IL CUORE DI GESÙ (XX): Il Cuore di Gesù e la Donna.

DISCORSO XX.

Il Sacro Cuore di Gesù e la donna.

Tutti i grandi uomini del Cristianesimo si sono sempre occupati seriamente della donna. S. Paolo, quel primo e sublime interprete del pensiero di Gesù Cristo, come S. Giovanni lo fu del suo amore, in tutte le sue lettere parla della donna con un interesse particolare, e s’incarica della sua istituzione. Egli la segue ne’ suoi diversi stati di vergine, di sposa e di vedova, e le insegna i doveri ch’ella deve adempiere, le virtù che deve praticare, gli scogli che deve evitare, i mezzi coi quali può santificare se medesima e gli altri ed edificare la Chiesa in ciascuno de’ suoi stati. L’Apostolo S. Pietro, nella sua prima lettera raccoglie anch’esso la nostra attenzione sulla donna, e in alcuni versetti ne fa apparire la dignità e ne insegna i doveri. Ad imitazione degli Apostoli, il gran Vescovo e martire S. Policarpo, nella lettera che indirizzò alla Chiesa, prima di andarsi ad immolare per Gesù Cristo, ha dato una bella e soda istruzione per le donne, ed ha fatto conoscere tutta l’importanza della loro santa condotta. Non altrimenti fecero i Padri della Chiesa, quali un Tertulliano, un San Cipriano, un S. Ambrogio, un S. Agostino, un S. Giovanni Crisostomo, e soprattutto uu S. Girolamo, il quale sull’esempio di S. Paolo ha considerato la donna nei diversi stati, in cui si può trovare, e più diffusamente ancora l’ha istruita ne’ suoi doveri come vergine colla sua famosa lettera a S. Eustochia, come vedova nella sua lettera a Furia e in quella a S. Salvina, come maritata e madre nella sua lettera a Leta. Nel medio evo poi, tutti i Sommi Pontefici, tutti i Concili, tutti i Dottori e tutti i teologi si sono occupati, direi in modo particolare, della donna. E in questi ultimi tempi, quattro grandi Santi, per tacere di cento altri, animati da un medesimo zelo e dallo stesso spirito, S. Gaetano Tiene, S. Ignazio di Loiola, S. Vincenzo de’ Paoli, e S. Francesco di Sales si sono riscontrati in un medesimo lavoro nella istruzione cristiana della donna. Che cosa vuol dire ciò, o miei cari? Non è difficile a comprendersi. Quale è la donna, tale in gran parte è l’uomo, la famiglia, la società. La donna pia e pura, la donna veramente cristiana è quella che, madre cristianizza il fanciullo, che figlia edifica il padre, che sposa santifica il marito, che sorella ammigliora il fratello, e con tutto ciò forma religiosa la famiglia, religiosa e felice la società, perché a quella guisa che non è religiosa la famiglia, che per la religione degli individui, così, non è religiosa e felice la società, che per la religione delle famiglie. Al contrario, se la donna è essa irreligiosa, scostumata, non cristiana, la è finita quasi del tutto pel bene degli individui, della famiglia e della società. Pertanto curarsi della istituzione cristiana della donna è curarsi della felicità del mondo. Ma se in vista di sì grande motivo la Chiesa, i Dottori, i Santi si sono così seriamente occupati della donna, essi non lo fecero tuttavia, che seguendo il modello di ogni particolare sollecitudine, di ogni peculiar zelo, di ogni speciale carità, nostro Signor Gesù Cristo. Ed in vero come mai il Cuore Sacratissimo di Gesù, così interessato della felicità degli individui, delle famiglie, della società, come mai non avrebbe dimostrato una grande carità per questo essere così debole, eppur così potente ad un tempo, da valere in gran parte a produrre una tale felicità! Sì, anche apro della donna questo Cuore Santissimo ebbe fiamme d’amore; ed è quello, di cui devo parlarvi oggi.

I. — Che cosa deve essere la donna secondo lo spinto del Cristianesimo? Apriamo la Bibbia: essa ce lo insegna fin dalle prime pagine. Quando Iddio ebbe creato l’uomo, dice la Sacra Scrittura, Dio guardò a lui, e tocco il cuore alla vista della sua solitudine, pronunziò queste parole, una delle più tenere, che siano uscite dal suo labbro: «Non è bene che l’uomo sia solo: facciamogli una compagna simile a lui, che possa servirgli di aiuto: « faciamus ei adiutorium simile sibi. » Ecco quel che deve essere la donna: l’aiuto dell’uomo: l’aiuto dell’uomo non solo per quanto si riferisce ai suoi bisogni di natura, ma eziandio e principalmente per quanto si riferisce ai suoi bisogni spirituali. Contribuire pertanto all’acquisto dell’eterna salute dell’uomo è il fine principale della donna, la sua missione, il suo ministero, la sua gloria, la sua grandezza, la sua dignità. Ma osserviamo bene, o miei cari, che le parole di Dio « Non è bene che l’uomo sia solo » hanno un senso generale e indeterminato, e che per conseguenza le parole « facciamogli un aiuto che gli rassomigli » hanno lo stesso senso, e significano avere Iddio costituito la donna come l’aiuto dell’uomo in tutti gli stati, in tutte le condizioni, in cui può trovarsi; cioè la donna non è soltanto l’aiuto dell’uomo nello stato domestico, ma eziandio nello stato sociale e religioso. A tal fine, perché la donna fosse l’aiuto dell’uomo, sempre e dappertutto, Iddio doveva dargliene la capacità. È quello che fece. Egli che equilibrò mirabilmente gli esseri, che compongono l’universo, con la forza e con la bellezza, operò la stessa cosa in quei due esseri, che dovevano comporre la famiglia e la società; e all’uomo diede massimamente la forza, alla donna la bellezza. All’uomo la forza del genio, della volontà, ed anche quella dei muscoli, perché comandi comandando; alla donna la bellezza del cuore, dello spirito, del tratto, dello sguardo, delle forme esteriori, perché comandi pregando. Di fatto la donna, più debole dell’uomo quale essere fisico, è più forte dell’uomo quale essere morale. In diritto è l’uomo, che deve comandare alla donna, di cui è sovrano e signore; ma nel fatto è la donna, che riesce assai facilmente a piegare l’animo dell’uomo alla sua volontà. E sì grande è la signoria, che ella può esercitare sul cuor dell’uomo, che quando si fa a tutta impiegarla sia in bene sia in male, l’uomo fosse pure perfetto come Adamo, forte come Sansone, accorto come Sisara, pio come David, sapiente come Salomone e feroce come Oloferne, finisce quasi sempre per lasciarsi soggiogare dalla donna, per cedere a lei, per obbedirla, e lui felice se non ne diventa anche il trastullo! Lo stesso Giangiacomo Rousseau diceva argutamente che le sorti del mondo sarebbero state diverse, se Cleopatra avesse avuto un naso più piccolo. È vero che si vedono tante volte degli uomini, che tiranneggiano le loro mogli, ma questo avviene ordinariamente quando questi sciagurati sono alla lor volta tiranneggiati da altre donne, di cui sono divenuti gli ignobili schiavi. Tale è l’attitudine della donna. – Ma sventuratamente la donna fin dal principio abusando dell’attitudine da Dio ricevuta, tradì la sua missione, ed invece di essere il vero aiuto dell’uomo, ne fu la rovina. E Iddio la punì con una doppia condanna, di essere sempre soggetta all’uomo e di non generare i figli che nel dolore. Anzi, quasi che questa doppia condanna non fosse bastata, Iddio parve volerla punire anche più terribilmente col permettere che l’uomo, apostata dalla vera religione, valendosi scandalosamente della sua dignità e della sua forza, si recasse come a spaventevole dovere e ad infernale piacere di avvilirla e di trattarla come il più spregevole di tutti gli esseri. Perciocché in quei quattromila anni, che precedettero la venuta di Gesù Cristo sulla terra, ed anche oggidì presso a quei popoli, dove non è arrivato ancora il Cristianesimo o fu distrutta la sua benefica influenza, l’uomo ha accumulato contro la donna quante durezze e quanto avvilimento ha saputo immaginare. Egli ne ha fatto una cosa, una proprietà, una schiava, uno strumento di sfogo ai suoi più brutali appetiti. L’ha coperta di un velo e l’ha nascosta nel luogo più segreto della casa, come una divinità malefica o quale un essere sospetto; le ha raccorciati i piedi sin da bambina, affin di renderla inabile a camminare e a portare il suo cuore dove le piacesse; l’ha assoggettata alle fatiche più dure e più penose; le ha negato ogni istruzione e tutti i piaceri dello spirito, fino al punto, che in certe contrade il viaggiatore abbattendosi in uno di questi esseri avviliti e richiedendolo della sua via, la donna rispondeva: « Io non so nulla, perché sono una donna. » Fu condotta a marito sotto la forma di compra e di vendita; fu dichiarata incapace di succedere al padre od alla madre, di far testamento, di esercitar la tutela sui propri figliuoli e persino di conservar loro la vita dopo di averli dati alla luce, giacché questo diritto era riservato al padre soltanto. Finalmente, secondo le diverse legislazioni pagane, con una barbarie ed ignominia orribile, o fu costretta ad accompagnare il cadavere del marito, e giovane ancora e piena di vita lanciarsi sul rogo di lui, perché così la vita del marito fosse al sicuro, ben sapendo essa, la moglie, che in nessun caso avrebbe potuto al marito sopravvivere; o dovette sottostare al ripudio e dopo essere entrata in una casa adorna di gioventù e di bellezza, andarsene appassita dagli anni e dalle infermità, cacciata nella strada come un mobile logoro che si ha noia di più lungamente vedere tra i piedi, in mezzo alle insolenze e agli sghignazzi degli schiavi, che si facevano a schernire come schiava loro pari colei, che il dì innanzi era stata la loro signora; o infine venne rinchiusa siccome un gregge di bestiame fra quattro mura di un harem per essere fra la noia e il dispetto di interi anni non già l’oggetto di una vera e durevole affezione, ma per un breve istante l’ignobile strumento di una passione brutale. Ecco, o miei cari, che cosa è avvenuto della donna dopo la sua caduta. Ma sia lode a Dio! Gesù Cristo discese sulla terra per ristorare ogni cosa. E il riaffermare la grandezza della donna, il rimetterla nel suo ufficio, e l’assicurargliene tutto il potere di ben esercitarlo, non fu certamente l’ultima prova di carità del suo Cuore Santissimo verso il genere umano. Che fece adunque Gesù Cristo in pro della donna? Di qual maniera spiegò verso di essa la carità del suo cuore? Udite, che son meraviglie. Ma notate bene, o miei cari, che io qui non parlo solo di quella carità, che Gesù Cristo ebbe per le donne del suo tempo e della sua patria, di quella carità con cui accoglieva ai suoi piedi le peccatrici pentite, o le aspettava al pozzo di Sichem, o le difendeva da quei che le volevano lapidare, per donar loro il suo perdono e la sua grazia; non parlo solo di quella carità, con cui allo spettacolo di povere donne piangenti per la morte dell’unico figlio, o per quella dell’amato fratello, o per i travagli della propria figliuola si commuoveva, ponendo mano ai miracoli per sollevarle dalla loro afflizione; non parlo solo di quella carità, per cui alle donne di gran fede ridonava la salute col semplice tocco del lembo della sua veste, no, non parlo solo di questa carità particolare; io parlo propriamente di quella carità generale, immensa, con cui il Cuore di Gesù Cristo si volse a ristorare e beneficare la donna di ogni luogo, di ogni tempo e di ogni condizione. Egli adunque imprese anzitutto la ristorazione della donna col grande mistero della sua Incarnazione e con la grande opera della sua redenzione. Per questo mistero e per quest’opera, una donna, Maria, è divenuta la Madre di Dio, di Colui, come canta la Chiesa, che i cieli non possono contenere, e al quale la luna, il sole, e tutte le cose servono in ogni tempo; per questo mistero e per quest’opera una donna, Maria, ha cooperato con Gesù Cristo a redimere il genere umano dalla schiavitù di satana; per questo mistero e per quest’opera il sesso, che nella prima donna aveva concepito il peccato nel cuore e aveva cagionata la rovina del mondo, concepì nel suo seno verginale l’Autore della grazia e procacciò al mondo la salute; per questo mistero e per quest’era insomma il sesso così umiliato da Eva venne esaltato sopra ogni dire nella persona di Maria. E dopo questo mistero e quest’opera, vale a dire dopo un Dio Redentore concepito e nato da una donna, dopo una donna divenuta per grazia Corredentrice del mondo, era ancora possibile che la donna continuasse ad essere riguardata tra i popoli credenti come un essere impuro e malefico? In secondo luogo Gesù Cristo attese alla ristorazione della donna con una dottrina, la quale riprovando e condannando i disprezzi, che pel passato eransi usati verso di lei, richiamava in vigore i diritti che ella aveva alla libertà, all’eguaglianza, e alla venerazione in faccia all’uomo. Un giorno alcuni dottori della legge si presentarono a lui e gli dissero: « È egli permesso sì o no all’uomo di ripudiar sua moglie per qualsivoglia causa? » Essi certamente non facevano questa domanda per ottenere una risposta, che fossero pronti a seguire, ma come nota il Vangelo, (MAT. XIX) solamente per giovarsi di essa a calunniarlo ed accusarlo presso di coloro che ne sarebbero stati offesi : tentantes eum. Ma il divin Redentore, mostrando di non fare attenzione alla perversità delle intenzioni, con cui lo interrogavano, pigliò di lì occasione per rivelare al mondo e stabilire in esso colla sua divina sapienza e carità la sua sublime dottrina riguardo alla donna. E rispondeva: «Non avete voi letto nella Scrittura, che Colui, che fece l’uomo al principio, li fece maschio e femmina, e che per mezzo di Adamo, suo profeta, ha detto: Pertanto l’uomo abbandonerà suo padre e

sua madre e sarà unito a sua moglie, ed essi saranno due in un solo cuore? L’uomo adunque non si attenti di separare quel che Iddio ha congiunto. » Così parlava Gesù Cristo, e così parlando non riponeva la donna nei suoi primieri diritti, nella sua primiera grandezza? Ma infine Gesù Cristo compiva mirabilmente l’Opera sua di carità a pro della donna, da una parte con l’istituzione del Sacramento del Matrimonio, Sacramento grande, che raffigurando le mistiche nozze di Gesù Cristo con la Chiesa, e il vicendevole amore di cui si sarebbero ricambiati in eterno, doveva con la sua unità, indissolubilità e santità assicurare alla donna nel modo più efficace il rispetto e l’amore dell’uomo; e dall’altra disvelando il pregio della verginità e indicando l’ufficio di angelo, che deve esercitare sulla terra un’anima vergine. E per tal guisa ristabiliva pienamente la donna nella sua grande missione di essere in ogni stato e sempre l’aiuto domestico, sociale e religioso dell’uomo. E che queste siano state le mire di Gesù Cristo, lo intesero perfettamente gli Apostoli, i quali, in seguito, nelle loro lettere interpretando e commentando il Vangelo con una energia che atterrisce, condannarono tutti gli orribili delitti contro la donna e la poligamia, e la licenza, e la schiavitù, e l’avvilimento; e colle dottrine più pure, più sublimi e più sante tracciarono a lei e come vergine, e come sposa, e come figlia, e come madre, e come vedova, la via sicura per raggiungere la sua méta. E dopo di ciò, e come effetto di tutto ciò, di mano in mano che il Vangelo penetrò fra le genti, mutatesi le idee, le leggi e i costumi del paganesimo in pregiudizio della donna, vi sottentrarono costumi, leggi e idee, del tutto in suo vantaggio. E la donna, ribenedetta da Gesù Cristo, levata serenamente la fronte dall’antica abbiezione, rientrata con sicurezza nell’esercizio della sua missione, ha operato meraviglie. Ed anzi tutto fu l’aiuto dell’Uomo per eccellenza, dell’Uomo-Dio; giacché, astraendo dalla stessa Beata Vergine, furono pie e sante donne, che durante la vita pubblica di Gesù Cristo, come ci fa fede il Vangelo, lo servivano ne’ suoi bisogni temporali, alimentandolo coi loro beni ed assistendolo con le loro cure affettuose e rispettose ad un tempo. Quando gli Apostoli, ossequenti alla voce di Cristo « Prædicate Evangelium omni creaturæ, » divisosi il mondo, si sparsero dappertutto a far udire il suono della loro parola evangelica, secondo l’attestazione dei Sacri Libri e della Storia Ecclesiastica, le donne, ancora esse infiammate dall’amore di Gesù Cristo, li accompagnarono per aiutarli nella fondazione della Chiesa. Fefa, Evodia, Sintiche, come dice lo stesso Paolo Apostolo, lavorarono con lui, con Clemente e con altri uomini apostolici nell’opera del Vangelo. Tecla fu chiamata da S. Ambrogio socia Apostoli, la compagna dell’Apostolo, e per tacere d’ogni altra, Marta e Maddalena nella Gallia predicarono ancor esse il Vangelo insieme col loro fratello Lazzaro, e divennero Madri nella fede a quei popoli. Al tempo dei Martiri, furono le donne l’aiuto dell’uomo nel dispiegare uno zelo ammirevole per convertire i loro mariti, i loro padri, i loro figli, i loro parenti alla fede, per sostenerli nella costante professione della stessa, per consolarli nei loro tormenti, per dare onorata sepoltura ai loro cadaveri e per conservare gelosamente le loro preziose reliquie, ma soprattutto nell’avere contribuito col versare il loro sangue, il più puro dopo il sangue che ha inondato il Calvario, ad espiare le colpe dei nostri padri idolatri, e fecondare la Chiesa di nuovi Cristiani e a farvi regnare le virtù più sublimi, la santità più perfetta. E quando la Chiesa, uscita vittoriosa dalla ferocia dei tiranni, si apprestava a trionfare della perversità e delle bestemmie degli eretici per lo zelo e la scienza prodigiosa dei Padri, la gloria della donna cristiana perdette forse alcunché del suo splendore? Non fu mai tempo, in cui l’umanità vedesse in maggior copia geni superiori, i quali alla dottrina più profonda accoppiando la virtù più eroica, senza troppo conoscersi tra di loro si sono trovati in pieno accordo nella medesima fede e nello stesso scopo di far trionfare la verità sopra l’errore. Ma ciò, che pochi conoscono, si è che questi santi e grandi dottori furono generati e formati dall’aiuto della donna, tanto che è quasi impossibile il trovare alcuno di quei dottori, che non abbia avuto per avola, o per madre, o per sorella, una grande santa. In seguito il medio evo presenta lo spettacolo della formazione delle monarchie e delle nazionalità cristiane per l’azione della Chiesa; ma è lo zelo delle sante regine, che sostenne quest’azione, e che formò i Santi re, dei quali il medio evo, troppo codardamente dispregiato, a differenza dei tempi nostri fu così fecondo e così ricco. Così avvenne in Francia, in Spagna, in Isvezia e in Alemagna: quanto all’Italia basta ricordare accanto ad uno dei più santi e grandi Papi dopo S. Pietro, Gregorio VII, quella contessa Matilde di Canossa, che fu ben degna d’essere stata appellata dagli scrittori del suo tempo un’altra Debora. Ma accanto alle sante regine, ecco in quel tempo istesso le sante religiose, che sequestratesi dal mondo, pure raffermarono la religione popolarizzando la santità nel mondo, e cooperando alla fondazione di tutti gli istituti religiosi. Intanto simile ad una face, che in sullo spegnersi raggia di uno splendore più vivo, il medioevo prima di addormentarsi nel silenzio dell’eternità, aveva fatto manifesto la sua fine con le più grandi invenzioni del genio umano, la bussola, la polvere da fuoco e la stampa, la prima delle quali davaall’uomo l’impero dei mari, la seconda l’impero della terra, e la terza l’impero delle intelligenze. Difatti mercé la bussola e la polvere da fuoco l’antico mondo ha scoperto e conquistato il nuovo. Ma questo avvenimento, il più grande, il più fecondo, il più importante di tutti dopo lo stabilimento del Cristianesimo, Cristoforo Colombo, che è nostro, Columbus noster est, (Leone XIII) non lo ha recato ad effetto, che mediante i concorso di una donna, di una regina, la più notevole della Spagna, Isabella la Cattolica. Infine, per tralasciare questa rassegna sebben fuggitiva, che cosa non hanno fatto e che non vanno facendo tuttodì in aiuto dell’uomo gli Angeli della carità, sotto qualsiasi abito e di qualsiasi istituto e nelle scuole, e negli asili, e negli ospizi, e nei ricoveri, e negli ospedali, e nelle carceri e sui campi stessi di battaglia? Eppure, o miei cari, tutto ciò non è altro, se non ciò che apparisce in pubblico; ma io vi dico, che se si potesse vedere il bene privato, che da diciannove secoli la donna cristiana va operando nel seno della famiglia, sostenendo la fede dei mariti, dei figli, dei fratelli, stornando dal loro capo le folgori divine, convertendoli dai loro traviamenti, si resterebbe altamente meravigliati e quasi non si crederebbe. Ma il fatto è tale; perché la donna fu creata per essere l’aiuto dell’uomo; Gesù Cristo ha riaffermata la sua missione, e la donna cristiana l’ha adempiuta e l’adempirà sino alla fine del mondo.

II. — Ma a quali condizioni, come è riuscita pel passato, così riuscirà per l’avvenire a compiere la sua missione di essere l’aiuto domestico, sociale e religioso dell’uomo? A due condizioni principalmente: che la donna sia pia e casta. – La pietà quale virtù cristiana come a tutti è utile, così a tutti è necessaria, epperò non meno all’uomo che alla donna. Tuttavia, se si considera come restando pia o religiosa la donna, facilmente si serba o ritorna la Religione all’uomo, mentre al contrario irreligiosa ed empia la donna, resta o diviene irreligioso anche l’uomo, la pietà cristiana si manifesta per la donna di maggiore necessità. Ed è nella pietà cristiana, nei suoi sentimenti, nelle sue pratiche, nella frequenza della Confessione e della Comunione, nell’uso costante della preghiera ardente, nella visita dei sacri altari, nell’amore vivo di Gesù Cristo, nelle speranze immortali del cielo, che essa anzitutto attingerà la forza, di cui abbisogna per essere in qualsiasi stato l’aiuto dell’uomo. Nemo dat quod non hàbet: nessuno dà agli altri quello che esso non ha, e non potrà essere mai che una donna senza pietà religiosa ottenga di per sé, che l’uomo, sia egli sposo, sia figlio, sia fratello, s’indirizzi per la via del bene. Anzi, quando il cuor della donna fu devastato dall’irreligione, è cominciata la sua stessa degradazione, il suo turbamento, e chi sa forse? la sua dissolutezza e la sua vergogna. Il mondo lamenta oggidì la frivolezza della donna. Ma guardando da vicino, che si vede operare oggidì per formare la donna sodamente religiosa e pia? Che si vede nelle scuole, negli istituti, nel seno stesso della famiglia? Oh! si vede ben poco di ciò, che può raggiungere questo santo scopo, e si vede ben molto di ciò, che ottiene uno scopo del tutto contrario. Oggidì per francare la donna dalla soverchia pietà, dalla così detta vita devota, ancor giovinetta la si manda alle scuole ginnasiali, liceali e tecniche, dappoi a quelle universitarie, le si apprende la moda di correre sul biciclo, le si fa conoscere nei romanzi, nei teatri, nei balli la vita del mondo, le si danno lezioni di galanteria, la si conduco a conferenze in apparenza storiche o scientifiche, in realtà irreligiose e massoniche. E in quanto a Religione non si vuole permettergliene che un po’ e quel po’ al tutto superficiale. Ciechi e stolti che sono! Scalzano essi medesimi le basi dell’edificio e poi meravigliano, ch’esso crolli e vada in rovina! O donna cristiana, che mi ascolti, non curando le derisioni del mondo, le contrarietà istesse degli uomini di casa, tienti stretta a questo Crocifisso; anche Gesù Cristo sarà in fondo al tuo cuore, la corona di regina brillerà sul tuo capo. Se il marito, il figlio, il fratello ti contraria, perché religiosa e pia, è segno che li sovrasti e, senza pur parlare, aspramente li rimproveri. Ma in quel giorno, che il tuo cuore non batterà più di amore per questo Dio, che il labbro non si aprirà più alla preghiera, che nella tua anima moriranno le speranze del cielo, in quel giorno perderai la fede della tua missione, scadrai dalla tua dignità, e sarai un’altra volta un essere tanto più miserabile, quanto più perverso, o per lo meno darai ragione ad uno dei tuoi adulatori e nemici, che ebbe l’ardire di definirti « un essere che si abbiglia, ciarla e si spoglia. » Sì, tutto andrà a terminar lì, ad essere quasi una pupattola, che si adorna e nella sua conversazione ha un non so qual garrito di uccello. Religione! Religione, o donna, e conserverai tutta la dignità di vero aiuto dell’uomo, e sarai veneranda, dinnanzi a tutti, fossi pure la donna di un mandriano. Ma con la religione la castità. È un fatto, o miei cari, che la donna è tanto più affettuosa e tenera, epperò tanto più atta alla sua missione, quanto più essa è casta. Vi ha egli al mondo, per esempio, cosa più sorprendente, più incomprensibile del disinteresse, del sacrifizio di sé di quelle suore, che si prendono cura dei malati e dei figliuoli dei poveri con una costanza, che non cede che con la morte? L’amore medesimo di madre, secondo la natura il più forte, il più energico, il più impetuoso, il più intrepido di tutti gli amori, impallidisce dinnanzi all’amore di queste madri improvvisate dalla grazia e dalla carità; perché alla fine se la madre si consacra fino alla morte per i figliuoli, questi son frutti delle sue viscere, sono pari di lei stessa, sono in certa guisa lei medesima riprodotta in una vita nuova, laddove queste eroine della carità si dedicano per esseri che sono loro estranei pei legami della natura e del sangue, e persino in quanto a quelli di nazionalità e di religione. Ma questi angeli d’amore sono vergini consacrate da un voto terribile alla professione della castità più severa del corpo, dello spirito e del cuore. E se la donna nel mondo non potrà essere nella carità tutto ciò che è la suora, senza dubbio ella sarà quanto deve essere per la famiglia, per la società e per la religione se anche senza voto, ella si manterrà casta in qualsiasi stato, o di donzella, o di sposa, o di vedova. Sì, o miei cari, studiate la donna in seno alla famiglia e voi vedrete che la sposa più tenera per suo marito e più interessata pel suo bene è quella, che gli è più fedele; che la madre più affezionata a’ suoi figli è quella che è più casta; che la sorella, che ama i suoi fratelli con affetto illimitato, è quella che è più pura. Studiate la donna nella società e vedrete, che la più compassionevole verso le altrui miserie, la più pronta e la più generosa nel soccorrere è la donna più riservata; studiatela ancora nella Religione e vedrete anche lì che la più zelante nella pratica della medesima e nella sua propaganda è sempre quella, che ha il cuore libero dagli impacci del senso. Ma al contrario quando nella donna manca o vien meno la severità dei costumi, allora e religione e società e famiglia non sanno più che cosa sia la sua tenerezza ed il suo interesse. Allora la donna da angelo diventa demonio, da creatura incantevole diventa un mostro, da tutto ciò che v’ha di meglio diventa tutto ciò che v’ha di peggio. E lei, che doveva essere l’aiuto dell’uomo ne diventa, orribile a dirsi, il feroce assassino. Strana cosa, ma pur vera! Il vizio dell’impurità produce’ nei due sessi effetti diversi. L’uomo che si abbandona alla dissolutezza diventa codardo e stupido, e soffre in pace ogni cosa; la donna invece, che corre la stessa via, diventa audace, usurpatrice e feroce; e ciò che fa dell’uomo uno stolido giumento, tramuta la donna in una tigre crudele. Ricordate Erode ed Erodiade. Infiammati ambedue di turpe passione e non respiranti altro che voluttà, erano ambedue mostri di libertinaggio; ma rispetto a S. Giovanni Battista, Erode, l’uomo, non fu che un mostro di debolezza; laddove Erodiade, la donna, fu un mostro di crudeltà. Non ostante i suoi vizi Erode ebbe sempre in istima quel Santo, e gli portava benanche un rispetto riverenziale, e se lo fece incarcerare, non fu che per cagione di Erodiade. Ma la carcerazione del giusto non contentò questa donna, perché finché viveva, vi era sempre in lui un argomento di timore per i suoi amori colpevoli. Bisognava dunque farlo morire. Un giorno Erode celebrava la sua festa in mezzo alle orge, a cui si danno i santuari della dignità regia quando sono tramutati in asilo di libertinaggio. La figlia di Erodiade gli piacque con la sua danza voluttuosa, e il re le fa la profferta di tutto ciò che sarà per domandare, fosse ben anco metà del suo regno; ed obbliga con giuramento la sua parola. Salome si fa a consultare la madre, e la madre le impone di chiamare in un piatto la testa di Giovanni Battista. La domanda è fatta, Erode, cede ed Erodiade trionfa. Si vide allora una giovine donzella recar nelle sue mani un capo spiccato e grondante sangue, senza stornar il volto da tale spettacolo, capace di far ribrezzo ad un selvaggio. Ed Erodiade piglia nelle impure sue mani quella testa venerabile, e, come ci attesta S. Gerolamo, estrattane la lingua, la trafigge replicatamente con gioia feroce per punirla dello zelo con cui aveva predicato la verità. Quanti delitti in un solo! Donde mai è uscito questo mostro di donna? – Eppure, o miei cari, questa istoria evangelica è una figura od una profezia di ciò che ogni dì si adempie. La donna voluttuosa, anche madre, più non ama i suoi figliuoli, ne trascura l’educazione, ne consuma il patrimonio e fa mercato del loro avvenire e della loro felicità. Ma peggio ancora talvolta essa li odia, come impacci alla sua vita disonesta e li sacrifica al piacere di essere libera, ed ai furori della sua passione. Gli statistici dei delitti provano, che l’infanticidio non è che l’orribile pensiero che l’impurità ha fatto germogliare nel cuore della donna, e l’opera delle sue mani più assai che il pensiero e l’opera del padre. E come madre è pronta e facile a sacrificare i suoi figli, come sposa è pronta e facile altresì a sacrificare il suo marito. La storia non ha che un grido per dire, che la donna senza pudore è stata pure la donna più feroce; e bastano per tutte Elisabetta d’Inghilterra e Caterina II di Russia. E nel mentre che la donna senza castità è crudele nella famiglia, diventa insensibile verso i sofferenti della società, le cui piaghe, anche più spaventose, non la commuovono punto e la cui miseria non cagiona in lei che un senso di disprezzo. Soprattutto poi diventa cinica in fatto di Religione. Le credenze e le pratiche religioso, essa, la donna, giunge al punto da coprirle della beffa e dell’odio. Di modo che, si potrebbe dire, cheper la donna non v’ha che un vizio ed una virtù, perché se ella è casta, ella possiede tutte le virtù; se ella è impura è al colmo di tutti i vizi. O donne cristiane, pensate seriamente a ciò, e con la brama più viva di conservare la vostra dignità e di corrispondere alla grandezza della vostra missione, raffermatevi nel proposito di essere sempre pie e caste.

III. — Ma finalmente di quali mezzi la donna si varrà a compiere efficacemente la sua missione? I mezzi, di cui ella deve valersi, sono tre principalmente: l‘esempio, la parola, il sacrifizio. Anzi tutto l’esempio. È ciò che raccomandava alle donne il principe degli apostoli S. Pietro, affinché i mariti al considerare l’umiltà, la castità, la buona condotta delle mogli, nell’avere dinnanzi per loro mezzo una continua predicazione vivente del Vangelo di Gesù Cristo, a poco a poco se non sono virtuosi, vengano ancor essi guadagnati alla virtù. Epperò, prosegue il medesimo Apostolo, la vostra cura non istia già tanto nell’acconciarvi i capelli, nell’adornarvi di collane, di braccialetti, di smaniglie d’oro e nel mettervi indosso vesti sfarzose, ma istia nell’adornare l’animo vostro delle più belle virtù, le quali sole sono veramente preziose agli occhi di Dio. Questo per l’appunto era l’ornamento col quale si abbellivano quelle sante donne antiche, le quali intendevano di piacere davvero ai loro mariti. (I PETR. III) Oh! la virtù è cosa, che si impone a tutti, ma la virtù soda e vera di una donna cristiana nel seno della famiglia ha sopra il cuor dell’uomo una potenza ineffabile. – In secondo luogo la parola; parola umile, prudente, dolce, affettuosa. In certi istanti così opportuni, la parola, dalla donna rivolta all’uomo, ha un accento di persuasione e di forza indicibile. Quanti uomini in seguito ad una di queste parole lasciarono la bestemmia, l’errore, l’empietà, per gettarsi pentiti in braccio a Dio! E qual è quell’uomo, ad esempio, che a sessant’anni non si lasci conquidere dai delicati e teneri lamenti di una sua figliuola? Chi avendo gittata la fede nella pienezza della vita, ora sul declinar degli anni in udire la sua giovane figlia parlargli di Dio, della pace e della gioia che si prova nell’amarlo, con un candore ed una schiettezza che rapiscono, chi mai non si arrende in un profluvio di lagrime, e non torna, come quando era fanciullo, a gettarsi appiè di un Sacerdote per cominciare, ancora in tempo, una vita di pentimento e di espiazione? O tenerezza delle vie di Dio! Nostra madre ce ne insegnava il nome, quando eravamo bambini; la sposa lo ha ripetuto nell’intrinsichezza nuziale all’anima inebriata del giovane; la figlia lo ridice ancora al vecchio incurvato dal peso della vita, rifacendogli una rivelazione tutta giovane e tutta vergine. Un dì sapremo in cielo quante anime sieno state il frutto di quest’ultima violenza della verità e quante anime sul fluir della vita si siano riscontrate in Dio, condotte per mano dall’angelo benefico di una pia ed amata figliuola! – Finalmente sacrifizio. Dire sposa e madre e dire donna del martirio è la stessa cosa. Alle volte quali dolori per parte di un marito disamorato e crudele! Ed altre volte quali ambasce per parte di figli, che tralignano dalle speranze della verde età! È allora, o donne, che le lagrime diventano il vostro pane quotidiano! Ma deh! non lasciatele andar perdute, non lasciate inoperose queste sofferenze, di cui più d’ogni altra va ripiena la vostra vita. Offritele a Dio con animo generoso, e il martirio del vostro cuore non gli tornerà meno gradito del martirio del sangue e della penitenza. Il vostro dolore messo qui appiè dei tabernacoli, nelle mani, anzi nel cuore di Colui che disse: « Venite a me, o voi tutti, che siete afflitti, ed io vi consolerò, » o fatto salire dal secreto della vostra stanza come nuvola d’incenso odoroso al suo trono celeste, gli farà sì dolce violenza, che lo costringerà ad apprestarvi la consolazione e il gaudio. – Tali, o miei cari, tali sono i mezzi, di cui la donna deve valersi nell’adempimento di sua missione; missione ch’ella deve compiere in ogni tempo, ma allora massimamente quando per un morente sovrasta l’eternità. Sì, è allora che dessa o sposa, o madre, o parente, o conoscente, o vicina dell’infermo moribondo, con cristiano coraggio deve avvertirlo del suo stato; è allora che valendosi della specialissima assistenza che essa gli presta, di tutta la grazia dei modi e di tutta l’energia degli affetti, di cui Iddio l’ha dotata, deve invitare, pregare, scongiurare, persuadere, indurre a ricevere i Sacramenti; è allora, che anche non voluta ascoltare e forse persino disprezzata nelle sue suppliche e nelle sue lacrime, deve pur risolutamente chiamar il prete e con qualche santa industria introdurlo e farlo appressare all’infermo; è allora che arditamente deve farsi veramente donna, domina, la padrona di casa e non sottostare a quelle inique ordinazioni di medici, che vogliono togliere al morente financo la vista e il bacio d’un Crocefisso e mettere alla porta con fiera indignazione chiunque, sia pure sotto il manto della parentela o dell’amicizia, si attentasse di venire per accingersi all’opera satanica del solidario; è allora insomma che la donna facendosi un’estrema volta il vero aiuto dell’uomo deve procacciargli una morte confortata dalla Religione e soprattutto dalla visita e dalla comunione di Dio. Ben’avventurate quelle donne cristiane, che comprenderanno appieno l’importanza di questa specialissima missione e si daranno con animo volenteroso a compierla! Al tempo delle persecuzioni le donne cristiane si mescolavano spesso con le donne pagane incaricate del servizio delle prigioni, e con le loro ardenti parole aumentavano il coraggio e la fermezza dei martiri. Ciò saputosi dai tiranni, si fece il divieto a qualsivoglia donna d’entrar nelle prigioni. Ma lo zelo di quelle, altrettanto ingegnoso quanto eroico, seppe eludere questa precauzione crudele della tirannia. Nella persecuzione di Massimiano, sul cui principio fu pubblicato un tale divieto, Santa Natalia sposa del Martire S. Adriano, si tagliò i capelli, si vestì da uomo, e poté così continuare ad entrare nelle prigioni dei Confessori di Gesù Cristo ed esercitare con essi la sua missione di carità alleviandoli nei patimenti, raffermandoli nella costanza e recando loro insieme con quello del corpo il celeste alimento dell’anima. Un tale esempio seguito da altre passò in consuetudine, ed allora si videro le più illustri dame cristiane fare il sacrifizio delle loro magnifiche chiome e mutare la veste matronale nella vile tunica degli schiavi per avere la felicità di servire i confessori della fede. Miei cari! Quello che fecero le donne cristiane ai tempi delle persecuzioni, è quello pure che sapranno fare le donne cristiane ai tempi nostri. L’ingegno e l’eroismo di queste nel vincere la durezza dei loro uomini non sarà inferiore all’ingegno ed all’eroismo di quelle nel vincere la tirannia dei persecutori, e mercé tale ingegno ed eroismo noi vedremo scemate le morti anticristiane e moltiplicato invece il numero di coloro che muoiono nel bacio di Gesù. Cristo. – E così sia, o Cuore Sacratissimo di Gesù, mediante quelle grazie di benedizione e di salute, che la Chiesa vostra sposa, e figura per eccellenza della donna, vi domanda costantemente prò devoto femineo sexu, per il devoto femmineo sesso, coll’intercessione della più pura, della più grande, della più potente fra le donne, la Madre vostra, Maria Santissima. Sì mercé una tanta intercessione, concedete alla donna cristiana di essere mai sempre fedele alla sua missione, di aiutare con efficacia l’uomo suo compagno ad operare la salute, perché un giorno l’uno e l’altro di questi esseri, che voi avete creato per unirli qui in terra nella vostra fede e nel vostro amore, siano pur per sempre uniti nel vostro gaudio in cielo.

