IL SACRO CUORE (42)

IL SACRO CUORE (42)

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ-

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero”, 1919]

PARTE SECONDA.

CAPITOLO III

L’ATTO PROPRIO DELLA DEVOZIONE AL SACRO CUORE

Una divozione sì specifica sopra tutto per il oggetto; ma è pur sempre un insieme un insieme di idee, di sentimenti, di pratiche, in relazione con quell’oggetto. Per conoscerla sempre meglio, vi bisogna dunque studiarla anche da questa parte, domandandosi quale è l’atto proprio della devozione al Sacro Cuore. La risposta può dedursi  dall’oggetto e dal fine della devozione, questo fine essendo determinato dalla natura dell’oggetto. Ma, per non procedere unicamente a priori, dovremo pure esaminare i testi ed i fatti (V. sopra – I parte, c. III § 2 – i testi della santa, sullo spirito della devozione). – La questione dell’atto proprio potrebbe esprimersi benissimo così: Quali sono il carattere e lo spirito proprio della devozione al sacro Cuore, quali ne sono le pratiche speciali, secondo quale spirito e questo carattere? Si può riferir tutto a questi due capi: fine e atto proprio delle devozione, spiegandone lo spirito, le pratiche e il carattere.

I.

SCOPO DELLA DEVOZIONE AL SACRO CUORE

L’amore vuole amore. L’amore sconosciuto vuole amore riparatore.

Quando Gesù mostrava alla beata Margherita Maria il suo cuore infiammato d’amore per gli uomini e, incapace di contenere più a lungo quelle fiamme che lo consumavano, e desideroso di far parte a, tutti delle ricchezze del suo cuore, che cosa voleva? Attirare l’attenzione degli uomini su questo amore, indurli a rendergli omaggio, invitarli ad attingere in questo cuore infinitamente ricco. Se, al dire della santa, Egli si compiace grandemente di essere onorato sotto la figura del suo Cuore di carne, che scopo vuole che ci proponiamo nel rendergli questo onore? Si tratta del fine preciso e prossimo della divozione, non già del fine ultimo e generale che è, evidentemente, la gloria di Dio e la santificazione delle anime. Egli vuole che ci proponiamo di onorare il suo amore e di corrispondergli, rendendo amore per amore. La manifestazione del sacro Cuore alla beata Margherita Maria è la ma-nifestazione dell’amore. Si può dunque collegare tutta la devozione a questo. Da una parte, un amore che reclama corrispondenza d’amore, un amore tenero, esuberante, che vuole ricambio proporzionato d’amore; dall’altra parte l’amore che risponde all’invito dell’amore, l’amore desideroso di non essere troppo al disotto dell’amore immenso che l’ha prevenuto e lo provoca. Se la divozione al sacro Cuore, secondo la parola di Pio VI, ci conduce a venerare l’immensa vita e il prodigo (effusum) amore di nostro Signore per noi, è evidente che ciò serve ad accendere il nostro amore a questo focolare dell’amore. Il ehe è evidente. Ricorderò qualche testo soltanto per mostrare che è proprio così. La beata scriveva al P. Croiset: « Mi si mostrava di continuo un cuore che gettava fiamme da ogni parte, con queste parole Se tu sapessi quanto io abbia sete d’essere amato dagli uomini tu non risparmieresti nulla per questo…. Io ho sete, io ardo dal desiderio d’essere amato » (Lettres inédites, VI, p. 18o rivedute su G. c. XXXV, 600). E precedentemente aveva scritto alla madre de Saumaise: « Egli vivrà malgrado i suoi nemici, e si farà padrone e possessore dei nostri cuori e ne prenderà possesso; perché il fine principale di questa divozione è di convertire le anime all’amor suo » (Lettres, 1, VII (LIX); t. Il, p. II (132); G. LXV, 355). E ancora al P. Croiset: « Egli mi fece vedere che il suo ardente desiderio d’essere amato dagli uomini…. gli aveva suggerito il desiderio di manifestare il suo cuore agli uomini con tutti i tesori d’amore, di misericordia, di grazia, di santificazione e salute che conteneva, affinché tutti coloro che volessero rendergli e procurargli l’onore, l’amore e la gloria che potessero, fossero arricchiti con abbondanza e profusione di questi divini tesori del Cuore di Dio che ne è la sorgente e che si deve onorare sotto la figura di questo Cuore di carne …. Questa devozione è come un ultimo sforzo dell’amor suo che voleva favorire gli uomini in questi ultimi secoli, con questa redenzione amorosa…. per metterci sotto la dolce libertà dell’impero del suo amore, che voleva stabilire nel cuore di tutti coloro che vorrebbero abbracciare questa devozione » (Lettres IV, p. 142 rivedute su G. CXXXIII, p. 568). È ben così che l’intendevano i promotori della divozione: « Il fine della nuova divozione, diceva il postulatore del 1697, è di pagare un tributo d’amore alla sorgente stessa dell’amore » (Memoriale citato da Nilles, 1.a parte, 2.a C. 11, C. 1, p. 338.). – « Il primo fine che si ha in vista, diceva il P. Galliffet, postulatore nel 1727, è di corrispondere all’amore di Gesù Cristo » (Citato da NILLES, CC. cit. p. 340). – E il P. Croiset: « Non si trova qui, per parlare propriamente, che un esercizio d’amore: l’amore ne è l’oggetto, l’amore ne è il motivo principale, ed è l’amore che deve esserne il fine » (1.a parte, c. I, p. 3-4. Mons. DE PRESSY si esprime presso a poco nello stesso modo: « Il suo oggetto, tanto corporale che spirituale, non si riferisce che alla carità, i suoi motivi non respirano che la carità, le sue pratiche e il suo fine non tendono che ad esercitare e perfezionare la carità ». Lettera pastorale per stabilire la divozione al sacro Cuore, I c., col. 1032). – È ben così che l’intende la Chiesa. Essa dice nell’inno alle Laudi: Quis non amantem redamet? Quis non redemptus diligat? ». E nella segreta della Messa Egredimini prega cosi: « Noi vi supplichiamo, Signore che lo Spirito Santo c’infiammi dell’amore che Nostro Signore Gesù Cristo ha fatto scaturire dal suo amore sulla terra, e che ha voluto tanto vedere accendersi ». – Quando Pio IX, nel 1856, estendeva la festa del Sacro Cuore a tutta la Chiesa, fu per « fornire ai fedeli un’incitamento (incitamenta) per amare e ripagare in amore (ad amandum et redamandum) il cuore di Colui che ci ha amato ed ha lavato col suo sangue le nostre colpe » (in: NILLES, 1. 1, parte 1, c. IV, § 1, t. I, p. 167). E, quando lo stesso Pontefice innalzò la festa a un rito superiore, lo fece perché la devozione d’amore al Cuore del nostro Redentore si propagasse sempre di più e penetrasse più addentro nel cuore dei fedeli, affinché « la carità che si è raffreddata, in molti, si rianimi al fuoco del divino amore » (Ibid, p. 170). Si dice pure nel breve di beatificazione di Margherita Maria: « Gesù non ha nulla così a cuore come di accendere nel cuore degli uomini quella fiamma d’amore di cui il suo proprio cuore è infiammato. Per meglio riuscirvi, ha voluto che si stabilisse e si propagasse nella Chiesa, il culto del suo sacratissimo cuore (In: NILLES, 1. 1, parte 2, C. Il, § 2, t. I, p. 346.). La medaglia commemorativa della beatificazione, coniata a Roma nel 1864, rappresenta Gesù che mostra il suo cuore, con questa leggenda: Cor, ut redametur exhibet » (Vedi: NILLES, I. 1, p. 3a , C. 111, t. 1, p; 468.). –

Leone XIII ha ripetuti) gli stessi insegnamenti nella Enciclica del 28 giugno 1889. Egli scrive: « Gesù non ha desiderio più ardente che di vedere acceso nelle anime il fuoco d’amore da cui il suo proprio cuore è consumato. Andiamo dunque a Colui che non ci domanda altro come prezzo della sua carità, che corrispondenza d’amore ». Tutta la lettera è piena di questa idea. È qui, d’altronde, che ci riconducono sempre i documenti che si riferiscono al sacro Cuore, e nulla è più frequente che incontrare, citata in questo senso la parola del Divin Maestro: « Sono venuto a portare il fuoco nella terra, e che cos’altro desidero se non che si accenda ». Aggiungiamo che, siccome la divozione è un compenso d’amore all’amore sconosciuto e oltraggiato, così quest’amore si presenta naturalmente come un amore di riparazione. Così come vedremo, i documenti ci parlano in pari tempo e di riparazione e d’amore.

II.

L’ATTO PROPRIO DELLA DEVOZIONE

L’atto proprio della divozione al sacro Cuore; l’atto. d’amore; il suo spirito, il carattere, le pratiche. tutto si riferisce all’amore. La riparazione.

È questa una questione su la quale è discusso qualche volta. Per noi è stata già risolta da quel che precede; l’atto proprio della divozione, è, evidentemente, l’atto d’amore. Gesù ci dà il suo cuore per avere il nostro. La divozione all’amore è, essenzialmente, una divozione d’amore. La sua divisa è: Nos ergo diligamus Deum quoniam ipse prior dilexit nos (I Giov., IV, 19). E ancora: Sic nos amantem quis non redamaret? All’amore, rispondiamo con l’amore. Ma, notiamolo bene, per questo appunto che si presenta come una risposta all’amore, quest’amore ha dei caratteri speciali, determinati in gran parte dall’amore che vuol riconoscere rispondendo ad esso. – Io non parlo del colore indescrivibile che gl’imprime il sentimento sempre presente della distanza fra noi e l’Amico divino, la cognizione di ciò che Egli è e di quel che noi siamo; Egli ci mette, a suo riguardo, in una attitudine analoga a quella degli Apostoli dopo la risurrezione, al mattino della pesca miracolosa. Mangiando sotto i suoi sguardi la piccola refezione che Egli stesso aveva preparato loro non osavano domandargli chi fosse ben sapendo che era Gesù. Egli addolcisce tutte le relazioni fra Lui e noi per fondere insieme la condiscendenza infinita che senza abbassarsi discende alla più intima famigliarità, e il rispetto affettuoso che osa amare semplicemente, senza dimenticare l’audacia di rivolger in alto i propri affetti. Voglio indicare certi tratti più speciali di questo amore, tali come li richiede la divozione. È un amore reciproco che non dimentica mai d’essere amato. Se si fosse tentati di dimenticarlo, uno sguardo al sacro Cuore, ce lo ricorderebbe subito. Quest’amore reciproco è, malgrado le distanze, un amore d’amicizia, un amore di famigliarità. di fratellanza intima e tenera. Ciò dipende in parte, senza dubbio, dal fatto che l’amore del sacro Cuore per noi si presenta come un amore umano, sotto forme sensibili, alla misura, per così dire, del nostro cuore. Ma ciò dipende sopra tutto dal fatto che questo amore, essendo quello di Gesù, del Verbo incarnato, non possiamo dimenticare che Egli ha voluto immedesimarsi nella nostra famiglia per immedesimarci nella sua, e che, essendo Dio, ha voluto farsi uomo per fare dell’uomo un Dio. Quest’amore reciproco, pertanto, non dimentica che una parte ha prevenuto, che Gesù ha fatto i primi passi e che non ci resta che corrispondere. Si ferma dunque a studiare questo amore che previene e tutto quello che ha fatto; cerca, pur sapendo di non arrivar mai, di corrispondere alla tenerezza e all’ardore di quest’amore, con tutta la sua potenza di tenerezza e di ardore, alla sua generosità, con tutta la sua forza di abnegazione, disinteressata, ecc…. In una parola si sforza, in una lotta ineguale, di rispondere con la perfezione dell’amore, all’amore perfetto che l’ha prevenuto. Ma l’amore di Gesù, come si è rivelato alla beata Margherita Maria, è un amore sconosciuto e oltraggiato. Ed è questo che dà tutta la sua importanza all’atto di riparazione, al culto del sacro ‘Cuore. Questo posto fatto alla riparazione è tale che, qualche volta, sembra presentarsi come il primo atto e il più essenziale della divozione. E pertanto non è così. Prima di tutto, la riparazione, tale come ci apparisce qui, è una riparazione d’amore, non già una riparazione di giustizia e di espiazione, e si traduce per mezzo dell’ammenda onorevole che si rivolge precisamente all’amore sconosciuto e oltraggiato. L’amore è messo dunque in prima linea. Ag-giungiamo che paranco nei testi la riparazione è sempre messa al secondo posto. Vi si dice che il fine principale della divozione è l’amore; la riparazione vien dopo, e come atto speciale d’amore verso l’amore riconosciuto e oltraggiato. L’amore, la consacrazione, o dono amoroso di sé al sacro Cuore, la vita tutta per lui, e in lui, hanno un’importanza infinitamente maggiore negli scritti e nelle preoccupazioni di beata Margherita Maria, che non ne abbiano la riparazione e l’ammenda onorevole. E, se anche fosse altrimenti, non bisognerebbe, per questo, invertire l’ordine. Per la forza stessa delle cose, la riparazione non vien che dopo e come prova speciale di amore. – Altri atti, altre pratiche son care ai devoti del sacro Cuore: Comunione riparatrice, divozione all’Eucaristia, Ora santa, divozione alla Passione, ecc. Care al loro amore perché chieste espressamente da Gesù ai suoi amici fedeli, nella persona della sua amante prediletta, perché praticate o indicate da lei stessa come gradite al cuore del Divino Amico perché manifestazioni spontanee d’un amore tenero, delicato, generoso. Tutto questo proviene naturalmente dalla natura propria di questa divozione. Sono gli aspetti dell’amore. Niente è estraneo all’amore di quel che è rivelazione, traduzione ne d’amore. Ma tutto quello che si fa, tutto quello che si soffre, non si riferisce all’amore come alla sua sorgente e al suo termine. Leggete quello che dice san Paolo della carità (I Cor. XIII, 5 e segg.). Vi trovate come una descrizione della vera divozione al sacro Cuore, poiché vi trovate la descrizione del vero amore. Lo spirito della divozione è dunque uno spirito d’amore. Tutte le pratiche ne sono animate, tutte ci guidano a lui. – Dappertutto dove incontriamo la divozione al sacro Cuore incontriamo questo carattere dell’amore. – È per amore che si stringe a Gesù per studiarvi il suo amore, dalla culla al Calvario; non arrestandosi ai fatti o esteriori che per ricercarvi le tracce dell’amore. È per meglio amarlo che cerca di meglio conoscerlo. È pure per amare che compatisce alle sue pene, che gli rende omaggio vedendolo sconosciuto, che gode delle sue gioie e dei suoi trionfi come se fossero suoi, che vive di lui, infine, e si sforza di piacergli, amandolo sempre più, per innestargli il proprio amore e rendendosi sempre più amabile ai suoi occhi per soddisfare questo amore. È, a dir vero, ai predicatori e agli autori ascetici che appartiene sviluppare tutte queste considerazioni, ma era pur necessario accennarle per farsi un’idea più giusta e vera della divozione. – Le anime di vote troveranno nella loro divozione stessa di che nutrirsene e penetrarsene. Ed è a misura che se ne nutrono e se penetrano, che la loro divozione cresce e diviene in loro una sorgente inesauribile di considerazioni amorose e di amore sempre più tenero, sempre più operoso.

I MAGGIO, FESTA DI SAN GIUSEPPE LAVORATORE (2021)

TRIDUO A SAN GIUSEPPE IN OCCASIONE DI QUALCHE GRAVE FLAGELLO .

I. È con noi il Cielo sdegnato, o nostro ammirabile Protettore Giuseppe e con pesante flagello ci affligge, e percote . E a chi noi miseri ricorreremo, se non a Voi, cui la vostra amata Sposa Maria tutti i suoi ricchi tesori consegnò perché a nostro vantaggio Voi li versaste? Andate al mio Sposo Giuseppe, par ci dica Maria, ed Egli vi consolerà, e sollevandovi dal mal, che vi opprime, vi renderà felici, e contenti. Pietà dunqne, Giuseppe, pietà di noi, per quanto amor nutriste verso una Sposa cosi degna, ed amabile.

Un Pater, Ave, e Gloria.

II. Sotto la sferza noi siamo della divina Ginstizia, che va sopra di noi aggravando e raddoppiando i suoi colpi. Or qual sarà il nostro rifugio? In qual porto ci potremo noi mettere in salvo? Andate a Giuseppe, par ci dica Gesù, andate a Giuseppe, che fu da me tenuto e riverito in luogo di Padre. A Lui come a Padre ho io ogni mio potere comunicato, perché d’esso si serva vostro bene, a suo talento. Pietà dunque amore, Giuseppe, pietà di noi talento per quanto amore, portaste ad, un Figlio così rispettabile, e caro.

Un Pater, Ave, e Gloria.

III. L’ira di Dio, dalle nostre colpe provocata, sopra il nostro capo non va por rumoreggiando, ma già infierisce con nostro grave danno, e desolazione. In qual arca però ci ricovereremo noi, onde salvarci? Qual sarà quell’Iride benefica, che in tanto affanno ci conforterà? Andate a Giuseppe, par ci dica, l’Eterno Padre, a lui, che le mie veci in terra sostenne sopra l’umanato mio Figlio. lo gli affidai il figliol mio fonte perenne di grazie, ogni grazia però è in mano di Lui. Pietà dunque, Giuseppe, pietà di noi per quanto amore al grand’Iddio addimostraste, così liberale verso di noi.

Pater, Ave, Gloria.

PREGHIERA.

INFIERISCA pure il Cielo e minacci ora turbini ora procelle, ora siccità inondazioni; si scuota pure sin da’ suoi cardini la terra; e la fame, la guerra, la pe ste minaccino pare esterminio, e morte. Sol che voi, o inclito nostro Avvocato S. Giuseppe, un grado propizio a noi rivolgiate, in un’istante saranno qual polve al vento disperse e dissipate le calamită tutte, e tutti i disastri. La vostra possanza sì altamente stabilita, e fondata non solamente nel potere vastissimo di Maria vostra Sposa; ma più ancora in quello immenso ed infinito del Figliuol vostro, del vostro Dio, per sì fatto modo garantisce la nostra fiducia d’esser da Voi soccorsi, che sin d’ora si asciugano le nostre lacrime, fin d’ora cessano i nostri sospiri, e di un bel sereno rivestonsi i nostri volti. Riguardateci dunque con occhio amorevole o Protettor nostro ammirabile, e quel male, che sì fieramente ci travaglia, e per cui abbiamo a Voi fatto ricorso, anderà lungi da noi, e non tornerà più a darci molestia, ed affanno. Noi per tanto beneficio vi renderemo sempre li più devoti ringraziamenti, e finché spirito avremo e vita, non cesseranno mai di risuonare sulle nostre labbra le vostre lodi. Così sia.

ORAZIONE DA RECITARSI OGNI GIORNO IN ONORE DI S. GIUSEPPE.

Ci umiliamo dinanzi a voi, o nostro amorosissimo San Giuseppe, ed adorandovi di tutto cuore ci protestiamo di esser sempre vostri sinceri divoti. Voi però qual Padre amante sovvenitevi de’ miseri vostri figli, i quali ricorrono a voi, perché sanno, che soccorrete i vostri divoti in ogni qualunque siasi indigenza. Donateci sanità e quel tanto di vitto, e di vestito, che abbisognar possa per mantener questa vita nel divin servizio. Donateci pace e tranquillità, l’allontanamento di ogni disgrazia, e l’abbondanza di que’ beni tutti, che render ci possono lieti, e contenti. Tutto questo ci sarà grato, o nostro amabilissimo avvocato; ma soprattutto vi raccomandiamo l’anima nostra, rivestitela voi di tutte quelle virtù che vi fecero degno dell’immenso onore di essere Sposo di Maria, e di esser Padre Putativo di Gesù. Foste umile voi? Fate, che lo siamo ancor noi. Foste puro, foste mite, foste paziente? Fate, che lo siamo egualmente anche noi. Ma più di tutto vi supplichiamo, che ci arricchite l’anima di quella fede, di quella speranza e di quella carità ardentissima, di cui Voi foste sì abbondantemente ricolmo, affinché con questa veste nuziale siamo benignamente accolti a quella Real mensa che a tutti tiene .Iddio imbandita nel Cielo. Sia dunque la nostra vita sotto la vostra protezione, Giuseppe, si riguardo al tempo; sì riguardo all’eternità, e sia ancora sotto la vostra protezione la nostra morte, cosicché come voi abbiamo ad esalare lo spirito fra Gesù, e Maria. Amen.

1. MEDITAZIONE I.

Gesù il primo nostro Maestro, ed Esemplare in onorare S. Giuseppe.

1 . TUTTA la vita del Figlio di Dio nostro Redentore è un Esempio perfetto, anzi un’Esemplare Divino di nostra imitazione. Exemplum dedi vobis, ut quemadmodum ego feci, ita et vos faciatis (Johan. III.). Or se è cosi, vediamo l’esempio, ch’ei ci lasciò intorno a dovere imitarlo in ciò, che riguarda all’onore di S. Giuseppe. Egli è stato il primo tra tutti gli uomini, che l’ha onorato. Dacché ilDivin Genitore glie l’assegnò in terra insuo luogo, dedit illi Deus nomen et auctoritatem Patris, come dice il Damasceno,Gesù sempre lo riguardó come Padre; egli rese gli ossequi, più rispettosi in guisa che maggiori non glie li avrebbe potutirendere , quando stato fosse veramente suoFigliuol naturale. L’Evangelista S. Luca descrivendoci la vita di Gesù Cristo dai dodici ai trent’anni, ne fa tutta l’istoria inqueste tre sole parole. Erat subitus illis (II. v. 51). Oh misteriose parole! Qualsublime. lezione non si rinchiude in esse! È indubitato, che il Figliuolo di Dio nello spazio di que’ diciott’anni operò cosegrandi, e misteriose, e che fece una infinità d’azioni eroiche di pietà, di pazienza, di carità, di zelo, e di tutte le piùeccellenti virtù. E perché dunque non farne menzione? Forse le ignorava il Santo Evangelista? Non ebbe egli S. Luca per Maestra la Santissima Vergine, com’egli medesimo accenna, secondo i ss. Interpreti nel principio del suo santo Evangelo, che molti Scrittori l’hanno chiamato: Notariam Virginis? No, non fu dunque per ignoranza. Ma mentr’egli riduce a queste tre sole parole la più lunga parte della vita di Gesà Cristo: Erat subditus illis; bisogna dire, che Gesù fece una professione si costante di ubbidire in tutte le cose alla Ss. Vergine, e a S. Giuseppe, che sembra, che l’unica sua occupazione sia stata questa di fare l’altrui volere; ond’è, che ha voluto, che tacendosi ogni altra cosa, questa sia espressamente notata nell’Evangelo, come la più degna, la più gloriosa, la più divina.

II. Or vanne, o Anima divota in quella Santa Casa di Nazaret, ad apprendere sì bella lezione, di cui gli Angeli beati ne fanno le più alte meraviglie, e mira attentamente gli ossequi, e gli atti d’obbedienza che presta a Giuseppe come a suo Padre il Divin Figlio. Chi non resta attonito a prima vista! Attonito ammira il Mondo come alla voce di Giosuè obbediente il Sole arrestò il suo corso. Ma oh quanto maggior meraviglia si è, che alla voce di S. Giuseppe non una sola volta, ma mille e mille il Divin Sole di giustizia or si fermasse, or si movesse, e che Giuseppe dasse il moto al Creatore medesimo dell’AUrora, e del sole! Sub quo curvantur, qui portant orbem (Job. cap . IX) Di questa obbedienza del Divin Figlio a Giuseppe cosi rese testimonianza la sua Sposa Maria ss. a S. Brigida: Sic Filius meus obediens erat ut cum Joseph cosas diceret, fac hoc, vel illud, statim ipse faciebat. (Lib. 6. Revel. c. 58.) Il mio Figlinolo era cosi obbediente che appena usciva di bocca a Giuseppe: convien fare questa, o quell’altra cosa; Egli subito pronto la faceva. Non così pronta uscì dagli oscuri abissi del nulla al comando suo la luce: Fiat et facta est lux, con quanta prestezza, e alacrità egli eseguiva i cenni di Giuseppe a porgergli il martello, ed altri fabrili istromenti a segar legni, a raccogliere le schegge in bottega. Così ce lo descrivono S. Basilio nelle sue Regole, S. Giustino nel suo Dialogo con Trifone, S. Girolamo: (Ep. 47) e S. Bonaventura (L. 1. de vita Christi c. 15) Anzi si prestava in Casa a tutti gli uffici domestici ancora i più bassi. Spesse volte accende il fuoco, sovente prepara officioso il cibo. Lava i vasi va ad attinger l’acqua, e la reca dal vicino fonte; ed ora scopa la casa, dice il dotto , e pio Gersone Ora avviva, o anima cara la tua fede. Chi è quegli, che si presta sì ossequioso a Giuseppe? Miralo in Cielo nel suo Trono, come lo videil Profeta Daniele attorniato da innumerabili schiere di Angeli ossequiosi a servirlo: Millia millium ministrabant ei, et decies centena millia assistebant ei (Dan. VII.) ed osservalo qui in terra prostrato a’ suoi piedi, più che Giacobbe riverente al suo Giuseppe, aspettar i snoi ordini per eseguirli. Che te ne sembra?

COLLOQUIO.

Eccomi, o gran Patriarca, che io oggi, vi eleggo per Padre mio, prostrato insieme col divin Figlio a prestarvi riverente i miei omaggi. In voi ebbe compimento quel sogno misterioso dell’antico Giuseppe, che fu vostra figura; mentre non solamente a Voi prestò i suoi ossequj il Divin Sole, ma ancora la mistica Luna Maria sua Madre. Se l’esempio di Giacobbe in ossequiare il Figlio esaltato al secondo trono di Egitto ebbe forza ad animare i suoi Figli ad essergli obbedienti, ed ossequiosi; come l’esempio di Gesù, che seco nella stessa carriera tirò la bella Luna la Madre sua non tirerà ancor me vostro fratello? Deh! Voi non mi sdegnate, rammentatevi, che quell’antico Giuseppe non isdegnò i sleali suoi fratelli, ma pieno di amore li accolse, li protesse, li nutri, e salvò dalla fame, e dalla morte. Casi Voi, che avete cuore, e potere più grande, non isdegnate ma benché indegno, e sconoscente. Ammettetemi nel numero de’ vostri clienti. Siate da oggi in poi il mio Padre, il mio Avvocato, il mio Protettore; mentre per tale io vi eleggo, ed esser voglio vostro Figlio, e Cliente fino all’ultimo mio respiro. Amen.

Frutto . Obbedienza ai Genitori, ed a tutti i Snperiori. Eum parentis honore coluit, omnibus filiis exemplum tribuens, ut subjiciantur parentibus: Gesù onorò come Padre Ginseppe, dando così esempio a tutti i Figlinoli, onde sieno soggetti ai loro Genitori scrisse Origene, Hom. 20. in Luc.

Ossequio. Fare qualche atto speciale di riverenza prostrandosi avanti le sagre immagini della B. Vergine, e di S. Giuseppe. – Volo, ut omni die specialem facias reverentiam laudum B. Virgini, et S. Josepho devotissimo Nutritio meo: Voglio, che tu ogni giorno faccia special riverenza di lodi alla B. Vergine, ed a S. Giuseppe devotissimo mio Nutrizio, disse il Signore a S. Margherita da Cortona. Ap. Bolland. 22. Feb.

Esempio. Tutti i Fedeli debbono prestar riverenza a S. Giuseppe, ma in modo specialissimo dovrebbero venerarlo i Capi di Casa per la bona condotta della loro famiglia, da che questo Santo fu da Dio costituito Capo, e Signore della sua Sacrosanta Famiglia su questa terra. I figli son senza dnbbio i mobili più preziosi delle case Cristiane; onde il loro buon riuscimento dee essere il negozio dei Genitori più premuroso; perciò lo raccomandino al Patrocinio di S. Ginseppe, tanto più, che per la paterna cura, la quale Egli ebbe del Figliuolo di Dio, nella di lui Santissima Infanzia, in particolare si ha preso carico di vigilare alla custodia de’ Figliuoli, massime piccolini. Eccone una prova nel seguente esempio.  Narra il Recapito nelle osservazioni, che fa sopra il monte Vesuvio, come nell’anno 1631, apertasi quivi una larga voragine, né sboccò un tal diluvio di fuoco, e di cenere, che a maniera d’allagamento andò a scaricarsi sopra tutta la provincia circonvicina, ma molto più nella sottoposta Città detta la Torre del Greco, patria d’una donna chiamata Camilla devotissima di San Giuseppe. In tal frangente, preso in braccio un suo nipotino chiamato Giuseppe si die alla fuga per trovare scampo da quell’inondazione di fuoco; ma avendola inseguita il torrente, e chiusole il passo da un’alta rupe, che sporgeva sul mare, si vide in evidente pericolo o d’essere sopraffatta dal fuoco, o incendiata arrestandosi, o di perire nell’acqua saltando in mare. In sì dubbioso cimento la poverina, implorato l’ajuto del suo Santo Avvocato: S. Joseph, disse, commendo tibi Josephulum; Deh! San Giuseppe, prendete voi la custodia del mio Giuseppino: e senza più lasciatolo in abbandono, pensò a salvare se stessa con un salto ardito dall’alta rupe alla riva del mare. Così vedutasi a salvamento, si ricordo del suo fanciullino lasciato sullo scoglio in preda alle fiamme. Onde a guisa di frenetica smaniando qua e là correndo sopra d’un ponte, sotto cui passa il fiume Sabeto, si sente chiamar per nome, ed era appunto il caro suo nipotino che la chiamava, e venivale incontro festosetto giulivo. O Dio (esclamò la Camilla dandogli molti abbracciamenti) e chi mai ti ha potuto salvare, o figliuolo, dall’imminente rischio del fuoco? Chi poté sottrarti dal diluvio della cadente cenere? E il bambino ridente rispose; San Giuseppe, a cui mi deste in custodia: Egli mi ha preso per mano e a questo lido m’ha guidato con sicurezza Allora piena di dolci lagrime la pia Donna genuflessa ringraziò il suo amorevolissimo Protettore, il quale due prodigj avea fatto a un tempo liberando lei dalla caduta nell’acqua, e il suo nipotino dal fuoco. Che non farà dunque per noi, e per i nostri il gran Padre S. Giuseppe per liberarci dal fuoco dell’inferno  se avremo in Lui una simil fiducia?

MEDITAZIONE II.

Maria Santissima secondo Esemplare di Divozione a S. Giuseppe.

I. Mostrò Iddio all’antico Giuseppe in un Sogno Misterioso i Principi de’ Pianeti il Sole e la Luna in atto di ossequiosa adorazione inclinati davanti a lui: Vidi per Somnium quasi Solem , et Lunam et Stellas undecim adorare me. (Gen. XXXVII) Si vide un tal sogno adempito in Egitto; allor quando esaltato al secondo trono, e divenuto Giuseppe Arbitro e Padrone di tutto quel Regno, a lui prestarono il Padre significato nel Sole, e gli undici Fratelli indicati nelle undici stelle, i loro omaggi. Ma  ov’era la Madre significata nella Luna? Ella era già defunta, né poté trovarsi presente col Consorte a prestare anch’essa al fortunato figlio i suoi onori. Un altro Giuseppe era segnato nei decreti di Dio, e un’altra Donna si aspettava nel mondo; perché quel Divino oracolo avesse tutto il suo compimento. Ecco pertanto in questo avverato il tutto in ogni sua parte. Non solamente il Divin Sole s’inclina a Lui riverente, ma del pari, di concerto con esso anche la mistica Luna la Madre divina, ed ambedue gli rendettero come a lor Capo il tributo d’ogni ossequio più rispettoso; nella picciola Casa di Nazaret Gesù, e Maria sempre furono ossequiosi, ed obbedienti ai cenni di Ginsseppe. Abbiamo nella presente meditazione veduto, come si portasse Gesù con Giuseppe; or qui conside riamo come con Lui si portasse Maria. Ella sollecita di adempire perfettissimamente tutte le obbligazioni del suo stato, riconoscendosi come Sposa soggetta al suo Sposo, chi può intendere la venerazione, la deferenza, la sommissione di Lei la più Santa fra tutte le Sante donne conjugate, al suo Sposo ch’era per se stesso, attese le sue sublimi virtù, degno di venerazione, ed il più Santo fra tutti i conjugati? Sapeva la Vergine, che l’eterno Padre nelle mani di Giuseppe, come di suo Vicario, aveva data non meno la direzione del suo Figliuolo, che della Madre; perciò Ella similmente nelle mani di Giuseppe avea riposto qual pia e riverente Figliuola ogni suo arbitrio per esser governato. Giuseppe vuol che gravida si porti seco a Betlemme; ecco pronta Maria in cammino. Vuol, che seco fugga in Egitto col Bambinello; ecco Maria col suo pegno in braccio seguirne i passi per quel viaggio sì disastroso . Sette anni si ferma Giuseppe in quel paese infedele; ecco Maria, che neppure apre bocca per cercare la causa di sì lunga dimora. Intima Giuseppe il ritorno dall’Egitto in Giudea; ecco Maria, che, qual pecorella docile al suo Pastore, lo segue, contenta, che il Cielo a Lui, e non a Lei mandi gli Angeli a far palesi i suoi ordini. Ma tutto ciò è poco. Che diremo, quando poi vide il Figliuolo di Dio, che lo rispettava qual Padre, che lo serviva come Signore e che l’ascoltava come Maestro dica chi può, quanto crescesse in Maria la stima, la venerazione, l’amore verso Giuseppe? Ella gareggiava col Figlio nell’onorarlo: ma perché non poteva ella adeguare un esempio d’umiltà, che in Gesù era Divina, rimaneva confusa; e questa sua bella confusione offriva a Giuseppe in compenso di quel rispetto maggiore, che desiderava non che quale Sposa, ma quale ancella rendergli col Figlio. Quindi ella non isdegnava di apprestare a lui tutto il bisognevole, e di servirlo a mensa, e in tutto ciò, che occorresse come rivelò a Santa Brigida (Revel. L. 7. c. 35) Non dedignabar parare, et ministrare, quæ erant necesaria Joseph et mihi ipsi: altrove ci descrive anche il modo, con cui ciò faceva; Ego me ad opera sua minima humiliabam sua opera: lo mi umiliavo ad ogni minima sua opera.

II . Tal fa l’ossequio, che la gran Madre di Dio prestò in terra al Padre eletto del Salvatore. Ma qui considera , ch’Ella non paga di questo, fin del Cielo nel più alto soglio della sua gloria si è inchinata, dirò cosi, a continuarne la servitù con allettare, ed invitare i Cristiani tutti alla venerazione del suo Sposo: Non allicit Diva Virgo, ut Sponsum ejus veneremur, suscipiamus. (Hieron. Quadalup. in c. 2. Luc.): Ella fu, che nella Santa Casa di Nazaret, oggi Lanretana, dove a Giuseppe rese vivendo Maria tante testimonianze di onore, e di servitù tanto esimie, diede ordine a quel suo gran Servo (di cui faceva alta stima s. Teresa) dico il P. Baldassarre Alvarez della Compagnia di Gesù, di eleggersi S. Giuseppe per suo particolar Protettore: Ella fu, che ad un altro insigne suo devoto dell’Ordine Premostratense per nome Ermanno, mutò il nome, e gl’impose quel di Giuseppe (In ejus Vita c . 6): Ella fu, che ad uno schiavo moro in Napoli comandò, che al sacro fonte prendesse il nome di Giuseppe in memoria del suo carissimo Sposo (Surius 17 Apr.); Ella fu, che in ricognizione della gloria, la quale a questo suo Sposo aveva procurata la Santa Madre Teresa venne dal Cielo a portarle un preziosissimo donativo (In ejus vita c. 6). Ella fu,  che scoperto il Cielo, diede a vedere agli occhj di Santa Geltrude l’immensa gloria del Soglio, in cui stava assiso il suo Sposo, e le fece anco vedere come al nome solo di Giuseppe inchinavano dolcemente per riverenza il loro capo i Santi tutti del Paradiso (Revel. l. 4. 6. 12.) Or noi che faremo?

COLLOQUIO.

Eccomi, o gran Patriarca, prostrato ancor io chinarmi riverente al vostro sublime trono. Mi unisco fin da questo momento alla vostra Sposa Maria, ed a tutt’i Santi del Cielo ad asseqojarvi. Intendo di dedicare a Voi la mia servitù. Tutto ciò, che saprò fare per vostro onore, intendo di farlo in tutti giorni della mia vita; affinché voi mi assistiate sempre, ma specialmente nell’estremo momento, onde sia fatto degno di venire ad onorarvi nel celeste Regno per tutta la beata eternità. Così sia.

Frutto. Imitare gli esempi di Maria SS. e di Gesù nell’onorare S. Giuseppe, e, cercare Gesù nella loro santa unione. Se tu vuoi trovar Gesù, cercalo con Giuseppe con Maria; scrisse Origene: Tu Jesum quærens cum Joseph Mariaque reperies. Hom. 18. in Luc.

Ossequio. Onorare l’immagine di s. Giuseppe tenendola nella camera, ove si dorme, come la Santissima Vergine onora la sua persona; imitando S. Francesco di Sales, il quale nel suo Breviario altra immagine non aveva, che quella di S. Giuseppe.

Esempio. Non v’ha Immagine su questa terra che ci rappresenti con vera simiglianza il glorioso S Giuseppe. Il seguente esempio autenticamente approvato, come vale ad ispirarci fiducia nel Santo così serve ancora a darci un’idea delle sue fattezze. Ritrovavasi in Lione di Francia oppressa da mortale infermità già vicina a spirare Suor Giovanna degli Angeli Priora dell’Orsoline. Priva già di sensi esterni, ma colla mente libera si vide recato dal cielo il soccorso per mano di S. Giuseppe suo singolare Avvocato. Ed Oh! che bella vista. La sua cella le si cangiò in un piccolo Paradiso: imperocchè videsi comparire una vaghissima nuvoletta, entro cui dalla parte destra, mirò assiso un leggiadro Giovine con laminosa capelliera longa, e distesa, con in mano una candida face ma fiammeggiante; e questo era l’Angelo suo Custode. Dall’altra parte mirò il glorioso Patriarca S. Giuseppe, che con un viso più brillante del Sole, e con una maestà soprumana, non vecchio ma di età ben matura, di crine splendido sì, ma non già canuto. Il Santo con occhio pien di dolcezza prima la riguardò; indi accostatosi al letto stava, le radice pose la mano sopra la costola, ove stava la radice del male, e fattale sopra un’unzione di prodigioso liquore, disparve la visione, e nell’istesso istante l’inferma si trovò perfettamente guarita. Si levò di letto, e venuto il Medico, che temeva di trovarla morta, gli andò incontro sana e libera, qual’egli la dichiarò Ma qui non finirono le meraviglie. Poiché la guarita Religiosa sentendo qualche umidore nel la costola unta dal Santo, l’asciugò con in pannolino, e sentì, che spargeva un odore soavissimo eziandio di Paradiso a medaglie, il quale si comunicava eziandio ad immagini e corone, che gli si applicavano, operando altre guarigioni meravigliose, che qui per brevità si tralasciano. (Vide Paulum de Barry c. 12)

28.– MEDITAZIONE XXVIII.

