IL SACRO CUORE (36)

IL SACRO CUORE

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ (36)-

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE PRIMA

CAPITOLO III.

PRATICHE DELLA DEVOZIONE AL SACRO CUORE

La beata ci presenta la divozione al sacro Cuore, come un insieme di pratiche determinate, ma la pratica va, per lei, molto al di là di queste pratiche. Nei suoi scritti, come nella sua vita, la sua cara divozione è l’anima di tutto, è uno spirito di amore che penetra e domina tutto. La divozione al sacro Cuore, come ella l’intende, è una formula ammirabile di vita cristiana e perfetta; tutta di Gesù, tutta in Gesù, tutta per Gesù. È l’amore di Gesù che invade l’anima, in tutti i suoi pensieri, i suoi affetti e le sue azioni, per modo che non siamo più noi che viviamo, ma è Gesù Cristo che vive in noi. Tutto ciò si rileva da ogni pagina della beata; non si ha che leggere i suoi scritti, per rendersene conto. Cominceremo col passare in rivista le pie pratiche che ci vengono da lei suggerite; poi accenneremo qualche testo, per mostrare come essa intende la divozione al sacro Cuore.

(Su queste pratiche, si hanno ampi particolari nel: Le règne du Sacre Cceur, t. II. Il tomo III, studia quali sono, secondo Margherita Maria « le virtù domandate dal sacro Cuore a tutti i suoi servi »; il tomo IV studia « le virtù particolari richieste ai Cristiani e ai religiosi » come pure le « diverse divozioni che hanno rapporto al sacro Cuore »).

PRATICHE DELLA DIVOZIONE AL SACRO CUORE

1.

LE PRATICHE

– 1. Immagine. 2. Consacrazione. — 3. Ammenda onorevole. 4. Comunione e divozione verso l’Eucaristia. — 5. Ora santa in unione a Gesù sofferente. 6. Divozione alla santa Vergine. 7. Le anime del purgatorio. 8. Pratiche diverse.

Le pratiche della divozione al sacro Cuore sono, presso a poco, quelle che la beata ha messo in vigore, sia quelle che essa ha approvato e fatto sue proprie e che proponevano, nei loro libri e taccuini, la Madre de Soudeilles, suor Joly, il P. Croiset. Qualcuna le è stata chiesta direttamente da Nostro Signore; altre sono state scelte da lei medesima, siccome molto grate al sacro Cuore; altre ancora ella s’ingegna di trovare, per mettere sempre più in rilievo la sua cara divozione. Qualcuna, fra queste, sono andate in disuso, o quasi.

(Quella, per esempio, dei biglietti che hanno da una parte delle invocazioni al sacro Cuore e dall’altra all’Immacolata Concezione, che si bagnano nell’acqua e s’inghiottiscono a digiuno. Lettera LXXXII (LXXXIIl), t. II, p. 159 (196); G. LXXXIII, 397. La beata parla di guarigione miracolosa, dovuta a questa pratica. Loc. cit. Cf. Lettera LIII (LIV), t. II, p. 104 (141); G. LIX, 344).

Altre sono rimaste, (la consacrazione, l’ammenda onorevole, ecc.), e varie che non si presentavano che in germe hanno preso sviluppo. Tali sono gli uffici, l’apostolato della preghiera, ecc.

1. L’immagine.

L’immagine occupa un gran posto nelle visioni di Margherita Maria, nei desideri e nelle promesse del sacro Cuore. Si capisce, perciò, che occupi pure un gran posto nelle preoccupazioni e nella corrispondenza della beata. Per lei è come un mezzo di propagare la sua cara devozione e una pratica speciale di questa stessa divozione, pratica desiderata da Gesù e alla quale egli ha promesso di annettere molte grazie. Così ella ne vuole ad ogni costo. E quanto si dà da fare per sollecitarne l’esecuzione, come l’aspettativa le sembra lunga! E come è felice quando i suoi desideri sono alfine esauditi e con qual gioia ne fa larga distribuzione! (Vedi nella Vie et Ocuvres, l’indice analitico alla chiamata: Images et tableax. Siccome l’indice è omesso da Mons. GAUTHIER, ecco qualche indicazione della sua edizione delle lettere, t. II, Lettere XL, XLII. XLV. XLVII, LI, LII. LIII (con la nota), LVI, LX,LXVI.). Non ha avuto essa forse le più consolanti promesse del sacro Cuore per coloro che porteranno su di se queste care immagini? Non ha forse avuto la sicurezza di benedizioni speciali, per le case ove saranno esposte e onorate? Gesù non ha forse detto che le vuole in un posto d’onore, anche nel palazzo dei re e sul vessillo di Francia? Nelle visioni della beata ora è il Cuore solo che si mostra, ora Gesù le apparisce mostrandole il Cuore. Nelle prime immagini che furono fatte non si ritrova mai la persona adorabile di Nostro Signore (Ciò dipende, torse, dal fatto che è più tacile disegnare l’immagine del cuore solo); il cuore solo vi è rappresentato. Esso ha la forma convenzionale a cui la divozione alle cinque piaghe aveva ormai abituato. Il carattere simbolico della rappresentazione, è indicato in vari modi; con le fiamme, coi « laghi d’amore », con la corona di spine e la croce, con la parola charitas. Le immagini che fece stampare la Madre Greyfìé, per farne dono alla beata e alle sue novizie, sembrano essere state la riproduzione, allora in uso, delle cinque piaghe (Cf.: Vie et Oeuvres, t. I , p. 223 (452); G. n. 242, pag. 220). Si sa che questa rappresentazione aggruppava tutto intorno al cuore ferito e in questo modo si aveva, per così dire, l’immagine del sacro Cuore, prima che assumesse il suo vero significato. Fu una delle preparazioni provvidenziali alla divozione.

2. La consacrazione.

Per questa deve intendersi due cose: un atto di consacrazione, che si fa e si rinnova, secondo le occasioni, e un dono completo di sé al sacro Cuore, affine di non viver più che per Lui, per i suoi interessi e per l’amor suo. Su questo punto abbiamo dei testi della beata. Eccone alcuni: « Egli mi chiese, dopo la santa Comunione, di rinnovargli il sacrifizio che già gli avevo fatto della mia libertà e di tutto il mio essere, ciò che feci con tutto il cuore » (Mémoire, t. II, p. 321 (374) ; G. n. 48, p. 65). – Qualche volta la donazione è chiesta sotto forme speciali. È la vittima che deve offrirsi per i peccatori, o per la comunità, o per le anime del Purgatorio. Si sa la celebre scena in cui ella dové espiare per la comunità: « Io ti vogli dare il mio cuore, ma prima devi farti vittima d’immolazione per essa » (Mémoire, in Vie et Oeuvres, t. II, p. 338 (395). Riveduto su G. n. 72, p. 84). La donazione su testamento è più originale: « Una volta il mio divino sacrificatore mi chiese di fare un testamento, scritto in suo favore, ossia una donazione intera e senza riserva, com’io gli avevo già fatto di viva voce, di tutto quello ch’io potrei fare o soffrire e di tutte le preghiere e beni spirituali che si farebbero per me sia in vita che dopo la mia morte. Volle ancora che io chiedessi alla mia superiora che volesse fare da notaio a quest’atto, impegnandosi di pagarla solidalmente. La mia superiora accettò di farlo » (Mémoire Atitographe in: Vie et Oeuvres, t. II, p. 348 (406) ; G. n. 84, p. 95).

Quest’atto ci è stato conservato nelle Contemporaines (Vie et Oeuvres, t. I, p. 128 (159) ; G. n. 191, p. 172: cf. G. Ecrits de la Mère Greyfié, n. 50, p. 408: « Viva Gesù nel cuore della sua sposa, Suor Margherita, per la quale e in virtù del potere che Dio mi da su di lei, offro, dedico e consacro, puramente, inviolabilmente al sacro Cuore dell’adorabile Gesù tutto il bene che ella potrà fare durante la vita e quello che verrà fatto per lei, dopo la sua morte; affinché la volontà di questo divin Cuore ne disponga secondo il suo beneplacito e in favore di chiunque a lui piacerà, sì vivo che trapassato. Suor Margherita Maria protesta che si spoglia volonterosamente di tutto, eccettuata la volontà di stare continuamente unita al divin Cuore del suo Gesù e di amarlo puramente per Lui stesso. In fede di che, ella ed io, firmiamo questo scritto, fatto l’ultimo giorno di dicembre 1638. Suor Pierina Rosalia Greyfié, attualmente superiora e della quale suor Margherita Maria implorerà tutti i giorni la conversione da quel Cuore divino e adorabile, insieme alla grazia della perseveranza finale ». La stessa Margherita Maria ci dice come fece la sua firma: « Io la segnai sul mio cuore con un temperino, col quale scrissi il sacro nome di Gesù, come il mio divin Maestro voleva e come segno ancora qui: suor Margherita Maria, discepola del divin Cuore dell’adorabile Gesù ».) ed è in data del 31 dicembre 1678. Nostro Signore, in compenso, la costituì erede dei tesori dei sacro Cuore con un atto che essa scrisse col suo proprio sangue, come lo leggeva nel cuore del Divin Maestro. Abbiamo anche quest’atto (Vie et Oeuvres, t. I, p. 119 (159): G. n. 192, p. 173. Cf. Lettres inédites, Lettera I V , p. 145; G. CXXXI1I, 511-572, et CROISET, Abrégé, p. 48-49. Ecco quest’atto come lo danno le Contemporaines: « Io ti costituisco erede del mio Cuore e di tutti i suoi tesori,per il tempo e per l’eternità, permettendoti di usarne secondo il tuo desiderio, io ti prometto che non mancherai di soccorso che quando il mio Cuore mancherà di potenza. Tu ne sarai sempre discepola prediletta, oggetto del suo beneplacito, olocausto dei suoi desideri e Lui solo sarà l’oggetto di tutti i tuoi desideri e riparerà e supplirà ai tuoi diletti, e ti aiuterà a soddisfare ai tuoi obblighi. » La beata ci dice (loc cit.) che Nostro Signore la faceva scrivere col di lei sangue a misura che le dettava. Ella ne scriveva così al P. CROISET. « Egli mi fece leggere (nel suo Cuore) e poi scrivere quello che vi aveva già scritto per me. Eccone qualche riga, con un testamento fatto in mio favore. » Le due formule han riscontro in quanto al senso, ma alcune espressioni sono del tutto diverse: Ciò che vi ha di ricercato e di dubbio nell’atto riportato qui sopra è spiegato nella lettera in termini chiari e naturali. Ciò sia detto per quelli che studiano la mistica e la psicologia). – La beata chiedeva questa consacrazione a tutti gli amici del sacro Cuore, il P. de la Colombière la fece, dicono, sino dal 21 giugno 1675 e la rinnovava frequentemente (Contemporaines, t. I, p. 94 (124): G. n. 153, p. 138 ; CROISET, La dévotion au Sacre Coeur, 3.» parte, c. 4 : Offrande, p. 179: Cf. 1°. parte, c. 2, p. 10). La prima festa del sacro Cuore, celebrata a Paray dalle novizie della beata il 20 luglio 1685, per Santa Margherita, ebbe per punto principale la consacrazione: « Ella ci lesse un atto di consacrazione, che aveva composto in onore del divin Cuore…., e c’invitò a scrivere ciascuna il nostro atto di consacrazione, promettendoci di aggiungervi una  qualche parola di suo pugno, a seconda delle nostre disposizioni » (Contemporaines, t. I, p. 207 (237); G. u). Ci sono state conservate una o due delle consacrazioni della beata e non vi ha chi non ne abbia veduta una stampata o in fac-simile. La beata l’aveva unita a una lettera diretta alla madre di Soudeilles, il 15 settembre 1686; e ne aveva pur mandato copia, con qualche parola cambiata, a Suor de la Barge. Le editrici del 1867 l’hanno riprodotta, ma confondendo i due testi (Lettera XLVIII (XLIX), t. II, p. 92 (129); Lettera XLIX, 238, p. 215, t. II, p. 98 (135); G. LIII, 328, LIV, 332). Si hanno ambedue gli autografi:

(Ecco la copia di uno dei fac-simili dell’autografo della Madre di Soudeilles riprodotto esattamente, meno l’ortografia e le abbreviazioni. « Io N. N. offro e consacro al sacro Cuore di Nostro Signor Gesù Cristo la mia persona e la mia vita, le mie azioni, pene e sofferenze, per non più servirmi di parte alcuna dal mio essere, che per amarlo, amarlo, e glorificarlo. E’ mia volontà irrevocabile d’essere tutta sua e di far tutto per amor suo, rinunziando con tutto il cuore a tutto quello che potrebbe dispiacergli. Io vi prendo dunque, o sacro Cuore, per l’unico oggetto dell’amor mio, il protettore della mia vita, la sicurezza della mia salute, il rimedio della mia incostanza, il riparatore di tutte le mie mancanze, il mio asilo sicuro per l’ora della mia morte. Siate dunque, o Cuore di bontà, siate la mia giustificazione presso Dio Padre e distogliete da me i colpi della sua giusta collera. O Cuore d’amore! Io ripongo in voi tutta la mia confidenza; temo tutto dalla mia debolezza, ma tutto spero dalla vostra bontà. Consumate dunque in me tutto quello che potrebbe resistervi o dispiacervi! Che il vostro amore si addentri così profondamente nel mio cuore, che non possa dimenticarvi mai più, ne essere separata da voi. Vi scongiuro, per tutta la vostra bontà, che il mio nome sia inscritto in voi, poiché voglio far consistere tutta la mia felicità, nel vivere e morire come vostra schiava ». Dal facsimile riportato in testa alle Elévatìons sur le Cceur de Jesus, del Padre F. DOYOTTE, Parigi, 1873). È questa, senza dubbio, la « piccola consacrazione », come ella la chiama, che avrebbe voluto vedere inserita nel libro del P. Croiset: « Le dirò solamente d’inserirvi la piccola consacrazione, perché, venendo da Lui, Egli non desidererebbe, se non m’inganno, che venisse omessa » (Lettres inédìtes, Lettera X, p. 209; G. CXXXÌX, 617). Questo desiderio non fu realizzato. Si ha, è vero nel libro del P. Croiset una consacrazione al sacro Cuore, che sembra esser piaciuta alla beata. « Io non credo, scrive, che vi sia da cambiar cosa alcuna (al libro), né la consacrazione, né l’ammenda onorevole » (Lettres inédites, Lettera X, p. 209; G. CXXXIX, 617). Ma non è già « la piccola consacrazione » che ella avrebbe voluto vedervi. Parla, altrove, di una formula più lunga, per una consacrazione generale (Lettera XXXVI ((XXXVII), t. II . p. 74 (111); G. XI.II, 307, ù. a. X, p. 209 ; G. ibìd.) e possiamo supporre che sia la formula dei livret autografo (Vedi nella Vie et Oeuvres, t. II, p. 477 (539); G. 780.). Non si tratterebbe, forse, di quella che fu letta alla prima festa dei sacro Cuore, il 20 luglio 1675? Nella sua insistenza per ottenere questa consacrazione al sacro Cuore, la beata ci rivela, nello stesso tempo, il suo modo d’intenderla. Ella scrive alla Madre de Saumaise il 10 agosto 1684; « Bisogna cominciare sul serio a non più vivere che per Lui e in Lui. È per questo, mia carissima Madre, che ella farebbe, mi sembra, cosa gratissima al sacro Cuore di Nostro Signore, se gli facesse un intero sacrificio suo, un venerdì dopo la santa Comunione, protestando di non volersene più servire ad altr’uso che a quello del suo puro amore, procurandogli tutto l’onore e la gloria che sarà in suo potere. Non le ne dico di più, perché mi sembra che ella abbia già fatto tutto questo; ma io credo che Egli si compiacerà, se lo ripeterà di frequente e lo praticherà fedelmente onde perfezionare la sua corona » (Lettera XXV (XXVI), t. II, p. 50 (87); G. XXVII, 277. 11. a.). La beata vi ritorna nelle sua lettera del 24 agosto 1685, designando il primo venerdì del mese come giorno propizio a ciò (Lettera XXXVII (XXXVIII), t. II, p. 65 (102); G. XXXVI, 297). È ancora più pressante ed esplicita in una lettera alla Madre de Soudeilles, il 3 novembre 1684: « Se Ella desidera vivere unicamente per Lui e giungere alla perfezione che Egli vuole da lei, bisogna che faccia al sacro Cuore un intero sacrificio di sé e di tutto quello che dipende da lei senza riserva alcuna e per non volere più altra cosa che ciò che vuole questo amabile Cuore, e non più amare che attraverso i di Lui affetti, e non agire che secondo i suoi lumi, e non intraprendere mai nulla senza prima implorare il suo soccorso ed aiuto; dando a lui gloria di tutto, ringraziandolo così nei cattivi successi delle nostre intraprese, come nei buoni, rimanendo sempre contente, senza turbarci di nulla. Infatti deve ben bastarci che questo Cuore disino sia soddisfatto e glorificato ed amato. Se ella, Madre mia, desidera di essere nel numero delle sue amiche, le offrirà questo sacrificio di se stessa, un primo venerdì del mese, dopo la Comunione che farà a questa intenzione, e si consacrerà tutta a Lui per rendergli e procurargli tutto l’amore, l’onore e la gloria che sarà in suo potere; e tutto questo nel modo che le ispirerà. Dopo ai che non si riguarderà più che come appartenente e dipendente dall’adorabile Cuore di Nostro Signor Gesù Cristo, a lui avendo ricorso in tutte le sue necessita e stabilendovi la sua fissa dimora più che potrà. Egli riparerà tutto quello che potrebbe trovarsi d’imperfetto nelle sue azioni e santificherà le buone, se sarà fedele ad unirsi a tutti i suoi disegni su di lei, che son grandi, e che gli procureranno molta gloria, per mezzo suo, se lo lascerà fare Tutta sua nell’amore del sacro Cuore, che unisce e trasforma i nostri in Lui, per il tempo e per l’eternità» (Lettera XXVI (XXVII), t. II. p. 52 (89). L’autografo era a Moulins ; fu inviato il 2 giugno 1789 a DB RESCON, vicario generale di Oloron. Ora è perduto. Vedi: GAUTHEY, XVIII, 278, n). – Leggendo questo, si comprende ciò che la beata scrive a suo fratello: « Mi sembra che non vi sia più breve cammino, per arrivare alla perfezione, né mezzo più sicuro, che di consacrarsi a questo divin Cuore » (Lettera LIII (LIV), t. II, p. 104 (141); G . LIX, 314).

3. L’ammenda onorevole.

Occupa questa un gran posto nella divozione al sacro Cuore. E doveva esser così, poiché è una divozione di riparazione per l’amore oltraggiato. E’ così, del resto, che Nostro Signore la propone nella grande apparizione. Egli chiede che il giorno della futura festa, si onori il suo Cuore, « facendo la Comunione, facendogli pure riparazione d’onore, con una ammenda onorevole, per riparare le indegnità ricevute, mentre stava esposto sugli altari » (Mémoire, t. II, p. 355 (414); G. n. 92, p. 102). Queste parole bastano a illustrare ciò che è l’ammenda onorevole e il suo scopo. Come la consacrazione, essa è un atto preciso, determinato; è come una tendenza generale dell’anima devota, gelosa dell’onore di colui che ama. Questo spirito di riparazione invade tutta la vita della beata e si ritrova in tutti i suoi scritti. Nel Petit livret, scritto di suo proprio pugno, si trova una formula di ammenda onorevole (Vìe et Oeuvres, t. II, p, 473 (534); G. 771). Fu senza dubbio, composta da lei stessa. Fra le pratiche che ella raccomandava alle sue novizie, si trova la seguente: « Farete trentatrè comunioni spirituali, e una sacramentale, per fare ammenda onorevole al sacro Cuore di Gesù Cristo e implorare da Lui misericordia per tutte le cattive comunioni che si fanno e sono state fatte da noi e dai cattivi Cristiani » (Écrits divers, t. II, p. 468 (530) ; G. p. 733). Monsignor Languet assicura essere della beata l’ammenda onorevole che si trova nel libro del P. Croiset (Terza parte, c. 4. Ammenda onorevole, p. 174). Ma ciò non è probabile, perché, secondo ogni apparenza, è quella stessa che la beata approvava, nella sua lettera del 21 agosto 1690: « Il tutto, scriveva essa, è così perfettamente di suo gusto (del sacro Cuore), che io non credo dovevasi cambiar nulla, né la consacrazione né l’ammenda onorevole » (Lettres inédites, X, p. 209; G. CXXXIX, 617).

4. La comunione e la divozione all’ Eucaristia. —

Una delle pratiche che Gesù chiede a Margherita Maria, è di « fare la santa comunione quanto più spesso potrà ». E sia nella sua vita, come nei suoi scritti, la divozione ai SS. Sacramento è strettamente unita a quella del sacro Cuore. Davanti al SS. Sacramento ella è favorita delle principali rivelazioni; soprattutto all’altare ella vede Gesù oltraggiato; all’ altare gli fa ammenda onorevole e gli offre i suoi omaggi e le sue riparazioni. Si sa quante lunghe ore ella passasse dinanzi al SS. Sacramento, immobile, in estasi, o quasi. Uno dei desideri più cari al suo cuore è quello di consumarsi come un cero ardente, dinnanzi al santuario (C’est ma plus grande envie d’y consommer ma vie, Comme un cierge allume, Devant mon Bien-Aimé. (il mio più grande desiderio è consumare la mia vita come un c’ero acceso, davanti al mio diletto) Cantico al Sacro Cuore, t. II, p. 514 (575); G. 841). La Comunione è una delle sue migliori attrazioni, è una delle pratiche che raccomanda più insistentemente; ed è subito dopo la Comunione che vuole si faccia la consacrazione al sacro Cuore. Molti degli esercizi che la beata fa e raccomanda, io onore del sacro Cuore, si riferiscono all’Eucaristia. Non si stanca di proporre alle sue novizie le pratiche per onorare le diverse vite di Gesù nel Santo Sacramento, dove le due devozioni si collegano e si uniscono strettamente. (Vie et Oeuvres, t. II, p. 465 (527) ; G. 730).

5. Ora santa e unione a Gesù sofferente. — Si può dire della Passione quasi lo stesso che della Eucaristia; è una divozione che la beata riguarda come inseparabile dalla divozione al sacro Cuore. Sarebbe troppo lungo di rilevarne tutti i rapporti; basterà ricordarne qualcuno. L’ora santa, che Gesù aveva chiesto a Margherita Maria, come già sappiamo (Vedi più sopra, c. 2, § 3, pag. 25), non è altra cosa che un esercizio di unione con Gesù che soffre. La beata passava, in questa unione, la notte dal giovedì al venerdì santo, dinanzi al SS. Sacramento, tutte le volte che le era permesso. La Madre Greyfié ci descrive così una di queste notti: « Ella usciva da una lunga malattia…. Nondimeno, mi venne a chiedere come una grande grazia, il permesso di vegliare dinnanzi al SS. Sacramento. Io non giudicavo possibile che potesse farlo, ma per darle qualche consolazione, acconsentii che rimanesse nel coro dalle otto sino a dopo la processione della città (Questa processione arrivava alla Visitazione circa le 10 di sera). Accettò la mia prima offerta e con molta dolcezza e umiltà mi pregò di prolungarle questo tempo. Io le concessi la notte, ed ella non mancò di prendere il suo posto in coro alle otto e mezzo…. ; vi stette sin d’allora in ginocchio, con le mani giunte, senza punto appoggiarsi, senza fare alcun moviménto, come se fosse stata una statua, sino all’indomani all’ora di Prima, in cui riprese il suo posto nel coro. Quando ella venne a rendermi conto delle sue disposizioni in tutto questo tempo, mi disse che Nostro Signore le avevo fatto la grazia di renderla partecipe della sua agonia nel giardino degli Ulivi e che aveva sofferto tanto da sembrarle ad un tratto che l’anima le si separasse dal corpo » (Contemporaines, t. I, p. 158 (187) ; riveduto su G. Écrits de M. Greifié, n. 12, pag. 358). L’immagine del sacro Cuore, che le fu mostrata in una apparizione (corona di spine, ferita, croce), è tutta impregnata della idea della Passione. Fra le grandi grazie che ricevé da Gesù nel suo ritiro per la professione, « sorvegliando un’asina col suo asinello, nel giardino », essa annovera la conoscenza che le dette « del mistero della sua santa morte e passione ». « Ma, aggiunge, sarebbe un compito soverchiamente difficile il descriverlo ». Così non ne dice che una parola. « Ciò mi ha dato un amore sì grande per la croce, che non posso vìvere un momento senza soffrire; ma soffrire in silenzio, senza consolazione, sollievo o compatimento, e morire con questo sovrano dell’anima mia, oppressa sotto la croce di ogni sorta d’obbrobri, di umiliazioni, di dimenticanze e disprezzo » (Mémoire, t. II, p. 323 (376); G. n. 50, p. 66).  Gli scritti della beata, infatti, ci danno l’impressione di una vita strettamente unita con Gesù sofferente, senza altra gioia che la gioia stessa di « soffrire amando ». Si conosce la famosa visione nella quale Nostro Signore le presentò un doppio quadro; questo di una vita tutta pace e consolazione, e quello di una vita interamente crocefissa, e come Egli stesso scelse per lei la seconda (Ibid, t. II, P . 333 (389); G, n. 66, p. 78). Ella scriveva al P. Croiset, il 15 settembre 1689: « Io non posso vivere un sol momento senza soffrire, e il mio più dolce alimento è la croce…. Oh! Che felicità poter partecipare quaggiù alle angosce, alle amarezze e agli abbandoni del sacro Cuore! » (Lettres inédites, III, p. 119; G. CXXXII, 547). Una pratica che aveva imparata da Nostro Signore, per il tempo del giubileo, le fu sempre cara; consisteva nell’offrire all’Eterno Padre le ampie soddisfazioni che Egli rese alla Sua giustizia sull’albero della croce, pregandolo a rendere efficace il suo sangue prezioso per tutte le anime peccatrici (Contemporaines, t. I, p. 160 (189); G. n. 95, p. 106). E a questa univa la beata molte altre pratiche, in cui il sacro Cuore e la Passione non formavano, per così dire, che un solo oggetto di divozione.

6. Divozione alla Santa Vergine.

Vi sarebbe molto da dire su questo soggetto. Ma la parte della santa Vergine nella divozione al sacro Cuore non è diversa, secondo la nostra beata, da quella che le perviene in ogni vita cristiana. Se le relazioni fra la santa Vergine e Margherita Maria sono ammirabili, non è tanto perché Margherita Maria è stata la discepola e l’evangelista del sacro Cuore, quanto perché è stata una gran santa dei tempi moderni, e perché Dio le ha fatto esperimentare, nella sua propria vita, ciò che Maria opera segretamente in ogni anima che si santifica. Qualche tratto, nondimeno, merita di esser notato. – Si sa come, sino dalla sua infanzia, Nostro Signore, che voleva farla tutta sua, la confidò alla SS. Vergine: « Io ti affidai, le diss’Egli, alla, mia Santa Madre, affinché ella ti lavorasse  secondo i miei disegni » (Mémoire, t. II, p. 304 (356); G. n. 22, p. 46). Maria fu per lei « una buona Madre », ed ella fu una figlia per Maria, parlandole « come alla sua buona Madre ». Fu per essere la « figlia della santa Vergine » che scelse di entrare alla Visitazione; e fu Maria che la preparò alla sua missione di apostolo del sacro Cuore. Un giorno ella vide il suo cuore, molto piccolo, fra i cuori di Gesù e di Maria, e « i tre non ne formavano che uno ». « Era, dic’ella, il giorno della festa del Cuore della santissima Vergine » (Contemporaines, t. I , p. 91 (122); G. t. II, p. 164). Si vede, da queste rivelazioni, che Maria interviene per disarmare il sacro Cuore, irritato, e ottenere le sue buone grazie (Ibid, t. I, p. 266 (293); G. t. II, p. 170). Ed è pure la Madre di Dio che interviene affinché il sacro Cuore sia affidato, come un deposito alla Visitazione. « Venite, figlie mie, avvicinatevi, perché io voglio farvi depositarie di questo tesoro prezioso » (Visione del 2 luglio — Lettera LXXXV (LXXXVI) ; t. Il p. 167 (201); G. XXCX, 405). – A sua volta, Margherita Maria non separava Maria da Gesù. Una delle sue lettere termina con la promessa delia più tenera affezione « nei sacri Cuori di Gesù e di Maria » (Lettera IX, t. II, p. 16 (49); riveduta su G. IX, 241). Non solo ella onora e fa onorare la SS. Vergine, perché « non potremmo far cosa più gradita a Dio, che onorare la sua santa Madre » (Avis, LUI (LIX), t. II, p. 441 (502); G. LIX, 737), ma perché, come dice a una sua novizia, « se è in tutto una vera figlia di santa Maria », Maria la. « renderà una perfetta discepola del sacro Cuore » (Avis, XIV, t. II, p. 388 (440) ; G. XXII, 670). E, per contro, assicura quelli che vogliono essere « i perfetti amici » del sacro Cuore, che la santa Vergine sarà la loro « speciale protettrice, per farli arrivare a quella vita perfetta » (Lettres inèdites, III, p. 130; G. CXXXIII, 554). Così, Ella vuole che ci si unisca « di cuore e di spirito «La SS. ma Vergine, per rendere omaggio al Verbo incarnato, adorandolo e amandolo in silenzio con lei ». Ella vide il sacro Cuore in atto di offrire i suoi sacrifizi all’Eterno Padre « sull’altare del cuore della madre sua »; e prega, e vuol che si preghi « il divin Cuor di Gesù, vivente nel cuore di Maria, di vivere e regnare in tutti i cuori » (Lettres inèdites, m. p. 130; G. CXXXII, 554). Di più, ella desidera che la Mediatrice del sacro Cuore, « chieda alla santa Vergine di interporre tutto il suo merito affinché Egli (il sacro Cuore) faccia sentire gli effetti del suo’ potere a tutti coloro che a Lui si rivolgeranno » (Avis, L1V (LV). t. II. p. 441 (502); G. LXX, 749). Ella stessa imparò da Nostro Signore a tenersi accanto alla Croce « con le stesse disposizióni che animavano la santa Vergine »; ad ascoltare la Messa in unione a queste disposizioni ; a fare la santa Comunione, offrendo al sacro Cuore « le sue disposizioni nel momento dell’Incarnazione, cercando di penetrarvi i l più possibile, domandandolo per la sua intercessione, e ripetendo con lei: « ecco la serva del Signore » (Lettera XLIV (XLV), t. II, p. 86 (123) ; G- L. 323), e finalmente, a fare la sua orazione offrendo « le disposizioni che animavano la Vergine santa nella sua presentazione al tempio » (Contemporaines, t. I, p. 6 9 (100); G. n. 115-116, p. 116). Da ciò si comprende come la santa chiedesse al P. Croiset d’inserire nel suo libro del sacro Cuore « le litanie del sacro Cuore della SS.ma Vergine » (Lettres inèdites, t. II, p. 99; G. CXXXI, 534). Ella torna ad insistere un mese dopo, il 15 settembre 1689, (Lettres inèdites, t. III, p. 123; G. CXXXII, 550) e in un’altra lettera del 16 maggio gli ricorda questa sua raccomandazione: « Non dimenticate le litanie della SS.m a Vergine, nostra buona Madre » (Lettres inèdites, IX, p. 200 ; G. CXXXVIII, 613). Per la beata la divozione a Maria e al cuore di Maria è inseparabile dalla divozione a Gesù e al cuore di Gesù.

7. Pregare e soffrire per le anime del Purgatorio.

L’amore del sacro Cuore accompagna le anime al loro uscir dalla vita, quando hanno bisogno di purificarsi nell’altra. Così vediamo Margherita Maria, tutta animata dalla compassione del divin Cuore per le « sue amiche sofferenti », farsi vittima per loro e attingere nei tesori del sacro Cuore per sollevarle. La prima festa del sacro Cuore a Paray fu impiegata, per la maggior parte, in loro favore. Le Contemporaines ci dicono infatti « che ella desiderò che il resto della giornata fosse impiegato a pregare per le anime del Purgatorio e condusse le sue novizie al nostro piccolo cimitero, ove fece dir loro gran quantità di preghiere per suffragarle » (Vie et Oeuvres, t. I, p. 209 (239) ; G. n. 238, p. 21S). PI scrive pure alia Madre de Saumaise : « Il sacro Cuore di Gesù abbandona spesso la sua miserabile vittima alle anime del Purgatorio, affinché soddisfaccia per loro alla divina giustizia. È allora eh’ io soffro quasi la loro stessa pena, non trovando riposo né il giorno né di notte » (Lettera LXXXVII (LXXXVIII), t. II, p. 178 (215); G. XCII. 416). La beata parla spesso di questo purgatorio dell’anima sua e di ciò che soffriva in tali circostanze. In compenso però Gesù non sapeva rifiutar nulla alla sua diletta, e le sue pratiche, in onore del sacro Cuore, avevano una speciale efficacia per sollevare le anime purganti. E’ ciò che le faceva scrivere alla Madre de Saumaise. « Se sapeste con quale ardore queste povere anime invocano questo nuovo rimedio, che ha forza sovrana per sollevarle! È così che esse chiamano la divozione al sacro Cuore, e particolarmente le Messe dette in onor suo » (Lettera LXXXV (LXXXVI), t. II, p. 170 (207) ; G. XC, 408). Con le Messe, ella chiede delle Comunioni, degli atti di virtù in amore del sacro Cuore e in spirito di riparazione, degli atti di unione al sacro Cuore, per soddisfare a Dio Padre con i meriti di questo Cuore divino. Scrive alla Madre de Saumaise : « Il soccorso che io le domando è di accordarmi nove pratiche ogni giorno, da oggi, sino all’Ascensione: quattro di carità e cinque di umiltà, per onorare, con le prime, l’ardente carità del sacro Cuore di Gesù, e riparare, con le altre, le umiliazioni principali che subì nella sua Passione » (1). Nelle sua « sfida » per l’ottava dei defunti ella assegnava alle sue novizie un metodo ben regolato che è insieme santificante per loro e utile alle povere anime. « Ecco, diceva ella, la maniera che mi sembra più conforme ai desideri del sacro Cuore di Gesù, per soddisfare, il più fedelmente alla promessa che avete fatta, in favore delle sante anime che soffrono nel Purgatorio. In primo luogo « penetrerete, come al solito, nel sacro Cuore, offrendogli tutto quello che direte e penserete ». Seguono diversi atti per i diversi momenti della giornata. Da tale ora alla tal’altra, « cinque atti di purità d’intenzione, con cinque atti di adorazione, unita con quella che Egli rende al Padre suo, nel santissimo Sacramento dell’altare, da offrirsi a Dio, per soddisfare alla sua giustizia, compensandolo, con la purezza del sacro Cuore, per la mancanza di purezza d’intenzione di quelle povere anime ». Così per tutto il giorno, sempre in unione con Gesù: pratica del silenzio, in unione con « quello di Gesù nel santo Sacramento; « pratica di carità » in unione con l’ardentecarità del sacro Cuore. per compensare le mancanze di quelle povere anime; « pratiche di umiltà, in unione dell’umiltà di quel Cuore divino, sempre per pagare coi suoi meriti, i debiti di quelle povere afflitte ». Esorta poi le sue novizie a fare, « alla sera, un. piccolo giro per il Purgatorio, in compagnia del sacro Cuore, consacrando a Lui tutto quello che avrete fatto nel giorno, pregandolo di volerne applicare il merito a quelle sante anime penanti. E queste pregherete, in pari tempo, a volere interporre il loro credito, per ottenervi la grazia di vivere e di morire nell’amore e fedeltà al sacro Cuore di Nostro Signor Gesù Cristo, corrispondendo ai suoi desideri su di noi, senza resistenza alcuna » ((ì) Avis, t. Ili (LIV), t. II, p. 440 (501); G. LIX, 735. Per maggiori particolari vedere l’opuscolo composto da una Ausiliatrice del Purgatorio. Le sacre Coeur, la B. Marguerite Marie et les àmes du Purgatoire, Paris, s. d.).

8. Pratiche diverse. —

Dagli scritti della beata, si possono rilevare diverse altre pratiche (Litanie, Piccolo Ufficio, etc.). Qualcuna di esse ha molta analogia con varie pratiche che hanno preso di poi grande sviluppo. I diversi Offici da disimpegnare in onore del sacro Cuore, discepolo, servo, adoratore, amico, mediatore, riparatore, zelatore, ecc., cominciano già a esserci rivelati dalla beata. Ella scrive alla madre Greyfié, parlandole di una suora. « Egli (il sacro Cuore, le ha assegnato il suo ufficio, costituendola sua Mediatrice…. e desidera che presso di lei si trovi una suora che gli renda il medesimo servizio; ma vuole che sia tirata a sorte. Egli vuole avere ancora una Riparatrice, e in quanto a lei, Madre mia, avrà l’ufficio di offrire a questo amabile Cuore, tutto il bene che verrà fatto in onor suo. (Lettera XLIV (XLV,. II, p. 86 (123); G. L. 323). – In una lettera al Padre Croiset ella chiede che si stabilisca una associazione di questa divozione (del sacro Cuore), i cui associati parteciperebbero al bene spirituale gli uni degli altri. È l’ideale dell’apostolato della preghiera e della Guardia d’onore. La beata vorrebbe pure stabilire una particolare unione e divozione ai santi Angeli, « che sono più particolarmente destinati ad amarlo (il sacro Cuore), onorarlo e servirlo nel divin Sacramento d’amore, affinché essendo uniti e associati a loro, supplissero per noi alla sua divina presenza, tanto per rendergli i nostri omaggi, quanto per amarlo per noi e per tutti quelli che non lo amano e per riparare le irriverenze che commettiamo alla sua santa presenza » (Lettres inèdites, II, p. 100; riveduto su G. CXXXI, 535). Questa unione con gli Angeli è stata realizzata negli Uffici.

II.

LO SPIRITO DELLA DIVOZIONE

L’amore, con ciò che ha di più vivo, tenero, generoso, zelante e pratico.

(Les Demeures dans le sacre Camr, t. II’, p. 469 (531); G. LC, 725: e « La manière d’ honorer les diverses vies de Notre Seigneur au Saint-Sacrement », t. II, p. 465 (527) ; G. LXII, 730.)

