CONGETTURE SU LE LE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (9)

CONGETTURE SU LE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (9)

Tratte dall’Apocalisse, dal Vangelo, dalle Epistole degli Apostoli, e dalle Profezie dell’Antico Testamento

Messe in relazioni con le rivelazioni della Suora della Natività

di Amedeo NICOLAS

PARTE SECONDA

CAPITOLO V.

LA SETTIMA ETÀ DELLA CHIESA

I buoni sono costituiti, i martiri sono preparati, i santi stanno per soffrire; la bella chiesa di Filadelfia dura poco tempo; i princìpi anticristiani che erano stati indeboliti e schiacciati, ma non distrutti, riappaiono allo scoperto e seducono nuovamente gli uomini. Lo zelo dei sacerdoti e dei pastori si raffredda; la tiepidezza lo sostituisce, e con essa giunge una maggiore indifferenza, una più generale apostasia, una più criminale prevaricazione (Prævaricantes prævaricati sunt, et prevaricatione transgressorum prævaricati sunt – Questo passaggio è così forte che è intraducibile). Il cane ritorna alle ordure che aveva vomitato; il maiale, una seconda volta, sguazza nel suo brago (Contigit enim eis illud veri proverbii: Canis reversus ad suum vomitum, et sus lota in volutabro luti, II. Epistola di San Pietro, cap. II, v. 22); infatti, più o meno nello stesso momento in cui la santa Chiesa di Filadelfia iniziava il suo benefico dominio, tutto l’inferno si affollava, con diabolica gioia, intorno alla culla di colui che sarà l’uomo del peccato, il figlio della perdizione, l’anticristo!

(*)

La Suora della Natività rappresenta qui la settima età, e il quadro che ne dipinge è anche appropriato alla fine della quinta età e all’inizio della sesta, sotto molti aspetti:

T. 1, p. 313. « Vedo in Dio che, molto prima dell’arrivo dell’anticristo, il mondo sarà afflitto da guerre sanguinose (La guerra propriamente detta è il carattere della prima rivoluzione iniziata nel 1789); i popoli si solleveranno contro i popoli, le nazioni contro le nazioni (la guerra civile, le insurrezioni sono i caratteri principali della seconda rivoluzione, che si chiama rivoluzione di luglio, con le sue conseguenze) – [noi aggiungiamo le guerre mondiali del XX secolo – ndr.-], a volte unite e a volte divise per combattere per o contro lo stesso partito. Gli eserciti si scontreranno spaventosamente e riempiranno la terra di omicidi e di carneficine. Queste guerre interne ed esterne causeranno enormi sacrilegi, profanazioni, scandali e mali infiniti per le incursioni fatte nella santa Chiesa usurpandone i diritti. Oltre a questo, vedo che la terra sarà scossa in vari luoghi da terremoti e movimenti terribili. Vedo le montagne frantumarsi e scoppiare con uno schianto che si propaga alla terra intorno. Vedo vortici di fiamme, fumo, zolfo e bitume uscire da queste montagne, che riducono in cenere intere città. Tutto questo e mille altri disastri precederanno la venuta dell’uomo del peccato (Tutto questo è storia contemporanea, ricordate Pointe à Pitre nel 1844, Tebe nel 1847, Brousse nel 1854, l’isola di Candia nel 1856, il regno di Napoli nel 1857, il Messico nel 1858, così come le numerose commozioni avvertite in tutte le parti del mondo dal 1854). »

T. 2 p. 318. « Più ci avviciniamo al regno dell’anticristo e alla fine del mondo, più le tenebre di satana si diffonderanno sulla terra, e più i suoi satelliti faranno sforzi per far cadere i fedeli nelle loro trappole e nelle loro reti. »

T. 1, p. 316. « Più ci avviciniamo alla fine del mondo, più vedo che il numero dei figli della perdizione aumenta e quello dei predestinati diminuisce. » Questo sarà fatto in tre modi… 1° per il grande numero di coloro che Egli (Dio) chiamerà a sé per salvarli dalle terribili piaghe che colpiranno la sua Chiesa; 2°. Per il gran numero di martiri che fortificherà nella fede coloro che la persecuzione non avrà falcidiato;  3° per la moltitudine di apostati che rinunceranno a Gesù Cristo per seguire il partito del suo nemico (… abbiamo detto qualcosa di simile nella seconda parte, capitolo 4 (VIII). »

