LE INDULGENZE (ottava dei morti 2018)

 

Le Indulgenze.

[L. Faletti: I nostri morti e il Purgatorio – M. D’Auria ed. Napoli, 1924:– Imprim.]

TRATTENIMENTO XXXVII.

Sommario — Mezzo trascurato di suffragio — Che sono le Indulgenze? Non distruggono il peccato — Non dispensano dalla penitenza — Facoltà della Chiesa di concederle — Lunghesso i secoli — Leone X — Applicabili alle anime purganti — Donde il loro valore? — Plenarie e parziali — Condizioni per lucrarle — La B. Maria di Quito — Esempio.

Non è raro l’udire persone del mondo esclamare, fors’anche sinceramente: « Conosco l’eccellenza e la sublimità della divozione alle anime del Purgatorio; Dio sa quanto io vorrei poterle suffragare, ma ahimè! sono così povero, che mi è impossibile ogni specie di elemosina e di opere buone; così occupato, che non posso trovare tempo per darmi alle preghiere ed agli esercizi di pietà; così malandato in salute, che non mi è permesso di sopportare grandi digiuni e penitenze: che potrò io dunque fare per queste povere anime? » Si potrebbe anzitutto rispondere a queste persone che esse esagerano di molto le loro difficoltà, perché tanti, e così facili, e alla portata di tutti, come abbiamo dimostrato, sono i mezzi per suffragare le anime del Purgatorio che è impossibile trovare buone le scuse o i pretesti che si presentano per giustificarsi dal non farlo: ma anche dato, e non concesso, che sia vero quanto esse dicono, rimane sempre a loro disposizione un mezzo a cui possono, quando e come vogliono, ricorrere, pel quale possono abbondantemente ed efficacemente suffragare le povere anime, e questo è quello delle sante indulgenze. Sì, le sante indulgenze applicate alle anime del Purgatorio sono uno de’ mezzi più facili ed efficaci per venire loro in soccorso; e perciò, sì grande essendo la loro efficacia, ci par prezzo dell’ opera il parlarne di di proposito, spiegando che cosa desse siano, il potere che ha la Chiesa di accordarle ed in qual modo possiamo applicarle alle anime de’ nostri trapassati.

I.

Che cosa sono le indulgenze? Sono la remissione in tutto o in parte della pena temporale che, dopo aver ottenuto il perdono de’ nostri peccati, ci rimane a scontare o in questa vita con la penitenza, o col Purgatorio nell’altra. Scopo delle indulgenze non è quindi di rimettere la colpa o la pena eterna, in caso di peccato mortale, il che l’assoluzione soltanto può fare, ma unicamente la pena temporale, dovuta al peccato, sia mortale che veniale. E ciò è quanto mai necessario a ritenersi, perché non mancano i male intenzionati i quali, guidati da ignoranza o per meglio dire da malafede, equivocando sul peccato e sulla pena dovuta al peccato e confondendo l’uno con l’altra, vanno accusando la Chiesa ed i suoi Pastori d’incitare e d’incoraggiare per mezzo di esse i fedeli a commettere il male. « Ma ella è mai possibile, esclama ironicamente un illustre polemista de’ nostri giorni, una tale mostruosità? Oh! certamente, se fosse vera la definizione che costoro danno delle indulgenze « la remissione cioè del peccato, accordata in seguito al compimento d’una opera buona proposta dalla Chiesa » forse la si potrebbe ammettere, poiché la facilità di ottenere con un tal mezzo, abbastanza semplice, il perdono dei peccati, anche gravissimi, non potrebbe far a meno d’incoraggiare al mal fare; ma ben contraria è la dottrina della Chiesa Cattolica. Non insegna essa infatti che allora soltanto l’indulgenza interviene, quando il peccatore si mostra pentito dei peccati, che egli ha già confessato, e di cui già ha ottenuto il perdono con l’assoluzione? In altre parole: quando già si trova in istato di grazia, già ha detestato il peccato e ne ha deposto l’affetto? Dove sono in questo caso gli incoraggiamenti al male ? Io vorrei recarmi con costoro a visitare una di quelle case in cui vengono ricoverati i delinquenti ed i facinorosi e domandare loro se mai vennero condotti colà dalla pratica delle indulgenze!.. Dio volesse che ogni membro della società guadagnasse quotidianamente un’indulgenza plenaria, come l’intende la Chiesa Cattolica; e allora, oh sì, che si potrebbero senza timore alcuno distruggere tutte le prigioni! » – Tanto meno regge l’altra accusa che, a proposito delle indulgenze, si muove dai nemici della Chiesa Cattolica, cioè che esse distruggono la penitenza e quindi dispensano i peccatori dal farla. Ma quando mai la Chiesa ha insegnato un tale errore? Non solamente l’indulgenza, come abbiamo detto, non rimette nessun peccato, anche leggiero, e rimette solo la pena, ma è ancora da osservarsi che, nel rimettere la pena del peccato, intende di rimetterla ai veri penitenti, vere pœnitentibus, cioè a coloro che hanno fatto tutto il possibile per vedersi rimessa la colpa, anche indipendentemente dall’indulgenza, la quale perciò non è altro che un soccorso che la Chiesa porge alla nostra fiacchezza, non un incentivo alla rilassatezza: o meglio ancora un mezzo che Iddio, Padre di Misericordia, vedendo per una parte che noi ben difficilmente arriveremmo con la nostra penitenza ad iscontare tutta la pena temporale dovuta alle nostre colpe, e d’altra parte non potendo dispensarci totalmente dal soddisfare alla sua giustizia, ci offre per soccorrere alla nostra miseria e riparare questo difetto, per cui, giunti che saremo all’ora estrema della morte, potremo sperare di presentarci a Lui, non solo senza macchia e senza aver più nulla che meriti l’eterna dannazione, ma ancora sciolti da ogni debito colla sua giustizia. Quindi è che S. Cipriano scriveva: « La Chiesa non può usare clemenza che in favore di coloro che sono veramente penitenti, che si sforzano di soddisfare, che supplicano umilmente l’indulgenza della Chiesa; ed è per questi soli che possono servire le raccomandazioni de’ martiri e l’indulgenza dei sacerdoti». – Se fosse altrimenti, se cioè le indulgenze ci dispensassero veramente dal far penitenza, non dovremmo noi dire che desse riuscirebbero piuttosto perniciose che non utili ai peccatori? Non distruggerebbero in gran parte i benefici effetti delle opere soddisfattone, le quali non solo hanno per scopo d’ espiare i peccati, ma ancora di servir di rimedio e di preservativo per l’avvenire? Perciò in quella guisa che sarebbe nuocere ad un infermo il dispensarlo dal prendere un rimedio salutare, così sarebbe nuocere ai peccatori dispensarli dal fare opere di penitenza, destinate ad arrecare rimedio alla loro debolezza ed a premunirli contro le ricadute. La Chiesa adunque, col largirci le indulgenze, anziché esimerci dall’obbligo di soddisfare pei nostri peccati, intende eccitare in noi lo spirito di penitenza, premiare il nostro zelo e fervore e sovvenire alla nostra debolezza ed insufficienza.

II.

Ma ha veramente la Chiesa ricevuto da Dio il potere di concederci queste indulgenze? Non v’ha luogo al menomo dubbio, per poco che si consultino le Sacre Scritture: Gesù Cristo, infatti, disse a S. Pietro in particolare e a tutti gli altri Apostoli in generale: « Tutto quello che voi legherete sopra di questa terra, sarà pure legato in cielo; e tutto quello che voi scioglierete su questa terra, sarà pur sciolto in cielo ». Ora se queste parole, così magnifiche e così potenti, si prendono, come si devono prendere, nella loro ampia e nativa semplicità, è chiaro che Gesù Cristo per mezzo di esse diede a S. Pietro, e subordinatamente anche agli altri Apostoli, il potere di rimettere i peccati, non solo in quanto alla colpa ed alla pena eterna, ma eziandio in quanto alla pena temporale: ossia, in altri termini, ha dato alla Chiesa il potere di concedere qualunque indulgenza, sia plenaria di tutta la pena temporale dovuta ai peccati, sia parziale di una parte soltanto di tale pena. E così fu sempre ritenuto nella Chiesa lungh’esso i secoli, dal tempo degli Apostoli fino ai nostri giorni, come ci sarebbe facile provare colla storia Ecclesiastica alla mano; ed è perciò che, quando il protestantesimo, nella persona di Lutero, di Calvino e di altri eretici, si levò su a combattere le sante indulgenze e a negare alla Chiesa il potere di concederle, chiamando addirittura le indulgenze col nome di frodi, ed imposture dei Pontefici, il Concilio di Trento definì chiaramente e solennemente che « Gesù Cristo medesimo ha donato alla Chiesa il potere di conferire le indulgenze che fin dai tempi più antichi la Chiesa fece uso di tale potere, e che perciò questo uso, sommamente salutare al popolo cristiano e confermato dall’autorità dei santi Concili, deve essere conservato; e chiunque negasse l’utilità delle sante indulgenze o il potere che la Chiesa ha di conferirle, sia colpito d’anatema » . – Poteva il Concilio parlare più chiaramente per rivendicare alla Chiesa il potere di conferire le indulgenze e riconoscerne l’utilità? Non nego che nel corso dei secoli, anche nel conferimento delle indulgenze abbia potuto aver luogo qualche abuso, ingrandito ad arte dai nemici della Chiesa; ma ciò non toglie nulla all’opera in sé. Certo è che i Pontefici non possono distribuire a capriccio di questi tesori, e il Concilio di Trento a questo proposito ha solennemente dichiarato « che non bisogna accordarle che con molta moderazione, per timore che a motivo d’una troppo grande facilità i fedeli non ne traessero occasione per dispensarsi dal fare penitenza »; non sta però a noi il preoccuparci di questo caso, ma bensì ai pastori delle anime che debbono tutelare il bene delle pecorelle loro affidate: a noi deve bastare la sicurezza di non agire contro la volontà di Dio. – Quantunque non sia affatto provato, ammettiamo pure per un momento che Leone X abbia ecceduto nel potere delle chiavi, concedendo le indulgenze a coloro, che contribuivano con elemosine alla costruzione della basilica di S. Pietro: vuol dire che egli ne avrà dovuto rendere a Dio grave conto; ma intanto chi ha dato il diritto a Lutero ed ai Protestanti di giudicare le ragioni del Pontefice? Anche supposto che il Papa avesse ecceduto, perché scoraggiare i fedeli e toglierli dalla pratica di quelle buone opere che senza l’allettamento delle indulgenze non avrebbero forse compiute, e che pure erano opere molto meritorie dinanzi a Dio e di gran giovamento alle anime? Per un fatto isolato e particolare, perché si dovrà offendere un’intera istituzione, togliere alla Chiesa milioni di figli, gettare il turbamento e la lotta nel campo cristiano e, cosa che in questo momento più direttamente ci riguarda, privare le anime del Purgatorio di un sicuro ed efficace mezzo di suffragio? Così è: la tradizione infatti della Chiesa, confermata inoltre dal Concilio di Trento, sempre ha insegnato che le indulgenze, applicate alle anime dei defunti, sono loro di un gran sollievo; e che se è vero, come è vero, che queste povere anime possono essere sollevate dalle preghiere, dalle elemosine, dalle mortificazioni e da altre buone opere dei fedeli viventi, possono essere molto più per l’applicazione che loro viene fatta dei meriti sovrabbondanti di Gesù Cristo, della Tergine SS. e di tutti i Santi, dai quali le indulgenze traggono la loro virtù ed efficacia infinita. – Ho detto sovrabbondanti: ed invero egli è certo che Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, per il valore infinito di qualsiasi sua più piccola azione, avrebbe potuto con una sola goccia del suo sangue riscattare non solo questo mondo, ma mille e mille altri ancora, ma che tutto ciò non bastando al suo amore infinito per noi, volle invece versarlo tutto; e soffrendo ogni sorta di dolori e di angosce nella sua passione e nella sua morte, volle rendere infinitamente copiosa e sovrabbondante la sua redenzione. Or questi meriti infiniti e sovrabbondanti di Gesù Cristo, questi meriti che eccedono di gran lunga il prezzo della nostra salute, non sono andati perduti, ma sono rimasti in eredità alla Chiesa. Così pure proporzionatamente dicasi dei meriti della Vergine SS. e dei Santi, meriti tutti che uniti a quelli di Gesù , formano il gran tesoro di Dio, divenuto il tesoro nostro. Le chiavi di questo tesoro sono in mano della Chiesa, la quale, come il servo fedele, ne cava a tempo il bisognevole e distribuisce le sante indulgenze che da quel solo procedono, e consistono appunto nell’applicazione di questi meriti di loro natura esuberantissimi a soddisfare a Dio di qual si sia debito seco contratto, fosse anche pei peccati del mondo intero. Egli è però necessario osservare che la Chiesa, nell’usare del suo potere per l’applicazione delle indulgenze ai defunti, non procede nello stesso modo che nell’applicarle ai vivi. Poiché quando essa concede un’indulgenza ai suoi figli viventi sulla terra, essendo essi ancora soggetti alla giurisdizione del Papa, usa del suo potere, dirò così, giudiziario, e l’applica loro per mezzo di assoluzione; mentre in Purgatorio, non potendo esercitare la sua giurisdizione, l’applica a quelle anime per modo di suffragio, pregando cioè Iddio a trasferire a vantaggio del tal defunto l’indulgenza guadagnata da uno dei fedeli viventi. Se Iddio poi accetti sempre ed integralmente questo suffragio, alcuni teologi lo negano, altri l’affermano; io però credo con molti autori che Egli si sia riserbato su questo punto la più ampia libertà, e quindi non dobbiamo mai riposare tranquilli per la liberazione di un’anima nelle indulgenze che le si applicano. Ecco, infatti, come a questo riguardo ragiona un teologo: « Iddio accetta Egli sempre il prezzo che gli è offerto, come riscatto della pena dovuta al peccato? È questa una cosa che non si può sapere, tanto più che non si è certi se i vivi hanno sempre adempiute tutte le condizioni prescritte per guadagnare l’indulgenza. La minima omissione basta per non lucrarla, e quindi per trasferirne il merito ai defunti. Perciò, benché si sia sovente applicato a un defunto un certo numero d’indulgenze anche plenarie, egli è possibile che abbia ancora bisogno d’assistenza; per il che è bene continuare ad applicargliene ».

III.

Delle indulgenze poi altre si dicono plenarie, e cioè che rimettono l’intera pena temporale dovuta al peccato, e queste soltanto il Sommo Pontefice le dispensa e per tutta la Chiesa; altre parziali, che ne rimettono cioè una parte soltanto, e queste possono dispensarle anche i Vescovi, nei limiti loro assegnati e solo nelle loro diocesi. Circa queste ultime bisogna premunirsi da un grave errore, qual è quello di credere che un’indulgenza, per esempio, di tre anni, equivalga ad una diminuzione di pena di tre anni di Purgatorio. Noi non conosciamo i rapporti del tempo con l’eternità e quindi un tal paragone sarebbe falso. Nell’idea della Chiesa un’indulgenza di tre anni corrisponde semplicemente a tre anni di quella penitenza canonica ch’essa imponeva nei secoli di fervore ai fedeli pentiti, ma non ad altrettanto tempo di Purgatorio. Comunque sia, grande deve essere la nostra fiducia nelle indulgenze, più grande direi che non nelle nostre soddisfazioni, perché del valore di queste possiamo con ragione dubitare, a causa della nostra debolezza; ma quanto alle indulgenze non possiamo dubitare né del valore dei meriti di Gesù, e di Maria SS. e dei Santi che ne formano il capitale, né dell’autorità della Chiesa nel distribuirle. Se vogliamo però che siano veramente giovevoli alle anime del Purgatorio, egli è necessario che ci troviamo nelle condizioni volute per guadagnarle, la loro efficacia dipendendo dalle disposizioni di colui che le applica, e fors’anco da quelle del defunto pel quale vengono applicate. E queste condizioni possono ridursi a tre:

1) Bisogna assicurarsi che l’indulgenza non solo sia stata dalla Chiesa veramente largita, ma sia ancora in vigore ed espressamente applicabile ai defunti; ed inoltre che noi abbiamo l’intenzione di applicarla a questi, perché altrimenti il frutto non va a vantaggio di quelle anime, ma resta solo a nostro profitto.

2) Bisogna eseguire a puntino le condizioni prescritte, nulla omettendo né cangiando, se si vuole che il valore dell’ indulgenza non diventi nullo, e ciò ancorché si facessero opere migliori di quelle prescritte. Per lucrare l’indulgenza plenaria ordinariamente si richiede la confessione e comunione; ma le persone che hanno l’abitudine di confessarsi ogni settimana, possono con questa confessione guadagnare tutte le indulgenze che durante i sette giorni s’incontrano, eccettuato soltanto il giubileo, che richiede una confessione speciale. Così con una sola comunione si possono guadagnare in uno stesso giorno più indulgenze plenarie, quantunque concedute in varie volte. Ordinariamente, per lucrare tali indulgenze, si ingiunge l’obbligo di recitare qualche preghiera secondo l’intenzione del Sommo Pontefice, la quale preghiera è a scelta del Cristiano, e può essere, per esempio, la stessa penitenza sacramentale.

3) Bisogna essere in istato di grazia, almeno nel momento in cui si fa l’ultima opera ingiunta, ed avere una ferma volontà di soddisfare più che sia possibile per le proprie colpe. La ragione si è che per applicare l’indulgenza al defunto occorre sia prima guadagnata da chi vuole applicarla; quindi se il fedele fosse in peccato mortale, sarebbe inutile lucrarla, perché solo quando la colpa del peccato è stata rimessa con l’assoluzione e che il peccatore è veramente deciso a fare penitenza, la Chiesa concede questo favore. Da ciò risulta che non è tanto facile guadagnare integralmente un’indulgenza plenaria, essendo necessario di non avere sull’anima il più piccolo peccato veniale od affezione al peccato veniale, ed essere dominati da un gran fervore di carità, da una contrizione generale e da uno spirito di vera penitenza; onde si è che molte volte, a misura delle nostre disposizioni, si lucra solo una parte di detta indulgenza; e quindi a volere estinguere i nostri debiti sarebbe necessaria almeno la riunione di molte indulgenze plenarie. Dal lato poi dei defunti pei quali si applicano bisogna:

1° Che essi siano realmente in Purgatorio;

2° Che Dio accetti realmente questa indulgenza, riserbandosi egli talvolta ampia libertà nell’applicarla.

* *

Così spiegato che cosa siano le indulgenze, e quanto sia la loro efficacia a prò delle anime dei nostri fratelli defunti, perché non ne approfitteremo noi più sovente a loro profitto e suffragio? Dal profondo del loro carcere di fuoco esse le attendono ardentemente dalla nostra carità, e noi non vogliamo essere così crudeli dal defraudarle nei loro desideri. Con un po’ di buona volontà e di attenzione quanto non ci sarebbe facile farlo nel corso della giornata! Rapita in ispirito, la beata Maria di Quito vide in una gran piazza una tavola piena d’oro e d’ogni specie di preziose gemme e udì una voce che gridava : « Il tesoro è alla disposizione di tutti, chi ne vuole ne prenda e se ne valga ». Questo tesoro era immagine del tesoro delle sante indulgenze, esposto in tutti i giorni, a benefizio comune dei fedeli, nella Chiesa. Immaginiamoci che anche per noi sia fatto questo invito, ed attingendo a piene mani a questo tesoro, vogliamocene abbondantemente servire a prò dei fedeli defunti. Imitiamo in ciò lo zelo delle anime pie, di cui ancor tante, la Dio mercé, vivono a giorni nostri, che si fanno un dovere di guadagnare il più gran numero d’indulgenze che possono, affine di spopolare per così dire il Purgatorio e mandarle al Cielo. – Si racconta di un bravo capitano polacco, esiliato a Roma, che passava una parte della sua vita a visitare le Chiese, nelle quali poteva guadagnare delle indulgenze per le anime dei fedeli defunti. Quando egli pensava di averne con le applicazioni di esse liberata una, metteva sotto la sua protezione e confidava alla sua assistenza una persona di sua conoscenza, sia amica, sia nemica, che egli conosceva aver bisogno di soccorsi spirituali. Qual beli’ esempio degno di essere imitato! Ed in così bella divozione questo uomo ammirabile passò gli ultimi anni di sua vita praticando la carità in uno stesso tempo e verso i morti e verso i vivi!

ESEMPIO: Efficacia delle sante indulgenze.

Il celebre Mons. Gaume per farci comprendere la follia di coloro che trascurano le indulgenze, mezzo tanto facile ed efficace per pagare i nostri debiti alla divina Giustizia e per metterci al sicuro dal Purgatorio od almeno abbreviarne le pene, ricorre al seguente paragone: « Io suppongo che ci rechiamo a visitare una immensa prigione, in cui sta rinchiusa, una moltitudine di disgraziati, carichi di pesanti catene. Essi sono tutti condannati a pene terribili; gli uni per dieci anni, gli altri per venti, altri ancora per quaranta. Il loro stato ci muove a pietà, per cui diciamo loro: « Il re nella sua bontà vuole abbreviare la durata delle vostre pene, od anche rimettervele interamente a condizione però che facciate tale preghiera, tale pratica di pietà, molto breve e facilissima. Se accettate, le porte della prigione vi saranno aperte; potrete rivedere i vostri parenti, i vostri amici, le vostre famiglie ». Vi sarà forse un solo prigioniero che vorrà rifiutare una condizione sì vantaggiosa e dolce? Ebbene, questi prigionieri siamo noi, debitori incapaci a pagare da per noi stessi i debiti con la giustizia di Dio: la prigione è il Purgatorio. Le pene di questo mondo sono un bel nulla paragonate a quelle che là si soffrono. Ci si propone di liberarcene a condizioni facilissime, e noi non vorremmo accettarle? o accettandole le soddisferemo con scandalosa negligenza? … E se un giorno noi dovremo languire per anni ed anni nelle fiamme del Purgatorio, non è che alla nostra colpa che noi dovremo attribuirlo ». Così il dotto autore, il quale per farci comprendere il valore delle indulgenze ricorre al seguente fatto, tolto dalle Cronache dei Frati Minori. Il Beato Bertoldo, celebre predicatore francescano, aveva ottenuto dal Sommo Pontefice dieci giorni d’indulgenza per chiunque intervenisse alle sue prediche. Un giorno che egli aveva eloquentemente parlato sull’elemosina, una nobile signora che rovesci di fortuna avevano ridotto alla più squallida miseria, si presentò a lui per esporgli il suo triste stato e scongiurarlo di venirle in aiuto. Il buon religioso le fece la risposta dell’Apostolo: « Io non ho né oro, né argento: ma quanto posseggo ve lo do di buon cuore. Per il bene delle anime che io sono chiamato ad evangelizzare, il Santo Padre mi ha dato il privilegio di accordare dieci giorni d’indulgenza a chiunque viene ad ascoltarmi; andate dunque da tal banchiere, fin ora più preoccupato dei beni di quaggiù che dei tesori spirituali, offritegli, in cambio della elemosina che vi farà, di cedergli pei suoi propri peccati i dieci giorni d’indulgenza che avete guadagnati stamattina: il Signore mi fa conoscere che vi accoglierà favorevolmente. Per fortuna i banchieri d’allora non somigliavano punto a quelli dei nostri giorni, altrimenti chissà mai con quali scoppi di risa non sarebbe stata ricevuta! Costui invece accolse con bontà la povera donna: « E quanto domandate voi in cambio dei vostri dieci giorni d’indulgenza? — Né più, né meno di quello che essi pesano posti sulla bilancia, rispose quella animata da una forza interna. — E così sia; disse il banchiere; e fatta venire una bilancia: « Scrivete, riprese, su d’un pezzo di carta i vostri dieci giorni d’indulgenza e mettetelo su d’un piattello; io porrò sull’altro un reale (piccola moneta spagnuola del valore di circa 27 centesimi). O prodigio! il piattello delle indulgenze non solo si sollevò, ma trascinò anche l’altro. Stupito il banchiere aggiunse un altro reale, e poi cinque, dieci, cinquanta, ma i due piattelli non si equilibrarono che quando arrivò appunto a quella somma che la poveretta necessitava per far fronte ai suoi impegni. Fu questa una buona lezione per quel banchiere, il quale da quel giorno imparò per propria esperienza a fare maggiormente caso dei tesori spirituali. Ma oh! quanto maggior caso non ne fanno le povere anime purganti, le quali per la più piccola indulgenza darebbero volentieri tutto l’oro del mondo.

OTTAVARIO DEI MORTI (8); Il Purgatorio e l’amore

OTTAVARIO (8)

TRATTENIMENTO XXII.

Il purgatorio e l’amore. 

[L. Falletti: I nostri morti e il purgatorio; M. D’Auria Ed. Napoli, 1924 – impr. -]

Sommario — Triplice amore — Amor di Dio, amor di padre — Bando alle lagrime — Amor delle anime purganti — Sete di sofferenze per compenso del peccato—Amor dei viventi—Efficace ricordo — L’amor più potente — Esempio.

Allorquando si parla del Purgatorio, e si descrivono le pene terribili alle quali sono condannate le anime che non hanno ancora completamente pagati i debiti contratti con la divina Giustizia, egli è impossibile non sentirsi invadere l’animo da un sentimento di terrore e di spavento. Non devesi però esagerare e tanto meno parlare del Purgatorio e dei tormenti che vi si soffrono unicamente per gettare lo spavento negli animi, poiché se questo carcere di espiazione, secondo gli insegnamenti della fede, è un luogo di supplizi e di fuoco, non è men vero che vi ha pure qualche cosa che lo trasfigura ai nostri occhi, additandocelo come una sublime invenzione della carità divina. Dopo il cielo infatti, in quale altro luogo si incontra, in un grado più eminente, l’amore in tutto ciò che ha di più puro e di più generoso? E quando dico amore, io intendo, in realtà, un triplice amore: l’amore di Dio che l’ha fatto, l’amore delle anime che in esso sono racchiuse e vi soffrono e l’amore dei Cristiani che ne addolciscono e ne abbreviano le pene. Considerato sotto questo aspetto, non è egli vero che il Purgatorio perde tutto quanto ha di terrificante e di spaventoso e fa nascere invece nei nostri cuori i più dolci e consolanti pensieri? Quantunque questi pensieri, più o meno esplicitamente, siano stati già da noi espressi negli altri trattenimenti, nondimeno crediamo opportuno insistervi in modo speciale in questo trattenimento, a maggiore consolazione delle anime nostre e come conclusione di quanto da noi è stato detto in questa seconda parte.

I.

Sì, non si può negare che è la giustizia divina che ha scavato i profondi abissi del Purgatorio e vi ha acceso le fiamme espiatici, ma nono stante ciò non è contro verità il dire che questo luogo di purificazione, più che non opera della giustizia, è opera della misericordia e dell’amore. E non è difficile il capirlo. La Chiesa, interprete infallibile delle Sacre Scritture, insegna che nessuna anima potrebbe essere ammessa in Cielo, qualora avesse ancora qualche colpa da espiare, qualche debito da pagare, qualche macchia da purificare. Ora, tenuto conto della povera nostra natura piena d’imperfezione e di miseria e data la fragilità umana, come è egli mai possibile che siano numerose le anime, che, perdonate di tutte le loro colpe, sono riuscite a soddisfare la divina giustizia sino all’ultimo quadrante? Le anime che lasciano questo mondo interamente pure, senza un granello di polvere, senza una macchia che deturpi la loro bellezza? Ahimè! diciamolo pur francamente, quelle che così si presentano innanzi al tribunale di Dio non sono che gloriose e rarissime eccezioni. Le altre, quelle cioè che portano con loro nell’altra vita colpe leggiere, oppure non hanno offerto per le loro iniquità già perdonate che espiazioni insufficienti, costituiscono il più gran numero. E che addiverrà di esse? Se nulla di macchiato potrà entrare in Cielo, si dovrà, come già un dì gli Apostoli inquieti ed agitati, innalzare verso Dio questo grido: «Ma dunque, o Signore, chi mai potrà andar salvo? Quis poterit salvum fieri »? Oh! certamente, così pur troppo sembrerebbe dover essere, stando alla realtà delle cose; ma consoliamoci ! Iddio nel suo grande amore non ci ha ridotti a questa dura estremità di essere per sempre esclusi dal Cielo, se non siamo trovati pienamente degni di entrarvi nel punto di nostra morte. Egli che ha messo in sulle labbra di uno dei suoi profeti questa parola consolante: Io non voglio la morte del peccatore, Egli, dico, ha stabilito come una specie di transazione tra la sua giustizia e la sua bontà, la quale permette all’amore di avere l’ultima parola, e di riportare il trionfo finale. E questa transazione, che viene dal suo cuore, è appunto il Purgatorio. In esso vi hanno senza dubbio fiamme e bracieri ardenti, v’hanno tormenti che oltrepassano ogni immaginazione creata ed a petto dei quali tutti i tormenti di quaggiù non sono che un’ombra; ma nonostante ciò noi siamo sicuri che Dio non per altro castiga, se non perché egli ama. Ed infatti è il suo amore che gli riavvicina le anime che il peccato gli aveva allontanato; è il suo amore che le corregge delle imperfezioni della terra; è il suo amore che le rifa, le purifica, le abbellisce attraverso il fuoco. È ancora questo amore che loro toglie poco a poco tutte le macchie che le coprivano, e quando l’opera di espiazione sarà ultimata, ah! il suo amore non avrà più ritegni, chiamerà queste anime che sono diventate degne di lui ed hanno finalmente ottenuto di essere ammesse alle sublimi estasi della visione beatifica, loro spalancherà le porte del Cielo, ove le farà partecipi di tutti i beni di gloria. – Ecco che cosa è il Purgatorio! Oh! egli ha adunque ben ragione il celebre P. Faber di chiamare il Purgatorio l’ottavo Sacramento. Non sono infatti i Sacramenti prove tangibili dell’amore di Dio verso di noi? Ora vedendo Iddio che a moltissimi, per colpa loro, i Sacramenti che purificano sulla terra non bastano a conferire loro quella purità perfetta che Egli richiede, ha istituito questo ottavo Sacramento che completa meravigliosamente l’opera degli altri Sacramenti. Egli è vero che i Sacramenti che riceviamo in vita sono mezzi dolcissimi di purificazione, mentre il Purgatorio è un mezzo terribile e doloroso, ma ciò non impedisce che sia egualmente un effetto del suo amore. – Consoliamoci pertanto nel considerare queste verità, e per quanto impenetrabili siano i segreti della giustizia divina, rassicuriamoci sulla sorte dei nostri cari, pensando al Purgatorio. Quante volte forse, evocando alla nostra memoria il loro ricordo, non ci siamo domandati: « Quel padre, quella madre, quel fratello, quella sorella, quello sposo, quell’amico che la morte ci ha strappato all’improvviso, saranno andati salvi?» Ed ecco che una voce, la voce della Chiesa, si fa sentire al nostro cuore angosciato e ci dice: « Oh! si, confidate; quand’anco quell’anima che voi piangete fosse arrivata in punto di morte dopo molti traviamenti e carica di colpe, nondimeno se in quell’ora suprema si è ricordata di Gesù Cristo, e l’ha intravvisto, in un lampo, con la sua croce santa, e l’ha chiamato in suo soccorso, sì, ella è salva! L’amor di Dio ha accettato il suo pentimento, le ha fatto grazia, l’ha strappata agli abissi eterni, l’ha inviata in Purgatorio, ove non solo ella potrà nelle fiamme soddisfare tutti i suoi debiti, ma ancora imparerà, in mezzo ai suoi tormenti, ciò che non sapeva più fare quaggiù: benedire cioè ed amare la mano che la castiga ».

II.

Sì, così è, poiché il secondo amore che troviamo nel Purgatorio è l’amore delle anime che vi soffrono. Egli è di fede che ogni peccato domanda, esige una riparazione che gli si proporzionata: ora la riparazione naturale del peccato, sarebbe precisamente la soppressione del piacere che si è provato. Ma siccome non è in potere di alcuno sopprimere questo piacere, poiché già fu consumato nel suo stesso godimento, così è necessario ricorrere ad altro mezzo; e questo mezzo sarà appunto la sofferenza, la quale, essendo radicalmente opposta al piacere, diventa per questo fatto, di fronte alla legge divina violata, come un equo compenso dell’oltraggio arrecato. E non è forse ciò che c’insegna il Vangelo, ci dice anzi l’esempio stesso di Gesù Cristo? Disceso dal Cielo in terra il Figliuolo di Dio per riconciliare l’umanità colpevole col Padre suo, che altro mai ha fatto Gesù, in riparazione dei nostri falli, se non attirare su di sé tutti i dolori? Egli volle sì strettamente abbracciare la sofferenza da assumerla come compagna amata ed inseparabile di tutta la sua vita fino a volere morire tra le sue braccia, ottenendo in tal modo che fosse meglio compresa e per conseguenza meglio gustata nel mondo. Ed infatti lo fu; come ben ce lo dice lo spettacolo magnifico che ci presenta, dal dì della sua morte, lo stuolo innumerevole di anime eroiche e generose che, attraverso i secoli e presso tutti i popoli, non solo accettarono silenziosamente la sofferenza ma ancora la vollero e la ricercarono con tanto amore e con tanta passione da lamentarsi con Dio di non avere di che soffrire abbastanza a seconda dei loro desideri. « O patire o morire: patire e non morire » non fu forse questo il grido di tante anime sante? Ma se così pensarono ed agirono anime ancora prigioniera nei vincoli della carne, che cosa non bisognerà dire delle anime del Purgatorio che, sciolte da ogni legame terreno, non sospirano che al Cielo, e totalmente immerse negli splendori dell’eternità, hanno una piena intelligenza delle operazioni sublimi del dolore? Ah! certamente, non è senza provare un senso di viva compassione che ci facciamo a considerare i tormenti che soffrono; non si è senza sentirci straziare il cuore che ascoltiamo le loro grida imploranti pietà: « Miseremini mei, saltem vos amici mei!»: non dobbiamo però dimenticare che sotto i colpi della giustizia divina, per quanto violenti possano essere, le anime vibrano di ardente amore. Avendo offeso Dio durante il loro terrestre pellegrinaggio, avendo ferito il suo cuore sì tenero e misericordioso, non hanno ora altra preoccupazione che liberarsi dalle colpe che pesano su di esse e perciò da se stesse, spontaneamente e liberamente, si assoggettano e si abbandonano anzi alla giustizia vendicatrice dell’onore di Dio: invocano, reclamano i castighi che hanno meritato, domandano con gioia di bere la coppa del dolore fino all’ultima stilla. – Di più queste povere prigioniere, allo splendore soprannaturale dell’altro mondo, vedono le macchie che ancora le coprono e deturpano la loro bellezza. In tale stato come potrebbero presentarsi innanzi alla Maestà infinita di Dio ? No, egli è impossibile; che, dice S. Caterina da Genova, « si getterebbero più presto in mille inferni che trovarsi così macchiate in presenza di quella divina Maestà »; ed ecco quindi l’amore, che tutte le tiene e possiede, spingerle maggiormente ad inabissarsi nelle fiamme che hanno la virtù di purificarle. In quella guisa che l’oro si purifica nel crogiuolo e nel fuoco, così queste anime domandano di essere bruciate, consumate nell’incendio del Purgatorio, tanto si sentono appassionate di ritrovare l’innocenza e la bellezza che le renderanno degne del Cielo. Questo era il pensiero della Santa sopra citata: «Ah! diceva ella, le anime del Purgatorio soffrono le loro pene con tanta gioia che per nulla al mondo vorrebbero che loro ne fosse tolto il minimo atomo…. Il fuoco dell’amore è in esse sì vivo, sì violento che si precipiterebbero con gioia in un Purgatorio mille volte più terribile di quello che soffrono, se esse potessero in questo modo sopprimere più presto l’ostacolo che le impedisce di seguire il loro slancio verso Dio e di unirsi a lui. E se non trovassero questa ordinazione, atta a levar loro tale impedimento, si genererebbe in loro un inferno peggiore del Purgatorio, vedendo di non potersi accostare ed unire al loro fine, Iddio, il quale importa tanto che, in comparazione, il Purgatorio lo stimano quasi niente». Oh! non è egli adunque vero il dire che l’amore brucia e consuma di più queste anime sante che non tutte le fiamme del Purgatorio?

