NOVENA PER L’IMMACOLATA CONCEZIONE

NOVENA PER L’IMMACOLATA CONCEZIONE

(Inizio 29 Nov. Festa 8 dicembre).

(G. Riva: Manuale di Filotea, XXX Ediz. – Milano 1888)

Che la Concezione di Maria SS. sia stata esente da ogni macchia di peccato, fu in tutti i secoli ritenuto come verità incontestabile insegnata dagli Apostoli. In Oriente la relativa Festa è di data antichissima; ma in Occidente non ebbe luogo prima del VII secolo. Primi a celebrarla furono Gondisalvo vesc. di Tolosa al principio del 600; poi S. Idelfonso vesc. Di Toledo, Federico patriarca di Aquileja circa l’890, l’inglese abb. Elpino e il Cantorberiense S. Anselmo nel 1109, il Clero di Lione nel 1141, tutto l’Ordine Francescano nel 1163, quindi tutte le accademie d’Europa. Il sempre crescente impegno dei fedeli d’ogni ordine per tal festa determinò i Papi ad aggiungervi il suggello di loro infallibile approvazione. Di qui è che Sisto IV nel 1483 la collaudò con tre Bolle, confermate poco dopo da Alessandro VI. Giulio Il approvò gli ordini religiosi intitolati all’Immacolata; Clemente VII ne stese l’apposito Ufficio; Pio V le appropriate lezioni; Clemente VIII ne elevó la festa a Rito Maggiore, Alessandro VII vi aggiunse l’Ottava, Innocenzo VII nel 1693 la rese obbligatoria per tutto il mondo; Clemente XI nel 1708 la dichiarò festa di precetto; Benedetto XIV la volle festa di Cappella Papale: Gregorio XVI permise di aggiungere il titolo immacolata a quello di Concezione nel Prefazio, e Regina sine labe originali concepta nelle Litanie. Pio IX poi, l’8 dic.1854 compi l’opera e i voti di tutti col farne un articolo di fede indispensabile a credersi per salvarsi, a cui nel 25 sett. 1863 aggiunse la distinzione di apposita Messa ed Ufficio di affatto nuova composizione.

NOVENA

I.Vergine amabilissima, che sino ab eterno foste l’oggetto de’ divini amori, ottenete anche a noi tutti di farvi sempre caro oggetto di nostra divozione. Ave.

II. Vergine ammirabile, la cui concezione fu speciale favor di Dio, e frutto di grandi orazioni, limosine e mortificazioni dei Patriarchi, dei Profeti e di tutti i giusti, impetrate anche a noi tutti di sempre disporci con tali mezzi a partecipare dei divini favori. Ave.

III. Vergine privilegiata, che foste concepita da sterili genitori divenuti prodigiosamente fecondi, ottenete anche alle sterili anime nostre di divenir feconde di santi affetti e di virtuose operazioni. Ave.

IV. Vergine immacolata, che unica fra tutte le creature, foste preservata e dal peccato originale e da ogni altra ancor più lieve colpa, ottenete a noi pure di preservarci da qui in avanti da ogni macchia di peccato. Ave.

V. Vergine felicissima, che foste preservata anche dal fomite della colpa, ottenete a noi pure di frenare per modo codesto fomite, che non ci faccia mai schiavi della legge del peccato. Ave.

VI. Vergine singolarissima, che nel vostro concepimento foste confermata nella divina carità, ottenete anche a noi tali e tanti ajuti di grazia, da conservarci sempre cari e fedeli al Signore. Ave.

VII. Vergine santissima, che nella vostra Immacolata Concezione foste riempita d’ogni pienezza di grazia, impetrate a noi pure tutte le grazie necessarie a santificarci e a salvarci. Ave.

VIII. Vergine beatissima, che sino dal primo istante di vostra vita, foste arricchita di tutte le più belle virtù, a noi ancora ottenete la più viva fede, la più ferma speranza, la più accesa carità, e tutte le altre virtù proprie di un’anima cristiana. Ave.

IX. O Vergine benedetta, che annunciaste col vostro concepimento il prossimo spuntare del divin Sole, siate, vi prego, la fiaccola della mia mente, la gioja del mio cuore, la mia difesa nei pericoli, il mio sostegno nelle tentazioni il mio sollievo nelle cadute, e fate che in me fioriscano quelle virtù che resero Voi sì ammirabile qui sulla terra, e sì gloriosa nel Cielo. Ave, Gloria.

OREMUS.

Deus qui per Immaculatam Virginis Conceptionem, dignum Filio tuo habitaculum præparasti, quæsumus; ut qui, ex morte ejusdem Filii tui prævisa, eam ab omni labe præservasti, nos quoque mundos, ejus intercessione ad te pervenire concedas. Per eumdem Christum Dominum nostrum. Amen.

9 NOVEMBRE (2022): DEDICAZIONE DELL’ARCIBASILICA DEL SS. SALVATORE IN LATERANO

9 NOVEMBRE: DEDICAZIONE DELL’ARCIBASILICA DEL SS. SALVATORE IN LATERANO

(Benedetto Baur O.S. B.: I Santi nell’Anno Liturgico; Herder Ed. 1958)

1. – La Basilica lateranense gode di una speciale importanza per essere la Chiesa madre di tutte le chiese del mondo, la prima chiesa del Salvatore, eretta dall’imperatore Costantino. Poiché dal tempo di Costantino per quasi dieci secoli i Papi risiedettero nel palazzo del Laterano, questa basilica è anche la Chiesa Cattedrale del Papa. Come cattedrale papale e come « madre di tutte le chiese », la basilica del SS. Salvatore fu agli occhi del mondo cattolico il simbolo dell’autorità pontificia. La chiesa del Laterano fu consacrata da Papa Silvestro il 9 novembre 324. Nell’896 crollò in seguito a un terremoto, fu ricostruita sotto Sergio III e ricevette come patrono S. Giovanni Battista. Nel secolo XIV subì due incendi, uno nel 1308 e un altro nel 1361. Col restauro barocco del secolo 17° l’interno della basilica perdette molto del suo carattere primitivo e medioevale. – Nella festa della Dedicazione la Chiesa non pensa soltanto alla casa di pietra: questa è per lei il simbolo e la rappresentazione della Chiesa vivente, della Chiesa qui sulla terra e della Chiesa celeste. Questo simbolismo si addice in modo particolare alla chiesa «madre e capo di tutte le chiese ».

2.-« In quel tempo Gesù, entrato a Gerico, attraversava la città. Ed ecco che un uomo, per nome Zaccheo, che era capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non poteva a motivo della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e montò sopra un sicomoro per vederlo, perché egli doveva passar di là. E come Gesù fu giunto in quel luogo, guardò su, lo vide e gli disse : « Zaccheo, scendi presto, perché oggi devo albergare in casa tua. Ed egli s’affrettò a scendere e lo accolse con allegrezza ». In Zaccheo, pagano e pubblicano, la liturgia della festa della Dedicazione riconosce la Chiesa che è pervenuta a Cristo, alla salvezza, dal paganesimo. Piccolo di statura e insignificante, disprezzato dal popolo eletto d’Israele, il paganesimo anela ardentemente di conoscere il Salvatore che il giudaismo, nel suo accecamento, rigetta. In Zaccheo esso precorre il popolo d’Israele ed ottiene per primo la salvezza. Presso la Chiesa proveniente dalla gentilità il Signore prende alloggio ed elargisce benedizioni. Essa lo accoglie con allegrezza. « Oggi su questa casa (la santa chiesa), è venuta la salvezza », poiché in Zaccheo anch’essa, la Chiesa delle Genti, è divenuta un « figliuolo di Abramo » cui va l’eredità del popolo eletto. Essa, la santa Chiesa è diventata « il tabernacolo di Dio in mezzo agli uomini ». Nella Chiesa « Egli abiterà con loro: ed essi saranno Suo popolo » (Epistola). Essa, la santa Chiesa sa di essere l’abitazione di Dio, piena di Dio e di Cristo, piena di grazia e di verità, « la casa di Dio e la porta del cielo ». Per questo la Chiesa ringrazia ed esulta senza fine. Essa accoglie il Signore con allegrezza in ogni santo Sacrificio, in ogni sua parola, in ogni grazia che Egli dona ai suoi figli. « Oggi su questa casa è venuta la salvezza ». « Ma Zaccheo si presentò al Signore e gli disse: Ecco, Signore, la metà dei miei la dò ai poveri, e se ho frodato qualcuno, gli rendo il quadruplo » (Vangelo). Non appena il Signore è entrato nella casa di Zaccheo, opera una completa conversione e trasformazione nel cuore del pubblicano. Che cosa eravamo, che cosa avevamo prima che venissimo alla Chiesa e a Cristo? « Eravate morti per i vostri falli e i vostri peccati, seguendo le cupidigie della carne. Facevamo i voleri della carne e dei pensieri ed eravamo per natura figliuoli dell’ira. Ma Dio, ricco di misericordia, ci richiamò in vita con Cristo, e con lui ci risuscitò » (Efes. II, 1 segg.). Il Signore alloggia presso Zaccheo. Egli solleva la gentilità fuor dall’abisso del suo traviamento e della sua perdizione, riempie le anime con la sua luce, con la sua vita col suo spirito di santità. La gentilità abbandona la precedente perversione e diviene la « santa » Chiesa, la Sposa del Signore « senza macchia, né  ruga » (Efes. V, 27). Così dice il Signore: « Ecco, io rinnovo tutte le cose » (Epistola). Questo è il gioioso ringraziamento della Chiesa nella giornata odierna. Noi ci associamo.

3 – Il giorno in cui Papa Silvestro consacrò la basilica Lateranense, Cristo Signore nel Santissimo Sacramento ha preso dimora in questo tempio e da allora, attraverso lunghi secoli ha salvato e santificato innumerevoli uomini. Nell’odierno anniversario della dedicazione lo ringraziamo per questo suo continuo e misericordioso operare. Nella Chiesa-madre del mondo riconosciamo la sublime immagine della santa Chiesa da Cristo fondata. Cristo continua a vivere, attraverso tutti i tempi, nella sua Chiesa. Egli la sorregge e guida e la compenetra del suo Spirito e della sua forza, della sua verità e della sua grazia, cosicché in definitiva « è lui che mediante la Chiesa battezza e ammaestra, lega e scioglie, offre ed immola ». Se già il popolo d’Israele considerava una grandissima gioia di pensare al suo tempio in Gerusalemme (Ps. CXXXVI, 5-6) « con quanta maggior gloria e più ampio gaudio abbiamo noi il dovere di esultare appunto per questo che siamo cittadini di una Città costruita sul monte santo con vive e scelte pietre e della quale è pietra angolare Gesù Cristo » (Efes. II, 20; 1 Pietr. II, 4-5). Giacché niente si può immaginare di più glorioso, niente di più nobile, niente senza dubbio di più onorifico, che appartenere alla santa, cattolica, apostolica e romana Chiesa, per la quale diventiamo membra di un unico e così venerando Corpo, siamo guidati da un unico e così eccelso Capo, siamo ripieni di un unico divino Spirito, siam nutriti in questo terrestre esilio da una sola dottrina e da uno stesso Pane angelico, finché ci ritroveremo a godere di un’unica sempiterna beatitudine nei cieli » (Papa Pio XII, Enciclica sul Mistico Corpo di Cristo).

Preghiera

O Dio, che da pietre vive e scelte prepari alla tua Maestà una eterna abitazione, soccorri il tuo popolo che ti prega, affinché mentre la tua Chiesa si sviluppa nello spazio materiale, moltiplichi anche i suoi progressi spirituali. Amen.

2 NOVEMBRE (2022): MESSE PER I DEFUNTI

MESSA PER I DEFUNTI (2022)

Commemorazione di tutti i Fedeli Defunti.

Doppio. – Paramenti neri.

Alla festa di tutti i Santi è intimamente legato il ricordo delle anime sante che, pur confermate in grazia, sono trattenute temporaneamente in « Purgatorio » per purificarsi dalle colpe veniali ed « espiare » le pene temporali dovute per il peccato. Perciò, dopo aver celebrato nella gioia la gloria dei Santi, che costituiscono la Chiesa trionfante, la Chiesa militante estende le sua materna sollecitudine anche a quel luogo di indicibili tormenti, ove sono prigioniere le anime che costituiscono la Chiesa purgante. Dice il Martirologio Romano: « In questo giorno si fa la commemorazione di tutti i fedeli defunti; nella quale commemorazione la Chiesa, pia Madre comune, dopo essersi adoperata a celebrare con degne lodi tutti i suoi figli che già esultano in cielo, tosto si affretta a sollevare con validi suffragi, presso il Cristo, suo Signore e Sposo, tutti gli altri suoi figli che gemono ancora nel Purgatorio, affinché possano quanto prima pervenire al consorzio dei cittadini beati ». E questo il momento in cui la liturgia della Chiesa afferma vigorosamente la misteriosa unione esistente fra la Chiesa trionfante, militante e purgante, e mai come oggi si adempie in modo tangibile, il duplice dovere di carità e di giustizia che deriva, per ciascun cristiano, dalla sua incorporazione al corpo mistico di Cristo. Per il dogma della « Comunione dei Santi» i meriti e i suffragi acquistati dagli uni possono essere applicati agli altri. In questi modo, senza ledere gli imprescrittibili diritti della divina giustizia, che sono rigorosamente applicati a tutti nella vita futura, la Chiesa può unire la sua preghiera a quella del cielo e supplire a ciò che manca alle anime del Purgatorio, offrendo a Dio per loro, per mezzo della S. Messa, delle indulgenze, delle elemosine e dei sacrifizi dei fedeli, i meriti sovrabbondanti della Passione del Cristo e delle membra del suo mistico corpo. – Con la liturgia che ha il suo centro nel Sacrificio del Calvario, rinnovantesi continuamente sull’altare, è sempre stato il mezzo principale impiegato dalla Chiesa, per applicare ai defunti la grande legge della Carità, che comanda di soccorrere il prossimo nelle sue necessità, così come vorremmo esser soccorsi noi, se ci trovassimo negli stessi bisogni. – Forse la liturgia dei defunti è la più bella e consolante di tutte, ogni giorno, al termine d’ogni ora del Dìvin Ufficio sono raccomandate alla misericordia di Dio le anime dei fedeli defunti. Al Suscipe nella Messa, il sacerdote offre il Sacrificio per i vivi e per i morti; e a uno speciale Memento egli prega il Signore di ricordarsi dei suoi servi e delle sue serve che si sono addormentati nel Cristo e di accordar loro il luogo della consolazione, della luce e della pace. – Già fin dal V secolo si celebrano Messe per i defunti. Ma la Commemorazione generale di tutti i fedeli defunti si deve a S. Odilone, quarto Abate del celebre monastero benedettino di Cluny. Egli l’istituì nel 998 fissandola per il giorno dopo la festa di Ognissanti (In seguito a questa istituzione, la S. Sede accordò un’indulgenza plenaria toties quotìes alle medesime condizioni che per il 2 agosto, applicabile ai fedeli defunti il giorno della Commemorazione dei morti, a’ tutti quelli che visiteranno una Chiesa, dal mezzogiorno di Ognissanti alla mezzanotte del giorno dopo e pregheranno secondo le intenzioni del Sommo Pontefice. — ). L’influenza di questa illustre Congregazione fece sì che si adottasse presto quest’uso da tutta la Chiesa e che questo giorno stesso fosse talvolta considerato come festivo. Nella Spagna e nel Portogallo, come anche nell’America del Sud, che fu un tempo soggetta a questi Stati, per un privilegio accordato da Benedetto XIV in questo giorno i sacerdoti celebravano tre Messe. Un decreto di Benedetto XV del 10 agosto 1915 estese ai sacerdoti del mondo intero questa autorizzazione. Pio XI con decreto 31 ottobre 1934 concesse che durante l’Ottava tutte le Messe celebrate da qualunque Sacerdote siano ritenute come privilegiate per l’anima del defunto per il quale vengono applicate. La Chiesa, in un’Epistola, tratta da S. Paolo, ci ricorda che i morti risusciteranno, e ci invita a sperare, perché in quel giorno tutti ci ritroveremo nel Signore. La Sequenza descrive in modo avvincente il giudizio finale; nel quale i buoni saranno eternamente divisi dai malvagi. – L’Offertorio ci richiama al pensiero S. Michele, che introduce le anime nel Cielo, perché, dicono le preghiere per la raccomandazione dell’anima, egli è il « capo della milizia celeste », nella quale gli uomini sono chiamati ad occupare il posto degli angeli caduti. – « Le anime del purgatorio sono aiutate dai suffragi dei fedeli, e principalmente dal sacrificio della Messa » dice il Concilio di Trento! (Sessione| XXII, cap. II). Questo perché nella S. Messa il sacerdote offre ufficialmente a Dio, per il riscatto delle anime, il sangue del Salvatore. Gesù stesso, sotto le specie del pane e del vino, rinnova misticamente il sacrificio del Golgota e prega affinché Dio ne applichi, a queste anime, la virtù espiatrice. Assistiamo in questo giorno al Santo Sacrificio, nel quale la Chiesa implora da Dio, per i defunti, che non possono più meritare, la remissione dei peccati (Or.) e il riposo eterno (Intr., Grad.). Visitiamo i cimiteri, ove i loro corpi riposano, fino al giorno nel quale, alla chiamata di Dio, essi sorgeranno immediatamente per rivestirsi dell’immortalità e riportare, per i meriti di Gesù Cristo, la definitiva vittoria sulla morte (Ep.).

(La parola Cimitero, dal greco, significa dormitorio, nel quale ci si riposa. Chi visita il cimitero durante l’Ottava e prega anche solo mentalmente per i defunti, può acquistare nei singoli giorni, con le consuete condizioni, l’indulgenza Plenaria; negli altri giorni l’indulgenza parziale di sette anni; tanto l’una che l’altra sono applicabili soltanto ai defunti – S. Penit. Ap. 31- X – 1934)

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

4 Esdr II: 34; 2:35
Réquiem ætérnam dona eis, Dómine: et lux perpétua lúceat eis.
Ps LXIV:2-3
Te decet hymnus, Deus, in Sion, et tibi reddétur votum in Jerúsalem: exáudi oratiónem meam, ad te omnis caro véniet.

[In Sion, Signore, ti si addice la lode, in Gerusalemme a te si compia il voto. Ascolta la preghiera del tuo servo, poiché giunge a te ogni vivente].
Réquiem ætérnam dona eis, Dómine: et lux perpétua lúceat eis.

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Fidélium, Deus, ómnium Cónditor et Redémptor: animábus famulórum famularúmque tuárum remissiónem cunctórum tríbue peccatórum; ut indulgéntiam, quam semper optavérunt, piis supplicatiónibus consequántur:
[O Dio, creatore e redentore di tutti i fedeli: concedi alle anime dei tuoi servi e delle tue serve la remissione di tutti i peccati; affinché, per queste nostre pie suppliche, ottengano l’indulgenza che hanno sempre desiderato:]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corínthios.
1 Cor XV: 51-57
Fratres: Ecce, mystérium vobis dico: Omnes quidem resurgámus, sed non omnes immutábimur. In moménto, in ictu óculi, in novíssima tuba: canet enim tuba, et mórtui resúrgent incorrúpti: et nos immutábimur. Opórtet enim corruptíbile hoc induere incorruptiónem: et mortále hoc indúere immortalitátem. Cum autem mortále hoc indúerit immortalitátem, tunc fiet sermo, qui scriptus est: Absórpta est mors in victória. Ubi est, mors, victória tua? Ubi est, mors, stímulus tuus? Stímulus autem mortis peccátum est: virtus vero peccáti lex. Deo autem grátias, qui dedit nobis victóriam per Dóminum nostrum Jesum Christum.

[Fratelli: Ecco, vi dico un mistero: risorgeremo tutti, ma non tutti saremo cambiati. In un momento, in un batter d’occhi, al suono dell’ultima tromba: essa suonerà e i morti risorgeranno incorrotti: e noi saremo trasformati. Bisogna infatti che questo corruttibile rivesta l’incorruttibilità: e questo mortale rivesta l’immortalità. E quando questo mortale rivestirà l’immortalità, allora sarà ciò che è scritto: La morte è stata assorbita dalla vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? dov’è, o morte, il tuo pungiglione? Ora, il pungiglione della morte è il peccato: e la forza del peccato è la legge. Ma sia ringraziato Iddio, che ci diede la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo].

Graduale

4 Esdr II: 34 et 35.
Réquiem ætérnam dona eis, Dómine: et lux perpétua lúceat eis.
Ps CXI: 7.
V. In memória ætérna erit justus: ab auditióne mala non timébit.
[Il giusto sarà sempre nel ricordo, non teme il giudizio sfavorevole].Tractus.
Absólve, Dómine, ánimas ómnium fidélium ab omni vínculo delictórum.
V. Et grátia tua illis succurrénte, mereántur evádere judícium ultiónis.
V. Et lucis ætérnæ beatitúdine pérfrui.

[Libera, Signore, le anime di tutti i fedeli defunti da ogni legame di peccato.
V. Con il soccorso della tua grazia possano evitare la condanna.
V. e godere la gioia della luce eterna].

Sequentia

Dies iræ, dies illa
Solvet sæclum in favílla:
Teste David cum Sibýlla.

Quantus tremor est futúrus,
Quando judex est ventúrus,
Cuncta stricte discussúrus!

Tuba mirum spargens sonum
Per sepúlcra regiónum,
Coget omnes ante thronum.

Mors stupébit et natúra,
Cum resúrget creatúra,
Judicánti responsúra.

Liber scriptus proferétur,
In quo totum continétur,
Unde mundus judicétur.

Judex ergo cum sedébit,
Quidquid latet, apparébit:
Nil multum remanébit.

Quid sum miser tunc dictúrus?
Quem patrónum rogatúrus,
Cum vix justus sit secúrus?

Rex treméndæ majestátis,
Qui salvándos salvas gratis,
Salva me, fons pietátis.

Recordáre, Jesu pie,
Quod sum causa tuæ viæ:
Ne me perdas illa die.

Quærens me, sedísti lassus:
Redemísti Crucem passus:
Tantus labor non sit cassus.

Juste judex ultiónis,
Donum fac remissiónis
Ante diem ratiónis.

Ingemísco, tamquam reus:
Culpa rubet vultus meus:
Supplicánti parce, Deus.

Qui Maríam absolvísti,
Et latrónem exaudísti,
Mihi quoque spem dedísti.

Preces meæ non sunt dignæ:
Sed tu bonus fac benígne,
Ne perénni cremer igne.

Inter oves locum præsta,
Et ab hœdis me sequéstra,
Státuens in parte dextra.

Confutátis maledíctis,
Flammis ácribus addíctis:
Voca me cum benedíctis.

Oro supplex et acclínis,
Cor contrítum quasi cinis:
Gere curam mei finis.

Lacrimósa dies illa,
Qua resúrget ex favílla
Judicándus homo reus.

Huic ergo parce, Deus:
Pie Jesu Dómine,
Dona eis réquiem.
Amen.

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Joánnem.
Joann V: 25-29
In illo témpore: Dixit Jesus turbis Judæórum: Amen, amen, dico vobis, quia venit hora, et nunc est, quando mórtui áudient vocem Fílii Dei: et qui audíerint, vivent. Sicut enim Pater habet vitam in semetípso, sic dedit et Fílio habére vitam in semetípso: et potestátem dedit ei judícium fácere, quia Fílius hóminis est. Nolíte mirári hoc, quia venit hora, in qua omnes, qui in monuméntis sunt, áudient vocem Fílii Dei: et procédent, qui bona fecérunt, in resurrectiónem vitæ: qui vero mala egérunt, in resurrectiónem judícii.

[In quel tempo: Gesù disse alle turbe dei Giudei: In verità, in verità vi dico, viene l’ora, ed è questa, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio: e chi l’avrà udita, vivrà. Perché come il Padre ha la vita in sé stesso, così diede al Figlio di avere la vita in se stesso: e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell’uomo. Non vi stupite di questo, perché viene l’ora in cui quanti sono nei sepolcri udranno la voce del Figlio di Dio: e ne usciranno, quelli che fecero il bene per una resurrezione di vita: quelli che fecero il male per una resurrezione di condanna].

Omelia

[Giov. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle Feste del Signore e dei Santi – Soc. Edit. Vita e Pensiero, Milano, VI ed. 1956]

LE ANIME PURGANTI

Ora che la campagna è spoglia, che i cieli si fanno grigi per le nebbie, che le foglie cadono, la Santa Chiesa con un fine intuito educativo ci richiama al pensiero della morte, al pensiero dei nostri cari morti. La nostra vita sulla terra è rapida come una stagione, poi vengono le nebbie della vecchiezza, il vento autunnale e triste della fine e ci spoglia di ogni terrestre illusione. Debemur morti nos nostraque; e noi e le nostre cose siamo destinati a morire. Quanti tra quelli stessi che conoscemmo ed amammo già sono morti; compagni di scuola, compagni d’allegria, compagni d’armi, compagni di lavoro, sono già stati innanzi tempo presi dalla morte e condotti nell’eternità. Nella nostra stessa casa forse c’è più d’un vuoto: care persone sparite da anni o solo da mesi, comunque sparite dalla nostra vista. Oggi s’aprono i cancelli e noi pellegriniamo in folla su quella terra che nasconde la loro salma. Portiamo fiori e lumi, ed è questo un atto molto gentile. Ma quei fiori e quei lumi sono uno sterile simbolo se non vi aggiungiamo preghiere, elemosine, suffragi d’opere buone. Noi sappiamo, Cristiani, che se alcuno muore in grazia di Dio, ma con qualche peccato veniale non perdonato, o con qualche debito di paradiso, è ritenuto in purgatorio finché abbia pienamente soddisfatto alla divina giustizia. Non solo, ma noi sappiamo anche un’altra verità che è molto consolante. Siccome noi, vivi o morti formiamo tutti ancora nella Santa Chiesa una famiglia sola, possiamo, noi che camminiamo sulla terra placare Dio anche per loro che più non sono qui.  S. Giovanni Crisostomo rivolgeva queste esortazioni ai fedeli del suo tempo: « Perché piangete, se al defunto si può ottenere grande perdono? Non è questo un bel guadagno, un cospicuo vantaggio? Molti furono: liberati» con un’elemosina. fatta per loro da altri; perché l’elemosina ha la virtù di togliere i peccati, se mai il morto è partito di qua con qualche venialità sulla coscienza. Vi assicuro che l’aiuto nostro per le anime non è mai vano: è Dio che vuole che ci soccorriamo l’un l’altro ». Con questa confortante fede chiudeva gli occhi S. Monica, e morendo pregò il figlio Agostino di offrire per lei il sacrificio della, Messa; E S. Agostino; come narra nelle sue Confessioni subito dopo la morte offerse per lei il sacrificio del nostro riscatto, e per lei pregò: così: «Ascoltami, Dio Onnipotente.; ascoltami, per Gesù Medico delle nostre ferite che pendette dalla croce; e ora alla tua destra supplica per noi. So che ella ha usato soave misericordia ai poveri e ha rimesso i debiti suoi debitori. E tu rimetti ora anche a lei i debiti suoi! Condonale anche il peso di quelle miserie di cui s’è caricata nei molti anni che visse dopo il lavacro del Battesimo. Perdonala, o Signore, perdonala; te ne prego, non chiamarla al tuo giudizio ». Ecco il suffragio migliore che un figlio può mandar dietro alla madre diletta: la S. Messa, accompagnata dalla sincera e personale preghiera. È vero che i nostri cari nel Purgatorio non mancano di profonde dolcissime consolazioni, tra cui la più grande è quella d’esser certi che Dio li ama, e che andranno alla fine della loro purificazione a goderlo per sempre; ma è pur vero che fin tanto che dura la loro purificazione le anime soffrono gravissime pene. Soffrono i nostri cari morti! E noi possiamo e dobbiamo aiutarli.- 1. I MORTI SOFFRONO. Un giovanetto di nome Giuseppe, un giorno, fu calato in una cisterna, e, sopra, i suoi undici fratelli vi gettarono una pietra con rimbombo, perché non potesse uscire più. Poi vi sedettero sopra mangiando, e bevendo il vino dei loro fiaschi. Comedentes et bibentes vinum in phialis. Giuseppe singhiozzava nel fondo della cisterna, ove non scendeva una boccata d’aria, ove non filtrava un filo di luce: in una cisterna stretta e profonda, umida e muffolente. Singhiozzava; ma i suoi fratelli, sopra, mangiavano e bevevano e non potevano udire il suo grido straziante. Lui moriva, essi se la godevano. Lui in prigione, essi nella libertà delle loro case e dei loro campi. Lui senza pane e senz’acqua, essi pieni di carne e di vino. Comedentes et bibentes vinum in phialis (Amos, VI, 6). Questa scena angosciosa si ripete ogni giorno, anche oggi. Nel carcere del Purgatorio c’è qualche nostro fratello, un amico, forse il babbo, forse la mamma nostra che soffre; e noi non ci ricordiamo mai di loro che sono morti. Noi ci divertiamo, bevendo e mangiando, mentr’essi soffrono tormenti più struggenti della fame e della sete. Ricordiamoli i morti perché soffrono. Che cosa soffrono? Soffrono misteriose pene, più o meno gravi, ma che sono sempre cagione d’acuto dolore. Ma la sofferenza più affliggente è il ritardo che li disgiunge da Dio. Qui sulla terra l’anima che si allontana da Dio, immersa com’è nei sensi, può non penare, può cercare conforto nelle creature. Ma nell’eternità non sarà più così: non solo l’uomo non potrà cercare un surrogato alle creature, ma si accenderà nella sua anima un bisogno, anzi una fame di felicità divina, di congiungimento nella visione col suo Signore. Pensate allora la dolorosa aspirazione nelle anime purganti: sentirsi fatte per Dio, sentirsi ormai giunte al sicuro porto, e vedersi rattenute dall’entrare in patria, impedite dell’abbraccio divino! È la penosa speranza dell’ammalato a cui il medico assicurò la guarigione, ma che intanto deve stare immobile per mesi nel letto. È la tensione acerba dell’assetato che quando crede d’essere giunto alla fonte d’acqua viva, s’accorge ch’essa gli scorre ancora molto lontana. È l’attesa struggente del prigioniero di guerra, che giunto il giorno di rimpatriare e d’abbracciare la vecchia madre e la sposa e i figliuolini, si vede messo in quarantena per una certa sua infezione. « Miseri noi: credevamo d’essere giunti al termine, ed ecco il cammino ci si allunga davanti… ». Così sospirano con pacato dolore le anime sante del Purgatorio. – 2. NOI LI POSSIAMO AIUTARE. Uno degli episodi più pietosi delle Sacre Scritture è quello del paralitico sotto i portici della piscina probatica. V’era a Gerusalemme una vasca con cinque portici in giro: ed ogni anno quell’acqua scossa da un Angelo, acquistava una virtù miracolosa, che qualunque malato per primo vi si fosse immerso ne sarebbe riuscito sanato perfettamente. Ed erano già 38 anni che un povero paralitico era là ad aspettare la smorto per tanto soffrire, le carni incadaverite, le vesti luride. Bastava soltanto che qualcuno, appena l’Angelo commoveva l’acqua, gli desse un tuffo. Eppure, dopo 38 anni ch’era là, non uno gli aveva saputo fare quel piacere. E quando Gesù Passò sotto il portico, quel poverino ruppe in singhiozzi « Domine, hominem non habeo! ». O Signore, non ho proprio nessuno! Anche molte anime del Purgatorio ripetono il grido del paralitico: non ho proprio nessuno! nessuno che si ricordi di me, nessuno che preghi, che faccia pregare… ». E son anni e anni che gemono là; e per strapparle dal fuoco non occorre enorme fatica, e neppure grosse somme di denaro: ma basta una preghiera detta col cuore, basta una Comunione fervorosa, una santa Messa ascoltata o fatta celebrare … Ed è un dovere d’amore ricordarsi, è un dovere di giustizia. Chi sono quelle povere anime? Forse i n otri fratelli, le sorelle, le spose, i padri, le mamme … Oh vi ricordate in quel giorno, di quella notte in cui morirono? Là, sul letto, disteso: già i suoi occhi dilatati v’era l’immagine della morte. Ardeva accanto una candela benedetta, quella dell’agonia. Egli non poteva parlare più, già la morte gli sigillava le labbra per sempre; eppure qualche cosa voleva pur dirci, ché tremava tutto: « Ricordati di me, quando sarò morto! » E noi scoppiammo in pianto, e tra i singhiozzi abbiamo giurato, in faccia alla morte, di non scordarlo più. Invece dopo qualche settimana noi ci demmo pace, e chi è morto, giace. « Ricordati di me, tu mi puoi aiutare! ». Non la sentite questa voce alla sera, quando invece di fermarvi in casa a rispondere il Rosario voi uscite a chiacchierare, a giocare? Non la sentite questa voce alla mattina presto, quando suonano le campane della Messa, dell’Ufficio, e voi poltrite nelle piume del letto? Non la sentite questa voce che vi supplica di cambiar vita, di frequentare i Sacramenti, di lasciare quella relazione? Non la sentite questa voce a scongiurarvi che facciate un po’ d’elemosina, che procuriate una S. Messa, un Ufficio di suffragio? Eppure dovreste sentirla: forse, quei campi che voi lavorate, quella casa che voi abitate, quel gruzzolo di danaro che avete alla banca, è il frutto del sudore dei vostri morti. Siete obbligati, per giustizia, a ricordarli! – Dall’esilio S. Giovanni poteva finalmente rientrare in Efeso. Entrando egli nella sua città incontrò un funerale: portavano a seppellire il corpo di Drusiana, la quale aveva sempre seguiti i suoi ammaestramenti. Come la gente s’accorse della presenza dell’Apostolo, a gran voce diceva: « Benedetto tu che nel nome di Dio ritorni! ». Allora le vedove che Drusiana aveva in vita consolate, i poveri che aveva nutrito, gli orfani a cui aveva fatto da madre, circondarono l’Evangelista, e col pianto nella voce cominciarono a supplicarlo: « O santo Giovanni! vedi che portiamo Drusiana morta a seppellire: ella ci ha confortati, ci ha dato da mangiare, ci ha protetti, ed ora è morta, senza poterti rivedere, che pur lo desiderava tanto ». S. Giovanni fu commosso da quelle preghiere ardenti. Fermò il funerale, fece deporre in terra la bara, e con chiara voce disse davanti a tutti: « Drusiana! Per l’amore che portasti agli orfani, per l’elemosina che facesti ai poveri, per l’aiuto che prodigasti alle vedove, il mio Signor Gesù Cristo ti risusciti ». E subito ella si levò dalla bara, sì che pareva non resuscitata da morte, ma destata da dormire (BATTELLI, Leggende cristiane). Verrà un giorno, e per quanto sia tardi non è lontano, che noi pure porteranno a seppellire. Ma la nostra anima, nuda e sola, convien che vada al tribunale di Cristo. Oh, se durante questa vita ci saremo ricordati dei poveri morti, allora molte anime si faranno intorno a Gesù giudice e a gran voce diranno: « Signore! Ricordati che costui mi ha alleviato il fuoco del Purgatorio con le sue preghiere, con le mortificazioni, con l’elemosina. Signore! Ricordati di quelle Messe e di quegli Uffici che m’ha fatto celebrare, ricordati delle Comunioni, delle elemosine che faceva in mio suffragio ». E Gesù non saprà resistere a queste suppliche e ci dirà: « Per la misericordia che hai avuto dei poveri morti, anch’io ti faccio misericordia: vieni presto in paradiso ».

