si fece il divieto a qualsivoglia donna d’entrar nelle prigioni. Ma lo zelo di quelle, altrettanto ingegnoso quanto eroico, seppe eludere questa precauzione crudele della tirannia. Nella persecuzione di Massimiano, sul cui principio fu pubblicato un tale divieto, Santa Natalia sposa del Martire S. Adriano, si tagliò i capelli, si vestì da uomo, e poté così continuare ad entrare nelle prigioni dei Confessori di Gesù Cristo ed esercitare con essi la sua missione di carità alleviandoli nei patimenti, raffermandoli nella costanza e recando loro insieme con quello del corpo il celeste alimento dell’anima. Un tale esempio seguito da altre passò in consuetudine, ed allora si videro le più illustri dame cristiane fare il sacrifizio delle loro magnifiche chiome e mutare la veste matronale nella vile tunica degli schiavi per avere la felicità di servire i confessori della fede. Miei cari! Quello che fecero le donne cristiane ai tempi delle persecuzioni, è quello pure che sapranno fare le donne cristiane ai tempi nostri. L’ingegno e l’eroismo di queste nel vincere la durezza dei loro uomini non sarà inferiore all’ingegno ed all’eroismo di quelle nel vincere la tirannia dei persecutori, e mercé tale ingegno ed eroismo noi vedremo scemate le morti anticristiane e moltiplicato invece il numero di coloro che muoiono nel bacio di Gesù. Cristo. – E così sia, o Cuore Sacratissimo di Gesù, mediante quelle grazie di benedizione e di salute, che la Chiesa vostra sposa, e figura per eccellenza della donna, vi domanda costantemente prò devoto femineo sexu, per il devoto femmineo sesso, coll’intercessione della più pura, della più grande, della più potente fra le donne, la Madre vostra, Maria Santissima. Sì mercé una tanta intercessione, concedete alla donna cristiana di essere mai sempre fedele alla sua missione, di aiutare con efficacia l’uomo suo compagno ad operare la salute, perché un giorno l’uno e l’altro di questi esseri, che voi avete creato per unirli qui in terra nella vostra fede e nel vostro amore, siano pur per sempre uniti nel vostro gaudio in cielo.

1 LUGLIO: FESTA DEL PREZIOSISSIMO Sangue – Le sette Effusioni del Prezioso Sangue di Gesù Cristo.

1 luglio: Festa del Preziosissimo SANGUE DI CRISTO

LE SETTE EFFUSIONI DEL PREZIOSO SANGUE DI GESÙ CRISTO

[D. M. MESINI: SERMONI sul Sangue Preziosissimo di Gesù Cristo; Tip. Malvolti, Rimini, 1884]

INTRODUZIONE

Si quis sitit, veniat ad me, et bibat.

Ioan. VII.

Quanto mai Gesù Cristo ama gli uomini! L’Evangelista Giovanni ci descrive questo innamorato Redentore, quando l’ultimo giorno delle feste sen venne in Gerusalemme, dove trattenevasi tra il popolo deliziandosi di far dimora con esso, benché già i suoi nemici pensassero di ucciderlo. Ben Egli vedeva l’interno loro, ben conosceva i segreti e scellerati divisamenti, che alimentavano nella lor mente; non gli era occulto l’odio accanito, che covavano in cuore, e ben lo chiarì, tatto mitezza così interrogandoli: « Perché cercate voi di uccidermi? Quid me qujeritis interfìcere? » Nondimeno stando Gesù ancora in mezzo al popolo, seguita Giovanni a farcelo vedere in aria dolce e compassionevole, che apre la benedetta sua bocca e grida: Se alcuno havvi, che sia arso di sete, venga da me e beva. Si quis sitit, veniat ad me, et bibat. Ma di qual umore egli qui parla? Secondo l’interpretazione di molti dotti e pii scrittori, Egli allude a quel fiume di Sangue, ch’Egli stava per versare a compimento della redenzione degli uomini. E di qual sete poi Egli favella? A quale sete vuol Egli recare rimedio? Versando Cristo il suo Sangue per mondarci da ogni peccato vuol Egli refrigerare quella sete ardente, che in noi accendono le smodate passioni, che sono come febbri cocentissime, al dir d’Ambrogio: Vanis criminum febribus caro nostra languebat, et diversarum cupiditatum immodicis sestuabat illecebris. Ah! sì pur troppo è nostra febbre l’avarizia,nostra febbre la libidine, nostra febbre la lussuria. Febris nostra axuritia est; febris nostra libido est, febris nostra luxuria est. Ah! pur troppo è nostra febbre l’ambizione; nostra febbre l’iracondia. A refrigerio adunque di quest’ardente sete, prodotta dalle cocenti febbri delle smodate passioni, ecco che Gesù Cristo con quelle parole tutti invita a partecipare del Sangue da Lui sparso, ed a godere dei dolci frutti del gran Prezzo di nostra Redenzione: Si quis sitit, veniat ad me, et bibat. Per questo venne già il Divin Sangue fin da remoti tempi figurato in quell’acqua, che sgorgò in larga vena dalla rupe presso l’Oreb per dissetare gli Ebrei, che camminavano per l’arenoso deserto, giacché niente havvi, che meglio refrigeri, quanto le freschissime acque di una fonte: Illis aqua de petra fluxit, tibi Sanguis Christi … lllud in umbra, hoc in veritate. Così S. Ambrogio. Ma il Sangue, che versò Cristo non farà poi altro che refrigerare la sete delle disordinate passioni? Ah! no; sarebbe questo troppo poco per un Sangue di un infinito valore, quale è il Sangue d’un Uomo-Dio. Esso donerà ancora ristoro di grazia e di novella forza per l’acquisto delle più belle virtù, e della più elevata perfezione. E ve n’era certamente bisogno; che troppo fiacche sono le forze dell’uomo dopo la caduta di Adamo, e non valevoli a far cosa, che loro compri l’eterna gloria: troppo è da faticare nel battere la via, che conduce alla perfezione, ed al cielo. Però quel Gesù medesimo, ch’altra volta aveva detto: Venite omnes, qui laboratis, et onerati estis, et ego refìciam vos; ora tutto pieno di pietà, di misericordia, e d’amore invita a ricever questo conforto con quelle parole: Si quis sitit, veniat ad me, et bibat; che bevendo non si sente sol refrigerio all’arsura, ma ristoro, e rinfrancamento dal languore che provavasi. Con questo preambolo adunque entriamo, o carissimi ascoltanti, nel pio Esercizio dello Sette Effusioni del Sangue Prezioso, e dalle diverse circostanze, che le accompagnarono, troveremo nelle prime quattro con che smorzare la sete ardente, che la febbre di smodata libertà, di onori, di piaceri, di ricchezze cagiona: troveremo nelle ultime tre il ristoro di forza, e di vigore, che bisogna per seguir Cristo portando la croce, ed arrivare alla perfezione. Ma lungi di qua, o profani. Lungi di qua, voglio dir voi, che abbeverandovi continuamente alle acque putride e fangose di Babilonia, di queste solo vi compiacete, a queste volete ostinatamente restar attaccati. Lungi di qua voi, o increduli, che fate di Cristo una favola, od al più solo un uomo. Togliendogli dal capo l’aureola della divinità; voi, che non avete di questo Sangue la fede che vi bisogna, e senza di cui è impossibile piacere a Dio. Che potrebb’esso fare per voi, se voi la disprezzate? Potrebb’esso a voi essere viva fonte di benedizione  se voi lo maledite? Ah! che con voi non ha Gesù, che ripetere: Quæ utilitas in Sanguine meo? Ma che dissi io mai? Ah! vengano, vengano tutti avvivando un po’ la lor fede, e con animo ben disposto; ed allora tutt’intenderanno bene, e sentiranno scendersi al core quell’invito di Cristo: Si quis sitit, veniat ad me, et bibat; e dissetandosi col suo Sangue ne ricaveranno certo abbondante profitto per l’anima.

Effusione I di Sangue

Nella Circoncisione

Rimedio alla smodata sete di libertà.

Creato l’uomo ad immagine di Dio usciva egli dalle sue mani per tornare a Lui, il quale com’era suo principio, così doveva essere suo ultimo beato fine. Intanto, mentre vive sopra la terra, a conseguire quel fine supremo, Iddio col lume stesso del suo volto, con cui l’ha segnato, ed accende la sua ragione, gli scopre quel fa il bene, fac bonum; quell’ordinem serva, osserva quell’ordine, che è il principio d’ogni moralità. A questo ha aggiunto la sua legge positiva, incisa sulla pietra, e tra lampi e tuoni là sulla cima del Sinai, che si scuoteva e fumava, pubblicata al tremebondo popolo d’Israello. Legge, che Cristo stesso venendo sulla terra ebbe di sua bocca confermata. A questa legge divina adunque, e naturale, e positiva deve sottostar l’uomo: a questa deve informar tutta sua vita. S’ei fu da Dio arricchito del nobile dono della libertà, chi vi ha, che non vegga, che di questa non deve abusarsi a mal fare, ma deve ognora volgerla al bene, all’osservanza di questa legge, per istare sottomesso, com’è ben giusto, al Legislatore? Nondimeno cominciò Adamo a rompere il freno di questa legge; e la sua progenie avendo in sé trasfusi con quel primo peccato tutti i tristissimi effetti di quello, si sentì bruciar le vene da una febbre d’indipendenza, provò una sete cocentissima di libertà smodata. E per verità, come già Faraone a Mosè, che intimavagli a nome di Dio di lasciar in libertà il popolo Ebreo, ogni peccatore se non con le parole, certo coi fatti dice pieno d’orgoglio: Chi è questo Dio, che vuol signoreggiar su di me, e dettarmi legge, e farmi precetti? Che precetti, che legge, che Dio! Io non lo conosco: Nescio Dominum. (Ex. V) Sono libero, e voglio viver libero. E così poi scosso il giogo, pronuncia inoltre quel non voglio servire, di cui a buon diritto si lamenta il Signore: Confregisti jugum, dirupisti vincula, dixisti: Non serviam. (Gerem. II) Con orgoglio poi ben più matto frenetici di febbre di libertà oh! quanti ai giorni nostri professandosi per gente del progresso, cioè senza fede, non ammettono Dio, e per conseguenza non ne accettano la legge. Libero pensatore, se mai qui m’ascolti, tu, che non vuoi freno di sorta in fede ed in morale, e ammetti solo quel che ti detta il tuo capriccio, sai tu a chi Giobbe te proprio, più, che altri, assomiglia? Ad uno stolido puledro di giumento selvatico, che non avendo freno, né riconoscendo padrone con erto il collo va vagando per la foresta: Vir vanus in superbiam erigitur, et tamquam pullum onagri se liberum natum putat. (Job. II). Ma buon per noi, che quest’ardore di libertà sfrenata è venuto Gesù a refrigerare, e guarir col suo Sangue. Venite qua tutti ed avvivando un pò la vostra fede con cuor ben disposto considerate il Salvator vostro in pargolette membra umane. Guardate; Egli è il Figliuol di Dio e però Dio Egli stesso, il Re dei Re. Nondimeno vestendosi di carne mortale si esinanisce, e piglia la forma di servo: Exinanivit semetipsum, formam servi accipiens. (Filip. II) E questa forma di servo vuol far meglio apparire vagendo bambino Egli, ch’era la stessa Sapienza; ridotto alla debolezza di tenero corpicciuolo Egli ch’era la stessa Onnipotenza. Di più vuole assoggettarsi alla legge della circoncisione, a cui non era certamente tenuto. Dovean circoncidersi i figli prevaricatori di Adamo prevaricatore. Ma a che la circoncisione in Gesù, in cui non era verun neo di colpa, ch’era anzi la stessa Santità? Assoggettandosi poi a questa legale cerimonia veniva ad obbligarsi, come Uomo, all’osservanza perfetta di tutta la legge, giusta quel di S. Paolo: Testificar… omni homini circumcidenti se quoniam debitor est universæ legis faciendæ. (Gal. V) E tutto questo perché mai Egli compie se non per nostra istruzione, ed esempio ? Per nostra istruzione, ed esempio sottomette il suo tenero corpicciuolo a quel taglio doloroso. Ne è anzi bramosissimo. Quanto gli tarda, che ne venga alfine il momento! Quante volte in quei primi otto giorni di sua vita mortale va ripetendo quelle parole, che furono a lui riferite dall’Apostolo Paolo : Corpus…. optasti mihi…. tunc dixi: Ecce venio. (Hebr. X) Tu mi hai dato, o Padre celeste, un corpo perch’Io patisca: eccomi pronto, eccomi pronto a versare anche il Sangue: Tunc dixi: Ecce venio. Su via, cali dunque l’affilato coltello, e Gesù grondi Sangue. O prime stille preziose, preludio di quel molto Sangue, che in avvenire sarebbe poi sparso, io umilmente vi adoro! In vedervi sparse con tanta umiliazione chi non si sentirà dar giù ogni ardore di libertà sfrenata? Chi non imparerà la soggezione, e l’osservanza della legge da tanto esempio? Sì, o Gesù, vogliamo vivere a Voi soggetti, ed il vostro Sangue ci donerà ancora la grazia a ciò necessaria. Così noi avremo la vera libertà dei figliuoli di Dio, franchi dalla schiavitù dell’inferno, liberi di quella libertà, che voi ci donaste: Qua liberiate Christus nos liberavit. (Galat. IV).

