SACRO CUORE DI GESÙ (32): IL SACRO CUORE DI GESÙ E LA SUA MORTE

[A. Carmignola: Il sacro Cuore di Gesù; S. E. I. Torino, 1929]

DISCORSO XXXII.

Il Sacro Cuore di Gesù e la sua morte.

Vi ha una specie di morte, che il mondo grandemente ammira e per la quale non di raro nutre sentimenti di invidia: è la morte dell’eroe. Oh sì! il soldato, che ha compreso il gran dovere di esporre, se è necessario, la propria vita per la salvezza della patria, il soldato che nel dì della battaglia, nel furor della mischia, dopo di avere strenuamente combattuto, atterrando un gran numero di nemici, alfine cade ancor egli colpito da una palla improvvisa è un eroe, che muore di una morte degna di ammirazione e di gloria. Tuttavia vi ha un’altra specie di morte, che le Sacre Scritture apprezzano anche maggiormente e dichiarano preziosa, non già al cospetto del mondo soltanto, ma al cospetto dello stesso Dio: è la morte dei santi Pretiosa in conspectu Domini mors Sanctorum eius. (Ps. CXV) E ben a ragione! Perciocché la morte dei santi non è solamente un atto isolato di eroismo, ispirato dall’amore della patria terrena, ma è il coronamento finale di una serie lunghissima di atti eroici, compiuti nell’esercizio delle più eroiche virtù, ed inspirato dall’amore stesso di Dio e della patria celeste. Ma pure nella storia del mondo vi ha una morte, infinitamente superiore, non solo a quella degli eroi, ma anche a quella dei santi, ed è la morte di un Dio. Sì o miei cari, se tutte le morti degli uomini, per quanto belle e preziose, rivelano l’umanità, la morte di Gesù Cristo rivela la divinità; la rivela nella sua sapienza, e nella sua potenza, giacché è solo la sapienza di un Dio che poteva scegliere una morte così ignominiosa, ed è solo la sua potenza che poteva accompagnarla con tanti e sì strepitosi miracoli: ma la rivela soprattutto nella sua carità, perché è solamente l’amore di un Dio per gli uomini, che poteva spingere Gesù Cristo a sacrificarsi in tal guisa per essi. Amore, amore di Dio per l’uomo, ecco il carattere supremo, che manifesta la morte di Gesù Cristo morte di un Dio, e che la pone al disopra delle morti anche più sublimi e più ammirande di tutti gli eroi e di tutti i santi: Christus dilexit nos et tradidit semetipsum prò nobis! Che anzi essendo giunto ormai per Gesù Cristo quel tempo funestissimo, che Egli aveva chiamato « l’ora sua » e stando per consumare del tutto il grande mistero della sua umiliazione, come lo chiama S. Paolo, quando dice che « Gesù Cristo si è umiliato sino alla morte e morte di croce; » la sua carità infinita per noi si dava a conoscere nella sua massima vivezza, nella sua estrema tenerezza, nella sua somma ed immensa generosità: Cum dilexisset suos, in finem, dilexit eos. E d in vero se, come già abbiamo considerato ieri, Gesù Cristo, confitto sopra della croce, in mezzo a due ladroni, attorniato da un popolaccio, che lo insulta e lo bestemmia, affogato in un mar di tormenti, dimentica del tutto se stesso per non pensare che a noi e darci prove supreme del suo amore; e in quelle tre sue parole, che abbiamo ricordate, egli ha implorato perdono per i poveri peccatori, ha assicurato il paradiso ai veri penitenti ed ha animato tutti a non mai abbandonarlo, nelle tre ultime parole che ha pronunziato prima di esalare l’ultimo respiro, e che considereremo oggi, Egli mostrando una sete ardente della nostra salute, ci ha animati a compierne la grande opera.

I. — Sembrava che ornai al Divin Redentore e Maestro più nulla rimanesse a dire, più nulla a fare per noi. Già ci aveva assicurato il perdono dei nostri peccati, ci avea promesso il paradiso, ci aveva donata per madre la sua Madre istessa Maria e ci aveva animati a non mai abbandonarlo: che altro dunque gli restava a dire? che altro gli restava a fare? Lo stesso S. Giovanni osserva, che Gesù Cristo dopo di avere pronunziate le sue prime quattro parole vide che tutte le profezie a suo riguardo erano state compiute; Sciens Iesus quia omnia consummata sunt. (Io. XXI, 28) Tuttavia intorno alla sua morte vi era ancora una piccola circostanza, che i profeti pur avevan predetto e che ancora non si era compiuta; la circostanza cioè che egli avrebbe avuto sete e che allora lo avrebbero abbeverato di aceto: In siti mea potaverunt me aceto. (Ps. LXVIII) E nemmeno questa circostanza, per quanto possa parere da poco, doveva lasciare di avverarsi; anche qui la divina Scrittura doveva avere il suo compimento: Ut consummaretur Scriptum. (Io. XIX, 28) E lo ebbe. Il benedetto Gesù, condotto da questo a quel tribunale, orribilmente flagellato, coronato di spine, obbligato a portare sopra le sue spalle la croce, e sopra di essa inchiodato, si trovava mai colle vene vuote di sangue, sommamente affaticato e con un’arsura sì terribile, che secondo la profezia, il suo vigore era inaridito come un vaso di creta esposto al fuoco, e la sua lingua stava attaccata alle fauci: Aruit tamquam testa virtus mea, adhæsit lingua mea faucibus meis. (Ps. XXI) Chi può dunque immaginare la sete che aveva il divin Redentore ed il travaglio acerbissimo che perciò ne provava? Lo spasimo della sete è senza dubbio uno dei più crudeli tormenti, a cui possa essere assoggettata la nostra natura. La povera Agar vedendo che ella e il suo Ismaele stavano per venir meno dalla sete, dava nelle smanie più affannose. Sansone, dopo di aver ucciso mille Filistei, travagliato dalla sete gridava: Io muoio, io muoio. Un intero esercito, come narra Quinto Curzio, anziché sopportare più a lungo le agonie della sete; preferì di bere nel deserto delle acque avvelenate dal nemico e morire. Il ricco Epulone, sepolto nell’inferno, secondo la divina parabola, non d’altra cosa supplicava il padre Abramo che di mandare laggiù Lazzaro, il quale intinta nell’acqua la punta del dito gliene lasciasse cadere una goccia sola sulle aride labbra. Tale adunque essendo il tormento della sete, e da questo tormento essendo pur assalito Gesù Cristo, affinché quelle sole parti del corpo che non erano state ferite, non lasciassero tuttavia di avere il loro martirio, gridò ancora dall’alto della croce: Sitio! (Io. XIX, 28): ho sete! Ah! che a questo grido avrebbe dovuto commuoversi il cielo, ed esso che versa copiosamente piogge e rugiade per fecondare la terra, per dar vita alle piante ed ai fiori, per rinverdire i prati e i campi, avrebbe pur dovuto lasciar cadere alcune stille d’acqua sulle labbra di Gesù Cristo! A questo grido avrebbe pur dovuto commuoversi la terra, ed essa che si aperse nella solitudine di Bersabea per ristorare il giovanetto Ismaele; che si spaccò nel deserto per soccorrere il popolo giudeo, che tante volte lasciò sgorgare delle fonti prodigiose per la salute degli uomini, avrebbe pur dovuto aprirsi per farne uscir fuori una fonte di refrigerio all’assetato Gesù! A questo grido avrebbero dovuto commuoversi quegli stessi Giudei che stavano attorno alla croce, e ponendo fine agli oltraggi ed ai martirii, che usavano contro di lui, per non essere più feroci di una tigre avrebbero dovuto porgergli tosto un poco di acqua per dissetarlo. Ma no ! né il cielo né la terra, né gli uomini si commuovono a questo grido di Gesù Cristo; che anzi i suoi nemici ne pigliano argomento per incrudelire contro di Lui ancor una volta. Ed in vero uno de’ suoi più barbari crocifissori, all’udire che Egli era tormentato dalla sete, prende in fretta una spugna, la infonde in un vaso pieno di aceto,, che secondo l’uso, ma più ancora per disposizione divina, là si trovava, ed impregnatala ben bene di quell’aspro umore, la colloca sulla punta di una canna insieme con un po’ d’erba di amarissimo isopo, gliel’avvicina alla bocca. Oh crudeltà inaudita! oh barbarie senza esempio! A questo caro Gesù, cui non resta più altro che esalare l’estremo fiato nel martirio terribile della croce, non solo si nega un po’ di acqua, ma a tormentarlo maggiormente gli si dà a bere dell’asprissimo aceto? Eppure Gesù stende a quella spugna le arse sue labbra e succhia e prende di quell’aceto, che gli viene offerto: Curri accepisset acetum. (Io. XIX, 30) E così si adempiva alla lettera la sovradetta profezia: Et in siti mea potaverunt me aceto. Ma prendendo di quell’aceto il nostro divin Redentore non lo fece unicamente per adempiere una profezia e per ristorare l’arsura della sua lingua, ma lo fece altresì per compiere in nostro vantaggio un mistero di amore. Non potendo egli prendere realmente sopra di sé l’agrezza delle nostre impazienze, dei nostri astii, dei nostri rancori, la prese nel simbolo dell’aceto e si dispose in quella vece a trasfondere nel cuor nostro la dolcezza della sua grazia. E quello che dice S. Ambrogio: Bibit Christus amaritudinem meam, ut mihi refunderet suavitatem gratiæ suæ!(Cristo ha bevuto la mia amarezza per darmi la soavità della sua grazia). Tuttavia, o miei cari, coll’avere Gesù manifestata la sua sete non ha voluto soltanto darci questa prova di amore, ma ha voluto darcene un’altra assai più grande, manifestando altresì e più di tutto la sete ardente di nostra salute. Un giorno, durante le sue pellegrinazioni nella Palestina, Gesù, stanco dal viaggio, si fermava presso ad un pozzo di Sichar. Egli che nulla faceva a caso, ma tutto dirigeva a nobilissimo fine, stava là attendendo che venisse ad attingere acqua una povera peccatrice. E la Samaritana venne, e s’intese a dire da Gesù: Donna, dammi un po’ da bere: Mulier, da mihi bibere. (Io. IV, 7) Ma non è già, osserva S. Agostino, che con quella domanda ricercasse da quella povera donna dell’acqua, ma bensì la sua fede e la conversione dell’anima sua. Or bene, la stessa sete, che Gesù manifestò alla Samaritana, è pur quella sete, che come Dio avendo avuto da tutta l’eternità, e come uomo avendo. cominciato a provare fino dal primo istante del suo concepimento, per somma convenienza di tempo e di luogo manifestò morente su della croce; è pur quella sete, che tuttora sul trono della sua gloria, tra gli splendori dei santi, nella sua felicità infinita continua a sentire per tutti gli uomini. – Sì, anche ora dall’alto dei cieli continua a ripetere: « Sitio: ho sete. Ho sete delle vostre anime, o poveri popoli, che ancor giacete nelle tenebre e nelle ombre di morte: deh! Arrendetevi alla predicazione del Vangelo, che vi vanno facendo i miei Apostoli, abbracciate la mia fede, seguite la mia legge e salvatevi. Sitio: ho sete. Ho sete delle vostre anime, o scismatici ed eretici, che vi siete staccati dalla mia Chiesa e vivete negli errori: deh! aprite una buona volta gli occhi vostri alla luce di verità, che vado facendovi balenare dinnanzi, rientrate nel mio ovile a far parte del mio gregge, sotto la guida del vero Pastore, e salvatevi. Sitio: ho sete. Ho sete delle vostre anime, o Cristiani Cattolici, che, pur professando di nome la mia fede e la mia legge, non la professate tuttavia di fatto, vivendo nell’indifferenza, nella colpa e persino nella incredulità: deh! ascoltate la voce de’ miei ministri, che vi invitano alla penitenza, assecondate quelle ispirazioni, che vi mando al cuore, togliete dal vostro animo quei timori, quelle pene, quei disgusti, onde vado amareggiando la vostra colpevole felicità, spegnete del tutto quei rimorsi, che fo sentire alla vostra coscienza, ritornate pentiti al mio seno, e salvatevi. » È a queste voci amorose, con cui Gesù Cristo continua a manifestare tuttora la sete della nostra salute, qual è la risposta, che si dà dagli uomini? Ahimè, che molti tra i gentili si ostinano nel loro culto a satana, e proseguono tuttavia a rifiutarsi di abbracciare la fede di Gesù Cristo e coll’odio ai missionari, colle persecuzioni atroci con cui si scagliano contro di essi, col sangue che ne vanno spargendo-costringono lo stesso Gesù a ripetere: In siti mea potaverunt me aceto: nella mia sete non mi diedero altro che asprissimo aceto. Ahimè che molti tra gli eretici e tra gli scismatici stanno fermi nella loro avversione alla vera Chiesa e negli errori che professano non ostante gli esempi ammirabili di tanti loro confratelli, che nella loro patria, nella loro stessa famiglia si convertono, e continuando a vivere nella loro superbia e diserzione costringono essi pture Gesù a ripetere: In siti mea potaverunt me aceto: nella mia sete non mi diedero altro che asprissimo aceto. Ahimè ancora, che molti Cristiani Cattolici perseverando nella loro indifferenza, nelle loro colpe e nella loro incredulità, e molti altri non danno altro a Dio che qualche preghiera fatta con distrazione, qualche atto di religione compiuto per ipocrisia, qualche elemosina distribuita per vanità, qualche messa ascoltata per costumanza, qualche confessione fatta senza dolore, qualche comunione ricevuta per umani interessi, e pur mantenendo nel cuore l’affetto al peccato, ai piaceri disonesti, ai vizi, alle turpitudini, e l’odio e le inimicizie col prossimo, e l’attacco al denaro e la bramosia degli onori, costringono ancor essi Gesù a ripetere: In siti mea potaverunt me aceto: nella mia sete non mi diedero altro che aceto. E noi, o miei cari, che faremo, che risponderemo a Gesù che ci dice: Sitio: ho sete? Ahi mio amato Gesù, mio Salvatore e mio Dio, se io mi incontrassi in un uomo che non conosco, e che stando per morire mi chiedesse da bere, mi rifiuterei forse di dargliene? Ed avrò ancora l’ardire di negar da bere a voi? No, no, o Gesù amantissimo. Per estinguere la sete misteriosa che vi tormenta, voi volete l’anima mia; prendetela, è cosa vostra. Io sono pieno di commozione e di angoscia nel vedervi soffrir tanto nel vostro sì prolungato supplizio, e san certo che questo popolo che mi circonda divide con me gli stessi sentimenti. Prendete adunque tutte le anime nostre, dacché ne avete sete; fatele entrare nel vostro Cuore adorabile e dateci persino la grazia di potere ancor noi, sul vostro esempio, sentir sete delle anime. Sì, che tutti e ciascuno .di noi andiamo ripetendo efficacemente: Sitio, ho sete dell’anima di mio padre e di mia madre; ho sete dell’anima dello sposo; ho sete dall’anima dei figliuoli; ho sete dell’anima dei fratelli; ho sete dell’anima degli amici; ho sete dell’anima dei poveri peccatori: ho sete, ho sete, ho sete : Sitio, sitio, sitio!

II. — Ma l’ultimo istante si avvicina. Maria, sorretta da S. Giovanni, ha gli occhi fissi sul figlio morente; Maddalena disfacendosi in lacrime se ne sta inginocchiata ed abbracciata alla croce, e Gesù benedetto ha tutto il suo corpo adorabile inondato di un freddo sudore. Ma sebbene vicino a trarre l’ultimo respiro, la sua mente è placida e serena. E con tale placidezza e serenità percorrendo tutti i secoli passati e futuri, vede che tutto è compiuto per gli uni e per gli altri, che il suo sacrifizio è ormai giunto alla perfezione e la sua grande opera di salute è terminata. Ora, non vi ha alcuno, che giunto al termine di difficile e gravosa impresa non n’esprima in qualche modo la soddisfazione e la compiacenza, come non v’ha alcuno che giunto al termine delle sue pene non tragga un sospiro di consolazione e di gioia. Il capitano che ha sconfitto il nemico, nel rimettere entro il fodero la spada sanguinosa, dice esultante in suo cuore: Ho vinto, ho compiuto il mio trionfo. Il pellegrino, che tocca le soglie della patria amata, ripete giulivo: Son giunto, ecco la mèta del mio cammino. L’artefice, che ha dato l’ultimo tocco al suo lavoro, esclama: Ho finito, ecco condotto a perfezione la mia opera. Il carcerato che sente spezzarsi i suoi ceppi e vede aprirsi la porta della sua prigione per riavere la libertà; la vittima infelice della calunnia, che, riconosciuta alfine innocente, riacquista il suo onore ed i suoi beni, respirano dalle subite oppressioni, ed esclamano ancor essi: È finita quella vita sventurata! Non altrimenti fece il divin Redentore, e poiché, dice S. Giovanni, ebbe preso l’aceto che gli fu offerto, gridò: Tutto è consumato: Cum accepisset acetum, dixit: « Consummatum est. » Sì, per Gesù tutto èveramente, interamente, perfettamente consumato. Consummatum est, è consumata, adempiuta la volontà del Divin Padre, che volle la sua Incarnazione, la sua vita di trentatrè anni passata nel lavoro, nell’oscurità, nei travagli e nelle persecuzioni ed il termine di essa con una morte ignominiosa e crudele. Questo comando, benché ampio e difficile, è stato eseguito esattamente, in tutte le parti più minute: Omnis consummationis vidi finem; latum mandatum tuum nimis. (Ps. CXVIII). – L’umiliazione richiesta a cagion del peccato è giunta sino al suo profondo abisso: ed ora é compiuta: Consummatum est! Tutto è consumato, vale a dire tutto quello che è stato scritto e figurato del Messia ha ricevuto il suo compimento: tatto quello che è stato predetto dai Profeti, rappresentato dai grandi personaggi, simboleggiato dai segni, tutto si è ormai realizzato. Il figlio della donna ha schiacciato la testa dell’infernale serpente; il Desiderato delle genti è venuto quando lo scettro era caduto dalle Mani di Giuda; il vero Piglio di Davide è comparso a rialzare l’onore della sua casa; la Sapienza divina si è incarnata ed è stata veramente l’Emanuele, Dio con noi; il profeta e il taumaturgo più grande di Mosè ha fatto udire fra le genti la sua celeste dottrina e l’ha confermata coi più strepitosi miracoli; il vero Davide ha sostenuto gl’insulti e le calunnie de’ suoi più fieri nemici, il vero Giuseppe è stato tradito e venduto per trenta danari, il vero Isacco ha portato Egli stesso il legno del sacrifizio sulla cima del monte, il vero Agnello senza macchia, caricato dei peccati di tutti gli uomini è stato condotto all’uccisione, il vero serpente di bronzo, sola medicina al piagato Israele è stato innalzato sull’albero della croce, il vero Abele sta per cadere estinto, il vero Sansone sta per morire trionfando de’ suoi nemici: Consummatum est. – Tutto è compiuto, vale a dire il sacrifizio della nuova legge, che da solo doveva bastare a riparare tutti i mali, ed apportare tutti i beni, a convertire tutti i peccatori, a santificare tutti i giusti, è fatto; la sentenza di dannazione fu cancellata e così appesa alla croce; la legge di grazia fu sostituita alla legge di terrore, l’uomo fu riconciliato con Dio, fu chiuso l’inferno, fu aperto il cielo, furono vinti i demoni, fu meritata la grazia agli uomini, la Religione cristiana fu fondata, la gran casa di Dio, la Chiesa Cattolica, fu innalzata sopra incrollabile base, la terra fu fecondata e resa atta a produrre fiori eletti di virtù; qui da queste fonti già partono i sacramenti, come fiumi di sangue divino a fertilizzare il mondo e a farlo germinare in ogni luogo e in ogni tempo degli Apostoli, dei Martiri, dei Vergini, dei penitenti, dei Santi, a medicare le piaghe della povera umanità, a recar loro la benedizione e la vita:

Consummatum est. Tutto è compiuto, vale a dire ancora, ogni cosa fu condotta alla sua ultima perfezione, per modo che più nulla, veramente più nulla rimane da fare a Gesù Cristo prima di morire; più nulla gli rimane da patire, le sue acerbissime pene devono aver fine, quanto prima deve cominciare la sua vita di gioia, di gloria, di trionfo immortale, consummatum est! E dove il tutto si è compiuto? Sulla croco, che di infame patibolo diventerà d’ora innanzi strumento di potenza, simbolo di fortezza, vessillo di vittoria: sulla croce, che, inalberata un giorno dal gran Costantino sulle alture di Roma, manderà in polvere gl’idoli infami, farà crollare i templi pagani, porrà termine a bestiali costumi, romperà le catene degli schiavi, mostrerà l’eguaglianza, la fratellanza, la vera libertà; sulla croce che farà sante le nozze, mitigherà la podestà dei mariti e dei padri, apprenderà a tutti l’utilità, la necessità e l’eroismo del patire, sulla croce che divenuta stendardo e speranza dei popoli o sulle spiagge dei mari, o nel cuore delle foreste, o sulle porte delle metropoli arretrerà le barbarie, dileguerà le superstizioni, sfavillerà la luce del vero; sulla croce dinanzi alla quale ogni popolo, ogni regno, ogni nazione, ogni età, ogni stato, ogni sesso, ogni condizione: re e sudditi, nobili e abbietti ricchi e poveri, padroni e servi, dotti e idioti chineranno rispettosa la. fronte; sulla croce divenuta conforto del debole e dell’afflitto, rifugio dell’oppresso e del languente, consolazione della vedova e dell’orfano, refrigerio dell’infermo e del morente, ombra tutelare delle spoglie dei trapassati! Sulla croce, sì, sulla croce… tutto è compiuto, consummatum est. Ma ahi pensiero funesto! ahi vergognosa contraddizione! Perciocché a che giova, o miei cari, che Gesù Cristo abbia per parte sua compiuto tutto ciò che era necessario alla nostra eterna salute, se noi forse da parte nostra non l’abbiamo neppur cominciato? I migliori anni della nostra vita sono trascorsi: noi abbiamo faticato tanto per procacciarci anche non troppo onestamente delle ricchezze, abbiamo tanto sudato per farci un nome grande e riempirci di fumo, abbiamo logorato la sanità per accontentare le nostre passioni, abbiamo gittate insomma la nostra vita per perderci, e nulla, forse meno che nulla abbiamo fatto per salvarci. E quando facciamo conto di pronunziare una volta la gran parola: Nunc cœpi? Ora comincio? Quando ci risolveremo davvero di por fine ad una vita di peccato per cominciare una vita di santificazione? Ci lusinghiamo forse di dover campare cent’anni? E non ci può cogliere da un momento all’altro quella notte di sterili desideri, di inutili rimpianti, in cui più nessuno può operare? E quando pure avessimo a vivere la vita dei più longevi patriarchi, vorremmo continuare così scientemente a disprezzare Iddio, Gesù Cristo, il suo sacrifizio, la sua grazia! E pretenderemmo al termine di una vita scellerata, nel momento stesso cita sta per cominciare l’eternità, aborrire il vizio, praticare la virtù, riparare gli scandali, rifare le confessioni mal fatte, correggere le ingiustizie, troncare gli attacchi, far tutto insomma ciò che appena si può fare in molti anni di vita? Ah! ciò che più facilmente potrebbe accaderci allora sarebbe di gettare lo sguardo sopra la nostra vita passata del tutto nella colpa e coll’accento del rammarico, e Dio non voglia, con quello della disperazione, andar anche noi ripetendo: Consummatum est! Consummatum est! Ahimè, che tutto è finito. Son finiti i piaceri, gli onori, le ricchezze, i divertimenti, i balli, i teatri, i conviti, il lusso, tutto è finito. E che mi resta di tutto ciò? Nient’altro che il rimorso. Ah miserabile che fui! non mi sono attaccato che ai beni del corpo e del tempo, ma ora il tempo è passato, il corpo si dissolve e non mi rimane che l’anima e l’eternità! Dio mio! Dio mio! Tutto è finito! Tutto è finito! Consummatum est! Ah! miei cari, se non vogliamo andar incontro ad una fine così spaventosa, cominciamo senz’altro ad operare il bene. E poiché il buon Gesù nulla tralasciò di fare da parte sua per condurci a salvezza, deh mettiamoci anche noi a compiere la parte nostra per ottenere davvero quel regno che egli a sì caro prezzo ci ha ricomprato. Rammentiamoci bene, che questo regno patisce forza, e che i violenti soli lo rapiscono. Sia dunque fine alla nostra freddezza, alla nostra indifferenza, alla nostra codardia. Convertiamoci tosto e diamoci subito a vivere da veri Cristiani, combattendo da forti ogni difficoltà che a ciò si frapponga; vinciamo ogni umano riguardo, confessiamo e pratichiamo coraggiosamente la nostra fede e la nostra legge dinanzi a tutti e à costo di qualunque sfregio; ed allora potremo ancor noi al punto estremo della vita ripetere con vera soddisfazione, con vera gioia: Consummatum est: tutto è compiuto: ho consumato il mio corso, ho serbata la mia fede, altro non mi rimane che ricevere la corona di giustizia, quella corona che Iddio giusto giudice mi darà nel gran giorno per l’eternità: Cursum consummavi, fidem servavi, in reliquo reposita est mihi corona iustitiæ, quam reddet mihi Dominus in illa die iustus iudex. (II Tim, IV, 7).

III. — Ma ecco che Gesù è giunto all’estremo sfinimento. Già cominciano a mancare le forze ; già il sangue non esce più dalle ferite che a stilla a stilla, già si avanza silenziosa la morte, già è pronta per dargli l’ultimo colpo. Ma sebbene Gesù nella sua carne sia arrivato a questo estremo di debolezza, nel suo spirito conserva tutta la gagliardia e la forza, della quale valendosi manda un nuovo altissimo grido, che lo manifesta Dio, perciocché mentre noi uomini in sul morire perdiamo la voce, Egli che è Dio, sul punto stesso di morire la conserva e la innalza come gli piace. E che esprime egli mai con questo grido? Padre, dice Egli, nelle tue mani raccomando il mio spirto: Pater, in manus tuas commendo spiritum meum. (Lue. XXIII, 40) Oh tenere parole! Oh parole sublimi! Oh parole preziosissime! Con queste parole, che Gesù pronuncia colla testa sollevata e cogli occhi rivolti al cielo, chiamando Dio non più col nome augusto e terribile di Dio, come aveva fatto poco innanzi, ina col nome dolcissimo di Padre, si dichiara sino all’ultimo per suo divin Figliuolo; e rimettendo nelle mani di Lui il suo spirito rivela la pienezza di confidenza, la uguaglianza di potere, la infinità di amore, che tra di loro esiste. Padre, voleva dire, quando senza lasciar la tua destra, Io discesi in terra e presi questa vita mortale, di pieno accordo fra noi si stabiliva che Io la dessi per la salute del mondo; ed essendo giunto l’istante di adempire questo nostro accordo divino, Io lascio che la morte venga a togliermi la vita separando lo spirito dal mio corpo; e poiché il mio corpo su questa croce, già tutto te l’ho offerto, a rendere perfetto il sacrificio ti offro ancora il mio spirito e lo depongo nelle tue mani: Pater, in manus tua commendo spiritum meum. – Ma certamente non è questo solo che Gesù Cristo ha voluto significare con questa così bella parola. Come in tutte le altre precedenti ha voluto darci sempre altrettante prove di amore, così ha voluto fare in questa. Epperò, siccome nella penultima parola ci ha efficacemente animati a consumare l’opera della nostra santificazione, con questa ultima ha voluto metterci chiaramente d’innanzi il premio che a tal fine ci riserba, una morte cioè in cui il nostro spirito sarà consegnato nelle mani di Dio. Perciocché, dice S. Atanasio, raccomandando Egli il suo spirito al suo Divin Padre, intese particolarmente di raccomandargli al punto di morte tutti gli uomini che per la bontà della vita avrebbero appartenuto non solo al suo Corpo, ma eziandio al suo Spirito. – Animo adunque, o veri Cristiani, che col vero amore di Gesù Cristo, colla imitazione fedele delle sue virtù, coll’esecuzione costante de’ suoi precetti ed insegnamenti, formate con Lui uno stesso spirito. Giungerà pure per voi l’estremo istante della vita; ma all’avvicinarsi di quel momento, da cui dipende la eternità, di quel momento in cui il demonio, sapendo che gli rimane poco tempo, discenderà con grande ira a darvi l’ultimo assalto, di quel momento in cui dovrete separarvi da tutto e non vi resterà più nelle mani che un santo Crocifisso, voi non avrete a temere, perché colla sua estrema preghiera siete stati raccomandati da Gesù Cristo al suo divin Padre, siete stati deposti nelle sue braccia, siete stati affidati al suo amore. Ei fu lo stesso come se avesse detto: Padre, rimetto nelle tue mani lo spirito dei giusti, essi mi appartengono, sono miei veri fratelli, hanno vissuto della mia vita, hanno formato con me una cosa sola; voglio adunque o Padre che dove sono Io, ivi siano i miei servi, i miei ministri fedeli: Volo, pater, ut ubi ego gum, illic sii et minister meus. (Io. XII, 26) Deh! Accogli il loro spirito, abbraccialo, serralo al tuo cuore come lo spirito mio: Pater, in manus tuas commendo spiritum meum. Oh bontà, oh amore di Gesù Cristo per noi! Ma avremo noi, o miei cari, avremo noi la bella sorte di essere nel novero di questi giusti che muoiono placidamente addormentando il loro spirito nelle mani del Signore? Certamente nessuno degli uomini conosce la fine della sua vita: Nescit homo finem suum (Eccl. IX, 12) Ma è pur vero tuttavia che per mezzo delle buone opere possiamo rendere sicura la nostra vocazione ed elezione al cielo. Su, adunque, uniamoci del tutto a nostro Signor Gesù Cristo, uniamoci nei pensieri, negli affetti, nei sentimenti, nelle parole, nelle opere, aderiamo a Lui interamente, e giacché colui che aderisce a Dio diviene di un solo spirito con Lui: qui adhæret Deo unius spiritus est, (I Cor. VI) potremo così avere certa fiducia di pronunciare anche noi al termine della vita, non solo con Gesù Cristo e in Gesù Cristo, ma per la bocca istessa di Gesù Cristo: Pater, in manus tuas commendo spiritum meum. Ben cara adunque, ben preziosa, ben consolante è quest’ultima parola pronunciata sulla croce dal divin Redentore. Con essa non ha posto termine soltanto alla sua mortal carriera, ma nel suo infinito amore per noi ha messo ancora a noi innanzi il magnifico premio, la dolcissima morte che coronerà una santa vita! Ma poiché Egli l’ebbe pronunziata, con un estremo atto che l’indicava padrone supremo della vita e della morte, chinò dolcemente sul petto il suo divin capo. Et inclinato capite. (Io. XIX, 30) Oh misterioso chinar del capo! Ancor una volta con esso esprime la sua totale ubbidienza al suo divin Padre, la intera sommissione alla sua volontà; obediens usque ad mortem, mortem autem crucis; (Philipp, II, 8) ancor una volta con esso dimostra a noi quanto brami che a Lui ci appressiamo, chiamandoci, invitandoci, attirandoci a gettarci tra le sue braccia, al suo seno, nel suo amorosissimo Cuore. Ancor una volta con esso chiama la morte; che ritrosa non osava di avvicinarsi, e la incoraggia, e la provoca a venire, e a quest’ultima chiamata la morte viene e mena il colpo fatale. Ahi! che il cielo si fa più oscuro, la terra trema, le rocce si spezzano, le tombe si aprono, le pallide ombre ne escono gemendo, il velo del tempio si squarcia in due parti, gli angeli della pace piangono amaramente, le sante donne svengono, la moltitudine tremante e pentita si picchia il petto, Giovanni dà in iscoppio di pianto, Maria rimane come impietrita! Che è accaduto? Ah, l’ultima fiamma d’amore, che doveva consumar Gesù Cristo, è divampata. Gesù è impallidito, ha chiuso gli occhi, ha versato ancor una lagrima, ha dato ancor un sospiro di carità ed è morto: Et inclinato capite tradidit spiritum. (Io. XIX, 9). Gesù adunque è morto, ed è la carità infinita del Cuor suo che l’ha ucciso! In hoc apparuit charitas Dei in nobis. (Io. iv, 9) E chi mai al mondo, o padre, o sviscerato amico, è giunto a farsi uccidere per amor del figlio o dell’amico? Se mai vi fosso stato, per attestazione medesima di Gesù, egli avrebbe dato prova del più grande amore: Maiorem dilectionem nemo habet, ut animam suam ponat quis prò amicis suis. (Io. XV, 13) Ma Gesù Cristo è morto per amore di noi, che non eravamo suoi amici, ma suoi nemici a cagione del peccato. Oh carità infinita! oh amore senza pari e senza misura! Ben avevano ragione Mosè ed Elia discorrendone con Lui sul monte Tabor di chiamarlo un amore eccessivo: Dicebant excessum eius. (S. Luc. IX, 31). E dinnanzi a tanto eccesso di carità potremo noi, o miei cari, mostrarci indifferenti, insensibili? Gli stessi feroci crocifissori del divin Nazareno al funereo spettacolo della morte di Gesù, conobbero alla fine il loro gravissimo errore, e discendendo dal monte insanguinato si percuotevano il petto ed esclamavano: Vere Filius Dei erat iste! E noi avremmo assistito a quest’Agonia e Morte acerbissima senza aver provato nell’animo un sentimento di commozione, senza aver concepito un pensiero di piangere le nostre colpe e di riformare la nostra vita? Oseremmo forse noi di credere di non aver avuto parte alla morte di Gesù? Oseremmo, stendendo la mano sopra l’affranto suo cadavere, oseremmo giurare che noi non siamo colpevoli? Ah! no che noi possiamo! Quella testa insanguinata dalle spine, quella fronte imperlata di freddo sudore, quel volto impallidito e pendente, quelle labbra violacee e stirate, quelle mani e quei piedi traforati dai chiodi, quel corpo ignudo, straziato, inanimato è l’opera nostra, è il nostro delitto. E dunque resteremo noi col cuore di sasso? Ah no! che tanta non è la nostra durezza. Eccoci, o caro Gesù ai vostri piedi, umiliati e piangenti. Vi adoriamo umilmente come nostro Dio e nostro redentore. Ammiriamo l’infinita vostra carità e misericordia, che vi ha spinto a morire per noi miserabili peccatori fra i più atroci tormenti, e vi ringraziamo senza fine di un beneficio così immenso! Ah! che queste pene e questa morte è a noi che erano dovute. E poiché voi le voleste subire in vece nostra, dateci ora altresì la grazia di pentirci dei maledetti peccati che ve l’hanno cagionate. Sì, perdono, o Gesù, perdono e pietà! Perdono e pietà di coloro tra di noi, che finora non vi hanno creduto, e che per eccesso di malvagità vi hanno combattuto e bestemmiato, perdono. Perdono e pietà di coloro tra di noi, che interessati unicamente delle cose del mondo, del denaro, dell’onore e del piacere vi hanno dimenticato e messo da parte, perdono! Perdono e pietà di coloro tra di noi, che sposi e genitori vi hanno disprezzato colle loro infedeltà e cogli scandali che hanno dato ai loro figli, perdono! Perdono e pietà di coloro tra di noi, che nel fiore della gioventù vi hanno insultato col darsi in preda alle turpi passioni e col seguire ciecamente le più ree dottrine, perdono! Perdono e pietà di coloro tra di noi, che maestri, professori e scrittori, vi hanno ferito nella pupilla degli occhi, corrompendo la povera gioventù coi loro abbietti insegnamenti e coi sarcasmi sacrileghi contro la vostra fede, perdono! Perdono e pietà di coloro tra di noi, che ricchi, potenti e magistrati vi hanno conculcato colle ingiustizie, coi furti, colle oppressioni, colle persecuzioni, cogli oltraggi alla cristiana libertà, perdono! Perdono e pietà di coloro tra di noi, che sacerdoti e religiosi vi hanno disonorato con una vita indegna della loro grandezza e colla loro negligenza hanno rattenuto l’impeto della vostra misericordia sopra gli uomini, perdono! Gesù, Crocifisso nostro bene, noi ci rifugiamo nel vostro Cuore Sacratissimo, e d’ora innanzi non ce ne dipartiremo più mai. Ma voi usateci pietà, dateci il perdono. Perdono e pietà! pietà e perdono!

