Oggetto adorabile della divozione al SACRO CUORE di GESU’.

Oggetto adorabile della divozione al Sacro Cuore di Gesù.

[Sac. A. Carmignola: IL SACRO CUORE DI GESÙ; S.E.I. Ed. Torino, 1920 – III disc. ]

Iddìo è il primo principio di tutte le cose create e di tutte il conservatore. E poiché ad ogni persona dotata di qualche dote eccellente devesi onore, perciò devesi onore a Dio, perché vi ha in Lui un’eccellenza infinita, che a noi si manifesta specialmente con quella somma onnipotenza ed immensa bontà, con cui dà l’essere a tutte le cose e a tutte le mantiene. Ora l’onore a Dio dovuto gli si offre per mezzo della religione. – Ma l’uomo rispetto alla Religione, come dimostra purtroppo la storia dei passati secoli, non è altro che un povero bambino. Quando il bambino ha fame e la madre non gli è là per dargli il seno, egli allora approssima alla bocca qualsiasi cosa che gli cada sotto la mano, e la divora e la inghiottisce come fosse un alimento di vita, ancorché al contrario fosse veleno e gli recasse la morte. Così rispetto alla religione avviene per l’uomo, allorché si trova fuori della vera Chiesa. Lungi da questa madre divina, la sola che gli offra il vero mezzo di porsi in intima comunicazione con Dio, sospinto dalla fame che di ciò naturalmente ha in cuore, egli converte stupidamente qualsiasi cosa in Dio, si fa de’ falsi dei, si abbandona ad onorarli come fossero il vero Dio, e per dirlo in breve, cade nell’idolatria, cioè nell’aberrazione più abusata dello spirito e del cuore umano. Or bene, o miei cari, lo credereste? Questo delitto così orribile venne pure attribuito da taluni ai devoti del Sacro Cuore di Gesù. Sì, nello stabilirsi del culto al Sacratissimo Cuore non mancarono certi spiriti beffardi, i quali facendosi a schernire i sapientissimi seguaci di questo culto istesso, chiamaronli col nome di cardiolatri, di cordicoli, di adoratori di un viscere. Certamente non vi sarebbe bisogno di far conoscere a voi la falsità di questa accusa. Tuttavia, per rassodarvi sempre più nel culto che rendete al Sacratissimo Cuore, io voglio mostrarvi oggi come l’oggetto di questo culto, sotto qualsivoglia aspetto può considerarsi, vuol essere adorato, e come perciò non è se non con infallibile sapienza che la Chiesa ci invita a rendere tale omaggio al Cuore di Gesù, dicendo: Cor Jesu, charitatis victimam, venite adoremus.

I. — Dio è amore, dice S. Giovanni: Deus charitas est. (I Joan. IV, 8) L’amore è la sua essenza, la sua vita, la sua legge. Contemplando se stesso Egli si vede infinitamente bello, infinitamente buono, opperò infinitamente degno di essere amato; e con uno slancio, che dura da tutta l’eternità, Egli si volge a se stesso ad amarsi d’amore infinito. Ma questo Dio, tutto amore, non solo ama se stesso, ma ama ancora tutte le sue creature. O Dio, esclama il Savio, tu ami tutte le cose che esistono, ed avendole tu fatte non ne odii alcuna: Diligis omnia quæ sunt, et nihil odisti, eorum, quæ fecisti (Sap. XI, 25). Come ciò avvenga non è facile spiegarcelo, perché se si segue la sentenza di S. Dionisio, che ciò che ama Dio nelle sue creature è quella parte di sua bellezza e di sua bontà che in esse ha posto, come non seguire altresì quella dell’Angelico S. Tommaso, il quale asserisce che questa parte di bellezza e di bontà sono già effetto dell’amore di Dio? Ma comunque sia la cosa, ciò che è indubitabile si è, che Dio ama le sue creature. E poiché tra le sue creature tengono un posto principalissimo gli uomini, che Egli ha fatti a sua immagine e somiglianza, è certissimo altresì, che agli uomini porta un amore specialissimo. E chi può dubitarne? – Ascolta bene, o uomo. Tu non esistevi ancora, non esistevano ancora i padri tuoi, anzi non eranvi ancora il cielo, la terra, gli Angeli, e Dio già ti amava, e ti amava da tutta l’eternità. Sì, da tutta l’eternità ti aveva concepito nella sua mente, ti teneva innanzi a sé, pensava a te, a crearti, a farti del bene, ad annoverarti tra i suoi fratelli, tra i figli di Dio, tra gli eredi del cielo, a illuminarti con l’insegnamento delle verità celesti, a confortarti con le sue grazie, ad aiutarti in ogni guisa, perché un giorno avessi poi ad essere con Lui unito per sempre. Così ti amava Iddio. Ma vi era forse in te alcun merito a tanto amore, oppure aveva Iddio alcun obbligo di così amarti? Mai no. Tuttavia Egli ti amò gratuitamente e di amore eterno: In charitate perpetua dilexi te. (IER. XXXI, 3). – Ma ecco che questo Dio che nel suo pensiero ti amava da atta l’eternità si pone per te ad attuare i suoi disegni d’amore. Per te crea il mondo con tutte le sue meraviglie e per te lo conserva. Per te incessantemente somministra alle creature la forza che le sostiene e la costanza che le fa resistere; per te fa spuntare il sole sull’orizzonte, fa brillare le stelle, fa discendere le piogge, fa vivere gli animali, fa germogliare le piante e produrre i frutti, per te insomma apre la sua mano divina a spargere su tutti gli esseri la sua benedizione e a diffondere nei medesimi la vita. E poi con le sue stesse mani prende la creta e forma il tuo corpo, e dalla sua bocca spira in te l’alito di vita. E con quest’alito ti dà l’intelletto, la volontà, la libertà, la memoria, l’immaginazione, i1 cuore, il pensiero, la parola e tanti altri doni che formano di te il re della creazione. Più ancora, Egli ti innalza ad uno stato meraviglioso e soprannaturale, sicché gli Angeli fuori di sé per lo stupore, vanno chiedendo a Dio: E chi è mai l’uomo che tu hai fatto sì grande, ed al quale hai rivolte tutto le tenerezze del tuo cuore? Quid est homo quia magnificas eum? aut quid apponis erga eum cor tuum? (IOB. VII, 17) Ma ciò non è tutto. Poiché sgraziatamente per la colpa sei caduto dalla tua grandezza, e sei precipitato in un abisso di miserie, per rialzartene impone al suo Figlio Divino di lasciare il cielo, venire in terra, di farsi uomo e di sacrificarsi per te. Ed eccolo, questo Divin Figlio, obbediente alla voce del suo divin Padre, nascere in una povera stalla e fra gli orrori di una cruda stagione, eccolo sottostare alle persecuzioni di un re geloso e pigliar la via dell’esilio, eccolo menare la vita prima tra gli stenti e tra le fatiche nell’umile bottega di un fabbro falegname, e poi tra l’ingratitudine, il disprezzo, e le minacce di uomini protervi ed invidiosi; eccolo oppresso dal timore, dal tedio, dalla tristezza mortale agonizzare e sudar sangue in un orto; eccolo dopo aver passato tra un popolo facendo del bene e dando a tutti gli infermi la sanità, lasciarsi catturare come vile malfattore, trascinare carico di catene dall’uno all’altro tribunale, flagellare orrendamente a sangue, incoronare di spine e condannare iniquamente a morte; eccolo al fine, portata Egli medesimo la croce sulla cima di un monte, lasciarsi affiggere ed inalberare su di essa, e su di essa dopo aver agonizzato per tre ore in un mar di tormenti, spirar l’ultimo fiato. Oh amore! oh amore! Ben ha ragione l’Apostolo S. Giovanni di esclamare: Sic Deus dilexit mundum ut Filium suum unigenitum daret. (III, 16) Ma pure ciò non basta ancora. Perciocché questo Figlio Divino, che dopo essersi sacrificato per noi sulla croce, deve risorgere e salire al cielo per preparare lassù un luogo anche a noi, prima di salirvi Egli trova il modo di rimanere in mezzo a noi con la sua reale presenza sino alla fine del mondo, di perpetuare tra di noi il sacrificio di se stesso al suo Divin Padre per la nostra salute, di diventare il cibo spirituale e celeste delle anime nostre. O Santissima Eucarestia, non ci parli tu in modo sopra ogni altro eccellente dell’amore immenso di Dio per noi? Sì, senza dubbio, per te tutti gli amori sono vinti; per te, Iddio ha esaurite le ricchezze della sua bontà; per te ci ha dato tutto ciò che poteva darci: Sic Deus dilexit! – Or bene, o miei cari, di questo immenso amore di Dio per noi è simbolo per l’appunto il Sacratissimo Cuore di Gesù. Epperò questo Cuore Sacratissimo, quando pure non fosse altro che il segno simbolico di quest’amore, giustissimamente sarà da noi adorato, perché in sostanza l’adorazione nostra avrà per oggetto supremo alcunché di divino. Forse che gli uomini, e coloro medesimi che insultano le pratiche del culto cattolico, non tributano ancor essi un qualche culto a quei segni che ci ricordano qualche cara persona o simboleggiano qualche sua bella dote? Perché talvolta sì grande venerazione ed amore ad una spada, ad un abito, ad uno strumento, ad un piccolo ritratto, ad una ciocca di capelli, ad un fiore appassito? Quegli eretici e quegli increduli che con tanta facilità si fanno a qualificare di superstizioso ed idolatrico il culto che noi, veri Cattolici, rendiamo ai simboli ed alle memorie delle perfezioni di Dio, di Gesù Cristo, della Vergine e dei Santi, si mettono in aperta contradizione con se stessi. Perciocché tra cotesti eretici ed increduli v’hanno sin di coloro, che conservano religiosamente il cuore di Zwinglio, uno dei laro maestri, di coloro che mostrano ed onorano i calzoni di Lutero, di quelli che tengono in devota venerazione il bastone e la tabacchiera di Voltaire! Tanto è vero anzi tutto che chi cessa di essere religioso e credente e si fa a beffare la religione e la fede, diventa egli credulo e superstizioso, e tanto è vero altresì che tale è l’istinto naturale del nostro cuore, che ne spinge a legare ad un oggetto qualsiasi il ricordo delle altrui virtù e i più cari sentimenti dell’altrui stima e dell’altrui amore. Ora se tributasi un culto ad un segno che ricordi una persona umana, ad un simbolo di una qualche sua rara qualità, non si dovrà tributare un culto, ed il culto supremo, il culto di adorazione, a quel Cuore che ci ricorda e ci simboleggia la carità di un Dio per noi? Sì, certamente, anche per sola ragione il Cuore Sacratissimo di Gesù è Cuore adorabile.

II. — Ma ciò non basta. Il Cuore di Gesù vuol essere adorato, perché fu in realtà il principale strumento dell’amor divino per noi, l’organo che risentì maggiormente tutti gli affetti e tutti gli strazi, a cui Gesù Cristo fu assoggettato nel compiere l’opera della nostra redenzione. Ponete ben mente. Come nei corpi vi ha un centro di gravitazione, così ve ne ha uno nella nostra vita fisica e morale, e questo centro di azione della nostra doppia vita è il cuore. Io non ignoro che vi sono degli scienziati che contrastano al cuore la sovranità che i popoli gli attribuiscono, volendo far cadere ciò che essi chiamano il prestigio e la poesia del cuore. Ma checché essi dicano e scrivano, non riusciranno tuttavia giammai ad impedire che il cuore sia in realtà l’organo che principalmente si risente delle affezioni dell’anima. Esso è per così dire il termometro di quella interna atmosfera, che a seconda dei casi, or lieti, or tristi, or piacevoli, ora dolorosi, invade l’anima. Di fatti a seconda di tali casi ora balza nel petto, ora accelera i suoi battiti., ora si dilata, ora si restringe, ora si infiamma, ora si raffredda, ora si consuma ed ora vien meno. Ma fra tutte le passioni dell’anima tiene il primo posto l’amore; anzi, come insegna l’Angelico dottore S. Tommaso, non vi ha alcuna passione, che non presupponga l’amore e della quale l’amore non sia fonte. Perocché in tutta la vita dell’uomo è propriamente l’amore, che con il suo movimento le dà impulso. L’intelligenza guarda, la volontà comanda, ma l’amore è quello che va ed eseguisce; l’amore spira, l’amore chiama, l’amore si slancia, l’amore si precipita, l’amore gravita traendo seco tutto ciò che gravita intorno a lui: essendo che dove tende il nostro amore, là tendono i nostri desiderii ed aspirazioni, le nostre parole, le nostre opere, le nostre virtù, e pur troppo anche i nostri vizi, secondo che il nostro amore è ordinato o disordinato. Quæcumque feror, amore feror, ha detto assai egregiamente S. Agostino, perché pondus meum, amor meus; il peso della mia vita è il mio amore. Se adunque fra tutte le passioni dell’anima tiene il primo posto l’amore, e se il cuore è nel corpo umano l’organo che più si risente delle passioni dell’anima, è chiaro perciò che il cuore è l’organo che per eccellenza sente e misura la passione dell’amore. Non basta. Il cuore situato, quasi sovrano degli altri organi, pressoché in mezzo del corpo, è desso che mette in moto senza alcuna posa il sangue e lo manda a nutrire tutte le altre parti del corpo, e ad infondere in esse la vita. Cosicché quando taluno arriva a questa prova suprema di amore per alcun altro, da versare per lui il suo sangue, in quest’uomo generoso è il cuore propriamente che si esaurisce e che col sangue spinge fuori di sé la vita. – Ciò riconosciuto, torna facilissimo il vedere come il Cuore Sacratissimo di Gesù Cristo non sia soltanto il simbolo dell’amore divino per noi, ma ancora lo strumento di tale amore, quell’organo, che nel corpo di Gesù Cristo per cagione di tale amore provò le più vive sensazioni, l’organo anzi, da cui l’amore divino mandò fuori il sangue preziosissimo col quale si operò la nostra redenzione. Difatti era nel Cuore di Gesù Cristo intenerito, che Iddio si inteneriva alla vista dei fanciulli e provava un’insolita gioia nell’accarezzarli e nel benedirli. Era in questo Cuore infiammato, che Dio si infiammava di santo sdegno al pensiero di chi avrebbe scandalizzate queste animucce da Lui predilette. Era in questo Cuore commosso dei sordi, dei muti, degli storpi, dei lebbrosi, degli ossessi, dei peccatori, e si sentiva spinto a manifestare in loro prò, la sua potenza e la sua bontà. Era in questo Cuore dilatato che Dio dilatava la sua bontà nell’intrattenersi con gli Apostoli, con i discepoli, con gli amici e confidenti, facendo loro intendere parole di vita eterna. Era in questo Cuore balzante nel petto di Gesù, che Iddio in quell’istante da Lui tanto sospirato giubilava di allegrezza instituendo il Sacramento dell’amore. Era in questo Cuore insomma, che Iddio sentiva tutte quante le espressioni molteplici della sua passione d’amore per gli uomini. Ma fu da questo Cuore soprattutto, che nell’agonia del Getsemani, oppresso dalla paura, dal tedio e dalla tristezza, alla vista degli acerbissimi patimenti cui andava incontro, dei peccati degli uomini che gli gravitavano sopra, e delle nere ingratitudini, fu da questo Cuore, dico, che Iddio risospinse il sangue che trasudava per tutte le membra del corpo di Gesù Cristo, e gocciolava a terra. Fu per questo Cuore che sulla croce, esausto ormai per il sangue versato nella flagellazione, nella coronazione di spine e nella crocifissine, manifestò la sete divina di tutte le anime del mondo. Fu infine da questo Cuore, che ferito dalla lancia di un soldato, fece uscire le ultime gocce di sangue e di acqua che ancor vi restavano, per figurare quei fiumi di grazia che avrebbe versato mai sempre sopra di noi, per mezzo de’ suoi Sacramenti. – Or dunque se il Cuore di Gesù Cristo è desso propriamente il centro di tutti i movimenti amorosi di Dio per noi, e lo strumento precipuo di cui Iddio si valse in tutte le prove che Egli ci ha dato della sua carità divina, e specialmente nelle supreme, se insomma il Cuore di Gesù è la sede dell’amore di Dio per gli uomini, non merita esso il nostro culto, ed il culto supremo di adorazione? Sì, senza dubbio, perché adorando questo Cuore, noi adoriamo, come siamo in dovere, la carità divina. Epperò ben a ragione la Chiesa, nostra sapientissima ed infallibile maestra, nell’atto stesso che chiama con tanta proprietà il Cuore di Gesù Vittima di carità, ci invita ripetutamente ad adorarlo: Cor Jesu, charitatis victimam, venite adoremm. Sì, il Cuore di Gesù Cristo fu la parte principale di quella Vittima umana-divina che si sacrificò per la salute del mondo, epperò « è ben degno di ricevere la virtù, e la divinità, e la sapienza, e la fortezza, e l’onore, e la gloria, e la benedizione, » (Ap. V, 12) è ben degno insomma di essere adorato.

III. — Ma ecco un’ultima e suprema ragione, per cui al Sacratissimo Cuore è dovuto il culto di adorazione. La verità che forma la base, il centro ed il fine di nostra santa Religione, è la Divinità di Gesù Cristo. Se Gesù Cristo non fosse Dio, come spiegare l’esistenza del Cristianesimo? Ogni effetto suppone una causa; e come il mondo con la sua esistenza, con i suoi movimenti, con le sue bellezze ed armonie ci fa credere al supremo Creatore e Governatore, così il mondo cristiano, che si trova sparso da per tutto e che, sebbene in apparenza più piccolo dell’universo, è in realtà di una grandezza immensamente superiore, ci deve far credere a Gesù Cristo Dio, che lo ha fondato ed ordinato. Senza la divinità di Gesù Cristo, il Cristianesimo sarebbe un cumulo di effetti i più mirabili senza causa, di opere le più sorprendenti senza fattore. Anzi, se Gesù Cristo non fosse Dio, non solo non si potrebbe spiegare l’esistenza del Cristianesimo, ma questo, come immenso edificio campato in aria senza fondamento ed esposto alla furia di tutti i venti, dovrebbe tosto sfasciarsi e andare in rovina. Ma quale verità vi ha mai, che sia meglio comprovata della divinità di Gesù Cristo? Venuto Egli al inondo per salvarlo, si è fatto perciò vero uomo, prendendo la nostra umana natura. Ma prendendo nella sua Persona la nostra umana natura, non lasciò di conservare la natura divina e di restare vero Dio, quale già esisteva ab aeterno, Figliuolo di Dio eguale al Padre ed allo Spirito Santo, con essi Creatore del Cielo e della terra, e Padrone assoluto di tutte le cose. E vero Dio lo dissero i profeti, che tanti secoli innanzi la sua venuta, illuminati da Lui, ne annunziarono la nascita, la vita, la passione, la morte, la risurrezione e l’ascensione al Cielo con tutte le loro circostanze più minute e particolari. Vero Dio lo credettero gli uomini dell’antico testamento, sospirando che Ei rompesse i cieli e ne scendesse a rallegrarli con il suo divino aspetto. Vero Dio si proclamò Egli stesso in faccia ai suoi discepoli e confidenti, in faccia al popolo ed ai magistrati, nel corso della sua vita e al punto stesso della morte. Vero Dio lo manifestarono il suo spirito il più sublime ed il più semplice ad un tempo, il suo Cuore il più amante e il più puro, la sua volontà la più ferma e la più retta. Vero Dio lo chiarirono i miracoli d’ogni sorta da Lui operati sugli infermi risanandoli da ogni languore, sui morti risuscitandoli in vita, sul mare e sui venti burrascosi acquietandoli all’istante, su pochi pani e pochi pesci moltiplicandoli per saziare migliaia di persone. Vero Dio lo dimostrarono le profezie fatte da Lui medesimo sulla sua morte, sulle circostanze che la accompagnarono, sulla gloriosa sua risurrezione, sull’eccidio di Gerusalemme, sulle tribolazioni e morte de’ suoi discepoli, sulla conversione del mondo, sulla diffusione del Vangelo, sullo stabilimento della sua Chiesa e sull’immortale sua vita. Vero Dio lo proclamarono i Giudei medesimi, amici e nemici, quelli con l’abbracciarne la religione, questi con il dannarlo a morte, sotto il mendicato pretesto che Ei facevasi Dio. Dio lo gridarono gli stessi soldati romani che, per ordine di Pilato, messolo in croce, avevano assistito al suo estremo supplizio. Dio lo dimostrarono l’oscurarsi del sole, il tremar della terra, il piangere di tutta la natura, come sulla tomba del suo divino Autore; Dio lo palesò la sua gloriosa risurrezione che atterrì le guardie, e pose in scompiglio e tolse persino il senno ai capi della Sinagoga; Dio lo predicarono da un capo all’altro della terra gli Apostoli, operando col nome suo non mai visti né uditi prodigi, dando tutti la vita in conferma di questa verità essenziale; Dio lo riconobbe il mondo pagano, che a Lui rapidamente si diede, abbandonando gli adorati idoli, rovesciandone gli altari, distruggendone i templi, e sulle loro rovine piantando e adorando la croce; Dio lo confessarono in ogni tempo sulle grate infuocate, tra le fauci delle fiere, sulla punta delle spade milioni di martiri di ogni età, sesso e condizione, morendo con giubilo e gridando: « Gesù Cristo è Dio, Lui adoriamo: con Lui regneremo in eterno. » Dio lo ossequiarono le menti più colte, i guerrieri più prodi, i Signori ed i Monarchi più potenti. Dio lo mostra ancora la sua Religione, la sua Chiesa, combattuta sempre, e vinta non mai. Dio lo manifesta l’amore invincibile che dopo tanti secoli di sua mortale carriera, a malgrado di tante persecuzioni, a costo di tanti sacrifici gli serbano i popoli, come figli ad un padre morto pur ora. Dio finalmente lo attesta quell’odio medesimo, così costante e così implacabile, che ebbero contro di Lui i suoi nemici, ed i bestemmiatori del suo santo Nome. Perciocché l’odio feroce contro Gesù Cristo si trova forse negli adoratori e amanti di Dio? Ah! l’odio che costoro professano contro Gesù Cristo è figlio della fede che hanno in Lui, e dall’accento con cui dicono: « Gesù Cristo non è Dio » è facile conchiudere « Gesù Cristo è Dio. » Sì, Gesù Cristo è Dio, ecco l’affermazione universale e perpetua dell’umanità. E contro di questa affermazione potrà levarsi per poco l’orgoglio degli anni giovanili, gettati in preda alle passioni, l’orgoglio più altero di una scienza vana e falsa, l’orgoglio anche più sfrenato di un esito apparentemente felice nella guerra ingaggiata contro l’opera di Gesù Cristo stesso: ma quando le passioni sono calmate, quando l’ebbrezza della scienza mondana è passata, quando la sventura ha colpito e fiaccato d’un tratto l’umana alterigia, allora, salvo rarissime eccezioni, si ritorna a quell’affermazione, che nostra madre tenendoci stretti alle sue ginocchia ci faceva ripetere negli anni dell’infanzia: « Figlio mio, chi è Gesù Cristo? » — « O mamma, Gesù Cristo è Dio. » In Gesù Cristo adunque, Verbo divino fatto carne per la nostra salute, vi sono due nature, la natura divina e la natura umana, ma non vi ha che una sola Persona, la Persona divina. Ora poiché tanto la natura divina, quanto la natura umana sussistono nella sola Persona divina di Gesù Cristo, sia che si riguardi Gesù Cristo secondo la natura divina, sia che si riguardi secondo la natura umana, sia che si consideri in Lui lo spirito purissimo che è come Dio, sia che si consideri la carne di cui Egli, seconda Persona della SS. Trinità, si rivestì nel venire sulla terra ad operare la nostra redenzione, sempre vuol essere onorato col supremo culto di adorazione, con cui si onora la Divinità. E la ragione di ciò, del tutto conforme alla dottrina della Chiesa, è assai chiaramente espressa da S. Giovanni Damasceno. Egli dice: « Uno è Gesù Cristo, perfetto Iddio e perfetto uomo, che noi col Padre e con lo Spirito Santo adoriamo di una sola adorazione insieme con la Carne Immacolata. Né ricusiamo di adorare la Carne, poiché l’adoriamo nella Persona del Verbo, che in sé l’ha assunta; né per questo adoriamo una creatura, poiché non adoriamo la Carne presa da sé sola, ma come congiunta alla divinità, e perché le due Nature di Lui sono unite nella Persona del divin Verbo. » Così adunque, come ci spiega questo Santo, anche la Carne assunta da una Persona divina, vuol essere da noi adorata. Epperò ben a ragione la Chiesa, fin dal V° Concilio Ecumenico, contro di coloro che avrebbero voluto sottrarre al culto di adorazione la Carne di Gesù Cristo, pronunziò questa condanna: « Se alcuno ricusa di adorare con una sola e medesima adorazione il Verbo divino e la Carne ond’è rivestito … sia scomunicato. » – Or bene, o miei cari, quello che la dottrina Cattolica stabilisce relativamente a tutta l’Umanità di Gesù Cristo, si ha da dire anche in particolare del suo Cuore. Esso è una parte nobilissirna della stessa Umanità di Gesù Cristo, e per conseguenza con tutto il restante di essa è veramente e realmente unito alla Persona del Divin Verbo, anzi come tutta la restante Umanità non altrimenti sussiste ed esiste se non per questa stessa vera e reale unione. Quindi è, che questo cuore non è solamente il cuore di un uomo per quanto nobile, eccellente e santo, ma è il cuore di un Uomo-Dio, è il cuore della seconda Persona divina, incarnatasi e fattasi uomo, in una parola è, a tutto rigore, il cuore di un Dio. Se adunque il Cuore di Gesù Cristo, il suo Cuore reale, appartiene all’integrità personale di Gesù Cristo e devesi sempre considerare unito alla Divina Persona di Lui, deve essere adorato, e adorandolo altro non si fa che adorare tutto intero Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo. E se vi ha chi stoltamente ci deride e ci compassiona, quasi idolatri, perché nella divozione al Sacro Cuore gli rendiamo il culto supremo di adorazione, riconosciamo che egli piuttosto meriterebbe di essere deriso e compassionato per la sua ignoranza. – Ma più ancora prendiamo di lì eccitamento ad onorare sempre più profondamente quel Cuore che tanto merita di essere onorato. Il santo Re David nel condurre l’Arca del Signore  in luogo più degno, deposta la reale maestà, camminando innanzi all’arca, faceva atti di santa gioia e di profonda umiliazione. Lo vide dalla finestra sua moglie Michol, ed oltre all’averlo disprezzato nel suo cuore, si fece ancora in seguito a schernirlo con amare parole. Ma il santo re tosto le rispose: « Al cospetto del Signore io mi abbasserò e mi renderò ancor più abbietto di quel che ho già fatto, perché si tratta del mio Dio. » Così, o carissimi, al disprezzo, con cui taluno ricoprisse la vostra pietà, il vostro culto al Sacro Cuore di Gesù, rispondete sinceramente in cuor vostro: Al cospetto del Cuore adorabile di Gesù Cristo mi abbasserò e mi umilierò anche di più, perché il Cuore di Gesù Cristo è Cuore di Dio. Sì, o Cuore Sacratissimo di Gesù, Cuore simbolo per eccellenza dell’amore di Dio per noi, Cuore sede e strumento di tale amore, Cuore realmente divino, noi vi presteremo mai sempre l’omaggio delle nostre adorazioni. Come vi hanno adorato gli Angeli al primo vostro comparire sulla terra e come oggi vi adorano i beati tutti del Cielo, così vi adoriamo anche noi. Vi adoriamo con la mente ed inchiniamo dinnanzi a Voi tutte le sue facoltà; vi adoriamo col cuore e vi offriamo i suoi affetti; vi adoriamo col corpo e vi pieghiamo riverenti le nostre ginocchia. E Voi nella bontà vostra infinita, degnatevi di gradire gli omaggi della nostra totale adorazione e di compensarli per modo che, un giorno, possiamo venire a perpetuarli lassù nel regno dei cieli, con gli Angeli e coi Santi. Così sia.

INVENZIONE DELLA CROCE

3 MAGGIO: INVENZIONE DELLA CROCE

AD IESUM CRUCIFIXUM

PRECES IACULATORIÆ, INVOCATIONES

186

Crux mihi certa salus.

Crux est quam semper adoro.

Crux Domini mecum.

Crux mihi refugium.

(S. Thomas Aq.).

Indulgentia trecentorum dierum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo quotidie per integrum mensem invocationes devote recitatæ fuerint (Pius IX, Rescr. Manu Propr., 21 ian. 1874; S. Pæn. Ap., 10 mart. 1933).

187

O Crux, ave, spes unica.

Indulgentia quingentorum dierum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, prece iaculatoria quotidie in integrum mensem pie iterata (S. Pæn. Ap., 20 mart. 1934).

188

Per signum Crucis de inimicis nostris libera nos, Deus noster (ex Brev. Rom.).

Indulgentia trium annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo quotidiana invocationis recitatio in integrum mensa producta fuerit (S. Pæn. Ap., 1 aug. 1934).

III

ACTUS ADORATIONIS ET GRATIARUM ACTIO

191

Adoramus te, Christe,

et benedicimus tibi;

quia per sanctam Crucem

tuam redemisti mundum. 

Indulgentia trium annorum (S. Pæn. Ap., 2 febr. 1934). Fidelibus vero, qui pio animi affectu in Passionem ac Mortem D. N. I. C. Credo una cum supra relata precatiuncula recitaverint, [Ai fedeli che con animo afflitto, nella Passione di N.S.J.C., con una delle precedenti giaculatorie, recitano il Credo … – ndr.-] … conceditur:

Indulgentia decem annorum; Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidie per integrum mensem eamdem recitationem pia mente persolverint (S. Pæn. Ap., 20 febr. 1934).

192

Signore, vi ringrazio che siete morto in Croce per i miei peccati (S. Paolo della Croce).

Indulgentia trecentorum dierum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, invocatione quotidie per integrum mensem devote iterata (S. Pæn. Ap. 18 ian. 1918 et 10 mart. 1933)

HYMNUS

193

Vexilla Regis prodeunt,

Fulget Crucis mysterium,

Qua vita mortem pertulit,

Et morte vitam protulit.

Quæ vulnerata lanceæ

Mucrone diro, criminum

Ut nos lavaret sordibus,

Manavit unda et sanguine.

Impleta sunt quæ concinit

David fideli carmine,

Dicendo nationibus:

Regnavit a ligno Deus.

Arbor decora et fulgida,

Ornata regis purpura,

Electa digno stipite

Tam sancta membra tangere.

Beata, cuius brachiis

Pretium pependit sæculi,

Staterà facta corporis,

Tulitque prædam tartari.

O Crux, ave, spes unica,

Gentis redemptae gloria! [1]

Piis adauge gratiam,

Reisque dele crimina.

Te, fons salutis, Trinitas,

Collaudet omnis spiritus:

Quibus Crucis victoriam

Largiris, adde præmium. Amen.