Effusione II di Sangue

Nell’Orto del Getsemani

Rimedio alla smodata sete di grandezze.

All’Orto del Getsemani, uditori, andiamo all’Orto del Getsemani, dove Gesù recasi dopo terminata l’ultima cena. Già è arrivata quella notte funesta, in cui Egli deve darsi in balìa de’ suoi nemici: già è arrivato il tempo di quel battesimo di Sangue, di cui favellava sì spesso con grande commozione del suo cuore, ed a cui anelava ardentemente: Baptismo habeo baptizari, et quomodo coarctor usque dum perficiatur? Siccome la colpa incominciò nell’Eden tra le piante amene di quell’amenissimo luogo, così Gesù volendo riparar tutto con la Redenzione, anche nelle più tenui circostanze, incomincia la sua passione nell’Orto del Getsemani avanzandosi tra il più folto delle piante degli ulivi. Là nell’Eden aveva l’uomo peccato per superbia volendo farsi simile a Dio col prestar fede alle false promesse del Serpente: Eritis sicut Dii. Qui nel Getsemani Gesù si umilia, si abbassa, quanto mai può abbassarsi un Uomo-Dio, facendo la figura di peccatore. Maledetta superbia! Te vedeva il Redentore attecchire nei cuori di tutta la schiatta del primo parente prevaricatore. Quanta vanagloria di ciò che non era in fine che dono di Dio! Quanta jattanza ed arroganza nelle parole! Quant’orgoglio nel tratto! Che ambizione d’onori e dignità, tanto più grande, quant’era più piccolo il merito! Maledetta superbia, te vedeva nei filosofi sprezzar la stessa rivelazione, e te udiva pronunciare quelle ardite parole: La ragione basta a sé stessa. Vedeva quinci germogliare, qual malefica pianta, quella scienza, che tanto va più tronfia, e si accatta plauso, quanto più fa pompa di ateismo, ed esclude Iddio, e Cristo. Sì, tutto questo vedeva il Redentore; ed ecco che si accinge a portare il rimedio, opponendo a tanta alterigia la più profonda umiltà. Caricatosi di tutti i peccati degli uomini per offrirsi Egli vittima per tutti al Padre, non isdegna di apparire l’ultimo dei mortali, novissimum virorum; non dubita di divenir Egli la stessa maledizione: Factus prò nobis maledictum. Ma oh Dio! quanto di pene gli costa questo abbassamento! Coperto della più gran confusione, tutto acceso di rossore nel volto, trema a verga a verga in tutto il corpo, e si prostra con la faccia per terra, che più non osa di levarla al cielo. Si sente occupar l’anima da una tristezza mortale: Tristis est anima mea usque ad mortem; che innalzato ha la Giustizia di Dio come un muro di divisione tra la parte superiore, ed inferiore dell’anima, per cui non più il gaudio ha questa della visione beatifica, che quella gode. Parla col Padre, ma non più con quella confidenza, ch’aveva altre volte. Altre volte, quando voleva operare anche i più stupendi prodigi, diceva: Padre lo voglio: Pater volo. Ora: Padre, se è possibile, passi da me questo calice. E poi ben tosto con uno sforzo generoso l’accetta, sottommettendosi alla volontà di Lui. Ma che stretta Ei prova in suo cuore! Agonizza, cade bocconi al suolo; e per la piena dei tempestosi affetti, che intorno si serrano al suo cuore, e gli fan groppo, tanto questo si restringe, che non potendo aprire per i suoi seni il varco al Sangue, da sé lo respinge; ed il Sangue rigurgitando, impedita la libera circolazione, per non usate vie trasuda da tutto il corpo: Factus est sudar ejus sicut guttas Sanguinis decurrentis in terram. (Luc. XXII) Uditori, mirate di quel Sangue imporporate l’erbose zolle, inzuppato tutto il terreno. Ah! se voi pure una febbrile sete accende di grandezze, di onori, d’un vano sapere, di fasto immoderato, a cui la vostra superbia aspira, qua venite a sedarla nel Sangue da Gesù sparso fra tante umiliazioni. Sentite le voci di Gesù, che v’invita: Si quis sitit, veniat ad me, et bibat. Venite; che quel Sangue è pieno di divina virtù. Ed accogliendo nel vostro cuore sensi di verace umiltà, su accorrete a confortare Gesù, ed a sollevarlo di terra, dove in tant’agonia fu prostrato, perché umiliatosi per noi, perché fattosi per noi la stessa maledizione: Factus prò nobis maledictum. (Galat. III)

Effusione III di Sangue

nella Flagellazione

Rimedio alla sete smodata di piaceri.

Povera natura umana! Dopo che fosti caduta dallo stato d’integrità e d’innocenza primitiva, come ti sei fatta inferma, e ferita rispetto a ciò, che eri prima, per la ribellione della parte inferiore alla superiore, per lo scompiglio di tutte le passioni. Un’altra febbre in fatti, la febbre concupiscenza della carne tutti gli uomini assale ricercandone ogni vena; e penetrando talora fin nell’ossa, non dà lor tregua, e pace giammai; e sfiorate, lor dice, sfiorate rate pure i più vaghi prati della lussuria, assaporate ogni dolcezza della voluttà. E tanti, e tanti a tali voci prepotenti non sono tardi a gustar ogni diletto, e tutto vuotare sino all’ultima feccia il calice degl’immondi piaceri. Così avviene pur troppo, o ascoltanti, per la infermità della nostra natura. Che sarà poi, se tolgasi ogni freno di mortificare la carne, se le si diano a pascolo, e fomento mille incentivi di soverchie morbidezze, dì cibi deliziosi, di spiritose bevande, d’un vestir ricercato ed immodesto, di vezzi i più passionati? Ai nostri giorni poi, che si fa di tutto per condurre i Cristiani a vivere alla pagana, si vien fuori col dire, che macerazioni, astinenze, digiuni non si confanno più a questi tempi di luce e di progresso, i quali domandano la riabilitazione della carne. Riabilitazione della carne? E che intendete voi con questa parola, se non accarezzare la carne, o contentarla in ogni sua turpe voglia? Riabilitazione della carne? E non sapete voi, che Gesù Cristo col suo patire volle la santificazione vostra, come dice Paolo ai Tessalonicesì, e che voi vi asteniate da ogni opera immonda, affinché ognun di voi possieda il suo corpo, come vaso di santificazione e di onore? E non sapete voi, che Gesù Cristo venne a riformar questa carne, che vuolsi ora riabilitare, e di sordida e sensuale ch’era, a renderla santa, ed immacolata, ed irreprensibile al suo cospetto, come dice il medesimo Apostolo ai Colossesi? Che se Gesù venuto a riformar la vostra carne, non vuole poi preservarvi dalle tentazioni del senso, ciò fa perché abbiate ancor voi la vostra parte in questo solenne trionfo sopra la carne medesima, tenendola in freno, e mortificandola. E voi questo ricuserete? Forseché Cristo non ha fatto abbastanza, e non ha anche troppo sofferto per parte sua? Per riformare la vostra carne, e per darvi forza a tenerla in freno, Egli si è assoggettato nientemeno, che alla crudele flagellazione, a cui lo condannò Pilato; e voi ben potete ciò rilevar dalle circostanze. Si tratta qui di rimedio ai rei diletti sensuali del corpo. E Gesù il corpo suo, non formato da seno macchiato di colpa, come ogni altro corpo umano, ma dal seno di Madre vergine per opera solo dello Spirito Santo; il suo corpo dotato d’una purezza infinita, come corredo dell’unione ipostatica, senza riserva alcuna tutto intero consegna ai colpi dei flagelli. Si tratta qui di rimediare ad abusi di nudità scandalose; e Gesù soffre d’essere spogliato delle sue vesti, né fa calare gli Angeli dal cielo a coprire con le loro ali una nudità così sacrosanta. Anche qui Ei versa Sangue una terza volta, Sangue vergine, immacolato, come la sua carne, acciocché i sensuali ammorzino l’ardore della concupiscenza, che li asseta fino al peccato, e non pongano le loro delizie in immondezze: Sì quis sitit veniat ad me, et bibat. Ed oh! in quanta copia Ei lo versa! Già legato alla colonna, una furia di colpi spessi e pesanti si rovescia sulle delicate membra, qual fitta gragnuola cade rovinosa a battere le mature e biondeggianti spighe di un campo. Si ripetono a centinaia i colpi, e la carne avvizza, si pesta, rompesi la pelle, e le belle membra di Gesù s’impiagano. Anzi dalla pianta dei piedi sino alla cima del capo non vi è alcuna parte più sana, a pianta pedis usque ad verticem capitis non, est in eo sanitas, (Isai 1) e nondimeno si batte ancora. Già allo piaghe si aggiungon le piaghe, che non più a centinaia, ma a migliaia si ripetono i colpi, super dolorem vulnerum meorum addiderunt, (Ps. LXVIII) ed ancora si batte. Si spargono minuzzoli di carne per l’aria: di Sangue sono inzuppati i flagelli; di Sangue è tinta la colonna: di Sangue è tutto bagnato il terreno: di Sangue sono sapersi i carnefici stessi. Oh: basta, basta, o mio Gesù. Si, Voi avete fatto anche troppo per rimedio della nostra concupiscenza.A noi stanno meglio quei flagelli per punire questa carne, che si ribellò allo spirito, e per tenerla nell’avvenire in freno. Su, è tempo di mutar vita, e difar buoni propositi. Dite adunque, ascoltanti cosi: O Gesù, noi vogliamo far parte di quella eletta schiera, che vive in continenza, e castità. Prima che voi veniste a compiere la redenzione, pochi furono i Giuseppi, poche le Susanne; ma dopo è ben grande la schiera non solo di casti, ma di vergini ancora, che vengon dietro a Voi attratti dal soave olezzo, che manda il vostro Sangue purissimo. Anche noi, se non tutti vergini, certo almeno casti nel nostro stato di vita vogliamo essere, casti nel matrimonio elevato a sacramento, che anche in questo non è lecito abbandonarsi a certe turpitudini. Lo promettiamo, o Gesù: Gesù, lo vogliamo. Confortateci con quella grazia, che ci meritò il vostro Sangue sparso sotto i flagelli.

Effusione IV di Sangue

Nella Coronazione di Spine.

Rimedio alla sete smodata di Ricchezze.