IL CUORE DI GESÙ E LA DIVINIZZAZIONE DEL CRISTIANO (18)

H. Ramière: S. J.

Il cuore di Gesù e la divinizzazione del Cristiano (18)

[Ed. chez le Directeur du Messager du Coeur de Jesus, Tolosa 1891]

PARTE QUARTA

CONCLUSIONI PRATICHE

Capitolo II. (2)

IL CUORE DI GESÙ È IL CUORE DIVINO DI OGNI CRISTIANO

Conclusioni pratiche

Tutto quanto detto si racchiude nella verità assodata: che il Cuore di Gesù è il cuore divino di ogni Cristiano! Questa formula esprime le vere relazioni che ci uniscono al Cuore Divino. Naturalmente, possiamo trarre due conclusioni pratiche molto utili da questo fruttuoso principio. In primo luogo, che al Cristiano non sia mai permesso di scoraggiarsi. Perché dovrebbe essere scoraggiato? Perché si sente trascinato nel male dopo sforzi coraggiosi per elevarsi alla perfezione. Ma cosa hanno di vero queste cattive inclinazioni? Esse vengono dal cuore della carne, dal cuore ferito mortalmente dal peccato, e che solo nella tomba possono trovare il loro rimedio. Però non è questo il vero cuore del Cristiano. Perché confondere i suoi interessi con quelli della parte peggiore del suo essere? Procedete all’opera del sepolcro, mortificando il cuore del peccato. Disprezzate l’eredità di Adamo e riservatevi tutte le vostre preoccupazioni e i vostri pensieri per il nuovo essere che avete ricevuto da Dio: « Non si faccia il minimo caso ai desideri della carne, ma ci si rivesta di Gesù Cristo » (Rm XII, 14); « Se la sua carne è stata mortalmente ferita dal peccato, il suo spirito ha ricevuto una vita immortale attraverso la giustificazione » (Rm VIII, 10). Metta il suo libero arbitrio dalla parte dello spirito e non della carne; sia in accordo con i desideri celesti del Cuore di Gesù e protesti contro le cattive inclinazioni del suo cuore terreno. E anche se le sue inclinazioni continueranno a tormentarlo, non potranno nuocergli; lungi dal diminuire la sua virtù, non faranno altro che perfezionarla, facendogli sentire meglio la sua debolezza. Il Cristiano, quindi, non ha mai motivo di scoraggiarsi; ma non ha nemmeno il diritto di sedersi senza far nulla. Se la sua unione con il Cuore di Gesù gli mette a disposizione una forza infinita ed una ricchezza illimitata, questo non lo dispensa dall’appropriarsene attraverso lo sforzo ed il lavoro. Il Cuore di Gesù è onnipotente, ma non userà la sua potenza in nostro favore, se non in accordo con la nostra collaborazione. Il Cuore Divino contiene tutte le cose buone del cielo, ma non le riverserà su di noi, se non nella misura in cui noi siamo pronti ad accoglierle. Il Verbo di Dio, prendendo la carne per facilitare la nostra salvezza, non ha fatto altro che confermare la grande legge stabilita dalla provvidenza del Padre suo. Farà tutto nell’ordine soprannaturale, perché in questo ambito, più che in quello della natura, siamo incapaci di fare qualcosa da soli. Ma se noi non possiamo fare nulla senza di Lui, nemmeno Lui farà nulla senza di noi. Questo ci procura un’unione ineffabile, che ci rende membri del suo corpo. Quando ci dà il Suo Cuore in proprietà, non è per esimerci dal lavorare attivamente alla nostra salvezza come se fossimo lasciati a noi stessi. Al contrario, si tratta di aumentare la nostra attività e, con il suo aiuto, di imitare meglio l’infinita attività con cui Egli stesso è  principio della sua perfezione e della sua felicità. E per metterci in una posizione migliore per adempiere a questo dovere, ci sembrerà che Egli ci lasci completamente a noi stessi e che ci ritiri il suo aiuto. Egli non si allontana allora, perché se si allontana, noi torneremmo nel nulla, ma nasconde e toglie il sentimento della nostra unione con Lui, così che la nostra fiducia in Lui sia più meritoria e ci obblighi a fare più sforzi. Se la sua azione fosse sempre altrettanto sensibile, cederemmo alla pigrizia e perderemmo il merito della nostra fiducia. È necessario che la sua azione scompaia, affinché possiamo glorificarla con la confessione della nostra fede. Possa il flusso del Cuore di Gesù cessare dall’essere percepito, in modo che possiamo capire meglio quanto poco valiamo, ed apprezzare nel giusto valore la sua influenza divina! Questi due aspetti della nostra unione con il Cuore di Gesù riassumono l’intera economia della divina provvidenza nei nostri confronti. Basterebbe capire bene queste due leggi per dissipare la maggior parte delle oscurità che nascondono l’azione di questa provvidenza infinitamente saggia e amorevole: – 1) Dio non ha altro ideale o desiderio se non quello di donarsi interamente a noi in Gesù Cristo: prima legge, che deve essere per noi fonte di fiducia incrollabile. Tuttavia, – 2) Egli non vuole donarsi a noi in Gesù Cristo, se non nella misura in cui noi ci diamo interamente a Lui per mezzo di Gesù Cristo: seconda legge, che deve incessantemente stimolare la nostra attività.

Funzioni del Cuore di Gesù nel corpo mistico del Salvatore.

Il Cuore di Gesù vuole sì lavorare in noi, ma con noi, per produrre frutti. Questo frutto è la vita di Gesù Cristo che il Cuore del Salvatore ci comunica e che accresce senza interruzioni. È l’immagine del modello divino che Egli riproduce in ciascuna delle anime su cui esercita la sua influenza. In una parola, il Cuore di Gesù fa nel corpo mistico del Salvatore ciò che il cuore di ogni uomo fa nell’organismo fisico. Pertanto, nulla potrebbe darci un’idea più completa delle funzioni del Cuore Divino, considerato come fonte di grazia, che l’esame delle funzioni del cuore umano visto come fonte della vita del corpo. La funzione propria del cuore, nel corpo umano, è quella di rigenerare il corpo che naturalmente tende a decomporsi costantemente. In ogni momento della nostra esistenza, ripete il miracolo fatto in noi fin dal primo momento della nostra esistenza. Quando iniziamo a vivere? Quando la nostra anima è venuta ad animare il nostro corpo e a dargli un nuovo essere, nuove forze, movimenti e tendenze che non avrebbe mai avuto. Solo Dio poteva compiere quel miracolo. La vita, e soprattutto la vita razionale, è un soffio della vita di Dio. Tutto ciò che le creature possono fare è servire da canale per trasmettere il respiro divino. Quel poco di vita ricevuta, non fu che una debole scintilla. Il nostro corpo possedeva in germe tutti i suoi organi e tutte le sue forze. Ma questo germe non era ancora sviluppato. Non eravamo ancora nati completamente, e prima di poter entrare in pieno possesso dell’esistenza, abbiamo dovuto trascorrere molti anni e finire un lungo lavoro: il cuore, l’organo principale del nostro corpo, ha completato la nostra nascita e la perfezione della nostra vita. È chiaro che ciò che è stato fatto nel primo istante della nostra esistenza nei confronti di tutto il nostro corpo, deve essere ripetuto con ogni parte di esso, e questo è animare l’inanimato. Quando mangiamo quello che non è altro che un vegetale tritato o una carne morta, questi elementi devono diventare un corpo vivo e umano. Questo miracolo avverrà nel cuore e attraverso il cuore. Gli alimenti subiscono diverse trasformazioni prima di raggiungerlo, preparandosi qui a ricevere la vita; ma non sono ancora vivi quando raggiungono il cuore. Possiedono già tutta la fluidità del sangue; ma non ne hanno né il calore vivificante né la virtù rigenerante: il potere di vivificare il corpo sarà loro dato dal cuore. Eppure non lo farà per sua stessa virtù. L’anima che anima il cuore è l’unica che ha ricevuto da Dio il meraviglioso potere di dare vita a ciò che ancora non la possiede. Affinché la vita materiale ci presenti un simbolo più palpabile della vita spirituale, la prima di queste vite sarà comunicata al sangue solo attraverso il contatto con l’aria del cielo, immagine sensibile dello Spirito di Dio. Ma il cuore lo metterà in contatto con l’aria e nei nostri polmoni, nello stesso tempo in cui, mediante la respirazione, facciamo entrare in essi l’aria vitalizzante. Il cuore pomperà ancora il sangue pieno di vita, e lo distribuirà con un meraviglioso impulso a tutte le membra che riparerà ed accrescerà. Tale è la funzione del cuore nell’organismo umano. Il cuore materiale di Gesù la esercita anche in quella che lo lega al corpo naturale del Salvatore. In virtù della sua azione, il cibo con cui il Verbo incarnato è stato nutrito, non solo ha acquisito una vita umana, ma anche una dignità veramente divina, costituendo una parte sostanziale di un composto divino. Il nostro cuore eleva gli elementi puramente materiali alla dignità dell’essere razionale. Questa trasformazione è certamente di grande meraviglia, ma quanto più meravigliosa è ancor quella attraverso la quale il Cuore di Gesù eleva una vile materia all’ordine divino! Abbiamo fatto bene ad affermare, quando abbiamo considerato le prerogative del Cuore Divino, che esso è degno di tutta la nostra adorazione. Ma non perdiamo di vista il fatto che oggi dobbiamo considerare attentamente la funzione che il Cuore di Gesù, organo d’amore del Divin Salvatore, esercita nel suo Corpo mistico: la Chiesa. Questa funzione, tuttavia, è in tutto e per tutto simile a quella esercitata nel corpo fisico del Salvatore dal suo Cuore considerato come un organo materiale. Né il corpo naturale del Verbo incarnato né il suo Corpo mistico hanno ricevuto il loro pieno sviluppo alla nascita. Da allora, senza dubbio, l’anima di quel corpo possedeva tutta la sua forza. Ma quanto è ancora poco sviluppato il corpo! Gesù Cristo, Maria, San Giuseppe, la famiglia di Giovanni Battista, alcune anime sante che anelavano al regno di Dio, formano la Chiesa in principio. Come può crescere e acquisire nuovi membri? Come si può compiere questo miracolo? E come si è compiuto con ciascuno di noi, facendoci nascere nella vita di Dio? Chiediamolo al Cuore di Gesù, perché solo Lui poteva dare ordini per la sua esecuzione. Già da tanto tempo ci ha rivelato il dolce mistero della nostra nascita divina. Il Cuore di Gesù ci ha amati, e nell’amarci ci ha mandato lo Spirito Divino, che è la sua vita e che deve essere anche la nostra. L’acqua del Battesimo e la parola della Chiesa sono serviti come veicolo dello Spirito Divino. Ma è stato l’amore di Gesù a dare all’acqua e alla parola la loro efficacia divina. Mentre il Sacerdote ci versava l’acqua sul capo e ci battezzava, il Cuore di Gesù, con uno dei suoi palpiti divini, mandava al nostro cuore lo Spirito che lo animava. Ed è allora che noi, morti per breve tempo, siamo stati trasformati e resi vivi. Poco tempo prima eravamo figli dell’ira, ma improvvisamente siamo diventati figli adottivi del Padre Celeste. I nostri genitori avevano mandato un uomo alla Chiesa, ed Essa ha loro restituito un figlio di Dio. Ma con quali segni possiamo riconoscere questa nuova esistenza conferitaci dal Cuore di Gesù attraverso il Santo Battesimo? Come può questa generazione divina, che ci ha resi figli adottivi del Padre celeste, dimostrare la sua realtà? Lo mostrerà con gli effetti che produrrà. Ogni vera generazione ha come effetto la somiglianza della natura. Se il Cuore di Gesù ha dato vita alla vita del Divin Salvatore, Egli deve riprodurre in noi la sua somiglianza. È così? Sì, ma non rifiutiamoci di collaborare alla produzione di questa gloriosa somiglianza, perché, dal momento che la conservazione della nostra generazione divina è volontaria, dipende dalla nostra volontà produrne o impedirne gli effetti. Ma se uniamo i nostri sforzi a quelli del Cuore di Gesù, è molto facile dimostrare, con la perfezione della nostra somiglianza con Gesù Cristo, che Dio è veramente nostro Padre. I nostri pensieri sono, giorno dopo giorno, più simili a quelli del Padre Celeste e a quelli di Gesù Cristo, la sua immagine perfetta; i nostri sentimenti sono sempre più conformi a quelli di questo modello divino e le nostre parole alle sue. Il corpo dei veri discepoli del Cuore di Gesù, i lineamenti e le espressioni del suo volto, il suo portamento, tutto il suo modo di agire, portano alla mente di chi li vede, Gesù Cristo! Essi glorificano e portano Dio nel loro corpo, ed è impossibile gettare uno sguardo su di loro senza sapere che compiono meravigliosamente l’antico adagio: « Il vero Cristiano è un altro Cristo. » Per ogni uomo di buona fede non potrebbe esserci un’indicazione più certa della divinità di Gesù Cristo e della sua Chiesa che la prima produzione e la costante riproduzione di questo mirabile esempio di perfezione fornito dal Cuore dell’Uomo-Dio. In Gesù Cristo stesso c’è la perfezione che plasma lo spirito ed infiamma il cuore. Ma non è meno sorprendente e meraviglioso che, in tutte le epoche, in tutte le condizioni, in mezzo ad ogni sorta di ostacoli, questa perfezione sia costantemente raggiunta da tutti coloro che amano sinceramente Gesù Cristo. Che l’amore del Cuore di Gesù prenda possesso di un principe o di un rampollo; di un bambino o di un vecchio; di un dottore o di una donna ignorante; di un uomo civile o di un selvaggio: si vedranno da allora liberarsi di tutti i loro vizi ed acquisire tali virtù, concepire tali sentimenti, fare tali opere che l’umanità da sola non potrebbe fare. Questa è la grande dimostrazione evangelica che il Cuore di Gesù scrive incessantemente nel mondo e che dispensa gli uomini di buona volontà da ogni altra ricerca per trovare Dio. Così, ciò che il cuore materiale fa nell’ordine del corpo, ed il cuore, organo dell’amore, fa con le anime, il Cuore di Gesù lo fa per la società divina. Il cuore materiale prende elementi estranei al corpo umano e dà loro la forma che gli è propria; l’amore trova anime estranee l’una all’altra, di diverse inclinazioni ed interessi, e ne fa un’anima unica, unifica le loro inclinazioni ed i loro interessi. Il primo di questi due effetti è il grande miracolo dell’ordine fisico, il secondo quello dell’ordine morale. Ma cosa sono questi miracoli rispetto a quelli che il Cuore di Gesù opera in tutte le anime che si abbandonano alla sua influenza, ispirando le virtù più sublimi e trasformando in immagini viventi di Dio coloro che in precedenza erano grossolani, egoisti, simili a bestie senza ragione?

Molteplicità e unità nel Corpo mistico di Cristo

Ma la meraviglia è che la somiglianza dell’Uomo-Dio, incisa dall’amore del Cuore di Gesù in tutte le anime a Lui donate, si differenzia nel tutto, senza perdere nulla della sua unità, secondo le condizioni di ciascuno. Aprite le vite dei Santi. Non sono altro che una galleria di ritratti del Verbo Incarnato. Tutti sono del tutto simili al modello divino eppure ognuno è diverso dall’altro. Cos’hanno in comune tra loro ad esempio una tredicenne che subisce il rogo, come Sant’Agnese, ed uno di quei venerandi solitari che passavano per intero le loro giornate e le notti in contemplazione nella desolazione dei deserti d’Egitto? Come fa un contadino come Sant’Isidoro ad assomigliare a un dottore come Sant’Agostino? In una sola cosa: sono tutti una copia dello stesso modello. In questi è Gesù Cristo che insegna agli uomini, nell’altro è Gesù che lavora con le sue mani. Nell’uno ammiriamo l’innocenza del Salvatore, nell’altro la sua penitenza. Il Cuore di Gesù ha realizzato questi capolavori secondo lo stesso modello, lo stesso stampo, ma con materiali diversi. Dall’unità del prototipo nasce la bellezza dell’opera. Ma la varietà delle copie mostra sia la fecondità del modello che la potenza dell’artista. Anche in questo caso, il Cuore di Gesù non fa che riprodurre l’opera, nell’ordine divino, di ciò che il cuore materiale fa in quello fisico. Infatti, gli elementi prelevati da ogni sorta di sostanza, che il cuore trasforma in sangue, sono destinati a diventare mille forme diverse nel corpo. Alcuni si uniranno alle ossa e si induriranno, altri si trasformeranno in nervi, altri in organi, muscoli, altri ancora in umori. Il cuore darà loro la stessa natura e la stessa vita, ma l’unità della natura si presterà nella più grande varietà di forme e l’unità della vita accoglierà la più grande diversità di funzioni. Così il corpo sarà uno, anche se le sue membra sono numerosi. Da questa meravigliosa molteplicità, congiunta ad una meravigliosa unità, risulterà una grande bellezza dell’ordine materiale. Non accade altrimenti nel Corpo mistico di Gesù Cristo. Ciò che rende incomparabile la sua bellezza non è solo che ognuna delle innumerevoli anime che lo compongono riproduca in sé la vita e le sembianze del suo Capo Divino, ma che ognuno dei suoi membri abbia una propria funzione nel corpo. Ogni Santo è un ritratto completo di Gesù Cristo, ma, inoltre, ognuno di essi forma una delle linee dell’immenso ritratto dell’Uomo-Dio, la cui cornice è l’estensione del mondo e la durata dei secoli. Il ritratto è la Chiesa e l’artista che lo compone con arte divina è l’amore del Cuore di Gesù.

Il Divin Cuore, completa l’Incarnazione del Verbo.

Attribuiamo giustamente al Cuore Divino la missione di completare l’Incarnazione del Verbo di Dio. Senza dubbio, questa si compì il primo giorno, in quanto da quel giorno la natura umana ed individuale di Gesù Cristo era perfettamente unita alla Persona del Verbo di Dio e possedeva in sé tutte le luci, tutte le virtù, tutti i meriti e tutta la felicità di cui era capace. Ma è tutt’altro che certo che la perfetta divinizzazione di una natura individuale fosse sufficiente per realizzare i piani che avevano portato il Verbo di Dio sulla terra, giacché tutti i discendenti di Adamo dovevano essere rigenerati e divinizzati. In ognuno dei suoi membri deve esserci la natura umana estratta dalla sua argilla ed elevata ad un’altezza ben superiore a quella da cui era caduta. L’Incarnazione del Verbo non si rinnoverà, è vero, in ciascuno dei figli di Adamo, ma si estenderà a tutti. Dio non si ricongiungerà ad una natura umana, un’unione questa propria del primogenito di Maria e che non può essere concessa a nessun altro figlio dell’uomo, ma a tutti coloro che desiderano unirsi al Figlio di Maria, il Cuore di Gesù comunicherà la sua stessa vita. Così l’Incarnazione sarà comunicata attraverso i secoli. L’albero sarà lo stesso, ma produrrà costantemente nuovi fiori e nuovi frutti. Il Capo non crescerà nella perfezione e nella virtù, ma comunicherà la sua perfezione e la sua virtù a tanti membri. Questa è la grande opera della Provvidenza, alla quale siamo chiamati a collaborare, non solo in noi stessi, ma anche nell’anima dei nostri fratelli. Infatti, come nel corpo non c’è un solo membro che, pur nutrendosi e rafforzandosi, non debba lavorare per il nutrimento e la crescita del resto del corpo, così nel Corpo di Gesù Cristo non c’è un solo membro che, pur ricevendo l’influenza degli altri, non debba esercitare una qualche influenza nella loro santificazione. Il Corpo di Cristo, ci dice San Paolo, è accresciuto e formato dalla carità. Ma non può aumentare se non man mano che ognuno dei suoi membri collabori. Proprio per servire gli uni gli altri, tutti i membri sono uniti l’uno con l’altro in ogni classe di vincoli. Ma la forza di cui essi hanno bisogno per crescere e cooperare alla crescita degli altri è ricevuta da tutti da un unico Principio, che è sia il Capo che il Cuore di questo grande corpo. Unendoci a Lui, cresceremo fino a raggiungere l’età dell’uomo; finché, avendo il corpo divino acquisito il suo sviluppo, le tenebre della fede potranno essere commiste agli splendori della luce, nel cui interno raggiungeranno il trionfo.

Cosa possiamo fare perché il Cuore di Gesù realizzi la sua opera?

Cosa dobbiamo fare perché il Cuore di Gesù produca questo mirabile frutto? Prima di tutto, conformare i nostri pensieri a quelli di Dio e adattarci al piano della sua provvidenza, concentrando nel Cuore di Gesù tutta l’opera della nostra santificazione; convincerci bene che il Cuore Divino, incessantemente preoccupato dei nostri interessi, abbia un piano il cui compimento è la condizione della nostra felicità temporale ed eterna. Questo piano è il medesimo per tutti gli uomini, poiché consiste nel farci immagini del modello divino. Questa è – secondo San Paolo – la vocazione comune di tutti gli eletti. Ma poiché ognuno di noi ha le proprie risorse e le proprie difficoltà, ognuno di noi ha il proprio modo di imitare Gesù Cristo. Ci sono tante anime, tante vocazioni. Se tutti i Santi devono somigliare al modello divino, nessuna di queste copie viventi deve assomigliare completamente all’altra. Dall’armonia tra questa infinita diversità di immagini e l’unità del modello divino, risulta l’incomparabile bellezza del Corpo mistico, il cui Capo è Gesù Cristo e le cui membra siamo tutti noi. È della massima importanza sapere esattamente ciò che il nostro Capo voglia da noi; quale tipo di perfezione voglia che noi acquisiamo e quali siano gli ostacoli nella cui distruzione dobbiamo impiegare i nostri sforzi principali. Se desideriamo ardentemente raggiungere questa conoscenza, se la chiediamo con fervore e perseveranza, il Divino Maestro non ce la negherà. Egli ci manifesterà, sia con la luce interiore della grazia, sia attraverso un direttore, sia in un ritiro, il mezzo più efficace per acquisire questa preziosa certezza. Quando avremo la conoscenza generale dei piani del Cuore di Gesù, dovremo prestare attenzione all’applicazione pratica in tutti i casi particolari della vita. Per questo l’assistenza continua del Cuore Divino è per noi indispensabile e non ci mancherà mai. Infatti, così come Egli ha un solo piano per tutta la nostra vita, ha pure un solo desiderio in ogni momento della nostra esistenza, l’unica cosa che dobbiamo fare in ogni momento. – Dobbiamo sempre tenerlo d’occhio e dire con San Paolo: Signore, cosa vuoi che io faccia? La risposta non tarderà a venire, perché abbiamo dentro di noi lo Spirito del Divin Salvatore, per manifestare i suoi desideri e darci la forza di metterli in pratica. Come la nostra anima, presente in tutte le parti del corpo, trasmette ad ognuna di esse i movimenti che imprime nel cervello, così lo Spirito Santo, presente a sua volta nel Cuore di Gesù e in tutte le membra del suo Corpo mistico, eccita nei nostri cuori i desideri che il Cuore Divino fa concepire. Assistere costantemente all’esecuzione dei desideri del Cuore di Gesù, consultarlo sinceramente in tutti i nostri dubbi per conoscere la sua volontà e, una volta conosciuta, lavorare con tutte le nostre forze per realizzarla, costituisce l’intero nucleo della santità e allo stesso tempo della vera devozione al Cuore di Gesù; di conseguenza, la nostra vita sarà veramente divina, e tutte le nostre opere saranno più di Gesù Cristo che nostre. Anche se è meno beata di quella dei Santi in cielo, sarà comunque più meritoria. In questo senso, la nostra condizione sarà molto più preferibile alla loro, perché se da un lato non possono non conservare eternamente la partecipazione alla natura divina di cui hanno preso possesso quando hanno varcato la soglia del cielo, dall’altro noi possiamo aumentare in ogni istante questo tesoro infinito e riempirci della pienezza di Dio, della pienezza della vita divina. Sì, che la nostra grande opera, che la nostra unica preoccupazione sia quella di arrivare qui sulla terra allo stato felice in cui possiamo sinceramente ripetere con l’Apostolo:

“Io vivo, ma non io, è Cristo che vive in me. »

A. M. D. G.

FINE

IL CUORE DI GESÙ E LA DIVINIZZAZIONE DEL CRISTIANO (17)

H. Ramière: S. J.

Il cuore di Gesù e la divinizzazione del Cristiano (17)

[Ed. chez le Directeur du Messager du Coeur de Jesus, Tolosa 1891]

PARTE QUARTA

CONCLUSIONI PRATICHE

Capitolo I.

LA DEVOZIONE AL CUORE DI GESÙ FORMA PRATICA DELLA NOSTRA DEIFICAZIONE

La scienza della santità è pratica.

La scienza della santità non è speculazione, è una scienza pratica, la prima di tutte le arti: ars artium. Per diventare santi e raggiungere la vita eterna, prima di tutto c’è da sapere: In questo consiste la vita, che ti conoscano; perché come si comporterà la volontà se l’intelligenza non le indica la via? Ma l’intelligenza non è feconda, né produce il frutto divino della santità, se non attraverso la volontà. Non solo non può santificarci da sola, ma ci renderebbe più colpevoli se non la prendessimo come regola di condotta. « Sapendo queste cose – disse il Salvatore agli Apostoli – sarete beati se le metterete in pratica » (S. Giov. XIII, 17). Perciò, a differenza dei farisei che insegnano ciò che non fanno (S. Mt. XIII, 3), il grande Maestro di santità ha cominciato ad istruirci con i suoi esempi prima di darci lezioni: « Cœpit facere et docere » (Atti I, l). La santità deve essere il risultato della collaborazione di due agenti: di Dio e dell’uomo. Finora l’abbiamo considerato soprattutto dal lato di Dio. Vediamo ora cosa dobbiamo fare noi per concorrere alla sua azione: portare a compimento l’opera più divina che l’Onnipotente compie al di fuori di sé. Abbiamo considerato l’opera della nostra santificazione nella sua teoria, vediamola ora in pratica.

Il Cuore di Gesù è il principale strumento della nostra divinizzazione.

Il Cuore di Gesù è lo strumento principale della nostra divinizzazione. Questa è in verità opera di tutta la Trinità, poiché sia la prima che la terza Persona della Santissima Trinità vi partecipano tanto quanto la seconda. Infatti  Dio Padre ci adotta come figli, e lo Spirito Santo si unisce alle nostre anime: e questi sono elementi essenziali della nostra divinizzazione. Va notato, tuttavia, che lo Spirito Divino si comunica a noi attraverso Gesù Cristo, e solo se siamo incorporati in Lui, Dio Padre ci riconosce e ci ama come suoi figli. Ora, Gesù Cristo non ci dà il suo Spirito, non ci fa sue membra, se non con un atto di amore completamente libero e costantemente rinnovato. Al suo Cuore dobbiamo la nostra vita divina e tutte le nostre ricchezze soprannaturali. Se siamo stati trasferiti dall’abisso delle tenebre nella regione della luce (1 Pt. II, 9), non c’è altra causa determinante di trasformazione così meravigliosa come l’amore libero ed infinitamente tenero del Cuore di Gesù. Tuttavia, qui c’è una difficoltà. Come possiamo conciliare le due verità che abbiamo appena ricordato? Da un lato, abbiamo stabilito che di tutte le opere di Dio, quella della nostra divinizzazione sia senza dubbio la più divina. Abbiamo visto le tre Persone della Santissima Trinità operare insieme per realizzarla, comunicandoci la loro natura. Se è così, come possiamo dire che il Cuore di Gesù sia la causa determinante di quest’opera? Il Cuore di Gesù, pur divinizzato dalla sua unione ipostatica con la Persona del Verbo, non cessa di essere un’entità creata. L’amore, di cui è organo, è un amore creato, perché è l’atto dell’anima santa del Salvatore. Ora, non  è questa una contraddizione che il Creatore faccia dipendere la sua azione dalla determinazione di una creatura, qualunque essa sia? Perché il Cuore di Gesù possa essere la causa determinante della nostra divinizzazione, sarebbe necessario che potesse disporre dello Spirito di Dio e donarlo a chi desidera; e che, di conseguenza, dovesse esercitare una certa autorità sullo Spirito di Dio. Ora, San Paolo ci insegna (II Cor. III, 17) ciò che Gesù Cristo stesso aveva detto e fatto capire a Nicodemo (S. Giov. III, 8), che cioè lo Spirito Santo non obbedisce a nessuno, perché è indipendente e sovrano. Egli soffia dove vuole, e non può privarsi della sua indipendenza, né della sua divinità. Non solo, Esso non dipende dal Cuore di Gesù, se non quando il Cuore e l’anima di Gesù siano costantemente e assolutamente sotto l’influenza delle sue ispirazioni. Per risolvere questa difficoltà è necessario generalizzarla. Questo perché non riguarda solo la questione attuale, ma è intimamente legata all’intero piano della Provvidenza. Ecco il Sacerdote che sale sull’altare. Prende un po’ di pane, dice qualche parola, e quello che una volta era pane, diventa il Corpo del Figlio di Dio. Non si può certamente negare che quest’opera sia divina. Per farlo, era necessario che Dio Padre sospendesse e modificasse l’esercizio del suo potere creativo e, cessando la conservazione della sostanza del pane, mettesse al suo posto il Corpo del Figlio. Era necessario che il Verbo di Dio si presentasse, in modo nuovo, in un punto dello spazio in cui prima era stato solo in virtù della sua immensità. Eppure, per quanto divina possa essere questa azione, essa è stata compiuta alla mercé di una pura creatura, che avrebbe potuto impedirne la realizzazione. Dall’altare, il Sacerdote passa al tribunale sacro. Poi sale sul pulpito dove compie anche opere divine quando illumina le intelligenze con la luce soprannaturale. Egli purifica le anime e le guida sulla via della salvezza. Solo Dio può essere l’Autore immediato di tali effetti: eppure, se questi effetti vengono prodotti o prevenuti dipende dal libero arbitrio del Sacerdote. Passiamo ora dall’ordine soprannaturale all’ordine naturale. Un uomo e una donna sono uniti dai vincoli del matrimonio: subito dopo l’unione nascono molti figli. Chi ha dato vita a questi bambini? Dio, naturalmente, perché è l’unico Principio della vita, l’unico capace di mettere la mano nell’abisso del nulla per tirarvi fuori il più perfetto degli esseri creati: uno spirito somigliante a Lui. Ma questo potere creativo non sarebbe stato esercitato a nostro vantaggio, se nostro padre e nostra madre non gli avessero dato il loro sostegno. Quando gli esseri umani lottano in mezzo alle torture della fame, cosa ci vorrebbe per evitare la morte, per riacquistare la loro forza fisica e il libero uso delle loro facoltà spirituali? Un po’ di pane o di riso. Sostanze puramente materiali, ma del cui aiuto Dio ha bisogno per conservare il capolavoro delle sue mani, la creatura razionale. In questo modo potremmo attraversare tutti gli ordini della creazione. In tutti costateremo lo stesso fenomeno, in tutti vediamo l’Onnipotente sottomettersi alle sue creature. Questa dipendenza, che Dio si è volontariamente imposto, si chiama « mediazione ». Nel mondo fisico come in quello morale, e nell’ordine naturale come in quello soprannaturale, tutte le creature sono mediatrici l’una dell’altra; mediatori di luce, di calore, di movimento, di vita. Non c’è nessuno che non abbia il compito di trasmettere ad altri alcuni dei beni il cui unico principio e dispensatore sovrano è Dio. La mediazione è la più universale di tutte le leggi divine, la fonte dell’ordine, dell’armonia e della bellezza dell’universo. Lungi dal nuocere all’indipendenza di Dio, essa fa emergere in tutta la sua magnificenza la sua infinita saggezza. È Lui che ha stabilito le leggi in virtù delle quali possiamo comunicarci l’un l’altro i beni dell’ordine naturale e soprannaturale. Proprio perché il Cuore di Gesù è, tra tutti i cuori umani, il più sottomesso all’azione dello Spirito Divino, avrà un potere incomparabilmente maggiore per comunicare questa azione. Come in tutte le cose cerca solo ciò che piace al Padre suo, che a sua volta fa con Lui e con gli uomini, ciò che Cristo desidera. Lo ha investito di un potere assoluto su tutto il creato. Così come non concede alcuna grazia senza che questa passi per le sue mani, così riceve con piacere solo gli omaggi che gli vengono offerti per sua intercessione. Cristo è il Mediatore universale, il Mediatore supremo, l’unico Mediatore. Mediatore universale, perché attraverso di Lui i doni di Dio sono distribuiti alle sue creature. Mediatore unico, perché nessuna creatura può andare verso Dio se non attraverso di Lui. Mediatore supremo, perché gli altri mediatori ricevono da Lui il potere di eseguire la sottomissione.

Il Cuore di Gesù è il nostro Sommo Sacerdote.