(ex Brev. Rom.).

Indulgentia quinque annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo quotidie per integrum mensem hymnus pie recitatus fuerit (S. C. Indulg., 16 ian. 1886; S. Pæn. Ap., 29 apr. 1934). 

 [1] Loco: Gentis redemptæ gloria, dicatur: Tempore Passionis: Hoc Passionis tempore! — Tempore Paschali: Paschale quæ fers gaudium! — In festo Exaltationis Crucis: In hac triumphi gloria! 

Notizie sulla festa odierna in:

LA PASSIONE DI GESU’ CRISTO

 

MESE DI MAGGIO [G. Gilli]

[D. Gaspare Gilli: PICCOLO MESE DI MAGGIO AD USO DEL POPOLO; Tip. Dell’Imm. Concezione ed. – 1864]

I. GIORNO

Maria prima della creazione.

Da tutta l’eternità il Signore ha decretato il mistero dell’Incarnazione di suo Figlio e preparato i mezzi che servir dovevano ad attuare quest’atto d’infinito amore. Quindi da tutta l’eternità eziandio egli conobbe Maria, la elesse fra tutte le donne, l’amò con amore di singolare preferenza, la fece sua sposa. Laonde possiamo dire che, nella mente di Dio, Maria già esisteva nel cielo, prima di tutti i tempi, accanto a Gesù, Pontefice eterno, e che già stava preparato in salute del mondo questo capolavoro della divina misericordia. Il mondo aveva ancora da imparare a riporre in Maria tutta la sua speranza, e già destinata era Maria a riparare ad ogni futura disgrazia del mondo. Ecco il perché noi siamo sì cari al suo cuore; ecco il perché non cesserà mai la Santa Chiesa d’invocarla: Salute degli infermi, Rifugio dei colpevoli, Aiuto dei cristiani, Consolatrice degli afflitti e via dicendo; perché dal nostro infortunio appunto nacque la sua gloria. – Io ancora fui da tutta l’eternità presente al pensiero di Dio, e da Lui infinitamente amato. Da tutta l’eternità mi preparò i benefici e le grazie che adesso con tanta liberalità mi largisce. Alla mia salute si riferisce tutto il piano dell’Incarnazione e della Redenzione. L’amor di Dio verso di me, fu in certa guisa, più disinteressato di quello che ebbe per Maria, perché fui da Esso amato malgrado la schifosa lebbra del peccato di che già vedevami contaminato, mal grado la previsione dell’abuso che avrei fatto delle sue grazie, malgrado la mia sconoscenza, e la mia malizia. E non mi risolverò ancora di porre un termine al corso, oimè! Già troppo protratto delle mie ingratitudini e delle infedeltà mie?..

ESEMPIO.

La Spagna si distinse mai sempre per la sua venerazione verso la Madre di Dio; già ne celebrava le feste priaché fossero venute a notizia di altri popoli eziandio cattolici; si distinse ancora per la moltitudine e la magnificenza dei santuari, degli oratorii a lei dedicati; per il gran numero dei Santi devoti di Maria, e degli ordini religiosi istituiti a di Lei gloria. Presentemente ancora distinguesi la Spagna pel suo culto alle statue ed alle immagini della SS. Vergine; si trovano rinomatissimi santuarii a Madrid, Saragozza, Toledo, Siviglia, Gruadalupa, Valenza, Barcellona, Agreda, ed in quasi tutte le città e villaggi le confraternite del Rosario e dello Scapolare. Passo sotto silenzio il suo culto verso l’immacolata Concezione, poiché ne parlai in altra operetta – Il mese dell’Immacolata Concezione – Dirò solamente che nel 1859, dichiarata la guerra all’impero del Marocco, la regina Isabella II fe’ preparare per l’armata belligerante uno speciale vessillo, sul quale era dipinta l’immagine di Maria concepita senza peccato. E le rapide e decisive vittorie riportate dagli Spagnoli in quella sì malagevole guerra, ben provarono che non indarno si venera Maria, e nel suo patrocinio si confida.

Orazione.

O Vergine tutta piena di dolcezza, di bontà, di clemenza, la quale non foste arricchita dal Signore di tanta potenza e bontà, se non perché vi faceste per tutti i secoli la consolatrice degli afflitti, il sostegno dei deboli, il rifugio de’ poveri peccatori, deh! pregate per me adesso, e nell’ora della mia morte. Così sia.

OSSEQUIO.

Portate sul cuore l’immagine di Maria; e premendola con affetto al seno, ditele spesso: Questo cuore, o Maria, voglio che sia tutto vostro.

GIACULATORIA.

Dignare me laudare te, Virgo sacrata.

Lasciate, o Vergine,

Che anch’io vi onori:

Voi siete l’unica

Gioia de’ cuori.

-343-

O Domina mea, sancta Maria, me in tuam

benedictam fidem ac singularem custodiam et

in sinum misericordiae tuae, hodie et quotidie

et in hora exitus mei animam meam et corpus

meum tibi commendo: omnem spem et consolationem

meam, omnes angustias et miserias meas,

vitam et finem vitae meae tibi committo, ut per

tuam sanctissimam intercessionem et per tua

merita, omnia mea dirigantur et disponantur

opera secundum tuam tuique Filii voluntatem.

Amen (S. Aloisius Gonzaga).

Indulgentia trium annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, quotidiana orationis recitatione in integrum mensem producta (S. C. Indulg., 15 mart. 1890; S. Pæn. Ap., 28 mari. 1933).

II. GIORNO.

Concezione di Maria.

Non v’ha dubbio che l’anima di Maria non sia stata fregiata dal Signore di tutti i doni della natura; ma non v’ha dubbio neanco che il più prezioso di questi doni, quello senza cui un nulla sono tutti gli altri, si è il dono della santità. Maria fu concepita senza peccato, è dogma di fede, la fede de’ figli suoi. Tutti i discendenti di Adamo sono redenti, purificati pei meriti del Redentore; Maria sola è preservata: ricevono gli altri una grazia di purgazione, di riparazione; riceve Maria una grazia di preservazione, di conservazione. Quindi fin dalla sua concezione Ella è dotata del perfetto uso di ragione, e di tutte le grazie che sono ad un tempo il principio, le compagne, gli effetti d’una più che angelica innocenza. Quindi ancora il suo cuor puro, la sua anima innocente, il suo spirito ripieno di sapienza e d’intelligenza, fin da quel punto elevaronsi naturalmente e senza sforzo verso il cielo: fin da quel punto Maria conobbe, adorò, amò il Signore con maggior ardore dei serafini: fin da quel punto Maria poté dire: II mio amore è il mio peso. – Ed io, figlio del peccato, caduto nel fango al primo mio passo nella vita, col marchio dell’anatema del padre mio in fronte, contaminato dalla colpa della mia madre, schiavo d’un padrone infame e crudele, non ho, non sento propensione, attrazione che pel male! verso il male si diressero le prime mie inclinazioni; non cerco se non il male; non respiro, non conosco, non opero che il male! Io posso a tutta ragione esclamare: Il mio peso, il movimento del mio cuore è un principio di male…. Ed ardisco camminare con la testa alta; ardisco nutrire pensieri di vanità, di superbia, io schifoso verme di terra, io disprezzabile composto di lordura e di peccato!

ESEMPIO.

L’Algeria, celebre contrada del nord dell’Africa, ove la religione cristiana fiorì con tanta gloria, ai tempi specialmente di S. Agostino, vescovo d’Ippona, restò sepolta per molti secoli nelle tenebre del maomettismo. Gli Algerini tuttavolta conservarono l’idea di un Dio solo, e del culto della Madre del Messia. Ma dal 1839, epoca in cui fu creato il primo loro vescovo Monsignor Dupuch, la religione cristiana risorse a vita novella. Un misto di stupore e di edificazione s’impadronisce del cuore nell’osservare questi Arabi teneramente commossi alla vista delle immagini di Maria. Quando nelle solennità, la processione percorre la città, essi piegano il ginocchio dinanzi allo stendardo della Vergine Immacolata, e nelle infermità de’ loro figliuoli, corrono innanzi tutto ad offrirli a questa tenera Madre, perché credono che là è la salute degli infermi.

Orazione.

Balzò di gioia il cuor mio, o Vergine innocentissima, in udendo la voce del successore di Pietro annoverare tra i dogma di fede l’Immacolata vostra Concezione. Io lo credo questo dogma, e vorrei mi fosse dato soscriverlo col mio sangue, e morire ripetendo col cuore pieno di amore: O Maria concepita senza peccato pregate per me che a voi ricorro. Così sia.

OSSEQUIO.

Fate una visita ad un’immagine di Maria, e raccomandate caldamente alla sua intercessione l’anima vostra.

GIACULATORIA.

Salva, me, Domina, salva me.

Un dono voglio

Da voi, Maria;

Salvate, pregovi,

Quest’alma mia.

#    #    #

Ave Maria, etc.
O Domina mea! 0 Mater mea! Tibi me totum
offero, atque, ut me tibi probem devotum, consecro
tibi oculos meos, aures meas, os meum,
cor meum, piane me totum. Quoniam itaque
tuus sum, o bona Mater, serva me, defende me
ut rem ac possessionem tuam.

[Indulgentia quingentorum dierum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodooblationis actus quo tidie per integrum mensem pie iterates fuerit (S. C . Indulg., 5 aug. 1851; S. Pæn. Ap.,
21 nov. 1936).

III. GIORNO.

Nascita di Maria.

Maria nasce nell’oscurità e nel silenzio; viene al mondo, come la grazia, senza strepito, senza splendore. Deposta in povera culla, la sua nascita non è festeggiata che dai suoi genitori e da qualche congiunto. Che se ignari della loro fortuna, insensibili dìmostraronsi gli uomini, chi può ridire qual fu il primo sguardo di amorosa compiacenza abbassato dall’augusta Trinità sopra questa benedetta fanciulla? Sì, la mano dell’Onnipotente si stese con ineffabile tenerezza sopra Maria, la quale, fin da quel primo istante, già faceva ascendere al trono di Lui l’ossequio delle più pure e più fervide adorazioni. Rischiarata da lume celeste, Maria già ravvisa la vita che per Lei comincia, sotto il suo vero punto di vista; un viaggio più o meno lungo che mette all’eternità; un tempo di prova; un campo ove pochi giorni sono concessi all’uomo per seminar nel tempo quello che desia raccogliere nell’eternità: quindi si getta con perfetto abbandono tra le braccia del Signore, domandandogli una sol cosa, amarlo, amarlo sempre con novello ardore; ed intrepida s’avvia per la strada che se le apre dinanzi, e che dovrà innaffiare di tante lacrime. – Ad esempio di Maria abbiamo noi considerata la vita al lume della fede? Oimè! I primi nostri anni furono di dissipazione, e di oblio del Signore. Ben lungi dal ravvisare la vita come un tempo di prova, destinato alla conquista del cielo, l’abbiamo tenuto qual lungo giorno di festa che tutto scorrere doveva tra i piaceri. Poi, allor che l’età dell’esperienza sottentrò alle illusioni della giovinezza, invece di considerarci quali viaggiatori sviati, e piangere nell’amarezza del cuore il lungo tratto di vita percorso senza Dio, ci siamo ingolfati negli interessi del tempo senza por mente a quelli dell’eternità, senza por mente che ben tosto verrà la morte a gettarci poveri e nudi d’ogni merito ai piedi del tribunale del Giudice eterno! E adesso che cosa risolviamo?….

ESEMPIO.

Fin dal II, secolo della Chiesa, con la propagazione del Vangelo si propagò in Germania, vastissima contrada posta nel centro dell’Europa, il culto di Maria; e già le di lei feste solennizzavansi con grande magnificenza ai tempi di Carlo Magno. Tutti gli imperatori, pochissimi eccettuati, fino al regnante Francesco Giuseppe, si professarono devoti di Maria. S. Stefano la proclamò signora dell’Ungheria; Ottone I pose la Baviera sotto la di Lei protezione; Federico il Vittorioso la Sassonia; Massimiliano II la Boemia; Ferdinando III tutta l’Austria; ed un gran numero di regine assunsero l’augusto nome di Maria. Fra tutti i sovrani però, quelli d’Austria dimostraronsi i più zelanti per la gloria dell’Immacolata Concezione; fin dal 1725 ottennero dalla s. Sede il privilegio al loro clero di recitarne l’ufficio in tutti i sabati, ed in mezzo alle molte statue di bronzo dei suoi imperatori, Vienna lascia vedere sulla piazza principale, la statua della Vergine innalzata da Ferdinando III nel 1629, sul cui piedestallo leggesi: Alla Vergine Madre di Dio concepita senza peccato. Le strade della Boemia, Sassonia, Ungheria, ecc., sono seminate di statue e d’immagini di Maria; numerose le cattedrali a Lei dedicate.

Orazione.

Prostrato ai piedi della vostra culla, o celeste bambina, vi offro l’omaggio della mia adorazione e dell’amor mio; ma deh! voi permettetemi che, da questo istante, unisca la mia vita alla vostra, onde renderla gradita al vostro divin Figlio, e copra la mia nudità col dovizioso tesoro dei vostri incomparabili meriti. Così sia.

OSSEQUIO.

Se avete qualche peccato mortale, andate subito a confessarvene, oppure detestate quelli che commetteste per lo addietro.

GIACULATORIA.

Solve vìncla reis, Profer lumen cæcis.

Il pie’ scioglietemi

Da lacci rei;

E luce fatevi

Degli occhi miei.

348

Concede nos famulos tuos, quæsumus, Domine Deus, perpetua mentis et corporis sanitategaudere; et, gloriosa beatæ Mariæ semper Virginis
intercessione, a præsenti liberari tristitia et æterna perfrui lætitia.

Per Christum Doninum
nostrum. Amen (ex Miss. Rom.).
Indulgentia trìum annorum.
Indulgentia plenaria suetis conditionibus, oratione quotidie
per integrum mensem devote repetita (S. Paen. Ap.,
i8 mart. 1935).

IV. GIORNO.

Infanzia di Maria.

E il fanciullo cresceva in sapienza, in età, in grazia dinanzi a Dio, e dinanzi agli uomini. Tale fu il Figlio: tale per conseguenza esser dovette la Madre, ricevendo ognora, ed ognora più rendendosi fedele nel corrispondere alla grazia ricevuta. Il corpo di Lei prendeva lente proporzioni, ed in ragione dell’età; la di Lei anima però batteva a passi di gigante la strada della perfezione. Ma qual perfezione non chiedeva da Maria l’eccelso ministero che doveva poi un giorno esserle affidato? E Maria, fedele, obbediente agli impulsi della grazia, docile alla voce del Dio che la custodiva e governava, non pose mai il menomo ostacolo, non mai arrestò il corso della grazia nel proprio cuore; laonde per un progressivo accrescimento di celeste soccorso, pervenne a sì fatto apice di virtù, di meriti e di grazie che vincerà sempre ogni nostro concetto, come ogni nostra espressione.Ed a me quando mai mancò la grazia, e quando mai le ho io corrisposto? Ah! sì preziosa è la grazia che un’anima, la quale siane in possesso, può ad ogni istante alzare al cielo uno sguardo di speranza, d’amore, e dire a se medesima: Là è la mia patria, là io sono amata, attesa, desiderata: là ho un Padre il cui amore veglia sopra di me, la cui orecchia sta sempre aperta alle mie preghiere, il cui cuore s’intenerisce ad ogni mio sospiro; là infine ho un possente mediatore il quale perora la mia causa presso il Padre suo; una Madre e dei fratelli che mi tendono la mano onde ajutarmi a raggiungere il trono che mi sta presso di loro preparato. Eppure! io che sono sì sensibile agli avversi colpi di fortuna; io che sono inconsolabile nella perdita della sanità, de’ parenti, ho fatto lagrimevole getto d’un bene così prezioso qual è la grazia, e poi non solo non trovo una lacrima a spargere per una perdita sì grande, ma vivo gli anni interi senza darmi pensiero di riacquistarla! O Maria, o Madre mia, pietà, soccorso!

ESEMPIO.

L’Anatolia, la Siria, la Palestina, le quali stavano tanto a cuore agli Apostoli, fin dalla culla del Cristianesimo, e distinguevansi per la loro fede e per la loro divozione verso l’immacolato Cuore della Vergine tutta santa, presentano pur anco oggi giorno non pochi esempi di fedeltà alla vera religione e di pietà verso Maria. Nicomedia, Nicea, Smirne, Efeso, Antiochia, Neocesarea, Damasco, Tiro, Palmira, ecc., ricche di religiose rimembranze, queste celebri città conservano ancora molte immagini, statue, reliquie della Madre di Dio, e rispettosi gli abitanti inchinansi tuttora dinanzi ai venerabili avanzi degli antichi santuari, ove cantavansi altre volte le di Lei grandezze, ed i prodigi da Dio operati in virtù delle di Lei orazioni. Così le antiche città della Palestina: Nazaret. Betlemme, Gerusalemme, Ioppe, Edessa ecc., nomi sì cari al cuore cristiano, e sono e saranno mai sempre l’oggetto d’incessanti pellegrinaggi.

Orazione.

O Madre della grazia, sovvengavi che io sono la debolezza, la fragilità in persona; vegliate voi medesima alla custodia del prezioso tesoro che mi fu dal Signore confidato; proteggetemi, difendetemi, copritemi col manto della vostra materna protezione fino all’estremo mio respiro. Così sia.

OSSEQUIO.

Fate un atto di mortificazione della gola in penitenza delle soddisfazioni illecite date al vostro corpo.

GIACULATORIA.

Munda cor et corpus meum, Sancta Maria.

Questa mia carne

Questo mio cuore

Purgate al fuoco

Del vostro amore.

347
Adiuvet nos, quæsumus Domine, gloriosæ
tuæ Genitricis semperque Virginis Mariae intercessio
veneranda: ut quos perpetuis cumulavit
beneficiis, a cunctis periculis absolutos,
sua faciat pietate concordes: Qui vivis et regnas
in sæcula sæculorum. Amen (ex Miss. Rom.).
Indulgentia trium annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodoquotidiana orationis recitatio i n integrum mensem produhierit
(S. Pæn. Ap., 6 febr. 1934):

V. GIORNO.

Presentazione di Maria al tempio.

Maria conta appena tre anni di vita, e già la vediamo condotta al tempio da’ suoi pii genitori; vanno essi a trapiantare a pie degli altari del Dio vivente questo giglio abbagliante di purezza e d’innocenza, onde cresca e si spanda all’incontaminata ombra del santuario. Per riguardo a Maria, si è il suo cuore che la guida al tempio; il suo cuore tutto ardente d’amore non è penetrato che da un pensiero, da un desiderio: essere tutto del Signore senza interruzione di tempo, senza divisione d’affetti. Il mondo non conteneva pericolo di sorta per la Vergine Immacolata, e vi avrebbe potuto vivere pura e senza macchia; è vero: Maria tuttavolta vivere doveva vicino a Dio. Fanciulla, il suo posto è il santuario; madre presso la culla del Figlio; poi un giorno presso la croce di Lui; più tardi alla destra di Lui ne’ cieli. – Voleva il Signor che la vita di Maria offrisse un modello a tutte le persone del suo sesso, quale che fosse la posizione in cui sarebbersi trovate; laonde cominciò a darla perfetto esemplare a quelle che avrebbero un giorno eletto la miglior parte, e rinunziato a tutto per non possedere che Lui solo. – Quanto differente è la nostra condotta! Non che imitar Maria nell’offrire a Dio le primizie della nostra vita, crediamo di far gran cosa nel conservargliene i miserabili avanzi. E nulladimeno abbiamo appreso fin dalla nostra infanzia che fummo creati all’unico fine di amare e servire il Signore, e per tal via conseguire la vita eterna. Non sono tutti chiamati come Maria a rinunziare ad ogni terreno affetto o legame, onde consacrarsi a Dio in un chiostro; ma nessuno tuttavia è dispensato dal dovere di tendere alla perfezione propria del suo stato o della sua condizione. L’essenziale, su che trovasi, generalmente parlando, fondata l’eterna nostra salute, si è di corrispondere ai disegni di Dio, vedere di conoscere la propria vocazione, e poi generosamente seguire la divina chiamata.

ESEMPIO.

La Religione Cattolica, abbracciata dalla Svizzera fin dai primi tempi del Cristianesimo, vigorì in tutta la sua purezza fino al secolo XVI, in cui Lutero, Zwinglio e Calvino vi seminarono l’eresia. Presentemente sono misti insieme eretici e cattolici, ed i templi dedicati a Maria, dei quali non pochi sono venerabili per la loro antichità, trovansi seminati, come porti di salute, in mezzo alle popolazioni sedenti nelle tenebre dell’errore. A Unterwald, ove il pellegrino non iscorge sotto a’ suoi piedi se non ispaventevoli precipizi, e sopra il suo capo enormi massi di pietra quasi lanciati in alto, avvi un santuario adorno di graziosi dipinti, rappresentanti gli attributi della SS. Vergine, nel quale si venera da parecchi secoli una celebre statua chiamata Nostra Signora del Passeggero. Qui vengono i Calvinisti medesimi nelle loro afflizioni ad implorare la misericordia di Maria. A Einsiedeln il santuario di Nostra Signora la miracolosa, è sempre affollatissimo di pellegrini d’ogni regione; nel 1859 vi si recò con tutta la sua famiglia Carlo Antonio, principe regnante di Hohenzollern-Sigmaringen. All’abbadia del medesimo villaggio, in una sotterranea cappella, incavata nel vivo masso, si onora l’antica e graziosa immagine della beata Vergine, chiamata Nostra Signora della Pietra, meglio nota però sotto il titolo di Nostra Signora degli Eremiti, rinomatissima per sorprendenti prodigi. – A questo santuario pellegrinarono nel 1858 l’arciduca Luigi d’Austria, fratello dell’attuale imperatore Francesco Giuseppe; e nel 1859 un grandissimo numero di ufficiali francesi ed austriaci. In Ginevra finalmente, metropoli del Calvinismo, Monsig. Marilley vescovo di Losanna, accompagnato da tre altri vescovi e da più di 150 sacerdoti, consacrò una magnifica chiesa dedicata all’Immacolata Concezione.

Orazione.

O Vergine immacolata, la quale con fedeltà sì perfetta corrispondeste ai disegni di Dio, insegnate alla povera anima mia la strada che batter dee per non perdersi; e poi, quale che ella siasi, impetratemi quello spirito di generosità che fa coraggiosamente superare ogni ostacolo, e trovare tutta la sua felicità nell’ adempimento della volontà divina. Così sia.

OSSEQUIO.

Eccitate qualche orazione in onore di Maria.

GIACULATORIA.

Vitam prcesta puram, iter para tutum.

O Madre datemi

Un alma pura:

Del ciel mostratemi

La via sicura.

349
Sancta Maria, succurre miseris, iuva pusillanimes,
refove flebiles, ora prò populo, interveni
prò clero, intercede prò devoto femineo sexu:
sentiant omnes tuum iuvamen, quicumque celebrante
tuam sanctam commemorationem

(ex Breviario Rom.).
Indulgentia trium annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummododevota orationis recitatio,  quotidie peracta, in integrum
mensem producta fuerit (S. Pænit. Ap., 29 maii 1936).

VI. GIORNO

Dimora di Maria nel tempio.

Nascosta nella solitudine del tempio, Maria non ha che un desiderio: glorificare il Signore e ad ogni respiro di sua vita dargli un novello attestato dell’amor suo. Ma per giungere a questo fine non ignora ella non esser d’uopo di fare strepitose azioni, le quali risveglino l’ammirazione degli uomini, severamente eseguire la volontà divina, né esser altra questa volontà divina se non il perfetto adempimento dei doveri annessi allo stato in che ella ci ha posto. Quali sono i doveri dello stato di Maria? Quelli di tutti i fanciulli in generale, e specialmente delle giovani figlie; la preghiera, il lavoro, l’obbedienza, la carità. — Più infiammata d’amore che i serafini l’anima di Maria elevavasi a Dio con prodigiosa rapidità ed agevolezza. — Dall’orazione passava al lavoro; ma la sua intima ed abituale unione con Dio volgeva in una incessante preghiera ogni suo lavoro, ogni sua azione. — Posta sotto l’ubbidienza, un desiderio di chi la guidava, equivaleva per Lei ad un comando; e faceva consistere la propria felicità nel prevenirne eziandio gli ordini ed i desideri, — Educata nel tempio in compagnia di altre fanciulle, Maria copriva col velo di carità le loro imperfezioni, ed alla loro invidia non opponeva che dolcezza ed invitta pazienza. La santità che Dio da noi richiede, consiste nell’adempire esattamente i doveri del nostro stato; ed adempirli con l’unico intento di piacere al Signore e fare la volontà sua. Fuori di qui, non vi ha, non dirò perfezione, ma neanco salute. Sì, intendiamola bene, negligentare i propri doveri sotto pretesto di occuparsi in opere più perfette, la è grossolana illusione; e le opere che noi anteponiamo ai propri doveri, per quantunque sante esser possano in se medesime, non che tornar gradite al Signore, ci costituiscono colpevoli e degni di punizione al divin suo tribunale.

ESEMPIO.

La Russia, impero sì vasto al presente, era ancora un deserto nel iv secolo. S. Ignazio di Costantinopoli vi mandò missionari nell’870. Nel 950 fu solennemente battezzata la principessa Olga col nome di Elena, e tosto per ogni dove edificaronsi templi all’augusta Madre del Salvator del mondo. Valdimiro I nel 992 nella città da lui edificata, ed alla quale impose il proprio nome, eresse un sontuoso tempio, in cui collocò un’immagine di Maria, inviatagli da Nicolao patriarca di Costantinopoli, divenuta poi rinomatissima pei prodigi che operava. Si è alla vista di quest’immagine che Pietro il Grande pose fine alla strage degli Strelitz nel 1698. Separandosi con la scisma dalla Chiesa romana i Russi non abbandonarono già il culto di Maria. Dedicata all’Assunzione di Maria è la più bella chiesa di Mosca, la cattedrale; se ne porta processionalmente l’immagine sotto un magnifico baldacchino, ed eziandio nella casa degli infermi a loro consolazione e sollievo. Ad una porta del Kremlin è sovrapposta una prodigiosa immagine della B. Vergine guardata da due sentinelle a capo scoperto. Dinanzi a questa profondamente inchinossi Napoleone I nel 1812. – Fino alla superstizione spingono il culto di Maria i Russi. Si è per tale motivo che Mosca è considerata come una città santa, ed in essa fannosi incoronare gli imperatori.

Orazione.

O Maria, perfetto esemplare di tutte le età, di tutte le posizioni in cui possono trovarsi le persone del vostro sesso, ottenetemi la grazia che, a vostro esempio, io doni un principio di vita a tutte le mie azioni per mezzo di un’intima ed abituale unione con Dio, onde possa, all’uscir dal tempo, ricevere nell’eternità il guiderdone promesso a chi è fedele nelle piccole cose. Così sia.

OSSEQUIO.

Nelle tentazioni prendete in mano la corona e baciatela. Disgustar Maria mentre baciate il suo rosario, nol farete per fermo.

GIACULATORIA.

A Peccato mortali lìbera me, Domina.

Lungi tenete

Da questo seno

Dell’atra colpa

Il rio veleno.

351
  O Mater pietatis et misericordiæ, beatissima
Virgo Maria, ego miser et indignus peccator ad
te coniugio toto corde et affectu; et precor pietatem
tuam ut, sicut dulcissimo Filio tuo in
Cruce pendenti adstitisti, ita et mihi misero
peccatori et fidelibus omnibus sacrosanctum Filii
tui Corpus sumentibus clementer adsistere
digneris, ut tua gratia adiuti, digne ac fructuose
illud sumere valeamus. Per eumdem Christum
Dominum nostrum. Amen.
Fidelibus supra relatam o rationem ante Communionem recitantibus conceditur: Indulgentia trium annorum; Indulgentia plenaria, si quotidie per integrum mensemidem præstiterint et præterea sacramentalem confessionem, alicuius ecclesiæ vel publici oratorii visitationem
et ad mentem Summi Pontificis preces addiderint (S. Pænit.
Ap., 25 maii 1941)

VII. GIORNO.

Voto di Verginità.

Separata ed ignorata dal mondo cresceva Maria in età, in santità, in grazia all’ombra del santuario. Sempre volta dalla parte del cielo, la sua anima pura ed immacolata consumavasi già tra i casti ardori del divino amore, né altra felicità conosceva od altra gloria che la felicità e la gloria d’essere tutta di Dio. Una bocca divina non ancora aveva proclamato l’eccellenza della purità, e Maria già l’ha indovinata col suo cuore, il quale comprende ed ama tutto che è puro e santo. Gelosa quindi di riserbare per Dio solo tutti gli affetti del suo cuore, a Lui si consacra col voto di verginità. Quest’atto eroico, divenuto in seguito l’irresistibile calamita delle anime generose presuppone una prodigiosa virtù, in Maria. Difatto viva più che mai era in que’ giorni tra la nazione l’attesa del Messia; non ignoravasi che nascer doveva dalla prosapia di David; Maria erane un rampollo: qual donna avrebbe rinunziato alla seducente speranza di divenire madre dell’Aspettato dalle genti?… Maria fu più che donna; con questo voto si rese superiore agli Angeli stessi. O Vergine Immacolata! non sarà sterile tanta virtù; a te, a te sola sta riserbata la gloria che fuggi; diverrai madre del Figlio di Dio. Beate le anime dal cuor puro, esse vedranno Dio. Vedranno Dio per l’affettuosa conoscenza che egli loro comunica delle sue grandezze, delle infinite sue perfezioni, delle sue misericordie, dell’amor suo: vedranno Dio per l’attitudine ad abbracciare tutto che a Lui si riferisce, per la facilità a comprendere i misteriosi rapporti che esistono tra il Creatore e la povera creatura. Si Dio rivelasi al cuor puro, gli si manifesta, lo tratta con la dolce ed intima famigliarità di amico ad amico. Ma non obliamo che questo fiore del cielo non agevolmente si acclimata sulla nostra terra: onde conservisi, è d’uopo circondarlo di precauzioni, di sollecitudini assidue; che estrema è la sua delicatezza, e ben poca cosa è sufficiente a cagionargli la morte.

ESEMPIO.

Il Portogallo non ha solamente comune con la Spagna il territorio, ma i costumi eziandio e gli affetti religiosi, il rispetto e la divozione verso l’Immacolato Cuore di Maria. Sì profonde radici aveva piantato la religione cristiana fra questo popolo che, per molti secoli fu l’unica religione permessa: ragione per cui il sommo Pontefice Benedetto XIV concesse ai re di Portogallo l’ereditario titolo di Fedelissimo. – La divozione alla beata Vergine vigorisce tuttora, sebbene la fede abbia rimesso non poco di sua vivezza, e rari sono i Portoghesi i quali non portino lo scapolare di Maria, od una qualsiasi di Lei immagine, purché tuttavolta abbia toccato alcuna di quelle che sono riputate prodigiose. Onorasi a Cieca un’immagine denominata la B. Vergine degli sgozzati, perché, dicesi, molte persone strangolate nella guerra di Alfonso II nel 1253, portate dinanzi a quest’immagine, istantaneamente risuscitarono. – Un’altra è venerata a Villa-Viciosa, sotto il titolo di Nostra Signora della Stella; ed una terza presso Lisbona da parecchi secoli rinomatissima, appellata Nostra Signora dei lumi, presentemente visitata da innumerevoli pellegrini portoghesi e spagnoli.