III.

Il terzo amore che troviamo nel Purgatorio è il nostro, quello cioè che testimoniamo noi alle povere anime che vi sono prigioniere. È insegnamento comune della Chiesa che noi possiamo mitigare ed abbreviare i loro tormenti; epperò siamo invitati a procurarci con le nostre preghiere e colle nostre buone opere il più gran numero di meriti che possiamo per pagare i loro debiti e così aprire loro le porte del Cielo. Quanto non li abbiamo amati i nostri cari defunti, quando godevamo ancora della loro presenza! Quante dimostrazioni d’affetto, quante dolci carezze, quante cure amorose, quanti amabili sorrisi non abbiamo avuti per essi! E quando la morte ce li strappò dal nostro seno, quanto non abbiamo sofferto, e quale strazio non provò il nostro cuore! Le nostre lagrime bagnarono le loro fredde spoglie, e i nostri gemiti, i nostri sospiri, le nostre preghiere li accompagnarono fino alla loro ultima dimora, ove in pace, in terra santa, sotto la guardia vigile della Chiesa aspettano la loro Risurrezione. Ed ancora oggidì, benché molti anni siano forse passati, e la morte sia riuscita a ridurre il loro corpo in polvere nel sepolcro, nulla ha potuto impedire che vivessero ancora nel nostro pensiero, nel nostro cuore. Orbene non basta che noi rimaniamo fedeli alla loro memoria, che conserviamo un culto per tutto ciò che di loro ci rimane, per la tomba che ricopre i loro resti mortali, per gli oggetti che loro hanno appartenuto e che non possiamo mirare o toccare senza portarli religiosamente alle labbra, come si fa per preziose reliquie; egli fa pur d’uopo che il nostro amore sorvoli le distanze che li separano da noi e se ne vada a cercarli fin nel carcere del Purgatorio, dove soffrono. Se durante il loro vivere mortale era per noi una gioia indicibile e soave, quando vedevamo che avevano bisogno di noi e del nostro aiuto, l’affrettarci a rendere loro i mille servizi che aspettavano dalla nostra amicizia, il prevenirli anzi nei loro più piccoli desideri, oh! Perché non faremo noi altrettanto e di più ancora, sapendoli nella più profonda afflizione e bisognosi del nostro soccorso; soccorso che ad alte grida e con la voce della Chiesa reclamano da noi? – In Purgatorio, in mezzo a fiamme ardenti che le divorano, le anime si trovano in preda a tormenti spaventosi: oh! sia il nostro amore che spanda su di loro la grazia refrigerante, i meriti infiniti del sangue di Gesù, che procuri loro il gran bene dell’eterno riposo. In Purgatorio, come mestamente cauta la Chiesa nell’Uffizio dei morti, esse si trovano come in una terra di miserie e di tenebre : terram miseriæ et tenebrarum, ebbene sia il nostro amore che faccia risplendere la visione del Cielo. In Purgatorio sono torturate dalla fame e dalla sete di Dio, e con accenti più dolorosi che non quelli di Assalonne, scacciato da Davide, vanno gridando: Ah! se io potessi vedere il padre mio! Ma Iddio le respinge, e non le vuole alla sua presenza fino a tanto che le fiamme espiatrici non avranno compito l’opera della loro purificazione. Ecco il loro più grande tormento: sapere che Iddio è loro così vicino, desiderarlo con tanto ardore, ed intanto non poterlo godere! Quale strazio! E mentre Dio fa là delizia dei Santi in cielo, ed in sulla terra si lascia accostare nei nostri tabernacoli, discende nei nostri cuori per consolarci, per benedirci, laggiù nel Purgatorio si nasconde, e sembra fuggire dinanzi alle suppliche che lo invocano. Ebbene sia il nostro amore che faccia loro la più grande, la più bella, la più sublime elemosina, che sola potrà pienamente soddisfarle e riempirle di gioia, l’elemosina di dare loro Iddio col dare loro il Paradiso.

* *

Resta così spiegato, come il Purgatorio, questo luogo che attira la nostra compassione, sia il convegno meraviglioso di un triplice amore, che abbellendo co’ suoi raggi luminosi questo carcere di espiazione e dissipandone in certo qual modo le tenebre, fa sì che possiamo considerarlo piuttosto come opera di carità infinita che non di giustizia. Ma se mirabile è l’amor di Dio, mirabile l’amore delle anime, oh! conveniamone: soltanto il nostro amore, quando erompe veramente dal cuore e si estrinseca in preghiere, in espiazioni, in buone opere è capace di aprire le porte degli eterni tabernacoli. Ed essendo di ciò convinti, saremo noi così crudeli da rifiutare a quelle anime doloranti, che pur tanto ci amano, questo nostro amore più giovevole a loro che non tutti i tesori del cielo e della terra? No, così non sarà; e in uno slancio d’amore diciamo loro: Noi vi amiamo, anime dilette e sante, e perché vi amiamo pregheremo, soffriremo, espieremo per voi. Noi lo sappiamo che tutti i vostri sospiri tendono unicamente al Cielo: sarà la nostra più grande gioia il pensare che dovrete al nostro amore il potervi entrare. Noi ne abbrevieremo il tempo fissato nei decreti della giustizia divina, e vi riuniremo a quel Padre che tanto vi tarda di vedere e di possedere. Sì, noi saremo col nostro amore i vostri introduttori nei gaudi eterni del Cielo; ma alla vostra volta voi ci coprirete coi meriti della vostra santa vita, affinché ancor noi un giorno possiamo raggiungervi e gustare in vostra dolce compagnia, tra le braccia e sul cuore di Dio, le gioie e felicità eterne.

ESEMPIO: La Beata Maria degli Angeli.

Esempio mirabile di devozione e di amore ardente verso le anime del Purgatorio fu la Beata Maria degli Angeli, carmelitana scalza di Torino, morta in sul principio del secolo XVIII. Sapendo quanto queste povere anime sono teneramente amate da Dio, e conoscendo d’altra parte quanto triste non sia il loro stato e quanto Grande non siano le loro sofferenze, non v’era cosa che ella tralasciasse per sollevarle e consolarle. Preghiere, digiuni, penitenze, nulla trascurava per raggiungere uno scopo sì cristiano, e non contenta d’impiegarvisi ella stessa, cercava ancora di stimolare ad un opera sì bella le sue consorelle e le persone secolari di sua conoscenza. Per essere in grado di far celebrare il più gran numero di Messe in loro suffragio, non badava a sacrificio alcuno e sovente la si vedeva stendere la mano ai ricchi, e darsi a lavori faticosi per raggranellare l’elemosina necessaria. Durante il tempo del suo priorato avvenne una notte che, cedendo ad uno slancio di fervore verso le povere anime, promise di far celebrare tutti i mesi cinque Messe in loro suffragio, fino a tanto che durasse in carica. Ma avendo al mattino comunicata questa sua promessa alle suore, queste le fecero osservare che il suo desiderio non poteva essere soddisfatto a causa dell’estrema povertà della loro comunità. Iddio però volle venire in aiuto della generosa priora in una maniera prodigiosa. Nel corso della giornata uno sconosciuto venne a trovarla; senza tanti preamboli le disse che egli era solito far celebrare un gran numero di Messe e che erasi sentito inspirato ad offrirle una elemosina, affinché ella ne facesse celebrare cinque ogni mese, lasciandole tutta la libertà di disporne l’intenzione a suo compiacimento. — Maria degli Angeli spingeva la sua carità verso le anime purganti fino al punto di offrirsi ella stessa a pagare per esse. Un anno, alla vigilia della Natività di Maria, manifestò alle sue suore il desiderio che tutti digiunassero con lei a pane ed acqua pel riposo dei poveri defunti. Tutte accettarono di gran cuore questo desiderio della madre loro; ma il confessore, per sue ragioni speciali, non permise loro di seguire questo fervore. Ora avvenne che la beata fu d’un tratto colta da un eccesso di febbre sì violento, che durante tutto il giorno ebbe a soffrire violentissimi dolori. Al giorno seguente le comparve un grande stuolo di anime che drizzando il volo verso il cielo la ringraziarono. Dio permetteva sovente che le anime del Purgatorio venissero a trovarla per domandarle suffragi, e, tra le altre, come ella stessa racconta, vi fu anche l’anima di Carlo Emanuele II, duca di Savoia.—Il 7 Settembre 1714, la Beata fu assalita da sì gravi sofferenze, che si vide ridotta ad una specie di agonia. Nel bel mezzo di questa crisi, del resto da Lei predetta, ebbe un’estasi in cui la si udì conversare con persone invisibili. Chiamato d’urgenza il P. Luigi di S. Teresa, suo direttore, venne da lui interrogata, stando sempre in estasi: « Con chi conversavate voi? le domandò.—Con una moltitudine d’anime del Purgatorio.— Tra esse ve n’ha che voi conoscete ?—Alcune si, altre non le conosco.— Ebbene, riprese il Padre, coraggio, riprendete i sensi, guarite, anche domani farete la santa Comunione, per ottenere la liberazione di queste anime ». La serva di Dio eseguì fedelmente quest’ordine; senza difficoltà poté comunicare il giorno seguente, ed in un’altra estasi che ebbe le fu dato di vedere volarsene al Cielo gran numero di quelle anime che con lei avevano conversato la sera prima.

OTTAVARIO DEI MORTI (7): Il Dogma del Purgatorio conforme alla ragione ed al cuore.

OTTAVARIO (7)

TRATTENIMENTO XVII.

Il Dogma del Purgatorio conforme alla ragione ed al cuore.

[L. Falletti: I nostri morti e il purgatorio; M. D’Auria Ed. Napoli, 1924 – impr. -]

Sommario — Che ci dice la ragione? — Tre sorta di anime che escono da questo mondo — Obbiezioni dei Protestanti — Dogma consolante — Risponde ai sentimenti del cuore — Dogma vantaggioso alla Società — Esempio.

È troppo importante il dogma dell’ esistenza del Purgatorio; e noi, per dimostrarlo, abbiamo presentati argomenti che ci somministrano le Sacre Scritture, la tradizione, la credenza universale dei popoli. Certamente sono dessi i più convincenti, ma nulla impedisce che noi ricorriamo anche ad altri, i quali, benché di minor importanza, non sono meno persuasivi e capaci di rafforzare la nostra fede in tanto dogma. E non è forse vero che quanto più radicata sarà nel cuore e nella mente la nostra credenza in questo consolantissimo dogma, tanto più eziandio ci sentiremo portati a suffragare le povere anime gementi in quel carcere tenebroso, e moltiplicare quindi in loro favore le nostre opere di pietà? Dimostreremo pertanto brevemente che il dogma del Purgatorio non solo è in piena armonia coi sentimenti più legittimi del cuore umano, ma è ancora totalmente conforme ai dettami più severi della ragione, ed è un domma vantaggioso alla Società.

I.

Chi non conosce la celebre espressione di Mons. Besson che dice « che la ragione, in mancanza della fede, ha inventato il Purgatorio, il quale non è altro che una transazione tra la giustizia e la misericordia di Dio? Sì, basta la ragione sola per persuadere l’intelligenza umana che fa d’uopo essere degno e puro per comparire innanzi al più degno e puro di tutti i giudici, e che se noi non facciamo in questo mondo una penitenza completa, prima di morire, ci sarà imposta nell’altro, per ogni offesa una punizione, per ogni torto una riparazione, per ogni macchia una purificazione ». « La ragione umana, dice un altro autore, riconosce che vi avranno nell’altra vita delle pene temporanee, e che coloro che avranno vissuto malamente, non potranno, dopo morte, riparare altrimenti i loro falli che per mezzo della sofferenza ». – E queste affermazioni, fondate sulla natura istessa della giustizia divina, ci persuaderanno maggiormente per poco che noi ci facciamo a considerare che di tre sorta possono essere le anime al termine della vita. Anime interamente belle e giuste, anime interamente brutte e peccatrici, anime non ancora pienamente belle e giuste, ma non brutte, né ricoperte di peccato mortale. Ora la ragione ci dice chiaro che è cosa al tutto conforme ad un Dio giusto, che le anime interamente belle, che non hanno né la più piccola macchia, né il più piccolo debito con Dio, passando di questa vita, se ne vadano subito al paradiso. La ragione ci dice altresì essere al tutto conforme a un Dio giusto, che le anime interamente brutte e ree di peccato mortale, sorprese in questo stato dalla morte, se ne vadano subito all’eterna dannazione. Ma che sarà mai di quelle anime, che, pur passando da questa vita all’altra nella grazia di Dio, portano con sé delle colpe veniali, che noi chiamiamo leggere in confronto delle colpe mortali, ma che tuttavia offendono la purissima e santissima Maestà di Dio, colpe che furono commesse pur troppo, il più delle volte, in grande quantità, e delle quali non c’ è stato alcun pentimento e tanto meno alcuna penitenza? E di quelle anime che pure uscendo da questo mondo in grazia di Dio, non di meno nel corso della vita trascorsa commisero dei gravi peccati, dei quali, sebbene abbiano da Dio ottenuto il perdono per il pentimento che ne ebbero e per la confessione che ne fecero, tuttavia non compirono tutta quella penitenza, che a quelle colpe era dovuta per soddisfare pienamente la giustizia divina? Come pure di quelle che, passando anch’esse da questa vita, in grazia di Dio, furono tuttavia grandi peccatrici sino agli ultimi loro istanti, giacche furono anime di nemici dichiarati e di persecutori aperti della Chiesa Cattolica, anime di ladri e di assassini famosi, anime di uomini disonesti e scandalosi, anime talora di duellanti e di suicidi, e che in ultimo tocche dalla grazia di Dio, che più potente si fece sentire negli estremi loro momenti, si sono convertite e si sono pentite delle loro colpe, ma non tuttavia con quella contrizione perfetta, che cancella dall’anima ogni macchia e rimette al peccato ogni pena, non solo la eterna, ma eziandio la temporale? – Or bene tutte le anime, passate di questa vita in una di queste condizioni, quale sorte incontreranno? Entrando nell’eternità non del tutto monde, e non senza debiti ancora da soddisfarsi all’eterna Giustizia, dove andranno queste anime? In Paradiso? No certamente, perché in cielo non entra niente di macchiato. Nell’inferno no, perché sarebbe contrario alla divina giustizia, che condannando all’inferno queste anime verrebbe ad infliggere la stessa pena eterna tanto a chi ha commesso peccati mortali, come a chi ne ha commesso solo dei veniali, tanto a quelli che sono morti senza pentirsi dei loro peccati, come a coloro che sono morti pentiti e perdonati dei peccati loro. La ragione vuole adunque, che per conservare a Dio l’indispensabile perfezione della giustizia, oltre al Paradiso per le anime interamente giuste, oltre all’inferno per quelle interamente malvagie, vi sia un luogo od uno stato di mezzo per quelle che, passando di questa vita in grazia di Dio non hanno tuttavia quella perfetta purità, che si richiede per entrare in cielo; luogo o stato in cui vadano a purificarsi delle loro colpe veniali o ad espiare la pena temporale dovuta alle loro colpe e veniali e mortali; luogo o stato nel quale restino, sino a che sotto l’azione dei patimenti accettati con amore, si siano rese pienamente belle ed abbiano pienamente soddisfatta la divina giustizia. In altri termini la ragione stessa esige che vi sia il Purgatorio, il quale perciò è al tutto ragionevole e conforme ai suoi dettami. E siffatto argomento, per dimostrare l’esistenza del Purgatorio, è di tale eloquenza che S. Francesco di Sales lo chiama invincibile e di esso si serve per combattere i protestanti. «Vi hanno peccati, dice egli, che posti a confronto con altri, sono leggieri e non rendono l’uomo meritevole dell’inferno: se dunque l’uomo muore con questi peccati che ne sarà di lui? Il Paradiso non riceve nulla di contaminato, l’inferno è un castigo irrimediabile, che non è dovuto a questi peccati remissibili; ne segue dunque necessariamente che saranno rimessi in Purgatorio, da cui l’anima una volta purificata prenderà il volo pel Paradiso ». – Ma a questo punto insorgono i nemici del dogma del Purgatorio e per infermare e distruggere la forza di questa semplicissima dimostrazione dicono: « Sia pure che certe anime nel passare di questa vita abbiano ancora dei peccati da scontare e non possano per tal ragione entrare in cielo, ma forse che la misericordia di Dio non può, per i meriti infiniti della copiosa Redenzione di Gesù Cristo, cancellare essa di un tratto tutte le reliquie del peccato, che si trovano in tali anime, e perdonare senz’altro ogni pena temporale ad esse dovute? » Non neghiamo che, assolutamente parlando, Iddio potrebbe far ciò: « ma allora bisognerebbe pensare, notiamo col Carmagnola, che Egli esercita per tal guisa la misericordia sua a scapito delle altre sue perfezioni, soprattutto della sua santità, della sua sapienza e della sua giustizia. Ed in vero un Dio sommamente santo deve dimostrare col fatto quanto Egli odi la colpa, non solamente quella che è grave, ma eziandio quella, che a noi pare leggiera e che, essendo pure veniale, cioè perdonabile va tuttavia sempre a fare un affronto alla sua santità infinita. Un Dio sommamente sapiente deve dimostrare che regola con sapienza la vita morale dell’uomo, in quanto che non intende per nessun lato di lasciargli la facilità di peccare anche leggermente, ciò che certamente avverrebbe, qualora, al termine della vita dell’uomo, non punisse le colpe benché leggiere, che l’uomo non ha punito egli nella sua vita. Un Dio sommamente giusto deve dimostrare che, come pesa tutte le opere buone, anche le più piccole, anche un solo bicchier di acqua dato per amor suo, affine di premiarle tutte, così deve pesare tutte le azioni cattive, anche le più piccole, anche una parola oziosa, per punirla ».

II.

Il dogma del Purgatorio non è soltanto ragionevole, desso è ancora pieno di consolazione per i cuori amanti, desolati per la separazione di persone che erano loro care e che hanno portato il loro affetto nel sepolcro. Qual cosa di più consolante infatti pel cuore di un amico che ha perduto un altro se stesso nella persona dell’amico? Qual cosa di più consolante pel cuore di un padre o d’una madre ai quali una morte inesorabile ha rapito un figlio, che essi amavano più che non la pupilla degli occhi loro? Qual cosa di più consolante pel cuore d’un figlio che si vede orbato d’ un padre, d’una madre diletti, di cui sapeva apprezzare la tenera affezione? Qual cosa di più consolante pel cuore d’un fratello, d’una sorella che hanno avuto il dolore di perdere un fratello, una sorella che faceva la gioia della loro vita? Qual cosa di più consolante per una sposa che si è visto togliere uno sposo, oggetto del suo più tenero affetto? Qual cosa, diciamo noi, di più consolante per tutti i cuori, afflitti ed ulcerati dal dolore di potere dire a se stessi: « Sì, noi possiamo ancora beneficare coloro che piangiamo, mitigare le loro sofferenze, dato che essi ancora ne fossero soggetti, ed anche farle del tutto cessare ». Qual cosa di più consolante finalmente che poter ripetere a noi stessi: « Noi sappiamo, sì che coloro che noi piangiamo non hanno vissuto abbastanza santamente per essere ammessi nel regno dei beati, ma le nostre buone opere e le nostre preghiere possono andare a raggiungerli in quel carcere tenebroso, in cui le ritiene prigioniere la divina Giustizia fino a tanto che non abbiano soddisfatto i loro debiti, e metterli in possesso degli eterni gaudi ». « La devozione verso i morti, esclama a questo proposito il P. Felix, non è solamente la espressione d’un dogma e la manifestazione di una credenza, ma è ancora un incanto della vita, una consolazione del cuore. Di tutte le mutilazioni che il protestantesimo ha fatto subire all’integrità della dottrina e del culto cattolico, la più strana ed inconcepibile è senza dubbio quella che, sopprimendo la preghiera ed il Sacrificio per i fedeli defunti, rompe quel sacro vincolo che ci unisce anco dopo la morte a coloro che amammo durante la loro vita. E così la pretesa Riforma ha voluto mostrare con questa fredda negazione, che essa non è la religione invocata dal nostro cuore. « Cosa havvi infatti di più soave al cuore, che questo culto pietoso, che ci riattacca alla memoria ed alle sofferenze dei morti? Credere all’efficacia delle preghiere e delle buone opere in sollievo di coloro che abbiamo perduto; credere che quando si piange su di essi, quelle lagrime versate possano ancora sollevarli; credere finalmente che, anche nel mondo invisibile che essi abitano, il nostro amore può ancora visitarli coi suoi benefici: qual dolce, quale amabile credenza! Ed in questa credenza, quale consolazione per coloro, che han veduto entrare la morte sotto il loro tetto e colpire tutti gli affetti del loro cuore! Se questa credenza e questo culto non esistessero, il cuore umano, il cuore, mercé la voce dei suoi più intimi bisogni e dei suoi più nobili sentimenti, dice a tutti coloro che lo comprendono, che bisognerebbe inventarli, se non per altro, almeno per mettere la dolcezza nella morte e l’incanto sin anco nei nostri funerali. Infatti, nessuna cosa meglio trasforma e trasfigura l’amore che prega sopra una tomba o piange vicino ad un feretro, quanto questa devozione alla memoria ed alle sofferenze dei morti. Questa fusione di religione e di dolore, di preghiera e di amore, ha un non so che di squisito e di tenero insieme. Il dolore che piange, diviene l’ausiliario della pietà che prega; la pietà, alla sua volta, diviene per il dolore l’aroma più delizioso, e la fede, la speranza e la carità non si armonizzano mai meglio che qui per onorare Dio, consolando gli uomini, o per mettere nel sollievo dei morti, il conforto dei vivi ».

III.

Oh! quanto dolce e consolante non è pertanto la credenza nel Purgatorio. Quand’anco non avesse altro vantaggio che tenere uniti i viventi coi morti e conservare in sulla terra l’amore ed il ricordo per quelli che più non sono, sarebbe già degna di tutta la nostra ammirazione; ma non si limita soltanto a ciò, a ricordare cioè che i vincoli che ci legavano in vita ai nostri cari trapassati non sono totalmente rotti; c’insegna ancora che noi possiamo soccorrerli ed aiutarli colle nostre buone opere, anche dopo morte, contribuendo così a farceli di continuo ricordare. Mentre pregheremo per le anime loro, non ci sembra forse che noi continuiamo a vivere nella loro società, a vederli, a conversare con loro? È desso, questo dogma consolante, che toglie al sepolcro il suo orrore, alla morte il suo impero, alla separazione corporale la sua amarezza. «Ma provatevi, dice un moderno autore, a togliere questa soave credenza; ahimè! voi toglierete in uno stesso tempo all’uomo quella dolce sensibilità che con tanto abbandono si riversa sui morti, voi inaridirete nel cuore di coloro che vivono ogni sentimento di tenerezza e d’amore: il figlio dimenticherà il padre, la figlia la madre, lo sposo la sposa. Invece con essa voi perpetuerete i vostri ricordi, il vostro affetto; voi renderete dolce la separazione della morte, obbligherete il fratello a pensare al fratello, l’amico all’amico; restituirete la fiducia a coloro che l’hanno perduta nel momento del supremo addio, perché insegnerete loro che possono, anche dopo morte, fare del bene all’oggetto dei loro rimpianti». – Quanto pertanto non sono da compiargersi gli eretici! È vero che al pari di noi possono pensare ai loro amici morti, ma non possono né aiutarli, né esserne aiutati. L’eretico nulla ha in lui che possa sfidare la morte, e la sua amicizia forzatamente muore quando muore il suo amico. Non è certo lui che potrà ripetere quello che diceva un buon padre di famiglia, al quale una terribile disgrazia aveva strappato la moglie e sette figli: « Io non ho punto cessato, esclamava nella forza della sua fede, le mie relazioni intellettuali coi miei cari; io li consulto: il cuore, che è diventato il solo organo, vede le loro risoluzioni, sente le loro risposte! » Ma v’ha di più ancora: se il dogma del Purgatorio è così consolante relativamente ai defunti, non lo è meno relativamente ai viventi, specialmente in punto di morte. Qual sorgente invero di pure e sante consolazioni non è mai desso per le anime veramente cristiane! Lo è anzitutto per le anime sante, alle quali permette di essere tranquille sulla loro eterna salute, senza essere condannate all’orgoglioso pensiero di credersi perfettamente pure. « Come è dolce il morire, esclama S. Francesco di Sales, la testa appoggiata ai due sicuri guanciali, quali sono l’umiltà e la confidenza! » L’anima giusta, può dire a Dio: « Signore, io ho molto peccato, lo so; ma io son pronto, se fa d’uopo, a rimanere in Purgatorio fino alla fine del mondo. I miei debiti sono grandi, ma Gesù Cristo li ha soddisfatti, e copiosa è la sua Redenzione ». Non meno consolante è per quelle anime che temono di avere fatto troppo poco per espiare le loro grandi colpe. Leibniz ha fatto notare che il pensiero del Purgatorio non fu di piccola consolazione per Filippo secondo, in punto di morte. Affacciandosi in quegli estremi momenti alla sua mente certi tristi ricordi della sua vita passata, non trovò nulla di meglio per allontanare la terribile apparizione, che il pensare che v’era per lui qualche cosa di più severo che non il pentimento, e di meno crudele che non il rimorso. Il dogma del Purgatorio offre finalmente un sicuro rifugio a quelle anime che hanno passata tutta la loro vita nelle tenebre dell’orgoglio e della voluttà e per le quali la stella del pentimento non par che si alzi che nelle tenebre dell’ora finale. Byron, in faccia alla morte, esclamava: « Oh quanto non è consolante la fede cattolica nel Purgatorio ». Non è del resto questa stessa credenza del Purgatorio che guida la Chiesa nell’invitare i suoi figli a pregare per quelli tra i suoi che si trovano in preda alle angosce di morte? Qual consolazione non sarà pertanto per noi il sapere che quando ci troveremo nel terribile passaggio del giudizio di Dio all’ eternità, tutta la Chiesa si, metterà in preghiera per noi, come già un dì per S. Pietro, quando si trovava in prigione. Qual soddisfazione il potere ripromettersi che quanti fedeli v’hanno nel mondo s’occuperanno della nostra liberazione; che ci faranno partecipi, quantunque essi non ci pensino, delle loro preghiere, delle loro buone opere, dei loro sacrifizi, che in quella stessa guisa che noi rendiamo adesso ai nostri amici e parenti quel tributo che la nostra santa Religione prescrive, così ci si renderà un giorno lo stesso servizio; e che finalmente la nostra memoria non perirà, come quella dell’empio, ma, secondo la parola dello Spirito Santo, vivrà eternamente benedetta, poiché fino alla fine dei secoli saremo ricordati nei divini misteri. Ora se tutto ciò non è consolante per un cuore cristiano, v’ha forse altro che lo potrà mai essere?

* *

Naturale pertanto deve essere la conclusione, che da quanto abbiamo detto, intendiamo dedurre: che cioè il dogma del Purgatorio è veramente un dogma vantaggioso alla Società. « Molto hassi a temere, dice Bergier, che la carità, che è l’anima del Cristianesimo non diminuisca, non abbia anzi del tutto a scomparire dal mondo dei viventi, qualora disgraziatamente venisse a mancare a riguardo dei morti. L’uso di pregare per loro ci richiama alla mente un tenero ricordo dei nostri parenti e dei nostri benefattori, ci inspira un santo rispetto per le loro ultime volontà, contribuisce all’unione delle famiglie, ne riunisce i membri dispersi, li riconduce sulla tomba del padre loro, rimette sotto i loro occhi atti ed insegnamenti che interessano il loro benessere ». — « È per mezzo del culto dei morti, esclama a sua volta un illustre pubblicista, che un gran numero di anime son ritenute nel grembo della Chiesa, e quindi nell’ordine; è per mezzo di esso che il Cattolicismo mantiene nei cuori addolorati delle speranze che li consolano; onde si è che molte volte la perdita di un essere caro ha fortificato delle credenze che lo scetticismo stava per soffocare ». Non dobbiamo forse perciò chiamare nemici dichiarati della Società e degli interessi speciali e particolari dei popoli, tutti coloro che in una maniera o in un’altra attentano all’esistenza del dogma del Purgatorio , strappando così dal cuore con una crudeltà ed una barbarie inaudite quelle vere e dolcissime consolazioni, quelle vere e dolcissime speranze che tengono uniti gli animi? Tant’è: l’eresia e l’incredulità per ragione dei loro errori sono matrigne efferate, e la Chiesa Cattolica soltanto, che unica possiede la verità, è madre di tenerezza e di amore ineffabile.

ESEMPIO: Non è morta ma vive!

Fu già, non è gran tempo, un giovine che ricco di belle doti di mente e di cuore, formava la consolazione della vedova sua genitrice, ed era amato da quanti lo conoscevano. Educato nobilmente, come portava la sua condizione, erasi dato a studi profondi, le scienze, le arti belle erano l’unica occupazione della sua vita. Ma aveva avuta la sciagura di essere nato da genitori protestanti e benché il protestantesimo non finisse di soddisfarlo, l’infelice viveva lungi dalla vera Chiesa di Gesù Cristo; non già che della religione non si curasse punto o non studiasse di cercare la verità. Fin da alcuni anni addietro, l’eresia in cui era nato gli pareva poggiata su crollabili basi, e più la studiava, più s’allontanava con lo spirito. Né conoscendo bene il Cattolicismo, in fondo in fondo, tentennava su tutto, talché neppure egli sapeva a qual religione appartenesse. Venne anche per lui il di del dolore; la madre sua già avanzata in età, consumata da lunga e dolorosa malattia, venne a morire. Il povero giovane, che viveva della madre, stretto alla salma di lei, invocava la morte che in una tomba istessa seppellisse due cuori che s’adoravano. Divenne così cupo e triste che nessuno si ardiva più avvicinarlo e dirgli una parola di conforto. Pur dopo alcun tempo un amico suo d’infanzia e di fresco dall’ateismo convertito il Cattolicismo, volle ad ogni modo tentare la prova: entrò a lui, pianse con lui, e nel proprio cuore accolse l’estrema ambascia. Poi confortatolo con quelle parole che solo l’amore sa ispirare, lo indusse a muoversi alcun poco e portollo alla vicina campagna. Là, seduti all’ombrosa riva d’un torrentello, l’infelice si sfogava: « Povera la mia madre… così presto è discesa nella tomba… mi amava tanto… ahimè! non la vedrò più… mai più… » L’amico lo lasciava sfogare, poi asciugandogli le lagrime: « Spera, amico, la rivedrai!…— Che?… rivedrò ancora la madre mia?… quando?… dove?… — Da alcun tempo mi sono fatto Cattolico ed ho imparato che al di là del sepolcro c’è un’altra vita, una vita che non cesserà più. La rivedrai tua madre: ella non è morta ma è viva e vivrà. In quella vita oltramondana esistono due regni, regno di Dio l’uno, l’altro di satana, regno dei giusti quello, e questo degli empi. Vuoi che ti dica « dove? » Era pur buona la madre tua? — Se era buona?… oh anima bella di mia madre!…—Ebbene tu la rivedrai lassù in grembo a Dio. L’orfano trasse un sospiro: — in grembo a Dio!… n’era ella degna? Cattiva non l’era, ma salire d’un tratto fino lassù, in braccio al Creatore!… — Ad ogni modo spera. Tra i due regni eterni ce n’ha un terzo temporaneo, dove si raccolgono per alcun tempo le anime di quelli che non furon cosi empi da cadere sotto il dominio di satana, né cosi perfetti da volar tosto al regno dei cieli. Là si purgano di quelle macchie da cui non si fossero ben mondati nella terrena vita, e si preparano a volare nell’abbraccio di Dio. » L’infelice guardava fisso l’amico e ne ascoltava la voce, come se venisse dal Cielo; e l’amico continuava: « Quelle poverette patiscono immensamente smaniano dalla brama di unirsi a Dio; ma esse non possono più nulla per sé. Noi invece, noi possiamo con le nostre preci affrettare la liberazione. Spera, amico, e prega: con le preghiere unite alle lagrime recherai un sollievo alla madre tua, che da quel lontano paese benedirà al tuo affetto figliale e ti otterrà in compenso divini favori. Qui l’infelice non poté più; si abbandonò tra le braccia dell’amico e piangendo ripeteva: « Mi hai detto una parola che vale un tesoro… rivedrò adunque ancora mia madre, posso ancora amarla, e mia madre mi ama!… la tua religione è la Religione del cuore… voglio anch’io essere Cattolico!…; I due amici piansero e pregarono insieme.  (Alimonda).

 

OTTAVARIO DEI MORTI (6): Lo spiritismo o evocazione dei morti

OTTAVARIO (6)

TRATTENIMENTO XII.

Lo spiritismo, o evocazione dei morti.

[L. Falletti: I nostri morti e il purgatorio; M. D’Auria Ed. Napoli, 1924 – impr. -]

Sommario — Nefanda profanazione — Possono apparire le anime dei morti? — Come? — Proibizione della Chiesa — Atto superstizioso — Chi appare? — Atto illecito, ereticale, scandaloso — Astuzie diaboliche — Ipotetiche conversioni — Inutili pretesti — Decisioni delle S. Congregazioni — Esempio. Appendice — Delle apparizioni e manifestazioni delle anime dei defunti.

Egli è certo un profanare indegnamente i resti mortali dei nostri cari trapassati, ed un mancare gravemente alla loro memoria ed alla loro dignità di Cristiani e di figli della Chiesa, ricorrendo, pel loro trasporto all’ultima dimora, a funerali meramente civili o, quello che è peggio, condannando i loro cadaveri agli orrori della cremazione; ma oh! quanto non mi pare profanazione maggiore, mancanza di rispetto più grave quella di evocare dopo morte le anime loro per mezzo delle abbominevoli pratiche dello Spiritismo, cotanto in voga oggidì! Non sarò io che negherò che 1’angoscia d’una buona madre, che vorrebbe ancora una volta riabbracciare un caro pargolo volato al cielo, lo struggimento di uno sposo che vorrebbe dare un ultimo addio ad una dolce compagna rapitagli nel fior della vita, la pietà d’un figlio, d’una figlia che brama la benedizione di un padre o di una madre, cui non poté assistere morenti, siano tutti affetti che ben meritano di essere ascoltati con sommo rispetto. La Chiesa stessa, che ad ogni regolato desiderio dei suoi figliuoli porge vere e nobili soddisfazioni, piange volentieri cogli afflitti pel distacco dei cari defunti, piange nella sua liturgia mortuaria, nel sacrificio dell’altare, nelle esequie, nei monumenti sepolcrali. Loro addita il Cielo, dove i trapassati e gli ora viventi si riuniranno nell’amplesso del comune Padre per amarsi eternamente; e frattanto conforta i vivi rivelando loro la comunione d’interessi, di preghiere e d’ amore che vige tra i vivi ed i morti, sia che questi siano giunti alla beatitudine, sia che restino tuttavia a rendersene degni colle pene espiatrici Ma lo spiritismo ahimè! abusando della innata brama che ci spinge a comunicare coi congiunti e con gli amici strappati dalia morte al nostro affetto, distrugge il sistema di intime e soavi relazioni stabilite da Dio, e ne propone un altro empio e corrompitore, che non può soddisfare alle giuste brame del cuore, altrimenti che con mendaci lusinghe. Che dice infatti lo spiritista a chi ricorre a lui nella sua desolata disperazione? Gli promette che gli darà novelle dell’amico, del figliuolo, della sposa, già entrati nell’altra vita, gliene farà udire la voce, rivedere le amate sembianze e forse anche riceverne tenere carezze. E di fronte a tali seducenti promesse, che rispondono appieno ai sentimenti del cuore, come potrà resistere alla forte tentazione dello spiritismo colui che già si trova in quel grande disordine morale, che suole accompagnare i grandi dolori? Nessuna meraviglia quindi che vi cada, specialmente se si tratta di un cristiano che per sua disgrazia già si trova debole e vacillante nella fede. Per impedire pertanto un tanto male e nello stesso tempo fortificare la fede dei Cristiani contro ogni tentazione di spiritismo, sarà ordinato il presente trattenimento, in cui verrà brevemente dimostrato in quale inganno vergognoso, in quale sciagura deplorabile, in qual colpa gravissima non cada quel Cristiano che cede ad una tale tentazione.

I.