1 LUGLIO: FESTA DEL PREZIOSISSIMO Sangue – Le sette Effusioni del Prezioso Sangue di Gesù Cristo.

1 luglio: Festa del Preziosissimo SANGUE DI CRISTO

LE SETTE EFFUSIONI DEL PREZIOSO SANGUE DI GESÙ CRISTO

[D. M. MESINI: SERMONI sul Sangue Preziosissimo di Gesù Cristo; Tip. Malvolti, Rimini, 1884]

INTRODUZIONE

Si quis sitit, veniat ad me, et bibat.

Ioan. VII.

Quanto mai Gesù Cristo ama gli uomini! L’Evangelista Giovanni ci descrive questo innamorato Redentore, quando l’ultimo giorno delle feste sen venne in Gerusalemme, dove trattenevasi tra il popolo deliziandosi di far dimora con esso, benché già i suoi nemici pensassero di ucciderlo. Ben Egli vedeva l’interno loro, ben conosceva i segreti e scellerati divisamenti, che alimentavano nella lor mente; non gli era occulto l’odio accanito, che covavano in cuore, e ben lo chiarì, tatto mitezza così interrogandoli: « Perché cercate voi di uccidermi? Quid me qujeritis interfìcere? » Nondimeno stando Gesù ancora in mezzo al popolo, seguita Giovanni a farcelo vedere in aria dolce e compassionevole, che apre la benedetta sua bocca e grida: Se alcuno havvi, che sia arso di sete, venga da me e beva. Si quis sitit, veniat ad me, et bibat. Ma di qual umore egli qui parla? Secondo l’interpretazione di molti dotti e pii scrittori, Egli allude a quel fiume di Sangue, ch’Egli stava per versare a compimento della redenzione degli uomini. E di qual sete poi Egli favella? A quale sete vuol Egli recare rimedio? Versando Cristo il suo Sangue per mondarci da ogni peccato vuol Egli refrigerare quella sete ardente, che in noi accendono le smodate passioni, che sono come febbri cocentissime, al dir d’Ambrogio: Vanis criminum febribus caro nostra languebat, et diversarum cupiditatum immodicis sestuabat illecebris. Ah! sì pur troppo è nostra febbre l’avarizia,nostra febbre la libidine, nostra febbre la lussuria. Febris nostra axuritia est; febris nostra libido est, febris nostra luxuria est. Ah! pur troppo è nostra febbre l’ambizione; nostra febbre l’iracondia. A refrigerio adunque di quest’ardente sete, prodotta dalle cocenti febbri delle smodate passioni, ecco che Gesù Cristo con quelle parole tutti invita a partecipare del Sangue da Lui sparso, ed a godere dei dolci frutti del gran Prezzo di nostra Redenzione: Si quis sitit, veniat ad me, et bibat. Per questo venne già il Divin Sangue fin da remoti tempi figurato in quell’acqua, che sgorgò in larga vena dalla rupe presso l’Oreb per dissetare gli Ebrei, che camminavano per l’arenoso deserto, giacché niente havvi, che meglio refrigeri, quanto le freschissime acque di una fonte: Illis aqua de petra fluxit, tibi Sanguis Christi … lllud in umbra, hoc in veritate. Così S. Ambrogio. Ma il Sangue, che versò Cristo non farà poi altro che refrigerare la sete delle disordinate passioni? Ah! no; sarebbe questo troppo poco per un Sangue di un infinito valore, quale è il Sangue d’un Uomo-Dio. Esso donerà ancora ristoro di grazia e di novella forza per l’acquisto delle più belle virtù, e della più elevata perfezione. E ve n’era certamente bisogno; che troppo fiacche sono le forze dell’uomo dopo la caduta di Adamo, e non valevoli a far cosa, che loro compri l’eterna gloria: troppo è da faticare nel battere la via, che conduce alla perfezione, ed al cielo. Però quel Gesù medesimo, ch’altra volta aveva detto: Venite omnes, qui laboratis, et onerati estis, et ego refìciam vos; ora tutto pieno di pietà, di misericordia, e d’amore invita a ricever questo conforto con quelle parole: Si quis sitit, veniat ad me, et bibat; che bevendo non si sente sol refrigerio all’arsura, ma ristoro, e rinfrancamento dal languore che provavasi. Con questo preambolo adunque entriamo, o carissimi ascoltanti, nel pio Esercizio dello Sette Effusioni del Sangue Prezioso, e dalle diverse circostanze, che le accompagnarono, troveremo nelle prime quattro con che smorzare la sete ardente, che la febbre di smodata libertà, di onori, di piaceri, di ricchezze cagiona: troveremo nelle ultime tre il ristoro di forza, e di vigore, che bisogna per seguir Cristo portando la croce, ed arrivare alla perfezione. Ma lungi di qua, o profani. Lungi di qua, voglio dir voi, che abbeverandovi continuamente alle acque putride e fangose di Babilonia, di queste solo vi compiacete, a queste volete ostinatamente restar attaccati. Lungi di qua voi, o increduli, che fate di Cristo una favola, od al più solo un uomo. Togliendogli dal capo l’aureola della divinità; voi, che non avete di questo Sangue la fede che vi bisogna, e senza di cui è impossibile piacere a Dio. Che potrebb’esso fare per voi, se voi la disprezzate? Potrebb’esso a voi essere viva fonte di benedizione  se voi lo maledite? Ah! che con voi non ha Gesù, che ripetere: Quæ utilitas in Sanguine meo? Ma che dissi io mai? Ah! vengano, vengano tutti avvivando un po’ la lor fede, e con animo ben disposto; ed allora tutt’intenderanno bene, e sentiranno scendersi al core quell’invito di Cristo: Si quis sitit, veniat ad me, et bibat; e dissetandosi col suo Sangue ne ricaveranno certo abbondante profitto per l’anima.

Effusione I di Sangue

Nella Circoncisione

Rimedio alla smodata sete di libertà.

Creato l’uomo ad immagine di Dio usciva egli dalle sue mani per tornare a Lui, il quale com’era suo principio, così doveva essere suo ultimo beato fine. Intanto, mentre vive sopra la terra, a conseguire quel fine supremo, Iddio col lume stesso del suo volto, con cui l’ha segnato, ed accende la sua ragione, gli scopre quel fa il bene, fac bonum; quell’ordinem serva, osserva quell’ordine, che è il principio d’ogni moralità. A questo ha aggiunto la sua legge positiva, incisa sulla pietra, e tra lampi e tuoni là sulla cima del Sinai, che si scuoteva e fumava, pubblicata al tremebondo popolo d’Israello. Legge, che Cristo stesso venendo sulla terra ebbe di sua bocca confermata. A questa legge divina adunque, e naturale, e positiva deve sottostar l’uomo: a questa deve informar tutta sua vita. S’ei fu da Dio arricchito del nobile dono della libertà, chi vi ha, che non vegga, che di questa non deve abusarsi a mal fare, ma deve ognora volgerla al bene, all’osservanza di questa legge, per istare sottomesso, com’è ben giusto, al Legislatore? Nondimeno cominciò Adamo a rompere il freno di questa legge; e la sua progenie avendo in sé trasfusi con quel primo peccato tutti i tristissimi effetti di quello, si sentì bruciar le vene da una febbre d’indipendenza, provò una sete cocentissima di libertà smodata. E per verità, come già Faraone a Mosè, che intimavagli a nome di Dio di lasciar in libertà il popolo Ebreo, ogni peccatore se non con le parole, certo coi fatti dice pieno d’orgoglio: Chi è questo Dio, che vuol signoreggiar su di me, e dettarmi legge, e farmi precetti? Che precetti, che legge, che Dio! Io non lo conosco: Nescio Dominum. (Ex. V) Sono libero, e voglio viver libero. E così poi scosso il giogo, pronuncia inoltre quel non voglio servire, di cui a buon diritto si lamenta il Signore: Confregisti jugum, dirupisti vincula, dixisti: Non serviam. (Gerem. II) Con orgoglio poi ben più matto frenetici di febbre di libertà oh! quanti ai giorni nostri professandosi per gente del progresso, cioè senza fede, non ammettono Dio, e per conseguenza non ne accettano la legge. Libero pensatore, se mai qui m’ascolti, tu, che non vuoi freno di sorta in fede ed in morale, e ammetti solo quel che ti detta il tuo capriccio, sai tu a chi Giobbe te proprio, più, che altri, assomiglia? Ad uno stolido puledro di giumento selvatico, che non avendo freno, né riconoscendo padrone con erto il collo va vagando per la foresta: Vir vanus in superbiam erigitur, et tamquam pullum onagri se liberum natum putat. (Job. II). Ma buon per noi, che quest’ardore di libertà sfrenata è venuto Gesù a refrigerare, e guarir col suo Sangue. Venite qua tutti ed avvivando un pò la vostra fede con cuor ben disposto considerate il Salvator vostro in pargolette membra umane. Guardate; Egli è il Figliuol di Dio e però Dio Egli stesso, il Re dei Re. Nondimeno vestendosi di carne mortale si esinanisce, e piglia la forma di servo: Exinanivit semetipsum, formam servi accipiens. (Filip. II) E questa forma di servo vuol far meglio apparire vagendo bambino Egli, ch’era la stessa Sapienza; ridotto alla debolezza di tenero corpicciuolo Egli ch’era la stessa Onnipotenza. Di più vuole assoggettarsi alla legge della circoncisione, a cui non era certamente tenuto. Dovean circoncidersi i figli prevaricatori di Adamo prevaricatore. Ma a che la circoncisione in Gesù, in cui non era verun neo di colpa, ch’era anzi la stessa Santità? Assoggettandosi poi a questa legale cerimonia veniva ad obbligarsi, come Uomo, all’osservanza perfetta di tutta la legge, giusta quel di S. Paolo: Testificar… omni homini circumcidenti se quoniam debitor est universæ legis faciendæ. (Gal. V) E tutto questo perché mai Egli compie se non per nostra istruzione, ed esempio ? Per nostra istruzione, ed esempio sottomette il suo tenero corpicciuolo a quel taglio doloroso. Ne è anzi bramosissimo. Quanto gli tarda, che ne venga alfine il momento! Quante volte in quei primi otto giorni di sua vita mortale va ripetendo quelle parole, che furono a lui riferite dall’Apostolo Paolo : Corpus…. optasti mihi…. tunc dixi: Ecce venio. (Hebr. X) Tu mi hai dato, o Padre celeste, un corpo perch’Io patisca: eccomi pronto, eccomi pronto a versare anche il Sangue: Tunc dixi: Ecce venio. Su via, cali dunque l’affilato coltello, e Gesù grondi Sangue. O prime stille preziose, preludio di quel molto Sangue, che in avvenire sarebbe poi sparso, io umilmente vi adoro! In vedervi sparse con tanta umiliazione chi non si sentirà dar giù ogni ardore di libertà sfrenata? Chi non imparerà la soggezione, e l’osservanza della legge da tanto esempio? Sì, o Gesù, vogliamo vivere a Voi soggetti, ed il vostro Sangue ci donerà ancora la grazia a ciò necessaria. Così noi avremo la vera libertà dei figliuoli di Dio, franchi dalla schiavitù dell’inferno, liberi di quella libertà, che voi ci donaste: Qua liberiate Christus nos liberavit. (Galat. IV).

Effusione II di Sangue

Nell’Orto del Getsemani

Rimedio alla smodata sete di grandezze.

All’Orto del Getsemani, uditori, andiamo all’Orto del Getsemani, dove Gesù recasi dopo terminata l’ultima cena. Già è arrivata quella notte funesta, in cui Egli deve darsi in balìa de’ suoi nemici: già è arrivato il tempo di quel battesimo di Sangue, di cui favellava sì spesso con grande commozione del suo cuore, ed a cui anelava ardentemente: Baptismo habeo baptizari, et quomodo coarctor usque dum perficiatur? Siccome la colpa incominciò nell’Eden tra le piante amene di quell’amenissimo luogo, così Gesù volendo riparar tutto con la Redenzione, anche nelle più tenui circostanze, incomincia la sua passione nell’Orto del Getsemani avanzandosi tra il più folto delle piante degli ulivi. Là nell’Eden aveva l’uomo peccato per superbia volendo farsi simile a Dio col prestar fede alle false promesse del Serpente: Eritis sicut Dii. Qui nel Getsemani Gesù si umilia, si abbassa, quanto mai può abbassarsi un Uomo-Dio, facendo la figura di peccatore. Maledetta superbia! Te vedeva il Redentore attecchire nei cuori di tutta la schiatta del primo parente prevaricatore. Quanta vanagloria di ciò che non era in fine che dono di Dio! Quanta jattanza ed arroganza nelle parole! Quant’orgoglio nel tratto! Che ambizione d’onori e dignità, tanto più grande, quant’era più piccolo il merito! Maledetta superbia, te vedeva nei filosofi sprezzar la stessa rivelazione, e te udiva pronunciare quelle ardite parole: La ragione basta a sé stessa. Vedeva quinci germogliare, qual malefica pianta, quella scienza, che tanto va più tronfia, e si accatta plauso, quanto più fa pompa di ateismo, ed esclude Iddio, e Cristo. Sì, tutto questo vedeva il Redentore; ed ecco che si accinge a portare il rimedio, opponendo a tanta alterigia la più profonda umiltà. Caricatosi di tutti i peccati degli uomini per offrirsi Egli vittima per tutti al Padre, non isdegna di apparire l’ultimo dei mortali, novissimum virorum; non dubita di divenir Egli la stessa maledizione: Factus prò nobis maledictum. Ma oh Dio! quanto di pene gli costa questo abbassamento! Coperto della più gran confusione, tutto acceso di rossore nel volto, trema a verga a verga in tutto il corpo, e si prostra con la faccia per terra, che più non osa di levarla al cielo. Si sente occupar l’anima da una tristezza mortale: Tristis est anima mea usque ad mortem; che innalzato ha la Giustizia di Dio come un muro di divisione tra la parte superiore, ed inferiore dell’anima, per cui non più il gaudio ha questa della visione beatifica, che quella gode. Parla col Padre, ma non più con quella confidenza, ch’aveva altre volte. Altre volte, quando voleva operare anche i più stupendi prodigi, diceva: Padre lo voglio: Pater volo. Ora: Padre, se è possibile, passi da me questo calice. E poi ben tosto con uno sforzo generoso l’accetta, sottommettendosi alla volontà di Lui. Ma che stretta Ei prova in suo cuore! Agonizza, cade bocconi al suolo; e per la piena dei tempestosi affetti, che intorno si serrano al suo cuore, e gli fan groppo, tanto questo si restringe, che non potendo aprire per i suoi seni il varco al Sangue, da sé lo respinge; ed il Sangue rigurgitando, impedita la libera circolazione, per non usate vie trasuda da tutto il corpo: Factus est sudar ejus sicut guttas Sanguinis decurrentis in terram. (Luc. XXII) Uditori, mirate di quel Sangue imporporate l’erbose zolle, inzuppato tutto il terreno. Ah! se voi pure una febbrile sete accende di grandezze, di onori, d’un vano sapere, di fasto immoderato, a cui la vostra superbia aspira, qua venite a sedarla nel Sangue da Gesù sparso fra tante umiliazioni. Sentite le voci di Gesù, che v’invita: Si quis sitit, veniat ad me, et bibat. Venite; che quel Sangue è pieno di divina virtù. Ed accogliendo nel vostro cuore sensi di verace umiltà, su accorrete a confortare Gesù, ed a sollevarlo di terra, dove in tant’agonia fu prostrato, perché umiliatosi per noi, perché fattosi per noi la stessa maledizione: Factus prò nobis maledictum. (Galat. III)

Effusione III di Sangue

nella Flagellazione

Rimedio alla sete smodata di piaceri.

Povera natura umana! Dopo che fosti caduta dallo stato d’integrità e d’innocenza primitiva, come ti sei fatta inferma, e ferita rispetto a ciò, che eri prima, per la ribellione della parte inferiore alla superiore, per lo scompiglio di tutte le passioni. Un’altra febbre in fatti, la febbre concupiscenza della carne tutti gli uomini assale ricercandone ogni vena; e penetrando talora fin nell’ossa, non dà lor tregua, e pace giammai; e sfiorate, lor dice, sfiorate rate pure i più vaghi prati della lussuria, assaporate ogni dolcezza della voluttà. E tanti, e tanti a tali voci prepotenti non sono tardi a gustar ogni diletto, e tutto vuotare sino all’ultima feccia il calice degl’immondi piaceri. Così avviene pur troppo, o ascoltanti, per la infermità della nostra natura. Che sarà poi, se tolgasi ogni freno di mortificare la carne, se le si diano a pascolo, e fomento mille incentivi di soverchie morbidezze, dì cibi deliziosi, di spiritose bevande, d’un vestir ricercato ed immodesto, di vezzi i più passionati? Ai nostri giorni poi, che si fa di tutto per condurre i Cristiani a vivere alla pagana, si vien fuori col dire, che macerazioni, astinenze, digiuni non si confanno più a questi tempi di luce e di progresso, i quali domandano la riabilitazione della carne. Riabilitazione della carne? E che intendete voi con questa parola, se non accarezzare la carne, o contentarla in ogni sua turpe voglia? Riabilitazione della carne? E non sapete voi, che Gesù Cristo col suo patire volle la santificazione vostra, come dice Paolo ai Tessalonicesì, e che voi vi asteniate da ogni opera immonda, affinché ognun di voi possieda il suo corpo, come vaso di santificazione e di onore? E non sapete voi, che Gesù Cristo venne a riformar questa carne, che vuolsi ora riabilitare, e di sordida e sensuale ch’era, a renderla santa, ed immacolata, ed irreprensibile al suo cospetto, come dice il medesimo Apostolo ai Colossesi? Che se Gesù venuto a riformar la vostra carne, non vuole poi preservarvi dalle tentazioni del senso, ciò fa perché abbiate ancor voi la vostra parte in questo solenne trionfo sopra la carne medesima, tenendola in freno, e mortificandola. E voi questo ricuserete? Forseché Cristo non ha fatto abbastanza, e non ha anche troppo sofferto per parte sua? Per riformare la vostra carne, e per darvi forza a tenerla in freno, Egli si è assoggettato nientemeno, che alla crudele flagellazione, a cui lo condannò Pilato; e voi ben potete ciò rilevar dalle circostanze. Si tratta qui di rimedio ai rei diletti sensuali del corpo. E Gesù il corpo suo, non formato da seno macchiato di colpa, come ogni altro corpo umano, ma dal seno di Madre vergine per opera solo dello Spirito Santo; il suo corpo dotato d’una purezza infinita, come corredo dell’unione ipostatica, senza riserva alcuna tutto intero consegna ai colpi dei flagelli. Si tratta qui di rimediare ad abusi di nudità scandalose; e Gesù soffre d’essere spogliato delle sue vesti, né fa calare gli Angeli dal cielo a coprire con le loro ali una nudità così sacrosanta. Anche qui Ei versa Sangue una terza volta, Sangue vergine, immacolato, come la sua carne, acciocché i sensuali ammorzino l’ardore della concupiscenza, che li asseta fino al peccato, e non pongano le loro delizie in immondezze: Sì quis sitit veniat ad me, et bibat. Ed oh! in quanta copia Ei lo versa! Già legato alla colonna, una furia di colpi spessi e pesanti si rovescia sulle delicate membra, qual fitta gragnuola cade rovinosa a battere le mature e biondeggianti spighe di un campo. Si ripetono a centinaia i colpi, e la carne avvizza, si pesta, rompesi la pelle, e le belle membra di Gesù s’impiagano. Anzi dalla pianta dei piedi sino alla cima del capo non vi è alcuna parte più sana, a pianta pedis usque ad verticem capitis non, est in eo sanitas, (Isai 1) e nondimeno si batte ancora. Già allo piaghe si aggiungon le piaghe, che non più a centinaia, ma a migliaia si ripetono i colpi, super dolorem vulnerum meorum addiderunt, (Ps. LXVIII) ed ancora si batte. Si spargono minuzzoli di carne per l’aria: di Sangue sono inzuppati i flagelli; di Sangue è tinta la colonna: di Sangue è tutto bagnato il terreno: di Sangue sono sapersi i carnefici stessi. Oh: basta, basta, o mio Gesù. Si, Voi avete fatto anche troppo per rimedio della nostra concupiscenza.A noi stanno meglio quei flagelli per punire questa carne, che si ribellò allo spirito, e per tenerla nell’avvenire in freno. Su, è tempo di mutar vita, e difar buoni propositi. Dite adunque, ascoltanti cosi: O Gesù, noi vogliamo far parte di quella eletta schiera, che vive in continenza, e castità. Prima che voi veniste a compiere la redenzione, pochi furono i Giuseppi, poche le Susanne; ma dopo è ben grande la schiera non solo di casti, ma di vergini ancora, che vengon dietro a Voi attratti dal soave olezzo, che manda il vostro Sangue purissimo. Anche noi, se non tutti vergini, certo almeno casti nel nostro stato di vita vogliamo essere, casti nel matrimonio elevato a sacramento, che anche in questo non è lecito abbandonarsi a certe turpitudini. Lo promettiamo, o Gesù: Gesù, lo vogliamo. Confortateci con quella grazia, che ci meritò il vostro Sangue sparso sotto i flagelli.

Effusione IV di Sangue

Nella Coronazione di Spine.

Rimedio alla sete smodata di Ricchezze.

Sazi non sono i carnefici d’incrudelire contro di Gesù, che, qual mansueto agnello sotto le forbici del tosatore, non manda un lagno; ma neppur sazio è Gesù di patire, e di versar Sangue. Era Egli stato calunniato di aspirare ad uno scettro, e ad una corona, e di volersi far re. E quella insolente soldatesca preparagli perciò un nuovo tormento tra i più amari scherni, ed i motti più frizzanti. Messolo a sedere sopra di un sasso, gli mettono indosso un cencio vilissimo di porpora, in mano una fragile Canna per scettro. Manca la corona. Di che la formeranno essi? Prendono un manipolo di spine lunghe ed acute, e ne fanno un diadema, che pongono sulla testa di Gesù: Milites plectentes coronavi de spinis, imposuérunt capiti ejus. (Joan. XIX) E calcanlo con bastoni, perché quelle spine ben addentro s’infiggano nel capo, ed alcune anche nel cervello. Oh Dio! Che spasimo atroce in questa parte più delicata dell’uman corpo, dove tatti i nervi per la spina dorsale si rannodano! Se una spina sola confitta nella parte più callosa d’un piede d’ una belva la fa fuggire ruggendo dal dolore per la foresta, che tormento crudelissimo non avrà poi provato Gesù con tante spine nel capo? Qual terra mai incolta, all’aratro restìa, e solamente ingombra di triboli e spine porse un sì lugubre dono al Redentore? Quale spietata mano ebbe quelle spine seminate? Ahi! che così ispida corona rosseggiando del Sangue di Cristo muta le acute punte quasi in rose: Christi rubescens Sanguine aculeos mutat rosis. Ahi! che cangia di colore il bel volto di Lui, e impallidendo vede già avvicinarsi la morte. Ed intanto il Sangue fila giù per la fronte, e tutte ne tinge le guance in maniera che ben avveransi le parole del Profeta: Non est species ei, neque decor, et vidimus eum, et non erat aspectus. (Isa. LIII) Ma perché questo novello tormento? Perché ancora questo Sangue? Anche qui un’altra volta grida Cristo: Si quis sitit, veniat ad me, et bibat, perché vuol porgere un refrigerio ad un altra ardentissima sete, ch’è nel mondo, alla sete delle ricchezze. Questa sete, più si fanno acquisti, più si tesoreggia, e più cresce, come avviene all’idropico, che più beve l’acqua, a cui tanto anela, e più resta arso ed assetato: Plus bibuntur, plus sitiuntur aqua. E per acquistare, e per arricchire quante ingiustizie si commettono, quante frodi s’intessono! Che sordide usure! Che rapacità coperte, cercando di abbellirle con uno specioso titolo di compenso, di annessione, o di altro! Troppo era dunque necessario, che col suo Sangue, da cui esce una virtù divina, anche a questo recasse rimedio il Salvatore. Vedete qui, come infatti tutto spira distacco dai beni del mondo, come tutto spira amore alla povertà. Trattato è Cristo da re di scherno solamente, mentr’Egli è vero Re del cielo, e della terra. Quindi non tesori, non splendido trono, non ricca veste, non preziosa corona, non aureo scettro: ma un sasso è il soglio; ma un cencio di color rosso è la porpora, che mal lo ricopre; ma lo scettro è una fragile canna; ma la corona è d’irte e pungentissime spine. Sì, di quelle spine ha cinto il capo, a cui Egli stesso assomigliò le ricchezze nella parabola della semente evangelica, ed il reo abuso qui ne sta pagando, e la immoderata sete spegnendo col Sangue, che da tanto trafitture si spreme. O voi adunque, che abbondate di ricchezze, non vogliate con la virtù, che da questo Sangue si diffonde, attaccare il cuore ad esse: Divitiæ si affluant, nolite cor apponere. (Ps. LXI). Non vogliate esser tutti in arricchire, niente curandovi poi dell’anima vostra, ch’è il vostro meglio. O voi, che poveri di beni di fortuna invidiate ai ricchi, e ne agognate gli averi, pigliandovela spesso con la Provvidenza Divina, che non abbia egualmente spartito i beni della terra, e questa egual partizione sognate, che il socialismo sogna e falsamente promette, guardate qua Cristo, che in mezzo a tanta povertà d’ogni cosa versa Sangue con una povera corona di spine sul capo, e sanate le illusioni della vostra mente, cui la passione delle ricchezze fomenta. O voi finalmente, se qui siete, che non dubitate sacrileghi di stender la mano rapace su ciò, che appartiene alla Chiesa, comprandone ai nostri giorni i poderi e gli arredi preziosi, ah! rammentatevi, che voi riducete Gesù Cristo altra volta ad un cencio di porpora, ad ano scettro di canna, ad una corona di spine. Voi, quanto è da voi, altra volta gli spremete Sangue. Ah! badate, che con quel Sangue, col quale dovevate recar rimedio alla vostra passione delle ricchezze, non si scriva l’eterna vostra condanna. Tremate, che quella corona d’ignominia, che si muterà un giorno incorona di gloria, cagione ai Santi di gaudio perpetuo, per voi non si tramuti in corona di terribile giustizia. Ahi! di questa corona vedranno un giorno gli empi cinto Gesù Cristo, vedranno, e periranno: Videbunt eum impii in corona justitice, et peribunt. (S. Bern. Serm. 50)

Effusione V di Sangue

nel viaggio al Calvario

Conforto nella via della Perfezione.

Poco era a Gesù sanare con lo spargimento del suo Sangue tante infermità della misera natura umana: poco eragli refrigerare la sete ardentissima di peccato, che mettono le febbri delle passioni: voleva di più recare col suo Sangue un ristoro, rinfrancando le forze dell’anima, perché coll’adornarsi d’ogni virtù giungesse ad alta perfezione. Ma considerate sapienza, e misericordia del Salvatore. Non si addicono agl’infermi le sublimi altezze: In excelsis infirmi esse non possunt. (Ambr. lib. 5 in Luc.) E però quando trattasi di sanare refrigerando la sete febbrili delle  passioni, Ei versa Sangue in basso loco prima di salire il Calvario: Quemque in inferioribus sanat. Ma allorché vuol donare un conforto ad acquistare la virtù e la perfezione si mette Egli stesso a salire, e segna del suo Sangue la via, acciocché ciascuno, che fu risanato, a poco a poco progredendo di virtù in virtù possa giungere alla vetta del monte della perfezione: Ut paullatìm vìrtutibus procedentibus, ascendere possit ad montem. Eccolo in fatti con la croce sulle spalle già per l’erta del Calvario. Trema sotto il peso del grave legno, e debole per mancanza di nutrimento, e tanto Sangue versato, più volte trabocca al suolo, e di nuovo Sangue, che da tante piaghe, e tante trafitture va ancora spargendo, bagna e tinge la strada. Pur non si dà mai per vinto. È alla cima del doloroso monte, ch’Egli anela; è là, ch’Egli fa tendere i suoi passi, o perciò prosegue la via, benché abbia a patire indicibili pene. Ed intanto Ei grida a ciascuno: Veni, sequere me. Vieni, mi segui. Lo so, o Gesù, che seguendo Voi arriverò anch’io sul monte, vale a dire conformandomi al mio esemplare mi adornerò d’ogni più bella virtù, e raggiungerò la perfezione, che Voi volete nei vostri seguaci. Lo so, che diverrò puro, come i gigli, umile e mansueto di cuore, distaccato da ogni affetto terreno, tutto inteso alle cose del cielo. Ma oh! Dio, quinti travagli mi si affacciano! Mi si affaccia l’erta salita; che mi toccherà fare: mi si presenta la croce, che, come Voi la portaste, Voi pur volete, che porti chiunque vi vien dietro: mi si offre quel dover agonizzare fino per l’anima, se decorata la voglio di perfetta virtù. Ma a che t’attristi anima mia, e perché ti conturbi? Quare tristis es anima mea, et quare conturbas me? Quel Gesù, che grida portando la croce: Veni, sequere me, non è lo stesso che invita: Chi ha sete di mansuetudine, d’umiltà, di pazienza, di purezza, venga a me, e beva? Si quis sitit, veniat ad me, et bibat. Sì sì, ecco il mio ristoro, ecco il mio conforto nel Sangue di virtù divina, cui Egli sparge nel cammino del Calvario. Andrò dunque, calcherò quelle vestige rosseggiante. Andrò dunque tenendo l’invito di Cristo, salirò il monte della perfezione, benché sia monte di mirra, o di amarezza, perché poi si trasmuti un giorno in monte di delizie sempiterne: Vadam, vadam ad montem myrrhæ. E voi, o ascoltanti, che fate? Anche da voi tutti vuole Cristo l’esercizio delle più belle virtù, e v’invita alla perfezione in quello stato a cui ciascuno è chiamato dal cielo, e con quei mezzi che al proprio stato convengono: Estote perfecti, egli avea altra volta detto, estote perfecti, vi ripete ora, invitandovi a montare con Lui il Calvario; ed è pronto il conforto nel suo Sangue anche per voi. Oh! questo sì, ch’è il vero progresso: avanzarsi di virtù in virtù, e andar ognora perfezionando lo spirito. Altro progresso or non si vuole, che nelle scoperte, nelle macchine, nelle arti. Progresso, ch’io certo non condannerei, se non fosse tutto e solo materiale, senza curare punto lo spirito, e non andasse congiunto ad un progresso spaventoso di malizia e d’irreligione. Oh! si capisca bene una volta quell’invito, che fa ognora Gesù, e vi si risponda. Allora sì, che si coltiveranno le virtù: allora sì, che splenderà la luce del vero progresso, e fiorirà quella vera civiltà nei popoli, che, vogliasi o no, consiste appunto nel complesso di quelle.

Effusione VI di Sangue

Nella Crocifissione

Conforto ad amare Gesù, ed il Prossimo

Regina di tutte le virtù è la carità, che dall’Apostolo venne chiamata la pienezza della legge: Plenitudo… legis est dilectio. (Rom. XIII) E S. Agostino domanda qui giustamente: Dov’ è la carità, qual cosa mai può mancare? Dove non è, qual mai cosa può recar giovamento? Ubi caritas est, quid est, quod possit deesse? Ubi autem non est, quid est, quod possit prodesse? E però, se Gesù Cristo, o ascoltanti, volle spargendo il Sangue nella salita del Calvario darvi un conforto all’esercizio delle virtù; immaginate voi, se giuntone sulla cima, vorrà questo conforto negarvi, perché l’amiate, ora che la redenzione ha il suo compimento. Ah! questo cuor vostro, ch’è portato naturalmente ad amar Dio, perché fatto per Lui, n’aveva pur bisogno, acciocché gli facesse batter in alto a meta così sublime le ali, senza mai volgerle in basso. Ed ecco Gesù, che inchiodato sul duro legno della croce versa Sangue dalle ferite delle mani, e dei piedi in tanta copia, che quattro rivi quasi par che scorrano. Ben ora egli può mostrar in sé avverate quelle parole del Salmista: Sicut aqua effusus sum. Ben copiosa è la sua redenzione, se non una sola goccia, che pur era a ciò sufficiente, ma tanto Sangue Egli sparge. Ma perché sì copiosa? Data est copia, risponde S. Bonaventura, ut virtus dilectionis in benefica redundatione claresceret. (Bonav. In Euchar. serm. 17) Perché in un beneficio così ridondante la sua immensa carità verso di noi chiaramente si palesi. S. Bernardo ci dà a vedere la passione e la carità a contesa tra loro, quella per rosseggiare di più, questa per ardere: Contendunt passio, et charitas: Ma, ut plus rubeat; ista ut plus ardeat. (De pass: Dom. c. 51) Ma se tanto Sangue è versato per nostro amore, oh! come a riamar ci conforta il nostro Gesù, il nostro Salvatore, il nostro Dio. Chi non ama dunque Cristo, io griderò a tutti con S. Paolo, sia da noi separato: Si quis non amat Dominum nostrum Jesum Christum sit anathema: (I. Corinth. XVI) E qual è quel cuore così ristretto, che non si senta dilatare in veder Gesù, che sparge Sangue, tenendo stese le braccia verso tutti, anche verso un popolo, che non gli crede, e lo contradice? Qual è quel cuore anche di ghiaccio, che non si sciolga, e si accenda ad amare udendo Gesù, che già esangue in sul morire grida: Tutto è compiuto? Espressione che ben vale l’altra: E che doveva io fare di più, che fatto non l’abbia? Già pronunciato Egli l’avea: Si exaltatus fuero a terra, omnia traham ad meipsum. (Joan. XII). Ed ecco, ch’Egli donando a tutti nel suo Sangue un vero conforto ad amarlo, tutti al suo seno dolcemente attrae. Ma l’amor divino non va disgiunto dall’amor del prossimo, e però in questa effusione di Sangue ci dona ancora il conforto alla fraterna carità. Fratellanza, fratellanza universale è il grido favorito dei giorni nostri; ma fratellanza sul labbro, e non nel cuore; fratellanza nelle parole, e non nei fatti. Fu solo Gesù, che spargendo in croce il suo Sangue, e riscattandoci dalla schiavitù dell’inferno ci fece tutti liberi figliuoli di Dio, e quindi tutti fratelli, di cui Egli è il Primogenito: Primogenitus in multis fratribus. (Rom. VIII) Ed ecco perché la sua tenerissima Madre lasciò in Giovanni a noi tutti per Madre. Ecco come tutti ci legava in uno con. nodo dolcissimo di carità, facendo di tutti un cuor solo. Anche qui, ma con molto maggior efficacia ripete: Hoc est præceptum meum, ut diligatis invicem, sicut dilexi vos. (Joan. XV) E siccome Egli amò non a sole parole, ma con l’opera dando il Sangue e la vita, per tutti pregando perdono a chi crocifisso l’avea, donando un paradiso per poche lagrime al ladro pentito, ci conforta col suo Sangue a mostrare questa vera fratellanza con far bene d’ogni sorta al prossimo, anche ai nostri nemici, e ad osservare quel precetto non solo in quanto alla sostanza, ma sino alla perfezione. Oh! sì, o Gesù, noi vogliamo amarti; che troppo ad amarti ci eccita il Sangue per noi da te sparso: ed in virtù del tuo Sangue medesimo vogliamo amarci tra noi di vero amore, e dare il bello e dolce spettacolo di quella vera cristiana fratellanza, che si predica tant’alto da molti, e molti, e poi si sogna, e si cerca dove non è, e dove non può essere. O Gesù, è il tuo Sangue, che ci grida amore, ed amore accende. Il tuo Sangue è quello, che grida fratellanza, e fratellanza apporta.