Considerando queste pratiche diverse, non crediamo già che la divozione al sacro Cuore, come la intende la beata, non consista che in questo. E’ più e meglio. La sua sostanza, consiste in una vita di unione con questo cuore amante, per sentire quello che ei sente, volere ciò che egli vuole, amare ciò che egli ama ; e per piacere a Dio, appropriandosi i suoi sentimenti e i suoi meriti, a Lui offrendoli, in una vita, infine, tutta d’amore e di riparazione amorosa (Vedi la « sfida » alle Novizie per prepararsi alla festa del sacro Cuore nel 1685. E’ troppo lungo riportarla qui per intero, ma eccone alcuni tratti: « Svegliandovi, entrerete nel sacro Cuore, consacrandogli corpo, anima, cuore e tutto quello che siete, per non più servirvene che per la sua gloria e il suo amore. « Quando andrete all’orazione, avrete cura di unirla a quella che Egli fa per voi, nel SS.mo Sacramento. « Quando direte l’ufficio, vi unirete alle lodi che Egli dà a Dio suo Padre, in questo divin Sacramento. « Per ascoltare la santa Messa, vi unirete alle intenzioni di questo amabile Cuore, pregandolo a volervene applicare il merito a seconda dei suoi adorabili disegni su di voi ». « Così l’intera giornata, coi suoi differenti esercizi e occupazioni, è tutta orientata verso il sacro Cuore nel SS.mo Sacramento. Le stesse mancanze sono utilizzate. Quando avrete commessa una qualche colpa, andrete a prendere nel suo divin Cuore la virtù contraria alla vostra colpa, per offrirla all’eterno Padre », etc. Avis. L (LI); p. 434 (495); G. LIII, 717). – Nelle pratiche, qualunque sieno, la beata non vede che un esercizio, di amore. Amare il divin Cuore che ci ama tanto e che ha sete d’esser riamato, rendergli amor per amore, ecco quàl è, per lei, il fondo della divozione al sacro Cuore. Così, per la beata, tutto è racchiuso in questa reciprocità d’amore; « Gesù, nel suo amore per noi, ha sete d’esser riamato » (Vedi Lettres inèdites, VI, p. 180 ; G. CXXXV, 600). L’anima che ha ben compreso questo, non vive più che per amarlo e farlo amare. Questo amore prenderà tutte le forme, impiegherà tutti i mezzi: pregherà, agirà, soffrirà sopratutto. Ma tutto si trasformerà in amore.

(E’ la lezione che N. S. si degnò dare alla sua serva, dopo il suo voto di perfezione, 31 ottobre 1686. Dopo avere scritto la lunga lista delle sue risoluzioni, la beata ebbe paura. “Nella moltitudine di tutte queste cose io mi sono sentita vinta da un si gran timore di non esservi fedele, che non avevo il coraggio di obbligarmi ». N. S. la rassicurò, dicendole nel più intimo del cuore: « Di che cosa temi, poiché Io rispondo per te?…. L’unità del mio puro amore ti terrà luogo d’attenzione nella moltiplicità di tutte queste cose». Contemporaines, t. I, p. 252 (280); G. n. 253, p. 238). E così, per mezzo dell’amore, l’anima devota del sacro Cuore, farà vivere Gesù in lei. La sua vita sarà la vita di Gesù. La beata scrive alla Madre de Soudeilles, il 15 settembre 1686: « Infine io desidero che siano tutte del sacro Cuore di Nostro Signor Gesù Cristo, per non più vivere che della sua vita, non amare che per il puro amor suo, non agire e soffrire che secondo le sue sante intenzioni, lasciandolo operar in noi e per, noi e come più gli piace (Lettera, X L VIII (XLIX), t. Il, p. 95 (132); riveduto su G. LIII, 331). Parlando un giorno di sé stessa al P. Croiset, (lettera 14 aprile 1489) essa dice: « Ebbi altra volta tre desideri così ardenti, da poterli riguardare siccome tre tiranni, che mi facevano soffrire un continuo martirio, senza darmi tregua. Bramo di amare il mio Dio, di soffrire e di morire in questo amore ». Ora, però, Margherita Maria è arrivata a non poter più volere o desiderare cosa alcuna. « lo vorrei affliggermene, qualche volta, continua, ma non lo posso: non appartenendo più a me stessa, non ho più nessun volere o libertà su di me. Ed ecco il pensiero che mi consola. È che il sacro Cuore di Nostro Signor Gesù Cristo, opererà tutto questo per me. Se lo lascio fare, Egli amerà e vorrà in mia vece, e supplirà a tutte le mie impotenze e imperfezioni ». E il 10 agosto: « Io sacrificherei tutto, senza riserva, poiché il mio cuore non sentendosi più suscettibile, mi sembra, che, degli interessi di questo divin Cuore, non mi preoccupo più in qual maniera mi tratti, da che mi usò la misericordia di consacrarmi Egli stesso alla sua gloria e al suo onore. Mi basti che Egli sia soddisfatto. Che m’innalzi o mi abbassi, che mi consoli o mi affligga, sono ugualmente contenta del contento suo…. Purché infine io possa amarlo, non voglio altro » (Lettres inèdites, II (autografo) p. 91; riveduto su G. CXXXI, 529). Le pagine di questo genere, non si contano nella sua corrispondenza. Un lungo passaggio di una delle sue lettere, ci mostrerà meglio che dei brevi estratti, ciò che è in lei e ciò che opera in lei la divozione al sacro Cuore. Ella scrive a Suor de la Barge, verso la fine d’ottobre 1689. « È dunque questa volta, cara amica, che dobbiamo consumarci tutte, senza eccezione, né remissione, in questa ardente fornace del sacro Cuore del nostro adorabile Maestro, da cui non bisogna mai uscire. Dopo avere annientato il nostro cuore di corruzione in quelle divine fiamme del puro amore, bisogna formarcene un nuovo che ci faccia vivere, ormai, di una vita tutta nuova, con un cuore nuovo, che abbia pensieri e affetti nuovi e che produca opere di purezza e fervore in tutte le nostre azioni. Vale a dire, che non si tratti più di noi stesse, ma che questo divin Cuore sia talmente sostituito al nostro, che lui solo agisca in noi e per noi; che la sua santa volontà annienti talmente la nostra, sì che possa agire assolutamente, senza incontrar resistenza da parte nostra. Infine, che i suoi affetti, pensieri e desideri, prendano il posto dei nostri, ma soprattutto i l suo amore, per modo che ami sé stesso in noi e per noi. Così se quest’amabile Cuore sarà il nostro tutto in ogni cosa, potremo dire con san Paolo che non viviamo più noi, ma è lui chi vive in ‘noi…. Mi sembra che non dobbiamo più respirare che fiamme del puro amore, amore crocifiggente e interamente sacrificato, per una immolazione di noi stesse alla divina volontà, affinché si compia perfettamente in noi; contentandoci, per parte nostra, di amarlo e lasciarlo fare, sia che ci abbassi o c’innalzi, che ci consoli o ci affligga; tutto deve esserci indifferente…. Purché Egli si contenti, ciò deve bastarci ». « Amiamolo, dunque, quest’unico amore delle anime nostre, poiché Egli ci ha amato il primo e ci ama ancora con tanto ardore, che ne abbrucia continuamente nel santissimo Sacramento. Non ‘ci bisogna altra cosa, per farci sante, che amare questo Santo dei santi. Chi potrà dunque impedirci di esserlo, poiché non abbiamo dei cuori che per amare, e dei corpi per soffrire? (Lettere (VIII -autografa-, t. II, p. 227 (275); riveduto.su G. CX, 467). La beata termina quest’inno all’amore, con questa specie di strofa ritmica, che narra i vantaggi dell’amore per arrivare alla perfezione: « Non vi ha che il suo amore che ci faccia fare tutto quello che gli piace; non vi ha che questo perfetto amore che ce lo faccia fare in quel modo che gli piace; non può esservi che questo amore perfetto, che ci faccia fare ogni cosa quando gli piace ».

IL SACRO CUORE DI GESÙ (35)

IL SACRO CUORE

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ-

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE PRIMA:

CAPITOLO II.

LE GRANDI APPARIZIONI

Le visioni di Margherita Maria non si contano. In più d’una si riscontrano dèi tratti utili per conoscere la divozione al sacro Cuore; ce ne serviremo all’occasione. Ma non è la divozione privata di Margherita Maria che ci preme di studiare principalmente, nè le sue relazioni personali, col sacro Cuore; così ci fermeremo, senz’altro, alle grandi rivelazioni che le furono fatte in vista del culto pubblico che Nostro Signore voleva stabilire per mezzo suo.

I .

LA PRIMA DELLE GRANDI APPARIZIONI

(27 dicembre, molto probabilmente dell’anno 1673)

I segreti del sacro Cuore svelati. Il sacro Cuore nel suo amore appassionato per gli uomini, vuol manifestarsi e aprir loro i suoi tesori. La discepola e l’evangelista del sacro Cuore. Margherita Maria nella sua lettera al P. Croiset, in data3 novembre 1689, segnala come « prima grazia speciale »avente un rapporto diretto con la sua missione e col culto del sacro Cuore, quella che ricevette nei giorno di San GiovanniEvangelista. Ella non ce ne indica l’anno, ma dovetteessere il 1673.A somiglianza di santa Geltrude, fu ammessa, in similegiorno, a « riposare per più ore su quel sacro petto » e ricevéda quest’amabile Cuore delle grazie così preziose cheil solo ricordo bastava, come ella dice a « metterla fuoridi sè ». La beata aggiunge che non stima « necessario lo specificarle» (Lettres inéd. IV, p. 141), ma ne ha conservato molto vivamente « il ricordoe l’impressione ».Ne parla pure in questi termini alla Madre de Saumaise,in una lettera scritta nel gennaio 1685 (È questa la data accennata da Mons. GAUTHEY, Le religiose di Paray, come LANGUET, avevano letto: 1689). « Lo Sposo, divino, dice ella, mi fece la grazia incomprensibile e di cui sono cosi indegna, di farmi riposare sul suo seno, col suo discepolo prediletto e di darmi il suo cuore, la sua croce e l’amor suo » (Lett. XCIII, T. II, pag.). Ma fortunatamente, abbiamo ancora qualcosa di meglio di queste allusioni e impressioni personali in cui, infine, niente indica una missione speciale. La «  Mémoire » scritta per ordine del P. Rolin, ci dà dei dettagli preziosi e precisi. – Margherita Maria si trovava innanzi al Santissimo Sacramento. Nostro Signore, la fece riposare molto a lungo sui suo petto divino; le scoprì le meraviglie del suo amore e i segreti inesplicabili del suo sacro Cuore, « segreti, dic’ella, che Gesù te aveva tenuto nascosti sino allora ». Egli le mostrò il suo Cuore e le disse : « Il mio Cuore è sì appassionato d’amore per gli uomini, e in particolare per te, che, non potendo più contenere in sé le fiamme della sua ardente carità, bisogna che le espanda per mezzo tuo e che si manifesti a loro, per arricchirli dei suoi preziosi tesori. Nel mio Cuore vi è tutto quello che abbisogna per ritrarli dalla perdizione. Io ti ho scelta, soggiunse, per il compimento di questo gran disegno, siccome un abisso d’indegnità e d’ignoranza, affinché tutto sia fatto da me ». Segue qui una di quelle scene simboliche, frequenti nelle vite dei santi. Gesù prese il cuore dalla sua serva e lo mise nel suo adorabile. Lo ritrasse poi come una fiamma ardente, in forma di cuore, se lo rimise al suo posto, dicendo fra le altre cose : « Sino ad ora tu non ti sei chiamata che mia schiava ; ma io ti dò il nome di diletta discepola del mio sacro Cuore » (Mémoire, t. II, p. 5). Così il sacro Cuore si rivela, si mostra appassionato d’amore per gli uomini; vuol manifestarsi loro e arricchirli dei suoi tesori di santificazione e di salute. Margherita Maria è l’istrumento che Egli ha scelto per i suoi disegni.

II.

L A SECONDA GRANDE APPARIZIONE

(1673 o 1674)

L‘immagine simbolica: ultimo sforzo di amore, redenzione amorosa operata dal sacro Cuore; missione di Margherita Maria.

Dopo aver detto al P. Croiset, nella lettera suaccennata, che non stima necessario di specificare cosa alcuna, aggiunge subito: « Dopo questo, il divin Cuore mi si presentò etc… » e segue una descrizione dettagliata e il racconto d’una visione. Ci siamo domandati se si trattasse di una scena distinta dalla precedente, o solamente di nuovi dettagli della stessa scena. Le maggiori verosimiglianze sono per una scena distinta, perché qui la beata specifica e perché le circostanze sono tutt’altre. Ma poco importa la circostanza del tempo, purché sì osservi e si noti il progresso nella manifestazione del sacro Cuore. – Noi abbiamo adesso una visione simbolica dello stesso Cuore, al di fuori del corpo che non apparisce. Egli era « come su di un treno di fiamme, più risplendente del sole, trasparente come il cristallo e con la sua piaga adorabile. Era circondato da una corona di spine sormontato da una croce». Dopo avere spiegato l’emblema delle spine e della croce, la beata aggiunge : « Egli mi fece vedere che il suo ardente desiderio, d’essere amato dagli uomini e di ritrarli dalla via della perdizione dove satana li precipita in gran numero, gli aveva fatto formare il disegno di manifestare agli uomini il suo Cuore, con tutti i tesori di amore, di misericordia, di grazia, di santificazione e salute che contiene ». Ma che cosa ci vuole, per aver parte a tutti questi tesori del cuore di Dio? « Onorarlo sotto la figura di questo cuore di carne ». Seguono delle promesse di grazie e di benedizione; per coloro che onorerebbero anche l’immagine di questo sacro Cuore. Questa divozione, continua la beata, ripetendo le parole di Nostro Signore, è come un ultimo sforzo del suo amore, che voleva favorire gli uomini in questi ultimi secoli di una specie di redenzione amorosa, per ritrarli dall’impero di satana e per metterli, nella dolce libertà del regno dell’amor suo. « Ecco, concluse Nostro Signore, ecco i disegni per i quali ti ho scelta » (Lettres inédites, IV, pag. 141, 140, riveduto su G. CXXXIII 567). Non abbiamo qui solamente il sacro Cuore scoperto; vi è il desiderio chiaramente manifestato, di un culto speciale, con delle promesse magnifiche, per una delle forme di questo culto, (l’onore reso alla immagine); vi è lo scopo indicato da Gesù medesimo, con la missione di Margherita Maria, annunziata e specificata. Tutto questo sta per delinearsi sempre più.

III.

LA TERZA GRANDE APPARIZIONE

(probabilmente nel 1674)

Il sacro Cuore, raggiante d’amore: culto riparatore d’amore; comunione frequente, comunione dei primi venerdì del mese. Ora santa.

Sino ad ora le grandi apparizioni ci hanno mostrato il sacro Cuore pieno di amore e di grazie, desideroso di spanderle e chiedendo un culto di amore e di onore. Noi vedremo ora questo amore come sconosciuto e implorante un culto di amore e di riparazione. È ancora la Mémoire che ci fa conoscere questa nuova apparizione. Nessuna data. Il contesto, però, sembra indicare un primo venerdì del mese e vien notata espressamente la circostanza che il Santissimo Sacramento era esposto. Qualche autore la fissain un giorno dell’ottava del Corpus Domini; altri il 2 luglio, festa della Visitazione, l’anno 1674. Secondo il nostro punto di vista, per altro, la data precisa importa poco. Un giorno dunque, che il Santissimo Sacramento era esposto, Nostro Signore si presentò a lei, « tutto risplendente di gloria, con le cinque piaghe che scintillavano come cinque soli … Da questa sacra umanità si sprigionavano come delle fiamme da ogni parte, ma soprattutto dal suo petto adorabile sì che rassomigliava una fornace». Il petto si aprì, lasciando scoperto « l’amantissimo e amabilissimo Cuore, che era la viva sorgente di quelle fiamme ». Nostro Signore le fece vedere le « meraviglie inesplicabili del suo puro amore, e sino a quale eccesso egli aveva amato gli uomini. » Ma che, purtroppo, non riceveva in compenso che « ingratitudine e sconoscenza e ciò, le disse il divin Maestro, essergli molto più sensibile di tutto quello che aveva sofferto nella sua passione ». « Se essi, aggiungeva Egli, mi dessero qualche corrispondenza di amore, stimerei poco tutto quello che ho fatto per loro e, se fosse possibile, vorrei fare ancora di più; ma essi non hanno che della freddezza e della repulsione per tutte le mie sollecitudini nel far loro del bene ». Questo amore sconosciuto domanda una riparazione, e la domanda, per primo, alla sua serva diletta. « Tu, almeno, le dice, tu dammi questa consolazione, di supplire alla loro ingratitudine, per quanto puoi esserne capace ». Margherita Maria, gli espose allora umilmente la sua impotenza, ma: « Tieni, diss’Egli, ecco con che supplire a tutto quello che ti manca ». E ciò dicendo, dischiuse il suo cuore e ne uscì una fiamma sì ardente, che ella credé rimanerne consunta. Non potendo più sostenerne l’ardore, gli chiese di aver pietà della sua debolezza, al che Egli rispose: « Io sarò la tua forza ». Allora le indicò delle pratiche speciali, da farsi in questo spirito di amore riparatore. « In primo luogo mi riceverai nel Santo Sacramento, quante più volte ti sarà permesso dall’obbedienza … di più farai la Comunione ogni primo venerdì del mese. Nostro Signore vuole di più che ella partecipi alla mortale tristezza a cui si sottomise nel giardino degli Ulivi, tutte le notti del giovedì al venerdì. « Per accompagnarmi nell’umile preghiera ch’io rivolsi al Padre mio, fra tutte le mie angosce, ti alzerai fra le undici e mezzanotte, e ti prostrerai in unione a me, per un’ora, con la faccia contro terra, sia per placare la collera divina, implorando misericordia pei peccatori, sia per addolcire, in qualche modo, l’amarezza ch’io risentii per l’abbandono dei miei apostoli. Durante quell’ora, farai quello che io t’insegnerò » (Mémoire, t. II, p. 327-328; G. u. 55-57. p. 71-72). Qui, come ben si vede, la divozione si delinea come una divozione d’amore riparatore, verso l’amore sconosciuto; di affettuosa compassione verso l’amore sofferente e, in qualche modo, di unione amorosa a Gesù, vittima per l’amore degli uomini e implorante, per loro, misericordia e perdono. Nostro Signore non ne fa qui la domanda che a Margherita Maria: ma queste pratiche, della comunione frequente in spirito di riparazione e di amore, della comunione dei primi venerdì dei mese o comunione riparatrice, dell’Ora santa, o veglia nel giardino degli Ulivi, si sono generalizzate, sin dal principio, siccome quelle che ben rispondevano allo spirito della divozione. Le ritroveremo sulla nostra via. Nostro Signore, del resto, sta per generalizzarle e precisarle da se stesso.

IV.

L A GRANDE APPARIZIONE

(nell’ottava del Corpus Domìni 1675)

« Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini ». Una festa di riparazione. Il P. de la Colombière.

Eccoci arrivati a quella che si può chiamare la grande apparizione, fra le grandi apparizioni. Il P. de la Colombière, che vi era interessato, ne ebbe conoscenza nei primi giorni che seguirono l’avvenimento, e ne fece fare i l racconto dalla beata. È questo stesso racconto che. trascritto da lui, nel suo ritiro di Londra, febbraio 1677, fu pubblicato, col giornale dei suoi ritiri spirituali, e abbandonò al pubblico il segreto delle apparizioni, senza però designare ai non iniziati, né il monastero, né la veggente. È questo stesso racconto che si ritrova, con qualche leggera variante, nella Mémoire autografo, trascritto, molto probabilmente, dalla beata stessa, sulla edizione del P. de la Colombière (É ancora possibile che il racconto redatto dal P. DE LA COLOMBIÈRE, fosse stato conservato dalla beata fra le sue carte). L’apparizione ebbe luogo nell’ottava del Corpus Domini. L’anno non è indicato; ma siccome il P. de la. Colombière si trovava a Paray, non potè essere che nel 1675 o, ai più, nel 1676. Però, tutto porta a preferire la data del 1675, indicata dalle Contemporanee (Vìe et Oeuvres, I, pag. 94 (125). G. u. 151 pag. 136). Siccome d’altronde, vi sono delle ragioni, non però decisive, di credere che abbia avuto luogo la domenica, si può fissarla al 1675, come si è fatto ripetutamente. Ecco il racconto come si trova nella  Mémoire autographe: – La beata era innanzi al Ss.mo Sacramento, e Dio la ricolmava « delle grazie eccessive dall’amor suo ». Siccome ella desiderava a rendergli amore per amore, per contraccambiarnelo, in qualche modo, Egli le disse : « Tu non puoi darmi contraccambio più grande, che facendo quello che ti ho già chiesto tante volte ». Nulla, però, indica chiaramente, a che cosa facciano allusione queste parole. S’intuisce che si tratti di eseguire le intenzioni del Divino Maestro, con lo stabilire il culto del sacro Cuore; ma potrebbe ancora darsi che si trattasse di comunicare alla sua superiora o al suo direttore, quelle stesse intenzioni del Salvatore. Nostro Signore, del resto, sta per manifestare apertamente ciò che desidera. «Ecco, le dice, ecco questo Cuore che ha tanto amato gli uomini, che non ha risparmiato nulla, sino a esaurirsi e consumarsi per testimoniar loro il suo amore. E per riconoscenza, non ricevo, dalla maggior parte, che della ingratitudine, per le loro irriverenze e i loro sacrilegi, per la freddezza e il disprezzo che hanno per me in questo sacramento d’amore. Ma, quello che mi è ancor più sensibile, si è che sieno dei cuori a me consacrati che agiscan così » (Nel testo trascritto dal P. DE LA COLOMBIÈRE si legge: « Ma ciò che mi disgusta, maggiormente si è che sono dei cuori a me consacrati ». Ciò ha maggior forza ed è curioso che la beata stessa abbia addolcito la frase). – Sin qui non si riscontra nulla di molto nuovo, in questa apparizione, tolta la menzione speciale degli oltraggi ricevuti nell’Eucaristia. Ciò che segue, però, è interamente nuovo. Nostro Signore, aggiunge: « È per questi che io ti chiedo che il primo venerdì, dopo l’ottava del SS.mo Sacramento, sia dedicato a una festa particolare per onorare il mio Cuore, facendo la comunione in quel giorno, e offrendogli una riparazione d’amore, con una ammenda onorevole, per le indegnità che ha ricevuto mentre era esposto sugli altari ». Nostro Signore domanda dunque un culto pubblico, che abbia la sua festa, e delle pratiche determinate. « Io ti prometto, continuò, che il mio cuore si dilaterà, per spandere con abbondanza le effusioni del suo divino amore, su coloro che gli renderanno questo amore, o procureranno che gli sia reso » (Mémoire in: Vie et Oeuvres, t. II, pag. 355 2.a edizione p. 413. G. u. 92. pag. 102. Nel primo racconto mancano le parole: e che procureranno che gli sia reso. Non è che a partire dal 1685 che la beata ha fermato l’intenzione sull’apostolato del Sacro Cuore.). Ma come stabilire questa festa? È la terza fase dell’apparizione. Nella sua Mémoire, la beata abbrevia un poco; ma, nel racconto scritto per il P. de la Colombière, la scena si anima: « Ma, Signor mio, a chi vi rivolgete voi dunque? » E, Margherita Maria insiste sulla sua indegnità di miserabile creatura, di povera peccatrice. « Oh! povera innocente che sei, le rispose Nostro Signore, non sai tu forse che Io mi servo dei soggetti più deboli, per confondere i forti? » — « Datemi dunque, diss’ella, il mezzo di fare quello che mi comandate ». — « Rivolgiti al mio servo (Gesù designò il P. de la Colombière, che era allora superiore della piccola residenza dei Gesuiti a Paray), e digli, da parte mia, di fare tutto quello che gli è possibile, per stabilire questa divozione e consolare, così, il mio divin Cuore ». Nostro Signore aggiunse che le « difficoltà non gli sarebbero mancate, ma deve sapere che è onnipotente, chi diffida di sé, per confidare in me unicamente ». – Con questa apparizione, la divozione al sacro Cuore entrava in una fase nuova, e ciò in due modi. Dapprima, Nostro Signore domanda un culto pubblico e, in particolare, l’istituzione di una festa. Poi i disegni di Gesù si manifestano al di fuori. Sino allora, Margherita Maria ne diceva o scriveva qualche cosa, per la sua superiora e per quelli che essa voleva consultare; ma, molto riservatamente, come sì vede nelle note consegnate alla Madre de’ Saumaise e da lei conservate accuratamente. Invece la comunicazione fatta al P. de la Colombière, fu chiara e completa. D’allora, come meglio vedremo in seguito, i disegni di Nostro Signore entrarono in via di esecuzione: la divozione al sacro Cuore cominciò a propagarsi.

V.

IL MESSAGGIO AL RE

(1689)

II sacro Cuore onorato nel palazzo dei re; la sua immagine sullo stendardo reale; un edificio in onor suo e unomaggio solenne. Previsioni per l’avvenire.

Con queste tre o quattro grandi apparizioni, la divozione al sacro Cuore si è costituita da se stessa. Non rimane ora che stabilirla e propagarla. Vedremo come ciò si fece, poco a poco, nei quindici anni che visse ancora Margherita Maria. Sembra che non vi siano state altre nuove rivelazioni, per tredici o quattordici anni, se ne eccettuiamo le promesse di cui parleremo. Nei 1689, però nuovi orizzonti si dischiudono. Gesù vuole che si faccia proposta al re della nuova devozione, che Luigi XIV si consacri al sacro Cuore; che l’onori pubblicamente, che gli consacri una cappella espressamente costruita, e che faccia mettere la sua immagine nelle armi reali e sugli stendardi. – La beata osa appena parlare di questo nuovo desiderio del sacro Cuore, anche con la sua intima confidente, la Madre de Saumaise, tanto sembra andare al di là delle possibilità umane. Ella per tanto lo effettua, secondo l’impulso che le ne è dato. Fu il 17 giugno 1689, venerdì dopo l’ottava del Corpus-Domini, (oggi festa del sacro Cuore) che le fu fatta questa nuova rivelazione. Quali furono le circostanze precise che l’accompagnarono? La beata non ce lo dice, ma ancora sotto l’influenza dei lumi ricevuti scrive: « Questo amabile Cuore regnerà, malgrado satana e i suoi ministri ». E dopo aver enumerato le grazie riservate alla Visitazione e i disegni misericordiosi del sacro Cuore per la salute degli uomini, aggiunge che « Gesù ha ancora più grandi disegni, che non possono essere realizzati che dalla sua onnipotenza, che può tutto quello che vuole; che Egli desidera entrare con pompa e magnificenza nella casa dei principi e dei re, per esservi tanto onorato quanto fu oltraggiato, disprezzato e umiliato nella sua passione ». Bisogna che Egli abbia altrettanta gioia, nel vedere « i grandi della terra abbassati e umiliati, dinanzi a Lui, quanta fu l’amarezza che Egli provò, nel vedersi annientato ai loro piedi ». La beata ha udito a questo proposito, delle parole precise destinate al re: « Fa’ sapere al figlio primogenito del mio sacro Cuore…. che, come la sua nascita temporale fu ottenuta per la divozione ai meriti della mia santa infanzia, così otterrà la nascita alla grazia e la gloria eterna, per la consacrazione che egli farà di se stesso al mio Cuore adorabile, che vuol trionfare del suo, e per suo mezzo, del cuore dei grandi della terra ». Qui il messaggio si precisa: « Egli vuole regnare nel suo palazzo, esser dipinto sui suoi stendardi e scolpito sulle sue armi » (Lettera XCV1II. Vie et Oeuvres t. II, pag., 200 2.a edizione, lettera  XCVII, G. c. 434-436). « Ella, aggiunge la beata, Ella deve ridere, mia buona Madre, della mia semplicità nel dirle tutto questo; ma seguo l’impulso che me né è dato ». Conchiude col domandare il segreto; ma il segreto non può essere che relativo, poiché si tratta di un messaggio che deve trasmettersi. Ella vi ritorna sopra, perciò, (28 agosto 1689) e dilucida qualche punto. « L’eterno Padre, volendo compensare le amarezze e le angosce di cui il Cuore adorabile del suo divin Figlio era stato abbeverato nella casa dei principi della terra, fra le umiliazioni e gli oltraggi della sua passione, vuole stabilire il suo regno nella corte (Le editrici di Prey, hanno scritto: « nel cuore ») del nostro gran monarca ». Si vede che il tono si sublima col soggetto e Dio vuol dunque servirsi del re per l’esecuzione dei suoi disegni… Che cosa si deve fare? « Un edificio, dove sarebbe esposto il quadro del divin Cuore, per ricevervi la consacrazione e gli omaggi del re e di tutta la sua corte ». 1 sacro Cuore ha scelto il re come suo fedele amico, per fare autorizzare, dalla Santa Sede, la Messa in onor suo e ottenerne tutti gli altri privilegi, che devono accompagnare la devozione di questo sacro Cuore. In compenso di ciò, Egli fa al monarca le più magnifiche promesse di beni temporali e spirituali, per la terra e pel cielo. « Felice lui, conclude la beata, se porrà le sue compiacenze in questa divozione, che gli procurerà un regno eterno di gloria e di onore, nel sacro Cuore di Nostro Signore Gesù Cristo, il quale si prenderà cura d’innalzarlo e. renderlo grande nel cielo, innanzi al Padre suo. quanto più questo gran monarca ne prenderà per rialzare, dinanzi agli uomini, gli obbrobri e gli annientamenti che questo Cuore divino ha sofferto ». Ma come fare arrivare il messaggio al re? Dio conta per ciò sul P. della Chaise. « Egli non avrà fatto mai altra azione più utile alla gloria di Dio, più vantaggiosa all’anima sua, e di cui egli, e tutta la sua santa congregazione siano più abbondantemente ricompensati ». L’impresa è difficile, ma Dio è al disopra di tutto. La Madre de Saumaise, aveva proposto di scriverne alla superiora di Chaillot, siccome la più adatta a ben avviare la cosa. L’idea fu approvata (Lettera CIV, Vie et Oeuvre, t. II, pag. 212 – 26o). – Poco dopo, il 15 settembre 1689, la beata ne scrisse ancora al P. Croiset; ma, siccome essa non gli aveva confidato ancor nulla delle sue visioni, così si contenta di lanciare l’idea, e, pur dicendo dì lasciare agire la potenza di questo Cuore adorabile, cerca di mettere il suo corrispondente in traccia di mezzi pratici. La prova non fu fatta, o non ebbe buon esito, presso Luigi XIV. L’idea però non era morta e i devoti del sacro Cuore continuarono a sperare che i disegni del Cuor di Gesù sarebbero realizzati. La basilica di Montmartre, lo stendardo di Paray, la consacrazione del 1873 a Paray-ìe-Monial sono per essi, nello stesso tempo che un principio di realizzazione, anche una promessa per l’avvenire. Bisogna ricordare ciò per comprendere la divozione del sacro Cuore nel passato, bisogna pur ricordarlo per spiegare il suo carattere sociale nel presente e le sue prospettive per l’avvenire.

VI.

VISIONE DEL  2 LUGLIO 1688

Missione affidata alle religiose della Visitazione e alla Compagnia di Gesù.

Per realizzale i disegni del sacro Cuore, occorrevano degli strumenti. Per cominciare, Nostro Signore aveva scelto una suora della Visitazione e un Gesuita e volle che le Visitandine e i Gesuiti fossero, come d’ufficio, gli apostoli della nuova divozione. Senza escludere nessuna buona volontà, anzi facendo appello a tutte, diede nondimeno incarico a qualcuno di lavorarvi più efficacemente. Ne fece per loro come un dovere di vocazione, promettendo, se fossero stati fedeli all’avuta missione, una più larga parte dei tesori racchiusi nel sacro Cuore. – La scelta divina era già stata quasi annunziata e se ne sono raccolti più di mille indizi. Ma nulla è così chiaro come le parole della beata. Senza fermarsi ai preliminari, tocchiamo, senz’altro, il punto principale. Era il giorno della Visitazione, 2 luglio 1688. Margherita Maria aveva avuto la felicità di passare l’iutiera giornata dinanzi al SS.mo Sacramento, e il suo Sovrano, com’essa dice, « si degnò di gratificare la sua miserabile schiava con molte grazie particolari del suo Cuore amoroso ». Le fu rappresentato un luogo molto eminente, spazioso e di bellezza ammirabile nel centro del quale si ergeva un trono in fiamme. Essa vi vide l’amabile Cuore di Gesù, con la sua ferita. Questa ferita proiettava raggi cosi ardenti e luminosi, che il luogo ne era tutto illuminato e riscaldato. Questa volta il sacro Cuore non era solo. La santa Vergine era da un lato e dall’altro si trovava San Francesco di Sales con il Padre de la Colombière. Poi venivano le figlie della Visitazione con i loro buoni Angeli accanto, tenendo ciascuno un cuore in mano, probabilmente i cuori dei loro protetti. La santa Vergine, dice la veggente, la invitava con le sue parole materne : « Venite miefiglie dilette, avvicinatevi, perché io voglio rendervi depositarie di questo prezioso tesoro ». Segue qualche commentario dal quale risulta chiaramente che il Cuore di Gesù è tutto Gesù e che il dono del Cuore è il dono stesso di Gesù, con tutto il suo amore, tutti i suoi meriti e tutte le sue ricchezze. Continuando a parlare alle figlie della Visitazione, questa regina di bontà disse, mostrando il divin Cuore: « Ecco quel tesoro divino che vi è manifestato particolarmente », Gesù ama il loro istituto « come il suo caro Beniamino », e lo « vuole favorire di questo dono di preferenza a ogni altro ». Ma esse non lo hanno già per loro sole; bisogna « che si facciano dispensatrici di questa moneta preziosa », che « cerchino di arricchirne il mondo, senza tema che venga loro a mancare; perché più ne prenderanno, più troveranno da prenderne ». Ecco la parte delle Visitandine, ben chiaramente indicata dalla loro amabile Madre e mediatrice. Questa Madre di bontà si rivolse allora al P, de la Colombière e gli disse: « E tu, servo fedele del mio divin Figliuolo, tu hai gran parte di questo tesoro prezioso; perché, se è stato assegnato alle figlie della Visitazione di farlo conoscere, amare e distribuire agli altri, è riserbato ai Padri della Compagnia di farne vedere e apprezzare l’utilità e il valore, affinché se ne tragga profitto, ricevendolo col rispetto e riconoscenza dovuto a sì gran benefizio ». Insomma, come le Visitandine devono essere una continuazione di Margherita Maria, i Gesuiti devono esserlo del P. de la Colombière. Saranno ricompensati come lui, poiché, « a misura che essi consoleranno, per siffatto modo, il divin Cuore, questo stesso Cuore, sorgente di benedizioni e di grazie, le spanderà così abbondantemente sulle funzioni del loro ministero, che produrranno dei frutti al di là delle loro fatiche e delle loro speranze, anche per la salute e perfezione di ciascuno di loro ». La scena si chiude con un magnifico discorso di San Francesco di Sales. Egli invita le sue figlie a venire ad attingere le acque della salute alla sorgente medesima d’ogni benedizione, e spiega loro come la nuova divozione, lungi dall’esser contraria alle loro costituzioni, che già uscirono da quel divin Cuore, presenta loro un mezzo facilissimo di ben soddisfare a ciò che loro è prescritto nel primo articolo del loro direttorio, il quale contiene, in sostanza, tutta la perfezione del loro Istituto : Che tutta la loro vita e tutti i loro esercizi siano per unirsi a Dìo. « È d’uopo perciò, diss’egli, che questo Cuore sia la vita che ci anima e l’amor suo sia il nostro esercizio continuo, siccome il solo che può unirci a Dio per aiutare con la preghiera e i buoni esempi la santa Chiesa e la salute del prossimo. Per questo pregheremo nel Cuore, e per il Cuore di Gesù, che vuol rinnovare la sua mediazione fra Dio e gli uomini. I nostri buoni esempi saranno di vivere conformemente alle massime e alle virtù di questo divin Cuore e coopereremo alla salute del prossimo, propagando questa santa divozione. Cercheremo pure di spandere il buon odore del sacro Cuore di Gesù, in quello dei fedeli, affine di essere la gioia e la corona di questo amabile Cuore » (Lettera XXXV. Vie et Oeuvre, t. II, 1). Idee analoghe, ma ispirate da nuovi lumi, si ritrovano in un’altra lettera alla Madre de Saumaise, il 17 giugno 1689. Era il venerdì dopo l’ottava del SS.mo Sacramento, Margherita Maria ha veduto la divozione del sacro Cuore come un bell’albero, destinato, da tutta l’eternità alla Visitazione », affinché ogni casa « potesse raccoglierne frutti a seconda del suo gusto e del piacere suo ». Si tratta di frutti di « vita e di salute eterna » ; ma questi frutti non sono riserbati unicamente per le Visitandine; esse devono distribuirli « a tutti quelli che desidereranno mangiarne, senza tema che possano venire a mancar loro » (Lettera XCVII1 (XCVII). Vie et Oeuvres, t. II, p. 198 – 232). – Segue il messaggio per il re, di cui si è già fatto menzione. Poi Margherita Maria passa ai Gesuiti, la cui missione le si presenta sempre come complemento di quella della Visitazione. Essa attribuisce questa missione alle preghiere del P. de la Colombière, come attribuisce quella delle Visitandine a San Francesco di Sales. I n grazia sua, la Compagnia di Gesù sarà gratificata insieme alla Visitazione « di tutte le grazie e privilegi particolari della divozione del sacro Cuore ». Questo divin Cuore promette loro di spandere « con profusione le sue sante benedizioni sulle loro opere ». Esso desidera « essere conosciuto, amato e adorato particolarmente da quei buoni Padri ». E, se essi cercheranno « di attingere tutti i lor lumi nella sorgente inesauribile di tutta la scienza e carità dei Santi », darà alle loro parole « l’unzione della sua carità ardente » con delle grazie « si forti e potenti che hanno come delle spade a due tagli, che penetreranno nei cuori più indolenti dei più ostinati peccatori > (Lettera XCVIll. t. II. p. 200 (XCIII, p. 234); G. c. 436. Vedi anche la lettera CIV. t. II. p. 214 (262); G. CVII, 456). « Se è vero, dice ella altrove, che questa amabilissima devozione ha avuto origine alla Visitazione, non posso a meno di credere che progredirà per mezzo dei Reverendi Padri Gesuiti. E credo che sia appunto per questo che Egli abbia scelto il beato amico del suo cuore (il P. de la Colombière) per il compimento di questo gran disegno ». Perché la beata non può impedirsi di avere questa convinzione? Perché Nostro Signore le « ha fatto conoscere, in modo da non poterne dubitare, che era principalmente per mezzo della Compagnia di Gesù che voleva stabilire dappertutto questa solida divozione, e per essa assicurarsi un numero infinito di servi fedeli, di perfetti amici e di figli riconoscenti » (Lettres ìnédites, Lettera III, p. 125. Vi ritorna a p. 130. « Siccome Egli non vuole che un frutto così prezioso sia nascosto, ha scelto i R. Padri Gesuiti per distribuirlo e farne gustare la dolcezza e la soavità. » G. CXXXII, 551 e 554). Forse in nessun’altra parte l’insieme di queste idee è così ben collegato come nella lettera del 10 agosto 1689 al P. Croiset. « Quantunque questo tesoro di amore appartenga a tutti e tutti abbiam diritto, nondimeno è stato sempre nascosto sino al dì d’oggi, in cui si è dato particolarmente alle figlie della Visitazione, siccome quelle che devono onorare la sua vita nascosta, onde esse lo manifestino e distribuiscano agli altri. Nondimeno è riserbato ai Rev. Padri della Compagnia di Gesù di far conoscere il valore e il vantaggio di questo prezioso tesoro, dove più si prende e più si ha da prendere. Non dipenderà dunque che da loro di arricchirsi abbondantemente d’ogni sorta di beni e di grazie, poiché con questo mezzo efficace che Egli offre loro, essi potranno soddisfare perfettamente, come Egli desidera, i doveri del santo ministero di carità a cui son chiamati. Questo divin Cuore spanderà in siffatto modo là soave unzione della sua carità sulle loro parole, che penetreranno come una spada a due tagli nei cuori più induriti, per renderli sensibili all’amore di questo divin Cuore, e le anime più colpevoli e peccatrici saranno ricondotte a una penitenza salutare. Infine per questo mezzo Egli vuole spandere sull’Ordine della Visitazione e su quello della Compagnia di Gesù, l’abbondanza di questi divini tesori di grazia e salute, perché  essi sappiano rendergli quello che Egli ne aspetta, vale a dire un omaggio d’amore, d’onore e di lode e lavorino, con tutte le loro forze, a stabilire il suo regno nei cuori. Per questo, Egli aspetta molto dalla vostra santa Compagnia, ed ha su di essa grandi disegni. Per questo si è servito del buon P. de la Colombière per iniziare la divozione a questo adorabile Cuore, come spero che voi sarete uno di quelli di cui si servirà per introdurla nel vostro Ordine » (Lettres inédites, Lettera II, p. 95. Riveduta su G. II, 531-2). Queste assicurazioni, così spesso ripetute dalla beata, dominano la storia di questa divozione. Senza di queste, non sapremmo spiegarci come le Visitandine e i Gesuiti abbiano preso tanto a cuore il diffonderla. Ma queste ultime rivelazioni hanno anche un altro vantaggio; molti dei tratti che vi sono accennati servono mirabilmente a dare un’idea più completa e precisa della divozione al sacro Cuore.