Gesù occupato nella Bottega di Nazaret .

CONSIDERA, come nel tempo, in cui il Signore dimorò in Nazaret, ajutava il suo Padre putativo S. Giuseppe ch’era Legnajuolo, nell’arte sua per potere colle fatiche delle sue mani soccorrere ai bisogni della S. Famiglia. Ciò è manifestato dal S. Vangelo, in cui Gesù è chiamato Fabro (Marc. cap. VI.). Or chi può intendere quali fossero i sentimenti di Maria, e di Giuseppe in vedere quelle mani Divine, che fabbricarono l’Aurora, ed il Sole, maneggiar l’ascia, la pialla, ed altri rozzi strumenti, in vedere grondante di sudore quella fronte Divina, in cui si specchiano gli Angeli beati? Oh come si umiliava Giuseppe, e s’industriava ad alleviare la sua fatica! mentre dall’altra parte lo preveniva Gesù, bene intendendo ciò che avrebbe voluto fare Giuseppe. Che bella gara era questa! Un Dio, che ama obbedire, ed un’Uomo costretto a comandargli, che tutte le strade cerca di alleggerire i di lui travagli. E di Maria che diremo? Immaginati di vederla occupata nelle incombenze proprie d’una Madre di Famiglia, che non le lascia, o trascura per esser presente al suo benedetto Figliuolo. Qual sacrificio non era mai questo? Non sapea la Maddalena staccarsi dai piedi del Redentore per l’amore, che a lui portava, e per la dolcezza, che sentiva alla cara di Lui presenza. Né il Signore volle darle la pena di mandarla ad ajutare la sua Sorella, che di lei si querelava. E Maria amantissima Madre non manca di di staccarsene per attendere alle sue faccende. Oh Dio! Quest’è la mortificazione ed abnegazione più grande della propria volontà che mai si sia veduta su questa Terra.

II. Quindi impara, o anima Cristiana, che tutta la perfezione consiste in fare la volontà di Dio in ogni cosa, e perfettamente. Ecco perciò Giuseppe, per quanto ciò gli fosse arduo, comandare al Figliuolo di Dio, e tenerlo assistente nella sua Bottega. Questa era la volontà di Dio, e questa egli eseguisce continuamente. Ecco perciò Maria ora presente al Figlio ed ora da lui appartata e divisa, secondo che la voleva la medesima volontà Divina. A te come piace far questa? Oh quante anime insensate non la curano! Oh quante cieche credono di farla, e non la fanno, seguendo i loro capricci, e le immaginazioni di una falsa pietà! Quante seducono loro stesse dicendo, che sarebbero pronte a fare la volontà del Signore, ma che non sanno qual sia. Hai tu, anima cara, impegno di sapere qual sia riguardo a te la volontà Divina per eseguirla? Non hai da stentare a conoscerla. Torna a guardare Maria, e Giuseppe. Com’essi fanno il volere di Dio? Con eseguire perfettamente ciò che si conviene al proprio stato. Or questa è, e non altra, che la volontà Divina, che ognuno adempia i doveri di quello stato, in cui essa lo ha collocato. Chi per esempio trascura questi per starsene in Chiesa ancora opere le più sante, non fa certamente la volontà di Dio, ma contra quella di Dio fa la sua propria.

COLLOQUIO.

Cara Madre, o mio Giuseppe, quanto mai mi sono allontanato dai vostri esempi, coi quali si bene mi mostraste la via della perfezione adempiendo sempre perfettamente la volontà Divina! Oh Dio! E perché mai io ho così traviato? Ah si! l’intendo: solo perché la volontà di Dio non si accordava colla mia storta, ed iniqua, ebbi l’ardire di seguire questa per regola del mio vivere falsamente devoto, e conculcai quella arditamente. Ah! chi mi dà ora due fonti di lagrime per piangere giorno e notte in disordine si mostruoso! Voi Madre di Pietà, e di Misericordia: dolce rifugio de’ miseri: Voi che qual Padre, la volontà di cui volle eseguire il Divin Figlio, da lui foste tenuto qui in terra, o Glorioso S. Giuseppe, impetratemi una tal grazia e quella di far sempre in tutto e per tutto la volontà del mio Signore. Amen.

Frutto. Essere inappuntabile in eseguire i propri doveri.

Ossequio. Fare oggi il proprio dovere nell’ufficio, e nello stato proprio con ogni attenzione ad onore di S. Giuseppe.

Esempio. La Ven. Suor Margherita Teresiana, chiamata da Gesù la Sposa della sua SS.ma Infanzia, fin da fanciulla interrogata sopra a varie cose di San Giuseppe; ella dava ai quesiti risposte altissime e tanto più degne d’ammirazione, quanto più concordi a quelle, ch’hanno scritto Teologi i più famosi; tant’era penetrata per la continua contemplazione dell’eccellenze di questo Santo. Una delle belle pratiche di Margherita nelle faccende diurne del suo Convento era questa da lei medesima inculcata in una lettera ad una Monaca sua confidente: lo godo dic’ella (L. 5. c. 5.) di vederyi nell’ufficio, in cui siete. lo vi supplico di legarvi al nostro caro, ed amato Gesù Fanciullo, il quale nella Bottega non presiedeva come Capo al ļavoro, ma n’era solo per ajuto di S. Giuseppe, Unite l’uffizio vostro a quello di questo Divino Infante; attendete a riguardar la Suora, a cui vi siete data in ajuto, co me questo Bambino riguardava S. Giuseppe glorioso. Io ancora servo d’ajutatrice a una, e per quanto mi sarà possibile procurerò di rendermi fedele in questa pratica. Dopo la sua morte furono ritrovate nel suo cuore tre preziose Margherite. Nella prima era scolpita Maria Santissima con corona d’oro in testa. Nella seconda il Bambino in mezzo a due giumenti. E nella terza S. Giuseppe con manto d’ oro e con una Colomba sul capo, a’ cui piedi stava prostesa Margherita in segno del grande amore, che gli aveva portato in vita. Beato Cuore, che fosti un amoroso sacrario di Gesù, Maria, e Giuseppe. Profittiamo della pratica insegnataci da questa serva di Dio, che riceveremo ancora noi le grazie a proporzione della nostra divozione. (Razzini in ejus vita, P. Barri.).

(IL MESE DI MARZO CONSECRATO AL GLORIOSISSIMO PATRIARCA SAN GIUSEPPE SPOSO DI MARIA VERGINE

Composto dal dotto, e pio Sacerdote

GIUSEPPE MARCONI

DEDICATO ALLA SANTITA’ DI N. SIGNORE PAPA PIO VII.

ROMA MDCCCXVIII. – NELLA STAMPERIA CONTEDINI

Con licenza de’ Superiori)

IL SACRO CUORE (41)

IL SACRO CUORE (41)

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi; LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ-

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE SECONDA.

CAPITOLO II.

I FONDAMENTI DELLA DIVOZIONE

I.

FONDAMENTI STORICI

Rapporto della divozione con le visioni di Margherita Maria; certezza storica di queste visioni. — Sino a qual punto vi sia interessata la teologia.

È un fatto che la divozione al sacro Cuore, tale come è stata accettata dalla Chiesa, ha ricevuto l’impulso dalla beata Margherita Maria e dalle sue rivelazioni. Vedremo che ai suoi tempi la divozione era già come nell’aria, che se ne aveva come un’intuizione, ma è pur sempre vero che l’impressione dei devoti è che la beata Margherita Maria è stata lo strumento provvidenziale scelto per sviluppare la divozione, propagare il culto e ottenere la festa. L a Chiesa, è vero, non si è appoggiata, per parlar propriamente, sulla verità delle visioni, per approvare il culto ed istituire la festa. Sono cose che si dimostrano da sé stesse, ma è sempre vero che la dipendenza storica ne è reale. Se dunque le rivelazioni fatte a Margherita Maria fossero state false, la festa, senza mancare d’appoggio, mancherebbe, però, di fondamento storico e si potrebbe dire che, in fondo, l’avremmo avuta per i sogni, di una visionaria. La Chiesa la intende così, tanto è vero che, in simili casi, si circonda di tutte le garanzie umane per assicurarsi della verità dei fatti. Le visioni della beata hanno queste garanzie; qualunque ne sia il come e la natura, che Gesù si sia servito di uno strumento di temperamento malaticcio o perfettamente sano poco importa; i fatti sono provati sufficientemente, come è provato sufficientemente il loro carattere soprannaturale, tanto da appoggiare la certezza umana per modo da potere agire e stabilire seguendo questa certezza. Fatti così ben constatati bastano nelle condizioni ordinarie; la Chiesa non ha creduto sin qui che il loro carattere soprannaturale sia ragione sufficiente per non agire in questo caso, come si agisce umanamente in casa, simile e va’ innanzi. Essa, la Chiesa, non v’impegna la sua infallibilità; ma v’impegna la sua fama di serietà, di prudenza e di discrezione. Le rivelazioni della beata, esaminate come dovevano esserlo da giudici competenti, sopportano la luce dell’indagine della verità; ese vi è negli storici qualche traccia di leggerezza, d’ignoranza e di pregiudizio, non è già nei giudici ecclesiastici che hanno ammesse le visioni e le loro realtà solo dopo maturo esame, ma invece in coloro che si rifiutano di ammetterli dopo un esame fatto in tali condizioni da non poter dare fondamento ad una seria decisione. Si leggano gli scritti della beata, la sua vita, i suoi processi di beatificazione e di santificazione, esi vedrà se le garanzie di serietà e di scienza sono con quelli che accettano o con quelli che negano.

II.

FONDAMENTI DOGMATICI

L’adorazione del sacro Cuore e l’adorazione di Gesù. La divozione all’amore.

Il fondamento ben stabilito della divozione è rischiarato dalla teologia e risulta di già da quello che è stato già detto. Il cuore di Gesù è degno d’adorazione, come tutto quello che appartiene alla persona di Gesù; ma non già considerato come separato dalla sua persona quasi non avendo nessun rapporto con essa. Non è così che vien da noi considerato. Alle accuse dei Giansenisti si era sempre risposto che si riguardava il sacro Cuore come unito alla persona del Verbo; Pio VI l’ha spiegato autenticamente nella bolla Auctorem fidei. Così cadono tutte le accuse di Nestorianismo, di idolatria, ecc. – Ma la divozione al sacro Cuore non è solo il culto del Cuore di Gesù; è il culto dell’amore. E certo, per questo capo, sarebbe una invenzione del genio, se non fosse l’azione dello Spirito Santo, sempre vivente e operante nella Chiesa. Che ammirabile idea è quella di far scaturire così l’amore di Gesù, da ogni atto della sua vita, da ogni sua parola, da tutta la sua persona adorabile! Come ben conviene, questa divozione, all’idea di Dio. che è amore e bontà, con l’idea di Gesù, apparizione vivente della benignità di Dio e del suo amore paterno, con l’idea stessa del Cristianesimo che si presenta, nel suo fondo, come una grande effusione dell’amor divino per noi! Avremo occasione di ritornare su questi pensieri; ma come non notare qui, per coloro che ricercano l’essenza del Cristianesimo, che questa essenza non è altro che l’amore di Dio per l’uomo, amore manifestato in Gesù? Ora la divozione al sacro Cuore va appunto a cercare questo amore in Gesù stesso, per accenderne il nostro amore. Nulla vi ha di più efficace per aiutarci a realizzare il voto che san Paolo formava per i fedeli. « Io, dic’egli, piego i ginocchi dinanzi al Padre da cui ritrae il nome ogni paternità (trad. dalla Vulgata), in cielo e in terra, affinché ci conceda, secondo le ricchezze della sua gloria, di esser investiti dalla fortezza del suo Spirito, in vista dell’uomo interiore; e che il Cristo abiti per la fede, nei vostri cuori, in maniera che, radicati e fondati nella carità, possiate comprendere con tutti i santi tutto quel che ha di larghezza, d’altezza, di profondità; conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, affinché siate ripieni della pienezza di Dio » (Eph. III, 14-20). Da questo lato, dunque, la divozione al sacro Cuore merita tutti gli entusiasmi e tutti gli elogi e Dio sa se essa ha avuto il pregio di svegliare gli entusiasmi e di attirare gli elogi. Ma la divozione al sacro Cuore, non è solo il culto del cuor di Gesù, né il solo culto dell’amore che ci ha amato sino a non vivere che per noi, sino a morire per noi, sino a darsi a noi nell’Eucaristia. Ma è il culto dell’amore, nel culto del cuore; è il culto del cuore per onorare l’amore. In questa relazione stabilita tra il cuore e l’amore sta la difficoltà principale sollevata contro la divozione. Questa relazione non è forse un errore dei vecchi tempi? Tutto ciò ci conduce alla terza questione.

III.

FONDAMENTI FILOSOFICI (1)

Il cuore organo, e il cuore simbolo. Storia della questione. — Controversie. — Situazione attuale. — Vi è pertanto un punto di relazione che ha dato origine al simbolismo. — Fatto d’esperienza la cui spiegazione deve esser lasciata al fisiologo.

(1) Su questa questione si può indicare, oltre Benedetto XIV e s. Alfonso, che saranno citati al loro luogo: J . JUNGMANN,  P. H. DE BIGAULT,  P. RAMIÈRE, ibid., t. XXXI, p. 481-801.  Soprattutto di CLAUDE BERNARD, M. RICHE, VALLET, La téte et le coeur, Parigi, 1891; LA BÉGASSIÈRE, art. cit., II col., 567-570).

Non si può negare che fra i teologi del sacro Cuore non vi è stato sempre accordo su questo punto e che non han saputo trarsi tutti, con onore, dalle difficoltà sollevate su questo punto contro la cara devozione. Qualcuno ha anche dato delle cattive spiegazioni alle quali bisogna francamente rinunziare. Ma altri, mi sembra, rinunziano un po’ troppo facilmente a dare delle spiegazioni, oppure sostituiscono alle vecchie spiegazioni delle spiegazioni nuove che mettono, forse, in cattiva luce la devozione tradizionale. Queste difficoltà non son nate oggi e non hanno aspettato il magnifico progredire della fisiologia moderna per venir fuori. Nel 1726 il P. Galliffet, « postulò » perché la festa fosse istituita, e rimise ai Cardinali e ai consultori della Sacra Congregazione dei Riti, prima il suo bel libro : De culla sacrosancti cordis Dei ac Domini nostri Jesu Christi, e poi l’opera: Excerpta dello stesso libro, ad pleniorem cognitionem causæ necessaria. Si trovò il suo lavoro, ci dice Benedetto XIV, in ogni parte eccellente, omnibus numeris absolutæ (Dei servotum Dei beatificatione, t. IV, parte 2.» , c. XXXI, n. 20, Prato, 1831, t. IV, p. 702). Il promotore della fede, che era Prospero Lambertini stesso, il futuro Papa Benedetto XIV, quantunque personalmente favorevole alla causa, fece coscienziosamente le sue obbiezioni, dice il P. Galliffet, di « avvocato del diavolo ». Una di queste obbiezioni, non fu proposta che a viva voce, e sembra che fosse quella che più commosse la Sacra Congregazione: « Aggiunsi di viva voce, scrive il Papa, che i postulatori presentavano come verità acquisita che il cuore è, come si dice, il comprincipio sensibile di tutte le virtù e affezioni e come il centro di tutta le gioie e pene intime; ma s’incontrava in ciò un problema filosofico, poiché i filosofi moderni mettono l’amore, l’odio e gli altri affetti dell’anima (animi), non già nel cuore come nella loro sede propria, ma bensì nel cervello ». E rimanda a consultare Muratori. » E perciò, continua il Papa, siccome la Chiesa non ha ancor dato nessuna decisione, sulla verità di questa o quell’altra opinione, e siccome la Chiesa si è sempre prudentemente astenuta e si astiene ancora dal pronunziarsi su queste questioni, insinuai rispettosamente che non bisognava acconsentire a una domanda fondata soprattutto sulle opinioni degli antichi filosofi, in contradizione coi moderni » (Loc, cit,. p.705). In conseguenza (his cohœrenter) la risposta fu aggiornata, ciò che, infine, equivaleva a risparmiare un rifiuto (1727). Ma, avendo i postulatori insistito nel loro punto di vista, il rifiuto non tardò a venire (1729). Sant’Alfonso de’ Liguori vede in questo, egli pure, la principale causa della sconfitta (« Secondo la mia umile maniera di vedere, il buon Padre non raggiunse il suo scopo perché, nella sua supplica, si appoggiò su di un punto dubbio, dandolo per certo ». Novena del Cuor di Gesù. Vedi: Opere complete di sant’Alfonso Maria de’ Liguori, t. III, p. 457, Parigi, 1835). Si constata, infatti, che il P. Galliffet faceva molto largamente parte al cuore nella produzione stessa degli affetti. In seguito acquistò una maggior prudenza. Si distinsero i fatti tenuti per certi dalle spiegazioni incerte (Si veda in NILLES, t. I, part. c. II, § 4, n. 4, pag. 73; c. III, § 2, p. 150). Però, anche nell’esposizione di questi fatti dati per certi, si venivano a mescolare, senza pur rendersene conto, delle asserzioni erronee; ma era ormai solidamente basato il principio che la Chiesa poteva pronunziarsi sulla divozione senza farlo sulle opinioni contestate. Ed è questo che Essa ha fatto. – Era ben difficile, non pertanto, che nei considerando che la Chiesa unisce ai grandi atti della sua autorità, non venisse qualcosa a tradire il flusso e riflusso dell’opinione scientifica in questa materia. Se ne può, infatti, afferrare qualche traccia leggera in una parola, nella preferenza data a una espressione. In generale, Essa ha evitato le espressioni contrastate, come coprincipium, come pure, io credo, organum; l’abbiamo veduta sostituire, in un caso, la parola symbolum alle parole fons e origo, che le si erano proposte; ha usato la parola sedes, per esprimere un fatto d’esperienza, il contraccolpo  dei nostri affetti nel cuore (Veggasi più sopra, c. I , § 6). Grazie a questa prudenza, le nuove opinioni dei fisiologi si sono sostituite, a poco a poco, alle antiche opinioni, senza che la divozione al sacro Cuore se ne sia trovata punto compromessa. Si sono lasciati gli scienziati ricorrere, per la spiegazione della sensibilità, non più al cuore, ma al cervello e al sistema nervoso, l’uno facente funzione di ricevere e dì trasmettere, l’altro servendo di filo di trasmissione; e si è continuato a parlare, come altra volta, del cuore che soffre e che ama, che si commuove palpitando più forte, che si agghiaccia restringendosi, perché il linguaggio abituale non pretende dare spiegazioni scientifiche, ma esprimere, in modo da esser compreso, un fatto d’esperienza. Così la scienza e la divozione andavano ciascuna per la sua via senza quasi conoscersi; e se, qualche volta, s’incontravano non si urtavano però quasi mai. Qualche medico materialista lanciava bensì, di tratto in tratto, qualche ingiuria grossolana contro la divozione, ma si era così abituati all’ingiuria e all’ignoranza da quella parte che non ci si faceva attenzione.

FONDAMENTI FILOSOFICI

Qualche volta, ancora, qualche teologo cercava di spiegare il culto del sacro Cuore secondo qualche nuovo dato della scienza. Così il P. Jungmann, professore all’università di Innsbruck, nei suoi Fiinf Sàtse. Così suo fratello, l’abate Bernardo Jungmann, professore all’Università di Louvain, nelle sue tesi sul sacro Cuore. Questi ritocchi alle vecchie spiegazioni, pertanto, erano fatte con mano leggera e discreta, e l’insieme dei teologi ne profittava per evitare qualche errore d’espressione, per delineare con maggior precisione il senso e l’importanza del culto. Nel febbraio 1870 il P. Bigault esponeva negli Études le idee del P. Jungmann, e nessuno vi trovò da ridire. L’urto, nondimeno, avvenne fra la scienza e la pietà. La condizione d’un accordo durevole si è che ciascuno impari a conoscere i limiti del suo dominio e vi si fortifichi, per lasciare il vicino a spaziare nel suo a suo piacere. Sino dal 1874 il P. Ramière, negli Études, si preoccupava di certe opinioni di Claudio Bernard sulla fisiologia del cuore (Citato da RICHE, Les jonctions de l’organe cardìaque, Paris). Fu peggio assai quando Riche, prete di san Sulplizio, pubblicò Les Merveilles du coeur (Paris 1877), e Le coeur de l’homme et le sacre coeur de Jesus (Paris 1878). Riche faceva sue le nuove spiegazioni dei fisiologi e demoliva così quelle che erano pur state accettate, in molti libri, sul sacro Cuore. È possibile, d’altronde, che le sue spiegazioni fossero insufficienti e che non lasciasse più al cuore la parte che gli spetta. Il P. Ramière credé compromessa la sua cara divozione ed entrò in lotta contro Riche. La polemica ebbe, come accade sempre, degli scatti riprovevoli; le anime devote ne furon turbate, e Pio IX intervenne « perché si cessasse ogni polemica sul sacro Cuore, giudicando il momento inopportuno per fare, fra i Cattolici, delle discussioni su questo soggetto ». In ogni modo la polemica però, come sempre, non mancò di portare buoni risultati. Nessuno, io penso, scriverà più « che il Cuore di Gesù è l’organo principale degli affetti sensibili del Verbo incarnato; che è il principio delle sue virtù, il focolare e la sorgente della sua carità », che « la funzione eterna del cuore è di ricevere le impressioni di questo amore e di produrne gli atti »; che « nello stesso modo che l’anima pensa e giudica per mezzo del cervello, è pur essa che sente, che ama, che si commuove per il cuore, come è essa stessa che vede per gli occhi ». Nessuno, soprattutto, potrà pretendere che la divozione al sacro Cuore sia essenzialmente interessata a questa questione, né che « la divergenza delle opinioni, su questo punto, non abbia servito che a ritardare sino al giorno d’oggi il trionfo della beata Margherita Maria e l’inaugurarsi del regno sociale del sacro Cuore di Gesù », e neppure che sostenere questa opinione sia « vendicare la tradizione, la Chiesa e i suoi dottori, Gesù Cristo medesimo e la beata, Pio IX e i teologi che hanno insegnato questa verità » (Testi citati da TERRIEN, p. 53-54). – A questa affermazione poco illuminata basta opporre i testi. È come simbolo d’amore, non come organo d’amore, che la divozione è stata approvata e ha progredito, Il Cardinale Gerdil, che già combatteva le spiegazioni del P. Feller, sul senso puramente metaforico da darsi alla parola cuore, nella divozione, approvava volentieri questa frase di Mons. Albergotti: « L’unica ragione, per la quale la sacra Congregazione ha creduto dovere accordare l’ufficio e la Messa propria del sacro Cuore, si è che esso è il simbolo dell’amore di Gesù Cristo » (Risposta p. 419). Quelli stessi che son più attaccati alle vecchie opinioni ne convengono; così il P. Emanuele Marquez, nella sua Defensio cultus SS. Cordis, scrive: « La festa del sacro Cuore ce lo presenta come un simbolo d’amore; essa non è un’altra cosa che una festa in cui la carità di Cristo è onorata sotto il simbolo del suo cuore. Ora una siffatta festa non suppone nulla di falso o d’incerto. Infatti che cosa ci abbisogna per provarlo? Una cosa sola, e cioè che questo cuore simbolizza realmente la carità di Gesù ». E, rispondendo direttamente all’obbiezione che il cuore potrebbe non essere l’organo dell’amore sensibile, scrive: « La risposta è facile. Né la festa, né la divozione del Cuore di Gesù riposano sull’opinione che assegna al cuore la parte di organo nella produzione dei nostri sentimenti. E infatti e la festa e il culto suppongono come unica condizione il simbolismo del Cuore di Gesù. E ciò non è punto contrastabile per qualunque opinione si voglia abbracciare sulla missione del cuore. Che questi sia o no l’organo dell’amore, ne è pure sempre il simbolo naturale grazie alla stretta affinità che vi si collega » (Testi citati da TERRIEN, p. 61-62). – E non si parli qui di una ritirata davanti alla scienza. La Chiesa ha tenuto conto così bene sin dal principio delle ipotesi della scienza (non erano che delle ipotesi, e anche poco esatte, al tempo di Gallifet e di Lambertini), che non ha voluto pronunziarsi in favore del culto che quando si è ben persuasa che poteva farlo senza farsi ligia a opinioni variabili e incerte. Che i primi teologi della divozione (e parecchi fra loro, come il P. Croiset, siano stati molto riservati su questo punto), abbiano riferito troppo al cuore, sia; ma lo hanno fatto più nello sviluppare l’eccellenza della divozione, che nella spiegazione del suo oggetto. Riman fermo che la divozione al sacro Cuore è bastantemente ben fondata, se il cuore è veramente l’emblema dell’amore. E chi può negare che lo sia, almeno nel nostro mondo e nella nostra civilizzazione? Temo, nondimeno, che qualcuno possa essere indotto da questa idea dell’emblema o a sacrificare ogni relazione reale del cuore di carne all’amore, relazione che è il fondamento del simbolismo, o a non dare più alla divozione tutta la sua ampiezza e la sua importanza, restringendo troppo il campo del simbolismo e il valore rappresentativo del cuore. Non dimentichiamo mai che la divozione al sacro Cuore non sarebbe più quello che è, se perdesse il suo contatto col cuore reale, e se il cuore di Gesù non fosse più concepito come in reale rapporto con la vita affettiva e per tal modo con tutto l’essere intimo di Gesù. – Ecco, dunque, se non mi inganno, come a poco a poco si possono orientare i rapporti della divozione al sacro Cuore con la scienza del cuore. Il cuore di Gesù è un cuore umano perfetto; il cuore è in lui quello che è normalmente in noi. Ora noi sentiamo il nostro cuore immedesimato nel nostro stato affettivo e persino nelle nostre disposizioni morali; noi sentiamo il nostro stato affettivo, e anche le nostre disposizioni morali in stretto rapporto con certi stati e certi movimenti del nostro cuore. Non è solo per metafora che diciamo: Il cuore mi batteva fortemente; avevo il cuore grosso; ne ho ancora il cuore stretto; il mio cuore si dilatava; era come liquefatto; cuore freddo, cuore caldo, ecc. Queste espressioni traducono una realtà fisiologica e, insieme una realtà psichica. In che cosa consista questa realtà fisiologica non sapremmo dirlo, e lasciamo ai fisiologi la cura di spiegarlo. Ma questa corrispondenza pertanto è per noi un fatto di esperienza, ed è su questo fatto che si appoggia il simbolismo del cuore, come tutta la divozione. (Sii questo fatto d’ esperienza si fondano tutti gli autori che hanno scritto sulla divozione. Mons. D E – PRESSY, per esempio, si esprime così : « Questa verità è confermata dall’esperienza generale. Chiunque ha cuore ed ha amato qualcosa un po’ vivamente, non ha bisogno che della testimonianza dei suoi propri sentimenti per convincersi della realtà delle impressioni che l’amore produce sul cuore. Non sta a noi descrivere queste impressioni – nelle linee omesse si tratta di effetti straordinari prodotti dall’amore sul cuore- ; ma sulla testimonianza che ne fanno coloro che li provano non temiamo di essere smentiti quando affermiamo come verità incontrastabile che il cuore ha molta parte nell’amore. lstruction su la divozione al sacro-Cuore di Gesù, c. II. Oeuvres très complètes de M.gr De Pressy, Parigi 1842, t. II, col. 1056-1057edizione Migne). – Per renderci conto delle cose in sé stesse, ricorriamo ai filosofi e ai sapienti. I filosofi ci dicono che il cuore non potrebbe essere l’organo d’un amore spirituale; e aggiungono che un amore pienamente umano ha, naturalmente, qualcosa di sensibile e di spirituale insieme, perché essendo l’Uomo e un animale ragionevole e un amore sensibile deve essere in rapporto con un organo corporeo. Qui interviene il fisiologo, e, pur dicendo che l’organo proprio delle nostre emozioni sensibili non è il cuore, riconosce che il cuore, organo principale della circolazione del sangue, è ancora un centro ove vengono a ripercuotersi tutte le impressioni nervose sensitive (CLAUDE BERNARD, citato da TERRIEN, p. 137. Vedi RICHE, Les fonctions de l’organe cardiaque, c. I V , p. 98 sq.). Certo è interessante sentir gli scienziati darci spiegazioni di quel che proviamo e ridirci quello che del resto sappiamo molto bene, che « l’amore che fa palpitare il cuore non è… solo una forma poetica, ma anche una realtà fisiologica ». (CLAUDE BERNARD, citato da RICHE, op. cit., p. 105. Vedi altri testi più recenti, raccolti da M. DE LA BÉGASSIÈRE art. cit. I I , col. 567-569).

Li ascolteremo con lo stesso interesse quando ci spiegheranno le funzioni capitali del cuore nella nostra vita, e come il cuore sia l’organo centrale che sembra entrare il primo in attività, che sembra morire l’ultimo, che distribuisce da per tutto la vita, distribuendo il sangue; e quando ci diranno che la vita vegetativa, e specialmente la circolazione del sangue, di cui il cuore è l’organo principale, è in stretta relazione di causa e d’aspetto con la vita affettiva. Ma non dimenticheremo già che la nostra divozione riposa su esperienze immediate, anteriori alla scienza, e che non è, perciò, solidale con le scoperte della scienza e tanto meno con tutte le incerte prove delle sue ipotesi variabili. La divozione del resto si muove, vive in un altro dominio. Qualche fatto di giornaliera esperienza basta per fondare la teoria del simbolismo del Cuore e per stabilire che è in reale rapporto con la nostra vita affettiva. – Con questo la devozione al sacro Cuore è bastantemente d’accordo con la fisiologia. La scienza vien dopo, e tace una questione collaterale. I teologi del sacro Cuore l’hanno dimenticato qualche volta, speriamo non la dimentichino più.

IL SACRO CUORE DI GESÙ (40)

IL SACRO CUORE (40)

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ-

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE SECONDA.

Spiegazioni dottrinali. (3)

X.

ALTRI TRATTI: RICORDO DELLA PASSIONE,

DELLA EUCARISTIA

L’idea della Passione e della Eucaristia nella divozione. — Ragioni.

Infatti il pensiero della passione è intrecciato, molto spesso e intimamente, al culto del sacro Cuore. Lo abbiamo già veduto negli atti e negli scritti di Margherita-Maria (I parte cap. 3). Tutti i documenti confermano la stessa cosa. La Messa Miserebitur ne è tutta penetrata; l’ufficio della festa, lo è quasi altrettanto; le litanie del Cuore ce lo ricordano facendoci invocare il cuore di Gesù come propiziazione per i nostri peccati, come satollato d’obbrobri, come spezzato a causa dei nostri peccati, come fattosi obbediente sino alla morte, come trafitto da una lancia; d’altra parte le litanie della Passione e l’ora santa passata in unione con Gesù nel giardino degli Ulivi erano, per la beata Margherita Maria, due dei principali esercizi della divozione. Ella va, come per istinto, a Gesù che soffre e che muore. Vi si potrebbe vedere una delle delicatezze dell’amore; non è forse quando l’amico soffre, quando è abbandonato, che l’amico gli sta più vicino per tenergli compagnia, a ridirgli il suo amore, rendergli omaggio o prender parte alle sue pene? Vi è qualche cosa di questo, certamente, nell’istinto che spinge i devoti del sacro Cuore verso il giardino degli. Ulivi o verso il Calvario. Ma vi ha pure altra cosa. La loro divozione cerca le tracce dell’amore. E dove brilla maggiormente quest’amore, se non nella passione? Soffrire e morire per colui che si ama è, secondo la testimonianza stessa di Gesù, lo sforzo supremo dell’amore. Essa va dunque alla passione, perché là, più che altrove, ritrova questo Cuore che « si esaurisce e consuma per dimostrare il suo amore ». Per ragioni consimili, la divozione al sacro Cuore, ha stretto rapporto con l’Eucaristia. I postulatori del 1765 sono motto espliciti a questo riguardo (Lettres inédìtes. IV, p. 140 ; riveduto su G. CXXXIII, p. 567). Margherita Maria fu l’amante dell’altare, come lo fu della croce. Tutto il suo desiderio è di fare la santa comunione, tutto il suo appoggio, dice ella, è « il cuore del mio amabile Gesù nel SS.mo Sacramento ». Gesù le domandava la Comunione riparatrice e voleva che facesse la Comunione tutte le volte che avesse potuto, qualunque cosa dovesse accaderle. La divozione ha cominciato sempre per la stessa via. A misura che cresce in un’anima, la spinge ad accostarsi alla santa Comunione sempre più e sempre meglio. La liturgia del sacro Cuore offre le stesse testimonianze; la Messa e l’Ufficio si dividono in parti uguali fra il pensiero della Passione e il pensiero dell’Eucaristia. Il P. C roiset, univa 1’Eucaristia e la Passione nella sua definizione quando diceva: « L’oggetto particolare di questa divozione è l’amore immenso dei Figlio di Dio, che lo ha spinto a offrirsi per noi alla morte e a darsi tutto a noi nel sacramento dell’altare ». Ed è pur questo, che ci ripete la sesta lezione del breviario nel giorno della festa: « Quam caritatem Christi patientis et prò generis humani redemptione morientis, atque in suæ mortis commemorationem instituentìs sacramentum corporis et sanguinis sui, ut fideles sub sanctissimi Cordis symbolo devotius ac ferventius recolant eiusdemque fructus percipiant ». – Veramente come per l’Eucaristia, così per la Passione, la cosa potrebbe ben spiegarsi a prò dei fedeli. È nella Eucaristia che troviamo attualmente il cuore di Gesù ben vicino a noi; è nella Eucaristia che noi ci uniamo a lui. Ma una ragione, anche più obiettiva, di questo stretto rapporto fra l’Eucaristia e la divozione al sacro Cuore si è che l’Eucaristia è, come la Passione, la testimonianza più espressiva dell’amore del sacro Cuore per noi. È così che l’intende il P. Croiset, così che l’intende la Chiesa, come lo provano i testi che abbiamo citato. La Passione e l’Eucaristia, sono i due principali benefici effetti di questo amore che la Chiesa, come Essa stessa spiega, nell’orazione della festa onora nel culto del sacro Cuore: « In sanctissimo Corde gloriantes, precipua in nos caritatis ejus beneficia recolimus ». Si potrebbe domandare se, e perché, il beneficio della Incarnazione, che è stato il mezzo che ci ha dato Gesù medesimo, e che è esclusivamente un effetto di amore (sic Deus dilexit mundum ut Filium suum unigenitum daret), non deve esser messo in rapporto speciale nella nostra divozione, insieme con l’Eucaristia e con la Passione. Questo si fa qualche volta e il decreto del 1765, approvando la festa, diceva che per mezzo di questo culto: « si rinnova simbolicamente la memoria dell’amore che aveva indotto il Figlio unico di Dio a prendere la natura umana » (Lettres ìnédites, IX, p. 164; G. CXXXVIII, 608. Vedi più sopra parte la , c. 2, § 3, p. 26 ; c. 3, § I , n. 4). L’inno ai Vespri della festa esprime la medesima idea:’ « Amor coegit te tuum mortale corpus sumere ». Ma questi testi non risolvono definitivamente la questione. La soluzione dipende dalla risposta a un’altra questione che bisogna esaminare per precisare sempre meglio l’idea che dobbiamo farci della divozione al sacro Cuore.

XI.

OGGETTO PRECISO: IL CUORE CHE AMA GLI UOMINI

Qual è l’amore che onoriamo nella divozione al sacro Cuore. — L’amore per gli uomini. — In qual senso l’amore per Iddio.

