IL SACRO CUORE DI GESÙ (47)

IL SACRO CUORE (47)

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ-

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE TERZA.

Sviluppo storico della divozione.

CAPITOLO SECONDO

CAPITOLO Ill.

PRIMO SVILUPPO DELLA DIVOZIONE

(SECOLO XVI)

Si rileva dai fatti e dai testi raccolti nel capitolo precedente, che la divozione al sacro Cuore era molto diffusa verso la fine del medio evo e ai tempi del Rinascimento. Abbiamo ancora notato, benché vagamente, qualche corrente di propaganda, qualche centro d’irraggiamento. Abbiamo pur constatato che si avevano esercizî e pratiche determinate, come in santa Matilde, in santa Gertrude, in Taulero, in Domenico di Treviri, nella beata Varani, ecc. Ma sembra che nella seconda metà del XV secolo e nella prima metà del XVI la divozione tendesse a emanciparsi, a organizzarsi in divozione distinta, a fiorire in pratiche speciali e proprie. Non si tratta più soltanto di relazioni personali fra: Gesù e l’anima; essa si concretizza in certo qual modo e diviene una divozione che si propone, con esercizî suoi proprî e di cui si preconizza il valore e si concilia l’uso. Così passa, per così dire, dal dominio della mistica in quella dell’ascetica cristiana. Un certosino di Colonia, Lansperge, e un benedettino, Luigi di Blois, hanno avuto, sembra, la più gran parte in questa prima fioritura della divozione, ma intorno a loro, poco prima o poco dopo, possiamo notare altri nomi e segnalare altre influenze. Cominciamo con due testi che formano, per così dire, un legame fra questo e il capitolo precedente.

IN DANIMARCA E IN BAVIERA

Il manoscritto di Mariebo. Il Prete Bavarese.

In un libro di preghiere che l’abbadessa di Mariebo, in Danimarca, fece scrivere nel 1497, troviamo una preghiera al Cuor di Gesù: « Salve, cuore onorabile di Gesù Cristo, Io vi prego, o cuore dilatato (blühendes) e amante di Gesù Cristo dal quale scorre, ha scorso, e scorrerà sempre ogni bene, ogni gioia, ogni felicità. Io vi saluto, santo Cuore di Gesù che so capace di illuminare il mio cuore tenebroso e agghiacciato. Fortificatelo, confermatelo nel vostro amore e nel vostro santo timore, perché io possa amarvi temervi, perfettamente e lodarvi degnamente nell’eternità. Così sia » (Volktshimliche Andachtsitbungen der Dinen beim Ausgange des Mittelalters, articolo del P. W. Scumrtz, s. j. nella rivista Stimmen aus Maria-Laach, agosto 1891, t. XLI, p. 191, 192. Il P. Scumitz non dà il testo originale. Il manoscritto al quale rimanda, è della biblioteca reale di Copenhague, collezione Thott, n. 553, in 4°. La preghiera si trova, io credo, al foglio 32, ma il richiamo manca di precisione. Il manoscritto contiene, ci dite il P. Scamitz, una grande scelta di preghiere piene di unzione, specialmente quelle rivolte all’anima di Cristo, alla sua faccia, alle sue cinque piaghe, alla piaga del costato e al Cuore di Maria. L’indicazione di questo articolo si deve alla cortesia di P. Bernard.). – Nel 1510. un prete di Monaco componeva una raccolta di preghiere e di meditazioni sulla vita e sui dolori di N. S. Gesù Cristo, dove pur si trova un bell’esercizio della divozione. al sacro Cuore. È  nella meditazione 52, ma sulla ferita del costato. I pensieri sono quelli della tradizione sul simbolismo del sangue e dell’acqua, ma l’idea del cuore è sempre espressa. « La lancia del soldato…. ha raggiunto il vostro cuore sì buono e sì tenero, ha aperto la benedetta e viva sorgente del vostro sangue ». Seguono bellissimi commenti sulla virtù del sangue redentore, dell’acqua purificatrice, sul simbolismo della Chiesa che esce dal costato di Cristo, come Eva da quello d’Adamo, su questa ferita ancor più venerabile delle altre. « Chiunque, aggiunge il pio autore, chiunque beva alla divina e sacra sorgente di questa larga ferita, non foss’altro che una sol goccia del santo amore, dimentica tosto le sue tristezze e le sue pene…. Andiamo, andiamo, povera anima mia, penetra adunque nel costato destro del tuo Signore crocifisso. Entra per questa larga ferita nel cuore amantissimo di Cristo, che nel suo ardente amore sì è lasciato trafiggere. Cerca un rifugio nella cavità di questa roccia contro le inquietudini e il tumulto del mondo. Anima fedele penetra dunque in questo cuore sublime, in questo cuore nascosto, in questo cuore misterioso, in questo cuore divino, che si apre così largamente dinanzi a te; entra in quel mare, anima benedetta da Dio. Perché esitare sì lungo tempo? Davanti a te si dischiude la sorgente della. vita, la via della salute, la fontana celeste da cui scorrono i flutti preziosi che riconfortano e beatificano. Ecco la città di rifugio, contro gli attacchi dello spirito cattivo; ecco l’asilo inviolabile contro la collera del giudice che deve venire. Ecco la sorgente inesausta della divina grazia…. La sorgente che la potenza divina fece scaturire nel mezzo del paradiso terrestre. Anima cristiana, bevi dunque a questa sorgente sì pura del Salvatore, una goccia del divino amore…. ». Ciò che segue riguarda anche più direttamente il cuore. « Per questa santa ferita, o cristiano, penetra sino al più intimo del tuo Salvatore. Egli t’invita a dimorare in lui, lo esige. Tutto il suo desiderio è che il tuo cuore faccia un sol cuore col suo. Figlio mio, ti dice, dammi il tuo cuore. Il cuore…. intendi …. nessun’altra cosa; il cuore è il dono migliore che tu possa fargli. Se il Salvatore ha voluto che il suo costato fosse sì largamente aperto e il suo cuore sì profondamente ferito, è affinché tu possa entrare liberamente nel cuore del tuo diletto e gustare quanto è dolce e soave dimorare così nel santuario intimo del cuore del tuo Dio. Si opererà in questo modo una unione così intima e indissolubile che d’ora innanzi potrai compiere nella semplicità del tuo cuore ogni cosa per la maggior gloria di Gesù e cercare in tutto il suo buon volere e vivere interamente sotto la sua dipendenza. Dove potrai ritrovare una dimora più sicura, un riposo più tranquillo, un sonno più dolce, che nelle sacre piaghe di Gesù Cristo? Dove potrai trovare sapienza più grande, insegnamenti più utili per il tuo progresso spirituale, che pelle intime profondità del cuore del divin Crocifisso da cui scorrono le acque vivificatrici della grazia? Da dove potrai più efficacemente scacciare la tiepidezza? Da dove meglio infiammare il cuore di santo amore e dove trovare più facilmente rimedio alle tue ferite e raccoglimento perfetto, che nel cuore di Cristo? Nulla sulla terra potrebbe infiammare e attirare così irresistibilmente il cuore umano come l’amore infinito di Cristo sulla croce. Il mio Amore è stato trafitto e ferito, affinché io possa penetrare liberamente nel cuore amante dell’eterno Amore…. ». « Anima cristiana, stringiti al sacro Cuore del tuo Dio…. se lo puoi, strappati il Cuore dal petto e mettilo nel cuore del tuo Maestro, affinché lo custodisca, lo governi, lo. Protegga contro le seduzioni delle creature e le rovine del peccato…. ». – « Apri il tuo cuore, a questo Maestro, a Gesù, affidagli interamente il tuo cuore, dallo a Lui senza riserva, con tutti i suoi desideri, tutte le sue volontà, tutte le sue ripugnanze. Un sol cuore, un’anima sola con Gesù, una conformità perfetta di giudizi e di sentimenti in ogni cosa, una sottomissione assoluta alla sua sovrana volontà per tutto e sempre. Tu possederai così la pace più soave e dimorerai in Lui. La preghiera che si sprigiona da queste considerazioni e da queste esortazioni è tutta impregnata essa stessa dello spirito della divozione al sacro Cuore. « Dolcissimo Signore Gesù, sorgente d’intime gioie, voi che abitate nei cuori che vi amano e vi sono devoti…., Voi avete voluto che la lancia vi squarciasse il sacro costato; datemi dunque, io ve ne supplico, di poter entrare in quell’abisso senza fondo di misericordia; lasciatemi penetrare, per questa piaga, nell’intimo santuario del vostro Cuore amabilissimo, affinché il mio cuore si unisca al vostro cuore indistruttibile, e s’infiammi d’amore per Voi, affinché Voi dimoriate in me, ed io in voi, e che questa unione abbia eterna durata. Ferite il. mio cuore con i raggi penetranti del vostro amore sovrano; feritelo profondamente, questo cuore così freddo e così vile; trapassatelo da parte a parte, affinché, grazie a questa ferita salutare, la mia anima ricuperi una sanità perfetta e d’ora innanzi nessun amore s’impossessi del mio cuore e io non cerchi, e non trovi gioia e consolazione che in Voi solo. Che il mio cuore si apra solo per Voi, o Gesù, che sia chiuso a satana e al mondo, e protetto contro tutti gli attacchi, dal segno della vostra santissima. croce, o Gesù. Così sia. (Secondo le Bulletin de l’Oeuvre du Vœu national, 2 ottobre 1896, t. XXI, n. 19 P- 856-858. È da rimpiangere che il Bollettino, non dia nessuna indicazione precisa sul libro da cui ciò è ricavato. Dice solo che fu pubblicato nel 1887. FRANCIOSI ha riprodotto il testo dal Bollettino, col. 337. 340 trascrivendo, però, in maniera inesatta le indicazioni già insufficienti).

II.

LANSPERGE E LUIGI DI BLOIS

La divozione si concretizza. Pratiche è preghiere. — Da mistica diviene ascetica.

Queste preghiere e questi esercizî di cui, senza dubbio, sarebbe facile moltiplicare gli esempi, preparavano un nuovo divozione. Non era ancora una divozione  organizzata se così può dirsi, una esistenza stabile e distinta e le sue pratiche speciali; ma questa organizzazione era in via di sviluppo. Due uomini vi diedero potente aiuto, cioè: il devoto Lansperge della Certosa di Colonia (Giovanni Giusto, o Gerecht, di Landsberg in Baviera, morto nel 1539) e il pio Luigi di Blois (Blosius), benedettino, abate di Liessies, in Hainaut, che morì nel 1566. – Lansperge fu il primo e sembra aver fatto il più. La sua influenza si esercitò sullo stesso Luigi di Blois, che lo conobbe e lo citò: ma anche Luigi fece pur molto per propagare e rendere popolari alcune pratiche destinate a diffondersi molto. Nei due, pertanto, la divozione si presenta come un esercizio eccellente della vita ascetica e buon numero di pratiche e di preghiere ci son date per renderla facile. Lansperge è più ricco e più vario. Egli offre modelli mirabili di preghiere e di affetti al sacro Cuore. Fu uno dei primi a portare delle immagini del cuore. Per i particolari rimando a dom Boutrais, ma bisogna pur citare almeno qualche passo per mostrare con quale insinuante pietà raccomanda la sua cara divozione. Per lui, questa divozione « è traboccante d’amore e di misericordia » e cerca uno stimolo nell’immagine sensibile del cuore. – Ecco come ne scrive a una novizia: « Cerca di onorare il Cuore del tenerissimo Gesù Cristo, Nostro Signore, tutto traboccante d’amore e di misericordia; abbi la divozione di salutarlo spesso; bacialo; penetra in ispirito e fa a Lui le tue domande e offrigli i tuoi esercizi, Esso è il deposito (apotheca) di tutte le grazie, la porta per cui andiamo a Dio e Dio viene a noi. Abbi dunque un’immagine del Cuor divino o delle cinque piaghe, o di Gesù sanguinante e piagato, mettila in qualche luogo dove vieni tu a passare di frequente, affinché ti ricordi la tua pratica e il tuo esercizio d’amore verso Dio. A questa vista…. innalza a Dio il tuo cuore e solo con lo spirito, senza strepito di parole, grida verso di Lui, desiderando che il tuo cuore sia purificato e che il tuo cuore e la tua volontà si riuniscano al cuore di Cristo e alla sua divina volontà. Potrai pure, se la divozione ti spinge a ciò, baciar questa immagine, che intendo del cuor di  Gesù, su cui stringerai le labbra col desiderio d’imprimervi il tuo cuore, d’immergervi il tuo spirito, di assorbirti là, figurandoti di attirare dal suo Cuore grazioso nel tuo il suo spirito, le sue grazie e le sue virtù, e tutto quello che, nella sua immensità, contiene di salutare per te. Il cuore del Signore trabocca di tutto ciò. È dunque molto utile e molto pio onorare devotamente il Cuore del Signore Gesù. Ricorri ad esso in ogni necessità e attingi ad esso consolazioni e conforti d’ogni specie. Ancorchè tutti i cuori ti abbandonassero ed ingannassero, non temere; questo Cuore fedelissimo non ti abbandonerà né ingannerà (Pharetra divini amoris, libro 1, parte 5°. Exercitium ad piissimum Cor Jesu, p. 196, Montreuil 1892, completa secondo l’edizione in 18.mo, Parigi 1576, senza impaginatura e secondo la lettera  citata nel Mois du Sacré-Coeur de Jèsus par d’anciens auteurs Chartreux; p. 552. Montreuil 1886. L’ultima frase è quasi testualmente in Domenico di Treviri. Vedi p. 262. È difficile, nei minuti particolari di espressione, avere il testo esatto di Lansperge, tanto tutto questo è stato ritoccato. L’edizione della Pharetra, Montreuil 1895, differisce molto da quella di Parigi 1526, che si dà come l’edizione principe, (nunc primum typis excusa) e che è, probabilmente, una semplice ristampa della prima edizione che dovè uscire a Colonia; la distribuzione della materia è tutt’altra, e le preghiere e gli esercizî non sono sempre gli stessi. Ve ne sono di più nell’edizione del 1892; ma mancano documenti di prim’ordine e indicazioni pratiche che facevano della Pharetra un manuale di vita spirituale eccellente. Si aveva forse avuto paura di dar pretesto ad accuse di quietismo?). A questi consigli bisogna aggiungere, non foss’altro che come esempio, qualche estratto delle pie aspirazioni che ci propone: O Gesù amabilissimo, quando mi toglierai questo cuore macchiato, e mi darai il cuor tuo?…. Quando sarà che il mio cuore potrà essere tutto imbalsamato dell’odore delle tue virtù e infiammato d’amore per le cose celesti? Ah! dolcissimo Gesù, chiudi il mio cuore; rimani tu solo, siane il solo padrone; deh! che il mio cuore sia nobilitato e abbellito dalla nobiltà del tuo cuore. Imprimi, te ne prego, nel mio cuore, tutte le ferite del tuo cuore ferito, affinché io vi legga incessantemente, l’amore immenso del tuo cuore per me e i suoi vivi dolori » (loc. cit. p. 197). Né si potrebbe tralasciare questa bella preghiera, una di quelle che afferrano meglio «al vivo e in azione la divozione al sacro Cuore. – «O cuore sì nobile, sì buono, sì dolce, del mio fedele amico Gesù Cristo, mio Dio e mio Signore, attira, assorbi in te, te ne prego, il mio cuore e tutti i miei pensieri, i miei affetti, con tutte le potenze dell’anima mia e i miei sensi e tutto quello che è in me, tutto quello che io sono e che posso; che io non viva che per la tua gloria e a seconda della tua santissima volontà ». – « O misericordiosissimo Gesù, io mi rimetto e mi abbandono interamente nel tuo Cuore. Io ti prego, o Dio di bontà, di togliermi questo mio cuore corrotto, senza pietitudine; dammi il tuo cuore divino, o, almeno, rendi il mio cuor secondo il cuor tuo, e lavoralo come  più ti piace ». – « Ah! Signore, mio Dio, mio Salvatore e Redentor mio, togli i miei peccati e tutto quello che ti dispiace in me, e in me versa dal tuo santissimo Cuore quel che ti è grato. Cambiami e possiedimi tutto. Che io non viva che per piacerti, o Dio santissimo, e per amarti. Fai che il mio cuore si unisca al tuo Cuore e la mia volontà alla volontà tua; che nulla io voglia, che mai possa io nulla volere all’infuori di quel che tu vuoi e che a te piace. Che io ti ami, o dolce Gesù, mio Dio, con tutto il cuore e al disopra di tutte le cose. Amen » (Pharetra, loc. cit., p. 198. Con questa differenza che l’ultimo paragrafo si trova avanti del primo. lo ho seguito l’ordine antico. Molti altri testi in Franciosi, 294-301). – Io non credo che possa trovarsi, anche oggidì, nulla di più pio in onore del sacro Cuore, nulla di più penetrante, di queste aspirazioni o di queste preghiere di Lansperge. Sono veramente delle frecce d’amore. – Luigi di Blois ci consiglia a rifugiarci nel Cuore di Gesù per la piaga aperta del suo costato nelle tentazioni, afflizioni, miserie della vita, per trovarvi forza e misericordia, per attingervi consolazione e gioia (Margaritum spirituale, pars. 3, c. XIX, Opera in fol., edizione d’Ingolstadt, 1726, p. 603. Le parole stesse sono quelle degli Erercitia Tauleriana. Ho sott’occhi per questa 4.a edizione D. Ludovici. Blosii…., opera accurate recognita, Colonia 1615. Il capitolo indicato si trova a p. 604-607). Ci raccomanda: con insistenza « di offrire le nostre buone opere al dolcissimo e sacratissimo Cuore di Gesù Cristo, affinché le purifichi le perfezioni (Conclave anima fidelis, part. 1, speculum spirituale; c. VII, p. 4, n. 4, loc.. cit., p. 450, edizione del 1615; p. 59). – A questo scopo ci suggerisce delle formule bellissime, come, ad esempio, questa; «Io ti offro, o Padre celeste, l’amore infiammato e i desideri ardenti del cuore di Gesù,. Tuo Figlio diletto, per supplire all’aridità e alla freddezza del mio povero cuore » (Conclave, pars 4. Scriniolum p. 5, l. c. p. 507. Ed. 1615, p. 135). Egli ha, per salutare il Cuore, delle parole di una tenerezza squisita..« Salve, cuore amantissimo, buonissimo, dolcissimo (mellitissimum), ferito per me. Salve, tesoro (gazophylacium) incomparabile d’ogni bene e di ogni beatitudine. Di grazia (eia), sii per me un gradevole asilo (umbraculum) alla morte, e, dopo la. morte, la mia dimora eterna » (Institutio spiritualis. Appendice III, endologia 6, p. 272, ed. 1615, p. 473). Ci raccomanda, di poi, di appropriarci le intenzioni del sacro Cuore e di offrire tutte le mostre preghiere, azioni e pene, in unione con Lui, per la gloria di Dio e la salute della sua Chiesa (Institutio spiritualis, c. 1X, P. 253. Ed. 1615, p. 447. Per più ampi dettagli vedi Franciosi, col. 310-312). È la pratica che l’Apostolato della preghiera doveva lanciare, un giorno, attraverso il mondo.

III

INFLUENZA DI LANSPERGE E DEI CERTOSINI

Eschio. Canisio. I Certosini.

Lansperge e Luigi di Blois sembrano avere avuto una missione speciale nella nostra divozione, e cioè organizzarla e propagarla. I loro scritti la fecero conoscere e praticare anche lontano. Accanto a Lansperge e, in parte almeno, sotto la sua influenza, la vediamo praticata da Eschio, da Canisio e dai Certosini. – Eschio o Van Fsch (1507-1578), il maestro di Pietro Canisio o del Surio fu, come già ho notato, l’amico di Lansperge e della Certosa di Colonia. Ci rimangono di lui degli esercizî molto commoventi della divozione al sacro Cuore « O dolcissimo Signore Gesù Cristo, io ti prego per l’ardente amore del tuo cuore divino, per il tuo cuore umano trafitto e per le tue angosce, imprimi il mio cuore in quel tuo cuore trafitto e riempilo di quella carità perfetta che possa sradicare in me ogni amore personale per me stesso e per le creature. Che la freccia del tuo ardente amore mi ferisca e mi infiammi per siffatto modo che io possa amarti perfettamente con tutta l’anima, con tutto il cuore, con tutto lo spirito, con tutte le forze e puramente per la tua bontà, senza preoccupazione alcuna di ricompensa. Possa io, per amor tuo, rinunziare a molto, molto agire e soffrire senza mai stancarmi! Possa io, per i miei desideri ardenti e senza limiti, per le mie suppliche, ottenere la perfetta rinunzia di me e l’amorosa unione con te, aspirare incessantemente a te, a te innalzare la voce e battere alla tua porta. Possa io pensare a te, aver fame e sete di te, e cercarti e trovarti, sino a che, tutto trasformato in te, divenga con te un solo spirito, io vivendo sempre in te e tu in me! Dammi anche di amare col medesimo amore il prossimo mio con te e per te come me stesso » (Escercitium cruciforme ad Vulnera Domini lesu. Exercitium VII in orationis formulam prætice redactum… Ad cor lesu. In appendice agli Exercitia del Taulero, Lione, 1556, p. 906-497. Testo latino, in Franciosi, 320. Il P. Talos ha unito alla sua traduzione dei suddetti esercizi quella pure degli Exercitia di Eschio. Vedi più sopra c. 2, par. 4.a. Il passo qui tradotto si trova a p. 479). – Non meno pia è un’altra preghiera d’Eschio « per entrare attraverso le ferite sino al cuore e alla divinità di Gesù, per nascondervisi contro le distrazioni e tentazioni d’ogni genere »: « Signore Gesù Cristo, crocifisso per i peccatori, accogli questo peccatore che si rifugia in te, e proteggimi sotto l’ombra delle tue ali che distendi sulla croce, fra le braccia del tuo amore. Che esca dalle tue sacre ferite e cadano su di me raggi d’umiltà, di povertà, d’obbedienza, di pazienza e di carità. Dalla ferita del tuo cuore trafiggi il mio cuore, affinché io arda veramente, languisca nei sospiri dell’anima mia (in desiderio animæ) e. illuminato dalla luce che proietta la tua morte, possa io comprendere veramente, i dolori e le sofferenze che hai sopportato nelle mani, nei piedi, nella testa, nel corpo, nel cuore e nell’anima tua » (Margarita Evangelica, 1. 4, (Appendice), c. 6, 2.a Ed. latina, Dilingæ, 1610. Tradotto su di una copia latina cortesemente comunicatami da J. Brucker.). m- Non separiamo da Eschio il suo discepolo, il B. Pietro Canisio (1521-1597), amico e familiare come lui dei Certosini di Colonia, che, divenuto Gesuita, ricordava con tanta riconoscenza il suo santo maestro e i giorni della sua pia gioventù. Nel giorno della sua professione solenne, fatta a Roma nella Basilica Vaticana fra le mani di sant’Ignazio, fu invaso, quasi al momento di pronunciarli, da un sentimento profondo della sua miseria e della sua povertà, ma il sacro Cuore volle supplire a tutto. « Voi, dice egli a Gesù nel suo Memoriale, m’apriste allora il cuore del vostro sacro corpo, e mi sembrava vederlo vicinissimo a me; mi diceste di bere a quella sorgente, invitandomi così ad attingere le acque della mia salute alle vostre sorgenti, o mio Salvatore. Ed io desideravo ardentemente che di là venissero sino a me flutti di fede, di speranza e di carità… Quando osai accostarmi al vostro dolcissimo cuore e spegnervi la mia sete, voi mi prometteste una veste tessuta in tre parti » (Beati Petri Canisii Epistula et Acta, per Orto Braunsberger, t. I, p. 55, Fribourg-en-Brisgau, 1896). Si trovano molte altre tracce della sua divozione al S. Cuore. In un manoscritto, scritto di suo pugno, si trova fra le altre preghiere che egli aveva composto e raccolte, una preghiera per salutare al mattino il Cuore di Cristo, che è quella stessa di santa Matilde : « io vi lodo, vi benedico, vi glorifico e vi saluto, o dolcissimo e buonissimo Cuore di Gesù Cristo, mio fedele amico, ringraziandovi per la vostra vigilanza nel custodirmi durante la notte, e per la vostra attenzione continua a lodare e ringraziare per me Dio Padre e a rendergli ogni onore in mia vece. Ed ora, o mio unico amico, io vi offro il mio cuore come una rosa di primavera, la cui grazia attiri tutto il giorno i vostri sguardi e il cui profumo incanti il vostro cuore divino, ecc. » (Ibid, p. 58. Cf.: Revelationes mechtildianæ, pars tertia, c. 17, Pi 207). Si trova pure, nello stesso manoscritto, una graziosa preghiera per il momento di coricarsi, nella quale si unisce alla « riconoscenza di cui tutti i Santi trovano la sorgente nel sacro Cuore » e loda Dio; e li unisce pure allo « spirito d’orazione che dal Divin Cuore si è sparso in tutti i Santi», ecc. (Ibid, p. 59. Inspirato a santa Matilde, ibid, c. 31, p. 238.). – Nello stesso libro scriveva: « Il cuore di Gesù arde per noi di un tale amore, che questo Figlio di Dio e della Vergine è pronto…., che dico?, è desideroso di soffrire per te solo tutte le amarezze interiori e esteriori che Egli ha sofferto per il mondo intiero, piuttosto che permettere la tua perdita o la rovina di un’anima sola » (Otto Braunsberger, loc. cit, p. 59). – E, infine, nelle sue Exhortations domestiques, rivolte ai suoi fratelli in religione, raccomandava loro « d’unire la propria volontà col Cuore di Gesù, perché, come Egli ci ha dato il suo cuore, così bisogna rendergli il nostro »; che essi « imitino la liberalità con la quale ci ha dato da bere il sangue del suo Cuore, in unione con la gratitudine che i Santi attingono nel Cuore di Gesù, ringraziandolo dei doni che ne han ricevuto »; e che facciano il loro nido nella cavità della pietra e si rifugino, in ogni tentazione, nell’amabile Cuore di Cristo » (Exhortationes domesticœ B. P. Canisii, ed. del P. Giorgio Schlosser, Ruremonde 1876, p. 181 e 435-457. Vedi: Nix, p. 8. E Braunsbarger, p. 58). La divozione al sacro Cuore, con i suoi molteplici esercizi, non era, peraltro, concentrata esclusivamente nella Certosa di Colonia. Altri Certosini s’incontrano, e da per tutto, non meno divoti, non meno pii, nell’esprimere la loro devozione. Dom Boutrais, nel suo Mese del S. Cuore d’antichi Certosini, ci dà delle belle pagine di Giovanni di Torralba, priore della Cour-Dieu, 1578, di Antonio Volmar, priore di Astheim, nato circa il 1550, di don Giovanni Michele di Vesly, 44mo generale dei Certosini, che nel 1598, pubblicò a Lione un Manuel d’exercices de piété, per l’uso giornaliero dei Certosini, dove si fa menzione ad ogni pagina (Vedi Dom Boutrain, Larsperge, p. 185) del sacro Cuore, senza parlare di quelli che appartengono al XVII secolo.

IL SACRO CUORE DI GESÙ (46)

IL SACRO CUORE (46)

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi; LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ-

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE TERZA.

Sviluppo storico della divozione.

CAPITOLO SECONDO

DIFFUSIONE DEL CULTO

SECOLI XI E XV

Sguardo generale; le anime privilegiate; pratiche e favori.

La Vigna mistica, santa Mechtilde e santa Gertrude riassumono, si può dire, la divozione col sacro Cuore, come la conobbe e praticò il Medio Evo. Ciò, a rigore, potrebbe dispensarci dal raccogliere i testi che riguardano il sacro Cuore e citare i nomi di quelle anime privilegiate che, in quel periodo, furono in intima comunicazione col cuore di Gesù. Si hanno già liste numerose e ogni giorno vi si aggiungono, ora dei testi, ora dei nomi (Vedi sopratutto: FRANCIOSI, opera citata. Cf. pure: BARUTEIL, La Genése du culte du Sacré Coeur, Paris 1904, p. 13-17, et p. 69-94; GALIFFET, Addition au livore Il, art. | e N ; Nittes, 1. 1, part. III, c.1; Tkomas, 1. 2, c. 3. Nel Le Régnue du Coeur de Jésus, t. IV, p. 441-488; una doppia lista di serittori che hanno parlato del sacro Cuore, e delle sante anime divote del sacro Cuore, dal secolo XI al XVII — Per i Framcescani, vedi il P. HENRI e GRÊZES; per i Certosini Don Boutrais. Molti dei fatti e dei testi riguardano piuttosto l’amore e la ferita del costato che il cuore simbolo.). – Senza obbligarci a riferir tutto, segnaleremo quei tratti che ci sembrano più caratteristici. Prima, però, di venire ai particolari, diamo una rapida idea del soggetto. Dal XIII al XV. secolo, il culto si propaga; ma non si vede che esso si sviluppi. Il più sovente si rivolge alla ferita del cuore, qua e la va al cuore indipendentemente dalla ferita, riguardando il cuore come l’organo della vita affettiva e simbolo dell’amore. I favori compartiti ai privilegiati, sono: di essere ammessi ad appoggiare le labbra sulla ferita del costato, per succhiarne l’amore e le ricchezze del cuore: di penetrare in questo cuore, per riposarvi come in un’oasi, per trattenervisi come in un bel giardino, per immergervisi come in una fornace d’amore e di purezza; d’essere infiammati da una scintilla, uscita da quel cuore; di cambiare il proprio cuore, con quello di Gesù, e di non vivere, per così dire, che per il divin Cuore; di sentirsi uniti a Lui, per lodare Dio, o di poterlo offrire al Padre celeste, come bene proprio, di trovarvi un asilo sicuro contro gli assalti del demonio, e persino un rifugio contro la collera stessa di. Dio. Il simbolismo, lo si vede bene, occupa un gran posto in questi favori e visioni, e ci mostra sempre più quanto Gesù ci ha amato, Come veramente sia nostro, e come possiamo e dobbiamo amarlo in ricambio. Una parola di Gesù a santa Caterina da Siena riassume l’idea dominante della divozione. Essa gli diceva un giorno: « Dolce Agnello, senza macchia, voi eravate morto quando il vostro costato fu aperto; perché dunque avete voluto che il vostro cuore fosse così ferito ed aperto? ». Egli rispose: – « Per molte ragioni; di cui ti dirò la principale. Il mio desiderio, riguardante. la razza umana, era infinito, e l’atto attuale della sofferenza e dei tormenti, era finito. Con questa sofferenza, Io non potevo dunque manifestarvi quanto vi amassi, perché il mio amore era infinito. Ecco perché ho voluto rivelarvi i segreti del cuore, facendovelo vedere aperto. E perché comprendiate bene che esso vi amava assai più di quello che Io avessi potuto provarvi con un dolore che doveva aver fine » (Dialogo di santa Caterina da Siena. Terza edizione, Parigi, 1913. 2° risposta, 2a c. XLV, (75), p- 233- La vita di questa santa offre un esempio interessante dello scambio del Cuore. –  H P. Gautierer L. IL, aggiunta, art. 1, p- 107-109, ha trascritto il racconto, molto vivo e circostanziato, che fa il B.to RAIMONDO da Caprua, confessore e storico della beata. Ci si accorda nell’intendere di una impressione vera, quella che i soggetti dicono, in simili casi, della realtà delle cose. Cf.: TERRIEN, lib. III c. II, p. 187. Boudon nel secolo XVII, raccontando un caso analogo, aggiunge: « Non è già che noi pensiamo che si sia fatto un cambio materiale ma solo che Egli, (Gesù) si consacrò (il cuore della sua serva) con una nuova santificazione, unendolo al suo divin cuore, fornace immensa del puro amore, abisso di una carità infinita e sorgente di tutte le benedizioni ». L’amour de Dieu seul, ou Vie de le soeur Marie-Angéligue de la Providence, 3a parte, c. VII Oevres complétes de Boudon, Paris, 1856 (ediz. Migne), t. III, p. 721. La stessa nota fa il P. Jacouer, Oblato di Maria Immacolata, nella sua Sainte Lutgarde ou la Marguerite Marie belge, Jette, Bruxelles, 1907, p. 55-56. Cf.: ibid, p. 68, nota). – Per precisare questa veduta generale, sembra utile di raccogliere i fatti o i testi pit salienti e pit significativi, d’indicare a grandi linee il progredire della divozione e di ricrearne le tracce principali! Per essere meno incompleti, ritorneremo un poco sui nostri passi, per raccogliere gualche spiga che non potemmo mettere nel nostro covone nel capitolo precedente (Ve ne sono molte più in FRANCIOSI, nel P. HENRI DE GREZES – Ma questi autori precisano poco; appena si fa questione della piaga del costato e del cuore di Gesù; accade anche più d’una volta P. Henri de Grezes di tradurre per cuore le parole latus, costatum, pectus, ecc. che non hanno questo senso preciso).

II.

CISTERCIENSI E BENEDETTINI

Santa Ludgarda. La venerabile Ida.

Bisogna segnalare, da prima, santa Ludgarda (1182-1246). Più di una volta nella sua vita si fa questione del sacro Cuore. Si esagera, tuttavia, quando si vuol farne cinque secoli innanzi e la Margherita Maria Belga. È già molto che ella abbia avuto con Gesù, amantissimo e amabilissimo, qualche cosa di quelle relazioni intime che abbiamo già ammirato in Mechtilde e in Gertrude, le sorelle cadette della vergine di Saint Trond e d’Aywières. Il fatto più saliente è il dono reciproco dei cuori. Dio le aveva accordato la grazia di guarire i malati. Si accorreva dunque a lei, e ne rimaneva molto molestata nelle sue preghiere. Ella disse al Signore: « a che scopo, Signore, questa grazia che m’impedisce spesso di trattenermi intimamente con voi? Toglietemela; ma in modo da cambiarmela in meglio « E il Signore: « Che cosa vuoi, le rispose, in cambio di questa grazia? » Ed essa: « Vorrei, per mia maggior divozione, comprendere il mio Salterio. » E così fu. Poi prevedendo che questa grazia non le dava tutto il profitto che ne aveva atteso…, disse ancora al Signore: « E a che cosa serve, a me ignorante, sempliciotta e illetterata, di conoscere i segreti della Scrittura? » – « Che vuoi tu dunque ? », Rispose il Signore.  « Voglio il vostro cuore. » – « Sono piuttosto io che voglio id tuo ». – « Cosi sia, Signore, ma temperate alla misura del mio cuore l’amore del cuore vostro, e che in Voi io possegga sempre il mio cuore, messo al sicuro sotto la vostra custodia (Vita seritta da TOMMASO DI CANTIMPRÉ, C. 1, n. 12, Acta Santorum t. XXIV, giugno t. IV ad diem 14, p: 193; Francios, col. 187 Vi si trovano molti altri tratti che si riferiscono più o meno direttamente, alla nostra divozione. H P. ALET nella France et le Sacre-Caur, p. 200, racconta un tratto simile della Beata Giovanna de Maillé, con un vago richiamo ai Bollandisti.). – Un’altra Cisterciense, la venerabile Ida (1247-1300), vide un giorno Nostro Signore, andare a lei; Egli le mostrava il petto del Signore, e l’invitava ad avvicinarsi a Lui con prontezza onde bere a questa deliziosa sorgente – de pectore suo mellifluo. – Questa volta, pertanto, Ida non si accostò al petto del Signore … ma, altre volte, spesso anzi molto spesso, in rapimenti simili, mentre era fuori dai sensi, entrò nella cella binaria e … bevve alla sacra sorgente del petto del Signore (de sacro…. Dominici pectoris fonte potaverat – Vita, 2, c. 1., n. 4. Acta sanctorum, t. II. Apr.t. II, ad diem 13, p. 173. Franciosi, col. 210). Questi due esempi bastano per dimostrare la divozione al sacro Cuore, nella. grande famiglia benedettina e cisterciense, e ne abbiamo già veduti molti altri nel capitolo precedente, cioè: san Bernardo e i suoi discepoli, santa Mechtilde e santa Gertrude.

III.

I FRANCESCANI

Le cinque piaghe e il sacro Cuore. Cantici Francescani. Jacopone. Stimulus amoris et Philomena. Margherita da Cortona. Angela da Foligno. Francesca Romana. Giovanna di Valois. Battista Varani. Ubertino da Casale. Bernardino da Siena. Enrico di Herp.

Nella famiglia francescana si trovano pure delle tracce numerose della divozione al sacro Cuore. Il P. Henry de Grézes, ha scritto un grosso libro con testi ed esempi. Abbiamo già parlato di san Bonaventura; raccoglieremo ora qualche altro fiore nel giardino di san Francesco. Il più sovente non vi si ritrova la devozione al sacro Cuore così direttamente come nelle sante Mechtilde e Gertrude; è piuttosto, una divozione ardente e espansiva alle cinque piaghe, specialmente alla piaga del costato, spesso alla piaga del cuore e, per conseguenza, al cuore ferito col molteplice simbolismo che vi si riferisce. L’ordine di san Francesco si distinse subito per la divozione alle cinque piaghe. In questa divozione quella del costato attirava naturalmente l’attenzione, e nella piagha del costato è così facile fermarsi a considerare il cuore ferito, ferito d’amore per noi, come lo era stato dalla lancia del soldato. Si sa che Nostro Signore, fece vedere in una visione alla nostra beala Margherita Maria san Francesco d’Assisi come uno dei più grandi favoriti del suo sacro Cuore e glielo dette per guida e come un pegno del suo amore divino (Contemporaines, t. V, p. 254 (282); G. n. 254, pag. 249; Cf. t. II, pag. 161).

Sino dal XIII secolo si cantava fra i francescani: Riguarda un poco, e vedi

Com ‘io sto per amore, Ho trapassato il cuore Con una lanza …

Mio cor tuo cuor desia. Mi fai d’amor languire. Frettati a me venire, Dammi il core (2).