Effusione VII di Sangue

Nella lanciata

Conforto all’Unione con Gesù Cristo.

Vuotate le vene di Sangue, Gesù già stremato di forze, dopo tre ore di penosissima agonia, ha mandato al fine l’ultimo respiro, ed è morto. Or che gli resta più a fare per noi? Ah! dilettissimi ascoltanti, soffermatevi un poco ancora col vostro pensiero appiè dell’albero della croce, e voi vedrete, che non è già morta per noi la sua carità, e dormendo Egli il sonno ferale della morte, il suo cuore però vigila per noi: Ego dormio, et cor meum vigilat. (Cant. V). Già sen viene Longino brandendo una lunga lancia; e mentre ai due ladri, che gli pendono ai fianchi, son rotte le gambe con bastoni, perché erano ancor vivi, a Gesù è aperto da quella lancia il costato, e lo stesso cuore è trafitto, e da quella larga apertura n’esce Sangue misto ad acqua: Unus militum lancea latus ejus aperuit, et continuo exivit Sanguis et aqua. (Joan XIX). Non le strette dell’ agonie mortali nell’orto del Getsemani, non i flagelli, non le spine, non i chiodi, che gli fecero spargere Sangue in tant’abbondanza avevano potuto trargli questo piccolo avanzo dai più interni penetrali del suo petto. Ma Gesù di se stesso immemore, di noi solo ricordevole, si fa stringere come sotto un torchio per versarne le ultimo stille, e niente di esso si riserva, come canta la Chiesa: Sub torculari stringitur, suique Jesus immemor sibi nil reservat Sanguinis. (Hymn. In Fest. Pret. Sang.) E questo Sangue sgorgato dal suo cuore esce qual contrassegno a noi della sua più grande carità, invitandoci e confortandoci non solo ad amarlo, ma ad unirci intimamente a Lui, giacché effetto di vero amore è l’unione. Per questo stando ancora confitto al legno, se non con la voce, parla però con le braccia distese verso di tutti: Si quis sitit, veniat ad me, et bibat. E mostrando aperto il costato, e ferito il suo cuore, invita tutti ad entrarvi, ed a stringersi fortemente con esso. Chi non vorrà a sì dolce invito, confortato dalla grazia, ch’esce da quel Prezioso Sangue, là correre, qual colombella vola alla sua torre, ed al suo nido, e là starsene unito a cuor sì amabile? Chi di là non griderà con Paolo: Quis me separabit a charitate Christi? Non le vanità del mondo, non i piaceri del senso, non l’amor delle ricchezze, non qualunque tribolazione, e tormento potranno più svellermi da questa dimora di paco, di contentezza, di gaudio, di amore. E se alcuno avesse sete di unirsi più perfettamente a Gesù, nascondendosi affatto entro al suo cuore per non sapere, per non sentir più nulla di questa misera terra, oh! entri, entri pure nei più secreti recessi di quel Cuore ferito, che quel Sangue, che n’uscì, a tanta perfezione è pur aiuto e conforto. Che dolcezze sono là dentro, tutte di Paradiso! Se un po’ avrà a penare nel distaccarsi affatto da ciò che sa di terra, e nel perdere affatto di vista ciò ch’offre il mondo, inebriato da quelle delizie dovrà poi esclamare: Bonum, bonum est nos hic esse. Ma col Sangue usciva dal fianco aperto di Gesù formata Sposa di lui la Chiesa, come dal fianco di Adamo addormentato usciva formata Eva la sua consorte. Quindi è la Chiesa in qualche modo parte del Cuor di Gesù. E che vuol dir questo, se non che voi non potete avere intima unione con Gesù, se non istate strettamente uniti alla vera Chiesa; se non ne credete quanto essa propone da credere, se non rispettate la sua Autorità, se non osservate i suoi precetti? Ma la Chiesa, vera Sposa di Gesù Cristo è là, dov’è il Successor di S. Pietro, ch’Egli stesso ad Essa prepose a Capo, cioè il Papa: Ubi Petrus, ibi Ecclesia. E che vuol dir questo, se non che voi non potete essere stretti alla Chiesa, ed uniti al cuor di Gesù, se non istate ancor uniti col Papa, onorandolo come il capo di questa Chiesa, come Pastore universale, come Maestro infallibile di Verità in Religione? Questa riverenza, ed unione al Papa in questi giorni, in cui tanto viene bistrattato, quasi fosse un’inutile anticaglia, da riporre tra le ciarpe, è divenuta la pietra di paragone per conoscere chi veramente è seguace di Gesù Cristo, e vero Cattolico. Procuriamo dunque d’essere uniti alla Chiesa senza umani rispetti, uniti al Papa coraggiosamente, [naturalmente il “vero” Papa. S. S. Gregorio XVIII –ndr.- ], ed allora star potremo davvero entro al costato di Gesù accanto al cuor suo in intima unione con esso: anzi chiudendoci entro la ferita del suo cuore grideremo esultando: Bonum, bonum est nos hic esse.

1 LUGLIO: FESTA DEL PREZIOSISSIMO SANGUE DI GESÙ CRISTO (2019) – MESSA

1 luglio: Sangue Preziosissimo di GESÙ Cristo

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Apoc V: 9-10
Redemísti nos, Dómine, in sánguine tuo, ex omni tribu et lingua et pópulo et natióne: et fecísti nos Deo
nostro regnum.
Ps LXXXVIII: 2
Misericórdias Dómini in ætérnum cantábo: in generatiónem et generatiónem annuntiábo veritátem tuam in ore meo.


Oratio

Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, qui unigénitum Fílium tuum mundi Redemptórem constituísti, ac ejus Sánguine placári voluísti: concéde, quǽsumus, salútis nostræ prétium sollémni cultu ita venerári, atque a præséntis vitæ malis ejus virtúte deféndi in terris; ut fructu perpétuo lætémur in coelis.
[O Dio onnipotente ed eterno, che hai costituito redentore del mondo il tuo unico Figlio, e hai voluto essere placato dal suo sangue, concedi a noi che veneriamo con solenne culto il prezzo della nostra salvezza, di essere liberati per la sua potenza dai mali della vita presente, per godere in cielo del suo premio eterno.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Hebræos.
Hebr IX: 11-15
Fratres: Christus assístens Póntifex futurórum bonórum, per ámplius et perféctius tabernáculum non manufáctum, id est, non hujus creatiónis: neque per sánguinem hircórum aut vitulórum, sed per próprium sánguinem introívit semel in Sancta, ætérna redemptióne invénta. Si enim sanguis hircórum et taurórum et cinis vítulæ aspérsus inquinátos sanctíficat ad emundatiónem carnis: quanto magis sanguis Christi, qui per Spíritum Sanctum semetípsum óbtulit immaculátum Deo, emundábit consciéntiam nostram ab opéribus mórtuis, ad serviéndum Deo vivénti’? Et ídeo novi Testaménti mediátor est: ut, morte intercedénte, in redemptiónem earum prævaricatiónum, quæ erant sub prióri Testaménto, repromissiónem accípiant, qui vocáti sunt ætérnæ hereditátis, in Christo Jesu, Dómino nostro. [Fratelli, quando Cristo è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraversando una tenda più grande e più perfetta, che non è opera d’uomo – cioè non di questo mondo creato – è entrato una volta per sempre nel santuario: non con il sangue di capri e di vitelli. ma con il proprio sangue, avendoci acquistato una redenzione eterna. Se infatti il sangue di capri e tori, e le ceneri di una giovenca, sparse sopra coloro che sono immondi, li santifica, procurando loro una purificazione della carne; quanto più il sangue di Cristo, che per mezzo di Spirito Santo si offrì senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte, per servire al Dio vivente? Ed è per questo che egli è mediatore di una nuova alleanza: affinché, essendo intervenuta la sua morte a riscatto delle trasgressioni commesse sotto l’antica alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna, oggetto della promessa, in Cristo Gesù nostro Signor].

È legge stabilita da Dio fin dal principio che non vi può essere remissione dei peccati nè piena redenzione senza un sacrificio di espiazione e di riparazione, e che tale sacrificio esige l’effusione del sangue. Nell’antica Alleanza, il sangue richiesto era solo quello degli animali immolati davanti al tabernacolo del Tempio. Se esso bastava a dare una purezza esteriore, era però impotente a santificare le anime e a far entrare nel tabernacolo celeste. Ma nel giorno stabilito dalla divina Sapienza, è venuto Cristo, nostro vero ed unico Pontefice, che ha versato come sacrificio il suo preziosissimo Sangue. Con esso ci ha purificati. Ed è in virtù di quel sangue versato che egli entra e fa entrare nel santuario del cielo. Da quel momento « la sua espiazione e la nostra redenzione sono cosa acquisita definitivamente per l’eternità. Il suo sangue, veicolo della sua vita, purifica non soltanto il nostro corpo, ma la nostra stessa anima, il centro della nostra vita; distrugge in noi le opere di peccato, espia, riconcilia, sigilla e consacra la nuova alleanza e, una volta purificati, una volta riconciliati, ci fa adorare e servire Dio mediante un culto degno di Lui.

Il servizio del Dio vivo.

« Infatti, il fine della vita è quello di adorare Dio. La stessa purezza della coscienza e la santità hanno come ultimo disegno e come termine il culto che rendiamo a Dio. Non si è belli per essere belli, non si è puri per essere puri e non andare oltre. Qualunque bellezza soprannaturale è ordinata in definitiva all’adorazione. È appunto quanto vuole il Padre celeste, degli adoratori in spirito e verità: e la nostra adorazione cresce davanti a Dio insieme con la nostra bellezza e la nostra dignità soprannaturale. Così, il termine della nostra vita soprannaturale non siamo noi, bensì Dio. È Dio che in ultima analisi raccoglie il beneficio di quanto noi diventiamo gradualmente mediante la sua grazia e sotto la sua mano. Dio, in noi, opera per noi. Tutta la nostra vita, quella dell’eternità e quella del tempo, è liturgica e ordinata a Dio» (i).

[Dom Guéranger: L’Anno liturgico; Ed. Paoline, Alba. Vol. II, Imprim. 1956]

Graduale

1 Joann. V: 6; 7-8
Hic est, qui venit per aquam et sánguinem, Jesus Christus: non in aqua solum, sed in aqua et sánguine.
V. Tres sunt, qui testimónium dant in coelo: Pater, Verbum et Spíritus Sanctus; et hi tres unum sunt. Et tres sunt, qui testimónium dant in terra: Spíritus, aqua et sanguis: et hi tres unum sunt. Allelúja
, allelúja.
1 Joann V: 9
V. Si testimónium hóminum accípimus, testimónium Dei majus est. Allelúja.

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Joánnem.
Joann XIX: 30-35
In illo témpore: Cum accepísset Jesus acétum, dixit: Consummátum est. Et inclináto cápite trádidit spíritum. Judæi ergo – quóniam Parascéve erat -, ut non remanérent in cruce córpora sábbato – erat enim magnus dies ille sábbati -, rogavérunt Pilátum, ut frangeréntur eórum crura et tolleréntur. Venérunt ergo mílites: et primi quidem fregérunt crura et altérius, qui crucifíxus est cum eo. Ad Jesum autem cum venissent, ut vidérunt eum jam mórtuum, non fregérunt ejus crura, sed unus mílitum láncea latus ejus apéruit, et contínuo exívit sanguis et aqua. Et qui vidit, testimónium perhíbuit; et verum est testimónium ejus. [In quel tempo, quand’ebbe preso l’aceto, Gesù disse: «Tutto è compiuto!». Poi, chinato il capo, rese lo spirito. Allora i Giudei, essendo la Parascève, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era, infatti, un gran giorno quel sabato – chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e portati via. Andarono, dunque, i soldati e spezzarono le gambe al primo, e anche all’altro che era stato crocifisso con lui. Quando vennero a Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe: ma uno dei soldati gli trafisse con la lancia il costato, e subito ne uscì sangue ed acqua. Colui che ha visto ne rende testimonianza, e la sua testimonianza è veritiera].

Il Sangue del Cuore di Gesù.

[Dom Guéranger: L’Anno liturgico; Ed. Paoline, Alba. Imprim. 1956]

Nel Venerdì Santo abbiamo inteso per la prima volta questo passo del discepolo prediletto. Dolente ai piedi della Croce su cui era appena spirato il Signore, la Chiesa non aveva allora abbastanza lamenti e lacrime. Oggi trasalisce di altri sentimenti, e lo stesso racconto che le cagionava il pianto la fa esplodere, nelle sue Antifone, in gioia e in canti di trionfo. Se vogliamo conoscerne la ragione, chiediamola agli interpreti autorizzati che essa stessa ha voluto incaricare di mostrarci il suo pensiero in questo giorno. Essi ci insegneranno che la nuova Eva celebra oggi la sua nascita dal costato dello sposo immerso nel sonno (S. Agostino, Trattato 30 san Giovanni); che a partire dal momento solenne in cui il nuovo Adamo permette al soldato di aprirgli il Cuore, noi siamo veramente diventati l’osso delle sue ossa e la carne della sua carne (Discorso del II Notturno). Non stupiamo dunque se d’allora in poi la Chiesa non vede più altro che amore e vita in quel Sangue che si effonde. E tu, o anima, così a lungo ribelle ai tocchi segreti delle grazie di elezione, non desolarti; non dire: «L’amore non è più per me»! Per quanto lontano abbia potuto portarti l’antico nemico con i suoi funesti inganni, non è forse vero che non vi è traviamento, non vi è abisso, si può dire, in cui non ti abbiano seguita i rivi scaturiti dalla sacra sorgente? Credi dunque che il lungo percorso che hai voluto imporre al loro misericordioso inseguimento ne abbia esaurita la virtù? Fanne la prova. E innanzitutto, bagnati in quelle onde purificatrici; quindi, abbevera a lunghi sorsi al fiume di vita quella povera anima affaticata; e infine, armandoti di fede, risali il corso del fiume divino: poiché se è certo che per giungere fino a te non si è separato dal suo punto di partenza, è ugualmente certo che, così facendo, ritroverai la sorgente stessa.

OMELIA

Il Sangue Preziosissimo.

[A. Rey: Il Preziosissimo Sangue; Pia Unione del Prez. Sangue – Roma 1949]

È sangue di un Dio – degno dunque della nostra adorazione

Empii enim estis pretio magno (1 Cor. VI, 20)

L’uomo deve tutto a Dio: principio, essere, doni, corpo, anima, vita naturale, elevazione allo stato soprannaturale. Questa gratuita erogazione di generosi doni non ha che uno scopo per Dio: far vivere l’uomo del suo amore, sempre. Fatalmente interviene la colpa e chi era stato creato ad immagine e somiglianza del Signore, n’è allontanato per sempre, condannato in eterno alla maledizione. Ma il Verbo, spinto da quello stesso amore che mosse da prima queste cose belle (Inf. I, 40), scende ad incarnarsi, ad effondere il suo sangue per la redenzione umana, e l’uomo è riportato in grembo al suo Dio: evatis longe: facti estis prope in Sanguine Agni (Ephes. II, 13). Quel sangue fu detto prezioso da S. Pietro: non corruptibilibus auro vel argento redempti estis…, sed pretioso Sanguine tamquam Agni immaculati Christi (1 Piet. 1; 18)! “Non è pileggio da picciola barca” (Par. 23; 67) addentrarci in questa verità confortante che rappresenta l’abisso insondabile della misericordia divina. La mente s’arresta di fronte a tanto sole; il cuore trasalisce per la gioia, ma non è capace da solo ad intender l’arcano: incomprehensibilia judicia… eius, et investigabilis viæ eius (Rom. XI, 33), l’incomprensibile ci è reso chiaro dalla divina Scrittura, e le vie di Dio ci appaiono piane per correre alla scoperta del vero. Poiché due luci la investono, contenute in queste semplici parole: Sangue prezioso.

I. – Breve preludio sul sangue

Cos’è il sangue? Fisiologicamente è un umore, costituito da un tessuto di sostanza liquida intercellulare e di cellule bianche, rosse e di piastrine; partendo dal cuore, con una doppia circolazione, attraverso arterie e vene, al cuore ritorna e tien salda la vita. Se il sangue si arresta il cuor più non pulsa. È la morte. Il Sangue è vita, forza, vigore, nerbo, salute, e tien legato al corpo lo spirito immortale. Donare il sangue è dare la vita. Preziosa diciamo quella cosa che è di molto prezzo, di grande valore: una pietra rara, una gemma, l’oro, l’argento, il platino; che ci è cara per la sua bellezza, e rarità: un’opera d’arte, un poema, un palazzo. Preziosa la diciamo ancora pel vantaggio che ne deriva, per l’utile che ci dà: una eredità, un donativo regale. Or, qual cosa di maggior prezzo è il valore del sangue che è vita? Qual cosa più rara di un sangue che aderisce profondamente all’anima, creatura bella di Dio, sì da farlo commuovere? Qual cosa più bella del sangue che rivela quella mirabile opera d’arte che è il carattere dell’uomo? E quali stupendi vantaggi non derivano da un sangue offerto, donato, sborsato dall’uomo spinto dall’amore? Quale utile per quelli pei quali il sangue si effonde? Ed ecco al di sopra del misero sangue umano, il Sangue di un Uomo-Dio, che ha prezzo e valore incalcolabile, perché Sangue divino; che è caro per la sua rarità e bellezza, essendo Sangue di grazia; che reca all’uomo il supremo dei vantaggi, quello di farlo consanguineo, partecipe della sua vitalità supernaturale, della sua gloria: Sangue da adorarsi, quindi: da apprezzarsi, da amarsi.

II. – Il Sangue dei martiri

1. – Per apprezzare in tutta l’ampiezza, il valore del Sangue di Gesù è necessario porlo a fianco del sangue dei martiri. Qualche anno fa un Cattolico fervente, sul piazzale di S. Marta, prima di accompagnare i giovani delle Associazioni Cattoliche in visita al Papa, avvicinava giustamente il sangue dei martiri del Circo di Nerone al Sangue prezioso, giacché era questo che rendeva l’altro potente e glorioso.

Il martire è un testimonio che per la verità giunge fino a farsi sgozzare. Il suo sangue sigilla tutta una vita di bene e fa splendere con più evidenza la causa per cui è versato. La scienza ha i suoi martiri: medici che per lenire gli strazi dell’umanità studiano l’applicazione dei raggi ultravioletti e ne restano uccisi; areonauti che per togliere i veli misteriosi dei Poli, soccombono… L’amor patrio ha un martirologio che è patrimonio sacro per tutti i popoli: Colletta, Pellico, Filzi e Battisti … son nomi cari ad ogni cuore italiano!

Ma è la Fede soprattutto che fa del martirio la più fulgida, significativa, gloriosa testimonianza, perché all’infinito si distanzia, per dignità, da ogni altra idea, da ogni altra potente passione. Essa è al disopra della scienza e della patria!

2.) Il valore del sangue si desume dalla persona che lo versa.

Percorrete i cuniculi, gli ambulacri delle Catacombe. Sui loculi contrassegnati da simboli cristiani, c’è dei nomi, semplici nomi: Agape, Pectorio, Acilio Glabrione, Agnese, Cecilia. Accanto al loculo che racchiude i resti mortali di un senatore, di una donna aristocratica c’è quello di un oscuro bottaio, di un fabbricante di balocchi. La morte tutti ha uguagliato: in ciò il sangue di Couvier non si distingue da quello di Luigi XVI e di Maria Antonietta. Ma quei nomi contrassegnano una vita, quei corpi rappresentano tesori non tanto perché di Cristiani, ma perché di martiri. Già quei corpi son santi, unti un giorno del crisma del Cristo nel Battesimo, incorporati a Cristo nella comunione del suo corpo, del suo sangue, templi dello Spirito Santo. Non per altro Paolo chiamò Santi i fratelli nel Cristo; vedeva in essi la grazia santificante. E Damaso nella epigrafe della celeberrima martire romana Agnese, dice santi i suoi genitori: sanctos… retidisse parentes. E S. Pietro giustifica l’orgoglio gens sancta, regale sacerdotium (1 Pietr. II, 9)! Ma un alone di gloria circonda quelle ossa che pullulant de loco suo (Eccl. XLVI, 14), per la morte che la Scrittura chiama appunto preziosa: pretiosa in conspectu Domini mors sanctorum ejus (Ps. CXV, 15), per la morte non nobilitata solo dal Cristo con l’elargizione della suprema grazia, la perseveranza finale, ma resa gloriosa per l’effusione del sangue, degna risposta al Cristo che per tutti ha effuso il suo, in supremo amore! Egli dinanzi ai presidi li rese gagliardi e diede alla loro lingua le parole per confondere i sofismi, le minacce, le blandizie. Egli rese potente la loro volontà sino a farli esclamare; frangar, non flectar! (mi spezzo, ma non mi piego) Egli col suo sangue, col valore del suo sacrificio, ha impreziosito il sangue dei martiri.

« Che bisogno ha Egli di carne, rifatta ora senza macchia. Che bisogno ha Egli di un cuore che deve sanguinare e soffrire, scegliendo la parte migliore? » domandava a. se stessa l’esule poetessa italiana (C. Rossetti).La risposta è data dai martiri: prese umana carne, umanocuore perché dal suo sangue, dal suo cuore e dalle sue sofferenzegli uomini potessero avere la forza divina di patire e dare per Luiil glorioso sangue! Eccoli salgono al cielo agitando corone e palme, seguendo « i fiori dei martiri e le prime gemme della Chiesa nascente in mezzo al verno dell’incredulità e consumate dal gelo della persecuzione »: i Santi Innocenti, dei quali sì bellamente

canta Prudenzio (Inno: Salvete):

Il Redentor sue vittime

prima vi scelse: voi

della sua nuova legge

e de’ martiri suoi

siete tenera gregge;

e in olocausto offerti

sull’are insanguinate

colle palme scherzate – e con i serti.

Gli angeli si chiedono: Qui sunt hi et unde venerunt? Ed il Padre afferma deciso: Hi venerunt de magna tribulatione et laverunt stolas suas in Sanguine Agni(Ap. VII, 14). In quel loro martirio c’è il martirio stesso del Cristo; in quel Sangue lo stesso Sangue del Cristo ch’è il Rex gloriosus martyrum (Brev. Rom.). E l’uomo è sublimato sino al soglio di Dio, dopo la vittoria conseguita sul dragone pel Sangue dell’Agnello: hi vicerunt draconem propter sanguinem Agni! Laverunt stolas suas in Sanguine Agni! (Ap. XII, 11) Ideo, coronati, triumphant! (Sap. IV, 2)

3.) Ma il valore del Sangue si desume ancora dalla causa per cui il martire lo sparge.

Il sangue del martire cristiano acquista un valore più alto d’ogni martire, in quanto è sparso per una idealità suprema: la Fede: confessi sunt Christum! E l’apoteosi della virilità cristiana quel sangue. Quel sangue è sparso per un amore supremo, quello per Dio. L’olocausto del martire è il riconoscimento pieno dei diritti di Dio sulle creature, la distruzione di tutto l’essere per l’atto sublime del sacrificio; sicché Ireneo poteva dir con ragione che il martire diventa altare e sacrificio insieme. Ecco perché sotto la pietra sacra dell’altare ci sono le ossa dei martiri, ed i Greci nei Dittici ne esaltano la memoria che in benectione est (Eccl. IV, 7)!

I malvagi che li percuotono non sanno immaginare in essi che insania, vano furore, fanatismo; ma debbon poi confessare che s’allontanarono dalla via della verità: locuti sunt falsa (Ps. LVII, 4)! La Scrittura raccoglie il loro straziante lamento: Nos insensati ! vitam illorum æstimabamus insaniam et exitum illorum sine honore! Ecce quomodo completati sunt inter filios Dei, et inter sanctos sors illorum est (Sap. V, 4).

Si spiega così il culto dei martiri nelle Catacombe. Pie mani ne raccolgono i resti, li ravvolgono in preziose stoffe, li adagiano nei loculi; accanto ad essi pongono l’ampolla del sangue; li chiudono con una lapide che, dopo il loro nome, porta l’invocazione, la preghiera: Vivas in Deo… Ora pro nobis! Negli arcosoli, dominati dalla ieratica figura di una orante con le braccia stese e gli occhi grandi ripieni di Dio, son deposti sotto l’altare dell’Agnello i martiri che, come nella visione apocalittica, gridano al sommo Martire:

Usquequo, Domine, non iudicas et… non vindicas sanguinem nostrum (Apoc. VI, 10)! L’ultimo atto della loro vita non è segnato colla macabra parolache rattrista; fine, morte. La Chiesa lo definisce dies natalis, natalicium martyris (Martir. Rom.). Presso quelle membra anche Damaso Papa vorrebbe sua condere membra, ma teme di vexarecon la sua indegnitàle loro ossa gloriose!

Ecco perché i Cristiani, come il gran Papa, cantore delle gesta dei martiri, amano, desiderano ardentemente seguirli nella morte cruenta, per amor di Cristo, come la piccola Agnese che si slaccia dal grembo della nutrice per presentarsi al tiranno, sfidandone la rabbia e dichiarandosi pronta alla morte pel suo Sposo; esser sepolti ov’essi son sepolti; e – pegno di protezione altissima – conservano gelosamente sul petto, vicino al Vangelo, i lini inzuppati nel sangue spicciato dalle loro membra percosse, colato sulla terra santificata! – Pieghiamoci, in riverenza, di fronte a quei nomi, a quelle vite, a queste ossa, a questo sangue! Baciamo quelle tombe che sono are, quelle lapidi tepide ancora del sangue versato per Cristo! Veneriamo quei santi dalla purpurea aureola; preghiamo di esser degni del loro sacrificio, della loro testimonianza!

Il Sangue di Gesù

Ma cos’è questo venerando sangue di fronte a quello versato da Gesù?

Chi è Gesù? La poesia ne ha esaltato sembiante e nome. « Un agnello è innocente e mite sulla morbida erbosa zolla; e Gesù Cristo, l’Immacolato, è l’Agnello di Dio. Egli solo è immacolato sulle ginocchia di sua Madre, bianco e rosso, ahimè!.. presto sarà sacrificato per voi e per me! Eppure agnello non è parola abbastanza soave, né è giglio nome abbastanza puro, e un altro nome ha scosso i nostri cuori, avvivandone la fiamma: Gesù! Questo nome è musica e melodia; il cuore col cuore in armonia, cantiamo ed adoriamo » (C. Rossetti)! « Qual è il tuo nome? – gli chiede il Thompson – Oh! mostramelo ». E Gesù risponde: « Il mio nome non potete saperlo: È un avanzarsi di bandiere, uno sfolgorare di spade; ma i miei titoli che son grandi non sono essi nel mio costato? – Re dei R e – son le parole – Signore dei Signori »! (Poems). Storicamente è il più saggio dei sapienti; L’aquila di Stagira non ha ali sufficienti per raggiungerlo nel volo: la Sua sapienza è infinita, i n Lui sunt omnes thesauri sapientiæ et scientiæ(Col. II, 3) – Il più eccelso dei filosofi, Socrate impallidisce dinanzi a Colui che investe della sua luce tutti i problemi dello spirito, scoprendone le meraviglie: Dante te illis, omnia implebuntur bonitate (Ps. CIII, 28)! – I più grandi dei legislatori, Numa Pompilio, Licurgo, Solone paion pigmei nelle loro leggi che sovente giustificano anche il delitto, come la servitù, l’uccisione dei vecchi e dei bimbi malati, il divorzio! Egli stesso è la legge immacolata che india le anime: Lex tua immaculata, convertens animam (Ps. XVIII, 8)! Poeti, oratori, guerrieri non gli stanno a petto. Il Vangelo offusca Omero e l’acceca con la sua grandiosa semplicità. Demostene e Cicerone diventan pedestri dinanzi al Sermone della montagna. Cesare ed Alessandro si arrestano nelle loro inutili stragi di fronte ad una forza che pretende solo il suo sangue per salvare l’umanità: l’amore che ogni cosa vince, Omnia vincit amor (Virg. Ecl. 10, 69)! – Ma Gesù, vivo e vero nella sua incompresa grandezza, balza dal Vangelo. – Io ed il Padre siamo una cosa sola (Joann. X, 30)! Io sono nel Padre, Egli è in me! Chi vede me, vede mio Padre (Ibi XIV, 9))! dice a Filippo. Io son la via, la verità, la vita (Joan. XIV, 6). Son l’alfa e l’omega (6 Apoc. I, 8). Io son la luce del mondo(Joan. VIII, 12) . Io la fonte che disseta perché contiene le acque che risalgono alla sorgente della eterna vita (Joan. IV, 14). Io sono il pane di vita disceso dal cielo (Joan. VI, 35) . Ecco le sue affermazioni apodittiche. Questi è il mio Figlio diletto nel quale ho poste le mie compiacenze! dice Dio Padre sul Giordano e sul Tabor (Luc. III, 29) . Tu sei Cristo, il Figlio del Dio vivente! testimonia San Pietro (Matt. XVI, 16). – Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo(Joann. I, 29)! – proclama Giovanni dinanzi alle turbe. – Avete crocifisso il Re della gloria ; voi avete ucciso Dio! (Act. III, 15)dichiarano Pietro e Paolo ad ebrei indurati. Gli Angeli stessi, vedendolo salire, possente, col segno della gloria incoronatosi chiedono: Quis est iste qui venit de Edom, tinctis vestibus de Bosra iste formosus in stola (Is. LXIII, 1)? E si senton rispondere: – Egli è il Re della gloria che sale con le vesti bagnate di sangue! – E Cristo entra nella gloria del Padre!In Lui – sappiamo dalla Fede – la divina natura è uguale a quella del Padre e dello Spirito Santo, ma la sua Persona, quella del Verbo, è distinta da quelle del Padre e del Paraclito. Questo Verbum, genitum non factum, consustanziale al Padre, Dio veroda Dio vero, eterno, ante omnia sæcula genitus(Credo – Symb. Atan.), prende, nel tempo,la umana natura nel seno immacolato di Maria; l’assume nella sua persona e diviene uomo senza lasciare di essere Dio; verus homo ex substantia matris in sæcula natus(Idem). Questa incarnazione non è una conversione della divinità nella carne, ma assunzione della umanità in Dio: non conversione divinitatis in carnem, sed assumptione humanitatis in Deum. E il Verbum caro factum (Joan. I, 14. In Cristo due nature dunque: la divina e l’umana, ma unica la Persona. Or le azioni, non son della natura ma del supposito, della persona: actiones sunt suppositorum (S. Th. Th. III, q. 19 ad 1). E poiché in Cristo la persona è divina, divine sono le sue azioni. Sicché quel Sangue purissimo natus ex Maria virgine (Symb. Apost.), è divino, perciò preziosissimo.Quando si effonde sul Calvario ha un valore divino, perciò preziosissimo. Quando si riversa sull’umanità per riscattarla e purificarla, la sua azione, la sua efficacia son divine, perciò Sangue preziosissimo!

Sono adunque preziosissime anche le ragioni per cui Egli lo versa.

a) Ripara infatti l’onore del Padre offeso dall’uomo, con l’onore a Lui reso con l’effusione del sangue: obtulit semetipsum Deo (Hebr. IX, 14), e pacifica l’uomo con Dio: pacìfìcans per sanguinem crucis ejus sive quæ in cœlis sive quae in terris sunt. (Col. I, 20). Ma una tale riparazione, una tal pacificazione sono di valore infinito.

b) Redime l’uomo peccatore. – Il Sangue ha una sua peculiare virtù redentrice. Quello di Virginia libera Roma dai Tarquini, quello di Lucrezia l’affranca dai Decemviri, quello delle rivoluzioni dà un nuovo orientamento alla storia. Ma il Sangue di Cristo ha dato l’assetto definitivo all’uomo, sciogliendolo dai vincoli del servaggio, liberandolo dalla pena eterna: redemit de domo servitutis! (Galat. III, 13). Quel Sangue è sborsato per testimoniare la verità: ad hoc veni in mundum ut perhibeam testimonium veritati(Joan. XVIII, 37). E la verità è questa: il mondo deve riconoscere Iddio per suo Padre, ed amare il Figlio che l’ha redento: hœc est vita æterna ut cognoscat mundus Patrem et quem misit, Jesum Christum(1 Joan. III, 6). L’Agnello di Dio s’immola per affermar questa verità che ha bandito solennemente dinanzi al popolo, al sinedrio, ai tribunali; ed il sangue e l’acqua che escono dal suo cuore, sulla croce, ne sigillano l’infinito amore: hic est qui venit per aquam et sanguinem; non in aqua solum sed in aqua et sanguine(Joan, XVIII, 3).

Ecco il Sangue preziosissimo!

Or, se a Dio si deve l’adorazione ed a tutto ciò che a Dio appartiene come sua essenza e natura, il Sangue preziosissimo, che al Verbo fatto carne appartiene come sua essenza e natura, è degno della nostra adorazione: Digum est Agnus accipere honorem, gloriam et benedictionem, quia occisus est et redemit nos in Sanguine suo! (Apoc. V, 12). E noi dobbiamo, tremanti, piegare i ginocchi dinanzi al prezzo di tanto valore, e cantar con la Chiesa al R e dei Martiri: Christum Dei Filium, qui suo nos redemit sanguine, venite, adoremus! (Brev. Rom.).

Esempio

L’illustre storico Cesare Baronio dell’Oratorio, discepolo insigne di San Filippo Neri, nei suoi Annali, all’anno 446 riporta questo mirabile fatto. In Costantinopoli, un ebreo, di notte, preso un Crocifisso ch’era avanti la casa di un Cristiano l’immagine sfregiò sul volto, e da questa spiccò tepido sangue. Atterrito il sacrilego corse a gettarla entro un pozzo vicino, tornandosene poi in fretta, a casa, ove raccontò tutto alla moglie. Il giorno dopo, la gente che andava ad attingere l’acqua vide con grande sorpresa che essa era tutta rosseggiante di sangue. Giunta la inusitata novella all’orecchio del Prefetto della città, e sospettando questi giustamente che entro il pozzo vi fossero uomini trucidati, ordinò che fosse vuotato. E vuotato che fu, ecco ritrovato il Crocifisso, che ancor versava sangue dalla ferita infertagli. L’imperatore, pur di conoscere la verità dell’accaduto, promise il condono d’ogni pena al reo, purché da se stesso si costituisse. Prima la moglie, poi l’ebreo si presentarono lagrimanti, e confessarono schiettamente il delitto. Ma quel sangue gridò misericordia, non vendetta. Compunti a tanto miracolo, chiesero il Battesimo ed abbracciarono la Fede di Gesù Cristo, divenendo così, da nemici, suoi consanguinei! – Il pozzo, essendo poco distante da Santa Sofia, vi fu raccolto con l’erezione di una nuova Cappella che si chiamò del Pozzo santo. Su questo fu posto un coperchio d’oro, sormontato dal prodigioso Crocifisso. Ancora una volta Gesù aveva mostrato di qual valore infinito fosse il suo Sangue! E come Egli è disposto, anche dopo il Calvario, a versarne, per nostro amore, dell’altro ancora!

Anima mia, vedi quanto tu vali? Pretium sanguinis es! (Matt. XXVII, 6). Fedeli, non con oro od argento corruttibili voi siete stati redenti, ma col Sangue del Figlio di Dio, col suo Sangue preziosissimo: non corruptibilibus auro vel argento redempti estis, sed pretioso sanguine quasi Agni immaculati Christi (1 Piet. I, 18).

Preghiera

O sangue che i martiri esaltano nel Cielo perché il loro, prezioso divenne per la tua preziosità, pel tuo valore; o Sangue che fosti per essi forza e resistenza, gaudio, gloria, Sangue di un Dio, perché unito alla Persona santissima del Verbo, Sangue che fosti versato per amore supremo onde placare il Padre, redimere il peccatore, render testimonianza alla verità, sii tu benedetto ed adorato! Ai tuoi piedi non Giuda, che lo sprezza, ma Giovanni che se ne abbevera, nei figli che riconoscono la preziosità che ogni anima ha reso preziosa, per gridarti: – Misericordia, perdono, amore! – Con tutti i santi del Cielo, coi martiri, con gli Angeli ti lodiamo ed adoriamo; e se indegna è ancora pel peccato la nostra anima, mondala, o prezioso Sangue. È tua! Mondala col tuo bagno salutare che ci renda Cherubini innanzi al tuo trono. Ognuno di noi ti prega, o Agnello santo, con la strofe mirabile di Tommaso: Pie pellicane. Jesu Domine, me immundum munda tuo Sanguine (Adoro Te). e tutti, con la voce della Chiesa, nell’inno del ringraziamento: Te ergo quæsumus, tuis famulis subveni, quos pretioso Sanguine redemisti (Te Deum) – Amen!

Risoluzione

In riparazione della crudele indifferenza di tante anime verso il Redentore, cercate di parlare ogni giorno di questa devozione ed inculcarne la pratica.

(S. Gaspare del Bufalo)

Fiorellino spirituale

O Sangue, medicina delle nostre anime, guariteci!

(S. Caterina da Siena).

