I sette Dolori di Maria V. S S.

[da: G. Bertetti, Il Sacerdote predicatore; S.E.I. Ed. Torino, 1921]

– 1. La profezia di Simeone. — 2. La fuga in Egitto. — 3. Gesù smarrito nel tempio — 4. L’incontro di Gesù che va alla morte. — 5. La morte di Gesù. — 6. La lanciata e la deposizione di Gesù dalla croce. — 7. La sepoltura.

1- LA PROFEZIA DI SIMEONE. — « È posto questo bambino in segno di contraddizione, … e una spada trapasserà l’anima tua » (Luc., II, 34 – 35) … — A queste parole la Vergine vide in modo chiaro e distinto nel futuro tutte le contraddizioni cui sarebbe stato esposto Gesù;… contraddizioni nella dottrina,… nella stima, … nei suoi santissimi affetti,… nell’anima e nel corpo E questa visione dolorosa restò nel cuore di Maria per ben trentatré anni; … e di mano in mano che Gesù cresceva in età, in sapienza, in grazia, tanto più cresceva nel cuore di Maria l’angoscia di perdere un sì caro figlio all’avvicinarsi inesorabile della passione e morte «Il Signore usa questa compassione con noi di non farci vedere le croci che ci aspettano, acciocché, se le abbiamo a patire, almeno le patiamo una volta sola; ma non usò questa compassione con Maria, la quale (perché Dio la volle regina dei dolori e tutta simile al Figlio) ebbe a vedersi sempre avanti gli occhi, e a patire continuamente tutte le pene che l’aspettavano » ( S. ALFONSO, Gl. di Maria).

2. FUGA IN EGITTO. — La profezia di Simeone comincia ad avverarsi … Gesù è appena nato ed è già cercato a morte;… e per salvarlo dalla morte, Maria deve andarsene i n lontano esilio,… in Egitto, … mettendosi per un viaggio lungo, per vie fangose, piene di pericoli — Nell’Egitto la sacra famiglia, forestiera, sconosciuta, senza rendite, senza denari, senza parenti, in quante strettezze sarà vissuta per circa sette anni! … — Nel ritorno dall’Egitto, il viaggio riesce ancor più doloroso,perché Gesù «era così cresciuto che non si poteva portare; ma nello stesso tempo ancor sì giovane da non sostenere il cammino così lungo ». (S. BONAVENTURA)!

3. GESÙ SMARRITO NEL TEMPIO. — « V’è chi dice che questo dolore non solo fu tra i maggiori ch’ebbe Maria in sua vita, ma che fu il più grande ed acerbo di tutti gli altri… Negli altri dolori aveva seco Gesù, … ma in questo dolore patisce lontana da Gesù senza sapere dov’Egli sia… – Degli altri dolori ben ne intendeva Maria la cagione e il fine, cioè la redenzione del mondo, il divino volere; ma in questo non sapeva la cagione della lontananza del Figlio… E chi sa, forse tra sé pensava, se io non l’ho servito come dovevo? se ho commesso qualche negligenza, per cui egli m’ha lasciata?… È certo che non v’ha maggior pena ad un’anima amante di Dio che il timore d’averlo disgustato. E quindi fu che Maria in nessun altro dolore si lamentò fuorché in questo, lagnandosi amorosamente con Gesù dopo che lo rinvenne: « Figlio, perché ci hai tu fatto questo? Ecco che tuo padre ed io addolorati andavamo di te in cerca » (S. ALFONSO, ib.).

4. MARIA INCONTRA GESÙ CHE VA ALLA MORTE. — Pilato era benignamente disposto verso Gesù, … e vincendo la sua viltà l’avrebbe forse salvato dal furore della moltitudine giudaica, se alle preghiere della sua moglie si fossero pure aggiunte quelle della madre di Gesù Eppure, Maria non si muove nelle ore tremende che decidono della vita o della morte del Figlio, perché sa che il Figlio potrebbe da se solo, senza bisogno d’alcuno, liberarsi da’ suoi nemici, e che se si lascia condurre come un agnèllo al supplizio, lo fa spontaneamente, secondo il volere di Dio; … e Maria, anche lei spontaneamente, secondo il volere di Dio, lascia sacrificare il figlio …. Maria si muove, quando già la sentenza è irrevocabilmente data … si muove incontro a Gesù, che sotto il peso della croce s’incammina al Calvario… Lo mira contraffatto e reso quasi irriconoscibile dalle lividure, dalle ferite, dal sangue: … gli sguardi del Figlio e della Madre s’incontrano: … né la Madre né il Figlio svennero per il dolore, perché Dio a maggiori dolori li riservava per la redenzione del mondo… E quelle due anime, eroicamente generose, continuano insieme il cammino alla volta del supplizio.

5. GESÙ MUORE. — Si giunge al Calvario: …. i carnefici spogliano Gesù delle sue vesti,… lo inchiodano,… fermano la croce,., poi lo lasciano morire. Maria allora si fa vicino alla croce, e là rimane ad assistere quel’orribile agonia di tre ore:… « quale spettacolo il vedere il Figlio agonizzare sopra la croce, e sotto la croce veder agonizzare la madre, la quale soffriva tutte le pene che pativa il Figlio! » (S. ALFONSO); … « quel che facevano i chiodi nel corpo di Gesù, operava l’amore nel cuore di Maria » (S. BERNARDO); … « nello stesso tempo che il Figlio sacrificava il corpo, la Madre sacrificava l’anima » (S. BERNARDINO) ….. E non poter dare al figlio nessun sollievo: … anzi sapere che il maggior tormento del Figlio era la presenza della Madre! … L’unico sollievo per la Madre e per il Figlio era il sapere che dai loro dolori ne sarebbe venuta per noi la vita eterna.

6. LA LANCIATA E LA DEPOSIZIONE DI GESÙ DALLA CROCE. — Gesù morendo esclamava: Consummatum est!… Era compiuta la serie dei dolori pel Figlio, non però per la Madre….. Mentr’Ella sta piangendo la morte del Figlio, un soldato vibra la lancia contro Gesù ne apre il costato, e ne esce sangue ed acqua. Il corpo morto di Gesù non soffrì più la lanciata … la soffrì la Madre e se la sentì ripercuotere nel cuore — Ma ecco depongono Gesù dalla croce … il Figlio è reso alla Madre, ma in quale stato!… Prima, era il più bello tra i figli degli uomini, ora è tutto sformato; … prima, innamorava col suo aspetto, ora fa orrore a vederlo. Quando muore un figlio si cerca d’allontanare dal cadavere la madre;… Maria non vuol saperne di togliersi dalle sue braccia quel corpo esangue se non per affidarlo al sepolcro.

7. SEPOLTURA DI GESÙ. — « Ecco già lo portano a seppellire; già s’avvia la dolorosa esequie; i discepoli se lo pongono sulle spalle; gli Angeli del cielo a schiere lo vanno accompagnando; quelle sante donne lo seguitano, e insieme con esse l’addolorata Madre. Vogliono ch’Ella medesima accomodasse il corpo sacrosanto di Gesù nel sepolcro; … in alzare poi la pietra per chiudere il sepolcro dovettero quei discepoli del Salvatore voltarsi alla Vergine e dirle: Or via, Signora, s’ha da coprire il sepolcro abbiate pazienza; guardatelo l’ultima volta e licenziatevi dal vostro Figlio … — Prendono la pietra, e chiudono nel santo sepolcro il corpo di Gesù; … dando un ultimo addio al Figlio e al sepolcro, Maria ritorna alla sua casa » (S. ALFONSO). — « Se ne ritornava così affitta e mesta l a povera Madre, che, dove passava, tutti quei che l’incontravano non potevano trattener le lagrime » (S. BERNARDO) Soltanto il nostro duro cuore non avrà lagrime per Maria?… non piangeremo noi che fummo la causa di tanti dolori?… Ah! se non possono scorrere lagrime sensibili dai nostri occhi, siano almeno lagrime di penitenza le nostre, col fermo proposito di non commettere mai più il peccato: quel peccato che mandò alla morte il nostro Fratello primogenito e trapassò il cuore dolcissimo di Maria, Madre di Gesù e Madre nostra….

STABAT MATER.

[Per cui il Papa Innocenzo XI il 1 Settembre 1681 concesse indulgenza di 100 giorni. Tale indulgenza fu confermata da Pio IX con Rescritto 18 Giugno 1876.]

Stabat Mater dolorosa

Juxta crucem lacrimosa,

Dum pendebat Filius;

 Cujus animam gementem,

Contristatam et dolentem

Pertransivit gladius.

 O quam tristis et afflicta

Fuit illa benedicta

Mater Unigeniti

 Quæ mœrebat et dolebat

Pia Mater dum videbat

Nati pœnas inclyti.

 Quis est homo qui non fleret

Matrem Christi si videret

In tanto supplicio?

 Quis non posset contristavi

Christi Matrem contemplari

Dolentem cum Filio?

 Pro peccatis sum gentis

Vidit Jesum in tormenlis

Et flagellis subditum,

 Vidit suum dulcem Natum

Moriendo desolatum,

Dum emisit spiritum.

 Eia Mater, fons amoris,

Me sentire vini doloris,

Fac ut tecum. lugeam.

 Fac ut ardeat cor meum

In amando Christum Deum,

Ut sibi complaceam.

Sancta Mater, istud agas,

Crucìfixi fige plagas

Cordi meo valide.

 Tui Nati vulnerati

Tam dignati prò me pati,

Pœnas mecum divide.

 Fac me tecum pie flere:

Crucifixo condolere,

Donec ego vixero.

 Juxta crucem tecum stare,

Et me Tibi sociare

In planctu desidero.

 Virgo virginum præclara

Mihi jam non sis amara;

Fac me tecum plangere.

 Fac ut portem Christi mortem;

Passionis fac consortem,

Et plagas recolere

 Fac me plagis vulnerari,

Fac me Cruce inebriari

Et cruore Filii

 Flammis ne urar succensus,

Per te, Virgo, sim defensus

In die Judicii.

 Christi, cum sit hinc exire

Da per Matrem me venire

Ad palmam victoriæ.

 Quando corpus morietur,

Fac ut anima? Donetur

Paradisi gloria. Amen.

[Per gli iscritti alla Arciconfraternita del Cuore Immacolato di Maria, c’è oggi la possibilità di lucrare l’indulgenza plenaria s.c. – v. : Arciconfraternita del Cuore Immacolato//exsurgatdeus.org.]

LA CROCE

LA CROCE

[J. – J. Gaume: “Catechismo di perseveranza”, vol. IV, Torino, 1881]

 Devozione alla Croce. — E noi pure, figli della Chiesa cattolica, noi pure dobbiamo venerare la Croce, come il figlio bennato onora il ritratto del proprio padre, o piuttosto come onora il pegno più affettuoso dell’amor suo. Lasciamo che i mondani a loro talento accusino la Religione di rattristarci incessantemente con il porci dinanzi agli occhi un oggetto funesto. Ingannati! non vorranno mai essi persuadersi che la croce è tutto per il Cristiano fedele, e che gli compendia la bontà, la gloria, la sapienza di Dio? – Dall’alto della Croce Gesù Cristo ha dato la pace alle persone dabbene e anzi tal pace, che l’intero mondo de’ malvagi non potrebbe strappare dal loro cuore; dall’alto di quella Croce il Figlio di Dio, sacrificatore e vittima, invitando a sé tutti i giusti, ravvicinando la terra al cielo e il cielo alla terra, ci ha insegnato a soffrire e a morire. E di quella Croce per mezzo della quale Gesù Cristo ha trionfato della morte, di quella Croce che assegna un premio alla virtù e le assicura la sua immortale ricompensa; di quella Croce, segno di stretto e santo vincolo per tutti quelli che sono battezzati in Gesù Cristo, vale a dire per la più gran parte degli uomini; di quella Croce, io dico, voi vorreste distruggere il culto dell’universo? Ah! se voi amate il genere umano, e se avete una patria, lasciate quella Croce sulla sommità dei palazzi per richiamare alla vita della penitenza i ricchi e i potenti; lasciatela su l’umile tetto del povero per ammaestrarlo alla pazienza e alla rassegnazione; lasciatela a tutti gli uomini perché tutti gli uomini hanno un orgoglio da reprimere, hanno passioni da combattere, e perché ad insegnar loro a stimarsi quanto valgono e a calpestare i vani pregiudizi dell’opinione, non vi ha miglior maestro di Gesù Cristo morente sopra una Croce. – Ma se noi vogliamo che la Croce sia nostro conforto, se vogliamo a lei appressare con amore e fiducia le moribonde nostre labbra, se vogliamo ch’ella protegga la nostra sepoltura, e ci sia un pegno di gloriosa risurrezione, leggiamo spesso in questo libro divino, e imprimiamo profondamente nel nostro cuore le lezioni che vi s’imparano. Colui che vuole acquistare la scienza dei Santi si accosti alla Croce; ivi egli attingerà la più sublime dottrina e le più patetiche lezioni che siano mai state date agli uomini. Gesù Crocifisso è per eccellenza il modello d’ogni virtù, è il libro di vita. San Paolo la studiò esclusivamente perché trovava nella sola Croce tutte le verità che gl’importava di conoscere. Tutti i Cristiani che bramano esser degni dì questo glorioso titolo imitino l’Apostolo e confermino lo stesso principio. Ove mai aveva attinto san Bernardo, domanda un celebre autore, quell’ardente amore di Dio e una si fervorosa devozione? Li aveva attinti nei patimenti del Redentore morto sopra una Croce! Ove aveva sant’Agostino raccolto i lumi che hanno fatto di lui uno dei luminari della Chiesa? Li aveva raccolti nelle piaghe di Gesù, come confessa egli stesso ! Il libro della Croce fu quello che inspirò un amore serafico a san Francesco. E san Tommaso, che in ogni circostanza si prostrava ai piedi del crocifisso, gli andava debitore della sua meravigliosa dottrina. « San Bonaventura, dice san Francesco di Sales, sembra non aver avuto, scrivendo, altra carta che la Croce, altra penna che la lancia, altro inchiostro che il prezioso sangue di Gesù Cristo. Con quanta effusione di amore esclama egli: È utile per noi essere con la Croce! Erigiamo qui tre tabernacoli, uno pei suoi piedi, uno per le sue mani e uno pel suo sacro costato. Qui io mi arresterò, qui veglierò, qui leggerò, qui mediterò avendo costantemente questo libro divino davanti agli occhi per studiare la scienza della salute in tutto il giorno, e perfino nella notte tutte le volte che mi sveglierò ». – Il profeta Giona si riposò deliziosamente all’ombra dell’albero di edera che il Signore aveva preparato per lui. Quale deve esser dunque la gioia d’un cristiano, allorché si riposa all’ombra del legno della Croce? Protetti da questo sacro legno noi possiamo dire: Gioisca pure Giona sotto la frescura di edera; prepari Abramo un ristoro per gli angeli al brezzo della valle di Mambre; sia Ismaele esaudito sotto un albero nel deserto; sia Elia nutrito sotto un ginepro; quanto a noi la nostra consolazione e il nostro giubilo consisteranno nell’abitare in spirito all’ombra della Croce.

INNI ALLA CROCE:
Lustra sex qui jam perégit,
Tempus implens córporis:
Sponte líbera Redémptor
Passióni déditus:
Agnus in Crucis levátur
Immolándus stípite.

Felle potus ecce languet,
Spina, clavi, láncea,
Mite corpus perforárunt,
Unda manat, et cruor:
Terra, pontus, astra, mundus,
Quo lavántur flúmine!

Crux fidélis, inter omnes
Arbor una nóbilis:
Silva talem nulla profert
Fronde, flore, gérmine:
Dulce ferrum, dulce lignum
Dulce pondus sústinent.

Flecte ramos, arbor alta,
Tensa laxa víscera:
Et rigor lentéscat ille,
Quem dedit natívitas:
Et supérni membra Régis
Tende miti stípite.

Sola digna tu fuísti
Ferre mundi víctimam;
Atque portum præparáre
Arca mundo náufrago;
Quam sacer cruor perúnxit,
Fusus Agni córpore.

Sempitérna sit beátæ
Trinitáti glória:
Æqua Patri, Filióque,
Par decus Paráclito:
Uníus, Triníque nomen
Laudet univérsitas.
Amen.

V. Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi.
R. Quia per Crucem tuam redemisti mundum.

Hymnus
Vexílla Regis pródeunt;
Fulget Crucis mystérium,
Qua Vita mortem pértulit,
Et morte vitam prótulit.

Quæ, vulneráta lanceæ
Mucróne diro, críminum
Ut nos laváret sórdibus,
Manávit unda et sánguine.

Impléta sunt quæ cóncinit
David fidéli cármine,
Dicéndo natiónibus:
Regnávit a ligno Deus.

Arbor decóra et fúlgida,
Ornata Régis púrpura,
Elécta digno stípite
Tam sancta membra tángere.

Beáta, cujus bráchiis
Prétium pepéndit sǽculi,
Statéra facta córporis,
Tulítque prædam tártari.

Sequens stropha dicitur flexis genibus.

O Crux, ave, spes única,
In hac triúmphi glória
Piis adáuge grátiam,
Reísque dele crímina.

Te, fons salútis, Trínitas,
Collaudet omnis spíritus:
Quibus Crucis victóriam
Largiris, adde prǽmium.
Amen.

V. Hoc signum Crucis erit in cælo.
R. Cum Dóminus ad judicándum vénerit

IL NOME DI MARIA

IL NOME DI MARIA

[J. J. Gaume: Catechismo di perseveranza; vol, IV, Torino, 1881]

Nella domenica tra l’ottava della Natività si celebra la festa del santo Nome di Maria. Il venerabile servo di Dio, Papa Innocenzo XI con suo decreto dell’anno 1683 stabilì che questa festa, fino a quel tempo tutta propria della Spagna, divenisse di obbligo per la Chiesa universale. [Il santo Papa Pio X la riportò poi al 12 settembre.-ndr.-] In questo precetto sì facile e sì dolce ad essere osservato è d’uopo scorgere una novella testimonianza della gratitudine della Chiesa verso la santa Vergine. La Regina delle vergini si mostrò sempre nemica dichiarata del Maomettismo, materiale religione dei sensi. Nel secolo decimo quinto gli aveva dato a Lepanto un colpo mortale; ma riavutosi in parte, il Maomettismo minacciava di nuovo il Cristianesimo. – Nel 1683 il Gran-Visir a capo di un esercito formidabile piantò l’assedio innanzi a Vienna, uno dei baluardi della Cristianità. Giovanni Sobieski, duce delle legioni Polacche, accorre a difesa della piazza assediata, e nel mattino in cui deve impegnarsi battaglia, mette se stesso e le sue truppe sotto la protezione della Vergine. I soldati stettero in ginocchio, mentre Sobieski ascoltava la Messa nel convento Camaldolese, pregando colle braccia stese in croce. Fu quivi, esclama con profonda verità un guerriero cattolico, che il Gran-Visir fu battuto. All’uscire della chiesa Sobieski dà il segnale dell’attacco: i Turchi sono vinti e fugati; e il vincitore rimasto padrone dello stendardo medesimo di Maometto lo invia al Sommo Pontefice in segno di omaggio verso Maria. – Chi può esprimere abbastanza il rispetto che merita il nome di Maria si possente e insieme sì affettuoso? Apprendiamolo dai secoli cristiani. Primieramente è tradizione che Iddio medesimo lo rivelasse ai genitori della santa Vergine. Pel corso di parecchi secoli fu proibito alle donne e a quelli eziandio di sangue regio, di portare il nome di Maria. Alfonso VI, re di Castiglia, dovendo sposare una principessa Mauritana, alla quale nel battezzarla si doveva imporre un nome, proibì che portasse quello di Maria, benché la donzella ne avesse vivissimo desiderio. Nell’atto degli sponsali della duchessa Maria Luigia di Nevers con Ladislao re di Polonia si convenne che la principessa lascerebbe il nome di Maria, e non conserverebbe che quello di Luigia. Casimiro I, altro re di Polonia, non si contenne altrimenti quando sposò Maria figlia dello Czar di Russia. Da ciò venne il costume, per tanto tempo mantenutosi in Polonia, che niuna donna di qualsivoglia condizione potesse portare il nome di Maria. Or mentre questi esempi ci istruiscono qual venerazione si debba da noi pure conservare verso quel nome augusto, la vittoria di Sobieski c’insegna con quale fiducia dobbiamo pronunziarlo. Suoni adunque di frequente sulle nostre labbra la giaculatoria: O Maria, o nomen sub quo nemini desperandum; « Salve o Maria, nel cui nome non è lecito ad alcuno di dubitare  ».

Sobieski manda al Papa Innocenzo XI il messaggio della vittoria sulla barbarie maomettana dei turchi a Vienna l’11 settembre 1683 [data simbolica, scelta dai “nemici di Dio e di tutti gli uomini” per l’attentato alle torri gemelle … del 2001]

Fu il cappuccino Marco d’Aviano, incaricato dal Santo Padre Innocenzo XI di formare una Santa Lega tra i regnanti cattolici, ad incoraggiare e confortare i soldati ed il popolo viennese, esortandoli ad affidarsi alla Madonna e invocare da Lei la salvezza, mediante la preghiera del Santo Rosario.