La questione è tutta qui: Di quale amore intendiamo parlare, quando diciamo che la divozione al sacro Cuore ha per oggetto di onorare sotto la figura del cuore, l’amore di Nostro Signor Gesù Cristo? Ma la questione ha due sensi.Questo amore del sacro Cuore può esser riguardato da partedell’oggetto amato e si può domandarci chi ne è l’oggetto. « È l’amore per Iddio? È l’amore per gli uomini? » Essopuò esser riguardato da parte del soggetto che ama e laquestione sarebbe: Quale è l’amore di Gesù che onoriamoonorando il suo cuore? L’amore suo come uomo o l’amoresuo come Dio? Il suo amore umano o il suo amore divino? Il suo amore creato o il suo amore increato? Quello che lofece pianger su Lazzaro, o quello che dette l’essere a Lazzaro?Alla prima domanda è facile rispondere. L’amore cheonoriamo in questo culto è l’amore che chiede corrispondenzad’amore: « Ecco il cuore che ha tanto amato gli uomini », dicevaGesù alla beata Margherita Maria. Quis non amantem redamet? Quis non redemptus diligat ? … cantiamo nell’innoalle Laudi. Præcipuam in nos caritatis ejus beneficia recolimus, aggiungiamo nell’Orazione. Tutti i testi sono improntatiallo stesso senso, e sarebbe perder tempo volerne accumularequi per provare una tesi che nessuno contrasta. Nonrimane che dare una spiegazione e prevenire una difficoltà.Una spiegazione. L’amore di Gesù per gli uomini, nonva certo disgiunto dall’amore per il Padre suo, ne è anzitutto penetrato, vi prende sorgente e vi ha il suo motivo.Gesù conosceva bene il gran comandamento: « Tu amerai ilSignore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima, contutte le forze », e lo praticava come nessuno lo ha mai praticato.E conosceva, del pari, che il secondo comandamentoè simile al primo: « Amerai il prossimo tuo come te stessoper amor di Dio », e lo praticava con la stessa perfezione ideale.Con ciò si viene a dire che l’amore di Gesù per il prossimo,era un amore soprannaturale, un amore ben regolatoe perciò tutto informato all’amore per il Padre suo. Per esseresoprannaturale, per essere regolato, è però meno vivo,meno tenero e, se così posso esprimermi, meno naturale?  Non manca chi stoltamente si rappresenta le cose in questamaniera; si vorrebbe che, per amor degli uomini, si cessassedi amare Dio. Se le delicatezze del cuore dei Santi non bastanoper disingannarli, studino certuni le delicatezze delCuor di Gesù. E ciò per quel che riguarda la spiegazione.Rimane però sempre una difficoltà. Abbiamo detto chetutti i testi si accordano nel riguardare l’amore del sacroCuore come il suo amore per gli uomini, il che è verissimo.Vi sono, nonpertanto, delle eccezioni, almeno apparenti,e ne abbiamo già incontrate sulla nostra via. Nella replicadei postulatori polacchi si dice che il Cuore di Gesù deveessere considerato, in secondo luogo, come il simbolo o lasede naturale di tutte le virtù e di tutte le affezioni internedi Cristo e, in particolare modo, dell’amore immenso che ebbeper il Padre suo e per gli uomini; — imprimisque amoris illius immensi quo Patrem et homines prosecutus est (Replicatio, n. 18, Nilles, t. I, p. 145)). IlP. della Colombière non si esprime altrimenti: « Le principalivirtù che si pretende onorare in lui sono: in primo luogoun amore ardentissimo per Iddio suo Padre » (Oeuvres, t. VI, p. 124. Cf. più sopra: § 7, p. 110 e ss.).Sarebbe facile citare dei testi analoghi, prendendone ancheda coloro che dicono, più espressamente, che la divozioneal sacro Cuore ha per oggetto di onorare l’amore concui Gesù ha amato gli uomini; come per esempio dal P.Croiset o dal P. Galliffet. Ma non sarebbe questo un portarconfusione in tutte le nostre nozioni e definizioni? No. Perché  non dimentichiamo le due maniere che abbiamo segnalateper ben comprendere la divozione al sacro Cuore.Essa è, nel suo oggetto diretto e immediato, la divozione al cuore amante di Gesù, al cuore emblema dell’amore; malo è pure, per una estensione legittima e naturale, la divozioneal divin cuore di Gesù in tutta la sua vita intima, perconseguenza nelle sue virtù e, in special modo, nel suo amoreper Iddio. Come emblema d’amore è il suo amore per noiche Gesù ci scopre, scoprendoci il suo cuore adorabile, ece lo scopre in tutta la sua realtà, come l’ideale della nostravita, non meno che come l’oggetto del nostro amore.Si vede quanto è importante questa distinzione per renderchiare le idee. Forse vi troveremo anche lume per risolverela seconda questione, che è più difficile e dove l’accordodelle opinioni non è così unanime.

XII.

OGGETTO DETERMINATO:

AMORE CREATO E AMORE INCREATO

Qual è l’amore che onoriamo? — L’amore del Verbo

incarnato. — Amore creato e amore increato. — Controversie,

distinzioni e spiegazioni.

Quale è l’amore di Gesù che onoriamo nella divozione al sacro Cuore? È il suo amore creato o il suo amore increato, l’amore con cui ama come uomo, nella sua natura umana, o quello con cui ama come Dio, nella sua natura divina e, per ripetere una espressione chiara e breve, quello che dette l’essere a Lazzaro o quello che pianse su Lazzaro? È una questione questa che, forse, non è stata mai trattata a fondo, sino ad oggi. Non già che essa sia stata ignorata. Molti teologi del sacro Cuore l’hanno, anzi, considerata esplicitamente. Ma non abbiamo ancora una soluzione che s’imponga, e molti opinano che la questione non sia stata ancora sufficientemente discussa anco fra quelli che la risolvono. Tale è l’opinione del P. Vermeersch (L‘objet propre de la dévotion au Sacre Coeur negli Études, 20 gennaio 1906, t. CVI, p. 146-179. Vedi pure Pratìque et doctrìne, 2.a parte, c. I , art. 5, p.399-400).« Quest’articolo, dic’egli, è diretto contro una opinionespeciosa e seducente, che guadagna terreno, ma nella qualenon possiamo a meno di vedere una confusione e un errorebiasimevole. Il favore relativo della quale essa gode non sispiega, ai miei occhi, che per una mancanza di attenzione. »Crediamo servire gl’interessi della divozione al sacro Cuorerichiamando delle serie riflessioni su di una questione che,d’altronde, sappiamo essere studiata in Germania e in Austriae dove preoccupa gli spiriti » (Loco cit, p. 146). Dopo ciò, il P. Vermeersch combatte l’opinione che allarga la divozione al sacro Cuore sino alla carità increata. Senza impegnarci ad accettare le sue conclusioni, seguiamolo nelle sue ricerche. Molti non hanno riguardato la questione in una maniera esplicita. Di qui una prima serie di testi dove si parla, senza altro precisare, del cuore di carne che ha tanto amato gli uomini, dell’immenso amore del Verbo incarnato, rivelantesi in tutta la sua vita, nella sua morte, nel SS.mo Sacramento, ecc. Così fa santa Margherita Maria, così il P. della Colombière, il P. Croiset, il P. Galliffet, i vescovi di Polonia nel loro bel Memoriale; così il cardinale Gerdil, Zaccaria, il P. Roothaan nella sua bella lettera sulla divozione al sacro Cuore, Dalgairns; così, almeno sembra, Franzelin e Ramière (Vedi i testi e le citazioni in VERMEERSCH, loc. cit, p. 178 e seguenti; Pratique, p. 405-427). In questo caso, non si ha in vista l’amore di Dio, come Dio, ma l’amore di Dio fatto uomo. Si vuol dir forse, con ciò, che nel Dio fatto uomo non si riguarda che il suo amore umano? Forse, ma ciò non è giusto. È piuttosto il contrario che si dovrebbe dire, lo vedremo, salvo ad aver ragioni positive per separare quello che lo sguardo della fede non separa ordinariamente. È un fatto che constatiamo, anche in quelli che riguardano direttamente l’amore del cuore di carne, delle espressioni agrandi prospettive in cui l’irradiamento della Persona divina nella natura umana di Gesù illumina tutto e fa sentire che anche nell’ uomo si vede Dio (Avanti di dare una spiegazione più precisa, che verrà data a suo luogo, una parola della B.ta Margherita Maria farà comprendere ciò che qui si vuol dire: « Egli mi fece vedere che l’ardente desiderio che ha d’essere amato…. gli aveva fatto concepire l’idea di manifestare il suo Cuore agli uomini con tutti i tesori che contiene, affinché tutti quelli che vogliono rendergli tutto l’onore, l’amore e la gloria che è in loro potere, siano da lui arricchiti di quei divini tesori del Cuore di Dio che ne è la sorgente…. e che bisognava onorare sotto la figura di quel cuore di carne ». Lettres inédites, IV, p. 142, rivedute su G. CXXXIII, 598. Come potrebbe Margherita Maria non vedere che l’amore umano di Gesù, mentre il Dìo amante le è così presente al pensiero?). – Questo ci conduce a una seconda serie di testi in cui l’amore che onoriamo nella divozione al sacro Cuore è designato in termini tali che sembrano includere l’amor divino del Verbo incarnato. Io non parlo di quelli secondo i quali questo amore è qualificato di divino, poiché tutto è divino in Gesù, anche l’umanità. Ma si parla incessantemente d’amore infinito. Cor Jesu, infinite amans et infinite amandum, come nell’enciclica Annum sacrum, dove Leone XIII ci dice « che nel sacro Cuore vi è il simbolo e l’immagine sensibile della carità infinita di Gesù Cristo: « In sacro corde inest symbolum atque expressa imago infinitæ Jesu Cristi caritatis ». È il linguaggio corrente, che usa continuamente la parola « carità infinita » o altra equivalente (Vedi CH. SAUVÉ, libro citato, t. I, p. 26-28). Queste parole avrebbero un senso, senza dubbio, anche applicate all’amore umano di Gesù. Ma, poiché indicano così chiaramente la Persona divina, perché non vi si porrebbe pur’anco l’amor divino? – Un terzo gruppo di testi stringe la questione ancor più da vicino. Si parla espressamente, a proposito del sacro Cuore, dell’amore creatore, dell’amore che ha motivato l’Incarnazione, ecc. Ma come è possibile non riconoscervi l’amor divino, sia come amore della Persona divina che s’incarna, sia come amore di Dio che opera l’incarnazione e ci dà il sacro Cuore? Più d’una volta questo amore è espressamente designato nei documenti ufficiali. Abbiamo già notato un passo dell’Ufficio, che parla precisamente in questo senso (Il P. VERMEERSCH, loc. cit. p. 171 e 472 risponde che è una espressione poetica e che è in « strofe obbligate al metro ». Cf. Pratique, pag. 428. I teologi quanto, e più, dei poeti, dureranno fatica a comprendere che ci si possa così facilmente sbarazzare da un testo imbarazzante.). Si trova nell’inno del Vespro. Vi si parla dell’amore che ha « costretto Gesù a prendere un corpo mortale ».

Amor coegit te tuus

Mortale corpus sumere.

Quest’amore è subito dopo descritto come « l’artefice che che ha fatto la terra, il mare e gli astri ».

Ille amor almus artifex —

Terræ marisque et siderum.

Si tratta dunque dell’amore increato. Il decreto del 1765, quello che stabiliva la festa, indica come oggetto del culto « l’amore che ha spinto il Figlio unico di Dio a prendere la natura umana ». Si potrebbe, con esegesi sottile, giungere ad eliminare da questo testo l’amore increato? Forse ((2) Cf. VERMEERSCH, loc. cit, p. 178-180. Pratique p. 423-427). Ma è ben più certo che il segretario della Sacra Congregazione dei Riti nel 1821, ci vedeva questo Cuore. « Questa festa, diceva, non ha per oggetto un mistero particolare, di cui la Chiesa non ha fatto menzione a tempo e luogo; è come un riassunto (compendium) delle altre feste in cui si onorano dei misteri speciali; vi si ricorda l’immenso amore che ha spinto il Verbo a incarnarsi per il nostro riscatto e per la nostra salute, a istituire il Sacramento dell’altare, a caricarsi delle nostre colpe, a offrirsi in croce come ostia e sacrificio » (Citato in NILLES, libro I, parte I, c. III, § 5, A., p. 163). – Ma, si dice, il decreto del 1765, come quello del 1821, non è riprodotto nella nuova collezione autentica dei decreti della Sacra Congregazione dei Riti. Qualunque sia la causa di questa omissione — che non ha certo nulla di dottrinale — la Congregazione non rigetta l’idea che esprime, poiché l’ha ripetuta, quasi con le stesse parole, fra i considerando di un decreto recente, 4 aprile 1900. Il decreto ha per oggetto lo Scapolare, ma la festa vi è pur menzionata. E come? Come « una solennità che non ha solo per oggetto di adorare e di glorificare il cuore del Figlio di Dio fatto uomo, ma di rinnovare, simbolicamente la memoria di quel divino amore, che ha spinto il Figlio unico di Dio a prendere la natura umana, ecc., sed etiam symbolice renovatur memoria illius divini amoris quo idem Unigenitus Dei Filius humanam suscepit naturam » (Analecta ecclesiastica, 1900, t. VIII, p. 206). I teologi che si son proposti esplicitamente questa questione fanno generalmente parte all’amore increato. Così il P. Froment. Così, più tardi, Benoit, Tetamo, e Marquez; così Muzzarelli. Gautrelet, Jungmann, Bucceroni, Leroy, Chevalier, Nilles. Terrien, De San, Nix, Billot, Baruteil, Tini, Sauvé (Vedi i testi e le citazioni, parte in VERMEERSCH, loc. cìt. p. 178 e seguito; parte in CH. SAUVÉ, t. I , prefazione p. XVII. Il P. RAMIÈRE che pone la tesi che « l’amore eterno e divino di cui arde N. S. Gesù Cristo non gli è punto estraneo ». Messagger du Cœur de Jesus, 1868, t. XIV, p. 275 e seguenti.). Vi è forse uno, fra questi, che escluda l’amore increato? Qualcuno ne ha l’apparenza, ma, a bene approfondire, si vedrebbe, forse, che esclude soprattutto un amore di Dio che non avrebbe a far nulla col sacro Cuore e col Verbo incarnato. Vi ha, forse, qua e là qualche confusione nelle idee e nelle parole piuttosto che opposizione sostanziale di dottrina. Una cosa pertanto è sicura, ed è, io credo, ammessa da tutti. L’amore che onoriamo direttamente nel culto del sacro Cuore, è l’amore del Verbo incarnato, di Dio fatto uomo. Un amore di Dio, senza contatto con l’umanità di Gesù, non potrebbe essere l’oggetto proprio della divozione. Se l’amore di Dio vi ha dunque la sua parte, bisogna riguardarlo e nella persona del Verbo fatto carne, o in rapporto causale con l’Incarnazione e l’opera Redentrice. – Altra cosa egualmente certa, e che conferma la precedente, si è che, per propriamente parlare, non vi ha divozione al sacro Cuore là dove il cuore di carne non entra per nulla. La devozione al sacro Cuore non potrà dunque raggiungere l’amore di Dio per noi che nella misura in cui quest’amore sarà simbolizzato dal cuore di carne. Fuori di qui potremo onorare l’amore di Dio, dirne meraviglie, ma la divozione al sacro Cuore non vi avrà altra parte che d’aver servito, forse, di opportunità. – Questi sono i principi della soluzione. Vediamo ora a che punto ci conducono. L’amore che onoriamo direttamente nel culto del sacro Cuore è l’amore del Verbo incarnato, di Dio fatto uomo. Gesù è l’Uomo-Dio e i fedeli che vedono Gesù vivente e concreto non separano dai loro omaggi l’uomo da Dio. L’irradiamento della persona divina illumina per loro tutto quello che vedono in Gesù. Anche quando riguardano l’uomo, quando ascoltano le parole che cadono dalla sua bocca, quando compassionano i suoi dolori, non dimenticano che egli è Dio, ed è questo pensiero, sempre presente, che imprime il suo carattere a tutti i loro rapporti con Gesù in quello stesso modo che la realtà sempre attuale dell’unione dà il suo carattere e il suo valore a ciascuno degli atti e delle sofferenze e delle parole di Gesù. Gesù, per loro, è essenzialmente l’Uomo Dio, nell’unità indissolubile dell’unione ipostatica. Il loro amore e la loro fede non possono concepirlo altrimenti. Ma, allora, la divozione al sacro Cuore è necessariamente la divozione all’uomo-Dio; l’amore che vi si onora è, necessariamente, l’amore dell’Uomo-Dio. Ecco quel che deve essere considerato, come certo. In questo senso, almeno è giusto di dire col P. Terrien: Quod Deus coniunxit, homo non separet. Ma, non è forse questo un giuocare con la questione, piuttosto che risolverla? Nessuno, infatti, nega l’unione personale; nessuno pretende che l’amore che i fedeli onorano nella divozione al sacro Cuore, sia un amore puramente umano; è sempre l’amore per Iddio. Ma si pone la questione se è solamente l’amore con cui ci ha amato col suo cuore umano, nella sua natura umana, o se è pure anco l’amore con cui ci ama eternamente nella sua natura divina, con quest’atto semplice d’amore che è la sua essenza infinita. I fedeli, se non m’inganno, non fanno distinzione, quantunque sappiamo distinguere molto bene in Gesù la natura divina e la natura umana, quantunque sappiamo ben riconoscere in lui un amore con cui ci ama come Dio. E il fatto ch’essi non fanno distinzione è in favore della « non distinzione » dei due amori nel loro culto; è Gesù tutto intiero che onorano sotto la figura del suo cuore di carne; tutto il suo amore, sembra, come tutta la sua Persona. Per distinguere, dove essi non distinguono, occorrerebbero delle ragioni, e i Teologi studiano, appunto, se ve ne sono. Si è molto rimproverato alla nostra divozione di favorire il nestorianismo. Pura calunnia dei giansenisti. I teologi del sacro Cuore l’avevano già confutata, e Pio VI ne aveva già reso giustizia (Testo citato più sopra § 2,). Ma, se i fedeli non onorano il sacro Cuore da nestoriani, non bisogna neppur supporre che confondano nel loro culto le nature e le operazioni, o supporre che onorino da eutichiani o da monoteliti. Ma è forse questo il pericolo da temersi, ragionando come facciamo, passando dalla persona all’amore, e concludendo che, poiché l’onore va alla Persona, va pure all’amor divino? I teologi rispondono a nome dei fedeli: non è vero che passiamo, senz’altra considerazione, dalla Persona all’amore. Noi non passiamo ad ammettere dall’unità di Persona la fusione o la confusione di due amori in un solo. Diciamo solamente questo: Pur distinguendo le nature, nell’oggetto della loro divozione, i fedeli vi vedono Gesù tutto intiero, la Persona totale, la persona nelle sue due nature; così si deve dire che la vedono nei suoi due amori, a meno che ragioni speciali non ci facciano constatare che essi hanno in vista un solo di questi due amori: l’amore umano. Si dice. I documenti non parlano che dell’amore creato. Distinguo. Essi non parlano che dei benefìci ove trasparisce pur’anco l’amore creato, ed io sono con loro (salvo per le eccezioni accennate); ma, se essi attribuiscono questi benefici al solo amore creato, aspetto che ne dieno le prove. Vi ha gran differenza, a questo riguardo, fra l’ordine dell’amore e quello dell’azione. È Gesù, nella sua natura umana, che parla, che agisce, che soffre, che istituisce i sacramenti, che rimane dell’Eucaristia; ma ciò non vuol due che abbia parlato, agito, sofferto, e compiuto il resto, sotto l’influenza del suo solo amore creato. Perché non vedere, a meno che ci abbiano ragioni in contrario, l’amore increato compiacersi del pari in queste opere dell’amore creato, dando l’impulso, per così dire, a questo amore creato? Ma, si dirà, « se sì deve ammettere la carità increata, bisogna che occupi il primo posto (VERMEERSCH, loc. cit., p. 164; Pratique, p. 403). Qui ancora distinguo: Se i due amori fossero considerati in loro stessi, lo concedo; se sono contemplati a traverso il cuore di carne, distinguo, ancora: Quando se ne parla esplicitamente sia; se ne potrebbe però dubitare, ma, se non si fa questione esplicitamente, io lo nego. A meno che non si preferisca accordare, ciò che torna lo stesso, che, parlando dell’amore di Cristo, senza averlo in vista né come creato, né come increato, si dà implicitamente il primo posto all’amore increato, poiché si parla di questo amore, tale, come esso è. Non è dunque, neppure per questa via, che dobbiamo cercare la soluzione della questione. Ma « l’amore d’un cuore umano è considerato come umano esso stesso, se non si dice il contrario » (VERMEERSCH, loc. cit, p. 164; Pratique, p. 403).Si potrebbe, forse, esitare a dir sì, quando si tratta di un caso unico come quello dell’Uomo-Dio. Bisogna, nondimeno, dir se si tratta dell’amore, di questo cuore, dell’amore che ha interesse vitale per questo cuore. Ma la questione è precisamente qui: se non si tratta che di questo amore nella divozione al sacro Cuore. Quelli che lo spiegano in special modo per il cuore organo, come fa il P. Galliffet, devono esser portati a riguardare la divozione, come divozione all’amore umano di Gesù. La conclusione, però, non s’impone. Il cardinale Billot, che dice così chiaramente che « il cuore è il simbolo dell’amore, perché né è l’organo », scrive altrove, e con la stessa precisione, che « nel Verbo incarnato il cuore è insieme simbolo e della carità increata che fece discendere il Verbo sulla terra, e della carità creata, che, irrompendo sino dal primo istante della sua concezione, lo condusse sino alla croce (De Verbo incarnato, thesis 38, § 2, p. 348 ; 4-a edizione, Roma 1904). Egli vuol significare, senza dubbio, che il simbolismo, pur avendo il suo fondamento nel rapporto vitale, non vi trova, però, i suoi limiti. Poiché il sacro Cuore non è organo che in rapporto all’amore umano. Altri vi scorgono tutto quel che ha rapporto all’amore e vi ritrovano tutto Dio, quel Dio che, secondo il discepolo diletto, è amore. Ma essi, sono portati a perdere il contatto col cuore reale, col cuore di carne di Gesù. Ma non dimentichiamo che, senza contatto col cuore di carne, non vi ha più divozione al sacro Cuore. Con la nozione al sacro Cuore emblema, si riprende contatto col cuore reale e si riman liberi di far significare all’emblema, non solo l’amore che si ripercuote nell’organo, ma ancora l’amore divino, che non vi ha nessun’ eco diretta. La questione non è risolta interamente però. Non si tratta di ciò che può essere, ma di ciò che è nel pensiero della Chiesa, poiché si tratta della divozione, pubblica e ufficiale della Chiesa, non già d’una divozione privata e che potrebbe essere diversa. Non dimentichiamo neppure che il cuore emblema, come è onorato dalla Chiesa, è nello stesso tempo il cuore organo, il cuore di carne vivente in Gesù e palpitante nel suo petto il ritmo della vita e dell’amore. Quest’ultima menzione non ci obbliga forse a concludere, in mancanza di testi precisi, che nel pensiero della Chiesa la divozione al sacro Cuore è decisamente la divozione all’amore creato, all’amore umano, che solo è l’amore del sacro Cuore, l’amore in cui esso ha sua parte come organo e, insieme, come emblema? Non è forse questa la ragione che domandavamo per aver diritto di limitare all’amore umano nel Cristo l’amore di Dio fatto uomo, amore che dicevamo essere certamente l’oggetto della divozione? (È questo che invoca, sopratutto, il P. VERMEERSCH, Pratique, p. 434).La conclusione non s’impone, mi sembra. Eccone il perché,e sarà questo un dire nello stesso tempo le ragioni cheabbiamo di fargli la sua parte nella divozione all’amore increato.

a) L’amore creato del Cuore di Gesù non riceve, forse, impulso del suo amore increato? Perché, dunque, il cuore, simbolo dell’amore creato, non lo riceverebbe in pari tempo dall’amore increato che pure è unito con un legame così intimo di causalità con l’amore creato? Questo amore increato non si ripercuote direttamente nel cuore di carne; lo ammetto, ma vi si ripercuote producendo quell’eco creata da lui stesso, che è l’amore del cuore di carne, e ciò è bastante perché il cuore di carne me lo ricordi, nel medesimo tempo che mi ricorda l’amore creato.

b) In un senso analogo, io posso riguardare l’amore increato che crea il cuore amante di Gesù. Questo focolare d’amore, da chi è acceso? Chi mi presenta, chi mi dà questo emblema vivente dell’amore? Se Gesù è una manifestazione vivente di Dio nel mondo, come non sarebbe il sacro Cuore la manifestazione vivente dell’amore e dell’amabilità di Dio stesso? Ma, se questo è, l’amore increato ha bene il suo posto nella divozione.

c) Infine, la divozione al sacro Cuore ci conduce naturalmente, come abbiamo veduto, alla persona di Gesù che ci si mostra amabile e amantissimo. Il sacro Cuore è Gesù, Gesù che mi si rivela nella sua natura umana, ma Gesù che nello stesso tempo s’impone alla mia fede come Persona divina; e in questo modo si constata che l’amore increato ha il suo posto nella divozione al sacro Cuore.

[Queste conclusioni sono pur quelle di M. R. DE LA BÉGASSIÈRE, articolo citato, col. 569-570. È probabile, che il P. VERMEERSCH le ammetta pur lui. Egli non ha preteso escludere l’amore increato, inteso così. Vedi Etudes, loc. cit., p. 482; Pratique, p. 430 e 440. Gli Etudes sono ritornati nella questione. Vedi la discussione fra M. VIGNAT e il P . VERMEERSCH; Etudes, 5 Giugno 1906, t. CVII, p. 643-665. M. LEROY si è pronunziato con forza contro il P. VERMEERSCH nella Révue ecclesiastique de Liège, sett. 1906; questi rispose. Ibìd, Nov. 1906, p. 125-148. M. LEROY tornò pure a rispondere. Il P . ALVERY si mette dalla parte del P. VERMEERSCH nella Révue Aqustinienne, 15 Feb. 1907, p. 173-190. Io credo potere e dovere mantenere le mie posizioni].

XIII.

RIASSUNTO.

SGUARDO AL CUORE VIVENTE.

FORMULE.

Che vasto campo si dischiude per il devoto del sacro Cuore! Se la divozione è poco profonda, o poco illuminata, sì perderà, forse, a parlare dell’amore di Dio nel mondo; e il sacro Cuore non vi entrerà per nulla, o vi entrerà solo come sinonimo d’amore; ma se comprende e gusta il sacro Cuore, come esso è, nella sua realtà viva e concreta, e nel suo simbolismo, sì ricco ed espressivo, saprà leggervi tutto Gesù, Gesù che ci ama di un doppio amore, così come è composto di due nature, armoniosamente unite nella Persona divina, in Dio fatto uomo. Guardiamoci bene dal misurare la ricchezza della realtà con la ristrettezza delle nostre formule; cerchiamo, piuttosto, di allargare le nostre formule per renderle meno inadeguate, meno sproporzionate alla ricchezza della realtà. Per questo rimettiamoci dinanzi al cuor di Gesù, vivo e vero, o, se si preferisce, dinanzi a Gesù che ci apre il suo cuore. Studiamo questo cuore in se stesso, ciò che esso è e quel che significa. Così comprenderemo, meglio che analizzando le formule (le quali, per quanto possano essere ammirabili per ampiezza e valore espressivo, sono però sempre inadeguate) ciò che è la divozione al sacro Cuore e qual ne sia l’oggetto proprio. E non pertanto ci abbisognano delle formule. Ecco quelle che riassumono quel che abbiamo detto sull’oggetto della divozione al sacro Cuore. Quest’oggetto è il cuore di carne di Gesù, cuore vivente nel suo petto e palpitante d’amore per gli uomini. È il cuore di carne, simbolo espressivo e vivente di quell’amore che Gesù ha avuto, ed ha ancora, per gli uomini. Così questo cuore ci apparisce, prima di tutto, come avente rapporto d’espressione e di vita con l’amore del Verbo incarnato per noi. È così, soprattutto, che si definisce la divozione al sacro Cuore. Essa è la divozione all’amore di Gesù per noi, all’amore con cui ci ha amato come uomo, e anche, in una certa misura (se le nostre osservazioni su questo soggetto son giuste), all’amore con cui ci ha amato come Dio. Perciò questa divozione si compiace di studiare questo amore liberale e generoso in tutti i suoi benefici e si ferma di preferenza alle sue principali manifestazioni: la passione e l’eucaristia. Ma, rinchiudendosi troppo strettamente in questo simbolismo dell’amore, la divozione rischierebbe, forse, di dimenticare, o di non vedere abbastanza chiaramente questo amore vivente e operoso, e rischierebbe, forse, di perdere il contatto con questo cuore vivo e vero. Ritorna, dunque, al Cuore amante, per vedervi tutto l’intimo di Gesù, le sue virtù e le sue perfezioni, i suoi dolori e l’amor suo. La visione dell’amore ne è più precisa, e le amabilità vi risplendono maggiormente. Di là, per una transizione insensibile e senza perder di vista il cuore di carne, la divozione si rivolge a Quegli che ci mostra il suo cuore amabile e amante, nel cuore che ci presenta, nel cuore che ci mostra e ci offre. La divozione al sacro Cuore è dunque una forma speciale di divozione alla Persona adorabile di Gesù. Abbiamo già potuto travedere quanto sia eccellente e perfetta. Lo vedremo ancor meglio con l’avanzare in questo studio.

IL SACRO CUORE DI GESÙ (39)

IL SACRO CUORE (39)

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ-

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE SECONDA.

Spiegazioni dottrinali. (3)

CAPITOLO VII.

OGGETTO PER ESTENSIONE: L’INTERIORE DI GESÙ

Il cuore di Gesù, emblema del suo amore, ci ricorda, nello stesso tempo, tutto l’essere intimo di Gesù: la vita del suo cuore, le sue virtù, ecc. — Da qui viene una prima estensione della divozione.

Una prima serie di divergenze, nelle spiegazioni di alcuni autori, ci hanno permesso di meglio spiegarci i due elementi essenziali della divozione al sacro Cuore, l’amore e il cuore, il cuore amante e l’amore del cuore. Ma la questione si presenta ora sotto un altro aspetto. È l’amore o, almeno, è unicamente l’amore che pretendiamo onorare? – La questione è risolta, almeno in parte. Infatti, i documenti ci dimostrano chiara una cosa; che la divozione al sacro Cuore, cioè, si presenta, prima di tutto, come la divozione al cuore amante di Gesù, all’amore del sacro Cuore. I testi che abbiamo citato, lo dicono il più chiaramente possibile; e se ne potrebbero accumulare all’infinito, che ci ridirebbero sempre la stessa cosa. Ma ce sono altri — e spesso sono i documenti medesimi — che indicano pure altra cosa, come oggetto della divozione, che la estendono a tutta la vita intima di Gesù, qualche volta a tutta la sua persona, ai suoi lavori, alle sue sofferenze, alle sue virtù, ai suoi sentimenti, alla sua presenza eucaristica, a Gesù tutto intero, designato sotto il nome di sacro Cuore. Per rendersene conto, basta leggere un trattato sul sacro Cuore ed esaminare qualcuna delle pratiche in onor suo. – Nessuno, meglio del P. Galliffet, ha dato l’idea vera e precisa della divozione. Esaminiamo ciò che egli dice sull’eccellenza della divozione al sacro Cuore di Gesù. « Se ne deve giudicare, dic’egli, dal suo oggetto, dal suo fine, dagli atti e pratiche di virtù che contiene, dal frutto che produce ». E sviluppa questi quattro punti. Che cosa dice dell’oggetto? « È precisamente dall’oggetto che una divozione ritrae la sua eccellenza, come ne ritrae il vero carattere. L’oggetto di questa, è il Cuore di Gesù». Il P. Galliffet continua col considerare questo cuore in sé stesso (L, II, c. I, art. 2, p. 72), e constata l’eccellenza:

a) « delle proprietà naturali del cuore », b) della sua unione con l’anima più perfetta e eccellente che sia mai stata, c) della sua unione col Verbo eterno, d) della funzione divina per cui fu formato e che non è altro che ardere incessantemente delle fiamme più pure e più ardenti dell’amor divino, e) della santità che gli è propria, f) « delle virtù di cui è sorgente ». Tutte cose, si vede bene, che sono indubitatamente in rapporto col cuore. E s’intravvede che il P. Galliffet forza un poco questo rapporto, presentando il cuore come « la sorgente » delle virtù e dei sentimenti. L’autore studia, in seguito, il cuore di Gesù, in rapporto agli uomini. « Considerate, dice egli, che questo Cuore divino vi si presenta tutto infiammato dell’amore che vi porta e tutto pieno di quei generosi sentimenti di bontà a di misericordia, ai quali siete debitori della vostra redenzione, e ricordatevi che è questo medesimo Cuore che ha risentito, così vivamente, tutte le vostre miserie, che è stato così crudelmente afflitto dai vostri peccati, e nel quale si sono formati tanti desideri ardenti della vostra felicità. Ma consideratelo, soprattutto nei dolori sofferti, per amor vostro nella sua passione ». – Qui, senza dubbio, l’amore è messo in prima linea, ma per quanto l’autore s’inganni vedendo meno il simbolo che il principio, l’amore non è solo, in vista. Vi è, pertanto, qualche considerazione ancora più chiara. Riassumendo, alla fine del cap. IV, libro I, la sua dottrina, sull’oggetto della divozione al sacro Cuore per darne un’idea « netta e perfetta », il padre Galliffet dice: « Molti vi prendono inganno. Sentendo pronunziare questo sacro nome: Cuore di Gesù, limitano i loro pensieri al cuore materiale di Gesù Cristo; non riguardano questo Cuore divino che come un pezzo di carne, senza vita e senza sentimento, come farebbero, presso a poco, di una reliquia santa, ma tutta materiale. Ah! come l’idea che si deve avere di questo sacro Cuore, è differente, è ben altrimenti magnifica! ». – Egli vuol dunque che si consideri, da prima, « come cuore unito intimamente e indissolubilmente all’anima e alla persona adorabile di Gesù Cristo…, cuore pieno di vita, di sentimento e d’intelligenza ». In secondo luogo, « come l’organo principale e più nobile delle affezioni sensibili di Gesù Cristo, del suo amore, del suo zelo, della sua obbedienza, dei suoi desideri, dei suoi dolori, delle, sue gioie, delle sue tristezze; come il principio e la sede di queste medesime affezioni e di tutte le virtù dell’Uomo-Dio ». In terzo luogo, « come il centro di tutti i dolori interni che ha sofferto per la nostra salute, e di più come cuore ferito crudelmente dal colpo di lancia, che ricevé sulla croce; infine come santificato dai doni più preziosi dello Spirito Santo e per l’infusione di tutti i tesori di grazia di cui è capace ». – « Tutto questo, continua l’autore, appartiene realmente a questo Cuore divino; tutto questo forma parte dell’oggetto della divozione al Cuore di Gesù ». E, come se questo non fosse abbastanza chiaro, conclude: « Si consideri dunque questo composto mirabile che risulta del cuore di Gesù, dell’anima e della divinità che gli sono unite, dei doni e delle grazie che racchiude, delle virtù e degli affetti di cui è il principio e la sede, dei dolori interni di cui è il centro, della ferita che ricevé sulla croce; ecco l’oggetto completo, per così esprimermi, che si propone all’amore e all’adorazione dei fedeli » (loc. cit. pag. 53, 54). Si faccia pur grande quanto si vuole la parte ad una fisiologia inesatta, ciò non potrà mai niente, lo vedremo, contro la divozione. Non è forse vero che onesto oggetto, sì ampio e sì esteso, scaturisce naturalmente dalla definizione ricevuta: « il culto del cuore di carne come emblema dell’amore di Gesù per noi » ? E quello che dice il P. Galliffet vien ripetuto, quasi parola per parola, dai postulatori del 1765, in un passo da cui abbiamo già estratto un brano ripetuto da molti altri in termini equivalenti. Gli autori moderni sono più circospetti nella scelta delle loro espressioni, nel definire l’oggetto proprio della divozione. Ma quando, nei loro svolgimenti, sono meno circospetti, arrivano a dire lo stesso. E bisogna ben riconoscere che l’idea viva della divozione trabocca da ogni parte, per confermare questa formula del cuore come emblema d’amore, e va a ricercare nel cuore di Gesù tutta la vita intima di Dio fatto uomo, tutte le ricchezze nascoste nella sua umanità e, per parlare come i Sulpliziani, tutto « l’interiore di Gesù ». Si leggano le litanie del sacro Cuore e vi si troverà conferma di ciò. E fu così fin dal principio. Ecco come si esprime il P. de la Colombière nella sua spiegazione « della offerta al sacro Cuore di Gesù ». « Quest’offerta, egli dice, si fa per onorare questo Cuore divino, la sede di tutte le virtù, la sorgente d’ogni benedizione, il rifugio di tutte le anime sante. Le principali virtù che si vogliono onorare in lui sono: in primo luogo, un amore ardentissimo per Iddio, suo Padre, unito con un profondissimo rispetto e con la .più grande umiltà che fosse mai; in secondo luogo, una pazienza infinita; e, in terzo luogo, una compassione sensibilissima per le nostre miserie, ecc. ». « Questo Cuore è sempre animato, per quanto gli è conveniente di esserlo, dagli stessi sentimenti, e soprattutto sempre infiammato d’amore per gli uomini ». Si potrebbero citare mille pagine dello stesso genere nella beata Margherita Maria. Come spiegasi questa anomalia, questa specie di sproporzione fra la definizione e l’uso, fra la teoria e la realtà? Senza porsi di fronte esplicitamente alla questione, gli autori la risolvevano praticamente in due sensi. Dapprima cercando di riferire tutto all’amore intimo di Gesù. La sua vita affettiva, non è forse tutta amore? E le varietà di questa vita affettiva, che cosa sono se non lo stesso amore, diversificato secondo le condizioni dell’oggetto?  È quello che già aveva detto sant’Agostino; quello che hanno ripetuto san Tommaso, Bossuet e tutti i discepoli di questi grandi maestri. Quello che non è amore in Gesù, è però sempre sotto l’influenza dell’amore. Perché i suoi dolori? Egli ha amato. Che cosa sono i suoi miracoli? Effetti della sua bontà e del suo amore. Se san Tommaso concepisce tutti gli atti buoni dell’uomo retto come prodotti sotto l’impero dell’amore (egli intende però l’amore per Iddio), non si potrebbe forse dire che tutta la vita di Gesù si compendia nell’amore di Dio e nell’amore del prossimo? Tutta la sua vita non è stata forse per il prossimo, come per Iddio? Questo ci dà certo una bella idea della divozione al sacro Cuore. Bisogna convenire, pertanto, che questa idea non esaurisce tutte le ricchezze della divozione, come la troviamo negli scritti del P. Galliffet, (potrei ben dire in tutti quelli della beata Margherita Maria) e come pur la constatiamo nella pratica dei fedeli. – Pur essendo essenzialmente quale lo abbiamo definito, il culto del sacro Cuore va ancor più lungi. Si può e si deve concepirlo come la divozione all’amore del sacro Cuore per noi. Perché ne è ben questa la sostanza secondo la parola già citata di Pio VI. Ma va anche più lungi; essa è la divozione al cuore vivente di Gesù, perché considera il cuore di Gesù secondo le condizioni in cui ci troviamo a riguardo del cuore umano. – Il cuore è soprattutto l’emblema d’amore. Ma il cuore vivo e vero non è solo questo. Di qui viene che la divozione al cuore vivo e vero di Gesù non vi onora solamente l’amore. Tutta la nostra vita intima e profonda ha i suoi rapporti col cuore; i nostri sentimenti vi si ripercuotono; tutta la nostra vita affettiva vi trova come un centro di consonanza per il quale ci si manifesta sensibilmente (Si sa che l’amore di volontà, come tutti gli atti della vita spirituale, non ha organo materiale per parlare propriamente. Ma qui non si fa questione d’organo o di principio, si tratta di concorso e di risonanza. Ora si sa bene che anche l’amore spirituale, quando è veramente e primamente un amore umano, si riversa sulla parte sensibile dell’uomo; ha il suo contraccolpo nell’organismo). – Ora, la nostra vita affettiva e la nostra vita morale, sono strettamente unite, tanto da non potersi dire se sono distinte l’una dall’altra. Così il linguaggio corrente, che è espressione delle realtà profondamente sentite, collega col cuore tutta la vita morale e affettiva dell’uomo; le virtù come i sentimenti, il primo impulso all’azione e i moventi intimi. Non si arriva perfino a dire che i grandi pensieri vengono dal cuore, e che il cuore ha delle ragioni che la ragione stessa non conosce? Non è forse vero che, quando Pascal parla di « Dio sensibile al cuore », traduce una realtà profonda e che « Dio sensibile al cuore » è altra cosa che la conoscenza puramente astratta e fredda del filosofo? Gesù stesso non si è forse rivelato a noi come dolce e umile di cuore e non vediamo noi forse, in ciò, una manifestazione del suo sacro Cuore? Ma, si dirà, non si tratta forse qui del « cuore metaforico » contro il quale ci si metteva in guardia, allorché si definiva la divozione al sacro Cuore? No. È al cuore reale che va il nostro pensiero. E non solamente come simbolo dell’amore, come un’eco interna che rivela coi suoi palpiti la vita affettiva, ma in quel modo che l’uso popolare, fondato su di una esperienza vaga ma sicura, riferisce al cuore la nostra vita intima, di cui vediamo in esso il simbolo e l’espressione, nello stesso tempo che scorgiamo la ripercussione del nostro stato affettivo e delle nostre divozioni morali. – Prima estensione della nostra divozione. Estensione, come si vede, legittima e naturale non appena si concepisce la divozione come riferentesi al cuore vivo e vero di Gesù, per onorare in esso tutto quello che è, tutto quello che fa, tutto quello che ricorda e rappresenta allo spirito. Considerata da questo punto di vista la divozione al sacro Cuore, non è solo la divozione all’amore del Cuore di Gesù, ma essa diviene la divozione a tutta la vita interiore del Salvatore, in quanto che quanta vita ha nel cuore vivente un centro di ripercussione, un simbolo o un segno di richiamo. – Vi è pure un’altra idea della divozione, idea ugualmente naturale e consacrata del pari dall’uso e fondata sul linguaggio corrente. È il passaggio dal cuore alla intera persona.