IL CREDO

Offertorium

Oremus

Dómine Jesu Christe, Rex glóriæ, líbera ánimas ómnium fidélium defunctórum de pœnis inférni et de profúndo lacu: líbera eas de ore leónis, ne absórbeat eas tártarus, ne cadant in obscúrum: sed sígnifer sanctus Míchaël repræséntet eas in lucem sanctam:
* Quam olim Abrahæ promisísti et sémini ejus.
V. Hóstias et preces tibi, Dómine, laudis offérimus: tu súscipe pro animábus illis, quarum hódie memóriam fácimus: fac eas, Dómine, de morte transíre ad vitam.
* Quam olim Abrahæ promisísti et sémini ejus.

[Signore Gesù Cristo, Re della gloria, libera tutti i fedeli defunti dalle pene dell’inferno e dall’abisso. Salvali dalla bocca del leone; che non li afferri l’inferno e non scompaiano nel buio. L’arcangelo san Michele li conduca alla santa luce
* che tu un giorno hai promesso ad Abramo e alla sua discendenza.
V. Noi ti offriamo, Signore, sacrifici e preghiere di lode: accettali per l’anima di quelli di cui oggi facciamo memoria. Fa’ che passino, Signore, dalla morte alla vita,
* che tu un giorno hai promesso ad Abramo e alla sua discendenza].

Secreta

Hóstias, quǽsumus, Dómine, quas tibi pro animábus famulórum famularúmque tuárum offérimus, propitiátus inténde: ut, quibus fídei christiánæ méritum contulísti, dones et præmium. [Guarda propizio, Te ne preghiamo, o Signore, queste ostie che Ti offriamo per le ànime dei tuoi servi e delle tue serve: affinché, a coloro cui concedesti il merito della fede cristiana, ne dia anche il premio].

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

Defunctorum

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: per Christum, Dóminum nostrum. In quo nobis spes beátæ resurrectiónis effúlsit, ut, quos contrístat certa moriéndi condício, eósdem consolétur futúræ immortalitátis promíssio. Tuis enim fidélibus, Dómine, vita mutátur, non tóllitur: et, dissolúta terréstris hujus incolátus domo, ætérna in cælis habitátio comparátur. Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus cumque omni milítia cœléstis exércitus hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes:

[È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e dovunque a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno, per Cristo nostro Signore. In lui rifulse a noi la speranza della beata risurrezione: e se ci rattrista la certezza di dover morire, ci consoli la promessa dell’immortalità futura. Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata: e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo. E noi, uniti agli Angeli e agli Arcangeli ai Troni e alle Dominazioni e alla moltitudine dei Cori celesti, cantiamo con voce incessante l’inno della tua gloria:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster,

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima me
a.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

4 Esdr II:35; II:34
Lux ætérna lúceat eis, Dómine:
* Cum Sanctis tuis in ætérnum: quia pius es.
V. Requiem ætérnam dona eis, Dómine: et lux perpétua lúceat eis.
* Cum Sanctis tuis in ætérnum: quia pius es.

[Splenda ad essi la luce perpetua,
* insieme ai tuoi santi, in eterno, o Signore, perché tu sei buono.
V. L’eterno riposo dona loro, Signore, e splenda ad essi la luce perpetua.
* Insieme ai tuoi santi, in eterno, Signore, perché tu sei buono].

Postcommunio

Orémus.
Animábus, quǽsumus, Dómine, famulórum famularúmque tuárum orátio profíciat supplicántium: ut eas et a peccátis ómnibus éxuas, et tuæ redemptiónis fácias esse partícipes:

[Ti preghiamo, o Signore, le nostre supplici preghiere giovino alle ànime dei tuoi servi e delle tue serve: affinché Tu le purifichi da ogni colpa e le renda partecipi della tua redenzione:].

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

SECONDA MESSA

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

4 Esdr II:34; II:35
Réquiem ætérnam dona eis, Dómine: et lux perpétua lúceat eis.
Ps LXIV: 2-3
Te decet hymnus, Deus, in Sion, et tibi reddétur votum in Jerúsalem: exáudi oratiónem meam, ad te omnis caro véniet.
[l’eterno riposo dona loro, Signore, e splenda ad essi la luce perpetua.
Ps LXIV: 2-3
[In Sion, Signore, ti si addice la lode, in Gerusalemme a te si compia il voto. Ascolta la preghiera del tuo servo, poiché giunge a te ogni vivente].
Réquiem ætérnam dona eis, Dómine: et lux perpétua lúceat eis. [l’eterno riposo dona loro, Signore, e splenda ad essi la luce perpetua].

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Deus, indulgentiárum Dómine: da animábus famulórum famularúmque tuárum refrigérii sedem, quiétis beatitúdinem et lúminis claritátem.
[ O Dio, Signore di misericordia, accorda alle anime dei tuoi servi e delle tue serve la dimora della pace, il riposo delle beatitudine e lo splendore della luce].

Lectio

Léctio libri Machabæórum.
2 Mach XII: 43-46
In diébus illis: Vir fortíssimus Judas, facta collatióne, duódecim mília drachmas argénti misit Jerosólymam, offérri pro peccátis mortuórum sacrifícium, bene et religióse de resurrectióne cógitans, nisi enim eos, qui cecíderant, resurrectúros speráret, supérfluum viderétur et vanum oráre pro mórtuis: et quia considerábat, quod hi, qui cum pietáte dormitiónem accéperant, óptimam habérent repósitam grátiam.
Sancta ergo et salúbris est cogitátio pro defunctis exoráre, ut a peccátis solvántur.

[In quei giorni: il più valoroso uomo di Giuda, fatta una colletta, con tanto a testa, per circa duemila dramme d’argento, le inviò a Gerusalemme perché fosse offerto un sacrificio espiatorio, agendo così in modo molto buono e nobile, suggerito dal pensiero della risurrezione. Perché se non avesse avuto ferma fiducia che i caduti sarebbero risuscitati, sarebbe stato superfluo e vano pregare per i morti. Ma se egli considerava la magnifica ricompensa riservata a coloro che si addormentano nella morte con sentimenti di pietà, la sua considerazione era santa e devota. Perciò egli fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato].

Graduale

4 Esdr 2:34 et 35.
Réquiem ætérnam dona eis, Dómine: et lux perpétua lúceat eis.

[L’eterno riposo dona loro, o Signore, e splenda ad essi la luce perpetua].

Ps 111:7.
V. In memória ætérna erit justus: ab auditióne mala non timébit.

[V. Il giusto sarà sempre nel ricordo, non teme il giudizio sfavorevole].

Tractus.

Absólve, Dómine, ánimas ómnium fidélium ab omni vínculo delictórum.
V. Et grátia tua illis succurrénte, mereántur evádere judícium ultiónis.
V. Et lucis ætérnæ beatitúdine pérfrui.

[Libera, Signore, le anime di tutti i fedeli defunti da ogni legame di peccato.
V. Con il soccorso della tua grazia possano evitare la condanna.
V. e godere la gioia della luce eterna].
Sequentia

Dies Iræ …. [V. sopra]

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Joánnem.
R. Gloria tibi, Domine!
Joann VI: 37-40
In illo témpore: Dixit Jesus turbis Judæórum: Omne, quod dat mihi Pater, ad me véniet: et eum, qui venit ad me, non ejíciam foras: quia descéndi de cælo, non ut fáciam voluntátem meam, sed voluntátem ejus, qui misit me. Hæc est autem volúntas ejus, qui misit me, Patris: ut omne, quod dedit mihi, non perdam ex eo, sed resúscitem illud in novíssimo die. Hæc est autem volúntas Patris mei, qui misit me: ut omnis, qui videt Fílium et credit in eum, hábeat vitam ætérnam, et ego resuscitábo eum in novíssimo die.

[In quel tempo: Gesù disse alla moltitudine degli Ebrei: Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a me, non lo respingerò, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell’ultimo giorno].

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Dómine Jesu Christe, Rex glóriæ, líbera ánimas ómnium fidélium defunctórum de pœnis inférni et de profúndo lacu: líbera eas de ore leónis, ne absórbeat eas tártarus, ne cadant in obscúrum: sed sígnifer sanctus Míchaël repræséntet eas in lucem sanctam:
* Quam olim Abrahæ promisísti et sémini ejus.
V. Hóstias et preces tibi, Dómine, laudis offérimus: tu súscipe pro animábus illis, quarum hódie memóriam fácimus: fac eas, Dómine, de morte transíre ad vitam.
* Quam olim Abrahæ promisísti et sémini ejus.

[Signore Gesù Cristo, Re della gloria, libera tutti i fedeli defunti dalle pene dell’inferno e dall’abisso. Salvali dalla bocca del leone; che non li afferri l’inferno e non scompaiano nel buio. L’arcangelo san Michele li conduca alla santa luce
* che tu un giorno hai promesso ad Abramo e alla sua discendenza.
V. Noi ti offriamo, Signore, sacrifici e preghiere di lode: accettali per l’anima di quelli di cui oggi facciamo memoria. Fa’ che passino, Signore, dalla morte alla vita,
* che tu un giorno hai promesso ad Abramo e alla sua discendenza].

Secreta

Propitiáre, Dómine, supplicatiónibus nostris, pro animábus famulórum famularúmque tuárum, pro quibus tibi offérimus sacrifícium laudis; ut eas Sanctórum tuórum consórtio sociáre dignéris.

[Sii propizio, o Signore, alle nostre suppliche in favore delle anime dei tuoi servi e delle tue serve, per le quali Ti offriamo questo sacrificio di lode, affinché Tu le accolga nella società dei tuoi Santi..]

Praefatio
Defunctorum

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: per Christum, Dóminum nostrum. In quo nobis spes beátæ resurrectiónis effúlsit, ut, quos contrístat certa moriéndi condício, eósdem consolétur futúræ immortalitátis promíssio. Tuis enim fidélibus, Dómine, vita mutátur, non tóllitur: et, dissolúta terréstris hujus incolátus domo, ætérna in coelis habitátio comparátur. Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus cumque omni milítia coeléstis exércitus hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes:

 [È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e dovunque a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno, per Cristo nostro Signore. In lui rifulse a noi la speranza della beata risurrezione: e se ci rattrista la certezza di dover morire, ci consoli la promessa dell’immortalità futura. Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata: e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo. E noi, uniti agli Angeli e agli Arcangeli ai Troni e alle Dominazioni e alla moltitudine dei Cori celesti, cantiamo con voce incessante l’inno della tua gloria:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster,

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

4 Esdr II:35-34
Lux ætérna lúceat eis, Dómine:
* Cum Sanctis tuis in ætérnum: quia pius es.
V. Requiem ætérnam dona eis, Dómine: et lux perpétua lúceat eis.
* Cum Sanctis tuis in ætérnum: quia pius es.

[Splenda ad essi la luce perpetua,
* insieme ai tuoi santi, in eterno, o Signore, perché tu sei buono.
V. L’eterno riposo dona loro, Signore, e splenda ad essi la luce perpetua.
* Insieme ai tuoi santi, in eterno, Signore, perché tu sei buono].

Postcommunio

Orémus.
Præsta, quǽsumus, Dómine: ut ánimæ famulórum famularúmque tuárum, his purgátæ sacrifíciis, indulgéntiam páriter et réquiem cápiant sempitérnam.
[Fa’, Te ne preghiamo, o Signore, che le anime dei tuoi servi e delle tue serve, purificate da questo sacrificio, ottengano insieme il perdono ed il riposo eterno].

TERZA MESSA

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

4 Esdr 2:34; 2:35
Réquiem ætérnam dona eis, Dómine: et lux perpétua lúceat eis.
[L’eterno riposo dona loro, Signore, e splenda ad essi la luce perpetua.]
Ps LXIV:2-3
Te decet hymnus, Deus, in Sion, et tibi reddétur votum in Jerúsalem: exáudi oratiónem meam, ad te omnis caro véniet.

[In Sion, Signore, ti si addice la lode, in Gerusalemme a te si compia il voto. Ascolta la preghiera del tuo servo, poiché giunge a te ogni vivente.]


Réquiem ætérnam dona eis, Dómine: et lux perpétua lúceat eis.

[L’eterno riposo dona loro, Signore, e splenda ad essi la luce perpetua.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Deus, véniæ largítor et humánæ salútis amátor: quǽsumus cleméntiam tuam; ut nostræ congregatiónis fratres, propínquos et benefactóres, qui ex hoc sǽculo transiérunt, beáta María semper Vírgine intercedénte cum ómnibus Sanctis tuis, ad perpétuæ beatitúdinis consórtium perveníre concédas.

[O Dio, che elargisci il perdono e vuoi la salvezza degli uomini, imploriamo la tua clemenza affinché, per l’intercessione della beata Maria sempre Vergine e di tutti i tuoi Santi, Tu conceda alle anime dei tuoi servi e delle tue serve la grazia di partecipare alla beatitudine eterna..]

Lectio

Léctio libri Apocalýpsis beáti Joánnis Apóstoli
Apoc XIV:13
In diébus illis: Audívi vocem de cœlo, dicéntem mihi: Scribe: Beáti mórtui, qui in Dómino moriúntur. Amodo jam dicit Spíritus, ut requiéscant a labóribus suis: ópera enim illórum sequúntur illos.

[In quei giorni, io intesi una voce dal cielo che mi diceva: «Scrivi: “Beati i morti che muoiono nel Signore”. Sì, fin d’ora – dice lo Spirito – essi riposano dalle loro fatiche, perché le loro opere li accompagnano».]

Graduale

4 Esdr II:34 et 35.
Réquiem ætérnam dona eis, Dómine: et lux perpétua lúceat eis.

[L’eterno riposo dona loro, o Signore, e splenda ad essi la luce perpetua.]
Ps 111:7.
V. In memória ætérna erit justus: ab auditióne mala non timébit.
[Il giusto sarà sempre nel ricordo, non teme il giudizio sfavorevole.]

Tractus.

Absólve, Dómine, ánimas ómnium fidélium ab omni vínculo delictórum.
V. Et grátia tua illis succurrénte, mereántur evádere judícium ultiónis.
V. Et lucis ætérnæ beatitúdine pérfrui.
[L ibera, Signore, le anime di tutti i fedeli defunti da ogni legame di peccato.
V. Con il soccorso della tua grazia possano evitare la condanna.
V. e godere la gioia della luce eterna.]
Sequentia [ut supra]

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Joánnem
Joann VI: 51-55
In illo témpore: Dixit Jesus turbis Judæórum: Ego sum panis vivus, qui de cœlo descéndi. Si quis manducáverit ex hoc pane, vivet in ætérnum: et panis, quem ego dabo, caro mea est pro mundi vita. Litigábant ergo Judæi ad ínvicem, dicéntes: Quómodo potest hic nobis carnem suam dare ad manducándum? Dixit ergo eis Jesus: Amen, amen, dico vobis: nisi manducavéritis carnem Fílii hóminis et bibéritis ejus sánguinem, non habébitis vitam in vobis. Qui mánducat meam carnem et bibit meum sánguinem, habet vitam ætérnam: et ego resuscitábo eum in novíssimo die.

[In quel tempo: Gesù disse alla moltitudine degli Ebrei: «Io sono il pane vivente, che è disceso dal cielo; se uno mangia di questo pane vivrà in eterno; e il pane che io darò per la vita del mondo è la mia carne». I Giudei dunque discutevano tra di loro, dicendo: «Come può costui darci da mangiare la sua carne?» Perciò Gesù disse loro: «In verità, in verità vi dico che se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete vita in voi. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».]

OMELIA

COMMEMORAZIONE DEI FEDELI DEFUNTI.

Venit nox, quando nemo potest operati.

Vien la notte, in cui niuno può lavorare.

(S. GIOVANNI IX, 4).

Tal’è, miei fratelli, la crudele e terribile condizione, in cui si trovano adesso i nostri padri e le nostre madri, i nostri parenti e i nostri amici, che sono usciti da questo mondo senza aver interamente soddisfatto alla giustizia di Dio. Li ha condannati a passare lunghi anni nel carcere tenebroso del purgatorio, ove la sua giustizia rigorosamente s’aggrava su loro, finché le abbiano interamente pagato il loro debito. «Oh! com’è terribile, dice San Paolo, cader nelle mani di Dio vivente! » (Hebr., X, 31) Ma perché, fratelli miei, sono oggi salito in pulpito? Che cosa vi dirò? Ah! vengo da parte di Dio medesimo; vengo da parte de’ vostri poveri parenti, per risvegliare in voi quell’amore di riconoscenza, di cui siete ad essi debitori: vengo a rimettervi sott’occhio tutti i tratti di bontà e tutto l’amore ch’ebbero per voi, quand’erano sulla terra: vengo a dirvi che bruciano tra le fiamme, che piangono, che chiedono ad alte grida il soccorso delle vostre preghiere e delle vostre opere buone. Mi par d’udirli gridare dal fondo di quel mare di fuoco che li tormenta: « Ah! dite ai nostri padri, alle nostre madri, ai nostri figliuoli e a tutti i nostri parenti, quanto sono atroci i mali che soffriamo. Noi ci gettiamo a’ loro piedi per implorare l’aiuto delle loro preghiere. Ah! dite ad essi che da quando ci separammo da loro, siamo qui a bruciar tra le fiamme! Oh ! chi potrà rimaner insensibile al pensiero di tante pene che soffriamo? » Vedete voi, miei fratelli, e udite quella tenera madre, quel buon padre, e tutti quei vostri congiunti che vi tendono le mani? « Amici miei, gridano gemendo, strappateci a questi tormenti, poiché lo potete ». Vediamo dunque, fratelli miei,

1° la grandezza de’ tormenti che soffrono le anime nel purgatorio;

2° quali mezzi abbiamo di sollevarli, cioè le nostre preghiere, le nostre opere buone, e soprattutto il santo Sacrificio della Messa.