Réspice Stellam … voca Mariam

[S. Bernardo. Lodi della Vergine Maria: omelia II; 17]

 

Il versetto si conclude così: Il nome della Vergine era Maria (Lc I, 27). Diciamo brevemente qualche cosa anche su questo Nome che viene interpretato «Stella del mare», e si adatta molto bene alla Vergine Madre. Essa infatti molto opportunamente viene paragonata ad una stella, perché come la stella emette raggi senza alcuna lesione di sé, così la Vergine partorì il Figlio senza danno della sua verginità. Né il raggio diminuisce lo splendore della stella, né il Figlio reca pregiudizio all’ integrità della Madre. Essa è dunque quella nobile stella sorta da Giacobbe, i cui raggi illuminano tutto il mondo, il cui splendore rifulge nei cieli e penetra negli inferi, e avvolgendo tutta la terra, e riscaldando più le menti che non i corpi, alimenta le virtù e distrugge i vizi. Essa è quella stella splendidissima e meravigliosa stella necessariamente elevata sopra questo mare grande e spazioso, radiosa per i suoi meriti, luminosa per i suoi esempi. “O tu che, nell’ondeggiare delle vicende di questo mondo, più che camminare per terra, hai l’impressione di essere sballottato tra i marosi e le tempeste, non distogliere gli occhi dal fulgore di questa stella se non vuoi essere inghiottito dalle onde. Se soffiano i venti delle tentazioni, se t’incagli negli scogli delle tribolazioni, guarda la stella, invoca Maria. Se sei sbattuto dai cavalloni della superbia, dell’ambizione, della detrazione, della gelosia, guarda la stella, invoca Maria! Se l’ira, o l’avarizia o la concupiscenza della carne sembrano sconquassare la navicella del tuo spirito, guarda Maria. Se turbato dell’enormità dei tuoi peccati, confuso per la coscienza della tua turpitudine, atterrito al pensiero del tremendo giudizio di Dio, cominci a sentirti risucchiare dal baratro della tristezza, dall’abisso della disperazione, pensa a Maria. Nei pericoli, nelle angustie, nelle incertezze, pensa a Maria, invoca Maria. Maria ti sia sempre sulla bocca, sempre nel tuo cuore; e per ottenere l’aiuto della sua preghiera, non cessare di imitarne gli esempi. Seguendo Lei, non andrai fuori strada, pregando Lei non ti verrà meno la speranza, pensando a Lei non sbaglierai. Se Maria ti regge, non cadrai, sotto la sua protezione non avrai timore, se Ella ti guida non ti stancherai, se Ella ti è propizia arriverai; e così sperimenterai in te stesso quanto a proposito sia stato detto: E il nome della Vergine era Maria. … et nomen Virginis Maria!

 

FESTA DELLA NATIVITA’ DELLA SANTA VERGINE

J.-J. Gaume: Catechismo di preseveranza; vol. IV- Torino 1881]

Origine di questa festa. – Se la Chiesa Cattolica celebra con tanta gioia e magnificenza l’Assunzione di Maria, perché mai non avrebbe dovuto consacrare con una festa solenne la gloriosa sua nascita? Agli 8 di settembre ella aduna i fedeli attorno alla culla della beata fanciulletta. Giusta i computi più esatti e le più autorevoli tradizioni, Maria nacque in Nazareth, sotto il Regno di Erode, allora quando questo empio principe era tutto inteso a distruggere la stirpe reale di Davide, a fine di rendere impossibile l’adempimento delle profezie che annunziavano come il Salvatore del mondo sarebbe uscito dalla famiglia di Jesse. Ciò dunque avvenne l’anno 22 del regno di Augusto, sotto il consolato di Marco Druso Livio e di Quinto Calpurnio Pisone; e per conseguenza l’anno di Roma 738. La sua nascita ebbe luogo li 8 di settembre, come si raccoglie dalle autorità menzionate, né fu senza mistero che fu scelto un tal giorno pel nascimento dell’Eva novella. Una tradizione, che si conserva presso gli ebrei, insegna che in tal giorno fu messa al mondo la prima Eva. La madre antica, portento di grazia e di beltà, colmò di gioia il cuore di Adamo, e compì la felicita del primo nostro genitore; nello stesso giorno la nuova Eva, di cui la prima era semplice figura, apparve sulla terra, e incomparabile per grazia e bellezza, offrì, se così è lecito esprimersi, agli occhi il più attraente spettacolo che egli avesse giammai contemplato. Ciò nondimeno per le ragioni esposte nell’antecedente lezione, e per altre eziandio fornite dalla ineffabile sapienza della Chiesa, che svolge con la successione dei secoli i mezzi di ravvivare la pietà dei suoi figli, la festa della Natività della Vergine non venne celebrata, almeno con esteriore magnificenza, nei primi tempi del Cristianesimo. Il primo e più antico monumento che ne abbiamo è il Sacramentario dì san Leone il Grande e dei Papi suoi predecessori, nel quale si trova egualmente che nel Sacramentario di san Gregorio, la festa della Natività della santa Vergine con una Messa e con orazioni proprie. Innanzi il settimo secolo ella era generalmente celebrata nella Chiesa, e prima della fine del nono era in Francia fra le più solenni. La città di Angers specialmente dimostrava la sua fervente devozione verso Maria celebrandola con pompa straordinaria e con indicibile affluenza di popolo. Da ciò viene, secondo congetture assai probabili, che i paesi a quella circostanti chiamano una tal festa l’Angioina, come avente origine dall’Anjou ‘. 1 [Oggidì pure la fiera della Natività è chiamata in Bretagna la fiera angioina]. – L’Oriente gareggiò tosto nello zelo con l’Occidente, e fino dalla metà del secolo dodicesimo, sappiamo che la festa della Natività era osservata come una delle più solenni fra le cattoliche. – Il nome solo di Natività indica l’oggetto della nostra devozione. Se i figli ossequiosi aspettano impazienti l’alba del giorno natalizio d’una madre diletta, se si affrettano a gara ad offrirle voti e mazzi di fiori, lascio decidere da quali sentimenti esser debbono animati i cuori dei figli di Maria nel giorno che diede loro tal Madre. Anche i genitori celebrano con tripudii la nascita e il giorno anniversario della nascita dei loro figli; uso efficacissimo e da coltivarsi per conservare lo spirito di unione nelle famiglie. Eppure a chi non sembrerebbe più ragionevole piangere sui figli quando entrano nella valle delle miserie, nel pensare che non solo essi nascono senza ragione e senza merito, ma figli inoltre di sdegno, contaminati dal peccato e destinati ai dolori e alla morte? Perciò la Chiesa cattolica, innalzandosi con tutta la sublimità della fede sopra l’ordine e i sentimenti della natura, celebra non già la nascita, ma bensì la morte dei propri figli. E osservate la profonda aggiustatezza del suo linguaggio! Essa chiama natività o nascita la morte dei suoi santi. Infatti nel giorno della loro morte i giusti abbandonano questa vita di angosce per nascere ad una vita vera, immortale e gloriosa. Da questa grande regola la liturgia cattolica non ammette che due eccezioni, cioè, san Giovanni Battista e la santa Vergine. Ella celebra la festa del primo giorno nel quale è venuto al mondo, perché nacque santificato e confermato nella grazia. Tanto più doveva ella celebrare la natività di Maria, poiché questa comparve sopra la terra piena di grazia e arricchita di tutti i doni di Dio. – Affrancata dalla legge del peccato originale e predestinata alla maternità divina, è indubitato che Maria fu l’anima più bella che uscisse dalle mani del Creatore, come, tranne l’Incarnazione, ella fu l’opera più degna dell’Onnipotente in questo mondo. « Perché, dice san Tommaso, Dio proporziona le grazie che concede agli uomini al grado di dignità ch’ei destina loro; talché prima di essere Madre di Dio, Maria ricevette dal cielo le grazie che dovevano renderla degna di quella eccelsa prerogativa ». Ed ecco perché l’arcangelo Gabriella la saluta con quelle parole: Tu sei piena di grazia.

Mezzi per celebrarla degnamente.— Noi pure dobbiamo salutarla piena di grazia. Figli di Maria riuniamoci oggi intorno alla sua culla, indirizzando alla nostra Madre adorabile le nostre preghiere ed i nostri omaggi. Benché bambina, Ella ci vede e ci ode; sicché da piena fiducia dobbiamo essere animati! Qual madre poté nel giorno della sua festa negare cosa alcuna ai suoi figli ? Se siamo colpevoli, Ella chiederà grazia per noi; se giusti, Ella ci elargirà i segni di una speciale tenerezza. Vogliamo noi cattivarcene il cuore? Imitiamone le virtù. Voi specialmente, o giovinetti, venite a vedere questa Santa Bambina, vostro esempio e vostra Madre. Ella ama, Ella desidera di preferenza i gigli e le rose del pudore. E voi, giovinette, che tutto dovete a Maria, Ella vi chiama intorno alla sua culla, essa vi invita a mirare lo spettacolo dei suoi primi anni. – « Accorrete, dice sant’Ambrogio, e ponetevi innanzi agli occhi la vita e la verginità di Maria: sarà questo come uno specchio in cui vedrete il modello della castità e della virtù. Uno stimolo di emulazione è la nobiltà del Maestro. Ora qual più nobile della Madre di Dio? Ella era vergine di corpo e di spirito, e di una purità incapace di ogni finzione; Ella era umile di cuore, grave nel suo parlare, savia nelle sue determinazioni; Ella parlava raramente, e non esprimeva più del necessario ; Ella leggeva con assiduità i libri della legge, e poneva la propria fiducia non nelle ricchezze caduche, ma nelle preghiere dei poveri. Sempre fervorosa, Ella non voleva che Dio per testimone di ciò che accadeva nel proprio cuore, Ella riferiva a Lui tutto ciò ch’Ella fa o possedeva. » – Anzi che fare il minimo torto a chicchessia, tutti sperimentavano il suo cuore benefico; Ella onorava i su superiori, e non invidiava gli eguali, scansava la vanagloria, seguiva la ragione, amava caldamente la virtù. I suoi sguardi erano pieni di dolcezza, le sue parole di affabilità, tutta la sua condotta portava l’impronta della modestia. Nulla si vedeva in lei che non fosse decente; la sua allegrezza nulla aveva di leggiero, la sua voce nulla annunziava che derivasse da amor proprio. Il suo esteriore era tanto ben diretto, che l’acconciamento del suo corpo era la pittura dell’anima sua e un modello perfetto di tutte le virtù. La sua carità per il prossimo non conosceva limiti. Faceva lunghi digiuni, e sceglieva per nutrimento non quello che poteva lusingare la sensualità ma ciò che bastava a sostentare la natura. Consacrava agli esercizi di devozione le ore destinate al sonno; non usciva che per recarsi al tempio, e sempre in compagnia dei suoi genitori ». – E noi tutti, cristiani, qualunque sia l’età nostra o la nostra condizione, rallegriamoci con Maria bambina per essere nata sì santa, sì cara a Dio, sì piena di ogni grazia. Rallegriamoci non solo a riguardo di Lei, ma anche per noi medesimi, perché la grazia ch’Ella recò nel mondo non è meno per noi che per Lei. Temiamo qual grande sventura il perdere la fiducia e la devozione in Maria, perché Ella è il canale di tutte le grazie. Quando Oloferne volle impadronirsi di Betulia, incominciò da chiuderne gli acquedotti. Quando il demonio vuole entrare in un’anima, cerca subito di toglierle la devozione a Maria, ben persuaso che intercettato il veicolo delle grazie, quell’anima perderà ben presto la luce, il timor di Dio, e finalmente la salute eterna. Perciò, qualunque sia lo stato dell’anima nostra, qualunque sia il numero e l’enormità delle nostre offese, ricorriamo a Maria, rifugio dei peccatori i più abbandonati; essa ci porgerà una mano soccorritrice, ci salverà dal profondo delle miserie. Facciamo dunque salire verso Lei quella preghiera, alla quale il suo cuore non può resistere: Rammentati, Vergine pia, ecc. Memorare, o piissima Virgo Maria, etc.

III. Esempio. — Fa egli d’uopo rammentare quel fatto divenuto sì celebre, e che solo basterebbe, anche la testimonianza di tutti i secoli, a stabilire la nostra fiducia in Maria nei nostri maggiori bisogni, come l’ancora tiene il naviglio in mezzo alle tempeste? Al tempo di Luigi XIII viveva in Parigi un prete chiamato Bernardo o il povero prete. Egli aveva consacrato le proprie sostanze ai poveri, e la propria vita e la propria compassione a quegli sventurati che la giustizia percuote con la sua punizione. Ora accadde che un reo, condannato ad essere mazzolato, non voleva udir parlare di confessione. Questa nuova fu portata al povero prete, che immediatamente si recò alle prigioni, e fattosi condurre al carcere del prigioniero lo saluta, lo abbraccia,lo esorta, gli suggerisce sentimenti di fiducia, lo minaccia dell’ira di Dio. Ma tutto ciò non produce effetto; che il reo neppur degnavasi guardarlo e sembrava sordo a quanto venivagli detto. Il confessore Io prega a volere almeno recitare una preghiera brevissima alla santa Vergine, che egli protestava non aver mai recitata senza essere esaudito nelle proprie domande. – Il prigioniero con atto di disprezzo ricusa di dirla, e il buon sacerdote la recita per l’intero egli stesso; ma vedendo che il peccatore ostinato neppure aveva voluto aprir bocca, la sua carità lo vince, il suo zelo lo inspira, e ponendo alla bocca dell’ostinato una copia di quella orazione che portava sempre seco, fa forza per ficcargliela dentro, dicendo: Mangiala, poiché non vuoi leggerla. Il reo, costretto dai ceppi e non potendo sottrarsi a tanta importunità, promise anche per liberarsene di recitare la preghiera. Bernardo s’inginocchia con lui, ricomincia l’orazione (Memorare), e il prigioniero non appena ebbe pronunziato le prime parole si sentì tutto mutato. Un torrente di lacrime scorse dai suoi occhi, e pregò il prete a dargli il tempo di prepararsi alla confessione: e siccome ei ben rammentava i traviamenti della sua vita, nell’amarezza del suo cuore fu sì colpito dalla considerazione dei suoi peccati e dalla grandezza delle divine misericordie, che spirò di dolore all’istante. – Apprendiamo da questo esempio quanto la protezione di quella che la Chiesa chiama il rifugio dei peccatori può essere utile a coloro che la invocano con fiducia; e rammentiamoci sempre che l’imitazione delle virtù della Madre nostra ci renderà meritevoli dei suoi favori.

 

UN MEZZO DI SALVEZZA SUGGERITO DA FATIMA

UN MEZZO DI SALVEZZA

SUGGERITO DA FATIMA

[Attualità di Fatima, Città della Pieve, 1953]

  Chi legge la storia delle Apparizioni di Fatima non può non restare colpito dall’insistenza, con la quale la Beata Vergine raccomanda ai tre Pastorelli, e per essi a tutti i cristiani, la recita quotidiana del Santo Rosario. La Madre di Dio sei volte si mostra a Lucia, Giacinta e Francesco e tutte e sei le volte termina il suo colloquio con i fortunati Fanciulli con la raccomandazione della recita del Rosario, come di cosa graditissima al Suo Cuore Immacolato e come strumento adatto a ottenere la conversione dei peccatori, la pace del mondo e il trionfo della Chiesa. – Sinceramente, non potremmo attenderci una più alta autorevole ratifica di questa devozione, che la tradizione fa risalire a S. Domenico.

TESTIMONIANZA DELLA STORIA

Documenti diretti e precisi, in base ai quali si possa incontestabilmente provare che S. Domenico sia l’autore del Rosario, non ce ne sono. Tuttavia la tradizione non è priva di fondamento e può vantare il consenso di molti Pontefici, cioè di:

Alessandro VI (« lllius qui» del 13 giugno 1495),

Leone X (« Pastoris Æterni» del 6 ottobre 1520),

Pio V (« Consueverunt » del 17 settembre 1569),

Gregorio XIII (« Monet Apostolus » del 1° aprile 1573)„

Sisto V (« Dum ineffabilia » del 30 gennaio 1586),

Gregorio XIV (« Apostolicæ, servitutis » del 25 settembre 1591),

Clemente VIII (« Cura Beatus Dominicus » del 22 novembre 1592) ,

Alessandro VII (« Cum sicut accepimus » del 15 novembre 1657, e dell’ll maggio 1663. ),

Clemente IX (« Cum sicut accepimus » dell’ll marzo 1669),

Clemente X (« Cum sicut accepimus» del 7 febbraio 1676),

Innocenzo XI (« Cum sicut accepimus» del 17 febbraio 1683),

Benedetto XIII (« Cum sicut accepimus» del 19 gennaio 1726

                e « Pretiosus » del 26 maggio 1727),

Benedetto XIV (« Cum sicut accepimus» del 17 dicembre 1753),

Clemente XIII (« Cum sicut accepimus » del 21 agosto 1767),

Clemente XIV (« Ex poni Nobis » del 9 novembre 1770 e «Cum

                 sicut accepimus » del 4 settembre 1774),

Pio VI (« Cum sicut accepimus» del 26 aprile 1786),

Pio VII (« Ad augendam fidelium » del 16 febbraio 1808),

Pio IX ( « Postquam Deo manente» del 12 aprile 1867;

             « Egregiis sui Ordinis » del 3 dicembre 1869 e

             « Proditum est » dell’8 febbraio 1875),

Leone XIII (In quasi tutti i documenti dedicati al Rosario),

Benedetto XV (Lettera «In cœtu sodalium » del 29 ottobre 1916 ed

                 Enciclica «Fausto appetente» del 29 giugno 1921) e

Pio XI (Lettera « Inclytam ac perillustrem » del 6 marzo 1934 ed

               Enciclica « Ingravescentibus » del 15 settembre 1937).

Papa Sisto IV (Ea quæ ex fidelium » del 12 maggio 1479) afferma che la pratica del Rosario anticamente era diffusa nelle diverse parti del mondo, e che, caduta in disuso, era stata da qualche tempo ripristinata. Era stato un domenicano, Alano de la Roche, a risuscitare la devozione del Rosario, e dotato come era di una grande facondia e di una eminente santità di vita, aveva saputo suscitare un immenso entusiasmo nelle Fiandre, nella Bretagna e nell’Olanda. Tanto era l’affollamento nelle Chiese domenicane per la recita del Rosario, che i Parroci se ne allarmarono, vedendo non più frequentare le loro Chiese. I Pontefici tuttavia dichiararono il Rosario « rito di pregare pio e devoto » (Sisto IV, ibid.), « metodo di preghiera facile e accessibile a tutti » (Pio V: « Consueverunt » del 17 settembre 1569), « piissimo modo di pregare » (Gregorio XIII: «Monet Apostolus » del 1° giugno 1573), che S. Domenico istituì per ispirazione del Signore (Alessandro VI: « Illìus qui» del 13 giugno 1495: Sisto V: «Dum ineffabilia » del 30 gennaio 1586: Clemente VIII: « Cum Beatus Dominicus » del 22 novembre 1593 e Pio IX: « Postquam Deo manente » del 12 aprile 1867). Non solo; ma molti Papi hanno dichiarato il Rosario potente arma contro le eresie e i vizi (Pio V: «Consueverunt» del 17 settembre 1569: Pio IX: « Postquam Deo manente » del 12 aprile 1867; « Egregiis sui Ordinis » del 3 dicembre 1869; Leone XIII: in quasi tutte le Encicliche e i documenti sul Rosario); presidio e difesa contro tutti i nemici; mezzo efficace di santificazione (Pio IX: «Præsidium opportunissimum praesentibus malis » (Lettera « Proditum est » dell’8 febbraio 1875). Clemente VII (« Etsi temporalium » dell’8 maggio 1534) non esita ad asserire che per il Rosario tanto i chierici che i laici, come gli uomini così le donne sono giunti a tanto fervore che Dio e la Beata Vergine li hanno voluti ricompensare non solo con grazie abbondanti, ma anche con moltissimi miracoli e portenti. S. Pio V proclama che i fedeli accesi dalle meditazioni e infiammati dalle preghiere del Rosario si sono sentiti spiritualmente trasformati (« Consueverunt » del 17 settembre 1569). E’ bello notare che non solo i Papi dei secoli passati, ma anche i Pontefici dei nuovi tempi hanno solennemente attestato l’efficacia soprannaturale del Rosario per la santificazione delle anime, per la repressione delle eresie e dei vizi, e per la pacificazione del mondo. Non possiamo non tener conto di queste testimonianze, che vengono dai supremi Maestri della fede e con gioia constatiamo la perfetta concordanza del pensiero tradizionale dei Vicari di Cristo con il Messaggio rosariano di Fatima.Certamente la parola dei Pontefici Romani non ha bisogno di essere confermata da interventi soprannaturali, almeno per i cattolici, ai qual i basta la promessa che Gesù un giorno fece a Pietro: « Qualunque cosa tu avrai legato in terra, sarà legato anche nel cielo; e qualunque cosa tu avrai sciolto in terra, sarà sciolto anche in cielo » (Matt. XVI, 19); nondimeno un intervento soprannaturale varrà sempre a rinforzare la fede dei deboli e dissipare le dubbiezze degli incerti. Così a Lourdes la Beata Vergine, proclamandosi l’Immacolata Concezione, confermò non il dogma, che era stato definito quattro anni prima, ma la fede soggettiva dei cristiani. Non altrimenti a Fatima per la devozione del Santo Rosario e per la sua potenzialità in ordine al bene delle anime e della società. Chi vorrà fare il sordo alla voce del Papa, ascolti almeno il monito e l’esortazione della Madre Celeste.La storia del Rosario, confusa e frammentaria fino a metà del secolo XV, può vantare una documentazione certa e solida da quando il Beato Alano si fece ripristinatore di questa devozione e da quando il grande Papa francescano, Sisto IV, con bolla del 30 maggio 1478 « Pastoris æterni », approvando la confraternita « de Rosario Beatæ Virginis Mariæ nuncupata », eretta nella Chiesa dei Domenicani di Colonia, lo introdusse ufficialmente nella Chiesa.La Divina Provvidenza aveva riservato all’Ordine Domenicano il privilegio singolare di suscitare una simile devozione e di propagandarla con incredibile zelo nel mondo; ma aveva anche riservato all’Ordine di S. Francesco il privilegio grande di presentarlo alla Chiesa con l’autorità di un Papa, tratto dal suo seno. Da allora il Rosario, come dirà in seguito Leone XIII («Octobri mense» del 22 settembre 1891), è divenuto la tessera della fede. Il vero cristiano lo si riconosce più facilmente dalla corona del Rosario, che porta in tasca, che da qualsiasi altra manifestazione esterna.