E prima di venire ad una qualsiasi dimostrazione, ci pare necessario di rispondere brevemente ad una questione molto importante: « Possono le anime de’ trapassati, e più propriamente quelle che si trovano nel Purgatorio, mettersi direttamente in relazione con noi ed apparirci?» E perché no? Risponderemo noi; che cosa ci vieta il pensare che Iddio, pregato e supplicato dagli uomini, pei suoi altissimi fini e speciali disegni, pel vantaggio della Chiesa, per l’utilità delle anime non possa qualche volta permettere che questi spiriti ci compariscano? Del resto nulla v’ha nell’insegnamento della Chiesa, maestra infallibile di verità, che c’impedisca di crederlo; e la storia, la vita dei Santi specialmente, non meno che la tradizione di tutti i popoli sono là per addurci esempi non dubbi di apparizioni di persone già morte, esempi che furono a noi tramandati da scrittori degni di tutta la nostra fede, quale per esempio un S. Tommaso d’Aquino, il quale non sarà certo annoverato da alcuno fra le intelligenze troppo credute e leggiere. Basta consultare gli autori che hanno trattato di proposito queste questioni per rendersene convinti. Possiamo piuttosto dimandarci: Ammessa la verità delle apparizioni dei morti, quale è il modo di queste apparizioni? In altre parole: Come ci appariscono i defunti? nel loro proprio corpo o in una forma di corpo temporanea e quasi presa d’imprestito? Molte ed interessanti sono le risposte de’ teologi a questa domanda: gli uni infatti dicono che i defunti appariscono nella loro propria carne; lo che sarebbe una vera e propria resurrezione; altri che Iddio faccia assumere loro un corpo qualunque, preso nella sostanza dell’aria; altri invece dicono che fra il corpo e l’anima essendovi una sostanza intermedia che partecipa di ambedue e che serve di legame per tenerli uniti, sarebbe appunto questo principio vitale, detto anche per spirito, quello di cui si servirebbero i defunti per apparirci: altri, ancora, insegnano che queste apparizioni non hanno bisogno indispensabile del concorso del defunto, ma che anzi talvolta si producono all’insaputa di questo pel ministero di angeli buoni o malvagi, che agiscono a seconda della volontà divina; altri finalmente dicono che questi fenomeni non hanno alcuna realtà oggettiva, e che essi risultano da una impressione meramente soggettiva, prodotta sui sensi dalla persona che crede vedere, sentire, toccare ciò che non ha all’ esterno alcuna realtà. Quale di queste differenti opinioni, — a parte l’ultima, che, riducendo le apparizioni a semplici fenomeni soggettivi, ciò che ne fa delle vere allucinazioni, ci pare poco probabile — risponda meglio alla verità delle cose, non sono certo io che mi sento in grado di dirlo; è così ardua la questione che perfino il sapientissimo cardinale Bona ed il dottore della Chiesa S. Agostino hanno dichiarato di non saperla risolvere: quindi, lasciando la cosa alla discussione dei teologi, vengo piuttosto a rispondere alla domanda che è argomento del nostro trattenimento: È lecito l’evocazione dei morti con o senza le pratiche dello Spiritismo? Ed a questa domanda risponde a nome mio la Chiesa con un’ordinazione, che ha forza assoluta di legge obbligatoria, emanata dal S. Uffizio della Suprema Inquisizione e comunicata nel 1856 a tutti i Vescovi e per essi alla Università del popolo cristiano. Per questa ogni fedele è istruito che « Evocare le anime dei defunti e riceverne le risposte, sono atti superstiziosi, illeciti, ereticali e scandalosi contro l’onestà dei costumi ». Potrebbe la Chiesa parlare più chiaramente di così? Stando adunque alle leggi della Chiesa l’evocazione dei morti è severamente proibita sia perché  non è permesso ai fedeli di turbarli senza motivo nei loro riposi, sia perché, provocando così le apparizioni, si corre rischio di incappare facilmente nei lacci del demonio, essendo di fede che « il mondo di là non è popolato soltanto di anime sante e di spiriti della luce, ma vi sono anche spiriti tenebrosi, capaci di trascinare gli uomini nelle vie della perdizione ».

II.

Diciamo adunque che l’evocazione dei morti è dalla Chiesa anzitutto proibita perché è un atto superstizioso. E che tale sia in realtà è cosa evidente: non si riduce dessa forse alla Necromanzia, anzi non è propriamente la stessa Necromanzia, cioè divinazione per via di domanda, rivolta ai morti per intervento diabolico, essendo chiaro che i morti naturalmente non potrebbero rispondere? I morti difatti, avendo ricevuto la loro destinazione, non possono senza permesso di Dio mettersi in comunicazione con noi, siano santi del Cielo, o penanti nel Purgatorio, o riprovati nell’Inferno, e non è neppure probabile che Dio sospenda le leggi generali di sua provvidenza per soddisfare ai nostri capricci, mentre invece il demonio sta sempre pronto per approfittare di quella curiosità insensata che ci spinge a sollevare il velo, da cui sono celate le realtà dell’ avvenire. Or non è questo un inganno, e un inganno quanto mai manifesto? Nell’evocazione che si farà, non è già lo spirito diletto evocato che si presenterà, ma uno spirito bugiardo che prenderà a rappresentarlo, nella scena spiritica, falsamente. È quindi, mentre si crederà di parlare colla persona cara, coll’amico, col conoscente già morto, di sentire la sua voce, di avere sue notizie, di ricevere le sue commissioni non si avrà a fare che con un demonio. Ciò sanno ed insegnano gli stessi dottori spiritisti: Allan Kardec, che è tra loro il maestro dei maestri, in tutti i suoi libri parla degli inganni tramati dagli spiriti ad illusione degli evocatori, e dice chiaramente tra l’altro che « la questione della identità degli spiriti (evocati) è una delle più controverse… è una delle più grandi difficoltà dello spiritismo pratico ». E spende due capitoli per dimostrare che non si può sapere il netto della personalità dello spirito, che si presenta in sulla scena. « E ciò avviene, dice egli, perché  lo spirito evocato non può o non vuole presentarsi, ovvero perché un altro spirito si presenta in scambio di lui e mentisce circa il suo essere individuale ». Non si evocarono forse, dietro preghiera di presenti, da celebri spiritisti persone che quelli fingevano di aver perdute, ma che in realtà non erano esistite mai? E le fantasime si presentarono alle loro evocazioni, ed i fenomeni, che solevano seguire l’evocazione fatta da’ medi, seguirono pienamente. E finisce col conchiudere: « Noi comporremo un volume dei più curiosi coll’istorie di tutte le gherminelle, che sono venute a nostra conoscenza ». Del resto lo stesso buon senso e la ragione ci dimostrano che lo spirito che si presenta all’ ingiunzione del medium non può essere che uno spirito cattivo. « Quali sono infatti, ci domandiamo col Rolfi, gli esseri spirituali che possono essere evocati? Eglino sono o Dio, o gli Angeli, o gli spiriti de’ morti, o i diavoli. Ma non sono i tre primi; dunque non altro sono che i demoni. Ed infatti non è Dio; poiché sarebbe da ignorante o grossolano il solo supporre che Dio voglia comunicarsi in queste combriccole spiritistiche per solo spasso dei curiosi. Dio non cala sì basso, né mette a così vil prezzo la sua omniscienza e l’esercizio della sua onnipotenza, Egli non sfoggia in rivelazioni e meraviglie a beneplacito dei curiosi o degli impertinenti che se ne vorrebbero trastullare: ai quali piuttosto si pianta in faccia muto ed inesorabile, come Cristo si levava in faccia ad Erode che desiderava vedere un qualche suo miracolo. Non produce infatti un vero ribrezzo il solo pensare che sia Dio che operi nei fenomeni spiritistici ? Che l’Essere infinito e perfettissimo, in cui non può essere vanità alcuna, voglia venire a scherzare coi malfattori? « Diciamo in secondo luogo che non sono gli Angeli. No, non sono gli Angeli buoni, perché prima di tutto essi non stanno ai cenni dell’uomo nel senso che eglino in maniera sensibile vengano alla chiamata del primo venuto per soddisfare la sua curiosità e servirgli di spasso; non si è mai veduto, né detto, né creduto nulla di simile. Un’ altra ragione per dire che non sono gli Angeli buoni si è che il contegno degli spiriti evocati è ben lungi dall’avere quella dignità che conviene a detti Angeli; e le risposte che danno producono non un’impressione di pace, ma bensì di agitazione o di inquietudine. No, i buoni Spiriti non agiscono in questa maniera! Chi è colui che abbia fior di senno, e che possa ammettere che gli Angeli buoni, che ubbidiscono perfettamente e soltanto ai voleri del Dio supremo, venissero giù del Paradiso per mettersi alla disposizione di un ciarlatano qualunque? «Non sono finalmente gli Spiriti de’morti, perchè l’uomo, naturalmente parlando, non ha, né può avere veruna comunicazione con le anime de’ defunti, essendo che l’uomo comunica solo cogli altri esseri per mezzo de’ suoi sensi; ora il mondo degli Spiriti, qualunque essi siano, non è né mediatamente, né immediatamente, accessibile ai nostri sensi corporei, perciò il mondo de’ puri spiriti non è in comunicazione con noi, non può dipendere da noi, non può essere a disposizione del nostro beneplacito. In una parola : noi manchiamo di mezzi naturali per comunicare coi morti, in quella stessa guisa che i morti mancano di mezzi naturali per comunicare con noi » Dunque, concludendo col Dottor Lino Crosta: « Dio no, gli Angeli no, le anime de’ defunti no; ma sono di spiriti veri le operazioni medianiche; resta quindi che si attribuiscano con la teologia cattolica ai demonii. Non piace il nome di demonio? Usiamo l’altro: diavolo. Anche questo non va ? Satana. » È  chiaro? Non si potrebbe certamente essere più espliciti di così! Ma vogliamo di più? Ne abbiamo una prova irrefragabile nella confessione che il demonio stesso fece per bocca di una indemoniata. Interrogata costei in presenza del B. Curato d’Ars chi era che faceva muovere le tavole giranti rispose: « Son io… ; il magnetismo, il sonnambulismo… tutto ciò… Sono cose di mia pertinenza! » « Ogni persona dabbene pertanto, diciamo col P. Franco, che cerca uno sfogo al suo dolore nella apparizione del caro estinto, in seguito a queste constatazioni dovrebbe dire a se stessa: « Dunque invece di riveder lui, io vedrò uno spirito falsario: forse mi capiterà dinanzi, invece del diletto amico, lo spirito di un odioso mio nemico, forse una negra invece della sposa, un giudiolo invece del mio figlio. Questo è ciò che mi promettono i più insigni maestri di spiritismo; e però quel medio o quello spiritista, che mi promette di farmi apparire i miei cari, è un solenne impostore, il quale si fa giuoco del mio dolore, e con infame giunteria lo schernisce. – « Che se il dabben uomo volesse essere anche miglior logico, dovrebbe ragionare più severamente contro la demenza del suo dolore; dovrebbe ricordarsi, come gli spiriti che rispondono alle evocazioni sono qualcosa peggio che spiriti falsari, essi sono demoni dell’inferno. Egli è però uno orribile conforto allo strazio dei perduti congiunti, l’intrattenersi un quarto d’ora a conversare con un diavolo che mentisce la persona d’uno sposo, di una madre! che mentisce sullo stato di quella cara anima, mentisce da diavolo e con odio da diavolo per quell’anima, e per chi ne chiede scioccamente novelle. « Accade, per giunta di orrori, che alcuna volta lo spirito evocato si manifesta non solo con le parole, ma si rende visibile, tangibile, e pare caldo, e vivente. Ora insegnano i dottori cattolici che, per rappresentare tali corpi, il demonio può assumere un cadavere non ancora interamente deformato, e, come gli è agevole, gli ridà attitudine di vivente, e lo raffazzona nelle sembianze, negli abiti, e moti della persona che voglionsi rappresentare. Vi sono altri modi: ma questo è l’usuale, e ve n’ha degl’indizi e delle ragioni nella filosofia cristiana e nella storia. Ecco adunque qual cosa può ripromettersi quel dabbene marito che spera di riabbracciare la sposa scomparsa dalla scena della vita, quella tenera madre che crede di ristringere al seno quel caro fantolino, il quale morendo la lasciò orba e inconsolabile… un cadavere, la carogna dissepolta d’un morto ignoto, rabberciata e imbellettata per un momento a fine di ingannare vilmente le tenerezze d’uno sposo, d’una madre. Oh! Veramente il demonio opera in queste illusioni da quel mortale nemico che è del genere umano: mentisce, vitupera, schernisce. « Ma di chi la colpa ? Certamente di colui, che avvisato degl’inganni diabolici dalla Bibbia, dalla Santa Madre Chiesa, dalla ragione, disprezza gli avvisi della ragione, della Madre Chiesa, disprezza gli avvisi della Sapienza divina per seguire le insinuazioni di un ciarlatano e stregone. Sua colpa e suo danno! Ci ripensino coloro che da vero amore, ma disordinato, si sentono trascinare sino a cozzare empiamente coi decreti eterni di Dio, il quale ha inabissato un caos tra i vivi e i morti, e stabilito che, fuori della Comunione dei Santi, sia naturalmente impossibile ogni commercio. Lo sentivano anche gli antichi pagani, sebbene non troppo ne intendevano la vera ragione, che era sacrilegio il tentar di turbare il riposo delle tombe. Noi sappiamo questa ragione: è vietato da Dio il quale, come ha disdetto qualsiasi comunicazione tra i santi del cielo e i reprobi dell’inferno, così vuole troncato ogni commercio personale tra i vivi e i morti ».

III.

Non vi può adunque essere più alcun dubbio, dopo quanto abbiamo detto, che l’evocazione dei morti sia un atto superstizioso e quindi anche illecito, ereticale, scandaloso contro l’onestà dei costumi, e come tale l’abbia condannato la Chiesa. Ed è illecito non solamente perché proibito, ma proibito perché è illecito in sé stesso, in quanto il comunicare volontariamente col nemico di Dio e chiedergli aiuto e favore, molto più se intervenisse il patto (come spesso accade) di riconoscerlo per padrone, è atroce oltraggio alla Divinità. Per sé il ricorso al morto e al demonio non parrebbe ereticale; ma lo è in quanto suppone nel demonio l’attributo proprio di Dio solo, il prevedere cioè l’avvenire e la conoscenza dei pensieri e affetti interni degli altri. Chi di questi punti non interroga il morto, o non vi riflette, non incorre la malizia ereticale. In pratica tuttavia quasi sempre v’incorse, per via del patto, in cui per ottenere l’aiuto del diavolo esso viene riconosciuto per supremo padrone, per Iddio vero, o almeno in onor suo si rinnega Iddio, o la fede, o si accettano insegnamenti falsi in religione. Che l’atto finalmente sia scandaloso, che è quanto dire d’inciampo al bene, specialmente all’onestà del costume, già lo si può capire dal poco che abbiamo detto e dal molto che potremo dire. Basterebbe per poco esaminare gli ostacoli e gli atti degli spiriti evocati per rendersene appieno ragione. Interrogati sulla Religione Cattolica la disapprovano, infuriano contro i misteri di lei ed i Sacramenti. Non possono patire la cattedra tremenda di S. Pietro, dalla quale sono smascherati, e le si scagliano contro con una furia di veri demoni. Spropositano orribilmente sulla vita avvenire, sui novissimi, e sovra altre verità indubitatissime di nostra fede. Glorificano l’eresia, lodano gli eresiarchi, vilipendono i Santi, esaltano il vizio, scherniscono la virtù. Ecco come ne parla un moderno scrittore « Invece della dottrina rivelata della immediata retribuzione dopo la morte, che la S. Chiesa ci propone a nome di Gesù Cristo stesso, Giudice giusto dei vivi e dei morti, gli spiriti, che si manifestano agli sconsigliati seguaci della moderna superstizione, loro danno a credere, che non v’ha né cielo, né inferno e nemmeno Purgatorio nel senso cattolico. Per noi credenti, il Purgatorio è il luogo di purificazione di quelli che sono macchiati, al momento della morte, di colpe leggere, o rimangono ancora debitori, presso Dio, di qualche temporanea pena dovuta alle loro colpe. I pretesi spiriti professano invece la vietata dottrina che le anime, dopo il loro passaggio, vanno soggette a reincarnazioni e vite successive dopo quella terrena, quasi pellegrinando per un viaggio eterno, acquistando sempre nuovi gradi di perfezione, spiritualizzandosi sempre meglio, con aumento di agilità e di luce, a seconda di quanto esige la breve apparizione sulla terra o altrove. Queste vicende sono seguite da tutte le anime dei trapassati, anche l’anima più nera e più carica di delitti finirà, per la legge delle successive reincarnazioni e purificazioni, a divenire pura come cristallo e fulgente come un sole ». – E di Gesù e della sua divinità che ne è? Ad esser logici i così detti spiriti non solo non potrebbero annunziare Gesù come vero Dio, ma dovrebbero considerarlo come un mentitore. Ma con singolare inconseguenza essi lo predicano come uno spirito superiore, anzi come il più nobile e perfetto fra gli spiriti, che s’incarnò, o meglio, secondo la loro dottrina, si rincarnò nel corpo fisico di Gesù. Ad ogni modo, secondo la dottrina spiritica, egli sarebbe semplicemente un inviato di Dio per predicare la paternità di Dio e la umana fratellanza. Il vero Figlio di Dio, fonte e cagione di ogni cristiana speranza, è spogliato della corona divina che ne adorna l’augusta fronte e ridotto al grado di una pura creatura. – Che dire poi degli atti di questi spiriti? Per lo più sono laidezze, schifosità, orrori tali « da far inorridire, come dice uno scrittore recente, il Des Mousseaux, non solo le donne pudiche e timide, ma anche gli uomini per cui il pudore non sia un nome vano ». Quindi ce ne passiamo, convinti che certe abbominazioni sono da riservare allo studio dei dotti di professione. – Arrivato a questo punto del mio dire, io so bene che qualcuno mi dirà: «Ma come può essere vero tutto ciò, quando io so che gli spiriti evocati ben lungi dal tenere simili propositi e lasciarsi andare a simili nefandezze, parlano di pietà, di religione, incoraggiano ai Sacramenti, alla preghiera, s’intrattengono con piacere di Dio, di virtù, ragionano di beneficenza, di carità, di elemosine? » Non nego che in sul principio e qualche rara volta le cose si passino così. Chi non sa infatti che pel demonio tutti i mezzi sono buoni per arrivare a perdere le anime, e che pur di trarre in inganno gli incauti ed i creduli arriva al punto di trasformarsi in angelo di luce, adattandosi inoltre al modo di pensare e di agire delle persone con cui è in comunicazione? Non sarà certo lo spirito maligno che confesserà di essere riprovato e persuaderà in sulle prime e su due piedi agli ingenui ed ai sempliciotti azioni cattive; volendo farsi degli adepti, non bisogna che li spaventi; quindi è che sotto le apparenze sante maschera i suoi abbominevoli disegni: e così addormenta la diffidenza e allontana i sospetti. Ma si dia tempo al tempo: a poco a poco si leverà la maschera, e quando li vedrà abbastanza a lui attaccati e senza diffidenza allora ben altro sarà il suo modo di agire e di parlare, sicché a non lungo andare questi infelici illusi dovranno apprendere a loro spese con quale finissima perfidia la loro fede fu attratta nel dubbio e nell’errore. Del resto, anche quando si limiterà a parlare di pietà e di religione, non è difficile lo scoprire l’inganno, perché in questi casi ordinariamente il malo spirito limita le preghiere ad un certo numero, e le vincola ad alcune forme vane, ambigue e superstiziose, facendo anche minacce ed incutendo terrori, dai quali si riconosce facilmente se trattasi di spirito buono o malvagio. – Noi sappiamo, per indubitabili relazioni, di uno spirito diabolico, il quale, per rendersi accetto in una famiglia pia, raccomandava la divozione alla Madonna, ed intanto non vi era verso di fargli pronunziare il santo nome di Maria. E ciò è sì conforme alla verità che già fin da’ suoi tempi il Card. Bona esclamava: « Fra i numerevoli inganni coi quali i demoni si sforzano di sorprendere gli uomini, vi è quello eziandio di comparire sotto forma di persona morta in peccato, implorante elemosine e preghiere, digiuni, pellegrinaggi, messe ed altre opere buone, come se fosse in istato di salvazione, e questo perché coloro che sono in peccato vi si confermino, ingannati dalla vana speranza di tali illusioni. Qualunque pertanto sia il linguaggio di questi spiriti sempre è da fuggirsi con orrore ed aversi in somma abbominazione, come quello che non ha altro fine che ingannare ed ottenere perfidi scopi. Onde si è che la Chiesa trova illecita e quindi proibisce formalmente la evocazione dei morti anche nel caso che qualcuno dopo averla ottenuta, in seguito a preghiera al Capo della Milizia celeste, perché voglia concedergli di parlare con lo spirito di una determinata persona, ne abbia risposte che sono tutte in conformità della fede e dell’insegnamento della Chiesa sulla vita futura: risposte che riguardano per lo più lo stato in cui trovasi l’anima di un defunto, il bisogno che potrebbe avere dei suffragi, le lagnanze di essa sulle ingratitudini dei parenti ». Tutto ciò sta bene, continuano i miei avversari, ma come potrà ella negare che in occasione della evocazione dei morti non abbiano avuto luogo delle conversioni? «Sia pure, diciamo col P. Franco, che qualche materialista in faccia a quei fenomeni non abbia più potuto negare l’esistenza degli spiriti; ma e non si sa che quel profondo ed arrabbiato nemico dell’umana salute, che è il demonio, non ha difficoltà di perdere qualche cosa per guadagnare poi dopo molto di più? Anche nel mondo gli scaltri trovano che è prudenza gettare un ago per raccogliere un palo, pensate adunque se lo spirito reprobo non troverà gran compenso di quella qualunque perdita nell’accreditare il regno della superstizione sulla terra; nello sviare gli uomini dall’obbedienza dovuta alla Chiesa, nel fissarli immobilmente in quegli errori rendendoli ostinati. Non sanno costoro quello che pure è dottrina di tutti i Santi, fondati sull’autorità dell’Apostolo, che è vezzo tutto proprio dello spirito infernale incedere per vie tortuose, sorprendere gli uomini sotto aspetto di bene, trasfigurarsi, in una parola, in angelo di luce per ingannarli più sicuramente? » Ed a questo stesso proposito ecco ciò che dice il P. Monsabré: « Per dieci anime candide che avrà (suo malgrado) convertito, permettendolo Iddio, egli prepara la corruzione di migliaia di anime curiose, inquiete, ostinate che nessuno ammonimento caritatevole potrà arrestare sul cammino d’investigazioni temerarie e colpevoli ». « Ma io non intendo punto, soggiungono altri, entrare in comunicazione col demonio, e disdico internamente ogni patto con lui ». Il disdire ogni patto col demonio è cosa ottima ma qui non basta. Basterebbe certamente se si trattasse di un’opera di sua natura indifferente: ma dove ragioni chiare e soprattutto per un cattolico l’autorità della Chiesa indicano che l’opera di sua natura è rea, tutte le proteste non hanno valore: non è la protesta che allora si richiede, è l’obbedienza. Che cosa infatti direste voi di uno che vi percotesse coi pugni, e vi levasse di tasca l’orologio, e tuttavia protestasse che non intende né di offendervi né di rubarvi? Non è forse vero che al danno aggiungerebbe le beffe? Similmente i Vescovi, che sono i reggitori del popolo cristiano, la Chiesa, che ne è l’universale maestra, vi dicono che è male, e voi traete innanzi e dite: io lo farò, ma con la protesta in contrario; forse la vostra protesta cangia la natura dell’atto? A questo modo potete mormorare, bestemmiare, fornicare, e dar corso a tutti i pravi desideri del cuore, e poi protestando che non avete intenzione di far peccato, tenervi per innocente. Mio Dio! chi non vede che così ragionando non si commetterebbero quasi più peccati? Ne conseguita quindi da ciò che anche allorquando viene escluso ogni accordo con lo spirito maligno è proibita l’evocazione dei morti, proibizione del resto che è resa maggiormente manifesta dalle esplicite risposte che dalla Chiesa sono state date in questi nostri ultimi tempi. Il 29 Aprile 1917 infatti una decisione della S. R. ed universale Inquisizione stabiliva che « non è lecito per mezzo del cosiddetto “medium „ o senza di esso, impiegando o no l’ipnotismo, prendere parte alle sedute spiritiche anche sotto colore di intenti onesti e pii, sia interrogando le anime o gli spiriti, sia ascoltando le risposte, sia assistendo soltanto, anche con la protesta tacita ed espressa, di non prendere parte alle comunicazioni con gli spiriti maligni ». E questa decisione corrispondeva ad un’altra che già era stata data il 30 Marzo 1898, in cui veniva egualmente proibita l’evocazione dei morti, anche nel caso di esclusione di ogni accordo collo spirito maligno. E dopo queste decisioni così chiare ed esplicite vi sarà ancora qualcuno che chiudendo gli occhi alla luce della verità non vorrà riconoscere qual male orribile non sia l’evocazione dei morti per via dello spiritismo?.. Concludiamo adunque che solo alle anime rischiarate da lumi speciali sarà permesso di porsi in relazione coi defunti e di promuovere così un miracolo, mentre i peccatori come noi si esporrebbero con inconsulta curiosità ad essere ingannati dal demonio.

* *

Prima però di chiudere questa considerazione non sarà inutile indicare, dietro la scorta dell’Abate Louvet, alcune regole, ricavate dalle opere del Card. Bona e da vari autori mistici che hanno trattato simili questioni, secondo le quali sarà facile distinguere le vere apparizioni dalle false. I. Ogni apparizione desiderata o provocata è sospetta. — II. Se il defunto comparisce sotto una forma nera, deforme, mutilata, è segno che è un cattivo spirito, specialmente poi se si presenta sotto forma di animale, eccetto la colomba e  l’agnello, dei quali il demonio non assume mai la figura. — III. Se l’apparizione si presenta con viso tetro e corrucciato e si esprime con voce tremante, strozzata, confusa, tenete per certo che avete a fare col demonio.—IV. Se l’apparizione agisce disordinatamente, e rivela cose occulte, che sarebbe prudente tacere, se insegna qualche cosa contraria alla fede, se bestemmia, se ha orrore delle cose sante, dell’acqua benedetta, del crocifisso ecc., è segno che è un demonio od un reprobo. — V. Le esortazioni alla virtù, i buoni consigli, le correzioni dirette ai peccatori, non sempre son segni di spiriti buoni, perché spesso il demonio ha l’uso di persuadere un bene minore per impedirne maggiori. — VI. Le anime del Purgatorio appariscono ordinariamente per sollecitare le nostre preghiere o raccomandarci qualche restituzione, ma, fatto questo, non tornano più se non per ringraziare; e perciò se continuano a venire e minacciano od importunano abbiatele per spiriti maligni. — VII. Tutti i teologi mistici insegnano che le apparizioni vere gettano là per là un certo sgomento, che però si cambia subito in gioia ed in unzione divina, la quale spandendosi sull’anima ne aumenta l’umiltà, la carità e il desiderio di perfezione; mentre quelle diaboliche incominciano con un sentimento di gioia e di vana compiacenza, lasciando poi inquietudini, tristezze e vanagloria, e l’anima umana, dopo di esse, si trova senza azione, come una terra arida e colpita dalla folgore, o se concepisce idee sono idee di presunzione, di disobbedienza e di orgoglio. — VIII. Che da sé sola vale tutte le altre: Sceglietevi un buon direttore, esponetegli tutto senza esagerazioni e reticenze, ed attenetevi sempre alle sue decisioni.

ESEMPIO : Apparizioni vere e false.

Che le anime del Purgatorio, cosi permettendolo Iddio, possono apparirci l’abbiamo dal seguente esempio che troviamo registrato nella vita del ven. Pinzeni, amico intimo di S. Carlo Borromeo e Arciprete d’Arona. Durante la famosa peste che mieté tante vittime nella diocesi di Milano, questo Santo Arciprete, non contento delle immense fatiche sostenute per soccorrere gl’infelici assaliti dal fiero morbo, arrivò persino a scavare da se stesso le fosse per seppellirvi i cadaveri che il timore e lo sgomento generale lasciava insepolti. Cessata quella calamità, mentre una sera passava vicino al cimitero in compagnia del governatore di Arona, fu all’improvviso colpito da una straordinaria visione, imperocché osservò una lunga fila di morti che uscendo dalle loro tombe s’incamminavano verso la Chiesa. Non credendo ai propri occhi, si rivolse al suo compagno, il quale stupefatto stava anch’egli rimirando lo stesso spettacolo, ed avuta da lui assicurazioni di quanto accadeva ed accertato che fossero quelle le vittime della peste che in tal modo volevano far loro comprendere il bisogno che avevano di suffragi, dirigendosi immantinente verso la parrocchia fece suonare le campane e, convocati i parrocchiani, per tutta la notte innalzò al cielo ferventi preghiere per quelle anime, facendo la mattina di poi celebrare in loro suffragio una messa solenne. Questo fatto, del quale furono spettatori personaggi, la cui elevatezza di spirito esclude ogni pericolo d’illusione, e che colpiti contemporaneamente dallo stesso fenomeno, non arrivando ad aggiustarvi fede, se ne accertarono l’uno con l’altro, mi pare sia più che sufficiente comprovare la verità della nostra asserzione. – Quanta ragione non abbia la Chiesa di proibire l’evocazione dei morti, perché gli spiriti, che in qualche maniera si rendono sensibili, non sono per lo più che spiriti cattivi o demoni, lo si potrebbe dimostrare con una infinità di esempi: ci limitiamo a due soli. Si era nei primordi del moderno spiritismo, e l’Arcivescovo di Rennes, volendo per suo studio personale fare delle esperienze col tavolo parlante, convocò intorno a sé, nell’episcopio, i suoi vicari generali ed i suoi canonici. Fatto silenzio, venne interrogata la tavola attorno ad un giovane missionario, martirizzato poco prima in Cina, e del quale portava addosso un pezzetto di camicia imbevuta del suo sangue. La tavola, secondo i colpi convenuti, narrò minutamente tutta la storia dei patimenti del martire con tale fedeltà e verità che il Vescovo e tutti i convenuti ne furono sommamente commossi e stupiti. Per il che il Vescovo, interrompendo la seduta, disse ad alta voce: « Per sapere tutte queste cose, è necessario che tu sia il demonio. Ebbene, se realmente tu il sei, io ti scongiuro in nome di Dio onnipotente e di Gesù Cristo crocifisso, ti obbligo e ti comando di infrangerti ai miei piedi ». La tavola all’istante spicca un grandissimo salto e, cadendo obliquamente, infrange due suoi piedi innanzi all’Arcivescovo di Rennes. – L’altro esempio ci viene riferito dal P. Franco nel suo libro sullo Spiritismo. Ad un signore romano S. F. che aveva avuta la disgrazia di perdere la moglie, venne vaghezza di evocarne lo spirito e di interrogarlo su varie questioni che gli stavano a cuore e specialmente sopra un punto di politica: l’invasione di Roma. Lo spirito rispose, ma la risposta che si ottenne non piacque all’interrogante, il quale ne sorrise. Sorridere e sentirsi schiaffeggiato fu un punto stesso. E la percossa fu di così buon peso, che lo schiaffeggiato dovette rinchiudersi per tre giorni in casa, finché si dileguassero i lividi che ne ebbe sulle guance. Il sig. F. S. , si può credere, non evocò più lo spirito della sua cara metà disincarnata.

APPENDICE

Delle apparizioni e manifestazioni delle anime dei defunti.

Troppo importante è questa questione perché, secondo la Sacra Scrittura e la Tradizione, non ne diciamo qualche cosa in appendice a questo trattenimento. — È  persuasione comune presso tutti i popoli, non tanto civili quanto selvaggi, che le anime dei trapassati possono, dopo la loro morte, ritornare in sulla terra, rivestire un’apparenza corporale, una forma terrestre o aerea, fare del rumore, emettere gemiti, parlare, domandare qualche cosa. Non v’ha nulla in ciò che ripugni alla sana ragione; nulla che sorpassi l’onnipotenza divina. « Dio può certamente, dice l’illustre Bergier, allorquando un’anima è separata dal corpo, farla ricomparire, renderle il corpo che ha lasciato, o rivestirla d’ un altro, e rimetterla in istato di fare le medesime funzioni che aveva prima della morte. Questo mezzo d’istruire gli uomini e renderli docili è uno de’ più meravigliosi che Iddio possa impiegare ». La S. Scrittura non ci lascia dubbio alcuno su tale questione: vi vediamo Mosè che con Elia appare sul Tabor, alla trasfigurazione di Gesù; il profeta Geremia che accompagnato dal santo Pontefice Onia apporta una spada d’oro a Giuda Maccabeo, assicurandolo che con quell’arma inviata da Dio egli sterminerà i nemici del popolo d’Israele. Noi leggiamo ancora nel libro dei Re che il profeta Samuele apparve, dopo la sua morte, alla pitonessa d’Endor, profetizzò e predisse a Saulle le disgrazie che ben presto sarebbero piombate su di lui. « Non è punto cosa assurda, dice S. Agostino a questo proposito, il credere che Dio abbia permesso al suo profeta di comparire dinanzi al re e di inspirargli un salutare terrore ». E nei Vangeli non si legge forse che alla morte del Salvatore « i sepolcri si aprirono e molti corpi dei santi che dormivano risuscitarono e usciti da’ sepolcri entrarono nella santa città ed apparvero a molti ? » – La tradizione non ammette pure alcun dubbio sulle apparizioni dei defunti, ed i Padri della Chiesa, quali un S. Agostino, un S. Gregorio Magno, un S. Paolino, Eusebio, Origene, Teodoreto ed altri molti non esitano a riferire ed a ritenere per vere tali apparizioni. S. Agostino, per non citare che questo grande dottore, nella sua epistola al Vescovo Evodio, parla d’un giovane che, dopo la sua morte, comparve a parecchie persone; « per il quale fatto, aggiunge egli, Dio permise che il popolo fosse confermato nell’idea che si aveva della sua santità »; ed in altro luogo narra di S. Felice martire che si fece vedere agli abitanti di Nola, assediata da’ barbari. Quanto mai esplicita ed affermativa è poi la dottrina del santo Vescovo d’Ippona a tale riguardo. Consultato dal Vescovo di Upsala che gli domandava: « Che cosa bisogna pensare di certe apparizioni di persone morte da qualche tempo, che si son viste andare e venire per le loro case, come quand’erano ancora vive? e qual caso bisogna fare di certi rumori che si sentono sovente, durante la notte in certi luoghi? poiché mi ricordo di averlo udito dire da parecchie persone, e, tra le altre, da un santo prete che fu testimonio di tali fatti straordinari »; il santo Dottore risponde sapientemente non meno che prudentemente ai dubbi del suo amico in una lunga lettera che compendia la sua dottrina su questo punto. « Non bisogna, dice egli, credere troppo facilmente alle apparizioni e manifestazioni dei morti, e d’altra parte neppure rigettarle tutte come impossibili, e senza esame, poiché è certo che Dio le ha permesse in parecchie occasioni, come voi potete vedere nelle Sacre Scritture ». In un altro suo scritto tratta più distesamente la stessa questione: « Io sono ben lungi dal credere, dice, che sia una cosa ordinaria e naturale ai morti di comparire in mezzo ai vivi e di occuparsi dei loro affari; poiché, se questa facoltà fosse loro concessa, non vi sarebbe notte cui io non dovrei vedere la madre mia, ella che durante la sua vita non si separò mai da me, e mi ha seguito per terra e per mare fino nelle contrade più remote. Io non credo dunque che questa specie di avvenimenti entri nel corso ordinario delle cose; ma sono però convinto che l’onnipotenza divina può qualche volta permetterli per ragioni piene di saggezza e che noi dobbiamo rispettare Sì, i morti possono apparire ai vivi non per loro propria potenza, ma per potere divino ». – S. Tommaso d’ Aquino è della stessa opinione di S. Agostino; e tanto più facilmente ammette questa dottrina in quanto che egli stesso fu più volte favorito di tali apparizioni straordinarie che lo misero in relazione col mondo degli spiriti. Riconosce però una differenza tra le apparizioni degli eletti e quelle delle anime del Purgatorio: i primi possono apparire ai viventi quando il desiderano, mentre le seconde non lo possono che con il permesso di Dio. – Il B. Cardinale Bellarmino in una notevole dissertazione che ha per titolo: « Se le anime de’ defunti possono uscire dalle loro sedi » stabilisce come certa ed indubbia la dottrina delle apparizioni, benché in certi casi particolari uno si possa ingannare e prendere per realtà quello che è semplice effetto d’immaginazione o di ciarlataneria. Non altrimenti la pensa il sapientissimo Cardinal Bona, il quale nel suo celebre trattato del Discernimento degli spiriti conferma e sviluppa l’insegnamento di S. Agostino, ed aggiunge: « È certo che vi esistono delle vere apparizioni, per mezzo delle quali gli uomini sono istruiti e portati alla virtù; ma ve ne esistono anche delle false, con le quali Dio permette che qualche persona rimanga ingannata… » – In appoggio di tale verità, così universalmente affermata, noi potremmo ancora aggiungervi le decisioni di una quantità di Concili particolari, le leggende dei breviari, le testimonianze della pittura, della scultura e d’ un gran numero d’apparizioni riferite dalla storia, ma ne facciamo grazia ai nostri lettori, bastando per loro quanto da noi è stato detto.

