L’APOCALISSE INTERPRETATA DAL BEATO B. HOLZHAUSER (III)

L’APOCALISSE INTERPRETATA DAL BEATO B. HOLZHAUSER (III)

INTERPRETAZIONE DELL’APOCALISSE. Che comprende LA STORIA DELLE SETTE ETÁ DELLA CHIESA CATTOLICA.

DEL VENERABILE SERVO DI DIO

BARTHÉLEMY HOLZHAUSER RESTAURATORE DELLA DISCIPLINA ECCLESIASTICA IN GERMANIA,

OPERA TRADOTTA DAL LATINO E CONTINUATA DAL CANONICO DE WUILLERET,

PARIS, LIBRAIRIE DE LOUIS VIVÈS, ÉDITEUR RUE CASSETTE, 23

1856

LIBRO PRIMO

SUI TRE PRIMI CAPITOLI

Descrizione dei sette Angeli della Chiesa Cattolica da Gesù-Cristo fino alla consumazione dei secoli, figurate dalle sette Chiese dell’Asia, dalle sette Stelle e dai sette Candelabri.

§ III.

Descrizione della Chiesa militante rivelata a San Giovanni per la sua somiglianza a Gesù-Cristo.

CAPITOLO I. – Versetto 13-20

… et in medio septem candelabrorum aureorum, similem Filio hominis vestitum podere, et præcinctum ad mamillas zona aurea: caput autem ejus, et capilli erant candidi tamquam lana alba, et tamquam nix, et oculi ejus tamquam flamma ignis: et pedes ejus similes auricalco, sicut in camino ardenti, et vox illius tamquam vox aquarum multarum: et habebat in dextera sua stellas septem: et de ore ejus gladius utraque parte acutus exibat: et facies ejus sicut sol lucet in virtute sua. Et cum vidissem eum, cecidi ad pedes ejus tamquam mortuus. Et posuit dexteram suam super me, dicens: Noli timere: ego sum primus, et novissimus, et vivus, et fui mortuus, et ecce sum vivens in osæcula sæculorum: et habeo claves mortis, et inferni. Scribe ergo quæ vidisti, et quæ sunt, et quae oportet fieri post hæc. Sacramentum septem stellarum, quas vidisti in dextera mea, et septem candelabra aurea: septem stellæ, angeli sunt septem ecclesiarum: et candelabra septem, septem ecclesiæ sunt.

[… e in mezzo ai sette candelieri d’oro uno simile al Figliuolo dell’uomo, vestito di abito talare, e cinto il petto con fascia d’oro: e il suo capo e i suoi capelli erano candidi come lana bianca, e come neve, e i suoi occhi come una fiamma di fuoco, e i suoi piedi simili all’oricalco, qual è in un’ardente fornace, e la sua voce come la voce di molte acque: e aveva nella sua destra sette stelle: e dalla sua bocca usciva una spada a due tagli: e la sua faccia come il sole (quando) risplende nella sua forza. E veduto che io l’ebbi, caddi ai suoi piedi come morto. Ed egli pose la sua destra sopra di me, dicendo: Non temere: io sono il primo e l’ultimo, e il vivente, e fui morto, ed ecco che sono vivente pei secoli dei secoli, ed ho le chiavi della morte e dell’inferno. Scrivi adunque le cose che hai vedute, e quelle che sono, e quelle che debbono accadere dopo di queste: il mistero delle sette stelle, che hai vedute nella mia destra, e i sette candelieri d’oro: le sette stelle sono gli Angeli delle sette Chiese: e i sette candelieri sono le sette Chiese].

XVIII. Ed io mi voltai … e vidi sette candelabri d’oro; vale a dire, sette chiese piene di olio delle buone opere, ardenti di fuoco e carità, illuminate dalla saggezza del Verbo divino. E brillanti, agli occhi del mondo, come lampade e candelabri. In effetti, Gesù-Cristo istituì la sua Chiesa, affinché venisse in soccorso degli indigenti con l’olio delle opere di misericordia; ché gli infermi fossero unti e fortificati; coloro che sono freddi fossero riscaldati dal fuoco della carità; che i ciechi fossero rischiarati dalla saggezza celeste; e le opere delle tenebre prendessero la fuga davanti alle opere di luce e di santa condotta. Candelieri d’oro; vale a dire: fusi nella scienza della discrezione e nella prudenza celeste, perché, così come l’oro è più stimato degli altri metalli dai re, dai principi e dagli altri uomini; e così come ha grande efficacia, in medicina, per guarire gli infermi; così pure la discrezione e la prudenza sono non solamente stimatissimi dagli uomini, ma ancor più necessari alla medicina spirituale, con la correzione fraterna. Candelieri d’oro, per mezzo dei quali sono rappresentati lo splendore, la ricchezza, la maestà, l’onore e la gloria esteriore di Gesù-Cristo, suo Sposo e renderlo splendente agli occhi del mondo, secondo la diversità dei tempi. Candelieri d’oro, cioè puliti e ben lavorati; perché come l’oro è provato col fuoco, ed il candelabro prende la sua forma sotto lo strumento dell’artigiano, così la Chiesa si consuma e si estende in longanimità, purgata dalle tribolazioni e dai colpi della tentazione.

XIX. Vers. 13. – Ed in mezzo ai sette candelieri d’oro (io vidi) uno che somigliava al Figlio dell’uomo, vestito con una veste talare, stretta al di sotto delle mammelle, da una cintura d’oro. Questo testo descrive alla lettera la persona del Cristo, che l’Angelo rappresentava, essendo costituito da Dio Padre, per essere il Sommo Sacerdote ed il Giudice dei viventi e dei morti. Questa persona del Cristo figura anche la persona, il governo e la natura della Chiesa, sua Sposa. Ed in mezzo ai sette candelieri d’oro, uno che somigliava al Figlio dell’uomo; vale a dire un Angelo che non era Cristo in persona, ma un Angelo da Lui inviato, che rappresentava la persona del Cristo: simile al Figlio dell’uomo; vale a dire, offrendo un’immagine, una similitudine o una idea di Gesù-Cristo, secondo la quale formò la sua Chiesa simile a Lui. Simile al Figlio dell’uomo; designando con ciò lo Spirito di Cristo, che mantiene e vivifica spiritualmente il corpo della sua Chiesa, come l’anima vivifica il suo corpo. Ecco perché San Giovanni scrive queste parole: in mezzo ai sette candelieri d’oro.  In effetti, il Cristo, la cui persona è rappresentata dall’Angelo, è in mezzo alla sua Chiesa come un capo invisibile, governandola, sostenendola, vivificandola, istruendola, consolandola, difendendola ed amandola; come un maestro è in mezzo ai suoi discepoli, un padre in mezzo ai suoi figli, un re in mezzo ai suoi sudditi, ed un capitano un mezzo ai suoi soldati, secondo quanto è scritto, (Matth., XXVIII, 20): « Io sono con voi tutti i giorni, fino alla consumazione dei secoli. » I suoi Angeli sono così in mezzo alla Chiesa, come dei ministri preordinati da Dio per essere a nostra tutela, nostra salvezza e nostro soccorso. Infine, quest’Angelo che è in mezzo ai sette candelieri d’oro, è anche il prototipo di tutti gli altri Angeli.

XX. Vestito di una veste talare, e con sotto il petto di una cintura d’oro. Queste parole designano questo essere simile al Figlio dell’uomo; e questa descrizione ci rivela la natura ed il governo della Chiesa Cattolica, Sposa di Cristo. 1° San Giovanni dice che lo vede vestito di una veste talare; ora, la lunga veste o abito sacerdotale che discende fino ai piedi, è l’alba. Questo abito designa l’umanità di Gesù-Cristo sotto la quale si mostrò agli uomini, essendosi reso simile a noi, coperto da un abito come un uomo e come un pontefice che potesse compatire le nostre infermità. Fu costituito da Dio Padre, Sacerdote eterno secondo l’ordine di Melchisedech, essendosi offerto al Padre una volta, sulla croce, come ostia vivente; ed offrendosi ogni giorno per noi nel Sacrificio della Messa. Ora, tale è anche la Chiesa Cattolica: essa offre, in effetti, una viva immagine del Cristo, e ci dà un’idea o un prototipo del suo divino sposo, essa è ornata da una lunga veste, cioè dalla dignità e dall’abito sacerdotale talare, per rappresentare il sacerdozio che continuerà fino alla consumazione del secolo. Il candore di questa lunga veste indica la purezza di coscienza, la semplicità dell’anima, l’umiltà di spirito e la castità del corpo, che devono sempre accompagnare il sacerdozio, E cinto sotto il petto una cintura d’oro, della cintura di giustizia e della verità di Gesù. Isaia, XI, 5: « La giustizia sarà la cintura dei suoi reni, e la fede l’armatura di cui sarà cinto » (le due parole latine lumbi e renes significano i reni, e la scrittura se ne serve ordinariamente per designare il centro della forza, come anche la concupiscenza.). Cintura d’oro, vale a dire che il sacerdote avrà molto da soffrire dal mondo a causa della giustizia e della verità, e sarà provato come l’oro nella fornace. Ora, è così che si può dire della Chiesa di Cristo, cinta sotto il petto, con i reni cinti, si comprende la mortificazione della carne, così come era prescritta nell’Antico Testamento; e per il torace cinto sotto il petto, si intende la mortificazione dell’anima, così come è ordinata nella nuova Legge. Infatti, sotto la Legge nuova, Gesù-Cristo orna e cinge nuovamente la Chiesa, sua sposa, come una cintura di oro prezioso. (Matth., V, 27): « Avete appreso che è stato detto agli anziani: voi non commetterete adulterio; ma io vi dico chi chiunque avrà guardato una donna con desiderio ha già commesso adulterio nel suo cuore. »

Vers. 14. – La sua testa ed i suoi capelli erano bianchi come la lana bianca e come la neve. È conveniente che la testa del sacerdote, come quella del giudice, abbia il candore della maturità e della saggezza. È per questo che vien detto che colui che era simile al Figlio dell’uomo aveva la testa ed i capelli bianchi come la lana bianca e come la neve. La testa rappresenta il Verbo di Dio, la sapienza eterna. Ed è detto che la sua testa era bianca come per rappresentare l’età, perché Egli è eterno, ed è la sapienza eterna del Padre. Ecco perché il Profeta Daniele dice del Cristo, (cap. VII, 9): « Ero attento a ciò che vedevo, fin quando furono posti i troni e l’Antico dei giorni si assise ». I capelli significano i Santi ed i giusti formano una folla sì grande di tutte le nazioni che nessuno può contare, etc.. In più, i capelli crescono sulla testa, sono aderenti. E ne sono l’ornamento; ora, è così che i Santi ed i giusti di Dio sono stati prodotti dalla divina Sapienza, avendo per capo Gesù-Cristo, sul quale essi si fondano; per di più gli sono connessi con la fede, la speranza e la carità, e ne sono come l’ornamento esterno o al di fuori. Perché Dio è glorificato dai suoi Santi che hanno vinto per Lui il mondo, la carne ed il demonio, per giungere al regno eterno. Infine si è qui parlato di due tipi di candore: 1° Bianco come la lana bianca; 2° bianco come la neve. 1° per i capelli bianchi come la lana bianca, si comprende tutti coloro che diverranno bianchi per le molte prove, e furono lavate come la lana nelle acque delle tribolazioni, che non potettero spegnere la loro carità. Sotto questa specie sono comprese anche coloro che si infangarono su questa terra con la melma del peccato mortale, e si lavarono in seguito come Maria Maddalena ed altri Santi nelle acque del Giordano e della penitenza, nel modo in cui si lavano le pecore prima di essere tosate. – 2° Per i capelli bianchi come la neve, si comprende le vergini e tutti quelli che, avendo conservato la loro primitiva innocenza, la porteranno in cielo al loro Sposo Gesù-Cristo. Questo come nell’Apocalisse (XIV, 5): Non si è trovata menzogna nella loro bocca, perché sono puri, davanti al trono di Dio, come la neve. In tutte queste cose, il suo capo invisibile è Gesù-Cristo, che ha formato il suo corpo, e che gli comunica interiormente la pienezza della grazia e della verità. Il suo capo visibile è, per successione continua, il sovrano Pontefice, anch’egli sacerdote e rappresentante del sacerdozio in tutti i sacerdoti che gli sono subordinati. In questi sono compresi tutti i prelati che, assistite dalla grazia dello Spirito Santo, governano e reggono la Chiesa sulla terra per Gesù-Cristo. Il capo visibile della Chiesa ha pure il candore dell’età, poiché è esistito con una successione continua dopo Gesù-Cristo fino a questo giorno, avendo schiacciato la testa a tutti i capi delle eresie. Egli ha il candore della maturità, perché la sua dottrina fu sempre sana, ragionevole e santa, e che la Chiesa cattolica ha sempre osservato un ordine magnifico nelle sue cerimonie ed in tutte le altre cosa sacre. 3° Ed i suoi occhi sembravano come fiamma di fuoco; ciò che significa la vivacità di intelletto nella conoscenza della verità. Infatti, come l’uomo possiede naturalmente due occhi, il destro ed il sinistro; così Gesù-Cristo, che è perfetto come Dio e come uomo, ha due occhi puri e perspicaci, che sono tutta la scienza della divinità e dell’umanità. Questi occhi di Gesù-Cristo sono di una vista e di una intelligenza infinita, perché Egli scruta intimamente e vede tutte le cose tanto sovrannaturali che naturali, sia buone che cattive, nel passato, presente ed avvenire. Con l’occhio destro vede i buoni con le loro buone opere, e con l’occhio sinistro vede i malvagi e le loro iniquità. (Ps. XXXIII, 18): « Gli occhi del Signore veglia sui giusti, e le sue orecchie sono aperte alle loro preghiere. Ma lo sguardo del Signore è su coloro che fanno il male, per cancellare dalla terra il loro ricordo. » Ecco perché San Giovanni aggiunge: Come una fiamma di fuoco; perché come il fuoco è un elemento semplice e terribile che prova l’oro e lo purifica, che rischiara le tenebre e rivela le loro opere, che divora e penetra tutto; gli occhi di Dio sono terribili, quando scrutano i reni ed i cuori; essi vedono e rischiarano tutto, le tenebre e le opere delle tenebre in qualunque modo nascoste. Gli occhi di Dio penetrano fin nei segreti dell’inferno, la nostra santa madre Chiesa cattolica ha pur’essa due occhi perfettamente simili. Il primo dei suoi occhi è divino; è l’assistenza dello Spirito Santo. Gesù-Cristo domandò quest’occhio al Padre, e lo donò alla sua sposa. (Jo., XIV, 16): « Io pregherò mio Padre ed Egli vi darà un altro Consolatore, affinché dimori eternamente con voi. Lo spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce; ma voi, voi lo conoscerete perché Esso resterà in voi e sarà in voi. » L’altro occhio della Chiesa è la santa Scrittura, i santi Canoni, gli scritti dei Padri Santi, i Santi Concili, la teologia, la fonte di tutte le altre scienze sia naturali che soprannaturali, alle quali si fa riferimento nelle definizioni e nelle sentenze. E questi due occhi di verità e di chiarezza della Chiesa sono magnifici. (Cantic., IV, 1): « Come sei bella, mia diletta! Come sei bella! I tuoi occhi sono gli occhi della colomba. » Ora, tali sono gli occhi della sposa di Gesù-Cristo, con i quali si discerne il bene ed il male, la verità e l’errore, le tenebre della luce, che fanno il giudizio, la giustizia e la verità, e sono questi occhi che, come fiamma ardente, hanno ucciso tutti gli eretici, hanno vinto il demonio, il padre della menzogna, il dragone, la bestia, e che penetrano fino ai segreti dell’inferno.

Vers. 15.  – I suoi piedi erano simili al bronzo fine, quando è nella fornace ardente. Queste parole significano il fervore dello zelo nel procurare l’onore di Dio e la salvezza delle anime. Zelo infinito in Gesù-Cristo che discende dai cieli per noi e per la nostra salvezza, sopportando per questo scopo la fame e la sete per trentatré anni, etc. calpestò sotto i piedi il torchio della sua passione e delle tribolazioni. (Isai., LXIII, 3): « Io ero solo a pigiare il vino senza che alcun uomo tra tutti i popoli fosse venuto con me. » Conseguentemente con i piedi si intende la forza del Cristo nelle fatiche e nelle tribolazioni, e la sua pazienza invincibile per mezzo delle quali calpestava, come di passaggio, e vinceva tutte le difficoltà e le avversità che si presentarono a lui sul cammino della vita e soprattutto della sua passione. Ecco perché i suoi piedi sono chiamati simili al bronzo fine quando è in una fornace ardente. Perché come il bronzo fine che è un metallo molto duro, resiste ad ogni ardore del fuoco, e che più vi si espone, e più il suo colore diventa bello; così brillano nell’ardore delle tribolazioni e della sua passione la forza, la pazienza ed il fervore di Gesù Cristo. Ed è ancora così che i piedi della Chiesa sono il fervore della carità, che anima i Santi per procurare la salvezza delle anime. Perché la pazienza e l’umiltà dei Santi sostengono la Chiesa sulle tracce di Gesù Cristo; ed è con queste due virtù che sono come i loro piedi, che i Santi calpestano l’avversità e la felicità di questo mondo. Questi piedi di bronzo sono molto forti e durissimi nell’avversità e nella prosperità; essi bruciano del fuoco della carità, e sono esposti a questo fuoco nelle tribolazioni del mondo, della carne e del demonio. E vi resistono. Ecco perché la Scrittura dice con ragione: (Rom. X, 15) : « Oh come son belli i piedi di coloro che evangelizzano  la pace, di coloro che evangelizzano i veri beni! ». E la sua voce (era) come la voce di grandi acque. Queste parole significano l’efficacia della Parola nella predicazione e nella correzione. Perché la voce di Cristo è la predicazione, e anche il suo Vangelo dice nella sua Epistola agli Ebrei, (IV, 12): « La parola di Dio è vivente ed efficace, e più penetrante di una spada a doppio taglio e penetra anche nei più intimi recessi dell’anima e dello spirito, anche nelle giunture e nelle midolla; essa svela i pensieri e i movimenti del cuore. »  I profeti hanno parlato molto di questa voce, chiamandola verga, e anche lo spirito, o soffio della sua bocca. Questa voce è anche la grazia di Dio, di Gesù Cristo, che illumina ed eccita l’anima e che parla al cuore. Come la voce di grandi acque, come l’acqua che penetra, purifica, irrora ed è spiritualmente fertile. Si parla dell’efficacia di questa voce, che è come la voce di molte acque, nel libro dei Salmi, (Ps. XXVIII, 3): « La voce del Signore tuonò sulle acque; il Dio della maestà ha tuonato, il Signore si è fatto intendere su una grande abbondanza di acque. La voce del Signore è accompagnata da forza; la voce del Signore è piena di magnificenza. La voce del Signore infrange i cedri, perché il Signore spezzerà i cedri del Libano, e li farà a pezzi come se fossero giovani tori del Libano, o i piccoli degli unicorni. La voce del Signore fa scaturire fiamme e fuochi. La voce del Signore scuote il deserto, perché il Signore si muoverà e agiterà il deserto di Kadesh. La voce del Signore prepara [al parto] il cervo, e scoprirà i luoghi oscuri e densi, e tutti nel suo tempio manifesteranno la sua gloria. » La Chiesa ha anche una tale voce, ed è la voce dei predicatori che gridano nel deserto di questo mondo; questa voce è anche la parola di Dio espressa nell’antico e nel Nuovo Testamento. Queste voci sono le definizioni e i decreti dei Concili della Chiesa, i santi canoni e la voce del Sommo Pontefice e degli altri prelati che parlano ai fedeli. Isaia, (XLIX, 2) dice di questa voce: « Egli ha reso la mia bocca come una spada penetrante. Mi ha protetto sotto l’ombra della sua mano; mi ha tenuto in serbo come una freccia scelta; mi ha tenuto nascosto nella sua faretra. »

Vers. 16. – 7° Aveva sette stelle nella sua mano destra. Queste sette stelle significano l’universalità dei Vescovi, che vengono chiamati stelle, perché devono illuminare la Chiesa con la loro vita e la loro dottrina. (Dan. XII, 3): « Coloro che avranno istruito molti nella via della giustizia, brilleranno come stelle nell’eternità . » Viene detto di essi, che sono nella destra del Cristo, perché senza di Lui, essi non possono fare nulla di retto. (Giov. XV, 5): « Senza di me non potete far nulla. » Anche è detto che sono nella sua destra, perché posti sotto la sua potenza mediante la quale Egli a volta esalta, altre volte umilia, a volte eleva, talvolta abbassa sulla terra colui che deve essere calpestato dai piedi degli uomini. È così che Gesù-Cristo contiene nella sua grazia e nella sua potenza, designate quì con la sua destra. La Chiesa ha pure una simile destra, che è l’autorità del sovrano Pontefice, o la giurisdizione universale e gerarchica sotto la quale si trovano tutti gli altri Vescovi. 8° Dalla sua bocca uscì una spada a doppio taglio. Con la spada intendiamo la giustizia, essendo Gesù Cristo il giudice dei vivi e dei morti. Questa spada è a due tagli, perché questo giudice sarà giusto, non conoscendo né il re, né il povero; egli giudicherà il giusto e l’ingiusto,  e darà a ciascuno secondo le sue azioni. È necessario che questa spada esca dalla sua bocca, poiché la sentenza di un giudice è pronunciato dalla bocca. Infatti,  (San Matteo, XXV, 34), parlando di Gesù Cristo, dice: « Allora il Re dirà a quelli alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio”, possedete il regno preparato per voi fin dall’inizio del mondo. Perché io avevo fame e mi avete dato da mangiare; avevo sete e mi avete dato da bere. Ero forestiero e tu mi avete ospitato. Ero nudo e tu avete vestito; Ero malato e mi avete visitato; ero in prigione, e siete venuti da me, ecc. » (Ibidem, V, 41): « Allora egli dirà a coloro che sono alla sua sinistra: “Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno che è stato preparato per il diavolo e i suoi angeli, ecc. ecc. »  – Anche la Chiesa possiede una tale spada, poiché Gesù Cristo l’ha stabilita come giudice delle controversie che possono sorgere in certi momenti riguardo alla giustizia e alla fede. (Matth. XVI, 18) : « Tu sei Pietro, e su questa pietra costruirò la mia chiesa e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa. E Io ti darò le chiavi del regno dei cieli; e qualunque cosa tu legherai sulla terra, sarà legato anche in cielo; e tutto ciò che scioglierai sulla terra, sarà sciolto in cielo. » La Chiesa giudica dunque le cose della giustizia secondo i santi canoni, e decide ciò che è di fede, dichiarando il legittimo significato delle Sacre Scritture e di emettere sentenze di scomunica e di anatema contro gli ostinati. È quindi con ragione che chiamiamo il potere della Chiesa cattolica di pronunciare anatema e la scomunica, un potere che essa ha sempre usato e che sempre possiederà. 9. E Il volto era luminoso come il sole nella sua forza. Il volto di Gesù Cristo trionfante in cielo è la sua gloriosissima umanità, da cui si irradia la luce che è in lui, così come lo splendore della gloria eterna, volto che anche gli Angeli desiderano contemplare, che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (Giov. I, 9).  Ecco perché aggiunge: come il sole nella sua forza. Infatti, come il sole illumina il mondo, lo riscalda, lo feconda, e penetra con la sua forza le montagne, i mari e tutte le cose, così Gesù-Cristo, che è lo splendore della luce eterna. Irrora tutto ciò che è arido, con la rugiada della gloria divina; secca tutto ciò che è umido, con il calore dei desideri celesti; riscalda tutto ciò che è freddo con il fuoco del suo amore; Infine, riempie tutto con la sua bontà. Si dice del suo volto nel libro dei Salmi, (CIII, 29): « Se tu volgi la tua faccia da loro di loro, saranno turbati; toglierai loro toglierai loro lo spirito e cadranno in uno stato di debolezza e si trasformano nella loro polvere. » Il volto della Chiesa, la sposa di Gesù Cristo, è magnifica per lo splendore dello Spirito Santo, che fu versato su di essa nel giorno di Pentecoste; perciò brilla come il sole nella sua forza, cioè in un ordine molto bello, nella conformità di tutte le cose, nella magnificenza dei suoi riti e cerimonie, ecc. Brilla come il sole nella sua forza e nella magnificenza dei suoi riti e delle sue cerimonie, ecc. Brilla come il sole nella sua forza, cioè nelle sue leggi sacre in conformità con Dio, la natura e l’uomo. Come il sole nella sua forza, cioè nell’integrità, purezza e verità della sua fede. Ed è per questo che lei illumina ogni uomo che viene in questo mondo; così che se i pagani, gli eretici e gli altri infedeli guardasse il volto della Chiesa cattolica, essi potrebbero essere facilmente illuminati e convertiti alla vera fede.

XXI. Dopo avere sufficientemente descritto, dalla testa ai piedi, Colui che era simile ai Figlio dell’uomo, San Giovanni aggiunge:

Vers. 17. – Quando io lo vidi, caddi come morto ai suoi piedi. Con queste parole, si vede il terrore e la paura quasi mortale da cui fu colto San Giovanni. – Aggiunge, quindi, che cadde ai suoi piedi, affinché con questo lo Spirito di Cristo ci mostrasse che i piedi della sua Chiesa, che sono, come abbiamo detto sopra la forza e la pazienza, sarebbe stati sorprendenti e terribili, poiché la Chiesa doveva calpestare, fino alla fine del mondo il torchio delle tribolazioni, e camminare nel sangue dei martiri. Queste due parole, sorprendenti e terribili, sono davvero l’espressione dei sentimenti che si provano alla vista dei meravigliosi eventi che segnano le varie epoche della Chiesa. Infatti, che cosa terribile sono i mali che Dio permette contro la sua Chiesa onde provarla! Ma anche qual cosa strabiliante e mirabile è l’intervento della sua bontà, della sua pazienza e del suo amore in favore dei suoi eletti, in queste prove terribili! Dopo la paura ed il terrore, viene ordinariamente la consolazione.

XXII E pose la mano destra su di me. La sua destra designa la grazie e la potenza del Cristo, che Egli pose su San Giovanni, rappresentante qui la persona della Chiesa; cioè Egli pose la sua destra sulla sua Chiesa ed i suoi membri, dicendo: Non temete; come per dire: Non abbiate timore, poiché voi dovete subire orribili persecuzioni e traversare il torrente del sangue dei martiri, torrente che è piaciuto al Padre da tutta l’eternità che io bevessi per la gloria dei suoi eletti; perciò ho posto la mia mano destra su di voi, cioè la mia grazia. – La mia destra, cioè il mio potere, che non permetterà mai che vi si imponga al di là di ciò che possiate fare e sopportare. La mia destra, perché io sarò con voi in tutte le vostre tribolazioni, fino alla consumazione dei secoli.

XXIII. Vers. 18. – Io sono il primo e l’ultimo; Io sono Colui che vive; io ero morto ma sono vivente nei secoli dei secoli. Con queste parole eccita la Chiesa e noialtri che ne siamo i membri, con il suo esempio, il più ammirevole possibile, a sopportare tutti i mali; e ci conforta dicendo: Io sono il primo. Cioè Io sono Dio ed il principio di tutte le creature; e tuttavia, Io sono l’ultimo dei viventi. (Isa., LIII, 2): «Noi l’abbiamo visto, e non aveva nulla che attirasse lo sguardo, e lo abbiamo misconosciuto. Ci è sembrato un oggetto di disprezzo, l’ultimo degli uomini, un uomo di dolore, che da ciò che cos’è soffrire. Il suo viso era come nascosto. Sembrava disprezzabile e non lo abbiamo riconosciuto. Egli ha preso i nostri languori su di Lui, e si è caricato dei nostri dolori. Lo abbiamo considerato come un lebbroso, come un uomo colpito da Dio ed umiliato. Eppure è stato trafitto da ferite per le nostre iniquità, è stato annientato per i nostri crimini. Il castigo che dovrebbe darci la pace si è abbattuto su di lui, e siamo stati guariti dalle sue piaghe. » – Io sono colui che vive: Io ero morto; intendendo con queste parole: “Ecco, io sono morto davvero sulla croce, e sono stato deposto in una tomba; disperavano della mia vita e della mia resurrezione; eppure io sono veramente risorto e Io vivo, Io che ero morto. Ed ecco, Io sono vivo nei secoli dei secoli. Con queste parole, Nostro Signore Gesù Cristo ci mostra l’immortalità, e vuole convincerci e persuadere le nostre anime a sopportare morte pure con amore, dicendoci: Eccomi qui, Io, che ho sofferto un po’, sono vivo nei secoli dei secoli; cioè sono eternamente immortale e immutabile, secondo questa parola di Romani (VI:10): « Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio. » È in considerazione dell’immortalità che i santi Martiri e le vergini delicate vinsero e sopportarono con pazienza tutti i tormenti e tutte le tentazioni del secolo.

XXIV. E ho le chiavi della morte e dell’inferno. Le chiavi significano la potenza. Ho le chiavi della morte: testimonia il profeta Osea, (XIII, 14): « Morte, io sarò la tua morte. » E altrove il Signore dice anche: « La morte consegnerà i suoi morti al mio comando, al suono della tromba. Essa li renderà vivi, ecc. …. Alzatevi, morti, ecc. …. Venite al giudizio. » Farò in modo che la morte dei fedeli sia preziosi agli occhi del Signore, qualunque ne sia il genere. Ho le chiavi… dell’inferno. Vale a dire, il potere sul demone che, come il leone ruggente, gira intorno a noi, cercando di divorarci; e a cui dobbiamo resistere, forti della fede. Dell’inferno, cioè del principe di questo mondo, sia dei suoi ministri e membri che cercano con tutti i mezzi possibili di ridurvi in loro potere e portarvi via da me con innumerevoli tormenti. Ma questo principe è già stato respinto, ed è per questo che voi non dovete temere i suoi ministri. Questo è ciò che Gesù Cristo ci dice ancora in San Luca, (XII, 4): « Non temete quelli che uccidono il corpo ….. temete colui che, dopo aver tolto la vita, ha il potere di gettare nell’inferno. » Della morte e dell’inferno, perché quando quelli che sono i ministri del diavolo avranno perseguitato abbastanza, la morte li farà a pezzi per mio ordine e l’inferno li inghiottirà vivi. Non perseguiteranno contro la mia volontà, perché non permetterò che siate tentati oltre le vostre forze e renderò meritorie le vostre tentazioni. Chi ha la chiave della casa vi fa entrare chi vuole e ne esclude anche chi vuole.

Vers. 19. Scrivi dunque le cose hai viste, cioè, i mali passati che ti ho rivelato, quelli presenti o imminenti; e quelli che, per permesso di Dio, sono già cominciati o stanno per arrivare per provare la Chiesa; e quelli che devono arrivare in seguito, per provare la Chiesa. I mali che devono seguire o che arriveranno alla fine dei tempi, affinché con gli esempi di pazienza e di forza invincibile dei primi perseguitati, e di quelli che li seguiranno, e gli ultimi fedeli siano sufficientemente incoraggiati.

Vers. 20. Ecco il mistero delle sette stelle che hai visto nella mia mano destra, e dei sette candelabri d’oro. Vale a dire, ecco il mistero che Egli ci espone e ci insegna come con la proprietà delle cose e delle parole, e con le allegorie dobbiamo comprendere ed interpretare le altre cose. Con i sette Angeli si comprende dunque l’universalità dei vescovi che esisteranno nelle sette età della Chiesa. – I sette candelabri ci fanno comprendere le sette età venture della Chiesa nel corso delle quali sarà consumato iul secolo, tutto sarà ridotto in rovine; e la testa di colui che ha dominato il mondo sarà schiacciata. Le sette stelle sono i sette Angeli delle sette Chiese, e i sette candelabri sono le sette Chiese. San Giovanni descrive tutte queste cose in seguito.

L’APOCALISSE INTERPRETATA DAL BEATO B. HOLZHAUSER (II)

L’APOCALISSE INTERPRETATA DAL BEATO B. HOLZHAUSER (II)

INTERPRETAZIONE DELL’APOCALISSE Che comprende LA STORIA DELLE SETTE ETÁ DELLA CHIESA CATTOLICA.

DEL VENERABILE SERVO DI DIO

BARTHÉLEMY HOLZHAUSER

RESTAURATORE DELLA DISCIPLINA ECCLESIASTICA IN GERMANIA,

OPERA TRADOTTA DAL LATINO E CONTINUATA DAL CANONICO

DE WUILLERET,

PARIS, LIBRAIRIE DE LOUIS VIVÈS, ÉDITEUR – RUE CASSETTE, 23

1856

LIBRO PRIMO

SUI TRE PRIMI CAPITOLI

Descrizione dei sette Angeli della Chiesa Cattolica da Gesù-Cristo fino alla consumazione dei secoli, figurate dalle sette Chiese dell’Asia, dalle sette Stelle e dai sette Candelabri.

SEZIONE I.

SUL CAPITOLO I

L’INTRODUZIONE DEL LIBRO DELL’APOCALISSE

§ I.

L’iscrizione, l’autorità, lo scopo, e la materia del libro dell’Apocalisse.

Cap. I, vers. 1-8

(Apoc. I, 1-8)

Apocalypsis Jesu Christi, quam dedit illi Deus palam facere servis suis, quae oportet fieri cito: et significavit, mittens per angelum suum servo suo Joanni, qui testimonium perhibuit verbo Dei, et testimonium Jesu Christi, quæcumque vidit. Beatus qui legit, et audit verba prophetiæ hujus, et servat ea, quæ in ea scripta sunt : tempus enim prope est. Joannes septem ecclesiis, quae sunt in Asia. Gratia vobis, et pax ab eo, qui est, et qui erat, et qui venturus est: et a septem spiritibus qui in conspectu throni ejus sunt:  et a Jesu Christo, qui est testis fidelis, primogenitus mortuorum, et princeps regum terræ, qui dilexit nos, et lavit nos a peccatis nostris in sanguine suo, et fecit nos regnum, et sacerdotes Deo et Patri suo: ipsi gloria et imperium in sæcula sæculorum. Amen. Ecce venit cum nubibus, et videbit eum omnis oculus, et qui eum pupugerunt. Et plangent se super eum omnes tribus terrae. Etiam: amen. Ego sum alpha et omega, principium et finis, dicit Dominus Deus: qui est, et qui erat, et qui venturus est, omnipotens.

[Rivelazione di Gesù Cristo, che Dio gli ha data per far conoscere ai suoi servi le cose che debbono tosto accadere: ed egli mandò a significarla per mezzo del suo Angelo al suo servo Giovanni, il quale rendette testimonianza alla parola di Dio, e alla testimonianza di Gesti Cristo in tutto quello che vide. Beato chi legge, e chi ascolta le parole di questa profezia: e serba le cose che in essa sono scritte: poiché il tempo è vicino. Giovanni alle sette Chiese che sono nell’Asia. Grazia a voi, e pace da colui, che è, e che era, e che è per venire: e dai sette spiriti, che sono dinanzi al trono di lui: e da Gesù Cristo, che è il testimone fedele, il primogenito di tra i morti, e il principe dei re della terra, il quale ci ha amati, e ci ha lavati dai nostri peccati col proprio sangue, e ci ha fatti regno, e sacerdoti a Dio suo Padre: a lui gloria, e impero pei secoli dei secoli: così sia. Ecco che egli viene colle nubi, e ogni occhio lo vedrà, anche coloro che lo trafissero. E si batteranno il petto a causa di lui tutte le tribù della terra: così è: Amen. Io sono l’alfa e l’omega, il principio e il fine, dice il Signore Iddio, che è, e che era, e che è per venire, l’onnipotente].

La rivelazione di Gesù-Cristo. Che Dio gli ha dato per rivelare ai suoi servi ciò che deve presto accadere: lo ha manifestato inviando il suo Angelo a Giovanni, suo servo.

I. La maggior parte degli scrittori ha cura di mettere in testa dei loro libri dei titoli o delle iscrizioni, per invogliare tutti coloro tra le mani dei quali cadono i loro scritti, a leggerli ed a servirsene. È così e con altre buone ragioni che ha fatto la divina Sapienza nel presente Libro dell’Apocalisse, come si vede nel primo versetto che racchiude:

1. Iscrizione e titolo del Libro.

2. la sua autorità

3. la facoltà del Superiore.

4. Scopo di quest’opera.

5. soggetto del libro.

6. volontà del re che lo permette.

7. Brevità del tempo.

8. Modo della rivelazione.

9. Nome dello scrittore.

10. Persona dell’assistente.

II. Il primo ed il secondo punto si trovano in queste parole: La rivelazione di Gesù-Cristo. In effetti il lettore scorge nel titolo ciò che è questo libro, cioè la rivelazione dei segreti e dei misteri celesti fatta non da un uomo o da un re terreno che può mentire o ingannarsi, ma da Gesù-Cristo che non può né ingannare né essere ingannato. Queste parole dimostrano tutta la dignità e tutta l’autorità di questo libro.

III.  DIO in tre Persone, ha dato a Gesù-Cristo, inferiore al Padre secondo l’umanità, la facoltà di scrivere questo libro, affinché i fedeli pii e devoti che sono stati, che sono e che saranno nella Chiesa cattolica, che si deve considerare come il regno di Gesù-Cristo, fossero sufficientemente prevenuti delle tribolazioni che Dio ha voluto che essi soffrissero per provarli ed aumentare la loro gloria. Egli ha permesso tutto questo dall’eternità, affinché fossimo premuniti come dallo scudo di una prescienza necessaria contro tutte le avversità, tanto presenti che future, egli ha voluto che fossimo consolati dalla brevità delle nostre tribolazioni, rispetto all’eternità, resistendo con la forza più grande, confidando pienamente nel buon piacere della volontà e del permesso divino che non potrebbe eseguirsi, come si vede con le parole del testo: che Dio gli ha dato per scoprire ai suoi servi ciò che deve succedere presto.

IV. La maniera in cui Nostro Signore Gesù-Cristo ha rivelato tutte queste cose a San Giovanni fu la più perfetta, tale che non fu mai più perfetta, tale che non fu mai simile presso alcun profeta; perché essa consiste in queste tre cose:  

1. Visione immaginativa;

2. Intelligenza piena di misteri;

3. Assistenza di un Angelo.

Ora, san Giovanni ebbe questi tre soccorsi scrivendo questo libro dell’Apocalisse, come risulta dalla fine del testo: Egli lo ha manifestato inviando il suo Angelo a Giovanni, suo servo: vale a dire, Egli inviò l’Angelo (San Michele) che tenendo il posto di Cristo, a mo’ di un ambasciatore reale, apparve a San Giovanni Evangelista, per rivelargli i misteri di Dio riguardanti la sua Chiesa militante sulla terra e trionfante nel cielo, e per istruirlo esteriormente (exterius), comunicando a lui una piena intelligenza di tutte queste cose.

V. Vers. 2. –  Che ha reso testimonianza alla parola di Dio e a tutto ciò che ha visto di Gesù-Cristo. Queste parole annunciano l’autorità dello scrittore che non fu altri che San Giovanni Evangelista, questo discepolo caro al suo Maestro più di tutti gli altri, che ha reso testimonianza alla parola di Dio sulla sua generazione eterna (Jo., I): « In principio era il Verbo, ed il Verbo era con Dio, ed il Verbo era Dio; » e sulla sua incarnazione temporale: « Ed il Verbo si è fatto carne, ed ha abitato tra noi, e noi abbiamo visto la sua gloria, etc. etc. » Ecco perché egli ha aggiunto: Che ha reso testimonianza … a Gesù-Cristo … e a tutto ciò che ha visto nella sua conversazione, nei suoi miracoli, nella sua morte e nella sua resurrezione, come lo si vede nel Vangelo. Egli ha reso questa stessa testimonianza nella persecuzione di Domiziano,  confessando e predicando con la forza più grande nei tormenti, che Gesù-Cristo crocifisso è veramente Figlio di Dio e Figlio dell’uomo.

VI. Vers. 3. – Felice colui che legge ed ascolta le parole di questa profezia, e che conserva tutto ciò che vi trova scritto: perché il tempo è vicino. L’Apostolo rende qui gli ascoltatori attenti sull’utilità di questo libro il cui scopo è quello di farci acquisire la beatitudine celeste. Felice colui che legge. Questo si applica ai dottori che insegnano agli altri, con le parole di questa profezia, la giustizia e il timore del Signore, e che li fortificano nelle avversità per l’amore di Gesù-Cristo e per la ricompensa della vita eterna. Perché felici sono coloro che insegnano agli altri la giustizia, essi brilleranno come stelle nell’eternità. E felice colui che ascolta. Egli si rivolge qui ai discepoli pii e semplici che credono alle parole di questa profezia, conservando nel loro cuore la giustizia e la pazienza di Gesù-Cristo che vi sono descritte. E chi conserva tutto ciò che vi si trova scritto. Vale a dire, felice chi sopporterà i travagli e le tribolazioni, sopportandole con pazienza fino alla consumazione. Felice è l’uomo che sopporta la tentazione, quando sarà stato provato, riceverà la corona di vita che Dio promette a coloro che lo amano. Perché il tempo è vicino. Vale a dire, passa rapidamente. È come se volesse dire: il lavoro della pazienza è breve, e la ricompensa della beatitudine è eterna. Da qui le parole dell’Apostolo ai Romani, (VIII, 18) : « … perché io sono persuaso che le sofferenze della vita presente non hanno alcuna proporzione con questa gloria che sarà un giorno rivelata in noi. “

VII. Vers. 4-8 – Giovanni alle sette Chiese che sono in Asia: …. Questa Asia è una grande provincia dell’Asia Maggiore ove c’erano sette città, ed in queste città sette chiese con sette Vescovi, la cui metropoli era Efeso. San Giovanni scrisse ed inviò questo libro dell’Apocalisse a queste sette chiese che gli errano state assegnate nella separazione degli Apostoli. Questo numero sette, come per altre cose, rappresenta perfettamente l’universalità di tutte le chiese. E l’autore, volendosi conciliare la loro benevolenza ed invitandoli ad estenderla ed a leggerla, li saluta con umiltà non prendendo altro titolo che il suo nome: Giovanni alle sette Chiese, etc. . Questo nome non di meno era gradevole e riempiva di una gioia spirituale coloro che l’ascoltavano.

VIII. Dopo questo saluto viene l’augurio di beni, come tanti mezzi per accattivarsi la benevolenza: la grazia e la pace siano con voi: come a dire, io vi auguro la grazia di perseverare nel bene, la consolazione nelle avversità, il coraggio nelle prove, così come la pace del cuore e l’unità negli spiriti e la fede all’interno ed all’esterno, infine il riposo eterno. Ora tutte le cose sono dono di Dio secondo san Giacomo, (I, 17) : « Ogni grazia eccellente ed ogni dono perfetto viene da Dio e discende dal Padre dei lumi. » Ecco perché San Giovanni indica subito la fonte della vera pace e della grazia, dicendo: La grazia e la pace siano con voi. Da parte di Colui che è, che era e che deve venire. Queste parole non esprimono altra Persona che Dio, così come la sua perfezione e la sua autorità; e questa differenza del tempo passato, presente e futuro, non si vi si trova che per noi, che siamo incapaci di comprendere le cose altrimenti. Il senso di queste parole è dunque: grazie e pace a voi vengono da Dio che è ora, e che era da tutta l’eternità; che deve venire al giudizio con i suoi Santi e che deve vivere nell’eternità per sé, in sé, di sé, e per sé.

IX. E da parte dei sette spiriti che sono davanti al suo trono. 1° Con questi sette spiriti sono designati i sette doni dello Spirito Santo, che si effuse sugli Apostoli nel giorno di Pentecoste sotto forma di lingue di fuoco, e fu inviato in tutto il mondo. È per Lui che ogni grazia ed ogni pace vera fu comunicata alla Chiesa. Benché lo Spirito Santo sia vero Dio, seduto sul trono con il Padre ed il Figlio nella medesima gloria e maestà, è tuttavia detto qui che Esso è alla presenza del trono, a causa della distribuzione dei doni e delle grazie spirituali fatte sotto la forma delle lingue di fuoco. Lo Spirito Santo distribuisce questi doni secondo l’eterna volontà del Padre per la nostra salvezza; similmente è detto della Persona del Verbo: « Egli discese dal cielo per noi uomini e per la nostra salvezza. » 2° Per i sette spiriti si intende anche l’universalità dei santi Angeli che sono costituiti davanti al trono e sempre presenti, come ministri di Dio, a lavorare per la nostra salvezza, assistendo i Vescovi nel governo della Chiesa, secondo i bisogni del tempo.

X. E da parte di Gesù-Cristo, il testimone fedele della gloria, della maestà e della verità del Padre. Il testimone fedele, nella predicazione divina, essendo il Verbo di Dio, il testimone fedele, nei suoi miracoli e nell’effusione del sangue prezioso, essendosi reso obbediente fino alla morte, e alla morte di croce. Ecco perché Egli è chiamato il primo nato dai morti, vale a dire, il primo tra i resuscitati dai morti, destinato a divenire la causa o lo strumento, ed il testimone fedele della nostra resurrezione futura, dopo che avremo sofferto, gemuto e pianto in questa valle di lacrime. Ed il Principe dei re della terra: vale a dire il principe delle potenze terrestri. Avendo il potere di abbattere per l’utilità dei suoi eletti, o di conservarli a castigo dei peccatori, permettendo che essi servano e trionfino, come dice il detto San Matteo, XXVIII, 18, a consolazione della Chiesa: « Ogni potenza mi è stata data nel cielo e sulla terra. » Che ci ha amato per primo, quando eravamo suoi nemici; e che ci amato al punto da lavare i nostri peccati, sia l’originale che gli attuali, con il suo sangue innocente. E che è stato tradito e messo a morte dai nostri peccati e per i nostri peccati. Nel suo sangue, perché il Sacramento del Battesimo e la Penitenza, che lavano il peccato originale ed i peccati attuali, traggono la loro efficacia dalla sua passione benedetta. Ed ha fatto di noi il regno ed i sacerdoti. Noi fummo rigettati e cacciati dal paradiso, dal regno di Dio; e ci trovammo tenuti in schiavitù nel legami dei nostri peccati e nella servitù del demonio. Ora, il nostro Re Gesù-Cristo ci ha riscattati e ci ha costituito in un regno, o principato monarchico, qual è la Chiesa Cattolica; regno santo, mirabile e forte contro il quale le porte degli inferi non prevarranno qualunque siano gli sforzi dei nemici. E ha fatto di noi un regno, perché ci ha costituito sotto la legge santa del regno celeste, affinché Dio, il Padre del Signore Nostro Gesù-Cristo, regnasse su di noi. E noi, noi siamo popolo per l’obbedienza come Lui è nostro Re per l’impero. E di noi ha fatto un reame; vale a dire, che ha voluto riceverci come cittadini del regno celeste, di modo che non fossimo stranieri ed ospiti, ma concittadini di Santi, i servi di Dio, edificati sul fondamento degli Apostoli e dei Profeti, e su Gesù-Cristo stesso che è la pietra angolare. E sacerdoti, che non offrono più il sangue degli animali,  ma che offrono con Lui, sull’altare della croce sacra, il corpo ed il sangue prezioso di Gesù-Cristo; sacrificio infinitamente santo ed accettabile, che gli Angeli stessi desiderano contemplare, e che placa la collera di Dio, che ci hanno attirato i nostri peccati. Ed i sacerdoti che non si saziano più, come nell’antica legge, della carne degli animali o della manna del deserto; ma del corpo e del sangue prezioso di Gesù-Cristo, l’Agnello senza macchia che si offrì per essere nutrimento e bevanda spirituale delle nostre anime. Ed i sacerdoti offrono le ostie come un sacrificio di lode gradito a Dio, cioè alla Santissima Trinità, ed a Dio Padre, per la gloria del quale il Figlio ha disposto ogni cosa. A lui sia la gloria in se stesso, e l’impero su tutte le cose nei secoli dei secoli, cioè nell’eternità. Così sia. Che sia così o che questo si faccia.