SALTERIO MARIANO

La più completa ed esatta definizione del Rosario ce la dà il Breviario, nella quinta lezione della festa della Madonna del Rosario. « II Rosario o Salterio è una sacra formula di pregare Iddio in onore della Beata Maria; mediante la quale, in quindici decadi di Salutazione angelica, intermezzate da un Pater, si contemplano con pie meditazioni i quindici principali misteri della Redenzione umana » (« Est autem Rosarium sive Psalterium, sacra quædam formula precandi Deum in honorem Beatæ Mariæ: qua per quindecim salutationis angelicæ decades interiecta singulis Oratione Dominica, quindecim præcipua Redemptionis humanæ mysteria piis meditationihus percensentur »).Orazione vocale e orazione mentale insieme: qui è l’essenza del Rosario. Per la verità, benché sia assodato che la meditazione dei misteri fosse in uso fin dai tempi almeno del Beato Alano, tuttavia, salvo errore, nei documenti pontifici la prima volta ne è fatta menzione nella bolla di S. Pio V, « Consueverunt » del 17 Settembre 1569. Il contesto fa comprendere che essa fosse già praticata dai Rosarianti; ma è la prima volta, ripeto, che l’autorità suprema della Chiesa dichiara che la meditazione dei misteri fa parte integrante del Rosario. Si dovrà giungere nondimeno a Benedetto XIII (Decr. della S. C. delle Indulgenze del 13 agosto 1726) per sapere che la meditazione dei misteri è necessaria per lucrare le indulgenze annesse a questa devozione, benché lo stesso Pontefice dichiari (Ibid. e Costituzione Apostolica « Pretiosus » del 26 maggio 1727) anche che i fedeli, che per la loro ignoranza non sapessero meditare i misteri della vita del Redentore, possano egualmente guadagnare le sante indulgenze, meditando i Novissimi od altre pie cose. L a S. C. delle Indulgenze confermò la disposizione di Benedetto XIII in un Rescritto del 1 Luglio 1839. Leone XIII nella Costituzione Apostolica « Ubi primum » del 2 Ottobre 1898, dice che agli Ascritti alla Confraternita del Rosario è imposto l’obbligo di recitare nel corso della settimana il Rosario « cum quindecim mysteriorum meditatione». E’ chiaro dunque che per aversi il vero Rosario debbono concorrere questi due elementi: la recita delle Ave Maria e dei Pater e la meditazione dei misteri. – L’uso della corona è necessario perché si abbia il Rosario? Rispondiamo subito di no! La corona è semplicemente uno strumento adottato per rendere più ordinata e regolare la recita del Rosario. Essa oggi è divenuta il simbolo di questa devozione mariana e la Vergine Santa tanto a Lourdes che a Fatima è apparsa tenendo in mano la corona. L’uso di contare i Pater e le Ave con dei grani infilati nello spago è antecedente all’istituzione del Rosario. I Rosarianti lo adottarono fin dagli inizi, tanto è vero che, come rileviamo da una Bolla di Innocenzo VIII del 26 Febbraio 1491 e da un’altra di Alessandro VI del 13 giugno 1495, la Confraternita del Rosario era chiamata anche « de Capelleto », dal francese « chapelet », corrispondente all’italiano « corona ». Più tardi fu annessa l’indulgenza alla corona stessa; onde oggi dobbiamo distinguere le indulgenze, di cui è arricchito il Rosario come tale, dalle indulgenze legate alla corona. Per lucrare le prime non occorre l’uso della corona, benedetta o no; mentre usandosi la corona benedetta da cui ne abbia facoltà, si guadagneranno in più le indulgenze che i Sommi Pontefici hanno voluto annettere al pio strumento.

SCUOLA DI SAPIENZA

Abbiamo riportato sopra la testimonianza altissima di alcuni Papi circa gli effetti di santità, che la devozione del Rosario produce nelle anime. Addentrarsi in una profonda analisi sul valore spirituale di questa regina delle devozioni mariane è compito del teologo. Noi, senza la pretesa di fare una trattazione esauriente, ci sentiamo in dovere di esaminare questo lato, d’altronde importantissimo, del Rosario. Affermiamo innanzi tutto che il Rosario è una scuola, in cui è Maestra Maria, la Madre di Dio. Maria insegna che punto di arrivo di ognuno che tende alla perfezione è l’amore di Dio. Amare Dio con tutte le nostre forze, ecco il termine di ogni nostra attività interiore ed esteriore. Il punto di partenza è la fuga del peccato, la repressione delle passioni disordinate, la mortificazione dei sensi. Man mano che l’anima si scosta dalle cose terrene, avanzerà nella conoscenza e nel desiderio di possedere le cose celesti, fino a raggiungere quella perfetta unione con Dio, in cui solo l’uomo può trovare la sua pace e il suo riposo. S. Tommaso ha scritto: « Hoc præcipue in oratione petendum est, ut Deo uniamur » (Summ. Theol. II II. q. 83, a. 1, ad 2). Pregando col Rosario è Maria che ci guida, quasi tenendoci per mano, a Dio, e c’insegna come dobbiamo unirci a Lui e con la sua intercessione ci ottiene la grazia dell’unione. L’a nima si unisce a Dio mediante la carità, da cui sgorgano i doni dello Spirito Santo. Tra i doni dello Spirito Santo quello che più direttamente unisce l’anima a Dio è, secondo S. Tommaso (Ib. q. 45, a. 3. ad 1), l a Sapienza, che, secondo lo stesso Dottore (Ib. q. 9, a. 2) è « cognitio divinarum rerum ». Questo altissimo dono innanzi tutto eleva l’anima alla contemplazione delle verità della fede e poi muove gli affetti del cuore. « Per sapientiam dirigitur et hominis intellectus et hominis affectus » (Ib. I II, q. 68, a. 4, ad. 5); onde essa è insieme speculativa e pratica (Ib. II II, q. 45, a. 3).Ho creduto necessario premettere questi brevissimi elementi sul dono della Sapienza, per poter affermare che intanto la recita del Rosario ha così potente influenza in ordine alla santificazione delle anime e, conseguentemente, alla loro unione con Dio, in quanto è nel Rosario che il dono della Sapienza esercita la sua dolce e penetrante azione.Per spiegare questa mia asserzione, debbo rifarmi ancora una volta alla dottrina dell’Angelico Dottore. Sappiamo da S. Luca come la Beata Vergine conservasse nel suo cuore il ricordo degli avvenimenti, che distinsero la nascita di Gesù e la Sua infanzia. Due volte S. Luca rende a Maria questa preziosa testimonianza. Difatti l’Evangelista, dopo di aver narrato l’adorazione dei pastori a Betlemme, soggiunge: « Maria autem conservabat omnia verba hæc, conferens in corde suo » (II, 19). Più sotto, raccontato lo smarrimento di Gesù e il suo ritrovamento nel tempio, chiude : « Et Mater eius conservabat omnia verba hæc in corde suo » (II, 51) . Nella prima testimonianza, c’è quel « conferens in corde suo », che è di un valore incalcolabile. Esso ci dice come Maria dei misteri dell’Infanzia del Suo Figlio Divino facesse continua meditazione. E’ il Rosario in embrione! Da questo particolare S. Tommaso deduce che nella S. Vergine ci fu in modo eminente il dono della Sapienza. Scrive il S. Dottore: « Non c’è alcun dubbio che la Beata Vergine abbia ricevuto in modo eccellente il dono della sapienza, di cui ebbe l’uso nella contemplazione, secondo che scrive Luca: « Maria autem conservabat omnia verba hæc conferens in corde suo » ( Ib. III, q. 27, a. 5, ad 3). E’ evidente che, secondo S. Tommaso, la Vergine Santissima esercitò il dono della sapienza, meditando e contemplando i misteri della vita di Gesù. Possiamo ragionevolmente ritenere che Maria per tutta la sua vita abbia concentrato le sue meditazioni su questi soggetti, a Lei carissimi, sia perché riguardavano Gesù, sia perché in molti di essi. Ella medesima aveva avuto una parte non trascurabile. Alla luce della fede e della teologia noi crediamo alla decisiva importanza dei doni dello Spirito Santo in ordine alla elevazione e alla santificazione delle anime. Riteniamo che questi divini doni — e sopratutto il primo — hanno modo di svolgere la loro azione segreta, lenta e costante nelle anime che, alla scuola di Maria, contemplano i misteri della nostra Redenzione. L’esperienza del mistero sacerdotale spesso ci ha dato la consolazione di trovarci di fronte ad anime dotate di grandi virtù cristiane; anime che in mezzo al turbinìo delle passioni giovanili, hanno saputo conservare pura e intatta la loro fede, o che, dopo un più o meno lungo periodo di sbandamento, hanno ritrovato la « diritta via » e si sono avviate verso la santità. Con gioia abbiamo constatato sempre che due elementi sono stati decisivi per queste anime: la Comunione frequente e la recita quotidiana del Rosario. Abbiamo conosciuto anche anime semplici, illetterate, eppure dotate di un profondo senso di penetrazione nelle cose della Religione. Nel Rosario avevano trovato la fonte della loro sapienza! – Acutamente Leone XIII ha avvicinato il Rosario alla Somma Teologica, lodando i Domenicani che con queste due istituzioni hanno operato grandi cose « ad salutem et doctrìnam chrìstiani populi » (Lettera al maestro Gen. O. P. del 20 sett. 1892).

SEGRETO DI VITTORIA

Mi viene alla mente la profonda sentenza di S. Agostino: – Qui recte novit orare, recte novit vìvere – (In Ps. CXVIII.). Di qui inferisco che colui che prega col Rosario, prega bene; onde è impossibile che non viva bene. D’altronde il dono della Sapienza, che, sulle orme dell’Angelico Dottore, ho ammesso pure prevalentemente operante nell’anima di chi recita il Rosario, secondo lo stesso Dottore — l’ho citato sopra — è insieme speculativo e pratico e dirige non solo l’intelletto, ma anche l’affetto dell’uomo. – E come potrà vivere nel peccato, chi assiduamente medita sulla vita di Gesù Cristo e della Sua Madre Santissima? I misteri gaudiosi susciteranno nel cuore del cristiano il disprezzo dei beni terreni e accenderanno il desiderio dei celesti; i misteri dolorosi indurranno alla nausea e alla fuga dei più vili piaceri, infondendo la gioia del più delicato rispetto al proprio corpo, in quanto è, come dice S. Paolo, « tempio dello Spirito Santo » (1 Cor. III, 16-17; VI, 19); in ultimo, i misteri gloriosi, sollevando la mente alla visione dei trionfi immortali di Gesù e Maria, faranno comprendere il beneficio del dolore e delle lacrime e l’inanità di quella gloria mondana, che è come « eco di tromba, che si perde a valle » (Carducci, La Chiesa di Polenta).Si sa come l’uomo è continuamente insidiato dalle tre tentazioni, che lo stesso Figlio di Dio volle sperimentare nel deserto, benché senza il minimo pericolo per Lui e che l’apostolo S. Giovanni ha indicato e identificato nella concupiscenza degli occhi, nella concupiscenza della carne e nella superbia della vita (1 Giov. II, 16). E simili tentazioni se vincono gli individui assaliranno anche le collettività, perché la collettività non è altro che la raccolta di più individui, i quali, se saranno buoni, costituiranno una collettività buona, se cattivi, cattiva.Geneticamente abbiamo prima l’individuo, poi la famiglia, poi la nazione, poi l’umanità tutta. Risanare l’individuo è il primo passo verso quel rinnovamento della società, che tutti invocano, perché a tutti appare necessario e urgente, se si vuole ancora salvare il nostro patrimonio di millenaria civiltà.Il Rosario, come abbiamo visto, potrà giovare molto al risanamento e al rinnovamento degli individui, attraverso i quali farà giungere i suoi benefici effetti alla collettività. Per questa ragione i Papi di oggi, come quelli del 400 o 500, fanno appello al Rosario come a mezzo di salute, e la Vergine Maria, come a Lourdes così a Fatima, indica nel Rosario l’arma per vincere i nemici della Chiesa e dell’umanità. I profani, i cristiani deboli, i nemici, forse ci accuseranno di semplicismo, se in tanto sfoggio di erudizione moderna, in tanto apparato di potenza, in tanto tramestio di politici, diplomatici, giuristi e studiosi di problemi atomici, noi, con serenità di spirito, docili alle esortazioni dei Pontefici e accogliendo il Messaggio Mariano di Fatima, ci appigliamo a quell’umile e fragile tavola di salvezza, che è il Rosario. « Questa è la vittoria sul mondo, la nostra fede » (1 Giov. V, 4), ammonisce l’Apostolo S. Giovanni e noi crediamo a questa parola, perché viene da Dio, e perché è stata collaudata da venti secoli di storia. La fede viene alimentata stupendamente dal Rosario; onde non può mancare la vittoria a chi sa sgranare questa benedetta corona, col cuore sollevato a Dio e lo sguardo fisso in Colei, che è l’aiuto dei cristiani. Nella storia del Rosario leggo che si attribuiscono a questa devozione ben ventotto grandi vittorie contro i nemici armati della fede e della civiltà cristiana, tra cui le più famose sono quelladi Muret contro gli Aìbigesi nel 1212 e quella di Lepanto contro i Turchi nel 1571. Ma chi potrà contare le vittorie riportate dal Rosario contro i nemici dottrinali della Chiesa? Quante eresie compresse, quanti scismi sanati, quanta miscredenza eliminata! – Contro l’invadenza del neo paganesimo, si chiami nazismo o si chiami comunismo, i due ultimi Papi ripetutamente hanno indicato nel Rosario l’arma di vittoria e la rocca di salvezza. Pio XI emanò una enciclica il 29 settembre 1937, e Pio XII, felicemente regnante, ne emanò un’altra il 15 Settembre 1951, senza ricordare tutte le esortazioni, che questo grande Pontefice, a voce, nei Suoi sapienti discorsi, indirizza alle varie categorie di fedeli, che si recano a venerarlo da tutte le parti del mondo. – Come rispondono i cattolici alla voce dei Papi e al Messaggio di Maria?

LA CONFRATERNITA DEL ROSARIO E LE SUE PROPAGGINI

Il Rosario ha una particolare organizzazione che ha giovato molto alla sua diffusione e al suo incremento. –  Prima, in ordine di tempo e in ordine d’importanza, è la CONFRATERNITA. Essa è antichissima. La bolla di Sisto IV del 1478, che sopra abbiamo citata, ha lo scopo di confermare e arricchire di favori spirituali la Confraternita del Rosario, stabilita nella Chiesa dei Domenicani di Colonia. Da Sisto IV a Leone XIII non c’è Pontefice che non abbia largito nuove indulgenze alle Confraternite, o non ne abbia confermate le già concesse. – A ridare vita e spirito a questa Confraternita Leone XIII dedicò la sua enciclica Rosariana « Lætitiæ sanctæ » del 1893 e le diede nuova sistemazione con la Costituzione Apostolica « Ubi primum » del 2 Ottobre 1898. – L’erezione canonica di questa Confraternita, fin dai tempi di Pio V, è riservata al Generale dei Domenicani. I Confratelli assumono l’obbligo particolare di recitare il Rosario intero ogni settimana. Quanti degli odierni Ascritti alle Confraternite del Rosario conoscono questo dovere e quanti, conoscendolo, lo adempiano? Non credo di esagerare, asserendo che la Confraternita del Rosario è la più ricca d’indulgenze e di favori spirituali. Perché e stata sempre la più favorita dai Vicari di Gesù Cristo (L’elenco delle Indulgenze e dei favori spirituali concessi dalla S. Sede alla Confraternita del Rosario è stato recentemente (2 gennaio 1953) aggiornato e approvato dalla S. C. dei Riti (Cfr. Analecta S.O.P., vol. XXXI, 1953, pag. 39 ss.). E’ da augurarsi che sacerdoti e laici veramente cattolici vogliano adoperarsi a ricondurre le Confraternite del Rosario al loro vero spirito, che non è certamente quello di organizzare accompagnamenti funebri e commerciare in loculi cimiteriali. Tornando alle origini, le Confraternite risponderanno in pieno agli appelli dei Romani Pontefici e attueranno il pio desiderio della Madre celeste. Appendice nobile e veramente operante della Confraternita è il cosiddetto ROSARIO PERPETUO, chiamato da Leone XIII « pulcherrima in Sanctissimam Matrem pietatis manifestatio » (Encicl. « Augustissimæ Virginis » del 12 settembre 1897).Istitutore del Rosario Perpetuo, secondo le maggiori probabilità storiche, sarebbe stato il ven. Timoteo Ricci (+1643), domenicano fiorentino. Questa pia pratica consiste nella recita ininterrotta del Rosario, fatta dagli Ascritti ad un’ora per ciascuno determinata, di giorno e di notte, in modo che non vi sia mai un istante nella Chiesa, in cui non si elevi al trono di Maria il profumo di queste mistiche rose, fiorenti nel cuore dei suoi figli migliori. – Nato nel 1635, il Rosario Perpetuo si diffuse con prodigiosa rapidità e Papa Alessandro VII nel 1656 concesse l’indigenza plenaria ai fedeli, che praticassero l’Ora del Rosario Perpetuo, indulgenza in seguito rinnovata e confermata dai Pontefici Clemente X (« Ad augendam » del 17 febbraio 1676), Innocenzo XI (Lettera del 17 febbraio 1683), Clemente XI: ((53) Lettera del 14 novembre 1710), Innocenzo XIII (Lettera del 3 agosto 1723.), Clemente XII (Lettera del 20 maggio 1737) , Pio VI (Lettera del 17 dicembre 1779, e del 13 maggio 1786) , e Pio VII (Lettera del 16 febbrai.. I808).Con la Rivoluzione Francese e con i sovvertimenti sociali e politici, che ne seguirono, il Rosario Perpetuo decadde, ma Pio IX, con breve apostolico del 12 Aprile 1867 « Postquam monente Deo », lo ripristinò, arricchendolo di nuove Indulgenze. Per quanto mi risulta, il titolo di Rosario Perpetuo ufficialmente in un documento pontificio viene usato la prima volta da Pio IX, nel Breve or ora citato.Dal 1867 la pratica del Rosario Perpetuo ha reclutato milioni di fedeli, che in tutto il mondo, senza interruzione, sgranano ai piedi di Maria la loro corona. Leone XIII volle onorare del Suo grande nome l’Associazione del Rosario Perpetuo, obbligandosi a tenere la Sua Ora di Guardia dalle 10 alle 11 di sera in ciascun primo giorno del mese. Un’altra appendice della Confraternita del Rosario è il così detto ROSARIO VIVENTE. Ne fu Autrice, verso l’anno 1826, la signorina Paolina Maria Jaricot, di Lione. Il Rosario Vivente è un’Associazione in cui gli Ascritti vengono divisi in gruppi di quindici; ogni gruppo è presieduto da uno Zelatore o Zelatrice. che ha il compito di assegnare, al principio del mese, uno dei quindici misteri a ciascun Ascritto. Questi si obbliga a recitare ogni giorno una posta di Rosario, meditando il mistero assegnatogli. In tal modo la recita quotidiana del Rosario intero diviene un atto della collettività, cioè del Gruppo. Il Rosario Vivente ebbe una diffusione rapidissima, diremmo prodigiosa. Dopo appena sei anni di vita, fu approvato e raccomandato da Papa Gregorio XVI (Costit. Ap. « Benedicentes Domino» del 27 gennaio 1832), che lo arricchì di sante indulgenze e che dopo quel primo atto, onorò l’istituzione di ben altri quattro importanti documenti (Lettera ai RR. Betemps di Lione e Marduel di Parigi , del 2 febbraio 1832; Lettera al R. Betemps, del 13 aprile 1833; Lettera a Paolina Maria Jaricot, Fondatrice del Rosario Vivente, del 13 aprile 1833; Lettera alla medesima, del 21 febbraio 1835), volti a esaltare e incoraggiare la nuova forma di questa devozione mariana. Pio IX, seguendo le orme del Suo venerabile Predecessore, accordò anche lui la sua alta protezione a questo nuovo germoglio del Rosario, confermando le indulgenze di Gregorio XVI (Lettera Apost. del 12 agosto 1862) e mettendo l’Associazione sotto la giurisdizione dell’Ordine Domenicano (Cost. Apost. « Quod iure hereditario » del 17 agosto 1877), a cui per diritto ereditario, riconosciutogli dai Sommi Pontefici, spetta regolare e dirigere la propaganda del Rosario, sotto qualunque forma. Una pagina simpatica nella storia del Rosario Vivente l’ha scritta e la scrive tuttora la bianca Legione dei Piccoli Rosarianti, sorta nel 1904 in Francia, trapiantata nel 1909 in Italia e ormai diffusa i n tutto il mondo cattolico. Questa « puerile decus », che graziosamente circonda il trono della Regina degli Angeli, ha avuto il suo particolare altissimo riconoscimento dalla Sede Apostolica, quando Benedetto X V , con decreto della Suprema Sacra Congregazione del S. Ufficio – Sezione Indulgenze – del 18 Marzo 1915, concedeva ai Fanciulli della Bianca Legione indulgenze particolari, oltre quelle di cui gode il Rosario Vivente (Analeeta S. O. Fratrum Prædicatorum, 1915. pag. 61).