(2) Citato dal P. HENRI, pag. 41. Si continuò per lungo tempo a cantare queste e altre strofe simili, come composte da S. Francesco. La B.ta Battista Varani racconta questo tratto grazioso. Nel secondo venerdì che tenne dietro al nostro ingresso in monastero, io stava con suor Costanza. Essa filava accanto al fuoco, mentre io cuciva…, ed essa a un tratto si pose a cantare questo cantico del nostro Padre s. Francesco. « Alma benedetta dall’alto Creatore ». Io replicai, e dopo avere ascoltato la prima strofa, cantai la seconda. Quando ella venne a queste parole: Risguarda quelle mani, Risguarda quelli piedi, Risguarda quello lato », io non potei continuare, la parola mi mori sul labbro e svenni fra le braccia della mia sorella ». CONTESSA DI Ramputeau; ia B. Varani, Parigi 1909, p. 85. Pacheu attribuisce a Iacopone un canto che comincia con gli stessi versi. Le strofe somigliano molto per il pensiero e per il metro a quelle del cantico attribuito a san Francesco dalla Beata Battista Varani, ma i versi sono differenti, – Fra le poesie di Fra Iacopone da ‘Todi (morto nel 1306) più di una fa menzione del Cuor di Gesi. quella che comincia Mirami sposa è una commovente richiesta di Gesù in croce dell’amore dell’anima sua Sposa. « Guardami un istante …. sulla croce, dove soffrì così crudelmente, per darti il mio fuoco divino…. Tu sei scritta nel mio cuore con lettere di sangue…. Il mio amore per te mi costrinse a venire nel mondo; e il mio cuore santo e puro non indietreggio dinanzi alla morte! Le mie mani e i miei piedi, la mia testa insanguinata sono, lo vedi, fra brandi pene:; ma la mia pena più grande è che tu veda il dolore mio…. di me tuo Redentore, e che tu ne faccia meno caso che di un fuscello ». La risposta dell’anima é una risposta d’amore. « E a chi dunque devo io darmi se non a te, Sposo mio? Che solo in te speri e che il tuo amore cui consumi » (Cf.: Pacheu, Iacopone da Todi, p. 156-158). Senza fermarci a rilevare quel che nell’opera di lacopone ha relazione col sacro Cuore, citiamo ancora un passo. Il poeta, ebbro d’amore, dice a Gesù che gli chiede di moderarsi: « Perché dunque mi conduci a una tal fornace d’amore, se tu vuoi che io sia temperante? …. Dandoti a me, in siffatto modo, senza misura, tu togli a me ogni misura…. Se qui vi è qualche colpa, ê tua, Amore, e non mia, poiché questa strada ê stata tracciata da te, o Amore. Tu non hai saputo difenderti dall’amore. È l’amore che dal cielo ti fece venire sulla terra …. (fin qui ti abbassasti!) Tu non volesti avere né dimora, né terra; ma la povertà per arricchirci. In vita e in morte tu mostrasti, in modo ben certo, l’amore senza misura che ti ardeva nel cuore… Dunque, o Gesù… perché mi rimproveri se son pazzo (d’amore)…. poiché l’amore ha legato te stesso sì fattamente come privato di ogni grandezza.» (Amor di caritate, I c., p. 248-252.). Chi vorrebbe contestare che in tutto questo vi sia, più o meno distinto, della divozione al sacro Cuore (il Cuor di Gesù vi è menzionato più volte), quando lo spirito della divozione animava sì visibilmente queste strofe infiammate? Vi sarebbe molto ancora da spigolare, non solo sulla piaga del costato, ma sul sacro Cuore medesimo, nei sermoni che circolano sotto il nome di sant’Antonio di Padova (1195-1231). Accontentiamoci di qualche. citazione, secondo Henry de Grèzes, che, senza garantire le edizioni di cui si serve, si è però assicurato che i passi che indica si trovano nel testo autentico delle opere del santo (L. c., p. 48. I testi che citiamo, sono sparsi nelle pagine 52 e 62 del P. Henry. Per quanto è possibile, abbiamo riferito quelli il cui testo latino mi è stato accessibile, sia nel P. Henry, sia in Franciosi, col. 180-182). « Egli ha dato per te il suo cuore sulla croce, ed è perciò che Egli ha voluto avere il cuore ». « Cor suum dedit in consumationem operum » (52). « Egli ha aperto alla sua colomba il suo cuore, perché vi si nasconda. Nascondendosi nelle cavità della pietra, la colomba si mette al riparo dalle insidie dell’uccello di rapina; e, nello stesso tempo, si prepara una dimora tranquilla, ove riposa dolcemente, e dove può gemere in pace. E l’anima religiosa troverà nel cuor di Gesù un asilo sicuro contro tutte le macchinazioni di satana e un ritiro delizioso. Non ci accontentiamo dunque di rimanere nel limitar della grotta, ma penetriamo nel profondo. All’ingresso della grotta, alle labbra della ferita, troviamo pur sempre, è vero, il sangue che ci ha riscattato …, ma l’anima religiosa non deve fermarsi lì…. Ma vada sino alla sorgente, da cui scorre quel sangue, nella parte più intima del cuor di Gesù. Là troverà luce, consolazioni, pace e delizie ineffabili. E là, nella cavità profonda della pietra, siate come la colomba che costruisce il suo nido …. Ma con che cosa costruiremo noi quella nostra dimora nel Cuor di Gesù? » (56, 57). « Vi sono due cose da considerare nel Cristo, che ci strappan le lacrime: l’amore nel suo cuore, il dolore nel suo corpo. L’altare d’oro è la carità nel cuore di Cristo » (62). « Tutti questi testi non possono essere attribuiti, con assoluta certezza, a sant’Antonio, ma ci danno dei lumi sulla divozione dei Francescani al Cuor di Gesù e sul modo con cui la predicavano (Insieme con. la nota del P. Henry de Grzes sulle opere di sant’Antonio, bisogna consultare l’Appendice 2.a di Lepitre, S. Antoine de Padoue, Paris, 1901, p. 204-208). Come prova della divozione Francescana bisogna ricordare qualche passo dello stimulus amoris, stato attribuito, per lungo tempo, a san Bonaventura, ma che certamente non è suo, per quanto vi si ritrovino le sue idee e, persino, le sue espressioni (Vedi S. Bonaventure, Opera omnia, Quaracchi 1898, t. VIII, Prolegomena, c. IIl, art. 5, p. CXI, cf, pag. XCIV. Sarebbe di Fra Giacomo da Milano, 2.a metà dél secolo XIII). Qui ancora è la ferita del costato che attira l’attenzione; il cuore non è estraneo al pensiero, ma non è che di passaggio che se ne fa una menzione esplicita: «Io voglio fare tre tende, una nelle sue mani, una nei suoi piedi, ma soprattutto una che sia fissa nel suo costato…. Là io parlerò al suo cuore e otterrò tutto quello che voglio (1,1,634) (Traduco dal testo latino, ediz. Vives, Parigi 1867, t. XIII. Cf. Pungiglione d’amore, tradotto in francese dal P. Ubalpo di ALENCON, 1910, c. XIV, pag. 83,86, c. 18, pag. 33, c. XIII, pag. 75. II P. Ubaldo segue l’ediz. di Quaracchi dove mancano il 3° e il 5° testo). « Nell’eccesso dell’amor suo Egli si è aperto il costato, onde poterti dare il suo cuore » (1,1,635). « Se ti sei liquefatta (liquefacta) al solo udir la sua voce, come non ti sei tutta immedesimata (absorta) in lui entrando nelle sue ferite…. sino al suo cuore? » (2,8,672). « Se tu mediti la sua passione e penetri profondamente nel suo costato, arriverai ben presto al suo cuore. Beato il cuore che si unisce così teneramente al cuore di Cristo » (3,1,677). « Avviciniamoci a questo cuore profondo e immergiamoci tutti e interamente in questa profondità della bontà infinita. Avviciniamoci con fiducia al costato di Gesù; entriamoci » (1,14,657). Egli ha voluto mostrarci l’amore del suo cuore, attraverso l’apertura del suo costato » (3,14,690). – Quest’ultima espressione è, lo abbiamo veduto, la formula fondamentale della divozione al sacro Cuore. La ritroviamo in un poema del Medio Evo intitolato Philomena (forma popolare di Philomela), che pur si attribuisce a san Bonaventura, ma forse a torto (Vedi S. Bonaventura, Opera omnia, Quaracchi 1898, t. VIII, Prolegomena, c. II, art. 1:$ 7,3; p. CIV, CV, Cf. p. 699, nota 3)  « Finalmente Egli ti ha scoperto il suo cuore così tenero, per farti conoscere quanto ti ha amato: Domum suum dulce cor tibi denudavit. Ut sic innotesceret quantum te amavit (Strofa 67, ediz. di Quaracchi, t. VIII, XIV, p.-. 672. Ediz. Vivès, t. p. 165. Si potrebbe citare pure la strofa seguente, sopra tutto la seconda: Cor ignavi siquidem minime perpendit. Ad quid Christus optimum suum cor ostendit, Super alas positum crucis; nec attendit. Quod reclinatorii vices hoc prætendit. L’idea del Cuor di Gesù come reclinatorium (lettuccio?) si trova sino dall’XI secolo. Si riferisce a s. Giovanni, che riposa sul petto del Salvatore. Il testo latino di Taulero ci offre nello stesso senso la parola pulvinar (guanciale, cuscino -). Nel movimento francescano possiamo pur rammentare santa Margherita da Cortona (1242 – 1297), la grande peccatrice che divenne terziaria di san Francesco; la beata Angela da Foligno (1248 – 1309); santa Francesca Romana (1384-1440), che fu terziaria di san Francesco, prima di divenire figlia di san Benedetto, in un monastero fondato da lei stessa; la beata Giovanna di Francia (1404-1505), che fu del Terzo Ordine di san Francesco prima di fondare le suore dell’Annunziazione; la beata Battista Varani, Clarissa, (1458 – 1527). Nostro Signore Apparve un giorno a santa Margherita da Cortona (1247-1297), e le disse: « Metti le tue mani sulle piaghe delle mani mie ». Ella non osava, e rispose: « Oh: no, Signore ». In quel punto si aprì la ferita del costato e, in quell’apertura, ella vide il cuore del suo Salvatore. Allora in un trasporto d’amore (in quo excessu) Margherita abbracciò il suo Signor crocifisso e da Lui fu trasportata al cielo » (Vie, scritta dal suo confessore, c, VI febbraio t. III n. 152, Acta Sanctorum, t. VI, febbraio t. III: ad diem 22, P. 335. Testo latino in FRANCIOSI, col. 208). – Un altro giorno Nostro Signore le chiese: Figlia mia, mi ami tu?» Ella rispose: « Non solo vi amo, Signore, ma vi desidero, e vorrei, se Voi pur lo voleste, esser nel vostro cuore ». E il Signore: « Perché, le disse, se vuoi entrare nel mio cuore, non vi entri per la ferita del mio costato? ». Al che Margherita riprese: « Signore Gesù, se io sono nel vostro cuore, sarò pure nella ferita del costato » (Vie, c. V Acta Sanctorum, I, c. 330, Franciosi, 208). – Un giorno mentre ella Pregava per i Padri dell’anima sua, Nostro Signore le disse:« Dì ai miei Frati Minori, che le loro anime non ritardino di entrare in me per l’amore; perché Io entrerò nelle loro anime con la mia grazia. Con questo intendimento che comincino al mio presepio e continuino la loro meditazione…. sino al supplizio finale della mia passione. Ad ogni sosta delle mie sofferenze considerino l’amore del mio cuore ardente » (Vita, c.IX, n. 285, Acta Sanctorum, 1, c. p. 351 in Franciosi, 209). –  La beata Angela da Foligno (1248-1309) si occupa più, ella pure, della ferita del costato, che del cuore propriamente detto. Certi tratti, pertanto, meritano d’esser notati. Un giorno, dic’ella, « ebbi un sogno, in cui mi fu mostrato il cuore di Cristo, e mi fu detto: In questo cuore non vi è menzogna; tutto vi è verità » (Vie, par ARNAUD, suo contemporaneo, c. I, n.27, Acta Sanctorum, t. I., Gennaio t. l, ad diem 4, p. 189; Franciosi, 229. Cf. Le livre des visions et instructions de la’ B. Angéle de Foligno; Tradotto da Erneest Hello, con Avertissement di GEORGES Goyau, 5.a edizione, Paris 1914, p. 53. La santa aggiunge una spiegazione di cui non si vede il rapporto con la parola di Gesù: « Et hoc videbatur mihi quod acciderat, quia ego feceram quasi. truffas. de quodam pradicatore ». Il P., Henry traduce « Io compresi allora, che questa visione mi era data per mostrarmi la temerità che avevo avuta di criticare ciò che un predicatore aveva detto dalla cattedra, sui misteri del santo Cuore di Gesù ». E conclude che la divozione incontrava qua e là delle opposizioni. Ma è un andare più lungi nei testi). Un’altra volta, fra le altre spiegazioni sulle sue sofferenze, Nostro Signore disse: « Per i peccati del tuo cuore (s’intendono peccati interni d’invidia, collera, ecc.) io ho avuto il cuore e il costato trapassati da una lancia acuta, e ne è uscito un rimedio sovrano contro tutte le passioni e i peccati del cuore » (Vie, c. VI, n. 107; Ibid., p: 203; FRANCIOSI, 229, trad. Hello c. XXV, p. 151). – Santa Francesca Romana. vide un giorno « l’Agnello di Dio e dei bianchi agnellini che scherzavano davanti a Lui e gli facevano umilmente la riverenza. Poi una voce si fece udire: « Se qualcuno, ha sete, che venga a me e beva ». E l’Agnello divino presentava il petto agli agnellini per invitarli a bere alla gran piaga da cui era ferito. E gli agnelli accorrevano dolcemente. La devota serva di Dio vi fu pur condotta. Ella vide nella ferita. un oceano profondo di luce infinita, e, non contenta di bere, avrebbe voluto immergervisi tutta, se le fosse stato permesso. Ma ne fu impedita senza sapere da chi… E intese una voce che diceva: « Io sono questo amore che grida alto: ..Se qualcuno ha sete, che venga e beva; quelli che vengono, Io voglio satollarli e ho aperto il mio cuore per farne il loro asilo » (Vita, 1, II, visione 8, n. 15-16, Acta Sanctorum, t. VIII, marzo, t. Il, ad diem 9, p. 108; in Franciosi, col. 267.). In un altro luogo il suo storico ci dice: « Un giorno ch’ella beveva avidamente alla ferita del costato…, elle vide il cuore del Salvatore ferito da un lato (ex uno latere) dalla lancia » (Loc. cit., n. 17, P. 108 ; Franciosi, l. c.). Un altro giorno ella ebbe una visione analoga: « Nella piaga del costato vi era come un oceano di dolcezza infinita… ed ella intese una voce dolcissima che diceva: « Io sono l’amore fedele che mette l’anima nella verità….. E dalle mie piaghe esce uno splendore siffatto che ella diviene tutta accesa d’amore. E quando l’anima è così infiammata, io la trasformo, ed ella si abbandona tutta al mio amore e alla mia volontà; là trova un abisso di amore e di dolcezza » (Ibid., visione 14, n. 32, p. 112; Franciosi, col. 290). Si vede come siamo vicini al sacro Cuore. Lo tocchiamo quasi. Notiamo, pertanto, che è la piaga del costato che è il centro di tutto; tutti i particolari si coordinano in rapporto ad essa, quelli pure in cui si fa menzione del cuore. In Margherita Maria è il contrario; i particolari sono quasi sempre gli stessi, ma è il cuore che ne è il centro. – Il cuore simbolo si rivela meglio in una visione della beata Giovanna di Valois (1464-1505). Un giorno, « rapita in estasi vide Cristo e la Madre sua che le presentavano…, due cuori. Volendo essa stessa offrire il suo cuore, siccome il Cristo le domandava, ella si mise la mano nel seno e rimase sorpresa nel non trovarvi più il cuore, mentre il dolcissimo Gesù le sorrideva teneramente. E non è meraviglia, aggiunge lo storico, che ella non più lo trovasse, perché unito per l’amore al cuore di Cristo, vi viveva più che nel suo proprio corpo » (Vita, c. III, n. 8, Acta Sanctorum, t. IV, febbraio, t. I, ad diem 4, pag. 583; in Franciosi, col. 290). – Ancor più espressive e veramente degne di beata Margherita Maria sono le visioni della B. Battîsta Varani, Clarissa (1458-1527) ((3) Vedi Conressa. pe Ramsureau, La 8. Varani, Princesse de Camerino, et Religieuse francescaine, Paris, 1906, Si troveranno là quasi tutti i passi tradotti qui letteralmente dal testo latino dei Bollandisti. De Ramsureau rimanda per il testo italiano a Opere spirituali della beata Battista Varani, Camerino, 1894). Ella stessa parla in una relazione scritta nel 1419: « Non è meraviglia, mio dolcissimo Gesù, ch’io avessi voglia di entrare nel vostro cuore. Poiché voi mi avevate già mostrato il mio nome, là dentro, scritto in lettere d’oro. Oh! come mi parevano belle, nel vostro cuore purpureo, le lettere d’oro, in scrittura antica, che significavano: « Io ti amo Camilla » (Essa si chiamava Camilla di nome di battesimo). E voi mi avete presentato questo spettacolo perché io non potevo comprendere che aveste per me un tale amore, e voi quasi ve ne scusavate dicendo che non potevate farne a meno, poiché mi portavate scritta nel vostro cuore; e, alzando il vostro braccio glorioso, mi facevate leggere le parole che ho detto ». Da ciò naturalmente, si accendeva in lei un desiderio ardente « di perdersi nel cuore immenso di dolore, ove fu immerso il cuore di Gesù… Questo desiderio la tenne per due anni nella preghiera e nella meditazione…, sino a che fu ammessa in sacerrimum thalamum myrrhati cordis Jesu Christi, veri solique maris amarissimi, omni tam angelico quam humano intellectui in navigabilis » (Vita scritta da sè stessa, c. IV, n. 29 e 30. Acta Sanctorum t. XX, maggio, t. VII, ad diem 31; p. 478. In Franciosi, col. 292. Cf. contessa de RAMBUTPAU, p. 7-5 77). Ella intendeva per quella « camera sacra dal cuore imbalsamato di mirra » per quel « mare d’amarezza che non potrebbe esser navigato da nessuna intelligenza angelica, o umana », i dolori immensi e senza limiti del sacro Cuore. Noi andiamo a piene vele, lo si vede bene, verso quel mondo in cui si agita il pensiero di beata Margherita Maria. Sono quasi le sue stesse parole. Ciò che segue ricorda parimente una lettera della beata Visitandina al P. Croiset. « Una rivelazione meravigliosa, che io voglio che domandiate a Dio (scrive al suo figlio spirituale) è che vi faccia conoscere quello che siete, quello che potete, quello che sapete, quello che meritate; perché senza questa rivelazione, nessuno può giungere alla perfezione. Questo segreto, d’altronde, non s’impara che nel sacro petto di Cristo Gesù ; ed Egli non lo rivela a tutti…: (Supplemento alla Vita, c. Il, n. 10, p. 494, FRANCIOSI, 293). Vegliate dunque con tutta la cura possibile, anima cara, a essere umile di cuore (humilis ex animo), caritatevole, pio, dolce, con gli occhi fissi come su di uno specchio; sul purissimo cuore del dolce Gesù, rendendovi a Lui somigliante, se pur desiderate la sua dolce familiarità e la sua amicizia così onorevole. È in questo cuore, è in questo sacro petto, che vostra madre (Ella parla qui di sé stessa. -) ha attinto tutto quel che ha di bene esteriormente: e interiormente. Il dolce petto di questo amantissimo Gesù è stato la sua scuola; è là che ha studiato. Là non si legge che verità, mansuetudine, compassione, dolcezza, gioia del cuore e cristiana felicità; là non si trova che amore e carità per il prossimo. O cuor divino! lo non posso impedirmi di nominarvi, poiché ella si è veduta scritta in voi in lettere d’oro; belle e risplendenti. Entrate là, o anima, se volete esser presto perfetta. È questa via la via breve, nascosta, sicura, infallibile, per la quale ha camminato e cammina vostra madre: seguitela dunque » (Supplemento alla Vita, c. Il, n. 14, p. 495, in Franciosi 293). « Vi è, diceva ella ancora, la stessa differenza fra quegli che si esercita a meditare i dolori intimi (mentalibus) di Cristo e quegli che si ferma a considerare quelli della sua sola umanità (Bisogna intendere qui i dolori esteriori e corporali) che vi è fra il miele, o il balsamo, che è nel vaso, e le poche gocce che’ bagnano il vaso al di fuori. Chi desidera, dunque, di gustare la passione di Cristo, non deve accontentarsi di passare la sua lingua sull’orlo esterno del vaso, vale a dire le piaghe e il sangue che aderiscono a questo sacro vaso dell’umanità di Cristo…, ma entri nel vaso stesso, voglio dire nel cuore di Cristo benedetto, e là sarà satollato al di là dei suoi desideri… Ogni spirito non è atto a navigare in questo oceano…, ma Dio ne rende capace chi lo desidera e lo ricerca in verità » (Rivelazioni, n. 21, Acta Sanctorum, 1. c. p. 492, Franciosi, col. 294. Contessa de Rambuteau, p. 103). – I mistici francescani finiscono per introdurci nella piena divozione del Cuor di Gesù verso la fine del secolo XV o verso il principio del XVI. Qualche predicatore, di cui abbiamo gli scritti, ne ha pur parlato. I due principali sono fra Ubertino da Casale, l’ardente capo degli « spirituali », verso la fine del XIII secolo, e san Bernardino da Siena, l’amabile apostolo della divozione al Nome di Gesù. Nel suo libro sulla Passione, scritto del 1305, che egli intitola. Arbor vitæ, Ubertino parla spesso dei dolori del cuore (cordiales dolores), di Gesù. Egli si compiace a studiare le sofferenze intime del cuore divino. Racconta che egli stesso, nelle sue meditazioni. Sulla Passione, beveva l’acqua che scorreva dalla sorgente aperta in questo cuore, e come: « lo spirito di Gesù l’occuperà per quattordici anni dell’esteriore di Gesù, « circa forinseca Jesu »; prima d’introdurlo « nelle perfezioni. profonde dell’anima sua e nei dolori inesprimibili del suo cuore ». Egli amava « immergersi in quell’abisso di sofferenze dell’amor divino ». Egli. ci dice, in termini molto simili a quelli della beata Margherita Maria «il dolore amoroso del divin Cuore durante tutta la sua vita, come ricevé la croce, sino dal seno: della madre sua e sempre la portò nel cuore ». Più che lo studio della vita esteriore di Gesù, egli gusta quello della sua vita interiore, e il dono speciale dello Spirito Santo « a quelli che nel fervore di un amore serafico, sono introdotti nei sentimenti cordiali della perfezione del cuor di Gesù». Ci descrive Gesù mentre va al Calvario, « pieno d’amore, col cuore acceso d’ardore per compiere il mistero della redenzione che per trentatrè anni…. aveva compiuto nel suo cuore, esprimendo con segni esteriori l’amore intimo del suo cuore ». Le parole di Gesù in croce « venivano dall’abbondanza del suo cuore. Vi era, in quel cuore insieme con un ardente amore inestinguibile, con un dolore d’amarezza incomprensibile, un vigore di coraggio indomito (L. IV, c. 19, col. 2, Testo latino del P. Henry DE GREZES, pag. 124. Gli altri testi, /bid., p. 110-124. Cf. FrÉDÉGAND CALLAEY, Études sur Ubertin de Casal, nella Recueil des travaux pubblicata da l’Università di Louvain, 28 fascicolo, p. 87-90, Paris 1911) ». – Il P. Henry de Grèsez, a p. 112, interpreta così la dottrina di fra Ubertino: « La vita di Gesù Cristo si riassume in queste due parole: amore e sacrifizio. Egli mi ha amato, dice l’Apostolo, e, per amore, si è immolato per me: Dilexit me et tradidit. Il sacrifizio apparisce in tutta la vita esteriore del Salvatore, e la sua espressione culminante fu la immolazione sul Calvario. Ma questo sacrificio non era che il sacramento, vale a dire il segno visibile e sacro del sacrificio invisibile, che si era compiuto, e non cessava di compiersi nel cuor di Gesù tutto acceso d’amore. È dunque a questo augusto santuario che dobbiamo andare, se pur vogliamo comprendere la vita immolata del Salvatore e i suoi meriti infiniti. Noi non comprendiamo il martirio del corpo di Gesù, che studiando con amore il martirio del suo cuore ». – Io temo che l’interprete abbia messo qualcosa del suo, almeno nell’espressione, ed abbia un po’ rammodernato il suo autore. Ma il fondo rimane esatto, come lo mostrano i testi che abbiamo citato. Aggiungiamo questo, nel quale l’anima divota è invitata a fare come Maria: « La lancia salutare ha fatto un foro nella pietra, un asilo nella muraglia, come soggiorno di colomba. Alzati, dunque, Vergine Beata, unica, sola colomba tutta bella del diletto Gesù; fai il tuo nido all’apertura del foro, nel cuore aperto e nel costato del tuo Cristo…. E tu, figlio devoto della Vergine Madre, entra con la Vergine, vaso di divozione, nei segreti del cuor di Gesù che la lancia ha crudelmente aperto per te, e là completa ciò che manca alla passione di Cristo, gustando con la Vergine i dolori delle ferite del Salvatore » (L. IV, c. 24, Franciosi col. 223). Non attribuiamo a fra Ubertino più di quello che ha detto. Se il simbolismo del cuore non è molto accentuato in lui, vi è frequente la menzione del cuore, come sede dei sentimenti e delle virtù del divin Maestro, come centro della sua vita intima e particolarmente del suo amore, come luogo di riposo per l’anima contemplativa e d’ unione intima con Gesù, come principio amoroso di tutte le Opere e sofferenze di Cristo. – San Bernardino, 1383-1446, si avvicina di più alla nostra divozione, se se ne giudica da alcuni passaggi delle sue prediche: « O amore, che fai liquefar tutto, in quale stato hai ridotto il nostro Amico per operare il nostro riscatto? Affinché il diluvio dell’amore inondasse tutto, i grandi abissi hanno rotto le dighe, voglio dire le profondità del cuor di Gesù; la lancia crudele ha penetrato sino nel fondo, senza risparmiar nulla. L’apertura del costato ci fa conoscere l’amore del cuor di Gesù, sino alla morte, e c’invita ad andare a questo amore ineffabile che lo ha fatto venir sino a noi (ad illum ineffabilem amore ingrediamur, quo ille ad nos processit). Andiamo dunque al suo cuore, cuore profondo, cuore segreto, cuore che pensa a tutto, cuore che ama, o piuttosto, che arde d’amore. La porta è aperta; comprendiamo da ciò la vivacità del suo amore (Il testo latino è oscuro: Apertam portam intelligamus saltem in amoris vehementia.) e, col cuore conforme al suo, penetriamo in questo segreto, nascosto, sino all’ora, e svelato, per così dire alla sua morte, per l’apertura del costato (Serm. 51 per il venerdì santo, p. 2, ediz. di Venezia, 1745, t. I, p. 263, art. 2, c. III, in: FrANCIOSI, col. 270-271. Il dettaglio del pensiero è oscuro nel testo che abbiamo e non mi lusingo di aver compreso tutto. Cosa curiosa; questo testo si trova quasi parola per parola, come pure tutto lo sviluppo di cui fa parte nell’Opus in Quatuor Evangelia del B.to Simone da Cascia, che citeremo presto;Vedi: Franciosi; col. 339-341. Il senso è più chiaro nel testodi Simone : Et per apertam portam fiamus saltem in amoris vehementia cordiformes et mente intremus ad secretum…. Forse Bernardinonon vuol dire altra cosa).E poco prima diceva nello stesso sermone: « Gesù incroce, era tutto acceso d’amore per noi…. e si occupava della nostrasalute. Non aveva egli detto: L’uomo da bene ritraeil bene dal buon tesoro del suo cuore? Dunque dal buon tesorodel suo cuore; che è l’amore, Egli aveva sempre trattoil bene, ma Egli prodiga l’eccellente amore quando, per amornostro, era sospeso in croce. Là egli mostrò che il suo cuoreera una fornace della più ardente carità, per infiammare, perconsumare pienamente, efficacemente il mondo intiero » (Serm. 51, p. 2, art. 1, Ediz. di Venezia, t. I, p. 252. In Franciosi, col. 270). In un altro sermone, si esprimeva così: « Il Cuore di Gesù, non si potrebbe meglio paragonarsi, a causa del suo ardente amore, che a un incensiere pieno di carboni accesi » (Serm. 56, in Parasceve, 3° p., art. 2, c. III, ediz, Venezia, 1745; t. II, p. 370, FRANCIOSI, 272.). – Il gran mistico Enrico de Herp (Harphius), che morì verso il 1478, non fa che ripetere, e spesso coi medesimi termini, ciò che avevano scritto i suoi predecessori sulla piaga del costato, i Sacramenti che ne escono, ecc. Quello che dice del sacro Cuore coincide, presso a poco, sia in pensiero che in espressione; con ciò che ha scritto Ludolfo Certosino, sia che Harphius abbia copiato Ludolfo, sia che i due abbiano attinto alla stessa fonte. Vi sono, pertanto, dei tratti che sono suoi: « Che la volontà di Dio ci sia gradita in tutto e al disopra di tutto, poiché il cuore di Cristo è stato ferito per noi di una ferita d’amore, onde, per corrispondenza d’amore, noi possiamo entrare per la porta del costato sino al suo cuore e là unire tutto il nostro amore al Suo amore divino. E, come metalli diversi, fusi al fuoco e uniti insieme, si trasformano in in un’altra sostanza unica, così l’uomo deve fondere fedelmente tutti i suoi desideri nell’amore di Cristo (Nel testo si trova « amore Christi fundare» che, a prima vista, non dà perfettamente lo stesso senso; ma, riguardando più da vicino, mi sembra che vi sia un’idea di fusione, Forse bisognerebbe leggere fundere o intendere fundare nel medesimo senso), e rivolgerli a Dio…. Impara, anima fedele, di quale amore ardeva Gesù, poiché l’ampio recinto del cuore si è trovato troppo stretto e la fiamma dell’amore ha dovuto sprigionarsi per le aperte piaghe del cuore » (Theologia mystica, I. I, c. XVIII, ediz. di Brescia 1601, pag. 50 e 51; Franciosi, col. 280. Vedi più avanti, § 5, Lupolfo Certosino). A questi testi e a questi fatti bisogna aggiungere una parola su ciò che la famiglia francescana ha fatto onde familiarizzare le anime col sacro Cuore per mezzo delle immagini. Si sa come ci si abitua, poco a poco, a rappresentare la piaga del costato con una immagine del cuore, e come intorno a questa immagine si aggrupparono, in mille modi ingegnosi, le altre piaghe (Vedi Grimouard di s: Lorenzo; Les images du sacré Coeur, p. 46, ecc.). Così l’attenzione era sempre più concentrata sul cuore ferito. Propagando la divozione alle i cinque piaghe e moltiplicandone le immagini, preparavano il terreno alla nostra divozione (Vedi, oltre Grimouard di s. Lorenzo, l. c., il P. HENRY DE GREZES, I p. 29:2 e ss.).

IV.

I DOMENICANI

Santa Caterina da Siena. Taulero e gli scritti Tauleriani. Il B.to Enrico Suso. Le Domenicane di Colmar. La B.ta Cristina di Stommeln, Le Domenicane di Schonensteinbach. L’ufficio delle cinque piaghe e della piaga del costato.

Senza tornar qui su santa Caterina da Siena, della quale ho già parlato, troviamo negli scrittori e nei mistici domenicani molti tratti sul sacro Cuore. Giovanni Taulero, 1294-1361, ne ha fatto spesso menzione nei suoi sermoni, si citano, sotto il suo nome, altri testi, più commoventi ancora di quelli dei sermoni, ma son ricavati dagli Esercizi sulla vita e passione di Nostro Signor Gesù Cristo, che, secondo il P. Denifle, non sono da attribuirsi a lui. Spiegando in un sermone come tutta la vita cristiana deve esser piena del pensiero di Gesù, egli vuole che ci si addormenti su questo cuore sanguinante: « Si dormit, super cor illius cruentum sese reclinet » (In dominic. IV Adventus, sermo 2. Vedi D. 1. Thauleri clarissimi atque illuminati T. teologi, sermones…. reliquaque …. opera omnia, Parigi, 1623, p. 39. In: Franciosi, col. 242, ediz, Venezia 1556. Cf.: Noòel, Opere complete, t. I, p. 292, 1911); e che questo « cuore ci sia come un cuscino, corque suavissimus pulvinar » (In Dominic. XV post. Trinit., sermo 1, ibid, P. 449; Franciosi, L.c., NoeL, t. IV, p. 83). Egli fa dire a Nostro Signore: « Più che la morte mia, già così dura, sarebbe stato doloroso al mio cuore che ci fosse rimasto una sola goccia di sangue o d’acqua che io non avessi mversato da questo mio cuore per la salute dell’uomo. Poiché, come il sigillo imprime la sua forma alla cera, così la forza dell’amore con cui ho amato gli uomini, ha impresso in me nelle mie mani e nei miei piedi, e persino nel mio cuore, l’immagine dell’uomo, in maniera che io non posso cessare di pensare a lui» (In S. Pauli commemoration, ibid, p. 570 in FRANCIOSI, col. 243. Néel, t. V, p. 137.). Egli vuole che il discepolo di Cristo « si ritiri interamente nel cuore amoroso e dolcissimo di Gesù, nella camera deliziosa dello sposo, (che Egli stesso ha aperto a tutti quelli che ben vogliono dargli il cuore per abbracciarvelo .. .. fra le braccia del suo amore), e che là impari a rinunziare a se stesso in tutti i modi…, come il Signore vorrà, e come piacerà al suo divin cuore » (In Assumptione ; ibid, p. 593, in Franciosi, col. 243, Noel, t-V, p. 201). Ma se nei sermoni di Taulero si è molto parlato del sacro Cuore, più e meglio ancora è forse di esso parlato negli Esercizi sulla vita e passione di Nostro Signor Gesù Cristo. Dopo aver detto del sangue ed acqua uscite dal costato trafitto, l’autore aggiunge: « Il costato di Cristo è stato trafitto vicino al cuore per aprirci l’ingresso in quel cuore. Vi si vede il suo amore incomprensibile. Egli si dà interamente a noi, non riserba nulla nel suo cuore, se non per darcelo. Che cosa avrebbe potuto fare di più per noi? Il suo medesimo cuore Egli ce lo ha aperto come la sua camera segreta per introdurci là dentro come una sposa prescelta …. Egli ci ha dato il suo cuore orribilmente ferito, per farne la nostra dimora, sino a che, pienamente purificati, senza macchia, conformi al suo cuore, siamo resi capaci e degni di esser condotti con Lui nel cuore divino del Padre. Egli ci dà il suo cuore per nostra dimora e, in compenso, non chiede che il nostro per riposarvi » (Exercitia de vita et passione Salvatoris Nostri J.-C.; in Franciosi, col. 244-247, ediz. di Colonia 1706. Il P. Gracomo Talon dell’Oratorio, traduceva questi Esercizi nel 1669 (approvazione di Bossuet). Ho avuto sott’occhio la 3.a edizione di questa. Il passo tradotto, c. LIII, si trova alla pagina 385. Il P. Noel ne ha dato una nuova traduzione. Opere complete di Giovanni Taulero, t. VI e VII, 1912, 1913. Vedi t. VII, p. 181.). Si tratta qui del cuore di carne, del cuore ferito; ma è considerato simbolicamente, come lo dimostra il riavvicinamento col cuore di Dio. Siamo dunque qui, veramente, in faccia alla devozione del sacro Cuore. Il seguito è nello stesso senso e molto bello. In continuazione delle opere del Taulero, il Surio ha inserito un opuscolo anonimo, intitolato De decem cæcitatibus, « Dei dieci accecamenti ». L’opera non è, certo, del gran mistico, ma è ispirata alla sua maniera di vedere e piena del suo spirito. È un trattato dei principali ostacoli alla perfezione dell’anima e alla sua unione con Dio. Ora, alla fine del trattato, c. XX, si trova, come a riepilogo, un triplice esercizio divinamente rilevato, che contiene, in breve, tutta la perfezione della santità. Il primo si riferisce alla pratica perfetta dei doveri del proprio stato, mettendovi spirito interiore; il secondo all’esame attento della coscienza, con contrizione e fermo proposito; il terzo alla divozione nel servizio di Dio, secondo la propria attrazione. Qui il gran mezzo è meditare la vita e la passione di Cristo, studiandovi l’immenso amore che vi si manifesta e operando in conseguenza; poi s’impara a vivere in Dio per la fede, la speranza e la carità. Questa vita amorosa in Dio, si pratica eccellentemente con l’esercizio delle cinque piaghe, che ci fa passare per l’umanità per andare alla divinità. Nella piaga dei piedi si gettano tutte le proprie miserie per farla finita col peccato; alla piaga delle mani ci si abbandona in Dio e si riceve Dio in sé, meditando quanto Dio ci ha amato, e tutto quello che ha fatto per noi, sforzandoci di rispondere al suo amore e ai suoi benefici con un amore distaccato da tutto, un amore puro, vivo, efficace che riferisce tutto alla gloria dell’amico divino. « Ornato di questo triplice amore, pieno di una ardente carità, vi raccoglierete ed andrete al cuore di Gesù. È un tesoro immenso, una sorgente infinita di bontà e di carità. Voi vi entrerete per mezzo dei quattro esercizi seguenti », Il primo è l’offerta totale di sé, l’abbandono a Dio, quel che ora chiamiamo la consacrazione al Cuore di Gesù. Il secondo, è la domanda di ogni sorta di grazie, e soprattutto di Dio stesso. Il terzo, il desiderio di divenire conforme a Lui, nelle sue sofferenze, nelle sue umiliazioni, e nelle sue virtù, particolarmente nell’amor suo, per potersi trasformare in Lui. Il quarto è l’unione con desiderio e preghiera, che questa unione divenga sempre più stretta e perfetta. « Così unito a Lui, andrete alla stessa divinità . … e potrete immergervi tanto profondamente nel vostro Dio, così dolce, che le creature non vi trovino più come creatura, e là tutto il vostro desiderio sarà d’essere assorbita in Lui e, a vostra volta, assorbire Lui stesso, poiché Egli non è che una montagna o un mare immenso d’amore e di bontà … E se, mentre siete così nel Cuor di Gesù, la divinità vi assorbe, sarete felice ». È, conclude l’autore, « ciò che è accaduto, or non è gran tempo, a un amico nascosto di Dio » (D. I. Thauleri…. sermones…. reliquaque…. opera omnia, Parigi 1623, p. 806-905; Noel, t. VII, p. 504 ss.), che ha fatto questo triplice esercizio. Il Cuor di Gesù non è nominato che due volte in questo esercizio; ma vi occupa però una parte principale. L’unione a Dio è lo scopo supremo, ma Gesù ne è la via. Stringendosi a Lui, immergendosi nelle piaghe dei suoi piedi e delle sue mani, ci si prepara all’unione intima con Lui; ma è nella piaga del costato e nel cuore che si consuma. Ed ecco che questa unione con Dio fatto uomo, conduce l’anima anche più in alto, nell’intimo della divinità; dal cuore dell’Uomo-Dio, arriviamo al cuore di Dio. È la via spesso indicata dagli asceti e dai mistici del Medio Evo e abbiamo potuto afferrarne qualche traccia nella nostra rivista benché troppo rapida. L’autore che abbiamo analizzato vi ha indicato come dei punti di riposo e insinuato l’importanza speciale della fermata nel cuore di Gesù. Ora quel che egli dice combina con quello che ci avevano detto i primi testi precisi sulla divozione al sacro Cuore, quello specialmente di Guglielmo di Saint-Thierry che ci presentava il cuore di Gesù, come il Santo dei santi, ove Dio riposava, o come l’urna d’oro che conteneva la manna della divinità (Vedi più sopra c. I, § 2.). È nel medesimo senso che santa Margherita Maria intendeva la divozione, quando scriveva alla Madre Greyfié: « Egli mi ha fatto conoscere che il suo cuore è il Santo dei santi, il santo d’amore che Egli voleva fosse conosciuto al presente per essere come mediatore fra Dio e gli uomini » (Lettera XXXIII (XXXIV); Vita e Opere, t. Il, p. 68 (105). G. XXXVII, 300. Vedi più sopra 1. parte, c, II). –  Così il movimento della divozione è sempre e da per tutto lo stesso. Ciò riesce evidente dall’insieme di questo studio. Ma era, forse, utile di fermarci un momento nella nostra corsa frettolosa, per farlo osservare. – Vi sono dei tratti affatto simili nelle opere del B. Enrico Suso (1300-1366). Egli fa dire a Gesù: « Considerate tutti i cuori e vedete se uno solo è stato mai così ripieno d’amore come lo è stato il mio. Avrei voluto, al posto di tutte le mie membra, averne un solo, il più nobile…. il cuore, e avrei desiderato che questo cuore fosse trafitto, distrutto, straziato; fatto in pezzi…., avrei voluto che non ne rimanesse in me nulla che non fosse dato per dimostrarvi il mio amore » (Libro della sapienza, c. IV, in Oeuvres mystigues du B. Henri Suso, nuova traduzione del. P. G. Thiriot, O. P., t. II, p. 28, 29, Paris, 1899). E un po’ più avanti: « Bisogna che tu entri per il mio costato aperto nel mio cuore ferito d’amore e che tu ti rinchiuda là dentro; bisogna che tu vi cerchi una dimora e che tu vi rimanga. Io ti purificherò allora nell’acqua viva, e ti colorerò in rosso col mio sangue, mi immedesimerò con te e a te mi unirò eternamente ». L’anima fedele risponde: « Signore, nessuna calamita attira il ferro con tanta forza, quanto l’esempio delle vostre amabili sofferenze attira i cuori per unirli al vostro » (Ibid, c. XVIII, p. 130). – E quello che scrivevano Taulero e Suso vien realizzato dai mistici domenicani. Abbiamo parlato di santa Caterina da Siena, ma possiamo segnalare altri casi meno conosciuti. Esisteva a Colmar un convento di Domenicane molto devote alla Passione del Salvatore e alle sue sacre piaghe. Nelle notizie scritte da una di quelle suore, Caterina di Guebwiller intorno a diverse delle sue compagne che vissero là, dal 1250 al 1330, si vede che nella piaga del costato ritrovarono più d’una volta il Cuore divino. Una di esse, Gertrude di Sassonia, fu fatta vedere, alla badessa del monastero, come essendo nel cuore di Gesù su di una immagine meravigliosa del Crocifisso. Siccome egli se ne meravigliava, il Crocifisso gli disse: « Figlio mio, l’uomo può essermi unito più intimamente di quello che tu puoi credere; Io nascondo nel tesoro più segreto della mia divinità l’uomo che ho creato.» Un giorno che Gertrude era in orazione: da molte ore tormentata da una sete ardente finì per assopirsi. Allora le sembrò che le si ponesse dinanzi un vaso pieno sino all’orlo di acqua fresca e limpida e una voce le diceva: « Dissetati figlia mia, bevi di quest’acqua la cui sorgente è nel mio cuore ». Ella bevve e quando si svegliò la sua sete era calmata (Les inistigues d’Unterlinden a Colmar. Notizie scritte da una di esse e pubblicate dal V.te di Bussiéres, pag. 165, 222. In Franciosi, col. 235-6. Non saprei dire, non avendo il testo originale, se si tratta del cuore propriamente detto o del petto. Secondo il nostro punto di vista ciò stabilisce una differenza, quantunque il pensiero del cuore non sia assente in nessuno dei due casi). – La B.ta Cristina di Stommeln, presso Colonia, (1230-1312), si rivolgeva al cuor di Gesù quando il demonio minacciava di toglierle la vita: « Signore Gesù…. io vi prego per il vostro dolcissimo cuore torturato per amor nostro, se è vostro volere che questi maligni spiriti mi diano la morte, ricevete in pace il mio cuore turbato e agitato, custoditelo misericordiosamente nel vostro dolcissimo cuore » (Vita scritta da Pietro di Dacia O. P. suo contemporaneo in: Acta sanctorum, t. XXV, giugno, t. V, ad diem 23; p. 299; cf. p. 328). Dopo queste lotte terribili Nostro Signore sopravveniva all’improvviso e stringeva sul suo cuore dolcissimo il cuore della sua sposa (Ibid, p. 307, Franciosi, col. 231). Il P. Denifle ha trovato, in un manoscritto del XV secolo,  altre prove della divozione al sacro Cuore delle Domenicane di Alsazia nel decimo quinto secolo. – Suor Clara d’Ostren (morta nel 1447) del Monastero di Schéonensteinbach, diceva: « Ogni giorno io mi rinchiudo in un triplice castello. Il primo è il cuore purissimo e verginale della nobile Vergine Maria, contro tutti gli attacchi dello spirito maligno; il secondo è il cuore così buono del nostro amabile Signor Gesù Cristo, contro tutti gli attacchi della carne; il terzo è il Santo Sepolcro, dove mi nascondo accanto a Nostro Signore, contro il mondo e tutte le creature nocive ». Di Suor Clara Foeltzin (morta nel 1421), dello stesso monastero, si dice: « Ella aveva grazia speciale e particolare divozione al buono, dolce; soave Cuore del nostro amabile Signore e al santo Nome di Gesù (Comunicato dal P. Denifle al Nilles. V. Nilles, t. II, p. 53, nota). – L’ordine intiero di san Domenico si familiarizzò di buon’ora con l’idea del cuore ferito e del simbolismo che vi rifiorisce. Il venerdì dopo l’ottava del Ss. Sacramento, giorno destinato a divenire la festa del sacro. Cuore, essi dicevano l’ufficio della piaga del costato, e cantavano: Dulcis hasta, latus Dei/ Te replevit sanguine; / Dulcis mucro per cor Dei / Volvitur in flumine, / Sic salvantur omnes rei / Secreto Dei murere; ossia « Dolce lancia, sei stata tutta coperta di sangue, dal costato di un Dio. La dolce spada a traverso il cuore divino, s’immerge in un flutto di sangue. Così son salvati i colpevoli, per un dono misterioso di Dio. – E nel loro Ufficio delle cinque piaghe, cantavano pure: Si cor habes maculatum, / Inspice vulnus tam latum / Cordis ejus: illine fluit / Unda que sordes abluit; « Se il vostro cuore è macchiato; fissate lo sguardo sulla larga ferita del cuore. Di là scorre l’onda che lava tutte le sozzure ». Nella nona lezione del medesimo ufficio leggevano: « Egli ha voluto che il suo costato fosse aperto, per darci accesso a cìò che vi ha di più intimo (ad intima usque. sua). Poiché quando il costato fu ferito, il cammino fu aperto sino al cuore del Signore. Che l’uomo siaccosti, dunque, a questo Cuore sublime (E’ la parola del Salmo 63. « Accedet homo ad cor altum ». Non si sa sempre se gli autori, utilizzando questo testo, intendono «cuor profondo » o « cuor sublime ») e che Dio sia esaltato in lui. Ma chi salirà sino là? Chi vi farà suo riposo? Colui che ha le mani innocenti e il cuore puro, Ma che il peccatore non esiti. Se l’ingresso non gli è subito aperto, che pianga alla porta, là dove scorre il sangue, da dove esce. l’acqua: le porte sono aperte: il grido di coloro che piangon penetrerà facilmente sino al cuore del Signore, ecc. (Secondo Francesco Collius, De sanguine Christi, l. 4, c. 7; p. 616, Milano 1617. In Franciosi, col. 641).