Orazione.

O Vergine Immacolata, chiamata con tanta ragione da santa Chiesa, Madre senza macchia, giglio splendido di purezza e d’innocenza, pregate per me sì fragile, sì contaminato da innumerevoli colpe. Sovvengavi che vostro figlio io sono; deh! accorrete in mio soccorso nell’ora della tentazione, e della mia morte. Così sia.

OSSEQUIO.

Prostratevi dinanzi ad un immagine di Maria e pregatela a tener lontano da voi i divini castighi.

GIACULATORIA

Mater Dei, ora pro me.

Voi che di Dio

La Madre siete

Potenti suppliche

Per me porgete.

339
Memorare, o piissima Virgo Maria, non esse
auditum a sæculo, quemquam ad tua recurrentem
praæsidia, tua implorantem auxilia, tua petentem
suffragia esse derelictum. Ego tali animatus
confidentia ad te, Virgo Virginum, Mater,
curro; ad te venio; coram te gemens peccator
assisto. Noli, Mater Verbi, verba mea despicere,
sed audi propitia et exaudi. Amen.
Indulgentia trium annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, quotidianaorationis recitatione i n integrum mensem producta (S. C.
Indulg., 11 dec. 1846; S. Pæn. Ap., 8 sept. 1935).

VIII. GIORNO.

Annunciazione.

 Da qualche tempo Maria, per obbedire ai ministri di Dio, era uscita dal santuario, ed unitasi in matrimonio con l’artigiano Giuseppe. Ma questo sposo, puro e vergine anch’esso, non doveva essere che il custode, il protettore della verginità di Maria. Intanto suona l’ora della nostra redenzione; l’arcangelo Gabriele, ad un cenno dell’Eterno, scende dal cielo, viene a gettarsi ai piedi di Maria, e le dice: Io vi saluto, o piena di grazia; il Signore è con voi. Queste sublimi parole: Piena di grazia, atterriscono l’umiltà di Maria: ah! se Ella inquietasi per un sì rispettoso saluto, qual effetto produrrà in lei la parola del celeste messaggero con cui le domanda il consenso di divenir madre del suo Dio?- Son vergine, risponde la timida fanciulla, e vergine io vo’ rimanere. Ma al sentire che il prodigio dell’amore e della misericordia di Dio sarà in Lei l’opera dello Spirito Creatore, abbassa il capo ed esclama: Io sono l’ancella, del Signore, in me si compisca la di Lui volontà. Sì, niente meno richìedevasi che un abisso di umiltà e di delicatezza per contenere l’abisso dell’amore e dell’annientamento di quell’immensa maestà che non può essere contenuta da cosa alcuna. – Perché mai siamo noi sempre umili unicamente in parole, ed in pratica non mai! Ah! si è perché non conosciamo noi medesimi; che anzi paventiamo lo studio del nostro cuore, perché questo studio,- persuadendoci della nostra debolezza, della grandezza della nostra miseria, c’insegnerebbe ad un tempo l’umiltà; essendo impossibile conoscerci quali siamo in realtà, e conservare qualche stima per noi medesimi. – Oimè! noi siamo un nulla; abbandonati alle proprie nostre miserie, siamo impotenti a tutto; sprovvisti della grazia siamo inabili ad ogni bene, abilissimi ad offender Dio con i più deplorabili disordini, e nulla possediamo che non sia un dono della liberalità del Signore. Laonde chi non è umile commette un furto a Dio, e la più schifosa delle ingiustizie.

ESEMPIO.

La Russia divide presentemente con la Turchia il possesso dell’Armenia, vasta contrada dell’Asia occidentale che abbracciò il culto di Maria col Vangelo fin dal primo secolo della Chiesa. Nella città di Van, la più antica di tutta l’Armenia, si ravvisano ancora i venerabili avanzi d’ un celebre santuario di Maria, erettovi, dicesi, dall’apostolo s. Bartolomeo, quando vi predicò il Dio crocifìsso per la salvezza degli uomini. C’insegna una costante tradizione che veneravasi fin d’allora una prodigiosa immagine della Madre di Dio, affidata dallo stesso Apostolo alle sollecite cure di sante donne. Trovasi nell’Armenia un buon numero di antiche chiese, parecchie delle quali dedicate a Maria, che partironsi tra di loro i Greci uniti, i Greci scismatici ed i Musulmani. Generalmente parlando, fassi ognor più ardente adesso la divozione degli Armeni all’immacolato Cuore di Maria.

Orazione.

O Maria, Vergine purissima, la quale foste la più elevata delle creature, appunto perché foste la più umile, volgete uno sguardo di misericordia sopra di me così pieno di amor proprio, e fate che modellando il mio cuore sul vostro, il quale è parlante immagine di quello di Gesù, possa un giorno conseguir la mercede promessa ai dolci ed umili di cuore. Così sia.

OSSEQUIO

Baciate tre volte la terra, ripetendo a voi medesimo queste parole: Quid superbis terra, et cinis?

GIACULATORIA.

Tu nos ab hoste protege, et mortis hora suscipe.

Nell’ultima ora

Della mia vita

Imploro, o Madre,

La vostra aita.

293
Dignare me laudare te, Virgo sacrata;
Da mihi virtutem contra hostes tuos.
(ex Brev. Rom.).
Indulgentia trecentorum dierum. Indulgentia plenaria suet is conditionibus, si quotidianainvocationis recitat io in integrum mensem producta fuerit.
(S. C. Indulg., 5 apr. 1786; S. Paen. Ap., 28 mari. 1933).

IX. GIORNO.

La Maternità divina.

Erudita nelle sacre scritture, non ignorava Maria quanto caro le sarebbe costato il titolo di Madre di Dio; e che il suo Figlio avrebbe dovuto comprare a prezzo di sangue il nome di Salvatore, e quindi Ella parimenti pagare con lacrime, e lacrime ben amare il nome di Madre. Che farà Maria dinanzi a sì dolorosa prospettiva? Rassicuriamoci: il Signore ha parlato, e l’umile Vergine non sa che obbedire. Si è quindi col sentimento di profonda umiltà, e perfetta sommissione a ciò che tutto chiederà il Signore da Lei e dal suo divin Figlio, che esclama: Io sono l’ancella del Signore, in me si compisca la volontà di Lui. Chiniamo il capo dinanzi a queste parole le quali ci dipingono al naturale il Cuore della nostra Madre del cielo, l’abisso della sua umiltà, l’estensione della sua rassegnazione. Io sono l’ancella di Dio; qui accetta per sé la gloria della maternità divina, e poi più tardi accetterà per sé, per suo figlio le miserie di Betlemme, l’oscurità d’una vita laboriosa, e più tardi ancora gli strazi del Calvario. Ottenuto questo consenso da Maria, il Signore fecondò il seno verginale di Lei con l’onnipotente sua virtù, ed essa divenne vera Madre del Figlio di Dio. Non invidiamo a tanta fortuna di Maria; che per mezzo della comunione siamo noi eziandio chiamati a dividerla con Lei. La comunione ci unisce non solamente alla divinità ma all’umanità ancora dell’adorabile Salvatore; a quel sangue prezioso che pagò sul Golgota il riscatto dell’anima nostra; a quel sacro Cuore che dimostrossi così misericordioso, così sensibile alle nostre miserie. Tale unione con chi mai la contrae Iddio per mezzo della comunione? Con l’uomo: con l’uomo, essere d’un giorno, chiamato dal nulla alla vita dalla di Lui potenza; essere mortale che oggi esiste e domani non è più contato nel novero dei viventi. Approssimiamoci pertanto alla mensa degli Angeli con fede viva, con umiltà profonda, con ardente carità, con purezza di coscienza ed allora diverrà per noi il preludio dell’eterna nostra comunione nel cielo.

ESEMPIO.

Il regno d’ Inghilterra fu convertito al Vangelo nel 590 da s. Agostino, consacrato in seguito primo arcivescovo di Cantorbery. In brevissimo tempo elevaronsi per ogni dove sontuosissime chiese dedicate a D. O. M. sotto l’invocazione di Maria, e non piccol numero di monasteri e di abbadie in di Lei onore, tra cui primeggiano quelle di Glastembury, di Abingdon, di Ramsy, di York, di Westminster. Sorse eziandio un gran numero di cattedrali consacrate alla Regina degli Angeli; per la costruzione di quella di Salisbury impiegaronsi 39 anni, e ne conta poche pari in magnificenza. Una passione, oimè! non frenata nei suoi inizi, bastò a svellere dal corpo della Chiesa questo regno, chiamato per antonomasia, la terra dei Santi; la cupidigia distrusse i monasteri, l’empietà chiuse i templi, e la barbarie trucidò vescovi, sacerdoti, monaci, vergini… Siffatte conseguenze seco si trasse la brutta passione! Povera Inghilterra! In tuo favore non altro abbiamo che lacrime e voti; ma in tuo prò congiungono le loro preghiere alle nostre ed a quelle di Maria, gli Agostini, gli Anselmi, i Tommasi, gli Edoardi, gli Edmondi, e ben già se ne ravvisano i salutari effetti. Noi vediamo quel governo farsi di giorno in giorno meno ostile al cattolicismo: già si contano 926 chiese cattoliche; un cardinale creato nel 1840, 18 tra arcivescovi e vescovi, 1217 sacerdoti esercitano liberamente le loro funzioni. Un gran numero di scuole, di seminarii, di ospizi, di ospedali, la più parte affidati alla tutela di Maria, danno le più care speranze di un prossimo ritorno al seno di santa Chiesa di tutto il regno.

Orazione.

O Maria, primo tabernacolo del Verbo fatto carne, la quale riceveste con tanto amore nel santo vostro seno questo Dio annichilato, ottenetemi le disposizioni necessarie, onde fervorose sempre e meritorie siano le mie comunioni in vita, e sopra ogni altra fervorosa e santa quella che precederà la mia morte. Così sia.

OSSEQUIO.

Nel mettervi a letto figuratevi d’essere al divin tribunale, ed ascoltate ciò che vi dice la coscienza.

GIACULATORIA.

In Die judicìi libera me, Domina.

Nel giorno estremo

Giorno di pianto,

Madre copritemi

Col vostro manto.

-295-

Virgo ante partum, ora prò nobis.
Ave Maria.
Virgo in partu, ora prò nobis.
Ave Maria.
Virgo post partum, ora prò nobis.
Ave Maria.
Indulgentia trecentorum dierum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, invocationibus quotidie per integrum mensem iteratis (S. C . Indulg.,
20 maii 1893; S. Pæn. Ap., 12 oct. 1934).

X. GIORNO.

Visitazione.

Il bambino che vive nelle castissime viscere di Maria venne a portare sulla terra il sacro fuoco della carità; il suo cuore ne è la sorgente, e già lo accese nel cuore di sua Madre. Al contatto del cuore di Gesù, il cuor di Maria diviene fornace divampante di amore e di carità: questo fuoco è attivissimo epperciò la stimola, la spinge a comunicarlo ad altri cuori. Quindi alla primiera notizia che la situazione d’Elisabetta domanda le sue cure, Maria esce dalla cara sua solitudine di Nazaret, s’avvia verso le montagne della Giudea, e va a costituirsi ancella di colei alla quale ella medesima è immensamente superiore. Ma lo spirito di Maria non conosce quelle idee di preminenza, di dignità, d’autorità, e va dicendo, di che il mondo si pasce con tanta sicurezza; eh! no: più la è grande, e più è umile; né altro ravvisa in Elisabetta che una sua parente la cui avanzata età e gravidanza merita le sue attenzioni. — La carità comunica i tesori del cielo: ovunque passa, Maria semina benedizioni: alle sue parole Giovanni è santificato, Elisabetta profetizza, la casa del Levita esulta di gioia, e Maria prende parte sincera alla felicità di che è cagione. Per poco che si esaminino le parole dell’adorabile Salvatore intorno alla virtù della carità, di leggieri si scorge che questa virtù la vince sopra ogni altra agli occhi di Lui, ed è come la respirazione, la vita del suo divin cuore tutto ardente d’amore verso Dio, e degli uomini. E qual amore? ah! Betlemme, il Calvario, il tabernacolo altamente ci predicano che sì fatto amore non si contentò di parole: operò, sofferse, sacrificossi in pro nostro. Laonde non illudiamo noi medesimi; la carità che Dio esige da noi verso il prossimo esser dee una carità non teorica ma pratica, perciò disse; Tutto che FARETE al minimo dei vostri fratelli, lo considererò come fatto a me stesso.

ESEMPIO.

Fin dal IV secolo noi vediamo s. Adalberto vescovo di Gnesne, comporre inni a Maria per l’armata polacca, la quale combatteva ne’ paesi ancora infedeli della Pomerania e della Prussia. Uno di questi, le cui iniziali erano: Boga Botsica (Madre di Dio), fu per molti secoli il loro cantico guerriero. I Poloni ascrissero mai sempre a loro precipuo onore l’essere detti i figli della Chiesa Cattolica Romana, ed i servi fedelissimi della Madre di Dio, da essi chiamata la Regina del cielo e della Polonia, od eziandio semplicemente la Regina della Polonia. Ad avere un’idea caratteristica della venerazione che questo sventuratissimo regno sentiva per Maria, parmi sufficiente questo fatto. Per legge di stato era formalmente vietato l’imporre a chi che sia il nome di Maria, onde col rendersene familiare il nome, non si venisse a scemar di rispetto verso di Lei; e questa proibizione fu spinta a tal segno che Ladislao IV, impalmandosi a Maria Luigia di Nevers, nel contratto nuziale appose la clausola che la novella regina abbandonerebbe il nome di Maria, perché forse non l’avrebbero i polacchi tollerato. Indarno tentarono per lo addietro la riforma ed il sinodo russo di schiantare questo culto da quella infelice nazione; ma pur troppo! da tre anni sì feroce è la persecuzione mossale dai luogotenenti dello Czar Alessandro, sotto politici pretesti, che quasi quasi presentemente (1867) non rimane più vestigia né di polacchi, né di culto cattolico. Il cielo solo può ancora rimediare a tanto sterminio; preghiamo e speriamo!

Orazione.

O Maria, consolatrice degli afflitti, ispirate al mio cuore un grammo di quella carità che rese l’immacolato vostro Cuore così sensibile alle nostre miserie. Deh! fate che a vostro esempio, io sia pieno di misericordia, d’indulgenza, di compassione pe’ miei fratelli, e specialmente per quelli che mi offendono, o da cui ricevo qualche torto, onde conseguir possa il premio promesso alla carità. Così sia.

OSSEQUIO.

Stando in Chiesa, dite: Se io dovessi star qui in ginocchio per tutta l’eternità, oh! che disperazione. E nell’inferno! e nell’inferno!

GIACULATORIA.

A pœnis inferni libera me, Domina.

Dal cupo, orribile

Eterno esilio

Madre salvatemi

Son vostro figlio.

XI. GIORNO.

Il Magnificat.

Continuiamo ad ammirare i prodigi di che è feconda la visita di Maria ad Elisabetta. — La Vergine immacolata ascolta le lodi che le sono prodigate dalla cugina ad ispirazione di Dio; non le rifiuta queste lodi, che la vera umiltà come ama la verità così odia e detesta la menzogna. Ma il suo cuor verginale, non che ripiegarsi sopra se medesimo onde compiacersi od invanirsi della propria eccellenza, non pone mente se non ai benefizi del Signore, e trovasi talmente ricolmo da sentimenti di gratitudine e d’amore verso di Lui che, impotente a contenerli dentro se medesimo, simile a vaso troppo pieno, apresi un’uscita, e lega ai secoli avvenire il più soave cantico che vanti la novella alleanza, qual perenne monumento della sua umiltà, riconoscenza ed amore. — L’anima mia glorifica il Signore, ed il mio spirito è rapito di gioia in Dio mio Salvatore, perché guardò l’umiltà della sua ancella; ed ecco che tutte le generazioni mi diranno beata ecc. – E questo inno di paradiso è cantato da Maria a nome di tutti i beneficati dal Signore, di tutti i redenti del Calvario. Ad esempio di Maria, siamo noi riconoscenti ai benefici di Dio? La ricordanza della liberalità di questo Dio, il quale è per noi il Padre più tenero ed il benefattore più generoso, accende per avventura ne’ nostri cuori un profondo sentimento di gratitudine e d’amore? Oimè! l’abitudine di ricevere i benefici dal nostro Dio ci rese insensibili, e ce ne serviamo senza neanco benedire alla mano che sopra di noi li sparge; non ne conosciamo il prezzo se non allorché ne siamo privi; e le nostre labbra che apronsi così spesse fiate onde implorare novelli favori, ignorano poi la via d’aprirsi allorché è d’uopo renderne grazie a Colui dal quale scende ogni dono perfetto. Oh! Perché mai non arrossiamo di comparir ingrati verso Dio, noi i quali arrossiamo di comparir ingrati verso gli uomini?

ESEMPIO.

Sebbene fin dal II secolo, e poi nuovamente nel VI fosse predicato il Vangelo nella Baviera da s. Roberto, possiam dire tuttavolta che la Religione Cattolica, col culto della Madre di Dio, non divenne la religione dominante che nel 755, in cui s. Bonifazio vescovo di Metz e di Magonza fondò l’arcivescovado di Eichstadt. Ottone I pose tutti i suoi stati sotto il patrocinio di Maria. Alla metà del secolo XVIII noveravansi nella Baviera 315 case religiose, tutte dedicate al culto della B. Vergine, e la più parte occupate nell’educazione della gioventù. Ad Alten-Oelting è venerata una prodigiosa statua, celebre per innumerevoli pellegrinaggi che vi si fanno. Frequentatissima da ogni ceto di persone è l’immagine della B. Vergine al monastero della Visitazione in Oggersheim. La festa della Natività solennizzata nella chiesa della santa Casa di Loreto, vi radunò nel 1845, oltre a dodici mila fedeli, di cui otto mila accostaronsi ai Sacramenti, A Munich, in una cappella attigua al convento de’ Cappuccini, si scorge la più gran venerazione a Maria V. Addolorata. La cattedrale di Passau, dedicata alla Annunziazione di Maria, vi trae ogni anno un considerevole numero di pellegrini, e Maria Annunziata li rinvia consolati, paghi nei loro voti.

Orazione.

O Maria, perfetto modello di gratitudine, non permettete che la sconoscenza agghiacci il mio cuore; ma prestatemi il vostro per benedire al Signore di tutti i beni spirituali e temporali a me prodigati, onde la mia vita divenga un continuo ringraziamento, e quest’inno di benedizione, di laude cominciato nel tempo, possa continuarlo perennemente nell’eternità. Così sia.

OSSEQUIO.

Risolvetevi ad una pratica di divozione a Maria da farsi ogni giorno affinché vi liberi dall’inferno.

GIACULATORIA.

Gratias tibi, Virgo, quia non ardeo.

Se tra le eterne

Fiamme non sono,

Vergine eccelsa

Fu vostro dono.

320
Magnificat anima mea Dominum: Et exsultavit spiritus meus in Deo salutari
Quia respexit humilitatem ancillæ suæ: ecce
enim ex hoc beatam me dicent omnes generationes.
Quia fecit mihi magna qui potens est: et sanctum
nomen eius.
Et misericordia eius a progenie in progenies
timentibus eum. Fecit potentiam in brachio suo: dispersit superbos mente
cordis sui.
Deposuit potentes de sede, et exaltavit humiles inanes. Esurientes implevit bonis: et dìvites dimisit inanes.
Suscepit Suscepit Israel puerum suum, recordatus misericordiæ
suæ. Sicut locutus est ad patres nostros, Abraham
et semini eius in sæcula.
(Luc., I , 46).
Indulgentia trium annorum.
Indulgentia quinque annorum, si canticum in festo Visitationis B. M. V. vel quolibet anni sabbato recitatum fuerit.
Indulgentia plenaria suetis conditionibus, cantico quotidie
per integrum mensem pie recitato (S. C. Indulg.
20 sept. 1879 et 22 febr. 1888; S. Pæn. Ap., 18 febr.
1936 et 12 apr. 1940).

XII. GIORNO.

Ritorno di Maria in Nazaret.

Come tutti gli sventurati figli di Adamo, e più di tutti Maria doveva essere provata al crogiuolo della tribolazione; conciossiachè predestinata dal Signore ad immensa gloria esser doveva predestinata eziandio ad immensi dolori. Non ci rivela l’Evangelo se Maria fosse ancora presso la cognata al tempo della nascita del santo precursore; certa cosa è tuttavolta che fu mai sempre guidata dal Santo Spirito in ogni sua operazione. Rientrata nell’oscurità di Nazaret, per le necessarie domestiche relazioni s’avvede il casto suo sposo della gravidanza di lei. Quale sconforto per Giuseppe! Che pensa? a che si risolve? Reputeralla colpevole? Oh! no; troppo santa è Maria, e troppa venerazione ispira…. eppure non si può ignorare che Ella è divenuta madre. — Sospende adunque ogni giudizio, ed appigliasi al partito di celatamente allontanarsi da lei; preferendo in sì fatta guisa esporsi al biasimo ed al disprezzo che ne saranno la conseguenza, piuttostochè diffamare la Vergine Immacolata con l’accusarla d’infedeltà al cospetto di tutta la nazione. Maria legge sul volto dello sposo tanta tristezza: con una sola parola potrebbe ridonargli la pace; ma questa parola formerebbe la sua gloria, e l’umile Maria non la pronunzia. – Se il silenzio di Maria è il modello delle anime bersagliate dai falsi giudizi e dalla calunnia, la moderazione di Giuseppe in sì delicato frangente è la condanna delle anime corrive nei giudizi temerari. Non giudicate, e non sarete giudicati: chi pronunziò questo comando e questa promessa si è quel Giudice sovrano ed infinitamente giusto cui avremo un giorno a rendere ragione dal più grave delitto al più intimo palpito del cuore. E noi non ignoriamo neanco che il Vangelo è l’unico codice che verrà da Lui consultato onde profferire inappellabile sentenza; e che allora la misericordia cederà il luogo alla giustizia. Or bene; fu per avventura così santa la nostra vita che nulla ci resti a temere da un giudizio il cui pensiero incuteva terrore ai più gran santi?…

ESEMPIO.

La Lapponia dividesi in russa e svedese. Cristiani sono i Lapponi, ma la lor religione trovasi in generale, sfigurata da assurdissime superstizioni. Le sole religiose idee rette da essi conservate, riguardano il mistero dell’Incarnazione, ed il culto della Santa Vergine, epperciò professano un esemplare rispetto alla croce di Gesù ed alle immagini di Maria. Incerta è l’epoca della loro conversione al cristianesimo. I più accreditati autori la fissano circa l’842, tempo in cui l’apostolo del Settentrione, s. Anscario, evangelizzò la Lapponia, l’Islanda e la Groenlandia. – Un celebre tempio dedicato a Maria, fu eretto nel 1030 a Wardenhuns.

Orazione.

Oimè! colpevole e pieno di miserie, o tenera Madre mia, giudico i miei fratelli con una severità che dovrei riservare per me solo, e riservo per me un’indulgenza che dovrei unicamente usare verso i miei fratelli. Deh! Insegnatemi a conoscere me stesso affinché vivendo nell’umiltà, eserciti la sincera carità. Così sia.

OSSEQUIO.

Fate una visita a Maria onde per voi ringrazi il divin Figlio dei benefici che vi ha fatto, e vi perdoni l’ingratitudine vostra.

GIACULATORIA.

Vita, dulcedo, spes nostra, salve.

Vita dolcissima,

Speranza mia

Salve purissima

Vergin Maria.

-276-

Christe, qui Mariæ et Ioseph
subditus, domesticam vitam ineffabilibus virtutibus
consecrasti: fac nos, utriusque ausilio,
Familiae sanctae tuæ exemplis instrui et consortium
consequi sempiternum: Qui vivis et
regnas in sæcula sæculorum. Amen (ex Missali Rom.).
Indulgentia quinque annorum.
Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo
orationis recitatio, quotidie devote peracta, in integrum
mens’em producta fuerit (S. Pæn. Ap., 3 sept. 1936).

XIII. GIORNO.

Viaggio a Betlemme.

Era scritto che il Messia doveva nascere a Betlemme. Nascosta nell’umile sua dimora Maria attendeva con profonda pace quel giorno benedetto tanto sospirato dai patriarchi e dai profeti, quando sente da Giuseppe essere necessario recarsi seco lui a Betlemme pel censimento prescritto dall’imperatore romano, essendo ambedue della famiglia di David. In tal guisa il Signore fa servire all’esecuzione de’ disegni suoi la politica ed i capricci degli uomini. Ecco Maria portata da umile cavalcatura, guidata dal santo suo sposo, dirigersi alla volta della città reale. Arrivata alle porte di Betlemme, fa sosta la povera carovana, e Giuseppe s’inoltra a cercar un asilo; ma tutti gli alberghi sono ingombri d’illustri viaggiatori, di doviziose famiglie…, non v’ha ricetto pel povero artigiano. Ei ritorna a Maria e le annunzia l’amaro disinganno; e Maria abbassa il capo e adorando la volontà di Dio, risponde: Fiat. – Una donna commossa a tal vista, loro addita una grotta deserta non lungi dalla città in mezzo alla campagna. O Figlia di David, o Madre dell’Altissimo, ecco la vostra reggia! Vi entra Maria, e volgendo intorno intorno lo sguardo sopra le umide e povere pareti, ripete una seconda volta Fiat. – La povertà preparò la culla al Dio fatto carne, lo accolse al suo ingresso nel mondo, lo seguì sulla terra d’esilio, con Lui fe’ ritorno dall’Egitto in Nazaret, ormeggiò tutti i suoi passi nella privata e pubblica sua vita; Ella ancora lo accompagnò al Calvario, seco Lui ascese il sanguinoso trono della croce; Ella infine gli preparò l’ultimo suo letto. Dopo sì fatti esempi oh! come consolanti, come belle sulle labbra dell’Uomo-Dio risuonano quelle parole che beatificano la povertà, e la fanno sedere sul trono della felicità e della gloria: Beati i poveri di spirito, ché ad essi appartiene il regno de’ cieli. Tutti i santi ottimamente compresero la morale del divino Maestro, e ne fecero lo studio e la pratica di tutta la loro vita; e noi l’abbiamo in orrore, e diciamo col fatto: Beati i ricchi, e pretendiamo salvarci!..

ESEMPIO.

Il culto a Maria venne introdotto in Italia col Vangelo fin dal primo secolo della Chiesa, e rapidissima ne fu la propagazione, malgrado le persecuzioni degli imperatori pagani, e le irruzioni de’ barbari, nemici non meno accaniti della Cattolica Religione, e sempre puro si mantenne come s’addice alla contrada, nel cui centro ha sede il Vicario dell’Uomo-Dio. Impossibile riesce il far menzione dei mille luoghi ove si venerano prodigiose immagini di Maria. Roma sola conta oltre a cinquanta chiese a lei dedicate, e quattordici Napoli. Se questa adesso sì sventurata nazione, può andar superba per l’amore di preferenza dimostratole dal Signore nel costituirla il centro della cattolicità, non può forse andar parimente superba per l’amore di preferenza dimostratole da Maria che in essa volle prodigiosamente trasferita la casa di Nazaret, santificata dalla sua presenza, e da quella del Salvator del mondo? – Onorasi a Torino la B. Vergine della Consolata, a Pisa la Madonna della Spina, a Firenze la Madonna del Popolo, a Mantova la Madonna delle Grazie, a Capotena quella del Rosario, a Carlo-Forte quella della Concezione, a Spoleto quella del Carmine, senza parlare di quasi innumerevoli santuari posti sulla vetta o tra le gole delle più dirupate montagne. Il Tirolo, la Stiria, hanno le case e le vie adorne tutte dell’immagine di Maria.

Orazione.

O Maria, la quale foste veramente povera di spirito e di cuore, ottenetemi stima ed amore alla povertà; fate che, a vostro esempio, io cerchi innanzi tutto il regno di Dio e la sua giustizia, convinto che si avvererà in tal guisa la promessa del vostro divin Figlio, e che tutto il resto mi sarà donato per soprassello. Così sia.

OSSEQUIO.

Ovunque vi troviate, esercitate una particolare modestia in riparazione degli scandali dati al vostro prossimo.

GIACULATORIA.

A delictis meìs munda me, et ab alienis parce servo tuo.

Vorrei perdono

De’ falli miei

De’ falli altrui

Perdon vorrei.

308
Recordare, Virgo Mater Dei, dum steteris in
conspectu Domini, ut loquaris prò nobis bona,
et ut avertat indignationem suam a nobis (ex
Missali Rom.).
Indulgentia trecentorum dierum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidie perintegrum mensem  invocatio pie recitata fuerit (S. Pæn.
Ap., 22 nov. 1934).

XIV. GIORNO.

Maria al presepio.

Entrata nell’umile tugurio obliò ben tosto la Vergine Immacolata e le fatiche del viaggio e la durezza dei betleemiti, e la terra e tutte le cose della terra, per non occuparsi che del Dio il quale faceale presentire imminente il suo ingresso nel mondo per mezzo d’estasi d’amore sconosciute ai serafini stessi. Ed è frammezzo a quest’estasi di paradiso, che il Dio Bambino uscì dal seno verginale di Maria senza danno alcuno all’integrità di Lei, come il raggio del sole attraversa limpido cristallo senza alterarne benché menomamente la purezza. Il primo vagito dell’adorabile bambino fe’ rientrare in se medesima la Vergine Madre: tremante d’emozione e di gioia contemplò Maria con religioso spavento per qualche istante il Verbo fatto carne: poi prendendolo tra le braccia, lo serrò contro il cuore, lo bagnò di lacrime, adorollo come suo Dio, baciollo come suo figlio. – Oh! chi ci dirà i sentimenti del cuor di Maria in quell’ora avventurata, allorché l’amor di Dio e l’amor materno formarono nel suo cuore un solo amore, e l’inondarono di castissime voluttà? Chi varrà a dipingerci i trasporti d’amore che fece nascere nel cuor di Maria la prima occhiata di Gesù, il primo vagito di Gesù, la prima lacrima di Gesù? Ah! non è dato alla debolezza nostra lo scandagliare questo abisso. Contemplare, adorare Gesù tra le braccia della Vergine-Madre, quale ventura! Ma non possiamo forse visitare Gesù, adorarlo in annichilamenti più profondi ancora, gli annichilamenti dell’Eucaristia? È forse meno amabile nel tabernacolo che nel presepio? meno prodigo di sue grazie? – Il tabernacolo! ah! ecco il centro della luce ove illuminaronsi le intelligenze più prodigiose; la fornace ove si accesero i cuori i più ardenti, la scuola ove si apprese la virtù dei sacrifici i più eroici, la sorgente di acqua viva a cui si attinsero le consolazioni più pure. Eppure per quanti cristiani il Dio del tabernacolo, come il Dio del presepio, è un Dio straniero, un Dio sconosciuto! Ci troviamo noi forse nel novero di questi sconoscenti ed infelici cristiani?….