PRATICHE ROSARIANE

In connessione con la devozione del Rosario accenneremo a qualche pia pratica, sorta nella Chiesa. Innanzi tutto ricordiamo la preparazione che i fedeli sogliono fare alla festa del Rosario con i così detti QUINDICI SABATI. Quindici, perché tale è il numero dei misteri rosariani, e Sabati, perché si sa che fin dal medio evo questo giorno fu dedicato in modo particolare al culto della Beata Vergine, poiché, tra le altre ragioni addotte da Umberto de Romanis ( De Vita Regulari, voi. II, pag. 72, a cura del P. Berthier, 1888), « in sabbato completum est opus creationis sive naturæ: in ipsa (Maria) vero completum est opus recreationis, sive gratiæ ». – L’origine dei XV Sabati risale al secolo XVII, cioè alla vittoria riportata dal re di Francia Luigi XIII a La Rochelle, contro gli Ugonotti. I primi a praticare questo pio Esercizio, stando alle più accreditate notizie giunte fino a noi, furono i Domenicani di Tolosa, imitati ben presto dai Domenicani di tutto il mondo e quindi dal Clero secolare e regolare indistintamente. Ha dato molto incremento a questa devozione la propaganda del Servo di Dio Bartolo Longo. L a S. Sede accordò subito il suo favore ai XV Sabati, concedento molte indulgenze. Allo stato attuale, è concessa l’indulgenza plenaria per ciascun Sabato, purché il fedele si confessi, si comunichi e reciti almeno una terza parte del Rosario. Inoltre, per comodità dei cristiani, al posto dei XV Sabati si possono fare altrettante Domeniche, alle stesse condizioni e con gli stessi benefici spirituali; in ultimo il pio Esercizio dei XV Sabati lo si può fare in qualunque tempo dell’anno, e perciò non esclusivamente in preparazione alla festa del Rosario (Cfr. Preces et Pia Opera inlulgentiis ditata, edita dalla S. Penitenzieria Apostolica, al n. 362). Un’altra pia pratica, tanto raccomandata dai Sommi Pontefici, è quella del mese di OTTOBRE DEDICATO ALLA MADONNA DEL ROSARIO. Ad iniziare questo pio Esercizio furono i domenicani, in ricordo della battaglia di Lepanto, che avvenne il 7 Ottobre 1571. Fino a Pio IX nessuna speciale indulgenza era stata concessa ai fedeli che lo praticassero. Questo Pontefice, accogliendo una supplica del P. Giuseppe Moran, domenicano spagnolo, nel 1868 concesse l’indulgenza di sette anni e sette quarantene ai fedeli, per ogni volta che assistessero alla funzione del mese di Ottobre in onore della Madonna del Rosario, e plenaria alla fine del mese per quanti avessero seguito la pia pratica per l’intero mese. Leone XIII, con l’enciclica « Supremi Apostolatus » del 1° Settembre 1883, estese l’obbligo del mese di Ottobre alle chiese parrocchiali della Cristianità, obbligo che confermò l’anno seguente con l’enciclica « Superiore Anno » del 30 Agosto 1884. Un decreto della S. C. delle Indulgenze, del 31 Agosto 1885, fissa le norme del mese di Ottobre e ne determina i favori spirituali, che sono tuttora vigenti, per quanto l’obbligo delle funzioni da tenersi nelle Parrocchie sia cessato dopo la conclusione dei Patti Lateranensi, essendo venuto a mancare il motivo principale, che aveva indotto Papa Leone XIII a ordinare la pratica del mese di Ottobre. Un’altra pia pratica del Rosario è la solenne Processione, che le Confraternite dovrebbero fare nella prima domenica di Ottobre, a ricordo della vittoria di Lepanto. I Domenicani, per privilegio apostolico (Benedetto XIII « In supremo» del 1° aprile 1725 e « Pretiosus » del 26 maggio 1727; Clemente XII « Cum sicut accepimus » del 10 aprile 1733), possono fare la processione in detto giorno « ingrediendo limites cuiuscumque parochiæ, ordinarli licentia minime requisita et absque licentia Parochi » (Benedetto XIII. ibid). Papa Leone XIII annette molta importanza a questa « Processione » e nelle Sue encicliche « Supremi Apostolatus » e « Superiore Anno », più volte ricordate, esorta i fedeli a intervenire a un simile atto di pietà mariana, con spirito di preghiera e di penitenza. Abbiamo brevemente ricordato le Istituzioni Rosariane, che sono sorte nella Chiesa, da  quando il Rosario si è diffuso tra i fedeli (Per più ampie notizie, vedere l’eccellente opera del P. Ludovico Fanfani O.P. « De Rosario B. M. Virginis » (Marietti, 1930). Anche oggi, possiamo ammetterlo con certezza, sono milioni di anime, sparse in ogni parte della terra, che quotidianamente recitano il Rosario, per il trionfo della Chiesa, per la conversione dei peccatori, per la pace del mondo, per il benessere di tutta l’umanità. – Né i tempi nuovi, pur essendo saturi di miscredenza e di scetticismo, hanno affievolito l’ardore della preghiera rosariana, che anzi potremmo affermare, l’hanno incrementata, suggerendo forme nuove, più adatte all’indole e alle esigenze del secolo XX, e aumentandone, per conseguenza, l’efficacia spirituale e sociale.

TROVATE ROSARIANE

Anche la pietà ha le sue industrie, cioè quei ritrovati ingegnosi, che servono a far penetrare in un ambiente meno preparato o in un cuore refrattario, un raggio di fede, un alito di speranza e una scintilla di carità. La Sapienza di Dio che, secondo l’affermazione della Scrittura (Prov. VIII, 31), si diverte nel mondo — ludens in orbe terrarum — ispira Essa stessa queste industrie, che spesso ottengono degli effetti strabilianti. Pio IX (Bolla « Ineffabilis » dell’8 dicembre 1854) asserisce che molto opportunamente i Santi Padri applicano a Maria quanto dai Libri Santi viene detto della Sapienza. Onde le parole sopra riportate — « ludens in orbe terrarum » — le possiamo anche intendere, sia pure con senso accomodatizio, come riferentisi alla Madre di Dio. Anche Maria « si diverte nel mondo », mettendo in azione l’intelligenza e il cuore dei Suoi devoti.  Assistiamo a un consolante spettacolo, cioè a una ripresa rosariana generale nel mondo cattolico in conseguenza della diffusione del Messaggio recato da Maria a Fatima. Ovunque sorgono anime generose — anche in ambienti che ci sembrano negati e chiusi ermeticamente al soffio divino — che si dedicano alla propaganda di questa devozione mariana e collaborano attivamente con la Gerarchia della Chiesa.Parlerò in ultimo della Crociata del Rosario; ora voglio segnalare alcune « specialità » rosariane, che dimostrano lo spirito di adattamento alle esigenze dei nostri tempi, che distingue la devozione del Rosario. Quasi tutte queste « specialità » rappresentano un meraviglioso effetto della Crociata del Rosario, la quale ha infervorato tanti cuori di amore per la Madonna e sappiamo che l’amore ha una genialità tutta sua nell’escogitare mezzi e forme, intesi ad appagare i bisogni del cuore. Accenno a qualche iniziativa, che mi sembra più meritevole di rilievo. – Il Rosario radiofonico o radiotrasmesso è iniziativa dell’americano P. Patrizio Peyton. Ha avuto uno straordinario successo e ora ha acquistato un carattere internazionale. In parecchi paesi del mondo il Rosario ogni giorno viene radiotrasmesso. Gli Stati Uniti sono al primo posto, la Spagna al secondo. Diamo il posto d’onore all’America del Nord, perché in quella grande nazione sono ben 230 le Stazioni Radio che trasmettono il Rosario e di esse 100 lo trasmettono quotidianamente. E’ significativo che il P. Peyton i primi e i migliori collaboratori per questa Sua Crociata li abbia cercati e trovati a Hollywood, nell’ambiente più mondano che si possa immaginare. Scherzi della Madonna! Quanto al Rosario radiotrasmesso l’Italia forse occupa uno degli ultimi posti; ma già è in azione un’armata azzurra, che promuove petizioni e raccoglie firme per ottenere dalla R. A. I. la trasmissione quotidiana e sistematica del Rosario. Il P. Peyton ha inviato in Italia un’Ambasciatrice di Maria, la grande artista Miss Kety, per preparare i nostri artisti alle trasmissioni mariane radiofoniche. Auguriamo a Miss Kety il più lusinghiero successo della sua missione. – Come auguriamo ai promotori della iniziativa di riuscire nel bel tentativo di dotare il Santuario di Pompei di una Radio mariana, di una Radio che funzioni solo per lanciare alle quattro parti del mondo messaggi mariani, cioè messaggi di carità e di pace. C’è anche un Rosario telefonico, in vigore nella cattolica Spagna fin dal 1935. Quando fu lanciata l’idea del Rosario per telefono nella Patria di S. Domenico, ben 60 Centri telefonici aderirono. I telefonisti spagnoli s’impegnarono alla recita del Rosario per linea, quotidianamente, di buon mattino, alle ore 4,45, per non essere di disturbo agli utenti. In America, sempre feconda di trovate curiose, anche nel campo della pietà, è stato inventato in questi ultimi tempi nientemeno che il Rosario a orologeria. Se c’è un ordigno di morte a orologeria, perché non ci dev’essere con lo stesso sistema un congegno di vita e di salute, quale è il Rosario? così avrà ragionato il Sig. Damon M. Doherty di St. Cloud nel Minnesota. Non solo la necessità, ma anche l’amore aguzza l’ingegno! E d ecco il Sig. Doherty prendere un disco e sopra annotarci i quindici misteri del Rosario e disporvi in giro una corona autentica, piantare al centro due lancette, una delle quali segna i misteri e l’altra i grani della corona. C’è una suoneria, che dà il segnale alla fine di ogni decade. Tutto funziona… come un orologio. Nel centro del disco si possono leggere queste parole: « prega per la pace ». Un simile congegno è stato approvato dall’Autorità Ecclesiastica e può essere utile a chi vuol recitare il Rosario durante il lavoro. Tuttavia perché chi usasse questo sistema — e penso che esso potrebbe riuscire comodo, per es.: agli autisti — possa lucrare le indulgenze annesse alla corona, deve tenere indosso, in qualunque modo, la stessa corona, giusta il Decreto della S. Penitenzieria del 9 Novembre 1933. – Un buon autista ogni giorno in macchina recita il suo Rosario, assegnando una posta per ogni sosta e meditando sui misteri. E pare che gli affari gli vadano bene. E’ il Rosario in macchina o in veicolo! Quanti autisti e quanti vetturini possono imitare l’esempio di questo loro collega, attirando su di sé le benedizioni e lo sguardo compiacente della celeste Madre! Una curiosità rosariana? Eccola! A Birmingham in Inghilterra, durante la recente Crociata del Rosario, predicata dal celebre P. Peyton, fu benedetta una corona di 15 poste, lunga 6 metri. Essa era destinata alla Famiglia Poole, composta di padre, madre e 12 figli. In tal modo la numerosa famiglia potrà recitare il Rosario insieme con una sola corona, della quale ciascun membro reggerà una parte. Potrei continuare nella narrazione di simili spigolature, come potrei aggiungere episodi altamente significativi di quel fervore e di quell’entusiasmo, con cui i buoni cristiani hanno accolto il pressante invito della Vergine di Fatima a recitare ogni giorno il santo Rosario. Per suscitare tanto entusiastico fervore la Madonna ha dato vita alla cosi detta CROCIATA DEL ROSARIO.

LA CROCIATA DEL ROSARIO

E ‘ ora che diciamo una parola di questa bellissima e utilissima iniziativa. L’ideatore e l’iniziatore della Crociata del Rosario fu il domenicano belga P. Luca Hellemans, che organizzò la prima Crociata nel 1939, proprio alla vigilia della seconda grande guerra. In seguito il P. Hellemans, rimasto minorato a causa di un incidente automobilistico, fu sostituto nella direzione della Crociata per il Belgio dal P. Giacinto Berghmans, che ha saputo dare all’opera del suo confratello sviluppi meravigliosi. La Crociata ben presto valicò i confini del piccolo Belgio e si estese prima alla Francia, poi al restante delle nazioni europee, quindi passò l’oceano e negli Stati Uniti, nel Canada, nelle Repubbliche dell’America Latina, nelle Filippine, nell’Australia, finanche in alcune regioni dell’Estremo Oriente, essa oggi è in atto, accolta con immenso favore dall’Episcopato, dal Clero, dalle popolazioni cattoliche e anche dalle non cattoliche. Quasi ovunque la Crociata del Rosario è diretta dai Domenicani, i quali però hanno trovato dei collaboratori preziosi in sacerdoti del Clero Secolare e Regolare, tutti affratellati nell’amore e nello zelo della gloria di Colei, che è la Madre e la Regina di tutti i sacerdoti. In America il più grande, fervente e geniale collaboratore della Crociata del Rosario è il famoso P. Peyton, che non è un domenicano, ma un Religioso della Congregazione della S. Croce, che ha creato il Rosario alla radio. In Italia a capo della Crociata c’è il P. Marcello Vanni O. P., il quale dirige tutto il lavoro dei suoi trenta Confratelli Domenicani e lo organizza nelle varie diocesi secondo le richieste dei Vescovi Nel 1952 ha fatto rumore la Crociata del Rosario in Inghilterra, voluta da S. E m . il Card. Griffin, predicata dal P. Peyton e onorata da una lettera del Sommo Pontefice. L’augusto documento è di importanza eccezionale, perché con esso la Crociata del Rosario riceve il crisma dell’ufficialità, se così posso esprimermi. Il Santo Padre, dopo di aver ricordato quanto bisogno vi sia di pregare « nel presente momento, in cui una pericolosa forma di materialismo tende a minare i rapporti degli uomini col loro Creatore, e con i loro simili, e a distruggere la santità della famiglia », proclama che nessuna preghiera è più efficace di quella che si fa in comune, e tra le preghiere collettive, nessuna è più semplice e più fruttuosa del Rosario in famiglia. La Crociata dell’Inghi1terra ha avuto vasta eco nel mondo cattolico, per la forma spettacolare che ha assunto, dato l’entusiasmo con cui l’accolsero i cattolici inglesi. E non solo i cattolici; finanche gli anglicani furono presi dal fuoco. A Birmingham fu lo stesso Rettore della Chiesa Anglicana che esortò i suoi fedeli ad andare a sentire le prediche del P. Peyton. Si calcolano a 400.000 i cattolici inglesi che hanno risposto all’appello del P. Peyton. La definizione della Crociata del Rosario ce la dà il P. Vanni : « E’ un Movimento spirituale di preghiere, penitenze e predicazioni, che si propone di contribuire alla restaurazione in senso cristiano della nostra società, attraverso il ristabilimento del Rosario nelle famiglie e in tutte le comunità (Istituti, Ospedali, Prigioni, ecc.) (P. Marcello Vanni, 0. P., La Crociata del Rosario.). Essa ha lo scopo precipuo di propagare la recita quotidiana del Rosario non tanto come forma privata e personale di devozione mariana, ma sopratutto come preghiera collettiva, e non solamente nelle Chiese e nelle Comunità Religiose, ma anche ovunque si trovi una collettività, sia pure embrionale, cioè nelle famiglie, negli ospedali, nelle carceri ecc. Se la preghiera del Rosario ha per se stessa un’efficacia tutta sua, aumenterà questa sua efficacia, quando sarà fatta in comune, perché Nostro Signore Gesù Cristo ha detto: « Io vi dico: che se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo nel domandarmi una qualsiasi cosa, sarà loro accordata dal Padre mio che è nei cieli. Di fatti dove saranno raccolti due o tre ne1 mio Nome, ivi sono Io, in mezzo ad essi » (Matth. XVIII, 19-20). San Tommaso commenta e spiega: « Impossibile est enim preces multorum non exaudiri, si ex multis orationibus fìat quasi una » (In. Matth., XIX). E io penso che quando la famiglia o la comunità si raccoglie per recitare il Rosario, Maria, invisibile, ma reale sia lì, come uno della famiglia o del1a comunità a recitare il Rosario, come lo recitò a Lourdes con Bernardetta, come nel Cenacolo pregò con gli Apostoli (Atti, 1, 14). E potrà non essere esaudita la preghiera, che Maria fa sua e presenta al Suo Figlio Divino? La Crociata proponendosi come suo fine principe quello di riportare la recita quotidiana del Rosario nelle famiglie e nelle comunità, innanzi tutto asseconda una volontà precisa dei Sommi Pontefici. Leone XIII (Enciclica « Fidentem piumque » del 20 settembre 1896 e vari altri Documenti), PioXI (Lettera al Maestro Gen. O. P. « Inclytam ac perillustrem » del 6 marzo 1934 ed Enc. «Ingravescentibus » del 29 settembre 1937.) e Pio XII (Discorso agli Sposi dell’8 ottobre 1941, Encicl. « Ingruentium » del 15 settembre 1951 e vari altri Documenti), per ricordare solo gli ultimi Pontefici, che maggiormente lo hanno raccomandato, hanno ripetutamente e caldamente propugnato il ritorno del Rosario in seno alla famiglia. Poi la Crociata dà compimento al desiderio della Vergine SS. a Fatima, ove, come abbiamo ricordato al principio, Essa ha così vivamente raccomandato la recita del Rosario. In ultimo la Crociata varrà a riportare i costumi dei cristiani sulla scia del Vangelo, eleverà il livello morale e spirituale della Società e salverà il mondo dai tremendi castighi, che si merita per la sua apostasia da Dio (Ricordiamo qui, almeno in una nota, la magnifica  iniziativa di Mons. Fulton J. Sheen, che va sotto il nome di « Crociata mondiale del Rosario Missionario ». Inaugurata nel 1950, essa ha l’intento di far pregare per la pace del mondo e per la conversione di tutti gli uomini, in particolare degli infedeli. Il Rosario si compone di cinque decine di colore diverso, rappresentanti i cinque Continenti: la decina verde l’Africa, la rossa il Continente americano, la bianca l’Europa (in questa decina si prega anche per il Sommo Pontefice, il Bianco Padre, che da Roma veglia sul mondo …), l’azzurra l’Oceania, la gialla l’Asia. – Tre Ave Marie finali vengono dette per i Missionari del mondo. « Quando il Rosario è finito — osserva graziosamente Mons. Fulton Sheen — si è circumnavigato il globo, abbracciando tutti i continenti, tutto il popolo in preghiera». Il Card. Fumasoni Biondi aggiunge: « è una ingegnosa maniera di dare alle persone una coscienza missionaria »). – In America e altrove è stato lanciato questo slogan: il Rosario è più potente della bomba atomica! Così è e così sarà. La modesta fionda del giovinetto Davide non fu più forte della spada, della lancia e dello scudo del gigante Golia (I Reg. 17, 39)? La fionda del pastorello era dotata di una forza divina. Il Rosario è munito anch’esso della forza di Dio, di cui dispone Maria, la Donna Forte per eccellenza (Cant. VI, 3, e 9), terribile come un esercito schierato (Cant. VI, 3, e 9). E noi ci appiglieremo a questa forza e l’useremo per salvare le anime nostre, per salvare la società e il mondo. Non dubitiamo della vittoria. Dio è con noi, e con noi è Maria!

+ fr. Reginaldo G. M. Addazi O. P.

[Arcivescovo di Trani, Nazareth e Barletta]

 

Un’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE IL MODERNISTA APOSTATA DI TORNO: “ANNUM SACRUM”

Nella domenica infra l’ottava della Festa del Sacro Cuore di Gesù, ci è sembrato opportuno rileggere la lettera enciclica di S. S. Leone XIII “Annum sacrum” con la preghiera di Consacrazione dell’umanità al Sacro Cuore di Gesù, una preghiera da inserire nel nostro bagaglio di devozioni abituali.