Gesù Cristo è il nostro Sacerdote sovrano, ed esercita il suo Sacerdozio attraverso il suo Cuore. Il Sacerdote è il mediatore dell’ordine soprannaturale: di lui Dio si serve per far risplendere sulla terra la luce che illumina le intelligenze; per dare alle anime il movimento che le porta alla loro eterna felicità; per dare loro nuovi figli a cui comunicare la loro stessa vita. Tutte queste funzioni divine, che i Sacerdoti di Gesù Cristo esercitano nel loro ministero, solo Gesù Cristo le svolge per diritto proprio. Poiché lo fa liberamente e per amore, si può dire che il suo Cuore ne sia lo strumento. Tutto ciò che si fa nella Chiesa per la santificazione delle anime, lo si fa in virtù del Cuore di Cristo. Se i Sacramenti sono i canali della grazia, il Cuore di Gesù è il deposito da cui sono forniti. Se, nel momento in cui l’acqua del Battesimo tocca la fronte del bambino, la sua anima è purificata dalla macchia originale, è perché nello stesso momento la grazia della rigenerazione gli è stata conferita dal Cuore di Gesù Cristo. Se ascoltando attentamente la parola di un oratore sacro, o leggendo un pio libro, vediamo le nostre illusioni dissiparsi e la verità soprannaturale apparire con un irradiamento inusuale, è al Cuore di Gesù che dobbiamo la grazia della luce. I movimenti interiori di pentimento, di fiducia, di amore che a volte si impadroniscono di noi, vengono a noi dal Cuore di Gesù. Egli è il Cuore sacerdotale per eccellenza e non cessa di esercitare con noi tutte le funzioni del Sacerdozio. Per noi Egli adora costantemente la Maestà di suo Padre, lo ringrazia per i suoi benefici. Egli espia la nostra ingratitudine. Sollecita i suoi favori e si occupa incessantemente di illuminarci, guidarci, rafforzarci e guarirci. Attraverso di Lui la Trinità compie l’opera della nostra divinizzazione. Se vogliamo comprendere bene questo lavoro e renderlo facile da realizzare, dobbiamo contemplarlo nel Cuore di Gesù. La santità, considerata in questo modo, diventa più accessibile e più amabile. Non ci viene presentata una scienza complicata che richieda un lungo studio; né è composta da un gran numero di precetti, tanto difficili da ritenere quanto da mettere in pratica; né è racchiusa in una moltitudine di libri che solo i saggi e gli “sfaccendati” possono consultare. Le anime che immaginano la santità in questo modo non possono che essere scoraggiate ed estremamente disturbate. Più esse desiderano raggiungere questo lieto fine, più si stancano e perdono tempo a cercare le vie più brevi per raggiungerlo. Pensano di non aver mai letto abbastanza libri, di non aver mai consultato abbastanza direttori o di non aver mai scelto abbastanza pratiche cristiane. Si muovono molto e fanno pochi progressi. Spero che ascoltiate ciò che il Salvatore ha detto alla sua sollecita ospite: « Marta, Marta, perché così tanta sollecitudine? Perché questa confusione nata da una estrema preoccupazione? C’è solo una cosa necessaria: che tu sia conforme al mio Cuore ». Tutta la santità è racchiusa in Lui. Se vuoi raggiungerla, devi fare ciò che il mio Cuore ti chiede. Ora, in ogni momento, ti chiedo solo una cosa. È essa che vi terrà al vostro posto, che vi darà grande pace e vero benessere. Smettila di guardare lontano tutto quello che hai così vicino a te. La devozione al Cuore di Gesù non solo semplifica, e quindi facilita molto l’opera della nostra santificazione, ma la rende anche più amabile e attraente. Ci presenta la santità non come una lettera morta, ma come una realtà viva; la personifica in un certo modo nel suo Cuore, e nella leggiadria di tutti i cuori. La nostra natura trova molto difficile appassionarsi alla nuda verità. Una dottrina, per quanto bella possa essere, difficilmente ci impressiona quando non assume un corpo e quando non colpisce le facoltà sensibili della nostra anima. La santità è molto difficile da capire, se considerata solo nei libri. Esaminata nella sua essenza astratta, ha il potere di convincere l’intelligenza. Ma manca lo stimolo richiesto per la debolezza della nostra volontà. Mostra il bene, ma non dà la forza di portarlo a termine; traccia il sentiero, ma non ci incoraggia a percorrerlo; indica il pericolo, ma non ci preserva da esso; ci permette di scandagliare le profondità dell’abisso dove sono sparse le nostre brame, ma non ci ferma sul pendio che ci conduce ad esso. Il Cristiano che guarda così alla morale evangelica, si pone in una posizione analoga a quella del Giudeo. La santità nella sua sublime perfezione gli era stata rivelata attraverso il primo precetto del Decalogo. Ma questa rivelazione, fatta su tavole di pietra, non lo mise in condizione di praticare il bene, di cui egli stesso aveva compreso la necessità. La condizione del Cristiano, invece, è molto diversa. La perfezione non ci è stata mostrata sulle tavole di pietra; la legge della santità è stata scritta per noi sulle tavole vive di un cuore di carne (2 Cor. III, 3): nel Cuore di Gesù c’è la legge vivente della nostra santificazione. Perché, infatti, non solo ci mostra l’ideale divino della santità, realizzato in un cuore umano, ma ci dà i mezzi per fare lo stesso nel nostro cuore. Oltre ad averci inoculato il seme della santità, conferendoci nel Battesimo la grazia santificante, il Cuore Divino, attraverso le sue preghiere e l’influenza del suo Spirito, lavora instancabilmente per lo sviluppo di questo seme, affinché il frutto della santità, che è la gloria eterna, maturi in noi. Per santificarsi, basta unirsi a questa azione onnipotente, la cui energia non diminuisce mai. Invece di creare ostacoli, come abbiamo fatto spesso, basta il lavoro continuo del Cuore di Gesù in noi.

Capitolo II. (1)

IL CUORE DI GESÙ È IL CUORE DIVINO DI OGNI CRISTIANO

Che cos’è un Cristiano?

Cos’è un Cristiano? È colui – dice San Giovanni – che non è nato solo dalla carne e dall’uomo, ma è anche nato da Dio e ha ricevuto dal Figlio unigenito del Padre il potere di essere figlio di Dio. Il Cristiano è nato due volte e ha due esistenze e due nature. Nasce secondo la carne e riceve dai genitori una vita animale e razionale. Ma lo stesso giorno in cui è diventato figlio dell’uomo, un nuovo padre ed una nuova madre si sono uniti per dargli una nuova vita. Gesù, unico Figlio di Dio e Sposo della Chiesa, ha ispirato alla sua Sposa di associare questo bambino, figlio dell’uomo, alla famiglia dei figli di Dio. La Chiesa lo ha preso e, attraverso il Battesimo, lo ha posto nel suo grembo e lo ha unito a Gesù Cristo. Da allora il bambino ha cominciato ad essere animato dallo Spirito di Gesù Cristo ed a vivere della sua vita. Non ha smesso di essere un uomo, ma è diventato qualcosa di più che un uomo. Ha conservato il suo corpo animale e la sua anima razionale, ma ha anche acquisito uno spirito veramente divino, la vita della sua anima, così come questa lo era del suo corpo. Come figlio dell’uomo, ha conservato un’esistenza completa. Ma, come figlio di Dio, ha cominciato a far parte del grande Corpo, il cui Capo è Gesù Cristo. Gli è rimasta la libertà e quindi la possibilità di porsi un obiettivo individuale e di separare i suoi interessi da quelli del Corpo divino in cui è stato introdotto mediante il Battesimo. Ma sta a lui avere una comunità di interessi con il suo divino Capo e tendere con Esso allo stesso fine.

Il Cristiano ha due cuori

Tale è la scelta in cui tutti noi ci troviamo e che ci viene offerta mentre siamo sulla terra: vivere di noi stessi o vivere di Gesù Cristo; essere solo uomo o essere anche figlio di Dio; dobbiamo diventare noi stessi il nostro fine o accettare il fine glorioso che Dio ci ha dato, associandoci al suo Figlio unigenito? Perché se è vero che siamo nati due volte e abbiamo due vite, è altrettanto vero che abbiamo due cuori: uno di carne, ricevuto dai nostri genitori secondo la carne, di origine terrena con tutte le sue tendenze. Perché dovremmo essere sorpresi di trovare nel nostro cuore tutte le inclinazioni carnali? Che diritto abbiamo di sperare che solo esso sfugga alla legge generale? Dio potrebbe fare in alcuni dei suoi Santi un’eccezione gloriosa, liberandoli da tutti gli influssi della carne, anche quando vi hanno vissuto, ma l’eccezione non deve convertirsi in regola. Se Dio avesse voluto liberarci dal peso e dalla corruzione che riceviamo in eredità da Adamo, nostro padre secondo la carne, avrebbe diretto il tutto in modo molto diverso, avrebbe poi fatto una creazione completamente nuova, non lasciando sopravvivere nulla del caos prodotto dal peccato. Ma Egli non lo ha voluto. Come ha prodotto ordine e vita dal caos all’origine del mondo, così nella creazione e nell’ordine spirituale, ha voluto che il peccato servisse come materia per la grazia. Invece di far trionfare immediatamente lo spirito sulle opere della carne in tutta l’umanità, ha deciso che in ogni uomo la carne e lo spirito dovessero combattere tra loro, e che il trionfo finale di uno di questi due principi opposti dipendesse dal libero arbitrio dell’uomo. Ci ha lasciato il cuore di carne con tutte le sue inclinazioni. Ma, per resistere ad esse, ci ha dato il Cuore del Figlio suo. Perché il Cuore Divino è propriamente e veramente nostro! E per davvero, visto che siamo membri del Divin Salvatore! Se, come abbiamo dimostrato, l’incorporazione dei Cristiani al Figlio di Dio non è un mero discorso figurativo, se esprime un’unione reale come quella che delle nostre membra e del nostro capo fanno un solo corpo, anche se di natura diversa; se, inoltre, il legame che unisce tra loro le membra del Corpo mistico di Gesù Cristo è più intimo e indissolubile di quello che unisce le parti del nostro corpo fisico: se tutto questo è vero e provato, non dubitiamo neppure che il Cuore di Gesù Cristo ci appartenga nella realtà. Perché se c’è qualcosa di evidente, è che il cuore appartiene al corpo che da esso riceve la vita e così ciascuno delle membra di quel corpo. Non dimentichiamo che quando il Verbo di Dio ha preso un cuore di carne, non l’ha preso per sé, ma per noi. Perché non aveva Egli bisogno di ricevere la vita, ma di comunicarla. Per noi, come la Chiesa canta nel Credo, e per la nostra salvezza, Egli è sceso dal cielo e si è incarnato per opera dello Spirito Santo. Possiamo dire quindi che noi abbiamo due cuori: uno buono ed uno cattivo; uno terreno ed uno celeste; uno carnale ed uno divino. Due cuori che hanno inclinazioni opposte: uno tende incessantemente verso l’alto e l’altro verso il basso; uno vuole il bene, l’altro il male; l’uno trova gusto solo nelle cose di Dio, l’altro nelle cose sensuali. Entrambi vogliono godere, perché ogni cuore tende al benessere. Ma il nostro cuore terreno vuole godere sulla terra, in contrapposizione a quello celeste, che disprezza tutti i suoi piaceri e sospira solo per i beni del cielo. E finché dura la vita non possiamo sopprimere completamente questa lotta interiore, perché non possiamo mai distruggere completamente nessuno dei due cuori. Tuttavia, possiamo aumentare in noi l’influenza del Cuore di Gesù ed indebolire quella delle nostre inclinazioni carnali. Se non possiamo sopprimerle del tutto, ci è dato almeno di sfuggire alla loro tirannia accettando il dominio glorioso del Cuore di Gesù.

http://www.exsurgatdeus.org/2020/06/25/il-cuore-di-gesu-e-la-divinizzazione-del-cristiano-18/

ATTO DI CONSACRAZIONE E DI RIPARAZIONE AL SACRATISSIMO CUORE DI GESÙ

ATTO DI CONSACRAZIONE E DI RIPARAZIONE AL SANTISSIMO CUORE DI GESÙ

ACTUS REPARATIONIS ET CONSECRATIONIS

Iesu dulcissime, cuius effusa in homines caritas, tanta oblivione, negligentia, contemptione, ingratissime rependitur, en nos, ante altaria [an: conspectum tuum] tua provoluti, tam nefariam hominum socordiam iniuriasque, quibus undique amantissimum Cor tuum afficitur, peculiari honore resarcire contendimus. Attamen, memores tantæ nos quoque indignitatis non expertes aliquando fuisse, indeque vehementissimo dolore commoti, tuam in primis misericordiam nobis imploramus, paratis, voluntaria expiatione compensare flagitia non modo quæ ipsi patravimus, sed etiam illorum, qui, longe a salutis via aberrantes, vel te pastorem ducemque sectari detrectant, in sua infìdelitate obstinati, vel, baptismatis promissa conculcantes, suavissimum tuæ legis iugum excusserunt. Quæ deploranda crimina, cum universa expiare contendimus, tum nobis singula resarcienda proponimus: vitæ cultusque immodestiam atque turpitudines, tot corruptelæ pedicas innocentium animis instructas, dies festos violatos, exsecranda in te tuosque Sanctos iactata maledicta àtque in tuum Vicarium ordinemque sacerdotalem convicia irrogata, ipsum denique amoris divini Sacramentum vel neglectum vel horrendis sacrilegiis profanatum, publica postremo nationum delicta, quæ Ecclesiæ a te institutæ iuribus magisterioque reluctantur. Quæ utinam crimina sanguine ipsi nostro eluere possemus! Interea ad violatum divinum honorem resarciendum, quam Tu olim Patri in Cruce satisfactionem obtulisti quamque cotidie in altaribus renovare pergis, hanc eamdem nos tibi præstamus, cum Virginis Matris, omnium Sanctorum, piorum quoque fìdelium expiationibus coniunctam, ex animo spondentes, cum præterita nostra aliorumque peccata ac tanti amoris incuriam firma fide, candidis vitæ moribus, perfecta legis evangelicæ, caritatis potissimum, observantia, quantum in nobis erit, gratia tua favente, nos esse compensaturos, tum iniurias tibi inferendas prò viribus prohibituros, et quam plurimos potuerimus ad tui sequelam convocaturos. Excipias, quæsumus, benignissime Iesu, beata Virgine Maria Reparatrice intercedente, voluntarium huius expiationis obsequium nosque in officio tuique servitio fidissimos ad mortem usque velis, magno ilio perseverantiæ munere, continere, ut ad illam tandem patriam perveniamus omnes, ubi Tu cum Patre et Spiritu Sancto vivis et regnas in sæcula sæculorum.

Amen.

[Gesù dolcissimo, il cui immenso amore per gli uomini viene con tanta ingratitudine ripagato di oblio, di trascuratezza, di disprezzo, ecco che noi, prostrati dinanzi ai vostri altari, intendiamo riparare con particolari attestazioni di onore una così indegna freddezza e le ingiurie con le quali da ogni parte viene ferito dagli uomini l’amantissimo vostro Cuore. Ricordevoli però che noi pure altre volte ci macchiammo di tanta indegnità, e provandone vivissimo dolore, imploriamo anzitutto per noi la vostra misericordia, pronti a riparare con volontaria espiazione, non solo i peccati commessi da noi, ma anche quelli di coloro che, errando lontano dalla via della salute, o ricusano di seguire Voi come pastore e guida ostinandosi nella loro infedeltà, o calpestando le promesse del Battesimo hanno scosso il soavissimo giogo della vostra legge. E mentre intendiamo espiare tutto il cumulo di sì deplorevoli delitti, ci proponiamo di ripararli ciascuno in particolare: l’immodestia e le brutture della vita e dell’abbigliamento, le tante insidie tese dalla corruttela alle anime innocenti, la profanazione dei giorni festivi, le ingiurie esecrande scagliate contro di Voi e i vostri Santi, gl’insulti lanciati contro il vostro Vicario e l’ordine sacerdotale, le negligenze e gli orribili sacrilegi ond’è profanato lo stesso Sacramento dell’amore divino, e infine le colpe pubbliche delle nazioni che osteggiano i diritti ed il Magistero della Chiesa da Voi fondata. Ed oh, potessimo noi lavare col nostro sangue questi affronti! Intanto, come riparazione dell’onore divino conculcato, noi Vi presentiamo  – accompagnandola con le espiazioni della vergine vostra Madre, di tutti i Santi e delle anime pie – quella soddisfazione che Voi stesso un giorno offriste sulla croce al Padre e che ogni giorno rinnovate sugli altari; promettendo con tutto il cuore di voler riparare, per quanto sarà in noi e con l’aiuto della vostra grazia, i peccati commessi da noi e dagli altri, e l’indifferenza verso sì grande amore, con la fermezza della fede, l’innocenza della vita, l’osservanza perfetta della legge evangelica, specialmente della carità, e d’impedire inoltre, con tutte le nostre forze, le ingiurie contro di Voi, e di attrarre quanti più potremo alla vostra sequela. Accogliete, ve ne preghiamo, o benignissimo Gesù, per intercessione della B. V. Maria Riparatrice, questo volontario ossequio di riparazione e vogliate conservarci fedelissimi nella vostra ubbidienza e nel vostro servizio fino alla morte col gran dono della perseveranza, mercé il quale possiamo tutti un giorno pervenire a quella patria, dove Voi col Padre e con lo Spirito vivete e regnate Dio per tutti i secoli dei secoli. Così sia].

Indulgentia quinque annorum.

Indulgentia plenaria, additis sacramentali confessione, sacra Communione et alicuius ecclesiæ aut publici oratorii visitatione, si quotidie per integrum mensem reparationis actus devote recitatus fuerit.

Fidelibus vero, qui die festo sacratissimi Cordis Iesu in qualibet ecclesia aut oratorio etiam (prò legitime utentibus) semipublico, adstiterint eidem reparationis actui cum Litaniis sacratissimi Cordis, coram Ss.mo Sacramento sollemniter exposito, conceditur:

Indulgentia septem annorum;

Indulgentia plenaria, dummodo peccata sua sacramentali pænitentia expiaverint et eucharisticam Mensam participaverint (S. Pæn. Ap., 1 iun. 1928 et 18 mart. 1932).

[Indulg. 5 anni; Plenaria se recitata per un mese con Confessione, Comunione, Preghiera per le intenzioni del Sommo Pontefice, visita di una chiesa od oratorio pubblico. – Nel giorno della festa del Sacratissimo Cuore di Gesù, 7 anni, se confessati e comunicati, recitata con le litanie de Sacratissimo Cuore, davanti al SS. Sacramento solennemente esposto: Indulgenza plenaria].

LITANIA SACRATISSIMI CORDIS IESU

Tit. XI, cap. II

Indulg. septem annorum; plenaria suetis condicionibus, dummodo cotidie per integrum mensem litania, cum versiculo et oratione pia mente repetita fuerint.

Pius Pp. XI, 10 martii 1933

KYRIE, eléison.

Christe, eléison.

Kyrie, eléison.

Christe, audi nos.

Christe, exàudi nos.

Pater de cælis, Deus, miserére nobis.

Fili, Redémptor mundi, Deus, miserére.

Spiritus Sancte, Deus, miserére.

Sancta Trinitas, unus Deus, miserére nobis.

Cor Iesu, Filii Patris ætèrni, miserére.

Cor Iesu, in sinu Virginis Matris a Spiritu Sancto formàtum, miserére …

Cor Iesu, Verbo Dei substantiàliter unitum, miserére.

Cor Iesu, maiestàtis infinitæ, miserére nobis.

Cor Iesu, templum Dei sanctum, miserére.

Cor Iesu, tabernàculum Altissimi, miserére.

Cor Iesu, domus Dei et porta cæli, miserére.

Cor Iesu, fornax ardens caritàtis, miserére.

Cor Iesu, iustitiæ et amóris receptàculum, miserére.

Cor Iesu, bonitàte et amóre plenum, miserére.

Cor Iesu, virtùtum omnium abyssus, miserére.

Cor Iesu, omni laude dignissimum, miserére.

Cor Iesu, rex et centrum omnium córdium, miserére.

Cor Iesu, in quo sunt omnes thesàuri sapiéntiæ et sciéntias, miserére.

Cor Iesu, in quo habitat omnis plenitùdo divinitàtis, miserére.

Cor Iesu, in quo Pater sibi bene complàcuit, miserére.

Cor Iesu, de cuius plenitudine omnes nos accépimus, miserére.

Cor Iesu, desidérium cóllium æternórum, miserére.

Cor Iesu, pàtiens et multæ misericórdiæ, miserére.

Cor Iesu, dives in omnes qui invocant te, miserére.

Cor Iesu, fons vitæ et sanctitàtis, miserére nobis.

Cor Iesu, propitiàtio prò peccàtis nostris, miserére.

Cor Iesu, saturàtum oppróbriis, miserére.

Cor Iesu, attritum propter scelera nostra, miserére.

Cor Iesu, usque ad mortem obédiens factum, miserére.

Cor Iesu, làncea perforàtum, miserére.

Cor Iesu, fons totius consolatiónis, miserére.

Cor Iesu, vita et resurréctio nostra, miserére.

Cor Iesu, pax et reconciliàtio nostra, miserére.

Cor Iesu, victima peccatórum, miserére.

Cor Iesu, salus in te speràntium, miserére.

Cor Iesu, spes in te moriéntium, miserére.

Cor Iesu, deliciæ Sanctórum omnium, miserére.

Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, parce nobis, Dòmine.

Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, exàudi nos, Dòmine,

Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, miserére nobis.

V. Iesu, mitis et hùmilis Corde.

R. Fac cor nostrum secùndum Cor tuum.

Orèmus.

Ominipotens sempitèrne Deus, réspice in Cor dilectissimi Filii tui, et in laudes et satisfactiónes, quas in nòmine peccatórum tibi persólvit, iisque misericórdiam tuam peténtibus tu véniam concede placàtus, in nòmine eiùsdem Filii tui Iesu Christi:Qui tecum vivit et regnat in sæcula sæculórum.

R. Amen.

[Litanie del S. Cuore di Gesù:

(Signore, abbi pietà di noi

Cristo, abbi pietà di noi.

Signore, abbi pietà di no:

Cristo, ascoltaci

Cristo, esaudiscici.

Dio, Padre celeste, abbi pietà di noi (ogni volta)

Dio, Figlio Redentore del mondo, abbi …

Dio, Spirito Santo, ….

Santa Trinità, unico Dio …

Cuore di Gesù, Figlio dell’Eterno Padre, abbi pietà di noi (ogni volta)

Cuore di Gesù, formato dallo Spirito Santo nel seno della Vergine Madre …

Cuore di Gesù, sostanzialmente unito al Verbo di Dio …

Cuore di Gesù, di maestà infinita …

Cuore di Gesù, tempio santo di Dio …

Cuore di Gesù, tabernacolo dell’Altissimo, …

Cuore di Gesù, casa di Dio e porta del Cielo, …

Cuore di Gesù, fornace ardente di carità, …

Cuore di Gesù, ricettacolo di giustizia e di amore, …

Cuore di Gesù, pieno di bontà e di amore, …

Cuore di Gesù, abisso di ogni virtù, …

Cuore di Gesù, degnissimo di ogni lode, …

Cuore di Gesù, Re e centro di tutti i cuori, …

Cuore di Gesù, in cui sono tutti i tesori di sapienza e di scienza, …

Cuore di Gesù, in cui abita la pienezza della divinità, …

Cuore di Gesù, in cui il Padre ha posto le sue compiacenze, …

Cuore di Gesù, dalla cui abbondanza noi tutti ricevemmo, …

Cuore di Gesù, desiderio dei colli eterni, …

Cuore di Gesù, paziente e misericordiosissimo, …

Cuore di Gesù, ricco con tutti coloro che ti invocano, …

Cuore di Gesù, fonte di vita e di santità, …

Cuore di Gesù, propiziazione pei peccati nostri. …

Cuore di Gesù, satollato di obbrobrii, …

Cuore di Gesù, spezzato per le nostre scelleratezze, …

Cuore di Gesù, fatto obbediente sino alla morte, …

Cuore di Gesù, trapassato dalla lancia, …

Cuore di Gesù, fonte d’ogni consolazione,

Cuore di Gesù, vita e risurrezione nostra, …

Cuore di Gesù, pace e riconciliazione nostra. …

Cuore di Gesù, vittima dei peccati, …

Cuore di Gesù, salute di chi in Te spera, …

Cuore di Gesù, speranza di chi in Te muore, …

Cuore di Gesù, delizia di tutti i Santi, …

Agnello di Dio che togli peccati del mondo, perdonaci o Signore.

Agnello di Dio che togli peccati del mondo, esaudiscici, o Signore

Agnello di Dio che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi.

V. Gesù, mansueto e umile di cuore,

R. Rendi il nostro cuore simile al tuo.

Preghiamo

O Dio onnipotente ed eterno, guarda al Cuore del tuo dilettissimo Figlio, alle lodi ed alle soddisfazioni che Esso ti ha innalzato, e perdona clemente a tutti coloro che ti chiedono misericordia nel nome dello stesso tuo Figlio Gesù Cristo, che vive e regna con te, Dio, in unità con lo Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli.

R. Così sia.]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/01/06/unenciclica-al-giorno-toglie-gli-usurpanti-apostati-di-torno-miserentissimus-redemptor-di-s-s-pio-xi/

IL CUORE DI GESU’ E LA DIVINIZZAZIONE DEL CRISTIANO (16)

H. Ramière: S. J.

Il cuore di Gesù e la divinizzazione del Cristiano (16)

[Ed. chez le Directeur du Messager du Coeur de Jesus, Tolosa 1891]

TERZA PARTE

MEZZI PARTICOLARI DELLA NOSTRA DIVINIZZAZIONE

Capitolo XVI

IL CUORE DI GESÙ E LA GRAZIA ATTUALE

Giustificazione, merito e grazia attuale.

La giustificazione e il merito sono i due doni più preziosi della bontà divina, i due procedimenti di divinizzazione, attraverso i quali il Cuore di Gesù comunica alle anime, alle quali è unito dalla grazia, i privilegi di cui gode in virtù della sua sostanziale unione con il Verbo incarnato. Attraverso la giustificazione, lo schiavo del diavolo diventa figlio di Dio, e il condannato entra ad esser partecipe dei diritti dell’eredità divina. Per mezzo del merito, il figlio di Dio diventa più intimamente unito al Padre Celeste, diventa più simile al Verbo fatto carne e si riempie del suo Spirito. Ma come fa la nostra vita soprannaturale ad aumentare di merito e a ritornare a noi per giustificazione quando il peccato ce la toglie? Con la grazia attuale! In cosa si differenzia dalla grazia abituale delle anime dei giusti? In quanto i movimenti di un essere vivente sono diversi dalla vita. Se guardiamo un albero in inverno senza frutti o foglie, non diremo che è morto anche se sembra sterile. Non vegeta, non fiorisce, ed anche se è pieno di vita, tutti lo equiparerebbero agli alberi morti che lo circondano. Ma i soavi aliti della primavera fanno rivivere le membra di quell’essere e gli fanno mostrare la vita contenuta in esso. Ciò dimostra che i movimenti della vita non sono la vita stessa, ma il suo effetto e la sua manifestazione. Quindi non ci si può muovere se non si è vivi, ma si può avere vita anche senza muoversi, perché questo non è altro che la facoltà intrinseca del muoversi. Applichiamo queste nozioni all’anima giusta. La grazia abituale è la vita divina di quell’anima, nella quale essa rimane finché il peccato non la distrugge. Non è un’operazione, ma uno stato. Così che anche se l’uomo giusto si dà all’ozio o si dà al sonno, non è privato della vita divina, né ne è minimamente indebolito, ma conserva in tutta la sua pienezza, come sotto le gelate dell’inverno il leccio conserva il suo vigore.

La vita divina deve essere incrementata dalla grazia attuale.

L’uomo non sta al mondo per rimanere in uno stato di inazione. Gli è stata data vita affinché, con la sua libera collaborazione, possa aumentarla giorno per giorno. I rami della vita celeste sono legati alla vite divina, che è Gesù Cristo, per produrre frutti sempre più abbondanti. Così come vivono (i rami) divinamente in Lui, così devono agire divinamente ed esercitare continuamente l’infinito potere che Egli comunica loro. Come riusciranno a raggiungere questo obiettivo? Con l’aiuto della grazia attuale. Per capire bene questo punto, torniamo al confronto così spesso usato dai santi Dottori. Così come la vita (umana) risulta dall’unione dell’anima con il corpo, così la vita divina risulta dall’unione dello Spirito di Dio con l’anima. Come il corpo, anche se paralizzato, vive finché l’anima rimane in esso, così l’anima del Cristiano è viva, finché lo Spirito di Dio dimora in esso, anche se non dà segni di attività. Se questo non accadesse, il corpo non durerebbe a lungo, si spegnerebbe, come una lampada senza olio. Leggi simili governano anche lo sviluppo della nostra vita soprannaturale. Infatti, perché l’uomo giusto che la possiede, in virtù dell’unione dello Spirito di Dio con la sua anima, possa conservarla ed accrescerla con azioni sante, deve ricevere l’impulso dello Spirito Divino, che prima ispira il pensiero, poi fa concepire il desiderio, e poi inizia in lui l’azione con un movimento indeliberato. Se l’anima accetta liberamente l’ispirazione e acconsente al santo desiderio e collabora volontariamente alla mozione, quelli che non meritavano nulla prima che la libertà intervenisse, diventeranno atti meritori. Ma il concorso della grazia attuale non si limita solo a questo. Così come è stato necessario iniziare l’opera soprannaturale, sarà anche necessario preservarla. Ora il merito va attribuito a Dio, più che all’uomo. Se non fosse così, quest’opera non sarebbe veramente divina e non potrebbe, in senso stretto, meritare il possesso della felicità di Dio. La grazia attuale continua a lavorare nell’anima anche dopo che ha corrisposto ai suoi primi impulsi. Prima era preveniente, ora è concomitante. Prima muoveva, ora aiuta. E anche se si presenta in due forme diverse, è sempre la stessa. Sarà la stesso anche quando, dopo aver iniziato e mantenuto l’atto di volontà, collaborerà con essa nella produzione di opere esterne e diventerà grazia susseguente.

La triplice azione della grazia attale.

È un dogma di fede che Gesù Cristo, come nostro Capo e come uomo, è la fonte di tutti i doni soprannaturali. È altrettanto vero che Egli ce li comunica in piena libertà. E la ragione è ovvia: ci ha amato liberamente e si è sacrificato liberamente per noi fino alla morte. È giusto che sia il proprietario dei tesori che ha guadagnato per noi e che li distribuisca tra noi secondo la sua volontà. Dobbiamo all’amore del Cuore di Gesù gli impulsi della grazia attuale, i frutti che ci giungono da essa. È vero che lo Spirito Santo è il principio immediato di questi movimenti, ma chi può comunicarcelo se non Gesù Cristo? Da dove vengono i suoi doni se non dalla pienezza di grazia dell’anima del Salvatore? Come anima divina del corpo della Chiesa, lo Spirito Santo appartiene al Capo di questo grande corpo, senza la cui volontà non opera nelle sue membra. Così ci dice il Santo Concilio di Trento: « Cristo Gesù, come il capo che unisce tutte le membra al corpo, e come la vite che comunica la sua linfa ai tralci, riversa continuamente in tutte le anime giustificate la virtù che previene, accompagna e completa ogni loro opera buona. Questa virtù è propria dello Spirito Santo, ma ci viene comunicata incessantemente attraverso Gesù Cristo, come capo e come uomo. Chi temerebbe mai che la vita divina del corpo della Chiesa si spenga o si indebolisca a causa del suo principio? Con un’attività che non conosce né tregua né diminuzione, il Cuore di Gesù imprime alle membra di quel corpo i movimenti celesti che gli permettono di compiere divinamente tutte le sue opere e di accrescere continuamente i suoi meriti. La grazia attuale nell’intelligenza è come una voce interiore, con la quale il Cuore Divino suggerisce loro incessantemente buoni pensieri. La grazia attuale nella volontà è come un potente impulso, con il quale spinge i Cristiani ad avvicinarsi a Dio. Se non si resiste all’amore divino, si passa sempre di virtù in virtù.

I giusti e i peccatori e la grazia attuale.

Finora abbiamo esposto l’anima in possesso della vita soprannaturale e pronta per tutti gli atti divini. La grazia attuale in quell’anima è l’esercizio ininterrotto dell’unione che la grazia abituale aveva stabilito tra essa e lo Spirito di Dio, il risultato dell’influenza che il Capo Divino esercita sui suoi membri. Ma, se i membri sono separati dal Capo, se il peccato caccia lo Spirito Santo dall’anima che ha ricevuto la vita da Lui, cosa farà? Come farà gli atti della vita quando ne sarà privato? Come potrà muoversi quando cadrà preda della più orribile delle morti? Come può aspettare la grazia vera e propria, privata com’è della grazia abituale? Ovviamente, non ha alcun diritto di farlo. Ma, oh bontà del Cuore di Gesù! Abbiate fiducia, aspettate, siate sicuri che la vostra speranza non venga mai meno, perché Egli promette di fare questo grande miracolo per tutti i peccatori quando sono ancora vivi. Egli offre loro continuamente la possibilità di uscire dalla loro tomba, di richiamare di nuovo lo spirito della vita che hanno gettato via, per ritrovare la salute che hanno perso. Infatti, la grazia attuale è data sia ai peccatori che ai giusti. Inoltre, spesso non è meno efficace nel primo caso che nel secondo, anche se gode di condizioni migliori nel secondo. Perché? Perché nei giusti è il frutto naturale della vita che essi hanno in sé, e nei peccatori è un mezzo puramente gratuito per recuperare la vita perduta. Nei primi è opera dell’Ospite divino che abita nei loro cuori, in questi ultimi è l’impulso infinitamente misericordioso dell’Amore che, gettato via criminalmente da quel cuore, bussa alla porta per rientrarvi. Nel primo caso, è ancora l’influenza del Capo Divino sui suoi membri, la cui forza ed il cui benessere aumentano continuamente. Nel secondo è lo sforzo per ridare salute e movimento ai membri paralizzati. Nel primo, la grazia vera e propria dà a tutti gli atti che provoca e che sono liberamente cooperati dall’anima, la virtù di meritare rigorosamente (de condigno) la vita eterna. Nel secondo, essendo incapaci i peccatori di merito a causa del peccato, il Sacro Cuore continua a distruggere il peccato, incoraggiando la contrizione, senza la quale non può dare agli atti che fa nascere nell’anima se non la virtù di meritare la grazia per un semplice merito (de congruo). Gesù Cristo si è impegnato a non rifiutare a nessuno la grazia attuale. Guai a colui che, oltre ad esserne privato, non abbia potuto avvalersi dei mezzi per ottenerla! Perché sarebbe stato fuori dalla via della salvezza, perché la disperazione si sarebbe imperiosamente impadronita di lui, poiché non gli si poteva chiedere la pratica di alcuna virtù. Ma no, non possiamo pretendere da nessuno cose così orribili senza andare contro gli insegnamenti della Chiesa. I più grandi peccatori e i più feroci nemici di Gesù Cristo, hanno a loro disposizione dei mezzi, sia che si tratti di grazie attuali così chiamate, sia che si tratti di un aiuto dell’ordine naturale, il cui buon uso porterà loro infallibilmente alla grazia soprannaturale. Nello stesso tempo in cui riversa costantemente nelle anime dei giusti la crescente virtù dei suoi meriti, il Cuore di Gesù non cessa di esercitare, nei cuori più lontani da Lui, l’attrazione salutare che presto li farà entrare, se non gli resisteranno, nei sentieri della vita e della felicità. Ad entrambi lancia quelle frecce penetranti, di cui parla il Profeta, “che fanno cadere ai suoi piedi i popoli sconfitti”.

I tre frutti della grazia attuale.

