IL SENSO MISTICO DELL’APOCALISSE (4)

G Dom. Jean de MONLÉON

Monaco Benedettino

Il Senso Mistico

dell’APOCALYSSE (4)

Commentario testuale secondo la Tradizione dei Padri della Chiesa

LES ÉDITIONS NOUVELLES 97, Boulevard Arago – PARIS XIVe

Nihil Obstat Elie Maire Can. Cens. ex. off.

Imprimi potest: t Fr. Jean OLPHE-GALLIARD Abbé de Sainte-Marie

Imprimatur: A. LECLERC. Lutetiæ Parisiorum die II nov. 194

Copyright by Les Editions Nouvelles, Paris 1948

Seconda Visione

LA CORTE CELESTE

PRIMA PARTE

IL TRONO DI DIO

Capitolo IV- 1-11

“Dopo di ciò vidi, ed ecco una porta aperta nel cielo, e quella prima voce che udii come di tromba che parlava con me, dice: Sali qua, e ti farò vedere le cose che debbono accadere in appresso. E subito fui rapito in ispirito: ed ecco che un trono era alzato nel cielo, e sopra del trono uno stava a sedere. E colui che stava a sedere era nell’aspetto simile a una pietra di diaspro e di sardio e intorno al trono era un’iride, simile d’aspetto a uno smeraldo. E intorno al trono ventiquattro sedie: e sopra le sedie sedevano ventiquattro seniori, vestiti di bianche vesti, e sulle loro teste corone di oro: e dal trono partivano folgori, e voci, e tuoni: e dinanzi al trono sette lampade ardenti, le quali sono i sette spiriti di Dio. E in faccia al trono come un mare di vetro somigliante al cristallo: e in mezzo al trono, e d’intorno al trono, quattro animali pieni di occhi davanti e di dietro. E il primo animale (era) simile a un leone, e il secondo animale simile a un vitello, e il terzo animale aveva la faccia come di uomo, ed il quarto animale simile a un’aquila volante. E i quattro animali avevano ciascuno sei ale: e all’intorno e di dentro sono pieni d’occhi: e giorno e notte senza posa, dicono: Santo, santo, santo il Signore Dio onnipotente, che era, che è, e che sta per venire. E mentre quegli animali rendevano gloria, e onore, e grazia a colui che sedeva sul trono, e che vive nei secoli dei secoli, i ventiquattro seniori si prostravano dinanzi a colui che sedeva sul trono, e adoravano colui, che vive nei secoli dei secoli, e gettavano le loro corone dinanzi al trono, dicendo: Degno sei, o Signore Dio nostro, di ricevere la gloria, l’onore, e la virtù: poiché tu creasti tutte le cose, e per tuo volere esse sussistono, e furono create.”

§ 1. — Dio è comparato ad una pietra preziosa.

Dopo aver invitato i suoi ascoltatori a riformare la loro condotta, in modo da poter penetrare i segreti di Dio, San Giovanni inizia a rivelare loro i misteri ai quali è stato iniziato nella sua estasi a Patmos. Egli dice loro: « Ecco, una porta è stata aperta nel cielo. » Questa porta rappresenta la Passione di Gesù Cristo, attraverso di essa, e solo attraverso di essa, gli uomini possono di nuovo entrare nel recinto del regno dei cieli, dal quale il peccato di Adamo li aveva esclusi. Ma questa Passione divina è allo stesso tempo la chiave delle Scritture; è essa che dà il loro vero significato alle figure ed alle profezie dell’Antico Testamento, e che sola ce le rende intelligibili. Ecco perché, la sera della sua uscita dal sepolcro, Nostro Signore cominciò a spiegare ai discepoli sulla strada di Emmaus i libri di Mosè e dei Profeti (Lc, XXIV, 27). E quando, poche ore dopo, apparve ai fedeli riuniti nel Cenacolo, una delle sue prime cure fu quella di aprire le loro menti, ci dice San Luca, affinché comprendessero le Scritture (Id., 45.). Non c’è dunque contraddizione da ammettere con certi commentatori (Cfr. per esempio Riccardo di San Vittore, In Apoc. libri septem. L., II, cap. I. Pat. Lat. t. CXCVI, col. 744 C) che la porta aperta intravista da San Giovanni indica, contemporaneamente alla Passione del Salvatore, il significato spirituale dei Libri Santi, attraverso i quali è possibile per lo spirito umano intravedere qualcosa delle realtà celesti. – Mentre questo spettacolo era davanti a lui, San Giovanni sentì di nuovo la voce che aveva già risuonato nelle sue orecchie nella prima visione, dirgli: « Vieni su. Sali qui, cioè elevati alla comprensione delle cose divine – non si tratta di un movimento del corpo, ma di un’ascesa dello spirito – separati dalle cose della terra, rivolgiti alla vita contemplativa, e io ti mostrerò ciò che dovrà presto accadere, cioè le tribolazioni che la Chiesa dovrà affrontare alla fine del mondo, ma anche le consolazioni che riceverà ed i progressi che non cesserà di realizzare. » – La parola ben presto abbraccia tutta la durata del tempo che trascorrerà fino alla fine del mondo, e ne sottolinea la brevità, se la paragoniamo all’eternità che deve seguire. L’apostolo continua: « Subito fui rapito in spirito, ed ecco, un trono era posto nel cielo, e sul trono c’era uno seduto. E Colui che sedeva sul trono aveva uno splendore come lo splendore della pietra di diaspro e della cornalina. In senso anagogico, San Giovanni vuole, con questa immagine folgorante, designare Dio stesso. Poiché Dio non ha una figura o forma corporea, non lo paragona da un uomo o a qualsiasi altra creatura; ma dice, in termini meravigliosamente espressivi, che era come lo splendore che scaturisce da una gigantesca pietra preziosa, avendo sia il tono del diaspro che quello della cornalina (la corniola, sardix, o pietra di Sardis, è una varietà di calcedonio, che varia dal rosso sangue al rosso carne tenue). Il diaspro è verde, la cornalina è rossa. Attribuendo a Dio il colore verde, l’autore ci fa capire che Egli è il Vivente per eccellenza, perché questo è il segno della vita nella natura: quando la terra rinasce, alla fine dell’inverno, essa lo mostra adornandosene nei prati, nei campi, nei boschi, con tutta la gamma dei toni verdi. Ora Dio è la Vita da cui tutta la vita procede. «Tutta la vita, ogni movimento vitale – scrive San Dionigi – emana da questo focolare posto al di là di ogni vita e di ogni principio vitale… È da questa vita originale che gli animali e le piante ricevono la loro vita ed il loro sviluppo. Ogni vita, sia puramente intellettuale (come quella degli Angeli), razionale (come quella dell’uomo), animale o vegetativa; ogni principio di vita, ogni essere vivente, prende in prestito la sua vita e la sua attività da questa vita sovreminente e preesistente nella sua feconda semplicità. Essa è la vita suprema, primitiva, la causa potente che produce, perfeziona e distingue tutti i germi della vita. Ed a causa dei suoi molti e vivi effetti, può essere chiamata vita multipla ed universale, e può essere considerata e lodata in ogni vita particolare; perché non manca nulla ad Essa, anzi, possiede la pienezza della vita; vive di per se stessa e d’una vita trascendente, ha un sublime potere di vivificare, e possiede tutto ciò che l’uomo può dire di glorioso riguardo a questa vita inesprimibile (De divinis nominibus, cap. VI).  Questa verità fu in parte scoperta dai filosofi pagani. Aristotele, per esempio, ha scritto: l’atto dell’intelligenza è una vita. Ora Dio è questo stesso atto allo stato puro. Egli è dunque la sua stessa vita: questo atto sussistente in se stesso, tale è la sua vita eterna e sovrana. Per questo si dice che è un Vivente eterno e perfetto, perché la vita che dura eternamente, esiste in Dio, poiché Egli è questo: la vita stessa (Metafisica, I. XII, cap. IX.1). – Tuttavia, questi saggi erano arrivati solo ad una nozione molto incompleta di Dio; non conoscevano la grande verità rivelata dalla Parola, il Deus caritas est, di San Giovanni. Non avevano capito che Dio è carità. Ecco perché l’autore ha mescolato la brillantezza della cornalina con quella del diaspro: la cornalina è rossa, e come tale simboleggia la carità. In questo modo, vuole farci capire che Dio non è solo la Vita per eccellenza, ma che è anche, ed essenzialmente, l’Amore. In senso allegorico, Colui che siede sul trono è Cristo. Nostro Signore è paragonato ad una pietra preziosa, cioè ad una pietra brillante e durissima, a causa della brillantezza della sua divinità, e anche per l’invincibile fermezza che gli permise di sopportare senza vacillare le terribili torture della sua Passione. È nel Suo nome ed in questo senso che il profeta Isaia ha detto: Ho posto la mia faccia come una pietra durissima (L, 7). – Questa pietra è sia verde che rossa. Il verde simboleggia qui la vita divina, sempre fiorente in Lui, mentre il rosso evoca il ricordo di quel sangue di cui fu ricoperto da capo a piedi nell’ora della Sua Passione, e la cui vista suscitò negli Angeli questo grido di stupore: Perché la tua veste è rossa come quella dei vignaioli quando pigiano il torchio? (Is. LXIII, 2). I due colori brillano simultaneamente nella stessa pietra, come le due nature, quella divina e quella umana, nell’unica persona di Gesù Cristo. E un arcobaleno circondò il trono, come una visione di smeraldo. L’arcobaleno, che fu dato agli uomini dopo il diluvio come segno di pace, è il simbolo della misericordia di Dio, che avvolge la Chiesa, rappresentata dal trono. I sette colori di cui è formato, e che procedono dalla luce bianca del sole, sono una graziosa immagine dei sette sacramenti, che scompongono in varie sfumature il raggio del Sole di Giustizia, la virtù redentrice del Cristo. L’autore aggiunge che questo arcobaleno era simile ad una visione di smeraldo, il che può sembrare, a prima vista, molto strano. Ecco cosa intende: lo smeraldo era considerato dagli antichi la più bella di tutte le pietre verdi. La sua brillantezza ha qualcosa di morbido e caldo allo stesso tempo, penetrante e calmante, che incanta l’occhio. Ecco perché Nerone, si dice, amava osservare gli spettacoli che lo interessavano attraverso uno smeraldo (S. Isidoro di Siviglia, Originum Lib., XVI, VII,1). Dicendo che l’arcobaleno era come una visione di smeraldo, San Giovanni lascia intendere che nulla è così dolce e così riposante da vedere, per gli occhi della nostra anima, come la misericordia di Dio che si manifesta a noi attraverso l’opera redentrice di Cristo. E tutto intorno al trono c’erano ventiquattro posti. E sui sedili sedevano ventiquattro anziani. Questi anziani rappresentano tutti i Santi che assisteranno Cristo al Giudizio Universale. Nostro Signore, infatti, ha promesso ai Suoi Apostoli di farli sedere su dodici seggi intorno a Lui in quel giorno. Ma questo numero non può, naturalmente, essere preso alla lettera, perché allora, secondo l’osservazione di Sant’Agostino, non ci sarebbe posto nemmeno per San Paolo, che non è annoverato nel collegio dei Dodici (Enarrat super Ps. LXXXVI, 4). Le parole del Maestro Divino indicano chiaramente che tutti coloro che hanno seguito Cristo, ad imitazione degli Apostoli, avranno una parte in questo privilegio e verranno al Giudizio, non come accusati, ma come assessori. Se San Giovanni ha raddoppiato il numero dato nel Vangelo, è per farci capire che i giusti dell’Antico Testamento non saranno esclusi da questo favore, e che siederanno davanti al Giudice Sovrano con i dodici Profeti, come i Santi del Nuovo Testamento con i dodici Apostoli. – Questi uomini sono chiamati vegliardi, perché i Santi sono pieni di prudenza e di saggezza; sono seduti, perché godono del riposo e della stabilità eterna; le loro vesti bianche segnano l’innocenza di cui sono adornati, e le corone d’oro che portano sul capo sono la ricompensa che hanno ricevuto da Cristo per le loro fatiche e lotte. – L’autore descrive poi l’apparato terrificante di questo trono, dal quale provenivano, dice, lampi, voci e tuoni. Cosa significa questo? Il trono, come abbiamo appena detto, è la figura della Chiesa, in mezzo alla quale Dio siede sulla terra. I lampi sono i miracoli con cui questa Chiesa non cessa di proclamare al mondo il suo carattere divino. Come è impossibile, a meno che uno non sia cieco, non vedere il fulmine che taglia improvvisamente l’ombra della notte, così non è possibile, a meno che uno non sia murato nei suoi pregiudizi, non vedere il carattere trascendente della Chiesa e lo splendore luminoso che essa proietta in mezzo alle tenebre del mondo presente. Le voci sono gli appelli che essa fa costantemente attraverso i suoi Pontefici, Dottori, Santi e predicatori, invitando gli uomini a seguire Cristo. I tuoni sono gli avvertimenti che essa dà ai peccatori e gli anatemi che pronuncia senza paura, senza temere alcun potere umano, contro tutti coloro che mettono in pericolo la salvezza delle anime. Quanto alle sette lampade che brillano davanti al trono, San Giovanni stesso spiega il loro simbolismo, dicendo che sono i sette spiriti di Dio, cioè i sette doni dello Spirito Santo, che illuminano la Chiesa, e aggiunge che sono ardenti, perché questi doni hanno l’effetto non solo di dare luce alle anime, ma anche di infiammarle con il fuoco dell’amore. Il narratore continua: Alla presenza del trono c’era un mare di vetro come cristallo, e intorno al trono c’erano quattro bestie piene di occhi davanti e dietro. In senso allegorico, il mare di vetro rappresenta il sacramento del Battesimo e, per estensione, le anime purificate in questo sacramento. Il Battesimo è paragonato ad un mare perché distrugge la massa dei nostri peccati, senza lasciarne uno solo, come il Mar Rosso inghiottì l’ultimo soldato dell’esercito di Faraone. Si dice: di vetro, perché rende l’anima trasparente, permettendo così alla luce divina di raggiungerla e penetrarla; e si dice ancora: come il cristallo, per la purezza e la limpidezza che le dà. Le anime così lavate nel sangue di Cristo sono alla presenza del trono, perché sono l’oggetto costante della sollecitudine della Chiesa, che non perde di vista per un momento gli interessi della loro salvezza. I quattro animali designano i quattro Evangelisti, e con loro l’insieme dei Santi, che sono tutti, in un certo senso, “evangelisti”, perché tutti hanno lavorato per far conoscere Gesù Cristo e la sua dottrina. La posizione occupata da questi animali, sia al centro che intorno al trono, è straordinaria: è abbastanza inutile scervellarsi per cercare di tradurla sulla carta, come cercano di fare alcuni commentatori. Come abbiamo già detto, San Giovanni usa deliberatamente immagini irrealizzabili affinché, andando oltre il significato letterale delle parole, possiamo cercare il loro significato misterioso. I quattro Evangelisti sono allo stesso tempo al centro del trono, cioè della Chiesa, come torce per illuminarla; e tutto intorno, come un muro per difenderla. Sono pieni di occhi davanti e dietro, perché le insegnano a guardare attentamente sia il passato che il futuro, per regolare la sua condotta. Il primo assomiglia ad un leone, il secondo ad un bue, il terzo ad un uomo, l’ultimo ad un’aquila. Il leone è solitamente attribuito a San Marco, per aver sottolineato, più degli altri, la vittoria riportata da Gesù sui suoi nemici e sulla morte. Il bue, figura del sacrificio, è attribuito a San Luca, che pose particolare enfasi sulle sofferenze del Salvatore; l’uomo, a San Matteo, per aver redatto la genealogia umana di Cristo; e l’aquila, a San Giovanni, che rivelò i più alti misteri della sua divinità. Queste attribuzioni, tuttavia, non sono né assolute né esclusive: come ciascuno dei quattro Vangeli contiene in sé la dottrina degli altri tre, così si può dire qui che ciascuno dei quattro animali possiede sia la propria forma, sia quella degli altri tre (Questa considerazione ci farà capire perché troviamo talvolta delle variazioni nell’attribuzione dei quattro animali ai diversi Evangelisti: Così, per esempio, Sant’Agostino e San Beda attribuiscono il leone a San Matteo, l’uomo a San Marco. Ma la distribuzione fatta sopra è di gran lunga la più comune). Ciò diventa chiaro se confrontiamo questo passo con quello in cui il profeta Ezechiele descrive i quattro animali fantastici che gli furono mostrati, e ognuno dei quali ricordava insieme il volto dell’uomo, il volto del leone, il volto del bue e il volto dell’aquila (Ez. I, 6, 10). Ma prima di essere quelli degli Evangelisti, questi attributi sono quelli di Cristo stesso, che è nato come un vero uomo, che ha combattuto come un leone, che si è lasciato offrire come vittima come un bue, e che è salito al cielo più alto come un’aquila. A sua volta, ogni Cristiano deve cercare di farli suoi: sarà un uomo obbedendo alla sua ragione piuttosto che alle sue passioni, e mostrandosi “umano” verso i suoi simili; un leone, attaccando risolutamente i nemici della sua salvezza; un bue, accettando l’immolazione; un’aquila, vivendo in cielo piuttosto che in terra, con la costanza della sua preghiera.

§ 3. — Liturgia celeste.

E ognuno dei sei animali aveva sei ali. Le ali, che sollevano l’uccello sopra la terra, sono la figura delle virtù, che sollevano l’anima sopra le contingenze del mondo presente. Il numero sei è quello dei gradi successivi che si devono attraversare per raggiungere il possesso della pace. Forse nessuno ha espresso il simbolismo meglio di San Bonaventura nel meraviglioso trattato intitolato Itinerario dall’anima a Dio. Come Dio dedicò sei giorni alla creazione dell’universo e si riposò nel settimo, così il mondo inferiore deve essere condotto al riposo perfetto della contemplazione passando attraverso sei gradi successivi di illuminazione. Questo ordine era rappresentato dai sei gradi che portavano al trono di Salomone. Allo stesso modo, i Serafini che Isaia vide avevano sei ali; allo stesso modo, Dio non chiamò Mosè dal mezzo della nuvola se non dopo sei giorni; e fu anche sei giorni dopo averli avvertiti che Gesù Cristo condusse i suoi discepoli sul monte, dove fu trasfigurato in loro presenza. Secondo questi sei gradi di elevazione a Dio, la nostra anima possiede sei gradi o poteri per ascendere dalle cose più basse a quelle più alte, dalle cose esterne a quelle interne, dalle cose temporali a quelle della eternità. Questi sono: i sensi, l’immaginazione, la ragione, l’intelletto, l’intelligenza, il vertice dello spirito… Chi vuole ascendere a Dio deve, dopo aver rinunciato al peccato che sfigura la sua natura, esercitare le potenze di cui abbiamo appena parlato, per acquisire con la preghiera la grazia che riforma, con una vita santa la giustizia che purifica, con la meditazione la conoscenza che illumina e con la contemplazione la sapienza che rende perfetti. (Op. cit. c. 1). Dicendo che ognuno degli animali aveva sei ali, l’autore implica che in ogni Vangelo o anche nelle opere di ogni Santo, si trova tutto ciò che è necessario sapere per elevarsi alla più alta virtù. Questo è il pensiero espresso da San Benedetto alla fine della sua Regola, quando dice: Quale pagina, o quale parola dell’autorità divina, nell’Antico o nel Nuovo Testamento, non è una regola rettissima per la vita umana? O qual è il libro dei santi Padri ortodossi che non ci insegna a raggiungere il nostro Creatore con un percorso retto? (Cap. LXXIII). Gli animali sono pieni di occhi sia fuori che dentro, perché i Santi si osservano con grande attenzione, sia nelle loro azioni esterne che nei loro pensieri. Non si riposano giorno e notte, perché la loro vita è una lode continua al loro Creatore. Tutto ciò che fanno, ed anche il riposo che si concedono di notte, lo ordinano alla gloria di Dio, penetrati come sono dal desiderio di compiere la sua volontà e di piacergli in ogni cosa. Ecco perché la sposa del Cantico diceva: Io dormo, ma il mio cuore veglia (V. 2.), mostrando così che anche durante il tempo del sonno non cessava di cercare Dio. In senso mistico, la notte rappresenta le prove e le sofferenze, in opposizione al giorno, che simboleggia la prosperità. I Santi, dunque, non cessano di lodare Dio né di giorno né di notte, perché cantano la sua gloria nella buona e nella cattiva sorte. Come Giobbe, ringraziano per tutto quello che loro succede, sia buono che cattivo. Proclamano la sua infinita perfezione, la sua sovrana bontà, ripetendo il canto dei Serafini, già ascoltato da Isaia: Santo, santo, santo è il Signore, il Dio onnipotente, che era da tutta l’eternità, che rimane sempre uguale a se stesso, e che verrà a giudicare i vivi e i morti. E mentre gli animali, cioè la moltitudine dei Santi, davano così gloria a Dio, i ventiquattro anziani, che rappresentavano i dottori dei due Testamenti, si prostrarono in umiltà; e adorando Colui che sedeva sul trono, deposero ai suoi piedi le loro corone, cioè i meriti delle loro opere, dicendo: « La gloria non è nostra, ma solo tua, Signore nostro Dio…. ». Notate che essi dicono: il nostro Dio. Sebbene Dio sia il padrone di tutte le creature, Egli è in modo speciale il padrone di coloro che si sono dati a Lui con la rinuncia, e che fanno di Lui l’unico oggetto del loro amore: « A Te solo, dunque – cantavano – è giusto attribuire gloria, onore e potenza, poiché Voi avete creato tutte le cose. È per la Vostra volontà che sono esistiti nella vostra intelligenza prima di essere realizzati in atto, così come un’opera esiste nella mente dell’artigiano prima di essere portata alla luce nella materia. È dunque liberamente, volontariamente, senza essere pressato da alcuna necessità, che li avete concepiti, ed è ancora volontariamente che li avete creati, cioè: che li avete fatti passare da questo essere ideale alla loro esistenza materiale. Così è giusto che tutto ciò che c’è di bello e di buono sulla terra sia attribuito a Voi e rivolto alla vostra gloria, poiché tutte le cose sono uscite da Voi, e Voi siete allo stesso tempo il Principio e la Fine di tutto ciò che esiste. »

SECONDA PARTE

IL LIBRO SIGILLATO

Capitolo V. (1-14)

“E vidi nella mano destra di colui, che sedeva sul trono, un libro scritto dentro e di fuori, sigillato con sette sigilli. ‘E vidi un Angelo forte, che con gran voce gridava: Chi è degno di aprire il libro, e di sciogliere i suoi sigilli? E nessuno né in cielo, né in terra né sottoterra, poteva aprire il libro, né guardarlo. E io piangeva molto, perché non si trovò chi fosse degno di aprire il libro, né di guardarlo. ‘E uno dei seniori mi disse: Non piangere: ecco il leone della tribù di Giuda, la radice di David, ha vinto di aprire il libro, e sciogliere i suoi sette sigilli. E mirai: ed ecco in mezzo al trono, e ai quattro animali, e ai seniori, un Agnello sui suoi piedi, come scannato, che ha sette corna e sette occhi: che sono sette spiriti di Dio spediti per tutta la terra. E venne: e ricevette il libro dalla mano destra di colui che sedeva sul trono. E aperto che ebbe il libro, i quattro animali, e i ventiquattro seniori si prostrarono dinanzi all’Agnello, avendo ciascuno cetre e coppe d’oro piene di profumi, che sono le orazioni dei santi: E cantavano un nuovo cantico, dicendo: Degno sei tu, o Signore, di ricevere il libro, e di aprire i suoi sigilli: dappoiché sei stato scannato, e ci hai ricomperati a Dio col sangue tuo di tutte le tribù, e linguaggi, e popoli, e nazioni: E ci hai fatti pel nostro Dio re e sacerdoti: e regneremo sopra la terra. E mirai, e udii la voce di molti Angeli intorno al trono, e agli animali, e ai seniori: ed era il numero di essi migliaia di migliaia, I quali ad alta voce dicevano: È degno l’Agnello, che è stato scannato, di ricevere la virtù, e la divinità, e la sapienza, e la fortezza, e l’onore, e la gloria, e la benedizione. E tutte le creature che sono nel cielo, e sulla terra, e sotto la terra, e nel mare, e quante in questi (luoghi) si trovano: tutte le udii che dicevano: A colui che siede sul trono e all’Agnello la benedizione, e l’onore, e la gloria, e la potestà pei secoli dei secoli. E i quattro animali dicevano: Amen. E i ventiquattro seniori si prostrarono bocconi, e adorarono colui, che vive pei secoli dei secoli.”

§ 1. — Apparizione del libro.

Il libro che appare in primo piano in questa descrizione rappresenta prima di tutto, in senso letterale, la profezia che San Giovanni dettaglierà nelle scene seguenti, ed i cui sette sigilli saranno successivamente enumerati. Ma simboleggia anche, in un senso più ampio, la Bibbia, il « libro » per eccellenza, di cui Dio stesso è l’autore; un libro scritto fuori, perché tutti possono decifrare il suo significato letterale; un libro scritto dentro, perché gli occhi dei profani non possono discernere il suo significato mistico. I sette sigilli, che rinchiudono l’intelligenza di ogni mente non iniziata, sono i sette misteri fondamentali della missione redentrice di Cristo, che troviamo enumerati nel Credo: la concezione miracolosa del Salvatore, la sua nascita, la sua passione, la sua discesa agli inferi, la sua resurrezione, la sua ascensione, la sua venuta nell’ultimo giorno per giudicare i vivi e i morti. Nessuno può capire il vero significato della Scrittura se la fede non ha rotto i sigilli che Dio ha posto sul decreto della nostra redenzione e che lo rendono impenetrabile agli sforzi della ragione umana lasciata a se stessa. In senso allegorico, il « libro » designa la santa Umanità di Gesù Cristo Nostro Signore, che contiene in sé tutti i tesori della sapienza e della conoscenza divina. C’è forse un’opera più eloquente, più capace di farci conoscere Dio come è, del Salvatore sulla croce? San Tommaso d’Aquino, la cui erudizione era prodigiosa, diceva che aveva imparato più nella contemplazione del suo Crocifisso che in tutti i trattati che aveva letto. Questo libro è scritto all’esterno: tutti coloro che lo vedono non hanno difficoltà, se sono disposti a considerarlo per un momento, a decifrare la parola Amore, scritta a grandi lettere nelle ferite dei piedi e delle mani, nella testa teneramente inclinata, nella ferita aperta del fianco. Ma sarà un’altra cosa per coloro che, illuminati dalla sua grazia e guidati dallo Spirito settimo, saranno in grado di leggere dentro e penetrare i segreti del suo Cuore. – « E vidi – continua l’Apostolo – un Angelo potente che proclamava a gran voce: Chi è degno di aprire il libro e di romperne i sigilli? » – Questo Angelo, che alcuni autori hanno voluto identificare con San Gabriele, a causa del titolo di Angelum fortem, che la liturgia attribuisce a quest’ultimo, rappresenta in realtà tutti i Dottori della Legge antica. Questi sono chiamati “forti” perché hanno sopportato con coraggio la lunga attesa del Messia, invocando all’unanimità la sua venuta con tutti i loro desideri. « Chi dunque –  chiedevano – è degno di aprire il libro, cioè di renderlo intelligibile? Chi è degno di adempiere le misteriose promesse della Legge? Chi potrà offrire a Dio la vittima pura, la vittima santa, la vittima senza macchia che i Profeti hanno predetto, che i Patriarchi hanno sacrificato come figura nei loro sacrifici, e che sola potrà assicurare la salvezza del genere umano? » – Notiamo che l’autore dice: aprire il libro e rompere i sigilli, il che è contrario all’ordine naturale: perché è evidentemente necessario rompere i sigilli prima, per aprire il libro dopo. Ma la Scrittura eccelle nel moltiplicare le improbabilità apparenti in questo modo, per costringerci ad ascendere al significato spirituale che nasconde sotto la lettera. Cristo, infatti, ha aperto il libro prima, quando ha adempiuto nella sua Persona le profezie della vecchia Legge; poi ha rotto i sigilli, quando ha dato la comprensione di questi misteri ai suoi discepoli, inviando loro lo Spirito Santo. – Tuttavia, alla domanda angosciosa dell’umanità, che aspettava il suo liberatore, nessuno poteva rispondere finché non fosse venuto Lui stesso, né tra gli Angeli, né tra i vivi, né tra i morti, né tra i Patriarchi e i Profeti che erano scesi nel Limbo; Nessuno, nemmeno San Giovanni Battista, il più grande dei profeti; nemmeno la Beata Vergine, la più saggia di tutte le creature, che resterà meravigliata davanti all’annuncio dell’Incarnazione, non vedendo come questa si possa fare, poiché non conosce nessun uomo (Lc. I). Nessuno, come aveva dichiarato il profeta Isaia, potrà spiegare la sua generazione (LIII, 8) e scoprire i modi segreti in cui Dio aveva deciso di operare la salvezza del mondo! Nessuno poteva capire come Dio, che è uno Spirito, e uno spirito senza limiti, potesse racchiudersi interamente nel grembo di una Vergine. E di fronte a questo mistero inesorabilmente sigillato, di fronte a questi ritardi che si prolungavano senza mai realizzare la speranza del genere umano, San Giovanni cominciò a scoppiare in lacrime. Io piangevo abbondantemente, egli dice. Parla in prima persona, perché il suo cuore, pieno di carità, lo rende partecipe, immediatamente e profondamente, di tutte le sofferenze di cui è testimone. E lui conosceva il segreto del libro e la chiave del suo linguaggio misterioso; aveva visto il Salvatore morto, lo aveva visto risorto; aveva ricevuto, nella sua pienezza, nel giorno di Pentecoste, l’effusione dello Spirito. Ma, trasportato dalla sua estasi, San Giovanni dimentica se stesso; si incorpora a quella moltitudine di uomini che vissero e morirono prima che il Messia fosse venuto; si associa a quei re e profeti dell’Antico Testamento, che tanto desideravano vedere ciò che gli Apostoli vedevano, e che non lo vissero (Lc., X, 24); piange con Davide, che fece delle sue lacrime il suo pane quotidiano, gemendo giorno e notte per non vedere il suo Dio (Ps. XLI, 4). Davanti a questo dolore gli anziani si lasciarono toccare, ed uno di loro, parlando a nome di tutti, venne a ripetere a San Giovanni la promessa che ciascuno dei Profeti, in forma differente, aveva portato agli uomini in forma diversa: Non piangere. Ecco, il leone di Giuda viene come un conquistatore, per aprire il libro e rompere i suoi sigilli. Il leone è il simbolo del coraggio: tra gli altri segni della sua imtrepidezza, dà questo che, quando ha scelto la sua preda, le salta addosso e la porta via senza lasciarsi spaventare o fermare da nulla. È così che Cristo agirà con l’umanità: vuole strapparla al diavolo, vuole introdurla in cielo con sé, e niente potrà spezzare il suo slancio. Isaia aveva già usato questa immagine quando diceva: Come il leone e il leoncello, quando salta con un ruggito sulla sua preda e la moltitudine dei pastori gli corre incontro, non sono spaventati dalle loro grida, né intimiditi dal loro numero, così il Signore degli eserciti scenderà a combattere sul monte Sion e sul suo colle (Is. XXXI, 4).

§ 2 – Apparizione dell’Agnello.

Mentre il vegliardo annunciava a San Giovanni l’arrivo prossimo dell’eroe, che sarebbe nato nella tribù di Giuda e nella famiglia di Davide, l’Apostolo, guardando in alto, vide un agnello in piedi in mezzo al gruppo che circondava il trono. In questo animale innocente non abbiamo difficoltà a riconoscere Cristo, pieno di dolcezza e di mitezza, in piedi in mezzo alla sua Chiesa. Ma anche qui, quale apparente incoerenza è presentata dalla narrazione ispirata: è annunciato un leone, ed è un agnello che appare! Ci viene promessa la bestia impavida come nostro Salvatore, che fa tremare tutti gli altri, e vediamo arrivare una bestiolina indifesa, destinata a finire sul banco di un macellaio! Perché? Perché queste incongruenze, se non sempre per farci pensare e condurci a verità più profonde? Se non per farci capire che Cristo, il leone di Giuda, ha sconfitto i suoi nemici, non con la forza e la violenza, ma con la pazienza e la dolcezza! I Giudei si aspettavano un Messia conquistatore, un monarca la cui gloria avrebbe eclissato quella di Davide e Salomone: e Dio mandò il figlio di un falegname, che fu condannato a morte e morì su un patibolo. Troppo spesso, come loro, è al genio, al potere, alla fortuna, che chiediamo il trionfo del Cristianesimo: e dimentichiamo l’Agnello che sta in piedi, come ucciso … Notate che l’antinomia continua tra queste due espressioni, perché non è usuale che coloro che vengono uccisi stiano in piedi. Ma se l’Agnello è visto in piedi, è per farci sapere che opera e combatte; e se sta in piedi come ucciso, è per farci capire che è con la sua morte che ha ottenuto la vittoria. Dicendo che è: “come ucciso”, e non: ucciso, l’autore non intende implicare che la morte di Cristo sia stata solo una morte apparente. Il nostro Salvatore è effettivamente morto sulla croce, e questo è uno degli articoli fondamentali della fede cattolica. Ma si dice “come ucciso” perché, nella sua morte, è rimasto padrone della morte: la morte non poteva tenerlo in pugno. Si è arreso ad essa quando ha voluto, ma è anche sfuggito quando ha voluto. Nessuno – aveva detto [Gesù] ai suoi Apostoli – può togliermi la vita: Io la depongo da me stesso e ho il potere di deporla e di riprenderla (Jo., X, 18). – L’Agnello aveva sette corna e sette occhi. San Giovanni aggiunge subito la spiegazione di questo fenomeno: Questi, dice, sono i sette spiriti di Dio inviati sulla terra, cioè i sette doni dello Spirito Santo, che l’Agnello ha meritato per il mondo con la sua morte. Questi doni sono paragonati a delle corna perché si drizzano sopra l’anima come armi formidabili contro i sette peccati capitali; ed essi rendono lo stesso servizio che gli occhi, perché permettono di discernere i sentieri che portano alle diverse virtù. – Ed egli venne – continua l’Apostolo – e ricevette il libro dalla mano destra di Colui che sedeva sul trono. Così l’Agnello predetto dai Profeti, atteso così a lungo dalla razza umana, finalmente venne. E prese carne nel grembo della Beata Vergine Maria, e la Sua Umanità ricevette da Dio la piena conoscenza del mistero della nostra salvezza. Egli ha aperto il Libro, adempiendo, con la sua sofferenza e morte, tutte le profezie riguardanti l’opera della redenzione. Questo è ciò che ha espresso sulla croce quando ha detto: Tutto è consumato. – Allora gli animali ed i ventiquattro anziani, che rappresentavano la moltitudine dei Santi, caddero ai suoi piedi e scoppiarono in azioni di grazia. Ognuno di loro gli offriva le cetre e le coppe d’oro piene di profumi, che tenevano in mano. Questo doppio simbolo rappresenta i due strumenti essenziali usati dai Santi per avanzare nella virtù, cioè: la mortificazione e la preghiera. I loro cuori, largamente aperti dalla carità, come le coppe d’oro a cui si fa riferimento qui, sono costantemente traboccanti di suppliche, adorazioni e ringraziamenti; e queste salgono verso Dio come profumi di un odore piacevole, come spiega San Giovanni stesso. Per quanto riguarda le cetre, non se ne dà il suo significato mistico, ma questa figura è così comune nei Libri Sacri che non ci possono essere dubbi sul pensiero dell’autore. Quando si mostra Davide che canta i salmi con uno strumento a corda, arpa, cetra o salterio, la tradizione cattolica vuole farci capire che l’anima che canta le lodi di Dio deve accompagnare i suoi canti con una vita mortificata. Le corde rigorosamente tese sul legno della cetra, e che vibrano armoniosamente sotto i colpi con cui vengono percosse, ricordano la carne del Verbo disteso sulla croce, e rispondono ai soprusi, agli affronti, agli insulti con cui lo si carica con le parole dell’amore più sublime. A sua immagine, il discepolo fedele deve cercare di inchiodare la sua sensibilità, i suoi desideri, i suoi affetti, le sue apprensioni sulla croce che la Volontà divina ha preparato per lui, e pronunciare, sotto la pressione della sofferenza, solo parole di gratitudine, sottomissione ed adorazione.

§ 3 – Il cantico nuovo.

E cantavano un cantico nuovo, quello del rinnovamento del mondo per mezzo del Vangelo: « Voi siete degno – dicevano – Signore Gesù Cristo, Voi siete degno, per la vostra incomparabile innocenza, di ricevere il libro e di scioglierne i sigilli. Nessuno avrebbe potuto realizzare, come Voi, gli scopi segreti di Dio e assicurare l’adempimento delle profezie. Perché Voi avete mostrato una virtù incredibile: avete accettato di essere messo a morte a dispetto di ogni giustizia, di sopportare sofferenze indicibili, e così ci avete riscattato; Voi ci avete restituito a Dio a prezzo del vostro sangue, noi che il nostro peccato aveva reso schiavi del diavolo. E non avete posto limiti alla vostra generosità: avete pagato il prezzo della salvezza per tutti gli uomini, per tutte le razze, tutte le lingue, tutti i popoli, tutte le nazioni. Avete così permesso a Dio di regnare su di noi, fin d’ora per la sua grazia e più tardi, nell’eternità, per la sua gloria. Voi ci avete resi sacerdoti al suo servizio, capaci di offrirgli i sacrifici che Egli ama; e, grazie ai meriti che avete acquisito per noi, ci avete permesso di disprezzare i beni di questo mondo, di dominare le inclinazioni della carne, e così di regnare al di sopra di questo mondo. » A questo punto, una moltitudine di Angeli apparve intorno al trono e unì le sue voci a quelle dei Santi. Il loro numero era al di là di ogni stima: ce n’erano miriadi di miriadi. Poiché l’intelligenza umana non è in grado di contare tutti gli spiriti beati; cosa che Giobbe espresse in termini lapidari, quando disse: “C’è dunque un numero ai suoi soldati? (Giob. XXV, 3). Ce n’è, senza dubbio, per la Divina Intelligenza, che ha concepito ciascuno di questi spiriti distinti l’uno dagli altri, con la propria specie, il suo peso e la sua misura (Sap. XI, 21): ma questo numero supera la mente umana. Ce ne sono – scrive San Dionigi (Gerarchia Celeste, cap. XIV), – mille volte mille e diecimila volte diecimila », la Scrittura raddoppia e moltiplica così l’una per l’altra le cifre più alte che abbiamo, e fa così capire che è impossibile per noi esprimere il numero di queste creature beate. Perché le file delle schiere celesti sono foltissime, e sfuggono al debole e limitato apprezzamento dei nostri calcoli materiali; e l’enumerazione di esse può essere fatta abilmente solo in virtù di quella conoscenza sovrumana e trascendente che il Signore comunica loro così liberalmente, sapienza increata, conoscenza infinita, principio superessenziale e causa potente di tutte le cose, forza misteriosa che governa gli esseri e li limita abbracciandoli. – Tutti questi Angeli, dunque, cantando ora con i Santi, dicevano a gran voce: Egli è degno, l’Agnello che è stato messo a morte, di ricevere dagli uomini la lode, la virtù, la divinità, saggezza, forza, onore, gloria e benedizione. (Il testo greco riporta qui: ricchezza, invece di: divinità. Allo stesso modo alcuni manoscritti latini dicono: divitias. Dobbiamo seguire questa lezione se vogliamo tradurre, senza errore teologico, accipere, in: ricevere da Dio. Ma, se si vuole rimanere fedeli al testo della Vulgata, che riporta: divinità, bisogna seguire i commentatori che intendono: ricevere dalla lode degli uomini). Ora che il Suo sacrificio è stato compiuto e ne vediamo i meravigliosi effetti per l’umanità, l’odiosa ingiustizia di cui fu oggetto deve essere riparata. È Egli degno di far proclamare la sua virtù, Lui che fu messo a morte come bestemmiatore e rivoluzionario; la sua divinità, Lui che i Giudei condannarono per essersi chiamato Figlio di Dio; la sua sapienza, lui che fu vestito con la veste degli stolti; la sua forza, lui che si lasciò schiacciare come un verme. Egli è degno di onore, per gli insulti da cui fu investito, gli schiaffi e i colpi che ricevette, gli sputi di cui fu ricoperto; di gloria, per essere stato trascinato al patibolo come l’ultimo dei malfattori; di benedizione di tutti i popoli, per colui che i Giudei respinsero da loro come un essere maledetto. E tutte le creature, quelle del cielo, quelle della terra e quelle del sottosuolo, i flutti del mare e le creature che vi si trovano, le sentii dire: A Colui che siede sul trono (cioè a Dio Onnipotente, Uno e Trino) e all’Agnello (cioè all’Umanità di Cristo), benedizione, onore, gloria e potenza nei secoli dei secoli. (Queste ultime parole sono molto difficili da tradurre. La Vulgata dice: et quæ sunt in mari, et quæ sunt in eo, cioè letteralmente: le cose che sono nel mare, e quelle che sono in esso…. I migliori commentatori pensano che la prima espressione si riferisca al mare stesso; la seconda, agli esseri animati che contiene. Altre versioni dicono anche: mare, et quæ sunt in eo. – Il testo greco è appena più chiaro: ogni creatura che è nel cielo, e sulla terra, e sotto la terra, e sul mare, e tutti gli esseri che sono in esso, li ho sentiti, ecc. (R. P. Âllo.). – Così gli esseri privi di ragione, e quelli stessi che sono inanimati, benedicono il loro Creatore a modo loro. Non lo fanno con una voce articolata, come la nostra. Ma dalla loro bellezza, dalla loro varietà, dalla loro gerarchia, dall’ordine che presiede a tutti i loro movimenti, sorge un magnifico concerto che canta la gloria di Dio. Fu questa voce che Sant’Agostino percepì quando, spinto dal fuoco di cui era infiammato il suo cuore, andò a chiedere al sole, alla terra, alla luna, alle stelle e a tutti gli esseri che incontrava, a turno, di parlargli di Dio, e li sentì esclamare tutti insieme: « È lui che ci ha fatti (Solil. Cap. 3). » E i quattro animali dicevano: Amen, riconoscendo così la validità di questa lode universale. E i ventiquattro anziani caddero con la faccia a terra e adorarono Colui che vive nei secoli dei secoli.

IL SENSO MISTICO DELL’APOCALISSE (3)

G.  Dom. Jean de MONLÉON

Monaco Benedettino

Il Senso Mistico

dell’APOCALYSSE (3)

Commentario testuale secondo la Tradizione dei Padri della Chiesa

LES ÉDITIONS NOUVELLES 97, Boulevard Arago – PARIS XIVe

Nihil Obstat: Elie Maire Can. Cens. ex. off.

Imprimi potest: t Fr. Jean OLPHE-GALLIARD Abbé de Sainte-Marie

Imprimatur: A. LECLERC. Lutetiæ Parisiorum die II nov. 1947

Copyright by Les Editions Nouvelles, Paris 1948

Prima Visione

LA REFORME DELLE CHIESE

TERZA PARTE

LA LETTERA ALLE SETTE CHIESE (Seguito)

Capitolo III, 1- 22

“E all’Angelo della Chiesa di Sardi scrivi: Queste cose dice colui che ha i sette Spiriti di Dio e le sette stelle: Mi sono note le tue opere, e come hai il nome di vivo, e sei morto. Sii vigilante, e rafferma il resto che sta per morire. Poiché non ho trovato le tue opere perfette dinanzi al mio Dio. Abbi adunque in memoria quel che ricevesti, e udisti, e osservalo, e fa penitenza. Che se non veglierà! verrò a te come un ladro, né saprai in qual ora verrò a te. Hai però in Sardi alcune poche persone, le quali non hanno macchiate le loro vesti: e cammineranno con me vestiti di bianco, perché ne sono degni. Chi sarà vincitore, sarà così rivestito di bianche vesti, né cancellerò il suo nome dal libro della vita, e confesserò il suo nome dinanzi al Padre mio e dinanzi ai suoi Angeli. Chi ha orecchio, oda quello che dice lo Spirito alle Chiese.

E all’Angelo della Chiesa di Filadelfia scrivi: Così dice il Santo e il Verace, che ha la chiave di David: che apre, e nessuno chiude: che chiude, e nessuno apre: Mi sono note le tue opere. Ecco io ti ho messo davanti una porta aperta, che nessuno può chiudere: perché hai poco di forza, ed hai osservata la mia parola e non hai negato il mio nome. Ecco io (ti) darò di quelli della sinagoga di satana, che dicono d’essere Giudei, e non lo sono, ma dicono il falso: ecco io farò sì che vengano e s’incurvino dinanzi ai tuoi piedi: e sapranno che io ti ho amato. “Poiché hai osservato la parola della mia pazienza, io ancora ti salverò dall’ora della tentazione, che sta per sopravvenire a tutto il mondo per provare gli abitatori della terra. Ecco che io vengo tosto: conserva quello che hai, affinché niuno prenda la tua corona. Chi sarà vincitore, lo farò una colonna nel tempio del mio Dio, e non ne uscirà più fuori: e scriverò sopra di lui il nome del mio Dio, e il nome della città del mio Dio, della nuova Gerusalemme, la quale discende dal cielo dal mio Dio, e il mio nuovo nome. Chi ha orecchio, oda quel che lo Spirito dice alle Chiese. –

E all’Angelo della Chiesa di Laodicea scrivi: Queste cose dice l’amen, il testimone fedele e verace, il principio delle cose create da Dio. “Mi sono note le tue opere, come non sei né freddo, né caldo : oh fossi tu freddo, o caldo: ma perché sei tiepido, e né freddo, né caldo, comincerò a vomitarti dalla mia bocca. Perciocché vai dicendo: Sono ricco, e dovizioso, e non mi manca niente: e non sai che tu sei un meschino, e miserabile, e povero e cieco, e nudo. Ti consiglio a comperare da me dell’oro passato e provato nel fuoco, onde tu arricchisca, e sia vestito delle vesti bianche, affinché non comparisca la vergogna della tua nudità, e ungi con un collirio i tuoi occhi acciò tu vegga. Io, quelli che amo, li riprendo e li castigo. Abbi adunque zelo, e fa penitenza. Ecco che io sto alla porta, e picchio: se alcuno udirà la mia voce, e mi aprirà la porta, entrerò a lui, e cenerò con lui, ed egli con me. Chi sarà vincitore, gli darò di sedere con me sul mio trono: come io ancora fui vincitore, e sedei col Padre mio sul trono. Chi ha orecchio, oda quel che lo Spirito dice alle Chiese.”

§ 1. — Lettera alla Chiesa di Sardi.

E all’Angelo della Chiesa di Sardi, scrivi: Questo è ciò che dice Colui che ha i sette Spiriti di Dio e le sette stelle: il Cristo, che dispone a suo piacimento dei doni dello Spirito Santo e che tiene sotto la sua autorità i prelati delle sette chiese, che rappresentano tutta la gerarchia ecclesiastica: « Io conosco le tue opere; so che hai un nome, – cioè un’apparenza esteriore, – che lascia credere agli uomini che vivete, profondamente, intensamente, la vostra vita cristiana; mentre in realtà siete morti, perché siete privi della vera vita, quella della mia grazia. »  Il tono di questa lettera, come potete vedere, prende immediatamente la forma di un rimprovero. Cristo non fa qui uso di argomentazioni preliminari, come ha fatto nelle precedenti ammonizioni. È perché il peccato di cui vuole occuparsi con il Vescovo di Sardi è più grave, perché è segreto e difficile da scoprire. Forse questo prelato, senza saperlo, si dà l’apparenza della santità; compie le opere esterne della santità: ma il motivo segreto a cui obbedisce è la vanagloria, non l’amore di Dio. Lo spirito che ispira questa quinta epistola è lo spirito di Consiglio: perché il vizio dell’ipocrisia, che qui si tratta di riprendere, sfugge alla perspicacia degli uomini comuni. Essi, come dice la Scrittura, vedono la faccia; ma Dio legge nelle profondità del cuore, (Cf. I Reg., XVI, 7.1) e lo spirito di consiglio ha precisamente come primo effetto il comunicare all’uomo qualcosa di questa penetrazione divina; di rendere più acuto lo sguardo della sua ragione, e di permettergli di vedere ciò che non vedrebbe con le sue sole luci naturali, nell’ordine morale. – Forse c’è un certo parallelismo tra il caso del vescovo di Sardi e la storia di quella città. « Il sito di Sardi – scrive il P. Allô – su una collina che si staglia dal Tmolus verso l’Hermus, ed è accessibile solo da sud, sembrava renderlo un luogo inespugnabile; tuttavia, poiché contava troppo sulla sua forza naturale, era stato sorpreso due volte: da Ciro, nella sua guerra contro Creso, e tre secoli dopo, da Antioco il Grande; il nemico era salito come un ladro nella notte, il suo bastione di rocce ripide ma fatiscenti. La chiesa di Sardi, che manca di zelo e di vigilanza, è in pericolo di essere sorpresa allo stesso modo, ma questa volta da Cristo, il giudice. » – In ogni caso, il peccato di questo Vescovo è certamente grave, poiché Nostro Signore non ha paura di dirgli: Sei morto. Egli è morto, eppure, grazie al ministero che esercita, grazie alle buone azioni che compie per abitudine, rimane in lui una scintilla di vita che può essere riaccesa: lo stoppino è ancora fumante. Egli è morto, ma può risorgere, come Lazzaro, come il figlio della vedova di Naim, come la figlia di Giairo, che sono, in gradi diversi, peccatori per cui non dobbiamo disperare. Ecco perché Nostro Signore parla ai morti come ad un vivo: « Esci dal tuo sonno, diventa vigilante, impara a custodire sia il tuo cuore che il tuo gregge. D’ora in poi, preserva dal vento della vana gloria, tutte le opere che ancora farai; altrimenti andranno perdute, come sono andate perdute quelle che hai fatto finora; perché agli occhi del mio Dio non sono piene. Possono apparire tali agli occhi degli uomini, che si lasciano facilmente ingannare dalle apparenze; ma davanti al Dio, davanti a quel Dio che Io stesso ho avuto tanta cura di compiacere, quando ero tra voi, sono vuote: mancano della purezza dell’intenzione, mancano di quell’impulso d’amore che solo darebbe loro valore ai suoi occhi. – Ricordati poi di ciò che hai, ricevuto, di ciò che hai compreso. Ricordati degli esempi che hai ricevuto dagli Apostoli: San Paolo scriveva al suo discepolo Tito: “Il Vescovo deve essere irreprensibile, come si addice a colui che è dispensatore di Dio, che non deve essere né orgoglioso, né collerico, né incline al bere, né brutale, né avido di guadagni vergognosi; ma che sia ospitale, buono, sobrio, retto, santo, continente, fortemente attaccato nelle verità della fede, che sono secondo la dottrina (degli Apostoli), affinché possa esortare secondo la sana dottrina e confondere coloro che la contraddicono (Tit. I, 7). Ricordati di ciò che hai imparato nella Legge di Mosè: Chiunque della stirpe sacerdotale di Aronne sarà contaminato, non si avvicinerà all’altare per offrire ostie al Signore, né pane al suo Dio. E ancora: Ogni uomo della vostra razza che si avvicina alle cose sante… ma in cui c’è contaminazione, perirà davanti al Signore. (Lévit., XXI, 21; XXII, 3). Questo è ciò che dovete ricordare e osservare. Se non vegli, se non ti applichi a correggere te stesso e a raddrizzare la tua intenzione verso Dio, Io verrò da te, non come un amico o come lo sposo della tua anima, ma come un giudice, per chiamarti a rispondere e punirti di conseguenza. Io apparirò all’improvviso come un ladro, e tu non avrai il tempo di metterti in regola, perché non saprai a che ora apparirò, se alla sera, o al mattino, o al canto del gallo, o in pieno giorno (Marc. XIII, 35). – Tuttavia, voglio aspettare ancora un po’. C’è un argomento che depone a tuo favore e che ferma il corso della mia giustizia: è che tu hai in Sardi alcune anime fedeli, di cui conosco i nomi. » Quest’ultima espressione sulla bocca di Dio significa che egli conta tra i suoi amici coloro di cui parla. In questo senso disse a Mosè: Io ti conosco per nome (Es., XXXIII, 17); e nel Vangelo: Io conosco le mie pecore ed esse conoscono me (Jo., X, 14). « Questi – continua – non hanno contaminato le loro vesti; hanno saputo mantenere intatta la veste della loro innocenza, evitando le colpe gravi, purificandosi attentamente dalle colpe leggere, praticando le virtù. Anche loro cammineranno con me in vesti bianche, mi seguiranno ovunque io vada, Io che sono l’Agnello senza macchia, il giglio delle valli e la corona delle vergini; saliranno sulle mie tracce di virtù in virtù, finché non li introduca nel Paradiso. Perché ne sono degni: perché la fedeltà di cui fanno prova, avrà meritato loro la grazia di avanzare nella virtù. » Le vesti bianche rappresentano sia l’innocenza conservata qui sulla terra che la gloria promessa ai corpi risorti. « Prendili come modello. Colui che saprà vincere le vanità del mondo, i desideri della carne, le suggestioni del diavolo, sarà rivestito di vesti bianche come loro, e Io non cancellerò il suo nome dal libro della vita, non lo cancellerò dalla lista degli eletti. E confesserò il suo nome davanti al Padre mio e ai suoi Angeli. Nell’ora del suo giudizio particolare, come nel giorno del giudizio universale, lo reclamerò per uno dei miei; lo porrò tra coloro ai quali dirò: Venite, benedetti del Padre mio… perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e mi avete dato da bere, ecc…. (Mt. XXV, 34, 35). » E questo riconoscimento ufficiale fatto da Cristo, davanti alla Sovrana Maestà di Dio, davanti alla Santissima Vergine, davanti all’assemblea universale degli Angeli e degli uomini, è l’onore supremo al quale possiamo aspirare, e per il quale dobbiamo disprezzare tutte le glorie di questo mondo. – « Chi ha un orecchio attento, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese; non faccia nulla senza ascoltare lo spirito di consiglio, che gli parlerà o per ispirazione interiore o per bocca dei saggi; e torni a Dio con la penitenza, se ha avuto la sventura di cadere. »

§ 2. – Lettera alla Chiesa di Filadelfia.