VII.

RIASSUNTO E CONCLUSIONE

Il sacro Cuore mediatore d’amore. Idea grandiosa della divozione al sacro Cuore.

Si è potuto osservare, più sopra, una parola un po’ strana, nel piccolo discorso di San Francesco di Sales. « Preghiamo, dice egli, nel Cuore e col Cuore di Gesù, che vuol farsi di nuovo mediatore fra Dio e gli uomini ». L’espressione è famigliare alla beata, per quanto possa sembrare ardita. Sino dal 1685 noi la sentiamo parlare di una mediazione speciale del sacro Cuore fra Dio e gli uomini. Scrive infatti alla Madre Greyfìé: « Egli mi ha fatto conoscere che il suo sacro Cuore è il santo dei santi, il santo d’amore, che voleva essere ora conosciuto, per essere mediatore fra Dio e gli uomini, perché Egli è onnipotente, per accordar loro la pace, allontanando da loro i castighi che i nostri peccati ci hanno attirato, e ottenendoci misericordia ». – In un suo biglietto in data 21 luglio 1686. a Suor Maria Maddalena des Escùres, il giorno stesso in cui la comunità dì Paray si era consacrata al culto del sacro Ciiore, la beata scriveva: « Il gran desiderio di Nostro Signore che il suo sacro Cuore sia onorato con qualche omaggio particolare si è per rinnovare nelle anime i frutti della sua Redenzione, facendo di questo sacro Cuore come un secondo mediatore fra Dio e gli uomini ». Qui la parola vi si trova, con la: legazione che le conviene ; ma quando anche manca la parola, si sente che l’idea è sempre presente. E in questo senso, infatti, che essa parla « di un ultimo sforzo » dell’amore di Gesù, nella manifestazione del suo divin Cuore; di una « redenzione amorosa » per la mediazione di questo sacro Cuore; di una nuova effusione, per il dono unico del « Cuore di Dio », di « tutti i tesori d’amore, di misericordia, di grazia, di santificazione e salute » che contiene. Sarebbe ben facile raccogliere nelle opere della beata, mille espressioni della medesima idea. Quelle che più meritano di esser notate, le abbiamo già fatte notare. Se ne troveranno altre, quando parleremo delle promesse del sacro Cuore. Per la beata è dunque un grande avvenimento, nella storia del mondo la manifestazione dei sacro Cuore. È come un’era novella, che comincia, per tutti quelli che vorranno mettersi sotto la protezione di questo Cuore divino. Non già che Gesù non fosse già nostro, con tutti i suoi tesori, per mezzo della Incarnazione e della Redenzione; ma vi è qui come un nuovo passo di Gesù verso di noi, e come una nuova offerta di tutto quello che è, di tutto quello che ha, con questo suo dono del Cuore. Sembra quasi che Gesù si concentri nel suo Cuore, per darci tutto se stesso nell’offrircelo. E il carattere proprio di questa offerta si è di essere un’offerta tutta d’amore. Certamente l’incarnazione, la redenzione, tutti i benefici di Gesù, erano di già l’effetto di un amore appassionato ed erano già stati presentati come tali da Gesù medesimo, da San Giovanni, da San Paolo, da tutta la tradizione cristiana. Ma, nella manifestazione del sacro Cuore a Margherita Maria, si rivela una nuova manifestazione d’amore, così viva ed appassionata, che diviene un nuovo, pressante invito ad amare, Il dono del sacro Cuore è come l’amore di Gesù che si avvicina a noi. La divozione a questo Cuore adorabile, è dunque il culto di quest’amore, l’omaggio che si fa al suo Cuore appassionato d’amore è un omaggio fatto a Gesù; noi andiamo al Cuore, per arrivare a Gesù, amandolo sempre più ardentemente. Si comprende, perciò, tutta l’importanza che Margherita Maria annetteva alla nuova divozione, tutta l’importanza che ha realmente. Non è una divozione inventata dall’uomo, non è che la risposta a una nuova manifestazione dall’amore divino. Quando si riflette a tutto questo, si capisce ancora come Monsignor Bougaud abbia potuto scrivere: « La divozione al sacro Cuore è, certamente, la rivelazione più importante che abbia irradiato la Chiesa, dopo quelle della Incarnazione e della Eucaristia. È la maggiore esplosione di luce che si sia avuta dopo la Pentecoste » (Histoìre de la B. Marguerite Marie, c. XIV, p. 331). Queste parole hanno bisogno d’interpretazione; certo non bisogna attribuire ad esse tutto il rigore teologico (Per quanto, secondo lo storico, le rivelazioni di Paray possano essere autorizzate, sono sempre, però, rivelazioni private, senza valore ufficiale e le cui garanzie e autorità non potrebbero essere confrontate con le rivelazioni fatte autenticamente all’umanità. Del resto questa è chiusa per sempre sino dalla fine dei tempi apostolici), ma, ben comprese, esprimono sempre un pensiero vero. – Così, secondo Margherita Maria, il sacro Cuore riassume tutto Gesù; il dono del sacro Cuore è, per così dire, un nuovo dono di Gesù agli uomini, un nuovo avvicinarsi di Gesù a noi. Veramente non si potrebbe dare una idea più grandiosa e più giusta di questa devozione.

IL SACRO CUORE DI GESÙ (34)

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ-

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE PRIMA:

La devozione al sacro Cuore secondo la beata Margherita Maria

INTRODUZIONE E BIBLIOGRAFIA

Il culto del sacro Cuore di Gesù, quale è riconosciuto e praticato dalla Chiesa, non si fonda né riposa sulle rivelazioni della beata Margherita Maria, così come la festa del Corpus Domini non si fonda su quelle della beata Giuliana di Mont-Cornillon. Nell’uno, come nell’altro caso, la Chiesa ha riguardato il culto in se stesso e nella sua diffusione ed Èssa si è pronunziata sul culto, senza però pronunziarsi sulle rivelazioni. Tuttavia, le rivelazioni hanno influito molto sul movimento verso la divozione. La beata Margherita Maria, come la beata Giuliana, è stata certamente lo strumento provvidenziale. La divozione al sacro Cuore, quale la Chiesa l’ha accolta e fatta sua, è la stessa che la beata dice di esserle stata rivelata da Gesù, quella ch’essa ebbe missione di propagare. È questo un fatto evidente. La constatazione del fatto, per se stessa, non implica un giudizio fermo e decisivo sulle visioni della beata. Ma obbliga a studiarle da vicino, perché esse dominano tutta la storia della divozione, e perché la divozione si presenta come un fatto storico, quanto e forse più che come una verità teologica. La beata Margherita Maria ha, per dir così, come accesa la fiaccola: questa ha alimentato la divozione, l’ha trasmessa agli altri. Di mano in mano, il culto si è diffuso, fino a divenire un culto cattolico, un culto pubblico nella Chiesa, avente le sue feste e le sue pratiche autorizzate. Altri, prima di lei, avevano avuto la divozione al sacro Cuore ed avevano lavorato per propagarla. Ma il culto, che è divenuto il culto pubblico del sacro Cuore, ha avuto il suo primo focolare nel cuore della beata. – Dunque, per ben conoscere la questione, è necessario, innanzi tutto, di sapere ciò che è la divozione, secondo la beata, e come essa ce la presenta. Solamente dopo aver fatto questo, si può farne la teologia e studiarne lo sviluppo storico. Il nostro lavoro comprenderà dunque tre parti, e cioè:

I. — La divozione al sacro Cuore, secondo la beata Margherita Maria.

II. — La teologia della divozione al sacro Cuore.

III. — Lo sviluppo storico della divozione al sacro Cuore.

Gli scritti della B. Margherita Maria

PARTE PRIMA.

La divozione al sacro Cuore secondo la beata Margherita Maria.

Non sapremmo trovar nulla di meglio, come fonte della divozione al sacro Cuore, che gli scritti della beata; ma è pur vero che sul valore dei testi si fanno delle obiezioni che è bene dilucidare. Così studieremo da prima, con gli scritti della beata alla mano, le grandi apparizioni; queste sono il fondamento e la base di tutto e nulla fa meglio conoscere questa divozione nel suo soggetto e nella sua natura. Esamineremo, di poi, la pratica di questa divozione e le promesse del sacro Cuore, in quel modo stesso che ci vengono presentate dalla beata Margherita Maria, Parrebbe, a prima vista, che si sarebbe dovuto cominciare col parlar della beata e dei personaggi che l’hanno secondata; dare un’idea, per quanto è possibile, della natura delle sue visioni, spiegare qual valore si deve dare a queste manifestazioni soprannaturali e al racconto che ne è stato redatto e accennare tutta la forza che dà, a questi fatti, la circostanza che la Chiesa ha posta sugli altari la veggente e adottato il culto preconizzato da lei. – Ma in tutto questo, molte cose non interessano che indirettamente il nostro soggetto, e quelle che vi han rapporto diretto, saranno trattate a luogo e tempo opportuno. Ci basti, per il resto, di rimandare il lettore alle Vite della santa e ai trattati di teologia.

[Vies de la Bienheureuse Marguerite Marie. L’anno stesso che seguì la morte di Margherita Maria, il Padre CROISET pubblicò nel suo libro: La dévotion au Sacre Cceur de N. S. Jesus Christ, Lyon, 1691, un Abregé de la Vie d’une réligieuse de la Visitation Sainte Marie, de la quelle Dìeu s’est servi pour l’établissement de la dévotion au Sacre Coeur de Jesus Christ, décédée en odoeur de sainteté le 17 octobre de l’année l690. – Egli vi dava ampie notizie degli scritti della beata, e specialmente delle lettere indirizzate a lui stesso. Nelle edizioni susseguenti, il nome di Suor Margherita Maria Alacoque fu dichiarato apertamente. Abrégé è stato ristampatocol libro nel 1895 a Montreuil-sur-Mer, dal Padre FRANCIOSI,secondo l’edizione di Lyon del 1694. Io cito secondo la ristampa.Nel 1729 Monsignor LANGUET DE GERGY, dell’Accademia Francese (al quale successe BUFFON) allora vescovo di Soisson, pubblicava, dopo lunga aspettativa, l’opera sua monumentale: La Vie de la Vénérable Mère Marguerite Marie, réligieuse de la Visitation Sainte Marie. Egli conosceva le contemporanee, lavorava sulle loro memorie, riceveva notizie di ogni specie. Così questa vita è stata la sorgente principale, fino alla pubblicazione delle Visitandine di Paray del 1867. L’abate GAUTEY, arcivescovo di Besancon morto nel luglio 1908, ne ha dato (Parigi 1890) una edizione in 4 °, conforme all’edizione prima, con note, schiarimenti, continuazione. Dopo il 1867, abbiamo ancora di più e meglio. Abbiamo i due volumi pubblicati dalla Visitazione di Paray nel 1867 e ristampati nel 1876, con qualche nuovo documento (il testamento t. I , nota D; le lettere 12 e 100, un pio biglietto, t. I I , avviso 47) col titolo: Vie et Oeuvres de la Bienheureuse Marguerite Marie Alacoque, Parigi, 2 volumi in 8 °. Il II tomo contiene gli scritti. Il volume I comprende, come brano principale, la vita inedita, memoria redatta da due antiche novizie della beata, secondo i loro ricordi e quelli delle altre suore. Esse vi hanno utilizzato, in oltre, e largamente citati, gli scritti della beata, le memorie delle sue due superiore, la Madre de Saumaise e la Madre Greyfié, l’Abrégé del Padre Croiset, ecc.]

La Madre Greyfié, alla quale fu comunicata, nel 1714, la trovò conforme alla verità, non rimpiangendo che di avervi molta parte. Questa memoria servì di fondo principale a Monsignor LANGUET. La citeremo sotto il titolo: Contemporaines. Si trovano ancora nel medesimo volume: la procedura del 1715, la memoria di Crisostomo Alacoque, fratello della beata; qualche altro brano di minore importanza. Monsignor GAUTHEY dette, nel 1915, una terza edizione, Vie et Oeuvres, notevolmente aumentata, con miglioramenti considerevoli, con prefazioni, note, ecc., che ne fanno come un’opera nuova. – Vi sono altre vite, in gran numero. Le più conosciute sono quelle del P. CH. DANIEL, Parigi, 1865; del CUCHERAT, Aùtun, -1865, e Grenoble, 1870; del BOUGAUD, Parigi 1874; di A. HAMON Parigi, ‘1907 delle Visitandine di Paray, Parigi, 1909. – Vedere, per maggiori schiarimenti Les historiens de la Bienheureuse Marguerite Marie – appendice bibliografica, di GAUTHEY, al libro del LANGUET, pag. 621- 646; e Les vies de la B. M. M. di A. HAMON negli Ètudes, 20 giugno 1 9 0 2 , t. XCI, pag. 721 – 742.

Il Sig. HAMON dette, ibid, 1904, una serie di articoli pieni di vedute nuove e penetranti: L a Bienheureuse Marguerite Marie, portrait intime. Pubblicò, nel 1907 una vita della beata, nella quale sono infine utilizzate tutte le risorse nuove.

GLI SCRITTI DELLA BEATA MARGHERITA MARIA

Si può dire con tutta verità che, sia negli scritti, come nella vita della beata, tutto converge direttamente o indirettamente, verso il sacro Cuore. È molto bene perciò, di farsene una idea chiara e precisa, non foss’altro che per ben comprendere le note a pie di pagina. Due questioni ci si presentano:

1. Che cosa abbiamo in fatto di scritti della beata ? —

2. Quanta sicurezza abbiamo, di possedere realmente il testo della beata?

I.

GLI SCRITTI

Inventario con osservazioni circa l’origine e la provenienza.

Essi sono raccolti quasi tutti nella « Vie et Oeuvres ». Qualcuno si trova sparso nel primo tomo delle « Contemporaines » altri occupano il tomo secondo, (A parte i quattro documenti su menzionati, e la modificazione della nota 19, le due edizioni non differiscono che per l’impaginatura. Il testo rimane lo stesso. Noi rimanderemo sempre alle due edizioni, avvertendo che, la prima cifra appartiene alla prima edizione, la seconda, fra parentesi, alla seconda. Quando non verrà indicata che una cifra, resta inteso che le due edizioni concordano) altri, finalmente, non sono stati conosciuti e identificati che dal 1876, e hanno dovuto aspettare, per trovare il loro posto, la terza edizione della Vie et Oeuvres di Mons. Gauthey.

Eccone l’inventario esatto:

Due brevi scritti, conservati dal P. de la Colombière e pubblicati nel diario dei suoi Retraites nel 1684. Benché brevi, però questi scritti dovevano avere una grande influenza sulla propagazione della divozione al sacro Cuore. Ne spiegheremo i motivi. Questi sono:

a) Il racconto di quello che si è convenuto chiamare la grande apparizione del sacro Cuore e che ebbe luogo il 16 giugno 1675. Fu redatto, poco tempo dopo l’apparizione, per ordine del P. de la Colombière. Egli, da parte sua, la trascrisse durante gli esercizi che dette a Londra, nel Febbraio 1677. È questo documento che fu pubblicato in Retraites del detto Padre nel 1684 ; ed è stato di poi riprodotto dal P. Croiset, dal P. Galliffet. e può dirsi, da tutti quelli che hanno scritto sul sacro Cuore. È da notarsi che il racconto della medesima apparizione, che si trova nel Mémoire, autografo della beata, è fatto quasi con le identiche parole e non cambia che sulla fine, molto abbreviata, dalla suddetta. Forse essa ha copiato dal volume stampato. Esiste una copia di questi Retraites e dell’annesso documento, che sembra essere indipendente dal testo stampato. L’ultimo editore del P. de la Colombière, Oeuvres complètes, Grenoble, 1901, l’ha riprodotta come suo testo e la suppone fatta sull’autografo del Padre. Il documento annesso si trova t. VI, p. 118. I l testo è quello della traduzione stampata; le differenze sono minime, una eccettuata. Questa dice peccatore invece di peccatrice, di modo che non sappiamo più se il racconto è fatto da una donna.

1. — Un biglietto misterioso, in cui la beata Margherita Maria dà, al Padre de la Colombière, una direzione per dei casi difficili in cui dové trovarsi. Oeuvres complètes di detto Padre, t. VI, p. 106. Cfr. Contemporaines t. primo p. 97 (128), G. n. 156 p. 139.

2. Gli scritti nei quali ella rendeva conto alla Madre de Saumaise, sua superiora, delle grazie ricevute dal 1672 al 1678, e che le edizioni del 1867 chiamano « Petit mémoire des gràces recues ». Questi scritti si trovano sparsi nelle Contemporaines. Sarebbe stato preferibile peraltro, vederli riuniti e dati integralmente, come pure quelli segnati al n. 9. Cosi ha fatto Monsignor Gauthey, t. II, pag, 119-166.

3. Una memoria sulla sua vita, scritta per ordine del. suo Direttore, il P. Rolin, si trova nell’autografo, t. II. p. 289-337, G. 24, ed è, con le lettere, ciò che meglio ci fa conoscere Margherita Maria. Noi lo citeremo con il titolo: Mémoire, ou mémoire autographe.

4. — Circa 140 lettere, o frammenti di lettere: alle sue due superiore, la Madre de Saumaise e la Madre Greyfié; a diverse religiose della Visitazione, ai suoi due fratelli; a diversi Gesuiti: a religiose e persone pie. – Si hanno ancora gli autografi di varie lettere, ma non ci rimangono, per la maggior parte, che copie o frammenti. – Nella raccolta di Paray la lettera CXXXI (CXXXIII) non sembra essere della beata. Ne è stato pubblicato l’autografo, ma non vi si riscontra la sua scrittura. In quanto alla lettera CXXIII (CXXV) non è che un Avis a una novizia. Nel 1691 il Padre Croiset, aveva citato nel suo compendio della vita della beata Margherita Maria, lunghi e molteplici estratti delle lettere di lei, senza però indicare a chi fossero dirette. Le Contemporaines ne presero motivo per attribuirle dirette al P. Rolin e l’errore ha durato sino ai nostri giorni; ma la scoperta del manoscritto d’Avignone, ha permesso d’identificare il destinatario, che non era altri che il medesimo P. Croiset. Ciò ha fatto luce su molti punti oscuri, benché il manoscritto non sia stato riconosciuto autografo della beata. In ogni modo, contiene dieci lettere copiate integralmente, salvo qualche omissione, che possiamo supporre rare e senza importanza. Giudicando la copia in confronto coll’autografo di una delle lettere, la seconda, conservata alla Visitazione di Bologna, è testuale, salvo le varianti ordinarie. Questa seconda lettera era stata pubblicata, fin dal 1874 nel Messager du Cceur de Jesus, secondo il manoscritto di Bologna. Le dieci lettere del manoscritto di Avignone sono state pubblicate nel Messager nel 1889 e 1890. Furono poi stampate a parte, sotto il titolo di Lettres inédites de la Bienheureuse Marguerite Marie, Tolosa 1890. Ne è stato un po’ ritoccato lo stile e verremo citandole, secondo l’autorità di Mons. Gauthey, che le ha riprodotte su di una copia del manoscritto. Rimane una lettera della quale il P. Croiset cita, p. 57, un lungo frammento. Il contesto e il testo medesimo, sembrano indicare che è degli ultimi anni della beata. Sarà stata diretta al P. Croiset come le altre? Aspettando delle prove che lo confermino o lo neghino, possiamo attenerci a degli indizi che rendono plausibile l’affermativa. Se questo è, pertanto, la raccolta di Avignone non comprenderebbe tutte le lettere dirette al P. Croiset, e non avremmo, in fatto di lettere della beata a dei Gesuiti, che queste sole del P. Croiset. Infine, il P. Letierce h a pubblicato, nel 1891, nel suo Etude sur le Sacre Cceur t. II. p. 539 una lettera scritta a una Orsolina. Egli crede che la beata ne abbia scritte molte altre e spera che possano ritrovarsene ancora. Mons. Gauthey la riproduce, (1. TXXVIII) insieme ad altre sin ora inedite

5. — Avis di direzione, e istruzioni spirituali, dirette per la maggior parte, a novizie. Quattro o cinque sono autografe. Il resto è stato preso su copie manoscritte.

6. Un piccolo libretto di preghiere e pie pratiche, tutto in rapporto al sacro Cuore, scritto per intero di propria mano della beata, il che per altro, non vuol dire che sia tutto di sua composizione.

7. Preghiere e pie’ pratiche della beata, di cui non rimangono che poche copie.

8. — Qualche cantico.

9. Alcune note personali, ma poche. Fra queste, se ne riscontrano alcune distinte con un « per obbedire ». Segnaliamole:

a) Note prese durante i suoi esercizi spirituali di professione (novembre 1672; con le risoluzioni « dettate » da Gesù, e l’offerta di tutta se stessa scritta col proprio sangue. Contemporaines t. I, p. 37 (68) Gauthey n. 74, 76, p. 89, 93.

b) Note prese durante i suoi esercizi del 1678. Contemporaines t. I, pag. 124 (154), Gauthey, n. 292 pag. 276.

c) L’atto col quale Gesù la costituisce erede del suo Cuore, scritta col proprio sangue, 31 dicembre 1678 e altre note. Contemporaines, t. I , pag. 129 (159), Gauthey, n. 190-194 p. 172-174.

d) Note del suo ritiro del 1684, con le sue risoluzioni. Contemporaines t. 1, p. 192 (221), Gauthey, N. 294 sq., pag. 280 sq.

e) Voto di perfezione con le grazie che lo seguirono, 31 ottob. 1686. Contemporaines t. I. pag. 248 (276),.Gauthey,. n. 252-253, p. 234-239.

f) Note sul suo « Ritiro interiore nel sacro Cuore di Gesù, per prepararsi a comparire dinanzi la Santità di Dio ». Contemporaines t. 1, p. 296 (293) Gauthey, n. 302-303, p. 286-289. Questo « Retraite intérieure » durò 40 giorni, cominciando dal 22 luglio 1690; ma le note si arrestano al secondo giorno. Tutti questi documenti si ritrovano, completi e riuniti, nel secondo volume di Mons. Gauthey. sotto il titolo di « Sentiments de ses retraites », p. 185, 204. Le tableau des références, p. 186, ne rende facile la ricerca. Per gli altri documenti veder pure lo stesso. Le tableau des références t. II, p. 774.

10. Diversi frammenti raccolti nelle Contemporaines senz’altra indicazione che quella che assicura l’antichità.Riuniti e completati dal Mons. Gauthey, t. II, pag. 166, 183, sotto il titolo di « Fragments ».

11. La piccola consacrazione che ella univa qualche volta alle sue lettere. Ce, ne rimangono due autografi, in cui si riscontra appena qualche parola di variante. Lettera XIX t. II, p. 98 L . I I V 332 e seg. t. II, 96 (133) G, 4111, 334 d.

12. — Una preghiera del P. de la Colombière, scritta di suo pugno, su di una immagine trovata nel 1894. Fàc-simile nel « Règne du Cœur de Jesus », 2.» edizione, Parigi 1899, t. I, p. 5, G. t. II, pag. 826.

13. — Delle Litanie, in latino, di Santa Chantal, copiate dalla beata. Vedere ibid, t. I V , pag. 496. Non si trovano i n G.

II.

FEDELTÀ DELLA TRASMISSIONE

Abitudine di rimaneggiare i testi. Gli autografi. Ritocchi delle copiste o degli editori. Fedeltà sufficiente e autenticità, meno qualche dettaglio di espressione. Il tono di Margherita Maria.

Le editrici di Paray hanno riprodotto con cura (a parte qualche leggero errore o correzione di dettaglio) gli autografi, quando sono stati conosciuti. Per il resto, hanno dovuto ricorrere ai testi stampati o alle copie manoscritte. Il P. di Galliffet aveva pubblicato le Mémoire della beata; Languet aveva dato molti testi forniti dalle Contemporaines; Croiset aveva inserito nel suo Abrégé lunghi frammenti di lettere: gli editori del P. de la Colombière, avevano unito, alle note di ritiro spirituale, un biglietto della beata, e il racconto della grande apparizione che il Padre aveva trascritto. Ma in quei tempi non venne a nessuno l’idea di pubblicare gli scritti della beata, tali come sono, mancanti di ortografìa e di stile letterario. Ciascuno ritoccava il testo che pubblicava. Si ritoccava perfino copiando; le Contemporaines, accomodavano, a piacer loro, i testi che trascrivevano per le suore o per Mons. Languet; Mons. Languet faceva lo stesso in vista del pubblico. Quando non si faceva per in coscienza, si ritoccavano quasi per istinto. (1) E ciò. si rileva confrontando i testi stampati con gli autografi e anche confrontando i testi stampati fra di loro; non se ne trovano due che si somiglino esattamente. – In compenso però, questo confronto ci prova che i ritocchi non sono che nella forma. Vi si riscontrano delle soppressioni spiacevoli, e delle trasposizioni infelici; ma il pensiero non è stato mai falsato, in sostanza, non sono stati fatti che dei ritocchi di grammatica o di stile. In quanto alle lettere, scritte al P. Croiset, il manoscritto d’Avignone è esatto, meno qualche soppressione. Fra le altre garanzie, abbiamo l’autografo della seconda lettera.

(1) Un tratto, raccontato dalla Madre de Saumaise, ci fa toccare sul vivo con quanta facilità incosciente, si copiavano i testi. Nostro Signore le fece vedere un giorno le croci e le pene interiori che il P. DE LA COLOMBIÈRE soffriva nel paese dove i superiori lo avevano mandato. Essa venne tosto a rendermene conto, presentandomi un biglietto da fargli avere e che conteneva delle cose molto consolanti che Gesù Cristo le aveva dettato. E siccome io ricevei, qualche tempo dopo, delle lettere da questo gran servo di Dio, compresi dalle domande che egli faceva, aver egli gran bisogno che si pregasse per lui. Siccome ciò poteva riferirsi a qualche cosa di cui questa virtuosa suora aveva avuto conoscenza, mi credei obbligata di mandargli il suddetto biglietto, che copiai senza aver fatto parola con alcuno di tutto questo. Nondimeno essa venne a trovarmi e mi disse che, nel copiare, avevo cambiato qualche cosa e che Nostro Signore voleva che ci si attenesse a quello che Egli aveva fatto scrivere. E volendolo io rileggere, per vedere quello che io avevo cambiato, trovai di aveve sostituito qualche parola assai somigliante, ma che aveva pertanto assai minor forza. Contemporaines, t. I, p. 117, (146) riveduto su G. n. 81 – p. 98..

L’edizione di Tolosa è imperfetta, ma ci dà il testo del manoscritto. Quando se ne allontana, lo indica spesso, ma non sempre. La lettera, o frammento di lettera, CXXXII, CXXX1V, dà maggiore incertezza. Lo stile ha una fermezza virile, il tono è di una decisione e una sicurezza molto rare nella beata; lo sviluppo ha una portata e una impronta tutta oratoria. Questi dati e altri ancora fanno pensare al P. de la Colombière. Di più, fra le diverse recensioni si riscontra, con qualche cambiamento di parole, una differenza nell’ordine dei paragrafi e a tutto questo si unisce il vago della designazione del destinatario. Così siamo condotti a domandarci se non avessimo là un’eco della beata, visibilmente fedele, piuttosto che il suono stesso della sua voce. – Si vorrebbe ritrovare in questa lettera quella che il P. de la Colombière dice avere scritto a uno dei suoi amici di Francia, per raccomandargli l’amabile divozione del sacro Cuore e per spingerlo a farsene L’apostolo. Certo, è su quel tono che dovette parlargli. Però le promesse sono di una ampiezza, di una precisione che non s’incontrano in altri scritti della beata avanti gli ultimi anni della sua vita. Di più, il P. Croiset la dà come di Margherita Maria, ciò che non permette più di dubitare. In ogni modo, risulta evidente che le cose espresse e le espressioni medesime, nell’insieme, sono della beata. Questa conclusione, che s’impone per il più dubbio dei documenti, presentatici dalle editrici di Paray, a parte sempre l’eccezione già segnalata della lettera CXXXI (CXXX1I1), s’impone a più forte ragione per tutto il resto. Noi abbiamo negli scritti editi di Margherita Maria, il suo pensiero e, salvo qualche dettaglio secondario, le espressioni sue proprie. – Senza far tante critiche, basta leggere per esserne convinti. Vi sono delle cose che non s’inventano né, s’imitano. Ogni lettore non prevenuto è invaso da quella unzione penetrante e soave dell’ardente carità del Salvatore, che Margherita Maria prometteva agli apostoli del sacro Cuore, in nome di Gesù medesimo. È una delle ragioni che ce la farà citare largamente. A chi, infatti a chi chiederemmo il racconto di queste esperienze intime, se non a quella che le ha provate? Chi può meglio iniziarci alla divozione del sacro Cuore di lei, che l’apprese dallo stesso Gesù, che l’ha vissuta nella sua pienezza, che ha ricevuto missione di propaganda?

SACRO CUORE DI GESÙ (33): CONSACRAZIONE AL CUORE DI GESÙ

Sac. Prof. Albino CARMAGNOLA: La vittima della carità ossia IL SACRO CUORE DI GESÙ; Società Editrice Internazionale, TORINO, 1920

DISCORSO XXXIII.

Consacrazione al S. Cuore di Gesù.

Una sera gelata d’inverno un uomo si aggirava solingo e pensieroso in luogo alquanto remoto della vicina città. Egli era un genio, ma accasciato sotto il peso di gravi sventure. Dopo di avere camminato alquanto, lo ferisce all’orecchio il suono della campana d’un vicino convento. A quel suono, come alla voce d’un amico, che lo chiamasse per consolarlo, quell’uomo volge ad un tratto i suoi passi frettolosi a quel convento e ne batte alla porta. Un frate si avanza, ed aprendo, così saluta: La pace sia con te, o pellegrino; che cerchi tu? — Che cerco io? Cerco appunto la pace che tu mi auguri, ma che finora non ho trovato. Cerco la pace! Miei cari, questo anelito così ardente di Dante Alighieri è l’anelito di tutta l’umanità. Pace, pace si cerca da tutti; pace, pace da tutti si invoca. Ciascuno vuol pace nel suo cuore; ogni famiglia vuol pace nel suo seno; ogni società vuol pace tra i suoi membri; e tutto il mondo vuol pace fra i suoi stati. E per avere, per mantenere, per promuovere la pace si istituiscono dei comitati, si fanno dei congressi, si diramano circolari, si fanno proposte, si suggeriscono mezzi, si danno delle norme; e ciò si fa dagli stessi più grandi sovrani del mondo. Tanto è vero che la pace è uno dei maggiori beni che si possa godere quaggiù dall’umanità. Ma con questa brama irrefrenabile, che da tutti si ha della pace, con questa aspirazione sì infuocata di tutti gl’individui, di tutte le famiglie, di tutti gli stati, di tutto il mondo si cerca davvero la pace là dove essa esiste? La pace, ha detto il più grande dottore, S. Agostino, è la tranquillità dell’ordine. Ma la base, il principio, la radice di ogni ordine serbato e tranquillo è la conoscenza, l’amore, il servizio di Gesù Cristo, la totale consacrazione della nostra vita a Lui. Senza la nostra vita in Cristo è scossa, è tolta anzi la base di ogni ordine, ed allora non più pace, ma agitazione, scompiglio e guerra. Sì, Gesù Cristo è la nostra pace: ipse est pax nostra; (Eph. II, 14) Gesù Cristo è colui che la può far regnare in mezzo al mondo, perché Egli è il principe della pace: princeps pacis; (Is. IX, 6) Gesù Cristo è colui che la dona, perché è il Dio della pace: Deus pacis. (Hebr. XIII, 20) Appena nato sopra questa terra la fece annunziare agli uomini per mezzo degli Angeli: Et in terra pax hominibus; (Luc. II) prima di andare a morire per noi la lasciò come in retaggio a’ suoi apostoli: Pacem relinquo vobis; (Io. XXI) e dopo la sua risurrezione, il primo saluto, il primo augurio, la prima promessa, che fece ai discepoli, fu la pace: Pax vobis. (Luc. XXIV, 36). È da Lui pertanto, da Lui solo, che ci può venire la pace, opperò è in Lui, in Lui solo che dobbiamo ricercarla. E chi fra di noi, riconoscendo dove stia la pace, non vorrà recarsi lì a farne l’acquisto? Miei cari, siamo arrivati al termine del mese consacrato al Cuore di Gesù. In questo mese ci siamo studiati di conoscere questo Cuore più intimamente che ci fu possibile, ed abbiamo cercato di metterci innanzi i motivi più grandi che devono spronarci a crederlo, ad amarlo e servirlo fedelmente. Ora che altro ci rimane se non risolvere di mantenere costantemente il frutto di queste sante cognizioni? A tal fine non dobbiamo far altro quest’oggi che consacraci interamente a Lui. Ma intendiamoci bene, o miei cari. Invitandovi io quest’oggi, a fare la vostra consacrazione al Cuore Santissimo di Gesù, non crediate, che io vi inviti ad una funzione religiosa vaga e indeterminata, ad un’espansione passeggera di una tenerezza sensibile verso di Lui: no affatto. Io vi invito a fare una consacrazione soda, totale e costante di voi medesimi al Cuore di Gesù Cristo, a prendere cioè una risoluzione decisiva di vivere d’ora innanzi unicamente in Lui, con Lui e per Lui, nella fede ferma alla sua dottrina, nella pratica esatta della sua legge, nel servizio fedele della sua Persona; giacché, orMai lo abbiamo ben inteso, dire Cuore di Gesù è dire Gesù Cristo Figliuolo di Dio fatto uomo per nostro amore e per nostra salute è sempre la stessa cosa. E la salute nostra non sta in altri che in Lui: Non est in alio aliquo salus.(Act. IV, 12) Non altro Nome vi è sotto il cielo, che possa essere il segno della nostra elezione divina; Gesù Cristo principio di tutte le cose ne è pure il fine; tutto da Lui procede e tutto mette capo a Lui. Nessuno va al Padre se Egli non lo conduce colla grazia, con quella grazia che ha la sorgente nel suo Sacratissimo Cuore: Gratia Dei per Iesum Christum Dominum nostrum.- (Rom. VII, 25) Se noi pertanto cercassimo la verità fuori di Lui, non la troveremmo che incompleta e mutilata, perché è Egli la verità; se noi camminassimo verso i nostri destini lontani da Lui, noi ci perderemmo, perché Egli è la via unica e sicura: se noi pretendessimo di vivere senza di Lui, noi resteremmo mai sempre in potere della morte, perché Egli è la vita. Ego sum via, veritas et vita. (Io. XIV, 17) Insomma pensieri, affetti, nobili e sante abitudini, buone opere tutto sarebbe inutile, tutto andrebbe irrimediabilmente perduto, se noi non ci unissimo a Lui, se non ci dessimo a Lui del tutto, se a Lui non ci consacrassimo, giacché senza di Lui non possiamo far nulla: Sine me nihil potestis facere. Tutto per Lui, tutto con Lui, tutto in Lui: Per ipsum, cum ipso et in ipso! Oh quanto importa adunque che noi ci consacriamo con una consacrazione vera, soda, decisiva al Cuore SS. di Gesù: Egli ne ha tutti i titoli e noi ne abbiamo tutto l’interesse. Ed ecco appunto ciò che vi dirò in quest’oggi: —O Cuore adorabile di Gesù, dona oggi tale forza alla mia parola che valga ad ottenere davvero che tutti questi cuori si rifuggano per sempre dentro di te.