OTTAVARIO DEI MORTI (5): Sterile pietà verso i morti

OTTAVARIO 5

TRATTENIMENTO X.

Sterile pietà verso i defunti.

[L. Falletti: I nostri morti e il purgatorio; M. D’Auria Ed. Napoli, 1924 – impr. -]

Sommario — Peggiore degli infedeli — Gravissimi abusi — Scandalose esteriorità — Qual vantaggio?—Condotta dei primitivi Cristiani — Dolore esagerato —Non lagrime, ma preghiere — Non imprecazioni, ma suffragi — Casi lagrimevoli — Inspirarci a vera carità cristiana. Esempio.

I.

Degne di tutta la nostra considerazione sono le parole che l’Apostolo S. Paolo rivolgeva al suo discepolo S. Timoteo nella prima lettera che gli scriveva: « Se uno non provvede ai suoi e specialmente a quelli di casa, ha rinnegato la fede ed è peggiore d’un infedele». Che queste parole, a mio giudizio, non solamente si debbono intendere pei nostri simili, che ancora sono in vita, ma eziandio per quelli che già son passati da questo mondo all’eternità. La morte ha forse distrutti i vincoli che ad essi ci legavano? Per non meritare pertanto la taccia di apostati o d’infedeli, che largisce l’Apostolo, non basta che noi non ci dimentichiamo dei nostri morti, ma egli fa ancora d’uopo che noi provvediamo ai loro bisogni, li suffraghiamo cioè nel miglior modo che ci sarà possibile per affrettare loro l’ingresso nel regno della beatitudine. Ho detto nel miglior modo: perché quanti non ve ne hanno anche tra i Cristiani, che credono di adempiere i loro obblighi verso i poveri defunti e dimostrare loro efficacemente il loro affetto, mentre invece di nessun vantaggio è quello che fanno verso di loro e, Dio non voglia, che non sia qualche volta anche ingiurioso e nocivo? È doloroso il dover dire una tal cosa; ma pur fa d’uopo il dirla perché è una verità. Quantunque invero grande sembri la divozione verso i morti e tutti protestino di praticarla, troppo numerosi sono nondimeno i Cristiani che si ingannano a questo riguardo; che la loro pietà è ben lungi d’essere così proficua che il potrebbe essere. Per mettere quindi in guardia i fedeli contro i possibili abusi che potrebbero aver luogo nel loro affetto e nella loro pietà verso i defunti, credo di non fare cosa inutile il rilevarne i principali, affinché, conosciutili, possano evitarli. – Ed uno dei principali abusi è quello di coloro che credono di aver fatto tutto il loro dovere verso i poveri morti, quando hanno sfogato i loro affetti in pompose esteriorità di musiche e di fiori, in sperticati elogi, in tombe sontuose. E disgraziatamente un tale abuso troppo dilaga ai giorni nostri e ci colpisce troppo di frequente gli occhi, specialmente nelle vie delle città e fra le classi elevate, perché noi non si abbia a deplorarlo con parole eloquenti. Non è forse vero che certi Cattolici odierni profondano in apparati e monumenti funebri le somme che basterebbero forse a salvare chissà quante anime dal Purgatorio, se fossero impiegate in usi di carità? « E non vediamo noi, esclama un moderno scrittore, sfoggiare una sfacciata vanità perfino sugli altari più carichi dei segni della nobiltà del defunto, che non degli emblemi augusti del Cristianesimo? Non vediamo noi erigersi per un cadavere tali funebri monumenti più magnifici che non i santuari ed i tabernacoli ove riposa il corpo sacrosanto di Gesù Cristo? » Oh! non sanno i moderni mondani, che tutte queste cose, chiamate da S. Agostino, sollazzi dei viventi, anziché soccorsi ai defunti, questi stessi defunti o le ignorano o non le curano, se sono sterili di suffragio, le abborrano, se sono menzogne? Che cosa vale onorare i nomi e i corpi dei morti, dove essi non sono più, e non soccorrerli dove vivono in bisogno? Che gusto, per esempio, potrebbe dare ad un’anima del Purgatorio quella abbondanza di ghirlande di fiori con cui vengono carichi e il carro che reca il corpo alla sua ultima dimora e il sepolcro che dovrà ricevere le sue mortali spoglie? Qual sollievo potrebbe arrecarle il suono rumoroso dei musicali istrumenti, oppure l’essere celebrata in terra, a giudizio degli uomini, per virtù che forse non ebbe; ed intanto essere lasciata in abbandono, mentre patisce per giusto giudizio di Dio la pena dei reati che commise forse in quelle stesse azioni che la bilancia menzognera degli uomini esalta? Non è questa un’ironia, una terribile ironia, anzi una vera crudeltà?… – Qual burla più atroce potrebbe mai farsi ad un disgraziato mendico, morente per fame, che dispiegargli dinanzi gli occhi i più vaghi fiori, accarezzargli le orecchie dei più armoniosi concerti e delle più eloquenti concioni, ed intanto ostinatamente rifiutargli quel tozzo di pane che solo potrebbe sottrarlo ad una vera morte? E non è così che si agisce in migliaia di casi verso le povere anime del Purgatorio, per le quali il mondo con tutte le sue pompe, coi suoi titoli ed onori, non solo è vanità, cioè apparenza, ma ha fin perduta la figura e l’apparenza, è un bel niente? Che servono ad esse tutte queste esteriorità, se la preghiera e il Sangue di Gesù Cristo per mezzo del Sacrificio degli altari non viene a diminuire o far cessare i dolori che loro cagionano le fiamme di quel carcere tenebroso? Né punto, né poco: uno sfoggio di vanità; saranno anche manifestazioni di dolce mestizia, di grato pensiero, di tenero affetto, ma certamente nulla giovano al povero morto. – Che sfoghino i loro affetti nelle inezie gli infedeli che non hanno speranza di vita futura, gli eretici che negano il valore dei suffragi ai defunti, lo si capisce facilmente; ma che i Cattolici si contentino di esprimere i loro con musiche, con corone di fiori, con discorsi, con iscrizioni sopra marmi boriosi, e spendano talvolta grossa moneta per le pompe esteriori, e poi poco o nulla pensino al suffragio dei loro defunti, questo sì che è inconcepibile! Già fin dai tempi suoi S. Gerolamo condannava aspramente una tale pietà sterile ed inutile pei morti. Scrivendo ad un certo Cristiano, chiamato Pammachio, che aveva avuto la disgrazia di perdere una moglie diletta, così diceva: « Un altro che voi non siate, spanderebbe sulla tomba d’una sposa adorata viole e rose in quantità, l’adornerebbe con bianchi gigli, la coprirebbe dei fiori più belli, ma il nostro caro Pammachio tributa cose molto più sublimi a quelle ceneri sacre, ed innaffia quelle ossa venerande col balsamo che scorre dalle opere buone. Sono dessi i profumi che testimoniano il suo amore a quelle ceneri dilette, poiché egli sa che sta scritto: In quella guisa che l’acqua estingue il fuoco, così le buone opere cancellano il peccato ». Non altrimenti parlava S. Ambrogio, e nella sua orazione funebre in morte di Valentiniano esclamava: « Non si adorni il suo sepolcro di fiori, ma lo spirito ne sia imbalsamato coll’odore di Cristo ». Gli stessi abusi deplorava pure S. Agostino, il quale non esitava a proclamare che essi non sono altro che segni di vanità in cui i viventi cercano di più la propria soddisfazione che il sollievo dei defunti. « Le pompe magnifiche di funerali, dice questo santo Padre, le grandi assemblee, le ricche architetture dei monumenti servono maggiormente a consolazione dei viventi, che non al riposo dei morti; ma oh! qual maggior sollievo non ricevono essi dalle preghiere della Chiesa, dal Santo Sacrificio, dalle elemosine fatte a loro intenzione. Saranno questi atti di pietà che impegneranno Dio a trattarli con un rigore molto minore di quello che i loro peccati meriterebbero ». – Ciò considerando un moderno scrittore, il Moroni, diceva: « È cosa ben strana che la vanità cerchi di soddisfarsi, in ciò che vi ha di più umiliante per la natura umana. Nella cura che si prende dei morti, tutto deve tendere a ravvivare la nostra speranza, ad inspirarci serie considerazioni sulla necessità di praticare la virtù, a farci conoscere la nostra miseria e desiderare l’eternità: tutto deve per conseguenza annunziare la gravità, la modestia e la semplicità che convengono allo spirito del Cristianesimo; il fare altrimenti è un opporsi alla propria Religione ed anche al buon senso. Nei funerali dei primitivi Cristiani, che commovevano sì fattamente i pagani, e che sembravano sì rispettabili a Giuliano l’Apostata, mostravasi dolore per la perdita dei fratelli; ma questo dolore era temperato da una tenera devozione, e si esprimeva con raccolti e non chiassosi riti esteriori la fede che si aveva nel Salvatore e la speranza di partecipare della beata immortalità. Pertanto Giuliano, altamente meravigliato della modestia e decenza dei funerali dei Cristiani, e della proporzionata e zelante cura che si prendevano in seppellirli, fece sapere al principale sacerdote dei pagani, con una sua lettera, ch’egli desiderava che si osservassero tre cose, le quali, secondo lui, avevano soprattutto aiutato lo stabilimento del Cristianesimo, cui egli con enorme bestemmia indicava sotto il nome di ateismo: cioè la carità verso gli stranieri, la cura di seppellire i morti, e la gravità della condotta. La cura dunque che i Cristiani dei primi tempi prendevano dei morti, nulla aveva di quella pompa sfacciata usata fra i pagani, ma consisteva in una gravità religiosa e modesta, la quale annunziava che i Cristiani erano vivamente persuasi della risurrezione futura; che essi riguardavano la spoglia mortale dei loro fratelli, come alcunché di prezioso, e che non dubitavano che i corpi, consegnati alla terra, non risuscitassero un dì nella gloria, per divenire l’ornamento della celeste Gerusalemme ». – Or perché la condotta dei primitivi Cristiani, a riguardo dei loro morti, non sarà pure la nostra? Perché non seguiremo gli insegnamenti della Chiesa? Questa buona Madre che in tutta la vita c’insegna a disprezzare le pompe ed onoranze terrene, a macerare la carne, a farla in tutto servire agli interessi dell’anima, prende pure dopo morte gran cura dei corpi dei fedeli e della loro memoria, e quelli accompagna con riti solenni alle tombe benedette da lei e custodite con pietosissima gelosia, a questa ricorda e raccomanda sovente ai fedeli. Tutto ciò fa per la speranza che quelle membra, espiate già dai Sacramenti divini, rivivano immortali nella risurrezione beata con Cristo. Ma la sua principale mira è poi sempre al suffragio delle anime, e quindi noi vediamo che tutti i suoi riti, tutte le sue cerimonie, tutte le sue preghiere sono in modo speciale dirette a chiedere la misericordia di Dio sull’anima del trapassato. Così devono fare i congiunti cristiani: si rendano bensì al defunto quegli onori esteriori che il suo grado e le circostanze richiedono, e che la Chiesa, ripeto, punto condanna, non impedendo infatti l’abuso che se ne fa che dessi siano santi doveri e nella loro origine e nella intenzione della Chiesa che li ha istituiti: ma si procuri però, secondo il consiglio del Crisostomo, che il defunto molto più sia aiutato con le preghiere e con le elemosine. E si ricordino i viventi che una Comunione ben fatta in suffragio dell’anima sua, gli dirà molto meglio la loro riconoscenza che non tutti i più superbi mausolei; e che vi ha una specie d’iniquità od anche d’infedeltà a nulla risparmiare, quando si tratta del seppellimento del corpo, il quale non è che putridume nella sua tomba, mentre poi si trascura di soccorrere un’anima, che è la sposa di Gesù Cristo, l’erede del Cielo.

II.

E sterile affetto, vana divozione verso i loro morti io chiamo pure quella di coloro i quali, nel momento della perdita dei loro cari, ed anche in seguito, escono in grandi lamentele, alzano grida al Cielo, versano lagrime senza fine sulle loro spoglie, prolungano un lutto esagerato, moltiplicano i loro pellegrinaggi sulle loro tombe, a scapito il più delle volte dei loro doveri essenziali; e tutti compresi del loro dolore, non pensano che poco o nulla a strapparli con le loro preghiere e con le opere soddisfattorie alle fiamme che forse terribilmente le cruciano in Purgatorio. Mio Dio! e si può dire che una tale condotta sia degna di un’anima cristiana, o non sia piuttosto un gravissimo abuso, che disgraziatamente parmi essere diventato un’abitudine presso di noi ? Ma che dico abitudine? quanto meglio si dovrebbe dire per nostra confusione regola di convenienza, dovere, poiché oggidì coloro che si vantano di vivere secondo le leggi del mondo, a forza di piangere i loro morti, arrivano a tal segno di rendersi come dispensati di pregare per loro! Ed è sì vero che se nei giorni dei funerali del marito si vede per caso la vedova avvicinarsi agli altari e soddisfare i doveri essenziali della Religione, non mancheranno coloro che la accuseranno di non avere tenerezza, di non aver cuore! Forse mentre persone straniere, per un sentimento officioso, accompagneranno la salma e raccomanderanno l’anima a Dio, ella, rinchiusa in casa farà l’inconsolabile, la disperata. Zenone, Vescovo di Verona, non poté sopportare che una donna interrompesse il santo Sacrifizio con singhiozzi che egli trattò di profani; ma non è forse meno indegno di interdirsi, secondo quello che si pratica ai giorni nostri, i divini uffizi e di dispensarsi dalle preghiere solenni della Chiesa, per pagare invece ai morti un tributo di lagrime che essi punto ci domandano, e che sarà loro così poco utile? Poiché, in fin dei conti, di qual soccorso potrà mai essere ad un povero morto un dolore così eccessivo? Tutte queste testimonianze d’un affetto esagerato e senza misura saranno desse capaci di mitigare le sue pene, se mai si trova in Purgatorio? e sarà mai possibile che questo fuoco purificatore, di cui sentonsi le terribili fiammate, potrà estinguersi con le lagrime che colano dagli occhi? Ma pur troppo io so che ben poco valgono in queste occasioni gli argomenti che ci presenta la fede per dimostrare la irragionevolezza di una tale condotta. E come so anche che col dolore difficile cosa è ragionare, spero di meglio raggiungere lo scopo col citare un fatto narratoci da Tommaso Catimprato. Narra questo autore che avendo sua nonna perduto per una disgrazia improvvisa un suo figliuolo in cui aveva riposte tutte le sue speranze, ne era rimasta inconsolabile. Giorno e notte versava torrenti sì copiosi di lagrime, che correva pericolo di perdere la vista. Unicamente immersa nel suo dolore, dimenticò interamente di occuparsi dell’anima del figlio, non solo non facendo preghiere in suo suffragio, ma neppure curandosi che venisse celebrato il santo sacrificio a quella intenzione. Intanto l’anima del giovinetto gemeva tra le fiamme del Purgatorio, donde pregava Dio di fare conoscere alla madre sua il male che gli cagionava con il lasciarsi trasportare ad un dolore così esagerato. Or avvenne che un giorno, mentre la desolata donna si trovava al colmo della sua angoscia, si trovò tutto ad un tratto come rapita in estasi. Le sembrò di vedere in mezzo ad una strada una lunga processione di giovanetti che s’incamminavano allegramente alla volta d’ una magnifica città. Come ella cercava avidamente con gli occhi se per caso non vi vedesse eziandio il suo diletto, lo scoprì infatti alla coda di tutti gli altri, che si trascinava penosamente sotto il peso dei suoi abiti grondanti acqua. Commossa a tal vista, a lui rivolta gridò: Ma perché mai, unico oggetto dei miei dolori, rimani tu così indietro da quel corteo brillante che ti precede? Io ti vorrei alla testa dei tuoi compagni! » Ed il giovanetto a lei: « E non vedete, o madre, che io sono impedito nel procedere nel cammino dalle lagrime sterili che voi versate per me? Cercate una buona volta di non più abbandonarvi ad un cieco ed infecondo dolore; e se voi veramente mi amate, e volete efficacemente mettere un termine al mio soffrire, applicatemi i meriti delle vostre preghiere, delle vostre elemosine e delle messe dette in mio suffragio. Ecco come voi mi proverete il vostro amore materno! » La visione scomparve, ma aveva prodotto il suo effetto: quella madre sconsolata comprese meglio da quel momento qual era il suo dovere, e s’affrettò a compirlo con una sollecitudine veramente cristiana. Quante persone non imitano la condotta di questa madre nella perdita dei loro cari, privandoli intanto di quei suffragi che loro recherebbero tanto sollievo? Ond’è che S. Ambrogio, scrivendo a Fiorentino per consolarlo della morte di sua sorella, gli diceva: « Non bisogna piangerla, ma pregare Dio per lei: vai molto meglio raccomandare l’anima sua a Dio, e fare celebrare per essa il santo Sacrificio, che affliggerla con lagrime inutili e sterili ». « Non voglio con ciò dire che non abbiate a piangere sulla perdita dei vòstri cari, dirò ancor io col P. Laurent, gesuita, che anzi avete pur ragione di addolorarvi della loro perdita: e quindi hai ben ragione, o giovane sposa, di piangere la morte immatura del tuo giovane consorte; hai ragione, o madre desolata, di piangere la perdita di quell’unico figlio, che sperasti dovesse essere un giorno il conforto della tua vecchiaia; hai ragione, o povero orfanello, di piangere la morte della tua buona madre: ma il vostro dolore, o poveri afflitti, sia dignitoso e temprato dalla fede, dalla speranza e dalla rassegnazione cristiana. Quanto ai vostri morti, (diceva l’Apostolo scrivendo ai Cristiani di Tessalonica, e io dico a voi) non voglio che ve ne contristiate, come fanno gl’infedeli, che non sono confortati dalla speranza cristiana: ut non contristeminì sicut cæteri qui spem non habent. Per un infelice che ha perduta la fede, la morte è una vita spenta totalmente e per sempre, è una separazione totale ed eterna dalla persona che morì. Per esso quell’esistenza fu un’ombra che passò, un lume che splendette, e poi si spense per sempre. Come stupirsi quindi che costui si diporti non altrimenti che gli amici di Giobbe dei quali si legge che molto piansero e lamentarono i suoi mali, ma non si legge che pensasse alcun di loro a torlo dal letamaio, e medicarne le piaghe, tanto che il pazientissimo Giobbe finì per dir loro che erano consolatori onerosi? Noi invece sappiamo che la morte non è che uno scioglimento precario del composto umano; e che i nostri cari, con la miglior parte di sé, sopravvivono ai destini delle tombe, e però, se morirono nel bacio del Signore, noi li rivedremo e li riabbracceremo, vestiti di gloria immortale in Paradiso. Adunque sì, piangete pure: il pianto è un sollievo a un cuore oppresso dal cordoglio, è anche un bisogno. D’altronde il pianto non toglie la rassegnazione cristiana, come già è stato dimostrato ». Ma soprattutto si eviti, aggiungo io, di fare di questo dolore una passione: passione che sovente si spinge fino all’indiscrezione passione con cui una vedova desolata vuole qualche volta distinguersi e farsene un vanto per passare come esempio e modello; passione che ci si sforza di sostenere ad ogni costo e che per nulla si vuole mitigare e che perciò forse sa più di affettazione che di verità. Però se amate seriamente i vostri morti, non vi contentate di piangere: aiutateli coi vostri suffragi.

III.

Ma v’ha di peggio ancora: che cosa non dovrassi infatti dire, di coloro che, non contenti di chiudersi in un dolore muto o di piangere inconsolabilmente sulla perdita dei loro cari, escono per di più in accenti ingiuriosi ed imprecazioni contro Dio che loro ha tolto l’oggetto del loro amore, quella persona cioè che’ loro sembrava indispensabile alla loro vita, non risparmiando nel loro cieco dolore neppure i medici, sui quali gettano la colpa della morte dei loro cari, quasi non abbiano saputo conoscere il morbo, o conosciutolo non abbiano saputo curarlo? Quanto non siano costoro da compiangersi non v’ha chi noi veda: e ben loro stanno le parole che loro indirizza il sullodato gesuita: « Ah! Iddio vi perdoni! ma voi non avete ragione di così prendercela con Dio! No, Egli non vi ha fatta alcuna ingiustizia, alcun torto, perché esso è il padrone assoluto delle sue creature: quando vuole ci dà la vita, e quando vuole ce la può ritogliere; Egli ha sopra le sue creature quel diritto che avete voi di fare delle cose vostre quel che volete. Lo so: la morte qualche volta è la rovina completa, economica e morale di una famiglia, come ad esempio, in alcuni casi la morte del padre ovvero della madre. Solo sa Iddio che cosa sarà di quelle figlie ora che non hanno più la madre che le guardi! Sa Iddio che cosa sarà di quella povera vedovella e della numerosa sua prole, ora che è morto il consorte, il capo di famiglia! Sono misteri, profondi, formidabili! ma conviene adorarli, non investigarli. No, non abbiamo diritto di dire al Signore: perché avete fatto così? Noi vorremmo portar giudizio sopra tutto ciò che accade intorno a noi, e che non intendiamo: ma ciò non è secondo ragione, perché Iddio è troppo alto, e noi non possiamo arrivare con la nostra corta vista a leggere le ragioni del suo operare: noi non abbiamo mezzo di collocarci a un punto giusto di vista, che abbracci l’intero disegno della Provvidenza, onde formare un savio giudizio degli avvenimenti. Havvi bensì talora qualche morte di congiunti o di altri, la quale colpisce troppo giustamente di un estremo cordoglio, e altresì di un terribile spavento: ed è la morte impenitente di un congiunto o di un amico, che morendo respinse dal suo letto il ministro di Dio, e rifiutò i santi sacramenti, lasciando così un forte timore sopra i suoi destini eterni. Oh sì, cotesti sono casi da piangere a lagrime di sangue! Tuttavia anche in cotesti casi, la Dio mercé assai rari, non abbiamo a perderci di coraggio, mentre non possiamo mai essere certi della perdizione eterna di alcuno, ignorando se in quegli estremi, in cui il moribondo non era più in grado di manifestare i suoi sentimenti, Iddio nella infinita sua misericordia non abbia illuminata la mente di quell’infelice, e aiutatolo a morire sinceramente contrito: e però anche in cotesti luttuosi casi convien sperare contro ogni speranza e pregare pel defunto. Si, pregare: che la preghiera gioverà all’anima dei defunti e dimostrerà l’amore che noi loro portavamo infinitamente di più che non tutte le imprecazioni, i lagni, gli accenti ingiuriosi che ci può strappare dalla bocca il cordoglio. – Non ha guari che ad una nobile signora protestante residente a Roma venne a mancare il consorte. In tale luttuoso frangente la buona signora si mostrava desolatissima e ad alcune signore romane, che eransi recate per consolarla, disse che invidiava la fede cattolica, che ci dà fiducia di poter giovare ai nostri cari anche dopo morte, mentre la sua setta le negava tale conforto. Ma oh! che gioverebbe aver la sorte di essere Cattolici, ove operassimo coi nostri morti non altrimenti dei Protestanti? Al dolore dunque del nostro cuore per la perdita dei nostri cari, corrisponda l’impegno in suffragare le loro anime, mostrandoci con loro larghi in opere non solo di vanità e di mera apparenza, ma di vero sollievo, che in tal modo dimostreremo quanto grande e veritiero non era il nostro amore verso di loro ».

* *

Vogliamo adunque che vera e non falsa, epperciò salutare e fruttuosa, sia la nostra pietà verso i morti? Oh! Evitiamo gli abusi di cui abbiamo superiormente parlato, e procuriamo che dessa abbia il suo fondamento in una carità veramente cristiana e sincera. E sarà cristiana quando agirà per motivi soprannaturali e non già per vani rispetti umani e tanto meno per vanità o per un esagerato amore di ostentazione. Lungi da noi tutto quello che potrebbe anche essere manifestazione eccessiva di dolce mestizia, di grato pensiero, di tenero affetto, ma che certamente nulla gioverà al povero morto. Sarà sincera quando non si fermerà al corpo, che non è che un pugno di polvere e di cenere, ma discenderà fino all’anima, questa parte immortale del nostro essere, creata ad immagine di Dio e riscattata dal sangue preziosissimo di Dio, e la seguirà fino al luogo della sua espiazione. Ricordiamo perciò quello che fecero Marta e Maria alla morte del loro fratello Lazzaro: esse andarono a piangere ai piedi di Gesù e ne furono consolate. Così pur noi andiamo a sfogare il nostro dolore ai piedi di Gesù, presente nell’adorabile Sacramento dell’altare; Gesù ci darà forza e vigore, e alla sua divina presenza il nostro dolore naturale si trasformerà, si santificherà; da amaro diverrà dolce, da violento diverrà tranquillo, da ribelle diverrà cristiano, rassegnato, meritorio. Coraggio, non è perduto ciò che cristianamente si soffre. Ogni lagrima, che ci strappa dagli occhi la memoria di quei cari defunti, il nostro buon Angelo custode la raccoglierà per ingemmarne un giorno la nostra corona di gloria che ci è apprestata in Cielo.

ESEMPIO: La festa dei fiori.

Non si alzerà mai abbastanza la voce contro quello sfoggio sfacciato di corone e ghirlande di fiori che non solo nelle grandi città, ma disgraziatamente anche nelle campagne va ogni dì, più prendendo piede in occasione di funebri trasporti. Ei si direbbe che tutta la solennità dei funerali debba unicamente consistere nel più gran numero di tali corone e ghirlande, tanta è la premura con cui vengono moltiplicate sulla bara del defunto e sui carri che la seguono. Così credono in tale maniera di onorare i poveri trapassati e di mostrare che si ha a cuore il loro culto ed il loro ricordo. Mio Dio! è egli mai possibile che Cristiani battezzati arrivino a ragionare di tal fatta? Più che non onore e culto pei poveri defunti tale abuso di fiori, in tali funebri circostanze, dire piuttosto vuole sterile pietà, derisione e scherno; e quindi non soltanto da biasimarsi, ma eziandio da condannarsi. Così un moderno autore il quale applica a tale abuso quello che egli dice della festa dei fiori, che si è stabilito negli Stati Uniti d’America dopo la guerra di Secessione « Ogni anno, il 30 Maggio, nel momento in cui i fiori sono nel loro più grande splendore,—circostanza che ha fatto dare a questa funebre festa il nome di festa dei fiori—la società americana va a deporre corone di fiori sulla tomba dei soldati che dai due campi sono caduti sotto le bombe e le mitraglie. Ricordo prezioso senza dubbio, se muovesse i parenti e gli amici dei defunti ad interporsi con le loro preghiere, elemosine, buone opere, offerta del santo Sacrificio tra i morti e la divina giustizia. Ma ahimè! Fra i visitatori delle tombe dei soldati morti sul campo di battaglia gli uni appartengono al Protestantesimo, che nega il valore ed il merito delle buone opere fatte a prò dei defunti, religione tutta rosa e miele pei viventi, tutto ferro e senza viscere pei defunti; gli altri sono Cattolici, si, e noi vorremo sperare che essi almeno accompagnassero l’offerta delle corone con l’offerta più preziosa della preghiera. Ma chi ce lo dice? Questo dovere di carità cristiana non è desso forse più che mai trascurato anche in questa circostanza? Che serve all’anima dei soldati il collocare una corona di fiori sulla loro tomba, se la rugiada benefica della preghiera o il sangue .di Gesù Cristo, offerto nel santo Sacrificio, non vengono a diminuire o far cessare i dolori che loro cagiona il fuoco del Purgatorio? » Scottanti verità che dovrebbero essere meditate da tanti Cristiani dei nostri giorni: oh! quanto non ne guadagnerebbero i poveri morti, che sarebbero accompagnati al Cimitero non incoronati di fiori, ma ricordati con preghiere e suffragi!

 

DEVOZIONE AL CUORE DI GESÙ (10): il modello di carità.

DEVOZIONE AL CUORE DI GESÙ (10)

[A. Carmignola: il Sacro Cuore di Gesù; S.E.I. Ed. Torino, 1930-imprim. ]

DISCORSO X

Il Sacro Cuore di Gesù modello di carità.

L’egoismo, l’amore disordinato dell’io, l’amore di sé fino alla noncuranza e all’odio degli altri, ecco in fondo in fondo la causa di tutte le sciagure, di tutte le miserie e di tutti i disordini, che vi sono nel mondo. Eppure ecco altresì la piaga, che travaglia maggiormente il cuor dell’uomo. Come sarebbe bello, che gli uomini riconoscendosi membri di una stessa famiglia, di cui Iddio è Padre, si amassero davvero come buoni fratelli, ed avessero comuni le gioie, divisi assieme i dolori, eguale il conforto delle vagheggiate speranze! Come sarebbe bello, che gli uomini, senza distinzione di famiglia, di casta, di patria, si stendessero tutti amichevolmente la mano per aiutarsi vicendevolmente nei loro bisogni, per soccorrersi nelle loro infermità, per confortarsi nelle loro tribolazioni! Come sarebbe bello che i dotti ammaestrassero con amore gli ignoranti, che i sani prestassero i loro servizi agli ammalati, che i ricchi dessero il superfluo ai poveri, che i lieti confortassero gli afflitti, che i giovani ed i robusti sostenessero i vecchi, che gli orfani trovassero sempre dei padri e delle madri; che tutti insomma per i loro sentimenti, per le loro parole, per le loro opere formassero un cuor solo ed un’anima sola! Come sarebbe bello! O quam bonum et quam iucundum habitare fratres in unum ! (Salm. CXXXII,, 1) Ma invece? Ohimè! Anche ai dì nostri tutta la filantropia, di cui si mena gran rumore e si fa gran pompa, non si riduce ad altro che ad ingannatrici parvenze, sotto le quali malamente si cela l’indifferenza, anzi la freddezza e persino l’odio. Vi hanno ai dì nostri di coloro, che rifuggono dal guardare l’altrui miseria, perché non vogliono essere turbati nella loro felicità. Vi hanno di coloro, che, peggio ancora, guardano l’altrui miseria e vi ridono sopra, perché è con l’aver ridotti gli altri alla miseria, che essi si sono fatti ricchi. Vi hanno infine di quelli, che si invidiano, si odiano, si insultano, si calunniano, si perseguitano, si tradiscono, si rovinano e si beano nella gioia della vendetta. È il trionfo, terribile trionfo dell’egoismo. E noi, o miei cari, vogliamo anche noi appartenere al numero di questi sciagurati, che in una vita senza amore si anticipano le torture, cui saranno condannati eternamente? No, senza dubbio. È perciò adunque, per raffermare ed accrescere in noi la regina delle virtù cristiane, la carità, che anche oggi ci faremo a contemplare il nostro divino modello e ad ascoltare il nostro divino maestro, Gesù Cristo. Oh se Egli per mezzo del suo Cuore Sacratissimo ci ha dato l’esempio della più eroica mansuetudine, della più profonda umiltà, e della purità più incantevole, ci ha pur dato quello della carità più ardente verso degli uomini, tanto che mostrandoci questo Cuore egli stesso ne dice: Ecco quel Cuore, che tanto ha amato gli uomini! Nello studio adunque e nella imitazione delle virtù speciali del Sacratissimo Cuore di Gesù ne lasceremmo da parte una integrale, se non rivolgessimo la nostra attenzione sulla carità per il prossimo. Consideriamo adunque: come col suo esempio e con la sua dottrina il Sacro Cuore di Gesù sia venuto a portare la carità nel mondo.