E all’Angelo della Chiesa di Filadelfia, scrivi: Lo spirito che sta per parlare ora è lo spirito di Intelletto. La virtù propria è quella di rivelare ai piccoli, agli umili di cuore, i misteri della Sapienza divina e le profondità della Scrittura, che i sapienti e i prudenti di questo mondo non possono penetrare. (Mt., XI, 25). Esso sarà diffuso in abbondanza sulla Chiesa di Filadelfia, perché la Chiesa di Filadelfia, se crediamo all’etimologia del suo nome, si distingueva per la sua carità fraterna, che riassume tutta la perfezione del Vangelo. Questo è ciò che dice il Santo e il Veritiero: Colui che ha la chiave di Davide, che apre e nessuno chiude, che chiude e nessuno apre. Questi epiteti designano chiaramente il Cristo. È Lui il Santo per eccellenza: è l’unico, per essenza, ed è allo stesso tempo l’unica fonte da cui procede la santità di tutti gli altri; è Lui il Veritiero: tutto ciò che ha detto, tutto ciò che ha promesso si realizzerà infallibilmente; Egli ha la chiave di Davide, perché è la sua vita e la sua morte che ci permette di decifrare il significato misterioso dei Salmi, e di tutta la Scrittura. È Lui che apre la mente alla comprensione di questi Libri santi ed il cuore alla grazia: e nessuno chiude, nessun argomento, nessun artificio può sviare coloro che aderiscono a Lui per fede e amore; è anche Lui che chiude, che rende questi Libri impenetrabili alle luci della ragione umana lasciata a se stessa: e nessuno può aprire, perché nessuno, per quanto paziente possa essere nel suo lavoro, per quanto erudito possa essere nelle scienze umane, può capire qualcosa del significato profondo della Scrittura senza il Suo aiuto. « Conosco le tue opere, le approvo, le amo ». Queste sono opere di carità, fatte in umiltà e pazienza, come dirà tra poco. Ma prima di tutto si affretta a mostrare la ricompensa che intende destinare al Vescovo di Filadelfia: Ecco, io ti ho concesso, – cioè ho deciso di concederti, – una porta aperta davanti a te, cioè la comprensione del significato delle Scritture, che di per sé aprirà la porta dei cuori alla verità, e inoltre ti introdurrà personalmente nella mia intimità. E nessuno potrà chiuderti questa porta, nessuno potrà portarti via questo dono. Te lo concedo, perché sei umile: conosci la tua debolezza, sai di avere poca virtù, eppure hai conservato fedelmente la mia parola, hai osservato la dottrina del Vangelo, soprattutto sul punto della carità, e quando è arrivata la prova, non hai rinnegato il mio nome. Per questo motivo, ecco, io ti darò la grazia di convertire alcuni di quelli che appartengono alla sinagoga di satana, che si dicono Giudei e mentono, perché non lo sono: sono circoncisi, è vero, ma solo secondo la carne. Perciò non tormentarti, visto che molti sono insorti contro di te per il modo in cui causa insegni la Scrittura. La stessa cosa è successa a me; quando ho spiegato le profezie ai miei concittadini, essi dicevano: « Come fa costui a conoscere le lettere? Dove le ha imparate? In cosa si mischia il figlio del carpentiere? » – (Jo., VII, 15; — Matt., XIII, 55). Anche quelli erano della sinagoga di satana, sostenevano di essere discendenti di Abramo, mentre in realtà non erano che figli del diavolo. (Jo., VII, 33, 34).  Non lasciarti smuovere dal loro atteggiamento ostile. Io farò in modo che essi vengano a te; un giorno riconosceranno il loro errore, si prostreranno ai tuoi piedi e sapranno che Io ti ho amato e per questo ho permesso che tu fossi perseguitato. – Perché avete osservato fedelmente la parola della mia pazienza… cioè, perché hai cercato di imitare l’esempio che ho dato sulla croce, quando, lungi dall’irritarmi con loro che mi facevano sottoponevano a sofferenze così terribili, ho pregato per loro ed ho detto: « Padre, perdona loro, non sanno quello che fanno. (Luc. XXIII, 34). Poiché dunque tu hai osservato questa parola, Io ti preserverò dall’ora della tentazione che deve venire su tutto l’universo, per provare quelli che abitano sulla terra. » – Qual è la tentazione di cui il Salvatore vuole parlare qui? I commentatori hanno pensato a volte alla persecuzione di Nerone, a volte a tutti quelli che hanno insanguinato i primi secoli, e a volte a quella che dovrà accompagnare il regno dell’Anticristo. Queste spiegazioni possono essere accettate e contengono senza dubbio una parte di verità; tuttavia, in modo più generale, dobbiamo vedere in questa parola un’allusione alle prove di ogni genere che non cessano mai nella Chiesa, e che affliggono specialmente i giusti, avendo Dio voluto così perché si manifestassero le loro virtù. Perciò non è detto qui che la Chiesa di Filadelfia sarà preservata dalla persecuzione esterna, perché ciò sarebbe privarla di un’abbondante fonte di merito e di gloria: il Figlio di Dio le promette solo un aiuto speciale per evitare che venga meno sotto questa prova. Il Figlio di Dio promette solo un aiuto speciale per impedirle di fallire in questa prova: « Ecco, Io vengo presto; ecco, presto farò conoscere la mia assistenza a coloro che combattono, a coloro che soffrono, che meritano.  Tenete fermo ciò che hai, perseverate nelle tue attuali disposizioni ed opere, affinché nessuno riceva la corona che ti è destinata. Non fare come Giuda, che per il suo crimine e la sua disperazione ha perso le insegne di Apostolo di Cristo, di cui era rivestito e che San Mattia ha ereditato (Cf. Ps. CVIII, 8. et episcopatum ejus accipiat alter.). – Né come il quarantesimo martire di Sebaste, che non ebbe il coraggio di sopportare fino alla fine il tormento del lago ghiacciato: rinunciò alla lotta, ma uno dei suoi guardiani, vedendo brillare in cielo quaranta corone, quando erano rimasti nella lizza solo trentanove atleti di Cristo, si affrettò a prendere il posto del disertore ed ereditò la ricompensa (Bollandisti, 10 Marzo). « Colui che avrà riportato la vittoria, Io lo farò diventare una colonna nel tempio del mio Dio. » Questa comparazione è rivolta ai Santi ed ai perfetti, a causa del solido fondamento della loro fede e della loro pazienza; essi sopportano senza vacillare tutti gli assalti del diavolo e del mondo e, lungi dal vacillare davanti alle colpe dei loro fratelli, li sostengono con le loro esortazioni ed i loro esempi. È in questo senso che San Paolo ha paragonato Giacomo, Cefa e Giovanni a delle colonne (Gal., II, 9), e che Dio ha chiamato Geremia una colonna di ferro (Ez., II, 18). « Quest’uomo dunque non uscirà più fuori », non si allontanerà più dalla retta via, ma continuerà nelle opere buone, senza essere sviato da alcuna tentazione o minaccia. « E scriverò su di lui in modo indelebile il nome del mio Dio, quel nome che era inciso sulla tiara del sommo sacerdote (Ex. XXVIII, 36); cioè: lo farò figlio di Dio per adozione, come Io stesso lo sono per natura. E scriverò anche il nome della città del mio Dio, la Nuova Gerusalemme: lo contrassegnerò con il titolo di cittadino della Gerusalemme celeste, e ne farò un uomo di pace – perché il nome di Gerusalemme significa: Visione di pace – e un uomo nuovo, rigenerato nella grazia. Stabilirò in lui il regno della carità, e tutti potranno vedere che egli non è più della terra, che appartiene a questa meravigliosa Città che non è opera dell’uomo, ma che scende dal cielo, perché, venendo con Cristo, porta quaggiù i costumi della corte celeste, e perché trae tutta la sua vitalità, tutta la sua organizzazione, tutta la sua bellezza, dal mio Dio, e scriverò su di lui il mio nuovo nome, questo nome di Cristo che ho preso quando sono venuto sulla terra e che significa: Unto; Io verserò su di lui questo olio misterioso che lo farà a mia immagine, sacerdote e re. Chi ha orecchio, comprenda ciò che lo Spirito dice alle Chiese. Che si avvicini al fiume della dottrina della vita e ne beva; che applichi il suo spirito, come Maria, per ascoltare la voce del Maestro, affinché l’occhio della sua intelligenza possa scoprire la verità nascosta sotto le figure. »

§ 3.  – Lettera alla Chiesa di Laodicea.

E all’Angelo della chiesa di Laodicea scrivi. Lo spirito che ascolteremo in questa lettera è lo spirito della sapienza. È indirizzata ad un’anima piena di auto-illusione, e impantanata da essa nella tiepidezza, nemico mortale dell’avanzamento spirituale: così Egli sarà particolarmente severo, ricordando al suo corrispondente l’umiltà, e predicandogli la necessità di conoscere se stesso per elevarsi alla vera saggezza. Tuttavia, non dimentica i diritti della misericordia e incalza il colpevole con sollecitazioni in cui si tradisce la tenerezza del suo Cuore e la costanza del suo Amore. « Questo è ciò che dice l’Amen, il testimone fedele e vero, il principio della creazione di Dio. » La parola Amen, usata qui come sostantivo, esprime la Verità assoluta, infallibile, immutabile, che si identifica con l’Essere, e alla quale si deve aderire ad occhi chiusi, senza discussioni o riserve. Questa Verità è personificata in Gesù Cristo Nostro Signore, testimone fedele perché compie tutto ciò che promette; testimone veritiero perché le sue affermazioni non possono essere messe in dubbio, sia quando parla delle realtà divine che è venuto ad annunciare al mondo, sia quando accusa i peccati degli uomini o proclama i loro meriti. Egli è il principio della creazione di Dio, in quanto tutte le cose sono state create da Lui, e nulla è stato fatto senza di Lui (Jo, I, 3); soprattutto in questo senso, qui, che è per mezzo di Lui che si opera il nostro rinnovamento in Dio: tutti noi abbiamo cominciato, con San Paolo, come figli dell’ira, vivendo nei desideri della carne, facendo la volontà della carne, sepolti nella morte del peccato: ma Dio, che è ricco di misericordia, a causa dell’eccessiva carità con cui ci ha amati, ci ha risuscitato e stabilito nelle cose celesti con il suo Figlio Gesù. Questo è puro dono della Sua grazia, e non saremo mai abbastanza persuasi che noi non siamo « frutto delle nostre opere, ma opera Sua, creati di nuovo in Cristo Gesù » (Ephes., II, 1-11, passim.). « Conosco le tue opere. So che non sei né freddo né caldo: non sei completamente freddo, perché la tua fede non è morta; perché, come il fariseo del Vangelo, che digiunava due volte alla settimana e distribuiva ai poveri la decima dei suoi beni, rimani attaccato a certe pratiche esteriori. Ma tu non sei nemmeno caldo: non hai nessuna preoccupazione di imparare ad amare Dio ed il tuo prossimo, non hai zelo per la salvezza delle anime, né per il tuo avanzamento nella virtù. Vorrei tanto che tu fossi freddo, che non avessi questa osservanza esteriore, che ti dà l’impressione di essere giusto, perché allora sarebbe facile farti capire la tua miseria e condurti alla conversione. – O se tu fossi caldo, se tu avessi davvero la carità, che ti porterebbe alla pratica del bene e alla ricerca della perfezione! Ma poiché sei tiepido, poiché siete inerte e languido nelle vie del bene, comincerò a vomitarvi dalla mia bocca. » Il Signore procede, come sempre, con moderazione e dolcezza. Non colpisce subito il colpevole: semplicemente lo minaccia, se non cambia la sua condotta, di cominciare a ritirare la sua grazia, il che lo getterà gradualmente fuori dalla comunione dei Santi, e cioè, come se fosse fuori da Dio. La parola “vomito” che è usata qui per rappresentare la scomunica, ha lo scopo con la sua stessa eccessività di farci capire il dolore che Dio prova nell’usare questa punizione, e tuttavia questo è l’unico mezzo che può usare per eliminare dal suo Corpo mistico gli elementi che sono resistenti ad ogni assimilazione. Questa espressione segna anche il disgusto che Dio ispira a coloro che pretendono di tenere una giusta via di mezzo tra il servizio a Lui, e quello del mondo. E qual è la causa di questa tiepidezza? – È la buona opinione che il Vescovo di Laodicea ha di se stesso; egli si dice nel segreto del suo cuore: « Sono ricco di vantaggi temporali e spirituali, e sono ancora più ricco per tutte le opere buone che ho fatto; non ho bisogno dell’insegnamento o dell’aiuto di nessuno. – « E tu ignori – gli risponde Dio – e di un’ignoranza colpevole, un’ignoranza che proviene dalla cecità in cui ti immerge il tuo orgoglio; tu ignori di essere un miserabile, un infelice nato nel peccato e del tutto incapace di uscirne con le tue forze; sei un povero uomo, non hai alcun merito dal tuo fondo; un cieco, perché non ti conosci; e sei nudo, avendo perso la veste della tua innocenza. » Il testo greco accentua la forza di queste espressioni aggiungendo l’articolo prima di esse: tu non sai di essere lo che sventurato, il povero, ecc. … Ti invito dunque a comprare da me l’oro di una carità ardente di fervore e sincera, purificata da ogni ricerca di sé, attraverso la prova e la tribolazione. Io voglio che tu lo compri da me, perché non lo troverai nei libri, né nel commercio delle creature, né nell’azione esterna: lo troverai solo chiedendomelo nella preghiera. Ma sebbene questo sia un dono gratuito della mia misericordia, voglio che tu lo compri con i tuoi sforzi, le tue buone opere e le tue penitenze. Allora diventerai veramente ricco di beni spirituali; ti rivestirai delle bianche vesti di una vita pura, e la confusione della tua nudità, delle tue deformità, sarà cancellata dalla mia presenza. – « E ungi i tuoi occhi con il collirio, perché tu possa recuperare la vista ». Questo meraviglioso collirio, che restituisce così la vista ai ciechi, è la Passione di Cristo, che apre gli occhi dell’anima, cioè l’intelletto e la volontà, alla comprensione e all’amore di ciò che è il vero bene dell’uomo. Esso getta la luce della verità su tutte le cose e rende manifesto l’errore e la follia di coloro che corrono dietro alle soddisfazioni della carne o all’amor proprio, mostra il percorso che Cristo ha fatto per tornare in cielo, e che noi dobbiamo fare dopo di Lui. Come il collirio punge gli occhi, facendoli piangere ed espellendo così le impurità che li accecavano, così punge l’anima – questo è il significato originale della parola: compunzione – facendole sentire il dolore dei peccati commessi, il senso di ingratitudine che ha mostrato verso Dio, e così purificandola. Lo stesso simbolismo si trova nel libro di Tobia, quando l’Arcangelo Raffaele ordina al suo giovane protetto di strofinare gli occhi del padre con il fiele del pesce, per ridargli la vista: il pesce, come sappiamo, è la figura di Cristo, ed il fiele rappresenta la parte amara della sua vita, cioè la sua Passione. Dopo questo severo avvertimento, il divin Maestro, unendo come sempre la giustizia e la misericordia, lascia spazio alla tenerezza del suo Cuore: « Sono coloro che amo che Io castigo, aggiunge, cioè, non ribellarti, non prendere i miei ammonimenti nel modo sbagliato. Io non faccio come i servi del mondo, che lusingano solo i loro amici e riservano tutto il loro rigore a coloro che li dispiacciono; al contrario, Io rimprovero e colpisco coloro che amo. Con questo desidero mantenerli sulla strada giusta ed insegnare loro a conoscere se stessi. Esci dal tuo torpore, rispondi al mio amore con l’amore, imita i miei Santi e fa’ penitenza. Se questo sforzo sembra al di sopra delle tue forze, non scoraggiarti; Io sono qui per aiutarti. Ecco, Io sto alla porta del tuo cuore, faccio appello al tuo libero arbitrio – perché questa è l’unica porta attraverso la quale Cristo entra nelle nostre anime – e busso. Cerco di provocare in te dei sentimenti di compunzione, a volte con ispirazioni interiori, a volte per mezzo di circostanze esterne, affinché tu ti apra a Me. Vorrei entrare e sedermi alla tua tavola, a quella tavola interiore dove il tuo spirito banchetta solitamente di vana gloria; vorrei sedermi lì con te, e condividere insieme ciò che ognuno ha portato: tu mi daresti le tue opere, e Io darei la mia gloria. Se qualcuno ascolta la mia voce ed apre la porta del suo cuore con la sua fede, con l’acquiescenza della sua volontà, Io entrerò in lui con la mia grazia e le mie consolazioni; penetrerò nel suo profondo, lo trasformerò, e cenerò con lui e lui con Me: Io gli farò gustare la dolcezza del mio amore, in attesa che venga a sua volta a cenare con Me, nel mio Paradiso. » Si noti che l’autore dice “cena” e non “pranzo” perché dopo la cena, la giornata è finita: non c’è più bisogno di tornare al lavoro, e la conversazione intima può continuare finché gli amici lo desiderano. “Colui che riporterà la vittoria sui nemici della sua salvezza, sul diavolo, sulla carne e sul mondo, gli darò di sedere con me sul mio trono, come ho promesso ai miei dodici Apostoli. Ma questi posti si conquistano solo con una dura lotta; ed Io stesso, solo dopo aver combattuto e vinto, dopo essermi fatto obbediente fino alla morte ed alla morte di croce, ho preso posto con il Padre mio sul mio trono. Chi ha l’orecchio del cuore attento, ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese. »

IL SENSO MISTICO DELL’APOCALISSE (2)

G Dom. Jean de MONLÉON

Monaco Benedettino

Il Senso Mistico

dell’APOCALYSSE (2)

Commentario testuale secondo la Tradizione dei Padri della Chiesa

LES ÉDITIONS NOUVELLES 97, Boulevard Arago – PARIS XIVe

Nihil Obstat Elie Maire Can. Cens. ex. off.

Imprimi potest: t Fr. Jean OLPHE-GALLIARD Abbé de Sainte-Marie

Imprimatur A. LECLERC.

Lutetiæ Parisiorum die II nov. 1947

Copyright by Les Editions Nouvelles, Paris 1948

Prima visione

PRIMA PARTE

APPARIZIONE DEL CRISTO A SAN GIOVANNI

Capitolo I, 9-20

“Io Giovanni vostro fratello, e compagno nella tribolazione, e nel regno, e nella pazienza in Gesù Cristo, mi trovai nell’isola che si chiama Patmos, a causa della parola di Dio, e della testimonianza di Gesù. Fui in ispirito in giorno, di domenica, e udii dietro a me una grande voce come di tromba, che diceva: Scrivi ciò, che vedi, in un libro: e mandalo alle sette Chiese che sono nell’Asia, a Efeso, e a Smirne, e a Pergamo, e a Tiatira, e a Sardi, e a Filadelfia, e a Laodicea. E mi rivolsi per vedere la voce che parlava con me: e rivoltomi vidi sette candelieri d’oro: e in mezzo ai sette candelieri d’oro uno simile al Figliuolo dell’uomo, vestito di abito talare, e cinto il petto con fascia d’oro: e il suo capo e i suoi capelli erano candidi come lana bianca, e c0ome neve, e i suoi occhi come una fiamma di fuoco, e i suoi piedi simili all’oricalco, qual è in un’ardente fornace, e la sua voce come la voce di molte acque: e aveva nella sua destra sette stelle: e dalla sua bocca usciva una spada a due tagli: e la sua faccia come il sole (quando) risplende nella sua forza. E veduto che io l’ebbi, caddi ai suoi piedi come morto. Ed egli pose la sua destra sopra di me, dicendo: Non temere: io sono il primo e l’ultimo, e il vivente, e fui morto, ed ecco che sono vivente pei secoli dei secoli, ed ho le chiavi della morte e dell’inferno. Scrivi adunque le cose che hai vedute, e quelle che sono, e quelle che debbono accadere dopo di queste: il mistero delle sette stelle, che hai vedute nella mia destra, e i sette candelieri d’oro: le sette stelle sono gli Angeli delle sette Chiese: e i sette candelieri sono le sette Chiese”.

San Giovanni passa ora al racconto delle straordinarie visioni che ebbe sull’isola di Patmos dove l’imperatore Diocleziano lo aveva relegato. Abbiamo appena letto il racconto della prima. L’Apostolo racconta come una domenica si trovò improvvisamente in estasi, mentre si sentiva dietro di lui una voce, brillante come il suono di una tromba, dicendo: “Quello che stai per vedere, scrivilo in un libro e portalo alle sette Chiese d’Asia”, cioè alle sette sedi episcopali dell’Asia Minore, che sono elencate nel resto del racconto. Allora San Giovanni si voltò per vedere chi gli stava parlando in questo modo, e questa è la vista inaspettata che si presentò ai suoi occhi: “Vidi sette candelabri d’oro, e in mezzo ad essi stava uno simile al Figlio dell’Uomo, vestito con la veste sacerdotale e cinto di una fascia d’oro sulla parte superiore del petto. E il suo capo e i suoi capelli erano bianchi come lana bianca e come neve; e i suoi occhi erano come una fiamma di fuoco; e i suoi piedi erano come l’auricalco in una fornace ardente, e la sua voce era come la voce delle grandi acque. E aveva nella sua mano destra sette stelle; e dalla sua bocca usciva una spada affilata da entrambi i lati; e la sua faccia era come il sole, quando brilla nella sua potenza. È ovvio che l’autore non accumulerebbe dettagli così strani come quelli appena ascoltati se non avessero un significato profondo, e cercassero di tradurre in linguaggio immaginario delle realtà di ordine trascendentale. L’Apostolo, inoltre, nel corso del suo racconto, avrà cura di togliere ogni dubbio che possa rimanere a questo riguardo, esponendo lui stesso, qua e là, il significato mistico delle descrizioni che ha appena fatto. Così dirà, per esempio, un po’ più avanti: Le sette stelle sono gli Angeli delle sette chiese, e i sette candelabri sono le sette chiese. Ma egli solleva solo in alcuni punti il velo che nasconde ai nostri occhi il vero significato di ciò che dice: lascia alla profezia la sua forma misteriosa, per colpire più profondamente gli spiriti ed invitare coloro che lo ascoltano a cercare il campo che egli dà loro. Per scoprire i tesori di verità e di saggezza nascosti sotto queste apparenze sconcertanti, seguiamo le orme dei Padri della Chiesa: solo loro sono in grado di darci qualche luce su questi misteri. Impareremo da loro che i sette candelabri indicano senza dubbio la Chiesa stessa. La Chiesa è, infatti, il candelabro che porta Cristo, la luce del mondo. Il suo numero è “sette” perché vive dei sette sacramenti e dei sette doni dello Spirito Santo; perché possiede sette virtù fondamentali: le tre teologali e le quattro cardinali; perché ordina tutta la sua attività alla pratica delle sette opere di misericordia corporale e delle sette opere di misericordia spirituale. Si dice che sia fatta d’oro massiccio, per mostrare che la sua sostanza si identifica con la carità, di cui l’oro è il simbolo; mentre, invece, le sette dissidenti hanno solo la brillantezza esterna e lo scintillio dorato delle loro seducenti ma false teorie. Fu in mezzo ai sette candelabri che San Giovanni riconobbe il Figlio dell’Uomo, perché Cristo sta in mezzo alla Chiesa ed è impossibile trovarlo fuori di essa. Notiamo qui che l’apostolo dice di aver visto non il Figlio dell’uomo, ma qualcuno che era come il Figlio dell’uomo. In senso letterale, questa restrizione indica che durante tutto il corso di questa visione fu in realtà un Angelo che prese il posto di Cristo. In senso mistico, suggerisce che il Salvatore risorto non porta più nella gloria il peso che durante la sua vita terrena dedicò la sua carne di Figlio dell’Uomo alla sofferenza e alla morte. E San Giovanni, pur riconoscendo molto bene Colui che aveva così spesso visto con i suoi occhi e toccato con le sue mani (I Ep., I, 1), lo trovò tuttavia molto diverso da quello che era al tempo in cui si affannava a viaggiare per la Palestina e a predicare tutto il giorno. Il Salvatore indossava una veste che arrivava fino ai talloni, del modello chiamato poderis, e simile a quella usata dal Sommo Sacerdote sotto l’Antica Alleanza: questa veste simboleggia sia la carità di Cristo, che lo avvolge dalla testa ai piedi, sia il suo sacerdozio, poiché Egli è il sacerdote per eccellenza, il Sommo Sacerdote, e l’unico vero Sacerdote. Ed era stretto sul petto con una cintura dorata. In una visione molto simile a questa, un Angelo apparve a Daniele, anch’esso con le sembianze del Figlio dell’Uomo, e anche lui con una cintura d’oro: ma questo era posto più in basso, all’altezza dei lombi, perché l’Antico Testamento prescriveva solo la mortificazione della carne; la visione di San Giovanni era cinta sulla parte superiore del petto, perché il Nuovo Testamento ordina anche la mortificazione dei desideri, e chiede non solo la purezza del corpo, ma anche la purezza del cuore, Ecco perché Nostro Signore disse agli Giudei: « Avete sentito che fu detto agli anziani: Non commetterai adulterio ». Questa è la cintura che si mette intorno ai lombi, la proibizione del peccato di lussuria. Per me, io vi dico che chi guarda una donna con lussuria ha già commesso adulterio: questa è la cintura da serrare sul proprio cuore. (Matt. V, 27). La sua testa e i suoi capelli, continua l’Apostolo, erano bianchi come lana bianca e come neve. Attribuendo a Cristo una testa bianca, l’autore afferma implicitamente la sua natura divina: perché era già sotto questo simbolo che lo Spirito Santo, per bocca dello stesso profeta Daniele, aveva espresso l’eterna sapienza di Dio: l’Antico dei giorni si sedette, disse; i capelli della sua testa erano come lana bianca (VII, 9). Sul suo esempio, ci invita ad avere anche noi capo bianco, cioè uno spirito pieno di prudenza e di saggezza; bianco come la lana, perché la lana è qualcosa di morbido, bianco, caldo: per assomigliargli, i nostri pensieri dovrebbero essere tutti di indulgenza, immacolati nella loro innocenza, ardenti dello zelo della carità; il che non impedirebbe loro di essere allo stesso tempo come la neve, cioè di rimanere gelidi di fronte alle suggestioni della carne, del mondo e del diavolo. – I suoi occhi erano come una fiamma di fuoco: gli occhi del Verbo non sono, come i nostri, recettori di luce, ma sono piuttosto creatori di luce; quando si posano su un’anima, la purificano dalle contaminazioni da cui è infetta, la illuminano con i raggi della Verità eterna, la infiammano con l’ardore dell’Amore divino, di quell’amore di cui Nostro Signore disse: Sono venuto ad accendere un fuoco sulla terra (Lc. XII, 49). E i suoi piedi erano come l’auricalco che esce da una fornace ardente. L’auricalco è una specie di bronzo che viene portato al colore dell’oro dall’azione del fuoco e da varie operazioni. I piedi di Cristo, immersi in una fornace ardente, rappresentano la sua Passione. I piedi, poiché sostengono, continuamente e senza indebolirsi, tutto il peso del corpo, rappresentano la forza dell’anima, che sostiene l’uomo in tutte le sue prove e difficoltà: e la forza dell’anima di Cristo fu messa alla prova al momento della Passione, che è rappresentata dalla fornace ardente. E lì, lungi dallo sciogliersi e dal dissolversi, si dimostrò duro come il bronzo, poiché la sofferenza non poteva strappare alla vittima divina il minimo mormorio; al contrario, non aveva altro effetto che fargli prendere il colore dell’oro, cioè far apparire la sua carità in una luce radiosa. E la sua voce era come il suono di grandi acque. La voce di Cristo, portata dagli Apostoli, fu udita in tutto l’universo. È paragonato alle grandi acque perché ha coperto tutto il mondo come un nuovo diluvio; ma questo diluvio non era più, come ai tempi di Noè, lo straripamento dell’ira divina che spargeva ovunque terrore e morte: questa volta era un diluvio di misericordia, un diluvio di grazia, un diluvio di vita, che doveva ripulire la terra dall’infezione del peccato e renderla integra. Più sopra la parola di Cristo è stata paragonata al suono di una tromba, perché eccita i Cristiani in battaglia, riempiendoli del timore di Dio, mostrando loro la ricompensa promessa al vincitore; ora l’autore la paragona all’acqua, perché eccelle nell’ammorbidire la durezza del cuore umano e nel renderci teneri. – E teneva nella sua mano destra sette stelle. San Giovanni stesso spiegherà poco più avanti il significato di questa figura: le sette stelle rappresentano i prelati che sono incaricati di governare la Chiesa. Come stelle spirituali, infatti, devono brillare nella notte di questo mondo per guidare gli uomini verso la Gerusalemme celeste. Devono lanciare sia la luminosità della dottrina che quella dei loro buoni esempi. Ma essi sono nella mano di Cristo, come lo strumento è nella mano dell’operaio, o il segnale nella mano del guardiano. Quando un uomo vuole chiamare i suoi compagni smarriti in una notte buia, non ha niente di meglio da fare che accendere una luce e agitarla, per mostrare loro la direzione da seguire. Gli altri non vedono il loro amico, ma vedono il segnale che dà loro, vedono la luce che brilla nell’oscurità, e camminano verso di essa, e così tornano da colui che li sta aspettando. Allo stesso modo il Salvatore innalza i pastori della Chiesa come segni di luce nella notte del mondo presente: gli uomini devono solo seguire i loro insegnamenti, e sono sicuri di camminare nella retta via, nella via che li condurrà direttamente a Cristo. Per questo ha detto, parlando di coloro che Lo rappresentano sulla terra: Chi ascolta voi, ascolta me; chi disprezza voi, disprezza me. (Lc. X, 16). – E dalla sua bocca uscì una spada affilata su entrambi i lati. La parola di Nostro Signore è rappresentata da una spada, per mostrare che è dotata di un potere irresistibile e che può trionfare sulla resistenza più tenace. Essa è affilata da entrambe le parti, perché il suo potere si esercita con lo stesso rigore, anche se con risultati molto diversi, su quelli di destra e su quelli di sinistra, sui buoni e sui cattivi. Separa i primi dalla carne e dal mondo; taglia senza indebolire i loro affetti più legittimi, quello del figlio per suo padre, della figlia per sua madre (Luc. XII, 53); arriva a dividere in loro l’anima e lo spirito, le giunture e il midollo (Hebr. IV. 12). Quanto ai malvagi, al contrario, verrà il giorno in cui li separerà impietosamente dal corpo di Cristo, li scaccerà dalla società degli eletti, li rigetterà senza appello nell’inferno. Chiunque avrà lasciato la sua casa, i suoi fratelli, le sue sorelle, suo padre, sua madre, sua moglie, i suoi figli e i suoi campi per amore del mio nome, riceverà il centuplo e avrà la vita eterna. (Matt. XIX, 29). – Questo è il primo fil della spada, quello della mano destra; e questo è l’altro, quello della mano sinistra: « Partite da me, maledetti, e andate al fuoco eterno, che è preparato per il diavolo e i suoi angeli. » (Id. XXV, 41). E il suo viso brillava come il sole nella sua potenza. Questo paragone è lo stesso usato dagli evangelisti per esprimere lo straordinario splendore con cui il volto di Cristo fu illuminato sul monte Tabor. Il Libro della Sapienza dice allo stesso modo che nel giorno del giudizio, i giusti brilleranno come il sole (III, 7). L’immagine è ulteriormente rafforzata dall’espressione: nella sua potenza, segna per il sole l’ora del mezzogiorno, l’ora in cui è in tutto il suo splendore. In senso allegorico, il volto di Cristo designa qui la sua santa umanità, che è sorta sul mondo come un sole di giustizia, e che ha gettato la sua luce più brillante quando ha dispiegato tutta la sua virtù, cioè nell’ora della sua passione. E quando lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Così San Giovanni, che per anni ha vissuto nella più stretta familiarità con Nostro Signore, che ha spinto la fiduciosa semplicità fino al punto di appoggiare il suo capo sul cuore del suo Maestro nell’Ultima Cena; San Giovanni, vedendolo ora di nuovo nello splendore della sua gloria celeste, cade come morto. Daniele, nella visione di cui abbiamo già parlato, dice, per esprimere il terrore con cui si sentiva penetrato, che il volto del Figlio dell’Uomo era come un fulmine. Alla sua vista, aggiunse, tutte le mie forze vennero meno, divenni « un altro uomo, mi inaridii e non rimase più alcuna forza in me. » (X, 6-8). – Tale è l’effetto che produce sull’essere umano la visione della Maestà divina. Improvvisamente intravede l’abisso della sua immensa debolezza, e sente un bisogno irresistibile di annientarsi, di dissolversi e di sparire. Ecco perché Abramo, quando fu portato davanti a Dio, si prostrò con la faccia contro il sole e si dichiarò cenere e polvere. (Gen. XVII. 3) Ecco perché ancora una volta la Sacra Scrittura mostra Ester che cade in priva di sensi alla vista di Assuero (XV, 10); e ci insegna altrove che nessuno può vedere Dio senza morire (Es. XXXIII, 20). Dicendo che è caduto come morto, San Giovanni ci fa inoltre capire che la contemplazione di Dio ci fa morire al mondo e ci rende insensibili alle sue attrattive e alla sua inquietudine. Prendendolo come meta della nostra ricerca, anche noi saremo come morti, ma non morti; vivremo una vita interiore molto più intensa, la vita di Dio stesso. San Paolo aveva detto allo stesso modo: Mostriamoci come moribondi, ed ecco che siamo vivi (II Cor. 9). – E posò la sua mano destra su di me come segno della grazia che Dio dà a coloro che si umiliano. E disse: « Non abbiate paura. » Cosa c’è da temere? Chi può farci del male, quando siamo ai piedi del Signore del mondo, colui che ha tutto il potere in cielo, in terra e negli inferi? Non temere, perché io sono il primo e sono l’ultimo. « Io sono l’unico Figlio di Dio, il primogenito di tutte le creature, il Re degli Angeli e degli uomini; e sono l’ultimo; nessuno è stato trattato con più ignominia di me, nessuno è stato abbeverato dagli oltraggi e dagli affronti simili a quelli come ho ricevuto io. » Già Isaia, prevedendo in una visione profetica lo stato pietoso in cui sarebbe stato ridotto il glorioso Messia atteso da Israele, lo aveva chiamato: l’ultimo degli uomini (LIII, 3). Per quanto miserabili possiamo essere, non saremo mai più abbandonati di Lui; per quanto crudeli siano le persecuzioni scatenate contro di noi, non raggiungeranno mai la violenza di quelle che si abbatterono su di lui. « Io sono – continua – colui che vive di una vita senza inizio e senza fine. Non temere, dunque nulla, anima che ho scelto, anima che amo, anima che voglio condurre al banchetto di nozze eterno, ma per la via che Io stesso ho seguito, che è la via della croce. Perché sono stato morto: la mia anima ed il mio corpo si sono veramente separati sul Calvario. Ma poi sono risorto, ed ecco, sono vivo nei secoli, una vita che nulla può togliermi. E io ho le chiavi della morte e dell’inferno. Posso resuscitare chi voglio, posso strappare chi voglio dall’inferno, così come dalla morte del peccato. E affinché la verità di ciò che dico sia intesa, ascoltata, scrivi ciò che hai visto. Scrivi quello che hai visto tu, Giovanni, quando ero sulla terra con te, e quello che hai visto con i tuoi occhi, quando mi hanno catturato nell’orto del Getsemani, quando mi hanno trascinato da tribunale in tribunale, quando mi hanno schiaffeggiato, picchiato, coperto di sputi, coronato di spine; quando mi hanno trafitto i piedi e le mani con i chiodi, quando mi hanno aperto il costato con la lancia; ma scrivi anche quello che hai visto la domenica mattina, quando sei corso al sepolcro con Pietro, e poi la sera, nel cenacolo, e i giorni seguenti. .. Racconta i misteri della mia Passione e della mia Resurrezione, di cui sei stato testimone. Poi scrivi ciò che sta accadendo ora, cioè le sofferenze che stanno sopportando quotidianamente la Chiesa e le anime giuste; scrivi ciò che accadrà dopo, la persecuzione dell’Anticristo, e la fine dei tempi. Scrivi il mistero delle sette stelle che hai visto nella mia mano: mostra il significato nascosto di questi simboli, e spiega che le sette stelle sono gli Angeli – cioè i Vescovi – delle sette Chiese, e che i sette candelabri sono le sette Chiese.

Prima Visione

LA RIFORMA DELLE CHIESE

(SECONDA PARTE)

LA LETTERA ALLE SETTE CHIESE

Capitolo II, 1-29

“All’Angelo della Chiesa d’Efeso scrivi: Queste cose dice colui che tiene nella sua destra le sette stelle, e cammina in mezzo ai sette candelieri d’oro: So le tue opere, e le tue fatiche, e la tua pazienza, e come non puoi sopportare i cattivi: e hai messo alla prova coloro che dicono di essere Apostoli, e non lo sono: e li hai trovati bugiardi: e sei paziente, e hai patito per il mio nome, e non ti sei stancato. Ma ho contro di te, che hai abbandonata la tua primiera carità. Ricordati per tanto donde tu sei caduto: e fa penitenza, e opera come prima: altrimenti vengo a te, e torrò dal suo posto il tuo candeliere, se non farai penitenza. Hai però questo, che odii le azioni dei Nicolaiti, le quali io pure ho in odio. Chi ha orecchio, oda quel che lo Spirito dica alle Chiese: Al vincente darò a mangiare dell’albero della vita, che è in mezzo al Paradiso del mio Dio.

‘E all’Angelo della Chiesa di Smirne scrivi: Queste cose dice il primo e l’ultimo, il quale fu morto, e vive: So la tua tribolazione e la tua povertà, ma sei ricco: e sei bestemmiato da quelli che si dicono Giudei, e non lo sono, ma sono una sinagoga di satana. Non temere nulla di ciò che sei per patire. Ecco che il diavolo caccerà in prigione alcuni di voi, perché siate provati: e sarete tribolati per dieci giorni. Sii fedele sino alla morte, e ti darò la corona della vita. Chi ha orecchio, ascolti quel che lo Spirito dica alle Chiese: Chi sarà vincitore, non sarà offeso dalla seconda morte. –

E all’Angelo della Chiesa di Pergamo scrivi: Queste cose dice colui che tiene la spada a due tagli: So in qual luogo tu abiti, dove satana ha il trono: e ritieni il mio nome, e non hai negata la mia fede anche in quei giorni, quando Antipa, martire mio fedele, fu ucciso presso di voi, dove abita satana. Ma ho contro di te alcune poche cose: attesoché hai costì di quelli che tengono la dottrina di Balaam, il quale insegnava a Balac a mettere scandalo davanti ai figliuoli d’Israele, perché mangiassero e fornicassero: Così anche tu hai di quelli che tengono la dottrina dei Nicolaiti. Fa parimenti penitenza: altrimenti verrò tosto a te, e combatterò con essi colla spada della mia bocca. Chi ha orecchio, oda quel che dica lo Spirito alle Chiese: A chi sarà vincitore, darò la manna nascosta, e gli darò una pietra bianca: e sulla pietra scritto un nome nuovo non saputo da nessuno, fuorché da chi lo riceve.

E all’Angelo della Chiesa di Tiatira scrivi: Queste cose dice il Figliuolo di Dio, che ha gli occhi come fiamma di fuoco ed i piedi del quale sono simili all’oricalco: So le tue opere, e la fede, e la tua carità, e il ministero, e la pazienza, e le tue ultime opere più numerose che le prime. Ma ho contro di te poche cose, poiché permetti alla donna Jezabele, che si dice profetessa, di insegnare e sedurre i miei servi, perché cadano in fornicazione, e mangino carni immolate agli idoli. E le ho dato tempo di far penitenza: e non vuol pentirsi della sua fornicazione. Ecco che io la stenderò in un letto: e quelli che fanno con essa aduterio, saranno in grandissima tribolazione, se non faranno penitenza delle opere loro: e colpirò di morte i suoi figliuoli e tutte le Chiese sapranno che io sono lo scrutatore delle reni e dei cuori: e darò a ciascuno di voi secondo le sue azioni. Ma a voi, io dico, e a tutti gli altri dì Tiatira, che non hanno questa dottrina, e non hanno conosciuto le profondità, come le chiamano, di satana, non porrò sopra dì voi altro peso: Ritenete però quello che avete, sino a tanto che io venga. E chi sarà vincitore, e praticherà sino alla fine le mie opere, gli darò potestà sopra le nazioni, e le reggerà con verga di ferro, e saranno stritolate come vasi dì terra, come anch’io ottenni dal Padre mio: e gli darò la stella del mattino. Chi ha orecchio, oda quello che lo Spirito dica alle Chiese.”

Questo capitolo II e il seguente contengono le lettere alle chiese dell’Asia che appena annunciate. Il Figlio di Dio ordina all’amato Apostolo di scrivere successivamente a ciascuno dei sette Vescovi che occupano le sedi in Asia Minore. Queste lettere sono un modello di correzione fraterna: l’autore mescola abilmente lodi e rimproveri per incoraggiare e stimolare i suoi lettori, indicando loro i punti in cui sono in difetto e i pericoli a cui si espongono. Al di là dei Vescovi che ne sono i destinatari, esse si rivolgono a tutte le anime cristiane che si preoccupano del loro progresso spirituale: ed è a loro che San Benedetto allude nel Prologo della sua Regola quando ci esorta ad ascoltare ciò che lo Spirito dice alle Chiese. Essi richiamano i punti essenziali della perfezione evangelica e ci offrono un esatto adempimento di questa profezia del Salvatore ai suoi discepoli: Quando lo Spirito Santo verrà, rimprovererà il mondo sul peccato, sulla giustizia e sul giudizio (Jo., XVI, 8.). Infatti, esse rimproverano ciascuno per i peccati in cui cade, gli mostrano la rettitudine che deve praticare, gli ricordano il giudizio che dovrà subire un giorno. Il loro numero sette evoca chiaramente i doni dello Spirito Santo, che in ognuno di loro possiamo riconoscerne a turno, in modo più particolare, seguendo Ruperto di Deutz, la voce di uno dei sette spiriti che stanno davanti al trono di Dio. È lo spirito di timore che apre la lista, insieme alla Chiesa di Efeso, perché è esso l’inizio della via che conduce a Dio. Perché tutti sanno che il timore di Dio è l’inizio della sapienza. Dopo di questo  sentiremo successivamente quello della pietà, quello della scienza, quello della fortezza, quello del consiglio, quello dell’intelletto comprensione, quello della sapienza.

§ 1 Lettera alla Chiesa di Efeso.

All’Angelo della Chiesa di Efeso scrivi: Queste cose dice colui che tiene nella sua mano destra le sette stelle, che cammina tra i sette candelabri d’oro. Le sette stelle rappresentano, come abbiamo detto prima, i prelati delle sette chiese. Dio li tiene in mano, per dirigerli e per dirigere gli altri per mezzo di loro; e anche per evitare che cadano, come cadde quella stella del mattino, quel Lucifero che, nel primo giorno del mondo, era apparso sfavillante di gloria e di bellezza, poi improvvisamente cadde sulla terra, e divenne un demone, perché si gloriò nel suo cuore, e dimenticò che doveva tutto a Dio (Isa. XIV, 12 e segg.). Si ricordino dunque, le sette stelle, si ricordino bene, i prelati della Chiesa, che tutta la loro autorità, tutto il loro prestigio, tutta la considerazione di cui godono sono opera della mano di Dio che li tiene, e non lascino che l’orgoglio si impossessi dei loro cuori! – Non solo Dio porta così le stelle che governano il suo popolo, ma cammina anche tra i candelabri d’oro. Questi rappresentano le Chiese, cioè la massa dei fedeli, in opposizione ai prelati, come ci ha insegnato San Giovanni poco più in alto. Dio cammina in mezzo a loro, nel senso che abita con loro, secondo la promessa fatta ai suoi discepoli: Ecco, io sono con voi fino alla fine dei secoli (Matt. XXVIII, 20). Egli abita nei loro cuori. Egli li visita con la sua grazia. Li circonda con la sua sollecitudine. Segue le loro orme. Egli accompagna tutti i loro passi. Ma allo stesso tempo Egli vigila attentamente su questi candelabri, per vedere se la loro luce non è fumosa, se non è in pericolo di spegnersi, se non emana il bagliore della carità. “Io conosco le tue opere”: Dio, è vero, conosce tutte le cose in virtù della sua conoscenza infinita. Ma Egli conosce i suoi, come dice San Paolo (II Tim. II, 19), in quanto li approva e li considera con benevolenza, mentre al contrario ignora i malvagi. (Matt. VII, 23). – « Conosco dunque le vostre opere di carità e la fatica che fate per salvaguardare l’integrità della fede; conosco la pazienza che dimostrate in mezzo alle prove, con gli occhi fissi sul premio eterno; conosco la vostra avversione ai vizi e lo zelo con cui perseguite i malfattori. » Non ti sei lasciato ingannare dai bei discorsi di coloro che pretendono di essere inviati da Dio, come Ebione, Marcione, Cerinto, ecc. Tu li hai messi alla prova, come sta scritto: “Mettete alla prova gli spiriti, per vedere se sono da Dio”,(I Giov. IV, 1) e hai riconosciuto dai loro frutti, come vuole il Vangelo, cioè dalle loro opere, che erano bugiardi. Sei stato paziente con gli eretici; hai sopportato coraggiosamente i loro attacchi, preoccupandoti più dell’onore del mio nome che del tuo interesse; e non hai ceduto alla collera. Tutto questo è molto buono: tuttavia, non è sufficiente per la perfezione che mi aspetto da te, e ho alcuni avvertimenti da farvi intendere: vi rimprovero di aver abbandonato la vostra prima carità. Non vegli più su quella perfetta unione di cuori che era il segno distintivo della Chiesa nascente, e che aveva come corollario la messa in comune di tutti i beni (Act. IV, 32). Non pratichi più le opere di misericordia con il fervore di una volta, ti lasci conquistare dalla tiepidezza. Ora, non dimenticare che la carità è e rimane il segno dal quale i miei veri discepoli si riconoscono; anche se aveste fede per trasportare le montagne, anche se consegnaste il vostro corpo alle fiamme, se non avete questa carità, tutto il resto non vi serve a niente. Riconosci, allora, la tua colpa: ricorda da dove sei caduto, ricorda la generosità che ti ha animato all’inizio della tua conversione, e fai penitenza. Non accontentarti di desideri o promesse: agisci, comportati come facevi allora (Alcuni commentatori, confrontando queste parole con un passo della Seconda Lettera a Timoteo, in cui l’Apostolo invita Timoteo a far risorgere la grazia di Dio in lui (I, 6), hanno pensato che il destinatario della lettera all’Angelo della Chiesa di Efeso non fosse altri che il famoso discepolo di San Paolo, che era in effetti Vescovo di quella città, e che si sarebbe lasciato per un momento sopraffare dalla moltitudine di prove che doveva affrontare.). – Altrimenti verrò da te e sentirai il peso della mia ira. Toglierò il tuo candelabro dal suo posto, cioè darò il tuo posto ad un altro; o ancora spegnerò la luce che brilla nella tua Chiesa e che fa di essa un faro di verità, come è spesso accaduto durante le grandi eresie, quando la caduta di un Vescovo trascina con sé tutto il suo gregge. – « Tuttavia, hai dalla tua, che odi le azioni dei Nicolaiti, che anch’io odio. » Dio non dice che odia i Nicolaiti; parla solo delle loro opere, per farci capire che non dobbiamo mai odiare gli uomini, per quanto malvagi essi siano; sono le loro imprese che dobbiamo avere come un abominio in quanto sono contrarie alla legge di Dio e al bene delle loro anime. San Benedetto rimarca questa discriminazione quando dice nella sua Regola che dobbiamo odiare i vizi e amare i fratelli. Chi erano esattamente questi Nicolaiti di cui stiamo parlando? Alcuni degli antichi Padri concordano che la loro origine può essere fatta risalire al diacono Nicolas, uno dei sette diaconi scelti dagli Apostoli per assisterli nel loro ministero, tra i quali dobbiamo annoverare anche Santo Stefano. D’altra parte, questi stessi Padri differiscono nel modo in cui raccontano come sia successo. Se crediamo a San Clemente di Alessandria, questo Nicolas, che aveva sposato una donna di rara bellezza, sarebbe stato rimproverato dai discepoli per la sua gelosia nei suoi confronti. Pieno di indignazione l’avrebbe poi condotta dagli apostoli, dicendo: « Ecco mia moglie. Che sia di chiunque! » Ma egli ha continuato a vivere una vita santa. Ma alcuni Cristiani malintenzionati si sono impadroniti di questa parola poco saggia e hanno affermato che le donne, come tutti gli altri beni, devono essere messe in comune. (1 Stromatæ, L. III, cap. IV – Patr. Gr., T. 8, col. 1130. – Rufino e Theodoreto danno versioni simili). – Secondo Sant’Epifanio, al contrario, la cui alta autorità è nota come testimone della tradizione, Nicolas, dopo aver preteso la continenza assoluta, ad imitazione degli Apostoli, non ebbe il coraggio di perseverare in questo sforzo, e « ritornò al suo vomito ». Ma per rimediare alla sua sconfitta, immaginò di insegnare che chi vuole assicurarsi la salvezza deve compiere ogni giorno l’opera della carne, e, mettendo in pratica la propria dottrina, sprofondò in vergognosi disordini (Adversus Hæreses, L. I, vol. 2, heres. 25. – Patr. Gr. T. 41, col. 322). Questa seconda versione era molto più diffusa della prima; se giudichiamo dall’autorità di San Tommaso, possiamo dire che essa ha prevalso nella tradizione. (Contra gentes, c. 24) « Chi ha orecchio, ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese ». Questa formula, che sarà ripetuta alla fine di ogni lettera, ricorda quella che Nostro Signore stesso usava quando predicava: Chi ha orecchio, ascolti (Mt. XIII, 9). Notiamo che ogni volta lo Spirito si rivolgerà alle Chiese, e non alla Chiesa di Efeso, o alla Chiesa di Sardi, ecc., per mostrare la portata generale dei suoi avvertimenti, che interessano tutti i Cristiani. – « Al vincitore, cioè a colui che saprà trionfare sulle tentazioni del demonio, sulle sollecitazioni del mondo, sulle proprie passioni: Darò da mangiare dall’albero della vita, che è nel paradiso del mio Dio ». Quest’albero è Cristo stesso, che fu emendato duramente e potato nelle sofferenze che precedettero la sua morte, ma che portò un magnifico rigoglio dopo la sua risurrezione. Il suo frutto ci è dato nel sacramento dell’Eucaristia. Cresce solo nel paradiso del mio Dio, cioè nella santa Chiesa, al di fuori della quale non c’è cibo sostanziale, non c’è vita per l’anima. Il nostro Signore dice: del mio Dio, perché parla come un uomo. Vuole mostrare l’ardente amore che la sua Santissima Umanità porta a Dio, insieme alla perfetta obbedienza che gli mostra. Queste parole ci fanno sentire che dobbiamo prepararci a ricevere la Santa Eucaristia con una vita pura. Anche se tutti i Cristiani possono avvicinarsi alla Santa Tavola, Nostro Signore dà questo frutto di vita solo a coloro che sanno superare se stessi. Notiamo, inoltre, che non dice: questo frutto, ma … di questo frutto, per indicare che la partecipazione di ciascuno alla grazia di questo sacramento sarà maggiore o minore, secondo le sue disposizioni. Questa prima lettera ha lo scopo di ispirarci soprattutto, come detto, lo spirito di timore. Per non aver dato ascolto a questo spirito, Adamo ed Eva erano stati cacciati dal paradiso terrestre e condannati a morte; coloro che saranno docili alle sue sollecitazioni meriteranno di ricevere il frutto del nuovo Eden e, in esso, il valore della vita eterna.

§ 2 – Lettera alla Chiesa di Smirne.

« E all’angelo della Chiesa di Smirne, scrivi. » Ora è lo spirito di pietà a parlare. Poiché si rivolge ad una Chiesa già coinvolta nella persecuzione e che il sangue dei martiri arrosserà; non gli fa alcun rimprovero, mostrandoci così come noi stessi dobbiamo comportarci nei confronti di coloro che soffrono; al contrario, la esorta con dolcezza ed indulgenza; e per darle coraggio, inizia offrendole l’esempio del Salvatore: « Questo è ciò che dice il primo e l’ultimo, colui che è morto e colui che è vivo morti. » Il primo, perché è il Figlio di Dio, il più bello dei figli degli uomini; e l’ultimo, perché è stato ridotto all’ultimo grado dell’angoscia e del disprezzo.  Egli è passato attraverso la morte per mostrarci la via; ma è risorto e ora vive una vita che non avrà fine; e quelli che lo seguono nella morte lo seguiranno nella vita. « Conosco le tue prove, e non ignoro nulla di quello che devi soffrire. E se non lo impedisco, è per il tuo bene; perché ti ricompenserò più tardi. Conosco la povertà alla quale ti sei ridotto volontariamente, distribuendo ai poveri, per amore mio, tutto quello che avevi. Ma sta tranquillo: ci sono ben altri beni che l’oro e l’argento, e se ti mancano questi, sappi che sei ricco di beni spirituali, ricco di virtù, ricco di meriti, ricco di cielo. So che sei calunniato, come io stesso sono stato calunniato da coloro che si dicono Giudei. Essi mi rimproveravano di non rispettare il sabato, di essere un agente di Belzebù, un posseduto dai demoni. Essi, al contrario, si lusingano di mantenere la fede alla lettera; si definiscono il popolo santo, il popolo di Dio, si vantano di essere gli autentici figli di Abramo: ma si sbagliano. Se, secondo la carne, essi discendono effettivamente dai Patriarchi, hanno perso completamente lo spirito di questi santi personaggi; non sono più il mio popolo, sono solo un’accozzaglia, una sinagoga che esegue la volontà di satana. Non cedere alla paura, non temere nessuna delle prove che dovrai attraversare, non paventare la povertà, gli insulti, le sofferenze, le tentazioni. Io so in anticipo che tutto questo deve venire, e lo permetto per il tuo bene. Tra non molto il diavolo farà mettere alcuni di voi in prigione dai suoi adepti, affinché siate messi alla prova, affinché abbiate l’opportunità di mostrare la vostra pazienza, e perché siate purificati dalla ruggine dei vostri peccati. Voi sarete perseguitati per dieci giorni, cioè: limitata e di breve durata (Per la maggior parte dei commentatori antichi, il numero dieci è qui un’allusione al Decalogo, e i dieci giorni rappresentano tutto il tempo che l’uomo vive sotto il suo giogo, cioè tutta la vita presente). Sii fedele fino alla morte, resta attaccato al tuo Dio come una moglie a suo marito, come un soldato al suo capo, come l’amico al suo amico; non abbandonarmi lungo il cammino, non lasciare la mano che ti tiene, e riceverai la corona della vita, cioè il possesso di Me stesso, nella beatitudine essenziale (Cf. Isaia, XXVIII, 5). – Chi ha orecchio, ascolti, non quello che dice il diavolo, non quello che dicono la carne, né il mondo, i tre che ci invitano al rilassamento; ma quello che lo Spirito dice alle chiese, esortandole a combattere: chi vince i tre nemici di cui abbiamo appena parlato, non subirà la seconda morte. Chi saprà accettare per il suo Maestro la prima morte, cioè la separazione dell’anima e del corpo, alla quale ogni uomo è condannato dal peccato di Adamo, sfuggirà alla seconda, la separazione definitiva dell’anima da Dio, cioè la dannazione. »

§ 3 – Lettera alla Chiesa di Pergamo.