VIII.

OGGETTO PER ESTENSIONE: LA PERSONA DI GESÙ

Nuova estensione del culto. — Come e in qual senso il cuore significa e riassume la persona.

È sempre la persona che si onora quando si onora il cuore; come è la persona che si onora quando le si bacia rispettosamenté la mano. È la condizione del culto; né v’ha bisogno d’insistervi qui. Pio VI ha fatto giustizia delle accuse formulate a questo riguardo dal Giansenismo, come se i fedeli, onorando il sacro Cuore di Gesù, l’onorassero facendo astrazione della sacra Persona del Verbo incarnato. Sino dai primi giorni della divozione, la dottrina fu molto chiara a questo riguardo. Abbiamo già veduto il P. Galliffet insistere sempre più sull’unione del cuore alla persona divina del culto del sacro Cuore. Si può, diceva egli, rivolgere a questo Cuore divino delle preghiere, degli atti, degli affetti, delle lodi, in una parola tutto quello che si può rivolgere alla persona stessa, poiché infatti è la persona unita al cuore che lo riceve realmente. – Margherita Maria aveva già detto, con una perfetta chiarezza, che Gesù si compiaceva molto di essere onorato sotto la figura di questo cuore di carne. Il culto, in questo caso non è d’altronde puramente relativo, come quello che si rende a una immagine, come quello, pur anco, che si rende alla vera croce; perché il cuore fa parte della persona e ha in sé la dignità della persona di cui fa parte. Basta ricordare queste nozioni, perché non vi ha nulla in questo che sia proprio al culto che esaminiamo. La stessa cosa si applica in special modo al culto delle cinque piaghe, di cui una ci riconduce al cuor di Gesù. Che cosa è infatti, diceva il cardinale Gerdil (Animadversiones, § I, Opere t. V, p. 174, Napoli 1855), che cosa è la piaga del cuore, senonché il cuore piagato? Ma nella divozione al sacro Cuore, così come è accettata nella Chiesa, si trova un passaggio speciale dal cuore alla persona, che merita attenzione. Col trascurare di farne oggetto di nota: si confondono qualche volta le nozioni, e non si sa più come spiegare né il linguaggio della beata Margherita Maria, né il movimento del culto. Nel linguaggio abituale, la parola cuore è usata spesso per una figura che i grammatici chiamano sinedoche per disegnare una persona si dice: « È un gran cuore, è un buon cuore », per dire: È una grande, è una bell’anima. E quando diciamo: « Che cuore »! è la persona che designiamo direttamente, non è già il suo cuore. Ciò avviene, naturalmente, nella divozione al sacro Cuore. Margherita dice: Questo sacro Cuore, come direbbe: Gesù. Nei due casi, ella ha in vista direttamente la persona. E l’uso è divenuto ormai familiare di designare Gesù col nome di sacro Cuore. Non già, notiamole bene, che i due nomi siano sinonimi. Non si può dire, indifferentemente Gesù o sacro Cuore. Non si designa sempre la persona per il suo cuore. Per farlo bisogna avere in vista la persona nella sua vita affettiva e morale, nel suo intimo, nel suo carattere, nei principi della sua condotta. L’idea del cuore non sparisce, ma domina la frase; il cuore non designa la persona che sotto gli aspetti rappresentati dal cuore. Ma questo passaggio dal cuore alla persona, questo riguardar la persona nel cuore, dà alla divozione un andamento più libero, una importanza maggiore. Di qui segue che il sacro Cuore mi ricorda Gesù in tutta la sua vita affettiva e morale, l’interiore di Gesù, amabile e amante, Gesù modello e virtù. La vita di Nostro Signore può così concentrarsi tutta sul cuore: in tutti i suoi stati posso studiare quanto vi ha di più profondo, di più intimo, di più personale. Gesù si riassume tutto e si esprime nel sacro Cuore, attirando sotto questo simbolo espressivo il nostro sguardo e il nostro cuore sul suo Cuore e sulla sua amabilità. Gesù non è forse, in tutto e per tutto, amantissimo e amabilissimo? E Gesù non è forse tutto cuore? Eravamo già arrivati a constatare ciò per altra via, per quella del simbolo e della cooperazione del cuore alla vita affettiva di Gesù. Ma ora ci troviamo più a nostro agio nella divozione, grazie a questa specie di comunicazione d’idiomi fra ciò che conviene al cuore e quel che conviene alla persona stessa di Gesù riguardata in ciò che ha di più profondo e di più personale. Che cosa è per noi una statua del sacro Cuore ? Una statua nella quale Gesù, mostrandoci il suo cuore, cerca tradurre ai nostri sguardi tutta la sua vita intima, la sua amabilità e soprattutto il suo amore. – Grazie a questa nuova estensione, possiamo descrivere la divozione al sacro Cuore come la divozione a Gesù che si rivela a noi rivelandoci il suo cuore, nella sua vita intima e nei suoi sentimenti più personali, che, infine, non ci ripetono che amore e amabilità. Questa divozione, se così posso esprimermi, ci scopre il fondo di Gesù. Non è già che il cuore sparisca in questa nuova accettazione. È la persona stessa di Gesù che ce la dischiude, ripetendoci, come già alla beata Margherita Maria: « Ecco questo cuore ». E noi riguardando il cuore che ci viene dischiuso dinanzi, impariamo a conoscere la persona nel suo fondo. Così tutto Gesù si riassume nel sacro Cuore, come tutto il resto, secondo i divini disegni, si riassume in Gesù (Cf. RENÉ DU BOUAYS DE LA BÉGASSIÈRE, Notre culte catholique français du sacre Cœur, p. 7, Lyon 1901).

IX.

UN CARATTERE DISTINTIVO. L’AMORE MISCONOSCIUTO

L’idea dell’amore misconosciuto e oltraggiato. — Il suo posto nella divozione.

La divozione al sacro Cuore è dunque soprattutto la divozione all’amore, all’amabilità di Gesù, la divozione a Gesù così amabile e così amante. Si può ben dire che tutto è là, e che tutto viene di là. Ma vi è un tratto che la divozione mette in tal special rilievo e che le dà il suo carattere particolarmente commovente. Gesù non si accontenta di mostrare il suo cuore ferito d’amore, con la sua tenerezza squisita, con la sua generosità, che va « sino a esaurirsi e consumarsi per dimostrar loro (agli uomini) il suo amore ». Ci mostra pure questo amore misconosciuto, oltraggiato da quelli stessi da cui aveva maggior diritto di aspettarsi la corrispondenza e che per vocazione avrebbero dovuto amarlo di più. Dopo aver detto: « Ecco questo cuore che ha tanto amato gli uomini ». aggiunse: « E per riconoscenza, non ricevo, dalla maggior parte, che della ingratitudine, e con le loro irriverenze e i loro sacrilegi, con la freddezza, il disprezzo che hanno per me in questo sacramento d’amore. Ma quello che mi è ancor più sensibile, è che vi siano dei cuori a me consacrati che agiscon così » (Mémoire nella Vìe et Oeuvres, t. II, p. 355, 2.» edizione, p. 413; G. n. 92, p. 102). Commentando queste parole il P. Galliffet scrive: « Bisogna osservare ancora un punto essenziale della natura della nostra divozione, ed è che l’amore da cui è infiammato il suo divin Cuore deve essere considerato come un amore disprezzato e offeso dall’ingratitudine degli uomini…. Il Cuore di Gesù Cristo deve esser dunque considerato qui sotto due rapporti: da una parte come infiammato d’amore per gli uomini; dall’altra come offeso crudelmente dall’ingratitudine di questi uomini stessi. Questi due motivi, uniti insieme, devono produrre in noi due sentimenti ugualmente essenziali alla divozione verso questo sacro Cuore: cioè, un amore che risponda al suo e un dolore che ci muova a riparare le ingiurie che si son fatte dalla durezza degli uomini » (T. I, cap. IV, P . 43). Il primo grido della divozione al sacro Cuore è: Quale amore! Il secondo : L’amore non è amato! È  questo che spiegano a lungo i postulatori del 1765: « Bisogna notare, dicono essi, che il sacro Cuore deve essere considerato sotto due aspetti; dapprima come traboccante d’amore per gli uomini…. ; poi come crudelmente ferito dall’ingratitudine degli uomini, satollato d’oltraggi e reso degno così non solo del nostro amore, ma della nostra compassione pur anco » ( Memorie n. 34, 38; NILLSE, t. I, p. 117, 120). – Gesù non soffre più; non può più soffrire, ma l’oltraggio, da parte degli uomini, non è meno reale; essi farebbero tutto quello che dipenderebbe da loro per farlo soffrire, se per la sua condizione attuale non fosse al sicuro dei loro colpi! V ha ancor di più ; tutti questi oltraggi piombarono veramente sul suo cuore ; Egli ne soffrì, quant’era possibile soffrire. Nella sua passione, non risenti solo le ingiurie dei Giudei e dei Romani; non seppe solo dell’ingratitudine dei suoi concittadini e dell’abbandono dei suoi amici. L’avvenire e il passato ebbero il contraccolpo nei suoi dolori e vi si concentrarono. Se dunque Gesù non soffre più nel presente, ha però sofferto del presente; e i fedeli non hanno torto di rappresentarselo sofferente, perché ha veramente sofferto per le offese del presente. Senza contare che ci è sempre permesso di trasportarci nel passato per compatire Gesù, poiché l’avvenire d’allora è il presente d’oggi. È possibile che qualche volta il modo di esprimere di tutto ciò non sia rigorosamente esatto. Ma è ben certo che l’esattezza dell’espressione potrebbe correggersi senza toglier nulla alla verità profonda delle cose e all’impressione che devono produrre. È sempre vero, in ogni modo, che la beata Margherita Maria ha veduto il sacro Cuore coronato di spine e sormontato dalla croce, e lo ha spiegato molto bene vedendovi il segno di una grande realtà: « Era circondato, il sacro Cuore da una corona di spine, a significare le punture che i nostri peccati gli facevano, e aveva una croce al disopra a significare che, non appena questo sacro Cuore fu formato, vi fu piantata la croce » (Lettres inédites, IV, p. 141; riveduto su G. CXXXIII, p. 567). La Chiesa conosce bene queste maniere psicologiche di sopprimere il tempo e lo spazio; la sua liturgia è piena di questi riflessi della eternità divina proiettati sul nostro mondo passeggiero e incostante. – Queste spiegazioni erano necessarie per far comprendere come la divozione al sacro Cuore può rappresentarci Gesù oltraggiato. Ma questo rapporto del presente con la passione non è la sola, né  probabilmente la principale ragione dello stretto rapporto che esiste tra la devozione al sacro Cuore e il ricordo dei dolori di Gesù.

FESTA DELL’ARCICONFRATERNITA DEL SS. ED IMMACOLATO CUORE DI MARIA (2021)

 DOMENICA PRECEDENTE ALLA SETTUAGESIMA:

FESTA DELL’ARCICONFRATERNITA DEL SS. ED IMMACOLATO CUORE DI MARIA

[Notizie storiche intorno all’Arciconfraternita del Ss. CUORE DI MARIA, tratti dagli annali della medesima Arciconfraternita pubblicati dal sig. Dufriche Desgenettes nell’anno 1842-

 Imola, Baracani Stampe. Vescov. 1843 –

Con dedica a S. E. Cardinal Giovanni Maria Mastai Ferretti, futuro Papa Pio IX)

A

sua Eminenza reverendissima GIOVANNI MARIA de’ Conti MASTAI FERRETTI

Arcivescovo Vescovo d’Imola e conte etc. etc.

Eminenza reverendissima,

Molte e gravi ragioni ci obbligano a dar pubblico segno della gratitudine che professiamo sincera e profonda all’Eminenza Vostra Reverendissima, la quale con bontà tutta propria del di Lei cuore ha voluto onorare quella tanto per noi sacra festività che dedicammo alla B. V. detta del Calanco, non pure adempiendo di persona la solenne cerimonia dell’incoronare la S. Effigie, ma eziandio col tenere analoga omelia tutta piena di forza, di dignità, di unzione. A sdebitarci però di tanto smarrisce affatto la pochezza di nostre forze, e la parola vien meno, sì se abbiamo riguardo alla sublimità de’ suoi meriti, e sì se a quella sua più ancor sublime modestia, che non cura, anzi sdegna qualunque omaggio di lode. Il perché non altro ci siamo consigliati che offrire alla Eminenza vostra un opuscolo diretto a propagare la devozione all’Immacolato Cuore di Maria, accertati che la somma di Lei pietà, la quale faceva ricca la nostra Chiesa di un dipinto rappresentante il S. Cuore della Vergine, vorrà gradire il nostro buon volere e continuarci l’onore di essere quali inchinati al bacio della S. Porpora ci protestiamo della Eminenza V. Reverendissima.

Dozza 8 Giugno 1843

PRŒMIO

Se ella è opera di uomo cotesta, dicea Gamaliele ai seniori di Gerusalemme, cadrà di per se stessa, ma se la vien da Dio, sussisterà; ed avete a temere non forse opponendovi a quella, vi opponiate a’ disegni di Dio. – Questa appunto si fu la sola risposta che ci permettemmo fare a coloro che sebbene con intenzione retta, biasimaron però sulle prime l’istituzione dell’Arciconfraternita del Sacro Cuor di Maria per la conversione de’ peccatori. Le obbiezioni loro, fondate sulla umana prudenza, non valsero a farci cader di animo, né ad arrestarci ne’ nostri sforzi, da che resistere non sapevamo all’interno nostro sentimento. – Oggimai dell’opera si farà giudizio agli effetti stupendi, sigillo verace delle òpere di Dio manifestato all’uomo; e così gli uomini che altra fiata la guardavano con animo pregiudicato, colpiti dal vasto e rapido suo incremento, sbalorditi pe’ copiosissimi frutt i che ella non cessa di produrre, le fanno essi stessi giustizia, e benedicono il nome di Maria, il cui intervento attrae tante grazie ed opera tanto meravigliose conversioni. – Senza prevalerci di. Un successo che vince della mano tutte nostre speranze, confessiam francamente che se fossimo stati consultati sul partito da prendersi per ricondurre a cristiana vita gli uomini del secol nostro, non avremmo noi pensato mai, parlando secondo uomo, a consigliare l’erezione di una arciconfraternitasiccome mezzo efficace per convertire i peccatori. La parola stessa era un obbietto di derisione, qualche anno innanzi. Sarebbonsi tutti senza dubbio burlati della semplicità di un sacerdote che cercando satisfare alla necessità de’ tempi nostri e calmar le grida dei miserabili del nostro secolo, proposto avesse una meschina confraternita, rimembranza del medio evo. I Cristiani anche i Più fedeli per poco istrutti del carattere dell’attuale incivilimento, avrebbero disdegnato questo strano e vieto rimedio, né avrebbero mai avvisato che sotto questo nome e con questa forma si potessero ricondurre all’ovile le smarrite pecorelle. – A così grandi bisogni si volean contrapporre più grandi aiuti; ogni uom serio che gemeva sulle nostre calamità e sul traviare de’ più alti intelletti, inculcava la necessità di un intero rinnovellamento di scienza e di una nuova diffusione di luce per guarire le piaghe del secolo, spegner la sete di sapere che crucia gli ingegni, saziare la fame degli umani desideri. Noi pur siamo stati d’avviso, che giammai la face della scienza cristiana non ebbe a fugare più folte e sparse tenebre. Intanto, diciamolo pur chiaramente, non mancò alla Chiesa questo soccorso; e se altri si fa a rimembrare le innumerevoli difficoltà che negli ultimi tempi opprimevano il sacerdozio ed attraversavano gli alti studi del clero, dovrà trasecolare al vedere le penne e gl’ingegni che a’ nostri dì si esercitano, negli scritti religiosi e ne’ pulpiti evangelici. I diversi rami dell’umano sapere non furono per avventura mai coltivati con più zelo e splendore di quel che si faccia presentemente da que’ medesimi che annunziano al mondo la divina parola. – Ma basta egli questo rimedio? La sola scienza può mai sopperire a tutti i bisogni? Ed acciò sia feconda e si coroni de’ divini frutti non debbe ella forse andar di conserva, nel cuor dei Cristiani, coll’amore e la pratica della carità? – La vera scienza, la scienza, che getta luce di fede e converte lo spirito, è dono del cielo, scaturisce dal Padre dei lumi, procede dall’amore; che per servirci delle espressioni del pio Cardinal di Berulle: Dall’amore appunto si fa passaggio alla luce e non è mai che dalla luce si passi all’amore. E così ad ottener scienza e luce si debbe amare, pregare, domandare e cercare con umiltà e confidenza. Tal si è la condizione ad ogni grazia: Cercate in prima il regno di Dio, e la sua giustizia, e ‘l rimanente vi sarà dato quasi per soprappiù. – La divina luce adunque impedita dalle tenebre di orgoglio che s’innalzano attorno a noi, ci è stata offerta; ma d’appressarvisi non è dato che all’umiltà, sol può vederla l’occhio obbediente della fede. Il perché in tutti i tempi l’incredulità della umana sapienza, poiché salse al suo più alto grado di esaltazione, ha dovuto esser confusa dai mezzi che a lei si parvero una follia. – L’arciconfraternita rinnova a’ giorni nostri una di queste sante follie. Col suo titolo ella comanda l’umiltà a coloro ch’ella accoglie; col suo obbietto risveglia la cristiana e fraterna carità; colle sue condizioni esige la preghiera; col suo fruttificare muove a riconoscenza ed amore; e l’amore alla sua volta riconduce gli animi e i cuori alla buona via, alla verità ed alla vita. – Se oggimai ci facciamo a considerare che l’Arciconfraternita nel sesto anno di sua esistenza conta già due milioni incirca di fratelli sparsi in tutte le contrade del mondo; che sonovi aggregate oltre a 1900 parocchie, sì in Francia, sì presso le straniere nazioni; che ogni dì si accresce il novero, e che da ultimo infra sì gran moltitudine di fedeli riuniti nel sentimento di una stessa preghiera, noi osserviamo un considerevol numero di giovani e di uomini di mondo, d’ogni ordine della società, tutti parteciperanno alle speranze nostre sull’avvenire, ed agevole tornerà il comprendere l’interesse che può venire dal pubblicare periodicamente cotesti Annali.

D’altra parte non pretendiamo noi di fornire la istoria contemporanea di soli documenti; non offriamo alla cristiana pietà solo i fatti di edificazione: un altro disegno abbiamo in cuore, un più serio e dolce pensiero ci stringe e ci predomina. A Maria, Madre del nostro Signor Gesù Cristo dedichiam questi Annali; e glieli presentiamo siccome novello monumento innalzatole dai riconoscenti figli della Chiesa. – Maria sì, Maria e il compassionevole suo Cuore implorato abbiamo, con confidenza invocato; e questo Cuore mosso dai nostri gemiti, si è mostrato al nostro come un emblema dell’amore materno, come un simbolo di grazia, come l’iride che annunzia serenità dopo la procella e che conferma l’alleanza di Dio cogli uomini. – La santa Vergine, dal primo momento della incarnazione del Verbo, è divenuta mediatrice alla nostra riconciliazione, trono di grazie, pegno ed istrumento alle divine misericordie, aureo anello che conferma e stringe l’umanità colla Divinità. Che che ne dica l’eretico, questa immacolata Vergin Maria sarà eternamente il sostegno del popol di Dio, il rifugio dei peccatori, l’onore e la gloria della umanità rigenerata dal Sangue di Gesù Cristo. Ella è pur la Madre dei Cristiani non per figurato vocabolo di lingua, ma secondo la verità della eterna parola; dappoiché ella è Madre veramente: Madre di Dio fatto uomo, Madre di Gesù Cristo, Madre della Chiesa ch’è il corpo di Gesù Cristo; Madre d’ogni e singolo membro di questo mistico corpo, Madre di tutti i veri fedeli. – Questa saldissima verità, il dogma della maternità verginale e della materna verginità, questo dogma appunto fu altamente annunciato, e consacrato dall’alto della croce. Ecce Mater tua! Egli è questa lultima asserzione di un Dio moriente, il testamento di Gesù Cristo, il compimento del Cristianesimo, la pienezza dei doni di Dio. – Or se dalla prima pagina della santa Scrittura, la vittoria fu promessa alla Vergine che stritolerebbe il capo del serpente, ei si conveniva invocare questa Vergine vittoriosa sotto il nome di Nostra Signora delle Vittorie; e dappoiché l’umiltà fu sempre sua divisa e suo vessillo, ben si spiega la scelta da lei fatta di una delle più umili chiese della capitale della Francia per collocarvi il centro dell’Arciconfraternita. – Lasceremo ora che parlino i fatti, i quali ci mostreranno in più eloquente maniera, che il languido nostro parlare, i tesori del Cuor di Maria, l’inesauribile sua indulgenza, la possente sua mediazione a favor delle anime dolenti e traviate, l’efficacia di sua misericordiosa intercessione presso Gesù Cristo, nostro Salvatore, a cui la gloria e l’impero ne’ secoli de’ secoli si appartiene. Amen.

(Se rimanemmo tanto edificati in leggendo sì pii concetti espressi con tutta semplicità dal ch. autore, non ci sorprenderà meno la perspicuità e la forza di Logica ch’egli adopera in un primo articolo che tien dietro al proemio, ov’ei prende a dimostrar con invitti argomenti divini e umani, come l’opera dell’Arciconfraternita sia opera della divina Misericordia. A farne intesi i lettori estrarremo la miglio parte di esso, volgendolo in volgar nostro, lasciando di sovente parlar lui stesso e non aggiungendo che qualche frase a legare i sentimentitolti qua e là all’uopo di farne un ristretto giusta lo scopo della presente appendice alle notizie storiche.)

CAPO I.

Ordine meraviglioso di Provvidenza sull’Arciconfraternita del SS. ed Immacolato Cuor di Maria.

Qualsivoglia opera di Dio ha in mira si la gloria sua sì il bene degli uomini, questo è costantemente lo scopo del diffondersi dell’amor divino. Ei chiama tutti i popoli a sé, perché attingano a lunghi sorsi i dolci effetti della sua misericordia: e nella sua clemenza ei conduce l’opera di guisa che imponga visibilmente alle anime il tributo di riconoscenza e di tenerezza che debbe accrescere infra le creature la gloria estrinseca del Creatore. Il perché le opere di Dio differiscono dalle opere dell’uomo e nel loro principio e negl’incrementi loro e negli effetti. Le opere dell’uomo lasciano pur scorgere la man dell’uomo, il suo ingegno e i suoi sforzi: le opere di Dio son condotte innanzi a dispetto degli uomini: perocché egli fa di mestieri che la origin loro, lo estendersi, il trionfare rivelino la volontà, la onnipotenza, la bontà di Dio, affinché il mondo, non potendo porre in forse la divina operazione, si affretti a raccorglierne frutti e benedizioni. – Le opere degli uomini sono sentite innanzi che avvengano; e dalle circostanze sono dirette e favorite. Non fanno cammino che sotto l’occhio degli uni e sospinte dall’interesse degli altri. Il loro incremento deve molto, e di sovente ancora tutto deve al credito, alla abilità di chi le intraprende ovver le protegge; e per le cure, scaltrimenti e trionfi pervengono pur talvolta ad acquistare esistenza e durata. – Le opere di Dio per contrario son piccole, umili, ascose nella loro origine: si pajono sempre nel momento che men si attendono, quasi sempre fra circostanze che sembrano essere loro sfavorevoli. Il primo rumore, che ne corre. È respinto dalla indifferenza, spesse volte dal disprezzo. Iddio non le pone mai d’ordinario nelle mani di un uomo onorato dalla stima e confidenza pubblica; egli è quasi sempre un oscuro ed ignoto fedele, che non ha di per se stesso né pregio, né credito di sorta. Iddio che non ha bisogno di alcuno, ma che nell’ordine di sua provvidenza vuol servirsi degli uomini, elegge sempre infra loro, ci dice s. Paolo, quanto vi ha di men saggio, di più fievole, di più vile, di più spregevole per accomunarlo al suo disegno. L’opera si manifesta ed incominciano appunto allora i combattimenti, le persecuzioni; ai dileggi, al disprezzo tengon dietro le ingiurie, le calunnie, gli oltraggi. Quando sono pervenute a questo punto le umane opere si ordina la battaglia, la mischia incomincia fra’ dissidenti, si agitano le passioni dalle due bande; ognun ripone sua fiducia nelle proprie forze. Nell’opera di Dio il silenzio e la pazienza sono i due scudi che oppongonsi sempre con vantaggio ai colpi di satanno. Questa benedizione Evangelica riempie di santa e dolce confidenza: Beati que’ che soffron persecuzione per la giustizia, perocché loro si appartiene il regno dei cieli. Sarete voi beati, quando gli uomini vi perseguiteranno e vi daran mala voce per cagion mia. Così le opere di Dio sono intraprese, vannosi continuando a condizioni del tutto opposte alle regole di umana saggezza e prudenza; e mentre che le umane opere meglio pensate spesso diseccansi dalle radici, o van cadendo le une sulle altre, l’opera di Dio va innanzi nel silenzio, nella oscurità, e si dilata. Il suo andare che invita tutti gli sguardi, sbalordisce ed obbliga l’occhio indagatore a risalire alla sua prima comparsa. Si va allora in traccia dell’autore, non si rinviene; un povero Prete, un oscuro Cristiano sembra tenere le fila, ond’è tessuta l’opera; s’ignora il come abbia potuto condurla a termine. Si fa ragione allora della sproporzione che v’ha infra l’effetto e i mezzi, e si dice con pari verità, stupore e ammirazione: Il dito di Dio è qui: il Signore ha fatto cotesta opera, ed ecco il perché ella è meravigliosa agli occhi nostri. Di questa guisa Iddio convince di follia la prudenza e la sapienza umana. – Dei caratteri, che testé sponemmo siccome essenzialmente propri delle opere di Dìo, non ve ne ha uno che manchi all’opera dell’arciconfraternita del santissimo ed immacolato Cuor di Maria per la conversione dei peccatori. Apparve la domenica 11 dicembre 1836. In quel tempo la società in Francia era in istato di violento ribollimento che minacciava universal ruina non guari lontana. Era Parigi solcata a volta a volta e per ogni banda da sedizioni armate, che seco recavano scompiglio, spavento e bene spesso la morte. Ogni socievol legame mirava a sciogliersi, e ci pareva di dover per poco ritornare alla barbarie. In que’ giorni di perturbamento e disordine che diveniva mai la Religione? Vedeva ella i suoi tempii deserti, abbandonati i sacramenti, spregiati, derisi i suoi ministri. Parea non dovesse più riaversi al terribil colpo che dianzi aveagli scaricato addosso una recente rivoluzione. L’empietà cantava vittoria. Delle invereconde voci annunziavano dalle pubbliche cattedre com’ella fosse spacciata, come finito avesse suo tempo d’esistenza; ben voleasi confessare aver altra fiata il Cristianesimo renduto alquanti servigi alla umana società, ma ora egli era antico ed insufficiente a star del pari co’ progressi dello spirito umano. Di là venne il farneticare di nuovi religiosi sistemi, che non tornano ad altro che ad una novella imbandigione delle più assurde, e immonde eresie antiche. E nonostante queste assurdità trovavan settarii, in ispezieltà fra’ giovani, perchè adulavan l’orgoglio, accarezzavano le passioni, e l’uomo non riconoscea più né freno né regola né governo. Era gran tempo che tutto quanto avesse nome di congregazione, unione, religiosa confraternita, tutto che vi si assomigliasse, era proscritto dalla ragion pubblica. – In mezzo a si sfavorevoli e dirò pur nemiche circostanze, l’arciconfraternita ebbe incominciamento. Il modificare e spegnere a poco a poco tutti questi irreligiosi ed ostili sentimenti era cosa da lei. Ove fu ella mai istituita? ah qui davvero che l’opera divina apparisce nel modo il più chiaro! V’ha in Parigi, in questa moderna Babilonia, che ha infettato tutto il mondo con tutti veleni, tutte dottrine di corruzione, d’empietà, di rivolta e di menzogna, v’ha in Parigi una parrocchia quasi allora sconosciuta perfino a un gran numero de’ suoi abitanti. Trovasi fra il Palazzo Reale e la Borsa nel centro della città; le fan quasi cerchio i teatri e i ridotti di strepitosi e pubblici piaceri. Egli è questo il quartiere che più ribolle d’interessate agitazioni di cupidigia e d’industria, il più in preda alle criminose voluttà, di passioni d’ogni fatta. La chiesa dedicata a Nostra Signora delle Vittorie ha perduto colla gloria il suo nome; la si conosce sotto il nome senza significato di chiesa des Petìts-Peres. Nei maledetti tempi ha servito pur di borsa. Il tempio si rimanea deserto, ne’ giorni eziandio delle più auguste solennità della religione. Diciam di più, diciam tutto come che e’ ci dolga, era divenuto un luogo, un teatro di prostituzione, e siamo stati obbligati di ricorrere alla milizia per cacciarne chi lo profanava. In  questa parrocchia non si amministravano i sacramenti neanche in punto di morte. Che il sacerdote salga il pulpito per ispezzare il pane della divina parola, egli è inutile, non v’è chi lo ascolti. Il gregge tutto quanto formavasi di un pugno di Cristiani che temevan perfin di parere. Gli altri assorti ne’ computi dell’interesse e del guadagno, od immersi a gola negli eccessi delle voluttà e delle passioni, non si curano né di chiesa, né di pastore; e se questo meschino cerca d’entrare in qualche relazione colle anime che gli sono affidate, ne va spregiato conculcato respinto. Ode a dirsi che non c’è bisogno di lui, che se ne può andare. E se a forza di sollecite istanze di qualche pia persona egli ottiene di essere introdotto all’infermo in pericolo della vita, non avvien che a patto di aspettar che il malato abbia perduto i sensi, e che presentisi a lui precisamente in abito da secolare. A che serve la sua visita? Non sarebbe che per tribolare inutilmente l’infermo. In quanto all’abito, non si vuol vedere, e poi che sì direbbe se si vedesse entrare un prete in casa? ci prenderebbero per Gesuiti. Ecco a qual grado era scemata la fede e lo spirito religioso di questa parrocchia. – Compito questo quadro orribile, il Direttore passa a dimandar se l’istromento scelto dalla provvidenza per superare tante difficoltà sia pari ad esse, se ei goda la stima generale, la pubblica confidenza, se ei possegga elevato ingegno, s’ei sia di quegli uomini eloquenti ed operosi che s’attraggono tutti i cuori e sovrastano a tutti gl’intelletti. La modestia e l’umiltà sua vuol ben che ei si dichiari l’ultimo dei fedeli. Ma se egli spicca per ingegno, è sempre vero però che viveasi ignorato per fin da moltissimi dei suoi indifferenti parrocchiani, che aveva lo spirito abbattuto dalla tristezza, il cuore avvilito dal dolore, che il suo naturale secondo la pubblica voce da lui allegata, brusco impaziente bizzarro anzi che no, dovea recar nocumento all’opera. Aggiunge infine di non aver avuto in cuore neppur la disposizione per abbracciare con ardore l’opera, alla quale era destinato. E fu d’uopo che all’altar di Maria, durante l’offerta del divino sacrificio gli si fissasse in mente un’idea, che sebben rigettata sulle prime, finì per riportar vittoria sull’orgoglio dei suoì pregiudizi. Conchiude dunque che un povero  prete senza relazioni e senza credito non poteva né istituire né conservare, né propagar la santa opera, ma che il Signore ha scelto per istrumento ciò che v’era di men saggio, di più debole, di più vile, di più spregevole, acciò l’operazione divina meglio spiccasse e d’uomo non s’attribuisse la gloria che s’appartiene a Dio. » – I principi, segue a dire, delle opere di Dio sono piccoli ed ascosi, procedono poi con lentezza in mezzo ai contrasti e persecuzioni ancora, e in di prova elle si rafforzano e si dilatano. Dagli 11 dicembre 1836, giorno della fondazione per un anno intero da quaranta a sessanta fedeli si accoglievan soltanto attorno all’altar di Maria. Niuno si avvedea di quanto avvenisse in questa chiesa ancora ignorata; e pure in quell’anno appunto le più meravigliose grazie vennero a ricompensare il fervore dei primi fratelli. Nel 1837 si volea che Sua Santità colla mediazione dell’arcivescovo di Parigi erigesse la pia unione in Arciconfraternita per la sola Francia. Il prelato si oppose in tuon severo al disegno, avendolo per inutile e non conveniente. Ed ecco l’opera abbandonata dagli uomini, perché meglio si vedesse com’ella fosse opera di Dio. – Si procura intanto che due Cardinali in Roma presentino la petizione al s. Padre. Sulle prime e’ la prendono sommamente a cuore, ma presto sappiamo come essi vi hanno fatto riflessione sopra ed han giudicato in fine il passo per indiscreto e al tutto inutile; come il s. Padre non accorderebbe mai favor siffatto quando pure il domandasse lo stesso Arcivescovo di Parigi. Afflitto, non abbattuto però il povero parroco dispose ad ogni modo che fosse in buon punto presentata al Papa la supplica, e intanto gli ultimi giorni di marzo (1838 con ispeciali preghiere, implorò la protezione di Maria. In su i primi di aprile una Signora illustre del pari per la pietà che pei natali, avendo udito a parlare delle grazie ottenute nella chiesa di Nostra Signora delle Vittorie e della suppliche a del curato, vuol ella stessa presentarla al Papa. Non sì tosto ebbe sua Santità la petizione che ordinò il breve di erezione. – Così, dice il pio direttore, in questa circostanza ogni cosa esce fuori dall’ordine naturale: una donna che ha udito così per caso parlar dell’opera, che a mala pena sa di che si tratti, reca questa grande e rilevante affare ai piedi del sovrano Pontefice. E il Vicario di Gesù Cristo non facile a condiscedere a favori di tal fatta, accorda in tutta la sua pienezza una grazia che era pure stata domandata con restrizioni. Diciamolo anche una volta: al tutto qui ci è il dito di Dio. – Eretta l’arciconfraternita, pubblicato il Manuale, vennegli sopra una tempesta dì motteggi, poi ingiurie, menzogne e calunnie dirette specialmente contra la persona del direttore. Nulla ci sgomentò, ei ripiglia, ci eravamo apparecchiati. L’arciconfraternita fa la guerra a satana, strappagli di mano le vittime, egli è dunque naturale che satana gli renda pan per focaccia. Ma sì che ad onta del vilipendio, dei rifiuti, delle aspre prove d’ogni fatta ella ha rapidamente e meravigliosamente corso ab ortu solis usque ad occasum. – Nella storia degli antichi popoli, negli annali della Chiesa, nei fasti del mondo intero non v’ha nulla da paragonare alla estensione, alla rapidità del suo incremento. V’ha pur qualcheduno che non vuole qui ravvisar l’opera di Dio, ma egli è un cieco volontario e tremi …. da che egli è il medesimo che bestemmiar l’opera di Dio. – Dopo aver sì ben provato l’assunto dichiara come si pubblicheranno almeno due fascicoli all’anno degli annali. Ogni numero avrà due parti: nella prima si faranno conoscere i progressi d’Arciconfraternita; nella seconda si darà l’istoria de’ suoi effetti. Questa seconda parte avrà pur due paragrafi: il primo darà ragguaglio delle conversioni, e la seconda delle guarigioni ed altre grazie ottenute colle preghiere dell’Arciconfraternita.

IL SACRO CUORE DI GESÙ (38)

IL SACRO CUORE (38)

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ-

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE SECONDA.