ESEMPIO.

Antico quanto il Cristianesimo, è nella Corsica il culto della SS. Tergine; vi predicarono l’Apostolo s. Paolo ed i discepoli di san Pietro. La più parte delle cattedrali di quest’isola ricordano un mistero della vita di Maria; l’Assunzione quella di Nebbio, edificata nel VII secolo, e quella di Mariana; l’Annunziazione quella di Corte, e tutti gli altri misteri le numerosissime cappelle di che trovansi seminati i dintorni di Bastia, la cui cattedrale si appella Maria- la- Santa. Fioriscono le associazioni del Rosario, dell’Annunziazione, della Natività, ecc.; quasi tutte le feste di Maria vi sono celebrate coll’ottava. Il più celebre degli oratori è quello di Lavasina sulla spiaggia marittima: malgrado la corruzione de’ nostri giorni, da tutti i punti d’Italia vi accorrono devoti i pellegrini d’ogni età e condizione tra li 8-16 settembre a sciogliere i voti fatti nel corso dell’anno. Nel 1730 (30 gennaio) in generale adunanza riuniti i Corsi elessero Maria per loro sovrana, ed ordinarono che, sull’esergo delle monete corse, venisse inciso: Monstra te esse matrem.

Orazione.

O Maria! la quale foste il sacro altare su cui riposò le tante volte il Verbo incarnato; deh! fate che io trovi le mie delizie nel tenermi ai suoi piedi nel sacramento dell’amor suo, onde, dopo averlo senza interruzione corteggiato nel tempo, venga annoverato tra i suoi adoratori ancora nel gran giorno dell’eternità. Così sia.

OSSEQUIO.

In qualsivoglia luogo v’incontriate in un’immagine di Maria, salutatela col recitare l’Ave Maria, vincendo ogni rispetto umano.

GIACULATORIA.

Sancta Maria, Mater Dei, ora prò nóbis peccatoribus.

Per tutti ì rei,

Pregate Iddio:

Son reo pur troppo,

O Madre anch’io.

311
Benedicta es Tu, Virgo Maria, a Domino Deo
excelso, præ omnibus mulieribus super terram
(ex Missali Rom.).
Indulgentia trecentorum dierum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, prece iaculatoria quotidie per i ntegrum mensem pie repetita (S. Pænit. Ap., 20 maii 1936).

XV. GIORNO.

Purificazione.

Nella stessa guisa che il sole vibrando i suoi raggi sui fiori non fa che renderne più splendido il colore, più soave l’olezzo, così la nascita di Gesù lungi dal nuocere alla purezza della Vergine-Madre, accresciuta aveala ed adorna di novello fulgore. Laonde per lei non vigorisce la legge della purificazione, né pel suo figlio concepito per opera dello Spirito Santo, figlio unico dell’eterno Padre, è vero: ma, e come potrà non sottomettersi a questa legge, Maria, la quale vide il Figlio di Dio sottomettersi alla legge promulgata pei peccatori, la legge della circoncisione? Dolorosissimo oltre ogni dire fu per la povera Madre questo sacrifizio: non già perché rapisse a Lei dinanzi agli uomini la sua più bella qualità, quella di Vergine incontaminata, figuratevi! Maria non cercava che di nascondere la propria gloria: ma in qual modo velare la gloria di quel desso che Ella così ardentemente bramava di vedere adorato, conosciuto, glorificato da tutte le creature? Presentare al suo popolo come un ordinario bambino l’aspettato della nazione, il promesso dai profeti, il Dio che scendeva a vivere con l’uomo, salvarlo, riaprirgli il cielo? Vani discorsi! Maria allora soltanto si stima avventurata che le è dato glorificare la Maestà sovrana con l’umile ubbidienza alle sue leggi. – Quest’ammirabile ubbidienza di Maria come altamente condanna le continue nostre infrazioni delle leggi di Chiesa santa, ed i mendicati pretesti onde esimerci dall’osservarla! Oh! guai a quei figli ingrati i quali ribellansi alla loro Madre, la deprezzano, contristano il cuore di lei, l’oltraggiano; perché, vano l’illudersi! non è la Chiesa solamente che essi offendono, sebbene Dio stesso. Non limitiamoci tuttavolta ad amarla e rispettarla, con l’umile sommissione alle sue leggi, ma facciamola amare e rispettare dagli altri ancora col prenderne la difesa contro i suoi nemici: Non curiamo i loro sarcasmi; che anzi andiamone superbi; che i sarcasmi e gli insulti tollerati per la nostra fede, diverranno un giorno i nostri titoli di gloria dinanzi a Dio.

ESEMPIO.

Come la Lapponia, così tutte le altre regioni del Nord furono evangelizzate dall’apostolo del settentrione, S. Anscario. Sventuratamente, per mancanza di cristiana istruzione, il culto di Gesù e di Maria trovossi adulterato ben presto da innumerevoli superstizioni. Nel XVI secolo i Danesi, i Norvegesi e gli Svedesi abbracciarono gli errori di Lutero e di Calvino. Una parte ciò non ostante non disprezzabile professa ancora la Religione Romana, e nutre fervida divozione a Maria. Le preghiere che, mercé gli scritti dello svedese P. Stub barnabita, da ogni parte del mondo cattolico salgono a Dio in pro di queste settentrionali regioni, già cominciano a produrre sensibile effetto. In Isvezia con la religione rialzasi visibilmente il culto di Maria. Monsig. Studach vicario apostolico a Stockolm, consacrò (16 settembre 1837) una chiesa a Dio sotto l’invocazione di Maria; e due anni dopo, nella chiesa di s. Eugenia, eresse canonicamente la compagnia dell’immacolato Cuore di Maria. Confidiamo che si degnerà il Signore di esaudire pienamente le nostre preghiere.

Orazione.

O Maria che mi deste un sì prodigioso esempio di ubbidienza alle leggi di Dio e della Chiesa, ottenetemi quella perfetta sommissione che ha sua sorgente nell’amor di Dio. Vegliate eziandio sull’amatissimo pontefice Pio IX, consolatelo, tergete le sue lacrime col ricondurre ai suoi piedi tante anime infelici che l’abbeverano di amarezza, ed infliggono sul paterno suo cuore dolorosissime ferite. Così sia.

OSSEQUIO.

Se tra i vostri libri, o scritti, od immagini possedete alcun che di meno decente, consegnatelo tosto alle fiamme ad onor di Maria.

GIACULATORIA.

Janua cœli, ora prò nobis.

Per queste a voi

Alme fedeli,

Pregate, o lucida

Porta de’ cieli.

312
Regina mundi dignissima, Maria Virgo perpetua,
intercede prò nostra pace et salute, quæ
genuisti Christum Dominum Salvatorem omnium
(ex Missali Rom.).
Indulgentia trecentorum dierum. Indulgentia plenaria  suetis conditionibus, dummodoquotidie per integrum mensem invocatio devote iterata fuerit (S. Pæn. Ap., 10 oct. 1936).

XVI. GIORNO.

Vaticinio di Simeone:

Non solamente per osservare la legge della purificazione venne la Vergine-Madre al tempio, ma eziandio onde deporre sull’altare del Signore l’innocente Vittima delle prevaricazioni di tutti i discendenti del primo fra i colpevoli. In questo mentre, eccoti il vecchio Simeone, guidato dal Santo Spirito al tempio, approssimarsi a Maria, tendere le braccia al divin bambino, adorarlo profondamente, e poi, premendolo amorosamente al cuore, esclamare « I miei occhi videro la salute, or muoio in pace. » Vestendo quindi mestissimo aspetto volge fatidica parola a Maria « Ecco che è posto in ruina ed in risurrezione di molti in Israello; e come segno di contradizione; ed una spada trapasserà l’anima tua » Ben comprese la povera Madre tutto il senso di quelle parole: comprese che il suo Gesù sarebbe quella spada, vale a dire che i suoi dolori formerebbero una piaga sì fatta nel materno suo cuore che, apertavi in quell’istante medesimo, doveva ad ogni giorno, ad ogni ora del giorno, farsi più crudele, più profonda, più lacerante, né più rimarginarsi che sulla soglia del cielo. E tutta volta nella veemenza dell’afflizione, non sa Maria che adorare la volontà del Signore, e pienamente abbandonarsi agli imperscrutabili suoi disegni. Rendiamoci capaci di questa importantissima verità; cioè che il Signore non domanda da noi strepitose azioni, ma la perfetta sommissione della nostra volontà alla sua. Ecco il più gran segno d’amore che sia in nostra mano di dargli, non meno che la più sicura, la più agevole via onde giungere alla più alta perfezione. Facendo la volontà nostra noi bene spesso ci diamo a credere di gradire a Dio, e non soddisfiamo che il nostro amor proprio: laddove sottomettendo la nostra volontà a quella di Dio, per quanto penosa la esser ci sembri, certa cosa è tuttavia che noi soffriamo ma Dio è contento; ed a misura che perfetta è la nostra sommissione, più abbondante farassi la pace nel nostro cuore, e più copiosi saranno i meriti che ci acquisteremo pel cielo.

ESEMPIO.

L’Olanda, regno dopo il 1814, ebbe i suoi apostoli fino dal II secolo: sant’Egisto e san Materno con la fede propagarono il culto di Maria nella Frisia: san Siagrio e san Superiore fra i Batavi. In breve tempo, mercé lo zelo di questi santi, a Tourges, Haarlem, Maestricht, Loeuwarden, Groeninga, Arnhem, ecc. elevaronsi magnifici santuari, ove inneggiavasi a Dio ed alla perfezione dell’immacolato Cuor di Maria. S. Willibrord, primo vescovo di Utrecht, vi edificò una chiesa all’augusta Madre di Dio, mentre altrettanto facevano nella Frisia, s. Bonifazio, e nella Campignia s. Lamberto. Gli errori di Lutero e Calvino penetrarono nell’Olanda nel 1566, e vi fecero pur troppo, orribili guasti; presentemente tutto dà a sperare un non lontano ritorno in grembo alla Chiesa Cattolica. Qualche anno fa, venne ridonato ai cattolici l’antico tempio di Maria, il quale era stato ridotto ad arsenale. Nuovo passo che dà nella divozione verso la B. Vergine, questa contrada.

Orazione.

O Maria, perfetto esemplare di sommissione alla volontà divina, fate che in mezzo alle mie afflizioni, io non dimentichi mai che il Signore non vuole se non quello che è proficuo all’anima mia; e che la mano con cui mi flagella, è mano di amorosissimo padre. Frenate le mie mormorazioni, ed insegnatemi a benedire a quel Desso la cui volontà è sempre piena per me di sapienza, di misericordia, d’amore. Così sia.

OSSEQUIO.

Se mai vi siete raffreddato nella divozione a Maria, fate di riprendere tosto il primiero fervore.

GIACULATORIA.

Et tràhe me, post te, Santa Mater.

Siatemi fulgida

Propizia stella,

Con voi traetemi

Vergine bella.

314
Ora prò nobis, sancta Dei Genitrix, ut digni
efficiamur promissionibus Christi (ex Brev. Rom.).
Indulgentia trecentorum dierum. Indulgentia plenaria, su etis conditionibus, quotidiana invocationis recitatione per integrum mensem producta (S. Pæn. Ap., 15 dec. 1940).

XVII. GIORNO.

Fuga in Egitto.

Il vaticinio di Simeone non tardò ad avere il suo principio, l’angelo del Signore comparisce a Giuseppe nel sonno e « su, gli dice, alzati, prendi il fanciullo e la madre di Lui, fuggi in Egitto, che Erode cerca a morte il bambino. » Oh! chi non si sente commosso da tenera compassione nel contemplare la Vergine-Madre tremante per la vita del suo divin Figlio, toglierlo dalla culla, stringerselo amorosamente al seno, e, senza permettersi un sol lamento, avviarsi tra le tenebre della notte, senz’altra guida e compagnia che il suo sposo Giuseppe, verso la terra d’esilio? Che non dovette soffrire per anco quest’augusta Trinità della terra, nell’attraversare l’immenso deserto che separa l’Egitto dalla Palestina, senz’altra risorsa per sì lungo cammino che la fiducia in Dio? E poi, giunti i santi esiliati al termine del loro viaggio, non giunsero tuttavolta al termine delle loro pene. In Egitto più ancora che a Betlemme ed a Nazaret, la povertà con tutte le sue privazioni ed umiliazioni, stette indivisa compagna ai loro fianchi. Ma tutte queste prove, tutti questi dolori erano da Dio voluti, e l’umile Vergine, sempre uguale a se stessa, li sopporta in silenzio, con inalterabile pazienza, con perfetta rassegnazione. – Se il Signore volle che Maria prendesse sì gran parte ai dolori umani, non è forse per rendere noi persuasi che la croce è il vero sigillo de’ predestinati? E dall’ora in cui l’Uomo-Dio, barcollante sotto l’enorme peso della croce, guadagnò la vetta del Golgotha, e confitto consumò il sanguinoso suo sacrificio, questa croce sì è fatta non la speranza soltanto de’ discepoli suoi, sivveramente l’eredità loro. Qui non v’ha eccezione: come la morte, così la croce, raggiunge tutte le classi della società, il dovizioso ed il mendico, il vecchio ed il giovane, a tutti Gesù distribuisce alcuna delle spine del doloroso suo diadema, ed a tutti fa sentire: « Colui che vuol essere mio discepolo, rinunzi a se medesimo, tolgasi la sua croce sulle spalle, e mi segua. »

ESEMPIO.

La Grecia, celebre contrada meridionale dell’Europa, fu per la massima parte evangelizzata dall’apostolo s. Paolo, e fervido ognora si mantenne il culto di Maria. Non vi ha forse altro paese così fecondo in ritrovati onde alimentare questo culto; Maria è invocata sotto differenti titoli: vien chiamata Nostra Signora delle Grazie, dei Dolori, della Misericordia, dell’Immenso. Consolatrice, Stella del mattino, Nostra Signora la Vergine-Madre, Nostra Signora Madre di Dio, ecc. ; è rappresentata sotto graziosissimi simboli: di regina in atto di proteggere il suo popolo, di ricca dama in atto di largire copiose limosine, o di medicar infermi, soccorrere afflitti, ricoverare mendici, come stella che rischiara la tenebria del mare ai naviganti: come vascello immobile al rompere delle tempeste: come incrollabile fortezza contro nemici assalti; come porta che mette in cielo, ecc. – La si nomina Panagia, la tutta-Santa, Evangelistria, apportatrice di fauste novelle, Nicopeia, trionfatrice, Phaneromena, rivelatrice di cose salutari, Hodegetria, guida conduttrice, Achatista, preservatrice, ecc. Atene, Megara, Vonitza, Gordiani, ecc.; le isole di Tino, di Delos, di Santorini, vantano superbi santuari di Maria, ne’ quali i Greci scismatici, confusi coi cattolici, implorano il soccorso della Vergine-Madre, ne celebrano i prodigi, e vi cantano inni di grazie.

Orazione.

O Maria, chiamata a sì giusto titolo Madre del dolore, e che conosceste tutte le amarezze della vita, ottenetemi la grazia di accettare ognora in spirito di penitenza le croci cui piacerà al Signore di addossarmi, e di santificarle per mezzo della pazienza e della rassegnazione, onde tutte rivolgansi in meriti dinanzi a Dio, e mi ottengano il premio promesso ai tribolati. Cosi sia.

OSSEQUIO.

Recitate la corona ad onore di Maria, e, se vi è possibile, invitate altri a tenervi compagnia.

GIACULATORIA.

Mater amabilis, ora prò nobis.

O Luce amabile

Degli occhi nostri

Porgete suppliche

Pei figli vostri.

315
Sancta  Maria, Dei Genitrix Virgo, intercede prò me.
Indulgentia trecentorum dierum. Indulgentia plenaria, suetis conditionibus, dummodoquotidie per integrum  mensem invocatio devote iterata fuerit (S. Pæn. Ap., 25 febr. 1941).

XVIII. GIORNO.

Amor di Maria verso Gesù.

Onde spiegare qual sia stato l’amor di Maria verso il suo divin Figlio, sarebbe necessaria non la lingua di un Angelo solamente ma il di Lei cuore: basta dire che quest’amore fu una derivazione dell’amor di Dio pel suo Verbo nel cuor di Maria; cuore creato da Lui appositamente per amare Gesù, ed amarlo senza divisione d’affetti. Quest’amore comunicato a torrenti nel cuor della Vergine-Madre dal Santo Spirito nel momento che discese onde fecondare le castissime viscere di Lei, andava ognora più divampando ad ogni sguardo, ad ogni parola, ad ogni carezza che da Gesù riceveva. Arroge che Maria poteva tranquillamente concentrare nel suo Figlio tutta la tenerezza dell’anima sua, tutti gli affetti del suo cuore, perché, in amando il più bello ed il più amabile de’ figli degli uomini, amava il suo Dio. Né sterile già ed ozioso dimorava tanto amore nel cuore di Maria, figuratevi! ei manifestavasi nelle sollecitudini, nella vigilanza con che provvedeva a tutti i bisogni di Lui, e risparmiavagli tutti i patimenti possibili: e queste cure prodigate da Maria verso Gesù con religiosa premura, con profonda umiltà, con illimitata tenerezza divenivano per quell’immacolato cuore gioie ognor novelle, ed alimento ognor novello a più acceso amore. – Nel meditare sull’amor di Maria verso Gesù, la confusione ed il rossore s’impadroniscono come naturalmente dell’anima nostra; vediamo tuttavolta che non nasca in noi scoraggiamento di sorta, sebbene un vivo desiderio di emularlo, quanto sia possibile alla fralezza nostra. Oh! Come passarcela senza Gesù il quale è l’unico nostro padre, fratello, amico, benefattore, tesoro? E se non possiamo far senza di Lui nel corso di nostra vita, che dire del momento di nostra morte? Chi di noi vuol morire senza Gesù, senza appoggiarsi sul cuore di Lui, senza gettar l’àncora delle proprie speranze sulla di Lui bontà infinita? E poi; allorché cangerà la sua qualità di Salvatore in quella di giudice nostro, come non ci riputeremo avventurati d’averlo amato in vita!….

ESEMPIO.

Il regno di Francia, da pochi anni impero, da XIV secoli per lo meno, a nessun altro cattolico paese della terra va secondo nel culto all’immacolato Cuor di Maria. S. Clotilde invocò il patrocinio di Maria, e Clodoveo, riportata una compiuta vittoria sui Germani a Tolbiac nell’anno 496, mantenne la sua promessa, ricevette il battesimo, e divenne zelantissimo dell’onor di Maria. Non è possibile nei stretti limiti di un esempio, diffondermi come sembra richiedere il soggetto; tuttavolta, a dare una sufficiente nozione, basta l’accennare che la Francia nelle sue ottanta diocesi, addita con santa alterigia, quaranta cattedrali che portano il nome dell’augusta Madre di Dio, e cinquanta mila oratorii, ove Maria dimostrasi la consolatrice degli afflitti. I suoi Sovrani da Clodoveo al regnante imperatore, moltissimi dei quali riposero tutta la loro gloria nel dimostrarsi degni del titolo di re Cristianissimi, precedettero con l’esempio i loro sudditi nella devozione e nell’amor di Maria. Questa terra di Maria difese con zelo e perseveranza l’onore dell’Immacolata Concezione: primiera dopo Roma, adottò la divozione del mese di maggio; diede il primo slancio a quella dei sacri Cuori di Gesù e di Maria, e conta migliaia di associazioni in di Lei onore. — O figlia primogenita della Chiesa, tergi, è tempo, le lunghe lagrime dell’amatissimo Pontefice, l’immortale Pio IX! Il Signore in tua mano ha posto i mezzi…. paventa che non ti stimi più degna di tanto onore, e scelga un’altra nazione per frangere le molte catene da che è cinta l’Immacolata sua sposa, e far cessare gli assalti con che tentano stoltamente di abbatterla gli arditi nemici suoi, nemici dell’altare come del trono!

Orazione.

O Maria, madre del bell’amore, insegnate alla povera anima mia la scienza del divino amore: insegnatemi ad amar Gesù con le opere, e non unicamente con le parole, ad amarlo costantemente tra le consolazioni come tra le croci, nella sanità come nelle malattie, onde l’estremo mio respiro sia ancora un atto d’amore per Lui, e di fiducia nella sua misericordia. Così sia.

OSSEQUIO.

Prima d’ogni azione ed in specie tra le tentazioni ripetete tra voi medesimo: Dio mi vede!

GIACULATORIA.

Illos tuos misericordes oculos ad nos converte.

A noi volgete

O Madre, quelle

Vostre pietose

Tenere stelle

321
Ave maris stella,
Dei Mater alma,
Atque semper Virgo,
Felix cœli porta.
Sumens illud Ave
Gabrielis ore,
Funda nos in pace
Mutans Hevæ nomen.
Solve vincla reis,
Profer lumen cæcis,
Mala nostra pelle,
Bona cuncta posce.
Monstra te esse matrem,
Sumat per te preces
Qui prò nobis natus
Tulit esse tuus.
Virgo singularis,
Inter omnes mitis,
Nos culpis solutos
Mites fac et castos.
Vitam præsta puram,
Iter para tutum,
Ut videntes Iesum
Semper collaetemur.
Sit laus Deo Patri,
Summo Christo decus,
Spiritui Sancto,
Tribus honor unus. Amen.
(ex Brev. Rom.).
Indulgentia trium annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo pia hymni recitatio, quotidie peracta, in integrum mensem
producta fuerit (S. C. Indulg., 27 ian. 1888; S. Pæn.27 mart. 1935).

XIX. GIORNO

Vita nascosta.

La vita di Maria in Nazaret, dopo il ritorno dall’Egitto, nulla, in apparenza, aveva di straordinario. Non scorgevasi in Lei che un’umile e povera donna, modesta, calma, silenziosa, onninamente occupata nelle sue domestiche faccende, ne’ lavori adatti alla sua posizione; che non cercava di comparire, di trarre sopra di sé gli sguardi altrui, fedele all’adempimento di tutti i doveri di religione, nulla nulla singolarizzandosi negli esercizi di pietà, né facendo, a giudizio dell’occhio, se non tutto che faceva quale che si fosse altra pia e fervente israelita. Tuttavolta sotto queste apparenze così umili e così comuni quali tesori di santità e di grazia non erano nascosti! Il disse lo Spirito Santo: « La bellezza della figlia di Sion è tutta interiore; » e questa bellezza celeste, involata ad ogni sguardo, splendeva in tutto il suo fulgore agli occhi del Signore. Sì, la vita di Maria era una vita nascosta, oscura; le opere di Lei piccole in apparenza, e di niuna importanza, ma grandi in realtà erano e del massimo pregio, perché nobilitate tutte, ed in ogni loro parte, dalla purezza d’intenzione, e divinizzate per mezzo dell’incessante unione che Ella facevane con tutte le azioni del suo divin Figlio. – La vita di Maria in Nazaret deve risvegliare in noi non l’ammirazione soltanto, ma un grande ardore di vivere, a suo esempio, in continua unione con Gesù. A tal fine meditiamone senza posa la vita; seguiamolo passo passo dalla nascita alla morte: vediamo segnatamente di penetrarci del suo spirito, modellare sopra i suoi i sentimenti nostri; amiamo ciò che Egli ha amato, disprezziamo ciò che Egli ha disprezzato, desideriamo ciò che Egli ha desiderato. Teniamo costantemente fissi gli occhi sopra questo divino esemplare onde rendere perfettamente uniformi i nostri ai suoi pensieri, la nostra alla sua volontà, le nostre alle sue opere; che egli solo è la via che dobbiamo seguire, la verità che dobbiamo credere ed amare, la vita di cui dobbiamo vivere nel tempo e nell’ eternità.

ESEMPIO.

L’Egitto, evangelizzato fin dal primo secolo della Chiesa, e divenuto meritamente celebre per i suoi deserti popolati dai padri degli anacoreti, non offre più oggigiorno che amare memorie dell’antica sua fama. Paolo, Antonio, Pacomio, Macario, e cento e cento altri furono l’edificazione dell’alta Tebaide per la santità, per l’austerità, per l’operosità della loro vita, e per il loro amore verso Maria. Origene fe’ illustre la bassa Tebaide, per la scuola da lui diretta, e per la difesa del culto di Maria, sostenuta contro Berillo. Credesi che la dimora della santa Famiglia in Egitto sia stata tra Alessandria ed il Vecchio-Cairo. Alessandria fu una delle culle del Cristianesimo e del culto dell’augusta Madre di Dio. Gli Atanasii, gli Alessandri, i Clementi, spiegarono il loro ingegno ed il loro zelo onde far conoscere ed amare Colei, alla quale era dedicata la chiesa metropolitana. Presso l’altar maggiore, nel santuario di Alessandria, si venerò per lungo tempo un antico quadro della Madre di Dio, in atto di occuparsi delle domestiche faccende in Nazaret; e sul limitare della chiesa un’altra immagine rinomata per sorprendenti prodigi. Il vicariato apostolico di Alessandria novera quindici mila cattolici romani devoti di Maria, e l’Egitto buon numero di Copti e di Greci; non pochi Musulmani ancora, specialmente gli Albanesi, piegano il capo, in passando dinanzi all’immagine di Maria, e nei loro solenni giuramenti invocano il di Lei nome più che quello del loro profeta Maometto.

Orazione.

O tenera Madre mia, io voglio, a vostro esempio, pensare collo spirito di Gesù, operare con le mani di Gesù, amare col cuore di Gesù, pregare, soffrire in unione con Gesù, e morire ancora unendo l’estremo mio respiro all’estremo respiro di Gesù, e la mia morte alla consumazione del suo sacrificio. Da Voi imploro, da Voi spero tal grazia. Così sia.

OSSEQUIO.

Baciate tre volte l’immagine di Maria dicendole: Voglio piuttosto servire a Voi, tenera Madre mia, che al demonio.

GIACULATORIA.

O Domina servus tuus sum ego;

Son vostro schiavo

Caro mio Bene:

Oh! fortunate

Dolci catene.

322
O gloriosa Virginum,
Sublimis inter sidera,
Qui te creavit, parvulum
Lactente nutris ubere.

Quod Heva tristis abstulit,
Tu reddis almo genuine:
Intrent ut astra flebiles,
Caeli recludis cardines.
Tu regis alti ianua,
Et aula lucis fulgida:
Vitam datam per Virginem
Gentes redemptae plaudite.
Iesu, tibi sit gloria,
Qui natus es de Virgine,
Cum Patre et almo Spiritu,
In sempiterna saecula. Amen.
(ex Brev. Rom.).
Indulgentia trium annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidieper integrum mensem hymnus pia mente iteratus fueri:
(S. Pæn. Ap., 22 nov. 1934).

XX. GIORNO.

La vedovanza.

Il momento dei gran dolori approssimavasi per la Vergine-Madre, e ad una vita di tranquilla felicità passata con Gesù e Giuseppe, stava per succedere una vita di sacrifici, d’isolamento, di strazianti inquietudini, di profondi dolori. Separandola dal casto suo sposo, volle il Signore far presentire alla Vergine Santa quell’altra separazione la quale le aprirebbe nel cuore tale ferita che non più si sarebbe rimarginata se non alla porta del cielo. Onusto di virtù e di meriti più che di anni, l’augusto capo della santa famiglia vide senza tema appressarsi l’istante che riunirlo doveva ai padri suoi. La sua vita, le sue forze eransi consumate in prò di Gesù e di Maria; ed ei troppo bene conosceva il cuore di quel Desso che osava chiamar figlio suo, per non sentirsi, in quei momenti estremi, ripieno della più intima confidenza, della più dolce tranquillità. E come no, s’ei moriva tra le braccia dell’Autor della vita, la testa appoggiata sopra il cuore di Lui? Preparata ad ogni sacrificio adorò Maria in umile silenzio la mano che sopra di Lei aggravavasi, e versò amare, ma rassegnate lacrime sopra la morte dell’amico e compagno delle sue gioie come dei suoi dolori, del suo esilio come delle sue fatiche e dal quale videsi mai sempre rispettata, custodita. – Ah! noi tutti conosciamo per esperienza propria i dolori che produce la morte d’un essere teneramente amato. In queste amare circostanze, non chiede il Signore che siamo insensibili a sì fatti sacrifizii; neanco le nostre lacrime ei condanna: solo ci vuole rassegnati alla volontà sua; vuole che dinanzi a Lui conserviamo la memoria delle persone che ci erano care, e che le nostre lacrime, congiunte alle nostre umili ed ardenti orazioni, divengano il prezzo del riscatto che gli offriamo onde soddisfare alla sua giustizia, ed aprir loro le porte del cielo. Agevole non meno che efficace si è questo mezzo. Il nostro amore segua pertanto le anime dei nostri morti tra le mani della divina giustizia, ed in tal guisa loro comprovi che non indarno affidaronsi alla costanza del nostro affetto.

ESEMPIO.

Il regno del Belgio, giovane se contansi gli anni suoi, e piccolo se il numero degli abitanti, vecchio tuttavolta e grande comparisce, se si pon mente agli anni consacrati nel servizio di Dio e nel culto dell’augusta Madre di Gesù; credesi evangelizzato, nel primo secolo della Chiesa. Fra le sue 2530 città e borgate, il Belgio ne conta un numero non piccolo le quali portano il nome di Maria; sia a mo’ d’esempio: Audhenove-Santa-Maria, Leerne-Santa-Maria, Mariabourge, Mariakerke, Marietta, Santa Maria Hoorebeke, ecc. Possiede venti mila altari dedicati a Maria, e rarissime sono le famiglie, ove la di Lei immagine non sia collocata d’accanto al crocefisso. Innumerevoli sono i santuari rinomati per grazie ottenute, e per affluenza di pellegrini da ogni angolo d’Europa, i conventi, gli ospedali, i ricoveri che portano il nome di Maria. Un gran segno della divozione del Belgio all’immacolato Cuor di Maria si ravvisa nella costante celebrazione delle di Lei feste, come se di precetto, sebbene abrogate dal concordato del 1801. Un altro segno si è il non trovarsi città o borgo, il quale non abbia un’associazione, una compagnia eretta in onore della B. Vergine. Il Belgio finalmente fu posto sotto la protezione di Maria dal card. Arcivescovo di Malines, nell’incoronamento dell’Immagine di Nostra Signora della Misericordia a Bruxelles (25 maggio 1843) cui presero parte, e vi vennero consacrati il re con tutta la real famiglia. Medaglie battute in quella circostanza in argento dorato, in argento ed in bronzo, ricorderanno alle venture generazioni la devozione del Belgio all’Immacolato Cuor di Maria.