E all’Angelo della Chiesa di Pergamo scrivi: Queste cose dice Colui che ha la spada a due taglienti. Ecco lo spirito della scienza che parla: rivolgendosi ad una città particolarmente infestata dall’idolatria, una Chiesa minacciata da molteplici e perfide eresie, Egli predica sopra ogni cosa la virtù della discrezione, che insegna come riconoscere e mantenere la vera dottrina in mezzo agli errori. Si illumina con l’insegnamento di Cristo che penetra, ci dice San Paolo, fino alla divisione dell’anima e dello spirito (Hebr. IV, 12), evocata qui da una spada che esce dalla bocca dell’apparizione (Cfr. supra I, 16). Distingue, sotto le apparenze di cui si avvolgono l’amor proprio e le passioni, ciò che nei nostri desideri, nelle nostre intenzioni, nelle nostre imprese, è la parte dell’uomo animale e la parte dell’uomo spirituale. Perché il primo eccelle nel mascherarsi ed essere preso per il secondo. « Io so dove abiti: la tua dimora è tra i malvagi, dove è più difficile e più meritevole mantenere la giustizia che tra i buoni; in una città così malvagia che può essere chiamata il trono di satana. » – [È infatti a Pergamo, scrive il P. Allô, che fu eretto il primo tempio del culto imperiale provinciale, già nel 29 a.C.; un secondo ed un terzo [vi] furono consacrati in onore di Traiano e Settimio-Severo. Le quattro grandi divinità poliadiche erano Zeus Soter, Atena, Niceforo, Asklepios Soter e Dioniso Kathegemon. Il pellegrinaggio dei malati al santuario di Asklepiade, dove si praticava l’incubazione e si credevano miracolose le guarigioni, i misteri di Dyonisio con la confraternita dei Boûxoloi, soprattutto il colossale altare a cielo aperto di Zeus con la sua Gigantomachia, un grandioso fregio dove i greci avevano eternizzato il glorioso ricordo della loro resistenza all’invasione celtica del III secolo… tutto questo gli assicurava un incomparabile splendore religioso. Questi vari culti erano alleati e più o meno fusi insieme, e si armonizzavano molto bene con quello dei Cesari. Il sacerdote di Zeus Soter era anche un sacerdote del “divino Augusto”. Dioniso-toro fraternizzava con Asklepios-serpente… E tutto questo fece di Pergamo il trono di satana, poiché in nessun luogo il paganesimo mostrò la sua forza con più orgoglio (Apoc. di San Giovanni, Exc. VI, P. 30.)]. – « Tuttavia – continua San Giovanni – nonostante questo, tu esalti il mio nome, ti dimostri degno del tuo titolo di Cristiano, e la paura non ti ha fatto rinnegare la fede che mi hai dato. Siete rimasti fedeli a Me anche quando infuriava la persecuzione, anche quando Antipa fu martirizzato in mezzo a voi, in questo regno di satana, per aver testimoniato il Mio Nome ». La tradizione riferisce che Antipas fu il predecessore del destinatario di questa lettera alla sede di Pergamo, e che fu bruciato in un toro di bronzo, durante il regno di Domiziano. (R. P. Allô, op. cit., p. CCIX, nota.).  – « Ma ho alcune mancanze da rimproverarvi: perché ci sono in voi alcuni che conservano la dottrina di Balaam, che insegnò a Balac a mandare davanti ai figli d’Israele occasioni di caduta – cioè: donne di vita malvagia, – per indurli al peccato, per incitarli a mangiare carne consacrata agli idoli, e per far loro rendere ai falsi dei un onore adulterino. » – Balaam era un indovino che viveva sulle rive dell’Eufrate al tempo dell’Esodo. Quando Balac, re dei Moabiti, vide avanzare verso il suo paese, sulla via della Terra Promessa, il popolo ebreo che aveva appena schiacciato successivamente l’armata degli Amorrei e quella del re di Bashan, gli ordinò di avvicinarsi e lo pregò di invocare la maledizione del cielo su questo nemico che nulla sembrava poter fermare. Balaam, dopo molte esitazioni, perché non ignorava che Dio fosse con Israele, cominciò ad obbedirgli; ma, per permesso divino, le sue labbra potevano solo pronunciare parole di benedizione invece delle maledizioni che avrebbe voluto pronunciare. – Il libro dei Numeri, che riporta questa storia, (XXII, XXIV) non parla esplicitamente della doppiezza a cui allude l’Apocalisse. Ma si può facilmente indovinare sotto il resto della storia. Desideroso di compiacere Balac e di assecondare i suoi disegni, malgrado il miracolo con cui Dio gli aveva appena notificato la sua volontà, Balaam consigliò a questo principe di inviare agli ebrei, di cui conosceva gli istinti passionali, delle donne armate di tutti i loro mezzi di seduzione. Queste donne riuscirono a conquistare il cuore dei figli d’Israele; li condussero alle loro feste religiose, fecero loro mangiare carne consacrata agli idoli, e li iniziarono persino al culto di Beelphegor, il più turpe di tutti gli dei (XXV, I, 3). S, Gregorio ci riporta nei suoi Dialoghi un episodio simile. Il diacono Florenzio era violentemente geloso di San Benedetto, e cercò di avvelenarlo. Non essendoci riuscito, decise almeno di perdere le anime dei suoi discepoli. « Allora mandò nel giardino del monastero sette fanciulle nude che, tenendosi per mano e danzando a lungo davanti ai loro occhi, dovevano accendere nelle loro anime la perversione del piacere. ». – I sostenitori della dottrina di Balaam di cui Nostro Signore parla qui sono da identificare con i Nicolaiti. « Tu hai dunque anche nella loro persona, come il Vescovo di Efeso, dei sostenitori dell’eresia di Nicolas, cioè persone che si permettono le più grandi libertà, sia per quanto riguarda la partecipazione ai sacrifici pagani che nelle loro relazioni con l’altro sesso. Te lo dico come a lui: fate penitenza. Altrimenti verrò da te all’improvviso e farò sentire a te e al tuo popolo tutto il peso della mia ira. Combatterò contro questi eretici con la spada della mia parola, cioè li convincerò del peccato, ridurrò a nulla i loro propositi, anche con le parole penetranti, irresistibili come una spada. Io li punirò come un tempo ho punito Balaam e i Madianiti; tutti gli uomini furono messi a fil di spada, compreso questo falso profeta, le città e villaggi furono dati al fuoco, le donne ed i bambini furono condotti in schiavitù (Num., XXI, 7 e seguenti).mMa se, al contrario, saprai correggerti, ti mostrerò la mitezza della mia misericordia. Chi ha orecchio, ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese: A colui che sa trionfare sulle perfide sollecitazioni della setta di Nicolas, darò la manna nascosta e gli darò una pietruzza bianca. E riceverà il pane di vita, il Cristo velato sotto le specie sacramentali, una volta rappresentato dalla manna; e avrà in sé le primizie della vita futura, quando gusterà le dolcezze segrete, quelle ineffabili delizie di cui il Signore rende partecipi solo i suoi amici prediletti. E per aver conservato il suo corpo puro dal peccato della carne, gli darò, nel giorno della risurrezione, una pietra bianca, cioè un corpo scintillante ed impassibile. ». Il corpo glorioso che sarà quello degli eletti è paragonato qui ad una pietra, perché la corruzione e la sofferenza non avranno più alcuna presa su di esso; a una pietra bianca, o meglio ancora, a una pietra scintillante (candidum), a causa dello splendore luminoso di cui sarà dotato. E su questa pietra è scritto un nome nuovo, che nessuno conosce tranne colui che lo riceve. Questo nuovo nome designa la nuova personalità che gli eletti godranno dopo la risurrezione. Infatti, in questo stato glorioso, la carne non congiurerà più contro lo spirito, la lussuria sarà completamente placata, l’uomo non sarà più soggetto all’ira, né ad alcuna passione, né ad alcun disordine: il corpo sarà perfettamente sottomesso all’anima, e tutto l’essere vivrà in un sentimento di pace, d’armonia ed equilibrio impossibile da descrivere. Per questo l’autore aggiunge che nessuno conosce questo nome se non colui che lo riceverà, perché, come dice San Paolo, ciò che occhio d’uomo non ha visto, il suo orecchio non ha sentito, il suo cuore non ha immaginato ciò che Dio ha in serbo per coloro che ama. Nessuno può avere un’idea di questa felicità se non chi l’ha già assaggiata.

§ 4 Lettera alla Chiesa di Thyatira,

E scrivi all’Angelo della Chiesa di Thyatira. È lo spirito di fortezza che parlerà ora per riprendere un Vescovo, colpevole di aver mancato di energia nella pratica della correzione fraterna. Quest’opera di carità spirituale è infatti uno dei primi doveri dei prelati verso il loro gregge, e la loro negligenza in questo compito è per le loro chiese la fonte dei mali più gravi: la Scrittura ce lo mostra con l’esempio di Eli, il sommo sacerdote di Shiloh, che, per non aver saputo reprimere la cattiva condotta dei suoi figli, vide l’ira di Dio cadere con estremo rigore sulla sua famiglia e su tutto il popolo (cf. I Reg., II-IV). « Scrivi dunque all’Angelo della Chiesa di Thyatira: Queste cose dice il Figlio di Dio, Egli che ha gli occhi simili ad una fiamma di fuoco, perché il suo Cuore è divorato da uno zelo ardente, perché lo sguardo dei suoi occhi penetra i segreti più profondi: illumina le intelligenze ed infiamma le volontà che si lasciano toccare da Lui. E i suoi piedi assomigliano al bronzo dorato: pronti per tutti i percorsi, per tutte le fatiche per salvare le anime, hanno allo stesso tempo la brillantezza dell’oro per la carità che li sospinge, e la resistenza del bronzo per la loro sopportazione. Conosco le tue opere, la tua fede e la tua carità; conosco lo zelo che effondi nel tuo ministero e la pazienza che dimostri in esso; io non ignoro che le tue opere sono più numerose oggi di quanto lo fossero in passato. Ti hai fatto progressi, la cosa è evidente, ma questo non mi impedisce di avere qualche rimostranza contro di te: mentre ti dedichi alla tua santificazione, trascuri i tuoi doveri di pastore. Tu permetti ad una donna, questa Jezebel, che si fa chiamare profetessa, di insegnare e sedurre i miei servi. Ella insegna loro a commettere adulterio e a mangiare carne consacrata agli idoli, come fanno i Nicolaiti. E tu la lasci fare, invece di armarti contro di lei con lo zelo e la santa indignazione del profeta Elia! » – Cos’era quella Jezebel? È una personalità concreta o è solo una figura simbolica? Alcuni commentatori sostengono che il rimprovero era diretto alla moglie del vescovo di Thyatira, che in realtà si chiamava Jezebel, e la loro testimonianza è corroborata dal fatto che diverse versioni dicono, invece di “ad una donna”, “la tua donna”, cioè tua moglie. Altri vogliono vedere in lei qualche profetessa, qualche donna Nicolaïta che si ispiraba ad un personaggio ispirato, per rivaleggiare con la Sibilla di un tempio clialdeo eretto in città, il Samba-theion. È più probabile che il nome abbia qui un valore simbolico: evoca il ricordo della moglie del re Achab, una delle donne più criminali della storia dell’umanità. È lei che introdusse il culto di Baal tra i Giudei; fece uccidere Naboth perché non voleva cedere la sua casa; ingaggiò un’aspra lotta contro Elia ed i servi del vero Dio, durante la quale ne massacrò un gran numero (III Reg, XVIII, 4; XIX, 2; XXI, 5 e seguenti). In quest’ultima veste, è la figura degli eretici, che introducono l’errore tra i fedeli, per sedurli e scatenare le loro passioni contro la Chiesa. – In senso morale, Jezebel rappresenta la mollezza sensuale che si insinua tra i Cristiani come risultato della mancanza di vigilanza e di fermezza dei loro pastori. Si definisce una profetessa, perché pretende di saperne di più su Dio dei maestri di teologia. Dice, per esempio, che Dio è troppo buono per dannare qualcuno e che non c’è fuoco all’inferno; che il digiuno è una pratica obsoleta e la vita di clausura un detestabile egoismo. « Gli ho dato il tempo di fare penitenza – continua il Salvatore – perché non voglio che il peccatore muoia; al contrario, voglio che si converta e viva; ma ella non vuole rinunciare alla sua dissolutezza. » – L’espressione: non vult, non vuole, deve essere sottolineata. Segna l’ostinazione della volontà umana, che rifiuta di inchinarsi di fronte alla volontà divina e rende inefficaci tutti i suoi sforzi. “Ecco, io sto per ridurla nel suo letto, cioè: colpirla con una malattia grave, che la porterà all’inferno. Lì troverà il luogo del suo riposo, perché lì non avrà più i mezzi per scuotere il mondo: lì incontrerà lo sposo che ha liberamente scelto per la sua anima, il principe delle tenebre. E tutti coloro che partecipano ai suoi disordini, se non fanno penitenza per le loro azioni malvagie, saranno precipitati giù con lei nella peggiore delle tribolazioni, cioè nell’inferno. Ed Io distruggerò i suoi figli, intendete: quelli che lei ha generato, con i suoi esempi ad una vita di lascivia e di empietà; e li piomberò con lei alla morte eterna, come ho distrutto i figli della vera Jezebel al seguito della madre per mano di Jehu. (IV Reg., X 7). Questo esempio servirà da lezione alle varie chiese: tutti sapranno che io sono Colui che è, e che scruta i reni ed i cuori. Non mi accontento di segni esteriori di penitenza; non ho accettato il pentimento di Achab né quello di Giuda, perché questi empi, nel manifestarlo, obbedivano solo a motivi puramente umani; ma ho spalancato le braccia a Davide, quando ho visto il suo profondo dolore per avermi offeso; perché in tutto ciò che gli uomini fanno, è alla loro intenzione che Io guardo. Darò a ciascuno di voi secondo le sue opere: non lascerò nessuna azione meritoria senza ricompensa, nessuna colpa senza punizione. Perciò, miei fedeli, non temete. Io vi dico a voi, a voi e a tutti i membri della Chiesa di Thyatira che sono rimasti fedeli alla fede: Tutti coloro che non sono stati sviati dall’empia dottrina di questa donna, ma che mi sono rimasti fedeli, come i settemila che rifiutarono di piegare il ginocchio davanti a Baal e di cui rivelai l’esistenza a Elia (II Reg., XX, 18).Tutti coloro che non hanno conosciuto i misteri di satana, che essi chiamano loro abominazioni; Io non metterò nessun altro peso sulle loro teste, non imporrò loro il giogo delle osservanze legali, non esigerò da loro nessuna pratica supplementare, come pretendono questi eretici. Vi chiedo solo di essere fedeli ai precetti del Vangelo che voi conoscete. Quelli almeno, conservateli fedelmente, finché non verrò a ricompensare ciascuno secondo i suoi meriti. Colui che saprà vincere le sue passioni e praticare fino alla fine le virtù che mi sono gradite, come la carità, la povertà, la dolcezza, l’umiltà, ecc. gli darò potere sulle nazioni. » Perché Dio assicura ai suoi servi, anche qui sulla terra, una grande autorità sui loro simili, perché chi è capace di autocontrollo può governare a buon diritto anche gli altri. « Essi giudicheranno gli uomini con una regola di ferro », non nel senso che la loro giustizia sarà esercitata in modo spietato e brutale, ma perché né le simpatie né le antipatie, né alcuna influenza o pressione potranno farli deviare dalla loro rettitudine. E li frantumeranno come il vaso del vasaio: avranno una grazia meravigliosa nel toccare i cuori dei loro ascoltatori e trasformarli in uomini nuovi, proprio come il vasaio cambia la forma del blocco di argilla che tiene tra le sue mani a suo piacimento. E coloro che non vorranno ascoltarli saranno frantumati in un altro modo: porteranno all’inferno i cocci del loro essere, privati per sempre della loro unità. Il loro potere sarà come quello che Io, come uomo, ho ricevuto dal Padre mio. E io darò loro come ricompensa, la stella del mattino. » Quest’ultima figura si riferisce essenzialmente a Cristo. È Lui che è la prima ricompensa di tutti gli eletti; è Lui che il frutto dell’albero della vita e la manna nascosta già evocavano misticamente poc’anzi; è Lui che ora è chiamato la stella del mattino. Questo astro, infatti, quando appare nel cielo, annuncia l’alba: allo stesso modo Cristo, sorgendo all’alba, ha annunciato al mondo il grande giorno dell’immortalità, che cominciava con Lui e che non avrà fine. Per la Sua Santissima Umanità, i corpi di tutti gli eletti, divenuti puri e radiosi come stelle, andranno ad illuminare il cielo con il loro splendore. – La stella del mattino designa anche la Santissima Vergine, come mostrano le sue Litanie, e questo per molte ragioni: perché la sua apparizione sulla terra pose fine alla notte del peccato; perché il suo corpo risorto partecipa in modo molto speciale allo splendore della Santissima Umanità del Figlio; perché Ella fu radiosa, serena e pura fin dal principio della sua esistenza: comparati a Lei, gli altri Santi sono stelle della sera: si sono liberati delle ombre del peccato solo con sforzi laboriosi, e hanno brillato di uno splendore assolutamente puro solo alla fine della loro esistenza: la Santissima Vergine, invece, preservata dal peccato originale, piena di grazia nel suo stesso concepimento, ha brillato, fin dal mattino della sua vita, di uno splendore incomparabile. – Inoltre, promettendo di dare ai suoi fedeli la stella del mattino, Nostro Signore vuole far capire che concederà loro la luce interiore della contemplazione, e quindi li eleverà ad un modo di conoscenza trascendente. Questo è anche ciò che San Pietro intende quando ci invita ad aspettare che i vespri del mattino appaiano nei nostri cuori (I Piet. II, 19). Questa conoscenza è detta mattutina, perché è precedente ad ogni studio, in opposizione alla conoscenza ordinaria, che si acquisisce attraverso il lavoro, e che costituisce la luce della sera. – Chi ha orecchio, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese.

IL SENSO MISTICO DELL’APOCALISSE (3)

IL SENSO MISTICO DELL’APOCALISSE (1)

Le sens mystique de l’Apocalypse

G Dom. Jean de MONLÉON

Monaco Benedettino

Il Senso Mistico dell’APOCALYSSE (1)

Commentario testuale secondo la Tradizione dei Padri della Chiesa

LES ÉDITIONS NOUVELLES 97, Boulevard Arago – PARIS XIVe

Nihil Obstat: Elie Maire Can. Cens. ex. off.

Imprimi potest: t Fr. Jean OLPHE-GALLIARD Abbé de Sainte-Marie

Imprimatur: A. LECLERC. – Lutetiæ Parisiorum die II nov. 1947

Copyright by Les Editions Nouvelles, Paris 1948

PREFAZIONE

La presente opera non è un trattato di esegesi, almeno nel senso in cui la parola è intesa oggi: lo diciamo espressamente affinché i maestri della scienza biblica non si aspettino di trovarvi alcuna nuova luce, se per caso cadesse nelle loro mani. La sua ambizione molto più modesta si limita a cercare di essere un libro di lettura spirituale. Si rivolge non ai dotti ma alla gente semplice, e si propone, seguendo il filo del racconto di San Giovanni, di parlare loro di Dio, di Gesù Cristo Nostro Signore, delle lotte che la Chiesa militante – e ciascuno di noi con lei – deve sostenere per entrare un giorno nella gloria della Chiesa trionfante. – Inoltre, l’esegesi dell’Apocalisse è stata fatta con un’autorità e una competenza che sfidano tutte le pretese della critica contemporanea; il commento del compianto P. Allô, quello del R. P. Ferret, per non citare che i migliori tra tanti altri, lasciano poche cose da considerare. Tuttavia, se il significato letterale è stato perfezionato da loro; se il significato figurativo è stato studiato con metodo, d’altra parte, il significato spirituale o mistico propriamente detto, è stato generalmente lasciato nell’ombra. Cosa c’è di così sorprendente? – Il senso mistico ha uno svantaggio singolare nel nostro XX secolo, tra gli esegeti di professione.  Origene si lamentava già della guerra che coloro che ascoltano solo la lettera della Scrittura stavano conducendo contro le sue esposizioni allegoriche. Oggi, però, l’ostracismo che lo ha colpito ha raggiunto il suo apice. Senza dubbio nessuno osa negare formalmente la sua esistenza, poiché la teologia lo insegna, ma è trattato più come un parente povero: come un minus habens. L’interpretazione spirituale dei nomi ebraici, dei numeri, dei fatti storici è stata riposta nella soffitta della scienza biblica, come un mucchio di paccottiglia fuori moda. Mai, nei Commentari che si pubblicano oggi, sia sull’Antico che sul Nuovo Testamento, un autore si azzarderebbe a introdurlo nella trama delle sue discussioni, a invocarlo per giustificare un passaggio la cui spiegazione letterale si rivela impossibile, infantile o assurda. Si amerà meglio fare al testo tutte le violenze immaginabili, piuttosto che riconoscere, secondo l’insegnamento unanime e costante dei Padri, che questa oscurità è intenzionale, voluta da Dio, proprio per costringere il lettore a passare dal piano della lettera al piano superiore dello spirito. E se, per ravvivare con un po’ di vita, un po’ di calore, un po’ di luce, l’arida monotonia delle esposizioni critiche, si fa una discreta allusione alle realtà che appartengono all’ambito mistico, lo si relega alle “applicazioni messianiche”, agli “usi liturgici”, o a un piccolo “bouquet spirituale” che arriva in forma di conclusione, ma che non ha nulla a che vedere con la spiegazione seria e scientifica del brano studiato. Tuttavia, forse mai il mondo è stato più assetato di misticismo come ai nostri tempi. Indubbiamente nessuna parola è più pericolosa di questa, nessuna parola è più fertile di aberrazioni ed errori di ogni tipo, e la diffidenza della Chiesa nei suoi confronti è fin troppo comprensibile. Ma la realtà che rappresenta non è meno una delle prerogative più nobili dell’uomo. L’uomo è stato definito: un animale religioso. Non basta dire questo, se la religione è intesa come un semplice ritualismo, o un codice morale. Bisogna andare oltre e dire allora che l’uomo è un animale mistico: aspira a fuggire dalla realtà terrena di cui è prigioniero, verso un mondo soprasensibile, verso l’infinito, lui che è della razza degli Angeli, lui che è fatto a immagine di Dio, e che può trovare il suo equilibrio, il suo riposo, la sua felicità solo nella conoscenza e nel possesso di Dio. È questo bisogno di fuga, questo desiderio di estasi, che è alla base di tutti i mistici. L’intensità di questo bisogno è decuplicata oggi, come la forza di un gas troppo compresso, dall’oppressione che il materialismo ed il positivismo hanno portato su di esso; dalla pretesa formulazione della scienza del XIX secolo, nel nome dei suoi progressi, di sottomettere interamente lo spirito umano alla sua tutela, di risolvere da sola tutti i problemi che lo preoccupano, di chiudere tutti gli orizzonti che non sia in grado di controllare. È a questa irresistibile fame di l’aldilà che dobbiamo attribuire l’attuale rinascita delle scienze occulte, la moda della spiritualità orientale in Occidente, il successo di movimenti come quello di Rama-Krishna, la simpatia dimostrata anche da sinceri cristiani per le pratiche dello Yoga, come se non ci fosse, nel Cattolicesimo, una dottrina della contemplazione superiore a tutte le altre! – Perché a questo bisogno di fuggire, o più esattamente di ascendere ad un mondo superiore, quale cibo più sano, quale guida più sicura può esserci data che la Sacra Scrittura, la Parola di Dio, la pura Verità che scaturisce dalle profondità stesse della Santissima Trinità? Non è senza motivo che i maestri di spiritualità del Medioevo, come San Bernardo o Guiguo il Certosino, per esempio, hanno fatto della lettura, la lectio, il primo grado della contemplazione. E la lectio, per loro, era ovviamente la lettura della Sacra Scrittura, poiché la Bibbia era allora il Libro per eccellenza, quello che si rileggeva e meditava senza mai stancarsene. Il significato mistico che vi è avvolto nel senso letterale, ha proprio come scopo, sulla testimonianza di San Tommaso, di farci conoscere “le cose invisibili per mezzo delle cose visibili” (Quodlibet VII, qu. VI, art. 16, in corp.). Sotto il velo dei racconti storici, delle visioni, delle parabole e degli insegnamenti di ogni genere in essa contenuti, ci rivela, per un lato, il fine verso cui camminiamo, quella meravigliosa Città che l’occhio dell’uomo non ha visto, che il suo cuore non può immaginare e che tuttavia dovrà essere un giorno la sua dimora, se saprà rendersene degno; è questa Città che è oggetto del significato detto: anagogico. D’altra parte, ce ne insinua i mezzi con i quali si va a questo fine, e che sono essenzialmente due: uno riguardante l’intelligenza, l’altro la volontà. Queste due facoltà maestre, infatti, hanno ciascuna il proprio sforzo da compiere per assicurare la salvezza dell’uomo ed il suo progresso spirituale: La prima deve essere nutrita dalla fede, dalla vera fede in Gesù Cristo e nella sua Chiesa, e a questo proposito trova un nutrimento di qualità eccezionale nel cosiddetto senso tipico, o allegorico, o messianico, che nasconde sotto le narrazioni e le figure della Scrittura numerose allusioni alla vita del Salvatore, alla sua morte e ai misteri della Redenzione. La volontà, da parte sua, riceve in senso morale, o tropologico, insegnamenti sulla disciplina che deve imporsi e sulle lotte che deve sostenere. – La combinazione degli elementi che abbiamo appena nominato: anagogico, tipico e morale, e sui quali non è il caso di insistere ulteriormente in questa sede, costituisce propriamente quello che si chiama il senso mistico della Scrittura, che non ha nulla a che vedere con le pie divagazioni o le sottili immaginazioni con le quali si pretende di assimilarla. Non è stato inventato né da Origene, né da Sant’Agostino, né da nessuno dei Padri latini e greci. Ha un valore oggettivo assoluto: è stato “voluto e ordinato da Dio stesso”, secondo le recenti parole di Sua Santità. Pio XII. È lo Spirito Santo che ne è l’autore, è Lui che l’ha racchiuso nei Libri Santi sotto le figure del senso letterale. Lungi dall’indebolire il suo valore, lo illumina e lo ravviva. Esso gli si unisce armoniosamente come l’anima al corpo, per fare della Scrittura una parola viva: ma è Lui che ne è l’anima, è Lui che dà alla Bibbia il suo carattere unico e trascendente. La sua inesauribile ricchezza, le sue infinite ramificazioni ne fanno una miniera dove l’uomo che medita e prega, trova costantemente nuovo nutrimento per mantenere la sua intimità con Dio, nuove luci per guidare i suoi passi nelle tenebre del mondo presente. Tutti i Padri della Chiesa, senza eccezione, i Dottori, i Maestri di vita spirituale, i Santi di ogni secolo ne hanno attinto a piene mani, nello stesso tempo in cui l’hanno arricchita con le loro proprie scoperte. – Tutta la Tradizione cattolica, sancita dagli insegnamenti dei Sommi Pontefici – senza eccettuarne l’Enciclica Divino Afflante, alcuni dei quali, però, sarebbero un’arma contro di essa – ha affermato la sua esistenza e sottolineato il suo valore. È grazie ad esso che il Cristianesimo possiede la mistica più trascendente, la più luminosa… la più deliziosa che si possa immaginare, e l’unica vera. Per averne la certezza, basta aprire qualsiasi trattato di qualunque Maestro su questo argomento: San Bernardo, Ugo o Riccardo di San Vittore, San Tommaso o San Bona-venture, Dionigi il Certosino o San Giovanni della Croce, Santa Gertrude o Santa Teresa: vedremo sempre le loro affermazioni costellate di pietre preziose, cioè sostenute, corroborate, illustrate, da testi della Scrittura. E dalla presenza di questi vediamo una tale luce, una tale forza, un tale splendore, una tale certezza di verità, che, quando li confrontiamo, le altre spiritualità vedono subito svanire la loro brillantezza come lanterne alla luce del sole. Lungi da noi, naturalmente, minimizzare l’immenso servizio alla Chiesa di coloro che lavorano per stabilire il testo autentico e per chiarire il significato letterale dei Libri Santi, soprattutto dopo la magnifica testimonianza data loro da Papa Pio XII nell’Enciclica Divino Afflante. – Il senso mistico stesso non può che guadagnare dal loro lavoro, e nuove strade vengono indubbiamente aperte loro dal progresso della scienza biblica, specialmente dalla conoscenza più profonda delle lingue orientali. Ma infine, bisogna capire che accanto agli specialisti che si appassionano alle questioni esegetiche; accanto agli apologeti che hanno bisogno di una base inattaccabile per rispondere agli avversari della fede, c’è una massa immensa di fedeli che non ha difficoltà ad accettare il testo sacro, così come la Chiesa glielo dà nella sua liturgia; che si stancano presto di osservazioni filologiche, confronti di varianti, allusioni alla storia ed alla morale ebraica, e saggi sulla poesia ebraica, ai mezzi con i quali, quasi esclusivamente, si pretende oggi di commentarli; e domandano che l’intelligenza profonda, la spiegazione spirituale sia data loro, in funzione dei misteri della religione cristiana. In prima linea tra i fedeli ci sono i religiosi appartenenti ai cosiddetti ordini contemplativi, che sono votati, per così dire, per stato alla vita mistica, ma che, tuttavia, possono solo con difficoltà avvicinarsi alle opere antiche stesse, dove è esposto il significato spirituale della Scrittura. È per loro, innanzitutto, ma anche per tutti i Cristiani desiderosi di sentir parlare di Dio, che desiderano fuggire dall’atmosfera pesante del mondo attuale, immergersi ogni giorno, almeno per qualche momento, nel pieno soprannaturale, che abbiamo scritto quest’opera. – Avremmo potuto, è vero, limitarci a fare una catena di spiegazioni prese alla lettera dai Padri e dai Dottori, ma, da un lato, le menti moderne non sono sempre in grado di afferrare il pensiero degli Antichi in queste materie, senza una preparazione preliminare, perché il clima intellettuale e spirituale in cui viviamo è troppo diverso da quello delle epoche della fede. D’altra parte, lo studio del significato mistico della Scrittura è, come tutte le parti della teologia, se non nella sua essenza, nella sua formulazione ed applicazione. Esso beneficia del lavoro di esegesi letterale, e noi stessi abbiamo raccolto molti chiarimenti e precisazioni nei commentari moderni. Ma è soprattutto agli Antichi, a coloro che sono i depositari autentici e qualificati del significato mistico della Scrittura, che abbiamo chiesto il segreto del pensiero di San Giovanni, guardandoci bene da ogni interpretazione che si discostasse dalla linea da loro tracciata. Abbiamo preso come opera di base il trattato di Dionigi il Certosino sull’Apocalisse. Abbiamo completato e arricchito le sue spiegazioni con i commenti di Sant’Alberto Magno, Riccardo di San Vittore, Ruperto di Deutz, Walafrid Strabon, Tommaso d’Inghilterra. Non abbiamo ritenuto necessario caricare questo lavoro con un apparato di riferimenti, che sarebbe stato superfluo per lo scopo che ci siamo prefissi. Ma qui dichiariamo espressamente che la giustificazione di tutte le interpretazioni scritturali date in esso può essere trovata senza difficoltà in uno dei commenti elencati sopra. – Che questo modesto lavoro, nonostante le sue imperfezioni e mancanze, possa dare il suo contributo allo sforzo, già in corso vari modi, di ritornare ad un’interpretazione più spirituale, più gustosa della Scrittura, figlia di quella di cui si sono nutrite le epoche della fede! Possa aiutare soprattutto coloro che lo leggeranno a disegnare all’orizzonte dei loro pensieri, al di sopra del caos in cui si dibatte il mondo attuale, la visione radiosa della Città di Dio, che sola assicurerà all’uomo ciò che invano cerca quaggiù: la felicità totale, la felicità senza misture, nel possesso dell’Amore e della Pace eterni.

INTRODUZIONE

Per comprendere lo scopo generale dell’Apocalisse è necessario ricordare brevemente le circostanze in cui quest’opera fu composta. Quando, dopo l’Ascensione del Salvatore, gli Apostoli si sparsero per il mondo, San Giovanni ricevette in sorte l’Asia Minore, che evangelizzò dopo San Paolo. Lì stabilì sette sedi episcopali: Smirne, Pergamo, Tiatira, Filadelfia, Laodicea, Sardi, con Efeso come metropoli; e dopo averle nominate, si dedicò interamente al ministero della parola. Ma il successo della sua predicazione preoccupò le autorità romane, e intorno all’anno 95, fu arrestato per ordine di Domiziano, portato a Roma, processato e condannato ad essere gettato in una vasca di olio bollente. Subì questa tortura alla Porta Latina, e contro ogni aspettativa, lungi dal perdere la vita, ne uscì senza alcun danno, più sano e più indomito di quando n’era entrato. Impressionato da questo prodigio, temendo nell’apostolo qualche potere magico che potesse rivoltarsi contro di lui, l’imperatore non insistette: si contentò semplicemente di esiliare il santo in un’isola del Mar Egeo, a Pathmos. Anche se viveva lì in assoluta solitudine, San Giovanni fu tuttavia informato che gravi disordini si stavano diffondendo nelle sue Chiese a causa della negligenza di alcuni Vescovi. Mentre pensava a come ricordare ai Vescovi il loro dovere, Nostro Signore gli apparve e si degnò di dirgli Egli stesso ciò che doveva scrivere loro: fu questa rivelazione che l’apostolo ripeté sotto il nome di Apocalisse. – Il libro consiste in sette visioni successive, precedute da un Prologo e seguite da una Conclusione. – Il piano generale è comandato dalla Settima Visione, che descrive la Gerusalemme celeste. Questa descrizione finale non solo domina tutta l’Apocalisse, ma anche, si potrebbe dire, tutta l’intera somma della Scrittura, della quale ne è come il coronamento. Tutto l’insegnamento dei Libri Sacri tende infatti ad un solo oggetto: condurre l’uomo da questa terra ingrata, dove i primi capitoli della Genesi lo mostrano esiliato come punizione del suo peccato, alla sua vera patria, al luogo della sua felicità e del suo riposo, alla Città di Dio. Lo scopo dell’autore sacro è quello di ricordare ai Cristiani il termine sublime verso il quale essi stanno camminando, la magnifica ricompensa promessa loro. Ma allo stesso tempo, vuole ricordare loro quella verità costantemente dimenticata, che può essere raggiunta solo passando attraverso ogni tipo di prova. Il numero sette non è stato scelto a caso per i quadri dell’Apocalisse: ed è per questo che, contrariamente ai commentatori più recenti che pensano di poter adattare questo libro pieno di misteri secondo le proprie idee, i Dottori della Chiesa hanno sempre sottolineato che è un libro da ammirare. Questo numero, infatti, segna il parallelismo tra l’opera della creazione e quella della nostra rigenerazione: come Dio non si è riposato se non al settimo giorno, dopo aver completato l’opera della creazione, così la Chiesa in generale – o ogni anima umana in particolare – può sperare di entrare nel suo riposo definitivo, manifestato dalla VII Visione, se non dopo aver sopportato il lavorio della vita presente, simboleggiata dalle sei visioni precedenti, per compiere la sua rigenerazione. – L’opera inizia con un Prologo (I, 1-8) in cui San Giovanni annuncia prima la rivelazione di cui è stato appena oggetto, e poi, secondo l’usanza degli Apostoli, augura la grazia e la pace di Dio a coloro che la leggono. La Prima Visione, che segue, consiste nella Lettera alle Sette Chiese (I, 9 – III, 22). Il Santo si rivolge successivamente ai titolari delle sette sedi sopra elencate, gli avvertimenti, i rimproveri e gli incoraggiamenti di cui ognuno di loro ha bisogno. Ma, al di là dei loro semplici destinatari, le sue esortazioni contengono anche un’istruzione per tutti i fedeli. Il punto importante è: Vincenti dabo, (al vincitore darò) la promessa di ricompensa, rivolta a colui che saprà vincere. Questa formula è ripetuta sette volte, per farci capire che dobbiamo prima trionfare sui sette peccati capitali. Solo allora potremo gustare il dono di Dio; un dono ineffabile, che l’autore descrive con le espressioni più diverse: albero della vita, manna nascosta, pietra scintillante, stella del mattino, ecc… per indicarci la infinita varietà delle ricchezze che racchiude. Ma queste vittorie saranno evidentemente possibili solo se l’uomo avrà l’occasione di affrontare molte battaglie. Ecco perché ai Santi non mancano mai le persecuzioni, e queste assaliranno la Chiesa durante tutto il corso della sua storia. Questo è l’oggetto delle tre rivelazioni seguenti, II, III e IV. La II visione ci mostra innanzitutto che tutta la salvezza del mondo, che deve essere sviluppata fino alla fine dei tempi, si opera mediante il Cristo (cap. IV). Questo mistero è stato registrato in anticipo da Dio in un libro sigillato con sette sigilli, che nessuno ha potuto aprire o comprendere fino ad ora (cap. V). Ma ora che l’opera essenziale della Redenzione è stata consumata nella Passione del Salvatore, il libro è diventato intelligibile ed il segreto è rivelato a San Giovanni. L’Apostolo assiste alla successiva apertura dei sette sigilli: Il primo mostra lo stato della Chiesa alla sua origine; i tre successivi mostrano le persecuzioni che la colpiranno nel corso dei secoli; il quinto mostra la gloria di cui gioiscono, subito dopo la morte, coloro che sapranno sopportare questi tormenti senza fiaccarsi; il sesto mostra la persecuzione particolarmente formidabile che segnerà il regno dell’Anticristo; e il settimo mostra il riposo che la Chiesa sperimenterà durante i suoi ultimi giorni sulla terra, prima di entrare nella gloria eterna (cap. VI e VII). La terza visione (VII, 2 – XI, 18), riprende lo stesso tema sotto la figura di sette angeli che suonano la tromba. Questi rappresentano le generazioni di predicatori che, in ogni periodo della storia, sosterranno successivamente la Chiesa contro i suoi nemici e assicureranno così la sua vittoria sul mondo: come già i sacerdoti giudei suonarono la tromba nel passato, e così fecero crollare le mura di Gerico in sette giorni. – Il primo Angelo personifica gli Apostoli, che sostennero i primi attacchi, prima dei Giudei e poi dei Gentili; il secondo Angelo rappresenta i martiri, la cui voce fu più forte di quella dei padroni della terra e che trionfarono sul potere romano; il terzo, i Dottori dei primi secoli, la cui eloquenza infranse il potere delle grandi eresie cristologiche; il quarto, i predicatori delle età successive (cap. VIII); il quinto, coloro che dovranno combattere contro i precursori dell’Anticristo; il sesto, coloro che subiranno l’urto dell’Anticristo stesso, sostenuto dallo scatenamento di tutte le forze del male (cap. IX). La battaglia sarà così violenta che Cristo interverrà di persona, mettendo il suo piede destro sul mare e il suo piede sinistro sulla terra, per assistere il suo popolo (cap. X). In seguito, manderà loro Enoch ed Elia, e la vittoria ottenuta grazie a questo aiuto straordinario sarà così completa che il settimo Angelo, che rappresenta i predicatori degli ultimi giorni, dovrà solo annunciare l’instaurazione della pace definitiva (cap. XI). – La Quarta Visione (XI, 19 – XIV, 20) mostra la lotta tra la Città di Dio e la Città del Male, a partire dalle origini del mondo, dalla creazione degli Angeli, sotto forma di un duello tra una donna ed un drago. Quest’ultimo è sconfitto, cacciato dal cielo, gettato sulla terra. Ma egli non sopporta la sconfitta e continua a perseguire la donna quaggiù (cap. XII), incapace di vincerla da solo, solleva contro di lei una prima Bestia che sale dal mare, poi una seconda che sale dalla terra. Uno è l’Anticristo e l’altro è il suo collegio di corifei, che saranno padroni della terra per quarantadue mesi (cap. XIII). Ma ecco che l’Agnello appare sul monte Sion, scortato dai centoquarantaquattromila vergini che lo seguono ovunque vada. I suoi Angeli annunciano la rovina di Babilonia, la terribile punizione che attende i seguaci della Bestia e la ricompensa per coloro che rimangono fedeli a Dio. E la visione finisce con una figura del Giudizio Universale, dove i malvagi sono mandati nel grande sragno dell’ira di Dio (cap. XIV). – Dopo lo spettacolo delle lotte dalle quali la Chiesa – e con essa tutte le anime sante – saranno assalite, San Giovanni mostra nelle due visioni successive il castigo che attende i lassi, i tiepidi, i prevaricatori, tutti coloro che non avranno il coraggio di combattere e vincere, come lo richiedeva la lettera alle sette Chiese. La Quinta Visione (XV, 1 – XVII, 18) riprende il tema su cui si era conclusa la Quarta Visione, e presenta nuovamente i mali che attendono i seguaci dell’Anticristo, sotto forma di sette coppe contenenti le piaghe dell’ira di Dio (cap. XV). Successivamente, queste si riversano, ciascuna per il ministero di un Angelo, sulla terra, sul mare, sui fiumi e sulle sorgenti d’acqua, sul sole, sulla sede della Bestia, sul corso dell’Eufrate, e infine sull’aria, provocando ovunque immense devastazioni (cap. XVI). E la visione finisce con l’annuncio della condanna della grande prostituta, cioè di Babilonia, o la Città del Mondo, e la vittoria dell’Agnello (cap. XVII). – La sesta visione (XVIII, 1 – XX, 15), riprendendo la descrizione della rovina di Babilonia, descrive l’angoscia in cui saranno gettati tutti coloro che l’hanno scelta per loro parte (cap. XVIII). A questa notizia, gli eletti lasciano esplodere la loro gioia, perché vedono in essa il segno che l’ora è vicina per la restaurazione del regno di Dio e le nozze dell’Agnello. Ed ecco che il Figlio di Dio appare nello splendore della sua gloria, seguito dal suo esercito, per combattere la Bestia e i suoi seguaci; ed essi sono presi e gettati vivi nel lago di zolfo e fuoco (cap. XIX). Il demonio, tuttavia, non rinuncia alla lotta: in uno sforzo supremo, lancia Gog e Magog contro la Chiesa. Ma il fulmine distrugge l’immensa massa degli assalitori, e satana a sua volta viene gettato nel lago di fuoco, per esservi tormentato per sempre con la Bestia ed i suoi corifei. Poi è il giudizio supremo, la convocazione di tutti i morti davanti al tribunale di Dio, l’apertura delle coscienze, la condanna definitiva e inappellabile di tutti coloro che non sono iscritti nel libro della vita (cap. XX). – Ma l’Apocalisse non può finire con questi spettacoli terrificanti: la “fine” del mondo, nel senso filosofico della parola, non è Morte, rovina, sofferenza, Inferno; al contrario, è Pace, Gioia, Vita, Paradiso. Ecco perché la VII Visione, l’ultima dell’opera, ci mostra in termini di incomparabile bellezza, la gloria che attende la Sposa – cioè la Chiesa, o l’anima fedele – nel giorno delle sue nozze. L’autore descrive successivamente la meravigliosa Città, pavimentata d’oro e di cristallo, costruita con pietre preziose delle specie più rare, che sarà la dimora degli eletti (cap. XXI); il fiume di acqua viva e l’albero della vita con dodici fruttificazioni, che assicureranno loro eternamente sempre nuove delizie. Infine, l’opera si completa con una Conclusione, in cui San Giovanni attesta nel modo più solenne la verità di quanto ha appena scritto, e in un supremo impulso del suo cuore invoca la pronta venuta del suo amato Maestro (cap. XXII).

L’APOCALISSE di S. GIOVANNI APOSTOLO

PROLOGO

Cap. I, (1-8)

“Rivelazione di Gesù Cristo, che Dio gli ha data per far conoscere ai suoi servi le cose che debbono tosto accadere: ed egli mandò a significarla per mezzo del suo Angelo al suo servo Giovanni, il quale rendette testimonianza alla parola di Dio, e alla testimonianza di Gesti Cristo in tutto quello che vide. ‘Beato chi legge, e chi ascolta le parole di questa profezia: e serba le cose che in essa sono scritte: poiché il tempo è vicino. “Giovanni alle sette Chiese che sono nell’Asia. Grazia a voi, e pace da colui, che è, e che era, e che è per venire: e dai sette spiriti, che sono dinanzi al trono di lui : ‘e da Gesù Cristo, che è il testimone fedele, il primogenito di tra i morti, e il principe dei re della terra, il quale ci ha amati, e ci ha lavati dai nostri peccati col proprio sangue, e ci ha fatti regno, e sacerdoti a Dio suo Padre: a lui gloria, e impero pei secoli dei secoli : così sia. ‘Ecco che egli viene colle nubi, e ogni occhio lo vedrà, anche coloro che lo trafìssero. E si batteranno il petto a causa di lui tutte le tribù della terra: così è: Amen!  Io sono l’alfa e l’omega, il principio e il fine, dice il Signore Iddio, che è, e che era, e che è per venire, l’Onnipotente.”

La parola Apocalisse significa, in greco, rivelazione. Il libro che l’apostolo San Giovanni scrisse con questo titolo non è altro che il resoconto di una rivelazione particolarmente importante che gli fu fatta durante il suo esilio sull’isola di Patmos, e in circostanze che egli preciserà più tardi. L’ha intitolato: Apocalisse di Gesù Cristo. Con questo, vuole indicare che Gesù Cristo è sia l’autore che il soggetto di questa rivelazione. L’Apocalisse parla di Gesù Cristo, che essa mostra nelle sue funzioni di Giudice supremo e di Re dei re; e viene da Gesù Cristo, che ne ha sviluppato i quadri davanti al suo discepolo: San Giovanni lo dichiara, affinché si sappia che egli sta per parlare non di sua iniziativa, ma sotto l’ispirazione del Maestro divino, e che non è uno di quei falsi profeti, così frequenti tra i Giudei, che vi fanno rivelazioni e vi ingannano, diceva Geremia, perché parlano secondo il proprio cuore e non per bocca del Signore (XXIII. 16). Questa rivelazione l’ha ricevuta Gesù Cristo stesso – come del resto tutta la dottrina che ha predicato (Cfr. Jo, VIII 16: La mia dottrina non è la mia, ma quella di Colui che mi ha mandato) – da Suo Padre, con il mandato di farla conoscere, non a tutti gli uomini, ma a coloro che sono i veri servitori di Dio e che, con la pratica della carità e dell’umiltà, lavorano per la Sua gloria. È a loro, e solo a loro, che la divina Sapienza rivela i suoi segreti, come disse il Salvatore: «Vi ringrazio, Padre, Dio del cielo e della terra, perché avete nascosto queste luci ai sapienti e ai prudenti di questo mondo e le avete rivelate ai piccoli. (Luc. X, 21). – La profezia che l’Apostolo sta per farci ascoltare riguarda le cose che devono essere compiute senza indugio, cioè, in senso letterale, le persecuzioni che la Chiesa dovrà presto soffrire, ed in senso spirituale, le tribolazioni che i giusti devono sopportare prima di raggiungere la gloria. Le prove annunciate si compiranno senza indugio, perché il tempo delle prime persecuzioni è vicino, in quanto tutta la durata di questo mondo non è che un istante in confronto all’eternità; o perché le sofferenze sono sempre brevi, se le confrontiamo con la ricompensa infinita che le seguirà. È necessario che si compiano, come era “necessario” che Cristo soffrisse per entrare nella gloria (Lc., XXIV, 26). La sofferenza, in effetti, è necessaria all’uomo per espiare i suoi peccati, per distruggere le tendenze corrutte della sua natura, come dimostra l’esempio di Nostro Padre San Benedetto che chiede alle spine di spegnere il fuoco della passione che si era acceso nella sua carne; per far fiorire la carità nel suo cuore: “Nella tribolazione”, dice il Salmista, “tu mi hai dilatato” (Sal IV, 2); per risvegliare in lui il desiderio della vita eterna, e per metterlo in condizione di acquisire i meriti indispensabili: Beati coloro che soffrono per la giustizia, disse Nostro Signore, perché a loro appartiene il regno dei cieli (Matth. V, 10). – Questa rivelazione fu a sua volta partecipata da Gesù, attraverso il ministero del Suo Angelo, al Suo servo Giovanni. L’ha “significata” (significavit), cioè gliel’ha fatta sentire con segni sensibili. – Ma qui sorge una domanda. I dottori che hanno trattato questo argomento pensano generalmente che l’Apocalisse appartenga all’ordine più alto delle visioni, cioè a quelle che si chiamano visioni “intellettuali”, e nelle quali gli oggetti si manifestano all’anima, senza alcuna dipendenza effettiva dalle immagini sensibili – (La teologia mistica distingue tre tipi di visioni: le corporee, le immaginative e le intellettive. Le prime sono indirizzate ai sensi esterni, ai quali offrono un oggetto in forma materiale e corporea; le seconde sono indirizzate all’immaginazione, alla quale manifestano un oggetto mediante l’impressione interiore di un’immagine sensibile; le ultime sono indirizzate direttamente all’intelligenza pura, senza alcuna rappresentazione sensibile.). – “Si crede – scrive per esempio San Bonaventura – che l’evangelista San Giovanni abbia visto e compreso, senza l’intervento di alcuna figura, tutte le cose di cui tratta nella sua Apocalisse. “. – Perché allora l’autore sacro parla qui di “segni”? Si risponde comunemente che il beato Apostolo, dopo aver contemplato, nella loro essenza e senza velo, le realtà di cui sta per parlare, ricevette da Dio stesso le figure sotto le quali doveva presentarle agli uomini, per stimolare la loro curiosità, per indurli a cercare il significato nascosto di queste descrizioni straordinarie, e quindi per indurli a mettere in pratica gli insegnamenti in esse contenuti. Il Dottore Serafico continua: “È vero che abbia usato delle figure per esprimere ciò che aveva conosciuto, ma nel farlo ha avuto riguardo per la debolezza degli altri, ai quali la verità pura e semplice sarebbe stata impercettibile a causa della luminosità di cui essa è circondata. – Tale oscurità serve ad esercitare la fede dei giusti e difende questi venerabili misteri dagli occhi degli indegni. Del resto, tutte le Scritture sono coperte da veli simili, e questo è significato dal velo steso davanti al Santo dei Santi, in cui solo i sacerdoti, e non il popolo, potevano entrare. (Sul progresso spirituale dei religiosi. L., I, cap. LXXV). – Gesù, dunque, a sua volta, l’ha fatta conoscere al suo servo Giovanni, il discepolo prediletto, che che rese testimonianza alla Parola di Dio, cioè alla divinità di Cristo, attraverso il carattere trascendente della sua predicazione; e che rese testimonianza anche alla sua Umanità, riferendo tutto ciò che aveva visto compiere da Gesù Cristo, facendo conoscere i dettagli della sua vita, della sua morte, della sua resurrezione, ecc… Questa rivelazione fu senza dubbio fatta propriamente solo a San Giovanni: ma tutti coloro che sono in stato di grazia hanno qualche somiglianza con questo Apostolo, il cui nome significa, secondo San Girolamo: pieno di grazia. Nella misura in cui anch’essi testimoniano la divinità di Gesù Cristo con la fermezza della loro fede, e la sua umanità con la diligenza che mettono nell’imitare le sue opere, parteciperanno alla conoscenza delle comunicazioni divine. Beato chi legge attentamente e ascolta, cioè chi comprende e imprime nel suo cuore le parole piene di mistero di questa profezia, e chi osserva fedelmente gli insegnamenti che contiene. Perché il giorno del giudizio è vicino. Infatti il tempo di questa vita è ben poca cosa rispetto all’eternità, e possiamo dire, con San Giacomo, che il giudice è già davanti alla porta. (V, 9).

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* *

Giovanni, alle sette chiese dell’Asia. Nella lettera, l’Apostolo intende nominare le principali chiese dell’Asia Minore, che saranno designate in seguito, che aveva sotto la sua giurisdizione, e di cui Efeso era la metropoli. Ma il numero sette, nel suo senso mistico, ha il significato di totalità, o pienezza, e le sette chiese rappresentano qui tutta la cristianità, come i “Sette Dolori” abbracciano tutte le sofferenze della Beata Vergine, o come i sette peccati capitali abbracciano la somma dei peccati che si possono commettere. La grazia e la pace siano con voi: la grazia, per portarci la remissione delle nostre colpe; la pace, per spegnere la lotta che la concupiscenza genera, e che lacera l’uomo interiore; e questo, per il dono di Colui che è, che era, e che viene. Queste ultime parole possono essere intese per le tre Persone della Santa Trinità: Dio è, perché possiede la pienezza dell’Essere, secondo la definizione che diede di se stesso a Mosè: Io sono Colui che è (Ex., III, 14). Egli era da tutta l’eternità e deve venire alla fine dei tempi per giudicare i vivi e i morti. Alcuni commentatori, tuttavia, li attribuiscono qui al solo Padre, a causa del contesto. Essi vedono nei sette spiriti in piedi davanti al trono lo Spirito Santo, che è uno in Persona, ma settiforme nei suoi doni; e la Santa Trinità è completata dalla presenza di Gesù Cristo nel versetto successivo. Altri – e questi sono i più numerosi – applicano al Verbo stesso le espressioni: che è, che era e che verrà; i sette spiriti rappresentano allora la moltitudine degli Angeli che, secondo la visione di Daniele, si affannano continuamente intorno al trono dell’Altissimo. E le parole che seguono si riferiscono, in questo caso, solo all’Umanità di Cristo. Gesù Cristo, che è un testimone fedele: un testimone fedele perché ha insegnato la verità senza distinzione di persone; perché ha dato al mondo una testimonianza esatta di suo Padre e di se stesso, sigillata con il suo sangue; perché l’evento ha sempre verificato ciò che ha detto; un testimone fedele, ancora, perché testimonierà con rigorosa precisione sul conto di ognuno di noi, nel giorno del giudizio. Egli è il primo a nascere dai morti, cioè il primo a risorgere, il primo a essere generato alla vita eterna; il principe dei re della terra, perché gli è stato dato il potere assoluto su tutte le creature; ci ha amato fino al punto di subire le sofferenze più terribili e la morte più ignominiosa, per purificarci nel suo sangue dai peccati che abbiamo commesso. Egli ha fatto di noi un regno e dei sacerdoti per il suo Dio e Padre: un regno, perché prima della sua venuta la nostra anima era dominio del demonio, che regnava su di essa con il peccato. Ma Cristo, nella sua passione, ha spogliato i principati e le potenze (Coloss. II, 15): ha distrutto il loro impero, permettendo a Dio di prendere con la sua grazia il possesso su di noi. – E dei sacerdoti: perché tutti i figli della Chiesa sono sacerdoti, dice sant’Ambrogio (Lib. IV, de Sacram., c. I.); non, naturalmente, nel senso che tutti sono investiti del potere sacerdotale, e che possono celebrare indistintamente i misteri, riservati dalla liturgia a coloro che hanno ricevuto il sacramento dell’Ordine Santo; ma perché c’è nella Chiesa un doppio sacerdozio, l’uno interiore e l’altro esteriore, dice il Catechismo Romano. Ora sono considerati sacerdoti del sacerdozio interno tutti i fedeli, quando sono stati purificati dall’acqua del Battesimo, e specialmente i giusti che hanno lo spirito di Dio in loro, e che sono diventati, per un beneficio della grazia divina, le membra vive di Gesù Cristo, il sovrano Sacerdote. Questi, infatti, sotto l’influsso di una fede infiammata dalla carità, immolano a Dio, sull’altare del loro cuore, delle ostie spirituali, tra le quali vanno annoverate le buone azioni che portano a Dio… Per questo il Principe degli Apostoli disse: “Voi stessi, come pietre viventi, siete posati su di Lui (cioè su Gesù Cristo), per essere un edificio spirituale ed un sacerdozio santo, per offrire a Dio sacrifici spirituali a Lui graditi per mezzo di Gesù Cristo. (I Pet., Il, 5. — Catéch. Rom. chap. VIII, 23). Da ciò vediamo che, sebbene solo i ministri legittimamente consacrati abbiano il diritto di compiere atti validi di culto pubblico nella Chiesa, tutti i Cristiani hanno il diritto di offrire, in quell’intimo santuario dell’anima dove Nostro Signore ci ha insegnato ad adorare il Padre in spirito e verità (Giov. IV, 23), sacrifici che, sebbene siano interamente spirituali, sono tuttavia veri sacrifici, e quindi presuppongono un reale potere sacerdotale in colui che li compie. Così, Gesù Cristo ha fatto di noi un regno e dei sacerdoti per il suo Dio e il suo Padre. L’autore sacro dice: il suo Dio, per indicare che Gesù era un uomo; il suo Padre, perché era Dio. A Lui, dunque, gloria e potenza nei secoli, cioè: glorifichiamolo e obbediamogli, nel presente come nell’eternità, per riconoscere tanti benefici. Amen. Ecco, egli viene nelle nuvole, come gli Angeli annunciarono al momento della sua ascensione (Act. I, 9 e 11). In senso spirituale, le nuvole sono la figura degli Apostoli che, stando sopra la terra con la rinuncia, e lasciandosi muovere dal soffio dello Spirito Santo, portano a tutta la terra la pioggia benefica della dottrina evangelica. E ogni occhio, cioè ogni uomo, la vedrà allora: i buoni l’accoglieranno con gioia indicibile; ma i malvagi, quelli che lo hanno crocifisso, la guarderanno con un terrore inesprimibile. Essi riconosceranno con stupore, in questo Giudice pieno di maestà e di gloria, il condannato che avevano pensato di annientare trafiggendolo con i loro colpi. E tutte le tribù della terra faranno cordoglio per Lui. Le tribù della terra sono quelle che sono rimaste schiave dei beni della terra: esse piangeranno, cioè piangeranno la propria miseria, al pensiero che saranno private per sempre di un tale tesoro. L’Apostolo sottolinea ciò che ha appena detto con una doppia affermazione, una in greco e l’altra in ebraico, per marcare la certezza di ciò che sta dicendo sul Giudizio Universale; anche per rendere chiaro che si sta rivolgendo sia ai Gentili che ai Giudei, poiché tutto il genere umano deve essere convocato a questo tribunale finale. E per incidere ancora più profondamente nella mente dei suoi ascoltatori la verità delle sue affermazioni, San Giovanni dà la parola a Cristo stesso: Io sono l’alpha e l’omega, cioè la somma della conoscenza umana: perché come l’alfabeto porta, tra la prima e l’ultima lettera, tutto ciò che l’uomo può conoscere, così l’Umanità di Cristo contiene in sé tutta la verità e tutta la conoscenza, secondo quanto Egli stesso disse a San Filippo: Chi vede me, vede anche il Padre (Giov. XIV, 9). – Io sono, continua, il principio e la fine. Colui prima del quale non c’era nulla, Colui oltre il quale non c’è nulla; Colui dal quale tutte le creature procedono, Colui al quale sono tutte ordinate; Colui che è, che possiede la pienezza, la perfezione e l’invariabilità dell’Essere; Colui che era da tutta l’eternità, e Colui che verrà, nell’ultimo giorno, a giudicare tutte le cose, con un potere al quale nulla può resistere.