Spiegazioni dottrinali. (1)

La divozione al sacro Cuore di Gesù entra nel dominio della storia e in quello della teologia. Nel modo, con cui si è propagata fra i fedeli ed è stata ammessa ufficialmente nella Chiesa, come culto pubblico, dipende principalmente dalle rivelazioni fatte alla beata Margherita Maria. Ma il culto non si appoggia, per parlare propriamente, su queste rivelazioni; esso ha un fondamento teologico, ed è stato ammesso, dalla Chiesa, in se stesso e per se stesso. È appunto l’idea teologica della divozione che cercherò ora di svolgere. Però non perderò il contatto coi fatti, perché quello di cui si occupa la teologia non è già il culto del sacro Cuore, preso astrattamente, ma bensì quello che fu chiesto a Margherita Maria. Questo culto è vivente. Può svilupparsi e difatti si sviluppa. La Chiesa interviene, di tratto in tratto, per accettare e approvare il nuovo sviluppo, ma questo sviluppo precede l’accettazione della Chiesa, e la Chiesa lo accetta, precisamente, perché è legittimo nel senso della divozione. Si rileva da ciò quanto sia complesso questo studio teologico, e come si debba tener conto della natura delle cose come dei fatti storici, del pensiero vivente, dei documenti ufficiali, e delle pratiche comunemente accettate. – Utilizzando queste diverse sorgenti d’informazioni, verremo a conoscere la divozione e sapremo quale ne è l’oggetto, quali ne sono i fondamenti, quale lo spirito e l’atto proprio. Gli autori aggiungono generalmente nella loro trattazione dei capitoli sull’eccellenza, il fine, la, pratica di questa divozione; ma ciò che vi ha di teologico, in questi capitoli, si collega naturalmente, a uno dei punti indicati. Mi sembra, invece, più utile per chiarezza maggiore, confrontare questa divozione con altre analoghe, per vedere in che cosa somiglia loro o ne differisce. Aggiungerò poscia qualche parola in questo senso (Siccome la bibliografia del soggetto mi obbligherebbe a dare una nota smisuratamente lunga, rimando il lettore alla fine del volume alla Nota bibliografica. Là si troveranno le indicazioni complete citate in riassunto nel testo, o a pie di pagina.)

CAPITOLO I.

OGGETTO PROPRIO DELLA DIVOZIONE AL SACRO CUORE

La questione è di sua natura complessa. Ed è resa ancor più complicata, dalle difficoltà della terminologia. Lascerò da parte non per tanto i termini troppo tecnici, e mi sforzerò di studiare le nozioni in se stesse e di esprimerle nel linguaggio corrente. Bisogna dapprima, per orientarsi, ricordare il senso differente che diamo alla parola cuore, nel parlare giornaliero.

I.

SIGNIFICATO E UFFICIO DELLA PAROLA CUORE

Senso materiale. — Senso simbolico. — Senso figurato. — Metafora e simbolo. — Il cuore per la persona.

Considereremo, prima di tutto, il cuore di carne, il cuore materiale. Lo riguarderemo poi in un senso figurato, dove non è più considerato il cuore materiale, ma qualche cosa come avente rapporto con esso : « Quest’uomo ha cuore, è un gran cuore, è un cuore vile ». Che l’idea del cuore materiale non sia assente in queste formule si rileva anche da frasi come questa del poeta latino: « Nilne salit læva sub parte mamillæ? », o quella del poeta francese: « Ah! malheur a celui qui laisse la débauché. Planter le premier clou sous sa mamelle gauche! ». Si rileva pure nelle frasi che ci son famigliari: « Non avete dunque nulla che vi batta nel petto? ». « Avete dunque una pietra invece del cuore? » È evidente che in tutti questi casi non è al cuore materiale che si rivolge il pensiero; la frase ha un senso d’ordine morale. Ma qual è questo senso morale e di quale natura si è il rapporto che si concepisce fra il cuore materiale e l’idea morale che si esprime? La questione sarebbe lunga a trattare, tanto più che questo senso è complesso e differisce, spesso, da una lingua all’altra; differisce qualche volta nella stessa lingua il rapporto, confusamente intravisto e si risente delle idee che ci formiamo della psicologia del cuore e del suo ufficio nell’animale e specialmente nell’uomo. Chi non sa, per esempio, che il cordatus homo in latino è piuttosto un uomo di senso che un uomo di cuore? (La parola pectus è, in molti casi, quella che meglio corrisponde alla nostra parola cuore. I Latini la contrapponevano qualche volta a cor, come i francesi contrappongono cuore a testa. Si cita in questo senso, la parola di Plauto, quando ci parla delle donne: « Eam des…, cui sapiat pectus; nam cor non potest, quod nulla habet ». La parola viscere è ancora molto usata per designare il cuore, l’amore, la tenerezza, come quando diciamo : « aver viscere di padre ». Così S. Paolo dice ai Filippesi ; « io vi amo in visceribus Christi ». Così nel cantico Benedictus: « Per viscera misericordiæ Dei nostri ».) Invece la parola cuore, in francese, risponde ora all’idea dell’amore, ora a quella del coraggio, ora a quella dei nobili sentimenti della vita affettiva intensa e profonda. Chi non sa che una fisiologia poco esercitata ha attribuito al cuore un ufficio poco definito, ma eccessivo, come organo di tutta la nostra vita intima? La divozione al sacro Cuore, non esige la soluzione di tutte queste questioni. Qualche nozione sommaria basterà per farcene vedere l’oggetto e il fondamento. Questa stessa divozione, come è compresa e praticata nella Chiesa, ci aiuterà a scegliere fra queste nozioni un po’ confuse, quelle che possono essere utili; per farsene un’idea chiara e precisa. – Frattanto rileviamo, con una rapida occhiata ai fatti, quello che ci fa conoscere il linguaggio abituale.

1. La parola cuore risveglia subito, come prima idea, quello dell’organo materiale di cui tutti hanno una nozione confusa, che vien rappresentata nella maniera convenuta e che ci è famigliare, che sentiamo battere nel nostro petto e che travediamo vagamente come in intimo rapporto con la nostra vita intima, affettiva, di cui sentiamo come un eco nelle condizioni e nei palpiti di questo cuore.

2. Questo cuore materiale, a causa di questo rapporto vagamente travisto, è preso abitualmente come segno simbolico, come emblema di questa vita affettiva e morale. Di qui il posto del cuore nel linguaggio dei segni e degli atti. Di qui, l’uso di questa parola nelle formule famigliari: Aprire il cuore, vale a dire, svelare i più intimi sentimenti. Diciamo che il cuore ci batte forte, per significare che siamo molto commossi; dare il cuore a qualcuno, vuol dire dargli il nostro amore.

3. In questo linguaggio simbolico bisogna distinguere, come sempre, il segno, la cosa significata e lo scopo del significato. Qui il segno è il cuore di carne, la cosa significata, è la vita intima, la vita affettiva e morale, è particolarmente l’amore; lo scopo del significato è il rapporto fra il cuore materiale e questa vita intima, questa vita affettiva e morale, quest’amore sentito. Questo linguaggio simbolico è meno analitico di quello che le parole lascerebbero intendere, ma, per chi sa intendere, è espressivo, chiaro, rapido e comprensibile. Quando viene a unirvisi la parola, è il linguaggio umano per eccellenza, riunendo insieme l’immagine e l’idea, la cosa e la nozione.

4. Accade qualche volta, che il simbolo rimanga vuoto del suo contenuto materiale. Si dimentica il segno per non vedere che la cosa significata. La parola anima, per esempio, non presenta più al nostro spirito, almeno in una maniera cosciente e distinta, l’immagine del soffio con la quale ci si era rappresentata quando si designava il principio del nostro essere. Così può accadere che la parola cuore non ci ricordi più direttamente che il coraggio o amore. In questo caso, si ha ancora una traccia di simbolismo nel linguaggio, ma per quello che è del pensiero non vi ha più altro simbolo che la parola; il cuore cessa di essere una cosa reale, che ne significa un’altra; è un segno, e non è più altro che un segno. Rimane, pertanto, un ricordo delle origini della formula. E’ ciò che fa dire che l’espressione è figurata; è per figura, per metafora, che si usa la parola cuore per significare l’amore. Si vede da ciò la differenza fra l’espressione simbolica e l’espressione metaforica: il simbolo è una cosa che ne ricorda un’altra, la metafora è una figura di linguaggio per la quale una parola significa altra cosa del significato che ha nel senso proprio.

5. Quelli che hanno studiato ben da vicino la divozione al sacro Cuore sono stati condotti, dall’agitarsi delle opinioni e delle controversie, a distinguere in Gesù, come in noi, il cuore di carne, il cuore simbolico e il cuore metaforico. Il cuore di carne, è l’organo ove risuona l’amore; il cuore simbolico è ancora l’organo, ma come portante un’idea, come emblema d’amore; il cuore metaforico è l’amore significato senza porre attenzione diretta all’organo che ha fornito il nome. Questo linguaggio non è perfetto, ma spiccio e comodo; una volta spiegato, ricorda e riassume le nozioni. Ce ne serviremo all’occasione.

6. Infine noi constatiamo che, nel linguaggio abituale si passa incessantemente dalla parte al tutto, dal cuore alla persona. « È un gran cuore » si dice. Non già che l’espressione sia indifferente, come se fosse la stessa cosa dire: Gesù, o dire in questo senso: Il sacro Cuore. L’uso della parola cuore, significa sempre che si riguarda la persona come amante, coraggiosa, ecc. nella sua vita affettiva e morale. È forse il cuore di carne che si prende così per la persona? È il cuore metaforico? Non sembra che sia il cuore di carne in se stesso. È piuttosto il cuore simbolico o il cuore metaforico; ora l’uno, ora l’altro, secondo che il pensiero vede il simbolo o la cosa significata.

II.

IL CUORE DI CARNE. OGGETTO DI DIVOZIONE AL SACRO CUORE

Dóppio scoglio : non vedere che l’organo, non vedere l’organo. — L’organo materiale è oggetto del culto.

Il culto si riferisce sempre alla persona. E’ dunque la Persona di Gesù che onoriamo, onorando il suo Cuore, come è alla persona che si rende omaggio quando le si bacia la mano. Ma così cerchiamo l’oggetto proprio e particolare. Qual è dunque, così inteso, l’oggetto della divozione al sacro Cuore? È il cuore di Gesù. Ma è il cuore di carne solamente e in se stesso? È l’amore solo? È il cuore di carne come emblema dell’amore? Le tre risposte sono state date; la terza sola è la buona. I nemici del culto, giansenisti o razionalisti, hanno affettato di non vedere che il culto al cuore di carne e come tale hanno attaccato la divozione. Ma io non so, veramente, che si sia mai intesa da alcuno la divozione in questo senso esclusivo. Quelli che, come Galiffeto Perrone, hanno insistito sul culto al cuore di carne, lo hanno fatto per dire che non era unicamente il culto dell’amore, del cuore metaforico, non già per escludere il cuore simbolico, né l’amore simboleggiato. L’opinione del cuore metaforico o del solo amore, è stata messa innanzi da qualche nemico della divozione, che ha avuto cura del resto, da vero giansenista, di non romperla apertamente con la Chiesa, pur mantenendo le proprie idee. – Quando, nel 1765, Clemente XIII, approvò la divozione, che i giansenisti avevano combattuto con tutte le loro forze, essi tentarono di trionfare perfino nella loro disfatta. Il decreto diceva: « La sacra Congregazione dei riti, vedendo il culto del sacro Cuore già diffuso in quasi tutte le parti del mondo cattolico, comprendendo che la concessione di una Messa e di un Ufficio non ha altro effetto che di accrescere il culto già stabilito, e di rinnovare simbolicamente il ricordo del divino amore, col quale il Figlio unico di Dio ha preso la natura umana, e, obbedendo sino alla morte, ha dato in esempio agli uomini, secondo la sua propria parola, la dolcezza e umiltà del cuore…. », e in latino: « intelligens hujus missæ etm offìcii celebratione non aliud agi quam ampliavi cultum jam institutum, et symbolice renovari memoriam illius divini amoris, quo unigenitus Dei Filius humanam stiscepit naturam, et factus obediens usque ad mortem præbere se discit exèmplum hominibus, quod esset mitis et umilia corde…. » (Citato da NILLES, t. I, parte I, c. III, par. 4» , t. 1, pag. 152). Non si poteva più sostenere che la Chiesa rigettava il culto. Però si prese ad appoggiarsi sulla parola symbolice per insistere sul punto che non ammetteva (la Chiesa) la divozione al cuore di carnè, e che vi sostituiva la divozione al cuore simbolico. Come se il cuore simbolico si opponesse al cuore di carne e si confondesse con l’amore o cuore metaforico (Vedere le false interpretazioni del continuatore di Fleury, di Scipione Ricci, di Pannili, ecc in: NILLES, t. I , p. 161, 162, 222, 353, 354. 358 e u. e passim.). Altri, d’altronde eccellenti Cattolici, spaventati dai clamori del giansenismo o del libero pensiero, sono caduti nello stesso errore. Così Feller nel XVIII secolo; così qualche altro nel XIX. Questa opinione non regge dinanzi ai testi. Una cosa infatti risulta evidente: la divozione al sacro Cuore si riferisce al cuore di carne. Così l’intendeva la beata Margherita Maria. Fu mostrandole il suo cuore di carne che Gesù disse: « Ecco il cuore che ha tanto amato gli uomini, che non ha risparmiato nulla sino ad esaurirsi e consumarsi per dimostrare loro il suo amore ». Così lo spiegano il P. Croiset, il P. Galliffet e tutti coloro che han compreso la divozione come la comprendeva la beata. Così i postulatori della causa nel 1697, nel 1727 (questi era il P. Galliffet medesimo), nel 1765. Così l’intendevano i nemici, ed è contro la divozionine al cuore di carne che si arrabattarono in termini degni di quelli di cui si servivano i protestanti contro la presenza reale di Gesù nell’ Eucaristia. Essi dicevano che la concessione di Clemente XIII, nel 1765, aveva cambiato lo stato delle cose, sostituendo il cuore simbolico al cuore reale; ma il testo dice espressamente il contrario: « nihìl aliud agi quam ampliavi cultum jam institutum ». L’approvazione di Roma, nel 1765, ritornava su quello stesso che era stato rigettato nel 1729. I vescovi polacchi, nella loro supplica si spiegavano chiarissimamente, ed è a questa supplica che la sacra Congregazione dei Riti acconsentì, annuendum censuit,- affermando espressamente che ritrattava le decisioni del 1729 « prævio vecessu a decisis sub die 10 julii 1729 » ((In NILLES, t. I, pag. 153). – Pio VI si disponeva a rimettere le cose a posto. Rilevando nella bolla Auctorum fidei nel 1794 le insinuazioni malevoli del sinodo di Pistoia contro quelli che dimenticano, onorando il sacro Cuore, che la carne santissima di Cristo, o ciascuna sua parte, o l’umanità tutta intera, se si separa o se ne fa astrazione dalla divinità, non può essere adorata e continuava: « come se i fedeli adorassero il Cuore di Gesù separandolo o facendo astrazione dalla divinità, mentre che la adorano come il Cuore di Gesù, vale a dire il Cuore della persona del Verbo, alla quale è inseparabilmente unito, in quel modo che il corpo inanimato di Cristo, durante i tre giorni dalla sua morte, senza separazione della divinità è stato adorabile nel sepolcro » (Cf. : NILLES, t. I, p. 353-354). Alle insinuazioni dello pseudosinodo, il Papa non risponde già negando che i fedeli adorino il cuore di carne; ma conferma che hanno ragione di adorarlo come fanno. – In mancanza di altri argomenti, basterebbe ricordare che nell’Ufficio del sacro Cuore, come nei documenti che riguardano la beata Margherita Maria, si fa sempre questione del cuore trafitto dalla lancia. È dunque al cuore di carne che si riferisce il culto (Vedi: NILLES, L. I, part., II, cap. III, t. I, p. 350 s. ove sono i testi ai quali si è fatto allusione e molti altri).

III.

IL CUORE DI CARNE EMBLEMA D’AMORE

L’oggetto del culto non è il cuore di carne in se stesso e per se stesso, ma come simbolo d’amore.

Il culto va al cuore di carne, ma non vi si arresta. Tutto nella santa umanità di Gesù è adorabile. Ma la Chiesa non separa mai una parte di questo tutto divino, per quanto nobile sia, per renderle in se stessa, o in vista di se stessa, un culto particolare. Potrebbe farlo, ma non vediamo che lo abbia mai fatto. Essa teme, come per istinto, il fervore indiscreto che, dopo questa parte, vorrebbe onorare quest’altra parte, senza misura. Era una delle difficoltà che si opponevano ai promotori della divozione; e dovevano risolverla. Ed essi la risolvevano, molto bene, mostrando che, per onorare il sacro Cuore, vi sono delle ragioni speciali. Mostravano la nobiltà e la dignità di questo cuore, l’importanza di questo organo vitale del corpo di Gesù. Ma non si fermarono qui; mostrarono nel sacro Cuore l’emblema del suo amore, il segno espressivo e vivente delle sue impressioni intime, la rappresentanza efficace di ciò che era stato, di ciò che aveva fatto e sofferto per noi. – Forse non se lo erano sempre detto con chiarezza perfetta, ma avevano però coscienza che, se la Chiesa distingue nel tutto teandrico una parte per farne l’oggetto di un culto speciale, è che vi vede un segno o una memoria di realtà misteriosa, di beneficio speciale o di speciale segno d’amore. La festa del Corpus Domini non è tanto la festa del corpo di Gesù, ma la festa della presenza reale eucaristica, la festa del SS.mo Sacramento; quella delle cinque piaghe non ha tanto per oggetto d’onorare le piaghe in se stesse, o il corpo ferito, quanto di ricordarsi quanto Gesù ha sofferto per noi nelle sue sofferenze. Il culto del santo Volto è il culto di una vera immagine che ci ricorda la Passione. La Chiesa potrebbe senza dubbio rendere un culto al volto adorabile di Gesù, nella sua realtà, come pure alle sue sante mani, indipendentemente dalle piaghe, o alla sua santa spalla. Lo farebbe se un soffio dello Spirito Santo orientasse in questo senso la divozione dei fedeli. Ma quello che adorerebbe, in ogni caso, non sarebbe né il volto, né la spalla, né le mani in se stesse considerate; ma sarebbe il santo volto oltraggiato nella Passione come riflettente l’anima di Gesù e i sentimenti intimi del suo cuore; sarebbe là sua santa spalla piagata dal peso dalla croce e che ci sarebbe ricordo dal peso di cui volle caricarsi per nostro amore; sarebbero le sante mani del divino operaio che ci ridirebbero che ha lavorato per noi e ci ha dato esempio di amore nel lavoro. Così la divozione al cuore di Gesù, pur riferendosi al cuore, non vi si arresta; ci va come al simbolo del suo amore, come al segno espressivo di ciò che è stato, di ciò che ha fatto e sofferto per amor nostro. Non è forse quello che diceva Gesù a Margherita Maria: « Ecco il cuore che ha tanto amato gli uomini, che non ha risparmiato nulla, sino a esaurirsi e consumarsi per loro »? È il cuore amante che onoriamo, non è né l’amore in se stesso e neppure il cuore in se stesso, è l’amore di Gesù, « sotto la figura di un cuore di carne », come dice la beata; e il cuore di carne, ma come emblema. L’oggetto proprio della divozione è il cuore simbolico, che è sempre, non si potrebbe ripeter troppo, il cuore reale e non il cuore metaforico. Qui ancora i documenti sono molto espliciti e fa meraviglia che, sin dall’origine, si sia saputo spiegare con tal precisione un culto così complesso (NILLES, L. I, parte II, cap. III, § 4, p. 372 sq.). – Sino dal tempo d’Innocenzo XII (1693) vediamo delle confraternite erette sotto il titolo del Cuore di Gesù e del suo perpètuo amore (Nondimeno molti duran fatica a farsi delle idee precise a questo riguardo. Mons. DUPANLOCP scriveva nel 1871, nel suo Giornale intimo, il giorno della festa del sacro Cuore: « Vista chiara di ciò forma. per molti una difficoltà ed è che si materializza troppo questa ammirabile divozione. La difficoltà non è per quelli che vivono questa ammirabile divozione, ma per quelli che la vedono dal di fuori »). E il P. Galliffet non cessa di ripetere che l’oggetto della divozione è il « Cuore adorabile di Gesù Cristo, infiammato d’amore per gli uomini » (NILLES, L. II, parte II, c. II, § I, p. 338). E sino dal 1691, P. Croiset scriveva: « La devozione al sacro Cuore non consiste solo nell’amare, onorare di un culto singolare  questo cuore di carne, simile al nostro, che fa parte del corpo adorabile di Gesù Cristo. Non è già che questo cuore adorabile non meriti le nostre adorazioni. Quello che si vuole è di far vedere che si prende qui questa parola, cuore, nel senso figurato, e che questo divin cuore, considerato come una parte del corpo adorabile di Gesù Cristo, non è propriamente che l’oggetto sensibile di questa divozione, e che il motivo principale è solo l’amore immenso che Gesù ci porta. Ora quest’amore essendo tutto spirituale, non si poteva renderlo sensibile. È stato dunque necessario trovare un simbolo; e qual simbolo più proprio naturale dell’amore che il cuore ? » (La dévotion au sacre Cosar, prima parte, c. I, p. 4 – 5). Nel Memoriale, presentato nel 1728 sotto gli auspici del re di Polonia e del vescovo di Cracovia, si legge: « Non vi è nulla nel mondo sensibile e corporale, che possa esser proposto con maggior ragione al culto dei fedeli, che questo sacro Cuore così amante e così afflitto. Poiché non vi ha nulla che contenga e rappresenti meglio i più sublimi misteri; niente la cui vista sia più capace di risvegliare nel cuore dei fedeli, affetti più santi; niente che esprima meglio, agli occhi del corpo e a quelli dell’ anima, l’amore immenso di Nostro Signore Gesù Cristo; niente che ricordi meglio tutti i benefici dell’amatissimo Redentore; niente che mostri più sensibilmente le intime pene che ha sofferto per noi. Tutto questo non è solamente contenuto e rappresentato in questo sacratissimo Cuore (Tale come si vuol dipingere e presentare all’adorazione dei fedeli), ma vi si vede disegnato e scolpito. « Hæc enim omnia in eo sacratissimo Corde, non contenta solum ae repræsentata, sed descripta quodammodo et quasi insculpta cernuntur » (« Prout pingi solet et adorandum exiberi », così è spiegato nella Memoria dei vescovi Polacchi, nel 1765, che riporta questo passaggio; N . 40; cf.: NILLES, pag. 2 t.). La Memoria presentata dai vescovi polacchi alla S. C. dei Riti, sotto Clemente XIII, nel 1765, esprime lo stesso concetto in termini un po’ differenti: « Si onora il sacro Cuore non solo come simbolo di tutti i sentimenti interiori, ma tale come è in se stesso. « Non tantum ut est symbolum omnium interiorum affectuum, sed ut est in se » (Memoriale, n. 32, NILLES, t. I, parte I , c. III, § 3. t. I, p. 116). Hanno paura che si intenda il cuore nel senso puramente metaforico; ma d’altra parte, vogliono che si riguardi al cuore di carne come « vivente, sensibile, pieno d’amore per gli uomini » (Memoriale, n. 32 – 33, NILLES, p. 116-117). – Nella Replica alle «Eccezioni » del promotore della fede, vi troviamo, se è possibile, dei testi anche più espliciti. « In più d’uno esiste della confusione. Riguardano l’oggetto proprio della festa, il cuore di Gesù in modo tutto materiale come sarebbe la reliquia di un corpo santo, religiosamente conservata in un reliquiario. È un grand’errore. Non è così, per null’affatto, che si deve comprendere la festa del sacro Cuore. Come si deve dunque intendere? Lo diremo in pochi paragrafi. Bisogna considerare il cuore di Gesù:

1. Come non facente che uno (a causa della stretta unione) con l’anima sua e la sua divina persona;

2. Come il simbolo o la sede naturale di tutte le virtù e di tutti i sentimenti interiori di Cristo, e, in particolar modo, l’amore immenso che Egli ha avuto per il Padre e per gli uomini;

3. Come il centro di tutte le pene intime che l’amatissimo Redentore ha subito durante tutta la sua vita e soprattutto nella sua Passione, per amor nostro;

4. Senza dimenticare la ferita che ricevé sulla croce, ferita cagionata non tanto dalla lancia del soldato, quanto dall’amore che dirigeva il colpo.

5. Tutto questo s’identifica nel cuore di Gesù, tutto questo si riunisce, per fare Egli stesso, col suo cuore, l’oggetto di questa festa. Da ciò ne segue, ed è un punto degnissimo d’osservazione che questo oggetto, così concepito, abbraccia veramente e realmente tutto l’intimo di Nostro Signor Gesù Cristo » (Memoriale n. 17, 18; N ILLES, p. 145-146. Gf. 11. 19, ibid.). Questo testo dice ancor più che non occorra presentemente, e lo ritroveremo ben tosto. Vi si vede, per il momento, che la divozione non si arresta al cuore di carne, ma che si estende a tutto quello che ricorda, a tutto quello che rappresenta. I documenti ufficiali sono più brevi; sono, però, ancor più espliciti in favore del cuore simbolico. Qualcuno vi ha tanto insistito, che vi si è veduto, ma a torto, la negazione del cuore fisico. Abbiamo già citato il simbolice renovari del decreto del 1765. L’inno alle Laudi nell’Ufficio della festa ci ripete la stessa cosa:

Te vulneratum caritas

Ictu patento voluit,

Amoris invisibilis

Ut veneremur vulnera

Hoc sub amoris symbolo

Passus cruenta et mystica,

Utrumque sacrificium

Christus sacerdos immolat (« L’amore ha voluto che foste ferito di una aperta ferita affinché veneriamo le ferite dell’amore invisibile. Sotto questo simbolo d’amore, ferita sanguinosa e ferita mistica, il Cristo sacerdote offre il doppio sacrificio »).

La stessa dottrina è ripetuta nella sesta lezione: « Ut fideles sub sacratissimi Cordis simbolo devotius ac ferventius recolant caritatem Cristi » (« Perché i fedeli, sotto il simbolo del cuore sacro onorano con più divozione e fervore l’amore del Cristo). Pio VI nel 1781, respingendo gli attacchi ingiuriosi del Ricci, scriveva che la divozione consiste, in sostanza, nel meditare nell’immagine simbolica del cuore la carità immensa e l’amore sì liberale del nostro divin Redentore, « ut in symibolica Cordis imagine immensam caritatem effusumque amorem divini Redemptoris nostri meditemur atque veneremur (NILLES, t. I, p. 345).

IV.

IL CUORE FERITO. IMMAGINI SIMBOLICHE

Il simbolismo del cuore ferito. Carattere simbolico delle immagini del sacro Cuore.

Ecco quello che deve essere ben inteso. È il cuore di carne che onoriamo nella divozione al sacro Cuore, perché  ci ricorda e ci rappresenta, in un simbolismo eloquente, l’amore e i benefìci di Dio fatto uomo; è il cuore di carne, ma come simbolo, come rappresentazione vivente. Questo simbolismo si completa mirabilmente per la presentazione del cuore, come cuore ferito. Come non vedere nella ferita visibile del cuore la ferita invisibile dell’amore? È ciò che canta l’inno alle Laudi, nelle strofe citate qui sopra. È per ciò che diceva il pio autore della Vitis mystica, in un passo che la Chiesa ha fatto suo inserendolo nell’ufficio del sacro Cuore: « Il vostro Cuore è stato ferito, affinché, per la ferita visibile, vediamo la ferita invisibile dell’amore…. L a ferita della carne i rivela la ferita spirituale » . « Propterea vulneratum est ut vulnus visibile vulnus amoris invisibile videamus. Carnale ergo vulnus vulnus spirituale ostendit ». È questo che la Chiesa e i devoti del sacro Cuore non cesseranno mai di ridire. Vedremo in seguito la parte che ha avuto questo simbolismo del cuore ferito nella nascita della divozione al sacro Cuore. Per il momento, accontentiamoci di considerare come è espressivo, quale carattere di amorosa vivacità imprima alla divozione, e come completi il simbolismo del Cuore. Le immagini del sacro Cuore devono aiutare a conseguire lo stesso effetto (Su l’iconografia del sacro Cuore si può consultare: GRIMOUARD DE SAINT LAURENT, Les images du Sacre Caeur, au poìnt de vue de l’histoire et de l’art, (Paris 1880) ; PARANQUE, La dévotion au Sacre Coeur de Jesus, étudiée en san image, Paris 1901; HATTLER, Die bildìsche Darstellung des qoettlichen Herzens Jesus, Innsbruch 1894; Le Règne du Coeur de Jesus, t. 11, p. 335 – 400; LETIERCE, t. II, p. 505 – 516; DUJARDIN, Appendice II; MUZZARELLI, Dissertazione, p. 39- 48; passim, soprattutto pag. 49, 248, 248). E si comprende; perciò ci si preoccupi poco dell’esattezza psicologica. È il cuore emblema che ci preme rappresentare ai fedeli. Ora si riscontra nei segni anche naturali una qualche convenzione che bisogna rispettare, sotto pena di perdere, in espressione, quel che si potrebbe guadagnare in realtà materiale. In una immagine del sacro Cuore esatta, come incisione anatomica, i fedeli durerebbero fatica a vedere il simbolismo del cuore. Si arriverebbe, forse, dopo una lunga scuola, a non esserne più sconcertati; ma non vi ha dubbio essere assai più vantaggiosa una qualche distinzione fra il cuore emblema e il cuore anatomico; il sottinteso dell’immagine è favorevole all’espressione simbolica. Così non erano già delle lezioni di anatomia che la beata Margherita Maria riceveva nelle sue visioni. Era sempre sotto forme fittizie che le era mostrato il sacro Cuore; e gli accessori stessi dell’immagine non servono che ad allontanare le idee di un verismo grossolano, per favorire il significato simbolico. Le istruzioni della beata, sono molto istruttive in questo senso. «Questo sacro Cuore, dice ella nelle sue Memoires, mi era rappresentato come un sole brillante di una viva luce, i cui raggi ardentissimi cadevano a piombo sul mio cuore » (Vie et Oeuvres, t. II, p. 327 (381). Riveduto su G. n. 55, p. 71). E più oltre : « Una volta, fra le altre …. il mio dolce Maestro si mostrò a me, tutto risplendente di gloria, con le sue cinque piaghe scintillanti come cinque soli. E da questa sacra umanità uscivano fiamme da tutte le parti, ma soprattutto dal suo petto adorabile che rassomigliava a una fornace; e, aprendolo, mi scoprì il suo amantissimo e amabilissimo Cuore, che era la vera sorgente di quelle fiamme ». Ma niente vale, a questo riguardo, ciò che ella ne scrisse al P. Croiset, il 3 novembre 1689, descrivendogli una delle principali manifestazioni del sacro Cuore: « Questo divin Cuore mi fu presentato come in un trono di fiamme, più raggiante di un sole e trasparente come un cristallo, con quella piaga adorabile. Era circondato di una corona di spine, che significavano le punture fattegli dai nostri peccati; e al disopra una croce, a significare che la croce vi fu piantata fino dai primi istanti della Incarnazione » (Lettres inédites, IV, p. 141; rivedute su G. CXXXIII, 567). È ben questo il cuore di Gesù, il suo cuore di carne che è mostrato alla beata, ma sempre, come si vede bene, sempre in modo da far rilevare l’espressione simbolica.

V.

IL CUORE DI CARNE E L’AMORE

I due elementi della divozione al sacro Cuore; loro subordinazione, l’amore oggetto principale. Si riscontrano dunque due elementi nella divozione al sacro Cuore: un elemento sensibile, il cuore di carne; un elemento spirituale in ciò che ricorda e rappresenta questo cuore di carne. E i due elementi non ne fanno che uno: il segno e la cosa significata. Gli autori dicono abitualmente che vi sono due oggetti in questa divozione: l’uno principale, che riferiscono all’amore, l’altro secondario, che è il cuore. Ed è vero. Ma ciò non vuol dire (tutti lo notano) che vi siano due oggetti distinti, semplicemente coordinati fra loro; o che l’uno dei due sia un accessorio nella divozione, come ne è stata, qualche volta, suggerita l’idea (Vedi: NILLES, t. I, parte II, c. II, S. 7, t. I , p. 335, nota). I due elementi sono essenziali, in questa divozione come l’anima e il corpo nell’uomo, e non fanno che uno come l’anima e il corpo fanno l’uomo. Ma, come l’anima ha supremazia sul corpo ed è l’elemento principale nell’uomo, così nella divozione al sacro Cuore, l’elemento principale è l’amore del Verbo incarnato. Tale è, io credo, il pensiero di tutti quelli che l’hanno studiato da vicino. In ogni caso, è il pensiero della beata Margherita Maria, quello dei principali teologi della divozione e quello della Chiesa. È come « amatissimo e amabilissimo » che Margherita Maria vede il sacro Cuore; il cuore che Gesù le scopre è « quel cuore che ha tanto amato gli uomini ». – I teologi della divozione danno la stessa spiegazione. Il P. Croiset comincia così la sua opera sulla Dévotion au sacre Coeur: « L’oggetto particolare di questa divozione, è l’amore immenso del Figliuolo di Dio che lo ha spinto a incontrare la morte per noi e a darsi a noi interamente nel SS. Sacramento dell’altare » (Parte prima, c. I , p, 1). E, dopo qualche spiegazione, continua: « È facile vedere che l’oggetto e il motivo di questa divozione si è l’amore immenso che Gesù Cristo ha per gli uomini, benché, per la maggior parte, non abbiano che del disprezzo o dell’indifferenza per lui ». Il P. Galliffet, a quelli che pretendevano che la nuova festa non si differenzia dalle altre feste come quella della Passione, del santissimo Sacramento, ecc., rispondeva: « L’oggetto immediato di queste feste non è propriamente l’amore di Cristo. In quella del sacro Cuore, al contrario, l’amore di cui arde questo santissimo cuore, è l’oggetto immediato della festa, in unione col suo cuore: in maniera che si può dire, con verità, che l’amore di Cristo verso gli uomini è propriamente e immediatamente, preso di mira in questa festa » (Citato da NILLES, t. I, parte II, e. II, § I, p. 340). E un po’ più avanti diceva: « Nessuno può esaminare, con una qualche attenzione la natura di questa festa, senza vedere in pari tempo che, sotto il nome e il titolo del cuore di Gesù, si tratta, in realtà, della festa dell’amore di Gesù. È qui l’essenza del cuore di Gesù » (Citato daNILLES, loco cit., p. 336. Il testo seguente è fors’anche più chiaro: la festa « avendo per oggetto spirituale l’amore di Gesù Cristo oltraggiato dall’ingratitudine degli uomini, nulla era più conveniente che dargli per oggetto corporale il cuore di G. C. come avente un legame essenziale con l’amore. Facciamo la festa del cuore perché facciamo insieme la festa dell’amore. Ecco il perché che ci si domanda ». Dévotion au sacre Coeur, libro III, c p. 228). Il P. Ferdinando Tetamo dice nella sua opera sul sacro Cuore, pubblicata nel 1779: « La festa del sacro Cuore ha per oggetto l’amore di Nostro Signore Gesù Cristo, simbolicamente rappresentato nel cuore materiale ». E il maestro delle cerimonie del palazzo apostolico citava nel 1860 queste parole come l’espressione della dottrina ammessa da tutti (Vedi: NILLES, loc. cit., pag. 342). – I documenti ufficiali dicono la stessa cosa. Abbiamo già citata la formula di concessione d’indulgenze a « favore delle confraternite del sacro Cuore e del suo amore perpetuo ». Nell’orazione della festa del sacro Cuore, diciamo: « Glorificandoci nel cuore santissimo del vostro Figlio diletto, noi riandiamo con la mente i principali benefici della sua carità ». Non già, si noti bene, solamente i suoi benefici, ma i benefici della sua carità. Si sono vedute, più sopra, le parole di Pio VI: « Sotto l’immagine simbolica del cuore, noi meditiamo e veneriamo l’immensa carità e l’amore liberale del nostro divin Redentore ». È inutile moltiplicare i testi. Tutti si trovano d’accordo.

VI.

IL CUORE SIMBOLO E IL CUORE ORGANO

Il rapporto del cuore con l’amore nella divozione. Simbolo od organo? Accordo nel fondo, divergenze accessorie.