I. — Prima che Gesù Cristo venisse al mondo, la carità, o miei cari, era virtù sconosciuta. Anche presso gli Ebrei, che pure costituivano allora il popolo di Dio, ed ai quali Iddio l’aveva più volte raccomandata per mezzo della sua legge e dei profeti, erano tuttavia penetrate ed avevano fatto presa tali massime, che della carità erano l’assoluta negazione. Immaginarsi adunque dei pagani! Non è, che gli antichi non avessero degli amori. Anche avendo voluto non averne, non l’avrebbero potuto; perché non ostante il naturale egoismo che domina un uomo, è quasi impossibile, che non esca qualche poco da se medesimo per amare degli altri, o dirò meglio, appunto per appagare il suo egoismo l’uomo egoista ha bisogno di amare altri per esserne riamato. Ma allora l’amore, voi lo vedete, non è altro che una permuta di convenzione, un negozio d’interesse, un’arma di conquista all’egoismo istesso, e per conseguenza l’odio a tutto ciò, che non lo soddisfa. Si esalti pure presso i Greci e presso i Romani l’amor della famiglia, l’amor della casta, l’amor della patria! Ciò alla fin fine non era altro che inclinazione di natura, anzi prepotente egoismo passato dall’individuo nella famiglia, nella casta, nella patria. Così pure la tigre ama i suoi nati, odiando tutto il resto; così i lupi si affratellano coi lupi per compiere le loro rapine; e così ancora i leoni si aggruppano insieme per essere il terrore dei deserti. Difatti, e Greci e Romani, come chiamavano gli stranieri? Col nome di barbari. E così li chiamavano, perché cordialmente li odiavano. Ci devo essere io sapienza greca, ci devo essere io potenza romana, e non altro: ecco l’egoismo della patria. E i padroni, i ricchi patrizi come trattavano i loro servi? Siccome bestie. Come tali li avevano comperati al mercato, e come tali li usufruivano. Eccoli questi uomini, sulla cui fronte è scomparsa la traccia della dignità, con la palla di ferro al piede lavorare da mane a sera nelle campagne, in fondo alle miniere, e non altrimenti ripagati che di scarso pane e d’una gran quantità di scudisciate, e quando più non valgono alla fatica, eccoli abbandonati a morir di fame, se pure hanno avuto il tempo di arrivare a questa morte. Perché al padrone era pienamente lecito disfarsi di uno schiavo o comandargli di piantarsi un pugnale nel cuore per il solo diletto di vederselo in compagnia degli amici agonizzante dinanzi, al fine di una lauta cena, o farlo gettare vivo in fondo ad una peschiera per ingrassarne le sue murene. Ci siamo noi, dicevano i signori, e contiamo noi; ma voi, schiavi, che cosa siete? che cosa contate? Nulla. Ecco l’egoismo della casta. Tant’è: gli stessi filosofi non arrivavano a comprendere che gli schiavi essendo uomini al par degli altri, avevano anch’essi un’anima ragionevole ed erano pure essi degni di rispetto. Platone li chiamava esseri immondi; Aristotele li definiva una cosa, res; e Marco Aurelio, l’imperatore filosofo, non sapeva ravvisare in essi l’umanità. Come si trattavano i bambini, che nascevano deformi, od erano riputati soverchi nella famiglia? Si gettavano di casa in pasto ai cani, od in fondo alle cloache. Quale riguardo si aveva per i vecchi? Lo stesso Catone asseriva, essere conveniente torli di mezzo, non gravare le famiglie di tanti esseri inutili. E i poveri? Oh! i poveri eran gente, il cui contatto, al dire di Seneca, evitavasi con massima cura, e che, secondo Quintiliano, dovevansi rigettare con disprezzo. E l’imperatore Massimiano Galerio ordinava senz’altro, fossero gettati in mare, perché la loro presenza non doveva recar molestia a nessuno. Siamo noi, che dobbiamo goderci la vita, diceva un capo di famiglia a nome dei pochi membri, che la componevano, e degli altri che deve importarci? Ecco l’egoismo della famiglia. No, o miei cari, l’amore per l’umanità, prima della venuta di Gesù Cristo, non esisteva. Per quanto grande fosse la potenza dei soldati romani nell’assoggettare intere nazioni, per quanto splendida la magnificenza dei Cesari nel fabbricare palagi, meraviglie delle generazioni future, per quanto efficace la eloquenza degli oratori e profonda la sapienza dei filosofi, pure la carità non c’era, né sarebbe stato possibile un discorso sulla medesima. Del resto qual meraviglia? I Gentili non avevano mai neppure intraveduto che tutti gli uomini sono fratelli tra di loro, perché figli di uno stesso Padre; gli Ebrei, fattisi così alteri della loro nazionalità, lo avevano dimenticato. Ma ecco che una nuova èra incomincia, e la carità prende a regnar da sovrana in mezzo al mondo. Udite S. Paolo, che grida trionfante: Non vi è più Giudeo, né Greco, non v’ha più servi, né liberi, non v’ha più maschio, né femmina: no, non v’è più distinzione di sorta, ma tutti, quanti siete dispersi ai quattro venti, tutti siete un solo in Gesù Cristo: unum estis in Christo Iesu! E d in vero guardate nella stessa Roma: quelle matrone, che Tacito descriveva così molli e così sensuali, quelle fanciulle così fiere e così delicate sono discese dal loro orgoglio per curvarsi insino a terra e raccogliere nel loro grembo materno quei poveri bimbi abbandonati, per correre affannose nelle agapi fraterne a servire di loro mano i poveri ed i vecchi, per aggirarsi instancabili nelle povere case a visitare e confortare gli infermi. Mirate: quei patrizi, un giorno così fastosi e prepotenti, ora, spezzate le catene dei loro schiavi, si accomunano con gli stessi dapprima nelle catacombe e poi nelle basiliche, si mettono proprio accanto a loro, ne hanno cura come di proprii figli e non richiedono da loro più altro, che un conveniente ed amorevole servizio. Mirate: quegli uomini di diverse nazioni, di diverso linguaggio, di diverso colore, tutti si stringono la mano dicendosi coi più caldi affetti dell’anima: Siamo fratelli, siamo fratelli! E ciò è poco. Perché che cosa è avvenuto in seguito? Oh se apriamo alquanto quel gran libro, che contiene la storia della carità, avremo da strabiliare, che in ogni secolo investigatrice sollecita della miseria speciale ad esso, la carità suscitò in ogni secolo delle anime eroiche, che vi posero riparo. Chi sono quei due uomini, che attraversano i mari per penetrare in terre inospitali? S. Giovanni de Mata e S. Pietro Nolasco: niente li trattiene, non disagi, non pericoli; sfidano l’infuriare del mare e le ire degli infedeli; ma essi spinti dalla carità vogliono redimere gli schiavi. E chi è quell’altro, che si aggira per gli stanzoni degli ospedali fermandosi di tanto in tanto presso i poveri infermi, che gemono fra i più cocenti dolori ed agonizzano in fin di vita, asterge loro le lagrime e loro porge i più soavi conforti? È S. Camillo de Lellis. E quest’altro, che consacra tutta la sua vita al servizio dei pazzi, esposto a divenir pazzo egli stesso, se già non fosse preso dalla pazzia della carità, quest’altro chi è? È S. Giovanni di Dio. E quest’altro ancora, che lassù tra i ghiacciai eterni delle Alpi sacrifica la sua vita, movendo in cerca del povero viaggiatore, che smarrita la via corre pericolo di restar sepolto nella neve, chi è? È S. Bernardo di Mentone. E questi altri sono S. Gaetano Tiene, che per amor del prossimo, per sollevarlo dalle sue infermità, si sacrifica egli pure negli ospedali; S. Carlo Borromeo, il Cardinale Federico, S. Luigi Gonzaga, che per amore del prossimo, per scamparlo dalla strage di rio malore, espongono e danno con generosità la loro vita. S. Vincenzo de’ Paoli, S. Francesco di Sales, il Beato Sebastiano Valfrè, che per amore del prossimo, per soccorrerlo nei più gravi bisogni, si fanno tutto a tutti: S. Gerolamo Miani, S. Giuseppe Calasanzio, S. Antonio Zaccaria, il Beato Cottolengo, il Ven. Giovanni Bosco, che per amore del prossimo, per liberarlo dai più gravi pericoli, consacrano tutta la loro attività e tutto il loro zelo; sono generosi sacerdoti e suore ardimentose, che, seguendo la vestigia di questi gran santi, perpetuano sotto tutte le forme la carità cristiana negli asili, negli ospizi, negli ospedali, nei lebbrosari, sul campo di battaglia; sì, tutti costoro, e cento, e mille, e centomila altri sono gli uomini creati dalla carità, i prodigi della quale operantisi da diciannove secoli, sono mille volte più grandi, che non siano stati i prodigi di conquista operati da un Cesare o da un Alessandro Magno. – Ma intanto io chiedo: Come mai la carità questa regina della virtù, si è fatta regina nel mondo? Come sono nati questi appassionati per l’umanità? Chi ne li ha inebriati per tal modo? Qual vino hanno essi bevuto? La prima volta che essi apparvero nel mondo, furono presi per gente ebbra: Ebrii sunt. E sì. La carità è un’ebbrezza, che turba sublimemente la ragione, che cagiona delle eroiche follie. Ma questo vino così potente non è altro che l’esempio e la dottrina di Gesù Cristo; quell’esempio, che Gesù Cristo, solamente Gesù Cristo, è venuto a darci col suo Cuore ripieno di carità infinita per gli uomini; quella dottrina, che dallo stesso suo Santissimo Cuore ha fatto sgorgare.

II. — Apriamo il Vangelo. Anzitutto, secondo il solito di ogni altra virtù, noi troveremo l’esempio, e riconosceremo che dire Cuore di Gesù e Cuore tutto pieno di amore per gli uomini, senza distinzione e senza riserva di età, di sesso, di condizione, è la stessa cosa. Gesù ama i fanciulli, e vuole che a Lui si lascino appressare, perché di essi è il regno de’ cieli. Gesù ama i poveri, e con essi si trattiene volentieri e attesta di essere venuto per evangelizzarli. Gesù ama gli infermi, ed opera a loro vantaggio i più strepitosi prodigi, sanandoli dai loro languori. Gesù ama i peccatori, e li cerca, li chiama presso di sé, li tratta con una dolcezza ineffabile, li guarisce dalle loro colpe, e non può fare a meno di rimproverare coloro, che vorrebbero condannarli. Gesù ama gli ingrati, che dimenticano i suoi benefizi, e piange sulle sciagure dell’infelice Gerusalemme, Gesù ama i traditori, e a Giuda, nell’atto stesso che con un bacio lo consegna alla sbirraglia, dà il dolce nome di amico. Gesù ama quei che lo rinnegano, e non altrimenti fa conoscere a Pietro il suo delitto, che con uno sguardo di pietà. Gesù ama i nemici, e se talora coi farisei usa delle dure espressioni, ciò non è effetto che dell’amore, che non sa tacere «piando vorrebbe imporsi ad ogni costo. Gesù ama i suoi carnefici, ed a loro, che insultano alle sue supreme agonie, risponde con questa preghiera: « Padre, perdona loro, che non sanno quel che si facciano. » Gesù ama tutta l’umanità, poiché per tutta l’umanità muore sulla croce. E dopo l’esempio la dottrina. Uditela: « Amate il vostro prossimo in modo, che facciate ad esso tutto ciò, che bramereste fosse fatto a voi. In questo si restringe tutto il sugo della legge e dei profeti. » ( MATT. VII, 12) Altrove più chiaramente: « Ama Iddio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la niente, con tutte le forze. Questo è il primo comandamento, e il maggiore di tutti. Ma il secondo è simile a questo: Ama il prossimo come te stesso. » (MATT. XXII, 37) Nel discorso della montagna, dinanzi alla moltitudine, che lo ascolta meravigliata, esclama: « Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia! » E poi soggiunse: « Perdonate agli altri i loro mancamenti, affinché il vostro Padre celeste perdoni similmente i vostri peccati. Perché se voi non perdonate, né meno il Padre celeste perdonerà a voi i vostri mancamenti: Avete udito che fu detto: Amerai il tuo prossimo; e gli scribi hanno aggiunto: Odierai il nemico. Ma io vi dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite a que’ che vi maledicono e pregate per quelli che vi perseguitano e vi calunniano; sì che siate figli del vostro Padre, che è nei cieli, il quale fa nascere il sole sopra i buoni e sopra i cattivi, e piovere sopra i giusti e sopra gl’ingiusti. Imperocché se amate solamente coloro che vi amano, che mercede n’avrete voi? Non fanno altrettanto i pubblicani! E se salutate i vostri fratelli, che cosa fate più degli altri? Non fanno altrettanto i gentili? Voi dunque siate perfetti come il Padre vostro che è nei cieli. » Or dite, o miei cari, poteva Gesù Cristo con maggior precisione, con maggior chiarezza farci comprendere la sua legge di amore? Ah! Egli ha parlato veramente secondo l’abbondanza del suo Santissimo Cuore. – Eppure, come se ciò non fosse ancora bastato, ad aggiungere forza al suo precetto, a farcene sentire fino al grado supremo tutta l’importanza, egli volle rinnovarlo in un tempo più d’ogni altro memorabile, vale a dire, alla vigilia della sua morte. Qual padre moribondo, che, circondato dai figliuoli piangenti, espone l’ultimo e più ardente desiderio del cuore, Gesù, rivolto agli Apostoli, dice: « Vi do un comando nuovo, (un comando che finora l’umanità non intese a darsi da altri maestri) che vi amiate vicendevolmente, come Io ho amato voi. Questo è i l mio precetto. Ed è nella sua pratica, che vi riconosceranno per discepoli miei. » (Giov. XIII, 34, 35) No, non saranno i prodigi, che voi opererete, non la predicazione, che andrete facendo per l’universo, non l’eroismo, che professerete a sostegno della fede: non sarà tutto questo, ciò che specialmente vi distinguerà; bensì l’amore reciproco, perché la carità è il grande oceano donde cominciano e dove mettono capo tutte le grandezze della fede e tutte quante le virtù. E rivolto ancora al suo divin Padre gli domanda « che i suoi discepoli formino tra di loro un sol cuore, siccome Egli è nel Padre, e il Padre è in Lui. » (Giov. XVII, 21) E S. Giovanni, l’Apostolo prediletto, che ebbe la special cura di trasmetterci queste singolari espressioni di Gesù Cristo, è pure l’apostolo, che predica per eccellenza la carità. Perché non pago di fare nelle sue lettere una continua esortazione alla carità, già divenuto vecchio, e costretto a farsi portare nelle assemblee cristiane, con le tremule labbra altro non ripete: « Figliuolini, amatevi scambievolmente. » E richiesto del perché, risponde: « È il precetto del Signore. Se si osserva, basta. » Sì, la carità è il precetto del Signore, è il comando per eccellenza di Gesù Cristo. Ma verso di chi lo dovremo noi esercitare? Chi è propriamente il prossimo, a cui dovremo la nostra carità? Udite ancora Gesù Cristo: « Un pover uomo andava da Gerusalemme a Gerico, e dette negli assassini, i quali non solo lo spogliarono, ma, fattegli ancora molte ferite, lo lasciarono sulla strada mezzo morto. Passa di là un sacerdote, (dell’antica legge) ma vedutolo tirò oltre. Passa un levita, ed ancor egli datogli uno sguardo andò via. Passa alfine un Samaritano, e non ostante che i Giudei odiassero cordialmente i Samaritani e li avessero in minor conto di loro prossimo che non i Gentili, si ferma, gli si accosta, e veduto il suo misero stato, pieno di compassione trae fuori dalle sue valigie dell’olio e del vino, lo versa sulle sue ferite, gliele fascia: e quindi messolo dolcemente sul suo cavallo, lo conduce all’albergo e lo raccomanda all’albergatore, perché ne voglia aver gran cura. » Ecco dunque qual è il vostro prossimo: tutti gli uomini del mondo, di qualunque nazione essi siano, qualunque si sia il loro stato, di qualsivoglia condizione, fossero ben anche i più accaniti nemici. Così pertanto Gesù c’insegna come e con chi dobbiamo praticare la carità. E dopo insegnamenti così sublimi e così semplici ad un tempo, confermati dagli esempi così grandi e così ammirabili, come mai gli uomini non avrebbero abbracciata la carità cristiana per farla regnare da regina nei loro cuori? Tuttavia, o miei cari, sebbene tutto ciò più che mai avrebbe dovuto bastare per animarci a compiere il nostro dovere, Gesù Cristo volle fare assai più: e per assicurarsi per parte sua più che gli era possibile che noi seguissimo il suo esempio e il suo precetto si valse di un segreto, che era pure sconosciuto avanti la sua venuta. Udite.

III. — Prima che Gesù Cristo scendesse quaggiù, la religione pagana, che dominava pressoché tutto il mondo, non solo non era riuscita ad inspirare l’amore verso il prossimo, ma anzi aveva consacrato l’odio. Quegli dei nazionali, che l’egoismo umano si era fabbricato, non pensavano certo a proteggere gli stranieri. Gesù Cristo invece, venuto sulla terra, congiunse insieme religione e carità, e le fece una dipendente dall’altra in guisa, che dove non vi ha religione non vi ha vera carità, e dove non v i ha carità non vi è vera religione. Uditelo: « In verità, vi dico, ogni qualvolta eserciterete la carità verso il vostro prossimo, la terrò come esercitata verso di me stesso. Ed è secondo questa estimazione che nel dì del giudizio ve ne darò la ricompensa. Ma così pure, se voi negherete la carità al vostro prossimo la terrò come negata a me; ed è in questo rapporto, che nello stesso dì del giudizio ve ne infliggerò castigo. » Così ha parlato Gesù Cristo, e per tal guisa Egli personificandosi nel prossimo nostro e formando di sé e di Lui un solo essere morale, ha fatto della carità una virtù eminentemente religiosa, anzi una virtù teologale, ragione per cui ogni cristiano deve dire a se stesso: Se amo il prossimo, amo Iddio; se tratto bene il prossimo, tratto bene Iddio; se benefico il prossimo, benefico Iddio; ma se non amo il prossimo, è Dio che non amo; se tratto male il prossimo, è Dio che tratto male; se odio il prossimo, è Dio che odio. – « Ed ora, dirò con un illustre scrittore, i prodigi della carità cristiana non mi fanno più specie. Questa carne straziata sul Calvario è la carne dell’umanità; questi piedi inchiodati sulla croce sono i piedi dell’umanità; queste mani traforate sono le mani dell’umanità. Queste piaghe di Gesù Cristo sono le piaghe dell’umanità. E per converso le piaghe, benché così vergognose, dell’umanità sono le piaghe di Gesù Cristo, le mani benché abbiette e callose dell’umanità sono le mani di Gesù Cristo, i piedi benché sudici e schifosi dell’umanità sono i piedi di Gesù Cristo, la carne benché sì travagliata dell’umanità è la carne di Gesù Cristo. »  E se voi, soggiungerò io, se voi, o suore, che il mondo ingrato e maligno ripaga talvolta di ludibrio, cionondimeno avete rinunziato al mondo, alle caste gioie della famiglia, ai piaceri della terra per sacrificare la vostra vita negli asili, negli ospedali, nei ricoveri, nelle carceri e farvi le madri degli orfani e le serve dei poveri e degli infelici, ora capisco; se voi, frati e sacerdoti, che il mondo tollera solamente perché non riuscirà mai a distruggervi, pure legandovi alla religione coi santi voti, spendete il vostro ingegno, il vostro cuore, la vostra vita a prò della gioventù, a prò degli ignoranti, a prò di chi non conosce ancora Iddio, lo comprendo; se voi, o grandi dame, o nobilissime regine, o venerabili Cristine, o S. Elisabette, arriverete sino al punto da non calare soltanto dai vostri regali appartamenti per andare in soccorso del povero e per confortare g li infermi, ma per portare nelle vostre braccia i lebbrosi al vostro palagio, e poi lavarli con le vostre mani, e poi baciarne le piaghe, e poi bere eziandio, ciò che soltanto a dirsi ributta la nostra delicatezza, quanto è uscito dalle loro ulceri; io so, io comprendo ora tutto questo: nella persona di un uomo, per quanto misero, per quanto abbietto, per quanto malvagio e spregevole, voi vedete raggiare la persona adorabile di Gesù Cristo. E così comprendo come ad una preghiera fatta in nome del Crocifisso si sappia far il sacrificio d’una vendetta, calmare gli sdegni più bollenti, perdonare al proprio nemico ed abbracciarlo con affetto: la realtà è pur sempre questa, che come si tratta il prossimo, così si tratta Gesù Cristo, così si tratta Iddio, perché Gesù Cristo ha congiunto insieme con la carità la religione e le ha fatte inseparabili l’una dall’altra. Oggidì, o miei cari, alla carità cristiana vuolsi sostituire la filantropia, un non so qual amore degli uomini dettato al cuore unicamente dalla ragione. Ma cotesta filantropia che rifugge dalla religione, che non ha per base i motivi soprannaturali messici dinanzi da Gesù Cristo ad accendere in noi la carità, riesce essa ad ottenere lo scopo che si propone, o che almeno dice di proporsi? L’esperienza medesima ci fa conoscere, che non vi riesce, che non vi riuscirà mai. Essa per commuovere il buon cuore degli uomini, si arrabatta a trovar motivi e a stenderli sopra ampi affissi con parole altisonanti. Con tutto ciò non le riesce di persuadere, e non solo nelle necessità ordinarie delle classi indigenti, ma nemmeno nelle grandi calamità pubbliche, quando i terremoti, le inondazioni, i colera, mietute a migliaia le vittime, gettano nella miseria i superstiti. Sicché questa filantropia, che sdegna valersi dello stesso nome di Dio, è costretta, per ottenere sussidi a prò degli infelici, ad appigliarsi ad arti meschine e persino abbiette. Le fa d’uopo solleticare la vanità con promesse di nomi stampati sui giornali, di croci di cavaliere, di titoli ai generosi, e di suffragi nelle elezioni politiche ed amministrative; le bisogna ricorrere a ridicole chiassate di piazza, a processione di carri con strepiti di trombe innanzi ad essi; le bisogna sfruttare gli istinti volgari ed ignobili della nostra corrotta natura con lotterie e con balli, così detti di beneficenza, con mascherate, rappresentazioni sceniche, banchetti ed altre orge carnevalesche; le bisogna tutto questo. E questo è amore per gli uomini? È dunque lì nel tripudio della danza, che la dama superba si sente commuovere le viscere per la povera vedova, che carica di bambini, senza pane pei medesimi, versa amarissimo pianto? È lì nella gioia frenetica di una mensa lautamente imbandita, che gli Epuloni aprono il cuore alla compassione pei poveri Lazzari, che alla porta stanno aspettando le briciole? È lì nel matto sghignazzare della commedia, che la giovane donzella si decide a far sacrificio della sua vanità per asciugare qualche lagrima? E quando pure con questi mezzi così disonorevoli per chi ne fa uso, la filantropia sarà riuscita a mettere insieme qualche po’ di danaro, se pure, dedotte le spese o vere o immaginarie, le resterà qualche cosa da far pervenire nelle mani dei bisognevoli, dite, potrà essa recar loro il conforto, che arreca la carità cristiana, che si chiede e si fa in nome di Dio? Oh quando la vedova, l’orfano, il poverello sanno, che quelle quattro monete, che si pongono nelle loro mani, sono il frutto delle passioni più vili, il misero avanzo di tante altre monete gettate nei godimenti sfrenati, il mercato ignominioso delle loro lagrime e della loro miseria, pel rossore che proveranno nel riceverle, non se le sentiranno bruciar nelle mani? No! Non è di pane soltanto, che vive l’uomo; egli vive ancor più di dignità, perché Dio non lo ha fatto come il bruto, e la filantropia, che nel dare il pane all’uomo, non cura la Religione, non rispetta neppure la dignità umana. Carità adunque ci vuole e non filantropia. La filantropia sarà, io non lo nego, una virtù umana, ma appunto perché solamente virtù umana è incapace a soddisfare le aspirazioni dell’uomo, che secondo la bella espressione di Tertulliano, non è uomo soltanto, ma naturalmente Cristiano. La carità invece, quella carità che Gesù Cristo venne a portare nel mondo col suo esempio e con la sua dottrina, al nome di Dio si commuove e si accende, e gli uomini, le donne, i fanciulli stessi tramuta in eroi; in eroi, che danno le loro sostanze, in eroi che danno le loro forze, in eroi che danno il loro ingegno, in eroi che danno il loro cuore, in eroi che danno il loro sangue, a salvare delle anime, a consolare degli afflitti, a soccorrere dei bisognosi, ad assistere degli infermi, a perdonare dei nemici e a far del bene a coloro istessi che li odiano e li perseguitano. Ma se a ciò riesce la carità cristiana, gli è appunto perché essa è basata sopra motivi soprannaturali, perché è vivificata dall’alito della Religione. E quanto più questo alito è forte, tanto più riesce efficace nelle opere di carità. Voi avete ospedali, chi ve li serve? Avete ospizi, chi ve li sostiene? avete orfanotrofi, chi ve li governa? avete istituti pei poveri giovani, chi ve li mantiene? avete famiglie per le fanciulle, chi ve li dirige? avete degli ergastoli, chi ve li tramuta in case di benedizione? avete degli sventurati, chi ve li soccorre? avete dei moribondi, chi ve li assiste? ve l’ho detto: sacerdoti e suore, uomini e donne animate per eccellenza dallo spirito di Religione e che si chiamano appunto religiosi e religiose Ed è una vergogna, che alle volte il popolo medesimo, che è il primo a godere i benefizi della carità religiosa, si unisca coi superbi saputi del mondo per domandare, in vedendo dei religiosi e delle religiose, che cosa fanno ancora al mondo questi poltroni?…. Che cosa fanno? Lo sa Iddio, e lo saprai tu, quando abbandonato da tutti, troverai rifugio nelle loro braccia soltanto. Ah! io parlo forte, o miei cari, perché ho tanto in mano da cacciar in gola la parola maligna. Che abbassi pure la voce e vada a capo chino, chi senza Religione, non può mostrare che rovine; io mostro dei poveri aiutati, degli orfani raccolti, degli infermi assistiti, degli infelici consolati e li mostro accanto alle anime religiose. O voi tutti, che bramate praticare la carità cristiana, praticate la Religione: pregate, frequentate la Chiesa, visitate i tabernacoli, ricevete spesso nel vostro cuore quel Cuore che è la fonte della carità; salvando la Religione, salvate la carità, e salvando la carità, salverete la Religione, perché « questa è la Religione pura ed immacolata, praticare la carità tenendosi lontani dell’ irreligione del secolo. » ( Jac . I, 27) – Ed ora dopo sì efficace eccitamento del Santissimo Cuore di Gesù alla pratica della carità verso il prossimo, come suoi devoti non risolveremo ancor noi di compiere il santo suo volere? Certamente non tutti siamo chiamati a praticarla in un grado eroico, come la praticarono un gran numero di Santi; non tutti siamo chiamati a recarci in lontani paesi a portar la luce del Vangelo a coloro, che giacciono ancor tra le tenebre e le ombre di morte; non tutti siamo chiamati a sacrificare la nostra vita negli ospedali, servendo ai poveri infermi; non tutti siamo chiamati a raccogliere in casa nostra orfani e sventurati, né ad esporci al pericolo della vita in caso di gravi epidemie o di pubblici disastri; ma tutti siamo obbligati dall’esempio e dalla dottrina del Sacro Cuor di Gesù ad esercitare la carità del prossimo nei sentimenti, nelle parole e nelle opere, ogni qualvolta ci si presenta l’occasione e secondo la nostra possibilità. Carità nei sentimenti, perciò a nome di Gesù Cristo, l’Apostolo Paolo c’insegna chiaramente, che dobbiamo prendere per il nostro prossimo viscere di misericordia: Induite vos ergo sicut electi Dei viscera misericordiæ, (Coloss. III, 12) discacciando dal nostro interno ogni giudizio, ogni sospetto, ogni dubbio temerario. Carità nelle parole, evitando le mormorazioni, le calunnie, le derisioni, gli scherni, le ingiurie verso gli altri, e sopportando invece con pazienza le ingiurie, gli scherni, le derisioni, le calunnie, le mormorazioni fatte contro di noi. Carità infine, e massimamente, nelle opere, secondochè, ci esorta l’apostolo della carità, S. Giovanni: Filioli miei, non diligamus verbo neque lingua, sed opere et veritate. « Perciocché chi avrà dei beni di questo mondo e vedrà il suo fratello in necessità e chiuderà le sue viscere alla compassione di lui, come mai è in costui la carità di Dio? » (I Jov. III, 17-18) La limosima pertanto ai bisognevoli, quando ci è possibile, ne è imposta quale assoluto dovere. Ma non dimentichiamo, o carissimi, che la limosina non è di pane, di denaro, o di roba soltanto: essa è di ogni aiuto e sollievo, che si possa recare al prossimo, che ne abbisogna. Bella elemosina adunque è pur quella di porgere al prossimo qualche servigio, quella di consolarlo nelle sue afflizioni, quella di consigliarlo ne’ suoi dubbi, quella di istruirlo nella sua ignoranza, quella di ammonirlo con dolcezza dei suoi difetti, quella di animarlo al bene coi nostri buoni esempi, quella di pregare per la sua conversione, quella di visitarlo ed assisterlo nelle sue infermità, quella massimamente di disporlo in esse a fare una buona morte. E tanto più bella, tanto più meritoria sarà questa nostra qualsiasi elemosina, se, praticando l’esempio e gli ammaestramenti del Sacratissimo Cuore, la eserciteremo non solo verso quelli che ci amano, ma ancora verso di coloro che ci odiano, ci perseguitano e sono nostri nemici. E non l’hanno forse praticata così i Santi? S. Catterina da Siena ad una donna, che l’aveva infamata nell’onestà, rese i più umili servigi durante la infermità, che l’aveva incolta. S. Ambrogio ad un sicario, che gli aveva insidiata la vita, fe’ un assegnamento, per cui poté comodamente vivere. S. Sabino pregò per il tiranno, che gli aveva fatto troncare le mani per la fede, e insieme con la guarigione da un grave mal d’occhi gli ottenne da Dio la conversione e la salute dell’anima. San Mellezio, stando in carrozza col governatore che lo portava in esilio, gli stese le braccia sopra per liberarlo dal popolo, che voleva perciò lapidarlo. S. Acaio vendette le sue robe per soccorrere chi gli aveva tolta la stima. Oh! i Santi comprendevano appieno l’importanza di questa carità verso gli stessi nemici, il gradimento che ne ha Iddio, le ricompense con cui la ripaga. Pratichiamola così adunque anche noi, ed anche noi acquisteremo l’affetto del Cuore Santissimo di Gesù. E se ci manca la forza, eseguiamo il consiglio di S. Ambrogio: Si infirmus es, ora, opperò prostrandoci umilmente dinanzi al Divin Cuore, diciamogli con fiducia: O Cuore amantissimo di Gesù Cristo, così ardente di carità per noi, deh! fateci parte delle vostre vivissime fiamme, affinché anche noi sull’esempio e per amor vostro facciamo regnare nel nostro cuore la carità verso il prossimo. Ah! che purtroppo finora non ci ha dominati che l’egoismo, la freddezza, e forse anche l’odio e la brama della vendetta. No, non sarà più così per l’avvenire! Mercé i vostri santi aiuti noi vestiremo per il nostro prossimo viscere di carità, lo ameremo sinceramente nei nostri sentimenti, nelle nostre parole, nelle nostre opere, lo ameremo anche allora che fosse nostro nemico, e per tal guisa praticando i vostri esempi e la vostra dottrina di amore, speriamo fermamente di essere noi pure da Voi perdonati, da Voi amati, da Voi protetti, da Voi rimeritati ora e per tutta l’eternità.

OTTAVARIO DEI MORTI (4) Che sarà dei nostri morti?

OTTAVARIO DEI MORTI (4)

TRATTENIMENTO VI.

Che sarà dei nostri morti ?

[L. Falletti: I nostri morti e il purgatorio; M. D’Auria Ed. Napoli, 1924 – impr. -]

Sommario — Dubbio angoscioso — Soave dottrina di S. Francesco di Sales — Come spiegare le parabole evangeliche? — Gli operai e gli invitati — Opinioni teologiche — Dottrina conforme alla bontà di Dio — Rivelazioni dei Santi — Contegno della Chiesa — Esempio. Appendice — Molti sono i chiamati, pochi gli eletti.

I.

Fra tante sciagure che fanno grami i giorni della vita mortale, una delle più crudeli, singolarmente pei cuori affettuosi e sensibili, si è per ciascuno la perdita dei suoi cari. Oh Dio! che strazio per la giovane sposa la morte del suo giovane consorte, per i figli la morte dei loro genitori, per amorosa sorella la morte di un caro fratello! La morte, nel tempo medesimo che colpisce le sue vittime, amareggia ancora i giorni di coloro che sopravvivono, o, per dir meglio, attenta con un colpo solo alla vita degli uni e al cuore degli altri. Ma se questa considerazione degli effetti terribili della morte è dolorosa per tutti, ei mi pare che siavi, per un credente specialmente, qualche cosa di più doloroso e terribile ancora, e questo si è il pensiero della sorte eterna che sarà toccata all’anima diletta della persona che si è perduta. « Sarà ella in luogo di salute, oppure di dannazione? Nel suo comparire alla presenza di Dio sarà ella stata un trionfo della sua misericordia infinita, oppure della sua giustizia inesorabile che vede macchie perfino negli Angeli? » Pensiero tremendo ed angoscioso che tante volte amareggia e tormenta non poche anime timide, esageratamente impressionate dalla considerazione dei divini giudizi e specialmente da quelle parole del Vangelo « Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti! » Ei mi pare quindi che non sia per nulla fuor di proposito che, a scopo di consolazione per queste povere anime, già abbastanza addolorate dalla perdita dei loro cari, io dica qualche cosa su questo argomento, attenendomi rigorosamente a quanto attorno ad esso ci hanno insegnato i Padri ed i Dottori della Chiesa. La loro dottrina sarà come un raggio di Paradiso che dissiperà non poco le tenebre in cui le getta il dolore. – Discutevasi un giorno alla presenza del Santo Vescovo di Ginevra, S. Francesco di Sales, su quelle tremende parole del Vangelo: « Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti ». Si diceva che il numero degli eletti è chiamato nelle Scritture piccolo gregge, mentre quello dei dannati legione e moltitudine… ed altre cose simili. Il Santo Dottore lasciò che tutti parlassero, e quando ognuno ebbe detto il suo parere, così egli prese a dire: « Io penso, invece, che vi saranno ben pochi cristiani che andranno dannati, — e intendeva parlare di coloro che appartengono alla Chiesa Cattolica — perché, possedendo essi la radice della vera fede, presto o tardi questa produrrà ordinariamente il suo frutto, che è la salute, e da morta che è, diventa vivente e opererà per la carità ». E siccome gli si obiettava la parabola del Vangelo in cui si parla del piccolo numero degli eletti: «In realtà, soggiungeva, se si paragonano i Cristiani Cattolici col resto del mondo e delle nazioni infedeli, il loro numero è molto piccolo; ma su questo numero io credo che ben pochi si dannino ». Ed a sostegno della sua opinione egli si riferiva alla bontà di Dio, la quale, secondo dice S. Paolo, come ha cominciato l’opera buona, così la condurrà fino a compimento. « Sarebbe mai possibile che la vocazione al Cristianesimo, che è un’opera di Dio ed un’opera perfetta, conducente al fine supremo, ch’è la gloria del Cielo, potesse essere tanto sovente frustrata del suo effetto? » Ed appoggiato a questa sua credenza, non voleva che si disperasse della conversione di alcun peccatore fino all’ultimo suo respiro. E spingevasi più oltre ancora: « tanto che non approvava che, anche dopo la morte, si portasse un giudizio sfavorevole su di coloro eziandio che avevano condotto una cattiva vita ». E la sua ragione principale era che « siccome la prima grazia della giustificazione non è meritata da alcuna opera precedente, così l’ultima grazia, che è quella della perseveranza finale, non viene punto concessa al merito. Ora chi è colui che mai conobbe i disegni di Dio? Chi è colui che fu suo consigliere? » Quindi il Santo voleva che « anche dopo l’ultimo respiro si continuasse a sperare in bene della persona defunta, qualunque fosse stata la morte che le era toccata in sorte, perché noi non possiamo avere che congetture molto incerte, unicamente fondate sull’esterno in cui anche i più abili possono ingannarsi ». – E questa dottrina così consolante sul più gran numero degli eletti, benché, rigorosamente parlando, non sia stata ancora fatta totalmente sua dalla Chiesa, sulla quale del resto non si è pur anco pronunziata, sembra nondimeno la più conforme al senso ben compreso delle Sacre Scritture. E per convincerci non abbiamo che ad esaminare brevemente i passaggi in cui se ne fa cenno. E primo ci si presenta S. Matteo, il quale al capo ventesimo del suo Vangelo paragona il regno del Cielo ad una vigna che il padre di famiglia fa coltivare ed a cui successivamente manda tutti gli operai che può incontrare. Venuta la sera, egli convoca tutti coloro che hanno lavorato per lui; dà loro la mercede pattuita, e l’operaio dell’ ultima ora è da lui ricompensato colla stessa moneta di colui che ha iniziato il suo lavoro fin dal principio del giorno. Si lamenta quest’ultimo, ma il Padrone gli risponde che gli dà ciò di cui avevano pattuito, soggiungendo che i primi saranno gli ultimi e gli ultimi saranno i primi, e conchiude: Molti sono chiamati, ma pochi sono eletti. Egli è evidente che se si vuole ben interpretare il senso di questa sentenza, non bisogna separarlo da tutto l’insieme del testo, di cui dessa è come la conclusione, ma spiegarla col testo istesso. Ora che cosa ci dice questa parabola? Ci dice forse che il più gran numero degli operai, chiamati a lavorare nella vigna, sono esclusi dalla ricompensa e dalla mercede al termine della giornata, e che quindi per analogia la maggioranza, degli uomini, che lavorano per Dio in sulla terra, saranno esclusi dalla ricompensa celeste? No, certamente, ci dice anzi il contrario; perciò in quella guisa che tutti gli operai della parabola evangelica ricevono una ricompensa, così i Cristiani, quelli almeno appartenenti alla Chiesa Cattolica, che vien raffigurata nella vigna, riceveranno, dopo le fatiche e le operazioni della presente vita, la ricompensa; e la sola conclusione che si può trarre dal sacro testo è la disuguaglianza della ricompensa. Lungi pertanto d’essere l’espressione della collera divina, questa sentenza è invece l’espressione della sua misericordia a riguardo dei peccatori e dell’efficacia meravigliosa del pentimento. – In un altro passaggio dello stesso Vangelo, al capitolo ventiduesimo, il regno dei Cieli viene rappresentato sotto la figura d’un banchetto, al quale gli invitati, che sono gli Ebrei, rifiutano di partecipare: allora il re ordina di convocare quanti si potranno incontrare per le vie e per le piazze della città ed in questo modo una moltitudine di gente d’ogni condizione introdotta nella sala del banchetto: sono i Gentili ed i Barbari da Gesù Cristo chiamati alla sua fede. E di tutta questa moltitudine uno solo viene cacciato via, perché non è vestito della veste nuziale. « Gettatelo, diceva il re, nelle tenebre esteriori, ove vi sarà lacrime e stridor di denti, poiché « molti sono i chiamati, e pochi gli eletti ». Uno solo è escluso; anche qui è adunque il piccolo numero che è riprovato. Ed è perciò, conclude il dotto Bergier, che se le parabole del Vangelo possono essere ammesse come argomenti di prova, noi dobbiamo credere che sarà il gran numero e non il piccolo che andrà salvo. Gesù Cristo paragona la separazione dei buoni e dei cattivi, nel giudizio finale, al buon grano separato dalla zizzania: ora in un campo, coltivato con cura, la zizzania non è certamente tanto abbondante quanto il buon frumento. La paragona ancora alla scelta che si fa tra i buoni ed i cattivi pesci; ora egli è mai possibile che il pescatore tragga nella sua rete un numero di pesci cattivi maggiore che non i buoni? Delle dieci vergini invitate alle nozze, cinque sono ammesse ad entrare con lo sposo. Nelle parabole dei talenti, due servitori sono ricompensati, uno solo è punito ». E non altrimenti opina il dotto e profondo Suarez, il quale commentando la sullodata evangelica sentenza così scriveva: « Se noi prendiamo il nome dei Cristiani in senso generale, in quanto che comprende tutti coloro che hanno l’onore di portare il nome di Gesù Cristo e fanno professione di credere in Lui, e quindi eretici, apostati, scismatici, protestanti etc, non neghiamo che in questo senso si possa sostenere come probabile l’opinione di coloro che ammettono che il più gran numero sarà riprovato; ed è così che mi spiego l’opinione più severa. Poiché, siccome vi sono sempre stati molti eretici ed apostati, è chiaro che essi saranno molto più numerosi di quelli che muoiono bene, tanto più poi se noi contiamo con essi i fedeli che muoiono male. Ma se per Cristiani noi intendiamo soltanto quelli che muoiono nella Chiesa Cattolica, mi pare più probabile l’ammettere, sotto la legge di grazia, che il più gran numero sia salvo. Ed infatti non v’ha nessun dubbio per coloro che muoiono prima di essere adulti, che essi son salvi pel fatto stesso di essere stati battezzati; in quanto agli adulti, anche supposto che per la maggior parte abbiano peccato mortalmente, nondimeno il più sovente si rialzano dalle loro colpe… e ve n’ha ben pochi che non siano disposti ad una buona morte per mezzo dei Sacramenti, e che non detestino i loro peccati almeno con un atto di attrizione ». Così il dotto commentatore di S. Tommaso; e questa distinzione fa scomparire ogni difficoltà nell’interpretazione dei sacri testi. Vi sono adunque molti chiamati, poiché è di fede che Dio vuole la salute di tutti gli uomini; vi saranno pochi eletti, se si considera la totalità del genere umano ed il grande numero di coloro che non appartengono alla religione cattolica.