IL SENSO MISTICO DELL’APOCALISSE (2)

COMMENTARIO ALL’APOCALISSE DI BEATO DI LIEBANA (18)

Ascensione dei testimoni e terremoto.

LIBRO DODICESIMO

COMINCIA IL LIBRO DODICESIMO SUL GIORNO DEL GIUDIZIO E LA CITTÀ DI GERUSALEMME, CIOÈ LA CHIESA

(Ap. XX, 11-15)

Et vidi thronum magnum candidum, et sedentem super eum, a cujus conspectu fugit terra, et cœlum, et locus non est inventus eis. Et vidi mortuos, magnos et pusillos, stantes in conspectu throni, et libri aperti sunt: et alius liber apertus est, qui est vitæ: et judicati sunt mortui ex his, quæ scripta erant in libris, secundum opera ipsorum: et dedit mare mortuos, qui in eo erant: et mors et infernus dederunt mortuos suos, qui in ipsis erant: et judicatum est de singulis secundum opera ipsorum. Et infernus et mors missi sunt in stagnum ignis. Hæc est mors secunda. Et qui non inventus est in libro vitæ scriptus, missus est in stagnum ignis.

(E vidi un gran trono candido, e uno che sopra di esso sedeva, dalla vista del quale fuggirono la terra e il cielo e non fu più trovato luogo per loro. E vidi i morti grandi e piccali stare davanti al trono; e si aprirono i libri: e fu aperto un altro libro che è quello della vita: e i morti furono giudicati sopra quello che era scritto nei libri secondo le opere loro. E il mare rendette i morti che riteneva dentro di sé: e la morte e l’inferno rendettero i morti che avevano: e si fece giudizio di ciascuno secondo quello che avevano operato. E l’inferno e la morte furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la seconda morte. E chi non si trovò scritto nel libro della vita, fu gettato nello stagno di fuoco.).

SPIEGAZIONE DELLA STORIA DESCRITTA IN PRECEDENZA

[1] Si ricapitola, per dire ancora del giudizio. Poi vidi un grande trono, bianco e splendente, e colui che vi sedeva sopra. Il cielo e la terra sono fuggiti dalla sua presenza senza lasciare traccia. E vidi i morti, piccoli e grandi, in piedi davanti al trono; e si aprirono alcuni libri, e poi si aprì un altro libro, che è il libro della vita. Il trono è l’immagine del giudizio; il bianco è la giustizia; e nel Giudice che siede sul trono, si riconosce nostro Signore Gesù Cristo, dalla cui presenza la terra e il cielo fuggono. Nemmeno gli elementi possono resistere ad un giudizio di così grande maestà. E per loro non è stato trovato posto (non se ne trova traccia): infatti nessuno ha trovato posto davanti a Dio, essendo considerato un nulla ed un vuoto. Così manifestata la forma del giudizio, e stabilita la categoria del giudice, si dice che appunto viene eseguito il giudizio: e io vidi i morti, piccoli e grandi, stare davanti al trono; e furono aperti alcuni libri. Qual è il libro che si apre davanti a Dio, se non quello in cui, per il potere del Giudice, vi si rendano manifeste le opere di ogni uomo? Questi libri ora sono i Testamenti di Dio, cioè la Legge ed il Vangelo: ed in relazione ad entrambi sarà giudicata la Chiesa. Guai! guai a coloro che ora non vogliono esaminare i libri! Coloro che qui stupidamente disprezzano ciò che si sta per realizzare attraverso di essi in futuro, saranno giudicati lì da questi libri con maggiore rigore. Ma i Santi, coloro che hanno deciso di vivere in questo mondo in conformità a questi due Testamenti, non ne avranno bisogno nel giudizio, perché quando saranno con Cristo la Scrittura cesserà; coloro che ora li interpretano male sono anch’essi giudicati dalla stessa Scrittura. E poi è stato aperto un altro libro, che è il libro della vita. Il libro della vita, la vita, è nostro Signore Gesù Cristo. Poi sarà aperto e reso manifesto a tutte le creature, quando Egli ricompenserà ciascuno secondo le sue opere. E i morti furono giudicati sopra quello che era scritto nei libri secondo le opere loro; cioè venivano giudicati secondo la Legge ed il Vangelo, secondo ciò che avevano o non avevano fatto. « Una parola ha detto Dio, due ne ho udite » (Sal LXI, 12). Egli manifesta più chiaramente queste due cose quando dice: « … il regno è del Signore, egli domina su tutte le nazioni » (Salmo XXI,  29). Davide udiva del regno; Giovanni ha visto il libro. Davide ascolta due cose; Giovanni contempla due libri; e del contenuto dei due dice Davide: la potenza è di Dio, e la misericordia è tua, Signore (Psal. LXI, 13). La potenza sta nel giudizio e la misericordia nella ricompensa. Giovanni dice: e i morti sono stati giudicati, come è scritto nei libri, secondo le loro opere. Dice Davide: “Perché tu ricompensi ogni uomo secondo le sue opere” (Psal. LXI, 13). Pensate e considerate con saggezza ognuna di queste espressioni così simili, qual identità ha San Giovanni con la verità! Il mare ha restituito i morti che ha conservato. Il mare in senso spirituale, è da intendersi come questo mondo. Gli uomini che Cristo trova vivi in questo mondo al momento del giudizio, sono i morti del mare. Oppure possiamo anche intendere il mare in senso letterale, che nel giorno del giudizio restituirà coloro che siano ivi morti annegati. E la morte e l’inferno hanno restituito i loro morti. Questi sono gli uomini sepolti, che poi in un attimo, in un batter d’occhio, si leveranno dalla polvere con la stessa carne che avevano in questo mondo. Affinché nessuno possa dire che quelli che sono annegati nel mare e sepolti nelle acque, quelli divorati dal fuoco, coloro che sono bruciati, non possano risorgere, si dice che il mare ha restituito i suoi morti. E poiché nessuno sarà dispensato dal giudizio di Dio, ha aggiunto: Poi la morte e gli inferi furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la seconda morte: lo stagno di fuoco. E chi non era scritto nel libro della vita fu gettato nello stagno di fuoco.

TERMINA

INIZIA LA STORIA DELLA CITTÀ DI GERUSALEMME, CON CUI TERMINA IL LIBRO DODICESIMO

(Ap. XXI, 1-27)

Et vidi cælum novum et terram novam. Primum enim cælum, et prima terra abiit, et mare jam non est. Et ego Joannes vidi sanctam civitatem Jerusalem novam descendentem de cælo a Deo, paratam sicut sponsam ornatam viro suo. Et audivi vocem magnam de throno dicentem: Ecce tabernaculum Dei cum hominibus, et habitabit cum eis. Et ipsi populus ejus erunt, et ipse Deus cum eis erit eorum Deus: et absterget Deus omnem lacrimam ab oculis eorum: et mors ultra non erit, neque luctus, neque clamor, neque dolor erit ultra, quia prima abierunt. Et dixit qui sedebat in throno: Ecce nova facio omnia. Et dixit mihi: Scribe, quia hæc verba fidelissima sunt, et vera. Et dixit mihi: Factum est: ego sum alpha et omega, initium et finis. Ego sitienti dabo de fonte aquæ vitæ, gratis. Qui vicerit, possidebit haec : et ero illi Deus, et ille erit mihi filius. Timidis autem, et incredulis, et execratis, et homicidis, et fornicatoribus, et veneficis, et idolatris, et omnibus mendacibus, pars illorum erit in stagno ardenti igne et sulphure: quod est mors secunda. Et venit unus de septem angelis habentibus phialas plenas septem plagis novissimis, et locutus est mecum, dicens: Veni, et ostendam tibi sponsam, uxorem Agni. Et sustulit me in spiritu in montem magnum et altum, et ostendit mihi civitatem sanctam Jerusalem descendentem de caelo a Deo,  habentem claritatem Dei: et lumen ejus simile lapidi pretioso tamquam lapidi jaspidis, sicut crystallum. Et habebat murum magnum, et altum, habentem portas duodecim: et in portis angelos duodecim, et nomina inscripta, quae sunt nomina duodecim tribuum filiorum Israel: ab oriente portæ tres, et ab aquilone portæ tres, et ab austro portæ tres, et ab occasu portæ tres. Et murus civitatis habens fundamenta duodecim, et in ipsis duodecim nomina duodecim apostolorum Agni. Et qui loquebatur mecum, habebat mensuram arundineam auream, ut metiretur civitatem, et portas ejus, et murum. Et civitas in quadro posita est, et longitudo ejus tanta est quanta et latitudo: et mensus est civitatem de arundine aurea per stadia duodecim millia: et longitudo, et altitudo, et latitudo ejus aequalia sunt. Et mensus est murum ejus centem quadraginta quatuor cubitorum, mensura hominis, quae est angeli. Et erat structura muri ejus ex lapide jaspide: ipsa vero civitas aurum mundum simile vitro mundo. Et fundamenta muri civitatis omni lapide pretioso ornata. Fundamentum primum, jaspis: secundum, sapphirus: tertium, calcedonius: quartum, smaragdus: quintum, sardonyx: sextum, sardius: septimum, chrysolithus: octavum, beryllus: nonum, topazius: decimum, chrysoprasus: undecimum, hyacinthus: duodecimum, amethystus. Et duodecim portæ, duodecim margaritæ sunt, per singulas: et singulæ portæ erant ex singulis margaritis: et platea civitatis aurum mundum, tamquam vitrum perlucidum. Et templum non vidi in ea: Dominus enim Deus omnipotens templum illius est, et Agnus. Et civitas non eget sole neque luna ut luceant in ea, nam claritas Dei illuminavit eam, et lucerna ejus est Agnus. Et ambulabunt gentes in lumine ejusæ: et reges terræ afferent gloriam suam et honorem in illam. Et portæ ejus non claudentur per diem: nox enim non erit illic. Et afferent gloriam et honorem gentium in illam. Non intrabit in eam aliquod coinquinatum, aut abominationem faciens et mendacium, nisi qui scripti sunt in libro vitæ Agni.

(Ap. XXII, 1-5)

Et ostendit mihi fluvium aquæ vitæ, splendidum tamquam crystallum, procedentem de sede Dei et Agni. In medio plateæ ejus, et ex utraque parte fluminis, lignum vitæ, afferens fructus duodecim per menses singulos, reddens fructum suum et folia ligni ad sanitatem gentium. Et omne maledictum non erit amplius: sed sedes Dei et Agni in illa erunt, et servi ejus servient illi. Et videbunt faciem ejus: et nomen ejus in frontibus eorum. Et nox ultra non erit: et non egebunt lumine lucernæ, neque lumine solis, quoniam Dominus Deus illuminabit illos, et regnabunt in sæcula sæculorum.

(E vidi un nuovo cielo e una nuova terra. Poiché il primo cielo e la prima terra passarono, e il mare non è più. Ed io Giovanni vidi la città santa, la nuova Gerusalemme che scendeva dal cielo d’appresso Dio, messa in ordine, come una sposa abbigliata per il suo sposo. E udii una gran voce dal trono che diceva: Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini, e abiterà con loro. Ed essi saranno suo popolo, e lo stesso Dio sarà con essi Dio loro: e Dio asciugherà dagli occhi loro ogni lagrima: e non vi sarà più morte, né lutto, né strida, né vi sarà più dolore, perché le prime cose sono passate. E colui che sedeva sul trono disse: Ecco che io rinnovello tutte le cose. E disse a me: Scrivi, poiché queste parole sono degnissime di fede e veraci. E disse a me: È fatto. Io sono l’alfa e l’omega: il principio e il fine. A chi ha sete io darò gratuitamente della fontana dell’acqua della vita. Chi sarà vincitore, sarà padrone di queste cose, e io gli sarò Dio, ed egli mi sarà figliuolo. Pei paurosi poi, e per gl’increduli, e gli esecrandi; e gli omicidi, e i fornicatori, e i venefici, e gli idolatri, e per tutti i mentitori, la loro parte sarà nello stagno ardente di fuoco e dì zolfo : che è la seconda morte. E venne uno dei sette Angeli che avevano sette coppe piene delle sette ultime piaghe, e parlò con me, e mi disse: Vieni, e ti farò vedere la sposa, consorte dell’Agnello. E mi portò in ispirito sopra un monte grande e sublime, e mi fece vedere la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo dappresso Dio, la quale aveva la chiarezza di Dio: e la luce di lei era simile a una pietra preziosa, come a una pietra di diaspro, come il cristallo. Ed aveva un muro grande ed alto che aveva dodici porte: e alle porte dodici Angeli, e scritti sopra i nomi, che sono i nomi delle dodici tribù di Israele. A oriente tre porte: a settentrione tre porte: a mezzogiorno tre porte: e a occidente tre porte. E il muro della città aveva dodici fondamenti, ed in essi i dodici nomi dei dodici Apostoli dell’Agnello. E colui che parlava con me aveva una canna d’oro da misurare, per prendere le misure della città e delle porte e del muro. E la città è quadrangolare, e la sua lunghezza è uguale alla larghezza: e misurò la città colla canna d’oro in dodici mila stadi: e la lunghezza e l’altezza e la larghezza di essa sono uguali. E misurò il muro di essa in cento quarantaquattro cubiti, a misura d’uomo, qual è quella dell’Angelo. E il suo muro era costrutto di pietra di diaspro: la città stessa poi (era) oro puro simile a vetro puro. E i fondamenti delle mura della città (erano) ornati di ogni sorta di pietre preziose. Il primo fondamento, il diaspro: il secondo, lo zaffiro: il terzo, il calcedonio: il quarto, lo smeraldo: il quinto, il sardonico: il sesto, il sardio: il settimo, il crisolito: l’ottavo, il berillo: il nono, il topazio: il decimo, il crisopraso: l’undecimo, il giacinto: il duodecimo, l’ametisto. E le dodici porte erano dodici perle: e ciascuna porta era d’una perla: e la piazza della città oro puro, come vetro trasparente. E non vidi in essa alcun tempio. Poiché il Signore Dio onnipotente e l’Agnello è il suo tempio. E la città non ha bisogno di sole, né dì luna che risplendano in essa: poiché lo splendore di Dio la illumina, e sua lampada è l’Agnello. E le genti cammineranno alla luce di essa: e i re della terra porteranno a lei la loro gloria e l’onore. E le sue porte non si chiuderanno di giorno: perché ivi non sarà notte. E a lei sarà portata la gloria e l’onore delle genti. Non entrerà in essa nulla d’immondo, o chi commette abbominazione o menzogna, ma bensì coloro che sono descritti nel libro della vita dell’Agnello.

(Apoc. XXII, 1-5)

E mi mostrò un fiume di acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. Nel mezzo della sua piazza, e da ambe le parti del fiume l’albero della vita che porta dodici frutti, dando mese per mese il suo frutto, e le foglie dell’albero (sono) per medicina delle nazioni. Né vi sarà più maledizione: ma la sede di Dio e dell’Agnello sarà in essa, e i suoi servi lo serviranno. E vedranno la sua faccia: e il suo nome sulle loro fronti. Non vi sarà più notte: né avranno più bisogno di lume di lucerna, né di lume di sole, perché il Signore Dio li illuminerà, e regneranno pei secoli dei secoli.)

TERMINA LA STORIA

INIZIA LA SPIEGAZIONE DELLA STORIA DESCRITTA IN PRECEDENZA.

[2] In questa Gerusalemme ci si riferisce alla Chiesa, e ricapitola dalla passione di Cristo fino al giorno in cui essa risorge e viene incoronata nella gloria insieme con Cristo. Mescola i due tempi, il presente ed il futuro; dichiara con maggiore ampiezza con quale gloria sia stata accolta da Cristo e come sia lontana da tutte le devastazioni dei malvagi. Ricapitola dalle origini, dicendo: poi ho visto un cielo nuovo ed una nuova terra. Perché il primo cielo e la prima terra erano spariti, e il mare non esisteva. Che questo sia così, lo sappiamo, come è scritto, dalla testimonianza di Isaia che parla per bocca di Dio dicendo: « Ecco infatti io creo nuovi cieli e nuova terra; non si ricorderà più il passato, non verrà più in mente, poiché si godrà e si gioirà sempre di quello che sto per creare » (Is. LXV: 17). Il nuovo cielo è la Chiesa: perché da quando Cristo ha assunto la carne ha creato il nuovo cielo e la nuova terra. Per cielo intendiamo lo spirito e per terra la carne. « il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne uno spirito datore di vita » (1 Cor. XV, 45). Quando il suo tempo fu compiuto, salì sulla croce e morì per la salvezza del mondo intero. E seguendo il suo esempio, la Chiesa si rinnova di giorno in giorno nella conoscenza della verità; perché questo rinnovamento del mondo presente risplenderà nel giorno del giudizio, quando nella carne, in cui essa soffre, si rinnoverà non nella tempesta del mare di questo mondo, ma nella gloria, secondo dice: e io vidi la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo da Dio, adornata come una sposa adornata per il suo sposo. La Gerusalemme celeste è la moltitudine dei Santi, che si dice venga con il Signore. Come dice Zaccaria: « Verrà allora il Signore mio Dio e con lui tutti i suoi santi » (Zc. XIV, 5). Questi e coloro che abitano con Lui preparano una dimora pura per Dio: come una sposa adornata per il suo sposo, così cammineranno in santità e giustizia, si fidanzeranno con il loro Signore e rimarranno con Lui per sempre. E ho sentito una voce forte dal trono che diceva: Tu sei la dimora di Dio con gli uomini. Egli dimorerà in mezzo a loro, ed essi saranno il suo popolo, ed Egli, Dio con loro, sarà il loro Dio. Ed Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e non ci sarà più la morte, non ci sarà più pianto, né grida, né lutto, né dolore, perché il vecchio mondo è passato. Tutto questo deve essere inteso nel senso spirituale. Perché già qui si vive la vita del cielo, non quella del mondo attuale, infatti questi cieli non sono separati da quelli che stanno sopra, come sta scritto: Noi siamo cittadini del cielo – nostra conversatio in cælis – dal quale attendiamo il Signore nostro Gesù Cristo (Fil. III, 20). Il Signore stesso ha testimoniato che la moltitudine dei Santi è il Suo santuario e che Egli dimorerà con loro per sempre, che Egli è il loro Signore ed essi il suo popolo. Egli stesso asciugherà ogni pianto, ogni lacrima, dagli occhi di coloro che ricompensa con eterne gioie, e li farà risplendere di felicità eterna. Allora Colui che sedeva sul trono dice: Vedi, sto creando un mondo nuovo. Questo è ciò che dice l’Apostolo: « in Cristo siamo una nuova creazione (2 Cor. V, 17). Anche per il futuro la promessa è fatta ai Santi dell’Altissimo, che stanno per essere rinnovati in tutto e per brillare in tutto lo splendore. Per questo l’Apostolo dice anche: i morti risusciteranno incorruttibili (1 Cor. XV, 52) e i Santi saranno trasformati nella gloria. Ed ha aggiunto: Scrivi: queste sono parole vere e certe. Mi disse anche: È fatto: io sono l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine; a chi ha sete darò gratuitamente l’acqua della vita … a chi desidera il perdono dei peccati, attraverso il fonte battesimale. Non si riferisce semplicemente all’acqua, che non può agire senza lo Spirito Santo; infatti anche lo Spirito Santo è chiamato nel Vangelo con il nome di acqua, come il Signore proclama dicendo: Se qualcuno ha sete, venga da me e beva. A colui che rimane in me, fiumi d’acqua viva scorreranno dal suo cuore. L’evangelista ha manifestato questo, quando ha poi continuato: « … questo Egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in Lui » (Gv. VII, 37). Perché una cosa è l’acqua del Sacramento visibile e altra è lo Spirito Santo invisibile. Essa lava il corpo, ed è segno di ciò che si fa nell’anima; ma è per mezzo dello Spirito Santo che l’anima è purificata e sigillata. Lo Spirito Santo, secondo la funzione per cui ci viene inviato, riceve molti nomi. Si chiama Spirito Santo perché siamo ispirati da qualcosa, o dal timore di Dio o dall’interpretazione delle Scritture. Lo si chiama anche Angelo perché ci ispira un messaggio. Si chiama Paraclito, perché ci consola nella nostra tribolazione. La parola greca “paraclito” significa in latino “consolazione”. Altri traducono la parola greca “paraclito” in latino con “oratore” e “sostenitore”. Lo Spirito Santo è chiamato “dono”, perché è dato a ciascuno di noi secondo le proprie capacità. Lo Spirito Santo è chiamato Carità, perché ci unisce nell’unità. Lo Spirito Santo è chiamato Colomba, perché ci rende semplici. Lo Spirito Santo è chiamato fuoco, perché ci rende ferventi nell’unità. Lo Spirito Santo è chiamato unzione, perché ci istruisce per la predicazione ed è un’unzione invisibile in noi. Lo Spirito Santo è chiamato il dito di Dio, perché scrive sulle tavole del nostro cuore le parole della sua legge, o per indicare il suo potere di operare con il Padre e il Figlio. Per questo Paolo dice: « Tutte queste cose sono fatte da un solo Spirito, che le dà a ciascuno secondo la sua volontà » (1 Cor. XII, 11). Per questo è chiamato “Settiforme“, per quei doni che quelli che ne sono degni meritano di ottenere: in particolare, la pienezza della divinità. E poiché lo spirito non è un corpo, e senza dubbio esiste, l’unica cosa che resta è che sia spirito. Come moriamo e risorgiamo con il Battesimo, così siamo suggellati con lo Spirito, che è il dito di Dio ed il sigillo spirituale. Di questi dice: questa sarà l’eredità del vincitore: Io sarò il suo Dio, ed egli sarà mio figlio. Ma per i vili e gl’increduli, gli abietti e gli omicidi, gl’immorali, i fattucchieri, gli idolàtri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. È questa la seconda morte. – Poi venne uno dei sette angeli che avevano le sette coppe piene delle sette ultime piaghe. Ha detto che le coppe erano piene come già sopra, nel nono libro, e che erano state versate tutte e sette; così se leggendo qui non lo si comprende, lo si capisce colà molto chiaramente. Pertanto, è chiaro che questo dodicesimo libro, come abbiamo detto sopra, è una ricapitolazione della passione di Cristo. E mi parlò dicendo: “Vieni, ti mostrerò la fidanzata, la sposa dell’Agnello“. Mi trasportò in spirito su una grande ed alta montagna. La montagna alta e grande si riferisce a Cristo, come testimonia il profeta: « In quel giorno, il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli » (Is. II, 2), cioè sugli Apostoli, perché anche loro sono chiamati monti. E quel giorno – che dice – è quello che va dalla passione di Cristo fino alla sua seconda venuta; e questo giorno si riferisce al sesto giorno, perché in sei giorni fu creato il mondo, ed indica così, con i sei giorni, i seimila anni. E in questo giorno del sesto millennio si è detto che chi resta vincitore fino alla fine, mediante il Battesimo e la penitenza, è chiamato figlio di Dio, e che il fuoco eterno è preparato per coloro che hanno operato il male; questo fuoco è la seconda morte. Si promette di nuovo il castigo ai malvagi, per le loro opere malvagie. Allora l’Angelo dice: Vieni, ti mostrerò la fidanzata, la sposa dell’Agnello. Mi ha portato in spirito su di un monte alto. È come se dicesse: io, il servo di Dio, che ora sono nella Chiesa, sono stato trasformato in un essere spirituale ed immerso nella contemplazione, grazie a Dio che mi ha innalzato. E mi mostrò la città santa di Gerusalemme, che scendeva dal cielo da Dio. Questa è la Chiesa, la città sulla montagna, la sposa dell’Agnello, perché non è la Chiesa una cosa ed altra è la città; è una sola e medesima quella che scende dal cielo con la penitenza da vicino a Dio, perché, imitando il Figlio di Dio nella penitenza, si dice che scenda per la sua umiltà. Così il Figlio di Dio è sceso dal cielo e, « pur essendo di natura divina … umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte. » (Fil. II, 6). La discesa del Figlio di Dio è la sua incarnazione. Questa città pure scende ogni giorno da Dio, imitando Dio, cioè seguendo le orme di Cristo, il Figlio di Dio; questa città è chiamata la sposa dell’Agnello. È chiaro perciò che questa è la Chiesa che descrive così dicendo: la gloria di Dio. Il suo splendore era come quello di una pietra preziosa, come diaspro cristallino. La pietra preziosissima è Cristo. Essa aveva una muraglia grande ed elevata. Dobbiamo sapere, in larga misura, che ogni anima è tanto più preziosa agli occhi di Dio, quanto per amore della Verità di Dio è più spregevole ai suoi propri occhi. Per questo si dice a Saul: « Non sei tu capo delle tribù d’Israele, benché piccolo ai tuoi stessi occhi? » (1 Re XV: 17). Come se avesse detto chiaramente: sei stato grande per me, benché fossi spregevole anche a te stesso. Ora, invece, quanto più sei grande a te stesso, maggiormente sei a me spregevole. Perciò il profeta dice: « Guai a coloro che si credono sapienti e si reputano intelligenti » (Is. V, 21).  Tanto  più si è spregevole agli occhi di Dio, quanto più ci si stima da se stesso; e si è tanto più stimato da Dio, quanto più si è spregevole agli occhi propri, … guarda verso l’umile ma al superbo volge lo sguardo da lontano (Psal. CXXXVII, 6). Questa muraglia sarà grande ed elevata, mentre ora è spregevole ai suoi occhi. La radiosità di Dio è contemplare tutte le cose. Come dice a Natanaele: « Ti ho visto sotto un fico » (Gv. 1, 48), cioè ti ho scelto dall’ombra della Legge. Ha visto una pietra preziosa, perciò ha scelto l’umiltà. Dio ha scelto ciò che è spregevole nel mondo per confondere i forti (1 Cor. I, 27). Dio vedeva una pietra preziosissima quando vedeva un’anima umana da sé stessa disprezzata, e saggia quando illuminata della sua grazia. Di questa anima si dice per mezzo del profeta: « se saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, sarai come la mia bocca. » (Ger. XV,19). – Vile è il mondo presente per Dio; mentre è preziosa per Lui l’anima umana. Colui che sa far emergere la preziosità del vile è detto essere la bocca di Dio, perché attraverso di lui Dio manifesta le sue parole, così da poter certamente strappare l’anima umana dall’amore del mondo presente, e poi perché i dottori del Nuovo Testamento sono stati guidati al punto da poter scrutare quelle cose nascoste nelle tenebre delle allegorie dell’Antico Testamento. Per questo si aggiunge giustamente: che aveva dodici porte, e sulle porte v’erano dodici angeli e nomi scritti, che sono quelli delle dodici tribù di Israele. Sopra ha detto: “Il suo splendore è come quello di una pietra molto preziosa, come cristallina. E qui dice che aveva dodici porte: e nei Profeti leggiamo della stessa città: « Il sole non sarà più la tua luce di giorno, né ti illuminerà più il chiarore della luna. Ma il Signore sarà per te luce eterna, il tuo Dio sarà il tuo splendore. » (Is. LX, 19). Il suo splendore è come quello di una pietra preziosa, come il diaspro cristallino. Infatti, come in quella pietra c’è uno splendore che non riceve la luce dall’esterno, ma brilla di una chiarezza naturale, così si descrive che quella città non riceve luce da alcuno splendere di luminare, ma riceve lo splendore in modo invisibile dalla sola luce di Dio. Per « candore del cristallo » si intende lo splendore della grazia del Battesimo. E aveva una muraglia grande ed elevata. Dice anche Zaccaria: « Io stesso – parola del Signore – le farò da muro di fuoco all’intorno » (Zac. II, 9). Cosa c’è di così grande ed elevato e di cui il Signore della Maestà è il guardiano, della città santa circondata dalla protezione della Sua presenza? E allora dice: che aveva dodici porte, e sulle porte dodici angeli e nomi scritti, che sono quelli delle dodici tribù dei figli d’Israele; nel Vangelo leggiamo che il Signore afferma di sé stesso: « Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, entrerà e troverà pascolo. » (Gv. X, 9). Pertanto, la porta è Cristo. Le dodici porte e le dodici tribù di Israele sono i dodici Apostoli ed i dodici Profeti: che poi è la Chiesa costituita e consolidata nel numero dodici. E queste dodici porte conducono ad una porta più grande, che è Cristo. Pertanto, la porta è Cristo. I padri della nostra fede, cioè gli Apostoli, non sono la porta, ma i nomi scritti sulle porte; cioè, essi si leggono sulle porte per insegnarci che il Signore Gesù Cristo è stato per tutti i Santi la porta della verità; per significare che tutto il coro dei Patriarchi è rimasto nella fede di nostro Signore Gesù Cristo. I dodici angoli delle porte, e le dodici porte, e le dodici fondamenta, sulle quali si dice che siano incisi i nomi degli Apostoli dell’Agnello, sommandosi fanno trenta sei: ed è certo che per quelle stesse ore il Signore nostro, dopo la sua passione, fu deposto nel sepolcro: per dimostrare così che noi credessimo che la moltitudine dei padri anteriori, i Profeti, ed il successivo corteo degli Apostoli, siano giunti alla salvezza per mezzo dell’unica fede e passione del Signore, e che siano giunti alla conoscenza del Signore onnipotente per mezzo dell’unica entrata e la fede di Cristo, che è la porta. Si dice così che i dodici Apostoli sono inscritti in dodici fondamenti, di cui Cristo è il fondamento, come dice S. Paolo: « Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. » (1 Cor. III, 11). Ed Egli stesso è in ognuno di loro, e ognuno di loro ha il suo fondamento in Lui. Infatti il Signore dice: « Tu sei Pietro e su questa roccia edificherò la mia Chiesa » (Mt. XVI, 18). Ed è scritto nelle parole del beato Paolo che la pietra era Cristo (1 Cor. X, 4). Pietro, dunque, fu colui al quale il Signore disse: su questa roccia edificherò la mia Chiesa, cioè sulla fede nell’incarnazione, passione e risurrezione del Signore. E il fatto che la città sia un quadrato indica che la Chiesa, nell’ordine dei quattro Evangelisti, è costruita sull’incarnazione del Signore nelle quattro parti del mondo, come Egli ha detto: tre porte ad Oriente, tre porte al Nord, tre porte a Mezzogiorno, tre porte a sud, tre porte ad Occidente. Le mura della città poggiano su dodici fondamenta, e su di esse i nomi dei dodici Apostoli dell’Agnello. E siccome tre volte quattro fa dodici, danno il senso che le quattro parti del mondo hanno ricevuto il mistero della Trinità. E con il dire tre volte dodici: le dodici porte, i dodici angoli e i dodici nomi incisi, si riferisce ai trentasei padri, cioè: i dodici Patriarchi figli di Giacobbe, i dodici Profeti ed i dodici Apostoli. Ed insegna che da tutte le parti del mondo, per mezzo della fede nella Legge e nel Vangelo, sono confluiti i nomi scritti dei Patriarchi, dei Profeti e degli Apostoli. Chi mi ha parlato aveva una canna di misurazione d’oro per misurare la città, le sue porte e le sue mura.  La città è un quadrato. Nella canna d’oro  si rappresentano gli uomini e la Chiesa, che è certamente fragile, ma d’oro. Nella canna rappresentiamo la fragilità umana e nell’oro la saggezza; ammiriamo quella stessa fragilità, come dice l’Apostolo: « portiamo tesori nei vasi di argilla » (2 Cor. IV, 7). La misura della Chiesa descritta, deve essere intesa spiritualmente in tutti i Santi; e come abbiamo detto che il Signore era un muro di fuoco all’intorno, così nella canna d’oro diciamo che c’è la fede dell’incarnazione di nostro Signore Gesù Cristo, il quale, assumendo la carne della umana fragilità, è diventato per noi un modello di salvezza. E il suo corpo, per purezza ed impeccabilità, è rimasto il più brillante di tutti i metalli: era uomo, ma non c’è stato uomo come Lui tra i figli degli uomini; solo Lui è colui dal quale si riconosce la misura della fede, l’integrità della città santa, la misura delle porte e l’altezza delle mura. E la città è un quadrato, cioè persiste nella fede quadriforme degli Evangelisti. – Si dice che abbia la stessa larghezza dell’altezza, affinché si sappia che nella loro fede nulla è sproporzionato, nulla vi è di eccessivo né di diminuito. La sua lunghezza è pari alla sua larghezza. E ha misurato la città, ed misurava dodici stadi. La sua lunghezza e la sua larghezza sono uguali. Il numero dodici è stato moltiplicato per dieci, ed ecco così le centoventi anime sulle quali, raccolte in una sala, si legge che lo Spirito Santo sia disceso sotto forma di lingue di fuoco. Aggiungendo a questo numero i ventiquattro vegliardi, si arriva a centoquarantaquattro; e se si vuol leggere e discutere di questo numero, lo si troverà per intero nel quarto libro. Con questo numero, che sappiamo essere il corpo di Cristo, ha misurato, dice, la città che era di dodici stadi. La fede di Cristo e l’integrità del popolo santo sono conosciute e messe in opera da questi dodici stadi, e cioè dalla dottrina degli Apostoli e dalla fede dei Patriarchi e Profeti; e questi si dicono Chiesa, misurata con la canna d’oro, e sono da imitare con la fede e le opere; infatti, quest’ultima non serve a nulla se non è accompagnata dalle opere. Chi dice di rimanere nella fede e non la mette in pratica, imita il comportamento dei demoni; e chi opera senza fede, se non aggiunge fede alle sue opere, opera invano e senza ragione. Quindi dice: la lunghezza e la larghezza erano identiche, tutto uguale. Nulla di superfluo, nulla che venga da fuori si trova nei Santi; nulla di meno si trova in essi. E quello che dice dei dodici stadi, che totalizzano mille passi, e dei cinque stadi (*), vediamo nella comprensione spirituale quel che di occulto contenga questo numero.

(*) La fonte di questo testo è Apringius. Egli divide i dodici stadi in due blocchi: sette stadi = mille passi, per parlare dei sette doni dello Spirito Santo; e cinque stadi, dei quali si parlerà più avanti).

Leggiamo nei Salmi della legge del Signore: « parola data per mille generazioni » (Psal. CIV, 8).;- Chiunque faccia il calcolo deve tenere conto di questo numero. Perché in questo computo è contenuta la pienezza di ogni numero, onde insegnarci che la pienezza di tutti i Santi è resa solida dalla fede dello Spirito Santo settiforme. E questa forma è contenuta nelle virtù, non nella specie. Esso infatti è chiamato Spirito di sapienza e di intelletto, Spirito di consiglio e di fortezza, Spirito di scienza, di pietà, Spirito del timore del Signore (Is. XI, 2). E di questo settiforme Spirito il Profeta ha numerato i doni in successione come discendenti dal cielo piuttosto che in senso ascendente, e così dalla Sapienza è sceso fino al timor di Dio; e siccome è scritto che l’inizio della sapienza è il timore di Dio (Psal. CXI,10), è chiaro che dal Timore si sale fino alla Sapienza; mentre dalla Sapienza non si torna al Timore. Infatti la vera Sapienza contiene la carità perfetta per cui è scritto: « l’amore perfetto discaccia il timore » (1 Gv. IV,18). Per questo il Profeta che considerava dal celestiale al terreno, inizia dalla Sapienza e scende fino al Timore. Ma noi, che procediamo dal terrestre al celeste, numeriamo gli stessi gradi in senso ascendente, in modo che dal Timore si possa giungere alla Sapienza. Infatti nella nostra anima il primo passo dell’ascesa è il Timore di Dio; il secondo è la Pietà; il terzo è la Scienza; il quarto la Fortezza; il quinto il Consiglio; il sesto l’Intelletto; il settimo la Sapienza. Ed infatti se c’è il Timore di Dio nell’anima, che tipo di Timore del Signore è, se con esso non c’è Pietà? Chi ignora la pietà per il prossimo, o finge di compatire il suo prossimo, rende il suo timore nullo agli occhi di Dio onnipotente, perché non si eleva alla pietà. Spesso la pietà cade nell’errore perché è una misericordia disordinata, e così forse perdona per pigrizia ciò che non dovrebbe perdonare. Infatti i peccati che possono essere puniti con il fuoco dell’inferno, devono essere corretti col flagello della penitenza. Infatti la pietà disordinata, non producendo perdono nella vita temporale, conduce al fuoco eterno. Quindi, perché la pietà sia verace ed ordinata, deve essere innalzata ad un altro livello, cioè alla Scienza, per sapere cosa debba essere corretto e castigato mediante la giustizia, e cosa debba essere perdonato con la misericordia. E se qualcuno sa ciò che tal altro debba fare, e non ha il coraggio di agire, nulla gli giova. E così è necessario che la nostra Scienza sia innalzata alla Fortezza, affinché, quando si sa cosa fare, si possa operare con la forza della propria anima senza tremare di paura e, presi dal timore, non si sia capaci di difendere il bene che si conosce. Ma spesso la Fortezza, se è imprudente e non cautelata contro i vizi, per via di presunzione, fa cadere nel pericolo. Occorre, giungere così, al Consiglio, affinché, con longanimità si prevenga con calma tutto ciò che si può fare con coraggio. Ma non ci può essere Consiglio se non c’è comprensione: perché colui che non conosce il male, che è un peso per chi lo fa, come potrà consolidare il bene, che solleva? Così dal Consiglio passiamo all’Intelletto. Ma a cosa serve che l’Intelletto scruti con grande acutezza, se non si sa che si debba essere moderati da maturità? Saliamo dunque dall’Intelletto alla Sapienza, affinché ciò che l’Intelletto ha scoperto con acutezza, lo disponga con maturità la Sapienza. Attraverso questa grazia settiforme, si dice che tutti i Santi, attraverso le dodici porte, entrano nella Chiesa dalle quattro parti del mondo: cioè dall’Oriente, da Aquilone, da Mezzogiorno e dall’Occidente. Attraverso la porta Orientale entrò il primitivo popolo giudeo, dalla cui carne nacque Colui che viene chiamato il Sole di Giustizia. Nella porta di Aquilone sono rappresentati i gentili, atterriti dal freddo della loro perfidia, e nel cui cuore regnava colui che – secondo il profeta – diceva nel suo cuore: « sistemerò il mio trono in Aquilone » (Is. XIV, 13). – Dalla Giudea, quindi, e dalla Gentilità, come detto, sono cresciuti fino al culmine della santità. Entrambi dunque, i giusti ed i peccatori possono emendarsi attraverso l’Oriente e l’Aquilone. Non senza un motivo, infatti, i giusti sono chiamati Oriente: essi che sono stati generati dal Battesimo nella luce della fede, e dimorarono nell’innocenza. Mentre con ragione rappresentiamo con l’Aquilone, i peccatori, che, consunti dal freddo dell’anima, erano terrorizzati all’ombra del loro peccato. Ma quando la misericordia di Dio Onnipotente li chiama al pentimento, li purifica con le lacrime, li nobilita con le virtù e li eleva alla gloria della perfezione; e non solo si dice che vengono dall’Oriente con il numero centenario della loro perfezione, ma anche da Aquilone, quando insieme ai giusti, anche i peccatori giungono alla perfezione con le virtù e la penitenza. Per questo si dice di avere una porta all’Aquilone, ed una porta ad Oriente: unfatti i peccatori convertiti si arricchiscono di virtù, così come ricchi sono coloro che hanno evitato di cadere nel peccato. Per questo il Signore dice anche per bocca del salmista: « Di cenere mi nutro come di pane » (Psal. CI, 10). Con le ceneri ci si riferisce ai peccatori; con il pane, ai giusti; infatti riceve sia i penitenti che i giusti. È scritto sui peccatori: « già da tempo si sarebbero convertiti ravvolti nel cilicio e nella cenere » (Mt. XI, 21). La cenere viene mangiata come pane quando il peccatore, attraverso la penitenza, ritorna innocente alla grazia del suo Creatore. Tutto questo è stato detto parlando della porta d’Oriente e di Aquilone; non è opportuno ripeterlo nel commento. Dobbiamo tuttavia avvertire che nell’edificio spirituale c’è un’entrata ad Oriente, un’altra all’Aquilone ed un’altra pure a Mezzogiorno. Come i peccatori sono rappresentati dal freddo dell’Aquilone, così con l’Australe si designano i ferventi di spirito, che, infiammati dal calore dello Spirito Santo, crescono nelle virtù a somiglianza della luce meridiana. Si apre la porta verso Oriente, perché quelli che hanno ricevuto la fede e sono riemersi dalla profondità dei vizi, possano raggiungere i misteri dei segreti gaudi. Si apre la porta che dà a Nord, quando coloro che dopo aver iniziato con calore alla luce della fede, ed essere poi caduti nel freddo e nelle tenebre dei loro peccati, con la compunzione del pentimento, accedono al perdono e abbiano conoscenza di quale sarà in eterno la letizia della vera ricompensa. Si apre la porta che conduce al Mezzogiorno, allorquando chi brucia in virtù di santi desideri possa penetrare, giorno dopo giorno, nella conoscenza spirituale dei misteri dei gaudi interni. E per tutto questo ci si può chiedere: visto che ci sono quattro parti di questo mondo, perché si dice che in questo edificio non ci siano quattro, bensì tre porte? Avrebbe senso porsi questa domanda però, se si dovesse contemplare non un edificio spirituale ma uno materiale. Così la santa Chiesa, cioè l’edificio spirituale, ha solo tre porte: la fede, la speranza e la carità. Una ad Oriente, la seconda all’Aquilone e la terza a Mezzogiorno. La porta che dà ad Oriente è la fede, perché attraverso di essa nasce nell’anima la vera luce. La porta del Nord è la speranza, perché chiunque sia caduto nel peccato, se dispera del perdono, perisce completamente; e perciò è necessario che chiunque sia morto per la sua iniquità, rinasca con la speranza della misericordia. La porta del Sud è la carità, perché essa brucia con il fuoco dell’amore. Alla porta di mezzogiorno il sole sorge, poi col lume della carità si eleva con fede all’amore di Dio e del prossimo. E attraverso queste tre porte, attraverso cioè la fede, la speranza e la carità, si arriva ai gaudi eterni. – Ha detto queste cose per dimostrare che la porta è figura del Signore, dei predicatori, della Sacra Scrittura e della fede; e ovunque in questo libro si legga della porta, non si pensi ad altro significato. – Quando, spesso, si parla di una sola porta, bisogna capire rettamente che si tratta della fede, perché una sola è la fede di tutti gli eletti. Ma quando si parla di altre porte, si può intendere che siano le parole dei predicatori, con la cui lingua si conosce la vera vita, e attraverso i quali si sale alla conoscenza dei misteri spirituali. – Uno stadio, composto da centoquarantatre gradi, contiene nel suo numero centenario la perfezione dei Santi e la fede della parte destra. Nel numero quaranta ha voluto che si capisse la quadruplice dottrina degli Evangelisti, il principio più completo della Legge. E nel numero tre c’è il mistero della Trinità. Quindi, come i cinque stadi che abbiamo aggiunto a completare i dodici, trascinano la comprensione dei ragionamenti alla conoscenza della fede del Signore sotto questo mistero dei numeri, poiché abbiamo detto che essi possono dare il loro aiuto per essere usati come figura nella misura della città di Dio, così anche i cinque stadi, che comprendono settecentoquindici gradi, si sommano a settecento: sette per dimostrare che la legge del numero perfetto dura nella settimana del mondo attuale. Perché in sei giorni Dio ha fatto il cielo e la terra, e il settimo giorno si è riposato dal suo lavoro. E sappiamo che il mondo è fatto di sette giorni. Ecco che il Signore dice nel Vangelo dell’ultimo giorno: Pregate affinché la vostra fuga non avvenga d’inverno o di sabato (Mt. XXIV, 20). E quel numero, che ripete sette volte cento, dimostra che tutta la pienezza dei Santi cresce, in questa settimana da cui è fatto il mondo, nel mistero della fede di cui abbiamo parlato. Le tre volte cinque, che si aggiungono, significano la pienezza della divinità in nostro Signore Gesù Cristo. Così dice l’Apostolo: In lui dimora tutta la pienezza della Divinità (Col. II, 9). E così il cinque, che risulta dalla divisione di quindici per tre, mostra, al di sopra dei sensi e soprattutto dell’intelligenza umana, che il presunto Uomo continui ad essere nostro Signore Gesù Cristo, perché nessuno osi pensare che il limite della carne in Lui lo renda simile a noi, ma si sappia che la sua stessa carne ha brillato sopra il corpo dei più giusti, al di sopra di tutta l’intelligenza dei Santi, perché in Lui risiede la pienezza della divinità. Infatti dice: Io sono nel Padre, ed il Padre è in me (Gv. XIV, 10); e nel quale c’è tanta maestà, che non ci sarà nulla di simile ai mortali. – Tuttavia, anche se si dice che sia diventato simile perché ha assunto un corpo, dobbiamo credere che questo corpo non è essenzialmente di carne, come l’Apostolo dice: « e anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così » (2 Cor. V, 16): per non osare pensare a Lui come ad un uomo comune, … le mura e la città sono d’oro puro, come terso cristallo. Sappiamo che il metallo dell’oro splende con una brillantezza maggiore di tutti gli altri metalli, e che è della natura del vetro l’essere trasparente all’occhio esterno e brillare di pura chiarezza all’interno. In un altro metallo non si può vedere ciò che vi sia contenuto all’interno, ma nel cristallo qualunque liquido contenuto nel suo interno, appare tal quale all’esterno e, per dirla in altro modo, ogni liquido contenuto in un recipiente di cristallo è visibile esternamente all’occhio. Che altro possiamo intendere nell’oro e nel cristallo se non quella casa celeste, quella comunità di beati cittadini, i cui cuori brillano di luce e sono trasparenti per purezza? Questa è la città che Giovanni ha contemplato in questa Apocalisse, quando ha detto: le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro come puro cristallo: infatti tutti i Santi brilleranno in quella chiarezza suprema della beatitudine, e si dice così che la loro materia è l’oro. E poiché la stessa chiarezza dei cuori rimane alternativamente alla vista dei cuori altrui e, nel contemplare il volto di ciascuno, penetra al tempo stesso anche nella loro coscienza, ecco che si dice che questo medesimo oro sia simile al cristallo puro. Perché lì la corporalità delle membra non nasconde l’anima dell’uno agli occhi dell’altro, ma l’anima sarà trasparente agli occhi del corpo, come pure l’armonia del corpo stesso. E così ognuno sarà visibile all’altro, così come non può essere visibile a se stesso ora. Al momento i nostri cuori, stando in questa vita, non potendo essere contemplati da un cuore all’altro, non sono racchiusi nel cristallo, bensì in vasi di argilla, …. come dice il Profeta: « Salvami dal fango, » (Psal. LXVIII, 15). Qui attraverso l’oro ed il cristallo, si descrive la santa Chiesa: nell’oro si figura la brillantezza, nel vetro la trasparenza. Eppure, anche se tutti i Santi brillano in essa con gran fulgore e vi risplendono con tanta trasparenza, non possono somigliare a Cristo. Tutti infatti raggiungono quelle gioie eterne con il fine di poter somigliare a Dio. Come sta scritto: « quando Egli si manifesterà, noi saremo come Lui, perché lo vedremo così com’è » (1 Gv. III, 2). Ma è anche scritto: « Chi è uguale a Dio tra i figli di Dio? » (Psal. LXXXVIII, 7). Diciamo allora: in che modo i Santi saranno simili a Cristo, e in che modo ne saranno diversi, ma in che modo saranno simili a questa Sapienza a sua immagine, eppure diversi nell’uguaglianza? Certo, contemplando l’eternità di Dio, questa si realizza in loro che sono eterni; e quando contemplano il dono della loro visione, nella contemplazione della beatitudine, imitano ciò che vedono. Pertanto, coloro che sono beati gli sono simili; eppure sono diversi dal Creatore, perché sono creature. Quindi hanno una certa somiglianza con Dio, perché non hanno fine; eppure non sono uguali a Dio che non ha limiti, perché essi sono limitati. Anche se i Santi brillano di tanto fulgore e trasparenza, una cosa è l’uomo saggio in Dio, un’altra è l’uomo Sapienza di Dio. E questa Sapienza era veramente conosciuta da chi non osava in alcun modo paragonare uno dei Santi al Mediatore tra Dio e gli uomini. Ne misurò anche le mura, sono alte centoquarantaquattro braccia, secondo la misura in uso tra gli uomini, adoperata dall’Angelo. Ora dobbiamo comprendere la misura di queste mura. Le mura di quella città sono nostro Signore Gesù Cristo. Esse sono misurate secondo la misura di un uomo, cioè di Cristo, perché l’Uomo assunto serve come protezione per i Santi, a salvaguardia di tutta la loro gloria. Per questo si dice che la misura dell’uomo è quella usata dall’Angelo, perché è l’Angelo dell’alleanza, di cui si dice: «  entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; l’Angelo dell’alleanza, che voi sospirate » (Mal. III, 1). Vediamo cosa c’è di così misterioso nel fatto che la sua altezza sia di centoquarantaquattro cubiti. Il cento, composto da dieci decadi, passa alla destra del Padre. In essa si insegna che alla destra di nostro Signore Gesù Cristo è felicemente inclusa tutta la pienezza dei Santi, e tutta la giustizia che raggiunge la sua perfezione con il compimento del decalogo e della profezia del Vangelo.

SULLE PIAZZE, IL FIUME, LE PORTE… ETC.

[3] Esponiamo ora chiaramente e brevemente in modo ordinato ciò che abbiamo detto diffusamente: la città che si dice di brillare come oro e pietre preziose, la piazza porticata, il fiume che ha in mezzo, avente da un lato e dall’altro gli alberi della vita che portano frutto dodici volte in ciascuno dei dodici mesi, il fatto che là non c’è luce del sole, perché è l’Agnello la sua luce: le sue porte, che sono ognuna una perla, tre porte in ognuna delle quattro parti e che non possono essere chiuse.

INTERPRETAZIONE

La città quadrata indica la moltitudine dei santi riunita, in cui la fede non può in alcun modo naufragare, così come a Noè venne ordinato di costruire un’arca di legno quadrata, che potesse resistere all’impeto del diluvio. Le pietre preziose rappresentano gli uomini valorosi nella persecuzione, che non potettero essere smossi dal potere dei persecutori né separati dalla vera fede per l’impeto della tempesta. Per questo somiglia all’oro puro di cui è adornata la città del grande re. E le sue piazze rappresentano i cuori sgombri da ogni sorta di sordidezza, laddove cammina il Signore. L’albero della vita, da una parte e dall’altra della riva del fiume, rappresenta la venuta di Cristo secondo la carne, la cui venuta e passione è stata profetizzata dall’antica Legge e manifestata dal Vangelo. i frutti portati in ciascuno dei mesi, rappresentano le diverse grazie dei dodici Apostoli che procedono dall’unico albero della croce, onde soddisfare, con la predicazione della parola di Dio, i popoli consunti dalla fame. E dicendo che non c’è il sole in quella città, si è inteso dire chiaramente come sia necessario che il Creatore della luce, che è immacolato, brilli in mezzo ad essa, ed il cui splendore nessuna intelligenza sarà mai in grado di comprendere, né alcun linguaggio potrà manifestare. E le tre porte che dice di avere in ognuna delle sue quattro parti, ognuna delle quali è una perla, manifestano che i quattro abitanti sono le virtù, la prudenza, la fortezza, la giustizia e la temperanza, che si intrecciano tra loro; e mescolandosi tra loro, formano il numero dodici. Noi crediamo che le dodici porte, siano il numero degli Apostoli. Infatti, il brillare di queste quattro virtù come perle preziose, che concentrano la luce della loro dottrina tra i santi, fa sì che si entri nella città dei santi; per questo i cori degli Angeli si rallegrano di dimorare con essi. E quando si dice che le sue porte non possono essere chiuse, si insegna con evidenza che la dottrina degli Apostoli non viene superata da nessuna tempesta di opinioni contrarie, anche quando viene mossa dalle onde dei gentili e degli eretici con malvagia superstizione; quando sono stati cacciati dalla vera fede, le loro spume si dissolvono. Infatti la pietra è Cristo, sul quale e per il quale la Chiesa è fondata, e che non è travolta dai flutti di uomini stolti. Perciò, come abbiamo detto sopra, chi pensa che la Chiesa sia un regno terreno di mille anni non deve essere ascoltato; costoro hanno la stessa opinione dell’eretico Cerinto. E le foglie dell’albero servono da medicina per le genti. Ciò ci mostra più chiaramente dove e cosa sia questa città. Infatti quando il mondo sarà finito, nessuna nazione sarà guarita. Le foglie dell’albero sono l’abito della croce, che si prefigurava nei primi uomini che cercavano di coprire la loro nudità con le foglie dell’albero. E non ci sarà alcuna malattia. Così è stato predetto in Numeri: « … non ci sarà pianto in Giacobbe, né dolore in Israele. Il Signore è con loro, e un regno glorioso è dentro di loro. Dio li ha fatti uscire dall’Egitto di questo mondo, la cui forza è simile ai rinoceronti, e non ci sarà malattia in Giacobbe e in Israele » (Num. XXIII, 21). Continua dicendo: non c’è nessun presagio contro Giacobbe, nessun incantesimo contro Israele: certamente non ci saranno idoli nella Chiesa, perché la notte del diavolo è passata, e la cieca ignoranza è andata via, ed è arrivato Cristo, il giorno. Il trono di Dio e dell’Agnello sarà in essa. Il trono di Dio è la sede di Dio, cioè la Chiesa, secondo il profeta che dice: « Il tuo trono, Dio, dura per sempre » (Sal XLIV, 7): sicuramente, ora e nei secoli dei secoli. Ed i servi di Dio lo adoreranno e vedranno il suo volto ed ugualmente dice: da ora e per i secoli dei secoli, come il Signore stesso dice: « Chi ha visto me ha visto il Padre » (Gv XIV, 9). « E beati i puri di cuore, perché vedranno Dio » (Mt V, 8). Ed essi porteranno il suo nome sulla fronte. Non ci sarà più la notte; non avranno bisogno di luce di lampada o di sole, perché il Signore Dio darà loro luce, ed essi regneranno con Lui nei secoli dei secoli.  Tutti questi eventi sono iniziati dalla passione del Signore, mescolandosi in entrambi i tempi, il presente ed il futuro.