T. 1, p. 7. « Ci saranno tanti martiri alla fine come all’inizio della Chiesa, e ho saputo che la persecuzione sarà così violenta negli ultimi tempi che in pochi anni ci sarà lo stesso numero di immolati di allora, dopo di che avrà luogo il Giudizio universale. »

T. 1, p. 317.« Qualche anno prima della venuta del mio grande nemico, satana susciterà falsi profeti che annunceranno l’anticristo come il vero Messia promesso, e cercheranno di distruggere tutti i dogmi del Cristianesimo… e io farò profetizzare i piccoli bambini… (Le parole della Santa Vergine ai due pastorelli de La Salette sembrano essere una delle realizzazioni di questo annuncio…) e i vecchi; i giovani annunceranno cose che faranno conoscere il mio ultimo avvento… Quello che ti dico qui, figlia mia, così come tutto quello che ti ho mostrato, sarà letto e raccontato fino alla fine dei secoli. » (*).

La storia di questa settima e ultima età è tracciata dal resto della sesta tromba (la sesta tromba è divisa tra la sesta età e la settima, perché l’azione dei malvagi in queste due età è la stessa, nasce dalle stesse cause, procede dagli stessi principi, e ha lo stesso oggetto: il regno dell’anticristo), dalla settima Chiesa, dal settimo sigillo, la settima tromba e la settima lode. Inizierà al primo attacco che seguirà la Chiesa di Filadelfia, che ci sembra durare circa 30 anni (Holzhauer fa iniziare quest’epoca con la nascita (nativitatem) dell’Anticristo. M. de Wüilleret – vol. 1, p. 208 – traduce “nascita” invece che “apparizione”). – Durante la sesta epoca, il Vangelo era stato predicato in tutto il mondo; tutti i popoli avevano accettato il Cristianesimo, ad eccezione del maggior numero di Giudei, che contavano solo quattro o cinque milioni di anime nel mondo, e di una parte dei maomettani, che erano stati ricacciati nei deserti orientali. Questa predicazione universale, che doveva precedere la consumazione, era stata fatta come una testimonianza di condanna per le nazioni che di lì a poco sarebbero cadute nell’apostasia, e che d’ora in poi sarebbero state inescusabili (Et prædicabitur hoc evangelium in universo orbe, in testimonium genti bus, et tunc veniet consummatio, San Matteo, cap. XXIV, v. 14). Ed ora, dopo poco tempo, San Giovanni, nel suo capitolo XI, vv. 1-2, vede e ci mostra la Chiesa Cattolica, così grande e così estesa nel passato, ridotta alle esili dimensioni di un solo tempio, che si ordina di misurare essendo la cosa facile a causa dell’esiguità del terreno occupato da questo edificio, e del piccolo numero dei fedeli che vi sono raccolti (Et datus est mihi calamus similis virgæ, et dictum est mihi: Surge et metire templum Dei, et altare, et adorantes in eo, – Apoc . cap. XI, v. 1). Quanto alla corte e a tutto ciò che si trova al di fuori di questo tempio, e che quindi è molto più grande, l’Apostolo non deve tenerne conto, né misurarlo, perché la loro immensa estensione renderebbe l’operazione troppo lunga e difficile, e perché d’altra parte sono stati abbandonati ai popoli apostati e anticristiani che calpesteranno sotto i loro piedi la Città Santa per quarantadue mesi – Atrium autem, quod est foris templum, ejice foras, et ne metiaris illud : quoniam datum est gentibus, et civitatem sanctam conculcabunt mensibus quadraginta duobus – ibid. v. 2 – (Holzhauser – t. 1, p. 466, ecc., Wüilleret – pensa che questi due versetti indichino, al contrario, l’espansione del Cattolicesimo in tutto il mondo. Questo è il contrario della nostra opinione. Le ragioni che egli ne dà non hanno alcun valore e sono confutate dal testo. È impossibile accettare che un tempio che si trovi di solito in una città sia più grande della città stessa. Ora i malvagi calpestano la città santa, che è certamente più grande di un tempio, per quarantadue mesi; quindi, la visione di Holzhauser non può essere sostenuta.).