XI. E perché il nostro cuore è inquieto, ed il tempo in cui gli empi trionfano su di noi ci sembra troppo lungo, finché saremo costituiti cittadini del regno di Dio, l’autore rileva le nostre anime inquiete con ammirevole efficacia con le seguenti parole: Egli verrà sulle nubi; il testo latino dice: Ecce venit cum nubibus, come se volesse dire:; ecco, il tempo è molto breve in rapporto alla pena o alla gloria eterna. Ecce, ecco: levate gli occhi della vostra anima verso i tempi passati; Essi sono passati come se non fossero mai stati, verso i tempi presenti; come passano rapidamente! E verso i tempi futuri; siccome questi si avvicinano e tutto si compie, benché noi non ci pensiamo! Pure la Scrittura dice: « Benché tardi, attendetelo; Egli vieni presto e non tarderà. » Eccolo che viene sulle nubi; il testo latino si serve del tempo presente, per far ben comprendere alla debolezza del nostro spirito che, per quanto lungo ci sembri il tempo che ci separa dal giorno del giudizio, esso è tuttavia, in rapporto all’eternità come un tempo presente, nel quale Gesù-Cristo verrà ed apparirà. « È così che verrà, etc., » Matth., XXIV, 30. La parola latina ecce, ecco, che è spesso impiegata in questo libro, vuol dire, nel pensiero dello Spirito Santo, che noi dobbiamo elevare le nostre anime ed eccitare la nostra immaginazione per comprendere qualche cosa di serio, di mirabile, amabile od orribile. –

XII. Ed ogni occhio lo vedrà, perché apparirà visibile a tutti. Ed ogni occhio lo vedrà: l’uomo libero e lo schiavo, il ricco ed il povero, il re ed il principe, i nobili ed i plebei, i sapienti e gli ignoranti, i giusti e gli empi, etc. ma tutti lo vedranno in maniera differente; perché la sua apparizione sarà infinitamente gradita ai giusti, come quella di uno sposo alla sua sposa, di un padre o di una madre a suo figlio, di un fratello ad un fratello, di un amico all’amico, e soprattutto di un salvatore ad un salvato. In effetti, Egli si presenterà ai giusti in qualità di sposo, di salvatore, di padre, di madre, di fratello e di amico. Luc. XXI, 28: « Ora, quando queste cose cominceranno ad avverarsi, sollevate la testa e guardate in alto, » (aprite i vostri cuori), « perché la vostra redenzione si avvicina.  » L’apparizione di Gesù-Cristo, al contrario, sarà terribile per gli empi e coloro che lo hanno inchiodato, come i Giudei che lo crocifissero, i soldati che lo hanno coronato di spine e flagellato il suo sacro corpo, Pilato che lo ha giudicato, Erode che lo ha deriso, il Sommi Sacerdoti che lo hanno bestemmiato trattandolo come un ladro; e noi che lo abbiamo trafitto con i nostri peccati. E coloro che lo hanno trafitto nelle sue sante membra, nei pupilli, nelle vedove, negli orfani, negli sventurati, nei poveri di cui è il protettore, l’avvocato ed il padre, e coloro che lo hanno trafitto calunniando, condannando, rifiutando, disprezzando e trattando indegnamente le persone e le cose sante e sacre, come i tiranni, che versarono il sangue innocente dei martiri a causa della fede e della giustizia; i principi, i re, i magistrati, i giudici, i tutori che avranno soverchiato e oppresso i pupilli, le vedove, etc.. Tali sono anche i dispregiatori, i detrattori, coloro che danno cattivi giudizi, gli impudichi, gli eretici, i venefici, etc..  È a tutti i malvagi che non avranno fatto penitenza che Egli apparirà come un giudice terribile, al punto da dire alle montagne: « Cadete su di noi; ed alle colline: copriteci perché non vediamo la faccia di Colui che è seduto sul trono. »

XIII. E tutte le tribù della terra vedendolo si batteranno il petto, il testo latino dice plangent se, essi piangeranno su se stessi vedendo le ricchezze della propria gloria dalle quali si vedranno privati così vergognosamente. Essi piangeranno su se stessi, gemeranno vedendo coloro che si saranno fondati su Gesù-Cristo. E diranno, pentendosi e gemendo nell’angoscia del loro spirito: « Questi sono quelli che sono stati altra volta l’oggetto delle nostre riprovazioni. » Sap. V, 3. Si, così sia.  Queste parole esprimono un’affermazione. La prima è di etimologia greca e significa le nazioni; la seconda derivata dall’ebraico, designa i Giudei; esse sono congiunte per persuadere dell’irrefragabile verità della resurrezione e dell’ultimo giudizio, perché in questo giorno tanto le nazioni che i Giudei, vedranno Gesù-Cristo come un giudice che renderà a ciascuno secondo le proprie opere, il bene o il male. E questa verità angelica è l’unica che possa meglio frenare la nostra volontà pervertita contro i piaceri proibiti della vita presente, ed esercitare in noi il timore di Dio e l’amore del bene futuro. Ecco perché questa verità è confermata efficacemente da queste due parole: Etiam, Amen. Si, così sia. Da ciò queste parole di Gesù-Cristo, Matth., V, 18: « Io vi dirò in verità, fino a che la terra ed il cielo passino, un solo iota o un solo punto non passerà che tutte queste cose avvengano. » Io sono l’alfa e l’omega, l’inizio e la fine, dice il Signore Dio, che è, che era e che deve venire; volendo con ciò dire: la mia sentenza non può essere né cambiata né annullata; perché prima di me nessuno fu, e tutte le cose sono cominciate, cominciano e cominceranno da me, e non senza di me, al quale tutti converge. Egli è chiamato l’alfa e l’omega; perché l’alfa è la prima lettera dell’alfabeto greco, e l’omega l’ultima, volendo con ciò significare con queste parole che Dio è l’inizio e la fine di tutte le creature, che tutto gli è subordinato, allo stesso modo del mare da dove escono tutte le acque e dove tutte le acque finiscono. Che è, che era, e che deve venire; queste ultime espressioni si spiegano come più in alto.

§ II.

Dell’Autore dell’Apocalisse. Come San Giovanni ha visto e scritto questo libro.

CAPITOLO I. Vers. 9-12

Ego Joannes frater vester, et particeps in tribulatione, et regno, et patientia in Christo Jesu: fui in insula, quae appellatur Patmos, propter verbum Dei, et testimonium Jesu: fui in spiritu in dominica die, et audivi post me vocem magnam tamquam tubæ, dicentis: Quod vides, scribe in libro: et mitte septem ecclesiis, quæ sunt in Asia, Epheso, et Smyrnæ, et Pergamo, et Thyatirae, et Sardis, et Philadelphiæ, et Laodiciæ. Et conversus sum ut viderem vocem, quæ loquebatur mecum: et conversus vidi septem candelabra aurea:

[lo Giovanni vostro fratello, e compagno nella tribolazione, e nel regno, e nella pazienza in Gesù Cristo, mi trovai nell’isola che si chiama Patmos, a causa della parola di Dio, e della testimonianza di Gesù. Fui in ispirito in giorno, di domenica, e udii dietro a me una grande voce come di tromba, che diceva: Scrivi ciò, che vedi, in un libro: e mandalo alle sette Chiese che sono nell’Asia, a Efeso, e a Smirne, e a Pergamo, e a Tiatira, e a Sardi, e a Filadelfia, e a Laodicea. E mi rivolsi per vedere la voce che parlava con me: e rivoltomi vidi sette candelieri d’oro.]

XIV. (Vers. 9- 11) – Dopo il saluto, San Giovanni passa immediatamente alla narrazione: egli fa di nuovo menzione, come di passaggio, della sua persona, del luogo ove ha ricevuto la rivelazione, della ragione per la quale è stata fatta questa rivelazione in questo luogo, del tempo e del modo. Egli rende innanzitutto gli uditori attenti, come ha costume di fare sempre negli esordi. Io Giovanni, vostro fratello, non per legami del sangue, ma per la rigenerazione spirituale operata col sacramento del Battesimo. Vostro fratello nell’unità e la comunione dei Santi, nella carità, in Gesù-Cristo e per Gesù-Cristo, che è il Padre comune di noi tutti, secondo la rigenerazione nella vita eterna. Che ha parte alla tribolazione, ed al regno, ed alla pazienza di Gesù-Cristo. Perché è in Gesù-Cristo, che è nostro Capo, che è fondato ogni merito; ed è per l’unità della fede e della carità, che è nella comunione dei Santi, che derivano, come per una partecipazione di parentela o di sangue, i meriti dei giusti in ciascuno dei membri. Che ha parte alla tribolazione, cioè che è stato perseguitato a causa della fede di Gesù-Cristo come gli altri Apostoli, quando fu immerso in una caldaia di olio bollente. Io ho sopportato il martirio, finché mi è stato possibile, a causa del regno celeste nel quale non posso entrare se non per molte tribolazioni, così come lo stesso Gesù ha dovuto soffrire per entrare nella sua gloria. (Bisogna distinguere il senso di queste parole, per spiegarle con le parole mediatamente ed immediatamente: non tutti sono chiamati a subire le tribolazioni tali come l’autore le definisce, in maniera immediata, cioè personale, ma mediata, per cui i meriti dei martiri ci vengono applicati per la comunione dei Santi). – Da qui risulta che colui che non imita Gesù nelle tribolazioni, non lo seguirà nel suo regno. E la pazienza di Gesù-Cristo, vale a dire a causa di Gesù-Cristo che dà la pazienza, e ci consola nella tribolazione. La tribolazione differisce dalla pazienza, in quanto la tribolazione (che deriva dalle parole latine tribula, tribulatio), indica una persecuzione dei tiranni lunga, veemente e variata, per la quale l’anima paziente è messa in uno stato di angoscia di cui geme la Chiesa; mentre la pazienza esprime la sopportazione delle miserie comuni a tutti gli uomini. La parola tribolazione significa anche i tormenti di ogni genere con i quali i Santi sono provati come i grappoli sotto il torchio. E la pazienza è la virtù che la fa sopportare con uno spirito di calma. Io sono stato nell’isola di Patmos; infatti, San Giovanni essendo stato messo in una caldaia di olio bollente, non fu bruciato, ma piuttosto come un forte atleta, ne uscì più vigoroso. Egli fu inviato in esilio a Patmos da Domiziano, che successe a Tito, suo fratello, nell’anno di Gesù-Cristo 82. Ed è nel suo esilio che Dio rivelò a San Giovanni questi misteri dell’Apocalisse. Io sono stato nell’isola, etc., queste parole designano il luogo ove ricevette questa rivelazione, cioè un’isola sotto la cui figura è molto ben rappresentata la Chiesa di Gesù-Cristo; perché nella Chiesa, le cose celesti sono aperte ai fedeli come un’isola è generalmente accessibile da qualunque lato; e come un’isola è continuamente esposta alle ingiurie del mare, così la Chiesa è continuamente afflitta dalle persecuzioni del demonio, della carne e del mondo.

XV. Per la parola di Dio, e per la testimonianza resa a Gesù-Cristo. Con queste parole San Giovanni indica di passaggio la causa del suo esilio, perché non volle negare Gesù-Cristo, né cessare di predicarlo. In seguito egli aggiunge il modo della sua visione: Io fui rapito io cielo, vale a dire in estasi, nel giorno del Signore, che è il giorno destinato alla contemplazione divina. Io ho sentito nell’immaginativo, dietro di me. Per comprendere queste parole, occorre sapere che, presso i Profeti, le parole “davanti a me” designano un tempo passato; “in me” un tempo presente; e “dietro di me“, un tempo futuro; ora, siccome i principali misteri che furono rivelati a San Giovanni, quando scrive questo libro, dovranno compiersi in un tempo futuro, ecco perché egli dice: io ho inteso dietro di me una voce immaginaria, forte e squillante come una tromba. Queste ultime parole fanno vedere la virtù e l’autorità dell’Angelo che parla a nome di Gesù-Cristo, dicendo: ciò che tu vedi, vale a dire, ciò che tu che vedrai nella presente rivelazione. … ciò che tu vedi nella tua immaginazione e con l’intelletto, con piena intelligenza, scrivilo in un libro, per l’istruzione dei fedeli, ed indirizzalo alle sette chiese che sono in Asia: ad Efeso, a Smirne, a Pergamo, a Tiatira, a Sardi, a Filadelfia ed a Laodicea. Con queste sette chiese sono designate il sette Angeli della Chiesa Cattolica, vale a dire sette epoche diverse nel corso delle quali il Signore compirà ogni cosa, e schiaccerà la testa di molti sulla terra; ed il secolo sarà consumato. Ecco perché queste sette Chiese dell’Asia Minore furono il tipo delle sette ere avvenire della Chiesa, fino alla fine del mondo. San Giovanni scrive innanzitutto a queste sette Chiese, e descrive le cose di cui esse erano il tipo, come lo si vedrà più chiaramente nella spiegazione di ogni avvenimento in particolare.

XVI. Vers. 12. – Ed io mi voltai per vedere chi mi parlava. E nello stesso tempo, io vidi sette candelieri d0oro. Ed io mi girai; cioè voltai il mio pensiero, o applicai il mio spirito, per comprendere i misteri delle cose avvenire. Queste parole ci insegnano che, nella rivelazione delle cose celesti, occorre allontanare il proprio spirito dagli oggetti terrestri, e volgerli verso Dio. Per vedere chi mi parlava, il testo latino dice: ut viderem vocem, per vedere la voce, cioè vedere colui che parlava, prendendo l’effetto come causa. Come è scritto, Exod. XX, 18: Cunctus autem populus videbat voces, etc., tutto il popolo vedeva la luce, vale a dire, intendeva.

XVII. Avvertimento sulla maniera in cui San Giovanni scrive l’Apocalisse. Ci sono tre modi di vedere, di intendere o percepire qualche cosa con i sensi. Il primo è quella di vedere con gli occhi, o intendere con le orecchie, con l’operazione dei sensi; è così che noi vediamo le stelle del cielo, etc.; ed i compagni di Saul (di Paolo) intesero la voce di Gesù-Cristo. – La seconda è quando, addormentati o svegli, vediamo in spirito, o noi comprendiamo, per delle visioni o immaginazione, delle cose che ne figurano un’altra. In questi casi, i nostri sensi esteriori sono elevati dal Signore in maniera sì ammirabile ed ineffabile, che la persona che è messa in stato di estasi, comprende gli oggetti che gli sono presentati, d’una maniera più certa e più perfetta di quanto alcun uomo potrebbe vedere, intendere, sentire o capire un oggetto qualunque, fosse pure dotato dei sensi migliori. – La terza maniera ed intellettuale, è come quando vediamo una cosa con il solo pensiero, senza il soccorso delle immagini per le quali le cose si presentano a noi come figurate. Ora tutto ciò ha luogo presso i Profeti, per volontà di Dio, in quattro maniere:

1° Con l’oscurità della fede; quando il profeta non riconosce evidentemente che Dio parla; ma essendo elevato al di sopra della natura da una luce celeste, rimarca che è Dio che parla.

2° Con l’evidenza in colui che attesta. È allorché l’animo del Profeta è elevato ed illuminato da un tal soccorso, così che riconosce evidentemente che è Dio o un Angelo che gli parla.

3° Se non scrive le cose che vede così.

4° Infine, se lo stile naturale e l’eloquenza del profeta sono elevati in ciò che egli scrive, di modo che la sua penna corra, per così dire, con la più grande rapidità, e l’uomo scrive senza fatica, e conosce in tutto o in parte ciò che scrive, a seconda che Dio lo voglia per il suo buon piacere o per la nostra utilità. – Ora questa Apocalisse fu rivelata a San Giovanni l’Evangelista, il più grande di tutti i profeti, nella maniera più perfetta. Infatti egli vede e comprende tutti questi misteri, per delle visioni immaginarie e per il soccorso dell’Angelo che lo assisteva ed illuminava evidentemente la sua anima. È per questo che dice: Io sono stato rapito in spirito, nel giorno del Signore. Volendo significare, con queste parole, che la sua santa anima, rapita in estasi, vide, intese e comprese, con il soccorso dello stesso Angelo, tutto ciò che ha scritto in questo libro.

L’APOCALISSE INTERPRETATA DAL BEATO B. HOLZHAUSER (III)

L’APOCALISSE INTERPRETATA DAL BEATO B. HOLZHAUSER (I)

L’APOCALISSE INTERPRETATA DAL BEATO B. HOLZHAUSER (I)

INTERPRETAZIONE DELL’APOCALISSE, che comprende LA STORIA DELLE SETTE ETÁ DELLA CHIESA CATTOLICA.

DEL VENERABILE SERVO DI DIO

BARTHÉLEMY HOLZHAUSER

RESTAURATORE DELLA DISCIPLINA ECCLESIASTICA IN GERMANIA,

OPERA TRADOTTA DAL LATINO E CONTINUATA DAL CANONICO DE WUILLERET,

PARIS, LIBRAIRIE DE LOUIS VIVÈS, ÉDITEUR RUE CASSETTE, 23 – 1856

PREFAZIONE DALL’AUTORE FRANCESE.

Il lavoro che pubblichiamo oggi, comprende il testo dell’Apocalisse, cioè la rivelazione dei grandi misteri che Gesù Cristo ha fatto a San Giovanni Evangelista, uno dei quattro Arcicancellieri del suo regno. Questa rivelazione contiene tutti i principali eventi che si sono già realizzati in gran parte, e che continueranno a realizzarsi nella Chiesa di Gesù Cristo, fino alla consumazione dei tempi. Molte persone hanno creduto e credono ancora che questo libro sacro non sarà mai spiegato, a causa dello stile enigmatico e figurato in cui è scritto. Ma questo è un errore assurdo come è assurdo credere che Dio abbia voluto parlare agli uomini, per non essere mai compreso. La parola Apocalisse, derivata dal greco, significa rivelazione; ora, se questo libro non si doveva mai interpretare, avrebbe portato un titolo che lo avrebbe escluso immediatamente dal codice sacro. – Un venerabile servo di Dio, Barthélemi Holzhauser, restauratore della disciplina ecclesiastica in Germania, dopo i primi disastri causati alla Chiesa dall’eresia di Lutero, ha intrapreso, con il l’aiuto delle luci celesti che lo hanno illuminato, l’interpretazione di questo libro. Già famoso per le sue profezie, Holzhauser si è distinto ulteriormente per una scienza approfondita della storia del mondo, che è stato in grado di applicare in un modo veramente ammirevole alle vaste conoscenze che possedeva delle Sacre Scritture. Questo illustre ecclesiastico, tanto dotto quanto pio, fondò in Germania vari istituti che erano un baluardo inespugnabile contro il protestantesimo che allora minacciava la completa rovina dell’Europa. Oltre a diverse opere che uscirono dalla sua penna, redasse in latino la sua famosa Interpretazione dell’Apocalisse tra le montagne del Tirolo, nel mezzo delle più grandi prove, e immerso nella meditazione, nel digiuno e nella preghiera. Il suo lavoro ha già ottenuto gli onori dell’immortalità. Infatti, se ne trovano antichi esemplari non solo nelle biblioteche della Germania, ma anche in quelle di varie parti d’Europa. La società colta dei Mechitaristi ha pubblicato una nuova edizione di quest’opera nel 1850. Seguendo il parere del dotto professore dell’università di Monaco, il Dr. Haneberg, osiamo affermare che il lavoro di Holzhauser offre la migliore interpretazione che sia mai apparsa dell’Apocalisse. Questo illustre scrittore non fa che ripetere con altre parole quello che abbiamo letto in una vecchia copia della vita di Holzhauser, ove si dice che tutti gli altri commentatori che hanno scritto su questo libro sacro (per quanto dotti fossero), sembrano dei bambini rispetto a questo genio. Potremmo raccogliere molte testimonianze di profonda stima in favore del nostro autore, se entrassimo nei dettagli e dicessimo tutto quello che abbiamo sentito dire di lui da illustri uomini di varie nazioni. La sua interpretazione offre un quadro completo del piano della saggezza divina nella grande opera di redenzione. Il lettore vi troverà un intero corso di teologia; vi vedrà in più, un riassunto prezioso della storia del mondo applicata e comparata alla storia della Chiesa. Noi crediamo di poter affermare che mai opera sia riuscita a riunire così vaste materie per presentarle in una luce così interessante. Se l’uomo non ha tanto a cuore che regolare la sua vita presente per raggiungere il suo destino futuro, non avrà mai trovato un mezzo così perfetto di soddisfare i suoi ardenti desideri che il leggere attentamente quest’opera. Infatti, essa racchiude un gran numero di quadri che offrono, sotto diversi punti di vista, tutto ciò che è più capace di interessarci nel passato, presente ed avvenire. – L’autore ha diviso la sua materia, in sette principali epoche nelle quali riassume tutta la storia del mondo con quella della Chiesa, che egli compara continuamente l’una all’altra, facendoci penetrare i segreti più reconditi di questa guerra accanita che lucifero intraprese contro il genere umano nel paradiso terrestre, e che terminerà sulla soglia dell’eternità con la caduta dell’Anticristo e con il cataclisma del mondo. È allora che il buon grano sarà separato dalla paglia per sempre, e che ciascuno di essi andrà ad occupare il posto che il Vangelo gli assegna. Tutto ciò che l’autore propone è tratto dall’Apocalisse stesso, ed ha come base la verità eterna di Dio. È così per la sua divisione delle epoche o degli Angeli della sua storia di cui dà dapprima uno scorcio generale e particolare per ognuno dei suoi Angeli; la sua divisione, diciamo noi, è fondata sulle sette Chiese, i sette candelabri, i sette angeli, i sette sigilli, i sette spiriti, le sette trombe e le sette piaghe dell’Apocalisse. Ed è nello sviluppo delle grandi verità contenute sotto questi diversi enigmi, che l’autore ci dimostra, in una maniera ammirevole e stupefacente, la concatenazione di tutti i grandi fatti che collegano la storia antica alla storia moderna e futura. È così ancora che egli ci fa vedere i legami stretti che uniscono l’umanità alla divinità, il tempo all’eternità. Poi egli termina la sua descrizione con dei particolari estremamente interessanti che furono rivelati a San Giovanni sul regno di Maometto e dell’anticristo, sull’antipapa che lacererà la Chiesa d’Occidente, sul trionfo della Chiesa, sulla prossima estirpazione delle eresie, etc., etc. – Questa è l’idea generale che noi diamo, come di passaggio, sul contenuto di quest’opera per non uscire dai limiti di una prefazione. Il lettore che avrà letto e riletto attentamente quest’opera resterà convinto che, lungi dall’avere esagerato, siamo stati piuttosto parsimoniosi negli elogi che merita. Tra i nostri lettori se ne troverà qualcuno forse la cui fede non è ferma. Noi lo preghiamo di considerare attentamente l’applicazione che l’autore fa dell’Apocalisse alla storia in generale ed in particolare; e noi gli chiediamo di voler spiegare come sia potuto accadere che San Giovanni, che redasse la sua rivelazione diciotto secoli fa, abbia potuto riuscire a comporre la sua opera se non fosse stato che un uomo ordinario, di maniera che tutti questi enigmi non trovino il loro chiarimento ed il loro posto che in ciascuna dei grandi tratti della storia del genere umano; e questo agli occhi della più grande e durevole società del mondo, agli occhi cioè della società cristiana? Non si riconosce forse essere questa la chiave del tesoro infinitamente prezioso della verità eterna di Dio? Sì, che coloro che non credono, o che si rifiutano ostinatamente di vedere la luce eterna che brilla nella Chiesa Cattolica, cerchino di risolvere questo problema, rendendosi conto delle ragioni che possono avere per non credere come gli altri uomini; che si sforzino, se appena prendono la briga di applicare l’intero testo dell’Apocalisse a qualche setta, a qualche monarchia o a qualunque storia sia, in modo che ogni frase, e persino ogni parola nella sua interezza, possa essere chiarita dall’applicazione che ne avranno fatto, e noi li pregheremo di sottomettere come noi la loro produzione al giudizio degli uomini, per avere preferenza sulla nostra, se possibile. – Non nascondiamo la difficoltà che abbiamo incontrato nel nostro lavoro; ma questa stessa difficoltà ne è la pietra angolare, e se la verità della più lunga e varia storia del mondo non avesse coinciso in tutti i suoi punti con la verità della profezia, sarebbe stato impossibile per noi farci leggere e farci comprendere. – Dobbiamo avvertire il lettore che le età della Chiesa non si presentano tutte in unica volta come un colpo teatrale all’occhio dei contemporanei, è così che la sesta età, ad esempio, che l’autore latino annuncia cominciare con il santo Pontefice ed il grande Monarca che dominerà in Oriente e in Occidente, e di cui il potere si estenderà sulla terra e sul mare; questa sesta età, noi diciamo, si concatena a tutte le altre in modo così certo e reale, che apparirà lenta agli occhi degli uomini. – In secondo luogo, dobbiamo fare osservare che molti fatti che caratterizzano un’età non devono essere compresi in maniera talmente assoluta da escludere l’esistenza di altri fatti che sono loro opposti. È così, ad esempio, che l’impenitenza, che dovrebbe essere uno dei pronostici della quinta età, non escludeva la conversione di un grande numero di uomini di quest’epoca, non più di quanto la conversione dei peccatori, che è uno dei caratteri della sesta, non escluderà l’ostinazione di molti empi. È con l’analisi universale e la comparazione di diversi pronostici tra loro, che si può conoscere la differenza delle età. Ma lo storico non può fare uscire il carattere di un’età se non verso la fine, o almeno dopo il suo pieno sviluppo. La precipitazione che noteremo negli avvenimenti che segnalano la nostra epoca conferma in maniera stupefacente i passaggi di questo libro nei quali il venerabile Holzhauser ci informa che le due ultime età saranno molto brevi. – Noi faremo osservare infine che, benché la Chiesa debba godere di una grande prosperità nella sesta età, il mondo non cesserà di avere il suo regno; ed è sempre su questo mare più o meno agitato che il vascello della Chiesa continuerà a vogare fino alla fine. Tali sono le considerazioni che dobbiamo fare e che concludiamo con ciò che segue: si sa che il venerabile Holzhauser non completò la sua opera e che si fermò al quarto versetto del quindicesimo capitolo; restavano quindi ancora quasi otto capitoli da spiegare. Quando i suoi discepoli ne chiesero la ragione egli rispose loro ingenuamente che … non si sentiva animato dallo stesso spirito e non poteva continuare. Poi aggiunse che avrebbe desiderato che qualcuno dei suoi, dopo di lui, completasse la sua opera e la coronasse. Noi ignoravamo questo passaggio della sua vita quando abbiamo iniziato questo lavoro; altrimenti non avremo mai osato realizzare questo progetto di pubblicazione che abbiamo concepito otto anni orsono. Dal momento che siamo stati informati del contenuto di questo passaggio, abbiamo preso consiglio da un dottore in teologia, che ha voluto prendersi carico di ricevere la nostra redazione, e ci ha incoraggiato a continuare. Noi non pretendiamo con questo essere la persona prevista dal venerabile Holzhauser; ma siccome siamo stati presi di ammirazione per la sua opera, ci siamo sentiti irresistibilmente spinti a farla conoscere al pubblico come un mezzo efficace per edificare i fedeli e procurare la salvezza delle anime. Ecco perché, dal momento che abbiamo ritrovato un momento di calma, dopo gli avvenimenti di cui fummo vittima nei disastri che provarono sì crudelmente la Svizzera cattolica nel 1847, ci siamo messi presto ad eseguire il nostro piano. Ed è per raggiungere con maggior sicurezza al nostro scopo, che ci siamo serviti della lingua più generalmente conosciuta in Europa. Abbiamo ripartita la nostra materia in nove libri, in onore dei nove cori degli Angeli. La traduzione dei primi quindici capitoli, che riproduciamo testualmente, ci è servita come modello e soccorso indispensabile nella continuazione di quest’opera della quale il nostro maestro ha tutto il merito e tutta la gloria. Non dissimuliamo tuttavia le grandi difficoltà che abbiamo incontrato sia nella traduzione sia, soprattutto, nella continuazione di questa “Interpretazione”; ma ci siamo continuamente sentiti soccorsi ed animati da una gioia spirituale inesprimibile che compensava le nostre fatiche. Oltretutto il frutto che ci promettiamo dai nostri sforzi nell’opera di santificazione delle anime, ci è servito sempre di appoggio per non soccombere nei nostri deboli mezzi umani. Se malauguratamente ci è sfuggito qualcosa che possa in qualunque modo essere di contrasto alla retta dottrina, noi lo ritrattiamo da subito. Protestando la nostra perfetta ed umile sottomissione alla nostra santa Madre, la Chiesa romana. È con questi sentimenti e con la coscienza della purezza e della rettitudine della nostra intenzione, che ci raccomandiamo all’indulgenza ed alle preghiere dei nostri lettori. Augurando a tutti la salvezza eterna in Gesù Cristo e per Gesù-Cristo. Così sia.

NOTIZIE SULLA VITA DELL’AUTORE LATINO

Crediamo che il lettore ci sarà grato dell’idea avuta di porre in capo a questa nuova edizione un compendio della vita di Holzhauser che uno scrittore anonimo ci ha lasciato in un libro pubblicato a Bamberg, nell’anno 1799, Crediamo che il lettore ci sarà grato dell’idea avuta di porre in capo a questa nuova edizione un compendio della vita di Holzhauser che uno scrittore anonimo ci ha lasciato in un libro pubblicato a Bamberg, nell’anno 1799. – Questo vero servo di Dio, di origine sveva, nacque in un umile villaggio chiamato Longnau, situato a qualche lega da Augsbourg, nell’anno di grazia 1613, nel mese di agosto. Suo padre era calzolaio. Nella sua infanzia si fece notare per l’innocenza dei costumi. Non essendoci scuole nel suo villaggio, frequentò assiduamente quella della piccola città di Verding situata a qualche lega circa dalla casa paterna dove si dedicò in particolare allo studio della lingua tedesca. Era solito abbreviare la lunghezza del cammino con la preghiera ed i santi cantici di cui faceva la sua delizia, nell’anno 1624, all’età di undici anni, iniziò lo studio della lingua latina ad Augsburg, ove la sua povertà lo costringeva a cercare sussistenza da porta a porta. In seguito, continuò i suoi studi a Neubourg, sul Danubio, dove trovò miglior sorte nella protezione dei padri della Società di Gesù. Infine, terminò la sua carriera letteraria a Ingolstadt. – Fin dai primi anni fu favorito da celesti visioni. Confessò pubblicamente di essere stato liberato dalla peste per intercessione della Madre di Dio, per la quale era animata dalla più grande devozione. Egli invocò soprattutto questa Madre di buon consiglio nella scelta di un confessore e dello stato di vita; ed è per sua ispirazione che si confermò sempre più nella risoluzione che prese di entrare nella carriera ecclesiastica. Animato da un grande zelo per la preghiera, forte nella fede, e pieno di fiducia in Dio, superò in modo ammirevole le numerose difficoltà che incontrò il suo progetto. Benché povero egli stesso, non si mostrò meno ardente nella sua carità verso gli indigenti e misericordioso e benevolo nei riguardi del prossimo. Non calcolando alcun danno, distribuiva le sue cure ed i suoi soccorsi a tutti gli sventurati di guerra e degli altri flagelli che l’accompagnano. Nel fervore del suo zelo insegnava la dottrina cristiana agli ignoranti, consolava gli afflitti, fortificava i deboli, sollevava coloro che si erano lasciati abbattere, correggeva gli abusi; e nelle frequenti ingiurie che riceveva dai malvagi si mostrava pieno di gioia per essere stato trovato degno di soffrire per il nome di Gesù Cristo. – a queste prime virtù, Barthélemi aggiunse la pratica della mortificazione, dell’abnegazione, della castità, dell’umiltà, della dolcezza e della pazienza, e si mostrò per questo il vero tipo dello studente cristiano, non perdendo mai di vista quest’oraciolo dello Spirito Santo: Adolescens juxta viam suam ambulans, etiam cum senuerit, non revedet ab ea. Prov. XXII, 6. Dai primi anni fu favorito da celesti visioni. Confessò pubblicamente di essere stato liberato dalla peste per intercessione della Madre di Dio, per la quale era animata dalla più grande devozione. Egli invocò soprattutto questa Madre di buon consiglio nella scelta di un confessore e dello stato di vita; ed è per sua ispirazione che si confermò sempre più nella risoluzione che prese di entrare nella carriera ecclesiastica. Animato da un grande zelo per la preghiera, forte nella fede e pieno di fiducia in Dio, superò in modo ammirevole le numerose difficoltà che incontrò il suo progetto. Benché povero egli stesso, non si mostrò meno ardente nella sua carità verso gli indigenti e misericordioso e benevolo nei riguardi del prossimo. Non calcolando alcun danno, distribuiva le sue cure ed i suoi soccorsi a tutti gli sventurati di guerra e degli altri flagelli che l’accompagnano. Nel fervore del suo zelo insegnava la dottrina cristiana agli ignoranti, consolava gli afflitti, fortificava i deboli, sollevava coloro che si erano lasciati abbattere, correggeva gli abusi; e nelle frequenti ingiurie che riceveva dai malvagi si mostrava pieno di gioia per essere stato trovato degno di soffrire per il nome di Gesù Cristo. – a queste prime virtù, Barthélemi aggiunse la pratica della mortificazione, dell’abnegazione, della castità, dell’umiltà, della dolcezza e della pazienza, e si mostrò per questo il vero tipo dello studente cristiano, non perdendo mai di vista quest’oracolo dello Spirito Santo: Adolescens juxta viam suam ambulans, etiam cum senuerit, non revedet ab ea. (Prov. XXII, 6). – Appena ebbe terminato il suo corso di studi, ispirato dai segni manifesti della volontà divina di lavorare per la gloria di Dio e la salvezza delle anime, deliberò di entrare in un nuovo stato di vita, e si fece iscrivere nei ruoli della milizia ecclesiastica. Nel corso del suo terzo anno di studi teologici, si preparò al sacerdozio; e nell’anno1639 fu ordinato sacerdote nella città episcopale di Eichstadt sul Danubio, e celebrò la sua prima messa ad Ingolstadt nel giorno della Pentecoste, nella stessa cappella di Notre-Dame de la Victoria ove aveva spesso offerto il suo cuore a Dio, consacrandogli tutti i suoi beni con ferventi preghiere. Non tardò nell’ascoltar confessioni ed esercitare le altre funzioni del santo ministero, e ciò con tal successo che un gran numero di penitenti affluivano al suo confessionale. Temendo di esaurire le sue forze nella cura della vigna del Signore, cercò di associarsi dei collaboratori zelanti, capaci di continuare e propagare la sua opera. –  A questo scopo nell’anno 1640 ingaggiò tre curati più anziani di lui per seguire certe regole che s’imposero tra loro. Questi continuarono tuttavia a restare nel loro presbiterio finché non avessero ottenuto dai loro superiori il permesso di aderire pienamente all’invito di Barthélemi. – terminati gli studi teologici e guarito da un’angina con l’aiuto manifesto di Dio, partì con uno dei suoi associati per Salzbourg ove, guidato da un’ispirazione divina, fondò il suo primo istituto nel 1636. Si mise lungo la strada a piedi e senza sacco, con poco denaro; cammin facendo incontrò un quarto associato, con l’aiuto della divina provvidenza arrivò al termine del suo viaggio.  L’autorità ecclesiastica gli fece una buona accoglienza; poco tempo dopo ottenne un canonicato a Tittmoning, città dell’Arcivescovato di Salzbourh, vicino alla Baviere sulla Salza. Questa città ha una cittadella molto antica con una collegiata dedicata a san Lorenzo. Essa è la più insigne delle città circostanti. Da quando fu stabilito come canonico in cura di anime, ottenne per lui ed i suoi una vasta casa, la stessa che aveva visto in sogno quando si trovava ad Ingolstadt. Il numero dei suoi compagni cresceva di giorno in giorno, e senza incontrare ostacoli da parte dei confratelli, guadagnò un numero infinito di anime a Gesù Cristo con la parola di Dio e con la sua carità verso i poveri ed i malati. – più tardi lasciò un certo numero dei suoi a Tittmoning per andare a mettersi alla testa di una parrocchia e di un decanato a San Giovanni, in Leogenia, vallata del Tirolo, sulla strada da Innsbruck e Salzbourg, il giorno della Purificazione della Santa Vergine, nell’anno 1642. Come sempre fece ogni sforzo per mettere tutto nel migliore ordine possibile, insegnando la dottrina cristiana ai bambini ed anche agli adulti, visitando le scuole, e non ometteva nulla per ristabilire la disciplina ecclesiastica. Per questo non tardò a riconciliarsi la stima di tutti gli abitanti del luogo. – Avendo osservato quanto importante fosse che i giovani destinati allo stato ecclesiastico venissero imbevuti di solidi principi e virtù cristiane, fece in modo da stabilire dei seminari ove potessero formarsi sacerdoti esemplari. Il primo dei suoi seminari fu fondato nell’anno 1643 a Salzbourg; più tardi per gravi motivi fu trasportato ad Ingolstadt nell’anno 1649. Nel contempo stabilì il suo istituto a Augsbourg, a Gerlande, poi a Ratisbona, dopo avere ottenuto un’approvazione a Roma con l’appoggio del duca Massimiliano di Baviera, del quale ricevette la seguente lettera nell’anno 1646: « È della divina bontà il suscitare sacerdoti il cui unico scopo è quello di procurare alla Chiesa degli uomini che, vivendo secondo le regole dei santi Canoni e della disciplina ecclesiastica, si dedichino interamente e con cuore puro, alle funzioni sacerdotali; e che vegliando su se stessi, cercando di perfezionarsi, lavorino sinceramente alla gloria di Dio ed alla salvezza delle anime. » E per giungere a questo scopo Barthélemi prescrisse tre cose: la coabitazione e la conversazione fraterna, l’allontanamento delle donne e la comunità dei beni. Tuttavia, non fu che nel gennaio 1670 che ricevette dalla sacra congregazione dei Vescovi e regolari, l’approvazione desiderata, nei termini seguenti: « Questa pia e santa istituzione non ha bisogno di approvazione, poiché non prescrive null’altro di ciò che si praticava nel clero della Chiesa primitiva. » – Nella carestia che afflisse il Tirolo verso l’anno 1649, lavorò con grande successo nell’alleviare i bisognosi. Dopo avere esercitato il santo ministero per dieci anni nella vallata di Leogenia, si trovò in una gran penuria per la sua casa per la soppressione delle decime ed a causa dell’aggravio delle imposte straordinarie. Lungi dal lasciarsi abbattere, questo venerabile servo di Dio non trovò che uno stimolante in queste probe, e si rimisero, egli ed i suoi, tra le mani della divina provvidenza. – Come ricompensa della sua fedeltà e pazienza, Dio dispose gli avvenimenti in tal sorta che Barthélemi potette lasciare queste montagne ove il suo nome è ancora benedetto, per traferirsi nella Franconia e nei dintorni di Maienza. L’anno 1654, fece fondare dai suoi, un seminario a Wurzbourg; e su invito dell’elettore di Maienza, che lo ammise più tardi nella sua intimità, divenne curato e decano a Bingen sul Reno. – Quando Carlo, re d’Inghilterra, che si trovava allora esiliato in Germania, si disponeva a tornare in patria, colpito dalla reputazione di Barthélemi che aveva predetto cose strabilianti in Inghilterra, mostrò un gran desiderio di vederlo, discendendo il Reno. Avendolo dunque fatto chiamare, si intrattenne con lui per un’ora per ascoltare dalla sua bocca ciò che prediceva del suo reame e del proprio regno. Questo servo di Dio aveva predetto che questo reame si sarebbe ridotto nelle più grandi miserie; che il re non sarebbe stato risparmiato; ma che dopo il ritorno della pace gli Inglesi, convertiti alla fede cattolica, avrebbero fatto per la Chiesa più di quanto non avessero fatto dopo la loro prima conversione. Ora non deve passare sotto silenzio che dall’anno 1658, l’esercizio della Religione Cattolica fosse proibito in questa isola sotto pena di morte; e che questo decreto fu in seguito abolito nel 1778. È quello che Barthélemi aveva annunziato in maniera ammirabile nell’anno 1635, nei seguenti termini: et intellexi juge sacrificium centum et viginti annis ablatum esse. « Ho inteso che il Sacrificio eterno sarebbe stato soppresso per centoventi anni. » È impossibile il dire quanto desiderasse questa conversione. Nulla aveva più a cuore che andare egli stesso, disprezzando ogni pericolo per la sua vita, a cominciare questa opera. Tuttavia, ne fu impedito, malgrado lui, dalle cure che dovette dare alla sua parrocchia ed alle scuole latine che egli stava per aprire a Bingen, per il maggior vantaggio degli abitanti di questa città e dei luoghi circostanti. – Nel mentre era occupato ad adempiere ai suoi doveri del buon pastore, prodigando ai suoi collaboratori ed ai suoi istituti tutte le sollecitudini di un padre, fu colpito da una febbre mortale, e levando gli occhi verso il cielo, girato verso i suoi che piangevano e pregavano, spirò il 20 maggio 1658 nel 45mo anno di vita, diciannovesimo del suo sacerdozio e 18 anni dopo la fondazione del suo istituto. Il suo corpo riposa nella chiesa parrocchiale di Bingen davanti all’altare della santa croce, in una tomba chiusa che porta questo apitaffio: « Venerabilis vir Dei servus Bartholomæus Holzhauser, SS. Theologiæ Licentiatus, Ecclesiæ Bigensis pastor et decanus, Vitæ Clericorum sæcularium in communi viventium in superiore Germania restitutor, obiit anno 1658, die Maji 20. »  – Oltre alle virtù ammirabili della sua giovinezza che portò in seguito ai gradi più alti di perfezione nella sua carriera ecclesiastica, Holzhauser era dotato di una scienza profonda e favorita dal dono della profezia; ecco ciò che nessuno negherà. Ce ne possiamo convincere dalle sue opere delle quali molte ci sono rimaste, e più particolarmente la sua interpretazione dell’Apocalisse, di cui diamo qui la traduzione francese. Si noterà in quest’opera una singolare ed ammirabile connessione dei tempi e degli avvenimenti, stabilenti o manifestanti il più bel sistema generale di tutta la Chiesa, estesa dalle sue origini fino alla consumazione dei secoli. Egli scriveva questa interpretazione nel Tirolo, mentre era afflitto dalle prove più grandi, passando così le sue giornate interamente nel digiuno e nella preghiera, separato da ogni commercio con gli uomini. Siccome egli non terminò la sua opera e non interpretò l’Apocalisse che fino al quindicesimo capitolo, i suoi sacerdoti ne chiesero la ragione: egli rispose loro che non sentiva più l’ispirazione, che non poteva continuare (Parve a Dio, per ragioni particolari, che volesse riservare il resto dei suoi segreti ad un’altra epoca). Poi aggiunse che qualcuno si sarebbe occupato più tardi della sua opera e l’avrebbe completata. – Questo è il compendio che diamo della vita di Holzhauser, affinché non sembrasse che volessimo nascondere al lettore quanto piacque alla divina bontà di assistere gli uomini di buona volontà nei tempi più difficili. Egli visse in mezzo agli orrori della guerra dei 30 anni che durò dal 1614 al 1648. – Noi non pretendiamo di elevarci sopra il giudizio degli uomini; e ci sottomettiamo con reverenza filiale alla santa Chiesa Romana in tutto ciò che potrebbe essere giudicato da Essa circa quest’opera. Quanto al secolo presente, cosa dobbiamo attenderci da esso? Ahimè! Siccome ogni carne ha corrotto le sue vie, e lo spirito ha orrore di tutto ciò che non colpisce gradevolmente i sensi, possiamo prevenire in anticipo il giudizio del mondo. Tuttavia, tutti gli uomini non pensino come il secolo, e si sappia che è piaciuto alla divina provvidenza il suscitare degli uomini eminenti per il loro talento e la loro pietà per eccitare gli altri alla penitenza ed alla pazienza con l’esempio e la parola. Noi non ignoriamo quanti uomini, toccati dalla storia e dall’esempio dei Maccabei hanno trovato nella Scrittura coraggio e consolazioni. Chi oserà dunque farci un rimprovero per esserci sforzati nel soccorrere i nostri fratelli in questi tempi pieni di prove rudi e calamità. Non sempre ci è stato permesso, né sempre lo sarà, il dare il pane a coloro che hanno fame, e acqua agli assetati, quando il medico lo permette o lo ordina? – Noi dunque ti preghiamo, caro lettore di accogliere con benevolenza il nostro umile lavoro, e ti auguriamo ogni specie di prosperità per il corpo e per l’anima. Addio, dunque, e tutto ti sia propizio!

L’APOCALISSE INTERPRETATA DAL BEATO B. HOLZHAUSER (II)

IL SENSO MISTICO DELL’APOCALISSE (14)

G Dom. Jean de MONLÉON

Monaco Benedettino

Il Senso Mistico dell’APOCALYSSE (14)

Commentario testuale secondo la Tradizione dei Padri della Chiesa

LES ÉDITIONS NOUVELLES 97, Boulevard Arago – PARIS XIVe

Nihil Obstat: Elie Maire Can. Cens. Ex. Off.

Imprimi potest:  Fr. Jean OLPHE-GALLIARD Abbé de Sainte-Marie

Imprimatur: LECLERC.

Lutetiæ Parisiorum die II nov. 194

Copyright by Les Editions Nouvelles, Paris 1948

Settima Visione


LA CITTÀ DI DIO

TERZA PARTE


I DODICI FRUTTI


Capitolo XXII. (1-21)

“E mi mostrò un fiume di acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal
trono di Dio e dell’Agnello. Nel mezzo della sua piazza, e da ambe le parti del
fiume l’albero della vita che porta dodici frutti, dando mese per mese il suo frutto, e le foglie dell’albero (sono) per medicina delle nazioni. Né vi sarà più maledizione: ma la sede di Dio e dell’Agnello sarà in essa, e i suoi servi lo serviranno. ^E vedranno la sua faccia: e il suo nome sulle loro fronti. Non vi sarà più notte: né avranno più bisogno di lume di lucerna, né di lume di sole, perché il Signore Dio li illuminerà, e regneranno pei secoli dei secoli. E mi disse: Queste parole sono fedelissime e vere. E il Signore Dio degli spiriti dei profeti ha spedito il suo Angelo a mostrare ai suoi servi le cose che devono tosto seguire. Ed ecco io vengo presto. Beato chi osserva le parole della profezia di questo libro. Ed io Giovanni (sono) quegli che udii e vidi queste cose. È quando ebbi visto e udito, mi prostrai ai piedi dell’Angelo, che mi mostrava tali cose, per adorarlo: E mi disse: Guardati di far ciò: perocché sono servo come te, e come i tuoi fratelli i profeti, e quelli che osservano le parole della profezia di questo libro: adora Dio. E mi disse: Non sigillare le parole della profezia di questo libro: poiché il tempo è vicino. Chi altrui nuoce, noccia tuttora: e chi è nella sozzura, diventi tuttavia più sozzo: e chi è giusto, sì faccia tuttora più giusto: e chi è santo, tuttora si santifichi. Ecco io vengo tosto, e porto con me, onde dar la mercede e rendere a ciascuno secondo il suo operare. Io sono l’alfa e l’omega, il primo e l’ultimo, il principio e la fine. Beati coloro che lavano le loro stole nel sangue dell’Agnello: affine d’aver diritto all’albero della vita e entrar per le porte nella città. Fuori ì cani, e i venefici, e gli impudichi, e gli omicidi, e gl’idolatri, e chiunque ama e pratica la menzogna. Io Gesù ho spedito il mio Angelo a testificarvi queste cose nelle Chiese. Io sono la radice e la progenie di David, la stella splendente del mattino. E lo Spirito e la sposa dicono: Vieni. E chi ascolta, dica: Vieni. E chi ha sete, venga: e chi vuole, prenda dell’acqua della vita gratuitamente. Poiché protesto a chiunque ascolta le parole della profezia di questo libro, che se alcuno vi aggiungerà (qualche cosa), Dio porrà sopra di lui le piaghe scritte in questo libro. E se alcuno torrà qualche cosa delle parole della profezia di questo libro. Dio gli torrà la sua parte dal libro della vita, e dalla città santa, e dalle cose che sono scritte in questo libro. Dice colui che attesta tali cose: Certamente io vengo ben presto: così sia. Vieni, Signore Gesù. La grazia del Signor nostro Gesù Cristo con tutti voi. Così sia.”

§ 1 – Il fiume di acqua viva.