« Se tu conoscessi il dono di Dio, … » con quale timore e tremore lavoreresti per la tua salvezza, perché la grazia è da Dio. Senza di essa non si può fare assolutamente nulla. Un uomo senza grazia è un albero piantato sulla terra arida: su di esso non si vedono né foglie, né fiori, né frutti. È una nave sulle acque tranquille e calme, alla quale né il vento né il vapore possono comunicare il movimento: « Senza di Me, senza la Mia grazia – ha detto Nostro Signore – non potete fare nulla. » Che drastico antidoto all’orgoglio, che potente raggio di luce capace di offuscare le illusioni della nostra vanità! Che cosa avete che non abbiate ricevuto? Se l’avete ricevuto, di cosa siete orgogliosi? L’Apostolo San Pietro esclamava: « Che gli altri si scandalizzino, passi; ma che io mi scandalizzi, giammai! Eccomi qui, anche se devo dare la mia vita per te. » (S. Mc. XIV, 29). Quando poi Pietro ha conosciuto la debolezza della natura, quanto diverso è stato il suo linguaggio! Con quale timida riserva ha giurato al suo Maestro di amarlo e di volergli essere fedele! Anche Davide era inebriato dalla considerazione del suo glorioso passato: « Io sono, dice, incrollabile per sempre » (Ps, XXIX, 3). Un semplice sguardo è stato più che sufficiente per buttarlo a terra: « oc idus meus deprædatus est animam meam » (Thr. III, 51). Come si mostrò figlio suo più saggio quando, docile allo Spirito del Signore, proclamò in faccia a tutto il popolo: « So che non posso conservare la continenza se Dio non me la dà, ed è un atto di saggezza sapere che devo ricevere questo dono » (Sapienza VIII, 21). Se è vero che non possiamo fare nulla, come dovrebbe essere umile la nostra virtù naturale? E quando trionfo sulle debolezze della mia natura, come non devo attribuire subito la gloria all’Autore di ogni bene, che incorona in me i suoi doni, a Dio, che ci dà la Vittoria per mezzo di Gesù Cristo? (I Cor. XV, 37). « Se tu conoscessi l’indicibile dono di Dio … », con quale incrollabile fiducia continueresti l’opera della tua salvezza? Perché se è vero che non si può fare nulla senza la grazia, tutto si può fare con essa (Fil. IV, 13). Sei debole? Glorificate Dio nella vostra debolezza, perché ad essa la grazia sarà accomodata e l’opera di Dio risplenderà in voi. Come si è commosso l’Apostolo delle genti quando è sceso dal terzo cielo e ha sentito gli stimoli della carne! Con quali ardenti lacrime supplicava il Signore di liberarlo dalla legge delle sue membra, sempre combattendo contro quella dello spirito! (Rm. VII, 22). Ma cosa gli mancava per trionfare e arricchire la sua corona, visto che aveva la grazia di Gesù Cristo? « … Ti basti la mia grazia … » – « Cosa volete, guerrieri santi e coraggiosi – diceva sant’Agostino – o desiderate voi, generosi soldati di Gesù Cristo, che non ci siano passioni o movimenti disordinati? Questo non dipende da voi. Fate guerra a loro ed aspettate con fiducia la vittoria ed il trionfo. Finché viviamo, combattiamo; mentre combattiamo, siamo in pericolo, eppure siamo vittoriosi per colui che ci ha amato » (Aug. Serm. 43  de Verbis Dom.). Perché chi ci dà la voce del comando, ha la vittoria in mano e ce la mette a disposizione. Fidatevi, ci dice senza sosta: la mia grazia è già uscita mille volte vittoriosa sui vostri nemici. Essa dà energia a chi vacilla, riempie di coraggio coloro che non hanno nulla di proprio (Is. XL, 29). Chi ha fatto vincere ai Santi martiri le furie dei loro aguzzini se non la mia grazia? Cosa ha infiammato nei corpi sottili dei bambini e delle tenere vergini il fervore che li ha resi superiori alle torture più orribili se non la mia grazia? E perché non dovrebbe fare in voi quello che ha fatto già in loro? Abbiate fiducia. – « Se tu conoscessi il dono di Dio … », non ti scoraggeresti mai, non saresti mai così follemente presuntuoso da non confidare, in modo incomprensibile, nella grazia. La grazia vi salverà, ma non vi salverà senza di voi, senza una collaborazione attiva da parte vostra. La salvezza è infatti opera della grazia e dei nostri sforzi: la grazia di Dio è con me (Cor XV, 10). La grazia aiuta, non violenta. È un’amica che ti offre il suo aiuto e il suo sostegno, ma in modo tale che tu possa rifiutare il suo aiuto: « Dio – dice San Bernardo – è l’Autore della salvezza, di cui solo il libero arbitrio è suscettibile. Solo Dio può darla; solo il libero arbitrio può riceverla. È chiaro quindi che ciò che Dio dà da solo non può essere ricevuto senza il consenso di chi lo riceve. Ed è proprio dando il proprio consenso che il libero arbitrio coopera con la grazia operosa della salvezza » (L. de grat. et lib. Arb., c. 2); Ora sant’Agostino avverte: « Se Dio coopera, dobbiamo lavorare ». Sta a noi formare un cuore ed uno spirito nuovi (Ez. XVIII, 31), con l’aiuto della grazia. Questa grazia prenderà parte alla nostra attività in modo tale che farà una sola ed unica azione, un’azione soprannaturale, un’azione che sarà di Dio e dell’uomo. Questo spiega perché Dio, dopo aver fatto dire al profeta Ezechiele che ci avrebbe dato di formare un cuore, aggiungeva: « Vi darò un cuore nuovo e metterò in voi un nuovo spirito » (Ez. XXXVI, 26). Quando siamo fedeli alla grazia, non le corrispondiamo con un libero arbitrio puramente umano, ma soprannaturalizzato dalla grazia. Così grazia e libero arbitrio formano una sola facoltà divinizzata, se così si può dire. « La grazia – come dice San Bernardo – non fa che una parte dell’opera, mentre l’altra parte la fa il libero arbitrio, ma ognuno fa il tutto con un’operazione indivisibile. Il libero arbitrio fa tutto e la grazia fa tutto; ma come tutto si fa nel libero arbitrio, così tutto viene dalla grazia » (S. Bern. De gratia et lib. arb., c. XIV). Quanto è armoniosa e meravigliosa l’armonia della libertà e della grazia in tutte le rivelazioni del Cuore di Gesù a Santa Margherita Maria! Che cosa significano queste lamentele amorose del Cuore Divino sull’ingratitudine degli uomini, la loro freddezza e la scarsa corrispondenza alle prove del suo amore? Perché ci chiede di ascoltare la sua voce, di rivolgerci a Lui e di attingere alla sua fonte le grazie di cui abbiamo bisogno, se non perché Dio ci tratta con grande rispetto, e perché non vuole diminuire minimamente la nostra libertà, un ricco dono ricevuto dalle sue mani? Ma cosa significano quelle grandi e magnifiche promesse del Cuore amorevolissimo di Gesù, quelle abbondanti benedizioni concesse agli individui, alle famiglie, alle società; la promessa della perseveranza finale; le parole così spesso ripetute: « Io trionferò nonostante la testardaggine e la malvagità dei miei nemici », se non che la grazia è trionfante e sovrana? Oh, sì, noi, fedeli servitori del Cuore di Gesù, dobbiamo cantare l’inno di fiducia e di ringraziamento, perché possiamo fare tutto ciò che possiamo in Colui che ci conforta. Perché il Cuore di Gesù è con noi e con Lui possiamo sfidare tutto. E se il Cuore di Gesù è con noi, chi oserà andare contro di noi, chi potrà incuterci timore? Rivolgiamoci a quel Cuore adorabile, fonte di vita soprannaturale, all’Autore ed al dispensatore della grazia, e diciamogli con amore: O Cuore benefico di Gesù! Concedimi questa grazia così grande e necessaria per la mia salvezza, affinché possa superare la mia natura perversa. In mezzo a tentazioni e tribolazioni: « … non temo nulla se la tua grazia è con me ». Essa è la mia forza, il mio consiglio e il mio aiuto. Che cosa sono senza di essa se non un palo asciutto ed un tronco inutile? Perciò, Signore, che la vostra grazia sia sempre con me e che io sia sempre pronto a fare il bene (Imit. l. III, c. LV).

http://www.exsurgatdeus.org/2020/06/23/il-cuore-di-gesu-e-la-divinizzazione-del-cristiano-17/

IL CUORE DI GESÙ E LA DIVINIZZAZIONE DEL CRISTIANO (15)

H. Ramière: S. J.

Il cuore di Gesù e la divinizzazione del Cristiano (15)

[Ed. chez le Directeur du Messager du Coeur de Jesus, Tolosa 1891]

TERZA PARTE

MEZZI PARTICOLARI DELLA NOSTRA DIVINIZZAZIONE

Capitolo XIV

IL CUORE DI GESÙ E LA GIUSTIFICAZIONE

Come il Cuore di Gesù comunica la vita divina.

Il Cuore di Gesù è la vita delle nostre anime non solo attraverso i Sacramenti, ma anche, e più immediatamente, attraverso la giustificazione, il merito e la grazia attuale. Ci introduce nella famiglia dei figli di Dio, attraverso la giustificazione. Attraverso il merito, egli conserva per l’eternità i frutti dei suoi atti esercitati con il suo aiuto. E, per la grazia attuale, dispone le anime alla giustificazione e dà loro un mezzo facile per aumentare i loro meriti. – Cominciamo con la giustificazione del peccatore. Questo non è, come Lutero immaginava, un artificio della misericordia divina, che copre con un velo le nostre colpe e, senza distruggerle, fa come se non si vedessero. Essa non solo è l’intera distruzione e l’annientamento del passato, ma si tratta, giustamente, di una nuova creazione, di una rigenerazione divina. Infatti, l’uomo colpevole, anche se fino a quel momento fosse stato il più colpevole di tutti i dannati dell’inferno, si vede improvvisamente liberato dai suoi crimini e rivestito di una santità divina. Cessa di essere schiavo di satana e diventa figlio di Dio. I suoi debiti sono perdonati ed egli acquisisce il diritto di possedere per sempre l’eredità, alla quale nemmeno gli Angeli stessi potrebbero aspirare. Sale dal sepolcro senza il marciume del peccato, e non riceve una vita umana o angelica, ma una vita veramente divina. Abbiamo già indicato vari mezzi di giustificazione, ed abbiamo visto brillare la bontà del Cuore di Gesù per la facilità con cui possiamo disporne. Cosa c’è di più facile da fare del Battesimo? Cosa c’è di più accessibile per un peccatore che manifestare i propri peccati al confessore? Non c’è malattia spirituale che non possa scomparire con rimedi così semplici. Tuttavia, la sua istituzione non soddisfa le aspirazioni misericordiose del Cuore di Gesù. Egli voleva che la giustificazione fosse ancora più facile; che le sue infinite ricchezze fossero più accessibili a tutti i peccatori. Anche se ci sono molti medici delle anime, può darsi che un peccatore non ne abbia a disposizione, nel momento in cui viene chiamato a comparire davanti al Giudice giusto. Quindi, in caso di necessità, non solo il Sacerdote e il Cristiano, ma qualsiasi uomo o donna, anche un non credente, può amministrare il Sacramento del Battesimo, che avrà, pur nelle sue mani impure, tutta la sua efficacia, purché si abbia l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa: anche se è sulla strada per l’inferno, si possono aprire le porte del cielo a colui che venga battezzato. Ma potrebbe accadere che un pagano, desideroso di ottenere la grazia divina, non riesca a convincere quelli gli sta intorno ad amministrargli il Battesimo. Cosa fare allora? Ebbene, il Cuore di Gesù non può permettere che gli venga chiusa la via della salvezza. Rifiuterà un’anima che odia il suo mal incedere, ma che non ha nessuno che lo faccia uscire dal suo stato?

Sacramento universale.

No, il buon Maestro non lo farà. Egli metterà a disposizione di tutti gli infiniti beni guadagnati da tutti. Per questo, esorcizzerà un mezzo alla portata di tutti. Sarà una sorta di sacramento universale, con un’efficacia più infallibile degli altri sacramenti e il cui ministro sarà il Cuore di Gesù. Ci riferiamo alla grazia della carità. Dal momento in cui un peccatore, sia esso cattolico, eretico o infedele, compie un atto di vera carità, tutti i peccati sono perdonati, è giustificato e rigenerato, è fatto figlio di Dio ed erede al cielo. Infatti, Gesù Cristo non ha posto alcuna restrizione alle magnifiche promesse fatte alla carità: “Se qualcuno mi ama, il Padre mio lo ama, e noi andremo da lui e faremo la nostra casa con lui.  È la carità, la vita di Dio comunicata all’uomo: “Perché Dio è carità, e chi dimora nella carità dimora in Dio, e Dio in lui. La carità è la via divina che la vite celeste, Gesù Cristo, comunica ai tralci uniti ad essa. Non appena questa unione si realizza, le anime, prima sterili nelle opere buone e più feconde nei frutti della morte, cominciano a portare frutti di vita eterna. Allora non possono essere tagliati come rami inutili e gettati nel fuoco: “Per coloro che sono in Cristo Gesù non c’è bisogno di temere la dannazione eterna – dice San Paolo – né la vita né la morte, né i principati, né le virtù, né le cose presenti, né le cose future, né qualsiasi altra creatura potrà infrangere i voti d’amore con cui la carità di Gesù Cristo unisce l’anima a Dio”. Quell’anima, prima macchiata dalla colpa originaria e dalle innumerevoli colpe presenti, viene trasformata, rigenerata, divinizzata, dal raggio della carità gettato da Gesù nel suo cuore e da esso liberamente accolto. Non appena Maddalena, la peccatrice, entrò nella casa dove alloggiava il Salvatore, fu liberata dai suoi peccati perché, mossa dall’influenza vivificante del Cuore di Gesù, il suo amore si accese nel suo cuore.

Condizioni perché la carità operi per tali meraviglie.

Naturalmente, perché la carità possa fare tali meraviglie e supplire a tutti i Sacramenti, deve soddisfare determinate condizioni. Infatti, tutte queste condizioni possono essere riassunte in una sola: perché la carità dia vita alle anime, basta che sia vera.

1) Questo è ciò che i teologi intendono, niente di meno, dichiarando che la contrizione perfetta è sufficiente a giustificare il peccatore, senza bisogno del Sacramento. In cosa consiste allora la contrizione perfetta? Ciò che è necessario e sufficiente è che il pentimento nasca dalla vera carità, che il peccato sia detestato non solo perché è una macchia sull’anima, una privazione delle gloriose prerogative, e degna dell’inferno, ma soprattutto perché oltraggia la bontà di Dio, ferisce il Cuore di Gesù, e corrisponde ai suoi benefici con il più nero dei tradimenti. – La contrizione basata su tali ragioni, e dotata dell’efficacia che accompagna il vero amore, giustifica il peccatore più colpevole e perdona le sue abominevoli iniquità. Questi privilegi della carità non si piegano completamente al bene del peccatore? Sarà più difficile per lui detestare i suoi crimini a causa della ferita inflitta a Dio, che per il male che riceve da essi? I benefici del Padre celeste, l’amore di Gesù Cristo, le pene della sua passione, il sangue versato sulla croce, la misericordia infinita del suo Cuore sempre ardente d’amore per chi lo offende, non sono forse i più palpabili e commoventi motivi di contrizione? Collegando il potere di rigenerare le anime al pentimento su tali basi, Gesù Cristo ha guardato ai diritti del suo amore, ma non ha aumentato il peso imposto alla nostra debolezza. Al contrario, non aveva altro che i nostri interessi davanti ai suoi occhi quando ci ha costretti a riparare le perdite causate dal peccato nella nostra anima.

2°) Non voleva mettere un giogo più pesante sulle nostre spalle, chiedendo che il peccatore, giustificato dalla sola virtù della carità, fosse seriamente deciso a ricevere il Battesimo, se fosse pagano, o ad andare a confessarsi, se fosse già battezzato. Perché la grazia interiore non poteva fare a meno dei riti esteriori. Questi, necessari per unire i membri della famiglia divina, sono il complemento indispensabile dei legami interiori che li uniscono a Dio. L’uomo, composto da un’anima spirituale e da un corpo sensibile, ha bisogno di questi due tipi di mezzi e deve accettare con gratitudine l’obbligo di utilizzarli. Sia per il pagano che è determinato ad essere fratello di Gesù Cristo, sia per il peccatore che odia i suoi crimini, la ricezione dei sacramenti del Battesimo e della Penitenza è una consolazione più che un peso. Chi rifiutasse un così dolce compenso alle eterne torture dell’inferno, dimostrerebbe che il suo amore per Dio è solo nella parole.

3°) C’è una condizione che renderà più difficile la giustificazione del peccatore. Perché la grazia di Dio torni all’anima quando viene spogliata, la carità deve essere soprannaturale e veramente divina: « La carità di Dio – dice San Paolo – è stata riversata nei nostri cuori dallo Spirito Santo che ci è stato donato. Solo chi ha ricevuto, con lo Spirito Santo, l’amore che viene da Lui, può gloriarsi di essere amico di Dio. » Ma come può il peccatore che è schiavo di satana e il miscredente che è privato della grazia battesimale raggiungere questo stato felice? La carità soprannaturale non è la santità stessa? Se bastasse amare Dio con un amore naturale per essere giustificati, tutti coloro che usano le loro facoltà naturali potrebbero soddisfare questa condizione di salvezza. Ma questo non può essere sufficiente. Per godere dell’amicizia di Dio è necessario esercitare una virtù superiore alle forze della natura più perfette e ad una natura degradata. Non è impossibile la salvezza di chi può solo averla in questo modo? – Per evitare questa difficoltà non si deve ricorrere a sistemi di alcun tipo. Nella bontà del Cuore di Gesù abbiamo una soluzione più soddisfacente. Non si può negare che la carità soprannaturale sia necessaria affinché l’anima peccatrice riconquisti la vita soprannaturale. Ma il Cuore di Gesù la mette alla portata di coloro che ne sono privati dal peccato. Se non li dispone all’improvviso ad amare il Bene sovrano sopra ogni cosa, suscita in loro il desiderio di quell’amore, di chiederlo, di avvicinarsi ad esso. Così, se queste anime corrispondono al raggio divino che strappa via le tenebre in cui giacciono avvolte, aumenterà gradualmente la chiarezza fino a condurle allo splendido mezzogiorno della giustificazione: « Gesù Cristo non rinnega la sua grazia a coloro che fanno tutto ciò che è in loro potere ». – La bontà del Cuore Divino esclude l’ipotesi che ci possa essere un uomo privato della giustizia soprannaturale e della felicità del cielo, una volta che egli lavora con le sue facoltà naturali per ottenere l’amore di Dio sopra ogni cosa. Per il Salvatore, infinitamente più desideroso del bene degli uomini che della grazia divina, previene i cuori sinceri ed offre loro il suo aiuto soprannaturale non appena li vede pronti a dirigere le loro facoltà naturali verso Dio. Dio non può abbandonare alle forze della creatura una volontà convenientemente diretta al raggiungimento del suo amore.  – Non c’è posto in Gesù Cristo, che ha fatto di tutto per condurre coloro che sono fuggiti da Lui sulla retta via della santità soprannaturale, per scacciare dalla vera via della salute quelle anime sincere che mettono in gioco tutte le loro facoltà. – Alla bontà infinita del Cuore di Gesù dobbiamo la condizione dell’uomo privato della grazia, e desideroso di recuperarla, di essere incomparabilmente migliore che se fosse sufficiente l’esercizio delle sue facoltà naturali. Perché, oltre a queste, il peccatore pentito ha a sua disposizione la fonte onnipotente della grazia, che è la potenza stessa di Dio. Tutti gli sforzi che avrebbero potuto fare, se lasciati alle loro forze, sono ancora nelle loro mani. Nell’ordine attuale, però, non agiscono da soli: lo Spirito di Gesù Cristo veglia sulla porta dei loro cuori, impedendo loro con le sue ispirazioni, assistendo a tutti i loro sforzi, soprannaturalizzando tutti i pii movimenti delle loro facoltà naturali.

Capitolo XV.

IL CUORE DI GESÙ E IL MERITO

La giustificazione e il merito.

Grande è la gioia del Cristiano che, desideroso di recuperare la vita di Dio distrutta dal peccato, può, con un semplice movimento del suo cuore, realizzare un bene così grande. Immensa è la bontà del Cuore di Gesù, che per restituire ai più colpevoli la sua amicizia, non pretende da essi nient’altro che un atto di amorevole pentimento. Ma l’infinita generosità del Cuore Divino non si accontenta di questo: vuole che la vita che vivono cresca fino alla sua perfezione in cielo; vuole santificarli, una volta che li abbia giustificati. Ora, questa grande opera di santificazione non è che un abbozzo: la perfezione viene a poco a poco dal merito fino al suo coronamento nella gloria celeste. Se è vero, come abbiamo dimostrato, che il Cuore di Gesù è il principio di tutta la vita e della santità soprannaturale, la sua influenza sull’anima giusta si manifesterà più per i meriti con cui la arricchisce, che per la prima grazia che le ha dato. Per essere convinti che sia così, basterà considerare prima la natura del merito e poi i mezzi per raggiungerlo. Che cos’è il merito? È il capitale del Cristiano e il frutto del lavoro passato, la garanzia e la misura della sua felicità futura e della sua fortuna presente. Si dice che un uomo sia ricco prima che la sua fortuna produca degli interessi? Certo che no! Perché, anche se questa lo rende sollevato per un po’, lo lascia tuttavia meno ricco di un uomo a cui i suoi antenati hanno lasciato in eredità grandi capitali, che tali restano pur in un momento in cui il loro reddito sia meno considerevole. – Bene, allora, per essere sicuri che si faccia un giudizio sui beni spirituali, è utile fare una distinzione simile. Immaginate un uomo che viva con pietà; che ha appena intrapreso il cammino della perfezione. Immaginatene un altro più anziano che ha servito Dio per molto tempo. L’età e la debolezza umana sembrano aver raffreddato qualcosa del suo primo fervore. Naturalmente preferiremmo il fervore del primo alla negligenza del secondo. Ma oseremmo giustamente considerare il secondo come meno ricco di beni spirituali, meno santo rispetto al primo? No, perché anche se il secondo ne ha attualmente di meno, conserva tutti i tesori acquisiti nel corso della sua lunga carriera. Egli possiede attualmente minor reddito del suo giovane discepolo, ma può contare su un maggior capitale accumulato. Ha una grazia attuale relativamente minore, ma è molto più avanti per ciò che concerne la grazia abituale ed il merito. In pratica è più ricco, in quanto la ricchezza, sia nell’ordine spirituale che materiale, è costituita dal capitale.

Origine del merito cristiano.

Qual è l’origine del capitale di cui abbiamo appena considerato il valore? È facile da dedurre: il capitale è il frutto del lavoro passato, messo in buone mani in vista del benessere futuro. Se l’operaio sperpera tutta la sua ricchezza mano a mano che la guadagna, vivrà più o meno comodamente, ma non diventerà mai ricco, perché non potrà mai formarsi un capitale. Se, invece, ogni mese o ogni anno risparmia una parte del suo guadagno, la sua fortuna aumenterà e dopo qualche anno avrà una ricchezza che prima non aveva. Ci sono anche lavoratori prudenti e lungimiranti che, non volendo essere privati del frutto più prezioso del loro lavoro, concordano con i loro padroni di prendere solo una parte del loro salario e di tenere il resto accantonato, formando così un capitale che li allevierà nelle difficoltà della vecchiaia. Ecco come Dio è con noi. Gli piace anche pagarci in contanti, con le sue consolazioni e i suoi beni temporali, per i servizi che gli rendiamo, ma conserva per noi la parte migliore del frutto del nostro lavoro: la nostra eterna fortuna. Per l’eternità godremo del compenso che Egli non ci ha dato nel tempo. Invece di una gioia passeggera, riceviamo un certo ed innegabile diritto alla felicità di Dio, perché è proprio in questo che consiste il merito. – Una tale disposizione non è un vantaggio? Cos’è il tempo in confronto all’eternità? Quando il buon Maestro si rifiuta di pagarci in contanti per i nostri servizi con consolazioni temporali e preferisce convertirli in un capitale sotto forma di eterno merito, si obbliga per la sua bontà, a darci per questi prestiti, fatti liberamente, non l’interesse del cinque per cento, non del cento per cento, ma l’infinito per una nullità. Non sarebbe un ingrato ed uno sciocco chi non approfittasse di questa capitalizzazione delle proprie opere? Perché, come abbiamo appena visto, la ricchezza è costituita dal capitale, e il capitale è il risultato della prudenza e dell’energia con cui si è rinunciato al godimento immediato del frutto del proprio lavoro. Un egoismo ben inteso è sufficiente per consigliare l’abnegazione in questa vita, all’uomo ansioso di diventare ricco un giorno. Come dovrebbe essere facile l’abnegazione per il Cristiano!

L’aumento di capitale.

Il lavoratore prudente e parsimonioso non aspetta di godere dei frutti del suo lavoro finché il suo capitale non produca interessi. Usa infatti questi anche per incrementare il suo lavoro, per estendere la propria azione e per rendere il guadagni ancor più consistente. Con questo capitale il contadino fertilizza i suoi campi perché producano colture più abbondanti. L’industriale e il mercante possono aumentare, in proporzione ancora maggiori, i prodotti del loro lavoro e delle loro speculazioni, e guadagnare di più senza dover moltiplicare il proprio lavoro. Frutti simili danno il merito al Cristiano. Il valore degli atti, che l’anima in grazia compie, non si misura solo dalla loro perfezione attuale, ma anche dal grado di carità abituale con cui sono animati, cioè dal grado di merito. È una dottrina comunemente accettata dai teologi, che l’anima arricchita con maggiori meriti guadagna di più, compiendo gli stessi atti, di quella che ha meno grazia santificante. Lo stesso servizio reso a un principe da un guerriero che si è coperto già di gloria combattendo per la sua causa, ha più valore ai suoi occhi che se l’avesse fatto l’ultimo dei suoi sudditi. Ci sono tre tesori inseparabili nell’ordine soprannaturale: il merito, la grazia santificante e la carità abituale. Ne consegue che ogni aumento di merito porta necessariamente con sé un aumento proporzionale della carità. Ma la carità è un fuoco che brucia continuamente e tende sempre a comunicare il suo calore. La carità è la grande leva divina e la molla che solleva le anime al cielo. Man mano che l’anima cresce nel merito, diventa più facilmente in grado di elevarsi al di sopra di se stessa; è mossa a compiere atti di tutte le virtù ed ha maggiori risorse a sua disposizione per il raggiungimento di nuovi meriti.

Il merito è conservato nel Cuore di Gesù.

Come si vede, la somiglianza tra il merito e il capitale materiale è così grande che non si può desiderare di più. Allorquando si tratta di ricchezze materiali, è facile vedere come si conservano i frutti del lavoro: il grano che non viene consumato rimane nei granai. L’oro e l’argento, risparmiato dai ricchi, rimane nelle casse. Ma che dire degli atti puramente spirituali? Se si trattasse di meriti puramente umani, la difficoltà non potrebbe essere risolta: di tali atti non rimarrebbe nulla. Ma gli atti di cui parliamo non sono puramente umani, perché la volontà è stata mossa dallo Spirito di Gesù Cristo. Erano infatti atti di Gesù Cristo, più che del Cristiano, ed il cuore del Cristiano ne era il secondo e immediato principio; il Cuore di Gesù ne è stata la prima e principale causa. Perciò, nel Cuore di Gesù hanno trovato l’immutabile permanenza che non avrebbe mai potuto dar loro la virtù dell’uomo. Perché? Perché il potere dell’uomo passa come un’ombra, ma  non quello del Cuore di Gesù. L’uomo vive tutto nel tempo, Gesù Cristo nell’eternità. Egli è il Signore delle cose durature e tutto ciò che è fondato su di Lui partecipa alla sua durata e alla sua immutabilità. – In quel Cuore Divino sono raccolti e conservati tutti gli atti compiuti sotto la Sua influenza, tutti i meriti acquisiti con la Sua grazia. Da Lui ricevono un sigillo di eternità che l’uomo non avrebbe potuto imprimere su di loro. Questi atti sono veramente di vita eterna. Poiché in essa non può esserci nulla di passeggero, il Cristiano si riferisce, per ciascuno di essi, all’eternità. Lungi dal renderli partecipi dell’irrimediabile decadimento della loro natura, egli assume per loro l’immortalità di Gesù Cristo. Infatti, in Gesù Cristo il Cristiano vive e opera; attraverso di Lui merita; la sua vita si dispiega nelle sue membra quando raggiunge nuovi gradi di santità. Per questo san Paolo usa due espressioni senza distinzione per farci capire la natura del merito. A volte dice che cresciamo in Gesù Cristo, altre volte che il Divin Salvatore cresce in noi. Quest’ultima espressione, per quanto paradossale, è corretta, perché la vita soprannaturale del Cristiano è la vita di Gesù Cristo. Come può il progresso di questa vita non essere attribuito a Gesù Cristo? Non si può negare che Dio sia immutabile e incapace di accrescimento. Ma se si compiace di comunicare la sua divinità alle creature mortali e mutevoli, acquisirà in loro il potere di crescere e svilupparsi che non ha in sé. Gli dei creati, che sono i Cristiani, potranno perfezionare sempre più la loro divinità, avvicinandosi giorno dopo giorno alla divinità immutabile. Il Cuore di Gesù darà loro il potere e li aiuterà a metterlo in pratica. Unito sostanzialmente com’è alla natura divina, comunicherà a coloro che si uniscono a Lui le influenze vivificanti; li stimolerà a camminare di virtù in virtù; li motiverà ad esercitare nuovi atti meritori. Egli stesso compirà in essi quegli atti con la sua grazia, preparandosi così a coronare, per l’eternità, i propri doni coronando i loro meriti.

Come si ottiene il merito?

Il merito, il dolce regalo fatto dal Cuore di Gesù alle anime a Lui unite, ci ha manifestato l’infinita bontà del Sacro Cuore. Tuttavia, lo apprezzeremo ancora di più se guardiamo alle leggi che regolano il raggiungimento e la conservazione di quel tesoro celeste. In essa scopriremo misteri d’amore infinitamente consolanti, purtroppo quasi completamente ignorati. Cercheremo di scoprire le sue ricchezze. Prima di tutto, come si ottiene il merito? Il merito è il frutto eterno di tutti gli atti, anche i più insignificanti e momentanei, compiuti da un Cristiano in stato di grazia con intento soprannaturale. Lo stato di grazia rende i Cristiani membri viventi di Gesù Cristo. Conferisce loro la facoltà di compiere opere veramente divine e degne, in tutto il rigore della parola, di una ricompensa divina. Cosa è necessario per far funzionare questa facoltà? Due cose: che dal Cuore di Gesù venga un impulso che spinga il Cristiano ad agire divinamente e che corrisponda al moto divino. Ora, la prima condizione non manca mai; perché come il nostro cuore materiale non manca mai di inviare a tutte le membra del corpo una giusta quantità di sangue, così il Cuore di Gesù riversa incessantemente sulle anime giuste la virtù vivificante che permette loro di compiere le opere divine. Sentiamo come dice il Concilio di Trento: « Come il capo fa sentire costantemente il suo afflusso nelle membra, e il tronco della vite comunica continuamente la sua linfa ai tralci, così Cristo Gesù riversa in tutte le anime giustificate la virtù che previene, accompagna e segue ogni opera buona. » Che cosa manca alle azioni del Cristiano per rivestirle di dignità divina e di un infinito merito? Si lasci muovere dall’impulso che riceve e compia tutte le sue opere alla presenza di Dio. – È un dogma di fede che, quando siamo nello stato di grazia, non c’è un momento del giorno o della notte in cui non possiamo compiere opere divine degne della ricompensa divina. Si, in ogni momento, possiamo aggiungere nuove ricchezze al tesoro che possediamo, acquisire un immenso grado di gloria, due volte infinito: prima per sua natura, perché consisterà in un più perfetto possesso di Dio, e in secondo luogo, per la sua durata, che non avrà fine. Per questo non bisogna muoversi da un luogo all’altro, né fare cose straordinarie, né grandi sforzi di intelligenza o di volontà. Basta che facciamo le nostre opere alla presenza di Dio. La rettitudine dell’intenzione ha il potere di divinizzare le azioni, per quanto vili possano essere. Il povero contadino nelle sue occupazioni agricole, il servo che spazza la casa del suo padrone, fintanto che ha nei suoi compiti l’intenzione di piacere a Dio, danno alle sue opere una dignità che i capolavori dell’arte e le meraviglie del genio fatte con intenti umani non hanno. – Non è necessario che l’intenzione che trasforma e divinizza le nostre opere sia attuale, perché ci costa molto rinnovare in ogni momento la risoluzione di lavorare solo per Dio. La nostra debolezza è tale che lo sforzo necessario per farlo potrebbe impedirci di adempiere ai nostri obblighi. Né Dio ci chiede di farlo. Vuole che passiamo ogni momento ad occuparci della nostra salvezza; ma esige anche che adempiamo, con tutta la nostra attenzione, ai doveri che il nostro Stato ci impone. Come possiamo allora conciliare le due cose? Un modo semplice è quello che ci offre la bontà del Cuore di Gesù. Determiniamo determinati momenti per rinnovare la nostra unione con Lui e per rettificare l’intenzione. Almeno dovremmo farlo all’inizio della giornata e, se possibile, più volte durante il giorno. Questo sarà sufficiente per estendere la virtù di queste intenzioni a tutte le nostre opere e per comunicare loro un merito infinito. Come si potrà mai ringraziare abbastanza il Cuore di Gesù per averci reso così facile l’acquisizione delle sue eterne ricchezze?

Cos’è che toglie il merito al Cristiano?

Quanto durerà il merito così facilmente raggiungibile? Durerà finché non ci spoglieremo volontariamente di esso attraverso il peccato mortale. Se è eterno, non c’è potere che ce lo possa togliere in cielo, o all’inferno, o in Dio stesso. I meriti acquisiti fanno parte della ricchezza del Corpo mistico di Gesù Cristo. Distruggerli significherebbe impoverire il Salvatore. Eppure quel potere che né Dio in cielo, né i demoni all’inferno hanno, ha ognuno di noi, perché possiamo farci nemici di Dio, se lo desideriamo. Ora, non possiamo essere nemici di Dio e conservare ancora il diritto di possedere Dio? Evidentemente, perché rompendo con Dio a causa del peccato mortale, poniamo termine al merito della nostra anima. Notiamo una cosa consolante: solo il peccato mortale ha il potere disastroso di spogliarci delle nostre ricchezze spirituali. Il veniale, per quanto grave, ci impedisce solo di aggiungere nuovi meriti con l’abbondanza con cui li avremmo ottenuti se la nostra anima fosse stata più pura. Ma non diminuisce quelli già acquisiti. Perché, come abbiamo già detto, essi sono conservati nel Cuore di Gesù come un deposito inviolabile, finché il peccato mortale non rompe i legami che ci uniscono a Lui. Sbaglieremmo a interpretare con un certo rigore l’adagio degli scrittori asceti: « Non andare avanti è andare indietro ». Una frase vera, se applicata appropriatamente alle attuali disposizioni di fervore, generosità e raccoglimento. Quindi, se non vogliamo rendere difficile l’acquisizione di nuovi meriti ed esporci al rischio sempre maggiore di cadere nel peccato, dobbiamo essere sempre più forti, per evitare che la pigrizia prenda il sopravvento. Ma se si tratta delle solite disposizioni, di santificare la grazia e il merito, non è vero che non andare avanti sia come andare indietro. Non si può tornare indietro senza una caduta. Non solo, non si può tornare indietro se l’anima è unita per grazia al Cuore di Gesù. Infatti, anche il Cristiano più negligente non si lascerà sfuggire una settimana senza fare qualche atto soprannaturale e senza aggiungere nuovi meriti. Potrebbe accadere che, per un atto meritorio, commetta migliaia di colpe veniali. Ma che differenza tra le conseguenze di questi tipi di atti! Il demerito delle seconde ha un effetto temporaneo, mentre il frutto del primo è eterno. Supponiamo che queste colpe mantengano il Cristiano in Purgatorio fino al giorno del giudizio. Certo costui sarebbe degno di ogni commiserazione se, a causa della sua negligenza, dovesse essere sottoposto a tali terribili punizioni. Ma, alla fine, queste saranno finite e non potranno essere paragonate alla gloria eterna di ogni atto soprannaturale compiuto.

Come recuperare i meriti perduti.

Ci insegna la teologia che, quando il peccatore riacquista l’amicizia di Dio, sia attraverso un atto di perfetta contrizione, che attraverso la ricezione del Sacramento della Penitenza, riacquista tutti i meriti che possedeva prima di prima della sua caduta. Egli era rovinato e improvvisamente torna in possesso delle sue antiche ricchezze. Cosa dico? Più ricco ancor di prima, poiché al merito delle buone azioni compiute prima del peccato, si aggiunge quello del Sacramento appena ricevuto o del perfetto atto di contrizione appena compiuto. – La teologia ci spiega come sia possibile questa meravigliosa resurrezione dei meriti distrutti dal peccato, poiché la loro distruzione non è stata completa. Più che un annichilimento, è stata una sospensione. Quando il Cristiano, separandosi dal suo Capo, non riesce a raccogliere i frutti delle sue opere, ne rimane in possesso Gesù Cristo, tenendoli nel suo Cuore, come le acque dell’oceano sono fermate dalle dighe. Una volta che l’argine venga rimosso, cioè quando il peccato sia distrutto dalla penitenza, la comunicazione tra il cuore del Cristiano e il Cuore di Gesù si ripristina e, subito, i meriti persi dal cuore del colpevole, ma conservati dal Cuore del Maestro, si comunicheranno senza esitazioni dall’uno all’altro: « Vi restituirò – dice il Signore – i frutti dei vostri campi, che gli insetti divoratori vi hanno tolto ». Questa promessa si adempie quando un peccatore si converte alla penitenza, perché nello stesso momento i suoi peccati vengono distrutti e i suoi meriti gli vengono restituiti.

Come conservare i meriti.