FINE DELLA SPIEGAZIONE SULLA CITTÀ DI GERUSALEMME

[4] In questa fine del libro, Giovanni dice di essere caduto ai piedi dell’Angelo, ringraziandolo per le cose meravigliose che gli aveva mostrato, e che a chiunque il Signore mostri i misteri della Scrittura, deve cadere per primo, come esempio per altri, umile ai piedi dell’Angelo, nunzio della sua Scrittura. Perché certamente Angelo significa messaggero, e la Scrittura è il messaggio, e la si chiama angelo. Infatti è così che si legge nella Chiesa: lectio sancti Evangelii … lettura del Santo Evangelio. “Eu” significa “buona”, e “àngel” significa “novella”: ed ecco che in latino, unendo le parole, significa buona novella. E Giovanni, che cadde ai piedi dell’Angelo, era un uomo, figura di tutti i Santi. Questo Angelo era in particolare l’Angelo attraverso il quale parlava il Signore che sedeva sul trono. È Lui che ora parla anche attraverso i Sacerdoti. Infatti tutti i servi di Dio sono chiamati re e sacerdoti, come sta scritto: Egli ci ha lavati dai nostri peccati e ci ha fatti re e sacerdoti di Dio suo Padre: a Lui sia gloria nei secoli dei secoli (Ap. I, 5). In questa fine del libro Egli comanda ai Sacerdoti di evangelizzare giorno e notte, di predicare la penitenza al popolo, di annunciare chiaramente alle due città, cioè a quella di Dio e a quella al diavolo, ad una la gloria ed all’altra le punizioni, che stanno per seguire presto: e che queste parole sono certe e veraci; e di non sigillare le parole. Così come nella prima parte aveva detto: sigillate ciò che i sette tuoni hanno detto (Ap. X, 4), ora, alla fine del libro, dice: non le sigillate, come se avesse detto: anche se prima non lo riconobbero, fateglielo sapere alla fine del mondo. Vedete che è già la fine del mondo, ed il Signore verrà presto. E ricompenserà ciascuno secondo le proprie opere, ed espellerà dalla sua città tutti i malfattori e tutti coloro che non hanno adempiuto o realizzato ciò che dice questo libro, o non hanno creduto a ciò che è scritto in esso. Se qualcuno, dopo averlo compreso, non l’ha predicato, lo giudicherà e lo colpirà con una maledizione del libro della vita e lo condannerà. Come ha chiarito ora attraverso la storia.

(Apoc. XXII, 6-21)

Et dixit mihi: Hæc verba fidelissima sunt, et vera. Et Dominus Deus spirituum prophetarum misit angelum suum ostendere servis suis quæ oportet fieri cito. Et ecce venio velociter. Beatus, qui custodit verba prophetiæ libri hujus. Et ego Joannes, qui audivi, et vidi haec. Et postquam audissem, et vidissem, cecidi ut adorarem ante pedes angeli, qui mihi hæc ostendebat: et dixit mihi: Vide ne feceris: conservus enim tuus sum, et fratrum tuorum prophetarum, et eorum qui servant verba prophetiæ libri hujus: Deum adora. Et dicit mihi: Ne signaveris verba propheti libri hujus: tempus enim prope est.  Qui nocet, noceat adhuc: et qui in sordibus est, sordescat adhuc: et qui justus est, justificetur adhuc: et sanctus, sanctificetur adhuc. Ecce venio cito, et merces mea mecum est, reddere unicuique secundum opera sua. Ego sum alpha et omega, primus et novissimus, principium et finis. Beati, qui lavant stolas suas in sanguine Agni: ut sit potestas eorum in ligno vitæ, et per portas intrent in civitatem. Foris canes, et venefici, et impudici, et homicidæ, et idolis servientes, et omnis qui amat et facit mendacium. Ego Jesus misi angelum meum testificari vobis hæc in ecclesiis. Ego sum radix, et genus David, stella splendida et matutina. Et spiritus, et sponsa dicunt: Veni. Et qui audit, dicat: Veni. Et qui sitit, veniat: et qui vult, accipiat aquam vitæ, gratis. Contestor enim omni audienti verba prophetiæ libri hujus: si quis apposuerit ad hæc, apponet Deus super illum plagas scriptas in libro isto. Et si quis diminuerit de verbis libri prophetiæ hujus, auferet Deus partem ejus de libro vitæ, et de civitate sancta, et de his quæ scripta sunt in libro isto: dicit qui testimonium perhibet istorum. Etiam venio cito: amen. Veni, Domine Jesu. Gratia Domini nostri Jesu Christi cum omnibus vobis. Amen.

(E mi disse: Queste parole sono fedelissime e vere. E il Signore Dio degli spiriti dei profeti ha spedito il suo Angelo a mostrare ai suoi servi le cose che devono tosto seguire. Ed ecco io vengo presto. Beato chi osserva le parole della profezia di questo libro. Ed io Giovanni (sono) quegli che udii e vidi queste cose. È quando ebbi visto e udito, mi prostrai ai piedi dell’Angelo, che mi mostrava tali cose, per adorarlo: E mi disse: Guardati di far ciò: perocché sono servo come te, e come i tuoi fratelli i profeti, e quelli che osservano le parole della profezia di questo libro : adora Dio. E mi disse: Non sigillare le parole della profezia di questo libro: poiché il tempo è vicino. Chi altrui nuoce, noccia tuttora: e chi è nella sozzura, diventi tuttavia più sozzo: e chi è giusto, sì faccia tuttora più giusto: e chi è santo, tuttora si santifichi. Ecco io vengo tosto, e porto con me, onde dar la mercede e rendere a ciascuno secondo il suo operare. Io sono l’alfa e l’omega, il primo e l’ultimo, il principio e la fine. Beati coloro che lavano le loro stole nel sangue dell’Agnello: affine d’aver diritto all’albero della vita e entrar per le porte nella città. Fuori ì cani, e i venefici, e gli impudichi, e gli omicidi, e gl’idolatri, e chiunque ama e pratica la menzogna. Io Gesù ho spedito il mio Angelo a testificarvi queste cose nelle Chiese. Io sono la radice e la progenie di David, la stella splendente del mattino. E lo Spirito e la sposa dicono: Vieni. E chi ascolta, dica: Vieni. E chi ha sete, venga: e chi vuole, prenda dell’acqua della vita gratuitamente. Poiché protesto a chiunque ascolta le parole della profezia di questo libro, che se alcuno vi aggiungerà (qualche cosa), Dio porrà sopra di lui le piaghe scritte in questo libro. E se alcuno torrà qualche cosa delle parole della profezia di questo libro, Dio gli torrà la sua parte dal libro della vita, e dalla città santa, e dalle cose che sono scritte in questo libro. Dice colui che attesta tali cose: Certamente io vengo ben presto: così sia. Vieni, Signore Gesù. La grazia del Signor nostro Gesù Cristo con tutti voi. Così sia.

TERMINA

[5] Questa storia va interpretata così come viene raccontata, semplicemente e secondo la lettera, perché tutto è spiegato sopra, e non è opportuno che quello che abbiamo detto una o due volte nella esposizione, lo ripetiamo più volte ancora. Ma tra di loro si sentiranno le cose nascoste, che commenteremo per la vostra carità, più che le restanti della fine del libro, in cui sappiamo che è risuonata una maledizione. Dio non voglia che i semplici subiscano gli scandali dell’errore o incorrano nel peccato della disperazione, in modo che se non sanno chi sia che viene maledetto qui, possano inciampare e allontanarsi dalla retta via.

TERMINA

INIZIA UNA BREVE SPIEGAZIONE DELLA STORIA DESCRITTA IN PRECEDENZA

Era certamente un Angelo, l’Angelo che dice di aver mostrato a Giovanni tutte queste cose, ed ai cui piedi Giovanni cadde per adorarlo. All’inizio del libro, lo stesso Angelo aveva detto, quando Giovanni era caduto ai suoi piedi come morto, avendo posato la mano destra su di lui: Non temere, sono io, il primo e l’ultimo; ero morto, ma ora sono vivo per i secoli dei secoli (Ap. 1. 17). Ma egli ricorda inoltre che era caduto ai piedi del suo Angelo; e questo lo abbiamo sviluppato completamente nel decimo libro. Infatti dice: … quando sono caduto ai suoi piedi per adorarlo, mi ha detto: no, non farlo: io sono un servo come te e i tuoi fratelli che conservano le parole di questo libro. È Dio che dovete adorare (Ap. XIX, 10). All’inizio del libro aveva detto: io sono il primo e l’ultimo, ed ero morto. Nel decimo libro dice: Io sono un servo come te e i tuoi fratelli che custodiscono la testimonianza di Gesù. E qui alla fine del libro dice: e quando l’ho sentito, sono caduto ai piedi dell’Angelo per adorarlo. Ma egli mi disse: No, non farlo: io sono un servo, come lo sei tu, e i tuoi fratelli che conservano le parole di questo libro. È Dio che dovete adorare. Ripeteva quello che aveva detto già prima. Vuole indicare che l’Angelo è stato mandato per conto del Signore della Chiesa, perché anche qui dice: Io sono Gesù: ho mandato il mio Angelo a testimoniarvi riguardo alle chiese (Ap. XXII, 16). La testimonianza di Gesù è lo spirito di profezia (Ap. XIX, 10): tutto ciò che lo spirito di Dio ha detto profeticamente è la testimonianza di Gesù, perché Gesù ha la testimonianza della Legge e dei Profeti. Infatti così il lettore legge nella Chiesa dalla bocca del Signore: Io sono il Signore vostro Dio. Quando il lettore dice questo, non lo dice di se stesso, ma del Signore; eppure sembra che lo dica di se stesso, e non manca di farlo a regola di verità. Così è da intendere l’Angelo quando ha parlato a Giovanni. E quando ha detto: non sigillate le parole profetiche di questo libro, in due occasioni, questo deve essere inteso in due modi. Sopra nel quinto libro si diceva: sigillate ciò che è stato detto dai sette tuoni e non scrivete (Ap. X, 4); invece, qui alla fine del libro dice: non sigillate le parole profetiche di questo libro, perché il tempo è vicino. Gli ingiusti continuino a commettere ingiustizie e gli impuri continuino ad essere impuri. Queste cose sono per coloro per i quali ha detto: sigillate ciò che hanno detto i sette tuoni; come se dicesse: leggano i libri e non li intendano, perché vivono nella sordidezza. Dei Santi egli dice: Che il giusto continui a praticare la giustizia ed il Santo a santificarsi. Queste parole sono per coloro per i quali, alla fine del libro, ha detto: non sigillate le parole profetiche di questo libro, è come se dicesse chiaramente: lasciate che questi leggano i libri e comprendano e pratichino ciò che hanno compreso, perché sono giusti, cioè sono senza malizia, e vivono nella carità, e quindi crescano ancora di più nella santità. Così come, al contrario, chi è sordido perché vive nel sordido, quando legge non intende, continui a macchiarsi e riempire ancora di più la sua empietà di ciò che ama. Questo deve quindi essere inteso per la Chiesa in modo diverso all’inizio rispetto alla fine. Nel precedente luogo dice: sigillate ciò che i sette tuoni hanno detto, mentre alla fine dice: non sigillate le parole profetiche di questo libro: questo significa che ciò che era nascosto all’inizio della santa Chiesa, alla fine si rende palese per tutti i giorni. Si descrive nello stesso modo l’età di ogni uomo essere simile all’età della Chiesa. Allora essendo bambina, o appena nata, non poteva predicare la parola di vita. È chiamata poi adolescente la Chiesa, come sta scritto: le fanciulle ti hanno amato (Cant. I, 2). Infatti tutte le Chiese, che ne compongono una sola Cattolica, sono chiamate fanciulle; esse sono vecchie per la colpa, ma nuove per la grazia. E si chiama adulta la Chiesa quando, fecondata dalla parola di Dio, ricolma di Spirito Santo, con il mistero della predicazione, è pronta per poter concepire dei figli: e quelli che concepisce esortando e predicando, li mette al mondo convertendoli. Coloro che essa seduce predicando, poi li concepisce; e quando essi vengono pubblicamente alla penitenza, li dà alla luce nella conversione. A coloro che sono veri fedeli, i beati, promette che potranno avere l’albero della vita, ed entrare attraverso le porte nella città santa; sono essi gli stessi che entrano attraverso quelle porte, cioè quelle dei Patriarchi, dei Profeti e degli Apostoli e di tutti i Santi, attraverso i cui esempi raggiungono l’unica porta che è il Signore Gesù Cristo; e gli stessi Santi sono le porte, sono essi medesimi la Chiesa, sono essi la città santa di Gerusalemme. Attraverso queste porte non entrano menzogne, ma soltanto la verità: infatti esse sono chiuse ai menzogneri, e per questi il libro è sigillato: è per questi che i sette tuoni sono sigillati. Continua poi a parlare di loro e dice: Via i cani, gli stregoni, gli impuri, gli omicidi, gli idolatri e tutti coloro che amano e praticano la menzogna! – Questi non entrano da quelle porte, e queste porte oggi, sono la bocca dei predicatori; e per la loro predicazione essi non entrano nella vita beata. E quelli che a noi predicano con le parole, e le rendono reali con gli esempi del loro comportamento, consideriamoli come delle porte, ascoltandoli ed imitandoli. Al contrario, i cattivi dottori sono le porte dell’inferno, perché, per mezzo della loro vita e della loro dottrina, coloro che li ascoltano e li imitano non entrano nella città celeste, ma nella città del diavolo, e saranno immersi nel tormento eterno. Ed entrambe queste due porte, quelle della città di Dio e quelle della città del diavolo, rimangono aperte, e non saranno chiuse né di giorno né di notte, cioè predicano di giorno e di notte. Di giorno predicano i Santi, che rimangono nella luce, cioè nella sapienza, come è stato detto: questo è il giorno che Dio ha fatto, esultiamo e gioiamo in esso (Psal. CXVII, 24). Di notte predicano gli ipocriti, gli eretici, gli scismatici ed i falsi preti, che non per il bene delle anime, ma per il proprio bene, cercano gli onori e camminano nella cieca ignoranza. Queste si chiamano appunto le porte aperte nella notte: infatti come abbiamo detto che la sapienza è luce, così ora diciamo che l’ignoranza sono le tenebre. A causa loro, dice il Signore: Via i cani! Questi si chiamano cani, perché sembra che proteggano il gregge del Signore; e sono giustamente cani, perché dopo la fede e la grazia del Battesimo ritornano al vomito dei loro peccati. Ed oltre a questo, falsificano le Scritture, in modo da – per così dire – predicare ed attirare tutti alla loro sordida vita: non predicano secondo verità, ma secondo il loro modo di vivere; infatti, nel leggere, ognuno interpreta col senso del proprio intelletto ciò in cui nella propria vita ha posto l’occhio del suo cuore. E dov’è il suo cuore, c’è anche il tesoro del suo cuore. – Così sempre lo Spirito e la sposa dicono: vieni! Certo, lo Spirito e la sposa lo dicono al loro Capo, poiché la sposa è la Chiesa, che grida sempre: venite, figlioli, ascoltatemi; vi insegnerò il timore del Signore (Psal. XXXIII, 12). Venire è credere. Chi ha sete, venga, e chi vuole, riceva gratuitamente l’acqua della vita; cioè chi vuole, venga, creda, sia battezzato nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, e non solo nell’acqua, ma anche nella morte di Cristo. Siccome poi tutti ascoltano ma non tutti leggono, a questi il Signore dice così: Avverto tutti coloro che ascoltano le parole profetiche di questo libro: se qualcuno vi aggiunge qualcosa, Dio riverserà su di lui le piaghe descritte in questo libro. E se qualcuno aggiunge qualcosa alle parole profetiche di questo libro, Dio toglierà la sua parte nel libro della vita e nella città santa che sono descritte in questo libro. Dice colui che attesta queste cose. La città santa è la Chiesa: e in questo libro vi sono descritte le cose buone e le cose cattive, in esso è decritto il dolore dei tormenti e le gioie eterne. Gli stessi scrittori dei libri che ne sono i testimoni, mettono la Legge ed il Vangelo come testimoni del Signore Gesù Cristo, che è il Testimone fedele. I mendaci aggiungeranno o sopprimeranno le parole di questo libro profetico: sono essi quelli che sopra abbiamo chiamato “cani” e “malèfici”. Questa maledizione è per loro. Tali cose sono dette per questi falsari, e non per quelli che si limitano a dire ciò che sentono e che dai quali in alcun modo la profezia è mutilata, ma le cui parole sono piene di fede e di opere. A questi il Signore dice: “Sì, vengo presto“. Ed essi dicono: Amen. Vieni, Signore Gesù Cristo. Grazie a Dio. La grazia di nostro Signore Gesù Cristo sia con tutti voi. Amen.

(Con questo Amen finisce l’edizione di Flores).

Il codice dell’Apocalisse si conclude con il numero dodici delle chiese. Allo stesso modo, distribuito in sezioni secondo l’ordine di dodici libri, esso è un codice di molti libri ed è un libro in unico volume; e viene chiamato codice a somiglianza di un tronco d’albero che sostiene vari libri, come dei rami. Il libro si chiama volume perché è arrotolato; così come erano, ad esempio, per gli Ebrei il volume della Legge, i volumi dei Profeti. I fogli dei libri sono chiamati così, o per la loro somiglianza alle foglie degli alberi, o perché i libri sono fatti a mo’ di “soffietti”, composti cioè con pelli che di solito vengono estratte da pecore, una volta macellate, le cui parti sono chiamate pagine, perché assemblate tra loro. Finisce nel nome di nostro Signore Gesù Cristo.

FINE

COMMENTARIO ALL’APOCALISSE DI BEATO DE LIEBANA (17)

LIBRO UNDECIMO

INIZIA L’UNDICESIMO LIBRO: SUL CAVALLO BIANCO E RICAPITOLA PIÙ BREVEMENTE DALLA PASSIONE DI CRISTO

(Ap. XIX, 11-16)

Et vidi cœlum apertum, et ecce equus albus, et qui sedebat super eum, vocabatur Fidelis, et Verax, et cum justitia judicat et pugnat. Oculi autem ejus sicut flamma ignis, et in capite ejus diademata multa, habens nomen scriptum, quod nemo novit nisi ipse. Et vestitus erat veste aspersa sanguine: et vocatur nomen ejus: Verbum Dei. Et exercitus qui sunt in caelo, sequebantur eum in equis albis, vestiti byssino albo et mundo. Et de ore ejus procedit gladius ex utraque parte acutus, ut in ipso percutiat gentes. Et ipse reget eas in virga ferrea : et ipse calcat torcular vini furoris irœ Dei omnipotentis. Et habet in vestimento et in femore suo scriptum: Rex regum et Dominus dominantium.

(E vidi il cielo aperto, ed ecco un cavai bianco, e colui che vi stava sopra si chiamava il Fedele e il Verace, e giudica con giustizia, e combatte. I suoi occhi erano come fiamma di fuoco, e aveva sulla testa molti diademi, e portava scritto un nome, che nessuno conosce se non egli. Ed era covestito d’una veste tinta di sangue: e il suo nome si chiama Verbo di Dio. E gli eserciti, che sono nel cielo, lo seguivano sopra cavalli bianchi, essendo vestiti di bisso bianco e puro. E dalla bocca di lui usciva una spada a due tagli, colla quale egli percuota le genti. Ed egli le governerà con verga di ferro: ed egli pigia lo strettoio del vino del. furore dell’ira di Dio onnipotente. Ed ha scritto sulla sua veste e sopra il suo fianco: Re dei re e Signore dei dominanti.).

TERMINA

SPIEGAZIONE DELLA STORIA DESCRITTA IN PRECEDENZA

[1] Poi vidi il cielo aprirsi, e c’era un cavallo bianco; e colui che vi sedeva sopra si chiamava Fedele e Vero, e giudicava e combatteva rettamente. I suoi occhi sono una fiamma di fuoco, e sulla sua testa ci sono molte corone; ha un nome scritto che solo lui conosce. Indossa una veste intrisa nel sangue, e il suo nome è la parola di Dio. Il cavallo bianco è il corpo assunto da Cristo, e il suo cavaliere è il Signore della Maestà; è il Verbo dell’Altissimo Padre; è il Figlio Unigenito dell’ingenerato, cioè la Divinità incarnata. Questo è il cavallo che abbiamo descritto nel quarto libro, e che combatte contro il cavallo rosso, nero e pallido, perché combatte e vince per noi; per questo viene proclamata anche la peculiarità del suo nome, che è “Fedele e Vero”; perché di Dio si dice:  « è verace e senza malizia; Egli è giusto e retto » (Dt. XXXII, 4). Giudica e combatte con giustizia. Perché di Lui è scritto: « Dio è giudice giusto, forte e paziente » (Sal. VII, 12). Combatte duramente, liberandoci dalla malvagità del peccato; è paziente, essendo tollerante con i peccati che abbiamo commesso. Quando viene chiamato forte, si mostra tale, col respingere i malvagi. I suoi occhi, fiamma di fuoco. A somiglianza del fuoco che penetra in un corpo e in tutto ciò che contiene, non lascia alcuno al di fuori della sua influenza. Per questo si dice che il capo dell’uomo è Cristo (1 Cor. XI, 3). Gli eserciti del cielo, vestiti di puro lino bianco, lo seguivano su cavalli bianchi. I cavalli bianchi sono i Santi, cioè la Chiesa; con i loro corpi bianchi lo imitano e seguono le sue orme così come è scritto sopra: sono quelli che seguono l’Agnello ovunque vada (Ap. XIV, 4). Sono vestiti di puro lino, cioè ognuno di loro è vestito con le orazioni e le azioni delle loro buone opere. Dalla sua bocca esce una spada affilata, per colpire i pagani con essa; li governa con uno scettro di ferro; pigerà nel tino il vino dell’ira furiosa del Dio onnipotente. La spada che esce dalla sua bocca è la parola della predicazione, è la stessa spada, come descritto nel primo libro, uscita dalla sua bocca. Con quella spada arma i suoi fedeli. Pigerà nel tino il vino della sua ira. È lo stesso torchio che abbiamo descritto nel settimo libro. Lo calpesta ora, perché combatte per la Chiesa, finché in futuro la Chiesa non pigerà il tino fuori della città; e perché è il capo della Chiesa. Egli è Padre, perché in Lui, mediante il Battesimo, si rigenerano tutte le nazioni della terra. Ha un nome scritto sulla veste e sul femore: Re dei Re e Signore dei Signori. Il suo femore, ove è scritto il suo nome, sono i popoli dei credenti che, con l’adozione della fede, Egli ha scelto di chiamare figli di Dio, cioè figli di Cristo; la sua veste è il corpo che Egli ha assunto. E poiché Egli è una sola Persona dalle due nature, leggiamo nella veste un nome scritto, cioè conosciamo la divinità nel mistero del corpo del Signore. In quella veste del corpo si legge il suo nome scritto: Re dei Re e Signore dei Signori. E la veste gli copriva il femore. Per “femore” intendiamo il lignaggio delle generazioni. La veste citata è il corpo di Cristo. Ed è per questo che la porta sul femore, perché tutti coloro che, come abbiamo detto, per fede sono chiamati figli di Dio, lo proclamano incessantemente Re dei re e Signore dei signori. Si comprende molto chiaramente che nessuno dei superbi conosce questo nome nel femore, ma solo quelli che abbiamo indicato sopra.

FINE DELLA SPIEGAZIONE

INIZIA LA STORIA DELL’ANGELO IN PIEDI SOPRA IL SOLE

(Ap.XIX, 17-18)

Et vidi unum angelum stantem in sole, et clamavit voce magna, dicens omnibus avibus, quæ volabant per medium cœli: Venite, et congregamini ad cœnam magnam Dei: ut manducetis carnes regum, et carnes tribunorum, et carnes fortium, et carnes equorum, et sedentium in ipsis, et carnes omnium liberorum, et servorum, et pusillorum et magnorum.

(E vidi un Angelo che stava nel sole, e gridò ad alta voce, dicendo a tutti gli uccelli che volavano per mezzo il cielo: Venite, e radunatevi per la gran cena di Dio: per mangiare le carni dei re, e le carni dei tribuni, e le carni dei potenti, e le carni dei cavalli e dei cavalieri, e le carni di tutti, liberi e servi, e piccoli e grandi).

SPIEGAZIONE DELLA STORIA DESCRITTA IN PRECEDENZA..

[2] Poi ho visto un angelo in piedi sopra il sole, che gridava a gran voce a tutti gli uccelli che volavano in mezzo al cielo. Il sole è la predicazione della Chiesa e l’annuncio della fede; gli uccelli e le bestie li consideriamo, a seconda del testo, essere i buoni o i cattivi. Qui in questo testo, dice l’unica Chiesa gli uccelli che volano in mezzo al cielo, formando come un unico corpo. Questi uccelli sono lo stesso che quell’aquila descritta nel quinto libro, che gridava: “Ahimè“: qui si dice che questi uccelli volino in mezzo al cielo. Venite, radunatevi per la grande cena di Dio, per mangiare la carne dei re, la carne dei tribuni, la carne dei potenti, la carne dei cavalli e dei loro cavalieri, e la carne di ogni sorta di genti, sia liberi che schiavi, sia piccoli che grandi. Tutti questi che ha menzionato sono quelli mangiati spiritualmente dalla Chiesa. Sopra aveva detto: Ho visto il cielo aperto, e c’era un cavallo bianco, e colui che vi sedeva sopra si chiama Fedele (Ap. XIX, 11); ma qui dice: Ho visto un angelo in piedi sul sole. Notate che là è seduto mentre qui sta in piedi. Alzarsi in piedi è proprio di chi combatte: questo riguarda l’ultima persecuzione dell’Anticristo. – Ancora una volta fa una sorta di apostrofe, e lasciando da parte la forma del giudizio, si porta di nuovo alla fine dei tempi con una specie di salto di espressione profetica, poiché vede un Angelo in piedi sul sole. Il sole, come abbiamo detto, è la fede della Chiesa Cattolica, sulla quale si descrive qui essere l’Angelo in piedi. Questo è l’Angelo che nel sesto libro abbiamo descritto come Michele, che combatte con il dragone. Anche Daniele dice di lui: « In quel tempo sorgerà Michele, il grande Principe, che difende i figli del tuo popolo » (Dan. XII, 1). E come questo santo Arcangelo stava davanti a Dio per difendere i figli del popolo antico, così ora interviene instancabilmente in difesa del popolo di tutta la Chiesa Cattolica. Sarà – dice – un tempo di angoscia, come non ce n’è mai stato e mai ci sarà da quando esistono le nazioni: in questo tempo – dice San Giovanni in tale sentenza dell’Apocalisse – gli uccelli della terra si riuniranno per consumare i corpi degli empi. Dice infatti il Signore per mezzo di Isaia:  « Avvicinatevi, popoli, per udire, e voi, nazioni, prestate ascolto; ascolti la terra e quanti vi abitano, il mondo e quanto produce! Poiché il Signore è adirato contro tutti i popoli ed è sdegnato contro tutti i loro eserciti; li ha votati allo sterminio, li ha destinati al massacro. I loro uccisi sono gettati via, si diffonde il fetore dei loro cadaveri; grondano i monti del loro sangue. Tutta la milizia celeste si dissolve, i cieli si arrotolano come un libro, tutti i loro astri cadono come cade il pampino della vite. Poiché il Signore fa un sacrificio in Bosor ed una gran mattanza in Idumea; e i forti cadranno con essa, arieti e tori; e la terra sarà ubriaca del loro sangue e piena del loro grasso. Perché è un giorno di vendetta per il Signore e un anno di vendetta per il difensore di Sion. I torrenti di quel paese si cambieranno in pece, la sua polvere in zolfo, la sua terra diventerà pece ardente. Non si spegnerà né di giorno né di notte, sempre da essa salirà il suo fumo »(Is. XXXIV, 1-19). Ed insegna ciò che è Idumea e Bosor, dicendo: è un giorno di vendetta per il Signore e un anno di vendetta per il difensore di Sion; ma della Sion che è costruita dal sangue. Dimostra anche che Idumea e Bosor esistono in tutte le nazioni. Infatti ha detto dapprima: Avvicinatevi, voi nazioni e ascoltate, voi principi, oda la terra e i suoi abitanti, perché il Signore è adirato con tutte le nazioni. Più tardi dice che la spada del Signore si abbatte su di un popolo per il suo massacro, cioè su Idumea e Bosor. È il giorno della vendetta per il Signore e l’anno della vendetta per il difensore di Sion. Vediamo che si citano solo una regione e due città. L’Idumea è la regione di Esaù, che si chiamava Edom, cioè sanguinario. E Bosor è anche una città di Esaù nella stessa regione. Ma Sion è la città di Davide, stirpe di Giacobbe. Ecco allora che Esaù e Giacobbe sono due città, l’una di Dio e l’altra del diavolo. Abbiamo già detto in precedenza, nel libro decimo, delle due città, che abbiamo spiegato essere i due figli di Adamo. Ed ora in questi due figli di Isacco scopriamo allo stesso modo le due città, quella di Dio e quella del diavolo. E queste sono le due città: Sion e Bosor. Sion in latino significa “torre di guardia della contemplazione”, cioè il monte dove medito, e della stessa città si testimonia che si trovi su un monte, come dice il profeta: « Salite su un alto monte, voi che evangelizzate Sion » (Is. XL, 9). E questa è la Chiesa Cattolica, che non si trova in una sola regione, come le conventicole degli eretici, ma è diffusa in tutto il mondo. Invece, Bosor, che è la città del fratello persecutore, ed Edom, la terra del sangue, è il mondo nella sua interezza: cioè la città del diavolo, che perseguiterà la città di Cristo fino alla fine del mondo; nell’una nasce Cristo, nell’altra l’Anticristo. Ecco perché dice: “… spada del Signore per il massacro di Edom e di Bosor“, cioè dei fratelli malvagi che si spacciano per Sion, come sta scritto: « il popolo di Dio beve il sangue dei suoi nemici » (Ez. XXXIX, 17-18).

TERMINA LA SPIEGAZIONE

COMINCIA CON: LA BESTIA ED I RE DELLA TERRA

(XIX; 19,21)

Et vidi bestiam, et reges terræ, et exercitus eorum congregatos ad faciendum prælium cum illo, qui sedebat in equo, et cum exercitu ejus.  Et apprehensa est bestia, et cum ea pseudopropheta: qui fecit signa coram ipso, quibus seduxit eos, qui acceperunt caracterem bestiae, et qui adoraverunt imaginem ejus. Vivi missi sunt hi duo in stagnum ignis ardentis sulphure: et ceteri occisi sunt in gladio sedentis super equum, qui procedit de ore ipsius: et omnes aves saturatæ sunt carnibus eorum.

 (E vidi la bestia, e i re della terra, e i loro eserciti radunati per far battaglia con colui che stava sul cavallo, e col suo esercito. E la bestia fu presa, e con essa il falso profeta, che fece davanti ad essa, prodigi, coi quali sedusse coloro che ricevettero il carattere della bestia, e adorarono la sua immagine. Tutti e due furono gettati vivi nello stagno di fuoco ardente per lo zolfo: e il restante furono uccisi dalla spada di colui che stava sul cavallo, la quale esce dalla sua bocca: e tutti gli uccelli si sfamarono delle loro carni.).

SPIEGAZIONE DELLA STORIA DESCRITTA IN PRECEDENZA

[3] Poi ho visto”, dice, “la bestia e i re della terra con i loro eserciti, riuniti insieme per combattere contro Colui che stava sul cavallo bianco e contro il suo esercito. Abbiamo già detto prima che la bestia e i re della terra sono la stessa cosa, cioè il diavolo e il popolo sul quale egli regna, che raccoglie pure in una unità facendolo aderire al suo corpo; fa la guerra, perché combatte contro Cristo e la Chiesa. Ma questo lo dice dell’Anticristo nell’ultima battaglia, nella quale sarà gettato nel supplizio per la sua condanna finale. Se questo si confronta con il linguaggio dal santo Daniele (Dan. XI, 44), si scopre che è una sola e medesima cosa; questi è infatti in accordo con San Giovanni: « egli partirà – dice – con grande ira per distruggere e disperdere molti. » Nell’Apocalisse infatti si dice che con i re della terra, e con i loro eserciti riuniti per attaccar battaglia, fa la guerra contro Colui che cavalca il cavallo bianco, cioè il Signore Gesù Cristo, e il suo esercito, cioè tutti i Santi che lo seguono. Ma la bestia fu catturata: cioè il diavolo e il suo corpo, che dicevamo essere il popolo a lui sottomesso. Daniele dice: nessuno lo aiuterà. Lottando il Signore contro di lui, nessuno potrà dargli aiuto… e con lui i falsi profeti, cioè i preposti, che sono i falsi vescovi e i loro sacerdoti altrettanto malvagi, rappresentati, dicevamo prima, da quella bestia la cui testa sembrava come uccisa. Questi costituiscono lo spirito immondo dentro la Chiesa, coloro che realizzano davanti a sé falsi prodigi per ingannare gli uomini, coloro che hanno sedotto quelli che hanno accettato il marchio della bestia. Attraverso questi falsi prodigi, saranno ingannati tutti coloro che crederanno nell’Anticristo perché accetteranno il marchio del nemico. E coloro che adoravano la sua immagine: cioè quelli di quella testa che sembrava come uccisa, e che sotto il nome di Cristo fingono di essere sacerdoti. Se fosse chiaramente la bestia, l’Agnello non lo temerebbe, ma finge di essere l’Agnello, quando indossa l’abito sacerdotale. All’esterno appare certamente l’Agnello, ma dentro freme la bestia. I due furono gettati vivi nel lago di fuoco ardente di zolfo. Qui ha diviso l’unico corpo in due parti: la bestia, che è il popolo, ed i falsi sacerdoti. Infatti i due vivi sono certamente il popolo ed i prepositi che il Signore troverà vivi nel giorno del giudizio. Gli altri furono sterminati dalla spada che usciva dalla bocca di colui che sedeva sul cavallo; e tutti gli uccelli furono pieni della loro carne. Nella storia dell’Angelo sopra il sole, aveva detto infatti agli uccelli: “Venite e riunitevi per la grande cena di Dio, affinché possiate mangiare le carni“. E qui dice: tutti gli uccelli erano pieni della loro carne. Questo deve essere inteso come in due momenti: per il presente e per il futuro. Quando dice mangiare, è nel presente; quando dice: si riempirono delle loro carni, si riferisce al futuro, nel giudizio di nostro Signore Gesù Cristo. Con lo spirito della sua bocca saranno tutti sterminati: la bestia ed il falso profeta, quelli che sono annoverati tra i membri dell’Anticristo, coloro che ne hanno accettato il marchio ed hanno creduto in lui, e la loro carne sarà lasciata agli uccelli del cielo ed alle bestie della terra. La Chiesa ora mangia la carne dei suoi nemici in ogni momento, quando riceve il male da loro e non restituisce male al male, ma, vendicata, si satolla nella risurrezione delle loro opere carnali, come sta scritto: « Il loro verme non morirà, il loro fuoco non si spegnerà e saranno alla vista di ogni carne » (Is. LXVI, 24). Dopo la venuta del Signore e la condanna della bestia, chi morirà di spada per essere mangiato dagli uccelli manifesti, quando poi i corpi saranno risuscitati per essere tutti giudicati integri?

TERMINA

INIZIA A PARLARE DI UN ALTRO ANGELO E DELLA CHIAVE DELL’ABISSO

(Ap. XX, 1-3)

Et vidi angelum descendentem de cœlo, habentem clavem abyssi, et catenam magnam in manu sua. Et apprehendit draconem, serpentem antiquum, qui est diabolus, et Satanas, et ligavit eum per annos mille: et misit eum in abyssum, et clausit, et signavit super illum ut non seducat amplius gentes, donec consummentur mille anni: et post hæc oportet illum solvi modico tempore.

(E vidi un Angelo che scendeva dal cielo, e aveva la chiave dell’abisso, e una grande catena in mano. Ed egli afferrò il dragone, il serpente antico, che è il diavolo e satana, e lo legò per mille anni, e lo cacciò nell’abisso, e lo chiuse e sigillò sopra di lui, perché non seduca più le nazioni, fino a tanto che siano compiti i mille anni: dopo i quali deve essere sciolto per poco tempo.).

SPIEGAZIONE DELLA STORIA DESCRITTA IN PRECEDENZA

[4] Poi ho visto un altro angelo scendere dal cielo: questi è nostro Signore Gesù Cristo alla sua prima venuta … aveva in mano la chiave dell’abisso e una grande catena. Ha afferrato il serpente, il serpente antico, che è il diavolo, satana, e lo ha incatenato per mille anni; lo ha gettato nell’abisso, ve lo ha rinchiuso e gli ha messo i sigilli, in modo da non sedurre le nazioni, fino al compiersi dei mille anni. Con maggiore diligenza dobbiamo invocare il Signore qui, per non essere consenzienti all’erronea interpretazione dei mille anni fatta da molti, accrescendone l’errore per il nostro stesso eccesso, ma protegga la nostra fede quello stesso che si chiama il Fedele ed il Verace. Il Signore stesso dice all’inizio di questo libro: Io sono il primo e l’ultimo, Colui che vive; che ero morto e che ho le chiavi della morte e dell’inferno (Ap. I, 17), affinché si possa capire che questa chiave è Lui stesso, quella cioè che abbiamo descritto all’inizio del libro. Questa chiave ora costituisce la sua missione di ministro, ufficio che è l’aprire il pozzo dell’abisso. La grande catena è il vincolo indissolubile del comando divino, catena che portava con mano, e cioè nella sua opera e nella sua attuazione. Con la mano ci si riferisce all’azione. E ha dominato il dragone, il nemico della razza umana, che è il diavolo e satana, e lo ha legato per mille anni. Infatti alla sua prima venuta il Signore ha sopraffatto il diavolo, la cui dimora era questo mondo, ove abitava nel cuore degli infedeli, dimora di cui il Signore dice: « Come potrebbe uno penetrare nella casa dell’uomo forte e rapirgli le sue cose, se prima non lo lega? Allora soltanto gli potrà saccheggiare la casa » (Mt. XII, 29). Lo ha dominato e lo ha gettato nell’abisso, cioè nel popolo, escludendolo dal cuore dei credenti. Mille, nelle cifre greche è l’alfa con la tilde. Nell’alfa si intende il principio che è Cristo, nella tilde si intende la croce, che è la nostra Vittoria e l’abbattimento del male del nemico. Perciò, nella croce di Cristo e nella potenza della croce Egli ha incatenato il nemico del mondo che ha tentato gli abitanti della terra. Infatti nessun tempo succede a quell’eternità, e l’eternità del tempo stesso non finirà con una fine, né finirà con un certo numero di anni; e così, per comando del Signore, per la potenza della croce di Cristo, lo ha incatenato nell’abisso. E gli mise i sigilli, cioè gli impose la serratura della croce, in modo che non si riprenda più e non seduca più le nazioni, che la risurrezione avrebbe reso migliori. Gli ha proibito di sedurre le persone, ma solo quelle già destinate alla vita eterna, quelle che seduceva in precedenza perché non si riconciliassero con Dio. Dopo la venuta di Cristo non sedurrà più coloro che sono già stati destinati alla vita eterna. E se dice: e ha posto i sigilli sopra, è perché in occulto, non si sa chi appartiene alla parte del diavolo e chi a Cristo. Infatti coloro che sembrano in piedi, non sappiamo se cadranno; e non si sa se colui che è caduto si rialzerà. Che non sedurrà finché si compiano i mille anni, cioè ciò che resta del sesto giorno, che consiste nei mille anni. Il sesto giorno infatti, Dio si è fatto uomo, e Cristo è nato uomo nella sesta età del mondo, che egli chiama “giorno”. Ha chiamato mille anni la parte del sesto millennio, in cui il Signore è nato ed ha sofferto. Dice mille, per modo di dire, come si deve intendere pure il… « Ricorda sempre la sua alleanza: parola data per mille generazioni » (Psal. CIV, 8), anche se non sono proprio mille, perché a volte il tutto è compreso dalla parte. Ecco perché non si deve ascoltare chi dice che dalla nascita di Cristo fino alla sua seconda venuta ci sono mille anni, come chi condivide ed è d’accordo con l’eretico Cerinto. Né devono essere degni di ascolto coloro che dicono che nessun peccato o crimine è imputabile ai battezzati morti senza penitenza, purché siano rimasti nella fede; o che se sono sprofondati nell’inferno, ne saranno liberati dopo il corso di mille anni, non comprendendo quel che il Signore va a dire ai peccatori: Andate nel fuoco eterno, e se è eterno, non ha fine. Questi sono in accordo con gli eretici Eunomio ed Origene. Senza dubbio è contrario a questa esposizione ciò che segue: finché non si compiano i mille anni, perché è solo del diavolo l’essere liberato, come si dice: dopo di che deve essere liberato per un breve periodo di tempo. Ma può essere inteso così: finché per volontà di nostro Signore Gesù Cristo e per suo comando, e per la potenza di Colui che lo comanda, si dissolva nel nulla. Per un breve periodo, cioè in un’ora, cioè alla fine del mondo, viene liberato, e l’Anticristo entra con tutte le sue forze in tutti gli uomini come nel suo involucro, per morire allo stesso modo con esso. Un tempo diceva: “Io sarò come l’Altissimo” (Is. XIV, 14); ed ora, quando sarà entrato nel figlio della perdizione, si farà superiore a Dio e si innalzerà al di sopra di tutto ciò che porta il nome di Dio o è oggetto di culto (2 Tess. II, 4). Infatti non è sciolto per essere liberato, ma è liberato proprio per questo scopo, perché lo stesso autore delle tenebre con tutti i suoi membri si dissolva nel nulla e cada, ed insieme vadano alla perdizione eterna. La sua dissoluzione nell’uomo del peccato, l’Anticristo, ne sarà l’inizio. In lui ci sarà nel mondo una tale potenza persecutoria, come non si è mai avuta fin dal principio.

TERMINA LA SPIEGAZIONE

INIZIANO I TRONI E LE ANIME DEGLI UCCISI

(Ap. XX, 4-6)

Et vidi sedes, et sederunt super eas, et judicium datum est illis: et animas decollatorum propter testimonium Jesu, et propter verbum Dei, et qui non adoraverunt bestiam, neque imaginem ejus, nec acceperunt caracterem ejus in frontibus, aut in manibus suis, et vixerunt, et regnaverunt cum Christo mille annis.  Ceteri mortuorum non vixerunt, donec consummentur mille anni. Haec est resurrectio prima. Beatus, et sanctus, qui habet partem in resurrectione prima: in his secunda mors non habet potestatem: sed erunt sacerdotes Dei et Christi, et regnabunt cum illo mille annis.

(E vidi dei troni, e sederono su questi, e fu dato ad essi di giudicare: e le anime di quelli che furono decollati a causa della testimonianza di Gesù, e a causa della parola di Dio, e quelli i quali non adorarono la bestia, né la sua immagine, né ricevettero il suo carattere sulla fronte o sulle loro mani, e vissero e regnarono con Cristo per mille anni.).

SPIEGAZIONE DELLA STORIA DESCRITTA IN PRECEDENZA.

[5] Poi ho visto alcuni troni, ed essi si sono seduti su questi e fu dato ad essi il potere di giudicare. Questi troni sono ora nella Chiesa, la Chiesa costituita nel numero di dodici, e che siede con Cristo su dodici troni per giudicare; e già siede, per giudicare il diavolo legato, come sta scritto: I santi giudicheranno il mondo (1 Cor. VI, 2). E il Signore, nel promettere ai suoi questo potere, dice loro: « Voi che mi avete seguito, nella resurrezione, quando il Figlio dell’uomo si siederà sul trono della sua gloria, anche voi altri siederete su dodici troni per giudicare le dodici tribù di Israele » (Mt. XIX, 28). Infatti il Figlio dell’uomo si è seduto sul trono della sua gloria da quando è stato glorificato nel Signore. Il trono della sua gloria è l’incarnazione; ed al suo Corpo si aggiunge la reiterata generazione dei Santi, ed Egli siede come Capo alla destra del potere (di Dio), giudicando per mezzo dei suoi sacerdoti e di tutti i suoi servi. Ora giudica nella Chiesa, cosicché ognuno si dia rigorosamente da se stesso alla penitenza e si ecciti all’amore della carità. Infatti é questo ciò che dice l’Apostolo: « Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati » (1 Cor. XI, 31). In un altro luogo: « E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, e dessi il mio corpo alle fiamme, ma non avessi la carità, niente mi gioverebbe » (1 Cor. XIII, 2). Ecco come i Santi giudicano il mondo. Qui il Signore ha parlato del presente, non del futuro. Non ha detto: mi siederò e vi giudicherò, come cosa futura, ma: mi siedo e vi giudico (al presente). Dice anche dei Santi già morti: Ho visto anche le anime di coloro che sono stati decapitati per la testimonianza di Gesù e della Parola di Dio. Ha detto:  il Verbo e la carne: ad entrambi la Chiesa rende testimonianza: a Gesù che è il Figlio dell’uomo ed al Verbo di Dio che si è unito al Figlio dell’uomo. Le anime di coloro che sono stati uccisi, dice, sono quelle che ora muoiono con Cristo con la passione e la penitenza. E tutti coloro che non hanno adorato la bestia, né la sua immagine, e non hanno accettato il marchio sulla fronte o nelle mani, vivranno e regneranno con Cristo per mille anni. Se avesse visto i troni e coloro che vi si erano seduti sopra nell’ultimo giudizio, non avrebbe detto le anime dei decapitati. Pertanto, queste saranno le anime con i loro corpi. Certamente, se alcuni devono sedersi con Cristo per giudicare, è più conveniente che si siedano e giudichino coloro che sono stati decapitati per la loro testimonianza. Ma ora dice di aver visto coloro che sedevano sui troni, e ha parlato delle anime degli uccisi, per insegnare che i vivi ed i morti hanno regnato con Cristo per mille anni, cioè dalla passione del Signore fino alla sua seconda venuta; e che dalla prima venuta alla seconda venuta c’è questo mistero dell’iniquità che è il marchio della bestia; perché ci sono state da sempre la Chiesa e la bestia; ed ogni uomo malvagio aveva il marchio sulla fronte e sulla mano, con le opere di conoscenza. Anche quando dice che coloro che non hanno accettato il marchio o non hanno adorato la sua immagine, tutti hanno regnato per mille anni, lo riferisce per  immagine e somiglianza. Perché così dice Dio in principio: Facciamo l’uomo a nostra immagine, e somiglianza. L’immagine è nell’anima, e la somiglianza nelle opere: l’anima dell’uomo è l’immagine di Dio, e il corpo dell’uomo è l’immagine del corpo di Cristo. Chiunque segua Cristo nel suo corpo, ha l’immagine di Cristo, immagine ed anima, e l’immagine di Dio. Di tutti questi dice: hanno vissuto e regnato con Cristo per mille anni. Con ragione dice tutti, perché i Santi viventi e le anime dei Santi decapitati regnano con il Signore adesso e nel futuro. Ma siccome Egli ha detto che regneranno, si deve certamente capire come ciò che sta per accadere sia come già realizzato, perché davanti a Dio non c’è nulla di nuovo. Così si diceva già prima che Cristo venisse al mondo: si divisero i miei vestiti (Sal. XXI, 19). Quel che dice che regneranno in futuro, anche qui lo possiamo intendere come già realizzato; è come se dicesse: sono già stati battezzati. Essi sono penitenti, e non più nutriti con il latte, bensì seguono Cristo nella sua passione con un cibo solido. Dirà poi: regneranno, per indicare ciò che siano questi mille anni: questa è, dice, la prima risurrezione, e certamente, perché noi risorgiamo attraverso il Battesimo; ed insegnare poi la penitenza dopo il battesimo, come dice l’Apostolo: « Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù » (Col. III, 2). Ed anche: « come vivi tornati dai morti » (Rm. VI, 13), perché il peccato è la morte, come dice l’Apostolo stesso: « Anche voi eravate morti per le vostre colpe ed i vostri peccati » (Ef. II, 1). Beato e santo è colui che partecipa alla prima risurrezione, chi è stato fedele al Battesimo in cui è rinato. Come in questa vita la prima morte è prodotta dai peccati, così la prima risurrezione è prodotta in questa vita dal perdono dei peccati. La seconda morte non ha alcun potere su di loro: non avranno cioè i tormenti eterni. Saranno sacerdoti di Dio e di Cristo e regneranno con lui per mille anni. In questi mille anni ci si riferisce a questo mondo, non al mondo eterno, dove regneranno con Cristo senza fine. Mille è un numero perfetto, e anche se si dice che sia un numero perfetto, crediamo che avrà una fine. Nello scrivere queste cose lo Spirito ha mostrato che la Chiesa avrebbe regnato per mille anni, cioè fino alla fine di questo mondo.

TERMINA LA SPIEGAZIONE

INIZIA CON LA LIBERAZIONE DEL DIAVOLO E DELLA SUA CUSTODIA.

(Ap. XX, 7-8)

Et cum consummati fuerint mille anni, solvetur satanas de carcere suo, et exibit, et seducet gentes, quæ sunt super quatuor angulos terræ, Gog, et Magog, et congregabit eos in prœlium, quorum numerus est sicut arena maris. Et ascenderunt super latitudinem terræ, et circuierunt castra sanctorum, et civitatem dilectam.

(E compiti i mille anni, satana sarà sciolto dalla sua prigione, e uscirà, e sedurrà le nazioni che sono nei quattro angoli della terra, Gog e Magog, e le radunerà a battaglia, il numero delle quali è come la rena del mare. E si stesero per l’ampiezza della terra, e circondarono gli accampamenti dei santi e la città diletta.).