I . — Non voglio trattenermi a dimostrarvi l’esistenza del Purgatorio: sarebbe tempo perduto. Niuno di voi ha su questo punto alcun dubbio. La Chiesa, a cui Gesù Cristo ha promesso l’assistenza del suo Santo Spirito, e che non può quindi né ingannarsi né ingannare, ce l’insegna in modo ben chiaro ed evidente. È certo e certissimo che v’è un luogo ove le anime dei giusti finiscono d’espiare i loro peccati prima d’essere ammesse alla gloria del paradiso per esse sicura. Sì, miei fratelli, ed è articolo di fede: se non abbiam fatto penitenza proporzionata alla gravezza e all’enormità de’ nostri peccati, sebben perdonati nel santo tribunale della penitenza, saremo condannati ad espiarli nelle fiamme del purgatorio. Se Dio, essenziale giustizia, non lascia senza premio un buon pensiero, un buon desiderio e la minima buona azione, neppur lascerà impunita una colpa, per quanto leggera; e noi dovremo andare a patire in Purgatorio, onde finir di purificarci, per tutto il tempo che esigerà la divina giustizia. Gran numero di passi della santa Scrittura ci mostrano che, quantunque i nostri peccati ci siano stati perdonati, pure Iddio c’impone anche l’obbligo di patire in questo mondo per mezzo di pene temporali, o nell’altro tra le fiamme del Purgatorio. Vedete che cosa accadde ad Adamo: essendosi pentito dopo il suo peccato. Dio l’assicurò che gli aveva perdonato, e tuttavia lo condannò a far penitenza per oltre 900 anni (Gen. III, 17-19); penitenza che sorpassa quanto può immaginarsi. Osservate ancora (II Re, XXIV): David, contro il beneplacito di Dio, ordina il novero de’ suoi sudditi; ma, spinto dai rimorsi della sua coscienza, riconosce il suo peccato, si getta con la faccia per terra e prega il Signore a perdonargli. E Dio, impietosito pel suo pentimento, gli perdona di fatto; ma tuttavia gli manda Gad che gli dica: « Principe, scegli uno de’ tre flagelli, che Dio ti ha apparecchiato in pena del tuo peccato: la peste, la guerra e la fame ». David risponde: «Meglio è cadere nelle mani del Signore, di cui tante volte ho sperimentato la misericordia, che in quelle degli uomini ». Scegli quindi la peste che durò tre giorni e gli tolse 70000 sudditi: e se il Signore non avesse fermato la mano dell’Angelo, già stesa sulla città, tutta Gerusalemme sarebbe rimasta Spopolata. David, vedendo tanti mali cagionati dal suo peccato, chiese in grazia a Dio che punisse lui solo, e risparmiasse il suo popolo ch’era innocente. Ohimè! miei fratelli, per quanti anni dovremo soffrire nel purgatorio noi che abbiam commesso tanti peccati: e che, col pretesto d’averli confessati non facciamo penitenza alcuna e non li piangiamo? Quanti anni di patimenti ci aspettano nell’altra vita! Ma come potrò io farvi il quadro straziante delle pene che soffrono quelle povere anime, poiché i SS. Padri ci dicono che i mali cui esse son condannate in quel carcere, sembrano pari ai dolori che Gesù Cristo ha sofferto nel tempo della sua passione? E tuttavia è certo che se il minimo dei dolori che ha patito Gesù Cristo fosse stato diviso tra tutti gli uomini, sarebbero tutti morti per la violenza del dolore. Il fuoco del Purgatorio è il fuoco medesimo dell’inferno, con la sola differenza che non è eterno. Oh! bisognerebbe che Dio. nella sua misericordia permettesse ad una di quelle povere anime, che ardono tra quelle fiamme, di comparir qui a luogo mio, circondata dal fuoco che la divora, e farvi essa il racconto delle pene che soffre. Bisognerebbe, fratelli miei, ch’essa facesse risuonar questa chiesa delle sue grida e de’ suoi singhiozzi; forse ciò riuscirebbe alfine ad intenerire i vostri cuori. « Oh! quanto soffriamo, ci gridano quelle anime; o nostri fratelli, liberateci da questi tormenti: voi lo potete! Ah! se sentiste il dolore d’essere separate da Dio! » Crudele separazione! Ardere in un fuoco acceso dalla giustizia d’un Dio! Soffrir dolori che uomo mortale non può comprendere! Esser divorato dal rammarico, sapendo che potevamo si agevolmente sfuggirli! «Oh! miei figliuoli, gridan quei padri e quelle madri, potete abbandonarci? Abbandonar noi che vi abbiam tanto amato? Potete coricarvi su un soffice letto e lasciar noi stesi sopra un letto di fuoco? Avrete il coraggio di darvi in braccio ai piaceri e alla gioia, mentre noi notte e giorno siam qui a patire ed a piangere? Possedete pure i nostri beni e le nostre case, godete il frutto delle nostre fatiche, e ci abbandonate in questo luogo di tormenti, ove da tanti anni soffriamo pene si atroci?… E non un’elemosina, non una Messa che ci aiuti a liberarci!… Potete alleviar le nostre pene, aprir la nostra prigione e ci abbandonate! Oh! son pur crudeli i nostri patimenti! » Si, miei fratelli, in mezzo alle fiamme si giudica ben altrimenti di tutte codeste colpe leggere, seppure si può chiamar leggero ciò che fa tollerare sì rigorosi dolori. « O mio Dio, esclamava il Re-profeta, guai all’uomo, anche più giusto, se lo giudicate senza misericordia! » (Ps. CXLII, 2). « Se avete trovato macchie nel sole e malizia negli Angeli, che sarà dell’uomo peccatore? » (I Piet. IV, 18). E per noi che abbiam commesso tanti peccati mortali, e non abbiamo ancor fatto quasi nulla per soddisfare alla giustizia divina, quanti anni di purgatorio!… – « Mio Dio, diceva S. Teresa, qual anima sarà tanto pura da entrare in cielo senza passare per le fiamme vendicatrici? » Nella sua ultima malattia essa ad un tratto esclamò: «O giustizia e potenza del mio Dio, siete pur terribile! » Durante la sua agonia Dio le fece vedere la sua santità, quale la vedono in cielo gli Angeli e i Santi, il che le cagionò sì vivo terrore, che le sue suore, vedendola tutta tremante e in preda ad una straordinaria agitazione, gridarono piangendo: « Ah! madre nostra, che cosa mai vi è accaduto? Temete; ancora la morte dopo tante penitenze, e lacrime sì copiose ed amare? » — « No, mie figliuole, rispose S. Teresa, non temo la morte; anzi la desidero per unirmi eternamente al mio Dio ». — « Vi spaventano dunque i vostri peccati dopo tante macerazioni? » — « Sì, mie figliuole, rispose, temo i miei peccati, ma temo più ancora qualche altra cosa ». — « Forse il giudizio? » — « Sì, rabbrividisco alla vista del conto che dovrò rendere a Dio, il quale in quel momento sarà senza misericordia; ma vi è oltre a questo una cosa il cui solo pensiero mi fa morire di spavento ». Quelle povere suore grandemente si angustiavano. « Ohimè! Sarebbe mai l’inferno? » — « No, disse la santa, l’inferno, per grazia di Dio, non è per me: Oh! sorelle mie, è la santità di Dio! Mio Dio. abbiate pietà di ine! La mia vita dev’essere confrontata con quella di Gesù Cristo medesimo! Guai a me, se ho la minima macchia, il minimo neo! Guai a me, se ho pur l’ombra del peccato! ». — « Ohimè! esclamarono quelle povere religiose, qual sarà dunque la nostra sorte?…  E di noi che sarà, fratelli miei, di noi che forse con tutte le nostre penitenze ed opere buone non abbiamo ancor soddisfatto per un solo peccato perdonatoci nel tribunale della penitenza? Ah! quanti anni e quanti secoli di tormenti per punirci!… Pagheremo pur cari tutti quei falli che riguardiamo come un nulla, come quelle bugie dette per divertimento, le piccole maldicenze, la non curanza delle grazie che Dio ci fa ad ogni momento, quelle piccole mormorazioni nelle tribolazioni ch’Egli ci manda! No, miei fratelli, non avremmo il coraggio di commettere il minimo peccato, se potessimo intendere quale offesa fa a Dio, e come merita d’esser punito rigorosamente anche in questo mondo. – Leggiamo nella santa Scrittura (III Re, XII) che il Signore disse un giorno ad uno de’ suoi profeti: « Va a mio nome da Geroboamo per rimproverargli l’orribilità della sua idolatria: ma ti proibisco di prendere alcun nutrimento né in casa sua, né per via ». Il profeta obbedì tosto, e s’espose anche a sicuro pericolo di morte. Si presentò dinanzi al re, e gli rimproverò il suo delitto, come gli aveva detto il Signore. Il re, montato in furore perché il profeta aveva avuto ardire di riprenderlo, stende la mano e comanda che sia arrestato. La mano del re rimase tosto disseccata. Geroboamo, vedendosi punito, rientrò in se stesso; e Dio, mosso dal suo pentimento, gli perdonò il suo peccato e gli restituì sana la mano. Questo benefizio mutò il cuore del re, che invitò il profeta a mangiare con lui. « No, rispose il profeta, il Signore me l’ha proibito: quando pure mi donaste metà del vostro regno, non lo farò ». Mentre tornava indietro, trovò un falso profeta, che si diceva mandato da Dio, il quale l’invitò a mangiar seco. Si lasciò ingannare da quel discorso, e prese un poco di nutrimento. Ma, uscendo dalla casa del falso profeta, incontrò un leone d’enorme grossezza, che si gettò su lui e lo sbranò. Or se chiedete allo Spirito Santo, quale sia stata la cagione di quella morte, vi risponderà che la disobbedienza del profeta gli meritò tal castigo. Vedete pure Mosè, che era sì caro a Dio: per aver dubitato un momento della sua potenza, battendo due volte una rupe per farne zampillar l’acqua, il Signore gli disse: « Aveva promesso di farti entrare nella terra promessa, ove latte e miele scorrono a rivi; ma per punirti d’aver battuto due volte la rupe, come se una sola non fosse stata bastante, andrai fino in vista di quella terra di benedizione, e morrai prima d’entrarvi » (Num. XX, 11, 12). Se Dio, miei fratelli, punì così rigorosamente peccati così leggeri, che cosa sarà d’una distrazione nella preghiera, del girare il capo in chiesa, ecc.?.. Oh! siam pur ciechi! Quanti anni e quanti secoli di Purgatorio ci prepariamo per tutte queste colpe che riguardiam come cose da nulla! … Come muteremo linguaggio, quando saremo tra quelle fiamme ove la giustizia di Dio si fa sentire così rigorosamente!… Dio è giusto, fratelli miei, giusto in tutto quello che fa. Quando ci ricompensa della minima buona azione, lo fa oltre i confini di ciò che possiamo desiderare; un buon pensiero, un buon desiderio, cioè il desiderar di fare qualche opera buona, quand’anche non si potesse fare, Ei non lascia senza ricompensa; ma anche quando si tratta di punirci, lo fa con rigore, e quando pur fossimo rei d’una sola colpa leggera, saremmo gettati nel Purgatorio. Quest’è verissimo, perché leggiamo nelle vite de’ Santi che parecchi sono giunti al cielo sol dopo esser passati per le fiamme del Purgatorio. S. Pier Damiani racconta che sua sorella stette parecchi anni nel purgatorio per avere ascoltato una canzone cattiva con qualche po’ di piacere. – Si narra che due religiosi si promisero l’un l’altro che, chi morisse pel primo, verrebbe a dire al superstite in quale stato si trovasse; infatti Dio permise al primo che morì di comparire all’amico, egli disse ch’era stato quindici giorni al purgatorio per aver amato troppo di far la propria volontà. E siccome l’amico si rallegrava con lui perché vi fosse stato sì poco : « Avrei voluto piuttosto, gli disse il defunto, esser scorticato vivo per diecimila anni continui; perché un simile tormento non avrebbe potuto ancora paragonarsi a ciò che ho patito tra quelle fiamme ». Un prete disse ad uno de’ suoi amici che Dio l’aveva condannato a più mesi di purgatorio per aver tardato ad eseguire un testamento in cui si disponeva per opere buone. Ohimè! miei fratelli, quanti tra quei che mi ascoltano debbono rimproverarsi un simile fatto! Quanti forse da otto o dieci anni ebbero da’ loro parenti od amici l’incarico di far celebrar Messe, distribuir limosine, e han trascurato tutto! Quanti, per timore di trovar l’incarico di far qualche opera buona, non si vogliono dar la briga neppur di guardare il testamento fatto a favor loro da parenti o da amici! Ohimè! quelle povere anime son prigioniere tra quelle fiamme, perché non si vogliono compiere le loro ultime volontà! Poveri padri e povere madri, vi siete sacrificati per mettere in miglior condizione i vostri figli o i vostri eredi; avete forse trascurato la vostra salute per accrescere la loro fortuna: vi siete fidati sulle opere buone, che avreste lasciate per testamento! Poveri parenti! Foste pur ciechi a dimenticare voi stessi! – Forse mi direte: « I nostri parenti son vissuti bene, erano molto buoni ». Ah! quanto poco ci vuole per cader tra quelle fiamme! Udite ciò che disse su questo proposito Alberto Magno, le cui virtù splendettero in modo straordinario: rivelò un giorno ad un amico che Dio l’aveva fatto andare al purgatorio, perché aveva avuto un lieve pensiero di compiacenza pel suo sapere. Aggiungete (cosa che desta anche maggior meraviglia) che vi son Santi canonizzati, i quali dovettero passare pel purgatorio. S. Severino, Arcivescovo di Colonia, apparve ad uno, de’ suoi amici molto tempo dopo la sua morte, e gli disse ch’era stato al Purgatorio per aver rimandato alla sera certe preghiere che doveva dire al mattino. Oh! quanti anni di purgatorio per quei Cristiani, che senza difficoltà differiscono ad altro tempo le loro preghiere, perché han lavoro pressante! Se desiderassimo sinceramente la felicità di possedere Iddio, eviteremmo le piccole colpe, come le grandi, poiché la separazione da Dio è tormento sì orribile a quelle povere anime! – I santi Padri ci dicono che il Purgatorio è un luogo vicino all’inferno; il che si capisce agevolmente, perché il peccato veniale è vicino al peccato mortale; ma credono che non tutte le anime per soddisfare alla giustizia divina sian chiuse in quel carcere, e che molte patiscano sul luogo stesso ove hanno peccato. Infatti S. Gregorio Papa ce ne dà una prova manifesta. Riferisce che un santo prete infermo andava ogni giorno, per ordine del medico, a prender bagni in un luogo appartato; e ogni giorno vi trovava un personaggio sconosciuto, che l’aiutava a scalzarsi e, fatto il bagno, gli presentava un panno per asciugarsi. Il santo prete mosso da riconoscenza, tornando un giorno da celebrare la santa Messa, presentò allo sconosciuto un pezzo di pane benedetto. « Padre mio, gli rispose egli, voi m’offrite cosa, di cui non posso far uso, quantunque mi vediate rivestito d’un corpo. Sono il Signore di questo luogo, che faccio qui il mio purgatorio». E scomparve dicendo: «Ministro del Signore, abbiate pietà di me! Oh! quanto soffro! Voi potete liberarmi; offrite, ve ne prego, per me il santo Sacrifizio della Messa, offrite le vostre preghiere e le vostre infermità. Il Signore mi libererà ». Se fossimo ben convinti di questo, potremmo sì facilmente dimenticare i nostri parenti, che ci stanno forse continuamente d’intorno? Se Dio permettesse loro di mostrarsi visibilmente, li vedremmo gettarsi a’ nostri piedi. « Ah! figli miei, direbbero quelle povere anime, abbiate pietà di noi! Deh! non ci abbandonate! ». Sì, miei fratelli, la sera andando al riposo, vedremmo i nostri padri e le madri nostre richiedere il soccorso delle nostre preghiere; li vedremmo nelle nostre case, nei nostri campi. Quelle povere anime ci seguono dappertutto; ma, ohimè! son poveri mendicanti dietro a cattivi ricchi. Han bell’esporre ad essi le loro necessità e i loro tormenti; quei cattivi ricchi sgraziatamente non se ne commuovono punto. « Amici miei, ci gridano, un Patere un Ave! una Messa! » Ecché? Saremo ingrati a segno da negare ad un padre, ad una madre una parte sì piccola dei beni che ci hanno acquistato o conservato con tanti stenti? Ditemi, se vostro padre, vostra madre o uno de’ vostri figliuoli fossero caduti nel fuoco, e vi tendessero le mani per pregarvi a liberarli, avreste coraggio di mostrarvi insensibili, e lasciarli ardere sotto i vostri occhi? Or la fede c’insegna che quelle povere anime soffrono tali pene cui nessun uomo mortale sarà mai capace di intendere Se vogliamo assicurarci il cielo, fratelli miei, abbiamo gran divozione a pregar per le anime del Purgatorio. Può ben dirsi che questa divozione è segno quasi certo di predestinazione, ed efficace motivo di salute. La santa Scrittura nella storia di Gionata ci mette sott’occhio un mirabile paragone (1 Re XIV). Saul, padre di Gionata, aveva proibito a tutti i soldati, sotto pena di morte, di prendere alcun nutrimento prima che i Filistei fossero stati interamente disfatti. Gionata, che non aveva udito quella proibizione, sfinito com’era dalla fatica, intinse in un favo di miele la punta del suo bastone e ne gustò. Saul consultò il Signore per sapere, se alcuno aveva violato la proibizione. Saputo che l’aveva violata suo figlio, comandò che mettessero le mani su Gionata, dicendo: « Mi punisca il Signore, se oggi non morrai ». Gionata. vedendosi dal padre condannato a morte, per aver violato una proibizione che non aveva udita, volse lo sguardo al popolo, e, piangendo, pareva rammentare tutti i servigi che gli aveva reso, tutta la benevolenza che aveva loro usata, il popolo si gettò subito ai piedi di Saul: « Ecché? Farai morir Gionata, che ha poc’anzi salvato Israele?Gionata che ci ha liberati dalle inani de’ nostri nemici? No, no: non cadrà dal suo capo un capello: troppo ci sta a cuore conservarlo: troppo bene ci ha fatto, e non è possibile dimenticarlo sì presto ». Ecco l’immagine sensibile di ciò che avviene all’ora della morte. Se, per nostra buona ventura, avremo pregato per le anime del purgatorio, quando compariremo d’innanzi al tribunale di Gesù Cristo per rendergli conto di tutte le nostre azioni, quelle anime si getteranno ai piedi del Salvatore dicendo: «Signore, grazia per questa anima! Grazia, misericordia per essa! Abbiate pietà, mio Dio, di quest’anima così caritatevole, che ci ha liberate dalle flamine, e h a soddisfatto per noi alla vostra giustizia! Mio Dio, mio Dio, dimenticate, ve ne preghiamo le sue colpe, com’essa vi ha fatto dimenticare le nostre! » Oh! quanto efficaci son questi motivi per ispirarvi una tenera compassione verso quelle povere anime sofferenti! Ohimè! esse ben presto sono dimenticate! Si ha pur ragione di dire che il ricordo de’ morti svanisce insieme col suono delle campane. Soffrite, povere anime, piangete in quel fuoco acceso dalla giustizia divina; ciò non giova a nulla; nessuno vi ascolta; nessuno vi porge sollievo!… Ecco dunque, fratelli miei, la ricompensa di tanta bontà e di tanta carità ch’ebbero per noi mentre ancora vivevano. No, non siamo nel numero di questi ingrati; poiché lavorando alla loro liberazione, lavoreremo alla nostra salute.

II. — Ma, direte forse, come possiamo sollevarle e condurle al cielo! Se desiderate prestar loro soccorso, fratelli miei, vi farò vedere che è cosa facile il farlo; 1° per mezzo della preghiera e dell’elemosina; 2° per mezzo delle indulgenze; 3° soprattutto col santo sacrificio della Messa.

Dico primieramente per mezzo della preghiera.

Quando facciamo una preghiera per le anime del purgatorio, cediamo loro ciò che Dio ci concederebbe se la facessimo per noi; ma ohimè! quanto poca cosa sono le nostre preghiere, poiché è pur sempre un peccatore che prega per un colpevole! Mio Dio. Deve esser pur grande la vostra misericordia! … Possiamo ogni mattina offrire tutte le azioni della nostra giornata e tutte le nostre preghiere pel sollievo di quelle povere anime sofferenti. È ben poca cosa, certamente; ma ecco: facciamo ad esse come ad una persona, che abbia le mani legate e sia carica d’ un pesante fardello, a cui si venga di tratto in tratto a togliere qualche po’ di quel peso; a poco a poco si troverà libera del tutto. L’istesso accade alle povere anime del purgatorio, quando facciamo per esse qualche cosa: una volta abbrevieremo le loro pene di un’ora, un’altra volta d’un quarto d’ora, sicché ogni giorno avviciniamo al cielo.

Diciamo in secondo luogo che possiamo liberare le anime del purgatorio con le indulgenze, le quali a gran passi le conducono verso il paradiso. Il bene che loro comunichiamo è di prezzo infinito perché applichiamo ad essi i meriti del Sangue adorabile di Gesù Cristo, delle virtù della SS. Vergine e dei Santi, i quali han fatto maggiori penitenze che non richiedessero i loro peccati. Ah! se volessimo, quanto presto avremmo vuotato il purgatorio, applicando a queste anime sofferenti tutte le indulgenze che possiamo guadagnare!… Vedete, fratelli miei, facendo la Via Crucis, si possono guadagnare quattordici indulgenze plenarie (C. d. Ind. 1742). E si fa in più modi … (Nota del Santo andata persa – nota degli edit. francesi) . Oh! siete pur colpevoli per aver lasciato tra quelle fiamme i vostri parenti, mentre potevate così bene e facilmente liberarli!

Il mezzo più efficace per affrettare la loro felicità è la santa Messa, poiché in essa non è più un peccatore che prega per un peccatore, ma un Dio eguale al Padre, che non saprà mai negargli nulla. Gesù Cristo ce ne assicura nel Vangelo; dicendo; « Padre, ti rendo grazie perché mi ascolti sempre ! » (Joan. XI, 41-42). Per meglio persuadercene, vi citerò un esempio dei più commoventi, da cui intenderete quanto grande efficacia abbia la santa Messa. È riferito nella storia ecclesiastica che, poco dopo l a morte dell’imperator Carlo (Carlo il Calvo), un sant’uomo della diocesi di Reims, per nome Bernold, essendo caduto infermo e avendo ricevuto gli ultimi Sacramenti stette quasi un giorno senza parlare, e appena appena si poteva riconoscere che ancor vivesse; finalmente aprì gli occhi, e comandò a chi lo assisteva di far venir al più presto il suo confessore. Il prete venne tosto, e trovò il malato tutto in lacrime, il quale gli disse: «Sono stato trasportato all’altro mondo, e mi son trovato in un luogo ove ho veduto il Vescovo Pardula di Laon, che pareva vestito di cenci sudici e neri, e pativa orribilmente tra le fiamme; ei m’ha parlato così: « Poiché avete la buona sorte di tornare in terra, vi prego d’aiutarmi e darmi sollievo; potete anzi liberarmi, e assicurarmi la grande felicità di vedere Iddio ». — « Ma, gli ho risposto, come potrò procurarvi tale felicità? ». — « Andate da quelli che nel corso della mia vita ho beneficato, e dite loro che in ricambio preghino per me, e Dio mi userà misericordia ». Dopo fatto ciò che mi aveva comandato l’ho riveduto bello come un sole: non pareva più che soffrisse, e, nella sua gioia mi ringraziò dicendo: « Vedete quanti beni e quante felicità mi han procurato le preghiere e la santa Messa » . Poco più in là ho veduto re Carlo, che mi parlò così: « Amico mio, quanto soffro! Va dal Vescovo Iucmaro, e digli che son nei tormenti per non aver seguito i suoi consigli; ma faccio assegnamento su lui perché m’aiuti ad uscire da questo luogo di patimenti; raccomanda pure a tutti quelli i quali ho beneficato nel corso della mia vita che preghino per me, ed offrano il santo Sacrificio della Messa, e sarò liberato » . Andai dal Vescovo che si apparecchiava a dir Messa, e che, con tutto il suo popolo, si mise a pregare con tale intenzione. Rividi poi il re, rivestito dei suoi abiti regali, e tutto splendente di gloria: « Vedi, mi disse, qual gloria m’hai procurata: ormai eccomi felice per sempre » . In quell’istante sentii la fragranza d’uno squisito profumo, che veniva dal soggiorno de’ beati. « Mi ci accostai, dice il P. Bernold, e vidi bellezze e delizie, che lingua umana non è capace di esprimere » (V. Fleury T. VII, anno 877). Ciò dimostra quanto siano efficaci le nostre preghiere e le nostre opere buone, e specialmente la S. Messa, per liberar dai loro tormenti quelle povere anime. Ma eccone un altro esempio tratto anche questo dalla storia della Chiesa: è anche più meraviglioso. Un prete, informato della morte d’un suo amico, che amava solo per Iddio, non trovò mezzo più potente per liberarlo che andar tosto ad offrire il santo Sacrificio della Messa. Lo cominciò con tutto il possibile fervore e col dolore più vivo. Dopo aver consacrato il Corpo adorabile di Gesù Cristo, lo prese tra mano, e levando al cielo le mani e gli occhi, disse: « Eterno Padre, io vi offro il Corpo e l’Anima del vostro carissimo Figliuolo. Eterno Padre! Rendetemi l’anima dell’amico mio, che soffre tra le fiamme del Purgatorio! Sì, mio Dio, io son libero d’offrirvi o no il vostro Figliuolo, voi potete accordarmi ciò che vi domando! Mio Dio facciamo il cambio; liberate l’amico mio e vi darò il vostro Figliuolo: ciò che vi offro val molto più di ciò che vi domando ». Questa preghiera fu fatta con fede sì viva, che nel punto stesso vide l’anima dell’amico uscir dal purgatorio e salire al cielo. Si narra pure che, mentre un prete diceva la S. Messa per un’anima del Purgatorio, si vide venire in forma di colomba e volare al cielo. S. Perpetua raccomanda assai vivamente di pregare le anime del purgatorio. Dio le fece vedere in visione suo fratello che ardeva tra le fiamme, e che pure era morto di soli sette anni, dopo aver sofferto per quasi tutta la vita d’un cancro che lo faceva gridar giorno e notte. Essa fece molte preghiere e molte penitenze per la sua liberazione e lo vide salire al cielo splendente come un angelo. Oh! son pur beati, fratelli miei, quelli che hanno di tali amici! A mano a mano che quelle povere anime s’avvicinano al cielo, par che soffrano anche di più. Sono come Assalonne: dopo essere stato qualche tempo in esilio torna a Gerusalemme, ma col divieto di veder suo padre che l’amava teneramente. Quando gli si annunziò che rimarrebbe vicino a suo padre, ma non potrebbe vederlo, esclamò: « Ah! vedrò dunque le finestre e i giardini di mio padre e non lui? Ditegli che voglio piuttosto morire, anziché rimaner qui, e non aver la consolazione di vederlo. Ditegli che non mi basta aver ottenuto il suo perdono. ma è ancor necessario che mi conceda la sorte felice di rivederlo » [II Re, XIV — Veramente le parole qui citate furon dette da Assalonne, non quando udì la sentenza del Re, ma due anni dopo. (Nota del Traduttore)]. Così quelle povere anime, vedendosi tanto vicine a uscire dal loro esilio, sentono accendersi così vivamente il loro amor verso Dio, e il desiderio di possederlo, che pare non possano più resistervi. « Signore, gridano esse, rimirateci con gli occhi della vostra misericordia: eccoci al fine delle nostre pene ». — « Oh! siete pur felici, gridano a noi di mezzo alle fiamme che le tormentano, voi che potete ancora sfuggire questi patimenti! … ». Mi pare anche d’udir quelle povere anime, che non han né parenti, né amici: Ah! se vi resta ancora un poco di carità, abbiate pietà di noi, che da tanti anni siamo abbandonate in queste fiamme accese dalla giustizia divina! Oh! se poteste comprendere la grandezza de’ nostri patimenti, non ci abbandonereste come fate! Mio Dio! nessuno dunque avrà pietà di noi? È certo, miei fratelli, che quelle povere anime non possono nulla per sé; possono però molto per noi. E prova di questa verità è che nessuno ha invocate le anime del purgatorio senza aver ottenuta la grazia che domandava. E ciò s’intende agevolmente: se i Santi, che sono in cielo e non han bisogno di noi, si danno pensiero della nostra salute, quanto più le anime del purgatorio che ricevono i nostri benefìci spirituali a proporzione della nostra santità. « Non ricusate, o Signore, (dicono) questa grazia a quei Cristiani che si adoperano con ogni cura a trarci da queste fiamme! » Una madre potrà forse far a meno di chiedere a Dio qualche grazia per figli, che ha tanto amato e che pregano per la sua liberazione? Un pastore, che in tutto il corso della sua vita ebbe tanto zelo per la salute de’ suoi parrocchiani, potrà non chieder per essi, anche dal purgatorio, le grazie, di cui hanno bisogno per salvarsi? Sì, miei fratelli, quando avremo da domandar qualche grazia, rivolgiamoci con fiducia a quelle anime sante e saremo sicuri d’ottenerla. Qual buona ventura per noi avere, nella divozione alle anime del purgatorio, un mezzo così eccellente per assicurarci il cielo! Vogliamo chiedere a Dio il perdono de’ nostri peccati? Rivolgiamoci a quelle anime che da tanti anni piangono tra le fiamme le colpe da loro commesse. Vogliamo domandare a Dio il dono della perseveranza? Invochiamole, fratelli miei, che esse ne sentono tutto il pregio; poiché solo quei che perseverano vedranno Iddio. Nelle nostre malattie, nei nostri dolori volgiamo le nostre preghiere verso il Purgatorio, ed otterranno il loro frutto. Che cosa concluder, miei fratelli, da tutto questo? Eccolo. È certo molto scarso il numero degli eletti, che sfuggono interamente le pene del purgatorio; e i patimenti a cui quelle anime sono condannate, son molto superiori a quanto potremo intenderne. È certo pure che sta in nostra mano quanto può dar sollievo alle anime del Purgatorio, cioè le nostre preghiere, le nostre penitenze, le nostre elemosine e soprattutto la santa Messa. Finalmente siam certi che quelle anime, così piene di carità, ci otterranno mille volte più di quello che loro daremo. Se un giorno saremo nel Purgatorio, quelle anime non lasceranno di chiedere a Dio l’istessa grazia che avremo ad esse ottenuto; poiché han pur sentito quanto si soffre in quel luogo di dolori e quanto è crudele la separazione da Dio. Nel corso di quest’ottava consacriamo qualche momento ad opera sì bene spesa. Quante anime andranno in paradiso pel merito della santa Messa e delle nostre preghiere!… Ognun di noi pensi a’ suoi parenti, e a tutte le povere anime da lunghi anni abbandonate! Sì, fratelli miei, offriamo in loro sollievo tutte le nostre azioni. Cosi piaceremo a Dio che ne desidera tanto la liberazione, e ad esse procureremo la felicità del godimento di Dio. Il che io vi desidero.

IL CREDO

Offertorium

Orémus.
Dómine Jesu Christe, Rex glóriæ, líbera ánimas ómnium fidélium defunctórum de pœnis inférni et de profúndo lacu: líbera eas de ore leónis, ne absórbeat eas tártarus, ne cadant in obscúrum: sed sígnifer sanctus Míchaël repræséntet eas in lucem sanctam:
* Quam olim Abrahæ promisísti et sémini ejus.
V. Hóstias et preces tibi, Dómine, laudis offérimus: tu súscipe pro animábus illis, quarum hódie memóriam fácimus: fac eas, Dómine, de morte transíre ad vitam.
* Quam olim Abrahæ promisísti et sémini ejus.

[Signore Gesù Cristo, Re della gloria, libera tutti i fedeli defunti dalle pene dell’inferno e dall’abisso. Salvali dalla bocca del leone; che non li afferri l’inferno e non scompaiano nel buio. L’arcangelo san Michele li conduca alla santa luce
* che tu un giorno hai promesso ad Abramo e alla sua discendenza.
V. Noi ti offriamo, Signore, sacrifici e preghiere di lode: accettali per l’anima di quelli di cui oggi facciamo memoria. Fa’ che passino, Signore, dalla morte alla vita,
* che tu un giorno hai promesso ad Abramo e alla sua discendenza.]

Secreta

Deus, cujus misericórdiæ non est númerus, súscipe propítius preces humilitátis nostræ: et animábus fratrum, propinquórum et benefactórum nostrórum, quibus tui nóminis dedísti confessiónem, per hæc sacraménta salútis nostræ, cunctórum remissiónem tríbue peccatórum.

[Dio, la cui misericordia è infinita, accogli propizio le nostre umili preghiere, e in grazia di questo sacramento della nostra salvezza, concedi la remissione di ogni peccato a tutti i fedeli defunti a cui hai accordato di dar testimonianza al tuo nome.]

Præfatio
Defunctorum

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: per Christum, Dóminum nostrum. In quo nobis spes beátæ resurrectiónis effúlsit, ut, quos contrístat certa moriéndi condício, eósdem consolétur futúræ immortalitátis promíssio. Tuis enim fidélibus, Dómine, vita mutátur, non tóllitur: et, dissolúta terréstris hujus incolátus domo, ætérna in cælis habitátio comparátur. Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus cumque omni milítia cœléstis exércitus hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes:

[È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e dovunque a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno, per Cristo nostro Signore. In lui rifulse a noi la speranza della beata risurrezione: e se ci rattrista la certezza di dover morire, ci consoli la promessa dell’immortalità futura. Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata: e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo. E noi, uniti agli Angeli e agli Arcangeli ai Troni e alle Dominazioni e alla moltitudine dei Cori celesti, cantiamo con voce incessante l’inno della tua gloria:

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster,

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

4 Esdr II:35; 34
Lux ætérna lúceat eis, Dómine:
* Cum Sanctis tuis in ætérnum: quia pius es.
V. Requiem ætérnam dona eis, Dómine: et lux perpétua lúceat eis.
* Cum Sanctis tuis in ætérnum: quia pius es.

[Splenda ad essi la luce perpetua,
* insieme ai tuoi santi, in eterno, o Signore, perché tu sei buono.
V. L’eterno riposo dona loro, Signore, e splenda ad essi la luce perpetua.
* Insieme ai tuoi santi, in eterno, Signore, perché tu sei buono.]

Postcommunio

Orémus.
Præsta, quǽsumus, omnípotens et miséricors Deus: ut ánimæ fratrum, propinquórum et benefactórum nostrórum, pro quibus hoc sacrifícium laudis tuæ obtúlimus majestáti; per hujus virtútem sacraménti a peccátis ómnibus expiátæ, lucis perpétuæ, te miseránte, recípiant beatitúdinem.

[Fa’, o Dio onnipotente e misericordioso, che le anime dei tuoi servi e delle tue serve, per le quali abbiamo offerto alla tua maestà questo sacrificio di lode, purificate da tutti i peccati per l’efficacia di questo sacramento, ricevano per tua misericordia la felicità dell’eterna luce.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

1° NOVEMBRE (2022) FESTA DI TUTTI I SANTI

FESTA DI TUTTI I SANTI (2022)

Doppio di 1a classe con Ottava comune. – Paramenti bianchi.

Il tempio romano di Agrippa fu dedicato, sotto Augusto, a tutti i dei pagani, perciò fu detto Pantheon. Al tempo dell’imperatore Foca, tra il 608 e il 610, Bonifacio IV Papa, vi trasportò molte ossa di martiri tolte dalle catacombe. Il 13 maggio 610 egli dedicò questa nuova basilica cristiana a « S . Maria e ai Martiri ». Più tardi la festa di questa dedicazione fu solennemente celebrata e si consacrò il tempio a « Santa Maria » e a “Tutti i Santi“. E siccome esisteva in precedenza una festa per la commemorazione di tutti i Santi, celebrata in tempi diversi dalle varie chiese e poi stabilita da Gregorio IV (827-844) il 1° novembre, papa Gregorio VII traportò in questo giorno l’anniversario della dedicazione del Panteon. La festa di Ognissanti ci ricorda il trionfo che Cristo riportò sulle antiche divinità pagane. Nel Pantheon si tiene la Stazione nel venerdì nell’Ottava di Pasqua. – Santi che la Chiesa onorò nei primi tre secoli erano tutti Martiri, e il Pantheon fu dapprima ad essi destinato: per questo la Messa di oggi è tolta dalla liturgia dei Martiri. l’Introito è quello della Messa di S. Agata, più tardi usato anche per altre feste; il Vang., l’Off., e il Com., sono tratti dal Comune dei Martiri. La Chiesa oggi ci presenta la mirabile visione del Cielo, nel quale con S. Giovanni ci mostra il trionfo dei dodicimila eletti (dodici è considerato come un numero perfetto) per ogni tribù di Israele e una grande, innumerevole folla di ogni nazione, di ogni tribù, di ogni popolo e di ogni lingua prostrata dinanzi al trono ed all’Agnello, rivestiti di bianche stole e con palme fra le mani (Ep.). Intorno al Cristo, la Vergine, gli Angeli divisi in nove cori, gli Apostoli e i Profeti, i Martiri, imporporati del loro sangue, i Confessori, rivestiti di bianchi abiti e il coro delle caste Vergini formano, canta l’Inno dei Vespri, questo maestoso corteo. Esso si compone di tutti coloro che, qui, hanno distaccato i loro cuori dai beni della terra, miti, afflitti, giusti, misericordiosi, puri, pacifici, di fronte alle persecuzioni, per il nome di Gesù. « Rallegratevi dunque perché la vostra ricompensa sarà grande nei Cieli » dice Gesù (Vang., Com.). Fra questi milioni di giusti, che sono stati discepoli fedeli di Gesù sulla terra, si trovano numerosi nostri parenti, amici, comparrocchiani, che adorano il Signore, Re dei re e corona dei santi (invit. del Matt.) e ci ottengono l’implorata abbondanza delle sue misericordie (Or.). Il sacerdozio che Gesù esercita invisibilmente sui nostri altari, dove Egli si offre a Dio, si identifica con quello che Egli esercita visibilmente in Cielo. – Gli altari della terra, sui quali si trova «l’Agnello di Dio», e quello del Cielo, ov’è l’ « Agnello immolato », sono un solo altare.: perciò la Messa ci richiama continuamente alla patria celeste. Il Prefazio unisce i nostri canti alle lodi degli Angeli, e il Communicantes ci unisce strettamente alla Vergine e ai Santi.