La prima parte di questo capitolo completa la settima visione, cioè la descrizione della Città di Dio, come fu mostrata a San Giovanni.   E l’angelo mi mostrò un fiume d’acqua viva che sgorgava dal trono di Dio e dell’Agnello. Questo fiume è la grazia divina o, per così dire, è Dio stesso che esce dalla sua propria maestà, nel suo impetuoso desiderio di donarsi a coloro che ama; un fiume di pace, un fiume di gioia, un fiume di vita traboccante che copre, purifica ed eleva tutto ciò che incontra sul suo cammino, tutto ciò che almeno non si oppone alle sue richieste con la diga invalicabile di una volontà ostinata nel male. Quest’acqua viva, che disseta ogni sete, è il suo amore, che in cielo è la delizia degli Angeli e degli eletti di Dio; e siccome questo amore si identifica con lo Spirito Santo, si dice qui uscire dal trono di Dio e dell’Agnello, perché lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio, come da un unico principio. Inoltre, se il Verbo è designato con il nome di Agnello, è per farci capire che questo fiume ha cominciato a bagnare la terra solo il giorno in cui la Santissima Umanità del Salvatore si è seduta gloriosa sul trono di Dio, dopo aver lavato i peccati del mondo con i flutti del suo sangue (A questo si allude nell’Inno Lustra sex del tempio di Passione: Terra, pontus, astra, mundus, Quo lavantur flumine! Infine, quest’acqua è detta splendida come un cristallo, perché darà ai cuori e ai corpi degli eletti una purezza abbagliante, nella cui trasparenza brilleranno tutti i bagliori del sole di giustizia; infatti essa non avrà più, come su questa terra, l’instabilità di un liquido, ma sarà ferma come un cristallo. – Se applichiamo questo passaggio alla Chiesa militante, il fiume di acqua viva designa l’acqua battesimale, che dà vita alle anime e restituisce loro l’innocenza perduta con il peccato. Nella descrizione seguente, la Chiesa trionfante e la Chiesa militante saranno, infatti, costantemente mescolate, per mostrare che non sono che un unico Tutto. Questo fiume non scorre fuori della città, perché non c’è grazia, non c’è salvezza, non c’è gloria eterna fuori della Chiesa. Esso attraversa soltanto l’ambito della sua pubblica piazza cioè l’assemblea dei fedeli quaggiù, quella degli eletti dell’eternità. Lì, almeno, è a disposizione di tutti, e ognuno ha il diritto di attingervi come vuole, e a profusione. E i dodici frutti dell’albero della vita possono essere raccolti su entrambe le sue rive.

§ 2 – L’albero della vita.

L’albero della vita rappresenta, come l’acqua viva, l’Umanità del Verbo, per farci capire che è Essa il nostro cibo e la nostra bevanda. Esso è piantato sulle due rive del fiume, perché soddisfa sia la Chiesa militante che la Chiesa trionfante. Al di qua del fiume, restano i Cristiani che sono ancora cittadini di questo mondo. Cristo li nutre con il Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue, per cui possono raccogliere i dodici frutti dello Spirito, enumerati dall’Apostolo: carità, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, longanimità, mansuetudine, fedeltà, modestia, continenza, castità (Gal, V, 22, 23). Questi doni sono distribuiti per ogni mese, cioè si susseguono secondo la necessità, e si rinnovano continuamente, come i prodotti della terra, con le stagioni. Gli abitanti della Gerusalemme celeste, invece, sono al di là del fiume: essi vedono Cristo, non più sotto le specie sacramentali, ma nella bellezza abbagliante della sua Umanità glorificata. E i benefici che questa Presenza gloriosa e visibile dà loro, possono essere ridotti ai seguenti dodici: una salute che nessuna malattia può scuotere; il piacere di stare per sempre con coloro che amano; la conoscenza dei misteri più profondi, senza che il minimo dubbio turbi la loro mente; una gioia che nessun dolore potrà oscurare; una pace che niente potrà disturbare; una sicurezza che bandirà ogni sentimento di paura; la piena e completa soddisfazione di tutti i loro desideri; la felicità di vedere la giustizia divina pienamente compiuta; il bisogno continuo di lodare Dio; un riposo definitivo, senza noia né preoccupazione; una luce che non si spegnerà mai; infine, faccia a faccia e senza intermediari, la visione di Dio. Questi sono i frutti che gli eletti raccoglieranno da questo albero meraviglioso, per ogni mese, cioè in proporzione alle sofferenze che avranno sopportato qui sulla terra. E le foglie di quell’albero hanno il potere di guarire le nazioni. È lo stesso albero, come abbiamo appena visto, che nutre la gente di entrambe le sponde del fiume, i membri della Chiesa militante e quelli della Chiesa trionfante. E nessuno può sperare di entrare nella seconda, se prima non è appartenuto alla prima. – Ma come faranno le nazioni, cioè come faranno gli increduli, i peccatori, tutti coloro che vivono secondo la natura e non secondo la grazia, ad uscire dal peccato, come otterranno la loro giustificazione? – Sarà di nuovo per effetto dello albero, ma non mangiandone i frutti, bensì masticando le sue foglie, cioè gustando e assimilando le parole di Cristo, che sole hanno il potere di guarire tutti i mali del mondo. Così, come dice il profeta Ezechiele, i frutti di questo albero saranno cibo per coloro che sono sani, cioè in stato di grazia, e le sue foglie saranno un rimedio per coloro che sono infermi, cioè indeboliti e paralizzati dal peccato. (XLVII, 12).

§ 3 – Visione beatifica.

Tornando ora alla Gerusalemme celeste, San Giovanni completa la descrizione della felicità di cui godranno i suoi abitanti. « E non ci sarà nessuna maledizione », cioè nessun residuo della maledizione lanciata da Dio contro il peccato dei nostri primi genitori. Al contrario, tutto sarà una benedizione, perché Dio e l’Agnello, la Santissima Trinità e l’Umanità di Gesù, avranno la loro sede in mezzo ad essa, nei cuori degli eletti, infiammandoli continuamente d’amore e bandendo così da loro ogni possibilità di peccare. E tutti i beati, definitivamente strappati alla tirannia del diavolo, della loro concupiscenza, delle loro passioni; tutti loro, divenuti servi di Dio, come i Santi quaggiù, lo serviranno nella gioia del loro amore, senza che niente, né i desideri della carne, né gli affari del mondo, né le sollecitazioni dello spirito impuro, possono distoglierli per un momento da una sottomissione assoluta alla Sua santissima Volontà. – Lo vedranno, non più in enigma e in uno specchio (I Cor., XIII, 12), come su questa terra, ma apertamente, faccia a faccia e come Egli è (I Joann., III, 2), ciò che è l’essenza stessa della visione beatifica. Il Suo nome sarà scritto, in maniera indelebile sulla loro fronte come titolo di gloria, come ricompensa per la fedeltà con cui Lo hanno confessato quaggiù, e per mostrare che sono per sempre il suo tempio, la sua proprietà, una sua cosa, i suoi figli. E non ci sarà più notte, né tenebre, né oscurità: gli eletti non avranno più bisogno della luce di una torcia, e nemmeno di quella del sole, perché il Signore Dio stesso li illuminerà con il suo splendore. Questo deve essere inteso in senso letterale, ma anche in senso spirituale: non ci sarà più incertezza, non ci saranno più avversità, non ci sarà più ignoranza. Gli uomini non avranno più bisogno di essere illuminati da quei maestri umani la cui modesta conoscenza non getta che una debole luce, paragonata qui a quella di una torcia, nella notte della vita presente; né da quei grandi Dottori i cui insegnamenti, come i raggi del sole, illuminano tutta la terra: non avranno più bisogno di loro perché Dio stesso comunicherà loro direttamente la più alta conoscenza. E regneranno con Lui nei secoli dei secoli.

CONCLUSIONE

La settima ed ultima visione dell’Apocalisse termina con la promessa di una felicità senza fine, nella luce della gloria. Quello che segue è la conclusione di tutto il libro. A causa del carattere straordinario delle cose che ha appena scritto, e sapendo quanto gli uomini siano inclini a disprezzare ciò che non capiscono, o a distorcerne il significato, per adattarlo alla propria misura, San Giovanni garantisce ora l’autenticità del suo racconto con una solenne attestazione. Ancora oggi, quando Dio si degna di fare qualche rivelazione a un’anima scelta da Lui, quell’anima può essere creduta solo se le sue parole siano controfirmate dall’autorità della Chiesa. Per la sua dignità apostolica, rafforzata dal fatto di essere l’amico privilegiato del Signore, il discepolo che Gesù amava, San Giovanni non poteva trovare sulla terra una firma che ispirasse più fiducia della sua: afferma dunque a suo nome che quanto ha detto è espressione della verità, come farà alla fine del suo Vangelo: Egli è colui che ha visto, che ha testimoniato, e la sua testimonianza è vera (Giov. XIX, 35). Allo stesso tempo, però, per rispettare il principio stabilito dalla Scrittura che ogni affermazione deve essere sostenuta dalla testimonianza di due o tre testimoni (Deut., XIX, 15), egli inquadra la propria testimonianza tra quella dell’Angelo che gli ha parlato e quella di Cristo che interverrà di persona.

§ 1 – Testimonianza dell’Angelo.

Quello dell’Angelo innanzitutto: E l’Angelo mi disse: « Tutte le parole contenute in questo libro sono rigorosamente degne di fede e veraci. Non c’è il minimo errore in esse, e tutto ciò che dicono sarà adempiuto infallibilmente, fino all’ultimo iota. Perché è il Signore stesso, il Dio degli spiriti dei Profeti, cioè il Dio che ha istruito e ispirato i Profeti; è Lui che mi ha mandato il Suo Angelo, per mostrare, non ai potenti di questo mondo, non ai filosofi, né ai dotti, ma ai suoi servi, ciò che accadrà presto, ciò che la sua Saggezza ha deciso di compiere per il castigo degli empi e la ricompensa dei buoni. E non tarderete a vederne la prova, perché ecco, io vengo presto a compierla. State in guardia. – Voi non sapete a che ora verrà il Figlio dell’uomo, se alla sera o al mattino, a mezzanotte o al canto del gallo (Mc., XIII, 35). Il tempo presente è poca cosa, passa molto rapidamente, l’eternità si avvicina rapidamente. Siate sempre pronti: beato colui che osserva le parole di questa profezia, che non si limita a leggerle ma le mette in pratica. Perché non è a coloro che dicono: “Signore, Signore” che viene promessa la salvezza. (Mt., VII, 21), ma a coloro che fanno la Volontà di Dio. »

§ 2 – Testimonianza di San Giovanni

Ecco ora la testimonianza dello stesso Apostolo: « Ed io, Giovanni, che voi ben conoscete e di cui non potete sospettare le dichiarazioni, io che ho conosciuto Gesù, che l’ho seguito ovunque e ho appoggiato il mio capo sul suo petto, sono io che ho ricevuto questa rivelazione, che ho sentito queste cose con i miei orecchi e le ho viste con i miei occhi. E dopo averle sentite e viste, fui preso da una tale ammirazione che non potei trattenermi e caddi di nuovo ai piedi dell’Angelo che me le aveva mostrate, come per adorarlo. Ma lui mi ha fermato e mi ha detto: « Attento a non fare una cosa del genere. Non dimenticare che tu porti come me l’immagine di Dio incisa nella tua anima. Siamo entrambi creature di Dio: io sono qui come te, per servirlo e per servire i suoi servi, prima di tutto i tuoi fratelli, i Profeti, cioè coloro che predicano la verità rivelata, e anche la moltitudine di coloro che gli obbediscono ed osservano la dottrina insegnata in questo libro. È Dio solo che devi adorare ». Il messaggero celeste non intendeva impedire all’Apostolo di onorare gli Angeli, perché questa è una cosa eccellente e lodevole, ma solo mostrargli la stima in cui questi spiriti beati tengono la natura umana, poiché è stata rigenerata da Cristo. – E aggiunse ancora: « Non sigillare le parole della profezia di questo libro, cioè non metterle nello stile d’arcano, non nasconderle sotto il velo dell’allegoria, ma applicati piuttosto a renderle comprensibili a coloro che le leggeranno. » Ma perché, allora, San Giovanni ha ricevuto un po’ prima l’ordine di sigillare le parole dei sette tuoni (X, 4)? – Per farci capire che ci sono misteri nascosti nei Libri Sacri che nessuno può penetrare senza averne ricevuto la chiave; ma che ci sono anche degli insegnamenti chiari e direttamente accessibili a tutti. Se il testo sacro fosse sempre comprensibile alla semplice lettura, ci stancheremmo presto di esso e vi presteremmo poca attenzione; ma se tutto in esso fosse oscuro e misterioso, i peccatori non avrebbero difficoltà a dichiarare di non aver capito nulla e a nascondersi dietro questa impotenza del loro spirito per giustificare la loro ignoranza e la loro cattiva condotta. Le verità necessarie per la nostra salvezza sono esposte nella Scrittura in un libro aperto, e l’Angelo raccomanda a San Giovanni di attenersi a questa regola: « Perché – gli dice – il tempo è vicino, ed è essenziale che ognuno possa prepararsi al giudizio con piena conoscenza dei fatti. I malvagi devono conoscere senza alcun dubbio i tormenti che li minacciano, ed i giusti devono essere animati dalla certezza che li aspetta. Dio non costringe nessuno, rispetta scrupolosamente il nostro libero arbitrio, e ognuno tiene nelle sue mani il suo destino eterno: chi fa il male è libero di rifarlo, se vuole; e chi si macchia di vizi può macchiarsi ancora di più, se vuole. D’altra parte, che i giusti sappiano che è sempre possibile per loro salire ancora più in alto, per ottenere nuovi meriti, e che il Santo lavori per diventare ancor più santo. » Dio ci giudicherà secondo le nostre azioni: ci dice solo che Egli verrà presto, portando con sé la sua ricompensa, e tratterà ciascuno secondo ciò che merita. Il giudizio che Egli pronuncerà allora su ciascuno di noi sarà infallibile, definitivo; nessun ricorso potrà prevalere contro di esso. Infatti,  Egli dice: « Io sono l’Alfa e l’Omega, il primo e l’ultimo, il principio da cui tutte le cose procedono e il fine a cui tendono. » Niente mi è sconosciuto, niente mi è impossibile, niente può fermare la mia volontà. Preparatevi, dunque, con la penitenza ed il rammarico per le vostre colpe, per comparire davanti a Me. Beati davvero coloro che hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello, per essere ammessi un giorno a mangiare il pane della vita; per entrare nella città attraverso le porte che ho preparato per loro. affinché possiate entrare nella città attraverso le porte che io ho preparato per voi e alle quali vi conducono gli insegnamenti dei miei Santi. Ma al contrario, coloro che rifiutano di fare penitenza sappiano che non hanno nulla da aspettarsi da non hanno nulla da aspettarsi dalla Mia Misericordia; essi rimarranno fuori: Fuori i cani; fuori i detrattori, i maldicenti, gli spiriti critici che sanno solo abbaiare contro tutti invece di correggersi; e ancora quelli che continuano a tornare incessantemente al loro vomito. Fuori anche gli avvelenatori, gli impudichi, gli omicidi, quelli che adorano gli idoli, quelli che amano sentire le bugie e dirle loro stessi. » Queste espressioni devono essere prese entrambe in senso letterale e in senso spirituale: tra gli avvelenatori ci sono quelli che infettano gli altri con il veleno dei loro cattivi esempi o con i loro consigli perniciosi; tra gli impudichi ci sono quelli che non hanno ritegno nel male; tra gli omicidi, non solo quelli che uccidono, ma anche quelli che odiano; tra gli idolatri, non solo i pagani, ma con essi gli avari e tutti quelli che fanno un dio del denaro e dei beni mondani. Infine, tra coloro che amano sentire la menzogna, ci sono i vanitosi, gli orgogliosi, gli uomini pieni di sé, che amano essere lodati e adulati. Tutti questi, quindi, se non fanno penitenza, devono aspettarsi di essere esclusi senza remissione dalla città di Dio.

§ 3 – Testimonianza di Cristo.

Finora era un Angelo che parlava a San Giovanni, a volte a nome proprio e a volte in nome di Dio. Ma ora Cristo stesso entra in scena e parla per garantire la verità di tutto ciò che è stato detto: « Io, Gesù, ho mandato uno dei miei Angeli per spiegare tutte queste cose a Giovanni, il mio discepolo prediletto, affinché egli a sua volta le faccia conoscere nelle sette chiese. E sono venuto a sanzionarli con la mia autorità. Ascoltatemi bene: Io sono il Figlio di Dio fatto uomo; sono la radice di Davide, perché sono il suo Creatore; e sono allo stesso tempo il suo discendente, attraverso la Vergine Maria da cui sono nato. Io sono Colui che i Profeti hanno predetto; la stella che ha illuminato la notte di questo mondo, la splendida stella il cui splendore fa impallidire tutte le altre, perché la mia gloria supera infinitamente quella di tutti i Beati; la stella del mattino, il cui solitario splendore nel cielo annuncia il sorgere del giorno, perché la mia Risurrezione annuncia e vi promette il grande giorno in cui tutti risorgerete… Avete sentito le minacce contenute in questo libro: esse erano necessarie per far uscire gli uomini dal loro incredibile torpore. Tuttavia, non voglio che vi lasciate sgomentare da loro, non voglio che l’ultima parola di questa profezia sia giustizia, voglio che sia Amore. Comprendete con quale ardore Io desideri la vostra salvezza. Ascoltate ciò che il mio Spirito e la mia Sposa, cioè la mia Chiesa, vi dicono. – Essi vi dicono: Vieni… Vieni con l’adesione del tuo spirito alla mia dottrina, vieni con la conversione dei tuoi costumi, con la pratica della penitenza, con la riforma della tua condotta. E se questo è ancora troppo difficile, vieni almeno con il desiderio, con il rimpianto delle tue colpe, con i sospiri del tuo cuore. Ma, a tutti i costi, vieni… Il più grande male che tu possa fare a Dio è allontanarti da Lui, dubitare della sua misericordia, credere che ti stia respingendo. Anche quando i tuoi peccati fossero numerosi come i granelli di sabbia nel mare (Job, VI, 3); quando anche fossero rossi come lo scarlatto e come il vermiglio, come parla il profeta Isaia (Isa. I, 18.); quando anche sentissi in te una assoluta impotenza a scuoterti dalle tue cattive abitudini, a uscire dai tuoi vizi, ascolta ciò che ti dicono lo Spirito e la Sposa, ed essi ridicono: Vieni, vieni, con la supplica del tuo cuore. E se vedi l’ira di Dio scatenata contro gli uomini in generale, o contro di te in particolare; se le apparenze ti mostrano che Egli è sordo alle tue preghiere, indifferente alle tue sofferenze, insensibile alle disgrazie dei giusti, alle persecuzioni degli innocenti, non ascoltare la voce delle apparenze, ascolta la voce dello Spirito che sussurra nel profondo del tuo essere, e ti dice: Vieni! Ascolta cosa ti dicono le spose, le anime che hanno meritato di essere unite al Verbo perché hanno intuito il segreto del suo Cuore, il suo bisogno di perdonare, di avere misericordia: e ti diranno: Vieni… Perché il nostro Dio è un Dio di pace e un Dio d’amore. Egli non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva (Ezech., XXXIII, 11). Egli ci colpisce solo per costringerci a cambiare la nostra condotta e recuperare così la salute e la vita. E chi intende il senso delle mie parole, entri nelle vedute dello Spirito di Dio; diventi anche lui una voce della Sposa, e dica a sua volta agli altri: Vieni! Non chiedo né oro nè argento per i miei doni; li distribuisco gratuitamente per pura generosità. Chiedo solo che si abbia sete. Chi vuole sinceramente tornare a Me, venga e riceva l’acqua viva gratuitamente, senza che gli sia richiesto altro se non la sua buona volontà.

§ 4. – Avvertimento ed augurio finale.

San Giovanni, infine, sapendo che ogni uomo è un mendace (Ps. CXV, 11) e prevedendo che molti avrebbero cercato di volgere le parole della sua profezia a proprio vantaggio; che altri, non comprendendo il suo carattere trascendente, avrebbero pensato di fare un’opera pia adattandola a modo loro per l’edificazione dei fedeli; San Giovanni conclude quindi la sua opera con un’affermazione solenne ed una minaccia di scomunica: Io lo dichiaro espressamente, e sotto giuramento: che chiunque ascolti le parole della profezia di questo libro deve stare attento a non cambiare in esse qualsiasi cosa. E se qualcuno si permettesse di aggiungere la minima cosa a ciò che è scritto, sappia che Dio lo colpirà con le sette piaghe descritte in questo libro, nei capitoli XV e XVI. E se qualcuno osasse togliere qualcosa dalle parole del libro di questa profezia, per alterarne il significato, sappia che Dio taglierà la sua parte di eredità dal libro della vita: cioè, non gli darà le grazie che aveva preparato per lui, e lo lascerà così cadere nel peccato. Egli lo allontanerà dagli abitanti della Città santa e lo priverà per sempre della contemplazione delle meraviglie e del godimento dei beni che sono stati descritti in questo libro. Ancora una volta, non pensate che Io vi dica queste cose dal fondo del mio cuore. Colui che le dice è Colui di cui vi ho già dato testimonianza, Colui che un giorno dovrà giudicarci tutti. State dunque in guardia, non dormite nella sicurezza ingannevole: quel giorno non è lontano, perché è Lui stesso che ci dice ancora: « Ecco, io verrò presto ». Ma scrivendo queste parole, San Giovanni è come ferito al cuore con un colpo d’amore. Egli ha raggiunto da tempo quelle regioni superiori della vita mistica dalle quali è bandito il timore, dove regna solo la carità (1 Jo., IV, 18). Anche se aveva annunciato la venuta di Cristo piuttosto come una minaccia, la gioia lo invade improvvisamente al pensiero di vedere questo Amico che adora, questo Maestro a cui ha dato tutto il suo cuore, venire da lui e non lasciarlo mai. E lascia che il fervore del desiderio che era diventato tutta la sua vita, scoppi in un’ardente supplica: « Oh, così sia! Vieni, Signore Gesù. Poi, secondo l’usanza degli Apostoli, termina il suo scritto con un augurio di benedizione a tutti coloro che lo leggeranno: Che la grazia del Signore Nostro Gesù Cristo sia con tutti voi. Così sia.

*

* *

È con lo stesso desiderio che chiediamo ai nostri lettori il permesso di rivolgerci loro alla fine di quest’opera, chiedendo loro di mettere in conto la nostra ignoranza, e di perdonarci per tutto ciò che vi troveranno di oscuro e di inopportuno. Attraverso un cammino irto di difficoltà, attraverso le immagini che ci rappresentano le dure lotte che la Chiesa deve intraprendere, – e con lei, ogni anima che vuole amare Gesù Cristo, – li abbiamo condotti alla visione di quella città benedetta per la quale siamo stati fatti, che è la nostra vera patria, l’unico luogo dove possiamo trovare la gioia incondizionata, la pace perfetta di cui abbiamo sete e che cerchiamo invano quaggiù. Che Dio ci conceda d’ora in poi di nutrirne incessantemente il ricordo nel profondo dei nostri cuori; che ci conceda soprattutto di entrarvi un giorno per regnarvi eternamente con Lui, per i meriti infiniti di Gesù Cristo, nostro Salvatore, al quale sia data gloria, onore e azione di grazia nei secoli! Così sia.

FINE

IL SENSO MISTICO DELL’APOCALISSE (13)

G Dom. Jean de MONLÉON

Monaco Benedettino

Il Senso Mistico dell’APOCALYSSE (13)

Commentario testuale secondo la Tradizione dei Padri della Chiesa

LES ÉDITIONS NOUVELLES 97, Boulevard Arago – PARIS XIVe

Nihil Obstat: Elie Maire Can. Cens. Ex. Off.

Imprimi potest:  Fr. Jean OLPHE-GALLIARD Abbé de Sainte-Marie

Imprimatur: LECLERC.

Lutetiæ Parisiorum die II nov. 194

Copyright by Les Editions Nouvelles, Paris 1948

Settima Visione


LA CITTÀ DI DIO



PRIMA PARTE


IL RINNOVAMENTO DELL’UNIVERSO

Capitolo XXI. (1 -27)

“E vidi un nuovo cielo e una nuova terra. Poiché il primo cielo e la prima terra passarono, e il mare non è più. Ed io Giovanni vidi la città santa, la nuova Gerusalemme che scendeva dal cielo d’appresso Dio, messa in ordine, come una sposa abbigliata per il suo sposo. E udii una gran voce dal trono che diceva: Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini, e abiterà con loro. Ed essi saranno suo popolo, e lo stesso Dio sarà con essi Dio loro: e Dio asciugherà dagli occhi loro ogni lagrima: e non vi sarà più morte, né lutto, né strida, né vi sarà più dolore, perché le prime cose sono passata. E colui che sedeva sul trono disse: Ecco che io rinnovello tutte le cose. E disse a me: Scrivi, poiché queste parole sono degnissime di fede e veraci. E disse a me: Io sono l’alfa e l’omega: il principio e il fine. A chi ha sete io darò gratuitamente della fontana dell’acqua della vita. Chi sarà vincitore, sarà padrone di queste cose, e io gli sarò Dio, ed egli mi sarà figliuolo. Pei paurosi poi, e per gl’increduli, e gli esecrandi; e gli omicidi, e i fornicatori, e i venefici, e gli idolatri, e per tutti i mentitori, la loro parte sarà nello stagno ardente di fuoco e dì zolfo: che è la seconda morte. E venne uno dei sette Angeli che avevano sette coppe piene delle sette ultime piaghe, e parlò con me, e mi disse: Vieni, e ti farò vedere la sposa, consorte dell’Agnello. E mi portò in ispirito sopra un monte grande e sublime, e mi fece vedere la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo dappresso Dio, la quale aveva la chiarezza di Dio: e la luce di lei era simile a una pietra preziosa, come a una pietra di diaspro, come il cristallo. Ed aveva un muro grande ed alto che aveva dodici porte: e alle porte dodici Angeli, e scritti sopra i nomi, che sono i nomi delle dodici tribù di Israele. A oriente tre porte: a settentrione tre porte: a mezzogiorno tre porte: e a occidente tre porte. E il muro della città aveva dodici fondamenti, ed in essi i dodici nomi dei dodici Apostoli dell’Agnello. E colui che parlava con me aveva una canna d’oro da misurare, per prendere le misure della città e delle porte e del muro. E la città è quadrangolare, e la sua lunghezza è uguale alla larghezza: e misurò la città colla canna d’oro in dodici mila stadi: e la lunghezza e l’altezza e la larghezza di essa sono uguali. E misurò il muro di essa in cento quarantaquattro cubiti, a misura d’uomo, qual è quella dell’Angelo. E il suo muro era costrutto di pietra di diaspro: la città stessa poi (era) oro puro simile a vetro puro. E i fondamenti delle mura della città (erano) ornati di ogni sorta di pietre preziose. Il primo fondamento, il diaspro: il secondo, lo zaffiro: il terzo, il calcedonio: il quarto, lo smeraldo: il quinto, il sardonico: il sesto, il sardio: il settimo, il crisolito: l’ottavo, il berillo: il nono, il topazio: il decimo, il crisopraso: l’undecimo, il giacinto: il duodecimo, l’ametisto. E le dodici porte erano dodici perle: e ciascuna porta era d’una perla: e la piazza della città oro puro, come vetro trasparente. E non vidi in essa alcun tempio. Poiché il Signore Dio onnipotente e l’Agnello è il suo tempio. E la città non ha bisogno di sole, né dì luna che risplendano in essa: poiché lo splendore di Dio la illumina, e sua lampada è l’Agnello. E le genti cammineranno alla luce di essa: e i re della terra porteranno a lei la loro gloria e l’onore. E le sue porte non si chiuderanno di giorno: perché ivi non sarà (notte. E a lei sarà portata la gloria e l’onore delle genti. Non entrerà in essa nulla d’immondo, o chi commette abbominazione o menzogna,
ma bensì coloro che sono descritti nel libro della vita dell’Agnello.”

La settima ed ultima Visione dell’Apocalisse, che tratta della glorificazione dei Santi e degli splendori della Gerusalemme celeste, inizia con il capitolo XXI. Essa è destinata a suscitare in noi il desiderio di meritare un giorno tale gloria e tali delizie, per motivarci a sopportare pazientemente le prove della vita presente, che ne sono il cammino.

§ 1 – I nuovi cieli e la nuova terra

Prima di tutto, ci mostra il risanamento dell’universo che deve seguire la condanna degli empi. Il mondo sarà come rimesso nel crogiolo, affinché tutte le tracce del peccato, sia il peccato dell’uomo che il peccato del diavolo, siano cancellate. E vidi il cielo rinnovato e la terra rinnovata. Secondo Sant’Agostino, il cielo designa qui lo strato d’aria che avvolge il nostro pianeta. Esso sparì per fare posto ad un’atmosfera la cui limpidezza e purezza non possono esprimersi in termini umani. – Quanto alla terra, essa perse la sua forma attuale per riceverne un’altra, di un modello incomparabile, dove i più piccoli dettagli erano una delizia per gli occhi. E il mare cessò di esistere, almeno come mare, nel senso che fu spogliato di tutte le sue amarezze e di tutto ciò che lo rende spaventoso; le sue acque divennero trasparenti come quelle di un lago e dolci come quelle di una sorgente di acqua viva. In senso morale, il cielo designa lo spirito dell’uomo, che sarà purificato da ogni contaminazione, anche nei suoi più segreti recessi; la terra, la sua carne, che, penetrata da una nuova vita, diventerà impassibile, immortale, meravigliosamente casta. E non ci sarà più mare, perché ci fonde di amarezza, che è in noi il frutto più sensibile del peccato originale, questa sorgente velenosa da cui sorgono incessantemente mormorii, recriminazioni, sbalzi d’umore, gelosia, indignazione, rabbia e giudizi sprezzanti sul prossimo, sarà scomparsa per sempre. L’uomo avrà recuperato, rafforzato e abbellito dalla grazia, questa dolcezza nativa che possedeva senza sforzo nello stato di innocenza, e non troverà più in se stesso un ostacolo continuo alla pratica della carità perfetta.

§ 2 – La Gerusalemme celeste.

E io, Giovanni, vostro fratello, che voi conoscete bene e che sono un uomo come voi, ho visto con i miei occhi la città santa, la nuova Gerusalemme, che scendeva dal cielo. Queste espressioni designano la Chiesa trionfante, l’assemblea dei Santi, che l’Apostolo ebbe l’inestimabile felicità di contemplare nella sua estasi. Egli la paragona ad una città, per mostrare che coloro che la compongono vivono insieme, avendo tra di loro relazioni analoghe a quelle che i cittadini della stessa città hanno quaggiù. Solo questa città è santa: il male non può penetrare in nessuna forma, né nelle conversazioni che vi si svolgono, né nelle celebrazioni che vi si tengono; tutto è puro, tutto è limpido, tutto è trasparente come il cristallo. Questo perché gode costantemente della visione di Dio, che ha l’effetto di stabilire l’eletto in una pace che non può essere descritta, e che rimuove irriducibilmente ogni tentazione, ogni ansia, ogni lotta, ogni peccato. Né il leone né alcuna bestia malvagia possono avvicinarsi a lei, dice il profeta Isaia (XXXV, 9). Da qui il suo nome Gerusalemme, che significa: Visione di Pace; ma Gerusalemme nuova, perché è liberata dal lievito dell’uomo vecchio, perché ripudia ogni somiglianza con quella vecchia, con quella Gerusalemme terrena che uccise i profeti, che lapidò gli inviati di Dio (Mt. XXIV, 37), che crocifisse il suo Salvatore. Essa non è della terra, non ha niente in comune con quei giganti della leggenda che cercavano di salire al cielo; con i superbi di tutti i tempi e di tutti i luoghi che pensano di potersi elevare al di sopra della loro condizione con le proprie forze; essa scende dal cielo, perché riconosce e confessa umilmente che tutti i suoi meriti, le sue vittorie, le sue virtù, le vengono dall’alto. È da Dio che ha ricevuto tutta la sua bellezza, tutto il suo splendore; essa lo sa e dice con San Paolo: « È per la grazia di Dio che sono quello che sono » (I Cor., XV, 10.). È per la Sua bontà che è stata lavata, trasformata e resa pronta come una fidanzata che si è fatta bella per essere condotta al suo sposo, uno sposo che non è altro che il Figlio di Dio.

§ 3 – Gioia senza mistura.

E udii una voce potente che veniva dal trono, cioè che parlava in nome della Chiesa, personificando tutta la Tradizione cattolica, e diceva: Ecco, il tabernacolo – o, più esattamente, la tenda – di Dio è con gli uomini. Questa tenda è la Santissima Umanità di Gesù Cristo, sotto la quale il Verbo dimorò per trentatré anni per muovere guerra al mondo e al diavolo. Egli viveva lì alla maniera dei sovrani sul campo, che abbandonano il lusso e l’etichetta dei loro palazzi per dormire all’aperto e vivere familiarmente con i loro soldati. Ecco, questa tenda, questo tabernacolo, è ora piantato in mezzo agli uomini, cioè a coloro che hanno vissuto come uomini e non come bestie: in mezzo agli eletti. Egli abita con loro per sempre, non li lascerà mai più. D’ora in poi saranno il suo popolo, il popolo che si è acquistato a prezzo del suo Sangue; mai più cercheranno di scuotere la sua autorità, mai più gli disobbediranno in qualcosa. E Colui che, pur essendo Dio per essenza, pur possedendo di diritto la natura divina, è così spesso incompreso e ignorato dagli uomini, diventerà da allora in poi veramente il loro Dio, cioè l’unico oggetto della loro ammirazione, dei loro desideri, della loro adorazione, dei loro pensieri e del loro amore. La sua presenza in mezzo a loro sarà la fonte della loro gioia. E asciugherà tutte le lacrime dai loro occhi. L’autore non poteva trovare un’immagine più toccante per mostrare la cura di Dio per i suoi, che paragonarlo alla madre che, chinandosi sul suo bambino appena nato, cerca la causa delle sue pene, si ingegna per farlo sorridere, asciuga i suoi occhi, il suo viso, lo copre di baci. Dio eliminerà tutte le possibili cause di tristezza.  Non ci sarà più la morte; nessuno avrà più motivo di gemere per le proprie sofferenze o per quelle del suo prossimo, né di gridare aper chiamare Dio o tutti gli uomini a suo soccorso; anche il ricordo dei peccati passati non genererà più alcun dolore: Tutte le miserie del mondo attuale saranno scomparse, e non rimarrà altro che la gioia, una gioia tale che nessuna impressione contraria, nessun ricordo spiacevole, potrà diminuirla.

§ 4 – Conferma divina.

Questo è ciò che disse la voce dal trono. E per confermare la sua autorità, Dio stesso prese la parola: « Ecco – Egli dice – io rinnovo tutte le cose. Tutto ciò che era dolore, sofferenza, dolore, macchia, laidezza, passerà, e sarà sostituito da un mondo il cui fascino, dolcezza e bellezza nulla può esprimere: perché l’occhio dell’uomo non ha visto, né l’orecchio ha sentito, né il cuore ha immaginato ciò che ho in serbo per coloro che mi amano. » (I Cor., II, 9.). Poi aggiunse: « Incidi nel tuo cuore tutto quello che hai appena sentito su questo rinnovamento dell’universo e sulla gloria della Città Santa.

Dopo tu  lo scriverai sulle tue tavolette affinché altri possano beneficiarne, infatti queste parole sono rigorosamente degne di fede e conformi alla verità, ed infallibilmente si adempiranno. Ne puoi essere così sicuro come se gli eventi che annunciano fossero già stati realizzati. Perché io faccio quello che voglio: io sono l’Alfa e l’Omega, il principio da cui provengono tutte le cose e il fine a cui tendono. Presto il tempo della penitenza sarà finito, presto il tempo concesso all’uomo per scegliere tra le due città sarà chiuso: un abisso invalicabile si estenderà tra Babilonia, la prostituta definitivamente condannata, e la Gerusalemme celeste, la sposa ammessa alle nozze eterne. Io stesso farò bere alla fonte dell’acqua viva coloro che hanno sete, coloro che sono spinti da desideri ardenti. Darò loro quest’acqua liberamente, con un atto di pura liberalità da parte mia. Tuttavia, la riceverà solo colui che ha perseverato nei suoi sforzi fino alla fine, che ha lottato contro la carne, il mondo e il diavolo fino alla vittoria. Con essa, egli possederà per sempre e nella loro totalità, le gioie di cui si è appena parlato: Io sarò il suo Dio, lo riempirò di tutti i beni immaginabili. Io lo soddisferò nelle più intime profondità del suo essere, ed egli sarà come un figlio per Me, provando un rispetto e un amore per Me che non gli permetterà di desiderare altro che la mia presenza. Per coloro, al contrario, che non hanno avuto il coraggio di lottare contro se stessi: per i pusillanimi, che sacrificano la loro fede alla paura del mondo; per gli increduli, che non hanno fiducia nella mia bontà e nel potere della mia grazia; per gli scomunicati, che la Chiesa, a causa dei loro crimini, ha dovuto tagliare fuori dalla società dei Santi, ed escludere dalla distribuzione dei suoi doni;  per gli omicidi, sia che si prenda alla lettera questo termine, sia che si intenda con questo le parole o i cattivi esempi, che hanno inferto colpi mortali alle anime degli altri; – per i fornicatori che il peccato della carne tiene nella propria schiavitù; per i mercanti di veleni, i detrattori, i calunniatori, i mormoratori; o ancora: i maghi, gli stregoni, gli spiritisti e tutti coloro che praticano le scienze occulte; per gli idolatri, gli adulatori, i cortigiani e tutti coloro che hanno fatto della menzogna un’abitudine: tutti questi saranno gettati con il diavolo e l’anticristo nel lago che brucia con fuoco e zolfo: questa è la loro parte per l’eternità, e questa è la seconda morte, la morte che colpisce sia il corpo che l’anima: la dannazione.

PARTE SECONDA

GLORIA DELLA CITTÀ SANTA

§ 1 La bellezza della sposa

E venne uno dei sette Angeli che hanno le coppe piene delle sette piaghe degli ultimi tempi. Le visioni precedenti hanno sviluppato a lungo, anche se in termini oscuri, le sofferenze e le prove attraverso le quali la Chiesa deve passare. Ora San Giovanni ci mostrerà il fine a cui tendono tutte queste purificazioni: la bellezza della nuova Gerusalemme, la gloria della Città degli Eletti. Per questo inizia evocando il ricordo delle sette piaghe descritte nella quinta visione (Capp. XV e XVI). Uno degli Angeli che le aveva versate sulla terra si avvicinò dunque all’Apostolo e, parlando a nome di tutti, per mostrare sempre che la Tradizione della Chiesa è una sola sotto la diversità dei Dottori, gli disse: Vieni, cioè: lascia le cose terrene in mezzo alle quali vivi; eleva la tua intelligenza, sali alle realtà celesti. E ti mostrerò la bellezza di colei che è sia la fidanzata e sposa dell’Agnello, cioè la Chiesa, la fidanzata di Cristo nella vita presente, la sua sposa in cielo. Questo doppio nome vuole anche mostrare che l’unione con il Verbo, mentre conferisce all’anima la gloria della maternità spirituale, non la priva del privilegio della verginità. E mi portò in spirito su una grande e alta montagna. Ponendo la Gerusalemme celeste su un monte, l’autore la contrappone a Babilonia, la prostituta costruita sui fiumi, secondo il Salmista, – cioè i fiumi delle tre concupiscenze che la portano verso l’Inferno (Sal. CXXXVI, 1). Questa montagna rappresenta Cristo; la Sua Santissima Umanità si eleva al di sopra del mondo, come un’alta cima che domina la pianura, ed è su di essa che viene costruita la Chiesa. Inoltre, questa espressione, presa alla lettera, implica che la visione ora in questione è di ordine superiore alla precedente. E l’Angelo mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo per l’azione di Dio. Abbiamo già detto che quest’ultima espressione significa la virtù dell’umiltà, che è la base della gloria dei Santi. Essa aveva la luminosità di Dio: è proprio questa umiltà che rende Gerusalemme luminosa. È perché discende da Dio che è vestita di luce, a differenza dell’Angelo apostata, che ha perso l’incomparabile brillantezza di cui era adornato e, da “Lucifero”, è diventato il Principe delle Tenebre, perché voleva elevarsi al di sopra degli astri. Come un pezzo di ferro messo nel fuoco prende il colore e l’aspetto del fuoco, così la Chiesa, immersa nello splendore della gloria di Dio, irradia e diffonde essa stessa questo splendore. – E la luce che essa proietta così, la luce che scaturisce dai suoi Santi, è come una pietra preziosa, come la pietra di diaspro, cioè come Cristo. La Scrittura paragona spesso il Salvatore ad una pietra a causa della sua fermezza invincibile, dell’atteggiamento inflessibile della sua volontà rispetto alla volontà del Padre suo (Cfr. ad es. Dan. II, 34; Ps. CXVII, 22; XXVIII, 16; I Cor. X, 4; ecc. ecc.); una pietra infinitamente preziosa, per le virtù che sono i suoi elementi costitutivi. Essa assomiglia alla pietra di diaspro, perché quest’ultima, che è di un bel colore verde, simboleggia il fascino di una fioritura che rimarrebbe sempre nella sua prima freschezza, di una vita la cui piena fioritura non conoscerebbe mai l’autunno. La Città Santa, dunque, partecipa a questo stato di Cristo, e non vi mescola nessuna impurità, nessun fermento di amor proprio, perché la coscienza dell’eletto è diventata limpida, come di cristallo.

§ 2 – Il muro della città e le sue dodici porte.

E la città aveva un muro grande ed elevato. Questo muro rappresenta ancora la Santissima Umanità di Cristo, che protegge la Chiesa contro tutti i suoi nemici. Il profeta Isaia usa la stessa immagine in modo ancora più esplicito quando dice che il Salvatore sarà posto in Sion come un muro (XXVI, 1.). Questo muro è grande per la nobiltà della sua vita; è elevato, poiché, attraverso l’unione ipostatica, tocca persino il cielo. Ci sono dodici porte attraverso le quali si può entrare nella città, perché Cristo stesso ammette nel suo regno solo coloro che sono disposti ad accettare la dottrina dei dodici Apostoli, a piegarsi al loro insegnamento e a seguire il cammino segnato dal loro insegnamento. Fuori da queste porte il muro è invalicabile: non c’è salvezza, nemmeno in Cristo, se non attraverso la Chiesa Cattolica, Apostolica e Romana. E all’interno di queste porte c’erano dodici Angeli; infatti, non possiamo dubitare che gli Angeli furono molto attivi nell’assistere gli Apostoli e i loro successori nel loro ministero. Se Dio ha designato uno di questi spiriti celesti per vegliare su ogni anima, per aiutarla nella sua salvezza, come non credere che i pastori non siano oggetto di un aiuto speciale da parte loro, dato che devono salvare non solo le proprie anime, ma anche tutte quelle affidate alle loro cure? E su queste porte erano iscritti i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele: la memoria e gli esempi dei Patriarchi dell’Antica Legge erano incisi nel cuore degli Apostoli. I due Testamenti sono strettamente legati l’uno all’altro: i Patriarchi ed i Profeti hanno visto in figura Colui che gli Apostoli hanno realmente conosciuto da vivo. Ma gli uomini che hanno creduto in Cristo prima della sua incarnazione sono una sola Chiesa con quelli che hanno creduto in Lui dopo la sua venuta: e tutti insieme costituiscono le dodici tribù del popolo di Dio, come abbiamo spiegato sopra (Cfr. cap. VII, 4 segg.). Tre di queste porte sono rivolte ad Oriente, tre a nord, tre a sud e tre ad Occidente. Nel libro dei Numeri (II.) troviamo le tribù d’Israele disposte secondo l’ordine di Dio in una disposizione simile. Questa ha senza dubbio un significato misterioso: sottolinea sia il numero tre che la figura della croce. Riassume così i misteri essenziali ai quali è necessario aderire per entrare nella Gerusalemme celeste: quello della Trinità e quello della Redenzione. La Città è aperta ai quattro punti cardinali: perché in senso letterale è accessibile agli uomini di tutte le parti della terra. In senso figurato, tutti gli uomini sono chiamati alla vita eterna, sia che abbiano vissuto in Oriente, cioè all’inizio del mondo, sia che vivano ad Occidente, cioè al suo declino; sia che si trovino al sud, cioè i Giudei, per la luce divina che illumina questo popolo, o i Gentili, immersi nelle tenebre e nella freddezza dell’Aquilone. Da qualsiasi paese si provenga, si può entrare da tre porte: da quella del matrimonio quello della vedovanza, quello della verginità, che riassumono tutte le condizioni possibili della vita presente. Così non c’è nessuno che non possa pretendere di vivere tra le sue mura, purché accetti la dottrina dei dodici Apostoli, purché creda nel mistero della Santa Trinità e ponga la sua speranza nella croce di Cristo. – In senso morale, i Dottori vedevano nelle dodici porte i dodici punti essenziali ai quali i predicatori devono attenersi per portare tutti gli uomini al regno dei cieli. Ecco, per esempio, come li interpreta Sant’Alberto Magno: Le tre porte dell’Oriente indicano che, per illuminare i propri uditori e farli crescere nella luce, egli (il predicatore) deve tener conto della loro capacità, e graduare i suoi insegnamenti secondo la tradizionale distinzione tra principianti, progrediti e perfetti. Le tre porte dell’Aquilone rappresentano le tre minacce che incombono sull’uomo: la morte, il giudizio e l’inferno; quelle del Sud, le tre promesse fatte all’uomo: il perdono delle sue colpe, l’aiuto della grazia, la gloria eterna; infine, le tre porte dell’Ovest, sono i tre tipi di peccati dai quali si deve fare penitenza: peccati di pensiero, peccati di parola, peccati di azione. E il muro della città aveva dodici fondamenta. Il muro della città, come abbiamo detto, rappresenta Cristo. Le dodici fondamenta sono la figura dei Patriarchi dell’Antica Legge: perché fu in loro, nei loro cuori, che la fede in Cristo mise radici, fu su di loro che il Salvatore pose le prime fondamenta della Sua Chiesa. Il Salmista ha usato la stessa immagine quando ha detto che le sue fondamenta sono nei monti santi, designando sotto questa espressione questi uomini di eminente santità (Sal. LXXXVI, 1.). E su queste fondamenta furono incisi i nomi dei dodici Apostoli dell’Agnello: con questo l’autore intende dire sia che i Patriarchi aderirono in anticipo alla dottrina che gli Apostoli dovevano un giorno predicare al mondo, sia che questi ultimi completarono solo la dottrina della Redenzione così come i loro Padri l’avevano già creduta. Il nome dell’Agnello è qui evocato per mostrare che è la passione del Salvatore il primo fondamento su cui poggiano tutti gli altri, come ci insegna San Paolo: ipso summo angulari lapide Christo Jesu (Ephes. II, 20).

§ 3 – La misura della città

Avendo dimostrato che non c’è nessuno che non possa aspirare ad entrare nella Città di Dio, San Giovanni ci farà ora capire che non tutti, però, vi godono della stessa gloria, perché la ricompensa di ciascuno è proporzionata ai suoi meriti. L’angelo – egli dice – che parlava con me aveva in mano una misura fatta di una canna d’oro. Perché i meriti di ciascuno non si misurano secondo i principi ordinari della sapienza umana, ma con la canna d’oro, cioè alla luce degli insegnamenti della Sacra Scrittura. Così l’Angelo ha misurato la città, cioè la folla Chiesa; ne ha misurato anche le porte, cioè i prelati, i successori degli Apostoli, il cui giudizio sarà più rigoroso perché dovranno rispondere di se stessi e delle anime affidate alle loro cure. Infine, l’Angelo ha misurato il muro, cioè i principi secolari, gli uomini investiti del potere pubblico, perché anch’essi avranno un conto speciale da rendere per il potere che è stato loro conferito, e che è destinato essenzialmente, nella mente divina, ad assicurare la protezione materiale della Chiesa. In senso morale, questo Angelo rappresenta i predicatori. Misurano la città con la canna d’oro, quando fanno della Sacra Scrittura la base del loro insegnamento, quando adattano la loro spiegazione alle capacità del popolo cristiano; misurano le porte, quando si preoccupano di non deviare dalla dottrina degli Apostoli; misurano il muro, quando predicano Gesù Cristo Dio e Uomo. E la città è costruita in un quadrato: Tutti i meriti degli abitanti della Città Santa poggiano su una solida struttura costituita dalle quattro virtù cardinali: giustizia, prudenza, temperanza, forza. Queste devono essere costruite in un quadrato, cioè devono essere uguali l’una all’altra: se, infatti, si coltivasse solo una di esse, la fortezza, per esempio, senza preoccuparsi di sviluppare contemporaneamente la prudenza, la giustizia e la temperanza, l’anima sarebbe sbilanciata, non fiorirebbe armoniosamente e sarebbe invece esposta a cadere in una moltitudine di difetti. – E la lunghezza della città è uguale alla sua larghezza; o, più esattamente, la sua altezza è proporzionata alla sua larghezza: perché l’anima sale tanto più in alto nella conoscenza delle cose celesti, quanto più si espande sulla terra nella pratica della carità. E l’Angelo misurò la città con la sua verga d’oro, attraverso dodicimila stadi. L’Angelo stabilì così i meriti di tutti gli abitanti della Gerusalemme celeste secondo i dati della Scrittura, che promette beatitudine ai poveri, agli afflitti, ai miti, a coloro che soffrono persecuzioni, ecc. Lo fece attraverso dodicimila stadi: cioè, non secondo un solo schema, ma in funzione dei diversi stadi in cui gli uomini si esercitano alla virtù. Queste tappe sono estremamente numerose, secondo gli stati di vita, le professioni, i temperamenti, i mezzi di ciascuno, ecc. Per essere qualificati, è sufficiente che rientrino nel numero 12.000, che rappresenta la dottrina degli Apostoli, dodici moltiplicato per mille, cioè con la perseveranza finale: chi avrà lottato fino alla fine della sua vita, senza uscire dal recinto della fede cattolica, riceverà la sua ricompensa. E la sua lunghezza, l’altezza e la larghezza sono uguali. Oltre alle virtù cardinali sopra menzionate, se si vuole entrare nella Città di Dio, bisogna anche possedere le tre virtù teologali della fede, della speranza e della carità. L’autore designa la prima sotto il nome di lunghezza, perché unisce due termini estremamente distanti tra loro, il Creatore e la sua creatura; la seconda, sotto quello di altezza, perché eleva l’anima al cielo; la terza, sotto quello di larghezza, perché la apre e la dilata fino a farle amare i suoi nemici. Dicendo che queste tre virtù sono uguali, San Giovanni non va contro San Paolo, che afferma la superiorità della carità (I Cor., XIII, 13). Vuole semplicemente dire che, per ottenere la corona eterna, devono essere perseguite insieme. E l’Angelo misurò il muro della città, che è di centoquarantaquattro cubiti. Il muro della città, come abbiamo detto sopra, rappresenta Cristo. Ora questo muro è lungo centoquarantaquattro cubiti, perché tutte le opere che Egli fece sulla terra, e che sono rappresentate da cubiti, sono contrassegnate dal numero centoquarantaquattro. Questo numero infatti racchiude nel mistero del suo simbolismo la purezza dell’intenzione (cento), lo spirito di penitenza (quaranta), la pratica delle virtù cardinali (quattro), che genera quella di tutte le altre. Questa è la misura dell’uomo: è la misura che ogni uomo che vuole ottenere il perdono delle sue colpe, essere integrato in questo muro, recuperare la sua vera dignità di uomo, deve cercare di raggiungere: ma è anche una misura di Angelo: perché colui che arriva a realizzarlo merita, ipso facto, di prendere suo posto tra le gerarchie angeliche.