Leone XIII

“Annum sacrum”

Lettera Enciclica

La consacrazione dell’umanità al sacro Cuore di Gesù

25 maggio 1899

Con nostra lettera apostolica abbiamo recentemente promulgato, come ben sapete, l’anno santo, che, secondo la tradizione, dovrà essere tra poco celebrato in quest’alma città di Roma. Oggi, nella speranza e nell’intenzione di rendere più santa questa grande solennità religiosa, proponiamo e raccomandiamo un altro atto veramente solenne. E abbiamo tutte le ragioni, se esso sarà compiuto da tutti con sincerità di cuore e con unanime e spontanea volontà, di attenderci frutti straordinari e duraturi a vantaggio della religione cristiana e di tutto il genere umano. – Più volte, sull’esempio dei nostri predecessori Innocenzo XII, Benedetto XIII, Clemente XIII, Pio VI, Pio VII, Pio IX, ci siamo adoperati di promuovere e di mettere in sempre più viva luce quella eccellentissima forma di religiosa pietà, che è il culto del sacratissimo Cuore di Gesù. Tale era lo scopo principale del nostro decreto del 28 giugno 1889, col quale abbiamo innalzato a rito di prima classe la festa del Sacro Cuore. Ora però pensiamo a una forma di ancor più splendido omaggio, che sia come il culmine e il coronamento di tutti gli onori, che sono stati tributati finora a questo Cuore sacratissimo e abbiamo fiducia che sia di sommo gradimento al nostro redentore Gesù Cristo. La cosa, in verità, non è nuova. Venticinque anni fa infatti, all’approssimarsi del II centenario diretto a commemorare la missione che la beata Margherita Maria Alacoque aveva ricevuto dall’alto, di propagare il culto del divin Cuore, da ogni parte, non solo da privati, ma anche da vescovi, pervennero numerose lettere a Pio IX, con le quali si chiedeva che si degnasse di consacrare il genere umano all’augustissimo Cuore di Gesù. Si preferì, in quelle circostanze, rimandare la cosa per una decisione più matura; nel frattempo si dava facoltà alle città, che lo desideravano, di consacrarsi con la formula prescritta. Sopraggiunti ora nuovi motivi, giudichiamo maturo il tempo di realizzare quel progetto. – Questa universale e solenne testimonianza di onore e di pietà è pienamente dovuta a Gesù Cristo proprio perché re e signore di tutte le cose. La sua autorità infatti non si estende solo ai popoli che professano la fede Cattolica e a coloro che, validamente battezzati, appartengono di diritto alla Chiesa (anche se errori dottrinali li tengono lontani da essa o dissensi hanno infranto i vincoli della carità), ma abbraccia anche tutti coloro che sono privi della fede cristiana. Ecco perché tutta l’umanità è realmente sotto il potere di Gesù Cristo. Infatti Colui che è il Figlio unigenito del Padre e ha in comune con Lui la stessa natura, “irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza” (Eb 1,3), ha necessariamente tutto in comune con il Padre e quindi il pieno potere su tutte le cose. Questa è la ragione perché il Figlio di Dio, per bocca del profeta, può affermare: “Sono stato costituito sovrano su Sion, suo monte santo. Il Signore mi ha detto: Tu sei mio Figlio; io oggi ti ho generato. Chiedi a me e ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra” (Sal II,6-8). Con queste parole egli dichiara di aver ricevuto da Dio il potere non solo su tutta la chiesa, raffigurata in Sion, ma anche su tutto il resto della terra, fin dove si estendono i suoi confini. Il fondamento poi di questo potere universale è chiaramente espresso in quelle parole: “Tu sei mio Figlio”. Per il fatto stesso di essere il figlio del re di tutte le cose, è anche erede del suo potere universale. Per questo il salmista continua con le parole: “Ti darò in possesso le genti”. Simili a queste sono le parole dell’apostolo Paolo: “L’ha costituito erede di tutte le cose” (Eb 1,2). – Si deve tener presente soprattutto ciò che Gesù Cristo, non attraverso i suoi apostoli e profeti, ma con le stesse sue parole ha affermato del suo potere. Al governatore romano che gli chiedeva: “Dunque tu sei re”, egli, senza esitazione, rispose: “Tu lo dici; io sono re” (Gv XVIII,37). La vastità poi del suo potere e l’ampiezza senza limiti del suo regno sono chiaramente confermate dalle parole rivolte agli apostoli: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra” (Mt XXVIII,18). Se a Cristo è stato concesso ogni potere, ne segue necessariamente che il suo dominio deve essere sovrano, assoluto, non soggetto ad alcuno, tanto che non ne può esistere un altro ne uguale ne simile. E siccome questo potere gli è stato dato e in cielo e in terra, devono stare a lui soggetti il cielo e la terra. Di fatto egli esercitò questo suo proprio e individuale diritto quando ordinò agli apostoli di predicare la sua dottrina, di radunare, per mezzo del battesimo, tutti gli uomini nell’unico corpo della chiesa, e di imporre delle leggi, alle quali nessuno può sottrarsi senza mettere in pericolo la propria salvezza eterna. – E non è tutto. Cristo non ha il potere di comandare soltanto per diritto di nascita, essendo il Figlio unigenito di Dio, ma anche per diritto acquisito. Egli infatti ci ha liberato “dal potere delle tenebre” (Col 1,13) e “ha dato se stesso in riscatto per tutti” (1Tm II,6). E perciò per lui non soltanto i Cattolici e quanti hanno ricevuto il Battesimo, ma anche tutti e singoli gli uomini sono diventati “un popolo che egli si è conquistato” (1Pt II,9). A questo proposito sant’Agostino osserva giustamente: “Volete sapere che cosa ha comprato? Fate attenzione a ciò che ha dato e capirete che cosa ha comprato. Il sangue di Cristo: ecco il prezzo. Che cosa può valere tanto? Che cosa se non il mondo intero? Per tutto ha dato tutto”. – San Tommaso, trattando della questione, indica perché e come gli infedeli sono soggetti al potere e alla giurisdizione di Gesù Cristo. Posto infatti il quesito se il suo potere di giudice si estenda o no a tutti gli uomini, risponde che, siccome “il potere di giudice è una conseguenza del potere regale”, si deve concludere che “quanto alla potestà, tutto è soggetto a Gesù Cristo. anche se non tutto gli è soggetto quanto all’esercizio del suo potere”. Questa potestà e questo dominio sugli uomini lo esercita per mezzo della verità, della giustizia, ma soprattutto per mezzo della carità. – Tuttavia Gesù, per sua bontà, a questo suo duplice titolo di potere e di dominio, permette che noi aggiungiamo, da parte nostra, il titolo di una volontaria consacrazione. Gesù Cristo, come Dio e Redentore, è senza dubbio in pieno e perfetto possesso di tutto ciò che esiste, mentre noi siamo tanto poveri e indigenti da non aver nulla da potergli offrire come cosa veramente nostra. Tuttavia, nella sua infinita bontà e amore, non solo non ricusa che gli offriamo e consacriamo ciò che è suo, come se fosse bene nostro, ma anzi lo desidera e lo domanda: “Figlio, dammi il tuo cuore” (Pro XXIII,26). Possiamo dunque con la nostra buona volontà e le buone disposizioni dell’animo fare a lui un dono gradito. Consacrandoci infatti a lui, non solo riconosciamo e accettiamo apertamente e con gioia il suo dominio, ma coi fatti affermiamo che, se quel che offriamo fosse veramente nostro, glielo offriremmo lo stesso di tutto cuore. In più lo preghiamo che non gli dispiaccia di ricevere da noi ciò che, in realtà, è pienamente suo. Così va inteso l’atto di cui parliamo e questa è la portata delle nostre parole. – Poiché il sacro Cuore è il simbolo e l’immagine trasparente dell’infinita carità di Gesù Cristo, che ci sprona a rendergli amore per amore, è quanto mai conveniente consacrarsi al suo augustissimo Cuore, che non significa altro che donarsi e unirsi a Gesù Cristo. Ogni atto di onore, di omaggio e di pietà infatti tributati al divin Cuore, in realtà è rivolto allo stesso Cristo. – Sollecitiamo pertanto ed esortiamo tutti coloro che conoscono e amano il divin Cuore a compiere spontaneamente questo atto di consacrazione. Inoltre desideriamo vivamente che esso si compia da tutti nel medesimo giorno, affinché i sentimenti di tante migliaia di cuori, che fanno la stessa offerta, salgano tutti, nello stesso tempo, al trono di Dio. – Ma come potremo dimenticare quella stragrande moltitudine di persone, per le quali non è ancora brillata la luce della verità cristiana? Noi teniamo il posto di Colui che è venuto a salvare ciò che era perduto e diede il suo sangue per la salvezza di tutti gli uomini. Ecco perché la nostra sollecitudine è continuamente rivolta a coloro che giacciono ancora nell’ombra di morte e mandiamo dovunque missionari di Cristo per istruirli e condurli alla vera vita. Ora, commossi per la loro sorte, li raccomandiamo vivamente al sacratissimo Cuore di Gesù e, per quanto sta in noi, a Lui li consacriamo. – In tal modo questa consacrazione che esortiamo a compiere, potrà giovare a tutti. Con questo atto, infatti, coloro che già conoscono e amano Gesù Cristo, sperimenteranno facilmente un aumento di fede e di amore. Coloro che, pur conoscendo Cristo trascurano l’osservanza della sua legge e dei suoi precetti, avranno modo di attingere da quel divin Cuore la fiamma dell’amore. Per coloro infine che sono più degli altri infelici, perché avvolti ancora nelle tenebre del paganesimo, chiederemo tutti insieme l’aiuto del cielo, affinché Gesù Cristo, che li tiene già soggetti “quanto al potere”, li possa anche avere sottomessi “quanto all’esercizio di tale potere”. E preghiamo anche che ciò si compia non solo nel mondo futuro, “quando Egli eseguirà pienamente su tutti la sua volontà, salvando gli uni e castigando gli altri”, ma anche in questa vita terrena con il dono della fede e della santificazione, in modo che, con la pratica di queste virtù, possano onorare debitamente Dio e tendere così alla felicità del cielo. – Tale consacrazione ci fa anche sperare per i popoli un’era migliore; può infatti stabilire o rinsaldare quei vincoli, che, per legge di natura, uniscono le nazioni a Dio. – In questi ultimi tempi si è fatto di tutto per innalzare un muro di divisione tra la Chiesa e la società civile. Nelle costituzioni e nel governo degli stati, non si tiene in alcun conto l’autorità del diritto sacro e divino, nell’intento di escludere ogni influsso della Religione nella convivenza civile. In tal modo si intende strappare la fede in Cristo e, se fosse possibile, bandire lo stesso Dio dalla terra. Con tanta orgogliosa tracotanza di animi, c’è forse da meravigliarsi che gran parte dell’umanità sia stata travolta da tale disordine e sia in preda a tanto grave turbamento da non lasciare vivere più nessuno senza timori e pericoli? Non c’è dubbio che, con il disprezzo della Religione, vengono scalzate le più solide basi dell’incolumità pubblica. Giusto e meritato castigo di Dio ai ribelli che, abbandonati alle loro passioni e schiavi delle loro stesse cupidigie, finiscono vittime del loro stesso libertinaggio. – Di qui scaturisce quella colluvie di mali, che da tempo ci minacciano e ci spingono con forza a ricercare l’aiuto in colui che solo ha la forza di allontanarli. E chi potrà essere questi se non Gesù Cristo, l’unigenito Figlio di Dio? “Non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo, nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati” (At IV,12). A lui si deve ricorrere, che è “la via, la verità e la vita” (Gv XIV,6). Si è andati fuori strada? bisogna ritornare sulla giusta via. Le tenebre hanno oscurato le menti? è necessario dissiparle con lo splendore della verità. La morte ha trionfato? bisogna attaccarsi alla vita. – Solo così potremo sanare tante ferite. Solo allora il diritto potrà riacquistare l’autentica autorità; solo così tornerà a risplendere la pace, cadranno le spade e sfuggiranno di mano le armi. Ma ciò avverrà solo se tutti gli uomini riconosceranno liberamente il potere di Cristo e a lui si sottometteranno; e ogni lingua proclamerà “che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre” (Fil II,11). – Quando la Chiesa nascente si trovava oppressa dal giogo dei Cesari, a un giovane imperatore apparve in cielo una Croce auspice e nello stesso tempo autrice della splendida vittoria che immediatamente seguì. Ecco che oggi si offre ai nostri sguardi un altro divinissimo e augurale segno: il Cuore sacratissimo di Gesù, sormontato dalla croce e splendente, tra le fiamme, di vivissima luce. In Lui sono da collocare tutte le nostre speranze; da lui dobbiamo implorare e attendere la salvezza. – Infine non vogliamo passare sotto silenzio un motivo, questa volta personale, ma giusto e importante, che ci ha spinto a questa consacrazione: l’averci Dio, autore di tutti i beni, scampato non molto tempo addietro da pericolosa infermità. Questo sommo onore al Cuore sacratissimo di Gesù, da Noi promosso, vogliamo che rimanga memoria e pubblico segno di gratitudine di tanto beneficio. – Ordiniamo perciò che, nei giorni 9, 10 e 11 del prossimo mese di giugno, nella chiesa principale di ogni città o paese, alla recita delle altre preghiere si aggiungano ogni giorno anche litanie del sacro Cuore da Noi approvate. Nell’ultimo giorno poi si reciti, venerabili fratelli, la formula di consacrazione, che vi mandiamo con la presente lettera. – Come pegno di favori divini e testimonianza della nostra benevolenza, a voi, al clero e al popolo affidato alle vostre cure, impartiamo di cuore, nel Signore, l’apostolica benedizione.

Roma, presso San Pietro, il 25 maggio 1899, anno XXII del nostro pontificato

Formula di consacrazione da recitarsi al sacratissimo Cuore di Gesù

 “Iesu dolcissime, Redemptor humani generis, respice nos ad altare tuum humillime provolutos. Tui sumus, tui esse volumus; quo autem Tibi coniuncti firmius esse possimus, en hodie Sacratissimo Cordi tuo se quisque nostrum sponte dedicat. – Te quidem multi novere numquam. Te, spretis mundatis tuis, multi repudiarunt. Miserere utrorumque, benignissime Iesu: atque ad sanctum Cor tuum rape universos. Rex esto, Domine, nec fidelium tantum qui nullo tempore discessere a Te, sed etiam prodigo rum filiorum qui Te reliquerunt fac has, ut domum paternam cito repetant, ne miseria et fame pereant. Rex esto eorum, quos aut opinionum error deceptos habet, aut discordia separatos, eosque ad portum veritatis atque ad unitatem fidei revoca, ut brevi fiat unum ovile et unus pastor. Rex esto denique eorum omnium, qui in vetere gentium superstitione versantur, eosque e tenebris vindicare ne renuas in Dei lumen et regnum. Largire, Domine, Ecclesiæ tuæ securam cum incolumitate libertatem; largire cunctis gentibus tranquillitatem ordinis: perfice, ut ab utroque terræ vertice una resonet vox: Sit laus divino Cordi, per quod nobis parta solus: ipsi gloria et honor in sæcula. Amen”.  

 [“O Gesù dolcissimo, o redentore del genere umano, riguardate a noi umilmente prostesi dinanzi al vostro altare. – Noi siamo vostri, e vostri vogliamo essere; e per poter vivere a voi più strettamente congiunti, ecco che ognuno di noi oggi si consacra al vostro sacratissimo Cuore. Molti purtroppo non vi conobbero mai; molti, disprezzando i vostri comandamenti, vi ripudiarono. – O benignissimo Gesù, abbiate misericordia e degli uni e degli altri; e tutti quanti attirate al vostro Cuore santissimo. – O Signore, siate il re non solo dei fedeli che non si allontanarono mai da voi, ma anche di quei figli prodighi che vi abbandonarono; fate che questi quanto prima ritornino alla casa paterna, per non morire di miseria e di fame. – Siate il Re di coloro che vivono nell’inganno dell’errore o per discordia da voi separati: richiamateli al porto della verità e all’unità della fede, affinché in breve si faccia un solo ovile sotto un solo pastore. – Siate il Re finalmente di tutti quelli che sono avvolti nelle superstizioni del gentilesimo, e non ricusate di trarli dalle tenebre al lume e al regno di Dio. – Largite, o Signore, incolumità e libertà sicura alla vostra Chiesa, largite a tutti i popoli la tranquillità dell’ordine: fate che da un capo all’altro della terra risuoni quest’unica voce: sia lode a quel Cuore divino da cui venne la nostra salute; a Lui si canti gloria e onore nei secoli. Così sia].

 

FESTA DEL SACRO CUORE DI GESU’

Ad Sacratissimum Cor Iesu formula consacrationis recitanda

 “Iesu dolcissime, Redemptor humani generis, respice nos ad altare tuum humillime provolutos. Tui sumus, tui esse volumus; quo autem Tibi coniuncti firmius esse possimus, en hodie Sacratissimo Cordi tuo se quisque nostrum sponte dedicat. – Te quidem multi novere numquam. Te, spretis mundatis tuis, multi repudiarunt. Miserere utrorumque, benignissime Iesu: atque ad sanctum Cor tuum rape universos. Rex esto, Domine, nec fidelium tantum qui nullo tempore discessere a Te, sed etiam prodigorum filiorum qui Te reliquerunt fac has, ut domum paternam cito repetant, ne miseria et fame pereant. Rex esto eorum, quos aut opinionum error deceptos habet, aut discordia separatos, eosque ad portum veritatis atque ad unitatem fidei revoca, ut brevi fiat unum ovile et unus pastor. Rex esto denique eorum omnium, qui in vetere gentium superstitione versantur, eosque e tenebris vindicare ne renuas in Dei lumen et regnum. Largire, Domine, Ecclesiæ tuæ securam cum incolumitate libertatem; largire cunctis gentibus tranquillitatem ordinis: perfice, ut ab utroque terræ vertice una resonet vox: Sit laus divino Cordi, per quod nobis parta solus: ipsi gloria et honor in sæcula. Amen.”  [Leone XIII – Annum sacrum].

FESTA DEL SACRO CUORE DI GESU’

[J. J. Gaume: Catechismo di Perseveranza, Torino, vol. IV, 1881]

Festa del Sacro Cuore di Gesù. — Suo scopo e motivo. — Differenza tra la devozione al Sacro Cuore e la devozione al Santo Sacramento. — Storia della festa del Sacro Cuore. Sua armonia con i bisogni della Chiesa e della Società. — Confraternita del Sacro Cuore.

Ecco una nuova festa anche più commovente, se pure è possibile, di quella di cui abbiamo tessuto la storia; è il dì della festa del Sacro Cuore! A questo nome si risveglia la più viva tenerezza che sia dato albergare nelle anime cristiane. Che è dunque la festa del Sacro Cuore? Quale ne è lo scopo? Quale la ragione?

1° Che cosa è la festa dei Sacro Cuore? Or io vi domando: cos’è le festa della Natività, della Risurrezione e dell’Ascensione, se non festa di Gesù Cristo medesimo, alle quali danno occasione questi misteri, e nelle quali si fa menzione di quei grandi avvenimenti della vita del Redentore? Che cosa è inoltre la Festa del Santissimo Sacramento, se non una delle feste di Gesù Cristo? Il cui motivo è la ricordanza della istituzione dell’Eucaristia? Che cosa sarà dunque la festa del Sacro Cuore di Gesù Cristo? Nient’altro che una delle feste di Gesù Cristo medesimo, a cui dà occasione l’immensa sua carità per gli uomini, simboleggiata e rappresentata dal suo cuore. La risposta a questa prima domanda risolve anche la seconda.

2° Qual è lo scopo di questa festa? È d’uopo rammentare che le feste cattoliche hanno per scopo e per soggetto particolare una persona intelligente, come l’Augusta Trinità, Gesù Cristo, Dio e Uomo, ovvero qualche Santo. Non è un mistero, non è la reminiscenza d’un benefizio, non è la devozione ad un Santo lo scopo materiale d’una festa qualunque; anzi tutte queste cose non ne somministrano che occasione e motivo. Quindi lo scopo materiale della festa del Sacro Cuore è quello stesso che si suole attribuire a tutte le feste di Gesù Cristo, vale a dire Gesù Cristo medesimo.