Orazione.

O Maria, dolce stella che brillate sull’oceano di fuoco, ove la divina giustizia monda le anime dei trapassati, abbiatene pietà: perorate voi la loro causa presso il vostro divin Figlio; presentate alla sua giustizia, in loro redenzione, qualcuna delle lacrime che versaste ai piè della croce: lascerassi Gesù intenerire, aprirà loro il cielo, ed esse eternamente benediranno al Figlio ed alla Madre. Così sia.

OSSEQUIO.

Se siete in peccato mortale, confessatevene subito: se in grazia vincete l’ostacolo che in voi ravvisate a darvi del tutto a Dio.

GIACULATORIA

Gesù, Giuseppe e Maria, vi dono il cuore e l’anima mia.

A voi, Giuseppe,

Gesù, Maria

Dono il mio cuore

E l’alma mia.

-323-

Alma Redemptoris Mater, quæ pervia caeli
Porta manes, et stella maris, succurre cadenti.
Surgere, qui curat, populo: tu quae genuisti,
Natura mirante, tuum sanctum Genitorem,
Virgo prius ac posterius, Gabrielis ab ore
Sumens illud Ave, peccatorum miserere.
(ex Brev. Rom.).
Indulgentia quinque annorum.
Indulgentia plenaria, suetis conditionibus, dummodo
quotidiana antiphonæ recitatio per integrum mensem producta
fuerit (S. Pæn. Ap., 15 febr. 1941)

XXI GIORNO.

Le nozze di Cuna.

Era giunto il Giorno in cui il Figlio di Maria doveva presentarsi ad Israello qual Messia da tanti secoli aspettato, e provare la divinità della sua missione con il far servire l’onnipotenza sua a sollievo di tutte infermità umane. Ma volle inaugurare la sua vita pubblica con un atto di deferenza alla propria Madre, onde additare al mondo intero il canale per cui gli sarebbero discese tutte le sue grazie dal cielo. Invitati Gesù e Maria ad una festa nuziale in Cana di Galilea, a mezzo il festino avvedesi Maria che non v’ha più vino; commossa per il rossore che provato ne avrebbero i giovani sposi, volgesi fidente al suo Figlio e lo prega: « Non hanno più vino » Sicura poi d’essere esaudita dice ai servi: « Eseguite quanto Ei diravvi. » E la confidenza della Vergine-Madre non fu delusa. Ordina il Salvatore che vengano riempite d’acqua sei idrie poste per la purificazione dei convitati; quindi soggiunge ai servi: « Prendetela desso, e portatela al maestro di casa » il quale stupefatto conobbe cangiata l’acqua in vino per l’onnipotente volontà del Figlio di Maria. Il Vangelo termina la narrazione di questo prodigio dicendo: « Tutti i convitati, testimoni di questo primo miracolo di Gesù, ammirarono la sua potenza e bontà, ed i suoi discepoli in Lui credettero. » – Come i discepoli noi crediamo nella divinità di Gesù, ma confidiamo noi parimenti come Maria nella bontà del suo sacro Cuore? Oimè! quanto pochi conoscono questa misericordia infinita del cuor di Gesù. Quante anime vivono preda di continue inquietudini perché non sanno aprir il loro cuore alla confidenza! Temiamo di dispiacere a Gesù, ma temiamo eziandio di non amarlo; non abbiamo paura di Lui, per amor del cielo! siano pure gravi, innumerevoli le nostre colpe, in Lui speriamo; a Lui andiamo con illimitata fiducia, chiediamogli perdono, gettiamoci tra le sue braccia; esse sempre stanno aperte per riceverci; che dico? ci offre il suo cuore in rifugio ed asilo della fralezza nostra, ed in quell’amorosissimo cuore non vi regna che la sua misericordia.

ESEMPIO.

Non parrà strano che tra le dense tenebre del gentilesimo, si ravvisino altari eretti in onore della Madre di Dio, se si pon mente che il Signore non solo per mezzo dei voti de’ patriarchi e dei vaticinii de’ profeti, ma eziandio per mezzo delle sibille la volle manifesta agli etnici stessi. — I Druidi sacerdoti de’ Galli 1840 anni circa prima della nascita del Salvatore, scavarono una profondissima e spaziosa fossa, e vi eressero un altare ALLA VERGINE CHE PARTORIREBBE, presso Chartres, luogo ove tenevano le loro adunanze. Questo altare, elevato sopra terra, venne poi dai Cristiani convertito in Chiesa cattedrale. — Gli Argonauti avendo costrutto 1200 anni prima di Gesù Cristo, in Cizico un sontuoso tempio, e consultato l’oracolo di Pizio, cui consacrare il dovessero, ebbero in risposta: A MARIA, GENITRICE DEL VERBO ETERNO. — Giasone, re degli Argonauti, avendo anch’esso costrutto un tempio nella rócca di Atene, e consultato l’oracolo di Delfo, a chi, in avvenire, verrebbe dedicato, ebbe questo responso: Io vedo tre: un Dio solo regnante sopra gli dei, il cui Verbo immortale, concepito da una Vergine, attraversando la terra, condurrà tutti in dono al Padre. MARIA È IL NOME DI COLEI CHE SARÀ QUI ONORATA. — Finalmente nessuno ignora che gli Egizii adoravano una Vergine col Figlio in grembo, istruiti sopra questo mistero dal profeta Geremia, condotto in Egitto da quei Giudei, i quali colà cercarono scampo contro il furore dell’esercito caldeo e, dimoratovi per quattro anni, profetò ed operò prodigi alla corte di Faraone.

Orazione.

Sì, nella bontà del vostro divin Figlio, o Maria. Madre della santa speranza, voglio riporre tutta la mia fiducia; ed affinché perfetta sia questa mia fiducia, si è sulla tenerezza del materno vostro cuore che appoggiar la voglio. Nelle vostre mani adunque, o tenera Madre mia, malgrado l’indegnità mia, io pongo i miei più cari interessi, gli interessi dell’eternità. Così sia.

OSSEQUIO.

Esaminatevi sulle vostre confessioni, e proponete di correggerne i difetti.

GIACULATORIA.

Mater divinæ gratiæ, ora prò nobis.

Per noi pregate

O fonte immensa

Di quelle grazie

Che Dio dispensa.

324
Ave, Regina cælorum,
Ave, Domina Angelorum;
Salve, radix, salve, porta,
Ex qua mundo lux est orta:
Gaude, Virgo gloriosa
Super omnes speciosa,
Vale, o valde decora,
Et prò nobis Christum exora.
(ex Brev. Rom.).
Indulgentia quinque annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, antiphona quotidieper integrum mensem repetita (S. Pæn. Ap., 15 febr. 1941).

 

XXII. GIORNO

Maria a piè della Croce.

Il giorno dei gran dolori era finalmente sorto per la tenera nostra Madre. Già il Figlio della Vergine Immacolata ha sofferto il crudele ed ignominioso supplizio della flagellazione; già il Re dei secoli eterni è stato coperto della porpora reale dell’adorabile suo sangue ed incoronato di spinoso diadema; e già pallido, sanguinoso, sfigurato ha raggiunta la vetta del Golgota! Non sì tosto vede elevata la croce su cui sta confitta la Vittima dell’uman genere, questa Madre incomparabile, la quale rimaneasene nascosta nei giorni della gloria di Gesù, apresi il passo in mezzo alla moltitudine che ondeggia sulla santa montagna, e calma, maestosa viene a porsi a piè della croce. Nessuna debolezza della natura scorgesi in questa desolatissima tra le madri, sebbene tutto sia immenso in Lei il dolore come l’amore. Gesù sulla croce, Maria ai piedi… qual meraviglia? Qui e non altrove è il suo posto in questo solenne momento: sta in piedi, è vero; ma quest’attitudine è l’unica che le si addice; che là non è solamente Madre, ma sacerdote eziandio con Gesù: ebbene il sacrificatore deve stare presso l’altare del sacrificio nella posizione in cui vediamo immobile la Regina dei martiri. – Quante volte abbiamo invidiato la sorte di Maria e delle altre pie donne d’aver potuto assistere al sacrificio dell’adorabile nostro Salvatore? Ma ci è pur dato accompagnare Gesù sopra un altro Calvario, ove ogni giorno ancora in nostro prò s’immola, il santo Sacrificio della Messa. – Qui troviamo lo stesso sacerdote, la stessa vittima, lo stesso sangue, e nel cuore della Vittima, lo stesso amore per noi, la stessa brama di salvarci. Guardiamo l’altare, e comprenderemo allora la longanimità della divina giustizia a fronte dell’oceano d’iniquità che inonda la terra: si è pel grido d’amore che di qui al cielo s’innalza incessantemente: « Padre, perdonate loro perché non sanno ciò che fanno. » E noi facciamo sì poco caso dell’assistere o no ad una Messa!… Sventurati!

ESEMPIO.

Intorno alle chiese erette in onor di Maria dagli Apostoli, quando era ancor in vita, vedi ciò che abbiamo detto nella considerazione del secondo giorno. — Dopo la erezione in tempio della santa Casa di Loreto, la prima basilica in onor di Maria venne edificata da uno de’ Magi in Crangavore nell’India orientale. Una seconda ne vediamo edificata, tre anni dopo il parto della Vergine-Madre in Calcutta. Sorgeva essa, come attestò Vasco Gama al re di Portogallo aver egli stesso veduto, allorché nel 1498 approdò a questa rinomata città dell’India, nel mezzo di un gran tempio di forma rotonda; vi si ascendeva per una gradinata di bronzo, ed ai soli sacerdoti non era vietato l’ingresso, ma essi ancora, appena entrati, dovevano innanzi tutto prostrarsi a terra, e con le braccia tese esclamare: Maria Maria! — Divulgatasi appena l’Assunzione di Maria al cielo, i Cristiani eressero incontanente in di Lei onore un oratorio sul monte Carmelo. — Un altro edificato da s. Marta in Marsiglia, venne consacrato da s. Massimino, uno de’ settanta discepoli del Redentore. — Così ancora un tempio sontuosissimo le dedicò Candace regina degli Etiopi, il cui eunuco era stato battezzato dal diacono s. Filippo. — Finalmente s. Materno, discepolo di s. Pietro, e apostolo della Germania, le innalzò una magnifica basilica in Tongres, paese di Liegi.

Orazione.

Oh! la più desolata della madri, ottenetemi la grazia di non assistere giammai all’adorabile Sacrificio dei nostri altari, senza prender parte ai sentimenti di dolore e d’amore che Voi provaste sul Golgota; senz’essere penetrato di sovrano orrore contro il peccato, di profonda riconoscenza verso il vostro divin Figlio; e specialmente poi di assistervi con vero spirito d’immolazione e di sacrifizio. Cosi sia.

OSSEQUIO.

Assistete ad una Messa in ispirito d’unione con Maria a piè della croce.

GIACULATORIA.

Ave, verum corpus natum ex Maria Virgine.

Salve, santissimo

Corpo divino,

Di pura Vergine

Nato bambino.

 414
Oratio
O Maria, Vergine potente, Tu grande ed illustre
presidio della Chiesa; Tu aiuto meraviglioso
dei C pristiani; Tu terribile come esercito
ordinato a battaglia; Tu, che da sola hai distrutto
ogni eresia in tutto il mondo, nelle nostre
angustie, nelle nostre lotte, nelle nostre
strettezze difendici dal nemico e, nell’ora della
morte, accogli l’anima nostra in paradiso. Così
sia (S. Giovanni Bosco).

Indulgentia trium annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodoquotidie per integrum mensem  oratio devote repetita fuerit
(S. Pæn. Ap., 20 febr. 1923 et 29 iul. 1933).

XXIII. GIORNO.

L’Adozione.

Il gran dramma della passione toccava il suo termine: Maria aveane seguito tutte le fasi, visto tutte le sanguinose scene coi proprii occhi; oimè! per comprendere l’immensità del dolore di quell’anima immacolata, d’uopo sarebbe amare Gesù come Ella lo amava, e conoscere come Ella conosceva il prezzo del sangue in nostro prò versato. Già per ben due volte l’augusta Vittima rotto aveva il misterioso suo silenzio; « Padre perdonate loro » e: « Oggi meco sarai in paradiso, » ed intanto pareva obliasse la desolata sua Madre. Ad un tratto i moribondi suoi occhi s’abbassano sopra di Lei: se ne avvede Maria, e alzandosi sulla punta de’ piedi, mani ed occhi rivolti al divin giustiziato, sta come immobilmente sospesa dalle labbra di Lui… povera madre! ha tanto bisogno d’una parola di conforto!… Ascoltiamo: « Donna, ecco il tuo figlio » accennando a Giovanni; ed a Giovanni: « Ecco la madre tua » accennando a Maria. In mezzo agli strazii del suo dolore, sempre grande, generosa sempre la Regina de martiri innalzasi all’altezza delle viste di suo Figlio, ne comprende il pensiero: entrando subito ne’ sentimenti di Lui, dilata le viscere della sua carità; ed aprendo il suo cuore a tutti i redenti del Calvario, adotta a piè della croce, nel silenzio e nell’estasi del dolore, tutta la grande famiglia umana. – Queste parole di Gesù produssero in Maria il loro effetto, aprirono, vo’ dire, nel cuore di Lei profonde ed inesauribili sorgenti d’amore materno, di sacrificio, di tenerezza. E ben cel sappiamo noi tutti sventurati figli di un padre prevaricatore. Amiamo adunque la nostra Madre celeste; ripaghiamo con figliale confidenza e gratitudine l’amore di Lei; nelle nostre pene, nei nostri pericoli, nelle nostre debolezze ricorriamo a Lei, appoggiamoci sul di Lei cuore, rimettiamo nelle di Lei mani tutti i nostri interessi personali, riposiamoci in tutto sopra di Lei come tranquillo riposa il fanciullo tra le braccia della madre, abbandonandole la cura di tutto che ci riguarda, né più pensiamo che ad esemplare le virtù di Lei, e renderci degni della di Lei tenerezza.

ESEMPIO.

L’esempio degli Apostoli nell’edificare oratori: in onore dell’augusta Madre di Dio, fu ben tosto con sommo ardore seguito dai Cristiani di ogni nazione, in guisa che volerli presentemente numerare sarebbe forse poco men malagevole impresa che il voler numerare le stelle. Siccome un lieve saggio ne abbiamo avuto nelle prime sei considerazioni e in tutti gli esempi finora addotti, mi limiterò a dar qualche cenno in generale. — Appena ebbe l’imperator Costantino abbracciato il Cristianesimo, ed unitamente alla sua madre s. Elena, dato più luminosi esempi di fervido zelo in prò della religione e del culto di Maria, questo culto non vide più limite alcuno: i grandi vi profusero le immense loro ricchezze; all’augusta Madre del Salvatore del mondo dedicaronsi templi i quali per la loro sontuosità divennero la meraviglia dell’universo; le più preziose gemme perdevano tutto il loro pregio trattandosi di offrirle a Maria. Ed il popolo che non possedeva ricchezze, le rese un culto più intimo e più commovente ancora; sulle colline, in mezzo ai campi, tra le gole e sulla vetta dei monti vidersi qui e colà sorgere umili altari a Maria, coperti da prima di reticelle, di edera o di pampini, divenuti in seguito per la più parte celeberrimi santuari. Ed ora non si trova città protetta dalla croce della redenzione che non vanti una chiesa, od un altare almeno dedicato a Maria.

Orazione.

Ricordatevi, o Vergine santa, che noi siamo i figli del vostro dolore, e che diveniste la Madre nostra tra le agonie e gli strazi del Calvario. Ah! non obliate che dal vostro divin Figlio stesso noi fummo alla vostra misericordia ed al vostro amor confidati, tenera Madre nostra. Stendete adunque sopra di noi, la materna vostra mano, ed accordateci la vostra protezione adesso e nell’ora di nostra morte. Così sia.

OSSEQUIO.

Dite spesso tra il giorno: — Cristo crocefisso, ed io tra le delizie!

GIACULATORIA.

Sancta Mater, Istud agas, Crucifixi fige plagas cordi meo valide.

Madre stampatemi

Sin dentro il cuore

Le piaghe amabili

Del mio Signore.

-438-

Oratio
Omnipotens et misericors Deus, qui in beata
semper Virgine Maria peccatorum refugium et
auxilium collocasti, concede, ut, ipsa protegente,
a culpis omnibus absoluti, misericordiae
tuae effectum felicem consequamur. Per Christian
Dominimi nostrum. Amen (ex Missali Rom.).
– Indulgentiam : trium annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodoquotidie per integrum mensem  oratio devote recitata fuerit
(S. Pæn. Ap., 20 iul. 1934).

XXIV. GIORNO.

Il Sepolcro.

Il gran sacrifizio era consumato! Maria aveva contato gli estremi sospiri, gli estremi battiti del cuore di Gesù; aveva visto la morte chiudergli gli occhi, ed il sacro capo di Lui cadere sul petto senza vita… Maria non aveva più figlio! Ma non era sufficiente per questa desolatissima tra le madri l’aver visto morire il suo Gesù: oh! come crudele esser dovette all’anima sua la ferita fatta dalla lancia all’esanime cuore del suo Figlio. Intanto ogni ora, ogni momento del gran giorno della redenzione portava novelli dolori al cuore della Regina dei martiri: pochi istanti appresso Ella assistette alla deposizione della croce operata da Nicodemo, Giuseppe d’Arimatea ed altri, ricevette tra le sue braccia il corpo inanimato di suo Figlio, e poté ravvisare tutto lo sterminio che la barbarie degli uomini aveanvi portato. Qual contrasto tra la Vergine-Madre di Betlemme, e la Vergine-Madre del Calvario! E che dirò del suo dolore allorché accompagnato quell’adorabile corpo alla sepoltura, e deposto nella tomba, vide l’enorme pietra che chiudeane l’ingresso, frapporre come una barriera fra lei e l’unico oggetto dell’amor suo? Comprese Maria esser questo il compimento del suo sacrificio, e rassegnata al divino volere, esclamò: Fiat, e rifece silenziosa la strada di Gerusalemme. – Non tutte le anime sono chiamate da Dio a sopportare così terribili prove; a ciascun di noi tuttavolta il Signore chiede nel corso della vita sacrifizi proporzionati alle nostre forze, ed alla misura delle grazie ricevute. Ebbene; se, onde venir in aiuto al lavorio della grazia nelle anime nostre, ci colpisce il Signore ne’ più sensibili affetti, se frange Egli stesso i legami che noi non avremmo il coraggio di rompere, adoriamo la sua misericordia in mezzo alle lacrime nostre; e senza lai, senza mormorazioni, sfrondiamo con Maria a piè della croce del nostro Salvatore l’ultimo fiore delle nostre gioie di quaggiù; e poi, abbracciandoci a questa croce, ed attaccandovici con tutte le nostre forze, esclamiamo col Serafino d’Assisi: Mio Dio, mio tutto.

ESEMPIO.

Sei sono le Immagini di Maria dipinte dall’Evangelista s. Luca, che si conservano in Roma. La prima si venera in S. Maria Maggiore. Nel 590 portata processionalmente per le contrade di Roma quest’immagine, fece tosto cessare una fierissima pestilenza. Dalla chiesa di s. Maria Transtevere fu trasferita a S. Maria Maggiore da s. Domenico sulle proprie spalle, e deposta nella cappella Sistina; Paolo V, a destra della basilica, di rincontro al sacro Presepio, costrusse una sontuosissima cappella, in cui è ancora presentemente venerata. La seconda in S. Maria di Ara-Cœli. La terza in S. Maria di Via Lata; quest’immagine è dipinta con un anello nel dito. La quarta in S. Maria del Popolo ivi processionalmente trasferita dal luogo chiamato Sancta- Sanctorum, dal sommo Pontefice Gregorio IX nel 1227. La quinta in S. Maria Nuova, portata da Troia; sotto il pontificato di Onorio Iii, questo dipinto si rinvenne intatto dopo l’incendio della chiesa. La sesta in S. Maria al Campo Marzio portatavi di Grecia dalle monache di s. Benedetto prima del 600; anche questa conservossi illesa, e stette prodigiosamente sospesa in aria dopo l’incendio della trave, cui era raccomandata. – La settima si venera in Costantinopoli nel tempio eretto dall’imperatrice Pulcheria, e dedicato Alla Madre di Dio Odigitria; dicesi dipinta da s. Luca, vivente ed annuente la B. V. Quivi ancora nella basilica di s. Sofia si conserva l’ottava; involata dai Veneziani, fu da essi restituita per autorità del sommo Pontefice Innocenzo III. La nona in Napoli nella chiesa di S. Maria Maggiore.

Orazione.

O desolata Vergine, cui il Signore ha misurato la grandezza delle vostre prove alla generosità e coraggio del vostro cuore di santa e di madre, deh! accorrete in mio soccorso; fatevi, non solamente il mio sostegno, la mia consolatrice, ma il mio esemplare ancora, ed ottenetemi la grazia d’un perfetto distacco, e d’una perfetta rassegnazione a tutte le volontà del Signore. Così sia.

OSSEQUIO.

Se foste moribondo, qual cosa vi darebbe maggior rimorso? Rimediatevi subito, implorando l’aiuto di Maria.

GIACULATORIA.

Doce me, Domina, facere voluntatem tuam.

Voi del mio cuore

L’arbitra siete,

Deh! dunque ditemi

Quel che volete.

INVOCATIONES
386
Dolce Cuore di Maria, siate la salvezza mia.
Indulgentia trecentorum dierum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidiana invocationis recitatio  in integrum mensem producta fuerit
(S. C. Indulg., 30 sept. 1852).

XXV. GIORNO.

La Risurrezione.

Spuntò finalmente il giorno fatto dal Signore: la sua luminosa aurora ha dissipato le sanguinose ombre del Calvario, e riempito di gioia l’Immacolato Cuore della nostra divina Madre. Non dice il Vangelo che Maria sia stata favorita della prima visita di Gesù risuscitato, ma non la nega neanco. E non gliene andava forse debitore il suo divin Figlio? Se tal favore fu concesso a Maddalena in grazia del suo illimitato e costante amore per Gesù, possiamo farci capaci che abbiane privata Maria, il cui amore superò quello di Maddalena più che piccola fiammella non è superata dallo splendor del sole? Cosi c’insegna una pia ed antica tradizione. Ah! Sarebbe d’uopo inventare nuove espressioni per nominare la gioia della povera Madre in quell’istante in cui poté stringere al seno il suo Figlio risorto, sentire quel sacro Cuore ferito dalla lancia, palpitar nuovamente contro il suo, ed udir chiamarsi ancora col dolcissimo nome di Madre. No, no, io non so se il cielo con tutte le sue magnificenze, e le sue delizie possegga gioie più dolci, più intime, più sensibili per la nostra divina Madre di quella gioia in che dovette sentirsi come naufraga in quell’avventurato istante. – Impariamo da Maria a santificare le nostre gioie non altrimenti che i nostri dolori, riferendo tutto a Dio. Consolazioni o pene, gioie od amarezze, tutto, nei disegni del Signore giovar deve al perfezionamento dell’anima nostra, alla nostra salute. Qui eziandio convergere debbono tutti i nostri sforzi, dirigersi tutte le nostre aspirazioni, limitarsi tutta la nostra ambizione. Sì, ciascun di noi adoprar deve sante industrie per accrescere mai sempre il tesoro dei meriti suoi, rivolgendo tutte le peripezie della vita a sua emendazione, a suo spirituale progresso, né perdere di vista giammai la gran parola dell’adorabile Salvatore: Siate perfetti come perfetto è il vostro Padre del cielo.

ESEMPIO.

La decima delle immagini di Maria dipinte da S. Luca, si venera sul monte della Guardia, a tre miglia circa da Bologna nella chiesa dedicata al medesimo evangelista s. Luca, scelta, se prestiamo fede ad un’antichissima leggenda riprodotta dal Sigonio, da Maria stessa. Ogni anno questa prodigiosissima effigie, viene con solennissima pompa trasferita, nella seconda feria delle rogazioni, in Bologna, «processionalmente portata per le precipue vie della città. L’undecima vedesi presso il borgo di Cestochovia distante 18 leghe da Cracovia. A questo santuario, uno dei più ricchi del mondo per magnificenza e preziosità di arredi, accorrono a torme pellegrinando i cristiani non solo dalla Polonia, ma eziandio da tutta la Slesia, dalla Moravia e dalla Pomerania; tanti sono i prodigi che vi si operano, le grazie che si ottengono. – Il dipinto rappresenta Maria col bambino Gesù in grembo, vestito alla greca; porta due cicatrici sul volto, inflitte, dicesi, dagli eretici Ussiti, cancellar le quali non fu ancor possibile all’industria dell’uomo, sebbene ne abbiano fatto la prova i più esperti pittori. Le tre ultime si trovano nell’isola di Malta; il celeberrimo spositore della s. Scrittura, Cornelio a Lapide, narra che furono dipinte da S. Luca, allorché avernò per tre mesi in quell’isola, compagno di viaggi dell’apostolo s. Paolo.

ORAZIONE

O Maria la quale non faceste mai sosta per il sentiero della perfezione, e vi giungeste alla più sublime altezza, abbiate compassione della fralezza, della miseria d’un vostro figlio. Estrema è la mia codardia, ai vostri piedi il confesso. Deh! ottenetemi, vi scongiuro, possenti grazie che trionfino sulla mia fralezza ed accidia, affinché sostenuto dalla materna vostra protezione, cominci una vita di fervore, d’amore, di sacrifici. Così sia.

OSSEQUIO.

Usate particolar modestia in chiesa, tenendo bassi gli occhi in tempo della santa Messa.

GIACULATORIA.

Munda me ab omni iniquitate mea, Sancta Dei Genitrix.

D’ogni mondatemi

Macchia più lieve;

Fatemi candido

Come la neve.

370
Immaculata Mater Dei, Regina cœlorum, Mater
misericordiae, advocata et refugium peccatorum,
ecce ego illuminatus et incitatus gratiis,
a te materna benevolentia large mihi impetratis
ex thesauro divino, statuo nunc et semper dare
in manus tuas cor meum Iesu consecrandum.
Tibi igitur, beatissima Virgo, coram novem
choris Angelorum cunctisque Sanctis illud trado,
Tu autem, meo nomine, Iesu id consecra;
et ex fiducia filiali, quam profiteor, certum mihi
est te nunc et semper quantum poteris esse facturam,
ut cor meum iugiter totum sit Iesu,
imitans perfectissime Sanctos, praesertim sanctum
Ioseph, Sponsum tuum purissimum. Amen
(S. Vincentius Pallotti).
Indulgentia trium annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidieper integrum menseni oratio  devote recitata fuerit (S. Paenit.
Ap., 27 iulii 1920 et 12 sept. 1936).

XXVI. GIORNO.

L’Ascensione.

Terminata era la missione dell’Uomo-Dio sulla terra; gettate le fondamenta della sua Chiesa, istituiti i sacramenti, ammaestrati gli Apostoli, non più rimaneva all’adorabile Salvatore che dare ai beneamati del suo cuore un’ultima benedizione, pegno di quell’eterna benedizione che accorderebbe loro ben presto in cielo. Non v’ha dubbio che con gli Apostoli e gran numero di discepoli non siasi trovata Maria sul monte degli olivi in quella commovente circostanza. Appena colà radunati, ecco Gesù comparire in mezzo al suo piccolo gregge, e dopo aver loro dato un ammonimento ancora, e la benedizione, i suoi piedi abbandonano la terra, ed Egli s’innalza maestosamente verso il cielo. Se, come insegna antica tradizione, il Salvatore concesse alla Madre di poter essere testimonio del suo trionfante ingresso nel cielo, chi varrà a descrivere il rapimento, l’estasi di felicità in che l’avrà piombata la vista del corpo glorificato del suo Gesù sedente alla destra del Padre? Ah! quinc’innanzi la vita di quest’anima immacolata non sarà più che un ardente aspirazione verso il cielo, un’accesa brama di veder finire il suo esilio, sopportando tuttavolta gli inenarrabili dolori di sì fatta lontananza con perfetta e paziente rassegnazione alla volontà del Signore. – Desideriamo noi il cielo come la nostra divina Madre! Il cielo! Ah! Egli è pure la dimora del nostro Padre, l’eredità nostra, la nostra patria, il luogo ove tergerannosi per sempre le lacrime nostre. Coraggio adunque: ogni giorno di quaggiù è un passo che a Dio ci avvicina. Che cosa importano le fatiche del viaggio, le pene, le prove, dacché ci attende colassù una felicità inenarrabile, felicità proporzionata alla grandezza delle nostre afflizioni? Sì, Dio misurerà le sue consolazioni al regolo delle nostre croci; più avremo sofferto, più grandi saranno le nostre gioie; e quel che più monta, tutti i dolori saranno passati per non ritornare più mai, e la felicità la quale ne sarà il guiderdone, avrà l’eternità per durata.

ESEMPIO.

La ristrettezza di un esempio non mi permette che di far parola di alcuna soltanto delle più rinomate Statue rappresentanti la B. V. Maria: — In Saragozza evvi la statua detta del Pilar (della colonna) di cui già diedi un cenno; la s. Vergine sta in piedi col bambino Gesù tra le braccia, il quale tiene una colomba in mano; pretendesi scolpita ai tempi dell’Apostolo s. Giacomo. — Una delle più celebri statue che vanti la Francia è incontestabilmente quella di Puy-en-Velay; vuolsi colà portata da quegli arabi che primi, dopo i Magi, venerarono Maria ed il bambino, e la scolpirono a loro modo: essa tiene Gesù sulle ginocchia. — La statua d’ebano della B. V. di Loreto, annerita dal tempo e dal fumo delle numerose lampade e candele, che ardono giorno e notte, è pure di antichissima data; v’ha delle cronache, le quali ne attribuiscono la scultura allo stesso s. Luca; rapita dall’armata repubblicana nel 1797, e trasferita a Parigi, venne riportata a Loreto per ordine di Napoleone, appena divenuto primo console. — La Madonna di Spoleto dicesi colà portata di Palestina nel 352 da tre eremiti: dapprima addimandossi S. Maria di Giosafat, poi la Madonna degli Angeli o della Porziuncula: questa chiesa fu la culla dell’ordine del Serafico d’Assisi. — Celeberrima è la statua posta all’ingresso della chiesa del santo Sepolcro in Gerusalemme; a questa si riconobbe debitrice della sua conversione Maria egiziaca nel 370. — La più antica statua di Maria venerata nel Belgio è quella di Bruges. — Beatrice vedova del conte di Dampierre, ricevette dal sommo Pontefice Gregorio IX una statua della B. Vergine deposta, dice una tradizione, dagli Angeli in una foresta d’Italia. Collocata nella chiesa dell’abbazia di Courtrai, divenne ben presto celeberrima per i suoi prodigi. Finalmente nella chiesa di Afflighem esiste la famosa statua, la quale nel 1150, salutata da s. Bernardo con le parole: Salve, Maria, gli rese il saluto: Salve Bernarde.