TERMINA LA STORIA

SPIEGAZIONE DELLA STORIA DESCRITTA IN PRECEDENZA

[6] Quando i mille anni saranno passati, satana sarà liberato dalla sua prigione. Ha detto “quando sono finiti”, esprimendo la parte per il tutto: perché non ha detto nel senso esatto che gli anni finiranno quando se ne conteranno mille, e che satana sarà liberato con tutte le sue forze quando l’Anticristo entrerà nel suo involucro, cosicché resteranno i tre anni e sei mesi dell’ultimo combattimento, ma da questo tropo si dice giustamente e sinceramente finito il tempo, e non dobbiamo considerare come pochi il resto dei Santi, che nelle Sacre Scritture si contano essere trecento, e che sono contenuti nella lettera greca tau: sono solo quelli che l’Anticristo non può superare, quelli che giustamente credono che la Santa Trinità sia un solo Dio, e che negli ultimi tempi hanno confessato con cuore puro davanti agli uomini, che il Figlio di Dio è nato dalla gloriosissima Vergine, e che con l’occhio retto della loro intenzione hanno guardato la sua croce che, come detto, è rappresentata da questa lettera “tau”. Allo stesso modo infatti Gedeone con trecento uomini sconfisse i Madianiti, ora considerati come demoni: i trecento sono una figura della croce. E avverte quanto pochi siano i santi al tempo dell’Anticristo, perché Dio vuole chiamarli in un’ora dell’anno. L’anno ha dodici mesi, quattro stagioni: primavera, estate, autunno ed inverno, trecento sessantacinque giorni e un quarto; le ore sono quattromilatrecentoottantatre. Osservate cosa dice: di tante ore dell’anno, i Santi sono stati chiamati solo in un’ora dell’anno; e delle ore destinate ai peccatori, ne rimangono quattromilatrecentottantadue. Considerate la grande differenza tra questo numero e l’altro. Il giorno ha dodici ore (Gv. XI, 9): i Santi sono chiamati in una delle dodici ore del giorno, e rimangono, di tutto il ciclo dell’anno, trecentosessantaquattro giorni ed undici ore, che sono assegnate alla parte dei peccatori. Quindi da questa figura si comprende quanto sia piccolo quel gregge a cui il Signore ha promesso di dare in eredità il regno dei cieli (Lc. XII). E in quest’anno od in una sola ora dell’anno si deve anche sapere che sono compresi i peccatori o le persone giuste di tutti i tempi, cioè dall’inizio fino alla fine del mondo, quando queste cose si realizzeranno, quando con tutte le sue energie il diavolo sarà liberato e combatterà apertamente contro la Chiesa; e proprio poco prima che la Chiesa torni nella pace, in quell’ora la lotta sarà evidente; e allora egli farà suoi alleati, attraverso il marchio, coloro che già in precedenza in vita possedeva, attraverso i vizi, secondo quanto dice: e andrà a sedurre le nazioni dei quattro angoli della terra, Gog e Magog. Ha detto qui “sedurre”, cioè perdere e portare con sé alla perdizione; cioè tutti i malvagi, che ha sedotto dai quattro angoli della terra, riuniti insieme a lui nella sua perdizione, rendendoli schiavi delle torture eterne. Gog significa “tetto”; e Magog, della “stessa opinione o tetto”. Essi sono tutti quelli che egli ha sedotto, o ha portato alla caduta per il loro orgoglio, o li ha innalzati al tetto della vanità, o che sono stati partecipi della sua stessa dottrina, o sono giunti in cima alla loro superbia: per questi arriverà la stessa perdizione ed il fuoco eterno. E quando dice li radunerà per la guerra, descrive il futuro nel passato, perché in latino il futuro ha lo stesso suono del preterito: in un certo senso infatti, c’è guerra quando i malvagi combattono e perseguitano coloro che vivono con buoni costumi. E quanto è grande il numero dei cattivi! Tanto che non si possono contare per il loro numero, ed ecco perché ha aggiunto: numerosi come la sabbia del mare. Marciarono su tutta la superficie della terra e cinsero d’assedio l’accampamento dei santi e la città diletta. – Elevati nella superbia, gli empi ascesero in altitudine, ma trattenuti ad un’altezza solo terrena; perché nulla conoscono del celeste. Non temono alcun potere dell’altezza celeste. E cinsero d’assedio l’accampamento dei santi: perché vogliono restare in compagnia dei Santi. Ma in essi si adempie la profezia del profeta, che dice: « Ritornano a sera e ringhiano come cani, si aggirano per la città » (Psal. LVIII, 7), cioè la Chiesa, che egli chiama qui “diletta”. Si dice che siano riuniti, ma si diffonderanno ai quattro angoli della terra. Per questo si dice che saranno riuniti, riuniti cioè nel loro orgoglio con tutto lo sforzo della loro anima contro la Chiesa, perché ogni popolo si riunirà nell’assedio della città santa della Chiesa, quando l’Anticristo strapperà tre delle dieci corna della bestia: distruggerà cioè tre regni, il re d’Egitto, il re d’Etiopia e il re della Libia, cioè dell’Africa. Egli sottometterà al vassallaggio i sette re rimanenti e con loro sterminerà il mondo intero. Allo stesso modo di come sappiamo che, dopo la passione di nostro Signore Gesù Cristo, tutti i martìrii della terra sono stati compiuti da dieci re: cioè: Nerone, Domiziano, Traiano, Severo, Massimino, Decio, Valeriano, Aureliano, Diocleziano e Massimiliano, che sono le dieci corna della bestia; e di quei dieci, sette sono i  maggiori, che abbiamo precedentemente chiamato le sette teste; affinché possiamo considerare l’Anticristo tra i dieci re, come lo erano nell’Impero Romano, così che alla fine nell’Impero Romano, tra i dieci, l’Anticristo sarà l’undicesimo e, uccisi i tre che abbiamo detto, regnerà su tutto il mondo con gli altri sette; ed egli sarà l’ottavo, che nella bestia con sette teste, che abbiamo detto sopra, era un ottavo, che sembrava essere ucciso, ed è quella testa che è stata da sempre occultata nella Chiesa dai suoi falsi profeti sotto il nome di Cristo. Attraverso questa testa, egli ha finto di riconoscere Cristo, con il cui nome fa dei Santi i suoi compagni; e così tanto grande sarà l’ignominia, che certamente pochi Santi sapranno che egli è l’Anticristo. Eppure lo riconosceranno solo perché andrà a realizzare la circoncisione. Perché all’inizio non imiterà i Santi nell’adorazione degli idoli ma, per la legge di Mosè, osserverà la circoncisione; e fingerà di essere così santo da non bere vino, né unirsi a donne; non avrà le ricchezze di questo mondo, ma darà tutto a coloro che sono sedotti, come si dice nel Vangelo per bocca dello stesso Anticristo: tutto questo è mio, e lo darà a chi voglio (Lc. IV, 52).  D’ora innanzi ci saranno una casa di cinque persone e staranno divisi due contro tre (Lc. XII, 52), cioè il padre, la madre, il figlio, la figlia e la nuora. Cinque sono coloro che dividerà la persecuzione; mentre alcuni credono in Cristo, altri lo negano, perché quando verrà l’Anticristo predicherà le due tavole dell’Antico Testamento; Cristo invece predica la Trinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Alcuni crederanno nell’Anticristo, altri in Cristo. E così le due tavole saranno divise dalle tre (Trinità). E i tre saranno divisi dai due: e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua stessa casa (Mt. X, 36). Cercheranno di perseguitarli, affinché credano all’Anticristo, quando il padre dirà al figlio o il figlio al padre: Ti prego, abbi pietà di te stesso, se non vuoi morire; ascoltalo, adoralo, soprattutto quando si sa che tutte le cose del mondo sono sue, ed egli le dà a chi vuole. Cosicché in questo ognuno acconsente alle proprie inclinazioni. Acconsente al suo nemico quando per sua istigazione si separa da Cristo per accettare l’Anticristo. Allora si adempirà ciò che il Signore ha detto: che coloro che sono in Giudea fuggano sui monti (Mt. XXIV, 16); cioè che coloro che sono in Giudea si radunino in quel luogo preparato, per rifugiarsi per tre anni e sei mesi, lontano dalla presenza del diavolo. Si riferisce alla Chiesa Cattolica, alla quale negli ultimi tempi crederanno in centoquarantaquattromila per mezzo della predicazione di Elia. Ma del restante popolo ancor vivo alla venuta del Signore, saranno salvati dal suo potere, solo pochi Santi ritirati dall’Arabia, dove ci sono Edom e Moab, e la stirpe dei figli di Ammon, cioè gli Idumei, i Moabiti e gli Ammoniti. Ove ci sono luoghi inaccessibili, lì i santi fuggiranno, e lì si nasconderanno quelli che Cristo troverà vivi nella loro carne. E non solo in Arabia, perché anche in altri luoghi si seguirà l’esempio di questi Santi, poiché ovunque ci sono luoghi inaccessibili ci sono Santi; e non solo fuggiranno dai malvagi con le loro anime, ma migreranno verso grotte inaccessibili anche con i loro corpi. Infatti come ai tempi dei martiri pensiamo che molti Padri si salvarono per mezzo di questi rifugi, così si immagina che ai tempi dell’Anticristo molti saranno salvati grazie a questi luoghi inaccessibili. Leggiamo che Antioco, che prefigura l’Anticristo, compì quasi tutte quelle cose che l’Anticristo compirà, e che, come si dice in Daniele, i Santi riceveranno poco aiuto in quel momento (Dan. XI, 34). – I nostri interpretano così il piccolo aiuto, in quanto i Santi riuniti si opporranno a lui e avranno poco aiuto, e poi tra i dotti alcuni soccomberanno, e questo accadrà perché gli eletti scelti siano purificati come in un forno e resi candidi fino al tempo della fine: infatti la vera Vittoria sarà alla venuta di Cristo. Anche in Daniele: un tempo, due tempi e mezzo tempo (Dan. XII, 7), sono i tre anni e mezzo del regno dell’Anticristo. E ancora: sette tempi passeranno su di te (Dan. IV, 22), cioè sette anni. E contando dal momento in cui viene abolito il sacrificio perpetuo, e viene istituito l’abominio della desolazione: milleduecentonovanta giorni. Questi milleduecentonovanta giorni sono appunto i tre anni e mezzo in cui regnerà l’Anticristo. E anche in Daniele [si dice]: « Beato chi aspetterà con pazienza e giungerà a milletrecentotrentacinque giorni », (Dan. XII, 12), perché questi sono i giorni assegnati come numero; e se – questo non accada – si totalizzassero tutti questi giorni nel regno, nessun Santo si potrebbe salvare da vivo. Ma di questi milletrecentotrecentotrentacinque giorni ne saranno interdetti quarantacinque, e ne resteranno milleduecento novanta per regnare. Questi giorni saranno abbreviati dagli eletti. Il Signore ha detto di questo nel Vangelo: « E se quei giorni non fossero abbreviati, nessun vivente si salverebbe; ma a causa degli eletti quei giorni saranno abbreviati » (Mt. XXIV, 22). Sono gli eletti del Signore coloro per i quali saranno abbreviati quei giorni: quelli che poi fuggendo dalla presenza [dell’anticristo], ripareranno nei luoghi segreti. Dopo di ché l’anticristo, trascorsi i millenovecentonovanta giorni, sarà ucciso sul monte santo, cioè sul monte degli Ulivi. Ed infatti si dice: “Beato chi sa aspettare, e raggiunge i mille trecento trentacinque giorni, cioè: beato chi, ucciso l’anticristo, aspetta i quarantacinque giorni del tempo stabilito, quando il Signore e Salvatore verrà nella sua maestà, perché Cristo lo trovi vivo nella sua carne. Alla fine l’Impero Romano sarà distrutto, impero del quale, si era detto che, come quarto regno, aveva i piedi come di ferro.

TERMINA LA SPIEGAZIONE

INIZIA CON IL DIAVOLO, LA BESTIA E IL FALSO PROFETA

(Ap. XX, 9-10)

Et descendit ignis a Deo de cælo, et devoravit eos : et diabolus, qui seducebat eos, missus est in stagnum ignis, et sulphuris, ubi et bestia et pseudopropheta cruciabuntur die ac nocte in sæcula sæculorum.

(E dal cielo cadde un fuoco (spedito) da Dio, il quale li divorò: e il diavolo, che li seduceva, fu gettato in uno stagno di fuoco e di zolfo, dove anche la bestia, e il falso profeta saranno tormentati dì e notte pei secoli dei secoli.).

TERMINA LA STORIA

SPIEGAZIONE DELLA STORIA DESCRITTA IN PRECEDENZA

[7] Ma un fuoco sceso dal cielo: cioè il fuoco è sceso dalla Chiesa e li ha divorati. Questo è il fuoco che aveva detto uscire dalla bocca dei testimoni, cioè dalla Legge e dal Vangelo, di cui il Signore aveva detto: « forse lo condanno io? la parola che ho annunziato lo condannerà » (S. Giov. XII, 48). Questo è il fuoco che il Signore fece cadere dal cielo quando Lot lasciò Sodoma. E ha divorato i suoi nemici. Così nell’ultimo giorno non farà piovere fuoco su di loro, ma riuniti alla sua presenza e condannati li getterà nel fuoco eterno. Questo fuoco che – dice – scende dal cielo, avverrà al tempo dell’Anticristo quando, perseguitando la Chiesa, saranno condannati con maggior rigore proprio per i mali provocati alla Chiesa. E il diavolo, il loro seduttore, fu gettato nel lago di fuoco e di zolfo, dove si trovavano la bestia e il falso profeta. Si è cercato di oscurare con scaltrezza la comprensione [di questa sequenza], perché si potesse credere che, secondo quanto diceva la bestia ed il falso profeta, fosse condannato e gettato nel lago di fuoco solo il diavolo, e questo dopo i mille anni dalla condanna della bestia e del falso profeta. Ma quello che si è detto, dopo mille anni, si riferiva alla bestia nella sua totalità, e non solo alla condanna di una parte della bestia: infatti quando Cristo verrà per il giudizio, troverà viva questa bestia. così la bestia ed il falso profeta sono morti dacché il Signore ha patito, e vengono gettati nel fuoco, finché non si compiano i mille anni, fino alla venuta del Signore. Notate quello che ha detto, … per il quale aveva astutamente oscurato la comprensione. Aveva detto, infatti, che il diavolo, il suo seduttore, era stato gettato nel lago di fuoco, dove si trovavano di già la bestia ed il falso profeta: quindi erano stati gettati nell’inferno dapprima la bestia ed il falso profeta e solo dopo il diavolo, il loro seduttore; e questo ne aveva oscurato la comprensione. Questo gettare all’inferno si fa dalla prima venuta del Signore fino alla sua seconda, per cui prima vengono gettati in esso la bestia ed il falso profeta, perché in ogni momento muoiono persone malvagie e sacerdoti malvagi, che sono la bestia ed il falso profeta, mentre il diavolo, che li seduce sempre, sarà anche lui solo alla fine punito finendo là dove si trovano già tutti quelli ivi gettati in precedenza. Ma il tempo trascorso dalla passione del Signore in poi fino ad ora, lo descrive proprio adesso: infatti da quando è venuto Cristo, fino ad oggi, la bestia è stata gettata nel fuoco; e dopo aver compiuto il suo tempo, il diavolo, il suo seduttore, sarà gettato nel lago di fuoco e di zolfo, dove la bestia e il falso profeta saranno tormentati giorno e notte nei secoli dei secoli. È questa la liberazione di cui parlava sopra: allora deve essere liberato per un breve periodo di tempo (Ap. XX, 3). Il poco tempo è posto in luogo dei tre anni e sei mesi, in modo che nel suo inganno periscano il seduttore con i sedotti.

TERMINA IL LIBRO UNDECIMO

COMMENTARIO ALL’APOCALISSE DI BEATO DI LIEBANA (18)

COMMENTARIO ALL’APOCALISSE DI BEATO DI LIEBANA (16)

INIZIA IL LIBRO DECIMO

LA CITTÀ DEL DIAVOLO

(Apoc. XVIII, 1-20)

Et post hæc vidi alium angelum descendentem de cœlo, habentem potestatem magnam: et terra illuminata est a gloria ejus. Et exclamavit in fortitudine, dicens: Cecidit, cecidit Babylon magna: et facta est habitatio dæmoniorum, et custodia omnis spiritus immundi, et custodia omnis volucris immundæ, et odibilis:  quia de vino iræ fornicationis ejus biberunt omnes gentes: et reges terrae cum illa fornicati sunt: et mercatores terræ de virtute deliciarum ejus divites facti sunt.  Et audivi aliam vocem de caelo, dicentem: Exite de illa populus meus: ut ne participes sitis delictorum ejus, et de plagis ejus non accipiatis. Quoniam pervenerunt peccata ejus usque ad caelum, et recordatus est Dominus iniquitatum ejus. Reddite illi sicut et ipsa reddidit vobis: et duplicate duplicia secundum opera ejus: in poculo, quo miscuit, miscete illi duplum. Quantum glorificavit se, et in deliciis fuit, tantum date illi tormentum et luctum: quia in corde suo dicit: Sedeo regina : et vidua non sum, et luctum non videbo. Ideo in una die venient plagæ ejus, mors, et luctus, et fames, et igne comburetur: quia fortis est Deus, qui judicabit illam. Et flebunt, et plangent se super illam reges terrae, qui cum illa fornicati sunt, et in deliciis vixerunt, cum viderint fumum incendii ejus: longe stantes propter timorem tormentorum ejus, dicentes: Væ, væ civitas illa magna Babylon, civitas illa fortis: quoniam una hora venit judicium tuum. Et negotiatores terræ flebunt, et lugebunt super illam: quoniam merces eorum nemo emet amplius: merces auri, et argenti, et lapidis pretiosi, et margaritae, et byssi, et purpuræ, et serici, et cocci (et omne lignum thyinum, et omnia vasa eboris, et omnia vasa de lapide pretioso, et aeramento, et ferro, et marmore, et cinnamomum) et odoramentorum, et unguenti, et thuris, et vini, et olei, et similae, et tritici, et jumentorum, et ovium, et equorum, et rhedarum, et mancipiorum, et animarum hominum. Et poma desiderii animae tuae discesserunt a te, et omnia pinguia et præclara perierunt a te, et amplius illa jam non invenient. Mercatores horum, qui divites facti sunt, ab ea longe stabunt propter timorem tormentorum ejus, flentes, ac lugentes, et dicentes: Væ, væ civitas illa magna, quae amicta erat bysso, et purpura, et cocco, et deaurata erat auro, et lapide pretioso, et margaritis: quoniam una hora destitutæ sunt tantæ divitiæ, et omnis gubernator, et omnis qui in lacum navigat, et nautae, et qui in mari operantur, longe steterunt, et clamaverunt videntes locum incendii ejus, dicentes: Quæ similis civitati huic magnæ? et miserunt pulverem super capita sua, et clamaverunt flentes, et lugentes, dicentes: Væ, væ civitas illa magna, in qua divites facti sunt omnes, qui habebant naves in mari de pretiis ejus: quoniam una hora desolata est. Exsulta super eam cœlum, et sancti apostoli, et prophetæ: quoniam judicavit Deus judicium vestrum de illa.

(E dopo di ciò vidi un altro Angelo, che scendeva dal cielo, e aveva grande potestà: e la terra fu illuminata dal suo splendore. E gridò forte, dicendo: È caduta, è caduta Babilonia la grande: ed è diventata abitazione di demoni, e carcere di ogni spirito immondo, e carcere di ogni uccello immondo e odioso: Perché tutte le genti bevettero del vino dell’ira della sua fornicazione: e i re della terra fornicarono con essa: e i mercanti della terra si sono arricchiti dell’abbondanza delle sue delizie. E udii un’altra voce dal cielo, che diceva: Uscite da essa, popolo mio, per non essere partecipi dei suoi peccati, né percossi dalle sue piaghe. Poiché i suoi peccati sono arrivati sino al cielo, e il Signore si è ricordato delle sue iniquità. Rendete a lei secondo quello che essa ha reso a voi: e datele il doppio secondo le opere sue: mescetele il doppio nel bicchiere, in cui ha dato da bere. Quanto si glorificò e visse nelle delizie, altrettanto datele di tormento e di lutto, perché dice in cuor suo: Siedo regina, e non sono vedova: e non vedrò lutto. Per questo in uno stesso giorno verranno le sue piaghe, la morte, e il lutto, e la fame: e sarà arsa col fuoco: perché forte è Dio, che la giudicherà. E piangeranno e meneranno duolo pei lei i re della terra, i quali fornicarono con essa e vissero nelle delizie, allorché vedranno il fumo del suo incendio: Stando da lungi per tema dei suoi tormenti, dicendo: Ahi, ahi, Babilonia, la città grande, la città forte: in un attimo è venuto il tuo giudizio. – E i mercanti della terra piangeranno e gemeranno sopra di lei: perché nessuno comprerà più le loro merci: le merci d’oro, e di argento, e le pietre preziose, e le perle, e il bisso, e la porpora, e la seta, e il cocco, e tutti i legni di tino, e tutti i vasi d’avorio, e tutti i vasi di pietra preziosa, e di bronzo, e di ferro, e dì marmo, e il cinnamomo, e gli odori, e l’unguento, e l’incenso, e il vino, e l’olio, e il fior di farina, e il grano, e ì giumenti, e le pecore, e i cavalli, e i cocchi, e gli schiavi, e le anime degli uomini. E i frutti desiderati dalla tua anima se ne sono partiti da te, e tutte le cose grasse e splendide sano perite per te, e non si troveranno mai più. I mercanti di tali cose che da essa sono stati arricchiti, se ne staranno alla lontana per tema dei suoi tormenti, piangendo, e gemendo, e diranno: Ahi, ahi, la città grande, che era vestita di bisso, e di porpora, e di scarlatto, ed era coperta d’oro, e di pietre preziose, e di perle: Come in un mattimo sono state ridotte al nulla tante ricchezze. E tutti i piloti, e tutti quei che navigano pel lago, e i nocchieri, e quanti trafficano sul mare, se ne stettero alla lontana, e gridarono guardando il luogo del suo incendio, dicendo: Qual città vi fu mai simile a questa grande città? E si gettarono polvere sul capo, e gridarono piangendo e gemendo: Ahi, ahi la città grande, delle cui ricchezze si fecero ricchi quanti avevano navi sul mare, in un attimo è stata ridotta al nulla. Esulta sopra di essa, o cielo, e voi, santi Apostoli e profeti: perché Dio ha pronunziato sentenza per voi contro di essa.).

TERMINA LA STORIA

SPIEGAZIONE DELLA STORIA DESCRITTA IN PRECEDENZA

[1] Dopo ciò, vidi un altro angelo discendere dal cielo con grande potere e la terra fu illuminata dal suo splendore. Gridò a gran voce: “È caduta, è caduta Babilonia la grande ed è diventata covo di demoni, carcere di ogni uccello impuro e spirito immondo. L’angelo che dice di essere sceso dal cielo è riferito a nostro Signore Gesù Cristo incarnato e unito al corpo della sua Chiesa. La città di Babilonia è la donna di cui abbiamo detto sopra, è la bestia ed i re della terra, cioè la città del diavolo, che è diventata dimora di demoni e di ogni tipo di uccelli immondi. Se tutto il mondo non fosse questa città del diavolo, sarebbe mai stata in grado una sola città di condurre materialmente in essa tutti i demoni, e riunire tutti gli uccelli nella sua distruzione? Ma questa città è appunto il mondo intero. Perché non c’è città che possa contenere tutti gli spiriti immondi, se non la città del diavolo, dove è contenuta tutta l’immondizia del mondo. Poi dice: Perché tutte le nazioni hanno bevuto del vino della sua sfrenata prostituzione, i re della terra hanno fornicato con essa: vale a dire imitandosi l’un l’altro nel male, perché non c’è altri con cui peccano i malvagi. E i mercanti della terra sono diventati ricchi grazie al loro sfrenato lusso: non si riferisce qui alle ricchezze materiali, ma ai peccati, perché nulla rende più poveri che ricchi l’abbondanza di lussuria. Come le azioni dei giusti sono chiamate ricchezze, così le azioni dei malvagi sono chiamate le ricchezze di cose. Poi ho sentito un’altra voce dal cielo che diceva: “Uscite da essa, popolo mio, affinché non diventiate partecipi dei suoi peccati e  non vi facciate contagiare dalle sue piaghe“. Si insegna qui nella maniera più chiara che Babilonia è divisa in due parti: il popolo di Dio ed il popolo del diavolo, quella esterna e quella intestina, dalla quale, protetto da Dio in modo manifesto, discenderà anche il popolo santo, che sempre da essa discende spiritualmente e con l’anima, e ne esce osservando l’adempimento dei comandamenti di Dio, come diceva Isaia: « … fuori, fuori, uscite di là! Non toccate niente d’impuro. Uscite da essa, purificatevi, voi che portate i vasi del Signore! » (Is LII, 11). Portano i vasi del Signore coloro che custodiscono le loro anime da ogni macchia di iniquità. E affinché non facciano nulla di male in parole, opere o pensieri, si raccomanda di non toccare nulla di impuro, e si invita poi all’uscita da Babilonia. Ma in una casa nobile non ci sono solo vasi di oro e di argento, ma anche di legno e di argilla. E alcuni sono per usi nobili e altri per usi vili. Perciò, se qualcuno è purificato da questi mali, sarà un vaso santificato per un uso nobile al Signore, e preparato per ogni opera buona (2 Tm. II, 20-22). E quanto dice con: “Non diventate partecipi dei loro peccati e non vi contaminate con le loro piaghe, è perché non facciano quello che quelli fanno, perché è scritto: « Il giusto, anche se muore prematuramente, troverà riposo » (Sap. IV, 7). Ma come può il giusto non essere complice del peccato, né trascinato all’ingiù con i malvagi nella caduta della città, se non si realizza la netta separazione dalla città del diavolo, che vuole imporre il marchio della bestia insidiando la Chiesa? – Infatti chiunque porta il marchio della bestia, è complice dei malvagi, quando compie con essi opere di malvagità. Come è stato spesso detto, Babilonia deve essere intesa secondo i testi, o come il tutto per la parte, o come la parte per il tutto: perché a volte la parte è intesa come il tutto, altre volte  il tutto come la parte. Come per i tre giorni in cui il Signore è stato all’inferno, anche se non erano tre giorni completi, noi li intendiamo come se fossero stati tre giorni completi. Così anche ora Babilonia si riferisce a quella parte dalla quale il popolo è uscito. Ora quella parte è il mondo intero, perché all’interno della Chiesa abbiamo detto che ci sono due popoli: una parte è di Dio e l’altra parte, che si chiama Babilonia, è del diavolo,. E poiché è separata dalla Chiesa, si dice che essa diventa complice dei pagani di tutto il mondo. Anche se alcune cose sono state dette in questo modo, non credo però che si debba intendere che possano accadere anche in forma materiale, di modo che si vedano chiaramente; ecco perché diciamo queste cose in senso spirituale. È necessario che il giorno del Signore giunga repentinamente, perché altrimenti, ai gaudenti da mezzo ai quali la Chiesa esce, non giungerebbe improvviso se vedessero avvenire apertamente in futuro la serie dei dieci re, la distruzione della città di Babilonia, e la venuta di Elia. E rammentiamo che in questo stesso periodo ciò non può accadere in modo materiale, per cui abbiamo detto queste cose in senso spirituale, e quindi i dieci re e la distruzione di Babilonia devono essere compresi come presenti già fin da oggi, cioè nel tempo presente; infatti coloro che hanno la loro speranza in questo mondo proclamano che la serie dei dieci re e la venuta di Elia avverrà in futuro, perché non considerano Babilonia nella propria distruzione, dal mezzo della quale si dice “Uscite, popolo mio, da Babilonia per non associarvi ai suoi peccati e non ricevere parte dei suoi flagelli. Perché i suoi peccati si sono accumulati fino al cielo e Dio si è ricordato delle sue iniquità. Pagatela con la sua stessa moneta, retribuitele il doppio dei suoi misfatti. Versatele doppia misura nella coppa con cui mesceva. Tutto ciò che ha speso per la sua gloria e il suo lusso, restituiteglielo in tanto tormento e afflizione. Dio dice al suo popolo: datele come essa ha dato. E quando i malvagi si levano contro la Chiesa, muoiono in due modi: in primo luogo, perché rendono il male per il bene; in secondo luogo, perché nel giudizio saranno separati dalla Chiesa e pertanto doppiamente tormentati e annientati. Dalla Chiesa escono per il mondo piaghe visibili ed invisibili. Poiché diceva in cuor suo: Io seggo regina, vedova non sono e lutto non vedrò; per questo, in un solo giorno, verranno su di lei questi flagelli: morte, lutto e fame; sarà bruciata dal fuoco. Se in un giorno morirà e sarà consumata dal fuoco, chi sarà il vivente che piange i morti? O quale può essere la fame di un solo giorno? Ma “un giorno” è inteso come un breve periodo di tempo in cui essi saranno tormentati spiritualmente e materialmente. Dice che si siede come una regina perché pensa di vivere tra molte delizie; invece, la Chiesa in questo mondo è chiamata vedova perché suo marito – Cristo -, che la difenderà nel processo, è assente. Poiché il Signore Dio che l’ha condannata è potente, piangeranno e si affliggeranno per essa i re della terra che hanno commesso fornicazione con essa. Chi sono i re che piangeranno davanti a questa [città] distrutta se non essi stessi che sono distrutti? Infatti quello che è la città, lo stesso sono anche i re; perché quando la carne muore, l’anima diviene prigioniera dell’inferno. Poi si dice che la città è stata distrutta, perché piangono non già per il rimorso di chi pecca con essa, ma per la mancanza del sostentamento stesso. Quando vedono il fumo delle sue fiamme, … questa è la prova della loro perdizione. Infatti quando operano il male, benché vivano nella carne, si crede che siano morti nell’anima. E non appare ancora nella loro condotta il fuoco futuro, bensì il fumo dello stesso fuoco. Perché il fumo precede il fuoco. Cos’altro è l’annientamento e la distruzione del mondo se non il fumo dell’inferno già imminente? Rimarranno a distanza, inorriditi dal suo supplizio: rimarranno a distanza, non con il loro corpo, ma con la loro anima, quando ognuno teme gli accada ciò di cui vede l’altro soffrire, sia per mezzo della calunnia che della violenza. E diranno: Ahimè, ahimè, grande città, Babilonia, città possente, in un’ora è arrivata la tua condanna! Lo Spirito dice il nome della città, ma essi piangono il mondo che sarà completamente spazzato via in poco tempo, e tutta la sua opulenza sarà distrutta. I mercanti della terra piangono e si lamentano per essa. Sono gli stessi mercanti della città che piangono per essa, anche se piangono in realtà per se stessi. Perché nessuno compra più le loro mercanzie. Carichi d’oro e d’argento, e di ferro, e di cinnamomo, e di ogni tipo di profumo, e di grano, di bestie da soma e di pecore, si sono allontanati da te e non appariranno mai più. Sono finiti – dice – per voi e non appariranno mai più. Ha detto in doppio senso che quando il mondo finirà, questi carichi finiranno; infatti si riferisce alla distruzione futura o al fatto che alla fine, ognuno di essi venga spogliato dei beni, benché abbondanti (il testo latino usa il verbo utantur, invece, crediamo, di expoliantur.): e quando la città viene distrutta, non si direbbe che sono finiti per voi, ma che sono finiti per essa, perché si può parlare solo con uno che sia vivo. Perciò è chiaro che ai viventi in questo mondo si dice: … sono finiti per voi, e non alla città distrutta. I mercanti di queste cose, quelli che ne sono diventati ricchi, se ne staranno lontani, piangendo e lamentandosi dicendo: Ahimè, ahimè, grande città! Essi stessi sono i mercanti e la grande città: infatti quando fanno il male, si dice che siano mercanti: e più peccano, maggiore è la ricchezza della loro malvagità che possiedono.E questa città, che in futuro brucerà, si sta preparando al fuoco già da ora in questo mondo; e si dice che già ora brucia spiritualmente nell’anima, così come più tardi sarà bruciata corporalmente da questo cumulo di peccati. Ammantata di bisso, di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle! Sono gli uomini che si adornano di queste cose, non la città; perciò piangono per se stessi per quando morranno e verranno privati dei loro beni. Perché in un’ora tante ricchezze sono andate distrutte, e tutti i capitani, e quelli che navigano sulle navi, e i marinai, e quelli che sono impegnati nelle fatiche del mare, si sono allontanati e gridavano alla vista del fumo delle loro fiamme. Potevano forse tutti i capitani e i marinai, e tutti quelli che operano il male, essere presenti in un’ora per vedere l’incendio della città? In tutte queste citazioni, ci si riferisce a tutti coloro che amano il mondo e a coloro che coltivano e lavorano in questo mondo, allorquando sono impegnati in un lavoro malvagio. Per questo sperano il male: si dice che temano per se stessi, mentre contemplano la distruzione della loro speranza. E colui che dice: di coloro che navigano sulle navi, non si riferisce letteralmente alle navi, se non in senso spirituale, a qualsiasi nave che acquisti beni nel mondo. Dicendo: Chi è come la grande città? Vuol dire, che non è possibile che il mondo si ristabilisca nel suo primitivo stato… e gettano polvere sulle loro teste. Le loro teste sono i loro principi, per i quali si gloriano di essere ricchi, ed alla cui presenza accadono queste cose, riprovando così i meriti dei principi. E gridavano, piangendo e lamentandosi, ahimè, ahimè, quella grande città, delle cui ricchezze si sono arricchiti tutti coloro che avevano le navi in mare: che in un’ora si sono distrutte! Rallegratevi per lei, Cielo, e i vostri santi Apostoli e Profeti, perché Dio farà giustizia nel giudizio contro di lei. Abbiamo detto molte volte che il mare si riferisce a questo mondo, e l’opulenza di coloro che “hanno navi nel mare” sono tutti coloro che amano questo mondo, e che in questa città in un’ora sono stati rovinati, perché in un giorno subiranno la fine di questo mondo. L’ora si riferisce alla fine, che non dubitiamo sia tutto il tempo di questo mondo, come è scritto: « è giunta l’ultima ora » (1 Gv. II, 18). Il cielo e i santi Apostoli e i Profeti esultano insieme in un’unica città, o è una sola città che perseguita il mondo intero e perseguitò i servi di Dio, in modo che desolata, si vendichi di tutti? No, ma quella città è il mondo nella sua totalità e sono coloro che si sono insediati nella prevaricazione del maligno: questa è la città chiamata città del diavolo.

TERMINA

DELLA STESSA CITTÀ  DEL DIAVOLO

(Ap. XVIII, 21-24)

Et sustulit unus angelus fortis lapidem quasi molarem magnum, et misit in mare, dicens: Hoc impetu mittetur Babylon civitas illa magna, et ultra jam non invenietur.  Et vox citharœdorum, et musicorum, et tibia canentium, et tuba non audietur in te amplius: et omnis artifex omnis artis non invenietur in te amplius: et vox molæ non audietur in te amplius: et lux lucernae non lucebit in te amplius: et vox sponsi et sponsae non audietur adhuc in te : quia mercatores tui erant principes terræ, quia in veneficiis tuis erraverunt omnes gentes. Et in ea sanguis prophetarum et sanctorum inventus est: et omnium qui interfecti sunt in terra.

(Allora un Angelo potente alzò una pietra come una grossa macina, e la scagliò nel mare, dicendo: Con quest’impeto sarà scagliata Babilonia, la gran città, e non sarà più ritrovata, e non si udirà più in te la voce dei suonatori dì cetra, e dei musici, e dei suonatori di flauto e di tromba: e non si troverà più in te alcun artefice dì qualunque arte: e non sì udirà più in te rumore di macina: e non rilucerà più in te lume di lucerna: e non sì udirà più in te voce di sposo e di sposa: perché i tuoi mercanti erano i principi della terra, perché a causa dei tuoi venefici furono sedotte tutte le nazioni. E in essa si è trovato il sangue dei profeti, e dei santi, e di tutti quelli che sono stati uccisi sulla terra).

TERMINA LA STORIA

SPIEGAZIONE DELLA STORIA DESCRITTA IN PRECEDENZA.

[2] Allora un Angelo potente sollevò una pietra come una macina e la gettò in mare, dicendo: “Con questa violenza Babilonia, la grande città, sarà gettata a terra, e non apparirà più“.  Ecco, la somiglianza del suo destino è nella pietra che è stata scagliata con violenza. E la voce dei citaredi, dei cantanti, dei flautisti e delle trombe non si sentirà più in te. Afferma che il piacere degli empi passa, e che non apparirà più; e ne aggiunge la ragione, dicendo: perché i vostri mercanti erano i grandi della terra, e cioè « perché avete ricevuto i beni nella vostra vita » (Lc. XVI, 25). Perché dalle tue malie tutte le nazioni sono state sedotte: è stato versato il sangue dei profeti, dei santi e di tutti coloro che sono stati uccisi sulla terra. È la stessa città che ha ucciso gli Apostoli, i profeti e tutti? Ma questa è la città in cui Caino ha versato il sangue del fratello e l’ha chiamata con il nome di suo figlio Enoch, cioè di tutti quelli della sua stirpe (Gen. IV, 17). Ma perché si rimprovera l’oblazione di Caino dei frutti della terra? Perché invece l’oblazione delle pecore e del loro grasso da parte di Abele è accettata? Dio distoglie lo sguardo dall’oblazione di Caino, perché non c’era carità in Caino; e se non ci fosse stata carità in Abele, Dio non avrebbe accettato neanche la sua oblazione. Nessuno pensi che Dio disprezzi i frutti della terra ed ami i frutti della pastorizia. Dio non volge gli occhi all’offerta, ma guarda al cuore; e di colui che vede offrire con carità, guarda con piacere il sacrificio; ma di chi vede che l’offerta è fatta con invidia, ritira gli occhi dal suo sacrificio. Nell’offrire entrambi il sacrificio, il fuoco è sceso sull’offerta di Abele, ma non sull’offerta di Caino. Queste sono le due città: l’una è di Dio e l’altra è del diavolo. Poi sono state descritte le sette generazioni di Caino. Nella edificazione della sua città, si sparge tutto il sangue dei giusti, dal sangue del giusto Abele fino al sangue di Zaccaria (Mt. XXIII, 35), cioè del popolo e del sacerdote, tra il santuario e l’altare: cioè tra il popolo e i sacerdoti. Non abbiamo avuto altro motivo di dire queste cose, se non quello di mostrare le due città. Ecco due figli nella stessa casa del padre e della madre: uno semplice che pasce umili pecore e le fa scorrazzare per i campi delle Scritture; l’altro costruisce la città, perché ha la sua speranza sulla terra, là dove fissa la dimora del suo corpo. Questa è la città che uccide i profeti e lapida coloro che le sono mandati. Questa è la città che si costruisce con il sangue, come sta scritto: Guai a chi costruisce la città con il sangue e prepara la città con l’ingiustizia! Forse son cose in conformità di Dio? E che cosa sia questa città, lo dimostra il Signore stesso, dicendo: « Udite questo, dunque, dottori della casa di Giacobbe, e governanti della casa d’Israele, che aborrite la giustizia e storcete quanto è retto, che costruite Sion sul sangue e Gerusalemme di cui siete i principi con il sopruso » (Mich. III: 10). In questa città ha descritto il lavoro di ciascuno, ed ha disposto che questo non avvenisse più in essa. Aggiungendo il motivo per cui sarebbe stata condannata: perché in lei – dice – fu trovato il sangue dei profeti e dei santi e di tutti coloro che sono stati uccisi sulla terra.

TERMINA

COMINCIA LA STORIA DELLA CITTÀ DI DIO.

(Ap. XIX, 1-10)

Post hæc audivi quasi vocem turbarum multarum in caelo dicentium: Alleluja: salus, et gloria, et virtus Deo nostro est: quia vera et justa judicia sunt ejus, qui judicavit de meretrice magna, quæ corrupit terram in prostitutione sua, et vindicavit sanguinem servorum suorum de manibus ejus. Et iterum dixerunt: Alleluja. Et fumus ejus ascendit in sæcula sæculorum. Et ceciderunt seniores viginti quatuor, et quatuor animalia, et adoraverunt Deum sedentem super thronum, dicentes: Amen: alleluja. Ex vox de throno exivit, dicens: Laudem dicite Deo nostro omnes servi ejus: et qui timetis eum pusilli et magni. Et audivi quasi vocem turbæ magnæ, et sicut vocem aquarum multarum, et sicut vocem tonitruorum magnorum, dicentium: Alleluja: quoniam regnavit Dominus Deus noster omnipotens. Gaudeamus, et exsultemus: et demus gloriam ei: quia venerunt nuptiæ Agni, et uxor ejus praeparavit se. Et datum est illi ut cooperiat se byssino splendenti et candido. Byssinum enim justificationes sunt sanctorum. Et dixit mihi: Scribe: Beati qui ad coenam nuptiarum Agni vocati sunt; et dixit mihi: Hæc verba Dei vera sunt. Et cecidi ante pedes ejus, ut adorarem eum. Et dicit mihi: Vide ne feceris: conservus tuus sum, et fratrum tuorum habentium testimonium Jesu. Deum adora. Testimonium enim Jesu est spiritus prophetiæ.

(Dopo di ciò udii come una voce di molte turbe in cielo, che dicevano: Alleluja: salute, e gloria, e virtù al nostro Dio: perché veri e giusti sono i suoi giudizi, ed ha giudicato la gran meretrice, che ha corrotto la terra colla sua prostituzione, ed ha fatto vendetta del sangue dei suoi servi (sparso) dalle mani di lei. E dissero per la seconda volta: Alleluia. E il fumo di essa sale pei secoli dei secoli. E i ventiquattro seniori e i quattro animali si prostrarono, e adorarono Dio sedente sul trono, dicendo: Amen: alleluja. E uscì dal trono una voce, che diceva: Date lode al nostro Dio voi tutti suoi servi: e voi, che lo temete, piccoli e grandi. E udii come la voce di gran moltitudine, e come la voce di molte acque, e come la voce di grandi tuoni, che dicevano: Alleluia: poiché il Signore nostro Dio onnipotente è entrato nel regno. Rallegriamoci, ed esultiamo, e diamo a lui gloria: perché sono venute le nozze dell’Agnello, e la sua consorte sì è messa all’ordine. E le è stato dato di vestirsi di bisso candido e lucente. Perocché il bisso sono le giustificazioni dei Santi. E mi disse: Scrivi; Beati coloro che sono stati chiamati alla cena delle nozze dell’Agnello: e mi disse: Queste parole di Dio sono vere. E mi prostrai ai suoi piedi per adorarlo. Ma egli mi disse: Guardati dal farlo: io sono servo come te e come i tuoi fratelli, i quali hanno testimonianza di Gesù. Adora Dio. Poiché la testimonianza di Gesù è lo spirito di profezia.)

TERMINA

COMINCIA LA SPIEGAZIONE DELLA STORIA DESCRITTA IN PRECEDENZA.

[3] Dopo ciò, udii come una voce potente di una folla immensa nel cielo che diceva: “Alleluia! Salvezza, gloria e potenza sono del nostro Dio; perché veri e giusti sono i suoi giudizi, egli ha condannato la grande meretrice che corrompeva la terra con la sua prostituzione, vendicando su di lei il sangue dei suoi servi!”. E per la seconda volta dissero: “Alleluia! Il suo fumo sale nei secoli dei secoli!”.  La Chiesa dirà tutto questo quando nel giorno del giudizio si sarà compiuta la separazione, e quando sarà vendicata nel modo più eclatante; sentiamo i Santi gioire per la condanna della città peccatrice, e li sentiamo lodare il Signore con il canto giubilare della lode.  Cos’altro è questa descrizione se non la punizione dei malvagi e la ricompensa dei buoni? Questo è ciò che dice pure Daniele: « .. si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna perché la vedano sempre » (Dan. XII, 2). Ecco perché si dice che il fumo della prostituzione si alzerà nei secoli dei secoli. Per indicare più chiaramente la gioia dei Santi, aggiunge: Allora i ventiquattro vegliardi e i quattro animali prostrarono e adorarono Dio, dicendo: Alleluia! I cuori dei Santi si sono inclinati al sentimento del buon amore, e per la gioia e la letizia delle promesse fatte si prostrarono davanti a Dio, dicendo nelle loro lodi: Alleluia! E una voce si levò dal trono dicendo: “Lodate il nostro Dio, tutti voi suoi servi e voi che lo temete, piccoli e grandi“. Infatti nessuna creatura può lodare Dio se non ha ricevuto dal trono di Dio il dono della lode, e se non ha udito la voce della santa ispirazione. E ho sentito il suono di una grande tromba (turba; alcuni codici del Nuovo Testamento dicono tubæ e altri dicono turbæ. Beato dice tubæ come Tyconius), e come il rumore di grandi acque, e il rumore di forti tuoni; e dicevano Alleluia! Perché il Signore nostro Onnipotente ha stabilito il suo regno. Con gioia e letizia rendiamogli gloria, perché sono giunte le nozze dell’Agnello, e la sua sposa è adorna. E le è stato concesso un abito di lino bianco splendente. Il lino sono le buone azioni dei Santi. Dopo aver ricevuto la grazia, dopo aver udito la voce dell’adorazione, si sono sentite voci nella moltitudine, e si sono sentiti come fragori di tuoni, che cantavano le lodi di Dio e gioivano, perché le nozze dell’Agnello erano arrivate. Questo avverrà nel giorno del giudizio, quando, dopo la fine del mondo, Egli avrà distrutto ogni principato e potestà, « e avrà consegnato il regno a Dio Padre, perché Dio sia tutto in tutti » (1 Cor. XV, 24 e 28), quando la sua sposa, cioè la Chiesa Cattolica, sarà unita a Lui con fede casta; della quale il beato Apostolo dice: « avendovi promessi ad un unico sposo, per presentarvi quale vergine casta a Cristo » (2 Cor. XI, 2). E il lino con cui viene adornata non si riferisce alla bellezza dei vestiti, ma alla beatitudine dei Santi. Poi dice: Scrivi: Beati coloro che sono invitati alla festa di nozze dell’Agnello. Ha anche detto: queste sono vere parole di Dio Onnipotente. Allora mi sono prostrato e l’ho adorato, ma egli mi ha detto: No, io sono un servo come te e come i tuoi fratelli che custodiscono la testimonianza di Gesù. All’inizio del libro aveva detto: Io sono il primo e l’ultimo, che ero morto (Ap. I, 17), e ora dice: Sono un servo come te e come i tuoi fratelli. L’Angelo è stato mandato a rappresentare il Signore della Chiesa. Infatti alla fine di questo libro si legge: Io, Gesù, ho mandato il mio Angelo a testimoniarvi riguardo alle chiese (Ap. XXII, 16). – La testimonianza di Gesù è lo spirito di profezia. Dobbiamo chiederci: chi sono i chiamati alla cena dell’Agnello se non quelli a  cui si dice: « Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio che è nei cieli » ? (Mt XXVI: 29). Questo lo diceva per i Giudei. Non berrò di questo prodotto della vite fino al giorno in cui lo berrò con voi, nuovo, nel regno di mio Padre. Promise questo prima della passione agli Apostoli, cioè alla prima Chiesa, che avrebbe bevuto il calice per primo, di nuovo, nel regno del Padre, cioè nella Chiesa. E anche: « molti verranno da Oriente e da Occidente per sedersi a tavola con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli  » (Mt. VIII, 11). Questo cioè, nella Chiesa. Il regno dei cieli è la Chiesa presente, nella quale ci si salva con il Battesimo e la passione; è questo il bere di nuovo il calice: preparare la nuova giustizia dei corpi che risorgono. Beati coloro che si preparano alla cena, a questo banchetto. Per questo dice anche: queste sono vere parole di Dio Onnipotente. Altri dicono parole di Dio, ma non sono [vere] parole, perché parlano con l’inganno a coloro cui si rivolgono.  – E uditi gli ordini regali e le istruzioni di Dio, si prostrò ai suoi piedi per adorare colui che gli parlava; ma questi, per meritare la dignità del suo ufficio e per mostrare che Dio è al di sopra di tutto, gli proibì di farlo, dicendo: Non farlo, perché io sono un servo come te e come i tuoi fratelli che custodiscono la testimonianza di Gesù. La testimonianza di Gesù è la mirabile proclamazione della Confessione Cattolica. La testimonianza di Gesù è lo spirito di profezia, attraverso la Legge, i Profeti, il Vangelo e gli Apostoli; lo spirito di profezia è la verità, il giudizio e la giustizia, ed è contenuto nella pienezza della fede cattolica.

TERMINA IL LIBRO DECIMO

COMMENTARIO ALL’APOCALISSE DI BEATO DE LIEBANA (17)

COMMENTARIO ALL’APOCALISSE DI BEATO DI LIEBANA (15)

LIBRO NONO

INIZIA IL LIBRO NONO SULLA DONNA PROSTITUTA E LA BESTIA

(Ap. XVII, 1-3)

 Et venit unus de septem angelis, qui habebant septem phialas, et locutus est mecum, dicens: Veni, ostendam tibi damnationem meretricis magnæ, quæ sedet super aquas multas, cum qua fornicati sunt reges terræ, et inebriati sunt qui inhabitant terram de vino prostitutionis ejus.  Et abstulit me in spiritu in eremum (nella Vulgata: desertum). Et vidi mulierem sedentem super bestiam coccineam, plenam nominibus blasphemiæ, habentem capita septem, et cornua decem.

(E venne uno dei sette Angeli, che avevano le sette ampolle, e parlò con me, dì presenza: Vieni, ti farò vedere la condannazione della gran meretrice che siede sopra molte acque, colla quale hanno fornicato i re della terra, e col vino della cui fornicazione si sono ubbriacati gli abitatori della terra. – E mi condusse in ispirito nell’eremo. E vidi una donna seduta sopra una bestia di colore scarlatto, piena di nomi di bestemmia, che aveva sette teste e dieci corna).

TERMINA

SPIEGAZIONE DELLA STORIA DESCRITTA IN PRECEDENZA.

[1] Allora uno dei sette angeli che hanno le sette coppe mi si avvicinò e parlò con me: “Vieni, ti farò vedere la condanna della grande prostituta che siede presso le grandi acque. Con lei si sono prostituiti i re della terra e gli abitanti della terra si sono inebriati del vino della sua prostituzione. – Questa donna è stata descritta in modo chiaro e completo nel prologo delle Chiese. Questa donna è l’opera dell’iniquità, che agisce nel popolo, e viene chiamata la bestia sulla quale si sa che siedono e con la quale si sa che i re della terra fornicano. I re della terra sono quelli che non controllano il loro corpo, ma si dilettano nell’assecondare le loro brame. E questa donna, trascinando non solo i cattivi, ma anche i buoni, dà loro la coppa d’oro che tiene in mano, simulando una falsa santità. Per mano intendiamo le opere, e talvolta si rappresentata la sapienza con l’oro. Si dice che sia seduta sulle grandi acque, perché essa ha diffuso le opere della sua iniquità tra la gente di tutto il mondo. Infatti le grandi acque sono i popoli, secondo questo detto: le acque – dice – grandi che vedete, presso le quali siede la prostituta, sono i popoli e le nazioni. E mi ha guidato in spirito nell’eremo. Chiamiamo eremo, ciò che è incolto e selvaggio perché non è lavorato da nessun lavoratore. Si dice di aver visto la donna nel deserto, perché questa donna siede tra i morti ed il popolo deserto da Dio, cioè tra le opere corrotte e malvagie. E quel che dice con: mi ha trasportato in spirito, è perché queste opere sono viste solo dai Cattolici e dalle persone spirituali. Lo spirituale rimprovera il carnale, ma non il carnale il carnale, perché tali membri non possono essere in contrasto tra loro. Ma poiché questa piaga è spirituale, quando si dice della donna preziosamente adornata, cioè vestita di falso Cristianesimo, ed interiormente piena di immonda iniquità, si comprende chiaramente che essa è stata catturata dallo spirituale, dicendo quindi di essere stato trasportato in spirito.

TERMINA

PRINCIPIA DELLA DONNA STESSA E DELLA BESTIA

(Ap. XVII. 3-13)

Et vidi mulierem sedentem super bestiam coccineam, plenam nominibus blasphemiæ, habentem capita septem, et cornua decem. Et mulier erat circumdata purpura, et coccino, et inaurata auro, et lapide pretioso, et margaritis, habens poculum aureum in manu sua, plenum abominatione, et immunditia fornicationis ejus. Et in fronte ejus nomen scriptum: Mysterium: Babylon magna, mater fornicationum, et abominationum terræ.  Et vidi mulierem ebriam de sanguine sanctorum, et de sanguine martyrum Jesu. Et miratus sum cum vidissem illam admiratione magna. Et dixit mihi angelus: Quare miraris? ego dicam tibi sacramentum mulieris, et bestiæ, quæ portat eam, quae habet capita septem, et cornua decem. Bestia, quam vidisti, fuit, et non est, et ascensura est de abysso, et in interitum ibit: et mirabuntur inhabitantes terram (quorum non sunt scripta nomina in libro vitæ a constitutione mundi) videntes bestiam, quæ erat, et non est. Et hic est sensus, qui habet sapientiam. Septem capita, septem montes sunt, super quos mulier sedet, et reges septem sunt. Quinque ceciderunt, unus est, et alius nondum venit: et cum venerit, oportet illum breve tempus manere. Et bestia, quae erat, et non est: et ipsa octava est: et de septem est, et in interitum vadit. Et decem cornua, quae vidisti, decem reges sunt: qui regnum nondum acceperunt, sed potestatem tamquam reges una hora accipient post bestiam. Hi unum consilium habent, et virtutem, et potestatem suam bestiæ tradent.

(E vidi una donna seduta sopra una bestia di colore del cocco, piena di nomi di bestemmia, che aveva sette teste e dieci corna. E la donna era vestita di porpora e di cocco, e sfoggiante d’oro e dì pietre preziose e di perle, e aveva in mano un bicchiere d’oro pieno di abbominazione e dell’immondezza della sua fornicazione: e sulla sua fronte era scritto il nome: Mistero: Babilonia la grande, la madre delle fornicazioni e delle abbominazioni della terra. E vidi questa donna ebbra del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù. E fui sorpreso da grande meraviglia al vederla. E l’Angelo mi disse: Perché ti meravigli? Io ti dirò il mistero della donna e della bestia che la porta, la quale ha sette teste e dieci coma. La bestia, che hai veduto, fu, e non è, e salirà dall’abisso, e andrà in perdizione: e gli abitatori della terra (ì nomi dei quali non sono scritti nel libro della vita fin dalla fondazione del mondo) resteranno ammirati vedendo la bestia che era e non è. Qui sta la mente che ha saggezza. Le sette teste sono sette monti, sopra dei quali siede la donna, e sono sette re. Cinque sono caduti, l’uno è, e l’altro non è ancora venuto: e venuto che sia, deve durar poco tempo. E la bestia, che era e non è, essa ancora è l’ottavo: ed è di quei sette, e va in perdizione. E le dieci coma, che hai veduto, sono dieci re: i quali non hanno per anco ricevuto il regno, ma riceveranno la potestà come re per un’ora dopo la bestia. Costoro hanno un medesimo consiglio, e porranno la loro forza e la loro potestà in mano della bestia.)