Sazi non sono i carnefici d’incrudelire contro di Gesù, che, qual mansueto agnello sotto le forbici del tosatore, non manda un lagno; ma neppur sazio è Gesù di patire, e di versar Sangue. Era Egli stato calunniato di aspirare ad uno scettro, e ad una corona, e di volersi far re. E quella insolente soldatesca preparagli perciò un nuovo tormento tra i più amari scherni, ed i motti più frizzanti. Messolo a sedere sopra di un sasso, gli mettono indosso un cencio vilissimo di porpora, in mano una fragile Canna per scettro. Manca la corona. Di che la formeranno essi? Prendono un manipolo di spine lunghe ed acute, e ne fanno un diadema, che pongono sulla testa di Gesù: Milites plectentes coronavi de spinis, imposuérunt capiti ejus. (Joan. XIX) E calcanlo con bastoni, perché quelle spine ben addentro s’infiggano nel capo, ed alcune anche nel cervello. Oh Dio! Che spasimo atroce in questa parte più delicata dell’uman corpo, dove tatti i nervi per la spina dorsale si rannodano! Se una spina sola confitta nella parte più callosa d’un piede d’ una belva la fa fuggire ruggendo dal dolore per la foresta, che tormento crudelissimo non avrà poi provato Gesù con tante spine nel capo? Qual terra mai incolta, all’aratro restìa, e solamente ingombra di triboli e spine porse un sì lugubre dono al Redentore? Quale spietata mano ebbe quelle spine seminate? Ahi! che così ispida corona rosseggiando del Sangue di Cristo muta le acute punte quasi in rose: Christi rubescens Sanguine aculeos mutat rosis. Ahi! che cangia di colore il bel volto di Lui, e impallidendo vede già avvicinarsi la morte. Ed intanto il Sangue fila giù per la fronte, e tutte ne tinge le guance in maniera che ben avveransi le parole del Profeta: Non est species ei, neque decor, et vidimus eum, et non erat aspectus. (Isa. LIII) Ma perché questo novello tormento? Perché ancora questo Sangue? Anche qui un’altra volta grida Cristo: Si quis sitit, veniat ad me, et bibat, perché vuol porgere un refrigerio ad un altra ardentissima sete, ch’è nel mondo, alla sete delle ricchezze. Questa sete, più si fanno acquisti, più si tesoreggia, e più cresce, come avviene all’idropico, che più beve l’acqua, a cui tanto anela, e più resta arso ed assetato: Plus bibuntur, plus sitiuntur aqua. E per acquistare, e per arricchire quante ingiustizie si commettono, quante frodi s’intessono! Che sordide usure! Che rapacità coperte, cercando di abbellirle con uno specioso titolo di compenso, di annessione, o di altro! Troppo era dunque necessario, che col suo Sangue, da cui esce una virtù divina, anche a questo recasse rimedio il Salvatore. Vedete qui, come infatti tutto spira distacco dai beni del mondo, come tutto spira amore alla povertà. Trattato è Cristo da re di scherno solamente, mentr’Egli è vero Re del cielo, e della terra. Quindi non tesori, non splendido trono, non ricca veste, non preziosa corona, non aureo scettro: ma un sasso è il soglio; ma un cencio di color rosso è la porpora, che mal lo ricopre; ma lo scettro è una fragile canna; ma la corona è d’irte e pungentissime spine. Sì, di quelle spine ha cinto il capo, a cui Egli stesso assomigliò le ricchezze nella parabola della semente evangelica, ed il reo abuso qui ne sta pagando, e la immoderata sete spegnendo col Sangue, che da tanto trafitture si spreme. O voi adunque, che abbondate di ricchezze, non vogliate con la virtù, che da questo Sangue si diffonde, attaccare il cuore ad esse: Divitiæ si affluant, nolite cor apponere. (Ps. LXI). Non vogliate esser tutti in arricchire, niente curandovi poi dell’anima vostra, ch’è il vostro meglio. O voi, che poveri di beni di fortuna invidiate ai ricchi, e ne agognate gli averi, pigliandovela spesso con la Provvidenza Divina, che non abbia egualmente spartito i beni della terra, e questa egual partizione sognate, che il socialismo sogna e falsamente promette, guardate qua Cristo, che in mezzo a tanta povertà d’ogni cosa versa Sangue con una povera corona di spine sul capo, e sanate le illusioni della vostra mente, cui la passione delle ricchezze fomenta. O voi finalmente, se qui siete, che non dubitate sacrileghi di stender la mano rapace su ciò, che appartiene alla Chiesa, comprandone ai nostri giorni i poderi e gli arredi preziosi, ah! rammentatevi, che voi riducete Gesù Cristo altra volta ad un cencio di porpora, ad ano scettro di canna, ad una corona di spine. Voi, quanto è da voi, altra volta gli spremete Sangue. Ah! badate, che con quel Sangue, col quale dovevate recar rimedio alla vostra passione delle ricchezze, non si scriva l’eterna vostra condanna. Tremate, che quella corona d’ignominia, che si muterà un giorno incorona di gloria, cagione ai Santi di gaudio perpetuo, per voi non si tramuti in corona di terribile giustizia. Ahi! di questa corona vedranno un giorno gli empi cinto Gesù Cristo, vedranno, e periranno: Videbunt eum impii in corona justitice, et peribunt. (S. Bern. Serm. 50)

Effusione V di Sangue

nel viaggio al Calvario

Conforto nella via della Perfezione.

Poco era a Gesù sanare con lo spargimento del suo Sangue tante infermità della misera natura umana: poco eragli refrigerare la sete ardentissima di peccato, che mettono le febbri delle passioni: voleva di più recare col suo Sangue un ristoro, rinfrancando le forze dell’anima, perché coll’adornarsi d’ogni virtù giungesse ad alta perfezione. Ma considerate sapienza, e misericordia del Salvatore. Non si addicono agl’infermi le sublimi altezze: In excelsis infirmi esse non possunt. (Ambr. lib. 5 in Luc.) E però quando trattasi di sanare refrigerando la sete febbrili delle  passioni, Ei versa Sangue in basso loco prima di salire il Calvario: Quemque in inferioribus sanat. Ma allorché vuol donare un conforto ad acquistare la virtù e la perfezione si mette Egli stesso a salire, e segna del suo Sangue la via, acciocché ciascuno, che fu risanato, a poco a poco progredendo di virtù in virtù possa giungere alla vetta del monte della perfezione: Ut paullatìm vìrtutibus procedentibus, ascendere possit ad montem. Eccolo in fatti con la croce sulle spalle già per l’erta del Calvario. Trema sotto il peso del grave legno, e debole per mancanza di nutrimento, e tanto Sangue versato, più volte trabocca al suolo, e di nuovo Sangue, che da tante piaghe, e tante trafitture va ancora spargendo, bagna e tinge la strada. Pur non si dà mai per vinto. È alla cima del doloroso monte, ch’Egli anela; è là, ch’Egli fa tendere i suoi passi, o perciò prosegue la via, benché abbia a patire indicibili pene. Ed intanto Ei grida a ciascuno: Veni, sequere me. Vieni, mi segui. Lo so, o Gesù, che seguendo Voi arriverò anch’io sul monte, vale a dire conformandomi al mio esemplare mi adornerò d’ogni più bella virtù, e raggiungerò la perfezione, che Voi volete nei vostri seguaci. Lo so, che diverrò puro, come i gigli, umile e mansueto di cuore, distaccato da ogni affetto terreno, tutto inteso alle cose del cielo. Ma oh! Dio, quinti travagli mi si affacciano! Mi si affaccia l’erta salita; che mi toccherà fare: mi si presenta la croce, che, come Voi la portaste, Voi pur volete, che porti chiunque vi vien dietro: mi si offre quel dover agonizzare fino per l’anima, se decorata la voglio di perfetta virtù. Ma a che t’attristi anima mia, e perché ti conturbi? Quare tristis es anima mea, et quare conturbas me? Quel Gesù, che grida portando la croce: Veni, sequere me, non è lo stesso che invita: Chi ha sete di mansuetudine, d’umiltà, di pazienza, di purezza, venga a me, e beva? Si quis sitit, veniat ad me, et bibat. Sì sì, ecco il mio ristoro, ecco il mio conforto nel Sangue di virtù divina, cui Egli sparge nel cammino del Calvario. Andrò dunque, calcherò quelle vestige rosseggiante. Andrò dunque tenendo l’invito di Cristo, salirò il monte della perfezione, benché sia monte di mirra, o di amarezza, perché poi si trasmuti un giorno in monte di delizie sempiterne: Vadam, vadam ad montem myrrhæ. E voi, o ascoltanti, che fate? Anche da voi tutti vuole Cristo l’esercizio delle più belle virtù, e v’invita alla perfezione in quello stato a cui ciascuno è chiamato dal cielo, e con quei mezzi che al proprio stato convengono: Estote perfecti, egli avea altra volta detto, estote perfecti, vi ripete ora, invitandovi a montare con Lui il Calvario; ed è pronto il conforto nel suo Sangue anche per voi. Oh! questo sì, ch’è il vero progresso: avanzarsi di virtù in virtù, e andar ognora perfezionando lo spirito. Altro progresso or non si vuole, che nelle scoperte, nelle macchine, nelle arti. Progresso, ch’io certo non condannerei, se non fosse tutto e solo materiale, senza curare punto lo spirito, e non andasse congiunto ad un progresso spaventoso di malizia e d’irreligione. Oh! si capisca bene una volta quell’invito, che fa ognora Gesù, e vi si risponda. Allora sì, che si coltiveranno le virtù: allora sì, che splenderà la luce del vero progresso, e fiorirà quella vera civiltà nei popoli, che, vogliasi o no, consiste appunto nel complesso di quelle.

Effusione VI di Sangue

Nella Crocifissione

Conforto ad amare Gesù, ed il Prossimo

Regina di tutte le virtù è la carità, che dall’Apostolo venne chiamata la pienezza della legge: Plenitudo… legis est dilectio. (Rom. XIII) E S. Agostino domanda qui giustamente: Dov’ è la carità, qual cosa mai può mancare? Dove non è, qual mai cosa può recar giovamento? Ubi caritas est, quid est, quod possit deesse? Ubi autem non est, quid est, quod possit prodesse? E però, se Gesù Cristo, o ascoltanti, volle spargendo il Sangue nella salita del Calvario darvi un conforto all’esercizio delle virtù; immaginate voi, se giuntone sulla cima, vorrà questo conforto negarvi, perché l’amiate, ora che la redenzione ha il suo compimento. Ah! questo cuor vostro, ch’è portato naturalmente ad amar Dio, perché fatto per Lui, n’aveva pur bisogno, acciocché gli facesse batter in alto a meta così sublime le ali, senza mai volgerle in basso. Ed ecco Gesù, che inchiodato sul duro legno della croce versa Sangue dalle ferite delle mani, e dei piedi in tanta copia, che quattro rivi quasi par che scorrano. Ben ora egli può mostrar in sé avverate quelle parole del Salmista: Sicut aqua effusus sum. Ben copiosa è la sua redenzione, se non una sola goccia, che pur era a ciò sufficiente, ma tanto Sangue Egli sparge. Ma perché sì copiosa? Data est copia, risponde S. Bonaventura, ut virtus dilectionis in benefica redundatione claresceret. (Bonav. In Euchar. serm. 17) Perché in un beneficio così ridondante la sua immensa carità verso di noi chiaramente si palesi. S. Bernardo ci dà a vedere la passione e la carità a contesa tra loro, quella per rosseggiare di più, questa per ardere: Contendunt passio, et charitas: Ma, ut plus rubeat; ista ut plus ardeat. (De pass: Dom. c. 51) Ma se tanto Sangue è versato per nostro amore, oh! come a riamar ci conforta il nostro Gesù, il nostro Salvatore, il nostro Dio. Chi non ama dunque Cristo, io griderò a tutti con S. Paolo, sia da noi separato: Si quis non amat Dominum nostrum Jesum Christum sit anathema: (I. Corinth. XVI) E qual è quel cuore così ristretto, che non si senta dilatare in veder Gesù, che sparge Sangue, tenendo stese le braccia verso tutti, anche verso un popolo, che non gli crede, e lo contradice? Qual è quel cuore anche di ghiaccio, che non si sciolga, e si accenda ad amare udendo Gesù, che già esangue in sul morire grida: Tutto è compiuto? Espressione che ben vale l’altra: E che doveva io fare di più, che fatto non l’abbia? Già pronunciato Egli l’avea: Si exaltatus fuero a terra, omnia traham ad meipsum. (Joan. XII). Ed ecco, ch’Egli donando a tutti nel suo Sangue un vero conforto ad amarlo, tutti al suo seno dolcemente attrae. Ma l’amor divino non va disgiunto dall’amor del prossimo, e però in questa effusione di Sangue ci dona ancora il conforto alla fraterna carità. Fratellanza, fratellanza universale è il grido favorito dei giorni nostri; ma fratellanza sul labbro, e non nel cuore; fratellanza nelle parole, e non nei fatti. Fu solo Gesù, che spargendo in croce il suo Sangue, e riscattandoci dalla schiavitù dell’inferno ci fece tutti liberi figliuoli di Dio, e quindi tutti fratelli, di cui Egli è il Primogenito: Primogenitus in multis fratribus. (Rom. VIII) Ed ecco perché la sua tenerissima Madre lasciò in Giovanni a noi tutti per Madre. Ecco come tutti ci legava in uno con. nodo dolcissimo di carità, facendo di tutti un cuor solo. Anche qui, ma con molto maggior efficacia ripete: Hoc est præceptum meum, ut diligatis invicem, sicut dilexi vos. (Joan. XV) E siccome Egli amò non a sole parole, ma con l’opera dando il Sangue e la vita, per tutti pregando perdono a chi crocifisso l’avea, donando un paradiso per poche lagrime al ladro pentito, ci conforta col suo Sangue a mostrare questa vera fratellanza con far bene d’ogni sorta al prossimo, anche ai nostri nemici, e ad osservare quel precetto non solo in quanto alla sostanza, ma sino alla perfezione. Oh! sì, o Gesù, noi vogliamo amarti; che troppo ad amarti ci eccita il Sangue per noi da te sparso: ed in virtù del tuo Sangue medesimo vogliamo amarci tra noi di vero amore, e dare il bello e dolce spettacolo di quella vera cristiana fratellanza, che si predica tant’alto da molti, e molti, e poi si sogna, e si cerca dove non è, e dove non può essere. O Gesù, è il tuo Sangue, che ci grida amore, ed amore accende. Il tuo Sangue è quello, che grida fratellanza, e fratellanza apporta.

Effusione VII di Sangue

Nella lanciata

Conforto all’Unione con Gesù Cristo.