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum ✠ in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.

Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, ✠ absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Gaudeámus omnes in Dómino, diem festum celebrántes sub honóre Sanctórum ómnium: de quorum sollemnitáte gaudent Angeli et colláudant Fílium Dei

[Godiamo tutti nel Signore, celebrando questa festa in onore di tutti i Santi, della cui solennità godono gli Angeli e lodano il Figlio di Dio.]

Ps XXXII:1.
Exsultáte, justi, in Dómino: rectos decet collaudátio.

[Esultate nel Signore, o giusti: ai retti si addice il lodarLo.]

Gaudeámus omnes in Dómino, diem festum celebrántes sub honóre Sanctórum ómnium: de quorum sollemnitáte gaudent Angeli et colláudant Fílium Dei

 [Godiamo tutti nel Signore, celebrando questa festa in onore di tutti i Santi, della cui solennità godono gli Angeli e lodano il Figlio di Dio.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, qui nos ómnium Sanctórum tuórum mérita sub una tribuísti celebritáte venerári: quǽsumus; ut desiderátam nobis tuæ propitiatiónis abundántiam, multiplicátis intercessóribus, largiáris.
 

[O Dio onnipotente ed eterno, che ci hai concesso di celebrare con unica solennità i meriti di tutti i tuoi Santi, Ti preghiamo di elargirci la bramata abbondanza della tua propiziazione, in grazia di tanti intercessori.]

Lectio

Léctio libri Apocalýpsis beáti Joánnis Apóstoli.
Apoc VII:2-12
In diébus illis: Ecce, ego Joánnes vidi álterum Angelum ascendéntem ab ortu solis, habéntem signum Dei vivi: et clamávit voce magna quátuor Angelis, quibus datum est nocére terræ et mari, dicens: Nolíte nocére terræ et mari neque arbóribus, quoadúsque signémus servos Dei nostri in fróntibus eórum. Et audívi númerum signatórum, centum quadragínta quátuor mília signáti, ex omni tribu filiórum Israël, Ex tribu Juda duódecim mília signáti. Ex tribu Ruben duódecim mília signáti. Ex tribu Gad duódecim mília signati. Ex tribu Aser duódecim mília signáti. Ex tribu Néphthali duódecim mília signáti. Ex tribu Manásse duódecim mília signáti. Ex tribu Símeon duódecim mília signáti. Ex tribu Levi duódecim mília signáti. Ex tribu Issachar duódecim mília signati. Ex tribu Zábulon duódecim mília signáti. Ex tribu Joseph duódecim mília signati. Ex tribu Bénjamin duódecim mília signáti. Post hæc vidi turbam magnam, quam dinumeráre nemo póterat, ex ómnibus géntibus et tríbubus et pópulis et linguis: stantes ante thronum et in conspéctu Agni, amícti stolis albis, et palmæ in mánibus eórum: et clamábant voce magna, dicéntes: Salus Deo nostro, qui sedet super thronum, et Agno. Et omnes Angeli stabant in circúitu throni et seniórum et quátuor animálium: et cecidérunt in conspéctu throni in fácies suas et adoravérunt Deum, dicéntes: Amen. Benedíctio et cláritas et sapiéntia et gratiárum áctio, honor et virtus et fortitúdo Deo nostro in sǽcula sæculórum. Amen. – 

[In quei giorni: Ecco che io, Giovanni, vidi un altro Angelo salire dall’Oriente, recante il sigillo del Dio vivente: egli gridò ad alta voce ai quattro Angeli, cui era affidato l’incarico di nuocere alla terra e al mare, dicendo: Non nuocete alla terra e al mare, e alle piante, sino a che abbiamo segnato sulla fronte i servi del nostro Dio. Ed intesi che il numero dei segnati era di centoquarantaquattromila, appartenenti a tutte le tribú di Israele: della tribú di Giuda dodicimila segnati, della tribú di Ruben dodicimila segnati, della tribú di Gad dodicimila segnati, della tribú di Aser dodicimila segnati, della tribú di Nèftali dodicimila segnati, della tribú di Manasse dodicimila segnati, della tribú di Simeone dodicimila segnati, della tribú di Levi dodicimila segnati, della tribú di Issacar dodicimila segnati, della tribú di Zàbulon dodicimila segnati, della tribú di Giuseppe dodicimila segnati, della tribú di Beniamino dodicimila segnati. Dopo di questo vidi una grande moltitudine, che nessuno poteva contare, uomini di tutte le genti e tribú e popoli e lingue, che stavano davanti al trono e al cospetto dell’Agnello, vestiti con abiti bianchi e con nelle mani delle palme, che gridavano al alta voce: Salute al nostro Dio, che siede sul trono, e all’Agnello. E tutti gli Angeli che stavano intorno al trono e agli anziani e ai quattro animali, si prostrarono bocconi innanzi al trono ed adorarono Dio, dicendo: Amen. Benedizione e gloria e sapienza e rendimento di grazie, e onore e potenza e fortezza al nostro Dio per tutti i secoli dei secoli.]

Graduale

Ps XXXIII:10; 11
Timéte Dóminum, omnes Sancti ejus: quóniam nihil deest timéntibus eum.
V. Inquiréntes autem Dóminum, non defícient omni bono.

[Temete il Signore, o voi tutti suoi santi: perché nulla manca a quelli che lo temono.
V. Quelli che cercano il Signore non saranno privi di alcun bene.]

Alleluja

(Matt. XI:28)
Allelúja, allelúja – Veníte ad me, omnes, qui laborátis et oneráti estis: et ego refíciam vos. Allelúja.

[Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi: e io vi ristorerò. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthǽum.
Matt V: 1-12
“In illo témpore: Videns Jesus turbas, ascéndit in montem, et cum sedísset, accessérunt ad eum discípuli ejus, et apériens os suum, docébat eos, dicens: Beáti páuperes spíritu: quóniam ipsórum est regnum cœlórum. Beáti mites: quóniam ipsi possidébunt terram. Beáti, qui lugent: quóniam ipsi consolabúntur. Beáti, qui esúriunt et sítiunt justítiam: quóniam ipsi saturabúntur. Beáti misericórdes: quóniam ipsi misericórdiam consequéntur. Beáti mundo corde: quóniam ipsi Deum vidébunt. Beáti pacífici: quóniam fílii Dei vocabúntur. Beáti, qui persecutiónem patiúntur propter justítiam: quóniam ipsórum est regnum cælórum. Beáti estis, cum maledíxerint vobis, et persecúti vos fúerint, et díxerint omne malum advérsum vos, mentiéntes, propter me: gaudéte et exsultáte, quóniam merces vestra copiósa est in cœlis.”

[In quel tempo: Gesù, vedendo le turbe, salì sul monte, e postosi a sedere, gli si accostarono i suoi discepoli, ed Egli, aperta la bocca, li ammaestrava dicendo: « Beati i poveri di spirito, perché loro è il regno de’ cieli. Beati i mansueti, perché essi possederanno la terra. Beati coloro, che piangono, perché essi saranno consolati. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché  anch’essi troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati quelli che sono perseguitati per cagione della giustizia, perché di loro è il regno dei cieli. Beati voi quando vi avranno vituperati e perseguitati e, mentendo, avranno detto ogni male di voi, per cagione mia. Rallegratevi e giubilate, perché grande è la mercede vostra in cielo ».]

Omelia

[Giov. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle Feste del Signore e dei Santi – Soc. Edit. Vita e Pensiero, Milano, VI ed. 1956]

CHI SONO I SANTI

Prima ancora della venuta del Salvatore Gesù, un famoso architetto di nome Marco Agrippa, aveva innalzato in Roma un tempio magnifico detto Pantheon, cioè consacrato a tutti gli dei, a quelli noti e a quelli ignoti. Quando Roma fu convertita al Cristianesimo, quel tempio non fu distrutto: se i pagani avevano i loro dei bugiardi, non avevamo noi i nostri santi da onorare? Perciò dal Papa Bonifacio IV fu consacrato al culto dei Martiri che in ogni parte della terra avevano offerto il sangue e la vita a Dio. Dal culto di tutti i Martiri al culto di tutti i Santi fu breve il passo. Ed è chiara la ragione. Di quanti Santi noi non conosciamo né la storia, né il nome! Dio solo ha visto e compreso la loro anima, le loro virtù, le preghiere, le sofferenze lunghe, le penitenze aspre… E poi, anche di tutti quelli che conosciamo, non ci è possibile celebrare una festa particolare durante l’anno. Eppure non è giusto che molti di questi eroici Cristiani siano dimenticati, e non è bene perdere la protezione loro potente. Per tutte queste ragioni la santa Chiesa ha stabilito una festa per onorarli e invocarli insieme. Permettetemi ancora due altre chiarificazioni: 1. Quando veneriamo i Santi, noi non siamo idolatri, perché ogni onore dato a questi, termina sempre a Dio, a cui soltanto si deve l’onore, la gloria, l’adorazione. Se voi ammirate e lodate un quadro di valore, forse che il pittore si offenderà? Ebbene, i Santi sono le opere artistiche di Dio, il quale ha scolpito e dipinto il suo volto nella loro anima. Se voi ammirate e lodate i figlioli, forse che il padre si offenderà? ebbene i Santi sono i figli prediletti del Signore, quelli che più gli assomigliano. 2. I Santi poi si devono onorare santamente, e non come il mondo festeggia i suoi amici. Ci sono di quelli che amano la festa perché sono esercenti e sperano guadagno; amano la festa perchè potranno darsi all’allegria, al piacere della gola, allo sfoggio d’un bel vestito. « Che maniera è questa? — esclama sdegnato S. Gerolamo. — Con la sovrabbondanza del bere e del mangiare volete onorare chi ha vissuto nella solitudine e nella modestia angelica? Voi amate la festa del Santo, ma non il Santo » (S. Hier., 44 Eust.). – Ci sono poi degli altri che amano il Santo, ma non la sua santità. Ne troverete moltissimi in giro all’altare di S. Antonio, di S. Espedito, di S. Teresa; moltissimi che portano lumi e fiori agli altari; ma sono pochi quelli che si mettono dietro gli esempi che i Santi ci hanno lasciato. Eppure non v’è devozione più efficace dell’imitazione. « È falsa pietà onorare i Santi, e trascurare di seguirli nella santità » (S. Eusebio, in homilia, in homilia). E allora? allora noi dobbiamo sforzarci di raggiungere la vera devozione dei Santi, quella che è fatta di umiliazione e di preghiera, poiché i Santi sono un grande esempio ed un grande aiuto per noi. – 1. I SANTI SONO UN GRANDE ESEMPIO. Erano tristissimi giorni per il popolo israelitico. Gerusalemme posseduta dallo straniero; il tempio invaso, derubato, profanato; la gioventù uccisa o prigioniera; e per ogni villaggio s’udivano le feroci canzoni dei soldati d’Antioco, sempre bramosi di predare e di massacrare. Matatia, il vecchio genitore dei Maccabei, s’era nascosto nel deserto, ove, un po’ per l’età e molto per l’angoscia, s’ammalò da morire. Ma prima di chiudere la sua bocca nel silenzio eterno, si chiamò vicino i suoi cinque figli e disse: « Creature mie! vi tocca vivere in un mondo perverso, in un tempo di peccato e di scandalo: la nazione nostra è distrutta. Ricordate la rassegnazione di Giuseppe, venduto da’ suoi fratelli crudeli e pure tanto timoroso della legge di Dio che fuggì dall’impura donna di Putifarre, e fu promessa. Ricordate Davide, quanto fu pio, quanto fu saggio! e Dio gli diede un trono nei secoli. Ricordate Daniele che per la sua rettitudine fu messo nella fossa dei leoni, e quei tre giovanetti che preferirono farsi gettare nel forno acceso piuttosto che trasgredire la legge… ». Così di generazione in generazione, il vegliardo morente rievocava ai figli le gesta dei santi dell’Antico Testamento. E quand’ebbe finito, alzò le mani a benedire: ma già le sue labbra non si agitavano più: era spirato (I Macc., II). A me pare che, come il vecchio Matatia, anche la Chiesa raduni oggi i suoi figliuoli e additi gli esempi dei Santi. Noi viviamo in tempi di peccato e in un mondo maligno, ma prima di noi ci vissero i Santi che ora sono in paradiso. Ricordiamo i loro esempi, per imitarli e farci ancora noi Santi. « Ma io non ho tempo — si dice da alcuni — per pensare alla santificazione dell’anima, e a tante devozioni: sono troppo occupato negli affari ». E credete voi che S. Teresa di Gesù, S. Caterina da Genova, S. Filippo Neri non avessero occupazioni materiali? Ah, se deste all’anima vostra tutto il tempo che date al divertimento, alle vanità, alle conversazioni mondane e frivole, quanto grande sarebbe la vostra santificazione! Dite di non aver tempo: ma voi avete tutta la vita, perché Dio vi ha creati solo per questo. « Ma io ho famiglia, io vivo in un ambiente corrotto, io mi trovo in mezzo a scandali ». Non crediate che solo i frati o le suore possano diventare santi: ci fu S. Luigi, re di Francia; e una S. Pulcheria che viveva nella corruzione della corte di Costantinopoli; e un S. Isidoro contadino; e una S. Zita serva in famiglie private. In ogni ambiente si può salvare l’anima. « Ma io ho un temperamento focoso, superbo, sensuale… non posso resistere alle tentazioni ». Anche i Santi ebbero una carne e un sangue come il vostro; anch’essi provarono tutte le vostre tentazioni; eppure riuscirono, se quelli riuscirono, e perché non noi? Non crediate che a S. Agostino sia stato facile vivere in purità, non crediate che a S. Carlo sia costato poco vivere in umiltà, non crediate che a S. Francesco di Sales sia stato naturale vivere in soavità: studiate la loro vita, e conoscerete che furiose lotte sostennero contro le passioni! Eppure vinsero. Soltanto noi non vinceremo? – 2. I SANTI SONO UN GRANDE AIUTO. Quando la carestia affamò la terra di Canaan un vecchio e i suoi figli vennero in Egitto, e si presentarono al Faraone per avere da mangiare. Ma in Egitto, nello stesso palazzo del Faraone v’era Giuseppe. « È mio padre! Sono i miei fratelli! » disse Giuseppe presentandoli al Sovrano. E quelli ebbero da mangiare, da vivere beatamente e terre da coltivare: ebbero quello che chiedevano e molto di più. Anche noi abbiamo nella regione d’ogni abbondanza, nella magione stessa del gran sovrano Iddio, i nostri ricchi fratelli: i Santi. Ogni volta che per carestia spirituale o materiale ci rivolgiamo al cielo, essi si volgono a Dio per dirgli: « Ascoltali! Esaudiscili, perché sono i nostri fratelli minori ». Potrà il Signore non ascoltare la preghiera de’ suoi intimi amici? I Santi nel cielo non diventano egoisti che si godono la meritata felicità, essi si ricordano ancora di noi poveri mortali. Essi che soffrirono un tempo quello che oggi soffriamo noi, sanno capirci e ci seguono con ansietà per ogni peripezia del viaggio terreno e supplicano, con vive istanze Colui che comanda ai venti e al mare di proteggere la nostra barchetta dalla burrasca delle passioni. Essi che già esperimentano la infinita gioia del paradiso, tremano che noi abbiamo a perderla e supplicano perché ci si conduca nel beato porto. I Santi in cielo e i Cristiani in terra sono una famiglia unica; e come in una famiglia il fratello buono intercede presso il padre adirato per la disubbidienza dei figli discoli, così i Santi placano Iddio quando vuole castigarci per i peccati. Non avete letto nella Storia Sacra che il Signore aveva una volta deciso di sterminare la gente di Israele, perché s’era ribellata a’ suoi comandamenti? Ma in mezzo al popolo maledetto stavano due anime sante: Mosè ed Aronne. « Allontanatevi voi! — diceva nel suo furore Iddio. — Perché io voglio sterminare tutti in un momento ». Quelli invece non si ritirarono, e Dio per la loro intercessione s’accontentò di punire soltanto i tre più colpevoli (Num., XVI, 20 ss.). Come Mosè, come Aronne, i Santi si mettono tra l’ira di Dio e noi. Chi può dire quanti fulmini hanno sviato dal nostro capo? Perché non siamo morti dopo il primo peccato mortale? Perché il Signore ci lascia ancora tempo a penitenza? Oh se potessimo vedere quello che avviene in paradiso!… Se i Santi sono così potenti per chiedere ed intercedere, è tutto nostro interesse pregarli frequentemente, fervorosamente. Però non facciamo come molti Cristiani i quali ricorrono ai Santi solo per gli interessi materiali: sarebbe un grave torto verso di loro che tanto disprezzo hanno avuto per le cose mondane. Tante preghiere per la salute del corpo, e per quella dell’anima? Tanti lumi e tanti fiori per un affare di danaro o di roba, e per gli affari della gloria di Dio e della conversione dei peccatori? Chiediamo prima il regno di Dio, che il resto non ci mancherà. Il Signore ha promesso che dove sono in due o più a pregare nel suo nome, Egli è in mezzo a loro e li esaudisce: ebbene, in paradiso, non uno o due appena, ma sono migliaia e migliaia, e santi, che pregano per noi. La loro preghiera quindi è il nostro più grande aiuto. – S. Giovanni l’Evangelista, rapito in visione, vide aperta innanzi a sé una gran porta, per la quale entrava in cielo una sterminata moltitudine; d’ogni età, d’ogni sesso, d’ogni tempo, d’ogni condizione di vita. Questa rivelazione è consolante. Se il numero degli eletti è interminabile così che neppure S. Giovanni è riuscito a contarli, vuol dire che non è poi tanto difficile salvarsi, vuol dire che anche noi possiamo riuscire a passare per quella porta che è Cristo, ed entrare in compagnia dei Santi. V’è però una condizione essenziale. Quelli che giungono a salvamento, recano tutti in fronte un suggello che è come il carattere di somiglianza e di appartenenza all’Eterno Padre e al suo Figlio Unigenito. Questo suggello, — secondo il profeta Ezechiele, — ha la forma d’un T. cioè d’una croce, e vien impresso sulla fronte di coloro che piangono e gemono. Signa Thau super frontem vivorum gementium et flentium (Ezech., IX, 4). Che vuol dir ciò? vuol dire che per essere partecipi della gloria e del gaudio dei Santi, bisogna prima aver partecipato alle loro penitenze e sofferenze.

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Sap III:1; 2; 3
Justórum ánimæ in manu Dei sunt, et non tanget illos torméntum malítiæ: visi sunt óculis insipiéntium mori: illi autem sunt in pace, allelúja.

[I giusti sono nelle mani di Dio e nessuna pena li tocca: parvero morire agli occhi degli stolti, ma invece essi sono nella pace.]

Secreta

Múnera tibi, Dómine, nostræ devotiónis offérimus: quæ et pro cunctórum tibi grata sint honóre Justórum, et nobis salutária, te miseránte, reddántur.

[Ti offriamo, o Signore, i doni della nostra devozione: Ti siano graditi in onore di tutti i Santi e tornino a noi salutari per tua misericordia.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

Communis
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: per Christum, Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam laudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Cæli cælorúmque Virtútes ac beáta Séraphim sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces ut admítti jubeas, deprecámur, súpplici confessione dicéntes:
[È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e dovunque a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno, per Cristo nostro Signore. Per mezzo di lui gli Angeli:, lodano la tua gloria, le Dominazioni ti adorano, le Potenze ti venerano con tremore. A te inneggiano i Cieli, gli Spiriti celesti e i Serafini, uniti in eterna esultanza. Al loro canto concedi, o Signore, che si uniscano le nostre umili voci nell’inno di lode:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster,

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Matt V: 8-10
Beáti mundo corde, quóniam ipsi Deum vidébunt; beáti pacífici, quóniam filii Dei vocabúntur: beáti, qui persecutiónem patiúntur propter justítiam, quóniam ipsórum est regnum cœlórum.

[Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio: beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio: beati i perseguitati per amore della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.]

Postcommunio

Orémus.
Da, quǽsumus, Dómine, fidélibus pópulis ómnium Sanctórum semper veneratióne lætári: et eórum perpétua supplicatióne muníri.

[Concedi ai tuoi popoli, Te ne preghiamo, o Signore, di allietarsi sempre nel culto di tutti Santi: e di essere muniti della loro incessante intercessione.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: NOVEMBRE 2022

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: NOVEMBRE 2022

ATTO EROICO DI CARITÀ VERSO I MORTI

OSSIA OFFERTA A MODO DI VOTO

Il padre teatino Gaspare Oliden di Alcalà, infiammato da zelo straordinario pel suffragio Di tutto il merito delle proprie buone opere in suffragi delle anime del Purgatorio, insinuò colla voce e colla stampa una pratica antica in sostanza, ma nuova nella forma, quella cioè di fare una spontanea oblazione di tutte le opere soddisfattorie che si fanno in vita e dei suffragi che si possono avere in morte, affinché la Santissima Vergine ne disponga a pro di quelle Anime sante che vuole liberare dal Purgatorio. Benedetto XIII, con suo Breve 23 agosto 1728 pubblicato in Madrid per mezzo del Nunzio Apostolico Alessandro Aldobrandini il 14 gennajo 1729, approvo solennemente tal pratica, e la arricchì dei tre privilegi che qui sotto si riferiscono. Pio VI confermò tali concessioni il 12 dicembre 1788; e Pio IX, con decreto Urbis et Orbis, del 30 settembre (1852, dichiarò solennemente la utilità e la eccellenza di questa divozione, confermando tutti i favori perciò concessi dai surriferiti suoi Predecessori. – Questo atto di carità si è detto che non è nuovo nella sostanza. Difatti, prima che fosse tanto inculcato dal Padre Oliden, fu praticato e raccomandato da due celebri Gesuiti, il P. Moncado, ed il P. Ribadeneira, non che dal P. Maestro Fr. Giacomo Baron, da S.Geltrude,da S. Liduina, da S. Caterina da Siena, da S. Teresa, dal Venerabile Ximenes, e più specialmente da S. Brigida, la quale, in punto di morte, fu dal celeste suo Sposo assicurata ché per la carità da lei usata alle Anime Purganti le erano perdonate tutte le pene che avria dovuto soffrire nel Purgatorio, e le sarebbe di molto aumentata la corona di gloria nel Paradiso .

I tre summenzionati Privilegi sono:

1. I Sacerdoti che hanno emesso tal voto godono l’indulto dell’altare Privilegiato personale per tutti i giorni dell’anno; 2. Tutti i fedeli che avranno fatto questo voto possono lucrare Indulgenza Plenaria applicabile solamente ai defunti in qualunque giorno si accostino alla SS . Comunione, purché visitino una qualche chiesa o pubblico oratorio e vi preghino secondo la mente di Sua Santità; 3. Similmente possono lucrare la Plenaria Indulgenza in tutti i lunedì dell’anno ascoltando la Santa Messa in suffragio delle anime Purganti ed adempiendo le altre suaccennate condizioni.

Formola dell’offerta a modo di voto.

Per vostra maggior gloria, o mio Dio, uno nell’essenza e trino nelle Persone, per imitare più dappresso il dolcissimo Redentore mio G. C. , e per mostrare la sincera servitù mia verso la madre della misericordia Maria santissima, che è madre anche delle povere anime del Purgatorio, io mi propongo di cooperare alla redenzione e libertà di quelle anime prigioniere debitrici ancora verso la divina giustizia delle pene dovute ai loro peccati; e nel modo che posso lecitamente, senza però obbligarmi sotto peccato alcuno vi prometto di buon cuore, e vi offro il mio spontaneo voto di voler liberar dal Purgatorio tutte le anime che Maria Santissima vuol liberare; e però nelle mani di questa Madre piissima pongo tutte le mie opere soddisfattorie e quelle da altri a me applicate sì in vita che in morte, e dopo il mio passaggio alla eternità. – Vi prego, o mio Dio, a volere accettare e confermare questa mia offerta, siccome io ve la rinnovo e confermo ad onor vostro ed a salute dell’anima mia. Che se per avventura le mie opere soddisfattorie non bastassero a pagare tutti i debiti di quelle anime cui la Vergine Santissima vuol liberare, non che i miei propri per le mie colpe, che odio e detesto di vero cuore, mi offro, o Signore, a pagarvi, se a Voi così piacerà, nelle pene del Purgatorio quello che manca, abbandonandomi del resto fra le braccia della vostra misericordia e tra quelle della dolcissima mia madre Maria. Di questa mia offerta e protesta voglio testimonj tutti i Beati del Cielo e la Chiesa tutta cosi militante qui in terra, come penante nel Purgatorio. Cosi sia.

Osservazioni su detto voto.

Giova avvertire: 1.Che per fare questo voto non è necessario pronunziare la suindicata formola, sebbene basta averne la volontà ed emetterlo col cuore; 2. Che esso non obbliga sotto pena di peccato; 3. Che per esso alle Pur ganti non si cede se non il frutto speciale e personale di ciascuno, il che punto non impedisce che i Sacerdoti possano applicare la Santa Messa all’intenzione di quelli che loro diedero la elemosina; 4. Che per esso voto tutte le Indulgenze che sono concesse o si concederanno in avvenire possono applicarsi alle Purganti; 5. Finalmente, che per concessione di Pio IX, 20 novembre 1854, coloro che non possono ascoltare la S. Messa nel lunedì, possono far valere quella che ascoltano nella domenica, e che pei giovanetti che ancora non sono alla comunione, e per coloro che sono impediti di farla, è rimesso all’arbitrio dei rispettivi Ordinarj di autorizzare i Confessori per la commutazione.

(G. Riva: Manuale di Filotea, XXX Ed. Milano, 1888).

589

Fidelibus, qui mense novembri preces aliave pietatis exercitia in suffragium fidelium defunctorum præstiterint, conceditur:

Indulgentia trium annorum semel quolibet mensis die;

Indulgentia plenaria, suetis conditionibus, si quotidie per integrum mensem idem pietatis opus compleverint. Iis vero, qui præfato mense piis exercitiis in suffragium fidelium defunctorum in ecclesiis vel publicis oratoriis devote interfuerint, conceditur:

Indulgentia septem annorum quolibet mensis die;

Indulgentia plenaria, si memoratis exercitiis saltem per quindecim dies vacaverint, additis sacramentali confessione, sacra Communione et oratione ad mentem Summi Pontificis.

[Per i fedeli che nel mese di novembre compiranno esercizi di pietà in suffragio dei fedeli defunti, si concede: indulgenza di tre anni in qualunque giorno – sette anni se compiuto in chiesa o in pubblico oratorio – Indulgenza plenaria se praticato per l’intero mese. Se praticato per almeno 15 giorni con confessione sacramentale e sacra Comunione: Indulgenza plenaria.]

(S. C. Indulg., 17 ian. 1888; S. Pæn. Ap., 30 oct. 1932).

Queste sono le feste del mese di Novembre 2022

1 Novembre Omnium Sanctorum    Duplex I. classis *L1*

2 Novembre In Commemoratione Omnium Fidelium Defunctorum     Duplex I. classis *L1*

4 Novembre S. Caroli Episcopi et Confessoris    Duplex

                                      PRIMO VENERDI’

5 Novembre

PRIMO SABATO

6 Novembre Dominica XXII Post Pentecosten III. Novembris    Semiduplex Dominica minor *I*

8 Novembre Commemoratio: Ss. Mart. Quatuor Coronatorum

9 Novembre In Dedicatione Basilicæ Ss. Salvatoris    Duplex II. classis *L1*

                             Commemoratio: S. Theodori Martyris

10 Novembre S. Andreæ Avellini Confessoris    Duplex

                                          Commemoratio: Ss. Tryphonis et Sociorum Mártyrum

11 Novembre S. Martini Episcopi et Confessoris    Duplex *L1*

                        Commemoratio: S. Mennæ Martyris

12 Novembre S. Martini Papæ et Martyris    Semiduplex

13 Novembre Dominica XXIII Post Pentecosten IV. Novembris    Semiduplex Dominica minor *I*

                                             S. Didaci Confessoris    Semiduplex

14 Novembre  S. Josaphat Episcopi et Martyris    Duplex

15 Novembre S. Alberti Magni Episcopi Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

16 Novembre S. Gertrudis Virginis    Duplex

17 Novembre S. Gregorii Thaumaturgi Episcopi et Confessoris    Semiduplex

18 Novembre In Dedicatione Basilicarum Ss. Apostolorum Petri et Pauli    Duplex majus *L1*

19 Novembre  S. Elisabeth Viduæ    Duplex

20 Novembre Dominica XXIV et Ultima Post Pentecosten V. Novembris    Semiduplex Dominica

                                            S. Felicis de Valois Confessoris    Duplex

21 Novembre In Præsentatione Beatæ Mariæ Virginis    Duplex majus

22 Novembre S. Cæciliæ Virginis et Martyris    Duplex *L1*

23 Novembre S. Clementis I Papæ et Martyris    Duplex

24 Novembre S. Joannis a Cruce Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex m.t.v.

25 Novembre S. Catharinæ Virginis et Martyris    Duplex

26 Novembre S. Silvestri Abbatis    Duplex

27 Novembre Dominica I Adventus    Semiduplex I. classis *I*

29 Novembre In Vigilia S. Andreæ Apostoli    Simplex

30 Novembre S. Andreæ Apostoli    Duplex II. classis *L1*

FESTA DI CRISTO RE (memoria della XXI Domenica dopo Pentecoste)

Messa della DOMENICA DI CRISTO RE (2022)

DÒMINE Iesu Christe, te confiteor Regem universàlem. Omnia, quæ facta sunt, prò te sunt creata. Omnia iura tua exérce in me. Rénovo vota Baptismi abrenùntians sàtanæ eiùsque pompis et opéribus et promitto me victùrum ut bonum christiànum. Ac, potissimum me óbligo operàri quantum in me est, ut triùmphent Dei iura tuæque Ecclèsiæ. Divinum Cor Iesu, óffero tibi actiones meas ténues ad obtinéndum, ut corda omnia agnóscant tuam sacram Regalitàtem et ita tuæ pacis regnum stabiliàtur in toto terràrum orbe. Amen.

DOMENICA In festo Domino nostro Jesu Christi Regis ~ I. classis

L’ULTIMA DOMENICA D’OTTOBRE

Festa del Cristo Re.