Per il Cristiano militante il merito è un diritto inalienabile alla felicità e alla gloria di cui gode il Figlio di Dio in cielo. Quanto non è esaltata la bontà del divino donatore dal fatto che possiamo così facilmente raggiungere questo prezioso dono! Un’azione insignificante, soprannaturalizzata dall’unione presente o abituale con il Cuore di Gesù, è sufficiente per aumentare la nostra fortuna presente e la felicità eterna. Non abbiamo motivo di esclamare con San Paolo: « grazie a Dio per il dono ineffabile della sua bontà? » Forse qualcuno penserà che, così come possiamo acquisire facilmente questo tesoro, possiamo anche perderlo; e che dobbiamo fare grandi sforzi se vogliamo conservarlo. Supponiamo che sia così, possiamo lamentarcene? Niente affatto, perché vale la pena di custodire un tesoro eterno facendo qualche sforzo e vigilando. Ma se viene tenuto per sé, in qualche modo non può essere perso? Ora, se ricordiamo ciò che è stato detto prima, potrebbe essere proprio così. Ma non abbiamo forse detto che il merito è un tesoro affidato dal Cristiano a Gesù Cristo? E San Paolo: « So nelle cui mani ho messo il mio tesoro, e sono convinto che mi basta preservarlo da tutti i pericoli. » Questo tesoro non è custodito solo nel cuore dell’uomo, mutevole e caduco, ma anche nel Cuore di Gesù che, con la sua unione alla divinità, partecipa all’immutabilità di Dio. E come potrebbe non essere così, se è il frutto delle opere che Gesù, Capo della Chiesa, ha fatto nei suoi membri ed è proprietà comune dei membri e del Capo? E il Capo Divino, per caso, è soggetto alle influenze che tendono incessantemente ad abbassarci e ad impoverirci? No, non avete nulla da temere da per queste ricchezze. In breve, possiamo dire:

1°) Che la mera tiepidezza, per quanto lamentabile, non sminuisce minimamente i nostri meriti acquisiti. Guadagniamo meno ma teniamo quello che avevamo. Il capitale divino produce meno, ma non è diminuito.

2°) Gli stessi peccati veniali non sminuiscono il merito. Producono nell’anima effetti più funesti di quelli della tiepidezza, soprattutto se si convertono in abito. Devono certo suscitare in noi orrore perché sono offese alla bontà divina, macchiano la nostra anima e ci rendono passibili di pene più o meno gravi, ma, lo ripetiamo, non possono impoverirci!

3°) Ma il peccato mortale non annichilerà irrimediabilmente il merito? No, rispondiamo con i teologi, il peccato mortale, non seguito dalla eterna riprovazione, non annichilisce irrimediabilmente il merito. Ebbene, allora cosa fa? Gli impedisce di percepire i frutti e di cingersi della corona, di cui era legittimo detentore. Nemico di Dio per il peccato e schiavo di satana, egli non può, mentre si trova in un tale triste stato, aspirare al possesso della felicità di Dio, alla partecipazione della regalità di Gesù Cristo. Ma se Dio prolunga la sua vita, se sfugge all’orrendo pericolo in cui il peccato mortale lo ha posto, e se recupera la grazia, avrà di nuovo tutti i suoi meriti. Li recupera ancor più uniti alla grazia del Sacramento ricevuto o per l’atto di amorevole pentimento che lo ha riconciliato con il suo Dio.

Conclusione consolante.

Possiamo giustamente trarre da queste verità una conclusione tanto consolante quanto la dottrina da cui deriva: è impossibile per un’anima, unita dalla carità al Cuore di Gesù, tornare indietro. San Paolo dice che per tali anime non c’è condanna. Come abbiamo detto, non vi è alcuna caducità o perdita di diritti. Nell’ordine delle disposizioni abituali, un’anima in stato di grazia non può fare un passo indietro e difficilmente può passare giorni senza compiere qualche atto soprannaturale ed avanzare sulla via della santità. Ora, la gloria che avremo in cielo si misura solo con le disposizioni abituali. Il grado di grazia abituale, che l’anima raggiunge attraverso i suoi meriti, è proprio il grado della sua unione con Dio, che servirà come regola al Giudice sovrano per indicare ad ogni eletto il rango e il trono che debba occupare in cielo. – Se diamo uno sguardo alla vita passata troveremo motivi di dolore e di vergogna. Forse ci vergogniamo di noi stessi quando pensiamo agli anni in cui abbiamo corso con coraggio sulla via del servizio divino. Forse i nostri volti saranno coperti di rossore, vedendoci meno ferventi dopo tante nuove luci, tante grazie interiori, tanti Sacramenti ricevuti. Ma ricordiamoci che, anche se abbiamo perso molto, la nostra situazione, se siamo in grazia di Dio, è molto migliore delle ore più feconde della nostra giovinezza. Resta solo il fatto che, gettando via ogni scoraggiamento, ci scrolliamo di dosso la pigrizia e ravviviamo le nostre disposizioni attuali, che con l’aiuto del Cuore di Gesù potremo trasformare in quelle più ferventi. Vogliamolo e tutto è guadagnato.

IL CUORE DI GESÙ E LA DIVINIZZAZIONE DEL CRISTIANO (14)

H. Ramière: S. J.

Il cuore di Gesù e la divinizzazione del Cristiano (14)

[Ed. chez le Directeur du Messager du Coeur de Jesus, Tolosa 1891]

TERZA PARTE

MEZZI PARTICOLARI DELLA NOSTRA DIVINIZZAZIONE

Capitolo XII.

IL CUORE DI GESÙ ED IL MATRIMONIO.

Idee generali sul Sacramento del Matrimonio.

Se c’è uno stato nella società che esige un amore puro e sacrificale, è senza dubbio quello che impone all’uomo i pesanti fardelli della paternità; alle donne i dolori, i pericoli e le angosce della maternità, la sottomissione ai mariti che porta con sé un legame perennemente indissolubile, ai genitori il doloroso dovere di educare i figli: in una parola: il matrimonio. Per fornire agli uomini un mezzo per adempiere agli obblighi quasi sovrumani di questo stato, Gesù Cristo ha anche istituito un Sacramento. Attraverso di esso, riversa la dolcezza nei cuori disposti ad unirsi a Lui, santifica l’amore che la natura ispira e lo riveste con la qualità e la forza che non potremmo sperare nella natura. Anche il matrimonio merita di essere chiamato il Sacramento del Cuore di Gesù. Se ci fosse permesso di esprimere un sentimento, diremmo che non ci piace il fatto che le istruzioni date al popolo in questa materia siano così scarse. Cosa significa questo? Che molti che le apprendono non hanno imparato a considerarle alla luce della fede e praticamente ci vedono poco più di quello che vede il mondo, cioè un contratto civile ed un cambio di posizione. Ignorando sia i beni che il Sacramento conferisce, loro sia i pericoli da cui intende liberarli, non sanno né godere dei primi né fuggire dai secondi. Non essendo stati sufficientemente preparati nella loro giovinezza ad i loro obblighi futuri, perdono le abitudini e i sentimenti di un’educazione cristiana, quando ne avrebbero maggiormente bisogno e potrebbero produrne i frutti più grandi.

Rapporto tra il Cuore di Gesù e il matrimonio.

A) Intimità dell’unione del Verbo con la natura umana e l’intimità dell’unione coniugale.

Alcuni si stupiranno che si possa anche solo pensare di cercare un rapporto tra il Cuore verginale di Gesù e lo stato opposto alla verginità. Ciononostante, esiste. Nella sua epistola agli Efesini, San Paolo ci fa vedere come la santità e la nobiltà divina del matrimonio derivi dall’essere immagine ed estensione dell’ineffabile, indissolubile e feconda alleanza che il Verbo di Dio ha stretto con la Chiesa nell’Incarnazione. Questa alleanza è stata prefigurata nell’unione di Adamo ed Eva, il cui primo frutto, e organo infinitamente fecondo, è stato il Cuore di Gesù. Quando Adamo si svegliò dal suo sonno misterioso, vide davanti a sé la sposa che Dio aveva appena formato dalla materia più vicina al suo cuore, ed esclamò: « Ecco, questa è la parte più profonda delle mie ossa e la carne della mia carne; l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si congiungerà con sua moglie. » Con queste parole formulò le leggi eterne del matrimonio e pose le basi della società umana. Quanto sono toccanti le analogie tra le due unioni, ma soprattutto le loro differenze! Quando Dio decide di unire Adamo ed Eva, inizia col separarli. Toglie qualcosa al primo uomo per farne una persona diversa, ma dice anche che sono due in una sola carne. Quando la Parola di Dio vorrà unire la nostra natura, troverà i mezzi per unirla a Sé con un legame così stretto da formare con essa una sola persona. Adamo ed Eva, marito e moglie, per quanto teneri nell’amore che li unisce, sono due esseri indipendenti, e hanno due cuori, solo moralmente in sintonia tra loro. In Gesù Cristo, invece, il Figlio di Dio e il Figlio dell’uomo, la natura divina e la natura umana formano una sola sostanza completa, hanno un solo cuore in cui l’amore divino e quello umano confondono le loro fiamme, ed è sia il Cuore di Dio, che il cuore dell’uomo.

B) Fertilità dell’unione del Verbo con la natura umana e dell’unione matrimoniale.

Adamo ed Eva hanno trasmesso ai loro discendenti solo una vita umana, che, pur emanando dalla loro, è totalmente diversa da essa. E lo sarà ancora di più quando si avvicinerà alla perfezione. Più il bambino cresce e diventa forte, meno ha bisogno della compagnia e del sostegno dei genitori. Inoltre, presto li lascerà per fondare una nuova famiglia egli stesso. Molto diversa è la fruttuosa unione del Verbo di Dio con la nostra natura. Dando questa unione al Verbo una vita umana, Egli la dispone a dare agli uomini una vita divina, che, riversata dall’inesauribile fonte del suo Cuore, non sarà solo un’emanazione, ma la vera comunicazione della sua stessa vita. Coloro che la riceveranno saranno figli di Dio e allo stesso tempo suoi membri viventi. Ogni loro atto e movimento sarà l’effetto dell’influenza del Cuore di Gesù e la loro vita sarà tanto più esuberante e vigorosa quanto più intima sarà la loro unione con il Cuore Divino. La Chiesa, che è la società degli uomini animata dalla vita di Gesù Cristo, non è solo la famiglia di Dio, ma è veramente il Corpo di Dio.

C) L’unione del Verbo con la natura umana, modello di unione della famiglia.

Se l’unione di Dio con la nostra natura è infinitamente più stretta di quella che esiste nel matrimonio tra marito e moglie, tra genitori e figli, è anche un modello per loro. È questa la meta a cui, per volontà di Dio, deve tendere continuamente, anche se non potrà mai raggiungerla. I coniugi cristiani non si ameranno mai l’un l’altro come si amano Gesù Cristo e la Chiesa. Un uomo non farà mai per la sua compagna di vita ciò che il Figlio di Dio ha fatto per la povera umanità quando, mosso da un amore ineffabile, scese dal cielo e la tirò fuori dal fango dove era già povera, sporca, coperta di stracci, rosa da orribili piaghe e la lavò con il suo sangue, curò le sue piaghe, la adornò con la sua porpora e la fece sedere sul suo stesso trono. D’ora in poi Essa sarà inseparabile dalla sua divinità. Ha lo stesso fine e le stesse prerogative e la stessa gloria e la stessa eternità. Il Figlio di Dio, facendo sue tutte le sue miserie, le ha dato l’unico possesso di tutti i suoi beni. Anche la moglie più sacrificata non farà per il marito quello che la Chiesa ha sempre fatto per Gesù Cristo. Ereditiera di tutte le sue ricchezze e di tutte le sue glorie, Regina della terra, come Egli è il Re, non vuole altro privilegio in questo mondo che soffrire per il suo Sposo Divino, continuare il suo Sacrificio, immolare se stessa per Lui come Egli si è immolato per Essa. È una serie di persecuzioni, ignominie, lotte, sconfitte. Non c’è potere umano che non abbia messo le mani su di Essa e che non abbia potuto vantarsi di averla combattuta. Tutto il suo desiderio è stato quello di pagare l’immenso debito d’amore che aveva verso l’Uomo che è morto per Essa. Non sarà considerata felice finché non si sentirà una copia viva della lunga passione di trentatré anni che Gesù Cristo ha sofferto per Essa in questo mondo. I veri coniugi cristiani avranno sempre questo modello davanti agli occhi e faranno di tutto per diventare giorno dopo giorno più simili ad esso. Nel legame che li unisce, essi vedranno prima di tutto il dovere di sacrificarsi l’uno per l’altro.

D) Lo Spirito Divino lega tra loro gli sposi cristiani.

Questo Spirito è reale e veramente presente nel cuore degli sposi cristiani, che è il legame vitale dell’unione ineffabile di Gesù Cristo e della Chiesa, che ha spinto Gesù Cristo a immolare se stesso per la Chiesa e la Chiesa per Gesù Cristo, che ha tanto addolcito il Cuore di Gesù le sue pene più amare, che a sua volta ha alleggerito le tribolazioni più crudeli della Chiesa. Esso è veramente presente nel cuore dei coniugi cristiani e produce gli stessi effetti: fa sopportar loro con gioia le prove che la loro unione comporta ed accettare, senza mai scoraggiarsi, la sottomissione e le delusioni che l’accompagnano. Questa unione neutralizza la diversità delle opinioni e dei caratteri; previene o attenua gli attriti; alleggerisce i fardelli; addolcisce i dolori; dona piacere e consolazioni di cui non avrebbero mai assaporato la dolcezza, se avessero aspettato e cercato solo i piaceri terreni. Mentre le unioni che nascono dalla passione o dal puro affetto naturale di solito si allentano in breve tempo e vengono frantumate in un giogo insopportabile, il contrario accade per quelle di coloro il cui legame è il Cuore di Gesù: queste si stringono con il tempo, e invece di appassire, sembrano ritrovare una nuova freschezza e rigogliosità. E più è piacevole la loro intimità, più è felice la loro fertilità.

E) I genitori, secondo il Cuore di Cristo, comunicano la vita divina ai loro figli e vivono intimamente uniti a loro.

I genitori, secondo il Cuore di Gesù, imparano da Lui a comunicare ai loro figli la vita soprannaturale di cui Egli è la fonte e dalla quale i genitori stessi l’hanno ricevuta così abbondantemente. La carità diventa in loro un mezzo di educazione molto potente. Sotto la sua influenza, i cuori dei bambini si aprono. Impregnati fin dalla più tenera età della loro vita della scienza del vero amore, la più necessaria per l’uomo, sono meravigliosamente disposti verso altre utili conoscenze. Poiché il cuore è la grande sorgente dell’organizzazione umana, quando questa facoltà sovrana funziona bene, è impossibile che le altre facoltà non si sviluppino con essa. In questo modo, l’influenza con cui il Cuore di Gesù unisce i genitori l’uno all’altro, si estende ai loro figli, unendoli agli autori dei loro giorni, non solo durante l’adolescenza, ma per tutta la vita; ed ancora di più, durante l’eternità, perché eterna è la carità divina, principio di tale benefica influenza. Le due unioni hanno lo stesso fine: dare a Dio nuovi figli, dare al cielo nuovi cittadini; aumentare il suo regno, far crescere il suo Corpo mistico; entrambe hanno lo stesso legame: lo Spirito di Dio e la carità che dal Cuore di Gesù si riversa in quello degli sposi. Entrambe producono gli stessi frutti: l’intima unione delle anime e la comunicazione della vita di Dio. Ecco perché il Matrimonio è un grande Sacramento: il segno sensibile ed efficace di qualcosa di sacro tra tutte le altre cose, del primo mistero della Religione, della grande opera dell’amore divino, l’alleanza del Creatore con la sua creatura che, dal cuore di un uomo, ha fatto il Cuore di un Dio.

Triste esperienza di molte unioni

Molto diversa è l’unione di coloro che si impegnano nel matrimonio senza considerare né poco né molto gli insegnamenti della fede. Questi, molto numerosi, si sposano alla pagana piuttosto che come Cristiani, anche quando si attengono a chiedere le benedizioni della Chiesa. La passione, l’interesse, o forse la convenienza puramente umana, sono le ragioni che li spingono a mettere sulle loro spalle fardelli spesso al di sopra delle forze naturali. Si preoccupano poco anche delle garanzie che possono rivendicare gli interessi eterni dell’anima, cioè le garanzie più indispensabili, anche per quanto riguarda il benessere temporale. La fortuna, la posizione sociale, i rapporti, tutto ciò che è più esteriore, sono messi al primo posto; le qualità personali e soprattutto quelle morali e religiose, condizioni essenziali di felicità, del sacrificio e quindi di vera serenità, non sono prese in considerazione, né si nota la loro assenza, fino a quando non c’è altro rimedio che piangere amaramente su di esse. Una volta realizzata l’unione, allora, gli ornamenti, gli addobbi, i doni, le felicitazioni, le gioie, la libertà, le disposizioni, assorbono completamente la mente. I fastidiosi doveri, i sacrifici e le responsabilità, sono convenientemente seppelliti nell’oblio. Così accade che quando si presentano i sacrifici, si impongono gli obblighi ed il peso della responsabilità diventa più schiacciante; quando le rose che inizialmente circondavano i legami indissolubili del matrimonio appassiscono e si lasciano apparire così come sono; quando la passione si spegne e l’incostanza del cuore getta via il primo affetto dando origine ad altri che ne sono totalmente opposti; quando invece della libertà sognata, si incontrano legami di ogni tipo: l’anima che, di per sé, non ritrova la grazia per portare il peso, mormora, si abbatte, si irrita, si scrolla di dosso il giogo, si lamenta delle difficoltà del suo stato, della società, di Dio. Miserabili! Farebbero meglio a lamentarsi di loro stessi e di coloro che, abusando della sconsideratezza di questi infelici, li hanno condotti a uno stato di cui nessuno si è preoccupato di avvertirli ed a cui nessuno li ha preparati nell’adempiere ai gravi obblighi.

Il Cuore di Gesù e l’Indissolubilità del matrimonio.

È nota la ferocia infernale con cui scrittori e nemici di Dio lavorano per minare l’edificio sociale, distruggendo l’indissolubilità del matrimonio. Con una logica che ci sembra irresistibile, si affidano all’impossibilità dell’uomo di adempiere agli obblighi di uno stato che esige una costanza di volontà e un impero sulle passioni superiore alle forze della natura. È impossibile confutare con successo un tale argomento, se si rifiuta l’insegnamento di Gesù Cristo e si sottrae il matrimonio all’influenza soprannaturale della grazia. È facile dimostrare che l’indissolubilità del matrimonio sia un’istituzione necessaria per la conservazione della famiglia e il vero progresso della società. Ma questo non prova che sia nelle mani dell’uomo, lasciato a se stesso, il farlo. Siamo alla presenza di uno di quegli enigmi sociali la cui unica soluzione è nel Cuore di Gesù. È una soluzione sublime e consolante in teoria e consolante in pratica. Ciò che il cuore umano non può trovare in sé, la dedizione perfetta all’altro, l’abnegazione, la fedeltà inviolabile, viene concessa dalla carità del Cuore di Gesù a coloro che sono uniti a Lui. È possibile che la società dubiti ancora che se profana il matrimonio, sia minacciata? È possibile che, quando il Vicario di Gesù Cristo ricorda le condizioni vitali del matrimonio cristiano, si rifiutino i suoi insegnamenti come un tentativo contro il progresso, invece di riceverli con gratitudine?

Capitolo XIII

IL CUORE DI GESÙ E LO STATO DI VERGINITÀ

Lo stato di verginità è più santo di quello del matrimonio. Lo stato del matrimonio è il più sacro? Per niente; e chi osasse affermarlo sarebbe contro la Chiesa, che nel Concilio di Trento ha definito lo stato di verginità più santo e perfetto. Lo scopo dello stato di verginità è di disporre le anime affinché il Cuore di Gesù realizzi l’intima unione, senza riserve, attraverso la quale Egli si è donato alla sua Chiesa, perché Egli possa soddisfare in loro tutti i desideri e le aspirazioni del Suo amore. In questo consiste la gloria di questo stato, questo lo rende lo stato per eccellenza del Cuore di Gesù. È in essa infatti che le anime contraggono con il Cuore Divino legami incomparabilmente più intimi e fecondi di quelli risultanti dal Sacramento del Matrimonio. Prima di sviluppare questa idea facciamo due osservazioni importanti. Parlando della santità dello stato di verginità, non vogliamo canonizzare tutti coloro che l’hanno abbracciata, né metterli davanti a coloro che sono sulla via ordinaria. La santità infatti consiste propriamente nella carità, e l’anima che più ama Dio e il prossimo è la più santa, qualunque sia il suo stato. Ci sono però stati più santi degli altri, e sono quelli che hanno più facilità e mezzi per amare Dio, quelli che presuppongono di per sé un amore più grande: in questo senso lo stato di verginità è più santo del matrimonio. E a quale verginità attribuiamo tale eccellenza? Non a colui che fugge dal Matrimonio per i sacrifici che comporta, ma al volontario. A colui che nasce da una vocazione celeste, conosciuto, amato e soprattutto anteposto ad ogni contratto umano. A colui che merita che Gesù si doni all’anima come il migliore degli sposi per darsi completamente a Lui. A colui che evita con scrupolosa cura le minime macchie di anima e di corpo, a colui che offre un vero sacrificio, un olocausto perfetto. È questo i Santi elogiano abbondantemente nei loro scritti: perché la paragonano alla vita degli Angeli per averne preservato la purezza in mezzo alle tentazioni a cui sono soggetti. Con Sant’Ambrogio lo chiamano la milizia celeste; con San Cipriano, il fiore del piano divino il cui stelo è la Chiesa; la gloria e l’ornamento della grazia spirituale; l’immagine di Dio che riproduce la santità del modello divino; la parte più illustre del gregge del Signore.

La verginità nei piani del Cuore di Gesù.

L’Incarnazione del Verbo di Dio è un’opera eminentemente amorosa, il cui termine è il più ineffabile, intimo, completo ed indissolubile di tutte le alleanze tra il Figlio dell’Altissimo e la nostra miserabile natura. Realizzato nella natura individuale che ha preso il Verbo nel grembo di Maria e con la quale Egli è solo una Persona, comunicherà i suoi frutti a tutte le anime che accetteranno le sue condizioni gloriose. Ognuno di loro potrà fregiarsi del titolo onorifico di Sposa del proprio Dio e formare con gli altri la Chiesa, che è la Sposa in modo eccellente. L’unione del Figlio di Dio con la sua Chiesa, o, come dice San Giovanni, le nozze dell’Agnello, è l’opera divina per eccellenza del Cuore di Gesù. È stato annunciato dai Profeti e celebrato in anticipo nelle loro glorie. È prefigurato dalla storia dell’Antico Testamento. Il Vangelo racconta la sua realizzazione e l’Apocalisse di San Giovanni ne rivela la consumazione. Alcuni salmi e, in modo particolare, il Cantico dei Cantici, sono il canto nuziale in cui lo Sposo e la Sposa aprono il loro cuore in mezzo ad ineffabili trasporti. L’amore del Figlio di Dio per la sua sposa è un amore senza limiti. Vuole che ella sia tutta sua perché vuole essere tutto suo. Non può permettere nessuna macchia, nessuna ruga, nessuna deformità in lei. Un solo capello della sua testa che fosse disordinato lo costringerebbe a toglierle gli occhi di dosso. La Chiesa, così come la vediamo oggi e così com’è stata fin dall’inizio, non può presentarci in molti dei suoi membri le perfezioni o gli ardori descritti dai libri ispirati. Al contrario, vediamo in loro molte imperfezioni e molta tiepidezza. È vero che nella sua essenza, o, che è la stessa cosa, nella sua dottrina, nella sua morale, nei suoi sacramenti e nel suo culto, è sempre santa. Ma crediamo che questo possa soddisfare l’amore del Cuore di Gesù e soddisfare tutte le sue aspirazioni? Perché sarebbe un assurdo pensare che Egli ami nella sua Chiesa un essere astratto o solo i mezzi di salvezza che offre alle anime. Egli ama loro, le anime che sono la Chiesa vivente, e quindi la Chiesa del Dio vivente, per la quale è morto e vive in cielo e muore misticamente ogni giorno sull’altare. Per questo vuole essere amato e con esse vuole celebrare matrimoni ineffabili che permetteranno loro di vivere in Lui e Lui in esse.

Vocazione e missione di chi è vergine

Non basta che in tutti gli stati scelga anime completamente consacrate a Lui. Deve essercene una in cui questa consacrazione sia professata apertamente e abbia la sua ragione d’essere. Ecco perché, in tutte le classi sociali, alte e basse, a volte anche sui gradini del trono, lo Sposo celeste lascia che la sua voce sia ascoltata dalle anime prescelte, ispirando in esse un desiderio simile al suo, che è quello di essere solo sue, come Lui è di loro. Egli le ispira ad essere stanche di tutto ciò che è delizioso e grande sulla terra. Le porta via dal mondo o le fa vivere in esso come pellegrine e straniere. Instilla in loro i suoi sentimenti, le fa agire come Lui e affida loro la difesa dei suoi interessi. In una parola, procura loro, in carne ed ossa mortali, una vita totalmente divina. Questa è la vocazione e la missione dei vergini. Essi sono, in un certo senso, la personificazione della Chiesa, la Sposa Vergine dell’Uomo-Dio. Sono i rappresentanti e i continuatori della bella e gloriosa razza iniziata da Maria Vergine Madre e la prima e più perfetta personificazione della Chiesa. Sono la gioia ineffabile dello Sposo Divino, perché solo nelle anime con le quali Egli si unisce, trova la gioia nel mondo. Essere tutto è l’attributo incomunicabile di Dio. L’unico omaggio degno di Lui e l’unico che la Sua divinità accetta con piacere, è quello dei cuori che non cercano nulla al di fuori di Lui. E questo è proprio quello che fanno i vergini. Dicono a gran voce al mondo malato che anela e si preoccupa di tutto tranne che di Dio, che Lui solo è tutte le cose e che tutto ciò che non è Lui non è nulla. Gesù ha molti servitori, tra i quali non sono pochi quelli che adempiono la sua legge con lo sguardo rivolto alla ricompensa promessa per i loro servizi. Ma questi non sono i vergini; è chiaro che queste anime generose non rinunciano ai loro interessi, ma esse non li separano da quelli di Gesù. Poiché il loro cuore è quello di Gesù, hanno gli stessi desideri, le stesse gioie e gli stessi dolori. Queste sono le sue vere spose.

Il posto che occupano nella Chiesa coloro che sono vergini.

Guardiamo al mistero della Presentazione di Gesù nel Tempio di Gerusalemme, come la figura della sposa di Cristo. Tutte le anime si offrono e sono unite ad un unico e medesimo sacrificio, l’unico che può essere gradito a Dio: il sacrificio di Gesù Cristo. Ma non tutti lo fanno allo stesso modo e non tutti partecipano in ugual misura al frutto del sacrificio. Simeone si è rivolto a lui con la sua fede e la sua speranza. Anna offre la sua vedovanza. Ma che dire dei genitori vergini del Salvatore, Maria e Giuseppe? Quanto più perfetta era la loro offerta! Seguendo il loro esempio, i vergini continuano nel sacro tempio l’immolazione dell’olocausto che non si interromperà fino alla fine dei secoli. Anche se gli altri sacrifici sono graditi a Dio, Egli di questo è molto più contento e Lo induce a riversare sulla terra i suoi doni migliori e le benedizioni più copiose. La verginità non solo produce l’intimità dell’unione di Gesù Cristo con la sua Chiesa, ma anche la fecondità dell’unione. Ella compie l’antica profezia: la volontaria sterile è la madre di molti bambini e riempie di gioia la sua casa, un tempo deserta (Sal. CXII, 9). Ovunque vediamo case fondate dalla verginità. In essi crescono molti bambini accuditi da vergini eroiche che possono essere chiamate madri ancora più di quelle che li avevano portati in grembo. Ci sono due madri: madri rispetto all’anima e madri rispetto al corpo. Esse riempiono con il sacrificio della loro verginità, l’abisso che apre nel seno della società l’assenza sempre più spaventosa della vera maternità. Chi può calcolare il numero di anime che sarebbero state sepolte nel vizio o che avrebbero smesso di vivere, se la verginità non avesse conservato per loro la vita del corpo e dell’anima? La maternità cristiana non ha come unico scopo quello di dare al bambino la vita miserabile che finisce con la morte, ma, unita alla maternità della Chiesa, offre una vita infinitamente migliore. Gli rivela il suo magnifico destino e lo prepara a regnare con Dio per tutta l’eternità. La madre cristiana è il primo ministro di Dio e della Chiesa, nella misura in cui è legata all’educazione divina dell’anima del suo bambino; è il primo organo del Verbo per l’illuminazione dello spirito; il primo strumento dello Spirito Santo per la formazione dei cuori. Se ogni bambino cristiano è un dio creato, destinato a crescere sulla terra fino a raggiungere la pienezza dell’Essere divino, di cui ha ricevuto il primo germe nel Battesimo, la madre è uno dei principali collaboratori di Dio in quest’opera capitale. Ma quante poche madri sembrano sospettare pur anche la sublimità della loro vocazione e la gravità dei doveri che hanno verso l’anima dei loro figli! Quanti ignorano che i loro figli hanno un’anima immortale e che queste anime hanno bisogno di cibo immortale, che sono esposte a malattie incomparabilmente più dolorose e disastrose di quelle fisiche e che, per evitarle, devono essere circondate dalle cure più squisite e dal sacrificio più fervente! Quanti amano i loro figli solo con un amore puramente animale e pensano solo a dar loro la soddisfazione dei sensi, ed agiscono, alimentando con il più funesto permissivismo, la tirannia dei loro capricci, una vergognosa e irrimediabile schiavitù! Chi si occuperà delle conseguenze dei doveri materni non adempiuti? Chi conserverà alle anime la vita divina, la cui distruzione è favorita primariamente dai loro genitori? Chi insegnerà loro a conoscere se stessi, a stimarsi, a dominarsi? Chi mostrerà loro il Fine a cui devono tendere e la strada che porta ad Esso? Chi illuminerà, nutrirà, fortificherà le loro nobili facoltà e le metterà in grado di godere della vera felicità di questa vita, raggiungendo la felicità eterna? In una parola: dove troveranno le loro madri queste anime? Nella Chiesa, la vera madre delle anime. In Maria, la personificazione più alta della maternità della Chiesa. Ma sia la Chiesa che Maria hanno bisogno di aiuto e di rappresentanti per esercitare la loro maternità. Quali sono le madri visibili per le quali le invisibili devono fornire tali servizi? Lo abbiamo già detto: c’è sulla terra una classe di uomini a cui Gesù Cristo ha dato il potere e ha lasciato in eredità la sua verginità come protezione contro la tiepidezza. Il primo e più necessario esercizio dell’amore materno della Chiesa per le anime spetta ai Sacerdoti e, in modo particolare, ai sacerdoti vergini. Ma non sono sufficienti per tante anime e tanti bisogni. Più di Adamo, che ebbe il compito di coltivare nel paradiso le sue delizie, il Sacerdote, destinato a purificare il giardino della Chiesa da ogni tipo di cardi, ha bisogno di aiuto per completare il suo sacerdozio. Questa gloriosa funzione è riservata alle vergini. Sarà loro e del Sacerdote, ma anche di Maria e della Chiesa: la loro fecondità sarà il risultato della loro verginità. Liberi da ogni ambizione umana e dalle preoccupazioni terrene, essi consacrano il loro essere e la loro forza al servizio di Dio e delle anime. Quanto più sono uniti al Cuore di Gesù, tanto più l’ardente fiamma si impadronirà del loro zelo, del loro amore appassionato per le anime, della sete di salvezza che li consuma e del sentimento intimo della necessità di sacrificarsi per loro. Questa maternità soprannaturale non si limita alla cura delle anime, perché si estende al sollievo dei bisogni e delle sofferenze del corpo. L’uomo non è che un essere composito di corpo e di anima. Non importa quanto sia superiore ad esso, il corpo merita un grande rispetto per l’alta dignità di cui è dotato. Guardate la cura materna con cui la Chiesa veglia sulla purezza del corpo dei suoi figli. Con quante unzioni li consacra. Con quale solennità, dopo che ha cessato di essere la dimora dell’anima, lo colloca nel seno della terra dove sarà trasfigurato. Ereditando le funzioni materne della Chiesa, i vergini ereditano anche la cura rispettosa dei corpi, nei quali vedono i templi viventi dello Spirito Santo. Anche coloro che hanno come missione speciale l’educazione delle anime, guarderanno con tenerezza materna allo sviluppo fisico dei bambini loro affidati. Quanti istituti, senza trascurare il bene delle anime, si propongono di occuparsi dei corpi! Dare da mangiare agli orfani, dare sollievo ai poveri, curare i malati, assistere gli anziani, dare madri a chi non ne ha, anche a quelli la cui età o il cui parto sfortunato sembra privarli completamente della dolcezza materna; madri agli anziani, madri agli orfani, madri ai bambini indifesi. Non è questo un vero miracolo che la verginità compie alla vista del mondo intero, in migliaia di congregazioni?

Odio dei malvagi nei confronti della verginità.

Supponiamo che Platone o Aristotele, quando si dedicavano inutilmente ad escogitare mezzi per rigenerare la società, avessero visto l’infinito numero di case di sollievo da tutte le miserie e da tutte le malattie, in virtù della verginità; i prodigi del sacrificio di sé compiuti da donne che i tempi antichi non hanno mai prodotto; donne che sono allo stesso tempo vergini e madri, tanto più coraggiose nel sopportare i fardelli della maternità quanto più vigorosamente rinunciano alle consolazioni terrene; donne che sono volentieri sterili e divinamente feconde con l’esempio del loro sacrificio. Perché se Platone o Aristotele avessero potuto anche solo sospettare un tale miracolo, non si sarebbero forse commossi per la loro ammirazione ed invocato l’avvento rapido del giorno in cui la splendida stella della verginità avrebbe aleggiato sul mondo? Ebbene, ciò che gli onesti pagani avrebbero guardato con ammirazione, è furiosamente perseguitato nei Cristiani. Molti, invece di elevare la nobiltà delle anime caste, cospirano contro di loro odio e sterminio. Invece di benedire i sacrifici quotidiani e le immolazioni eroiche che sollevano tante miserie, bruciano dal desiderio, in nome di non so quale progresso sociale, di sopprimere tutti questi sacrifici, e lasciare tutti questi mali senza che una diga ne fermi la furia distruttrice. È possibile mai in modo naturale, una tale cecità criminale e un tale odio per il bene morale o fisico? La rabbia con cui chi non chiede altro privilegio se non quello di sacrificarsi per il bene del prossimo, non è forse l’opera del cosiddetto “assassino fin dal principio del mondo”? E, così come l’abnegazione religiosa è la prova dell’azione divina e dell’influenza vivificante del Cuore di Gesù, la furia dei suoi nemici non ci manifesta, in un certo senso, che c’è qualcosa che superi le forze della natura? E la traccia evidente del dito di satana non è un nuovo argomento per l’azione del dito di Dio?

http://www.exsurgatdeus.org/2020/06/16/il-cuore-di-gesu-e-la-divinizzazione-del-cristiano-15/

IL CUORE DI GESÙ E LA DIVINIZZAZIONE DEL CRISTIANO (13)

H. Ramière: S. J.

Il cuore di Gesù e la divinizzazione del Cristiano (13)

[Ed. chez le Directeur du Messager du Coeur de Jesus, Tolosa 1891]

TERZA PARTE

MEZZI PARTICOLARI DELLA NOSTRA DIVINIZZAZIONE

Capitolo IX.