Orazione

O Maria che tenete in mano lo scettro della Misericordia, ricordatevi di me, povero vostro figlio che pellegrino qui in terra, sospiro verso il cielo, che è la patria mia, verso Dio che è Padre mio, verso Gesù, che è mio fratello, verso di Voi che siete la Madre mia. Deh! Guidate tutti i miei passi, finché depor possa ai vostri piedi l’immortale corona, non dovuta ai meriti miei, ma a quelli del vostro divin Figlio, ed alla materna vostra protezione. Così sia.

OSSEQUIO.

Recitate un De profundis per l’anima del purgatorio che in vita fu più devota della B. V.

GIACULATORIA.

Virgo potens, ora prò nobis.

Voi che potente

In cielo siete,

Ferventi suppliche

Per noi porgete.

371
O pura et immaculata, eademque benedicta
Virgo, magni Filii tui universorum Domini Mater
inculpata, integra et sacrosanctissima, desperantium
atque reorum spes, te collaudamus. Tibi
ut gratia plenissimae benedicimus, quae Christum
genuisti Deum et Hominem: omnes coram
te prosternimur: omnes te invocamus et auxilium
tuum imploramus. Eripe nos, o Virgo sancta
atque intemerata, a quacumque ingruente
necessitate et a cunctis tentationibus diaboli.
Nostra conciliatrix et advocata in hora mortis
atque iudicii esto: nosque a futuro inexstinguibili
igne et a tenebris exterioribus libera: et
Ad Beatissimam Virginem Mariam
Filii tui nos gloria dignare, o Virgo et Mater
dulcissima ac clementissima. Tu siquidem unica
spes nostra es securissima et sanctissima apud
Deum, cui gloria et honor, decus atque imperium
in sempiterna sæcula sæculorum. Amen
(S . Ephræm, C . D.).
Indulgentia trium annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodoquotidiana orationis recitatio in integrum mensem producta
fuerit (S. Pæn. Ap., 21 dec. 1920 et 9 ian. 1933).

XXVII. GIORNO.

La Pentecoste.

Dopo l’Ascensione del divino Maestro, discesero gli Apostoli a Gerusalemme, e con Maria ed i discepoli si rinchiusero nel cenacolo per aspettarvi nella preghiera e nel digiuno la venuta del promesso Paracleto. Non v’ha dubbio che l’orazione della Vergine Immacolata non abbia affrettato questa venuta. Sullo scorcio dei dieci giorni di ritiro e di perseveranza nell’orazione, si fe’ udire un grande strepito, come d’impetuosissimo uragano; ed apparvero ad un tempo lingue di fuoco le quali andarono a riposarsi sulla testa di ciascuno de’ membri della Chiesa nascente colà radunata, e tutti sentironsi ripieni di Spirito Santo. Nessuno tuttavolta varrà a comprendere quello che in questo solenne giorno operò in Maria lo Spirito consolatore, e qual fu la prodigiosa trasformazione di quell’anima benedetta e privilegiata fra tutte le pure creature. Dirò solamente che tra i doni ricevuti da Maria e quelli degli Apostoli vi passò la differenza stessa che fa un magnifico e liberale monarca tra i favori largiti ai suoi ministri, e quelli compartiti ad una sposa da lui unicamente e teneramente amata. Gli uni sono trattati in amici, l’altra in sovrana, a cui le liberalità dello sposo sono in ragione del suo amore per lei. –  Maria nel cenacolo c’insegna non l’utilità solamente del raccoglimento, della fuga del mondo, per albergare in noi il Santo Spirito, ed attendere con successo alla nostra perfezione; ma ci manifesta eziandio la necessità della preghiera onde ottenere dal cielo tutti i soccorsi necessari al buon esito del grand’affare di nostra eterna salate. L’adorabile Salvatore il quale conosceane tutta l’importanza come l’indispensabile necessità, raccomandolla sì ripetutamente: — Pregate senza interruzione — Domandate, e riceverete. — Tutto ciò che chiederete al Padre mio in nome mio, saravvi concesso — Laonde se inesaudite veggiamo le nostre preci, non ascriviamolo che alla poca fede, poca umiltà, poca fiducia, e specialmente alla poca perseveranza con che oriamo.

ESEMPIO.

Sebbene sia fuor di contestazione avere i popoli sentito mai sempre maggior impulso all’amor di Maria dalle di Lei immagini scolpite che dipinte, non si può negar tuttavolta che queste eziandio non siano d’origine non meno antica di quelle, poiché vantano lo stesso inventore, l’evangelista s. Luca. — Non parlo delle celebri Madonne di Raffaello, delle quali non v’ha in Italia chi ne ignori la perfezione. Michelangelo (scuola italiana, 1498) in un suo dipinto rappresentante la s. Famiglia, diede a Maria i più vivi e dolci caratteri di una buona madre. Nel quadro delle nozze di Cana di Paolo Veronese (1588) scorgesi sul volto di Maria l’interna sua inquietudine per la mancanza del vino. Alberto Durer (scuola alemanna 1500) nell’Adorazione de’ Magi, non poteva più perfettamente ritrarre la purissima gioia della B. Vergine, non disgiunta dalle sollecitudini della migliore delle madri. Nella deposizione di Gesù dalla croce del Rubens (scuola fiamminga, 1635) tu vedi la Madre desolata in siffatto atteggiamento di ambascia e di rassegnazione, che, mentre t’incanta, t’inspira una indefinibile malinconia al cuore. Capo d’opera è la Concezione del Murillo (scuola spagnola) morto nel 1682. Non meno mirabili, nella scuola francese, sono il quadro del Lebrun Carlo, morto nel 1690, per la grazia che seppe dare a Maria preparante un povero pasto al fanciullo Gesù; e quello del Jouvenet, morto nel 1717, in cui vedesi l’augusta Madre di Dio nell’atto di cantare il Magnificat. L’umiltà, la riconoscenza, una gioia tutta celeste, spiccano nell’atteggiamento di tutta la persona in guisa che ben rivelano i sentimenti da che sentivasi in quell’ora riboccante quell’immacolato Cuore.

Orazione.

O Maria. Vergine immacolata, la cui vita fu una continuata orazione, ottenete a me lo spirito della preghiera, di cui pur troppo, sì poco conosco il pregio, sebbene siami d’estrema importanza. Impetratemi dal vostro divin Figlio quello spirito di fede, di confidenza, di fervore che ne è l’anima, e che apre sopra di chi prega tutti i tesori delle celesti benedizioni. Così sia.

OSSEQUIO.

Viva Gesù, viva Maria, sia l’invocazione con che date principio ad ogni vostra azione o scritto.

GIACULATORIA.

Jesum benedictum, fructum ventris tui, nobis ostende.

Il frutto amabile

Del vostro seno

Nel ciel mostrateci

Ò Madre, almeno.

372
Deus, qui per immaculatam Virginis Conceptionem
dignum Filio tuo habitaculum praeparasti,
quaesumus, ut qui ex morte eiusdem Filii
tui praevisa eam ab omni labe praeservasti, nos
quoque mundos, eius intercessione, ad te pervenire
concedas. Per eumdem Christum Dominum
nostrum. Amen (ex Missali Rom.).
Indulgentia trium annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, oratione quotidieper integrum mensem devote reiterata (S. C. Indulg.,
23 mart. 1904; S. Pæn. Ap., 4 maii 1936).

XXVIII. GIORNO.

Gli ultimi anni di Maria.

Profondo silenzio regna nelle sacre carte intorno agli ultimi anni della nostra divina Madre, tal che noi ignoriamo ed il luogo di sua residenza, il genere delle sue occupazioni, ed il tempo del felicissimo suo transito. La tradizione tuttavolta viene ad appagare in parte la pia curiosità nostra insegnandoci che non pochi anni la visse ancora dopo la morte di Gesù, cioè fino all’età di settantadue, o settantacinque anni; che la vita di lei fu umile, ritirata, divisa tra l’orazione ed i lavori manuali; e che nell’assemblea dei fedeli non distinguevasi altrimenti che per la sola sua santità. C’insegna eziandio la tradizione stessa che questi ultimi anni di Maria furono una lenta agonia, un lungo martirio d’amore, un’incessante aspirazione al cielo; che l’unica sua consolazione era il ricevere quotidianamente dalle mani del suo figlio di adozione la santa Comunione; e che sì dolce, si consolante presentavasele il pensier della morte, che era divenuto l’abituale suo pensiero; e ben lungi dall’averla in orrore, salutavala con santa gioia, come Colei la quale doveva por fine al suo esilio, aprirle il cielo, e ridonarle l’unico oggetto dell’amor suo. – La morte è il momento che fisserà per sempre la nostra sorte. Quindi nulla di più importante per noi come la grazia di una buona morte; ed il più agevole mezzo ad ottener questa grazia si è appunto l’abituale pensiero della morte stessa. Non si fa bene se non quello che s’imparò lungo tempo a fare. Questo pensiero ci distaccherà dai beni della vita presente, dimostrandocene la caducità ed il nulla; ché di tutto ci spoglia la morte.  Ci aiuterà in secondo luogo ad evitare il peccato «Sovvieniti dell’ultimo tuo fine, e non peccherai in eterno ». Difatti qual più valido freno a trattenere lo sfogo di quale che siasi passione, come il pensier della morte, la sua incertezza, il giudizio che la seguirà, e gli eterni castighi che sono il soldo del peccato, il frutto d’un istante di colpevole soddisfazione?

ESEMPIO.

Docili figli di santa Chiesa, noi onoriamo le reliquie dei santi, perché potentissimo mezzo a nutrire la pietà, condurre alla perfezione. — Siccome coll’anima della B. Vergine il corpo eziandio venne assunto al cielo, ne segue che le di Lei reliquie consistono soltanto in pezzi di veli o vesti di che andava coperta. Presentemente ancora è venerata in Chartres una tonaca di Maria, che Carlo il Calvo ebbe in dono da Carlo Magno nel 801. — Vedeasi altre volte nella chiesa della B. Vergine delle grazie in Costantinopoli un di Lei fuso portato di Palestina dall’imperatrice s. Pulcheria. — Nel 455 il vescovo s. Giovenale trasportò da Gerusalemme in Costantinopoli il sudario, ed una parte della tomba di Maria. — L’imperatrice s. Elena arricchì la chiesa di s. Croce in Gerusalemme d’una gran parte del velo della B. Vergine. — Celebre per tutta la Spagna si è la treccia dei capelli di Maria venerata in Oviedo: un’altra era, tempo fa, posseduta dalla chiesa della B. Vergine di Bruges. – Così ancora una specie di guanto in s. Omer, una specie di velo in Aix-la-Chapelle, una specie di pettine in Trèves, ed una parte del sudario e del velo in Soissons. — Il sommo pontefice Callisto III concesse nel 1455 varie indulgenze a chi visita la cattedrale di Arras, ove conservasi un velo ed una cintura dell’augusta Madre di Dio. — Memorie preziosissime e feconde mai sempre di grazie e di benedizioni più preziose ancora.

Orazione.

O Maria che insegnaste col vostro esempio il disprezzo ed il distacco dalle cose di questo mondo, ottenetemi la grazia di attaccarmi a Dio solo, unico bene che trovar possa al di là della tomba. Aiutatemi onde la mia vita sia una morte continua la quale mi prepari a ben morire, e mi ottenga la grazia di una santa morte. Così sia.

OSSEQUIO.

Nelle ore di ozio leggete libri che trattino delle lodi di Maria.

GIACULATORIA.

Monstra te esse Matrem.

So che voi siete

Madre di Dio;

Ma per mia Madre

Vi voglio anch’io.

375
Sancta Mater, istud agas,
Crucifixi fige plagas
Cordi meo valide.
(ex Missali Rom.).
Indulgentia quingentorum dierum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodoquotidie per integrum mensem invocatio pia mente recitata
fuerit (S. Pæn. Ap., 1 aug. 1934).

XXIX. GIORNO.

Morte di Maria.

Non era per fermo né impossibile, né malagevole al Signore il preservare Maria dalla morte, come sottratta avevala all’infezione della colpa d’origine; ma anche in questo Ei volle renderla conforme al suo divin Figlio. Che se il Signore permise alla morte di addormentare dolcemente Maria, non le permise tuttavolta di far preda della corruzione il verginale corpo di Lei. Esente dal peccato originale, e dalla triste concupiscenza che ne è la sequela, sempre pura la carne di Maria non doveva conoscere le umilianti trasformazioni della tomba, non avendo punto bisogno d’essere rinnovata, purificata, onde fosse degna di venir ammessa nel soggiorno della gloria. Messaggera di pace venne la morte a Maria: essa non fu che la cessazione d’un miracolo che operava il Signore per impedirle di morire sotto le ardenti impressioni d’un amore superiore a tutte le forze della natura. Laonde, diciamolo pure: la morte di Maria fu un ultimo atto di amore più acceso, più puro, più santamente appassionato di tutti gli altri, atto il quale separando dolcemente l’anima dal corpo, portolla tutta bella d’amore e di gloria nel seno del suo Dio. – La morte non verrà a noi per fermo quale venne a trovar la nostra Madre del cielo. Peccatore ciascun di noi come tutti i figli di Adamo, dovrà, a sua volta, andar soggetto al tremendo castigo inflitto dalla divina giustizia al primo dei peccatori, ed a tutta la di lui prosapia, i dolori più o meno diuturni dell’infermità, le agonie della natura, le tristezze e le lotte supreme. Ma consoliamoci: Gesù e Maria lasciarono le orme del loro passaggio nella morte onde raddolcirne gli orrori; ed agli estremi nostri momenti, non dubitiamone, ritroveremo queste orme benedette. E poi, dopo l’ultimo sospiro di Gesù sulla croce, ed il breve suo riposo nel sepolcro del Getsemani, non più muore il Cristiano abbandonato da Dio, e deserto di consolazioni: perchè temeremo adunque?

ESEMPIO.

Se i fedeli conoscessero di quanto spirituale profitto esser possono possono le sacre immagini, non le curerebbero sì poco per fermo. Comprendiamone il molteplice vantaggio: 1. Istruzione ed erudizione; la vista infatti di un’immagine di Maria ci ricorda che Ella è la Madre dell’adorabile Salvatore; e sebbene questa verità ci sia già stata proposta a credere dalla fede, non è men vero tuttavolta che per mezzo dell’immagine, si alimenta e si ravviva questa fede stessa. 2. Amor verso Maria; e non ti senti forse commosso dai più teneri affetti il cuore nell’abbatterli in una immagine che ti presenti quest’immacolata Vergine prostesa in atto di adorazione a’ pie della culla di Gesù bambino, o desolata sul Golgota, divenuta Madre tua per mezzo di mortali dolori, e via dicendo? 3. Eccitamento all’imitazione: le immagini sono volgarmente appellate il libro dei semplici, perché  in una sola occhiata insegnano lunghissime storie e, dilettando, muovono ad amare la giustizia, la pietà, la devozione. 4. La memoria di Maria: in quanto che, in mezzo a tante nostre tribolazioni ed angustie, la vista d’una sua immagine ci ricorda che abbiamo una Madre, un’avvocata in cielo, di cui possiamo con tutta fiducia implorare il patrocinio. 5. Professione di fede: col venerarne le immagini, noi protestiamo di amare la fede, l’umiltà ecc. di Maria, e volerla esemplare.

Orazione.

O Maria, Vergine purissima, cui la morte fu l’istante del trionfo, non abbandonate la povera anima mia nel supremo momento che deciderà della sua sorte eterna. Copritemi allora con la materna vostra protezione, difendetemi dal furore dei miei nemici; fate che muoia munito dei santi sacramenti, e che l’estremo mio sospiro sia un atto d’amor di Dio, e di fiducia nella sua misericordia. Così sia.

OSSEQUIO.

State in ritiro, ed osservate particolar silenzio in questo giorno.

GIACULATORIA.

Pone, Domina, custodiam ori meo.

La lingua sordida

D’ atro veleno,

Madre, cingetemi

Di doppio freno.

387

O Cuore purissimo di Maria Vergine Santissima, ottenetemi da Gesù la purità e l’umiltà del cuore.

Indulgentia trecentorum dierum. Indulgentia plenaria, suetis conditionibus, dummodo quotidie per integrum mensem invocatio pia mente recitata fuierit (S. Pæn. Ap. , 13 ian. 1922 et 23 apr. 1934)

XXX. GIORNO.

Assunzione.

L’abbiamo detto: la tomba non doveva innervare fino al giorno della risurrezione universale la spoglia mortale della nostra divina Madre. Spuntata appena l’alba del terzo giorno dal transito della Vergine Immacolata, Gesù per un atto di sua onnipotenza riunì l’anima di Lei al corpo; e questo sacro corpo, rivestito di tutte le qualità dei corpi gloriosi, elevossi raggiante al cielo, rapidamente trasportatovi dall’ardore dell’amor divino, circondato da innumerevoli legioni d’Angeli, avventurati di formare comitiva d’onore a Colei la quale tutti superava in purezza, in amore, in gloria; ma non basta. Gesù, Gesù attendeva sulla soglia del suo regno onde introdurvela Egli medesimo, cingere la fronte di Lei con il diadema dell’immortalità e della gloria, e farle prendere possesso del trono che preparato aveale alla destra del suo. Questa è la visione dell’apostolo bene amato: Io vidi in cielo una donna rivestita di sole. Circondata, cioè della gloria del suo divin Figlio: Avente la luna sotto i suoi piedi; simbolo dell’umanità decaduta: Cinta la fronte d’un diadema di dodici stelle, le sue eroiche virtù. In tal guisa da Dio incoronata e glorificata, regna Maria sovrana del cielo e della terra. Non diamoci però a credere che Maria regnante in cielo, dimentichi noi poveri figli suoi, sì bisognosi di suo soccorso; oh! no: Ella fu costituita il canale per cui scendono sulla terra tutte le grazie del cielo, la mano di che giovasi il Signore per far a noi l’elemosina delle sue misericordie; ed il prezioso cuore di Lei è il vaso ove la bontà divina depose il balsamo destinato a lenire ogni nostro dolore, rimarginare ogni nostra piaga, sanare ogni infermità nostra. Laonde la confidenza nostra in Maria sia incrollabile, sia illimitata, sia intera; speriamo quand’anche fossimo caduti nel baratro di tutte iniquità; la mano di Lei troverà modo di trarcene; e la voce della gratitudine nostra unirassi allora a quella di tanti altri poveri suoi figli, per ripetere: Non invano s’invoca la Madre di Gesù, e nella bontà del cuore di Lei si confida.

ESEMPIO.

Non poche ragioni animar devono il cristiano a salutare la diletta Madre del cielo ogniqualvolta s’incontra in una di Lei immagine. 1. Onde rinnovar incessantemente la memoria dell’incarnazione del Verbo; 2. Per imitare l’Arcangelo Gabriele; se questo celeste messaggero infatti salutò così riverente Maria non ancor Madre del Dio fatto carne, che cosa non dobbiamo far noi adesso che Ella regna alla destra del suo Figlio, sovrana del cielo e della terra? 3. Lo spirito di santa Chiesa, la quale fin dai suoi primordii, rese familiare tra i fedeli questo modo di onorar Maria. 4. Il precetto di Gesù Cristo: Onora il tuo padre e la tua madre. E non è forse Maria vera madre nostra? — Copiosi ne deriveranno per noi i frutti da questa pia usanza: 1. Accrescimento di fede nel mistero dell’incarnazione. 2. Maggior desiderio di partecipare alle grazie di che fu ripiena Maria. 3. Finalmente l’amore e la protezione di Maria, la quale, risalutandoci, riempie di doni spirituali il nostro cuore. Vedine la prova nella Visitazione, prova dataci dal Vangelo stesso con queste parole: Appena Elisabetta udì il saluto di Maria, fu tosto riempita di Spirito Santo, ed esultò Giovanni nelle di lei viscere. Impariamo a memoria ciò che a tale proposito dice S. Bernardo: Ride il cielo, rallegransi gli Angeli, fuggono i demoni, trema l’inferno ogniqualvolta tu con riverenza dici: AVE MARIA … O Maria, egli è darti un bacio il dirti: AVE MARIA. Tante volte sei baciata, o beatissima, quante volte sei salutata coll’AVE. Dunque, fratelli carissimi, approssimatevi alla di Lei immagine, piegate il ginocchio, datele un bacio, dite: AVE, MARIA.

Orazione.

O Vergine gloriosa che conosceste tutti i dolori dell’esilio, non obliate in mezzo alle gioje della patria, i poveri vostri figli della terra. Nostra patria eziandio è il cielo, acquistato a noi dal sangue del vostro divin Figlio. Deh! non permettete che noi lo perdiamo, ma aiutateci a redercene degni, onde possiamo un giorno contemplare la vostra gloria, amarvi ed eternamente benedire a voi con Gesù Cristo. Così sia.

OSSEQUIO.

Offrite a Maria tutto che avrete a sopportare in questo giorno in unione de’ suoi dolori.

GIACULATORIA.

Fac ut tecum lugeam.

Con voi sul Golgota

Del Figlio accanto

Fate che struggansi

Quest’occhi in pianto.

419

Oratio
Immacolata Vergine Maria, Madre di Dio e
Madre nostra pietosissima, umilmente ci presentiamo
al vostro cospetto e con tutta fiducia vi
supplichiamo del vostro materno patrocinio.
Dalla santa Chiesa siete stata proclamata la
Consolatrice degli afflitti ed a voi continuamente
ricorrono i tribolati nelle afflizioni, gl’infermi
nelle malattie, i moribondi nelle agonie, i poveri
nelle strettezze, i bisognosi d’ogni maniera nelle
pubbliche e private calamità e tutti da voi ricevono
consolazione e conforto.
Madre nostra dolcissima, rivolgete anche sopra
di noi, miseri peccatori, le vostre tenere
pupille e benigna accogliete le nostre umili e
fiduciose preghiere. Soccorreteci in tutte le spirituali
e temporali necessità, liberateci da tutti
i mali e specialmente dal massimo, qual’è il peccato,
e da ogni pericolo di cadervi; impetrateci
dal vostro Figlio Gesù tutti i beni, di cui ci
vedete bisognosi per l’anima e per il corpo, e
specialmente il maggiore di tutti, qual’è la divina
grazia. Consolate il nostro spirito angustiato
ed afflitto in mezzo a tanti pericoli che
ci minacciano, fra tante miserie e disgrazie che
ci travagliano da ogni parte. Ve ne preghiamo
per quel giubilo immenso, che provò l’anima vostra
purissima nella gloriosa resurrezione del
vostro Figlio divino.
Impetrate tranquillità alla santa Chiesa, aiuto
e conforto al Capo visibile di essa, il Romano
Pontefice, pace ai Principi cristiani, refrigerio
nelle loro pene alle anime del purgatorio, ai
peccatori il perdono delle loro colpe, ai giusti
la perseveranza nel bene. Raccogliete tutti, Madre
nostra tenerissima, sotto la vostra pietosa
e potente protezione, affinchè possiamo virtuosamente vivere, piamente morire e conseguir l’eterna beatitudine in cielo. Così sia.
Indulgentia quingentorum dierum.
Indulgentia plenaria additis confessione, sacra Comunione et alicuius ecclesiæ vel publici oratorii visitatione
si quotidie per integrum mensem oratio recitata fuerit
(S. C. Indulg., 10 apr. 1907; S. Paen. Ap., 7 iun. 1935).

XXXI. GIORNO.

Maria esemplare de’ cristiani.

Nel proporre la Madre del suo adorabile sposo all’imitazione dei suoi figli, a tutti dice Chiesa Santa: « Siate imitatori di Maria come Maria fu imitatrice di suo Figlio. » A rendercene capaci gettiamo, in terminando questo mese, un rapido sguardo sui precipui tratti di somiglianza che corrono tra Figlio e Madre. « Gesù scende dal cielo unicamente per glorificare il Padre suo; e Maria a tal effetto si ritira trienne nel tempio, e consacra la sua verginità al Signore. » Gesù non vuol nascere che da Madre vergine, non aver che un uomo vergine per custode; e Maria prepone questa delicatissima delle virtù alla gloria della maternità divina. Tutta la vita di Gesù può dirsi un atto continuato di umiltà e di annientamento; e Maria chiamata dall’Arcangelo all’eccelsa e singolare dignità di Madre di Dio, non sa che rispondere: « Ecco l’ancella del Signore. » Il cibo del Cuore dell’adorabile Gesù è di fare costantemente la volontà del Padre, e l’obbedienza sua al Padre si fu quella che il guidò dal presepio al Getsemani, di qui al Calvario; e per lo stesso motivo accettò Maria la maternità divina, udì silenziosa il vaticinio di Simeone, ed attaccossi alla croce in posizione degna della Madre d’un Dio. Con ragione adunque viene da Chiesa santa proposta all’imitazione dei fedeli. – Non illudiamoci punto: la vera divozione a Maria consiste precipuamente nella imitazione delle sue virtù; né ci riconoscerà per figli suoi se non in ragione della uniformità della nostra condotta con la sua. Animiamoci adunque di santo ardore, di generoso coraggio, ed ormeggiamo la nostra Madre del cielo, come essa seguì le pedate del Capo dei predestinati, dell’esemplare degli eletti Cristo Gesù. Tal via costerà sacrifici, lotte, violenze alla corrotta natura; non importa; sovvengaci che Maria ci tende la mano dal cielo, e ci mostra la corona che ci sta preparata; ed i fiori di questa corona sono le virtù esercitate qui in terra, le quali sembrano comprendersi nell’umiltà, nella pazienza, nella sommissione alla volontà di Dio, nella rassegnazione tra le afflizioni.

ESEMPIO.

Chiunque desidera d’imitare l’Arcangelo Gabriele nel salutare l’augusta Madre di Dio, veda di ritrarre in sé  angelici costumi, giusta quel detto: Se vuoi entrare dalla Vergine e salutarla, Angelo esser ti conviene; ed è per insinuare a noi una tale verità che il Signore non inviò che un Angelo a salutarla col grande Ave, Maria. Or bene, il nome di Angelo, ti dice precipuamente purezza, carità, umiltà. Puro è l’Angelo perché non contaminato dalla più lieve macchia di colpa, da verun affetto terreno, o carnale commercio. Tale sia chi saluta la Vergine purissima, se brama da Lei gradire il saluto. Emulatore, in secondo luogo, della carità degli Angeli esser deve chi vuole salutar degnamente Maria. Tra gli Angeli regna somma pace, somma concordia; somma pace, somma concordia pertanto regni eziandio tra quei figli che salutar vogliono la loro Madre celeste. E poi, il saluto a Maria, ricordandoci quello dell’Arcangelo, ci ricorda ad un tempo, il mistero dell’Incarnazione, e nel mistero dell’Incarnazione appunto cominciò l’adorabile Salvatore quel trattato di pace tra Dio e gli uomini, che poi compì sul Calvario, segnandolo col suo sangue. Si imiti finalmente l’umiltà degli Angeli. Nessun di noi ignora che se una parte degli Angeli vennero dannati alla morte eterna, causa ne fu la loro superbia: come eziandio se fedeli al Signore si mantennero tanti altri, fu in grazia dell’umiltà loro. Per questa ragione usavano molti santi di non mai salutare Maria se non piegando il ginocchio, così S. Caterina da Siena, S. Maria di Ognies, la b. Margherita domenicana, figlia del re di Ungheria; usanza che conservasi ancora tra noi, genuflettendo nel cantare la prima strofa dell’Ave Maris Stella, appunto perché comincia con l’angelico saluto: AVE.

Orazione.

O Maria, la più perfetta delle creature, io risolvo di seguirvi d’or innanzi nella via della perfezione, ed a vostro esempio condurre una vita umile di cuore, casta, paziente, rassegnata. Ma senza il vostro aiuto, a nulla giovano le mie risoluzioni; quindi nel vostro cuore io le depongo, tenera Madre mia, onde possa vincere la mia leggerezza, e metterle in pratica con coraggio e costanza. Così sia.

OSSEQUIO.

Recitate qualche orazione in ossequio ai santissimi Cuori di Gesù e di Maria.

GIACULATORIA.

Fece ut ardeat cor meum in amando Christum Deum.

Inestinguibile

Fiamma nel cuore,

Madre, accendetemi

Pel mio Signore.

276
Domine Iesu Christe, qui Mariæ et Ioseph
subditus, domesticam vitam ineffabilibus virtùtibus
consecrasti: fac nos, utriusque ausilio,
Familiæ sanctæ tuæ exemplis instrui et consortium
consequi sempiternum: Qui vivis et
regnas in sæcula sæculorum. Àmen (ex Missali Rom.).
Indulgentia quinque annorum.
Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo
orationis recitatio, quotidie devote peracta, in integrum
mensem producta fuerit (S. Pæn. Ap., 3 sept. 1936).

CONSACRAZIONE A MARIA

 Maria, Regina e Madre mia, non disdegnate che, in terminando questo benedetto mese, a voi consacri il mio cuore, l’anima mia, tutto che sono e posseggo. Sì, io vi appartengo, o Maria, come il figlio appartiene alla madre; accettate pertanto l’omaggio della mia venerazione, della mia confidenza; accettate la mia promessa di difendere, in quale che siasi circostanza di tempo e luogo, il vostro onore, la vostra gloria, di sostenere mai sempre gli interessi di Gesù ed i vostri, e dimostrarmi in ogni evento servo fedele, figlio docile ed amoroso. Benedite, o Vergine possente, il pastore ed il gregge; impetrate ai peccatori la grazia della conversione, la perseveranza ai giusti, la rassegnazione agli infermi ed ai tribolati. Fatevi per l’infanzia e la giovinezza la stella del mattino, per l’età matura la stella del mare, per la vecchiaia la stella della sera; per tutti la porta del cielo, onde possiamo, nessuno escluso, trovarci un giorno riuniti attorno al trono della vostra gloria, come adesso ai piedi de’ vostri altari, a benedire a voi e ad eternamente amarvi. Così sia.

FINE.

 

 

MESE DI MAGGIO

MESE DI MAGGIO.

30 APRILE.

INTRODUZIONE

[G. Dalla Vecchia: Albe primaverili; G. Galla ed. Vicenza, 1911]

I. Eccoci al mese di Maggio, il mese dei fiori…

(a) L’anima tua deve essere un giardino… ; per te quindi deve essere il mese dei fiori spirituali, delle virtù.

— Hortus conclusus soror mea sponsa. (Cantic.).

(b) E’ il mese, in cui da milioni di cuori si eleva a Maria un concerto di preci, di inni, di palpiti… Tu pure loda Maria con tutte le tue forze…

(c) E’ il mese di Maria: La Madre di Gesù. Quanto grande la sua potenza!… Mater Dei. Come belle le sue virtù…! Tota pulchra. Come eccelsi i suoi trionfi. Exaltata est sancta Dei Genetrix super choros Angelorum. (Dall’Ufficio).