Vuotate le vene di Sangue, Gesù già stremato di forze, dopo tre ore di penosissima agonia, ha mandato al fine l’ultimo respiro, ed è morto. Or che gli resta più a fare per noi? Ah! dilettissimi ascoltanti, soffermatevi un poco ancora col vostro pensiero appiè dell’albero della croce, e voi vedrete, che non è già morta per noi la sua carità, e dormendo Egli il sonno ferale della morte, il suo cuore però vigila per noi: Ego dormio, et cor meum vigilat. (Cant. V). Già sen viene Longino brandendo una lunga lancia; e mentre ai due ladri, che gli pendono ai fianchi, son rotte le gambe con bastoni, perché erano ancor vivi, a Gesù è aperto da quella lancia il costato, e lo stesso cuore è trafitto, e da quella larga apertura n’esce Sangue misto ad acqua: Unus militum lancea latus ejus aperuit, et continuo exivit Sanguis et aqua. (Joan XIX). Non le strette dell’ agonie mortali nell’orto del Getsemani, non i flagelli, non le spine, non i chiodi, che gli fecero spargere Sangue in tant’abbondanza avevano potuto trargli questo piccolo avanzo dai più interni penetrali del suo petto. Ma Gesù di se stesso immemore, di noi solo ricordevole, si fa stringere come sotto un torchio per versarne le ultimo stille, e niente di esso si riserva, come canta la Chiesa: Sub torculari stringitur, suique Jesus immemor sibi nil reservat Sanguinis. (Hymn. In Fest. Pret. Sang.) E questo Sangue sgorgato dal suo cuore esce qual contrassegno a noi della sua più grande carità, invitandoci e confortandoci non solo ad amarlo, ma ad unirci intimamente a Lui, giacché effetto di vero amore è l’unione. Per questo stando ancora confitto al legno, se non con la voce, parla però con le braccia distese verso di tutti: Si quis sitit, veniat ad me, et bibat. E mostrando aperto il costato, e ferito il suo cuore, invita tutti ad entrarvi, ed a stringersi fortemente con esso. Chi non vorrà a sì dolce invito, confortato dalla grazia, ch’esce da quel Prezioso Sangue, là correre, qual colombella vola alla sua torre, ed al suo nido, e là starsene unito a cuor sì amabile? Chi di là non griderà con Paolo: Quis me separabit a charitate Christi? Non le vanità del mondo, non i piaceri del senso, non l’amor delle ricchezze, non qualunque tribolazione, e tormento potranno più svellermi da questa dimora di paco, di contentezza, di gaudio, di amore. E se alcuno avesse sete di unirsi più perfettamente a Gesù, nascondendosi affatto entro al suo cuore per non sapere, per non sentir più nulla di questa misera terra, oh! entri, entri pure nei più secreti recessi di quel Cuore ferito, che quel Sangue, che n’uscì, a tanta perfezione è pur aiuto e conforto. Che dolcezze sono là dentro, tutte di Paradiso! Se un po’ avrà a penare nel distaccarsi affatto da ciò che sa di terra, e nel perdere affatto di vista ciò ch’offre il mondo, inebriato da quelle delizie dovrà poi esclamare: Bonum, bonum est nos hic esse. Ma col Sangue usciva dal fianco aperto di Gesù formata Sposa di lui la Chiesa, come dal fianco di Adamo addormentato usciva formata Eva la sua consorte. Quindi è la Chiesa in qualche modo parte del Cuor di Gesù. E che vuol dir questo, se non che voi non potete avere intima unione con Gesù, se non istate strettamente uniti alla vera Chiesa; se non ne credete quanto essa propone da credere, se non rispettate la sua Autorità, se non osservate i suoi precetti? Ma la Chiesa, vera Sposa di Gesù Cristo è là, dov’è il Successor di S. Pietro, ch’Egli stesso ad Essa prepose a Capo, cioè il Papa: Ubi Petrus, ibi Ecclesia. E che vuol dir questo, se non che voi non potete essere stretti alla Chiesa, ed uniti al cuor di Gesù, se non istate ancor uniti col Papa, onorandolo come il capo di questa Chiesa, come Pastore universale, come Maestro infallibile di Verità in Religione? Questa riverenza, ed unione al Papa in questi giorni, in cui tanto viene bistrattato, quasi fosse un’inutile anticaglia, da riporre tra le ciarpe, è divenuta la pietra di paragone per conoscere chi veramente è seguace di Gesù Cristo, e vero Cattolico. Procuriamo dunque d’essere uniti alla Chiesa senza umani rispetti, uniti al Papa coraggiosamente, [naturalmente il “vero” Papa. S. S. Gregorio XVIII –ndr.- ], ed allora star potremo davvero entro al costato di Gesù accanto al cuor suo in intima unione con esso: anzi chiudendoci entro la ferita del suo cuore grideremo esultando: Bonum, bonum est nos hic esse.

1 LUGLIO: FESTA DEL PREZIOSISSIMO SANGUE DI GESÙ CRISTO (2019) – MESSA

1 luglio: Sangue Preziosissimo di GESÙ Cristo

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Apoc V: 9-10
Redemísti nos, Dómine, in sánguine tuo, ex omni tribu et lingua et pópulo et natióne: et fecísti nos Deo
nostro regnum.
Ps LXXXVIII: 2
Misericórdias Dómini in ætérnum cantábo: in generatiónem et generatiónem annuntiábo veritátem tuam in ore meo.


Oratio

Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, qui unigénitum Fílium tuum mundi Redemptórem constituísti, ac ejus Sánguine placári voluísti: concéde, quǽsumus, salútis nostræ prétium sollémni cultu ita venerári, atque a præséntis vitæ malis ejus virtúte deféndi in terris; ut fructu perpétuo lætémur in coelis.
[O Dio onnipotente ed eterno, che hai costituito redentore del mondo il tuo unico Figlio, e hai voluto essere placato dal suo sangue, concedi a noi che veneriamo con solenne culto il prezzo della nostra salvezza, di essere liberati per la sua potenza dai mali della vita presente, per godere in cielo del suo premio eterno.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Hebræos.
Hebr IX: 11-15
Fratres: Christus assístens Póntifex futurórum bonórum, per ámplius et perféctius tabernáculum non manufáctum, id est, non hujus creatiónis: neque per sánguinem hircórum aut vitulórum, sed per próprium sánguinem introívit semel in Sancta, ætérna redemptióne invénta. Si enim sanguis hircórum et taurórum et cinis vítulæ aspérsus inquinátos sanctíficat ad emundatiónem carnis: quanto magis sanguis Christi, qui per Spíritum Sanctum semetípsum óbtulit immaculátum Deo, emundábit consciéntiam nostram ab opéribus mórtuis, ad serviéndum Deo vivénti’? Et ídeo novi Testaménti mediátor est: ut, morte intercedénte, in redemptiónem earum prævaricatiónum, quæ erant sub prióri Testaménto, repromissiónem accípiant, qui vocáti sunt ætérnæ hereditátis, in Christo Jesu, Dómino nostro. [Fratelli, quando Cristo è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraversando una tenda più grande e più perfetta, che non è opera d’uomo – cioè non di questo mondo creato – è entrato una volta per sempre nel santuario: non con il sangue di capri e di vitelli. ma con il proprio sangue, avendoci acquistato una redenzione eterna. Se infatti il sangue di capri e tori, e le ceneri di una giovenca, sparse sopra coloro che sono immondi, li santifica, procurando loro una purificazione della carne; quanto più il sangue di Cristo, che per mezzo di Spirito Santo si offrì senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte, per servire al Dio vivente? Ed è per questo che egli è mediatore di una nuova alleanza: affinché, essendo intervenuta la sua morte a riscatto delle trasgressioni commesse sotto l’antica alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna, oggetto della promessa, in Cristo Gesù nostro Signor].

È legge stabilita da Dio fin dal principio che non vi può essere remissione dei peccati nè piena redenzione senza un sacrificio di espiazione e di riparazione, e che tale sacrificio esige l’effusione del sangue. Nell’antica Alleanza, il sangue richiesto era solo quello degli animali immolati davanti al tabernacolo del Tempio. Se esso bastava a dare una purezza esteriore, era però impotente a santificare le anime e a far entrare nel tabernacolo celeste. Ma nel giorno stabilito dalla divina Sapienza, è venuto Cristo, nostro vero ed unico Pontefice, che ha versato come sacrificio il suo preziosissimo Sangue. Con esso ci ha purificati. Ed è in virtù di quel sangue versato che egli entra e fa entrare nel santuario del cielo. Da quel momento « la sua espiazione e la nostra redenzione sono cosa acquisita definitivamente per l’eternità. Il suo sangue, veicolo della sua vita, purifica non soltanto il nostro corpo, ma la nostra stessa anima, il centro della nostra vita; distrugge in noi le opere di peccato, espia, riconcilia, sigilla e consacra la nuova alleanza e, una volta purificati, una volta riconciliati, ci fa adorare e servire Dio mediante un culto degno di Lui.

Il servizio del Dio vivo.

« Infatti, il fine della vita è quello di adorare Dio. La stessa purezza della coscienza e la santità hanno come ultimo disegno e come termine il culto che rendiamo a Dio. Non si è belli per essere belli, non si è puri per essere puri e non andare oltre. Qualunque bellezza soprannaturale è ordinata in definitiva all’adorazione. È appunto quanto vuole il Padre celeste, degli adoratori in spirito e verità: e la nostra adorazione cresce davanti a Dio insieme con la nostra bellezza e la nostra dignità soprannaturale. Così, il termine della nostra vita soprannaturale non siamo noi, bensì Dio. È Dio che in ultima analisi raccoglie il beneficio di quanto noi diventiamo gradualmente mediante la sua grazia e sotto la sua mano. Dio, in noi, opera per noi. Tutta la nostra vita, quella dell’eternità e quella del tempo, è liturgica e ordinata a Dio» (i).

[Dom Guéranger: L’Anno liturgico; Ed. Paoline, Alba. Vol. II, Imprim. 1956]

Graduale

1 Joann. V: 6; 7-8
Hic est, qui venit per aquam et sánguinem, Jesus Christus: non in aqua solum, sed in aqua et sánguine.
V. Tres sunt, qui testimónium dant in coelo: Pater, Verbum et Spíritus Sanctus; et hi tres unum sunt. Et tres sunt, qui testimónium dant in terra: Spíritus, aqua et sanguis: et hi tres unum sunt. Allelúja
, allelúja.
1 Joann V: 9
V. Si testimónium hóminum accípimus, testimónium Dei majus est. Allelúja.

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Joánnem.
Joann XIX: 30-35
In illo témpore: Cum accepísset Jesus acétum, dixit: Consummátum est. Et inclináto cápite trádidit spíritum. Judæi ergo – quóniam Parascéve erat -, ut non remanérent in cruce córpora sábbato – erat enim magnus dies ille sábbati -, rogavérunt Pilátum, ut frangeréntur eórum crura et tolleréntur. Venérunt ergo mílites: et primi quidem fregérunt crura et altérius, qui crucifíxus est cum eo. Ad Jesum autem cum venissent, ut vidérunt eum jam mórtuum, non fregérunt ejus crura, sed unus mílitum láncea latus ejus apéruit, et contínuo exívit sanguis et aqua. Et qui vidit, testimónium perhíbuit; et verum est testimónium ejus. [In quel tempo, quand’ebbe preso l’aceto, Gesù disse: «Tutto è compiuto!». Poi, chinato il capo, rese lo spirito. Allora i Giudei, essendo la Parascève, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era, infatti, un gran giorno quel sabato – chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e portati via. Andarono, dunque, i soldati e spezzarono le gambe al primo, e anche all’altro che era stato crocifisso con lui. Quando vennero a Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe: ma uno dei soldati gli trafisse con la lancia il costato, e subito ne uscì sangue ed acqua. Colui che ha visto ne rende testimonianza, e la sua testimonianza è veritiera].

Il Sangue del Cuore di Gesù.

[Dom Guéranger: L’Anno liturgico; Ed. Paoline, Alba. Imprim. 1956]

Nel Venerdì Santo abbiamo inteso per la prima volta questo passo del discepolo prediletto. Dolente ai piedi della Croce su cui era appena spirato il Signore, la Chiesa non aveva allora abbastanza lamenti e lacrime. Oggi trasalisce di altri sentimenti, e lo stesso racconto che le cagionava il pianto la fa esplodere, nelle sue Antifone, in gioia e in canti di trionfo. Se vogliamo conoscerne la ragione, chiediamola agli interpreti autorizzati che essa stessa ha voluto incaricare di mostrarci il suo pensiero in questo giorno. Essi ci insegneranno che la nuova Eva celebra oggi la sua nascita dal costato dello sposo immerso nel sonno (S. Agostino, Trattato 30 san Giovanni); che a partire dal momento solenne in cui il nuovo Adamo permette al soldato di aprirgli il Cuore, noi siamo veramente diventati l’osso delle sue ossa e la carne della sua carne (Discorso del II Notturno). Non stupiamo dunque se d’allora in poi la Chiesa non vede più altro che amore e vita in quel Sangue che si effonde. E tu, o anima, così a lungo ribelle ai tocchi segreti delle grazie di elezione, non desolarti; non dire: «L’amore non è più per me»! Per quanto lontano abbia potuto portarti l’antico nemico con i suoi funesti inganni, non è forse vero che non vi è traviamento, non vi è abisso, si può dire, in cui non ti abbiano seguita i rivi scaturiti dalla sacra sorgente? Credi dunque che il lungo percorso che hai voluto imporre al loro misericordioso inseguimento ne abbia esaurita la virtù? Fanne la prova. E innanzitutto, bagnati in quelle onde purificatrici; quindi, abbevera a lunghi sorsi al fiume di vita quella povera anima affaticata; e infine, armandoti di fede, risali il corso del fiume divino: poiché se è certo che per giungere fino a te non si è separato dal suo punto di partenza, è ugualmente certo che, così facendo, ritroverai la sorgente stessa.