V.

I CERTOSINI

Corrente continua di divozione. — Ludolfo di Sassonia. — Due certosini di Treviri. — Giacomo di Clusa. — Un Certosino di Norimberga, ecc. — L’immagine.

Vedremo ben presto, studiando Lansperge, che la divozione al sacro Cuore incomincia con lui a fiorire in pratiche, preghiere, e vari esercizi. Lansperge non è uno isolato fra i Certosini. Anche prima di lui troviamo indicazioni molto precise di tracce di una corrente continua nel campo di questa devozione tra i certosini. La teoria ne è come abbozzata in tratti rapidi, ma chiari, da Ludolfo di Sassonia, detto il Certosino (1295-1378), che, nelle sue pie considerazioni sulla piaga del costato, riassume la tradizione e dice in poche parole qual sia la natura e lo spirito della divozione: «  Il cuore di Cristo è stato ferito per noi di una ferita d’amore affinché noi, con una corrispondenza amorosa, possiamo, per la porta del costato, avere accesso al suo cuore, e là unire tutto il nostro amore al suo amore divino, in maniera da non formare che uno stesso amore, come succede del ferro incandescente e del fuoco. Poiché l’uomo deve…. rivolgere tutti i suoi desideri verso Dio, per amore di Cristo e confermare in tutto la sua volontà alla volontà divina, in ricambio di quella ferita d’amore che ricevé per amor dell’uomo sulla croce, quando la freccia di un amore invisibile trapassò il suo dolcissimo cuore … Ricordiamo dunque quell’amore eccellente che il Cristo ci ha rivelato nell’apertura del suo costato, aprendoci così un largo accesso al suo cuore. Affrettiamoci di entrare nel cuore di Cristo, raccogliamo tutto quello che abbiamo di amore per unirlo all’amore divino, meditando su ciò che si è detto » (Vita Christi, 2.a parte, c. 64, n. 14; in Franciosi, col. 250. Si  può vedere tutto il passo in francese nel Mois du sacré-Coeur par danciens auteurs Chartreux, Veille, p. 29-35). – Noi vediamo nei certosini la divozione al sacro Cuore in azione nelle loro preghiere e nelle loro pratiche di pietà. Ecco una preghiera di dom Enrico di Calkar, priore di Strasburgo, nella seconda metà del XIV secolo: « Dolcissimo Gesù, io getto e rinchiudo nel vostro cuore i miei sensi, le potenze dell’anima mia, i miei pensieri, i miei affetti. Io li seppellisco per sempre nel vostro cuore, affinché io stia e dimori interamente con voi per tutta l’eternità » (Mois du sacré-Coeur, p. 295.). – Verso lo stesso tempo, un Certosino di Treviri, il cui nome ci è sconosciuto, scriveva: « Per attirare sempre più nell’anima vostra il fuoco del divino amore, sappiate che il cuore sacro, il cuore tenero di Gesù, è pieno per voi di un amore naturale e divino…. amore veramente immenso, senza misura e come senza fine…. Non è forse cosa sorprendente e ben degna di lacrime amare vedere che s’incontra sì raramente e sì poco, anche nel cuore di molti buoni Cristiani, l’amore di nostro Signor Gesù Cristo?…. Ah! se pure in questa vita il vostro cuore ricevesse, per amare Gesù, una piccola particella di quell’amore che consuma per voi il cuor di Gesù, il vostro cuore non potrebbe contenerlo: ma infiammato subitamente da così ardente fornace, prenderebbe fuoco, si spezzerebbe, scoppierebbe » (Mois du sacré- Coeur, p. 42-45). – Un altro Certosino, pure di Treviri, dom Domenico, nato nel 1384 o nel 1888 e morto nel 1461, insiste più ancora e precisa meglio. « Se volete perfettamente e facilmente purificarvi dei vostri peccati, liberarvi dalle vostre passioni, arricchirvi di tutti i beni,…. mettetevi alla scuola dell’eterna carità (dove è maestro lo Spirito Santo). Mettete, immergete spesso in ispirito…., tutto il vostro cuore e lo spirito vostro…. nel cuore dolcissimo del nostro Signor Gesù Cristo…. in croce. Questo cuore è pieno d’amore. Per suo mezzo abbiamo accesso al Padre nell’unità dello spirito; egli abbraccia in un immenso amore tutti gli eletti…. Elevate il vostro cuore, verso questo cuor salutare, dopo esservi raccolto in voi stesso…. In questo dolcissimo cuore di Gesù si trovano tutte le virtù, la sorgente della vita, la consolazione perfetta, la vera luce che illumina ogni uomo…., ma. sopratutto ritrova ciò chi ricorre a Lui devotamente in ogni afflizione e necessità. Tutto il bene che si può desiderare si attinge sovrabbondantemente in lui; ogni salute e ogni grazia vengono da questo Cuore dolcissimo e non da altre parte. Egli è il focolare dell’amor divino, sempre ardente del fuoco dello Spirito Santo, purificando, consumando, trasformando in sé  tutti quelli che gli sono uniti e che desiderano immedesimarsi con lui. Ora, siccome è da questo Cuore che ci viene ogni bene, così dovete riferir tutto a Lui…. rendergli tutto senza niente attribuirvi, senza riposarvi nei doni di Dio…. ma tutto ricondurre alla sorgente. In questo medesimo cuore confesserete i vostri peccati, domanderete perdono e grazia, loderete (psalles) e ringrazierete. Perciò bacerete frequentemente e con riconoscenza questo piissimo Cuore di Gesù, unito inseparabilmente al cuore divino, dove sono nascosti tutti i tesori della sapienza e scienza di Dio, immagine, dico, sia di questo cuore, sia del crocifisso. Aspirerete di continuo a contemplarlo faccia a faccia, a lui confidando le vostre pene. di là attirerete nel vostro cuore il suo spirito e il suo amore, le sue grazie e le sue virtù; a Lui vi abbandonerete nei beni e nei mali, in Lui avrete confidenza; a Lui vi stringerete; in Lui abiterete…., affinché Egli, in compenso, degni far sua dimora nel vostro cuore; là; infine, vi addormenterete dolcemente e riposerete nella pace. Quand’anche il cuore di tutti i mortali, vi ingannasse o vi abbandonasse, questo cuore fedelissimo non v’ingannerà, né vi abbandonerà. Non trascurate, neppure, di onorare e invocare la gloriosa Madre di Dio, la dolcissima Vergine Maria, affinché si degni ottenervi dal dolcissimo cuore del suo Figliuolo, tutto quello che vi sarà necessario. In compenso offrirete tutto al cuor di Gesù, per le sue mani benedette » (In appendice negli Exercitia D. Ioannis Thauleri piissima super vita et passione Salvatoris nostri 7-C.,- Lyon 1556. La 1.a edizione latina è quella di Colonia del Surio, traduttore, 1548. Ogni pagina è data spesso come del Lansperge. Così fa il B. Jean Eudes, Le coeur admirable, 1. 12, c. 14 (Oeuvres complètes, t. VIII, p. 283), riportandola al cap. 36 della Milice chrétienne. Egli seguiva in ciò Dom de Roignac, certosino, che l’aveva inserita nella sua traduzione della Milice chrétienne ou le Combat spirituel, Paris 1671. Io non saprei dire se qualche edizione latina la dà come di Lansperge. Dom Boutrais ne ha trascritto due volte degli estratti secondo Dom Roignac, nel suo Lansperge, p. 119-117 e nel Mois de Sacré-Coeur par d’anciens auteurs Chartreux. 15° giorno, p. 94-96, sempre attribuendolo a Lansperge. Vedi, ibid. 1.0 giorno, pag. 36-41, il passaggio integrale tradotto una seconda volta sul latino e attribuito a Dom Domenico di Triri. Ho tradotto abbreviando sul testo latino dato dal Franciosi, col. 275-276, completando la referenza dietro le indicazioni di M. de la Begassiere, e correggendo quà e là, una copia fatta da lui). Abbiamo qui, in germe, tutto un manuale pratico della divozione al sacro Cuore; l’immagine stessa non è dimenticata. Lansperge, che ha avuto certamente sott’occhio queste pagine del suo predecessore non avrà che a ripeterle e spiegarle. Qualche volta si accontenterà di spiegare il testo. Giacomo di Clusa (1386-1466), che fu abate Cistercense avanti di essere Certosino ad Erfurt, dice in uno dei suoi sermoni: « Se il nostro amore per Gesù si raffredda, riguardiamo il suo costato trafitto e aperto per noi, e tosto il fuoco della carità accenderà di nuovo l’anima nostra, perché necessariamente un cuore aperto deve accendere il fuoco dell’amore nell’anima che lo contempla » (Secondo Dom Boutrais, Lansperge, p. 182, che rimanda ai Sermones formales, pubblicati a Spira circa il 1470. Cf.: Mois de Sacré Coeur, IV giorno, p. 52). – Un altro Certosino in un libro stampato a Norimberga nel 1480, scrive: « Il vostro costato destro è stato «così profondamente ferito dalla lancia del soldato, che la punta di ferro, penetrò nell’interno del vostro petto e venne a trafiggere nel mezzo il vostro tenero cuore. O anima mia, entra nel costato del tuo Signore Crocifisso, entra per questa ferita benedetta, sino al fondo del cuore amante di Gesù, trafitto per amore ». Seguono belle effusioni sul cuore di Gesù, città di rifugio, sorgente inesauribile di misericordia e di grazia. E continua: « Avvicinati dunque e dissetati con la bevanda dell’amore a questa sorgente del Salvatore, affinché all’avvenire tu non viva più in te, ma in Colui che è. Stato crocifisso per te. Dona il tuo cuore a Colui che ti ha aperto il suo cuore. Viene in seguito la preghiera: « Re Gesù, Salvatore dei fedeli, che avete voluto che il vostro costato fosse aperto dalla punta di una lancia spietata, io vi prego umilmente, ardentemente, a volermi aprire le porte della vostra misericordia e a lasciarmi penetrare attraverso la larga apertura del vostro adorabile e santissimo costato, sino nell’interno del vostro cuore, infinitamente. amabile, in maniera che il mio cuore divenga unito al vostro cuore, con un indissolubile legame d’amore. Ferite il mio cuore col vostro amore, fate penetrare la lancia del soldato attraverso il mio petto e che il mio cuore sia aperto per voi solo e chiuso al mondo e al demonio » (Nel Mois-du Sacré Coeur, 5.0 giorno, p. 54-59). Noi siamo qui si vede bene, in piena devozione al sacro Cuore; anche adesso non abbiamo formole o pratiche diverse. – Potremmo raccogliere molti altri tratti dello stesso genere in Dionigi il Certosino (1394-1471), priore di Basilea (m. 1487), in Niccolò Kempf, nato a Strasburgo nel 1393, certosino in Austria, in Pietro Dorland, priore di Diest (1440-1507), in Pietro Bloemenvenna, priore della Certosa di Colonia dal 1506 al 1536 e maestro di Lansperge (Per Dionigi, i testi sono meno diretti, vedi Franciosi, col. 278-279; Dom Boutrais, p. 183; per Arnaud, Mies di Sacré Coeur, 6° giorno, p. 60-62; per Niccolò Kempf, ibid,. 7° giorno, p. 63-66; per Bloemenvenns, ibid. 8° giorno, p. 67-70; per P. Dorland, Dom Boutrais, p. 184). – L’atmosfera dei Certosini era tutta imbalsamata dalla devozione al sacro Cuore di Gesù. Essi avevano la sua immagine sotto gli occhi e la mettevano pure sotto gli occhi dei fedeli nei loro libri stampati e negli ornamenti della loro architettura.

VI

VARIA

Pietro di Blois. – Uno sconosciuto spagnuolo. – Il primo inno al Sacro Cuore. – Simone di Cascia. – Giuliana di Norvich, – La beata Dorotea. – Santa Liduina – S. Lorenzo Giustiniani.

AI di fuori di questi ordini religiosi, si trovano sparse, ma numerose, le tracce di questa divozione. Ritorniamo sui nostri passi, per raccogliere qualche testo. Eccone uno di Pietro di Blois, morto nel 1200. « Il ferro è penetrato sino al suo cuore, per farci vedere che col suo amore, si son rivelati i segreti del suo cuore, per mezzo dell’apertura corporale ci si mostrano le viscere misericordiose del nostro Dio. La lancia mi ha dischiuso il segreto…. del Signore….; la lancia è come la chiave che mi apre (perchè io veda) quanto è soave il Signore » (Pierre de Blois, Serzzo 19, De cena Domini; Migne, t. CCVII, col. 618). Come siamo vicini a S. Bernardo, per il pensiero e per l’espressioni! Riconosciamo, pertanto, che S. Bernardo e la sua scuola superano il pio arcidiacono per ciò che è della divozione propriamente detta. Molto più chiara si rivela l’idea del cuore, e più accentuata è la divozione a questo sacro Cuore in un opuscolo manoscritto, di un autore sconosciuto del secolo XII intitolato: Liber de doctrina cordis. Quelli che hanno scoperto e pubblicato questo bel passo, non banno, disgraziatamente, che poche notizie sul manoscritto, e nessuna sull’autore. Ne traduco gli estratti più significativi. «Offri il tuo cuore a Colui che…. per il primo ti ha dato il suo cuore, affinché tu gli renda cuore per cuore,… Gaudio felice in cui…. tu hai tutto per te, e il tuo cuore e il cuore di Cristo. Non ti ha Egli forse mostrato la casa del suo cuore (Domum cordis) allora in special modo che un soldato gli aperse il costato? Fu una breccia nella muraglia, fu una porta aperta da una chiave regia, affinché il tuo cuore avesse accesso al suo cuore, affinché per una fede retta, per amore indiviso tu possa penetrar sino al suo cuore senza incontrare ostacolo. Infiamma colà il tuo cuore con la fede e la meditazione » (Liber de doctrina cordis. Opera manoscritta di un autore sconosciuto del XII secolo. Testo 1atino in Franciosi, col. 163-164; secondo LLobet e Balaguer, Nacional Homenaje de las Ciencias, Letras y Artes Espanolas al Sacratisimo Corazon de’ Jesus, Barcelona. 1882, p.:180; s salvo che Francioso ha donum cordis, dove nel libro spagnuolo è domum Cordis. Non so quello che si trovi nel manoscritto, ma poco importa al nostro scopo. Un Gesuita spagnolo, ha voluto trascrivere per me la pagina 180 del Nacional Homenaje, ove si trovano altri testi, non meno espressivi. Il testo qui sopra riportato è al foglio CXLV del ms. Lo si attribuisce a un Tractatus de Doctrina cordis B. Gregorii. Magni. Lo scritto è stato trovato in uno dei due conventi di Poblet (Tarragona) mo di Santas Creus. Sono due conventi cisterciensi fondati nel 1154. Benchè i nostri autori attribuiscano il manoscritto al XII secolo, non sarebbe certo temerario di dirlo del XII o XIII). – Fra le opere di S. Bernardo si incontra una lunga preghiera ritmica per salutare ciascuna delle membra di Cristo penante e confitto in croce. Si rivolge ora ai piedi, ai ginocchi, alle mani, al costato, al petto, al cuore, alla faccia. Si può rilevare la distinzione del costato, del petto benché nell’applicazione mistica queste diverse parti vengano un po’ confuse insieme. La poesia, pertanto, non è di San Bernardo, ma è del XIII secolo, e vi si trova, nel ritmo lento e monotono delle strofe che cadono una ad una come gocce d’acqua, l’insieme delle considerazioni che, su questo soggetto, han nutrito la pietà del Medio Evo. Ecco qualche brano.

Per il costato ferito :

Salve, latus Salvatoris,

In quo latet mel dulcoris,

In quo patet vis amoris,

Ex quo scatet fons cruoris

Qui corda lavat sordida….

Salve, mitis apertura,

De qua manat vena pura,

Porta patens et profunda,

Super rosam rubicunda,

Medela salutifera….

(Salve, costato del Salvatore, dove si nasconde un miele dolcissimo, dove si mostra un ardente amore e da dove scorre una sorgente di sangue che lava tutti i cuori macchiati. Salve o dolce apertura da dove scorre un così puro ruscello, porta aperta e profonda, più rubiconda della rosa, e che è per noi salutare rimedio.).

Per il petto:

Salve, salus mea, Deus,

Jesus dulcis amor meus;

Salve, pectus reverendum,

Cum tremore contingendum,

Amoris domivilium….

Plaga rubens, aperire,

Fac cor meum te sentire,

Sine me in te transire

Vellem totus introire :

Pulsenti pande pauperi….

In hac fossa me reconde,

Infer meum cor profunde,

Ubi latens incalescat,

Et in pace conquiescat,

Nec prorsus quemquam timeat.

Jesu dulcis, pastor pie,

Fili Dei et Mariae,

Largo fonte tui cordis

Foeditatem meae sordis,

Benigne Pater, dilue.

(Salve, o Dio, mio. Salvatore, mio: dolce amore Gesù, salve petto venerabile, dimora d’amore che si deve toccare. O piaga purpurea apriti, e fa’ che il mio cuore ti gusti! Permettimi di venire in te… Io vorrei entrarvi tutto… deh! apri al poverello che batte (alla porta). Nascondimi in questa fossa e mettimi bene in fondo il mio cuore. Che nascosto là s’infiammi (d’amore) e che io riposi in pace senza temere nessuno al mondo. O dolce O dolce Gesù! O buon pastore! Figlio di Dio e di Maria; deh! fai che la bruttezza delle mie sozzure sia lavata dall’abbondante sorgente del vostro cuore).

Per il cuore :

Summi Regis, cor, aveto,

Te saluto corde læto,

Te complecti me delectat,

Et hoc meum cor affectat,

Ut ad te loquar animes….

Propter mortem quam tulisti,

Quando pro me defecisti,

Cordis mei cor dilectum,

In te meum fer affectum,

Hoc est quod opto plurimum.

Per medullam cordis mei,

Peccatoris atque rei,

Tuus amor transferatur

Quo cor totum rapiatur,

Languens amoris. vulnere….

Viva cordis voce clamo,

Dulce cor, te namque amo:

Ad cor meum inclinare,

Ut se possit applicare,

Devoto tibi pectore….

Rosa cordis, aperire,

Cuis odor fragrat mire,

Te dignare dilatare.

Fac cor meum anhelare,

Fiamma desiderii,

Da cor cordi sociari,

Tecum, lesu, vulnerari,

Nam cor cordi similatur,

Sic cor meum perforatur

Sagittis improperii.

(Salve, o cuore del Re sovrano, io ti saluto con lieto cuore, e mi compiaccio nell’abbracciarti, è il desiderio del mio cuore; non ho più vivo desiderio di questo. Che il tuo amore penetri nel fondo della midolla del mio cuore, e che bench’io sia peccatore e colpevole, rapisca tutto il mio cuore, il mio cuore ferito d’amore. Io grido con la voce più viva del cuore, dolce cuore, perché io ti amo. Deh! inclina il tuo cuore verso di me, divotamente a te, cuore a cuore, Schiudi, o rosa del cuore, il cui profumo è sì dolce, degnati dilettarti e rendi anelante il mio cuore sotto il fuoco del desiderio. Che il mio si unisca al tuo.  Che sia ferito con te; o Gesù perché i nostri cuori saranno simili se il mio cuore sarà trapassato dalle frecce dell’oltraggio. In appendice alle opere di S. Bernardo, Migne t. clxxxiv, col. 1321-1323. Il padre Blume ha, congetturato, e sembra a ragione, che le strofe sul cuore (Summi Regis cor aveto) devono aver formato in origine, un poema a parte, che sarebbe il primo canto conosciuto in onore del sacro Cuore. È vero che non si trovano mai isolate nei manoscritti (di cui i primi sono del principio del XIV secolo), ma non si collegano bene con l’insieme di cui fanno parte adesso… (per esempio, non cominciano col Salve come le altre), e l’insieme mi sembra farlo supporre. Le strofe al costato ferito e al petto dicono presso a poco la stessa cosa e fanno come un doppio ufficio. Blume va più lungi. Egli attribuisce la poesia così distaccata dalle altre al P. Hermann Joseph dell’ordine dei Premonstratensi, che morì a Zulpic nel 1241 e di cui ha pubblicato l’opera poetica nel 50° fascicolo degli Analecta hymnica medii ævi. Vedi l’articolo di Blume Gozllichen Herzens erster Sanger, der. sel. Hermann Joseph, in: Stimmem aus Maria-Laach, gennaio 1909; t. LXXVI, p. 121-124. Il testo di Blume differisce notevolmente da quello che io dò qui seguendo Magitron. Lo si troverà negli Etudes del 5 Giugno 1911, art. sulla Diffusione della divozione al XIII, XIV e XY secolo. Devo l’indicazione del lavoro di Brune alla cortesia di di F. TOURNIER.). Il beato Simone da Cascia (morto nel 1348), dell’ordine di Sant’Agostino, nella sua opera De gestis Christi, non è che l’eco fedele della tradizione quando ci parla dei misteri del sangue e dell’acqua sgorgati dalla piaga del costato, ma trova il sacro Cuore quando si ferma a considerare l’intenzione nascosta nell’uso della parola aperuit. « Bisogna vedere l’azione dello Spirito Santo nell’espressione dell’Evangelista. Egli vuole che il costato aperto ci manifesti l’amore di quel cuore che ci ha amato sino alla morte e che andiamo a quell’amore ineffabile che lo ha fatto venire a noi; vuole che ci accostiamo al suo cuore, quel cuore profondo, quel cuore che pensa a tutto e sa tutto…, a quel cuore che ama. Vuole che, grazie alla porta aperta, noi diveniamo, almeno nella vivacità dell’amore, simili al suo cuore (cordiformes) e che penetriamo in ispirito nel segreto nascosto da tutta l’eternità e come svelato alla sua morte per l’apertura del costato » (De gestis Christi, Colonia, 1533; 1. XIII, p, 807; in FRANCIOSI, col. 241. Abbiamo già veduto questo testo, quasi parola per parola, in un sermone di S, BERNARDINO DA SIENA). Nella contemplazione di una romita inglese del XIII secolo sulla passione di nostro Signore e l’apertura del costato, troviamo questo passo: « Essi fanno venire Longino che con la lancia gli trafigge il costato, gli apre il cuore, e da quella larga ferita scorre il sangue che ci ha riscattato e l’acqua che purifica il mondo dai suoi peccati…. Ah! Dolce Gesù! Voi mi aprite il cuore affinché io vi conosca veramente, là io vedo in giusta misura quanto mi avete amato. Come posso io rifiutarvi il mio cuore, poiché avete comprato cuore con cuore? (Citato da Dalgairns nel suo Essai sur la vie spirituelle en Angleterre au moyen age, che serve d’introduzione a l’Echelle de la perfection, di V. Hirron : Franciosi, 237), E questa, si vede bene, una formula perfetta della divozione al sacro Cuore simile a quella che abbiamo raccolto nella Vigna mystica. L’espressione vi è meno chiara, ma l’idea è la stessa della rivelazione fatta da nostro Signore a un’altra religiosa, la beata Giuliana di Norvich, nel 1373. « Nostro Signore, mostrandosi tutto lieto, riguardò il suo costato aperto e lo contemplò qualche tempo con visibile gioia. Poi, con un dolce sguardo, invitò il mio intelletto a penetrarvi per la ferita che vi fece la lancia, e mi mostrò un bel posto, ripieno di delizie e assai vasto, perché tutta la porzione del genere umano che sarà salva, possa riposarvi nella pace e nell’amore. Con questo mi ricordò allo spirito il Prezioso sangue e l’acqua che ne fece sgorgare per amore. Infine, tutto raggiante di gioia, mi fece vedere il suo divin cuore trafitto dalla lancia. E, mentre io godeva di una visione così dolce, Gesù mi svelò, in parte, la sua divinità, sforzandosi di attirare la mia |povera anima…, non dico a comprendere, ma a considerare che almeno un poco quell’amore infinito che non ha avuto principio, che è e sarà eternamente. Indi il nostro buon Salvatore mi disse deliziosamente : Vedi quanto ti ho amato !,, » (Giuliana DI Norvica, Révélations de l’amour de Dieu, tradotto da un Benedettino di Farnborough, Parigi 1910, c. 24. Decima rivelazione, p. 95-96.). La vita della beata Dorotea, un’altra reclusa, (1343-1394) ci offre, ma in una maniera più velata, un caso di cambio del cuore analogo a quello di santa Caterina da Siena. Un giorno che Ella aveva una tentazione di scoraggiamento, e pregava con grande fervore la Vergine Santa di venire in suo soccorso, « il Signore Gesù, suo meraviglioso amante, le tolse il suo vecchio cuore e le mise, in cambio, un cuore nuovo e infiammato. Nell’estasi, ella sentiva che le si toglieva il cuore e, al suo posto, si metteva una massa di carne tutta in fiamme; ricevendola era così felice che non poté, sul momento, farne parola con nessuno…. Questa estrazione del cuore, aggiunge il vecchio narratore, e questa sostituzione di un altro cuore, fu solo un’alterazione naturale, o un vero cambiamento di sostanza? Lo sa colui che rinnovò il cuore e che ben poteva rinnovarlo in una maniera, o nell’altra. (Vita Beatæ Dorotheæ, c. 3, n. 45. Acta Sanctorum, t. LXI, ottobre, t. XIII, ad diem 30, p. 517 in Franciosi, 260). – Un’ altro giorno in cui la beata aveva molto pregato, e con fervore speciale, « vide il Signore che si mostrava a lei amichevolmente, col costato e il cuore aperti (cum corde suo et latere aperto) ». « Da ieri sera al tramonto del sole, le disse, io ti ho mandato tre volte lo Spirito Santo, per ferirti e abbracciarti, affinché, a tua volta tu possa lanciare su di me delle frecce d’amore. Se io ti ho mostrato il mio costato aperto e il mio cuore piagato, è perché all’avvenire, ti sia facile di ritrovare il mio cuore e ferîrlo con dei dardi d’amore » (Apparitiones, c. 80, ibid, p. 581. Questi due fatti sono ricordati in una bella preghiera alla Beata Dorotea che i Bollandisti riportano da un vecchio manoscritto, « O dolcissimo Signore Gesù, che tagliando il suo vecchio cuore alla vostra serva Dorotea, le avete dato un cuor nuovo e l’avete spesso ferito con la lancia e le frecce del vostro cuore, io vi prego, per i suoi meriti e la sua intercessione… datemi, nella vostra misericordia, un cuor contrito, nuovo e umile, accordatemi di comprendere la vostra volontà e di compierla fedelmente con una buona condotta e una santa vita ». (ibid, p. 493). Non si fa qui menzione espressa del cuore di Gesù, ma si vede che tutta la preghiera è impregnata di questo pensiero). L’amore tenero, nell’ordine umano, si esprime naturalmente, col dono del cuore. L’amore verso Gesù usa delle formole simili; e queste formole ci riavvicinano al sacro Cuore. Così santa Liduina (1380-1433) diceva al Suo Buon Angelo: « Dite al mio Diletto l’ardore del mio cuore…. Salutatelo nél santuario del suo cuore e supplicatelo a non permettere che io dia mai posto nel mio cuore a un altro amante che non sia Tu » (Acta Sanctorum, Aprile, t. II, ad diem 24; Pg. 315; in FRANCIOSI, 263). Come Pietro di Blois, che conosce e cita, S. Lorenzo Giustiniani (1381-1455) mostra una divozione esplicita al Cuor di Gesù, ad eccezione, forse, di qualche citazione che fa. Ma parlando della ferita del costato, ha delle parole che esprimono a meraviglia la devozione al sacro Cuore. Fatene l’esperienza, vedete, gustate quanto è dolce, quanto gradevole, quanta sicurezza dà il far dimora nel costato di Gesù !». Pensare alle fatiche e ai dolori di Cristo, commenta, è entrare nelle piaghe dei suoi piedi, ricordare i suoi benefizi e i suoi miracoli, è entrare nelle piaghe delle sue mani; ma se gustate il suo amore ardente, la grandezza della sua dilezione, la sapienza ammirabile, i tesori della sua divinità, l’affluenza dei doni dello Sposo, l’unione delle due nature, trasalite di gioia, perché siete giunti a penetrare i segreti del suo custode… Si dice che in Epiro si trova una sorgente dove non solo, come in tutte le altre, si spengono le fiaccole accese, ma dove, a differenza delle altre, si possono accendere spente. Tali sono le sorgenti del Salvatore, le sue ferite; cioè vi si spengono gli ardori della concupiscenza e vi si accende il fuoco della carità » (De casto connubio, c. 8, n. 2. Oeuvres, Lyon, 1678, p. 155; pure Franciosi, col. 273).

VII.

OSSERVAZIONI E CONCLUSIONI.

Numero dei fatti. — Correnti d’idee e movimenti che si disegnano. — Testi comuni. — Centri d’ influenza. — La certosa di Colonia.

Si. può, da questa lunga rassegna, raccogliere qualche conclusione generale, per la storia della nostra divozione? È possibile. Ma mi accontento di annotare qui qualche tratto preciso. Si constata, per prima cosa, quanto la divozione sia diffusa. Si ritrova dappertutto e non bisogna dimenticare che i fatti citati son lungi dall’esser tutti i fatti. Quanti altri se ne potrebbero ancora raccogliere! Tutti i giorni ne vien segnalato qualcuno. E quanti rimarranno ignorati per sempre! senza parlare dei casi numerosissimi in cui la divozione al cuore si confondeva con quella alla piaga del costato, per modo da non poterla distinguere con sufficiente chiarezza. Altra constatazione. Non vi sono solamente dei fatti sparsi; ma si hanno pure delle correnti d’idee, dei movimenti che si disegnano, dei centri d’influenza, delle linee direttrici. Pur tenendosi in guardia contro premature generalizzazioni, si può sempre segnalare qualche fatto. Esisteva già un fondo comune d’idee; assai facile a riconoscersi. Dapprima il simbolismo delle. piaghe e, in modo speciale, di quella del costato da cui escono, coi sacramenti, tutte le grazie di Dio; dove si trova un rifugio, dove l’amore può riposare tranquillo. Ora, la piaga del costato è riguardata, almeno a partire dal XII secolo, come se fosse pur anche la piaga del cuore « vulnus lateris et cordis ». Generale era pur l’idea che il discepolo prediletto, riposando. sul petto di Gesù, avesse bevuto alle sorgenti del Salvatore, « de fontibus Salvatoris, » l’amore, la virtù, i segreti divini. Ma nel mondo del simbolismo, petto e cuore, «pectus cor » si confondono facilmente per designare l’intimo di Gesù, i segreti dell’amor suo, ciò che infine noi chiamavamo cuore; e quantunque la parola del Vangelo, pectus, fosse la più usata vi si ritrova pure la parola cor. Sant’Agostino aveva già detto che il riposo di Giovanni sul petto di Gesù, significava che egli aveva bevuto i segreti più profondi nell’intimo del cuore divino, « de intimo ejus corde » (In Joann., 18. n. 1, Migne, 35 1536). Questi testi, e gli altri che ho segnalato al cap. I, §° 1 e 2, come pieni della divozione del sacro Cuore, erano generali, e d’uso comune; bandivano dunque dappertutto quelle idee che una meditazione amorosa, faceva sgorgare, come naturalmente, da questa divozione. – Poi, quando le idee cominciarono ad essere espresse in termini precisi, i testi che le esprimevano, erano studiati, copiati, utilizzati in mille modi. Qualche esempio può essere utile. San Bernardo, nel Sermone 61 sulla Cantica, ha una pagina ammirabile sulle ferite di Gesù e, in special modo, sulla ferita del costato, qualche linea allude anche direttamente al cuore (l’ho tradotto più sopra, potet arcanum cordis per foramina corporis, etc.). Tutto questo sviluppo, con qualche tratto sia del sermone Seguente, sia di altri, è forse un po’ rimaneggiato o con qualche aggiunta. Esso fu ripreso dai compilatori. Come tale fu inserito nella raccolta che ebbe sì gran successo; e continua ancora a nutrire le anime pie, sotto il titolo di Manuale, attribuito a Sant’Agostino (Migne, t. XL, col 960-961, qui append. II, n. 5). Fu pure inscritto in un’altra compilazione sull’anima, « Libri de anima », che circolò sotto il nome di Ugo da San Vittore (Migne, t. CLXXVII, col. 181, qui append. II, n. 5), e fu inserito pur’anco in altri opuscoli e raccolto qua e la dai predicatori o dagli asceti. È citato come di S. Bernardo o S. Agostino negli « Esercitia de vita et passione Salvatoris Nostri. » (Vedi il passo in FRANCIOSI, col. 246. Si trova nello stesso luogo un altro passaggio attribuito a Sant’Agostino,. dove si fa ugualmente menzione del sacro Cuore. È nostro Signore che parla e invita l’uomo ad amarlo, ricordandogli i suoi benefizi e l’amor suo. « Denique cor meum tibi patefici, potum tibi præbens ipsum roseum sanguinem cordis mei »). Ludolfo il Certosino lo cita pure (Franciosi, col. 251) e quanti dopo, di loro! Altri testi meno salienti e. di autori meno, conosciuti, passavano pure di mano in mano, di bocca in bocca, di raccolta in raccolta. Ho già detto che Harphius, il. Mistico francescano, ha copiato Ludolfo Certosino, a meno che l’uno e l’altro non abbiano copiato da un terzo, Si è molto sorpresi di trovare in San Bernardino. da Siena un lungo commento del B. Simone da Cascia, sulla ferita del costato e il sacro Cuore. Nella Milice chretienne di Lansperge, fu inserita una pagina di Domenico di Tréviri, che si è potuto leggere più sopra. I fatti circolavano come i testi ed esercitavano la loro influenza sulla divozione ed hanno potuto pure esercitarla sino sui fenomeni d’ordine mistico. E che dire delle comunicazioni fra persona e persona? Santa Lutgarda passa dalle Benedettine alle Cirstercensi, Santa Francesca. Romana, dopo essere stata lungo tempo sotto la direzione dei Francescani, passa sotto quella degli Olivetani; Ubertino da Casale, comincia per essere francescano, diviene poi benedettino e muore cirstercense. Ludolfo Certosino era stato già domenicano. Quanti legami, invisibili qualche volta, ma reali, e che possiamo supporre. Possiamo anche discernere certi centri d’influenza e di comunicazione e zone di influenza. Segnalo, specialmente la Certosa di Colonia. I particolari verranno dati nel capitolo seguente, ma per ora raccogliamo qualche fatto caratteristico. Bloemenvenna vi avev a tradotto Harphius, il mistico francescano.; Lansperge  vi tradusse S. Mecthilde e S, Gertrude, le mistiche cirstencensi; Surio, fece lo Stesso, per Suso e Taulero, i mistici domenicani, senza parlare di Ruysbroeck e sante mistiche; un po’ più tardi Bruno Loér vi ristampava le opere mistiche di Harphius e le dedicava ad Ignatio di Loyola. Van Esch (Eschius), molto divoto, egli pure, del Cuore di Gesù, era in intimo rapporto con Lansperge e i Certosini di Colonia, ai quali condusse Surio, uno altro discepolo dello stesso maestro, Pietro Canisio, condiscepolo e amico del Surio, era pur familiare della Certosa. Nel 1543, aveva pubblicato una edizione di Taulero, nel testo originale tedesco, che servì di base alla traduzione del Surio (Questo « certo Pietro Noviomagus » di cui parla il P. Noel nella sua Introduzione alla traduzione francese del Taulero, t. I, p. 87; non è altri che Canisio, nato a Nimegue: Noel lo ha riconosciuto nei volumi seguenti.). Fu forse nei suoi rapporti col coi suoi amici che Canisio attinse quella tenera devozione al cuor di Gesù che ne ha fatto uno dei precursori della B. Margherita Maria? Infine, i Certosini di Colonia, pubblicavano, nel 1541 presso Jaspar Gennepaeus, un volumetto di 88 pagine intitolato: Hortules devotionis, che non è altro che una raccolta di preghiere, pie pratiche, ove ad ogni istante  si fa questione del sacro Cuore. Vi si offre a Dio il cuore di Gesù per i peccati del cuore….. vi si trova buon numero d’esercizi in onore delle cinque piaghe; e le preghiere alla piaga del cuore (è sempre l’espressione usata) sono in particolar modo pie e commoventi. D’altra parte, Luigi di Blois seguiva con attenzione quel movimento ‘di pietà…. Egli conosce e utilizza Lansperge, approfondisce Taulero, cita Harghius e Ruysbroeck, fa raccolta fra i mistici d’Helfta…. e la sua divozione al sacro Cuore si arricchisce con la divozione del passato. (Per diversi dettagli vedi Dom Bourrais, p. 44-50 altri sono presi da Hurter, Nomenclator litterarius, t. IV, Innsbruk 1899, ai nomi di Harphius, Tauler, Suso e t. I, ai nomi di Brosius e Surius.). Precisare anche di più, sarebbe un andar troppo per le lunghe, e su molti punti sarebbe ancor temerario, dato lo stato attuale delle nostre conoscenze. Le indicazioni che precedono bastano, del resto, per farci intravedere non solo quanto la divozione era diffusa verso la fine del XV secolo e il principiare del XVI, ma ancora per quali vie e in qual modo, pur restando una divozione privata, si diffondeva e tendeva via via a entrare nel dominio del pubblico. Vediamola adesso, prender forma, per così dire, in divozione distinta, con pratiche che le son proprie.