Ma è ancora la Madre tua… : te la dava Gesù sulla Croce. Mulier, ecce filius tuus. (Ioan.) Ti ama del più tenero amore… : ti ricolma delle sue grazie… Ego Mater pulchræ dilectionis, et timoris et sanctæ spei (Eccli. XXIV). Fa bene questo Maggio: onora in esso la Madre tua. Ego diligentes me diligo (Sapienza). Ed Ella ti darà prova del suo affetto materno…

Ne hai bisogno di farlo bene. — (a) Per crescere nel fervore. Chi si ferma nella virtù, torna indietro… Qui iustus est iustifìcetur adhuc (S. Paolo).

(b) Per vincere la tiepidezza, così dannosa allo spirito; così pericolosa all’eterna salvezza; che spinge ad innumerevoli difetti, e dispone alla morte eterna… Quia tepidus es, incipiam te evomere ex ore meo (Apoc. III).

(c) Sei in peccato mortale?… L’anima tua è morta alla grazia… è in odio a Dio… ; è sepolta nella colpa, quatriduanus es; (Ioan. XI,) forse l’anima tua è nella corruzione: iam fœtet. (ibi) — Ricorri in questo mese a Maria rifugio dei peccatori. Quanto bisogno di Maria!… Refugium peccatorum, ora prò nobis. Lo ripeti spesso…

III. Che devi fare ? — (a) Devi fuggire il peccato mortale… ed anche il peccato veniale… Con esso offendi Gesù, e quindi la Madre sua.

(b) Metterai più impegno nella preghiera… : potendo, la Messa, la Visita, il Rosario… Vieni ogni dì alla predica con prontezza; vi sta con silenzio, devozione. Medita spesso quello che ti viene detto…

(c) Ogni giorno qualche piccolo fioretto… ; l’Ave Maria al suono delle ore… Ripeti fervente la giaculatoria, che ti verrà assegnata.

(d) -Soprattutto eseguisci con maggiore esattezza i tuoi doveri, per quanto ripugnanti alla tua delicatezza, all’amor proprio. Il dovere fatto bene è una penitenza; è un continuo atto di amore.

(e) Combatti e mortifica le passioni…, il corpo, i sensi. Qui vult venire post me, abneget semetipsum (Luc. IX. 23)

— Passerai bene il mese di Maggio; ti farai santo. E la Madonna ti benedirà con affetto di madre. Quanto è grande l’influenza della devozione a Maria, anche nei cuori più traviati!

FIoretto – Tre Ave Maria per ottenere la grazia di fare bene il mese di Maggio.

GIACULATORIA – O dolce nome – Maria, Maria speme e conforto – dell’alma mia.

25 APRILE, LITANIE DEI SANTI: INDULGENZE

Indulgenze per le LITANIE DEI SANTI

XXI
LITANIÆ SANCTORUM
-687-

a) Fidelibus, qui in festo S. Marci Ev. vel in feriis
Rogationum in ecclesiis vel publicis oratoriis peculiari
sacræ functioni, quæ hisce diebus celebrari solet, devote
interfuerint, conceditur:
Indulgentia decem annorum;
Indulgentia plenaria, si peccatorum veniam obtinuerint,
eucharisticam Mensam participaverint et ad Summi
Pontificis mentem preces fuderint.
b) Iis vero, qui præfatis diebus, deficiente memorata
sacra functione, Litanias Sanctorum devote recitaverint,
conceditur:
Indulgentia septem annorum.
– c) Iis vero, qui ceteris anni diebus easdem Litanias
pie recitaverint, conceditur:
Indulgentia quinque annorum;
Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidie
per integrum mensem eamdem fecitationem iteraverint
(S. Pæn. Ap., 10 iul. 1935 et 21 mart. 1941).

[10 anni a chi partecipa alla funzione in pubblico oratorio o in Chiesa (funzione della Chiesa Cattolica “una cum” il Papa legittimo, S. S. GREGORIO XVIII); Ind. Plenaria a chi è pure confessato e comunicato; 7 anni se recitate nella giornata del 25 aprile e nei gioni delle Rogazioni minori anche senza partecipare alle funzioni; 5 anni in qualunque giorno dell’anno, e ind. plenaria s.c. se recitate per un mese).

25 Aprile: LITANIE O ROGAZIONI. – Litanie dei Santi

NELLA SETTIMANA SANTA: MEDITAZIONE PER IL SABATO

MEDITAZIONE PER IL SABATO.

Sopra la sepoltura di Gesù Cristo.

Mediteremo sulla sepoltura di Gesù. Deposto il corpo del Signore nel sepolcro, e discesa la sua anima al limbo, l’uno e l’altra, per la potenza della divinità a loro congiunta, si preparano alla gloriosa risurrezione. C’immagineremo di vedere l’amabilissimo Gesù, che anche dopo morte si manifesta sovrano padrone della vita ed opera a suo piacimento, continuando a darci prove del suo infinito amore. Ammireremo una potenza e sovranità così grande e lo ringrazieremo ch’Egli le adoperi non solo per sua gloria, ma altresì per nostro vantaggio.

PUNTO 1°.

Il corpo sacratissimo di Gesù è portato al sepolcro.

Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, discepoli prima occulti ed ora palesi di Gesù, dopo la morte di lui, accostatisi alla sua croce, ne distaccano il Corpo sacratissimo e, tutto intriso di sangue, lo spalmano di balsami odorosi, lo coprono con una sindone monda e lo recano in un sepolcro nuovo scavato poco lontano di là nella pietra e dentro ve lo chiudono. Anche qui Gesù vuol farci da maestro e darci a comprendere la grande verità che noi pure, per essere a lui somiglianti, dobbiamo riguardarci come morti e sepolti. Tutti coloro, dice S. Paolo, che ebbero la grazia del Battesimo, non la ebbero altrimenti, se non per esprimere in se stessi, nella loro fede, nelle loro virtù, nei loro sacrifici, nella loro vita nascosta la morte e la sepoltura di Gesù: conseguiti ei in Baptismo (Gal., II, 12); mortui estis et vita vestra abscondita cum Christo in Deo (Col., III, 3). Bisogna dunque morire al mondo, alle sue vanità, alle sue massime; bisogna morire al nostro orgoglio, al nostro amor proprio, ai nostri peccati, e seppellirci insieme con Gesù Cristo in quella vita di nascondimento, per cui non si cerca di sapere che cosa si pensi e si dica di noi, non si ama di essere veduti nel bene che si fa, non si ambisce di far conoscere i propri meriti, ma si è contenti di venir trascurati, dimenticati, lasciati da parte e in abbandono. Certo, contro questa vita di seppellimento la nostra cattiva natura leverà la sua voce, amando essa la stima e la riputazione degli uomini, la loro lode e la loro esaltazione; ma, se vogliamo essere di Cristo, fa d’uopo assolutamente che ci atteniamo al suo esempio e al suo insegnamento, e che però arriviamo anche a dire: Signore, se voi volete che mi sia tolto l’onore, che io sia tenuto in nessun conto, che sia vilipeso e aborrito, ne sono contento, perché in tal guisa avrò l’onore di essere morto e sepolto con voi!

PUNTO 2°.

L’anima benedetta di Gesù discende al limbo.

Non appena Gesù sulla croce ebbe mandato l’ultimo respiro, la sua anima benedetta avrebbe potuto, dipartendosi dal suo corpo, riposare nel seno di Dio dopo tanti dolori; ma invece, sempre per amore degli uomini, volle discendere nel limbo a consolare e liberare le anime dei santi padri, annunziando loro che fra quaranta giorni le avrebbe condotte seco in paradiso. – Là si trovavano tutte le sante donne e tutti i santi uomini che avevano creduto e sperato nel Salvatore ed erano vissuti in conformità alla divina legge. All’apparire dell’anima di Gesù coi segni della grande vittoria testé riportata sopra l’inferno, chi sa dire il giubilo che invase quelle sante anime? Chi può narrare la festa che dovettero farle? Chi vale a esprimere i sentimenti di amore, di benedizione, di grazie, che le andarono manifestando, e i cantici di letizia, di riconoscenza e di lode, coi quali la esaltarono? O caro Gesù, come è vero che voi al pari del Padre vostro operate sempre! (Jo., V, 17). Come è vero che il vostro amore per noi non ha mai riposo. Oh! se anche noi comprendessimo appieno, come le sante anime del limbo, le prove di amore che ci date ogni qualvolta non solo con la vostra anima, ma altresì col vostro Corpo e col vostro Sangue discendete nel limbo del nostro cuore! Ah! datemi la grazia, o caro Gesù, che anch’io vi faccia festa quando venite a consolare l’anima mia per mezzo della santa Comunione! Che non resti più così indifferente davanti ad una vostra così immensa degnazione! Che anch’io mi effonda in atti di adorazione, di fede, di amore, di benedizione, di lode e di ringraziamento!

PUNTO 3°.

Il corpo e l’anima di Gesù si preparano alla risurrezione.

Nei tre giorni, in cui l’anima di Gesù sta nel limbo e il suo corpo giace nel sepolcro, si prepara la gloriosa risurrezione; giacché, se la morte ha potuto spezzare i legami che univano quest’anima e questo corpo, non potrà più altramente esercitare sopra di Gesù alcun impero: Mors illi ultra non dominabitur! Ma con questo trionfo che Gesù si prepara a riportare sulla morte, egli intende diventare l’esemplare e la causa della risurrezione nostra; giacché risorgendo, come dice S. Paolo, ei risorgerà come primizia di coloro che dormono il sonno della morte: primitiæ dormientium (I Cor., XV, 20). O morte, fa pure quel che ti aggrada dei nostri cadaveri. Corrompi, dividi, disperdi, riduci al nulla la nostra carne; tutto ciò non sarà che per un po’ di tempo. Ma quando per volere di Dio il mondo finirà e le trombe degli Angeli ci desteranno dal tuo sonno, l’azione vivificante dell’Umanità di Gesù Cristo ci strapperà al tuo potere, ci farà risorgere e configurerà il nostro corpo, stato nell’umiliazione della polvere, al corpo suo tutto pieno di celestiale chiarezza: reformabit corpus humilitatis nostræ configuratum corpori claritatis suæ (Philipp., III, 2). Oh bontà, oh potenza, oh gloria di Gesù Cristo! I suoi nemici hanno apposto le guardie al sepolcro per impedirne la risurrezione o il trafugamento; ma essi non sanno che al corpo e all’anima di Gesù, benché divisi, è rimasta unita la divinità e che questa al tempo stabilito li riunirà, perché la risurrezione si compia e sia pegno e causa della risurrezione nostra. Rallegriamoci con Gesù benedetto, ringraziamolo del pensiero che volge a noi anche dal sepolcro e dal limbo, e prepariamoci a celebrarne il trionfo con pura e santa gioia.

L’AGONIA DI GESU’: SETTIMO VENERDI’ DI QUARESIMA

SETTIMO VENERDÌ DI QUARESIMA

(VENERDÌ SANTO)

[Don U. Banci: L’AGONIA DI GESU’, F. Pustet ed. Roma, 1935 – impr.]

In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Actiones nostras, quæsumus  Domine, adspirando præveni et adiavando prosequere, ut cuncta nostra oratio et operatio a Te semper incipiat et per Te cœpta finiatur. Per Christum Dominum nostrum. Amen.

[Nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Così sia. Inspira, o Signore, le nostre azioni ed accompagnale col tuo aiuto, affinché ogni nostra preghiera e opera da Te sempre incominci e col tuo aiuto sempre si compia. Per Cristo nostro Signore. Così sia.]

INVITO

Già trafitto in duro legno/Dall’indegno popol rio

La grand’alma un Uomo Dio, / Va sul Golgota a spirar.

Voi, che a Lui fedeli siete, /Non perdete, o Dio, i momenti

Di Gesù gli ultimi accenti /Deh! venite ad ascoltar.

SETTIMA PAROLA DI GESÙ IN CROCE

Pater, in manus tuas commendo spiritum meum. (LUCA, Cap. XXIII, v . 46).

Padre, nelle tue mani raccomando lo spirito mio.

CONSIDERAZIONE

In questo giorno in cui la Chiesa, con le sue meste cerimonie, cerca di far rivivere nella tua mente e più nel tuo cuore la tragedia sanguinosa del Calvario, raccogliti, anima cristiana, ancora una volta ai piedi della croce per ascoltare l’ultima parola, con la quale Gesù volle chiudere la sua vita mortale, e per meditare, nello stesso tempo, il suo passaggio da questa all’altra vita. Per compiere la volontà adorabile del Padre suo non gli rimaneva che morire; questo momento è ormai giunto, ma prima di mandare l’ultimo respiro, volge per un’ultima volta gli occhi al cielo ed esclama a gran voce: Padre, nelle tue mani raccomando lo spirito mio.  E forse il dubbio, il timore, che turba in questo momento Gesù, e lo muove a raccomandare al Padre l’anima sua? No, Egli sa di essere amato di amore infinito dal Padre, poiché è sempre l’Unigenito prediletto, sul quale il Padre ha riposto tutte le sue compiacenze; se in quel momento si raccomanda a Lui è perché, come sempre, ha te nel suo pensiero. Poiché anche tu devi un giorno tornare al Padre, che ti ha dato la vita, affinché tu possa trovare nel suo seno quella felicità piena, senza nubi e senza fine, per la quale sei stata creata. Egli, che poco prima ti aveva dato in Maria una Madre, ora nel suo celeste Padre vuol darti un protettore; ed additandoti l’ultima stazione del tuo destino, alle sue mani potenti e paterne affida te, sua dolce eredità, facendo così del cielo e della terra una sola e grande famiglia, di cui Egli è il Primogenito. Intanto la natura che aveva salutato con gioia la sua nascita a Bethelem, e che si vela di tristezza al momento della crocifissione, come pervasa da un senso di orrore, manifesta con fenomeni spaventosi il suo dolore. Il prezioso velo, intessuto di giacinto, di porpora e di scarlatto, che nascondeva il Sancta Sanctorum, si squarcia in due parti da capo a fondo, la terra trema, le pietre si spezzano, le tombe si aprono e molti corpi di santi addormentati risuscitano. – Fra la croce di Gesù e quella del cattivo ladro si apre una larga fenditura, che anche oggi rimane come monumento della giustizia divina. Ed in mezzo a questo sconvolgimento della natura Gesù china il capo e spira; Gesù muore, ma la sua morte non fu l’effetto del supplizio a cui gli uomini lo avevano condannato. Non a caso gli Evangelisti notano come Gesù raccomandasse al Padre lo spirito suo, non già con flebile voce come coloro che entrano nell’ultimo sonno vinti dalla spossatezza, ma con un grande grido, udito  da tutti i presenti. È per farti intendere che non i flagelli, non le spine, non i chiodi, come nessun altro dei mezzi umani sarebbero stati capaci a togliergli la vita. Egli pur esangue si mostrava nel pieno vigore delle sue forze, e con quella stessa facilità con cui tante volte aveva disarmata l’ira dei suoi nemici ed aveva reso vane le loro astuzie sfuggendo alle loro più scaltre insidie, avrebbe potuto ora, se lo avesse voluto, scendere dalla croce e restituirsi salvo nelle braccia della Madre sua addolorata, poiché nessuno, aveva detto, può togliermi la vita; Io l’offro spontaneamente; Io solo ho il potere di darla. Ma Egli era venuto per fare non la sua ma la volontà del Padre suo, e non scenderà dalla croce finché tutto non sarà compiuto. E quell’abbassamento del capo, che accompagna l’ultimo suo respiro, è un segno esterno del pieno consenso a quell’adorabile volontà, che gli chiede quest’ultima e grande umiliazione. Cristo è stato obbediente; così gli Evangelisti compendiano i suoi anni trascorsi nella pace famigliare di Nazareth, e così S. Paolo compendia tutta la sua vita. Rileggile ancora oggi quelle parole dell’Apostolo che la Chiesa in questi santi giorni spesso ripete: Cristo si è fatto obbediente fino alla morte e morie di croce, e subito soggiunge: per la qual cosa Dio lo ha esaltato e gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni altro nome. Dunque dopo l’umiliazione l’esaltazione. E quale trionfale accoglienza non dovette avere quell’anima benedetta alle soglie dell’eternità! Gli antichi e venerandi Patriarchi, che da lontano lo avevano riguardato, i Profeti, che avevano predetto i suoi dolori e le sue glorie, gli Angeli tutti del Paradiso gli vengono incontro cantando l’inno del trionfo: Alzate, o principi, le vostre porte, alzatevi voi, porte eterne, ed entrerà il Re della gloria [Salmo XXIII, v. 7]. Ed il divino trionfatore a capo delle schiere interminabili dei Santi, trofei gloriosi della sua vittoria, entra nella sua gloria. E quello stesso corpo ora pendente dalla croce nudo e insanguinato; quel cadavere freddo e straziato lo vedrai all’alba della Domenica rivestito di gloria e di splendore, risuscitato a nuova vita, primizia gloriosa di coloro che dormono nella polvere di questo mondo. E dunque una festa di morte quella che la Chiesa celebra oggi, ma nel tempo stesso è una festa di vita. E se per la festa di morte ci domanda dolore e lacrime, per la festa di vita ci domanda la gioia, sì, la gioia, o anima cristiana, perché la morte di Cristo è una vittoria. – Egli muore per uccidere la morte : Ero mors tua, o mors (sarò la tua morte, o morte) Osea, cap. XIII, v. 14] E la Chiesa, esaltando questo mistero nella sua liturgia, canta nei prossimi giorni di gioie pasquali: Mortem nostram, moriendo destruxit (morendo ha distrutto la morte) [MONSABRÈ, Ritiri pasquali, 1888]. – Intanto sul Calvario cessa il tumulto, cessano le urla sediziose, gli insulti e le bestemmie, si fa il vuoto intorno a Gesù, perché tutti fuggono in preda allo spavento, percuotendosi il petto; e sulle labbra di chi aveva schernito e bestemmiato il Crocifisso risuona quel grido, che sarà poi ripetuto attraverso i secoli: Quest’uomo davvero era figlio di Dio 3. [S. MARCO, cap. XV, v. 39]. – Anche tu, anima cristiana, un giorno forse non lontano dovrai lasciare il corpo alla terra e tornare nelle mani del tuo Creatore. È una legge questa, che non ammette eccezione; è morto Gesù, morrai certamente anche tu. E in quel momento estremo, quando il mondo sarà per scomparire per sempre dal tuo sguardo, mentre stringerai tra le mani tremanti il Crocifisso, si affaccerà alla tua mente tutta la vita trascorsa; e allora felice te, se come Gesù potrai dire: Signore io ho fatto sempre ciò che a Voi piaceva [GIOVANNI, cap. VIII, v. 29]. Ho camminato sulla via dei vostri precetti [Salmo CXVIII, v. 32], allora guarderai con occhio tranquillo alla morte che si avvicina. E quando Gesù verrà nella tua cameretta per esserti viatico santo e si poserà sulla tua lingua, che fu sempre casta, e scenderà nel tuo cuore, che fu sempre puro, si rinnoverà in te quel santo fervore dei giorni più belli, più santi della tua vita penitente e mortificata. E ti sentirai proprio da Lui ripetere quelle consolanti parole: Oggi sarai con me in Paradiso; poiché Io stesso voglio essere la tua grande mercede. E a te non rimarrà che ripetere con dolce abbandono tra le braccia della infinita misericordia di Dio: Nelle tue mani, o Signore, raccomando lo spirito mio. Ed all’invocazione del Sacerdote assistente, i cori degli Angeli, il senato degli Apostoli, l’esercito dei Martiri, la turba rutilante dei Confessori e delle Vergini, Maria stessa, la Madre tua, verranno ad incontrarti, e tu entrando nella gloria del tuo Signore, nell’amplesso beatifico di Dio, stamperai un bacio nel Cuore glorificato di Gesù. O anima cristiana, come è dolce e quanto è preziosa al cospetto di Dio la morte dei Santi suoi! Pretiosa in conspectu Domini, mors sanctorum eius [Ps. CXV]. Ma ricordati che una santa morte è la corona di una vita santa; vivi dunque da santo se vuoi da santo morire.

Breve pausa, quindi si reciti la seguente

PREGHIERA

O Gesù mio amabilissimo, che vittima della divina giustizia, ma ancor più della immensa vostra carità, pendete morto dalla croce, io vi ringrazio di tutti i patimenti e gli obbrobri che avete voluto soffrire per rendere più copiosa la nostra redenzione. Di quanta confusione non dovrei essere compreso dinanzi al vostro corpo straziato! Quel capo coronato di spine, quelle mani e quei piedi trafitti dai chiodi, quel petto lacerato, tutto quel corpo nudo, sfinito e rigato di sangue, è opera mia; tutti i peccati della carne e dello spirito, del cuore e dei sensi, tutti, o Gesù, ve li siete voluti addossare; e sono questi che vi hanno ucciso: Attritus est propter scelera nostra [Isai. LIII, 5]; a causa dei nostri peccati siete stato fatto passare per il crogiuolo di tutti i tormenti. Eppure se foste sazio di obbrobri, non foste sazio di amore. Gli uomini sono sempre gli stessi verso di Voi; in mezzo ad essi Voi non trovate che la più strana indifferenza, la più inesplicabile freddezza e spesso il più inqualificabile disprezzo. Pur tuttavia vedo rinnovarsi continuamente intorno a me i prodigi della vostra carità. Ogni Chiesa è un Cenacolo, ogni altare è un Calvario, dove Voi, o mio Gesù, moltiplicate in ogni ora i tesori delle vostre grazie, e dove rinnovate il sacrificio di Voi stesso, per la mia salvezza. Vi ringrazio, o mio salvatore, di tanta generosità, e con la stessa fede del Centurione vi voglio riconoscere ed adorare per Creatore e mio Redentore. E fin da ora raccomando nelle vostre mani lo spirito mio; ve lo raccomando ora non solo per il momento della mia morte, ma per tutto il corso della mia vita. Voi vedete, o Signore, la lotta incessante che debbo combattere, costituito come sono in mezzo a tanti pericoli. Il vostro Cuore amabilissimo mi sia dolce e sicuro rifugio; fatemi partecipe dei vostri desideri e dei sentimenti vostri, affinché muoia al mondo e viva solo di amore e di dolore; di amore per un Dio che mi ha tanto amato, di dolore per un Dio che ho tanto offeso. – O Maria santissima, che per disposizione della Divina Provvidenza siete la via che conduce a Gesù, anche a Voi raccomando l’anima mia, anche nelle vostre mani materne ripongo la cura della mia salvezza. Mostratevi anche verso di me Madre di misericordia, e siate anche per me la porta del cielo: Janua Cœli ora pro me.

Pater, Ave e Gloria.

Gesù Morì ! … Ricopresi

Di nero ammanto il Cielo;

I duri sassi spezzansi;

Si squarcia il sacro velo,

E l’universo attonito

Compiange il suo Signor.

Gesù morì …! Insensibile,

In mezzo a tanto duolo,

Più dei macigni stupido,

Resterà l’uomo solo

Che, con i suoi falli, origine

Fu del comun dolor?

 

GRADI DELLA PASSIONE

1. V. Jesu dulcissime, in horto mœstus, Patrem orans,

et in agonia positus, sanguineum sudorem effundens;

miserere nobis.

R). Miserere nostri Domine, miserere nostri.

2. V. Jesu dulcissime, osculo traditoris in manus

impiorum traditus et tamquam latro captus et ligatus

et a discipulis derelictus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

3. V. Jesu dulcissime ab iniquo Iudæorum concilio

reus mortis acclamatus, ad Pilatum tamquam malefactor

ductus, ab iniquo Herode spretus et delusus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

4. V . Jesu dulcissime, vestibus denudatus, et in

columna crudelissime flagellatus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

5. V. Jesu dulcissime, spinis coronatus, colaphìs

cæsus, arundine percussus, facie velatus, veste purpurea

circumdatus, multipliciter derisus et opprobriis

saturatus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

6. V . Jesu dulcissime, latroni Barabbæ postpositus,

a Judæis reprobatus, et ad mortem crucis injuste condemnatus;

miserere nobis.

R). Miserere etc.

7. V . Jesu dulcissime, tigno crucis oneratus,

ad locum supplicii tamquam

ovis ad occisionem ductus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

8. V. Jesu dulcissime, inter latrones deputatus,

blasphematus et derisus, felle et aceto potatus, et

horribilibus tormentis ab hora sexta usque ad horam

nonam in ligno cruciatus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

9. V. Jesu dulcissime, in patibulo crucis, mortuiis et

coram tua sancta Matre lancea perforatus simul

sanguinem et aquam emittens; miserere nobis.

R). Miserere etc.

10. V . Jesu dulcissime, de cruce depositus et lacrimis

mœstissimæ Virgiuis Matris tuæ perfusus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

11. Jesu dulcissime, plagis circumdatus, quinque

vulneribus signatus, aromatibus conditus et in

sepulcro repositus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

V . Adoramus Te Christe, et benedicimus Tìbi.

R). Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum.

OREMUS

Deus, qui prò redemptione

mundi nasci voluisti,

circumcìdì, a Judæis reprobavi

et Judæ traditore

osculo tradi, vinculis alligavi,

sic ut agnus innocens

ad victimam duci, atque

conspectibus Annæ, Caiphæ,

Pilati et Herodis

indecenter offevri, a falsis

testibus accusari, flagellis

et colaphis cædi, opprobriis

vexari, conspui, spinis

coronari, arundine percuti,

facie velari, vestibus

spoliari, cruci clavis afFigi,

in cruce levari, inter

latrones deputari, felle et

aceto potari et lancea vulnerari;

Tu Domine, per

has sanctissimas pœnas,

quas ego indignus recolo,

et per sanctissimam crucem

et mortem tuam libera

me a pœnis inferni et perducere

digneris quo perduxisti

latronem tecum

crucifixum. Qui cum Patre

et Spiritu Sancto vivis

et regnas in sæcula sæculorum.

Amen.

[1. V . O dolcissimo Gesù, triste nell’orto, al Padre con la preghiera rivolto, agonizzante e grondante sudore di sangue; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi, o Signore, abbi di noi pietà.

2. V . O dolcissimo Gesù, con un bacio tradito e nelle mani degli empi consegnato, e come un ladro preso e legato e dai discepoli abbandonato; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

3. V . O Gesù dolcissimo, dall’iniquo Sinedrio giudaico reo di morte proclamato, e come malfattore a Pilato presentato, e dall’iniquo Erode disprezzato e schernito; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

4. V . O dolcissimo Gestì, delle vesti spogliato, e c rudelmente alla colonna flagellato; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

5. V. O dolcissimo Gesù, di spine coronato, schiaffeggiato, con la canna percosso, bendato, di rossa veste rivestito, in tanti modi deriso e di obbrobri saziato; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

6. V. O dolcissimo Gesù, al ladro Barabba posposto, dai Giudei riprovato; ed alla morte di croce ingiustamente condannato; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

7. V. O dolcissimo Gesù, del legno della croce gravato, e come agnello al luogo del supplizio condotto, per esservi immolato; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

8. V. O dolcissimo Gesù, tra i ladroni annoverato, bestemmiato e deriso, di fiele e di aceto abbeverato, e con orribili tormenti dall’ora sesta fino all’ora nona nel legno straziato; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

9. V. O dolcissimo Gesù, sul patibolo della croce morto, ed alla presenza della tua santa Madre con la lancia trafitto versando insieme sangue ed acqua; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

10. V. O dolcissimo Gesù, dalla croce deposto, e dalle lacrime dell’afflittissima tua Vergine Madre bagnato; abbi di noi pietà

R). Pietà di noi ecc.

11. V. O dolcissimo Gesù, di piaghe coperto, da cinque ferite trafitto, di aromi cosparso, e nel sepolcro deposto; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

V. Ti adoriamo, o Cristo, e Ti benediciamo.

R). Poiché con la tua santa croce hai redento il mondo.

PREGHIAMO

O Dio, che per la redenzione del mondo volesti nascere, essere circonciso, dai Giudei riprovato, da Giuda traditore con un bacio tradito, da funi avvinto, come agnello innocente al sacrifizio condotto, ed in modo indegno ad Anna, Caifa, Pilato ed Erode presentato, da falsi testimoni accusato, con flagelli e schiaffi percosso, con obbrobri oltraggiato, sputacchiato, di spine coronato, con la canna percosso, bendato, delle vesti spogliato, alla croce con chiodi confitto, sulla croce innalzato, tra i ladroni annoverato, di fiele e di aceto abbeverato, e con la lancia ferito; Tu, o Signore, per queste santissime pene, che io indegno vado considerando, e per la tua croce e morte santissima, liberami dalle pene dell’inferno e, desiati condurmi dove conducesti il ladrone penitente con Te crocifisso. Tu che col Padre e con lo Spirito Santo vivi e regni nei secoli dei secoli. Così sia.]

CANTO DEL TEMPO DI QUARESIMA

Attende, Domine, et miserere, quia peccavìmus Tìbi.

R). Attende, Domine, et miserere, quia peccavimus Tibi.

1. Ad Te, rex summe,

omnium redemptor,

oculos nostros sublevamus

flentes; exaudi Christe,

supplicantium preces.

R). Attende etc.

2. V. Dextera Patris, lapis

angularis, via salutis,

janua cœlestis, ablue nostri

maculas delicti.

R). Attende etc.

3. V . Rogamus, Deus,

tuam majestatem, auribus

sacris gemitus exaudi; crimina

nostra placidus indulge.

R). Attende etc.

4. V. Tibi fatemur crimina

admìssa; contrito corde

pandimus occulta; tua, Redemptor,

pietas ignoscat.

R). Attende etc.

5. V. Innocens captus,

nec repugnans ductus, testibus

falsis prò impiis damnatus,

quos re demisti Tu

conserva, Christe.

R). Attende etc.

OREMUS

Respice, quæsumus Domine, super hanc familiam tuam, prò qua Dominus noster Jesus Christus non dubitavit manibus tradì nocentium, et Crucis subire tormentum.  Qui tecum vivit et regnat in sæcula sæculorum. Amen.

[R). Ascolta, o Signore, ed abbi misericordia, perché abbiamo peccato contro di Te.

R). Ascolta, o Signore, ed abbi misericordia, perché abbiamo peccato contro di Te.

1. V. A Te, o Sommo Re, redentore universale, eleviamo i nostri occhi piangenti;  esaudisci, o Cristo, la preghiera di chi a Te si raccomanda. R). Ascolta ecc.

2. V. O destra del Padre, o pietra angolare, o via di salvezza, o porta del cielo, tergi le macchie del nostro peccato. R). Ascolta ecc.

3. V. Preghiamo, o Dio, la tua maestà, porgi le sacre orecchie ai gemiti, e perdona benigno i nostri delitti. R). Ascolta ecc.

4. V. A Te confessiamo i peccati commessi; con cuore contrito manifestiamo ciò che è nascosto; la tua pietà, o Redentore, ci perdoni. R). Ascolta ecc.