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Doppio di prima classe. – Paramenti bianchi.

La festa del Cristo Re, per quanto d’istituzione recente, perché stabilita da Pio XI nel dicembre 1925, ha le sue più profonde radici nella Scrittura, nel dogma e nella liturgia. Merita, a questo riguardo d’esser riportato qui integralmente in versione italiana dall’ebraico, il famoso salmo messianico, che nel Salterio reca il n. 2. Il salmista comincia dal descrivere la congiura di popoli e governanti contro il Messia, cioè il Cristo:

A che prò si agitano le genti

e le nazioni brontolano vanamente?

Si sollevano i re della terra

e i principi congiurano insieme

contro Dio ed il suo Messia:

« Spezziamo i loro legami

e scotiamo da noi le loro catene ».

Popoli e governanti considerano come legami e catene intollerabili i precetti divini e cercano di ribellarvisi: tentativo ridicolo, conati di impotenti contro l’Onnipotente:

Chi siede nei cieli ne ride,

il Signore se ne fa beffe.

Poi loro parla con ira

e col suo sdegno ti sgomenta.

Dio stesso dichiara che il Re da Lui costituito su tutto il mondo è il Messia:

« Ho consacrato io il mio Re,

(l’ho consacrato) sul Sion, il sacro mio monte »..

Alla sua volta il Cristo Re dichiara:

« Promulgherò il divino decreto.

Dio m’ha detto: Tu sei il mio Figlio;

Io quest’oggi t’ho generato.

Chiedi a me e ti darò in possesso le genti

e in tuo dominio i confini della terra.

Li governerai con scettro di ferro,

quali vasi di creta li frantumerai ».

Il Salmista conchiude, rivolgendo un caldo appello ai governanti:

Or dunque, o re, fate senno:

ravvedetevi, o governanti della terra!

Soggettatevi a Dio con timore

e baciategli i piedi con tremore;

affinché non si adiri e voi siate perduti,

per poco che divampi l’ira sua.

Felici quelli che ricorrono a Lui!

(Trad. Vaccari)

Un altro salmo (CIX), il più celebre di tutto il salterio, insiste sugli stessi concetti: regalità del Cristo, il quale, nello stesso tempo cheRe dei secoli, è anche sacerdote in eterno; ribellione di re e popoli contro il Cristo; trionfo finale, schiacciante ed assoluto del Cristo sui propri nemici:

Responso del Signore (Dio) al mio Signore (il Cristo):

« Siedi alla mia destra,

finché io faccia dei tuoi nemici

lo sgabello dei tuoi piedi ».

Da Sionne stenderà il Signore

lo scettro di tua potenza;

impera sui tuoi nemici…

Il Signore ha giurato e non se ne pentirà;

« Tu sei sacerdote in eterno

alla guisa di Melchisedecco…».

(Ps. CIX).

Attraverso queste espressioni metaforiche ed orientali infravediamo delle grandi verità religiose e storiche: la dignità assolutamente regale e sacerdotale del Cristo; i suoi diritti, per generazione divina e per la redenzione del genere umano (vedi Merc. Santo, lez. di Isaia, c. LIII 1-12); la signoria di tutto il mondo (vedi Fil. II, 5-11); la feroce guerra mossa al Cristo dagli avversari in tutto ciò che sa di religioso e particolarmente di cristiano; la vittoria del Cristo Re. Venti secoli di storia cristiana dicono eloquentemente quanto siasi già avverata la Scrittura. Da Erode, così detto il Grande, che s’adombra del Cristo bambino, a Caifa, che paventa per la sua nazione, e Pilato, che teme per la sua sedia curule, ai Giudei, uccisori del Cristo e persecutori degli Apostoli, agli imperatori romani, che ad intervalli perseguitano la Chiesa per oltre due secoli, fino alle moderne rivoluzioni, che tutte si accaniscono anzitutto e soprattutto contro la Chiesa, è una lunga incessante storia di ribellioni di popoli e principi contro Dio ed il Cristo Re. Se guardiamo semplicemente al nostro secolo, alla persecuzione sanguinosa dei Boxer contro i Cattolici cinesi, alle persecuzioni del Messico, a quelle di quasi tutta l’Europa, dalla Russia alla Spagna, che guerra al Cristo Re! È fatale; ma altrettanto fatale la vittoria del Cristo. Ai suoi discepoli il Cristo Re dice: Confidate: io ho vinto il mondo (Giov., XVI, 33). Ai suoi nemici: Chiunque cadrà su questa pietra sarà spezzato; e colui sul quale la pietra cadrà sarà stritolato, Luc. XX, 18). Per impartirci tale dottrina « un’annua solennità è più efficace di tutti i documenti ecclesiastici, anche i più gravi» (Pio XI, Enciclica 11 dic. 1925). La festa di oggi è una grande lezione per tutti: lezione specialmente di illimitata fiducia pei veri fedeli: Felici quelli che ricorrono a Lui (al Cristo Re). Lezione anche di devoto, generoso servizio sotto il vessillo del Cristo Re. La Messa odierna ricorda soprattutto la gloria tributata al Cristo Re dai beati del Cielo (Introito); il regno del Figlio Unigenito, ed il suo primato assoluto in tutto e su tutto (Epistola); quel regno celeste che Gesù ha rivendicato davanti a Pilato, il quale non credeva che al proprio grado e stipendio (Vangelo). Il Prefazio canta le caratteristiche sublimi del regno del Cristo.  – Gesù-Cristo è il Verbo creatore, è l’Uomo-Dio seduto alla destra del Padre, è il nostro Salvatore. Sono questi i tre titoli di regalità.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum ✠ in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.

Confiteor

Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, ✠ absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Dignus est Agnus, qui occísus est, accípere virtútem, et divinitátem, et sapiéntiam, et fortitúdinem, et honórem. Ipsi glória et impérium in sǽcula sæculórum.

[L’Agnello che fu sacrificato è degno di ricevere potenza, ricchezza, sapienza, forza, onore, gloria e lode; a Lui sia per sempre data gloria e impero, per …]

Ps LXXI: 1
Deus, iudícium tuum Regi da: et iustítiam tuam Fílio Regis.

[Dio, da al Re il tuo giudizio, ed al Figlio del Re la tua giustizia] –

Dignus est Agnus, qui occísus est, accípere virtútem, et divinitátem, et sapiéntiam, et fortitúdinem, et honórem. Ipsi glória et impérium in sǽcula sæculórum…

[L’Agnello che fu sacrificato è degno di ricevere potenza, ricchezza, sapienza. Forza, onore, gloria e lode; a Lui sia per sempre data gloria e impero, per …]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, qui in dilécto Fílio tuo, universórum Rege, ómnia instauráre voluísti: concéde propítius; ut cunctæ famíliæ géntium, peccáti vúlnere disgregátæ, eius suavissímo subdántur império: Qui tecum …

[Dio onnipotente ed eterno, che ponesti al vertice di tutte le cose il tuo diletto Figlio, Re dell’universo, concedi propizio che la grande famiglia delle nazioni, disgregata per la ferita del peccato, si sottometta al tuo soavissimo impero: Egli che …].

Commemoratio Dominica XXI Post Pentecoste n I. Novembris

Famíliam tuam, quǽsumus, Dómine, contínua pietáte custódi: ut a cunctis adversitátibus, te protegénte, sit líbera, et in bonis áctibus tuo nómini sit devóta.

[Custodisci, Te ne preghiamo, o Signore, con incessante pietà, la tua famiglia: affinché, mediante la tua protezione, sia libera da ogni avversità, e nella pratica delle buone opere sia devota al tuo nome.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Colossénses.
Col 1: 12-20
Fratres: Grátias ágimus Deo Patri, qui dignos nos fecit in partem sortis sanctórum in lúmine: qui erípuit nos de potestáte tenebrárum, et tránstulit in regnum Fílii dilectiónis suæ, in quo habémus redemptiónem per sánguinem ejus, remissiónem peccatórum: qui est imágo Dei invisíbilis, primogénitus omnis creatúra: quóniam in ipso cóndita sunt univérsa in cœlis et in terra, visibília et invisibília, sive Throni, sive Dominatiónes, sive Principátus, sive Potestátes: ómnia per ipsum, et in ipso creáta sunt: et ipse est ante omnes, et ómnia in ipso constant. Et ipse est caput córporis Ecclésiæ, qui est princípium, primogénitus ex mórtuis: ut sit in ómnibus ipse primátum tenens; quia in ipso complácuit omnem plenitúdinem inhabitáre; et per eum reconciliáre ómnia in ipsum, pacíficans per sánguinem crucis ejus, sive quæ in terris, sive quæ in cœlis sunt, in Christo Jesu Dómino nostro.

[Fratelli, ringraziamo con gioia il Padre che ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. È lui infatti che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, per opera del quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati. Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura; poiché per mezzo di Lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di Lui e in vista di Lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in Lui. Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa; il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su tutte le cose. Perché piacque a Dio di fare abitare in Lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di Lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli.]

Graduale

Ps LXXI: 8; LXXVIII: 11
Dominábitur a mari usque ad mare, et a flúmine usque ad términos orbis terrárum.

[Egli dominerà da un mare all’altro, dal fiume fino all’estremità della terra]

V. Et adorábunt eum omnes reges terræ: omnes gentes sérvient ei.

[Tutti i re Gli si prostreranno dinanzi, tutte le genti Lo serviranno].

Alleluja

Allelúja, allelúja.
Dan VII: 14.
Potéstas ejus, potéstas ætérna, quæ non auferétur: et regnum ejus, quod non corrumpétur. Allelúja.

[La potestà di Lui è potestà eterna che non Gli sarà tolta e il suo regno è incorruttibile]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem. – Joann XVIII: 33-37

  • In illo témpore: Dixit Pilátus ad Jesum: Tu es Rex Judæórum? Respóndit Jesus: A temetípso hoc dicis, an álii dixérunt tibi de me? Respóndit Pilátus: Numquid ego Judǽus sum? Gens tua et pontífices tradidérunt te mihi: quid fecísti? Respóndit Jesus: Regnum meum non est de hoc mundo. Si ex hoc mundo esset regnum meum, minístri mei útique decertárent, ut non tráderer Judǽis: nunc autem regnum meum non est hinc. Dixit ítaque ei Pilátus: Ergo Rex es tu? Respóndit Jesus: Tu dicis, quia Rex sum ego. Ego in hoc natus sum et ad hoc veni in mundum, ut testimónium perhíbeam veritáti: omnis, qui est ex veritáte, audit vocem meam.

[In quel tempo, disse Pilato a Gesù: “Tu sei il re dei Giudei?”. Gesù rispose: “Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto?”. Pilato rispose: “Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?”. Rispose Gesù: “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù”.  Allora Pilato gli disse: “Dunque tu sei re?”. Rispose Gesù: “Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”].

OMELIA

 [Giov. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle Feste del Signore e dei Santi – Soc. Edit. Vita e Pensiero, Milano, VI ed. 1956]

CRISTO RE DEI CUORI

Il vecchio Giacobbe, presagendo imminente la sua fine, chiama dattorno i suoi dodici figliuoli. Non era giusto che portasse con sé nel segreto della tomba la gran promessa che Dio gli aveva fatto. Per ciò, prima di morire sentì il bisogno di confidarla ai figli e parlò loro con accento profetico: « Venite e ascoltate, figliuoli di Giacobbe; ascoltate vostro padre ». E dopo aver predetto ad alcuni il proprio avvenire, si rivolse a Giuda: « Giuda, mio piccolo leone! tu regnerai sopra i tuoi fratelli, e la tua mano premerà la cervice dei tuoi nemici. Regnerai; ma fin quando verrà colui che deve venire. Tutte le genti lo aspetteranno, allora; sarà di una bellezza sovrumana; avrà gli occhi più fulvi del vino e i denti più bianchi del latte. Giuda, tu gli cederai il tuo scettro e il tuo impero » (Genesi, XLIX). – I dodici capi delle dodici tribù, con gli occhi aperti, sognavano il gran re, che sarebbe venuto, ed il loro cuore balzava, attraverso i secoli, incontro a Lui. Da Giacobbe, tutti i patriarchi prima di morire chiamavano i figli e i nipoti per richiamare in loro la speranza del re venturo, poi in pace chiudevano gli occhi nella morte. E Noè benedirà Sem perché nei suoi padiglioni nascerà il gran re. E Mosè dirà al popolo di non piangere per la sua morte, perché verrà un condottiero più grande di lui. – Quando i tempi furono maturi, quando tutte le generazioni erano in attesa, il gran re venne: Gesù Cristo. — Ma i Giudei lo rifiutarono e lo condussero davanti a Pilato, che gli disse: «Sei tu il re dei Giudei? » Risponde Gesù: « Lo dici da te, o perché altri te l’ha suggerito?» Risponde Pilato: « Forse ch’io son Giudeo? È la tua gente, sono i tuoi sacerdoti che ti hanno trascinato a me: che hai fatto? ». Risponde Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo. Se fosse di questo mondo, vedresti come i miei sudditi, con le armi, mi strapperebbero dalle mani dei Giudei. Ma il mio regno non è di quaggiù ». Allora Pilato gli domanda: « Dunque, tu sei Re? Risponde Gesù: «Tu lo dici: io lo sono ». – Fu un urlo brutale che salì dalla folla aizzata: « Non sappiamo che farne di questo re. Vogliamo Barabba ». – Gesù Cristo allora patì il più acerbo dei suoi dolori, e la più bassa delle sue ingiurie: il re era tra i suoi sudditi, e i sudditi non lo volevano. In propria venit et sui eum non receperunt (Giov., I, 11).Ma oggi i popoli hanno compreso lo sbaglio fatale di quel branco di Giudei. È passata la guerra che ci ha fatto piangere e sanguinare tanto, ed ognuno ha sentito il bisogno di un re, che non ha regno nelle ingiustizie e nelle iniquità di questo mondo, di un re che comprenda i nostri dolori e le nostre aspirazioni e ci voglia bene,di un re di pace. Princeps pacis (Isaia). E tutti i popoli nell’anno santo andarono a Roma dal Papa a contare i propri bisogni, e passando sotto al Vaticano, tutti gridavano la parola di S. Paolo: « Questo abbiam bisogno; che Egli regni ». Pio XI comprese; e nella sua enciclica, dell’11 dicembre 1925 impose che si facesse una festa a Cristo Re, ogni anno, all’ultima Domenica di Ottobre, e tutti consacrassero il proprio cuore a Lui. Cristo è Re, e Re dei cuori! « O popoli, battete le mani; tutti! Cantate un canto di gioia. Il Signore altissimo, il Signore terribile, il Re grande su tutta la terra finalmente regna ». (Salmi, XLVI, 1-3).1. CRISTO È RE. Davide vide il Messia seduto sopra un trono di maestà e di gloria nell’atto d’umiliare la baldanza sciocca dei suoi nemici; e l’udì pronunciare queste parole: « Io sono stato costituito re da Dio. Il Signore mi ha detto: tu sei il figlio mio: oggi ti ho generato. Domandalo, e ti darò in eredità le genti e in possesso i confini di tutta la terra » (Salmi, II). – Se Dio stesso l’ha creato re, chi oserà contestargli la dignità regia? Cristo è re perché ne ha tutti i diritti: di nascita e di conquista. È re perché lo hanno proclamato i profeti, e lo proclamano oggi tutti i popoli del mondo. Re per diritto di nascita. — Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo: due nature in una persona. Come Dio è Figlio di Dio e possiede tutto quello che Dio possiede. Per ciò è padrone di tutte le cose e regna dall’uno all’altro mare. Dominabitur a mari usque ad mare. (Ps., LXXI, 8). Anzi non solo è re, ma il re dei re, per il quale soltanto i re possono regnare; perché ogni potestà viene da Lui. Come uomo, Gesù è figlio di re e discende direttamente da Davide. Ecco perché  l’Arcangelo nell’Annunciazione dirà alla Vergine: « Il Signore lo porrà sul trono di Davide, padre suo » (Lc., I, 32). – Re per diritto di conquista. — Il peccato d’origine ci aveva resi schiavi e figli della maledizione: Gesù Cristo ci ha conquistati, tutti, non sborsando oro e argento come un vile mercenario, ma tutto il suo sangue, generosamente come non saprebbe il più coraggioso dei re (I Petr., I, 18). – Re per diritto di proclamazione. — I patriarchi, i profeti, i re lo proclamano. Isaia dice che nascerà bambino, che gli porranno sulle spalle l’imperio, e sarà un imperio di pace (IX, 6-7). E Davide canta che ai piedi di questo re si prostreranno gli Etiopi, e i suoi nemici davanti a lui lambiranno la polvere. I re di Tarso e gli abitanti dell’isola, gli offriranno doni; i monarchi degli Arabi e di Saba gli faranno offerte. Tutti i re della terra l’adoreranno; tutti i popoli della terra si metteranno sotto il suo impero (Salmi, LXXI). Oggi la magnifica profezia si è avverata: in quest’ultima domenica d’Ottobre, di qua e di là dei mari, un coro unisono s’eleva: « Viva Cristo re ».! – 2. RE DEI CUORI. I Dori, con arma e con incendio, invadevano l’Attica. In fretta s’arruolarono uomini per arrestare l’invasore: e già gli eserciti erano schierati a battaglia. Narra la leggenda che sia gli Atticesi che i Dori consultarono l’oracolo sul risultato dell’impresa e n’ebbero in risposta che la vittoria sarebbe toccata a quella parte il cui re fosse morto in guerra. Re d’Attica era Codro. Costui fu preso da tanto amore per i suoi che si travestì da contadino, si insinuò nel campo nemico e si fece uccidere. Quando i Dori seppero che il re d’Attica era morto, si spaventarono e fuggirono urlando. Codro è una favola; Gesù Cristo è una realtà. Egli ha dato la sua vita per noi. E perché potesse morire per la nostra salute, da Dio si è travestito da vero uomo, si è cacciato in mezzo ai suoi nemici, che l’hanno messo in croce. Ma la sua morte fu la vittoria: il demonio vinto ritornò nell’inferno. – Ma che re può essere quello che dà la vita per i suoi, se non un re d’amore? Cristo allora è re d’amore; re dei cuori. Osservate. Quando Gesù venne al mondo fu posto in una greppia vicino a due animali. Pure si capì che era un re. Una gran luce attraversò il cielo nel cuor della notte, gli Angeli cantarono, occorsero i pastori, accorsero tre re. Una bella occasione per cominciare il suo regno, se Gesù avesse voluto regnare con soldati e con oro. Ma re di questo mondo, Cristo non ha voluto esserlo: e lasciò tornare, per un’altra via i Re Magi. – Quando Gesù nel deserto moltiplicò i pani e sfamò migliaia di persone, tutto il popolo delirante d’entusiasmo per la sua persona lo proclamava re. Bella occasione se avesse voluto regnare come un re dei corpi, che sa nutrirli prodigiosamente. Ma re dei corpi, Cristo non ha voluto esserlo; e fuggì a nascondersi in mezzo alle montagne. – Quando Gesù fu mostrato al popolo dal litostrato di Pilato aveva in testa una corona, ma di spine; aveva sulle spalle e sul petto la porpora, di sangue suo; stringeva nelle mani lo scettro, ma di canna. Pilato gridò al popolo: « Ecco il vostro Re ». Ecce rex vester (Giov., XIX, 14). Il popolo ghignava. Bella occasione di far piovere fuoco e zolfo, di soffocare eternamente quegli uomini crudeli. Ma re di terrore di strage, Cristo non ha voluto esserlo, mai. Cristo è re, e re del cuore. Eccolo in trono: sulla croce. In alto in diverse lingue sta scritta la sua dignità, re dei Giudei. Porta la corona di spine, la porpora di sangue, decorazioni di piaghe atroci. Un soldato, con la lancia gli trapassa il petto, gli mostra il cuore. Ora veramente è re. Dominus regnavit a ligno. – Guardiamolo, Cristiani, il nostro re sopra quel legno! Dal suo lato perforato esce un grido regale: « Figlio, dammi il tuo cuore! » – So di un’anima, di una giovane anima che, durante la persecuzione messicana del 1927, gli ha risposto: « Sì, Cristo re, il mio cuore te lo do ». Il suo nome, che bisogna dire con venerazione come quello dei martiri è Juan Sanchez dello stato di Ialisco nel Messico. Ricco e nobile di famiglia, più ricco e più nobile per sentimenti cattolici, fu arrestato dai legionari di Calles. Pretendevano che apostatasse. Pubblicamente gli fu imposto di rinunciare alla Religione; egli rispose: « Viva Cristo Re ». Il martirio fu cruento e degno dei carnefici, i quali cominciarono a tagliargli un orecchio poi l’altro e quindi ad amputargli le gambe. Ma benché immerso nel suo sangue non cessava d’acclamare a Cristo Re. – Con un vero furore satanico i carnefici gli squarciarono la gola: ma dalla gola squarciata insieme al gorgoglio del sangue usciva un rantolo: « Viva Cristo Re! ». Non potevano farlo tacere, e gli strapparono la lingua. E fu finita (« Civiltà Catt. » 16 luglio 1927). Appena compiuto il truce misfatto la folla si precipitava sulla salma martoriata per intingere in quel sangue i pannolini; né minacce, né colpi, né scoppi valsero a rattenerla. – Poveri barbari che strappate le lingue! Se anche le lingue tacessero, lo gridedebbero le pietre. Anzi, e meglio, voi stessi lo griderete, in un giorno non lontano: « Galileo, hai vinto! ». E noi preghiamo perché Cristo re li vinca nella forza del suo amore e non in quella della sua vendetta.

VENTUNESIMA DOMENICA DOPO PENTECOSTE

(Mt., XVIII, 23-35)

IL RE E IL SERVO

« Signore, — domandò Pietro, — basterà perdonare fino a sette volte a una medesima persona?» E gli sembrava d’aver già fatto una concessione enorme. Gesù gli rispose: « Non dire fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette ». E raccontò questa parabola. « Dovete sapere, — diceva il Maestro divino, — che nella mia Chiesa accade ciò che una volta avvenne tra un re e il suo servo. Il re volle fare un rendiconto generale e chiamò i suoi dipendenti a uno a uno. Ma c’era un servo che gli doveva una cinquantina di milioni e non possedeva niente per pagare. Quando il disgraziato fu davanti alla maestà del sovrano, quando sentì che lui, la sua donna, i suoi figli, le sue robe dovevano essere venduti sul mercato, si buttò per terra singhiozzando: « Pazienza, e pagherò tutto ». Buon per lui che il re era dolce e umile di cuore, e si lasciò commuovere, e non solo ebbe pazienza, ma rimandò il servo condonandogli il debito fin all’ultimo centesimo. Ebbene, nell’uscire di là, s’incontrò in un suo camerata che gli doveva un centinaio di lire: una vera inezia a confronto coi milioni del suo debito. Subito lo prese per la gola, e strozzandolo gli gridava: « Pagami! ». Invano quel meschino supplicò un poco di pazienza, poiché, trascinato davanti alla giustizia, fu condannato al carcere. Per fortuna ci fu della gente coscienziosa che vide quella scena raccapricciante e deferì ogni cosa al re, il quale ne fu adiratissimo. Richiamò il servo e lo fulminò con queste parole: « Iniquo! Io ti ho perdonato dei milioni e tu non sei stato capace di perdonare qualche lira!… Sarai chiuso in un carcere tenebroso fin tanto che non mi avrai reso fin l’ultimo quattrino ». Qui la parabola era finita, ma Gesù conchiuse: « Allo stesso modo tratterà il mio celeste Padre chiunque tra voi non perdonerà di cuore al fratello da cui è stato offeso ». Qui la parabola è chiara: il Re è Dio, il servo è l’uomo. Consideriamo la condotta dell’uno e dell’altro, e ci apparirà la generosità divina e la grettezza umana. – 1. GENEROSITÀ DIVINA. Due verità possiamo dedurre dalla prima parte del racconto di Gesù: 1) ogni peccatore contrae un debito con la giustizia del Signore; 2) questo debito è così grosso che l’uomo non riuscirebbe mai a pagarlo se Dio non glielo condonasse. a) Ogni peccato è un debito. Lo diciamo nel « Pater noster »: rimetti a noi i nostri debiti. Attendete se non è vero. Come si contraggono i debiti? Anzitutto col non restituire quello che ad altri è dovuto. Ebbene noi dobbiamo dare gloria a Dio nostro Creatore: col peccato, invece, ci rifiutiamo di onorarlo e pretendiamo di glorificare noi stessi, le nostre passioni, i nostri piaceri. Noi dobbiamo dare a Dio l’ubbidienza perché è il nostro Re che ci governa con la santissima legge dei dieci comandamenti: col peccato, invece, ci rifiutiamo di pagargli questo ossequio, e ripetiamo il grido di ribellione che risonò la prima volta sulla bocca di Lucifero: « Non ti voglio servire ». Non ti voglio servire quando mi comandi di rispettare il tuo Nome tremendo; non ti voglio servire quando mi imponi di santificare la festa; quando mi dici di superare gli istinti disonesti; quando mi proibisci di toccare la roba degli altri: « L’ubbidienza che ti viene, io non te la rendo » così dice praticamente il peccatore. Inoltre si contraggono debiti anche con sciupare danaro o roba avuti in prestito. Ebbene Dio ci ha prestato la vita per salvare l’anima, e col peccato noi usiamo della vita in perdizione dell’anima; Dio ci ha prestato salute e tempo per compiere opere buone e noi sciupiamo questi doni nel fare il male; Dio ci ha dato la lingua per lodarlo e noi con la lingua esprimiamo discorsi osceni; Dio ci ha dato la mente per pensare a Lui, e noi lasciamo entrare nella mente ogni fantasia più laida; Dio ci ha dato il cuore per amarlo e noi tutto amiamo fuor che Dio. Quanti debiti! b) Osservate ancora che il peccato è un debito così grosso che non potremmo mai cancellarlo se Dio stesso non ce lo perdona. Il peccato è un male infinito, è un’offesa infinita di Dio. Ora quale uomo può dare a Dio una soddisfazione infinita? Per il peccato noi perdiamo tutti i nostri beni, e dovremmo essere rinchiusi nel carcere dell’inferno per tutta l’eternità. Ma Iddio è un Re buono, basta che il suo servo si getti ai piedi di un Crocifisso, nel Sacramento della Confessione, gli dica: « Pietà di me! » e subito condona tutto il debito fino all’ultimo centesimo. Quante volte noi stessi abbiamo sperimentata la misericordia del Signore! Quante volte gli abbiamo giurato: « È proprio l’ultima volta; Signore cambio vita » e poi siamo tornati da capo, abbiamo accumulato peccati su peccati e Dio ci ha sempre perdonati, ci ha riempiti ancora di grazia, e di benedizione come se fossimo stati sempre i suoi migliori amici. Perché Dio è così generoso? Perché vuole che anche noi lo abbiamo ad imitare. Invece quanto gretti sono gli uomini tra loro! – 2. GRETTEZZA UMANA. Una mattina, il vecchio Vescovo S. Gregorio fu destato improvvisamente da grida e da rumori insoliti nella sua stanza ove da giorni giaceva ammalato. Aprendo gli occhi credette di sognare ancora: i suoi familiari stringevano per le braccia un giovane losco con in mano un pugnale che si dimenava per svincolarsi. Era un eretico che aveva giurato di uccidere il Vescovo nel suo letto: con quel nero disegno in cuore era riuscito ad eludere ogni sorveglianza, e penetrare silenzioso nelle stanze di S. Gregorio che erano sempre aperte , stringendo sotto il mantello una lama micidiale. Ma alla vista di quella cella così povera, di quel letto ove un uomo santo tormentato già dalla morte dormiva con un sorriso celestiale, il giovane cominciò a tremare e fu sorpreso nel suo turbamento. « Che è? » domandò dolcemente Gregorio svegliandosi « che vuol dire quel pugnale? ». « E non vedete — gridavano i familiari — che stava per uccidervi? Noi lo arrestiamo e pagherà il « sacrilegio ». « Che nessuno me lo tocchi! » ingiunse il santo e poi volgendosi all’eretico: « Figliuolo, avanzati: io ti perdono. Uscirai libero dal mio palazzo come vi entrasti ». Il giovane diede in uno scoppio di lagrime: « Ah padre! da questo momento io sono cattolico ». S. Gregorio aveva compreso fino all’eroismo la parabola del Re e del servo, ma ci sono troppi Cristiani che non sanno metterla in pratica nemmeno nei casi più comuni. — Troppo sono stato offeso: è impossibile perdonare — dicono alcuni. Non può essere impossibile, perché Dio è ragionevole e non comanda le cose impossibili; difficile sì, anzi perdonare ai nemici e amarli è il precetto più duro della nostra religione, con la preghiera bisogna ottenere la grazia di saperlo compiere, poiché senza eseguirlo non si entra in paradiso. — Non posso perdonare, perché ne andrebbe il mio onore — dicono altri. E l’onore di Dio non è qualche cosa di più dell’onore di noi misere creature? Eppure Dio perdona sempre a tutti quelli che gli domandano sinceramente pietà. — Ma è un ingrato! se gli perdonassi ritornerebbe a far peggio! non lo merita proprio il perdono! — E noi non fummo ingrati col Signore? non ritornammo tante volte, nonostante le promesse e i giuramenti, a far peggio di prima? lo meritiamo noi il perdono che Dio è sempre pronto a concederci? — Che cosa dirà il mondo? io non voglio. che si dica che l’ho persa. — Il mondo dirà che siete un vero Cristiano; e chi perdona vince e non perde. Infine, ci sono dei mezzi Cristiani i quali credono di adempiere il precetto di Dio col dire: « Io me ne sto a casa mia, non faccio del male a nessuno: e lui se ne stia a casa sua. Ciascuno nella vita va per la sua strada ». Questo non basta ed è segno di un falso perdono. « Io lo lascio qual è » si dice; ma intanto se gli capitano disgrazie si è contenti, se gli van bene gli affari ci vien malinconia. Intanto si tengono inchiodate nel cuore le offese ricevute, si ruminano giorno e notte, non si finisce di raccontarle agli altri ingrandendo o inventando le accuse. Intanto si schiva di incontrare quella persona, si finge di non vederla quando la si incontra, le si nega il saluto. Questo non basta, perché Gesù concludendo la parabola ha imposto di perdonare non di apparenza ma di cuore. De cordibus nostris. È duro talvolta perdonare, ma è necessario. È scritto che con quella misura che usammo per gli altri, saremo anche noi misurati! Sta scritto che sarà perdonato solo a chi perdonerà. Noi fortunati se nel giorno del nostro giudizio gli Angeli potranno testimoniare di noi così: « Ha perdonato tanto ». Allora il Giudice divino esclamerà: « Gli sia perdonato tutto ». – Ricordate il gran martire S. Cristoforo. Un uomo abbietto lo assaltò un giorno sulla pubblica via e gli diede uno schiaffo in mezzo alla folla. Arse di sdegno subitamente il santo e rincorse l’offensore: atterra e sguaina la spada per trafiggerlo. Tutta la gente intorno gridava: « Uccidilo, Uccidilo! ». In quel momento si ricordò della parola del Signore: « Così il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore »; in uno sforzo supremo represse la collera, ripose la spada nel fodero, e al popolo che domandava vendetta rispose: « La farei, ma non posso perché son Cristiano ». Facerem, si non essem christianus. In certe ore in cui la vendetta ci tornerebbe facile e piena di gusto l’esempio di S. Cristoforo ci stia dinanzi e la sua parola ci sia di freno: « O perdonare o rinunziare di essere Cristiani ».