I. — Il primo titolo che il Cuore SS. di Gesù ha alla nostra consacrazione si è l’essere Egli il Cuore del nostro Maestro divino, sia perché come tale fu veramente mandato da Dio, sia perché è Dio Egli stesso. No, in Gesù Cristo non abbiamo soltanto uno di quei grandi sapienti e profeti, quali furono quelli che Iddio inviò nell’antica legge; in Lui non v’ha soltanto un semplice riflesso della luce eterna, ma è il sole medesimo sorto nel inondo per inondarlo della sua luce, penetrarlo del suo calore, è la Sapienza divina incarnata, è il Verbo, la Parola divina fattasi vivente in un corpo e in un’anima umana, è insomma il Maestro supremo, il Maestro dei maestri. Se adunque Gesù Cristo è il Maestro nostro per eccellenza, non dovremo noi consacrarci del tutto al Cuore divino per accettare e credere tutti gl’insegnamenti e per osservare tutti i precetti che ne ha fatto uscire per la salvezza nostra? Oh! sì, senza dubbio. Che importa adunque che Egli ci apprenda delle verità che noi colla sola nostra ragione non possiamo né presentire, né penetrare? Che importa che egli ci ammaestri intorno a misteri inscrutabili e superiori al nostro intendimento? Le verità non lasciano di essere verità dal momento che partono dalla bocca di un Maestro divino, che le vede e le afferma. Vi sono stati, vi sono tuttora dei maestri dotati di gran genio, che si impongono per tal guisa alle menti dei loro discepoli da ingenerare in essi una sicurezza la più grande della loro dottrina; sicurezza tale per cui questi discepoli a qualsiasi obbiezione, a qualsiasi difficoltà fosse loro fatta contro la dottrina del maestro rispondono decisamente: L’ha detto il nostro maestro : Magister dixit. Ma questa fiducia così imprudente, che non tiene conto della debolezza che trovasi nella mente umana, fosse pure la più elevata, la più nobile, a quanti sbagli, a quanti errori può andare incontro! Or si potrà dire la stessa cosa di noi quando noi prestiamo fede a Gesù Cristo, ancorché Egli ci insegni cose incomprensibili alla mente nostra? No, non mai, perché se noi a qualsiasi obbiezione o difficoltà che alla dottrina di Gesù si affacci alla mente nostra sia per parte della nostra ragione riottosa, sia per parte dei falsi maestri del mondo, se noi, dico, a qualsiasi obbiezione o difficoltà rispondiamo: Magister dixit, è lo stesso che rispondere: Deus dixit: l’ha detto Iddio, quel Dio che è di una scienza infallibile e di una veracità suprema, ragione per cui noi saremmo del tutto colpevoli se gli rifiutassimo la perfetta sommissione del nostro spirito. Dunque fede piena e totale a tutto ciò che Gesù Cristo ci insegna intorno alla natura di Dio, alla vita delle tre Persone divine, alla sua eterna generazione, alla sua propria Persona, al valore delle sue azioni, all’estensione de’ suoi meriti, alla comunicazione della sua vita, a’ suoi santi Sacramenti, alla virtù della sua grazia, alla nostra origine, ai nostri destini. Sì, fede piena e totale, senza riserva alcuna, senza alcuna restrizione. È vero, oggi non è più la sua bocca divina quella che direttamente ci ammaestra intorno a tutto ciò che dobbiamo credere, ma è la sua Chiesa docente, quella Chiesa che Egli ha costituita a tenere le sue veci, che ha fatta depositaria sicura della sua dottrina, che ha resa infallibile nella promulgazione della medesima, ed alla quale perciò dobbiamo quella medesima fede che si deve a Gesù Cristo, avendo Egli detto alla Chiesa: Qui vos audit me audit; chi ascolta voi, ascolta me, (Luc. x, 16) e chi disprezza voi, disprezza me, e chi disprezza me, disprezza Colui che mi ha mandato: Qui vos spernit, me spernit. Qui autem me spernit, spernit eum qui me misit. (Ib.) Ma il nostro divino Maestro Gesù non solamente ci insegna le verità che dobbiamo credere, ma eziandio le opere che dobbiamo compiere, e non solo ce le insegna, ma ce le comanda. Propriamente perché Egli è il Maestro divino, perciò ancora è il precettore, quegli cioè che ci dà dei precetti e ci ordina di eseguirli, e se noi ci sottraessimo alla sua indiscutibile autorità, se noi non lo volessimo obbedire, se noi avessimo la stolta pretesa di obbedire a Lui ed obbedire alle nostre passioni, alle massime del mondo, ai suggerimenti di satana, guai! noi saremmo perduti, perché è solo nell’obbedir a Gesù Cristo e nell’obbedire a Lui unicamente che siamo certi di far sempre il bene, evitar sempre il male, ed operare la nostra salvezza. La legge di Gesù è una legge che non soffre rivalità di sorta, avendo detto Egli stesso apertissimamente, che nessuno può servire a due padroni ad un tempo: nemo potest duobus domini servire. Sarà vero adunque che per osservare i precetti di Gesù Cristo noi dovremo fare violenza a noi stessi,giacché regnum Dei vim patitur et violenti rapiunt illud: il regno di Dio patisce forza e solamente quei che si fanno violenza riescono a guadagnarlo; sarà vero che perciò dovremo rassegnarci a sacrificare il nostro orgoglio, il nostro amor proprio, il nostro io; sarà vero che dovremo mortificare i nostri sensi, contenere le nostre ambizioni, moderare le nostre cupidigia, regolare i nostri affetti, vegliare sui pensieri della nostra mente, comprimere i traviamenti dell’immaginazione, soffocare i desideri malnati del nostro cuore, distaccarci dai beni miserabili e caduchi del mondo per attaccarci unicamente ai beni veri ed imperituri del cielo; sarà vero in una parola che dovremo rinunciare all’amore di noi per crocifiggere la nostra carne con quella di Gesù Cristo: ma questo è tutto ordinato e voluto da Lui. È Egli che ci comanda di essere mansueti ed umili di cuore, come lo è Lui; è Egli che ci ordina di essere casti e mortificati; è Egli che ci impone di essere benefìci, misericordiosi,generosi nel perdonare; è Egli che ci intima di pregare,di onorarlo sempre, ma specialmente nei giorni a Lui consacrati;è Egli che vuole che noi andiamo a gettarci ai piedi del sacerdote suo rappresentante per confessargli e piangere i nostri peccati, Egli che ci chiama ad accostarci a riceverlo nei nostri cuori colla santa Comunione, Egli! E siccome Egli continua ad esercitare il suo impero sopra di noi in modo visibile per mezzo della sua Chiesa, alla quale ha dato la facoltà di prescriverci tutto ciò che ella crede più conveniente, più utile, più necessario per ottenere da noi l’adempimento vero e perfetto dei precetti di Lui, perciò è anche ai precetti della Chiesa, che dobbiamo assolutamente obbedire per poterci dire veri obbedienti di Gesù Cristo in tutto e per tutto. Ecco, o miei cari, il primo titolo che Gesù Cristo ha alla consacrazione nostra al suo Sacratissimo Cuore, e che cosa importa per questo riguardo la nostra consacrazione: il Cuore di Gesù è il cuore del nostro Maestro e noi dobbiamo credere tutti i suoi insegnamenti e praticare tutti i suoi precetti. -Ma a questo primo titolo un altro se ne aggiunge anche più toccante per il nostro cuore. Gesù Cristo non è solo il nostro Maestro, ma è pure il nostro amico. Sì, incredibile a dirsi, ma pur vero. Gesù è il nostro amico. Egli non fa come i maestri e precettori di questo mondo, che tolta qualche rarissima eccezione, pur prendendo a nutrire dell’affetto ai loro discepoli, difficilmente li ammettono a godere della loro intima amicizia, troppo temendo che questo sentimento che conduce alla famigliarità riesca di danno al rispetto che desiderano mai sempre ottenere. No, Gesù Cristo non fa così; Egli si sbriga da questi riguardi e costumanze umane, perché  Egli sa che quanto più noi diventeremo famigliari con Lui, quanto più ci stringeremo a Lui intimamente e teneramente, tanto più diventerà profonda in cuor nostro la riverenza per Lui e tanto più affettuosi e perfetti saranno i servigi che gli renderemo. Epperò fin dal tempo della sua vita mortale Egli ha preso a nutrire verso tutti coloro che lo volevano corrispondere il sentimento della più tenera amicizia. E non si rivelò egli il più affezionato degli amici verso de’ suoi Apostoli, e non li riguardò, essi, come amici suoi? Ah! udite le commoventi parole che loro indirizza: Voi siete gli amici miei. No, non vi chiamerò Io col nome di servi, perché il servo non sa quello che faccia il padrone; ma vi chiamerò con quello di amici, perché Io non tengo con voi segreto alcuno, e tutto quello che Io intesi dal Padre mio, tutto ve lo feci sapere. (Io. XV, 14, 15). E in conformità a questa professione di amicizia Gesù vuole gli Apostoli sempre con sé, e non ostante che siano sì rozzi, sì difettosi, sì meschini, li compatisce nei loro difetti, li avvisa dei loro mancamenti, li assiste nei loro bisogni, li difende nei loro pericoli, li anima nelle difficoltà, li premunisce contro le persecuzioni,nulla, assolutamente nulla risparmia di fare per rendere onore alla sua parola, per dimostrare che Egli è veramente il loro amico e che essi sono gli amici suoi. Ma quella bontà e tenerezza di amicizia che Gesù Cristo ha dimostrato durante la sua mortal vita, ritenetelo bene, non è venuta meno presentemente per nessuno di noi. Basta che noi rispondiamo all’amor suo perché anche a noi Egli faccia il grande e affettuosissimo onore di averci per amici suoi e di far sentire a noi tutti gli effetti dolcissimi della sua amicizia,per largire cioè e comunicare anche a noi nella massima abbondanza quei tesori di grazie che egli ha fatto scaturire dal Cuore suo durante la sua vita e’ soprattutto durante la sua passione e morte. Sì, il Cuore di Gesù sarà sempre anche per noi il cuore del vero amico, dell’amico per eccellenza, dell’amico potente ed amoroso al quale attingeremo a piene mani tutti i beni di cui abbiamo bisogno. Siamo noi nella nostra intelligenza offuscata da dubbi, da incertezze, da esitazioni intorno alla fede? Rechiamoci al Cuore dell’amico Gesù, ed egli spanderà nel cuor nostro la luce. Vogliamo noi essere diretti sapientemente nei nostri studi, ne’ nostri lavori, nelle nostre imprese, nei nostri interessi sì temporali che eterni affine di non giovare soltanto a noi, ma anche ai nostri prossimi? Andiamo al Cuore dell’amico Gesù, ed Egli verserà nel cuor nostro il dono del Consiglio.Ci sentiamo freddi nell’adempimento dei nostri doveri, soprattutto nell’adempimento di quelli che abbiamo con Lui, ci sentiamo freddi nella divozione, nella pietà, nella pratica della Religione? presentiamoci al Cuore dell’amico Gesù ed egli è la fornace dell’amore. Ci sentiamo assaliti dalle tentazioni terribili di satana, dalle lusinghe prepotenti del mondo, dalle punture stimolanti delle nostre passioni? Corriamo al Cuore dell’amico Gesù: Egli è la forza dei deboli. Abbiamo l’anima lacerata pei dispiaceri avuti dagli uomini, pei tradimenti che ne abbiamo patito, per le calunnie di cui ci hanno oppressi, per la guerra che ci hanno fatto, pel disonore che ci hanno causato, per la rovina che ci han procacciata, per la miseria a cui ci hanno ridotti? Oh! non tardiamo un istante ad appressarci al cuore dell’amico Gesù, ed egli verserà nel cuor nostro il balsamo della consolazione. Finalmente siamo noi oppressi dalle colpe della nostra vita passata, gemiamo noi sotto il peso di tanti peccati? Ebbene anche allora rechiamoci al Cuore dell’amico Gesù, perché neppur allora Gesù, se noi lo vogliamo davvero, neppur allora Ei ci rifiuta la sua misericordia;anzi è allora che più particolarmente ce la farà sentire,perché anche allora continua ad essere l’amico nostro.Non di meno, o miei cari, non dimentichiamoci che la vera amicizia non è riposta nello sfruttare l’altrui cuore per sé, no; essa suppone e vuole reciprocanza di affetti, scambio di doni,serie non interrotta di generosità. È vero, noi siamo poveri,pur tuttavia Gesù si accontenta che noi gli diamo quel poco che noi abbiamo; si accontenta del nostro cuore per quanto meschino, si accontenta della nostra buona e risoluta volontà di amarlo, si accontenta del nostro impegno costante per non offenderlo, si accontenta della nostra compassione e della nostra riparazione per gli oltraggi che Egli riceve, massimamente nel Sacramento d’amore; si accontenta delle nostre preghiere, delle nostre pratiche devote, delle nostre comunioni, delle nostre mortificazioni; si accontenta dell’offerta delle opere nostre e noi diamogli volentieri tutto questo. Che anzi diamogli qualche cosa di più. Giacché con satanico furore si fa di tutto per togliere Gesù di mezzo alla società, di mezzo alla scienza, di mezzo alle lettere, di mezzo alle arti, di mezzo alla scuola,di mezzo all’officina, di mezzo alla famiglia, e noi pieni di zelo lavoriamo per quanto possiamo ad impedire sì esecrando e sì fatale delitto; lavoriamo a mantenere Gesù dappertutto, lavoriamo a rimetterlo in onore ed in amore per ogni dove. Lavoriamo colla preghiera, lavoriamo col buon esempio, lavoriamo coll’impiego del denaro alla sua santa causa, lavoriamo col partecipare vivamente e seriamente all’Azione Cattolica, lavoriamo col sacrificare perciò generosamente lo nostre mire personali e le nostre comodità. Oh allora sì, Gesù sarà sempre l’amico nostro e noi saremo sempre gli amici suoi: e sempre ci farà risuonare all’orecchio questa dolce parola: vos amici mei estis.Ma un terzo titolo che ha Gesù Cristo alla nostra consacrazione al suo Santissimo Cuore si è che desso è vita della nostra vita.Ego sum vita, Egli ha detto, e per questo sono venuto al mondo, perché gli uomini abbiano per me la vita e l’abbiano abbondantemente: Ego veni in mundum ut vitam habeant et abundantius habeant. (Io. x, 10) Né crediate che quando Gesù asserisce di essere la nostra vita adoperi un linguaggio poetico e figurativo, no; Egli adopera un linguaggio vero, reale, profondamente vero e reale. Egli è anzitutto vita della nostra stessa vita fisica, giacché questa vita corporea che noi abbiamo è Egli che come Dio ce l’ha data, Egli che come Dio cela conserva, Egli che come Dio è padrone di togliercela quando gli pare e piace. Ma soprattutto Egli è vita della nostra vita spirituale, vita dell’anima nostra elevata all’ordine soprannaturale. Questa vita è vero noi l’avevamo perduta per il peccato del nostro primo padre. Ma Gesù venendo sopra di questa terra a patire e morire per noi ce l’ha sovrabbondantemente riacquistata. Epperò questa ce l’ha ridonata, a ciascuno di noi, quando l’acqua salutare del santo Battesimo discendendo esteriormente sul nostro corpo purificò interiormente l’anima nostra per mezzo della grazia. Questa vita fu rafforzata in noi in quel dì, in cui lo Spirito Santo, che Gesù Cristo ha mandato, è disceso nell’anima nostra per mezzo della santa Cresima, apportandoci insieme con un’altra grazia abbondantissimi tesori. Da ultimo questa vita fu resa più ricca, più feconda, più gloriosa ogni qual volta noi ci siamo accostati alla mensa eucaristica a nutrirci delle carni immacolate di Cristo e a bere il suo preziosissimo Sangue. Ora, dopo tutto ciò, essendo stati noi pienamente vivificati da Gesù Cristo,non è Egli in diritto, nell’assoluto diritto che noi ci consacriamo a Lui, al suo Sacratissimo Cuore, e che prendiamo pur noi a vivere della vita sua? Sì certamente; ognuno di noi dobbiamo vivere in guisa da poter dire ognuno: Mihi vivere Christus est. (Philipp, I, 21) Vivo ego, iam non ego, vivit vero me Christus.Ma poniamo ben mente che vivere della vita di Gesù Cristo, menar davvero vita cristiana non importa soltanto una certa conformità dei pensieri nostri coi pensieri suoi, di affetti co’ suoi affetti, di azioni colle, sue azioni, ma soprattutto una penetrazione permanente della vita di Gesù Cristo in noi, un’abitazione continua sempre più attiva della sua grazia per modo che le nostre opere, le nostre parole, i nostri pensieri, i nostri affetti siano impregnati di questa grazia e di questa vita di Gesù Cristo e in tutto quel che facciamo, in tutto quel che diciamo, in tutto quel che pensiamo, in tutto abbiamo a farci dei meriti innanzi a Dio per Gesù Cristo, con Gesù Cristo e in Gesù Cristo. Ahimè! quanti vi sono che si credono vivi della vita di Gesù Cristo e invece sono morti!quanti vi sono che meritano ciascuno quel rimprovero dell’Apocalisse; Nomen habes quod vivas, et mortuus es! Non parlo no, di coloro, i quali rinnegando il loro battesimo e la loro educazione cristiana ricevuta sulle ginocchia della madre-Chiesa e della Chiesa-madre vorrebbero ora se fosse possibile cancellare dall’anima loro l’indelebile carattere del battesimo. Ah!costoro non ignorano di essere morti alla vita di Gesù Cristo e forse anche son arrivati a tal punto di irreligiosità e demenza da farsene vanto. Io parlo invece di coloro che conservano la fede, che pregano ben anche, che frequentano le Chiese, che si sottomettono volentieri e persino con ostentazione alla legge del magro e del digiuno, che accorrono sollecitamente ad ascoltare la parola di Dio, che si consolano della pietà delle loro mogli, che esigono le pratiche religiose nei loro figli, che mirano con spavento i progressi dell’irreligione, che provano sdegno contro ogni pubblica dimostrazione dell’empietà,che quando si parla di Cristiani Cattolici, servi ed amici di Gesù, si fanno anche arditamente innanzi per dire: noi siamo del loro numero; ma che intanto sono morti alla vita di Gesù Cristo, perché resistono alla sua volontà dichiarata, perché rimangono da anni e da anni schiavi del peccato, perché da anni e da anni non vanno più a gettarsi ai piedi di un confessore per riacquistare la grazia divina, perché da anni e da anni non si accostano più alla sacra mensa. Ah! miei cari, che gran pena al cuore il pensare a costoro! Perciocché sia pure che costoro per non avere totalmente abbandonato Gesù Cristo possono sperare che Gesù Cristo non abbandoni totalmente essi, ma intanto se essi continuano in questo stato di morte non si va sempre più aggravando sopra il loro capo lo sdegno del cielo? e non potrà essere che in quel dì istesso a cui han rimandato la loro risurrezione alla vita cristiana,in quel dì istesso, prima che’ essi la compiano, siano chiamati dallo stesso Gesù Cristo a render conto dell’abuso continuato che fecero delle sue misericordie? Ah! miei cari, se mai vi fosse tra di voi qualcuno di questi sventurati, si decida ormai a risorgere e a riacquistare la vita di Gesù Cristo, non rimandando neppur più a domani quello che potrà fare ancor oggi. Tutti poi dandoci alla vita veramente cristiana, facciamo di essere perseveranti in essa; no, non più infedeltà; non più ricadute, non più ingratitudini. Che ciascuno di noi possa sempre ripetere in fondo dell’anima sua con tutta verità: Ho trovato alfine chi ama l’anima mia, ho trovato il cuore di un Maestro divino, di un amico divino, di una vita divina; ho trovato il Cuore SS. del mio Gesù, al quale mi dono e mi consacro per tutta la vita senza più mai separarmi da lui: Inveniquem diligit anima mea, tenui eum nec dimittam. (Cant. III, 4)

II. — Ed è questo il nostro supremo interesse: l’unico mezzo, col quale potremo godere la pace in vita, in morte e dopo morte. Taluni pensano che la pace consista nel possesso delle ricchezze, epperò si danno a ricercarne l’acquisto con un ardore di passione. Ah! esclama qualcuno, se io arriverò a possedere qualche centinaio di migliaia di lire sarò felice. E perciò va, viene, compra, vende, si agita, si sacrifica… e poi? Il denaro, miei cari, non dà la pace; quanto più se ne ha, tanto più se ne vorrebbe; e per poco che se ne abbia, sempre si sta in agitazione per la paura di perderlo. Gesù Cristo ha chiamato le ricchezze spine, e le spine, tutt’altro che contentare il cuore dell’uomo, lo pungono e lo fanno soffrire. Perché nelle ricchezze l’uomo trovasse la pace, bisognerebbe che queste fossero il suo ultimo fine. Ma è forse così? L’oro e l’argento, secondo il piacevole modo di esprimersi di S. Bernardo non è altro che terra rossa e terra bianca, terra rubra et terra alba; e l’uomo creato da Dio, ad immagine e somiglianza di Dio, avrà per suo ultimò fine la terra che calpesta co’ suoi piedi? Il pretenderlo sarebbe un avvilire la nostra natura e rendere il nostro cuore schiavo miserabile della materia. – Tali altri credono trovare la pace nei godimenti e vi si abbandonano senza tregua. Festini, balli, teatri, gozzoviglie, piaceri del senso, si succedono, si avvicendano, si intrecciano del continuo nella loro vita gaudente. Ma sono essi felici? No, certamente. È questo il caso di dire col poeta:

Se a ciascun l’interno affanno – Si leggesse in fronte scritto, – Quanti mai che invidia fanno – Ci fariano pietà. – Si vedria che i lor nemici – Hanno in seno, e che consiste – Nel parere a noi felici – Ogni lor felicità. Rincasando la sera, o dirò meglio il mattino, dalle ore del piacere, cotesti bruti non possono tuttavia aver perduto ogni avanzo della loro grandezza per non sentire in fondo all’anima un vuoto e più ancora un rimorso, che li strazia o li getta per lo meno nella più cupa malinconia. No, noi non siamo fatti per contender le ghiande dei sensuali diletti agli animali immondi. Se fosse così non capirei più perché Dio mi abbia dato l’intelligenza ed il cuore. Se fosse così, dignità, onore, virtù, dovere, sacrifizio sarebbero parole da stupido.Non pochi altri sperano trovar pace negli onori. – La bramosia della gloria li punge, e lavorano a tutta possa per conseguirla.Ma quando pure siasi conseguita per vie onorate,senza averla vilmente comprata col denaro o col sacrificio della propria libertà, si avrà trovato in essa il pieno appagamento del proprio cuore? No, neanche allora. Ogni gloria dicono le Sacre Scritture, è come un fiore, che in uno stesso giorno si chiude e cade a terra avvizzito: Omnis gloria… sicut flos agri. (Is. XL, 6) E la storia dei più grandi uomini è lì ad attestarlo: oggi il Campidoglio e domani la Rupe Tarpea: oggi viva! e domani morte! E quando la gloria non avesse nemico né il tempo, né lo spazio, avrebbe pur sempre nemica l’invidia, che nasce insieme con lei, con lei vive per tormentarla e solo con lei morirà. – Adunque non denari, non piaceri, non onori danno all’uomo la pace. Tutto ciò, se anche si potesse sommare insieme e riunirlo nella vita di un sol uomo, sarebbe sempre troppo meschino e troppo indegno della sua grandezza; il mondo intero non arriverebbe a soddisfarlo.Dove adunque si trova la pace? Dove? La pace risulta dall’armonia delle parti, che compongono un tutto, dall’equilibrio degli elementi, che si incentrano in un punto, a cui tendono di lor natura. Se nel cielo, ad esempio, è pace, ciò proviene dall’ammirabile armonia degli Astri i quali con quella duplice forza di attrazione e di ripulsione, di cui sono dotati, si equilibrano perfettamente tra di loro,aggirandosi gli uni attorno agli altri e tutti intorno al centro, che Dio ha loro fissato. Così se vi ha pace nel seno di un popolo, ciò accade, perché tutti gli elementi che lo compongono, letterati, filosofi, poeti, artisti, operai, soldati, magistrati, ricchi, poveri, tutti di comune accordo convergono verso uno stesso ideale, che li soddisfa, la prosperità della patria. E se tutte le nazioni, per quanto diverse per clima, per indole, per bisogni, per industrie, per cultura cercano tuttavia ciascuna nella sua sfera ciò che può formare l’ideale completo del genere umano, la ricchezza, la grandezza, la sicurezza dell’intera umanità, allora nell’accordo di queste forze molteplici,nel loro equilibrio allo scopo ad esse proporzionato si ha la pace nel mondo. Ma se invece nel cielo, per ipotesi, un qualche astro volesse, rompendo l’ordine stabilito, deviare dalla sua orbita per non più aggirarsi intorno al suo centro;se presso un popolo taluno degli elementi, che lo compongono, si fa a scindere il comune accordo e diverge dal comune scopo; se nel mondo un qualche stato trasmoda nelle relazioni, che lo congiungono agli altri stati, e volge le sue forze aduna mira, che non è quella dagli altri stati voluti, allora la pace vien meno e vi sottentra il disordine, la lotta e la guerra.Così pure, perché vi sia pace nell’uomo, fa d’uopo che tutti gli elementi, che la compongono, in perfetta armonia tra di loro, tendano tutti a quel punto, cui devono tendere di lor natura; solamente per tal guisa vi può essere nell’uomo la tranquillità dell’ordine, ossia la pace. L’intelligenza umana fu da Dio creata con una capacità infinita di conoscere; epperò per quanto vaste siano le cognizioni che acquista, non dice mai basta. Sempre vuole acquistarne delle altre, sempre vuol andare più innanzi in ciò, che le è ancora incognito,essa tende insomma a conoscere la Verità influita, la Verità assoluta, che è Dio. Epperò è Dio solo che può contentarla e darle pace. Così si dica del cuore. Anch’esso fu da Dio creato con una capacità infinita di ricevere il Bene. E per quanto siano numerosi e grandi i beni di questo mondo non lo sazieranno mai. Egli griderà sempre: Ancora! Ancora! Di più! Di più. Perché esso vorrebbe possedere tutto, godere tutto, possedere e godere insomma il bene infinito ed assoluto, che è ancora Dio. Epperò è anche Dio solo che può contentare il cuore umano e dargli pace. Dirò di più. Siccome l’uomo non è solo spirito, ma è anche carne, così non è soltanto col suo spirito, che tende a Dio, ma vi tende altresì colla sua carne, colle sue ossa, co’ suoi sensi. Senza dubbio la pace materiale.de’ suoi sensi, delle sue ossa, della sua carne esiste, quando gli elementi, che lo compongono, essendo tra di loro giustamente equilibrati, lo tengono in sanità. Ma per rapporto alla vita, che il corpo deve menare in unione collo spirito, solamente allora vi ha pace per la stessa carne, quando può esultare al cospetto di Dio, pura dalla macchia del peccato. Che importerà che materialmente non sia in pace, perché informa o ben anche travagliata da luride piaghe? Vivente per Iddio, off 5therta e sacrificata a Lui, troverà ne’ suoi patimenti una ragione di più per poter dire col santo Re Davide: Cor meum et caro mea exsultaverunt in Deum vivum:(Ps. LXXXIII, 3) Exsultabunt Domino ossa humiliata. (Ps. L, 10) Ecco adunque l’Uno necessario, a cui è di mestieri che l’uomo rivolga e consacri tutto se stesso, la sua mente, il suo cuore, gli stessi suoi sensi per stabilire l’ordine e l’armonia della sua natura e conseguentemente godere la pace. Ma appunto perché non solo colla mente e col cuore, ma eziandio coi sensi noi dobbiamo volgerci e consacrarci a Dio per godere la pace, anche per ciò Iddio si è manifestato agli uomini e si è messo in comunicazione con loro per mezzo di Gesù Cristo, suo Divin Figliuolo Incarnato. Ed è perciò ancora,che secondo il detto dell’Apostolo è Gesù Cristo la nostra pace: ipse est pax nostra. Sì, Gesù Cristo solo, via, verità e vita di quanti uomini vengono al mondo, può dare la pace alla nostra mente, la pace al nostro cuore, la pace ai nostri sensi, la pace a tutto il nostro essere: ipse est pax nostra, purché noi con tutto il nostro essere a Lui solo tendiamo, e Lui crediamo, Lui amiamo, Lui serviamo fedelmente. Colui pertanto che non dà a Gesù Cristo la sua mente, che cioè non s’applica alla sua scienza, non crede alle sue dottrine, non si affida del tutto a’ suoi santi insegnamenti,che non ha la fede in Lui, ancorché ricco di ogni genere di cognizioni umane, sarà sempre agitato, incerto ed infelice. Perciocché quest’uomo scompiglia l’ordine di sua natura. In lui non è più Iddio che pasce e nutre la sua intelligenza della sua divina verità, ma è la creatura che si forma la scienza,scienza terrena e vana, incapace di contentarla.Così è di colui che a Gesù Cristo nega il suo cuore, che non segue la sua legge e i suoi esempi, che non pratica le sue virtù, che in fatto di morale prende per unica sua norma i suoi istinti e le sue passioni, che non pensa che alle creature, che le idolatra e non vive che per esse. Anche costui diverge una delle sue forze dal centro che le è proprio, rompe l’armonia voluta dalla sua natura ed invece del riposo della pace, della vera felicità, non trova sul suo cammino che il dolore e la tortura del cuore istesso: Contritio et infelicità in viis eorum, et viam pacis non cognoverunt. (Ps. XIII, 3) Che anzi, il suo cuore, come ha detto Isaia, sarà simile ad un mare, perpetuamente in preda alle più furiose tempeste: Cor impii, quasi mare fervens, quod quiescere non potest- (LXXVII, 20). E così è infine di chi a Gesù Cristo nega l’omaggio de’ suoi sensi, della sua stessa carne. Giacché essendo essa destinata,conforme alla bella dottrina di S. Paolo, a portare e glorificare Iddio in se stessa, non può fare a meno che trovare il tormento nel rendersi carne di peccato. E qui, bisogna pur dirlo, quando è la carne che si strappa dalla mortificazione di Gesù Cristo per abbandonarsi in preda al disordine, all’ebbrezza, allo stravizio, al piacere infame, non è più la pace morale soltanto che si perde, ma è pur anche la pace materiale del corpo, la sanità e la bellezza. L’estasi dei sensi tramonta ben presto. Il voluttuoso a forza di godere distrugge se stesso e non tarda a sorgere per lui il giorno, in cui sentirà alle spalle il passo del becchino, che viene a coprire di terra i suoi scomposti e ignominiosi avanzi. « Tant’è – esclama S. Agostino – e così hai stabilito, o Signore, che ogni animo disordinato sia pena a se stesso. E gira e rigira, tutto è duro,tutto è aspro, tutto è penoso, e tu solo sei pace. »Or ecco adunque perché Gesù Cristo che tanto ci ama e che altro non desidera che di vederci nella pace, con parole così tenere, con espressioni così calde, con accenti così insistenti ci invita e ci sprona a recarci a Lui, a consacrarci alla sua fede, al suo amore, al suo servizio, a dedicarci massimamente al suo Cuore Sacratissimo, fonte di ogni conforto e di ogni felicità. Auditis ut suavissimis invitet omnes vocibus? « Venite a me, o voi tutti, che siete affaticati e vi curvate sotto il peso della miseria della vita, ed Io vi ristorerò. Prendete sopra di voi il giogo della mia fede, del mio amore, del mio servizio, ed imparate da me che sono mansueto ed umile di cuore, e troverete il riposo alle anime vostre: poiché il mio giogo è soave ed il mio peso è leggiero. Venite ad me omnes qui laboratis et onorati estis, et ego reficiam vos. Tollite iugum meum super vos et discite a me, quia mitis sum et humilis corde, et invenietis requiem animabus vestris. Iugum enim meum suave est, et onus meum leve. » (MATTH. XI, 28, 29). -Ed, oh fortunato colui, che ascoltando questo affettuosissimo invito farà davvero una totale consacrazione di se stesso a Gesù Cristo, al suo Sacratissimo Cuore. Egli avrà eletto davvero optimam partem, la parte migliore, cioè la migliore ricchezza, la migliore felicità, la migliore gloria, la migliore pace, quella pace che al dir di S. Paolo supera tutti i godimento sensibili: Pax Dei exsuperat omnem sensum, (Phil. IV, 7), quella pace che conforme al Salmista, non si perde per alcun inciampo: Pax multa diligentibus legem tuam, et non est illis scandalum; (CXVIII, 165) né per l’ingiustizia degli uomini,né per la perdita dei beni terreni, né per quella della sanità,della libertà, dell’onore, né per qualsiasi altro male del mondo che possa incorrere, quella pace insomma, che qui in terra è pregustazione dolcissima della pace che si godrà in cielo.

III. — Ma se bella è la pace in vita, più bella ancora è la pace a quel punto di morte, da cui dipende la eternità. Ah! miei cari. Dibattiamoci pur fin che vogliamo: facciamoci pure un nome grande nella politica, quella scienza, nell’arte, nell’industria nel commercio; sudiamo pure da mane a sera a conquistar tesori e raccogliamone anche dei mucchi smisurati; incoroniamoci pur di rose e inebriamoci di ogni piacere; con tutto ciò non varremo giammai e rattenere la vita. Essa va, essa corre, essa precipita e in un baleno si trova a quel giorno, in cui è giocoforza si estingua. E allora… quello è il giorno del conoscimento: In die cognitionis (Eccl., XXVIII VII, 9) il morente si trova ad un supremo convegno colla verità: ed alla luce che questa gli sfavillerà alla mente, lo sciagurato che è vissuto lontano dalla fede, dall’amore e dal servizio di Gesù Cristo, dovrà pure suo malgrado riconoscere lo sbaglio spaventoso che egli ha commesso. Egli non credeva a Gesù Cristo, non l’amava, avrebbe fatto per sempre senza di Lui … ed ora sta per presentarsi al suo divin tribunale, sta per essere colpito dall’ira sua. E come mai a questo pensiero non si sentirà schiantare l’anima dal petto! E che cosa gli gioverà ora l’essersi fatto un nome grande, anche come quello di Cesare o di Napoleone? l’essersi ingolfato in ogni sorta di godimenti, anche come un Tiberio nell’isola di Capri? l’aver ammassate tante ricchezze, anche come un Creso o un Saladino? Tutto ciò non gli gioverà ad altro che a rendere più triste e più agitato il suo passaggio dalla vita alla morte. Avrà un bel ricercare la pace, un beli’ invocarla a gran voce, ma indarno, perciocché non potrà sfuggire il tormento della sua mala coscienza. Tant’è: lo Spirito Santo lo ha detto, e la sua parola si va pur troppo ogni giorno avverando: Angustia surperviente, pacem requirente et non erit: conturbati!) super conturbationem veniet. (EZECH. VII, 25) Ben diversamente invece coloro che avranno creduto, amato e servito Gesù Cristo, che si saranno consacrati al suo Cuore Sacratissimo ed in Lui saranno vissuti, moriranno un giorno nella più bella pace: Iustorum animæ in manu Dei sunt; non tanget illos tormentum mortis  autem sunt in pace. (Sap. III, o) Il padre Suarez morì con tanta pace, che morendo giunse a dire: Non mi sarei mai creduto che fosse così dolce il morire. S. Luigi Gonzaga al ricevere l’annunzio della sua prossima morte, proruppe giubilando in quelle .parole del Salmo: Lætatus sum, in his, quæ dieta sunt mihi, in domum Domini ibimus. (CXXXI) S. Francesco di Assisi morendo cantava allegramente ed invitava gli altri al canto, tanta era la consolazione che provava. E l’invitto Cardinal Roffense condannato da Enrico VIII ad essere decollato, perché  non aveva voluto sottoscrivere alle sue ingiustizie ed empietà, uscì dalla prigione squallido, dimagrato e che stentava a dare un passo per la podagra. Ma a vista del ceppo su cui doveva lasciare il capo, riempitosi di brio e di gioia, buttato via il bastone disse: Suvvia, piedi miei, suvvia, fate bene il vostro ufficio, il Paradiso non è lontano. E prima di morire intonò il Te Deum. Ma non crediate da questi esempi che la pace in morte sia privilegio soltanto dei servi famosi di Gesù Cristo, no. Essa è propria di ogni Cristiano timorato, che assecondando la grazia di Dio, in qualsiasi condizione, in qualsiasi stato, in qualsiasi età abbia fatto quanto gli era concesso dalle suo deboli forze “per conoscere, amare e servire Gesù Cristo. È bensì vero, che questo cristiano, gettando lo sguardo sulla vita passata, vedrà egli pure dei giorni, dei mesi e forse degli anni senza Dio, senza fede, senza Cristianesimo, e tale vista dovrebbe riempirlo di amaritudine e di spavento. Ma se egli ricorda i suoi trascorsi, ricorda pure quel giorno sì bello, in cui tocco dalla grazia di Gesù Cristo ha detto con fermezza: Nunc cœpi! Ora comincio davvero ad essere quel che devo essere, buon Cristiano! Ricorda pure quelle lagrime di pentimento, colle quali a somiglianza di Pietro e di Maddalena ha lavato le sue colpe; ricorda pure quel distacco dalle cose terrene, in cui d’allora in poi è vissuto; ricorda quelle preghiere, quelle visite a Gesù in Sacramento, quelle Comunioni, quelle pratiche ad onore del Cuore di Gesù Cristo fatte ogni anno, ogni mese, ogni settimana, ogni giorno… E a questi soavi ricordi gli pare di sentirsi a ripetere in fondo all’anima: Pax tecum: ego sum, noli timere: Pace, pace a te, mio amico fedele: sono io, Gesù Cristo, che te l’auguro, che te la voglio, che te la dono: non avere alcun timore: io ti ho perdonato, io più non ricordo le tue passate colpe, io non vedo più altro in te che gli anni della tua vita cristiana: pax, pax tecum! E pace gli darà Gesù Cristo pel sacerdote che verrà ancor una volta nel Sacramento della Penitenza ad assolverlo dalle sue colpe; pace gli darà nel Sacramento dell’Estrema Unzione, con cui gli toglierà dall’anima ogni avanzo di peccato; pace gli darà nel Sacramento dell’Eucaristia, per cui anche lì, sul letto di morte, Gesù Cristo verrà ad unire il suo Cuore adorabile al cuore del suo amante per accompagnarlo nel gran viaggio dal tempo all’eternità; pace nel Santo Crocifisso che bacerà con tutto il cuore sulle labbra; pace nell’immagine del Sacratissimo Cuore che gli starà appesa innanzi e gli ricorderà la divozione per esso avuta, pace negli stessi parenti Cristiani, che sebbene gravemente afflitti per la sua morte imminente, lo aiuteranno tuttavia coi loro santi suggerimenti a ben morire; pace insomma, giocondissima pace, sicché potrà ben ripetere col Santo re Davide: In pace idipsum dormiam et requiescam: (VI, 9) Io muoio in Dio, nel Cuore di Gesù Cristo, e muoio in pace. Ma non finisce lì la ricompensa della nostra vera e totale consacrazione al Cuore di Gesù Cristo. Se Egli ha promesso di portare in sé scritti i nomi de’ suoi devoti, non è in certa guisa, se non per ricordarli nel giorno della retribuzione, e dopo la pace in vita ed in morte donare agli stessi la pace del cielo. L’infelice, che vive lontano dalla fede, dall’amore e dal servizio di Gesù Cristo, comincia ora a menare giorni di angoscia e di agitazione; al termine della vita farà una morte piena di spavento; e poi… dopo morte cadrà nella disperazione eterna. La disperazione!… E che cosa è la disperazione se non la suprema convulsione di un’anima, che invoca la pace, ed a cui nessuno risponde, nemmeno la propria illusione? La disperazione eterna! E che cosa è questa eterna disperazione se non la eterna negazione della pace? Sventurato peccatore! Eccolo, lì per sempre a soffrire, per sempre in pianto, per sempre in rimorsi, per sempre in imprecazioni, in maledizioni, in lotta con se. stesso, per sempre senza pace. Ah! davvero che egli ha guadagnato assai nel fidarsi di sua ragione, nel vivere a suo capriccio. Ma, oh sorte al tutto contraria e felicissima di chi è vissuto nella fede, nell’amore e nel servizio di Gesù Cristo! Ricordando le tendenze della nostra natura, noi abbiamo conosciuto che l’uomo cerca e attende la felicità, che la vuole piena ed immutabile, quella sola che vale a saziarlo, che le viene dall’unico Vero, dall’unico Bene, dall’unico Necessario, da Dio. E sarà appunto questo il gran premio, che nell’altra vita toccherà a ohi avrà amato davvero Gesù Cristo e sarà vissuto consacrato al suo servizio. Ah! udite questa parola adorabile dello stesso Dio: Ego merces tua magna nimis; (Gen. XV, 1) Io stesso sarò la tua ricompensa: Io, senza immagini, senza velo, senza distanza, ma ricolmando d’ogni bene l’abisso de’ tuoi desideri, e donandoti perciò la pace suprema, che accheterà le voglie tutte della tua mento, del tuo cuore, della tua carne, di tutto il tuo essere: Ego merces tua magna nimis. Sì, lassù in cielo nell’ordine perfetto di tutto ciò che lo forma, nell’armonia ammirabile di tutti gli esseri che vi appartengono, nell’intimità dolcissima di tutti gli eletti e soprattutto nella visione incessante, nell’amore imperituro, nel possesso indefettibile di Dio, di Gesù Cristo, del suo Cuore Sacratissimo, fonte di ogni gaudio, il Cristiano che lo ha creduto, che lo ha amato, che lo ha servito in vita, godrà la pace senza fine. O pace ultima, o pace suprema, o pace inalterabile, o pace che cominci quaggiù nell’intelligenza per la fede alla parola di Gesù Cristo e discendi nel cuore per la pratica de’ suoi divini precetti, e circoli nelle nostre membra per la cristiana mortificazione, e ne consoli al punto di morte per la vita passata nel divin servizio, o pace che ti fai piena e perfetta in tutto il nostro essere e per tutta l’eternità lassù in cielo, tu sarai sempre il nostro ideale, la nostra mira, l’oggetto continuo delle nostre brame. È vero hl, noi dovremo interrompere vane amicizie, dovremo troncare relazioni peccaminose, dovremo vincere cattive abitudini, dovremo frenare impeti malvagi, dovremo scuoterci dalla nostra indifferenza, dovremo credere fermamente, dovremo operare in conformità alla nostra fede, dovremo praticare i doveri religiosi, pregare, confessarci, comunicarci, ascoltar Messa, frequentar la Chiesa, vivere insomma uniti a Gesù Cristo, nascosti nel suo Cuore Divino, ma tutto è poco per noi che siam risoluti di possederti in vita, in morte e in cielo! – Se è adunque così, o miei cari, non tardiamo più un istante a gettarci ai piedi di Gesù Cristo per fare al suo Cuore Sacratissimo la nostra Consacrazione. Vengano gli Angeli e i Santi del Paradiso ad essere testimoni del grande atto, che stiamo per compiere; venga Maria, la Madre Santissima di Gesù e nostra a darci il suo aiuto e la sua assistenza; venga Santa Margherita Alacoque, l’apostola della divozione al Sacro Cuore a suggerirci ella medesima la formula, con cui dobbiamo esprimere i nostri sentimenti ed i nostri propositi. Io intanto andrò innanzi a voi nel recitarla, parola per parola, e ciascuno di voi la ripeterà dopo di me a voce alta e con tutto l’affetto.