3° Qual è il motivo di questa festa? È l’immensa carità di Gesù Cristo per gli uomini, e il Sacro Cuore che ne è il simbolo e la vittima. Tale è il fine e l’intenzione della Chiesa nella istituzione di questa festa, siccome chiaramente si deduce dal doppio uffizio ch’ella ci ha dato, l’uno per la Polonia e l’altro pel Portogallo. Nel primo ella si esprime cosi: « Affinché i fedeli venerino con maggior devozione e fervore la carità di Gesù Cristo soffrente sotto il simbolo del Sacro suo Cuore, ed affinché ne raccolgano frutti più abbondanti, Clemente XIII ha permesso a diverse Chiese che ne han fatto domanda di celebrare la festa di questo santissimo cuore ». La memoria e la venerazione della carità di Gesù Cristo sotto il simbolo del Sacro Cuore, eccovi dunque il primo motivo della concessione di questa festa.Nell’altro uffizio, approvato pel Portogallo e per altri paesi, la Chiesa propone un nuovo motivo, espresso nell’invitatorio, ove si dice: « Venite ed adoriamo il cuor di Gesù vittima della carità ». Il cuore di Nostro Signore, vittima della carità, egli è il secondo motivo della concessione di questa festa: e non può dubitarsi che qui si parli del vero e reale cuore di Gesù Cristo. Donde è palese, che la carità del Salvatore per gli uomini, e il suo cuore fisico e reale, che ne è stato la vittima, e che la rappresenta come simbolo, sono il motivo di questa nuova festa dell’Uomo-Dio.A chi domandasse, perché mai questa festa non è chiamata la festa di Gesù Cristo, ma festa del Sacro Cuore, risponderemmo, che per distinguere tra loro le diverse feste di Gesù Cristo, non se ne toglie la denominazione nell’obbietto, ma nel motivo. Così noi diciamo la festa della Natività, della Circoncisione, dell’Epifania, perché il motivo e la nascita del Salvatore, la sua circoncisione, l’adorazione dei Magi quantunque il Signor nostro ne sia sempre l’obbietto.A chi domandasse inoltre perché si onora la carità di Gesù Cristo verso gli uomini sotto il simbolo del suo cuore, e non sotto un altro emblema, ne daremmo una ragione naturale e di senso comune, alla quale nessun uomo di retto giudizio può contraddire. Infatti è indubitato che il cuore di carne è la parte del corpo umano che più vivamente risente gli effetti delle passioni dell’anima; sicché può derivare dall’esser il cuore la causa motrice di tutti i nostri fluidi; donde sembra naturale che i movimenti siano più sensibili al punto ove agisce la causa materiale e la sorgente del moto vitale. Comunque sia, le sensazioni, le emozioni, i palpiti che prova il cuore di carne, per conseguenza dell’amore che risiede nell’anima, sono tanti testimoni irrefragabili della mutua corrispondenza tra l’amore dell’anima e il cuore di carne.Da ciò è derivato l’uso universale tra gli uomini di prendere il cuore per l’amore. E quest’uso è fondato sopra i modi di esprimere della Scrittura stessa, ove si vede che l’amore infinito di Dio è talvolta espresso sotto il simbolo del cuore umano. Iddio dice ad Eli per bocca del profeta: « E io mi creerò un sacerdote fedele il quale servirà secondo il mio cuore » [I Re II, 35] donde si rileva che il cuore è nominato in luogo e come simbolo della volontà o dell’amore di Dio. Gli altri esempi di queste maniere di dire non sono rari nei libri santi.A chi domanda infine qual culto la Chiesa cattolica presta al cuore di Gesù Cristo, noi possiamo rispondere che essa gli presta un culto di latria o di adorazione. Infatti il cuore di Gesù Cristo è adorabile, come fu il sacro suo corpo, a cagione dell’unione ipostatica con la Divinità; perché è manifesto che il culto di adorazione tributato al cuore di Gesù Cristo, gli è prestato precisamente perché è il cuore di Gesù Cristo, Dio ed Uomo; e perché in questo cuore adoriamo Gesù Cristo tutto intero senza separazione né divisione. « Io credo, prosegue il dotto Muzzarelli, che possa esprimere in poche parole la ragione di questo culto dicendo: Che il cuore di Gesù Cristo è adorato con culto di latria in Gesù Cristo, con Gesù Cristo e a cagione dell’eccellenza di Gesù Cristo » [Muzzarelli: “Devozione e culto del Sacro Cuore”].È specialmente nella festa di cui parliamo che si venera quel cuore adorabile; il che ne invita a rispondere ad un ultima interrogazione che può esserci fatta: Qual differenza cioè vi sia tra la devozione pel sacro cuore di Gesù e la devozione per il Santissimo Sacramento? Gesù Cristo è l’oggetto unico dell’una devozione e dell’altra.Nella devozione al Santissimo Sacramento il motivo è di onorare l’umanità sacra di Gesù Cristo unito col Verbo, e veramente degna per questa unione dell’adorazione degli Angeli e degli uomini. Nella devozione al Sacro Cuore il motivo essenziale è di onorare il cuore di Gesù Cristo unito alla Divinità, e specialmente di riconoscere quell’amore di cui è infiammato per gli uomini, e di fargli ammenda onorevole per quello che Egli ha sofferto e per quello che Ei deve soffrire ogni giorno da quegli stessi uomini nel suo Sacramento di amore, la più meravigliosa invenzione, che sia uscita dal cuore divino .

II . Origine della festa. — Passiamo all’origine della festa del Sacro Cuore e alla sua armonia con i bisogni della Chiesa e della società. Se il Belgio ebbe la gloria di offrire al mondo cattolico la festa del santo Sacramento, la Franca fu scelta a fondare quella del Sacro Cuore. Io vedo nel Belgio una santa fanciulla a cui Dio si degna manifestare i propri disegni; vedo in Francia una modesta vergine eletta a confidente dei segreti del suo Cuore divino. Cosi, a quattro secoli di distanza, noi troviamo una prova novella dell’adempimento di quella gran legge della quale le cose deboli del mondo elesse Iddio per confondere le forti [I Cor. I, 27].Nel secolo decimosettimo viveva nel monastero della Visitazione di Paray-le-Monial, nel Charolais, una santa monaca chiamata Margherita Maria Alacoque. Esempio di saviezza, di sottomissione, e di pazienza, quell’angelo della terra stava un giorno dell’ottavario del santo Sacramento in adorazione davanti all’augusto altare, quando il Dio dei cuori puri si fece udire da lei, e scoprendo il suo cuore adorabile le disse: « Ecco quel cuore che ha amato gli uomini, che nulla ha risparmiato per essi, che è fino giunto ad esaurirsi ed a consumarsi per dar loro prova dell’amor suo. Per ricompensa io non ricevo dalla maggior parte degli uomini che ingratitudini, a cagione dei dispregi, delle irriverenze, dei sacrilegi e della freddezza ch’essi hanno per me in questo sacramento d’amore. Ma quello che mi è anche più amaro si è, che così mi trattino cuori che a me si sono consacrati; perciò, ti chiedo che il primo venerdì, dopo l’ottava del santo Sacramenta, venga dedicato a celebrare una festa particolare per onorare il mio cuore, offrendoGli riparazione per mezzo d’una ammenda onorevole e una santa comunione in quel giorno, risarcisca gl’indegni trattamenti ch’Egli ha ricevuto nel tempo che è stato esposto sopra gli altari [Vita della B. Margherita Maria scritta da M. Languet, arcivescovo di Sens, lib. IV, n. 57]. – Il Salvatore promise all’umile sua serva i più abbondanti tesori di grazia, a favore di coloro che si dedicherebbero al culto del sacro suo Cuore. Il suggello delle opere di Dio, vale a dire la contrarietà, fu ben presto impresso sulla nuova devozione. Appena la venerabile Margherita Maria ebbe parlato della rivelazione che aveva avuta, fu trattata di visionaria. Disprezzo, beffe, penitenze, nulla insomma le fu risparmiato; ma nulla altresì poté indurla a ritrattare il suo detto. Ella poteva dire come gli Apostoli: Non possiamo non parlare di quelle cose che abbiamo vedute e udite. [Act. IV, 20]. – Fin qui tutto era accaduto nell’interno del monastero; ma la tempesta diventò ben altrimenti furiosa, quando la rivelazione fu conosciuta nel pubblico. I Giansenisti specialmente si scatenarono con una violenza inaudita contro la devozione proposta; donde i Pastori della Chiesa rimanevano sospesi, aspettando che il cielo si manifestasse con indubitabile evidenza. Quel momento non era lontano, ma l’umile serva di Dio nol vide. Il dì 17 ottobre 1690 ella scese nella tomba, seco portando la corona di spine con cui il Salvatore suole adornare le sue spose dilette; ma questa corona fu in cielo cangiata in corona di gloria, e ben presto anche la terra cangiò sentimenti e linguaggio circa la serva di Dio e circa la devozione al Sacro Cuore. – Il cielo fece udire l’alta sua voce, la voce del miracolo. Nel 1720 la Provenza era devastata da pestilenza furiosa. La città di Marsiglia fu la prima attaccata da questo flagello, che in pochi mesi rapì la metà degli abitanti di quella vasta città. – Monsignor di Belzunce di Castelmorone, vescovo di Marsiglia, vedendo l’insufficienza de’ rimedi umani, risolse di ricorrere a Colui che tiene nelle sue mani le chiavi dell’inferno e della morte, e di contrapporre in favore dei suoi diocesani allo sdegno di Dio i meriti del sacro Cuore del divino suo Figlio. Qual nobile inspirazione! Cerca pure, o eroe della carità, nel culto pubblico del Cuore di Gesù Cristo un rimedio ad un male che non ne ha sulla terra; prega, e la tua speranza non verrà delusa! Il santo vescovo esortò tutti i suoi diocesani ad entrare nello spirito da cui era animato egli stesso; quindi ordinò che la festa del Cuor di Gesù fosse solennizzata come una delle più grandi feste dell’anno. Né qui ristette, poiché fece una consacrazione solenne e pubblica di tutta la sua diocesi e di sé stesso al sacro Cuore di Gesù. La sua preghiera fu visibilmente esaudita, perché da quel giorno stesso il morbo sì furioso cominciò a diminuire considerabilmente, e in poco tempo cessò affatto; lo che fu riconosciuto e dichiarato dai magistrati della città per atto pubblico. Ma Dio riserbava allo zelo del Pontefice e del suo popolo una protezione anche più visibile. – Nel 1722 sul mese di maggio la peste, creduta spenta da tanto tempo, si ridestò di nuovo nella città, gettandola in una terribile costernazione. La morte, quel monarca dello spavento, come dice la Scrittura, collocò il proprio trono nel centro di quella vasta città, testé si brillante e sì allegra. Abbandonata da coloro che avevano mezzi di porsi in salvo, Marsiglia presentò ben presto l’immagine d’un orribile campo seminato di cadaveri e di moribondi. – Allora ricomparvero quei sacrifici sublimi, che vedremo sempre rinascere in tutte le calamità pubbliche finché regnerà il Cattolicismo. Monsignor di Belzunce rinnovò quanto aveva fatto a Milano san Carlo Borromeo. Colà pure una tremenda lotta tra il furore della malattia e lo zelo della carità; colà pure pericoli affrontati, moribondi assistiti, poveri soccorsi; colà pure i sacerdoti morienti a centinaia accanto agli appestati, ed esalanti l’estremo fiato nel preparare gli altri alla morte; colà pure orribili patimenti e sublimi conforti; colà finalmente il legno mancante per le bare, mancanti i portatori per il trasporto ai cimiteri, ma non già mancanti i sacerdoti per soccorrere e consolare da per tutto. – Belzunce scriveva da Marsiglia: « Io sono ancora la Dio grazia in piedi, in mezzo a morti e a moribondi. Tutto accanto a me è stato rovesciato, e di tutti i ministri del Signore che mi hanno accompagnato, più non rimane che il mio solo elemosiniere. Io ho veduto e sentito durante otto giorni duecento morti imputridire intorno alla mia casa e sotto le mie finestre; sono stato costretto a percorrere le strade, tutte senza eccezione fronteggiate da entrambi i lati da cadaveri mezzo fracidi e rosi dai cani, e il mezzo della via ingombro da cenci e da sozzure in modo da non sapere ove posare il piede. Con una spugna sotto il naso inzuppata nell’aceto, con la mia sottana alzata sotto le ascelle, mi bisognava traversare quei cadaveri infetti per rintracciare tra loro, confessare e confortare i moribondi, stati gettati fuori delle proprie case. » La città è ormai rimasta senza confessori. I sacerdoti hanno fatto prodigi di zelo e di carità, ed hanno dato la propria vita per i loro fratelli. Tutti i Gesuiti son morti, meno tre o quattro. Ne sono venuti molti altri da lontano per dedicarsi alla morte. » Sono morti trentatré cappuccini. Il Padre de la Fare ad onta della grave sua età si è salvato, perché almeno un Padre di Santa-Croce potesse sopravvivere agli altri. Vi sono stati venti Mendicanti e altrettanti Minori Osservanti morti, Carmelitani scalzi, Minimi, e alcuni Gran Carmelitani. Non vi parlerò dei miei figli Ecclesiastici che si sono sacrificati; io considero come un generale che ha perduto il fiore de’ suoi soldati. » – Infatti erano periti dugento cinquanta sacerdoti della diocesi di Marsiglia o delle diocesi vicine; e dopo la malattia ne giungevano tutto giorno altri che invidiavano la sorte dei primi. – Quando il contagio cominciò a diminuire, M. di Belzunce fece erigere nel giorno di Ognissanti un altare in mezzo del Corso, uscì poscia del suo palazzo vescovile a piedi scalzi con la corda al collo (come san Carlo), e preceduto dai sacerdoti e Religiosi superstiti, s’inginocchiò davanti a quel Dio che punisce e che perdona e cantò: Parce, Domine, parce populo tuo! pregando ardentemente per il proprio gregge. Oh! chi potrebbe ridire l’emozione del santo vescovo, la tenerezza di tutto il popolo a tal cerimonia? Le preghiere continuarono, e il 15 novembre M. de Belzunce diede la benedizione a tutta la città dall’alto di un campanile al suono delle campane e allo strepito del cannone che invitava gli abitanti a pregare. Questo imponente spettacolo sparse nel popolo un religioso terrore. – A malgrado di tanta carità per parte dei pastori, e tante lacrime e preghiere per parte dei fedeli, il cielo rimaneva inflessibile, e il flagello continuava le sue stragi; la gloria di farlo sparire era serbata al Cuore di Gesù. Infatti quel Sacro Cuore divenne per la seconda volta il fortunato rifugio del pio Prelato. A sua istanza i Magistrati in corpo fecero voto di andare tutti gli anni, in nome della città, alla chiesa della Visitazione nel giorno della festa del Sacro-Cuore per venerarvi il degno oggetto dell’amor nostro, ricevervi la santa Comunione, offrirvi un cero bianco di quattro libbre di peso, ornato con lo stemma della città, e finalmente assistere alla processione generale che il Prelato si proponeva d’istituire a perpetuità in quel giorno medesimo. Quel voto fu pronunziato pubblicamente dinanzi all’altare della cattedrale, dai principali Magistrati municipali, a nome dei cittadini, il giorno del Corpus Domini prima della processione del santo Sacramento portato da monsignor vescovo, mentre i magistrati erano inginocchiati davanti a lui. Tutto il popolo si uni ad un voto da cui sperava con viva fede un esito felice. Fu esso esaudito in un modo che formò l’ammirazione non meno che la consolazione di tutta la città. Da quel giorno tutti i malati guarirono, né più avvennero casi di peste. La diffidenza, che in quei funesti flagelli cagiona più mali dei flagelli medesimi, cede il luogo ad una piena fiducia, poiché gli abitanti di Marsiglia si credevano in sicurezza sotto la protezione del Cuore misericordioso del Salvatore. – Il male disparve a tal segno, che, sei settimane dopo, i virtuoso Pontefice, in una pastorale che pubblicò per eccitare i suoi diocesani alla riconoscenza, diceva loro : « Noi godiamo attualmente d’una salute sì perfetta, che è cosa prodigiosa e senza esempio in una città così vasta e così popolata come questa; non abbiamo più da qualche tempo in Marsiglia né morti né malati di alcuna sorta come neppure nel territorio ». Pieno di riconoscenza per questa seconda grazia, che sembrò anche più istantanea e più miracolosa della prima, Monsignor di Belzunce si affrettò d’adempiere la sua promessa, e istituì a perpetuità una processione generale per la festa del Sacro Cuore di Gesù. Tutti questi fatti sono autenticati dalle pastorali di quel prelato e dai registri delle deliberazioni dei Magistrati municipali della città di Marsiglia. Alla voce del cielo in favore della devozione del Sacro Cuore si unì ben presto la voce della Chiesa cattolica che n’è l’eco infallibile. Dopo le informazioni consuete (e ognuno sa quanto siano lunghe e rigorose le informazioni della Corte di Roma) il papa Clemente XIII approvò la festa e l’ufficio del Sacro Cuore per la Polonia; favore che il Portogallo richiese ed ottenne alcuni anni dopo. Già i vescovi di Francia, dopo una deliberazione presa a questo proposito nella famosa assemblea del clero del 1765, avevano quasi universalmente adottata nelle loro diocesi la devozione al Sacro Cuore. Da quell’epoca essa andò sempre aumentando fino al Pontificato di Pio VI. – Questo gran Pontefice, di santa e gloriosa memoria, diede una nuova approvazione a questa devozione salutare, e condannò quelli che osavano combatterla [vedi la lettera al vescovo di Pistoia]. – La festa del sacro Cuore fu stabilita, in seguito alla rivelazione fatta alla venerabile Margherita Maria, per il venerdì dentro l’ottava del Corpus Domini, ma ad oggetto di darle maggior pompa le chiese di Francia la solennizzano nella seconda domenica di luglio.

III. Propagazione della divozione del sacro Cuore. — La devozione del sacro Cuore si è diffusa in tutte le parti del mondo con sorprendente rapidità. Si sono formate società religiose allo scopo speciale di onorare il sacro Cuore del Salvatore. E già una di queste Congregazioni evangelizza i vasti arcipelaghi dell’Oceania, e un’altra, composta di donne, partecipando dello zelo con cui Gesù Cristo infiamma i suoi discepoli, ha inviato parecchie colonie nella vasta diocesi della Luigiana per secondare, presso le persone del suo sesso, le fatiche dei Missionari, che vanno a rischiarare con i lumi della fede i selvaggi del Mississipì e del Missouri. Non lungi dalle rive di questo fiume si ode il giovine indiano cantare le lodi del Cuore divino, che viene oltraggiato sulle rive della Senna. Donde nasce codesta meravigliosa propagazione? E perché la rivelazione della devozione al sacro Cuore in questi ultimi tempi? Qui certamente fa d’uopo ammirare la Provvidenza che veglia sopra la Chiesa, e la sublime armonia che Dio conserva tra lo svolgersi della Religione e i bisogni del mondo. Attaccati, impugnati, alterati da numerose eresie, figlie del protestantismo, i dommi della fede erano per divenire l’oggetto delle sacrileghe beffe de’ filosofi dell’ultimo secolo. E ben presto Iddio, anima, cielo, virtù, religione, non altro più esser dovevano per la maggior parte degli uomini fuorché oggetto di dubbio o di sprezzo, astrazioni senza realtà, senza influenza sulla condotta. A dir breve, il morbo dell’indifferenza era per sorgere di mezzo al sangue e alle rovine, e per gettar l’uomo ai piedi di un idolo, d’un solo idolo, IL DENARO!!! E il cuore dell’uomo, fatto per amare, stava per essere abbandonato a inesplicabili angosce, e la società a disordini ognor rinascenti. – A questo momento estremo Gesù Cristo mostra il divino suo Cuore all’uomo e alla società. Simile ad un padre, che dopo avere esaurite tutte le espressioni di tenerezza e tutti i mezzi suggeriti dall’amor paterno per trattenere dal precipizio un figlio diletto, chiama ad un tratto questo ingrato figlio, e scoprendo il petto gli dice: Guarda, questo è il mio Cuore; se tu ne conosci un altro che più schiettamente e più teneramente ti ami, dà a lui il tuo e lacera quello di tuo padre. Così fa Gesù Cristo padre degli uomini e delle società moderne, nel momento in cui esse stanno per precipitarsi nello spaventoso abisso dell’indifferenza e dell’empietà. O uomini, sembra che Egli dica, obliate forse quanto ho fatto per voi? Obliate il mio presepio, il mio esilio, il mio sangue, la mia croce? Ma poiché voi siete fatti per amare, e vi abbisogna un cuore, ecco il mio; ed io in cambio domando il vostro. È impossibile che il vostro cuore non si dia a qualcuno, poiché non può vivere senza amare, né amare senza vendersi o donarsi. Se il vostro cuore è da vendere, chi può esserne miglior compratore di Colui che ne è la beatitudine, il fine, l’eterna ricompensa? Se è da donare, chi meglio merita possederlo di Colui che lo ha fatto? Il mondo, l’empietà, l’eresia, l’indifferenza, il denaro chiedono il vostro cuore per cambiarlo in un inferno, ed io ve lo chiedo per farne un paradiso cominciando da questa vita: scegliete! – Mentre il Figlio di Dio parlava così, il demonio infiammava lo zelo dei suoi satelliti e si formavano misteriose, occulte congreghe per rapire all’Uomo-Dio il cuore dell’uomo e della società. L’ora delle tenebre era venuta e uno spirito di vertigine, coll’impadronirsi di un gran numero, trascinava verso l’abisso le nazioni colpevoli. Tuttavia in questo conflitto mortale, Dio non rimarrà vinto. Ecco che il Sacro Cuore riunisce d’intorno a sé tutto ciò che vi ha di più puro sopra la terra, sicché voti e preghiere salgono al cielo come nuvole di grato profumo. La giustizia divina, egli è vero, avrà il suo corso contro gli ostinati, ma avrà posto in bilancia il contrappeso, e la fede non perirà.