Credo…

Offertorium
Orémus
1 Cor X:16
Calix benedictiónis, cui benedícimus, nonne communicátio sánguinis Christi est? et panis, quem frángimus, nonne participátio córporis Dómini est? [Il calice dell’eucarestia che noi benediciamo non è forse comunione del sangue di Cristo? Il pane che noi spezziamo non è forse comunione col corpo di Cristo?]

Secreta
Per hæc divína mystéria, ad novi, quǽsumus, Testaménti mediatórem Jesum accedámus: et super altária tua, Dómine virtútum, aspersiónem sánguinis mélius loquéntem, quam Abel, innovémus. [O Dio onnipotente, concedi a noi, per questi divini misteri, di accostarci a Gesù, mediatore della nuova alleanza, e di rinnovare sopra il tuo altare l’effusione del suo sangue, che ha voce più benigna del sangue di Abele]

Communio
Hebr IX: 28
Christus semel oblítus est ad multórum exhauriénda peccáta: secúndo sine peccáto apparébit exspectántibus se in salútem [Il Cristo è stato offerto una volta per sempre: fu quando ha tolto i peccati di lutti. Egli apparirà, senza peccato, per la seconda volta: e allora darà la salvezza ad ognuno che lo attende]

Postcommunio
Orémus.
Ad sacram, Dómine, mensam admíssi, háusimus aquas in gáudio de fóntibus Salvatóris: sanguis ejus fiat nobis, quǽsumus, fons aquæ in vitam ætérnam saliéntis: [Ammessi, Signore, alla santa mensa abbiamo attinto con gioia le acque dalle sorgenti del Salvatore: il suo sangue sia per noi sorgente di acqua viva per la vita eterna]

FESTA DEL SACRO CUORE DI GESÙ (2019)

VII

ACTUS REPARATIONIS ET CONSECRATIONIS

Iesu dulcissime, cuius effusa in homines caritas, tanta oblivione, negligentia, contemptione, ingratissime rependitur, en nos, ante altaria [an: conspectum tuum] tua provoluti, tam nefariam hominum socordiam iniuriasque, quibus undique amantissimum Cor tuum afficitur, peculiari honore resarcire contendimus. Attamen, memores tantæ nos quoque indignitatis non expertes aliquando fuisse, indeque vehementissimo dolore commoti, tuam in primis misericordiam nobis imploramus, paratis, voluntaria expiatione compensare flagitia non modo quæ ipsi patravimus, sed etiam illorum, qui, longe a salutis via aberrantes, vel te pastorem ducemque sectari detrectant, in sua infìdelitate obstinati, vel, baptismatis promissa conculcantes, suavissimum tuæ legis iugum excusserunt. Quæ deploranda crimina, cum universa expiare contendimus, tum nobis singula resarcienda proponimus: vitae cultusque immodestiam atque turpitudines, tot corruptelæ pedicas innocentium animis instructas, dies festos violatos, exsecranda in te tuosque Sanctos iactata maledicta àtque in tuum Vicarium ordinemque sacerdotalem convicia irrogata, ipsum denique amoris divini Sacramentum vel neglectum vel horrendis sacrilegiis profanatum, publica postremo nationum delicta, quæ Ecclesiæ a te institutæ iuribus magisterioque reluctantur. Quæ utinam crimina sanguine ipsi nostro eluere possemus! Interea ad violatum divinum honorem resarciendum, quam Tu olim Patri in Cruce satisfactionem obtulisti quamque cotidie in altaribus renovare pergis, hanc eamdem nos tibi præstamus, cum Virginis Matris, omnium Sanctorum, piorum quoque fìdelium expiationibus coniunctam, ex animo spondentes, cum præterita nostra aliorumque peccata ac tanti amoris incuriam firma fide, candidis vitæ moribus, perfecta legis evangelicæ, caritatis potissimum, observantia, quantum in nobis erit, gratia tua favente, nos esse compensaturos, tum iniurias tibi inferendas prò viribus prohibituros, et quam plurimos potuerimus ad tui sequelam convocaturos. Excipias, quæsumus, benignissime Iesu, beata Virgine Maria Reparatrice intercedente, voluntarium huius expiationis obsequium nosque in officio tuique servitio fidissimos ad mortem usque velis, magno ilio perseverantiæ munere, continere, ut ad illam tandem patriam perveniamus omnes, ubi Tu cum Patre et Spiritu Sancto vivis et regnas in sæcula sæculorum.

Amen.

Indulgentia quinque annorum.

Indulgentia plenaria, additis sacramentali confessione, sacra Communione et alicuius ecclesiæ aut publici oratorii visitatione, si quotidie per integrum mensem reparationis actus devote recitatus fuerit.

Fidelibus vero, qui die festo sacratissimi Cordis Iesu in qualibet ecclesia aut oratorio etiam (prò legitime utentibus) semipublico, adstiterint eidem reparationis actui cum Litaniis sacratissimi Cordis, coram Ssmo Sacramento sollemniter exposito, conceditur:

Indulgentia septem annorum;

Indulgentia plenaria, dummodo peccata sua sacramentali pænitentia expiaverint et eucharisticam Mensam participaverint (S. Pæn. Ap., 1 iun. 1928 et 18 mart. 1932).

[Indulg. 5 anni; Plenaria se recitata per un mese con Confessione, Comunione, Preghiera per le intenzioni del Sommo Pontefice, visita di una chiesa od oratorio pubblico. – Nel giorno della festa del Sacratissimo Cuore di Gesù, confessati e comunicati, recitata con le litanie de Sacratissimo Cuore, davanti al SS. Sacramento solennemente esposto: Indulgenza plenaria].

MESSA DEL SACRO CUORE DI GESÙ (2019)

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXXII: 11; 19
Cogitatiónes Cordis ejus in generatióne et generatiónem: ut éruat a morte ánimas eórum et alat eos in fame. [I disegni del Cuore del Signore durano in eterno: per strappare le ànime dalla morte e sostentarle nella carestia.]


Ps XXXII: 1
Exsultáte, justi, in Dómino: rectos decet collaudátio.

[Esultate nel Signore, o giusti, la lode conviene ai retti.]

Cogitatiónes Cordis ejus in generatióne et generatiónem: ut éruat a morte ánimas eórum et alat eos in fame. [I disegni del Cuore del Signore durano in eterno: per strappare le ànime dalla morte e sostentarle nella carestia.]

Oratio

Orémus.
Deus, qui nobis in Corde Fílii tui, nostris vulneráto peccátis, infinítos dilectiónis thesáuros misericórditer largíri dignáris: concéde, quǽsumus; ut, illi devótum pietátis nostræ præstántes obséquium, dignæ quoque satisfactiónis exhibeámus offícium.  [O Dio, che nella tua misericordia Ti sei degnato di elargire tesori infiniti di amore nel Cuore del Figlio Tuo, ferito per i nostri peccati: concedi, Te ne preghiamo, che, rendendogli il devoto omaggio della nostra pietà, possiamo compiere in modo degno anche il dovere della riparazione.]


Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Ephésios. Eph III: 8-19

Fratres: Mihi, ómnium sanctórum mínimo, data est grátia hæc, in géntibus evangelizáre investigábiles divítias Christi, et illumináre omnes, quæ sit dispensátio sacraménti abscónditi a sǽculis in Deo, qui ómnia creávit: ut innotéscat principátibus et potestátibus in cœléstibus per Ecclésiam multifórmis sapiéntia Dei, secúndum præfinitiónem sæculórum, quam fecit in Christo Jesu, Dómino nostro, in quo habémus fidúciam et accéssum in confidéntia per fidem ejus. Hujus rei grátia flecto génua mea ad Patrem Dómini nostri Jesu Christi, ex quo omnis patérnitas in cœlis ei in terra nominátur, ut det vobis, secúndum divítias glóriæ suæ, virtúte corroborári per Spíritum ejus in interiórem hóminem, Christum habitáre per fidem in córdibus vestris: in caritáte radicáti et fundáti, ut póssitis comprehéndere cum ómnibus sanctis, quæ sit latitúdo, et longitúdo, et sublímitas, et profúndum: scire étiam supereminéntem sciéntiæ caritátem Christi, ut impleámini in omnem plenitúdinem Dei.

[ Fratelli: A me, minimissimo di tutti i santi è stata data questa grazia di annunciare tra le genti le incomprensibili ricchezze del Cristo, e svelare a tutti quale sia l’economia del mistero nascosto da secoli in Dio, che ha creato tutte cose: onde i principati e le potestà celesti, di fronte allo spettacolo della Chiesa, conoscano oggi la multiforme sapienza di Dio, secondo la determinazione eterna che Egli ne fece nel Cristo Gesù, Signore nostro: nel quale, mediante la fede, abbiamo l’ardire di accedere fiduciosamente a Dio. A questo fine piego le mie ginocchia dinanzi al Padre del Signore nostro Gesù Cristo, da cui tutta la famiglia e in cielo e in terra prende nome, affinché conceda a voi, secondo l’abbondanza della sua gloria, che siate corroborati in virtù secondo l’uomo interiore per mezzo del suo Spirito. Il Cristo abiti nei vostri cuori mediante la fede, affinché, ben radicati e fondati nella carità, possiate con tutti i santi comprendere quale sia la larghezza, la lunghezza e l’altezza e la profondità di quella carità del Cristo che sorpassa ogni concetto, affinché siate ripieni di tutta la grazia di cui Dio è pienezza inesauribile.]

Graduale

Ps XXIV:8-9
Dulcis et rectus Dóminus: propter hoc legem dabit delinquéntibus in via.
V. Díriget mansúetos in judício, docébit mites vias suas.

[Il Signore è buono e retto, per questo addita agli erranti la via.
V. Guida i mansueti nella giustizia e insegna ai miti le sue vie.]
Mt XI: 29

ALLELUJA

Allelúja, allelúja. Tóllite jugum meum super vos, et díscite a me, quia mitis sum et húmilis Corde, et inveniétis réquiem animábus vestris. Allelúja. [Allelúia, allelúia. Prendete sopra di voi il mio giogo ed imparate da me, che sono mite ed umile di Cuore, e troverete riposo alle vostre ànime. Allelúia

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Joánnem.
Joannes XIX: 31-37
In illo témpore: Judǽi – quóniam Parascéve erat, – ut non remanérent in cruce córpora sábbato – erat enim magnus dies ille sábbati, – rogavérunt Pilátum, ut frangeréntur eórum crura, et tolleréntur. Venérunt ergo mílites: et primi quidem fregérunt crura et alteríus, qui crucifíxus est cum eo. Ad Jesum autem cum veníssent, ut vidérunt eum jam mórtuum, non fregérunt ejus crura, sed unus mílitum láncea latus ejus apéruit, et contínuo exívit sanguis et aqua. Et qui vidit, testimónium perhíbuit: et verum est testimónium ejus. Et ille scit quia vera dicit, ut et vos credátis. Facta sunt enim hæc ut Scriptúra implerétur: Os non comminuétis ex eo. Et íterum alia Scriptúra dicit: Vidébunt in quem transfixérunt. [In quel tempo: I Giudei, siccome era la Parasceve, affinché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era un gran giorno quel sabato – pregarono Pilato che fossero rotte loro le gambe e fossero deposti. Andarono dunque i soldati e ruppero le gambe ad entrambi i crocifissi al fianco di Gesù. Giunti a Gesù, e visto che era morto, non gli ruppero le gambe: ma uno dei soldati gli aprì il fianco con una lancia, e subito ne uscì sangue e acqua. E chi vide lo attesta: testimonianza verace di chi sa di dire il vero: affinché voi pure crediate. Tali cose sono avvenute affinché si adempisse la Scrittura: Non romperete alcuna delle sue ossa. E si avverasse l’altra Scrittura che dice: Volgeranno gli sguardi a colui che hanno trafitto.]

OMELIA

[P. SECONDO FRANCO: Manuale dei devoti del SS. CUORE DI GESÙ; Tip. Pontif. ed Arciv. dell’Immacolata Concezione, MODENA, 1873 ]

Qualunque persona, che sia d’indole buona, di belle virtù e di eccellente santità, non può esser a meno che non abbia un bel cuore, e che non cerchi diffondere anche negli altri la sua bontà. Bonus homo de bono thesauro cordis sui proferi bonum( Luc. VI, 44). Ma quanto più l’Uomo-Dio, Gesù Signor nostro, il quale è la bontà e la santità medesima, quegli ch’è venuto a bella posta nel mondo e che ha conversato con gli uomini per beneficarli! Che cosa dunque non devono sperare da Lui i devoti di un Cuore sì buono e sì benefico? Il primo motivo di questa speranza è la natura stessa del Cuore amoroso di Gesù Cristo. Imperocché avote mai considerato, che cosa è il Cuore di Gesù? È il Cuore dell’Uomo-Dio, un Cuore ipostaticamentc unito alla Persona del Verbo e alla divinità. Dunque è un Cuore infiammato e compreso con tutta la pienezza e senza misura degl’influssi di quell’amore infinito, di cui il Verbo medesimo arde per noi sino dall’eternità; amore, che lo ha condotto in terra a conversare coi figliuoli degli uomini e a farsi uno di loro. Egli è un Cuore che è stato ed è l’organo materiale e sensibile degli affetti più santi e più eccellenti dell’anima santissima di Gesù Cristo, e che ha corrisposto con i suoi naturali movimenti a quel perfetto amore, onde ella avvampa per noi. Dunque è un Cuore sensibile alle nostre afflizioni, alle nostre disgrazie e a tutti i nostri mali; è un Cuore compassionevole, un Cuore pieno di tenerezza per noi e sommamente desideroso del nostro bene. Il Cuore di Gesù Cristo è il Cuore del nostro Padre il più tenero, il più amoroso e il più sollecito; è il cuore del fratello e dell’amico e dello sposo il più fedele; è il Cuore del Re il più magnifico, il più potente e il più liberale che siavi stato e che possa esservi mai. Perché è il cuore del Re del cielo e della terra. Dunque è un cuore più interessato al nostro bene, e più costante nel suo amore per noi del cuore di qualunque padre, amico e sposo di questa terra che ami svisceratamente la sposa, l’amico, il figliuolo; è un cuore che vuol farci ogni bene, e può farlo senza ostacolo e senza misura. Il Cuore di Gesù Cristo è un cuore formato ed organizzato dallo Spirito Santo, il quale è l’amore del Padre e del Figliuolo; un cuore conformato e preparato da Lui alle impressioni più sensibili e più efficaci dell’amore; un cuore che non potendo più tenere imprigionate le sue fiamme si è lasciato ferire ed aprire da una lancia, quasi per trovare uno sfogo a quel fuoco che lo consuma e cosìdiffondere le sue vampe in tutto il mondo, ed aprire un asilo di rifugio, un luogo di delizie, un porto di pace alle anime tentate, tribolate e penitenti. Ad hoc perforatimi est Lotus tuum, ut nobis patescat introitus. Ad hoc vulneratum est Cor tuum ut in illo, et in te, ab exterioribus perturbationibus absoluti habitare possimus (Auctor Serm. de Passion. Domini, cap. III).  Dunque che cosa non deve sperare un Cristiano dal Cuore d’un Dio, in cui concorrono tante cagioni e tante sorgenti d’incomprensibile, instancabile e potentissimo amore? Noi speriamo poi meriti di Gesù. Ma che meriti non ci ha acquistati Gesù con le sofferenze, con la pazienza, con la rassegnazione, con le umiliazioni e con la carità del suo Cuore? Noi speriamo nella Passione di Gesù. Ma che cosa non ha patito per noi specialmente quel Cuore divino? Tutti i tormenti da Gesù sofferti nel corpo si possono quasi chiamare una piccola cosa a confronto delle angustie e delle agonie da Lui sofferte nel Cuore. Noi speriamo nel sangue di Gesù. Ma appunto il suo Cuore è la viva e perenne sorgente di quel sangue prezioso che si è diffuso nel corpo, che si spremè per tristezza a ruscelli dalle sue membra e si versò a torrenti dalle sue vene. Noi speriamo nelle piaghe di Gesù. Ma qual piaga più salutare e più potente ad ottenerci dal suo divin Padre il perdono e la grazia, quanto la piaga del costato e del Cuore, il quale si può dire che parla e prega e geme continuamente per noi? O felice adunque chi ha ritrovato questo Cuore, e lo ama, e ne pratica fedelmente la divozione! Egli ha ritrovato il Cuore di un Re il più magnifico e generoso che v’abbia o possa ritrovarsi sulla terra: ha ritrovato il Cuore d’un fratello, d’un amico e di uno sposo il più sviscerato benefico e fedele. Quel Cuore è Cuor nostro, perché è Cuor di Gesù Cristo capo di quella Chiesa, di cui ancora noi siamo le membra; e se il Cuor nostro è troppo freddo nell’amare Iddio, abbiamo il Cuor di Gesù nostro ancor esso, con cui amarlo e pregarlo degnamente per essere esauditi. Inveni cor meum, ut orem Deum meum (II. Reg. VII, 27). Et ego inveni cor regis, fratris et amici benigni Jesu. Cor illias meum est, quia caput meum Christus est. (Id. Auct. ibidem). Un secondo motivo dì speranza ci deve porgere la qualità stessa di questa divozione, la quale di sua natura è sommamente idonea ad impegnar Gesù Cristo a compartirci tutte le grazie. Imperocché qual è il fine di questa divozione? Primieramente di dare un attestato e contrassegno della nostra gratitudine al Cuor di Gesù per il beneficio incomparabile della istituzione del Sacramento dell’Eucaristia. Ora non vi è cosa che impegni tanto un amico a farci dei nuovi benefizi, quanto il mostrar gratitudine per quelli che si sono ricevuti. Questa gratitudine è la mercede che 1’amico aspetta de’ suoi benefizi; è quella che gli fa conoscere che i suoi benefizi sono ricevuti ed accettati con piacere; è quella infine che gli fa scoprire le buone disposizioni e il buon cuore dell’amico, e in conseguenza ch’è degno e meritevole dei suoi favori. Ma questo quanto più si verifica rispetto a Dio ed al sacro Cuor di Gesù, il quale è stato il primo ad amarci, ci ha dato tutto il suo, ci ha donato per fin se stesso, e il quale non può aspettare altra mercede e ricompensa dalle sue creature che amore e gratitudine? Se dunque noi ci mostreremo grati al suo divin Cuore, Egli vedrà per prova che conosciamo e accettiamo di buon grado le sue grazie, che non sono in noi mal collocati i suoi benefizi, e che può sperare sempre maggior corrispondenza, se vorrà compartirne degli altri; ed in conseguenza cercherà di provocare con maggior calore il nostro amore e la nostra gratitudine per avere la soddisfazione d’esser da noi corrisposto. – L’altro fine di questa divozione è il consolare il Cuor di Gesù nelle sue afflizioni e agonie. Ora riflettete che un padre addolorato e abbandonato da tutti nei suoi dolori, se vede un figliuolo amoroso che prende parte alle sue pene, che gli tiene assidua compagnia nelle sue tristezze, che si ingegna di trovar motivi e parole per consolarlo, e studia tutti i modi por procurargli sussidio e conforto, egli allora diviene così sensibile a questa continua assistenza, si compiace a tal sogno della sua compassione e amorevolezza, sì lo distingue a preferenza degli altri figliuoli nei beni dell’eredità come questi si è distinto verso di lui nell’amore e nella gratitudine. Ah che il Cuor di Gesù ferito, desolato, abbandonato in un mar d’angosce e di pene dagl’ingrati suoi figliuoli, se ritrova qualcuno di loro che sappia trattenersi con Lui, compatirlo e consolarlo, è impossibili che non gli faccia parte e non lo arricchisca preferenza dogli altri dei suoi inestimabili tesori e delle sue segreto delizie. – L’imitazione dello virtù sovrumane del Cuor di Gesù Cristo è anch’essa uno dei fini principali di questa divozione. Ma può forse Gesù Cristo non riguardare con particolar dilezione quelli che si studiano di ricopiare nel proprio cuore la mansuetudine, l’umiltà, la rassegnazione e l’amore del suo Cuor divino? Allora Egli trova in quel Cuore un giardino dove deliziarsi per la fragranza dei fiori che vi nascono, ed Egli stesso gl’inaffia con l’acqua prodigiosa che uscì dal suo costato, gli fa crescere, gli difende dagl’insulti e gli conserva sempre verdeggianti e odorosi. Finalmente il devoto del Cuor di Gesù è impegnato a risarcirlo dai torti e dagli affronti, ch’Egli soffre ogni giorno specialmente nel Sacramento dell’altare. Ora questa premura di un devoto quanto deve provocare quel Cuore divino a favore di lui! Se noi abbiamo ricevuta una qualche ingiuria e un qualche discapito nelle sostanze o nella fama, e se troviamo un amico che prenda a suo carico di riparare tutti quei danni e compensarci di tutte le perdite, quello diventa il vero e solo nostro amico. Non possiamo stancarci di raccontare a tutti questo prodigio di vera amicizia, e se egli si trovi in simili circostanze, noi ci crediamo obbligati a rendergli il contraccambio col difendere ad ogni costo la sua fama, la sua roba, la sua persona. Se non ci adoprassimo in questa maniera, il nostro cuore medesimo ci farebbe sentire gagliardi rimproveri di una sì nera ingratitudine, e se non altro per vergogna di esser tacciati come anime vili, faremmo ogni sforzo per corrispondergli in qualche maniera. Ah sarà egli possibile che il Cuor di Gesù sia men grato del cuor di un uomo, se con le visite frequenti, con le Comunioni fervorose, con la quotidiana assistenza al divin Sacrificio, con procurare ancora il suo onore estrinseco nelle suppellettili delle suo chiese, e il suo maggior culto nel cuor de’ fedeli, noi studieremo di risarcirlo degli affronti che soffre in tanti modi, e specialmente in questi tempi? Egli non vorrà certamente comparire meno liberale e generoso con noi, né ci lascerà in abbandono nelle nostre miserie e disgrazie senza compensarci almeno con le delizie del suo Cuore dolcissimo, le quali sorpassano tutti i beni caduchi e menzogneri di questa terra. – Fate dunque animo, abbracciate coraggiosamente la pratica di questa divozione, cominciate una volta a gustar quanto è dolce e amoroso quel Cuore, e sperate, sperate, che gli fareste un gran torto a mostrare la minima diffidenza dello sue promesse. Ed ecco l’ultimo motivo che vi propongo di santa fiducia per godere gli effetti di questa divozione. Gesù Cristo medesimo ha promesso ogni sorta e ogni abbondanza di grazie ai devoti del suo Sacratissimo Cuore. E che volete dunque di più? Ma quali grazie ha promesso? Grazie di conversione ai peccatori, i quali ricorrono al fonte delle misericordie. Il mio Cuore, disse Gesù alla beata Margherita Alacoque, vuol manifestarsi agli uomini per arricchirli con quei preziosi tesori che racchiudono grazie santificanti valevoli a ritrarli dalla loro perdizione (Vita L. 1, §. 51). Grazie di celeste amore, di salute e di santificazione. Così dichiarò lo stesso Gesù alla sua serva dicendo, che nel suo Cuore apriva tutti i tesori d’amore, di grazie, di misericordia, di santificazione e di salvezza(L. VII, §. 39). Grazie di convertire e di santificare anche gli altri. Il mio divin Salvatore mi ha fatto intendere, – dice la suddetta – che chi si affatica per la salvezza delle anime, avrà l’arte di muovere i cuori più indurati, e faticherà con meraviglioso profitto, se nutrirà egli stesso una tenera divozione al suo Cuore(L. VI, §. 90). Grazie anche temporali. Per ciò che riguarda le persone secolari, troveranno con questo mezzo tutti i soccorsi necessari al loro stato, la pace nella famiglia, il sollievo nelle fatiche, e le benedizioni del ciclo nelle loro imprese (Ivi). Grazie per tutto il tempo della vita, e specialmente in punto di morte. In quel Cuore adorabile troveranno un luogo di rifugio nel tempo della loro vita, e molto più nell’ora della lor morte. Ah che dolce morire dopo avere avuta una costante divozione al sacrosanto Cuore di chi dovrà giudicarci! (Ivi). Ma che dico grazie? Ogni grazia si trova in questa divozione. Io ti promettoson voci di Gesù alla sua serva – Io ti prometto che a chiunque professerà devozione al mio santissimo Cuore, verserò in seno ogni grazia; ma soprattutto a quelli che procureranno l’avanzamento della devozione al divin Cuore. Accostiamoci dunque con fiducia a quel divin Cuore, e troveremo la pace, la consolazione, il gaudio, ricordandoci che questo è un cuore che ardentemente ed efficacemente procura la nostra santificazione e salute. Accedamus ergo ad te, et exultabimus, et lactabimur in te memores Cordis tui (Auct. de Passione Dom. cap. III) .

CREDO

Offertorium

Orémus
Ps LXVIII: 21

Impropérium exspectávi Cor meum et misériam: et sustínui, qui simul mecum contristarétur, et non fuit: consolántem me quæsívi, et non invéni [Obbrobrii e miserie si aspettava il mio Cuore; ed attesi chi si rattristasse con me: e non vi fu; cercai che mi consolasse e non lo trovai.]

Secreta

Réspice, quǽsumus, Dómine, ad ineffábilem Cordis dilécti Fílii tui caritátem: ut quod offérimus sit tibi munus accéptum et nostrórum expiátio delictórum. [Guarda, Te ne preghiamo, o Signore, all’ineffabile carità del Cuore del Tuo Figlio diletto: affinché l’offerta che Ti facciamo sia gradita a Te e giovi ad espiazione dei nostri peccati].

Praefatio
de sacratissimo Cordis Jesu

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui Unigénitum tuum, in Cruce pendéntem, láncea mílitis transfígi voluísti: ut apértum Cor, divínæ largitátis sacrárium, torréntes nobis fúnderet miseratiónis et grátiæ: et, quod amóre nostri flagráre numquam déstitit, piis esset réquies et poeniténtibus pater et salútis refúgium. Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus cumque omni milítia coeléstis exércitus hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes: [È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: Che hai voluto che il tuo Unigénito, pendente dalla croce, fosse trafitto dalla lancia del soldato, cosí che quel cuore aperto, sacrario della divina clemenza, effondesse su di noi torrenti di misericordia e di grazia; e che esso, che mai ha cessato di ardere d’amore per noi, fosse pace per le ànime pie e aperto rifugio di salvezza per le ànime penitenti. E perciò con gli Angeli e gli Arcangeli, con i Troni e le Dominazioni, e con tutta la milizia dell’esercito celeste, cantiamo l’inno della tua gloria, dicendo senza fine:]

Communio

Joannes XIX: 34

Unus mílitum láncea latus ejus apéruit, et contínuo exívit sanguis et aqua. [Uno dei soldati gli aprì il fianco con una lancia, e subito ne uscì sangue e acqua.]

Postcommunio

Orémus.
Prǽbeant nobis, Dómine Jesu, divínum tua sancta fervórem: quo dulcíssimi Cordis tui suavitáte percépta;
discámus terréna despícere, et amáre cœléstia: [O Signore Gesù, questi santi misteri ci conferiscano il divino fervore, mediante il quale, gustate le soavità del tuo dolcissimo Cuore, impariamo a sprezzare le cose terrene e ad amare le cose celesti:]

IL SACRO CUORE DI GESÙ (19): Il Sacro Cuore di GESÙ e la società

Il Sacro Cuore di Gesù e la società.

Esiste Dio ed esiste l’uomo; Dio infinito ed eterno e l’uomo finito e mortale. Dio adunque è il Creatore, il padrone, il benefattore; l’uomo, la creatura, il servo, il beneficato. Potrà essere pertanto, che l’uomo creatura, servo e beneficato di Dio. possa fare a meno di Lui e vivere senza darsene alcun pensiero e senza rendergli alcun omaggio? E potrà essere ancora, che Iddio dopo d’aver creato l’uomo, lo lasci abbandonato nelle mani del caso, senza inchinarsi mai verso di quest’opera sua. senza punto curarsi della sua felicità? Il supporre tutto ciò sarebbe far dell’uomo un bruto, e di Dio un imbecille. No, l’uomo, dotato di ragione per conoscere e di cuore per amare, non può non tendere al conoscimento ed all’amore di Dio; e se egli non vi si applica per sua negligenza o per sua deliberata volontà, violenta la sua natura. E Dio da parte sua, avendo creato l’uomo nell’amore, non per necessità certamente, ma ancora per amore vuol farsi vicino all’uomo, mettersi in intima relazione con lui, pigliarsene cura, ascoltare i suoi gemiti, le sue preghiere, i suoi bisogni, come fa una madre col bambino, che ha dato alla luce. Ed ecco, o miei cari, in questo ammirabile discendimene di Dio con l’uomo e in questa sublime ascensione dell’uomo a Dio, ecco la Religione; ed ecco ancora per l’uomo il suo fine, la sua felicità. Fuori di Dio, senza Dio, lontano da Dio, l’uomo nella irreligione, per quanto possa apparire uomo e felice, non è che un miserabile in preda alle angosce più tormentose, alle torture più orribili. Ma quello che è dell’uomo individuo, non lo è meno dell’uomo-società. Poiché Iddio ha fatto l’uomo sociale, è Dio ancora, che ha fatto la società, e ne ha cura. E la società fatta da Dio e da Dio curata, ancor essa non può viver e senza di Lui, senza basarsi in Lui, senza stare sul le sue braccia, senza tendere al suo pieno possesso, giacché, come nota S. Tommaso, il fine della società non può esser altro che quello dell’uomo individuo. In quel dì pertanto, che la società si attenta di vivere senza Dio, comincerà a sentire nel suo seno dolori spaventosi, terribili sconvolgimenti, forieri della sua rovina nel tempo e nell’eternità. Or ecco, o miei cari, uno dei supremi benefizi, che Gesù Cristo, venuto al mondo per la salvezza dell’umanità, le ha recato. Egli per mezzo della sua Religione, della sua dottrina, dei suoi dogmi e della sua morale, non solo si è studiato di mettere Dio nel cuore dell’uomo individuo, perché l’uomo individuo con Dio nel cuore viva in pace quaggiù e un giorno sia felice in cielo, ma si è ancora adoperato per mettere Dio, più che era possibile, nel cuore, nell’anima, nella vita della società, perché la società animata in tutte le sue differenti classi, dalla fede, dall’amore e dal timore di Dio, godesse essa pure la pace qui in terra, e un giorno fosse incorporata nella società dei beati in cielo. Sì, certamente, la Religione santissima che Gesù Cristo è venuto a stabilire quaggiù è essa la base, la fonte, la generatrice dell’ordine, della pace, della prosperità di qualsivoglia popolo. Non è possibile adunque gettare lo sguardo sopra le fiamme, che invadono il Cuore Sacratissimo di Gesù Cristo, senza rammentare questa prova così grande, e pur troppo così poco considerata e riconosciuta, della sua carità infinita per noi. Ma se vi è tempo tanto opportuno di considerarla e riconoscerla, è certamente questo, in cui il delitto esecrando, a cui si è posto mano, anche nell’Italia nostra, è propriamente questo: di rinchiudere Iddio nelle Chiese e nel cuore di chi ancora intende di aprirglielo, di sbandeggiare Iddio dalle credenze, dai costumi nazionali, dalle assemblee, dalle leggi, dall’esercito, dalle scuole, dalle officine, da tutto ciò insomma, che forma la vita della società. Vediamo adunque come Gesù Cristo con la sua Religione abbia dato alla società il gran mezzo del suo benessere.

I. Come ogni corpo umano è formato del capo, che governa, e delle membra che sono governate, e come le membra di questo corpo non sono tra di loro uguali, perché non hanno lo stesso fine e lo stesso ufficio da compiere, così ha da essere di un corpo sociale. Ancor esso deve avere il capo che governi e le membra che siano governate; e le membra di questo corpo non possono aver neppur esse nella vita sociale né le stesse proprietà, né lo stesso aspetto, né la stessa importanza. Queste sono verità di senso comune, e non hanno bisogno di altro che di essere enunciate. Coloro, che contro il senso comune sognano di togliere i capi alle società, ne attentano la dissoluzione, perché dove non vi è capo il popolo cade: Ubi non est gubernator, populus corruet; (Prov. IX, 14) e quegli altri, che si travagliano per togliere dalle società le disuguaglianze e i contrasti, anzitutto si travagliano intorno ad un opera inutile, perché le disuguaglianze ed i contrasti derivano da cause indistruttibili, che durano da che dura il mondo, e si rinnoveranno sino all’ultima generazione; e supponendo pure che avessero a riuscirvi non potrebbero far altro che ridurre la società presente bella, libera e grande nella sua varietà, ad una società uniforme, volgare, laida, abbruttita e vile. Ciò prestabilito, io dico tuttavia che uno degli spettacoli più meravigliosi, che possa presentare il mondo è quello della sussistenza di un popolo, i cui membri siano in unione, in armonia, in pace fra di loro. Questo popolo, come ogni altro si compone necessariamente di governanti e di sudditi, di padroni e di operai, di signori e di servitori, di ricchi e di poveri, di forti e di deboli, di grandi e di piccoli. Ma in tanta disparità di condizioni regna l’ordine tuttavia, perché i deboli sono sostenuti dai forti, i poveri non invidiano la sorte dei ricchi, e i ricchi aiutano i poveri, i servitori e gli operai prestano volentieri il lavoro delle loro mani ai signori ed ai padroni, e i signori ed i padroni danno agli stessi la conveniente mercede e li trattano con bontà e con amore, i sudditi obbediscono ai governanti che esercitano con autorità e giustizia i loro poteri. Or come accade, che in un popolo siffatto i forti non si fanno ad opprimere i deboli, i poveri, che sono assai più numerosi dei ricchi, non sì lanciano contro le porte dei loro palagi per abbatterle e penetrare nelle loro sale e spogliarli dei loro averi, e i ricchi non legano alla catena questi poveri ad impedire l’invasione delle loro sostanze, e i servitori e gli operai non rinunziano alla fatica ed al servizio dei padroni con animo di invertire le parti, e i signori e i padroni non stivano in fondo agli ergastoli e i servitori e gli operai, e i governanti non schiacciano i sudditi? Come accade ciò? Che cosa è, che impedisce tra queste classi così diverse i cozzi spaventosi? Che cosa ingenera la pazienza, l’obbedienza, il rispetto nei piccoli, e la moderazione, la giustizia, la carità nei grandi? Che cosa salva la libertà, la grandezza e l’onore di questo popolo? Questa, o miei cari, è la domanda che si fecero gli stessi filosofi antichi, ogni qual volta si incontrarono in un tal popolo o lo immaginarono. E a questa domanda essi seppero rispondere esattamente anche col solo lume della ragione. « Nello stabilimento di uno Stato, ha detto Platone, noi dobbiamo invocare Iddio, perché Egli ci sia benigno e propizio e ci insegni le leggi che ne formeranno il benessere e l’ornamento. La vera base di uno Stato è la vera religione; epperò di nulla devono essere maggiormente solleciti i magistrati che della cura della religione e della punizione di ogni empietà. » Gli stessi sentimenti furono espressi colla medesima chiarezza da Senofonte, da Cicerone e da Valerio Massimo. E Pindaro, con uno di quei voli, che sono del tutto suoi, ha proclamato che lo stolto ed il vile possono bene sovvertire le città, ma a tornarle in fiore non vi riesce che il prode, il quale sa che perciò fa d’uopo aver Iddio propizio. – In sostanza, la stessa sapienza pagana ha intuito, che fondamento dell’armonia, della pace e della prosperità di un popolo, è la religione e l a vera Religione. Ma ciò che essa intuì, non poté mai vedere attuato, appunto perché ai suoi popoli mancava la vera religione. Epperò lo stesso popolo romano, benché si grande nel culto degli dèi, fu il popolo più furente nella lotta tra le diverse classi sociali. La sola religione adunque, ma ben inteso la sola Religione che Gesù Cristo è venuto a stabilire nel mondo, è quella che può condurre un popolo all’unione, all’armonia, alla pace, alla sua possibile perfezione, perché la sola Religione di Gesù Cristo è quella che co’ suoi