§ 4 –  Le pietre di cui è costruita la città.

E il muro era costruito in pietra di diaspro. La santissima Umanità di Gesù Cristo, che è il bastione della Chiesa, si dice ora che è costruita di pietra, per l’estrema fermezza che possiede, per il fatto dell’unione ipostatica; di pietra di diaspro, cioè non semplicemente dipinto di verde, ma verde nel suo stesso contesto, nelle sue fibre più profonde, per marcare che possiede, non come un dono aggiunto, ma nella sua essenza, una vita che è sempre piena di linfa e che non appassirà mai; cosa che San Giovanni ha espresso nel suo Vangelo dicendo: In Lui era la vita (I, 4.). – E la città stessa, cioè l’assemblea degli eletti, avvolta da questa Umanità come una città dalle sue mura, è fatta di oro puro, come un vetro trasparente: infatti i cuori dei beati, penetrati dalla conoscenza di Colui che vedranno faccia a faccia, diventeranno puri e splendenti come l’oro, come Dio stesso. E questo splendore che passa attraverso i loro corpi, divenuti gloriosi, come attraverso un vetro trasparente, sarà visibile a tutti. E le fondamenta del muro della città erano ornate di tutte le pietre preziose. Con queste espressioni e quelle che seguono, l’autore sta cercando di darci un assaggio dell’incredibile splendore della Gerusalemme celeste. E possiamo usarle in senso letterale, per darne una pallida immagine alla nostra mente. Ma ci interessano soprattutto per il loro significato mistico. Le fondamenta rappresentano i Patriarchi e gli Apostoli, sui quali poggia l’autorità dei Dottori, dei Vescovi, dei Predicatori e di tutti coloro che servono da baluardo, o da muro, alla Chiesa; le pietre preziose sono la figura delle virtù di cui erano adornate. Il primo fondamento era di diaspro, il secondo di zaffiro, il terzo di calcedonio, il quarto di smeraldo, il quinto di onice, il sesto di sardonio, il settimo di crisolito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisoproso, l’undicesimo di giacinto, il dodicesimo di ametista. « L’armonia di questi colori – scrive P. Allô, – dove grazia e opulenza si mescolano, il loro insieme luminoso, allegro e tenero, risveglia solo idee di gioia, di freschezza e di riposo… Presi tutti insieme, ricordano l’arcobaleno, e fanno della città celeste una cintura di incomparabile varietà e ricchezza » (Op. cit, p. 320). Cosa significano ora, nel regno soprannaturale? Il diaspro verde scuro simboleggia la fede, e come tale è posto come primo fondamento, perché è questa virtù che serve da fulcro per tutte le altre, e senza di essa è impossibile, come ci dice San Paolo, piacere a Dio (Eb. XI, 6). È la fede di Abramo che è la base della vocazione del popolo giudaico, è la fede del principe degli Apostoli che è la pietra angolare della Chiesa, e ognuno di questi due santi può essere identificato con il primo fondamento qui menzionato. – Lo zaffiro, che viene dopo, è anche chiamato la pietra azzurra, o lapislazzuli; poiché è di colore blu, rappresenta la speranza, che dà all’anima qualcosa della Pace nel cielo. – Il calcedonio, che è una varietà di rubino, la più preziosa di tutte le pietre, è di un bel rosso granata. Ha la proprietà di brillare al buio, – da qui il suo nome più noto di carbonchio (da carbunculus, carbone ardente), – e questa qualità era usata nell’antichità per dare alle statue degli dei o dei draghi occhi scintillanti. Esso è così duro che è impossibile scalfirlo; riscaldato per attrito, attira a sé, come una calamita, i fili di paglia che si trovano nelle sue vicinanze. Per tutte queste ragioni, è stato visto come un simbolo della carità. Perché questa carità risplende solo se è nell’oscurità, cioè se cerca di essere sconosciuta, se la mano destra non è consapevole di ciò che la sinistra dà (Mt. VI, 3.). Essa non si lascia danneggiare dalle contrarietà e dalle ingiurie, perché è forte come la morte (Cant., VIII, 6); e attira a sé quei fasci di paglia mossi dal vento che sono i peccatori. –  Lo smeraldo, con la sua mirabile tonalità di verde, evoca tutto ciò che la natura offre di più piacevole e riposante per l’occhio: essa così simboleggia la verginità, che non svanisce mai, e che mantiene il corpo nella purezza di cui godeva nella primavera della sua vita. – L’onice, che è usato per fare i sigilli, ha spesso bande di colori ben definiti, bianco e nero. Possiamo vedere in questo una figura del contrasto che regna nelle anime dei santi attraverso la virtù dell’umiltà, tra il male che pensano di se stessi e la purezza con cui brillano davanti a Dio; o ancora, tra l’oscurità delle tentazioni che talvolta li sommergono e il candore della loro volontà che, guardandosi dal minimo difetto, rimane immacolata, contrasto che faceva dire alla Sposa: Sono nera, ma sono bella (Cant., I, 4). Le tre pietre elencate dopo: il sardonio, il crisolito e il berillo, rappresentano le qualità che fanno la gloria della vita attiva. Il sardonio o corniola, per il suo aspetto rosso sangue, evoca l’idea delle ferite, del martirio, e serve quindi come emblema della pazienza: chi vuole lavorare per la diffusione del regno dei cieli deve essere pronto a sopportare molte prove, e a subire persecuzioni. – Il crisolito, una pietra gialla da cui sembrano scaturire scintille, simboleggia la brillantezza che i Santi proiettano verso l’esterno con le loro esortazioni, con i loro esempi e talvolta con i loro miracoli, tutte cose che sulle anime hanno l’effetto di colpi di luce. – Il berillo, o acquamarina, una specie di smeraldo verde pallido, rappresenta la pratica delle opere di misericordia, come l’alleviare i poveri, curare i malati, visitare i prigionieri, istruire gli ignoranti, ecc. Si dice che questa pietra abbia la curiosa proprietà di riscaldare la mano di chi la tiene in mano. Allo stesso modo, la vita attiva, attraverso la pratica delle buone opere, riscalda i cuori di coloro con cui viene a contatto, provocandoli così ad amare Dio e i loro simili. Ma il berillo non ha il bello splendore dello smeraldo: perché questa stessa vita attiva, obbligata per le sue opere a dimorare in rapporto al mondo, non può impedirsi di contrarre da questo delle imperfezioni che attenuano la perfetta purezza dell’anima. Al contrario, il topazio, che ha il colore dell’oro, brilla con una brillantezza incomparabile. È, per eccellenza, la gemma che si adatta alla fronte dei re: toccata da un raggio di sole, sfavilla di mille fuochi, eclissando tutte le altre pietre preziose. Come tale, è l’emblema della vita contemplativa. La Scrittura stessa ci dice che il volto di Mosè, quando quel patriarca uscì dal suo colloquio con Dio, era così luminoso che i Giudei non potevano sopportarne lo splendore (Es. XXXIV). Questa era una manifestazione sensibile di ciò che accade nelle anime dei santi quando sono toccati direttamente dal raggio della divinità. Il topazio, invece, perde la sua brillantezza se si cerca di lucidarlo, perché la contemplazione è oscurata dall’attrito con le cose umane. Il crisoprasio, il cui colore è un misto di verde e oro, rappresenta il desiderio ardente della vita eterna che segue la contemplazione, desiderio dal quale S. Paolo era consumato, quando non aspirava che a dissolversi oer essere con il Cristo (Philip. I, 23). L’oro rappresenta il prezzo inestimabile di questa eternità benedetta; il verde, il fascino di una primavera sempre rinnovata, che non conosce né la morte dell’inverno, né la siccità dell’estate, né il declino dell’autunno. Il giacinto, o liguria, che viene dopo, con la sua magnifica tonalità rossa e oro, concerne ancora la vita contemplativa. Questa vita, lungi dall’essere egoistica, come spesso viene accusata di essere, indossa il manto regale della carità più alta e più pura. Ecco perché San Paolo voleva essere tutto a tutti, per conquistarli tutti a Gesù Cristo (I Cor., IX, 19), e avrebbe accettato, se necessario, di essere anatema pur di salvare i suoi fratelli (Rom., IX, 3). Infine l’ametista, che completa l’enumerazione delle dodici pietre, è, per il suo colore viola, l’emblema della modestia. La violetta è, infatti, un fiore piccolo, umile e discreto, che tuttavia emana un profumo penetrante, che piace a tutti. Così la modestia dà fascino a chiunque ne sia adornato, anche agli occhi dei suoi nemici; mentre l’orgoglio ispira sempre una certa repulsione. È soprattutto attraverso la modestia che si diffonde il buon odore di Cristo (II Cor., II, 15), come fa intendere l’Apostolo quando dice: La vostra modestia sia nota a tutti (Phil., IV, 5). Essa è menzionata qui per ultima, perché è quella che serve da coronamento e collegamento a tutte le altre virtù: ed è per questo che, nella sua Regola, San Benedetto l’ha posta al livello più alto della sua scala; essa richiede una completa sottomissione del corpo all’anima; matura tutto l’individuo, gli dà la sua forma perfetta; lo obbliga a mantenere in ogni luogo, in ogni momento, in ogni cosa quel modo, quella misura, quella maniera, quella giusta via di mezzo che si identifica con la virtù. – E le dodici porte contenevano ciascuna le dodici pietre preziose: e (tuttavia) ogni porta era fatta di una particolare gemma: Questa frase, che a prima vista sembra implicare una contraddizione, significa semplicemente che ognuno degli Apostoli possedeva tutte le virtù appena elencate, pur distinguendosi per qualche dono particolare. Così, San Pietro si distinse per la sua fede, San Giovanni per la sua purezza, Sant’Andrea per il suo amore per la croce, San Paolo per l’ardore del suo zelo, ecc. (Andrea di Cesarea, nel suo Commento, ripartisce le pietre tra gli Apostoli come segue: il diaspro, simbolo della fede, a San Pietro; lo zaffiro, a San Paolo, perché fu assunto nel terzo cielo; il calcedonio, a Sant’Andrea, per la particolare brillantezza della sua passione; lo smeraldo, simbolo della verginità, a San Giovanni; l’onice, a San Filippo; il sardonio a San Giacomo, che fu il primo ad essere martirizzato; il crisolito a San Bartolomeo, per la sua eloquenza; il berillo a San Tommaso; il topazio a San Matteo, perché il suo Vangelo ha brillato sul mondo più di tutti gli altri; il crisoprasio, a San Giuda; il giacinto, a San Simone; l’ametista, a San Mattia. Ma le ragioni che egli dà per queste applicazioni sono spesso troppo sottili per essere riportate qui, e lui stesso bada di non attribuire un valore assoluto ad esse: le ha fatte solo, dice, a titolo di congetture, su questioni i cui segreti profondi sono noti solo a Dio). – E la piazza della città è oro puro, come vetro trasparente. Al contrario delle porte e del muro appena menzionato, che è un muro d’oro, e che rappresentano gli Apostoli e i pastori, il luogo della città designa qui la massa dei santi inferiori e degli eletti: interamente spogliati di ogni sozzura, si dice che siano simili all’oro puro, per la carità che li infiamma, e al vetro trasparente, perché non c’è più alcuna piega recondita nelle loro anime dove si possono nascondere l’amor proprio e la duplicità.

§ 5 – Perché nella città non c’è né tempio, né sole, né luna, né sole, né luna, né ladri, né notte.

E non ho visto un tempio in questa città. Quaggiù, per rendere al suo Creatore il culto che gli deve, l’uomo è costretto a costruire templi, cioè edifici appositamente eretti per questo scopo: perché, non vedendo Dio con gli occhi del corpo, perde costantemente di vista la nozione della Sua Presenza. Ha quindi bisogno di un luogo dove tutto gli parli di Lui e dove possa facilmente isolarsi dal mondo, ritirarsi e pregare. Ma nell’eternità le cose saranno ben diverse; al contrario, l’uomo sarà assolutamente immerso nel sentimento di questa Presenza: essa lo avvolgerà, per usare le espressioni della Scrittura, come un fiume impetuoso, come un torrente di voluttà. Egli vedrà Dio costantemente, faccia a faccia e così com’è: non avrà più bisogno di un posto speciale per pensare a Lui. Per questo l’autore aggiunge che il Signore, il Dio onnipotente stesso, è il tempio di questa Città, e l’Agnello con Lui. La Santissima Umanità di Nostro Signore è infatti il tempio per eccellenza, quello in cui abita corporalmente la pienezza della divinità (Coloss., II, 9). Gesù stesso lo aveva chiaramente sottinteso, quando paragonando se stesso all’edificio che era la gloria di Gerusalemme, aveva dichiarato: Distruggete questo tempio e Io lo ricostruirò in tre giorni… Egli disse questo, aggiunge San Giovanni, del tempio del suo corpo (Giov. II, 19, 21.). Che bisogno avremo di un monumento di pietra quando avremo davanti agli occhi l’incomparabile splendore di questo tempio, che non è stato fatto da mani umane, che è stato “plasmato” dallo stesso Spirito Santo nel grembo della Vergine Maria? Quando potremo contemplare il corpo abbagliante e glorioso del Figlio di Dio? E la città non ha bisogno di sole né di una luna per essere illuminata, perché lo splendore di Dio la illuminerà e l’Agnello è la sua luce. Per condursi nel regno dei cieli, per gustarne le bellezze, per acquisire delle nuove chiarezze, gli eletti non avranno più bisogno dei dati dei loro sensi, che sono paragonati qui, per la mediocrità delle conoscenze che ci portano, alla luce della luna.  Questa luce è debole, incerta e spesso velata. Né servirà loro il lume della loro ragione, che è rappresentato dalla luce del sole, perché, sebbene sia di gran lunga superiore alla luce della luna, è tuttavia soggetto a molti oscuramenti, e per metà del tempo è costretto a cedere il passo alla notte. Nella Gerusalemme celeste, Dio illuminerà le intelligenze direttamente, senza intermediari, come fa con gli Angeli. Inoltre, la Santissima Umanità del Salvatore brillerà con tale splendore che eclisserà completamente la luminosità del sole, anche se il sole, come ci dice il profeta Isaia, dovesse diventare sette volte più luminoso che adesso (XXX, 26.1). – E i popoli cammineranno nella sua luce; la folla innumerevole di coloro che hanno seguito gli stretti e oscuri sentieri della fede quaggiù, andranno e verranno liberamente in questo inesprimibile splendore; e i re della terra, cioè i Pastori, non cercheranno di vantarsi dei successi che hanno ottenuto nel loro ministero, delle conversioni che hanno effettuato, né dei tributi pagati loro dal loro gregge. Avranno in vista solo la bellezza, l’ornamento, la gloria, lo splendore della città celeste. E le porte della città celeste non saranno chiuse durante il giorno, perché ci sarà piena sicurezza. Non ci sarà paura dei ladri, né degli eretici o dei liberi pensatori, né del diavolo. E non lo saranno nemmeno di notte, perché non ci sarà più la notte. Lo splendore della Maestà divina, lo splendore della Santissima Umanità di Cristo, risplenderà, sempre uguale a se stesso, effondendo flussi di luce che non diminuiranno né si interromperanno mai. – In senso spirituale, queste parole significano che non ci sarà più spazio per le tenebre del peccato, né per le tenebre dell’ignoranza. E i Pastori vi condurranno la gloria e l’onore delle nazioni: a questa città santa convergeranno, guidati dai loro Pastori, gli eletti di tutto il mondo; quegli uomini che, per le loro virtù, possono essere chiamati l’onore dell’umanità e per la rettitudine della loro coscienza, la sua gloria, perché, dice l’Apostolo, la nostra gloria è la testimonianza della nostra coscienza (II Cor., I, 12). Ma d’altra parte coloro che non hanno voluto mettersi alla scuola di Cristo e fare penitenza per le loro colpe, non hanno alcuna speranza di entrare mai nelle porte della Gerusalemme celeste: perché nulla di impuro può entrare in quella città, né alcuno di coloro che fa abomini e menzogne. Il peccato sarà escluso in tutte le sue forme: sia che si tratti di sozzure del cuore, di abominazioni o di peccati di opere, di menzogne o di peccati di parola. Quaggiù, nella Chiesa militante, i malvagi e i buoni, i bugiardi e coloro che dicono la verità, quelli che sono puri e quelli che non lo sono, vivono strettamente confusi. Ma alle porte della Città di Dio, sarà fatta una selezione spietata, e solovi potranno entrare coloro che sono scritti nel libro della vita dell’Agnello, coloro cioè la cui vita sarà trovata conforme agli insegnamenti e agli esempi del Signore Gesù.

IL SENSO MISTICO DELL’APOCALISSE (14)

IL SENSO MISTICO DELL’APOCALISSE (12)

G Dom. Jean de MONLÉON Monaco Benedettino

Il Senso Mistico dell’APOCALYSSE (12)

Commentario testuale secondo la Tradizione dei Padri della Chiesa

LES ÉDITIONS NOUVELLES 97, Boulevard Arago – PARIS XIVe

Nihil Obstat: Elie Maire Can. Cens. Ex. Off.

Imprimi potest:  Fr. Jean OLPHE-GALLIARD Abbé de Sainte-Marie

Imprimatur: LECLERC.

Lutetiæ Parisiorum die II nov. 194

Copyright by Les Editions Nouvelles, Paris 1948

Sesta Visione

L’ORA DELLA GIUSTIZIA

SECONDA PARTE

VITTORIA DEL CRISTO SULL’ANTICRISTO

Capitolo XIX – (1-21)

“Dopo di ciò udii come una voce di molte turbe in cielo, che dicevano: Alleluja: salute, e gloria, e virtù al nostro Dìo: perché veri e giusti sono i suoi giudizii, ed ha giudicato la gran meretrice, che ha corrotto la terra colla sua prostituzione, ed ha fatto vendetta del sangue dei suoi servi (sparso) dalle mani di lei. E dissero per la seconda volta: Alleluia. E il fumo di essa sale pei secoli dei secoli. E i ventiquattro seniori e i quattro animali si prostrarono, e adorarono Dio sedente sul trono, dicendo: Amen: alleluja. E uscì dal trono una voce, che diceva: Date lode al nostro Dio voi tutti suoi servi: e voi, che lo temete, piccoli e grandi. E udii come la voce di gran moltitudine, e come la voce di molte acque, e come la voce di grandi tuoni, che dicevano: Alleluia: poiché il Signore nostro Dio onnipotente è entrato nel regno. Rallegriamoci, ed esultiamo, e diamo a lui gloria: perché sono venute le nozze dell’Agnello, e la sua consorte sì è messa all’ordine. E le è stato dato di vestirsi di bisso candido e lucente. Perocché il bisso sono le giustificazioni dei Santi. E mi disse: Scrivi; Beati coloro che sono stati chiamati alla cena delle nozze dell’Agnello: e mi disse: Queste parole di Dio sono vere. E mi prostrai ai suoi piedi per adorarlo. Ma egli mi disse: Guardati dal farlo: io sono servo come te e come i tuoi fratelli, i quali hanno testimonianza di Gesù. Adora Dio. Poiché la testimonianza di Gesù è lo spirito di profezia. E vidi il cielo aperto, ed ecco un caval bianco, e colui che vi stava sopra si chiamava il Fedele e il Verace, e giudica con giustizia, e combatte. I suoi occhi erano come fiamma di fuoco, e aveva sulla testa molti diademi, e portava scritto un nome, che nessuno conosce se non egli. Ed era rivestito d’una veste tinta di sangue: e il suo nome si chiama Verbo di Dio. E gli eserciti, che sono nel cielo, lo seguivano sopra cavalli bianchi, essendo vestiti di bisso bianco e puro. E dalla bocca di lui usciva una spada a due tagli, colla quale egli percuota le genti. Ed egli le governerà con verga di ferro: ed egli pigia lo strettoio del vino del furore dell’ira di Dio onnipotente. Ed ha scritto sulla sua veste e sopra il suo fianco: Re dei re e Signore dei dominanti. E vidi un Angelo che stava nel sole, e gridò ad alta voce, dicendo a tutti gli uccelli che volavano per mezzo il cielo: Venite, e radunatevi per la gran cena di Dio: per mangiare le carni dei re, e le carni dei tribuni, e le carni dei potenti, e le carni dei cavalli e dei cavalieri, e le carni di tutti, liberi e servi, e piccoli e grandi E vidi la bestia, e i re della terra, e i loro eserciti radunati per far battaglia con colui che stava sul cavallo, e col suo esercito. E la bestia fu presa, e con essa il falso profeta, che fece davanti ad essa, prodigi, coi quali sedusse coloro che ricevettero il carattere della bestia, e adorarono la sua immagine. Tutti e due furono gettati vivi nello stagno di fuoco ardente per lo zolfo: e il restante furono uccisi dalla spada di colui che stava sul cavallo, la quale esce dalla sua bocca: e tutti gli uccelli si sfamarono delle loro carni.”

§ 1 – Azioni di grazia della Chiesa trionfante e della Chiesa militante.

La condanna dei servi del mondo, menzionata nel capitolo precedente, sarà controbilanciata all’ultimo giudizio dalla gioia di tutti coloro che si vedranno al sicuro dalle pene dell’inferno. Mentre i re ed i mercanti della terra piangeranno, mentre diranno “” davanti al crollo delle loro ricchezze, delle loro ambizioni, della loro vita di piacere, gli abitanti del cielo canteranno: Alleluia, una parola intraducibile, destinata proprio da questo fatto a far capire che la felicità degli eletti supera ogni linguaggio umano. Essi proclameranno la loro gratitudine al Dio che ha riservato loro una tale ricompensa e una tale gioia: « A Lui – diranno – appartiene tutto il merito della nostra salvezza, perché senza di Lui non avremmo potuto fare nulla; è Lui che è degno di tutta la gloria per le opere meravigliose che ha compiuto attraverso la sua Parola; è Lui solo che ha abbattuto l’inferno con la sua potenza. Rendiamo grazie a Lui, perché i suoi giudizi sono veri e giusti. Egli ha mantenuto fedelmente le promesse fatte a coloro che avrebbero ascoltato i suoi comandamenti, così come ha applicato senza debolezza i castighi con cui aveva minacciato i trasgressori della sua Legge. Così la sua condanna contro la grande prostituta è sovranamente giusta, e questo per due ragioni: perché l’esempio dei suoi disordini aveva corrotto tutta la terra, e perché aveva versato il sangue dei Santi con le sue stesse mani. » – E dissero di nuovo: Alleluia, per mostrare che la lode di Dio sarà continuamente rinnovata ed eterna, come il fumo che sale dal fuoco dove si consuma Babilonia, e cioè come la punizione dei dannati, sarà eterna. Questa opposizione tra una felicità ed una disgrazia che non avrà fine è un invito a fare tutto il possibile per meritare la prima, ed evitare la seconda. E i ventiquattro vegliardi, cioè i Padri dell’Antico e del Nuovo Testamento, i dodici Profeti ed i dodici Apostoli, si prostrarono con la faccia a terra, ed i quattro animali, che rappresentano – come abbiamo già visto – tutti i predicatori del Vangelo; e tutti insieme adorarono Dio che siede sul suo trono, in mezzo alla Chiesa trionfante, dicendo: Amen, Alleluia: Amen, per indicare il loro assenso ai giudizi pronunciati da Dio; Alleluia, perché non potevano reprimere la gioia di cui il loro cuore traboccava. Queste due parole, come ha osservato Sant’Agostino, riassumono tutta l’occupazione dei beati: la prima esprime la continua meraviglia della loro intelligenza alla presenza dell’ineffabile e sempre nuova Verità, che brilla davanti a loro; la seconda, l’entusiasmo del loro cuore davanti al possesso di un tale bene. Allora – scrive questo grande Dottore, – contempleremo la Verità senza minimamente annoiarci, e con una felicità che non verrà mai meno; noi la vedremo in uno splendore che non lascerà spazio ad alcun dubbio. Inoltre, pieni d’amore per questa medesima Verità, ci attaccheremo intimamente ad essa, l’abbracceremo, per così dire, per darle un bacio tanto dolce quanto casto e spirituale; e, con una voce non meno felice, loderemo Colui che è la Verità stessa, cantando: Alleluia. Sì, nel trasporto della loro gioia e nell’ardore della carità che li infiammerà gli uni per gli altri e soprattutto per Dio, tutti gli abitanti di questa Città benedetta saranno spinti a lodare Dio con lo stesso amore e ripeteranno: Alleluia, e si ripeteranno: Amen (Sermone 362; della Risurrezione dei morti). Dopo queste acclamazioni dei beati, San Giovanni udì una voce proveniente dal trono. Questa voce si rivolgeva agli abitanti della terra e diceva loro: Cantate la gloria di Dio, voi che siete i suoi servi, voi che lo temete, grandi e piccoli. Perché sono degni di lodare Dio, solo questi che vivono secondo i suoi comandamenti, che temono di offenderlo. Dio non accetta la lode dei peccatori, che cantano la sua gloria con le labbra, ma il cui cuore è corrotto. Al contrario, Egli ascolta con piacere i canti dei suoi servi, non solo quelli dei grandi, cioè dei Dottori, delle anime favorite da grazie speciali, ma anche quelli dei piccoli, degli ignoranti e dei semplici. Allora il concerto degli eletti si alzò di nuovo nel cielo, come il rumore delle grandi acque ed il fragore del tuono. Queste espressioni hanno lo scopo di farci capire che siamo ancora sulla terra l’eccellenza della lode divina, di quell’« opera di Dio » che San Benedetto ha posto al centro della sua Regola, e alla quale ha voluto che « nulla vi fosse preferito ». San Giovanni la paragona alle grandi acque per l’effetto purificatore che ha sulle anime che vi si dedicano con devozione, e che vi si immergono come in un diluvio di grazia; e al fragore del tuono per la paura che ispira al diavolo.

§ 2 – Motivi di gioia per i Santi.

I beati cantarono di nuovo: Alleluia, perché il Signore nostro Dio ha stabilito il suo regno. Sulla terra, infatti, non si può dire che Dio regni veramente. Sebbene sia presente in tutte le cose con la potenza, come dicono i teologi, non esercita questo potere ovunque; sospende costantemente la sua azione per rispettare la libertà umana, dando così a ciascuno la possibilità di meritare o demeritare; ed è per questo che tollera il male, il peccato, l’attività del demonio. Nella vita futura, al contrario, Egli stabilirà il suo regno, perché permetterà a questa stessa potenza di avere il suo pieno effetto, e questo potere, avvolgendo gli eletti, li proteggerà da tutto ciò che potrebbe danneggiarli. In questo capitolo, notiamo che la parola “Alleluia” è usata quattro volte. I santi dottori che hanno commentato l’Apocalisse non hanno pensato che questo fosse invano: vi hanno visto un’allusione ai quattro motivi principali che i beati avranno per lodare Dio, e che l’autore indica discretamente dicendo che Egli è il Signore, il nostro Dio onnipotente. Infatti, dobbiamo lodarlo perché è il Signore, cioè il Creatore, al quale dobbiamo la nostra vita; perché è Dio, la somma di tutti i beni, l’unico oggetto capace di calmare l’ansia del nostro cuore; perché si è degnato di farsi Nostro, nel mistero dell’Incarnazione e nella Santa Eucaristia; perché, infine, Egli è onnipotente, e solo Lui può strapparci dalla morsa del diavolo, dall’abisso della morte e del peccato, per condurci alla gloria eterna. « Abbandoniamoci dunque alla gioia più completa – cantavano gli eletti – e rendiamogli gloria per tutti i beni che si è degnato di concederci, per la vittoria che ci ha permesso di ottenere con lui, per tutta la felicità di cui ci inonda: poiché è arrivato il giorno delle nozze dell’Agnello, e la sua sposa si è adornata con i suoi abiti; ha messo da parte i vizi dell’uomo vecchio, si è rivestita non dei propri meriti, ma con i doni che Dio le ha dato, per andare a Lui. Essa ha ricevuto, per coprirsi e per piacere al suo Sposo, una veste di puro lino lucente e ouro. » Il lino rappresenta le giustificazioni dei santi: per sua natura, infatti, questa pianta è color terra, ma molteplici lavaggi e manipolazioni la portano gradualmente ad un candore immacolato; allo stesso modo l’anima dei Santi, come quella degli altri uomini, nasce con il colore terroso del peccato originale e della concupiscenza: ma a poco a poco, le prove e gli esercizi della vita spirituale la portano ad una purezza senza macchia, scintillante di carità  Mentre i Santi continuavano i loro inni di gioia, San Giovanni vide un Angelo davanti a sé, che gli disse: Scrivi: Beati coloro che sono stati invitati alle nozze dell’Agnello, come per dire: « incidi profondamente nel tuo cuore, e in quello dei fedeli che ti ascoltano, questa verità, che la vera felicità non appartiene ai ricchi, non ai sani, non ai potenti di questo mondo; ma a coloro che una vita pura rende degni di essere chiamati un giorno a quelle nozze ineffabili, dove l’anima è unita a Dio per l’eternità! » E il messaggero celeste aggiunse, per sottolineare ancora di più l’importanza di ciò che aveva appena detto: « Queste parole di Dio sono assolutamente vere. » San Giovanni, pieno di gratitudine, cadde ai piedi dell’Angelo, come se avesse voluto adorarlo. Ma l’Angelo lo fermò immediatamente: « Guardati dal fare questo – disse – io sono solo un servo, come te, come tutti i tuoi fratelli che testimoniano Gesù con la loro fede e le loro opere. » Parlando così, l’Angelo rende omaggio non solo alla dignità dell’Apostolo, ma a quella della natura umana in generale. Dice: Io sono un servo, come te, perché gli Angeli e gli uomini non hanno che un solo Signore, Gesù Cristo. Nell’Antico Testamento gli Angeli permisero talvolta agli uomini di prostrarsi davanti a loro, per rendere loro il culto di dulia a cui hanno diritto; come, per esempio, quello che apparve a Giosuè, davanti alla città di Gerico (Jos., V, 15): ma dopo il compimento del mistero dell’Incarnazione, da quando la natura umana si è seduta alla destra di Dio, sul trono stesso della Sua Maestà, nella persona di Cristo, non lo permettono più, per rispetto alla Santissima Umanità del nostro Salvatore. Perciò colui di cui ci occupiamo aggiunge, sempre rivolgendosi a San Giovanni: « Adora Dio, che solo è degno di  esserlo, e non me, perché lo spirito di profezia di cui sei animato costituisce, per te e per coloro che ti conoscono, una sicura garanzia che tu sei un figlio di Dio come Gesù stesso. »

§ 3 – Il Verbo di Dio.

In una seconda scena di questa stessa visione, San Giovanni assiste alla condanna della Bestia. Lo riferisce qui, ma insiste soprattutto sull’ammirazione suscitata in lui dalla vista di Colui che ha trionfato su di esso, cioè il Salvatore. Il cielo si aprì ai suoi occhi, per permettere alla sua intelligenza di penetrare più profondamente nel segreto dei misteri divini, e gli apparve un cavallo bianco. Abbiamo già incontrato questa figura nella visione dei sette sigilli (Cap. VI, 2), e abbiamo detto allora che era il simbolo dell’Umanità immacolata di Cristo, che era come montato del Verbo, durante il suo soggiorno sulla terra. Il cavaliere portato da questo cavallo era chiamato Fedele e Verace. Nostro Signore fu davvero il modello di fedeltà sia verso suo Padre, perché eseguì perfettamente tutte le sue volontà, sia verso gli uomini, perché non mancò mai di mantenere le promesse che fece loro. Egli è sovranamente verace, al contrario degli altri uomini che sono tutti bugiardi, come insegna il Profeta reale (Ps. CXV, 11). Mai nessuna considerazione lo ha fatto deviare dalla pura verità, mai ha chiamato male ciò che è bene, né bene ciò che è male. Giudica con giustizia e combatte per i suoi amici. I suoi occhi sono come la fiamma del fuoco: quando si fermano su un’anima, il loro sguardo consuma la ruggine del peccato in essa, scioglie il ghiaccio del suo cuore, la illumina sulla via da seguire e la infiamma con l’ardore della carità. – Il Salvatore portava molti diademi sulla sua testa, che rappresentano le molte vittorie che ha riportato sul diavolo, sul mondo, sui suoi nemici. Egli è dotato di un potere a cui nulla può resistere, perché porta, inciso sul suo Essere, il nome di Gesù, in cui Dio ha condensato tutta la sua misericordia; quel Nome che è al di sopra di tutti i nomi, e la cui saggezza, dolcezza e potenza nessuno conosce tranne Egli stesso. Era vestito con una veste colore del sangue; questa veste è la carne umana di cui la divinità si coprì nel mistero dell’Incarnazione, e che fu immersa, reimmersa, rotolata e rivoltata nel suo stesso sangue al momento della passione. Eppure, questo diluvio di dolore, oppressione e sofferenza non ha offuscato nemmeno per un momento la meravigliosa brillantezza del Nome con cui deve essere designato, cioè quello del Verbo di Dio.

§ 4 – Cristo e il suo esercito entrano in campo.

Dietro di Lui andò l’esercito dei martiri e di tutti coloro che sono nel cielo, non solo quelli che vi regnano, ma anche quelli che vi vivono già con i loro desideri, e che combattono agli ordini di Cristo con le armi della povertà, dell’umiltà e della carità. Lo seguirono, montati su cavalli bianchi e vestiti di puro lino bianco. I cavalli bianchi simboleggiano la castità dei loro corpi, il lino designa la giustizia con cui sono adornati, secondo la spiegazione che abbiamo dato sopra. Il candore esprime la cura con cui i Santi si guardano da ogni errore nel campo della fede; la sua purezza, quella con cui evitano i minimi moti della concupiscenza. Dalla bocca di Cristo uscì una spada affilata su entrambi i lati. Questa immagine non deve essere presa in un senso materiale, come se Nostro Signore si fosse realmente mostrato all’Apostolo con una spada tra i denti. Essa rappresenta in forma simbolica la parola che esce dalla bocca del Salvatore, e la paragona ad una spada affilata, perché questa parola ha un meraviglioso potere di tagliare ciò che è superfluo, di separare il bene dal male, di uccidere i vizi, e di penetrare anche i pensieri più segreti e raggiungere la divisione dell’anima e dello spirito.  Essa è affilata sui due lati, perché colpisce i buoni e i cattivi: i buoni per potarli, i cattivi per punirli e staccarli dal Corpo Mistico di Gesù Cristo. Essa raggiungerà tutte le nazioni, perché da un lato Nostro Signore vuole e cerca veramente la salvezza di tutti gli uomini, e dall’altro non c’è nessuno che possa sfuggire alla Sua giustizia. Egli li governerà con una regola di ferro: perché, anche per i migliori, la legge di Dio è inflessibile. Non permette che si trascuri nemmeno il più piccolo iota dagli obblighi che impone; tutte le infrazioni saranno materia di punizione se non sono state cancellate dalla penitenza. Senza dubbio, la misericordia di Dio è infinita; fornisce a ciascuno mezzi di salvezza sovrabbondanti, è pronta a perdonare i più grandi crimini; ma non va mai contro la giustizia. Nessuno può approfittare della bontà di Dio col disprezzare i suoi comandamenti o per trascurare qualcuno dei doveri che è tenuto a rendergli. È in questo senso che si dice qui che Cristo ci governerà con una regola di ferro. Ed ha il diritto di farlo: da un lato, perché ha assunto su di sé i rigori della giustizia divina, e dall’altro, perché è il Re dei re. Nella sua passione e risurrezione, ha calpestato il torchio dell’ira del furore di Dio onnipotente; queste espressioni ripetute hanno lo scopo di farci capire che il castigo meritato dai peccati del mondo è una cosa terribile: Dio, in vista di essi, sembra dimenticare ogni misura e comportarsi come un uomo violento che viene stravolto dall’ubriachezza. Ma Nostro Signore, subendo senza debolezza l’uragano di questa collera, trionfando sulla morte e sul diavolo, ha messo, per così dire, i diritti della giustizia divina sotto i suoi piedi. Ha pagato il debito di tutto il genere umano, ed è per questo che ora appartiene a Lui giudicare tutti gli uomini. È anche perché Lui è il Re dei re e il Signore dei signori. Invano i Giudei rifiutarono di riconoscere la sua regalità: Egli porta questo titolo scritto nella stessa trama della sua veste ed inciso sulla sua carne; la sua dignità di Re universale aderisce alla sua Umanità con la stessa forza della divinità, così che nulla può diminuire il suo diritto di governare tutte le creature e di ricevere i loro omaggi, come il profeta aveva annunciato: I re di Tarso e delle isole gli offriranno dei doni, i re d’Arabia e di Saba gli porteranno dei doni. E tutti i re della terra lo adoreranno, e tutte le nazioni gli saranno soggette (Ps. LXXI, 10, 11). – Dopo aver così contemplato il Salvatore nella sua potenza, Giovanni vide un Angelo in piedi nel sole, personificando con ciò i predicatori che annunciano coraggiosamente il Vangelo, aureolati con il fulgore della verità e come inondato dalla luce del Cristo. Questi gridò ad alta voce, cioè parlò liberamente, apertamente e senza paura, e diceva a tutti gli uccelli che volavano in mezzo al cielo: “Venite, radunatevi intorno alla grande cena di Dio“. Queste parole sono veramente rivolte ai veri discepoli di Gesù Cristo, a coloro che si elevano al di sopra delle cose terrene e che prendono il loro modello da quegli uccelli che Nostro Signore ha proposto come esempio; a quegli uccelli che non seminano né filano, che non si preoccupano di ammassare denaro, ma che si affidano interamente al Padre che è nei cieli (Mt., VI, 26). Questi, quando il Signore li chiama, non esitano a dire: Mi scusi, ho comprato una villa, o: ho comprato cinque paia di scarpe, o: mi sono appena sposato e non posso venire (Lc., XIV, 18-20). Essi vivono più in alto di queste preoccupazioni umane; il loro cuore, sollevato sulle ali delle virtù, va incessantemente per il centro del cielo, cercando, con la Sposa del Cantico, tra i cori angelici e le schiere dei Santi, Colui che la loro anima ama (Cant., III, 2, 3). Ecco perché il divino Maestro li invita alla grande cena di Dio, alla festa delle nozze eterne. E li invita a trarre da questo pensiero lo zelo e la forza di cui hanno bisogno per mangiare la carne dei re, nel senso in cui a San Pietro fu comandato di mangiare i serpenti e gli animali impuri che gli furono mostrati in visione e che erano la figura dei Gentili (Atti. X.); vale a dire, per portarli nella Chiesa, per incorporarli a Cristo. Essi non dovranno trascurare nessuno: si attaccheranno ai re, ai tribuni, cioè gli uomini che hanno autorità sugli altri; ai potenti, che hanno la forza materiale nelle loro mani; ai cavalli, cioè quei personaggi generosi e impetuosi pronti a dedicarsi e a mettersi al servizio di individui che li sanno sfruttare, che qui sono rappresentati da coloro che li cavalcano; si attaccheranno agli uomini liberi, che si ritengono liberi dalla legge di Dio, e a quelli che sono schiavi del peccato; ai piccoli e ai grandi.

§ 5 – Sconfitta e dannazione dell’Anticristo.

Mentre i giusti si preparavano alla battaglia, vidi – continua l’autore sacro – la Bestia e i re della terra, cioè l’Anticristo e i suoi luogotenenti, riuniti nel loro esercito, per ingaggiare battaglia contro Colui che cavalcava il cavallo bianco e l’esercito dei suoi discepoli. E la Bestia fu sottomessa, catturata ed incatenata; e con lui tutta la compagnia degli pseudo-profeti, che avevano fatto miracoli nel suo nome, per ingannare gli uomini affinché accettassero di portare il segno della Bestia ed adorare la sua immagine, per strapparli alla fede cattolica e portarli sulla via del peccato. Entrambi, cioè l’Anticristo e i suoi profeti, saranno gettati vivi nel lago di fuoco di zolfo ardente, e puniti in modo particolarmente severo, a causa della gravità dei loro crimini. Quanto agli altri, quelli che li avevano seguiti, sebbene la loro colpa fosse minore, tuttavia furono puniti con la dannazione eterna, dal giudizio di Cristo; e tutti gli uccelli furono saziati della loro carne, tutti i giusti applaudirono la loro punizione.

TERZA PARTE

IL CASTIGO DEL DEMONIO

Capitolo XX (1- 15)

“E vidi un Angelo che scendeva dal cielo, e aveva la chiave dell’abisso, e una grande catena in mano. Ed egli afferrò il dragone, il serpente antico, che è il diavolo e satana, e lo legò per mille anni, e lo cacciò nell’abisso, e lo chiuse e sigillò sopra di lui, perché non seduca più le nazioni, fino a  tanto che siano compiti i mille anni: dopo i quali deve essere sciolto per poco tempo. E vidi dei troni, e sederono su questi, e fu dato ad essi di giudicare : e le anime di quelli che furono decollati a causa della testimonianza di Gesù, e a causa della parola di Dio, e quelli i quali non adorarono la bestia, né la sua immagine, né ricevettero il suo carattere sulla fronte o sulle loro mani, e vissero e regnarono con Cristo per  mille anni. Gli altri morti poi non vissero, fintantoché siano compiti i mille anni. Questa è la prima risurrezione. Beato e santo chi ha parte nella prima risurrezione : sopra di questi non ha potere la seconda morte: ma saranno sacerdoti di Dio e di Cristo, e regneranno con lui per, mille anni. E compiti i mille anni, satana sarà sciolto dalla sua prigione, e uscirà, e sedurrà le nazioni che sono nei quattro angoli della terra, Gog e Magog, e le radunerà a battaglia, il numero delle quali è come la rena del mare. E si stesero per l’ampiezza della terra, e circondarono gli accampamenti dei santi e la città diletta. E dal cielo cadde un fuoco (spedito) da Dio, il quale le divorò: e il diavolo, che le seduceva, fu gettato in uno stagno di fuoco e di zolfo, dove anche la bestia, e il falso profeta saranno tormentati dì e notte pei secoli dei secoli. E vidi un gran trono candido, e uno che sopra di esso sedeva, dalla vista del quale fuggirono la terra e il cielo e non fu più trovato luogo per loro. E vidi i morti grandi e piccali stare davanti al trono; e si aprirono i libri: e fu aperto un altro libro che è quello della vita: e i morti furono giudicati sopra quello che era scritto nei libri secondo le opere loro. E il mare rendette i morti che riteneva dentro di sé: e la morte e l’inferno rendettero i morti che avevano: e si fece giudizio di ciascuno secondo quello che avevano operato. E l’inferno e la morte furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la seconda morte. “E chi non si trovò scritto nel libro della vita, fu gettato nello stagno di fuoco.”

§ 1 – La prima sconfitta del Diavolo.

E vidi – dice – un Angelo che scendeva dal cielo, cioè Cristo che veniva, per così dire, dal seno di Suo Padre e scendeva sulla terra attraverso il mistero dell’Incarnazione. Egli teneva in mano, cioè a libera disposizione della Sua Santissima Umanità, la chiave dell’abisso, quella chiave che il profeta Isaia Lo aveva visto portare sulla sua spalla, e che non è altro che la Sua croce; una chiave che Gli permette di aprire senza che nessuno possa chiudere, e di chiudere senza che nessuno possa aprire (Is., XXII, 22): cioè di trarre fuori dalle grinfie dell’inferno chi gli piace, e di rinchiudere il diavolo al contrario, per impedirgli di fare del male come vorrebbe. Teneva anche una grande catena, segno del potere che ha di legare eternamente i buoni alla sua gloria e i malvagi ai loro supplizi. Per mezzo di questo potere si impadronisce del drago, l’antico serpente che è anche il diavolo e satana: questi diversi epiteti sono destinati a manifestare i caratteri nefasti dello stesso personaggio: egli è forte come un drago, astuto come un serpente, esperto come uno che ha osservato gli uomini fin dalla più remota antichità; è il diavolo, cioè colui che per primo è uscito dall’unità, per introdurre nel mondo la dualità e, quindi, il disordine; è infine satana, parola che significa l’avversario, e quindi il nemico per essenza di ogni bene. – E lo ha legato per mille anni: con la sua Passione, Nostro Signore ha infatti, per così dire, legato il diavolo, lo ha messo fuori dallo stato di nuocere, indubbiamente non in modo assoluto, ma almeno per quanto questo spirito impuro vorrebbe. Egli ci ha dato nella sua dottrina, nei suoi esempi, nei suoi sacramenti, dei mezzi infallibili per trionfare su di lui, se siamo disposti a farne uso. Questo è per mille anni, cioè fino alla fine del mondo, fino al regno dell’Anticristo, che precederà di poco il secondo avvento del Salvatore. Questo numero di mille anni è dunque da prendere, come molti altri nel libro dell’Apocalisse, in senso simbolico e non a rigor di termini: esso significa la durata che deve intercorrere tra la Passione del Salvatore, dove il diavolo fu incatenato, e l’avvento dell’Anticristo, dove egli riceverà nuovamente una maggiore libertà di esercitare la sua malvagità, come sarà detto nei versetti seguenti. Se questo periodo è designato da un numero simbolico, è perché la sua durata esatta deve rimanere sconosciuta agli uomini e persino agli Angeli – dice nostro Signore – fino alla fine dei tempi; è anche perché rappresenta, nel piano divino, qualcosa di perfetto, poiché mille è per lo scrittore sacro il numero perfetto per eccellenza. Il Salvatore, dunque, dopo averlo legato saldamente, lo gettò nell’abisso: lo ha lasciato libero solo di regnare sui cuori degli uomini malvagi che non vogliono credere in Lui; lo ha rinchiuso entro limiti ristretti, per il potere delle chiavi lasciate in eredità alla Sua Chiesa; lo ha sigillato sotto il segno della croce, che permette a tutti i Cristiani di trionfare su di lui quando vogliono; affinché non ingannasse più le nazioni, né si facesse adorare con riti sacrileghi sotto i nomi di Giove, Apollo o Venere, finché non si fossero consumati i mille anni, cioè fino agli ultimi giorni del mondo. Perché in quel tempo deve, per volontà di Dio, essere sciolto di nuovo per un po’ di tempo, il tempo in cui l’Anticristo trionfante dominerà tutta la terra, per tre anni e mezzo. Perché Dio permetterà allora questo scatenamento delle forze del male? Per quanto possiamo scandagliare i misteriosi disegni della Sua Sapienza, possiamo discernere almeno due ragioni per questo: la conversione dei tiepidi, il fiorire di un’alta santità. Se Dio, già tante volte, nel corso della storia del mondo, ha permesso a uomini pieni di vizi, di inganno, crudeltà, orgoglio e menzogna di diventare padroni dei popoli e di soddisfare i loro istinti criminali sull’umanità, è prima di tutto per far uscire dalla loro apatia spirituale la massa di coloro che vivono alla giornata, senza mai guardare alla loro eternità; È così che, presi dalla paura o dal dolore per il trionfo dell’ingiustizia, per la minaccia di morte, per la perdita di tutto ciò che era la loro ragione di essere quaggiù, possano tornare al Dio che avevano abbandonato, al Dio che è il loro Padre e il Padre delle misericordie; così che possano cercare rifugio e protezione presso di Lui, e accettare dalla sua mano quelle penitenze necessarie che non avrebbero mai acconsentito a imporsi da soli. Ma è anche – dice San Paolo – per mostrare le ricchezze della sua gloria verso i vasi di misericordia che ha preparato per la sua gloria (Rom., IX, 23.), è per modellare a suo agio questi vasi purissimi, queste anime privilegiate, che non prendono l’alta perfezione della loro forma, i loro colori, la loro brillantezza che nel crogiolo della tribolazione. Senza persecutori, non ci sarebbero stati martiri e la Chiesa sarebbe stata privata dei più bei gioielli della sua corona. La fine dei tempi vedrà dunque l’emergere di una falange di uomini e donne santi, sotto la violenza della persecuzione, che non sarà inferiore a quella dei primi secoli del Cristianesimo.