5. V. Imprigionato innocente, condotto non riluttante, da falsi testimoni per i peccatori condannato, Tu, o Cristo, salva coloro che hai redento. R). Ascolta ecc.

PREGHIAMO

Riguarda benigno, o Signore, a questa tua famiglia, per la quale nostro Signore Gesù Cristo non dubitò di darsi in mano ai nemici e di subire il supplizio di croce. Egli che vive e regna Teco nei secoli dei secoli. Così sia.]

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PENSIERI DINANZI A GESÙ MORTO (1)

La morte è per l’uomo il termine supremo e il momento decisivo della vita. E dinanzi alla morte che egli appare veramente grande; fino a questo giorno solenne, per quanto potente e felice possa essere stato, tuttavia non ha raggiunto ancora l’apogeo della grandezza, poiché finché vive è sempre capace di sentimenti e di atti che possono distruggere in un istante tutto un passato di virtù e di gloria. Quindi come le virtù, così anche gli uomini perché si mostrino nel loro vero splendore e lascino nel cuore e nella memoria delle generazioni una traccia indelebile è necessario abbiano non solo la sanzione del tempo, ma anche la consacrazione della morte. Gesù non ignorava questa potenza della morte; Egli sapeva bene che essa è il coronamento della vita e che l’uomo il quale ha ricevuto una grande missione deve aspettarsi da lei per sé e per le opere proprie la consacrazione che assicura l’immortalità. Per questo come il Cristo era stato predestinato alla dottrina più sublime, alla virtù più eroica, alla gloria dei miracoli, alla maestà che faceva risplendere d’una luce divina il suo nome, la sua persona, la sua vita, così era stato predestinato alla morte. Questo il momento decisivo da cui dovevasi rilevare se Egli fosse un Dio, ovvero un semplice sapiente o un uomo qualunque. Ma Gesù che era stato così grande nella sua vita, più grande ancora si mostrò nella morte, dove rifulse di nuova luce la sua divinità. E dal fascino di tanta grandezza non poterono sottrarsi nemmeno coloro, che per Lui vivente non avevano avuto che insulti e disprezzo. Pochi momenti prima che spirasse intorno alla croce si agitava il tumulto delle urla sediziose, degli insulti e delle bestemmie del popolo; gli Scribi, i Farisei, gli Anziani e i Principi dei Sacerdoti schernivano la loro vittima. Ma ecco che il buon ladrone, il quale qualche momento fa aveva mescolato i suoi agli insulti della folla, ora protesta in favore della divinità di Gesù contro le bestemmie del suo compagno e con la sua preghiera, a Lui rivolto, confessa altamente che Egli è Dio. Gli ultimi insulti sono appena cessati, il Cristo ha appena esalato l’ultimo respiro che molti dei suoi nemici, ostinati e contraddicenti, scendono umiliati e pentiti quella china, che poco fa avevano salito con l’odio in cuore e con la bestemmia sul labbro; ed il Centurione alla vista dell’amore, che ha seguito Gesù fino al Calvario, della pazienza eroica della vittima, della potenza della Croce e sulla morte e sulla natura, il Centurione rappresentante glorioso del genere umano si percuote il petto e dice ad alta voce: Quest’uomo era veramente figlio di Dio [MARCO, cap. XV, v. 39]. E questo grido ha risuonato e risuonerà nel mondo fino alla consumazione dei secoli; mentre il Crocifisso del Golgota dall’un capo all’altro della terra, sui monti e sui mari, dal sorgere al tramontar del sole, è riconosciuto ed adorato per il Redentore del mondo. In questo modo la morte del Cristo rende testimonianza alla sua vita divina. Anche tu, anima cristiana, in questo momento abbracciata alla croce di Gesù, commossa e piangente per la sua dolorosa passione, compresa di meraviglia e di riconoscenza per la sua morte gloriosa, fa la solenne professione della tua fede; di’ a Gesù che lo vuoi riconoscere per il tuo Salvatore, che lo adori per il tuo Dio e che lo vuoi amare e seguire sempre fino al Calvario, per poi un giorno raggiungerlo in cielo. Così sia.

(1) Questi pensieri sono stati tolti dal LACORDAIRE, La Passione di N. S. G. C..

 

 

NELLA SETTIMANA SANTA: MEDITAZIONE PER IL VENERDI’

MEDITAZIONE PER IL VENERDÌ.

Sopra la morte di N. S. G. C.

Mediteremo sopra la morte di N. S. Gesù Cristo e riconosceremo come per essa ha compiuto quella somma obbedienza al suo Divin Padre che la Chiesa ricorda tante volte nella liturgia di questi giorni, ripetendo nella sua ufficiatura le parole di S. Paolo: Christus factus est prò nobis obediens usque ad mortem, mortem autem crucis (Philipp., II, 8): Cristo si è fatto per noi obbediente sino alla morte e morte di croce. C’immagineremo di vedere Gesù benedetto nel momento stesso che spira e prostrati a Lui davanti lo adoreremo piangendo.

PUNTO 1°.

Gesù con la sua morte ha obbedito totalmente.

Il peccato di Adamo fu peccato di superba disobbedienza e tali sono tutti i peccati degli uomini, che con essi negano superbamente di obbedire alla legge di Dio; è stato perciò stabilito da Dio che l’espiazione dei peccati si compiesse per mezzo dell’umile e totale obbedienza del Divin Verbo incarnato. Per obbedire al suo Padre Celeste Gesù discese dal cielo in terra e s’incarnò da Maria Vergine e nacque nella povera capanna di Betlemme; per obbedire al suo Divin Padre menò una vita di stenti e di travagli nella bottega di Nazaret; per obbedire al suo eterno Padre per tre anni andò intorno predicando per paesi e per città, assoggettandosi a fatiche, a privazioni, a umiliazioni d’ogni maniera. Infine, volendo il Padre suo che Egli per rendere più copiosa la redenzione morisse e non già di morte ordinaria, ma della morte più penosa e ignominiosa che mai vi fosse, della morte di croce, anche ad essa Gesù spinse la sua obbedienza. Quindi dopo essere passato per un’acerbissima Passione, dopo essersi lasciato crocifiggere, dopo aver agonizzato per tre ore sulla croce, giunto il momento di compiere la sua totale obbedienza e di mostrare la sua intera sottommissione al Divin Padre, chinò dolcemente il capo sopra il petto: et inclinato capite! (Jo., XIX, 30). Ecco l’estremo atto che lo dimostrava padrone della vita e della morte, e col quale impose alla vita di cessare in Lui e alla morte di appressarsi. Allora il cielo si fa più scuro, la terra trema, le rocce si spezzano, le tombe si aprono, le pallide ombre ne escono gemendo, il velo del tempio si squarcia in due parti, le sante donne svengono, la moltitudine tremante e pentita si picchia il petto, Giovanni scoppia in pianto, Maria rimane impietrita… E Gesù? Essendo divampata l’ultima fiamma d’amore per noi, impallidisce, chiude gli occhi versa ancor una lagrima, dà ancor un sospiro e muore: et inclinato capite tradidit spiritum! (Jo., XIX, 30).

PUNTO 2°.

Gesù con la sua morte ha obbedito generosamente.

Gesù, morendo in croce, non solo ha compiuta totalmente la volontà del suo Padre Celeste, ma l’ha compiuta altresì nel modo più generoso, col sacrificio più perfetto e sublime. Sonata l’ora di dar principio a questo sacrificio, egli vi si consacra senza più arrestarsi fino a che esso non sia pienamente consumato. E quando nel Getsemani la noia, la tristezza, la paura lo invadono per guisa da farlo sudare vivo sangue, egli grida: Ancora! ancora! E quando nel pretorio di Pilato le verghe ne straziano la carne innocente e le spine gli trapassano la testa, Egli grida: Più, più ancora! E quando condannato a morte e carico del suo patibolo, cade a terra più volte, sicché pare dover soccombere, Egli grida: Ancora, ancora di più. E solo si arresta in questo grido, quando non è possibile ottenere di più, quando la sua obbedienza ha dimostrato la suprema generosità, quando cioè con la crocifissione e morte ha compiuto del tutto l’eroico sacrificio. Per tal guisa il suo divin Padre, obbedito da Lui sino alla morte e morte di croce, accetta in odore di soavità il generoso sacrificio e gli dà in ricompensa ed eredità il dominio di tutte le genti. Intanto Gesù ci ha insegnato che, se anche noi desideriamo renderci ostie gradite al Padre suo, come dobbiamo obbedire sempre totalmente, così dobbiamo studiarci di obbedire con generosità, anche a costo di gravi sacrifici. Quante volte nella nostra vita si presentano occasioni, in cui a compiere l’obbedienza si prova immensa difficoltà, perché vi si tratta soprattutto di sacrificare l’amor proprio! Allora è il tempo di fissare lo sguardo su Gesù morto in croce per noi e per insegnarci a obbedire sino al massimo dei sacrifici.

PUNTO 3°.

Gesù con la sua morte ha obbedito -fruttuosamente.

Ammirabile è il frutto derivato dalla morte di Gesù. Questa morte, quanto fu crudele e obbrobriosa per Lui, altrettanto è stata utile per noi. Gesù, obbediente sul legno della croce, rappresentava tutti noi, che per suo mezzo, riconoscendo le nostre gravi disobbedienze, le abbiamo espiate. Anche noi peccatori siamo morti in Lui e con Lui. Perciò il decreto di morte, che per la disobbedienza di Adamo e nostra era stato emanato contro di noi, fu cancellato. Basta che noi, rigenerati nel Battesimo di Gesù, viviamo uniti a Lui con una vita di fede, di speranza e di carità, perché noi siamo realmente uomini nuovi, novelle creature (II Cor., IIII), in cui Iddio non trova più alcun motivo di dannazione: Nihil nunc damnationis est in his qui sunt in Christo Jesu (Rom., VIII). E così la perfetta obbedienza di Gesù è la perfetta nostra liberazione e il sigillo della nostra riconciliazione con Dio! Reconciliati sumus Deo per mortem Filii eius! (Rom., V, 10). Oh benefizio immenso recatoci dalla morte di Gesù! Oh carità infinita di Lui! Su adunque, anima mia, alza gli occhi e guarda il tuo Dio morto sopra una croce per scontare i tuoi peccati e salvarti! Come potrai pensare che le tue colpe lo hanno crocifisso e fatto morire e non piangerle amaramente per tutta la vita? Ah mio Gesù, pietà, perdono! Se vi ho offeso tanto, non vi offenderò più. Eccovi intanto il mio cuore: non rigettatelo da voi!

NELLA SETTIMANA SANTA: MEDITAZIONE PER IL GIOVEDI’

 

MEDITAZIONE PER IL GIOVEDÌ.

Sopra l’istituzione del SS. Sacramento.

Mediteremo sopra l’istituzione del SS. Sacramento fatta da Cristo in questo giorno. C’immagineremo di vedere Gesù nel cenacolo, che con insolita gioia, stando per separarsi dagli Apostoli, dà loro l’ultimo addio, comunica le sue ultime volontà e fa a tutti i suoi seguaci il gran dono dell’Eucaristia. Assisteremo a sì commovente spettacolo e rileveremo come Gesù in questo Sacramento si dia a noi come compagno del nostro pellegrinaggio, come prezzo della redenzione, come cibo d’immortalità.

PUNTO 1°.

Gesù ci si dà come compagno di pellegrinaggio.

Gesù, nella notte in cui doveva essere tradido, in qua nocte tradebatur (I Cor., XI, 23), per farci meglio comprendere il suo immenso amore, dopo aver compiuto con i suoi apostoli la cena legale e lavato loro i piedi, torna a mensa e preso del pane nelle sue mani adorabili, alzati gli occhi al cielo, lo benedice, lo spezza e lo distribuisce ai suoi Apostoli dicendo: Prendete e mangiate, questo è il mio corpo. E prendendo poscia il calice, rende grazie e dice: Bevetene tutti, questo è il mio sangue, il sangue del nuovo testamento, che sarà sparso per voi in remissione dei peccati. In virtù di queste parole onnipotenti il pane e il vino, conservando le sole apparenze, si tramutano nel corpo e nel sangue di Gesù. E questo prodigio si opererà sempre sui nostri altari; perché Gesù Cristo ha detto ancora agli Apostoli e a tutti coloro che ad essi succederanno nel sacerdozio: Fate questo in memoria di me. Così adunque Gesù ha mantenuto la sua promessa di non lasciarci orfani, così ha dimostrato quanto sia vero che prova la sua delizia restare con gli uomini: deliciæ meæ esse cum filiis hominum [Prov., VIII, 31); così ha comprovato con quanta verità Egli si sia rivolto alle anime tribolate per dir loro: Venite ad me omnes qui laboratis et honerati estis, et ego reficiam vos (MATTH., XI, 28): Venite a me, voi tutti che siete sotto il peso dei travagli, ed Io ristorerò le vostre forze; così si è dato realmente, come si esprime S. Tommaso: in socium nostræ peregrinationis, come compagno del nostro pellegrinaggio!O caro Gesù, come mi conforta il sapere che nel duro cammino da percorrere per giungere alla patria celeste, voi mi siete amabile compagno nel SS. Sacramento! Nei momenti difficili, oh, valgono più due minuti passati con fede e con amore davanti a Voi che non le giornate intere con coloro stessi che sembrano i più grandi amici e consolatori!

PUNTO 2°.

Gesù si dà come prezzo della redenzione.

Gesù nell’istituire il SS. Sacramento dell’Eucaristia anticipò altresì il sacrificio della croce, sebbene in modo incruento, e creando sacerdoti gli apostoli con la facoltà di crearne altri e ordinando loro di fare ancor sempre ciò che aveva fatto Egli, istituì pure l’Eucaristia come sacrificio, che rifacesse presente lo stesso sacrificio del Calvario. Gesù nel sacrificio del Calvario ha pagato il prezzo della nostra redenzione; ma opera la stessa cosa nella SS. Eucaristia, col darsi anche qui in pretium redemptionis, essendo che tutto nel sacrificio della Santa Messa è commemorazione viva della passione del Divin Salvatore: recolitur memoria passionis eius. Ivi il sacerdote, dicendo la stessa parola di Gesù: Questo è il mio corpo che sarà dato per voi; questo è il calice del mio sangue che sarà sparso per la remissione dei peccati; compie una misteriosa immolazione: Gesù è sacrificato sopra l’altare in nostro luogo; e l’amorosa sostituzione del Calvario si ripete ogni mattina. Ogni mattina, mentre noi stessi dovremmo morire, Gesù muore misticamente per adorare il suo Divin Padre, per ringraziare la sua bontà, per placarne la giustizia e coprire col suo sangue la moltitudine dei nostri peccati. Ecco perché il Signore ci risparmia non ostante le nostre colpe e ci fa ancora scendere sul capo una pioggia continua di benedizioni e di grazie che ci aiutano a operare la nostra salute. Gesù nell’Eucaristia, continuando a darsi in prezzo della nostra redenzione, ottiene per noi grazia e misericordia. Qual conto non dovrai dunque fare, o anima mia, della santa Messa? Con quali sante disposizioni non dovrai celebrarla o assistervi?

PUNTO 3°.

Gesù si dà come cibo d’immortalità.

Gesù nella SS. Eucaristia ha trovato il modo non solo di restare sempre con noi e di sacrificarsi per noi sui nostri altari, ma di darsi ancora in cibo all’anima nostra e in cibo di immortalità: in cibum immortalitatis. Parlando Egli di questo cibo e paragonandolo alla manna fatta da Dio cadere nel deserto a sostentamento degli Ebrei, diceva: Coloro che mangiarono la manna morirono, ma chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e Io lo risusciterò nell’ultimo giorno. E d ora dal santo tabernacolo continua a dire: Mangiate il mio Corpo e bevete il mio Sangue; compite la vostra perfezione, fate pago il vostro amore e il mio. La morte è nelle vostre viscere per il peccato; ma voi unitevi a me, Io sono la risurrezione e la vita: ego sum resurrectio et vita (Jo., XI, 25); io sono la vita che illumina lo spirito, la vita che dilata il cuore, la vita che corrobora la volontà, la vita che soffoca le passioni, la vita che fa germogliare la purità nei sensi, la vita che prepara la carne alla gloriosa risurrezione. E se è così, come non accostarci sovente e bene a questo cibo santissimo? Deh! oggi particolarmente che la Chiesa ricorda questa grande istituzione, e invita intorno all’altare i fedeli, andiamo a disfogare davanti a Gesù i sensi della nostra gratitudine per sì gran dono, risoluti di giovarcene per la nostra salute.

ORATIONES

205

Deus, qui prò redemptione mundi voluisti nasci, circumeidi, a Iudæis reprobari, a Iuda traditore osculo tradì, vinculis alligari, sicut agnus innocens ad victimam duci atque conspectibus Annæ, Caiphæ, Pilati et Herodis indecenter offerri, a falsis testibus accusari, flagellis et opprobriis vexari, sputis conspui, spinis coronari, colaphis cædi, arundine percuti, facie velari, vestibus exui, cruci clavis affigi, in cruce levari, inter latrones deputari, felle et aceto potari et lancea vulnerari, Tu, Domine, per has sanctissimas pœnas tuas, quas ego indignus recolo, et per sanctam Crucem et Mortem tuam, libera me a pœnis inferni et perducere digneris, quo perduxisti latronem tecum crucifixum. Qui cum Patre et Spiritu Sancto vivis et regnas Deus per omnia sæcula sæculorum. Amen.

Quinquies: Pater, Ave et Gloria.

 Indulgentia trium annorum [3 anni].

Indulgentia quinque annorum, si feriis sextis Quadragesimæ oratio recitata fuerit. [nel venerdì di quaresima. ndr.]

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, sj. Quotidie per integrum mensem oratio devote recitata fuerit (S. C. Indulg., 25 aug. 1820; S. Pæn. Ap., 6 oct. 1933 et 7 mart. 1941).

207

Eccomi ai vostri piedi, Nazareno Gesù; ecco la più miserabile delle creature, che viene alla vostra presenza, umiliata e pentita. Misericordia di me, o Signore, secondo la vostra grande misericordia! Peccai e contro di voi furono le mie colpe. A voi però appartiene l’anima mia, perché l’avete creata e redenta col prezioso Sangue vostro. Deh! fate che l’opera vostra non si perda, e abbiate pietà di me. Datemi lagrime di penitenza: perdonatemi, che sono vostro figlio: perdonatemi come perdonaste al ladro pentito: guardatemi dall’alto dei cieli e beneditemi.

Credo in Deum etc., …

Indulgentia trium annorum (S. C. Indulg., 26 iun. 1894; S. Paen. Ap., 12 maii 1931).

209

O mio Dio Crocifisso, eccomi ai piedi vostri, non vogliate rigettarmi ora che mi presento a voi come peccatore. Vi ho offeso tanto per il mio passato, Gesù mio, ma non sarà più così. Dinanzi a voi, mio Dio, presento tutte le mie colpe…, già le ho considerate e vedo che non meritano perdono; ma deh! date uno sguardo ai vostri patimenti e guardate quanto vale quel Sangue, che scorre dalle vostre vene. Chiudete, mio Dio, in questo momento gli occhi ai miei demeriti e apriteli agli infiniti meriti vostri e giacché vi siete compiaciuto morire per i miei peccati, perdonatemeli tutti, affinché mai più senta il peso di essi, perché quel peso, o Gesù, troppo mi opprime. Aiutatemi, mio Gesù, voglio ad ogni costo divenire buono; togliete, distruggete, annientate tutto ciò che si trova in me non conforme alla vostra volontà. Vi prego però, Gesù, ad illuminarmi, affinché possa camminare nel vostro santo lume (S. Gemma Galgani).

Indulgentia quingentorum (500) dierum.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, oratione quotidie per integrum mensem devote repetita (S. Pæn. Ap., 16 febr. 1934 et 26 nov. 1934).

210

Adesto nobis, Domine Deus noster; et quos

sanctæ Crucis laetari facis honore, eius quoque

perpetuis defende subsidiis. Per Christum Dominum

nostrum. Amen (ex Missali Rom.).

Indulgentia quinque (cinque anni) annorum.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo

quotidie per integrum mensem oratio pia mente iterata fuerit (S. Pæn. Ap., 14 sept. 1934).

211

Deus, qui prò nobis Filium tuum Crucis patibulum

subire voluisti, ut inimici a nobis expelleres

potestatem: concede nobis famulis tuis;

ut resurrectionis gratiam consequamur. Per

eumdem Christum Dominum nostrum. Amen

(ex Missali Rom.).

Indulgentia quinque annorum.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, quotidiana orationis recitatione in integrum mensem adducta (S. Pænit. Ap., 22 nov. 1934).

212

Deus, qui unigeniti Filii tui pretioso Sanguine,

vivificæ Crucis vexillum sanctificare voluisti:

concede, quæsumus, eos qui eiusdem sanctæ

Crucis gaudent honore, tua quoque ubique protectione

gaudere. Per eumdem Christum Dominum nostrum. Amen (ex Missali Rom.).

Indulgentia quinque annorum.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo quotidie per integrum mensem oratio devote reiterata fuerit (S. Pæn. Ap., 7 febr. 1935).

213

Domine Iesu Christe, Fili Dei vivi, qui hora

sexta prò redemptione mundi Crucis patibulum

ascendisti et Sanguinem tuum pretiosum in remissionem

peccatorum nostrorum f udisti ; te humiliter

deprecamur, ut post obitum nostrum paradisi

ianuas nos gaudenter introire concedas:

Qui vivis et regnas in sæcula sæculorum. Amen

(ex Missali Rom.).

Indulgentia quinque annorum.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidie per integrum mensem oratio pie recitata fuerit (S. Pæn. Ap., 18 iul. 1936).

191

Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi;

quia per sanctam Crucem tuam redemisti mundum.

Indulgentia trium annorum (S. Paen. Ap., 2 febr. 1934).

Fidelibus vero, qui pio animi affectu in Passionem ac Mortem D. N . I . C. Credo una cum supra relata precatiuncula recitaverint, conceditur: [il Credo e la preghiera con animo contrito ed partecipe della Passione e morte di N. S. G. C. –ndr.-]

Indulgentia decem annorum;

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidie per integrum mensem eamdem recitationem pia mente persolverint (S. Pæn. Ap., 20 febr. 1934).

192

Signore, vi ringrazio che siete morto in Croce

per i miei peccati (S. Paolo della Croce).

Indulgentia trecentorum dierum.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, invocation quotidie per integrum mensem devote iterata (S. Pæn. Ap., 18 ian. 1918 et 10 mart. 1933).

HYMNUS

193

Vexilla Regis prodeunt,

Fulget Crucis mysterium,

Qua vita mortem pertulit,

Et morte vitam protulit.

Quae vulnerata lanceae

Mucrone diro, criminum

Ut nos lavaret sordibus,

Manavit unda et sanguine.

Impleta sunt quae concinit

David fideli Carmine,

Dicendo nationibus:

Regnavit a ligno Deus.

Arbor decora et fulgida,

Ornata regis purpura,

Electa digno stipite

Tarn sancta membra tangere.

Beata, cuius brachiis

Pretium pependit saeculi,

Staterà facta corporis,

Tulitque praedam tartari.

0 Crux, ave, spes unica,

Oentis redemptae gloria ! (1)

Piis adauge gratiam,

Reisque dele crimina.

Te, fons salutis, Trinitas,

Collaudet omnis spiritus:

Quibus Crucis victoriam

Largiris, adde præmium. Amen.

(ex Brev. Rom.). 

(1) Loco: Gentis redemptæ gloria, dicatur: Tempore Passionis: Hoc Passionis tempore! — Tempore Paschali: Paschale quæ fers gaudium! — In festo Exaltationis Crucis: In hac triumphi gloria! 

Indulgentia quinque annorum.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo quotidie per integrum mensem hymnus pie recitatus fuerit (S. C. Indulg., 16 ian. 1886; S. Pæn. Ap., 29 apr. 1934).

L’UFFICIO DELLE TENEBRE (2018)

GIOVEDÌ SANTO AL NOTTURNO:  L’UFFICIO DELLE TENEBRE

[Dom Guéranger: l’Anno Liturgico, vol. I, Paoline ed. Alba, impr. 1957]

Carattere di tale Ufficio.

L’Ufficio del Mattutino e delle Lodi dei tre ultimi giorni della Settimana Santa differisce non poco da quello degli altri giorni dell’anno. Giovedì, Venerdì e Sabato la Chiesa tralascia quelle esclamazioni di gioia e di speranza con cui suole cominciare la lode di Dio. Non si sente il recitativo del « Domine, labia mea aperies: Signore, sciogli le mie labbra, affinché possa annunziare la tua lode »; nè il “Deus, in adjutorium meum intende”: O Dio, vieni in mio soccorso; nè il Gloria Patri alla fine dei Salmi, dei Cantici e dei Responsori. Negli Uffici rimane solo ciò ch’è loro essenziale nella forma, scomparendo tutte quelle vive aspirazioni che i secoli vi avevano aggiunte.

Il Nome.

Si dà comunemente il nome di Tenebre ai Mattutini ed alle Lodi degli ultimi tre giorni della Settimana Santa, perché vengono celebrate al mattino presto, prima del levar del sole.

Il Triangolo dei quindici ceri.

Un rito imponente e misterioso, esclusivo di questi Uffici, conferma tale appellativo. Nel tempio, presso l’altare, si colloca un grande candeliere di forma triangolare, dove si dispongono quindici ceri. Questi ceri, come pure i sei dell’altare, sono di cera gialla, come quelli degli Uffici dei Defunti. Al termine d’ogni Salmo, o Cantico, si spegne successivamente uno dei ceri del grande candeliere; alla fine ne rimarrà acceso uno solo, quello posto al vertice del triangolo. Ora spieghiamo il senso di queste diverse cerimonie. Siamo nei giorni in cui la gloria del Figlio di Dio rimane eclissata sotto le ignominie della sua Passione. Egli era la « luce del mondo », potente in opere ed in parole, poco fa accolto dalle acclamazioni di tutto un popolo; ed ora eccolo spogliato di tutte le sue grandezze e divenuto « l’uomo dei dolori, un lebbroso », dice Isaia; « un verme della terra, e non più uomo », dice il Re Profeta; « un motivo di scandalo per i suoi discepoli», dice egli stesso. Tutti s’allontanano da lui: Pietro stesso nega d’averlo conosciuto. Tale abbandono e tale defezione pressoché generale sono appunto figurati nell’estinzione successiva dei ceri che stanno sul Triangolo e di quelli dell’altare.

Un antico rito.

Secondo un’usanza di origine franca, che ci è confermata da Amalario e ch’ebbe vita fino alla recente riforma, essendo stati spenti i ceri dell’altare durante la recita del Benedictus, il cerimoniere prendeva l’unico cero rimasto acceso sul candeliere e lo teneva appoggiato sull’altare durante il canto dell’antifona che si ripete dopo il Cantico. Poi andava a nascondere questo cero, senza spegnerlo, dietro l’altare. E lo conservava così, lontano da tutti gli sguardi, per tutta la recita del Miserere e della sua orazione conclusiva. Terminata la quale, si faceva un po’ di rumore contro gli scanni del coro fino all’apparire del cero ch’era stato nascosto dietro l’altare. [Simile rito viene officiato a Sessa Aurunca (CE), con il nome di “terremoto”] Con la sua luce sempre conservata annunciava la fine dell’Ufficio delle Tenebre. In realtà, la luce misconosciuta del Cristo non s’era mai spenta. Si metteva per un momento il cero sull’altare per indicare ch’esso era là come il Redentore sul Calvario dove soffriva e moriva. Poi, per significare la sepoltura di Gesù, si nascondeva il cero dietro l’altare e la sua luce scompariva. Allora un brusio confuso si diffondeva nel tempio immerso nelle tenebre per la scomparsa di quell’ultima fiammella. Tale rumore, unito alle tenebre, esprimeva la convulsione della natura nel momento in cui, spirato il Salvatore sulla croce, la terra aveva tremato, le rocce si erano spaccate e s’erano aperti i sepolcri. Ma tutto ad un tratto il cero riappariva nel pieno splendore della sua luce e tutti rendevano omaggio al vincitore della morte.

Le Lamentazioni di Geremia su Gerusalemme.

Le Lezioni del primo Notturno di ciascuno di questi tre giorni sono prese dalle Lamentazioni di Geremia. In esse vediamo lo spettacolo desolante che offrì la città di Gerusalemme, quando il suo popolo fu portato prigioniero in Babilonia, in punizione del peccato dell’idolatria. La collera di Dio è tutta impressa su queste rovine che Geremia deplora con parole così vere e terribili. Però un tale disastro non era che la figura d’un altro ancora più spaventoso. Se Gerusalemme cade in mano altrui ed è condannata alla solitudine dagli Assiri, almeno conserva il proprio nome; del resto, il Profeta che oggi si lamenta sopra di lei, aveva pure predetto un limite alla sua desolazione, che non sarebbe durata più di settant’anni. Ma nella seconda rovina la città infedele perdette anche il nome. Riedificata poi dai vincitori, per più di due secoli portò il nome di Elia Capitolina; e se, ristabilita la pace della Chiesa, tornò a chiamarsi Gerusalemme, non fu in ossequio a Giuda, ma per ricordarsi del Dio del Vangelo che Giuda aveva crocifisso nella sua città. Non è valsa la pietà di S. Elena e di Costantino, né i valorosi sforzi dei crociati a ridare in maniera durevole a Gerusalemme almeno l’ombra d’una città secondaria: la sua sorte è d’essere schiava degl’infedeli, fino alla fine dei tempi. È la maledizione che s’è attirata addosso in questi giorni: ecco perché la santa Chiesa, per farci capire la grandezza del delitto commesso, ci fa rintronare nelle orecchie i pianti del Profeta, che solo ha potuto adeguare le lamentazioni ai dolori. È un’elegia commovente, che si canta su un tono semplicissimo, e risale alla più remota antichità. Le lettere dell’alfabeto ebraico, che separano le strofe, indicano la forma acrostica che questo poema contiene nell’originale; noi le cantiamo perché anche i Giudei le cantavano.

189

Officium Tenebrarum

Fidelibus, qui feriis IV, V et VI Maioris Hebdomadæ Officiis, quae vocant, Tenebrarum interfuerint et psalmorum ac lectionum cantum aut devota lectione, aut piis super dominica Passione meditationibus vel orationibus, prò suo quisque captu, secuti fuerint, conceditur:

Indulgentia decem annorum unoquoque ex dictis diebus;

[in ognuno dei tre giorni: 10 anni]

Indulgentia plenaria, si cunctis tribus diebus eidem pio exercitio vacaverint et præterea peccata sua sacramental pænitentia expiaverint, cælesti Epulo enutriti fuerint et ad mentem Summi Pontificis oraverint (S. Pæn. Ap., 16 mart. 1935).

[Ind. Plen. Se espletati tutti i tre uffici, con Comunione, Confessione, e pregh. sec. le intenz. del Pontefice]