dogmi, co’ suoi insegnamenti, produce quelle virtù, che sono perciò indispensabili. Ed in vero è solo la Religione di Gesù Cristo  quella, che chiaramente ci disvela che nella società ogni potere viene da Dio ed è perciò ministro e rappresentante di Dio per il bene dei sudditi. Che quindi bisogna star soggetti al potere come si sta soggetti a Dio, e che chi resiste al potere è a Dio che resiste. È la sola Religione di Gesù Cristo adunque quella che dice anzi tutto al pubblico potere: « Rispettati, perché rappresenti Iddio; » e poi ai sudditi: « Rispettate il potere, obbeditelo, non per timor della pena, ma per coscienza, aiutatelo anzi con le vostre preghiere, affinché Iddio gli sia largo di consiglio e di forza. » È la sola Religione di Gesù Cristo, che ne insegna che sebbene vi siano nel mondo disparità di classi, tuttavia tutti siamo fratelli, perché figliuoli tutti di uno stesso padre che è Dio, perché tutti fatti a sembianza di un solo, perché tutti destinati a possedere Iddio eternamente in cielo. Ed è perciò questa sola Religione, che anche ai grandi impone di rispettare i piccoli, di amarli anzi, e di usare ad essi quella carità che si usa a Dio, perché è questa sola Religione, che ci mostra un Dio di sapienza infinita, che nel farsi uomo elegge la sorte dei piccoli a preferenza di quella dei grandi, e ci apprende che questo Dio ritiene fatto a sé quello che si fa al più piccolo degli uomini. È la sola Religione di Gesù Cristo ancora, che a tutti impone il rispetto per l’altrui proprietà e per l’altrui vita, la rassegnazione al proprio stato, e persino il sacrifizio non solo per il bene proprio, ma anche per il bene altrui. Si, è questa Religione, che dice a tutti: Sacrificatevi. Ti sacrifica tu, o contadino, che ti alzi prima che spunti l’aurora e pigliando la tua marra in spalla ti avvii al campo ad irrorarlo de’ tuoi sudori per procacciare al tuo popolo il pane ed il vino, necessari alla vita fisica. Ti sacrifica tu, o minatore, che discendi nelle viscere della terra per cavarne fuori il carbon fossile, il ferro, l’oro e l’argento, tu, o operaio nel battere i metalli, nel segare i legni, nello scalpellar le pietre, essendo tutto ciò necessario alla vita industriale. Ti sacrifica tu, o impiegato alle poste, ai telegrafi, alle strade ferrate, vegliando e viaggiando, mentre gli altri uomini sono abbandonati al sonno, per agevolare la vita di relazioni. Ti sacrifica tu, o soldato, nelle asprezze degli esercizi, nelle privazioni del campo, nel furore della battaglia, por conservare alla patria la vita dell’onore. Ti sacrifica tu, o scienziato, tu, o magistrato, tu, o uomo del potere tu, o governante, per dare al tuo paese la vita del benessere intellettuale, morale e sociale. Ti sacrifica tu, o sacerdote, per dare ai tuoi compagni non già la vita del tempo, ma quella dell’eternità. Sì, sacrificatevi tutti, perché è il sacrifizio la strada della gloria e della felicità di un popolo. È infine la sola Religione di Gesù Cristo, che dopo aver dati alla società questi grandi insegnamenti, tutti li sancisce efficacemente con l’idea della libertà e della responsabilità umana, con quella di un Dio supremo rimuneratore dei buoni e terribile punitore dei malvagi, di un eterno godere e di un eterno patire, gridando: «Guai ai tiranni! i potenti saranno potentemente tormentati. Guai ai ribelli! saranno gettati eternamente in catene. Guai ai ricchi senza cuore per il povero! Saranno eternamente sepolti nell’inferno. Guai ai poveri, ai piccoli, che odiano i grandi e i ricchi, che maledicono alla lor sorte! Guai, guai a tutti coloro, che trasgrediscono non solo i doveri individuali, ma eziandio quelli sociali! Beati invece i saggi governanti, beati i forti aiuto del debole, beati i ricchi caritatevoli col povero, beati gli operai che lavorano, beati i poveri che soffrono, sì beati tutti costoro, perché a tutti costoro sarà dato un giorno l’eterno premio. » Ecco, o miei cari, dove sta il gran segreto di un popolo ordinato e prospero: nella Religione di Gesù Cristo. Quale carità adunque non ha mai dimostrato Gesù Cristo verso la società, avendole dato una Religione ed una dottrina sociale così sublime ed insieme così efficace! Eh! io so bene, che certi saputi, ebbri del moderno filosofismo, vanno predicando, che ad ottenere tutto ciò possono bastare benissimo e l’idea del dovere e dell’onore, e il pensiero del proprio interesse, e l’autorità delle leggi, e il timore della forza. Ma è così realmente? È vero, che l’idea del dovere, il puro suo sentimento, sia sufficiente a far sopportare l’ineguaglianza delle condizioni, la povertà, la fatica? È vero che faccia incontrare generosamente il sacrifizio per non infrangere l’ordine della società? Ma dove ha radice questo dovere? Come sussiste? Perché si impone ad una classe soltanto di uomini? alla classe dei diseredati, dei nulla abbienti? — È vero che abbia tanta efficacia l’idea dell’onore? Un pubblicista ha scritto: « Poiché noi più non abbiamo la follia della croce, abbiamo in sua vece la follia dell’onore. » Ma che cosa è l’onore, o meglio ancora il punto d’onore, quando più non vi ha la coscienza? Che cosa vale il punto d’onore per la massa degli esseri volgari? E ben anche per certe anime elevate che cosa è in certe materie? Chi ignora quante infamie morali si possono commettere pur restando uomini di onore? — Dunque sarà più efficace il pensiero dell’interesse? Ma vi sono cento occasioni, in cui non è affatto nel proprio interesse di soffrire, di obbedire, di lavorare; e quando pure fosse vero il dire, che rassegnarsi alla propria condizione, per quanto infelice, è sempre del proprio interesse, essendo che l’ordine, che procede da tale rassegnazione, non manca di produrre dei grandi vantaggi, ciò è qualche cosa di troppo elevato e sottile, perché la società in genere arrivi a comprenderlo. E poi alla fin fine, a che si riducono questi grandi vantaggi, quando non si possa sperare quello imperituro del cielo? Gesù Cristo ha detto: « Beati quelli che piangono; » ma ha tosto soggiunto: « perché saranno consolati. » Costoro invece, che alla Religione vogliono sostituire l’interesse, vorrebbero dare ad intendere agli uomini, che sono beati nel patire, sopprimendo che saranno consolati. Ma gli uomini non sono così stolti! E ragionando diranno: Se dunque l’interesse è lo scopo della vita, speculiamo; e quando abbiamo l’interesse ad obbedire, a servire, a faticare, obbediamo, serviamo, fatichiamo; quando in ciò non vi è per noi alcun interesse, facciamo il comodo nostro. Oh Dio! Nessuno vi ha che non veda quanto sia bassa e calamitosa questa dottrina, quanto invilisca le anime, quanto guasti i caratteri e perverta il senso morale! E dunque saranno di maggior efficacia l’autorità delle leggi, e il timor della forza? Ma le leggi, diceva già Aristotile, sono come la tela di ragno, che ferma i moscherini e lascia passare gli uccelli di rapina. E poi dove mai le leggi attingeranno la loro autorità, se la Religione non conta e più non si crede al Legislatore supremo? Se queste leggi non si basano che sull’autorità dell’uomo, io non so perché le debba osservare, perché uomo sono anch’io uguale a colui che le ha fatte, e agli uguali non si presta obbedienza di sorta. In quanto poi alla forza, io tosto mi domando: E così, io, uomo dotato di un’intelligenza per ragionare e di un cuore per amare, dovrò stare al mio posto e seguire la mia strada come il giumento, solo per le minacce della sferza e in vista dei colpi di bastone? Ma in questo caso non potrei io come il giumento sprangar calci fatali a chi mi percuote? Non potrei io rompere le briglie e pigliare una corsa sfrenata per condurre al precipizio con me chi mi sta sopra? Ah! si moltiplichino pure all’infinito le leggi, si accresca a dismisura la forza, si raddoppino le precauzioni, si triplichino le serrature, si allarghino le prigioni, si aumentino le galere e i domicili coatti, si mettano gli stati d’assedio, si istituiscano i tribunali militari, si sguinzaglino gli eserciti, si punti il cannone, quest’ultima ragione dei re, e si spari contro le moltitudini in rivolta: tutto ciò potrà atterrirle per qualche giorno e domarne la ferocia, ma non ristabilire il vero ordine e la vera tranquillità di un popolo. Anche i vulcani si calmano nelle loro eruzioni, ma non cessano mai per ciò di essere vulcani. E se queste moltitudini inferocite un dì riescono esse ad impadronirsi delle baionette e del cannone, quali stragi e quali rovine in quel dì non accadranno? Con tutto ciò, o miei cari, io non nego ogni efficacia e al dovere e all’onore, e all’interesse e alle leggi e alla forza. Ma gira e rigira, qualunque sia la efficacia, che queste cose esercitano e devono esercitare, non d’altronde la ritraggono, che dalla Religione cristiana, e solo allora la esercitano piena e giusta, quando nella Religione onninamente sono basate. Messa la nostra Religione da banda, una ragione, una ragione sola non vi ha più, perché, come ha detto assai fortemente un illustre autore, questo uomo che vi lucida le scarpe e vi porta l’acqua debba essere contento della sua sorte. Egli vi avrà aspettato sino oltre la mezzanotte che voi tornaste a casa dal festino per accendervi il lume nella stanza. E voi mettendovi in pianelle, gli direte: Giacomo, prendete le scarpe da lucidare: questo è il vostro dovere. Ma egli vi potrebbe rispondere: Ah! il mio dovere è quello di lucidarvi le scarpe! E il vostro è quello forse di andarvi a divertire fino alla mezzanotte e di tornare poi a casa per comandarmi con tanta sicumera? E perché questo diverso dovere? Perché voi siete ricco ed io sono povero? Ma non si potrebbe invertire le parti? — Ma caro Giacomo, il tuo onore richiede così. — Il mio onore! l’onore di lucidarvi le scarpe! Si dirà: Giacomo lucida bene le scarpe del suo padrone. Eccomi dunque molto onorato. Ma io rinunzio a quest’onore. — Folle! tu non puoi rinunziarvi che rinunziando al tuo interesse, perché se tu mi lucidi le scarne, io ti pago. — Bell’interesse non arrivare a guadagnare in un mese la metà di quello, che voi avete speso nel divertimento stasera. Il mio interesse sarebbe di andare a scassinare la vostra cassa forte per gettarvi entro la mano. — Ma temerario, e la legge? — Se io rubo molto la legge non è per me. — E la forza? — La forza? Allora forza contro forza; e in quanto a forza noi servitori ed operai stiamo meglio di voi padroni e signori. Uniti insieme, i milioni che siamo, potremo anche rompere i nostri ferri sul capo dei nostri tiranni, ed allora sarà fatto: noi avremo il dovere di comandare e di godere, e voi … avrete voi l’interesse di soffrire, di lavorare, di mangiar male e il bell’onore di lucidarci le scarpe! — Signori! ecco le conseguenze più logiche di una vita sociale senza Religione.

II. — Eppure … ecco a che siam giunti dopo tanti progressi! Noi siamo giunti a questo, che la religione non è più socialmente curata, e che anzi è combattuta. Non si dica, che vi ha piena libertà di parola, che le chiese si lasciano aperte ed è lecito a chiunque lo voglia di entrarvi e soddisfare la sua pietà! Guai! se non restasse ancora questo. Ma dal lasciar aperte le chiese al curare la Religione ci passa assai. E voi, uomini del potere, voi signori del comando, voi padroni di immensi stabilimenti e di smisurate possessioni, voi, alla cui dipendenza avete un nugolo di servitori, voi la Religione potete dire di curarla? Quando è, che vi radunate in corpo nella casa di Dio? Quando è, che pubblicamente invocate il suo aiuto? Quando è, che venite a chiedere la benedizione alle vostre assemblee, ai vostri lavori, alle vostre imprese, alle vostre armi? Quando venite ad ascoltare la parola di Dio, che deve predicarsi anche per voi? Signori! la risposta è data. Un dì li vedevamo gli uomini della toga e quelli della spada venirsi ad umiliare qui, nella chiesa, davanti a colui, pel quale reges regnant et potentes decernunt iustitiam. Come erano grandi in quelle umiliazioni! Oggidì più nulla di tutto ciò. L’Italia ufficiale e pubblica non ha più Religione, o dirò meglio, di Religione non ha più altro che un articolo, il primo dello Statuto, che non si comprende come non sia stato le mille volte radiato. Ora io domando: Non basta questo male esempio per scemare nel popolo la stima e l’amore per la Religione? Ma viva Dio! Egli è vero che il popolo in generale non verrà mai a perdere del tutto il sentimento religioso non ostante lo scandalo di coloro, che stanno in alto. Ma almeno gli date voi pieno agio di esplicare questo sentimento e ridurlo alla pratica? Alla domenica, per esempio, questi poveri soldati, che nel partire dalle loro case hanno inteso a ripetersi da una madre in lagrime: figlio, non dimenticarti di Dio e della Madonna; li lasciate sempre in libertà per tempo, perché vadano a sentire una Messa? E a questi poveri operai dei grandi stabilimenti ed opifici, a questi lavoratori delle miniere e delle immense possessioni, concedete voi sempre nel giorno del Signore di non esser gravati dal lavoro perché diano un po’ della lor vita al tempio e alla famiglia? E qual è la libertà, che date ai poveri ferrovieri, a questi uomini, che vivono quasi sempre appartati dalla società e dalla famiglia? quale comodità, quali mezzi date loro, perché soddisfacciano almeno ai doveri più essenziali della Religione? Ah! oggidì è gran cosa, che ad un povero manuale della ferrovia s i concedano in tutto l’anno dieci giorni di licenza. Eppure in mezzo al pericolo continuo di essere massacrati e stritolati sotto alle ruote di un treno non avrebbero bisogno più che altri di invocare sovente l’aiuto di Dio e di renderselo propizio? Ma ciò non è tutto. Non solo la Religione non è socialmente curata: essa è ancor combattuta. Perciocché non si impediscono le tante volte quelle grandi manifestazioni religiose, alle quali il popolo si sente irresistibilmente attratto? Negli uffici, nei banchi, nelle amministrazioni, nelle scuole, nei laboratori, negli opifici, e persino nei campi, non si prendono di meni coloro che praticano la Religione? Non vi hanno padroni e signori, che deridono i servi e le fantesche per la loro pietà? Col pretesto insensato di combattere un nemico non si osteggia, non si incaglia, non si inceppa tutto ciò che gli uomini di Religione vanno facendo per difenderla e sostenerla? E a noi sacerdoti non si pone forse il bavaglio alla bocca, perché più non diciamo liberamente quella parola di Dio, che Gesù Cristo ha pur fatto essenzialmente libera? Ah! voi uditori Cristiani, ci accusate talora che noi, banditori del Vangelo, non siamo più eloquenti? Ma possiamo noi esserlo, se non a pericolo della libertà e della vita? Non vi ha sempre di mezzo a noi chi sta col metro alla mano per misurare le nostre parole? Cosicché, chi è di noi che possa levarsi su, come un Crisostomo od un Ambrogio e dire apertamente dove sta il male, e correggere arditamente gli errori dei grandi? Togliete la libertà alla parola di Dio e l’eloquenza è perduta. Ma no, noi non la perderemo del tutto, perché Gesù Cristo ci ha mandati dicendo: « Andate e predicate; » e prima che agli uomini è a Gesù Cristo che obbediremo, sempre pronti alle catene e al supplizio; ma intanto il maggior bene delle anime non richiede per lo più, che noi siamo guardinghi e misurati? E qui, o miei cari, finisse il male! Ma peggio ancora, oltre al non curare e combattere la Religione, non di rado dai pubblici poteri si favorisce l’irreligione; si favorisce nella stampa atea, che ogni dì si lascia inondare il paese da un capo all’altro, si favorisce nelle società settarie, nemiche rabbiose di Dio e della Chiesa, alle quali si lascia ampia libertà di sussistenza, si favorisce nella educazione laica ed empia, che si lascia, o dirò meglio, che si fa impartire ai fanciulli ed ai giovani, si favorisce financo nelle dimostrazioni dichiaratamente in odio alla Religione, che si lasciano compiere pubblicamente alla piena luce del giorno. E mentre dagli uomini del potere si favorisce l’irreligione, da quelli del piacere non si fa altro che accendere viemaggiormente nel popolo le più funeste cupidigie. Molti di costoro si abbandonano ad un lusso incredibile; banchetti sontuosissimi, cavalli di gran prezzo, gioielli inestimabili, acconciature, mode, fantasie, capricci, nei quali in un’ora si profonde, ciò che sarebbe bastato a nutrire famiglie intere per un anno. E dopo tutto ciò non si è ancor paghi: e una specie di rabbia assale questi esseri degradati, che non cercano altro che nuove e straordinarie emozioni dei sensi. Essi se la pigliano coi pranzi, se la pigliano coi teatri, se la pigliano coi festini, se la pigliano coi pubblici spettacoli, perché in essi non vi è nulla di nuovo, che valga a compulsare più forte i loro sensi. Ah cercate altre cose, essi gridano, inventate altri piaceri. I Romani avevano trovato: essi avevano le murene, essi avevano i pesci dell’oceano, essi avevano il circo, avevano il combattimento delle bestie, avevano il combattimento degli uomini, facevano denudare gli attori e svestire le vergini, dandole in pasto ai leoni; cercate anche voi e non lasciateci perire di noia in mezzo a questi godimenti insipidi, che non ci dicono più nulla, e a quest’oro che più non sappiamo come spendere! E dopo tutto ciò, vi è ancora da meravigliare, che accada quel che accade, e non vi sia più né sicurezza né pace? Una volta la Religione diceva al povero chiaro e netto, perché egli è povero e nudo, intimava al ricco con voce potente di aver cura del povero, e d’impiegar ivi le sue sostanze superflue. Una volta la Religione spiegava efficacemente la disparità delle condizioni e a tutti additava il cielo, agli uni come premio del patire, agli altri come ricompensa del donare ; oggi la Religione non curata e combattuta non può più dire questi grandi verità alla società, che assai languidamente, e per di più la sua voce è sopraffatta da nuovi dottori che, presentandosi al popolo gli hanno detto: Tu hai diritto alla felicità, e chi te la nega sono i poteri; il potere spirituale, il potere proprietario, il potere civile; e il popolo a questa nuova parola si è scosso e si è levato su contro chi credeva nemico della sua felicità. Il popolo si è levato contro del potere spirituale, e ha detto con la più amara ironia: Tu, o prete, ne dicevi di pazientare fino al giorno della giustizia: di radunare le lagrime nostre e quelle delle nostre famiglie, le grida dei nostri figli e i singhiozzi delle nostre mogli per portarle ai piedi di Dio, nell’ora della morte. Ma tu sei un bugiardo, perché Dio non esiste e la felicità è nella vita presente. Odio adunque a te, che hai mentito a nostro danno per accarezzare il ricco! Il popolo si è levato su contro del potere proprietario ed ha detto: Voi dunque, o ricchi, o padroni, credete che noi, domestici e fantesche, testimoni quotidiani del vostro lusso, dei vostri pranzi, delle vostre danze, dei vostri ozi, dei vostri intrighi, noi, che vi aspettiamo fino a mezzanotte assiderati talvolta sulla cassetta delle vostre carrozze: credete che noi miseri ferrovieri, che vi vediamo salire in quei comodi carrozzoni salons, mentre a noi non è assegnata che una aperta garetta, ove si gela d’inverno e si cuoce di estate; credete che noi, poveri operai, inzaccherati in passando dalla vostra pompa equivoca, e che rientriamo la sera nella stamberga, dove ci aspettano la moglie e i figli in miseria; credete che noi non sentiamo la disparità immensa della nostra condizione? Sì, che la sentiamo, e se Dio non c’è, se la Religione non conta, noi malediciamo a noi stessi e faremo sentire sopra di voi la nostra indignazione, e tenteremo di mutare le parti. – Il popolo si è levato su infine contro del potere civile e ha detto: Se Dio non c’è, se tu non sei il rappresentante di Dio, se tu sei uguale a me, che al par di te sono uomo, io non ne voglio più sapere né delle tue leggi, né del tuo comando. E in quanto alla forza io risponderò con la forza. Così ha parlato il popolo, così ha operato. E torno a dirlo, o miei cari, come meravigliarsi di ciò? Come stupirsi che ogni superiorità si sia fatta intollerabile al popolo, e la cieca passione di tutto sconvolgere lo domini e lo punga per mutare una condizione, alla quale non può più adattarsi, perché condizione senza conforti e senza speranze? Il popolo è logico, come lo è stato sempre, e dai principii ha cavato le conseguenze. Voi, apostoli e ministri dell’inferno, avete fatto il popolo irreligioso, e il popolo perché irreligioso si è fatto ingovernabile. – Conchiudiamo adunque che è tempo: Di qui non si sfugge: Nella società o Religione o rivoluzione, o Vangelo o anarchia.

III. — Ma da questa conclusione, o miei cari, ne viene ancora per legittima conseguenza, che se si vuole procacciare efficacemente all’Italia nostra la pace, il benessere, la prosperità, bisogna assolutamente, ciascuno per la parte che gli spetta, rimettervi in fiore il Vangelo di Gesù Cristo, la cristiana Religione. Epperò se io potessi ora sollevare la mia voce e farla giungere sino ai supremi moderatori dello Stato, ai ricchi signori, ai grandi padroni, benché così piccolo e meschino, tuttavia perché ministro del Vangelo vorrei dir loro: Presto, all’opera, che il tempo urge; restituite al nostro paese la Religione. Restituitela anzi tutto a voi, al vostro cuore, alla vostra vita privata, perché è su di voi che il popolo tien volto lo sguardo, per decidere dalla condotta vostra in questo punto, qual è la condotta che deve tener egli. A voi, o governanti, guardano i sudditi, a voi, o padroni, guardano gli operai, a voi, o signori, guardano i servi e le fantesche, a voi, o ricchi, guardano i poveri, a voi insomma, o grandi, guardano i piccoli. Il vostro esempio adunque è ciò, che anzi tutto, si richiede. Ma il restituire la Religione alla vostra vita di privati, per voi che avete in mano il potere e la grandezza sarebbe troppo poco. So bene, che non pochi di voi si credono che ciò basti. Ma non è così affatto. Certamente a voi non incombe di regolare le coscienze altrui; ciò non potreste farlo senza ledere i diritti stessi di Dio; ma avendo voi ricevuto il potere e la grandezza per il bene del vostro paese e del vostro prossimo, come siete in obbligo di tutelare l’autorità paterna perché riesca sempre a procacciare alla famiglia i beni, di cui è fonte, così siete in dovere di tutelare i supremi interessi della Religione, di farla vivere di piena vita in tutta la società nostra, affinché per essa la nostra società si abbia i beni del tempo e più ancora quelli dell’eternità. Per opera vostra adunque sia di nuovo la Religione, che animi le vostre assemblee, le vostre legislazioni, le vostre magistrature, le vostre associazioni, i vostri eserciti, e tornerà in fiore la giustizia, la fedeltà, il valore. Per opera vostra sia di nuovo la Religione, che animi le vostre accademie, le vostre università, i vostri istituti, le vostra scuole, e la gioventù crescendo meno atea, sarà meno immorale e petulante. Per opera vostra sia di nuovo la Religione che animi le vostre officine, i vostri stabilimenti, le vostre possessioni, e l’operaio ed il povero saranno più rassegnati e contenti. Sì, di quella guisa medesima che la Religione cristiana un giorno spense la ferocia delle orde barbariche, ne ingentilì i costumi, e li rese docili alla voce della verità e della legge evangelica, così anche ora ammanserà gli istinti malvagi delle moltitudini. Senza discussione, senza coazione, facendo rilucere alle loro menti i grandi dogmi della fede e stillando nei loro cuori i santi precetti e gli ammirabili esempi della morale di Gesù Cristo, la Religione farà loro efficacemente sentire la voce della coscienza e del dovere. Ed allora le grandi questioni si avvieranno verso la migliore e più completa soluzione; l’autorità prenderà il posto della forza, la libertà impedita di degenerare in licenza servirà al bene e sarà degna dell’uomo, il rispetto e l’amore saliranno e scenderanno come due angeli tutelari, lungo la scala sociale e ne avvicineranno le estremità. Il povero più non invidierà il ricco, che si inchinerà teneramente verso di lui. L’operaio rispetterà il padrone, che amerà l’operaio. Il popolo non solo obbedirà al potere, ma lo amerà, e questo amore che dal popolo salirà ai governanti, ridiscenderà sopra di esso tramutato in benefizio. Non già che allora nel nostro paese non vi saranno più miserie; sempre una società sarà imperfetta, perché ogni società si compone quaggiù di esseri imperfetti. Ma delle miserie sociali l’Italia nostra sol conoscendo quelle, che sono inevitabili all’umana debolezza, piena di energia per sopportarle di buona voglia, cessati i pericoli e i danni di questi giorni, in pace all’interno, libera e rispettata al di fuori, incederà a grandi passi verso la felicità, e riavrà quelle grandezze e quelle glorie che un giorno la Religione e la Chiesa le hanno donate. Ma io getto il flato invano. La più parte di coloro, cui sono rivolte queste parole non sono qui ad udirmi, né per lo stato presente delle cose, quando pure fossero convinti, che quanto ho detto è quello che devono fare, non avrebbero certo la grandezza d’animo di farlo. Il potere pubblico soprattutto non ne sarebbe in grado. Gran cosa sarebbe se arrivasse, non dico a comprendere, ma a mostrarsi compreso, che nulla almeno ha da temere per il benessere e la sicurezza del paese dalla Religione, e che l’espediente più meschino e colpevole per farsi perdonare la politica è quello di dar a mangiare del prete alle passioni rivoluzionarie. Sì, ciò sarebbe una gran cosa, e la Religione già avrebbe spezzato un qualche anello delle sue catene. Sul fluire pertanto è a voi, o dilettissimi, che siete qui ad udirmi, che io mi rivolgo dicendo: voi almeno, per quanto piccola possa essere l’influenza, che vi sia dato esercitare sulla società cui appartenete, deh! non lasciate tuttavia di fare la parte vostra. La Religione, questa grande detronizzata, anche a voi protende la mano per essere riposta sul soglio, che le spetta; lavorate a suo prò con le parole, con le opere, con l’esempio; e lavorando per lei, non solo di lei vi sarete resi benemeriti, ma checché si pensi e si blateri dagli empi e dagli stolti, voi, sì veramente voi, avrete anche ben meritato della patria. E tu, o povero popolo, non respingere la parola di amore, perché la odi da questa cattedra. Tu, allontanato dalla Religione, tu sei tradito. Fuori della casa del gran Padre che è Dio, tu come il prodigo non puoi diventare che schiavo delle più torbide passioni, e sentire la fame più rabbiosa dell’anima e del corpo. Deh, scuotiti adunque dalla tua abbiezione: ricaccia in gola a’ tuoi esecrati maestri la orrenda parola: « Tu hai diritto alla felicità presente; » e fatto di nuovo libero e altero della tua Religione canta con gioia: Sì, ho diritto alla felicità, non a quella temporale, a quella imperitura del cielo. E voi, o Cuore Santissimo di Gesù che tanto amate tutte le nazioni cristiane, ma che con prove così grandi avete dimostrato un amore di predilezione verso dell’Italia nostra, soprattutto facendola il centro di quel Cristianesimo che è fonte di pace e di prosperità per i popoli, deh! continuate, non ostante i suoi tanti demeriti, a volgere pietoso lo sguardo sopra di lei. Ridonatele presto la fede avita, che già la rese sì grande presso le altre nazioni, nelle sue vittorie, ne’ suoi Comuni, nelle sue arti, nelle sue lettere, nelle sue scienze e specialmente nel suo amore per Voi. Fate che spinta soavemente dalla grazia vostra si getti un’altra volta pentita e fidente ai piedi vostri come un dì la povera Samaritana, e a voi chieda essa pure quell’acqua di salute, bevendo della quale sarà nel tempo una nazione felice e nell’eternità una nazione del cielo.

IL SACRO CUORE DI GESÙ (18): Il Sacro Cuore di GESÙ e il povero.

[A. Carmagnola: IL SACRO CUORE DI GESÙ – S. E. I. Torino, 1920]

Dicorso XVIII

Il Sacro Cuore di Gesù e il povero.

In un sogno rimasto celebre, il gran Papa Innocenzo III vide barcollare le mura della Chiesa di S. Giovanni in Laterano, Madre e Capo di tutte le altre Chiese del mondo, sì che pareva, che quel tempio dovesse cadere rovinando a terra. Ma un uomo, un uomo solo di meschina apparenza, si fece a sostenere l’edificio. Quest’uomo Innocenzo lo vide ben presto in realtà; era un povero, il padre di una immensa famiglia di poveri, S. Francesco di Assisi. Miei cari, ciò che secondo il sogno di Innocenzo III, fu il poverello di Assisi per la Chiesa di Gesù Cristo a quei tempi, è quello che dovrebbe essere mai sempre ogni povero per la Chiesa e per la società. Ed in vero, il povero dovrebbe sostenere la Chiesa e la società, facendosi anzi tutto il commentatore più eloquente del mistero di un Dio nato nella povertà, vissuto nella privazione, morto ignudo sulla croce. Dovrebbe sostenere la Chiesa e la società, professando e predicando agli altri poveri ed a tutti gli uomini, quanto vi ha di più arduo e di più perfetto, vale a dire l’amor di Dio, la rassegnazione ai divini voleri, la fiducia e l’abbandono nella divina Provvidenza, la mortificazione, l’umiltà, la penitenza. Dovrebbe sostenere la Chiesa e la società, animando i ricchi col suo spettacolo e con le sue umili preghiere, ad esercitare generosamente la carità, quella carità, che, ben intesa e ben praticata, checché si dica dai sognatori di matematiche uguaglianze o dagli ammiratori di contrasti meccanici, farebbe sola scomparire la cupidigia, radice di tutti i mali, la separazione e l’odio fra le classi sociali, e farebbe regnare in quella vece l’amore e l’universale fratellanza, insieme con la sola sollecitudine per i beni imperituri del Cielo. Ecco l’opera grande, immensa, a cui dovrebbe riuscire il povero, essendo stato questo il disegno della Divina Provvidenza nell’ordinale, che nel mondo vi fosse il povero. E di ciò ci assicura Gesù Cristo con le flamine di predilezione, che ebbe nel suo Cuore Sacratissimo per il povero. E se il povero non riesce a compiere la grand’opera, a cui fu destinato, non è per altra ragione, se non perché o egli o il ricco, o l’uno e l’altro ignorano, dimenticano, disprezzano quello, che Gesù Cristo col suo Cuore, tutto acceso di amore per il povero, ha insegnato, ha stabilito, ha praticato a prò del medesimo. Miei cari, abbiamo veduto ieri che cosa abbia fatto il Cuore di Gesù in vantaggio dell’operaio; vediamo oggi che cosa ha fatto in particolare per il povero; e così verremo sempre meglio a conoscere che Gesù Cristo fece quanto conveniva per far scomparire le grandi distanze sociali, ed affratellare tutti, grandi e piccoli, padroni ed operai, ricchi e poveri in un solo affetto sotto la dipendenza e la benedizione di un solo e medesimo Padre, Iddio. Che cosa adunque ha fatto Gesù Cristo a prò del povero, animato dalle fiamme amorose del suo Cuore? Ecco ciò che riconosceremo oggi.

I. — Nessuno di voi ignora, come si trovi pressoché in tutti la persuasione, che la ricchezza sia il più gran fattore della felicità. È vero ciò? Se ci fu un uomo, che abbia nuotato in mezzo alle prosperità del mondo, fu certamente Salomone. Egli ricchi palagi, egli numerose schiere di servi, egli ridotti a tributari moltissimi re, egli abbondanza di fertili terreni, egli un popolo fiorente nella pace per opulenza di traffico e di commercio, egli insomma secondo il mondo il più beato dei mortali. I re e le regine, traendo alla sua reggia, si partivano pieni di meraviglia d’avervi trovato mille volte più tanto di quel che suonava la fama. Eppure che diceva quel monarca? « Ho veduto e goduto di ogni bene che vi sia sotto la cappa del cielo, ed ho trovato, che tutto è vanità delle vanità, ed afflizione di spirito. » No, per quanto siano numerosi coloro, che credono diversamente, le ricchezze non rendono felici neppure su di questa terra, e tutt’altro che appagare il cuor dell’uomo, lo gettano in continue angustie. Quante volte il povero, gettando lo sguardo sopra i marmorei palagi, sopra i cocchi superbi, sopra le vesti sfarzose, sopra il portamento altero, sopra gli spassi continui, che il ricco si prende, sente a nascere in cuore il sentimento della più profonda invidia! Insensato! Egli ignora, che il più delle volte sotto quelle rose si nascondono pungentissime spine; che con tutta l’apparenza di quei godimenti, talora vi sono pel ricco tormenti inesprimibili, e che a togliere dall’animo una pena terribile, no, non basta il marmo, l’oro e l’argento sparsi a profusione nella propria casa, non basta l’abbondanza dei servitori in livrea e la varietà dei cavalli e delle carrozze; non basta il lusso sfrenato della mensa e del vestito, non basta il vortice delle danze e il tintinnio delle tazze spumanti! Tutto ciò varrà per qualche istante ad attutirlo, ma non già a levar via il dolore acutissimo di certe piaghe, che nelle famiglie del ricco sono talora ben più larghe e profonde, che non in quelle del povero. E che dire poi, quando le ricchezze, che già si posseggono, per certi animi abbietti non servono che di esca ad accendere in loro una più ardente passione di sempre accumularne delle altre? Oh quali e quanti affanni non esperimentano, a quali stenti non si assoggettano coloro tra gli uomini, che non mirano ad altro che far denari! Quante fatiche nelle botteghe, nei fondachi, nelle compagnie, nei viaggi? Quanti pensieri inquieti, se non sortiranno i guadagni, se falliranno le merci, se andranno a male quelle speculazioni, e quei giuochi di borsa! Quante notti senza sonno, quanti giorni senza pace, quanti pranzi senza sapore per giungere ai sospirati acquisti! Che se poi questi adoratori del dio oro riescono nei loro intenti, ed avranno riempite le loro casse forti, allargati i loro poderi, saranno allora contenti e felici? Appunto! È proprio allora, che si sta in continue e terribili ansietà. Si teme delle stagioni, si teme dei ladri, si teme dei servi, si teme degli amici, si teme degli stessi figliuoli. E per usare il linguaggio di S. Basilio dirò di più, che se latra un cane o si muove un topolino, si teme tosto che già siano in casa i ladri a far man bassa di quanto troveranno. E questa potrà chiamarsi felicità? Oh, ben a ragione, esclama S. Bernardo, ben a ragione le ricchezze sono chiamate spine nel Vangelo: esse sono veramente spine, che prima del loro acquisto pungono pel desiderio, che se ne ha; che dopo il loro acquisto pungono per la paura che si ha di perderle; e che se poi realmente si perdono, pungono ancora per la pena dì non più possederle. Ma il dire che le ricchezze non rendono felici è dir troppo poco. Bisogna aggiungere che le ricchezze non rare volte rendono del tutto infelici, perché non rare volte producono la massima delle miserie, la corruzione dei costumi. Il lusso, vale a dire l’ornamento eccessivo dell’uomo, del suo corpo, della sua casa, delle sue ville, di tutto ciò in cui può far bella mostra di sé, non sarebbe possibile senza le ricchezze. Ma dal lusso si ingenera la mollezza, che spinge l’uomo a distruggere quella proporzione meravigliosa che Iddio ha posto nell’aria, nella luce, nelle stagioni, e in tutti gli elementi esteriori, nell’intento di preservarsi da tutto ciò che gli può recare afflizione. E la mollezza non è forse una delle principali cause della sensualità, che fluisce per condurre alla depravazione? Sì, le ricchezze non di rado depravano i costumi; e la cosa è così manifesta per lo spettacolo che il mondo presenta anche oggidì, che non vi è affatto bisogno di fermarsi più oltre a dimostrarlo. Stando adunque così le cose, ecco perché Gesù Cristo venuto sulla terra per rimuovere di mezzo agli uomini la infelicità e procacciare ai medesimi la felicità vera, tenne una condotta o predicò una dottrina, la quale ebbe di mira di distaccarci propriamente dall’amore delle ricchezze e per l’opposto farci amare la povertà. « Essa, dice San Bernardo, non si trovava in cielo, ma abbondava sulla terra e l’uomo ne ignorava il valore; perciò il Figlio di Dio la elesse per sé, affine di renderla a noi preziosa. » Difatti, gettando lo sguardo sulla vita e sugli insegnamenti di Gesù Cristo, bisogna riconoscere, che al povero rivolse di preferenza le fiamme del suo Cuore e i pensieri della sua mente, e che il povero fu uno degli oggetti principalissimi delle sue divine preoccupazioni. Io contemplo Gesù, che nasce in una spelonca, ed appena nato è posto a giacere in una mangiatoia sopra un po’ di paglia. Quale povertà! Ma forse che essa viene dal caso, da necessità, da impotenza? No certamente; Gesù Cristo è nella povertà perché lo volle, e lo volle con volontà eterna, con volontà efficace di ciò che vuole. Secondo il corso naturale dello cose avrebbe dovuto nascere nella casetta di Nazaret, ma quella povertà non gli basta, e col censimento del romano impero mette sossopra il mondo, conduce a Betlemme la Madre sua, la costringe per mancanza di un albergo a ricoverarsi in una stalla, e là nel colmo dell’abbandono e della miseria, fa il solenne suo ingresso nel mondo. Gesù non ha semplicemente accettato la povertà, ma l’ha proprio voluta con libera e sovrana elezione. Ha veduto prima di nascere da una parte i ricchi, dall’altra i poveri; e padrone assoluto delle sue sorti, ha detto: Preferisco esser povero, ed il più povero di tutti i poveri. E in seguito? in seguito ha voluto vivere povero guadagnandosi per trent’anni di vita privata il pane col sudore della sua fronte, in una casetta povera, sotto l’ubbidienza di un povero falegname. Durante la sua vita pubblica tale è la sua povertà, che è costretto a dire: « Le volpi hanno le loro tane, e gli uccelli dell’aria i loro nidi; ma il Figliuol dell’uomo non ha dove posare la testa. » (MATT. VI, 20) E finalmente dopo una nascita povera, una vita povera, fa una morte da povero, spogliato persino delle sue vesti, sicché per seppellirlo fu necessario, che gli dessero per limosina un lenzuolo ed un sepolcro. Ma ciò non è tutto? Perciocché non contentandosi di prediligere ed onorare la povertà nella sua persona, la predilesse e l’onorò ancora nella persona altrui. Difatti sono i poveri, che chiama per i primi alla sua capanna, ed i poveri sono quelli, con cui passa la sua vita privata. Nella vita pubblica attesta di essere stato mandato dal Padre suo per evangelizzare i poveri: i poveri elegge a compagni della sua predicazione, a cooperatori dell’opera sua. Epperò le primizie del sacerdozio, la continuazione del suo apostolato, la via privilegiata dell’angelica perfezione, tutto ciò che vi ha di più grande, di più eletto, di più sublime ei lo riserva ai poveri. Quale differenza tra l’operare di Gesù Cristo e il sentimento del mondo! Il povero secondo il mondo è un proscritto, un rifiuto della natura, un misero, che si trascina per mezzo al fango ed alla polvere, e direi quasi un uomo colpevole, sicché chi lo degna di uno sguardo, si crede di onorarlo, e chi gli volge una parola di fargli una grazia. Gesù Cristo invece lo riguarda e lo tratta come l’uomo più degno di stima e di onore. Ah! certamente il Cuore di Gesù, così infiammato di amore per il povero, non poteva far di più a sua esaltazione. Ed in vero si osservi, che Gesù Cristo è l’eterna Sapienza, la quale non può ingannarsi affatto sul pregio delle umane condizioni; che Egli in tutta la sua condotta non ebbe altro di mira che glorificare il suo Padre celeste ed operare la saluto degli uomini; che infine essendo egli non solo vero uomo, ma pure vero Dio, tutto ciò che Egli ha fatto, partecipa alle sue divine grandezze ed acquista un valore infinito. Perciò adunque alza pure, o povero, alza santamente la testa; non ostante l’umile tua condizione esclama con gioia: Checché il mondo pensi di me, di me ha pensato bene la Sapienza Incarnata; e la mia povertà nella persona di Gesù Cristo ha servito a glorificare Iddio ed a salvare il mondo; e davanti a questa povertà cielo e terra si sono incurvati, angeli e uomini hanno piegato il ginocchio. E voi adulatori del popolo, provatevi se potete a fare di più per conciliargli stima ed affetto.