IL CUORE DI GESÙ E LA PENITENZA

Eucaristia e Penitenza: Sacramenti del Cuore di Gesù

Attraverso il Battesimo e la Cresima, il Salvatore ci ha dato il Suo Spirito. Attraverso l’Eucaristia ha aggiunto a questo primo dono quello della sua carne, del suo sangue, anima e divinità. Cos’altro ancora può offrirci? Gesù Cristo non avrebbe più nulla da offrirci sulla terra, se ci vedesse solo come creature imperfette da perfezionare. Ma questa non è la nostra condizione: non siamo non solo imperfetti, ma anche peccatori. E l’ufficio principale del Salvatore è quello di liberarci dal peccato. Per realizzare questo, Egli istituisce un nuovo Sacramento, che ci manifesta l’amore del suo Cuore sotto un nuovo aspetto: il pozzo senza fondo della sua misericordia. La penitenza, come l’Eucaristia, merita di essere chiamata il mistero dell’amore, il Sacramento del Cuore di Gesù. L’Eucaristia è il mistero dell’amore, fino al dono completo di sé. La Penitenza è il mistero del perdono, dell’amore che giunge fino a dimenticare se stesso. Il secondo di questi misteri non manifesta con meno splendore del primo l’onnipotenza del Cuore di Gesù. Quando ha voluto istituire il primo, Egli non ha trovato altri ostacoli che le leggi della natura. Ma per istituire la Penitenza, era necessario superare l’infinita ripugnanza al peccato del Cuore infinitamente santo di un Dio e far prevalere su di essa un’infinita condiscendenza verso l’uomo peccaminoso. Gli Sngeli erano stati liberati dal peccato con una grazia di preservazione. Gli infedeli ad essa, già alla loro prima ribellione, erano stati puniti senza alcuna speranza di perdono. Per l’uomo, più debole di loro, Dio doveva agire diversamente: così come non sarebbe stato impeccabile dopo il primo atto meritorio, così sarebbe stato punito dopo la sua prima caduta. La sua lotta contro il peccato durerà quanto la sua vita: né il Battesimo, né la Cresima, né l’Eucaristia lo metteranno al riparo da questo nemico. Dovrà combattere ad ogni passo, ed in ogni momento potrà essere sconfitto. Ma grazie alla Penitenza, avrà una mano per rialzarsi dalle sue cadute, profittare delle sue sconfitte, trasformare in fonti di merito gli stessi peccati, dei quali tutti sarà spogliato. Solo la misericordia infinita del Cuore di Gesù poteva compiere tali meraviglie.

Penitenza: riconciliazione di due opposti interessi

La prima meraviglia operata dal Cuore di Gesù nel Sacramento della Penitenza è la perfetta riconciliazione dei due interessi che gli uomini hanno sempre visto come inconciliabili: quello della gloria di Dio e quello dell’uomo peccatore. La conservazione della legge e la salvezza del trasgressore. La riparazione del crimine e la conservazione del criminale. Prima di Gesù Cristo, come dopo di Lui, gli uomini hanno cercato invano un bilanciere che permettesse loro di avere in equilibrio tali interessi contrapposti. Solo Gesù Cristo, Giustizia incarnata, ha trovato l’equilibrio che gli uomini hanno cercato invano. E lo ha stabilito con un Sacramento che sembrava tendere alla distruzione di ogni santità e giustizia. Supponiamo che un sovrano abbia una legge promulgata in tutto il suo impero che assicuri l’impunità a ladri, assassini, adulteri e criminali di ogni genere, a condizione che, essendo sinceri e pentiti, confessino i loro crimini, nel più inviolabile segreto, ad un magistrato per questo scopo prescelto. La supposizione è assurda. Ammettiamo, però, che sia così. Chi non crederebbe di vedere in una tale legge il sacrificio di tutti i diritti legittimi, la sanzione di tutti i crimini e gli eccessi, la rovina di tutte le istituzioni sociali? Ebbene, Gesù Cristo non ha avuto paura di promulgare una legge così umanamente assurda, ma che non ha cessato di essere in vigore nella Chiesa Cattolica. Nessun crimine, nessun misfatto è esente dal beneficio di questa legge. Non è stato posto alcun limite alla reiterazione del perdono. L’impunità è assicurata in anticipo a tutti coloro che peccano, qualunque sia il numero e l’enormità delle loro offese, dal momento in cui vengono ad accusarsi con sincerità e con vero pentimento. Affinché questa condizione possa essere facilmente soddisfatta, il numero di magistrati incaricati di ascoltare le confessioni e di perdonare le colpe è in continuo aumento. Sono in ogni parte del mondo, in ogni città, in ogni paese e persino in quasi tutti i villaggi. Hanno l’incarico di non aspettare che i criminali vengano a cercarli, ma di andare loro incontro e di portare il perdono a casa loro, se i criminali trovano troppo dispendioso venire in tribunale. Devono ascoltare senza indignazione la narrazione dei crimini più abominevoli; mostrare compassione ai malvagi per i quali la prigione e il patibolo sarebbero pene molto blande. E dopo aver dimostrato la realtà delle più odiose violazioni della legge divina, la loro unica sentenza dovrebbe essere l’assoluzione, a meno che non la si rifiuti rinnegando volontariamente il pentimento. Come potrebbe funzionare una tale istituzione nella Chiesa senza distruggere completamente non solo la Chiesa, ma anche la legge divina su cui poggia?

La penitenza distrugge il peccato.

La potenza del Cuore di Gesù ha fatto questo miracolo! Un vero miracolo, anche se non unico. Aggiungete quindi a questo Sacramento un secondo, ancora più ammirevole, stupefacente. Sacrificare in apparenza tutti i suoi diritti per la salvezza del peccatore, la giustizia misericordiosa di Dio ha guardato, più efficacemente della giustizia degli uomini, alla distruzione del peccato. Con esso, il Sacramento che sembrava essere l’abolizione della legge è, al contrario, la sua salvaguardia e il suo più potente sostenitore. Lungi dal moltiplicarsi dei crimini, ne ha distrutto le radici più profonde. Perché, ovunque sia stato in vigore, ha reso inutilizzabili non solo le guarnigioni, ma anche le carceri. Basta un momento di riflessione per convincersi che debba essere proprio così. Quali sono le cause del crimine? Non sono forse le passioni disordinate, i cattivi sentimenti del cuore? Lascite germogliare una brutta passione nel profondo dell’anima senza ostacoli, e presto vedrete i suoi frutti velenosi germogliare verso l’esterno. Mancherà solo un’occasione favorevole per far scoppiare il crimine. Le considerazioni umane potranno fermare per qualche tempo le eruzioni del vulcano che ruggisce al suo interno. Ma presto questa diga troppo debole non sarà in grado di contenere la colata lavica in aumento. Sfonderà improvvisamente l’ostacolo, e guai a chi lo ostacola! Per distruggere il crimine è necessario scendere nelle profondità dell’anima e prosciugare la sorgente di questo torrente devastante. Per preservare la società dal contagio del vizio è necessario purificare il cuore dal veleno delle passioni depravate. Questo fa e farà sempre con ineffabile efficacia il Sacramento della Penitenza. Esso obbliga il peccatore a penetrare nei recessi della sua coscienza per riconoscere e distruggere non solo gli atti criminali esterni, ma anche i desideri ed i pensieri più intimi che li suscitano. Poiché il penitente si esporrebbe all’illusione se fosse il solo a istruire la sua causa, gli viene dato il Sacramento della Penitenza da un aiutante istruito, gentile e disinteressato, incaricato di vegliare sugli interessi della legge divina e su quelli della sua anima. Con l’aiuto di questo intimo consigliere, egli può scoprire nel suo cuore tutti i semi che sono stati messi nel terreno e rimuoverli prima che portino i frutti della morte. Se sono germogliati, la Penitenza li strappa via e ne impedisce la rinascita. Sotto la sua influenza, il peccatore prende contro se stesso gli interessi della legge. Si fa da sé proprio giudice, e la punizione interiore che impone a se stesso è più efficace, più santificante e più salutare di tutte le punizioni esterne. Potremmo giustamente dire di questo Sacramento che è in realtà un’ammirevole salvaguardia degli interessi della legge. Infatti, non c’è peccato o crimine, per quanto abominevole, che non sopporti e non perdoni. Ma perdonando il peccatore distrugge il peccato. Colui che viene giustiziato dalla misericordia divina, assolto dal Tribunale della Penitenza, si trasforma in un uomo completamente nuovo: da colpevole è diventato veramente un santo, poiché ha appena acquisito la grazia santificante. La penitenza trasforma il male in merito. La misericordia del Cuore di Gesù in questo Sacramento si estende a molto di più. Non solo distrugge tutte le iniquità, ma trasforma i mali in merito e ci fa trovare, anche nella morte, un mezzo di vita. Quando il peccato è entrato nell’anima ha tolto tutti i suoi meriti, perché il merito è il diritto alla vita eterna, che non può sussistere in un’anima condannata alla morte eterna. Ma questi meriti non sono stati distrutti in modo tale da non poter essere rianimati. Avevano cessato di esistere nella persona del loro legittimo possessore, che, rinunciando ad essi, diventava incapace di rivendicarli. Ma anche quando cessano di esistere nella sua persona, rimangono indelebili nella mente di Dio. Così, quando nella Penitenza il possessore di questi meriti torna in vita, essi rinascono con lui e riportano alla sua anima i frutti immortali. Il peccatore si trova in ascesa e ricco com’era prima di cadere. Ma il Cuore di Gesù non si accontenta di questo: vuole che il perdono sia un anticipo, e che il peccato, di cui si confessa colpevole, sia l’occasione e la questione di nuovi meriti. Infatti, il Sacramento che perdona i suoi peccati produce con la sua stessa virtù un aumento di grazia santificante. Ciascuno degli atti soprannaturali che il penitente compie è accompagnato da un aumento di questa grazia proporzionale al fervore con cui li compie. Ora, ad ogni grado di grazia santificante ne corrisponde uno di merito e di gloria per tutta l’eternità.

Conclusione.

Non è senza ragione che attribuiamo questi miracoli di misericordia in modo speciale al Cuore di Gesù. Per Lui, e Lui solo, è sia l’inizio immediato che la causa remota dei buoni effetti prodotti dal Sacramento della Penitenza. Il sacerdote è l’interprete e lo strumento del Cuore di Gesù. L’assoluzione che egli pronuncia non sarebbe altro che una formula vana se non fosse ratificata dal Cuore Divino e se non mandasse all’anima del peccatore l’unica cosa che può purificarla: la grazia. Questa non è altro che l’applicazione degli infiniti meriti acquisiti dai dolori e dall’agonia del Cuore di Gesù. Solo questo può spiegare ciò che altrimenti sarebbe inspiegabile. Se è così facile per noi espiare i nostri crimini è perché il Cuore di Gesù ha espiato per tutti loro ed ha offerto un prezzo sovrabbondante per ognuno di loro. La facilità del perdono non solo non ci renderà meno odiose le nostre colpe, o pentiti meno amareggiati, ma al contrario, ci farà concepire un dolore mille volte più vivo. Non avviciniamoci mai a quel tribunale della misericordia senza ricordare quella terribile notte del Getsemani, in cui il Cuore di Gesù fu tanto schiacciato che un sudore di sangue fuoriuscì da tutto il suo corpo, gli inzuppò le vesti e inondò il suolo. Questo stesso sangue è versato su di noi. E non saremo forse penetrati dall’orrore più vivido, quando lo riceviamo sopra la nostra testa, dal peccato che lo ha fatto germogliare? Ma come possono tanti uomini mostrare così poca gratitudine a questo capolavoro della Sua misericordia? Come possono rifiutare i mezzi infallibili per riconquistare la pace per le loro anime? Misteri di cecità ed ingratitudine non meno impenetrabili di quelli della bontà divina!

Capitolo X

Il CUORE DI GESÙ E L’ESTREMA UNZIONE

L’Estrema Unzione rispetto agli altri Sacramenti.

Nel Sacramento della Penitenza il Cuore di Gesù dispiega tutte le ricchezze della sua misericordia. Prepara la nostra debolezza ad un copioso riscatto e non pone limiti al perdono. Tuttavia, anche se l’anima riacquista la grazia, può non ritrovare la pienezza della sua forza. Questa debolezza potrebbe essere fatale nella battaglia finale: l’agonia che porta all’eternità. È stato quindi degno della bontà e della saggezza del nostro Capo, l’offrirci un ultimo soccorso per questa crisi. Lo ha fatto attraverso l’Estrema Unzione. La penitenza è un secondo Battesimo. L’Estrema Unzione può essere considerata come una seconda Confermazione. La ragione di questa somiglianza tra questi Sacramenti è la grande analogia dei loro effetti. L’unzione del santo crisma nella Cresima prepara i Cristiani alle lotte della vita, l’unzione dell’olio santo nell’Estrema Unzione li prepara alle lotte della morte. La prima dona all’anima la perfezione della grazia santificante, la seconda la prepara a ricevere la perfezione molto più alta della gloria. Come la pienezza della vita cristiana conferita dalla Cresima è un’emanazione del Cuore di Gesù, così la grazia di una morte cristiana, data dall’Estrema Unzione, scaturisce unicamente dalla carità del Cuore Divino.

Significato e scopo della morte.

Prima di tutto, è necessario comprendere il significato e lo scopo della morte. Questa non è altro che una temporanea riparazione per il peccato, così come l’inferno è la sua eterna espiazione. A causa del peccato, l’uomo nega a Dio il suo titolo di Signore sovrano e di fine eterno. È proprio in questa ribellione volontaria contro Dio, non nell’atto materiale in sé, che consiste la malizia del peccato. Per quanto disordinato possa essere di per sé questo atto, non sarebbe peccato se si ignorasse che è contrario alla volontà di Dio. Ma dal momento in cui l’uomo vuole volontariamente togliere il suo essere dal dominio sovrano di Dio, l’infinita maestà del Creatore esige una riparazione, che gli offriamo offrendogli la morte. La morte, infatti, distrugge l’opera del peccato sulla terra. Essa manifesta il supremo dominio di Dio, prostrando ai suoi piedi l’essere orgoglioso e insolente che aveva osato sollevarsi contro di Lui. È proprio la manifestazione del potere assoluto di Dio attraverso la distruzione di tutto ciò che vi si può opporre, che le religioni hanno voluto mostrare con i sacrifici. L’uomo ha sempre creduto che fosse necessario placare Dio offrendogli vittime la cui immolazione era la figura del suo stesso sacrificio. Dio accetta il simbolo, poiché i sacrifici simbolici sono un atto di religione gradito ai suoi occhi, perché vogliono ristabilire l’ordine distrutto dal peccato. Ma quest’ordine non può essere pienamente ristabilito fino a quando il peccato non sarà punito nell’essere che lo ha commesso. La morte è l’unico sacrificio completo, l’atto supremo della Religione, l’ultima ed indispensabile preparazione dell’uomo peccatore alla sua eterna unione con Dio.

La morte è convertita dal Cuore Divino in un sacrificio di grazia e di consolazione.

Si guardi fino a che punto arriva la bontà e la misericordia del Cuore di Gesù! Questo sacrificio di giustizia e di vendetta è convertito dal Cuore Divino in un sacrificio di grazia e di consolazione per i Cristiani. Come ha divinizzato la nostra vita, Egli divinizza pure la nostra morte. Non sappiamo forse che Egli abbia comunicato una dignità e una virtù divina a tutti coloro di cui si è rivestito per la nostra salvezza? Cosa manca, dunque, perché anche la nostra morte sia divinizzata? Che il Figlio di Dio la prenda come ha preso la nostra natura; che, dopo essere sceso sulla terra, scenda nella tomba e muoia per noi dopo essere nato per noi. Così ha fatto! Ha preso la nostra morte, e l’ha presa per noi, perché Egli era immortale. E così, come ha abbracciato tutte le infermità prendendo la nostra natura, ha voluto anche assaporare tutta l’amarezza e i terrori della nostra morte; con l’intento che queste paure ed agonie siano per noi flussi di grazia e strumenti di vittoria. Anche in questo ha seguito un piano: Egli ci salva, non preservandoci dagli attacchi del male, ma dandoci la forza di sostenere i suoi assalti e superare i suoi sforzi. Lascia i nostri nemici interamente liberi e ci dà la gloria di vincerli combattendo e sconfiggendoli Egli stesso con noi. Per questo Gesù ha voluto soffrire, prima di morire, tutti i dolori e i terrori dell’agonia. Tutto ciò sarebbe estremamente inconcepibile in un Dio, se non tenessimo conto del fatto che si è fatto uomo per essere il Capo dell’umanità, e che ha pagato tutti i nostri debiti. Il primo di questi è stato proprio la morte, e quindi era giusto che Lui la pagasse per noi e ci mettesse in condizione di pagarla con Lui. Quando si immerse nelle acque del Giordano, vi seppellì i nostri crimini. Immergendosi nell’Orto degli Ulivi, nell’oceano amaro dell’agonia, ha dato a queste amarezze la virtù di santificare l’agonia e la morte dei suoi fratelli. Di Lui è stato scritto che riceviamo tutto dalla sua pienezza, per grazia. Vivendo per noi ha acquistato per noi la grazia di vivere con Lui, e morendo per noi ha ottenuto per noi la grazia di morire con Lui. Era molto giusto che, per riversare su di noi i tesori di meriti che Egli ha accumulato nell’amarezza della sua agonia, usasse un canale particolare, il Sacramento dei morenti: l’Estrema Unzione.

Effetti dell’Estrema Unzione

La materia di questo Sacramento è mirabilmente scelta per indicare i suoi effetti. L’olio è una sostanza che illumina, fortifica, ammorbidisce ed è usato per ogni tipo di consacrazione. Produce nell’anima del Cristiano che sta per lasciare questo mondo tutti questi effetti: lo illumina spiritualmente, gli fa vedere la verità delle cose, scoprendo il nulla di ciò che accade, il prezzo dei beni eterni, il male del peccato, il bene della morte. Chi non ha ammirato quell’improvvisa chiarezza che brilla negli occhi dei Cristiani morenti, unti con l’olio santo e alla cui presenza le grandi illusioni si dissipano come una nuvola? Da dove possono venire questi raggi luminosi così improvvisi, se non dal Cuore di Gesù e dalla spaventosa oscurità in cui si è avvolto per amore nel Getsemani e sul Calvario? L’olio santo fortifica l’atleta di Gesù Cristo nel momento in cui sta per sostenere l’ultimo combattimento. Forse fino ad allora è fuggito dalla lotta, forse purtroppo ha ceduto. Tuttavia, egli non può essere esonerato dalla legge universale di non raggiungere la corona senza ottenere la Vittoria. Gli viene presentata una lotta con la quale può recuperare ciò che gli è mancato in tutti gli altri combattimenti, una vittoria decisiva che annullerà tutte le sue sconfitte. Ma la sua natura svanisce, la sua energia si esaurisce e tutto il suo essere è avvolto dal terrore della morte. Dove trovare le armi e l’incoraggiamento necessario per sconfiggere i suoi avversari? Nei tesori del Cuore di Gesù, i cui meriti gli saranno comunicati dall’olio sacro dell’Estrema Unzione. Non appena la santa unzione si sarà estesa attraverso le sue membra, egli potrà dire con l’Apostolo: « Quando più debole mi sento, è allora che sono più potente ». La sua amarezza non sarà diminuita, ma da queste torture scaturirà una fonte di pace e di consolazione. Insieme al Cuore di Gesù morente ripeterà la preghiera dell’Orto degli Ulivi: « Padre mio, se è possibile, passi questo calice da me. Ma non sia fatta la mia volontà, bensì la tua. » L’olio non è solo un principio di forza, ma serve anche per ammorbidire: è uno dei principali lenitivi. Un effetto simile è prodotto dall’olio santo nell’anima del Cristiano morente. Spesso elimina gli orrori della morte, e proprio in coloro che ne avevano con più intensità durante la sua vita, questo effetto appare con maggiore evidenza. Se nell’ultima ora si gode una pace che non si è goduta mai, sappiate che lo dovete al misterioso terrore del Cuore di Gesù: « Non pensavo – diceva un santo religioso – che fosse così dolce morire. Non avevo mai pensato che ad ogni amarezza sofferta dal Cuore di Gesù corrispondesse una nostra dolcezza: grazia per grazia ». L’olio è il mezzo universale di consacrazione. Si usa per ungere sacerdoti e re. È proprio per questo motivo che si usa per ungere il Cristiano nel momento in cui sta per offrire il suo ultimo sacrificio e conquistare definitivamente la sua eterna regalità.

Il Cristiano è, sul letto di morte, sia sacerdote che vittima.

Come Gesù sulla croce, il Cristiano è sul letto di morte, sacerdote e vittima allo stesso tempo. I due uomini che egli porta in grembo dal giorno del suo Battesimo, l’uomo del peccato e l’uomo della grazia, saranno definitivamente separati. La loro separazione non può che consumare la glorificazione dell’uomo di grazia nella misura in cui essa consuma la immolazione dell’uomo del peccato. L’Estrema Unzione prepara il membro di Cristo a compiere, con il suo Capo Divino, una gloriosa quanto dolorosa immolazione. Ogni volta che si avvicinava all’altare, annunciava la morte del Salvatore e si univa misticamente al Suo sacrificio. Ora è necessario riprodurlo realmente per poterne raccogliere tutti i frutti. Nel ricevere l’ultima unzione, si prepara, come membro della razza prescelta, della nazione santa, della tribù reale e sacerdotale, a compiere l’ultimo atto delle sue funzioni sacerdotali. Ma questa unzione è molteplice: si applica ai cinque sensi, ai reni e ai piedi. Perché? Perché nello stesso tempo che consacra il Cristiano come sacerdote, e gli dà la forza di consumare il suo sacrificio, lo consacra anche come vittima, e prepara il suo corpo alla gloriosa trasformazione che lo attende. Aveva violato la legge con tutti i suoi sensi, i suoi poteri affettivi e le sue forze motrici gli erano serviti come strumenti di peccato: vittime che la morte immolerà. Ma poiché questo sacrificio deve essere un sacrificio d’amore, la santa unzione purifica la vittima prima della sua immolazione, figura questa della beatificazione che si realizzerà nella prossima vita. Molto presto quegli stessi occhi, quegli stessi orecchi, quello stesso corpo, quella stessa anima, che la mano del sacerdote prepara con l’ultima unzione per sopportare con fede ed amore gli attacchi della morte, saranno inondati dall’olio della gioia, il balsamo della vita eterna.

Capitolo XI

IL CUORE DI GESÙ E L’ORDINE

L’Ordine nel piano del Cuore di Gesù.

Darla agli uomini, attraverso il Battesimo, aumentarla con la Cresima, offrirgli il cibo divino nell’Eucaristia, restaurarla con la Penitenza e l’Estrema Unzione, sono tanti benefici del Cuore di Gesù, tanti canali attraverso i quali si distribuisce la grazia soprannaturale di cui Egli possiede la pienezza. Affinché questi canali non si esaurissero mai e affinché questi benefici fossero a disposizione delle anime fino alla fine dei tempi, era necessario che Egli scegliesse sulla terra ausiliari e cooperatori, per dare ai figli degli uomini non solo il potere di raggiungere la filiazione divina, ma anche di dare figli a Dio. Bisognava renderli capaci di comunicare la vita di Dio, di distribuire il suo Spirito, di far risorgere le anime, di far crescere il loro corpo mistico, e quindi di far crescere Dio stesso, anche se non è di per sé soggetto a qualsiasi crescita. Questa è la meraviglia delle meraviglie che Gesù ha compiuto sulla terra istituendo il Sacramento dell’Ordine. Alle creature di tutti i regni della creazione, Dio concede l’onore di lavorare con Lui. Non solo li rende partecipi del suo essere, ma vuole anche che partecipino alle sue opere. Così li unisce l’uno all’altro, e rende l’universo nel suo insieme così concatenato e armonioso. Egli lavora ovunque, ma in nessuna parte da solo. Egli muove tutti i corpi, ma lo fa attraverso l’azione di altri corpi. Illumina le intelligenze, ma in genere fa intervenire altre intelligenze. Dà vita a tutti gli esseri viventi, ma richiede la collaborazione di altri esseri viventi. Dio Figlio ha voluto seguire nella redenzione una dinamica simile a quello di Dio Padre nella creazione. Anche se avrebbe potuto fare tutto da solo, voleva avere dei collaboratori. Ha concesso agli uomini l’onore di aiutarlo a produrre la vita soprannaturale, la cui unica focalizzazione e fonte inesauribile è nel suo Cuore. Da Lui, e da Lui solo, gli Apostoli ricevono l’impulso e la forza per far nascere le anime, i Dottori per illuminarle, i Pastori per nutrirle. E attraverso l’opera dei vari cooperatori e il fedele adempimento dei loro ministeri, che le anime vengono santificate e il Corpo mistico del Salvatore cresce. Così il mondo soprannaturale diventa più vario e bello, e l’edificio divino si avvicina sempre più alla perfezione.

Il sacerdote è “Alther Christus”.

Se vogliamo sapere che cosa sia un Sacerdote nella Chiesa, dobbiamo prima di tutto immaginarlo come il luogotenente di Gesù Cristo, come il suo interprete e ministro, e non solo a parole, come un altro Gesù Cristo. Perché non c’è una delle funzioni divine esercitate da Gesù Cristo sulla terra che non sia esercitata anche dal Sacerdote. E non esiste un potere divino conferito al Figlio di Dio dal Padre, che il Figlio di Dio non abbia delegato ai suoi Sacerdoti. Come Lui e attraverso di Lui, essi sono per gli uomini, i loro fratelli, la verità, la via e la vita: tre funzioni in cui si riassume la missione del Salvatore. Gesù Cristo, infatti, è prima di tutto la verità, la luce del mondo, un titolo che gli si dà e che gli è dovuto. Solo Lui ha istruito gli uomini su tutti i grandi problemi, la cui soluzione è di fondamentale importanza per essi. Ma, allo stesso modo, dice ai suoi Apostoli: voi siete la luce del mondo! Se il Verbo divino è la luce che illumina, i Sacerdoti sono le torce con il quale, unico  mezzo, si diffonde la chiarezza. Gesù Cristo è la via e la porta del cielo: chi non entra da questa porta sarà per sempre escluso dalla vita. Chi non segue questa strada, inevitabilmente si smarrirà. Non è solo il Sacerdozio che può mostrare questa via e aprire questa porta? Non ha ricevuto, nella persona del suo Capo, le chiavi del cielo? Gesù Cristo non ha forse dato l’assicurazione che: tutto ciò che legherete in terra sarà legato in cielo e tutto ciò che scioglierete in terra sarà sciolto in cielo? Non vi ha affidato l’interpretazione dei suoi precetti? Non ha forse detto che avrebbe considerato coloro che non avrebbero ascoltato i suoi ministri come ribelli contro la sua stessa autorità? Gesù Cristo è la vita e il Padre delle anime; il nuovo Adamo che genera per l’eternità, a coloro che Egli dapprima fa nascere alla vita vivendo la morte eterna. Non hanno forse i Sacerdoti il diritto di dire a tutti coloro che essi rigenerano con le acque del Battesimo e nutrono col pane eucaristico, quello che San Paolo diceva ai suoi discepoli: « Non sono solo il vostro maestro, ma anche vostro padre, perché vi ho veramente generati in Gesù Cristo »? Infine, Gesù Cristo risuscita le anime, le libera dalla morte del peccato, spezza le loro catene, ripristina la loro salute insieme alla vita, ed è per questo che merita il nome di Salvatore. Ma un tale potere divino, al cui confronto la resurrezione dei morti ha ben poco valore, non viene esercitato ordinariamente attraverso il ministero dei Sacerdoti? Il Sacerdote non pronuncia ogni giorno la parola che fu uno scandalo per i Giudei (perché sembrava loro propria ed esclusiva di Dio): Io ti assolvo, ti libero dal giogo di satana, ti do la vita che avevi perso, il cielo a cui non avevi diritto? Non invano Gesù Cristo disse ai suoi ministri quando ascese al cielo: « Come il Padre mio ha mandato me, così io mando voi ». Non sono vane le promesse che, se rimarrete uniti a Lui come il tralcio alla vite, darete molto frutto e farete opere simili alle sue, anzi più grandi delle sue. Il Sacerdozio ha compiuto questa missione divina e ha realizzato questa magnifica predicazione. Da quando Gesù è salito in cielo, i suoi Sacerdoti non hanno cessato di fare sulla terra le opere che Egli, nella sua vita mortale, ha compiuto; e hanno convertito incomparabilmente più peccatori, illuminato più infedeli, santificato più anime di quante ne abbia fatte Egli personalmente.

Il sacerdote ha potere sullo stesso Gesù Cristo.

Il Sacerdote è veramente un altro Gesù Cristo. Possiamo dire qualcos’altro? Sì, il potere che esercita su Gesù Cristo: il potere di comandare il Figlio dell’Onnipotente. Gesù Cristo, dalla sua Ascensione, ha tre vite: quella gloriosa in cielo, quella sacramentale nell’Eucaristia e quella mistica nelle anime. La gloriosa non può essere soggetta ad alcun potere, perché è elevata al di sopra di ogni principato e potere. Ma, per quanto riguarda le altre due vite, Gesù Cristo è del tutto subordinato al potere dei suoi Sacerdoti. È da loro che riceve la sua vita sacramentale, perché non scende sull’altare se non quando lo chiamano con le formule della Consacrazione. Egli è alla loro mercé e a loro disposizione come il più umile schiavo; con i loro orari stabiliti ed attende le loro consolazioni. Quando e come lo desiderano, con la maggiore o minore frequenza che conviene, riceverà sull’altare questa nuova esistenza. Quando vorranno toglierlo, si lascerà togliere senza mai mostrare alcuna resistenza. Avete mai visto un servo così docilmente sottomesso agli ordini dei suoi padroni? La schiavitù si definiva dicendo che lo schiavo era una cosa del suo padrone. L’Eucaristia è una delle cose di cui il Sacerdote può disporre a suo piacimento. Infatti, se rinchiude la vittima eucaristica in un oscuro tabernacolo, questa non farà nulla per uscire dagli angusti limiti della sua prigione. La lascerà quando vorrà, andrà dove vorrà, e camminerà in trionfo per le strade e per le piazze di una città, o per entrare in un lurido tugurio, luogo dove la povertà lotta disperatamente contro gli orrori della malattia. Per unirsi ad un’anima angelica o per esporsi ai baci sacrileghi di un nuovo Giuda. Tutte quelle cose che il Sacerdote comanderà a Gesù, Egli le farà come se non avesse altro pensiero, nessun altra volontà, nessun altro potere che non sia quello del suo ministro. Non meno importante è la dipendenza del Salvatore, per quanto riguarda la vita che Egli ha nelle anime. Essa gli appartiene e la stima più della sua vita sacramentale e corporea. Per darla a noi ed accrescerla senza interruzioni, è rimasto presente nell’Eucaristia e non ha esitato un attimo a sacrificare la vita naturale che il suo corpo riceve dall’anima, quando si è visto nella condizione di scegliere questa o quella soprannaturale. Non si può infatti negare che è molto più glorioso avere un corpo mistico composto da anime divinamente vivificate dal suo Spirito, piuttosto che un corpo fisico, i cui elementi materiali sono animati dalla sua anima. Ora, sia questa terza vita che la seconda vita, le riceve Gesù dai suoi Sacerdoti, e per la sua conservazione e crescita dipende dalla libera collaborazione dei suoi ministri. Un sacerdote zelante santificherà molte anime rispetto ad un altro negligente che le lascia languire nell’imperfezione e ad un altro malvagio che le porta alla perdizione. Gesù Cristo riceverà dal primo una vita che il secondo gli darebbe solo in parte, e che il terzo gli toglierebbe. Per mezzo di essi Egli nascerà nelle anime, crescerà, diventerà forte, sarà curato nelle sue infermità e raggiungerà in cielo il loro sviluppo perfetto. In questo modo inizia in tutti i Cristiani una nuova esistenza, esposta a molti pericoli, combattuta da tanti nemici come la prima, e molto più soggetta ai suoi ministri di quanto la sua vita mortale lo sia stata alla Vergine Maria. Non è quindi un’esagerazione dire che il Sacerdote partecipa veramente alla gloriosa maternità della Vergine; un’affermazione che possiamo corroborare con la parola del Salvatore stesso. Un giorno gli fu detto che sua madre e i suoi fratelli lo stavano aspettando: « Chi è mia madre – rispose il Salvatore – e chi sono i miei fratelli? »; e rivolgendosi ai suoi Apostoli: « Ecco – dice – mia madre e i miei fratelli; perché chi fa la volontà del Padre mio questi è mio fratello, mia sorella e mia madre. » La volontà di Dio Padre è la salvezza e la rigenerazione delle anime. Coloro che si dedicano alla realizzazione di questo desiderio del Signore, non sono solo i fratelli di Gesù Cristo, in quanto partecipano alla sua vita e acquisiscono diritti sul suo patrimonio celeste, ma anche « sua Madre », comunicando la sua vita alle anime e dando ad esse una vita completamente nuova.

L’Ordine è un Sacramento del Cuore di Gesù.

Vista alla luce di queste considerazioni l’incomparabile dignità del Sacerdozio cristiano, non dubitiamo che sia un Sacramento del Cuore di Gesù. Il Cuore Divino non ne è solo l’inizio, come per gli altri, ma non c’è nessuno al di fuori di Lui che possa dare a chi sente le spalle appesantite da un carico così formidabile, la forza di portarlo senza soccombere. Ogni potere porta con sé una responsabilità il cui peso è proporzionato alla sua portata e alla sua eccellenza. C’è solo una forza capace di portare un fardello così grande: quella dell’amore divino. Per attirare Gesù Cristo sulla terra e per riceverlo con dignità, il Sacerdote deve mostrargli un amore simile a quello che brucia nel cuore degli abitanti del cielo. Per farlo nascere nelle anime, egli deve essere consumato, come Maria, nelle fiamme il cui fulcro è l’adorabile Cuore di Gesù. Dio Padre ha voluto che la comunicazione della sua paternità fosse accompagnata da quella del suo amore. Sappiamo tutti quanto sia vivo questo amore negli animali che sono insignificanti e deboli di per sé. E se la paternità animale pura è accompagnata da un vero e proprio abbandono, che dire allora della paternità spirituale? Colui che è stato scelto per dare la vita di Dio non amerà forse gli uomini con amore divino? Se l’amore paterno per gli uomini è sufficiente perché essi sopportino i fardelli della paternità umana, ci sarà pure un amore che dia la forza ai ministri di Gesù Cristo di compiere i loro doveri e di uscire illesi dai pericoli che la paternità divina conduce con sé. Non sorprende che Dio abbia proibito qualsiasi altra paternità a coloro che sono investiti da questa incomparabile paternità. La capacità di amare che il cuore di un uomo contiene non è eccessiva, per adempiere a tutti gli obblighi che il Sacramento impone a chi ha ricevuto un tale temibile onore. Per rappresentare davanti alle anime l’infinitamente amorevole Dio che è morto per loro, il Sacerdote deve essere distaccato da tutto ciò che può ridurre le sue forze e impedirgli di dare la vita per le anime a lui affidate. Come può il Sacerdote far capire e fare amare agli uomini l’eccelsa paternità attribuitagli? Per portare a termine il suo compito e attirare le moltitudini ostili, non ha altro rimedio che rinfrescarsi alla fonte del suo Sacerdozio, e attingere dal Cuore di Gesù un amore più ardente di tutti gli odi ed uno spirito di abnegazione in cui tutte le ostilità siano infrante. L’unione con il Cuore di Gesù, che per i Cristiani è il mezzo più efficace di santificazione, è per il Sacerdote la principale condizione di successo nel suo temibile ministero e l’unica garanzia di trionfo nella lotta feroce che deve sostenere. I fedeli non dimentichino: il trionfo del Sacerdozio è il trionfo della Chiesa e i pericoli che minacciano i pastori sono i peggiori e più formidabili attacchi al gregge.

http://www.exsurgatdeus.org/2020/06/11/il-cuore-di-gesu-e-la-divinizzazione-del-cristiano-14/

SACRO CUORE DI GESÙ (31): IL SACRO CUORE DI GESÙ E LA SUA ESTREMA AGONIA

[A. Carmignola: Il sacro Cuore di Gesù; S. E. I. Torino, 1929]

IL SACRO CUORE DI GESÙ

DISCORSO XXXI.