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps II: 8.
Póstula a me, et dabo tibi gentes hereditátem tuam, et possessiónem tuam términos terræ.

[Chiedi a me ed Io ti darò in eredità le nazioni e in dominio i confini della terra]

Secreta

Hóstiam tibi, Dómine, humánæ reconciliatiónis offérimus: præsta, quǽsumus; ut, quem sacrifíciis præséntibus immolámus, ipse cunctis géntibus unitátis et pacis dona concédat, Jesus Christus Fílius tuus, Dóminus noster:Qui tecum …

[Ti offriamo, o Signore, la vittima dell’umana riconciliazione; fa’, Te ne preghiamo, che Colui che immoliamo in questo Sacrificio, conceda a tutti i popoli i doni dell’unità e della pace: Gesù Cristo Figliuolo, nostro Signore, Egli …]

Præfatio
de D.N. Jesu Christi Rege

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui unigénitum Fílium tuum, Dóminum nostrum Jesum Christum, Sacerdótem ætérnum et universórum Regem, óleo exsultatiónis unxísti: ut, seípsum in ara crucis hóstiam immaculátam et pacíficam ófferens, redemptiónis humánæ sacraménta perágeret: et suo subjéctis império ómnibus creatúris, ætérnum et universále regnum, imménsæ tuæ tráderet Majestáti. Regnum veritátis et vitæ: regnum sanctitátis et grátiæ: regnum justítiæ, amóris et pacis. Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus cumque omni milítia coeléstis exércitus hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: Che il tuo Figlio unigenito, Gesú Cristo nostro Signore, hai consacrato con l’olio dell’esultanza: Sacerdote eterno e Re dell’universo: affinché, offrendosi egli stesso sull’altare della croce, vittima immacolata e pacifica, compisse il mistero dell’umana redenzione; e, assoggettate al suo dominio tutte le creature, consegnasse all’immensa tua Maestà un Regno eterno e universale, regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace. E perciò con gli Angeli e gli Arcangeli, con i Troni e le Dominazioni, e con tutta la milizia dell’esercito celeste, cantiamo l’inno della tua gloria, dicendo senza fine:]

Sanctus

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt coeli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster,

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps XXVIII:10;11
Sedébit Dóminus Rex in ætérnum: Dóminus benedícet pópulo suo in pace.

[Sarà assiso il Signore, Re in eterno; il Signore benedirà il suo popolo con la pace]

Postcommunio

Orémus.
Immortalitátis alimóniam consecúti, quǽsumus, Dómine: ut, qui sub Christi Regis vexíllis militáre gloriámur, cum ipso, in cœlésti sede, júgiter regnáre póssimus: Qui

[Ricevuto questo cibo di immortalità, Ti preghiamo o Signore, che quanti ci gloriamo di militare sotto il vessillo di Cristo Re, possiamo in cielo regnare per sempre con Lui: Egli che …]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: OTTOBRE 2022

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: OTTOBRE 2022

OTTOBRE È IL MESE CHE LA CHIESA CATTOLICA DEDICA ALLA SS. VERGINE DEL ROSARIO, AI SANTI ANGELI CUSTODI E A CRISTO RE.

Allorché l’eresia degli Albigesi s’estendeva empiamente nella provincia di Tolosa mettendovi di giorno in giorno radici sempre più profonde, san Domenico, che aveva fondato allora l’ordine dei Predicatori, si applicò interamente a sradicarla. E per riuscirvi più sicuramente, implorò con assidue preghiere il soccorso della beata Vergine, la cui dignità quegli eretici attaccavano impudentemente, ed a cui è dato di distruggere tutte l’eresie nell’intero universo. Ricevuto da lei l’avviso (secondo che vuole la tradizione) di predicare ai popoli il Rosario come aiuto singolarmente efficace contro l’eresie e i vizi, stupisce vedere con qual fervore e con qual successo egli eseguì l’ufficio affidatogli. Ora il Rosario è una formula particolare di preghiera nella quale si distinguono quindici decadi di salutazioni angeliche, separate dall’orazione Domenicale, e in ciascuna delle quali ricordiamo, meditandoli piamente, altrettanti misteri della nostra redenzione. Da quel tempo, dunque, questa maniera di pregare incominciò, grazie a san Domenico, a farsi conoscere e a spandersi. E, ch’egli ne sia l’istitutore e l’autore, lo si trova affermato non di rado nelle lettere apostoliche dei sommi Pontefici. – Da questa istituzione sì salutare promanarono nel popolo cristiano innumerevoli benefici. Fra i quali si cita con ragione la vittoria, che il santissimo Pontefice Pio V e i principi cristiani infiammati da lui riportarono presso le isole Cursolari sul potentissimo despota dei Turchi. Infatti, essendo stata riportata questa vittoria il giorno medesimo in cui i confratelli del santissimo Rosario indirizzavano a Maria in tutto il mondo le consuete suppliche e le preghiere stabilite secondo l’uso, non senza ragione essa si attribuì a queste preghiere. E ciò l’attestò anche Gregorio XIII, ordinando che a ricordo di beneficio tanto singolare, in tutto il mondo si rendessero perenni azioni di grazie alla beata Vergine sotto il titolo del Rosario, in tutte le chiese che avessero un altare del Rosario, e concedendo in perpetuo in tal giorno un Ufficio di rito doppio maggiore; e altri Pontefici hanno accordato indulgenze pressoché innumerevoli a quelli che recitano il Rosario e alla confraternita di questo nome. – Clemente XI poi, stimando che anche l’insigne vittoria riportata l’anno 1716 nel regno d’Ungheria da Carlo VI, imperatore dei Romani, su l’immenso esercito dei Turchi, accadde lo stesso giorno in cui si celebrava la festa della Dedicazione di santa Maria della Neve, e quasi nel medesimo tempo che a Roma i confratelli del santissimo Rosario facendo preghiere pubbliche e solenni con immenso concorso di popolo e grande pietà indirizzavano a Dio ferventi suppliche per l’abbattimento dei Turchi e imploravano umilmente l’aiuto potente della Vergine Madre di Dio a favore dei Cristiani; perciò credé dover attribuire questa vittoria al patrocinio della stessa Vergine, come pure la liberazione, avvenuta poco dopo, dell’isola di Corcira dall’assedio parimente dei Turchi. Quindi perché restasse sempre perpetuo e grato ricordo di sì insigne beneficio, estese a tutta la Chiesa la festa del santissimo Rosario da celebrarsi collo stesso rito. Benedetto XIII fece inserire tutto ciò nel Breviario Romano. Leone XIII poi, in tempi turbolentissimi per la Chiesa, e nell’orribile tempesta di mali che da lungo tempo ci opprimono, ha sovente e vivamente eccitato con reiterate lettere apostoliche tutti i fedeli del mondo a recitare spesso il Rosario di Maria, soprattutto nel mese d’Ottobre, ne ha innalzato di più la festa a rito superiore, ha aggiunto alle litanie Lauretane l’invocazione, Regina del sacratissimo Rosario, e concesso a tutta la Chiesa un Ufficio proprio per la stessa solennità. Veneriamo dunque sempre la santissima Madre di Dio con questa devozione che le è gratissima; affinché, invocata tante volte dai fedeli di Cristo colla preghiera del Rosario, dopo averci dato d’abbattere e annientare i nemici terreni, ci conceda altresì di trionfare di quelli infernali. (Dal Messale Romano).

Festa degli Angeli custodi

Zach II:1-5

E alzai i miei occhi, e guardai, ed ecco un uomo con in mano una corda da misuratore; e dissi: Dove vai tu? Ed egli mi disse: A misurare Gerusalemme per vedere quanta sia la sua larghezza, e quanta la sua lunghezza. Quand’ecco l’Angelo che parlava con me uscì fuori, e gli andò incontro un altro Angelo. E gli disse: Corri, parla a quel giovane, e digli: Gerusalemme sarà abitata senza mura, per la gran quantità d’uomini e di bestie che saranno dentro di essa. Ed io le sarò, dice il Signore, muraglia di fuoco tutt’intorno, e sarò glorificato in mezzo a lei.

… Ci sembrò poi più d’ogni altra opportuna a questa celebrazione l’ultima domenica del mese di ottobre, nella quale si chiude quasi l’anno liturgico, così infatti avverrà che i misteri della vita di Gesù Cristo, commemorati nel corso dell’anno, terminino e quasi ricevano coronamento da questa solennità di Cristo Re, e prima che si celebri e si esalti la gloria di Colui che trionfa in tutti i Santi e in tutti gli eletti. – Pertanto questo sia il vostro ufficio, o Venerabili Fratelli, questo il vostro compito di far sì che si premetta alla celebrazione di questa festa annuale, in giorni stabiliti, in ogni parrocchia, un corso di predicazione, in guisa che i fedeli ammaestrati intorno alla natura, al significato e all’importanza della festa stessa, intraprendano un tale tenore di vita, che sia veramente degno di coloro che vogliono essere sudditi affezionati e fedeli del Re divino…

(S. S. Pio XI, lett. Enc. Quas primas)

Indulgenze per il mese di OTTOBRE:

398

Fidelibus, qui mense octobri saltem tertiam Rosarii partem sive publice sive privatim pia mente recitaverint, conceditur:

Indulgentia septem annorum quovis die;

Indulgentia plenaria, si die festo B . M. V. de Rosario et per totam octavam idem pietatis obsequium præstiterint, et præterea admissa sua confessi fuerint, ad eucharisticum Convivium accesserint et alicuius ecclesiæ aut publici oratorii visitationem instituerint;

Indulgentia plenaria, additis sacramentali confessione, sacra Communione et alicuius ecclesiæ aut publici oratorii visitatione, si post octavam sacratissimi Rosarii saltem decem diebus eamdem recitationem persolverint (S. C. Indulg., 23 iul. 1898 et 29 aug. 1899; S. Pæn. Ap., 18 mart. 1932). 81028

[Ai fedeli che nel mese di ottobre reciteranno almeno la terza parte del Rosario in pubblico o in privato, si concede:

Indulgenza di sette anni ogni giorno;

Indulgenza plenaria se nel giorno della festa del B.M.V. saranno confessati e comunicati secondo s.c.

Indulgenza plenaria, s. c.  se dopo l’ottava del sacratissimo Rosario, almeno per dieci giorni lo avranno recitato.]

RECITATIO ROSARII

395

a) Fidelibus, si tertiam Rosarii partem devote recitaverint, conceditur: Indulgentia quinque annorum;

Indulgentia plenaria, suetis conditionibus, si quotidie per integrum mensem idem præstiterint (Bulla Ea quæ ex fidelium, Sixti Pp. IV, 12 maii 1479; S. C. Indulg., 29 aug. 1899; S. Pæn. Ap., 18 mart. 1932 et 22 ian. 1952).

ORATIO AD D. N. IESUM CHRISTUM REGEM

Indulg. plenaria suetis condicionibus semel in die (272)

DÒMINE Iesu Christe, te confiteor Regem universàlem. Omnia, quæ facta sunt, prò te sunt creata. Omnia iura tua exérce in me. Rénovo vota Baptismi abrenùntians sàtanæ eiùsque pompis et opéribus et promitto me victùrum ut bonum christiànum. Ac, potissimum me óbligo operàri quantum in me est, ut triùmphent Dei iura tuæque Ecclèsiæ. Divinum Cor Iesu, óffero tibi actiones meas ténues ad obtinéndum, ut corda omnia agnóscant tuam sacram Regalitàtem et ita tuæ pacis regnum stabiliàtur in toto terràrum orbe. Amen.

Queste sono LE FESTE DEL MESE DI OTTOBRE 2021:

1 Ottobre S. Remigii Episcopi et Confessoris    Simplex

                Primo sabato

2 Ottobre Dominica XVII Post Pent. I. Octobris – Semiduplex Dom. minor *I*

                  Ss. Angelorum Custodum   

3 Ottobre S. Theresiæ a Jesu Infante Virginis    Duplex

4 Ottobre S. Francisci Confessoris    Duplex majus

5 Ottobre Ss. Placidi et Sociorum Martyrum    Simplex

6 Ottobre S. Brunonis Confessoris  Duplex

7 Ottobre Sanctissimi Rosarii Beatæ Mariæ Virginis    Duplex II. classis *L1*

                 Commemoratio: S. Marci Papæ

                  Primo venerdì

8 Ottobre  S. Birgittæ Viduæ  Duplex

9 Ottobre Dominica XVIII Post Pentec. II. Octobris  Semiduplex Dom. minor

                  S. Joannis Leonardi Confessoris

10 Ottobre S. Francisci Borgiæ Confessoris Semiduplex m.t.v.

11 Ottobre Maternitatis Beatæ Mariæ Virginis – Duplex II. classis *L1*

13 Ottobre S. Eduardi Regis Confessoris    Semiduplex m.t.v.

14 Ottobre S. Callisti Papæ et Martyris    Duplex

15 Ottobre S. Teresiæ Virginis    Duplex

16 Ottobre Dominica XIX Post Pentec. III. Octobris Semiduplex Domin. Minor

                   S. Hedwigis Viduæ    Semiduplex

17 Ottobre S. Margaritæ Mariæ Alacoque Virginis    Duplex

18 Ottobre S. Lucæ Evangelistæ    Duplex II. classis

19 Ottobre S. Petri de Alcantara Confessoris    Duplex m.t.v.

20 Ottobre S. Joannis Cantii Confessoris    Duplex

21 Ottobre S. Hilarionis Abbatis    Simplex

22 Ottobre Sanctae Mariae Sabbato    Simplex

23 Ottobre Dominica XX Post Pentec. IV. Octobris Semiduplex Domin. minor *I*

24 Ottobre S. Raphaëlis Archangeli    Duplex majus *L1*

25 Ottobre Ss. Chrysanthi et Dariæ Martyrum    Simplex

26 Ottobre S. Evaristi Papæ et Martyris    Simplex

      Elezione al soglio di s. Pietro di S.S. Gregorio XVII

27 Ottobre In Vigilia Ss. Simonis et Judæ Ap.    Simplex *L1*

28 Ottobre Ss. Simonis et Judæ Apostolorum    Duplex II. classis *L1*

29 Ottobre Sanctae Mariae Sabbato    Simplex

30 Ottobre Domini Nostri Jesu Christi Regis    Duplex I. classis *L1*

      Dominica XXI Post Pentecosten I. Novembris Semiduplex Dominica minor *I*

31 Ottobre In Vigilia Omnium Sanctorum    Simplex *L1*

MADONNA DELLA MERCEDE (24 Settembre)


Fondazione dell’Ordine della Mercede

Fino dal 416, la Spagna fu_travagliata dai Vandali e dai Goti che, cessato il Romano Impero, se ne resero padroni. Vinto però ed ucciso da Giuliano conte di Ceuta stabilito nell’Africa l’ultimo Re dei Goti Roderico nel 713, la Spagna fu invasa dai Saraceni venuti d’Africa, i quali, essendo Maomettani, perseguitavano in ogni maniera , oltre il trattare da schiavi tutti i Cristiani del regno: il che continuò fino al principio del XIII, cioè circa 600 anni. Maria Santissima, a cui istantemente raccomandavansi tutti i buoni, apparve la notte del 10 agosto 1218 al piissimo e ricchissimo signore San Pietro Nolasco, che contava allora 29 anni, ed era a tutti oggetto di speciale edificazione, e gli comando di instituire un nuovo Ordine Religioso denominato della Mercede, il cui scopo doveva esser quello di adoperarsi con tutti i mezzi possibili a redimere i Cristiani dalla schiavitù degli infedeli. Alla mattina egli conferì l’avuta visione col suo confessore, che era San Raimondo di Pegnafort, e con gran gioja senti che a lui pure era apparsa Maria, e aveva fatta la stessa intimazione. Entrambi si recarono per partecipare il proprio disegno al Re Giacomo, il quale dominava in Aragona quella parte di Spagna che, fin dal 778, era stata da Carlo Magno tolta ai Mori. E quale non fu la loro sorpresa in sentire che anche al Re Giacomo era apparsa Maria, e gli aveva fatta la stessa ingiunzione! Cerziorati tutti e tre della volontà divina, non si frappose più indugio alla nuova Istituzione, per cui nel giorno medesimo, nella Cattedrale di Barcellona dal Vescovo del luogo, Berengario della Palù, San Pietro Nolasco ricevette la veste bianca e lo scapolare distintivo del nuovo Ordine, e ai soliti tre voti
aggiunse quello di dare, occorrendo, anche la vita per la Redenzione degli Schiavi, e Re Giacomo gli cedette per prima casa del nuovo Istituto la maggior parte del proprio palazzo. Cosi principiò il grand’Ordine che ben tosto dilatossi in fogni parte, e recò immensi vantaggi alla Cristianità, l’Ordine della Redenzione degli Schiavi, e Maria sotto il titolo della Mercede acquisto nuovi titoli alla comune riconoscenza, essendo ELla stata la institutrice di un Ordine cosi benemerito della Religione e della Società.

MADONNA DELLA MERCEDE (24 settembre).
ossia della Redenzione degli Schiavi.

I.

Amabilissima Vergine Maria, che non contenta di avere così efficacemente cooperato alla liberazione delle anime nostre dalla schiavitù del peccato allora quando, col sacrificio del vostro Cuore, rendeste più compito e più abbondante
quel Sacrificio divino che della propria persona faceva là sul Calvario il vostro divin Figliuolo, voleste ancora diventare la Redentrice dei nostri corpi, ordinando ai vostri divoti d’instituire sotto i vostri auspicj il santissimo Ordine della Mercede per riscattare i Cristiani dalle barbare mani degli infedeli, ottenete a noi tutti la grazia di riguardarvi mai sempre come la nostra più generosa benefattrice, e di travagliare continuamente, a vostra imitazione per la salute così spirituale come corporale dei nostri prossimi. Ave.
II.
Amabilissima vergine Maria, che, per liberare dalla tirannia dei Saraceni dominatori della Spagna tutti i Cristiani che venivano da quegli empj condotti in durissima schiavitù, vi degnaste di comparire nella medesima notte a S. Pietro Nolasco e a S. Raimondo di Pegnafort, non che a Giacomo Re d’Aragona, affinché, animati dalla vostra protezione, si applicassero immediatamente all’istituzione dell’Ordine tanto benefico della Mercede, impetrate a noi tutti la grazia di avere a vostra imitazione
una compassione tenera ed efficace per tutti i travagli del nostro prossimo, e di viver sempre in maniera da meritare le vostre particolari illustrazioni per procurargli costantemente il miglior bene. Ave.

III.

Amabilissima vergine Maria, che, ad ottenere efficacissima la redenzione degli schiavi, mediante l’Ordine santissimo della Mercede da Voi medesima instituito, ora infondeste nei facoltosi una generosità tutta nuova perché largheggiassero nelle elemosine, ora moltiplicaste il denaro nelle mani dei Religiosi quando mancavano del
necessario al riscatto dei loro fratelli, ora con aperti miracoli sottraeste alle mani dei barbari gli schiavi vostri divoti, ottenete a noi tutti la grazia di non perdere mai la libertà di figli adottivi di Dio, e di essere subito liberati dalla schiavitù del demonio, quando con qualche peccato ci fossimo a lui venduti spontaneamente, onde, dopo avervi servita come nostra padrona qui in terra, passiamo a ringraziarvi per tutti i secoli quale nostra ‘correndentrice‘ su in Cielo. Ave, Gloria.
ORAZIONE.
Deus, qui per gloriosissimam Filii tui Matrem, ad liberandos Christi fideles a potestate Paganorum, nova Ecclesiam tuam prole amplificare dignatus es,
præsta, quæsumus: ut quam pie veneramur tanti Operis institutricem,
ejus pariter meritis et intercessione a peccatis omnibus et captivitat dæmonis liberem eumdem Dominum, etc…

[G. RIVA: Manuale di Filotea, XXX ed. Milano 1888]

21 SETTEMBRE (2022), FESTA DI SAN MATTEO APOSTOLO ED EVANGELISTA

S. MATTEO

Otto HOPHAN: GLI APOSTOLI

(Traduz. dal tedesco di Mons. G. SCATTOLON – Marietti ed. TORINO, 1951; Impr. Treviso, 1. x. 1949, A. Mantiero, Vescovo di Treviso.)

La Chiesa latina celebra la festa dell’apostolo ed evangelista Matteo il giorno 21 settembre, quando il giorno e la notte si succedono l’uno all’altra divisi in parti uguali: abbiamo l’impressione che questa data sia simbolica per Matteo quanto lo è per il suo collega e vicino Tommaso il giorno 21 dicembre, che è il giorno più corto dell’anno e la traiettoria percorsa dal sole è la più bassa; il posto stesso, ch’egli occupa nei quattro cataloghi degli Apostoli, ci rivela in lui l’uomo del centro, il ponte quasi, che congiunge la prima alla seconda metà dei Dodici: centro e misura d’oro caratterizzano pure la sua natura e l’opera sua. L’arte cristiana gli ha decretato per simbolo, in quanto è evangelista (*), un uomo con le ali, perché il suo Vangelo comincia con la genealogia umana di Gesù Cristo; or questo simbolo va anche più oltre, esso dice l’indole di Matteo: era una persona, che conosceva forse meglio d’ogni altro Apostolo tutti gli aspetti dell’umano, non escluso il peccato; una persona però alata, perché con l’ala della propria buona volontà e con quella ancor più robusta della grazia si elevò al di sopra dell’umano e del troppo umano.

(*) I quattro simboli: l’uomo alato, il leone, il toro e l’aquila, che nell’Antico Testamento vide il profeta Ezechiele (1, 5 ss.), furono accolti anche da Giovanni nell’Apocalisse: « Dinanzi al trono e intorno al trono v’erano quattro esseri, pieni di occhi davanti e di dietro. Il primo essere era simile a un leone, il secondo somigliava a un toro, il terzo aveva un volto come un uomo, il quarto assomigliava a un’aquila volante » (IV, 6 ss.). L’arte cristiana, sin dai tempi di Costantino, applicò questi quattro simboli ai quattro Evangelisti, sebbene in principio non sempre e ovunque uniformemente; l’attuale designazione cominciò ad affermarsi con Girolamo e dal secolo settimo è divenuta definitiva; si tenne conto dell’inizio dei quattro Vangeli; così Matteo ebbe quale simbolo caratteristico l’uomo alato = albero genealogico di Gesù Cristo, Marco il leone = predicazione del Battista nel deserto, Luca il toro = sacrificio di Zaccaria, Giovanni l’aquila, che si lancia nelle altezze = « In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Iddio, e il Verbo era Iddio ».