II. — Ma ben altro ancora, o miei cari, ha fatto Gesù Cristo a prò del povero. Un giorno, sedendo Egli sopra il dosso di una collina che costeggia il bel lago di Genezaret, apriva la sua bocca per pronunciare quel discorso che rimase il più celebre di tutti e per la sua estensione, e per la sua celeste dottrina e per l’accento di magistero, con cui venne da Lui pronunziato. Or bene questo discorso così sublime, che ha per base otto beatitudini, le quali sono la Magna Charta del nuovo regno di Dio, come comincia esso? Udite, e restatene attoniti: « Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli. » Beati pauperes spiritu, quoniam ipsorum est regnum cælorum. ( MATT. v, 3 ) Ma come? Il mondo ha sempre gridato e continua a gridare: Beati i ricchi! e Gesù Cristo invece incomincia il suo più grande discorso col dire: Beati i poveri? Tant’è, perché  lo spirito di Gesù Cristo è diametralmente opposto allo spirito del mondo e se il mondo s’inganna ed è ingannatore nelle massime che predica ai suoi seguaci, Gesù Cristo invece è sapienza eterna e verità infallibile. Difatti benché questa parola fosse stata già decisiva, il Divino Maestro non lasciò tuttavia di allargarla, di spiegarla, di confermarla. Parlando delle ricchezze le chiamò mammona di iniquità, nemiche di Dio, cattivo demonio, e volgendosi ai ricchi, pronunziò contro di essi dei terribili guai, e fece conoscere il gravissimo pericolo, che, in opposizione ai poveri, correvano della loro eterna salute. « È più facile, Egli disse, che una grossa fune passi per la cruna di un ago, anziché un ricco si salvi. » E per comprovar meglio questa sentenza raccontava ancora la parabola del ricco Epulone e del povero Lazzaro. Quegli ogni giorno banchettava splendidamente co’ suoi amici e intanto crudelmente negava al povero persino le briciole di pane che cadevano dalla sua mensa, tanto che i cani di questo avevano maggior compassione, perché venivano e gli leccavano le sue piaghe. Ma alla fine morirono e l’uno e l’altro; e il povero Lazzaro fu portato in seno di Abramo, mentre invece il ricco Epulone fu sepolto nel profondo dell’ inferno. Et sepultus est in inferno (Luc. XVIII, 22). Senza dubbio, le parole di Gesù Cristo vogliono essere intese esattamente. Perché altrimenti come spiegare che non pochi tra gli uomini si fecero santi, benché ricchi, nobili e potenti? Non era forse ricco nell’antica legge, un Abramo, che a testimonianza della Sacra Scrittura, per l’abbondanza dell’oro, dei greggi, degli armenti e dei servi appena poteva bastare la terra? Non erano ricchi Isacco, Giacobbe, Giuseppe, Davide, Giosia ed altri? Nella legge nuova non furono ricchissimi, fortunati e grandi un S. Enrico imperatore, un S. Luigi re di Francia, un S. Ferdinando re di Castiglia, un S. Edoardo re d’Inghilterra, un S. Venceslao re di Boemia, un S. Stefano re d’Ungheria, un S. Casimiro della stirpe dei re di Polonia, una S. Matilde, una S. Adelaide, una S. Edvige, una S. Elisabetta, una S. Clotilde, una S. Radegonda, una S. Margherita, una Bianca di Castiglia, una Matilde di Canossa, una Francesca di Chantal, una Cristina di Savoia, e tante altre regine e nobilissime donne? Non è dunque propriamente contro le ricchezze, che Gesù Cristo si scagli come se fossero cattive in sé medesime, e di loro natura cagione di mali fra gli uomini. Le ricchezze in sé non sono né cattive, né proibite, e a chi saggiamente ne usa, come fecero i Santi, possono servire per procacciarsi grandi meriti per il cielo, e tanto maggiori, quanto più torna difficile vivere tra di esse senza attaccarvi il cuore e riporvi ogni speranza. Gesù Cristo si scaglia contro l’abuso, che ne fanno la più parte dei ricchi. Come pure non è contro di tutti i ricchi, ch’Egli pronunzi la sentenza di dannazione, ma solo contro di quelli, che o amando smodatamente le loro ricchezze, le vanno con sordida avarizia tesoreggiando, o disprezzandone lo scopo le gettano prodigamente nei piaceri e nei godimenti della vita. Così non è già a prò di tutti i poveri, che Egli assicuri l’eterna salvezza, ma solo a prò dei veri poveri di spirito, di coloro cioè che non sono tali per la loro pigrizia e pei disordini della loro vita, che non si lamentano del loro stato, che sopportano con pazienza le privazioni, a cui devono andar soggetti, e non guardano i ricchi con occhio di maligna invidia e non si fanno a chiedere con pretensione superba. Con tutto ciò è certissimo che la dottrina, sgorgata in proposito dal Cuore Santissimo di Gesù, ha gettato un fascio di luce sulla condizione del povero, mostrando ed assicurando, che la sua è per eccellenza una di quelle condizioni, che importano la eterna felicità. Ed ecco perché in seguito a questa gran parola si sono veduti non solo dei poveri a benedire alla loro povertà, ma dei ricchi, dei principi, dei sovrani, dei Pontefici spogliarsi volonterosamente delle loro ricchezze e scendere dal fastigio della loro grandezza. S. Antonio Egiziano, ancor giovane di età, avendo perduto i suoi genitori, benché nobile e ricchissimo, vende tutte quante le sue possessioni, ne distribuisce il prezzo ai poveri e sciolto così da ogni impedimento terreno, va nel deserto a menar vita del tutto celeste. S. Francesco di Assisi, perché troppo largo coi poveri, costretto dal padre a rinunziare ai beni di famiglia, si spoglia spontaneamente persino delle vesti e professa d’allora in poi la povertà più perfetta, chiamandola col nome di sua madre, di sua sposa, di sua padrona e di sua regina. S. Francesco Borgia, quando può rinunziare il suo ducato di Candia e ritirarsi dalla corte di re Carlo V, si stima fortunatissimo di diventar povero per amore di Gesù. Nessuna pietanza del suo re gli è mai parsa tanto gustosa come il primo pane che egli mangia dopo averlo ottenuto per elemosina. S. Pietro Celestino sublimato all’apice del sommo Pontificato, volontariamente vi rinunzia, posponendolo per amore a Gesù Cristo ad una vita umile, povera. Tutti costoro e cento e cento altri vollero appartenere con la maggior sicurezza possibile al numero di quei fortunati, pei quali Gesù Cristo ha detto: Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli! Ebbene, o miei cari, quando il Cuore di Gesù non avesse più fatto altro a prò del povero, non avrebbe già fatto tutto? Affidato alla parola di Gesù Cristo, quando pure il povero dovesse per ragione della povertà soffrire assai, ed anche presto morire, non dovrebbe incontrare volentieri il sacrifizio della sua stessa vita, che alla fin fine non è che un globo di fumo, sapendo di fare acquisto di quella vita, che non finirà più mai e sarà ricca di ogni bene?

III. — Ma è verissimo, che Iddio ha dato a tutti, e perciò anche al povero, l’istinto della propria conservazione, che anzi a tutti ne ha fatto espressamente una legge. E come potrà il povero seguire questo istinto e secondar questa legge quando egli o per la mancanza del lavoro, o per la debolezza o per l’infermità, o per la vecchiaia non potrà guadagnarsi il tozzo di pane per satollarsi? Dovrà egli in onta alla legge ed all’istinto abbandonarsi a perire miseramente di fame? Così era prima della venuta di Gesù Cristo. Già ebbi occasione di dirlo. I fanciulli, che nascevano deformi, od erano creduti soverchi nel seno della famiglia, venivano barbaramente gettati fuori di casa a morire d’inedia o in pasto ai cani. Gli infermi poi ed i vecchi erano riguardati come ingombro della famiglia e della società, e si poteva benanche, affine di sbarazzarsene rilegarli tutti dentro un’isola e lasciare, che presto senza alcun cibo finissero la vita. Ma venne Gesù Cristo e le cose quasi d’un tratto mutarono. Ecco degli asili per ricevere i fanciulli abbandonati. Ecco degli orfanotrofi per accogliere i figlioletti, che han perduto il padre e la madre. Ecco dei piccoli ospedali per allogarvi quei poveretti che nacquero con qualche deformità. Ecco delle scuole per i fanciulli poveri, dove imparano come i fanciulli dei ricchi, e forse assai meglio. Ecco degli ospedali per i malati poveri. Ecco degli ospizi e dei ricoveri per i vecchi poveri; ospedali, ospizi, ricoveri, dove tutti questi bambini, questi figlioletti, questi infermi, questi vecchi ricevono tali amorevolezze che si credono di avere a sé d’accanto degli Angeli e non delle creature di questo mondo. Ed ecco per di più queste dame, che se usano cavalli e carrozza non è che per recarsi a far visita ai poveri ed agli infermi, e con l’obolo generoso della carità cristiana sovvenire tanti bisognosi; ecco questi giovani, questi signori veramente nobili, questi soci di S. Vincenzo de’ Paoli, che si recano ancor essi

a confortare col danaro e con la parola i cuori di tante famiglie afflitte; ecco dei ricchi, che distribuiscono ogni giorno delle ingenti elemosine, ed eccone degli altri ancora, che non solo in sul morire coi testamenti, ma prima ancora, durante la loro vita, non si danno maggior cura, che di impiegare la massima parte dei loro averi nelle opere di beneficenza. Orsù, ditemi, trovate voi di siffatte cose presso l’antichità? No, non le troverete neppure presso il popolo più incivilito che vi fosse. A Roma voi troverete pure i ruderi del Palazzo dei Cesari, chiamato la montagna d’oro, tali e tante erano le ricchezze, che ivi si accumulavano; troverete le rovine del Colosseo e dei teatri, dove i patrizi e le matrone romane si adunavano gavazzando nel mirare dei poveri schiavi, che lottando gli uni contro gli altri, si toglievano miseramente la vita per divertire i signori; troverete gli avanzi di quei templi, all’ombra dei quali si commettevano le orge nefande del vizio; troverete i resti di quelle terme, ove i ricchi non solo nel bagno, ma nei lazzi, nelle ciance e nei divertimenti, cercavano di liberarsi dalla noia del far niente; anzi a Pompei troverete ben anche gli avanzi delle case del peccato, ma, ditemi troverete voi un sasso che possa dirvi: Io appartenni ad un asilo, ad un ospedale, ad un ospizio di carità? No, o miei cari. Tutto ciò era sconosciuto prima di Gesù Cristo. Or come mai Gesù Cristo ha ottenuto questo? In un modo semplicissimo; col fare uscire fuori dal suo Cuore, acceso di carità pel povero, una legge, non altrimenti espressa che con quattro brevi parole: Quod superest, date elæmosynam; (Luc. XI) « O ricchi: quello che vi sopravanza, datelo in elemosina. » Quello che vi sopravanza! Senza dubbio voi avete dei bisogni rispondenti allo stato di ricchezza in cui vi trovate. Soddisfate pure a questi bisogni legittimi; ma dopo che li avete soddisfatti, quanto vi resta non è più per voi, è per i poveri, giacché io non mi contento di dare al povero la sicurezza dell’eterna vita, ma voglio dargli ancora la sicurezza della vita presente, mercé il vostro superfluo. Ecco in sostanza quello che ha detto, che ha fatto Gesù Cristo. E per essere più sicuro di ottenere quanto comandava Egli non ha voluto lasciare di far conoscere al ricco la grandezza del premio, che avrebbe ricevuto per l’adempimento del suo dovere, e il gran castigo, che gli sarebbe stato inflitto per non averlo adempito. Date, egli disse, et dabitur vobis: date e sarà dato a voi: mensuram bonam et confertam et coagitatam, et supereffluentem dabunt in sinum vestrum: voi farete elemosina, ed in compenso riceverete una misura giusta e pigiata e scossa e colma. (Luc. VI, 38). Né crediate, che questa misura vi sia riservata solo nell’eternità: no, il centuplo lo riceverete anche quaggiù: Centumplum accipiet in tempore hoc, (MATT. XIX, 29 e MARC, X , 30) e non solo in beni spirituali, come spiegano i Santi Padri, ma anche i beni temporali. Ma ciò non è tutto; perché nel giorno della retribuzione eterna Io, volgendomi a voi, o ricchi elemosinieri, vi dirò: « Venite, o benedetti dal mio Padre celeste, possedete il regno preparato per voi fin dal principio del mondo. Imperocché io avevo fame e voi mi deste da mangiare, avevo sete e mi deste da bere, ero pellegrino e mi ospitaste, ero nudo e mi ricopriste, infermo e mi visitaste, carcerato e veniste a me. So bene, che allora voi meravigliati mi direte: Ma quando mai, o Signore, noi abbiamo fatto a Voi queste cose? Quando mai? Ogni volta, che avete fatto qualche cosa per qualcuno dei più piccoli di questi miei fratelli, l’avete fatta a me. « Quamdiu fecistis uni ex his fratribus meis minimi, mihi fecistis. » (MATT. XXV, 40) E per dirlo di passaggio almeno, ecco in seguito questo Divino Maestro verificare eziandio alla lettera la sua parola. Eccolo, nelle sembianze di un povero e nudo presentarsi ad un S. Martino, domandargli la elemosina e ricevutane una parte della sua clamide, farglisi poscia vedere nella notte seguente rivestito di quell’abito. Eccolo, sotto l’apparenza di un meschino, stendere la mano ad un S. Francesco di Assisi, ed avutane la carità manifestarglisi tutto splendido di luce celeste. Eccolo, come misero lebbroso farsi innanzi ad una S. Elisabetta, regina di Portogallo, da lei pietosamente raccolto, portato a casa, lavato, medicato, e coricato nel proprio letto, mostrarlesi come crocifisso nell’atto del più tenero affetto. Oh! tutto ciò Egli faceva per accrescere sempre maggior fede nella sua divina parola, e per renderci ognor più certi, che Ei ritiene e prenderà come fatto a sé tutto quello che si avrà fatto per qualcuno dei poveri. Quamdiu fecistis uni ex his fratribus meis minimis, mihi fecistis. Ecco adunque il premio promesso ai ricchi dispensatori del loro superfluo ai poveri. Ma ecco altresì il castigo, che sarà inflitto a coloro, che negheranno ai poveri questo loro superfluo. Miei cari! Vi hanno gli Epuloni, che pur potendo largamente donare, perché anche scapricciandosi a lor talento non trovan modo di dar fondo alle loro ricchezze, tuttavia ai poveri Lazzari, che si umiliano loro dinanzi per domandare le briciole, che cadono dalla loro mensa, rispondono con dispetto e con disprezzo : « Eh, non c’è nulla, andate con Dio….» Ebbene! questi poveri Lazzari andranno con Dio davvero, ma vi andranno per dirgli la vostra durezza, per domandargli giustizia dei loro diritti calpestati, per attirare sul vostro capo la più terribile vendetta. Davide nei suoi Salmi (CXXXIX) aveva già scritto, che il Signore farebbe giustizia ai bisognosi e vendicherebbe i poveri: Cognovi quia facit Dominus iudicium inopis, et vendictam pauperum. Ma Gesù Cristo ha voluto confermare e spiegare Egli stesso questa parola ispirata al suo profeta. No, non si tratta soltanto di sciagure temporali, benché anche queste ordinariamente non manchino su quelle case ricche, su quegli uomini potenti, che non fecero alcun caso del povero; si tratta della sciagura eterna, si tratta dell’irrevocabile sentenza d’un giudizio senza misericordia a chi non fece misericordia. « Su, su, dirà il divin Giudice nel giorno estremo di ira, quante lagrime, o ricchi, avete voi asciugate? quanti poverelli nudi avete ricoperto? a quanti famelici avete dato pane? Voi li vedeste strisciarvi ai piedi come vermi, voi li udiste gridare in massa: abbiamo fame, dateci pane; voi li vedeste persino accendersi di sdegno pei vostri rifiuti e minacciare le vostre case, i vostri averi, la vostra vita, eppure…. non vi scuoteste, non vi faceste perciò più pietosi, anzi diveniste anche più crudeli; arrivaste sino al punto da nascondere il frumento, per asciugare quanto potevate le misere borse dei poverelli; ebbene: andate, o maledetti, al fuoco eterno, perché sono Io, che nella persona de’ miei poveri ero nudo, avevo fame, pativo infermità, e vi domandavo soccorso, e sono Io, a cui lo avete rifiutato: Discedite, maledicti, in ignem æternum. (MATT. xxv, 46) Così adunque Iddio castigherà quei ricchi avari, i quali non avranno praticato in vita il suo precetto: Quod superest, date elæmosynam. Il che lascia facilmente comprendere quanto più terribile ancora sarà il furore, con cui Gesù Cristo si scaglierà a far vendetta di quei poveri, che per le usure di barbari creditori o per i balzelli intemperanti di prepotenti governanti sono ridotti all’estrema indigenza. Nella vita di S. Francesco di Paola si legge, che trovandosi un giorno dinnanzi a Francesco I, re di Napoli, con santo ardire gli dicesse: Sire, col sovraccarico delle imposte e dei tributi, che tutti i giorni rinnovate sul vostro popolo è il pane delle vedove e degli orfani che voi rapite, è la sussistenza dei poveri, che divorate, è il loro sangue che succhiate…; e che dicendo queste ultime parole, premendo nelle sue mani parecchie monete d’oro del re, ne facesse, con insigne miracolo, gocciolare propriamente del sangue. Se è adunque sangue il denaro, che si estorce al povero popolo con ingorde usure, con imposte intolleranti e con esazioni ingiuste, sangue che si spreme dalle sue vene e dal suo cuore, pensino i crudeli usurai e i potenti della terra, che questo sangue sale sino al trono di Dio per gridare vendetta, e che a questo grido dei poveri, Dio, che è il loro Padre, fin d’ora si commoverà e si leverà su a vendicarli con improvvise rovine e con umilianti obbrobri, riservandosi tuttavia di pienamente vendicarli nell’altra vita, poiché sta scritto, che potentes potenter tormenta patientur, (Sap. VI, 7 ) i potenti saranno potentemente tormentati. Ecco adunque, come quel Dio, che giusta l’osservazione di S. Ambrogio, non è ingiusto, non è inconsiderato, non è impotente, avendo creato i ricchi ed i poveri, ha pensato agli uni e agli altri. Ecco come quel Dio, che riveste di tanta gloria il giglio del campo, che nutre gli uccelli dell’aria e provvede al vermicciatolo, che striscia nel fango, non ha lasciato di determinare la necessaria porzione ai poveri, dando in loro proprietà il superfluo dei ricchi. Certamente essi non sono in diritto di appropriarselo per sé, ma ne hanno vero diritto e i ricchi sono in dovere di darlo, perciocché la parola di Gesù Cristo: Quod superest, date elæmosynamnon è parola di solo consiglio, ma è parola di assoluto precetto. E così mentre il ricco ha da essere il protettore del povero, il povero è destinato ad essere il salvatore del ricco, porgendogli il mezzo di tramutare le sue ricchezze nell’acquisto del cielo, e si manifesta il gran segreto della divina Provvidenza, il giudice che ha in mano la sorte dei grandi ed accumula sopra di essi benedizioni o maledizioni, l’uomo misterioso e possente, alla cui voce Iddio s’inchina per chiudere o dischiudere i tesori della sua misericordia e far piovere ancora sui ricchi l’abbondanza o colpirli di sterilità e castigo. Ah! pur troppo la miseria cresce spaventosamente, non ostante la forza del precetto di Gesù Cristo; ma certi poveri ne accagionino anzi tutto se stessi, che anzi tempo si sono resi deboli, infermi, incapaci al lavoro nelle ubriachezze, negli stravizi, nei disordini senza numero e persino in un lusso ridicolo, per cui alle volte non avendo pane in casa, vogliono poi al di fuori far la figura del conte e della contessa; accagionino sé, che talora nel giuoco, nelle crapule e nelle disonestà consumano in breve ora il guadagno di una settimana e forse anche di mesi, di anni; accagionino sé, che non avendo voglia di lavorare, vorrebbero vivere tuttavia alle spalle del ricco, e poi ne accagionino… Ah! ricchi, che mi ascoltate: tenetelo ben fermo, che noi, Sacerdoti, ministri del Dio di carità, saremo ben lungi, checché ne voglian giudicare certi politici, dall’eccitare le turbe all’odio di classe. Ma con tutto ciò, a noi incomberà sempre il dovere di ripetervi con santa libertà le parole di Gesù Cristo e di farvi conoscere, che se nel mondo regna tanta miseria e il povero popolo sentendo più e più aggravare le sue calamità, scarno per fame, coperto di cenci, circondato dalle mogli lagrimose, dai figli ignudi, non avendo per casa che un antro, per letto che il terren nudo, perde la fede nella divina Provvidenza, e dice bestemmiando che Iddio non si cura punto delle sue necessità, e alza grida di esecrazioni ed arma la mano sdegnosa contro la società, in cui vive, ciò è pure per causa di non pochi di voi, che dimenticano, che non curano, che disprezzano il precetto di Gesù Cristo: Quod superest, date elæmosynam, date ai poveri, ciò che vi sopravanza. Io so bene, che certi ricchi si danno a credere, che questo non sia più che un consiglio, del quale possono a lor talento tener conto o no; so, che ve n’hanno di quelli i quali, pur intendendo la gravezza del vero comando, pretendono tuttavia di sottrarsi all’obbligo di praticarlo con dire, che appena appena posseggono quel che è loro necessario; so infine, che taluni si credono di aver soddisfatto al loro dovere, se hanno gettato una vil moneta a qualche misero pezzente, che li andò seccando lungo la via. Ma so altresì, che è dovere assoluto del ricco, non meno che del povero, studiare il Vangelo e praticarlo; so, che ben di spesso chi asserisce di avere il puro necessario è un mentitore solenne, che si abbandona tuttavia ad un lusso immoderato, a piaceri, a divertimenti incessanti, a conviti epuloneschi; e profonde argento ed oro ad un labbro che canta, ad un piede che guizza, e forse anche ad una peccatrice che vende l’onore; so che, chi avendo molto dà poco, è come se non desse nulla; opperò posso dire e ripetere con tutta certezza che, se il povero manca talora del necessario sostentamento, è proprio per cagione di certi ricchi, che non intendono, che non vogliono intendere il gran precetto della carità cristiana, intimato solennemente da Gesù Cristo. Non così certamente accadeva nella Chiesa primitiva, e sebbene il furore dei Cesari dannasse i ricchi Cristiani, oltreché alle prigioni, agli esili, ai patiboli, anche alla confisca di tutti i loro beni, pur tuttavia non veniva meno mai la elemosina ai poverelli, ed anzi pareva, che tra i fedeli la povertà non non si conoscesse neppur di nome. Ma quei primitivi Cristiani avevano altamente impressa nel cuore la dottrina di Gesù Cristo ed è perciò che, riguardando nei poveri altrettanti fratelli, ponevano con tanto disinteresse i loro beni in comunanza, e con tanta generosità li distribuivano. Non altrimenti operavano i Santi; i quali tanto solleciti di farsi i padri dei poveri, giungevano sino al punto da spogliarsi essi di tutto e spezzare i vasi d’oro e d’argento e le collane preziose per assisterli e beneficarli, come un S. Agostino, un S. Ambrogio, un Amedeo di Savoia; da servir loro in ginocchio, chiamandoli col nome di padroni, come le due sante regine Margherita di Scozia ed Elvige di Polonia; e da vendersi schiavi per dar in limosina il prezzo della loro persona, come un S. Paolino, un S. Serapione, un S. Pietro Telonario ed un S. Raimondo. O ricchi! io non vi dirò: fate lo stesso ancor voi. No, voi non siete obbligati a questo eroismo. Anzi senza entrare nelle case vostre, nelle vostre guardarobe, nei vostri scrigni, per vedere se sia realmente vero quello che dite, non aver nulla di superfluo, lasciando che ciò faccia la vostra coscienza, e un giorno al Divin tribunale Gesù Cristo giudice, ammettendo pure che sia così, io vi dico tuttavia: voi almeno avete occhi: impiegateli dunque a guardare amorevolmente il povero. Voi avete orecchi: impiegateli ad ascoltare le sue miserie. Voi avete lingua: impiegatela a confortarlo nella sue condizione. Voi avete mani, impiegatele a prestargli qualche servizio. Voi avete piedi: impiegateli a recarvi qualche volta in casa sua. Oh la carità non è tutta di pane: è il trattare con dolcezza, con affabilità, con domestichezza col povero è già una delle carità più fiorite, che voi gli possiate fare, e della quale lui, il povero, e Dio vi saranno grati. Ma no, non contentatevi di questo. Questo fate, questo non tralasciate, ma non questo solo, perché Io lo so, e voi lo sapete meglio di me, voi potete fare di più. Animo adunque! Facendo tacere in cuor vostro ogni futile e crudele pretesto, lasciate che parli solamente la voce della carità e del dovere. Studiate le miserie, che più aggravano la povera società, e affrettatevi con mano generosa a sovvenirle. Vi sono tanti vecchi, tante vedove, tanti orfani, tante fanciulle abbandonate, tanti bambinelli esposti, tanti infermi derelitti, tante famiglie sofferenti, che con le lacrime agli occhi chiedono aiuto. Vi sono tanti istituti, tanti orfanotrofi, tanti oratorii, tanti ospedali, tanti ricoveri, tanti ospizi che minacciando di finire la loro esistenza, si volgono a voi per rimanere in piedi. Vi sono pure tante povere chiese che mancano degli arredi più necessari per i divini misteri, tante popolazioni, che mancano di chiese, tanti paesi che mancano di sacerdote, perché tanti buoni giovani mancano del necessario per entrare nei seminari, e i seminari mancano dei mezzi per accettarli; vi sono insomma necessità molteplici, gravi, imperiose, che si schierano tutte dinnanzi a voi. Muovetevi a pietà: aprite le vostre mani, date con la massima generosità, e meritatevi così i grandi beni, che perciò Gesù Cristo vi ha promesso. Gli infelici da voi soccorsi con la eloquenza del­ le loro preghiere e delle loro opere parleranno a Dio per voi, in vita, e in morte, e quando già sarete alle porte dell’eternità, Gesù Cristo contemplando il frutto delle vostre beneficenze, che come onda incessante si verseranno ancor sui poveri, vi accoglierà festanti nel suo immenso Cuore e vi cingerà il capo di diadema immortale. Poveri! voi con la rassegnata sofferenza; ricchi! voi con la generosa beneficenza, avete in mano gli uni e gli altri la chiave del regno de’ cieli. E voi, o Cuore Santissimo di Gesù, che essendo infinitamente ricco vi siete fatto per nostro amore infinitamente povero, e ne avete insegnato la più sublime dottrina intorno alla povertà, fate che tutti apprezziamo altamente l’esempio vostro, e seguiamo fedelmente i vostri insegnamenti; che, se poveri, viviamo rassegnati in quello stato, in cui ci avete posti per vostra somiglianza; che, se ricchi, adempiamo la vostra volontà ed impieghiamo le nostre ricchezze a farci degli amici, che ci accolgano un giorno negli eterni tabernacoli.

IL SACRO CUORE DI GESÙ (17): Il Sacro Cuore di GESÙ e l’operaio

[A. Carmagnola: IL SACRO CUORE DI GESÙ – S. E. I. Torino, 1920]

DISCORSO XVII

Il Sacro Cuore di Gesù e l’operaio.

“Voi altri preti, siete i nostri capitali nemici. Lo abbiamo ormai conosciuto: è con voi soli, che dovremo fra non molto disputarci il terreno. Ma intanto, voi che combattete con tanta asprezza le nostre idee, è egli vero, che nelle vostre abbiate trovato e teniate in pronto il rimedio ai mali dell’ora presente? Se l’avete trovato e lo tenete pronto, perché non lo applicate tosto? Perché non ponete fine a questa disuguaglianza immensa, che regna nel mondo? E non vedete? Da una parte dei nobili, dei padroni, dei capitalisti, dei ricchi sfondati che vengono meno di noia nella sazievole abbondanza di tutte le cose. Essi palazzi, ville, campagne, denari; essi ogni giorno banchettare allegramente coi loro amici ad una mensa imbandita dei cibi e dei vini più squisiti; essi vestire sfarzosamente e passeggiare, anzi adagiati mollemente nei più superbi cocchi farsi condurre in giro, quasi in trionfo, per le vie delle nostre città. E dall’altra parte il misero popolo, i proletari, poveri operai, poveri contadini, poveri manovali, che sono costretti a guadagnare a sé ed alla famiglia un tozzo di pane nelle dure fatiche e versando continui sudori; e che talvolta, peggio ancora, cacciati dal lavoro e divenuti inabili al medesimo sono obbligati, vincendo la vergogna ingenerata dall’umana dignità a stendere la mano al passeggero per chiedergli la elemosina. Or bene! Che cosa fate voi, o preti, per far scomparire questa enorme disuguaglianza? Che cosa fate contro il ricco capitalista a vantaggio del povero proletario? Che cosa fate? Accarezzate il ricco, perché vi giova e mandate in pace il povero, perché non vi dà nulla. Ecco quello che fate! E vi vantate poi d’avere nelle vostre idee il rimedio di tutti i mali ? » – Miei cari! Questo, voi lo avete già compreso, è il linguaggio del Socialismo, che attizzando nel povero popolo l’odio contro dei padroni e dei ricchi pretenderebbe senz’altro con la trasformazione della proprietà personale in collettiva, e con l’uguale distribuzione degli utili e degli agi tra gli uomini, mutare le sorti del mondo. Ma questo linguaggio lanciato contro i Preti e che ho lealmente riferito in tutta la sua crudezza, non è i Preti propriamente che vada a ferire: giacché se i Preti, come Preti hanno idee, queste non sono loro, ma di Gesù Cristo e del suo Vangelo, di cui sono i rappresentanti ed i predicatori su questa terra. Io dico i Preti, come Preti; perché anche i Preti come individui privati possono avere delle idee contrarie a Gesù Cristo ed al Vangelo, e persino idee socialistiche; ma i Preti come Preti no, perché i Preti sono ministri di Gesù Cristo, di quel Gesù Cristo, che è Dio e mai non muta le sue idee. E dunque contro di Gesù Cristo, che si dice: “Che ha fatto Egli per far scomparire le disuguaglianze sociali? Che ha fatto Egli a prò dei poveri proletari, a vantaggio del misero popolo?” – Che ha fatto? Si getti lo sguardo sopra il suo Cuore Sacratissimo. Quelle fiamme così ardenti, che lo circondano e ne erompono fuori, sono il simbolo de’ suoi particolari amori. E tra questi amori particolari, primeggia senza dubbio quello che ebbe per gli uomini del popolo, per gli operai e per i poveri. E per virtù di questo amore, con l’esempio e con la dottrina fece quanto conveniva per nobilitare l’operaio e il povero, per renderli contenti nel loro stato, per far scomparire la distanza che passa fra essi ed i ricchi. Ed ecco l’argomento che prenderemo a svolgere oggi e domani, cominciando in questo discorso a parlare peculiarmente della prova d’amore, che Gesù Cristo ha dato all’operaio.