Il Sacro Cuore di Gesù e la sua estrema agonia.

Su, o miei cari, su ascendiamo al monte santo di Dio, ascendiamo al Calvario, e contempliamo il Crocifisso Gesù sull’altare del suo sacrifizio. Oh Dio! che spettacolo si presenta ai nostri occhi! In che stato è ridotto l’amabile Gesù e quali sofferenze lo aggravano nel corpo e nell’anima! Eccolo sospeso tra cielo e terra, ritenuto da grossi chiodi su d’un infame patibolo, coperto di sangue e di piaghe dalla testa ai piedi. Egli soffre, e senza aicun sollievo. Se cerca riposarsi sui piedi, ohimè! non ha per appoggiarli se non il ferro, che li trapassa; se vuole riposarsi sulle mani, non fa che allargarne le piaghe e produrre una dolorosa tensione alle sue braccia; se egli abbassa la testa, accresce il peso del suo corpo, e il petto si gonfia, e la respirazione gli si fa più penosa; se Ei la solleva, la corona di spine incontra il legno della croce e le spine penetrano più addentro. Così non vi ha parte alcuna del suo Corpo adorabile, che non soffra un indicibile tormento. – Ma ben più gravi sono i tormenti della sua anima. Quando un uomo sta agonizzando, si vede circondato dalle persone più care, che gli prodigano le tenerezze più affettuose, e gli recano ogni possibile sollievo, gli porgono qualche stilla di consolazione. Per Gesù non è così. Tutto ciò che lo circonda è per Lui cagione di pena, tutto contribuisce a schiacciare il suo tenero Cuore ed a generargli nello spirito i più accascianti pensieri. Ai piedi della croce vede la sua Madre, S. Giovanni, e le pie donne, immerse nella più grande afflizione; dintorno alla croce vede una soldatesca insolente ed un vile popolaccio, che lo insulta e lo maledice; accanto alla croce, a destra ed a sinistra, vede crocifissi due ladroni per sua maggior ignominia. Oh se almeno lanciando lo sguardo nell’avvenire vedesse la croce tornare di salute a tutti gli uomini! Ma invece Egli ha pur dinnanzi questa dolorosissima vista, che la croce sarà di scandalo pei Giudei, e quale stoltezza ai Gentili. Povero Gesù! quanto soffre per ciò nell’anima sua! Eppure in mezzo a sì terribili sofferenze Egli apre ancora il suo labbro divino per parlare. E per quale ragione? Forse per maledire a’ suoi patimenti? per imprecare a’ suoi crocifissori? per scatenare i fulmini delle sue vendette?… Ah! no, certamente. In quegli estremi istanti della sua agonia Egli sembra dimenticare affatto le pene atrocissime che soffre e non ricordare ed aver presente altro, se non che Egli è un padre, che muore. E come ogni padre di famiglia che sta per morire si dà tosto la più viva sollecitudine di dichiarare a’ suoi figli le sue ultime volontà e di fare in loro vantaggio il suo testamento, così a questo stesso fine Gesù Cristo apre ancora il suo labbro divino e per ben sette volte ancora Egli parla. Per tal modo facendo uscire dal suo Cuore agonizzante sette parole, e compendiando con esse tutte le sue lezioni, tutti i suoi esempi, tutte le prove del suo amore infinito per noi, ci fece sempre meglio toccare con mano, che la causa vera, che lo ha confitto come vittima sull’altare della croce, più assai che non la perfidia de’ Giudei, è stata la carità immensa che nel Cuor suo ci ha portato. Raccogliamoci adunque anche noi presso la croce di Gesù Cristo per intendere le sue parole, ed ascoltandone oggi le tre prime, riconosciamo come per esse questo Padre e maestro divino ci abbia animati a confidare tutti nella sua infinita misericordia e a darci a Lui senza più mai abbandonarlo.

I. — Miei cari! Quale lo avevano descritto i profeti, Gesù Cristo ora veramente sulla croce l’uomo dei dolori, vir dolorum. Eppure a quei dolori atrocissimi, che già pativa nelle sue piaghe, veniva ad aggiungersi in questo momento un altro dolore, ancor più crudele per le anime delicate e sublimi, quello cioè degli insulti e delle derisioni. Benché dinnanzi all’estremo supplizio di un uomo, per quanto scellerato e odiato, sogliano spegnersi gli odii e cader le ire, e non sia mai lecito ad alcuno di compiacersi delle sue pene, di oltraggiare la sua persona e d’insultare al suo dolore, tuttavia per Gesù non accade così. A Lui è negato ogni riguardo. Al vederlo in quel misero stato pendente fra due malfattori, i Giudei esultano di gioia infernale e privi di ogni senso di umanità si fanno a recargli le più orribili ingiurie. Chi lo guarda e lo beffeggia, chi batte palma a palma e lo bestemmia, chi fa fischiate o digrigna i denti, chi crolla il capo e sogghignando esclama: « Va! Suvvia! Tu, che distruggi il tempio di Dio e lo rifabbrichi in tre giorni, salva ora te stesso! Se sei figliuolo di Dio discendi dalla croce! » Ma più empi e protervi di questa vile plebaglia, i sacerdoti, i maggiorenti e i maestri della legge scagliano contro del Giusto inverecondi motti e feroci bestemmie. « Cotesto maliardo, dicono quei tristi, ha salvato gli altri, salvi ora se stesso, se gli basta il vigore. Ei si disse re d’Israele, via! discenda dalla croce sotto gli occhi nostri e non tarderemo a credere nel regno suo. Si è vantato Figliuolo di Dio: vediamo come Dio si affretti a liberarlo. » Oh scellerati Giudei! E non vi basta l’essere venuti a capo delia vostra impresa? Gesù voleste confitto in croce, ed ecco Egli è in croce confitto; a vista delle sue piaghe rimanetevi almeno dall’amareggiarlo con nuovi obbrobri! Ma no! Con delitto più esecrando nel mirare le ambasce del Salvatore più inacerbano la loro collera e più aggravano il loro disprezzo. E Gesù? … Il profeta Isaia, che già molti secoli innanzi aveva descritte e piante le pene destinate al sospirato Redentore, erasi piaciuto dipingerlo a sé e agli altri in sembianza di mite ed innocente agnello, che condotto ad essere ucciso non apre il suo labbro al menomo lamento. Ed invero Gesù, satollo di ogni maniera di obbrobri e di patimenti, da crudi carnefici flagellato e coronato di spine, caricato di pesante croce, e con calci e percosse spinto e trascinato per l’erta di un monte, ed ivi disteso, inchiodato ed innalzato su d’un infame patibolo, mai non aperse la bocca; e a tanti clamori levati contro di Lui non mai altro oppose che un generoso silenzio. – Ma caro Gesù! egli è tempo, che parliate. La vostra dignità fa oltraggiata; il vostro Padre fu offeso; e ciò che è, più ributtante, s’insulta all’innocenza, nella quale voi state per spirare, su, su parlate! Una sola vostra parola sarà bastante a far di tutti questi miserabili un mucchio di cenere! Parlate, che lo aspetta il cielo, che impaziente si è coperto di tenebre.. Parlate … lo aspetta la terra, che trema inorridita bevendo il vostro sangue, parlate… lo aspetta fremendo tutta la natura … parlate, lo aspettano istupiditi gli Angeli … parlate… lo aspettano pieni di rabbia e d’invidia i demoni… parlate… lo aspetta il vostro stesso Padre celeste, che stringe ormai i suoi fulmini per vendicarvi … parlate… Sì, parla Gesù, parla! … ma ben diversamente, da quello che noi aspettiamo. Quanto più forti s’innalzano le voci del cielo e della terra, degli angeli, degli uomini e degli stessi demoni a chiedere vendetta, tanto più forte innalza Gesù il grido dell’amore; e rompendo alla fine i suoi silenzi, rivolti in alto gli oscurati suoi occhi : Padre, esclama, perdona loro, perché non sanno quel che si facciano:

Pater, dimitte illis, non enim sciunt quid faciunt! (Luc. XXIII, 34) Oh parole! oh preghiera! oh misericordia infinita di Gesù Cristo! questo Agnello divino ha interrotto al fine il suo silenzio, ma non per altra ragione che per domandar grazia e perdono a’ suoi crudeli nemici. Ed in qual modo! Con quale efficacia! Quando si farà a lagnarsi del suo abbandono, l’ascolteremo rivolgersi al suo Padre celeste col nome di Dio: Deus, Deus meus; ma ora trattandosi di assicurare a’ suoi crudeli nemici il perdono, lo chiama col nome più dolce che vi sia, col nome di padre, quasi per dirgli: Ricordatevi che Voi siete padre, il più tenero, il più amoroso, il più misericordioso, e che io vi sono il figlio più umile, più sottomesso, più ubbidiente, sino al punto da sacrificare la mia vita fra i più atroci tormenti per compiere la vostra volontà: obediens usque ad mortem, mortem autem crucis. Per le qualità adunque, che adornano la paternità vostra e la mia figliolanza, voi dovete passar sopra al delitto, che costoro han commesso e perdonarli: Pater, dimitte illis. Inoltre ad ottenere più sicuramente l’effetto della sua preghiera, con somma premura si fa ancora in essa a scusare l’enormità del delitto de’ suoi crocifissori, e dice: Non conoscono quello che fauno: Non enim sciunt quid faciunt. Come per dire: Non hanno conosciuto abbastanza che Io sono il Re della gloria, il Salvatore del mondo, il Figlio di Dio; ed è perciò che nel loro furore si sono scagliati a far scempio di Colui, che dovrebbero amare, lodare, benedire, adorare. Sebbene adunque sia grande la loro malizia nell’imperversare che fanno così crudelmente contro di me, abbi tuttavia riguardo, o mio Padre celeste, alla loro ignoranza ed al loro accecamento: Pater, dimitte illis, non enim sciunt quid faciunt. Ah! ben a ragione osserva S. Agostino, non mai vi è stato un avvocato così sollecito, così abile, così efficace a perorare la causa del suo cliente, quanto lo è stato Gesù Cristo nel perorare quella degli stessi suoi crocifissori; perciocché con una prece piena di misericordia infinita allontana da essi la condanna eterna. Per tal guisa mentre i suoi nemici Io provocavano insolentemente a comprovare la sua divinità col discendere dalla croce e salvare se stesso, Egli diede loro una prova di gran lunga  maggiore di quella che chiedevano, e pur rimanendo sulla croce si manifestò Dio nel modo più splendido e più degno, col fare una preghiera, come nota S. Bernardo, non mai intesa per lo innanzi, e che solo un Figlio di Dio, un Dio Egli stesso, poteva fare. Ma perché mai nostro Signor Gesù Cristo ha voluto fare questa preghiera non già in silenzio, nel secreto del suo Cuore Santissimo, ma bensì ad alta voce da essere intesa da tutti coloro, che stavano intorno alla sua croce? Per due principali ragioni. La prima si fu, perché Gesù Cristo divenuto sull’altare della croce vittima di salute per noi, volle continuare, tuttavia sopra di essa, come sopra la cattedra più degna di lui, ad essere il nostro divino maestro e modello. E poiché già più volte nel corso della vita ci aveva ripetuta la legge del perdono, volle ancora ripetercela un’altra volta ed animarci alla sua pratica con queste sublimi parole, e confermarla con questo ammirabile esempio. Dopo di che, chi vi sarà ancora tra di noi, che al più piccolo affronto, che gli sia fatto, vada tosto in collera, e risponda colle ingiurie, coi giuramenti di odio e di vendetta, colle sfide ingiuste e scellerate? Vi sarà ancora tra di noi, chi avendo ricevuto una qualche offesa la covi e l’ingrandisca nel suo cuore, senza volerla affatto perdonare? Ah! si ricordi il misero, che lo stesso Gesù Cristo in altra circostanza ha solennemente dichiarato, che con la stessa misura, con cui avremo misurato gli altri, saremo misurati pur noi, vale a dire che se noi non perdoneremo agli altri le ingiurie, che ci avessero fatte, Iddio non perdonerà neppure a noi i nostri peccati, e che un giudizio senza misericordia è preparato a colui, che non usa misericordia; ma che il vero Cristiano invece, che docile alla dottrina di Gesù Cristo, e imitatore esatto del suo esempio, non concepirà, né conserverà ira od odio per le offese ricevute, che anzi ricambierà le medesime coll’amore, col benefizio e colla preghiera, sarà certamente da Dio perdonato delle sue colpe e premiato largamente delle sue buone opere. Animo adunque, o miei cari, non rendiamo inutile quella divina condotta, che Gesù Cristo ha tenuto in questa circostanza, per nostro ammaestramento ed esempio, ma a sua somiglianza siamo generosi del perdono anche al nostro più fiero nemico. – Ma la seconda ragione, per cui Gesù Cristo ha fatto ad alta voce questa preghiera di perdono, si fu perché conoscessimo, che colla stessa preghiera Egli chiedeva la stessa grazia non solo per coloro che direttamente lo avevano crocifisso, ma ancora per tutti i peccatori, di ogni tempo e di ogni luogo, i quali ancor essi coi loro peccati hanno cooperato alla passione e morte di Gesù Cristo. Ed in vero il divin Redentore rivoltosi al suo Padre celeste non gli disse: Padre, perdona ai Giudei; ma disse: Padre, perdona loro, volendo dire con questa espressione, come ne insegna S. Giovanni Crisostomo: Padre, perdona ai Giudei, perdona ai gentili, perdona agli estranei, perdona ai barbari, perdona al primo uomo, perdona alla sua posterità, perdona, perdona a tutti. Oh pensiero consolantissimo per noi: Tra i patimenti così atroci, che egli soffriva sopra la croce per cagion nostra, Gesù Cristo non ci ha dimenticati; e sebbene vedesse come anche noi colle nostre iniquità ci univamo ai crudeli Giudei per disprezzarlo e dargli la morte, sebbene conoscesse che in noi vi è maggiore malizia, perché peccando sappiamo di offendere il più grande dei sovrani, il più tenero dei padri, il più affettuoso tra gli amici, tuttavia pure di noi ha sentito pietà, pure per noi ha implorato perdono, e noi pure ha scusati col dire: Non sanno il male che fanno: Pater, dimitte illis, non enim sciunt quid faciunt. Certamente Gesù Cristo non poteva far uscire dal suo Cuore pieno di amore per noi, una preghiera di più grande misericordia. Ma ciò, che più di tutto ci deve consolare si è, che come tutte le preghiere di Gesù Cristo furono sempre dal suo celeste Padre esaudite, così pure fu esaudita questa. Alla voce potente con cui il Salvatore implorava perdono per i suoi crocifissori e per tutti gli uomini del mondo, Iddio si mosse a pietà, e spense la sua collera, colla penna intinta nel sangue istesso del suo Figlio cancellò il funesto decreto che ci condannava alla morte. Da quell’istante adunque fu stabilito che i nostri peccati per i meriti di Gesù Cristo ci siano perdonati, a sola condizione che col suo divin Sangue facciamo scorrere altresì le lagrime di una vera penitenza. Se è così, o miei cari., non tardiamo più un istante a spezzare le pesanti catene del peccato, veniamo tosto correndo a gettarci anche noi ai pie’ della croce di Gesù Cristo, e al suo Sangue prezioso congiungendo le lacrime nostre, meritiamo davvero che il Padre celeste ci perdoni, e non indarno per alcuno di noi Gesù Cristo abbia detto: Pater, dimitte illis, non enim sciunt quid faciunt. Ma passiamo alla seconda parola.

II. — I profeti della passione e morte di Gesù Cristo, tra le molte circostanze, che ne predissero, vi fu anche questa: che Egli sarebbe stato annoverato fra i scellerati : Et cum sceleratis reputatus est. (Is. xxxv) E lo stesso divin Redentore nell’orto del Getsemani, avendo rivolto la parola a’ suoi discepoli, asserì che era necessario che questa profezia si adempisse: Hoc quoque oportet impleri in me: et cum iniquis deputatus est. (Luc. XXII, 3) E questa profezia ancor essa si adempì.Ed in vero mentre Egli era condotto sulla cima del Calvario,insieme con Lui furono condotti due ladroni, al par di Lui condannati alla morte; e come Lui furono crocifissi, l’uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra. Ora, uno di essi,quello che stava alla sinistra, aveva preso egli pure a bestemmiare Gesù, e gli andava dicendo: « Su, se tu sei veramente il Messia, dammelo a conoscere col salvare te stesso e noi!Ma al contrario il ladro che si trovava alla destra e che fino

allora era stato uno scellerato egli pure, inorridito all’udire il compagno del suo supplizio ad insultare così il moribondo Signore, gli volge tosto questo giusto rimprovero: « E come? nemmeno tu, che pur stai sulla croce, temi la collera di Dio, che ti unisci a questo popolo scellerato per insultare un innocente? Noi, sì che soffriamo le pene giustamente dovute ai nostri delitti, ma questi che cosa ha fatto di male? » Rivoltosi quindi al divin Redentore con un’aria tutta umile, con voce supplichevole e col cuore spezzato dal dolore delle sue passate colpe: Signore, gli disse, ricordati di me, quando sarai giunto nel tuo regno: Domine, memento mei, cum veneris in regnum tuum. (Luc. XXIII, 42) Oh fede meravigliosa di questo buon ladrone! Oh mutamento ammirabile del suo cuore! Oh conversione portentosa sopra ogni altra! Fu grande, senza dubbio, la conversione di Maria Maddalena, perciocché una giovane ricca e peccatrice per eccellenza tutto ad un tratto vincendo le inveterate abitudini della colpa, sinceramente pentita andò a gettarsi ai piedi di Gesù Cristo per darsi interamente al suo amore; ma alla fin flne ella si convertiva, quando alla parola di Gesù Cristo i ciechi riacquistavano la vista, i sordi l’udito, i muti la loquela, i lebbrosi e gli infermi la guarigione, e i morti stessi la vita, allora insomma che Gesù comprovava coi miracoli che Egli era veramente Dio.. Così pure fu grande la conversione di Paolo, perché nell’atto stesso che questo fiero persecutore dei novelli seguaci del Nazareno si scagliava a ricercarli per incatenarli e farli condannare, fu di repente tramutato in un vaso di elezione e in un apostolo delle genti; ma egli si convertiva, quando una subita luce si faceva ad investirlo, quando un colpo ignoto lo balzava da cavallo e quando una voce poderosa risuonava per l’aria gridando: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Ma questo ladro invece si convertiva allora, che Gesù Cristo pendeva dalla croce egli pure, come un vil malfattore, quando era svillaneggiato non solo dalla plebe, ma dagli stessi sacerdoti e maggiorenti, quando appariva agli occhi di tutti come un prodigio di umiliazione e di miseria. Sì, fu allora, che quest’uomo, sino a quel punto ostinato nel delitto, in un istante si converte, e benché vegga Gesù Cristo in mezzo a tanto obbrobrio, crede fermamente, che Egli sia l’innocente, il santo per eccellenza, il sovrano padrone del regno celeste, il Salvatore divino del genere umano; e fu allora che, rimproverato acerbamente il suo compagno degli insulti, che gli profferiva contro, a lui si rivolse, e colla fede più viva, coll’umiltà più profonda, colla contrizione più perfetta gli disse: Signore, ricordati di me, quando entrerai nel tuo regno: Domine, memento mei, cum veneris in regnum tuum. Ma tutto ciò, o miei cari, non fu che un miracolo della potenza della grazia, della bontà di Gesù Cristo. Fu Egli, che sebbene come uomo stesse soffrendo ogni sorta di ludibri, di scherni e di tormenti, come Dio dispiegò ed esercitò in questo ladro quella forza ineffabile, che penetra nelle menti più ottenebrate e le illumina, che tocca i cuori anche più duri e li muta, che comanda alle volontà anche più ribelli e le doma. Fu Egli che commosse quest’uomo sino a quel momento indurato nella colpa, fu Egli che lo animò di una fede sì viva, di una umiltà sì profonda, di una contrizione sì perfetta; fu Egli che gli ispirò e gli suggerì quella bella preghiera; fu Egli che in un attimo, di questo scellerato fece un penitente, un profeta, un evangelista, un martire, un confessore, un predicatore pubblico e coraggioso della sua innocenza, della sua potenza, del suo regno, della sua divinità e della sua redenzione. E così, mentre i Giudei, stupidi e maligni, collocando Gesù tra due ladroni, non avevano pensato ad altro che a maggiormente avvilirlo, beffati da Dio nella loro stupidità e malizia, non servirono invece che a renderlo più glorioso, dandogli agio anche qui di esercitare la sua misericordia, di manifestarsi Dio e di acquistare un nuovo adoratore. Ma se la conversione repentina di questo ladro fu anzitutto l’opera della grazia di Gesù Cristo, non lasciò di essere da parte del ladro una pronta e fedele corrispondenza alla medesima. Epperò questa condotta così ammirabile non poteva rimanere senza premio. Che farà adunque Gesù Cristo? Che cosa gli risponderà? Ah! Gesù Cristo, ascoltata l’umile e confidente preghiera, piega amorosamente verso di lui il suo capo, e con somma dolcezza gli risponde: « Te lo assicuro, oggi sarai meco in paradiso: » Amen dico Ubi: hodie mecum eris in paradiso. (Luc. XXIII, 43) Oh parola! oh risposta degna, d’immortale memoria! Oh prontezza della misericordia divina nel muovere incontro al peccatore penitente ed assicurarlo non solo del perdono, ma della eterna beatitudine. « Oggi sarai meco in paradiso, » vale a dire: Tu chiedi che Io mi ricordi di Te entrato che sarò nel mio regno, ma Io ti dono assai più di quello che chiedi; oggi stesso, prima che il giorno finisca, tu, benché sia stato ladro, sarai in mia compagnia; oggi stesso ti mostrerò agli Angioli come primo trofeo della mia grazia, come primo frutto della mia redenzione; oggi stesso insieme coi giusti che mi attendono nel limbo ti darò a vedere la mia essenza divina, in cui propriamente consiste la vera gloria del paradiso: Hodie meoum eris in paradiso. È dunque vero! L’uomo può ancora allargare alla speranza il suo cuore, quando pure ha passato una vita intera nelle abominazioni del peccato? Sì, o miei cari, nella sua infinita misericordia Iddio è pronto sempre ad accogliere nelle sue braccia il povero peccatore, anche allora che da lunghissimi anni sta lontano da lui. Forse vi saranno qui tra voi di coloro, che da dieci, venti, trenta, quarant’anni accumulano iniquità sopra iniquità, miserie sopra miserie, delitti sopra delitti, e che in questo istante medesimo all’udire il miracolo della grazia del Crocifisso sentono in fondo all’anima un salutare risveglio, che li fa esclamare: Oh se anch’io … Deh! assecondino essi il primo impulso della divina misericordia; non si spaventino al pensiero delle infinite colpe passate; non rispondano alla brama di convertirsi: Per noi è inutile; Dio non ci perdonerà più; no, o dilettissimi, ma, contemplando il buon ladrone accanto a Gesù Cristo, come lui percuotano il Cuore amoroso, come lui gli dicano contriti ed umiliati: Domine, memento mei: Signore, ricordati di me, volgimi il tuo sguardo amoroso; miserere mei; abbimi compassione. E d ancor essi potranno sentirsi ripetere questa consolante parola: Oggi sarai meco in Paradiso: Hodie mecum eris in paradiso. Sì, oggi, perché per la grazia di Dio, l’anima del peccatore può essere spezzata da un dolore sì grande delle proprie colpe, da ricolmare in un istante gli abissi, che la separano da Dio. Senonché, o miei cari, imitando la illimitata fiducia, con cui questo ladro corrispose alla grazia divina, guardiamoci bene dal differire come lui sino agli estremi della vita la nostra conversione. È vero, questo ladro si convertì e si fece santo, direi in quel momento medesimo, in cui l’anima gli fuggiva dal corpo; ma ben diversamente il cattivo ladrone in quel momento istesso si ostinava nella sua colpa, nella sua cecità, nella sua malizia; e propriamente vicino a Gesù Cristo, mentre il sangue di Lui si versa per la salute degli uomini, mentre le sue piaghe stanno aperte per riceverli, mentre insomma la grand’opera della redenzione si compie, egli, il disgraziato, si perde e si avvia con precipizio all’inferno. Ah ciò vuol dire adunque che il divin Redentore, nella misericordia infinita del Cuor suo, assicura il paradiso ai veri penitenti, che docili all’azione della sua grazia prontamente vi corrispondono, ma che d’ordinario abbandona alla loro trista sorte quegli uomini superbi ed ostinati che respingono le misericordiose sue chiamate. Ciò vuol dire che ad ottenere la salute non basta esser vicini alla Croce di Gesù Cristo, frequentando la chiesa, ascoltando anche ogni giorno la messa, intervenendo a processioni e ad altre pratiche devote, se per siffatto modo stando presso alla stessa croce pur si continua ad essere nemici di Gesù Cristo tenendo nell’animo il peccato e nutrendo perciò una profonda inimicizia con Lui. Ciò vuol dire che se si può perire sullo stesso Calvario presso alle piaghe ed al sangue del divin Redentore, vi è ben da tremare per coloro che se ne vivono lontani nei teatri, nei balli, nei ridotti, nei conviti, nelle conversazioni, negli scandali e nella corruzione del secolo. Ciò vuol dire insomma che la misericordia divina non manca a chi prontamente la vuole, la cerca, la invoca, ma che può mancare in eterno a chi ne abusa, a chi non la cura, a chi volontariamente la sfugge. Deh! o miei cari, se oggi la voce di. Gesù Cristo agonizzante, sprigionandosi dal suo Cuore divino ha ferito le nostre orecchie, non vogliamo indurare i cuori nostri. La gioventù, la sanità, il tempo potrebbero sul più bello mancarci, perché la morte propriamente come un ladro può coglierci quando meno si aspetta. Diciamo dunque ancor noi a Gesù Cristo con prontezza e con sincerità: Signore, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno; perché a tutti Gesù Cristo risponda: Oggi sarai meco in paradiso: Hodie mecum eris in paradiso.

III. — Ma ecco che Gesù apre un’altra volta il suo labbro divino e pronunzia un’altra parola, la più dolce, la più tenera, la più consolante di tutte, quella parola con cui ci diede Maria SS. per Madre. Ma perché questa parola è così grande, che basta da se sola a costituire una delle prove supreme dell’amore di Gesù Cristo per noi, dobbiamo senza dubbio riservarla da sola e per altro giorno alle nostre considerazioni. Passiamo ora adunque a meditare la quarta parola, che il divin Redentore profferisce. Gettando lo sguardo sopra la terra sembra di non vedere altro che pene, guai e dolori; tendendo l’orecchio a noi d’intorno sembra non udire altro che lamenti, gemiti e pianti! Tant’è! Dopo la caduta del nostro progenitore il soffrire è divenuto legge universale per tutti gli uomini. Noi cominciamo a piangere appena nati, e il dolore, fattosi compagno del nostro viaggio attraverso a questa valle di lagrime, più non ci lascia sino al termine. Vi ha forse alcuno tra di voi, sebbene entrato da pochi anni per questo cammino della vita, che ignora ancora l’amarezza del pianto! Vi è stato o condizione che si possa sottrarre al dolore? Soffre il povero, ma non soffre meno il ricco; soffre il suddito, ma soffre pure il sovrano. Tutti, tutti soffrono; e in quanti modi diversi! Ma per quanto gravi siano tutto le sofferenze, a cui variamente sono gli uomini assoggettati, forse non ve n’è alcuna maggiore di quella, che opprime un’anima innocente, destinata ingiustamente al supplizio e per essere creduta rea, abbandonata persino dalle persone a lei più care. Io me la immagino quest’anima infelice in un giovane sventurato, che lanciatagli contro la falsa accusa di aver cospirato contro la patria, caricato di ferri vien gettato nel fondo di tetra prigione, perché ivi aspetti il giorno, in cui sarà tratto alla morte. Gli amici, anziché pigliar le sue difese, per timore di essere trascinati nella stessa iniqua sentenza, si sono nascosti. Ognuno tra gli stessi parenti lo aborre, ognuno lo abbandona al suo destino; nessun lo compiange, lo soccorre. Lo stesso suo vecchio padre, quel padre che prima tanto lo amava, ora ritenendolo egli pure colpevole, e costringendo al silenzio ogni affetto di natura, non ricorda il figlio che per far pesare sul suo capo tremendo la sua maledizione! Ah! dite: vi può essere afflizione più grave di questa? Morire innocente e abbandonato maledetto dallo stesso padre! Ahimè! o miei cari, che questa è propriamente la condizione di Gesù Cristo! Anche questa terribile parola: Maledictus, qui pendet in ligno! doveva per Lui essere adempiuta. Gesù Cristo, vero Figliuolo di Dio, innocente, senza macchia, segregato dai peccatori, colmo di tutte le ricchezze della grazia e della santità, non per necessità, ma per amore venuto sulla terra ad operare la nostra salute, si è rivestito di tutti i peccati degli uomini affine di espiarli. Ma da quell’istante medesimo che Egli fece sue tutte quante le nostre iniquità, il suo divin Padre lo riguardò come reo delle medesime, e senza punto risparmiarlo prese a percuoterlo terribilmente. Lo percosse nella sua nascita, e Gesù patì la povertà, il freddo, la miseria; lo percosse nella sua vita privata e Gesù patì l’esiglio, l’indigenza, la fatica; lo percosse nella sua vita pubblica e Gesù patì l’ingratitudine, gl’insulti e le maledizioni; lo percosse nella sua passione e Gesù patì l’abbandono dei discepoli, il tradimento di Giuda, la cattura, gli obbrobri, la flagellazione, la coronazione di spine, la condanna a morte, il portar la croce, l’esservi sopra confitto; lo percosse sulla croce istessa e in mezzo a quegli atroci tormenti, che andava soffrendo, lo lasciò nel più desolante abbandono. Non già, o miei cari, che il divin Padre abbandonasse Gesù Cristo in quanto alla natura divina, per cui sono tra di loro una cosa sola ed inseparabile, ma lo lasciò tuttavia in abbandono coll’esporre la sua umana ed inferma natura alle potestà delle tenebre, col lasciarlo in balìa de’ suoi nemici, in preda al furore degli nomini e dei demoni, a tutte le ignominie, a tutti gli insulti, a tutte le pene e a tutti gli orrori della croce; col sottrargli ogni protezione, col negargli ogni stilla di consolazione e di refrigerio, e qualunque siasi di quelle dolcezze, con cui confortando poscia i martiri li rendeva contenti e giulivi negli stessi più atroci tormenti, col lasciarlo insomma come immerso ed affogato in un mare di amarezza, anzi col gettarvelo Egli stesso: Proprio filio non pepercit, ned prò nobis tradidit illum. A questo colpo non poté più resistere l’agonizzante Gesù, e raccolto sulle labbra quel misero avanzo di fiato che gli era rimasto, si lamentò d’un sì doloroso abbandono, esclamando a tutta voce: Dio, Dio mio, perché mi hai Tu abbandonato? Deus, Deus meus, ut quid dereliquisti me? (MATT. XXVII, 46). Oh parole da far tremare la terra, da ecclissare il sole, da sbalordire tutta la natura! Certo è, che non vi era cosa più famigliare a Gesù Cristo, quando parlava a Dio o di Dio, che chiamarlo col nome di Padre! Eppure in così grande occasione, in tanta necessità di conforto, dimenticato questo dolce nome, lo chiama col nome augusto e terribile di Dio! Deus, Deus meus! Ah! queste non furono certamente le voci della natura divina, ma bensì le voci della inferma umanità, che vedendosi dall’Eterno Padre trattata come se non fosse quella del suo Figliuolo, non ebbe più l’ardire di chiamarlo Padre, e lo chiamò Dio. E volle dire : « Mio Dio, che io chiamo con questo nome, perché sembra che Tu stesso abbia dimenticato di essermi Padre; lasciandomi a soffrire in questo mare di amarezze senza una stilla sola di quella consolazione, che neppure negasti ad un ladro, che per enormi delitti mi pende su d’un patibolo qui vicino; Dio, Dio mio, perché, mi hai così abbandonato: Deus, Deus meus, ut quid dereliquisti me? » Oh parole! Oh lamento da impietosire un cuore di sasso! Ma di queste parole, di questo lamento noi siamo stati le causa coi nostri peccati. Questa è la conseguenza, questo l’effetto di quell’ingrato abbandono, che noi tante volte adoprammo con Dio. Sì, egli è per te, o superbo sapiente del mondo, perché abbondonasti le verità della fede, che Dio ha abbandonato Gesù; egli è per te, o magistrato iniquo, perché abbandonasti la giustizia, che Dio ha abbandonato Gesù, egli è per te, o vile schiavo degli umani rispetti, perché abbandonasti la pratica della santissima Religione, che Dio ha abbandonato Gesù! Egli è per te, o miserabile assetato dei beni della terra, perché abbandonasti l’equità ne’ tuoi guadagni e il rispetto alle altrui sostanze, che Dio ha abbandonato Gesù! Egli è per te, o sacrilego infame, perché abbandonasti la santità nei sacramenti, che Dio ha abbandonato Gesù! Egli è per te, scellerato marito, perché abbandonasti la tua sposa, che Dio ha abbandonato Gesù; egli è per te, o padre snaturato, perché abbandonasti la cura de’ tuoi figli, che Dio ha abbandonato Gesù; egli è per te, o donna vana e superba, perché hai abbandonato la modestia e l’umiltà; per te, o donzella scandalosa, perché abbandonasti il pudore; per te, o giovane dissoluto, perché abbandonasti l’onestà; per te, figliuolo ingrato, perché abbandonasti l’onore a’ tuoi genitori; per me, sacerdote e religioso indegno, perché abbandonai la santità ed il fervore; egli è per tutti noi, perché tutti abbiamo abbandonato Gesù che Gesù fu abbandonato da Dio! E perché lo abbandonammo? Oh stolti che fummo, Gesù stesso lo dice: « Abbandonarono me, fonte di acqua viva per scavarsi delle sozze pozzanghere! Dereliquerunt me, fontem aquæ vivæ, et fonderunt sibi cisternas… dissipatas. Per un capriccio, per un puntiglio, per una vendetta, per uno sfogo di carne, per un umano riguardo, per una lettura cattiva, per un discorso disonesto, per un piacere da nulla, che non ci ha fruttato che amari rimorsi. Se adunque Gesù Cristo ha sofferto l’abbandono del suo divin Padre per cagion nostra e di questo abbandono gliene ha mosso lamento, non fu già una lagnanza delle pene, che soffriva Egli stesso, ma piuttosto una lezione sensibile delle pene, cui andiamo incontro noi a cagione de’ nostri peccati. Vox istadice S. Agostino – doctrina est, non querela. I peccatori, che si danno con tanta licenza a contentar le passioni, a seguire il vizio, a commettere la colpa, abbandonano violentemente Iddìo, e si allontanano da lui: Elongaverunt a me; (GER. II, 5) ma il Signore abbandona alla sua volta questi peccatori e si fa lontano da essi: Longe est Dominus ab impiis. (Prov. xv, 29) Allora poi soprattutto, quando gli sciagurati si sono ostinati nella via dell’impenitenza e han fatto i sordi ai non pochi richiami della divina misericordia, allora Iddio pronunzia per essi la sentenza dell’eterno abbandono: Curavimus Babylonem, et non est sanata, derelinquamus eam. (GER. LI, 9) Ed allora effettuandosi questa feribile sentenza, verrà giorno, in cui i peccatori grideranno come Gesù Cristo: Deus, Deus meus, ut quid dereliquisti meiE questa straziante elegia del loro cuore, affranto da una maledizione irrimediabile, riempirà l’eco della loro eternità. Ecco la pena terribile, che Gesù Cristo ci ha posto innanzi in quel suo grido. E tutto ciò non fu un’altra prova della sua Carità infinita per noi? Non ha voluto per tal guisa animarci quanto più gli era possibile a non voltargli più mai le spalle, a non volerlo più. abbandonare? Ah! che le mire caritatevoli del Cuore di Gesù Cristo non siano frustrate! Che tutti abbiamo pietà dell’anima nostra! Che tutti prontamente risolviamo di unirci a Gesù Cristo per non abbandonarlo più mal e per non esserne più mai abbandonati. Sì, o Cuore Santissimo, noi ci stringiamo in questo momento alla vostra croce, e confidati nei meriti infiniti del vostro Sangue e delle vostre Piaghe, noi giuriamo solennemente di star sempre d’ora innanzi a voi uniti colla grazia vostra, di seguirvi dappertutto, in tutta la vostra dottrina e in tutti i vostri esempi, per meritarci un giorno la felicissima sorte di unirci a voi con un nodo indissolubile e godere della vostra beata compagnia per tutti i secoli.