Formula di consacrazione al Divin Cuore

COMPOSTA DA SANTA MARGHERITA ALACOQUE

Io consacro e dono al santissimo Cuore del nostro Signore Gesù Cristo la mia persona, la mia vita, le mie pene, i miei patimenti, per dedicarmi in avvenire interamente alla sua gloria ed al suo amore. È mia ferma ed irrevocabile intenzione di darmi perfettamente a Lui, di compiere ogni cosa per amor suo, e con tutta l’anima mia rinunziare a quanto può dispiacere a questo Divin Cuore. – Perciò io Vi eleggo, o Sacratissimo Cuor di Gesù, ad unico oggetto del mio amore, a sostegno della vita mia, a sicurezza della mia salute, ad appoggio della mia debolezza. O Cuore della bontà e della mansuetudine, siate Voi il mio sicuro rifugio anche nell’ora della morte, siate Voi la mia giustificazione innanzi a Dio, e da me allontanate i castighi della giusta sua collera. O Cuore di amore, io ripongo in Voi tutta la mia speranza. Dalla mia malizia io temo tutto, dalla vostra bontà tutto io spero. Togliete da me quanto Vi dispiace, e quanto Vi è contrario. Imprimete così profondamente nel mio cuore l’amor vostro, che non mai Vi dimentichi, non mai da Voi ini separi. O Divin Cuore, io Vi scongiuro per l’infinita vostra bontà, che il mio nome sia scritto dentro di Voi, poiché nel vostro servizio io voglio vivere e morire. Così sia.

SACRO CUORE DI GESÙ (32): IL SACRO CUORE DI GESÙ E LA SUA MORTE

[A. Carmignola: Il sacro Cuore di Gesù; S. E. I. Torino, 1929]

DISCORSO XXXII.

Il Sacro Cuore di Gesù e la sua morte.

Vi ha una specie di morte, che il mondo grandemente ammira e per la quale non di raro nutre sentimenti di invidia: è la morte dell’eroe. Oh sì! il soldato, che ha compreso il gran dovere di esporre, se è necessario, la propria vita per la salvezza della patria, il soldato che nel dì della battaglia, nel furor della mischia, dopo di avere strenuamente combattuto, atterrando un gran numero di nemici, alfine cade ancor egli colpito da una palla improvvisa è un eroe, che muore di una morte degna di ammirazione e di gloria. Tuttavia vi ha un’altra specie di morte, che le Sacre Scritture apprezzano anche maggiormente e dichiarano preziosa, non già al cospetto del mondo soltanto, ma al cospetto dello stesso Dio: è la morte dei santi Pretiosa in conspectu Domini mors Sanctorum eius. (Ps. CXV) E ben a ragione! Perciocché la morte dei santi non è solamente un atto isolato di eroismo, ispirato dall’amore della patria terrena, ma è il coronamento finale di una serie lunghissima di atti eroici, compiuti nell’esercizio delle più eroiche virtù, ed inspirato dall’amore stesso di Dio e della patria celeste. Ma pure nella storia del mondo vi ha una morte, infinitamente superiore, non solo a quella degli eroi, ma anche a quella dei santi, ed è la morte di un Dio. Sì o miei cari, se tutte le morti degli uomini, per quanto belle e preziose, rivelano l’umanità, la morte di Gesù Cristo rivela la divinità; la rivela nella sua sapienza, e nella sua potenza, giacché è solo la sapienza di un Dio che poteva scegliere una morte così ignominiosa, ed è solo la sua potenza che poteva accompagnarla con tanti e sì strepitosi miracoli: ma la rivela soprattutto nella sua carità, perché è solamente l’amore di un Dio per gli uomini, che poteva spingere Gesù Cristo a sacrificarsi in tal guisa per essi. Amore, amore di Dio per l’uomo, ecco il carattere supremo, che manifesta la morte di Gesù Cristo morte di un Dio, e che la pone al disopra delle morti anche più sublimi e più ammirande di tutti gli eroi e di tutti i santi: Christus dilexit nos et tradidit semetipsum prò nobis! Che anzi essendo giunto ormai per Gesù Cristo quel tempo funestissimo, che Egli aveva chiamato « l’ora sua » e stando per consumare del tutto il grande mistero della sua umiliazione, come lo chiama S. Paolo, quando dice che « Gesù Cristo si è umiliato sino alla morte e morte di croce; » la sua carità infinita per noi si dava a conoscere nella sua massima vivezza, nella sua estrema tenerezza, nella sua somma ed immensa generosità: Cum dilexisset suos, in finem, dilexit eos. E d in vero se, come già abbiamo considerato ieri, Gesù Cristo, confitto sopra della croce, in mezzo a due ladroni, attorniato da un popolaccio, che lo insulta e lo bestemmia, affogato in un mar di tormenti, dimentica del tutto se stesso per non pensare che a noi e darci prove supreme del suo amore; e in quelle tre sue parole, che abbiamo ricordate, egli ha implorato perdono per i poveri peccatori, ha assicurato il paradiso ai veri penitenti ed ha animato tutti a non mai abbandonarlo, nelle tre ultime parole che ha pronunziato prima di esalare l’ultimo respiro, e che considereremo oggi, Egli mostrando una sete ardente della nostra salute, ci ha animati a compierne la grande opera.

I. — Sembrava che ornai al Divin Redentore e Maestro più nulla rimanesse a dire, più nulla a fare per noi. Già ci aveva assicurato il perdono dei nostri peccati, ci avea promesso il paradiso, ci aveva donata per madre la sua Madre istessa Maria e ci aveva animati a non mai abbandonarlo: che altro dunque gli restava a dire? che altro gli restava a fare? Lo stesso S. Giovanni osserva, che Gesù Cristo dopo di avere pronunziate le sue prime quattro parole vide che tutte le profezie a suo riguardo erano state compiute; Sciens Iesus quia omnia consummata sunt. (Io. XXI, 28) Tuttavia intorno alla sua morte vi era ancora una piccola circostanza, che i profeti pur avevan predetto e che ancora non si era compiuta; la circostanza cioè che egli avrebbe avuto sete e che allora lo avrebbero abbeverato di aceto: In siti mea potaverunt me aceto. (Ps. LXVIII) E nemmeno questa circostanza, per quanto possa parere da poco, doveva lasciare di avverarsi; anche qui la divina Scrittura doveva avere il suo compimento: Ut consummaretur Scriptum. (Io. XIX, 28) E lo ebbe. Il benedetto Gesù, condotto da questo a quel tribunale, orribilmente flagellato, coronato di spine, obbligato a portare sopra le sue spalle la croce, e sopra di essa inchiodato, si trovava mai colle vene vuote di sangue, sommamente affaticato e con un’arsura sì terribile, che secondo la profezia, il suo vigore era inaridito come un vaso di creta esposto al fuoco, e la sua lingua stava attaccata alle fauci: Aruit tamquam testa virtus mea, adhæsit lingua mea faucibus meis. (Ps. XXI) Chi può dunque immaginare la sete che aveva il divin Redentore ed il travaglio acerbissimo che perciò ne provava? Lo spasimo della sete è senza dubbio uno dei più crudeli tormenti, a cui possa essere assoggettata la nostra natura. La povera Agar vedendo che ella e il suo Ismaele stavano per venir meno dalla sete, dava nelle smanie più affannose. Sansone, dopo di aver ucciso mille Filistei, travagliato dalla sete gridava: Io muoio, io muoio. Un intero esercito, come narra Quinto Curzio, anziché sopportare più a lungo le agonie della sete; preferì di bere nel deserto delle acque avvelenate dal nemico e morire. Il ricco Epulone, sepolto nell’inferno, secondo la divina parabola, non d’altra cosa supplicava il padre Abramo che di mandare laggiù Lazzaro, il quale intinta nell’acqua la punta del dito gliene lasciasse cadere una goccia sola sulle aride labbra. Tale adunque essendo il tormento della sete, e da questo tormento essendo pur assalito Gesù Cristo, affinché quelle sole parti del corpo che non erano state ferite, non lasciassero tuttavia di avere il loro martirio, gridò ancora dall’alto della croce: Sitio! (Io. XIX, 28): ho sete! Ah! che a questo grido avrebbe dovuto commuoversi il cielo, ed esso che versa copiosamente piogge e rugiade per fecondare la terra, per dar vita alle piante ed ai fiori, per rinverdire i prati e i campi, avrebbe pur dovuto lasciar cadere alcune stille d’acqua sulle labbra di Gesù Cristo! A questo grido avrebbe pur dovuto commuoversi la terra, ed essa che si aperse nella solitudine di Bersabea per ristorare il giovanetto Ismaele; che si spaccò nel deserto per soccorrere il popolo giudeo, che tante volte lasciò sgorgare delle fonti prodigiose per la salute degli uomini, avrebbe pur dovuto aprirsi per farne uscir fuori una fonte di refrigerio all’assetato Gesù! A questo grido avrebbero dovuto commuoversi quegli stessi Giudei che stavano attorno alla croce, e ponendo fine agli oltraggi ed ai martirii, che usavano contro di lui, per non essere più feroci di una tigre avrebbero dovuto porgergli tosto un poco di acqua per dissetarlo. Ma no ! né il cielo né la terra, né gli uomini si commuovono a questo grido di Gesù Cristo; che anzi i suoi nemici ne pigliano argomento per incrudelire contro di Lui ancor una volta. Ed in vero uno de’ suoi più barbari crocifissori, all’udire che Egli era tormentato dalla sete, prende in fretta una spugna, la infonde in un vaso pieno di aceto,, che secondo l’uso, ma più ancora per disposizione divina, là si trovava, ed impregnatala ben bene di quell’aspro umore, la colloca sulla punta di una canna insieme con un po’ d’erba di amarissimo isopo, gliel’avvicina alla bocca. Oh crudeltà inaudita! oh barbarie senza esempio! A questo caro Gesù, cui non resta più altro che esalare l’estremo fiato nel martirio terribile della croce, non solo si nega un po’ di acqua, ma a tormentarlo maggiormente gli si dà a bere dell’asprissimo aceto? Eppure Gesù stende a quella spugna le arse sue labbra e succhia e prende di quell’aceto, che gli viene offerto: Curri accepisset acetum. (Io. XIX, 30) E così si adempiva alla lettera la sovradetta profezia: Et in siti mea potaverunt me aceto. Ma prendendo di quell’aceto il nostro divin Redentore non lo fece unicamente per adempiere una profezia e per ristorare l’arsura della sua lingua, ma lo fece altresì per compiere in nostro vantaggio un mistero di amore. Non potendo egli prendere realmente sopra di sé l’agrezza delle nostre impazienze, dei nostri astii, dei nostri rancori, la prese nel simbolo dell’aceto e si dispose in quella vece a trasfondere nel cuor nostro la dolcezza della sua grazia. E quello che dice S. Ambrogio: Bibit Christus amaritudinem meam, ut mihi refunderet suavitatem gratiæ suæ!(Cristo ha bevuto la mia amarezza per darmi la soavità della sua grazia). Tuttavia, o miei cari, coll’avere Gesù manifestata la sua sete non ha voluto soltanto darci questa prova di amore, ma ha voluto darcene un’altra assai più grande, manifestando altresì e più di tutto la sete ardente di nostra salute. Un giorno, durante le sue pellegrinazioni nella Palestina, Gesù, stanco dal viaggio, si fermava presso ad un pozzo di Sichar. Egli che nulla faceva a caso, ma tutto dirigeva a nobilissimo fine, stava là attendendo che venisse ad attingere acqua una povera peccatrice. E la Samaritana venne, e s’intese a dire da Gesù: Donna, dammi un po’ da bere: Mulier, da mihi bibere. (Io. IV, 7) Ma non è già, osserva S. Agostino, che con quella domanda ricercasse da quella povera donna dell’acqua, ma bensì la sua fede e la conversione dell’anima sua. Or bene, la stessa sete, che Gesù manifestò alla Samaritana, è pur quella sete, che come Dio avendo avuto da tutta l’eternità, e come uomo avendo. cominciato a provare fino dal primo istante del suo concepimento, per somma convenienza di tempo e di luogo manifestò morente su della croce; è pur quella sete, che tuttora sul trono della sua gloria, tra gli splendori dei santi, nella sua felicità infinita continua a sentire per tutti gli uomini. – Sì, anche ora dall’alto dei cieli continua a ripetere: « Sitio: ho sete. Ho sete delle vostre anime, o poveri popoli, che ancor giacete nelle tenebre e nelle ombre di morte: deh! Arrendetevi alla predicazione del Vangelo, che vi vanno facendo i miei Apostoli, abbracciate la mia fede, seguite la mia legge e salvatevi. Sitio: ho sete. Ho sete delle vostre anime, o scismatici ed eretici, che vi siete staccati dalla mia Chiesa e vivete negli errori: deh! aprite una buona volta gli occhi vostri alla luce di verità, che vado facendovi balenare dinnanzi, rientrate nel mio ovile a far parte del mio gregge, sotto la guida del vero Pastore, e salvatevi. Sitio: ho sete. Ho sete delle vostre anime, o Cristiani Cattolici, che, pur professando di nome la mia fede e la mia legge, non la professate tuttavia di fatto, vivendo nell’indifferenza, nella colpa e persino nella incredulità: deh! ascoltate la voce de’ miei ministri, che vi invitano alla penitenza, assecondate quelle ispirazioni, che vi mando al cuore, togliete dal vostro animo quei timori, quelle pene, quei disgusti, onde vado amareggiando la vostra colpevole felicità, spegnete del tutto quei rimorsi, che fo sentire alla vostra coscienza, ritornate pentiti al mio seno, e salvatevi. » È a queste voci amorose, con cui Gesù Cristo continua a manifestare tuttora la sete della nostra salute, qual è la risposta, che si dà dagli uomini? Ahimè, che molti tra i gentili si ostinano nel loro culto a satana, e proseguono tuttavia a rifiutarsi di abbracciare la fede di Gesù Cristo e coll’odio ai missionari, colle persecuzioni atroci con cui si scagliano contro di essi, col sangue che ne vanno spargendo-costringono lo stesso Gesù a ripetere: In siti mea potaverunt me aceto: nella mia sete non mi diedero altro che asprissimo aceto. Ahimè che molti tra gli eretici e tra gli scismatici stanno fermi nella loro avversione alla vera Chiesa e negli errori che professano non ostante gli esempi ammirabili di tanti loro confratelli, che nella loro patria, nella loro stessa famiglia si convertono, e continuando a vivere nella loro superbia e diserzione costringono essi pture Gesù a ripetere: In siti mea potaverunt me aceto: nella mia sete non mi diedero altro che asprissimo aceto. Ahimè ancora, che molti Cristiani Cattolici perseverando nella loro indifferenza, nelle loro colpe e nella loro incredulità, e molti altri non danno altro a Dio che qualche preghiera fatta con distrazione, qualche atto di religione compiuto per ipocrisia, qualche elemosina distribuita per vanità, qualche messa ascoltata per costumanza, qualche confessione fatta senza dolore, qualche comunione ricevuta per umani interessi, e pur mantenendo nel cuore l’affetto al peccato, ai piaceri disonesti, ai vizi, alle turpitudini, e l’odio e le inimicizie col prossimo, e l’attacco al denaro e la bramosia degli onori, costringono ancor essi Gesù a ripetere: In siti mea potaverunt me aceto: nella mia sete non mi diedero altro che aceto. E noi, o miei cari, che faremo, che risponderemo a Gesù che ci dice: Sitio: ho sete? Ahi mio amato Gesù, mio Salvatore e mio Dio, se io mi incontrassi in un uomo che non conosco, e che stando per morire mi chiedesse da bere, mi rifiuterei forse di dargliene? Ed avrò ancora l’ardire di negar da bere a voi? No, no, o Gesù amantissimo. Per estinguere la sete misteriosa che vi tormenta, voi volete l’anima mia; prendetela, è cosa vostra. Io sono pieno di commozione e di angoscia nel vedervi soffrir tanto nel vostro sì prolungato supplizio, e san certo che questo popolo che mi circonda divide con me gli stessi sentimenti. Prendete adunque tutte le anime nostre, dacché ne avete sete; fatele entrare nel vostro Cuore adorabile e dateci persino la grazia di potere ancor noi, sul vostro esempio, sentir sete delle anime. Sì, che tutti e ciascuno .di noi andiamo ripetendo efficacemente: Sitio, ho sete dell’anima di mio padre e di mia madre; ho sete dell’anima dello sposo; ho sete dall’anima dei figliuoli; ho sete dell’anima dei fratelli; ho sete dell’anima degli amici; ho sete dell’anima dei poveri peccatori: ho sete, ho sete, ho sete : Sitio, sitio, sitio!

II. — Ma l’ultimo istante si avvicina. Maria, sorretta da S. Giovanni, ha gli occhi fissi sul figlio morente; Maddalena disfacendosi in lacrime se ne sta inginocchiata ed abbracciata alla croce, e Gesù benedetto ha tutto il suo corpo adorabile inondato di un freddo sudore. Ma sebbene vicino a trarre l’ultimo respiro, la sua mente è placida e serena. E con tale placidezza e serenità percorrendo tutti i secoli passati e futuri, vede che tutto è compiuto per gli uni e per gli altri, che il suo sacrifizio è ormai giunto alla perfezione e la sua grande opera di salute è terminata. Ora, non vi ha alcuno, che giunto al termine di difficile e gravosa impresa non n’esprima in qualche modo la soddisfazione e la compiacenza, come non v’ha alcuno che giunto al termine delle sue pene non tragga un sospiro di consolazione e di gioia. Il capitano che ha sconfitto il nemico, nel rimettere entro il fodero la spada sanguinosa, dice esultante in suo cuore: Ho vinto, ho compiuto il mio trionfo. Il pellegrino, che tocca le soglie della patria amata, ripete giulivo: Son giunto, ecco la mèta del mio cammino. L’artefice, che ha dato l’ultimo tocco al suo lavoro, esclama: Ho finito, ecco condotto a perfezione la mia opera. Il carcerato che sente spezzarsi i suoi ceppi e vede aprirsi la porta della sua prigione per riavere la libertà; la vittima infelice della calunnia, che, riconosciuta alfine innocente, riacquista il suo onore ed i suoi beni, respirano dalle subite oppressioni, ed esclamano ancor essi: È finita quella vita sventurata! Non altrimenti fece il divin Redentore, e poiché, dice S. Giovanni, ebbe preso l’aceto che gli fu offerto, gridò: Tutto è consumato: Cum accepisset acetum, dixit: « Consummatum est. » Sì, per Gesù tutto èveramente, interamente, perfettamente consumato. Consummatum est, è consumata, adempiuta la volontà del Divin Padre, che volle la sua Incarnazione, la sua vita di trentatrè anni passata nel lavoro, nell’oscurità, nei travagli e nelle persecuzioni ed il termine di essa con una morte ignominiosa e crudele. Questo comando, benché ampio e difficile, è stato eseguito esattamente, in tutte le parti più minute: Omnis consummationis vidi finem; latum mandatum tuum nimis. (Ps. CXVIII). – L’umiliazione richiesta a cagion del peccato è giunta sino al suo profondo abisso: ed ora é compiuta: Consummatum est! Tutto è consumato, vale a dire tutto quello che è stato scritto e figurato del Messia ha ricevuto il suo compimento: tatto quello che è stato predetto dai Profeti, rappresentato dai grandi personaggi, simboleggiato dai segni, tutto si è ormai realizzato. Il figlio della donna ha schiacciato la testa dell’infernale serpente; il Desiderato delle genti è venuto quando lo scettro era caduto dalle Mani di Giuda; il vero Piglio di Davide è comparso a rialzare l’onore della sua casa; la Sapienza divina si è incarnata ed è stata veramente l’Emanuele, Dio con noi; il profeta e il taumaturgo più grande di Mosè ha fatto udire fra le genti la sua celeste dottrina e l’ha confermata coi più strepitosi miracoli; il vero Davide ha sostenuto gl’insulti e le calunnie de’ suoi più fieri nemici, il vero Giuseppe è stato tradito e venduto per trenta danari, il vero Isacco ha portato Egli stesso il legno del sacrifizio sulla cima del monte, il vero Agnello senza macchia, caricato dei peccati di tutti gli uomini è stato condotto all’uccisione, il vero serpente di bronzo, sola medicina al piagato Israele è stato innalzato sull’albero della croce, il vero Abele sta per cadere estinto, il vero Sansone sta per morire trionfando de’ suoi nemici: Consummatum est. – Tutto è compiuto, vale a dire il sacrifizio della nuova legge, che da solo doveva bastare a riparare tutti i mali, ed apportare tutti i beni, a convertire tutti i peccatori, a santificare tutti i giusti, è fatto; la sentenza di dannazione fu cancellata e così appesa alla croce; la legge di grazia fu sostituita alla legge di terrore, l’uomo fu riconciliato con Dio, fu chiuso l’inferno, fu aperto il cielo, furono vinti i demoni, fu meritata la grazia agli uomini, la Religione cristiana fu fondata, la gran casa di Dio, la Chiesa Cattolica, fu innalzata sopra incrollabile base, la terra fu fecondata e resa atta a produrre fiori eletti di virtù; qui da queste fonti già partono i sacramenti, come fiumi di sangue divino a fertilizzare il mondo e a farlo germinare in ogni luogo e in ogni tempo degli Apostoli, dei Martiri, dei Vergini, dei penitenti, dei Santi, a medicare le piaghe della povera umanità, a recar loro la benedizione e la vita:

Consummatum est. Tutto è compiuto, vale a dire ancora, ogni cosa fu condotta alla sua ultima perfezione, per modo che più nulla, veramente più nulla rimane da fare a Gesù Cristo prima di morire; più nulla gli rimane da patire, le sue acerbissime pene devono aver fine, quanto prima deve cominciare la sua vita di gioia, di gloria, di trionfo immortale, consummatum est! E dove il tutto si è compiuto? Sulla croco, che di infame patibolo diventerà d’ora innanzi strumento di potenza, simbolo di fortezza, vessillo di vittoria: sulla croce, che, inalberata un giorno dal gran Costantino sulle alture di Roma, manderà in polvere gl’idoli infami, farà crollare i templi pagani, porrà termine a bestiali costumi, romperà le catene degli schiavi, mostrerà l’eguaglianza, la fratellanza, la vera libertà; sulla croce che farà sante le nozze, mitigherà la podestà dei mariti e dei padri, apprenderà a tutti l’utilità, la necessità e l’eroismo del patire, sulla croce che divenuta stendardo e speranza dei popoli o sulle spiagge dei mari, o nel cuore delle foreste, o sulle porte delle metropoli arretrerà le barbarie, dileguerà le superstizioni, sfavillerà la luce del vero; sulla croce dinanzi alla quale ogni popolo, ogni regno, ogni nazione, ogni età, ogni stato, ogni sesso, ogni condizione: re e sudditi, nobili e abbietti ricchi e poveri, padroni e servi, dotti e idioti chineranno rispettosa la. fronte; sulla croce divenuta conforto del debole e dell’afflitto, rifugio dell’oppresso e del languente, consolazione della vedova e dell’orfano, refrigerio dell’infermo e del morente, ombra tutelare delle spoglie dei trapassati! Sulla croce, sì, sulla croce… tutto è compiuto, consummatum est. Ma ahi pensiero funesto! ahi vergognosa contraddizione! Perciocché a che giova, o miei cari, che Gesù Cristo abbia per parte sua compiuto tutto ciò che era necessario alla nostra eterna salute, se noi forse da parte nostra non l’abbiamo neppur cominciato? I migliori anni della nostra vita sono trascorsi: noi abbiamo faticato tanto per procacciarci anche non troppo onestamente delle ricchezze, abbiamo tanto sudato per farci un nome grande e riempirci di fumo, abbiamo logorato la sanità per accontentare le nostre passioni, abbiamo gittate insomma la nostra vita per perderci, e nulla, forse meno che nulla abbiamo fatto per salvarci. E quando facciamo conto di pronunziare una volta la gran parola: Nunc cœpi? Ora comincio? Quando ci risolveremo davvero di por fine ad una vita di peccato per cominciare una vita di santificazione? Ci lusinghiamo forse di dover campare cent’anni? E non ci può cogliere da un momento all’altro quella notte di sterili desideri, di inutili rimpianti, in cui più nessuno può operare? E quando pure avessimo a vivere la vita dei più longevi patriarchi, vorremmo continuare così scientemente a disprezzare Iddio, Gesù Cristo, il suo sacrifizio, la sua grazia! E pretenderemmo al termine di una vita scellerata, nel momento stesso cita sta per cominciare l’eternità, aborrire il vizio, praticare la virtù, riparare gli scandali, rifare le confessioni mal fatte, correggere le ingiustizie, troncare gli attacchi, far tutto insomma ciò che appena si può fare in molti anni di vita? Ah! ciò che più facilmente potrebbe accaderci allora sarebbe di gettare lo sguardo sopra la nostra vita passata del tutto nella colpa e coll’accento del rammarico, e Dio non voglia, con quello della disperazione, andar anche noi ripetendo: Consummatum est! Consummatum est! Ahimè, che tutto è finito. Son finiti i piaceri, gli onori, le ricchezze, i divertimenti, i balli, i teatri, i conviti, il lusso, tutto è finito. E che mi resta di tutto ciò? Nient’altro che il rimorso. Ah miserabile che fui! non mi sono attaccato che ai beni del corpo e del tempo, ma ora il tempo è passato, il corpo si dissolve e non mi rimane che l’anima e l’eternità! Dio mio! Dio mio! Tutto è finito! Tutto è finito! Consummatum est! Ah! miei cari, se non vogliamo andar incontro ad una fine così spaventosa, cominciamo senz’altro ad operare il bene. E poiché il buon Gesù nulla tralasciò di fare da parte sua per condurci a salvezza, deh mettiamoci anche noi a compiere la parte nostra per ottenere davvero quel regno che egli a sì caro prezzo ci ha ricomprato. Rammentiamoci bene, che questo regno patisce forza, e che i violenti soli lo rapiscono. Sia dunque fine alla nostra freddezza, alla nostra indifferenza, alla nostra codardia. Convertiamoci tosto e diamoci subito a vivere da veri Cristiani, combattendo da forti ogni difficoltà che a ciò si frapponga; vinciamo ogni umano riguardo, confessiamo e pratichiamo coraggiosamente la nostra fede e la nostra legge dinanzi a tutti e à costo di qualunque sfregio; ed allora potremo ancor noi al punto estremo della vita ripetere con vera soddisfazione, con vera gioia: Consummatum est: tutto è compiuto: ho consumato il mio corso, ho serbata la mia fede, altro non mi rimane che ricevere la corona di giustizia, quella corona che Iddio giusto giudice mi darà nel gran giorno per l’eternità: Cursum consummavi, fidem servavi, in reliquo reposita est mihi corona iustitiæ, quam reddet mihi Dominus in illa die iustus iudex. (II Tim, IV, 7).

III. — Ma ecco che Gesù è giunto all’estremo sfinimento. Già cominciano a mancare le forze ; già il sangue non esce più dalle ferite che a stilla a stilla, già si avanza silenziosa la morte, già è pronta per dargli l’ultimo colpo. Ma sebbene Gesù nella sua carne sia arrivato a questo estremo di debolezza, nel suo spirito conserva tutta la gagliardia e la forza, della quale valendosi manda un nuovo altissimo grido, che lo manifesta Dio, perciocché mentre noi uomini in sul morire perdiamo la voce, Egli che è Dio, sul punto stesso di morire la conserva e la innalza come gli piace. E che esprime egli mai con questo grido? Padre, dice Egli, nelle tue mani raccomando il mio spirto: Pater, in manus tuas commendo spiritum meum. (Lue. XXIII, 40) Oh tenere parole! Oh parole sublimi! Oh parole preziosissime! Con queste parole, che Gesù pronuncia colla testa sollevata e cogli occhi rivolti al cielo, chiamando Dio non più col nome augusto e terribile di Dio, come aveva fatto poco innanzi, ina col nome dolcissimo di Padre, si dichiara sino all’ultimo per suo divin Figliuolo; e rimettendo nelle mani di Lui il suo spirito rivela la pienezza di confidenza, la uguaglianza di potere, la infinità di amore, che tra di loro esiste. Padre, voleva dire, quando senza lasciar la tua destra, Io discesi in terra e presi questa vita mortale, di pieno accordo fra noi si stabiliva che Io la dessi per la salute del mondo; ed essendo giunto l’istante di adempire questo nostro accordo divino, Io lascio che la morte venga a togliermi la vita separando lo spirito dal mio corpo; e poiché il mio corpo su questa croce, già tutto te l’ho offerto, a rendere perfetto il sacrificio ti offro ancora il mio spirito e lo depongo nelle tue mani: Pater, in manus tua commendo spiritum meum. – Ma certamente non è questo solo che Gesù Cristo ha voluto significare con questa così bella parola. Come in tutte le altre precedenti ha voluto darci sempre altrettante prove di amore, così ha voluto fare in questa. Epperò, siccome nella penultima parola ci ha efficacemente animati a consumare l’opera della nostra santificazione, con questa ultima ha voluto metterci chiaramente d’innanzi il premio che a tal fine ci riserba, una morte cioè in cui il nostro spirito sarà consegnato nelle mani di Dio. Perciocché, dice S. Atanasio, raccomandando Egli il suo spirito al suo Divin Padre, intese particolarmente di raccomandargli al punto di morte tutti gli uomini che per la bontà della vita avrebbero appartenuto non solo al suo Corpo, ma eziandio al suo Spirito. – Animo adunque, o veri Cristiani, che col vero amore di Gesù Cristo, colla imitazione fedele delle sue virtù, coll’esecuzione costante de’ suoi precetti ed insegnamenti, formate con Lui uno stesso spirito. Giungerà pure per voi l’estremo istante della vita; ma all’avvicinarsi di quel momento, da cui dipende la eternità, di quel momento in cui il demonio, sapendo che gli rimane poco tempo, discenderà con grande ira a darvi l’ultimo assalto, di quel momento in cui dovrete separarvi da tutto e non vi resterà più nelle mani che un santo Crocifisso, voi non avrete a temere, perché colla sua estrema preghiera siete stati raccomandati da Gesù Cristo al suo divin Padre, siete stati deposti nelle sue braccia, siete stati affidati al suo amore. Ei fu lo stesso come se avesse detto: Padre, rimetto nelle tue mani lo spirito dei giusti, essi mi appartengono, sono miei veri fratelli, hanno vissuto della mia vita, hanno formato con me una cosa sola; voglio adunque o Padre che dove sono Io, ivi siano i miei servi, i miei ministri fedeli: Volo, pater, ut ubi ego gum, illic sii et minister meus. (Io. XII, 26) Deh! Accogli il loro spirito, abbraccialo, serralo al tuo cuore come lo spirito mio: Pater, in manus tuas commendo spiritum meum. Oh bontà, oh amore di Gesù Cristo per noi! Ma avremo noi, o miei cari, avremo noi la bella sorte di essere nel novero di questi giusti che muoiono placidamente addormentando il loro spirito nelle mani del Signore? Certamente nessuno degli uomini conosce la fine della sua vita: Nescit homo finem suum (Eccl. IX, 12) Ma è pur vero tuttavia che per mezzo delle buone opere possiamo rendere sicura la nostra vocazione ed elezione al cielo. Su, adunque, uniamoci del tutto a nostro Signor Gesù Cristo, uniamoci nei pensieri, negli affetti, nei sentimenti, nelle parole, nelle opere, aderiamo a Lui interamente, e giacché colui che aderisce a Dio diviene di un solo spirito con Lui: qui adhæret Deo unius spiritus est, (I Cor. VI) potremo così avere certa fiducia di pronunciare anche noi al termine della vita, non solo con Gesù Cristo e in Gesù Cristo, ma per la bocca istessa di Gesù Cristo: Pater, in manus tuas commendo spiritum meum. Ben cara adunque, ben preziosa, ben consolante è quest’ultima parola pronunciata sulla croce dal divin Redentore. Con essa non ha posto termine soltanto alla sua mortal carriera, ma nel suo infinito amore per noi ha messo ancora a noi innanzi il magnifico premio, la dolcissima morte che coronerà una santa vita! Ma poiché Egli l’ebbe pronunziata, con un estremo atto che l’indicava padrone supremo della vita e della morte, chinò dolcemente sul petto il suo divin capo. Et inclinato capite. (Io. XIX, 30) Oh misterioso chinar del capo! Ancor una volta con esso esprime la sua totale ubbidienza al suo divin Padre, la intera sommissione alla sua volontà; obediens usque ad mortem, mortem autem crucis; (Philipp, II, 8) ancor una volta con esso dimostra a noi quanto brami che a Lui ci appressiamo, chiamandoci, invitandoci, attirandoci a gettarci tra le sue braccia, al suo seno, nel suo amorosissimo Cuore. Ancor una volta con esso chiama la morte; che ritrosa non osava di avvicinarsi, e la incoraggia, e la provoca a venire, e a quest’ultima chiamata la morte viene e mena il colpo fatale. Ahi! che il cielo si fa più oscuro, la terra trema, le rocce si spezzano, le tombe si aprono, le pallide ombre ne escono gemendo, il velo del tempio si squarcia in due parti, gli angeli della pace piangono amaramente, le sante donne svengono, la moltitudine tremante e pentita si picchia il petto, Giovanni dà in iscoppio di pianto, Maria rimane come impietrita! Che è accaduto? Ah, l’ultima fiamma d’amore, che doveva consumar Gesù Cristo, è divampata. Gesù è impallidito, ha chiuso gli occhi, ha versato ancor una lagrima, ha dato ancor un sospiro di carità ed è morto: Et inclinato capite tradidit spiritum. (Io. XIX, 9). Gesù adunque è morto, ed è la carità infinita del Cuor suo che l’ha ucciso! In hoc apparuit charitas Dei in nobis. (Io. iv, 9) E chi mai al mondo, o padre, o sviscerato amico, è giunto a farsi uccidere per amor del figlio o dell’amico? Se mai vi fosso stato, per attestazione medesima di Gesù, egli avrebbe dato prova del più grande amore: Maiorem dilectionem nemo habet, ut animam suam ponat quis prò amicis suis. (Io. XV, 13) Ma Gesù Cristo è morto per amore di noi, che non eravamo suoi amici, ma suoi nemici a cagione del peccato. Oh carità infinita! oh amore senza pari e senza misura! Ben avevano ragione Mosè ed Elia discorrendone con Lui sul monte Tabor di chiamarlo un amore eccessivo: Dicebant excessum eius. (S. Luc. IX, 31). E dinnanzi a tanto eccesso di carità potremo noi, o miei cari, mostrarci indifferenti, insensibili? Gli stessi feroci crocifissori del divin Nazareno al funereo spettacolo della morte di Gesù, conobbero alla fine il loro gravissimo errore, e discendendo dal monte insanguinato si percuotevano il petto ed esclamavano: Vere Filius Dei erat iste! E noi avremmo assistito a quest’Agonia e Morte acerbissima senza aver provato nell’animo un sentimento di commozione, senza aver concepito un pensiero di piangere le nostre colpe e di riformare la nostra vita? Oseremmo forse noi di credere di non aver avuto parte alla morte di Gesù? Oseremmo, stendendo la mano sopra l’affranto suo cadavere, oseremmo giurare che noi non siamo colpevoli? Ah! no che noi possiamo! Quella testa insanguinata dalle spine, quella fronte imperlata di freddo sudore, quel volto impallidito e pendente, quelle labbra violacee e stirate, quelle mani e quei piedi traforati dai chiodi, quel corpo ignudo, straziato, inanimato è l’opera nostra, è il nostro delitto. E dunque resteremo noi col cuore di sasso? Ah no! che tanta non è la nostra durezza. Eccoci, o caro Gesù ai vostri piedi, umiliati e piangenti. Vi adoriamo umilmente come nostro Dio e nostro redentore. Ammiriamo l’infinita vostra carità e misericordia, che vi ha spinto a morire per noi miserabili peccatori fra i più atroci tormenti, e vi ringraziamo senza fine di un beneficio così immenso! Ah! che queste pene e questa morte è a noi che erano dovute. E poiché voi le voleste subire in vece nostra, dateci ora altresì la grazia di pentirci dei maledetti peccati che ve l’hanno cagionate. Sì, perdono, o Gesù, perdono e pietà! Perdono e pietà di coloro tra di noi, che finora non vi hanno creduto, e che per eccesso di malvagità vi hanno combattuto e bestemmiato, perdono. Perdono e pietà di coloro tra di noi, che interessati unicamente delle cose del mondo, del denaro, dell’onore e del piacere vi hanno dimenticato e messo da parte, perdono! Perdono e pietà di coloro tra di noi, che sposi e genitori vi hanno disprezzato colle loro infedeltà e cogli scandali che hanno dato ai loro figli, perdono! Perdono e pietà di coloro tra di noi, che nel fiore della gioventù vi hanno insultato col darsi in preda alle turpi passioni e col seguire ciecamente le più ree dottrine, perdono! Perdono e pietà di coloro tra di noi, che maestri, professori e scrittori, vi hanno ferito nella pupilla degli occhi, corrompendo la povera gioventù coi loro abbietti insegnamenti e coi sarcasmi sacrileghi contro la vostra fede, perdono! Perdono e pietà di coloro tra di noi, che ricchi, potenti e magistrati vi hanno conculcato colle ingiustizie, coi furti, colle oppressioni, colle persecuzioni, cogli oltraggi alla cristiana libertà, perdono! Perdono e pietà di coloro tra di noi, che sacerdoti e religiosi vi hanno disonorato con una vita indegna della loro grandezza e colla loro negligenza hanno rattenuto l’impeto della vostra misericordia sopra gli uomini, perdono! Gesù, Crocifisso nostro bene, noi ci rifugiamo nel vostro Cuore Sacratissimo, e d’ora innanzi non ce ne dipartiremo più mai. Ma voi usateci pietà, dateci il perdono. Perdono e pietà! pietà e perdono!