OMELIA

Il Sangue Preziosissimo.

[A. Rey: Il Preziosissimo Sangue; Pia Unione del Prez. Sangue – Roma 1949]

È sangue di un Dio – degno dunque della nostra adorazione

Empii enim estis pretio magno (1 Cor. VI, 20)

L’uomo deve tutto a Dio: principio, essere, doni, corpo, anima, vita naturale, elevazione allo stato soprannaturale. Questa gratuita erogazione di generosi doni non ha che uno scopo per Dio: far vivere l’uomo del suo amore, sempre. Fatalmente interviene la colpa e chi era stato creato ad immagine e somiglianza del Signore, n’è allontanato per sempre, condannato in eterno alla maledizione. Ma il Verbo, spinto da quello stesso amore che mosse da prima queste cose belle (Inf. I, 40), scende ad incarnarsi, ad effondere il suo sangue per la redenzione umana, e l’uomo è riportato in grembo al suo Dio: evatis longe: facti estis prope in Sanguine Agni (Ephes. II, 13). Quel sangue fu detto prezioso da S. Pietro: non corruptibilibus auro vel argento redempti estis…, sed pretioso Sanguine tamquam Agni immaculati Christi (1 Piet. 1; 18)! “Non è pileggio da picciola barca” (Par. 23; 67) addentrarci in questa verità confortante che rappresenta l’abisso insondabile della misericordia divina. La mente s’arresta di fronte a tanto sole; il cuore trasalisce per la gioia, ma non è capace da solo ad intender l’arcano: incomprehensibilia judicia… eius, et investigabilis viæ eius (Rom. XI, 33), l’incomprensibile ci è reso chiaro dalla divina Scrittura, e le vie di Dio ci appaiono piane per correre alla scoperta del vero. Poiché due luci la investono, contenute in queste semplici parole: Sangue prezioso.

I. – Breve preludio sul sangue

Cos’è il sangue? Fisiologicamente è un umore, costituito da un tessuto di sostanza liquida intercellulare e di cellule bianche, rosse e di piastrine; partendo dal cuore, con una doppia circolazione, attraverso arterie e vene, al cuore ritorna e tien salda la vita. Se il sangue si arresta il cuor più non pulsa. È la morte. Il Sangue è vita, forza, vigore, nerbo, salute, e tien legato al corpo lo spirito immortale. Donare il sangue è dare la vita. Preziosa diciamo quella cosa che è di molto prezzo, di grande valore: una pietra rara, una gemma, l’oro, l’argento, il platino; che ci è cara per la sua bellezza, e rarità: un’opera d’arte, un poema, un palazzo. Preziosa la diciamo ancora pel vantaggio che ne deriva, per l’utile che ci dà: una eredità, un donativo regale. Or, qual cosa di maggior prezzo è il valore del sangue che è vita? Qual cosa più rara di un sangue che aderisce profondamente all’anima, creatura bella di Dio, sì da farlo commuovere? Qual cosa più bella del sangue che rivela quella mirabile opera d’arte che è il carattere dell’uomo? E quali stupendi vantaggi non derivano da un sangue offerto, donato, sborsato dall’uomo spinto dall’amore? Quale utile per quelli pei quali il sangue si effonde? Ed ecco al di sopra del misero sangue umano, il Sangue di un Uomo-Dio, che ha prezzo e valore incalcolabile, perché Sangue divino; che è caro per la sua rarità e bellezza, essendo Sangue di grazia; che reca all’uomo il supremo dei vantaggi, quello di farlo consanguineo, partecipe della sua vitalità supernaturale, della sua gloria: Sangue da adorarsi, quindi: da apprezzarsi, da amarsi.

II. – Il Sangue dei martiri

1. – Per apprezzare in tutta l’ampiezza, il valore del Sangue di Gesù è necessario porlo a fianco del sangue dei martiri. Qualche anno fa un Cattolico fervente, sul piazzale di S. Marta, prima di accompagnare i giovani delle Associazioni Cattoliche in visita al Papa, avvicinava giustamente il sangue dei martiri del Circo di Nerone al Sangue prezioso, giacché era questo che rendeva l’altro potente e glorioso.

Il martire è un testimonio che per la verità giunge fino a farsi sgozzare. Il suo sangue sigilla tutta una vita di bene e fa splendere con più evidenza la causa per cui è versato. La scienza ha i suoi martiri: medici che per lenire gli strazi dell’umanità studiano l’applicazione dei raggi ultravioletti e ne restano uccisi; areonauti che per togliere i veli misteriosi dei Poli, soccombono… L’amor patrio ha un martirologio che è patrimonio sacro per tutti i popoli: Colletta, Pellico, Filzi e Battisti … son nomi cari ad ogni cuore italiano!

Ma è la Fede soprattutto che fa del martirio la più fulgida, significativa, gloriosa testimonianza, perché all’infinito si distanzia, per dignità, da ogni altra idea, da ogni altra potente passione. Essa è al disopra della scienza e della patria!

2.) Il valore del sangue si desume dalla persona che lo versa.

Percorrete i cuniculi, gli ambulacri delle Catacombe. Sui loculi contrassegnati da simboli cristiani, c’è dei nomi, semplici nomi: Agape, Pectorio, Acilio Glabrione, Agnese, Cecilia. Accanto al loculo che racchiude i resti mortali di un senatore, di una donna aristocratica c’è quello di un oscuro bottaio, di un fabbricante di balocchi. La morte tutti ha uguagliato: in ciò il sangue di Couvier non si distingue da quello di Luigi XVI e di Maria Antonietta. Ma quei nomi contrassegnano una vita, quei corpi rappresentano tesori non tanto perché di Cristiani, ma perché di martiri. Già quei corpi son santi, unti un giorno del crisma del Cristo nel Battesimo, incorporati a Cristo nella comunione del suo corpo, del suo sangue, templi dello Spirito Santo. Non per altro Paolo chiamò Santi i fratelli nel Cristo; vedeva in essi la grazia santificante. E Damaso nella epigrafe della celeberrima martire romana Agnese, dice santi i suoi genitori: sanctos… retidisse parentes. E S. Pietro giustifica l’orgoglio gens sancta, regale sacerdotium (1 Pietr. II, 9)! Ma un alone di gloria circonda quelle ossa che pullulant de loco suo (Eccl. XLVI, 14), per la morte che la Scrittura chiama appunto preziosa: pretiosa in conspectu Domini mors sanctorum ejus (Ps. CXV, 15), per la morte non nobilitata solo dal Cristo con l’elargizione della suprema grazia, la perseveranza finale, ma resa gloriosa per l’effusione del sangue, degna risposta al Cristo che per tutti ha effuso il suo, in supremo amore! Egli dinanzi ai presidi li rese gagliardi e diede alla loro lingua le parole per confondere i sofismi, le minacce, le blandizie. Egli rese potente la loro volontà sino a farli esclamare; frangar, non flectar! (mi spezzo, ma non mi piego) Egli col suo sangue, col valore del suo sacrificio, ha impreziosito il sangue dei martiri.

« Che bisogno ha Egli di carne, rifatta ora senza macchia. Che bisogno ha Egli di un cuore che deve sanguinare e soffrire, scegliendo la parte migliore? » domandava a. se stessa l’esule poetessa italiana (C. Rossetti).La risposta è data dai martiri: prese umana carne, umanocuore perché dal suo sangue, dal suo cuore e dalle sue sofferenzegli uomini potessero avere la forza divina di patire e dare per Luiil glorioso sangue! Eccoli salgono al cielo agitando corone e palme, seguendo « i fiori dei martiri e le prime gemme della Chiesa nascente in mezzo al verno dell’incredulità e consumate dal gelo della persecuzione »: i Santi Innocenti, dei quali sì bellamente

canta Prudenzio (Inno: Salvete):

Il Redentor sue vittime

prima vi scelse: voi

della sua nuova legge

e de’ martiri suoi

siete tenera gregge;

e in olocausto offerti

sull’are insanguinate

colle palme scherzate – e con i serti.

Gli angeli si chiedono: Qui sunt hi et unde venerunt? Ed il Padre afferma deciso: Hi venerunt de magna tribulatione et laverunt stolas suas in Sanguine Agni(Ap. VII, 14). In quel loro martirio c’è il martirio stesso del Cristo; in quel Sangue lo stesso Sangue del Cristo ch’è il Rex gloriosus martyrum (Brev. Rom.). E l’uomo è sublimato sino al soglio di Dio, dopo la vittoria conseguita sul dragone pel Sangue dell’Agnello: hi vicerunt draconem propter sanguinem Agni! Laverunt stolas suas in Sanguine Agni! (Ap. XII, 11) Ideo, coronati, triumphant! (Sap. IV, 2)

3.) Ma il valore del Sangue si desume ancora dalla causa per cui il martire lo sparge.

Il sangue del martire cristiano acquista un valore più alto d’ogni martire, in quanto è sparso per una idealità suprema: la Fede: confessi sunt Christum! E l’apoteosi della virilità cristiana quel sangue. Quel sangue è sparso per un amore supremo, quello per Dio. L’olocausto del martire è il riconoscimento pieno dei diritti di Dio sulle creature, la distruzione di tutto l’essere per l’atto sublime del sacrificio; sicché Ireneo poteva dir con ragione che il martire diventa altare e sacrificio insieme. Ecco perché sotto la pietra sacra dell’altare ci sono le ossa dei martiri, ed i Greci nei Dittici ne esaltano la memoria che in benectione est (Eccl. IV, 7)!

I malvagi che li percuotono non sanno immaginare in essi che insania, vano furore, fanatismo; ma debbon poi confessare che s’allontanarono dalla via della verità: locuti sunt falsa (Ps. LVII, 4)! La Scrittura raccoglie il loro straziante lamento: Nos insensati ! vitam illorum æstimabamus insaniam et exitum illorum sine honore! Ecce quomodo completati sunt inter filios Dei, et inter sanctos sors illorum est (Sap. V, 4).

Si spiega così il culto dei martiri nelle Catacombe. Pie mani ne raccolgono i resti, li ravvolgono in preziose stoffe, li adagiano nei loculi; accanto ad essi pongono l’ampolla del sangue; li chiudono con una lapide che, dopo il loro nome, porta l’invocazione, la preghiera: Vivas in Deo… Ora pro nobis! Negli arcosoli, dominati dalla ieratica figura di una orante con le braccia stese e gli occhi grandi ripieni di Dio, son deposti sotto l’altare dell’Agnello i martiri che, come nella visione apocalittica, gridano al sommo Martire:

Usquequo, Domine, non iudicas et… non vindicas sanguinem nostrum (Apoc. VI, 10)! L’ultimo atto della loro vita non è segnato colla macabra parolache rattrista; fine, morte. La Chiesa lo definisce dies natalis, natalicium martyris (Martir. Rom.). Presso quelle membra anche Damaso Papa vorrebbe sua condere membra, ma teme di vexarecon la sua indegnitàle loro ossa gloriose!

Ecco perché i Cristiani, come il gran Papa, cantore delle gesta dei martiri, amano, desiderano ardentemente seguirli nella morte cruenta, per amor di Cristo, come la piccola Agnese che si slaccia dal grembo della nutrice per presentarsi al tiranno, sfidandone la rabbia e dichiarandosi pronta alla morte pel suo Sposo; esser sepolti ov’essi son sepolti; e – pegno di protezione altissima – conservano gelosamente sul petto, vicino al Vangelo, i lini inzuppati nel sangue spicciato dalle loro membra percosse, colato sulla terra santificata! – Pieghiamoci, in riverenza, di fronte a quei nomi, a quelle vite, a queste ossa, a questo sangue! Baciamo quelle tombe che sono are, quelle lapidi tepide ancora del sangue versato per Cristo! Veneriamo quei santi dalla purpurea aureola; preghiamo di esser degni del loro sacrificio, della loro testimonianza!

Il Sangue di Gesù

Ma cos’è questo venerando sangue di fronte a quello versato da Gesù?