TERMINA

INIZIA A PARLARE DELLA DONNA MEDESIMA E DELLA BESTIA

[2] E vidi una donna seduta sopra una bestia. Qui si insegna che la bestia è il popolo. Promise di mostrare quella che siede sulle grandi acque. La bestia e le acque sono la stessa cosa, cioè il popolo. Si dice che la corruzione si insedia sui popoli nel deserto. La prostituta, la bestia ed il deserto sono la stessa cosa. E la bestia, come si è detto, è il corpo dei nemici dell’Agnello, cioè il corpo del diavolo, che sono i malvagi. E in quel corpo bisogna riconoscere: o 1) il diavolo, o 2) la testa come uno ucciso, cioè i malvagi sacerdoti, nei quali il diavolo si traveste da angelo di luce e si conosce il diavolo con un altro nome, o 3) il popolo. E tutti questi sono tutti una sola città: Babilonia. E vidi una donna seduta su una bestia scarlatta (colore del cocco), cioè peccatrice, sanguinaria, piena di nomi blasfemi. Con questo indica che nella bestia ci sono molti nomi. Aveva sette teste e dieci corna; essa ha cioè i re del mondo ed il regno in cui si vede il diavolo nel cielo, cioè nella Chiesa. E la donna era vestita di porpora e di scarlatto, ed ornata di oro e pietre preziose e di perle, cioè adorna di tutte le attrattive e dalla falsa verità, perché esteriormente somigliante al Cristianesimo. Ma poi mostra ciò che ci sia nella bellezza di questa donna, dicendo: e aveva in mano una coppa d’oro, piena di abomini e delle impurità della sua prostituzione. L’oro pieno delle immondizie è l’ipocrisia, cioè la finta santità, con cui alcuni appaiono giusti esternamente davanti agli uomini, ma interiormente sono pieni di ogni sporcizia. – E sulla sua fronte c’è scritto un nome: un mistero: la grande Babilonia, la madre delle prostitute e degli abomini della terra. Non c’è alcuna superstizione, cioè religione falsa e superflua e che porti sulla fronte un segno, se non l’ipocrisia, cioè la finta santità. E lo spirito mostrò ciò che è scritto sulla fronte della donna: aveva scritto – dice – la grande Babilonia, cioè la grande confusione. Ha detto che questo era un mistero, cioè sacramento, affinché si conosca chiaramente che nella Chiesa si sia verificato un grande male. Infatti chi è che inscrive chiaramente un tale titolo sulla fronte? Dicendo quindi che sia un mistero, ciò si deve comprendere in senso spirituale. E ho visto che la donna era inebriata dal sangue dei santi e dal sangue dei martiri di Gesù. Sono due i popoli nemici della Chiesa e che sono considerati come membra del diavolo: l’uno è costituito da coloro che sono fuori dalla Chiesa, e sono gli infedeli; l’altro da quelli dentro la Chiesa, e sono coloro che sembrano fedeli. Ma il corpo del nemico è uno solo, sia dentro che fuori. E anche se [queste due parti] sono separate dal luogo e nelle apparenze, tuttavia agiscono con uno spirito comune. Infatti è impossibile che qualcuno uccida un uomo giusto, se non colui che finge di essere Cristiano. perché «… non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme, che uccide i profeti e lapida coloro che le sono mandati », (Lc. XIII, 33). Gerusalemme significa “visione di pace”. Pertanto, Gerusalemme è la congregazione malvagia, il falso Cristianesimo, che cerca la pace qui, perché non spera in quella futura. Questa è la Gerusalemme che uccide i profeti, cioè i predicatori che annunciano la pace futura. Come i discendenti sono accusati di partecipare al sentimento degli antenati per aver lapidato Zaccaria, anche se non hanno agito essi; così è stata annunciata la lapidazione che avviene ora nella Chiesa. – Al vederla, fui preso da grande stupore. Ma l’Angelo mi disse: “Perché ti meravigli? Io ti spiegherò il mistero della donna e della bestia che la porta, con sette teste e dieci corna. La bestia che hai visto era ma non è più, salirà dall’Abisso, ma per andare in perdizione. La bestia – dice – che tu hai visto, che era e non è, indica che è un’altra che era e non è, cioè la testa come uccisa, perché finge santità. Era e non è più, perché in altro tempo gli ipocriti ed i simulatori, sono uniti al popolo malvagio, che è la testa come uccisa, nella bestia, e sono morti; ed ora sono gli stessi, perché dai malvagi sono nati i malvagi, imitando i malvagi. Questa è la bestia che era e non è più perché sono morti e non esistono più. E la bestia che avete visto è il male che esiste ora. Anche questi moriranno e altri verranno, e risorgeranno dall’abisso, cioè dal popolo occulto, perché non si vede ancora come saranno. Questa è la bestia che era e non è più, e che deve venire. Ha parlato di due bestie: una con due corna, che è la finta santità, che dice abbia la testa come uccisa; l’altra con sette teste, che è il popolo nel suo insieme. Di questo dice così: la bestia che era e non è più, e salirà dall’abisso, ma cammina verso la sua perdizione, cioè che nasce e muore e, per dire che è nato dal popolo malvagio, dice che la bestia è nata dalla bestia. Abbiamo già detto sopra che i Santi nascono dai Santi, imitando i Santi; ed anche i malvagi nascono dai malvagi, imitando i malvagi. Essi non nascono carnalmente, ma con l’imitazione delle loro azioni. Infatti vediamo che nascono carnalmente dai malvagi dei figli buoni, ed anche dei martiri; e vediamo pure che nascono dai buoni dei malvagi, che finanche uccidono i martiri. Così la bestia nasce della bestia imitando la bestia. O anche l’ha chiamata l’abisso che sale dall’abisso, la nascita e la morte perenne della bestia, che nasce dalla bestia e cammina verso la sua perdizione. Come quella parte da cui è nata, e che non esiste più, così accade che non esista e che emerga dalla sua progenie e cammini verso la perdizione, come i padri da cui è emersa e che non esistono più. – E gli abitanti della terra, il cui nome non è stato inserito fin dalla creazione del mondo nel libro della vita, si meraviglieranno del fatto che la bestia non lo è più, ma riapparirà. Si meraviglieranno, dice, gli abitanti della terra, cioè i terrestri, non gli abitanti celesti del cielo, cioè della Chiesa. Al giusto è stato detto: sei del cielo ed andrai in cielo. Al peccatore, invece, è stato detto: « tu sei terra e alla terra ritornerai » (Gen. III, 19). Di questo è stato detto: gli abitanti della terra si stupiranno della stessa bestia che era e non è più, e si leveranno dall’abisso e cammineranno verso la sua perdizione, come gli abitanti della terra; e la stessa bestia si meraviglierà dell’altra bestia, che era e non è, e che riapparirà. Ma la sinonimia rende difficile la comprensione. Infatti abbiamo detto che la donna si è seduta sulla bestia e qui si dice: La bestia che hai visto era e non è e riapparirà. È equivoca la comprensione, come abbiamo detto, per questa sinonimia. C’è sinonimia quando invece la stessa cosa è espressa con parole diverse. Infatti la bestia su cui siede la donna, e il pozzo, e gli abitanti della terra, sono una cosa sola. E questa è la bestia che era e non è più e che riapparirà, e che nascerà dalla bestia, e che camminerà sulla via della sua perdizione. Come se si dicesse chiaramente: coloro che sono già malvagi sono morti, e sono stati gettati all’inferno, e da questi ne nascono altri che muoiono, e camminano verso la loro perdizione, cioè sono gettati all’inferno. L’inferno è la distruzione delle anime. E la stessa bestia si meraviglierà, vedendo un’altra bestia … che era e non è più, e che di nuovo apparirà. È come dire che come i Cristiani morti, sotto il nome del Cristianesimo, hanno adorato Cristo con noi, e hanno ucciso Cristo nelle loro membra, anche quelli che sono vivi, adorano Cristo con noi, e non hanno paura di uccidere Cristo nelle loro membra. Quando questi nominano Cristo, pensano di adorare Cristo; ma quelli invece sotto il nome di Cristo, adorano la bestia, cioè il padre loro, che essi imitano nelle loro opere, che hanno come capo, e al cui corpo sono uniti.  Il corpo, poi, si meraviglia della testa, cioè della bestia che era e non è più e che nasce: si stupisce nel vedere che la bestia era e non è più, e va riapparendo. In questa condotta di insensata falsità che essi sostengono, si meravigliano, nelle pubbliche acclamazioni con noi, di nostro Signore Gesù Cristo, vedendo che Egli era ed è stato ucciso e deve venire. Ma secondo il racconto dello Spirito essi vedono la bestia, che fa proclamare di sua bocca Cristo mediatore in questo ordine cattolico. Sanno certamente che il Signore è vissuto e che è stato ucciso, e sperano che Egli venga, e si gloriano nel suo Nome, e sanno che Cristo ha compiuto segni e prodigi e grandi miracoli. Ma non conoscono Cristo, né Cristo conosce loro, come dice il Signore stesso a coloro che affermano di aver fatto grandi prodigi nel suo nome: Non vi ho mai conosciuto, voi operatori di iniquità (Mt. VII, 23). Allora è chiaro che tutti i falsi sacerdoti e gli ipocriti non vedono Cristo, ma la bestia, e ciò che egli ha escogitato per loro è una trappola, cosicché sotto il nome dei carismi di Cristo, cioè dell’ordine sacerdotale, sedotti dalla speranza delle virtù, essi peccano e commettono crimini senza paura pensando che in nessun modo avrebbero potuto compiere tali grandi prodigi senza l’amore di Dio, dicendo: chi ha battezzato questo e quell’uomo? Chi ha consacrato questa e quella vergine? Chi ha consacrato questo e quello? Chi, se non noi, ha ordinato questo e quel prete? Non avrebbe potuto essere così santo se non fosse stato santificato da noi. E così tra di loro, quello che fanno nelle loro dimore, dicono che sia opera della potenza di Cristo e lo dimostrano con la testimonianza dei prodigi. Ci sono quindi due bestie di cui ha detto: era e non è più. L’abisso, che è il popolo o gli abitanti della terra, si stupisce nel vedere la bestia che era e non è più, e che riapparirà. Una è quella che emerge dall’abisso, l’altra è quella che ci si aspetta che nasca. Qui è richiesta l’intelligenza, la saggezza. Le sette teste sono sette colline, sulle quali è seduta la donna. Vi sono anche sette re. Qui è descritta la bestia, che si ammira come presente, e che si aspetta, e descrive quella che è ammirata. E poiché ce ne sono due, una che è ammirata e l’altra che è stata ammirata, cioè una che è stata e passata e non è più, e un’altra che è e si ammira e che passerà, cioè vivrà con la stessa condotta di quella vissuta; ha detto, le sette teste sono sette colline, sui quali siede la donna. Sono anche sette re. “Sette colline”, cos’altro sono se non i sette vizi, cioè la lussuria, l’avarizia, l’ira, l’invidia, l’accidia, la gola e la superbia?… E i re sono sette, perché dove regnano questi vizi, sono chiamati re anche coloro che li possiedono. Abbiamo detto che il sette è un numero perfetto, cosa che vediamo accadere anche nelle settimane, formatesi in numero di sette. Su questi sette colli siede quella donna, cioè le opere dell’iniquità; infatti, siccome tutte le iniquità confluiscono in un unico male, si dice che essa sia una sola donna. Poiché altrettanti membri costituiscono un unico corpo, si può dire che la immondizia di tutte le azioni malvagie e la coscienza effeminata siano una sola donna. Inoltre, abbiamo già parlato nel sesto libro di questi sette colli e dei sette re; ma non abbiamo detto nulla della donna, perché nel racconto citato, la donna non vi appare. In quel libro dicevamo che sarebbero sorte tre bestie: una dall’abisso, una dal mare e una dalla terra. In questo libro abbiamo detto: e ho visto una donna seduta sulla bestia che era, e non è più, ma riapparirà. Si mostra chiaramente che quelle tre bestie non sono quattro, ma che ne sono solo una e medesima cosa; e che se sono quattro, questo è nelle funzioni e nelle azioni, perché il corpo è uno. E la donna di cui parliamo è in tutte e tre, perché è l’iniquità; però dai testi essa appare espressamente solo in questo. In quel sesto libro si parlia in modo particolare dei sette colli su cui siede la donna, cioè la città di Roma. Ci sono anche sette re. I primi cinque sono caduti, ne resta uno ancora in vita, l’altro non è ancora venuto e quando sarà venuto, dovrà rimanere per poco. In quel libro abbiamo detto il nome ed il marchio dell’Anticristo. In questo libro diciamo che la donna è la corruzione, che in quel libro abbiamo detto essere la città di Roma. Là ci sono in forma speciale i sette colli, ma qui i sette vizi. Lì in modo speciale ci sono i sette re; ma qui identifichiamo questi re specialmente con quei vizi, in ordine, mescolando lo spirituale ed il carnale, per mostrare chiaramente il tempo passato, presente e futuro. Abbiamo spesso detto che in ogni specie viene mostrato il genere: quello che è la bestia intera, quella stessa cosa sono le sette teste. E che le sette teste e i sette colli che si disse che fossero; e i sette re, cioè tutto il popolo; e tutti i re, cioè tutti i superbi; e i colli, cioè i superbi, tutti questi sono i popoli, cioè la bestia stessa; con questo argomento è certamente chiaro ciò che abbiamo detto. In precedenza aveva detto che la donna si era seduta sulla bestia; ora dice i sette colli su cui la donna siede. Le teste sono tutte le persone e tutti i re. Questa è la bestia su cui siede ogni immondizia. Come nelle sette chiese citate, in modo speciale ha riassunto tutta la Chiesa, così nei sette re ha riassunto in modo speciale tutti i re; e non solo i re che governano sul popolo, ma in questi si riferisce a tutti quelli in cui regnano i vizi; e di questi re, che si dice siano il capo, essi sono riconosciuti come membri, al cui corpo sono uniti, per cui dice: I primi cinque sono caduti, ne resta uno ancora in vita, l’altro non è ancora venuto e quando sarà venuto, dovrà rimanere per poco. Fino al momento in cui questo fu rivelato a Giovanni, cinque re erano caduti; il sesto era Nerone, sotto il cui regno vide queste cose dal suo esilio. Infatti contiamo dal primo re, che nel regno di Roma prese per primo il diadema, cioè fu il primo nel regno di Roma ad essere incoronato. Le Scritture dei Maccabei testimoniano che nessun Romano aveva ricevuto in precedenza la porpora, o il diadema, e che solo quando avevano già conquistato la Gallia, Caio Giulio Cesare lo ricevette essendo il primo tra i Romani ad ottenere il comando unico, e dal quale poi i principi romani furono chiamati Cesari. Il secondo Cesare era figlio della sorella di Giulio, chiamato Ottaviano, che si chiamava anche Augusto, sotto il cui regno nacque nostro Signore Gesù Cristo nel quarantunesimo anno del suo regno. Da questi due nomi, Giulio e Augusto, traggono i loro nomi i mesi di luglio e di agosto, che prima si chiamavano il quinto e il sesto. Il terzo re fu Tiberio, sotto il cui regno il Signore soffrì la Passione, nel quindicesimo anno del suo regno, nel quale fu anche battezzato (Questo testo, di cui non conosciamo la fonte, indica lo stesso anno per il Battesimo e la Passione, in contraddizione con il paragrafo seguente. L’autore dimentica anche Caligola e cita Galba prima di Nerone). Il primo anno dopo il battesimo, Egli istruì i discepoli nei misteri divini. In quell’anno iniziò la sua predicazione, che si dimostra essersi protratta fino all’anno trentaquattro. Il secondo anno dopo il battesimo, compie i miracoli narrati nel Vangelo. Alla fine del terzo anno, e all’inizio del quarto, si sottomette alla passione per la nostra salvezza. – Il quarto fu Claudio, la fama del cui regno è descritta negli Atti degli Apostoli. Il quinto fu Galba, che regnò per tre anni e sei mesi. Il sesto era Nerone. Il settimo Otto, di cui diceva … non essere ancora venuto, e che quando verrà durerà poco, che è la figura della manifestazione dell’Anticristo: perché ha regnato tre mesi e sei giorni. Nerone fu il primo dei re romani che, dopo la passione del Signore, martirizzò gli Apostoli Pietro e Paolo; questo Nerone pure prefigurò l’Anticristo, perché cercato dal Senato perché gli si desse la morte, fuggendo dal palazzo, a quattro miglia dalla città nella villa di un amico, tra la via Salaria e la via Nomentana, si suicidò all’età di trentadue anni, e con lui si estinse tutta la famiglia di Augusto. In Nerone, nel calcolo degli anni della sua età, o nell’estinzione del principato di Augusto, o nel suo stesso suicidio, si riconosce in tutte le sue azioni l’Anticristo operante. Dopo Nerone, assunsero l’Impero Galba in Iberia e Otto a Roma. Galba, il settimo mese del suo impero, fu decapitato in mezzo al foro della città di Roma. Otto, nel terzo mese del suo regno, si suicidò a Betriaco, come Nerone. Vitellio fu ucciso dai generali di Vespasiano e gettato nel Tevere. Questi due, Galba e Vitellio, sono citati nel sesto libro, quando si parla dei sette re. In questo libro descriviamo anche i sette re, e non senza ragione, perché nella loro vita e nella loro morte sappiamo che hanno prefigurato l’Anticristo. Questi sette re li chiamiamo le sette teste della bestia, bestia che si diceva avesse dieci corna, perché l’Anticristo, a suo tempo, tra i dieci re di Roma, che regneranno, non uno dopo l’altro, ma nello stesso tempo, apparirà tra quei dieci come l’undicesimo. E di quei dieci, dopo averne uccisi tre, egli otterrà il dominio su tutto il mondo, sui sette che rimangono, come l’ottavo. Questa è la bestia che era e non è più, e riapparirà. L’Apocalisse ora mescola il presente, il passato e il futuro, e in quel momento bisogna capire che si tratta di una bestia e di un corpo. Si dice che questa bestia abbia sette teste; ma, descrivendo le teste, dice con fermezza: e la bestia che era e non è più è l’ottava: essa cioè è anche una testa. Il genere, che contiene la totalità, non si compie allo stesso modo nei misteri; perciò egli ha detto l’ottava bestia. Come del serpente si dice all’Eva ingannata: « Io metterò l’inimicizia tra te e la donna e tra la tua prole e la sua prole; lei ti schiaccerà il capo e tu le insidierai il calcagno » (Gen. III, 15), ed in una donna, si include tutta la sua stirpe, così anche in una bestia si comprende tutta la sua stirpe dall’inizio alla fine del mondo. In uno solo si riferisce a tutto il corpo, perché così si manifesta l’uomo del peccato, il figlio della perdizione, l’Anticristo. Mostra così sottilmente chi è l’altra bestia, che era e non è più, dicendo di questa: che è l’ottava. Cioè, come colui che è stato visto dopo i sette come ucciso, è l’ottavo, ed è lo stesso uno dei sette; questo è come colui che, pur essendo stato visto dopo i sette e sembrava ucciso, eppure è sorto in mezzo ai sette, cioè è uno dei re del mondo, così è la bestia, anche se ha un altro modo di manifestarsi, perché dice di essere morto con Cristo, e per Lui, cioè si sacrifica nella penitenza, eppure è l’ottavo, ma è dei sette il corpo di quell’ottavo, che tra i sette è stato visto come ucciso e vivo. Ha detto che appartenevano tutti ad un unico corpo sotto varie manifestazioni. E la bestia che era e non è più, ed è l’ottava, ma è una delle sette, cammina verso la perdizione; cioè è una delle sette di cui sopra, come una testa che, essendo nata dal suo corpo e dalla sua edificazione, cammina verso la distruzione. Era – dice – e non è più, ed è l’ottavo, ma è uno dei sette e cammina verso la perdizione. – È mirabile, quando dice che era e non è più, ed è l’ottavo. Se non esisteva in quel momento, avrebbe dovuto dire: e sarà l’ottavo, e sarà uno dei sette e camminerà verso la sua distruzione. Se questa bestia non esisteva allora, è questo ciò che avrebbe dovuto dire; ma poiché questa bestia è sempre morente e sta per rinascere, e sta per riapparire e cammina sempre verso la sua perdizione, ecco perché ha detto: era e non è più, e riapparirà e camminerà verso la sua distruzione. Diceva di essere l’ottavo, ma non solo in ordine di successione, perché è stato visto dopo il settimo, ma questo ottavo, che si diceva fosse nella bestia, deve essere sempre compreso spiritualmente nel mistero. Infatti in modo sottile, attraverso i falsi profeti ed i sacerdoti ipocriti, esso è considerato nella religione sotto il nome di Cristo, e, del numero sette è il primo, e dopo il settimo si dice che sia l’ottavo; come si dice che la domenica sia il primo giorno e dopo il settimo lo stesso che fu il primo, occupa l’ottavo posto, così si dice anche che questo è il primo e l’ottavo: il primo, perché occupa la cattedra sacerdotale; l’ottavo, perché è uno dei sette capi, cioè è uno dei sette re del mondo nel settenario numero della perfezione. Eppure egli è uno solo, come una è la settimana, che ha sette giorni; come sette sono le braccia del candelabro in un solo corpo nella tenda della testimonianza, cioè in un solo Cristo le sette chiese; tutte queste cose sono una cosa sola. Poi mostra la completezza del diavolo in sette demoni. Ma non c’è nei sette la perfidia perfetta, come se fosse una sola legione. Così nell’ottavo, che è ucciso e guarito, ci si riferisce al diavolo e al suo corpo, cioè a coloro che ingannano il nostro Signore Gesù Cristo e il suo corpo. In questo numero egli indica tutto il corpo e la perfezione del male. Anche il corpo del Signore nella perfezione della grazia settiforme divora fino agli estremi confini della terra i suoi nemici interni, che invadono la sua terra e le sue montagne. Come fu profetizzato da Michea: « Il Signore – egli dice – pascerà con la sua potenza il suo gregge, abiteranno sicuri perché Egli allora sarà grande fino agli estremi confini della terra e tale sarà la pace: se Assur entrerà nella nostra terra e metterà il piede fino ai vostri monti, noi schiereremo contro di lui sette pastori e otto capi di uomini, che governeranno la terra di Assur con la spada » (Mic. V, 3-5). I sette pastori e gli otto divoratori di uomini sono Dio con il suo corpo settiforme, cioè con le sette chiese. Tutto questo è lo stesso, ed è il Figlio dell’Uomo. Ecco perché ha detto otto divoratori. Questo corpo ricevette l’eredità dei Gentili e possedeva gli estremi confini della terra, dove i pastori di Asshur con un bastone di ferro li distruggeranno come un vaso di terracotta. E le dieci corna che hai visto sono dieci re. Non ha detto le dieci corna, ma le dieci corna che avete visto, e dicendo che le dieci corna sono dieci re, insegna che le teste e le corna sono una medesima cosa. Le teste e le corna sono i re ed i regni, perché l’uno non può esistere senza l’altro. Perciò l’Angelo parla a Daniele con questo stesso numero, a volte dei re, a volte dei regni, dicendo: « Le dieci corna significano che dieci re sorgeranno da quel regno e dopo di loro ne seguirà un altro, questo di distinguerà tra i restanti malvagi re precedenti » (Dn. VII, 24-25): si mostra che quando si parla di dieci regni e di dieci re, egli intendeva tutti. Così ora le dieci corna che hai visto sono dieci re che non hanno ancora ricevuto il loro regno. E indica che pure nel genere dei dieci, si intende la stessa cosa, dicendo: i re che non hanno ancora ricevuto il regno. Ma ricevono dopo della bestia potere come dei re solo per un’ora. Qui dovete capire che questi dieci re sono da intendere in senso spirituale. Per “dieci re” si intendono tutti gli uomini, dalla passione di Cristo fino alla fine, nel cui cuore regnano i vizi. Dice che non hanno ancora ricevuto il regno, perché la fine non è ancora arrivata. Lo manifesta dicendo che questi ricevono, e non ha detto che ricevano (nel congiuntivo). E quello che ha detto: dopo con la bestia, cioè dopo con la testa che ha detto sembrava uccisa, cioè che con la simulazione del Cristianesimo, si descrive dalla passione di Cristo e dopo, quello che ha chiamato un’ora. Un’ora a volte indica tutto il tempo. Come dice altrove: è l’ultima ora (1Gv. II, 18). Dice come dei re. E come a volte appartiene a chi racconta dei sogni, egli vide nella notte come in un sogno e questo e quello: Infatti coloro che sono nemici del regno di Cristo regnano come in un sogno. Come si dice per mezzo di Isaia: « E sarà come un sogno, come una visione notturna, la massa di tutte le nazioni che marciano su Gerusalemme e la opprimeranno. … Avverrà come quando un affamato sogna di mangiare, ma si sveglia con lo stomaco vuoto; come quando un assetato sogna di bere, ma si sveglia stanco e con la gola riarsa: così succederà alla folla di tutte le nazioni che marciano contro Gerusalemme e contro il monte Sion. » (Is. XXIX, 7). Se il regno dei gentili è sempre stato come un sogno, ancor più ora, dopo essere stato colpito ai suoi piedi di ferro e ridotto in polvere dalla roccia, Cristo, strappato dalla montagna, non per mano dell’uomo, e dopo che è stato soggetto ai piedi del Figlio dell’uomo e consegnato in schiavitù. Hanno essi tutti la stessa opinione. Certamente noi qui intendiamo questi dieci re in senso spirituale, e abbiamo posto il numero dieci come  perfetto; abbiamo detto pure che questi dieci re sono tutti i malvagi e gli orgogliosi: e tutti questi hanno la stessa opinione. Ha detto  “hanno”, non “avranno”. Se dovesse parlare qui del passato o del futuro, dovrebbe dire: avevano o avranno. Ma siccome questo accade nella Chiesa, ha detto: hanno la stessa opinione. E ha manifestato in cosa hanno la medesima opinione dicendo: e danno il potere e la potenza che possiedono alla bestia, e cioè al diavolo, il cui potere e la cui potenza domina in loro. E poiché si è parlato al presente, ecco perché ha detto danno, e non lo daranno. Questo regno è chiamato “del diavolo”, perché sempre è avversario dell’Agnello, invidia agli altri, ai semplici ed ai retti di cuore, ciò che non ha. Ma ogni giorno è sconfitto dall’Agnello, perché è sconfitto dalla sua pazienza.

TERMINA LA SPIEGAZIONE

L’AGNELLO E LA BESTIA VINTA

(Apoc. XVII, 14-18)

Hi cum Agno pugnabunt, et Agnus vincet illos: quoniam Dominus dominorum est, et Rex regum, et qui cum illo sunt, vocati, electi, et fideles. Et dixit mihi: Aquæ, quas vidisti ubi meretrix sedet, populi sunt, et gentes, et linguæ. Et decem cornua, quæ vidisti in bestia: hi odient fornicariam, et desolatam facient illam, et nudam, et carnes ejus manducabunt, et ipsam igni concremabunt. Deus enim dedit in corda eorum ut faciant quod placitum est illi: ut dent regnum suum bestiae donec consummentur verba Dei. Et mulier, quam vidisti, est civitas magna, quae habet regnum super reges terræ.

(Costoro combatteranno coll’Agnello, e l’Agnello li vincerà: perché egli è il Signore dei signori, e il Re dei re, e coloro che sono con lui (sono) i chiamati, gli eletti e i fedeli. E mi disse: Le acque che hai vedute, dove siede la meretrice, sono popoli, e genti e lingue. E le dieci corna che hai vedute alla bestia: questi odieranno la meretrice, e la renderanno deserta e nuda, e mangeranno le sue carni, e la bruceranno col fuoco. “Poiché Dio ha posto loro in cuore di fare quello che a lui è piaciuto: e di dare il loro regno alla bestia, sinché le parole di Dio siano compiute. “E la donna, che hai veduta, è la grande città, che ha il regno sopra i re della terra.).

TERMINA LA STORIA

SPIEGAZIONE DELLE STORIA DESCRITTA IN PECEDENZA

[3] Questi dieci re faranno guerra all’Agnello. Abbiamo già incluso nei dieci re tutti i malvagi; questi faranno guerra all’Agnello, che è Cristo e la Chiesa in un solo corpo. Combatteranno fino alla fine; finché non avranno tutto il potere, saranno sempre i nemici della Chiesa. Ma l’Agnello, come Signore dei signori e Re dei re, li sconfiggerà, in unione con i suoi, i chiamati, gli eletti e i fedeli. I chiamati alla fede sono molti; ma gli eletti, che formano la Chiesa, sono pochi. Per questo ha detto: chiamati ed eletti, perché non tutti i chiamati sono eletti. Come dice il Signore: « molti sono chiamati, ma pochi sono gli eletti » (Mt. XX, 16). – Mi disse poi: Questa bestia che vedete dove siede la donna sono i popoli, le moltitudini, le nazioni e le lingue. E le dieci corna che avete visto odieranno la prostituta; cioè si odiano l’un l’altro quando uno incita l’altro allo scandalo. Si odiano mutuamente quando nessuno è buono a nulla. Ma in altra maniera quando uno odia se stesso, secondo quanto è scritto: « chi ama la propria anima la perderà » (Gv. XII, 25). E chi ama l’iniquità odia la propria anima. Così poi dice: la lasceranno deserta e nuda. Si dice che un’anima è abbandonata quando è abbandonata da Dio a causa delle sue opere malvagie; e gli uomini che sono abbandonati da Dio, per l’ira di Dio, lasciano il mondo deserto, quando si sono consegnati al male ed agiscono ingiustamente. E mangeranno la sua carne e la consumeranno con il fuoco. Cioè, si divoreranno l’un l’altro, come i cani si mordono l’un l’altro; e quando saranno stati svuotati di tutte le opere buone, saranno gettati nelle fiamme dell’inferno per essere bruciati. E ne aggiunge la ragione, dicendo: infatti Dio ha ispirato nei loro cuori il suo piano, cioè li ha incoraggiati a fare ciò che ha decretato che avvenga nel mondo, giustamente e meritatamente … e di eseguire il suo piano, cioè di comminare a ciascuno la condanna secondo le proprie opere fatte, come sua ricompensa, poiché serve la volontà del diavolo, che si dimostra essere re per loro mezzo. – Poi dice: nel consegnare alla bestia la sovranità, fino a quando le parole di Dio non saranno adempiute; questo è obbedire cioè al diavolo fino al compiersi delle Scritture. Nel quarto regno di ferro, che è Roma, egli distruggerà la terra, come si legge in Daniele: « e ci sarà un quarto regno sulla terra, che prevarrà su tutti questi regni, e divorerà tutta la terra, e la spezzerà e la frantumerà » (Dan. II: 40). E la donna che hai visto è la grande città che domina sui re della terra. Tutto ciò che è la donna, tale è pure la città, ed i re della terra: tutti questi formano un unico corpo. Così si diceva della Chiesa: Venite, vi mostrerò la sposa dell’Agnello (Ap. XXI, 9). Questa Sposa è la Chiesa. E mi mostrò la città che scendeva dal cielo e, nel descriverla diceva: e i re della terra a lei porteranno la loro magnificenza. (Ap. XXI, 24). La sposa dell’Agnello e la città e i re della terra sono una sola Chiesa ed un solo corpo. Ecco le due città: l’una di Dio, l’altra del diavolo. E questa Donna e quella donna erano una cosa sola; e i re della terra le servivano entrambe. E l’Agnello, che è il Cristo, dà il suo potere alla Chiesa, le dà la sua potenza e la sua gloria; e il dragone, che è il diavolo, dà alla sua chiesa, cioè alla sua malefica congregazione, la sua potenza ed il suo potere: e la bestia è sempre nemica dell’Agnello. L’Agnello ha sette occhi e sette corna; e l’ottavo si dice che sia come un uomo ucciso, perché è morto solo nella carne, non nell’anima e nella divinità; e si dice che abbia sette corna, cioè sette chiese, e che sembrava ucciso e che era risorto. Così anche, all’opposto, la bestia, sempre invidiosa dell’Agnello, si è adattata sette teste; ed è l’ottava, che imitando l’Agnello, si dice sia stata uccisa e sia risorta. Questa ottava testa detiene il primato all’interno della Chiesa, quando attraverso i falsi sacerdoti e gli ipocriti, sotto simulazione di santità, sembra essere l’Agnello che pareva essere stato ucciso, e nasconde al suo interno un lupo rapace. Ma quando viene insultato in un tumulto contro la Chiesa, si spoglia immediatamente della pelle d’agnello con cui finge di essere appunto l’Agnello. Ciò che abbiamo detto implica chiaramente che ci siano due città, e due regni, e due re: Cristo e il diavolo; e che entrambi regnano su ognuna delle città. Tutti coloro che si trovano nel regno del diavolo sono oppressi dal giogo della sua concupiscenza, quando, corrotti dal piacere del dominio, sottomettono alla tirannia chi è inferiore alla propria condizione, come dice il Signore nel Vangelo: « … i capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo; appunto come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire » (Mt. XX, 25-28). Di queste due città, l’una desidera servire il mondo e l’altra Cristo; l’una desidera avere il suo regno in questo mondo e l’altra fuggire da questo mondo. L’una si rattrista, l’altra gioisce; l’una flagella, l’altra è flagellata; l’una uccide, l’altra viene uccisa; l’una cerca di santificarsi ancora di più, l’altra agisce con sempre maggiore empietà. Queste due si sforzano in vista di una sola cosa: l’una per essere condannata, l’altra per essere salvata. Termina qui e ricapitola fino al tempo della pace futura con la brillante predicazione, quando gli uomini saranno illuminati con grande potenza; poi continua, dicendo quello che ha visto dopo.

TERMINA IL LIBRO NONO

COMMENTARIO ALL’APOCALISSE DI BEATO DI LIEBANA (16)

COMMENTARO ALL’APOCALISSE DI BEATO DI LIEBANA (14)

LIBRO OTTAVO

COMINCIA IL LIBRO OTTAVO – LA STORIA DELLE COPPE

(Ap. XVI, 1-2)

Et audivi vocem magnam de templo, dicentem septem angelis: Ite, et effundite septem phialas irae Dei in terram. Et abiit primus, et effudit phialam suam in terram, et factum est vulnus saevum et pessimum in homines, qui habebant caracterem bestiæ, et in eos qui adoraverunt imaginem ejus.

(E udii una gran voce dal tempio, che diceva ai sette Angeli: Andate, e versate le sette coppe dell’ira di Dio sulla terra. E andò il primo, e versò la sua coppa sulla terra, e ne venne un’ulcera maligna e pessima agli uomini che avevano il carattere della bestia, e a quelli che adorarono la sua immagine.).

TERMINA LA STORIA

INIZIA LA SPIEGAZIONE DELLA STORIA PRECEDENTEMENTE DESCRITTA

[1] Udii poi una gran voce dal tempio che diceva ai sette angeli: “Andate e versate sulla terra le sette coppe dell’ira di Dio”. Si è dato alla Chiesa il potere di versare la sua ira sulla terra dalla quale proviene. Abbiamo già detto sopra che i sette Angeli sono le sette chiese, che poi è una sola. Le sette coppe sono la predicazione del Vangelo, che annuncia al mondo attraverso i suoi predicatori la gloria o i supplizi. Queste sono le coppe che hanno gli Angeli che, abbiamo detto sopra, essere piene di aromi (Ap. V, 8). Queste coppe sono pure quella ruota dentro ad un’altra ruota, e cioè il Vangelo nella Legge, un tema che abbiamo spiegato in precedenza nel terzo libro, nel trattare dei quattro animali. Questa ha in sé stabilità, e cioè precetti perché cessino di operare il male: essa ha un aspetto orribile, perché è il terrore dell’inferno, che tormenta i reprobi senza fine; ha altezza, cioè la gloria della promessa eterna. È, quindi, stabile nei suoi precetti, elevata nelle sue promesse, orribile nelle sue minacce. Questa è la ruota che … « acque oscure e dense nubi coprivano » (Psal.  XVII: 12), perché la conoscenza dei profeti era oscura. Attraverso questa ruota le nuvole passano e versano la pioggia sulla terra arida, cioè i Santi predicatori versano le loro coppe sulla Chiesa. Coloro che più conoscono, versano le coppe; e chi ha meno conoscenza versa i vasi. Così essi proclamano l’ira e la gloria di Dio: ed è questa la piaga spirituale che i saggi meditano continuamente; e questa piaga devasta la Chiesa, non materialmente, ma spiritualmente; non chiaramente, tale che ci sia una fame corporea, ma una fame spirituale, allorquando questa Scrittura può essere letta e ascoltata da tutti, ma compresa solo dai sapienti. Le parole sono sigillate e sono nella oscurità tenebrosa delle allegorie, come è scritto in questo libro: sigillate ciò che i sette tuoni hanno detto e non lo scrivete (Ap. X, 4). E a Daniele fu detto: « tenete segrete queste parole e sigillate il libro » (Dan. XII, 4). Stando così le cose, molti lo leggono e lo ascoltano, ma esso viene compreso solo grazie alla rivelazione dello Spirito Santo, da pochi e da sapienti e viene fatto conoscere, non ai carnali, ma agli spirituali contemplativi … « perché la sapienza non entra in un’anima perversa » (Sap. I, 4).  In questa grande oscurità dei misteri, chi non lascia l’involucro della lettera non l’intenderà. Perché la lettera uccide ed il senso dà vita. Come dice San Girolamo: alcuni sono alla ricerca della lettera e delle sillabe; bisogna invece cercare le sentenze. Le sentenze ricevono il loro nome perché acconsentono sempre al bene. Al contrario, gli ipocriti, gli eretici, gli scismatici, i superstiziosi, i sacerdoti carnali, non cercano le sentenze, ma seguono bene la lettera. Di questi si è detto che sono seguaci della « lettera che uccide, non dello spirito che dà la vita » (2 Cor. III, 6). Per questo il Signore dice ad Eliu attraverso Giobbe: « Chi è costui che oscura il consiglio con parole insipienti? » (Giob. XXXVIII, 2). Infatti i superbi carnali, che sembrano essere saggi, nascondono sempre le sentenze con insipienza, quando cercano di ricevere lodi dagli uomini; e poiché non comprendono questo libro, si ergono superbamente contro la Chiesa, anzi intendendo ognuno cose diverse, cadono nell’eresia e, dando in più sensi diversi, trascinano le anime ignoranti nell’errore. Essendo essi carnali, ingannano il popolo carnale e, difendendo queste loro tesi, opprimono la Chiesa. Fu detto giustamente a Daniele: « Tenete segrete queste parole e sigillate il libro, fino al tempo stabilito; allora molti lo scorreranno e la loro conoscenza sarà accresciuta » (Dan. XII, 4). – Colui che aveva rivelato a Daniele la molteplice verità, occultando il senso stesso della verità, sigillando le sue parole, gli aveva ordinato di nascondere le parole e di sigillare il libro, affinché molti potessero leggere e cercare la verità del racconto, e attraverso la grande oscurità pensassero a cose diverse. Quando dice molti passeranno, intende che molti ricorreranno ai libri che leggeranno. Ebbene, di solito diciamo: ho letto il libro e l’ho letto e ne ho seguito il racconto; come se un cieco dicesse: ho corso per strada, ma non ho visto né il cielo né la terra. Ma a che serve sapere molto e non capire niente? Ogni giorno nella Chiesa leggiamo la Sapienza di Salomone, il quale, a causa di una cattiva donna viene gettato all’inferno. Questo libro è sigillato e nascosto in parole oscure. Lo stesso manifesta Isaia dell’oscurità del suo libro, quando dice: «  … le parole di un libro sigillato: si da’ a uno che sappia leggere dicendogli: “Leggilo”, ma quegli risponde: “Non posso, perché è sigillato”. Oppure si da’ il libro a chi non sa leggere dicendogli: “Leggilo”, ma quegli risponde: “Non so leggere. » (Is. XXIX, 11). E questo libro dell’Apocalisse, Giovanni lo vede sigillato con sette sigilli, dentro e fuori. E poiché nessuno può sciogliere i sigilli, Giovanni dice: Ho pianto profondamente e una voce mi è giunta dicendo: non piangere; ecco, il leone della tribù di Giuda, la radice di Davide, ha trionfato; egli aprirà il libro e scioglierà i suoi sigilli (Ap. V, 5). Può aprire questo libro chi conosce i misteri delle Scritture, ne comprende gli enigmi e le parole oscure per la grandezza dei misteri, interpreta le parabole e va oltre la lettera che uccide lo spirito che dà vita. Questo è il libro che viene rappresentato con la ruota (Ez. I). Che cosa significa la ruota se non la Sacra Scrittura, che in ogni direzione fa girare la mente degli ascoltatori, e non si ferma sulla via della sua predicazione a causa di una qualsiasi erronea angolazione? Si gira nella sua interezza, perché cammina con rettitudine e umiltà tra le cose avverse e le favorevoli. Il cerchio dei suoi precetti è ora in alto, ora va giù. È al di sopra, allorché quella Scrittura è spiritualmente compresa dai perfetti servitori di Dio. La ruota va giù, quando è compresa da menti carnali e ignoranti, non spiritualmente, ma storicamente conforme alla lettera. Tutto questo è una sola ruota e una sola Scrittura, ed è un solo comando: v’è una sola Chiesa, e un solo Signore, e una sola fede, e un solo Battesimo; ma non v’è una sola vita, né una medesima predicazione, perché nell’intendere ognuno cose differenti, si ottengono sfumature diverse di colori diversi. E perché uccide se non perché camminano su questa ruota, ma senza vederla, poiché ciechi ed in cammino nell’oscurità? E quando fanno questo, conducono la ruota verso il basso. Invece, gli uomini saggi e spirituali, predicando nel senso spirituale, portano la ruota verso l’alto. Le coppe sono le piaghe spirituali costituenti le minacce dei potenti. Infatti la Scrittura promette minacce e terrori alle anime carnali se non lasciano il mondo. Poi ci saranno fulmini e tuoni, grandine e fuoco mescolati alla pioggia; e il fulmine verrà dal trono di Dio, cioè dalla Chiesa attraverso i predicatori. Perciò dice: il primo Angelo andò a versare la sua coppa sulla terra e sopravvenne un’ulcera maligna e perniciosa sugli uomini che avevano il marchio della bestia e su quelli che adoravano la sua immagine. Tutte queste sono piaghe spirituali. Infatti ai tempi dell’Anticristo tutti gli empi saranno indenni da piaghe del corpo, sarà come se avessero ricevuto tutto il potere di fare il male contro la Chiesa. Né sarà opera impossibile allora aumentare i peccati, tanto saranno pieni di peccato e consunti dall’ira; e in questo tempo nessun malvagio potrà sentire nel suo corpo alcun flagello, né fame, né sete, né malattia, e non sarà nemmeno molestato dall’ira dei cattivi. Il sopraggiungere di un’ulcera maligna, cioè di una ferita perniciosa, o putrida, avviene in senso spirituale, quando abbandonato ai suoi capricci, [il reprobo] commette volontariamente i peccati mortali che desidera.

(Ap. XVI, 3)

Et secundus angelus effudit phialam suam in mare, et factus est sanguis tamquam mortui: et omnis anima vivens mortua est in mari.

(E il secondo Angelo versò la sua coppa nel mare, e divenne come sangue di cadavere: e tutti gli animali viventi nel mare perirono.).

[2] Che cosa si intende con il mare se non la tempesta delle persecuzioni ed il cuore dei malvagi che si agitano in pensieri vani ed orgogliosi, a causa dei quali ai tempi dell’Anticristo, per la forza del vento, cioè per la malvagità spirituale, la barca della Chiesa sarà pericolosamente agitata nella tempesta di questo mondo, ed ovunque sarà scossa dalle onde e sopporterà le molestie della sua peregrinazione?

TERMINA

INIZIA LA STORIA DEL TERZO ANGELO

(Ap. XVI, 4-7)

Et tertius effudit phialam suam super flumina, et super fontes aquarum, et factus est sanguis. Et audivi angelum aquarum dicentem: Justus es, Domine, qui es, et qui eras sanctus, qui hæc judicasti: quia sanguinem sanctorum et prophetarum effuderunt, et sanguinem eis dedisti bibere: digni enim sunt. Et audivi alterum ab altari dicentem: Etiam Domine Deus omnipotens, vera et justa judicia tua.

(E il terzo Angelo versò la sua coppa nei fiumi e nelle fontane d’acque, e diventarono sangue. E udii l’Angelo delle acque che diceva: Sei giusto, Signore, che sei e che eri, (che sei) santo, tu che hai giudicato così: perché hanno sparso il sangue dei santi e dei profeti, e hai dato loro a bere sangue: perocché ne sono degni. E ne udii un altro dall’altare che diceva: Sì certo, Signore Dio onnipotente, i tuoi giudizi (sono) giusti e veri.).

TERMINA

COMMENTO DELLA STORIA DESCRITTA IN PRECEDENZA

[3] Il terzo Angelo versò la sua coppa nei fiumi e nelle sorgenti delle acque, e diventarono sangue. Allora udii l’angelo delle acque che diceva: “Sei giusto, tu che sei e che eri, tu, il Santo, poiché così hai giudicato. Essi hanno versato il sangue di santi e di profeti, tu hai dato loro sangue da bere: ne sono ben degni!”.In questo ottavo libro dice a sette Angeli di versare le sette coppe: la prima sulla terra, la seconda sul mare, la terza sui fiumi e sulle sorgenti d’acqua, la quarta sul sole, la quinta sul trono della bestia, la sesta sul fiume Eufrate e la settima sull’aria. La terra, il mare, i fiumi, le sorgenti d’acqua, il sole, il trono della bestia, il fiume Eufrate, l’aria, cioè tutte le cose su cui gli Angeli versavano le loro coppe, rappresentano la terra, cioè gli uomini; il che è facile da dimostrare. Infatti a tutti gli Angeli fu ordinato di versare sulla terra, cioè di predicare ai popoli. E non c’è da credere che abbiano fatto altra distinta cosa. D’altra parte, tutte le piaghe devono essere intese nel senso inverso. Infatti è una piaga incurabile ed un’ira grande, il ricevere il potere di peccare, specialmente contro i Santi, e di non emendarsi. È ancora maggiore ira di Dio dare il minimo fomento al peccato con un ricordo compiacente, e si pensi che la cosa santa che si fa, sia per questo santità, e dica nel proprio cuore: realizzo la giustizia. « Ci sono molte vie che sembrano diritte ma sboccano nel profondo dell’inferno. » (Prov. XIV, 12). Questa è la piaga dell’ira di Dio: vedersi colpiti da queste piaghe insanabili come il gioire e compiacersi di questo mondo e, qualunque cosa accada, vedersi puri e miti; e quando si fa questo, si cresce di giorno in giorno sempre più nei propri peccati, essendo trasportati da molti vizi ed aggrappandosi a molti fratelli e, pensando di fare un sacrificio a Dio quando si servono i fratelli, ci si lascia trasportare dalle proprie concupiscenze, e si cresce di giorno in giorno nella malvagità. Pensa di fare un sacrificio a Dio, bagnato nel sangue del fratello, anche quando vede che in  lui non c’è innocenza, ma malizia: « … gli innocenti ed i retti si uniranno a me » (Psal. XXIV, 21), dice il Signore. Per questo lo Spirito Santo si è manifestato in un animale innocente, cioè in una colomba, che non ha fiele nel corpo, e non sa fare alcun male ad un altro uccello. Infatti lo Spirito Santo abita solo in coloro in cui trova l’affetto innocente e mite dell’amore. In altro luogo lo Spirito Santo si è manifestato sotto forma di fuoco: l’utilità del fuoco è quella di riscaldare chi ha freddo. Poiché il fuoco ardente ha questa proprietà: di riscaldare tutti coloro che vi si avvicinano, e di consentire una visione luminosa a tutti coloro che vedono la corona del suo fulgido splendore; e fornisce la sua utilità mediante qualsiasi cosa per sua natura combustibile e, non dimunuendo con essa, permane nella sua integrità. A somiglianza di questo fuoco dunque, lo Spirito Santo è designato col nome di fuoco. Per questo motivo negli Atti degli Apostoli si è manifestato come fuoco che si posò su ciascuno di essi, per la diversità delle lingue. E fece agli Apostoli la grazia di parlare lingue diverse, affinché potessero insegnare ai fedeli. E l’indicare che Esso sia venuto a posarsi su ciascuno di loro, significa chiarire che non si è diviso tra molti, ma è rimasto integro in ciascuno di essi. C’erano molti che allora vedevano Cristo corporalmente, e quando lo vedevano fare tante meraviglie credevano in Lui e non lo perseguitavano. Però tra una tale moltitudine, si legge che lo Spirito Santo sia disceso solo su centoventi anime (Le centoventi anime furono radunate per l’elezione di Mattia – Atti I, 15); e questo avvenne non a coloro che erano radunati in molte case, ma in una sola casa. Dove ha avuto origine la Chiesa, se non dove è venuto lo Spirito Santo dal cielo ed ha pervaso i centoventi che erano riuniti in una stanza? Il numero dodici era decuplicato. Se ad ognuno dei dodici se ne aggiungono dieci, che è un numero perfetto, risultano centoventi. Questa è l’unica Chiesa, la casa della carità. Questo costituisce un cuore solo ed un’anima sola. Questa è l’unica colomba della semplicità, questo è l’unico Spirito Santo, che è chiamato in senso proprio: “carità”, perché unisce per natura il Padre e il Figlio, dai quali procede, e dimostra di essere Uno con loro e di operare in noi, affinché rimaniamo in Dio e Lui in noi. Per questo, tra i doni di Dio, non ce n’è uno più grande della carità; né potremmo riconoscere la Chiesa in altre virtù meglio che nella semplicità e nella carità. E non c’è dono di Dio più grande dello Spirito Santo. Esso è anche una grazia, perché ci viene donato liberamente non per meriti nostri, ma per volontà divina, ed appunto per questo viene anche chiamato “grazia”. E come noi chiamiamo l’unico Figlio di Dio, in senso proprio, “Sapienza”, ed anche in senso generale lo Spirito Santo ed il Padre sono la medesima Sapienza, così lo Spirito Santo in senso proprio è designato con il nome di Carità, anche se pure il Padre e il Figlio in senso generale, sono Carità. E come unisce i due, il Padre e il Figlio, ed è quindi designato in senso proprio “carità”, così nella Chiesa pure ne unisce due: Dio e il prossimo, e tutti coloro che amano il prossimo amano anche Dio. Ed in senso proprio, la carità non si manifesta in se stessa, bensì nell’altro, e da qui si conosce che lo Spirito Santo sia veramente arrivato. E tra quelli nei quali è arrivato lo Spirito Santo, non ce n’è nessuno che sia freddo: come abbiamo detto, nessuno rimarrà freddo tra coloro che si avvicinano al fuoco per riscaldarsi. La catasta di legna quando non è accesa, è fredda e viene chiamata in greco rogus (catasta di legna). Ma quando è accesa, in greco si chiama « pira » e in latino « fuoco ». Tutti quelli che cercano il fuoco per scaldarsi si scalderanno sicuramente. E se arde e non riscalda, sappiate che quel fuoco non brucia. E se brucia e non  riscalda, sappiate con certezza che non c’è nessuno che si riscalderà. Dovete pensare allo Spirito Santo nello stesso modo con cui pensate al fuoco. – Perché abbiamo detto tutto questo? Perché vediamo molti Santi che nella Chiesa sono coperti di avidità, e quando vedono che gli altri sono nel bisogno, non aprono le viscere della misericordia al prossimo bisognoso, né lo compatiscono; e giorno e notte si dedicano allo crudezza della penitenza. Qua dunque non c’è il fuoco dello Spirito Santo, perché non riscalda entrambi. Si chiama fuoco, ma è freddo. Da questo fuoco, la Verità dice nel Vangelo: « per il dilagare dell’iniquità, la carità nella maggioranza si raffredderà. » (Mt. XXIV, 12). Questa è la coppa versata sopra i fiumi. Questa è soprattutto una piaga spirituale per i Santi. È anche il flagello dei servi di Dio che si mescolano ai peccatori ed ai malvagi, così com’è scritto: « Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna » (Gv. XII, 25). Non ama la sua anima colui che cerca se stesso più del prossimo: perché chiunque non abbia pietà del fratello bisognoso, e non abbia compassione di lui nella medesima tribolazione, gioisce più della prosperità del mondo che della tribolazione. Questo è l’Angelo delle acque, attraverso il quale Dio cambierà lo stato di quelle acque, cioè Dio mostrerà qual è la situazione delle sue acque. Perché nell’Angelo delle acque si riferisce a tutti gli Angeli dei popoli, cioè all’interno degli uomini, che sono le anime. Infatti non è un solo Angelo che ringrazia Dio per il suo giusto giudizio, poiché trasforma tutto il suo bene in male per i malvagi e i peccatori, ed ha ubriacato con la morte gli omicidi.  Questa è una piaga spirituale che, come avanza apertamente nei malvagi, così procede pure in modo occulto nei buoni. E ai tempi dell’Anticristo una schiera di demoni invaderà coloro che si tenevano in precedenza già immersi nei vizi, come sta scritto: « … aggiunge colpa su colpa » (Psal. LXVIII, 28). Allora apparirà apertamente ciò che ora è in gestazione segretamente nel grembo materno. E ognuno brucerà nel fuoco dei propri peccati e sarà ricompensato secondo i suoi meriti: quando i giusti si vedranno esser puniti, allora si laveranno « … le mani nel sangue degli empi, quando vedranno la vendetta » (Psal. LVII, 11) degli empi. Infatti, quale altra vendetta può esserci, se gli assassini dei profeti hanno bevuto sangue invece che acqua? O come diranno “pace e sicurezza” a coloro che mangiano e bevono, se essi sono punti, feriti da ulcere e bagnati nel sangue? Ed ho sentito l’altare di Dio dire: Sì, Signore, Dio onnipotente: veri e giusti sono i tuoi giudizi. Ciò che sono gli Angeli, è anche l’altare, e questa è l’unica Chiesa, che giorno e notte non cessa mai di ringraziare Dio.

TERMINA LA STORIA DEL TERZO ANGELO

INIZIA IL QUARTO ANGELO.

(Ap. XVI, 8-9)

Et quartus angelus effudit phialam suam in solem, et datum est illi aestu affligere homines, et igni: et æstuaverunt homines aestu magno, et blasphemaverunt nomen Dei habentis potestatem super has plagas, neque egerunt pœnitentiam ut darent illi gloriam.

(E il quarto Angelo versò la sua coppa nel sole, e gli fu dato di affliggere gli uomini col calore e col fuoco: e gli uomini bruciarono pel gran calore, e bestemmiarono il Nome di Dio, che ha potestà sopra di queste piaghe, e non fecero penitenza per dare gloria a lui).

SPIEGAZIONE DELLA STORIA DESCRITTA IN PRECEDENZA

 [4] Il quarto Angelo versò la sua coppa sul sole e gli fu concesso di bruciare gli uomini con il fuoco. Questo non è affidato al sole, ma a colui che ha versato sul sole. E gli uomini erano bruciati da un calore rovente. Certamente ciò riguarda il fuoco futuro, dove saranno gettati i peccatori, come nella prima descrizione del quinto libro sui cavalli visti nella visione, le cui teste erano come leoni e dalle cui bocche uscivano fuoco, fumo e zolfo, e che erano cioè preparati per il fuoco dell’Inferno, e con queste tre piaghe avevano ucciso spiritualmente gli uomini, cioè con le parole degli stessi uomini che chiamati “terreni”. Ciò che è il fuoco, lo zolfo ed il fumo, vale a dire le parole con cui i terrestri sono sedotti, è anche il calore ardente del sole, per mezzo del quale si predispongono per le fiamme del fuoco coloro che le hanno ascoltate. Nelle attuali circostanze di questo mondo, nella misura consentita, il Signore glorifica i suoi: è questa gloria e questa gioia che lo Spirito Santo ha definito piaghe e dolori, perché non possono esser fatti Santi se non sono stati prima messi alla prova con la pazienza dalle persecuzioni dei malvagi. E bestemmiarono il nome di Dio che ha potere su queste piaghe; e non fecero penitenza dandogli gloria. Si bestemmia il Nome di Dio, quando in questo mondo ci si abbandona con passione ai propri peccati; e si chiamano figli di Dio, quando non bestemmiano apertamente il Nome di Dio; ma nel compiere le opere sunnominate, si dice che bestemmino il Nome di Dio, e questo perché si confessano Cristiani nelle parole, ma nelle loro azioni non sono Cristiani. Perciò dice: bestemmiano il Nome di Dio, che ha potere su queste piaghe; e non fanno penitenza dandogli gloria. Non si riferisce al suo rigore, ma alla giusta indignazione del Signore, che ha inviato tal genere di piaga, a chi non si ricorda di Lui. Infatti, se fossero stati puniti corporalmente, avrebbero dovuto essere guariti dalla mano di Dio che li aveva toccati. Ma in questo mondo, per disposizione divina, sono stati lasciati nelle mani dei loro desideri, per fare ciò che vogliono, e quindi saranno condannati. Invece, i giusti di questo mondo, attraverso la tribolazione, vengono mandati nel mezzo della battaglia, così che, dopo essere stati messi alla prova, abbiano di che essere coronati. Come sta scritto: « Il Signore flagella, punisce e corregge ogni figlio che ama » (Prov. III,12).

COMINCIA IL QUINTO ANGELO

(Ap. XVI, 10-11)

Et quintus angelus effudit phialam suam super sedem bestiæ: et factum est regnum ejus tenebrosum, et commanducaverunt linguas suas præ dolore: et blasphemaverunt Deum cœli præ doloribus, et vulneribus suis, et non egerunt pænitentiam ex operibus suis.

(E il quinto Angelo versò la sua coppa sul trono della bestia: e il suo regno diventò tenebroso, e pel dolore si mordevano le loro proprie lingue: E bestemmiarono il Dio del cielo a motivo dei dolori e delle loro ulceri, invece di pentirsi delle loro azioni.)

COMINCIA LA SPIEGAZIONE DELLA STORIA DESCRITTA IN PRECEDENZA

[5] Il quinto Angelo versò la sua coppa sul trono della bestia e il suo regno fu avvolto dalle tenebre: cioè, per queste piaghe che abbiamo detto sopra si è oscurato (il regno), e reso estraneo alla luce: il trono della bestia è la sua [falsa] chiesa, quella che è sotto i piedi della donna. E si mordono la lingua per i loro dolori, cioè si fanno del male l’un l’altro; poiché, essendo malvagi, e costituendo così un unico corpo del diavolo, non hanno pace tra loro. Secondo che dice la Verità: « Il fratello darà a morte il fratello e il padre il figlio, e i figli insorgeranno contro i genitori e li faranno morire » (Mt. X, 21). – Bestemmiando l’ira di Dio, infatti in questo breve tempo essi amano i piaceri; e ciò che vedono con i loro occhi, prende il posto di Dio, e quindi, invece che a Dio, rendono culto al ventre. E non hanno fatto penitenza. Sono induriti nel piacere e nell’amicizia del mondo; ma non bestemmiano apertamente Dio, perché essendo amanti del mondo e predicatori malvagi, rendono grazie a Dio per la sua pace e la sua abbondanza. Come è detto nel Vangelo delle pecore di Dio, coloro che le vedevano dicevano: « Benedetto sia il Signore, perché anche noi siamo stati benedetti » – « Dona, Signore, la tua salvezza, dona, Signore, la vittoria! Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Vi benediciamo dalla casa del Signore » (Mt. XXI, 9 e Psal. CXVII, 25-26).

TERMINA IL QUINTO ANGELO

COMINCIA IL SESTO ANGELO DELLA STORIA

(Ap.. XVI, 12)

Et sextus angelus effudit phialam suam in flumen illud magnum Euphraten: et siccavit aquam ejus, ut præpararetur via regibus ab ortu solis.

(E il sesto Angelo versò la sua coppa nel gran fiume Eufrate, e si asciugarono le sue acque, affinché si preparasse la strada ai re d’Oriente).

[6] Ed il sesto Angelo versò la sua coppa sopra il grande fiume Eufrate; cioè, sopra ogni grande popolo preparato al fuoco dell’incendio, come si dice: e le sue acque si sono prosciugate; cioè sono perfette per la combustione, in esse non c’è niente di vivo, niente di verde che non sia adatto al fuoco. Questo è ciò che ha detto sopra: è prosciugato il raccolto dalla terra, e lo ritroviamo anche nel settimo libro. Per preparare la via per i re che si trovano al sorgere del sole (ad oriente); il sole è Cristo. I re sono i Santi, che si trovano al sorgere del sole, cioè di Cristo. A questi Santi, saranno aggiunti i giusti …« per incontrare Cristo nell’aria » (1 Tess. IV: 17). Questo è il cammino di quei re che sono al sorgere del sole (ad oriente). Nell’omettere il riferimento al settimo Angelo, ricapitola più brevemente fin dall’inizio.