Ma, necessariamente, s’incontrano delle divergenze, quando si tratta di definire e i rapporti del cuore con l’amore e dell’amore col cuore nella divozione. Qualcuna non si riscontra che nel modo di parlare. Si sono applicati in sensi diversi i termini di oggetto primo e di oggetto secondo, d’oggetto materiale e d’oggetto formale, di motivo e di fine, d’oggetto diretto e immediato (1( i ) Vedi TERRIEN, L. I, c. III, p. 24, 2 5 ; VERMEERSCH, articolo negli: Etudes, 1906, t. CVI, p. 170: MUZZARELLI, Dissertation, specie p. 34 – 39; vedi anche SAUYÉ, Le culte du S.-C. Paris, 1905, t. I , p. 29.). – Altre sono piuttosto divergenze di prospettiva e di punti di vista. Così il P. Croiset insiste molto meno sul cuore di carne che sull’amore; il P. Galliffet, invece, si preoccupa soprattutto del cuore di carne, ed è ad esso che riferisce tutto, e , non pertanto, essi non hanno diversa idea della divozione. Solamente le circostanze li inducono a prender di mira e a mettere in rilievo tale o tal altro aspetto speciale di un oggetto complesso. Qualcuna però sembra toccare il fondo della questione. Per il P. Galliffet e per quelli che hanno subito la sua influenza più immediata, l’idea del cuore emblema si nasconde, per così dire, dietro l’idea del cuore organo vivente. Egli vede nel cuore non solamente il simbolo di quell’amore che spinse Gesù a « esaurirsi e consumarsi » per noi; ma vi vede l’organo che ha amato, che ha sofferto, e in cui tutta la vita di Cristo ha avuto il suo intimo contraccolpo. Ai giorni nostri, al contrario, sotto l’influenza di una psicologia più esatta, si parla soprattutto del cuore emblema, si evita d’insistere sul cuore organo, A Roma stessa si è entrati in questa via. – Nel 1873, il concilio provinciale di Quebec rappresentava il cuore di Gesù come « la sorgente e l’origine dell’amore di Cristo, « Christi caritatis fontem et originem in ejus corde exitere ». La sacra Congregazione del Concilio sostituì alle parole fontem et originem, la parola symbolum, per non aver l’aria, approvando il concilio, di pronunziarsi su di una questione di psicologia o, come si diceva altra volta, di filosofia. – Qualcuno continua a parlare del cuore organo dell’amore; così il P. Billot scrive recisamente : « Il cuore è il simbolo dell’amore perché ne è l’organo » (« Cor non solum symbolum amoris est, sed etiam organum; imo symbolum quia organum; organum, inquarn amoris sensitivi et compassivi qui subjectatur in conjuncto ». Cf.: De Verbo incarnato, Thesis 38, p. 348, editìo quarta, Roma 1904). Ma, ordinariamente, si evita di usare questa espressione che arrischia di ricordare una fisiologia antiquata, pur rendendo molto bene l’idea tradizionale. Molti hanno adottato un’altra parola; essi dicono che il cuore è la sede dell’amore. L’espressione è stata usata anche in qualche documento pontificio, specialmente nel breve di beatificazione di Margherita Maria: « Cor illud sanctissimum divinæ caritatis sedem » (NILLES, t. I , parte II, c. II, § 2, p. 347). Questa parola ha il vantaggio di mostrare il rapporto naturale ed effettivo del cuore con l’amore, senza pronunziarsi sulla natura di questo rapporto. Noi sentiamo l’amore nel cuore: questo ne è dunque la sede. Vi sono qui due scogli da evitare: quello di collegare la divozione ad una psicologia inesatta e incerta; quello di non veder più nel cuore di Gesù che un emblema, un puro simbolo, senza rapporto vitale con la vita reale di Gesù. Il primo scoglio è stato quello del passato; il secondo potrebbe divenire lo scoglio dell’avvenire, se non si prestasse attenzione. Senza cercare, per il momento, di voler determinare in una maniera precisa il fondamento della divozione al sacro Cuore e l’importanza psicologica che si ritrova alla sua base, dobbiamo constatare che la divozione suppone un rapporto naturale fra il cuore e l’amore; e che il cuore è, di più, l’oggetto del culto ben altrimenti che come puro simbolo, ciò che non renderebbe esso stesso, se così posso esprimermi, interessato nel culto. Mi spiego. Si fa distinzione, come tutti sanno, del segno naturale e di quello convenzionale; il fumo è un segno naturale, il segno naturale del fuoco; la bandiera è un segno convenzionale della patria. Accettiamo questa distinzione. – Nella nostra divozione, il cuore è riguardato come segno naturale o come segno convenzionale? Si è d’accordo nel rispondere: come segno naturale. Ma perché come segno naturale? A causa del rapporto reale del cuore con l’amore. E di qual natura è questo rapporto reale? Non ho bisogno di dirlo come fisiologo. Non è necessario, per comprendere la divozione al sacro Cuore. Ma come si concepisce in questa divozione? Come un rapporto d’unione vitale e, insieme, di rappresentazione espressiva; come un rapporto di concomitanza storica e di richiamo. Qui ancora si rende necessaria qualche spiegazione. Un racconto di battaglia, o una iscrizione, mi ricordano la battaglia; una immagine me la rappresenta. Ma né il racconto, né l’iscrizione, né l’immagine, sono parte della battaglia. Una pietra, su cui si fosse seduto il generale vittorioso, la ciotola dove avesse bevuto durante la battaglia, l’uniforme che avesse indossato, non sono dei ricordi soltanto, sono delle reliquie. E che cosa sarebbe se il generale vittorioso fosse là, raccontandoci egli stesso la gloriosa giornata, dicendoci ciò che fece e provò, i fatti esteriori e le emozioni intime? È così che la Chiesa onora, come reliquie, la santa croce, la santa lancia, ecc., mentre le altre croci o le riproduzioni della santa lancia non hanno valore proprio, almeno nel senso che ci occupa. L’immagine detta della Veronica, se fosse l’impronta reale del santo volto di Gesù, come crediamo, sarebbe infinitamente preziosa, e come documento e come rappresentante i lineamenti dì Gesù, in quel momento della sua vita, e come reliquia; se non è che una immagine bizantina, h a certo il suo valore artistico, documentario, religioso, ma questo valore non è più del medesimo ordine. Ora nella divozione al sacro Cuore non si onora già il cuore di Gesù, come una semplice riproduzione, come un puro ricordo; ma viene onorato da noi come organo vitale di Gesù, avendo vissuto, per parte sua, la vita di Gesù, e vivendola ancora, come avendo amato e amando ancora, come avendo sofferto, e, se non può più soffrire, per le condizioni della sua vita gloriosa, come continuando la sua vita terrestre e palpitante d’amore oggi, come palpitava di amore or sono diciannove secoli, a Betlemme o sul Calvario. – Guardiamoci dunque bene, quando parliamo del cuore di Gesù, di non vedervi che un pezzo anatomico, la più insigne delle reliquie; ma sempre una reliquia. Ma guardiamoci pur anco, quando ne parliamo come di un emblema e d’un simbolo, di dimenticare la realtà vivente del segno per non tener conto che della cosa significata, di distinguere l’amore e il cuore amante, come se fossero due realtà completamente distinte, senz’altro legame fra loro che quello del segno e della cosa significata. Senza andare così lungi, da fare del cuor di Gesù l’organo, nel senso tecnico della parola, della vita affettiva e dei sentimenti intimi di Gesù, non dimentichiamo che l’amore che onoriamo è l’amore del cuore amante e che, onorando il sacro Cuore, onoriamo il cuore vivente che ci ha tanto amato, Quelli che si sono immedesimati nella divozione, quelli che la comprendono come il culto reso al cuore di una persona divina, ma a un cuore pienamente e perfettamente umano, non s’ingannano punto. Ma accade con facilità che l’analisi dimentichi qualche elemento della realtà totale, e che ne metta qualcuno in rilievo a scapito degli altri. Bisogna sempre vigilare da vicino, bisogna invigilare tanto più quando l’oggetto è complesso come nella divozione al sacro Cuore.

IL SACRO CUORE DI GESÙ (37)

IL SACRO CUORE DI GESÙ

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE PRIMA

CAPITOLO IV.

LE PROMESSE

Circola una piccola raccolta delle promesse fatte dalla beata Margherita Maria, in favore dei devoti del sacro Cuore e di tutti quelli che propagheranno questa divozione (Nel 1882 un cattolico americano fece tradurre questa raccolta in circa 200 lingue, e la fece stampare su di una graziosa immagine del sacro Cuore, che sparse con profusione in tutte le parti del mondo).

1. Io darò loro tutte le grazie necessarie al loro stato.

2. Io metterò la pace nelle loro famiglie.

3. Io li consolerò in tutte le loro afflizioni.

4. Io sarò il loro sicuro rifugio in vita e specialmetnte in morte.

5. Io spanderò le più abbondanti benedizioni sopra tutte le loro imprese.

6. I peccatori troveranno nel mio Cuore la fonte e l’oceano infinito della misericordia.

7. Le anime tiepide diverranno fervorose.

8. Le anime fervorose s’innalzeranno rapidamente a una grande perfezione.

9. Io benedirò perfino le case ove l’immagine del mio sacro Cuore sarà esposta e onorata.

10. Io darò ai sacerdoti il dono dì commuovere i cuori più induriti.

11. Le persone che propagheranno questa divozione avranno il loro nome scritto nel mio Cuore e non ne sarà mai cancellato (A queste undici promesse si comincia a unire, da qualche anno, quella che riguarda la comunione dei nove primi venerdì consecutivi, detta « la grande promessa »).

Quando e da chi fu fatta questa raccolta? Non saprei dirlo. Non se ne trova traccia nel Croiset, nel Gallifet, nel Nicollet o in altri. Queste promesse, pertanto, rispondono esattamente al pensiero della beata e alle sue parole. Non sono, però, tratte  testualmente dai suoi scritti e, una, la più precisa, se non la più importante, non vi si trova affatto. Bisogna dunque tornare ai testi della beata. Diremo in seguito qualche parola della « grande promessa ».

PROMESSE DIVERSE

Promesse speciali e promesse generali. Il linguaggio della beata. Testi precisi, soprattutto dal 1685.

I testi sono sì abbondanti che bisogna fare una scelta. Ve ne sono che riguardano persone o circostanze particolari. – Tutte le persone che parteciperanno alle vedute della beata, che le fanno del bene, che lavorano a propagare la sua cara divozione, sono oggetto di favori speciali, avuti o promessi con sicurezza. Prima di tutti, la Madre de Saumaise, la madre Greyfìé, suor Giovanna Maddalena Joly, il P. Croiset, ecc…. Di questi favori però non abbiamo nulla di particolare a dir qui, e ci limiteremo a parlare delle promesse generali, che si riferiscono alla divozione. Il linguaggio della beata sembra aver seguito su questo soggetto, una gradazione di sicurezza e di precisione. Sino dal principio, Gesù le ha fatto comprendere che spanderebbe le effusioni della sua grazia su tutti quelli che si interesserebbero a questa amabile divozione. Non è che a datare dal 1685 o dal 1686, che le promesse divengono più precise e più sicure. – La beata varia anche nella sua maniera di esprimersi. Ora ella parla, per così dire, in suo nome; ora in nome di Nostro Signore. Ciò dipende, in parte, dalle persone a cui son dirette le sue lettere. Quando esse non sono al corrente delle sue intime comunicazioni con Nostro Signore, è più riservata. Ma si direbbe che, qualche volta, ella dica ciò che ha nello spirito, senza avere specialmente in vista qualche promessa distinta di Nostro Signore.

(Si vede questo anche in una lettera alla Madre de Saumaise, 17 febbraio 1687. Con lei non ha da nascondere nulla. Nostro Signore « vuole che le parli alla buona, a cuore aperto, come una figlia con la sua buona Madre ». E, non pertanto, si riscontra nella sua parola come una fusione di due influenze; delle idee che le vengono, e dei lumi che riceve: « Ecco quel che mi viene in mente, a proposito del nostro Istituto: che il nostro Padre, San Francesco … abbia chiesto un sostegno … e che il sacro Cuore di Gesù gli è stato accordato. Ed è per l’intercessione della santa Vergine che egli ha ottenuto questo potente protettore. Quelle che si metteranno sotto questa amabile protezione, parteciperanno abbondantemente al tesoro delle sue grazie santificanti. Mi sembra di essermi fatta comprendere. Veda, mia cara Madre, come il mio miserabile cuore le svela semplicemente i suoi pensieri, per i quali però le chiedo il segreto, perché io non desidero che si dia qualche credito ai miei pensieri, né a quel che dico, che non è né rivelazione, né visione ». Lettera XIV (XV), t. II, p. 107 (143); G. XXXV, 295, CXI, 473. E chiaro, d’altra parte, che queste cose non si possono sapere che per mezzo di comunicazioni soprannaturali, e ci vengono presentate come tali sia qui (« mi sembra essermi fatta comprendere ») sia in molti altri luoghi. Vedere per esempio, la lettera XLV (XLV), t. II, p. 87 O24); G. LI, 324).

Che ella però parli in suo nome, o in nome di Gesù, la beata non fluisce di rivelare i vantaggi della sua cara divozione. Ma noi studiamo particolarmente le promesse; ed ecco, a questo proposito, qualche passaggio caratteristico. Ella scrive alla Madre de Saumaise, il 24 agosto 1685. Egli (il sacro Cuore) le (a lei stessa) ha fatto conoscere, di nuovo, la gran compiacenza che prende nell’essere onorato dalle sue creature e le sembra che Egli le promettesse che tutti quelli che sarebbero consacrati a questo sacro Cuore, non perirebbero e che, siccome Egli è la sorgente d’ogni benedizione, così le spanderebbe, con abbondanza, in tutti i luoghi dove fosse esposta l’immagine di questo amabile Cuore, per esservi amato e onorato. Così riunirebbe le famiglie divise, proteggerebbe quelle che si trovassero in qualche necessità, spanderebbe l’unzione della sua ardente carità in quelle comunità dove fosse onorata la sua divina immagine; e ne allontanerebbe i colpi della giusta collera di Dio, ritornandole nella sua grazia, quando ne fossero decadute; e che, finalmente, accorderebbe una grazia speciale di santificazione, di salute, alla prima persona che gli procurasse la gioia di far fare questa santa immagine » (Lettera XXXII (XXXIII), t. Il, p. 64 (101); G. XXXVI. 296). – Si trova cosa analoga in una lettera alla Madre Greytié, in un estratto citato dalle Contemporaines (Lettera XXXII (XXXIV), t. II, p. (250) ; 68 (105) ; cf. t. I , p, 221; G. XXXVII, 299; cf. t. I, p. 367. 2). E così pure in un altra lettera alla stessa, nel gennaio 1686. « Mi sembra che Egli mi abbia latto vedere che molti nomi vi erano scritti, (nel sacro Cuore) a causa del desiderio che hanno di vederlo onorato; e che, per questo, non permetterà che ne siano cancellati (Lettera XXXIV (XXXV), t. II, p. 70 (107); G. XL, 303. Ella aggiunge subito: « Però Egli non mi dice che i suoi amici non avranno nulla da soffrire; perché vuole che facciano consistere la loro maggior felicità a gustare le sue amarezze ». Si vede che ella non dimentica la via cristiana e perfetta.). – Ma in nessuna altra parte la beata è più esplicita che nelle sue lettere al P. Croiset. Il 10 agosto 1689, dopo avergli parlato « del gran numero di anime che questa divozione ritrarrà dalla via della perdizione, per rimetterle in quella della salute, aggiunge: « È quello che gli dà un così ardente desiderio d’esser conosciuto, amato e onorato dagli uomini, nel cuore dei quali brama ardentemente di stabilire, per questo mezzo, l’impero del puro amore, sì che promette grandi ricompense a tutti quelli che s’impegneranno a farvelo regnare…. Io mi vorrei struggere in rendimenti di grazie e in riconoscenza verso quel divin Cuore, per le grazie grandi che ci ha fatto volendo servirsi di noi per aiutarlo a farlo conoscere, amare e onorare; a ciò Egli ha annesso dei beni infiniti per tutti coloro che vi s’impiegheranno con tutto il loro potere, seguendo le sue ispirazioni. Egli rivela questo desiderio (d’esser conosciuto, amato ed onorato dagli uomini) come sì eccessivo, che promette a tutti coloro che si daranno e consacreranno a lui, per dargli questo gusto di rendergli e procurargli tutto l’amore, l’onore e la gloria che sarà in loro potere…. che non periranno mai, e che Egli sarebbe loro un asilo sicuro, contro tutte le insidie dei loro nemici, ma soprattutto nell’ora della morte, in cui li riceverebbe amorosamente nel suo divin Cuore, assicurando la loro salute, prendendosi cura di santificarli e di (farli) tanto grandi davanti il suo eterno Padre, quanto impegno metterebbero nel dilatare il regno del suo amore nei cuori; e che, come Egli è sorgente d’ogni benedizione, così ne spanderà abbondantemente in tutti quei luoghi dove verrebbe onorata l’immagine di questo sacro Cuore, perché il suo amore lo sollecita a distribuire il tesoro inesauribile delle sue grazie santificanti e salutari, nelle anime di buona volontà, cercando i cuori vuoti per riempirli con la soave unzione della sua ardente carità, per consumarli e trasformarli interamente in lui. Egli vuole spiriti umili e sottomessi, senz’altra curiosità che di compiere il piacer suo. Di più Egli con questo mezzo riunirebbe le famiglie che fossero divise, e proteggerebbe quelle che fossero in necessità; e spanderebbe la soave unzione della sua carità in tutte le comunità religiose, dove fosse onorato, e che si mettessero sotto la sua particolare protezione, ne terrebbe tutti i cuori uniti per non farne che un sol cuore col suo e distoglierebbe da loro la folgore della divina giustizia, restituendoli alla grazia, quando ne fossero decaduti… ». – Oh! Se mi fosse permesso di manifestare le ricchezze infinite che sono nascoste in questo prezioso tesoro, e di cui arricchisce e fa godere i suoi amici fedeli! Se potessimo comprenderlo, non ci risparmieremmo in nulla, per procurargli la gioia che Egli desidera con (tanto) ardore » (Lettres inédites, II, p. 87-91 ; riveduto su G. CXXXI, 526, 529).

– Qualcuna di queste promesse sono per gli zelatori; ma altre sono per tutti, e l’insieme mostra che ciascuno ha la sua parte in tutte, secondo la misura della sua divozione. – La beata vi ritorna nella sua lettera del 15 settembre 1689. Ella riguarda questa divozione come uno dei mezzi di cui questo divin Cuore vuol servirsi per « ritrarre un gran numero di anime dalla perdizione, distruggendo in esse l’impero di satana, per rimetterle, con le sue grazie, nella via della salute eterna, come mi sembra averlo Egli promesso alla sua indegna schiava; facendole vedere questa divozione, come uno degli ultimi sforzi del suo amore per gli uomini, affinché, manifestando loro, in un quadro particolare, il suo divin Cuore, trafitto d’amore per la loro salute, potesse assicurare la loro salvezza, non lasciando perir niente di tutto quello che gli sarebbe consacrato, per il gran desiderio che Egli ha d’essere conosciuto, amato e onorato dalle sue creature, affine di soddisfare, in qualche modo, l’ardente desiderio che ha il suo amore di espandersi, distribuendo loro, con abbondanza, le sue grazie santificanti e salutari; e sarà loro un asilo sicuro nell’ora della morte, per riceverle e difenderle dai loro nemici. Ma per questo, bisogna vivere in conformità delle sue sante massime ». Questo è per tutti. – Vediamo ora quello che riguarda gli zelatori. « Per coloro che s’impiegano a farlo conoscere e amare, oh! se potessi, se mi fosse permesso di esprimere quello che mi è stato dato a conoscere, delle ricompense che riceveranno da questo adorabile Cuore, direste, come me, che sono ben felici quelli che Egli impiegherà per l’esecuzione dei suoi disegni…. E la ragione, per cui non mi è permesso parlare delle ricompense che Egli promette a coloro di cui si servirà per questa santa opera, è perché lavorino, senza altro interesse che quello della sua gloria e in vista del suo amore (Lettres inédites, III, p. 117-118; riveduto su G. CXXXII, 540-547). – E un po’ più lungi : « Non vi è nulla di più dolce né di più soave, e insieme di più forte ed efficace, che la soave unzione dell’ardente carità di questo amabile Cuore, per convertire le anime più indurite e penetrare nei cuori più insensibili, per mezzo della parola dei predicatori e suoi fedeli amici, che Egli renderà come una spada ardente che farà liquefare, nell’amor suo, i cuori più agghiacciati »  (Lettres inédites, III, p. 128; riveduto su G. 553.). – E vi ritorna pure sotto altra forma.

« Questo divin Cuore è una sorgente perenne, ove sono tre canali che scorrono incessantemente: il primo di misericordia per i peccatori, sui quali si diffonde lo spirito di contrizione e di penitenza; il secondo di carità, e si estende a soccorrere tutti i miserabili, che si trovano in qualche necessità: e particolarmente per quelli che tendono alla perfezione, che vi troveranno, per la mediazione dei santi Angeli, di che vincere gli ostacoli; dal terzo scorrono l’amore e la luce per gli amici perfetti, che Egli vuole unire a sé, per comunicar loro la sua scienza e le sue massime, affinché si consacrino interamente a procurargli gloria, ciascuno a modo suo e la Santissima Vergine sarà la speciale protettrice di questi, per farli giungere alla perfezione (Lettres inédites. Ili, p. 129-130. riveduto su G. 554). – L’insieme di queste promesse non è così bene espresso in nessuna parte come in un frammento di lettera della beata a un Padre Gesuita, forse al P. Croiset. « Perché non posso io raccontare tutto quello che so di questa amabile devozione e scoprire a tutta la terra i tesori di grazie che Gesù Cristo racchiude in questo Cuore adorabile e che intende spandere su tutti quelli che la praticheranno!… I tesori di grazie e di benedizioni che questo sacro Cuore racchiude sono infiniti. Io non so che vi sia nessun altro esercizio di divozione, nella vita spirituale, che sia più efficace, per innalzare, in poco tempo, un’anima alla più alta perfezione e per farle gustare le vere dolcezze, che si trovano nel servizio di Gesù Cristo  ». – « Sì, lo dico con sicurezza, se si sapesse quanto questa divozione è gradita a Gesù Cristo, non si troverebbe un solo Cristiano, per quanto poco amore avesse per questo amabile Salvatore, che non la praticasse subito. Fate di tutto perché le persone religiose, in particolar modo, l’abbraccino; esse ne riceveranno tanto aiuto, che non abbisognerà altro mezzo, per ristabilire il primo fervore e la più esatta regolarità, nelle Comunità le men ben regolate, e per portare al colmo della perfezione quelle che vivono nella più esatta osservanza ». – « In quanto alle persone secolari, troveranno in questa amabile divozione tutti i soccorsi necessari al loro stato, vale a dire, la pace nelle loro famiglie, il sollievo nel loro lavoro, le benedizioni del Cielo in tutte le loro imprese, la consolazione nelle loro miserie; è proprio in questo sacro Cuore che troveranno un luogo di rifugio durante tutta la loro vita, e principalmente all’ora della morte. Ah! come è dolce morire dopo avere avuto una tenera e costante divozione al sacro Cuore di Gesù Cristo! ». – « Il mio divin Maestro mi ha fatto conoscere che coloro che lavorano alla salute delle anime, lavoreranno con successo e conosceranno l’arte di commuovere i cuori più induriti, purché abbiano una tenera divozione al suo sacro Cuore, e s’impegnino a ispirarla e stabilirla in ogni dove ». « Infine, è molto visibile che non vi è nessuno al mondo che non riceva ogni sorta di soccorso dal cielo, se ha per Gesù Cristo un amore veramente riconoscente, come si è quello che gli si dimostra, con la divozione al suo sacro Cuore » (Il testo è tolto dal Croiset, Abrégé, p. 57. Cf. Lettera CXXXI1 (CXXXIV), t. II, p. 285 (334). Contemporaìnes, t. I , p. 289 (317) ; G. CXLI, 622. Fra questi testi si riscontra qualche variante d’espressione).

II.

LA GRANDE PROMESSA (*)

Testo — Importanza — Carattere unico.

(*) Si veda : A. Hamon, Le exte de la grande promesse du Sacre Cœur negli Etudes, 20 giugno 1903, t. XCV, p. 854; X. M. LE BACHELET, La grande promesse du Sacre Cœur, ibid,, 5 agosto 1901, t. LXXXVIII, p. 385, con bibliografia; A. VERMEERSCH, La grande promesse du Sacre Cceur, Paris, 1903 (in Pratique et Doctrine de la Dévotion au Sacre Cceur de Jesus, Tournai, 2 a parte, c. 3, p. 555-594); A. Boidinhon, Les neuf premiers vendredis, nella Revue du clergé, -1903, t. XXXVI, p. 113; R. DE LA BÉGASSIÈRE, nell’articolo Coeur de Jesus ; X, nel Dictionnaire apologétique, Jangey-d’Alès, t, I, col. 582-583, Paris, 1909. Il R. P. DOMENICO GALEAZZI, S. I . ha consacrato alla questione un volume considerevole : De præcìpuo e promissis SS. Cordis Jesu, seu de novem communionibus. Dissertatio historica et theologica, Roma, 1910, 237 pagine in 12. Cf. Étudès, 5 gennaio 1911, t. 126, p. 108-110 (articolo del R. P. LE BACHELET, il quale, a mio parere, non tien più le posizioni prese negli Études, 5 agosto 1901, t. 88, p. 385, posizioni attaccate dal P. VERMEERSCH, Etudes, 5 giugno 1903, t. 95. p. 593 ; la dottrina del P. VERMEERSCH è la nostra). Più recentemente: La grande promesse du Cceur de Jesus, del P. GARCIA ESTÉBANEZ, S. J., studio storico, teologico e pratico. Tradotto dallo spagnolo, da un religioso dei Certosini, Paris, 1913.)

Rimane ancora una promessa che non abbiamo incontrata sin qui, sotto la penna della beata: « La grande promessa ». Se ne parla poco nei primi trattati sul sacro Cuore (Non l’ho veduto né nel CROISET, né nel GALLIFFET. Les Contemporaìnes ne fanno menzione; lo stesso, LANGEUT e NICOLLET), e non è che i n questi ultimi tempi che ha fissato, in modo speciale, l’attenzione dei teologi. Si direbbe che si aveva paura di parlarne, sia per non dar presa agli avversari, sia per non incoraggiare una sicurezza presuntuosa. Infatti, sarebbe scandalosa, per chi non crede all’amore; ma ben la comprendono tutti coloro che hanno compreso il sacro Cuore. Si trova in una lettera alla Madre de Saumaise, di data incerta. (Le editrici dicono: maggio 1688.) Non ne abbiamo più l’autografo, e la copia ha dovuto subire qualche ritocco, però solamente grammaticale. Ecco il testo pubblicato:

« Un giorno di venerdì, nel tempo della santa Comunione, Egli disse queste parole colla sua indegna schiava, se ella non s’inganna: Io ti prometto, nella eccessiva misericordia del mio Cuore, che il suo amore onnipotente accorderà, a tutti quelli che faranno la santa Comunione per nove primi venerdì del mese, consecutivi, la grazia finale della penitenza; essi non morranno nella mia disgrazia, né senza ricevere i sacramenti, e il mio divin Cuore si farà loro asilo sicuro nell’ultimo momento.  »

(Lettera LXXXII (LXXXIII), t. I I , p. 159 (195); G. LXXXVII, 397. Le Contemporaìnes dicono « eccesso di misericordia, invece di eccessiva misericordia »: nove primi venerdì d’ogni mese di seguito; la grazia della penitenza finale, non morranno nella mia disgrazia; egli si farà loro asilo sicuro, in quell’ultima ora. I , p. 291 (318); riveduto su G. 277, p. 261. Differenze, come si vede, puramente grammaticali. A. HAMON ha trovato, in un manoscritto gentilmente comunicato da DECHELETTE, il sapiente archeologo ucciso dal nemico or sono pochi mesi) un testo che sembra essere il testo stesso della beata. Non differisce, dal testo pubblicato, che in cose insignificanti. Il testo dunque, in sostanza, è sicurissimo). La promessa è assoluta, supponendo, solo evidentemente, le comunioni ben fatte e secondo le intenzioni del sacro Cuore. Ciò che vien promesso, non è la perseveranza nel bene, durante tutta la vita, e neppure (ciò risulta dal contesto, più che dal testo medesimo) la recezione degli ultimi sacramenti in ogni ipotesi; ma bensì la perseveranza finale, che implica la penitenza e gli ultimi sacramenti, nella misura necessaria. La promessa riguarda più direttamente i peccatori che le anime pie, e non fa che precisare, fissandola a una pratica determinata di divozione al sacro Cuore, ciò che la beata ha ripetuto, mille volte in generale, che i devoti del sacro Cuore, cioè, non periranno. – Si trovano, negli scritti della beata, delle promesse che hanno una certa analogia con la grande promessa, in favore di altre pratiche.

(Ecco secondo Le Contemporaines quelle che più vi si avvicinano: « Un giorno dell’Annunziazione, Nostro Signore mi fece conoscere che io dovevo onorare i suoi abbassamenti, con 24 Verbum caro, per onorare le ore che rimase nel seno verginale della sua santa Madre, promettendomi che quelli che vi fossero fedeli non morirebbero senza ricevere il frutto della sua incarnazione, per mezzo dei SS.mi » Sacramenti ». Vie et Oeuvres. t. 1, pag. 114 (143); G. n. III, p. 115. – Un altra pratica è pure raccomandata: « Egli mi disse, amorosamente, esser suo desiderio che ogni venerdì io lo adorassi per 33 volte sull’albero della croce, che è il trono della sua misericordia, prostrandomi umilmente ai suoi piedi e cercando di mettermi nella disposizione in cui era la SS.ma Vergine nel tempo della passione, offrendo tutto questo all’eterno Padre, con le sofferenze del suo divin Figlio per chiedergli la conversione dei peccatori induriti. In quanto a coloro che si manterranno fedeli a questa pratica Egli sarà loro favorevole nel punto della morte. » Vie et Oeuvres, t. I, p. 69 (100) ; G. n. 115 p. 116; ef. t. II, p. 154.). – Ma vi sono sempre delle differenze, di cui ecco la principale: negli altri casi niente indica che la grazia sia annessa a una pratica che venga fatta. Si potrebbe fare delle serie osservazioni consimili, a proposito di promesse di tal genere, che si trovano altrove; in santa Geltrude, per esempio. La conclusione sarà sempre, se non m’inganno, che la « grande promessa » è qualcosa di unico. Chi non vede, d’altronde, che non vi è qui un incoraggiamento a fare il male, ma una grazia ammirabile e un grande aiuto per fare il bene? Gesù non dice che salverà quelli che continueranno a peccare; ma che darà una grazia efficace per non peccare, una grazia onnipotente, per uscire, infine, dal peccato (2).

 (2) Ben inteso, l’asserzione della beata non ha qui, più che altrove, valore assoluto; ma garantisce, visto la sincerità del testimone, l’esperienza psicologica di una santa anima; e poiché abbiamo delle solide ragioni per credere alla missione soprannaturale della beata, possiamo concludere che queste stesse ragioni militano per la realtà della promessa. L’autorità della Chiesa, non è impegnata direttamente nella questione. Pertanto dal fatto che la Chiesa ha beatificato Margherita Maria e che presto la canonizzerà; dal fatto che l’esame dei suoi scritti non ha arrestato il processo canonico e che le autorità ecclesiastiche lasciano predicare « la grande promessa » ; dal fatto, infine, che la santità della beata implica praticamente la realtà della sua missione, si può dedurre legittimamente: 1° che nel pensiero della Chiesa una tal promessa non ha nulla di contrario alla fede o ai costumi; 2° che non è imprudente o temerario di credervi e di farvi appello per spingere alla pratica dei nove venerdì. – L’obiezione, tratta dal Concilio di Trento, sulla incertezza della salute eterna, non ha appiglio nel caso presente e neppur quella che vi si potrebbe trovare un incoraggiamento a peccare. Non vi è dunque ragione per attenuare il senso della promessa, come ha fatto qualche teologo che, spiegandola, ha quasi reso nullo il suo vero senso.

IL SACRO CUORE (38)

IL SACRO CUORE DI GESÙ (36)

IL SACRO CUORE

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ (36)-

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE PRIMA

CAPITOLO III.

PRATICHE DELLA DEVOZIONE AL SACRO CUORE

La beata ci presenta la divozione al sacro Cuore, come un insieme di pratiche determinate, ma la pratica va, per lei, molto al di là di queste pratiche. Nei suoi scritti, come nella sua vita, la sua cara divozione è l’anima di tutto, è uno spirito di amore che penetra e domina tutto. La divozione al sacro Cuore, come ella l’intende, è una formula ammirabile di vita cristiana e perfetta; tutta di Gesù, tutta in Gesù, tutta per Gesù. È l’amore di Gesù che invade l’anima, in tutti i suoi pensieri, i suoi affetti e le sue azioni, per modo che non siamo più noi che viviamo, ma è Gesù Cristo che vive in noi. Tutto ciò si rileva da ogni pagina della beata; non si ha che leggere i suoi scritti, per rendersene conto. Cominceremo col passare in rivista le pie pratiche che ci vengono da lei suggerite; poi accenneremo qualche testo, per mostrare come essa intende la divozione al sacro Cuore.

(Su queste pratiche, si hanno ampi particolari nel: Le règne du Sacre Cceur, t. II. Il tomo III, studia quali sono, secondo Margherita Maria « le virtù domandate dal sacro Cuore a tutti i suoi servi »; il tomo IV studia « le virtù particolari richieste ai Cristiani e ai religiosi » come pure le « diverse divozioni che hanno rapporto al sacro Cuore »).

PRATICHE DELLA DIVOZIONE AL SACRO CUORE

1.

LE PRATICHE

– 1. Immagine. 2. Consacrazione. — 3. Ammenda onorevole. 4. Comunione e divozione verso l’Eucaristia. — 5. Ora santa in unione a Gesù sofferente. 6. Divozione alla santa Vergine. 7. Le anime del purgatorio. 8. Pratiche diverse.

Le pratiche della divozione al sacro Cuore sono, presso a poco, quelle che la beata ha messo in vigore, sia quelle che essa ha approvato e fatto sue proprie e che proponevano, nei loro libri e taccuini, la Madre de Soudeilles, suor Joly, il P. Croiset. Qualcuna le è stata chiesta direttamente da Nostro Signore; altre sono state scelte da lei medesima, siccome molto grate al sacro Cuore; altre ancora ella s’ingegna di trovare, per mettere sempre più in rilievo la sua cara divozione. Qualcuna, fra queste, sono andate in disuso, o quasi.

(Quella, per esempio, dei biglietti che hanno da una parte delle invocazioni al sacro Cuore e dall’altra all’Immacolata Concezione, che si bagnano nell’acqua e s’inghiottiscono a digiuno. Lettera LXXXII (LXXXIIl), t. II, p. 159 (196); G. LXXXIII, 397. La beata parla di guarigione miracolosa, dovuta a questa pratica. Loc. cit. Cf. Lettera LIII (LIV), t. II, p. 104 (141); G. LIX, 344).

Altre sono rimaste, (la consacrazione, l’ammenda onorevole, ecc.), e varie che non si presentavano che in germe hanno preso sviluppo. Tali sono gli uffici, l’apostolato della preghiera, ecc.

1. L’immagine.

L’immagine occupa un gran posto nelle visioni di Margherita Maria, nei desideri e nelle promesse del sacro Cuore. Si capisce, perciò, che occupi pure un gran posto nelle preoccupazioni e nella corrispondenza della beata. Per lei è come un mezzo di propagare la sua cara devozione e una pratica speciale di questa stessa divozione, pratica desiderata da Gesù e alla quale egli ha promesso di annettere molte grazie. Così ella ne vuole ad ogni costo. E quanto si dà da fare per sollecitarne l’esecuzione, come l’aspettativa le sembra lunga! E come è felice quando i suoi desideri sono alfine esauditi e con qual gioia ne fa larga distribuzione! (Vedi nella Vie et Ocuvres, l’indice analitico alla chiamata: Images et tableax. Siccome l’indice è omesso da Mons. GAUTHIER, ecco qualche indicazione della sua edizione delle lettere, t. II, Lettere XL, XLII. XLV. XLVII, LI, LII. LIII (con la nota), LVI, LX,LXVI.). Non ha avuto essa forse le più consolanti promesse del sacro Cuore per coloro che porteranno su di se queste care immagini? Non ha forse avuto la sicurezza di benedizioni speciali, per le case ove saranno esposte e onorate? Gesù non ha forse detto che le vuole in un posto d’onore, anche nel palazzo dei re e sul vessillo di Francia? Nelle visioni della beata ora è il Cuore solo che si mostra, ora Gesù le apparisce mostrandole il Cuore. Nelle prime immagini che furono fatte non si ritrova mai la persona adorabile di Nostro Signore (Ciò dipende, torse, dal fatto che è più tacile disegnare l’immagine del cuore solo); il cuore solo vi è rappresentato. Esso ha la forma convenzionale a cui la divozione alle cinque piaghe aveva ormai abituato. Il carattere simbolico della rappresentazione, è indicato in vari modi; con le fiamme, coi « laghi d’amore », con la corona di spine e la croce, con la parola charitas. Le immagini che fece stampare la Madre Greyfìé, per farne dono alla beata e alle sue novizie, sembrano essere state la riproduzione, allora in uso, delle cinque piaghe (Cf.: Vie et Oeuvres, t. I , p. 223 (452); G. n. 242, pag. 220). Si sa che questa rappresentazione aggruppava tutto intorno al cuore ferito e in questo modo si aveva, per così dire, l’immagine del sacro Cuore, prima che assumesse il suo vero significato. Fu una delle preparazioni provvidenziali alla divozione.

2. La consacrazione.

Per questa deve intendersi due cose: un atto di consacrazione, che si fa e si rinnova, secondo le occasioni, e un dono completo di sé al sacro Cuore, affine di non viver più che per Lui, per i suoi interessi e per l’amor suo. Su questo punto abbiamo dei testi della beata. Eccone alcuni: « Egli mi chiese, dopo la santa Comunione, di rinnovargli il sacrifizio che già gli avevo fatto della mia libertà e di tutto il mio essere, ciò che feci con tutto il cuore » (Mémoire, t. II, p. 321 (374) ; G. n. 48, p. 65). – Qualche volta la donazione è chiesta sotto forme speciali. È la vittima che deve offrirsi per i peccatori, o per la comunità, o per le anime del Purgatorio. Si sa la celebre scena in cui ella dové espiare per la comunità: « Io ti vogli dare il mio cuore, ma prima devi farti vittima d’immolazione per essa » (Mémoire, in Vie et Oeuvres, t. II, p. 338 (395). Riveduto su G. n. 72, p. 84). La donazione su testamento è più originale: « Una volta il mio divino sacrificatore mi chiese di fare un testamento, scritto in suo favore, ossia una donazione intera e senza riserva, com’io gli avevo già fatto di viva voce, di tutto quello ch’io potrei fare o soffrire e di tutte le preghiere e beni spirituali che si farebbero per me sia in vita che dopo la mia morte. Volle ancora che io chiedessi alla mia superiora che volesse fare da notaio a quest’atto, impegnandosi di pagarla solidalmente. La mia superiora accettò di farlo » (Mémoire Atitographe in: Vie et Oeuvres, t. II, p. 348 (406) ; G. n. 84, p. 95).