Confraternita del sacro Cuore. – Infatti sotto il pontificato di Pio VII fu instituita a Roma, centro del Cattolicesimo, una società forte e numerosa in onore del sacro Cuore. Altre se ne formarono del pari nelle diverse diocesi della cristianità; ma quella di Roma è divenuta il punto centrale ove fanno capo tutte le altre, se non di fatto, almeno d’intenzione e di desiderio. Questa ammirabile devozione, che da Roma si spande da per tutto e perfino nelle più remore regioni e che dappertutto è esercitata con tutte le pratiche pubbliche di un colto che non paventa la luce, si trova in opposizione con il sistema oscuro, tenebroso delle società segrete, antireligiose ed antisociali. – Qual sede più conveniente della città privilegiata ove risiede il Vicario in terra del Figlio di Dio, e di dove egli spedisce i suoi operai in tutti i luoghi del suo campo e della sua vigna, per creare in essa il deposito centrale di tutti gli istrumenti necessari e la sorgente sempre aperta dei mezzi più efficaci per andare con profitto alla grand’opera della salute dell’anima? Era dunque necessario che la prima e la più estesa confraternita del Sacro Cuore avesse il proprio seggio nella capitale della cristianità. Quivi s’innalza, come sulla sommità d’una montagna, la grande Basilica intorno alla quale dobbiamo figurarci, come altrettante cappelle agglomerate, tutte le chiese grandi e piccole, che sono collocate su tutti i punti del globo. Di là, come dal suo focolare sempre ardente, debbono ognora partirsi tutti i dardi di quel bel fuoco d’amore, che Gesù Cristo è venuto ad accendere sopra la terra, che alimenta nel proprio cuore, e di cui desidera ardentemente che tutti i cuori degli uomini siano infiammati. Questo magnifico quadro ci mostra la devozione al sacro Cuore in perfetta armonia non solamente con i bisogni attuali della Religione e della società, ma anche con le grandi leggi del mondo morale. Tutti gli esseri creati da Dio debbono tornare a Lui pel mezzo del cuore stesso dell’uomo; e il cuore stesso dell’uomo deve tornare a Lui per mezzo del sacro Cuore di Gesù. Quindi è che la devozione a questo sacro Cuore è il centro d’unione ove tutte le altre vanno a far capo, ed ove esse si perdono, per così dire, come i fiumi vanno a scaricarsi e a mescolarsi nel vasto oceano. Tutte le sante istituzioni, tutti gli ordini religiosi, uniti tra loro con una pura affezione nel Cuore di Gesù, riconoscono che sotto diversi nomi sono derivati da Lui, come da sorgente unica e comune, nella quale debbono tutti rientrare, o che piuttosto non abbandonano mai, comecché da essa siano usciti, come la luce non lascia mai il sole, il quale la genera e la spande. – E ora poiché ci abbisogna un cuore, chi di noi ricuserà di scegliere, anzi di accettare quello di Gesù quando Egli ce l’offre? Che chiede Egli in cambio? Una sola cosa: il nostro cuore. E forse troppo? Cuore per cuore: da qual lato è il guadagno? Affrettiamoci dunque ad entrare nella compagnia del Sacro Cuore di Gesù. – Molti favori e pochi obblighi, ecco le condizioni che ci vengono proposte. Perciò si ottiene indulgenza plenaria il primo venerdì o la prima domenica di ogni mese; – 2° Indulgenza plenaria il giorno della festa del Sacro Cuore; 3° Indulgenza di sette anni e sette quarantene le quattro domeniche che precedono la festa: 4° Indulgenza di sessanta giorni per ogni opera buona compiuta nel corso della giornata; 5° Indulgenza plenaria in punto di morte purché s’invochi con vero fervore e col cuore, se non si possa colla bocca, il santo nome di Gesù [Raccolta di indulgenze, pag 210]. I confratelli, dietro rescritto di Pio VII in data del 20 marzo 1802, debbono recitare devotamente ogni giorno un Pater, Ave, Credo e la seguente giaculatoria, o altra che significhi lo stesso: In ogni giorno in me cresca l’amore — Pel cuor di Gesù Cristo Redentore. — Si può anche con grande utilità fare il mese del sacro Cuore come si fa il mese di Maria: la devozione ha destinato il mese di giugno a questa bella e affettuosa devozione.

Preghiera.

O mio Dio, che siete tutto amore, io vi ringrazio che abbiate rivelata al mondo la devozione al Sacro Cuore di Gesù; fateci grazia che corrispondiamo all’amore immenso di cui questo cuore divino e infiammato per noi. Mi propongo di amar Dio sopra tutte le cose, e il prossimo come me stesso per amor di Dio, ed in prova di questo amore io mi assocerò alla devozione del Sacro Cuore:

 

FESTA DELLA SANTISSIMA TRINITA’

[J.-J. Gaume: “Catechismo di Perseveranza”- Torino, 1881]

Trinità! Di tutte le feste religiose ecco la più antica, sebbene in un certo senso sia essa una delle più nuove. Nel creare il mondo, Dio si è edificato un tempio, e nel formare i secoli Ei si è consacrato una festa; perché il « Signore ha fatto tutte le cose per sé medesimo». La creatura non può non appartenere al suo Creatore e non essere consacrata alla gloria di Lui. Ora Dio in tre Persone è il Creatore di tutti gli enti e di tutti i tempi. È dunque vero che tutte le religioni non hanno potuto avere in sostanza altro scopo tranne il culto del Creatore dell’universo, e per conseguenza del Dio, in tre Persone, che è questo Creatore. La consacrazione del mondo e del tempo alla gloria dell’augusta Trinità era stata violata, profanata dal Paganesimo. Restauratore universale, Gesù Cristo venne sulla terra per rimediare a tutti gli effetti del male e per richiamare tutte le cose alla loro istituzione primitiva alla gloria dell’augusta Trinità.

Le creature intelligenti. Infatti il Verbo fatto carne ordinò che tutti i popoli fossero rigenerati in nome della Trinità; « Andate, ammaestrate, battezzate tutte le nazioni in nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo ». Da questo momento la Chiesa Cattolica non ha cessato di battezzare in nome delle tre auguste Persone. – E quante volte dalla cuna alla tomba ella fa sopra di noi il segno adorabile della Trinità! Siamo noi rigenerati nelle acque del Battesimo? Ciò avviene in nome dell’adorabile Trinità. Siamo noi fortificati dalla grazia della Confermazione? Ciò è pure in nome della santa Trinità. Ci sono cancellati i nostri peccati nel Sacramento della penitenza? Ed è questo parimente in nome dell’adorabile Trinità. Ci sono dati per cibo il corpo e il sangue del Salvatore? Ciò accade col segno della Trinità. Il malato è egli fortificato dall’olio santo, è egli consacrato il sacerdote, sono eglino uniti i coniugi? Ciò si fa sempre in nome dell’augusta Trinità. Se noi riceviamo le benedizioni dei Pastori e dei Pontefici, se incominciamo gli uffizi santi, se la Chiesa rivolge preghiere all’Altissimo, ciò si fa sempre invocando le tre persone dell’adorabile Trinità. Se ella intona cantici di allegrezza, se pronunzia inni di mestizia, essa li finisce sempre con render grazie al Padre, al Figliuolo e allo Spirito Santo. Questo per le creature intelligenti.

Le creature irragionevoli. Anche tutte le creature prive di ragione sono santificate in nome della santa Trinità. Da una estremità all’altra dell’universo cattolico voi vedete il segno della croce consacrare l’acqua, il fuoco, l’aria, la terra, il sale, la pietra, il legno, il ferro, i lini, tutto, tutto ciò che la Chiesa vuol purificare e sceverare dalla massa comune; e il segno della croce richiama tutte queste cose alla primitiva loro santità e le libera dai maligni influssi del demonio, con imprimer loro di nuovo il suggello dell’augusta Trinità. Ah! quanti profondi misteri sono nel segno della croce, di cui la sola Chiesa cattolica ha sempre mantenuto l’uso frequente! – In essa si racchiude tutta la storia del mondo, la di cui creazione in uno stato di santità, la di lui profanazione per mezzo del male, la di lui riabilitazione per mezzo di Gesù Cristo e della santa Trinità. Questo per le creature prive di ragione.

Il tempo. Per mezzo del Battesimo gli uomini diventano i figli, i loro corpi il tempio; il loro spirito il sacerdote della Trinità, e la loro vita intera ne è la festa. Ora la successione di tutte le vite individuali col formare la vita del genere umano, compone la durata ossia il tempo. Dunque per mezzo del Battesimo dell’uomo, il tempo si trova già in un senso consacrato alla gloria della santa Trinità; perciò tutti i nostri pensieri, parole, azioni debbono riferirsi alla gloria delle tre Persone auguste, e formare inno continuo a loro lode. Ma esso gli appartiene in senso anche più diretto, perché la Chiesa Cattolica consacra alla santa Trinità tutti gli istanti della durata, non vi è infatti giorno dell’anno, nè ora del giorno in cui ella non renda testimonianza in ogni sua preghiera alla Trinità. Essa ha persino prescritta una formula d’omaggio, chiamata Dossologia, per onorare ad ogni momento e celebrare distintamente le adorabili Persone del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; formula sacra con che finisce regolarmente i suoi salmi, i suoi responsori e i suoi inni. – Che diremo delle sue feste? Osservate con quale sfoggio le nostre solennità, la cui successione costituisce la durata del tempo, dimostrano questa verità, essere cioè la Triade augusta lo scopo di tutto il culto cattolico. Potrebbe mai questo avere un più nobile oggetto? Così le feste dei santi e dell’augusta Maria si riferiscono a Gesù Cristo di cui tutti i beati sono i membri; e noi gli onoriamo a riguardo di Gesù Cristo. Egualmente a riguardo della divina Trinità noi veneriamo Gesù Cristo medesimo, che vi è essenzialmente unito, o a meglio dire è uno in sostanza col Padre e con lo Spirito Santo. Le Persone divine sono inseparabili le une dalle altre, anche nelle nostre devozioni e nel nostro culto. – E per rischiarare questa sublime dottrina con qualche esempio: se noi veneriamo Gesù Cristo che s’incarna nel seno di Maria, noi vediamo tosti il Padre e lo Spirito Santo che concorrono al compimento di questo mistero. Se veneriamo Gesù Cristo soffrente, noi vediamo ben tosto il Padre che Lo abbandona alla morte e lo Spirito Santo che, come un fuoco divino, consuma quella vittima innocente. Se veneriamo Gesù Cristo risorto, noi vediamo il Padre che Lo resuscita e lo Spirito Santo che Lo fa entrare una vita nuova Se veneriamo Gesù Cristo che sale al cielo, noi vediamo il Padre nella gloria del quale Ei si riposa, e lo Spirito Santo che Egli invia. In fine se veneriamo Gesù Cristo che si rinchiude e si fa adorare nell’Eucarestia, noi non vediamo altro in Lui che una vittima che non può onorarsi, se non unendosi a lei e con lei immolandosi al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. – Che cos’altro abbisogna per farvi comprendere, non essere nella religione cristiana veruna festa che non sia veramente festa della Trinità, poiché tutte le altre non sono che mezzi per onorare la medesima e come gradini per innalzarci a lei, come al vero ed unico termine del nostro culto?

Festa particolare della Trinità. — Avvenne pertanto che quando si trattò di istituire una festa particolare della santa Trinità, per appagare la devozione di quelli che la sollecitavano, grandi dottori e grandi santi fecero udire i proprii reclami. Tutte le feste dell’anno, dicevano essi, non erano che frazioni della festa generale e perpetua della Trinità: essere quindi superfluo instituirne una speciale e soggetta all’annua rivoluzione delle altre. Non era forse da temere che una festa particolare conducesse all’oblio di quella festa generale e perpetua che deve occupare incessantemente la mente e il cuore dei cristiani? Non era ciò forse un voler limitare quello che non ammette limiti, e ridurre il medesimo Dio alla condizione dei Santi, cioè delle sue proprie creature con lo stabilirgli una festa a parte? Non era ciò forse un ignorare che non vi ha né feste, né templi, né altari che non appartengano unicamente alla santa Trinità? Per tutti questi motivi la Chiesa romana, operando con quella prudenza consumata che la contrassegna, stette fungo tempo senza ammettere la festa speciale della santa Trinità. Il Pontefice Alessandro III, che occupava la santa Sede verso la metà del duodecimo secolo, scriveva: « La festa della Trinità è diversamente osservata in diverse Chiese; ma la Chiesa romana non ha festa speciale della Trinità, perché ella la venera ogni giorno e ogni ora del giorno, poiché tutti i suoi uffici contengono le lodi e terminano con gloria alla Trinità ». Tuttavia poiché la Chiesa della città eterna, la madre e maestra di tutte le altre non biasimava la festa speciale della Trinità, quelle sue figlie che l’avevano introdotta continuarono a celebrarla. Si crede che sia ella stata istituita nel nono secolo da alcuni vescovi, che non la progettarono in principio, se non per dare un nuovo alimento alla devozione dei loro popoli. In questa intenzione Stefano vescovo di Liegi ne fece comporre un uffizio verso l’anno 920. Alcune Chiese vicine l’ammisero, e la festa della santa Trinità, si diffuse di luogo in luogo, tanto che l’abate Ruperto che viveva a principio del dodicesimo secolo, ne parla come di una festa adottata a tempo suo, e impiega un intero libro per, spiegarne il mistero [Lib. II, div offic.]. La celebrazione, lasciata fino allora alla devozione delle chiese particolari, fu fissata alla domenica nell’ottava di Pentecoste, presso a poco nel decimoterzo secolo. Fu volentieri destinata quella domenica per due motivi. Il primo, perché essa era vacante, cioè non aveva uffizio proprio. Infatti l’ordinazione che si faceva il sabato precedente, non cominciava che dopo l’uffizio del vespro, e durava molto spazio della notte, specialmente quando vi erano molti chierici da ordinare. Spesso anche veniva prolungata l’ordinazione fino al far del giorno, perché sembrasse fatta nella domenica stessa, e perché la domenica potesse aver qualche specie di uffizio che la impedisse a rimaner vacante. Ma siccome le persone devote domandavano un sacrificio per quel giorno, vi fu collocato l’uffizio e la festa della santa Trinità. L’altro motivo per cui fu posta nell’ottavario della Pentecoste si è per rammentare ai fedeli che la Trinità è la fine e la consumazione di tutte le feste e misteri medesimi di Gesù Cristo [Tomass., lib. II, Delle feste, etc.]. Finalmente la Chiesa romana vedendo che la festa particolare della Trinità nulla toglieva alla festa generale e perpetua delle tre Persone adorabili, si decise ella medesima ad adottarla, ma ciò non fu che nel decimoquarto secolo sotto il Pontificato di Giovanni XII. Questo Papa la decretò irrevocabilmente alla domenica dopo la Pentecoste, e ne fece sostituire l’uffizio a quello dell’ottava che allora si terminò il sabato dei quattro tempi a nona. La Chiesa non assegna alla festa particolare della santa Trinità che un posto secondario tra le feste dell’anno, forse per nuocere alla festa generale, e per mostrare l’impotenza in cui siamo di celebrare degnamente quest’augusto mistero. Esso è talmente al di sopra dei nostri pensieri, che il capitolo generale dei religiosi cisterciensi dell’anno 1230, sebbene ordinasse che la festa della Trinità fosse generale in tutte le case del loro ordine, proibì la predica a cagione della difficoltà del soggetto.

III. Influenza del ministero della augustissima Trinità. — Tuttavia, comunque incomprensibile sia il mistero della Trinità, esso non è né impugnabile né ineficace per la regola dei nostri costumi. Simile al sole che l’occhio non può fissare, ma la cui luce ci abbaglia e la cui esistenza visibile, il domma della Santa Trinità ci presenta da ogni lato dei segni evidenti della propria esistenza. Senza parlare qui della menzione che ricorre spesso nella Scrittura, né delle numerose figure sotto le quali Dio lo fece travedere agli antichi, noi vediamo intorno a noi, portiamo in noi stessi delle immagini di questo mistero. Il sole, a cagion d’esempio, vi appresta la luce, i raggi e i1 calore; queste tre cose sono distinte e tuttavia sono la sostanza medesima, e antiche al pari del sole. Creato a similitudine di Dio, l’uomo ei pure porta in se stesso l’immagine della santa Trinità. L’anima nostra possiede tre facoltà distinte, la memoria, l’intelletto e la volontà; tuttavia queste tre facoltà appartengono alla stessa sostanza ed ebbero esistenza con lei. – Abbiamo pur detto che il mistero della santa Trinità non si deve guardar qui qual soggetto sterile per la regola della nostra vita. O uomini, intendetelo quanto questo domma vi nobiliti. Creati a similitudine dell’augusta Trinità, voi dovete formarvi su di Lei modello, ed è questo un dovere sacro per voi. Voi adorate una Trinità il cui carattere essenziale è la santità, e non vi è santità si eminente, alla quale voi non possiate giungere per la grazia dello Spirito santificatore, amore sostanziale del Padre e. del Figlio. Per adorare degnamente l’augusta Trinità voi dovete dunque, per quanto è possibile a deboli creature umane, esser santi al pari di Lei. Dio è santo in sé stesso, vale a dire che non è in Lui né peccato, né ombra di peccato; siate santi in voi stessi. Dio è santo nelle sue creature: vale a dire che a tutto imprime il suggello della propria santità, né tollera in veruna il male o il peccato, che perseguita con zelo immanchevole, a vicenda severo e dolce, sempre però in modo paterno. Noi dunque dobbiamo essere santi nelle opere nostre e santi nelle persone altrui evitando cioè di scandalizzare i nostri fratelli, sforzandoci pel contrario a preservarli o liberarli dal peccato. – Siate santi, egli dice, perché Io sono santo [Lev. XI, 44]. E altrove: Siate perfetti come il Padre celeste è perfetto; fate del bene a tutti, come ne fa a tutti Egli stesso, facendo che il sole splenda sopra i buoni e i malvagi, e facendo che la pioggia cada sul campo del giusto, come su quello del peccatore [Matt. V, 48]. – Modello di santità, cioè dei nostri doveri verso Dio, L’augusta Trinità è anche il modello della nostra carità, cioè dei nostri doveri verso i nostri fratelli. Noi dobbiamo amarci gli uni gli altri come si amano le tre Persone divine. Gesù Cristo medesimo ce lo comanda, e questa mirabile unione fu lo scopo degli ultimi voti che Ei rivolse al Padre suo, dopo l’istituzione della santa Eucarestia. Egli chiede che siamo uno tra noi, come Egli stesso è uno col Padre suo. A questa santa unione, frutto della grazia, Ei vuole che sia riconosciuto suo Padre che lo ha inviato sopra la terra, e che si distinguono quelli che Gli appartengono. Siano essi uno, Egli prega, affinché il mondo sappia che Tu mi hai inviato. Si conoscerà che voi siete miei discepoli, se vi amate gli uni gli altri [Giov. XVI]. « Che cosa domandate da noi, divino Maestro, esclama sant’Agostino, se non che siamo perfettamente uniti di cuore e di volontà? Voi volete che diveniamo per grazia e per imitazione ciò che le tre Persone divine sono per la necessità dell’esser loro, e che come tutto è comune tra esse, così la carità del Cristianesimo ci spogli di ogni interesse personale ». – Come esprimere l’efficacia onnipotente di questo mistero? In virtù di esso, in mezzo alla società pagana, società di odio e di egoismo si videro i primi cristiani con gli occhi fissi sopra questo divino esemplare non formare che un cuore ed un’anima, e si udirono i pagani stupefatti esclamare: « Vedete come i cristiani si amano, come son pronti a morire gli uni per gli altri! » Se scorre tuttavia qualche goccia di sangue cristiano per le nostre vene, imitiamo gli avi nostri, siamo uniti per mezzo della carità, abbiamo una medesima fede, uno stesso battesimo, un medesimo Padre [Ephes. IV]. 1 nostri cuori, le nostre sostanze siano comuni per la carità: e in tal guisa la santa società, che abbiamo con Dio e in Dio con i nostri fratelli, si perfezionerà sulla terra fino a che venga a consumarsi in cielo. – Noi troviamo nella santa Trinità anche il modello dei nostri doveri verso noi stessi. Tutti questi doveri hanno per scopo di ristabilire fra noi l’ordine distrutto dal peccato con sottomettere la carne allo spirito e lo spirito a Dio; in altri termini, di far rivivere in noi l’armonia e la santità che caratterizzano le tre auguste Persone, e ciascuno di noi deve dire a se stesso: Io sono l’immagine di un Dio tre volte santo! Chi dunque sarà più nobile di me! Qual rispetto debbo io aver per me stesso! Qual timore di sfigurare in me o in altri questa immagine augusta! Qual premura a ripararla, a perfezionarla ognor più! Sì, questa sola parola, io sono l’immagine di Dio, ha inspirato maggiori virtù, impedito maggiori delitti, che non tutte le pompose massime dei filosofi. Osservate Francesco Saverio. Come è sublime quella parola ch’ei ripeteva ad ogni momento: Oh! santissima Trinità! Oh! Santissima Trinità! Per più di dieci anni le regioni dell’Oriente risuonarono di questa parola misteriosa, che era come il grido di guerra del san Paolo dei tempi moderni. Per animarsi alla lotta gigantesca ch’egli aveva intrapresa contro il paganesimo Indiano, Francesco Saverio considerava l’immagine augusta della santa Trinità sfigurata in tanti milioni di uomini, e la sua bocca pronunziava questa esclamazione: Oh! santissima Trinità! Allora un fuoco divino s’impossessava di lui, il suo petto si gonfiava, le lacrime scorrevano dai suoi occhi scintillanti, e con la rapidità del lampo ei si scagliava verso mondi sconosciuti, e rovesciava gl’idoli, e seminava i prodigi; e sopra migliaia di fronti faceva scorrere l’acqua rigeneratrice, e ristabiliva l’immagine sfigurata della santa Trinità, e né la morte, né la fame, né la sete, né gli uomini, né l’inferno potevano arrestare o intepidire il suo zelo nel riparare l’immagine alterata delle tre auguste Persone. Oh! santissima Trinità! – Che diremo noi dei sentimenti di riconoscenza che la contemplazione di questo gran mistero ci sveglia nel cuore? Il Padre che ci ha creati, il Figlio che ci ha redenti, lo Spirito Santo che ci ha santificati; conoscete voi cosa alcuna più idonea a sublimare i nostri affetti, a purificarli, e a dare vera dignità a tutta la nostra condotta? Oh! nazioni moderne, al mistero dell’augusta Trinità voi andate debitrici di non esser più prostrate ai piedi degl’idoli! Osereste voi dire, che non le siete debitrici di cosa alcuna?