§ 2 – Il regno dei mille anni.

Tuttavia, all’annuncio di queste terribili eventualità, non ci lasciamo andare ad un vivo timore. Questa terribile persecuzione durerà solo per poco tempo. Nostro Signore stesso ci promette che i giorni saranno accorciati a causa degli eletti. E fino ad allora, la Chiesa avrà conosciuto, dalla vittoria del suo Fondatore, una pace molto apprezzabile, di cui San Giovanni abbozza un’immagine dicendo: “Ed io vidi – mentre il drago era legato – la pace di cui godevano sia la Chiesa militante che la Chiesa trionfante: E vidi delle sedi sulla terra, cioè le sedi episcopali della cristianità, che, raggruppate gerarchicamente intorno a quella di Roma, costituiscono l’armatura della Chiesa. E su queste sedi sedettero degli uomini ai quali Dio diede il potere di giudicare. Perché la Sua saggezza assiste i Vescovi in modo molto speciale nell’insegnamento e nel governo del popolo fedele. Ho visto, invece, in cielo, le anime di tutti coloro che sono stati torturati per aver dato testimonianza a Gesù Cristo, per aver riconosciuto in Lui il Salvatore del mondo e confessato che Egli era il Verbo di Dio; di coloro che non hanno voluto adorare la Bestia, cioè l’Anticristo, né la sua immagine, cioè i suoi ritratti o le sue statue; o piuttosto, in senso figurato, né le sue creature, che lo rappresentano a capo di paesi, province o città; ho visto le anime di coloro che hanno rifiutato di ricevere il suo sigillo sulle loro mani, cioè di imitare le sue opere, né sulla loro fronte: Questo suggerisce che l’Anticristo avrà la pretesa di imporre ai suoi sudditi un rito simile a quello del Battesimo, dove i nuovi Cristiani sono segnati sulla fronte con il sigillo di Gesù Cristo. Tutti questi servi che rimasero fedeli a Dio nonostante le persecuzioni, morirono, è vero, agli occhi degli uomini: ma, in realtà, appena varcarono le porte dell’altro mondo, trovarono, nell’unione delle loro anime con il loro Creatore, una nuova vita molto più perfetta di quella di questo mondo. E regnarono mille anni con Cristo. Queste ultime parole richiedono qualche spiegazione, perché è su di esse che si è innestata la dottrina nota come millenarismo; una dottrina rifiutata dalla Chiesa per secoli, e che tuttavia vede, di tanto in tanto, sorgere nuovi campioni in suo favore, sotto il pretesto fallace di avere dalla loro parte l’opinione di diversi Padri autenticamente ortodossi. I suoi sostenitori, i millenaristi, chiamati anche chiliasti, sostengono che molto prima del giorno della risurrezione generale, i giusti riprenderanno i loro corpi, e così risorti, regneranno mille anni su questa terra, nella Gerusalemme restaurata, con Cristo. Poi verrà l’ultima rivolta di satana, il combattimento supremo condotto contro la Chiesa da Gog e Magog, lo schiacciamento dei ribelli da parte di Dio, e infine la resurrezione universale seguita dal Giudizio Universale. Ci sarebbero quindi due resurrezioni successive, separate da un intervallo di mille anni: prima quella dei Martiri, poi quella del resto dell’umanità. La teoria del millenarismo aveva le sue radici nella letteratura giudaica, che era sempre ossessionata dall’idea di un Messia che regnasse gloriosamente sulla terra. Fu ripresa ai tempi di San Giovanni dall’eresiarca Cerinto, ed è vero che nei secoli II e III dell’era cristiana, alcuni Padri, e non dei più infimi, la adottarono in forme diverse e più o meno attenuate. Tra questi possiamo citare San Giustino, Sant’Ireneo, Tertulliano, ecc. – Ma il sentimento di questi scrittori non può in alcun modo essere considerato come rappresentante la credenza della Chiesa: perché la testimonianza di diversi Padri sia considerata come l’espressione della Tradizione cattolica, è necessario, dicono i teologi, « che non sia contestata da altri ». (Cfr. per esempio Hurler, Theologia dogmatica, T. I, Tract. II, Tesi XXVI); Questa condizione non esiste nel presente caso: già San Giustino riconosceva che la teoria millenarista era lontana dall’essere accettata da tutti; Origene la rimproverava e la chiamava sciocchezza giudaica. San Girolamo è deliberatamente in contrario con essa: « Noi – scrive – non ci aspettiamo, secondo le favole che i Giudei decorano con il nome di tradizioni, che una Gerusalemme di perle e d’oro scenda dal cielo; non dovremo sottometterci di nuovo all’ingiuria della circoncisione, offrire montoni e tori come vittime e dormire nell’oziosità del sabato. Ci sono troppi dei nostri che hanno preso sul serio queste promesse, in particolare Tertulliano, nel suo libro intitolato: La speranza dei fedeli; Lattanzio, nel suo settimo libro delle Istituzioni; il vescovo Vittoriano di Pettau, in numerose dissertazioni e, recentemente, il nostro Sulpizio Severo nel dialogo a cui ha dato il nome di Gallus. Per quanto riguarda i greci, mi limiterò a citare il primo e l’ultimo, Ireneo e Apollinare (Commento al profeta Ezechiele, L. XI. Bareille, vol. VII, col. 311a). – Sant’Agostino si pronuncia nello stesso senso: se all’inizio mostra qualche esitazione, lo vediamo poi, nella Città di Dio, condannare chiaramente il chiliasmo, e questa opinione è quella che prevale ormai, tanto in Oriente che in Occidente, nella Chiesa. Dal quarto secolo in poi, non si trova alcuno scrittore cattolico degno di considerazione che difenda il millenarismo, e il sentimento unanime dei teologi, tra i quali spiccano San Tommaso e San Bonaventura, lo rifiuta risolutamente (Cfr. su questo argomento: Franzelin, De divina traditione, tesi XVI, p. 186): « senza dubbio, nel Medioevo – scrive padre Allô –  Gioacchino de Flore ora e la sua scuola insegnavano una dottrina che era una specie di semi-millenarismo spirituale, ma che non deve essere confusa con l’antico chiliasmo. Quest’ultima è rimasta solo tra alcuni luterani o in oscure sette protestanti; pochissimi esegeti cattolici si prendono ancora la briga di rinnovarla in una forma attenuata e conciliabile con l’ortodossia. Sebbene il Chiliasmo non sia stato ritenuto un’eresia, il sentimento comune dei teologi di tutte le scuole vede in esso una dottrina erronea a cui certe condizioni delle età primitive possono aver condotto alcuni degli antichi Padri » (Op. cit. XXXVII, P. 296). – L’espressione: “Essi regnarono mille anni con Cristo” deve quindi, come abbiamo già indicato, essere intesa in senso mistico. I mille anni designano tutto il periodo che si estende tra il giorno in cui Cristo, con la sua risurrezione, ha riaperto il regno dei cieli, passando attraverso le sue porte con la sua santissima umanità, ed il giorno in cui, grazie alla risurrezione generale, i corpi degli eletti vi entreranno a loro volta. Ma le anime dei beati sono già lì, strettamente unite a Colui che è la loro vera vita; partecipano alla gloria di Cristo, costituiscono la sua corte, regnano con Lui.

§ 3. L’assalto di Gog e Magog e la loro sconfitta.

Dopo aver parlato della pace che la Chiesa ha goduto sulla terra e in cielo mentre il diavolo era in catene, l’autore ci mostrerà ora l’ultimo assalto di quest’ultimo, e poi la sua condanna e la punizione finale: Quando questi mille anni saranno compiuti, satana sarà liberato dalla sua prigione e gli sarà permesso di attaccare gli uomini con più forza in questi ultimi giorni. Egli uscirà, cioè si manifesterà allo scoperto, passerà dalla tentazione occulta alla persecuzione aperta, sedurrà le nazioni che abitano ai quattro angoli della terra, cioè Gog e Magog. Cosa significano esattamente questi due nomi, che già ricorrono nel profeta Ezechiele (XXXIX). Naturalmente, abbiamo cercato di identificarli con quelli fra i popoli le cui grandi invasioni hanno di volta in volta desolato la terra nel corso della storia. Ma Sant’Agostino – e la sua opinione è stata seguita da tutti i dottori delle epoche successive – dichiara espressamente nella Città di Dio (L. XX, cap. XI), che non si tratta qui di nazioni definite, come per esempio, dice, dei Gesti e dei Massagesti, come alcuni immaginano a causa delle prime lettere di questi nomi, o di qualche altra razza sconosciuta e non soggetta alla legge romana. È abbastanza chiaro che i nemici verranno da tutta la terra, poiché è detto: “Le nazioni che abitano ai quattro angoli della terra“. Cioè nei quattro punti cardinali. Dobbiamo dunque prendere queste parole nel loro significato mistico: Gog, che significa tectum, cioè: ciò che copre, o ciò che nasconde, e rappresenta, sempre secondo Sant’Agostino, gli uomini sensuali per i cui istinti grossolani, abilmente eccitati dal diavolo, lo hanno servito, o lo servono come copertura per attaccare e perseguitare la Chiesa; Magog, invece, che significa : de tecto, cioè: ciò che esce da sotto una coperta, rappresenta il demonio stesso e tutti i nemici segreti di Gesù Cristo, che nascosti finora e agendo al di sotto, getteranno la maschera e attaccheranno allo scoperto. Il diavolo riunirà così, per questo combattimento supremo, tutti gli avversari della Chiesa, quelli che combattono allo scoperto e quelli che combattono nell’ombra. San Giovanni paragona il loro numero ai granelli di sabbia del mare, per farci capire che sono innumerevoli, è vero, ma allo stesso tempo impotenti e sterili. Si solleveranno contro di essa con orgoglio, su tutta la superficie della terra in una volta sola: la persecuzione sarà universale. Avvolgeranno i campi trincerati dei Santi, cioè attaccheranno e aggireranno i servitori di Dio da ogni parte, e queste roccaforti spirituali non saranno sfondate; e la diletta città di Dio sarà pressata da ogni parte. Ma questo periodo di estrema angoscia non durerà che un tempo: Dio uscirà improvvisamente dalla riserva in cui sembrava essersi rinchiuso, e la sua ira, scendendo dal cielo come un fulmine, schiaccerà in un istante questo esercito di persecutori. Il diavolo, che li guidava, dopo averli ingannati e presi nelle sue insidie, sarà gettato con loro nel lago di fuoco e di zolfo, aumentando così l’orrore di quella dimora con la sua presenza; e anche la folla e gli pseudo-profeti, cioè l’Anticristo ed i suoi complici, vi saranno gettati, e tutti vi saranno tormentati giorno e notte senza interruzione e senza fine per i secoli dei secoli.

§ 4 – La punizione della morte e dell’inferno.

E vidi un trono pieno di maestà e di splendore, sul quale Uno era seduto. L’autore non nomina questa Persona, e il suo silenzio è più eloquente di qualsiasi parola: nessuno potrà ignorare chi sia, quando verrà, con tanta nobiltà e splendore, a giudicare i vivi e i morti. Il trono su cui Egli siederà rappresenta la Chiesa, in mezzo alla quale Egli regna e che apparirà allora in tutta la sua dignità e bellezza come la Sposa di Dio. A questo spettacolo, il cielo e la terra scomparvero. Il Vangelo ci dice che il cielo e la terra passeranno, il che non significa che saranno annientati, ma che saranno completamente trasformati e rinnovati. La superficie del pianeta sarà divorata da un diluvio di fuoco, in cui tutte le opere delle mani dell’uomo scompariranno; le più grandi città, i monumenti più belli, i libri più rari, gli oggetti più preziosi di ogni genere, tutto sarà ridotto in cenere senza pietà. Il cielo, non quello che Dio abita con gli Angeli e gli Eletti, ma quello che le stelle attraversano, sarà sconvolto in un caos spaventoso. E non ci sarà posto nel nuovo universo per questi elementi, almeno come erano nel loro primo stato. E vidi i morti, cioè i peccatori, gli uomini privati della vita della grazia, li vidi, piccoli e grandi, che, ripresi i loro corpi, stavano davanti al trono di Dio per essere giudicati. E furono aperti i libri, i libri delle coscienze, nei quali sono scritti giorno per giorno, ora per ora, secondo per secondo, i pensieri che ciascuno cova nel suo interno. Ogni uomo sarà così in grado di leggere chiaramente ciò che è successo nella coscienza degli altri in ogni momento della loro vita. – Ma un altro libro sarà aperto nello stesso tempo, che è il libro della vita, cioè di Colui che è la Vita. In esso si vedrà con piena luce perché gli eletti furono salvati, perché i dannati furono riprovati. E i morti furono giudicati secondo le cose scritte nei libri, secondo la testimonianza della loro coscienza, che divenne visibile a tutti, e secondo le loro opere, secondo le opere enunciate nel Vangelo, con le pene che ne derivano: Allora il Re dirà a quelli che sono alla sua destra: Venite, voi, benedetti del Padre mio, prendete possesso del regno preparato per voi fin dall’inizio del mondo. Perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e mi avete dato da bere, ecc. Poi dirà a quelli alla sua sinistra: “Partite da me, maledetti, e andate al fuoco eterno, che è stato preparato per il diavolo e i suoi angeli; perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ecc. (Mt. XXV, 34 e seguenti). Nessuno potrà sfuggire a questo giudizio: non solo la terra dovrà restituire tutti i corpi sepolti nel suo seno nel corso dei secoli e ora ridotti in polvere, ma il mare stesso dovrà restituire quelli che sono stati immersi nelle sue onde, divorati dai pesci, dispersi nei suoi abissi in parti non componibili. Tutti i corpi, quindi, per quanto decomposti, rinasceranno alla vita. Nello stesso tempo, la morte e l’inferno ridaranno i morti che contenevano: la morte designa qui l’autore della morte, cioè il diavolo, poiché la Sapienza ci insegna che è lui che, con la sua gelosia, l’ha introdotta nel mondo (II, 24). – Dovrà restituire le anime che sono state affidate alle sue cure e che tiene nelle prigioni dell’Inferno, affinché, riunite ai loro corpi, vengano a comparire davanti al Re dei Cieli per essere giudicate secondo le loro azioni, come è stato detto sopra. E quando la sentenza finale sarà stata pronunciata, senza lasciare spazio ad appelli o speranze, la morte, cioè il principe delle tenebre, e con lui l’inferno, cioè tutte le potenze infernali, tutti i demoni, saranno gettati nel lago di fuoco, nell’abisso spaventoso dal quale è impossibile fuggire, dal quale è bandita ogni speranza, e dove arde quel fuoco spaventoso, al quale i più feroci fuochi della terra non possono essere paragonati. Questa è la seconda morte, la dannazione, la separazione irrevocabile ed eterna da Dio. E in questo lago saranno gettati anche tutti coloro che non hanno fatto penitenza, tutti coloro i cui nomi non saranno trovati scritti nel Libro della Vita nell’ultimo giorno. – Al contrario, gli altri morti, tutti coloro che hanno aderito all’Anticristo, non hanno vissuto fino a quando i mille anni non furono compiuti. Perché non hanno vissuto fino a quando i mille anni sono stati compiuti? – Per capire cosa intenda l’autore sacro, dobbiamo ricordare che l’uomo, per sua natura, è oggetto di una doppia vita: la vita spirituale e la vita naturale. La prima ha come principio l’unione della sua anima con Dio; la seconda, l’unione della sua anima con il suo corpo. Ora, abbiamo appena visto che, per mille anni, cioè durante tutto il periodo che è iniziato con la risurrezione del Salvatore e terminerà alla fine del mondo, gli eletti, se sono privati di questa seconda vita, godono della prima in cielo. I dannati, invece, essendo separati sia da Dio che dai loro corpi, non possiedono nessuno delle due; sono doppiamente morti, e questo fino al giorno del Giudizio, quando ritroveranno la vita naturale riprendendo i loro corpi, ma per un’eternità di sventura. Non conosceranno la gloria e le gioie ineffabili della seconda risurrezione, perché non hanno saputo realizzare la prima. Se, dunque, vogliamo evitare di condividere il loro destino, impegniamoci a prepararci per questo. In cosa consiste questa prima risurrezione? È uscire dallo stato di peccato per mezzo della penitenza; liberarsi dalla morte spirituale, recuperare la vita della grazia (È per marcare questa necessità di una risurrezione spirituale come preludio alla risurrezione generale, che nella liturgia benedettina, l’Ufficio delle Lodi, che è destinato a celebrare il mistero della risurrezione, inizia anche la domenica con il Salmo Miserere, il più noto dei Salmi Penitenziali).

Coloro che sapranno nell’ora di giustizia partecipare e perseverare in essa, saranno un giorno beati e Santi: beati, perché otterranno la beatitudine quando lasceranno questo mondo; Santi, perché saranno stabiliti e confermati nella gloria, in modo tale che la seconda morte, cioè la dannazione eterna, non avrà più alcun potere su di loro. Saranno sacerdoti di Dio e di Cristo, offrendo senza sosta il sacrificio di lode a Dio, Autore di ogni bene, e a Cristo, operatore della nostra redenzione; e le loro anime regneranno in cielo con Lui per mille anni, cioè fino al giorno in cui i loro corpi saranno loro restituiti.

IL SENSO MISTICO DELL’APOCALISSE (11)

G Dom. Jean de MONLÉON

Monaco Benedettino

Il Senso Mistico dell’APOCALYSSE (11)

Commentario testuale secondo la Tradizione dei Padri della Chiesa

LES ÉDITIONS NOUVELLES 97, Boulevard Arago – PARIS XIVe

Nihil Obstat: Elie Maire Can. Cens. Ex. Off.

Imprimi potest:  Fr. Jean OLPHE-GALLIARD Abbé de Sainte-Marie

Imprimatur:

Lutetiæ Parisiorum die II nov. 1947

Copyright by Les Editions Nouvelles, Paris 1948

Sesta Visione

L’ORA DELLA GIUSTIZIA

PRIMA PARTE

IL CASTIGO DI BABILONIA

Capitolo XVIII. (1-24) “E dopo di ciò vidi un altro Angelo, che scendeva dal cielo, e aveva grande potestà: e la terra fu illuminata dal suo splendore. E gridò forte, dicendo: È caduta, è caduta Babilonia la grande: ed è diventata abitazione di demoni, e carcere di ogni spirito immondo, e carcere di ogni uccello immondo e odioso: Perché tutte le genti bevettero del vino dell’ira della sua fornicazione: e i re della terra fornicarono con essa: e i mercanti della terra si sono arricchiti dell’abbondanza delle sue delizie. E udii un’altra voce dal cielo, che diceva: Uscite da essa, popolo mio, per non essere partecipi dei suoi peccati, né percossi dalle sue piaghe. Poiché i suoi peccati sono arrivati sino al cielo, e il Signore si è ricordato delle sue iniquità. Rendete a lei secondo quello che essa ha reso a voi: e datele il doppio secondo le opere sue: mescetele il doppio nel bicchiere, in cui ha dato da bere. Quanto si glorificò e visse nelle delizie, altrettanto datele di tormento e di lutto, perché dice in cuor suo: Siedo regina, e non sono vedova: e non vedrò lutto. Per questo in uno stesso giorno verranno le sue piaghe, la morte, e il lutto, e la fame: e sarà arsa col fuoco: perché forte è Dio, che la giudicherà. E piangeranno e meneranno duolo per lei i re della terra, i quali fornicarono con essa e vissero nelle delizie, allorché vedranno il fumo del suo incendio: Stando da lungi per tema dei suoi tormenti, dicendo: Ahi, ahi, Babilonia, la città grande, la città forte: in un attimo é venuto il tuo giudizio. – E i mercanti della terra piangeranno e gemeranno sopra di lei: perché nessuno comprerà più le loro merci: le merci d’oro, e di argento, e le pietre preziose, e le perle, e il bisso, e la porpora, e la seta, e il cocco, e tutti i legni di tino, e tutti 1 vasi d’avorio, e tutti i vasi di pietra preziosa, e di bronzo, e di ferro, e dì marmo, e il cinnamomo, e gli odori, e l’unguento, e l’incenso, e il vino, e l’olio, e il fior di farina, e il grano, e i giumenti, e le pecore, e i cavalli, e i cocchi, e gli schiavi, e le anime degli uomini. E i frutti desiderati dalla tua anima se ne sono partiti da te, e tutte le cose grasse e splendide sano perite per te, e non si troveranno mai più. I mercanti di tali cose che da essa sono stati arricchiti, se ne staranno alla lontana per tema dei suoi tormenti, piangendo, e gemendo, e diranno: Ahi, ahi, la città grande, che era vestita di bisso, e di porpora, e di cocco, ed era coperta d’oro, e di pietre preziose, e di perle: Come in un attimo sono state ridotte al nulla tante ricchezze. E tutti i piloti, e tutti quei che navigano pel lago, e i nocchieri, e quanti trafficano sul mare, se ne stettero alla lontana, e gridarono guardando il luogo del suo incendio, dicendo: Qual città vi fu mai simile a questa grande città? E si gettarono polvere sul capo, e gridarono piangendo e gemendo: Ahi, ahi, la città grande, delle cui ricchezze si fecero ricchi quanti avevano navi sul mare, in un attimo è stata ridotta al nulla. Esulta sopra di essa, o cielo, e voi, santi Apostoli e profeti: perché Dio ha pronunziato sentenza per voi contro di essa. Allora un Angelo potente alzò una pietra come una grossa macina, e la scagliò nel mare, dicendo: Con quest’impeto sarà scagliata Babilonia, la gran città, e non sarà più ritrovata, e non si udirà più in te la voce dei suonatori dì cetra, e dei musici, e dei suonatori di flauto e di tromba: e non si troverà più in te alcun artefice dì qualunque arte: e non sì udirà più in te rumore di macina: e non rilucerà più in te lume di lucerna: e non sì udirà più in te voce di sposo e di sposa: perché i tuoi mercanti erano i principi della terra, perché a causa dei tuoi venefìcii furono sedotte tutte le nazioni. E in essa si è trovato il sangue dei profeti, e dei santi, e di tutti quelli che sono stati uccisi sulla terra.”

§ 1. – La rovina di Babilonia.

Con questo capitolo XVIII inizia la sesta visione di San Giovanni. In esso, l’autore descrive, sotto le immagini simboliche che gli sono abituali, il giudizio di Dio alla fine dei tempi. Vedremo prima la dannazione di Babilonia, o della grande prostituta, cioè di tutti i reprobi, come si compirà quando risuoneranno queste terribili parole: “Andate, maledetti, nel fuoco eterno”. Nei capitoli seguenti, vedremo quello dell’Anticristo e del diavolo. E per associare più strettamente la profezia che segue con quelle che il divino Maestro ha fatto su questo argomento nel Vangelo, lo Spirito Santo, parlando per bocca dell’Apostolo, mette Cristo stesso sulla scena fin dall’inizio. Parla della sua venuta sulla terra nel mistero dell’Incarnazione e dei suoi avvertimenti sui terribili giudizi di Dio. Infatti, l’angelo che San Giovanni vide scendere dal cielo con grande potenza, e che illuminò tutta la terra con la sua gloria, rappresenta il Salvatore del mondo, quando venne ad abitare in mezzo a noi, e gli Apostoli videro la sua gloria, una gloria tutta simile a quella dell’unico Figlio del Padre (Jo. I); la luce della sua dottrina illuminò il mondo intero, e la potenza di cui era rivestito rovinò l’impero del diavolo. Durante la sua permanenza sulla terra, ha gridato a gran voce, ha insegnato la verità con una voce che nulla poteva fermare o coprire, e che era quella del suo amore. Non cessò di annunciare il giudizio del mondo attuale, del suo principe, dei suoi servi: È caduto, disse, è caduto, la grande Babilonia; cioè: « Periranno infallibilmente, anima e corpo, i sudditi della grande cortigiana; i peccatori ostinati che hanno permesso volentieri ai demoni di stabilire la loro tana nei loro cuori, in quel cuore che è stato dato loro per essere il tempio di Dio; periranno perché hanno conservato in se stessi, invece di cacciarli con l’umile confessione, tutti gli spiriti ripugnanti e tutti gli uccelli immondi, tutti i pensieri vergognosi e tutti i peccati di orgoglio, che li hanno resi abominevoli agli occhi di Dio. » Il mondo cadrà perché ha scatenato contro di sé le tre concupiscenze: la concupiscenza della carne, designata qui dal vino della fornicazione; la concupiscenza della vita, rappresentata dai re della terra; e la concupiscenza degli occhi, rappresentata dai mercanti. L’autore sacro, dunque, annuncia il castigo del mondo, perché tutte le nazioni, cioè, in senso mistico, tutti coloro che non sono stati rigenerati spiritualmente, tutti coloro che vivono secondo le leggi della carne, hanno bevuto del vino della sua fornicazione, e così hanno provocato l’ira di Dio, dando libero sfogo ai loro amori impuri; perché i re della terra, cioè i superbi, coloro che non sono rigenerati e coloro che vivono secondo le leggi della carne, hanno bevuto del vino della sua fornicazione: i superbi, quelli posseduti dallo spirito di dominio, hanno peccato con essa; hanno portato tutti i loro desideri in questo mondo presente, e hanno sacrificato tutto per esserne padroni; infine, perché i mercanti, gli uomini avidi e cupidi di denaro, si sono arricchiti offrendo agli altri i mezzi per godere delle delizie della carne, e aumentando così senza misura il numero dei peccati.

§ 2 – Esortazioni ai fedeli.

Ma nello stesso tempo in cui annunciava i castighi riservati ai malvagi, Nostro Signore esortava tutti coloro che lo ascoltavano a rinunciare al mondo e a convertirsi. Ecco perché San Giovanni sentì un’altra voce, che era quella della misericordia, dopo quella della giustizia, e che gridava: Uscite da lì, popolo mio, come Lot uscì da Sodoma per sfuggire alla distruzione di quella città; uscite da lì, voi che vivete per la vita eterna, per non avere parte nei crimini di Babilonia, ed evitare così le mali che la minacciano, perché la sua rovina è inevitabile, i suoi peccati hanno raggiunto il cielo; hanno superato ogni misura, hanno costretto il Signore a lasciare la pazienza con cui sopporta, come se non li vedesse, l’ingratitudine e i crimini dell’umanità. » – Per punire il mondo per aver perseguitato i santi, l’Onnipotente li farà sedere sul suo stesso tribunale e li inviterà a pronunciare essi stessi la sentenza dei peccatori. Questa è la scena descritta ora dall’autore sacro: « Giudicate a vostra volta – dice Dio ai suoi servi – coloro che vi hanno giudicato. E infliggete loro un castigo doppio di quello che hanno inflitto a voi, perché hanno potuto colpire solo i vostri corpi: voi manderete a morte eterna sia i loro corpi che le loro anime. Puniteli con pene commisurate alle loro azioni, e nel calice che hanno preparato per voi, preparate per loro una doppia bevanda; cioè condannateli agli stessi tormenti che hanno inflitto a voi, ma aggiungendo alle sofferenze esterne il fuoco interiore e il rimorso della disperazione. Quanto più hanno cercato la gloria umana, tanto più li coprirete di vergogna e di confusione; e quanto più si sono crogiolati nelle delizie della carne, tanto più li punirete nei loro corpi. »

§ 3. Il reclamo dei re della terra.

Babilonia si credeva invulnerabile, come sempre accade ai peccatori incalliti; diceva in cuor suo: « Non temo nulla, sono sicura come una regina; non sono una povera vedova, priva di sostegno e di consolazione, e non vedrò quei guai che gli apostoli di Cristo mi hanno predetto ». Per questo, a causa di quell’orgoglio che fa sì che, non contenta di peccare, si glorifichi del suo peccato, si vedrà piovere addosso in un solo giorno i castighi che le sono dovuti: la morte, perché pensava di essere forte; il dolore, perché pensava di essere felice; la carestia, perché pensava di essere ricca. E questa sentenza sarà infallibilmente adempiuta, perché Dio è forte e nessuno può resistergli, e non sarà scosso da minacce o preghiere nel Giorno del Giudizio. I re della terra, i grandi e i fortunati di questo mondo, faranno cordoglio quando vedranno il fumo del fuoco che la consumerà. Piangeranno e si lamenteranno della propria rovina, sapendo che saranno inghiottiti con lei, che sono stati corrotti dai suoi piaceri e che hanno vissuto nei piaceri che essa ha offerto alla loro sensualità. E stando lontano per paura dei tormenti che sopporta… queste parole non devono essere prese alla lettera: gli uomini in questione sarebbero troppo felici di assistere da semplici spettatori al castigo del mondo, al quale si erano dati interamente! San Giovanni vuole semplicemente dire che i loro cuori, che aderivano con tutte le loro forze alle gioie di questo mondo, saranno ora molto lontani da esso; lo odieranno quando vedranno il prezzo che dovranno pagare al tribunale di Dio, e quando penseranno, con una paura che decuplicherà l’orrore dei loro tormenti, che questi sono eterni. – Tuttavia, notiamo di passaggio che in senso morale i re della terra sono qui presi nella buona parte; essi designano uomini che sanno dominare se stessi, che sono riusciti a dominare le loro passioni, e che, pieni di dolore al ricordo delle loro colpe passate, deplorano il tempo in cui erano schiavi dei piaceri del mondo. Ma torniamo al significato letterale della profezia, cioè alla descrizione anticipata del Giudizio Universale. I re della terra, dunque, vedendo il mondo cadere nel cataclisma che ne segnerà la fine, grideranno: Guai, guai a questa grande città di Babilonia! Guai a noi che abbiamo riposto la nostra fiducia in lei, perché sembrava essere potente, ma in realtà era solo forte nel fare il male; perché non è stata in grado di allontanare il fuoco che ora viene su di lei, infatti, è bastata un’ora perché il suo giudizio si compisse! » Quando il grande fuoco che deve purificare l’universo sarà acceso, sarà una cosa terribile per gli amanti di questo mondo vedere le fiamme divorare in un istante tutte le ricchezze, tutti i tesori, tutti i capolavori, tutto ciò che l’attività umana aveva prodotto di bello, grandioso, utile o piacevole dalla creazione, e il caos dell’inferno rimarrà la loro unica porzione.

§ 4 – La denuncia dei mercanti.

E i mercanti della terra piangeranno e gemeranno per la rovina di Babilonia, perché non ci sarà ancora nessuno che compri le merci. Invano si sono procurati, a costo di tanta fatica, i beni d’oro, d’argento, le pietre preziose, le perle, il lino, la porpora, la seta, lo scarlatto; i legni delle specie più rare, gli oggetti d’avorio, i vasi ornati di pietre preziose e fatti di bronzo, ferro o marmo; spezie, profumi, unguenti, incenso, vino, olio, farina, grano, bestiame, pecore, cavalli, carrozze, schiavi e uomini le cui stesse anime erano in vendita. Queste ultime parole denotano gli schiavi che hanno prontamente abbracciato la religione dei loro padroni, in opposizione a quelli che hanno mantenuto la loro religione personale. – Enumerando questa varietà di oggetti che facevano la fortuna dei mercanti, San Giovanni vuole farci capire che il ricordo delle cose della terra rimarrà terribilmente preciso nella memoria dei dannati: il rimpianto dei molteplici piaceri di cui facevano le loro delizie quaggiù li perseguirà contemporaneamente, ma distintamente. Allo stesso tempo, la voce della loro coscienza ricorderà loro costantemente il carattere irrevocabile della loro rovina: « Gli oggetti dei desideri della tua anima – dirà loro – sono stati portati via da te; tutte le cose in cui ponevi le tue delizie e la tua gloria sono finite per te, mai più si troveranno in tuo possesso. » Ma va da sé che ognuna delle parole che appaiono nell’enumerazione che si è appena fatta ha un significato simbolico e che, molto più della ricchezza materiale, rappresenta un valore spirituale. Spiegheremo brevemente le interpretazioni comunemente date su questo argomento dai Dottori e dai commentatori autorizzati dell’Apocalisse. I mercanti sono gli eretici e gli ipocriti, tutti coloro che fingono di essere virtuosi per comprare non la gloria eterna, ma la gloria di questo mondo. Pretendono di possedere nei loro tesori l’oro della saggezza divina, l’argento dell’eloquenza ispirata, la pietra preziosa che è Cristo stesso, e la perla del regno dei cieli, per la quale si deve vendere e lasciare tutto. Lasciano intendere che la loro anima è bianca come il lino per la cura con cui si purifica dalla minima contaminazione, rossa come la porpora per l’ardore con cui desidera il martirio, luminosa e leggera come la seta per la sua verginità, splendente come lo scarlatto per la sua carità. Il legno di Thuja, che è imputrescibile, simboleggia la loro perseveranza, che nulla può spezzare; l’avorio, la loro castità; il bronzo, la loro resistenza; il ferro, la loro pazienza, perché questo metallo, quando è posto sul fuoco, invece di essere consumato, si spoglia delle sue scorie, diventa flessibile e può essere modellato per tutti gli usi. La loro umiltà li lascia freddi come il marmo davanti alle lodi degli uomini. La penitenza dà alla loro vita un aroma piacevole come quello della cannella; lo spirito di preghiera profuma le loro anime, e lo Spirito Santo le riempie con la sua unzione. L’incenso esprime la loro devozione; il vino, la loro compunzione; l’olio, la loro misericordia per il prossimo; la farina e il grano, la purezza e la qualità della loro dottrina. La loro devozione al servizio degli altri è tale che possono essere paragonati a bestie da soma, che accettano tutti i pesi; a pecore, che si lasciano tosare senza mormorare; a cavalli, che portano impetuosamente e generosamente i loro padroni in battaglia; a carrozze, perché aiutano a fare il viaggio di questa vita senza fatica; a schiavi, infine, perché si fanno servi di tutti, sia nello spirituale che nel temporale. Gli ipocriti, dunque, pretendono di avere tutte queste qualità, e vendono le loro opere in cambio della lode degli uomini. Ma nel giorno del giudizio, i frutti che desiderano, cioè proprio questa gloria umana, sfuggiranno loro completamente, e tutta la virtù di cui si credevano pieni, tutto lo splendore di cui si erano falsamente adornati, svaniranno senza speranza di ritorno.

§ 5. La denuncia di marinai e piloti.

Che si tratti dunque, in senso letterale, degli uomini dediti alla ricerca delle ricchezze mondane, o, in senso morale, degli ipocriti che avranno ingannato gli uomini con le loro virtù simulate, tutti loro, in quel giorno d’ira, assisteranno con disperazione alla rovina di questo mondo, piangendo, gemendo e dicendo: Guai! Guai! La parola: , che la Scrittura usa per esprimere il dolore dei dannati, è intraducibile: significa che questo dolore supera tutte le locuzioni, tutti i concetti umani, come fa, al contrario, la parola Alleluia, che canta la gioia ineffabile dei beati. « Guai – allora, diranno – a noi che abbiamo confidato in questa magnifica città. Essa era vestita di lino, porpora e scarlatto, era adornata d’oro, di pietre preziose e di perle. Ed ecco, è bastata un’ora per inghiottire tutte queste ricchezze. » E tutti i piloti, tutti quelli che navigavano sul lago, i marinai e quelli che lavorano in mare gridarono di dolore, mentre vedevano l’incendio della città. Queste espressioni, anche se in senso letterale, possono essere intese come gli uomini che affrontano i pericoli di viaggi lontani per arricchirsi, sono rivolte soprattutto ai cattivi prelati, ai cattivi sacerdoti, ai cattivi predicatori, a tutti coloro che Gesù aveva scelto, come San Pietro, Sant’Andrea, San Giacomo e San Giovanni, per essere pescatori di uomini, per guidare la barca della sua Chiesa, e che si sono fatti servi del mondo. Tutti questi, improvvisamente sobri, odieranno improvvisamente quelle prelature, gli onori e le ricchezze che hanno desiderato così ardentemente. Quando vedranno il luogo dove sarà consumata dal fuoco, e quel luogo è l’Inferno, dove essi stessi saranno caduti, diranno: « Chi è come questa città? Chi avrebbe potuto credere che un destino così tragico attendesse questa città, che sembrava così felice e potente? » E si metteranno la polvere sul capo: faranno penitenza, ma sarà troppo tardi. Nella loro disperazione riconosceranno la vanità di tutto ciò che hanno perseguito così ardentemente, e confesseranno di aver sacrificato tutto per un po’ di polvere. Grideranno con lacrime e gemiti: « Guai, guai, a questa grande città ». Tutti coloro che avevano navi nel mare, cioè tutti coloro che possedevano i beni di questo mondo, si arricchirono con le sue ricchezze, invece di cercare di conquistare il regno dei cieli. Ed ecco, in un’ora essa è stata annientata! »

§ 6. – Come i santi devono rallegrarsi di aver evitato la sventura della dannazione.

San Giovanni, dopo aver mostrato la rovina degli empi, si rivolge ora ai Santi. Li esorta a rallegrarsi, perché il Giudizio, che segnerà l’ora del castigo per i malvagi, sarà l’ora della ricompensa per i giusti. Dice loro: « Rallegratevi della distruzione di Babilonia, voi il cui cuore è come un cielo, perché Dio vi abita; voi che avete lavorato per il Vangelo, come i santi Apostoli, e annunciato il regno che viene, come i Profeti. Rallegratevi, perché il Signore l’ha chiamata a rispondere della condanna che aveva portato contro di voi. » E ora arriva l’esecuzione della sentenza. Allora l’Angelo, il Re degli Angeli, Gesù Cristo in persona, prese la pietra che era come una grande macina e la gettò nel mare, dicendo: Questa è la potenza con cui questa grande città di Babilonia sarà scaraventata nel mare. La pietra rappresenta qui la massa dei dannati: l’autore vuole farci capire che, nonostante la loro durezza e la loro ostinazione nel peccato, Nostro Signore li getterà senza sforzo nell’inferno, quando dirà: Andate, maledetti, nel fuoco eterno. E cadranno come la pietra che, gettata con forza nell’acqua, non rimane un attimo in superficie, ma va dritta sul fondo e non appare più. Saranno sprofondati per sempre nell’abisso della disperazione e della desolazione. Non sentiranno mai più le voci dei suonatori di cetra, dei cantori, dei suonatori di flauto o di tromba, o di qualsiasi altra cosa che incantava le loro orecchie qui sulla terra: essi sentiranno eternamente solo le grida dei demoni e gli ululati dei dannati. Nell’inferno non ci saranno artigiani di nessuna arte, nessun lavoro utile, nessun mezzo per provvedere ai bisogni della natura umana; non si sentirà il rumore della macina per fare il pane, né quello di nessun altro mestiere. E la voce dello Sposo e la voce della Sposa taceranno per sempre, perché non ci sarà più amore, non ci saranno più matrimoni, non ci saranno più feste, non ci saranno più i piaceri che rendono la vita sopportabile. Questo è il destino che attende Babilonia, perché invece di scegliere principi saggi, si è affidata a mercanti. Essi hanno lavorato per i beni della terra senza preoccuparsi della vita eterna, si sono arricchiti, hanno ricevuto la loro ricompensa, e ora arrivano a mani vuote al giudizio di Dio. Inoltre, i loro cattivi esempi hanno corrotto tutte le nazioni, e quindi sono responsabili del sangue dei Profeti, del sangue dei Santi e dell’omicidio di tutti coloro che sono stati uccisi ingiustamente sulla terra.

IL SENSO MISTICO DELL’APOCALISSE (10)

G Dom. Jean de MONLÉON Monaco Benedettino

Il Senso Mistico dell’APOCALYSSE (10)

Commentario testuale secondo la Tradizione dei Padri della Chiesa

LES ÉDITIONS NOUVELLES 97, Boulevard Arago – PARIS XIVe

Nihil Obstat: Elie Maire Can. Cens. Ex. Off.

Imprimi potest:  Fr. Jean OLPHE-GALLIARD Abbé de Sainte-Marie

Imprimatur: Lutetiæ Parisiorum die II nov. 1947

Copyright by Les Editions Nouvelles, Paris 1948

Quinta Visione

I CASTIGHI DEGI ULTIMI TEMPI

PARTE TERZA

LA GRANDE PROSTITUTA

Capitolo XVII, 1-18.

“E venne uno dei sette Angeli, che ave vano le sette ampolle, e parlò con me, dicendo: Vieni, ti farò vedere la condannazione della gran meretrice che siede sopra molte acque, colla quale hanno fornicato i re della terra, e col vino della cui fornicazione si sono ubbriacati gli abitatori della terra. E mi condusse in ispirito nel deserto. E vidi una donna seduta sopra una bestia di colore del cocco, piena di nomi di bestemmia, che aveva sette teste e dieci corna. E la donna era vestita di porpora e di cocco, e sfoggiante d’oro e di pietre preziose e di perle, e aveva in mano un bicchiere d’oro pieno di abbominazione e dell’immondezza della sua fornicazione: e sulla sua fronte era scritto il nome: Mistero: Babilonia la grande, la madre delle fornicazioni e delle abbominazioni della terra. E vidi questa donna ebbra del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù. E fui sorpreso da grande meraviglia al vederla. “E l’Angelo mi disse: Perché ti meravigli? Io ti dirò il mistero della donna e della bestia che la porta, la quale ha sette teste e dieci corna. La bestia, che hai veduto, fu, e non è, e salirà dall’abisso, e andrà in perdizione: e gli abitatori della terra (i nomi dei quali non sono scritti nel libro della vita fin dalla fondazione del mondo) resteranno ammirati vedendo la bestia che era e non è. Qui sta la mente che ha saggezza. Le sette teste sono sette monti, sopra dei quali siede la donna, e sono sette re. Cinque sonò caduti, l’uno è, e l’altro non è ancora venuto: e venuto che sia, deve durar poco tempo. E la bestia, che era e non è, essa ancora è l’ottavo: ed è di quei sette, e va in perdizione. E le dieci corna, che hai veduto, sono dieci re: i quali non hanno per anco ricevuto il regno, ma riceveranno la potestà come re per un’ora dopo la bestia. Costoro hanno un medesimo consiglio, e porranno la loro forza e la loro potestà in mano della bestia. Costoro combatteranno coll’Agnello, e l’Agnello li vincerà: perché egli è il Signore dei signori, e il Re dei re, e coloro che sono con lui (sono) i chiamati, gli eletti e i fedeli. E mi disse: Le acque che hai vedute, dove siede la meretrice, sono popoli, e genti e lingue. E le dieci corna che hai vedute alla bestia: questi odieranno la meretrice, e la renderanno deserta e nuda, e mangeranno le sue carni, e la bruceranno col fuoco. “Poiché Dio ha posto loro in cuore di fare quello che a lui è piaciuto: e di dare il loro regno alla bestia, sinché le parole di Dio siano compiute. E la donna, che hai veduta, è la grande città, che ha il regno sopra i re della terra.

§ 1 – Uno dei sette Angeli parla a San Giovanni.

E dopo aver descritto, nel capitolo precedente, i castighi promessi ai peccatori, l’autore sta per mostrarci la causa della loro dannazione, al fine di renderci noi stessi vigili e di salvaguardarci da un destino simile. A questo scopo, usa la figura di una donna di cattiva reputazione, una di quelle che le Scritture chiamano meretrici, o cortigiane. I profeti dell’Antico Testamento avevano spesso usato la stessa immagine per rappresentare le anime peccatrici, le anime infedeli che abbandonano Dio, il loro legittimo sposo, per correre dietro alle creature e chiedere loro piaceri proibiti. Geremia, per esempio, li apostrofò con queste parole: « Nel nome del Signore, hai spezzato il mio giogo, hai sciolto i miei legami; hai detto: ‘Non voglio servire’ – non serviam. E su ogni alta collina, e sotto ogni albero pieno di fogliame, sei andata a fare la prostituta come una cortigiana. » (II, 20). Ed in effetti, è in questa infedeltà a Dio, in questa febbre che porta l’uomo a cercare ad ogni costo ed ovunque dei piaceri sensibili, delle soddisfazioni immediate, che si trova la causa originale di tutti i peccati commessi dal genere umano e di tutti i mali di cui soffre. San Giovanni ci dice che vide venire da lui uno dei sette Angeli, che aveva raffigurato nella visione precedente occupato a versare le coppe dell’ira di Dio sul mondo. Non importa quale fosse questi fra i sette: sono essi tutti messaggeri dello stesso Dio, araldi della stessa verità, e non c’è discrepanza tra loro. La dottrina della Chiesa è una sola, nonostante la diversità dei maestri che la espongono, e ognuno di loro è aureolato dall’autorità di Cristo. L’inviato celeste venne da San Giovanni e gli parlò, o, più esattamente, parlò con lui.  Questa sfumatura, che segna una maggiore intimità, suggerisce che San Giovanni aveva il privilegio di conversare familiarmente con gli spiriti beati, e questo perché, come vergine Apostolo, era di una purezza che poteva essere paragonata alla loro. « Vieni – gli disse l’Angelo – anima amata del tuo Signore, scelta dal suo Amore per le nozze eterne; lascia il mondo delle creature ed entra in quella camera segreta dove il tuo Dio abita e ti aspetta. Ritirati in preghiera, chiudi gli occhi del tuo corpo e apri quelli della tua anima, e io ti mostrerò la condanna della grande prostituta che siede sulle acque abbondanti. » La causa della dannazione di tutti coloro che si perdono si trova, infatti, in quell’istinto da cortigiana che ogni anima umana sente nel profondo del suo essere e che la porta ad abbandonare il suo Creatore, il suo sposo, il suo legittimo padrone, per abbandonarsi alle creature. Questo istinto fiorisce in modo particolarmente vivace, in coloro che si danno da fare per allontanare gli altri dal culto del vero Dio, nei grandi eretici, in tutti i tribuni che sanno prendere autorità sulle masse per trascinarle nell’errore, per infiammare la loro avidità, per suscitare il loro odio e per scatenare le loro passioni. In senso morale, dunque, ogni anima che sa di essere peccatrice può riconoscersi nella prostituta che qui ci viene presentata; ma in senso allegorico, questa donna rappresenta in primo luogo l’Anticristo, e con lui tutti i cattivi pastori che conducono la folla degli ignoranti e dei deboli alla loro rovina. Sono quelli che siedono sulle acque abbondanti, cioè sui popoli: lo stesso San Giovanni lo spiegherà poco più avanti; sono quelli che hanno fatto peccare i re di questo mondo, spingendoli a perseguitare la Chiesa, ad impadronirsi dei suoi beni, a ridurla in servitù; sono quelli che hanno fatto ubriacare gli abitanti della terra, cioè gli uomini avidi, gli uomini il cui cuore è interamente posseduto da beni, amori, ambizioni terrene senza alcun riguardo nei confronti dell’eternità. I Santi non abitano la terra. Essi vi sono ma solo come in un luogo di passaggio, il meglio di essi è sempre alle porte del cielo. I cattivi pastori di cui parla San Giovanni hanno reso gli uomini ubriachi, cioè hanno tolto loro ogni timore ed ogni sentimento di convenienza. In effetti, come un uomo ubriaco perde ogni senso del pericolo e non si preoccupa della sua dignità personale, così i peccatori induriti dimenticano completamente il pericolo della morte eterna, a cui si avvicinano ad ogni istante; non si fanno scrupoli a vivere come bestie, senza alcun riguardo per l’immagine di Dio di cui le loro anime sono coronate. E il vino che viene presentato loro per sviarli in questo modo è quello della fornicazione della prostituta, cioè il piacere che la sensualità dell’uomo prova nel commercio delle creature.

§ 2 – La Prostituta è mostrata all’Apostolo.