II.

Del resto la tesi del più gran numero degli eletti, parlando dei Cattolici, non è forse quella che è più in armonia con la bontà e con la misericordia infinita di Dio, più propria a dilatare i cuori, a rialzare gli animi, a condizione però che uno non se ne autorizzi per commettere il peccato, cosa che necessariamente attirerebbe sul suo capo la collera e la maledizione del Cielo? Quindi, quand’anco la morte li avesse sorpresi improvvisamente, senza lasciar loro il tempo di ricevere i Sacramenti di santa Madre Chiesa, non desoliamoci e tanto meno disperiamo. Ricordiamoci che la misericordia di Dio è infinita. Chi ci dice che un buon pensiero, un sentimento di contrizione perfetta non abbiano trovato posto tra la loro ultima parola ed il loro ultimo sospiro? Chi conosce tutti i segreti della misericordia d’un Dio che « vuole la salute di tutti gli uomini… che non vuole la morte del peccatore, ma la sua conversione? » Non ha detto il Signore per mezzo d’Isaia: « Può dessa una madre dimenticare il suo figlio? Ebbene, quand’anco ella il dimenticasse, io non vi dimenticherò mai; io vi porto scritti nelle mie mani ». – Chi mai potrà dirci quello che avverrà nell’anima del morente alla vista dell’eternità che comincia, ed al pensiero di doversi presentare al tribunale dell’eterno Giudice, nelle mani del quale terribile cosa è il cadere? E là, ove l’occhio umano non vede, in certe morti specialmente, che un tratto di giustizia, chissà che invece non abbiano luogo segreti misteri di misericordia e miracoli di grazia? Alla luce di un ultimo raggio, Iddio si manifesta a certe anime, la cui più grande disgrazia fu quella di ignorarlo, e l’ultimo sospiro, compreso da Colui che scruta i cuori, può essere un gemito implorante il perdono. Non dimentichiamolo: un’ora, un minuto secondo basta a Dio per rischiarare una mente ottenebrata, per commuovere un cuore indurito nel peccato. In quell’attimo stesso, in cui più nessuna voce umana arriva a farsi capire dal moribondo, la voce di Dio lo penetra e lo convince. Chi è mai così ardito da mettere limiti alla misericordia infinita d’un Dio morto per noi?… Autorevoli teologi pensano che all’ora della morte Iddio largisce ai peccatori grazie particolari e straordinarie per eccitarli al pentimento, prima di comparire al suo tribunale; e tutti sanno che un atto di contrizione perfetta basta per cancellare i peccati di tutta una vita, ed assicurare la salute eterna. Ora sotto l’influenza di queste grazie straordinarie e dei lumi che procura all’anima l’avvicinarsi della morte, l’atto di contrizione diventa facile, e per produrlo non occorre che un istante, una parola, un « Perdono, Dio mio », anzi meno ancora, una semplice ispirazione del cuore verso Colui che si è offeso. Ed oh! potenza della misericordia di Dio , quell’anima che umanamente parlando si sarebbe detta per sempre perduta, eccola riconciliata d’un tratto col suo Giudice supremo e salva per tutta l’eternità.  « È un miracolo, esclama qui il P. Faber, è vero, ma un miracolo è facile a Colui che non aspetta che un gemito del cuore umano per perdonare e cangiare un ladro in un eletto… Verrà un giorno in cui noi conosceremo tutte queste ineffabili meraviglie della misericordia divina; non desistiamo intanto d’implorarla con illimitata confidenza ». Sì, lo so che sarebbe una presunzione colpevole quella di aspettarci questi miracoli della grazia, ma Colui che proibisce di pretenderli, si compiace qualche volta di farli. Giacobbe piangeva amaramente la morte del suo diletto Giuseppe, egli credeva che una belva feroce l’avesse divorato; e Giuseppe respirava ancora; languiva in una dura prigionia, ed intanto il Signore gli preparava una sorte gloriosa. Similmente quell’anima che noi crediamo colpita di morte eterna è forse un’anima predestinata; ella languisce nel Purgatorio e Dio le riserba un posto in Cielo. Mio Dio! voi ci proibite dunque di disperare della salvezza dei più grandi peccatori! Così è: perciò non escludiamo nessuno dai nostri suffragi privati, neppure gli scismatici, gli eretici, poiché chi mai ci potrà assicurare che Dio non abbia pure tra di essi dei servitori fedeli, non riconosciuti come Cattolici e non appartenenti alla Chiesa visibile, ma che pur nondimeno di cuore e di spirito sono suoi figli? In tutt’i casi è cosa certa che Iddio non condannerà alcuno a causa d’una ignoranza, di cui egli non ha colpa; poiché « Dio ama tutte le anime » anche quelle appartenenti a sette avverse al Cattolicismo, e si prende cura della salute di tutte. Non è Egli il loro Creatore ed il loro Padre? Il suo divino Figlio non è forse morto in sulla croce per salvare tutti gli uomini? « Dio vuole che tutti gli uomini si salvino e pervengono alla cognizione della verità ». Chi ci potrà pertanto dire ciò che si passa nel cuore di certi uomini, anche separati, soprattutto in punto di morte? Non è forse Iddio onnipotente e nello stesso tempo e infinitamente misericordioso? e se una anima posta in tali condizioni, un peccatore ostinato nel delitto anche fino a quel momento supremo, implorano il suo perdono con sincerità, possiamo noi credere che il Signore rigetti la loro preghiera? No, Egli non respinge punto un cuore contrito ed umiliato. Queste anime non andranno forse subito al possesso del regno eterno, ma non andranno neppure perdute; e questo è quanto ci deve stare maggiormente a cuore. Si ascolti a questo proposito quanto ci dice ancora il dotto e pio P. Faber: « La nostra ignoranza riguardo a ciò che ha luogo nelle anime in punto di morte ci rende inaccessibile la più larga parte della vita umana, poiché la vita non si misura solo col tempo materiale. Il mondo con tutti i suoi spettacoli e i suoi clamori lascia a Dio poco posto nel cuore degli uomini; ma l’ora della morte è lunga, e Dio vi trova il suo posto. Essa cambia i minuti in anni, e moltiplica l’attività dello spirito nel momento in cui sta per abbandonare il corpo. È un’ora di verità, e un’ora di verità è più lunga d’un secolo di menzogna. Il Cielo allora si avvicina non solo per giudicare, ma eziandio per soccorrere… Il tempo dell’agonia può supplire a parecchie vite. Poco noi sappiamo di ciò che allora succede. Gli occhi spenti, il volto senza espressione e contratto dal dolore, la bocca senza parole, sono altrettanti veli che ci nascondono questo estremo abboccamento in terra del Creatore con la sua creatura. Ma l’osservazione e la psicologia concorrono per insegnarci che allora si operano grandi cose e di una natura più intellettuale di quanto potremmo immaginare… Oh! come si moltiplicano le magnificenze dell’amor di Dio attorno al letto dei moribondi! Cento volte più di quello che vediamo, cento volte più di quello che pensiamo! Confesso che qui camminiamo sopra un suolo sconosciuto, ma giacché in quel punto supremo la misericordia di Dio è così necessaria… io proclamo che questa regione sconosciuta del letto dei moribondi è il puro dominio della misericordia di Dio. Quest’ultima ora può spiegare molte salvezze inesplicabili».

III.

E qui potremmo porre fine al nostro dire, se non credessimo conveniente, per maggiormente raffermarci in questa consolante dottrina, citare alcune rivelazioni, che troviamo narrate negli scritti di anime sante. E prima ci si presenta S. Gertrude, la quale così scrive: « Riflettendo un giorno nel mio cuore sopra questo punto che molti cristiani all’ ora della loro morte sembrano pentirsi piuttosto pel timore dei divini castighi che non per un sentimento d’amore per Dio, ed avendo d’altra parte io inteso dire che non si può essere salvi senza un principio d’amor di Dio, bastante per produrre il pentimento ed il distacco dal peccato, Nostro Signore mi fece intendere queste parole: Allorquando vedrò in agonia quelli che si saranno ricordati di me con piacere e che avranno fatto qualche opera degna di ricompensa, Io comparirò loro al punto della morte con un viso così pieno d’amore e di misericordia, che si pentiranno dall’intimo del loro cuore d’avermi offeso durante la loro vita, e si salveranno con quest’atto di pentimento. Io vorrei pertanto che i miei eletti sapessero riconoscere questa misericordia, e che fra i numerosi benefìci che ricevono da me, mi ringraziassero anche di questo ». – Si legge pure nella vita di questa stessa Santa che avendo lungamente pregato per un’anima che le era stata raccomandata, e della cui eterna salute si aveva ragione d’essere molto inquieti, Nostro Signore le apparve e le disse: «Per amor tuo, o Gertrude, io voglio aver pietà di quest’anima e di un milione d’altre ancora. La mia luce divina che penetra l’avvenire, avendomi fatto conoscere che tu avresti pregato per quest’anima, in vista di queste preghiere future, allorquando si trovò in agonia, la favorii di sante disposizioni per procurarle una buona morte e prepararla a godere dei frutti della tua carità. Quest’anima è salva, e, se tu il vuoi, io le perdonerò tutte le sue colpe, e la libererò da ogni sorta di pene ». – Nella vita di S. Brigida troviamo rivelazioni non meno consolanti. Mentre un giorno questa santa pregava per un grande peccatore, che era infermo, il divin Maestro le fece intendere queste parole: « Colui che è ora ammalato e pel quale tu preghi, fu molto vile a mio riguardo: tutta la sua vita fu contraria alla mia. Ma tu fagli dire che se ha volontà di correggersi, nel caso che guarisse, Io lo salverò e gli darò la mia gloria ». Alcuni giorni dopo la Santa vide l’anima di questo peccatore lasciar la terra, e, libera dall’inferno, rendersi in Purgatorio ». – Un’altra fiata così Gesù parlò a S. Brigida: « Io sono così misericordioso che se mi fosse possibile soffrire di nuovo il supplizio della croce, lo rinnoverei per ogni peccatore in particolare ». Nella vita del B. Curato d’Ars si racconta che venne un giorno a trovarlo una signora, il marito della quale era stato sorpreso da una morte improvvisa, senza che avesse avuto tempo di riprendere cognizione. Disgraziatamente costui aveva tenuto una condotta poco edificante, per cui la povera moglie, desolata e disperata, molto temeva per la sua eterna salute. « Rassicuratevi, le disse il santo sacerdote dopo un breve raccoglimento, in virtù delle preghiere che voi avete fatte per la conversione di vostro marito, e di quelle che avreste fatte per l’anima sua dopo la morte, Iddio gli usò misericordia e gli diede il tempo di pentirsi. Ora egli è salvo, ma sta molto addentro nel Purgatorio, pregate per lui ». – Leggiamo nella vita del P. Ravignan che il generale Excelmans aveva perduto improvvisamente la vita in seguito ad una caduta da cavallo. Disgraziatamente egli non praticava la religione; aveva però promesso che un giorno si sarebbe confessato; ma non ne aveva avuto il tempo. Il P. Ravignan che da molto tempo pregava e faceva pregare per lui, rimase nella costernazione quando venne a conoscere una tale morte. Ora, il giorno stesso, una persona favorita di comunicazioni celesti, credette intendere una voce interna che le diceva: « Chi dunque conosce la grandezza della mia misericordia? Chi può sapere la profondità del mare, e la quantità d’acqua che racchiude? Molto sarà perdonato a certe anime che hanno molto ignorato! » — Ed ecco perché il santo gesuita era di parere che ai dì nostri, nei quali pure tante anime ingolfate nei pregiudizi si tengono lontane da ogni pratica di religione, molte se ne salvano per intervento diretto della divina misericordia, la quale non di rado agisce su loro negli ultimi momenti della vita. È vero che in questo caso l’anima deve purificarsi dalle sue colpe con un lungo e duro Purgatorio, ma che importa quando l’eternità è assicurata? Anche se le pene di quelle poverette venissero prolungate fino alla fine de’ secoli, oh! Non se ne lamenterebbero certo. Anzi gioirebbero in cuor loro, non altrimenti che quel condannato a morte, il quale venisse a sapere essergli stata commutata la pena capitale a pochi anni di prigionia. Consolanti sono al certo queste rivelazioni dei Santi, ma sono per noi più consolanti ancora, quando ci facciamo a riflettere che non solo non sono contrarie allo spirito della Chiesa, ma sono invece al tutto consone a quanto ella ne pensa. Se infatti questa buona Madre sa che ha ricevuto da Dio il potere di dichiarare santi, cioè salvi, alcuni suoi veri amici, sa pure che non le è dato il conoscere quali siano i suoi nemici definitivi. Dio è un buon padre, troppo facilmente lo si dimentica; e non dà a nessun uomo, neppure alla Chiesa Cattolica, sua sposa inspirata, di conoscere il disonore e l’onta eterna dei suoi figli, e ciò appunto perché noi di tutti possiamo sperare quaggiù senza eccezione di sorta. – Ed ecco perché questa Chiesa, ad eccezione di Giuda l’Iscariota, non si è mai pronunziata sulla sorte eterna di alcun altro uomo col dire: Costui è un riprovato! Qualunque sia lo stato di delitto, d’eresia, d’incredulità, d’infamia, di bestemmia, in cui uno muoia sotto i nostri stessi occhi, giammai la Chiesa dice o può dire: Questo uomo è un riprovato. Essa piuttosto dice: Io ignoro il giudizio di Dio; di modo che la

Chiesa cattolica non ha mai condannato un solo uomo. Chi non conosce la risposta che S. Francesco di Sales dava a colui che gli domandava se Lutero fosse dannato? « Noi non lo sappiamo! » Né altrimenti può rispondere un Cattolico. Così, si prenda pure l’empio più notorio , il più grande nemico della Chiesa, e si domandi a questa Chiesa: Quest’uomo è desso un riprovato? Ed ella risponderà sempre: Io non lo so! Si cerchi pure di trovare un sol prete che ci affermi che Voltaire è dannato: molti potranno rispondere: Io lo suppongo: ma non un solo ci dirà: In nome della fede cattolica io l’affermo. – Eravi a Roma un santo sacerdote che passava per taumaturgo. Uno scellerato, condannato a morte per i suoi delitti, aveva rifiutato tutti i conforti religiosi e non cessava di bestemmiare. Durante tre giorni, il Santo, come lo chiamava il popolo, gli si mise a lato, non omettendo nessuna delle risorse che gli dettava il suo zelo e scongiurandolo a non volere morire nell’impenitenza finale. Ma tutto è inutile. Il condannato sale sul palco, il sacerdote gli tien dietro, lo prega, lo scongiura con le lagrime agli occhi; ma è ancora respinto. «Popolo, grida egli allora rivolto agli astanti, tu sei testimonio della morte d’ un riprovato! » Ma ecco qual fu l’effetto di questa parola. Quarant’anni dopo si aprì il processo per la canonizzazione di questo venerando sacerdote: i miracoli erano constatati ma il promotore della fede oppose ai miracoli la parola pronunziata sul palco di quello scellerato impenitente, e la canonizzazione non ebbe luogo. Non era quella la parola d’un santo!…

* *

Si consolino adunque e sperino tutte quante le anime afflitte che hanno perduto i loro cari e sono dubbiose sulla loro sorte eterna. Confidino nel Signore Gesù, così pieno di tenerezza e di misericordia, quale non si può immaginare in sulla terra. Che altro fu la sua vita, se non un atto continuo di bontà e di amore infinito per tutte le miserie dell’umanità? « Venite a me, voi tutti che soffrite e siete afflitti ed Io vi consolerò, dice Egli a tutti ». Ora la perdita di una persona cara ed il pensiero di non poterla rivedere mai più non è forse una delle più grandi afflizioni per un’anima credente? Andiamo quindi con fiducia a lui, e cerchiamo con le nostre preghiere di commuovere il suo cuore, sulla sorte di chi noi piangiamo, per quanto poco rassicurante ci possa sembrare la sua fine. E per sostenerci nella nostra speranza ricordiamo sempre che nessun limite, nessuna impossibilità è posta quaggiù tra la grazia e l’anima, finché le resta un soffio di vita. E chi ci potrà mai dire, ripeto, quanto attivo e pronto non sia l’intervento di questa grazia, e farci comprendere quanto efficace non sia la cooperazione da parte dell’anima che Dio vuol salvare? Non ci dicono forse i padri della vita spirituale che basta un attimo per ricevere questa grazia e cooperare al suo onnipotente e salutare soccorso?… Non disperiamo quindi dell’eterna salvezza di nessuno, e, senza voler scrutare gli imperscrutabili disegni della giustizia di Dio, facciamoci sempre un dolce dovere di raccomandare tutte le anime dei trapassati alla sua infinita misericordia.

ESEMPIO: La Madre di Ermanno Coen

Quante anime non giudichiamo noi forse irreparabilmente perdute, ed invece conosceremo noi salve nel giorno del giudizio finale, e salve per intercessione di Maria? Pensando alla grande bontà e potenza di questa Madre Don dobbiamo mai disperare della sorte eterna dei nostri cari defunti. Ed una prova eloquente di ciò ce la fornisce la vita del P. Ermanno Coen, il celebre ebreo convertito per opera della Vergine SS. — Uno dei più grandi dispiaceri di questo convertito era il vedere la resistenza e l’ostinazione che la sua diletta genitrice opponeva a tutte le sue istanze e preghiere, affinché lasciasse il giudaismo e si convertisse alla Religione Cattolica. Avendo appreso che ella era morta senza dare alcun seguo esterno di pentimento, senza avere ricevuto il Battesimo, ne rimase cosi addolorato, che non poteva darsi pace. Ne scrisse per consolarsi al B. Curato d’Ars, il quale gli rispose: « Abbiate fiducia, voi riceverete un giorno e precisamente nella festa dell’Immacolata Concezione una lettera che sarà per voi causa di una grande consolazione». Queste parole erano già state da lui quasi dimenticate, quando 1′ 8 Dicembre 1850, sei anni dopo la morte della madre sua, riceveva la seguente lettera, che gli veniva indirizzata da una religiosa di Londra, persona a lui totalmente sconosciuta. Costei, dopo avergli parlato di una comunicazione avuta da Gesù dopo la Comunione, così continuava: « Il buon Gesù, per farvi conoscere quello che avvenne al momento della morte di vostra madre m’illuminò di un raggio di luce divina e mi fece comprendere, o meglio mi fece vedere in Lui ciò che io mi sforzerò di narrarvi. Essendo vostra madre sul punto di rendere l’ultimo respiro, quando già sembrava priva di conoscenza e quasi fuor di vita, Maria SS. si presentò innanzi al suo divin Figlio ,, e prostrandosi ai suoi piedi gli disse : « Grazia, misericordia, Figlio mio, per quest’anima che sta per morire. Ancora un istante, e poi sarà perduta, perduta per tutta l’eternità. Deh! fate, ve ne supplico, per la madre del mio servitore Ermanno, quello che Voi vorreste che egli facesse per la vostra, se ella fosse al suo posto, e se Voi foste al suo. L’anima della madre sua è il suo più caro tesoro, me l’ha consacrata migliaia di volte, l’ha affidata alla sollecitudine e tenerezza del mio cuore. Come potrò io soffrire che ella perisca? No, no, quest’anima m’appartiene; io la voglio, la reclamo come mia eredità, come prezzo del vostro sangue e dei miei dolori a piè della croce ». La divina supplicante non aveva ancora finito di parlare, che una grazia forte, potente eruppe dalla sorgente di tutte le grazie, dal Cuore adorabile del nostro Gesù, e venne ad illuminare l’anima della povera moribonda e trionfare istantaneamente della sua ostinata resistenza. Quest’anima si volse immediatamente con amorosa confidenza verso Colui, la cui misericordia la perseguitava fino tra le braccia della morte, e gli disse: « O Gesù, Dio dei Cristiani, Dio che adora mio figlio, io credo, io spero in Voi, abbiate pietà di me ». In questo grido che Dio solo intese e che partiva dall’intimo del cuore della morente, eranvi rinchiusi il pentimento sincero della sua ostinazione e delle sue colpe, il desiderio del Battesimo e la volontà di riceverlo e di vivere secondo le regole ed i precetti della nostra santa Religione, se ella avesse riacquistata la salute. Questo slancio di fede e di speranza in Gesù fu l’ultimo sentimento di queill’anima: nel momento istesso in cui lo faceva salire verso il trono della divina misericordia, i deboli legami che ancora la tenevano avvinta alla sua spoglia mortale si ruppero ed ella cadeva ai piedi di Colui che era stato suo Salvatore prima di essere suo giudice. — Dopo avermi fatto conoscere tutte queste cose, Gesù aggiunse: « Dì al P. Ermanno che questa è appunto una consolazione che io voglio accordare ai suoi lunghi dolori, affinché benedica e faccia benedire ovunque la bontà del Cuore di mia Madre e la sua potenza sul mio ». – Che cosa conchiudere da ciò? Che bisogna pregare anche per i defunti, la cui vita anteriore ed anche gli ultimi istanti c’ispirassero serie inquietudini per quanto riguarda la loro sorte eterna. – Ma non bisogna però contare su tali miracoli di misericordia divina per vivere nell’indifferenza, in riguardo al grande affare della nostra santificazione, durante il tempo in cui Iddio ci largisce forza e salute: sarebbe questo un tentarlo, un esporci a morire in uno stato che ci condurrebbe direttamente all’eterna dannazione. Prendiamo adunque le nostre precauzioni, mentre siamo ancora in tempo, e riflettiamo sovente a quella grande massima dei Santi che Colui che ci creò senza il nostro concorso, non ci salverà in via ordinaria senza la nostra cooperazione.

NOTA ESPLICATIVA

« Molti sono i chiamati, pochi gli eletti ».

Non possiamo nasconderci che la sentenza finale delle due parabole citate nel trattenimento precedente: la parabola cioè degli operai evangelici mandati ad ore diverse a lavorare nella vigna e ricompensati allo stesso modo e l’altra degli invitati nuziali non dia a prima vista molto a riflettere. Quindi, quantunque già ne abbiamo detto alcunché nel corso del trattenimento, tuttavia non crediamo fuor di luogo, trattandosi di materia tanto importante ed atta ad ingenerare nelle anime timide e scrupolose eccessivi timori sulla sorte della loro eterna salute, ritornarvi brevemente sopra. Tanto più che non mancano autori antichi e moderni, ed anche di grande autorità, che si schierano apertamente in favore del senso letterale di detta sentenza, e sostengono che « la dottrina in essa contenuta possa e debba essere la dottrina della Chiesa, perché fondata sulla S. Scrittura» (Foggini). Chi non conosce, per limitarci ad un esempio, i celebri discorsi del P. Bridayne e di Mons. Massillon, i quali vogliono dal nostro testo provare « que les elùs, comparés au reste des hommes ne forment qu’un un petit troupeau, qui échappe presque à la vue?». È noto però ora, come di questa verità di ordine storico siasi abusato, applicandone il senso ad un falso supposto, di ordine dogmatico. Cioè: anche dei fedeli maggiore sarà il numero dei reprobi, che non quello degli eletti. Invece da quanto abbiamo detto appare che noi ci troviamo di fronte a verità d’ordine ben diverso. Per conseguenza è solo per accomodazione che esurge per molti il senso favorevole alla tesi del piccolo numero degli eletti. Ora è legge ermeneutica dell’accomodazione, secondo il chiarissimo Cornely « che non è mai lecito obbligare gli altri ad accettare per vera e genuina sentenza dello Spirito Santo, quel senso che per accomodazione che noi attribuiamo alle parole della S. Scrittura; perciò nella dimostrazione e conferma dei dogmi non v’ha luogo alla accomodazione ». – Però, per sempre più convincerci della verità di quanto andiamo dicendo, ci piace riferire qui brevemente quanto intorno a queste due parabole del Vangelo di S. Matteo scrisse poco fa un moderno autore: «Per quanto spetta alla prima parabola il testo ed il contesto ci dicono che la dottrina di Gesù versava intorno alla distribuzione delle grazie celesti, ed in specie, che la misura della mercede nel regno di Cristo dipende non unicamente dalla grandezza, dalla fatica e dalla durata del lavoro o del valore esterno d’ogni singola opera, ma anzitutto ed in primo luogo dalla libera volontà e benevolenza del Gran Padre di famiglia, che in questo regno distribuisce a ciascuno le sue grazie. Certamente il Signore darà a ciascuno secondo le sue opere, osservando la più rigorosa giustizia riguardo a tutti; però il criterio decisivo di una mercede maggiore o minore non è la grandezza esterna e farisaica dell’opera in s’è, ma la grazia interna colla cooperazione da parte dell’uomo. Ora la misura di questa grazia dipende unicamente dalla libera benevolenza di Dio. Per questo anche nella parabola vien messa in evidenza tutta speciale la libera volontà del padre di famiglia per rapporto agli ultimi venuti. In tempo cioè relativamente molto breve, potranno taluni nel regno dei cieli acquistarsi meriti grandi quanto altri in lunghi anni, perché la grazia di Dio, che è un dono gratuito della sua misericordia, verrà loro comunicata in una misura molto più generosa. Ecco come e perché avverrà che « gli ultimi saranno primi, ed i primi ultimi ». Ora, se con questa idea principale della parabola mettiamo in relazione le parole finali del comma, è chiaro che il senso non può essere che questo: molti sono chiamati al grado ordinario di grazie, con le quali cooperando del loro meglio, meriteranno un dì il compenso dovuto in cielo, ma pochi invece sono i privilegiati, gli eletti a gradi speciali e straordinari di grazie, con le quali « stagionati in breve tempo, compiranno una lunga carriera» (Sap. IV. 13). – « Anche la seconda parabola termina con le parole : « molti sono i chiamati, e pochi gli eletti » e qui pure devesi per conseguenza elucidare il comma in rapporto con l’idea fondamentale della similitudine, tanto più che a questa si connette con un « poiché – enim » conclusivo. Qui la dottrina di Gesù comprende due punti: la riprovazione de’ primi ospiti ed i requisiti necessari a quelli che di fatto prendono parte al festino. Se noi riferiamo ora la sentenza a questa seconda parte, cui parrebbe anche riferirsi realmente in vista dal nesso esterno che a questa la lega, si avrebbe questo senso: anche nel popolo della nuova alleanza, che per divina disposizione sottentrò nel regno del Messia al popolo d’Israele, sono molti bensì i chiamati, ma solo pochi saranno ammessi di fatto nel vero ed eterno possesso del regno. Ma questa conclusione, come è facile a vedersi, non si accorda in nessun modo con la parabola; perché pur tacendo della circostanza, che tra gli ospiti che riempirono la sala del convito, uno solo fu trovato senza l’abito nuziale, certamente ripugnerebbe all’idea espressa dalla parabola l’ammettere che degli ultimi invitati anche solamente pochi abbiano in definitiva adempiuto alla condizione necessaria e conservato il loro posto al banchetto. La sentenza di Gesù dice perciò relazione, non con questo secondo punto della parabola, ma col primo, dove si pronuncia la riprovazione del popolo giudaico, e si contiene anche l’idea prima e fondamentale della similitudine. E in realtà essa si applica molto bene al popolo d’Israele, perché in questa breve sentenza si compendia e racchiude tutta quanta la parabola, che doveva precisamente annunziare al popolo ed ai sacerdoti il decreto della divina giustizia contro la loro incredulità. « Molti sono i chiamati ma pochi gli eletti » cioè di tutta la grande massa del popolo israelitico, che nella sua totalità fu invitata alle nozze del Messia, solamente pochi perverranno di fatto al regno. Ciò che i profeti avevano predetto, ciò che l’Apostolo scrive ai Romani trova qui pure la sua piena riconferma; la grande maggioranza del popolo finirà per perdersi, solo una piccola parte d’Israele perverrà di fatto alla salute ». Così l’illustre autore Paste (Lezioni Scritturali) il quale così parlando non fa che esprimere la dottrina più comune ed accettata nella Chiesa e nello stesso tempo più soave e consolante pei Cristiani.

 

 

 

OTTAVARIO DEI MORTI (3) Possiamo piangere i nostri morti?

OTTAVARIO DEI MORTI (3)

TRATTENIMENTO V

Possiamo piangere i nostri morti?

[L. Falletti: I nostri morti e il purgatorio; M. D’Auria Ed. Napoli, 1924 – impr. -]

Sommario — Crudele chi vieta le lagrime — Pianse Gesù — Pianse Maria — Piansero i Santi — Le lagrime sono un benefizio — Dottrina di S. Francesco di Sales — Triplice pensiero incoraggiante. Esempio.

I.

Ella è certamente una grande consolazione il pensare che con la morte non tutto finisce e che l’anima, la parte più nobile di noi stessi, sopravvivrà alla distruzione del corpo. Ciò non impedisce però che alla perdita dei nostri cari noi possiamo sentire, e sentiamo infatti gravissimo dolore, ed amarissime lagrime sgorgano dai nostri occhi in occasione della loro scomparsa. La morte, per quanto siamo persuasi che è una legge inevitabile, a cui tutti più o meno presto, più o meno tardi, dobbiamo sottostare, è tuttavia qualche cosa di sì spaventoso e terribile che è impossibile non sentirsi sconvolgere l’animo. Sì, è vero, vi furono dei falsi devoti che col pretesto di onorare Iddio si spinsero all’eccesso di fare oltraggio alla natura umana e di proibire le lagrime a coloro che soffrono nella perdita delle persone che furono ad essi più care, ma ad un eccesso sì inaudito l’umanità diede un fremito di orrore e rivolse altrove gli sguardi. E li rivolse a Gesù, suo capo e modello, li rivolse a Maria, la più forte e magnanima delle creature, li rivolse ai Santi, i più grandi eroi della terra; ed a questi sguardi l’umanità comprese che la religione, no, non vieta il piangere coloro che ci hanno preceduti nell’eternità. Comprese anzi che le lagrime, per quanto amare, sono tuttavia un benefizio della Provvidenza, senza delle quali la vita sarebbe insopportabile. Non sono infatti desse che ci sollevano dal peso crudele delle angosce e alleggeriscono il cuore del pesante fardello del dolore? L’uomo è condannato a nutrirsi del pane bagnato nelle lagrime, e se non fosse bagnato in quest’acqua salutare, oh! quante volte questo pane sarebbe troppo duro ad ingoiarsi! Siamo già così disgraziati su questa terra, che se non ci fosse permesso di piangere, sovente varrebbe meglio mille volte morire che vivere cesi. La religione dunque non vieta di risentire la perdita di coloro che abbiamo amato, non comanda punto la stoica durezza dell’orgoglio e dell’indifferenza, ma vieta solo i lamenti, questi soltanto essa riprova, proibisce e condanna, ma le lagrime, no. Anzi ella ripete di continuo col suo fondatore: beati quelli che piangono! Scopo pertanto di questo trattenimento sia lo spiegare come un Cristiano debba piangere quelli che la morte gli ha rapito. In Betania, piccolo castello della Giudea, era morto Lazzaro, fratello di Maria Maddalena e di Marta; e quando Gesù, che molto lo amava, arrivò presso il castello, già quattro giorni erano passati, dacché il morto giaceva sepolto nella tomba. Trovò le due sorelle e gli Ebrei che erano con esse in grande costernazione, per cui anch’Egli si sentì molto turbato e pianse, dicono gli Evangelisti. Oh! quanto eloquenti non sono queste lagrime che Gesù ha versato sulla tomba del suo amico Lazzaro! Non ci dicono desse che, se in presenza della morte pianse lo stesso Uomo-Dio, non può essere una debolezza colpevole, se noi pure piangiamo la perdita dei nostri cari? Ma non solo pianse Gesù, ma ancora pianse Maria SS. In sul Calvario si consumava il più gran delitto che mai abbia funestato la terra. Appeso ad un duro legno di Croce, dove l’avevano confitto i suoi nemici, crivellato il capo con spine, trafitti con chiodi i piedi e le mani, il corpo tutto lacerato dai flagelli, se ne moriva, come un infame, il Redentore del mondo. Ai pie della croce una grande figura di donna, impietrita dal dolore, col volto inondato di pianto, stava fissando il morente. Era Maria che versava lagrime sulla morte crudele del Figlio. E quante non ne aveva già versate nel corso della sua vita, pensando a quell’ora crudele; quanti singhiozzi non avevano lacerato il suo cuore dopo la terribile profezia del vecchio Simeone: Defedi in dolore vita mea, et anni mei in gemitibus, la fa esclamare la Chiesa! Ora le lagrime ed i singhiozzi della Regina dei mesti, perché non dovrebbero legittimare, santificare anzi il nostro pianto, quando la morte ci colpisce nella persona dei nostri cari? Piansero i Santi: quante lagrime non versò S. Agostino sulla tomba della madre sua, S. Monica! « Al pensiero della tua serva fedele, dice egli indirizzandosi a Dio, mi si fece presente alla mente e il suo amore per te, e la sua grande tenerezza per me; ed a tale ricordo non potendo vincere la commozione lasciai libero corso alle lagrime, che fino allora avevo trattenute, ed alleviato da questo sfogo di pianto, il mio cuore trovò finalmente un dolce riposo, che tu solo conosci, o mio Dio e mio Signore ». – Non meno espressive, flebili e commoventi sono le espressioni che sgorgano dal cuore di S. Girolamo nell’elogio funebre del suo caro Nepoziano: « A chi consacrerò io d’ora in avanti le mie laboriose veglie? In qual cuore potrò io sfogare i miei più segreti pensieri? Dove è colui che m’incoraggiava nei miei studi, e li animava con armonie più dolci che non gli ultimi canti del cigno? Nepuziano non mi sente più! Tutto sembra morto attorno a me: la mia stessa penna incerta e triste, la carta bagnata dalle mie lagrime si rifiutano di comunicare e ricevere l’espressione del mio pensiero, come se più non volessero partecipare al sentimento del mio dolore. Ogni qualvolta io mio provo a dargli libero sfogo e spargere qualche fiore su quella tomba diletta,. ecco che subito i miei occhi si riempiono di lagrime, e la tristezza che è in me si risveglia, mi rigetta con lui nella polvere del suo sepolcro ». – Quante belle e commoventi non sono pure le parole di S. Bernardo, piangente su d’un suo fratello che la morte aveva rapito al suo tenero affetto, nel monastero stesso ove avevano vissuto così felici ed uniti! « Scaturite, scaturite pure dagli occhi miei, o lagrime, così bramose di scorrere per le mie guance. Colui che v’impediva di colare non è più!.. Non è già lui che è morto, son io che non vivo più che per morire! O Gerardo, fratello mio, tu mi sei stato tolto, tu mi sei stato rapito… Con te son scomparse tutte le mie gioie, tutte le mie delizie. Oh! chi mi darà di morire per raggiungerti più presto; poiché il sopravvivere è per me il più crudele dei tormenti. Che da quest’oggi io non viva più che nell’amarezza e nelle lagrime, non viva più che nei rimpianti; e non altra sia la mia consolazione che di sentirmi morire di giorno in giorno!…. Io ti piango, o Gerardo, sei tu tutta la causa delle mie lagrime; io piango perché tu mi eri fratello pel sangue, ma molto più perché noi due non formavamo che un solo spirito intento ad un solo scopo: al servizio di Dio. L’anima mia era sì unita alla tua che i nostri cuori non ne formavano che uno solo; e la spada della morte ha trafitto quest’ anima che era insieme e tua e mia e ci ha disgiunti Oh! Perché, perché ci siamo tanto amati, dal momento che dovevamo separarci: e dopo esserci così amati, perché non ce ne siamo insieme andati!.. » – Oh! quanto adunque non è dolce di piangere così, all’esempio di Gesù, di Maria e dei Santi; quando la morte ci colpisce negli affetti più cari, le lagrime, come abbiamo detto, sono un benefizio che Dio ci largisce per calmare il nostro dolore. Si direbbe che l’Altissimo nella sua misericordia verso l’uomo colpevole, senza tuttavia venire meno alla sua giustizia, abbia voluto procurargli in tal modo un sollievo in mezzo alle dure prove di questa triste esistenza. « Non sarò certamente io, esclama il dolce S. Francesco di Sales, che vi dirò di non piangere, quando avete la disgrazia di perdere un parente, un amico. Piangete, piangete pure: è ben giusto che voi versiate lagrime in testimonianza del sincero affetto che voi portavate a quei cari defunti. Così facendo non fate che imitare Gesù, che pianse sulla tomba di Lazzaro. Noi non potremo mai impedire alla nostra povera natura di sentire la condizione di questa vita e la perdita di coloro che ci erano dolci compagni nel cammino di quaggiù La religione non ci proibisce punto di sentire tali perdite, avendo lo stesso nostro dolce Salvatore consacrato l’affetto e benedetto le tenerezze dell’amicizia. Ed ecco perché io penso che l’insensibilità di coloro che non vogliono che siamo uomini, sempre mi parve una chimera, ed è perciò che sempre giudicai il dolore muto come orgoglioso e finto ».