IL CUORE DI GESÙ E LA DIVINIZZAZIONE DEL CRISTIANO (18)

H. Ramière: S. J.

Il cuore di Gesù e la divinizzazione del Cristiano (18)

[Ed. chez le Directeur du Messager du Coeur de Jesus, Tolosa 1891]

PARTE QUARTA

CONCLUSIONI PRATICHE

Capitolo II. (2)

IL CUORE DI GESÙ È IL CUORE DIVINO DI OGNI CRISTIANO

Conclusioni pratiche

Tutto quanto detto si racchiude nella verità assodata: che il Cuore di Gesù è il cuore divino di ogni Cristiano! Questa formula esprime le vere relazioni che ci uniscono al Cuore Divino. Naturalmente, possiamo trarre due conclusioni pratiche molto utili da questo fruttuoso principio. In primo luogo, che al Cristiano non sia mai permesso di scoraggiarsi. Perché dovrebbe essere scoraggiato? Perché si sente trascinato nel male dopo sforzi coraggiosi per elevarsi alla perfezione. Ma cosa hanno di vero queste cattive inclinazioni? Esse vengono dal cuore della carne, dal cuore ferito mortalmente dal peccato, e che solo nella tomba possono trovare il loro rimedio. Però non è questo il vero cuore del Cristiano. Perché confondere i suoi interessi con quelli della parte peggiore del suo essere? Procedete all’opera del sepolcro, mortificando il cuore del peccato. Disprezzate l’eredità di Adamo e riservatevi tutte le vostre preoccupazioni e i vostri pensieri per il nuovo essere che avete ricevuto da Dio: « Non si faccia il minimo caso ai desideri della carne, ma ci si rivesta di Gesù Cristo » (Rm XII, 14); « Se la sua carne è stata mortalmente ferita dal peccato, il suo spirito ha ricevuto una vita immortale attraverso la giustificazione » (Rm VIII, 10). Metta il suo libero arbitrio dalla parte dello spirito e non della carne; sia in accordo con i desideri celesti del Cuore di Gesù e protesti contro le cattive inclinazioni del suo cuore terreno. E anche se le sue inclinazioni continueranno a tormentarlo, non potranno nuocergli; lungi dal diminuire la sua virtù, non faranno altro che perfezionarla, facendogli sentire meglio la sua debolezza. Il Cristiano, quindi, non ha mai motivo di scoraggiarsi; ma non ha nemmeno il diritto di sedersi senza far nulla. Se la sua unione con il Cuore di Gesù gli mette a disposizione una forza infinita ed una ricchezza illimitata, questo non lo dispensa dall’appropriarsene attraverso lo sforzo ed il lavoro. Il Cuore di Gesù è onnipotente, ma non userà la sua potenza in nostro favore, se non in accordo con la nostra collaborazione. Il Cuore Divino contiene tutte le cose buone del cielo, ma non le riverserà su di noi, se non nella misura in cui noi siamo pronti ad accoglierle. Il Verbo di Dio, prendendo la carne per facilitare la nostra salvezza, non ha fatto altro che confermare la grande legge stabilita dalla provvidenza del Padre suo. Farà tutto nell’ordine soprannaturale, perché in questo ambito, più che in quello della natura, siamo incapaci di fare qualcosa da soli. Ma se noi non possiamo fare nulla senza di Lui, nemmeno Lui farà nulla senza di noi. Questo ci procura un’unione ineffabile, che ci rende membri del suo corpo. Quando ci dà il Suo Cuore in proprietà, non è per esimerci dal lavorare attivamente alla nostra salvezza come se fossimo lasciati a noi stessi. Al contrario, si tratta di aumentare la nostra attività e, con il suo aiuto, di imitare meglio l’infinita attività con cui Egli stesso è  principio della sua perfezione e della sua felicità. E per metterci in una posizione migliore per adempiere a questo dovere, ci sembrerà che Egli ci lasci completamente a noi stessi e che ci ritiri il suo aiuto. Egli non si allontana allora, perché se si allontana, noi torneremmo nel nulla, ma nasconde e toglie il sentimento della nostra unione con Lui, così che la nostra fiducia in Lui sia più meritoria e ci obblighi a fare più sforzi. Se la sua azione fosse sempre altrettanto sensibile, cederemmo alla pigrizia e perderemmo il merito della nostra fiducia. È necessario che la sua azione scompaia, affinché possiamo glorificarla con la confessione della nostra fede. Possa il flusso del Cuore di Gesù cessare dall’essere percepito, in modo che possiamo capire meglio quanto poco valiamo, ed apprezzare nel giusto valore la sua influenza divina! Questi due aspetti della nostra unione con il Cuore di Gesù riassumono l’intera economia della divina provvidenza nei nostri confronti. Basterebbe capire bene queste due leggi per dissipare la maggior parte delle oscurità che nascondono l’azione di questa provvidenza infinitamente saggia e amorevole: – 1) Dio non ha altro ideale o desiderio se non quello di donarsi interamente a noi in Gesù Cristo: prima legge, che deve essere per noi fonte di fiducia incrollabile. Tuttavia, – 2) Egli non vuole donarsi a noi in Gesù Cristo, se non nella misura in cui noi ci diamo interamente a Lui per mezzo di Gesù Cristo: seconda legge, che deve incessantemente stimolare la nostra attività.

Funzioni del Cuore di Gesù nel corpo mistico del Salvatore.

Il Cuore di Gesù vuole sì lavorare in noi, ma con noi, per produrre frutti. Questo frutto è la vita di Gesù Cristo che il Cuore del Salvatore ci comunica e che accresce senza interruzioni. È l’immagine del modello divino che Egli riproduce in ciascuna delle anime su cui esercita la sua influenza. In una parola, il Cuore di Gesù fa nel corpo mistico del Salvatore ciò che il cuore di ogni uomo fa nell’organismo fisico. Pertanto, nulla potrebbe darci un’idea più completa delle funzioni del Cuore Divino, considerato come fonte di grazia, che l’esame delle funzioni del cuore umano visto come fonte della vita del corpo. La funzione propria del cuore, nel corpo umano, è quella di rigenerare il corpo che naturalmente tende a decomporsi costantemente. In ogni momento della nostra esistenza, ripete il miracolo fatto in noi fin dal primo momento della nostra esistenza. Quando iniziamo a vivere? Quando la nostra anima è venuta ad animare il nostro corpo e a dargli un nuovo essere, nuove forze, movimenti e tendenze che non avrebbe mai avuto. Solo Dio poteva compiere quel miracolo. La vita, e soprattutto la vita razionale, è un soffio della vita di Dio. Tutto ciò che le creature possono fare è servire da canale per trasmettere il respiro divino. Quel poco di vita ricevuta, non fu che una debole scintilla. Il nostro corpo possedeva in germe tutti i suoi organi e tutte le sue forze. Ma questo germe non era ancora sviluppato. Non eravamo ancora nati completamente, e prima di poter entrare in pieno possesso dell’esistenza, abbiamo dovuto trascorrere molti anni e finire un lungo lavoro: il cuore, l’organo principale del nostro corpo, ha completato la nostra nascita e la perfezione della nostra vita. È chiaro che ciò che è stato fatto nel primo istante della nostra esistenza nei confronti di tutto il nostro corpo, deve essere ripetuto con ogni parte di esso, e questo è animare l’inanimato. Quando mangiamo quello che non è altro che un vegetale tritato o una carne morta, questi elementi devono diventare un corpo vivo e umano. Questo miracolo avverrà nel cuore e attraverso il cuore. Gli alimenti subiscono diverse trasformazioni prima di raggiungerlo, preparandosi qui a ricevere la vita; ma non sono ancora vivi quando raggiungono il cuore. Possiedono già tutta la fluidità del sangue; ma non ne hanno né il calore vivificante né la virtù rigenerante: il potere di vivificare il corpo sarà loro dato dal cuore. Eppure non lo farà per sua stessa virtù. L’anima che anima il cuore è l’unica che ha ricevuto da Dio il meraviglioso potere di dare vita a ciò che ancora non la possiede. Affinché la vita materiale ci presenti un simbolo più palpabile della vita spirituale, la prima di queste vite sarà comunicata al sangue solo attraverso il contatto con l’aria del cielo, immagine sensibile dello Spirito di Dio. Ma il cuore lo metterà in contatto con l’aria e nei nostri polmoni, nello stesso tempo in cui, mediante la respirazione, facciamo entrare in essi l’aria vitalizzante. Il cuore pomperà ancora il sangue pieno di vita, e lo distribuirà con un meraviglioso impulso a tutte le membra che riparerà ed accrescerà. Tale è la funzione del cuore nell’organismo umano. Il cuore materiale di Gesù la esercita anche in quella che lo lega al corpo naturale del Salvatore. In virtù della sua azione, il cibo con cui il Verbo incarnato è stato nutrito, non solo ha acquisito una vita umana, ma anche una dignità veramente divina, costituendo una parte sostanziale di un composto divino. Il nostro cuore eleva gli elementi puramente materiali alla dignità dell’essere razionale. Questa trasformazione è certamente di grande meraviglia, ma quanto più meravigliosa è ancor quella attraverso la quale il Cuore di Gesù eleva una vile materia all’ordine divino! Abbiamo fatto bene ad affermare, quando abbiamo considerato le prerogative del Cuore Divino, che esso è degno di tutta la nostra adorazione. Ma non perdiamo di vista il fatto che oggi dobbiamo considerare attentamente la funzione che il Cuore di Gesù, organo d’amore del Divin Salvatore, esercita nel suo Corpo mistico: la Chiesa. Questa funzione, tuttavia, è in tutto e per tutto simile a quella esercitata nel corpo fisico del Salvatore dal suo Cuore considerato come un organo materiale. Né il corpo naturale del Verbo incarnato né il suo Corpo mistico hanno ricevuto il loro pieno sviluppo alla nascita. Da allora, senza dubbio, l’anima di quel corpo possedeva tutta la sua forza. Ma quanto è ancora poco sviluppato il corpo! Gesù Cristo, Maria, San Giuseppe, la famiglia di Giovanni Battista, alcune anime sante che anelavano al regno di Dio, formano la Chiesa in principio. Come può crescere e acquisire nuovi membri? Come si può compiere questo miracolo? E come si è compiuto con ciascuno di noi, facendoci nascere nella vita di Dio? Chiediamolo al Cuore di Gesù, perché solo Lui poteva dare ordini per la sua esecuzione. Già da tanto tempo ci ha rivelato il dolce mistero della nostra nascita divina. Il Cuore di Gesù ci ha amati, e nell’amarci ci ha mandato lo Spirito Divino, che è la sua vita e che deve essere anche la nostra. L’acqua del Battesimo e la parola della Chiesa sono serviti come veicolo dello Spirito Divino. Ma è stato l’amore di Gesù a dare all’acqua e alla parola la loro efficacia divina. Mentre il Sacerdote ci versava l’acqua sul capo e ci battezzava, il Cuore di Gesù, con uno dei suoi palpiti divini, mandava al nostro cuore lo Spirito che lo animava. Ed è allora che noi, morti per breve tempo, siamo stati trasformati e resi vivi. Poco tempo prima eravamo figli dell’ira, ma improvvisamente siamo diventati figli adottivi del Padre Celeste. I nostri genitori avevano mandato un uomo alla Chiesa, ed Essa ha loro restituito un figlio di Dio. Ma con quali segni possiamo riconoscere questa nuova esistenza conferitaci dal Cuore di Gesù attraverso il Santo Battesimo? Come può questa generazione divina, che ci ha resi figli adottivi del Padre celeste, dimostrare la sua realtà? Lo mostrerà con gli effetti che produrrà. Ogni vera generazione ha come effetto la somiglianza della natura. Se il Cuore di Gesù ha dato vita alla vita del Divin Salvatore, Egli deve riprodurre in noi la sua somiglianza. È così? Sì, ma non rifiutiamoci di collaborare alla produzione di questa gloriosa somiglianza, perché, dal momento che la conservazione della nostra generazione divina è volontaria, dipende dalla nostra volontà produrne o impedirne gli effetti. Ma se uniamo i nostri sforzi a quelli del Cuore di Gesù, è molto facile dimostrare, con la perfezione della nostra somiglianza con Gesù Cristo, che Dio è veramente nostro Padre. I nostri pensieri sono, giorno dopo giorno, più simili a quelli del Padre Celeste e a quelli di Gesù Cristo, la sua immagine perfetta; i nostri sentimenti sono sempre più conformi a quelli di questo modello divino e le nostre parole alle sue. Il corpo dei veri discepoli del Cuore di Gesù, i lineamenti e le espressioni del suo volto, il suo portamento, tutto il suo modo di agire, portano alla mente di chi li vede, Gesù Cristo! Essi glorificano e portano Dio nel loro corpo, ed è impossibile gettare uno sguardo su di loro senza sapere che compiono meravigliosamente l’antico adagio: « Il vero Cristiano è un altro Cristo. » Per ogni uomo di buona fede non potrebbe esserci un’indicazione più certa della divinità di Gesù Cristo e della sua Chiesa che la prima produzione e la costante riproduzione di questo mirabile esempio di perfezione fornito dal Cuore dell’Uomo-Dio. In Gesù Cristo stesso c’è la perfezione che plasma lo spirito ed infiamma il cuore. Ma non è meno sorprendente e meraviglioso che, in tutte le epoche, in tutte le condizioni, in mezzo ad ogni sorta di ostacoli, questa perfezione sia costantemente raggiunta da tutti coloro che amano sinceramente Gesù Cristo. Che l’amore del Cuore di Gesù prenda possesso di un principe o di un rampollo; di un bambino o di un vecchio; di un dottore o di una donna ignorante; di un uomo civile o di un selvaggio: si vedranno da allora liberarsi di tutti i loro vizi ed acquisire tali virtù, concepire tali sentimenti, fare tali opere che l’umanità da sola non potrebbe fare. Questa è la grande dimostrazione evangelica che il Cuore di Gesù scrive incessantemente nel mondo e che dispensa gli uomini di buona volontà da ogni altra ricerca per trovare Dio. Così, ciò che il cuore materiale fa nell’ordine del corpo, ed il cuore, organo dell’amore, fa con le anime, il Cuore di Gesù lo fa per la società divina. Il cuore materiale prende elementi estranei al corpo umano e dà loro la forma che gli è propria; l’amore trova anime estranee l’una all’altra, di diverse inclinazioni ed interessi, e ne fa un’anima unica, unifica le loro inclinazioni ed i loro interessi. Il primo di questi due effetti è il grande miracolo dell’ordine fisico, il secondo quello dell’ordine morale. Ma cosa sono questi miracoli rispetto a quelli che il Cuore di Gesù opera in tutte le anime che si abbandonano alla sua influenza, ispirando le virtù più sublimi e trasformando in immagini viventi di Dio coloro che in precedenza erano grossolani, egoisti, simili a bestie senza ragione?

Molteplicità e unità nel Corpo mistico di Cristo

Ma la meraviglia è che la somiglianza dell’Uomo-Dio, incisa dall’amore del Cuore di Gesù in tutte le anime a Lui donate, si differenzia nel tutto, senza perdere nulla della sua unità, secondo le condizioni di ciascuno. Aprite le vite dei Santi. Non sono altro che una galleria di ritratti del Verbo Incarnato. Tutti sono del tutto simili al modello divino eppure ognuno è diverso dall’altro. Cos’hanno in comune tra loro ad esempio una tredicenne che subisce il rogo, come Sant’Agnese, ed uno di quei venerandi solitari che passavano per intero le loro giornate e le notti in contemplazione nella desolazione dei deserti d’Egitto? Come fa un contadino come Sant’Isidoro ad assomigliare a un dottore come Sant’Agostino? In una sola cosa: sono tutti una copia dello stesso modello. In questi è Gesù Cristo che insegna agli uomini, nell’altro è Gesù che lavora con le sue mani. Nell’uno ammiriamo l’innocenza del Salvatore, nell’altro la sua penitenza. Il Cuore di Gesù ha realizzato questi capolavori secondo lo stesso modello, lo stesso stampo, ma con materiali diversi. Dall’unità del prototipo nasce la bellezza dell’opera. Ma la varietà delle copie mostra sia la fecondità del modello che la potenza dell’artista. Anche in questo caso, il Cuore di Gesù non fa che riprodurre l’opera, nell’ordine divino, di ciò che il cuore materiale fa in quello fisico. Infatti, gli elementi prelevati da ogni sorta di sostanza, che il cuore trasforma in sangue, sono destinati a diventare mille forme diverse nel corpo. Alcuni si uniranno alle ossa e si induriranno, altri si trasformeranno in nervi, altri in organi, muscoli, altri ancora in umori. Il cuore darà loro la stessa natura e la stessa vita, ma l’unità della natura si presterà nella più grande varietà di forme e l’unità della vita accoglierà la più grande diversità di funzioni. Così il corpo sarà uno, anche se le sue membra sono numerosi. Da questa meravigliosa molteplicità, congiunta ad una meravigliosa unità, risulterà una grande bellezza dell’ordine materiale. Non accade altrimenti nel Corpo mistico di Gesù Cristo. Ciò che rende incomparabile la sua bellezza non è solo che ognuna delle innumerevoli anime che lo compongono riproduca in sé la vita e le sembianze del suo Capo Divino, ma che ognuno dei suoi membri abbia una propria funzione nel corpo. Ogni Santo è un ritratto completo di Gesù Cristo, ma, inoltre, ognuno di essi forma una delle linee dell’immenso ritratto dell’Uomo-Dio, la cui cornice è l’estensione del mondo e la durata dei secoli. Il ritratto è la Chiesa e l’artista che lo compone con arte divina è l’amore del Cuore di Gesù.

Il Divin Cuore, completa l’Incarnazione del Verbo.

Attribuiamo giustamente al Cuore Divino la missione di completare l’Incarnazione del Verbo di Dio. Senza dubbio, questa si compì il primo giorno, in quanto da quel giorno la natura umana ed individuale di Gesù Cristo era perfettamente unita alla Persona del Verbo di Dio e possedeva in sé tutte le luci, tutte le virtù, tutti i meriti e tutta la felicità di cui era capace. Ma è tutt’altro che certo che la perfetta divinizzazione di una natura individuale fosse sufficiente per realizzare i piani che avevano portato il Verbo di Dio sulla terra, giacché tutti i discendenti di Adamo dovevano essere rigenerati e divinizzati. In ognuno dei suoi membri deve esserci la natura umana estratta dalla sua argilla ed elevata ad un’altezza ben superiore a quella da cui era caduta. L’Incarnazione del Verbo non si rinnoverà, è vero, in ciascuno dei figli di Adamo, ma si estenderà a tutti. Dio non si ricongiungerà ad una natura umana, un’unione questa propria del primogenito di Maria e che non può essere concessa a nessun altro figlio dell’uomo, ma a tutti coloro che desiderano unirsi al Figlio di Maria, il Cuore di Gesù comunicherà la sua stessa vita. Così l’Incarnazione sarà comunicata attraverso i secoli. L’albero sarà lo stesso, ma produrrà costantemente nuovi fiori e nuovi frutti. Il Capo non crescerà nella perfezione e nella virtù, ma comunicherà la sua perfezione e la sua virtù a tanti membri. Questa è la grande opera della Provvidenza, alla quale siamo chiamati a collaborare, non solo in noi stessi, ma anche nell’anima dei nostri fratelli. Infatti, come nel corpo non c’è un solo membro che, pur nutrendosi e rafforzandosi, non debba lavorare per il nutrimento e la crescita del resto del corpo, così nel Corpo di Gesù Cristo non c’è un solo membro che, pur ricevendo l’influenza degli altri, non debba esercitare una qualche influenza nella loro santificazione. Il Corpo di Cristo, ci dice San Paolo, è accresciuto e formato dalla carità. Ma non può aumentare se non man mano che ognuno dei suoi membri collabori. Proprio per servire gli uni gli altri, tutti i membri sono uniti l’uno con l’altro in ogni classe di vincoli. Ma la forza di cui essi hanno bisogno per crescere e cooperare alla crescita degli altri è ricevuta da tutti da un unico Principio, che è sia il Capo che il Cuore di questo grande corpo. Unendoci a Lui, cresceremo fino a raggiungere l’età dell’uomo; finché, avendo il corpo divino acquisito il suo sviluppo, le tenebre della fede potranno essere commiste agli splendori della luce, nel cui interno raggiungeranno il trionfo.

Cosa possiamo fare perché il Cuore di Gesù realizzi la sua opera?

Cosa dobbiamo fare perché il Cuore di Gesù produca questo mirabile frutto? Prima di tutto, conformare i nostri pensieri a quelli di Dio e adattarci al piano della sua provvidenza, concentrando nel Cuore di Gesù tutta l’opera della nostra santificazione; convincerci bene che il Cuore Divino, incessantemente preoccupato dei nostri interessi, abbia un piano il cui compimento è la condizione della nostra felicità temporale ed eterna. Questo piano è il medesimo per tutti gli uomini, poiché consiste nel farci immagini del modello divino. Questa è – secondo San Paolo – la vocazione comune di tutti gli eletti. Ma poiché ognuno di noi ha le proprie risorse e le proprie difficoltà, ognuno di noi ha il proprio modo di imitare Gesù Cristo. Ci sono tante anime, tante vocazioni. Se tutti i Santi devono somigliare al modello divino, nessuna di queste copie viventi deve assomigliare completamente all’altra. Dall’armonia tra questa infinita diversità di immagini e l’unità del modello divino, risulta l’incomparabile bellezza del Corpo mistico, il cui Capo è Gesù Cristo e le cui membra siamo tutti noi. È della massima importanza sapere esattamente ciò che il nostro Capo voglia da noi; quale tipo di perfezione voglia che noi acquisiamo e quali siano gli ostacoli nella cui distruzione dobbiamo impiegare i nostri sforzi principali. Se desideriamo ardentemente raggiungere questa conoscenza, se la chiediamo con fervore e perseveranza, il Divino Maestro non ce la negherà. Egli ci manifesterà, sia con la luce interiore della grazia, sia attraverso un direttore, sia in un ritiro, il mezzo più efficace per acquisire questa preziosa certezza. Quando avremo la conoscenza generale dei piani del Cuore di Gesù, dovremo prestare attenzione all’applicazione pratica in tutti i casi particolari della vita. Per questo l’assistenza continua del Cuore Divino è per noi indispensabile e non ci mancherà mai. Infatti, così come Egli ha un solo piano per tutta la nostra vita, ha pure un solo desiderio in ogni momento della nostra esistenza, l’unica cosa che dobbiamo fare in ogni momento. – Dobbiamo sempre tenerlo d’occhio e dire con San Paolo: Signore, cosa vuoi che io faccia? La risposta non tarderà a venire, perché abbiamo dentro di noi lo Spirito del Divin Salvatore, per manifestare i suoi desideri e darci la forza di metterli in pratica. Come la nostra anima, presente in tutte le parti del corpo, trasmette ad ognuna di esse i movimenti che imprime nel cervello, così lo Spirito Santo, presente a sua volta nel Cuore di Gesù e in tutte le membra del suo Corpo mistico, eccita nei nostri cuori i desideri che il Cuore Divino fa concepire. Assistere costantemente all’esecuzione dei desideri del Cuore di Gesù, consultarlo sinceramente in tutti i nostri dubbi per conoscere la sua volontà e, una volta conosciuta, lavorare con tutte le nostre forze per realizzarla, costituisce l’intero nucleo della santità e allo stesso tempo della vera devozione al Cuore di Gesù; di conseguenza, la nostra vita sarà veramente divina, e tutte le nostre opere saranno più di Gesù Cristo che nostre. Anche se è meno beata di quella dei Santi in cielo, sarà comunque più meritoria. In questo senso, la nostra condizione sarà molto più preferibile alla loro, perché se da un lato non possono non conservare eternamente la partecipazione alla natura divina di cui hanno preso possesso quando hanno varcato la soglia del cielo, dall’altro noi possiamo aumentare in ogni istante questo tesoro infinito e riempirci della pienezza di Dio, della pienezza della vita divina. Sì, che la nostra grande opera, che la nostra unica preoccupazione sia quella di arrivare qui sulla terra allo stato felice in cui possiamo sinceramente ripetere con l’Apostolo:

“Io vivo, ma non io, è Cristo che vive in me. »

A. M. D. G.

FINE

IL CUORE DI GESÙ E LA DIVINIZZAZIONE DEL CRISTIANO (17)

H. Ramière: S. J.

Il cuore di Gesù e la divinizzazione del Cristiano (17)

[Ed. chez le Directeur du Messager du Coeur de Jesus, Tolosa 1891]

PARTE QUARTA

CONCLUSIONI PRATICHE

Capitolo I.

LA DEVOZIONE AL CUORE DI GESÙ FORMA PRATICA DELLA NOSTRA DEIFICAZIONE

La scienza della santità è pratica.

La scienza della santità non è speculazione, è una scienza pratica, la prima di tutte le arti: ars artium. Per diventare santi e raggiungere la vita eterna, prima di tutto c’è da sapere: In questo consiste la vita, che ti conoscano; perché come si comporterà la volontà se l’intelligenza non le indica la via? Ma l’intelligenza non è feconda, né produce il frutto divino della santità, se non attraverso la volontà. Non solo non può santificarci da sola, ma ci renderebbe più colpevoli se non la prendessimo come regola di condotta. « Sapendo queste cose – disse il Salvatore agli Apostoli – sarete beati se le metterete in pratica » (S. Giov. XIII, 17). Perciò, a differenza dei farisei che insegnano ciò che non fanno (S. Mt. XIII, 3), il grande Maestro di santità ha cominciato ad istruirci con i suoi esempi prima di darci lezioni: « Cœpit facere et docere » (Atti I, l). La santità deve essere il risultato della collaborazione di due agenti: di Dio e dell’uomo. Finora l’abbiamo considerato soprattutto dal lato di Dio. Vediamo ora cosa dobbiamo fare noi per concorrere alla sua azione: portare a compimento l’opera più divina che l’Onnipotente compie al di fuori di sé. Abbiamo considerato l’opera della nostra santificazione nella sua teoria, vediamola ora in pratica.

Il Cuore di Gesù è il principale strumento della nostra divinizzazione.

Il Cuore di Gesù è lo strumento principale della nostra divinizzazione. Questa è in verità opera di tutta la Trinità, poiché sia la prima che la terza Persona della Santissima Trinità vi partecipano tanto quanto la seconda. Infatti  Dio Padre ci adotta come figli, e lo Spirito Santo si unisce alle nostre anime: e questi sono elementi essenziali della nostra divinizzazione. Va notato, tuttavia, che lo Spirito Divino si comunica a noi attraverso Gesù Cristo, e solo se siamo incorporati in Lui, Dio Padre ci riconosce e ci ama come suoi figli. Ora, Gesù Cristo non ci dà il suo Spirito, non ci fa sue membra, se non con un atto di amore completamente libero e costantemente rinnovato. Al suo Cuore dobbiamo la nostra vita divina e tutte le nostre ricchezze soprannaturali. Se siamo stati trasferiti dall’abisso delle tenebre nella regione della luce (1 Pt. II, 9), non c’è altra causa determinante di trasformazione così meravigliosa come l’amore libero ed infinitamente tenero del Cuore di Gesù. Tuttavia, qui c’è una difficoltà. Come possiamo conciliare le due verità che abbiamo appena ricordato? Da un lato, abbiamo stabilito che di tutte le opere di Dio, quella della nostra divinizzazione sia senza dubbio la più divina. Abbiamo visto le tre Persone della Santissima Trinità operare insieme per realizzarla, comunicandoci la loro natura. Se è così, come possiamo dire che il Cuore di Gesù sia la causa determinante di quest’opera? Il Cuore di Gesù, pur divinizzato dalla sua unione ipostatica con la Persona del Verbo, non cessa di essere un’entità creata. L’amore, di cui è organo, è un amore creato, perché è l’atto dell’anima santa del Salvatore. Ora, non  è questa una contraddizione che il Creatore faccia dipendere la sua azione dalla determinazione di una creatura, qualunque essa sia? Perché il Cuore di Gesù possa essere la causa determinante della nostra divinizzazione, sarebbe necessario che potesse disporre dello Spirito di Dio e donarlo a chi desidera; e che, di conseguenza, dovesse esercitare una certa autorità sullo Spirito di Dio. Ora, San Paolo ci insegna (II Cor. III, 17) ciò che Gesù Cristo stesso aveva detto e fatto capire a Nicodemo (S. Giov. III, 8), che cioè lo Spirito Santo non obbedisce a nessuno, perché è indipendente e sovrano. Egli soffia dove vuole, e non può privarsi della sua indipendenza, né della sua divinità. Non solo, Esso non dipende dal Cuore di Gesù, se non quando il Cuore e l’anima di Gesù siano costantemente e assolutamente sotto l’influenza delle sue ispirazioni. Per risolvere questa difficoltà è necessario generalizzarla. Questo perché non riguarda solo la questione attuale, ma è intimamente legata all’intero piano della Provvidenza. Ecco il Sacerdote che sale sull’altare. Prende un po’ di pane, dice qualche parola, e quello che una volta era pane, diventa il Corpo del Figlio di Dio. Non si può certamente negare che quest’opera sia divina. Per farlo, era necessario che Dio Padre sospendesse e modificasse l’esercizio del suo potere creativo e, cessando la conservazione della sostanza del pane, mettesse al suo posto il Corpo del Figlio. Era necessario che il Verbo di Dio si presentasse, in modo nuovo, in un punto dello spazio in cui prima era stato solo in virtù della sua immensità. Eppure, per quanto divina possa essere questa azione, essa è stata compiuta alla mercé di una pura creatura, che avrebbe potuto impedirne la realizzazione. Dall’altare, il Sacerdote passa al tribunale sacro. Poi sale sul pulpito dove compie anche opere divine quando illumina le intelligenze con la luce soprannaturale. Egli purifica le anime e le guida sulla via della salvezza. Solo Dio può essere l’Autore immediato di tali effetti: eppure, se questi effetti vengono prodotti o prevenuti dipende dal libero arbitrio del Sacerdote. Passiamo ora dall’ordine soprannaturale all’ordine naturale. Un uomo e una donna sono uniti dai vincoli del matrimonio: subito dopo l’unione nascono molti figli. Chi ha dato vita a questi bambini? Dio, naturalmente, perché è l’unico Principio della vita, l’unico capace di mettere la mano nell’abisso del nulla per tirarvi fuori il più perfetto degli esseri creati: uno spirito somigliante a Lui. Ma questo potere creativo non sarebbe stato esercitato a nostro vantaggio, se nostro padre e nostra madre non gli avessero dato il loro sostegno. Quando gli esseri umani lottano in mezzo alle torture della fame, cosa ci vorrebbe per evitare la morte, per riacquistare la loro forza fisica e il libero uso delle loro facoltà spirituali? Un po’ di pane o di riso. Sostanze puramente materiali, ma del cui aiuto Dio ha bisogno per conservare il capolavoro delle sue mani, la creatura razionale. In questo modo potremmo attraversare tutti gli ordini della creazione. In tutti costateremo lo stesso fenomeno, in tutti vediamo l’Onnipotente sottomettersi alle sue creature. Questa dipendenza, che Dio si è volontariamente imposto, si chiama « mediazione ». Nel mondo fisico come in quello morale, e nell’ordine naturale come in quello soprannaturale, tutte le creature sono mediatrici l’una dell’altra; mediatori di luce, di calore, di movimento, di vita. Non c’è nessuno che non abbia il compito di trasmettere ad altri alcuni dei beni il cui unico principio e dispensatore sovrano è Dio. La mediazione è la più universale di tutte le leggi divine, la fonte dell’ordine, dell’armonia e della bellezza dell’universo. Lungi dal nuocere all’indipendenza di Dio, essa fa emergere in tutta la sua magnificenza la sua infinita saggezza. È Lui che ha stabilito le leggi in virtù delle quali possiamo comunicarci l’un l’altro i beni dell’ordine naturale e soprannaturale. Proprio perché il Cuore di Gesù è, tra tutti i cuori umani, il più sottomesso all’azione dello Spirito Divino, avrà un potere incomparabilmente maggiore per comunicare questa azione. Come in tutte le cose cerca solo ciò che piace al Padre suo, che a sua volta fa con Lui e con gli uomini, ciò che Cristo desidera. Lo ha investito di un potere assoluto su tutto il creato. Così come non concede alcuna grazia senza che questa passi per le sue mani, così riceve con piacere solo gli omaggi che gli vengono offerti per sua intercessione. Cristo è il Mediatore universale, il Mediatore supremo, l’unico Mediatore. Mediatore universale, perché attraverso di Lui i doni di Dio sono distribuiti alle sue creature. Mediatore unico, perché nessuna creatura può andare verso Dio se non attraverso di Lui. Mediatore supremo, perché gli altri mediatori ricevono da Lui il potere di eseguire la sottomissione.

Il Cuore di Gesù è il nostro Sommo Sacerdote.