I . — Prima di vedere quali fiamme di carità il Cuore Sacratissimo di Gesù abbia avuto in sé per gli uomini del popolo, e che cosa abbia fatto per far scomparire nel modo convenevole le disuguaglianze sociali, è necessario premettere due cose. Ed anzitutto è da osservare, che il lavoro, che la maggior parte degli uomini riguarda come gravosissimo peso, da cui vorrebbero essere liberati, è una legge che ha il suo principio da Dio medesimo, e che cominciò ad avere forza fin dal primo esistere dell’uomo. Perciocché Dio stesso, dalla Chiesa chiamato ne’ suoi inni: Patrator orbis, fabricator mundi, fattore e fabbricatore del mondo, allorquando si accinse a crearlo prese appunto a lavorare. Non già che la creazione del mondo abbia costato a Dio alcuna fatica, no: Egli disse un semplice fiat, e tutte le cose, l’una dopo l’altra, con l’ordine da Lui voluto, furono fatte. Ma il fiat che egli pronunziò fu propriamente il lavoro della pura intelligenza, che Egli è; e perché l’uomo avesse poi sempre dinnanzi a sé l’esempio divino del lavoro e persino la regola del tempo, che nel lavoro doveva impiegare, potendo con un fiat solo creare subito tutte le cose, che esistono, volle invece pronunciarlo ripetutamente per sei epoche distinte, dalla Sacra Scrittura chiamate giorni. Per tal guisa, avendo Iddio posta la base della legge del lavoro, la mise subito in vigore, appena ebbe creato l’uomo, ponendolo nel paradiso terrestre, ut operaretur, (Gen. II, 15) affinché lavorasse. Perciocché quantunque tutte le cose create da Dio fossero « molto buone, » tuttavia egli le aveva create in modo da lasciare in esse vasto campo all’operosità dell’uomo. Tutto il creato racchiudeva in sé delle forze, delle potenze, delle ricchezze immense e latenti, di cui toccava all’uomo, fatto sovrano della terra, impadronirsi e cavarne fuori delle opere che fossero financo nipoti con quelle di Dio. E cioè, toccava all’uomo valersi del legno delle piante, dei metalli della terra, dei marmi delle montagne, della pelle degli animali, della lana delle pecore, delle piume degli uccelli, dei colori dei minerali, delle sostanze dei vegetali, della luce dei gas, delle forze elettriche, di quelle magnetiche, di tutto ciò insomma che era in potenza, per formare le case, i mobili, gli abiti, gli ornamenti, i quadri, le statue, le macchine, la luce, il movimento e quante altre cose col suo genio avrebbe potuto inventare e compiere colle sue mani. Senza dubbio nello stato di grazia, il lavoro non tornava all’uomo di fatica. Era il lavoro di un uomo ricco e felice, che per gusto, e direi per passatempo, compone e adorna le aiuole del suo giardino, oppure si compiace di costruire un artificioso meccanismo, o si diletta di ritrarre sulla tela i più bei paesaggi. Ma tuttavia il lavoro era una legge, a cui l’uomo nella sua natura doveva sottostare; ed è perciò appunto, che in generale, non nutriamo pel lavoro una ripugnanza insuperabile come pel dolore e per la morte, ma anzi lo amiamo e persino quando ci impone dei veri sacrifici. Ma questa legge di natura, che sebbene legge non imponeva tuttavia che un lavoro dolce e piacevole, divenne poi una dura necessità dopo il peccato. Poiché allora il Signore, giustamente adirato, dopo di aver maledetto il serpente, dopo aver inflitta ad Eva massimamente la pena del dolore, voltosi all’uomo, inflisse a lui in particolare la gravezza del lavoro: « Maledetta la terra per quello che tu hai fatto, disse: tu, o uomo, la lavorerai con grandi fatiche, ed essa non ti produrrà che triboli e spino, e tu non ti ciberai, che di un pane guadagnato col sudor della fronte. » (Gen. III , 17-19) Ecco la causa del lavoro duro e penoso qual è presentemente, il peccato. Ma, notiamolo almeno di passaggio, anche in questo lavoro, che è un castigo della divina giustizia, ecco risplendere la divina bontà. Perciocché questa terra che abbandonata a se stessa non produce davvero che triboli e spine, come diventa bella, come si fa fiorita e frugifera quando dall’uomo è coltivata. E lavorando seriamente in qualsiasi genere di lavoro, mentre l’uomo si procaccia il necessario sostentamento, come giova altresì al suo spirito e al cuore! Il Savio ha detto che l’oziosità è maestra di molta malizia: ma per converso il lavoro aiuta efficacemente ad essere virtuosi. Sì, l’onestà e la castità sono ordinariamente la grandezza degli uomini e dei popoli laboriosi. Così pertanto Iddio condannandoci al lavoro, ci ha dato in esso non solo un mezzo di espiazione, ma altresì un mezzo di santificazione. Ma, tornando al nostro proposito, se il lavoro è una legge ed una pena giustamente meritata, tutti dobbiamo sottostarvi, ed il volerne andare esenti sarebbe lo stesso che un volersi ribellare a Dio. Ma qui intendiamo bene la cosa. Lavorare non vuol dire soltanto battere il ferro e rompere le zolle; se vi ha il lavoro che affatica e logora il corpo, non manca quello che affatica e logora la mente. È lavoro pertanto quello dell’operaio, che nell’officina esercita il suo mestiere, lavoro quello del contadino, che innaffia la terra de’ suoi sudori, lavoro è quello dell’artista, che trae fuori dal marmo o getta sulla tela le produzioni della mente; ma è lavoro altresì quello dello scienziato, che ricerca con sempre maggior profondità le utili cognizioni, quello del letterato, che scrive libri per erudire le menti e render buoni i cuori, quello dei capi della città e delle nazioni, che amministrano con intelligenza ed onestà le cose pubbliche, e vigilano con saviezza all’ordine ed al bene dei cittadini, quello del soldato, che serve la patria, quello del sacerdote, che intende alla santificazione delle anime, quello dell’avvocato, del medico, dell’ingegnere, del maestro e simili, perché ciascuno di questi lavori entra nella serie di quelli, che Dio volle comprendere nella gran legge del lavoro. Epperò si ingannano certamente l’operaio e il contadino, quando si credono di essere essi soli a lavorare, e molte volte s’ingannano altresì nel credere che il loro lavoro, più faticoso pel corpo sia il più grave di tutti. Riconosciuta questa legge e necessità del lavoro bisogna riconoscere altresì la necessità delle differenti condizioni sociali. Ed in vero, poiché Iddio secondo i disegni della sua sapienza infinita crea gli uomini con una grande varietà di forze fisiche e intellettuali, con sanità e robustezza diverse, con diverso ingegno e diversa solerzia, perciò solo nasce inevitabilmente e di necessità la differenza delle condizioni sociali. « E ciò torna a vantaggio sì degli individui, che di tutta la società; perché la vita sociale abbisogna di attitudini varie e di uffici diversi, e l’impulso principale, che muove gli uomini ad esercitare tali uffici, è la disparità della condizione. » (V. Enc. Rerum novarum SS. Leonis XIII). Supponete, per un istante, che tutti gli uomini avessero la stessa forza, lo stesso ingegno, la stessa solerzia, che sarebbe delle scienze, delle arti? dei mestieri? Gli uomini cesserebbero perciò avere dei bisogni e delle inclinazioni, alla cui completa soddisfazione è necessario il reciproco soccorso. Ma allora, dotati utti in ugual misura degli stessi beni e fisici e intellettuali, e per conseguenza eziandio dei beni materiali, chi vorrebbe ancora fare altrui gli abiti, fabbricare altrui le case, seminare e lavorare altrui i campi, impastare e cuocere altrui il pane? Nella varietà adunque delle forze, che Iddio ha distribuito e va distribuendo agli uomini, creandoli, rifulge mirabilmente la sua sapienza; e posta questa varietà bisogna ammettere altresì necessariamente le disuguaglianze sociali. Il Socialismo non ostante la varietà delle forze e fìsiche e intellettuali degli individui « vorrebbe tentare di far sparire dal mondo quelle disparità. Ma com’è ciò possibile? Si abolisca pure la proprietà, e di tutti i patrimoni particolari si formi un patrimonio comune da amministrarsi per mano del Municipio o dello Stato; » (V. Id.) la distribuzione degli utili e degli agi verrà fatta ugualmente? Ma allora dovrà essere ugualmente retribuito chi lavora più e chi lavora meno, chi lavora male e chi lavora bene, chi lavora in un’arte manuale e chi si applica al lavoro del pensiero? Chi fra gli uomini si adatterebbe a questa uguaglianza? « perciocché lo stesso operaio che si vorrebbe migliorare, non sarebbe perciò ridotto all’infelice condizione di aver perduto il diritto e la speranza di migliorarsi davvero? poi non ne nascerebbero al primo istante delle recriminazioni, delle discordie, degli asti? E tolto per tal guisa all’ingegno e all’industria individuale ogni stimolo, non inaridirebbero le fonti stesse della ricchezza. (V. Id.) » Che se la distribuzione degli utili e degli agi sarà fatta secondo il merito del lavoro, allora saranno perciò create di bel nuovo le disuguaglianze sociali, che si faranno in breve sempre maggiori, quanto maggiore sarà l’ingegno, l’attività e l’economia degli uomini, ed eccoci perciò di bel nuovo da capo con dei ricchi e dei poveri, dei capitalisti e dei proletari, dei padroni e degli operai, degli uomini elevati e del basso popolo. Si travagli pur dunque il Socialismo nella sua impresa, ne venga ben anche a capo; oltreché avrà consumate le più gravi ingiustizie manomettendo i diritti dei legittimi proprietari, alterando le competenze e gli uffici dello Stato, e scompigliando tutto l’ordine sociale, potrà riuscire a questo di invertire le parti, di fare padroni gli operai, capitalisti i proletari, ricchi i poveri, e poveri i ricchi, proletari i capitalisti, operai i padroni, ma questa sarà una sostituzione di persone e non già di principii. Non sono adunque i sistemi escogitati dalla mente umana quelli, che valgono a far camminare dirittamente il mondo, In tutto e per tutto a stabilire e far regnare l’ordine, l’armonia, la pace e la prosperità non vi ha che la parola di Dio, la dottrina del Vangelo, quella dottrina, che anche qui illumina di vera luce le menti, fa schivare le fallaci e sovversive teorie, fa accettare come un  fatto necessario la diversità delle classi e delle condizioni; quella dottrina, che a sciogliere i molteplici problemi sociali mette innanzi le regole di quella carità sovrumana, che Gesù Cristo ha dichiarato essere la nota caratteristica de’ suoi seguaci, e che sola è destinata a dare alla società un avvenire di pace, di prosperità e di fortuna.

II. — Riconosciuta la necessità del lavoro e delle disuguaglianze sociali, vediamo ora che cosa abbia fatto Gesù Cristo in pro dell’operaio, sia per animarlo al lavoro e renderglielo leggiero, sia per sollevare la sua misera condizione. Gesù Cristo anzi tutto ha dato all’operaio la proprietà del suo lavoro. Oggi un operaio, un servo, un contadino si presenta ad un padrone e gli dice: — Signore, io ho due braccia robuste; son capace di lavorare, perché ho appresa discretamente la mia arte, il mio mestiere; mi vuole al lavoro presso di lei? — Il padrone risponde: — Sì, vi prendo volentieri, perché capitate proprio in un punto che ho bisogno di operai. — E quale sarà la mia paga? soggiunge tosto l’operaio. — Venite, al lavoro: vi proverò, e quando avrò visto quel che siete capace di fare, ve lo dirò. — L’operaio fa la sua prova, terminata la quale, il padrone lo chiama e gli dice: — Operaio, ho visto quel che siete capace di fare, ho visto come lavorate. Ecco, per vostra mercede vi darei tanto. Vi piace? — Dite, o miei cari, l’operaio è libero di rispondere di sì o di no? Senza dubbio. E se risponde di no, perché non gli sembra equa la retribuzione offertagli dal padrone, egli liberamene se ne va in cerca di un altro padrone, che gli paia essere più generoso e convenirgli di più. Se risponde di sì, rimane al servizio di questo padrone, che ha trovato; darà ad esso il suo lavoro, ed il padrone darà a lui in ricambio la mercede pattuita. Cosa naturale, direte voi. Cosa naturale adesso, un tempo, prima che venisse Gesù Cristo sulla terra, benché così Dio avesse ordinato di fare nella sua legge, così tuttavia generalmente non era. Udite. Un giorno sotto al bel cielo di Napoli, alle radici del Vesuvio, si radunavano da duecento a trecento uomini. La miseria di tutta la loro persona diceva abbastanza chiaro, che erano schiavi. Se ne stavano tutti con le braccia conserte, con la testa china e muti, aspettando che un di loro sorgesse a parlare. E sorse. Salito egli sopra di un’altura, in vista di tutti, così prese a dire : « Miei cari compagni di sventura, e fino a quando porteremo noi le catene ai polsi? fino a quando non penseremo a spezzarle ed a metterci in libertà? È tempo, è tempo ornai che lo facciamo. Ed anzi tutto contiamoci. Noi siamo il numero, perché di gente come noi i nostri padroni ne hanno tanta, che la gettano eziandio nelle peschiere ad ingrassare le murene, di cui imbandiscono le loro mense. Ed i nostri padroni non sono altro che un pugno di patrizi, che ancora sopravvivono, perché sino ad ora a noi non è bastato l’animo di metter loro il ginocchio sullo stomaco e schiacciarli. Né siamo solamente il numero, ma siamo ancora l’ingegno e la forza; perché se i nostri padroni ed i figli loro sanno qualche cosa l’hanno appreso da noi: dà noi hanno appreso quelle lettere, quella filosofia, quell’eloquenza, di cui fanno sì boriosa pompa nel foro. E siamo noi che coltiviamo loro le terre, siamo noi, che loro fabbrichiamo i palazzi, noi, che facciamo la guardia alle loro case, noi che li portiamo sulle nostre spalle, noi insomma, che li serviamo vilmente in tutti i loro più stupidi capricci. Ma più che il numero, l’ingegno e la forza, noi siamo il diritto. Perciocché, che cosa è, che ha fatto sì, che essi siano i nostri padroni e noi siamo i loro schiavi? La guerra? Ebbene facciamo la guerra anche noi, e la guerra, ne son certo, deciderà adesso, che noi siamo i loro padroni ed essi siano i nostri schiavi. » Ciò detto, Spartaco distese una mano verso il cielo come per dire che gli dèi sarebbero stati propizi alla loro impresa. E quei duecento o trecento schiavi compresero, che avevano un capo. Di lì a pochi giorni essi eran più di quarantamila; e se il senato romano, accortosi ancora abbastanza a tempo del pericolo che correva la romana repubblica, non avesse spedito contro di essi Pompeo, Roma forse, come ai tempi di Annibale, sarebbe stata in procinto di far vedere da lungi le sue rovine fumanti. Ma perché, o miei cari, il grido di Spartaco : affranchiamoci? La cosa è facile a comprendersi. La libertà è cosa troppo cara all’uomo e troppo degna di lui. Ma ciò, a cui non tutti rifletteranno, si è, che il grido di Spartaco non era cagionato soltanto dal desiderio della libertà, ma eziandio da quello della ricchezza. Perché la schiavitù era la condizione pressoché generale del proletario, e la povertà era la condizione inevitabile dello schiavo, e tanto, che non solo era privo di ogni proprietà sulle ricchezze, ma privo eziandio della proprietà del suo lavoro. Il ricco diceva al povero: « Io sono ricco: ho denari in quantità, ho fondi sterminati. E perché sono ricco ed ho denari, voglio avere palagi, che mi prestino tutte le comodità e le agiatezze della vita. Perché ho fondi voglio che mi siano coltivati per modo, che mi fruttino il più abbondantemente, che sia possibile. Ma io non voglio lavorare, perché non voglio stancarmi. Tu sei povero e sei mio, perché ti ho comperato: mio in tutta la estensione e capacità del tuo essere: mio nelle tue braccia, mio nel tuo ingegno, mio nella tua abilità. Va dunque e lavora per me. Per me bagna de’ tuoi sudori la terra, e falla fruttificare. Per me costruisci i più superbi palagi. Va e fa tutto questo. Anzi vieni, portami sul tuo dosso, fa la guardia alla mia casa, solleva le cortine al mio passaggio, servimi come mi piace; ed io, finché mi piacerà, avrò cura che tu non abbia a morire di fame. » Queste parole, espresse più ancora col fatto, che con le labbra, dicono con tutta verità le cose come allora passavano. Il proletario, povero e schiavo, era riguardato come un animale domestico, che guarda la casa, e che lavora i campi, ed al quale due o tre volte al giorno si getta il pasto, perché non perisca di fame. Ora, chi ha spezzato questo infame diritto, secondo il quale si governava la società di un tempo? Chi ha rotte le catene del servo, dell’operaio, del contadino, e, affrancandolo, nella sua povertà gli ha dato tuttavia una proprietà, la proprietà del lavoro? Chi? Gesù Cristo, nessun altro che Gesù Cristo col suo Vangelo. Voi mi dispenserete certamente dall’addurvene le prove particolari, perché dovrei recarvi delle pagine intere; ma voi conoscete abbastanza, che il Vangelo, sgorgato dalla fonte del Cuore sacratissimo di Gesù, da capo a fondo, sia nei fatti, sia nelle parabole, sia negli insegnamenti è tutto nell’inculcare lo spirito di fraternità, di eguaglianza, di carità, di giustizia, di larghezza, da parte dei grandi verso i piccoli, dei ricchi verso i poveri, dei padroni verso dei servitori e degli operai, è tutto insomma nel dire ciò, che sembra aver compendiato in una frase semplice, ma ad un tempo grande e scultoria: Dignus est operarius mercede sua; (Luc., V, 7) all’operaio è dovuta la sua mercede. Frase così espressiva e così forte, che gli apostoli non dubitarono punto, nel ripeterla, di trarne la conseguenza, che il defraudare la mercede all’operaio, sia direttamente con la violenza, sia indirettamente con le frodi e con le usure, è colpa sì enorme che grida vendetta al cospetto di Dio. « Ecco, dice S. Giacomo, (V, 4) la mercede degli operai, che fu defraudata da voi, grida, e questo grido ha ferito le orecchie del Signore degli eserciti. » Egli è vero pur troppo, che anche oggidì vi hanno tra gli stessi popoli cristiani dei padroni, che pieni di cupidigia, pur caricando di pesante lavoro il povero operaio, gli negano la dovuta mercede, o con ingorda e crudele speculazione gliene vanno divorando la più gran parte, facendolo gemere per tal guisa sotto un giogo poco men che servile. Ma la ragione di questa scelleraggine non proviene d’altronde, che dalla dimenticanza, e dallo stesso disprezzo di ciò, che Gesù Cristo ha stabilito in proposito doversi fare. E se pure oggidì vi hanno in grande quantità degli operai veramente schiavi, come prima di Gesù Cristo, essi sono là, dove non è peranco entrato il Vangelo, o per la ostinazione degli uomini non ha potuto impossessarsi dei loro cuori. Che se il Vangelo potesse trionfare da per tutto, e da per tutto gli uomini si conformassero ai suoi santi dettami, egli è certo, che come in ogni altra cosa, così anche in questa il disordine scomparirebbe. Epperò apprendete, o miei cari, quanto sia nera la ingratitudine di certi uomini, che bestemmiando Gesù Cristo e accagionando persino il Cristianesimo dei mali presenti, combattono la sua morale dandosi a credere che le loro idee ed i loro sistemi debbano compiere un’opera più grande della sua! Sappiano i poveri illusi, che è gran ventura anche per essi, che la forza del Vangelo prevalga contro della loro. In quel giorno, in cui si abbassasse la croce in sull’orizzonte come un astro logoro, il proletario sarebbe schiavo di nuovo, e, quel che è più, tra i suoi figli sventurati vi sarebbero essi pure. – Ma al povero operaio la proprietà del lavoro non era ancor basta. Iddio nel creare l’uomo, lo ha fatto grande: perciocché non lo ha creato soltanto come gli altri esseri animati, ma a sua stessa immagine e somiglianza faciamus hominem ad imagineni et similitudinem nostram. (Gen. I, 26) L’uomo pertanto, chiunque egli sia, sente in fondo alla natura la sua grandezza: opperò egli non ha bisogno di pane soltanto, ma di stima e di rispetto. E così è dell’operaio. Ma pure prima che Gesù Cristo venisse al mondo, l’operaio, oltre ad essere schiavo, giaceva ancora per conseguenza della schiavitù nella più grande abbiezione. Gli stessi grandi filosofi lo riguardavano non già come uomo, ma come uno strumento qualsiasi, di cui a piacimento del padrone era lecito disfarsi. E i popoli, che si riputavano i più civili del mondo, dietro gl’insegnamenti di quei maestri, consideravano l’operaio come l’uomo più vile, anzi per poco diverso dal più vile giumento. Di fatti gettato per poche ore della notte a languire, non già a riposare, in umido od oscuro ergastolo, ne veniva tratto fuori al mattino o per essere condotto alla sferza del sole colla palla ai piedi e colle ciglia rase a battere le zolle del campo, o per essere seppellito di nuovo in fondo ad una pistrina a girarvi la mola, o per essere altrimenti rinchiuso ad esercitare gravissime fatiche, e non ricevere che scarso pane ed abbondanti scudisciate. E ciò finché fosse abile al lavoro, poiché in seguito, quando non era piaciuto al padrone di disfarsene prima, veniva miseramente abbandonato a perire di fame. Né crediate che in ciò vi sia esagerazione di sorta. Così pur troppo accade ancora presentemente dove non risplendette ancora la Croce, o presto si spense la sua benefica luce. Bisognava adunque, che l’operaio fosse sollevato dall’abbiezione, in cui giaceva, e che pigliando posto onorato nella società, potesse ancor egli, non meno degli altri uomini, drizzare con santa alterezza la fronte. È ciò, che accade da diciannove secoli, dove è conosciuto e amato Gesù Cristo, dove è apprezzata e fedelmente seguita la sua dottrina; perciocché Gesù Cristo venendo sulla terra col suo Cuore ardente di carità anche per l’operaio ha tolto da lui ogni ombra d’obbrobrio, e lo ha fatto singolarmente grande nella stima degli uomini. E che ha operato Egli a tal fine? Si è fatto operaio Egli stesso. Sì, benché venendo al mondo avesse potuto esimersi dalla legge del lavoro, volle tuttavia sottostarvi e nel modo più umiliante e perfetto. Nacque adunque da una madre povera, obbligata a guadagnare il pane col lavoro, pigliò per suo custode un povero falegname, e in questa famiglia di operai Egli stesso per trent’anni maneggiò la pialla, sudò, stentò, faticò lavorando. O Cuore Santissimo di Gesù! Che amore hai tu nutrito per l’operaio! Come lo hai esaltato. Sì, è vero, nei tre anni della tua vita pubblica, predicando e beneficando non lasciasti di innalzare anche il lavoro dello spirito e del cuore, ma prima e per trent’anni tu hai voluto innalzare il lavoro delle mani! E dopo tale condotta di Gesù Cristo, chi oserà ancora riguardare la condizione dell’operaio come condizione abbietta? Chi anzi non ambirà di stringergli con affetto la mano? E che stringendogliela, non si sentirà fremere in cuore un sentimento di gioia, pensando, che stringe una mano, per quanto incallita, così somigliante a quella di Gesù Cristo? E quale sarà ancora l’operaio, che sentirà fastidio del suo stato, che anzi non ne farà alta stima, e non l’amerà di sincero amore? E che bisogno avrà egli di conseguire altri titoli di nobiltà e di onoratezza per mettersi più vicini ai grandi ed ai ricchi? Ah sia pure, che mercé il nuovo spirito di uguaglianza, che domina nel mondo, egli abbia ottenuto il diritto di dare il suo voto nelle elezioni amministrative e politiche; sia pure che riesca a mandare per suoi rappresentanti ai Consigli ed alle Camere legislative gli stessi suoi compagni di officina; sia pure che abbia le sue Camere di lavoro, dove si fa forte de’ suoi diritti; tutto ciò è meno che nulla in confronto della sola vera grandezza, che gli ha dato Gesù Cristo. Questo Divino Benefattore gli ha tolto di mezzo l’immensa distanza, che lo separava dai grandi e dai ricchi, e col fatto gli h a detto: Tu sei più grande di tutti i grandi e di tutti i ricchi, perché Io, che sono giusto estimatore delle cose, essendo in cielo grande e ricco, ho preferito di farmi qui in terra povero e servo, misero operaio al par di te!

III. — Con tutto ciò, o miei cari, sebbene Gesù Cristo col suo Cuore infiammato di carità per gli uomini del popolo, ne abbia così mirabilmente sollevata la condizione, non bisogna darsi a credere, che Egli lo abbia fatto a scapito della giusta superiorità dei grandi, dei ricchi e dei padroni. Tutt’altro. Egli volle che l’operaio ricevesse la debita mercede del suo lavoro e fosse giustamente stimato, ma volle altresì, che nel posto assegnatogli dalla divina Provvidenza si diportasse in modo del tutto conveniente al suo stato imponendogliene i doveri. E qui, o miei cari, notate ben la diversità che passa tra i predicatori del Vangelo e i predicatori del mondo: questi predicando agli operai, non gli parlano mai d’altro che dei suoi diritti; noi gli parliamo altresì de’ suoi doveri. Io dico adunque che Gesù Cristo ha pur stabilito pel proletario dei doveri. All’opposto dei demagoghi odierni, che nel padrone mostrano all’operaio il suo maggior nemico, Gesù Cristo mostrò in esso l’immagine di Dio; pur troppo non tutti i padroni la fanno risaltare; cheanzi ve ne saranno di quelli che con la loro poco savia condotta la sfigureranno: pur non importa, Gesù Cristo mostra sempre in essi i rappresentanti divini. Epperò mostrando in essi dei divini rappresentanti anzitutto richiede per essi dall’operaio il rispetto, la sudditanza e l’obbedienza. S. Pietro e S. Paolo parlano in suo nome e parlano chiaro. Il primo dice: « Siate soggetti ai padroni, e non solo ai buoni e moderati, ma altresì ai tristi . » (I Petr. II, 18) E il secondo: « Tutte le potestà che esistono sono stabilite da Dio, epperò chi resiste alla potestà, è all’ordine stesso di Dio che resiste. Di necessità pertanto bisogna star soggetti all’autorità, non solo per timore della pena, ma ancora per coscienza. » (Rom. XII, 1-5) Dalle quali parole è al tutto manifesto, che l’operaio deve stimare, riverire, ubbidire ai suoi padroni, ne mai può insorgere contro i medesimi. Che se pure dovrà talora difendere i suoi diritti, e lo potrà legittimamente, non è mai tuttavia agli atti violenti, agli ammutinamenti ch’egli si possa appigliare, ma alle calme e rispettose ragioni. – In secondo luogo Gesù Cristo impone all’operaio il lavoro coscienzioso, vale a dire compiuto con giustizia, in quel tempo e in quel modo che egli è richiesto, e in corrispondenza alla mercede che riceve. Ciò Gesù Cristo fece chiaramente conoscere con la parabola del servo infingardo, che nell’assenza del padrone anzi ché trafficare il talento, che ne aveva ricevuto, lo andò a nascondere sotto terra, e che perciò in seguito fu giustamente punito della sua pigrizia e della sua ingiustizia. L’operaio pertanto che lavora solamente quando lo scorge l’occhio del padrone e poi riceve la mercede, come avesse lavorato sempre; l’operaio che non ha cura della roba del padrone, ma la guasta e la sperde, talora a bella posta per recargli danno e offesa; l’operaio che si appropria la roba del padrone, sotto il pretesto di darsi delle compensazioni per la poca mercede che riceve, benché sia quella pattuita, commette delle vere ingiustizie, dei veri furti, di cui pur rimanendo impunito dagli uomini, assai difficilmente andrà impunito da Dio, anche in questa stessa vita. Ecco adunque come Gesù Cristo, sollevando la condizione dell’operaio, non ha lasciato tuttavia di stabilire esattamente i suoi doveri. E in ciò gli ha resa sempre più manifesta la prova del suo amore per lui. Perciocché, se l’operaio porge benigno ascolto ai dettami di Gesù Cristo, anche nella bassezza di sua condizione si sentirà felice e gusterà delle gioie, che non gustano neppure i re sui loro troni. Sia pure che debba versare molti sudori in gravose fatiche, che sia meschina la sua abitazione, povera e sufficiente appena per sé e per i figli la sua mensa, modestissimo il suo vestito… Sia pure che tal volta gli tocchino dei rimproveri, delle parole umilianti e persino delle oppressioni e delle frodi nella mercede a lui dovuta!… sia pure che gli giungano quei momenti critici … quando viene a mancare il lavoro… quando sopraggiunge una malattia… quando lo assale la miseria… e si vede lì dinnanzi i figlioletti laceri, tremanti per la fame e per il freddo …; momenti terribili, in cui la natura inferma e risentita vorrebbe sospingerlo a metterele mani nei capelli, a digrignare i denti, a levare la voce, ad imprecare, a maledire… Sia pur tutto ciò; ma l’operaio, che ha stampato nel cuor suo la dottrina di Gesù Cristo sa tacere, sa soffrire, sa pregare, sa affidarsi alla divina Provvidenza, sa essere contento del suo stato, anche in mezzo alle sue grandi sofferenze, perché sa che se qui in terra gli tocca di faticare assai, avrà in cielo un eterno riposo; che se magro e inadeguato è il salario che riceve quaggiù, grandissimo sopra ogni dire sarà quello che riceverà lassù: dove sarà saziato di ogni bene; e che poi… anche nel corso di questa vita Iddio, Padre amoroso, non abbandona giammai il giusto, che in Lui confida, né lascia che vadano raminghi e pieni di fame i suoi figli. E non sarà mai, che questo operaio Cristiano si associ a quei miserabili, che stanno impazienti alle vedette per azzannare il patrimonio del padrone e sfruttare come cosa comune il suo campo e la sua vigna; non sarà mai che egli scenda in piazza con la più trista canaglia per avventarsi contro le abitazioni dei ricchi, invaderle e saccheggiarle; non sarà che con la sua mano brandisca un pugnale od apparecchi le bombe per lanciarsi contro dei padroni e dei governanti a toglier loro la vita. L’assassino dei sovrani e dei padroni, l’invasore rapace degli altrui averi, il ribelle alle autorità, il tumultuante, il rivoluzionario, l’incendiario, il nemico dell’ordine e della società si trova in quell’operaio, che insulta la Religione, maledice ai Preti, impreca a Dio, in quel dissennato, che vive non più da uomo, ma da bestia, ignaro o dimentico affatto di Gesù Cristo e della sua dottrina. Operai Cristiani, che mi ascoltate, deh! continuate a stimare e praticare quella Religione, che appalesandovi la vostra grandezza ed insegnandovi i vostri doveri vi dà modo di essere felici nel tempo e nell’eternità. Ma guardatevi bene dal porgere ascolto a quegli sciagurati, i quali col pretesto di voler rialzare la vostra condizione, ve la dipingono a neri colori e mettendovene in cuore il malcontento, cercano di eccitarvi alla rivolta contro dei padroni e dei ricchi. Tutti costoro sono folli utopisti, che anziché fare il vostro bene, fanno la vostra rovina. E se voi darete ascolto a questi sobillatori e traditori, passerete la vostra vita nell’agitazione, la farete passare agitata alle vostre donne ed ai vostri figli, non otterrete mai ciò che valga, secondo voi, a farvi felici, e dopo una sì grama esistenza, priva di ogni consolazione vi resterà poi al termine di essa da aggiustare i vostri conti con Dio. – Ma voi pure, o padroni non venite meno alla parte vostra. Rispettate nell’operaio la dignità della persona umana, perciocché sebbene dall’insufficienza delle sue risorse sia costretto a porsi sotto la vostra dipendenza e vendervi le sue fatiche, dell’umana dignità divide tuttavia con voi le sacre prerogative. Non abbiatelo adunque in conto di schiavo; non imponetegli lavori sproporzionati alle sue forze o mal confacenti con l’età e col sesso. Retribuitelo con la giusta mercede, ne abusatevi della sua necessità, o della sua debolezza, o della sua ignoranza per fargli accettare delle condizioni leonine, per dare un salario inferiore al giusto, per frodarlo, ledendo così i diritti della stessa naturale giustizia. Se è necessario, siate severi, o per lo meno franchi o decisi; la debolezza è pure un’abdicazione della giusta autorità; ma più ancora siate buoni. La bontà del padrone è l’olio che nell’operaio fa girare senza fatica la ruota del dovere, che lenisce l’asprezza del suo lavoro, che suscita e riscalda nel suo cuore l’amore per il padrone istesso. Mettetevi dunque al suo contatto, partecipate alle sue gioie, compatite le sue pene: interessatevi della sua famiglia, confortatelo all’onestà e al bene, correggetelo ma senza collera e senza disprezzo, soccorretelo ne’ suoi bisogni, ma senza avvilirlo, fatevi insomma i suoi veri padri. Ma sopra tutto, avendo riguardo alla Religione ed ai beni dell’anima, » asciategli la comodità e il tempo richiesto per compiere i doveri religiosi; e precedetelo ed animatelo agli stessi con l’esempio e con la parola. (V. Enc. Rerum novarum di S. S. Leone XIII, da cui sono stati raccolti lesti doveri pei padroni, e por gli operai.). La Religione, checché si pensi da insani politici, che osano metterla in fascio coi sistemi sovversivi, sarà mai sempre il più forte riparo contro il socialismo e qualsiasi altro sistema di disordine e sovversione, perché è la Religione;, che a tutti impone quei doveri, dall’adempimento dei quali non può nascere che ordine e pace. Guai adunque, se voi negando agli operai di poter essere religiosi, se non essendolo voi stessi, ridendovi della Chiesa, dei suoi insegnamenti, delle sue leggi, violandole apertamente, toglierete la base dell’edificio sociale! Non la filosofia dell’interesse, non le improvvisate elargizioni, non le affrettate leggi dei dazi sospesi, non il pane venduto a dieci centesimi il chilogramma, non gli stati d’assedio e i governi militari, non gli eserciti sguinzagliati contro le moltitudini, non i cannoni puntati e sparati contro le città lo ratterranno ancora in piedi! Esso cadrà, e voi sarete schiacciati sotto le sue rovine. – Il secolo decimottavo aveva cominciato in Francia col grido: schiacciamo l’infame. Ma si chiuse con uno spettacolo sì orrendo, che l’umanità non riuscirà a dimenticarlo sì presto. Sì, si chiusero i templi, si spezzarono le croci, si atterrarono gli altari; ma vi furono allora dei mostri, che, come Nerone, avrebbero desiderato, che l’umanità non avesse che una sola testa per troncarla d’un tratto. Il sangue scorse a rivi e le teste si ammonticchiarono sul suolo. Iddio tenga lontane dalla società nostra sì orrende catastrofi; ma noi, o carissimi, non stiamo con le mani in mano. Operai e padroni ritornino tutti all’amore di Gesù. Cristo, in cui solo vi è salute. E voi, o Cuore Sacratissimo di Gesù, che di tanta carità avvampate per gli uomini del popolo, deh! continuate a far sentire sopra di essi il benefizio del vostro peculiare amore. Chiudete le loro orecchie ai lusinghieri discorsi ed ai fallaci insegnamenti, con cui gli odierni demagoghi e bugiardi maestri tentano di trascinarli sulla via della rivolta e della rapina; raffermateli nella fede alla vostra parola, che è parola di ordine, di pace e di prosperità; difendeteli dalle sventure e dalla miseria; forniteli mai sempre del pane, che abbisognano per sé e per le loro famiglie, ma soprattutto confortateli della vostra grazia e delle vostre benedizioni, perché abbiano mai sempre a magnificare la bontà vostra, adesso e per tutti i secoli.

DEVOZIONE AL CUORE SS. DI GESÙ

Divozione al Cuore SS. di Gesù.