E l’Angelo – continua San Giovanni – mi portò via in spirito nel deserto. Cioè, l’ha separato dal mondo presente attraverso il fenomeno dell’estasi. In questo stato gli fece capire che il cuore di coloro che hanno abbandonato Dio e non ricevono più la rugiada benefica della grazia, diventa come un terribile deserto, in cui non crescono né i fiori della virtù né i frutti delle buone opere, e in cui non rimane alcuna vita interiore. Al posto del Dio che dovrebbe regnare su di loro, una donna siede su una bestia scarlatta, piena di nomi blasfemi, con sette teste e dieci corna. Ciò che regna nel cuore dei peccatori è la sensualità, simboleggiata qui dalla “donna”, mentre la volontà opposta è spesso espressa sotto la figura dell’uomo, vir. Non c’è nulla di virile, infatti, nell’atteggiamento dei peccatori: il pensiero del dovere, la conquista della virtù, il desiderio di raggiungere Dio sono estranei a loro… Tutte le loro preoccupazioni sono dirette alla soddisfazione delle tre concupiscenze: lusingare la carne, nutrire la vanità, aumentare la ricchezza. Questa donna, tuttavia, era seduta su di una bestia, e questa bestia non è altro che la figura del diavolo. Come la vita cristiana è fondata su Cristo, così la vita licenziosa poggia sul diavolo, che la impregna dei suoi movimenti e la porta lentamente ma inesorabilmente verso l’inferno. Il diavolo è chiamato rosso a causa dei crimini che fa commettere; ha sette teste, che sono i peccati capitali, e dieci corna che, puntando verso il cielo e per la loro durezza, simboleggiano il suo orgoglio e la durezza che oppone alla volontà di Dio, riassunta nei dieci comandamenti. La donna era avvolta di porpora. La porpora è l’abito dei re: come tale, la sensualità se ne adorna, perché è regina, anzi, regina di questo mondo, dove tutto obbedisce ai suoi desideri. Ma questa porpora è foderata di scarlatto, perché sotto la vita morbida e facile dei servi del mondo, si nasconde una crudeltà segreta, pronta a immolare implacabilmente tutto ciò che si oppone ai desideri della concupiscenza. Inoltre, la donna era coperta con l’oro: si noti questa espressione. L’autore non dice che essa era d’oro, dice che era ricoperta d’oro, cioè che aveva il lustro esteriore della saggezza, anche della santità. Ma questo è un lustro che non è naturale allo spirito del mondo, che non nasce dalla sua propria sostanza, e che prende in prestito quando si trucca con i colori della vera saggezza, dandosi le arie della vera carità. Non teme di aggiungervi la Pietra Preziosa, la pietra su cui poggia la Chiesa; una pietra preziosa tra tutte le altre, poiché non è altro che Cristo stesso, la cui dottrina il mondo talvolta pretende di osservare e di cui imita gli esempi. Egli vi attacca anche tutte le specie di perle, cioè la varietà delle virtù che brillano nei santi. Ma tutto questo è un abito di sfarzo, che non gli appartiene; sotto questa finta saggezza, questa finta carità, questi simulacri di virtù, c’è solo una sensibilità corrotta, una bestialità pronta a divorare tutto. La donna ha in mano un vaso d’oro, simbolo della verità divina, di cui pretende di versare i benefici; ma lo tiene in mano, perché lo interpreta a suo piacimento, e lo riempie di abominio e del sudiciume della sua fornicazione, perché sa solo far uscire da esso menzogne e vizi, che la separano da Dio. E aveva un nome scritto sulla sua fronte, perché la sua iniquità fosse manifesta a tutti coloro che sanno leggere il linguaggio della verità, a tutti coloro i cui occhi sono illuminati dalla luce della fede. Ma per gli altri, per gli ostinati, per coloro che non vogliono vedere, il nome significava mistero, perché il male del mondo è incomprensibile a coloro che ne sono schiavi, e non scorgono l’abisso di perversità che si nasconde sotto le apparenze seducenti della prostituta. E questo nome era quello di: Babilonia. Qui intende, non la città così chiamata, ma la grande Babilonia, la città del male, che l’orgoglio umano costruisce di fronte alla città di Dio, e che è la madre di tutti i crimini e le abominazioni della terra, perché tutti i peccati del mondo hanno il loro principio nella rivolta dello spirito umano contro Dio. E vidi che questa donna era ubriaca del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù. Essa ha un odio più forte contro coloro che conducono una vita pura e contro coloro che testimoniano Gesù Cristo. Questo odio è così forte che chi ne è posseduto perde la ragione e non mantiene la misura: ecco perché l’autore lo paragona ad uno stato di ubriachezza.

§ 3. – Il mistero della donna e della Bestia.

Quando San Giovanni vide l’orribile spettacolo della donna sulla bestia che la portava, fu preso da stupore. Era stupito del successo di questa cortigiana, del suo potere, dell’impero che esercitava sugli uomini; stupito soprattutto del terribile castigo che le era riservato per tutta l’eternità, e dell’incoscienza con cui camminava verso questo abisso, credendosi al sicuro, dicendo, come riferisce un altro profeta: « Sarò regina per sempre. » (Isai. XLVII, 7) – L’Angelo disse allora all’Apostolo: « Perché ti meravigli? Se tu conoscessi la malvagità dell’uomo da una parte e la santità di Dio dall’altra, non ti stupiresti dei rigori della sua giustizia. Cercate piuttosto di capire, e io vi rivelerò il mistero della donna e della bestia che la porta di peccato in peccato, e da questo mondo all’inferno. Questa bestia è la figura del diavolo. Era onnipotente sulla terra fino all’avvento di Cristo, e ora non è niente, perché il suo potere è stato rovinato. » Notiamo quanto sia espressiva questa immagine: la bestia è stata e non è più. Prima dell’incarnazione del Salvatore, il diavolo faceva vivere gli uomini sotto la tirannia dei loro istinti, cioè alla maniera delle bestie. Ma Cristo è venuto: ha insegnato ai figli di Adamo la loro dignità di figli di Dio, ha insegnato loro ad usare la ragione, e da allora hanno vissuto come uomini. Questo è ciò che il salmista intendeva misteriosamente quando ha detto: « Il sole è sorto – cioè Cristo è apparso sulla terra – e gli uomini sono stati riuniti. Le bestie della foresta resteranno nelle loro tane, e l’uomo, che finora non si è mostrato, uscirà al suo lavoro » (Psal. CIII, 22). – Torniamo al discorso dell’Angelo. « E la bestia – egli continua – sorgerà dall’abisso. Nei giorni dell’Anticristo, riacquisterà il suo antico potere, ma per un tempo molto breve; quindi, non dobbiamo temerlo. Dopo un momentaneo trionfo, crollerà di nuovo e andrà incontro alla morte. E questa rovina sarà oggetto di stupore per tutti coloro che non vedono nulla al di là dei loro interessi terreni; per coloro i cui nomi, a causa dei loro peccati, non sono rimasti iscritti nel Libro della Vita, dove Dio li ha segnati dall’origine del mondo. Perché Lui non vuole la morte dei peccatori e ha creato tutti gli uomini per partecipare alla Sua stessa vita. Ma quando, con il loro attaccamento al peccato, gli uomini soffocano e distruggono questa vita divina dentro di sé, Dio si vede come costretto a cancellarli dal libro in cui sono scritti gli eletti. Coloro che avevano riposto tutta la loro fiducia nella Bestia si stupiranno nel vedere che era, e che non è più. Era potente e non lo è più, perché è separata da Colui che è e che, possedendo la pienezza dell’Essere, possiede anche quella della Verità, della Giustizia, della Forza e di ogni perfezione.

§ 4 – Le sette teste e le dieci corna.

Ed ecco ora il significato di questa visione. Essa ha lo scopo di far capire a coloro che hanno saggezza e cercano di trarre da ciò che vedono, da ciò che sentono, da ciò che leggono, dei frutti per il loro emendamento personale, le disgrazie alle quali ci esponiamo piegandoci al giogo della sensualità, ed il poco timore che i successi momentanei dei nemici di Dio dovrebbero ispirarci. Le sette teste rappresentano sette montagne, sulle quali la donna è seduta, esse sono sette re. Le sette teste della bestia, cioè del diavolo, rappresentano gli uomini di cui egli si serve, lungo la storia del mondo, per esercitare il suo potere sugli altri, e che sono tutte forme di Anticristo. L’autore li paragona: alle teste, perché svolgono lo stesso ruolo nei confronti dei comuni peccatori come la testa fa nei confronti delle membra del corpo; … alle montagne, per esprimere il loro orgoglio, che si eleva al di sopra degli altri uomini, come le cime sopra la pianura; … ai re, perché guidano gli altri, che è propriamente la funzione del re, ma al termine dove li aspetta il diavolo. – Il numero sette evoca il ciclo completo della storia del mondo, che la Scrittura è solita dividere in sette epoche: la prima va da Adamo a Noè; la seconda, da Noè ad Abramo; la terza, da Abramo a Mosè; la quarta, da Mosè alla cattività babilonese; il quinto, da questa cattività all’avvento di Cristo; il sesto, dall’incarnazione alla venuta dell’Anticristo; quanto alla settima, essa si identifica con il regno dell’Anticristo. Detto questo, è facile capire cosa intende San Giovanni quando aggiunge: Di queste teste cinque sono cadute. Al tempo della sua scrittura, le prime cinque età del mondo erano passate, ed i principi che operavano per conto del diavolo, come Faraone, Nabucodonosor, Antioco, ecc., erano scomparsi uno dopo l’altro; rimane la sesta: è il potere romano che continua, con gli imperatori, a perseguitare i Cristiani; e la settima, cioè l’anticristo, non è ancora venuta. Quando verrà, dovrà rimanere per poco tempo: i suoi giorni saranno abbreviati per il bene degli eletti, secondo la promessa di Nostro Signore. Anch’essa passerà, come tutti i nemici di Dio, come   tutti i pericoli e tutte le persecuzioni. È questo pensiero, pieno di fiducia, che costituisce la saggezza che San Giovanni vuole inculcarci qui e incidere nei nostri cuori. E non sono solo gli uomini che passeranno; anche il diavolo avrà il suo turno, come indicano le parole seguenti: la bestia che era e non è più, è l’ottava nel senso che supera in malvagità i principi più crudeli di tutta la storia del mondo; e tuttavia non è meno della specie delle sette, perché il diavolo è un peccatore allo stesso modo degli uomini reprobi; sarà punito come loro, e va verso la sua rovina eterna. – Quanto alle dieci corna che tu hai visto, esse rappresentano i dieci re che saranno i vassalli dell’Anticristo. Essi non hanno ancora ricevuto la regalità, perché i loro imperi non esistono ancora. Ma questi appariranno al tempo dell’Anticristo, e le dieci corna riceveranno allora un potere simile a quello dei re. L’autore non dice potere reale, ma potere “come i re”, perché saranno tiranni, sfruttando e opprimendo il loro popolo per il proprio beneficio invece di condurlo alla vita eterna, come è dovere dei veri capi. Tuttavia, non temiamoli: avranno questo potere solo per un’ora, cioè per un tempo molto breve, e dietro la bestia, di cui seguiranno fedelmente tutte le direttive. Questi personaggi sono paragonati a delle corna per farci capire che saranno duri, insensibili come il corno di un bue o di un rinoceronte; che aderiranno all’Anticristo con la stessa solidità con cui il corno aderisce alla testa dell’animale, e che gli serviranno come armi per attaccare i suoi avversari e lacerare le sue vittime. Verranno sotto il suo dominio per perseguire l’unico grande scopo su cui sono tutti d’accordo: rovinare il regno di Cristo. Metteranno tutta la loro forza, tutta la loro autorità a sua disposizione. Sotto il suo comando combatteranno con l’Agnello; ma l’Agnello li vincerà, perché Egli è il Signore dei signori, a cui tutte le cose sono soggette, e il Re dei re, a cui nulla può resistere; e vinceranno con Lui e parteciperanno alla Sua gloria, coloro che sono attaccati a Lui per fede e amore, che sono stati chiamati da Lui, che hanno meritato di essere suoi amici, mantenendo la Sua dottrina nella sua integrità, adempiendo fedelmente i Suoi comandamenti, dedicandosi con tutto il cuore alla Sua Chiesa. Ci si può chiedere perché, in questa scena in cui si parla di combattimento e di vittoria, Nostro Signore ci venga rappresentato sotto la figura dell’Agnello, l’animale pacifico e rassegnato per eccellenza, piuttosto che sotto quella del leone di Giuda, che sembrerebbe più naturale e più espressivo, poiché abbatte la sua preda. – A questo i commentatori rispondono che è proprio per farci capire che il Salvatore vincerà non con la forza, ma con la sua pazienza, con la sua dolcezza, con la sua docilità; ed è imitandolo in queste virtù che i Santi trionferanno sui loro nemici. Al momento della Passione, l’inferno e il mondo erano uniti contro Gesù Cristo. I demoni, i Giudei, i carnefici hanno scatenato su di Lui tutta la loro crudeltà, tutto il loro furore, per strappargli un mormorio, un gesto di rabbia, un movimento di rivolta. Ma è stato invano; e questa incomparabile dolcezza del Salvatore in mezzo a questo sfogo d’odio e d’ira senza precedenti, costituisce il suo vero trionfo, quello che mostra vividamente l’impotenza dei suoi nemici. Come dice per bocca dei Suoi Profeti, « Egli rese il Suo volto come una pietra durissima; non lo ha distolto da coloro che Gli sputavano addosso e Gli strappavano la barba » (Is.: L, 6-7). La pietra alla quale Egli si paragona non è quella dell’indifferenza stoica; è il diamante puro della carità, che nessuna crudeltà, nessun insulto è riuscito a tagliare, e che ha continuato a lanciare i fuochi ardenti del suo amore su coloro che hanno trattato il loro Salvatore con ferocia estrema.

§ 5 – Perché le dieci corna odieranno la donna.

Continuiamo con le parole dell’Angelo: Le acque che vedete, sulle quali siede la cortigiana, sono i popoli, le nazioni e le lingue, il che significa, in senso morale, che la sensualità regna sovrana su tutto il genere umano; in senso allegorico, che l’Anticristo e i suoi seguaci riusciranno ad estendere il loro dominio su tutta la terra. Eppure, le dieci corna della Bestia odieranno la prostituta. Cosa significa questo? Abbiamo appena visto che queste corna rappresentano i re, i capi dei popoli che precisamente si metteranno al servizio dell’Anticristo per assicurare il suo impero universale. Come odieranno il padrone per il quale lavorano? Perché si rivolteranno contro di lui e lo odieranno furiosamente quando, dopo la vittoria dell’Agnello, vedranno in quale abisso di mali sono stati gettati da lui. Odieranno Lui e tutti i maestri di errore che li hanno sedotti con i loro sofismi e li hanno allontanati dal giusto cammino. E questo odio non sarà platonico: gettati con i loro seduttori nelle profondità dell’inferno, provocheranno la loro desolazione inseguendoli con i loro rimproveri; metteranno a nudo la loro ignominia, proclamando tutti i loro vizi e le loro tare, senza che questi possano velarli in alcun modo; mangeranno le loro carni, gioendo delle loro sofferenze, e li bruceranno, alimentando nei loro cuori il fuoco del rimorso, ricordando loro la facilità con cui avrebbero potuto evitare il terribile destino che ora è caduto su di loro. Con queste espressioni, l’autore sacro ci insegna che i dannati si odiano l’un l’altro e aumentano le loro sofferenze con l’ira reciproca, gli insulti e i rimproveri. L’odio è l’atmosfera dell’inferno, come la carità è quella del cielo; mentre gli eletti sono l’uno per l’altro oggetto di ammirazione e di gioia, ogni dannato è per gli altri oggetto di desolazione e di orrore. Ed è giusto che sia così, che siano puniti con il massimo rigore. Dio li aveva creati liberi, lasciando loro l’opzione di servirLo o di allontanarsi da Lui. Non voleva costringerli ad essere ostinati. Ha permesso loro di acconsentire nei loro cuori ad abbracciare il partito della Bestia e a cercare di compiacerla; non ha impedito loro di cedere il loro regno interiore al diavolo, e di lasciarsi condurre di peccato in peccato da quest’ultimo; ma, un giorno, la giustizia riconquisterà i suoi diritti. Dio pronuncerà le parole che fisseranno immutabilmente le ricompense e le punizioni per l’eternità. Egli dirà a quelli alla sua destra: « Venite, benedetti del Padre mio, e ricevete il regno preparato per voi fin dall’inizio del mondo », mentre respingerà i malvagi con questa terribile frase: « Andate, maledetti, nel fuoco eterno ». – Infine, l’Angelo spiega a San Giovanni che la donna seduta sul mostro rappresenta la grande città che esercita il suo impero su tutti i re della terra. Questo ci riporta a ciò che abbiamo detto all’inizio e che costituisce il pensiero principale di questo capitolo: cioè, che tutto ciò che costituisce lo spirito del mondo, tutto ciò che lavora per costruire la città del male contro la città di Dio e per popolare l’inferno, tutto ciò ha come causa segreta la sensualità dell’uomo, abilmente manovrata dal diavolo.

IL SENSO MISTICO DELL’APOCALISSE (11)

IL SENSO MISTICO DELL’APOCALISSE (9)

G Dom. Jean de MONLÉON Monaco Benedettino

Il Senso Mistico dell’APOCALYSSE (9)

Commentario testuale secondo la Tradizione dei Padri della Chiesa

LES ÉDITIONS NOUVELLES 97, Boulevard Arago – PARIS XIVe

Nihil Obstat: Elie Maire Can. Cens. Ex. Off.

Imprimi potest:  Fr. Jean OLPHE-GALLIARD Abbé de Sainte-Marie

Imprimatur: LECLERC.

Lutetiæ Parisiorum die II nov. 1947

Copyright by Les Editions Nouvelles, Paris 1948

Quinta Visione

I CASTIGHI DEGI ULTIMI TEMPI

PRIMA PARTE

LA MINACCIA DELLE SETTE PIAGHE

Capitolo XV. — (1- 7)

“E vidi nel cielo un altro segno grande e mirabile: sette Angeli che portavano le sette ultime piaghe: perché con queste si sazia l’ira di Dio. E vidi come un mare di vetro misto di fuoco, e quelli che avevano vinto la bestia, e la sua immagine, e il numero del suo nome, stavano ritti sul mare di vetro, tenendo cetre divine: e cantavano il canto di Mosè, servo di Dio, e il cantico dell’Agnello, dicendo: Grandi e mirabili sono le tue opere, o Signore Dio onnipotente: giuste e vere sono le tue vie,  Re dei secoli. Chi non ti temerà, o Signore, e non glorificherà il tuo nome? Poiché tu solo sei pio: onde tutte le nazioni verranno, e si incurveranno davanti a te, perché i tuoi giudizi sono stati manifestati. Dopo di ciò mirai, ed ecco si apri il tempio del tabernacolo del testimonio nel cielo: e i sette Angeli che portavano le sette piaghe, uscirono dal tempio, vestiti di lino puro e candido, e cinti intorno al petto con fasce d’oro. E uno dei quattro animali diede ai sette Angeli sette coppe d’oro, piene dell’ira di Dio vivente nei secoli dei secoli. E il tempio si empì di fumo per la maestà di Dio e per la sua virtù: e nessuno poteva entrare nel tempio, finché non fossero compiute le sette piaghe dei sette Angeli.”

§ 1 – L’apparizione dei sette Angeli.

Io vidi – dice San Giovanni – un altro segno nel cielo, un segno che era grandioso nello spettacolo che offriva e meraviglioso negli insegnamenti in esso contenuti. C’erano sette Angeli che rappresentavano tutti i predicatori del Vangelo nel corso dei secoli. Questi sono paragonati agli Angeli perché sono, come questi spiriti benedetti, messaggeri della verità celeste; e sono numerati essere sette perché questo è il numero della Chiesa, come abbiamo spiegato sopra. Questi personaggi simbolici tenevano tra le mani sette piaghe, che rappresentano i castighi che essi annunciano ai peccatori per la fine della loro vita e che si possono enumerare come segue: il castigo della dannazione, o privazione della visione di Dio; il verme, o il rimorso di coscienza, che roderà l’anima del reprobo; il castigo del fuoco, combinato con un freddo che supera ogni immaginazione; l’orrore delle tenebre perpetue; l’odore spaventoso dell’inferno; e infine la compagnia dei demoni. Questi castighi sono chiamati ultimi, perché non può accadere niente di più terribile a nessuno, e perché appagano, per così dire, la misericordia di Dio.

§ 2 – Modo per evitare le sette piaghe.

Ecco ora la via, l’unica via, per sfuggire a questi terribili castighi, così spesso predetti dal Vangelo e dai Santi: essa è seguire la via tracciata da Gesù Cristo, condurre cioè una vita cristiana. Ora, la vita cristiana è come tre stati sovrapposti, che richiedono ai fedeli un fervore sempre maggiore: lo stato degli incipienti, quello dei proficienti e quello dei perfetti. Questa distinzione è vecchia quanto il Cristianesimo stesso, e la ritroveremo nelle misteriose figure usate dall’Apostolo. Ho visto – continua – un mare di vetro misto a fuoco. Abbiamo già visto questo mare di vetro nel capitolo IV, e abbiamo detto allora che era il simbolo del Battesimo. Il Battesimo libera l’anima da tutti i peccati che la perseguono e che vogliono impedirle di entrare nel regno dei cieli, così come il Mar Rosso inghiottì, senza lasciarne neanche uno, i soldati del Faraone che seguivano i passi di Israele nel loro cammino verso la Terra Promessa. La libera dall’ombra opaca con cui il peccato originale l’aveva coperta, rendendola così penetrabile alla luce divina e traslucida come il vetro; infine accende in essa la torcia divina della vita dello Spirito, qui rappresentata dal fuoco.  Coloro che stanno sul mare sono coloro che, saldamente sostenuti dalla grazia del loro Battesimo, si oppongono alle seduzioni del mondo. Essi hanno vinto la bestia, disprezzando le minacce dell’Anticristo, contrastando la sua ipocrisia, sopportando i suoi maltrattamenti; hanno vinto la sua immagine, astenendosi dall’imitare i suoi seguaci, e il numero del suo nome, riconoscendo, come abbiamo spiegato nel capitolo XIII, che questo era il numero di un uomo, e non quello di un Angelo, né quello di un Dio. Questa fedeltà alla legge divina costituisce la nota specifica dello stato dei principianti o incipienti: è con essa che devono cominciare tutti coloro che vogliono andare a Dio. Lo stato successivo, quello dei “proficienti”, è caratterizzato dalla lotta contro i vizi, una lotta la cui arma essenziale è la mortificazione, simboleggiata qui dalle cetre, che i fedeli detengono. Conosciamo già il significato mistico di questo strumento: è questa cetra che Davide afferrò quando volle mettere in fuga lo spirito maligno da cui era tormentato Saul (I Reg., XVI, 23.), poiché è attraverso la penitenza che gli uomini di Dio trionfano sul diavolo. L’autore dice: le cetre, al plurale, perché ci sono molti modi di mortificarsi, e croci di ogni tipo. E le chiama “le croci di Dio” perché questi dolori, volontari o subiti, sono abbracciati solo per amore di Dio. – Infine, c’è lo stato dei “perfetti”, i Santi che Dio ammette nella sua intimità e ai quali rivela i segreti del suo amore. Questi, illuminati sull’infinita saggezza e sull’ineffabile bontà del loro Creatore, riconoscono, sotto l’apparente disordine del mondo, la Volontà misericordiosa che persegue instancabilmente la salvezza dell’umanità: per questo, essi vivono in un perpetuo stato di azioni di grazie. Essi non possono che lodare, e lodare ancora, questo Dio che è così profondamente misconosciuto dagli uomini, e che tuttavia ha così tanti diritti al loro amore! Questi cantano il cantico di Mosè e quello dell’Agnello, prendendo in prestito a turno gli accenti dell’Antico Testamento e quelli del Nuovo, per esprimere la loro gioia e gratitudine. Dicono: « Grandi e degne di ammirazione sono le tue opere, o Signore Dio Onnipotente. Sono grandi nella potenza che si manifesta in loro, e meravigliose nella saggezza che si manifesta nel loro ordine. Le vostre vie, cioè i mezzi che usate per condurre gli uomini al loro fine, i precetti che date loro, le necessità a cui li sottoponete, le prove che date loro; le vostre vie sono giuste, perché dirigono tutte le cose secondo la più stretta equità, premiando ciascuno in proporzione ai suoi meriti; e sono vere perché portano veramente dove esse dicono; perché Voi siete fedele nelle vostre promesse, o Re dei secoli, Re che governate non solo il tempo presente ma anche le età future, e che disponete di tutto ciò che fate in funzione di questa eternità. Chi sarebbe così insensato da non temervi, o Signore, e da non darsi interamente al vostro servizio, quando la vostra saggezza e la vostra potenza risplendono in tutte le vostre opere? E chi sarà così indurito da non glorificare il vostro Nome davanti allo spettacolo universale della vostra bontà? Voi siete degno di ogni lode per la vostra misericordia, che è così grande e che, paragonata ad essa, la nostra sembra inesistente, e possiamo veramente dire che solo Voi siete misericordioso, Voi che solo prendete tra le mani l’affare della nostra salvezza. Voi siete degno di ogni lode, perché chiamate tutti gli uomini alla vita: non ai soli Giudei, ma a tutta la terra sarà predicato il Vangelo, e tutte le nazioni verranno a Voi, e tutti adoreranno alla vostra presenza, cioè illuminati dalla luce del vostro sguardo. Infine, Voi ne siete degno, infine, perché i vostri giudizi sono manifesti a tutti coloro che cercano sinceramente la verità: non è difficile per loro discernere che, se Voi doveste mettere alcuni alla vostra destra ed altri alla vostra sinistra nel giorno del giudizio, non è per capriccio che lo farete, ma perché avete ragioni profonde per fare ciò che fate.

§ 3 – La punizione degli ostinati.

Così sfuggiranno ai tormenti annunciati dai sette Angeli coloro che sono rimasti fedeli alle leggi della vita cristiana in uno dei tre stati segnati sopra. San Giovanni mostra poi, per contrasto, coloro che cadranno sotto i colpi della Giustizia divina. Questi sono gli ostinati che rifiuteranno di credere nei misteri della vita del Salvatore, predicati dagli Apostoli, e questo nonostante l’abbagliante santità di questi messaggi, nonostante i terrificanti castighi promessi loro. Dopo questo – egli dice – io vidi, ed ecco, il tempio del tabernacolo della testimonianza era aperto nel cielo. Il tabernacolo della testimonianza si riferisce alla Chiesa. Essa è paragonata ad un tabernacolo, cioè ad una tenda, perché è la dimora temporanea di coloro che combattono sulla terra prima di andare in cielo a godere dei frutti delle loro vittorie; e poiché la loro lotta consiste essenzialmente nel testimoniare la verità in ogni circostanza, è chiamata il tabernacolo della testimonianza. Inoltre, la Chiesa ha al suo centro un tempio, che non è altro che l’Umanità di Gesù Cristo, dove si celebra perpetuamente il mistero dell’Incarnazione. Nell’antica Legge, questo Tempio Mistico era rappresentato da quello che era la gloria di Gerusalemme; ma quest’ultimo era allora, spiritualmente parlando, chiuso: era, infatti, proibito ai Gentili e riservato ad una piccolissima parte del genere umano. Fu chiuso soprattutto perché le cerimonie che vi si celebravano erano incomprensibili a tutti coloro che non ne avevano la chiave, e che non capivano che Cristo ne era il nerbo, la realtà, il « tipo ». Al momento della morte del Salvatore, il velo che proteggeva i misteri della liturgia mosaica fu lacerato da cima a fondo (Matth. XXVII. 51); e Gesù, apparendo ai suoi discepoli poco dopo, cominciò ad aprire le loro menti, affinché comprendessero le Scritture (Luc. XXIV, 45). È questa rivelazione dei dati della vera fede agli Apostoli prima, e poi, attraverso di loro, a tutta l’umanità, che San Giovanni indica qui con il tempio che si apre. Dal momento della sua fondazione, in effetti, la Chiesa ha brillato sulla terra come un faro nella notte, gettando una tale luce che è impossibile disconoscerla o ignorarla. O piuttosto, come dice l’autore, brilla nel cielo, perché chi alza gli occhi verso l’infinito, chi si eleva al di sopra delle contingenze materiali della vita quotidiana per pensare all’eternità, non può non vederla. Quando le sante verità furono così rivelate, i sette Angeli, cioè gli Apostoli, lasciarono il Tempio. Essi lasciarono l’antica Legge per diffondersi in tutto il mondo, avendo in mano le sette piaghe, cioè annunciando agli uomini il giudizio da venire e predicando loro la penitenza. Erano vestiti di lino bianco scintillante: le loro anime, lavate nelle fresche acque del Battesimo, erano uscite purificate da tutti i loro peccati, raggianti di innocenza, irradiate dal fuoco delle grazie. Questa luce interiore brillava dalle loro anime ai loro corpi e si rifletteva in tutte le loro azioni, e la loro santità era tale che era impossibile non esserne colpiti. Inoltre, portavano cinture d’oro sul petto; Cristo aveva legato intorno ai loro cuori la cintura della carità, che frenava tutte le loro divagazioni, frenava tutte le loro passioni e raddrizzava tutti i loro pensieri. Nei versetti 6 e 7, San Giovanni insinua successivamente tre ragioni che dovrebbero toccare i peccatori, eccitarli a riflettere e convincerli della verità dell’insegnamento cattolico. La prima, come abbiamo appena inteso, è la santità della Chiesa, la purezza della vita che risplende nei Santi che essa offre come esempio al mondo, e l’ardente carità di cui sono animati. La seconda è l’unità della sua dottrina, un’unità che rimane immutata sotto i molti interpreti e attraverso le generazioni. Questa unità è indicata dalle seguenti parole: è l’uno dei quattro animali; cioè, è l’unica voce che veniva dai quattro animali. Questa voce “una”, dunque, diede ai sette Angeli sette coppe d’oro. I quattro animali rappresentano i quattro Evangelisti, che sono le fonti essenziali di tutta la dottrina cristiana. Ma ognuno di loro non parla da solo: dal mezzo della loro quadriga, e dalla processione di Padri, Dottori e Pontefici che li hanno spiegati, si alza una voce, una sola, quella della Tradizione, che li armonizza in perfetta armonia, e che sola ha il potere di esprimere il pensiero della Chiesa. È questa Tradizione cattolica che dà ai sette Angeli, cioè agli Apostoli ed ai loro successori, ai predicatori di tutti i tempi, gli insegnamenti che devono far ascoltare al popolo cristiano. Dà loro delle coppe d’oro piene dell’ira di Dio; insegna loro ad avere un cuore fatto a immagine di quello di Cristo, un cuore largamente aperto come una coppa, cioè dilatato dalla carità e splendente dell’oro della divina Sapienza. Eppure questi cuori traboccanti di luce e misericordia sono pieni dell’ira di Dio! Cosa vuol dire questo, se non che la vera carità, che arde del desiderio di salvare le anime, lungi dall’ammorbidire la giustizia divina e dal velare i suoi rigori, non cessa, al contrario, di mostrare il suo carattere terribile, per eccitare gli uomini ad abbandonare la via del peccato e a prepararsi al giudizio finale? – Il ripetuto annuncio dell’ira del Dio che vive nei secoli dei secoli, di quell’ira che deve essere anche eterna e non deve mai allentare la sua indignazione contro i dannati, è la terza ragione che dovrebbe portare i peccatori ad ascoltare gli apostoli. Perché non è scusabile non prestare attenzione alle parole di qualcuno che ci avverte con insistenza di un pericolo molto grave, e non prendere precauzioni per evitarlo. È impossibile per qualsiasi persona riflessiva non sentire la voce della Chiesa e continuare a correre un rischio così grave a cuor leggero. Eppure è questo il caso di troppi: invece di accettare la luce e adorare la maestà di Dio e la sua potenza, si ostinano a chiudere gli occhi, e il tempio per loro si riempie di fumo. – In senso storico, queste parole significano che quando gli Apostoli cominciarono a predicare il Vangelo, quando cominciarono ad annunciare al mondo la maestà e la potenza del Dio che Gesù Cristo aveva fatto loro conoscere, il tempio di Gerusalemme si oscurò e l’atmosfera divenne irrespirabile, perché la religione giudaica, di cui esso era il centro, perse l’insigne monopolio che aveva fino ad allora di essere l’unico sulla terra ad assicurare il servizio del vero Dio. Gli altri, perché hanno rifiutato il Salvatore, perché hanno voluto soffocare la vera luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo, sono caduti in una cecità che si trasmette di generazione in generazione, e persisteranno nel loro errore finché le sette piaghe dei sette Angeli saranno consumate, finché la predicazione della Chiesa sarà completata, cioè fino alla fine del mondo. Seguendo il loro esempio, vediamo i peccatori di tutti i tempi che rifiutano di arrendersi agli insegnamenti dei pastori e di credere nella Verità. Quando gli Angeli versano le loro coppe davanti a loro, quando i ministri della Chiesa annunciano loro i rigori del giudizio e i castighi dell’inferno, il tempio si riempie di fumo per essi; essi addensano le loro tenebre interiori, sprofondano sempre più nella loro cecità; dichiarano di non capire nulla di una religione così severa, non vogliono ammettere che Dio possa imporre delle formalità nella loro condotta, e si convincono che la sua misericordia li mette interamente al riparo dalle esigenze della sua giustizia. E rimangono in questo stato finché non è troppo tardi, finché la morte non si abbatte su di loro: allora il velo che nasconde loro la verità si dissolverà; allora vedranno il tempio della gloria celeste illuminato con gli splendori della luce divina; ma ne saranno esclusi finché le piaghe predette dai sette Angeli non saranno consumate, e, poiché queste piaghe sono eterne, non vi entreranno mai.

SECONDA PARTE

L’EFFUSIONE DELLE SETTE COPPE

Capitolo XVI, 1-2

“E udii una gran voce dai tempio, che diceva ai sette Angeli: Andate, e versate le sette coppe dell’ira di Dio sulla terra. E andò il primo, e versò la sua coppa sulla terra, e ne venne un’ulcera maligna e pessima agli uomini che avevano il carattere della bestia, e a quelli che adorarono la sua immagine. E il secondo Angelo versò la sua coppa nel mare, e divenne come sangue di cadavere: e tutti gli animali viventi nel mare perirono. E il terzo Angelo versò la sua coppa nei fiumi e nelle fontane d’acque, e diventarono sangue. E udii l’Angelo delle acque che diceva: Sei giusto, Signore, che sei e che eri, (che sei) santo, tu che hai giudicato così: perché hanno sparso il sangue dei santi e dei profeti, e hai dato loro a bere sangue: perocché ne sono degni. E ne udii un altro dall’altare che diceva: Sì certo, Signore Dio onnipotente, i tuoi giudizi (sono) giusti e veri. E il quarto Angelo versò la sua coppa nel sole, e gli fu dato di affliggere gli uomini col calore e col fuoco: e gli uomini bruciarono pel gran calore, e bestemmiarono il nome di Dio, che ha potestà sopra di queste piaghe, e non fecero penitenza per dare gloria a lui. E il quinto Angelo versò la sua coppa sul trono della bestia: e il suo regno diventò tenebroso, e pel dolore si mordeva o le loro proprie lingue: E bestemmiarono il Dio del cielo a motivo dei dolori e delle loro ulceri, e non si convertirono dalle loro opere. E il sesto Angelo versò la sua coppa nel gran fiume Eufrate, e si asciugarono le sue acque, affinché si preparasse la strada ai, re d’Oriente. E vidi (uscire) dalla bocca del dragone e dalla bocca della bestia e dalla bocca del falso profeta tre spiriti immondi simili alle rane. Poiché sono spiriti di demoni, che fanno prodigi, e se ne vanno ai re di tutta la terra per congregarli a battaglia nel gran giorno di Dio onnipotente. Ecco che io vengo come un ladro. Beato chi veglia e tiene cura delle sue vesti, per non andare ignudo, onde vedano la sua bruttezza. E lì radunerà nel luogo chiamato in ebraico Armagedon. E il settimo Angelo versò la sua coppa nell’aria, e dal tempio uscì una gran voce dal trono, che diceva: È fatto. E ne seguirono folgori, e voci, e tuoni, e successe un gran terremoto, quale, dacché uomini furono sulla terra, non fu mai terremoto così grande. E la grande città sì squarciò in tre parti: e le città delle genti caddero a terra: e venne in memoria dinanzi a Dio la grande Babilonia, per darle il calice del vino dell’indignazione della sua ira. E tutte le isole fuggirono, e sparirono i monti. E cadde dal cielo sugli uomini una grandine grossa come un talento: e gli uomini bestemmiarono Dio per la piaga della grandine: poiché fu sommamente grande.”

Il capitolo precedente ci ha mostrato i predicatori delle varie epoche della Chiesa che ricevono dal cielo il potere di versare le coppe dell’ira divina su tutti i precursori o sostenitori dell’Anticristo. Stiamo ora per assistere al compimento di questa missione, per un comando di Dio; i reprobi sono classificati in sette categorie, secondo una classificazione stabilita in funzione dell’Anticristo, di cui sono tutti, a qualche titolo, i precursori, servi o membri. Essa distingue: (1) i Giudei non convertiti; (2) i pagani; (3) gli eretici e coloro che pervertono il significato delle Scritture; (4) l’Anticristo stesso; (5) i suoi sostenitori convinti; (6) la massa dei falsi Cristiani; (7) i demoni. In senso morale, questo stesso capitolo descrive l’effetto della predicazione apostolica sui sette peccati capitali. Diremo qualcosa su questo dopo averne spiegato il significato allegorico. E udii una voce forte che veniva dal tempio. Questa voce era quella dell’Onnipotente stesso, che si sentiva dal tempio, cioè dalla Chiesa, perché è solo da lì che parla, come nell’Antico Testamento, dava i suoi ordini a Mosè solo dalla sede della misericordia, tra i due Cherubini. (Ex. XXV, 22) E disse ai sette Angeli, cioè a tutti i predicatori: “Andate avanti, mostrando che nessuno deve cominciare a predicare finché non abbia ricevuto l’ordine dall’autorità legittima, e versate le sette coppe dell’ira di Dio sulla terra, e annunciate ai peccatori i castighi che stanno per cadere su di loro.”

§ 1 – La prima e la seconda piaga.

E il primo Angelo, cioè il collegio apostolico, uscì per ordine di Nostro Signore stesso. Ha versato la sua coppa sulla terra, cioè sui Giudei, che qui sono chiamati terra, perché Dio li aveva circondati, coltivati, curati come un giardino scelto, mentre i gentili saranno chiamati mare, per la loro sterilità, la loro instabilità, la loro violenza. E ci fu una ferita grave e dolorosissima per gli uomini che portavano il segno della Bestia e per tutti quelli che adoravano la sua immagine. Questa ferita, per la quale i Giudei dovevano morire come popolo libero e indipendente, fu letteralmente l’invasione romana che, con Tito e Vespasiano, distrusse Gerusalemme da cima a fondo e disperse la sua popolazione in tutto il mondo. Tuttavia, questa catastrofe fu fatale solo a coloro che portavano il segno della Bestia, a coloro che, con il loro odio per il nome Cristiano, si mostravano già come seguaci dell’Anticristo, e che adoravano la sua immagine, che davano fede ai cattivi pastori, la cui vita era già come un’immagine, un primo schizzo, un primo disegno di quella che sarà un giorno quella dell’Anticristo: Per quelli, invece, che avevano aderito al Cristianesimo, sappiamo dallo storico Eusebio che, ricordando le profezie del Salvatore sulla rovina della città, ebbero il tempo di fuggire e mettersi al riparo. – Ed il secondo Angelo sparse la sua coppa sul mare: gli Apostoli, nella seconda fase della loro predicazione, e i loro immediati successori andarono a portare l’annuncio dei castighi dell’ira divina ai gentili. Ma i gentili, invece di credervi, il più delle volte li hanno perseguitati, torturati e uccisi. Questa era l’epoca dei martiri, dove il sangue veniva versato, non come il sangue di un uomo ferito che può essere guarito e riportato in salute, ma come il sangue di un morto che non tornerà mai più in vita. Così fu per l’Impero Romano, che fu sempre distrutto dalle invasioni barbariche. Così fu soprattutto per i persecutori del Cristianesimo che, in cambio della morte temporale da loro inflitta ai martiri, ricevettero da Dio il colpo di grazia della morte eterna. E ogni anima viva morì nel mare: infatti, in questa rivolta del mare, cioè del paganesimo, contro la Chiesa nascente, nessuna anima viva poté resistere: Tutti coloro tra i pagani che, con la loro intelligenza, con la purezza dei loro costumi, mostravano di avere un’anima umana, un’anima che viveva una vera vita morale, o si convertivano al Cristianesimo, come San Giustino, e, così facendo, uscivano, per così dire, dal mare; o, al contrario, diventando crudeli come i persecutori, assecondavano la furia delle sue onde, e meritarono di essere inghiottiti nella dannazione eterna.

§ 2 – La terza piaga.

E il terzo Angelo versò la sua coppa sui fiumi e sulle sorgenti d’acqua: Il terzo Angelo designa il coro dei grandi Dottori che succedettero ai Martiri, e che difesero la fede contro gli errori cristologici dei secoli III e IV. I fiumi qui rappresentano gli eretici, perché questi, invece di prendere lo stretto sentiero della rinuncia che sale al cielo, preferiscono seguire l’inclinazione della natura, scendendo sempre più in basso, sempre più instabili, sempre più fluenti, finché alla fine si perdono nel mare di fuoco, cioè nell’inferno. Le sorgenti delle acque sono i loro capi, i grandi eresiarchi, come Ario, Nestorio, Eutyche, ecc., o più tardi Lutero, Calvino, Huss, Wicleff, ecc. dai quali errori si alimentano, come i fiumi dalla loro sorgente. E se ne fece del sangue, cioè questi fiumi e sorgenti furono trasformati in sangue, perché Dio colpì questi rinnegati con un terribile castigo. E udii l’Angelo delle acque, ma non più le acque avvelenate alle quali si alludeva nel versetto precedente; piuttosto, l’Angelo delle acque vive che sgorgano dal trono di Dio e offrono alle anime fedeli di che dissetarsi; l’Angelo Custode delle Scritture, personificante tutto il coro dei Dottori, l’ho sentito dire: «Voi siete giusto, Signore, nei giudizi che emettete, Voi che siete, perché possedete immutabilmente la pienezza dell’Essere;  che siete sempre Santo, anche quando le apparenze vi sono avverse. Le condanne che avete pronunciato contro questi maestri di errore erano pienamente meritate. Infatti hanno suscitato l’odio dei principi secolari contro la vostra Chiesa; ed hanno versato il sangue dei Santi – cioè dei Cristiani e quello dei profeti – cioè dei ministri che parlano a vostro nome: Voi, in cambio, avete dato loro da bere del sangue, li ave te immersi di tutto cuore nei tormenti dell’inferno, li hai inebriati di sofferenza e di morte: sono degni, infatti, perché è giusto che chi non si è sottratto all’orrore di versare il sangue del suo prossimo, beva per sempre l’orrore della dannazione. » E ho sentito un’altra voce che diceva dall’altare. Quest’altra voce era la voce di tutti i Santi, che riecheggiava quella dei Dottori. Essi dicevano questo non con le labbra, come il popolo di cui parla il Signore, che « mi onorano con le labbra, ma il cui cuore è lontano da me »; come troppi Cristiani che cantano o recitano preghiere nelle assemblee, per rispondere alle esortazioni dei loro pastori, ma senza pensare a quello che dicono; hanno parlato dall’altare, cioè dal profondo del loro essere, da quel santuario intimo in cui stanno alla presenza del Signore, offrendogli senza sosta le loro preghiere e i sacrifici. Sì, infatti – dicevano – Signore Dio Onnipotente, i vostri giudizi sono veri e giusti.

§ 3. La quarta e la quinta piaga.

E il quarto Angelo versò la sua coppa sul sole, cioè sull’Anticristo, che è chiamato il sole perché pensa di essere la luce del mondo. Questo quarto Angelo rappresenta i predicatori che Dio metterà in guardia contro di lui, e che gli ricorderanno con forza i castighi che egli sta accumulando sulla sua testa con la sua empietà. Ma non cambierà i suoi modi: al contrario, Dio glielo permetterà, e affliggerà gli uomini in mille modi, anche usando il fuoco, che è considerato il più crudele dei tormenti. Allora verrà quella grande tribolazione di cui parla il Vangelo, come non c’è stata dall’inizio del mondo e come non ci sarà mai più (Mt. XXIV, 21). Ma gli uomini, invece di vedere in questa persecuzione una giusta punizione per i loro peccati, lasceranno che tutto il bene spirituale che avrebbero potuto ottenere da essa sia sciupato dall’amarezza della loro impazienza; bestemmieranno il nome del Dio che ha potere su queste piaghe, Lo rimprovereranno di insolenza per non averli preservati da esse quando avrebbe potuto facilmente farlo, e non faranno penitenza, negando così a Dio la gloria che avrebbe tratto dalla loro conversione. – E il quinto Angelo versò la sua coppa sul trono della bestia, cioè sui seguaci dell’Anticristo, così chiamati perché i loro cuori saranno un luogo di riposo per questa bestia feroce. E il suo regno divenne tutto pieno di tenebre: lungi dall’essere illuminata da questa predicazione, la folla di persone che formano il suo impero persisterà nelle tenebre di una cecità voluta; si morderanno di dolore la lingua a vicenda, si lacereranno tra loro con parole velenose, sotto l’azione del dispetto che proveranno nel vedersi confusi dai testimoni del Cristo. Allora si verificherà la promessa del Salvatore: « Vi darò un’eloquenza e una saggezza a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere o opporsi » (Luc. XXI, 15). I settari dell’Anticristo, furiosi per la loro impotenza, si rigetteranno a vicenda la colpa dei loro fallimenti. Bestemmieranno il Dio del cielo, cioè il Cristo, dicendo che non è Dio la causa del dolore che la costanza dei Santi causerà loro, e delle ferite che questi, con i loro discorsi, infliggeranno al loro orgoglio. E non faranno penitenza per le loro azioni malvagie; e poiché non hanno combattuto contro la verità per una convinzione intima, ma solo per soddisfare le proprie passioni, moriranno nell’impenitenza finale, perché questo è il vero peccato contro lo Spirito Santo.