Mezzi di celebrare degnamente la festa della Trinità. — Quanto a noi cristiani, veneriamo la santa Trinità con tutti gli omaggi di cui siamo capaci; recitiamo spesso la bella preghiera: Gloria al Padre e Figlio e allo Spiriti Santo, com’era al principio, ora e nei secoli dei secoli. [Questa preghiera è di tradizione apostolica. Bened. XIV] Formare società fra tre Persone, e recitare ogni giorno, o insieme o separatamente, la mattina, a mezzo giorno e la sera, sette Gloria Patri con una sola Ave Maria in onore della santa Trinità, è una devozione autorizzata dalla Chiesa ed arricchita di grandi indulgenze, tra le quali una plenaria da acquistarsi in due domeniche d’ogni mese [Raccolta di Indulgenze. Roma 1841, pag. 5]. Oltre di che è questo un mezzo eccellente di riparazione alle bestemmie degli empi. Celebriamo con fervore speciale la festa che la Chiesa ha consacrato alle tre adorabili Persone; ma rammentiamoci che la nostra vita intera deve essere una festa continua ad onore loro. Adoriamo nel silenzio del nosro nulla questo sto incomprensibile mistero; imitiamo con la nostra carità e santità le tre Persone divine, rimanendo penetrati di riconoscenza per i beni di cui siamo loro debitori. Rinnoviamo in questo giorno le promesse fatte nel nostro battesimo: eccitiamoci allo zelo per la nostra perfezione e per la nostra santificazione prossimo. Così noi ci conformeremo allo spirito della Chiesa, così adempiremo al dovere d’una creatura verso il Creatore, così conserveremo in noi l’immagine augusta della santa Trinità.

Preghiera

O mio Dio, che siete tutto amore, io vi ringrazio che ci abbiate rivelato il mistero della Santissima Trinità; penetrateci di riconoscenza pel Padre che ci ha creati, pel Figlio che ci ha redenti e per lo Spirito Santo che ci ha santificati. – Mi propongo di amar Dio sopra tutte le cose, e il prossimo come me stesso, per amor di Dio per amor di Dio, ed in prova di questo amore io domanderò spesso a me stesso: di chi sono io l’immagine?

 

MARIA SS. REGINA DEGLI APOSTOLI

MARIA SS. REGINA DEGLI APOSTOLI

[“I Santi per ogni giorno dell’anno” – S. Paolo ed. Alba; Roma, 1933 –impr.-]

31 MAGGIO.

Regina Apostolorum, ora prò nobis! Oh dolce e caro titolo alle anime apostole, a tutti quelli che lavorano per la salute delle anime! In quel doloroso e solenne istante in cui il moribondo suo Gesù dalla Croce le donò per figliuolo Giovanni e in lui tutti gli uomini, ma specialmente tutti gli Apostoli, quale tenerissima carità inondò in quel momento il suo cuore per le anime consacrate all’apostolato, alla sequela della Croce, all’amore di Gesù!

Regina degli Apostoli!

Ella formò il primo Apostolo, l’Apostolo eletto del Padre Celeste, Gesù Cristo, e dopo che Gesù stesso si elesse a successore di figlio S. Giovanni, e in lui particolarmente tutti gli Apostoli, Ella diventò la loro Madre, Maestra e Regina. Fu Ella che maternamente, plasmò quel gagliardissimo manipolo di dodici, ottenendo loro il suo Divino Sposo, lo Spirito Santo, e poi guidandoli e sorreggendoli nel loro fecondissimo apostolato. Fu pure Ella che chiamò alla vigna del Signore il tredicesimo e più zelante Apostolo, Paolo, di cui si disse: « Mancarono i popoli a Paolo, ma Paolo non mancò ai popoli». Ella è che suscitò e formò quelle grandi vocazioni che in ogni tempo bisognoso, rialzarono le sorti della Chiesa e che splendono all’umanità come fari luminosissimi. Ell’è che dette il coraggio e la forza ai milioni e milioni di martiri; che formò i Santi tutti, poiché secondo gravi e santi Dottori, come S. Bernardo, S. Alfonso, è difficile se non impossibile che alcuno si faccia santo senza l’aiuto di Maria, essendo Ella il collo del corpo mistico, il canale di ogni grazia; poiché Dio tutto ha posto nelle sue mani, incoronandola Regina del Cielo e della terra. – E come non va al corpo nutrimento, senza passare pel collo, così dal capo del corpo mistico, Gesù Cristo, non viene alle membra, la Chiesa, grazia alcuna senza che passi per Maria. È dottrina di S. Alfonso. Ella formò i Santi: or tutti i santi sono in qualche modo Apostoli; Ella è dunque con ogni ragione, Madre, Maestra, Regina degli Apostoli. Ma che dire? Scrivere di Maria è come voler rovesciare con un cucchiaino qual è la nostra intelligenza, tutte le acque degli Oceani in un bucherellino. Maria è quella che ha suscitato tutti gli ordini e congregazioni a rialzare le sorti della povera Società; Ella ogni giorno va segregandovi le vocazioni, e là giorno per giorno, con materna delicatezza le plasma sulla stessa forma di Gesù; e come Madre forma la loro vita spirituale, come Maestra comunica la divina scienza, e come Regina le forma allo zelo e al sacrificio, adatta gli argomenti della fede e mostra le vie del cuore e appiana loro le difficoltà. Qual religione, quale Apostolo, quale Santo è senza di Maria? Nessuno: è un assurdo, perché quelle parole di Gesù agonizzante in Croce, costituiscono una legge universale a cui nessuno può fuggire; e siccome forma anime Apostole, Ella è Regina degli Apostoli. Ed ancora: Chi nei secoli profligò tutte le eresie? Maria. Udiamo il saluto che le rende la Chiesa: « Godi, o Vergine Maria: Tu hai dissipate da sola tutte le eresie del mondo intero ». In tutti i bisogni della Chiesa Maria suscitò e sostenne gli apostoli, i campioni della fede e diede loro i mezzi per dissipare l’errore. Maria è Regina degli Apostoli: è ragionevolissimo: la Madre è nel grado del Figlio, e la Madre ritiene come sue le cose del Figlio: Gesù è Re dei Re, dunque Maria è Regina.

RICORDO. — Dio è onnipotente per natura; Maria lo è per grazia; Dio dà di potere, Maria dà di facilmente potere. Andiamo dunque alla Piena di grazia!

PREGHIERA. — O Maria accrescete la gloriosa schiera degli Apostoli, dei Missionari, dei Sacerdoti, delle Vergini. Siano tutti santi e sale purificante della terra, o Madre dei Santi, Madre del Gran Sacerdote e Voi stessa’ Sacerdote ed altare. Così sia.

31 MAGGIO

FESTA DELLA BEATA VERGINE MARIA REGINA

[Dom Guéranger: “L’Anno liturgico” vol. II]

Che cosa è la regalità.

Analizzando le note fondamentali della regalità, per dimostrare poi la loro presenza in Cristo, fin dall’inizio della sua vita terrena, Bossuet definì, con una magnifica frase, la sua essenziale grandezza: « La regalità – disse – consiste nella forza di fare il bene del popolo che si domina; il nome di re è come il nome di un padre comune, di un universale benefattore » (1). Questa è la regalità che Cristo rivendicò davanti a Pilato. Per farne meglio capire e onorare il carattere. Pio XI, al termine dell’Anno Giubilare del 1925, istituì la Festa della Regalità universale e sociale di Cristo ed esortò i fedeli a sottomettere a Cristo Re le loro intelligenze e le loro volontà, a consacrargli le famiglie, la patria, e tutta la società per poter ricevere da Lui, con più abbondanza, quelle grazie di cui sempre più abbiamo bisogno. – Quando, a sua volta. Pio XII, a conclusione dell’Anno mariano 1954, istituì la Festa della Beata Vergine Maria Regina, non aveva intenzione di proporre al popolo cristiano una nuova verità, né di giustificare, con un nuovo titolo, la nostra pietà verso la Madre di Dio e degli uomini. « La nostra intenzione – disse nel suo discorso del 1 novembre – è di presentare agli occhi del mondo una verità capace di porre rimedio ai suoi mali, di liberarlo dalle sue angosce, di portarlo su quel cammino della salvezza che egli cerca con ansia… – Regina più di ogni altro per la grandezza della sua anima e per l’eccellenza dei suoi doni divini. Maria non cessa mai di prodigare i tesori del suo affetto e delle sue materne attenzioni alla desolata umanità. Lungi dall’essere basato sulle esigenze dei suoi diritti e sulla volontà d’un altezzoso dominio, il regno di Maria ha una sola aspirazione: il dono completo di sé, nella più alta e totale generosità ».

Regalità di Maria nella tradizione.

Coronata d’un diadema di gloria nella beatitudine celeste, Maria regna sul mondo con cuore materno. Già dai primi tempi i fedeli hanno detto che la Madre del « Re dei Re e del Principe dei Principi » ha una gloria speciale, perché ha ricevuto grazie e favori particolari. I primi scrittori della Chiesa l’hanno chiamata, come già Elisabetta, « Madre del mio Signore » e quindi Sovrana, dominatrice, Regina del genere umano. – Rifacendosi alle numerose testimonianze e partendo dai primi tempi del Cristianesimo, i teologi della Chiesa hanno elaborato la dottrina, in virtù della quale essi chiamano la SS. Vergine, Regina di ogni creatura, Regina del mondo. Sovrana dell’universo. La liturgia, specchio fedele della dottrina trasmessa dai dottori e professata dai fedeli, ha sempre cantato, sia in Oriente quanto in Occidente, le lodi della Regina del Cielo, e l’arte stessa, appoggiandosi alla dottrina della Chiesa e ispirandovisi, ha interpretato esattamente, dopo il Concilio di Efeso del 431, la pietà autentica e spontanea dei Cristiani, rappresentando la Vergine con gli attributi di Regina e di Imperatrice, ornata di insegne reali, cinta del diadema di cui l’ha incoronata il Redentore, attorniata da una coorte di Angeli e di Santi che cantano la sua dignità e la sua gloria di Sovrana.

L’insegnamento della teologia.

L’Arcangelo Gabriele è stato il primo ambasciatore della dignità regale di Maria. « Chi nascerà da te – egli le disse – sarà chiamato Figlio dell’Altissimo; Iddio gli darà il trono di Davide suo padre, egli regnerà per sempre e il suo regno non avrà fine ». Logicamente, se ne deduce che anche Maria è Regina, perché dà la vita ad un figlio che, dall’istante stesso della concezione, anche come uomo, era re e signore di ogni creatura, in effetto della unione ipostatica della sua natura umana col Verbo. II principale argomento su cui si basa la dignità regale di Maria, è senza dubbio la sua divina maternità. S. Giovanni Damasceno scriveva: « Nel momento in cui divenne Madre del Creatore. Ella divenne pure sovrana di tutta la creazione » [De fide de cattol. L. IV, c. 14]. In più. Maria è stata chiamata da Dio stesso a sostenere una parte importante nella economia della salvezza: Ella doveva collaborare col suo Figlio divino, fonte della nostra salvezza, così come Eva aveva collaborato con Adamo, causa della nostra morte; e come Cristo, nuovo Adamo, è nostro Re, non soltanto perché Figlio di Dio, ma anche per diritto di conquista, perché è nostro Redentore, si può dire che, per una certa analogia, anche la Santa Vergine è Regina, non soltanto perché Madre di Dio, ma anche perché, novella Eva, fu associata al nuovo Adamo nell’opera della nostra redenzione. – Nel regno messianico, soltanto Gesù Cristo è RE nel significato esatto del termine; però l’autorità del re non è affatto sminuita quando, al suo fianco, vi è una autentica Regina. Anzi, tale presenza nobilita la grandezza della sovranità, la rende più amabile, la arricchisce di una confidente intima. È in questo senso che Maria è Regina: non per comandare in vece del Cristo, né per consigliarlo, ma per esercitare sul suo cuore, in favore dei suoi fedeli, soprattutto dei più deboli, l’influenza decisiva di una potente preghiera. È a questa Regina che il Cristo affiderà l’elargizione dei suoi favori; in questo regno, il Cristo dona ogni grazia con amore e delicatezza: ecco perché l’affida a Maria. « È con cuore materno – diceva Pio IX – che ella si preoccupa del genere umano in relazione alla nostra salvezza; voluta dal Signore come Regina del Cielo e della Terra, Maria ottiene udienza per la potenza della sua preghiera materna, si vede concesso tutto quanto chiede, non ha mai ricevuto nessun rifiuto » (Bolla “Ineffabilis”). A sua volta. Pio XII, nell’Enciclica “Coeli Reginam”, diceva così: « Essendoci poi fatta la convinzione, dopo mature, ponderate riflessioni, che ne verranno grandi vantaggi alla Chiesa, se questa verità solidamente dimostrata risplenda davanti a tutti… con la Nostra Autorità Apostolica decretiamo e istituiamo la festa di Maria Regina, da celebrarsi ogni anno in tutto il mondo il giorno 31 maggio. – Ordiniamo ugualmente, che in detto giorno sia rinnovata la Consacrazione del genere umano al Cuore Immacolato della Beatissima Vergine Maria. In questo gesto, infatti, è riposta grande speranza che possa sorgere una nùova era, allietata dalla pace cristiana e dal trionfo della religione ». Uniamo noi pure i nostri sentimenti a quelli del Papa, Angelico, e recitiamo la preghiera che Egli compose e recitò il 1 Novembre 1954, dopo aver coronata la Vergine «Salus populi romani». –

PREGHIERA A MARIA REGINA Di SS. PIO XII

« Dal profondo di questa terra di lacrime, ove la umanità dolorante penosamente si trascina; tra i flutti di questo nostro mare perennemente agitato dai venti delle passioni; eleviamo gli occhi a voi, o Maria, Madre amatissima, per riconfortarci contemplando la vostra gloria e per salutarvi Regina e Signora dei cieli e della terra, Regina e Signora nostra. » Questa vostra regalità vogliamo esaltare con legittimo orgoglio di figli e riconoscerla come dovuta alla somma eccellenza di tutto il vostro essere, o dolcissima e vera Madre di Colui, che è Re per diritto proprio, per eredità, per conquista. » Regnate, o Madre e Signora, mostrandoci il cammino della santità, dirigendoci ed assistendoci, affinché non ce ne allontaniamo giammai. » Come nell’alto del cielo Voi esercitate il vostro primato sopra le schiere degli Angeli che vi acclamano loro sovrana; sopra le legioni dei Santi che si dilettano nella contemplazione della vostra fulgida bellezza; così regnate sopra l’intero genere umano, soprattutto aprendo i sentieri della fede a quanti ancora non conoscono il vostro Figlio. » Regnate sulla Chiesa che professa e festeggia il vostro soave dominio e a voi ricorre come a sicuro rifugio in mezzo alle calamità dei nostri tempi. Ma specialmente regnate su quella porzione della Chiesa, che è perseguitata ed oppressa, dandole la fortezza per sopportare le avversità, la costanza per non piegarsi sotto le ingiuste pressioni, la luce per non cadere nelle insidie nemiche, la fermezza per resistere agli attacchi palesi, e in ogni momento la incrollabile fedeltà al vostro Regno. » – Regnate sulle intelligenze, affinché cerchino soltanto il vero; sulle volontà, affinché seguano solamente il bene; sui cuori, affinché amino unicamente ciò che voi stessa amate. » Regnate sugli individui e sulle famiglie, come sulle società e sulle nazioni; sulle assemblee dei potenti, sui consigli dei savi, come sulle semplici aspirazioni degli umili. » Regnate nelle vie e nelle piazze, nelle città e nei villaggi, nelle valli e nei monti, nell’aria, nella terra e nel mare. » Accogliete la pia preghiera di quanti sanno che il Vostro è regno di misericordia, ove ogni supplica trova ascolto, ogni dolore conforto, ogni sventura sollievo, ogni infermità salute e dove, quasi al cenno delle vostre soavissime mani, dalla stessa morte risorge sorridente la vita. » Otteneteci che coloro, i quali ora in tutte le parti del mondo vi acclamano e vi riconoscono Regina e Signora, possano un giorno nel cielo fruire della pienezza del vostro Regno, nella visione del vostro Figlio, il quale col Padre e con lo Spirito Santo vive e regna nei secoli dei secoli. Così sia! » [Atti e Discorsi di S. S. Pio XII, vol. XVI, pag. 367-68. Ed. Paoline. Roma].

 

 

XXVI. GIORNO: L’ASCENSIONE

XXVI. GIORNO.

L’Ascensione.

[G. Gilli: “Piccolo mese di maggio”- Tip. Imm. Conz. Ed. Modena, imprim.]

Terminata era la missione dell’ Uomo-Dio sulla terra; gettate le fondamenta della sua Chiesa, istituiti i sacramenti, ammaestrati gli apostoli, non più rimaneva all’adorabile Salvatore che dare ai beneamati del suo cuore un’ ultima benedizione, pegno di quell’eterna benedizione che accorderebbe loro ben presto in cielo. Non v’ha dubbio che cogli apostoli e gran numero di discepoli non si sia trovata Maria sul monte degli olivi in quella commovente circostanza. Appena colà radunati, ecco Gesù comparire in mezzo al suo piccolo gregge, e dopo aver loro dato un ammonimento ancora, e la benedizione, i suoi piedi abbandonano la terra, ed Egli s’innalza maestosamente verso il cielo. Se, come insegna antica tradizione, il Salvatore concesse alla Madre di poter essere testimonio del suo trionfante ingresso nel cielo, chi varrà a descrivere il rapimento, 1’estasi di felicità in che Fl’avrà piombata la vista del corpo glorificato del suo Gesù sedente alla destra del Padre? Ah! Qui innanzi la vita di quest’anima immacolata non sarà più che un ardente aspirazione verso il cielo, un’accesa brama di veder finire il suo esilio, sopportando tuttavolta gli inenarrabili dolori di sì fatta lontananza con perfetta e paziente rassegnazione alla volontà del Signore. – Desideriamo noi il cielo come la nostra divina Madre? Il cielo! Ah! egli è pure la dimora del nostro Padre, l’eredità nostra, la nostra patria, il luogo ove si tergeranno per sempre le lacrime nostre. Coraggio dunque; ogni giorno di quaggiù è un passo che a Dio ci avvicina. Che cosa importano le fatiche del viaggio, le pene, le prove, dacché ci attende colassù una felicità inenarrabile, felicità proporzionata alla grandezza delle nostre afflizioni? Sì, Dio misurerà le sue consolazioni al regolo delle nostre croci; più avremo sofferto, più grandi saranno le nostre gioie; e quel che più monta, tutti i dolori saranno passati per non ritornare più mai, e la felicità la quale ne sarà il guiderdone, avrà 1’eternità per durata.

ESEMPIO.

La ristrettezza, di un esempio non mi permette che di far parola di alcuna soltanto delle più rinomate Statue rappresentanti la B. V. Maria: — In Saragozza evvi la statua detta del Pilar (della colonna) di cui già diedi un cenno; la s. Vergine sta in piedi col bambino Gesù tra le braccia, il quale tiene una colomba in mano; pretendesi scolpita ai tempi dell’apostolo s. Giacomo. — Una delle più celebri statue che vanti la Francia è incontestabilmente quella di Puy-en-Velay; vuolsi colà portata da quegli arabi che primi, dopo i Magi, venerarono Maria ed il bambino, e la scolpirono a loro modo: essa tiene Gesù sulle ginocchia. — La statua d’ ebano della B. V. di Loreto, annerita dal tempo e dal fumo delle numerose lampade e candele, che ardono giorno e notte, è pure di antichissima data; v’ha delle cronache, le quali ne attribuiscono la scultura allo stesso s. Luca; rapita dall’armata repubblicana nel 1797, e trasferita a Parigi, venne riportata a Loreto per ordine di Napoleone, appena divenuto primo console. — La Madonna di Spoleto dicesi colà portata di Palestina nel 352 da tre eremiti: dapprima addimandossi S. Maria di Giosafat, poi la Madonna degli Angeli o della Porziuncula: questa chiesa fu la calla dell’ ordine del Serafino d’ Assisi. — Celeberrima è la statua posta all’ ingresso della chiesa del santo Sepolcro in Gerusalemme; a questa si riconobbe debitrice della sua conversione s. Maria egiziaca nel 370. — La più antica statua di Maria venerata nel Belgio è quella di Bruges. — Beatrice vedova del conte di Dampierre ricevette dal sommo Pontefice Gregorio IX una statua della B. Vergine deposta, dice una tradizione, dagli Angeli in una foresta d’Italia. Collocata nella chiesa dell’abbazia di Courtrai, divenne ben presto celeberrima per i suoi prodigi. Finalmente nella chiesa di Afflighem esiste la famosa statua, la quale nel 1150, salutata da s. Bernardo colle parole: Salve, Maria, gli rese il saluto: “Salve, Bernardo”.

Orazione.

O Maria che tenete in mano lo scettro della misericordia, ricordatevi di me, povero vostro figlio che pellegrino qui in terra, sospiro verso il cielo, che è la patria mia, verso Dio che è Padre mio, verso Gesù che è mio fratello, verso di voi che siete la Madre mia. Deh! Guidate tutti i miei passi finché deporre possa ai vostri piedi l’immortale corona, non dovuta ai meriti miei, ma a quelli del vostro divin Figlio, ed alla materna vostra protezione. Così sia.

OSSEQUIO.

Recitate un De profundis per 1’anima del purgatorio che in vita fu più devota della B. V.

GIACULATORIA.

Virgo potens, ora prò nobis.