II.

Ma dopo aver permesso le lagrime, così continua il santo Dottore: « Procurate però che queste dimostrazioni esterne siano moderate, e che i vostri sospiri e i vostri singhiozzi non siano tanto testimonianze di rincrescimento che segni di compassione e di tenerezza. Lungi da noi il piangere come coloro che, solo attaccati a questa miserabile vita, dimenticano completamente che noi siamo in viaggio verso l’eternità. Adoriamo in tutte le cose i segreti disegni della divina Provvidenza e diciamo sovente in mezzo alle nostre lagrime: Mio Dio, siate benedetto, poiché tutto è buono ciò che a voi piace « Quindi, dopo che avremo pagato il tributo alla parte inferiore dell’anima, fa d’uopo che compiamo il dovere alla superiore, ove risiede, come su d’un trono, lo spirito di fede che deve consolarci nelle nostre afflizioni per mezzo delle nostre stesse afflizioni. Beati quei che godono d’essere afflitti e convertono l’assenzio in miele! Sia lodato Iddio! È sempre con calma che io piango, sempre con un sentimento di amorosa sottomissione verso la Provvidenza di Dio, poiché, dacché Nostro Signore ha amato la morte, e l’ha data per oggetto al nostro amore, non posso volerne alla morte, perché mi toglie i miei cari, purché essi muoiono nell’amore della morte santa del Salvatore Qual cosa di più ragionevole che la santissima volontà di Dio si compia in coloro che noi amiamo come in tutte le altre cose? E non basta che in questi casi noi ci sottomettiamo alla sua volontà, ma ancora dobbiamo mostrarci in un qualche modo contenti di quello che fa. Non è Egli un buon padre, che sa perfettamente perché ci affligge e ci toglie quelli che amiamo? Entriamo pertanto nei suoi disegni, e ci aiuti la fede a sopportare questi sacrifici impossibili alla natura. Diciamogli dal profondo dell’anima: Signore, fate pur quanto vorrete; toccate pure nel mio cuore la fibra che vi piacerà, che dessa darà sempre un suono armonioso. Sì, o mio Dio, che la vostra volontà sia fatta su di mio padre, su di mia madre, su di tutti i miei cari, in tutto e da per tutto!…. Non voglio con ciò dire che non bisogna augurare loro una lunga vita, e pregare per la loro conservazione; no!, ma solamente che non dobbiamo lasciarci andare a dire a Dio: « Lasciateci questa persona, prendeteci quella ». E quand’anco il Signore ci togliesse quanto abbiamo di più caro, non ci dovrebbe più che tanto bastare di possedere Iddio? Non è Egli tutto? Non è Egli forse vero, che se non avessimo che Lui, avremmo già troppo? Ahimè! il Figlio di Dio, il nostro caro Gesù, non possedette certo tanto in sulla croce, allorché dopo aver tutto lasciato ed abbandonato per amore ed ubbidienza del Padre suo, fu come abbandonato e lasciato derelitto da Lui ». Tale il linguaggio del santo Vescovo di Ginevra, che del resto non è altro che il linguaggio della fede e delle anime stesse dei nostri cari, che la morte ci ha tolto, se la loro parola potesse arrivare fino a noi. « Certamente, continua lo stesso Santo, il più grande desiderio, che questi cari defunti ebbero nel separarsi da noi, fu che noi non prolungassimo di troppo il dispiacere che ci cagiona la loro assenza, ma che ci sforzassimo di moderare, per amor loro, il dolore che ci dà il loro amore; ed ora, dal seno della felicità che già hanno raggiunto o stanno per raggiungere, ci augurano una santa consolazione, e ci fanno capire che, moderando il nostro dispiacere, dobbiamo conservare e i nostri occhi per piangere ciò che è più degno di pianto ed il nostro spirito per occuparci di cose più nobili ed efficaci di quello che non lo siano le cose transitorie e caduche. « Non piangete, par che ci dicono, seguite piuttosto la via che può condurvi ove noi già ci troviamo; sappiate che ad essa si arriva portando la propria croce, amando Iddio, servendolo con tutto il cuore nel lutto, nelle separazioni, nei dolori, nelle tristezze, nelle lagrime, di cui tutta la vita nostra è ripiena. – Il Cielo è in capo a tutto ciò: fa d’uopo passare per queste prove, come il soldato s’incammina verso la gloria attraverso i campi di battaglia, senza vacillare e senza meravigliarci. E poiché è proprio della vera amicizia il cercare di assecondare le giuste bramosie dell’amico, per far piacere a queste anime dilette, rassegniamoci alla divina volontà, riprendiamo coraggio, abbandonandoci in tutto e per tutto alla misericordia infinita del nostro dolce Salvatore ».

III.

E ci aiuterà ad ottenere questa rassegnazione un triplice pensiero: anzitutto che questi cari defunti appartenevano a Dio ben più che non a noi; quindi, se Egli nella sua provvidenza ha giudicato che era tempo di chiamarli a sé, dobbiamo credere che l’ha fatto pel più gran bene delle anime loro, e dobbiamo perciò amorosamente e dolcemente chinare il capo innanzi ai suoi segreti disegni, adorando in silenzio e benedicendo la profonda sapienza di Colui che tutto dirige, e governa. In secondo luogo che questa terra, in cui viviamo, non è poi un soggiorno così dolce e dilettevole che debbasi tanto rimpiangere per coloro che lo lasciano. Quindi se Iddio per un effetto misterioso della sua misericordia li ha tolti dal mondo, dobbiamo piuttosto consolarci che non rattristarci, perché li ha nello stesso tempo sottratti alle sofferenze, alle miserie e agli affanni di questa triste esistenza, nonché ai tormenti degli affari e alle agitazioni ed alle rivolte che turbano questa nostra età, ai disinganni della fortuna, alle infermità, alle malattie, alle disgrazie di ogni genere continuamente sospese sul nostro capo e che ci minacciano ad ogni istante. Poiché che cosa è mai la vita umana se non una serie di dolori, di lagrime e di angosce?…. Quanto dunque non sono più felici coloro che Dio ha tolti da questo mondo, ove non v’ha che perversità, menzogna, ipocrisia, ove siamo di continuo esposti alle calunnie, alle ingiustizie, alle catastrofi di ogni specie. Mio Dio, come si può mai essere attaccati a questa vita, quando la si vede fuggire così rapidamente, e nonostante ciò ripiena di tristezze, di pianti e di tombe? Non piangiamo dunque troppo i nostri cari trapassati; pensiamo che se sono morti giovani hanno sfuggito tante pene e dolori che forse più tardi li attendevano, ed essendo meno pesante il conto che devono rendere a Dio, più presto saranno ammessi agli eterni gaudi. Se invece erano già avanzati in età, Iddio li ha preservati dal bere le ultime gocce del calice della vita che ordinariamente sono le più amare, se ne son iti, quando non più altro avevano da aspettarsi quaggiù che le debolezze, le miserie, le malattie della vecchiaia. E v’ha forse qualche cosa in ciò che sia veramente da compiangersi? Un terzo pensiero che deve consolarci nella perdita dei nostri cari è che questi morti non sono poi così lungi da noi, come il possiamo credere. Senza vederli possiamo ancora conversare con loro, scambiare i nostri pensieri, comunicare loro i nostri sentimenti. Se già sono in possesso della felicità eterna, la teologia c’insegna che s’interessano a noi, vedono in Dio ciò che noi facciamo, e, se a Dio piace, conoscono le parole che loro noi rivolgiamo, pregano per noi; e se invece sono nel Purgatorio ci è facile confidare al nostro buon Angelo custode ciò che desideriamo comunicare loro. E perché non adottiamo ancor noi questa bella pratica tanto in uso presso i Santi? Di Suor Maria Dionisia dell’Ordine della Visitazione, morta in odore di santità, si legge che aveva l’abitudine di confidare agli Angeli Custodi delle anime del Purgatorio le preghiere e le commissioni, che ella voleva far loro pervenire. « Sovente, racconta l’autore della sua vita, queste sante comunicazioni andavano tant’oltre che la pia religiosa sentiva attorno a sé questi spiriti protettori, che le scoprivano i bisogni delle anime sofferenti affidate alle loro cure, e le inspiravano ciò che doveva fare per la loro liberazione ».

* *

Con quest’esempio poniamo fine al presente trattenimento e concludiamo. Quando adunque la morte viene a battere alla porta della nostra casa e ci rapisce una persona amata, oh! Lasciamo pure che i nostri occhi versino amare lagrime, il non piangere in questi casi, il non sentire dolore è come avere un cuore di marmo, senza viscere, senz’amore. Procuriamo però per altro lato che le nostre lagrime non siano già sterili ed inefficaci, ma meritorie; e tali lo saranno, quando saranno accompagnate da sentimenti di fede, di speranza, di amore. Ah! sì piangiamo con la fede ed accettando il calice del dolore, che Dio ci porge, non dubitiamo di dire « Signore, siete voi che volete infliggermi una tanta perdita; io non ne so il perché, ma credo, credo fermamente che è per il mio bene, perché Voi siete giusto, Voi siete buono, Voi siete amoroso. Ah! Signore, vedete: tutta la mia natura è in fremito, troppo le ripugna questo calice amaro, ma non la mia, la vostra volontà sia fatta ». Piangiamo, sì, ma il nostro pianto scorra nella speranza; e fidenti nella divina misericordia, sollevando al Cielo gli occhi pieni di lagrime, esclamiamo: « Là si riposano, si deliziano, si beano le anime di coloro che piango, là un giorno mi ricongiungerò con essi per non esserne mai più separato ». Piangiamo, sì, ma piangiamo per amore e ricordando Gesù, che tanto sofferse per amor nostro, ci goda l’animo di poter soffrire anche noi qualche cosa per amor di Lui. E poi preghiamo: la preghiera è sempre un bisogno dell’anima, ma lo è specialmente ai pie’ di una tomba. Il mondo ci pesa, quando il dolore si è impadronito di noi; si è allora che l’anima nostra si sente portata verso regioni più alte, più pure, più calme, ove essa vuol cercare coloro che la morte le ha strappato. Ha come un bisogno prepotente di rivederli, di parlare loro ancora. Ma chi la solleverà dalla terra, chi la trasporterà al di là degli astri, verso quest’altro mondo più luminoso e perfetto, che è la dimora degli spiriti? La preghiera, la preghiera umile e fiduciosa, la preghiera del figlio sul seno del padre suo. Oh! se tutti gli afflitti conoscessero i tesori nascosti che racchiude la preghiera; se sapessero tutto ciò che contiene di santi sfoghi, d’ineffabili tenerezze, di consolazioni soavi e celesti, come ben presto le loro lagrime sarebbero asciugate e come accetterebbero facilmente le croci che la Provvidenza loro manda! Ma noi lo sappiamo: perché dunque non ricorriamo a lei nel momento della prova? Facciamolo e saremo consolati.

ESEMPIO: S. Francesco di Sales.

Un esempio ammirabile, del come dobbiamo diportarci in occasione della perdita dei nostri cari, ce lo porge il grande Vescovo di Ginevra in tutta la sua vita, ma specialmente in occasione della morte del suo genitore, che egli amava con affetto tutto singolare. Quando questo vegliardo rese l’anima sua generosa a Dio, il figlio prediletto del suo cuore non attorniava con gli altri il letto della sua agonia; si trovava ad Annecy, impegnato nella predicazione della Quaresima. Il messaggero, che gli apportava la straziante notizia, senza riguardo alcuno, gliela comunicò, quando egli, uscendo dalla sagrestia, stava per salire in sul pulpito. Il santo rimase per un momento atterrato, congiunse le mani in silenzio, ed alzò gli occhi al Cielo: poscia, sostenuto da una forza di volontà sovrumana e dalla grazia divina, montò in pulpito e predicò sul Vangelo del giorno col suo solito zelo e fervore. Non fu che in sul finire del suo discorso che disse ai suoi uditori con un accento che l’emozione faceva tremare e che si spense nelle lagrime: « Fratelli miei, appresi pochi momenti fa la morte di colui a cui più d’ogni altro sono debitore sulla terra; mio padre, l’amico vostro, non è più! Come voi gli facevate la grazia di amarlo, così vi supplico di pregare pel riposo dell’anima sua e di non aver a male che io mi assenti due o tre giorni per recarmi a rendergli i miei estremi doveri ». L’incredibile fermezza di Francesco che aveva potuto durante un’ora dominare assolutamente la natura, l’accento commosso delle sue ultime parole, le lagrime che gli inondavano il viso, fecero profondissima impressione nell’uditorio. Da tutte le parti si scoppiò in singhiozzi; ogni ascoltatore mescolò le sue lagrime a quelle dello apostolo, e questo esempio sublime d’energia cristiana in un’anima così tenera, sorpassò l’effetto di tutti i suoi sermoni. Nel discendere dal pulpito Francesco, che già aveva celebrato la sua Messa, ne intese due altre, inginocchiato in un canto dell’ altare, immobile e come immerso in profonda adorazione, nel suo dolore e nelle consolazioni divine. Dopo partì subito pel castello di Sales. Arrivando nella camera mortuaria, si gettò ginocchioni accanto al corpo inanimato del padre suo, lo copri di baci e di lagrime, e senza venir meno nel suo dolore alla gravità di un prete ed a quel pieno possesso di se stesso che dà la santità, si mostrò il più tenero ed il migliore dei figli. Presiedette egli stesso alla sepoltura ed ai funerali del padre suo, e non ne abbandonò le spoglie mortali che quando l’ebbe deposto, con le preghiere supreme della Chiesa, nel sepolcro della cappella di Sales. Allora, facendo tacere il suo dolore, si occupò di consolare gli assistenti e specialmente la santa madre sua, che non trovava che nelle sue parole celestiali un dolce refrigerio allo strazio del suo cuore. La confessò, come pure i suoi fratelli, le sue sorelle, ed i suoi famigliari, ed il giorno dopo, nella Messa che celebrò per l’anima del padre suo, li comunicò tutti di sua mano. Dopo il santo Sacrificio, rivolse loro ancora qualche parola di consolazione, e poscia, senza perder tempo, si accomiatò da tutti per recarsi nuovamente là, dove il suo dovere pastorale e la salute delle anime lo volevano. Riprese le sue prediche della Quaresima e le continuò anche lungo tempo dopo le feste di Pasqua. La sua ammirabile energia nell’accettare e padroneggiare il dolore profondo, che gli aveva cagionato la perdita del suo amato genitore, aveva dato alla sua santità già così luminosa qualche cosa di più perfetto ancora, e Dio ne lo ricompensò con maggior abbondanza di grazie. Non meno ammirabile fu la sua condotta nell’occasione della morte della madre sua. Iddio permise che egli la assistesse durante la sua agonia e ne ricevesse l’ultimo respiro. Quando tutto fu finito, benedisse la sua spoglia mortale, le chiuse gli occhi e la bocca, e, dopo averle dato l’ultimo bacio, lasciò finalmente sgorgare le sue lagrime che aveva trattenute fino a quel momento. Profondo fu il suo dolore, inconsolabile agli occhi del mondo, perché  aveva perduto la sua migliore amica, ma pieno di consolazione davanti a Dio. Fu in quest’occasione che scrisse parole celestiali a S. Giovanna Chantal, cercando, egli che aveva tanto bisogno di consolazione, di consolare quest’anima santa, che in quei giorni era stata orbata della morte di una sua carissima figliuola. « Ah! sì, il mio dolore è vivo, ma pure è tranquillo, e non oso né gridare, né lamentarmi sotto il colpo della mano divina che ho imparato ad amare teneramente fino dalla mia giovinezza. Ma ahimè! bisognava pure dare un tantino sfogo alle lagrime; non abbiamo noi un cuore umano ed una natura sensibile? Perché non piangere un poco sui nostri trapassati, dal momento che lo Spirito di Dio non solo ce lo permette, ma c’invita? Dio ci dà, Dio ci toglie: sia benedetto il suo santo nome ». Ed è cosi che i Santi piangevano la morte dei loro cari; a loro somiglianza piangiamoli pure ancor noi, soltanto procuriamo che, come le loro, anche le nostre lagrime siano lagrime di rassegnazione e di abbandono alla santa volontà di Dio.

OTTAVARIO DEI MORTI (2) Immortalità dell’anima

OTTAVARIO DEI MORTI (2)

TRATTENIMENTO II

Immortalità dell’anima

[L. Falletti: I nostri morti e il purgatorio; M. D’Auria Ed. Napoli, 1924 – impr. – ] 

Sommario — Che sarà del corpo? — E dell’anima? — Le perfezioni di Dio esigono l’immortalità dell’anima — La sua giustizia — La sua bontà — L’esige la natura dell’uomo — Consenso generale — Perché il rispetto alle spoglie mortali?  Pensiero consolante. Esempio.

È legge inesorabile che noi tutti dobbiamo morire: lo disse chiaramente S. Paolo: « Statutum est hominibus semel mori! » Qual sorte sia per toccare al nostro corpo, noi ben il sappiamo; non son punto necessari grandi ragionamenti per persuaderci che, formato dalla terra, alla terra dovrà ritornare. Non è questo un mistero per alcuno: « Ricordati, o uomo, che sei polvere, ed in povere ritornerai », ci ripete ogni anno la Chiesa nel deporci in sulla fronte le ceneri nel primo giorno di Quaresima. Ma non è già del corpo che noi dobbiamo eccessivamente preoccuparci, ma bensì dell’anima, che è la parte più nobile e preziosa di noi stessi; ora dell’anima che ne sarà? Subirà dessa pure la condizione del corpo e perirà con esso lui? Ah! lo so che così la pensano i libertini dei giorni nostri, non dissimili in ciò dai gaudenti del tempo di Salomone che, non contenti di contemplare con isguardo indifferente la morte, esclamavano con scandalosa indifferenza: « Coroniamoci di rose prima che appassiscano: la breve durata dei giorni nostri ci avverte di prevenire fra i godimenti le ingiurie del tempo… Dopo la morte vi ha il nulla; la loquela non è che una scintilla, spenta la scintilla, il corpo ritorna cenere e lo spirito si dissipa ». Ma fortunatamente così non è: e noi già l’abbiamo accennato nel trattenimento precedente. L’immortalità dell’anima però è argomento troppo importante perché noi ci limitiamo a brevi accenni. Non è desso il fondamento e la base di quanto noi andremo in seguito dicendo? poiché se l’anima muore col corpo, a qual prò la divozione verso quelle anime che, non ancora purificate, soffrono nel carcere del purgatorio? Prima adunque di procedere oltre, diremo alcunché di questo dogma necessario dell’ immortalità dell’anima, che Dio non ha già scritto sulla pietra o sulla pergamena, ma ha scolpito nell’intimo dell’esser nostro: Egli ha voluto che l’uomo non potesse rigettarlo, se non a patto di abdicare a se medesimo. Ed una prima prova ci viene fornita dalla natura stessa di Dio. Il grande Iddio infatti, che noi adoriamo, possiede in un grado infinito tutte le perfezioni: Egli è infinitamente potente, buono, giusto, sapiente; e tutte queste perfezioni gli sono talmente necessarie che non si potrebbe rifiutargliene una senza negare la sua stessa esistenza. Non é egli forse vero che se noi, per esempio, ammettessimo che Iddio, anche per un istante solo, non fosse giusto oppure rimanesse indifferente dinanzi al bene ed al male, pel fatto istesso Egli cesserebbe di essere Dio? Ciò ammesso, noi diciamo che Dio non sarebbe né giusto, né buono, se non avesse creato le anime nostre immortali. Ed anzitutto non sarebbe giusto, se Egli permettesse che l’anima nostra morisse in un col nostro corpo. La giustizia invero esige, non solo in terra ma anche in cielo, che si renda a ciascuno ciò che gli è dovuto: alla virtù la sua ricompensa, al delitto il suo castigo. Io sento nel più intimo della mia coscienza che colui che fa il bene è degno di stima e di premio, mentre colui che opera il male, non solo è biasimevole, ma è ancora meritevole di punizione. Tale è il sentimento universale, la voce della natura: e se Dio. che ha stampato nelle anime nostre questa invincibile nozione della giustizia, non vi conformasse la sua condotta, dovremmo dire che Egli non sarebbe giusto, e quindi cesserebbe di essere il vero Dio. Ora io mi dimando: È così che le cose si passano in sulla terra? possiamo noi dire di aver sempre veduto il vizio castigato, come si merita, e le buone azioni sempre coronate di una legittima ricompensa? o non è piuttosto il contrario che sovente addolora i nostri sguardi? Chi non ha visto la maggior parte degli uomini virtuosi trascorrere i loro giorni quaggiù nella povertà, nelle persecuzioni, nelle tribolazioni, ed accanto a loro uomini perversi e immersi in tutti i vizi vivere ricchi, felici, corteggiati, adulati, portati alle stelle? Ammessa e riconosciuta una tale verità, non esige forse la giustizia che vi sia un’altra vita, in cui tante virtù, che sono in sulla terra disconosciute, ricevano finalmente il premio che hanno meritato, e tanti delitti, che restano quaggiù impuniti, siano finalmente puniti? – Ora come sarebbe ciò possibile, se le anime non avessero una vita al di là della tomba? Egli è adunque necessario che le anime siano immortali altrimenti Iddio non sarebbe giusto. Tale è la voce del buon senso e della fede, e se talvolta qualche incredulo uscisse in quelle parole blasfeme: « Dove è adunque la giustizia del vostro Dio? a qual prò farci violenza, quando in sulla terra Egli rimane indifferente tanto al bene quanto al male? » rispondiamo loro con S. Agostino: « Pazienza, pazienza, l’anima tua è immortale, e Dio è eterno. Egli non vuole sempre colpire il delittuoso durante la vita presente, perché non vuol distruggere la sua libertà; ma saprà ben Egli raggiungerlo un giorno. Nulla dimentica la sua giustizia, e per aver indugiato qualche po’, non sarà che più terribile. Che importa qualche giorno di più, ed anche qualche anno, a Colui che possiede l’eternità: Patiens quia æternus? ». Dico dippiù che Iddio non solo non sarebbe giusto, ma non sarebbe neppure buono, se non avesse creato le anime nostre immortali. La bontà è la perfezione che è più conosciuta del nostro Creatore. Non v’ha creatura che altamente non la proclami, e non vi si raccomandi con fiducia, facendovi appello noi stessi quando invochiamo Iddio col nome di Padre nostro, dandogli così il nome che esprime tutto ciò che la bontà ha di più dolce e di più forte. Ora se l’anima nostra non fosse immortale, come potremmo noi credere alla bontà di Dio? È un fatto che, per la grande maggioranza dei mortali, i giorni avversi sono più numerosi di quelli prosperi e per quanto sia breve la nostra vita, infiniti sono i mali ed i dolori che ci tormentano. Mentre le malattie e le infermità abbattono i corpi, le anime nostre vivono in preda a continue inquietudini ed agitazioni, e non è che per una rarissima eccezione che qualche volta vediamo risplendere sul nostro capo il sole radioso della felicità. Se così è, che dobbiamo noi pensare d’un Dio che non ci avrebbe creati che per renderci vittime di tante miserie? Egli non era punto obbligato di trarci dal nulla, ma poiché gli piacque di chiamarci alla vita, la sua bontà gli imponeva di non far sì che la nostra esistenza fosse soltanto per noi un male. Sì, se l’anima nostra non fosse immortale, bisognerebbe dire che Dio ha creato l’uomo per un capriccio crudele, gli impone la vita come un peso schiacciante, e non ne lo libera che quando è stanco di tormentarlo. Ma chi non vede che questa sarebbe una conclusione orribile e nondimeno rigorosamente vera, se non si ammettesse l’immortalità dell’anima? – Ma, ammettendo questo dogma consolatore, tutto cangia immediatamente d’aspetto nella nostra vita. Comprendiamo subito che Iddio, che ci ha creati liberi, liberamente ci lascia quaggiù agire, riserbando per più tardi i suoi diritti. Le miserie presenti, le malattie, i dispiaceri, che il più delle volte sono originati dalle nostre stesse colpe, non hanno più nulla che possa spaventarci; essi, secondo l’espressione dei Libri santi, sono radice d’immortalità. Seminiamo la virtù nelle lagrime per raccogliere un dì una messe abbondante di felicità eterna. La vita presente non è che un viaggio brevissimo, la nostra patria è il cielo. Che importa se difficile è il cammino, quando in capo ad esso noi troveremo il riposo e la gioia d’una inalterabile beatitudine? Cessi adunque il nostro labbro di accusare la bontà divina, se noi, finché vivremo in questa terra d’esilio, incontreremo triboli e spine: noi sappiamo qual magnifica ricompensa non riservi Iddio ai nostri travagli in una vita futura. Egli è sempre buono, e le anime nostre sono immortali. Appoggiati ad una tale incrollabile speranza, cammineremo sempre calmi e fiduciosi, perché, in mezzo ai dolori che riempiono la nostra vita, sappiamo che, al termine della nostra mortale carriera, ci aspetta il tesoro dell’ immortalità.

II

Una seconda prova non meno luminosa e convincente, e nello stesso tempo più facile a capirsi, dell’immortalità dell’anima, ci viene fornita dalla stessa natura dell’uomo. Che altro mai infatti vuol significare quell’orrore istintivo e quasi insormontabile che noi tutti proviamo per la morte? Perché mai anche le volontà più energiche si sentono profondamente commosse, quando si avvicina questo momento terribile? Si ha buon conto di burlarsi della morte quando non si ha che vent’anni, si è pieni di forza e di salute, e si respira a pieni polmoni l’aria profumata della primavera della vita; ma non appena le ali della morte ci toccano leggermente ahi! come scompare a poco a poco tutta la nostra sicurezza! Giovani e vecchi, ricchi e poveri, ferventi Cristiani o increduli ostinati, tutti si sentono atterriti e sperduti all’avvicinarsi dell’istante supremo. Un orrore segreto ci agita, un sudore freddo inonda la nostra fronte, e fin nelle braccia della morte ci dimeniamo ancora per prolungare la nostra vita. Donde mai tanto terrore della morte? Dalla convinzione intima che non tutto il nostro essere è destinato a scomparire, non è tanto la cessazione della vita che ci spaventa, quanto quello che le terrà dietro; e se fossimo certi, che v’ha il nulla al di là del sepolcro, subiremmo l’estremo passaggio senza agitazione. Ma il pensiero di un’altra vita ci preoccupa nostro malgrado: l’idea di un non so quale soggiorno ignoto e misterioso in cui stiamo per entrare, senza sapere precisamente se abbiamo meritato di esservi felici o infelici, mette in subbuglio l’anima nostra e c’inspira quei sensi di terrore da cui non possono liberarsi neppure i più coraggiosi. Ed è così che la natura dell’uomo, nel suo orrore per la morte, rende una preziosa testimonianza all’immortalità dell’anima. – Un’altra testimonianza, non meno preziosa, ci viene fornita dal consenso unanime del genere umano nel credere a questo dogma consolatore. Qual credenza infatti più antica di questa? Non è già da ieri, da duecento, da due mila anni che l’umanità la possiede e se la trasmette d’età in età: questa convinzione rimonta alla sua origine stessa, sì bene che la storia non ha mai potuto citarci il nome di un solo uomo di genio che per primo, in un dato momento, abbia detto: L’anima mia è immortale! Ci fa d’uopo rimontare su, su, per tutti i secoli per arrivare fino ad Adamo e da lui fino a Dio, suo Creatore, il quale gli ha rivelato l’immortalità dell’anima sua, e ne ha conservato gelosamente il senso intimo nei suoi discendenti. Dessa è ancora una tradizione universale la quale costituisce talmente il fondo dell’umanità che invano si cercherebbe un popolo che non l’abbia professata. Hanno dessi i popoli un bel vivere separati gli uni dagli altri per immense distanze, o per profonde differenze di linguaggio, di costumi, di religione, tutti sono però unanimi nella credenza a questa verità. L’indiano invoca l’ombra di suo padre , come il Cinese rende un culto solenne ai suoi antenati, e quando i nostri Missionari si recano nelle vaste regioni dell’America del Sud, o nei torridi deserti dell’Africa, sempre trovano presso le miserabili tribù che colà abitano, la credenza a queste due verità: la fede nell’esistenza di un Dio, e la persuasione della sopravvivenza delle anime. Ora se gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi hanno sempre creduto e credono tuttora a questo dogma così importante, bisogna ben dire che sia vero. Non è possibile che tutto quanto il genere umano si sbagli sopra un punto così capitale, e sarebbe dar prova di poco criterio, per non dire peggio, il volersi mettere in opposizione contro una sì completa e costante unanimità.

III.

Finalmente un’ultima prova ci viene fornita dal culto, dalla pietà, dal rispetto che si ha sempre avuto e si ha tuttora per le misere spoglie mortali, anche allorquando furono separate dal principio vitale. « Noi vediamo infatti nella storia nell’antico Testamento, dice S. Agostino, gli uomini più raccomandabili pei loro meriti e per la loro pietà rendere onori insigni alla spoglia mortale delle loro spose, come Abramo fece per Sara; innalzare loro monumenti, come quello che Giacobbe fece innalzare sulla strada di Efrata per la sua diletta Rachele; noi li vediamo preoccuparsi, ancora viventi, della loro sepoltura, come Giuseppe che diede ordini per la traslazione delle sue ossa nella terra dei padri suoi ». E che non avvenne dopo che Gesù spirò l’anima sua sul Calvario ? Due dei suoi più cari discepoli, volendo in qualche modo consolarsi della perdita di sì buon Maestro, si affrettano di rendergli gli onori della sepoltura; e l’Evangelista si fa uno studio di mettercene sott’occhio il lusso veramente notevole. Si procurano con grandi spese dei profumi, circa cento libbre di mirra e di aloè, e inviluppano il corpo di Gesù in un bianco lenzuolo con aromi. E noi, che troviamo ovunque il buon Gesù, circondato d’indigenza e di povertà, nel sepolcro invece il vediamo ricevere dai suoi discepoli tutte le cure più delicate. E l’Evangelista, dopo averci ciò narrato, ci fa osservare che i discepoli, così diportandosi, non facevano altro che seguire l’usanza di quei tempi. Ora perché, ci domandiamo noi. tante cure, tanti riguardi, tante delicate attenzioni per quei miseri resti, fulminati dalla morte, destinati fra breve a ridursi a quel non so che, che non ha nome in nessun linguaggio del mondo? Forse unicamente per tributare un ultimo segno di stima e d’ amore per coloro dei quali deploriamo e piangiamo la perdita? Oh! Certamente no; ma bensì e soprattutto perché si vuole preservare per qualche tempo ancora dalla corruzione la dimora terrestre di una anima immortale, destinata a regnare eternamente con Dio in cielo. Lo dice chiaramente S. Agostino : « La cura data al corpo che è inanimato, ma che dovrà risuscitare un giorno ed esistere eternamente, è una testimonianza di questa fede nell’immortalità dell’anima Ecco perché non è possibile, che noi cessiamo d’amare ed onorare i corpi dei nostri parenti ed amici, quando la morte è venuta a strapparceli! Essi che ci furono così cari e venerandi durante la loro vita, e perché non dovranno più esserlo dopo la morte? Trattiamo quindi con grande rispetto i corpi dei defunti, specialmente quelli dei giusti e dei fedeli dei quali lo Spirito Santo si è servito, come di strumento, per ogni specie di buone opere. Se si conserva la veste di un padre, il suo anello, se tali oggetti sono tanto più cari ai discendenti, quanto più vivo è l’affetto verso i parenti, perché non dovremo noi rispettare i loro corpi, non solo perché ci furono più intimamente uniti, ma soprattutto perché furono il soggiorno di un’anima immortale, il tempio dello Spirito Santo, l’ara sacrosanta su cui riposò il Corpo ed il Sangue di Gesù? » – Ed ecco quindi perché noi, dominati da tali sentimenti, che la Chiesa approva e consacra, perché essa non è venuta ad abolire la legge, ma a perfezionarla ed a conservare quanto di sacro e di rispettabile v’ha negli antichi costumi e nella natura, non appena uno dei nostri simili, parente o amico, ha reso l’ultimo respiro, noi gli chiudiamo piamente gli occhi, collochiamo tra le sue mani ghiacciate un crocifisso, poi, gettando sulla fredda spoglia qualche goccia d’acqua benedetta, recitiamo per lui un De Profundis, un’Ave Maria. Il giorno dopo accompagniamo alla Chiesa colui che ieri era ancora un uomo ed oggi non è più che un cadavere. Il prete offre per lui il santo sacrificio, mentre noi tutti, con la fronte chinata, in ginocchio, a pie’ dell’altare ci percuotiamo il petto ripetendo l’inno della misericordia: O Signore, dà all’anima sua il riposo eterno! E quando finiti sono i funebri canti noi versiamo ancora una ultima lagrima con un’ultima preghiera sulle sacre zolle che ci nasconderanno per sempre un padre, una madre teneramente amati. Ci ritiriamo finalmente lasciandolo d’ora innanzi in custodia del crocifisso che stende le sue braccia protettrici sul campo dell’ultimo riposo. – Ecco quello che comunemente si fa alla morte dei nostri cari, e guai se qualcuno fosse così ardito da impedirci così commovente manifestazione, sapremmo ben noi protestare come si deve! Ora, come già dissi, se tutto morisse col corpo, perché mai queste cerimonie, queste preghiere, queste pompe funebri? Qual vantaggio per quel povero corpo, invaso dal freddo della morte e senza vita, che viene portato all’ultima dimora? Forsechè i vermi lo divoreranno meno prestamente? A qual prò pregare per un cadavere? Oh! sì, se non si crede all’ immortalità dell’anima, checché dire ne possano gli organizzatori dei funerali civili, di queste sacrileghe parodie il cui solo spettacolo rattrista qualche volta i nostri sguardi, tutto ciò non si risolverebbe che in una commedia, insultante per coloro che ne sono l’oggetto e disonorante per coloro che la rappresentano. Ma viva Dio! non è al corpo che tutte queste dimostrazioni sono rivolte, ma bensì all’anima, all’anima immortale che nell’uscire dalla sua prigione di carne, è comparsa davanti al suo Dio ed al suo giudice, a quest’anima che forse soffre nelle fiamme del Purgatorio e che noi perciò dobbiamo suffragare. Ed ecco perché ognuna delle nostre preghiere per i morti è un atto di fede nell’immortalità dell’anima, e che quindi è cosa buona e salutare pregare per coloro che non sono più. Incrollabile sia adunque la nostra credenza nell’immortalità dell’anima, poiché se questo dogma è per noi consolantissimo in tutte le circostanze della vita, lo è specialmente in quei momenti terribili, in cui la morte ci strappa qualcuno dei nostri cari. In mezzo a queste grandi catastrofi che desolano la nostra vita e ci riempiono di dolore, quanto non è dolce il pensare che l’oggetto del nostro affetto non è tutto intero rinchiuso sotto la pietra del sepolcro, ma che la miglior parte di esso sfuggì alla morte, e ci attende nell’ eternità, ove speriamo di rivederlo! Ed è appunto a questo consolante pensiero che ci invita a ricorrere la Chiesa, ogni qualvolta ci fa risuonare all’orecchio

i l magnifico Prefatìo che si legge nella Messa dei defunti. « In Cristo, ella esclama, rifulse per noi la speranza di una beata risurrezione, affinché coloro cui contrista una certa condizione di morire vengano consolati dalla promessa della futura immortalità. Imperocché ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non vien tolta, ma solo mutata, e sciolta la casa di questo soggiorno terrestre, viene preparata in cielo una eterna dimora ». « O immortalità benefica, esclamiamo adunque ancor noi con un illustre oratore, io credo alla tua esistenza, e vi crederò sempre. Il tuo pensiero è una forza soprannaturale che mi consola nei miei dolori, mi fortifica contro le tentazioni, mi sostiene nella pratica delle virtù per meritarti in cielo. Tu sei la mia migliore speranza, perché è in seno a te che io voglio possedere il mio Dio e gustare la felicità eterna che Egli promette a coloro che lo servono fedelmente, Credo vitam aeternam.