§ 4 – La sesta coppa e gli spiriti sotto forma di rane

E il sesto Angelo versò la sua coppa sul grande fiume Eufrate. L’Eufrate, il cui nome significa: fertilità o abbondanza, rappresenta l’immensa folla di persone senza convinzioni personali, che non hanno altra regola di vita che la ricerca del denaro e dei piaceri di questo mondo. Finché il Cristianesimo è in onore, vi aderiscono volentieri e ne praticano persino le virtù. Ma quando arriva il regno di qualche Anticristo, essi seguono la corrente che li porta invincibilmente verso la ricerca del piacere terreno, e passano spudoratamente dalla parte del più forte. I predicatori del Vangelo versano la loro coppa sul fiume Eufrate e lo prosciugano, quando mostrano la vanità dei beni terreni e il destino di coloro che ne fanno cattivo uso, come il ricco della parabola. Predicano così non solo per spaventare i malvagi, ma anche per preparare la strada ai re, cioè ai Cristiani che, fedeli alla loro promessa battesimale, vogliono regnare con Cristo: perché questi, troppo spesso trattenuti dal loro attaccamento ai beni di questo mondo, non sanno mettersi sotto l’azione del Sole nascente, il Sole di giustizia, Cristo, la cui grazia illumina e riscalda chi lo segue nella via della rinuncia. Ma il demone non lascia fare senza resistenza: egli mette in opera ha usato tutte le sue risorse per annientare l’effetto di questa predicazione. Ecco perché San Giovanni vide tre spiriti immondi in forma di rane che uscivano dalla bocca del drago, dalla bocca della bestia e dalla bocca del falso profeta. Il drago rappresenta il diavolo; la bestia, l’Anticristo; il falso profeta, i suoi araldi. I tre si uniranno così per suscitare nella massa dei Cristiani delle correnti che si opporranno alla sana dottrina. I tre spiriti che escono dalla loro bocca, cioè che procedono dalle suggestioni del demonio e dai discorsi dei suoi adepti, l’Anticristo o i falsi profeti, rappresentano: 1° le arti magiche o le scienze occulte, la stregoneria, lo spiritismo, ecc. 2° tutte le favole della mitologia, o tutte le forme di propaganda che portano l’uomo a rendere ad altri uomini, o a demoni, un onore che appartiene solo a Dio. Queste favole e culti idolatri nascono, come ci insegna il libro della Sapienza, dall’orgoglio dei grandi e dalle adulazioni della moltitudine nei loro confronti (Sap., XIV, 15-21): nessuno spingerà la iattanza più in là in questo campo  che l’Anticristo, in quale tenderà a prendere il posto di Dio stesso nei suoi propri templi; – infine, 3° tutti i falsi sistemi filosofici, proposti dai profeti della menzogna per distogliere l’uomo dal culto della verità. – Gli uomini che sostengono queste invenzioni perniciose sono paragonati a delle rane, perché siedono nel pantano del peccato, come rane nel fango; perché gracchiano incessantemente, ripetendo invariabilmente e forzatamente le stesse affermazioni, la stessa retorica, gli stessi slogan, senza dire nulla di ragionevole, senza ascoltare alcuna argomentazione contraria. Sono questi spiriti di demoni, cioè ispirati e guidati dal diavolo. Per questo faranno miracoli: non dei veri miracoli, nel senso in cui i teologi intendono questa parola; ma prodigi, cose mirabili, atti che superano la potenza della natura corporea. Che il diavolo abbia il potere di compiere tali atti, che sia in grado di comunicare questo potere agli uomini, è chiaramente dimostrato nella Scrittura dall’esempio dei magi di Faraone, i quali, per tenere in scacco Mosè, compirono prodigi apparentemente meravigliosi quanto i suoi (Ex., VII, 22; VIII, 7.). E la teologia lo conferma: Si dà, dice San Tommaso, il nome di miracolo a tutto ciò che deroga all’ordine di tutta la natura creata. Ma poiché non conosciamo tutte le virtù delle creature, ogni volta che, per un potere a noi sconosciuto, un essere creato produce un effetto che va oltre le leggi ordinarie della natura, questo effetto è un miracolo nei nostri confronti. Così, quando i demoni fanno, con il loro potere naturale, qualcosa di straordinario, questi fenomeni non sono miracoli, in assoluto, ma passano essere tali ai nostri occhi. È in questo modo che i maghi compiono miracoli per mezzo di demoni (Summa Theologica, I p., qu. CX, a. 4, ad. 2). Senza conoscere questi princìpi, ci si espone a dare falsi giudizi ogni volta che si tratta di fatti meravigliosi o che si pretende che siano tali. Troppo spesso si ragiona in questi casi come se ci fossero solo due ipotesi possibili: la sovrumana o l’intervento divino. Dimentichiamo che tra i due, c’è spazio per un terzo: ci può essere, e a volte c’è, l’intervento di una potenza che non è quella di Dio, e che però, realmente, oggettivamente, compiere cose impossibili all’uomo. Questo è il potere di colui che Sant’Agostino chiama la scimmia di Dio, e che è il padre della menzogna; egli cerca di operare un cambio, per spacciarsi come Dio agli occhi degli uomini, perché questa è la sua suprema ambizione. Per dare un’idea del tipo di prodigi che è in grado di compiere, lo stesso Dottore riporta, secondo gli storici di Roma, il caso di immagini di divinità che si spostano da sole da un luogo all’altro; il caso di Tarquinio che taglia una pietra con un rasoio; quello di una donna che, per provare la sua castità, tirò con la sua sola cintura una nave che portava la statua di Giunone, quando un gran numero di uomini e di animali non era riuscito a romperla; quello di una Vestale che, accusata di essere venuta meno ai suoi impegni, andò ad attingere acqua dal Tevere con un setaccio, e la portò ai suoi giudici (Città di Dio, L. X, cap. 16.). Molti tratti simili potrebbero essere citati nel caso delle false religioni, specialmente le religioni indù, che sono così popolari oggi. È quindi utile essere avvertiti per non lasciarsi fuorviare o scuotere nella propria fede. La dottrina della Chiesa ha stabilito da tempo i criteri per distinguere i veri miracoli dai fatti che hanno solo l’apparenza di miracoli. Senza entrare nei dettagli, diciamo semplicemente, seguendo il Dottore Angelico, che i cosiddetti miracoli impropriamente detti rimangono soggetti alle leggi della natura, anche se fanno appello a forze segrete della natura, sconosciute agli uomini. Al contrario, i veri miracoli implicano necessariamente un allontanamento dalle leggi della natura, un allontanamento che può essere solo opera di Dio. Perciò, quando siamo in grado di stabilire questo con certezza, dobbiamo inchinarci con i Magi di Faraone menzionati sopra e dire, come loro, quando si sentirono impotenti a continuare il loro duello con Mosè: « Il dito di Dio è qui ». (Ex. VIII, 19). Torniamo ora al testo dell’Apocalisse. -Così gli spiriti immondi inviati dal diavolo faranno miracoli e andranno dai re di tutta la terra per radunarli contro la Chiesa. Tutte le forze del Male si coalizzeranno così al tempo dell’Anticristo, per un combattimento decisivo. Ma mentre penseranno di camminare nella vittoria, e si lusingheranno di distruggere il nome del Salvatore, andranno in realtà al grande giorno di Dio Onnipotente, cioè al giorno in cui sentiranno per bene e in modo irresistibile qual è la potenza di Dio, nel giorno del Giudizio Universale. Perché quel giorno è molto vicino e certo. « Preparatevi senza tregua a vederlo venire all’improvviso, perché ecco, io vengo come un ladro, ve l’ho detto nel Vangelo, e voi non sapete quando sarà. Beato colui che sta in guardia, che sorveglia le sue parole, le sue azioni, i suoi pensieri; che custodisce le sue vesti, che conserva con cura l’innocenza ricevuta nel Battesimo e le virtù che sono l’ornamento della sua anima; affinché non si esponga a passare nudo dalla vita presente alla vita eterna, e a vedere la sua ignominia esposta davanti a tutti i Santi. » Il diavolo radunerà tutti i suoi seguaci in un luogo che si chiama in ebraico Armagedon. Gli autori moderni hanno spesso cercato di localizzare questo punto di raduno da qualche parte in Palestina. Alcuni, seguendo Bossuet, privilegiano la città di Mageddo, nella pianura di Esdrelon, che era già stata insanguinata da numerosi disastri nel corso della storia. La morte di Giosia, in particolare (II Reg. XXIII, 29), « aveva reso il suo nome sinistro alle orecchie dei Giudei » (R. P. Allô, op. cit., p. 239). Questa ipotesi non si impone, né nessun’altra dello stesso tipo. La cosa migliore, fino a nuove meglio informate, è attenersi con i Padri al significato allegorico della parola. Armageddon significa: monte dei ladri, o monte delle tenebre. Come tale, esso designa misticamente l’Anticristo, poiché costui, per la sua potenza ed il suo orgoglio, si ergerà in mezzo agli altri uomini come un monte in mezzo alla pianura; un monte sul quale si raduneranno tutti coloro che cercano di rubare le anime a Dio; un monte oscuro, perché non riceve la luce di Colui che si definisce il fiore della pianura e il giglio delle valli. (Cant., Il, 1).

§ 5 – La settima coppa e la fine del mondo.

Ed il settimo Angelo versò la sua coppa sull’aria. Ciò che è chiamato qui: aria, sono i demoni, per analogia con l’espressione di San Paolo che nomina il loro capo: il principe delle potenze dell’aria (Ephes. II, 2). Il settimo Angelo rappresenta i predicatori degli ultimi tempi che annunceranno la punizione definitiva di questi nemici di Dio. Attualmente, secondo un’opinione comune tra i teologi, è permesso infettare l’aria in cui viviamo, per poter torturare gli uomini. Questo è il sentimento di Pietro Lombardo, il famoso Maestro delle Sentenze, così spesso citato da San Tommaso: [Lucifero e i suoi satelliti], egli dice, hanno ricevuto come loro dimora, cadendo dal cielo, l’aria oscura (che circonda la terra). E questo è stato fatto per metterci alla prova, affinché diventino per noi motivo di esercizio, come ci dice l’Apostolo: Noi non dobbiamo lottare contro la carne ed il sangue, ma contro i principati e le potestà, contro i dominatori di questo mondo oscuro, con gli spiriti di malvagità diffusi nell’aria. (Ephes. VI, 12). Non fu loro permesso di abitare in cielo, perché è un luogo luminoso e delizioso; né sulla terra, per non fare troppo male agli uomini; ma quest’aria oscura fu designata per loro come una prigione, fino al tempo del giudizio. Allora saranno gettati nell’abisso dell’inferno, secondo questo testo di San Matteo: “Andate, maledetti, al fuoco eterno, che è stato preparato per il diavolo e i suoi angeli” (XXV, 41 — Libro delle Sentenze, dist. VI.). Alcuni dottori pensano addirittura che essi evitino così momentaneamente il tormento di questo fuoco che, benché materiale, ha tuttavia il potere di torturare gli spiriti (S. Bonaventura, in particolare, si mostra favorevole a questa opinione. – Come, sul secondo libro delle Sentenze, dist. VI, art. 2, qu. 2.). Ecco perché quelli che Nostro-Signore aveva cacciati dal corpo del posseduto implorarono con tale insistenza che fosse permesso loro di entrare nel branco di porci: temevano che il Salvatore li costringesse a scendere immediatamente nella gehenna (Mc., V, 12). Ma dopo il Giudizio Universale, essendo terminata la loro missione sulla terra, saranno rinchiusi per sempre con i dannati nelle prigioni di fuoco. – San Giovanni vede dunque i predicatori degli ultimi tempi che annunciano l’imminente punizione del diavolo. E una voce potente, la voce di Colui che sedeva sul trono, la voce di Dio stesso, fu udita fuori del tempio, dicendo: È finita; il potere dell’Anticristo è giunto alla fine, la fine del mondo è arrivata. Allora cominciarono a manifestarsi i segni predetti nel Vangelo, che devono precedere il Giudizio Universale: ci furono lampi, grida di terrore, tuoni ed un terremoto così violento che non se n’è mai verificato uno simile da quando ci sono uomini sulla terra. In senso figurato, queste stesse parole segnano gli ultimi assalti della Bestia, gli sforzi supremi dell’Anticristo e dei suoi satelliti per stabilire il loro impero: I lampi rappresentano gli pseudo-miracoli che essi moltiplicheranno per abbagliare la folla; le grida, lo scatenarsi delle loro predizioni; i tuoni, le minacce che faranno a chiunque pretenda di resistere loro; il terremoto, infine, l’ultima persecuzione, che sarà la più terribile di tutte quelle che hanno mai decimato la Chiesa, come ci attesta Nostro Signore stesso (Matteo, XXIV, 21). – E la grande città, cioè la città del mondo, che abbraccia l’universalità del genere umano, vedrà i suoi abitanti dividersi in tre parti, e cioè: i giusti che avranno sempre osservata la legge di Dio; i peccatori che avranno fatto penitenza, ed i peccatori ostinati. E le città delle nazioni crolleranno: allora spariranno tutte le istituzioni, tutte le società che non hanno che un valore umano. E la grande Babilonia verrà alla memoria davanti a Dio: Dio che per tanti anni sembrava essere così ignaro dei crimini commessi sulla terra, o così disinteressato ad essi, che gli empi potevano alleggerirsi la coscienza, e dire a se stessi: « Egli non ce ne renderà conto » (Ps. IX, 13); Dio allora, uscendo finalmente dal suo silenzio, evocherà al suo tribunale, uno per uno, con estrema precisione, senza lasciare nell’ombra alcun dettaglio, tutti i peccati della grande Babilonia, tutti i disordini, tutte le turpitudini, tutte le ingiustizie della città del Male. E gli darà il calice del vino dell’indignazione della sua ira, distribuirà a ciascuno, in proporzione ai suoi crimini, la misura che gli spetta dei castighi reclamati dalla sua ira; ira generata dalla sua indignazione alla vista di tanti oltraggi fatti al suo Amore. Allora tutte le isole fuggirono via, tutti i gruppi di uomini che, in qualche forma, si erano tenuti fermi in mezzo alla corruzione generale, come isole in mezzo al mare, si separeranno dalla società dei malvagi, sfuggendo così alla rovina universale; e le montagne non furono trovate: vale a dire, i Santi, la cui virtù li solleva sopra la folla come le montagne sopra una pianura, non saranno avvolti nella catastrofe. E una grandine discese dal cielo sugli uomini, e il castigo predetto dai predicatori cadde sui peccatori; e i chicchi di grandine erano ciascuno grande come un talento, perché il castigo per ogni peccato sarà pesato esattamente secondo la gravità di esso; e gli uomini, che furono così gettati nell’inferno, bestemmiarono Dio che li aveva così puniti, ed infatti la grandine divenne estremamente violenta, perché la gravità dei tormenti dell’inferno supera tutto ciò che si possa immaginare.

§ 6 – Spiegazione morale delle sette coppe o sette piaghe.

Le coppe dei sette angeli, di cui abbiamo appena spiegato il significato allegorico, secondo la storia della Chiesa, hanno anche un significato morale, e in questo senso rappresentano le punizioni per i sette peccati capitali. I predicatori sono simboleggiati dagli Angeli, perché come questi spiriti benedetti sono impegnati nella cura delle anime, che devono proteggere contro tutti i mali da cui sono minacciate. – La prima coppa che devono versare, il primo peccato che devono indicare è quello della gola: questo vizio infatti è come la terra in cui crescono tutti gli altri, e, se non viene vinto per primo, rende sterili gli sforzi che si fanno contro i successivi. Inoltre, i golosi sono paragonati alla terra, perché sono insaziabili come essa; hanno il carattere della Bestia, perché vivono come animali, occupati solo a soddisfare i loro appetiti più grossolani, e ne adorano l’immagine, perché il loro Dio è il loro ventre, come dice San Paolo (Filippesi III, 19). Questo vizio prepara una terribile ferita per l’anima, perché i dannati soffriranno tanto più all’inferno per non avere nulla per soddisfare la loro fame e la loro sete, in quanto avranno cercato più avidamente i piaceri della tavola quaggiù. – La coppa del secondo Angelo rappresenta la punizione della lussuria. Gli uomini dediti a questo vizio sono paragonati al mare, a causa dei movimenti tumultuosi, delle violente tempeste che questa passione suscita nelle loro anime, e dell’amarezza di cui le riempie. Il sangue che scorre dalle loro ferite è come quello di un morto, non come quello di un ferito, perché, umanamente parlando, non lascia spazio alla speranza di recupero; chi cade sotto l’influenza di questa passione avrà infinite difficoltà ad uscirne. Ci vorrà un vero miracolo, come per resuscitare un morto. Questo è ciò che l’autore dell’Ecclesiaste vuole farci capire quando dice: « Ho incontrato una donna più amara della morte: è come il laccio dei cacciatori, il suo cuore è una rete, le sue mani sono catene ». (VII, 27). E quello dei Proverbi aggiunge che la cortigiana è un pozzo profondo (XXIII, 27). La terza fiala è l’annuncio del castigo a cui l’ira espone; e poiché questo vizio, a volte dimora sordamente nelle profondità del cuore, a volte si diffonde con forza all’esterno, viene qui paragonato successivamente alle sorgenti delle acque e a un fiume. I due Angeli che entrano in scena per rendere testimonianza alla giustizia di Dio rappresentano i due Testamenti, che garantiscono solennemente che Dio esigerà una resa dei conti rigorosa da chiunque abbia versato il sangue dei suoi simili. – Il quarto vizio è quello della vanagloria, rappresentato dal sole, perché chi ne è afflitto pensa di essere il centro dell’universo. Lungi dal nascondere le loro buone azioni, come consiglia il Vangelo, cercano di renderle visibili, e si lusingano che le loro virtù diffondano una luce meravigliosa intorno a loro. Ecco perché Giobbe si congratulava con se stesso per non aver visto lo splendore del sole: con questo voleva dire che non aveva notato che la sua vita potesse essere un esempio per gli altri. (XXXI, 26). E, continua l’autore sacro, all’Angelo fu dato il potere di affliggere gli uomini, cioè i superbi e i vanitosi, con calore e fuoco: con il calore dell’ambizione, quando i loro affari sono prosperi; con il fuoco dell’ira, al contrario, quando incontrano avversità. Questo è davvero un doppio frutto dell’orgoglio. Infatti, quando avevano successo, erano consumati dall’ambizione; quando fallivano, bestemmiavano il nome di Dio, rimproverandolo di non aver usato il suo potere per risparmiarli dai mali che li colpivano. E rifiutarono di fare penitenza, perché anche questo è uno degli effetti più dannosi dell’orgoglio; tuttavia, questa penitenza sarebbe stata un mezzo di salvezza per loro e di gloria per Dio. – Il quinto Angelo versò la sua coppa sulla sede della Bestia, cioè predicò contro il vizio della gelosia e mostrò le sue devastazioni: coloro che si lasciano soggiogare da essa diventano un regno di tenebre, mettono le loro anime sotto l’impero particolare del diavolo. È infatti per la gelosia del diavolo che la morte è entrata nel mondo, dice il libro della Sapienza (II, 24). Sono immersi nella cecità più perniciosa: le gioie e i successi del loro vicino sono per loro motivo di dolore, e il suo progresso nel bene li spinge ancora di più nel male, attraverso l’odio che ne concepiscono. Si mangiano la lingua nella maldicenza e nella calunnia, che indulgono a causa del dolore causato dalla felicità degli altri, dilaniandosi a vicenda e bestemmiando il Dio del cielo a causa delle ferite che si infliggono con le loro detrazioni. Perché « la detrazione – dice San Bernardo – è una vipera che ferisce tre persone in una volta sola: colui che la fa, colui che l’ascolta volentieri, e colui che ne è oggetto, quando ne viene a conoscenza. E non hanno fatto penitenza per le loro azioni, perché anche qui, l’uomo abituato a questo peccato trova molto difficile correggersi. – Il sesto Angelo, che versa la sua coppa sull’Eufrate, rappresenta i predicatori che denunciano il male dell’avarizia. Questo è simboleggiato dall’Eufrate, perché questo fiume, le cui onde impetuose sembrano voler montare e diffondersi, lascia dietro di sé solo fango: così l’avarizia, mentre si sforza di aumentare la sua ricchezza, lascia dietro di sé solo il fango del peccato. Seccare l’acqua, come fa qui l’Angelo, per preparare la strada ai re, è mostrare la natura volubile e transitoria dell’abbondanza temporale, in modo che i re, cioè i predicatori, possano facilmente cedere al cuore dei loro ascoltatori, sotto l’azione del sole nascente, cioè della grazia di Cristo. Ma contro questa predicazione, sono unite le forze del mondo, cioè la concupiscenza degli occhi, la concupiscenza della carne e l’orgoglio della vita, (I Giov., II, 16.). Essi sono rappresentati qui dal drago, dalla Bestia e dallo pseudo-profeta. La concupiscenza degli occhi, poiché non è mai soddisfatta, è rappresentata dal drago, un animale che è sempre alterato. I tre spiriti ripugnanti che escono dalla sua bocca sono le tre tendenze che promuove nell’uomo: l’avidità di guadagno, la parsimonia quando si tratta di dare e l’accumulo di riserve. La Bestia rappresenta l’orgoglio, che devasta tutte le cose: i tre spiriti immondi che ne derivano sono: l’irriverenza verso i superiori, il desiderio di dominare gli uguali e la durezza verso gli inferiori. Queste sono le tre lance con cui Joab trafisse Assalonne (II Reg., XVIII. 14), i tre colpi con cui l’orgoglio distrugge la sua vittima. Infine, lo pseudo-profeta rappresenta la concupiscenza della carne; i tre spiriti che procedono da essa sono: la gola, la ricercatezza nell’abbigliamento e l’ozio. Questi, dunque, sono gli spiriti di cui il diavolo si serve per turbare gli uomini e portarli alla grande battaglia che vuole condurre contro il suo Creatore. Beato colui che veglia, colui che sta in guardia, sforzandosi di vivere in obbedienza, di rimanere sotto lo sguardo di Dio e di agire sempre con purezza di intenzione. – La coppa del settimo Angelo rappresenta la punizione dei pigri (accidiosi), che vanno avanti e indietro come l’aria, senza fare nulla. Che vergogna per l’uomo pensare di sprecare il tempo di questa vita, quando tutta la natura gli dà l’esempio di un’attività che non si stanca mai … quando gli astri corrono senza tregua e con tutta la loro velocità, sulla sfera che Dio ha tracciato per loro, … quando tanti animali si applicano senza tregua a un lavoro dal quale non hanno alcuna ricompensa da aspettarsi. Perciò Salomone ci esorta a contemplare le formiche: «Vai a vedere la formica, o pigro – ci dice – e considera le sue vie, e vedi la fatica che fa per portare un chicco di grano a casa sua, e prendi saggezza da lui! » (Prov., VI, 6).

IL SENSO MISTICO DELL’APOCALISSE (10)

IL SENSO MISTICO DELL’APOCALISSE (8)

G Dom. Jean de MONLÉON

Monaco Benedettino

Il Senso Mistico dell’APOCALYSSE (8)

Commentario testuale secondo la Tradizione dei Padri della Chiesa

LES ÉDITIONS NOUVELLES 97, Boulevard Arago – PARIS XIVe

Nihil Obstat: Elie Maire Can. Cens. Ex. Off.

Imprimi potest:  Fr. Jean OLPHE-GALLIARD Abbé de Sainte-Marie

Imprimatur: LECLERC.

Lutetiæ Parisiorum die II nov. 1947

Copyright by Les Editions Nouvelles, Paris 1948

Quarta Visione

ASSALTO DELL’INFERNO CONTRO LA CHIESA

PRIMA PARTE

LA DONNA ED IL DRAGONE

Capitolo XI, 19. – XII, 1- 17

“E si aprì il tempio di Dio nel cielo: e apparve l’arca del suo testamento nel suo tempio, e avvennero folgori, e grida, e terremoti e molta grandine. – E un grande segno fu veduto nel cielo: Una donna vestita di sole, e la luna sotto i suoi piedi, e sulla sua testa una corona di dodici stelle: ed essendo gravida, gridava pei dolori del parto, patendo travaglio nel partorire. ^E un altro segno fu veduto nel cielo: ed ecco un gran dragone rosso, che aveva sette teste e dieci corna, e sulle sue teste sette diademi, e la sua coda traeva la terza parte delle stelle del cielo, ed egli le precipitò in terra: e il dragone si pose davanti alla donna, che stava per partorire, affine di divorare il suo figliuolo, quando l’avesse dato alla luce. Ed ella partorì un figliuolo maschio, il quale ha da governare tutte le nazioni con scettro di ferro: e il figliuolo di lei fu rapito a Dio e al suo trono, e la donna fuggi alla solitudine, dove aveva un luogo preparatole da Dio, perché ivi la nutriscano per mille duecento sessanta giorni. E seguì in cielo una grande battaglia: Michele coi suoi Angeli combatterono contro il dragone, e il dragone e i suoi angeli combatterono: ma non vinsero, e il loro luogo non fu più trovato nel cielo. E fu precipitato quel gran dragone, quell’antico serpente, che si chiama diavolo e satana, il quale seduce tutto il mondo: e fu precipitato per terra, e con lui furono precipitati i suoi angeli. E udii una gran voce nel cielo, che diceva: Adesso è compiuta la salute, e la potenza, e il regno del nostro Dio, e la potestà del suo Cristo: perché è stato scacciato l’accusatore dei nostri fratelli, il quale li accusava dinanzi al nostro Dio dì e notte. Ed essi lo vinsero in virtù del sangue dell’Agnello, e in virtù della parola della loro testimonianza e non amarono le loro anime sino alla morte. Per questo rallegratevi, o cieli, e voi che in essi abitate. Guai alla terra e al mare, perocché il diavolo discende a voi con grande ira, sapendo di avere poco tempo. E dopo che il dragone vide com’era stato precipitato sulla terra, perseguitò la donna che aveva partorito il maschio: ma furono date alla donna due ale di grossa aquila, perché volasse lungi dal serpente nel deserto al suo posto, dov’è nutrita per un tempo, per tempi e per la metà d’un tempo. E il serpente gettò dalla sua bocca, dietro alla donna dell’acqua come un fiume, affine di farla portar via dal fiume. “Ma la terra diede soccorso alla donna, e la terra aprì la sua bocca, e assorbì il fiume che il dragone aveva gettato dalla sua bocca. E si adirò il dragone contro la donna: e andò a far guerra con quelli che restano della progenie di lei, i quali osservano i precetti di Dio e ritengono la confessione di Gesù Cristo. Ed egli si fermò sull’arena del mare.”

La quarta visione dell’Apocalisse annuncia, sotto la forma di un combattimento tra un drago ed una donna, l’assalto continuo che le potenze infernali porteranno contro la Chiesa, dalla sua fondazione fino alla fine dei tempi. Essa ha come scopo il rafforzare la nostra fermezza di fronte alle prove ed alle persecuzioni, mostrandoci l’aiuto che Dio fornisce alla Sposa di Suo Figlio e la vittoria che gli riserva.

§ 1 – La donna vestita di sole.

Questa visione, la cui descrizione inizia propriamente con il capitolo XII, inizia tuttavia con l’ultimo versetto del capitolo XI, che serve da preambolo. Così questa è strettamente legata alla visione precedente: l’autore sacro, usando la libertà abituale dello stile profetico, porta il lettore senza transizione dalla fine del mondo, che gli ha appena fatto intravedere, al mistero dell’incarnazione ed alle origini della Chiesa: E il tempio di Dio, dice, fu aperto nel cielo. Il tempio di Dio designa qui misticamente il modo in cui Dio vuole essere adorato e servito dagli uomini, per analogia con l’edificio di pietra in cui si celebra il culto divino. È a questa rivelazione di un tempio spirituale superiore al tempio di Gerusalemme che Nostro Signore alludeva quando disse alla Samaritana: « Donna, credimi, non è più a Gerusalemme che adorerai il Padre; ma l’ora viene, ed è ora, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità… » (Giov.  Perché Dio è spirito, e coloro che lo adorano devono adorare in spirito e verità. Così il tempio di Dio è stato aperto quando Cristo ci ha insegnato a servire per amore e ad onorare nel segreto dei nostri cuori quel Dio che i Giudei avevano fino ad allora adorato solo per paura e offrendogli sacrifici cruenti; è stato aperto in cielo, cioè nella Chiesa, perché questo culto spirituale appartiene solo a lei e si trova solo in lei. – E l’arca dell’alleanza apparve in mezzo al tempio: la vera arca dell’alleanza, di cui l’Antico Testamento non conosceva che la figura, rappresenta l’Umanità di Cristo, in cui è depositato il pegno autentico dell’alleanza del Creatore con la sua creatura. L’Umanità di Cristo apparve così in mezzo al tempio come il centro del culto che si doveva rendere a Dio; come la rivelazione essenziale, l’unico e necessario intermediario tra gli uomini ed il loro Creatore; come il dono del cielo per eccellenza, Colui nel quale il Padre ha posto tutta la sua compiacenza e del quale ha fatto l’esempio compiuto di ogni perfezione. Non appena Cristo ebbe rivelato ai suoi discepoli il segreto del mistero divino, essi si diffusero in tutto il mondo, producendo ovunque tuoni, voci e terremoti; cioè fecero miracoli sorprendenti, moltiplicarono la loro predicazione, scossero gli uomini e li convertirono, mentre contro di loro si scatenava un’abbondante grandinata di persecuzioni. Così fu fondata la Chiesa, e una lotta fino alla morte doveva essere condotta tra Essa ed il diavolo per il possesso della razza umana, una lotta che San Giovanni vide simbolicamente svolgersi tra una donna ed una bestia. Un grande segno – dice – apparve in cielo: una donna vestita di sole, figura della Chiesa, avvolta interamente nel Cristo, che è insieme la sua protezione ed il suo ornamento, come la veste lo è per il corpo. Aveva la luna ai suoi piedi, perché è superiore a tutte le vicissitudini terrene. La luna, che cresce e decresce costantemente, è il simbolo delle cose umane, che sempre salgono e scendono. Nulla è stabile quaggiù: le istituzioni più venerabili, le fortune più consolidate, si sgretolano a poco a poco o crollano tutto d’un colpo; altre sorgono all’orizzonte per prendere il loro posto, e che, una volta stabilite, declineranno a loro volta: solo la Chiesa, fondata sulla pietra posta dal Verbo, rimane incrollabile in mezzo a questo perpetuo movimento di flusso e riflusso. Porta sul suo capo una corona di dodici stelle, la dottrina dei dodici Apostoli, che fissa tutto ciò che pensa e tutto ciò che insegna. E avendo nel suo grembo, cioè nel suo cuore, il desiderio della salvezza delle anime, essa gridò nei dolori del parto, supplicando Dio notte e giorno per aiutarla a generare anime alla vita eterna, e soffrì per partorire, dedicandosi a penitenze, veglie e digiuni, per raggiungere questo fine. – La donna vestita di sole designa anche la Vergine Maria, irradiata dal Verbo nel mistero dell’Incarnazione; e ancora, in senso morale, ogni anima santa in cui Cristo stabilisce la sua dimora. – Le dodici stelle che compongono la corona della Vergine – e anche, sebbene in misura molto minore, quella di queste anime sante – sono i dodici frutti dello spirito, come li enumera San Paolo nella sua lettera ai Galati, cioè: carità, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, longanimità, dolcezza, fedeltà, modestia, continenza, castità. Anche la Beata Madre di Dio, portando nel suo cuore un ardente desiderio per la salvezza delle anime, gemeva al pensiero delle sofferenze che suo Figlio avrebbe dovuto sopportare per realizzare la salvezza del mondo; e fu torturata dai dolori del parto: per tutta la sua vita fu perseguitata dallo spettro della croce a cui il Figlio suo sarebbe stato inchiodato un giorno, e ai piedi della quale Ella stessa avrebbe sofferto i dolori che le erano stati risparmiati quando lo aveva dato alla luce. Quanto alle anime sante, esse portano nel segreto del loro cuore un desiderio di vita eterna che le consuma, che le tortura, che le fa gridare al cielo, e, come Santa Teresa, “esse muoiono per non poter morire“.

§ 2 – Il drago.

Poi un altro segno apparve in cielo, un segno che si opponeva al primo e divideva con esso tutta la massa dell’umanità: perché chi è del partito di Dio combatte sotto lo stendardo della Vergine e della Chiesa; chi, al contrario, si fa servo del mondo, indossa i colori di satana. Era un drago enorme e rosso; enorme, perché il diavolo è armato di un potere formidabile; rosso, perché è assetato di sangue. Aveva sette teste, dieci corna e sette corone sulle sue sette teste. Le sette teste del mostro – capita in latino – rappresentano i sette peccati capitali, che servono da principio per tutti gli altri. Nello stile della Scrittura, il corno, che punta al cielo, è spesso un simbolo di orgoglio e di ribellione contro Dio. Le corna che l’immaginario cristiano è abituato a mettere sulla testa del diavolo non sono che la traduzione materiale dell’iniziale Non serviam, con cui questo spirito di orgoglio si è sollevato contro il suo Creatore. Il drago qui ne porta dieci, per mostrare che la sua volontà si oppone in ogni modo alla volontà di Dio, che ci è resa nota essenzialmente dai dieci precetti del decalogo. Infine, i diademi con cui si adorna rappresentano le vittorie che ha ottenuto sugli uomini; il loro numero sette implica che ognuno dei peccati capitali è stato oggetto di molti trionfi per lui. – E la sua coda fece cadere la terza parte delle stelle e le gettò sulla terra: dall’inizio del Cristianesimo ingannò molti del popolo di Dio con la sua ipocrisia; li allontanò dalla ricerca delle cose celesti per le cose della terra. E stava davanti alla donna che stava per partorire, per divorare suo figlio: ogni volta che la Chiesa, attraverso il Sacramento del Battesimo, genera un’anima alla vita soprannaturale, il diavolo cerca di perderla; ogni volta che un’anima produce un’opera buona, egli è in agguato per rubarne il merito con pensieri di vanagloria. La donna, però, partorì un figlio maschio, cioè una generazione di Cristiani vigorosi e pronti ad affrontare tutte le persecuzioni. Notate il raddoppio di questa espressione: un figlio maschio. La Chiesa, infatti, secondo lo stile allegorico della Scrittura, non partorisce che figli; perché il sesso delle anime non è quello dei corpi: ogni anima in cui lo spirito domina la sensualità è di sesso maschile; ogni anima in cui la carne regna sovrana è di sesso femminile. Ecco perché il faraone d’Egitto, giocando il ruolo del diavolo e perseguitando, nella razza d’Israele, l’immagine del popolo di Dio, disse ai suoi servi: Mettete a morte tutti i ragazzi, ma conservate le ragazze (Es, I, 16.). –  Questo figlio doveva governare le nazioni con una verga di ferro, perché le prime generazioni cristiane, grazie al prestigio della loro virtù, riuscirono ad imporre ai popoli barbari leggi così contrarie alla natura dell’uomo che nessun legislatore avrebbe potuto farle accettare, come, per esempio, il perdono delle ingiurie, l’amore dei nemici, la mortificazione dei desideri, ecc. La verga di ferro significa anche, in senso morale, il dominio rigoroso che le anime virili esercitano su tutto il popolo di sensazioni e sentimenti che sono pressanti nella parte inferiore di loro stessi. – E questo figlio fu portato a Dio e al suo trono, perché Gesù, dopo aver compiuto l’opera di redenzione, salì al Padre suo e si sedette sul suo trono per giudicare i vivi ed i morti. In senso morale, questo figlio è lo spirito dei Santi, che, una volta liberato dalla tirannia delle passioni, stabilisce la sua dimora in Dio e cerca in Lui la sua sicurezza e il suo riposo.

§ 3 – Il combattimento nel cielo.

La donna, però, per sfuggire al drago, fuggì nella sua solitudine, dove aveva un posto preparato da Dio: nel tempo delle persecuzioni, la Chiesa lasciando la pompa delle cerimonie e le manifestazioni esteriori del culto, si rifugia nel segreto dei cuori, dove Dio le ha preparato un posto, dove ha stabilito quei santuari intimi in cui Egli è adorato in spirito e verità. Allo stesso modo, è nel deserto, nella separazione dal mondo, nella spogliazione di tutte le cose, che le anime giuste cercano la loro protezione contro gli assalti del diavolo, e Dio, che le ha aspettate lì, viene poi a visitarle, come dice Egli stesso attraverso il suo profeta Osea: Lo condurrò nella solitudine, e parlerò al suo cuore (Os. II, 14). Lì gli angeli li nutrono con il pane della parola divina ed il vino della compunzione per milleduecentosessanta giorni, cioè per tre anni e mezzo, il tempo che la persecuzione dell’Anticristo, e per estensione tutte le persecuzioni, deve durare. Tuttavia, questa figura rappresenta anche, secondo la tradizione, il tempo che Nostro Signore ha dedicato alla predicazione della sua dottrina: San Giovanni intende qui dire che gli Angeli nutrono le anime, nella Chiesa, solo con il pane preparato da Nostro Signore durante il tempo in cui insegnava sulla terra. – E una grande battaglia fu combattuta in cielo: dopo l’Ascensione di Cristo, una battaglia feroce fu combattuta sulla terra per il possesso del cielo: La Chiesa, protetta da San Michele, dalle milizie celesti, ma anche dai suoi Pontefici, dai suoi Dottori, dai suoi Santi, che la Scrittura classifica qui tra gli Angeli, la Chiesa ha combattuto per conquistare, non gli imperi della terra, ma il regno dei cieli; E il diavolo lottò contro di lei con furore per conservare la sua egemonia, per mantenere il culto che allora riceveva dagli uomini, sotto la figura degli idoli, lui la cui massima ambizione è di rendersi simile all’Altissimo e di essere adorato come un dio (Is. , XIV, 13, 14.). La lotta fu combattuta nelle anime, e San Paolo vi allude chiaramente quando dichiara che non dobbiamo lottare solo contro la carne ed il sangue, ma contro i principati e le potestà e contro coloro che governano questo mondo oscuro, contro gli spiriti di iniquità, per il possesso dei beni celesti (Ephes. VI, 12.) .I demoni, tuttavia, non potettero prevalere, essi furono costretti a cedere alla nuova religione ed a rinunciare ad essere adorati dagli uomini. Il paganesimo scomparve dal mondo civilizzato, gli altari dei falsi dei furono ovunque abbattuti. E il grande drago fu abbattuto, nonostante il suo potere; nonostante la lunga esperienza che aveva acquisito, nel corso delle generazioni, dei migliori mezzi per tentare l’uomo, un’esperienza a cui la Scrittura si riferisce qui come: l’antico serpente; lo chiama ancora diavolo, parola che significa “doppio” e, quindi, ipocrita; oppure: satana, cioè l’avversario, il nemico ostinato della nostra salvezza, che inganna tutto l’universo, che riesce ad ingannare e a far peccare tutti gli uomini, anche i più santi. Tutto questo passaggio, il cui significato allegorico e morale abbiamo cercato di indicare brevemente, ha anche un «senso storico »: ricorda la grande battaglia che ebbe luogo in cielo quando Dio, dopo aver creato gli Angeli, li sottopose a una prova per vedere se il loro amore era sincero; questa prova consisteva, secondo l’opinione dei migliori teologi, nel mostrare loro la donna vestita di sole, cioè il mistero dell’incarnazione. Alcuni di loro si sottomisero immediatamente a tutti i desideri del loro Creatore; gli altri si ribellarono alla prospettiva di dover adorare un giorno un Dio fatto uomo. I primi, guidati da San Michele, resistettero valorosamente alle suggestioni di Lucifero, mentre il secondo, gettandosi nella ribellione, perse tutto lo splendore di cui Dio lo aveva rivestito. Divenuto un mostro d’orrore, riuscì tuttavia a trascinare giù la terza parte delle stelle, cioè la terza parte degli spiriti celesti; la prima parte comprendeva coloro che erano stati scelti per rimanere sempre vicini a Dio in cielo, e la seconda, quelli che accettarono di essere deputati agli uomini per servire come loro custodi.  Ma, fedeli al metodo dei Padri che raccomandano la sobrietà ai commentatori della Sacra Scrittura, ci accontenteremo di queste indicazioni e torneremo al senso allegorico, cioè alla profezia sulla storia della Chiesa.

§ 4 – Sconfitta del demonio.

Così il drago fu gettato a terra, e i suoi satelliti con lui. Scacciato dal cielo e dalle anime dei giusti, ha trovato posto solo nel cuore degli uomini sottomessi alle cose della terra. E si udì una grande voce nel cielo, voce di angeli che si rallegravano per la liberazione degli uomini, dicendo: « Ora la morte ha lasciato il posto alla speranza della salvezza, la corruzione alla virtù, il regno del peccato al regno di Dio, la tirannia del diavolo al potere di Cristo. Ecco, l’accusatore dei nostri fratelli è stato abbattuto. – Notate, a proposito, la tenerezza degli Angeli, che dicono: “I nostri fratelli”, quando parlano degli uomini. – Avendoli spinti al peccato con ogni mezzo, non cessò poi di accusarli davanti a Dio, giorno e notte, reclamandoli come sua porzione, in nome del decreto che condannava la loro razza alla morte (Coloss, II, 14). E i nostri fratelli lo hanno vinto, non per i loro propri meriti, ma per il sangue dell’Agnello, e per la testimonianza che hanno dato alla sua risurrezione, alla sua divinità; e perché non hanno amato questa vita presente fino alla perdita delle loro anime. Rallegratevi dunque, cieli, Angeli delle gerarchie superiori, e con voi tutti coloro che abitano tra di voi, cioè che vivono sotto la vostra protezione e ricevono la vostra luce. Rallegratevi che il diavolo e i suoi satelliti sono stati sconfitti. Guai, al contrario, alla terra e al mare; guai agli uomini attaccati solo alle cose di questo mondo e sempre agitati dalle loro passioni, come il mare dalle onde; guai, perché il demonio scende a voi pieno di rabbia, furioso per essere stato scacciato dai cuori degli eletti, consumato dal desiderio di fare del male e sapendo che il tempo che ha è breve. »

§ 5 – Nuovi assalti.

Il drago, in effetti, una volta gettato a terra, non rinunciò alla partita; inseguì la donna, che partorì un figlio maschio. Quando l’imperatore Costantino ebbe assicurato il trionfo del Cristianesimo adorando la croce, il diavolo, sentendo che il mondo stava per sfuggirgli, sollevò contro la Chiesa i grandi errori di Ario, Nestorio, Eutyche e gli altri. Si noti che egli perseguita la donna, non Cristo: questo è, infatti, un tratto comune a tutti gli eretici. Non chiedono ai loro seguaci di rinnegare Gesù Cristo, ma li separano dalla Chiesa Cattolica e rivolgono tutto il loro furore contro di essa. – La donna ricevette da Dio due grandi ali: la saggezza, che le permise di sventare gli argomenti degli eretici, e la pazienza, che rese inutili le loro persecuzioni. Grazie a queste ali, i difensori della fede poterono rifugiarsi nella solitudine, nel senso che abbiamo spiegato sopra, e nutrirsi lì al riparo dai morsi del serpente, per un tempo, e due tempi, e mezzo tempo, cioè tre anni e mezzo, la parola: tempo, avendo qui il valore di un anno. Questi tre anni e mezzo hanno lo stesso significato dei milleduecentosessanta giorni di cui si è parlato sopra. Il diavolo, non potendo raggiungere la donna che era fuggita, gettò acqua dietro di lei come un fiume; cioè, non potendo scuotere i Santi che servono da fondamento alla Chiesa, diffuse, per bocca degli empi, una dottrina simile in apparenza a quella cattolica; Ma invece del fiume d’acqua viva che scorre dal trono dell’Agnello e feconda tutta la Chiesa, questa era solo acqua putrida, acqua inerte, dottrina morta, sotto la quale cercava di sommergere il popolo fedele, per perderlo. – In senso morale, l’anima, sotto la pressione della persecuzione, genera un figlio maschio, Cristo stesso, che diventa presente in essa; le due ali che Dio le dà sono la devozione nella preghiera e la pazienza nella prova. Poi fuggì nel deserto, dove trovò riposo nella contemplazione. Ma il diavolo non la lascia a lungo in pace e la insegue di nuovo con le sue tentazioni; il fiume che le manda dietro è il ricordo dei piaceri mondani, per mezzo dei quali cerca di perderla. La terra, continua l’autore, venne in aiuto della donna. I principi della terra, seguendo Costantino, vennero in aiuto della Chiesa. I Vescovi, riuniti in concilio sotto la protezione degli imperatori, aprirono la “voragine” e assorbirono il fiume lanciato dal drago, condannando formalmente le teorie degli eretici. E il drago si irritò con la donna: non potendo trionfare sulla Chiesa nella sua dottrina, cercò di distruggerla nella sua morale; perciò andò a combattere contro il resto della sua progenie, contro la gente comune, contro coloro che non sono i perfetti, ma che osservano i comandamenti di Dio e testimoniano Gesù Cristo con una vita conforme al Vangelo. E stava sulla sabbia del mare; e sebbene non potesse vincerli tutti, stabilì il suo dominio sugli schiavi del mondo, su quelli che sono leggeri come la sabbia e agitati come le onde del mare.

SECONDA PARTE

LE DUE BESTIE

Capitolo XIII, – (1- 18)

“E vidi salire dal mare una besti, che aveva sette teste e dieci corna, e sopra le sue corna dieci diademi, e sopra le sue teste nomi di bestemmia. E la bestia che io vidi era simile al pardo, e i suoi piedi come piedi d’orso, e la sua bocca come bocca di leone. E il dragone le diede la sua forza e un grande potere. E vidi una delle sue teste come ferita a morte: ma la sua piaga mortale fu guarita. E tutta la terra con ammirazione seguì la bestia. É adorarono il dragone che diede potestà alla bestia: e adorarono la bestia, dicendo: Chi è simile alla bestia? E chi potrà combattere con essa? E le fu data una bocca che proferiva cose grandi e bestemmie: e le fu dato potere di agire per quarantadue mesi. E aprì la sua bocca in bestemmie contro Dio, a bestemmiare il suo nome, e il suo tabernacolo, e quelli che abitano nel cielo. E le fu dato di far guerra ai santi, e di vincerli. E le fu data potestà sopra ogni tribù, e popolo, e lingua, e nazione, e lei adorarono tutti quelli che abitano la terra: i nomi dei quali non sono scritti nel libro di vita dell’Agnello, il quale fu ucciso dal cominciamento del mondo. Chi ha orecchio, oda. Chi mena in schiavitù, andrà in schiavitù: chi uccide di spada, bisogna che sia ucciso di scada. Qui, sta la pazienza e la fede dei Santi. E vidi un’altra bestia che saliva dalla terra, e aveva due corna simili a quelli dì un agnello, ma parlava come il dragone. Ed esercitava tutto il potere della prima bestia nel cospetto di essa: e fece sì che la terra e i suoi abitatori adorassero la prima bestia, la cui piaga mortale era stata guarita. E fece grandi prodigi sino a far anche scendere fuoco dal cielo sulla terra a vista degli uomini. E sedusse gli abitatori della terra mediante i prodigi che le fu dato di operare davanti alla bestia, dicendo agli abitatori della terra che facciano un’immagine della bestia, che fu piagata di spada e si riebbe. E le fu dato di dare spirito all’immagine della bestia, talché l’immagine della bestia ancora parli: e faccia sì che chiunque non adorerà l’immagine della bestia, sia messo a morte. E farà che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e servi abbiano un carattere sulla loro mano destra, sulle loro fronti. E che nessuno possa comprare o vendere, eccetto chi ha il carattere, il nome della bestia, o il numero del suo nome. Qui è la sapienza. Chi ha intelligenza, calcoli il nome della bestia. Poiché è numero d’uomo: e il suo numero è seicento sessanta sei.

§ 1. — La Bestia che sale dal mare.