IL GABELLIERE

Matteo, nome derivato probabilmente dall’ebraico « mattai = dono di Dio », portava il doppio nome Matteo-Levi. Con questo secondo nome lo introducono nel Vangelo Marco e Luca; Matteo invece si chiama apertamente col suo nome conosciuto fra i Cristiani « Matteo »; di qui la questione, se il pubblicano chiamato dal Signore a Sè, che nei Vangeli di Marco e Luca ha il nome di Levi, mentre nel primo Vangelo ha quello di Matteo, sia un unico individuo o non piuttosto due. Il confronto però delle tre sezioni: Matteo 9, 9-13, Marco, 2, 13-17, Luca 5, 27-32, come pure le informazioni evangeliche, che precedono e seguono la vocazione del pubblicano, tolgono ogni dubbio sulla identità di « Matteo » e «Levi »:: si tratta della medesima persona; il contenuto infatti e la cornice dei vari racconti s’accordano perfettamente; del resto Matteo stesso sembra alludere a un suo secondo nome nella relazione della vocazione, perché si presenta come « Matthaîon legémenon » *, « il così detto Matteo », come potremmo anche rendere l’espressione greca. – Girolamo, nel suo commento al Vangelo di Matteo, ha un’ottima osservazione su questa diversa attribuzione di nome in Marco e Luca da una parte e in Matteo dall’altra: « Gli altri Evangelisti non vollero chiamare Matteo col suo nome comunemente conosciuto per venerazione e rispetto verso di lui, ma dissero “Levi”; l’Apostolo stesso si chiama ” Matteo” e ” pubblicano”: con questo egli vuol mostrare ai iettori che nessuno deve disperare della salvezza, se si converta a una vita migliore; lui stesso fu improvvisamente cambiato da pubblicano in Apostolo ». Potremmo anche pensare che Matteo, dopo la sua conversione, preferiva chiamarsi col nome significativo « Matteo = dono di Dio » anziché con quello di « Levi », che oggi ancora puzza di denaro e di affari; Isodad de Merw anzi, attingendo a un’antica tradizione orientale, può informarci che « questo cambiamento di nome avvenne consapevolmente e volutamente, perché il Signore intendeva di allontanare da Matteo il pregiudizio dei Giudei, che potevano pensarlo un truffatore e un nemico di Dio ». – L’’evangelista Marco chiama Matteo-Levi « figlio di Alfeo ». Questa precisazione ha indotto parecchi ad affermare che Matteo era fratello di Giacomo Minore, ch’era pure figlio d’un Alfeo; lo stesso San Giovanni Grisostomo ritiene i due Apostoli fratelli e tutti e due gabellieri; in tutto il Vangelo però non occorre mai un’ulteriore allusione a simile parentela; si tratta solo di uguaglianza di nomi nei due padri. Con Matteo entra nel Collegio apostolico un uomo dall’indole tutta propria, che si distanzia considerevolmente dagli Apostoli precedenti per formazione, per posizione sociale e per ricchezza. A dir vero, il Vangelo ci nega ogni notizia nei riguardi della vita precedente del nostro Apostolo; egli entra in scena, apparentemente almeno, d’improvviso, senza prima picchiare; la relazione nondimeno della sua vocazione ci consente sicure induzioni. È verosimile che Matteo superasse gli altri anche per l’età, perché un posto, quale egli deteneva, dev’essere conquistato a prezzo di lotta paziente. Egli, il primo Evangelista, li superava certamente tutti per istruzione; d’or innanzi potrà essere chiamato, come qualcuno ebbe a scrivere, « il più quotato di tutti i Dodici »; perché la sua professione di ricevitore delle tasse presuppone un eccellente tirocinio; egli dovette imparare a scrivere, a leggere e anche quello ch’è più noioso di tutto: a far di conti, a calcolare molto, soprattutto a calcolare e quasi solo a calcolare! Più tardi dovette portare pure tabelle, esporre tariffe, conoscere i prezzi, i prezzi delle biade e dell’olio, del pesce che gli portavano i figli di Zebedeo e delle perle, che anche il Signore ricordò nel Vangelo. Povero Matteo! In quei bei giorni, nei quali Pietro e Andrea, Giovanni e Giacomo, con i loro padri Giovanni e Zebedeo, potevano uscir fuori al sole e alle tempeste del lago, il vecchio Alfeo condannava il suo ragazzo all’aula scolastica e a starsene ricurvo sui libri e sulle carte. Non v’è dubbio che per questa via divenne avveduto e, come si suol dire, « idoneo alla vita », e che realizzò maggiori progressi che non i candidi pescatori sul lago; anche se il mestiere di costoro poté loro fruttare una discreta agiatezza, non poterono però competere con Matteo, che con i suoi affari realizzò dei vistosi guadagni, sino a raggiungere una considerevole ricchezza; all’atto della sua comparsa nel Vangelo, egli è in possesso di due case, del negozio cioè con l’esattoria alle porte della città, « al posto della dogana », e della casa privata dentro in Cafarnao; quest’ultima poi doveva essere una villa grande e spaziosa, perché in essa « poterono sedere a mensa una gran folla di pubblicani e altra gente con Gesù e i suoi Discepoli ». Proprio così: « Una gran folla di pubblicani e altra gente », poiché Matteo si distanzia dai suoi colleghi d’apostolato tanto semplici anche per le sue molte e influenti relazioni sociali; andava regolarmente alla corte principesca di Erode in Tiberiade per liquidare i conti col suo sovrano, ed ivi veniva a conoscenza degli intrighi politici e degli scandali piccoli e grossi dei grandi; chissà quanti nobili e potenti signori, che si dibattevano in difficoltà pecuniarie, furono tolti d’impaccio da lui, ed egli se n’ebbe in cambio inchini manierati o fuggevoli sorrisi di dame. Or che ne sapevan Pietro, Giovanni, Filippo di questo « bel mondo »? Matteo invece ne sapeva anche troppo! Giacché per il denaro anche i più ricchi signori ballano la loro danza. Ma qui certo comincia pure la pagina oscura della vita di Matteo. Era gabelliere, e solo Iddio sa com’era giunto a quella esecranda professione; forse l’aveva abbracciata su ingiunzione del padre, o forse per nativa inclinazione, se non forse anche per la maledetta avidità del denaro; noi del secolo ventesimo non possiamo formarci un’idea precisa di quello che fosse allora lo screditato mestiere dell’esattore, se non pensando alle esistenze più equivoche; per poter valutare quindi a dovere l’elevazione del gabelliere Matteo da parte di Cristo ci è necessario illuminare la situazione del tempo. La riscossione delle imposte nell’Impero romano non avveniva direttamente, per mezzo di impiegati, che fossero a servizio e agli stipendi e sotto… il controllo dello stato; questo invece appaltava i suoi diritti in fatto di tasse e tributi a coloro, che in cambio gli facevano le migliori offerte; ed era assai esigente nelle somme d’affitto richieste; gli appaltatori da parte loro si rendevano personalmente garanti del loro pagamento. Spesso, specialmente quando si trattava di appaltare un territorio molto esteso, la somma d’appalto richiesta era tanto ingente, che un solo individuo non se la sentiva di addossarsela; avveniva così che frequentemente gli appaltatori si univano in società, ch’era la società-azienda delle tasse. Erano questi i veri e propri appaltatori delle imposte, e spesso provenivano dal ceto della ricca nobiltà, nell’Impero romano. Per la riscossione dei tributi, essi subaffittavano il loro territorio a impiegati, esattori e gabellieri, i quali a loro volta stavano rispetto all’appaltatore in uguali rapporti di dipendenza di questi rispetto allo stato e si comprende facilmente che un simile sistema di imposte, se in realtà liberava lo stato dal fastidio della riscossione, spalancava però le porte a tutti gli abusi; v’erano le tariffe fissate dallo stato stesso, è vero, ma esse non bastavano a frenare efficacemente la cupidigia, i raggiri e le estorsioni degli appaltatori; d’altra parte un ricorso agli uffici statali era per lo più illusorio e infruttuoso, perché quegli uffici stavano in segreto accordo con gli appaltatori. Ci spieghiamo. quindi l’atteggiamento popolare nei riguardi dei ricevitori delle imposte, ch’erano visti con astio e rabbia, ritenuti quali « orsi e lupi dell’umana società »; « gabelliere » e « ladro » erano termini che si equivalevano. Cicerone scrive che il pubblico non criticava tanto le imposte in se stesse, quanto piuttosto il metodo della loro riscossione, e dice l’esattoria la peggiore di tutte le professioni. Il nostro buon Matteo esercitava proprio questa infamata professione. – Ma presso i Giudei era inerente al mestiere del gabelliere un’altra e del tutto speciale ignominia: il ricevitore delle tasse e l’impiegato della dogana riscuotevano il denaro a vantaggio del dominio pagano dei Romani, ch’era l’odiato potere di occupazione straniera; e così un giudeo succhiava fino all’ultimo un altro giudeo e per di più a favore di stranieri e pagani; non era questo soltanto una truffa e un furto, qui v’era un crimine di lesa patria e di lesa religione. Ora comprendiamo come un giudeo coscienzioso dovesse persino proporsi il problema, se gli fosse anche semplicemente lecito pagare le tasse all’imperatore, e che cosa quindi gli passasse per la testa, in tale stato d’animo, quando venivano a lui quei miserabili quei « collaborazionisti », come oggi noi diremmo con vocabolo non troppo bello, traditori della patria, e avevano l’ardire di riscuotere le tasse, per sordida fame di guadagno, dallo stesso popolo di Dio. –  Il disprezzo per i gabellieri nei libri talmudici appare manifesto e implacabile in non poche disposizioni: nei processi i gabellieri non potevano fungere né da giudici né da testimoni; le loro famiglie erano tenute in disonore, e nessun giovane israelita, che menasse vita onesta, conduceva in moglie la figlia d’un pubblicano; era persino interdetto di accettare l’elemosina da un esattore o di farsi cambiare da lui il denaro, perché il giudeo onesto riteneva di macchiarsi con quel denaro, ch’era il frutto dell’ignominia; si dubitava anzi dell’affare più serio di tutti: se un gabelliere cioè fosse capace di pentimento e quindi della sua eterna salvezza. Così i pubblicani restavano esclusi, almeno di fatto, dalla comunità popolare e religiosa; dinanzi ai giudei ortodossi essi passavano come dei paria, come la quinta classe; nei loro discorsi, venivano accomunati con i delinquenti, con gli assassini, con i ladri e le meretrici; di fronte a loro tutto era permesso: era lecito abbindolarli con bugie e truffarli e derubarli; non era che la giusta vendetta del popolo, da loro ingiustamente vessato. Il disprezzo dei Giudei per i pubblicani risulta anche da non pochi testi del Vangelo: «Se uno non ascolta la Chiesa, sia per te come un pagano e un pubblicano »; « Pubblicani e meretrici persino vi precederanno, o Farisei, nel regno di Dio »; e anche Giovanni Battista s’era rivolto ai gabellieri col monito caratteristico: « Non esigete di più di quanto vi è stabilito » (Matt. XVIII, 17). –  Non ci nascondiamo che per il pubblicano Matteo-Levi vale l’attenuante ch’egli non stava agli stipendi dei Romani, perché questi, al tempo del Signore, esercitavano il loro dominio diretto solo lassù in Giudea e Samaria per mezzo del governatore, mentre Matteo sedeva al posto della dogana laggiù a Cafarnao, che probabilmente era pure la sua patria, e quindi era sottomesso al monarca della Galilea, Erode; era però quell’Erode, che, nonostante tutte le adulazioni che gli tributava, il popolo giudaico respingeva con tutto il cuore quale intruso dall’Idumea, e che nella storia del Nuovo Testamento si palesa figura spregevolissima perché adultero e uccisore del Battista e dileggiatore di nostro Signore il Venerdì Santo. Non è impossibile che Matteo abbia provato almeno qualche volta un’intima nausea, quando, per la resa dei conti, sedeva a fianco di quel principe delinquente, il quale con gli occhi lascivi e avvinazzati gli faceva cenno di portare un’altra volta una borsa ancor più gonfia. Si sarà insudiciato anche il nostro Matteo con beni indebiti? Nel Vangelo non troviamo nessuna prova sicura al riguardo; di lui non leggiamo neppure quella fatale e rivelatrice — scusarsi significava accusarsi! — assicurazione, che diede al Signore il suo collega e capo dei pubblicani, Zaccheo, a Gerico: « Ecco, o Signore, la metà del mio patrimonio la do ai poveri e, se a qualcuno ho tolto troppo, glielo restituisco quadruplicato ». Matteo, d’altra parte, doveva essere pure un uomo profondamente religioso, perché dal Vangelo ch’egli scrisse più tardi, così ricco di citazioni dal Vecchio Testamento, è lecito dedurre ch’egli avesse una grande familiarità con la Parola di Dio. E tuttavia dovette essere certamente difficile per lui il conservarsi del tutto immacolato, esercitando una professione così pericolosa, circondato com’era dai cattivi esempi. Le stupende espressioni, che il Signore ebbe per gli ammalati bisognosi del medico, in occasione del convito in casa di Matteo e delle quali diremo presto, sembrano valere anche per il nostro pubblicano. Nel suo commento al Vangelo di Matteo, il Grisostomo ammette senza esitare che « i cibi imbanditi a quel convito erano stati acquistati con ingiustizia e cupidigia ». Comunque però stessero le cose nella coscienza di Matteo, il popolo da parte sua non faceva sottili distinzioni; per lui un gabelliere valeva quanto un altro, era cioè un ladro, un truffatore, un traditore; qualunque pubblicano era in cattiva fama; per questo gli evangelisti Marco e Luca, nei loro cataloghi degli Apostoli, passano sotto silenzio la precedente professione di Matteo, vogliono usargli un’attenzione, e quando ne riferiscono la vocazione dal telonio, velano il collega chiamandolo col nome di Levi. Egli dovette certo soffrire della sua condizione. Spesso, quando rincasava a sera con le tasche piene, si metteva a sedere, chinava il capo e lo posava fra le mani, e respirava affannosamente; riandava alle occhiate irate, ai pugni serrati e alle monete, che lungo il giorno gli avevan gettate sul tavolo, come le avessero gettate dinanzi a un cane; che gli giova tutto quel cumulo di denaro, se frattanto il popolo lo mette al bando? E anche un’altra parola, ch’egli più tardi consegnerà nel suo Vangelo, gli saliva dal fondo dell’anima: « E che cosa giova all’uomo guadagnare tutto il mondo, se intanto perde l’anima? che cosa può dare l’uomo come cambio per la sua anima? » (Matt. XVI, 26). La sua anima! Matteo forse pianse. Oh, potesse cominciare da capo! Quanto sarebbe contento con una povera barca e… una buona coscienza, lui, il povero uomo ricco! Ma non v’è stretta da cui ci si possa svincolare con maggiore difficoltà che quella infausta del denaro; e poi, alla fin fine, lo si terrebbe una volta per sempre quale un pubblicano e un criminale; tutti i « giusti » ormai l’hanno eternamente estromesso e condannato a vivere insieme ai colleghi di professione, autentici bricconi, per i quali il vero dio erano gli affari e i denari; gli è impossibile sottrarsi. E così la sua anima anelante svolazzava, come un uccello in gabbia con le ali scorciate. Oh, vi fosse in aiuto della sua buona volontà un’altra ala, con la quale uscir fuori e lanciarsi al di sopra di se stesso per ascendere sino alle vette! – Là, nel suo ufficio daziario, dove tutte le chiacchiere si davan convegno, s’era parlato, e gli pareva di aver capito bene, d’un nuovo profeta, di Gesù di Nazareth, e con una frequenza sempre maggiore negli ultimi mesi. « La sua fama s’era diffusa in tutta la Siria. Si portavan a Lui tutti i sofferenti, tormentati dalle infermità più disparate e da mali dolorosi, anche ossessi, lunatici e paralitici, ed Egli li guariva. Grandi folle di popolo dalla Galilea e dalla Decapoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e dalla Transgiordania Lo seguivano ». Da alcune settimane anzi questo Profeta nuovo, che correva per le bocche di tutti, s’era persino stabilito nella stessa Cafarnao e andava e veniva dalla casa del pescatore Simone, figlio di Giovanni; e alcuni giorni prima era accaduto quello che Matteo non potrà dimenticare mai più: quel Gesù, seguito da numerosa folla, era passato dinanzi all’ufficio doganale; come fosse avvenuto, Matteo non se lo sapeva spiegare nemmeno ora, ma di fatto Gesù e lui si trovarono d’improvviso, per un istante, l’uno di fronte all’altro; oh! quegli occhi rilucenti, come la luce del sole in una stanza polverosa, l’avevano penetrato sino nel profondo dell’anima; sì, come un sole l’avevano colpito quegli occhi, tanto erano splendidi e deliziosi; se…! – Ma che gli frulla per la testa! Egli sa troppo bene che cosa pensano e devono pensare di lui, il pubblicano, i profeti e i teologi! Proprio mentre si va svolgendo dentro di lui quest’intima lotta di sentimenti, si scuote, si mette in ascolto; il suo orecchio pratico di gabelliere ha percepito ancora una volta un rumore indistinto di passi lontani e di molte voci, che s’avvicinano. O Dio, il Profeta! Matteo, sebbene calmo, trema, si sbaglia trattando col suo cliente e confonde le monete. Ed ecco che Gesù ascende già, si ferma dinanzi a lui, lo guarda e gli rivolge due parole, due parole solamente, le quali però bastano, perché agli occhi di Matteo il mondo intero appaia in tutt’altra luce: « Segui… Me! ». Nel Vangelo, che Matteo scrisse più tardi, leggiamo alcune proposizioni, che interessano l’attività di Gesù del tempo press’a poco in cui avvenne la chiamata del pubblicano, e leggendole abbiamo l’impressione ch’esse riflettano, sebbene velatamente, un episodio personale e siano quasi l’eco riconoscente per quella chiamata del Signore, nonostante il primo Vangelo abbia come nota caratteristica l’oggettività: «Il popolo, che siede nelle tenebre, vede una luce splendida. Su coloro che abitano nella regione dell’ombra di morte s’irradia una luce ». E ancora: « Si adempì la parola del profeta Isaia, che dice: “Egli ha preso su di Sé le nostre infermità”» (Matt. IV, 16) Così scrivendo, l’Evangelista non avrà pensato a sé? Che la nostra descrizione dello stato d’animo del pubblicano Matteo, prima della sua vocazione, non sia una vuota congettura, lo prova lo stesso suo contegno al momento della chiamata. « Gesù gli disse: “SeguiMi”; e quegli s’alzò, abbandonò tutto e Lo seguì ». Con mossa subitanea e festante respinse la sedia, sulla quale stava inchiodato da anni; chiuse con forza il cassetto, tanto che la cassa risuonò; sgualcì e stracciò tutta la carta importante e inutile, che gli stava dinanzi, con mano elettrizzata dall’onda della gioia, e « seguì Lui », precisamente Lui, che non aveva nulla, che non aveva « dove potesse solo posare il suo capo » ! (Matt. VIII, 20), egli, Matteo, il ricco esattore, ch’era vissuto nell’abbondanza: un uomo e specialmente un uomo dell’età e dell’equilibrio di Matteo non avrebbe agito a quel modo, se egli non avesse sentito la chiamata alla nuova vita come una vera liberazione; doveva averla preceduta un intimo tormento, che l’aveva preparato all’ingresso della grazia. Risponde al vero l’osservazione del Grisostomo sulla grazia, che con sapienza e con pazienza attende la sua ora: « Cristo chiamò Matteo quando sapeva che sarebbe venuto; perché non lo chiamò subito fin da principio, quando l’accesso al suo cuore era ancora troppo difficile, ma solo dopo ch’Egli aveva compiuti innumerevoli miracoli e la sua fama s’era diffusa anche nelle terre lontane e quando lo sapeva più propenso a obbedire ». –  La fuga fortunata dal denaro per passare al Vangelo, la felice conversione da pubblicano a discepolo del Signore riempì Matteo di tale giubilo, ch’egli festeggiò con un sontuoso banchetto il suo addio alla vita sino allora vissuta. Egli veramente nel suo Vangelo tace umilmente quella profusione lieta e pia, ma gliela divulga il buon Luca: « Levi Gli preparò nella sua casa un grande convito; una folla numerosa di pubblicani e altra gente sedevano a tavola con loro » (Luc. V, 29). Neppur Pietro o Andrea, non i figli di Zebedeo, nemmeno Filippo o Bartolomeo avevano festeggiato così solennemente la loro vocazione, come invece Matteo; certo non l’avrebbero neppure potuto, anche volendolo. Neppure alle nozze di Cana s’era giunti a tanto di splendore come a quelle « primizie » di Matteo; oh, quelle povere nozze! Il Signore non dovette far appello a dei miracoli per procurare il vino, da mettere innanzi alle folle di ospiti, che onoravano il convito nella casa di Levi. Questi sedeva a mensa felice, ultrafelice, ché il Signore l’aveva redento e redento dal denaro! Solo una mano divina può redimere un uomo, anche un uomo di buona volontà, dalla schiavitù del denaro e regalargli le ali per elevarsi verso le cime. La bella testa del Matteo del Rubens guarda commossa e riconoscente verso l’alto, come una povera anima del Purgatorio guarda all’Angelo, ch’è venuto a prenderla per introdurla in Paradiso: per Matteo il purgatorio tormentatore era stato l’esattoria, ma la mano del Signore l’aveva misericordiosamente preso e l’aveva condotto al paradiso della vita evangelica. – Strano, ma nel Collegio apostolico la cassa non la teneva Matteo, ch’era la persona abile ed esperta in campo d’affari, ed era felicissimo d’esserne stato esonerato, ma la teneva Giuda. Matteo e Giuda! Tutti e due questi Apostoli ebbero a che fare col denaro, eppure quanto diverse le vie che corsero! Matteo lascia il denaro per seguire il Signore, mentre Giuda tradisce il Signore per guadagnare del denaro, trenta monete d’argento; Matteo è unico fra gli Evangelisti, che le computi esattamente (XXVI, 15). Il suo Vangelo fa rilevare più chiaramente degli altri come il denaro divenne fatale per Giuda: dal momento di quell’esecrando commercio sino all’ora, nella quale gli ipocriti sacerdoti raccattarono dal pavimento del Tempio la borsa, abbandonata dal suo padrone, per comperare con essa un luogo di sepoltura per gli stranieri, Matteo segue con occhio attento quelle orrende monete d’argento. Che avesse previsto lui, il pubblicano, che sarebbe capitato così? Può essere che, con la profonda intuizione dell’uomo che conosce il denaro, avesse osservato la tendenza di Giuda ad esso e gli avesse pure suggerito, quasi sorvolando, qualche parola buona e seria in proposito. Matteo, a differenza Giovanni, scrive di Giuda senza veemenza; forse aveva osservata in lui, rabbrividendo, la propria sorte, qualora la misericordia del Signore non l’avesse strappato dall’ufficio della dogana; senza dubbio egli, a differenza di Giuda, aveva afferrato con immensa gratitudine quella mano tesa del Signore. – Nel suo Vangelo sta scritto più diffusamente che negli altri anche dell’uso del denaro. Il denaro è buono solo quando viene adoperato per il bene, per l’esercizio della carità e ancor prima per l’esercizio, ancor più urgente, della giustizia. Le parole, che nostro Signore ebbe a dire intorno al denaro, dovettero lasciare in Matteo un’impressione particolarmente profonda: « Quando tu dai l’elemosina, non deve sapere la tua sinistra quello che fa la tua destra, affinché la tua elemosina rimanga nel segreto; il Padre tuo che vede nel segreto te la ricompenserà ». – « Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tarlo e ruggine li consumano, dove ladri sfondano e rubano; accumulatevi piuttosto tesori nel Cielo, dove né tarlo né ruggine li consumano, dove nessun ladro sfonda e ruba. Perché ov’è il tuo tesoro, ivi è pure il tuo cuore ». « Non potete servire a Dio e a mammona » (Matt. VI, 3). La vocazione del pubblicano Matteo ebbe però anche un altro aspetto: quello che riguardava il Signore. Quella chiamata era una grave offesa alle opinioni della società del tempo, una inaudita provocazione per tutti i « migliori » ambienti; chiamando a Sé Matteo, Gesù prese su di Sé la responsabilità d’un rischio eroico; a Voler giudicare umanamente, nessuno fra tutti i suoi Discepoli, nemmeno Giuda, era compromettente come Matteo; è lecito pensare che gli stessi Discepoli precedenti siano stati colpiti da una penosa impressione, quando il Maestro pose al loro fianco quel gabelliere; ché tutti loro erano della gente onesta, provenivano da famiglie rispettabili! I Farisei non poterono trattenere la loro sdegnosa sorpresa; erano già prima eccitati per il fatto, che aveva preceduto quella chiamata, a causa cioè della remissione dei peccati concessa al paralitico: « Egli bestemmia Iddio! Chi può rimettere i peccati se non Iddio solo? ». Ed ora Egli osa chiamare nel suo minuscolo seguito un pubblicano e peccatore, non teme anzi di sedere alla stessa mensa con quella gentaglia. I pubblicani, infatti, di tutti i dintorni, alla notizia di quel miracolo della grazia, come fiere cacciate dai loro nascondigli, erano strisciati fuori alla luce del sole; in Matteo si sentivano tutti chiamati e nobilitati. « Dissero allora i Farisei e gli Scribi indignati ai suoi Discepoli: “Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?”». E Gesù diede loro una risposta così saggia e importante, che tutti e tre i Sinottici ritennero di doverla consegnare in iscritto: « Gesù sentì questo e disse loro: “Non han bisogno del medico i sani, ma gli ammalati. Non son venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” ». E poi una terza espressione, che solo Matteo ha ricordata: « Andate e imparate che cosa vuol dire: “Voglio misericordia, non sacrificio” ». Queste poche sentenze sono come un preludio dell’attività di Gesù, l’accordo fondamentale di tutto il Vangelo e anche l’anticipazione dell’incantevole capitolo decimoquinto del vangelo di Luca, di quella trilogia della divina misericordia, che ben a ragione è detta il cuore del Vangelo. Queste tre brevi proposizioni dissero tutto a tutti: dinanzi ai Farisei valsero a giustificare Gesù e il rifiuto dei loro principi; invitarono i pubblicani all’emendazione della loro vita, non ne diedero l’approvazione; e ai Discepoli posero in mano la norma suprema per la loro opera apostolica. La vocazione dunque del pubblicano Matteo-Levi è d’un’importanza veramente fondamentale e universale; in essa si manifesta lo spirito del Vangelo; questo gabelliere, come un glorioso monumento della divina misericordia, deve annunziare « ai pubblicani e peccatori » di tutti i tempi che nessuno, per quanto possa avere traviato, deve perdersi d’animo o, peggio, disperare, poiché il Signore « è venuto » precisamente « per i peccatori »; il senso più recondito del peccato sta proprio qui: da esso prende le mosse la misericordia e, lo si sa, qualora il peccatore vi s’opponesse, la giustizia di Dio. Parecchi mesi più tardi Gesù propose la parabola del fariseo e del pubblicano: « Due uomini salirono al Tempio; uno era un fariseo, l’altro un pubblicano. Il fariseo se ne stette e pregò fra sé: “O Dio, io ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, rapaci, truffatori, adulteri e come questo pubblicano…”. Il pubblicano invece si fermò di lontano e non osava neppure levare i suoi occhi al Cielo, ma si percuoteva il petto e pregava: “O Dio, sii propizio a me peccatore”. Io vi dico: Questi se n’andò a casa giustificato, quegli no ». Pensava il Signore a Matteo, mentre diceva questa parabola? e che cosa dovette passare per la mente di Matteo nell’udirla? I suoi occhi si sciolsero in lacrime e nel suo cuore giurò di non rendersi indegno di tanta misericordia. Dopo la sua vocazione, il Vangelo ricorda ancora Matteo un’unica volta, all’elezione degli Apostoli, che ebbe luogo non molte settimane più tardi; in quell’occasione egli, sebbene pubblicano, divenne uno dei Dodici, non solo un discepolo come cento altri, ma uno degli Apostoli, che « dovettero essere costantemente accanto a Lui (Gesù), i quali Egli voleva mandare a predicare, e che dovevano aver anche il potere di guarire malattie e di cacciare i demoni ». Il discorso, che il Signore tenne ai suoi Apostoli in precedenza alla loro prima missione, è stato riferito da Matteo più ampiamente che non dagli altri Evangelisti: « Predicate: “Il regno dei Cieli è vicino; guarite malati, risuscitate morti, mondate lebbrosi, cacciate spiriti cattivi!” ». Segue poi un’espressione, che soltanto lui, il gabelliere, ha tenuto a mente e ci fa sorridere: « Gratis avete ricevuto, gratis dovete dare! Non vogliate procurarvi nella vostra cintura nè oro né argento né moneta di rame! » (Matt. X, 7). Che discorsi si saran fatti in giro per la regione, quando quegli, ch’era stato il famoso e scaltro Levi, metteva piede sulla soglia delle case, qual pio Apostolo, e salutava: « Pace a questa casa! », proprio lui, che un giorno in passato, per amore del maledetto e vilissimo denaro, s’era reso colpevole di innumerevoli discordie e irritazioni! Eppure dovremo ammettere ch’egli abbia assolto molto bene il suo compito in quella missione condotta a titolo di saggio; giacché precisamente l’esattoria gli aveva fornita l’occasione di far molte conoscenze ed esperienze di uomini e cose, come scuola preparatoria all’apostolato non era stata meno eccellente della professione del pescatore. Osservando un po’ i cataloghi degli Apostoli, notiamo con sorpresa che Matteo era uno dei pochi isolati nel gruppo; a eccezione infatti di Tommaso e di Giuda, erano tutti legati fra di loro da relazioni di parentela o di amicizia. Il Signore forse ha messi vicini Matteo e Tommaso, perché l’uno avesse nell’altro un buon compagno e specialmente l’oppresso Tommaso nel tranquillo Matteo. Nelle loro liste apostoliche Marco e Luca collocano Matteo prima di Tommaso, Matteo invece nel suo Vangelo si mette modestamente dopo Tommaso. – Della vita seguente dell’Apostolo Matteo non abbiamo purtroppo nessuna notizia, perché gli Atti degli Apostoli non ne hanno affatto e la tradizione ne ha solo di troppo incerte; è certo soltanto, come per gli altri Apostoli, ch’egli lavorò per parecchi anni, dopo la risurrezione del Signore, fra i Giudei, ch’erano il suo popolo; non ci è possibile calcolare con esattezza per quanto tempo, essendo l’informazione trasmessaci da Eusebio abbastanza vaga; Clemente Alessandrino però direbbe per quindici anni. Questi scrive pure d’una vita del nostro Apostolo asceticamente assai rigida; non avrebbe mai mangiato carne, ma solo legumi, semi e frutta; forse qui però l’antico scrittore ecclesiastico scambia l’apostolo Matteo con l’Apostolo Mattia, che, secondo la testimonianza di Eusebio, avrebbe certamente predicato l’astinenza dalla carne; questo scambio fra i due Apostoli fu frequente in passato e lo è forse anche oggi; se Matteo, l’ospite felice, fosse poi divenuto asceta così severo, ci sembra che non avrebbe scritto nel suo Vangelo con tanta disinvoltura la parola del Signore: « Non quello che entra per la bocca rende l’uomo immondo ». Quanto alla regione, nella quale Matteo svolse la sua opera apostolica, negli Atti apocrifi leggiamo notizie così disordinate e aggrovigliate, da non poterle conciliare. (*) Ci son pervenuti il Martirio gnostico di Matteo nel Ponto; gli Atti etiopici di Matteo in Kahanat; una leggenda di Matteo partica; il Martirio di Matteo coptico (etiopico); una leggenda locale di Gerapoli; la leggenda di Matteo etiopica, in relazione con la leggenda indiana di Bartolomeo; e finalmente la « Passio Matthæi » latina. Da tutte queste leggende, spesso in contradizione fra di sé, non si può ricavare che ben poco di storico. All’apostolo Matteo è attribuito pure uno scritto: « Della nascita della Beata Vergine Maria e dell’infanzia del Redentore »; si tratta d’un’opera apocrifa del quinto secolo). – La tradizione più antica ricorda, come suo campo missionario, l’Arabia, la Persia e anzitutto l’Etiopia, l’odierna Abissinia, e per il giorno della sua festa il Breviario romano fa sua questa sentenza. La tradizione più recente lo fa Apostolo dei Parti e anche dei Macedoni. Negli Atti di Andrea si fa menzione del Ponto, dove Matteo avrebbe lavorato insieme ad Andrea e da questi sarebbe stato salvato dalle mani « degli antropofagi », che lo volevano divorare. È incerto anche il genere della sua morte; se prestiamo fede a una nota dello gnostico Eracleone, della metà del secondo secolo, che ci viene trasmessa da Clemente di Alessandria e alla quale questi aderisce, Matteo non sarebbe comparso « dinanzi ai giudici per rendere testimonianza », il che significa che non sarebbe morto martire, ma, come gli apostoli Filippo e Tommaso, di morte naturale; al contrario, le varie leggende, che non meritano d’essere qui addotte, sono prolisse spesso nel descrivere il martirio per lapidazione o abbruciamento o, ancor più spesso, per mezzo della decapitazione del nostro Matteo. Il Breviario romano ha accolto la « Passio Matthæi » latina, abbastanza tardiva, che è una dettagliata esposizione della leggenda di Matteo etiopica, secondo la quale egli avrebbe convertito, operando il miracolo della risurrezione della figlia del re, la famiglia reale e l’intero territorio; Irtaco però, il fratello e il successore del re convertito Eglippo, avrebbe fatto uccidere Matteo con la spada all’altare, durante la celebrazione dei santi Misteri, perché l’Apostolo s’era opposto al suo progetto di condurre in sposa la figlia del re precedente, Ifigenia, ch’era una vergine consacrata a Dio. Le reliquie del Martire dall’Etiopia sarebbero state trasportate prima a Pesto, città italiana nel golfo di Salerno, e nel decimo secolo nella stessa Salerno, dove sono onorate anche oggi. – Queste notizie intorno alle vicende dell’apostolo Matteo, dopo la Pentecoste, ci lasciano insoddisfatti, è vero, l’opera però, ch’egli compì e che gli sopravvisse per i secoli, è assai importante; per essa egli è asceso nella gerarchia degli Apostoli, tanto che lo si può ritenere il più grande fra i Dodici dopo Pietro e Giovanni: egli ci ha regalato il primo Vangelo, che Renan ha detto « il libro più importante della storia del mondo ». Il gabelliere, l’uomo della scrivania, inclinato per naturale disposizione e preparato dalla professione alla redazione scritta degli eventi, era quanto mai adatto per la divina Ispirazione, che voleva scrivere della vita e della dottrina di Gesù; ed egli volle prestare al Signore in giuliva riconoscenza quel servizio, al quale proprio come gabelliere era particolarmente abilitato. Così ci è dato di cogliere il misericordioso mistero della sua vocazione sotto un’altra luce e un altro significato: un giorno il pubblicano Matteo, fermo al sacro scrittoio, stenderà sulla carta le parole e le azioni, ch’egli ha visto ed ascoltato, con dignità ed esattezza, divenendo splendido modello e glorioso patrono di tutti coloro, che, per benigna provvidenza di Dio, potranno scrivere di nostro Signore Gesù Cristo.