Gesù Cristo è il nostro Sacerdote sovrano, ed esercita il suo Sacerdozio attraverso il suo Cuore. Il Sacerdote è il mediatore dell’ordine soprannaturale: di lui Dio si serve per far risplendere sulla terra la luce che illumina le intelligenze; per dare alle anime il movimento che le porta alla loro eterna felicità; per dare loro nuovi figli a cui comunicare la loro stessa vita. Tutte queste funzioni divine, che i Sacerdoti di Gesù Cristo esercitano nel loro ministero, solo Gesù Cristo le svolge per diritto proprio. Poiché lo fa liberamente e per amore, si può dire che il suo Cuore ne sia lo strumento. Tutto ciò che si fa nella Chiesa per la santificazione delle anime, lo si fa in virtù del Cuore di Cristo. Se i Sacramenti sono i canali della grazia, il Cuore di Gesù è il deposito da cui sono forniti. Se, nel momento in cui l’acqua del Battesimo tocca la fronte del bambino, la sua anima è purificata dalla macchia originale, è perché nello stesso momento la grazia della rigenerazione gli è stata conferita dal Cuore di Gesù Cristo. Se ascoltando attentamente la parola di un oratore sacro, o leggendo un pio libro, vediamo le nostre illusioni dissiparsi e la verità soprannaturale apparire con un irradiamento inusuale, è al Cuore di Gesù che dobbiamo la grazia della luce. I movimenti interiori di pentimento, di fiducia, di amore che a volte si impadroniscono di noi, vengono a noi dal Cuore di Gesù. Egli è il Cuore sacerdotale per eccellenza e non cessa di esercitare con noi tutte le funzioni del Sacerdozio. Per noi Egli adora costantemente la Maestà di suo Padre, lo ringrazia per i suoi benefici. Egli espia la nostra ingratitudine. Sollecita i suoi favori e si occupa incessantemente di illuminarci, guidarci, rafforzarci e guarirci. Attraverso di Lui la Trinità compie l’opera della nostra divinizzazione. Se vogliamo comprendere bene questo lavoro e renderlo facile da realizzare, dobbiamo contemplarlo nel Cuore di Gesù. La santità, considerata in questo modo, diventa più accessibile e più amabile. Non ci viene presentata una scienza complicata che richieda un lungo studio; né è composta da un gran numero di precetti, tanto difficili da ritenere quanto da mettere in pratica; né è racchiusa in una moltitudine di libri che solo i saggi e gli “sfaccendati” possono consultare. Le anime che immaginano la santità in questo modo non possono che essere scoraggiate ed estremamente disturbate. Più esse desiderano raggiungere questo lieto fine, più si stancano e perdono tempo a cercare le vie più brevi per raggiungerlo. Pensano di non aver mai letto abbastanza libri, di non aver mai consultato abbastanza direttori o di non aver mai scelto abbastanza pratiche cristiane. Si muovono molto e fanno pochi progressi. Spero che ascoltiate ciò che il Salvatore ha detto alla sua sollecita ospite: « Marta, Marta, perché così tanta sollecitudine? Perché questa confusione nata da una estrema preoccupazione? C’è solo una cosa necessaria: che tu sia conforme al mio Cuore ». Tutta la santità è racchiusa in Lui. Se vuoi raggiungerla, devi fare ciò che il mio Cuore ti chiede. Ora, in ogni momento, ti chiedo solo una cosa. È essa che vi terrà al vostro posto, che vi darà grande pace e vero benessere. Smettila di guardare lontano tutto quello che hai così vicino a te. La devozione al Cuore di Gesù non solo semplifica, e quindi facilita molto l’opera della nostra santificazione, ma la rende anche più amabile e attraente. Ci presenta la santità non come una lettera morta, ma come una realtà viva; la personifica in un certo modo nel suo Cuore, e nella leggiadria di tutti i cuori. La nostra natura trova molto difficile appassionarsi alla nuda verità. Una dottrina, per quanto bella possa essere, difficilmente ci impressiona quando non assume un corpo e quando non colpisce le facoltà sensibili della nostra anima. La santità è molto difficile da capire, se considerata solo nei libri. Esaminata nella sua essenza astratta, ha il potere di convincere l’intelligenza. Ma manca lo stimolo richiesto per la debolezza della nostra volontà. Mostra il bene, ma non dà la forza di portarlo a termine; traccia il sentiero, ma non ci incoraggia a percorrerlo; indica il pericolo, ma non ci preserva da esso; ci permette di scandagliare le profondità dell’abisso dove sono sparse le nostre brame, ma non ci ferma sul pendio che ci conduce ad esso. Il Cristiano che guarda così alla morale evangelica, si pone in una posizione analoga a quella del Giudeo. La santità nella sua sublime perfezione gli era stata rivelata attraverso il primo precetto del Decalogo. Ma questa rivelazione, fatta su tavole di pietra, non lo mise in condizione di praticare il bene, di cui egli stesso aveva compreso la necessità. La condizione del Cristiano, invece, è molto diversa. La perfezione non ci è stata mostrata sulle tavole di pietra; la legge della santità è stata scritta per noi sulle tavole vive di un cuore di carne (2 Cor. III, 3): nel Cuore di Gesù c’è la legge vivente della nostra santificazione. Perché, infatti, non solo ci mostra l’ideale divino della santità, realizzato in un cuore umano, ma ci dà i mezzi per fare lo stesso nel nostro cuore. Oltre ad averci inoculato il seme della santità, conferendoci nel Battesimo la grazia santificante, il Cuore Divino, attraverso le sue preghiere e l’influenza del suo Spirito, lavora instancabilmente per lo sviluppo di questo seme, affinché il frutto della santità, che è la gloria eterna, maturi in noi. Per santificarsi, basta unirsi a questa azione onnipotente, la cui energia non diminuisce mai. Invece di creare ostacoli, come abbiamo fatto spesso, basta il lavoro continuo del Cuore di Gesù in noi.

Capitolo II. (1)

IL CUORE DI GESÙ È IL CUORE DIVINO DI OGNI CRISTIANO

Che cos’è un Cristiano?

Cos’è un Cristiano? È colui – dice San Giovanni – che non è nato solo dalla carne e dall’uomo, ma è anche nato da Dio e ha ricevuto dal Figlio unigenito del Padre il potere di essere figlio di Dio. Il Cristiano è nato due volte e ha due esistenze e due nature. Nasce secondo la carne e riceve dai genitori una vita animale e razionale. Ma lo stesso giorno in cui è diventato figlio dell’uomo, un nuovo padre ed una nuova madre si sono uniti per dargli una nuova vita. Gesù, unico Figlio di Dio e Sposo della Chiesa, ha ispirato alla sua Sposa di associare questo bambino, figlio dell’uomo, alla famiglia dei figli di Dio. La Chiesa lo ha preso e, attraverso il Battesimo, lo ha posto nel suo grembo e lo ha unito a Gesù Cristo. Da allora il bambino ha cominciato ad essere animato dallo Spirito di Gesù Cristo ed a vivere della sua vita. Non ha smesso di essere un uomo, ma è diventato qualcosa di più che un uomo. Ha conservato il suo corpo animale e la sua anima razionale, ma ha anche acquisito uno spirito veramente divino, la vita della sua anima, così come questa lo era del suo corpo. Come figlio dell’uomo, ha conservato un’esistenza completa. Ma, come figlio di Dio, ha cominciato a far parte del grande Corpo, il cui Capo è Gesù Cristo. Gli è rimasta la libertà e quindi la possibilità di porsi un obiettivo individuale e di separare i suoi interessi da quelli del Corpo divino in cui è stato introdotto mediante il Battesimo. Ma sta a lui avere una comunità di interessi con il suo divino Capo e tendere con Esso allo stesso fine.

Il Cristiano ha due cuori

Tale è la scelta in cui tutti noi ci troviamo e che ci viene offerta mentre siamo sulla terra: vivere di noi stessi o vivere di Gesù Cristo; essere solo uomo o essere anche figlio di Dio; dobbiamo diventare noi stessi il nostro fine o accettare il fine glorioso che Dio ci ha dato, associandoci al suo Figlio unigenito? Perché se è vero che siamo nati due volte e abbiamo due vite, è altrettanto vero che abbiamo due cuori: uno di carne, ricevuto dai nostri genitori secondo la carne, di origine terrena con tutte le sue tendenze. Perché dovremmo essere sorpresi di trovare nel nostro cuore tutte le inclinazioni carnali? Che diritto abbiamo di sperare che solo esso sfugga alla legge generale? Dio potrebbe fare in alcuni dei suoi Santi un’eccezione gloriosa, liberandoli da tutti gli influssi della carne, anche quando vi hanno vissuto, ma l’eccezione non deve convertirsi in regola. Se Dio avesse voluto liberarci dal peso e dalla corruzione che riceviamo in eredità da Adamo, nostro padre secondo la carne, avrebbe diretto il tutto in modo molto diverso, avrebbe poi fatto una creazione completamente nuova, non lasciando sopravvivere nulla del caos prodotto dal peccato. Ma Egli non lo ha voluto. Come ha prodotto ordine e vita dal caos all’origine del mondo, così nella creazione e nell’ordine spirituale, ha voluto che il peccato servisse come materia per la grazia. Invece di far trionfare immediatamente lo spirito sulle opere della carne in tutta l’umanità, ha deciso che in ogni uomo la carne e lo spirito dovessero combattere tra loro, e che il trionfo finale di uno di questi due principi opposti dipendesse dal libero arbitrio dell’uomo. Ci ha lasciato il cuore di carne con tutte le sue inclinazioni. Ma, per resistere ad esse, ci ha dato il Cuore del Figlio suo. Perché il Cuore Divino è propriamente e veramente nostro! E per davvero, visto che siamo membri del Divin Salvatore! Se, come abbiamo dimostrato, l’incorporazione dei Cristiani al Figlio di Dio non è un mero discorso figurativo, se esprime un’unione reale come quella che delle nostre membra e del nostro capo fanno un solo corpo, anche se di natura diversa; se, inoltre, il legame che unisce tra loro le membra del Corpo mistico di Gesù Cristo è più intimo e indissolubile di quello che unisce le parti del nostro corpo fisico: se tutto questo è vero e provato, non dubitiamo neppure che il Cuore di Gesù Cristo ci appartenga nella realtà. Perché se c’è qualcosa di evidente, è che il cuore appartiene al corpo che da esso riceve la vita e così ciascuno delle membra di quel corpo. Non dimentichiamo che quando il Verbo di Dio ha preso un cuore di carne, non l’ha preso per sé, ma per noi. Perché non aveva Egli bisogno di ricevere la vita, ma di comunicarla. Per noi, come la Chiesa canta nel Credo, e per la nostra salvezza, Egli è sceso dal cielo e si è incarnato per opera dello Spirito Santo. Possiamo dire quindi che noi abbiamo due cuori: uno buono ed uno cattivo; uno terreno ed uno celeste; uno carnale ed uno divino. Due cuori che hanno inclinazioni opposte: uno tende incessantemente verso l’alto e l’altro verso il basso; uno vuole il bene, l’altro il male; l’uno trova gusto solo nelle cose di Dio, l’altro nelle cose sensuali. Entrambi vogliono godere, perché ogni cuore tende al benessere. Ma il nostro cuore terreno vuole godere sulla terra, in contrapposizione a quello celeste, che disprezza tutti i suoi piaceri e sospira solo per i beni del cielo. E finché dura la vita non possiamo sopprimere completamente questa lotta interiore, perché non possiamo mai distruggere completamente nessuno dei due cuori. Tuttavia, possiamo aumentare in noi l’influenza del Cuore di Gesù ed indebolire quella delle nostre inclinazioni carnali. Se non possiamo sopprimerle del tutto, ci è dato almeno di sfuggire alla loro tirannia accettando il dominio glorioso del Cuore di Gesù.

http://www.exsurgatdeus.org/2020/06/25/il-cuore-di-gesu-e-la-divinizzazione-del-cristiano-18/

ATTO DI CONSACRAZIONE E DI RIPARAZIONE AL SACRATISSIMO CUORE DI GESÙ

ATTO DI CONSACRAZIONE E DI RIPARAZIONE AL SANTISSIMO CUORE DI GESÙ

ACTUS REPARATIONIS ET CONSECRATIONIS

Iesu dulcissime, cuius effusa in homines caritas, tanta oblivione, negligentia, contemptione, ingratissime rependitur, en nos, ante altaria [an: conspectum tuum] tua provoluti, tam nefariam hominum socordiam iniuriasque, quibus undique amantissimum Cor tuum afficitur, peculiari honore resarcire contendimus. Attamen, memores tantæ nos quoque indignitatis non expertes aliquando fuisse, indeque vehementissimo dolore commoti, tuam in primis misericordiam nobis imploramus, paratis, voluntaria expiatione compensare flagitia non modo quæ ipsi patravimus, sed etiam illorum, qui, longe a salutis via aberrantes, vel te pastorem ducemque sectari detrectant, in sua infìdelitate obstinati, vel, baptismatis promissa conculcantes, suavissimum tuæ legis iugum excusserunt. Quæ deploranda crimina, cum universa expiare contendimus, tum nobis singula resarcienda proponimus: vitæ cultusque immodestiam atque turpitudines, tot corruptelæ pedicas innocentium animis instructas, dies festos violatos, exsecranda in te tuosque Sanctos iactata maledicta àtque in tuum Vicarium ordinemque sacerdotalem convicia irrogata, ipsum denique amoris divini Sacramentum vel neglectum vel horrendis sacrilegiis profanatum, publica postremo nationum delicta, quæ Ecclesiæ a te institutæ iuribus magisterioque reluctantur. Quæ utinam crimina sanguine ipsi nostro eluere possemus! Interea ad violatum divinum honorem resarciendum, quam Tu olim Patri in Cruce satisfactionem obtulisti quamque cotidie in altaribus renovare pergis, hanc eamdem nos tibi præstamus, cum Virginis Matris, omnium Sanctorum, piorum quoque fìdelium expiationibus coniunctam, ex animo spondentes, cum præterita nostra aliorumque peccata ac tanti amoris incuriam firma fide, candidis vitæ moribus, perfecta legis evangelicæ, caritatis potissimum, observantia, quantum in nobis erit, gratia tua favente, nos esse compensaturos, tum iniurias tibi inferendas prò viribus prohibituros, et quam plurimos potuerimus ad tui sequelam convocaturos. Excipias, quæsumus, benignissime Iesu, beata Virgine Maria Reparatrice intercedente, voluntarium huius expiationis obsequium nosque in officio tuique servitio fidissimos ad mortem usque velis, magno ilio perseverantiæ munere, continere, ut ad illam tandem patriam perveniamus omnes, ubi Tu cum Patre et Spiritu Sancto vivis et regnas in sæcula sæculorum.

Amen.

[Gesù dolcissimo, il cui immenso amore per gli uomini viene con tanta ingratitudine ripagato di oblio, di trascuratezza, di disprezzo, ecco che noi, prostrati dinanzi ai vostri altari, intendiamo riparare con particolari attestazioni di onore una così indegna freddezza e le ingiurie con le quali da ogni parte viene ferito dagli uomini l’amantissimo vostro Cuore. Ricordevoli però che noi pure altre volte ci macchiammo di tanta indegnità, e provandone vivissimo dolore, imploriamo anzitutto per noi la vostra misericordia, pronti a riparare con volontaria espiazione, non solo i peccati commessi da noi, ma anche quelli di coloro che, errando lontano dalla via della salute, o ricusano di seguire Voi come pastore e guida ostinandosi nella loro infedeltà, o calpestando le promesse del Battesimo hanno scosso il soavissimo giogo della vostra legge. E mentre intendiamo espiare tutto il cumulo di sì deplorevoli delitti, ci proponiamo di ripararli ciascuno in particolare: l’immodestia e le brutture della vita e dell’abbigliamento, le tante insidie tese dalla corruttela alle anime innocenti, la profanazione dei giorni festivi, le ingiurie esecrande scagliate contro di Voi e i vostri Santi, gl’insulti lanciati contro il vostro Vicario e l’ordine sacerdotale, le negligenze e gli orribili sacrilegi ond’è profanato lo stesso Sacramento dell’amore divino, e infine le colpe pubbliche delle nazioni che osteggiano i diritti ed il Magistero della Chiesa da Voi fondata. Ed oh, potessimo noi lavare col nostro sangue questi affronti! Intanto, come riparazione dell’onore divino conculcato, noi Vi presentiamo  – accompagnandola con le espiazioni della vergine vostra Madre, di tutti i Santi e delle anime pie – quella soddisfazione che Voi stesso un giorno offriste sulla croce al Padre e che ogni giorno rinnovate sugli altari; promettendo con tutto il cuore di voler riparare, per quanto sarà in noi e con l’aiuto della vostra grazia, i peccati commessi da noi e dagli altri, e l’indifferenza verso sì grande amore, con la fermezza della fede, l’innocenza della vita, l’osservanza perfetta della legge evangelica, specialmente della carità, e d’impedire inoltre, con tutte le nostre forze, le ingiurie contro di Voi, e di attrarre quanti più potremo alla vostra sequela. Accogliete, ve ne preghiamo, o benignissimo Gesù, per intercessione della B. V. Maria Riparatrice, questo volontario ossequio di riparazione e vogliate conservarci fedelissimi nella vostra ubbidienza e nel vostro servizio fino alla morte col gran dono della perseveranza, mercé il quale possiamo tutti un giorno pervenire a quella patria, dove Voi col Padre e con lo Spirito vivete e regnate Dio per tutti i secoli dei secoli. Così sia].

Indulgentia quinque annorum.

Indulgentia plenaria, additis sacramentali confessione, sacra Communione et alicuius ecclesiæ aut publici oratorii visitatione, si quotidie per integrum mensem reparationis actus devote recitatus fuerit.

Fidelibus vero, qui die festo sacratissimi Cordis Iesu in qualibet ecclesia aut oratorio etiam (prò legitime utentibus) semipublico, adstiterint eidem reparationis actui cum Litaniis sacratissimi Cordis, coram Ss.mo Sacramento sollemniter exposito, conceditur:

Indulgentia septem annorum;

Indulgentia plenaria, dummodo peccata sua sacramentali pænitentia expiaverint et eucharisticam Mensam participaverint (S. Pæn. Ap., 1 iun. 1928 et 18 mart. 1932).

[Indulg. 5 anni; Plenaria se recitata per un mese con Confessione, Comunione, Preghiera per le intenzioni del Sommo Pontefice, visita di una chiesa od oratorio pubblico. – Nel giorno della festa del Sacratissimo Cuore di Gesù, 7 anni, se confessati e comunicati, recitata con le litanie de Sacratissimo Cuore, davanti al SS. Sacramento solennemente esposto: Indulgenza plenaria].

LITANIA SACRATISSIMI CORDIS IESU

Tit. XI, cap. II

Indulg. septem annorum; plenaria suetis condicionibus, dummodo cotidie per integrum mensem litania, cum versiculo et oratione pia mente repetita fuerint.

Pius Pp. XI, 10 martii 1933

KYRIE, eléison.

Christe, eléison.

Kyrie, eléison.

Christe, audi nos.

Christe, exàudi nos.

Pater de cælis, Deus, miserére nobis.

Fili, Redémptor mundi, Deus, miserére.

Spiritus Sancte, Deus, miserére.

Sancta Trinitas, unus Deus, miserére nobis.

Cor Iesu, Filii Patris ætèrni, miserére.

Cor Iesu, in sinu Virginis Matris a Spiritu Sancto formàtum, miserére …

Cor Iesu, Verbo Dei substantiàliter unitum, miserére.

Cor Iesu, maiestàtis infinitæ, miserére nobis.

Cor Iesu, templum Dei sanctum, miserére.

Cor Iesu, tabernàculum Altissimi, miserére.

Cor Iesu, domus Dei et porta cæli, miserére.

Cor Iesu, fornax ardens caritàtis, miserére.

Cor Iesu, iustitiæ et amóris receptàculum, miserére.

Cor Iesu, bonitàte et amóre plenum, miserére.

Cor Iesu, virtùtum omnium abyssus, miserére.

Cor Iesu, omni laude dignissimum, miserére.

Cor Iesu, rex et centrum omnium córdium, miserére.

Cor Iesu, in quo sunt omnes thesàuri sapiéntiæ et sciéntias, miserére.

Cor Iesu, in quo habitat omnis plenitùdo divinitàtis, miserére.

Cor Iesu, in quo Pater sibi bene complàcuit, miserére.

Cor Iesu, de cuius plenitudine omnes nos accépimus, miserére.

Cor Iesu, desidérium cóllium æternórum, miserére.

Cor Iesu, pàtiens et multæ misericórdiæ, miserére.

Cor Iesu, dives in omnes qui invocant te, miserére.

Cor Iesu, fons vitæ et sanctitàtis, miserére nobis.

Cor Iesu, propitiàtio prò peccàtis nostris, miserére.

Cor Iesu, saturàtum oppróbriis, miserére.

Cor Iesu, attritum propter scelera nostra, miserére.

Cor Iesu, usque ad mortem obédiens factum, miserére.

Cor Iesu, làncea perforàtum, miserére.

Cor Iesu, fons totius consolatiónis, miserére.

Cor Iesu, vita et resurréctio nostra, miserére.

Cor Iesu, pax et reconciliàtio nostra, miserére.

Cor Iesu, victima peccatórum, miserére.

Cor Iesu, salus in te speràntium, miserére.

Cor Iesu, spes in te moriéntium, miserére.

Cor Iesu, deliciæ Sanctórum omnium, miserére.

Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, parce nobis, Dòmine.

Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, exàudi nos, Dòmine,

Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, miserére nobis.

V. Iesu, mitis et hùmilis Corde.

R. Fac cor nostrum secùndum Cor tuum.

Orèmus.

Ominipotens sempitèrne Deus, réspice in Cor dilectissimi Filii tui, et in laudes et satisfactiónes, quas in nòmine peccatórum tibi persólvit, iisque misericórdiam tuam peténtibus tu véniam concede placàtus, in nòmine eiùsdem Filii tui Iesu Christi:Qui tecum vivit et regnat in sæcula sæculórum.

R. Amen.

[Litanie del S. Cuore di Gesù:

(Signore, abbi pietà di noi

Cristo, abbi pietà di noi.

Signore, abbi pietà di no:

Cristo, ascoltaci

Cristo, esaudiscici.

Dio, Padre celeste, abbi pietà di noi (ogni volta)

Dio, Figlio Redentore del mondo, abbi …

Dio, Spirito Santo, ….

Santa Trinità, unico Dio …

Cuore di Gesù, Figlio dell’Eterno Padre, abbi pietà di noi (ogni volta)

Cuore di Gesù, formato dallo Spirito Santo nel seno della Vergine Madre …

Cuore di Gesù, sostanzialmente unito al Verbo di Dio …

Cuore di Gesù, di maestà infinita …

Cuore di Gesù, tempio santo di Dio …

Cuore di Gesù, tabernacolo dell’Altissimo, …

Cuore di Gesù, casa di Dio e porta del Cielo, …

Cuore di Gesù, fornace ardente di carità, …

Cuore di Gesù, ricettacolo di giustizia e di amore, …

Cuore di Gesù, pieno di bontà e di amore, …

Cuore di Gesù, abisso di ogni virtù, …

Cuore di Gesù, degnissimo di ogni lode, …

Cuore di Gesù, Re e centro di tutti i cuori, …

Cuore di Gesù, in cui sono tutti i tesori di sapienza e di scienza, …

Cuore di Gesù, in cui abita la pienezza della divinità, …

Cuore di Gesù, in cui il Padre ha posto le sue compiacenze, …

Cuore di Gesù, dalla cui abbondanza noi tutti ricevemmo, …

Cuore di Gesù, desiderio dei colli eterni, …

Cuore di Gesù, paziente e misericordiosissimo, …

Cuore di Gesù, ricco con tutti coloro che ti invocano, …

Cuore di Gesù, fonte di vita e di santità, …

Cuore di Gesù, propiziazione pei peccati nostri. …

Cuore di Gesù, satollato di obbrobrii, …

Cuore di Gesù, spezzato per le nostre scelleratezze, …

Cuore di Gesù, fatto obbediente sino alla morte, …

Cuore di Gesù, trapassato dalla lancia, …

Cuore di Gesù, fonte d’ogni consolazione,

Cuore di Gesù, vita e risurrezione nostra, …

Cuore di Gesù, pace e riconciliazione nostra. …

Cuore di Gesù, vittima dei peccati, …

Cuore di Gesù, salute di chi in Te spera, …

Cuore di Gesù, speranza di chi in Te muore, …

Cuore di Gesù, delizia di tutti i Santi, …

Agnello di Dio che togli peccati del mondo, perdonaci o Signore.

Agnello di Dio che togli peccati del mondo, esaudiscici, o Signore

Agnello di Dio che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi.

V. Gesù, mansueto e umile di cuore,

R. Rendi il nostro cuore simile al tuo.

Preghiamo

O Dio onnipotente ed eterno, guarda al Cuore del tuo dilettissimo Figlio, alle lodi ed alle soddisfazioni che Esso ti ha innalzato, e perdona clemente a tutti coloro che ti chiedono misericordia nel nome dello stesso tuo Figlio Gesù Cristo, che vive e regna con te, Dio, in unità con lo Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli.

R. Così sia.]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/01/06/unenciclica-al-giorno-toglie-gli-usurpanti-apostati-di-torno-miserentissimus-redemptor-di-s-s-pio-xi/

IL CUORE DI GESU’ E LA DIVINIZZAZIONE DEL CRISTIANO (16)

H. Ramière: S. J.

Il cuore di Gesù e la divinizzazione del Cristiano (16)

[Ed. chez le Directeur du Messager du Coeur de Jesus, Tolosa 1891]

TERZA PARTE

MEZZI PARTICOLARI DELLA NOSTRA DIVINIZZAZIONE

Capitolo XVI

IL CUORE DI GESÙ E LA GRAZIA ATTUALE

Giustificazione, merito e grazia attuale.

La giustificazione e il merito sono i due doni più preziosi della bontà divina, i due procedimenti di divinizzazione, attraverso i quali il Cuore di Gesù comunica alle anime, alle quali è unito dalla grazia, i privilegi di cui gode in virtù della sua sostanziale unione con il Verbo incarnato. Attraverso la giustificazione, lo schiavo del diavolo diventa figlio di Dio, e il condannato entra ad esser partecipe dei diritti dell’eredità divina. Per mezzo del merito, il figlio di Dio diventa più intimamente unito al Padre Celeste, diventa più simile al Verbo fatto carne e si riempie del suo Spirito. Ma come fa la nostra vita soprannaturale ad aumentare di merito e a ritornare a noi per giustificazione quando il peccato ce la toglie? Con la grazia attuale! In cosa si differenzia dalla grazia abituale delle anime dei giusti? In quanto i movimenti di un essere vivente sono diversi dalla vita. Se guardiamo un albero in inverno senza frutti o foglie, non diremo che è morto anche se sembra sterile. Non vegeta, non fiorisce, ed anche se è pieno di vita, tutti lo equiparerebbero agli alberi morti che lo circondano. Ma i soavi aliti della primavera fanno rivivere le membra di quell’essere e gli fanno mostrare la vita contenuta in esso. Ciò dimostra che i movimenti della vita non sono la vita stessa, ma il suo effetto e la sua manifestazione. Quindi non ci si può muovere se non si è vivi, ma si può avere vita anche senza muoversi, perché questo non è altro che la facoltà intrinseca del muoversi. Applichiamo queste nozioni all’anima giusta. La grazia abituale è la vita divina di quell’anima, nella quale essa rimane finché il peccato non la distrugge. Non è un’operazione, ma uno stato. Così che anche se l’uomo giusto si dà all’ozio o si dà al sonno, non è privato della vita divina, né ne è minimamente indebolito, ma conserva in tutta la sua pienezza, come sotto le gelate dell’inverno il leccio conserva il suo vigore.

La vita divina deve essere incrementata dalla grazia attuale.

L’uomo non sta al mondo per rimanere in uno stato di inazione. Gli è stata data vita affinché, con la sua libera collaborazione, possa aumentarla giorno per giorno. I rami della vita celeste sono legati alla vite divina, che è Gesù Cristo, per produrre frutti sempre più abbondanti. Così come vivono (i rami) divinamente in Lui, così devono agire divinamente ed esercitare continuamente l’infinito potere che Egli comunica loro. Come riusciranno a raggiungere questo obiettivo? Con l’aiuto della grazia attuale. Per capire bene questo punto, torniamo al confronto così spesso usato dai santi Dottori. Così come la vita (umana) risulta dall’unione dell’anima con il corpo, così la vita divina risulta dall’unione dello Spirito di Dio con l’anima. Come il corpo, anche se paralizzato, vive finché l’anima rimane in esso, così l’anima del Cristiano è viva, finché lo Spirito di Dio dimora in esso, anche se non dà segni di attività. Se questo non accadesse, il corpo non durerebbe a lungo, si spegnerebbe, come una lampada senza olio. Leggi simili governano anche lo sviluppo della nostra vita soprannaturale. Infatti, perché l’uomo giusto che la possiede, in virtù dell’unione dello Spirito di Dio con la sua anima, possa conservarla ed accrescerla con azioni sante, deve ricevere l’impulso dello Spirito Divino, che prima ispira il pensiero, poi fa concepire il desiderio, e poi inizia in lui l’azione con un movimento indeliberato. Se l’anima accetta liberamente l’ispirazione e acconsente al santo desiderio e collabora volontariamente alla mozione, quelli che non meritavano nulla prima che la libertà intervenisse, diventeranno atti meritori. Ma il concorso della grazia attuale non si limita solo a questo. Così come è stato necessario iniziare l’opera soprannaturale, sarà anche necessario preservarla. Ora il merito va attribuito a Dio, più che all’uomo. Se non fosse così, quest’opera non sarebbe veramente divina e non potrebbe, in senso stretto, meritare il possesso della felicità di Dio. La grazia attuale continua a lavorare nell’anima anche dopo che ha corrisposto ai suoi primi impulsi. Prima era preveniente, ora è concomitante. Prima muoveva, ora aiuta. E anche se si presenta in due forme diverse, è sempre la stessa. Sarà la stesso anche quando, dopo aver iniziato e mantenuto l’atto di volontà, collaborerà con essa nella produzione di opere esterne e diventerà grazia susseguente.

La triplice azione della grazia attale.

È un dogma di fede che Gesù Cristo, come nostro Capo e come uomo, è la fonte di tutti i doni soprannaturali. È altrettanto vero che Egli ce li comunica in piena libertà. E la ragione è ovvia: ci ha amato liberamente e si è sacrificato liberamente per noi fino alla morte. È giusto che sia il proprietario dei tesori che ha guadagnato per noi e che li distribuisca tra noi secondo la sua volontà. Dobbiamo all’amore del Cuore di Gesù gli impulsi della grazia attuale, i frutti che ci giungono da essa. È vero che lo Spirito Santo è il principio immediato di questi movimenti, ma chi può comunicarcelo se non Gesù Cristo? Da dove vengono i suoi doni se non dalla pienezza di grazia dell’anima del Salvatore? Come anima divina del corpo della Chiesa, lo Spirito Santo appartiene al Capo di questo grande corpo, senza la cui volontà non opera nelle sue membra. Così ci dice il Santo Concilio di Trento: « Cristo Gesù, come il capo che unisce tutte le membra al corpo, e come la vite che comunica la sua linfa ai tralci, riversa continuamente in tutte le anime giustificate la virtù che previene, accompagna e completa ogni loro opera buona. Questa virtù è propria dello Spirito Santo, ma ci viene comunicata incessantemente attraverso Gesù Cristo, come capo e come uomo. Chi temerebbe mai che la vita divina del corpo della Chiesa si spenga o si indebolisca a causa del suo principio? Con un’attività che non conosce né tregua né diminuzione, il Cuore di Gesù imprime alle membra di quel corpo i movimenti celesti che gli permettono di compiere divinamente tutte le sue opere e di accrescere continuamente i suoi meriti. La grazia attuale nell’intelligenza è come una voce interiore, con la quale il Cuore Divino suggerisce loro incessantemente buoni pensieri. La grazia attuale nella volontà è come un potente impulso, con il quale spinge i Cristiani ad avvicinarsi a Dio. Se non si resiste all’amore divino, si passa sempre di virtù in virtù.

I giusti e i peccatori e la grazia attuale.

Finora abbiamo esposto l’anima in possesso della vita soprannaturale e pronta per tutti gli atti divini. La grazia attuale in quell’anima è l’esercizio ininterrotto dell’unione che la grazia abituale aveva stabilito tra essa e lo Spirito di Dio, il risultato dell’influenza che il Capo Divino esercita sui suoi membri. Ma, se i membri sono separati dal Capo, se il peccato caccia lo Spirito Santo dall’anima che ha ricevuto la vita da Lui, cosa farà? Come farà gli atti della vita quando ne sarà privato? Come potrà muoversi quando cadrà preda della più orribile delle morti? Come può aspettare la grazia vera e propria, privata com’è della grazia abituale? Ovviamente, non ha alcun diritto di farlo. Ma, oh bontà del Cuore di Gesù! Abbiate fiducia, aspettate, siate sicuri che la vostra speranza non venga mai meno, perché Egli promette di fare questo grande miracolo per tutti i peccatori quando sono ancora vivi. Egli offre loro continuamente la possibilità di uscire dalla loro tomba, di richiamare di nuovo lo spirito della vita che hanno gettato via, per ritrovare la salute che hanno perso. Infatti, la grazia attuale è data sia ai peccatori che ai giusti. Inoltre, spesso non è meno efficace nel primo caso che nel secondo, anche se gode di condizioni migliori nel secondo. Perché? Perché nei giusti è il frutto naturale della vita che essi hanno in sé, e nei peccatori è un mezzo puramente gratuito per recuperare la vita perduta. Nei primi è opera dell’Ospite divino che abita nei loro cuori, in questi ultimi è l’impulso infinitamente misericordioso dell’Amore che, gettato via criminalmente da quel cuore, bussa alla porta per rientrarvi. Nel primo caso, è ancora l’influenza del Capo Divino sui suoi membri, la cui forza ed il cui benessere aumentano continuamente. Nel secondo è lo sforzo per ridare salute e movimento ai membri paralizzati. Nel primo, la grazia vera e propria dà a tutti gli atti che provoca e che sono liberamente cooperati dall’anima, la virtù di meritare rigorosamente (de condigno) la vita eterna. Nel secondo, essendo incapaci i peccatori di merito a causa del peccato, il Sacro Cuore continua a distruggere il peccato, incoraggiando la contrizione, senza la quale non può dare agli atti che fa nascere nell’anima se non la virtù di meritare la grazia per un semplice merito (de congruo). Gesù Cristo si è impegnato a non rifiutare a nessuno la grazia attuale. Guai a colui che, oltre ad esserne privato, non abbia potuto avvalersi dei mezzi per ottenerla! Perché sarebbe stato fuori dalla via della salvezza, perché la disperazione si sarebbe imperiosamente impadronita di lui, poiché non gli si poteva chiedere la pratica di alcuna virtù. Ma no, non possiamo pretendere da nessuno cose così orribili senza andare contro gli insegnamenti della Chiesa. I più grandi peccatori e i più feroci nemici di Gesù Cristo, hanno a loro disposizione dei mezzi, sia che si tratti di grazie attuali così chiamate, sia che si tratti di un aiuto dell’ordine naturale, il cui buon uso porterà loro infallibilmente alla grazia soprannaturale. Nello stesso tempo in cui riversa costantemente nelle anime dei giusti la crescente virtù dei suoi meriti, il Cuore di Gesù non cessa di esercitare, nei cuori più lontani da Lui, l’attrazione salutare che presto li farà entrare, se non gli resisteranno, nei sentieri della vita e della felicità. Ad entrambi lancia quelle frecce penetranti, di cui parla il Profeta, “che fanno cadere ai suoi piedi i popoli sconfitti”.

I tre frutti della grazia attuale.

« Se tu conoscessi il dono di Dio, … » con quale timore e tremore lavoreresti per la tua salvezza, perché la grazia è da Dio. Senza di essa non si può fare assolutamente nulla. Un uomo senza grazia è un albero piantato sulla terra arida: su di esso non si vedono né foglie, né fiori, né frutti. È una nave sulle acque tranquille e calme, alla quale né il vento né il vapore possono comunicare il movimento: « Senza di Me, senza la Mia grazia – ha detto Nostro Signore – non potete fare nulla. » Che drastico antidoto all’orgoglio, che potente raggio di luce capace di offuscare le illusioni della nostra vanità! Che cosa avete che non abbiate ricevuto? Se l’avete ricevuto, di cosa siete orgogliosi? L’Apostolo San Pietro esclamava: « Che gli altri si scandalizzino, passi; ma che io mi scandalizzi, giammai! Eccomi qui, anche se devo dare la mia vita per te. » (S. Mc. XIV, 29). Quando poi Pietro ha conosciuto la debolezza della natura, quanto diverso è stato il suo linguaggio! Con quale timida riserva ha giurato al suo Maestro di amarlo e di volergli essere fedele! Anche Davide era inebriato dalla considerazione del suo glorioso passato: « Io sono, dice, incrollabile per sempre » (Ps, XXIX, 3). Un semplice sguardo è stato più che sufficiente per buttarlo a terra: « oc idus meus deprædatus est animam meam » (Thr. III, 51). Come si mostrò figlio suo più saggio quando, docile allo Spirito del Signore, proclamò in faccia a tutto il popolo: « So che non posso conservare la continenza se Dio non me la dà, ed è un atto di saggezza sapere che devo ricevere questo dono » (Sapienza VIII, 21). Se è vero che non possiamo fare nulla, come dovrebbe essere umile la nostra virtù naturale? E quando trionfo sulle debolezze della mia natura, come non devo attribuire subito la gloria all’Autore di ogni bene, che incorona in me i suoi doni, a Dio, che ci dà la Vittoria per mezzo di Gesù Cristo? (I Cor. XV, 37). « Se tu conoscessi l’indicibile dono di Dio … », con quale incrollabile fiducia continueresti l’opera della tua salvezza? Perché se è vero che non si può fare nulla senza la grazia, tutto si può fare con essa (Fil. IV, 13). Sei debole? Glorificate Dio nella vostra debolezza, perché ad essa la grazia sarà accomodata e l’opera di Dio risplenderà in voi. Come si è commosso l’Apostolo delle genti quando è sceso dal terzo cielo e ha sentito gli stimoli della carne! Con quali ardenti lacrime supplicava il Signore di liberarlo dalla legge delle sue membra, sempre combattendo contro quella dello spirito! (Rm. VII, 22). Ma cosa gli mancava per trionfare e arricchire la sua corona, visto che aveva la grazia di Gesù Cristo? « … Ti basti la mia grazia … » – « Cosa volete, guerrieri santi e coraggiosi – diceva sant’Agostino – o desiderate voi, generosi soldati di Gesù Cristo, che non ci siano passioni o movimenti disordinati? Questo non dipende da voi. Fate guerra a loro ed aspettate con fiducia la vittoria ed il trionfo. Finché viviamo, combattiamo; mentre combattiamo, siamo in pericolo, eppure siamo vittoriosi per colui che ci ha amato » (Aug. Serm. 43  de Verbis Dom.). Perché chi ci dà la voce del comando, ha la vittoria in mano e ce la mette a disposizione. Fidatevi, ci dice senza sosta: la mia grazia è già uscita mille volte vittoriosa sui vostri nemici. Essa dà energia a chi vacilla, riempie di coraggio coloro che non hanno nulla di proprio (Is. XL, 29). Chi ha fatto vincere ai Santi martiri le furie dei loro aguzzini se non la mia grazia? Cosa ha infiammato nei corpi sottili dei bambini e delle tenere vergini il fervore che li ha resi superiori alle torture più orribili se non la mia grazia? E perché non dovrebbe fare in voi quello che ha fatto già in loro? Abbiate fiducia. – « Se tu conoscessi il dono di Dio … », non ti scoraggeresti mai, non saresti mai così follemente presuntuoso da non confidare, in modo incomprensibile, nella grazia. La grazia vi salverà, ma non vi salverà senza di voi, senza una collaborazione attiva da parte vostra. La salvezza è infatti opera della grazia e dei nostri sforzi: la grazia di Dio è con me (Cor XV, 10). La grazia aiuta, non violenta. È un’amica che ti offre il suo aiuto e il suo sostegno, ma in modo tale che tu possa rifiutare il suo aiuto: « Dio – dice San Bernardo – è l’Autore della salvezza, di cui solo il libero arbitrio è suscettibile. Solo Dio può darla; solo il libero arbitrio può riceverla. È chiaro quindi che ciò che Dio dà da solo non può essere ricevuto senza il consenso di chi lo riceve. Ed è proprio dando il proprio consenso che il libero arbitrio coopera con la grazia operosa della salvezza » (L. de grat. et lib. Arb., c. 2); Ora sant’Agostino avverte: « Se Dio coopera, dobbiamo lavorare ». Sta a noi formare un cuore ed uno spirito nuovi (Ez. XVIII, 31), con l’aiuto della grazia. Questa grazia prenderà parte alla nostra attività in modo tale che farà una sola ed unica azione, un’azione soprannaturale, un’azione che sarà di Dio e dell’uomo. Questo spiega perché Dio, dopo aver fatto dire al profeta Ezechiele che ci avrebbe dato di formare un cuore, aggiungeva: « Vi darò un cuore nuovo e metterò in voi un nuovo spirito » (Ez. XXXVI, 26). Quando siamo fedeli alla grazia, non le corrispondiamo con un libero arbitrio puramente umano, ma soprannaturalizzato dalla grazia. Così grazia e libero arbitrio formano una sola facoltà divinizzata, se così si può dire. « La grazia – come dice San Bernardo – non fa che una parte dell’opera, mentre l’altra parte la fa il libero arbitrio, ma ognuno fa il tutto con un’operazione indivisibile. Il libero arbitrio fa tutto e la grazia fa tutto; ma come tutto si fa nel libero arbitrio, così tutto viene dalla grazia » (S. Bern. De gratia et lib. arb., c. XIV). Quanto è armoniosa e meravigliosa l’armonia della libertà e della grazia in tutte le rivelazioni del Cuore di Gesù a Santa Margherita Maria! Che cosa significano queste lamentele amorose del Cuore Divino sull’ingratitudine degli uomini, la loro freddezza e la scarsa corrispondenza alle prove del suo amore? Perché ci chiede di ascoltare la sua voce, di rivolgerci a Lui e di attingere alla sua fonte le grazie di cui abbiamo bisogno, se non perché Dio ci tratta con grande rispetto, e perché non vuole diminuire minimamente la nostra libertà, un ricco dono ricevuto dalle sue mani? Ma cosa significano quelle grandi e magnifiche promesse del Cuore amorevolissimo di Gesù, quelle abbondanti benedizioni concesse agli individui, alle famiglie, alle società; la promessa della perseveranza finale; le parole così spesso ripetute: « Io trionferò nonostante la testardaggine e la malvagità dei miei nemici », se non che la grazia è trionfante e sovrana? Oh, sì, noi, fedeli servitori del Cuore di Gesù, dobbiamo cantare l’inno di fiducia e di ringraziamento, perché possiamo fare tutto ciò che possiamo in Colui che ci conforta. Perché il Cuore di Gesù è con noi e con Lui possiamo sfidare tutto. E se il Cuore di Gesù è con noi, chi oserà andare contro di noi, chi potrà incuterci timore? Rivolgiamoci a quel Cuore adorabile, fonte di vita soprannaturale, all’Autore ed al dispensatore della grazia, e diciamogli con amore: O Cuore benefico di Gesù! Concedimi questa grazia così grande e necessaria per la mia salvezza, affinché possa superare la mia natura perversa. In mezzo a tentazioni e tribolazioni: « … non temo nulla se la tua grazia è con me ». Essa è la mia forza, il mio consiglio e il mio aiuto. Che cosa sono senza di essa se non un palo asciutto ed un tronco inutile? Perciò, Signore, che la vostra grazia sia sempre con me e che io sia sempre pronto a fare il bene (Imit. l. III, c. LV).

http://www.exsurgatdeus.org/2020/06/23/il-cuore-di-gesu-e-la-divinizzazione-del-cristiano-17/

IL CUORE DI GESÙ E LA DIVINIZZAZIONE DEL CRISTIANO (15)

H. Ramière: S. J.

Il cuore di Gesù e la divinizzazione del Cristiano (15)

[Ed. chez le Directeur du Messager du Coeur de Jesus, Tolosa 1891]

TERZA PARTE

MEZZI PARTICOLARI DELLA NOSTRA DIVINIZZAZIONE

Capitolo XIV

IL CUORE DI GESÙ E LA GIUSTIFICAZIONE

Come il Cuore di Gesù comunica la vita divina.