IL SACRO CUORE (45)

IL SACRO CUORE (45)

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ-

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE TERZA.

Sviluppo storico della divozione.

CAPITOLO PRIMO

III

XII E XIII SECOLO

Il culto del sacro Cuore; prime tracce e sviluppo; San Bonaventura e la vigna mistica; Santa Mechtilde, Santa Gertrude. Prospettive d’avvenire.

A partire dal XII secolo, i testi si moltiplicano a mostrarci nel cuore aperto di Gesù il rifugio delle anime, il tesoro delle divine ricchezze dove, come dirà più tardi Margherita Maria, « più si prende e più si trova da prendere », il simbolo espressivo dell’amore che reclama l’amore. Barutell ne ha raccolto un buon numero: di Riccardo, di San Vittore, d’Eelchert, di Schònau (al quale si attribuisce adesso il sermone sulla passione di Cristo che si trova spesso attribuito sia a sant’Anselmo (Medit. IX, P. L. t. CLVIII, col 778), sia a san Bernardo (P. L., t, CLVIII, col. 953.), di Pietro di Blois, che ripete i pensieri e persino le parole di san Bernardo, ecc. (Se ne trovano molti altri in Franciosi benchè vari debbano intendersi piuttosto del costato aperto o del cuore metaforico che del cuore simbolo dell’amore. – Vedi più sotto, c. II, § 6, un testo di Pietro pe Blois.). – Questi testi ci presentano il sacro Cuore, ma non vi vediamo il culto propriamente detto. Qualcuno sembra portar traccia di divozione al sacro Cuore specialmente quelli di Guerrie e di Guglielmo di San Thierry; ma queste tracce sono tenui; sono solo accenni fuggitivi. Nella Vigna mistica e pure con santa Mechtilde e con santa Gertrude la divozione sembra prender corpo, la pietà si nutrisce di quello che sa. Di chi è la Vitis mistica e da quando data? E’ stata spesso attribuita a San Bernardo, ed è sotto il suo nome che la Chiesa ne aveva inserito degli estratti nell’Ufficio del sacro Cuore, nelle lezioni del secondo notturno. Altri la attribuiscono a san Bonaventura. La questione è stata risolta in questo senso, almeno per la parte che ci interessa, e questo appoggiato a buone prove raccolte nella bella edizione del dottore Serafico pubblicata a Quaracchi (S. Bonaventura, Opera omnia, t. VIII, p. LIMI sq. 1898. Tuttavia non oso dire che la mia convinzione sia stabile, poiché tanto il tono quanto il modo sono più quelli di S. Bernardo e della scuola cisterciense, che di S. Bonaventura, tali e quali noi li vediamo nelle sue opere, se non quali ce li figuriamo in quelle che gli si attribuiscono.). Queste prove hanno indotto la congregazione dei riti nella recente riforma del Breviario ad attribuire queste lezioni a San Bonaventura. In pari tempo si trova, in questa edizione, un testo migliore. È questo testo che seguiremo (Loc. cit., p. 159, § 9-e 163-164.). Dovremo, perciò, mettere san Bonaventura in prima linea fra i devoti del sacro Cuore. Egli ha fornito ai promotori della divozione una delle loro pagine più espressive e più pie; e si comprende che la Chiesa l’abbia adottata. Vi s’indica chiaramente la ferita del cuore e la si avvicina alla ferita dell’amore: Foderunt ergo et perfoderunt non solum manus, sed et pedes, latus quoque et sanctissimi cordis intima furoris lancea perforaverunt; quod jamdudum amoris lancea fuerat perforatum, Segue il testo della Cantica, IV, 9: Vulnerasti cor meum, con uno sviluppo che per altro fa perdere un po’ di vista il cuore ferito. Ma l’autore vi ritorna,ed è allora che la divozione ci appare. « Ma poiché siamo venuti al cuore dolcissimo di Gesù, e che è bene per noi il rimanervi, non allontaniamocene con troppa facilità.Noi ci avvieremo dunque a voi, e ci rallegreremo in voi nel ricordo del vostro cuore, Ah! come è buono e dolce l’abitarein questo cuore! Ah! che prezioso tesoro, che perla squisita è il vostro cuore o buon Gesù! Chi non vorrebbe questa perla? Ben più, io darei, tutto al mondo, darei in cambio tutti i miei pensieri, tutti gli affetti dell’animamia, gettando ogni mio pensiero nel cuore del buon Gesù ». – Non son forse questi tutti esercizî di divozione verso il sacro Cuore, per dimorarvi e appropriarselo? E, in questo senso, ciò che segue è ancora più preciso: «Io andrò a pregare in questo tempio, in questo Santo dei Santi, presso l’arca del testamento. David diceva: Ho trovato il mio cuore per pregare il mio Dio. Ed io al pari di lui; ho trovato il cuore del Signore, mio re, mio fratello, e mio amico, il buon Gesù. E non pregherò io? Sì, pregherò. Perché il suo cuore è mio, lo dico arditamente ». Seguono le prove di questa asserzione, e, conclude: « E dunque mio. Ed ecco che io ho un sol cuore con Gesù … Avendo dunque trovato il vostro cuore ed il mio, o Gesù, io vi pregherò come mio Dio. Accogliete le mie preghiere nel santuario dove esaudite; o piuttosto attiratemi tutto intiero nel vostro cuore ». La preghiera prosegue, bella e commovente, implorando che l’anima purificata da Gesù possa avvicinarsi a Lui, rimaner sempre nel suo cuore, conoscere e compiere sempre la sua volontà. –  Bisogna ancor citare testualmente il Seguito, perché non si potrebbe trovare nulla di meglio per esprimere la divozione: « Il vostro costato è stato trafitto; perciò, messi al sicuro da tutte le tempeste del di fuori, possiamo dimorare in questa vigna (in ipsa vite). È perché questa ferita? Perché nella ferita visibile, potessimo vedere la ferita invisibile dell’amore. Come rivelar meglio questo ardente amore, che lasciando ferire non solo il corpo, ma ancora il cuore? La ferita della carne, mostra la ferita spirituale ». – Segue il testo Vulnerasti cor meum, con un magnifico svolgimento sull’amore dello sposo, che termina così: « Io ti amo estremamente, come una fidanzata; di un amor casto come a sorella. Ecco perché il mio cuore è stato ferito per te ». La conclusione è questa che potevamo aspettarci: « Chi non amerebbe questo cuore ferito? Chi non darebbe corrispondenza d’amore a Lui che ama tanto? Chi non abbraccerebbe uno sposo sì casto? Ah dunque, per quanto è possibile, rendiamo amore per amore; abbracciamo il nostro caro ferito…. e preghiamo perché stringa con i lacci dell’amor suo il nostro cuore ancor duro e impenitente e lo trapassi: con un dardo amore » (Vitis mistica, c. III, loc. cit, p. 163-164. Testo un po’ diverso in Migne, P. L.) t: CLXXXIV, col. 141-144). Questo testo ci esprime ben chiaramente la: divozione al sacro Cuore, Vi si trova tutto: il doppio oggetto nell’unità del simbolismo, il fine, lo spirito, l’atto proprio, molti atti della divozione. Ancorché la vigna mistica non fosse di san Bonaventura, troviamo però sempre nelle opere che sono certamente sue delle tracce della divozione al sacro Cuore. Così nel capitolo VI del libro della vita perfetta, egli raccomanda all’anima religiosa, con termini molto penetranti, di fortificare la sua divozione meditando la Passione e attingendo le acque della grazia alle sorgenti di Cristo, vale a dire alle sue piaghe: « Va dunque, le dice, vai dal cuore a Gesù ferito, a Gesù coronato di spine, a Gesù confitto in croce; e col beato Tommaso non guardar solamente le tracce dei chiodi nelle sue mani, non metter solamente la mano tua nel suo costato, ma entra tutta intiera per la porta di quel costato, sino al cuore stesso di Gesù, e trasformati in Gesù Cristo per l’ardente-amore del crocefisso » (De perfectione vitæ ad sorores. Opera t. XII, Parigi 1868, p. 221). – Nella Vigna mistica esiste la divozione, ma gli esercizî sono appena accennati. Nelle opere di santa Gertrude (morta nel 1298) e in quelle di santa Mechtilde (morta nel 1302) troviamo la divozione vivente e, per così dire, in atto in una quantità di esercizî e nei rapporti più famigliari con Gesù. – Mechtilde, dietro invito di Gesù stesso, entra nel sacro Cuore per riposarsi (Libro della grazia speciale, traduzione francese, Parigi 1838, lib. CXVII, 183. Rimando alla traduzione francese, ma traduco io stesso sul testo latino). Gesù le dà il suo Cuore in pegno di una eterna alleanza (Loc. cit. lib. XX, p. 89, 1. I, c. XIX, p. 187), ed ella gli parla come all’amico più tenero. Un giorno le sembrò che il Maestro le prendesse « il cuore dell’anima sua » e lo stringesse col suo per modo da non far più che udì cuore solo (Loc. cit., lib. III, c. XXVII, p. 233.); e un altro giorno le insegnò come si deve chiedere al suo cuore, tutto quello di cui si ha bisogno, « come un figlio che domanda al padre suo tutto quello che ama (Loc. cit., lib. IV, c. XXVIII, p. 339). – Mechtilde gli parla; fa delle conversazioni con Lui; lo saluta la mattina; lo saluta la sera. Un giorno che ella teme essere stata negligente verso la Santa Vergine, Nostro Signore le dice di venir d’ora innanzi ad attingere nel suo cuore tutto quello che vorrebbe offrire a Maria (Loc. cit., lib. I, c. XLVI, p. 159). In questi intimi rapporti, la sua divozione al sacro Cuore. cresceva sempre; e quasi ogni volta che il Signore le si mostrava, ne riceveva qualche grazia (Loc. cit., lib. II, c. IX, p. 187). Si faceva Egli stesso suo maestro. Ammessa un giorno a riposare sul petto del suo diletto, ella sentì sensibilmente nelle profondità del cuore divino come tre battiti accentuati, e Gesù medesimo volle spiegarlene il simbolismo (Loc. cit., lib. I, c. XX, p. 189). – In una parola, ella stessa asseriva «che se si dovessero scrivere tutti i benefizi che ha ricevuto dal cuore amatissimo di Dio, se ne, farebbe un libro più voluminoso di quello del Mattutino » (Loc. cit., lib. II, c. XIX, p. 188). – Con santa Gertrude si entra forse anche più avanti nel mondo delle relazioni più intime fra l’anima e il sacro Cuore con invenzioni reciproche squisite dell’amore più ingegnoso e più delicato (Vedi: Cros, Le coeur de sainte Gertrude, ou: Un coeur selon le Coeur de Jésus, Tolosa, terza edizione, Paris, 1901, p.165 ecc.). Il libro dove son consegnate queste rivelazioni è veramente «l’araldo della tenerezza divina ». « Legatus divinæ pietatis ». Gertrude, come dice il suo editore benedettino, « sembra costituita profetessa dell’amor divino per gli ultimi tempi » (Révélations de sainte Gertrude, Paris, 1878, Prefazione, p. XV. Cf.: G. Ledos, sainte Gertrude, 3. ediz. Paris, 1901, p. 165 e ss.).  E questo amore divino si personifica per lei nel sacro Cuore. Ella ebbe « per missione di rivelare lo scopo e l’azione del divin Cuore nell’economia della gloria divina e della santificazione delle anime ». E, fatte le debite proporzioni, si può ripetere la stessa cosa di santa Mechtilde. Non si può paragonare, a questo riguardo, che alla beata Margherita Maria. Ecco come l’editore benedettino riassume le manifestazioni del sacro Cuore a Gertrude; il riassunto converrebbe quasi testualmente anche a santa Mechtilde. « Ora il cuore divino le appariva come un tesoro, ove sono riunite tutte le ricchezze; ora come una lira tocca dallo Spirito Santo al suono della quale si rallegrano la SS.ma Trinità e tutta la corte celeste. Poi è una sorgente abbondante le cui acque vanno a portar refrigerio alle anime del Purgatorio, grazie fortificanti che militano sulla terra, e quei torrenti di delizie in cui s’inebriano gli eletti della Gerusalemme celeste. Come un incensiere d’oro da cui s’innalzano tanti profumi d’incenso quante sono le razze umane, per le quali il Salvatore ha offerto la morte di croce. Un’altra volta è un altare su cui i fedeli depongono le loro offerte; gli eletti i loro omaggi; gli angioli le loro adorazioni, e su cui l’ eterno Sacerdote s’immola. È una lampada sospesa fra il cielo e la terra; è una coppa a cui si dissetano i santi, ma non gli angioli, che pur ne risentono l’effetto delizioso. È là che la preghiera del Signore, il Pater noster, è stata concepita ed elaborata….  È quel Cuore divino, che supplisce a tutte le negligenze nostre, nel rendere l’omaggio dovuto a Dio, alla S.ta Vergine e ai santi. Per soddisfare a tutti i nostri obblighi questo sacro Cuore si fa nostro servo, nostra cauzione; in lui solo le nostre opere ricevono quella perfezione, quella nobiltà che le rende gradite agli occhi della divina maestà; è da Lui che scorrono e possono discendere sulla terra. Infine è la dimora soave, il santuario sacro che si dischiude alle anime al loro partire dalla terra, affinché possano rimanervi sempre nelle ineffabili delizie della eternità (Loc. cit, p. XVIII. Vedere: L’indice delle persone e delle cose alla parola cuore.). – Mechtilde e Gertrude hanno avuto proprio il pensiero del cuore di carne? Sì, senza dubbio. Ma esso è come nobilitato nel simbolismo dell’amore; esso si perde, per così dire, nell’irradiamento luminoso della Persona di Gesù. Nella Vigna mistica la divozione si attacca alla piaga del costato. Qui va al cuore, per tutte le vie, e lo ritrova sempre glorioso e vivente. È anzi questo irradiamento di gloria e di gioia che mi sembra differenziare in gran parte la divozione che si rivela in Mechtilde e in Gertrude, da quella che ci si presenta in Margherita Maria. Non già che anche in questa non apparisca così gloriosa e raggiante, ma l’idea dell’amore che non è amato, dell’amore, che se non soffre più, ha però tanto sofferto, attrista quasi sempre il cielo della veggente di Paray. A Helfta siamo quasi sempre sotto un cielo luminoso di gioia e di gloria; il sacro Cuore vi si mostra amante e glorioso e lo vediamo deliziosamente amato; il culto del sacro Cuore vi respira, per così dire, da una parte e dall’altra, la gioia dell’amore felice. Si è notato che questo aspetto del Cristo glorioso e trionfante è quello in cui si compiace l’arte del XIII secolo; la croce stessa vi è come un trono. – Non ho ancor detto nulla della celebre visione in cui Gertrude ebbe come l’intuizione del divino disegno sul culto del sacro Cuore. Questa visione merita un’attenzione speciale. Fa epoca nella storia della divozione, al di fuori e accanto allo sviluppo che ha nella vita delle nostre due sante. Ebbe luogo, come più tardi la prima grande visione di Margherita Maria; nella festa di san Giovanni Evangelista, a mattutino. « Mentre ella era immersa, secondo il suo solito, nella divozione, il discepolo che Gesù amava tanto, e che deve essere perciò, amato da tutti, le apparve colmandola di mille testimonianze di amicizia. Essa gli chiese: « Qual grazia potrei io ottenere, io miserabile, nella vostra dolcissima festa? » Egli rispose: « Vieni con me; tu sei l’eletta del mio Signore, riposiamo insieme sul dolce petto del Signore, dove son nascosti i tesori d’ogni beatitudine ». E, prendendola con sé, la condusse presso il nostro tenero Salvatore, la collocò alla destra e si ritrasse per prender posto alla sinistra, E, mentre riposavano ambedue (Nel XIII secolo si poneva ancora la piaga al costato destro ordinariamente), con gran soavità, sul petto del Signore Gesù, il beato Giovanni toccando col dito, con rispettosa tenerezza, il petto del Signore, disse: « Ecco il santo dei santi che attira a sé tutti i beni del cielo e della terra » (L. IV, c. IV, t. II, p. 26, Parigi, 1878). San Giovanni spiega poi a Gertrude perché l’abbia messa alla destra, dalla parte della ferita, mentre prendeva per sé la sinistra. « Divenuto uno stesso Spirito con Dio, io posso penetrare sottilmente dove la carne non lo potrebbe. Ho dunque scelto per me la parte chiusa del costato. Ma tu che vivi ancora, della vita terrestre, tu non potresti, come me, penetrar nell’interno. Ti ho dunque posta all’apertura del Cuore divino, affinché tu possa ritrarne, con maggior facilità, la dolcezza e la consolazione che nella sua effervescenza continua, l’amor divino spande con impetuosità, su tutti quelli che lo desiderano » (Loc, cit.; p. 27). Come era possibile rappresentar meglio e la necessità di un oggetto sensibile per la nostra divozione e la relazione che ha con la divozione al sacro Cuore la vista del costato. aperto? – Ma non è questa che la prima parte della scena. « Siccome ella (la santa) provava un godimento ineffabile, alle pulsazioni santissime che facevano battere il Cuore divino, senza interruzione, disse a san Giovanni: Non sentiste voi forse, o prediletto di Dio, non sentiste l’incanto di questi palpiti soavi che hanno ora per me così gran dolcezza, quando riposavate alla cena, su questo seno benedetto? ,,. Egli rispose: « Confesso che le provai e riprovai, e la soavità ne impregnò l’anima mia come il dolce idromèle impregna, con la sua dolcezza, un boccone di pane fresco; di più l’anima mia ne rimase così infiammata, come lo diviene una caldaia bollente posta su di un fuoco ardente » (loc, cit. p. 27). Ecco la seconda fase della grande manifestazione. Il divin Cuore batte d’amore, e l’anima che sente questi battiti ne è insieme e rapita ed accesa. Di più la divozione è riallacciata al passato, con la divozione stessa dell’Evangelista dell’amore, che, secondo la parola liturgica « bevve alla sacra sorgente del Cuore divino, le acque che scaturiscono dal Vangelo ». – La terza fase della scena, riguarda l’economia provvidenziale. « Ella riprese: Perché dunque avete conservato su tutto questo un silenzio così assoluto, e non avete scritto cosa alcuna che lo potesse far conoscere, ciò che sarebbe pur stato di profitto per le anime nostre? ,,. Egli rispose: « La mia missione era di presentare alla Chiesa primitiva una semplice parola sul Verbo incarnato di Dio Padre, che fosse capace di soddisfare sino alla fine dei secoli l’intelligenza della razza umana tutta intiera, senza che almeno, per altro, pervenisse mai a comprenderla pienamente. Ma è stato riservato ai tempi attuali il dire la soavità di quelle pulsazioni, affinché udendo queste cose, si riscaldi il mondo che invecchia e che si raffredda nell’amore,, (Loc. cit., p. 28) ». Non è forse vero che qui si ritrova tutta la divozione, nella sua sostanza e nella sua storia? Questa sola pagina, basterebbe a metter Gertrude molto vicina a Margherita Maria, e, se non è stata scelta, per essere direttamente l’Apostolo del sacro Cuore, né per propagarne il culto, ne è stata però il poeta squisito e l’amante gioiosa.

IL SACRO CUORE (44)

IL SACRO CUORE (44)

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ-

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE TERZA.

Sviluppo storico della divozione.

Su questo Soggetto « dello sviluppo storico della divozione » sì sono spacciate molte sciocchezze; la parola non è troppo forte. La Real encyklopedie für protestantiche Theologie, così seria ordinariamentr e così bene informata, quando non si tratta di cose specificamente cattoliche, comincia il suo articolo sulla divozione al Cuore di Gesù, dicendo che la devozione al sacro Cuore è stata inventata da Gesuiti. Nel corso dell’XVIII secolo si sparse la voce che il P. de la Colombière né aveva preso l’idea in Inghilterra da un certo Tommaso Goodwin, sociniano e quacchero, e che, al suo ritorno in Francia, aveva persuaso Margherita Maria a farsene la zelatrice (Cf: Nilles, t. I, parte I, parergon II, §1, t. I P. 220 nota. Su questa favola bizzarra vedi: R, DE LA Bégassiére, art, cit. X, col, 580-582). – Da un’altra parte si è molto discusso anche fra i Cattolici, se la divozione è antica o nuova, qual parte vi abbia avuto la beata Margherita Maria e quali furono i suoi « precursori » ecc. Un autore pio, per esempio, riguarda come uno dei principali meriti dell’opera sua, il risalire nella storia della divozione, sino alla creazione del mondo e all’eterno amore che ci ha tratti dal nulla, invece di prender le mosse, come si era fatto sino a lui, da Margherita Maria o almeno limitare i suoi precursori all’origine del Cristianesimo. – Ci studieremo di dare qualche idea precisa sui punti principali dicendo quello che era la divozione avanti beata Margherita Maria, quale fu la sua azione, come si è sviluppato il culto del sacro Cuore dalla sua morte sino ai nostri giorni. Il nostro scopo, d’altronde, non è tanto di dare la storia particolareggiata, quanto di tracciarne la strada, seguendone le tappe principali.

[La storia della divozione al sacro Cuore; non è stata ancor fatta. Se ne trovano però gli elementi già pronti, in varî degli scritti che riguardano Margherita Maria e il Sacro Cuore, in special modo, in: Garuierer, Nilles, Franciosi, Ercheverry, Nix, Daniel, Bougaud, etc. – Thomas è stato, il primo, che io sappia, a tracciare con qualche esattezza lo sviluppo della divozione dalla idea iniziale sino al culto pubblico; come esiste oggi. Lo studio di Grimouard de Saint Laurent, fornisce pure delle buone indicazioni storiche. FRANCIOSI sopra tutto è una miniera ricchissima. Io conosco solo per il titolo i lavori del P. Harruer, Geschichte des Festes und der Andacht zum Herzen Jesu, 2.a ediz. Vienna, 1875 e: Zur Geschichte der Herz-Jesu Andacht, nel Katholik, 1885, t. LXV, p. 523 e. 638. Non conosco nemmeno il Compendio storico della divozione al sacro Cuor di Gesù, 5.a ediz., Roma 1856. – Molte indicazioni sono sparse nel Régne du Sacré-Caur de Jésus. Sforzo meritorio per precisare le origini e i primi sviluppi della divozione, si ha in Baruten, Genése du culte du Sacré Cœur de Jésus, Paris 1904. Indicazioni molto precise e molto sicure nell’articolo già citato di M. de La BÉGASSIÈRE. – Molti fatti aggruppati ma con non abbastanza critica ed esattezza si hanno in V. Alet, La France et le Sacré-Cœur, 34 ediz. Paris 1889, Il P. LETIERCE, Etude sur le Sacré-Cœur, 2 vol.; Paris 1890 e 1891; si occupa sopra tutto della Visitazione -e della Compagnia di Gesù, ma dà anche delle indicazioni generali. Molte ricerche; ma non troppo precise, sia nel trascrivere i testi, sia nell’indicare le sorgenti. Dello stesso si vegga: Le Sacré-Coeur, ses apotres et ses sanctuaires, Nancy, pieni di utili indicazioni. Per varie famiglie religiose vi sono delle opere speciali sui loro rapporti col sacro Cuore. Per i certosini, Dom. Bourrais, Un précurseur de la B. Marguerite-Marie. Lansperge le Chartreux et la dévotion au Sacré-Cœur, Grenoble, 1878; Mois du Sacré-Cœur, après d’anciens auteurs Chartreux, 4.2 ediz. Montreuil, 1886; Ancient devotione to the Sacred Heart by Carthusian Monks of the 14th-17th centuries, Londres, 1896. Per i Francescani, il R. P. Enrico pe Greésez, Le Sacré-Cœur de Jésus. Études franciscaines, Paris 1890. Per i Gesuiti e la Visitazione: Letierge, Études, già citati. Per i Gesuiti, il P. de Rochemure, Le Sacré-Caur et la Compagnie de Jésus, Paris 1890, Il P. J. M. Sàenz de Tejada, Deudas de la Compania de Jesis para con el Sagrado Corazon, Bilbao 1913. Non so se altre comunità religiose hanno fatto lavori analoghi. Per diversi paesi ci sono delle monografie: Per la Spagna: il P. Fra, S. J., Apuntes para formar una biblioteca hispano-americana del Sagrado Corazén de Jesus, 2.à ediz. Barcelone 1874; J. E. URIARTE; s. j., Principios del reinado del Corazén de Jestis en Espana, Madrid 1880; LLoser e Bayacuer, Nacional Homenaje de las Ciencias, Letras y Artes Espanolas al Sacratisimo Corazénde Jestis, 26 Junio 1881. Barcelone 1882.Per la Francia, V. Alet, La France et le Sacré-Cœur, indicato qui sopra, per non parlare di molti altri saggi meno considerevoli.Per il Canadà: Linpsay, Les origines de la dévotion au Sacré-Cœur de Jésus au Canada, Montréal 1900:Nilles nel Parergon, al c. IV del 11,1. parte, t. I, p. 211-327,dà molte, indicazioni sulla diffusione del culto per tutto il mondo,particolarmente nella Spagna, nel Portogallo, nella Cina, ecc.].

Nondimeno dovremo fermarci a lungo su quel che precede beata Margherita Maria. Coi documenti che ormai possediamo, è facile proiettare qualche luce sulle origini della devozione, fissare con sufficiente fermezza le grandi linee del suo sviluppo e indicare con precisione a che punto si trovava quando Gesù cominciò a parlarne alla beata Margherita Maria. Il seguito della storia è più conosciuto e meno contrastato. – Potremo dunque sorvolare più facilmente sui particolari tanto più che il dotto storico della beata, A. Hamon, ha l’intenzione, crediamo, di raccontare dettagliatamente la storia di quest’ultimo periodo. Il suo lavoro non può mancare di riuscire interessantissimo e molto bene informato.

CAPITOLO I.

LE ORIGINI;

I PRIMI SECOLI

Elementi del culto: l’amore, la ferita del costato e il suo simbolismo, il cuore metaforico. Nessuna traccia del culto del sacro Cuore.

L’amore di Dio per l’uomo riempie la storia dell’umanità, e abbiamo veduto che il Cristianesimo in special modo è un grande sforzo dell’amore per ottenere l’amore. Ma la devozione del sacro Cuore non è già questo amore reciproco di Dio e dell’uomo. Ci avviciniamo ad essa quando sentiamo Dio esprimerci il suo amore e quando l’uomo esalta questo amore di Dio, o di Gesù, per noi affine di eccitarci a rendergli amore per amore. Ora di questi panegirici della carità divina per noi e di queste esortazioni a dar ricambio d’amore, è piena la tradizione cristiana (Ricca collezione in: FRANCIOSI, libro citato.). Chi non conosce i bellissimi slanci di san Giovanni Grisostomo sulla philostorghia, tenerezza paterna o fraterna di Dio o di Gesù per noi, sulla sua philantropia, o amore suo per l’uomo? E il Grisostomo non era in questo che l’eco di san Paolo e di san Giovanni. Tutta la teoria del Cristianesimo, amore reciproco fra Dio e l’uomo, è fondata su testi molto espliciti della Scrittura, che i Santi Padri hanno magnificamente rilevato, che i teologì hanno intrecciato coi testi dei Padri nelle loro sintesi teologiche. Basti rammentare i nomi di sant’Agostino e di san Bernardo, di san Tommaso e di san Bonaventura, basti ricordare alcune meditazioni di sant’Anselmo o di Eckbert di Schénau, lo Stimulus amoris, stato attribuito a san Bonaventura, o il De diligendo Deo di san Bernardo. Ma tutto questo non costituisce la divozione al sacro Cuore, poiché non vi si trova traccia alcuna del culto reso al cuore di carne, come simbolo dell’amore. Certe parole della Scrittura avvicinavano molto i fedeli. Sé così può dirsi, a questo tesoro nascosto. Ad esempio, quelli della Cantica: Vulnerasti cor meum (IV, 9); In foraminibus petræ, in caverna macerie (II, 14); Pone me ut signaculum super cor tuum (VID, 6); o questo d’Isaia: Haurietis aquas in gaudio de fontibus Salvatoris (XII, 3); e in particolare certi passaggi del Vangelo, fra gli altri quello in cui Gesù ci si presenta come il maestro dolce ed umile di cuore; (Matth., XI, 29); o quello in cui Egli ci rappresenta come l’uomo da bene, che trae dal buon tesoro del suo cuor il vecchio e il nuovo (Luc., VI, 45); o il passaggio dove si parla del discepolo che Gesù amava e che riposò sul suo petto (Joan., XXI, 20) ; e quello, soprattutto, dove san Giovanni ci parla del costato di Gesù, aperto dalla lancia in termini che risvegliano così bene l’idea del mistero (Joan.,XIX, 34). E pertanto nulla rivela che lo abbiano pur supposto. È stato cantato il mistero del sangue e dell’acqua che sgorgarono dal costato aperto; è stato intuito qualche significato nella parola dell’Evangelista!: Vigilanti verbo evangelista usus est, ci dice sant’Agostino (Joan., tr. CXX., P. L. t. XXXV., col: 1953), ma sembra che nessuno abbia pensato esplicitamente alla ferita del cuore. Infatti la parola pectus, che è usata qualche volta, sembra significare petto, piuttosto che cuore; sembra che l’organo venga ad esser designato di preferenza con la parola cor [La parola più usata nei primi secoli è quella del Vangelo: in greco “pleura”. in latino latus. Il testo latino aperuit latus, ove S. Agostino ha veduto una intenzione speciale sembra supporre, un testo greco “enoixen”, li dove il testo corrente porta è “enoxen” Si segnala la parola “cardia” che corrisponde a “cor”, in una omelia del IV o del V secolo, che Cavallera, che l’ha pubblicata, rivendica come di Eustorgio d’Antiochia. Non so, veramente, se in latino si trovi pectus o cor, in rapporto con la ferita del costato, prima del IX secolo; in ogni caso non si deve citare come di san Cipriano, il testo De duplici martyrio, VI: « Quidquid resederat in corde sanguinis, emisit ut nos confirmaremur ». P. L. t. IV (1844) col. 885. Quest’opuscolo è una invenzione di Erasmo]. –

 Ma, qualunque cosa si sia della parola pectus, e della ferita del cuore, niente autorizza a credere che si sia riguardata la ferita del costato come emblema del cuore ferito d’amore, o si sia pensato a designare esplicitamente il cuore di carne di Nostro Signore, come simbolo d’amore per noi o si sia reso alcun culto a questo cuore di carne – (Vedi GALLIFFET, Aggiunta al l. II, a. 2. Cf.: Nilles, t; 1, p. 46 e seguenti. I testi che vengon spesso citati a questo soggetto, come di sant’Agostino, sono apocrifi, son tutti tratti dal Manuale ‘dai Soliloqui, compilazioni posteriori a sant’Anselmo e a san Bernardo che vi sono citati quanto, e più, di sant’Agostino, Ma una parola di sant’Agostino su san Giovanni si avvicina molto alla nostra divozione: « Egli riposava alla Cena sul petto del Maestro, per significare che egli beveva nell’intimo del cuore di Lui i più «alti segreti. I Joan.; tra. 18, n. I, Migne, t. XXXV, co. 1536. Medesima idea nel Sacramentaire grégorien, Festa di san Giovanni. Prefazione, Migne, t. LXXVIII, col. 34. Lo ritroviamo nell’attuale liturgia romana, 27 dic. « Fluenta evangelii de ipso sacro Dominici peccatoris fonte potavit ». Matines, 1, n. oct. 2 rep. cf. oct. S. Joan. 2. notturno l. 5).- I testi precisi in sulla ferita del cuore sono rari nei primi dieci secoli, se pure ve ne sono. Del culto reso al cuore ferito, nessuna traccia.  – La parola cuore veniva usata, presso a poco nello stesso senso che si fa ogni giorno, per designare l’intimo, i sentimenti, l’amore, Ma sino ad oggi non è stata notata, che io sappia, una sola testimonianza chiara e sicura, dei primi dieci o undici secoli del Cristianesimo, sul simbolismo del cuore di carne, applicato al cuore di Gesù, né della ferita dell’amore, spiegata come emblema della ferita dell’amore. Forse si finirà per trovarne. Sino ad ora le ricerche fatte non sembrano essere state così accurate da permetterci di assicurare che non ve ne siano. Ciò di cui abbiamo prova si è che i testi citati generalmente dagli autori, non dicono quello che vi si vorrebbe trovare, o non sono dei Padri a cui si attribuiscono. Alcuni sembrano ricavare il simbolismo dal cuore. Ad esempio, il Venerabile Bada, spiegando la parola della cantica « Vulnerasti cor meum », dice che si potrebbe vedere « in questa menzione del cuore ferito, la grandezza dell’amore che lo Sposo ha per la sua Chiesa » (Migne, P. L. t. XCI, col. 1139). Ma niente autorizza a vedervi né un culto, né una divozione speciale al sacro Cuore. – Concludiamo con Thomas: « Noi non troviamo né il nome, né l’idea complessa della divozione al sacro Cuore, nei primi secoli della Chiesa o nelle sacre Scritture. Ma possiamo « scoprirvi sparse almeno le verità di cui abbiamo ora la sintesi….. È vero, sarebbe dimenticare la storia il voler contestare una vera antichità all’idea della nostra divozione (l’amore di Dio per noî e la metafora del cuore); ma, se si volesse far risalire questo culto, nella sua forma attuale, ad un’epoca ii cui non se ne sospettava l’esistenza, non c’inganneremmo meno (La théorie de la dévotion au Sacré-Coeur, p. 46). Thomas parla soprattutto dell’Antico Testamento, ma ciò che egli dice è vero pure per il Nuovo. Vero pure per i primi secoli cristiani. Si vedeva nel costato trafitto, da cui sgorgavano il sangue e l’acqua, una sorgente di grazie; sembra che vi si vedesse pure un rifugio, un luogo di riposo e di unione con Gesù. Si era molto vicini al sacro Cuore, ma non lo si intravvedeva ancora attraverso il petto squarciato.

II

XI E XII SECOLO.