Dopo una visione generale della guerra che il drago fa con la donna, cioè che il demonio conduce contro la Chiesa attraverso i secoli, San Giovanni arriva ora alla fase più acuta di questa lotta, ai temuti giorni in cui apparirà l’anticristo. E vidi –  dice – una bestia che usciva dal mare. L’Anticristo era già designato in questa forma nella terza visione, quando ci è stato mostrato il suo duello con Enoch ed Elia. È chiamato bestia e, più esattamente, bestia selvaggia, perché sarà la personificazione delle passioni più crudeli del genere umano; perché reciterà perpetuamente gli assalti dell’inferno contro la chiesa contro la ragione, perché sarà animato da istinti feroci verso tutti gli uomini. Si dice che sorgerà dal mare, cioè dall’amarezza del mondo, nel senso che sarà il prodotto più compiuto della perversione umana. L’apostolo continua: Aveva sette teste e dieci corna. In senso storico, le sette teste rappresentano i diversi principi che, durante le sette età del mondo, ne saranno stati i precursori nel cercare di distruggere il popolo di Dio: come, per esempio, Faraone d’Egitto, che diede ordine di massacrare senza pietà i bambini appena nati dei Giudei, Jezebel, che fece di tutto per sostituire il culto del vero Dio con quello di Baal, e fece massacrare i sacerdoti; Nabucodonosor, che pretese di sottomettere tutta la terra al suo dominio e di essere adorato come unico dio. Aman, che preparò lo sterminio generale degli ebrei; Antioco Epifane, che profanò il tempio e cercò di abolire la religione; Erode, che massacrò gli Innocenti; Nerone e quegli imperatori che perseguitarono i Cristiani. Tutti questi principi, e altri, sono come schizzi disegnati davanti ai nostri occhi da Dio stesso per darci un’idea di quello che sarà “il figlio della perdizione”; per aiutarci a riconoscerlo quando verrà, in modo da non essere spaventati o sedotti dal suo potere. In senso allegorico, le sette teste rappresentano i grandi di questo mondo che, piegati sotto la tirannia dei peccati capitali, diventeranno per questo stesso fatto i feudatari dell’Anticristo; le dieci corna rappresentano la moltitudine degli empi che disprezzano la volontà di Dio e trasgrediscono apertamente il decalogo. Essi costituiranno l’esercito dell’Anticristo e gli serviranno come difese naturali per scoraggiare i suoi nemici. I diademi di cui sono ornati simboleggiano le molte vittorie che vinceranno e gli onori di cui il loro capo li coprirà. I principi menzionati sopra in relazione alle sette teste non solo serviranno sotto il nemico di Dio; essi si uniranno al suo odio per il Salvatore, e le loro armi, i loro standard, i loro motti saranno bestemmie contro di Lui. Ora torniamo alla bestia stessa. Sarà, dice San Giovanni, come una pantera con i piedi di un orso e la bocca di un leone. Che cosa significa? La pantera si distingue tra le bestie per la sua ferocia e la sua necessità di muoversi costantemente. Come tale, esprime bene la malvagità dell’Anticristo e l’agitazione perpetua che lo porterà a nuovi crimini senza sosta. Il suo carattere sornione evoca l’ipocrisia del personaggio, e il suo manto maculato, con peli di tutte le sfumature, è la figura della sua dottrina, che sarà un assemblaggio di tutti i vizi e le eresie. L’orso si distingue sia per la sua crudeltà che per la sua avidità: non ha pietà per la sua vittima, che calpesta prima di divorarla; ed è estremamente avido di miele e di dolci: a sua somiglianza, l’Anticristo combinerà una sensualità effeminata con una ferocia che attaccherà persino i suoi nemici sconfitti. Infine, la sua bocca sarà come quella dei leoni, perché le sue parole saranno piene di orgoglio. – Inoltre, riceverà dal drago, cioè da satana, una forza e un potere singolari. Il diavolo, questa scimmia di Dio, come lo chiama Sant’Agostino, si sforza di imitare il Creatore in tutte le sue opere, per giocare lui stesso il ruolo di un dio. Egli cercherà quindi di ottenere nell’Anticristo qualcosa di paragonabile all’unione ipostatica, come esiste nella sacra persona di Nostro Signore. Non potendo generarlo direttamente lui stesso, né unire la propria natura di angelo caduto con la natura umana in un’unica ipostasi, cercherà almeno di attaccarsi a questo figlio del peccato il più strettamente possibile, fin dal grembo di sua madre; gli comunicherà tutta la sua perversità, tutto il suo genio del male, tutta la sua esperienza millenaria, e metterà a sua disposizione tutto il potere che Dio ha lasciato a se stesso dalla sua caduta. Gli darà così la possibilità di fare, non dei veri miracoli, – perché questi richiedono un potere che appartiene solo a Dio, – ma almeno cose sorprendenti che sono al di là della portata della forza umana e che provocheranno l’entusiasmo delle folle. È così che, per esempio, l’Anticristo potrà simulare, successivamente, la morte e poi la resurrezione, ad immagine del Salvatore. Ciò che San Giovanni esprime qui dicendo: « E vidi una delle teste della bestia, cioè la testa che comanda tutte le altre, la testa delle sette teste menzionate sopra, cioè l’Anticristo stesso, come messa a morte. Notiamo che dice: “come se fosse messo a morte”, e non semplicemente: “messo a morte”, perché questo non sarebbe altro che un grossolano inganno. Dopo tre giorni, fingerà di riacquistare i sensi e dirà di essere risorto. Ma manterrà visibile la cicatrice del colpo che si suppone lo abbia ucciso, per imitare Cristo che conserva sul suo corpo le stigmate della sua Passione. La finzione sarà così ben realizzata che il mondo intero, cioè tutti gli uomini carnali, grideranno al miracolo, saranno pieni di ammirazione per la Bestia e si metteranno tra i suoi sostenitori. Lo ricopriranno di ogni sorta di onori, e questa adulazione andrà fino al diavolo, di cui l’Anticristo sarà il servo, e dal quale attingerà tutto il suo potere. E lo loderanno con abbondanza e lo adoreranno come un dio, dicendo: “Chi è simile alla bestia e chi potrà combattere contro di lei? Perché mai un uomo ha trionfato come lui, né ha posseduto un potere così grande come lui. L’orgoglio dell’Anticristo raggiungerà proporzioni sproporzionate davanti a questo incenso che salirà verso di lui da tutte le parti: allora gli sarà data una bocca che dirà grandi cose; allora si sentirà lodare e glorificare se stesso senza alcun ritegno, mentre impudentemente bestemmierà il nome di Gesù Cristo. E così sarà per quarantadue mesi, cioè per tre anni e mezzo. Non è senza ragione che l’autore sacro ripete spesso questa figura: vuole farci capire che i giorni dell’Anticristo sono rigorosamente contati affinché gli uomini di quel tempo non perdano la testa davanti a successi, stupefacenti senza dubbio, ma che saranno effimeri; affinché un folle errore non li spinga a prendere posto tra gli adoratori di un dio che deve crollare tristemente alla fine di un tempo così breve! – L’Anticristo, tuttavia, ebbro di orgoglio, non cesserà più di vomitare bestemmie; sosterrà che Gesù era solo un impostore, un servo del diavolo, e affermerà che lui stesso è il figlio di Dio mandato da Lui nel mondo. Insulterà il suo tabernacolo, cioè la Chiesa cattolica, e coloro che abitano in cielo, assicurando che gli Apostoli, i Martiri e tutti i Santi canonizzati non erano che ministri di satana ed erano perduti per sempre. Egli intraprenderà una dura lotta per distruggere tutto ciò che resiste alla sua autorità; dichiarerà guerra in particolare ai santi, cioè ai cristiani, e, con il permesso divino, li sconfiggerà, – corporalmente cioè – facendoli perire in crudeli tormenti e costringendo tutta la vita della Chiesa a nascondersi sottoterra, come ai tempi delle catacombe. Con l’aiuto del diavolo, riuscirà ad estendere il suo impero sugli uomini di ogni tribù, nazione, lingua e razza, come se la profezia messianica di Daniele si realizzasse in lui: Tutti i popoli, tutte le tribù, tutte le lingue lo serviranno. Il suo potere sarà un potere eterno, che non gli sarà tolto, e il suo regno non sarà distrutto (Dan. VII, 14). Così, Egli diventerà padrone di tutto l’universo; e tutti i servi del mondo saranno nella sua completa devozione, tutti coloro che non vivono nell’attesa del bene eterno e i cui nomi non sono scritti nel Libro della Vita. Perché questi non sono redenti dal sangue dell’Agnello, che è stato ucciso fin dall’inizio del mondo. Queste ultime parole significano che, fin dalla creazione, gli uomini potevano essere salvati solo dalla morte di Cristo. Fu solo in previsione dei meriti infiniti di Suo Figlio che moriva sulla croce che Dio, anche prima del compimento della Redenzione, che ebbe pietà di loro. Queste parole vogliono anche ricordarci che, dalle origini dell’umanità, dal tempo di Abele e Caino, i giusti, che costituiscono il Corpo Mistico di Cristo, erano destinati alla persecuzione e al martirio. E sarà così fino alla fine dei tempi. Perciò, non stupiamoci quando vediamo lo scatenarsi della furia dell’Anticristo; non lasciamoci sgomentare dal successo travolgente delle sue imprese. Lui e i suoi seguaci pagheranno caro il loro momentaneo trionfo. Se le nostre orecchie non sono chiuse alle cose spirituali, ascoltiamo piuttosto ciò che dice l’Apostolo: Colui che ha ridotto altri in cattività sarà ridotto in cattività a sua volta; colui che ha lavorato per mettere altri sotto il giogo del peccato e del diavolo si troverà improvvisamente preso nella morsa di fuoco della dannazione eterna; colui che ha fatto perire altri con la spada, che sia la morte naturale o quella spirituale, perirà a sua volta, ma con la seconda morte, quella che non ha fine. Così, non ci siano dubbi, le ingiustizie, le persecuzioni, i trionfi dei malvagi sono permessi da Dio su questa terra solo per il bene dei suoi eletti. – Infatti, è di fronte a queste prove e sotto la loro influenza che la pazienza e la fede dei santi si manifestano veramente. Molti uomini quaggiù si credono giusti, perché vivono onestamente finché tutto è prospero per loro; ma quando arrivano le avversità, la loro apparente virtù si scioglie come cera al sole, ed è allora chiaro che servivano Dio solo per i vantaggi che trovavano nella pratica della pietà.

§ 2 – La Bestia che sale dalla terra.

E vidi – continua San Giovanni – un’altra bestia che saliva dalla terra. Questo secondo mostro, che appare qui dopo il primo, rappresenta il gruppo di uomini che diventeranno gli apostoli dell’Anticristo e metteranno al suo servizio tutte le risorse della loro intelligenza, della loro eloquenza e dei loro talenti. La prima bestia sorse dal fondo del mare, e fu formata e crebbe, per così dire, per il solo fatto della sua fondamentale perversità; ma la seconda bestia sorgerà dalla terra, nel senso che sarà generata soprattutto dal desiderio degli individui che ne saranno membri di assicurarsi gloria, onori, ricchezze e piaceri sposando la causa dell’Anticristo. Avrà due corna simili alle corna dell’Agnello. Le due corna dell’Agnello sono, da un lato, la sublime dottrina e, dall’altro, la splendente santità per mezzo della quale il divino Salvatore ha vinto il mondo. A sua imitazione, i seguaci della Bestia predicheranno una dottrina seducente e simuleranno un’alta virtù: con ciò, trionferanno sulle resistenze che cercheranno di opporsi alla loro azione. Parleranno come il drago, bestemmiando come il diavolo stesso, e parleranno con orgoglio e ipocrisia. Essi faranno opere straordinarie come la prima Bestia, perché quest’ultima comunicherà loro il suo potere. Ma come i Dodici operavano miracoli solo in nome di Gesù Cristo e solo per la gloria del loro Maestro, così questi pseudo-apostoli agiranno sempre in presenza della Bestia, cioè nel suo nome e nel suo interesse. Essi condurranno la terra e coloro che ne sono schiavi, ad adorare la Bestia, proclamando ovunque che egli ha trionfato sulla morte, che è risorto dai morti. Essi compiranno prodigi sorprendenti, come, per esempio, far scendere un fuoco dal cielo, sempre per copiare gli apostoli che chiamavano lo Spirito Santo sui primi fedeli in questa forma sensibile. Questo fenomeno non supera d’altronde il potere del diavolo, come la Scrittura insegna espressamente a proposito di Giobbe, le cui greggi satana ha così distrutto.  I segni compiuti dai protagonisti dell’Anticristo raduneranno alla sua causa tutti gli uomini che vivono sotto la schiavitù della carne. Sarà loro ordinato di fare un’immagine della Bestia, che porta sul suo corpo il marchio del colpo che l’ha uccisa e da cui è risorta. Così il figlio della perdizione, come lo chiama San Paolo, si sforzerà di contraffare Cristo in ogni cosa: come il nostro Salvatore è rappresentato in immagini con le cinque piaghe che Egli volle conservare nella Sua sacra carne per richiamarle incessantemente al nostro amore, così l’Anticristo proporrà alla venerazione degli uomini il suo ritratto, nel quale si vedranno i segni della ferita dalla quale pretenderà di essere morto. Tutti saranno invitati a esporre immagini o statue di lui in questo modo. E queste immagini, la seconda Bestia, cioè la banda di predicatori dell’Anticristo, avrà il potere di animarle, di farle parlare e di sterminare chiunque si rifiuti di adorarle. Ciò significa che, su invito di questi maestri dell’inganno, il diavolo stesso darà una parvenza di vita alle statue dell’Anticristo e parlerà attraverso la loro bocca. Infine, questi stessi profeti della menzogna faranno indossare a tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi, il carattere della Bestia, – qualcosa come una croce uncinata, – o sulla mano destra o sulla fronte, per marcare che tutti dovranno comportarsi come la Bestia, e confessarla senza arrossire. Nessuno potrà comprare o vendere, nessuno avrà il diritto di esercitare alcun commercio o compiere alcun atto civile se non porta ben visibile il carattere della Bestia, o il suo nome, o il numero del suo nome. – Tutti i dettagli precedenti possono anche essere intesi in senso figurato: gli uomini dovranno farsi un’immagine della Bestia, cioè dovranno modellare la loro condotta sulla sua, come i Cristiani si sforzano di imitare Cristo Gesù in tutto. La seconda Bestia avrà il potere di far parlare le immagini della prima: vale a dire che i predicatori dell’Anticristo potranno, con l’aiuto del diavolo, provocare in se stessi o nei seguaci della Bestia ispirazioni e trasporti analoghi ai carismi che hanno colto i fedeli nei primi tempi della Chiesa. Infine, nell’obbligo imposto a tutti gli uomini di ricevere il carattere della Bestia, o il suo nome, o il numero del suo nome, dobbiamo vedere una parodia del battesimo: i seguaci dell’Anticristo dovranno sottoporsi a qualche rito, che dovrà imprimere su di loro, con tratti indelebili, l’appartenenza al loro padrone; come noi riceviamo al Battesimo il nome di figli di Dio, e anche il numero di questo nome, quando siamo firmati con il numero sacro della Santa Trinità, dei Tre che sono Uno, quando siamo segnati con il nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. – Allora la situazione dei Cristiani diventerà estremamente critica. Essi saranno cacciati, denunciati, messi al bando, e questo su tutta la superficie della terra. In questa prova, però, non devono pensare di essere abbandonati da Dio e sprofondare nella disperazione. Più che mai sarà necessario regolare la propria condotta, non in base alle impressioni del momento, ma in base ai consigli della saggezza. Ora, in questo caso, ecco in cosa consisterà la vera saggezza: chi ha intelletto – e quest’ultima parola deve essere presa qui nel suo senso etimologico, intus legere, leggere dentro – chi sa considerare la profondità delle cose senza fermarsi alle apparenze, calcoli il numero della Bestia. E vedrà chiaramente che questo numero non è il numero di un dio, né il numero di un angelo, ma che è il numero di un uomo, e che questo numero è 666.

§ 3 – Il numero della bestia.

Qui arriviamo ad uno dei punti più oscuri dell’Apocalisse, e uno di quelli che hanno più esercitato la sagacia degli studiosi. Se il lettore avrà la pazienza di seguirci, speriamo tuttavia di aiutarlo, non certo a scoprire i dettagli del tempo della fine del mondo, ma a capire prima il significato letterale di questo passaggio, e poi la lezione morale che si cela dietro di esso. L’Apocalisse fu originariamente scritta in greco. In questa lingua, i numeri sono espressi, come in latino, non da segni speciali, ma dalle lettere dell’alfabeto: così α (alfa) significa 1,   β (beta) significa 2, ι (iota) rappresenta 10; κ (cappa), 20, ecc. Stando così le cose, è sufficiente trovare il nome della Bestia cercando le parole le cui lettere sommate danno il totale di 666. Tra i molteplici nomi che si ottengono in questo modo, ce ne sono tre che tutti i Padri o Dottori hanno conservato, e sui quali l’unanimità della tradizione è piamente raggiunta. Questi sono quelli di: Tειτάν (teitan), che significa gigante; Αντἴμος (antimos), che significa onore contrario; e il verbo ‘ᾈρvoῡμαι  (arnoumai), nego. Gli autori hanno fatto lo stesso lavoro sul testo latino, e qui l’unica parola che ha incontrato la loro approvazione è quella di: Diclux, che interpretano come: Dic me esse lucem veram (dici che sono io la vera luce). Questo nome, notiamo di passaggio, conferisce un interesse particolare alla formula che la croce di San Benedetto porta sui suoi rami: Crux sancta sit mihi lux, non Draco sit mihi dux (Che la santa croce sia la mia luce; che il drago non sia il mio capo). Il nostro Beato Padre conosceva i piani del Principe delle Tenebre, sul quale aveva ricevuto un potere speciale. Questi disegni, che si manifesteranno alla piena luce del giorno, al tempo del regno dell’Anticristo, stanno operando in sordina in tutta la storia del mondo, e con molti secoli di anticipo, San Benedetto, per contrastarli, ha messo nelle nostre mani un segno che è, a nostra insaputa, una professione di fede contro il motto della Bestia. Così l’Anticristo porterà un nome, il cui significato sarà: il gigante, l’onore contrario, la negazione, o: Dite che io sono la luce. Qui la nostra interpretazione letterale deve fermarsi: i commentatori che hanno voluto leggere più precisamente in queste lettere misteriose, e hanno preteso di scoprire in esse i nomi di Tito, Traiano, Cesare, Nerone, Diocleziano, Maometto, o altri più vicini a noi, sono entrati nell’ambito della libera fantasia; essi sono usciti dal sentiero segnato dalla tradizione autentica, che è necessario, tuttavia, seguire passo dopo passo per non smarrirsi su un argomento così difficile. L’Anticristo deve venire alla fine dei tempi: è vano cercare di riconoscerlo in questo o quel personaggio dei secoli passati. Come può ora la saggezza consistere nel capire che il numero dell’Anticristo è il numero di un uomo, e che questo numero è 666? Questo servo del diavolo, come abbiamo visto, farà ogni sorta di prodigi. Farà scendere il fuoco dal cielo e parlerà alle statue; trionferà su tutti i suoi nemici e li consegnerà alla morte; in tutte le sue imprese, riuscirà con una felicità che gli permetterà di affermare che “Dio è con lui”, che è il suo luogotenente, il suo inviato, il suo profeta; e gli uomini la cui mente non è guidata dallo Spirito Santo, ingannati da successi così eclatanti, gli crederanno davvero. Ma tali segni sono davvero il marchio del vero Dio? Il nostro Signore ha mai fatto una cosa del genere? Ha fatto scendere il fuoco dal cielo quando i suoi discepoli glielo hanno chiesto? Ha forse acconsentito a fare prodigi nell’aria o sulla terra, quando i farisei o Erode lo hanno invitato a farlo? Ha usato il Suo potere per assicurarsi la gloria e l’onore tra gli uomini? Ha inseguito e fatto perire i suoi nemici, Egli che ha costretto San Pietro a rimettere nel fodero la spada che aveva estratto per difenderlo, e che, inchiodato alla croce, intercedeva ancora per i suoi carnefici: « Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno »? – Al contrario, Egli ha fatto miracoli solo per alleviare altri uomini; si è mostrato nell’abbigliamento il più modesto, ha vissuto nella povertà più grande, non ha cercato altro trionfo che quello del Calvario, e non ha versato altro sangue che il suo. Ma anche davanti a tanta dolcezza, tanta pazienza, tanta bontà, il cuore dell’uomo, quando non era completamente indurito dall’odio, era costretto a riconoscere la presenza della Verità e a confessare, come il centurione che Lo vide spirare, che Egli era veramente il Figlio di Dio. – Al contrario, davanti agli atti dell’Anticristo, chiunque ascolti la voce della sua coscienza sarà costretto a convenire con se stesso che ha davanti agli occhi solo un uomo, e non un Dio; un uomo segnato dalle stimmate del peccato, schiavo delle passioni più crudeli; Un uomo della razza dei giganti, senza dubbio, ma di quei giganti d’orgoglio che pretendono di scalare i cieli e detronizzare Dio; un uomo che merita il nome di Antimos, cioè Onore Contrario, perché cerca di deviare a proprio profitto un onore, una gloria, un’adorazione che appartengono solo al Creatore; un uomo che sarebbe ben chiamato: Negazione, perché la sua dottrina sa solo contraddire le verità insegnate dalla Chiesa, senza essere in grado di costruire nulla di positivo; un uomo, infine, che non è la luce, e tuttavia vuole costringere tutti gli uomini per tale, e dire che lui è la luce. Questo è il senso in cui la vera saggezza consisterà nel riconoscere che il nome Bestia è un nome di uomo. Ma perché questo numero è ora il 666? Qui dobbiamo entrare per un momento nel campo particolarmente oscuro e difficile della mistica dei numeri. Secondo la Genesi, Dio creò il mondo in sei giorni. Alla sera del sesto giorno, l’intero universo era uscito dalle sue mani; tutti gli esseri che dovevano servire da principio per le specie viventi erano venuti alla luce; non c’era più nulla da trarre dal nulla; eppure l’opera non era finita. Per renderlo perfetto, Dio ha dovuto aggiungere il settimo giorno, il sabato, che porta la sua benedizione, che è il suo giorno e il coronamento degli altri sei. Questo era un modo velato di farci capire che la creatura non è venuta nel mondo per rimanere limitata al lavoro dei sei giorni, o, in linguaggio mistico, per rimanere racchiusa nel numero sei; al contrario, deve tendere ad uscirne e cercare il suo riposo, la sua armonia, il suo equilibrio, il suo compimento, la sua perfezione nel settimo giorno, nel giorno del Signore, che è come la fine della creazione e il fine verso cui tende, in questo sabato, che simboleggia la pace eterna e sovranamente benedetta di Dio, una pace alla quale Egli farà partecipare coloro che hanno compiuto fedelmente il lavoro della vita presente. In questo senso, il sei diventa il numero della creatura, in quanto imperfetta; il sette, al contrario, è il numero del Creatore e della perfezione: ecco perché, come abbiamo già visto, questo numero è anche quello dell’Agnello. Ora, davanti alle opere dell’Anticristo, davanti allo spettacolo di quest’uomo ebbro del suo potere, desideroso di un dominio universale, sempre pronto a glorificarsi e pieno di furia selvaggia contro i suoi nemici, la vera saggezza, quella che permetterà ai giusti di salvarsi, consisterà nel comprendere che nulla di ciò che fa tende alla pace del Signore; che tutta la sua potenza, tutta la sua conoscenza, tutto il suo splendore, tutta la sua gloria non esce dall’ordine creato e dal dominio della pura creatura. Per quanto moltiplichi le sue opere, le decuplichi, le centuplichi, per quanto si impegni, per quanto gonfi ed espanda il suo numero sei, il suo numero creaturale, fino a farlo diventare 666, non potrà uscire da questo numero imperfetto, e né lui né coloro che seguono le sue orme entreranno mai nel riposo del Signore.

TERZA PARTE

L’AGNELLO E LA SUA GIUSTIZIA

Capitolo XIV. – (1-20)

“E vidi: ed ecco l’Agnello che stava sul monte di Sion, e con lui cento quarantaquattro mila persone, le quali avevano scritto sulle loro fronti il suo nome e il nome del suo Padre. E udii una voce dal cielo, come rumore di molte acque, e come rumore di gran tuono: e la voce, che udii, era come di citaristi che suonino le loro cetre. E cantavano come un nuovo cantico dinanzi al trono e dinanzi ai quattro animali e ai seniori: e nessuno poteva dire quel cantico, se non quei cento quarantaquattro mila, i quali furono comperati di sopra la terra. Costoro sono quelli che non si sono macchiati con donne: poiché sono vergini. Costoro seguono l’Agnello dovunque vada. Costoro furono comperati di tra gli uomini primizie a Dio e all’Agnello, e non si è trovata menzogna nella loro bocca: poiché sono scevri di macchia dinanzi al trono di Dio. E vidi un altro Angelo, che volava per mezzo il cielo, e aveva il Vangelo eterno, affine di evangelizzare gli abitatori della terra, e ogni nazione, e tribù, e lingua, e popolo: e diceva ad alta voce: Temete Dio, e dategli onore, perché è giunto il tempo del suo giudizio: e adorate colui che fece il cielo, e la terra, il mare, e le fonti delle acque. E seguì un altro Angelo dicendo: È caduta, è caduta quella gran Babilonia, la quale ha abbeverato tutte le genti col vino dell’ira della sua fornicazione. E dopo quelli venne un terzo Angelo dicendo ad alta voce: Se alcuno adora la bestia e la sua immagine, e riceve il carattere sulla sua fronte, o sulla sua mano: anch’egli berrà del vino dell’ira di Dio, versato puro nel calice della sua ira, e sarà tormentato con fuoco e zolfo nel cospetto dei santi Angeli, e nel cospetto dell’Agnello: e il fumo dei loro tormenti si alzerà nei secoli dei secoli: e non hanno riposo né dì, né notte coloro che adorarono la bestia e la sua immagine, e chi avrà ricevuto il carattere del suo nome. Qui sta la pazienza dei santi, i quali osservano i precetti di Dio e la fede di Gesù. E udii una voce dal cielo che mi diceva: Scrivi: Beati i morti, che muoiono nel Signore. Già fin d’ora dice Io Spirito, che si riposino dalle loro fatiche: poiché vanno dietro ad essi le loro opere. E vidi: ed ecco una candida nuvola, e sopra la nuvola uno che sedeva simile al Figliuolo dell’uomo, il quale aveva sulla sua testa una corona d’oro, e nella sua mano una falce tagliente. E un altro Angelo uscì dal tempio gridando ad alta voce a colui che sedeva sopra la nuvola: Gira la tua falce, e mieti, perché è giunta l’ora di mietere, mentre la messe della terra è secca. E colui che sedeva sulla nuvola, menò in giro la sua falce sulla terra, e fu mietuta la terra. E un altro Angelo uscì dal tempio, che è nel cielo, avendo anch’egli una falce tagliente. E un altro Angelo uscì dall’altare, il quale aveva potere sopra il fuoco: e gridò ad alta voce a quello che aveva la falce tagliente, dicendo: Mena la tua falce tagliente, e vendemmia i grappoli della vigna della terra: poiché le sue uve sono mature. E l’Angelo menò la sua falce tagliente sopra la terra, e vendemmiò la vigna della terra, e gettò (la vendemmia) nel grande lago dell’ira di Dio: e il lago fu pigiato fuori della città, e dal lago uscì sangue fino ai freni dei cavalli per mille seicento stadi.”

§ 1. — I cento quaranta-quattro mila Vergini.

Dopo aver descritto profeticamente la persecuzione dell’Anticristo, San Giovanni, per rafforzarci contro questa temuta eventualità, darà ora una breve descrizione dell’aiuto che il Salvatore e i suoi Santi porteranno allora ai fedeli. Io vidi – dice – ed ecco che l’Agnello era in piedi sul monte di Sion. L’Agnello si riferisce senza dubbio a Cristo stesso, modello di pazienza e di dolcezza, che si lasciò condurre alla morte senza la minima resistenza, come testimoniano tutta la tradizione e la liturgia della Chiesa. Tuttavia Egli sta in piedi, nell’atteggiamento di un uomo che lavora o combatte, e sta sul monte Sion, cioè nella Chiesa, che si erge sopra la terra come una montagna, sulla cui sommità si trova la Città Santa, la Gerusalemme celeste. Infatti Cristo, come abbiamo già detto, opera solo nella Chiesa, ed è inutile cercarlo al di fuori di essa. Intorno a Lui si accalcava la folla innumerevole di coloro che portano il suo Nome ed il Nome del Padre suo, cioè il titolo di Cristiani ed il nome di figli di Dio, che lo portano autenticamente, inciso sulla loro fronte, a lettere indelebili, dal sacramento del Battesimo e con la ferma determinazione con cui nulla devono preferire all’amore di Gesù Cristo. – Da questa massa proveniva una voce, terribile come il rumore di grandi acque o il fragore di un tuono, e dolce allo stesso tempo come il suono dei citaredi quando suonano sulle loro cetre. Questa voce è quella dei Santi nella loro predicazione: una voce terrificante, per le sue continue allusioni al rigore dei giudizi divini; e tuttavia piena di affettuosa tenerezza, perché proviene da cuori infiammati dalla carità. La cetra è la figura della croce: le sue corde secche, tese strettamente sul ripiano di legno, e che rispondono con suoni melodiosi quando la mano del musicista le tocca, simboleggiano Cristo, teso strettamente sulla sua croce, proferendo solo parole d’amore sotto gli oltraggi e i tormenti inflitti. I suonatori di cetra sono i predicatori, che, come San Paolo, non conoscono altro che Cristo, e Cristo crocifisso (I Cor., II, 2). Ma essi suonano la cetra sulle loro cetre: cioè non si accontentano di evocare in termini commoventi le sofferenze del loro Maestro. Si mortificano, crocifiggono la propria carne con i suoi vizi e concupiscenze (Galati, V, 24), passano, come l’Apostolo, attraverso il crogiolo della persecuzione, diventano croci viventi; ed è questo che dà alle loro parole un’unzione, una dolcezza che l’eloquenza e il talento sono incapaci di imitare. Ma mentre si “incetrano” in questo modo, nel mortificano, cantano. La loro vita è illuminata dalla gioia, dalla purezza e dalla speranza. Cantano il canto nuovo, quello che l’Antico Testamento non conosceva, e che Cristo è venuto a rivelare alla terra: il canto di un amore che si rinnova sempre senza mai conoscere declino, stanchezza o assuefazione. Notiamo, tuttavia, che essi cantavano non “il” nuovo canto, ma “come” un nuovo canto, sottintendendo l’autore che il vero canto, il canto autentico e completo, risuonerà solo dopo la resurrezione finale, quando gli eletti avranno recuperato, con i loro corpi, l’integrità della loro natura. – E nessun altro poteva dire questo meraviglioso canto, se non quei centoquarantaquattromila, che rappresentavano tutti coloro che il sangue di Cristo ha redento da questo mondo, tutti coloro che i meriti del loro Salvatore hanno strappato dalla tirannia della carne, dalla schiavitù della concupiscenza, e che sono saliti, attraverso la castità, ad uno stato al di sopra della natura. Questi sono la porzione eletta del popolo di Dio, il coro dei vergini, per cui San Giovanni, essendo egli stesso l’Apostolo vergine, ebbe rivelazioni speciali. È a loro, a questi eunuchi spirituali, per parlare la lingua del Vangelo, che Dio disse profeticamente, per bocca di Isaia: “A coloro che hanno osservato le mie solennità, che hanno fatto ciò che ho voluto e hanno mantenuto la mia alleanza, io darò posto nella mia casa e tra le mie mura. E darò loro un nome migliore che se avessero avuto figli e figlie; darò loro un nome che non perderà (LVI, 4). Solo chi è puro può cantare il canto dell’Agnello, perché la castità fa nascere una gioia interiore che è impossibile conoscere senza di essa; perché dà più forza per predicare, per correggere, per consolare, per parlare di Dio. È San Paolo che ce lo insegna, quando scrive: « Chi non è sposato rivolge la sua attenzione alle cose del Signore, cercando di piacere a Dio; chi è sposato si dedica alle cose del mondo, cercando di piacere a sua moglie, ed è diviso » (I Cor., VII, 3a.). Quindi, coloro che non hanno contaminato i loro corpi e che sono vergini hanno il privilegio di seguire l’Agnello ovunque vada. Cosa significa questo? – Non si tratta di un movimento fisico attraverso gli spazi infiniti dell’empireo, come si può facilmente immaginare. Seguire l’Agnello ovunque Egli vada è seguirlo nello stretto sentiero della rinuncia assoluta; è camminare dietro di Lui nella notte della fede, accettando senza discutere tutti i dogmi che enuncia, tutti i misteri che impone alla ragione. Quelli invece che non seguivano l’Agnello ovunque andasse, che dopo avergli sentito dire che dovevano mangiare la sua carne e bere il suo sangue, mormoravano tra di loro: “Ecco, questa è una parola dura, e chi la può ascoltare? – E molti – aggiunge il Vangelo – se ne andarono e non camminarono più con lui; abbandonarono l’Agnello, essendo la loro fede troppo debole per seguirlo fino alla fine del suo corso. San Pietro, invece, e i discepoli fedeli continuarono a stringersi più vicino: « Signore – dissero – da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna » (Jo., VI, 61, 67, 69). Lo seguivano nel tunnel della fede, e dovevano seguirlo fino alle altezze della carità, il giorno in cui, come Lui, avrebbero dato il loro sangue per la conversione dei loro fratelli e per la salvezza dei loro nemici. Questi – continua San Giovanni – erano separati dagli altri uomini. Essi furono scelti e messi da parte, come si mettono da parte i migliori frutti di un frutteto, per essere offerti come primizie a Dio e all’Agnello. Nessuna menzogna è stata trovata nella loro bocca, perché hanno sempre confessato la verità e aderito con tutto il loro essere alla dottrina cattolica; sono senza macchia davanti al trono di Dio, perché hanno evitato il peccato come meglio potevano, sforzandosi di mantenersi costantemente alla presenza del loro Creatore. Essi formano quella truppa scelta che Dio tiene sempre per sé sulla terra, e che costituisce il nucleo della sua Chiesa attraverso le generazioni, e la cui esistenza fu rivelata al profeta Elia quando gli si disse: « Ho tenuto per me settemila uomini che non si sono inginocchiati a Baal. » (Rom. XI, 4 – III Reg., XIX, 18). Possiamo concludere da questo passaggio che la verginità avrà la precedenza su tutte le altre virtù nella vita eterna? – No: è essenzialmente la carità che servirà da fondamento alla gerarchia degli eletti, e la verginità, di per sé, non meriterà che un aureola, cioè una ricompensa accidentale, come la pazienza dei martiri o l’insegnamento dei dottori. Ma la virtù di cui l’autore sacro vuole parlare qui è piuttosto la purezza del cuore che la castità del corpo. Come non basta mantenere la continenza per essere un santo, così, al contrario, non c’è dubbio che ci sono uomini tra i Santi, e tra i più grandi, che hanno vissuto sotto la legge del matrimonio; solo che, anche in questo stato, il loro cuore aderiva a Dio solo. Lo consideravano come il vero Sposo delle loro anime, cercavano di piacere solo a Lui, e la purezza del loro amore permette loro di essere tra i vergini, intendendo questa parola in senso lato.

§ 2 – La punizione di Babilonia

Abbiamo appena visto che Cristo e i suoi Santi sono pronti a combattere per noi dalla montagna. Non temiamo dunque le persecuzioni a venire, tanto più che il resto della narrazione ci mostrerà la rovina dei nostri nemici come imminente e terribile. L’autore sacro presenta quattro Angeli, che rappresentano tutti i predicatori del Vangelo, e la cui azione si oppone a quella degli araldi dell’Anticristo, rappresentati nel capitolo precedente dalla seconda Bestia. Questi avevano ordinato agli uomini di adorare la Bestia, di riprodurre la sua immagine e di indossare il suo carattere: i predicatori stanno per ricordare loro la necessità di adorare solo Dio, e di mostrare le spaventose punizioni che attendono i seguaci dell’Anticristo. Il primo Angelo apparve dunque, portando con sé il Vangelo eterno, che nessun errore può oscurare, che nessuna persecuzione può distruggere; volò in mezzo al cielo, perché nulla può fermare la diffusione della dottrina cristiana; e si fece sentire, se non da tutti gli uomini, almeno da coloro che sono capaci di desiderare i beni eterni e quindi di vivere come sopra la terra, superiori a tutte le distinzioni di razza, tribù, lingua e popolo: infatti sanno che queste separazioni tra gli esseri umani hanno valore solo per il mondo presente, e che in cielo non ci sarà che un solo gregge e un solo Pastore. Notiamo, di passaggio, che questo testo contiene una condanna formale delle dottrine razziste. E questo Angelo gridò a gran voce: “Temete il Signore, o uomini, e non l’ira della bestia“.È a Lui, e a Lui solo, che dovete rendere l’omaggio che gli spetta, perché ecco, l’ora del suo giudizio sta arrivando: presto, se non vi affrettate, sarà troppo tardi. E adoratelo con tutta la vigilanza, tutto il rispetto, tutto il raccoglimento di cui siete capaci, perché è Lui che ha fatto il cielo, la terra, il mare e le sorgenti delle acque. “Infatti, Dio ha creato tutte queste cose in senso letterale. Inteso nel suo senso morale, questo passaggio ci ricorda anche la nostra totale dipendenza da Lui: il cielo designa la parte superiore della nostra anima, fatta per vivere la vita degli Angeli; la terra, il nostro corpo di carne, con i suoi istinti più bassi; il mare, le tribolazioni che la vita presente ci porta. Ma accanto ad esse ci sono le sorgenti d’acqua, cioè le grazie che la misericordia divina ha posto ovunque, per lavare la nostra anima dalle sue contaminazioni, per spegnere l’ardore della concupiscenza, per placare la sete del nostro cuore.E un altro Angelo seguì il primo, dicendo: “Non lasciatevi sedurre dalla Bestia, non correte verso la città del male, che è la sua metropoli. Anche se vi appare in tutto il suo splendore, essa è così vicino alla rovina che si può già dire che sia caduta. È caduta, questa grande Babilonia, con i suoi vizi, i suoi idoli, le sue vanità di ogni genere. È già caduta sotto l’azione della sua stessa putredine, e sprofonderà nell’abisso dell’inferno nel giorno del giudizio, essa che ha fatto bere a tutte le nazioni il vino dell’ira della sua fornicazione. “Il vino designa qui la concupiscenza, che, infiammandosi, inebria l’uomo, gli fa perdere l’uso della ragione e lo spinge a tutti i peccati. Ora, il peccato costituisce una fornicazione dell’anima: questa, commettendolo, abbandona il suo legittimo Sposo per correre dietro alla creatura e provoca così l’irritazione di Colui che tradisce. Ecco perché questo vino è chiamato il vino dell’ira della sua fornicazione. Ora viene il terzo Angelo, e questo è ciò che dice: « Se qualcuno adora la Bestia o la sua immagine, se ha ricevuto il suo carattere sulla fronte o sulla mano, cioè se ha confessato pubblicamente la sua fede in lui, o se lo ha imitato nei suoi crimini, anch’egli berrà del vino dell’ira di Dio, che è mescolato con vino puro nel calice della sua ira. » Questo passaggio è molto difficile da capire. La migliore interpretazione sembra essere la seguente: quaggiù, i castighi che Dio ci manda sono strettamente misurati nel calice che prepara per ognuno di noi, in proporzione alle nostre colpe, sotto l’azione dell’ira che i nostri peccati gli ispirano; e la feccia, cioè l’amarezza della sofferenza che questi castighi provocano, si mescola al vino puro, cioè alla forza vivificante che una correzione salutare procura. Ma nell’eternità, i dannati non avranno che la feccia di questo vino; troveranno, quando lo berranno, solo una terribile amarezza, senza nulla che li riscaldi o li conforti. Inoltre, saranno tormentati da un fuoco la cui violenza oltrepassa ogni descrizione, e dall’insopportabile odore di zolfo che regnerà in questa prigione senza aria e senza uscita, dove si ammasserà tutta la corruzione dell’universo. Ma ciò che renderà la loro situazione più crudele sarà l’essere torturati in questo modo in presenza dei santi Angeli ed in presenza dell’Agnello. Queste ultime parole sono rivolte a quegli uomini, così numerosi ai nostri giorni, anche tra i Cristiani, che, preferendo il proprio giudizio alle verità insegnate dalla Chiesa, rifiutano di ammettere sia il carattere spaventoso, che la durata eterna dei tormenti dell’inferno, dichiarandoli incompatibili con la misericordia di Dio. Senza dubbio la ragione umana, lasciata a se stessa, si stupisce di un tale rigore; e la sua nozione di giustizia si adatterebbe volentieri a una punizione finita; ma deve inchinarsi davanti ad un mistero che la supera; deve adorare, con l’Apostolo, la profondità dei tesori della sapienza e della conoscenza di Dio, i cui giudizi sono incomprensibili e le cui vie sono imperscrutabili (Rom., XI, 33.). Se sapessimo cos’è Dio, se avessimo intravisto lo splendore della Sua Maestà e la violenza del Suo amore per l’uomo; se capissimo quale male e ingratitudine rappresenta l’ostinazione nel peccato, vedremmo subito la necessità di un inferno eterno. Non dobbiamo dubitarne: coloro sui quali è stata pronunciata la sentenza di riprovazione non hanno più nulla da aspettarsi dalla misericordia di Dio, né dall’intercessione dei Santi, né dalla carità degli Angeli, né dalla tenerezza di Colui che è morto per loro: essi soffriranno alla presenza dei Santi Angeli e alla presenza dell’Agnello, e questa presenza non sarà loro di alcun aiuto! Infine, l’orrore di questi tormenti è aggravato dal fatto che sono eterni: il fumo di questo fuoco salirà per sempre. E non ci sarà riposo per coloro che hanno adorato la Bestia e la sua immagine, e che si sono permessi di essere marchiati con il carattere del suo nome. Badiamo di non allontanarci o dal disprezzare queste verità, non è senza motivo che la Scrittura ce le pone costantemente davanti agli occhi: esse sono vivificanti e fruttuose: in esse sta il fondamento della pazienza dei Santi, ed è dalla loro considerazione che essi traggono la forza di osservare, nonostante tutte le prove, i comandamenti di Dio, rimanendo fedeli alla legge di Gesù Cristo.

§ 3 – Beati quelli che muoiono nel Signore.

Dopo questa fosca immagine del destino che attende i seguaci della Bestia, ecco ora un raggio di pace di cui godono gli eletti. E udii una voce dal cielo che mi diceva: “Scrivi“. Come se dicesse: “Non accontentatevi di annunciare quello che state per sentire, perché le parole si dimenticano presto; ma scrivetelo, perché rimanga e si tramandi di generazione in generazione. Beati i morti che muoiono nel Signore. Beati coloro che sono morti al mondo, al peccato, a se stessi, alla propria volontà, ai propri attaccamenti sregolati, alla vanità delle cose passeggere! Beati coloro che possono dire con l’Apostolo: “Io vivo, ma non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me“. (Gal. II, 20). Questi sono coloro che sono veramente morti, che sono padroni dei loro appetiti e delle loro passioni, che odiano il peccato per amore della virtù e che desiderano soprattutto piacere a Dio. Quando l’altra morte, quella che è il risultato del peccato originale, e il cui avvicinarsi riempie gli uomini di paura, quando quest’altra morte viene a coglierli, essi si addormentano solo dolcemente nel Signore, e subito, appena le loro anime sono separate dai loro corpi – (Qui abbiamo seguito, come sempre, la lezione della Vulgata. Il testo greco ha una puntualizza diversamente. Dice: Beati i morti che muoiono nel Signore adesso, come per significare: senza aspettare la risurrezione generale. Già lo Spirito dice: ecc. Il significato è lo stesso.), – Lo Spirito, cioè il Dio dell’amore, comanda che entrino nella beatitudine eterna, e che godano senza fine del riposo che hanno meritato con le loro opere. Perché gli uomini, quando lasciano questo mondo, non portano con sé nulla delle ricchezze, degli onori o dei piaceri di questo mondo; ma il merito o il demerito di tutte le loro azioni rimane con loro, e questo per l’eternità.

§ 4 – Visione del Giudizio Universale.

Dopo la visione dell’Agnello sul monte, dopo l’annuncio dei castighi riservati agli empi, San Giovanni, sempre con l’intenzione di confortare coloro che dovranno combattere contro l’Anticristo, dà loro una breve descrizione del Giudizio Universale, dove i buoni e i cattivi riceveranno il giusto castigo per la loro condotta. Io guardai – egli dice – ed ecco, apparve una nuvola bianca, e seduto su di essa c’era uno simile al Figlio dell’Uomo. Questa nuvola bianca è il simbolo della carne immacolata di Cristo. Dio, infatti, ha nascosto la sua maestà e lo splendore della sua gloria dietro questa santa Umanità, come fa il sole quando, posto dietro una nuvola, manda sulla terra il suo calore e la sua luce, ma attenuato, e senza mostrarsi nella sua propria forma. – Nel giorno del giudizio, la natura umana di Cristo servirà da trono per la divinità: per questo San Giovanni vide uno seduto su di essa che era come il Figlio dell’Uomo. Era Gesù, e lo riconobbe senza difficoltà, perché lo aveva visto con i suoi occhi ogni giorno per tre anni e lo aveva toccato con le sue mani (1 Jo., I, 1), quando aveva aiutato a portarlo giù dalla croce. Ma era questo, Gesù liberato da tutte le infermità umane, Gesù che irradiava una tale gloria, una tale bellezza, un tale fascino che sembrava non essere più lo stesso: Aveva sul suo capo una corona d’oro, come simbolo del potere regale che aveva ricevuto su tutto il genere umano; e aveva in mano una falce affilata, come segno del suo potere giudiziario, che gli avrebbe permesso di punire i malvagi con la stessa facilità con cui il mietitore abbatte le spighe di grano. E un Angelo uscì dal tempio, gridandogli a gran voce: “Getta la tua falce e mieti, perché è giunta l’ora della mietitura, perché la messe della terra è matura“. Questo Angelo rappresenta l’assemblea dei Santi, che usciranno dalla dimora celeste dove già regnano, per supplicare il Signore di affrettare l’ora del giudizio, perché la perversione del mondo ha raggiunto il suo apice, perché la terra non produce più virtù. Ed il Salvatore, in risposta alla loro preghiera, gettò la sua falce sulla terra, ed essa fu mietuta: sia i buoni che i cattivi perirono e comparvero davanti al giudizio di Dio. Poi un altro Angelo uscì dal tempio, ma questo portava una falce affilata come il Salvatore: egli personifica il gruppo di Santi che occupano le più alte dimore del cielo, e che parteciperanno al potere giudiziario di Cristo; quelli di cui la Sapienza dice che giudicheranno le nazioni (III, 8), e ai quali il Signore ha promesso, nella persona degli Apostoli, di farli sedere vicino a Lui, per giudicare le dodici tribù d’Israele (Matth. XIX, 18). Gli assistenti del Giudice sovrano sono al loro posto. Un altro Angelo appare in mezzo a loro: questo viene dall’altare, cioè dal cuore stesso del tempio, dal seno della divinità; esso rappresenta Nostro Signore in persona. Egli invita i Santi ad usare il potere che ha dato loro, a gettare la loro falce e a raccogliere i grappoli prodotti dalla vigna della terra, perché le sue uve sono mature; cioè a separare i buoni dai malvagi, perché i primi sono maturi per il cielo, mentre la cattiveria dei secondi è ormai senza rimedio. E l’Angelo lanciò la sua falce e vendemmiò la vigna. Questo non significa che i Santi eserciteranno realmente la giustizia suprema al tribunale dell’ultimo giorno, ma l’esempio della loro vita pura, retta e penitente, che si manifesterà improvvisamente nel grande giorno delle assise del mondo, sarà una condanna implacabile della vita degli empi e li coprirà della più amara confusione. L’autore della Sapienza aveva già raffigurato profeticamente questa scena quando raccontava le lamentele disperate dei dannati posti di fronte alla gloria degli eletti. (V) E quello che era stato vendemmiato cadde nel grande lago dell’ira di Dio, cioè nell’inferno. (Abbiamo tradotto le parole lacum… magnum, del verso 19, con: il grande lago, come la maggior parte dei commentatori. Tuttavia, alcuni di loro, tra i quali dobbiamo citare San Girolamo, fanno di magnum un complemento diretto di misit, e leggono: ha mandato il grande, cioè il superbo, l’anticristo, nel lago dell’ira di Dio. Le versioni greche, variando su questo punto, permettono entrambe le interpretazioni). E il lago fu calpestato fuori dalla città di Dio:  tutta la massa dei dannati sarà messa sotto l’oppressione del rimorso e della sofferenza eterna. Ma perché l’autore sottolinea qui che sono calpestati fuori della città? – Per farci sentire la disperazione della punizione dei dannati. Quando i Santi soffrono su questa terra, quando sono messi sotto quella pressione di prove e persecuzioni a cui alludono i titoli di certi salmi, le loro anime senza dubbio sanguinano, sopportano tormenti che li fanno gridare di dolore: ma almeno il loro sangue scorre nella città:  va ad unirsi a quello di Cristo nel calice che egli offre al Padre suo, producendo frutti inestimabili, e si trasforma in un vino delizioso che gli Angeli portano nelle cantine del Paradiso, acquistando per sé in eterno quel peso di gloria di cui parla San Paolo. Lo stesso vale per i Cristiani che fanno penitenza, per le anime che gemono in Purgatorio; le loro pene, per quanto dolorose, non sono perdute: ottengono la remissione dei loro peccati e aprono per essi le porte del cielo. Ma ciò che è terribile per i dannati è soffrire fuori della città, essere tagliati fuori per sempre dalla comunione dei Santi, separati dal Corpo Mistico di Gesù Cristo, e dover sopportare tormenti indicibili senza ottenerne alcun merito. La loro sofferenza, privata di quella fecondazione che solo la partecipazione a quella di Cristo poteva darle, è sterile, spietatamente sterile. Non farà mai nascere il più piccolo germoglio di compunzione, né il più piccolo fiore di pazienza; servirà solo ad alimentare il loro rimorso, il loro odio per Dio, la loro disperazione, a strappare loro quegli ululati dell’inferno, uno solo dei quali, secondo i Santi, ci raggelerebbe di terrore se ci fosse data la possibilità di sentirlo quaggiù.  E il sangue uscì dal lago e salì all’altezza delle mascelle dei cavalli per una distanza di milleseicento stadi. – Il cavallo è spesso preso, nella Scrittura, come simbolo delle passioni umane. Nel suo stato naturale è un animale fiero, lascivo e selvaggio; ma, domato dall’uomo, diventa il suo compagno più nobile e utile. Allo stesso modo, le nostre passioni, lasciate libere, corrono dietro a tutte le soddisfazioni dei sensi; sottomesse al contrario dalla volontà, aiutano potentemente quest’ultima ad andare verso Dio. Dicendo che il sangue uscì dal lago e salì fino ai morsi dei cavalli, San Giovanni vuole farci capire che la punizione dell’Inferno, attualmente nascosta in fondo all’abisso, diventerà manifesta a tutti gli occhi al momento del Giudizio; essa si diffonderà come una marea su tutte le attività umane che non hanno accettato il morso, o briglia, della ragione. Solo coloro che hanno acconsentito a frenare i loro appetiti e a vivere secondo la legge di Dio scamperanno. – (L’interpretazione che diamo di questo passo si ispira al commento di Andrea di Cesarea (Pat. Gr. de Migne, t. 106, col. 351). Non è tuttavia la più comune: la grande maggioranza degli interpreti autorizzati dell’Apocalisse vede nei cavalli gli uomini abbandonati alle loro passioni; nel morso, i demoni che regolano tutti i loro movimenti, come la briglia dirige quelli del cavallo. La confusione dei dannati si riverserà sui demoni, che saranno crudelmente puniti per ognuno dei peccati che hanno fatto commettere agli uomini) –  Lo stadio è un’arena in cui si giocano i giochi più diversi: gli uomini impiegano tutta la loro abilità e la loro forza per ottenere una futile ricompensa ed una gloria momentanea. In questo senso, è l’immagine del mondo, con le sue vanità e inconsistenze, dove l’uomo spreca tutta l’energia che ha dal suo Creatore. E l’autore parla di milleseicento stadi per mostrare il carattere universale di questa inondazione o castigo che abbraccerà tutto lo spazio, rappresentato qui dal numero mille, e tutto il tempo, rappresentato dal numero seicento a causa delle sei età del mondo.

IL SENSO MISTICO DELL’APOCALISSE (9)