L’EVANGELISTA

Del Vangelo di Matteo abbiamo una testimonianza esplicita dello stesso Papia, verso l’anno 110: « Matteo ha messo in ordine, in lingua ebraica, i discorsi del Signore — “tà légia” —. Ciascuno li tradusse — “herméneusen” — meglio che potè ». A questa testimonianza Ireneo aggiunge la sua, con un’indicazione cronologica veramente un po’ elastica: « Matteo pubblicò fra gli Ebrei, nella loro lingua, una scrittura del Vangelo, quando Pietro e Paolo annunziavano — oralmente — il lieto messaggio a Roma e vi fondavano la Chiesa ». Un particolare interessante conosce Panteno, il direttore e maestro della scuola catechetica di Alessandria, che verso l’anno 200 migrò nell’« India », vale a dire nell’Arabia Felice, l’odierna Arabia meridionale: « Il Vangelo scritto in lingua ebraica dall’evangelista Matteo fu portato a loro agli “Indiani” — dall’apostolo Bartolomeo ». Tracce di una cooperazione apostolica fra Matteo in Etiopia e Bartolomeo nell’« India esterna », limitrofa all’Etiopia, si riscontrano, come abbiamo già visto nel capitolo su Bartolomeo, nella leggenda etiopica di Matteo. Il coltissimo scrittore ecclesiastico Origene restringe le tradizioni intorno al Vangelo di Matteo nelle parole: « Io ho appreso dalla tradizione circa i quattro Vangeli, che soli sono riconosciuti senza discussione nella Chiesa universale di Dio, che il primo Vangelo fu scritto da Matteo, prima pubblicano e poi Apostolo di Gesù Cristo. Egli lo compose nella lingua ebraica per i Giudei convertiti alla fede ». I Padri sono unanimi nell’attestare che Matteo fu il primo dei quattro Evangelisti a scrivere un Vangelo; non è certo possibile stabilire l’anno esatto della composizione; dovette scrivere sicuramente prima dell’anno 70, che segnò il tramonto di Gerusalemme e la dispersione del popolo giudaico in tutto il mondo; un’antica tradizione orientale dichiara: «Matteo scrisse il suo Vangelo nel primo anno di governo dell’imperatore Claudio, nell’anno 42, nove anni dopo l’ascensione del Signore ». – La testimonianza di Papia addotta più sopra — « Matteo ha messo in iscritto i discorsi del Signore » — dal razionalismo è detta valere per una semplice « collezione di sentenze », che doveva essere ben diversa dall’odierno primo Vangelo; ma un pacato esame di essa mostra quanto a torto si dia questa interpretazione. Di fatto l’espressione greca «tà légia» = discorsi, sentenze, nell’uso letterario degli scrittori ecclesiastici del tempo significa tanto discorsi quanto anche fatti; lo stesso Papia, ad esempio, dichiara il contenuto del Vangelo di Marco dicendo una volta: « I discorsi e le azioni del Signore », un’altra invece dicendo brevemente « logia »; per lui « légia » è lo stesso che Vangelo. In realtà tutta l’antichità cristiana non seppe mai nulla d’una « collezione di sentenze » redatta da Matteo, diversa dal nostro primo Vangelo; d’altra parte già Ireneo e più tardi anche Eusebio intesero esplicitamente con quella espressione di Papia il Vangelo odierno di Matteo; del resto v’è anche una ragione intrinseca che autorizza di chiamare questo Vangelo « légia », discorsi o sentenze del Signore, perché contiene più degli altri Vangeli sinottici i discorsi di Gesù e fa che anche le azioni sue, in un modo o nell’altro, si concludano con la dottrina. L’originale ebraico o anche aramaico del Vangelo di Matteo andò presto perduto; e questo si comprende facilmente, poiché sulle comunità giudeocristiane, alle quali l’Evangelista aveva dedicato il suo Vangelo, ben presto infuriarono le tempeste della guerra giudaica e poi delle prime eresie, così che, tragicamente, proprio nella terra dei suoi natali il Cristianesimo non uscì mai da una breve primavera; falsificato però dalle leggende, quell’originale sopravvisse ancora sino al quinto secolo in quello, che fu chiamato « Vangelo degli Ebrei » (Il «Vangelo degli Ebrei » ebbe questo nome perché fu usato dai giudeocristiani della Palestina, che parlavano la lingua ebraica o aramaica; probabilmente era il testo originale aramaico del Vangelo di Matteo, rielaborato ed ampliato; a noi ne è giunta notizia soltanto attraverso i brevi frammenti citati da Girolamo; l’opera però era certamente sorta già prima del 150.) o anche « dei Nazarei », che il grande studioso della Bibbia Girolamo, morto nel 419 o 420, poté ancora vedere in due esemplari. In compenso di questa sorte infelice, il Vangelo di Matteo ebbe la fortuna d’un eccellente traduttore greco, che seppe trasfondere l’originale aramaico in una lingua greca sciolta ed elegante; la versione dovette essere ultimata prima del volgere del primo secolo, perché se ne incontrano tracce negli scritti ecclesiastici sorti prima che esso finisse. – Non conosciamo il traduttore greco del Vangelo aramaico di Matteo; « chi sia stato, non è sicuro », scrive Girolamo; chiunque però sia, egli poté consultare i Vangeli greci di Marco e di Luca, apparsi verso il sessanta; si comprende facilmente ch’egli li tenesse sott’occhio nel preparare la sua versione, specialmente per le parti, che avevano in comune col Vangelo, che traduceva; certe particolarità linguistiche, infatti, del Vangelo greco di Matteo accennano una dipendenza stilistica dal vangelo di Marco. Il 19 giugno 1911 la Pontificia Commissione Biblica dichiarò, con un suo decreto, che la versione greca concorda « sostanzialmente » col testo originale aramaico, e questa era già la persuasione di tutta l’antichità cristiana; i più antichi manoscritti della Bibbia, come anche tutte le sue antiche versioni, senza eccezione, attribuiscono il nostro primo Vangelo all’evangelista Matteo; numerosi suoi testi e allusioni ad esso ricorrono già nella « Didaché », dottrina dei dodici Apostoli, opera veneranda scritta verso l’anno 100, come pure nelle opere dei Padri apostolici Clemente Romano, che scrisse verso il 95, Ignazio di Antiochia, morto nel 107, del martire Policarpo verso il 156 e soprattutto dell’apologeta e martire Giustino; è un vero mosaico, che testimonia l’altissima stima, di cui godette il primo Vangelo fin dall’epoca postapostolica. Ma lo stesso Vangelo di Matteo depone a suo favore. Lo si apra in qualunque punto, anche alla prima pagina, e ci si farà incontro a ogni piè sospinto il gabelliere e calcolatore Matteo. Tradisce il suo autore anche il modo dimesso, col quale il primo Vangelo parla del nostro Apostolo: solo in questo Vangelo egli è detto pubblicano, sta dopo Tommaso, il convito è solo accennato. Inoltre, la conoscenza minuziosa delle condizioni geografiche, storiche, politiche e religiose nella Terra Santa al tempo del Signore, come la ricca conoscenza della Sacra Scrittura del Vecchio Testamento esigono come autore un giudeocristiano, contemporaneo di Gesù. È vero che la presentazione della sua vita nel nostro Vangelo è alquanto smorta e prosaica, mancante spesso di più precise indicazioni di tempi e di luoghi, senza vivaci descrizioni delle circostanze secondarie, senza riferimento di particolari interessanti; Marco scrive con maggiore perspicuità e tempra, Luca è più caldo e più intimo. Si confronti, ad esempio, la relazione della risurrezione della figlioletta di Giairo in Matteo e Marco: Matteo racconta un po’ scolorito: « Mentr’Egli parlava loro, venne un capo, cadde a terra dinanzi a Lui e disse: “Mia figlia è morta or ora; ma vieni, posa la tua mano su di lei, e vivrà” ». Marco invece descrive lo stesso episodio, che Matteo riferisce solo nella sua parte essenziale, nella cornice delle sue precise circostanze: « Quando Gesù fu partito di nuovo con la barca verso l’altra riva, radunò intorno a Lui una grande folla; giunse allora un archisinagogo di nome Giairo; questo Lo scorse, Gli cadde ai piedi e Lo pregò supplichevole: “La mia figlioletta sta agli ultimi respiri; ma vieni, e metti su di lei le mani, affinché sia salva e resti in vita” ». Oppure si confronti il racconto della fuga dei Discepoli sul Monte degli Olivi: in Matteo è detto: «Poi i discepoli Lo abbandonarono e fuggirono »; Marco invece aggiunge ancora un particolare: « Poi tutti Lo abbandonarono e fuggirono. Ma un giovanetto, che indossava sul nudo corpo soltanto un panno di lino, Lo seguiva » (Marc. XIV, 50). Questa indole del Vangelo di Matteo, poco circostanziato e molto impersonale nelle sue relazioni, ha indotto il razionalismo a sospettare; se l’autore fosse veramente un teste oculare e auricolare degli eventi, concludono i razionalisti, avrebbe redatto le notizie con più colorito e vivacità. Ma non abbiamo precisamente in questa oggettività una prova intrinseca, anche se indiretta, della genuinità del primo Vangelo? Non ogni scrittore dispone la materia con lo stesso colore e fantasia, ed è bene che sia così; lo stesso si dica degli scrittori biblici; giacché il carisma della divina ispirazione si adatta dolcemente e sapientemente al carattere dell’autore umano, senza concedergli necessariamente la perfezione naturale; e così anche a Matteo fece scrivere da Matteo: egli era stato per l’addietro un gabelliere, un uomo delle realtà fredde, un individuo dei calcoli e dei numeri; or chi non sa che di solito gli uomini della matematica e delle finanze si limitano all’essenziale e all’obiettivo, mentre non vedono volentieri le descrizioni? Appunto dunque questa maniera di scrivere poco ricca di fantasia, che osserviamo nel primo Vangelo, ci fa pensare che il gabelliere Matteo ne sia l’autore. Nelle sue informazioni evangeliche, egli tralascia parecchi particolari di ornamento e di quando in quando abbrevia tanto le descrizioni che esse ci riescono oscure; frattanto però il suo Vangelo è riuscito pure efficacemente misurato, solenne e dignitoso, a tal punte che in parecchi capitoli ci richiama le immagini rigidamente ieratiche di Bisanzio o una sacra funzione liturgica con corale calmo e maestoso. Quanto alle sue cose personali, Matteo nel suo Vangelo ha voluto essere molto riservato; tuttavia, non v’è riuscito in un settore, e cioè in quello… finanziario; il gabelliere Matteo, contro sua volontà, è tradito dalla conoscenza di denari e di affari, di cui si mostra ornato l’autore del primo Vangelo; come nel Vangelo di Luca le notizie di ammalati e guarigioni, così nel Vangelo di Matteo le « notizie di denaro » ricorrono più frequenti e più circostanziate; si capisce che le istruzioni di Gesù intorno a questa materia restarono impresse in modo particolarmente profondo nella memoria del pubblicano d’un tempo. Matteo scrive di denaro e di monete in dodici passi del suo Vangelo, mentre Giovanni soltanto in due. Il pubblicano… e l’aquila! Matteo menziona « l’oro » sin dal presepio di Gesù Bambino a Betlemme; è unico fra gli Evangelisti a riferire anche la riscossione e il pagamento miracoloso dell’imposta per il Tempio da parte di Cristo e di Pietro; solo nel suo Vangelo si leggono le parabole del « tesoro, che giaceva nascosto in un campo », e del « commerciante, che cercava delle perle nobili; quand’ebbe trovata una perla preziosa, andò e vendette tutto quello che possedeva e la comperò »; nel riferirle Matteo forse ripensò alla propria vocazione al regno dei Cieli; solo lui racconta dell’immisericordioso « servo, cui il re, alla resa dei conti, condonò dieci mila talenti, il quale però all’uscita acciuffò uno dei suoi conservi, che gli doveva cento denari »; degli « operai, che il padre di famiglia prese a giornata per la sua vigna, e pattuì con loro un denaro per giornata »; dei « talenti, che il padrone affidò ai suoi servi, al primo cinque, al secondo due, al terzo uno, a ciascuno secondo la sua capacità »; « al servo pigro il padrone rispose: “Avresti dovuto investire il mio denaro presso i banchieri e io, al mio ritorno, avrei potuto ritirare il mio con l’interesse” ». Comprendiamo bene che tali discorsi del Signore dovettero avere una risonanza particolare proprio in Matteo. Anche Marco e Luca, non v’è dubbio, quando è necessario, scrivono di affari e di denari; ma un confronto con loro, anche nei brani comuni a tutti e tre i Sinottici, mostra precisamente che Matteo si esprime con maggiore esattezza, con distinzioni più accurate. Così, ad esempio, quando riferisce il discorso detto dal Signore prima della missione degli Apostoli in Palestina, non rende quell’ordine: « Non prendetevi denaro per la via » così semplicemente come Luca, ma più particolareggiato: « Non procuratevi né oro né argento né rame »; nella questione del tributo dovuto a Cesare, Cristo, secondo l’informazione di Matteo, non richiede indeterminatamente « un denaro », come leggiamo in Marco e Luca, ma: « MostrateMi la moneta del tributo ». Per lui, ch’era stato esattore, non è indifferente che si dica una moneta o l’altra o semplicemente « denaro »; nessuno degli Evangelisti è come lui specializzato, vorremmo dire pedantemente esatto nel riferire il valore monetario; il suo orecchio, abituato al tintinnio delle monete, ascolta attento anche quando parla il Signore, s’Egli dica un «talento » o un « siclo », uno « statere » oppure un « didramma », un « asse », equivalente a tre centesimi, oppure solo un « quadrante », un centesimo! Nel suo Vangelo mostra di conoscere le monete più di tutti gli altri, perché ne menziona dieci specie diverse, mentre Marco ne ricorda solo cinque e Luca sei. Il primo Vangelo dunque porta evidente l’impronta del suo autore, del pubblicano e calcolatore Matteo. Nel suo Vangelo è pure manifesta la predilezione dei Giudei per i numeri sacri 3, 7, 8, 14, che vi ricorrono con tanta frequenza facilmente discernibili. Fin dal primo capitolo, che si direbbe alquanto studiato, ci incontriamo con gli antenati di nostro Signore Gesù Cristo secondo la natura umana, ch’egli enumera in tre gruppi di quattordici generazioni; il numero 14, secondo il metodo usato dagli Ebrei per indicarlo con le lettere dell’alfabeto, dà per risultato il nome « David »: D= 4 W=6; D = 4. La storia della vita di Gesù Cristo prima della sua comparsa in pubblico si articola intorno a sette profezie, il discorso al lago consta di sette parabole, il « Padre nostro » risulta di sette petizioni. Nell’ottavo e nono capitolo riferisce i miracoli spartiti in tre gruppi di tre miracoli, inserendo fra un gruppo e l’altro due richieste di Gesù. Questi rilievi ci consentono una visione panoramica della costruzione di tutto il Vangelo: è sistemato secondo determinate proporzioni, precisamente come solevano esporre i Giudei e in generale i Semiti; inoltre l’autore ama accostare quello ch’è omogeneo, tutto quello che per sostanza e forma è affine; Matteo ordina la materia sacra seguendo, almeno nel lungo tratto intermedio, dal capitolo 4, 17 al 18, 35, uno schema piuttosto logico, a differenza di Luca, che si propone di narrare « secondo ordine ». Può essere che questa propensione a scrivere secondo uno schema e sistema, per non dire con criterio matematico, quale si manifesta nel Vangelo, sia in Matteo un’eredità della sua precedente professione di esattore; comunque, percorrendo il libro, abbiamo la percezione del suo bisogno di condurre innanzi anche il Vangelo ordinatamente, con bella disposizione, come doveva fare prima con i suoi rotoli nell’ufficio della dogana. Così nella sezione centrale dell’opera raccoglie insieme i discorsi del Signore in cinque gruppi maggiori, dei quali il più importante è il discorso sul monte; e proprio nel discorso sul monte egli congiunge, in una mirabile composizione unitaria, discorsi pronunciati dal Signore in circostanze diverse, come risulta da un confronto col vangelo di Luca; in modo analogo unisce pure i miracoli di Gesù in racconti continuati, legandoli leggermente insieme coll’indeterminato « téte = dopo questo ». Ogni lettore intelligente comprende facilmente che questo metodo d’informazione evangelica, più logico che cronologico, non compromette per nulla la verità storica dei fatti; esso invece conferisce al Vangelo di Matteo chiarezza eccellente e dignitosa compattezza. In esso si distinguono chiaramente tre parti: 1. Preparazione 1, 1-4, II: albero genealogico e storia dell’infanzia; l’opera del Battista; battesimo e tentazione di Gesù. – 2. Decisione e separazione 4, 12-18, 35: Cristo offre al popolo la salvezza messianica: inizi dell’attività in Galilea; predica sul monte; prova dei miracoli; elezione e invio degli Apostoli. Il popolo rifiuta la salute: ambasciata del Battista; lamento e minaccia di Gesù; offensiva dell’ostilità farisaica. Cristo separa i credenti dai non credenti e li raduna nella Chiesa: parabole del regno dei Cieli; decollazione di Giovanni; ritorno di Gesù ai fedeli; fondazione della Chiesa su Pietro; istruzione degli Apostoli. – 3. Fine 19, 1-28, 20: Gesù in Giudea e a Gerusalemme; domenica delle Palme; contese e parole di punizione nel Tempio; la storia della Passione; Pasqua. – Come appare da questo disegno e dalle esplicite testimonianze dei Padri della Chiesa, Matteo scrisse questo Vangelo per i « Giudei », sia per quelli, che già erano passati al Nuovo Testamento, sia anche per gli altri, che ancora persistevano nel Testamento Antico; bisogna badare a questa destinazione del libro, perché giova alla sua intelligenza, giacché esso, il primo libro della Scrittura neotestamentaria, riecheggia il Vecchio Testamento. Ci si presenta subito il primo capitolo con l’albero genealogico di Gesù Cristo; agli uomini d’oggi fa l’impressione d’essere tanto arido; eppure è il venerabile vestibolo del Nuovo Testamento, è come una commovente processione delle personalità dell’Antico che muovono verso il Cristo: « Abramo generò Isacco; Isacco generò Giacobbe; Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli… ». Matteo rimanda continuamente alle rapide luci delle predizioni profetiche, ch’erano guizzate nell’orizzonte del Vecchio Testamento; appunto esse dovevano illuminare agli occhi dei Giudei la via che mena a Cristo: « Tutto questo è avvenuto perché avesse compimento quello, che il Signore aveva detto per mezzo del Profeta… »; « allora s’adempì la parola del Profeta, che dice… ». Nel vangelo di Matteo sono state contate non meno di settanta di queste citazioni e allusioni al Vecchio Testamento, mentre in Marco se ne contano solo diciotto, in Luca diciannove, in Giovanni dodici. Lo stesso senso di riguardo verso i destinatari giudei consigliò a Matteo di stendere nel suo Vangelo i discorsi del Signore circa la sua posizione di fronte alla legge del Vecchio Testamento, che Marco e Luca invece tralasciano: « Non crediate ch’Io sia venuto a togliere la Legge e i Profeti… Avete udito che è stato detto agli antichi… Ma Io vi dico…». Seguendo i Libri Santi del popolo giudaico, Matteo nel suo Vangelo cercò di persuaderlo che Gesù era il Messia promesso dalla Legge e dai Profeti, e che la Chiesa da Lui fondata era il regno messianico ardentemente atteso. Dall’abbondante materiale evangelico egli sceglie instancabile anche quelle frasi di Gesù, che si opponevano alle aspettative messianiche errate e travisate in senso terreno e nazionalistico dei Giudei: « Beati i poveri di spirito! Beati gli afflitti! Beati i mansueti… ». « Ti glorifico, o Padre, Signore del Cielo e della terra, perché Tu hai nascosto queste cose ai sapienti e ai potenti, ma le hai rivelate ai piccoli… » « Il regno dei Cieli è simile a un grano di senapa, ch’è più piccolo di tutte le altre sementi… È simile a un tesoro, che giaceva nascosto nel campo ».. Gesù è il Messia previsto dai Profeti nonostante la sua povertà e nonostante lo scandalo della croce; forse in nessun altro Vangelo ritorna tanto spesso il chiaroscuro della sua vita e ne è così percettibile il rapido cambiamento, come nel Vangelo di Matteo: Gesù è perseguitato da Erode, ma adorato dai gentili; viene battezzato come un peccatore, ma glorificato dal Padre; è tentato dal demonio, ma servito dagli Angeli; viene crocifisso come un delinquente, ma dalla natura e dagli uomini è attestato « vero Figlio di Dio ». – Matteo deve inoltre dare una ragione del doloroso mistero, per il quale anche Paolo lotta nei capitoli 9-11 della lettera ai Romani: perché il popolo eletto, nella sua maggioranza, abbia respinto Gesù qual Messia. Matteo documenta nel corso della sua storia quello, che Paolo afferma afflitto nella citata lettera: «In ogni tempo stendo le mie mani a un popolo, ch’è caparbio e restio »; e così leggiamo nel primo Vangelo della colpevole indifferenza dei capi già dinanzi al Neonato, della loro gelosia verso il Maestro, del loro odio infernale contro il Morente, della loro ultima malizia contro il Risorto. Si deve a questo motivo se Matteo, sebbene sia l’evangelista calmo, non ha avuto riguardo di consegnare allo scritto anche quel giudizio del Signore contro i suoi nemici, che, come uno scrosciante temporale, s’abbatté « sulle cieche guide dei ciechi »: « Guai a voi, Scribi e Farisei… », e per otto volte « Guai a voi»! Sembrano un’eco terrificante delle otto beatitudini all’inizio del vangelo. Ma nemmeno il popolo è senza colpa: « Il regno di Dio sarà tolto a voi e verrà dato a un popolo, che dà i suoi frutti » (XXI, 43); e Matteo è ancora il solo a notare quell’orrido grido del popolo giudaico, che rintronò mentre il pagano Pilato si lavava le mani: « Il suo Sangue scenda su di noi e sui nostri figli », e da allora rintronò in tutti i tempi e nel nostro secolo ha avuta l’eco più spaventosa. Un Vangelo scritto per i Giudei del primo secolo potrebbe sembrare per la nostra generazione sorpassato; non è però così, anche il Vangelo di Matteo trascende i tempi, anzi esso tenne sempre il primo posto fra i Vangeli sinottici e non solo in ordine di tempo, ma anche di importanza; esso può dire la sua parola precisa anche agli uomini d’oggi per la sua pacata obiettività, a motivo della quale è stato pure detto il « Vangelo accademico ». Il valore intrinseco per la cristianità moderna, tutto proprio di questo Vangelo, sta nelle sue trattazioni sul regno messianico: di contro a un regno messianico terreno, che oggi irrompe da tutte le parti e pretende da Cristo, come il Giudaismo d’un tempo, un paradiso sulla terra, è il Vangelo di Matteo che sottolinea la spiritualità del vero regno messianico; col riferire più diffusamente degli altri Evangelisti la predicazione di Gesù intorno al suo regno, Matteo è divenuto l’evangelista anche della… Chiesa, a quel modo che Giovanni è l’evangelista particolarmente della divinità di Gesù. – E in questo suo pregio, non altrove, si nascondono i veri motivi delle obiezioni contro di esso: è « il Vangelo della Chiesa », come ebbe a dirlo con caratteristica espressione il Renan; la Chiesa fondata da Cristo in esso si manifesta più chiaramente che non negli altri; le parole: « Tu sei Pietro! Su questo Pietro — Roccia — Io edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non la supereranno. Ti darò le chiavi del regno dei Cieli » risuonano lungo tutto il Vangelo. È significativo che la leggenda dei dodici articoli del Credo ponga in bocca a Matteo quello della Chiesa: « Credo in sanctam Ecclesiam catholicam — credo nella santa Chiesa Cattolica »; il suo Vangelo è il Vangelo « cattolico », cattolico nel senso più ampio della parola, anche perché, e qui sta il suo ultimo pregio particolare per la nostra straziata età, esso annunzia a tutti i popoli, i quali si sentono « eletti », che la salute messianica è comune a tutte le razze e classi e caste, è « cattolica », appartiene a tutti, tutti abbraccia, tutti concilia, tutti unisce. Com’è profondamente simbolico il fatto, che nel Vangelo di Matteo s’incontrino fin da principio dei pagani, che genuflettono dinanzi « al neonato Re dei Giudei », e nell’ultimo capitolo Cristo ordini ai suoi Discepoli: « Andate e ammaestrate tutti i popoli » (Matt. XXVIII, 19). Matteo, il pubblicano! Matteo, l’evangelista! I due momenti sono espressi vigorosamente e magnificamente dalla sua statua al Laterano: l’Apostolo, risoluto e sprezzante, mette il suo piede sopra il sacco dei denari, che scoppia, mentre il suo occhio e il suo cuore sono per il Libro Santo, che gli sta dinanzi sulle ginocchia grande e largo: esempio e monito a tutti, perché nessuno si renda schiavo delle cose di quaggiù, perché tutti camminino al di sopra della materia e divengano degni del santo Vangelo, conformino la propria vita ad esso, che ha avuto il primo redattore in Matteo. Poiché « l’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola, che esce dalla bocca di Dio » (Matt. IV, 4).

LA FESTA DELL’ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE (2022)

14 Settembre.

La festa dell’Esaltazione della S. Croce.

— Corre oggi l’anniversario delle consacrazioni delle Basiliche Costantiniane — erette al Calvario e sul S. Sepolcro: — insieme si commemora il recupero della S. Croce — rapita quattordici anni innanzi da Cosroe redi Persia — e riconquistata dall’imperatore Eraclio.

Il castigo. — Non tutte le cristianità dell’Impero Bizantino erano esemplari nella pratica delle virtù evangeliche: — perciò non fa meraviglia che Iddio — sotto gli Imperatori Foca ed Eraclio — le abbia severamente flagellate colla guerra « È fu una guerra segnata da sconfitte sopra sconfitte — nella quale il pagano Cosroe potè rapire da Gerusalemme la vera Croce di Gesù Cristo. I peccati si pagano — e dai privati — e dalle Nazioni: quindi i peccatori dovrebbero reputarsi tra i più pericolosi nemici della patria – provocatori come sono dei  castighi divini sopra di essa!

Il perdono. — Ma la Chiesa — sempre buona madre dei popoli – levò supplici a Dio le sue mani, perché gli eserciti imperiali ritrovassero le vie della vittoria: ,e Dio si lasciò placare. — Improvvisamente la fortuna dell’armi si capovolse – ed Eraclio dettò la pace ai Persiani — rivendicando subito la restituzione della S. Croce.  Potenza della preghiera! – e specialmente della preghiera pubblica – collettiva — umile — assidua! — E la S. Croce tornò a Gerusalemme — venerata più che mai dai rinsaviti Cristiani. — Fu ricollocata al Calvario con solennissima pompa — intervenendovi lo stesso vincitore Eraclio. in tutta la sua pompa imperiale.

L’ammonimento significativo. — L’Imperatore — a significare — oltre la sua viva fede — e la sua fervida pietà – anche la sua riconoscenza a Dio per la riportata vittoria — volle egli stesso recare sulle sue spalle la Croce riconquistata — a ricollocarla nel suo Santuario. — Ma, giunto alla porta che mette al Golgotha, ecco che non può più dare neanche un passo avanti, con meraviglia di tutti: — né poté proseguire, sinché — secondo il monito del Patriarca Zaccaria non depose scettro e gemme e corona e manto imperiale – rivestendo il sacco dei penitenti — e ricaricandosi così la Croce. — Badiamo anche noi ad essere coerenti seguaci del Crocifisso: — cioè Cristiani mortificati!

Hymnus

Vexílla Regis

pródeunt;
Fulget Crucis mystérium,
Qua Vita mortem pértulit,
Et morte vitam prótulit.

Quæ, vulneráta lánceæ
Mucróne diro, críminum
Ut nos laváret sórdibus,
Manávit unda et sánguine.

Impléta sunt quæ cóncinit
David fidéli cármine,
Dicéndo natiónibus:
Regnávit a ligno Deus.

Arbor decóra et fúlgida,
Ornáta Régis púrpura,
Elécta digno stípite
Tam sancta membra tángere.

Beáta, cujus brácchiis
Prétium pepéndit sǽculi,
Statéra facta córporis,
Tulítque prædam tártari.

Sequens stropha dicitur flexis genibus.

O Crux, ave, spes única,
In hac triúmphi glória
Piis adáuge grátiam,
Reísque dele crímina.

Te, fons salútis, Trínitas,
Colláudet omnis spíritus:
Quibus Crucis victóriam
Largíris, adde prǽmium.
Amen.

V. Hoc signum Crucis erit in cælo.
R. Cum Dóminus ad judicándum vénerit.

Pange, lingua, gloriósi

Láuream certáminis,
Et super Crucis trophǽo
Dic triúmphum nóbilem,
Quáliter Redémptor orbis
Immolátus vícerit.

De paréntis protoplásti
Fraude Factor cóndolens,
Quando pomi noxiális
In necem morsu ruit,
Ipse lignum tunc notávit,
Damna ligni ut sólveret.

Hoc opus nostræ salútis
Ordo depopóscerat,
Multifórmis proditóris
Ars ut artem fálleret,
Et medélam ferret inde,
Hostis unde lǽserat.

Quando venit ergo sacri
Plenitúdo témporis,
Missus est ab arce Patris
Natus, orbis Cónditor,
Atque ventre virgináli
Carne amíctus pródiit.

Vagit infans inter arcta
Cónditus præsépia:
Membra pannis involúta
Virgo Mater álligat:
Et Dei manus pedésque
Stricta cingit fáscia.

Sempitérna sit beátæ
Trinitáti glória,
Æqua Patri, Filióque;
Par decus Paráclito:
Uníus Triníque nomen
Laudet univérsitas.
Amen.

S. Leone Papa:

Sermone 8 sulla Passione del Signore, dopo la metà

Dopo l’esaltazione di Cristo sulla Croce, o dilettissimi, il vostro spirito non si rappresenti soltanto l’immagine che colpì la vista degli empi, ai quali dice Mosè: «La tua vita sarà sospesa dinanzi ai tuoi occhi, e sarai in timore notte e giorno, e non crederai alla tua vita » (Deut. XXVIII, 66). Infatti essi davanti al Signore crocifisso non potevano scorgere in lui che il loro delitto, ed avevano non il timore che giustifica mediante la vera fede, ma quello che tortura una coscienza colpevole. Ma la nostra intelligenza, illuminata dallo spirito di verità, abbracci con cuore puro e libero la Croce, la cui gloria risplende in cielo e in terra; e coll’acume interno penetri il mistero che il Signore, parlando della sua prossima passione, annunziò così: «Adesso si fa il giudizio di questo mondo, adesso il principe di questo mondo sarà cacciato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutto a me » (Joann. XII,21). – O virtù ammirabile della Croce! o gloria ineffabile della Passione, in cui è e il tribunale del Signore, e il giudizio del mondo, e la potenza del Crocifisso! Sì, o Signore, attirasti tutto a te, allorché, «dopo aver steso tutto il giorno le tue mani a un popolo incredulo e ribelle » (Is. LXV,2), l’universo intero comprese che doveva rendere omaggio alla tua maestà. Attirasti, Signore. tutto a te, allorché tutti gli elementi non ebbero che una voce sola per esecrare il misfatto dei Giudei; allorché oscuratisi gli astri del cielo e il giorno cangiatosi in notte, anche la terra fu scossa da scosse insolite, e la creazione intera si rifiutò di servire agli empi. Attirasti, Signore, tutto a te, perché squarciatosi il velo del tempio, il Santo dei santi rigettò gl’indegni pontefici, per mostrare che la figura si trasformava in realtà, la profezia in dichiarazioni manifeste, la legge nel Vangelo. – Attirasti, Signore, tutto a te, affinché la pietà di tutte le nazioni che sono sulla terra celebrasse, come un mistero pieno di realtà e senza alcun velo, quanto era nascosto nel solo tempio della Giudea, sotto l’ombre delle figure. Difatti ora e l’ordine dei leviti è più splendido, e la dignità dei sacerdoti è più grande, e l’unzione che consacra i pontefici contiene maggior santità: perché la tua Croce è la sorgente d’ogni benedizione, il principio d’ogni grazia; essa fa passare i credenti dalla debolezza alla forza, dall’obbrobrio alla gloria, dalla morte alla vita. E adesso che i diversi sacrifici d’animali carnali sono cessati, la sola oblazione del corpo e sangue tuo rimpiazza tutte le diverse vittime che la rappresentavano: ché tu sei il vero «Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo » (Joann. 1,29); e così tutti i misteri si compiono talmente in te, che, come tutte le ostie che ti sono offerte non fanno che un solo sacrificio, così tutte le nazioni della terra non fanno che un solo regno.