Passaggio dalla ferita del costato alla ferita del cuore; simbolismo del cuore trafitto.,

Nei secoli XI o XII si ritrovano le prime tracce del sacro Cuore. Poco a poco esso si rivela all’anima devota nel costato trafitto, si fa vedere ferito, come per invitare a penetrare più avanti, a unirsi, a immedesimarsi con questo Cuore divino. Dunque a traverso la ferita del costato la devozione è arrivata al cuore. Il culto del sacro Cuore sembra essere uscito dalla divozione alla piaga del costato. Il passaggio ci apparisce come già fatto, o almeno in via di compiersi, in una parola della decima meditazione di sant’Anselmo: « Gesù è dolce.:. nell’apertura del suo costato; perché questa apertura ci ha rivelato le ricchezze della sua bontà, la carità del suo cuore: Dulcis Jesus… in apertione lateris; apertio siquidem illa revelavit nobis divitias bonitatis suæ, caritatem scilicet cordis sui erga nos » (P. L, t CLVIII, col. 762). Questa meditazione, per altro, è veramente di sant’Anselmo? Può darsi, ma non si può affermare. L’autore, parlando del cuore amante, caritatem cordis, aveva în vista distintamente, il cuore di carne? Si può sostenerlo, ma non risulta evidente. – San Bernardo è più esplicito, intendo in ciò che è suo di sicuro. Perché la Vitis mystica o trattato De passione di cui parleremo ben presto, non possono essergli attribuite da quelli stessi che esitano ancora fra lui e San Bonaventura, con una probabilità più o meno accentuata, Mi sembra, pertanto, che possiamo esserne certi, almeno nel passaggio seguente. « Il ferro ha trapassato l’anima sua, e gli da l’accesso nel suo cuore, affinché Egli sappia compatire alle mie infermità. Il segreto del cuore è messo a nudo dalle aperture del corpo (patet arcanum cordis per foramina corporis); ci sono stati scoperti questo gran sacramento di bontà e le viscere misericordiose del nostro Dio » (In Cant. sermo LXI, n. 4, P. Lt. CLXXXIV., col. 1072). –  Con Guglielmo di Saint Thierry (morto circa il 1150), l’amico di san Bernardo, il dubbio non è più possibile: « Quando io ardo dal desiderio di avvicinarmi a Lui…. è Lui tutto intiero (come Tommaso) desidero di vedere e toccare; e più ancora bramo di accostarmi alla sacrosanta ferita del suo costato, a questa porta dell’arca fatta al fianco (ostium arcas quod factum est in latere), non solamente per introdurvi il mio dito o la mia mano, ma per entrar tutto intiero sino al cuore stesso di Gesù, nel Santo dei Santi, nell’arca del Testamento, sino all’urna d’ oro, l’anima della nostra umanità, contenente in sé la manna della divinità » (De contemplando Deo, c. 1, n. 3, P. L. t. CLXXXIV, col. 1072). – Medesime idee e quasi medesime espressioni troviamo altrove: « Queste ineffabili ricchezze della vostra gloria, o Signore, erano nascoste nel cielo del vostro essere misterioso (in cœlo secreti tui), sino a che la lancia del soldato, avendo aperto il costato del Figliuol vostro e nostro Signore e Redentore, sulla croce, ne sgorgarono i sacramenti della nostra redenzione, in maniera che non solo mettiamo nel suo costato il dito e la mano, come già Tommaso, ma per quella porta aperta, penetriamo tutti interi sino al vostro cuore, o Gésù, in quella sede sicura della vostra misericordia (in apertum ostium toti intremus usque ad cor tuum, Iesu, certam sedem misericordiæ ), sino alla vostra santa anima, piena di tutta la pienezza di Dio, piena di grazia e di verità, piena della nostra salute e della nostra consolazione. Aprite, o Signore, la parte laterale dell’arca vostra (ostium lateris arce tue), affinché possano entrarvi tutti i vostri eletti; apriteci il vostro costato (aperitatus corporis tui) affinché possano entrarvi tutti quelli che desiderano conoscere i segreti del Figlio; che essi ricevano i frutti misteriosi che ne scorrono (profluentia ex eo sacramenta) e il prezzo della loro redenzione (Meditativa orationes, VI, P. L., t. CLXXX, col. 225-226). Il postulatore del 1697, citava, come una autorità di prim’ordine, un testo di Gilberto di Holland (Inghilterra) sul Cuore del nostro divin Salomone, che è Gesù (In cant., sermo XI, n. 6. P.L., t. CLXXIN, col. 113). Altri hanno fatto proprio questo pensiero. Ma, a bene osservare, non si tratta, almeno direttamente, del cuore di carne di Gesù; sono le anime più belle, che membra più nobili di questo corpo prezioso che è il corpo mistico, possono esserne riguardate come il cuore. Nondimeno Gilbert ha una bella pagina sul Cuore di Gesù, ispiratagli dal testo Vulnerasti cor meum. « La ferita del cuore indica la vivacità dell’amore. O cuore veramente dolce, che si lascia commuovere dal nostro amore per satollarci d’amore. Noi abbiamo un bell’amarvi, non facciamo che corrispondere al vostro amore (quamtumcumque amat non amat sed redamat)…. Voi non potete, sposa, sdebitarvi pienamente; e, pertanto, egli non cessa di aumentare il suo amore. Ciò che vi ha dato, non è stato ancor ripagato e nondimeno Egli vuol riguardarsi come a voi debitore. La vostra corrispondenza in amarlo non è già riguardata da Lui come dovutagli; ma bensì come dono gratuito. Egli si sente come provocato ad amare, quando dice che il suo cuore è ferito. Qual meraviglia, fratelli miei! Non stimate forse, beata l’anima che ferisce e penetra nel cuore stesso di nostro Signor Gesù Cristo, coi suoi affetti ? (Sermo XXX, n. 1 e 2. P. L., t. CLXXXIV, col. 155). Tutto questo passo è bellissimo nella sua pia sottigliezza. E, pertanto, bisogna convenire che non si riferisce punto al cuore di carne di Gesù, almeno direttamente. Ma la difficoltà stessa di discernere se è l’amore che si ha di mira, o se è il cuore amante, dimostra l’unità intima della divozione, e come l’elemento sensibile e l’elemento spirituale si fondano in un tutto che non si sa quasi più decidere se sia sensibile o spirituale. – È quasi lo stesso, mi sembra, di un testo di Riccardo da san Vittore (morto 1173); vi si parla molto del cuor di Gesù, ma non è certo che l’autore abbia avuto in vista il cuore di carne. « Se riguardiamo.il cuore di Cristo, troveremo che non vi ha nulla di più dolce, nulla di più benevolo… Più che ogni altro, l’Emanuele ha avuto un cuore di carne per compatire, perché per tutto quel che riguarda una bontà affettuosa, non vi fu mai nulla di più tenero. Pre ceteris omnibus Emmanuel cor carneum ad compatiendum habuît, quoniam ad omnem pietatis affectum nihil illo unquam tenerius fuit » (De Emmanuele, I. II, c. XXI; Migne, t. CXVI, col. 655. Vedi: Franciosi,, col. 159). In un contesto in cui fosse questione . del cuore di carne o del cuore simbolico, bisognerebbe vedervi il sacro Cuore. Ma qui è il cuore metaforico che si ha in vista ed è nel senso metaforico che bisogna intendere la parola cor carneum. Senza dubbio, vi ha gran relazione fra il cuore metaforico e il cuore simbolico; ma, bisogna pur riconoscerlo, se è qui presentato l’intimo di Gesù, la parola cuore ha la forza di una nozione, non di una cosa simbolo di un’altra cosa. Quando la divozione sarà matura, potremo passar sopra queste distinzioni troppo sottili. Adesso che studiamo curiosamente il momento di questa maturazione, dobbiamo riguardar la questione più da vicino. Col Beato Guerrie d’Igny (morto circa il 1160) il pio discepolo di San Bernardo, ci ritroviamo certamente dinanzi al cuore di carne. « Benedetto sia Colui che, per darmi modo di fare il mio nido nel foro della pietra, si è lasciato trapassare i piedi, le mani e il costato; che mi si è aperto tutto intiero affinché io entri nel luogo del tabernacolo ammirabile e trovi protezione nel segreto della sua tenda. Questi fori aperti da tante ferite offrono il perdono ai colpevoli e inondano di grazie i giusti… . Correte a lui…. e non solamente a Lui ma in Lui; entrate nei fori della pietra…. nascondetevi nelle sue mani trafitte, nel suo costato aperto. Perché che cosa altro è la ferita del costato di Cristo, se non che la porta del fianco dell’arca? Buono e pieno. di misericordia, Egli ha aperto il suo costato, affinché il sangue della sua ferita ti vivifichi, e il calore del suo corpo ti riscaldi, e il soffio del suo cuore ti aspiri, per così dire, aprendoti libero un passaggio, (spiritus cordis quasi patenti et libero meatu aspiret – In domenica Palmarum, sermo V, n, 5. P. L., t. CXXXV). Forse Guerrie fa un po’ di confusione fra l’azione del cuore e quella del polmone. Ma il cuore vi è indicato e come simbolo d’amore. Vi è indicato come aperto dalla. ferita, in stretto rapporto con le altre piaghe. – Così si riuniscono, a poco a poco, i diversi elementi. Che costituiscono la divozione al cuore di Gesù, con un passaggio insensibile dalla ferita del costato alla ferita del cuore, dall’amore che ferisce il cuore, il cuore ferito di ama. Perché questo passaggio sì effettuasse, i testi dell’amore la Cantica (vulrerasti cor meum; in foraminibus petre, in caverna maceriæ) hanno riscontro con quelli del discepolo dell’amore; (aperuît latus eîus) e il ricordo dell’arca antica, con la sua porta al fianco (ostium in latere ejus) s’intreccia con quello dell’arca dell’alleanza ove Dio riposava nel fondo del Santuario del Santo dei Santi; e ’intreccia pur, qualche volta, a quello di Mosè che fa scaturir con la sua verga l’acqua dalla roccia. Così, sempre più arricchendosi, è venuto a fondersi col simbolismo che i Padri avevano travisto, sino dai primi secoli, nel sangue ed acqua sgorgati dal costato aperto di Gesù; quest’acqua e questo sangue, figura dei due principali sacramenti, intorno ai quali si raggruppano tutti gli altri, il battesimo e l’Eucaristia, ha ricordato le acque vive della grazia nascoste « nelle sorgenti del Salvatore», sgorgate dalla piaga del costato; hanno rappresentato la Chiesa uscente da questo costato aperto, come Eva era stata tratta, altra volta, dal costato di Adamo dormiente. – Come e da chi si è fatta la sintesi di questi diversi elementi che completano la devozione al sacro Cuore? Non sapremmo dirlo. Ed è assai probabile che quegli che l’ha fatto non abbia avuto coscienza di avere introdotto nella Chiesa di Dio nessuna idea nuova. Ma si può dir veramente che qualcuno l’ha fatta? O, piuttosto, non si è formata da se stessa nella coscienza sociale della Chiesa, sotto l’influenza dello Spirito Santo che vive in essa? Tre cose pertanto sono visibili: Questa divozione è nata nella calda atmosfera dell’amore. L’anima amante, meditando sull’amore di Gesù, ha veduto nel suo Cuore il simbolo di quest’amore, come Gesù amante aveva voluto dire la sua ultima parola, aprendo il suo sacro petto, per fare scorrere dal suo cuore l’acqua e il sangue e schiuder la via per arrivare a questo cuore divino. – Ed è pur nata, questa divozione, dal meditare sulla ferita del costato. La contemplazione di questa ferita adorabile, ha messo allo scoperto la ferita del cuore, e la divozione alla ferita del cuore vi ha trovato il simbolo del cuore ferito dall’amore; la divozione al sacro Cuore è uscita fuori da queste combinazioni amorose. – Noi la vediamo fatta verso la metà del XII secolo, al tempo di San Bernardo, in quei focolari di vita pia e contemplativa, accesa o rianimata dal soffio ardente di San Bernardo medesimo, sembra che la vediamo farsi in questi stessi tempi, in questo stesso luogo. Ma non par possibile, per il momento, precisare di più. [Continua …]

FESTA DEL PREZIOSISSIMO SANGUE DI N. S. GESÙ CRISTO (2021)

FESTA DEL PREZIOSISSIMO SANGUE DI N. S. GESÙ CRISTO (2021)

Doppio di 1^ classe. • Paramenti rossi.

La liturgia, ammirabile riassunto della storia della Chiesa, ci ricorda ogni anno che in questo giorno fu vinta, nel 1849, la Rivoluzione che aveva cacciato il Papa da  Roma. A perpetuare il ricordo di questo trionfo e mostrare che era dovuto ai meriti del Salvatore, Pio IX, allora rifugiato a Gaeta, istituì la festa del Preziosissimo Sangue. Essa ci ricorda tutte le circostanze in cui fu versato. Questo sangue adorabile il Cuore di Gesù lo ha fatto circolare nelle sue membra; perciò, come nella festa del Sacro Cuore, anche oggi Vangelo ci fa assistere al colpo di lancia che trafisse il costato del divino Crocifisso e ne fece colare sangue e acqua. Circondiamo di omaggi il Sangue prezioso del nostro Redentore, che il sacerdote offre a Dio sull’altare. – Il gran Sacerdote, attraversando il Tempio, entrava una volta all’anno nel Santo dei Santi col sangue delle incoscienti e forzate vittime, immolate sull’altare degli olocausti. Questo sangue dava soltanto una purezza legale ed esteriore. Il Cristo è salito fino al vero Santo dei Santi, che è il cielo ed ha presentato al Padre il suo sangue, spontaneamente e liberamente versato sulla croce. Gesù è dunque il mediatore del Nuovo Testamento, e il suo sangue espia i peccati dapprima degli Israeliti, e poi di tutti gli uomini.

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Apoc V:9-10
Redemísti nos,Dómine, in sánguine tuo, ex omni tribu et lingua et pópulo et natióne: et fecísti nos Deo nostro regnum.

[Ci hai redento, Signore, col tuo sangue, da ogni tribù e lingua e popolo e nazione: hai fatto di noi il regno per il nostro Dio.]

Ps LXXXVIII :2
Misericórdias Dómini in ætérnum cantábo: in generatiónem et generatiónem annuntiábo veritátem tuam in ore meo.

[L’amore del Signore per sempre io canterò con la mia bocca: la tua fedeltà io voglio mostrare di generazione in generazione.]


Redemísti nos,Dómine, in sánguine tuo, ex omni tribu et lingua et pópulo et natióne: et fecísti nos Deo nostro regnum.

[Ci hai redento, Signore, col tuo sangue, da ogni tribù e lingua e popolo e nazione: hai fatto di noi il regno per il nostro Dio.]

Oratio

Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, qui unigénitum Fílium tuum mundi Redemptórem constituísti, ac ejus Sánguine placári voluísti: concéde, quǽsumus, salútis nostræ prétium sollémni cultu ita venerári, atque a præséntis vitæ malis ejus virtúte deféndi in terris; ut fructu perpétuo lætémur in cœlis.

[O Dio onnipotente ed eterno, che hai costituito redentore del mondo il tuo unico Figlio, e hai voluto essere placato dal suo sangue, concedi a noi che veneriamo con solenne culto il prezzo della nostra salvezza, di essere liberati per la sua potenza dai mali della vita presente, per godere in cielo del suo premio eterno.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Hebrǽos.
Hebr IX: 11-15
Fratres: Christus assístens Póntifex futurórum bonórum, per ámplius et perféctius tabernáculum non manufáctum, id est, non hujus creatiónis: neque per sánguinem hircórum aut vitulórum, sed per próprium sánguinem introívit semel in Sancta, ætérna redemptióne invénta. Si enim sanguis hircórum et taurórum et cinis vítulæ aspérsus inquinátos sanctíficat ad emundatiónem carnis: quanto magis sanguis Christi, qui per Spíritum Sanctum semetípsum óbtulit immaculátum Deo, emundábit consciéntiam nostram ab opéribus mórtuis, ad serviéndum Deo vivénti? Et ídeo novi Testaménti mediátor est: ut, morte intercedénte, in redemptiónem earum prævaricatiónum, quæ erant sub prióri Testaménto, repromissiónem accípiant, qui vocáti sunt ætérnæ hereditátis, in Christo Jesu, Dómino nostro.

(Fratelli, quando Cristo è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraversando una tenda più grande e più perfetta, che non è opera d’uomo – cioè non di questo mondo creato – è entrato una volta per sempre nel santuario: non con il sangue di capri e di vitelli. ma con il proprio sangue, avendoci acquistato una redenzione eterna. Se infatti il sangue di capri e tori, e le ceneri di una giovenca, sparse sopra coloro che sono immondi, li santifica, procurando loro una purificazione della carne; quanto più il sangue di Cristo, che per mezzo di Spirito Santo si offrì senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte, per servire al Dio vivente? Ed è per questo che egli è mediatore di una nuova alleanza: affinché, essendo intervenuta la sua morte a riscatto delle trasgressioni commesse sotto l’antica alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna, oggetto della promessa, in Cristo Gesù nostro Signore.]

Graduale

1 Joann 5:6; 5:7-8
Hic est, qui venit per aquam et sánguinem, Jesus Christus: non in aqua solum, sed in aqua et sánguine.

[Questo è colui che è venuto con acqua e con sangue: Cristo Gesù; non con acqua soltanto, ma con acqua e con sangue.]

1 Joann 5: 9
V. Tres sunt, qui testimónium dant in cœlo: Pater, Verbum et Spíritus Sanctus; et hi tres unum sunt. Et tres sunt, qui testimónium dant in terra: Spíritus, aqua et sanguis: et hi tres unum sunt. Allelúja, allelúja.

[V. In cielo, tre sono i testimoni: il Padre, il Verbo, lo Spirito Santo; e i tre sono uno. In terra, tre sono i testimoni: lo Spirito, l’acqua, il sangue; e i tre sono uno. Alleluia, alleluia]

1 Joann V: 9
V. Si testimónium hóminum accípimus, testimónium Dei majus est. Allelúja

[V. Se accettiamo i testimoni umani, Dio è testimonio più grande. Alleluia.]

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Joánnem.
Joann XIX: 30-35
In illo témpore: Cum accepísset Jesus acétum, dixit: Consummátum est. Et inclináto cápite trádidit spíritum. Judæi ergo – quóniam Parascéve erat -, ut non remanérent in cruce córpora sábbato – erat enim magnus dies ille sábbati -, rogavérunt Pilátum, ut frangeréntur eórum crura et tolleréntur. Venérunt ergo mílites: et primi quidem fregérunt crura et altérius, qui crucifíxus est cum eo. Ad Jesum autem cum venissent, ut vidérunt eum jam mórtuum, non fregérunt ejus crura, sed unus mílitum láncea latus ejus apéruit, et contínuo exívit sanguis et aqua. Et qui vidit, testimónium perhíbuit; et verum est testimónium ejus.

[In quel tempo, quand’ebbe preso l’aceto, Gesù disse: «Tutto è compiuto!». Poi, chinato il capo, rese lo spirito. Allora i Giudei, essendo la Parascève, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era, infatti, un gran giorno quel sabato – chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e portati via. Andarono, dunque, i soldati e spezzarono le gambe al primo, e anche all’altro che era stato crocifisso con lui. Quando vennero a Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe: ma uno dei soldati gli trafisse con la lancia il costato, e subito ne uscì sangue ed acqua. Colui che ha visto ne rende testimonianza, e la sua testimonianza è veritiera.]

OMELIA

[A. Rey: Il preziosissimo Sangue – Pia Unione del Prez. Sangue, Roma, 1949]

Discorso II

L’uomo deve tutto a Dio: principio, essere, doni, corpo, anima, vita naturale, elevazione allo stato soprannaturale. Questa gratuita erogazione di generosi doni non ha che uno scopo per Dio: far vivere l’uomo del suo amore, sempre. Fatalmente interviene la colpa e chi era stato creato ad immagine e somiglianza del Signore, n’è allontanato per sempre, condannato in eterno alla maledizione. Ma il Verbo, spinto da quello stesso amore che mosse da prima queste cose belle, scende ad incarnarsi, ad effondere il suo sangue per la redenzione umana, e l’uomo è riportato in grembo al suo Dio: eratis longe; facti estis prope în Sanguine Agni (Eph. II, 13). Quel sangue fu detto prezioso da S. Pietro: non corruptibilibus auro vel argento redempti estis…, sed pretioso Sanguine tamquam Agni immaculati Christi (1 Piet. I, 18)!Non è pileggio da picciola barca (parad, 23; 67) addentrarci in questa verità confortante che rappresenta l’abisso insondabile della misericordia divina. La mente s’arresta di fronte a tanto sole; il cuore trasalisce per la gioia, ma non è capace da solo ad intender l’arcano: incomprehensibilia judicia… eius, et investigabiles viæ eius (Rom XI, 33)! Pure, l’incomprensibile. ci è reso chiaro dalla divina Scrittura, e le vie di Dio ci appaiono piane: per correre alla scoperta del vero. Poiché due luci la investono, contenute in queste semplici parole: Sangue prezioso.

I. – Breve preludio sul sangue.

 Cos’è il sangue? Fisiologicamente è un umore, costituito da un tessuto di sostanza liquida intercellulare o di cellule bianche, rosse e di piastrine; partendo dal cuore, con una doppia circolazione, attraverso arterie e vene, al cuore ritorna e tien salda la vita. Se il sangue si arresta il cuor più non pulsa. È la morte. Il Sangue è vita, forza, vigore, nerbo, salute, e tien legato al corpo lo spirito immortale. Donare il sangue è dare la vita. – Preziosa diciamo quella cosa che è di molto prezzo, di grande valore: una pietra Fara, una gemma, l’oro, l’argento, il platino; che ci è cara per la sua bellezza e rarità: un’opera d’arte, un poema, un palazzo. Preziosa la diciamo ancora pel vantaggio che ne deriva, per l’utile che ci dà: una eredità, un donativo regale. Or, qual cosa di maggior prezzo è il valore del sangue che è vita? Qual cosa più rara di un sangue che aderisce profondamente all’anima, creatura bella di Dio, sì da farlo commuovere? Qual cosa  più bella del sangue che rivela quella mirabile opera d’arte che è il carattere dell’uomo? E quali stupendi vantaggi non derivano da un sangue offerto, donato, sborsato dall’uomo spinto dall’amore? Quale utile per quelli pei quali il sangue si effonde? Ed ecco al di sopra del misero sangue umano il Sangue di un Uomo-Dio, che ha prezzo e valore incalcolabile, perché Sangue divino; che è caro per la sua rarità e bellezza, essendo Sangue di grazia; che reca all’uomo il supremo dei vantaggi, quello di farlo consanguineo, partecipe della sua vitalità supernaturale, della sua gloria: Sangue da adorarsi, quindi: da apprezzarsi, da amarsi.

II.

Il Sangue dei martiri

1. – Per apprezzare in tutta l’ampiezza, il valore del Sangue di Gesù è necessario porlo a fianco del sangue dei martiri. Qualche anno fa un cattolico fervente, sul piazzale di S. Marta, prima di accompagnare i giovani delle Associazioni Cattoliche in visita al Papa, avvicinava giustamente il sangue dei martiri del Circo di Nerone al Sangue prezioso, giacché era questo che rendeva l’altro potente e glorioso. Il martire è un testimonio che per la verità giunge fino a farsi sgozzare. Il suo sangue sigilla tutta una vita di bene e fa splendere con più evidenza la causa per cui è versato. La scienza ha i suoi martiri: medici che per lenire gli strazi dell’umanità studiano l’applicazione dei raggi ultravioletti e ne restano uccisi; aeronauti che per togliere i veli misteriosi dei Poli, soccombono… L’amor patrio ha un martirologio che è patrimonio sacro per tutti i popoli: Colletta, Pellico, Filzi e Battisti… son nomi cari ad ogni cuore italiano! Ma è la Fede soprattutto che fa del martirio la più fulgida, significativa, gloriosa testimonianza, perché all’infinito si distanzia, per dignità, da ogni altra idea, da ogni altra potente passione. Essa è al disopra della scienza e della patria!

2.) Il valore del sangue si desume dalla persona che lo versa.

Percorrete i cuniculi, gli ambulacri delle Catacombe. Sui loculi contrassegnati da simboli cristiani, c’è dei nomi, semplici nomi: Agape, Acilio Giabrione, Agnese, Cecilia. Accanto al loculo che racchiude i resti mortali di un senatore, di una donna aristocratica c’è quello di un oscuro bottaio, di un fabbricante di balocchi. La morte tutti ha uguagliato: in ciò il sangue di Couvier non si distingue da quello di Luigi XVI e di Maria Antonietta. Ma quei nomi contrassegnano una vita, quei corpi rappresentano tesori non tanto perché di Cristiani, ma perché di martiri. Già quei corpi son santi, unti un giorno del crisma del Cristo nel battesimo, incorporati a Cristo nella comunione del suo corpo, del suo sangue, templi dello Spirito Santo. Non per altro Paolo chiamò Santi i fratelli nel Cristo; vedeva in essi la grazia santificante. E Damaso nella epigrafe della celeberrima martire romana Agnese, dice santi i suoi genitori: sanctos… retulisse parentes. E S. Pietro giustifica l’orgoglio gens sancta, regale sacerdotium (1 Piet. II, 9)! Ma un alone di gloria circonda quelle ossa che pullulant de loco suo (Eccl. XLVI, 14), per la morte che la Scrittura chiama appunto preziosa: pretiosa in conspectu Domini mors sanctorum éjus (Ps. CXV, 15), per la morte non nobilitata solo dal Cristo con l’elargizione della suprema grazia, la perseveranza finale, ma resa gloriosa per l’effusione del sangue, degna risposta al Cristo che per tutti ha effuso il suo, in supremo amore! Egli dinanzi ai presidi li rese gagliardi e diede alla loro lingua le parole per confondere i sofismi, le minacce, le blandizie. Egli rese potente la loro volontà sino a farli esclamare; frangar, non flectar! Egli col suo sangue, col valore del suo sacrificio, ha impreziosito il sangue dei martiri. « Che bisogno ha Egli di carne, rifatta ora senza macchia. Che bisogno ha Egli di un cuore che deve sanguinare e soffrire, scegliendo la parte migliore? » domandava a se stessa l’esule poetessa italiana. La risposta è data dai martiri: prese umana carne, umano cuore perché dal suo sangue, dal suo cuore e dalle sue sofferenze gli uomini potessero avere la forza divina di patire e dare per lui il glorioso sangue! Eccoli salgono al cielo agitando corone e palme, seguendo «i fiori dei martiri e le prime gemme della Chiesa nascente in mezzo al verno dell’incredulità e consumate dal gelo della persecuzione »: i Santi Innocenti, dei quali sì bellamente canta Prudenzio:  Il Redentor sue vittime/ prima i scelse: voi/della sua nuova legge/e de’ martiri suoi/ siete tenera gregge; – e in olacausto offerti/sull’are insanguinate/colle palme scherzate/e con i serti! (Prudenzio: 32 e 88 strofa dell’inno famoso: Salvete fiores martyrum (Cfr. Fest. SS. Innoc.) Trad. di L. Venturi — Cfr. Apoc. VI; 9). – Gli angeli si chiedono: Qui sunt hi et unde venerunt? Ed il Padre afferma deciso: Hi venerunt de magna tribulatione et laverunt stolas suas in Sanguine Agni (Apoc. VII; 14). In quel loro martirio c’è il martirio stesso del Cristo; in quel Sangue lo stesso Sangue del Cristo ch’è il Rex gloriosus martyrum (Br. Rom. Comm. pl. Mart. Hymn. ad Laud.). E l’uomo è sublimato sino al soglio di Dio, dopo la vittoria conseguita sul dragone pel Sangue dell’Agnello: hi vicerunt draconem propter sanguinem Agni! Laverunt stolas suas in Sanguine Agni (Ap. XII, 11)! Ideo, coronati, triumphant (Cfr. Sap. 4; 2.)! Ma il valore del Sangue si desume ancora dalla causa per cui il martire lo sparge. Il sangue del martire cristiano acquista un valore più alto d’ogni martire, in quanto è sparso per una idealità suprema: la Fede: confessi sunt Christum! È l’apoteosi della virilità cristiana quel sangue. Quel sangue è sparso per un amore supremo, quello per Dio. L’olacausto del martire è il riconoscimento pieno dei diritti di Dio sulle creature, la distruzione di tutto l’essere per l’atto sublime del sacrificio; sicchè Ireneo poteva dir con ragione che il martire diventa altare e sacrificio insieme. Ecco perché sotto la pietra sacra dell’altare ci sono le ossa dei martiri, ed i Greci nei Dittici ne esaltano la memoria che in benectione est (Cfr. Eccl. IV; 7)! I malvagi che li percuotono non sanno immaginare in essi che insania, vano furore, fanatismo; ma debbon poi confessare che s’allontanarono dalla via della verità: locuti sunt falsa (Ps. LVII, 4)! La Scrittura raccoglie il loro straziante lamento: Nos insensati! vitam illorum æstimabamus insaniam et exitum illorum sine honore! Ecce quomodo computati sunt inter filios Dei, et inter sanctos: sors illorum est (Sap. V., 4)!Si spiega così il culto dei martiri nelle Catacombe. Pie mani ne raccolgono i resti, li ravvolgono in preziose stoffe, li adagiano nei loculi; accanto ad essi pongono l’ampolla del sangue; li chiudono con una lapide che, dopo il loro nome porta l’invocazione, la preghiera: Vivas in Deo… Ora pro nobis (Man. Arch. Marucchi, Armellini ete., passim.)! Negli arcosoli, dominati dalla ieratica figura di una orante con le braccia stese e gli occhi grandi ripieni di Dio, son deposti sotto l’altare dell’Agnello i martiri che, come nella visione apocalittica, gridano al sommo Martire: Usquequo, Domine, non iudicas et… non vindicas sanguinem nostrum (Ap. VI, 10)! L’ultimo atto della loro vita non è segnato colla macabra parola che rattrista; fine, morte. La Chiesa lo definisce dies nataliîs, natalicium martyris (Cfr. Martyrol. Roman.). Presso quelle membra anche Damaso Papa vorrebbe sua condere membra, ma teme di vexare con la sua indegnità le loro ossa gloriose (Cfr. Lessico Ecclesiastico, vol. II, pag. 952 seg. Milano, Vallardi, 1902 Iscrizioni Damasiane). Ecco perché i Cristiani, come il gran Papa, cantore delle gesta dei martiri, amano, desiderano ardentemente seguirli nella morte cruenta, per amor di Cristo, come la piccola Agnese che si slaccia dal grembo della nutrice per presentarsi al tiranno, sfidandone la rabbia e dichiarandosi pronta alla morte pel suo Sposo; esser sepolti ov’essi son sepolti; e – pegno di protezione altissima – conservano gelosamente sul petto, vicino al Vangelo, i lini inzuppati nel sangue spicciato dalle loro membra percosse, colato sulla terra santificata! – Pieghiamoci, in riverenza, di fronte a quei nomi, a quelle vite, a queste ossa, a questo sangue! Baciamo quelle tombe che sono are, quelle lapidi tepide ancora del sangue versato per Cristo! Veneriamo quei santi dalla purpurea aureola; preghiamo di esser degni del loro sacrificio, della loro testimonianza!

III.

Il Sangue di Gesù

Ma cos’è questo venerando sangue di fronte a quello versato da Gesù? Chi è Gesù? La poesia ne ha esaltato sembiante e nome. « Un agnello è innocente e mite sulla morbida erbosa zolla; e Gesù Cristo, l’Immacolato, è l’Agnello di Dio. Egli solo è immacolato sulle ginocchia di sua Madre, bianco e rosso, ahimè !.. presto sarà sacrificato per voi e per me! Eppure agnello non è parola abbastanza soave, né  è giglio nome abbastanza puro, e un altro nome ha scosso i nostri cuori, avvivandone la fiamma: Gesù! Questo nome è musica e melodia; il cuore col cuore in armonia, cantiamo ed adoriamo »! Qual è il tuo nome? – gli chiede il Thompson – Oh! Mostramelo ». E Gesù risponde: « Il mio nome non potete saperlo: È un avanzarsi di bandiere, uno sfolgorare di spade; ma i miei titoli che son grandi non sono essi nel mio costato? – Re dei Re – son le parole – Signore dei Signori (Francis Thompson, in Poems: The veteran of heaven, I. pag. 149) »! Storicamente è il più saggio dei sapienti; L’aquila di Stagira non ha ali sufficienti per raggiungerlo nel volo: la Sua sapienza è infinita, in Lui sunt omnes thesauri sapientiæ et scientiæ (Lit. del S. Cuore. – Coloss. II; 8) – Il più eccelso dei filosofi, Socrate impallidisce dinanzi a Colui che investe della sua luce tutti i problemi dello spirito, scoprendone le meraviglie: Dante te illis, omnia implebuntur bonitate (Ps, CIII, 28) – I più grandi dei legislatori, Numa Pompilio, Licurgo, Solone paion pigmei nelle loro leggi che sovente giustificano anche il delitto, come la servitù, l’uccisione dei vecchi e dei bimbi malati, il divorzio! Egli stesso è la legge immacolata che india le anime: Lex tua immaculata, convertens animas (Ps, XVIII, 8)! Poeti, oratori, guerrieri non gli stanno a petto. Il Vangelo offusca Omero e l’accieca con la sua grandiosa semplicità. Demostene e Cicerone diventan pedestri dinanzi al Sermone della montagna. Cesare ed Alessandro si arrestano nelle loro inutili stragi di fronte ad una forza che pretende solo il suo sangue per salvare l’umanità: l’amore che ogni cosa vince, Omnia vincit amor (Virgilio, Eglog. 10; 69)! Ma Gesù, vivo e vero nella sua incompresa grandezza, balza dal Vangelo. – Io ed il Padre siamo una cosa sola (Jo. X, 30)! Io sono nel Padre, Egli è in me! Chi vede me, vede mio Padre (ibi XIV, 9)! dice a Filippo. Io son la via, la verità, la vita (ibi, XIV, 6). Son l’alfa e l’omega (Apoc. 1; 8.). Io son la luce del mondo (Joan VIII, 12). Io la fonte che disseta perché contiene le acque che risalgono alla sorgente della eterna vita (ibi, IV, 14).- Io sono il pane di vita disceso dal cielo (ivi VI. 35). Ecco le sue affermazioni apodittiche. Questi è il mio Figlio diletto nel quale ho poste le mie compiacenze!dice Dio Padre sul Giordano e sul Tabor ( Marc.1; 11 — Lc. III. 22). Tu sei Cristo, il Figlio del Dio vivente (Mt. XVI, 16)! testimonia San Pietro. – Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo (Joan. I, 29)! – proclama Giovanni dinanzi alle turbe. – Avete crocifisso il Re della gloria; voi avete ucciso Dio! dichiarano Pietro e Paolo a Giudei indurati. Gli angeli stessi, vedendolo salire, possente, col segno della gloria incoronato si chiedono: Quis est iste qui venit de Edom, tinctis vestibus de Bosra iste formosus în stola sua (Is. LXIII, 1)? E si senton rispondere: – Egli è il Re della gloria che sale con le vesti bagnate di sangue (Is.)! – E Cristo entra nella gloria del Padre! In Lui – sappiamo dalla Fede – la divina natura è uguale a quella del Padre e dello Spirito Santo, ma la sua Persona, quella del Verbo, è distinta da quelle del Padre e del Paraclito. QuestoVerbum, genitum non factum (Credo), consustanziale al Padre, Dio vero da Dio vero, eterno, ante omnia sæcula genitus (Symb. Atan.), prende, nel tempo, la umana natura nel seno immacolato di Maria; l’assume nella sua Persona e diviene uomo senza lasciare di essere Dio; verus homo ex substantia matris in sæcula natus (c. s.). Questa incarnazione non è una conversione della divinità nella carne, ma assunzione della umanità in Dio: non conversione divinitatis in carnem, sed assumptionehumanitatis in Deùm (Can. Miss. Praef, Nativ. – Symb. Athan ). È il Verbum caro factum (Joan, I, 14).In Cristo. due nature dunque: la divina e l’umana, ma unica la Persona. Or le azioni, non son della natura ma del supposito,della Persona: actiones sunt suppositorum (S. Th. III, q 19, ad 1). E poiché in Cristo la Persona è divina, divine sono le sue azioni. Sicchè quel Sangue purissimo natus ex Maria virgine (Sym. Ap.), è divino, perciò preziosissimo. Quando si effonde sul Calvario ha un valore divino, perciò preziosissimo.Quando si riversa sull’umanità per riscattarla e purificarla, la sua azione, la sua efficacia son divine, perciò Sangue preziosissimo!Sono adunque preziosissime anche le ragioni per cui Egli lo versa.

a) Ripara infatti l’onore del Padre offeso dall’uomo, con l’onore a Lui reso con l’effusione del sangue: obtulit semetipsum Deo (Heb. IX, 14), e pacifica l’uomo con Dio: pacificans per sanguinem crucis ejus sive quæ in cœlis sive quæ in terris sunt (Coloss. 1, 20). Ma una tale riparazione, una tal pacificazione sono di valore infinito.

b) Redime l’uomo peccatore..- Il Sangue ha una sua peculiare virtù redentrice. Quello di Virginia libera Roma dai Tarquini, quello di Lucrezia l’affranca dai Decemviri, quello delle rivoluzioni dà un nuovo orientamento alla storia. Ma il Sangue di Cristo ha dato l’assetto definitivo all’uomo, sciogliendolo dai vincoli del servaggio, liberandolo dalla pena eterna: redemit de domo servitutis (Deut. 13,5- Galat. 3, 13 – Tit. 2, 14)! Quel Sangue è sborsato per testimoniare la verità: ad hoc veni in mundum ut perhibeam testimonium veritati (Joan XVIII, 37). E la verità è questa: il mondo deve riconoscere Iddio per suo Padre, ed amare il Figlio che l’ha redento: hæc est vita æterna ut cognoscat mundus Patrem et quem misit, Jesum Christum (1 Joan, 5, 6.). L’Agnello di Dio s’immola per affermar questa verità che ha bandito solennemente dinanzi al popolo, al sinedrio, ai tribunali; ed il sangue e l’acqua che escono dal suo cuore, sulla croce, ne sigillano l’infinito amore: hic est qui venit per aquam et sanguinem; non in aqua solum sed în aqua et sanguine (ibi, 18, 3).

Ecco il Sangue preziossimo!

Or, se a Dio si deve l’adorazione ed a tutto ciò che a Dio appartiene come sua essenza e natura, il Sangue preziosissimo, che al Verbo fatto carne appartiene come sua essenza e natura, è degno della nostra adorazione: Dignus est Agnus accipere honorem, gloriam et benedictionem, quia occisus est et redemit nos in Sanguine suo ( Apoc. V, 12)!E noi dobbiamo, tremanti, piegare i ginocchi dinanzi al prezzo di tanto valore, e cantar con la Chiesa al Re dei Martiri: Christum Dei Filium, qui suo nos redemit sanguine, venite, adoremus (Brev. Rom.)!

Esempio:

L’illustre storico Cesare Baronio dell’Oratorio, discepolo insigne di San Filippo Neri, nei suoi Annali, all’anno 446 riporta questo mirabile fatto. In Costantinopoli, un giudeo, di notte, preso un Crocifisso ch’era avanti la casa di un Cristiano l’immagine sfregiò sul volto, e da questa spiccò tepido sangue. Atterrito il sacrilego corse a gittarla entro un pozzo vicino, tornandosene poi in fretta, a casa, ove raccontò tutto alla moglie. Il giorno dopo, la gente che andava ad attingere l’acqua vide con grande sorpresa che essa era tutta rosseggiante di sangue. Giunta la inusitata novella all’orecchio del Prefetto della città, e sospettando questi giustamente che entro il pozzo vi fossero uomini trucidati, ordinò che fosse vuotato. E vuotato che fu, ecco ritrovato il Crocifisso, che ancor versava sangue dalla ferita infertagli. L’imperatore, pur di conoscere la verità dell’accaduto; promise il condono d’ogni pena al reo, purché da se stesso si costituisse. Prima la moglie, poi il giudeo si presentarono lagrimanti, e confessarono schiettamente il delitto. Ma quel sangue gridò misericordia, non vendetta. Compunti a tanto miracolo, chiesero il battesimo ed abbracciarono la fede di Gesù Cristo, divenendo così, da nemici, suoi consanguinei! Il pozzo, essendo poco distante da Santa Sofia, vi fu raccolto con l’erezione di una nuova Cappella che si chiamò del Pozzo santo. Su questo fu posto un coperchio d’oro, sormontato dal prodigioso Crocifisso. Ancora una volta Gesù aveva mostrato di qual valore infinito fosse il suo Sangue! E come Egli è disposto, anche dopo il Calvario, a versarne, per nostro amore, dell’altro ancora! Anima mia, vedi quanto tu vali? Pretium sanguinis es (Mat. XXVII, 6)! Fedeli, non con oro od argento corruttibili voi siete stati redenti, ma col Sangue del Figlio di Dio, col suo Sangue preziosissimo: non corruptibilibus auro vel argento redempti estis, sed pretioso sanguine quasi Agni immaculati Christi (1 Piet. I, 18)!

Preghiera

O sangue che i martiri esaltano nel Cielo perché il loro prezioso divenne per la tua preziosità, pel tuo valore; o Sangue che fosti per essi forza e resistenza, gaudio gloria, Sangue di un Dio, perché unito alla Persona santissima del Verbo, Sangue che fosti versato per amore supremo onde placare il Padre, redimere il peccatore, render testimonianza alla verità, sii tu benedetto ed adorato! Ai tuoi piedi non Giuda, che lo sprezza, ma Giovanni che se ne abbevera, nei figli che riconoscono la preziosità che ogni anima ha reso preziosa, per gridarti: – Misericordia, perdono, amore! – Con tutti i santi del Cielo, coi martiri, con gli Angeli ti lodiamo ed adoriamo; e se indegna è ancora pel peccato la nostra anima, mondala, o prezioso Sangue. È tua! Mondala col tuo bagno salutare che ci renda cherubini innanzi al tuo trono. Ognuno di noi ti prega, o Agnello santo, con la strofe mirabile di Tommaso: Pie pellicane, Jesu Domine, / me immundum munda tuo Sanguine (Adoro Te …)! e tutti, con la voce della Chiesa, nell’inno del ringraziamento: Te ergo quæsumus, tutis famulis subveni, quos pretioso Sanguine redemisti (Te Deum.) – Amen!

Risoluzione

In riparazione della crudele indifferenza di tante anime verso il Redentore, cercate di parlare ogni giorno di questa devozione ed inculcarne la pratica.

(B. Gaspare del Bufalo)

Fiorellino spirituale

O Sangue, medicina delle nostre anime, guariteci!

(S. Caterina da Siena)

Giaculatoria

Factus est Sangue, ineffabile prezzo di vita, a l’alma debole tu porgi aîta!

IL CREDO

Offertorium

Orémus
1 Cor X:16
Calix benedictiónis, cui benedícimus, nonne communicátio sánguinis Christi est? et panis, quem frángimus, nonne participátio córporis Dómini est?

[Il calice dell’eucarestia che noi benediciamo non è forse comunione del sangue di Cristo? Il pane che noi spezziamo non è forse comunione col corpo di Cristo?]

Secreta

Per hæc divína mystéria, ad novi, quǽsumus, Testaménti mediatórem Jesum accedámus: et super altária tua, Dómine virtútum, aspersiónem sánguinis mélius loquéntem, quam Abel, innovémus.

[O Dio onnipotente, concedi a noi, per questi divini misteri, di accostarci a Gesù, mediatore della nuova alleanza, e di rinnovare sopra il tuo altare l’effusione del suo sangue, che ha voce più benigna del sangue di Abele.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Hebr IX: 28
Christus semel oblítus est ad multórum exhauriénda peccáta: secúndo sine peccáto apparébit exspectántibus se in salútem.

[Il Cristo è stato offerto una volta per sempre: fu quando ha tolto i peccati di lutti. Egli apparirà, senza peccato, per la seconda volta: e allora darà la salvezza ad ognuno che lo attende.]

Postcommunio
Orémus.
Ad sacram, Dómine, mensam admíssi, háusimus aquas in gáudio de fóntibus Salvatóris: sanguis ejus fiat nobis, quǽsumus, fons aquæ in vitam ætérnam saliéntis:

[Ammessi, Signore, alla santa mensa abbiamo attinto con gioia le acque dalle sorgenti del Salvatore: il suo sangue sia per noi sorgente di acqua viva per la vita eterna].

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA.

LE SETTE EFFUSIONI DEL PREZIOSO SANGUE DI GESÙ CRISTO

Le sette Effusioni Del Prezioso Sangue di G. C. Nel di della Festa. (*)

[D. Massimiliano M. Mesini, Missionario del preziosissimo Sague – Rimini, Tipog. Maolvolti, 1884]

INTRODUZIONE

Sì quis sitit, veniat ad me, et bibat.

Joan. VII.

(*) Incominciato il devoto Esercizio del Mese il primo Venerdì di Giugno, si termina la prima Domenica di Luglio, Festa del Preziosissimo Sangue. Esposto con solenne pompa il Sacramento, si fa il discorso d’introduzione. Un sacerdote annunzia al popolo ciascuna Effusione, e dopo terminato ogni breve discorso recita cinque Pater, e un Gloria col Te ergo quæsumus etc. Strofette in musica, commoventi, ed acconce si cantano negl’intermedi.