Chi è Gesù? La poesia ne ha esaltato sembiante e nome. « Un agnello è innocente e mite sulla morbida erbosa zolla; e Gesù Cristo, l’Immacolato, è l’Agnello di Dio. Egli solo è immacolato sulle ginocchia di sua Madre, bianco e rosso, ahimè!.. presto sarà sacrificato per voi e per me! Eppure agnello non è parola abbastanza soave, né è giglio nome abbastanza puro, e un altro nome ha scosso i nostri cuori, avvivandone la fiamma: Gesù! Questo nome è musica e melodia; il cuore col cuore in armonia, cantiamo ed adoriamo » (C. Rossetti)! « Qual è il tuo nome? – gli chiede il Thompson – Oh! mostramelo ». E Gesù risponde: « Il mio nome non potete saperlo: È un avanzarsi di bandiere, uno sfolgorare di spade; ma i miei titoli che son grandi non sono essi nel mio costato? – Re dei R e – son le parole – Signore dei Signori »! (Poems). Storicamente è il più saggio dei sapienti; L’aquila di Stagira non ha ali sufficienti per raggiungerlo nel volo: la Sua sapienza è infinita, i n Lui sunt omnes thesauri sapientiæ et scientiæ(Col. II, 3) – Il più eccelso dei filosofi, Socrate impallidisce dinanzi a Colui che investe della sua luce tutti i problemi dello spirito, scoprendone le meraviglie: Dante te illis, omnia implebuntur bonitate (Ps. CIII, 28)! – I più grandi dei legislatori, Numa Pompilio, Licurgo, Solone paion pigmei nelle loro leggi che sovente giustificano anche il delitto, come la servitù, l’uccisione dei vecchi e dei bimbi malati, il divorzio! Egli stesso è la legge immacolata che india le anime: Lex tua immaculata, convertens animam (Ps. XVIII, 8)! Poeti, oratori, guerrieri non gli stanno a petto. Il Vangelo offusca Omero e l’acceca con la sua grandiosa semplicità. Demostene e Cicerone diventan pedestri dinanzi al Sermone della montagna. Cesare ed Alessandro si arrestano nelle loro inutili stragi di fronte ad una forza che pretende solo il suo sangue per salvare l’umanità: l’amore che ogni cosa vince, Omnia vincit amor (Virg. Ecl. 10, 69)! – Ma Gesù, vivo e vero nella sua incompresa grandezza, balza dal Vangelo. – Io ed il Padre siamo una cosa sola (Joann. X, 30)! Io sono nel Padre, Egli è in me! Chi vede me, vede mio Padre (Ibi XIV, 9))! dice a Filippo. Io son la via, la verità, la vita (Joan. XIV, 6). Son l’alfa e l’omega (6 Apoc. I, 8). Io son la luce del mondo(Joan. VIII, 12) . Io la fonte che disseta perché contiene le acque che risalgono alla sorgente della eterna vita (Joan. IV, 14). Io sono il pane di vita disceso dal cielo (Joan. VI, 35) . Ecco le sue affermazioni apodittiche. Questi è il mio Figlio diletto nel quale ho poste le mie compiacenze! dice Dio Padre sul Giordano e sul Tabor (Luc. III, 29) . Tu sei Cristo, il Figlio del Dio vivente! testimonia San Pietro (Matt. XVI, 16). – Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo(Joann. I, 29)! – proclama Giovanni dinanzi alle turbe. – Avete crocifisso il Re della gloria ; voi avete ucciso Dio! (Act. III, 15)dichiarano Pietro e Paolo ad ebrei indurati. Gli Angeli stessi, vedendolo salire, possente, col segno della gloria incoronatosi chiedono: Quis est iste qui venit de Edom, tinctis vestibus de Bosra iste formosus in stola (Is. LXIII, 1)? E si senton rispondere: – Egli è il Re della gloria che sale con le vesti bagnate di sangue! – E Cristo entra nella gloria del Padre!In Lui – sappiamo dalla Fede – la divina natura è uguale a quella del Padre e dello Spirito Santo, ma la sua Persona, quella del Verbo, è distinta da quelle del Padre e del Paraclito. Questo Verbum, genitum non factum, consustanziale al Padre, Dio veroda Dio vero, eterno, ante omnia sæcula genitus(Credo – Symb. Atan.), prende, nel tempo,la umana natura nel seno immacolato di Maria; l’assume nella sua persona e diviene uomo senza lasciare di essere Dio; verus homo ex substantia matris in sæcula natus(Idem). Questa incarnazione non è una conversione della divinità nella carne, ma assunzione della umanità in Dio: non conversione divinitatis in carnem, sed assumptione humanitatis in Deum. E il Verbum caro factum (Joan. I, 14. In Cristo due nature dunque: la divina e l’umana, ma unica la Persona. Or le azioni, non son della natura ma del supposito, della persona: actiones sunt suppositorum (S. Th. Th. III, q. 19 ad 1). E poiché in Cristo la persona è divina, divine sono le sue azioni. Sicché quel Sangue purissimo natus ex Maria virgine (Symb. Apost.), è divino, perciò preziosissimo.Quando si effonde sul Calvario ha un valore divino, perciò preziosissimo. Quando si riversa sull’umanità per riscattarla e purificarla, la sua azione, la sua efficacia son divine, perciò Sangue preziosissimo!

Sono adunque preziosissime anche le ragioni per cui Egli lo versa.

a) Ripara infatti l’onore del Padre offeso dall’uomo, con l’onore a Lui reso con l’effusione del sangue: obtulit semetipsum Deo (Hebr. IX, 14), e pacifica l’uomo con Dio: pacìfìcans per sanguinem crucis ejus sive quæ in cœlis sive quae in terris sunt. (Col. I, 20). Ma una tale riparazione, una tal pacificazione sono di valore infinito.

b) Redime l’uomo peccatore. – Il Sangue ha una sua peculiare virtù redentrice. Quello di Virginia libera Roma dai Tarquini, quello di Lucrezia l’affranca dai Decemviri, quello delle rivoluzioni dà un nuovo orientamento alla storia. Ma il Sangue di Cristo ha dato l’assetto definitivo all’uomo, sciogliendolo dai vincoli del servaggio, liberandolo dalla pena eterna: redemit de domo servitutis! (Galat. III, 13). Quel Sangue è sborsato per testimoniare la verità: ad hoc veni in mundum ut perhibeam testimonium veritati(Joan. XVIII, 37). E la verità è questa: il mondo deve riconoscere Iddio per suo Padre, ed amare il Figlio che l’ha redento: hœc est vita æterna ut cognoscat mundus Patrem et quem misit, Jesum Christum(1 Joan. III, 6). L’Agnello di Dio s’immola per affermar questa verità che ha bandito solennemente dinanzi al popolo, al sinedrio, ai tribunali; ed il sangue e l’acqua che escono dal suo cuore, sulla croce, ne sigillano l’infinito amore: hic est qui venit per aquam et sanguinem; non in aqua solum sed in aqua et sanguine(Joan, XVIII, 3).

Ecco il Sangue preziosissimo!

Or, se a Dio si deve l’adorazione ed a tutto ciò che a Dio appartiene come sua essenza e natura, il Sangue preziosissimo, che al Verbo fatto carne appartiene come sua essenza e natura, è degno della nostra adorazione: Digum est Agnus accipere honorem, gloriam et benedictionem, quia occisus est et redemit nos in Sanguine suo! (Apoc. V, 12). E noi dobbiamo, tremanti, piegare i ginocchi dinanzi al prezzo di tanto valore, e cantar con la Chiesa al R e dei Martiri: Christum Dei Filium, qui suo nos redemit sanguine, venite, adoremus! (Brev. Rom.).

Esempio

L’illustre storico Cesare Baronio dell’Oratorio, discepolo insigne di San Filippo Neri, nei suoi Annali, all’anno 446 riporta questo mirabile fatto. In Costantinopoli, un ebreo, di notte, preso un Crocifisso ch’era avanti la casa di un Cristiano l’immagine sfregiò sul volto, e da questa spiccò tepido sangue. Atterrito il sacrilego corse a gettarla entro un pozzo vicino, tornandosene poi in fretta, a casa, ove raccontò tutto alla moglie. Il giorno dopo, la gente che andava ad attingere l’acqua vide con grande sorpresa che essa era tutta rosseggiante di sangue. Giunta la inusitata novella all’orecchio del Prefetto della città, e sospettando questi giustamente che entro il pozzo vi fossero uomini trucidati, ordinò che fosse vuotato. E vuotato che fu, ecco ritrovato il Crocifisso, che ancor versava sangue dalla ferita infertagli. L’imperatore, pur di conoscere la verità dell’accaduto, promise il condono d’ogni pena al reo, purché da se stesso si costituisse. Prima la moglie, poi l’ebreo si presentarono lagrimanti, e confessarono schiettamente il delitto. Ma quel sangue gridò misericordia, non vendetta. Compunti a tanto miracolo, chiesero il Battesimo ed abbracciarono la Fede di Gesù Cristo, divenendo così, da nemici, suoi consanguinei! – Il pozzo, essendo poco distante da Santa Sofia, vi fu raccolto con l’erezione di una nuova Cappella che si chiamò del Pozzo santo. Su questo fu posto un coperchio d’oro, sormontato dal prodigioso Crocifisso. Ancora una volta Gesù aveva mostrato di qual valore infinito fosse il suo Sangue! E come Egli è disposto, anche dopo il Calvario, a versarne, per nostro amore, dell’altro ancora!

Anima mia, vedi quanto tu vali? Pretium sanguinis es! (Matt. XXVII, 6). Fedeli, non con oro od argento corruttibili voi siete stati redenti, ma col Sangue del Figlio di Dio, col suo Sangue preziosissimo: non corruptibilibus auro vel argento redempti estis, sed pretioso sanguine quasi Agni immaculati Christi (1 Piet. I, 18).

Preghiera

O sangue che i martiri esaltano nel Cielo perché il loro, prezioso divenne per la tua preziosità, pel tuo valore; o Sangue che fosti per essi forza e resistenza, gaudio, gloria, Sangue di un Dio, perché unito alla Persona santissima del Verbo, Sangue che fosti versato per amore supremo onde placare il Padre, redimere il peccatore, render testimonianza alla verità, sii tu benedetto ed adorato! Ai tuoi piedi non Giuda, che lo sprezza, ma Giovanni che se ne abbevera, nei figli che riconoscono la preziosità che ogni anima ha reso preziosa, per gridarti: – Misericordia, perdono, amore! – Con tutti i santi del Cielo, coi martiri, con gli Angeli ti lodiamo ed adoriamo; e se indegna è ancora pel peccato la nostra anima, mondala, o prezioso Sangue. È tua! Mondala col tuo bagno salutare che ci renda Cherubini innanzi al tuo trono. Ognuno di noi ti prega, o Agnello santo, con la strofe mirabile di Tommaso: Pie pellicane. Jesu Domine, me immundum munda tuo Sanguine (Adoro Te). e tutti, con la voce della Chiesa, nell’inno del ringraziamento: Te ergo quæsumus, tuis famulis subveni, quos pretioso Sanguine redemisti (Te Deum) – Amen!

Risoluzione

In riparazione della crudele indifferenza di tante anime verso il Redentore, cercate di parlare ogni giorno di questa devozione ed inculcarne la pratica.

(S. Gaspare del Bufalo)

Fiorellino spirituale

O Sangue, medicina delle nostre anime, guariteci!

(S. Caterina da Siena).

Credo…

Offertorium
Orémus
1 Cor X:16
Calix benedictiónis, cui benedícimus, nonne communicátio sánguinis Christi est? et panis, quem frángimus, nonne participátio córporis Dómini est? [Il calice dell’eucarestia che noi benediciamo non è forse comunione del sangue di Cristo? Il pane che noi spezziamo non è forse comunione col corpo di Cristo?]