Il Cuore di Gesù è la vita delle nostre anime non solo attraverso i Sacramenti, ma anche, e più immediatamente, attraverso la giustificazione, il merito e la grazia attuale. Ci introduce nella famiglia dei figli di Dio, attraverso la giustificazione. Attraverso il merito, egli conserva per l’eternità i frutti dei suoi atti esercitati con il suo aiuto. E, per la grazia attuale, dispone le anime alla giustificazione e dà loro un mezzo facile per aumentare i loro meriti. – Cominciamo con la giustificazione del peccatore. Questo non è, come Lutero immaginava, un artificio della misericordia divina, che copre con un velo le nostre colpe e, senza distruggerle, fa come se non si vedessero. Essa non solo è l’intera distruzione e l’annientamento del passato, ma si tratta, giustamente, di una nuova creazione, di una rigenerazione divina. Infatti, l’uomo colpevole, anche se fino a quel momento fosse stato il più colpevole di tutti i dannati dell’inferno, si vede improvvisamente liberato dai suoi crimini e rivestito di una santità divina. Cessa di essere schiavo di satana e diventa figlio di Dio. I suoi debiti sono perdonati ed egli acquisisce il diritto di possedere per sempre l’eredità, alla quale nemmeno gli Angeli stessi potrebbero aspirare. Sale dal sepolcro senza il marciume del peccato, e non riceve una vita umana o angelica, ma una vita veramente divina. Abbiamo già indicato vari mezzi di giustificazione, ed abbiamo visto brillare la bontà del Cuore di Gesù per la facilità con cui possiamo disporne. Cosa c’è di più facile da fare del Battesimo? Cosa c’è di più accessibile per un peccatore che manifestare i propri peccati al confessore? Non c’è malattia spirituale che non possa scomparire con rimedi così semplici. Tuttavia, la sua istituzione non soddisfa le aspirazioni misericordiose del Cuore di Gesù. Egli voleva che la giustificazione fosse ancora più facile; che le sue infinite ricchezze fossero più accessibili a tutti i peccatori. Anche se ci sono molti medici delle anime, può darsi che un peccatore non ne abbia a disposizione, nel momento in cui viene chiamato a comparire davanti al Giudice giusto. Quindi, in caso di necessità, non solo il Sacerdote e il Cristiano, ma qualsiasi uomo o donna, anche un non credente, può amministrare il Sacramento del Battesimo, che avrà, pur nelle sue mani impure, tutta la sua efficacia, purché si abbia l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa: anche se è sulla strada per l’inferno, si possono aprire le porte del cielo a colui che venga battezzato. Ma potrebbe accadere che un pagano, desideroso di ottenere la grazia divina, non riesca a convincere quelli gli sta intorno ad amministrargli il Battesimo. Cosa fare allora? Ebbene, il Cuore di Gesù non può permettere che gli venga chiusa la via della salvezza. Rifiuterà un’anima che odia il suo mal incedere, ma che non ha nessuno che lo faccia uscire dal suo stato?

Sacramento universale.

No, il buon Maestro non lo farà. Egli metterà a disposizione di tutti gli infiniti beni guadagnati da tutti. Per questo, esorcizzerà un mezzo alla portata di tutti. Sarà una sorta di sacramento universale, con un’efficacia più infallibile degli altri sacramenti e il cui ministro sarà il Cuore di Gesù. Ci riferiamo alla grazia della carità. Dal momento in cui un peccatore, sia esso cattolico, eretico o infedele, compie un atto di vera carità, tutti i peccati sono perdonati, è giustificato e rigenerato, è fatto figlio di Dio ed erede al cielo. Infatti, Gesù Cristo non ha posto alcuna restrizione alle magnifiche promesse fatte alla carità: “Se qualcuno mi ama, il Padre mio lo ama, e noi andremo da lui e faremo la nostra casa con lui.  È la carità, la vita di Dio comunicata all’uomo: “Perché Dio è carità, e chi dimora nella carità dimora in Dio, e Dio in lui. La carità è la via divina che la vite celeste, Gesù Cristo, comunica ai tralci uniti ad essa. Non appena questa unione si realizza, le anime, prima sterili nelle opere buone e più feconde nei frutti della morte, cominciano a portare frutti di vita eterna. Allora non possono essere tagliati come rami inutili e gettati nel fuoco: “Per coloro che sono in Cristo Gesù non c’è bisogno di temere la dannazione eterna – dice San Paolo – né la vita né la morte, né i principati, né le virtù, né le cose presenti, né le cose future, né qualsiasi altra creatura potrà infrangere i voti d’amore con cui la carità di Gesù Cristo unisce l’anima a Dio”. Quell’anima, prima macchiata dalla colpa originaria e dalle innumerevoli colpe presenti, viene trasformata, rigenerata, divinizzata, dal raggio della carità gettato da Gesù nel suo cuore e da esso liberamente accolto. Non appena Maddalena, la peccatrice, entrò nella casa dove alloggiava il Salvatore, fu liberata dai suoi peccati perché, mossa dall’influenza vivificante del Cuore di Gesù, il suo amore si accese nel suo cuore.

Condizioni perché la carità operi per tali meraviglie.

Naturalmente, perché la carità possa fare tali meraviglie e supplire a tutti i Sacramenti, deve soddisfare determinate condizioni. Infatti, tutte queste condizioni possono essere riassunte in una sola: perché la carità dia vita alle anime, basta che sia vera.

1) Questo è ciò che i teologi intendono, niente di meno, dichiarando che la contrizione perfetta è sufficiente a giustificare il peccatore, senza bisogno del Sacramento. In cosa consiste allora la contrizione perfetta? Ciò che è necessario e sufficiente è che il pentimento nasca dalla vera carità, che il peccato sia detestato non solo perché è una macchia sull’anima, una privazione delle gloriose prerogative, e degna dell’inferno, ma soprattutto perché oltraggia la bontà di Dio, ferisce il Cuore di Gesù, e corrisponde ai suoi benefici con il più nero dei tradimenti. – La contrizione basata su tali ragioni, e dotata dell’efficacia che accompagna il vero amore, giustifica il peccatore più colpevole e perdona le sue abominevoli iniquità. Questi privilegi della carità non si piegano completamente al bene del peccatore? Sarà più difficile per lui detestare i suoi crimini a causa della ferita inflitta a Dio, che per il male che riceve da essi? I benefici del Padre celeste, l’amore di Gesù Cristo, le pene della sua passione, il sangue versato sulla croce, la misericordia infinita del suo Cuore sempre ardente d’amore per chi lo offende, non sono forse i più palpabili e commoventi motivi di contrizione? Collegando il potere di rigenerare le anime al pentimento su tali basi, Gesù Cristo ha guardato ai diritti del suo amore, ma non ha aumentato il peso imposto alla nostra debolezza. Al contrario, non aveva altro che i nostri interessi davanti ai suoi occhi quando ci ha costretti a riparare le perdite causate dal peccato nella nostra anima.

2°) Non voleva mettere un giogo più pesante sulle nostre spalle, chiedendo che il peccatore, giustificato dalla sola virtù della carità, fosse seriamente deciso a ricevere il Battesimo, se fosse pagano, o ad andare a confessarsi, se fosse già battezzato. Perché la grazia interiore non poteva fare a meno dei riti esteriori. Questi, necessari per unire i membri della famiglia divina, sono il complemento indispensabile dei legami interiori che li uniscono a Dio. L’uomo, composto da un’anima spirituale e da un corpo sensibile, ha bisogno di questi due tipi di mezzi e deve accettare con gratitudine l’obbligo di utilizzarli. Sia per il pagano che è determinato ad essere fratello di Gesù Cristo, sia per il peccatore che odia i suoi crimini, la ricezione dei sacramenti del Battesimo e della Penitenza è una consolazione più che un peso. Chi rifiutasse un così dolce compenso alle eterne torture dell’inferno, dimostrerebbe che il suo amore per Dio è solo nella parole.

3°) C’è una condizione che renderà più difficile la giustificazione del peccatore. Perché la grazia di Dio torni all’anima quando viene spogliata, la carità deve essere soprannaturale e veramente divina: « La carità di Dio – dice San Paolo – è stata riversata nei nostri cuori dallo Spirito Santo che ci è stato donato. Solo chi ha ricevuto, con lo Spirito Santo, l’amore che viene da Lui, può gloriarsi di essere amico di Dio. » Ma come può il peccatore che è schiavo di satana e il miscredente che è privato della grazia battesimale raggiungere questo stato felice? La carità soprannaturale non è la santità stessa? Se bastasse amare Dio con un amore naturale per essere giustificati, tutti coloro che usano le loro facoltà naturali potrebbero soddisfare questa condizione di salvezza. Ma questo non può essere sufficiente. Per godere dell’amicizia di Dio è necessario esercitare una virtù superiore alle forze della natura più perfette e ad una natura degradata. Non è impossibile la salvezza di chi può solo averla in questo modo? – Per evitare questa difficoltà non si deve ricorrere a sistemi di alcun tipo. Nella bontà del Cuore di Gesù abbiamo una soluzione più soddisfacente. Non si può negare che la carità soprannaturale sia necessaria affinché l’anima peccatrice riconquisti la vita soprannaturale. Ma il Cuore di Gesù la mette alla portata di coloro che ne sono privati dal peccato. Se non li dispone all’improvviso ad amare il Bene sovrano sopra ogni cosa, suscita in loro il desiderio di quell’amore, di chiederlo, di avvicinarsi ad esso. Così, se queste anime corrispondono al raggio divino che strappa via le tenebre in cui giacciono avvolte, aumenterà gradualmente la chiarezza fino a condurle allo splendido mezzogiorno della giustificazione: « Gesù Cristo non rinnega la sua grazia a coloro che fanno tutto ciò che è in loro potere ». – La bontà del Cuore Divino esclude l’ipotesi che ci possa essere un uomo privato della giustizia soprannaturale e della felicità del cielo, una volta che egli lavora con le sue facoltà naturali per ottenere l’amore di Dio sopra ogni cosa. Per il Salvatore, infinitamente più desideroso del bene degli uomini che della grazia divina, previene i cuori sinceri ed offre loro il suo aiuto soprannaturale non appena li vede pronti a dirigere le loro facoltà naturali verso Dio. Dio non può abbandonare alle forze della creatura una volontà convenientemente diretta al raggiungimento del suo amore.  – Non c’è posto in Gesù Cristo, che ha fatto di tutto per condurre coloro che sono fuggiti da Lui sulla retta via della santità soprannaturale, per scacciare dalla vera via della salute quelle anime sincere che mettono in gioco tutte le loro facoltà. – Alla bontà infinita del Cuore di Gesù dobbiamo la condizione dell’uomo privato della grazia, e desideroso di recuperarla, di essere incomparabilmente migliore che se fosse sufficiente l’esercizio delle sue facoltà naturali. Perché, oltre a queste, il peccatore pentito ha a sua disposizione la fonte onnipotente della grazia, che è la potenza stessa di Dio. Tutti gli sforzi che avrebbero potuto fare, se lasciati alle loro forze, sono ancora nelle loro mani. Nell’ordine attuale, però, non agiscono da soli: lo Spirito di Gesù Cristo veglia sulla porta dei loro cuori, impedendo loro con le sue ispirazioni, assistendo a tutti i loro sforzi, soprannaturalizzando tutti i pii movimenti delle loro facoltà naturali.

Capitolo XV.

IL CUORE DI GESÙ E IL MERITO

La giustificazione e il merito.

Grande è la gioia del Cristiano che, desideroso di recuperare la vita di Dio distrutta dal peccato, può, con un semplice movimento del suo cuore, realizzare un bene così grande. Immensa è la bontà del Cuore di Gesù, che per restituire ai più colpevoli la sua amicizia, non pretende da essi nient’altro che un atto di amorevole pentimento. Ma l’infinita generosità del Cuore Divino non si accontenta di questo: vuole che la vita che vivono cresca fino alla sua perfezione in cielo; vuole santificarli, una volta che li abbia giustificati. Ora, questa grande opera di santificazione non è che un abbozzo: la perfezione viene a poco a poco dal merito fino al suo coronamento nella gloria celeste. Se è vero, come abbiamo dimostrato, che il Cuore di Gesù è il principio di tutta la vita e della santità soprannaturale, la sua influenza sull’anima giusta si manifesterà più per i meriti con cui la arricchisce, che per la prima grazia che le ha dato. Per essere convinti che sia così, basterà considerare prima la natura del merito e poi i mezzi per raggiungerlo. Che cos’è il merito? È il capitale del Cristiano e il frutto del lavoro passato, la garanzia e la misura della sua felicità futura e della sua fortuna presente. Si dice che un uomo sia ricco prima che la sua fortuna produca degli interessi? Certo che no! Perché, anche se questa lo rende sollevato per un po’, lo lascia tuttavia meno ricco di un uomo a cui i suoi antenati hanno lasciato in eredità grandi capitali, che tali restano pur in un momento in cui il loro reddito sia meno considerevole. – Bene, allora, per essere sicuri che si faccia un giudizio sui beni spirituali, è utile fare una distinzione simile. Immaginate un uomo che viva con pietà; che ha appena intrapreso il cammino della perfezione. Immaginatene un altro più anziano che ha servito Dio per molto tempo. L’età e la debolezza umana sembrano aver raffreddato qualcosa del suo primo fervore. Naturalmente preferiremmo il fervore del primo alla negligenza del secondo. Ma oseremmo giustamente considerare il secondo come meno ricco di beni spirituali, meno santo rispetto al primo? No, perché anche se il secondo ne ha attualmente di meno, conserva tutti i tesori acquisiti nel corso della sua lunga carriera. Egli possiede attualmente minor reddito del suo giovane discepolo, ma può contare su un maggior capitale accumulato. Ha una grazia attuale relativamente minore, ma è molto più avanti per ciò che concerne la grazia abituale ed il merito. In pratica è più ricco, in quanto la ricchezza, sia nell’ordine spirituale che materiale, è costituita dal capitale.

Origine del merito cristiano.

Qual è l’origine del capitale di cui abbiamo appena considerato il valore? È facile da dedurre: il capitale è il frutto del lavoro passato, messo in buone mani in vista del benessere futuro. Se l’operaio sperpera tutta la sua ricchezza mano a mano che la guadagna, vivrà più o meno comodamente, ma non diventerà mai ricco, perché non potrà mai formarsi un capitale. Se, invece, ogni mese o ogni anno risparmia una parte del suo guadagno, la sua fortuna aumenterà e dopo qualche anno avrà una ricchezza che prima non aveva. Ci sono anche lavoratori prudenti e lungimiranti che, non volendo essere privati del frutto più prezioso del loro lavoro, concordano con i loro padroni di prendere solo una parte del loro salario e di tenere il resto accantonato, formando così un capitale che li allevierà nelle difficoltà della vecchiaia. Ecco come Dio è con noi. Gli piace anche pagarci in contanti, con le sue consolazioni e i suoi beni temporali, per i servizi che gli rendiamo, ma conserva per noi la parte migliore del frutto del nostro lavoro: la nostra eterna fortuna. Per l’eternità godremo del compenso che Egli non ci ha dato nel tempo. Invece di una gioia passeggera, riceviamo un certo ed innegabile diritto alla felicità di Dio, perché è proprio in questo che consiste il merito. – Una tale disposizione non è un vantaggio? Cos’è il tempo in confronto all’eternità? Quando il buon Maestro si rifiuta di pagarci in contanti per i nostri servizi con consolazioni temporali e preferisce convertirli in un capitale sotto forma di eterno merito, si obbliga per la sua bontà, a darci per questi prestiti, fatti liberamente, non l’interesse del cinque per cento, non del cento per cento, ma l’infinito per una nullità. Non sarebbe un ingrato ed uno sciocco chi non approfittasse di questa capitalizzazione delle proprie opere? Perché, come abbiamo appena visto, la ricchezza è costituita dal capitale, e il capitale è il risultato della prudenza e dell’energia con cui si è rinunciato al godimento immediato del frutto del proprio lavoro. Un egoismo ben inteso è sufficiente per consigliare l’abnegazione in questa vita, all’uomo ansioso di diventare ricco un giorno. Come dovrebbe essere facile l’abnegazione per il Cristiano!

L’aumento di capitale.

Il lavoratore prudente e parsimonioso non aspetta di godere dei frutti del suo lavoro finché il suo capitale non produca interessi. Usa infatti questi anche per incrementare il suo lavoro, per estendere la propria azione e per rendere il guadagni ancor più consistente. Con questo capitale il contadino fertilizza i suoi campi perché producano colture più abbondanti. L’industriale e il mercante possono aumentare, in proporzione ancora maggiori, i prodotti del loro lavoro e delle loro speculazioni, e guadagnare di più senza dover moltiplicare il proprio lavoro. Frutti simili danno il merito al Cristiano. Il valore degli atti, che l’anima in grazia compie, non si misura solo dalla loro perfezione attuale, ma anche dal grado di carità abituale con cui sono animati, cioè dal grado di merito. È una dottrina comunemente accettata dai teologi, che l’anima arricchita con maggiori meriti guadagna di più, compiendo gli stessi atti, di quella che ha meno grazia santificante. Lo stesso servizio reso a un principe da un guerriero che si è coperto già di gloria combattendo per la sua causa, ha più valore ai suoi occhi che se l’avesse fatto l’ultimo dei suoi sudditi. Ci sono tre tesori inseparabili nell’ordine soprannaturale: il merito, la grazia santificante e la carità abituale. Ne consegue che ogni aumento di merito porta necessariamente con sé un aumento proporzionale della carità. Ma la carità è un fuoco che brucia continuamente e tende sempre a comunicare il suo calore. La carità è la grande leva divina e la molla che solleva le anime al cielo. Man mano che l’anima cresce nel merito, diventa più facilmente in grado di elevarsi al di sopra di se stessa; è mossa a compiere atti di tutte le virtù ed ha maggiori risorse a sua disposizione per il raggiungimento di nuovi meriti.

Il merito è conservato nel Cuore di Gesù.

Come si vede, la somiglianza tra il merito e il capitale materiale è così grande che non si può desiderare di più. Allorquando si tratta di ricchezze materiali, è facile vedere come si conservano i frutti del lavoro: il grano che non viene consumato rimane nei granai. L’oro e l’argento, risparmiato dai ricchi, rimane nelle casse. Ma che dire degli atti puramente spirituali? Se si trattasse di meriti puramente umani, la difficoltà non potrebbe essere risolta: di tali atti non rimarrebbe nulla. Ma gli atti di cui parliamo non sono puramente umani, perché la volontà è stata mossa dallo Spirito di Gesù Cristo. Erano infatti atti di Gesù Cristo, più che del Cristiano, ed il cuore del Cristiano ne era il secondo e immediato principio; il Cuore di Gesù ne è stata la prima e principale causa. Perciò, nel Cuore di Gesù hanno trovato l’immutabile permanenza che non avrebbe mai potuto dar loro la virtù dell’uomo. Perché? Perché il potere dell’uomo passa come un’ombra, ma  non quello del Cuore di Gesù. L’uomo vive tutto nel tempo, Gesù Cristo nell’eternità. Egli è il Signore delle cose durature e tutto ciò che è fondato su di Lui partecipa alla sua durata e alla sua immutabilità. – In quel Cuore Divino sono raccolti e conservati tutti gli atti compiuti sotto la Sua influenza, tutti i meriti acquisiti con la Sua grazia. Da Lui ricevono un sigillo di eternità che l’uomo non avrebbe potuto imprimere su di loro. Questi atti sono veramente di vita eterna. Poiché in essa non può esserci nulla di passeggero, il Cristiano si riferisce, per ciascuno di essi, all’eternità. Lungi dal renderli partecipi dell’irrimediabile decadimento della loro natura, egli assume per loro l’immortalità di Gesù Cristo. Infatti, in Gesù Cristo il Cristiano vive e opera; attraverso di Lui merita; la sua vita si dispiega nelle sue membra quando raggiunge nuovi gradi di santità. Per questo san Paolo usa due espressioni senza distinzione per farci capire la natura del merito. A volte dice che cresciamo in Gesù Cristo, altre volte che il Divin Salvatore cresce in noi. Quest’ultima espressione, per quanto paradossale, è corretta, perché la vita soprannaturale del Cristiano è la vita di Gesù Cristo. Come può il progresso di questa vita non essere attribuito a Gesù Cristo? Non si può negare che Dio sia immutabile e incapace di accrescimento. Ma se si compiace di comunicare la sua divinità alle creature mortali e mutevoli, acquisirà in loro il potere di crescere e svilupparsi che non ha in sé. Gli dei creati, che sono i Cristiani, potranno perfezionare sempre più la loro divinità, avvicinandosi giorno dopo giorno alla divinità immutabile. Il Cuore di Gesù darà loro il potere e li aiuterà a metterlo in pratica. Unito sostanzialmente com’è alla natura divina, comunicherà a coloro che si uniscono a Lui le influenze vivificanti; li stimolerà a camminare di virtù in virtù; li motiverà ad esercitare nuovi atti meritori. Egli stesso compirà in essi quegli atti con la sua grazia, preparandosi così a coronare, per l’eternità, i propri doni coronando i loro meriti.

Come si ottiene il merito?

Il merito, il dolce regalo fatto dal Cuore di Gesù alle anime a Lui unite, ci ha manifestato l’infinita bontà del Sacro Cuore. Tuttavia, lo apprezzeremo ancora di più se guardiamo alle leggi che regolano il raggiungimento e la conservazione di quel tesoro celeste. In essa scopriremo misteri d’amore infinitamente consolanti, purtroppo quasi completamente ignorati. Cercheremo di scoprire le sue ricchezze. Prima di tutto, come si ottiene il merito? Il merito è il frutto eterno di tutti gli atti, anche i più insignificanti e momentanei, compiuti da un Cristiano in stato di grazia con intento soprannaturale. Lo stato di grazia rende i Cristiani membri viventi di Gesù Cristo. Conferisce loro la facoltà di compiere opere veramente divine e degne, in tutto il rigore della parola, di una ricompensa divina. Cosa è necessario per far funzionare questa facoltà? Due cose: che dal Cuore di Gesù venga un impulso che spinga il Cristiano ad agire divinamente e che corrisponda al moto divino. Ora, la prima condizione non manca mai; perché come il nostro cuore materiale non manca mai di inviare a tutte le membra del corpo una giusta quantità di sangue, così il Cuore di Gesù riversa incessantemente sulle anime giuste la virtù vivificante che permette loro di compiere le opere divine. Sentiamo come dice il Concilio di Trento: « Come il capo fa sentire costantemente il suo afflusso nelle membra, e il tronco della vite comunica continuamente la sua linfa ai tralci, così Cristo Gesù riversa in tutte le anime giustificate la virtù che previene, accompagna e segue ogni opera buona. » Che cosa manca alle azioni del Cristiano per rivestirle di dignità divina e di un infinito merito? Si lasci muovere dall’impulso che riceve e compia tutte le sue opere alla presenza di Dio. – È un dogma di fede che, quando siamo nello stato di grazia, non c’è un momento del giorno o della notte in cui non possiamo compiere opere divine degne della ricompensa divina. Si, in ogni momento, possiamo aggiungere nuove ricchezze al tesoro che possediamo, acquisire un immenso grado di gloria, due volte infinito: prima per sua natura, perché consisterà in un più perfetto possesso di Dio, e in secondo luogo, per la sua durata, che non avrà fine. Per questo non bisogna muoversi da un luogo all’altro, né fare cose straordinarie, né grandi sforzi di intelligenza o di volontà. Basta che facciamo le nostre opere alla presenza di Dio. La rettitudine dell’intenzione ha il potere di divinizzare le azioni, per quanto vili possano essere. Il povero contadino nelle sue occupazioni agricole, il servo che spazza la casa del suo padrone, fintanto che ha nei suoi compiti l’intenzione di piacere a Dio, danno alle sue opere una dignità che i capolavori dell’arte e le meraviglie del genio fatte con intenti umani non hanno. – Non è necessario che l’intenzione che trasforma e divinizza le nostre opere sia attuale, perché ci costa molto rinnovare in ogni momento la risoluzione di lavorare solo per Dio. La nostra debolezza è tale che lo sforzo necessario per farlo potrebbe impedirci di adempiere ai nostri obblighi. Né Dio ci chiede di farlo. Vuole che passiamo ogni momento ad occuparci della nostra salvezza; ma esige anche che adempiamo, con tutta la nostra attenzione, ai doveri che il nostro Stato ci impone. Come possiamo allora conciliare le due cose? Un modo semplice è quello che ci offre la bontà del Cuore di Gesù. Determiniamo determinati momenti per rinnovare la nostra unione con Lui e per rettificare l’intenzione. Almeno dovremmo farlo all’inizio della giornata e, se possibile, più volte durante il giorno. Questo sarà sufficiente per estendere la virtù di queste intenzioni a tutte le nostre opere e per comunicare loro un merito infinito. Come si potrà mai ringraziare abbastanza il Cuore di Gesù per averci reso così facile l’acquisizione delle sue eterne ricchezze?

Cos’è che toglie il merito al Cristiano?

Quanto durerà il merito così facilmente raggiungibile? Durerà finché non ci spoglieremo volontariamente di esso attraverso il peccato mortale. Se è eterno, non c’è potere che ce lo possa togliere in cielo, o all’inferno, o in Dio stesso. I meriti acquisiti fanno parte della ricchezza del Corpo mistico di Gesù Cristo. Distruggerli significherebbe impoverire il Salvatore. Eppure quel potere che né Dio in cielo, né i demoni all’inferno hanno, ha ognuno di noi, perché possiamo farci nemici di Dio, se lo desideriamo. Ora, non possiamo essere nemici di Dio e conservare ancora il diritto di possedere Dio? Evidentemente, perché rompendo con Dio a causa del peccato mortale, poniamo termine al merito della nostra anima. Notiamo una cosa consolante: solo il peccato mortale ha il potere disastroso di spogliarci delle nostre ricchezze spirituali. Il veniale, per quanto grave, ci impedisce solo di aggiungere nuovi meriti con l’abbondanza con cui li avremmo ottenuti se la nostra anima fosse stata più pura. Ma non diminuisce quelli già acquisiti. Perché, come abbiamo già detto, essi sono conservati nel Cuore di Gesù come un deposito inviolabile, finché il peccato mortale non rompe i legami che ci uniscono a Lui. Sbaglieremmo a interpretare con un certo rigore l’adagio degli scrittori asceti: « Non andare avanti è andare indietro ». Una frase vera, se applicata appropriatamente alle attuali disposizioni di fervore, generosità e raccoglimento. Quindi, se non vogliamo rendere difficile l’acquisizione di nuovi meriti ed esporci al rischio sempre maggiore di cadere nel peccato, dobbiamo essere sempre più forti, per evitare che la pigrizia prenda il sopravvento. Ma se si tratta delle solite disposizioni, di santificare la grazia e il merito, non è vero che non andare avanti sia come andare indietro. Non si può tornare indietro senza una caduta. Non solo, non si può tornare indietro se l’anima è unita per grazia al Cuore di Gesù. Infatti, anche il Cristiano più negligente non si lascerà sfuggire una settimana senza fare qualche atto soprannaturale e senza aggiungere nuovi meriti. Potrebbe accadere che, per un atto meritorio, commetta migliaia di colpe veniali. Ma che differenza tra le conseguenze di questi tipi di atti! Il demerito delle seconde ha un effetto temporaneo, mentre il frutto del primo è eterno. Supponiamo che queste colpe mantengano il Cristiano in Purgatorio fino al giorno del giudizio. Certo costui sarebbe degno di ogni commiserazione se, a causa della sua negligenza, dovesse essere sottoposto a tali terribili punizioni. Ma, alla fine, queste saranno finite e non potranno essere paragonate alla gloria eterna di ogni atto soprannaturale compiuto.

Come recuperare i meriti perduti.

Ci insegna la teologia che, quando il peccatore riacquista l’amicizia di Dio, sia attraverso un atto di perfetta contrizione, che attraverso la ricezione del Sacramento della Penitenza, riacquista tutti i meriti che possedeva prima di prima della sua caduta. Egli era rovinato e improvvisamente torna in possesso delle sue antiche ricchezze. Cosa dico? Più ricco ancor di prima, poiché al merito delle buone azioni compiute prima del peccato, si aggiunge quello del Sacramento appena ricevuto o del perfetto atto di contrizione appena compiuto. – La teologia ci spiega come sia possibile questa meravigliosa resurrezione dei meriti distrutti dal peccato, poiché la loro distruzione non è stata completa. Più che un annichilimento, è stata una sospensione. Quando il Cristiano, separandosi dal suo Capo, non riesce a raccogliere i frutti delle sue opere, ne rimane in possesso Gesù Cristo, tenendoli nel suo Cuore, come le acque dell’oceano sono fermate dalle dighe. Una volta che l’argine venga rimosso, cioè quando il peccato sia distrutto dalla penitenza, la comunicazione tra il cuore del Cristiano e il Cuore di Gesù si ripristina e, subito, i meriti persi dal cuore del colpevole, ma conservati dal Cuore del Maestro, si comunicheranno senza esitazioni dall’uno all’altro: « Vi restituirò – dice il Signore – i frutti dei vostri campi, che gli insetti divoratori vi hanno tolto ». Questa promessa si adempie quando un peccatore si converte alla penitenza, perché nello stesso momento i suoi peccati vengono distrutti e i suoi meriti gli vengono restituiti.

Come conservare i meriti.

Per il Cristiano militante il merito è un diritto inalienabile alla felicità e alla gloria di cui gode il Figlio di Dio in cielo. Quanto non è esaltata la bontà del divino donatore dal fatto che possiamo così facilmente raggiungere questo prezioso dono! Un’azione insignificante, soprannaturalizzata dall’unione presente o abituale con il Cuore di Gesù, è sufficiente per aumentare la nostra fortuna presente e la felicità eterna. Non abbiamo motivo di esclamare con San Paolo: « grazie a Dio per il dono ineffabile della sua bontà? » Forse qualcuno penserà che, così come possiamo acquisire facilmente questo tesoro, possiamo anche perderlo; e che dobbiamo fare grandi sforzi se vogliamo conservarlo. Supponiamo che sia così, possiamo lamentarcene? Niente affatto, perché vale la pena di custodire un tesoro eterno facendo qualche sforzo e vigilando. Ma se viene tenuto per sé, in qualche modo non può essere perso? Ora, se ricordiamo ciò che è stato detto prima, potrebbe essere proprio così. Ma non abbiamo forse detto che il merito è un tesoro affidato dal Cristiano a Gesù Cristo? E San Paolo: « So nelle cui mani ho messo il mio tesoro, e sono convinto che mi basta preservarlo da tutti i pericoli. » Questo tesoro non è custodito solo nel cuore dell’uomo, mutevole e caduco, ma anche nel Cuore di Gesù che, con la sua unione alla divinità, partecipa all’immutabilità di Dio. E come potrebbe non essere così, se è il frutto delle opere che Gesù, Capo della Chiesa, ha fatto nei suoi membri ed è proprietà comune dei membri e del Capo? E il Capo Divino, per caso, è soggetto alle influenze che tendono incessantemente ad abbassarci e ad impoverirci? No, non avete nulla da temere da per queste ricchezze. In breve, possiamo dire:

1°) Che la mera tiepidezza, per quanto lamentabile, non sminuisce minimamente i nostri meriti acquisiti. Guadagniamo meno ma teniamo quello che avevamo. Il capitale divino produce meno, ma non è diminuito.

2°) Gli stessi peccati veniali non sminuiscono il merito. Producono nell’anima effetti più funesti di quelli della tiepidezza, soprattutto se si convertono in abito. Devono certo suscitare in noi orrore perché sono offese alla bontà divina, macchiano la nostra anima e ci rendono passibili di pene più o meno gravi, ma, lo ripetiamo, non possono impoverirci!

3°) Ma il peccato mortale non annichilerà irrimediabilmente il merito? No, rispondiamo con i teologi, il peccato mortale, non seguito dalla eterna riprovazione, non annichilisce irrimediabilmente il merito. Ebbene, allora cosa fa? Gli impedisce di percepire i frutti e di cingersi della corona, di cui era legittimo detentore. Nemico di Dio per il peccato e schiavo di satana, egli non può, mentre si trova in un tale triste stato, aspirare al possesso della felicità di Dio, alla partecipazione della regalità di Gesù Cristo. Ma se Dio prolunga la sua vita, se sfugge all’orrendo pericolo in cui il peccato mortale lo ha posto, e se recupera la grazia, avrà di nuovo tutti i suoi meriti. Li recupera ancor più uniti alla grazia del Sacramento ricevuto o per l’atto di amorevole pentimento che lo ha riconciliato con il suo Dio.

Conclusione consolante.

Possiamo giustamente trarre da queste verità una conclusione tanto consolante quanto la dottrina da cui deriva: è impossibile per un’anima, unita dalla carità al Cuore di Gesù, tornare indietro. San Paolo dice che per tali anime non c’è condanna. Come abbiamo detto, non vi è alcuna caducità o perdita di diritti. Nell’ordine delle disposizioni abituali, un’anima in stato di grazia non può fare un passo indietro e difficilmente può passare giorni senza compiere qualche atto soprannaturale ed avanzare sulla via della santità. Ora, la gloria che avremo in cielo si misura solo con le disposizioni abituali. Il grado di grazia abituale, che l’anima raggiunge attraverso i suoi meriti, è proprio il grado della sua unione con Dio, che servirà come regola al Giudice sovrano per indicare ad ogni eletto il rango e il trono che debba occupare in cielo. – Se diamo uno sguardo alla vita passata troveremo motivi di dolore e di vergogna. Forse ci vergogniamo di noi stessi quando pensiamo agli anni in cui abbiamo corso con coraggio sulla via del servizio divino. Forse i nostri volti saranno coperti di rossore, vedendoci meno ferventi dopo tante nuove luci, tante grazie interiori, tanti Sacramenti ricevuti. Ma ricordiamoci che, anche se abbiamo perso molto, la nostra situazione, se siamo in grazia di Dio, è molto migliore delle ore più feconde della nostra giovinezza. Resta solo il fatto che, gettando via ogni scoraggiamento, ci scrolliamo di dosso la pigrizia e ravviviamo le nostre disposizioni attuali, che con l’aiuto del Cuore di Gesù potremo trasformare in quelle più ferventi. Vogliamolo e tutto è guadagnato.