ESEMPIO: Un principe polacco.

Il celebre P. Lacordaire, al principio delle sue conferenze sulla immortalità dell’anima, raccontava agli allievi del collegio di Soreze il seguente esempio: « Un principe polacco, incredulo e noto materialista, aveva scritto un libro e stava per farlo stampare, quando un giorno, passeggiando nel suo giardino, incontra una donna tutta in lagrime, che gettandosi ai suoi piedi, gli dice: « Ah! mio buon padrone, mio marito è morto la sua anima sarà in Purgatorio, dove soffrirà tanto; ed io sono così misera da non potere dare la somma sufficiente per fare celebrare la Messa pei defunti. Abbiate la bontà di aiutarmi a favore del mio povero marito.» Il gentiluomo, sebbene pensasse che la donna era vittima della sua credulità, non ebbe il coraggio di respingerla. Trova una moneta d’oro nella tasca e gliela dà; la donna, felicissima, corre in chiesa e prega un sacerdote di celebrare delle Messe per l’anima del suo marito. Cinque giorni dopo, il principe rileggeva il detto manoscritto nel suo gabinetto; quando, alzando gli occhi, vede a due passi da lui, un uomo vestito come un contadino del paese: « Principe, sente dirsi dallo sconosciuto, vengo a ringraziarvi: sono il marito di quella povera donna che vi pregava, pochi giorni fa, di darle un’elemosina per fare celebrare la santa Messa in suffragio dell’anima mia. La vostra carità è stata gradita da Dio: ed è Egli che m’ha permesso di venire a ringraziarvi. » Ciò detto il contadino sparì come un’ombra. Dopo di ciò quel principe diede alle fiamme il suo lavoro e cedendo alla verità ed alla grazia di Dio si convertì e visse da buon cristiano sino alla morte.

OTTAVARIO DEI MORTI (1) Il Cimitero

OTTAVARIO DEI MORTI (1)

TRATTENIMENTO VIII

Il Cimitero.

[L. Falletti: I nostri morti e il purgatorio; M. D’Auria Ed. Napoli, 1924 – impr. -]

Sommario — Anche dopo morte! — Dormitorio — Luogo del riposo — Campo Santo —Campo di Dio—Messe degli eletti —S. Agostino — Motivi di consolazione — Reliquiario prezioso — Sempre rispettato — Profanazione odierna — Inutili tentativi — Morieris tu! — Esempio.

Benedetta, sì, mille volte benedetta sia la nostra santa Religione! Essa che con assidua vigilanza e tenerezza materna segue ovunque i suoi figli nel cammino della vita, prendendo parte alle loro gioie ed ai loro piaceri, prodigando loro i suoi benefizi, i suoi incoraggiamenti e le sue consolazioni, non li abbandona neppure dopo la loro dipartita da questa terra; ed anche quando la morte li ha colpiti riducendoli ad un oggetto d’orrore agli occhi dei viventi, non cessa un momento di vegliare su di loro e di circondarli di sue cure premurose. Non permette perciò che i loro corpi vadano a marcire senza onore in una terra profana; ma vedendo sempre in essi dei vasi consacrati, che hanno racchiuso l’abbondanza dei doni celesti, e dei tabernacoli augusti, già dimora dello Spirito Santo, ha preparato loro un luogo di riposo che essa, dopo aver benedetto e santificato colle sue preghiere, ha collocato sotto l’autorità speciale dei suoi ministri. «I santi canoni, leggiamo nel Rituale romano, vogliono che il Vescovo benedica solennemente questi luoghi ove dormono i fedeli, morti nella Comunione della Chiesa, e proibiscono formalmente di seppellire i cristiani in un luogo profano ». E questi luoghi di riposo, ove dormono i fedeli si chiamano cimiteri. Oh! quanto adunque non dobbiamo essere riconoscenti alla Chiesa, la quale anche in ciò ha voluto tener conto di una aspirazione del cuore umano! « Non v’ ha persona, povera o ricca, esclama il domenicano Lacordaire, che non pensi alla sua tomba e non desideri riposare in una tomba amata sotto la custodia di santi ricordi. Gli antichi stessi, quantunque meno di noi istruiti sulla grandezza dei resti mortali, stimavano una disgrazia 1’essere privi di una sepoltura di loro scelta, e quando Scipione volle con un rimprovero eterno vendicarsi di Roma che, nonostante la sua provata onestà, aveva dato ascolto ai suoi accusatori inverecondi, legò le sue ceneri ad una terra d’esiglio e fece incidere sulla sua tomba questa amara ed eloquente iscrizione: « Ingrata patria, non avrai le mie ossa! » Ma non basta che noi ci mostriamo riconoscenti alla Chiesa, egli è ancor necessario che noi ci sentiamo penetrati di un santo rispetto verso questi luoghi venerandi, ed entrando nello spirito di questa buona Madre li consideriamo, non già soltanto come regno e dimora della morte, ma, ciò che è più consolante, come veri luoghi di dormizione, da cui i nostri corpi, ridestati un giorno dal sonno della morte, risorgeranno per partecipare gloriosi alla beata eternità. Non si poteva certamente dare al luogo di sepoltura dei nostri resti mortali un nome più appropriato e nello stesso tempo più consolante di quello di cimitero, parola di profondissimo significato, di filosofia tutta celestiale e di faustissimo augurio che, mentre mette la tomba sotto la protezione della speranza, toglie tutto il suo orrore alla morte. Che altro infatti vuol dire cimitero se non luogo di riposo, dormitorio? Ora non è forse vero che il dormitorio suppone il sonno, ed il sonno suppone il risveglio? Ed infatti, per parlare più propriamente, il cristiano non muore, ma dorme nell’attesa della risurrezione finale; per lui la morte non è che un sonno un po’ più lungo che quello della notte, che dovrà essere seguito da un risveglio eterno. Ed è appunto perciò che nell’antico Testamento, per esprimere la morte dei Patriarchi, si trova sovente adoperata questa frase: « Si addormentò coi padri suoi ». Noi sappiamo pure che Gesù Cristo ed i suoi Apostoli hanno sovente chiamato la morte dormizione o sonno, ed i morti dormienti. Lo stesso linguaggio noi troviamo in bocca a S. Paolo, il quale, in tutte le sue lettere, ma più chiaramente nella prima ai Tessalonicesi, chiama la morte un sonno ed i defunti degli addormentati: « Non vogliamo, dice egli, che siate nell’ignoranza per quanto concerne quelli che si addormentano, affinché non siate contristati, come avviene degli altri che non hanno speranza; poiché, se crediamo che Gesù è morto ed è risuscitato, dobbiamo anche credere che Dio ricondurrà per mezzo di Gesù e con Gesù quelli che si sono addormentati » (IV, 13). Ed è ancora per questo che gli antichi Cristiani parlando dei loro morti dicevano « che si erano addormentati nel sonno della morte, che si erano messi a riposare per qualche tempo, ma per risvegliarsi ben presto, » e dominati da questo pensiero avevano adottato l’abitudine di disporre i cadaveri nei loro funebri ripostigli, in modo che avessero la faccia rivolta verso l’Oriente, come per aspettare il ritorno della luce e salutare i primi raggi di questo novello giorno che non avrà crepuscolo. – La sola parola cimitero pertanto riassumendo in se stessa quelle belle parole dei Libri santi in cui è detto « che coloro che dormono nella polvere della terra si risveglieranno un giorno » ci ricordano quel dogma di nostra santa fede che, mentre è tanto consolante per l’anima fedele, è così terribile pel cattivo e per l’empio, la risurrezione cioè della carne. Ora se la morte è un sonno, i luoghi sacri ove riposano, dormono i corpi dei fedeli, nell’attesa della risurrezione finale, che altro sono se non dei dormitori? Ciò considerando i Padri dell’antica Chiesa non potevano far a meno di sentirsi ripieni di santa esultanza: « O dormitorio, esclama uno di essi, nome divino, nome rivelatore, nome degno di eterna benedizione! quanto non sei bello, giusto, pieno di consolazione e di filosofia! Egli è adunque vero che la morte non è la morte, ma un sonno, un assopimento passeggiero. In ricordo del giorno (il Venerdì santo) in cui Nostro Signore è disceso ai morti, noi siamo radunati in questo luogo, e questo luogo si chiama cimitero, affinché sappiate che i morti e coloro che qui riposano non sono già morti, ma solo addormentati. Prima della venuta del Redentore, la morte si chiamava morte; ma dopo la venuta del Figlio di Dio e dopo che Egli ha sofferto la morte per dare la vita al mondo, la morte non si chiama più morte, ma sonno, assopimento. È Lui stesso che le ha dato questo nome ed i suoi apostoli l’hanno imitato. Che non disse quando fu condotto presso la tomba dell’ amico Lazzaro ? « Il nostro amico Lazzaro dorme »; non disse già: è morto; benché realmente il fosse. E che questa denominazione di sonno, per designare la morte, fosse nuova, noi il possiamo dedurre dal turbamento degli Apostoli i quali, pur accettandone subito il significato, dicono a Gesù: « Signore, ma se dorme, egli è salvo! » – « Oh! sì, dappertutto la morte è chiamata un sonno! Ed è perciò che il luogo dove riposano i defunti è chiamato cimitero, che vuol dire dormitorio. Quando adunque qui portate un trapassato, non desolatevi; voi non lo portate alla morte, ma al sonno: questo nome basta per consolarvi. Abbiate sempre presente il luogo dove l’avete portato: al dormitorio: ed il tempo in cui l’avete portato: cioè dopo la morte del Cristo, quando tutti i vincoli della morte sono stati troncati ».

II.

Nel linguaggio della Chiesa il cimitero ha ancora due altri nomi, pei quali desso non merita meno il nostro rispetto e la nostra venerazione, perché ancor essi ci ricordano e ci predicano eloquentemente il dogma della risurrezione. Si chiama infatti Campo santo, e Campo di Dio — Campo santo! non è forse questo il nome che gli si dà generalmente da noi in Italia? Ed oh! quanto un tal nome non è preso in sul serio, tanto che noi sappiamo dalla storia che l’antica repubblica di Pisa, una delle grandi potenze marittime del Medio-Evo, organizzò una spedizione navale in Oriente per trasportare in patria la terra di Palestina, santificata dai passi del divin Redentore, onde comporne con quella il suo cimitero, il suo Camposanto. Oh! sì, egli è santo il luogo dove riposano le fredde spoglie dei nostri cari defunti; santo, perché solennemente consacrato con le auguste cerimonie della Chiesa per mano dei suoi Pontefici; santo, perché luogo di riposo di corpi che furono templi vivi dello Spirito Santo, membra di Gesù Cristo, rigenerati e santificati dalla grazia e dai Sacramenti; santo finalmente, perché dominato dalla Croce, simbolo sacro della nostra Redenzione, che s’innalza maestosa nel bel mezzo del sacro recinto e par che raccolga quei che non son più « sotto le grandi ali — del perdono di Dio ». Non meno eloquente è l’altro nome del Cimitero: Campo di Dio. Il Creatore, il Conservatore, il Restauratore di tutte le cose, Dio, è un seminatore; Egli stesso si chiama con questo nome: « Uscì quegli che semina a seminare; non seminasti forse del buon grano? » Ora come ogni seminatore ha un suo campo, così Iddio ha pure il suo, e questo è il cimitero. Ma a differenza del seminatore ordinario che semina differenti specie di semi nel suo campo, Dio invece non ne semina che di una specie, che del resto è sempre la stessa. Che fa il grano nella terra? comincia per alterarsi e marcire. Questo grano è nudo; uscito dalla spiga, ha più nulla che lo protegga, è appena coperto da una leggiera pellicola, di cui si sbarazzerà ben presto. Ridotto così alla sua più semplice espressione, il seminatore, con un atto di fede incrollabile nella risurrezione, lo affida risoluto alla terra, nel cui seno subirà rapidamente una gloriosa trasformazione. E la sua fede non lo ingannerà; passano pochi mesi, ed ecco che il campo si copre di meraviglia. Quel grano morto risuscita, e da un solo seme ne nascono parecchi. E questi nuovi grani non sono già nudi, come il loro padre, nascosti come esso nel seno della terra; no, ma si mostrano ai raggi del sole, s’innalzano verso il Cielo. Si appalesano riccamente vestiti, circondati di foglie, ornati di fiori, e graziosamente sostenuti da leggiadri steli che il vento fa lievemente ondeggiare, come la madre che in diversi sensi dondola la culla del suo bambino. Ora qual è il grano che Dio semina nel suo campo? Il più bello, il più prezioso, il più amato di tutti i grani; il corpo dell’uomo, formato a sua immagine, riscattato col sangue dell’Agnello immacolato, erede della sua gloria e felicità. E questo corpo, gettato nel seno del Campo di Dio, dopo aver subito, sotto l’occhio amoroso e la vigile e gelosa custodia del suo divin Seminatore, le stesse trasformazioni che il grano nel seno della terra, in virtù del germe divino in lui deposto dal Redentore, si alzerà pure a sua volta, come messe immensa, nel giorno della finale risurrezione, brillante e glorioso per tutta un’eternità. Oh! quanto non è consolante questo pensiero e di quale conforto, specialmente per quelle anime afflitte che piangono sulla tomba dei loro parenti e dei loro amici defunti: « Voi siete tristi e sconsolati, diceva il grande Vescovo d’Ippona inspirandosi ad esso, poiché avete veduto portato al sepolcro colui che amavate, e più non udite la sua voce. Egli viveva ed ora è morto; egli mangiava ed or non mangia più; più non prende parte alle gioie ed ai piaceri dei viventi. Ma forsechè voi piangete il seme, allorché l’affidate al solco? Se un uomo fosse in tutto talmente ignorante da piangere il grano che si semina nel campo, che si getta in terra, che si seppellisce nel terreno, lavorato dall’aratro, e dicesse in sé stesso: « Oh! Perché mai hanno sepolto questo grano, mietuto con tanta fatica, pulito, conservato nel granaio? noi l’abbiamo veduto, e la sua bellezza faceva la nostra gioia… ed ora è scomparso dai nostri occhi….! » Se vi fosse un uomo che così piangesse, forsechè non gli si direbbe: « Deh! non t’affliggere; certamente questo grano sepolto non è più nel granaio, non si trova più in nostre mani; ma quando più tardi noi verremo a visitare questo campo ci rallegreremo nel vedere la ricchezza della messe là ove tu piangevi l’aridità del solco ». Le messi le si vedono ogni anno, ma quella del genere umano non la si vedrà che una volta sola, alla fine dei secoli, quando cioè al suono delle angeliche trombe coloro qui dormiunt in sonno pacis, evigilabunt, si risveglieranno, e sorgendo dal seno della terra vivranno per non addormentarsi più ». – Così il santo dottore; ed a suo esempio, contemplando i nostri cimiteri, veri campi di Dio, diciamo ancor noi: è in questa terra, santificata dalle preghiere liturgiche, che germoglia la futura messe degli eletti. Essi non sono morti, no, che non è possibile che gli uomini fatti ad immagine e somiglianza di Dio muoiono per non rivivere mai più; ma riposano nella fede e nella speranza comune. Ma verrà un dì che secondo la parola del Creatore rivivranno a novella vita ed allora oh! gioia, oh! felicità, mors ultra non erit. Ecco che cosa è il cimitero; ecco quello che in suo muto linguaggio dice al cuore del cristiano. Non dobbiamo quindi meravigliarci che desso sia sempre stato e sia ancora tuttodì oggetto di universale rispetto e venerazione. « Presso ogni popolo del mondo, dice un moderno autore, abbia già desso fatti grandi passi nella via del progresso, o sia ancora agli inizi della civiltà, vi hanno due cose che sempre hanno tenuto un posto specialissimo nell’estimazione degli uomini, e davanti all’una o all’altra delle quali essi non possono far a meno di provare un sentimento, a cui non possono sottrarsi, sentimento che trionfa di tutti gli odi, e di tutte le passioni. E queste due cose sono la culla e la tomba. In un giorno di cieco furore il popolo potrà arrivare all’eccesso di atterrare il palazzo dei re e di portare una mano sacrilega sulle nostre chiese e sui nostri altari, ma è ben difficile che vengano profanate le tombe ombreggiate e difese dalla croce. Non è forse vero che sempre e dovunque il piccolo cantuccio di terra, che ricopre le spoglie mortali dell’uomo, venne trattato col più gran rispetto, ed in ogni tempo la violazione di una tomba venne considerata come una profanazione? » Parlando del cimitero così esclama uno scrittore cristiano: « O patria nostra, tu ci sei cara non solo per le aure che bevemmo fanciulli; pei nostri ridenti giardini; per la casa che ci albergò; ma anche per quel campo benedetto dove han trovato asilo parenti, congiunti ed amici. Quanti non sono coloro, che lungi morendo dal luogo natio, chiedono imperiosamente che i loro resti mortali sieno portati là, dove la voce della patria pare che reclami sempre, e vivi e morti, i suoi figli. Una legge di natura, e certamente una legge d’ amore, sospinge gli uomini a riunirsi in un solo asilo, affinché rimanga dopo morte quella comunione che mantennero in vita, e che punto non si rompe colla morte. Senza dubbio la prospettiva del cimitero ingenera un sentimento che vi obbliga di quando in quando a recarvi sul tumulo di chi avete amato; che vi costringe a scoprirvi il capo e a piegar le ginocchia; che dal vostro cuore sa strappare una prece e dagli occhi vostri una lagrima. Non è questo vero? La santità del luogo, unita a tante rimembranze, vi infonde una soavità di dolore, che si trasmuta in un indefinito conforto, è una mesta ma soave musica quella che si forma attorno alle croci di quell’asilo solitario». Quanti motivi pertanto non si riuniscono per renderci cari e sacri questi asili della morte collocati alle porte delle nostre città o all’entrata dei nostri templi per sollecitare da noi suffragi o per ricordarci che siamo polvere! Qui riposano in un sonno tranquillo, coricate le une sulle altre, migliaia e migliaia di generazioni, migliori che non la nostra: dormono sotto le zolle benedette coloro che furono i benefattori dei poveri e delle chiese, i fondatori dei nostri ospizi, delle nostre scuole, delle nostre istituzioni caritatevoli, di tutti quegli stabilimenti di pubblica utilità, di cui noi raccogliamo i frutti, senza pensare alla mano che ce li elargì, senza che la nostra memoria abbia conservato il nome di questi uomini generosi; qui aspettano il giorno del risveglio quella serie interminabile di pastori vigilanti e disinteressati che hanno istruito, consolato, diretto di età in età le generazioni estinte, e che hanno iniziato noi stessi alla scienza del dovere ed alla conoscenza della fede. Qui riposano, in una santa pace, dei fratelli, degli amici, un padre, una madre, dei figli ai quali avevamo promesso nelle strette angosciose dell’ultimo addio un ricordo eterno, qui soprattutto vi sono dei Cristiani, segnati del sigillo di una adozione divina, dei figli della Chiesa, dei membri di Gesù Cristo, dei quali Iddio custodisce le ossa, come parla il profeta, per risuscitarli nel giorno finale… In questi luoghi benedetti si trovano delle vere reliquie, poiché, chi può dubitare che fra i numerosi fedeli, il cui corpo vi venne deposto, molti non siano già in possesso della gloria? Reliquie preziose, spoglie venerande, alle quali non manca per avere diritto allo stesso culto con cui si onorano le reliquie esposte sui nostri altari, che la dichiarazione della Chiesa confermante la santità dei giusti ai quali esse appartengono. Ah! con quanta verità adunque, ogni qualvolta calpestiamo la terra di questi funebri asili, può essere a noi rivolta la parola che Iddio fece intendere a Mosè dal mezzo del roveto ardente: « La terra su cui tu cammini è santa, togli i tuoi calzari in segno di rispetto ». Sì, è la polvere dei Santi che i nostri piedi premono: è una polvere che per rianimarsi e per risorgere viva ed immortale non aspetta che il primo squillo dell’angelica tromba: sì, tutta questa terra che ci sta sotto gli occhi ha vissuto, tutta questa terra un giorno rivivrà!

III.

E dopo ciò ci domandiamo: Che cosa è mai adunque che dà alla tomba un carattere sacro? La credenza universale del genere umano che sempre ha ritenuto e ritiene che la tomba non è altro che la soglia dell’eternità. Che cosa è mai che spiega e giustifica il rispetto e la deferenza che accompagna e segue i freddi e tristi resti dell’esistenza umana? La sublime dottrina dell’immortalità dell’anima e della risurrezione della carne. Sì, se l’anima sopravvive al corpo, se 1′ uomo tutto intero è destinato a ridiventare un altro se stesso alla fine dei tempi, io comprendo le pie premure, la venerazione, il culto che si ha per le tombe. Se quel che giace sotto la fredda pietra sepolcrale è una spoglia che l’anima immortale ha bensì lasciato un giorno, ma riprenderà un altro giorno, è un tempio che la mano dell’Onnipotente riordinerà a suo tempo; è un santuario le cui sparse membra saranno più tardi riunite da Dio, come non meriterà quell’onore e quel rispetto che merita tutto ciò che è santo e sacro? Ma se invece tutto ha termine con la morte, se il nulla è l’ultima parola degli umani destini, se noi non ci troviamo più che alla presenza di qualche molecola di materia senza nome, senza dignità, senza avvenire, se non vi rimane più nulla di reale, di vivente a cui possano riferirsi i nostri pensieri, i nostri affetti, i nostri ricordi, se tutto ciò si è dissipato come un soffio nell’aria, che cosa vorrà allora significare il rispetto della tomba? A qual pro tanto apparato e tante pompe funebri per un mucchio di putridume, più o meno riccamente avviluppato, e che ormai non si tratta più che di fare scomparire al più presto possibile, come un oggetto di disgusto e di orrore, e di farlo scomparire il più lontano che si può dagli occhi umani? Ahimè! lo so purtroppo che così la pensano e così vorrebbero i moderni libertini e liberi pensatori. E non è forse perciò che sotto un falso pretesto di salubrità e di pubblica igiene vorrebbero tenere discoste dalle abitazioni dei vivi le tombe degli avi loro? È stato mille volte provato dalla scienza stessa, confermandolo del resto l’esperienza de’ secoli, che le pretese morbose emanazioni uscenti dalle tombe dei cimiteri non esistono che nell’immaginazione di certe persone che troppo paventano la morte. Ma che importa loro questa verità, pur che raggiungano i loro diabolici intenti? « Ma guai, guai a costoro, esclama il P. Monsabrè, che sacrificano all’igiene del corpo, l’igiene dell’anima! Impareranno a loro proprie spese ciò che diventa un popolo, il quale dimentica o trova troppo lunga la strada del Camposanto! » – « Col pretesto della pubblica salute, scrive un dotto medico, il Martini, già si impedirono le sepolture nelle chiese, ed ora si vogliono perfino distruggere i cimiteri. Ma forsechè oggidì si vive più lungamente di prima? si gode più prospera salute?.. Le popolazioni in generale non si videro mai tanto acciaccate, come dopo tanti trattati di pubblica igiene. E si può ripetere della pubblica sanità ciò che si dice della libertà e dell’economia politica: l’economia ci porta alla bancarotta, la libertà al dispotismo, e l’igiene ci fa morire tisici. Guardate quei buoni frati, che vivevano nei loro conventi, dove le Chiese annesse erano piene di sepolture e queste di cadaveri, menavano la vita più sana e vigorosa che mai, raggiungendo tale numero di anni che ci è difficile trovare in mezzo alla società odierna. È il mal costume che miete le popolazioni, e siccome il pensiero della morte eccita a vivere bene, così indirettamente il cimitero favorisce la pubblica sanità ». Ma non basta: a quale altro eccesso non li vediamo noi arrivare i moderni nemici dei cimiteri? « È orribile il dirsi: sempre con lo stesso scopo noi li vediamo opporre al Camposanto il forno crematorio… qualche cosa di orrendo e di insopportabile al cuore dell’uomo….! E la chiamano ara, tempio crematorio! Forno sì, altare e tempio no. E nomineremo altare questa scena d’orrore? Altare questo feretro senz’Angeli e senza Dio? Altare questo luogo né sacro, né  santificato, senza riti ed incensi, senza fiori e senza ghirlande, senza profumo di gentilezza e di umanità? Altare questo carbone, queste fiamme divampanti, avvivate da una scienza senza cuore, dall’idea del nulla, dall’odio della divinità, dal rito schernitore dell’ateo e del materialista? Meglio, mille volte meglio il rispetto delle pie ed universali tradizioni, meglio il cipresso della religione antica, che le ombre della novella acacia. Più dell’onda grassa del fumaiolo crematorio oh! meglio quell’atmosfera santa e severa che si spande dalle tombe, dove il corpo ridonato alla terra, naturalmente riposa fra le braccia della gran madre antica ». Ed ecco perché noi protestiamo contro tali crudeli e barbare innovazioni che non hanno altro di mira che di distruggere nell’anima del popolo la credenza dell’immortalità dell’anima, e con noi altamente protesta tutta quanta l’umanità che sempre ed ovunque ha avuto in onore il culto dei morti. « Io posso perdonare molte cose, diceva Napoleone, ma provo orrore per colui che non vede in noi che della materia. Come volete voi che io abbia qualche cosa di comune con un uomo che non crede all’ esistenza dell’anima, che crede che egli non è che un impasto di fango, e che vuole che io sia come lui un pugno di fango? » Ed ancora oggidì, nonostante le mene dei novatori non vediamo noi le stesse masse operaie delle nostre grandi città, a cui si è strappato con false ed empie teorie e bugiardi sofismi il rispetto di tutte le grandi cose, il rispetto del dovere, della famiglia, della stessa Religione, conservare in mezzo a tante rovine vivo e rigoglioso il culto dei morti? E non si è senza provare una viva e profonda commozione che nel giorno, consacrato alla solenne commemorazione dei fedeli defunti, noi le vediamo incamminarsi silenziose e raccolte verso il Camposanto, ed affollarsi commosse ed intenerite sulle tombe dei loro cari. Oh! sì, gli increduli ed i libertini avranno un bel predicare al nostro popolo che la questione dei novissimi non è più che una questione di chimica e di fisica; forse in certi momenti di odio e di passione troveranno ascolto; ma allorquando si presenterà il momento di manifestare la sua vera credenza con un atto solenne di fede, se ne andrà in folla a protestare contro di loro e contro se stesso sulle tombe dei morti, per quanto lontane le abbiano volute dal consorzio dei viventi; vi deporrà commosso gli emblemi dell’immortalità; attraverso il tempo e lo spazio darà la mano a coloro che non vivono più sulla terra, il suo cuore si slancerà verso di loro e col suo cuore la sua fede le sue speranze in un avvenire migliore. Spes illorum immortaliate piena est. Sii tu dunque benedetta, o Religione Cattolica, tu che eterna consolatrice innalzi la fiaccola della risurrezione e vegli intanto a difesa delle ossa inaridite. Tu sei pur qualche cosa di meglio di quel terribile nulla, martirio e spavento degli scettici, che mentre favorisce ogni delitto sulla terra, toglie persino quell’ultimo conforto che ci aspetta nel sepolcro. Anch’io voglio fare che una mesta viola sorga sul mio tumulo deserto; fecondata essa dall’alito sereno ed avvivatore della Croce, dalla luce del sole, e delle preghiere di tutti, dirà ai superstiti che sorge sul capo di un dormente, il quale attende il soffio della novella vita e lo squillo delle angeliche trombe.

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Certamente quanto in questo trattenimento si è detto sul cimitero è più che mai adatto per farlo apparire sotto un aspetto rassicurante e pieno di sante speranze. Non vorrei però che completamente ne venisse sbandito quel sacro terrore che pur necessariamente deve incutere, in quanto che desso è pure il regno della morte, in cui questa violenta livellatrice delle umane grandezze regna sovrana, e dal suo trono severo imparte lezioni che oltre a farci comprendere il nulla della vita c’insegneranno eziandio a ben vivere. Ah! lo so pur troppo che gli uomini di questa nostra età, che della morte hanno paura, e per molti dei quali i sepolcri stessi, che sono per noi Cristiani la culla dell’immortalità, non esistono che come cattedre d’immoralità e di corruzione, vorrebbero cancellarne dalle menti perfino il ricordo, e distruggere perciò quanto potrebbe farne sentire troppo vivamente la voce, onde non parli troppo altamente al cuore dei viventi. Ma viva Dio! essi avranno un bell’infiorare le tombe dei loro morti, avranno un bel cercare di ridurre i nostri cimiteri a luoghi di lusso, di vanità, di spasso, di curiosità, di presentarli come esposizioni permanenti di belle arti, non riusciranno mai a far sì che la morte non regni in essi come sovrana, e dai tumuli chiusi pur esca grave ed ammonitrice la voce : « Morieris tu! Anche tu morrai ! Tutti coloro che ti precedettero già hanno reso omaggio alla sua potenza e si sono schierati sotto il suo scettro così pure sarà di te! » E volesse il Cielo che una tal voce trovasse un’eco nel loro cuore! poiché mentre così imparerebbero a ben morire, prenderebbero coraggio per ben morire.

ESEMPIO: La predica sul Cimitero.

Davasi una sacra missione in una parrocchia della nostra Italia. Anche colà gli increduli tentarono ogni via per frastornare i devoti dall’accorrere ad ascoltare la parola di Dio. Fra questi si distinse un famoso fabbro ferraio, per nome Angelotto, il quale aveva la sua officina nei pressi della Chiesa. Tant’era l’odio che covava costui in cuore contro havvi di più sacro e santo, che ogni qualvolta il missionario saliva in pergamo, gli faceva tale uno strepito, cantando le più laide canzoni, e di sì formidabili colpi faceva risuonare l’incudine, che più volte il missionario dovette affaticarsi oltre modo perché la sua voce fosse intesa da tutti. Una sera all’ora della predica, Angelotto esce a diporto, quand’ecco la fitta nebbia, che aveva fino allora coperta la faccia del sole, anziché dissiparsi, s’era ad un tratto condensata in nubi, indi si è convertita in pioggia minuta che bagna e penetra fino alle midolla delle ossa. Angelotto sulle prime non ha fatto caso, ha continuato la sua passeggiata: ma che? non è ancora andato innanzi una ventina di passi, che egli è già tutto molle, ed il suo cappello goccia acqua da tutte le parti. « Maledetto tempo! esclama egli e proferendo cosi a mezza voce una bestemmia torna indietro per andarsene a casa; ma vedendo che la porta era chiusa, fa una imprecazione alla moglie che era in chiesa alla predica. Dopo che, così pieno d’ira, entra in chiesa per fermarsi e far passare un quarto d’ora di tempo. Il missionario già stava sul pulpito, e i buoni fedeli assistevano con compostezza e raccoglimento alla parola di Dio. Angelotto gittossi su d’un banco e diessi così per ingannare il tempo, a volgere in giro lo sguardo, lanciando qui e là bieche occhiate alle persone che stavano in chiesa raccolte. Egli non aveva né piegato il ginocchio, né fatto un segno di croce, né detto Ave a quel Gesù che stava là rinchiuso nel tabernacolo per suo amore. Parea avesse posto in oblio che era quella la casa di Dio, la casa della preghiera; eppure il Signore pietoso lo attendeva al varco per usargli misericordia e concedergli la maggiore delle grazie, quella del ravvedimento. Intanto il predicatore era giunto a buon punto della sua predica: « Fratelli miei, diceva con voce dolce e tenera, fratelli miei, il cimitero è una bella e salutare scuola per noi. Tutti in quel luogo andremo alla fine dei nostri giorni, e v’andremo fra breve : Hodie mihi, cras tibi; oggi tocca a me, domani a Voi. Figliuoli, conchiuse egli, se è così, non indugiate più oltre a darvi a Dio; pensate al Cimitero, è ora, fate presto che il Signore non vi trovi impreparati, pensate al cimitero, è ora! per molti di voi sarà questa l’ultima ora alla quale seguirà poi una felicità, o una miseria eterna ». Benché Angelotto avesse cercato di distrarsi, non aveva potuto fare a meno di ripiegare per un istante il guardo a sé stesso. « Il missionario avrebbe mai parlato di me? Oh! Dio! Che vita ho menato da dieci anni a questa parte? » Al pensare a quelle parole « Il cimitero, è ora » ei non regge più, si getta ginocchioni, chiude la testa fra le mani e piange. È finita la predica e la gente è uscita di Chiesa, ed Angelotto non si è mosso. Eppure non piove più; ma il cimitero suona ancora tremendamente al suo orecchio, ed egli stassene tuttora ginocchioni. Viene il sagrestano per chiudere la Chiesa, scuote le chiavi per dire ai pochi rimasti che se ne vadano. Angelotto allora si alza, piglia il suo cappello, ma invece di uscire, va difilato in sagrestia, trova il predicatore: « Ah! padre mio! Son dieci anni che non vi ho pensato!… voglio subito confessarmi, aiutatemi voi! » Il buon missionario l’accoglie, lo abbraccia. Angelotto si prostra, fa la sua confessione: grosse lagrime gli scendono dagli occhi, ma son lagrime di pentimento e di consolazione. Ricevuta l’assoluzione, si alza e, baciando la mano del buon missionario: « Era ora, gli dice; siate benedetto! » Si parte di là, ma Angelotto non pensa più all’osteria, agli amici, alle crapule, e ripetendo fra sé « cimitero, è ora! » rientra in casa… ! Da quel di fu tutt’altro uomo: ogni giorno prima di mette rsi al lavoro andò alla Messa, e nel giorno di festa la sua bottega vedevasi chiusa ed egli in Chiesa a fare le sue divozioni. Ma ecco la prima Domenica di quaresima, e la campana della Chiesa suona a morto. Chi è questo poveretto che non è più? È Angelotto, il fabbro ferraio, una malattia di quattro giorni lo ha portato al cimitero: beato lui che pensò in tempo al Cimitero!