Quest’atto ci è stato conservato nelle Contemporaines (Vie et Oeuvres, t. I, p. 128 (159) ; G. n. 191, p. 172: cf. G. Ecrits de la Mère Greyfié, n. 50, p. 408: « Viva Gesù nel cuore della sua sposa, Suor Margherita, per la quale e in virtù del potere che Dio mi da su di lei, offro, dedico e consacro, puramente, inviolabilmente al sacro Cuore dell’adorabile Gesù tutto il bene che ella potrà fare durante la vita e quello che verrà fatto per lei, dopo la sua morte; affinché la volontà di questo divin Cuore ne disponga secondo il suo beneplacito e in favore di chiunque a lui piacerà, sì vivo che trapassato. Suor Margherita Maria protesta che si spoglia volonterosamente di tutto, eccettuata la volontà di stare continuamente unita al divin Cuore del suo Gesù e di amarlo puramente per Lui stesso. In fede di che, ella ed io, firmiamo questo scritto, fatto l’ultimo giorno di dicembre 1638. Suor Pierina Rosalia Greyfié, attualmente superiora e della quale suor Margherita Maria implorerà tutti i giorni la conversione da quel Cuore divino e adorabile, insieme alla grazia della perseveranza finale ». La stessa Margherita Maria ci dice come fece la sua firma: « Io la segnai sul mio cuore con un temperino, col quale scrissi il sacro nome di Gesù, come il mio divin Maestro voleva e come segno ancora qui: suor Margherita Maria, discepola del divin Cuore dell’adorabile Gesù ».) ed è in data del 31 dicembre 1678. Nostro Signore, in compenso, la costituì erede dei tesori dei sacro Cuore con un atto che essa scrisse col suo proprio sangue, come lo leggeva nel cuore del Divin Maestro. Abbiamo anche quest’atto (Vie et Oeuvres, t. I, p. 119 (159): G. n. 192, p. 173. Cf. Lettres inédites, Lettera I V , p. 145; G. CXXXI1I, 511-572, et CROISET, Abrégé, p. 48-49. Ecco quest’atto come lo danno le Contemporaines: « Io ti costituisco erede del mio Cuore e di tutti i suoi tesori,per il tempo e per l’eternità, permettendoti di usarne secondo il tuo desiderio, io ti prometto che non mancherai di soccorso che quando il mio Cuore mancherà di potenza. Tu ne sarai sempre discepola prediletta, oggetto del suo beneplacito, olocausto dei suoi desideri e Lui solo sarà l’oggetto di tutti i tuoi desideri e riparerà e supplirà ai tuoi diletti, e ti aiuterà a soddisfare ai tuoi obblighi. » La beata ci dice (loc cit.) che Nostro Signore la faceva scrivere col di lei sangue a misura che le dettava. Ella ne scriveva così al P. CROISET. « Egli mi fece leggere (nel suo Cuore) e poi scrivere quello che vi aveva già scritto per me. Eccone qualche riga, con un testamento fatto in mio favore. » Le due formule han riscontro in quanto al senso, ma alcune espressioni sono del tutto diverse: Ciò che vi ha di ricercato e di dubbio nell’atto riportato qui sopra è spiegato nella lettera in termini chiari e naturali. Ciò sia detto per quelli che studiano la mistica e la psicologia). – La beata chiedeva questa consacrazione a tutti gli amici del sacro Cuore, il P. de la Colombière la fece, dicono, sino dal 21 giugno 1675 e la rinnovava frequentemente (Contemporaines, t. I, p. 94 (124): G. n. 153, p. 138 ; CROISET, La dévotion au Sacre Coeur, 3.» parte, c. 4 : Offrande, p. 179: Cf. 1°. parte, c. 2, p. 10). La prima festa del sacro Cuore, celebrata a Paray dalle novizie della beata il 20 luglio 1685, per Santa Margherita, ebbe per punto principale la consacrazione: « Ella ci lesse un atto di consacrazione, che aveva composto in onore del divin Cuore…., e c’invitò a scrivere ciascuna il nostro atto di consacrazione, promettendoci di aggiungervi una  qualche parola di suo pugno, a seconda delle nostre disposizioni » (Contemporaines, t. I, p. 207 (237); G. u). Ci sono state conservate una o due delle consacrazioni della beata e non vi ha chi non ne abbia veduta una stampata o in fac-simile. La beata l’aveva unita a una lettera diretta alla madre di Soudeilles, il 15 settembre 1686; e ne aveva pur mandato copia, con qualche parola cambiata, a Suor de la Barge. Le editrici del 1867 l’hanno riprodotta, ma confondendo i due testi (Lettera XLVIII (XLIX), t. II, p. 92 (129); Lettera XLIX, 238, p. 215, t. II, p. 98 (135); G. LIII, 328, LIV, 332). Si hanno ambedue gli autografi:

(Ecco la copia di uno dei fac-simili dell’autografo della Madre di Soudeilles riprodotto esattamente, meno l’ortografia e le abbreviazioni. « Io N. N. offro e consacro al sacro Cuore di Nostro Signor Gesù Cristo la mia persona e la mia vita, le mie azioni, pene e sofferenze, per non più servirmi di parte alcuna dal mio essere, che per amarlo, amarlo, e glorificarlo. E’ mia volontà irrevocabile d’essere tutta sua e di far tutto per amor suo, rinunziando con tutto il cuore a tutto quello che potrebbe dispiacergli. Io vi prendo dunque, o sacro Cuore, per l’unico oggetto dell’amor mio, il protettore della mia vita, la sicurezza della mia salute, il rimedio della mia incostanza, il riparatore di tutte le mie mancanze, il mio asilo sicuro per l’ora della mia morte. Siate dunque, o Cuore di bontà, siate la mia giustificazione presso Dio Padre e distogliete da me i colpi della sua giusta collera. O Cuore d’amore! Io ripongo in voi tutta la mia confidenza; temo tutto dalla mia debolezza, ma tutto spero dalla vostra bontà. Consumate dunque in me tutto quello che potrebbe resistervi o dispiacervi! Che il vostro amore si addentri così profondamente nel mio cuore, che non possa dimenticarvi mai più, ne essere separata da voi. Vi scongiuro, per tutta la vostra bontà, che il mio nome sia inscritto in voi, poiché voglio far consistere tutta la mia felicità, nel vivere e morire come vostra schiava ». Dal facsimile riportato in testa alle Elévatìons sur le Cceur de Jesus, del Padre F. DOYOTTE, Parigi, 1873). È questa, senza dubbio, la « piccola consacrazione », come ella la chiama, che avrebbe voluto vedere inserita nel libro del P. Croiset: « Le dirò solamente d’inserirvi la piccola consacrazione, perché, venendo da Lui, Egli non desidererebbe, se non m’inganno, che venisse omessa » (Lettres inédìtes, Lettera X, p. 209; G. CXXXÌX, 617). Questo desiderio non fu realizzato. Si ha, è vero nel libro del P. Croiset una consacrazione al sacro Cuore, che sembra esser piaciuta alla beata. « Io non credo, scrive, che vi sia da cambiar cosa alcuna (al libro), né la consacrazione, né l’ammenda onorevole » (Lettres inédites, Lettera X, p. 209; G. CXXXIX, 617). Ma non è già « la piccola consacrazione » che ella avrebbe voluto vedervi. Parla, altrove, di una formula più lunga, per una consacrazione generale (Lettera XXXVI ((XXXVII), t. II . p. 74 (111); G. XI.II, 307, ù. a. X, p. 209 ; G. ibìd.) e possiamo supporre che sia la formula dei livret autografo (Vedi nella Vie et Oeuvres, t. II, p. 477 (539); G. 780.). Non si tratterebbe, forse, di quella che fu letta alla prima festa dei sacro Cuore, il 20 luglio 1675? Nella sua insistenza per ottenere questa consacrazione al sacro Cuore, la beata ci rivela, nello stesso tempo, il suo modo d’intenderla. Ella scrive alla Madre de Saumaise il 10 agosto 1684; « Bisogna cominciare sul serio a non più vivere che per Lui e in Lui. È per questo, mia carissima Madre, che ella farebbe, mi sembra, cosa gratissima al sacro Cuore di Nostro Signore, se gli facesse un intero sacrificio suo, un venerdì dopo la santa Comunione, protestando di non volersene più servire ad altr’uso che a quello del suo puro amore, procurandogli tutto l’onore e la gloria che sarà in suo potere. Non le ne dico di più, perché mi sembra che ella abbia già fatto tutto questo; ma io credo che Egli si compiacerà, se lo ripeterà di frequente e lo praticherà fedelmente onde perfezionare la sua corona » (Lettera XXV (XXVI), t. II, p. 50 (87); G. XXVII, 277. 11. a.). La beata vi ritorna nelle sua lettera del 24 agosto 1685, designando il primo venerdì del mese come giorno propizio a ciò (Lettera XXXVII (XXXVIII), t. II, p. 65 (102); G. XXXVI, 297). È ancora più pressante ed esplicita in una lettera alla Madre de Soudeilles, il 3 novembre 1684: « Se Ella desidera vivere unicamente per Lui e giungere alla perfezione che Egli vuole da lei, bisogna che faccia al sacro Cuore un intero sacrificio di sé e di tutto quello che dipende da lei senza riserva alcuna e per non volere più altra cosa che ciò che vuole questo amabile Cuore, e non più amare che attraverso i di Lui affetti, e non agire che secondo i suoi lumi, e non intraprendere mai nulla senza prima implorare il suo soccorso ed aiuto; dando a lui gloria di tutto, ringraziandolo così nei cattivi successi delle nostre intraprese, come nei buoni, rimanendo sempre contente, senza turbarci di nulla. Infatti deve ben bastarci che questo Cuore disino sia soddisfatto e glorificato ed amato. Se ella, Madre mia, desidera di essere nel numero delle sue amiche, le offrirà questo sacrificio di se stessa, un primo venerdì del mese, dopo la Comunione che farà a questa intenzione, e si consacrerà tutta a Lui per rendergli e procurargli tutto l’amore, l’onore e la gloria che sarà in suo potere; e tutto questo nel modo che le ispirerà. Dopo ai che non si riguarderà più che come appartenente e dipendente dall’adorabile Cuore di Nostro Signor Gesù Cristo, a lui avendo ricorso in tutte le sue necessita e stabilendovi la sua fissa dimora più che potrà. Egli riparerà tutto quello che potrebbe trovarsi d’imperfetto nelle sue azioni e santificherà le buone, se sarà fedele ad unirsi a tutti i suoi disegni su di lei, che son grandi, e che gli procureranno molta gloria, per mezzo suo, se lo lascerà fare Tutta sua nell’amore del sacro Cuore, che unisce e trasforma i nostri in Lui, per il tempo e per l’eternità» (Lettera XXVI (XXVII), t. II. p. 52 (89). L’autografo era a Moulins ; fu inviato il 2 giugno 1789 a DB RESCON, vicario generale di Oloron. Ora è perduto. Vedi: GAUTHEY, XVIII, 278, n). – Leggendo questo, si comprende ciò che la beata scrive a suo fratello: « Mi sembra che non vi sia più breve cammino, per arrivare alla perfezione, né mezzo più sicuro, che di consacrarsi a questo divin Cuore » (Lettera LIII (LIV), t. II, p. 104 (141); G . LIX, 314).

3. L’ammenda onorevole.

Occupa questa un gran posto nella divozione al sacro Cuore. E doveva esser così, poiché è una divozione di riparazione per l’amore oltraggiato. E’ così, del resto, che Nostro Signore la propone nella grande apparizione. Egli chiede che il giorno della futura festa, si onori il suo Cuore, « facendo la Comunione, facendogli pure riparazione d’onore, con una ammenda onorevole, per riparare le indegnità ricevute, mentre stava esposto sugli altari » (Mémoire, t. II, p. 355 (414); G. n. 92, p. 102). Queste parole bastano a illustrare ciò che è l’ammenda onorevole e il suo scopo. Come la consacrazione, essa è un atto preciso, determinato; è come una tendenza generale dell’anima devota, gelosa dell’onore di colui che ama. Questo spirito di riparazione invade tutta la vita della beata e si ritrova in tutti i suoi scritti. Nel Petit livret, scritto di suo proprio pugno, si trova una formula di ammenda onorevole (Vìe et Oeuvres, t. II, p, 473 (534); G. 771). Fu senza dubbio, composta da lei stessa. Fra le pratiche che ella raccomandava alle sue novizie, si trova la seguente: « Farete trentatrè comunioni spirituali, e una sacramentale, per fare ammenda onorevole al sacro Cuore di Gesù Cristo e implorare da Lui misericordia per tutte le cattive comunioni che si fanno e sono state fatte da noi e dai cattivi Cristiani » (Écrits divers, t. II, p. 468 (530) ; G. p. 733). Monsignor Languet assicura essere della beata l’ammenda onorevole che si trova nel libro del P. Croiset (Terza parte, c. 4. Ammenda onorevole, p. 174). Ma ciò non è probabile, perché, secondo ogni apparenza, è quella stessa che la beata approvava, nella sua lettera del 21 agosto 1690: « Il tutto, scriveva essa, è così perfettamente di suo gusto (del sacro Cuore), che io non credo dovevasi cambiar nulla, né la consacrazione né l’ammenda onorevole » (Lettres inédites, X, p. 209; G. CXXXIX, 617).

4. La comunione e la divozione all’ Eucaristia. —

Una delle pratiche che Gesù chiede a Margherita Maria, è di « fare la santa comunione quanto più spesso potrà ». E sia nella sua vita, come nei suoi scritti, la divozione ai SS. Sacramento è strettamente unita a quella del sacro Cuore. Davanti al SS. Sacramento ella è favorita delle principali rivelazioni; soprattutto all’altare ella vede Gesù oltraggiato; all’ altare gli fa ammenda onorevole e gli offre i suoi omaggi e le sue riparazioni. Si sa quante lunghe ore ella passasse dinanzi al SS. Sacramento, immobile, in estasi, o quasi. Uno dei desideri più cari al suo cuore è quello di consumarsi come un cero ardente, dinnanzi al santuario (C’est ma plus grande envie d’y consommer ma vie, Comme un cierge allume, Devant mon Bien-Aimé. (il mio più grande desiderio è consumare la mia vita come un c’ero acceso, davanti al mio diletto) Cantico al Sacro Cuore, t. II, p. 514 (575); G. 841). La Comunione è una delle sue migliori attrazioni, è una delle pratiche che raccomanda più insistentemente; ed è subito dopo la Comunione che vuole si faccia la consacrazione al sacro Cuore. Molti degli esercizi che la beata fa e raccomanda, io onore del sacro Cuore, si riferiscono all’Eucaristia. Non si stanca di proporre alle sue novizie le pratiche per onorare le diverse vite di Gesù nel Santo Sacramento, dove le due devozioni si collegano e si uniscono strettamente. (Vie et Oeuvres, t. II, p. 465 (527) ; G. 730).

5. Ora santa e unione a Gesù sofferente. — Si può dire della Passione quasi lo stesso che della Eucaristia; è una divozione che la beata riguarda come inseparabile dalla divozione al sacro Cuore. Sarebbe troppo lungo di rilevarne tutti i rapporti; basterà ricordarne qualcuno. L’ora santa, che Gesù aveva chiesto a Margherita Maria, come già sappiamo (Vedi più sopra, c. 2, § 3, pag. 25), non è altra cosa che un esercizio di unione con Gesù che soffre. La beata passava, in questa unione, la notte dal giovedì al venerdì santo, dinanzi al SS. Sacramento, tutte le volte che le era permesso. La Madre Greyfié ci descrive così una di queste notti: « Ella usciva da una lunga malattia…. Nondimeno, mi venne a chiedere come una grande grazia, il permesso di vegliare dinnanzi al SS. Sacramento. Io non giudicavo possibile che potesse farlo, ma per darle qualche consolazione, acconsentii che rimanesse nel coro dalle otto sino a dopo la processione della città (Questa processione arrivava alla Visitazione circa le 10 di sera). Accettò la mia prima offerta e con molta dolcezza e umiltà mi pregò di prolungarle questo tempo. Io le concessi la notte, ed ella non mancò di prendere il suo posto in coro alle otto e mezzo…. ; vi stette sin d’allora in ginocchio, con le mani giunte, senza punto appoggiarsi, senza fare alcun moviménto, come se fosse stata una statua, sino all’indomani all’ora di Prima, in cui riprese il suo posto nel coro. Quando ella venne a rendermi conto delle sue disposizioni in tutto questo tempo, mi disse che Nostro Signore le avevo fatto la grazia di renderla partecipe della sua agonia nel giardino degli Ulivi e che aveva sofferto tanto da sembrarle ad un tratto che l’anima le si separasse dal corpo » (Contemporaines, t. I, p. 158 (187) ; riveduto su G. Écrits de M. Greifié, n. 12, pag. 358). L’immagine del sacro Cuore, che le fu mostrata in una apparizione (corona di spine, ferita, croce), è tutta impregnata della idea della Passione. Fra le grandi grazie che ricevé da Gesù nel suo ritiro per la professione, « sorvegliando un’asina col suo asinello, nel giardino », essa annovera la conoscenza che le dette « del mistero della sua santa morte e passione ». « Ma, aggiunge, sarebbe un compito soverchiamente difficile il descriverlo ». Così non ne dice che una parola. « Ciò mi ha dato un amore sì grande per la croce, che non posso vìvere un momento senza soffrire; ma soffrire in silenzio, senza consolazione, sollievo o compatimento, e morire con questo sovrano dell’anima mia, oppressa sotto la croce di ogni sorta d’obbrobri, di umiliazioni, di dimenticanze e disprezzo » (Mémoire, t. II, p. 323 (376); G. n. 50, p. 66).  Gli scritti della beata, infatti, ci danno l’impressione di una vita strettamente unita con Gesù sofferente, senza altra gioia che la gioia stessa di « soffrire amando ». Si conosce la famosa visione nella quale Nostro Signore le presentò un doppio quadro; questo di una vita tutta pace e consolazione, e quello di una vita interamente crocefissa, e come Egli stesso scelse per lei la seconda (Ibid, t. II, P . 333 (389); G, n. 66, p. 78). Ella scriveva al P. Croiset, il 15 settembre 1689: « Io non posso vivere un sol momento senza soffrire, e il mio più dolce alimento è la croce…. Oh! Che felicità poter partecipare quaggiù alle angosce, alle amarezze e agli abbandoni del sacro Cuore! » (Lettres inédites, III, p. 119; G. CXXXII, 547). Una pratica che aveva imparata da Nostro Signore, per il tempo del giubileo, le fu sempre cara; consisteva nell’offrire all’Eterno Padre le ampie soddisfazioni che Egli rese alla Sua giustizia sull’albero della croce, pregandolo a rendere efficace il suo sangue prezioso per tutte le anime peccatrici (Contemporaines, t. I, p. 160 (189); G. n. 95, p. 106). E a questa univa la beata molte altre pratiche, in cui il sacro Cuore e la Passione non formavano, per così dire, che un solo oggetto di divozione.

6. Divozione alla Santa Vergine.

Vi sarebbe molto da dire su questo soggetto. Ma la parte della santa Vergine nella divozione al sacro Cuore non è diversa, secondo la nostra beata, da quella che le perviene in ogni vita cristiana. Se le relazioni fra la santa Vergine e Margherita Maria sono ammirabili, non è tanto perché Margherita Maria è stata la discepola e l’evangelista del sacro Cuore, quanto perché è stata una gran santa dei tempi moderni, e perché Dio le ha fatto esperimentare, nella sua propria vita, ciò che Maria opera segretamente in ogni anima che si santifica. Qualche tratto, nondimeno, merita di esser notato. – Si sa come, sino dalla sua infanzia, Nostro Signore, che voleva farla tutta sua, la confidò alla SS. Vergine: « Io ti affidai, le diss’Egli, alla, mia Santa Madre, affinché ella ti lavorasse  secondo i miei disegni » (Mémoire, t. II, p. 304 (356); G. n. 22, p. 46). Maria fu per lei « una buona Madre », ed ella fu una figlia per Maria, parlandole « come alla sua buona Madre ». Fu per essere la « figlia della santa Vergine » che scelse di entrare alla Visitazione; e fu Maria che la preparò alla sua missione di apostolo del sacro Cuore. Un giorno ella vide il suo cuore, molto piccolo, fra i cuori di Gesù e di Maria, e « i tre non ne formavano che uno ». « Era, dic’ella, il giorno della festa del Cuore della santissima Vergine » (Contemporaines, t. I , p. 91 (122); G. t. II, p. 164). Si vede, da queste rivelazioni, che Maria interviene per disarmare il sacro Cuore, irritato, e ottenere le sue buone grazie (Ibid, t. I, p. 266 (293); G. t. II, p. 170). Ed è pure la Madre di Dio che interviene affinché il sacro Cuore sia affidato, come un deposito alla Visitazione. « Venite, figlie mie, avvicinatevi, perché io voglio farvi depositarie di questo tesoro prezioso » (Visione del 2 luglio — Lettera LXXXV (LXXXVI) ; t. Il p. 167 (201); G. XXCX, 405). – A sua volta, Margherita Maria non separava Maria da Gesù. Una delle sue lettere termina con la promessa delia più tenera affezione « nei sacri Cuori di Gesù e di Maria » (Lettera IX, t. II, p. 16 (49); riveduta su G. IX, 241). Non solo ella onora e fa onorare la SS. Vergine, perché « non potremmo far cosa più gradita a Dio, che onorare la sua santa Madre » (Avis, LUI (LIX), t. II, p. 441 (502); G. LIX, 737), ma perché, come dice a una sua novizia, « se è in tutto una vera figlia di santa Maria », Maria la. « renderà una perfetta discepola del sacro Cuore » (Avis, XIV, t. II, p. 388 (440) ; G. XXII, 670). E, per contro, assicura quelli che vogliono essere « i perfetti amici » del sacro Cuore, che la santa Vergine sarà la loro « speciale protettrice, per farli arrivare a quella vita perfetta » (Lettres inèdites, III, p. 130; G. CXXXIII, 554). Così, Ella vuole che ci si unisca « di cuore e di spirito «La SS. ma Vergine, per rendere omaggio al Verbo incarnato, adorandolo e amandolo in silenzio con lei ». Ella vide il sacro Cuore in atto di offrire i suoi sacrifizi all’Eterno Padre « sull’altare del cuore della madre sua »; e prega, e vuol che si preghi « il divin Cuor di Gesù, vivente nel cuore di Maria, di vivere e regnare in tutti i cuori » (Lettres inèdites, m. p. 130; G. CXXXII, 554). Di più, ella desidera che la Mediatrice del sacro Cuore, « chieda alla santa Vergine di interporre tutto il suo merito affinché Egli (il sacro Cuore) faccia sentire gli effetti del suo’ potere a tutti coloro che a Lui si rivolgeranno » (Avis, L1V (LV). t. II. p. 441 (502); G. LXX, 749). Ella stessa imparò da Nostro Signore a tenersi accanto alla Croce « con le stesse disposizióni che animavano la santa Vergine »; ad ascoltare la Messa in unione a queste disposizioni ; a fare la santa Comunione, offrendo al sacro Cuore « le sue disposizioni nel momento dell’Incarnazione, cercando di penetrarvi i l più possibile, domandandolo per la sua intercessione, e ripetendo con lei: « ecco la serva del Signore » (Lettera XLIV (XLV), t. II, p. 86 (123) ; G- L. 323), e finalmente, a fare la sua orazione offrendo « le disposizioni che animavano la Vergine santa nella sua presentazione al tempio » (Contemporaines, t. I, p. 6 9 (100); G. n. 115-116, p. 116). Da ciò si comprende come la santa chiedesse al P. Croiset d’inserire nel suo libro del sacro Cuore « le litanie del sacro Cuore della SS.ma Vergine » (Lettres inèdites, t. II, p. 99; G. CXXXI, 534). Ella torna ad insistere un mese dopo, il 15 settembre 1689, (Lettres inèdites, t. III, p. 123; G. CXXXII, 550) e in un’altra lettera del 16 maggio gli ricorda questa sua raccomandazione: « Non dimenticate le litanie della SS.m a Vergine, nostra buona Madre » (Lettres inèdites, IX, p. 200 ; G. CXXXVIII, 613). Per la beata la divozione a Maria e al cuore di Maria è inseparabile dalla divozione a Gesù e al cuore di Gesù.

7. Pregare e soffrire per le anime del Purgatorio.

L’amore del sacro Cuore accompagna le anime al loro uscir dalla vita, quando hanno bisogno di purificarsi nell’altra. Così vediamo Margherita Maria, tutta animata dalla compassione del divin Cuore per le « sue amiche sofferenti », farsi vittima per loro e attingere nei tesori del sacro Cuore per sollevarle. La prima festa del sacro Cuore a Paray fu impiegata, per la maggior parte, in loro favore. Le Contemporaines ci dicono infatti « che ella desiderò che il resto della giornata fosse impiegato a pregare per le anime del Purgatorio e condusse le sue novizie al nostro piccolo cimitero, ove fece dir loro gran quantità di preghiere per suffragarle » (Vie et Oeuvres, t. I, p. 209 (239) ; G. n. 238, p. 21S). PI scrive pure alia Madre de Saumaise : « Il sacro Cuore di Gesù abbandona spesso la sua miserabile vittima alle anime del Purgatorio, affinché soddisfaccia per loro alla divina giustizia. È allora eh’ io soffro quasi la loro stessa pena, non trovando riposo né il giorno né di notte » (Lettera LXXXVII (LXXXVIII), t. II, p. 178 (215); G. XCII. 416). La beata parla spesso di questo purgatorio dell’anima sua e di ciò che soffriva in tali circostanze. In compenso però Gesù non sapeva rifiutar nulla alla sua diletta, e le sue pratiche, in onore del sacro Cuore, avevano una speciale efficacia per sollevare le anime purganti. E’ ciò che le faceva scrivere alla Madre de Saumaise. « Se sapeste con quale ardore queste povere anime invocano questo nuovo rimedio, che ha forza sovrana per sollevarle! È così che esse chiamano la divozione al sacro Cuore, e particolarmente le Messe dette in onor suo » (Lettera LXXXV (LXXXVI), t. II, p. 170 (207) ; G. XC, 408). Con le Messe, ella chiede delle Comunioni, degli atti di virtù in amore del sacro Cuore e in spirito di riparazione, degli atti di unione al sacro Cuore, per soddisfare a Dio Padre con i meriti di questo Cuore divino. Scrive alla Madre de Saumaise : « Il soccorso che io le domando è di accordarmi nove pratiche ogni giorno, da oggi, sino all’Ascensione: quattro di carità e cinque di umiltà, per onorare, con le prime, l’ardente carità del sacro Cuore di Gesù, e riparare, con le altre, le umiliazioni principali che subì nella sua Passione » (1). Nelle sua « sfida » per l’ottava dei defunti ella assegnava alle sue novizie un metodo ben regolato che è insieme santificante per loro e utile alle povere anime. « Ecco, diceva ella, la maniera che mi sembra più conforme ai desideri del sacro Cuore di Gesù, per soddisfare, il più fedelmente alla promessa che avete fatta, in favore delle sante anime che soffrono nel Purgatorio. In primo luogo « penetrerete, come al solito, nel sacro Cuore, offrendogli tutto quello che direte e penserete ». Seguono diversi atti per i diversi momenti della giornata. Da tale ora alla tal’altra, « cinque atti di purità d’intenzione, con cinque atti di adorazione, unita con quella che Egli rende al Padre suo, nel santissimo Sacramento dell’altare, da offrirsi a Dio, per soddisfare alla sua giustizia, compensandolo, con la purezza del sacro Cuore, per la mancanza di purezza d’intenzione di quelle povere anime ». Così per tutto il giorno, sempre in unione con Gesù: pratica del silenzio, in unione con « quello di Gesù nel santo Sacramento; « pratica di carità » in unione con l’ardentecarità del sacro Cuore. per compensare le mancanze di quelle povere anime; « pratiche di umiltà, in unione dell’umiltà di quel Cuore divino, sempre per pagare coi suoi meriti, i debiti di quelle povere afflitte ». Esorta poi le sue novizie a fare, « alla sera, un. piccolo giro per il Purgatorio, in compagnia del sacro Cuore, consacrando a Lui tutto quello che avrete fatto nel giorno, pregandolo di volerne applicare il merito a quelle sante anime penanti. E queste pregherete, in pari tempo, a volere interporre il loro credito, per ottenervi la grazia di vivere e di morire nell’amore e fedeltà al sacro Cuore di Nostro Signor Gesù Cristo, corrispondendo ai suoi desideri su di noi, senza resistenza alcuna » ((ì) Avis, t. Ili (LIV), t. II, p. 440 (501); G. LIX, 735. Per maggiori particolari vedere l’opuscolo composto da una Ausiliatrice del Purgatorio. Le sacre Coeur, la B. Marguerite Marie et les àmes du Purgatoire, Paris, s. d.).

8. Pratiche diverse. —

Dagli scritti della beata, si possono rilevare diverse altre pratiche (Litanie, Piccolo Ufficio, etc.). Qualcuna di esse ha molta analogia con varie pratiche che hanno preso di poi grande sviluppo. I diversi Offici da disimpegnare in onore del sacro Cuore, discepolo, servo, adoratore, amico, mediatore, riparatore, zelatore, ecc., cominciano già a esserci rivelati dalla beata. Ella scrive alla madre Greyfié, parlandole di una suora. « Egli (il sacro Cuore, le ha assegnato il suo ufficio, costituendola sua Mediatrice…. e desidera che presso di lei si trovi una suora che gli renda il medesimo servizio; ma vuole che sia tirata a sorte. Egli vuole avere ancora una Riparatrice, e in quanto a lei, Madre mia, avrà l’ufficio di offrire a questo amabile Cuore, tutto il bene che verrà fatto in onor suo. (Lettera XLIV (XLV,. II, p. 86 (123); G. L. 323). – In una lettera al Padre Croiset ella chiede che si stabilisca una associazione di questa divozione (del sacro Cuore), i cui associati parteciperebbero al bene spirituale gli uni degli altri. È l’ideale dell’apostolato della preghiera e della Guardia d’onore. La beata vorrebbe pure stabilire una particolare unione e divozione ai santi Angeli, « che sono più particolarmente destinati ad amarlo (il sacro Cuore), onorarlo e servirlo nel divin Sacramento d’amore, affinché essendo uniti e associati a loro, supplissero per noi alla sua divina presenza, tanto per rendergli i nostri omaggi, quanto per amarlo per noi e per tutti quelli che non lo amano e per riparare le irriverenze che commettiamo alla sua santa presenza » (Lettres inèdites, II, p. 100; riveduto su G. CXXXI, 535). Questa unione con gli Angeli è stata realizzata negli Uffici.

II.

LO SPIRITO DELLA DIVOZIONE

L’amore, con ciò che ha di più vivo, tenero, generoso, zelante e pratico.

(Les Demeures dans le sacre Camr, t. II’, p. 469 (531); G. LC, 725: e « La manière d’ honorer les diverses vies de Notre Seigneur au Saint-Sacrement », t. II, p. 465 (527) ; G. LXII, 730.)

Considerando queste pratiche diverse, non crediamo già che la divozione al sacro Cuore, come la intende la beata, non consista che in questo. E’ più e meglio. La sua sostanza, consiste in una vita di unione con questo cuore amante, per sentire quello che ei sente, volere ciò che egli vuole, amare ciò che egli ama ; e per piacere a Dio, appropriandosi i suoi sentimenti e i suoi meriti, a Lui offrendoli, in una vita, infine, tutta d’amore e di riparazione amorosa (Vedi la « sfida » alle Novizie per prepararsi alla festa del sacro Cuore nel 1685. E’ troppo lungo riportarla qui per intero, ma eccone alcuni tratti: « Svegliandovi, entrerete nel sacro Cuore, consacrandogli corpo, anima, cuore e tutto quello che siete, per non più servirvene che per la sua gloria e il suo amore. « Quando andrete all’orazione, avrete cura di unirla a quella che Egli fa per voi, nel SS.mo Sacramento. « Quando direte l’ufficio, vi unirete alle lodi che Egli dà a Dio suo Padre, in questo divin Sacramento. « Per ascoltare la santa Messa, vi unirete alle intenzioni di questo amabile Cuore, pregandolo a volervene applicare il merito a seconda dei suoi adorabili disegni su di voi ». « Così l’intera giornata, coi suoi differenti esercizi e occupazioni, è tutta orientata verso il sacro Cuore nel SS.mo Sacramento. Le stesse mancanze sono utilizzate. Quando avrete commessa una qualche colpa, andrete a prendere nel suo divin Cuore la virtù contraria alla vostra colpa, per offrirla all’eterno Padre », etc. Avis. L (LI); p. 434 (495); G. LIII, 717). – Nelle pratiche, qualunque sieno, la beata non vede che un esercizio, di amore. Amare il divin Cuore che ci ama tanto e che ha sete d’esser riamato, rendergli amor per amore, ecco quàl è, per lei, il fondo della divozione al sacro Cuore. Così, per la beata, tutto è racchiuso in questa reciprocità d’amore; « Gesù, nel suo amore per noi, ha sete d’esser riamato » (Vedi Lettres inèdites, VI, p. 180 ; G. CXXXV, 600). L’anima che ha ben compreso questo, non vive più che per amarlo e farlo amare. Questo amore prenderà tutte le forme, impiegherà tutti i mezzi: pregherà, agirà, soffrirà sopratutto. Ma tutto si trasformerà in amore.

(E’ la lezione che N. S. si degnò dare alla sua serva, dopo il suo voto di perfezione, 31 ottobre 1686. Dopo avere scritto la lunga lista delle sue risoluzioni, la beata ebbe paura. “Nella moltitudine di tutte queste cose io mi sono sentita vinta da un si gran timore di non esservi fedele, che non avevo il coraggio di obbligarmi ». N. S. la rassicurò, dicendole nel più intimo del cuore: « Di che cosa temi, poiché Io rispondo per te?…. L’unità del mio puro amore ti terrà luogo d’attenzione nella moltiplicità di tutte queste cose». Contemporaines, t. I, p. 252 (280); G. n. 253, p. 238). E così, per mezzo dell’amore, l’anima devota del sacro Cuore, farà vivere Gesù in lei. La sua vita sarà la vita di Gesù. La beata scrive alla Madre de Soudeilles, il 15 settembre 1686: « Infine io desidero che siano tutte del sacro Cuore di Nostro Signor Gesù Cristo, per non più vivere che della sua vita, non amare che per il puro amor suo, non agire e soffrire che secondo le sue sante intenzioni, lasciandolo operar in noi e per, noi e come più gli piace (Lettera, X L VIII (XLIX), t. Il, p. 95 (132); riveduto su G. LIII, 331). Parlando un giorno di sé stessa al P. Croiset, (lettera 14 aprile 1489) essa dice: « Ebbi altra volta tre desideri così ardenti, da poterli riguardare siccome tre tiranni, che mi facevano soffrire un continuo martirio, senza darmi tregua. Bramo di amare il mio Dio, di soffrire e di morire in questo amore ». Ora, però, Margherita Maria è arrivata a non poter più volere o desiderare cosa alcuna. « lo vorrei affliggermene, qualche volta, continua, ma non lo posso: non appartenendo più a me stessa, non ho più nessun volere o libertà su di me. Ed ecco il pensiero che mi consola. È che il sacro Cuore di Nostro Signor Gesù Cristo, opererà tutto questo per me. Se lo lascio fare, Egli amerà e vorrà in mia vece, e supplirà a tutte le mie impotenze e imperfezioni ». E il 10 agosto: « Io sacrificherei tutto, senza riserva, poiché il mio cuore non sentendosi più suscettibile, mi sembra, che, degli interessi di questo divin Cuore, non mi preoccupo più in qual maniera mi tratti, da che mi usò la misericordia di consacrarmi Egli stesso alla sua gloria e al suo onore. Mi basti che Egli sia soddisfatto. Che m’innalzi o mi abbassi, che mi consoli o mi affligga, sono ugualmente contenta del contento suo…. Purché infine io possa amarlo, non voglio altro » (Lettres inèdites, II (autografo) p. 91; riveduto su G. CXXXI, 529). Le pagine di questo genere, non si contano nella sua corrispondenza. Un lungo passaggio di una delle sue lettere, ci mostrerà meglio che dei brevi estratti, ciò che è in lei e ciò che opera in lei la divozione al sacro Cuore. Ella scrive a Suor de la Barge, verso la fine d’ottobre 1689. « È dunque questa volta, cara amica, che dobbiamo consumarci tutte, senza eccezione, né remissione, in questa ardente fornace del sacro Cuore del nostro adorabile Maestro, da cui non bisogna mai uscire. Dopo avere annientato il nostro cuore di corruzione in quelle divine fiamme del puro amore, bisogna formarcene un nuovo che ci faccia vivere, ormai, di una vita tutta nuova, con un cuore nuovo, che abbia pensieri e affetti nuovi e che produca opere di purezza e fervore in tutte le nostre azioni. Vale a dire, che non si tratti più di noi stesse, ma che questo divin Cuore sia talmente sostituito al nostro, che lui solo agisca in noi e per noi; che la sua santa volontà annienti talmente la nostra, sì che possa agire assolutamente, senza incontrar resistenza da parte nostra. Infine, che i suoi affetti, pensieri e desideri, prendano il posto dei nostri, ma soprattutto i l suo amore, per modo che ami sé stesso in noi e per noi. Così se quest’amabile Cuore sarà il nostro tutto in ogni cosa, potremo dire con san Paolo che non viviamo più noi, ma è lui chi vive in ‘noi…. Mi sembra che non dobbiamo più respirare che fiamme del puro amore, amore crocifiggente e interamente sacrificato, per una immolazione di noi stesse alla divina volontà, affinché si compia perfettamente in noi; contentandoci, per parte nostra, di amarlo e lasciarlo fare, sia che ci abbassi o c’innalzi, che ci consoli o ci affligga; tutto deve esserci indifferente…. Purché Egli si contenti, ciò deve bastarci ». « Amiamolo, dunque, quest’unico amore delle anime nostre, poiché Egli ci ha amato il primo e ci ama ancora con tanto ardore, che ne abbrucia continuamente nel santissimo Sacramento. Non ‘ci bisogna altra cosa, per farci sante, che amare questo Santo dei santi. Chi potrà dunque impedirci di esserlo, poiché non abbiamo dei cuori che per amare, e dei corpi per soffrire? (Lettere (VIII -autografa-, t. II, p. 227 (275); riveduto.su G. CX, 467). La beata termina quest’inno all’amore, con questa specie di strofa ritmica, che narra i vantaggi dell’amore per arrivare alla perfezione: « Non vi ha che il suo amore che ci faccia fare tutto quello che gli piace; non vi ha che questo perfetto amore che ce lo faccia fare in quel modo che gli piace; non può esservi che questo amore perfetto, che ci faccia fare ogni cosa quando gli piace ».

IL SACRO CUORE (37)

IL SACRO CUORE DI GESÙ (35)

IL SACRO CUORE

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ-

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE PRIMA:

CAPITOLO II.

LE GRANDI APPARIZIONI

Le visioni di Margherita Maria non si contano. In più d’una si riscontrano dèi tratti utili per conoscere la divozione al sacro Cuore; ce ne serviremo all’occasione. Ma non è la divozione privata di Margherita Maria che ci preme di studiare principalmente, nè le sue relazioni personali, col sacro Cuore; così ci fermeremo, senz’altro, alle grandi rivelazioni che le furono fatte in vista del culto pubblico che Nostro Signore voleva stabilire per mezzo suo.