TERMINA

INIZIA LA STORIA DELLE RANE

(Ap. XVI, 13-16)

Et vidi de ore draconis, et de ore bestiæ, et de ore pseudoprophetæ spiritus tres immundos in modum ranarum. Sunt enim spiritus dæmoniorum facientes signa, et procedunt ad reges totius terræ congregare illos in prælium ad diem magnum omnipotentis Dei. Ecce venio sicut fur. Beatus qui vigilat, et custodit vestimenta sua, ne nudus ambulet, et videant turpitudinem ejus. Et congregabit illos in locum qui vocatur hebraice Armagedon.

(E vidi (uscire) dalla bocca del dragone e dalla bocca della bestia e dalla bocca del falso profeta tre spiriti immondi simili alle rane. Poiché sono spiriti di demoni, che fanno prodigi, e se ne vanno ai re di tutta la terra per congregarli a battaglia nel gran giorno di Dio onnipotente. Ecco che io vengo come un ladro. Beato chi veglia e tiene cura delle sue vesti, per non andare ignudo, onde vedano la sua bruttezza. E lì radunerà nel luogo chiamato in ebraico Armagedon.).

TERMINA LA STORIA

SPIEGAZIONE DELLE RANE

[7] Poi dalla bocca del drago e dalla bocca della bestia e dalla bocca del falso profeta vidi uscire tre spiriti immondi. Abbiamo già detto sopra che il dragone è il diavolo; la bestia è tutto il popolo malvagio, cioè il suo corpo; e il falso profeta sono i falsi sacerdoti, che abbiamo descritto sopra come bestia con due corna. Questi tre sono uno. Testimonia di aver visto tre spiriti, ma questi hanno un solo spirito, perché hanno il diavolo come unico capo, di cui essi sono considerati membri.  Questi spiriti sono le sue parole: infatti ciò che il diavolo ispira loro, questo dice il popolo, che è chiamato la bestia; questo pure dicono i falsi profeti, che si dicono essere suoi sacerdoti. Egli vede un solo spirito, ma dice che sono tre secondo il numero delle parti dell’unico corpo del dragone, cioè il diavolo. Infatti, anche la bestia è corpo del diavolo, e così pure i falsi profeti, cioè i prepositi del corpo del diavolo, ed insieme compongono un unico spirito. Come le rane: sono gli spiriti dei demoni che operano prodigi … le rane. La rana è della più loquace vanità, perché in essa non c’è nulla di utile ad un altro essere se non l’emettere col suono della sua voce un gracchiare fastidioso ed importuno. Per loro stessa natura sono impure a causa del luogo in cui si trovano, e di solito si nutrono in acque ristagnanti, nel fango e negli acquitrini; hanno un aspetto sudicio e maleodorante: non solo fuggono dalle acque e soffrono la sete, ma sguazzano nelle stesse luride acque e nella melma. Così anche gli ipocriti ed i falsi profeti non vivono nelle acque pulite che sono nelle fontane o nei fiumi, quelle che sono la dottrina degli Apostoli o dei Dottori, ma si crogiolano tra lo stesso popolo, considerato esser le membra del diavolo: trasmettono le voci alle loro anime [del popolo], con un loro gracchiare aspro simile alle rane nel fango, nonché con una modulazione vacua e gonfia, quali i versi ed il gracidio delle rane, onde operare i loro inganni. Come il faraone che, quando il popolo fu condotto al battesimo, osò entrare dietro di esso  morendovi egli medesimo, così anche questi hanno certamente lo spirito della rana impura, cioè lo spirito dei demoni, e sguazzano e si nascondono in questo fango della loro lussuria. Essi eseguono dei prodigi e vanno a radunare i re di tutta la terra per la guerra del gran giorno di Dio onnipotente. Egli chiama re tutti gli uomini del regno del diavolo. Come i Santi che coraggiosamente dirigono i loro corpi, sono chiamati re, così pure – di contro – gli uomini malvagi che realizzano i desideri del loro corpo, sono detti re. Che realizzano -dice – prodigi. Dice prodigi, ma non sono veramente tali: perché sotto il nome del Cristianesimo e della santità, onde ingannare, si dice che compiano segni. E vanno ai re di tutto il mondo. Non ha detto che lo faranno, o che andranno, come per indicare che questo accadrà solo in futuro, ma ha detto che lo fanno già al presente: e comprende in un unico tempo, dalla passione di Cristo alla venuta dell’Anticristo, il tempo in cui i falsi sacerdoti agiscono nella Chiesa. Si tratta, quindi, di una ricapitolazione di tutto il tempo nel quale gli ipocriti compiono prodigi, amministrando i beni celesti, cioè il battesimo nel popolo, e come facendo ostentazione delle benedizioni. Per radunarli, dice, per la battaglia del grande giorno; non che li raduni da tutto il mondo in un unico luogo, ma ogni popolo li raduna nel suo territorio. Infatti, come la Chiesa si estende in tutto il mondo, così noi crediamo che il diavolo governi in tutto il mondo – sotto il nome di Cristianità – i suoi che perseguitano la Chiesa. Ed infatti dice alla Chiesa stessa: So dove abiti, dove satana ha la sua sede (Ap. II, 13). Il grande giorno del Signore dunque si riferisce a tutti i tempi dalla passione del Signore, anche se deve essere inteso secondo i testi: a volte il giorno del Signore si riferisce al giorno del Giudizio; altre volte all’ultima persecuzione dell’Anticristo; altre ancora si riferisce a tutto il tempo, cioè dalla passione del Signore all’Anticristo, che non definisce “tempo”, ma “un giorno”: come dice attraverso il profeta Amos: « Guai a coloro che attendono il giorno del Signore! Che sarà per voi il giorno del Signore? Sarà tenebre e non luce. Come quando uno fugge davanti al leone e s’imbatte in un orso; entra in casa, appoggia la mano sul muro e un serpente lo morde. Non sarà forse tenebra e non luce il giorno del Signore, e oscurità senza splendore alcuno? » Questi paragoni sono adatti al giorno del giudizio, quando non è più necessario fuggire da un pericolo all’altro, perché si dice che c’è già il fuoco eterno? O che il giorno del giudizio è tenebra, fuliggine che non ha luce, com’è scritto: «  Come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Signore? ». (Mt. XXIV: 27). Quindi, ciò che abbiamo raccontato, se non accade allora, accade in questa vita, ove il giorno del Signore è l’oscurità, e questo perché si anela di vivere nei piaceri in questo mondo. Guai – dice – a coloro che anelano al giorno del Signore, cioè a coloro che si dilettano in esso ed per i quali è soave; … a coloro che ne godono i beni, a coloro che pensano che la Religione sia un affare, a questi dice: « Guai a voi sazi; guai a voi che ridete, perché piangerete. Non a quelli, di cui dice: « Beati quelli che piangono e si affliggono » (Mt. V, 5); per costoro questo giorno, vale a dire il mondo, non è oggetto di concupiscenza; per costoro il giorno, è una fornace di umiltà, di povertà, e di tribolazioni. Così al ricco viene detto che … mentre Cristo è nel bisogno e ha fame, egli si veste di porpora e festeggia splendidamente (Lc. XVI, 19). Cosa giova chiamarsi figlio di Abramo, a colui che non ha compito le opere di Abramo? E cosa giova chiamarsi Cristiano a chi non è imitatore di Cristo? A cosa ha giovato a quel ricco [Epulone] aver conosciuto il giorno del Signore e nello stesso tempo aver desiderato ciò che non è lecito, o goduto in questo mondo ogni genere di dignità e l’abbondanza di ricchezze? Non fu forse il giorno del Signore, per costui che soddisfò la  concupiscenza in questo mondo, un giorno di fame e di nudità, di ombra oscura e tenebrosa e di perpetua notte di cecità? Non avendo corretto la negligenza dei fratelli in questa vita, non facendo loro aprire gli occhi in questo mondo, cercava poi di correggerli dall’inferno! – Continua poi a dire quanto sia contrario questo giorno ai voluttuosi: « Io detesto, respingo le vostre feste e non gradisco le vostre riunioni; anche se voi mi offrite olocausti, io non gradisco i vostri sacrifici, né vedrò il segno di salvezza sopra l’architrave delle vostre porte. Lontano da me il frastuono dei tuoi canti: il suono delle tue arpe non posso sentirlo! » (Am. V, 21). Non ha detto che se offrirete olocausti, non li accetterò, ma i “vostri sacrifici. Il Signore li gradisce, ma che siano i suoi, cioè divini, non i loro, perché umani. Sembra che essi sacrifichino, e facciano come quando, con il sangue di un agnello, per salvarsi ponevano sui loro architravi dei segni che il Signore ora però non vede: essi portano cioè sulla fronte il segno della croce, e credono di avere la sicurezza del Battesimo e qualche indizio di Cristianesimo; e pensano che questo sia sufficiente, per essere partecipi del Cristo attraverso questi segni, ma senza avere una condotta santa. Questo è allora il marchio della bestia, non il sangue di Cristo. Ecco perché dice che fanno prodigi. Ha anche mostrato che essi desiderano il giorno del Signore, e che, usando le loro ricorrenze in modo falso, legittimamente ricordano e celebrano anniversari, solennità e festività; ma appartiene a loro, non al Signore, ciò che fanno, e pensano che i loro piaceri non siano qualcosa di transitorio, ma che siano permanenti, e non hanno alcuna compassione per i loro fratelli. Guai – intima – a coloro che bramano questo giorno avvicinandosi ad esso vuoti (di opere), ed osservano i falsi sabati, riposano nella solennità della festa … « … su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla, canterellano al suono dell’arpa » (Am VI, 4) e considerano ciò che è fugace come permanente, e che non finirà mai. Essi che bevono il vino filtrato e si ungono con unguenti raffinati, ma non si affliggono per coloro che soffrono. Ha indicato anche un terzo modo di intendere il giorno del Signore in generale: tutto il tempo e l’ultima lotta che ci si aspetta che avvenga: coloro che trascorreranno questo giorno del mondo nei piaceri, quegli stessi saranno trascinati da questo giorno di piaceri al giorno del supplizio. Vedendo questo giorno, il profeta ha detto: « È vicino il gran giorno del Signore, è vicino e avanza a grandi passi. Una voce: Amaro è il giorno del Signore! anche un prode lo grida. “Giorno d’ira quel giorno, giorno di angoscia e di afflizione, giorno di rovina e di sterminio, giorno di tenebre e di caligine, giorno di nubi e di oscurità, giorno di squilli di tromba e d’allarme sulle fortezze e sulle torri d’angolo. Metterò gli uomini in angoscia e cammineranno come ciechi, perché han peccato contro il Signore; il loro sangue sarà sparso come polvere e le loro viscere come escrementi. Neppure il loro argento, neppure il loro oro potranno salvarli” » (Sof. I, 14-18). È chiaro, quindi, che egli si riferisca a tutto il tempo, al presente e al futuro, in cui li avrebbe chiamati alla battaglia del grande giorno del Signore. Ecco, io vengo come un ladro. Beato chi è vigilante e conserva le sue vesti per non andar nudo e lasciar vedere le sue vergogne. E radunarono i re nel luogo che in ebraico si chiama Armaghedòn Beato colui che guarda ora e cammina nelle vesti delle sue opere, cioè nella veste bianca del battesimo e della penitenza, nell’elemosina e nelle opere giuste. che non desidera la gloria ed il riposo presente se non quello futuro; di modo che, circondati da ogni parte da opere buone, non peccando in parole, opere, e pensieri, i santi non vedano la loro vergogna nel giorno del giudizio. E ciò che ha detto: li chiamerà in un luogo chiamato in ebraico Harmagedon, appartiene all’ultima persecuzione dell’Anticristo; come se avesse detto: li radunerà per la battaglia. Questo riguarda i santi che in questo tempo saranno in battaglia. In un’altra ricapitolazione questo luogo viene ricordato col dire: … li radunerà per la battaglia: il loro numero sarà come la sabbia del mare. Marciarono su tutta la superficie della terra e cinsero d’assedio l’accampamento dei santi e la città diletta… (Ap XX, 7-8), questa è la Chiesa. Torna di nuovo su questo più chiaramente nella settima coppa e nell’ultima persecuzione, come non ce n’è mai stata nel mondo.

TERMINA LA SESTA COPPA

INIZIA IL SETTIMO ANGELO

Et septimus angelus effudit phialam suam in aerem, et exivit vox magna de templo a throno, dicens: Factum est. Et facta sunt fulgura, et voces, et tonitrua, et terraemotus factus est magnus, qualis numquam fuit ex quo homines fuerunt super terram: talis terraemotus, sic magnus. Et facta est civitas magna in tres partes: et civitates gentium ceciderunt. Et Babylon magna venit in memoriam ante Deum, dare illi calicem vini indignationis irae ejus. Et omnis insula fugit, et montes non sunt inventi. Et grando magna sicut talentum descendit de cœlo in homines: et blasphemaverunt Deum homines propter plagam grandinis: quoniam magna facta est vehementer.

(E il settimo Angelo versò la sua coppa nell’aria, e dal tempio uscì una gran voce dal trono, che diceva: È fatto. E ne seguirono folgori, e voci, e tuoni, e successe un gran terremoto, quale, dacché uomini furono sulla terra, non fu mai terremoto così grande. E la grande città sì squarciò in tre parti: e le città delle genti caddero a terra: e venne in memoria dinanzi a Dio la grande Babilonia, per darle il calice del vino dell’indignazione della sua ira. E tutte le isole fuggirono, e sparirono i monti. E cadde dal cielo sugli uomini una grandine grossa come un talento: e gli uomini bestemmiarono Dio per la piaga della grandine: poiché fu sommamente grande.).

SPIEGAZIONE DELLA STORIA DESCRITTA IN PRECEDENZA

[8] Il settimo Angelo versò la sua coppa nell’aria e uscì dal tempio, dalla parte del trono, una voce potente che diceva: “È fatto!”. Abbiamo già detto più in alto che la terra, il mare, i fiumi e le sorgenti delle acque, il sole, il trono della bestia, il fiume Eufrate e l’aria, questi sette elementi ne sono in realtà uno solo. Ed egli – disse – uscì una grande voce dal tempio del trono, dicendo: “È fatto”; cioè, uscì una voce dalla Chiesa, dicendo: “È fatto”. Poi ripete e ricapitola ancora dalla persecuzione: e seguirono fulmini e tuoni, e ci fu un grande terremoto, come non avveniva da quando gli uomini erano sulla terra, un terremoto così violento e così grande; vale a dire che, l’angoscia al tempo dell’Anticristo sarà tale come non è mai stata da quando è cominciato il mondo. La grande città si aprì in tre parti. Abbiamo spesso detto in questo libro, e lo ripetiamo ancora una volta, che ci sono tre parti di popolo in tutto il mondo: due sono del diavolo, ed una di Dio. Una è fuori della Chiesa, e sono cioè i gentili e gli infedeli; due sono dentro la Chiesa: una è l’immagine dell’Anticristo, e l’altra – la terza – è la Chiesa. Quindi, la grande città è tutto il popolo, e cioè tutti coloro che vivono sotto il cielo; il popolo si aprirà in tre parti quando la Chiesa sarà divisa stata; così che una parte sarà la gentilità, la seconda costituirà l’abominio della desolazione, e la terza – la Chiesa – uscirà da mezzo ad esso. Continua a mostrare ancora quali siano queste tre parti, dicendo: e le città delle nazioni sono crollate. Dio si ricordò della grande Babilonia, per darle il calice del vino della sua collera feroce. Ogni isola scomparve e i monti si dileguarono. Le città delle nazioni sono i gentili e i pagani come abbiamo detto innanzi. Babilonia è la confusione e l’abominio della desolazione che è all’interno della Chiesa, sotto il nome di Cristianesimo. E quando ha detto: le città delle nazioni sono crollate, si riferisce al fatto che tutte le forze e le speranze che i gentili riponevano in questo mondo sono cadute. Le montagne e le isole sono la Chiesa, fondata e perseguitata in queste città. Ed infatti non si hanno città separate dei Cristiani, che crollino in modo speciale, ma quando i malvagi calpestano la Chiesa, allora si dice che poi crollino e perdano la speranza. O se si deve intenderlo come giorno del giudizio, per cui Babilonia venne dopo in mente a Dio? Ma Davide diceva di queste città: « Nessuna breccia, nessuna incursione, nessun gemito nelle loro piazze. » (Sal. CXLIII,14); infatti il bene e il male hanno piazze comuni. Queste, quindi, sono le tre parti, vale a dire: i gentili, la Babilonia, dalla quale al popolo di Dio è comandato di uscire, le isole e le montagne da cui sono fuggiti, quelle che sono la Chiesa stessa. Si dice che sia fuggita, non che sia stata trovata, cioè che non sia separata dai cattivi. E Babilonia è il male universale avverso a Gerusalemme, che è o nei Gentili, o nei falsi fratelli; ma ciò deve essere compreso secondo il testo, come lo conosciamo dalla Verità. Babilonia poi, beve la collera di Dio, quando riceve il potere di perseguitare la Chiesa, soprattutto nell’ultima persecuzione dell’Anticristo. Per questo dice che è crollata a causa di un terremoto, quello che provoca nella Chiesa. Le isole dice che siano le sette chiese. Così in Isaia: « Le onde del mare si agitano per la gloria del Signore » (Is XIX, 5). Perciò nelle isole del mare, si glorificherà il Nome del Signore, (Is XXIV, 15).Si dice che queste isole siano fuggite e non siano state poi trovate, cioè non si siano separate: perché coloro che acconsentono ai malvagi si dice che siano separati. E grandine enorme del peso di mezzo quintale scrosciò dal cielo sopra gli uomini. Questa grandine che cade dal cielo è l’ira di Dio che si abbatte sui peccatori. Come sta scritto: « nel mio furore per la distruzione cadrà grandine come pietre »(Ez XIII,13). Il Signore promette alla Sua Chiesa la protezione da questa grandine dicendo: se la grandine cade, essa non verrà su di voi. Dio minaccia lo stesso popolo con questo terremoto, dicendo: quando Gog verrà nella terra d’Israele, in quel giorno ci sarà un grande terremoto sul suolo d’Israele, e ha aggiunto: « … farò giustizia di lui con la peste e con il sangue: farò piovere su di lui e le sue schiere, sopra i popoli numerosi che sono con lui, torrenti di pioggia e grandine, fuoco e zolfo. » (Ez XXXVIII, 19 e 22). Queste piaghe – grandine, zolfo e fuoco – sono spirituali all’interno della Chiesa. Così come abbiamo letto che in Egitto ci sono state dieci piaghe, si deve sapere che in questo libro esse sono tutte spirituali. Infatti, tutte le piaghe d’Egitto erano una figura delle piaghe spirituali. E gli uomini bestemmiarono Dio a causa del flagello della grandine, poiché era davvero un grande flagello. Non che essi bestemmino apertamente Dio; ma per il fatto che abbondino nei loro peccati, e si definiscano figli di Dio, sono spiritualmente devastati dal flagello della grandine, cioè dall’ira di Dio. Quando credono di vivere a lungo in pace ed in tranquillità in questo mondo, improvvisamente vengono privati di questa luce e ignorano a quali punizioni e tormenti siano condotti. Queste sono le sette coppe, cioè le piaghe spirituali, che si compiono in questo mondo all’interno della Chiesa. – Finisce qui e ricapitola dall’inizio, cioè dalla passione di Cristo.

TERMINA IL LIBRO OTTAVO

COMMENTARIO ALL’APOCALISSE DI BEATO DI LIEBANA (15)

COMMENTARIO ALL’APOCALISSE DI BEATO DI LIEBANA (13)

L’Arca di Noé

LIBRO SETTIMO

COMINCIA IL LIBRO SETTIMO E LA STORIA DELLO STESSO

(Ap. XIV, 6-13)

Et vidi alterum angelum volantem per medium cæli, habentem Evangelium aeternum, ut evangelizaret sedentibus super terram, et super omnem gentem, et tribum, et linguam, et populum: dicens magna voce: Timete Dominum, et date illi honorem, quia venit hora judicii ejus: et adorate eum, qui fecit cælum, et terram, mare, et fontes aquarum. Et alius angelus secutus est dicens: Cecidit, cecidit Babylon illa magna: quæ a vino iræ fornicationis suæ potavit omnes gentes. Et tertius angelus secutus est illos, dicens voce magna: Si quis adoraverit bestiam, et imaginem ejus, et acceperit caracterem in fronte sua, aut in manu sua: et hic bibet de vino iræ Dei, quod mistum est mero in calice iræ ipsius, et cruciabitur igne, et sulphure in conspectu angelorum sanctorum, et ante conspectum Agni: et fumus tormentorum eorum ascendet in sæcula sæculorum: nec habent requiem die ac nocte, qui adoraverunt bestiam, et imaginem ejus, et si quis acceperit caracterem nominis ejus. Hic patientia sanctorum est, qui custodiunt mandata Dei, et fidem Jesu. Et audivi vocem de caelo, dicentem mihi: Scribe: Beati mortui qui in Domino moriuntur. Amodo jam dicit Spiritus, ut requiescant a laboribus suis: opera enim illorum sequuntur illos.

(E vidi un altro Angelo, che volava per mezzo il cielo, e aveva il Vangelo eterno, affine di evangelizzare gli abitatori della terra, e ogni nazione, e tribù, e lingua, e popolo: e diceva ad alta voce: Temete Dio, e dategli onore, perché è giunto il tempo dèi suo giudizio: e adorate colui che fece il cielo, e la terra, il mare, e le fonti delle acque. E seguì un altro Angelo dicendo: È caduta, è caduta quella gran Babilonia, la quale ha abbeverato tutte le genti col vino dell’ira della sua fornicazione. E dopo quelli venne un terzo Angelo dicendo ad alta voce: Se alcuno adora la bestia e la sua immagine, e riceve il carattere sulla sua fronte, o sulla sua mano: anch’egli berrà del vino dell’ira di Dio, versato puro nel calice della sua ira, e sarà tormentato con fuoco e zolfo nel cospetto dei santi Angeli, e nel cospetto dell’Agnello: e il fumo dei loro tormenti si alzerà nei secoli dei secoli: e non hanno riposo né dì, né notte coloro che adorarono la bestia e la sua immagine, e chi avrà ricevuto il carattere del suo nome. Qui sta la pazienza dei santi, i quali osservano i precetti di Dio e la fede di Gesù. E udii una voce dal cielo che mi diceva: Scrivi: Beati i morti, che muoiono nel Signore. Già fin d’ora dice Io Spirito, che si riposino dalle loro fatiche: poiché vanno dietro ad essi le loro opere.).

SPIEGAZIONE DELLA STORIA DESCRITTA IN PRECEDENZA.

[1] E vidi, disse, un altro Angelo volare in mezzo al cielo. Angelo significa “messaggero, e il cielo è la Chiesa. Un angelo che vola in mezzo al cielo: è la predicazione della Chiesa che si sta diffondendo in tutto il mondo. E che aveva un Vangelo eterno per evangelizzare coloro che abitano sulla terra, ed ogni nazione, razza, lingua e popolo, dicendo: Temete il Signore. Non ha detto di avere il Vangelo e che predicava in ogni nazione, ma che si doveva evangelizzare (infatti si fece in una sola area, in Africa): affinché fosse noto cosa si dovesse fare in ogni nazione. La Chiesa, che predica così in un’area dell’Africa, deve predicare con quella stessa intensità in ogni nazione, quando uscirà dalla Babilonia di questo mondo. Predicava e diceva: Temete il Signore e rendetegli gloria, perché sta arrivando il giorno del suo giudizio, e adorate Colui che ha fatto il cielo e la terra, il mare e le sorgenti d’acqua. E un secondo Angelo lo seguì dicendo: “Il secondo Angelo” è la predicazione del futuro quando, nella pace futura, la profezia aprirà la sua bocca onde predicare. È caduta, Babilonia la grande, è caduta. Babilonia si riferisce alla città del diavolo: la città del diavolo è il suo popolo, ed ogni corruzione ed opera malefica che esso impiega a perdizione propria e di quella del genere umano. Infatti, come la città di Dio è la Chiesa, così, di contro, la città del diavolo è quella Gerusalemme di cui abbiamo parlato sopra, e che è la Babilonia, perché in questo mondo rimane nella pace del disordine. Come dice il Signore: « In quel giorno io farò di Gerusalemme come una pietra da carico che tutti i popoli vorranno sollevare » (Zac. XII: 3). E quando parlò della rovina di Gerusalemme per mezzo di Isaia, disse: « Questa è la decisione presa per tutta la terra »  (Is. XIV, 26). E quando Zaccaria vide l’ingiustizia del mondo intero, gli fu detto che: « … tu che abiti ancora con la figlia di Babilonia! » (Zac. II, 7), cioè nel popolo del diavolo. Nel vedere che la sua distruzione stava già avvenendo, la nostra Chiesa esclama: è caduta, è caduta Babilonia la grande. E lo ripete due volte, perché cade due volte, quando si separa da Cristo e poi dalla Chiesa. Si dà per scontato ciò che accadrà comunque. Come è detto ancor prima di crocifiggere Cristo: « hanno diviso le mie vesti » (Psal. XXI, 19), anche qui si dice essere già accaduto ciò che ancora poi sarebbe accaduto in Cristo, e che ora vediamo realizzato. Quindi dobbiamo intendere adesso, come Babilonia, questo mondo: essa è già stata condannata agli occhi di Dio, e sarà poi condannata agli occhi di tutti in futuro. Ma nell’inizio della caduta di Babilonia, vediamo chiaramente la pace futura, una volta eliminato lo scisma ed operata questa scissione in tutto il mondo. Perché tutte le nazioni hanno bevuto dal vino della sua fornicazione. Con questa città abbattuta, che ha bevuto il vino della fornicazione di tutte le nazioni – infatti così fu fondata – sono incluse tutte le nazioni che già prima erano state corrotte dalla fornicazione e da ogni impurità, e pure molte genti che non sono sotto il diretto potere di quella Babilonia. Qui divide la stessa realtà in due, per renderla oscura. Quindi è chiaro che tutte le nazioni sono identificate in quella città che beve il vino della fornicazione, cioè di ogni opera impura ed iniqua. – Poi, un terzo angelo li seguì gridando a gran voce: Chiunque adora la bestia e il suo simulacro. Questo è l’annuncio dell’ultima persecuzione, cioè quella che avverrà ai tempi dell’Anticristo per un breve spazio di tempo. … Adora la bestia e la sua immagine: cioè il diavolo e il suo popolo, e la sua testa che sembra uccisa, cioè i sacerdoti che sotto il nome di Cristo servono il diavolo nella Chiesa. E chiunque riceve il marchio sulla fronte … anch’egli berrà il vino dell’ira di Dio che è versato puro nella coppa della sua ira. Quando dice berrà anch’egli, indica che c’è un altro che ha bevuto; e siccome abbiamo detto che ci sono due popoli, uno dal diavolo che è fuori della Chiesa – che sono gli infedeli e i gentili – e l’altro che è dentro la Chiesa, che sono solo i Cristiani di nome, ma nella loro condotta non si distinguono dai pagani, ecco perché dice che berranno entrambi del vino dell’ira di Dio. Aveva detto che tutte le nazioni avevano bevuto del vino della fornicazione; e senza fare una distinzione con quelli che, pur non mescolandosi visibilmente con i pagani, adorano la stessa bestia sotto il nome di Cristo, dice: anche egli berrà dell’ira di Dio. E sarà tormentato con fuoco e zolfo alla presenza dei santi Angeli e alla presenza dell’Agnello, e il fumo del suo tormento salirà per i secoli dei secoli. E non avranno riposo né giorno né notte quanti adorano la bestia e la sua statua e chiunque riceve il marchio del suo nome Qui mostra  che si riferisce a tutti, sia vivi che morti. Perché quando dice: “Coloro che adorano la bestia saranno tormentati dal fuoco e dalla zolfo“, si riferisce ai vivi. Ma quando dice: “Il fumo che sale dal loro tormento, e non hanno riposo giorno e notte“, intende i morti. Qui appare la costanza dei santi, che osservano i comandamenti di Dio e la fede in Gesù. Ha detto la “costanza” dei santi, cioè il non accettare il marchio dell’immagine della bestia, bensì il marchio dello stesso Agnello di verità; e di non adorarne l’immagine, ma il “vero” Cristo. Infatti allora ci sarà grande oppressione – ai tempi dell’Anticristo – come non c’era mai stata dall’inizio del mondo: ed in questa oppressione occorreranno fede e perseveranza nell’osservare i precetti di Dio e la fede di Cristo. E ho sentito una voce dal cielo che diceva: Scrivi: Beati i morti che muoiono in Cristo. Qui si riferisce a tutti i santi, sia vivi che sepolti. Perché quando dice beati i morti, intende i sepolti; ma quando dice che “muoiono in Cristo”, intende i vivi, che camminano nella cenere e nel cilicio. Include tutto il tempo in Cristo, dicendo: coloro che sono morti e quelli che muoiono chiaramente in Cristo. – Sì, dice lo Spirito, riposino dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono: fin d’ora e fino a che saranno morti o risorti, perché si parla della fine della persecuzione dell’Anticristo. Qui finisce e ricapitola dal tempo della pace futura.

TERMINA

INIZIA LA STORIA DELLA NUBE BIANCA E

DEL FIGLIO DELL’UOMO NEL LIBRO VII

(Ap. XIV, 14-20)

Et vidi: et ecce nubem candidam, et super nubem sedentem similem Filio hominis, habentem in capite suo coronam auream, et in manu sua falcem acutam. Et alius angelus exivit de templo, clamans voce magna ad sedentem super nubem: Mitte falcem tuam, et mete, quia venit hora ut metatur, quoniam aruit messis terræ. Et misit qui sedebat super nubem, falcem suam in terram, et demessa est terra. Et alius angelus exivit de templo, quod est in cælo, habens et ipse falcem acutam. Et alius angelus exivit de altari, qui habebat potestatem supra ignem: et clamavit voce magna ad eum qui habebat falcem acutam, dicens: Mitte falcem tuam acutam, et vindemia botros vineæ terræ: quoniam maturæ sunt uvæ ejus. Et misit angelus falcem suam acutam in terram, et vindemiavit vineam terræ, et misit in lacum iræ Dei magnum: et calcatus est lacus extra civitatem, et exivit sanguis de lacu usque ad frenos equorum per stadia mille sexcenta.

(E vidi: ed ecco una candida nuvola, e sopra la nuvola uno che sedeva simile al Figliuolo dell’uomo, il quale aveva sulla sua testa una corona d’oro, e nella sua mano una falce tagliente. E un altro Angelo uscì dal tempio gridando ad alta voce a colui che sedeva sopra la nuvola: Gira la tua falce, e mieti, perché è giunta l’ora di mietere, mentre la messe della terra è secca. E colui che sedeva sulla nuvola, menò in giro la sua falce sulla terra, e fu mietuta la terra. E un altro Angelo uscì dal tempio, che è nel cielo, avendo anch’egli una falce tagliente. E un altro Angelo uscì dall’altare, il quale aveva potere sopra il fuoco: e gridò ad alta voce a quello che aveva la falce tagliente, dicendo: Mena la tua falce tagliente, e vendemmia i grappoli della vigna della terra: poiché le sue uve sono mature. E l’Angelo menò la sua falce tagliente sopra la terra, e vendemmiò la vigna della terra, e gettò (la vendemmia) nel grande lago dell’ira di Dio: e il lago fu pigiato fuori della città, e dal lago uscì sangue fino ai freni dei cavalli per mille seicento stadi.)

SPIEGAZIONE DELLA STORIA DESCRITTA IN PRECEDENZA

[2] Io guardai ancora ed ecco una nube bianca e sulla nube uno stava seduto, simile a un Figlio d’uomo. La nuvola bianca si riferisce alla Chiesa che brilla nel chiarore della sua pazienza. Il figlio dell’uomo si riferisce a Cristo, che è il padrone della sua Chiesa. Questa nuvola bianca risplenderà ora nella Passione, ma soprattutto sarà bianca per le fiamme delle persecuzioni nella Resurrezione, quando sarà stata ricongiunta con la sua testa: portava una corona d’oro sulla testa. Sono questi i ventiquattro anziani, con le loro corone d’oro. E in mano aveva una falce affilata, cioè nel suo agire aveva il potere di maledire. Questa è la falce di cui l’Angelo disse a Zaccaria: « Questa è la maledizione che viene sulla faccia di tutta la terra; perché ogni ladro, da questo momento fino alla morte, pagherà  le sue colpe; e ogni uomo spergiuro, da questo punto in poi fino alla morte, pagherà per la propria colpa » (Zac. V., 3). Ma né il ladro né lo spergiuro peccano più gravemente di tutti gli altri, anche se si dice che solo loro siano condannati; questo perché il ladro e lo spergiuro sono gli ipocriti, cioè quei sacerdoti di cui abbiamo detto quando si è parlato della bestia che aveva il capo come ucciso, … come dice il Signore: Chi non entra dalla porta – che è Cristo – ma vi entra da un’altra parte, è un ladro ed un brigante (Gv X, 1). E anche: … che dicono di essere Giudei e non lo sono (Ap II, 9), ma mentono. E dei Santi è stato detto in questo libro: entreranno alla presenza del Dio vivo e vero (Ap XXII,14). Ogni ladro, dice, e ogni spergiuro, per insegnarci che non esiste un solo tipo di ladro e di spergiuro. E un altro Angelo uscì dal santuario, gridando a gran voce a colui che era seduto sulla nuvola: « Getta la tua falce affilata e vendemmia i grappoli della vigna della terra, perché le sue uve sono mature », e cioè i peccati sono compiuti. L’Angelo che esce dal tempio gridando ad uno come un figlio dell’uomo, è ora nella Chiesa e dà il comando del Signore. L’Angelo è il messaggero della predicazione; il tempio è la Chiesa; il figlio dell’uomo è Cristo. Il quale non grida con voce chiara, ma suggerisce attraverso lo Spirito Santo che agisce nel suo corpo, cioè nella Chiesa, dicendo: è tempo di anatemizzare i malvagi, cioè di fare la separazione e, tollerata la persecuzioni dei nemici, di eliminarli completamente; cioè la Chiesa desidera che venga il giorno del giudizio e che sia separata da tutti i malvagi. E colui che stava seduto sulla nuvola gettò la falce nella terra, e la terra fu mietuta: questo è certamente inteso nel senso spirituale, perché quando la Chiesa è stata perseguitata dai malvagi e ne ha patito pazientemente gli insulti, è allora che essi sono vinti, e per questo si dice anche che opprime i suoi nemici. Perché è quando la Chiesa viene data ai suoi nemici per fare ammenda, che i nemici stessi vengono puniti. E un altro Angelo è uscito dal santuario del cielo. Come abbiamo già detto, l’Angelo è il messaggero, e il cielo è il santuario: la Chiesa, l’altro Angelo, che dice venir fuori dal tempio è la seconda predicazione della Chiesa. Il primo è quello della fuga e dell’inizio della persecuzione; ma il secondo è per i persecutori. Aveva anche una falce affilata, cioè lo stesso potere. Questi due Angeli sono un solo ed unico potere. Ed un altro Angelo salì dall’altare. È lo stesso comando del Signore dalla Chiesa, che aveva potere sul fuoco; Egli annuncia questo fuoco in vari modi. Medesimo è il fuoco suddetto che è uscito dalla bocca dei testimoni, cioè la parola della predicazione; e lo stesso è la falce, lo stesso è la spada; lo stesso è la parola che esce dalla bocca della Chiesa. E gridò ad alta voce a colui che aveva la falce affilata, dicendo: « Getta la tua falce affilata e vendemmia i grappoli della vite della terra, perché le sue uve sono mature ». L’Angelo gettò la falce nella terra e vendemmiò i grappoli della vigna della terra. Abbiamo detto più volte che l’Angelo è il messaggero, cioè la predicazione della Chiesa, alla quale Cristo ha dato il potere di disporre e provvedere del presente e del futuro. Nella mietitura e nel raccolto, ci si riferisce al popolo che non è tormentato ora dalla penitenza: ma lo sarà certamente all’inferno. Chi ha la falce per tagliare la messe, è lo stesso che la tiene per mietere; e chi dice al mietitore di gettare la falce, è lo stesso che dice al vendemmiatore di vendemmiare: perché è la stessa e medesima cosa che si fa nel contempo, cioè al tempo dell’Anticristo, quando giungerà la grande angoscia, e l’angoscia cominciata non sarà alleviata finché non finirà con la morte. Nella vendemmia e nel raccolto, si segnala l’inizio e la fine della stessa angoscia. Ma dobbiamo considerare però che nella nuvola bianca, in modo chiaro e personale, è contemplato Cristo, come detto sopra, che è il mietitore, e dopo di lui, … chi è il vendemmiatore? Non è altri che Cristo stesso! Ma non di persona, ma nel suo Corpo, che è la Chiesa, a cui ha dato questo potere di legare e di sciogliere, perché facesse per Cristo ciò che Egli vuole.  Questo vide anche Daniele (Dan. VII, 13), che in questa vita cioè la nube ci viene per la fede di Cristo che riceve il potere regale e tutto il popolo della terra da ogni nazione. E gettò nel tino dell’ira di Dio ciò che è grande. A cosa si riferisce ciò che è grande, se non a ciò che è superbo? Perché non c’è peccato più grande della superbia. Non dice al grande torchio, ma versa nel torchio ciò che è grande, cioè ognuno dei superbi. Questo si esprime chiaramente nella lingua greca, dove il torchio è di genere femminile, e grande è espresso in maschile. Questo torchio è la punizione per il peccato che ognuno ha realizzato nel proprio corpo. E il torchio fu pigiato fuori città. Questa città è la Chiesa. Quando si opera la separazione tra i buoni ed i malvagi e Cristo ricompensa ciascuno secondo le sue opere, allora il torchio viene pigiato fuori dalla città, cioè fuori dalla Chiesa. Una volta effettuata la separazione, ogni uomo peccatore sarà fuori. E la pigiatura del torchio del vino è il castigo dei peccatori; come dice Geremia, una volta distrutta Gerusalemme: « il Signore ha pigiato come uva nel tino la vergine figlia di Giuda. » (Lam. 1,15). E, per mezzo di Gioele, Dio esorta i suoi guerrieri a compiere quest’ultima messe, a pigiare il torchio, pieno di peccatori, dicendo: « Proclamate questo fra le genti: chiamate alla guerra santa, incitate i prodi, vengano, salgano tutti i guerrieri. Con le vostre zappe fatevi spade e lance con le vostre falci; anche il più debole dica: io sono un guerriero! Svelte, venite, o genti tutte, dai dintorni e radunatevi là! Signore, fa’ scendere i tuoi prodi! Si affrettino e salgano le genti alla valle di Giòsafat – cioè la Chiesa – poiché lì siederò per giudicare tutte le genti all’intorno. Date mano alla falce, perché la messe è matura; venite, pigiate, perché il torchio è pieno e i tini traboccano… tanto grande è la loro malizia! Folle e folle nella Valle della decisione, poiché il giorno del Signore è vicino nella Valle della decisione. Il sole e la luna si oscurano e le stelle perdono lo splendore. Il Signore ruggisce da Sion e da Gerusalemme fa sentire la sua voce; tremano i cieli e la terra. Ma il Signore è un rifugio al suo popolo, una fortezza per i figli di Israele: Voi saprete che io sono il Signore vostro Dio che abito in Sion, mio monte santo ». (Gioel. IV, 9-17). Tutto questo sta accadendo spiritualmente nella Chiesa di oggi, e crediamo che accadrà in modo manifesto nel giorno del giudizio. E tutti coloro che noi crediamo saranno gettati nel torchio dell’ira del Signore, si preparino già fin d’ora con le loro opere; tutti coloro che desiderano servire il mondo, e si dilettano nel prendersi cura del proprio corpo, prendono moglie e desiderano prenderne ancora altre, non amano Dio che dovrebbero amare, ma si preoccupano dei beni terreni: che altro fanno se non incoraggiare i guerrieri e i combattenti? Coloro che fan questo, fondono gli aratri per farne falci e spade per la guerra. E coloro che accumulano beni in questo mondo, cosa fanno se non dichiarare guerra e incoraggiare Cristo e la Chiesa a combattere contro di loro? Ma i Santi, prevedendo questo, predicano – per gli incontinenti – il matrimonio benedetto, esortano le vedove ed i continenti alla purezza della castità, e consigliano loro di avanzare verso una maggiore perfezione; si sforzano, persuadendo le vergini, perché non contraggano matrimonio. Che cosa proclamano questi se non la pace fondendo le spade e facendone aratri e falci? Quando rompono la spada per farne un aratro ed una falce, è perché constatano che non c’è la guerra, ma la pace. E quando si rompono l’aratro e la falce per farne spada, ci si aspetta che non ci sarà la pace, bensì la guerra; e non affronterà chi sta per venire con venti mila soldati, colui che sa di essergli inferiore con diecimila (Lc. XIV, 31); e non dubiterà di essere doppiamente calpestato in futuro dai Santi nel torchio della loro ira. Come è scritto di questi attraverso Babilonia in questo stesso libro: « retribuitele il doppio dei suoi misfatti. Versatele doppia misura nella coppa con cui mesceva. » (Ap. XVIII, 6). Riceveranno il doppio da noi in futuro, quando decidono di ucciderci qui con la morte unica; verranno calpestati da noi, quando ci calpestano ora. Quando versano il nostro sangue, sono essi a morire. Perché così sta scritto: che colui che fa quel che fa, poi egli lo soffre: « In quel giorno – dice –  io farò di Gerusalemme come una pietra da carico per tutti i popoli: quanti vorranno sollevarla ne resteranno lacerati » (Zac XII, 3). – E il sangue sgorgava dal torchio del vino all’altezza delle briglie dei cavalli. E cosa sono qui i cavalli se non i principi ed i governanti del mondo – sui quali cavalca il diavolo – per cui compiono le loro opere nefande con maggiore velocità? Si dice giustamente che scaturì sangue dal torchio del vino fino all’altezza delle briglie dei cavalli; cioè la vendetta della condanna giungerà fino ai capi dei popoli, fino al diavolo ed ai suoi angeli, fino agli uomini malvagi. Nell’ultima battaglia, nel giorno del giudizio, la vendetta sgorgherà dal sangue versato come era stato profetizzato da tempo: tu hai commesso un peccato di sangue, e il sangue ti persegue (Ez. XXXV, 6). Per una distanza di milleseicento stadi, cioè nelle quattro parti del mondo: infatti la quarta parte sta con la quaternità, come nelle quattro facce e nelle ruote quadriformi (Ez. I). Infatti quattro volte quattrocento sommano milleseicento.

COMINCIA LA STORIA DEI SETTE ANGELI

Ricapitola per descrivere la persecuzione, dicendo:

(Apoc. XV, 1-4)

Et vidi aliud signum in cælo magnum et mirabile, angelos septem, habentes plagas septem novissimas: quoniam in illis consummata est ira Dei. Et vidi tamquam mare vitreum mistum igne, et eos, qui vicerunt bestiam, et imaginem ejus, et numerum nominis ejus, stantes super mare vitreum, habentes citharas Dei: et cantantes canticum Moysi servi Dei, et canticum Agni, dicentes: Magna et mirabilia sunt opera tua, Domine Deus omnipotens: justæ et veræ sunt viæ tuæ, Rex sæculorum.  Quis non timebit te, Domine, et magnificabit nomen tuum? quia solus pius es: quoniam omnes gentes venient, et adorabunt in conspectu tuo, quoniam judicia tua manifesta sunt.

(E vidi nel cielo un altro segno grande e mirabile: sette Angeli che portavano le sette ultime piaghe: perché con queste si sazia l’ira di Dio. E vidi come un mare di vetro misto di fuoco, e quelli che avevano vinto la bestia, e la sua immagine, e il numero del suo nome, stavano ritti sul mare di vetro, tenendo cetre divine, e cantavano il canto di Mosè, servo di Dio, e il cantico dell’Agnello, dicendo: Grandi e mirabili sono le tue opere, o Signore Dio onnipotente: giuste e vere sono le tue vie, o Re dei secoli. Chi non ti temerà, o Signore, e non glorificherà il tuo nome? Poiché tu solo sei pio: onde tutte le nazioni verranno, e si incurveranno davanti a te, perché i tuoi giudizi sono stati manifestati.).

COMINCIA LA SPIEGAZIONE DELLA STORIA DESCRITTA IN PRECEDENZA

[3] Poi ho visto nel cielo un altro segno grande e meraviglioso: sette Angeli. I sette Angeli sono le sette chiese, che sono un’unica chiesa. La Chiesa è sempre in penitenza, e non cessa di predicare le piaghe al popolo indocile. Aventi le sette piaghe, le ultime, perché con esse si consuma l’ira del Signore. Le sette piaghe suddette, indicano un numero perfetto. Infatti la Sacra Scrittura spesse volte indica il sette come un numero perfetto. Dio stesso lo ripete nel Levitico, dicendo: Vi colpirò con sette piaghe (Lv. XXVI, 28), cioè le ultime che giungeranno, quando la Chiesa uscirà da mezzo ad esso. Ne ha annunciato sette nel modo spirituale, in relazione ai sette Angeli. E siccome abbiamo detto che i sette Angeli sono le sette chiese, che noi crediamo essere una sola, sappiamo così che queste sette piaghe sono spirituali: per mezzo delle quali, non ne dubitiamo, si rimprovera il genere umano per i sette vizi. E come spesso fa, aggiunge qualcos’altro, e fa riferimento alle piaghe annunciate. E descrivendo nel dettaglio tutte le piaghe, torna al suo proposito. E vidi anche come un mare di cristallo, cioè la fonte trasparente del Battesimo. Mescolato con il fuoco, cioè con lo spirito o la prova: perché il fuoco a volte rappresenta lo Spirito Santo, a volte la prova della tribolazione. Si intende come Spirito Santo quando dice: Sono venuto a portare il fuoco sulla terra (Lc. XII, 9). Si intende come fuoco della prova quando l’Apostolo dice: « La fornace prova gli oggetti del vasaio, la prova dell’uomo si ha nella sua tribolazione. » (Eccli. XXVII 5). E il salmista dice: « … come fuoco che divampa tra le spine » (Psal. CXVII, 12). Perché con le fiamme dei detrattori non si bruciano le vite dei giusti, ma vengono bruciati quei rovi di peccati che sono in essi, qualora ce ne siano. – Si dice quindi giustamente: un mare di cristallo mescolato al fuoco, cioè il Battesimo mescolato alla passione di Cristo. Perché ci è stato comandato di essere battezzati non solo con l’acqua, ma anche nella sua morte, cosicché con la morte ed il sangue possiamo vincere il diavolo. Così dice, a proposito di questo fuoco mescolato: E quelli che avevano trionfato della bestia, e della sua immagine, e del numero del suo nome, stavano in piedi sul mare di cristallo. Dice e ripete “mare di cristallo”: il cristallo è trasparente, ma si rompe con facilità; infatti l’uomo, quando è battezzato in Cristo e lavato da ogni macchia di peccato, è come il cristallo trasparente, e così è visto dai santi Angeli; ma quando la vita procede nel tempo, è sempre macchiata da opere, parole o pensieri; e allora appare essere non un membro di Cristo, di cui ha ricevuto il Battesimo, ma della bestia, e non si dubita che porti il marchio del suo nome. Ma quando per libera misericordia ha ricevuto l’ispirazione della Grazia dello Spirito Santo, e si è convertito alla penitenza, comincia a piangere per i suoi peccati passati: allora, sfuggito dalla bestia si unisce alle membra del corpo di Cristo, ritornando così finalmente al primitivo Battesimo di santità che aveva perduto; e non si dice più che giace nel peccato, bensì che sta in piedi sul mare di cristallo, per cui dice: accompagnando il canto con le arpe divine. Nell’arpa la corda viene stirata e tesa sul legno. Sul legno che è la croce, ecco la corda, cioè la carne tormentata dalla penitenza: questa corda produce un dolce suono, e tesa sull’albero della croce unisce tutti nella carità. E cantano il cantico di Mosè, servo di Dio, ed il canto dell’Agnello. Dopo il passaggio del Mar Rosso, il popolo canta un cantico a Dio, una volta annegati gli egiziani ed il faraone. Allo stesso modo, dopo il Battesimo, eliminati i peccati, i fedeli erompono in azioni di grazie con inni dicendo: Cantiamo al Signore, perché Egli si è coperto di gloria, gettando in mare cavalli e cavalieri (Es. XV, 1). Lo dicono in modo migliore e più dignitoso coloro che tengono tra le mani un timpano, come Maria, cioè coloro « che hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri » (Gal. V, 24) e hanno mortificato le proprie membra coloro che sono sulla terra. Poi si dice che appena oltrepassato il mare, il popolo cammina nel deserto, e cioè tutti i battezzati del mondo intero, non godendo ancora della terra promessa, se non sperando ciò che non vedono, ed aspettando pazientemente, come nel deserto, sono là in tentazioni faticose e pericolose, affinché non tornino con il loro cuore in Egitto; ma nemmeno là il Cristo li abbandona, perché quella colonna non si ritira: perciò, senza interruzione, cantano dicendo: Grandi e mirabili sono le tue opere, o Signore Dio onnipotente; giuste e veraci le tue vie, o Re delle nazioni! Chi non temerà, o Signore, e non glorificherà il tuo Nome? Poiché tu solo sei santo. Tutte le genti verranno e si prostreranno davanti a te, perché i tuoi giusti giudizi si sono manifestati. Queste sono le cose che i suddetti cantano in entrambi i Testamenti, quelli cioè che stanno ritti sul mare di cristallo e sono mescolati al fuoco. Ripete ciò che aveva proposto, dicendo …

TERMINA

COMINCIA LA STORIA DEL TEMPIO APERTO E DELLE COPPE DEGLI ANGELI

(Ap. XV, 5-8)

Et post hæc vidi: et ecce apertum est templum tabernaculi testimonii in cœlo, et exierunt septem angeli habentes septem plagas de templo, vestiti lino mundo et candido, et prœcincti circa pectora zonis aureis. Et unum de quatuor animalibus dedit septem angelis septem phialas aureas, plenas iracundiæ Dei viventis in sæcula sæculorum. Et impletum est templum fumo a majestate Dei, et de virtute ejus: et nemo poterat introire in templum, donec consummarentur septem plagæ septem angelorum.

(Dopo di ciò mirai, ed ecco si apri il tempio del tabernacolo del testimonio nel cielo: e i sette Angeli che portavano le sette piaghe, uscirono dal tempio, vestiti di lino puro e candido, e cinti intorno al petto con fasce d’oro. E uno dei quattro animali diede ai sette Angeli sette coppe d’oro, piene dell’ira di Dio vivente nei secoli dei secoli. E il tempio si empì di fumo per la maestà di Dio e per la sua virtù: e nessuno poteva entrare nel tempio, finché non fossero compiute le sette piaghe dei sette Angeli.)

TERMINA LA STORIA

INIZIA LA SPIEGAZIONE DELLA STORIA SOPRA DESCRITTA

[4] Dopo ciò vidi aprirsi nel cielo il tempio che contiene la tenda della testimonianza aperta in cielo. È già stato detto sopra cosa sia il Tempio della Testimonianza nel cielo. E i sette Angeli uscirono dal tempio, avendo le sette coppe. Quelli di cui si dice che stanno per uscire, non si separano. Descrive infatti e chiarisce qual sia il Tempio in cielo. Questa uscita è il comando e la predicazione del Vangelo, e la dichiarazione, all’interno della Chiesa, di chi è buono e di chi è cattivo. Il Tempio fu aperto, e da esso uscirono gli Angeli che portavano le piaghe. Il Tempio che si è aperto e la tenda e il cielo, tutto questo è l’unica Chiesa, con il medesimo mandato. E i sette Angeli sono lo stesso che il Tempio. Il tempio esce dal tempio, perché si manifesti come sia il vero tempio. Questa uscita dei sette Angeli non è da intendersi in senso proprio, ma solo come una espressione. Cerchiamo quindi di  intendere cosa sia “l’uscita” secondo i testi. Abbiamo detto sopra che l’Angelo uscì dal Tempio e gridò a colui che era seduto sulla nuvola: Getta la falce e vendemmia (Ap. XIV, 18). Qui dice: i sette Angeli sono usciti dal Tempio; tutto questo è un’unica cosa: la predicazione della Chiesa ed il comando del Signore, il suo ordine; questo è da intendersi qui come uscita. Come dice l’evangelista: uscì un editto di Cesare Augusto (Lc. II, 1) per fare il censimento di tutta la Giudea. A volte l’uscita è la nascita, come è scritto: « Un germoglio uscirà dalla radice di Jesse » (Is. XI, 1). E anche: « da te uscirà il capo che governerà il mio popolo Israele » (Mic. V, 2). E altre volte l’uscita è in senso proprio, come in: « Lot uscì da Sodoma » (Gen. XIX, 1). Adesso in senso figurato è espressa l’uscita degli Angeli. Vestiti di puro lino risplendente e con cinture dorate sul petto. Mostra nel modo più chiaro che nei sette Angeli ci siano le sette chiese. Infatti così è descritto il Cristo all’inizio di questo libro, “… che aveva una cintura d’oro sul petto” (Ap. I, 13) perché si creda che sia la stessa cosa. La cintura d’oro è il coro dei Santi, provati dal fuoco come l’oro, in cui è rappresentata la coscienza purificata e la pura conoscenza spirituale. Questa cintura è stata data alle Chiese, perché d’ora in poi si cingano con i due Testamenti. E uno dei quattro animali diede ai sette Angeli sette coppe d’oro piene del furore di Dio che vive per i secoli dei secoli. Queste sono le coppe che, come sopra abbiam detto, i seniori portavano piene dei profumi. Le sette coppe e i sette Angeli e le sette trombe e i quattro animali sono una cosa sola, vale a dire l’unica Chiesa. E la parola della predicazione, e l’ira di Dio, e il fuoco che procede dalla bocca dei testimoni, sono ugualmente la stessa cosa, cioè lo stesso comandamento, la stessa predicazione. E ciò che sono i profumi, questo è l’ira di Dio. Infatti le preghiere dei Santi, che sono il fuoco che esce dalla bocca dei testimoni, sono per il mondo l’ira, proclamata dalla Legge e dal Vangelo. – Uno degli animali ha dato alla Chiesa le coppe, cioè il Vangelo. Benché siano quattro gli animali, essi ne fanno uno; e quel che è l’uno, sono pure  i quattro. Il Vangelo è la volontà di Dio, e quando questa volontà viene compiuta, dà alla Chiesa questo potere. E il tempio di Dio si è riempito del fumo della sua gloria e della sua potenza. È quel Tempio che abbiamo detto sopra che è uscito dal Tempio. Il fumo della gloria di Dio è il fumo delle preghiere dei Santi, da cui sorge il dolce profumo di Dio e risplendono le opere delle virtù nella Chiesa. E nessuno può entrare nel Tempio fino alla fine delle sette piaghe dei sette angeli. “Nessuno”, chi altro sono se non gli ipocriti, gli eretici ed i preti falsi e scismatici? Nessuno di loro potrà entrare nel Tempio, cioè nella Chiesa del Signore, perché ci sarà una grande angoscia ai tempi dell’Anticristo, come non ce n’è stata da quando il mondo è mondo. E che nessuno sarebbe risparmiato se Dio non abbreviasse questi giorni per il bene dei suoi eletti. – Qui finisce e ricapitola per raccontare più ampiamente le stesse piaghe.

TERMINA IL LIBRO SETTIMO

COMMENTARIO ALL’APOCALISSE DI BEATO DI LIEBANA (14)