[p. Secondo Franco: “il Mese di Giugno”, Tip. Orat. di s. Franc. Di Sales, 1872]

Qualunque persona che sia d’indole buona, di belle virtù e di eccellente santità, non può esser a meno che non abbia un bel cuore, e che non cerchi diffondere anche negli altri la sua bontà: Bonus homo de bono thesauro cordis sui proferì bonum (Luc. VI, 44). Ma quanto più l’Uomo-Dio, Gesù Signor nostro, il quale è la bontà e la santità medesima, quegli ch’ è venuto a bella posta nel mondo e che ha conversato con gli uomini per beneficarli! Che cosa dunque non devono sperare da Lui i devoti d’un Cuore sì buono e sì benefico? Il primo motivo di questa speranza è la natura stessa del Cuore amoroso di Gesù Cristo. Imperocché avete mai considerato, che cosa è il Cuore di Gesù? È il Cuore dell’Uomo-Dio, un Cuore ipostaticamente unito alla persona del Verbo e alla divinità. Dunque è un Cuore infiammato e compreso con tutta la pienezza e senza misura dagli influssi di quell’amore infinito, di cui il Verbo medesimo arde per noi sino dall’eternità; amore che lo ha condotto in terra a conversare coi figliuoli degli uomini e a farsi uno di loro. Egli è un Cuore che è stato ed è l’organo materiale e sensibile degli affetti più santi e più eccellenti dell’anima santissima di Gesù Cristo, e che ha corrisposto con i suoi naturali movimenti a quel perfetto amore, onde ella avvampa per noi. Dunque è un Cuore sensibile alle nostre afflizioni, alle nostre disgrazie e a tutti i nostri mali; è un Cuore compassionevole, un Cuore pieno di tenerezza per noi e sommamente desideroso del nostro bene. Il Cuore di Gesù Cristo è il Cuore del nostro Padre il più tenero, il più amoroso e il più sollecito; è il Cuore del fratello, e dell’amico, e dello Sposo il più fedele; è il Cuore del re il più magnifico, il più potente e più liberale che siavi stato e che possa esservi mai perché è il Cuore del re del cielo e della terra. Dunque è un Cuore più interessato al nostro bene, e più costante nel suo amore per noi del cuore di qualunque padre, amico e sposo di questa terra, che ami svisceratamente la sposa, l’amico, il figlio; è un Cuore che vuol farci ogni bene, e può farlo senza ostacolo e senza misura. Il Cuore di Gesù Cristo è un Cuore fabbricato e organizzato dallo Spirito Santo, il quale è l’amore del Padre e del Figliuolo, un Cuore conformato e preparato da Lui alle impressioni più sensibili e più efficaci dell’amore; un Cuore che non potendo più trattenere imprigionate le sue fiamme si è lasciato ferire ed aprire da una lancia, quasi per trovare uno sfogo a quel fuoco che lo consuma per diffondere le sue vampe in tutto il mondo, e per aprire un asilo di rifugio, un luogo di delizie, un porto di pace alle anime tentate, tribolate e penitenti: Ad hoc perforatum est Latus tuum, ut nobis patescat introitus. Ad hoc vulneratum est Cor tuum, ut in illo, et in te, ab exterioribus perturbationibus absoluti habitare possimus (Auctor. Serm. de Passione. Domini, cap. III). – Dunque che cosa non deve sperare un Cristiano dal Cuore d’un Dio, in cui concorrono tante cagioni e tante sorgenti d’incomprensibile, instancabile e potentissimo amore? Noi speriamo nei meriti di Gesù. Ma che meriti non ci ha acquistati Gesù con le sofferenze, con la pazienza, con la rassegnazione, con le umiliazioni e con la carità del suo Cuore? Noi speriamo nella Passione di Gesù. Ma che cosa non ha patito per noi specialmente quel Cuore divino? Tutti i tormenti da Gesù sofferti nel corpo si possono quasi chiamare una piccola cosa a confronto delle angustie e delle agonie da Lui sofferte nel Cuore. Noi speriamo nel Sangue di Gesù. Ma appunto il suo Cuore è la viva e perenne sorgente di quel sangue prezioso che si è diffuso nel corpo, che si spremé per tristezza a ruscelli dalle sue membra e si versò a torrenti dalle sue vene. – Noi speriamo nelle piaghe di Gesù. Ma qual piaga più salutare e più potente ad ottenerci dal suo divin Padre il perdono e la grazia, quanto la piaga del costato e del Cuore, il quale si può dire che parla, e prega, e geme continuamente per noi? Oh felice adunque chi ha ritrovato questo Cuore, e lo ama, e ne pratica fedelmente la devozione! Egli ha ritrovato il Cuore di un re il più magnifico e liberale che v’abbia e possa ritrovarsi sulla terra: ha ritrovato il Cuore di un fratello, d’un amico, e di uno sposo il più sviscerato, benefico e fedele. Quel Cuore è cuor nostro, perché è Cuor di Gesù Cristo capo di quella Chiesa, di cui ancora noi siamo le membra; e se il cuor nostro è troppo freddo nell’amare Iddio, abbiamo il Cuor di Gesù nostro ancor esso, con cui amarlo e pregarlo degnamente per essere esauditi: Inveni cor meum, ut orem Deum meum (II. Reg. VII, 27). Et ego inveni cor regis, fratris et amici benigni Jesu, Cor illius meum est, quia caput meum Christus est (Idem Auct. ibidem). Un secondo motivo di speranza ci deve portare la qualità stessa di questa devozione, la quale di sua natura è sommamente idonea ad impegnar Gesù Cristo a compartirci tutte le grazie. Imperocché qual è il fine di questa devozione? Primieramente di dare un attestato e contrassegno della nostra gratitudine al Cuor di Gesù per il beneficio incomparabile della istituzione del Sacramento dell’Eucaristia. Ora non vi è cosa che impegni tanto un amico a farci dei nuovi benefizi; quanto il mostrar gratitudine per quelli che si sono ricevuti. Questa gratitudine è la mercede che l’amico aspetta de’ suoi benefizi; è quella che gli fa conoscere che i suoi benefizi sono ricevuti ed accettati con piacere; è quella infine che gli fa scoprire le buone disposizioni e il buon cuore dell’amico, e in conseguenza ch’è degno e meritevole dei suoi favori. Ma questa verità quanto più risalta in faccia a Dio ed al sacro Cuor di Gesù il quale è stato il primo ad amarci, ci ha dato tutto il suo, ci ha donato per fin se stesso, e il quale non può aspettare altra mercede e ricompensa dalle sue creature che amore e gratitudine? Se dunque noi ci mostreremo grati al suo divin Cuore, Egli vedrà per prova che conosciamo e accettiamo di buon grado le sue grazie, che non sono in noi mal collocati i suoi benefizi, e che può sperare sempre maggior corrispondenza, se vorrà compartirne degli altri; ed in conseguenza cercherà di provocare con maggior calore il nostro amore e la nostra gratitudine per avere la soddisfazione d’esser da noi corrisposto. L’altro fine di questa divozione è il consolare il Cuor di Gesù nelle sue afflizioni e agonie. Ora riflettete che un padre addolorato e abbandonato da tutti ne’ suoi dolori, se vede un figlio amoroso che prende parte nelle sue pene, che gli tiene assidua compagnia nelle sue tristezze, che si ingegna di trovar motivi e parole per consolarlo, e studia tutti i modi per procurargli sussidio e conforto, egli allora diviene così sensibile a questa continua assistenza, si compiace a tal segno della sua compassione e amorevolezza, sì lo distingue a preferenza degli altri figliuoli nei beni dell’eredità, come questi si è distinto verso di lui nell’amore e nella gratitudine. Ah! che il Cuor di Gesù ferito, desolato, abbandonato in un mar di angosce e di pene dagl’ingrati suoi figliuoli, se ritrova qualcuno di loro che sappia trattenersi con lui, compatirlo e consolarlo, è impossibile che non gli faccia parte e non l’arricchisca a preferenza degli altri dei suoi inestimabili tesori e delle sue segrete delizie. – L’imitazione delle virtù sovrumane nel Cuor di Gesù Cristo è anch’ essa uno dei fini principali di questa divozione. Ma può forse Gesù Cristo non riguardare con particolar dilezione quelli che si studiano di ricopiare nel proprio cuore la mansuetudine, l’umiltà, la rassegnazione e l’amore di suo Cuor divino? Allora egli trova in quel Cuore un giardino dove deliziarsi per la fragranza dei fiori che vi nascono, ed egli stesso gli innaffia coll’acqua prodigiosa che usci dal suo costato, li fa crescere, li difende dagli insulti e li conserva sempre verdeggianti e odorosi. Finalmente il devoto del Cuore di Gesù è impegnato a risarcirlo dei torti e degli affronti, ch’Egli soffre ogni giorno specialmente nel Sacramento dell’Altare. Ora questa premura d’un devoto quanto deve provocare quel Cuore divino a favore di Lui! Se noi abbiamo ricevuta una qualche ingiuria e un qualche discapito nelle sostanze o nella fama, e se troviamo un amico che prenda a suo carico di riparare tutti quei danni e compensarci di tutte le perdite, quello diventa il vero e solo nostro amico. Non possiamo stancarci di raccontare a tutti questo prodigio di vera amicizia, e se egli si troverà in simili circostanze, noi ci crederemo obbligati a rendergli il contraccambio col difendere ad ogni costo la sua fama, la sua roba, la sua persona. Se non ci adoprassimo in questa maniera il nostro cuore medesimo ci farebbe sentire gagliardi rimproveri di una sì nera ingratitudine, e se non altro per vergogna di esser tacciati come anime vili, faremmo ogni sforzo per corrispondergli in qualche maniera. Ah! sarà egli possibile che il Cuor di Gesù sia men grato del cuor d’un uomo, se con le visite frequenti, con le comunioni fervorose, con la quotidiana assistenza al divin Sacrificio, con procurare ancora il suo onore estrinseco nelle suppellettili delle di Lui chiese, e il suo maggior culto nel cuore de’ fedeli, noi studieremo di risarcirlo degli affronti che sol in tanti modi, e specialmente in questi tempi? Egli non vorrà certamente comparire meno liberale e generoso con noi, né ci lascerà in abbandono nelle nostre miserie e disgrazie senza compensarci almeno con le delizie del suo Cuore dolcissimo, le quali sorpassano tutti i beni caduchi e menzogneri di questa terra.

Fate dunque animo, abbracciate coraggiosamente la pratica di questa divozione, cominciate una volta a gustare quanto è dolce e amoroso quel Cuore, e sperate, sperate, che gli fareste un gran torto a mostrare la minima diffidenza delle sue promesse. Ed ecco l’ultimo motivo che vi propongo di santa fiducia di godere gli effetti di questa divozione. Gesù Cristo medesimo ha promesso ogni sorta e ogni abbondanza di grazie ai devoti del suo sacratissimo Cuore. E che volete dunque di più? Ma quali grazie ha promesso? Grazie di conversione ai peccatori, i quali ricorrono al fonte delle misericordie. Il mio Cuore, disse Gesù alla beata Margherita Alacoque, vuol manifestarsi agli uomini per arricchirli con quei preziosi tesori che racchiudono grazie santificanti valevoli a ritrarli dalla loro perdizione (Vita, 1, iv, §51). Grazie di celeste amore di salute e di santificazione. Così dichiarò lo stesso Gesù alla sua serva dicendo, che nel suo cuore apriva tutti i tesori d’amore, di grazie, di misericordia, di santificazione e di salvezza 1, VII, §39). Grazie di convertire e di santificare anche gli altri. Il mio divin Salvatore mi ha fatto intendere, dice la suddetta, che chi si affatica per la salvezza delle anime, avrà l’arte di muovere i cuori i più indurati, e faticherà con meraviglioso profitto, se nutrirà egli stesso una tenera divozione al suo Cuore (1, VI, §90). Grazie anche temporali. Per ciò che riguarda le persone secolari, troveranno con questo mezzo tutti i soccorsi necessari al loro stato, la pace nella famiglia, il sollievo nelle fatiche, e le benedizioni del Cielo nelle loro intraprese (Ivi). Grazie per tutto il tempo della vita, e specialmente in punto di morte. In quel Cuore adorabile troveranno un luogo di rifugio nel tempo della loro vita, e molto più nell’ora della loro morte. Ah che dolce morire dopo avere avuta una costante divozione al Sacrosanto Cuore di chi dovrà giudicarci!(Ivi). – Ma che dico grazie? Ogni grazia si trova in questa divozione, lo ti prometto, son voci di Gesù alla sua serva, Io ti prometto che à chiunque professerà divozione al mio santissimo Cuore, verserò in seno ogni grazia, ma soprattutto a quelli che procureranno l’avanzamento della divozione al divin Cuore.Accostiamoci dunque con fiducia aquel divin Cuore, e troveremo la pace,la consolazione, il gaudio, ricordandociche questo è un Cuore che ardentementedesidera ed efficacementeprocura la nostra santificazione e salute.

Accedamus ergo ad te, et exultabimus, et lætabimur in te memores Cordis tui (Auct., de Passion. Domin., cap. III).

IL SACRO CUORE DI GESÙ (16): Il Sacro Cuore di GESÙ e la sua dottrina

[A. Carmagnola: IL SACRO CUORE DI GESÙ – S. E. I. Torino, 1920]

DISCORSO XVI.

Il Sacro Cuore di Gesù e la sua dottrina.

Un giorno il santo re David pieno di sacro entusiasmo cantava: Dalla pienezza del mio cuore è sgorgata una buona parola, una parola che consacra al mio divin Re tutte le mie opere: Eructavit cor meum verbum bonum, dico opera mea regi. (Ps. XLIV, l) Ciò che Davide asseriva come un fatto particolare fu più tardi da Gesù Cristo affermato come un fatto generale e una specie di legge col dire: La bocca parla dalla pienezza del cuore; ex abundantia cordis os loquitur. (MATT. XII) Ed in vero come non è possibile che mandi fuori dalla bocca buone parole un cuore pieno di tenebre, di superbia, di invidia, di malignità, come era quello dei Farisei, per cagion dei quali Gesù Cristo proferì questa sentenza, così non è possibile che un cuore pieno di luce, di sapienza, di amore, di santità non faccia erompere dalla sua bocca parole buone e sante. – Ora il cuore Sacratissimo di Gesù è propriamente quel cuore, nel quale sono riposti tutti i tesori della sapienza e della scienza di Dio: In quo sunt omnes thesauri sapientiæ et scientiæ Dei absconditi; (Col. II, 3) è il cuore della Sapienza divina stessa incarnata, e per di più è il cuore più nobile, più amante,più liberale, più generoso che mai si possa immaginare. Epperò un cuor tale come avrebbe potuto ritenere nascosti in sé i tesori della sua sapienza? Il Savio dell’antica legge diceva di sè: « Dappoiché io vidi l’uomo pieno di infermità e d’ignoranza, io bramai e chiesi a Dio con istanza l’intelligenza e lo spirito di sapienza e la ottenni. E questa io preferii ai regni o ai troni, e stimai un nulla tutti i tesori del mondo in suo confronto, perciocché riconobbi che ella è di gran lunga più preziosa delle perle, dell’oro, dell’argento, della bellezza, della sanità, della luce istessa, la quale pur si spegne, mentre lo splendore della sapienza è inestinguibile. Ma questa sapienza che io appresi con pura intenzione e con retto fine non voglio tenerla per me, ma senza invidia la comunico agli altri, facendoli partecipi delle sue ricchezze, giacché ella è un tesoro infinito per gli uomini e coloro che la impiegano a loro vantaggio hanno parte all’amicizia di Dio, divenuti commendevoli perciò appunto che della loro sapienza fanno generoso dono agli altri. » (Sap. VII, 7-14) Or bene ciò che Salomone affermava di sé non era su non una pallida immagine di ciò che avrebbe fatto N. S. Gesù Cristo, il Savio, il Maestro, il Dottore per eccellenza. Ed in vero poiché Egli era venuto altresì sopra la terra illuminare his qui in tenebris et in umbra mortis sedent, ad dirigendos pedes nostros in viam pacis, (Luc. I, 79) ad illuminare quelli che giacciono nelle tenebre e nell’ombra di morte e a indirizzare i nostri piedi per la via che conduce al godimento della vera pace nel tempo e nell’eternità, giunto che fu il tempo conveniente, uscito dalla sua vita privata si accinse alla grand’opera della predicazione della sua celeste dottrina, facendola uscire come alito divino da quel Cuore Santissimo, che n’era traboccante. La dottrina adunque di Gesù Cristo è pur essa una splendida e specialissima prova dell’amor suo per noi, e ben la simboleggiano quelle fiamme che circondano ilsuo Divin Cuore, giacché nell’ordine spirituale la dottrina di Gesù Cristo è luce e calore come lo è nell’ordine materiale la fiamma. E quest’altra dimostrazione dell’amore divino del Sacro Cuore per noi la studieremo in questo discorso.

I . — Per ben apprendere la grande prova di amore che il Cuore di Gesù ci ha dato con l’insegnamento della sua dottrina,  dobbiamo riconoscere anzitutto che Egli ebbe realmente una vera dottrina. Perciocché tra i più gravi errori sparsi ai di nostri da certi empi scrittori della vita di Gesù Cristo vi ha pur questo che Egli una vera dottrina nel vero senso della parola non l’abbia né avuta né predicata giammai, ma che in quella vece quella dottrina che oggi ci propone a credere e seguire la Chiesa, come opera di Gesù Cristo, siasi formata a poco a poco per opera degli Apostoli, dei Padri e dei Dottori, dei Pontefici, dei filosofi cristiani, in una parola per opera degli uomini. – Or bene egli è certo che Gesù Cristo non formulò Egli in termini né un simbolo, né un codice morale; egli è certo che il piano della sua dottrina non si manifesta in un metodo conforme a quello che sono soliti ad usar gli uomini nell’ammaestrare; egli è certo che nel suo insegnamento non vi ha la prefazione che previene il lettore, né la distribuzione delle materie che solleva l’intelligenza, né l’ordine, la concatenazione ed il progresso che fanno vedere l’unità dell’opera; ma con tutto ciò è pur certissimo che il simbolo ed il codice morale che la Chiesa ci propone a credere e seguire sono racchiusi negli insegnamenti di Gesù Cristo; è pur certissimo che tutti gli insegnamenti suoi sono tra di loro collegati, ordinati e dipendenti gli uni dagli altri per guisa da non essere difficile a qualsiasi uomo dotato di un po’ d’intelligenza e di buona volontà, scoprire una vera dottrina e rilevare l’impronta della più alta sapienza. – Ed ecco perché leggendo il Santo Vangelo si trova ad ogni tratto che Gesù Cristo parla della sua dottrina, de’ suoi precetti, delle verità alle quali è venuto a rendere testimonianza, della luce che ha portata al mondo e della fede che devesi dare alla sua parola. Ecco perché gli Apostoli cominciando la loro predicazione si presentano agli uomini come i testimoni delle virtù, dei miracoli è dei discorsi di Gesù Cristo ed annunziando la sua parola le danno sempre il nome di parola di Dio! Ecco perché S. Paolo dichiara che l’Evangelo che egli va evangelizzando non è secondo l’uomo, né dall’uomo l’ha ricevuto od appreso, ma bensì per rivelazione da Gesù Cristo stesso. Ecco perché ancora i primitivi Cristiani da per tutto, a Gerusalemine, a Roma, a Filippi, a Colossi, ad Efeso, a Corinto, a Tessalonica, a Lione, apprendono e credono la dottrina di Gesù Cristo, osservano i suoi precetti, praticano levirtù che Egli ha predicato con la parola e con l’esempio, s’appoggiano nella loro speranza alle sue promesse, credono e professano in una parola il suo Vangelo, quel Vangelo che leggiamo,apprendiamo e professiamo noi senza differenza di sorta.Come dunque è possibile il dire che la dottrina cristiana non è opera di Gesù Cristo, ma una lenta e graduata creazione degli uomini?Ma quando pure mancasse in ciò la testimonianza dei fatti, non ne mostrerebbe l’impossibilità lo stesso più volgare buon senso? Non credo vi sia alcuno di noi che non abbia veduto qualche bella opera d’arte, ad esempio qualche stupendo quadro. Ora supponiamo che trattandosi del quadro della Trasfigurazione, che forma il capolavoro di Raffaello ci si volesse dare ad intendere che non è già il celebre Urbinate quegli che lo ha fatto, ma che in quella voce ò una moltitudine di pittori diversi, i quali a poco a poco, l’uno dopo l’altro hanno dato sulla tela ciascuno alcune pennellate, donde alfine n’è uscito quella grande meraviglia. Non è egli vero che ci porteremmo a ridere? Che così possa essere stato fatto il quadro della Trasfigurazione è impossibile. Qualsiasi quadro nel quale apparisca unità, armonia, bellezza mostra una stessa intelligenza che l’ha concepito ed una stessa mano che l’ha dipinto; e quando pure, come accadde pel quadro della Trasfigurazionenon finito a tempo da Raffaello, un’altra mano vi entrasse, non tornerebbe difficile a scoprirla. Or bene la dottrina di Gesù Cristo è come un quadro perfettissimo, un disegno a cui nulla manca, un complesso di verità, che non ostante l’apparenza del contrario si legano, si compenetrano tra di loro come i colori di una magnifica tela, e formano un’ammirabile unità. Giacché in questa dottrina tutto mira a farci riconoscere che Gesù Cristo è Figliuolo di Dio, incarnatosi e fattosi uomo per operare la nostra salute, e a questo dogma fondamentale e centrale fanno capo e per questo raggiano tutte le altre verità e dogmatiche e morali. Or come sarebbe possibile che questa dottrina così perfetta, così unita, che non ha che un unico scopo, sia l’opera lenta e graduata di molti? non già di quel solo Gesù Cristo, da cui la Chiesa, appoggiata alle più irrefragabili testimonianze, la riconosce? Gesù Cristo adunque ebbe una dottrina, e questa dottrina Egli la predicò, sia pure in un angolo oscuro della terra, nella piccola regione della Giudea, senza apparato esenza tono di pomposità negli angoli, per le vie e nelle piazze, sul dosso dei monti e sulle rive dei laghi, nel tempio e nei deserti, dovunque vi erano persone ad ascoltarlo, ma la predicò.E a differenza di quei filosofi avari dell’antichità, che riserbavano la comunicazione dei loro pensieri agli spiriti eletti, a differenza di quei Platonici che vedendosi contrastati nell’insegnare la dottrina del loro maestro preferivano di tenerla occulta, Gesù Cristo predicò la sua dottrina a tutti e nel modo più palese: Ego autem palam locutus sum mundo. (Io.XVIII, 20) Egli fu davvero quel seminatore evangelico che sparge da per tutto la sua semenza per la via e sull’arida pietra, tra le spine e il buon terreno, insegnando ai grandi e ai piccoli, ai dotti, e agli idioti, ai ricchi e ai poveri, agli amici ed ai nemici, a tutti. Che se ebbe nel suo insegnamento delle preferenze, queste furono propriamente per gli spiriti rozzi, per i meschini, pei poverelli: Pauperes evangelizzantur.

II. — Ma non solo Gesù Cristo ebbe e predicò una dottrina, ma una dottrina tutta sua propria, che appartiene interamente a Lui. Vi furono di coloro che parlando della morale asserirono che Socrate ne fu l’inventore. Ma lo stesso Gian Giacomo Rousseau rispose a costoro dicendo: No, inventore della morale non fu Socrate. Altri prima di lui l’avevano messa in pratica, ed egli non fece che dire ed insegnare ciò che altri avevano fatto, egli non fece che ridurre i loro esempi in lezioni. Aristide era stato giusto prima che Socrate dicesse ciò che è giustizia; Leonida era morto per il suo paese, prima che Socrate avesse fatto un dovere dell’amor di patria; Sparta era sobria prima che Socrate avesse lodato la sobrietà; e prima che egli avesse definito la virtù, la Grecia abbondava di uomini virtuosi. (Emil. lib. V) Ora se si potesse adoperare il vocabolo inventare quando si tratta di giustizia e di verità che sono cose eterne, dovremmo aggiungere a quanto disse il filosofo Ginevrino, che inventore della morale fu Gesù Cristo. Ma diciamo piuttosto: Gesù Cristo insegnando fu del tutto originale, sicché ben avevano ragione i suoi contemporanei di esclamare udendolo: Nunquam sic locutus est homo sicut hic; (Io. VII, 46) Nessuno mai ha parlato come egli parlò. – Ah, per certo fanno veramente ridere quei saputi moderni i quali, non potendo negare che Gesù Cristo ebbe una dottrina, asseriscono che egli la tolse in gran parte dai libri ebraici e dai Savii dell’antichità, e che però la sua dottrina non ha nulla di nuovo. Ma vorrebbero dunque costoro che Gesù Cristo per essere originale ne’ suoi insegnamenti avesse rigettate quelle verità che Iddio fece rifulgere al popolo ebreo ed agli stessi Gentili? Se Egli stesso era Dio, poteva Egli mettere da banda ciò che come Dio aveva rivelato e fatto conoscere agli uomini prima di incarnarsi? Non solo non poteva, ma ponendo nella sua dottrina certe verità già rivelate al popolo ebreo e conosciute degli stessi Gentili, Egli non fece altro che appropriarsi legittimamente ciò che da tutta la eternità gli apparteneva e che lungo il corso dei secoli aveva agli uomini comunicato. Ma pur ponendo nella sua dottrina queste verità, quante altre ne proclamò interamente nuove! Egli fu propriamente quello scriba dotto che a somiglianza del padre di famiglia trae fuori dal suo tesoro cose nuove e vecchie. Ed invero chi mai tra i savi antichi diede insegnamenti somiglianti a quelli di Gesù Cristo, per esempio, riguardo a Dio, alla sua bontà, alla tenerezza del suo amore paterno per noi, alle tre Persone perfettamente uguali, Padre, Figliuolo, Spirito Santo, che in esso vi sono? Chi apprese agli uomini come Lui ad adorare Iddio in ispirito e verità e ad implorarne i favori con un’orazione che sebbene brevissima contiene nondimeno tutto ciò che dobbiamo sperare e domandare da Dio, al Quale vi si volge il più dolce dei nomi, quello di Padre? Chi, come Gesù Cristo, diede la vera nozione del bene e del male? Chi al par di Lui fece conoscere in che propriamente consista la virtù? Chi rivelò, come Egli fece, la vera dignità e libertà dell’uomo? Chi die’ precetti simili ai suoi, riguardo alla carità, alla dilezione dei nemici, all’universale fratellanza, all’abolizione d’ogni schiavitù, all’unità e indissolubilità del matrimonio, alla castigazione del corpo, all’obbedienza della civile autorità? Qual savio eruppe come Gesù Cristo in queste esclamazioni: «Beati i poveri di spirito perché di essi è il regno dei cieli; beati i mansueti perché possederanno la terra: beati i mondi di cuore perché vedranno Dio; beati coloro che piangono perché saranno consolati; beati quelli che hanno fame e sete della giustizia perché saranno saziati; beati i misericordiosi perché troveranno misericordia; beati quelli che sono odiati, calunniati, perseguitati, perché di essi è il regno dei cieli! » Chi mai disse questo? Nessuno, nessuno mai: Nunquam sic locutus est homo, sicut hic. Né solamente nessuno mai diede certi insegnamenti e precetti dati da Gesù Cristo, ma nessuno mai per quanto sia apparso agli uomini siccome uno de’ più grandi dottori, diede una dottrina per ogni verso perfetta come è quella di Lui. Fate pur passare dinnanzi alla vostra mente tutte le dottrine che portano nomi umani, e in tutte o troverete lacune o troverete errori. Qua ci si dice che tutta la materia è Dio, là che Dio è un’egoista che ignora le nostre miserie, altrove che vi sono due sommi principii, l’uno da cui viene tutto il bene, l’altro da cui origina tutto il male; altrove che ogni cosa è regolata dal fato, altrove che la virtù è la stessa cosa che il piacere, altrove che l’anime finiscono nel nulla, oppure in goffe trasmigrazioni, oppure in un paradiso dei sensi, in un harem eterno. Persino nella dottrina che Iddio stesso diede al popolo ebreo, se non vi sono errori, ciò che sarebbe impossibile, vi sono tuttavia delle lacune, che Iddio lasciò a bella posta avendo Egli stabilito di compiere e chiudere la divina rivelazione nel Figliuol suo incarnato. Ma invece nella dottrina di Gesù Cristo non manca nulla. Cercate pure in essa chi è Dio, chi siamo noi, donde veniamo, a che fare siamo posti su questa terra, dove andiamo, qual è la regola della nostra vita, quali doveri abbiamo col nostro Creatore e Redentore, quali con noi stessi e col nostro prossimo, quali le virtù che dobbiamo esercitare, quali si convengono ad ogni umana condizione, ai principi e ai sudditi, ai padroni e ai servi, ai genitori e ai figliuoli, ai maestri e ai discepoli, ai ricchi e ai poveri, ai felici e ai tribolati, quale premio infine ci sia riservato se faremo il bene, quale castigo ci aspetti se opereremo il male, e a tutto troverete una risposta esatta, precisa, sicura. E con tutto ciò in tutta la dottrina di Gesù Cristo non il più piccolo sbaglio, non il minimo errore. Si potrà certamente da un cuore maligno a bello studio malamente interpretarla or in questo or in quell’insegnamento, ma le anime che l’accettano e la seguono fedelmente si elevano a tale giustizia e perfezione che anche le anime oneste e più irreprensibili secondo il giudizio del mondo impallidiscono e diventano volgari di fronte a quelle. La dottrina di Gesù Cristo fa i santi.

III. — Sì, la dottrina di Gesù fa i santi perché non solo è dottrina originale, ma dottrina al tutto sicura perché al tutto divina. Un giorno quel Socrate che fu tanto celebrato nell’antichità parlando ai suoi discepoli diceva loro: « Voi credete a me in guisa da far più conto della verità che non di Socrate. Che se a voi parrà che io dica il vero accordatevi meco, se non vi parrà, con ogni maniera di ragioni contrastatemi, guardando che per l’ardente desiderio io non induca in errore me stesso con voi. » (Plat. nel Fedone). Or bene come ha parlato questo gran maestro greco, così hanno parlato tutti gli altri grandi Savi. In tutti si manifesta sempre l’uomo, vi ha sempre in essi l’esistenza, l’incertezza, il timore di errare, lo sforzo per concepire la verità, il dubbio di averla appresa e di farla accettare dagli altri, e non di rado una grande sfiducia su tutta la loro dottrina. Quale diversità in Gesù Cristo! Egli si fa ad insegnare dicendo: La mia dottrina è celeste: Io sono la luce, la via, la verità e la vita. Le parole che Io vi parlo sono spirito e vita. Epperò Egli parla con sicurezza, con decisione di linguaggio, disdegnando gli umani argomenti. Ad ogni tratto dalle sue labbra escono fuori queste espressioni al tutto proprie di Lui: « In verità, in verità vi dico — Io, vel dico Io, che parlo — Credete alla mia parola — Fate così Lasciate questo. » Insomma Egli afferma e conclude con l’autorità d’un maestro supremo, che non sente al di sopra di sé  alcun giudice, che non tollera discussioni, che non teme smentite: Erat docens sicut potestatem habens. (MATT. VII, 29) così appunto insegnava Gesù Cristo perché era Dio. – Ed ecco altresì il perché la dottrina di Gesù Cristo è passata e passerà a tutti i paesi e a tutti i secoli fino alla fine del mondo. Ah per certo nessun’altra dottrina di nessun Savio, di nessun Dottore per quanto grande ha ottenuto una tal ventura. Che anzi forse non vi è stato mai dottore alcuno che abbia avuto in cuore tale aspirazione per la sua dottrina se pure vi fu chi l’abbia avuta, certamente nessuno mai ha osato di esprimerla. Gesù Cristo al contrario pur predicando la sua dottrina tra gli stretti confini della Giudea, vede profeticamente questa dottrina spargersi per tutto il mondo e ciò che Egli vede lo annunzia chiaramente, dicendo che la suaparola è un piccolo seme che grandeggerà e diventerà un albero immenso che coprirà tutta la terra. (MATT. VIII , 31). – Forse cheEgli basava tale sicurezza o sulla valentia intellettuale de’ suoi discepoli o sulla potenza di qualche libro magistrale che egli avrebbe scritto? Ah tutt’altro! Egli si sa troppo grande maestro per prendere la volgare cautela di scrivere dei libri, e in quanto ai suoi discepoli, non sono altro che dodici rozzi pescatori. Eppure è a questi che Egli dice: Andate ed ammaestrate tutte le genti: euntes docete omnes gentes. Ed ecco che così succede e la dottrina di Gesù Cristo dapprima per mezzo degli Apostoli, poscia per mezzo dei loro successori si spande sino agli estremi confini della terra e attraverso a tutte le età. E ciò senza che avvenga in tale dottrina la menoma alterazione, giacché anche oggi si insegna ciò che Gesù Cristo ha insegnato, e quel che si insegna qui nella nostra Italia è ciò che si insegna anche nella landa più inospitale della terra, pur che vi giunga l’apostolo di Gesù Cristo. Ecco la potenza di comunicazione che possiede in se stessa la dottrina del divino Maestro, e la possiede appunto per ciò che è la dottrina di un Dio. Oh quale prova di amore adunque ci ha dato Gesù Cristo facendo sgorgare dal suo Cuore divino la sua celeste dottrina! Quale benefizio immenso ci ha fatto! Mercé questa divina parola, che Egli ha affidato alla Chiesa in sicuro deposito, anche noi benché alla distanza di diciannove secoli dalla sua predicazione siamo illuminati, ammaestrati, diretti, santificati, anche noi apprendiamo a conoscere, ad amare e servire Iddio, anche noi vediamo rischiarato il cammino pel quale possiamo giungere alla vita eterna. Se non che a tal fine è necessario assolutamente di corrispondere a tanta prova di amore, e la corrispondenza in questo caso esige che noi ci applichiamo seriamente .a ben conoscere la dottrina di Gesù Cristo. E qui ammiriamo ancora a questo riguardo la previdente delicatezza della bontà del divin Cuore. Non solamente Egli ne ha fatto uscir fuori la sua dottrina, ma ancora quella grazia che trasfondendosi nel cuor nostro per mezzo del Santo Battesimo ci rende atti ad apprendere la dottrina sua. Perciocché per mezzo del Sacramento di rigenerazione il Cristiano contrae delle abitudini di ordine soprannaturale che in rapporto alla dottrina di Gesù Cristo sono ciò che il senso dell’udito è in rapporto ai suoni, ciò che l’apparato digestivo è in rapporto al nutrimento. Ma ad essere veri Cristiani e specialmente devoti del Cuore di Gesù è troppo necessario non lasciar assopite queste abitudini, bisogna tenerle deste ed esercitate nell’apprendere la dottrina del divino Maestro. Questa dottrina cristiana voi l’avete appresa un giorno sulle ginocchia della vostra madre tra le sue amabili carezze e i suoi dolci sorrisi. In seguito, giova crederlo, allargandosi la vostra intelligenza ed essendo ornai giunto il tempo di accostarvi a ricevere Gesù nel vostro cuore per la prima volta, voi avete appreso la dottrina cristiana anche più largamente, seduti sui banchi della Chiesa dal labbro di un buon catechista. E poi? E poi? Ahimè! quanti si credono per tal guisa di aver fatto tutto ciò che importava di fare riguardo alla dottrina cristiana. Ed oh! che grande errore, contro del quale noi rappresentanti, benché indegni, di Gesù Cristo non protesteremo mai abbastanza. La dottrina cristiana che si apprese da fanciulli era quella che bastava all’età nostra di fanciulli; ma come potrà essa bastare quando si è giunti ai quindici, ai sedici anni? Più ancora, come basterà di mano in mano che avanzandosi la nostra vita si arriva ai venti, ai trenta, ai quarant’anni? Chi non sa, chi non vede, chi noi tocca con mano che col crescere dell’età, oltre che crescono in noi le passioni contro le quali dobbiamo premunirci, gli errori e le massime del mondo moltiplicano spaventosamente contro di noi le loro cospirazioni? Non sarà dunque un dovere stringente per ogni età della nostra vita studiare la dottrina di Gesù Cristo, meditarla e custodirla nel nostro cuore per essere costantemente forti e vittoriosi contro gli assalti delle nostre passioni e contro gli errori e le massime del mondo! Deh! adunque, o miei cari, compite sempre volenterosi questi dovere. Venite mai sempre volonterosi a stringervi attorno a queste cattedre, dalle quali a voi si spiega la dottrina di Gesù Cristo. Col vostro gusto al tutto cristiano non cercate e né assaporate mai altro in essa che la verità. Studiatela la dottrina cristiana e meditatela anche da voi con la lettura attenta ed amorosa di quei santi libri che la contengono; e soprattutto praticatela! – E voi, o Cuore SS. di Gesù, con quella dottrina che è proprio tutta vostra, siate luce alle anime nostre per tirarle a voi, siate spada per trafiggerle, siate fuoco per divorarle, siate rugiada per refrigerarle, siate balsamo per confortarle. Discacciate ogni tenebra dalla nostra intelligenza, dissipate ogni dubbio del nostro cuore, rendeteci forti contro gli assalti dell’errore e fateci ben comprendere che tutto il sapere consiste nel conoscere Voi e la vostra dottrina. Perciocché a che cosa ci gioverà un dì l’aver appreso anche tutte le scienze umane, se non avremo appresa la scienza vostra? Voi l’avete detto, e fate che si avveri per ciascuno di noi: In questo si fa acquisto della vita eterna, nel ben conoscere Iddio ed il suo divin Figliuolo, ch’Egli ha mandato a redimerci: Hæc est vita æterna ut cognoscant te solum Deum verum et quem misisti Jesum Christum. (Io. XVII, 3).

L’UFIZIO DELLE TENEBRE (2019)

L’UFIZIO DELLE TENEBRE.

[Goffiné: Manuale per la santificazione delle Domeniche e delle Feste. Traduz. : Antonio Ettori e Mauro Ricci delle Scuole Pie Tip. Galas. Dir. da A. Ferroni;  Firenze – 1869]

In questa sera comincia l’ufizio delle tenebri. La Chiesa celebra, per così dire, in questi tre ultimi giorni, l’esequie del Salvatore. L’ufizio delle tenebre si compone del mattutino e delle laudi di domani, che per anticipazione si cantano la vigilia. Si è dato a questa parte d’ufizio il nome di Tenebre, perché verso la fine di esso rimangono spenti tutti i lumi, così per esprimere il duolo profondo della Chiesa, come per rappresentare le tenebre, onde tutta la terra fu avvolta alla morte di Gesù Cristo. L’estinzione dei lumi richiama ancora alla memoria un fatto storico della nostra bella antichità cristiana. L’ufizio che noi facciamo la sera si faceva di notte, e durava fino alla mattina; via via che il giorno si avvicinava, si spengevano successivamente le faci che non erano più necessarie. Queste faci sono candele poste sopra un candelabro triangolare, a sinistra dell’altare; ordinariamente in numero di quindici, sette per parte e una in mezzo. Si spengono le candele di ciascun lato, successivamente, alla fine d’ogni salmo, cominciando dalla più bassa, dalla parte del Vangelo, e quindi dall’altra, e così alternativamente, sinché resti sola quella di mezzo che si lascia accesa. Le dette candele sono di cera gialla, come prescrive un antico rituale romano, perché la Chiesa non ne impiega d’altra qualità nei funerali e nel gran lutto. Quella che è posta nel mezzo del candelabro triangolare, è ordinariamente di cera bianca perché raffigura Gesù Cristo. All’ultimo versetto del Benedictus, si toglie e si nasconde dietro l’altare, per tutta la recita del salmo Misereree le preci: quindi si riporta. Questa cerimonia ci raffigura la morte e la resurrezione del Salvatore. Le altre quattordici candele rappresentano gli undici Apostoli e le tre Marie: si spengono per rammentarci la fuga degli uni e il silenzio delle altre, nel tempo della passione. – Un tal numero di candele e il modo di disporle e di spegnerle gradatamente, ha origine da oltre al VII secolo. Quale deve essere la nostra venerazione per una cerimonia che è stata contemplata da tanti pii Cristiani? Possa ella eccitare in noi i medesimi sentimenti di pietà che essa eccitò nei nostri padri! In generale i riti usati dalla Chiesa, specialmente per le principali feste, sono di una antichità molto lontana. – Tutto l’Ufizio delle Tenebre è impresso del più profondo dolore: l’invitatorio, gli inni, il Gloria Patri, la benedizione, tutto è soppresso. Non vi si odono che quattro voci: quella di Davide, che piange sulla lira gli oltraggi fatti a Gesù Cristo e la morte del suo Signore e Figlio di Dio: quella di Geremia, che agguagliando i lamenti ai dolori, canta le ruine di Gerusalemme e i tormenti dell’augusta Vittima; quella della Chiesa, i cui teneri accenti chiamano i suoi figli alla penitenza: Gerusalemme, Gerusalemme, convertiti al Signore Dio tuo; e finalmente quella delle sante donne, che aveano seguito Gesù dalla Galilea, e che piangevano dietro a Lui mentre saliva il Calvario. Il loro viaggio, le loro lacrime, e le loro grida ci vengono rappresentate dai due chierici che cantano e inginocchioni, e andando, quei kyrie eleison, intramezzati dai responsi e da lamentevoli sospiri. – Non vi è né capo, né pastore per presedere all’ufizio di questi tre giorni; poiché sta scritto: Percoterò il pastore e le pecorelle della mandra saranno disperse. L’ufizio è seguito da un rumore confuso, che ci richiama alla mente la venuta e lo scompiglio tumultuoso della coorte che armata di bastoni, e condotta da Giuda s’inoltre nottetempo ad arrestare il divin Salvatore nell’Oliveto.