Quanto mai Gesù Cristo ama gli uomini! l’Evangelista Giovanni ci descrive questo innamorato Redentore, quando l’ultimo giorno delle feste sen venne in Gerusalemme, dove trattenevasi tra il popolo deliziandosi di far dimora con esso, benché già i suoi nemici pensassero di ucciderlo. Ben egli vedeva l’interno loro, ben conosceva i segreti e scellerati divisamenti, che alimentavano nella lor mente; non gli era occulto l’odio accanito, che covavano in cuore, e ben lo chiarì, tutto mitezza così interrogandoli: Perché cercate voi di uccidermi? Quid me quæritis interficere? Nondimeno stando Gesù ancora in mezzo al popolo, seguita Giovanni a farcelo vedere in aria dolce e compassionevole, che apre la benedetta sua bocca e grida: Se alcuno havvi, che sia arso di sete, venga da me e beva … si quis sitit, veniat ad me, et bibat. Ma di qual umore Egli qui parla? Secondo l’interpretazione di molti dotti e pii scrittori, egli allude a quel fiume di Sangue, ch’Egli stava per versare a compimento. della redenzione degli uomini. E di qual sete poi Egli favella? A qual sete vuol Egli recare rimedio? Versando Cristo il suo Sangue per mondarci da ogni peccato vuol Egli refrigerare quella sete ardente, che in noi accendono le smodate passioni, che sono, come febbri cocentissime, al dir d’Ambrogio: Vanis criminum febribus caro nostra languebat, et diversarum cupiditatum immodicis estuabat illecebris. Ah! sì pur troppo è nostra febbre l’avarizia, nostra febbre la libidine, nostra febbre la lussuria. Febris nostra avaritia est; febris nostra libido est, febris nostra luxuria est. Ah! pur troppo è nostra febbre l’ambizione; nostra febbre l’iracondia. A refrigerio adunque di quest’ardente sete, prodotta dalle cocenti febbri delle smodate passioni, ecco che Gesù Cristo con quelle parole tutti invita a partecipare del Sangue da lui sparso; ed a godere dei dolci frutti del gran Prezzo di nostra Redenzione: Si quis sitit, veniat ad me, et bibat. Per questo venne già il Divin Sangue fin da remoti tempi figurato in quell’acqua, che sgorgò in larga vena dalla rupe presso l’Oreb per dissetare gli Ebrei, che camminavano per l’arenoso deserto, giacché niente havvi, che meglio refrigeri, quanto le freschissime acque di una fonte: Illis aqua de petra fluxit, tibi Sanguis Christi… Illud in umbra, hoc in veritate. Così S. Ambrogio. Ma il Sangue, che versò Cristo non farà poi altro che refrigerare la sete delle disordinate passioni? Ah! no; sarebbe questo troppo poco per un Sangue di un infinito valore qual è il Sangue d’un Uomo-Dio. Esso donerà ancora ristoro di grazia e di novella forza per l’acquisto delle più belle virtù, e della più elevata perfezione. E ve n’era certamente bisogno; ché troppo fiacche sono le forze dell’uomo dopo la caduta di Adamo, e non valevoli a far cosa, che loro compri l’eterna gloria: troppo è da faticare nel battere la via, che conduce alla perfezione, ed al cielo. Però quel Gesù medesimo, ch’altra volta avea detto: Venite omnes, qui laboratis, et onerati estis, et ego reficiam vos; oratutto pieno di pietà, di misericordia, e d’amore invita aricever questo conforto con quelle parole: Si quis sitit, veniat ad me, et bibat; chè bevendo non si sente sol refrigerioall’arsura, ma ristoro, e rinfrancamento dal languoreche provavasi. Con questo preambolo adunque entriamo,o carissimi ascoltatori, nel pio Esercizio dello Sette Effusionidel Sangue Prezioso, e dalle diverse circostanze, chele accompagnarono, troveremo nelle prime quattro conche smorzare la sete ardente, che la febbre di smodatalibertà, di onori, di piaceri, di ricchezze cagiona: troveremonelle ultime tre il ristoro di forza, e di vigore, chebisogna per seguir Cristo portando la croce, ed arrivarealla perfezione. Ma lungi di qua, o profani. Lungi diqua, voglio dir voi, che abbeverandovi continuamente alleacque putride e fangose di Babilonia, di queste solo vicompiacete, a queste volete ostinatamente restar attacati, Lungi di qua voi, o increduli, che fate di Cristo una favola, od al più solo un uomo, togliendogli dal capo l’aureola della divinità; voi, che non avete di questo Sangue la fede, che vi bisogna, e senza di cui è impossibile piacere a Dio. Che potrebb’esso fare per voi, se voi lo disprezzate? Potrebb’esso a voi essere viva fonte di benedizioni, se voi lo maledite? Ah! che con voi non ha Gesù, che ripetere: Quæ utilitas in Sanguine meo? Ma che dissi io mai? Ah! vengano, vengano tutti avvivando un pò la lor fede, e con animo ben disposto; ed allora tutt’intenderanno bene, e sentiranno scendersi al core quell’invito di Cristo: Sì quis sitit, veniat ad me, et bibat; e dissetandosi col suo Sangue ne ricaveranno certo abbondante profitto per l’anima.

Effusione 1° di Sanque

Nella Circoncisione

Rimedio alla smodata sete di libertà.

Creato l’uomo ad immagine di Dio usciva egli dalle sue mani per tornare a lui, il quale com’era suo principio, così doveva essere suo ultimo beato fine. Intanto, mentre vive sopra la terra, a conseguire quel fine supremo. Iddio col lume stesso del suo volto, con cui l’ha segnato, ed accende la sua ragione, gli scopre quel fa il bene, fac bonum; quell’ordinem serva, osserva quell’ordine, ch’è il principio d’ogni moralità. A questo ha aggiunto la sua legge positiva, incisa sulla pietra, e tra lampi e tuoni là sulla cima del Sinai, che si scuoteva e fumava, pubblicata al tremebondo popolo d’Israello. Legge, che Cristo stesso venendo sulla terra ebbe di sua bocca confermata. A questa legge divina adunque. e naturale, e positiva deve sottostar l’uomo; a questa deve informar tutta sua vita. S’ei fu da Dio arricchito del nobile dono della libertà, chi vi ha che non vegga, che di questa non deve abusarsi a mal fare, ma deve ognora volgerla al bene, all’osservanza di questa legge, per istare sottomesso, com’è ben giusto, al Legislatore? Nondimeno cominciò Adamo a rompere il freno di questa legge; e la sua progenie avendo in sé trasfusi con quel primo peccato tutti i tristissimi effetti di quello, si sentì bruciar le vene da una febbre d’indipendenza, provò una sete cocentissima di libertà smodata. E per verità, come già Faraone a Mosè, che intimavagli a nome di Dio di lasciar în libertà il popolo Ebreo, ogni peccatore se non con le parole, certo coi fatti dice pieno d’orgoglio: Chi è questo Dio, che vuol signoreggiar su di me, e dettarmi legge, e farmi precetti? Che precetti, che legge, che Dio! Io non lo conosco: Nescio Dominum. (Es. V) Sono libero, e voglio viver libero. E così poi scosso il giogo, pronuncia inoltre quel non voglio servire, di cui a buon diritto si lamenta il Signore: Confregisti jugum, dirupisti vincula, dixisti: Non serviam. (Ger. II) Con orgoglio poi ben più matto frenetici di febbre di libertà oh! quanti ai giorni nostri professandosi per gente del progresso, cioè senza fede, non ammettono Dio, e per conseguenza non ne accettan la legge. Libero pensatore, se mai qui m’ascolti, tu, che non vuoi freno di sorta in fede ed in morale, e ammetti solo quel che ti detta il tuo capriccio, sai tu a chi Giobbe te proprio, più, che altri, assomiglia? Ad uno stolido puledro di giumento selvatico, che non avendo freno, né riconoscendo padrone con erto il collo va vagando per la foresta: Vir vanus in superbiam erigitur, et tamquam, pullum onagri se liberum natum putat. (Job. XI) Ma buon per noi, che quest’ardore di libertà sfrenata è venuto Gesù a refrigerare, e guarir col suo Sangue. Venite qua tutti ed avvivando un pò la vostra fede con cuor ben disposto considerate il Salvator vostro in pargolette membra umane. Guardate; egli è il Figliuol di Dio e però Dio egli stesso, il Re dei re. Nondimeno vestendosi di carne mortale si esinanisce, e piglia la forma di servo: Exinanivit semetipsum, formam servi accipiens. (Filip. II) E questaforma di servo vuol far meglio apparire vagendo bambino Egli, ch’era la stessa Sapienza; ridotto alla debolezza di tenero corpicciuolo Egli ch’era la stessa Onnipotenza. Di più vuole assoggettarsi alla legge della circoncisione, a cui non era certamente tenuto. Dovean circoncidersi i figli prevaricatori di Adamo prevaricatore. Ma a che la circoncisione in Gesù, in cui non era verun neo di colpa, ch’era anzi la stessa Santità? Assoggettandosi poi a questa legale cerimonia veniva ad obbligarsi, come Uomo, all’osservanza perfetta di tutta la legge, giusta quel di S. Paolo: Testificor… omni homini circumcidenti se quoniam debitor est universæ legis faciendæ. (Galat. V) Etutto questo perché mai Egli compie se non per nostra istruzione, ed esempio? Per nostra istruzione, ed esempio sottomette il suo tenero corpicciuolo a quel vaglio doloroso.N’è anzi bramosissimo. Quanto gli tarda, che venga alfine il momento! Quante volte in quei primi otto giorni di sua vita mortale va ripetendo quelle parole, che furono a lui riferite dall’Apostolo Paolo: Corpus… aptasti mihi… tunc dixi: Ecce venio. (Hebr. X) Tu mi hai dato, o Padre celeste, un corpo perch’Io patisca: eccomi pronto, eccomi pronto a versare anche il Sangue: Tunc dixi: Ecce venio. Su via, cali dunque l’affilato coltello,e Gesù grondi Sangue. O prime stille preziose, preludio. di quel molto Sangue, che in avvenire sarebbe poi sparso,  io umilmente vi adoro! In vedervi sparse con tanta umiliazione chi non si sentirà dar giù ogni ardore di libertàsfrenata? Chi non imparerà la soggezione, e l’osservanzadella legge da tanto esempio? Sì, o Gesù, vogliamo viverea voi soggetti, ed il vostro Sangue ci donerà ancorala grazia a ciò necessaria. Così noi avremo la vera libertà dei figliuoli di Dio, franchi dalla schiavitù dell’inferno, liberi di quella libertà, che voi ci donaste: Qua libertate Christus nos liberavit. (Gal. IV).

Efusione II°. di Sangue

Nell’Orto del Getsemani

Rimedio alla smodata sete di grandezze.

All’Orto del Getsemani, uditori, andiamo all’Orto del Getsemani, dove Gesù recasi dopo terminata l’ultima cena. Già è arrivata quella notte funesta, in cui Egli deve darsi in balìa de’ suoi nemici; già è arrivato il tempo di quel battesimo di Sangue, di cui favellava sì spesso con grande commozione del suo cuore, ed a cui anelava ardentemente: Baptismo habeo baptizari, et quomodo coarctor usque dum perficiatur? Siccome la colpa incominciò nell’Eden tra le piante amene di quell’amenissimo luogo, così Gesù volendo riparar tutto con la redenzione, anche nelle più tenui circostanze, incomincia la sua passione nell’Orto del Getsemani avanzandosi tra il più folto delle piante degli ulivi. Là nell’Eden avea l’uomo peccato per superbia volendo farsi simile a Dio col prestar fede alle false promesse del Serpente: eritis sicut Dii. Qui nel Getsemani Gesù si umilia, si abbassa, quanto mai può abbassarsi un Uom-Dio, facendo la figura di peccatore. Maladetta superbia! Te vedeva il Redentore attecchire nei cuori di tutta la schiatta del primo Parente prevaricatore. Quanta vanagloria di ciò che non era infine che dono di Dio! Quanta jattanza ed arroganza nelle parole! Quant’orgoglio nel tratto! Che ambizione d’onori e dignità, tanto più grande, quant’era più piccolo il merito! Maledetta superbia, te vedeva nei filosofi sprezzar la stessa rivelazione, e te. udiva pronunciare quelle ardite parole: La ragione basta a sé stessa. Vedea quinci germogliare, qual malefica pianta, quella scienza, che tanto va più tronfia, e si accatta plauso, quanto più fa pompa di ateismo, ed esclude Iddio, e Cristo. Sì, tutto questo vedea il Redentore; ed ecco che si accinge a portare il rimedio, opponendo a tanta alterigia la più profonda umiltà. Caricatosi di tutti i peccati degli uomini per offrirsi egli vittima per tutti al Padre, non disdegna di apparire l’ultimo dei mortali, novissimum virorum; non dubita di divenir Egli la stessa maledizione: Factus pro nobis maledictum. Ma, oh Dio! quanto di pene gli costa questo abbassamento! Coperto della più gran confusione, tutto acceso di rossore nel volto, trema a verga a verga in tutto il corpo, e si prostra con la faccia per terra, ché più non osa di levarla al cielo. Si sente occupar l’anima da una tristezza mortale: Tristis est anima mea usque ad mortem; chè innalzato ha la Giustizia di Dio come un muro di divisione tra la parte superiore, ed inferiore dell’anima, per cui non più il gaudio ha questa della visione beatifica, che quella gode. Parla col Padre, ma non più con quella confidenza, ch’avea altre volte. Altre volte, quando volea operare anche i più stupendi prodigi, dicea: Padre lo voglio: Pater volo. Ora: Padre, se è possibile, passi da me questo calice. E poi ben tosto con uno sforzo generoso l’accetta, sottomettendosi alla volontà di Lui. Ma che stretta ei prova in suo cuore! Agonizza, cade bocconi al suolo; e per la piena dei tempestosi affetti, che intorno si serrano al suo cuore, e gli fan groppo; tanto questo si ristringe, che non potendo aprire per i suoi seni il varco al Sangue, da sè lo respinge; ed il Sangue rigurgitando, impedita la libera circolazione, per non usate vie trasuda da tutto il corpo: Factus est sudor ejus sicut guttæ Sanquinis decurrentis in terram. (Luc. XXII) Uditori, mirate di quel Sangue imporporate l’erbose zolle, inzuppato tutto il terreno.Ah! se voi pure una febbrile sete accende di grandezze, di onori, d’un vano sapere, di fasto immoderato, a cui la vostra superbia aspira, qua venite a sedarla nel Sangue da Gesù sparso fra tante umiliazioni. Sentite le voci di Gesù, che v’invita: Si quis sitit, veniat ad me; et bibat. Venite; ché quel Sangue è pieno di divina virtù.Ed accogliendo nel vostro cuore sensi di verace umiltà,su accorrete a confortare Gesù, ed a sollevarlo di terra,dove in tant’agonia fu prostrato, perché umiliatosi pernoi, perché fattosi per noi la stessa maledizione: factus pro nobis maledictum. (Gal. III).

Effusione III° di Sangue

nella Flagellazione

Rimedio alla sete smodata di piaceri.

Povera natura umana! Dopo che fosti caduta dallo stato d’integrità e d’innocenza primitiva, come ti sei fatta inferma, e ferita rispetto a ciò, che eri prima, per la ribellione della parte inferiore alla superiore, per lo scompiglio di tutte le passioni. Un’altra febbre in fatti, la febbre della concupiscenza della carne tutti gli uomini assale ricercandone ogni vena; e penetrando talora fin nell’ossa non dà lor tregua, e pace giammai; e sfiorate, lor dice, sfiorate pure i più vaghi prati della lussuria, assaporate ogni dolcezza della voluttà. E tanti, e tanti a tali voci prepotenti non sono tardi. a gustar ogni diletto, e tutto vuotare sino all’ultima feccia il calice degl’immondi piaceri. Così avviene pur troppo, o ascoltanti, per la infermità della nostra natura. Che sarà poi, se tolgasi ogni freno di mortificare la carne, se le si diano a pascolo e fomento mille incentivi di soverchie morbidezze, di cibi deliziosi, di spiritose bevande, d’un vestir ricercato ed immodesto, di vezzi i più passionati? Ai nostri giorni poi, che si fa di tutto per condurre i cristiani a vivere alla pagana, si vien fuori col dire, che macerazioni, astinenze, digiuni non si confanno più a questi tempi di luce e di progresso, i quali domandano la riabilitazione della carne. Riabilitazione della carne? E che intendete voi con questa parola, se non accarezzare la carne, e contentarla in ogni sua turpe voglia? Riabilitazione della carne? E non sapete voi, che Gesù Cristo col suo patire volle la santificazion vostra, come dice Paolo ai Tessalonicesi, e che voi vi asteniate da ogni opera immonda, affinché ognun di voi possieda il suo corpo, come vaso di santificazione e di onore? E non sapete voi, che Gesù Cristo venne a riformar questa carne, che vuolsi ora riabilitare, e di sordida e sensuale ch’era, a renderla santa, ed immacolata, ed irreprensibile al suo cospetto, come dice il medesimo Apostolo ai Colossesi? Che se Gesù venuto a riformar la vostra carne, non vuole poi preservarvi dalle tentazioni del senso, ciò fa perché abbiate ancor voi la vostra parte in questo solenne trionfo sopra la carne medesima, tenendola in freno, e mortificandola. E voi questo ricuserete? Forseché Cristo non ha fatto abbastanza, e non ha anche troppo sofferto per parte sua? Per riformare la vostra carne, e per darvi forza a tenerla in freno Egli si è assoggettato nientemeno, che alla crudele flagellazione, a cui condannollo Pilato; e voi ben potete ciò rilevar dalle circostanze. Si tratta qui di rimedio ai rei diletti sensuali del corpo. E Gesù il corpo suo, non formato da seno macchiato di colpa, come ogni altro corpo umano, ma dal seno di Madre vergine per opera solo dello Spirito Santo; il suo corpo dotato d’una purezza infinita, come corredo dell’unione ipostatica, senza riserva alcuna tutto intero consegna ai colpi dei flagelli. Si tratta qui di rimediare ad abusi di nudità scandolose; e Gesù soffre d’essere spogliato delle sue vesti, né fa calare gli Angeli dal cielo a coprire con le loro ali una nudità così sacrosanta. Anche qui ei versa Sangue una terza volta, Sangue vergine, immacolato, come la sua carne, acciocché i sensuali ammorzino l’ardore della concupiscenza, che li asseta fino al peccato, e non pongano le loro delizie in immondezze: Si quis sitit veniat ad me, et bibat. Ed oh! in quanta copia ei lo versa!Già legato alla colonna, una furia di colpi spessi e pesanti si rovescia sulle delicate membra, qual fitta gragnuola cade rovinosa a battere le mature e biondeggianti spighe di un campo. Si ripetono a centinaja i colpi,e la carne avvizza, si pesta, rompesi la pelle, e le belle membra di Gesù s’impiagano. Anzi dalla pianta dei piedi sino alla cima del capo non vi è alcuna parte più sana, a planta pedis usque ad verticem capitis non est in eo sanitas, (Isa. I) e nondimeno si batte ancora. Già alle piaghe si aggiungon le piaghe, ché non più a centinaja, ma a migliaja si ripetono i colpi, super dolorem vulnerum meorum addiderunt, (Ps. LXVIII) ed ancora si batte. Si spargono minuzzoli di carne per l’aria; di Sangue sono inzuppati i flagelli; di Sangue è tinta la colonna; diSangue è tutto bagnato il terreno; di Sangue sono aspersii carnefici stessi. Oh! basta, basta, o mio Gesù. Sì,voi avete fatto anche troppo per rimedio della nostra concupiscenza.A noi stanno meglio quei flagelli per punire questa carne, che si ribellò allo spirito, e per tenerlanell’avvenire in freno. Su, è tempo di mutar vita, e di. far buoni propositi. Dite adunque, ascoltanti così: O Gesù,noi vogliamo far parte di quella eletta schiera, che vive in continenza, e castità. Prima che voi veniste a compiere la redenzione, pochi furono i Giuseppi, poche le Susanne; ma dopo è ben grande la schiera non solo di casti, ma di vergini ancora, che vengon dietro a Voi attratti dal soave olezzo, che manda il vostro Sangue purissimo. Anche noi, se non tutti vergini, certo almen casti nel nostro stato di vita vogliamo essere, casti nel matrimonio elevato a sacramento, ché anche in questo non è lecito abbandonarsi a certe turpitudini. Lo promettiamo, o Gesù: Gesù, lo vogliamo. Confortateci con quella grazia, che ci meritò il vostro Sangue sparso sotto i flagelli.

Effusione IV.° di Sangue

Nella Coronazione di Spine.

Rimedio alla sete smodata di Ricchezze.

Sazi non sono i carnefici d’incrudelire contro di Gesù, che, qual mansueto agnello sotto le forbici del tosatore, non manda un lagno; ma neppur sazio è Gesù di patire, e di versar Sangue. Era Egli stato calunniato di aspirare ad uno scettro, e ad una corona, e di volersi fare re. E quella insolente soldatesca preparagli perciò un nuovo tormento tra i più amari scherni, ed i motti più frizzanti. Messolo a sedere sopra di un sasso, gli mettono indosso un cencio vilissimo di porpora, in mano una fragile canna per iscettro. Manca la corona. Di che la formeranno essi? Prendono un manipolo di spine lunghe ed acute, e ne fanno un diadema, che pongono sulla testa di Gesù: Milites plectentes coronam de spinis, imposuèrunt capiti ejus. (Joann. XIX) E càlcanlo con bastoni, perché quelle spine ben addentro s’infiggano nel capo, ed alcune anche nel cervello. Oh Dio! Che spasimo atroce in questa parte più delicata dell’uman corpo, dove tutti i nervi per la spina dorsale si rannodano! Se una spina sola confitta nella parte più callosa d’ un piede d’una belva la fa fuggire ruggendo dal dolore per la foresta, che tormento crudelissimo non avrà poi provato Gesù con tante spine nel capo? Qual terra mai incolta, all’aratro restìa, e solamente ingombra di triboli e spine porse un sì lugubre dono al Redentore? Quale spietata mano ebbe quelle spine seminate? Ahi! che così ispida corona rosseggiando del Sangue di Cristo muta le acute punte quasi in rose: Christi rubescens Sanguine aculeos mutat rosis. Ahi! che cangia di colore il bel volto di luî, e impallidendo vede già avvicinarsi la morte. Ed intanto il Sangue fila giù per la fronte, e tutte ne tinge le guance in maniera che ben avveransi le parole del Profeta: Non est species ei, neque decor, et vidimus eum, et non erat aspectus. (Isa. LIII) Ma perché questo novello tormento? Perché ancora questo Sangue? Anche qui un’altra volta grida Cristo: Si quis sitit, veniat ad me, et bibat, perché vuol porgere un refrigerio ad un altr’ardentissima sete, ch’è nel mondo, alla sete delle ricchezze.Questa sete, più si fanno acquisti, più si tesoreggia, e più cresce, come avviene all’idropico, che più beve l’acqua, a cui tanto anela, e più resta arso ed assetato: Plus bibuntur, plus sitiuntur aqua. E per acquistare, e per arricchire quante ingiustizie si commettono,quante frodi s’intessono! Che sordide usure! Che rapacità coperte, cercando di abbellirle con uno specioso titolodi compenso, di annessione, o di altro! Troppo era dunque necessario, che col suo Sangue, da cui esce una Virtù divina, anche a questo recasse rimedio il Salvatore. Vedete qui, come in fatti tutto spira distacco dai beni del mondo, come tutto spira amore alla povertà. Trattato è Cristo da re di scherno solamente, mentr’Egli è vero Re del cielo, e della terra. Quindi non tesori, non splendido trono, non ricca veste, non preziosa corona, non aureo scettro: ma un sasso è il soglio; ma un cencio dicolor rosso è la porpora, che mal lo ricopre; ma lo scettro: è una fragile canna; ma la corona è d’irte e pungentissime spine. Sì, di quelle spine ha cinto il capo, a cui Egli stesso assomigliò le ricchezze nella parabola della semente evangelica, ed il reo abuso qui ne sta pagando, e la immoderata sete spegnendo col Sangue, che da tante trafitture si spreme. O voi adunque, che abbondate di ricchezze, non vogliate con la virtù, che da questo Sangue si diffonde, attaccare il cuore ad esse: Divitia sì affluant, nolite cor apponere: (Ps LXI) Non vogliate esser tutti in arricchire, niente curandovi poi dell’anima vostra, ch’è il vostro meglio. O voi, che poveri di beni di fortuna invidiate i ricchi, e ne agognate gli averi, pigliandovela spesso con la Provvidenza Divina, che non abbia egualmente spartito i beni della terra, e questa egual partizione sognate, che il socialismo sogna e falsamente promette, guardate qua Cristo, che in mezzo a tanta povertà: d’ogni cosa versa Sangue con una povera corona di spine sul capo, e sanate le illusioni della vostra mente, cui la passione delle ricchezze fomenta. O voi finalmente, se qui siete, che non dubitate sacrileghi di stender la mano: rapace su ciò, che appartiene alla Chiesa, comprandone a’ mostri giorni i poderi e gli arredi preziosi, ah! rammentatevi, che voi riducete Gesù Cristo altra volta ad un cencio di porpora, ad uno scettro di canna, ad una corona di spine. Voi, quanto è da voi, altra volta gli spremete Sangue. Ah! badate, che con quel Sangue, col quale dovevate recar rimedio alla vostra passione delle ricchezze, non si scriva l’eterna vostra condanna. Tremate, che quella corona d’ignominia, che si muterà un giorno in corona di gloria, cagione ai Santi di gaudio perpetuo, per voi non si tramuti in corona di terribil giustizia. Ahi! di questa corona vedranno un giorno gli empi cinto Gesù Cristo, vedranno, e periranno: Videbunt eum impiù in corona justitia, et peribunt. (Bernar. Serm. 50).

Effusione V° di Sangue nel viaggio

al Calvario

Conforto nella via della Perfezione.

Poco era a Gesù sanare con lo spargimento del suo Sangue tante infermità della misera natura umana: poco eragli refrigerare la sete ardentissima di peccato, che mettono le febbri delle passioni: volea di più recare col suo Sangue un ristoro, rinfrancando lo forze dell’anima, perchè coll’adornarsi d’ogni virtù giungesse ad alta perfezione. Ma considerate sapienza, e misericordia del Salvatore. Non si addicono agl’infermi le sublimi altezze: In excelsis infirmi esse non possunt. (Ambros. Lib. 5 in Luc.) E però quando trattasi di sanare refrigerando la sete febbrile delle passioni, ei versa Sangue in basso loco prima di salire il Calvario: Quemque in inferioribus sanat. Ma allorchè vuol donare un conforto ad acquistare la virtù e la perfezione si mette Egli stesso a salire, e segna del suo Sangue la via, acciocché ciascuno, che fu risanato, a poco a poco progredendo di virtù in virtù possa giungere alla vetta del monte della perfezione: Ut paullatim virtutibus procedentibus, ascendere possit ad montem. Eccolo infatti con la croce sulle spalle già per l’erta del Calvario. Trema sotto il peso del grave legno, e debole per mancanza di nutrimento, e tanto Sangue versato, più volte trabocca al suolo, e di nuovo Sangue, che da tante piaghe, e tante trafitture va ancora spargendo, bagna e tinge la strada. Pur non sì dà mai per vinto. È alla cima del doloroso monte, ch’Egli anela; è là, ch’Egli fa tendere i suoi passi, e perciò prosegue la via, benché abbia a patire indicibili pene. Ed intanto ci grida a ciascuno: Veni, sequere me. Vieni, mi segui. Lo so, o Gesù, che seguendo Voi arriverò anch’io sul monte, vale a dire conformandomi al mio esemplare mi adornerò d’ogni più bella virtù, e raggiungerò la perfezione, che Voi volete nei vostri seguaci. Lo so, che diverrò puro, come i gigli, umile e mansueto di cuore, distaccato da ogni affetto terreno, tutto inteso alle cose del cielo. Ma oh! Dio, quanti travagli mi si affacciano! Mi si affaccia l’erta salita, che mi toccherà fare: mi si presenta la croce, che, come Voi la portaste, Voi pur volete, che porti chiunque vi vien dietro: mi si offre quel dover agonizzare fino per l’anima, se decorata la voglio di perfetta virtù. Ma a che t’attristi anima mia, perchè ti conturbi? Quare tristis es anima mea, et quare conturbas me? Quel Gesù, che grida portando la croce: Veni, sequere me, non è lo stesso che invita: Chi hasete di mansuetudine, d’umiltà, di pazienza, di purezza,venga a me, e beva? Si quis sitit, veniat ad me, et bibat. Sì sì, ecco il mio ristoro, ecco il mio conforto nelSangue di virtù divina, cui Egli sparge nel camminodel Calvario. Anderò dunque, calcherò quelle vestige rosseggianti.Anderò dunque tenendo l’invito di Cristo,salirò il monte della perfezione, benché sia monte dimirra, o di amarezza, perché poi si trasmuti un giorno in monte di delizie sempiterne: Vadam, vadam ad montem myrrhæ. E voi, o ascoltanti, che fate? Anche da voi tutti vuole Cristo 1° esercizio delle più belle virtù, e v’invita alla perfezione in quello stato a cui ciascuno è chiamato dal cielo, e con quei mezzi che al proprio stato convengono: Estate perfecti, Egli avea altra volta detto, estote perfecti, vi ripete ora, invitandovi a montare con lui il Calvario; ed è pronto il conforto nel suo Sangue anche per voi. Oh! questo sì, ch’è il vero progresso: avanzarsi di virtù in virtù, e andar ognora perfezionando lo spirito. Altro progresso or non si vuole, che nelle scoperte, nelle macchine, nelle arti. Progresso, ch’io certo non condannerei, se non fosse tutto e solo materiale, senza curare punto lo spirito, e non andasse congiunto ad un progresso spaventoso di malizia e d’irreligione. Oh! si capisca bene una volta, quell’invito, che fa ognora Gesù, e vi si risponda. Allora sì, che si coltiveranno le virtù: allora sì, che splenderà la luce del vero progresso, e fiorirà quella vera civiltà nei popoli, che, vogliasi, o no, consiste appunto nel complesso di quelle.

Effusione VI°. di Sangue

Nella Crocifissione

Conforto ad amare Gesù, ed il Prossimo.

Regina di tutte le virtù è la carità, che dall’ Apostolo venne chiamata la pienezza della legge: Plenitudo… legis est dilectio. (Rom. XIII) E S. Agostino domanda qui giustamente: Dov’è la carità, qual cosa mai può mancare? Dove non è, qual mai cosa può recar giovamento? Ubicaritas est, quid est , quod possit deesse? Ubi autem non est, quid est, quod possit prodesse? E però, se Gesù Cristo, o ascoltanti, volle spargendo il Sangue nellasalita del Calvario darvi un conforto all’esercizio dellevirtù; immaginate voi, se giuntone sulla cima, vorràquesto conforto negarvi, perché l’amiate, ora che laredenzione ha il suo compimento. Ah! questo cuor vostro,ch’è portato naturalmente ad amar Dio, perché fatto perlui, n’avea pur bisogno, acciocché gli facesse batterin alto a meta così sublime le ali, senza mai volgerle in basso. Ed ecco Gesù, che inchiodato sul durolegno della croce versa Sangue dalle ferite delle mani,e dei piedi in tanta copia, che quattro rivi quasi parche scorrano. Ben ora Egli può mostrar in sé avveratequelle parole del Salmista: Sicut aqua effusussum. Ben copiosa è la sua redenzione, se non unasola goccia, che pur era a ciò sufficiente, ma tantoSangue Egli sparge. Ma perché sì copiosa? Data estcopia, risponde S. Bonaventura, ut virtus dilectionis inbeneficii redundatione claresceret. (Bonav. In Euchar. Serm. 27) Perchè in unbeneficio così ridondante la sua immensa carità versodi noi chiaramente si palesi. S. Bernardo ci dà a vederela passione e la carità a contesa tra loro, quella pernostro amore, oh! come a riamar ci conforta il nostroGesù, il, nostro Salvatore, il nostro Dio. Chi non amadunque Cristo, io griderò a tutti con S. Paolo, sia danoi separato: Si quis non amat Dominum nostrum Iesum Christum sit anathema: (1 Cor. XVI) E qual è quel cuorecosì ristretto, che non si senta dilatare in veder Gesù, che sparge Sangue, tenendo stese le braccia verso tutti, anche verso un popolo, che non gli crede, e lo contradice? Qual è quel cuore anche di ghiaccio, che non si sciolga, e si accenda ad amare udendo Gesù, che già esangue in sul morire grida: Tutto è compiuto? Espressione che ben vale l’altra: E che dovea Io fare di più, che fatto non l’abbia? Già prenunciato Egli l’avea: Si exaltatus fuero a terra, omnia traham ad meipsum. (Joan. XII). Ed ecco, ch’Egli donando a tutti nel suo Sangue un vero conforto ad amarlo, tutti al suo seno dolcemente attrae. Ma l’amor divino non va disgiunto dall’amor del prossimo, e però in questa effusione di Sangue ci dona ancora il conforto alla fraterna carità. Fratellanza, fratellanza universale è il grido favorito dei giorni nostri; ma fratellanza sul labbro, e non nel cuore; fratellanza nelle parole, e non nei fatti. Fu solo Gesù, che spargendo in croce il suo Sangue, e riscattandoci dalla schiavitù dell’inferno ci fece tutti liberi figliuoli di Dio, e quindi tutti fratelli, di cui Egli è il Primogenito: Primogenitus in multis fratribus. (Rom. VIII). Ed ecco perché la sua tenerissima Madre lasciò in Giovanni a noi tutti per madre. Ecco come tutti ci legava in uno con nodo dolcissimo di carità, facendo di tutti un cuor solo. Anche qui, ma con molto maggior efficacia ripete: Hoc est præceptum meum, ut diligatis invicem, sicut dilegi vos. (Joan. XV) E siccome egli amò non a sole parole, ma con l’opera dando il Sangue e la vita, per tutti pregando perdono a chi crocifisso l’avea, donando un paradiso per poche lagrime al ladro pentito, ci conforta col suo Sangue a mostrare questa vera fratellanza con far bene d’ogni sorta al prossimo, anche ai nostri nemici, e ad osservare quel precetto non solo in quanto alla sostanza, ma sino alla perfezione. Oh! sì, o Gesù, noi vogliamo amarti; ché troppo ad amarti ci eccita il Sangue per noi da te sparso: ed in virtù del tuo Sangue medesimo vogliamo amarci tra noi di vero amore, e dare il bello e dolce spettacolo di quella vera cristiana fratellanza, che si predica tant’alto da molti, e molti, e poi si sogna, e si cerca dove non è, e dove non può essere. O Gesù, è il tuo Sangue, che ci grida amore, ed amore accende. Il tuo Sangue è quello, che grida fratellanza, e fratellanza apporta.

Effusione VII° di Sangue

Nella lanciata Conforto all’Unione con Gesù Cristo.

Vuotate le vene di Sangue, Gesù già stremato di forze, dopo tre ore di penosissima agonìa, ha mandato al fine l’ultimo respiro, ed è morto. Or che gli resta più a fare per noi? Ah! dilettissimi ascoltanti, soffermatevi un poco ancora col vostro pensiero appiè dell’albero della croce, e voi vedrete, che non è già morta per noi la sua carità, e dormendo Egli il sonno ferale della morte, il suo cuore però vigila per noi: Ego dormio, et cor meum vigilat. (Cant. V) Già sen viene Longino brandendo una lunga lancia; e mentre ai due ladri, che gli pendono ai fianchi, son rotte le gambe con bastoni, perch’erano ancor vivi, a Gesù è aperto da quella lancia il costato, e lo stesso cuore è trafitto, e da quella larga apertura n’esce Sangue misto ad acqua: Unus militum lancea latus ejus aperuit, et continuo exivit Sanguis et aqua. (Jaon. XIX). Non le strette dell’agonie mortali nell’orto del Getsemani, non i flagelli, non le spine, non i chiodi, che gli fecero spargere Sangue in tant’abbondanza aveano potuto trargli questo piccolo avanzo dai più interni penetrali del suo petto. Ma Gesù di se stesso immemore, di noi solo ricordevole, si fa stringere come sotto un torchio per versarne le ultime stille, e niente di esso si riserva, come canta la Chiesa: Sub torculari stringitur, suique Jesus immemor sibi nil reservat Sanguinis. (Hymn. In Festa Prez, Sang.) E questo Sangue sgorgato dal suo cuore esce qual contrassegno a noi della sua più grande carità, iuvitandoci e confortandoci non solo ad amarlo, ma ad unirci intimamente a lui, giacché effetto di vero amore è l’unione. Per questo stando ancora confitto al legno, se non con la voce, parla però con le braccia distese verso di tutti: Si quis sitit, veniat ad me, et bibat. E mostrando aperto il costato, e ferito il suo cuore, invita tutti ad entrarvi, ed a stringersi fortemente con esso. Chi non vorrà a sì dolce invito, confortato dalla grazia, ch’esce da quel Prezioso Sangue, là correre, qual colombella vola alla sua torre, ed al suo nido, e là starsene unito a cuor sì amabile? Chi di là non griderà con Paolo: Quis me separabit a charitate Christi? Non le vanità del mondo, non i piaceri del senso, non l’amor delle ricchezze, non qualunque tribolazione, e tormento potranno più svellermi da questa dimora di pace, di contentezza, di gaudio, di amore. E se alcuno avesse sete di unirsi più perfettamente a Gesù, nascondendosi affatto entro al suo cuore per non sapere, per non sentir più nulla di questa misera terra, oh! entri, entri pure nei più secreti recessi di quel Cuore ferito, ché quel Sangue, che n’uscì, a tanta perfezione è pur ajuto e conforto. Che dolcezze sono là dentro, tutte di Paradiso! Se un po’ avrà a penare nel distaccarsi affatto da ciò che sa di terra, e nel perdere affatto di vista ciò ch’offre il mondo, inebbriato. da quelle delizie dovrà poi esclamare: Bonum, bonum.. est nos hic esse. Ma col Sangue uscìa dal fianco aperto di Gesù formata Sposa di lui la Chiesa, come dal fianco di Adamo addormentato uscìa formata Eva la sua consorte.Quindi è la Chiesa in qualche modo parte delcuor di Gesù. E che vuol dir questo, se non che voi non potete avere intima unione con Gesù, se non istate strettamente uniti alla vera Chiesa; se non ne credete quanto essa propone da credere, se non rispettate la sua autorità, se non osservate i suoi precetti? Ma la Chiesa, vera Sposa di Gesù Cristo è là, dov’è il Successor di S. Pietro, ch’Egli stesso a lei prepose e Capo, cioè il Papa: Ubi Petrus, ibi Ecclesia. E che vuol dir questo, se non che voi non potete essere stretti alla Chiesa, ed uniti al cuor di Gesù, se non istate ancor uniti col Papa, onorandolo come il capo di questa Chiesa, come Pastore, universale, come Maestro infallibile di verità in religione? Questa riverenza, ed unione al Papa in questi giorni, in cui tanto viene bistrattato, quasi fosse un’inutile anticaglia, da riporre tra le ciarpe, è divenuta la pietra di paragone per conoscere chi veramente è seguace di Gesù Cristo, e vero Cattolico. Procuriam dunque d’essere uniti alla Chiesa senza umani rispetti, uniti al Papa coraggiosamente, ed allora star potremo: davvero entro al costato di Gesù accanto al cuor suo in intima unione con esso: anzi chiudendoci entro la ferita del suo cuore grideremo esultando: Bonum, bonum est nos hic esse.

CONCLUSIONE

Eccoci finalmente a chiudere il nostro pio, e devoto Esercizio delle sette Effusioni del Sangue Prezioso. Certamente,  se voi a queste avete assistito con le dovute disposizioni, com’io fin dal principio vi ammoniva, e vi esortava, ne avrete provato fin d’ora i benefici effetti. Avrete sentito appressandovi a bere a questa fontana salutare di Sangue Divino, refrigerio all’ardore delle vostre passioni, conforto a salire il monte della perfezione, ornandovi delle più belle virtù; conforto ad amare Gesù ed il prossimo vostro, e ad unirvi intimamente al Divino Sposo dell’anime vostre. Oh qual desideri di far il bene, già sono spuntati nel vostro cuore! Ma deh! non cessi con questo Mese, e con questa sacra e tenera funzione la divozion vostra. Ah? le febbri delle passioni, sapete, torneranno tante volte ad accendere in voi quella maligna sete; e per salire in alto alla virtù avete bisogno ognora d’ajuto, avete bisogno d’essere confortati. E però vi ripete Gesù non solo adesso, ma dopo ancora: Si quis sitit, veniat ad me, et bibat. Quindi per godere di quel prezioso umore,convien andar a Lui, intendete? andar a Lui: Veniat, e bibat. Vale a dire è necessario, che facciate anche voila parte vostra, se volete che il suo Sangue sia applicatoparticolarmente all’anima. Continuate adunque ad onorareil Sangue di Gesù Cristo con ogni sorta di ossequi,con spesse giaculatorie, con la quotidiana Coroncina, chesul primo mattino si recita in questa Chiesa, con l’intervenirepuntualmente alle sacre funzioni, che si praticano a rendergli quel culto divino, che ben si merita,Ascrivetevi, se non siete ascritti, alla Pia Unione perlucrare anche le sante indulgenze. Contemplate spessocon Bernardo la vaga rosa della sanguinosa Passionedel Redentore, come rosseggi ad indicare l’ardentissimacarità: Rosam passionis sanguinæ, quomodo rubet in indicium ardentissima charitatis. (Bernard. Lib. de Pass. c. 4l.) Entrate, entratespesso nel giardino della divozione, o Cristiani, a coglierviquesta rosa, e portatela sul petto, portatela sul cuore,e vi sentirete refrigerar sempre le passioni, ed ardere dicarità. È il Sangue di Gesù Cristo specialmente nella santaEucaristia qual vino, che inebria i perfetti; come latte,che i deboli pargoletti nutrisce. Su, accostatevi spesso aquella mensa. Su, io vi dirò con Bernardo, affrettatevimeco, o voi tutti, che amate il Signore, a comprarvi conbuone disposizioni quel Preziosissimo Sangue: Properate mecum, qui diligitis Dominum, emite Sanguinem illum Pretiosissimum; e ne godrete, di continuo i frutti salutari.Di quel Sangue imporporati vi vedrà il Demonio, ed atterritofuggirà lontano. Di quel Sangue adorne le anime vostreavranno nella morte incontro gli Angeli, che verrannoper riceverle, e presentarle al cospetto dell’Altissimo.Di quel Sangue adorne entreranno nel cielo a godere lavisione di quell’Agnello immacolato, che vide il rapito di Patmos, ed a cantare insieme a tutti gli eletti quel cantico d’ineffabil letizia, ed a ripetere in eterno: Sia sempre benedetto, e ringraziato Gesù, che col suo Sangue ci ha salvato.