I .

LA PRIMA DELLE GRANDI APPARIZIONI

(27 dicembre, molto probabilmente dell’anno 1673)

I segreti del sacro Cuore svelati. Il sacro Cuore nel suo amore appassionato per gli uomini, vuol manifestarsi e aprir loro i suoi tesori. La discepola e l’evangelista del sacro Cuore. Margherita Maria nella sua lettera al P. Croiset, in data3 novembre 1689, segnala come « prima grazia speciale »avente un rapporto diretto con la sua missione e col culto del sacro Cuore, quella che ricevette nei giorno di San GiovanniEvangelista. Ella non ce ne indica l’anno, ma dovetteessere il 1673.A somiglianza di santa Geltrude, fu ammessa, in similegiorno, a « riposare per più ore su quel sacro petto » e ricevéda quest’amabile Cuore delle grazie così preziose cheil solo ricordo bastava, come ella dice a « metterla fuoridi sè ». La beata aggiunge che non stima « necessario lo specificarle» (Lettres inéd. IV, p. 141), ma ne ha conservato molto vivamente « il ricordoe l’impressione ».Ne parla pure in questi termini alla Madre de Saumaise,in una lettera scritta nel gennaio 1685 (È questa la data accennata da Mons. GAUTHEY, Le religiose di Paray, come LANGUET, avevano letto: 1689). « Lo Sposo, divino, dice ella, mi fece la grazia incomprensibile e di cui sono cosi indegna, di farmi riposare sul suo seno, col suo discepolo prediletto e di darmi il suo cuore, la sua croce e l’amor suo » (Lett. XCIII, T. II, pag.). Ma fortunatamente, abbiamo ancora qualcosa di meglio di queste allusioni e impressioni personali in cui, infine, niente indica una missione speciale. La «  Mémoire » scritta per ordine del P. Rolin, ci dà dei dettagli preziosi e precisi. – Margherita Maria si trovava innanzi al Santissimo Sacramento. Nostro Signore, la fece riposare molto a lungo sui suo petto divino; le scoprì le meraviglie del suo amore e i segreti inesplicabili del suo sacro Cuore, « segreti, dic’ella, che Gesù te aveva tenuto nascosti sino allora ». Egli le mostrò il suo Cuore e le disse : « Il mio Cuore è sì appassionato d’amore per gli uomini, e in particolare per te, che, non potendo più contenere in sé le fiamme della sua ardente carità, bisogna che le espanda per mezzo tuo e che si manifesti a loro, per arricchirli dei suoi preziosi tesori. Nel mio Cuore vi è tutto quello che abbisogna per ritrarli dalla perdizione. Io ti ho scelta, soggiunse, per il compimento di questo gran disegno, siccome un abisso d’indegnità e d’ignoranza, affinché tutto sia fatto da me ». Segue qui una di quelle scene simboliche, frequenti nelle vite dei santi. Gesù prese il cuore dalla sua serva e lo mise nel suo adorabile. Lo ritrasse poi come una fiamma ardente, in forma di cuore, se lo rimise al suo posto, dicendo fra le altre cose : « Sino ad ora tu non ti sei chiamata che mia schiava ; ma io ti dò il nome di diletta discepola del mio sacro Cuore » (Mémoire, t. II, p. 5). Così il sacro Cuore si rivela, si mostra appassionato d’amore per gli uomini; vuol manifestarsi loro e arricchirli dei suoi tesori di santificazione e di salute. Margherita Maria è l’istrumento che Egli ha scelto per i suoi disegni.

II.

L A SECONDA GRANDE APPARIZIONE

(1673 o 1674)

L‘immagine simbolica: ultimo sforzo di amore, redenzione amorosa operata dal sacro Cuore; missione di Margherita Maria.

Dopo aver detto al P. Croiset, nella lettera suaccennata, che non stima necessario di specificare cosa alcuna, aggiunge subito: « Dopo questo, il divin Cuore mi si presentò etc… » e segue una descrizione dettagliata e il racconto d’una visione. Ci siamo domandati se si trattasse di una scena distinta dalla precedente, o solamente di nuovi dettagli della stessa scena. Le maggiori verosimiglianze sono per una scena distinta, perché qui la beata specifica e perché le circostanze sono tutt’altre. Ma poco importa la circostanza del tempo, purché sì osservi e si noti il progresso nella manifestazione del sacro Cuore. – Noi abbiamo adesso una visione simbolica dello stesso Cuore, al di fuori del corpo che non apparisce. Egli era « come su di un treno di fiamme, più risplendente del sole, trasparente come il cristallo e con la sua piaga adorabile. Era circondato da una corona di spine sormontato da una croce». Dopo avere spiegato l’emblema delle spine e della croce, la beata aggiunge : « Egli mi fece vedere che il suo ardente desiderio, d’essere amato dagli uomini e di ritrarli dalla via della perdizione dove satana li precipita in gran numero, gli aveva fatto formare il disegno di manifestare agli uomini il suo Cuore, con tutti i tesori di amore, di misericordia, di grazia, di santificazione e salute che contiene ». Ma che cosa ci vuole, per aver parte a tutti questi tesori del cuore di Dio? « Onorarlo sotto la figura di questo cuore di carne ». Seguono delle promesse di grazie e di benedizione; per coloro che onorerebbero anche l’immagine di questo sacro Cuore. Questa divozione, continua la beata, ripetendo le parole di Nostro Signore, è come un ultimo sforzo del suo amore, che voleva favorire gli uomini in questi ultimi secoli di una specie di redenzione amorosa, per ritrarli dall’impero di satana e per metterli, nella dolce libertà del regno dell’amor suo. « Ecco, concluse Nostro Signore, ecco i disegni per i quali ti ho scelta » (Lettres inédites, IV, pag. 141, 140, riveduto su G. CXXXIII 567). Non abbiamo qui solamente il sacro Cuore scoperto; vi è il desiderio chiaramente manifestato, di un culto speciale, con delle promesse magnifiche, per una delle forme di questo culto, (l’onore reso alla immagine); vi è lo scopo indicato da Gesù medesimo, con la missione di Margherita Maria, annunziata e specificata. Tutto questo sta per delinearsi sempre più.

III.

LA TERZA GRANDE APPARIZIONE

(probabilmente nel 1674)

Il sacro Cuore, raggiante d’amore: culto riparatore d’amore; comunione frequente, comunione dei primi venerdì del mese. Ora santa.

Sino ad ora le grandi apparizioni ci hanno mostrato il sacro Cuore pieno di amore e di grazie, desideroso di spanderle e chiedendo un culto di amore e di onore. Noi vedremo ora questo amore come sconosciuto e implorante un culto di amore e di riparazione. È ancora la Mémoire che ci fa conoscere questa nuova apparizione. Nessuna data. Il contesto, però, sembra indicare un primo venerdì del mese e vien notata espressamente la circostanza che il Santissimo Sacramento era esposto. Qualche autore la fissain un giorno dell’ottava del Corpus Domini; altri il 2 luglio, festa della Visitazione, l’anno 1674. Secondo il nostro punto di vista, per altro, la data precisa importa poco. Un giorno dunque, che il Santissimo Sacramento era esposto, Nostro Signore si presentò a lei, « tutto risplendente di gloria, con le cinque piaghe che scintillavano come cinque soli … Da questa sacra umanità si sprigionavano come delle fiamme da ogni parte, ma soprattutto dal suo petto adorabile sì che rassomigliava una fornace». Il petto si aprì, lasciando scoperto « l’amantissimo e amabilissimo Cuore, che era la viva sorgente di quelle fiamme ». Nostro Signore le fece vedere le « meraviglie inesplicabili del suo puro amore, e sino a quale eccesso egli aveva amato gli uomini. » Ma che, purtroppo, non riceveva in compenso che « ingratitudine e sconoscenza e ciò, le disse il divin Maestro, essergli molto più sensibile di tutto quello che aveva sofferto nella sua passione ». « Se essi, aggiungeva Egli, mi dessero qualche corrispondenza di amore, stimerei poco tutto quello che ho fatto per loro e, se fosse possibile, vorrei fare ancora di più; ma essi non hanno che della freddezza e della repulsione per tutte le mie sollecitudini nel far loro del bene ». Questo amore sconosciuto domanda una riparazione, e la domanda, per primo, alla sua serva diletta. « Tu, almeno, le dice, tu dammi questa consolazione, di supplire alla loro ingratitudine, per quanto puoi esserne capace ». Margherita Maria, gli espose allora umilmente la sua impotenza, ma: « Tieni, diss’Egli, ecco con che supplire a tutto quello che ti manca ». E ciò dicendo, dischiuse il suo cuore e ne uscì una fiamma sì ardente, che ella credé rimanerne consunta. Non potendo più sostenerne l’ardore, gli chiese di aver pietà della sua debolezza, al che Egli rispose: « Io sarò la tua forza ». Allora le indicò delle pratiche speciali, da farsi in questo spirito di amore riparatore. « In primo luogo mi riceverai nel Santo Sacramento, quante più volte ti sarà permesso dall’obbedienza … di più farai la Comunione ogni primo venerdì del mese. Nostro Signore vuole di più che ella partecipi alla mortale tristezza a cui si sottomise nel giardino degli Ulivi, tutte le notti del giovedì al venerdì. « Per accompagnarmi nell’umile preghiera ch’io rivolsi al Padre mio, fra tutte le mie angosce, ti alzerai fra le undici e mezzanotte, e ti prostrerai in unione a me, per un’ora, con la faccia contro terra, sia per placare la collera divina, implorando misericordia pei peccatori, sia per addolcire, in qualche modo, l’amarezza ch’io risentii per l’abbandono dei miei apostoli. Durante quell’ora, farai quello che io t’insegnerò » (Mémoire, t. II, p. 327-328; G. u. 55-57. p. 71-72). Qui, come ben si vede, la divozione si delinea come una divozione d’amore riparatore, verso l’amore sconosciuto; di affettuosa compassione verso l’amore sofferente e, in qualche modo, di unione amorosa a Gesù, vittima per l’amore degli uomini e implorante, per loro, misericordia e perdono. Nostro Signore non ne fa qui la domanda che a Margherita Maria: ma queste pratiche, della comunione frequente in spirito di riparazione e di amore, della comunione dei primi venerdì dei mese o comunione riparatrice, dell’Ora santa, o veglia nel giardino degli Ulivi, si sono generalizzate, sin dal principio, siccome quelle che ben rispondevano allo spirito della divozione. Le ritroveremo sulla nostra via. Nostro Signore, del resto, sta per generalizzarle e precisarle da se stesso.

IV.

L A GRANDE APPARIZIONE

(nell’ottava del Corpus Domìni 1675)

« Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini ». Una festa di riparazione. Il P. de la Colombière.

Eccoci arrivati a quella che si può chiamare la grande apparizione, fra le grandi apparizioni. Il P. de la Colombière, che vi era interessato, ne ebbe conoscenza nei primi giorni che seguirono l’avvenimento, e ne fece fare i l racconto dalla beata. È questo stesso racconto che. trascritto da lui, nel suo ritiro di Londra, febbraio 1677, fu pubblicato, col giornale dei suoi ritiri spirituali, e abbandonò al pubblico il segreto delle apparizioni, senza però designare ai non iniziati, né il monastero, né la veggente. È questo stesso racconto che si ritrova, con qualche leggera variante, nella Mémoire autografo, trascritto, molto probabilmente, dalla beata stessa, sulla edizione del P. de la Colombière (É ancora possibile che il racconto redatto dal P. DE LA COLOMBIÈRE, fosse stato conservato dalla beata fra le sue carte). L’apparizione ebbe luogo nell’ottava del Corpus Domini. L’anno non è indicato; ma siccome il P. de la. Colombière si trovava a Paray, non potè essere che nel 1675 o, ai più, nel 1676. Però, tutto porta a preferire la data del 1675, indicata dalle Contemporanee (Vìe et Oeuvres, I, pag. 94 (125). G. u. 151 pag. 136). Siccome d’altronde, vi sono delle ragioni, non però decisive, di credere che abbia avuto luogo la domenica, si può fissarla al 1675, come si è fatto ripetutamente. Ecco il racconto come si trova nella  Mémoire autographe: – La beata era innanzi al Ss.mo Sacramento, e Dio la ricolmava « delle grazie eccessive dall’amor suo ». Siccome ella desiderava a rendergli amore per amore, per contraccambiarnelo, in qualche modo, Egli le disse : « Tu non puoi darmi contraccambio più grande, che facendo quello che ti ho già chiesto tante volte ». Nulla, però, indica chiaramente, a che cosa facciano allusione queste parole. S’intuisce che si tratti di eseguire le intenzioni del Divino Maestro, con lo stabilire il culto del sacro Cuore; ma potrebbe ancora darsi che si trattasse di comunicare alla sua superiora o al suo direttore, quelle stesse intenzioni del Salvatore. Nostro Signore, del resto, sta per manifestare apertamente ciò che desidera. «Ecco, le dice, ecco questo Cuore che ha tanto amato gli uomini, che non ha risparmiato nulla, sino a esaurirsi e consumarsi per testimoniar loro il suo amore. E per riconoscenza, non ricevo, dalla maggior parte, che della ingratitudine, per le loro irriverenze e i loro sacrilegi, per la freddezza e il disprezzo che hanno per me in questo sacramento d’amore. Ma, quello che mi è ancor più sensibile, si è che sieno dei cuori a me consacrati che agiscan così » (Nel testo trascritto dal P. DE LA COLOMBIÈRE si legge: « Ma ciò che mi disgusta, maggiormente si è che sono dei cuori a me consacrati ». Ciò ha maggior forza ed è curioso che la beata stessa abbia addolcito la frase). – Sin qui non si riscontra nulla di molto nuovo, in questa apparizione, tolta la menzione speciale degli oltraggi ricevuti nell’Eucaristia. Ciò che segue, però, è interamente nuovo. Nostro Signore, aggiunge: « È per questi che io ti chiedo che il primo venerdì, dopo l’ottava del SS.mo Sacramento, sia dedicato a una festa particolare per onorare il mio Cuore, facendo la comunione in quel giorno, e offrendogli una riparazione d’amore, con una ammenda onorevole, per le indegnità che ha ricevuto mentre era esposto sugli altari ». Nostro Signore domanda dunque un culto pubblico, che abbia la sua festa, e delle pratiche determinate. « Io ti prometto, continuò, che il mio cuore si dilaterà, per spandere con abbondanza le effusioni del suo divino amore, su coloro che gli renderanno questo amore, o procureranno che gli sia reso » (Mémoire in: Vie et Oeuvres, t. II, pag. 355 2.a edizione p. 413. G. u. 92. pag. 102. Nel primo racconto mancano le parole: e che procureranno che gli sia reso. Non è che a partire dal 1685 che la beata ha fermato l’intenzione sull’apostolato del Sacro Cuore.). Ma come stabilire questa festa? È la terza fase dell’apparizione. Nella sua Mémoire, la beata abbrevia un poco; ma, nel racconto scritto per il P. de la Colombière, la scena si anima: « Ma, Signor mio, a chi vi rivolgete voi dunque? » E, Margherita Maria insiste sulla sua indegnità di miserabile creatura, di povera peccatrice. « Oh! povera innocente che sei, le rispose Nostro Signore, non sai tu forse che Io mi servo dei soggetti più deboli, per confondere i forti? » — « Datemi dunque, diss’ella, il mezzo di fare quello che mi comandate ». — « Rivolgiti al mio servo (Gesù designò il P. de la Colombière, che era allora superiore della piccola residenza dei Gesuiti a Paray), e digli, da parte mia, di fare tutto quello che gli è possibile, per stabilire questa divozione e consolare, così, il mio divin Cuore ». Nostro Signore aggiunse che le « difficoltà non gli sarebbero mancate, ma deve sapere che è onnipotente, chi diffida di sé, per confidare in me unicamente ». – Con questa apparizione, la divozione al sacro Cuore entrava in una fase nuova, e ciò in due modi. Dapprima, Nostro Signore domanda un culto pubblico e, in particolare, l’istituzione di una festa. Poi i disegni di Gesù si manifestano al di fuori. Sino allora, Margherita Maria ne diceva o scriveva qualche cosa, per la sua superiora e per quelli che essa voleva consultare; ma, molto riservatamente, come sì vede nelle note consegnate alla Madre de’ Saumaise e da lei conservate accuratamente. Invece la comunicazione fatta al P. de la Colombière, fu chiara e completa. D’allora, come meglio vedremo in seguito, i disegni di Nostro Signore entrarono in via di esecuzione: la divozione al sacro Cuore cominciò a propagarsi.

V.

IL MESSAGGIO AL RE

(1689)

II sacro Cuore onorato nel palazzo dei re; la sua immagine sullo stendardo reale; un edificio in onor suo e unomaggio solenne. Previsioni per l’avvenire.

Con queste tre o quattro grandi apparizioni, la divozione al sacro Cuore si è costituita da se stessa. Non rimane ora che stabilirla e propagarla. Vedremo come ciò si fece, poco a poco, nei quindici anni che visse ancora Margherita Maria. Sembra che non vi siano state altre nuove rivelazioni, per tredici o quattordici anni, se ne eccettuiamo le promesse di cui parleremo. Nei 1689, però nuovi orizzonti si dischiudono. Gesù vuole che si faccia proposta al re della nuova devozione, che Luigi XIV si consacri al sacro Cuore; che l’onori pubblicamente, che gli consacri una cappella espressamente costruita, e che faccia mettere la sua immagine nelle armi reali e sugli stendardi. – La beata osa appena parlare di questo nuovo desiderio del sacro Cuore, anche con la sua intima confidente, la Madre de Saumaise, tanto sembra andare al di là delle possibilità umane. Ella per tanto lo effettua, secondo l’impulso che le ne è dato. Fu il 17 giugno 1689, venerdì dopo l’ottava del Corpus-Domini, (oggi festa del sacro Cuore) che le fu fatta questa nuova rivelazione. Quali furono le circostanze precise che l’accompagnarono? La beata non ce lo dice, ma ancora sotto l’influenza dei lumi ricevuti scrive: « Questo amabile Cuore regnerà, malgrado satana e i suoi ministri ». E dopo aver enumerato le grazie riservate alla Visitazione e i disegni misericordiosi del sacro Cuore per la salute degli uomini, aggiunge che « Gesù ha ancora più grandi disegni, che non possono essere realizzati che dalla sua onnipotenza, che può tutto quello che vuole; che Egli desidera entrare con pompa e magnificenza nella casa dei principi e dei re, per esservi tanto onorato quanto fu oltraggiato, disprezzato e umiliato nella sua passione ». Bisogna che Egli abbia altrettanta gioia, nel vedere « i grandi della terra abbassati e umiliati, dinanzi a Lui, quanta fu l’amarezza che Egli provò, nel vedersi annientato ai loro piedi ». La beata ha udito a questo proposito, delle parole precise destinate al re: « Fa’ sapere al figlio primogenito del mio sacro Cuore…. che, come la sua nascita temporale fu ottenuta per la divozione ai meriti della mia santa infanzia, così otterrà la nascita alla grazia e la gloria eterna, per la consacrazione che egli farà di se stesso al mio Cuore adorabile, che vuol trionfare del suo, e per suo mezzo, del cuore dei grandi della terra ». Qui il messaggio si precisa: « Egli vuole regnare nel suo palazzo, esser dipinto sui suoi stendardi e scolpito sulle sue armi » (Lettera XCV1II. Vie et Oeuvres t. II, pag., 200 2.a edizione, lettera  XCVII, G. c. 434-436). « Ella, aggiunge la beata, Ella deve ridere, mia buona Madre, della mia semplicità nel dirle tutto questo; ma seguo l’impulso che me né è dato ». Conchiude col domandare il segreto; ma il segreto non può essere che relativo, poiché si tratta di un messaggio che deve trasmettersi. Ella vi ritorna sopra, perciò, (28 agosto 1689) e dilucida qualche punto. « L’eterno Padre, volendo compensare le amarezze e le angosce di cui il Cuore adorabile del suo divin Figlio era stato abbeverato nella casa dei principi della terra, fra le umiliazioni e gli oltraggi della sua passione, vuole stabilire il suo regno nella corte (Le editrici di Prey, hanno scritto: « nel cuore ») del nostro gran monarca ». Si vede che il tono si sublima col soggetto e Dio vuol dunque servirsi del re per l’esecuzione dei suoi disegni… Che cosa si deve fare? « Un edificio, dove sarebbe esposto il quadro del divin Cuore, per ricevervi la consacrazione e gli omaggi del re e di tutta la sua corte ». 1 sacro Cuore ha scelto il re come suo fedele amico, per fare autorizzare, dalla Santa Sede, la Messa in onor suo e ottenerne tutti gli altri privilegi, che devono accompagnare la devozione di questo sacro Cuore. In compenso di ciò, Egli fa al monarca le più magnifiche promesse di beni temporali e spirituali, per la terra e pel cielo. « Felice lui, conclude la beata, se porrà le sue compiacenze in questa divozione, che gli procurerà un regno eterno di gloria e di onore, nel sacro Cuore di Nostro Signore Gesù Cristo, il quale si prenderà cura d’innalzarlo e. renderlo grande nel cielo, innanzi al Padre suo. quanto più questo gran monarca ne prenderà per rialzare, dinanzi agli uomini, gli obbrobri e gli annientamenti che questo Cuore divino ha sofferto ». Ma come fare arrivare il messaggio al re? Dio conta per ciò sul P. della Chaise. « Egli non avrà fatto mai altra azione più utile alla gloria di Dio, più vantaggiosa all’anima sua, e di cui egli, e tutta la sua santa congregazione siano più abbondantemente ricompensati ». L’impresa è difficile, ma Dio è al disopra di tutto. La Madre de Saumaise, aveva proposto di scriverne alla superiora di Chaillot, siccome la più adatta a ben avviare la cosa. L’idea fu approvata (Lettera CIV, Vie et Oeuvre, t. II, pag. 212 – 26o). – Poco dopo, il 15 settembre 1689, la beata ne scrisse ancora al P. Croiset; ma, siccome essa non gli aveva confidato ancor nulla delle sue visioni, così si contenta di lanciare l’idea, e, pur dicendo dì lasciare agire la potenza di questo Cuore adorabile, cerca di mettere il suo corrispondente in traccia di mezzi pratici. La prova non fu fatta, o non ebbe buon esito, presso Luigi XIV. L’idea però non era morta e i devoti del sacro Cuore continuarono a sperare che i disegni del Cuor di Gesù sarebbero realizzati. La basilica di Montmartre, lo stendardo di Paray, la consacrazione del 1873 a Paray-ìe-Monial sono per essi, nello stesso tempo che un principio di realizzazione, anche una promessa per l’avvenire. Bisogna ricordare ciò per comprendere la divozione del sacro Cuore nel passato, bisogna pur ricordarlo per spiegare il suo carattere sociale nel presente e le sue prospettive per l’avvenire.

VI.

VISIONE DEL  2 LUGLIO 1688

Missione affidata alle religiose della Visitazione e alla Compagnia di Gesù.

Per realizzale i disegni del sacro Cuore, occorrevano degli strumenti. Per cominciare, Nostro Signore aveva scelto una suora della Visitazione e un Gesuita e volle che le Visitandine e i Gesuiti fossero, come d’ufficio, gli apostoli della nuova divozione. Senza escludere nessuna buona volontà, anzi facendo appello a tutte, diede nondimeno incarico a qualcuno di lavorarvi più efficacemente. Ne fece per loro come un dovere di vocazione, promettendo, se fossero stati fedeli all’avuta missione, una più larga parte dei tesori racchiusi nel sacro Cuore. – La scelta divina era già stata quasi annunziata e se ne sono raccolti più di mille indizi. Ma nulla è così chiaro come le parole della beata. Senza fermarsi ai preliminari, tocchiamo, senz’altro, il punto principale. Era il giorno della Visitazione, 2 luglio 1688. Margherita Maria aveva avuto la felicità di passare l’iutiera giornata dinanzi al SS.mo Sacramento, e il suo Sovrano, com’essa dice, « si degnò di gratificare la sua miserabile schiava con molte grazie particolari del suo Cuore amoroso ». Le fu rappresentato un luogo molto eminente, spazioso e di bellezza ammirabile nel centro del quale si ergeva un trono in fiamme. Essa vi vide l’amabile Cuore di Gesù, con la sua ferita. Questa ferita proiettava raggi cosi ardenti e luminosi, che il luogo ne era tutto illuminato e riscaldato. Questa volta il sacro Cuore non era solo. La santa Vergine era da un lato e dall’altro si trovava San Francesco di Sales con il Padre de la Colombière. Poi venivano le figlie della Visitazione con i loro buoni Angeli accanto, tenendo ciascuno un cuore in mano, probabilmente i cuori dei loro protetti. La santa Vergine, dice la veggente, la invitava con le sue parole materne : « Venite miefiglie dilette, avvicinatevi, perché io voglio rendervi depositarie di questo prezioso tesoro ». Segue qualche commentario dal quale risulta chiaramente che il Cuore di Gesù è tutto Gesù e che il dono del Cuore è il dono stesso di Gesù, con tutto il suo amore, tutti i suoi meriti e tutte le sue ricchezze. Continuando a parlare alle figlie della Visitazione, questa regina di bontà disse, mostrando il divin Cuore: « Ecco quel tesoro divino che vi è manifestato particolarmente », Gesù ama il loro istituto « come il suo caro Beniamino », e lo « vuole favorire di questo dono di preferenza a ogni altro ». Ma esse non lo hanno già per loro sole; bisogna « che si facciano dispensatrici di questa moneta preziosa », che « cerchino di arricchirne il mondo, senza tema che venga loro a mancare; perché più ne prenderanno, più troveranno da prenderne ». Ecco la parte delle Visitandine, ben chiaramente indicata dalla loro amabile Madre e mediatrice. Questa Madre di bontà si rivolse allora al P, de la Colombière e gli disse: « E tu, servo fedele del mio divin Figliuolo, tu hai gran parte di questo tesoro prezioso; perché, se è stato assegnato alle figlie della Visitazione di farlo conoscere, amare e distribuire agli altri, è riserbato ai Padri della Compagnia di farne vedere e apprezzare l’utilità e il valore, affinché se ne tragga profitto, ricevendolo col rispetto e riconoscenza dovuto a sì gran benefizio ». Insomma, come le Visitandine devono essere una continuazione di Margherita Maria, i Gesuiti devono esserlo del P. de la Colombière. Saranno ricompensati come lui, poiché, « a misura che essi consoleranno, per siffatto modo, il divin Cuore, questo stesso Cuore, sorgente di benedizioni e di grazie, le spanderà così abbondantemente sulle funzioni del loro ministero, che produrranno dei frutti al di là delle loro fatiche e delle loro speranze, anche per la salute e perfezione di ciascuno di loro ». La scena si chiude con un magnifico discorso di San Francesco di Sales. Egli invita le sue figlie a venire ad attingere le acque della salute alla sorgente medesima d’ogni benedizione, e spiega loro come la nuova divozione, lungi dall’esser contraria alle loro costituzioni, che già uscirono da quel divin Cuore, presenta loro un mezzo facilissimo di ben soddisfare a ciò che loro è prescritto nel primo articolo del loro direttorio, il quale contiene, in sostanza, tutta la perfezione del loro Istituto : Che tutta la loro vita e tutti i loro esercizi siano per unirsi a Dìo. « È d’uopo perciò, diss’egli, che questo Cuore sia la vita che ci anima e l’amor suo sia il nostro esercizio continuo, siccome il solo che può unirci a Dio per aiutare con la preghiera e i buoni esempi la santa Chiesa e la salute del prossimo. Per questo pregheremo nel Cuore, e per il Cuore di Gesù, che vuol rinnovare la sua mediazione fra Dio e gli uomini. I nostri buoni esempi saranno di vivere conformemente alle massime e alle virtù di questo divin Cuore e coopereremo alla salute del prossimo, propagando questa santa divozione. Cercheremo pure di spandere il buon odore del sacro Cuore di Gesù, in quello dei fedeli, affine di essere la gioia e la corona di questo amabile Cuore » (Lettera XXXV. Vie et Oeuvre, t. II, 1). Idee analoghe, ma ispirate da nuovi lumi, si ritrovano in un’altra lettera alla Madre de Saumaise, il 17 giugno 1689. Era il venerdì dopo l’ottava del SS.mo Sacramento, Margherita Maria ha veduto la divozione del sacro Cuore come un bell’albero, destinato, da tutta l’eternità alla Visitazione », affinché ogni casa « potesse raccoglierne frutti a seconda del suo gusto e del piacere suo ». Si tratta di frutti di « vita e di salute eterna » ; ma questi frutti non sono riserbati unicamente per le Visitandine; esse devono distribuirli « a tutti quelli che desidereranno mangiarne, senza tema che possano venire a mancar loro » (Lettera XCVII1 (XCVII). Vie et Oeuvres, t. II, p. 198 – 232). – Segue il messaggio per il re, di cui si è già fatto menzione. Poi Margherita Maria passa ai Gesuiti, la cui missione le si presenta sempre come complemento di quella della Visitazione. Essa attribuisce questa missione alle preghiere del P. de la Colombière, come attribuisce quella delle Visitandine a San Francesco di Sales. I n grazia sua, la Compagnia di Gesù sarà gratificata insieme alla Visitazione « di tutte le grazie e privilegi particolari della divozione del sacro Cuore ». Questo divin Cuore promette loro di spandere « con profusione le sue sante benedizioni sulle loro opere ». Esso desidera « essere conosciuto, amato e adorato particolarmente da quei buoni Padri ». E, se essi cercheranno « di attingere tutti i lor lumi nella sorgente inesauribile di tutta la scienza e carità dei Santi », darà alle loro parole « l’unzione della sua carità ardente » con delle grazie « si forti e potenti che hanno come delle spade a due tagli, che penetreranno nei cuori più indolenti dei più ostinati peccatori > (Lettera XCVIll. t. II. p. 200 (XCIII, p. 234); G. c. 436. Vedi anche la lettera CIV. t. II. p. 214 (262); G. CVII, 456). « Se è vero, dice ella altrove, che questa amabilissima devozione ha avuto origine alla Visitazione, non posso a meno di credere che progredirà per mezzo dei Reverendi Padri Gesuiti. E credo che sia appunto per questo che Egli abbia scelto il beato amico del suo cuore (il P. de la Colombière) per il compimento di questo gran disegno ». Perché la beata non può impedirsi di avere questa convinzione? Perché Nostro Signore le « ha fatto conoscere, in modo da non poterne dubitare, che era principalmente per mezzo della Compagnia di Gesù che voleva stabilire dappertutto questa solida divozione, e per essa assicurarsi un numero infinito di servi fedeli, di perfetti amici e di figli riconoscenti » (Lettres ìnédites, Lettera III, p. 125. Vi ritorna a p. 130. « Siccome Egli non vuole che un frutto così prezioso sia nascosto, ha scelto i R. Padri Gesuiti per distribuirlo e farne gustare la dolcezza e la soavità. » G. CXXXII, 551 e 554). Forse in nessun’altra parte l’insieme di queste idee è così ben collegato come nella lettera del 10 agosto 1689 al P. Croiset. « Quantunque questo tesoro di amore appartenga a tutti e tutti abbiam diritto, nondimeno è stato sempre nascosto sino al dì d’oggi, in cui si è dato particolarmente alle figlie della Visitazione, siccome quelle che devono onorare la sua vita nascosta, onde esse lo manifestino e distribuiscano agli altri. Nondimeno è riserbato ai Rev. Padri della Compagnia di Gesù di far conoscere il valore e il vantaggio di questo prezioso tesoro, dove più si prende e più si ha da prendere. Non dipenderà dunque che da loro di arricchirsi abbondantemente d’ogni sorta di beni e di grazie, poiché con questo mezzo efficace che Egli offre loro, essi potranno soddisfare perfettamente, come Egli desidera, i doveri del santo ministero di carità a cui son chiamati. Questo divin Cuore spanderà in siffatto modo là soave unzione della sua carità sulle loro parole, che penetreranno come una spada a due tagli nei cuori più induriti, per renderli sensibili all’amore di questo divin Cuore, e le anime più colpevoli e peccatrici saranno ricondotte a una penitenza salutare. Infine per questo mezzo Egli vuole spandere sull’Ordine della Visitazione e su quello della Compagnia di Gesù, l’abbondanza di questi divini tesori di grazia e salute, perché  essi sappiano rendergli quello che Egli ne aspetta, vale a dire un omaggio d’amore, d’onore e di lode e lavorino, con tutte le loro forze, a stabilire il suo regno nei cuori. Per questo, Egli aspetta molto dalla vostra santa Compagnia, ed ha su di essa grandi disegni. Per questo si è servito del buon P. de la Colombière per iniziare la divozione a questo adorabile Cuore, come spero che voi sarete uno di quelli di cui si servirà per introdurla nel vostro Ordine » (Lettres inédites, Lettera II, p. 95. Riveduta su G. II, 531-2). Queste assicurazioni, così spesso ripetute dalla beata, dominano la storia di questa divozione. Senza di queste, non sapremmo spiegarci come le Visitandine e i Gesuiti abbiano preso tanto a cuore il diffonderla. Ma queste ultime rivelazioni hanno anche un altro vantaggio; molti dei tratti che vi sono accennati servono mirabilmente a dare un’idea più completa e precisa della divozione al sacro Cuore.

VII.

RIASSUNTO E CONCLUSIONE

Il sacro Cuore mediatore d’amore. Idea grandiosa della divozione al sacro Cuore.

Si è potuto osservare, più sopra, una parola un po’ strana, nel piccolo discorso di San Francesco di Sales. « Preghiamo, dice egli, nel Cuore e col Cuore di Gesù, che vuol farsi di nuovo mediatore fra Dio e gli uomini ». L’espressione è famigliare alla beata, per quanto possa sembrare ardita. Sino dal 1685 noi la sentiamo parlare di una mediazione speciale del sacro Cuore fra Dio e gli uomini. Scrive infatti alla Madre Greyfìé: « Egli mi ha fatto conoscere che il suo sacro Cuore è il santo dei santi, il santo d’amore, che voleva essere ora conosciuto, per essere mediatore fra Dio e gli uomini, perché Egli è onnipotente, per accordar loro la pace, allontanando da loro i castighi che i nostri peccati ci hanno attirato, e ottenendoci misericordia ». – In un suo biglietto in data 21 luglio 1686. a Suor Maria Maddalena des Escùres, il giorno stesso in cui la comunità dì Paray si era consacrata al culto del sacro Ciiore, la beata scriveva: « Il gran desiderio di Nostro Signore che il suo sacro Cuore sia onorato con qualche omaggio particolare si è per rinnovare nelle anime i frutti della sua Redenzione, facendo di questo sacro Cuore come un secondo mediatore fra Dio e gli uomini ». Qui la parola vi si trova, con la: legazione che le conviene ; ma quando anche manca la parola, si sente che l’idea è sempre presente. E in questo senso, infatti, che essa parla « di un ultimo sforzo » dell’amore di Gesù, nella manifestazione del suo divin Cuore; di una « redenzione amorosa » per la mediazione di questo sacro Cuore; di una nuova effusione, per il dono unico del « Cuore di Dio », di « tutti i tesori d’amore, di misericordia, di grazia, di santificazione e salute » che contiene. Sarebbe ben facile raccogliere nelle opere della beata, mille espressioni della medesima idea. Quelle che più meritano di esser notate, le abbiamo già fatte notare. Se ne troveranno altre, quando parleremo delle promesse del sacro Cuore. Per la beata è dunque un grande avvenimento, nella storia del mondo la manifestazione dei sacro Cuore. È come un’era novella, che comincia, per tutti quelli che vorranno mettersi sotto la protezione di questo Cuore divino. Non già che Gesù non fosse già nostro, con tutti i suoi tesori, per mezzo della Incarnazione e della Redenzione; ma vi è qui come un nuovo passo di Gesù verso di noi, e come una nuova offerta di tutto quello che è, di tutto quello che ha, con questo suo dono del Cuore. Sembra quasi che Gesù si concentri nel suo Cuore, per darci tutto se stesso nell’offrircelo. E il carattere proprio di questa offerta si è di essere un’offerta tutta d’amore. Certamente l’incarnazione, la redenzione, tutti i benefici di Gesù, erano di già l’effetto di un amore appassionato ed erano già stati presentati come tali da Gesù medesimo, da San Giovanni, da San Paolo, da tutta la tradizione cristiana. Ma, nella manifestazione del sacro Cuore a Margherita Maria, si rivela una nuova manifestazione d’amore, così viva ed appassionata, che diviene un nuovo, pressante invito ad amare, Il dono del sacro Cuore è come l’amore di Gesù che si avvicina a noi. La divozione a questo Cuore adorabile, è dunque il culto di quest’amore, l’omaggio che si fa al suo Cuore appassionato d’amore è un omaggio fatto a Gesù; noi andiamo al Cuore, per arrivare a Gesù, amandolo sempre più ardentemente. Si comprende, perciò, tutta l’importanza che Margherita Maria annetteva alla nuova divozione, tutta l’importanza che ha realmente. Non è una divozione inventata dall’uomo, non è che la risposta a una nuova manifestazione dall’amore divino. Quando si riflette a tutto questo, si capisce ancora come Monsignor Bougaud abbia potuto scrivere: « La divozione al sacro Cuore è, certamente, la rivelazione più importante che abbia irradiato la Chiesa, dopo quelle della Incarnazione e della Eucaristia. È la maggiore esplosione di luce che si sia avuta dopo la Pentecoste » (Histoìre de la B. Marguerite Marie, c. XIV, p. 331). Queste parole hanno bisogno d’interpretazione; certo non bisogna attribuire ad esse tutto il rigore teologico (Per quanto, secondo lo storico, le rivelazioni di Paray possano essere autorizzate, sono sempre, però, rivelazioni private, senza valore ufficiale e le cui garanzie e autorità non potrebbero essere confrontate con le rivelazioni fatte autenticamente all’umanità. Del resto questa è chiusa per sempre sino dalla fine dei tempi apostolici), ma, ben comprese, esprimono sempre un pensiero vero. – Così, secondo Margherita Maria, il sacro Cuore riassume tutto Gesù; il dono del sacro Cuore è, per così dire, un nuovo dono di Gesù agli uomini, un nuovo avvicinarsi di Gesù a noi. Veramente non si potrebbe dare una idea più grandiosa e più giusta di questa devozione.