Secreta
Per hæc divína mystéria, ad novi, quǽsumus, Testaménti mediatórem Jesum accedámus: et super altária tua, Dómine virtútum, aspersiónem sánguinis mélius loquéntem, quam Abel, innovémus. [O Dio onnipotente, concedi a noi, per questi divini misteri, di accostarci a Gesù, mediatore della nuova alleanza, e di rinnovare sopra il tuo altare l’effusione del suo sangue, che ha voce più benigna del sangue di Abele]

Communio
Hebr IX: 28
Christus semel oblítus est ad multórum exhauriénda peccáta: secúndo sine peccáto apparébit exspectántibus se in salútem [Il Cristo è stato offerto una volta per sempre: fu quando ha tolto i peccati di lutti. Egli apparirà, senza peccato, per la seconda volta: e allora darà la salvezza ad ognuno che lo attende]

Postcommunio
Orémus.
Ad sacram, Dómine, mensam admíssi, háusimus aquas in gáudio de fóntibus Salvatóris: sanguis ejus fiat nobis, quǽsumus, fons aquæ in vitam ætérnam saliéntis: [Ammessi, Signore, alla santa mensa abbiamo attinto con gioia le acque dalle sorgenti del Salvatore: il suo sangue sia per noi sorgente di acqua viva per la vita eterna]

FESTA DEL SACRO CUORE DI GESÙ (2019)

VII

ACTUS REPARATIONIS ET CONSECRATIONIS

Iesu dulcissime, cuius effusa in homines caritas, tanta oblivione, negligentia, contemptione, ingratissime rependitur, en nos, ante altaria [an: conspectum tuum] tua provoluti, tam nefariam hominum socordiam iniuriasque, quibus undique amantissimum Cor tuum afficitur, peculiari honore resarcire contendimus. Attamen, memores tantæ nos quoque indignitatis non expertes aliquando fuisse, indeque vehementissimo dolore commoti, tuam in primis misericordiam nobis imploramus, paratis, voluntaria expiatione compensare flagitia non modo quæ ipsi patravimus, sed etiam illorum, qui, longe a salutis via aberrantes, vel te pastorem ducemque sectari detrectant, in sua infìdelitate obstinati, vel, baptismatis promissa conculcantes, suavissimum tuæ legis iugum excusserunt. Quæ deploranda crimina, cum universa expiare contendimus, tum nobis singula resarcienda proponimus: vitae cultusque immodestiam atque turpitudines, tot corruptelæ pedicas innocentium animis instructas, dies festos violatos, exsecranda in te tuosque Sanctos iactata maledicta àtque in tuum Vicarium ordinemque sacerdotalem convicia irrogata, ipsum denique amoris divini Sacramentum vel neglectum vel horrendis sacrilegiis profanatum, publica postremo nationum delicta, quæ Ecclesiæ a te institutæ iuribus magisterioque reluctantur. Quæ utinam crimina sanguine ipsi nostro eluere possemus! Interea ad violatum divinum honorem resarciendum, quam Tu olim Patri in Cruce satisfactionem obtulisti quamque cotidie in altaribus renovare pergis, hanc eamdem nos tibi præstamus, cum Virginis Matris, omnium Sanctorum, piorum quoque fìdelium expiationibus coniunctam, ex animo spondentes, cum præterita nostra aliorumque peccata ac tanti amoris incuriam firma fide, candidis vitæ moribus, perfecta legis evangelicæ, caritatis potissimum, observantia, quantum in nobis erit, gratia tua favente, nos esse compensaturos, tum iniurias tibi inferendas prò viribus prohibituros, et quam plurimos potuerimus ad tui sequelam convocaturos. Excipias, quæsumus, benignissime Iesu, beata Virgine Maria Reparatrice intercedente, voluntarium huius expiationis obsequium nosque in officio tuique servitio fidissimos ad mortem usque velis, magno ilio perseverantiæ munere, continere, ut ad illam tandem patriam perveniamus omnes, ubi Tu cum Patre et Spiritu Sancto vivis et regnas in sæcula sæculorum.

Amen.

Indulgentia quinque annorum.

Indulgentia plenaria, additis sacramentali confessione, sacra Communione et alicuius ecclesiæ aut publici oratorii visitatione, si quotidie per integrum mensem reparationis actus devote recitatus fuerit.

Fidelibus vero, qui die festo sacratissimi Cordis Iesu in qualibet ecclesia aut oratorio etiam (prò legitime utentibus) semipublico, adstiterint eidem reparationis actui cum Litaniis sacratissimi Cordis, coram Ssmo Sacramento sollemniter exposito, conceditur:

Indulgentia septem annorum;

Indulgentia plenaria, dummodo peccata sua sacramentali pænitentia expiaverint et eucharisticam Mensam participaverint (S. Pæn. Ap., 1 iun. 1928 et 18 mart. 1932).

[Indulg. 5 anni; Plenaria se recitata per un mese con Confessione, Comunione, Preghiera per le intenzioni del Sommo Pontefice, visita di una chiesa od oratorio pubblico. – Nel giorno della festa del Sacratissimo Cuore di Gesù, confessati e comunicati, recitata con le litanie de Sacratissimo Cuore, davanti al SS. Sacramento solennemente esposto: Indulgenza plenaria].

MESSA DEL SACRO CUORE DI GESÙ (2019)

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXXII: 11; 19
Cogitatiónes Cordis ejus in generatióne et generatiónem: ut éruat a morte ánimas eórum et alat eos in fame. [I disegni del Cuore del Signore durano in eterno: per strappare le ànime dalla morte e sostentarle nella carestia.]


Ps XXXII: 1
Exsultáte, justi, in Dómino: rectos decet collaudátio.

[Esultate nel Signore, o giusti, la lode conviene ai retti.]

Cogitatiónes Cordis ejus in generatióne et generatiónem: ut éruat a morte ánimas eórum et alat eos in fame. [I disegni del Cuore del Signore durano in eterno: per strappare le ànime dalla morte e sostentarle nella carestia.]

Oratio

Orémus.
Deus, qui nobis in Corde Fílii tui, nostris vulneráto peccátis, infinítos dilectiónis thesáuros misericórditer largíri dignáris: concéde, quǽsumus; ut, illi devótum pietátis nostræ præstántes obséquium, dignæ quoque satisfactiónis exhibeámus offícium.  [O Dio, che nella tua misericordia Ti sei degnato di elargire tesori infiniti di amore nel Cuore del Figlio Tuo, ferito per i nostri peccati: concedi, Te ne preghiamo, che, rendendogli il devoto omaggio della nostra pietà, possiamo compiere in modo degno anche il dovere della riparazione.]


Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Ephésios. Eph III: 8-19

Fratres: Mihi, ómnium sanctórum mínimo, data est grátia hæc, in géntibus evangelizáre investigábiles divítias Christi, et illumináre omnes, quæ sit dispensátio sacraménti abscónditi a sǽculis in Deo, qui ómnia creávit: ut innotéscat principátibus et potestátibus in cœléstibus per Ecclésiam multifórmis sapiéntia Dei, secúndum præfinitiónem sæculórum, quam fecit in Christo Jesu, Dómino nostro, in quo habémus fidúciam et accéssum in confidéntia per fidem ejus. Hujus rei grátia flecto génua mea ad Patrem Dómini nostri Jesu Christi, ex quo omnis patérnitas in cœlis ei in terra nominátur, ut det vobis, secúndum divítias glóriæ suæ, virtúte corroborári per Spíritum ejus in interiórem hóminem, Christum habitáre per fidem in córdibus vestris: in caritáte radicáti et fundáti, ut póssitis comprehéndere cum ómnibus sanctis, quæ sit latitúdo, et longitúdo, et sublímitas, et profúndum: scire étiam supereminéntem sciéntiæ caritátem Christi, ut impleámini in omnem plenitúdinem Dei.

[ Fratelli: A me, minimissimo di tutti i santi è stata data questa grazia di annunciare tra le genti le incomprensibili ricchezze del Cristo, e svelare a tutti quale sia l’economia del mistero nascosto da secoli in Dio, che ha creato tutte cose: onde i principati e le potestà celesti, di fronte allo spettacolo della Chiesa, conoscano oggi la multiforme sapienza di Dio, secondo la determinazione eterna che Egli ne fece nel Cristo Gesù, Signore nostro: nel quale, mediante la fede, abbiamo l’ardire di accedere fiduciosamente a Dio. A questo fine piego le mie ginocchia dinanzi al Padre del Signore nostro Gesù Cristo, da cui tutta la famiglia e in cielo e in terra prende nome, affinché conceda a voi, secondo l’abbondanza della sua gloria, che siate corroborati in virtù secondo l’uomo interiore per mezzo del suo Spirito. Il Cristo abiti nei vostri cuori mediante la fede, affinché, ben radicati e fondati nella carità, possiate con tutti i santi comprendere quale sia la larghezza, la lunghezza e l’altezza e la profondità di quella carità del Cristo che sorpassa ogni concetto, affinché siate ripieni di tutta la grazia di cui Dio è pienezza inesauribile.]

Graduale

Ps XXIV:8-9
Dulcis et rectus Dóminus: propter hoc legem dabit delinquéntibus in via.
V. Díriget mansúetos in judício, docébit mites vias suas.

[Il Signore è buono e retto, per questo addita agli erranti la via.
V. Guida i mansueti nella giustizia e insegna ai miti le sue vie.]
Mt XI: 29

ALLELUJA

Allelúja, allelúja. Tóllite jugum meum super vos, et díscite a me, quia mitis sum et húmilis Corde, et inveniétis réquiem animábus vestris. Allelúja. [Allelúia, allelúia. Prendete sopra di voi il mio giogo ed imparate da me, che sono mite ed umile di Cuore, e troverete riposo alle vostre ànime. Allelúia

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Joánnem.
Joannes XIX: 31-37
In illo témpore: Judǽi – quóniam Parascéve erat, – ut non remanérent in cruce córpora sábbato – erat enim magnus dies ille sábbati, – rogavérunt Pilátum, ut frangeréntur eórum crura, et tolleréntur. Venérunt ergo mílites: et primi quidem fregérunt crura et alteríus, qui crucifíxus est cum eo. Ad Jesum autem cum veníssent, ut vidérunt eum jam mórtuum, non fregérunt ejus crura, sed unus mílitum láncea latus ejus apéruit, et contínuo exívit sanguis et aqua. Et qui vidit, testimónium perhíbuit: et verum est testimónium ejus. Et ille scit quia vera dicit, ut et vos credátis. Facta sunt enim hæc ut Scriptúra implerétur: Os non comminuétis ex eo. Et íterum alia Scriptúra dicit: Vidébunt in quem transfixérunt. [In quel tempo: I Giudei, siccome era la Parasceve, affinché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era un gran giorno quel sabato – pregarono Pilato che fossero rotte loro le gambe e fossero deposti. Andarono dunque i soldati e ruppero le gambe ad entrambi i crocifissi al fianco di Gesù. Giunti a Gesù, e visto che era morto, non gli ruppero le gambe: ma uno dei soldati gli aprì il fianco con una lancia, e subito ne uscì sangue e acqua. E chi vide lo attesta: testimonianza verace di chi sa di dire il vero: affinché voi pure crediate. Tali cose sono avvenute affinché si adempisse la Scrittura: Non romperete alcuna delle sue ossa. E si avverasse l’altra Scrittura che dice: Volgeranno gli sguardi a colui che hanno trafitto.]

OMELIA

[P. SECONDO FRANCO: Manuale dei devoti del SS. CUORE DI GESÙ; Tip. Pontif. ed Arciv. dell’Immacolata Concezione, MODENA, 1873 ]