FESTA DEL SACRATISSIMO CUORE DI GESÙ (2021)

FESTA DEL SACRATISSIMO CUORE DI GESÙ (2021)

VENERDÌ DOPO L’OTTAVA DEL CORPUS DOMINI.

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Doppio di Ia cl. con Ottava privilegiata di 3° ordine. – Param. bianchi.

Il Protestantesimo nel secolo XVI e il Giansenismo nel XVIII avevano tentato di sfigurare uno dei dogmi essenziali al Cristianesimo: l’amore di Dio verso tutti gli uomini. Lo Spirito Santo, che è spirito d’amore, e che dirige la Chiesa per opporsi all’eresia invadente, affinché la Sposa di Cristo, lungi dal veder diminuire il suo amore verso Gesù, lo sentisse crescere maggiormente, ispirò la festa del Sacro Cuore. L’Officio di questo giorno mostra « il progresso trionfale del culto del Sacro Cuore nel corso dei secoli. Fin dai Primi tempi i Padri, i Dottori, I Santi hanno celebrato l’amore del Redentore nostro e hanno detto che la piaga, fatta nel costato di Gesù Cristo, era la sorgente nascosta di tutte le grazie. Nel Medio-evo le anime contemplative presero l’abitudine di penetrare per questa piaga fino al Cuore di Gesù, trafitto per amore verso gli uomini » (2° Notturno). — S. Bonaventura parla in questo senso: « Per questo è stato aperto il tuo costato, affinché possiamo entrarvi. Per questo è stato ferito il tuo Cuore affinché possiamo abitare in esso al riparo delle agitazioni del mondo (3° Nott.). Le due Vergini benedettine Santa Geltrude e Santa Metilde nel XIII secolo ebbero una visione assai chiara della grandezza della devozione al Sacro Cuore. S. Giovanni Evangelista apparendo alla prima le annunziò che « il linguaggio dei felici battiti del Cuore di Gesù, che egli aveva inteso, allorché riposò sul suo petto, è riservato per gli ultimi tempi allorché il mondo invecchiato raffreddato nell’amore divino si sarebbe riscaldato alla rivelazione di questi misteri (L’araldo dell’amore divino. – Libro IV c. 4). Questo Cuore, dicono le due Sante, è un altare sul quale Gesù Cristo si offre al Padre, vittima perfetta pienamente gradita. È un turibolo d’oro dal quale s’innalzano verso il Padre tante volute di fumo d’incenso quanti gli uomini per i quali Cristo ha sofferto. In questo Cuore le lodi e i ringraziamenti che rendiamo a Dio e tutte le buone opere che facciamo, sono nobilitate e diventano gradite al Padre. — Per rendere questo culto pubblico e ufficiale, la Provvidenza suscitò dapprima S. Giovanni Eudes, che compose fin dal 1670, un Ufficio e una Messa del Sacro Cuore, per la Congregazione detta degli Eudisti. Poi scelse una delle figlie spirituali di S. Francesco di Sales, Santa Margherita Maria Alacoque, alla quale Gesù mostrò il suo Cuore, a Paray-le-Monial il 16 giugno 1675, il giorno del Corpus Domini, e le disse di far stabilire una festa del Sacro Cuore il Venerdì, che segue l’Ottava del Corpus Domini. Infine Dio si servì per propagare questa devozione, del Beato Claudio de la Colombière religioso della Compagnia di Gesù, che mise tutto il suo zelo a propagare la devozioni al Sacro Cuore». (D. GUERANGER, La festa del Sacro Cuore di Gesù). – Nel 1765, Clemente XIII approvò la festa e l’ufficio del Sacro Cuore, e nel 1856 Pio IX l’estese a tutta la Chiesa. Nel 1929 Pio XI approvò una nuova Messa e un nuovo Officio del Sacro Cuore, e vi aggiunse una Ottava privilegiata. Venendo dopo tutte le feste di Cristo, la solennità del Sacro Cuore le completa riunendole tutte in un unico oggetto, che materialmente, è il Cuore di carne di un Uomo-Dio, e formalmente, è l’immensa carità, di cui questo Cuore è simbolo. Questa festa non si riferisce a un mistero particolare della vita del Salvatore, ma li abbraccia tutti. È la festa dell’amor di Dio verso gli uomini, amore che fece scendere Gesù sulla terra con la sua Incarnazione per tutti (Off.) che per tutti è salito sulla Croce per la nostra Redenzione (Vang. 2a Ant. dei Vespri) e che per tutti discende ogni giorno sui nostri altari colla Transustanziazione, per applicarci i frutti della sua morte  sul Golgota (Com.). — Questi tre misteri ci manifestano più specialmente la carità divina di Gesù nel corso dei secoli (Intr.). È « il suo amore che lo costrinse a rivestire un corpo mortale » (Inno del Mattutino). È il suo amore che volle che questo cuore fosse trafitto sulla croce (Invitatorio, Vang.) affinché ne scorresse un torrente di misericordia e di grazie (Pref.) che noi andiamo ad attingere con gioia (Versetto dei Vespri); un acqua, che nel Battesimo ci purifica dei nostri peccati (Ufficio dell’Ottava) e il sangue, che, nell’Eucaristia, nutrisce le nostre anime (Com.). E, come la Eucaristia è il prolungamento dell’Incarnazione e il memoriale del Calvario, Gesù domandò che questa festa fosse collocata immediatamente dopo l’Ottava del SS. Sacramento. — Le manifestazioni dell’amore di Cristo mettono maggiormente in evidenza l’ingratitudine degli uomini, che corrispondono a questo amore con una freddezza ed una indifferenza sempre più grande, perciò questa solennità presenta essenzialmente un carattere di riparazione, che esige, la detestazione e l’espiazione di tutti i peccati, causa attuale dell’agonia che Gesù sopportò or sono duemila anni. — Se Egli previde allora i nostri peccati, conobbe anche anticipatamente la nostra partecipazione alle sue sofferenze e questo lo consolò nelle sue pene (Off.). Egli vide soprattutto le sante Messe e le sante Comunioni, nelle quali noi ci facciamo tutti i giorni vittime con la grande Vittima, offrendo a Dio, nelle medesime disposizioni del Sacro Cuore in tutti gli atti della sua vita, al Calvario e ora nel Cielo, tutte le nostre pene e tutte le nostre sofferenze, accettate con generosità. Questa partecipazione alla vita eucaristica di Gesù è il grande mezzo di riparare con Lui, ed entrare pienamente nello spirito della festa del Sacro Cuore, come lo spiega molto bene Pio XI nella sua Enciclica « Miserentissimus » (2° Nott. dell’Ott.) e nell’Atto di riparazione al Sacro Cuore di Gesù, che si deve leggere in questo giorno davanti al Ss. Sacramento esposto

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXXII: 11; 19
Cogitatiónes Cordis ejus in generatióne et generatiónem: ut éruat a morte ánimas eórum et alat eos in fame.

[I disegni del Cuore del Signore durano in eterno: per strappare le ànime dalla morte e sostentarle nella carestia.]


Ps XXXII: 1
Exsultáte, justi, in Dómino: rectos decet collaudátio.

[Esultate nel Signore, o giusti, la lode conviene ai retti.]

Cogitatiónes Cordis ejus in generatióne et generatiónem: ut éruat a morte ánimas eórum et alat eos in fame.

[I disegni del Cuore del Signore durano in eterno: per strappare le ànime dalla morte e sostentarle nella carestia.]

Oratio

Orémus.
Deus, qui nobis in Corde Fílii tui, nostris vulneráto peccátis, infinítos dilectiónis thesáuros misericórditer largíri dignáris: concéde, quǽsumus; ut, illi devótum pietátis nostræ præstántes obséquium, dignæ quoque satisfactiónis exhibeámus offícium.  

[O Dio, che nella tua misericordia Ti sei degnato di elargire tesori infiniti di amore nel Cuore del Figlio Tuo, ferito per i nostri peccati: concedi, Te ne preghiamo, che, rendendogli il devoto omaggio della nostra pietà, possiamo compiere in modo degno anche il dovere della riparazione.]


Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Ephésios. Eph III: 8-19

Fratres: Mihi, ómnium sanctórum mínimo, data est grátia hæc, in géntibus evangelizáre investigábiles divítias Christi, et illumináre omnes, quæ sit dispensátio sacraménti abscónditi a sǽculis in Deo, qui ómnia creávit: ut innotéscat principátibus et potestátibus in cœléstibus per Ecclésiam multifórmis sapiéntia Dei, secúndum præfinitiónem sæculórum, quam fecit in Christo Jesu, Dómino nostro, in quo habémus fidúciam et accéssum in confidéntia per fidem ejus. Hujus rei grátia flecto génua mea ad Patrem Dómini nostri Jesu Christi, ex quo omnis patérnitas in cœlis ei in terra nominátur, ut det vobis, secúndum divítias glóriæ suæ, virtúte corroborári per Spíritum ejus in interiórem hóminem, Christum habitáre per fidem in córdibus vestris: in caritáte radicáti et fundáti, ut póssitis comprehéndere cum ómnibus sanctis, quæ sit latitúdo, et longitúdo, et sublímitas, et profúndum: scire étiam supereminéntem sciéntiæ caritátem Christi, ut impleámini in omnem plenitúdinem Dei.

[Fratelli: A me, minimissimo di tutti i santi è stata data questa grazia di annunciare tra le genti le incomprensibili ricchezze del Cristo, e svelare a tutti quale sia l’economia del mistero nascosto da secoli in Dio, che ha creato tutte cose: onde i principati e le potestà celesti, di fronte allo spettacolo della Chiesa, conoscano oggi la multiforme sapienza di Dio, secondo la determinazione eterna che Egli ne fece nel Cristo Gesù, Signore nostro: nel quale, mediante la fede, abbiamo l’ardire di accedere fiduciosamente a Dio. A questo fine piego le mie ginocchia dinanzi al Padre del Signore nostro Gesù Cristo, da cui tutta la famiglia e in cielo e in terra prende nome, affinché conceda a voi, secondo l’abbondanza della sua gloria, che siate corroborati in virtù secondo l’uomo interiore per mezzo del suo Spirito. Il Cristo abiti nei vostri cuori mediante la fede, affinché, ben radicati e fondati nella carità, possiate con tutti i santi comprendere quale sia la larghezza, la lunghezza e l’altezza e la profondità di quella carità del Cristo che sorpassa ogni concetto, affinché siate ripieni di tutta la grazia di cui Dio è pienezza inesauribile.]

Graduale

Ps XXIV:8-9
Dulcis et rectus Dóminus: propter hoc legem dabit delinquéntibus in via.
V. Díriget mansúetos in judício, docébit mites vias suas.

[Il Signore è buono e retto, per questo addita agli erranti la via.
V. Guida i mansueti nella giustizia e insegna ai miti le sue vie.]
Mt XI: 29

ALLELUJA

Allelúja, allelúja. Tóllite jugum meum super vos, et díscite a me, quia mitis sum et húmilis Corde, et inveniétis réquiem animábus vestris. Allelúja.

[Allelúia, allelúia. Prendete sopra di voi il mio giogo ed imparate da me, che sono mite ed umile di Cuore, e troverete riposo alle vostre ànime. Allelúia

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Joánnem.
Joannes XIX: 31-37
In illo témpore: Judǽi – quóniam Parascéve erat, – ut non remanérent in cruce córpora sábbato – erat enim magnus dies ille sábbati, – rogavérunt Pilátum, ut frangeréntur eórum crura, et tolleréntur. Venérunt ergo mílites: et primi quidem fregérunt crura et alteríus, qui crucifíxus est cum eo. Ad Jesum autem cum veníssent, ut vidérunt eum jam mórtuum, non fregérunt ejus crura, sed unus mílitum láncea latus ejus apéruit, et contínuo exívit sanguis et aqua. Et qui vidit, testimónium perhíbuit: et verum est testimónium ejus. Et ille scit quia vera dicit, ut et vos credátis. Facta sunt enim hæc ut Scriptúra implerétur: Os non comminuétis ex eo. Et íterum alia Scriptúra dicit: Vidébunt in quem transfixérunt.

[In quel tempo: I Giudei, siccome era la Parasceve, affinché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era un gran giorno quel sabato – pregarono Pilato che fossero rotte loro le gambe e fossero deposti. Andarono dunque i soldati e ruppero le gambe ad entrambi i crocifissi al fianco di Gesù. Giunti a Gesù, e visto che era morto, non gli ruppero le gambe: ma uno dei soldati gli aprì il fianco con una lancia, e subito ne uscì sangue e acqua. E chi vide lo attesta: testimonianza verace di chi sa di dire il vero: affinché voi pure crediate. Tali cose sono avvenute affinché si adempisse la Scrittura: Non romperete alcuna delle sue ossa. E si avverasse l’altra Scrittura che dice: Volgeranno gli sguardi a colui che hanno trafitto.]

OMELIA

[Mons. Bonomelli: Misteri cristiani vol. IV, Queriniana ed. Brescia, 1896]

RAGIONAMENTO VIII

Il Sacro Cuore di Gesù

Gesù Cristo è l’autore e l’oggetto della nostra fede, il fondamento ed il fine della nostra speranza, la sorgente e il termine della nostra carità: tutto viene da Lui e tutto ritorna a Lui, principio e fine, primo ed ultimo, alfa ed omega d’ogni cosa, come insegnano i Libri Santi; e perciò è verissimo il dire: « Christus tota religio – La Religione tutta si riduce a Cristo ». Egli per la Sinagoga, pei Profeti, pei riti Sacri, pei patriarchi, per le tradizioni antiche risale ad Adamo: per la Chiesa discende giù giù per la serie dei secoli fino all’ultimo uomo, che vivrà sulla terra. – La Chiesa, l’erede delle sue ricchezze e delle sue glorie, la Sposa sua fedele, che vive solo per Lui e di Lui, colla parola, coi Sacramenti, colla preghiera, colla pompa sacra del culto, in mille modi, richiama senza tregua le menti e i cuori dei fedeli a Lui, che è il suo Capo e suo Sposo: Essa lo fa Vivere continuamente in mezzo agli uomini nelle verità, nella grazia, che sgorgano da Lui, e soprattutto nel mistero Eucaristico, pel quale è veramente e realmente presente tra loro. Considerate l’arte divina, con cui la Chiesa tien sempre viva tra suoi figli la memoria e l’azione di Gesù Cristo. Si apre l’anno ecclesiastico col sacro Avvento: e la Chiesa, se così posso dire, ponendosi nei tempi, che precedettero la venuta di Cristo e, confondendosi coi patriarchi, coi Profeti e con Mosè, lo invoca e lo saluta da lungi suo Salvatore: poi raccoglie tutti i suoi figli presso la culla di Lui e lo adora e nella letizia delle feste Natalizie canta: – Vi annunzio una grande allegrezza: è nato il Salvatore del mondo -. Poi ce lo mostra nell’atto di Versare le prime stille del suo sangue, principio del sacrificio della Croce: è il mistero della Circoncisione. Poi ci invita a vedere i Magi, primizie dei Gentili, prostrati ai piedi del divino Infante: è il mistero della Epifania. E poi nelle Domeniche che seguono, ce lo mette innanzi bambino, riconosciuto e proclamato Salvatore del mondo tra le braccia del venerando Simeone, profugo in Egitto, reduce a Nazaret, fanciullo a 12 anni nel tempio di Gerusalemme, giovane, operaio volontariamente sepolto nella officina paterna. Poi ce lo addita nel deserto, che nel digiuno e nella preghiera si prepara alla vita pubblica; è il tempo Quadragesimale. Poi ci fa assistere alla sua passione e alla sua morte crudele di croce nella settimana che a ragione dicesi Santa. – Poi ci vuole testimonii della gloriosa sua risurrezione nella Pasqua, del suo trionfale ingresso in cielo, nella Ascensione. Ecco l’Anno Liturgico, che ci spiega sotto gli occhi la vita di Gesù Cristo dal dì del suo Nascimento a quello della sua Ascensione. – Ma, chiuso il periodo della vita di Gesù Cristo, comincia quello, che nel suo Nome e nella virtù della sua parola deve continuare fino al termine dei tempi per opera della Chiesa: eccovi la Pentecoste. Ma la vita e la forza della Chiesa tutta deriva da Gesù Cristo. Ed Egli dov’è? In cielo letizia di sé i beati e sulla terra nel Sacramento dei Sacramenti, l’Eucaristia, illumina, nutre, santifica la Chiesa: eccovi la festa del Corpo di Cristo. – Quale magnifico spettacolo ci svolge essa la Chiesa sotto gli occhi nel corso dall’anno! La storia della vita e delle opere di Cristo e con essa inseparabilmente congiunto il richiamo dei dogmi capitali della nostra fede ci passano dinanzi in guisa che tutti, dotti e indotti, li debbono conoscere, direi quasi loro malgrado. La liturgia della Chiesa è la perenne e più efficace predicazione delle divine verità, della vita e delle opere di Gesù Cristo. – Ora, una domanda, o fratelli. Questa serie stupenda delle verità e delle opere di Cristo, che si svolgono dall’Avvento al Corpus Domini, donde derivano? Da qual fonte promanano? Non esito un istante a rispondere: – dalla smisurata carità di Gesù Cristo -. E questa smisurata carità di Cristo dove si adombra perfettamente? Quale ne è lo strumento e l’organo? E dove ci conduce essa? Il Cuore adorabile di Gesù è il simbolo più perfetto dell’amore di Dio: ne è l’organo e lo strumento naturale: è il termine, a cui ci conduce. E sono queste le tre verità, che mi studierò di mettere in luce in questo Ragionamento. – Forse non avrete mai posto mente ad una verità semplicissima per sé stessa e che è pure la prima ragione del culto al Sacro Cuore di Gesù Cristo, culto oggi mai universale nella Chiesa di Dio: la verità è questa: qualunque culto, qualunque devozione praticata e riconosciuta nella Chiesa ha un doppio oggetto, l’uno sensibile e materiale, l’altro invisibile e spirituale, il qual secondo è assai più nobile ed eccellente del primo, perché ne è il fine; noi, per ragione d’esempio, prestiamo culto alla croce, ai chiodi, alla lancia, alle spine, al sudario, agli strumenti tutti, che furono santificati dall’immediato contatto del sangue e del corpo adorabile del Salvatore. Questi strumenti e queste sante memorie della passione di Gesù Cristo costituiscono l’oggetto immediato, visibile e materiale del nostro culto: l’oggetto invisibile ed immateriale, a cui principalmente vuolsi tener volto lo sguardo, è l’amore divino manifestatoci per questi strumenti stessi, è Dio medesimo, che si degnò usare di codesti mezzi e impreziosirli nell’opera della umana redenzione. Ciò stesso avviene nel culto al Cuore sacratissimo di Gesù Cristo. Il Cuore di Lui è primamente oggetto visibile e materiale del nostro culto, perché questo Cuore è il simbolo e la prova della infinita carità di Gesù Cristo verso dell’uomo, come canta la Chiesa: « Hoc sub amoris symbulo -….. Christus sacerdos obtulit – Cristo, sacerdote in eterno offre il suo Cuore qual simbolo della sua carità ». Ciò che altrove la Chiesa in forma solenne dichiara e conferma: «Ut charitatem Christi patientis et pro generis humani redemptione morientis …… fideles sub Sanctissimi Cordis symbulo devotius et ferventius recolant ». Che fu un dire: – La Chiesa venera ed adora il Cuore di Gesù a fine di celebrare e glorificare più devotamente e più fervidamente quella carità che lo condusse alla croce e alla morte per noi, carità che tutta e mirabilmente ci viene simboleggiata nel suo santissimo Cuore -. Vedete, o fratelli, ciò che si fa nel mondo profano: il simbolo od emblema lo trovate dovunque e sempre. Veggo un leone alato, che stringe nelle zampe un Vangelo: saluto la Regina dell’Adria, Venezia. Veggo ondeggiare al vento una bandiera e in essa dipinto un leopardo: riconosco la Regina dei mari, l’altera Albione. Veggo uno scudo e in esso con le ali aperte, stringente nelle unghie una spada, un’aquila incoronata, dalla doppia testa, ed esclamo: Ecco l’Austria. Voi non trovate una nazione, una società qualunque, una famiglia, che si reputi nobile, la quale non si onori del suo segno o simbolo, d’una bandiera, in cui compendia il suo nome e le sue glorie. Guai a chi fa oltraggio a quel simbolo, a quella bandiera! È un nemico! Amico è chi l’onora! – Il somigliante avviene nella Chiesa. Tutto in essa è figura e simbolo: è il suo linguaggio più caro e più eloquente. Qui la colomba vi ricorda lo Spirito Santo, là l’agnello, il pellicano vi rammentano l’Uomo-Dio; altrove il giglio vi rappresenta la purezza, la nave adombra la Chiesa, l’aquila simboleggia l’Evangelista Giovanni, il leone raffigura l’Evangelista Marco e andate dicendo: nella liturgia, nella pittura e scultura, nel linguaggio della Chiesa tutto è simbolico. Essa coi segni, colle figure più svariate parla e ammaestra il popolo, che la intende a meraviglia: dirò anzi che il popolo ama e preferisce questo linguaggio dei segni e delle figure al linguaggio comune, perché meglio gli mette innanzi le cose e le verità. Egli, il popolo, all’udire preferisce il vedere e le cose e le verità, ch’egli riceve per gli occhi, si stampano nella sua mente più assai che quelle, che gli giungono per la via delle orecchie. Ora qual simbolo, qual figura più viva e più naturale dell’amore quanto il simbolo e la figura del cuore? Appena i miei occhi cadono su quella figura vermiglia; appena veggono quella ferita stillante sangue, quella corona di spine, che l’avvolge, quelle fiamme che dal suo vertice si elevano, la mia mente corre a Gesù, pensa all’amor suo per gli uomini tutti, ricorda la sua passione, la sua morte, tutta la storia della sua vita; il mio cuore a quella vista si commuove, si accende e sente che l’amore di Gesù domanda amore ed io l’amo con tutte le forze dell’anima mia. È dunque ragionevole e santa cosa onorare il cuore di Gesù come figura convenzionale e naturale la più espressiva della sua smisurata carità. Tacciano dunque e arrossiscano coloro che volevano sbandito dalla Chiesa il culto del Cuore di Gesù Cristo, questo sì caro e sì perfetto emblema del divino amore e ne faceano bersaglio de’ loro motti sarcastici e delle loro insolenti facezie. Perché non levavano essi la voce con eguale e maggior ragione contro il culto della Croce e degli istrumenti tutti della passione? Perché non condannavano i libri ispirati, che tante volte parlano della carne e del sangue di Gesù Cristo, che sono parte della sua umanità, come parte nobilissima ne è il suo cuore? Allorché parliamo del cuore di Gesù e lo adoriamo, la nostra mente si fissa nel cuore di Gesù, non separato dal corpo e dall’anima sua benedetta, ma nel cuore congiunto a Lui ipostaticamente, nel cuore vivente, formante parte della sua umanità gloriosa. – Ma sarebbe troppo grave errore considerare il cuore di Gesù Cristo come un semplice e nudo simbolo della sua carità, perché esso ne è lo strumento e l’organo materiale. Il cuore di Gesù, o fratelli miei, si ha da adorare non solamente perché ebbe ed ha immediato ed esterno contatto col Verbo divino, come l’ebbero i chiodi, e gli strumenti della passione, ma perché esso fu assunto, vivificato, posseduto, divinizzato, fatto proprio del Verbo Istesso, tantoché esso è veramente e rigorosamente cuore di Dio: cuore in cui Dio stesso vive, sente, ama e si comunica agli uomini. Seguitemi col vostro pensiero. – Nell’uomo convien distinguere due essenzialissime facoltà o potenze, cioè la facoltà o potenza di intendere e ragionare, e la facoltà o potenza di volere ed amare. Come queste due facoltà o potenze sono distinte tra loro e tanto distinte che talora sono opposte, così hanno sede distinta nel corpo: l’intelligenza si attua più propriamente nel capo, la volontà e l’amore riseggono e si svolgono più propriamente nel cuore (Io non voglio entrare in questioni fisiologiche, né seguire gli antichi nelle loro ricerche intorno alla sede dell’anima. Essa è tutta in tutto il corpo, perché semplice: ma come riceve le sensazioni per mezzo dei sensi, così gli atti intellettivi si manifestano nei nervi del cervello, e gli atti affettivi nel cuore. Questo è il fatto, non mi occupo della Spiegazione scientifica); onde chi pensa e ragiona accenna al capo, chi ama accenna al cuore; e chi pensa e medita a lungo e intensamente, prova una molesta, sensazione al capo, e chi ama fortemente sperimenta una scossa gagliarda e una viva commozione al cuore. Allorché voi volete indicare che un uomo è dotato d’alto ingegno, dite: È un uomo di gran testa: se volete indicare che è uomo caritatevole, generoso, amorevole, dite: Ha un bel cuore: è  uomo di cuore eccellente. Come noi vediamo cogli occhi, udiamo colle orecchie, parliamo colla lingua, lavoriamo colle mani, gustiamo col palato, così amiamo col cuore, che si agita, che ci martella in petto, che si dilata, si accende proporzionatamente alla intensità dell’amore. Non è dunque accidentale convenzione di linguaggio quella che indusse tutti gli uomini a scegliere il cuore per simboleggiare l’amore, ma la voce della natura, il grido stesso della verità a talché se noi fossimo vissuti fuori di società, per significare l’amor nostro ad una persona avremmo sempre usate queste o simili espressioni: – Io vi sento, io vi tengo, io vi porto nel mio cuore: io ho scritto il vostro nome nel mio cuore: il mio cuore è vostro: datemi il vostro cuore: il mio cuore arde per voi! – Sì: il cuore è il centro della vita! (Fisiologicamente il centro primo della vita è il cervello, il secondo è il cuore: di là il moto dei nervi e col moto la vita: di qui il moto del sangue, che alimenta i nervi e tutto il corpo. L’uno non vive senza dell’altro. Al mio scopo bastano queste verità e sarebbe superfluo addentrarci in altre questioni.): da esso muove, ad esso ritorna il sangue per rifarsi e vivificarsi e proseguire il misterioso e ammirabile suo giro, ed esso è lo strumento dell’amore, la sede delle affezioni tutte, come il cervello è lo strumento e la sede della intelligenza e del pensiero. – Ora, o fratelli, non vi può essere dubbio, ciò che avviene naturalmente in ogni uomo deve avvenire eziandio in Gesù Cristo, perché Egli è vero e perfettissimo uomo in ogni cosa a noi eguale, del peccato e delle conseguenze del peccato infuori, come insegna la fede; se dunque in noi il cuore è lo strumento e l’organo materiale, per cui dispiegasi la fiamma amorosa, è forza affermare, che anche il cuore di Gesù, dal Verbo personalmente assunto e da Lui inseparabile, sia lo strumento e l’organo materiale dell’amor suo infinito. Come Gesù Cristo vedeva cogli occhi e udiva con le orecchie, così Egli amava col suo cuore. Chi potrebbe dubitarne? È una conseguenza del mistero dell’incarnazione. – Ben è vero che il Verbo anche prima di farsi uomo amava tutte le opere delle sue mani, e l’uomo soprattutto dopo l’Angelo: ben è vero che allora l’amor suo era affatto indipendente da qualsivoglia strumento corporeo, perché incorporeo e sovranamente spirituale era la sua natura; ma dall’istante ch’Egli si fece uomo, ama e deve amare eziandio col cuore materiale, che assunse, per la ragione che questo cuore, congiunto inseparabilmente alla Persona divina del Verbo, nulla opera, né può sperare senza il concorso immanente del Verbo stesso, come osserva acutamente San Anselmo. Dal che segue questa stupendissima verità, che l’amore eterno del Verbo verso gli uomini si riverbera incessantemente in questo amore sacrosanto, che tutto si avviva sotto i cocenti suoi raggi, e fedelmente risponde a Lui come un’arpa armonica appena è tocca dalla mano di un esperto suonatore. Il sole splende sempre egualmente nel mezzo dei cieli e la sua luce è candida: sotto a quei raggi collocate un prisma ed i suoi raggi d’un tratto vestono tutti i colori dell’iride; il sole è il Verbo divino; il prisma meraviglioso che rifrange i suoi raggi e li colora è il cuore assunto; esso è l’organo dell’amor divino, anzi intrecciando ineffabilmente fa scintillare l’amore, e il candore dell’eterna luce si confonde col vermiglio e purpureo di questo cuore benedetto. – E chi varrà mai a spiegare le ricchezze nascoste in questo divinissimo cuore? Chi potrà spingere gli sguardi nei suoi penetrali, accessibili solo agli sguardi di Dio e agli impeti della sua infinita carità? Chi potrà mai nonché descrivere, ma anche solo da lungi immaginare gli infuocati palpiti di questo cuore, che è, badate bene, cuore veramente di Dio? Quando io mi ingegno di concepire in qualche modo i tesori di amori racchiusi nel cuore di Gesù, non trovo immagine più acconcia di questa: immagino un mare, sul quale per quantunque l’occhio si spazii non scopre le sponde e si perde su quella immensa stesa delle acque e in quella non meno immensa vòlta de’ cieli, che sembra circoscriverla; penso che questo cuore sia simile all’amore divino, che da nessuno si comprende; poi immagino che questo mare sterminato sbocchi per un ampio fiume, che solo dà sfogo perenne alle sue acque e per cui solo dilaga e feconda le sottoposte pianure. Così mi sembra possiamo fornirci qualche idea del divino amore, che immensurato ed immensurabile in se stesso, non potendo quasi capire in sé pel cocentissimo desiderio, che lo punge e muove ad effondersi e comunicarsi alle sue creature, si precipita quanto vi cape nel cuore di Gesù, lo riempie, lo inonda e nella sua piena trabocca d’ogni Parte. Per tal modo Questo cuore diviene la sorgente unica, il fiume vastissimo e sempre rigonfio, che a noi tutti  in terra ed in cielo, agli uomini ed agli Angeli deriva le acque della vita,  possiamo ripetere: il fiume della Vita, nella sua piena rallegra la città di Dio – Fluminis impetus lætificat civitatem Dei -. Sì, sì, fratelli miei! Questo cuore è Veramente la fonte, il fiume delle acque della vita, onde verdeggia, fiorisce e fruttifica il campo della Chiesa: è la porta e la via, per la quale Dio stesso discende e viene a noi, Lo volete vedere? Udite e fatemi ragione. – Dio viene a noi e a noi si comunica coll’istruirci, col soffrire e morire per noi: viene a noi col versare nello anime nostre i tesori delle sue grazie, con tutte quelle opere prodigiose, ch’Egli compì per noi sulla terra e che nei sacramenti e nella sua Chiesa durano e dureranno fino al termine dei secoli. – Scorrete col pensiero tutta la vita di Gesù Cristo, cercate ad una ad una tutte le sue opere che germinò quel fiore nel seno verginale di Maria fino all’istante che sulla croce esalò l’estremo anelito: numerate, se potete, tutte le sue fatiche, i suoi affanni, i suoi dolori: contate tutte le sue parole, tutti i suoi passi, tutti i suoi viaggi: mettete insieme tutti i suoi pensieri, tutti i suoi affetti, tutti i suoi desiderii: rammentate l’istituzione di tutti i sacramenti, rivi inesauribili di grazie e di vita: ricordate soprattutto il mistero eucaristico, che lo imprigiona sui nostri altari e lo fa spuntare, vero albero di vita, su tutti i punti del pianeta: pensate alle catene, ai fagelli, alle spine, agli insulti, agli schiaffi, alla sentenza di morte, alla croce, ai chiodi, all’aceto, al fiele, alle agonie, all’abbandonamento desolato del Calvario: considerate Gesù Cristo qual è, quale ci è presentato dal Vangelo, con tutto ciò che ha fatto, che fa, che farà fino all’ultima ora dei secoli: aggiungete tutto quel di più ch’Egli era pronto a fare per noi e non fece, cioè gli ardori di quella carità, che l’avrebbero portato a patire e morire tante volte quante sono le anime da salvare, a tollerare tormenti a mille doppi maggiori di quelli che tollerò, se tutto questo fosse stato necessario. Mio Dio! quali e quante opere d’infinito valore! Quali prove di ineffabile carità! Che poteva fare e non ha fatto per noi questo amabile Gesù? Ora vi domando: tutte queste opere compiute da Gesù per l’uomo e che riempiono lo spazio e si distendono coi secoli, da qual fonte sgorgano? Dove furono prima concepite, maturate, consumate? Tutte, tutte, senza eccezione, rampollano dall’amore divino: Propter nimiam charitatem, qua dilexit. E l’amore divino,dopo l’incarnazione dove risiede? Dove si attua? L’amore divino risiede e si attua in questo Cuore santissimo: tutte spuntano, tutte si spandono da questo cuore, come i rami dalla radice, i ruscelli dal fonte, tutte sono faville dell’incendio beato onde arde questo cuore amoroso. È desso che, raccogliendo in sé tutto il sangue, che è vita divina, coi suoi palpiti lo spinge per le arterie e per le vene e per le ferite aperte in tutto il corpo, a stille a stille lo fa piovere su tutte le anime, le purifica, le risana, le vivifica, le abbellisce, le fa sante. -Se dunque dal divino amore discendono a noi tutti i beni e se i raggi del divino amore per il mistero della Incarnazione si appuntano e si incentrano tutti nel Cuore di Gesù, in cui hanno principio e compimento le azioni tutte (Nella mente splende la verità, norma delle opere: la luce della verità scende come raggio nella volontà, che risiede nel cuore: qui la luce della Verità, quasi scintilla elettrica, accende la fiamma dell’amore e l’amore determina l’opera: perciò ogni opera comincia nella mente e si compie nella volontà, ossia nell’amore, che è quanto dire nel cuore), ne conseguita a tutta evidenza, che questo Cuore è veramente la fontana perenne e vivace d’ogni grazia: ne conseguita che in questo Cuore noi troviamo ogni cosa, che in esso sono scritte a caratteri incancellabili l’opere tutte dell’Uomo-Dio, e che in esso possiamo vedere come nel loro Principio e nel germe tutto ciò che Cristo svolse nei giorni di sua vita mortale. E qui pure non vi spiaccia, seguirmi per pochi momenti. Metto sulla palma della mia mano un granello di frumento, il seme d’un abete, il germe d’un cedro: da quel granello un giorno uscirà una spiga, da quel seme verrà un abete, da quel germe svolgerassi un altissimo cedro: dunque in quel granello è racchiusa la spiga, in quel seme si contiene l’abete, in quel germe esiste il cedro: s’io avessi l’occhio sì acuto da penetrare ogni punto, ogni atomo di quel grano, di quel seme, di quel germe, certamente vi scorgerei in embrione la spiga, l’abete, il cedro, che un giorno germoglieranno, spiegando alla luce del sole le loro foglie e i loro rami. Chi mai potrebbe dubitarne? Ebbene: nel Cuore di Gesù si racchiudono come nel loro germe tutti gli atti di quell’amore, che man mano nel corso della sua vita fioriscono nelle opere, che va compiendo: dunque in quel Cuore si precontiene tutta la serie delle sue opere, figlie tutte del suo amore: in quel Cuore pertanto io posseggo e adoro tutta quanta la meravigliosa economia della Redenzione, perché tutta scaturisce da esso come dal suo principio. Ah! dunque questo Cuore, canterò colla Chiesa, è il santuario della nuova Alleanza (Cor, Sanctuarium novi Intemeratum fœderis); è il tempio senza confronto più santo dell’antico (Templum vetusto sanctius); è il velo, che nasconde il Santo de’ santi (Velumque scisso utilius); è l’Arca, in cui l’uman genere fu salvo dalle acque inondatrici della colpa (Hoc ostium Arcæ in latere est Genti ad salutem positum) [Inni del Sacro Cuore]; è la tavola su cui Dio ha scritto la legge di grazia e di amore: è l’altare, su cui fu offerta l’Ostia di pace e di perdono e l’umanità tutta espiata e riconciliata con Dio; è il talamo in cui Cristo consumò le nozze con la sua Sposa immacolata, la Chiesa, è la porta dei cieli. – Se non che a Gesù Cristo non bastava far distillare dal suo cuore la rugiada fecondatrice dei doni celesti; Egli voleva aprire l’erario dei suoi tesori, voleva spalancarne le porte, affinchè tutti potessero entrarvi liberamente e arricchirsene a talento. E perciò, grida Agostino, ecco che il novello Adamo, punto dall’amore, che l’arde, sale il suo talamo: « Ascendat sponsus noster thalami sui lectum »; sale cioè il letto si doloroso della croce; morendo vi si addormenta: « Dormiat Morendo ». E mentre è immerso nel sonno profondo della morte, voluta per amore, gli si  apre il fianco, gli si fende il Cuore; « Aperiatur eius latus ». E che n’esce? Ne esce, qual Vergine sposa, la Chiesa a Lui inanellata nel dolore e nel sangue: « Et Ecclesia prodeat Virgo ». Così come dal fianco del primo uomo addormentato nel giardino di delizie si formò la madre dei viventi, Eva, dal fianco squarciato di Cristo addormentato sulla croce, che si innalza sul Calvario, si formò la Chiesa, la madre dei viventi secondo lo spirito: « Ut quomodo Hæva facta est ex latere facta est ex latere Christi in cruce pendentis » Graziosissima immagine ricordata da altri Padri e che la Chiesa tradusse in un linguaggio poetico che merita di essere riportato: « Dal Cuore lacerato di Cristo nasce la Chiesa che a Lui si disposa. Da questo cuore a guisa di settemplice fiume scorre perenne la grazia; affinché nel sangue dell’Agnello imbianchiamo le nostre stole »). E S. Giovanni Crisostomo, contemplando questo Cuore aperto e stillante ancora vivo sangue, rivolto al popolo, un impeto di carità, esclama: « Guarda donde emanano principalmente le acque della fede e della grazia: guarda da qual fonte derivano: esse provengono dalla croce, zampillano dal fianco, dal costato trafitto del nostro Gesù » (In Jann., Hom. 19). E veramente allorchè si aperse questo Cuore, parve atterrato l’ argine, che conteneva l’impeto del fiume d’amore, che traboccò, gittando le ultime gocce di sangue e di acqua, che doveano lavare e nutrire la Chiesa. – Ah! rispondete, o fratelli, questo amorosissimo Gesù svenato poteva più eloquentemente testimoniare la sua carità? Il suo Cuore lo trasse a patire: lo fece correre alla obbrobriosa morte della croce: ve lo conficcò, ve lo tenne, ve lo fece spirare: questo Cuore avea già cessato di palpitare e patire: non avea più filo di vita; era già freddo: ma non avea cessato di amare, anzi più che mai ardeva delle fiamme amorose, già morto vuol essere trapassato da crudel lancia per aprirvi larghissima porta e dare, sarei per dire, l’ultimo sfogo all’affocata sua carità. – Ma il Cuore di Gesù com’è per noi lo strumento e la porta, per cui esce l’amor divino e si spande incessantemente sopra tutti gli uomini, così è anche il termine, a cui noi dobbiamo tendere, la via e la porta per unirci a Dio, il punto, nel quale le anime nostre debbono stringere con Gesù Cristo il loro santo connubio: è la fonte, dice S Bonaventura, delle acque della vita e tu vi accosta le labbra e ti disseta. Ogni cosa tende necessariamente e incessantemente a ricongiungersi alla sua origine. Il pellegrino, che viaggia per terra straniera, sospira di rivedere la patria: il raggio, che batte sullo specchio, torna dritto più su al punto onde si parte: i fiumi discendono al mare donde per altre vie ritornano alle sorgenti: il fiore si volge al sole, che gli apre il seno e lo colora e il sangue, che il cuore spinge e preme per tutto il corpo, al cuore ritorna. L’amore divino a noi discende dal Cuore di Gesù, che ne è la bocca e la porta, come dicevamo: i nostri cuori adunque, attratti dal divino amore, quasi da celeste calamita, devono muoversi verso il Cuore di Gesù e in esso quietarsi come nel naturale lor centro. Io vorrei paragonare il divino amore ad un filo d’oro, col quale Gesù Cristo lega e tira dolcemente a sé i cuori degli uomini: ma questo filo d’oro donde a noi si cala? Dal Cuore di Gesù, perché esso ne è il centro e l’organo: è dunque naturale che gli uomini, legati da questo filo, siano soavemente e fortemente tirati al Cuore di Gesù e a Lui si uniscano. Né è da tacere un’altra verità, che conferma a meraviglia il mio pensiero. È cosa indubitata e manifesta per la quotidiana esperienza, che mezzo sovra ogni altro efficace per muovere altri ad amarci è il mostrar loro che noi gli amiamo: « Amor che nullo amato amar perdona », disse sapientemente il poeta filosofo e teologo: l’amore domanda amore, anzi provoca l’amore in quella stessa misura con cui si ama, Ora in qual guisa e in qual misura ci ha Egli amato Gesù Cristo? Questo Cuore ve lo dice: col suo muto, ma eloquente linguaggio ci chiama, ci invita ad accostarci a Lui, ad entrare in Lui per quella stessa via, per la quale si è dato a noi, come scrive un Santo. Quel Cuore ci narra tutta la storia dell’amore divino e col mostrarcisi ci ripete le bibliche parole: « Figliuolo, dammi il tuo cuore – fili, præbe mihi cor tuum ». E in vero per qual altra ragione Gesù Cristo ci avrebbe dischiusa la porta del suo Cuore se non per mostrarci la via della legge, l’ingresso del cielo? Gesù Cristo nel Vangelo chiama se stesso via e porta: « Ego sum via – Ego sum ostium ». So che Gesù Cristo, appropriandosi quelle parole, designava tutto se stesso e non il solo suo Cuore: so pure che tutte le piaghe della sua sacrosanta Umanità diconsi e sono porte a salvezza nostra aperte: ma so ancora, che se tutta l’Umanità di Gesù Cristo si può e si deve chiamar via e porta degli uomini, lo si dee dire eziandio del Cuore, organo precipuo della vita e membro fra tutti nobilissimo del corpo istesso. Se tutte le ferite del corpo di Gesù sono bocche e porte di misericordia e salute, come non lo è quella del suo Cuore? – Ed io credo che non senza altro mistero Gesù Cristo volesse che l’ultima delle sue ferite fosse quella del Cuore per significare, che tutte le altre erano state aperte dal suo Cuore istesso, ma che sembravano troppo anguste alla sua carità e che questa del Cuore era la via regia, che rimaneva aperta a tutti gli uomini e introduceva nel santuario stesso dell’amore. Gesù ha fatto come colui, che riserba per ultimo il dono più caro e più prezioso, qual compimento e  corona di tutti gli altri. – Qual meraviglia, pertanto, che la Chiesa riconosca adombrato il Cuore di Gesù in quella porta che Noè per ordine di Dio aperse nel fianco dell’Arca noetica, per la quale entrò il Patriarca con tutta la sua famiglia e fu salvo dalle acque del diluvio? Qual meraviglia che i Santi a gara ci esortino ad entrare in questo Cuore per unirci a Dio e santificarci? Essi lo chiamano il tempio della Divinità, il santuario della grazia, come S. Bernardo: lo chiamano l’erario e la miniera inesausta dei doni più eletti, il porto del paradiso, come S. Bonaventura. Essi lo paragonano al nido, in cui la Chiesa qual tortorella gemente ripone e assicura contro le insidie del nemico i suoi teneri nati, finché mettano l’ali e venga il tempo d’inviarli al cielo; così S. Tommaso da Villanova. Essi lo appellano la dimora dei vergini, la rocca in cui si riparano le anime fuggiasche dal mondo, l’asilo della pace, della speranza, il rifugio dei peccatori. – Ah! esclamerò con Agostino: « Longino, il soldato che trafisse il fianco di Gesù, colla sua lancia mi aperse il cuore di Lui; io vi entrerò e vi riposerò sicuro e tranquillo – Longinus mihi aperuit latus Christi et ego intravi et requiesco securus ».