IL SACRO CUORE DI GESÙ E LA DIVINIZZAZIONE DEL CRISTIANO (12)

H. Ramière: S. J.

Il cuore di Gesù e la divinizzazione del Cristiano (12)

[Ed. chez le Directeur du Messager du Coeur de Jesus, Tolosa 1891]

TERZA PARTE

MEZZI PARTICOLARI DELLA NOSTRA DIVINIZZAZIONE

Capitolo VI.

IL CUORE DI GESÙ È NELL’EUCARISTIA IL COMPAGNO DEL NOSTRO PELLEGRINAGGIO

Le visite di Dio agli uomini.

Se il primo dovere dell’uomo è quello di inchinarsi davanti al suo Creatore, con il sacrificio, il suo primo bisogno è quello di vedere il suo Creatore inchinarsi a lui e concedergli la sua amicizia. L’unione con Dio è lo scopo della Religione, così come il sacrificio è il suo atto supremo. Con il sacrificio testimoniamo a Dio la nostra assoluta dipendenza e il nostro bisogno del suo aiuto. Non serve nient’altro per attirarci nella sua infinita bontà e per fargli fare alleanza con la nostra debolezza in un’alleanza misericordiosa. Ma questo patto tra Dio e l’uomo non è sempre stato altrettanto intimo. Dio era sempre contento di conversare con i figli degli uomini, ma essi non erano ugualmente disposti a ricevere le sue visite paterne. Queste erano all’inizio solo poche apparizioni concesse alla fede dei Patriarchi. Poi fu innalzato il Tabernacolo e Dio fece la sua abituale dimora nell’Arca dell’alleanza, dove conversava direttamente solo con il Sommo Sacerdote ed in alcune circostanze solenni. La gente poteva parlargli solo dall’esterno. Finalmente il velo è stato strappato. L’ingresso del santuario è stato aperto agli uomini. Il vero Santo dei Santi, Colui di cui l’Arca dell’Alleanza non era che una pallida immagine, apparve alla vista degli uomini. Il Verbo stesso di Dio ha parlato la nostra lingua e per trentatré anni ha conversato con noi come uno di noi. E non solo Mosè, ma anche l’ultimo dei peccatori ha potuto affrontarlo faccia a faccia. Non è questo, per Dio, l’apice della condiscendenza? E non dovrebbe essere soddisfatto Egli che una volta aveva detto che le sue delizie erano “l’abitare tra i figli degli uomini”? No, non è soddisfatto! Per soddisfare tutte le esigenze del suo amore deve inventare un’unione molto più stretta, una disposizione che lo avvicinerà a tutti i suoi fratelli fino alla fine dei tempi. E questo, senza togliere il merito della fede, permette loro di vedere, in modo più sensibile, il suo immenso amore per loro. Questo è il capolavoro del Cuore di Gesù.

Dio resta con gli uomini fino alla fine dei tempi.

Aveva terminato la sua carriera mortale e doveva andare da suo Padre. La sola notizia della sua partenza aveva addolorato gli Apostoli; ma quanto più vividamente desiderava non essere separato da loro! Che cosa farà allora? Obbedirà al Padre che Lo chiama, ed allo stesso tempo al suo amore che Lo trattiene. Salirà in cielo, ma poco dopo scenderà di nuovo sulla terra in modo definitivo. I suoi figli non avranno perso nulla nella loro separazione, al contrario, ne avranno tratto vantaggi inestimabili. Perché l’amore del Cuore di Gesù ha saputo approfittare della sua impossibilità di rimanere sulla terra nella sua forma, per soddisfare più pienamente il desiderio di stare con ciascuno dei suoi figli. La sua presenza sarà d’ora in poi meno sensibile, ma molto più completa. Fino ad ora è stato presente in un solo luogo, e quanti uomini non hanno potuto vederlo! Egli stesso andò ad incontrare coloro che avevano bisogno del Suo aiuto; corse dietro alle infermità per curarle. Ma il suo stesso amore sacrificale gli impedisce di rimanere negli stessi luoghi in modo stabile e di soddisfare i desideri di chi avrebbe voluto tenerlo con sé. Passò facendo del bene e compiendo miracoli, ma passò. A parte le poche persone chiamate a seguirlo, la maggior parte di coloro che ebbero la grande gioia di vederlo, si rallegrarono solo per poco tempo. Non sarà più lo stesso in futuro: non in un solo luogo, ma in tutta la terra Gesù Cristo è presente: in tutte le regioni dell’Europa cristiana, in tutti i villaggi di montagna e nei quartieri delle città; in Asia, in Africa, in America, nelle isole dell’Oceania, ovunque il Cuore di Gesù è presente per fortificare i suoi ministri, per incoraggiare i suoi fedeli servi, per consolare coloro che soffrono, per lavare via le macchie dei peccatori. E non passa, rimane! Va dove viene chiamato, ma non si allontana da Se stesso e rimane fino a quando lo si vuol tenere. Non chiede palazzi splendidi, né brillanti cortei, ma un po’ di pane come velo, il recipiente più povero in cui riposare e la capanna più vile per preservarsi dalle intemperie, alcune anime sacrificate per tenergli compagnia, e nient’altro. E si rassegna, in molti luoghi, a rimanere solo per giorni interi. Solitudine alla quale la nostra vergognosa indifferenza lo condanna, e che non lo appesantirà finché Gli lasceremo la speranza di consolarci quando le necessità ci costringeranno a ricorrere a Lui. Questo è il modo in cui il Cuore di Gesù è costantemente presente, non in alcune anime privilegiate, ma in tutti i suoi fratelli e sorelle, sia nei peccatori che nei giusti. Questa presenza deve durare per secoli. Qualunque siano, le prove non ci mancheranno. In tutte le nostre lotte avremo con noi Colui che ha già combattuto in nostro nome e che ha sconfitto tutti i nostri nemici. E in tutte le nostre afflizioni il Divino Consolatore sarà alla nostra porta, pronto a ricevere la fiducia nei nostri dolori. Nell’ultimo giorno della nostra vita, quando non potremo andare da Lui, Egli verrà da noi per sostenerci nella battaglia suprema e per guidarci nel terribile passaggio. Egli farà lo stesso con gli uomini che ci seguiranno sulla terra. Fino alla consumazione dei secoli, il Cuore di Gesù avrà la sua delizia nell’abitare questa dimora di miseria e di peccato. Il suo amore avrà sempre più potere per trattenerli in Lui, ché la sua santità Gli impedisce di allontanarsene.

La nostra condizione è migliore di quella di chi ha visto il Salvatore.

Siamo, in un certo senso, meno favoriti di quelli che hanno vissuto durante la sua vita mortale. Ma siamo compensati per questo da un’altra e più grande grazia. Ricordiamo la risposta dell’apostolo S. Tommaso, quando, dopo essersi assicurato, con la testimonianza dei suoi sensi, della risurrezione del Salvatore, cadde ai suoi piedi ed esclamò: « Mio Signore e mio Dio »; « Tu hai creduto, Tommaso, perché hai visto; beati coloro che non hanno visto ed hanno creduto. » Perché siamo sulla terra? Vedere e riposare nello splendore di quella visione? No certo, ma per raggiungere, attraverso il cieco assenso della nostra fede, la dolcezza della visione eterna del cielo; per incrementare queste dolcezze con l’aumento della nostra fede. La felicità della vista è la felicità del cielo stesso, ma c’è, per gli abitanti della terra, una felicità che i Santi non possono avere: quella di accrescere il loro tesoro eterno con i loro meriti. Il Cuore di Gesù ha cercato di rendersi presente a noi, conciliando due interessi: quello della nostra debolezza, che richiedeva una presenza sensibile, e quello della nostra felicità futura, che chiedeva una presenza il più possibile favorevole all’esercizio della nostra fede. Se in questa presenza non ci fosse stato nulla per i nostri sensi, il nostro spirito, imprigionato in essi, non sarebbe stato in grado di raccoglierne i frutti. Se, al contrario, fossero stati completamente soddisfatti, la nostra fede non avrebbe avuto nulla a che fare con questo, e non avremmo potuto meritarla. Grazie sian dati al Cuore di Gesù, che ha così mirabilmente riconciliato interessi così contrastanti! Ha dato ai nostri sensi tutto ciò che la nostra debolezza richiedeva, senza togliere alcun merito alla nostra fede. Si manifesterà in modo tale da lasciarsi vedere, toccare e mangiare. Il Sacramento dell’amore diventerà il centro della Religione, la ragione dell’ergersi di magnifici templi, il legame più forte dei pii incontri in cui i figli di Dio si riuniscono attorno alla mensa paterna, l’oggetto principale di solenni cerimonie, davanti alle quali vengono oscurati gli splendori dell’antico culto. E senza dubbio, il Cuore di Gesù è rimasto nella Santa Eucaristia come oggetto della nostra fede. Egli lo esercita per quello che nasconde e per quello che mostra. San Tommaso vedeva l’umanità e credeva nella divinità che non vedeva. Il nostro merito sarà doppio, perché non vediamo né l’umanità né la divinità. È vero che l’una e l’altra ci vengono mostrati sotto le specie del pane e del vino, ma quelle specie, mostrandoci ciò che non sono, aumentano il merito, lungi dal diminuirlo. Perché se è un grande merito credere che Dio è in loro non vedendolo, non è meno meritorio credere che non ci sia il pane, anche se tutte le apparenze ci mostrano tutt’altro. Così, ci si dà l’opportunità di compiere un fervente atto di fede, che diventa un merito, e quanto meno ci viene mostrato Gesù Cristo, tanto più crescono i nostri diritti per godere della visione della sua bellezza.

Gesù Cristo è meno visibile nell’Eucaristia di quanto lo fosse sulla terra?

L’attributo che Dio vuole manifestare principalmente sulla terra è l’amore. Fin dall’inizio, sembra che si sia compiaciuto di nascondere tutti gli altri attributi, per non permettere agli altri di apparire. Raramente ha manifestato il suo potere attraverso i miracoli e la sua giustizia attraverso terribili punizioni. Erano eccezioni strappate alla ripugnanza di Dio per necessità forzate. L’Amore divino, al contrario, ha approfittato di ogni occasione e di ogni pretesto per far scaturire la sua generosità e la sua indulgenza. Le opere buone e i peccati, la fedeltà dei giusti e il pentimento dei colpevoli, sono serviti come rimedio. Nei momenti in cui la sola giustizia sembrava operare, l’amore la moderava. Solo l’Amore divino poteva guidare creature così miserabili come noi siamo al sublime fine per il quale siamo stati creati. L’Amore divino è il nostro sostegno, la nostra risorsa, l’oggetto principale della nostra fede, il più fermo sostegno della nostra speranza. Esso è lo stimolo del nostro amore. Come possiamo osare amare Dio se non ci dimostra Egli stesso che vuole trattarci come suoi amici? Dio Nasconde per il tempo debito gli altri attributi. Nasconde la sua grandezza e la sua potenza, che non farebbero che spaventarci allontanandoci da Lui. Quello che dobbiamo conoscere in Lui, l’unica cosa di cui dobbiamo essere sicuri, è il suo amore. Di tutti i modi in cui Egli può manifestarsi a noi, il più utile sarà quello che più chiaramente ci manifesta il suo amore. Stando così le cose, come possiamo dubitare che nell’Eucaristia, Gesù Cristo ci sia mostrato più visibilmente di quanto non fosse stato durante la sua vita mortale? Come si può scoprire l’amore se non attraverso gli sforzi che fa? E quando l’amore di Gesù Cristo si è maggiormente mostrato a noi? Quando gli ha imposto sacrifici maggiori di quando è stato costretto a spogliarsi non solo delle glorie della divinità, ma delle forme stesse dell’umanità per nascondersi in apparenze inanimate? Se san Bernardo poteva dire che nella culla il Figlio di Dio si è mostrato tanto più amabile quanto più si ancor più evidente? Confessiamo che in questo Sacramento divino Gesù Cristo nasconde tutti gli attributi della sua divinità. Ma diciamo ad alta voce che il suo amore non era mai stato così palpabile. Non vediamo l’umanità del Salvatore, né il suo adorabile volto, né le sue mani che curano le malattie, né sentiamo la sua voce, né possiamo toccare la sua veste. In Lui non vediamo altro che il suo Cuore. In questo Sacramento vediamo il Cuore di Gesù. Lo vediamo nella sua umiltà e dolcezza, con la sua condiscendenza e la sua indulgenza che perdona ogni ingratitudine; con la sua generosità che dona senza mai stancarsi, e la sua misericordia che ha consolazioni per tutte le miserie. Abbiamo sentito il Cuore Divino che ci parlava nel suo silenzio. Possiamo toccarlo, tenerlo vicino al cuore. Questa è veramente la presenza del Cuore di Gesù. È la sua manifestazione completa. Il Salvatore stesso ci ha mostrato l’intima connessione della devozione al suo Cuore con la devozione all’Eucaristia. Non separiamole mai. L’Eucaristia è il segno, e il Cuore di Gesù è la realtà divina da Lui indicata. Naturalmente, la carne del Salvatore è contenuta e simboleggiata dalle Sacre Specie. Ma è carne sacra, in quanto sacrificata per amore e che serve come organo di questo amore ineffabile per santificare le nostre anime. Ora, l’organo speciale dell’amore del Salvatore è il suo Cuore, ed è Lui che si manifesta a noi in modo speciale nelle specie sacramentali: è il Cuore che dobbiamo adorare in modo particolare.

Economia delle manifestazioni divine.

Riflettendo sulle varie manifestazioni divine, possiamo comprendere la loro economia misericordiosa. Sarà facile per noi vedere che la bontà di Dio ci sia stata mostrata più generosamente, poiché la sua grandezza è stata nascosta sotto i veli più oscuri. Il Verbo incarnato si è rivelato agli uomini in tre modi: in primo luogo, si è fatto conoscere agli uomini come il Verbo del Padre, quando ha conversato con Mosè, i Patriarchi e i Profeti, imponendo loro i suoi precetti e togliendo il velo del futuro. Si è poi circondato degli abiti della sua divinità, si è avvolto nelle nuvole, facendo scoppiare il fulmine e incutendo un rispettoso timore in tutti coloro che hanno ricevuto i suoi messaggi. La seconda manifestazione del Verbo divino è stata meno brillante, ma più misericordiosa. Era visto tra gli uomini vestito come un servo e come l’ultimo di noi. Nascondendo di più la sua divinità, si donava di più a noi. Più la sua unione con noi diventava intima, meno appariva la sua superiorità. Infine, la terza manifestazione adempie alla sua bontà e al misterioso stupore della sua grandezza. Il Dio che già si nascondeva nel Sinai e che a Betlemme si circondava della natura umana come di un velo, si nascondeva in un pezzo di pane. Coprendosi in questo modo, si è consegnato più che mai. Si è unito alla sua Chiesa ed a ciascuno dei suoi fratelli. Attraverso la sua Incarnazione ha unito la natura umana alla sua divinità; attraverso l’Eucaristia unisce tutto in una volta sola con ogni uomo: la sua divinità e la sua umanità. Ma fa anche di più: in quest’ultimo mostrarsi riunisce tutte le manifestazioni precedenti. Come la manna, senza avere un sapore proprio, aveva in sé il sapore di tutte le prelibatezze, così, il Cuore di Gesù nell’Eucaristia ripete a noi tutti ciò che ha rivelato ai Patriarchi, ai Profeti e agli Apostoli, e rinnova tutti i misteri che ha compiuto durante la sua morte: la grandezza di Dio, la sua potenza, la sua stessa giustizia, la sua misericordia e bontà, il prezzo delle nostre anime, l’orrore del peccato, la grandezza dei destini per i quali Dio ci ha fatti, e delle punizioni che subiremmo se ci mostriamo ingrati, le virtù che dobbiamo praticare, l’umiltà, la dolcezza, la pazienza, la dimenticanza del male. Tutto si manifesta a noi attraverso il Cuore di Gesù con un’incomparabile eloquenza. Non sarà difficile per noi trovare in questo Sacramento tutta la Religione, con tutti gli insegnamenti della sua fede e tutti i precetti della sua morale. Nell’Eucaristia, Gesù rinnova tutti i misteri della sua vita: si incarna come a Nazareth, nasce come a Betlemme, riceve l’adorazione dei Magi e dei pastori, fugge in Egitto, guarisce i malati, consola gli afflitti, passa facendo del bene. Ma sulla sua strada Egli raccoglie, come durante la sua vita mortale, ingratitudine e odio; viene di nuovo consegnato da Giuda, abbandonato da discepoli pigri, crocifisso dai farisei, tradito da un popolo ingrato. Lì muore e viene sepolto, ma anche risorge e riporta in vita molti. Che cosa gli manca per rispondere alle nostre esigenze ed essere il compagno inseparabile del nostro pellegrinaggio? Una sola cosa: che acconsentiamo a rimanere uniti a Lui, ad appoggiarci al suo braccio quando vacilliamo, a chiamarlo in nostro aiuto quando il pericolo ci minaccia, a permettergli di sollevarci quando siamo caduti, per dare al suo Cuore il conforto che desidera ardentemente per renderci santi e felici

Capitolo VII

IL CUORE DI GESÙ È NELL’EUCARISTIA IL CIBO DELLE NOSTRE ANIME

I figli della nuova alleanza sono superiori a Mosè.

L’ambizione del Cuore di Gesù è stata quella di essere non solo con l’umanità in generale, ma con ogni uomo in particolare, di abitare contemporaneamente in ogni parte della terra e in tutto il susseguirsi dei secoli, per poter soddisfare ogni esigenza e consolare ogni dolore. Una presenza universale e costante in mezzo a noi, iniziata nel momento stesso in cui la provvidenza sembrava obbligarlo a lasciarci. Ma non si è accontentato di questo. Non gli bastava essere presente ad ognuno di noi, voleva essere presente in noi. Gli sembrava poco mettersi a disposizione dei suoi fratelli, per ricevere le loro confidenze e rispondere ad esse con gli effluvi del suo amore. Non aveva fatto di più con Mosè. Le comunicazioni intime che ebbe con il legislatore degli Ebrei sulla cima del Sinai e nel Tabernacolo erano state sufficienti per elevarlo al di sopra di tutti i santi che lo avevano preceduto: « Mai prima d’ora, dice la Scrittura, c’era stato un uomo come Mosè, con il quale Dio si degnò di conversare faccia a faccia ». Ma la dignità dei figli della Nuova Alleanza sarà molto più alta. Con loro Dio non parlerà faccia a faccia, ma Cuore a cuore. Perché è il regno del Cuore di Gesù. La vecchia legge parlava all’esterno, la nuovo parla dall’interno. Il primo è stato scritto dal dito di Dio sulle tavole di pietra, il secondo dal Cuore di Gesù sulle tavole vive del cuore cristiano. È giusto che il Cuore di Gesù, incaricato di promulgare questa legge, penetri nel nostro interno e che imprima nel cuore di ciascuno dei suoi membri questa legge, che non è altro che il suo amore. Questo succede né più né meno nella Santa Comunione. È essa la consumazione di tutti i piani d’amore del Cuore di Gesù. Attraverso il Battesimo Egli si è donato a noi e ci ha uniti a sé per comunicarci la sua vita e formarci a sua immagine. Attraverso il santo Sacrificio della Messa è diventata la nostra vittima e l’ostia di un Sacrificio ininterrotto. Rimanendo presente sull’altare con il Sacrificio, era diventato il compagno del nostro pellegrinaggio. Lasciando l’altare per fare del nostro cuore un tabernacolo vivente, termina la sua opera.

La santa comunione alimenta la nostra vita divina.

La vita divina, come la vita animale e razionale, deve essere costantemente rinnovata, pena il decremento e l’estinzione. Perché siamo obbligati a dare cibo al nostro corpo ogni giorno? Perché tutti gli elementi sembrano togliergli la vita. L’aria che respiriamo, il calore che dilata i nostri organi, portano via parte della nostra sostanza in ogni momento. L’esercizio stesso di quegli organi li indebolisce e li logora. Il nostro corpo morirebbe presto di una morte orribile se, attraverso il cibo, non ci preoccupassimo di riparare queste perdite. Lo stesso vale per le facoltà della nostra anima. Se non ci preoccupiamo di nutrirle con lo studio e la riflessione, saranno irrimediabilmente indebolite. La memoria dimenticherà ciò che ha imparato. L’acutezza della comprensione sarà smorzata. L’energia della volontà si esaurirà. E le anime più adornate di doni naturali difficilmente si distingueranno dagli animali più stupidi, per non aver approfittato dei doni ricevuti dalla mano di Dio. Nostro Signore voleva che la nostra vita divina seguisse queste leggi. Essa può e deve crescere costantemente, perché altrimenti non può che indebolirsi. È una vita, questa, essenzialmente militante: tutti gli elementi esterni le fanno guerra. Tutta l’attenzione, la stima e l’affetto che se ne vanno per le cose del mondo, vanno a discapito della nostra unione con Dio. Il nostro cuore ha solo pochi limiti di forza e di amore. Tutto ciò che cade a terra è perduto per il cielo. Se non vogliamo che la nostra aspirazione a Dio si indebolisca e che il vaso della nostra vita divina si esaurisca, c’è solo un modo: rinnovarla incessantemente, attirarla fuori dalla fonte senza interruzioni. Come? Attraverso la Comunione! Perché la fonte della vita divina è il Cuore di Gesù che la Comunione porta nel nostro cuore.

Nella comunione, il Cuore di Gesù forma in noi la sua immagine.

Dobbiamo essere riformati in tutto: il nostro corpo con i suoi organi e la nostra anima con le sue facoltà; ma soprattutto il nostro cuore, l’organo attraverso il quale il nostro corpo influenza gli affetti e le tendenze dell’anima. Era giusto, quindi, che Gesù Cristo ci desse tutto il suo essere, il suo corpo e la sua anima, ma soprattutto il suo Cuore, sede principale dei suoi affetti e dei suoi meriti: questo è ciò che ha fatto e fa nella Comunione. In essa il Cuore di Gesù compie la seconda parte della sua missione, che consiste nel formare in noi la sua immagine. Questa contiene il frutto necessario della nostra unione con Lui e la condizione indispensabile della nostra felicità eterna. Più siamo simili a Gesù Cristo, più Dio Padre riconoscerà in noi i suoi figli adottivi e più ci riempirà di favori. Ma l’immagine divina ci può essere conferita solo dal modello divino che dobbiamo imitare. Gesù Cristo, nella Comunione, è il nostro cibo, ma in modo molto diverso dal cibo che prendiamo per riparare la nostra vita corporea, perché, mentre questi cibi sono morti ed ad essi noi diamo la vita, Gesù Cristo è un cibo vivo, che ci comunica la sua stessa vita e con essa la sua immagine divina. Ci nutriamo del suo Cuore, non per conservare la nostra vita naturale, ma per perderla e vivere solo della vita di quel Cuore che vuole prendere il posto del nostro. La Comunione completa in noi l’effetto del Battesimo e finisce con l’incorporarci nel tronco divino al quale siamo stati uniti dal primo Sacramento, non come un comune innesto destinato a dare al tronco la dolcezza dei suoi frutti, ma perché perda la sua linfa selvaggia ed acquisisca da esso le sue qualità divine. Nella Comunione Gesù Cristo si innesta su di noi e aumenta la nostra fecondità. La Comunione rinnova in ogni Cristiano il grembo di Maria. Il Verbo di Dio non è meno presente in noi di quanto lo sia stato nella Beata Vergine durante i nove mesi in cui lo ha portato nel suo grembo. Ma quando ricevette da Maria la forma dell’uomo, l’immagine di Adamo, Egli diede ai figli di Adamo, nella Comunione Eucaristica, la propria immagine e con essa la forma di Dio.

La Santissima Trinità è l’immagine dell’azione del Cuore di Gesù nell’Eucaristia.

Per comprendere l’azione del Cuore di Gesù, dobbiamo andare con Lui nel seno del Padre. Vediamo due Persone adorabili che non sono che una sola vita, e la cui felicità si traduce nell’intima, completa, eterna comunicazione della vita infinita che, senza mai essere esaurita o sminuita, va dal Padre al Figlio e da quest’ultimo al primo. Questo è l’esempio ineffabile che Gesù Cristo si è proposto nell’istituzione dell’Eucaristia, e che cerca di realizzare ogni volta che si dona a noi nella Comunione: « Come il Padre mio mi ha mandato, comunicandomi la sua vita – ci dice – e come Io vivo solo per il Padre mio, così chi si nutre di me vivrà solo per me. » Tra noi e Lui si stabilisce un rapporto simile a quello che esiste tra Lui e suo Padre. Come la vita del Figlio è solo l’espressione e l’irradiazione di quella del Padre, così la nostra vita soprannaturale non è altro che l’estensione e la irradiazione di quella di Gesù Cristo.

Capitolo VIII.

IL CUORE DI GESÙ CI DÀ LA VITA ETERNA NELL’EUCARISTIA

Con la Comunione noi raggiungiamo la vita eterna.

La nostra unione con il Cuore di Gesù non sarebbe completa, né soddisferebbe il suo amore, se avesse una fine. Perché la vita che questo cibo divino ci darà non è temporanea, ma eterna. Egli stesso è la vita eterna, e chi la riceve, anche se era già tra le braccia della morte, può sfidarla vittoriosamente, perché ha in sé l’immortalità. Se vogliamo misurare la ricchezza infinita e la potenza illimitata del Cuore di Gesù, dobbiamo metterci su questo terreno. Considerate un Cristiano che abbia raggiunto la sua ultima ora. La morte si è impadronita di lui, lo ha tenuto nelle sue crudeli grinfie e ora ne sta divorando le viscere. Non è più che un cadavere appena animato da un soffio di vita. I suoi occhi sono spenti, le sue guance sono incavate, le sue labbra non possono proferire più di qualche parola. E, in questo disfacimento del suo involucro mortale, l’anima non sembra meno depressa: l’intelligenza non può collegare i suoi pensieri, la volontà è impotente la sensibilità è assorbita dal dolore e dall’angoscia, l’annientamento sembra completo. Beh, a quell’uomo che la morte ha scelto come vittima, a quel cadavere che sarà prigioniero nella tomba, si presenta il Sacerdote, tenendo in mano il Pane Celeste, e con le stesse parole di Gesù Cristo dice: « Se mangiate di questo pane vivrete per sempre. » E quel Cristiano, dopo essere diventato un tutt’uno con quel cibo divino, ripete l’ultimo articolo del Credo: Credo nella vita eterna. Non solo credo che questa vita sia in cielo, ma credo che sia dentro di me e che io la possegga veramente. Non sento niente in me se non la morte, ma credo nella vita non meno fermamente. Nel momento preciso in cui ogni sostegno è inutile e tutte le forze umane stanno fallendo, l’amore del Cuore di Gesù si manifesta con tutta la sua potenza e ci insegna a superare la morte lasciandosi sconfiggere da essa. Il Cristiano che, attraverso la Comunione, ha ricevuto il Cuore di Gesù, possiede la vita eterna, per avere nel Cuore Divino un titolo sufficiente a raggiungere quella vita benedetta. Qual è il prezzo del paradiso? Non è il sangue di Gesù Cristo? Una sola goccia di sangue divino basterebbe per comprare tutte le glorie del paradiso. E il Cristiano ha appena ricevuto tutto questo nell’Eucaristia. Ogni nuova Comunione conferma e assicura i suoi diritti all’eredità dell’unico Figlio del Padre. La felicità che il Verbo di Dio possedeva per diritto di nascita, voleva conquistarla a prezzo della più dolorosa delle morti, per tutti coloro che la sua Incarnazione aveva reso suoi fratelli. E ci comunica questo diritto attraverso tutti i Sacramenti che ci rendono partecipi dei suoi meriti, ma soprattutto attraverso quello che ci mette in possesso della sua stessa Persona. Per mezzo di Lui ci appropriamo veramente dell’ostia del Sacrificio Divino che ha espiato le nostre colpe, placato la giustizia divina e acquistato per noi tutti i beni dell’eternità. La stessa carne che è stata immolata sulla croce, noi l’abbiamo nella Santa Comunione. Noi la possediamo e possiamo offrirla a Dio come nostra proprietà. Cosa non otterremo con una tale moneta? Quale felicità dal cielo non chiederemo in cambio di tali tesori? Quando il nostro Divino Salvatore ci dà il Suo corpo e il Suo sangue nella Comunione, Egli mette già l’equivalente del cielo nelle nostre mani. Ogni volta che questo dono si rinnova, ci rende più facile la conquista dell’eternità.

La comunione è il seme della vita eterna.

La Comunione non solo mette nelle nostre mani il prezzo della nostra eredità celeste, ma deposita in noi il seme della vita eterna. Il seminatore getta il seme nel terreno. Cosa succederà al chicco di grano sepolto nella terra? Marcirà. Tutte le sue parti si decomporranno. È per questo che l’operaio ha lavorato così duramente per rimuovere la terra che doveva riceverlo? Certo che no! È sicuro che la vita uscirà dal marciume, e che ogni grano produrrà una spiga viva. In mezzo agli elementi visibili che si stanno decomponendo, apparirà una forza vitale, fino ad allora invisibile, in attesa che la morte completi la sua opera distruttiva per manifestarsi. Questa forza misteriosa si impadronirà degli stessi elementi, spogliati dalla morte della loro vecchia forma, e ne darà una nuova. Molto presto, invece di un solo grano, ne avrete cento, una ricompensa sovrabbondante per le fatiche del campo. Ciò che la forza vitale è per il chicco di grano, lo è il Cuore di Gesù per il Cristiano che ha appena ricevuto il suo Salvatore nella Santa Eucaristia. La vita che il Cuore Divino porta con sé non può manifestarsi quaggiù. Finché il Cristiano mantiene la sua forma mortale, la vita divina è nascosta; ma ciò non di meno significa che non sia in lui. Cosa aspetta a farsi vedere? Che la morte abbia fatto il suo lavoro. Allora il Cuore di Gesù dispiega tutta la sua virtù. Il corpo nato da esso sarà restituito alla terra, ma nel momento in cui il corpo si dissolverà, l’anima, libera dai suoi legami, salirà a Dio, spinta dalla virtù del Cuore di Gesù. Ogni volta che questo Cuore Divino è stato donato al Cristiano, è servito come veicolo per lo Spirito Santo. E, mentre il corpo del Salvatore rimane unito a quello del Cristiano solo per un breve periodo di tempo, l’unione tra lo Spirito di Dio e quello dell’uomo conserva tutta la sua forza. La comunione dà al Cristiano un più completo possesso della sua eredità eterna; fa sì che lo Spirito di Dio entri più pienamente in suo possesso e permette allo Spirito Santo di disporlo in questo modo per godere un giorno della sua eredità divina. Come può un’anima piena di quello Spirito temere la morte? Ciò che lo Spirito di Gesù Cristo ha fatto nel nostro Capo non può non essere fatto nei suoi membri? Ascoltiamo San Paolo: « Se lo Spirito che ha risuscitato Gesù Cristo dai morti dimora in noi, Colui che ha risuscitato Gesù Cristo dai morti riporterà in vita anche i vostri corpi mortali, a causa dello Spirito che abita in voi. » E la cosa più bella è che in noi, come nel chicco di grano, il germe vivente si nutre delle spoglie stesse della morte. I nostri dolori, le miserie della nostra mortalità e, soprattutto, la nostra stessa morte, ci uniscono allo Spirito di Dio e ci rendono più degni della vita eterna. Ciò che per l’anima separata da Gesù Cristo è motivo di disperazione e di condanna, in quella del vero Cristiano è trasformato dalla virtù del Cuore di Gesù in una materia di merito. In questo modo il Cuore Divino, dopo averci dato il prezzo della nostra eterna beatitudine e aver depositato il suo seme nel nostro grembo, lo sviluppa fino ad aprirsi al sole dell’eternità.

La Comunione ci rende già da ora possessori della vita eterna.

Nella Comunione, Gesù Cristo ci dà il cielo e ci rende possessori della vita eterna. Egli stesso lo afferma in un modo che non lascia spazio a dubbi: « Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna. » Non dice che l’avrà, ma che ce l’ha già. Che cos’è la vita eterna se non il possesso di Dio, l’unione con Dio? Qual è la felicità dei Santi in cielo? Il cielo è Dio: la sua infinita Verità, che con il suo splendore illumina l’intelligenza dei beati; la sua infinita bellezza, che suscita in essi la sua ammirazione; la sua infinita bontà, che trascina e domina su tutti i loro affetti. Non riceviamo forse nella Santa Eucaristia lo stesso Dio che riempie i suoi eletti di sempre nuove delizie? È in questo mistero Egli meno buono ed infinito che in cielo? Quando si dà a noi, non ci dà la vita eterna? E quando Lo riceviamo, non abbiamo il cielo intero nei nostri cuori? Qual è la differenza tra il Cristiano che ha appena ricevuto la Comunione ed i Santi in cielo? Questi ultimi vedono chiaramente ciò che possiedono. Mentre il Cristiano, che possiede gli stessi tesori, non può vederli se non con gli occhi della fede. Questa è l’unica differenza tra la Comunione beatificata e la Comunione Eucaristica. Per il resto l’Oggetto è lo stesso e il possesso di questo Oggetto infinito può essere in un Cristiano sulla terra in grado superiore a quello di un Santo in cielo. L’intera differenza sta nel modo di possederlo. Entrambi sono figli di Dio ed eredi del suo regno; ma nell’uno è già mostrato ciò che è, mentre si nasconde nell’altro. La differenza, naturalmente, è immensa, perché la vista delle perfezioni divine costituisce la gioia dei beati. Ma se, per quanto riguarda la gioia, la Comunione beatificata ha un vantaggio, la Comunione Eucaristica vince, per la sua stessa oscurità, perché questa è la condizione del merito. La deliziosa comunione del cielo non ha un vantaggio così immenso. I beati godono dei meriti acquisiti, ma non ne ottengono di nuovi. Sono sicuri di non perdere il tesoro che possiedono, ma anche di non vederlo mai più aumentare. Dio li riempie della sua immensità, e anche se fa nascere nelle loro anime una nuova sete di felicità senza interruzione, non cessa di spegnerla; ma né la sete né la sazietà crescono di intensità. Raccolgono ciò che hanno seminato sulla terra, vedono ciò in cui hanno creduto, hanno ciò che speravano, godono di ciò che hanno amato liberamente. Ma né la chiarezza della visione, né la pienezza del possesso, né la soavità delle gioie si estendono oltre la fede, la speranza e l’amore che avevano quaggiù. Al contrario, ogni Comunione Eucaristica ci fa acquisire nuovi meriti. Tutto ciò che perdiamo nelle gioie attuali, lo guadagniamo in quelle eterne. Possiamo aggiungere qualcosa alla parola del Maestro e dire che, non solo abbiamo la vita eterna mangiando la sua carne e bevendo il suo sangue, ma ancor più la aumentiamo.

http://www.exsurgatdeus.org/2020/06/09/il-cuore-di-gesu-e-la-divinizzazione-del-cristiano-13/