Qualunque persona, che sia d’indole buona, di belle virtù e di eccellente santità, non può esser a meno che non abbia un bel cuore, e che non cerchi diffondere anche negli altri la sua bontà. Bonus homo de bono thesauro cordis sui proferi bonum( Luc. VI, 44). Ma quanto più l’Uomo-Dio, Gesù Signor nostro, il quale è la bontà e la santità medesima, quegli ch’è venuto a bella posta nel mondo e che ha conversato con gli uomini per beneficarli! Che cosa dunque non devono sperare da Lui i devoti di un Cuore sì buono e sì benefico? Il primo motivo di questa speranza è la natura stessa del Cuore amoroso di Gesù Cristo. Imperocché avote mai considerato, che cosa è il Cuore di Gesù? È il Cuore dell’Uomo-Dio, un Cuore ipostaticamentc unito alla Persona del Verbo e alla divinità. Dunque è un Cuore infiammato e compreso con tutta la pienezza e senza misura degl’influssi di quell’amore infinito, di cui il Verbo medesimo arde per noi sino dall’eternità; amore, che lo ha condotto in terra a conversare coi figliuoli degli uomini e a farsi uno di loro. Egli è un Cuore che è stato ed è l’organo materiale e sensibile degli affetti più santi e più eccellenti dell’anima santissima di Gesù Cristo, e che ha corrisposto con i suoi naturali movimenti a quel perfetto amore, onde ella avvampa per noi. Dunque è un Cuore sensibile alle nostre afflizioni, alle nostre disgrazie e a tutti i nostri mali; è un Cuore compassionevole, un Cuore pieno di tenerezza per noi e sommamente desideroso del nostro bene. Il Cuore di Gesù Cristo è il Cuore del nostro Padre il più tenero, il più amoroso e il più sollecito; è il cuore del fratello e dell’amico e dello sposo il più fedele; è il Cuore del Re il più magnifico, il più potente e il più liberale che siavi stato e che possa esservi mai. Perché è il cuore del Re del cielo e della terra. Dunque è un cuore più interessato al nostro bene, e più costante nel suo amore per noi del cuore di qualunque padre, amico e sposo di questa terra che ami svisceratamente la sposa, l’amico, il figliuolo; è un cuore che vuol farci ogni bene, e può farlo senza ostacolo e senza misura. Il Cuore di Gesù Cristo è un cuore formato ed organizzato dallo Spirito Santo, il quale è l’amore del Padre e del Figliuolo; un cuore conformato e preparato da Lui alle impressioni più sensibili e più efficaci dell’amore; un cuore che non potendo più tenere imprigionate le sue fiamme si è lasciato ferire ed aprire da una lancia, quasi per trovare uno sfogo a quel fuoco che lo consuma e cosìdiffondere le sue vampe in tutto il mondo, ed aprire un asilo di rifugio, un luogo di delizie, un porto di pace alle anime tentate, tribolate e penitenti. Ad hoc perforatimi est Lotus tuum, ut nobis patescat introitus. Ad hoc vulneratum est Cor tuum ut in illo, et in te, ab exterioribus perturbationibus absoluti habitare possimus (Auctor Serm. de Passion. Domini, cap. III).  Dunque che cosa non deve sperare un Cristiano dal Cuore d’un Dio, in cui concorrono tante cagioni e tante sorgenti d’incomprensibile, instancabile e potentissimo amore? Noi speriamo poi meriti di Gesù. Ma che meriti non ci ha acquistati Gesù con le sofferenze, con la pazienza, con la rassegnazione, con le umiliazioni e con la carità del suo Cuore? Noi speriamo nella Passione di Gesù. Ma che cosa non ha patito per noi specialmente quel Cuore divino? Tutti i tormenti da Gesù sofferti nel corpo si possono quasi chiamare una piccola cosa a confronto delle angustie e delle agonie da Lui sofferte nel Cuore. Noi speriamo nel sangue di Gesù. Ma appunto il suo Cuore è la viva e perenne sorgente di quel sangue prezioso che si è diffuso nel corpo, che si spremè per tristezza a ruscelli dalle sue membra e si versò a torrenti dalle sue vene. Noi speriamo nelle piaghe di Gesù. Ma qual piaga più salutare e più potente ad ottenerci dal suo divin Padre il perdono e la grazia, quanto la piaga del costato e del Cuore, il quale si può dire che parla e prega e geme continuamente per noi? O felice adunque chi ha ritrovato questo Cuore, e lo ama, e ne pratica fedelmente la divozione! Egli ha ritrovato il Cuore di un Re il più magnifico e generoso che v’abbia o possa ritrovarsi sulla terra: ha ritrovato il Cuore d’un fratello, d’un amico e di uno sposo il più sviscerato benefico e fedele. Quel Cuore è Cuor nostro, perché è Cuor di Gesù Cristo capo di quella Chiesa, di cui ancora noi siamo le membra; e se il Cuor nostro è troppo freddo nell’amare Iddio, abbiamo il Cuor di Gesù nostro ancor esso, con cui amarlo e pregarlo degnamente per essere esauditi. Inveni cor meum, ut orem Deum meum (II. Reg. VII, 27). Et ego inveni cor regis, fratris et amici benigni Jesu. Cor illias meum est, quia caput meum Christus est. (Id. Auct. ibidem). Un secondo motivo dì speranza ci deve porgere la qualità stessa di questa divozione, la quale di sua natura è sommamente idonea ad impegnar Gesù Cristo a compartirci tutte le grazie. Imperocché qual è il fine di questa divozione? Primieramente di dare un attestato e contrassegno della nostra gratitudine al Cuor di Gesù per il beneficio incomparabile della istituzione del Sacramento dell’Eucaristia. Ora non vi è cosa che impegni tanto un amico a farci dei nuovi benefizi, quanto il mostrar gratitudine per quelli che si sono ricevuti. Questa gratitudine è la mercede che 1’amico aspetta de’ suoi benefizi; è quella che gli fa conoscere che i suoi benefizi sono ricevuti ed accettati con piacere; è quella infine che gli fa scoprire le buone disposizioni e il buon cuore dell’amico, e in conseguenza ch’è degno e meritevole dei suoi favori. Ma questo quanto più si verifica rispetto a Dio ed al sacro Cuor di Gesù, il quale è stato il primo ad amarci, ci ha dato tutto il suo, ci ha donato per fin se stesso, e il quale non può aspettare altra mercede e ricompensa dalle sue creature che amore e gratitudine? Se dunque noi ci mostreremo grati al suo divin Cuore, Egli vedrà per prova che conosciamo e accettiamo di buon grado le sue grazie, che non sono in noi mal collocati i suoi benefizi, e che può sperare sempre maggior corrispondenza, se vorrà compartirne degli altri; ed in conseguenza cercherà di provocare con maggior calore il nostro amore e la nostra gratitudine per avere la soddisfazione d’esser da noi corrisposto. – L’altro fine di questa divozione è il consolare il Cuor di Gesù nelle sue afflizioni e agonie. Ora riflettete che un padre addolorato e abbandonato da tutti nei suoi dolori, se vede un figliuolo amoroso che prende parte alle sue pene, che gli tiene assidua compagnia nelle sue tristezze, che si ingegna di trovar motivi e parole per consolarlo, e studia tutti i modi por procurargli sussidio e conforto, egli allora diviene così sensibile a questa continua assistenza, si compiace a tal sogno della sua compassione e amorevolezza, sì lo distingue a preferenza degli altri figliuoli nei beni dell’eredità come questi si è distinto verso di lui nell’amore e nella gratitudine. Ah che il Cuor di Gesù ferito, desolato, abbandonato in un mar d’angosce e di pene dagl’ingrati suoi figliuoli, se ritrova qualcuno di loro che sappia trattenersi con Lui, compatirlo e consolarlo, è impossibili che non gli faccia parte e non lo arricchisca preferenza dogli altri dei suoi inestimabili tesori e delle sue segreto delizie. – L’imitazione dello virtù sovrumane del Cuor di Gesù Cristo è anch’essa uno dei fini principali di questa divozione. Ma può forse Gesù Cristo non riguardare con particolar dilezione quelli che si studiano di ricopiare nel proprio cuore la mansuetudine, l’umiltà, la rassegnazione e l’amore del suo Cuor divino? Allora Egli trova in quel Cuore un giardino dove deliziarsi per la fragranza dei fiori che vi nascono, ed Egli stesso gl’inaffia con l’acqua prodigiosa che uscì dal suo costato, gli fa crescere, gli difende dagl’insulti e gli conserva sempre verdeggianti e odorosi. Finalmente il devoto del Cuor di Gesù è impegnato a risarcirlo dai torti e dagli affronti, ch’Egli soffre ogni giorno specialmente nel Sacramento dell’altare. Ora questa premura di un devoto quanto deve provocare quel Cuore divino a favore di lui! Se noi abbiamo ricevuta una qualche ingiuria e un qualche discapito nelle sostanze o nella fama, e se troviamo un amico che prenda a suo carico di riparare tutti quei danni e compensarci di tutte le perdite, quello diventa il vero e solo nostro amico. Non possiamo stancarci di raccontare a tutti questo prodigio di vera amicizia, e se egli si trovi in simili circostanze, noi ci crediamo obbligati a rendergli il contraccambio col difendere ad ogni costo la sua fama, la sua roba, la sua persona. Se non ci adoprassimo in questa maniera, il nostro cuore medesimo ci farebbe sentire gagliardi rimproveri di una sì nera ingratitudine, e se non altro per vergogna di esser tacciati come anime vili, faremmo ogni sforzo per corrispondergli in qualche maniera. Ah sarà egli possibile che il Cuor di Gesù sia men grato del cuor di un uomo, se con le visite frequenti, con le Comunioni fervorose, con la quotidiana assistenza al divin Sacrificio, con procurare ancora il suo onore estrinseco nelle suppellettili delle suo chiese, e il suo maggior culto nel cuor de’ fedeli, noi studieremo di risarcirlo degli affronti che soffre in tanti modi, e specialmente in questi tempi? Egli non vorrà certamente comparire meno liberale e generoso con noi, né ci lascerà in abbandono nelle nostre miserie e disgrazie senza compensarci almeno con le delizie del suo Cuore dolcissimo, le quali sorpassano tutti i beni caduchi e menzogneri di questa terra. – Fate dunque animo, abbracciate coraggiosamente la pratica di questa divozione, cominciate una volta a gustar quanto è dolce e amoroso quel Cuore, e sperate, sperate, che gli fareste un gran torto a mostrare la minima diffidenza dello sue promesse. Ed ecco l’ultimo motivo che vi propongo di santa fiducia per godere gli effetti di questa divozione. Gesù Cristo medesimo ha promesso ogni sorta e ogni abbondanza di grazie ai devoti del suo Sacratissimo Cuore. E che volete dunque di più? Ma quali grazie ha promesso? Grazie di conversione ai peccatori, i quali ricorrono al fonte delle misericordie. Il mio Cuore, disse Gesù alla beata Margherita Alacoque, vuol manifestarsi agli uomini per arricchirli con quei preziosi tesori che racchiudono grazie santificanti valevoli a ritrarli dalla loro perdizione (Vita L. 1, §. 51). Grazie di celeste amore, di salute e di santificazione. Così dichiarò lo stesso Gesù alla sua serva dicendo, che nel suo Cuore apriva tutti i tesori d’amore, di grazie, di misericordia, di santificazione e di salvezza(L. VII, §. 39). Grazie di convertire e di santificare anche gli altri. Il mio divin Salvatore mi ha fatto intendere, – dice la suddetta – che chi si affatica per la salvezza delle anime, avrà l’arte di muovere i cuori più indurati, e faticherà con meraviglioso profitto, se nutrirà egli stesso una tenera divozione al suo Cuore(L. VI, §. 90). Grazie anche temporali. Per ciò che riguarda le persone secolari, troveranno con questo mezzo tutti i soccorsi necessari al loro stato, la pace nella famiglia, il sollievo nelle fatiche, e le benedizioni del ciclo nelle loro imprese (Ivi). Grazie per tutto il tempo della vita, e specialmente in punto di morte. In quel Cuore adorabile troveranno un luogo di rifugio nel tempo della loro vita, e molto più nell’ora della lor morte. Ah che dolce morire dopo avere avuta una costante divozione al sacrosanto Cuore di chi dovrà giudicarci! (Ivi). Ma che dico grazie? Ogni grazia si trova in questa divozione. Io ti promettoson voci di Gesù alla sua serva – Io ti prometto che a chiunque professerà devozione al mio santissimo Cuore, verserò in seno ogni grazia; ma soprattutto a quelli che procureranno l’avanzamento della devozione al divin Cuore. Accostiamoci dunque con fiducia a quel divin Cuore, e troveremo la pace, la consolazione, il gaudio, ricordandoci che questo è un cuore che ardentemente ed efficacemente procura la nostra santificazione e salute. Accedamus ergo ad te, et exultabimus, et lactabimur in te memores Cordis tui (Auct. de Passione Dom. cap. III) .

CREDO

Offertorium

Orémus
Ps LXVIII: 21

Impropérium exspectávi Cor meum et misériam: et sustínui, qui simul mecum contristarétur, et non fuit: consolántem me quæsívi, et non invéni [Obbrobrii e miserie si aspettava il mio Cuore; ed attesi chi si rattristasse con me: e non vi fu; cercai che mi consolasse e non lo trovai.]

Secreta

Réspice, quǽsumus, Dómine, ad ineffábilem Cordis dilécti Fílii tui caritátem: ut quod offérimus sit tibi munus accéptum et nostrórum expiátio delictórum. [Guarda, Te ne preghiamo, o Signore, all’ineffabile carità del Cuore del Tuo Figlio diletto: affinché l’offerta che Ti facciamo sia gradita a Te e giovi ad espiazione dei nostri peccati].

Praefatio
de sacratissimo Cordis Jesu

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui Unigénitum tuum, in Cruce pendéntem, láncea mílitis transfígi voluísti: ut apértum Cor, divínæ largitátis sacrárium, torréntes nobis fúnderet miseratiónis et grátiæ: et, quod amóre nostri flagráre numquam déstitit, piis esset réquies et poeniténtibus pater et salútis refúgium. Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus cumque omni milítia coeléstis exércitus hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes: [È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: Che hai voluto che il tuo Unigénito, pendente dalla croce, fosse trafitto dalla lancia del soldato, cosí che quel cuore aperto, sacrario della divina clemenza, effondesse su di noi torrenti di misericordia e di grazia; e che esso, che mai ha cessato di ardere d’amore per noi, fosse pace per le ànime pie e aperto rifugio di salvezza per le ànime penitenti. E perciò con gli Angeli e gli Arcangeli, con i Troni e le Dominazioni, e con tutta la milizia dell’esercito celeste, cantiamo l’inno della tua gloria, dicendo senza fine:]

Communio

Joannes XIX: 34

Unus mílitum láncea latus ejus apéruit, et contínuo exívit sanguis et aqua. [Uno dei soldati gli aprì il fianco con una lancia, e subito ne uscì sangue e acqua.]

Postcommunio

Orémus.
Prǽbeant nobis, Dómine Jesu, divínum tua sancta fervórem: quo dulcíssimi Cordis tui suavitáte percépta;
discámus terréna despícere, et amáre cœléstia: [O Signore Gesù, questi santi misteri ci conferiscano il divino fervore, mediante il quale, gustate le soavità del tuo dolcissimo Cuore, impariamo a sprezzare le cose terrene e ad amare le cose celesti:]