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps LXVIII: 21

Impropérium exspectávi Cor meum et misériam: et sustínui, qui simul mecum contristarétur, et non fuit: consolántem me quæsívi, et non invéni

[Obbrobrii e miserie si aspettava il mio Cuore; ed attesi chi si rattristasse con me: e non vi fu; cercai che mi consolasse e non lo trovai.]

Secreta

Réspice, quǽsumus, Dómine, ad ineffábilem Cordis dilécti Fílii tui caritátem: ut quod offérimus sit tibi munus accéptum et nostrórum expiátio delictórum.

[Guarda, Te ne preghiamo, o Signore, all’ineffabile carità del Cuore del Tuo Figlio diletto: affinché l’offerta che Ti facciamo sia gradita a Te e giovi ad espiazione dei nostri peccati].

Præfatio
de sacratissimo Cordis Jesu

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui Unigénitum tuum, in Cruce pendéntem, láncea mílitis transfígi voluísti: ut apértum Cor, divínæ largitátis sacrárium, torréntes nobis fúnderet miseratiónis et grátiæ: et, quod amóre nostri flagráre numquam déstitit, piis esset réquies et poeniténtibus pater et salútis refúgium. Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus cumque omni milítia coeléstis exércitus hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes: Sanctus.

 [È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: Che hai voluto che il tuo Unigenito, pendente dalla croce, fosse trafitto dalla lancia del soldato, così che quel cuore aperto, sacrario della divina clemenza, effondesse su di noi torrenti di misericordia e di grazia; e che esso, che mai ha cessato di ardere d’amore per noi, fosse pace per le anime pie e aperto rifugio di salvezza per le ànime penitenti. E perciò con gli Angeli e gli Arcangeli, con i Troni e le Dominazioni, e con tutta la milizia dell’esercito celeste, cantiamo l’inno della tua gloria, dicendo senza fine: Santo …]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Joannes XIX: 34

Unus mílitum láncea latus ejus apéruit, et contínuo exívit sanguis et aqua.

[Uno dei soldati gli aprì il fianco con una lancia, e subito ne uscì sangue e acqua.]

Postcommunio

Orémus.
Prǽbeant nobis, Dómine Jesu, divínum tua sancta fervórem: quo dulcíssimi Cordis tui suavitáte percépta;
discámus terréna despícere, et amáre cœléstia:

[O Signore Gesù, questi santi misteri ci conferiscano il divino fervore, mediante il quale, gustate le soavità del tuo dolcissimo Cuore, impariamo a sprezzare le cose terrene e ad amare le cose celesti:]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ACTUS REPARATIONIS ET CONSECRATIONIS

Iesu dulcissime, cuius effusa in homines caritas, tanta oblivione, negligentia, contemptione, ingratissime rependitur, en nos, ante altaria [an: conspectum tuum] tua provoluti, tam nefariam hominum socordiam iniuriasque, quibus undique amantissimum Cor tuum afficitur, peculiari honore resarcire contendimus. Attamen, memores tantæ nos quoque indignitatis non expertes aliquando fuisse, indeque vehementissimo dolore commoti, tuam in primis misericordiam nobis imploramus, paratis, voluntaria expiatione compensare flagitia non modo quæ ipsi patravimus, sed etiam illorum, qui, longe a salutis via aberrantes, vel te pastorem ducemque sectari detrectant, in sua infìdelitate obstinati, vel, baptismatis promissa conculcantes, suavissimum tuæ legis iugum excusserunt. Quæ deploranda crimina, cum universa expiare contendimus, tum nobis singula resarcienda proponimus: vitæ cultusque immodestiam atque turpitudines, tot corruptelæ pedicas innocentium animis instructas, dies festos violatos, exsecranda in te tuosque Sanctos iactata maledicta àtque in tuum Vicarium ordinemque sacerdotalem convicia irrogata, ipsum denique amoris divini Sacramentum vel neglectum vel horrendis sacrilegiis profanatum, publica postremo nationum delicta, quæ Ecclesiæ a te institutæ iuribus magisterioque reluctantur. Quæ utinam crimina sanguine ipsi nostro eluere possemus! Interea ad violatum divinum honorem resarciendum, quam Tu olim Patri in Cruce satisfactionem obtulisti quamque cotidie in altaribus renovare pergis, hanc eamdem nos tibi præstamus, cum Virginis Matris, omnium Sanctorum, piorum quoque fìdelium expiationibus coniunctam, ex animo spondentes, cum præterita nostra aliorumque peccata ac tanti amoris incuriam firma fide, candidis vitæ moribus, perfecta legis evangelicæ, caritatis potissimum, observantia, quantum in nobis erit, gratia tua favente, nos esse compensaturos, tum iniurias tibi inferendas prò viribus prohibituros, et quam plurimos potuerimus ad tui sequelam convocaturos. Excipias, quæsumus, benignissime Iesu, beata Virgine Maria Reparatrice intercedente, voluntarium huius expiationis obsequium nosque in officio tuique servitio fidissimos ad mortem usque velis, magno ilio perseverantiæ munere, continere, ut ad illam tandem patriam perveniamus omnes, ubi Tu cum Patre et Spiritu Sancto vivis et regnas in sæcula sæculorum.

Amen.

Indulgentia quinque annorum.

Indulgentia plenaria, additis sacramentali confessione, sacra Communione et alicuius ecclesiæ aut publici oratorii visitatione, si quotidie per integrum mensem reparationis actus devote recitatus fuerit.

Fidelibus vero, qui die festo sacratissimi Cordis Iesu in qualibet ecclesia aut oratorio etiam (prò legitime utentibus) semipublico, adstiterint eidem reparationis actui cum Litaniis sacratissimi Cordis, coram Ssmo Sacramento sollemniter exposito, conceditur:

Indulgentia septem annorum;

Indulgentia plenaria, dummodo peccata sua sacramentali pænitentia expiaverint et eucharisticam Mensam participaverint (S. Pæn. Ap., 1 iun. 1928 et 18 mart. 1932).

[Indulg. 5 anni; 7 anni nel giorno della festa – Plenaria se recitata per un mese con Confessione, Comunione, Preghiera per le intenzioni del Sommo Pontefice, visita di una chiesa od oratorio pubblico. –

Nel giorno della festa del Sacratissimo Cuore di Gesù, 7 anni, e se confessati e comunicati, recitata con le litanie de Sacratissimo Cuore, davanti al SS. Sacramento solennemente esposto: Indulgenza plenaria].

DEVOZIONE DELLE MANI DIVINE DEL NOSTRO SALVATORE

Devozione de:

LE MANI DIVINE DEL NOSTRO SALVATORE

Opera di Zelo e di Riparazione

Come devozione privata.

(Estratto dal libro omonimo pubblicato nel 1894, con Nihil Obstat, ed Imprimatur, di prossima pubblicazione sul blog tradotto in italiano.)

Aiutiamo il nostro Santo Padre il Papa (il regnante Gregorio XVIII-ndt. -) e tutte le Nazioni della Terra per mezzo delle Mani Divine del nostro Salvatore.

Litanie in onore delle Mani Divine di nostro Signore.

(Approvate dal cardinale Donnet, arcivescovo di Bordeaux, nel 1865, e dal cardinale Deschamps, arcivescovo di Malines).

Recitare queste Litanie con cuore contrito, profondamente addolorati per i dolori di nostra Madre Chiesa.

Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, abbiate pietà di noi e perdonate i nostri numerosi peccati. (3 volte).

Mani Divine, degnatevi di umiliare i nemici della Chiesa, e del nostro Santo Padre Papa. (n. b.).

Sacro Cuore di Maria Immacolata e Madre della Grazia, implorate le Mani Divine di nostro Signore perché siano umiliati i nemici della Chiesa e del nostro Santo Padre il Papa.

San Giuseppe, Sposo della Madonna, chiedete alle Mani Divine del Nostro Salvatore ché siano umiliati i nemici usurpanti del nostro Santo Padre il Papa. (3).

Rp.: Pregate ché le Mani Divine del nostro Salvatore umilino i nemici usurpanti(*) del Santo Padre.

(*) [precisazione del trad. riferita alla situazione odierna che vede “gli” antipapi usurpare la cattedra di s. Pietro nel silenzio e con la complicità di chi sa e finge di dormire.]


San Gioacchino, Padre della Beata Vergine,  pregate …..
Sant’Anna, Madre della Beata Vergine, pregate ….
San Michele Arcangelo ….
San Gabriele ….
San Raffaele ….
O quattro Arcangeli, che in unione con San Michele, San Gabriele e San Raffaele, circondate il trono dell’Altissimo, ….
Santi Serafini, ….
Santi Cherubini, ….
Sacri Troni, ….
Sante Dominazioni, ….
Sante Virtù, ….
Sante Potestà, ….
Santi Principati, ….
Santi Arcangeli, ….
Santi Angeli, ….
San Giovanni Battista,
San Pietro, (3 volte con la risposta)
San Paolo, …
San Giovanni, l’amato Discepolo, …
Santi Apostoli, …
Sant’Ireneo, …
Sant’Agostino, …
San Francesco di Sales, …
San Domenico,…
San Francesco d’Assisi, …
Sant’Antonio da Padova, …
San Pietro d’Alcantara, …
Sant’Ignazio di Loyola, …
San Francesco Saverio, …
San J. Francesco Regis, …
San Vincenzo de’ Paoli,
S. Teresa, (3 volte con la risposta)

Tutti voi Santi di Dio, chiedete alle Mani Sante di umiliare i nemici del Santo Padre.

℣. Che la tua mano sia sull’uomo della tua mano destra:
℟. E sul figlio dell’uomo che Tu stesso hai confermato.

Oremus:

O Dio Onnipotente! Con grande umiltà ti supplichiamo di liberarci dagli usurpanti operatorii d’iniquità, mentre poniamo tutta la nostra fiducia nelle Mani Divine di nostro Signore Gesù Cristo, tuo amato Figlio, che vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo, unico Dio, nei secoli dei secoli. Amen.

[N.B. — Le Litanie di cui sopra possono essere dette per qualsiasi altra intenzione. È sufficiente modificare l’intenzione per la quale sono stati offerti.]

Promesse per coloro che sono devoti alle Mani Divine del nostro Salvatore.

Gesù Cristo disse a questo santo uomo: “Pubblica e lascia che altri proclamino ciò che Io farò

– 1. “Verserò grazie eterne sulle anime di coloro che pregheranno le Mie Mani Divine.

– 2. “Verrò a soccorrere i moribondi che avranno pregato le Mie Mani Divine.

– 3. “Io convertirò il peccatore dal quale sono state invocate le Mie Mani Divine.

4. “Darò beni temporali alle famiglie povere che pregheranno le Mie Mani Divine.

5. “Fortificherò e rafforzerò coloro che invocano le Mie Mani Divine.

– 6. “Curerò i malati che invocano le Mie Mani Divine.

– 7. “Libererò rapidamente dal Purgatorio le anime che, quando erano sulla terra, hanno invocato le Mie Mani Divine.

8. “Libererò da tutti i pericoli coloro che invocano le Mie Mani Divine”.

(“Le Mani Divine del nostro Salvatore, Opera di Zelo e Riparazione, Come devozione privata”, 1894 d.C., Nihil Obstat, Imprimatur.)

IL SACRO CUORE (43)

IL SACRO CUORE (43)

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE SECONDA.

CAPITOLO IV

RIASSUNTO E CONCLUSIONE

I

CONFRONTO DI QUESTA DIVOZIONE CON ALTRE

I misteri particolari  e il fondo dei misteri; gli atti e il  principio dell’azione.

Tutte le divozioni, che hanno per oggetto i misteri di Gesù si rivolgono alla Persona adorabile di Gesù, ma la riguardano o in uno stato, o in un fatto della sua vita. A. Natale onoriamo Gesù Nascente; nella Passione: Gesù penante; a Pasqua Gesù resuscitato etc. La divozione del sacro Cuore non si fissa a nessun mistero di Gesù, né a uno stato speciale della sua santa vita. Ma tutti, però, sono dominio di questa divozione in ciò che hanno di più intimo, perché essa vi studia il suo amore; i suoi sentimenti e le sue virtù. Essa va dunque in fondo ad ogni mistero per cercarne l’anima, per approfondirne lo Spirito ed averne, così, l’ultima spiegazione. Così, diceva il postulatore del 1765, con la festa del sacro Cuore (e si può dire altrettanto della divozione), « non ci si rappresentano solamente delle grazie Speciali, ma ci si dischiude internamente tutta la grande Sorgente di tutte le grazie. Non vi si ricorda un mistero particolare, ma vi si propone la meditazione e l’adorazione di tutti i misteri. Tutto quel che vi ha di misteri e di grazie nell’intimo di Gesù è nei segreti del suo cuore; tutti i beni che son venuti agli uomini da questo amore dell’amantissimo Redentore; tutto quello che la interna passione di Cristo… offre ai nostri sguardi e al nostro amore, tutto questo è rappresentato dalla festa del sacro Cuore, tutto vi è ricordato, tutto onorato » (Replicatio, n. 20: in Nilles, L. I, parte I, c. III, § 3, t. I, P. 146). – Da ciò si può comprendere quello che ci dicono i predicatori della convenienza liturgica della festa e il posto che tiene nel ciclo annuale. Questa festa sprigiona come l’essenza, il succo di tutti i misteri speciali di cui la liturgia ci ha ravvivata la memoria, e si capisce quello che essi ci dicono dell’eccellenza di questa devozione, sia che se ne riguardi o l’oggetto, o la fine, o l’atto proprio. – Senza seguirli in questi sviluppi del loro pensiero ci accontenteremo d’indicare come la divozione al sacro Cuore, sia un riassunto chiaro e profondo, una espressione viva e parlante, la formula la meglio indovinata dell’essenza stessa del Cristianesimo,

II.

IL SACRO CUORE E L’ ESSENZA DEL CRISTIANESIMO

Il Cristianesimo, Religione di Gesù; il Cristianesimo religione d’amore. Formula eccellente della divozione al sacro Cuore.

Che cosa è, infatti, il Cristianesimo nella sua intima sostanza? È insieme la Religione di Gesù, la Religione dell’amore, poiché Gesù e l’amore non formano che uno in una fusione ammirabile.

La Religione di Gesù. Riguardiamo le cose in Dio. Egli non ci conosce, per così dire, e non ci ama che in Gesù, nel solo mediatore fra Lui e noi; Egli non gradisce i nostri Omaggi, che presentati da Gesù; non vi è altro commercio fra Lui e noi, che per mezzo di Gesù, e, può dirsi, che non esistiamo per Lui, nell’ordine soprannaturale, che in Gesù, e per Gesù. Riguardando, ora, da parte nostra, noi non siamo salvi che per Gesù; non conosciamo il nostro Padre celeste che per mezzo di Gesù; non possiamo amarlo che per Gesù; non viviamo della vita soprannaturale che in quella misura che diveniamo uno con Gesù. Egli è veramente il tutto della nostra Religione, il tutto della vita cristiana. Ebbene! Nulla ci dà Gesù, ce lo fa conoscere ed amare intimamente in se stesso, ci mette in rapporto stretto e personale con Lui, ci fa vivere di Lui e in Lui, come la divozione al sacro Cuore. Non è essa forse, fra Lui e noi, quella fusione dei cuori che ne fa uno solo di due? Con il sacro Cuore abbiamo tutto Gesù. – Come è dunque possibile poter trovare qualcosa di più espressivo, di più efficace? San Giovanni Crisostomo riassumeva san Paolo, dicendo: « Il cuore di Paolo è il cuore di Cristo ». La divozione al sacro Cuore fa del cuore cristiano il cuore di Gesù.

La religione dell’amore. Si è definita la Religione come l’incontro di due amori. Come religione, non è precisamente questo. È affare di dovere, di riconoscimento dei rapporti essenziali tra Dio e noi. Ma questi rapporti, per non riguardare che la natura delle cose, non sono rapporti di amicizia; sono piuttosto apporti di padrone e di Servo, di Creatore e di creatura. Perché siano possibili rapporti di amicizia, fra Lui e noi, occorre una volontà speciale di Dio, che c’innalzi all’ordine soprannaturale, una effusione dello spirito di adozione, che ci permetta di dire « Padre mio » a quegli che, adottandoci, vuol ben chiamarci suoi figli. Ma, se la Religione, come tale, non può chiamarsi « l’incontro di due amori », il Cristianesimo lo può, ed è questa una delle idee più belle, più vere che se ne possa dare. Da parte di Dio, è un grande sforzo d’amore per vincere il nostro amore. Lo si è definito una grande misericordia, perché viene in soccorso di una grande miseria. Ma questa. Misericordia stessa, da dove viene? Dall’amore. La prima come l’ultima parola delle vie di Dio su di noi, è l’amore. A che cosa dobbiamo Gesù? All’amore: Sic Deus dilexit mundum, ut Filium suum unigenitum daret. A che cosa dobbiamo la passione e la redenzione? All’amore, Dilexit me, et tradidit semetipsum pro me. Tutto il mistero di Gesù si presenta come un supremo sforzo d’amore: Cum dilexisset suos qui erant in mundo, in finem dilexit eos. E la Chiesa tutta, coi Suoi sacramenti, e la sua magnifica organizzazione, per propagare nel mondo la grazia è la verità, non è altra cosa che una invenzione d’amore. Dio ha voluto che la prima condizione del governo ecclesiastico sia l’amore, l’amore per Iddio traboccante in amore sugli uomini. Amas me? Pasce agnos meos. Egli ha voluto che la prima legge imposta ai fedeli fosse la legge dell’amore. È il gran comandamento; se si osserva questo tutto andrà bene. Dilige, et quod vis fac (Si dice generalmente: ama et fac quod vis. La formula del testo è la formula stessa di Sant’Agostino. In epist. Joannis ad Parthos, tr. VII, c. IV, n. 8, Migne, t., XXXV, col. 2033. Indicazione dovuta alla erudita cortesia dell’abate Urbain).E pure dalla parte dei fedeli tutto converge all’amore. La legge, lo abbiamo veduto, si riassume nell’amore; la fede cristiana, al dire di San Giovanni, si caratterizza; come la fede, nell’amore: Et nos credidimus caritati. Tutta la vita cristiana consiste nel vivere in Gesù per l’amore; e la perfezione cristiana si definisce come l’unione dell’amore e la trasformazione amorosa in Gesù. La Religione cristiana, dunque, si riassume tutta nell’amore. Ma ciò significa che si riassume tutta nel sacro Cuore poiché la divozione al sacro Cuore è interamente divozione all’amore, divozione d’amore.Infine il Cristianesimo non è già Gesù, o l’amore, come fossero due cose distinte. È l’amore di Gesù per noi, è il nostro amore per Gesù; è l’amore di Dio per noi in Gesù, e il nostro amore per Iddio in Gesù. Non è forse un ridire con ciò in altri termini che il Cristianesimo è tutto intiero nel sacro Cuore?Senza dubbio, non è questa una formula necessaria, ma chi può negarle di essere una formula ammirabile, concisa, luminosa e singolarmente espressiva, siccome quella che parla e allo spirito, all’anima e agli occhi? Mons. Pie lo diceva sino dal 1857: « il Cristianesimo non saprebbe identificarsi così assolutamente con nessun altra devozione, come con quella del Sacro Cuore ». E Mons. Dubois lo diceva non è molto, nella sua bella pastorale (Lettera Sinodale, Dicembre 1857, Oevres, t. III, pag. 42) sul culto del sacro Cuore. « Tutta la Religione è qui, perché è la Religione dell’amore divino. La nostra fede crede a questo amore, principio di tutti i nostri misteri; la nostra morale vi risponde, ciò che è il compimento della legge » Questo culto è dunque con certezza, secondo la parola di Mons. Dubois, « il riassunto e come l’essenza medesima del Cristianesimo » (Lettera Pastorale, riprodotta nella Revue du Clergè français, 1903, t. XXXIV, pag. 646 e segg.). Non vi ha luogo di meravigliarci, se è così, delle magnifiche promesse di Nostro Signore alla beata Margherita Maria in favore dei devoti del Sacro Cuore. Che cosa non possiamo aspettarci da un tale amore? – Ciò può aiutarci a comprendere la parola singolarmente ardita della beata Margherita Maria. Che il Sacro Cuore, cioè, è come un nuovo mediatore, nuovo mediatore si intende come manifestazione nuova dell’eterno ed unico Mediatore, che fa come un nuovo dono di se stesso, dandoci il suo cuore che ci discopre: mediatore per mezzo del quale andiamo a Gesù, e troviamo Gesù, come per Gesù andiamo al Padre suo, e in Gesù troviamo Dio. Ciò può aiutarci anche a comprendere come Leone XIII abbia designato il sacro Cuore come il labarum dei nuovi tempi. Non che la croce debba sparire ed eclissarsi davanti al cuore, ma il cuore ci fa comprendere e conoscere meglio la croce; ci fa penetrare fino in fondo del mistero della redenzione, ne fa discendere, fino a noi le grazie della salute. Il regno del sacro Cuore nelle anime assicura il regno d’Iddio sulla terra (Vedi prima parte, c: II, §7. p. 43-46).

IL SACRO CUORE (42)

IL SACRO CUORE (42)

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ-

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero”, 1919]

PARTE SECONDA.

CAPITOLO III

L’ATTO PROPRIO DELLA DEVOZIONE AL SACRO CUORE

Una divozione sì specifica sopra tutto per il oggetto; ma è pur sempre un insieme un insieme di idee, di sentimenti, di pratiche, in relazione con quell’oggetto. Per conoscerla sempre meglio, vi bisogna dunque studiarla anche da questa parte, domandandosi quale è l’atto proprio della devozione al Sacro Cuore. La risposta può dedursi  dall’oggetto e dal fine della devozione, questo fine essendo determinato dalla natura dell’oggetto. Ma, per non procedere unicamente a priori, dovremo pure esaminare i testi ed i fatti (V. sopra – I parte, c. III § 2 – i testi della santa, sullo spirito della devozione). – La questione dell’atto proprio potrebbe esprimersi benissimo così: Quali sono il carattere e lo spirito proprio della devozione al sacro Cuore, quali ne sono le pratiche speciali, secondo quale spirito e questo carattere? Si può riferir tutto a questi due capi: fine e atto proprio delle devozione, spiegandone lo spirito, le pratiche e il carattere.

I.

SCOPO DELLA DEVOZIONE AL SACRO CUORE

L’amore vuole amore. L’amore sconosciuto vuole amore riparatore.

Quando Gesù mostrava alla beata Margherita Maria il suo cuore infiammato d’amore per gli uomini e, incapace di contenere più a lungo quelle fiamme che lo consumavano, e desideroso di far parte a, tutti delle ricchezze del suo cuore, che cosa voleva? Attirare l’attenzione degli uomini su questo amore, indurli a rendergli omaggio, invitarli ad attingere in questo cuore infinitamente ricco. Se, al dire della santa, Egli si compiace grandemente di essere onorato sotto la figura del suo Cuore di carne, che scopo vuole che ci proponiamo nel rendergli questo onore? Si tratta del fine preciso e prossimo della divozione, non già del fine ultimo e generale che è, evidentemente, la gloria di Dio e la santificazione delle anime. Egli vuole che ci proponiamo di onorare il suo amore e di corrispondergli, rendendo amore per amore. La manifestazione del sacro Cuore alla beata Margherita Maria è la ma-nifestazione dell’amore. Si può dunque collegare tutta la devozione a questo. Da una parte, un amore che reclama corrispondenza d’amore, un amore tenero, esuberante, che vuole ricambio proporzionato d’amore; dall’altra parte l’amore che risponde all’invito dell’amore, l’amore desideroso di non essere troppo al disotto dell’amore immenso che l’ha prevenuto e lo provoca. Se la divozione al sacro Cuore, secondo la parola di Pio VI, ci conduce a venerare l’immensa vita e il prodigo (effusum) amore di nostro Signore per noi, è evidente che ciò serve ad accendere il nostro amore a questo focolare dell’amore. Il ehe è evidente. Ricorderò qualche testo soltanto per mostrare che è proprio così. La beata scriveva al P. Croiset: « Mi si mostrava di continuo un cuore che gettava fiamme da ogni parte, con queste parole Se tu sapessi quanto io abbia sete d’essere amato dagli uomini tu non risparmieresti nulla per questo…. Io ho sete, io ardo dal desiderio d’essere amato » (Lettres inédites, VI, p. 18o rivedute su G. c. XXXV, 600). E precedentemente aveva scritto alla madre de Saumaise: « Egli vivrà malgrado i suoi nemici, e si farà padrone e possessore dei nostri cuori e ne prenderà possesso; perché il fine principale di questa divozione è di convertire le anime all’amor suo » (Lettres, 1, VII (LIX); t. Il, p. II (132); G. LXV, 355). E ancora al P. Croiset: « Egli mi fece vedere che il suo ardente desiderio d’essere amato dagli uomini…. gli aveva suggerito il desiderio di manifestare il suo cuore agli uomini con tutti i tesori d’amore, di misericordia, di grazia, di santificazione e salute che conteneva, affinché tutti coloro che volessero rendergli e procurargli l’onore, l’amore e la gloria che potessero, fossero arricchiti con abbondanza e profusione di questi divini tesori del Cuore di Dio che ne è la sorgente e che si deve onorare sotto la figura di questo Cuore di carne …. Questa devozione è come un ultimo sforzo dell’amor suo che voleva favorire gli uomini in questi ultimi secoli, con questa redenzione amorosa…. per metterci sotto la dolce libertà dell’impero del suo amore, che voleva stabilire nel cuore di tutti coloro che vorrebbero abbracciare questa devozione » (Lettres IV, p. 142 rivedute su G. CXXXIII, p. 568). È ben così che l’intendevano i promotori della divozione: « Il fine della nuova divozione, diceva il postulatore del 1697, è di pagare un tributo d’amore alla sorgente stessa dell’amore » (Memoriale citato da Nilles, 1.a parte, 2.a C. 11, C. 1, p. 338.). – « Il primo fine che si ha in vista, diceva il P. Galliffet, postulatore nel 1727, è di corrispondere all’amore di Gesù Cristo » (Citato da NILLES, CC. cit. p. 340). – E il P. Croiset: « Non si trova qui, per parlare propriamente, che un esercizio d’amore: l’amore ne è l’oggetto, l’amore ne è il motivo principale, ed è l’amore che deve esserne il fine » (1.a parte, c. I, p. 3-4. Mons. DE PRESSY si esprime presso a poco nello stesso modo: « Il suo oggetto, tanto corporale che spirituale, non si riferisce che alla carità, i suoi motivi non respirano che la carità, le sue pratiche e il suo fine non tendono che ad esercitare e perfezionare la carità ». Lettera pastorale per stabilire la divozione al sacro Cuore, I c., col. 1032). – È ben così che l’intende la Chiesa. Essa dice nell’inno alle Laudi: Quis non amantem redamet? Quis non redemptus diligat? ». E nella segreta della Messa Egredimini prega cosi: « Noi vi supplichiamo, Signore che lo Spirito Santo c’infiammi dell’amore che Nostro Signore Gesù Cristo ha fatto scaturire dal suo amore sulla terra, e che ha voluto tanto vedere accendersi ». – Quando Pio IX, nel 1856, estendeva la festa del Sacro Cuore a tutta la Chiesa, fu per « fornire ai fedeli un’incitamento (incitamenta) per amare e ripagare in amore (ad amandum et redamandum) il cuore di Colui che ci ha amato ed ha lavato col suo sangue le nostre colpe » (in: NILLES, 1. 1, parte 1, c. IV, § 1, t. I, p. 167). E, quando lo stesso Pontefice innalzò la festa a un rito superiore, lo fece perché la devozione d’amore al Cuore del nostro Redentore si propagasse sempre di più e penetrasse più addentro nel cuore dei fedeli, affinché « la carità che si è raffreddata, in molti, si rianimi al fuoco del divino amore » (Ibid, p. 170). Si dice pure nel breve di beatificazione di Margherita Maria: « Gesù non ha nulla così a cuore come di accendere nel cuore degli uomini quella fiamma d’amore di cui il suo proprio cuore è infiammato. Per meglio riuscirvi, ha voluto che si stabilisse e si propagasse nella Chiesa, il culto del suo sacratissimo cuore (In: NILLES, 1. 1, parte 2, C. Il, § 2, t. I, p. 346.). La medaglia commemorativa della beatificazione, coniata a Roma nel 1864, rappresenta Gesù che mostra il suo cuore, con questa leggenda: Cor, ut redametur exhibet » (Vedi: NILLES, I. 1, p. 3a , C. 111, t. 1, p; 468.). –

Leone XIII ha ripetuti) gli stessi insegnamenti nella Enciclica del 28 giugno 1889. Egli scrive: « Gesù non ha desiderio più ardente che di vedere acceso nelle anime il fuoco d’amore da cui il suo proprio cuore è consumato. Andiamo dunque a Colui che non ci domanda altro come prezzo della sua carità, che corrispondenza d’amore ». Tutta la lettera è piena di questa idea. È qui, d’altronde, che ci riconducono sempre i documenti che si riferiscono al sacro Cuore, e nulla è più frequente che incontrare, citata in questo senso la parola del Divin Maestro: « Sono venuto a portare il fuoco nella terra, e che cos’altro desidero se non che si accenda ». Aggiungiamo che, siccome la divozione è un compenso d’amore all’amore sconosciuto e oltraggiato, così quest’amore si presenta naturalmente come un amore di riparazione. Così come vedremo, i documenti ci parlano in pari tempo e di riparazione e d’amore.

II.

L’ATTO PROPRIO DELLA DEVOZIONE

L’atto proprio della divozione al sacro Cuore; l’atto. d’amore; il suo spirito, il carattere, le pratiche. tutto si riferisce all’amore. La riparazione.

È questa una questione su la quale è discusso qualche volta. Per noi è stata già risolta da quel che precede; l’atto proprio della divozione, è, evidentemente, l’atto d’amore. Gesù ci dà il suo cuore per avere il nostro. La divozione all’amore è, essenzialmente, una divozione d’amore. La sua divisa è: Nos ergo diligamus Deum quoniam ipse prior dilexit nos (I Giov., IV, 19). E ancora: Sic nos amantem quis non redamaret? All’amore, rispondiamo con l’amore. Ma, notiamolo bene, per questo appunto che si presenta come una risposta all’amore, quest’amore ha dei caratteri speciali, determinati in gran parte dall’amore che vuol riconoscere rispondendo ad esso. – Io non parlo del colore indescrivibile che gl’imprime il sentimento sempre presente della distanza fra noi e l’Amico divino, la cognizione di ciò che Egli è e di quel che noi siamo; Egli ci mette, a suo riguardo, in una attitudine analoga a quella degli Apostoli dopo la risurrezione, al mattino della pesca miracolosa. Mangiando sotto i suoi sguardi la piccola refezione che Egli stesso aveva preparato loro non osavano domandargli chi fosse ben sapendo che era Gesù. Egli addolcisce tutte le relazioni fra Lui e noi per fondere insieme la condiscendenza infinita che senza abbassarsi discende alla più intima famigliarità, e il rispetto affettuoso che osa amare semplicemente, senza dimenticare l’audacia di rivolger in alto i propri affetti. Voglio indicare certi tratti più speciali di questo amore, tali come li richiede la divozione. È un amore reciproco che non dimentica mai d’essere amato. Se si fosse tentati di dimenticarlo, uno sguardo al sacro Cuore, ce lo ricorderebbe subito. Quest’amore reciproco è, malgrado le distanze, un amore d’amicizia, un amore di famigliarità. di fratellanza intima e tenera. Ciò dipende in parte, senza dubbio, dal fatto che l’amore del sacro Cuore per noi si presenta come un amore umano, sotto forme sensibili, alla misura, per così dire, del nostro cuore. Ma ciò dipende sopra tutto dal fatto che questo amore, essendo quello di Gesù, del Verbo incarnato, non possiamo dimenticare che Egli ha voluto immedesimarsi nella nostra famiglia per immedesimarci nella sua, e che, essendo Dio, ha voluto farsi uomo per fare dell’uomo un Dio. Quest’amore reciproco, pertanto, non dimentica che una parte ha prevenuto, che Gesù ha fatto i primi passi e che non ci resta che corrispondere. Si ferma dunque a studiare questo amore che previene e tutto quello che ha fatto; cerca, pur sapendo di non arrivar mai, di corrispondere alla tenerezza e all’ardore di quest’amore, con tutta la sua potenza di tenerezza e di ardore, alla sua generosità, con tutta la sua forza di abnegazione, disinteressata, ecc…. In una parola si sforza, in una lotta ineguale, di rispondere con la perfezione dell’amore, all’amore perfetto che l’ha prevenuto. Ma l’amore di Gesù, come si è rivelato alla beata Margherita Maria, è un amore sconosciuto e oltraggiato. Ed è questo che dà tutta la sua importanza all’atto di riparazione, al culto del sacro ‘Cuore. Questo posto fatto alla riparazione è tale che, qualche volta, sembra presentarsi come il primo atto e il più essenziale della divozione. E pertanto non è così. Prima di tutto, la riparazione, tale come ci apparisce qui, è una riparazione d’amore, non già una riparazione di giustizia e di espiazione, e si traduce per mezzo dell’ammenda onorevole che si rivolge precisamente all’amore sconosciuto e oltraggiato. L’amore è messo dunque in prima linea. Ag-giungiamo che paranco nei testi la riparazione è sempre messa al secondo posto. Vi si dice che il fine principale della divozione è l’amore; la riparazione vien dopo, e come atto speciale d’amore verso l’amore riconosciuto e oltraggiato. L’amore, la consacrazione, o dono amoroso di sé al sacro Cuore, la vita tutta per lui, e in lui, hanno un’importanza infinitamente maggiore negli scritti e nelle preoccupazioni di beata Margherita Maria, che non ne abbiano la riparazione e l’ammenda onorevole. E, se anche fosse altrimenti, non bisognerebbe, per questo, invertire l’ordine. Per la forza stessa delle cose, la riparazione non vien che dopo e come prova speciale di amore. – Altri atti, altre pratiche son care ai devoti del sacro Cuore: Comunione riparatrice, divozione all’Eucaristia, Ora santa, divozione alla Passione, ecc. Care al loro amore perché chieste espressamente da Gesù ai suoi amici fedeli, nella persona della sua amante prediletta, perché praticate o indicate da lei stessa come gradite al cuore del Divino Amico perché manifestazioni spontanee d’un amore tenero, delicato, generoso. Tutto questo proviene naturalmente dalla natura propria di questa divozione. Sono gli aspetti dell’amore. Niente è estraneo all’amore di quel che è rivelazione, traduzione ne d’amore. Ma tutto quello che si fa, tutto quello che si soffre, non si riferisce all’amore come alla sua sorgente e al suo termine. Leggete quello che dice san Paolo della carità (I Cor. XIII, 5 e segg.). Vi trovate come una descrizione della vera divozione al sacro Cuore, poiché vi trovate la descrizione del vero amore. Lo spirito della divozione è dunque uno spirito d’amore. Tutte le pratiche ne sono animate, tutte ci guidano a lui. – Dappertutto dove incontriamo la divozione al sacro Cuore incontriamo questo carattere dell’amore. – È per amore che si stringe a Gesù per studiarvi il suo amore, dalla culla al Calvario; non arrestandosi ai fatti o esteriori che per ricercarvi le tracce dell’amore. È per meglio amarlo che cerca di meglio conoscerlo. È pure per amare che compatisce alle sue pene, che gli rende omaggio vedendolo sconosciuto, che gode delle sue gioie e dei suoi trionfi come se fossero suoi, che vive di lui, infine, e si sforza di piacergli, amandolo sempre più, per innestargli il proprio amore e rendendosi sempre più amabile ai suoi occhi per soddisfare questo amore. È, a dir vero, ai predicatori e agli autori ascetici che appartiene sviluppare tutte queste considerazioni, ma era pur necessario accennarle per farsi un’idea più giusta e vera della divozione. – Le anime di vote troveranno nella loro divozione stessa di che nutrirsene e penetrarsene. Ed è a misura che se ne nutrono e se penetrano, che la loro divozione cresce e diviene in loro una sorgente inesauribile di considerazioni amorose e di amore sempre più tenero, sempre più operoso.