I. Il nome e la storia della settima Chiesa, quella di Laodicea, danno le cause di questa grande defezione, di questo cambiamento così straordinario. Il venerabile Holzhauser – vol. 1, p. 209, ecc. Wüilleret) dà al nome di questa Chiesa il significato di vomito; si è senza dubbio ispirato ad un passo dell’Apocalisse relativo a questo tempo; ma la lingua greca non può dare luogo a una tale traduzione. Laodicea è composta da due parole: λαος (= laos – popolo) e ὄικη (= oike: diritto, giudizio, giustizia). La combinazione di queste due parole può fornire due significati ugualmente plausibili: il primo: che le creature negheranno il loro Creatore, e si arrogheranno gli attributi della Divinità (cosa che effettivamente l’anticristo farà); e il secondo: che Dio giudicherà poi il popolo, cosa notoriamente certa.

II. Gesù Cristo, rivolgendosi a questa Chiesa, prende il titolo di Testimone fedele e vero, di Creatore (Testis fidelis et verus, qui est principium creaturæ Dei, Apoc. cap. III, v. 14) perché ha già dato la sua testimonianza a tutte le nazioni, specialmente nell’ultima e universale predicazione del Vangelo (in testimonium omnibus gentibus, San Matteo, cap. XXIV, v. 14), e perché non è affatto come l’anticristo, questo testimone infedele e bugiardo, che vuole spacciarsi per Dio, quando è invece solo un semplice mortale, per il Creatore, quando è solo una creatura. « Conosco le vostre opere – dice il divino Maestro a questa Chiesa infelice – so che non siete né freddi né caldi, che siete tiepidi; è per questo che vi rigetterò, che comincerò a vomitarvi dalla mia bocca, a esercitare tutta la mia ira contro di voi, a punirvi secondo i vostri demeriti e a lasciarvi andare al mio nemico, che è principalmente il vostro. (Scio opera tua, quia nec frigidus, nec calidus; utinàm frigidus esses, aut calidus! Sed quia tepidus es, nec frigidus, nec calidus, incipiam te evomere ex ore meo, – Apoc. cap. III, v. 16). E con queste parole ci fa sapere in anticipo quanto profonda sarà la caduta di questi Cattolici, che una volta erano così pii, così ferventi e così zelanti. Una volta caduti in uno stato così degradante, gli uomini non avranno più il senso del diritto e del dovere, del giusto e dell’errato. Essi cercheranno, con più foga che nella quinta età, onori, ricchezze, piaceri, comodità e la soddisfazione di una natura viziata, senza nemmeno sospettare che questa condotta sia in diretta opposizione ai consigli e ai precetti del Salvatore. Pensano di essere ricchi perché hanno grandi beni sulla terra, e non vedono che sono infelici, miserabili, poveri e nudi, perché non possiedono i veri beni, quelli della grazia. Presuntuosi fino all’eccesso, penseranno di poter fare del bene con la propria virtù, di non aver bisogno della potenza di Dio per questo, e dimenticheranno che l’uomo non è altro che peccato, e che, privato dell’aiuto del cielo, non può fare alcun bene soprannaturale, ed è capace solo di male. Si crederanno dotti, eruditi e profondi, perché avranno una conoscenza approfondita delle scienze che hanno per oggetto il tempo e la materia, e non si accorgeranno di essere così accecati da non poter più vedere la verità e la sana dottrina che sono le luci e gli occhi dell’intelligenza. Immagineranno di essere abbondanti nelle buone azioni, mentre presenteranno solo una spaventosa nudità agli occhi divini (Quia dicis, quod dives sum, et locupletatus, et nullius egeo: et nescis quia tu es miser, et miserabilis, et pauper, et cæcus, et nudus, – ibid, v. 17). Per questo il divino Maestro consiglia loro di comprare da Lui l’oro puro, provato dal fuoco della tribolazione, lo zelo e la carità, per diventare veramente ricchi, per rivestirsi della veste bianca della penitenza, poiché non hanno più la veste bianca dell’innocenza per coprire la confusione della loro nudità; di ungere i loro occhi con il collirio della verità, affinché cessi la loro cecità (suadeo tibi emere a me aurum ignitum, probatum, ut locuples fias, et vestimentis albis induaris, et non appareat confusio nuditatis tuæ, et collyrio inunge oculos tuos, ut videas, – ibid. v. 18). Egli dichiara loro che, se abbandona al loro senso reprobo coloro che lo odiano e che Egli odia, non agisce allo stesso modo nei confronti di coloro che ancora ama nonostante la loro pigrizia e il loro errore; ma li avverte, parla loro, li rimprovera e li castiga nel tempo per salvarli per l’eternità (Ego quos amo castigo. Æmulare ergo, et pænitentiam age, – ibid. v. 19). Poiché la fine del mondo è vicina, dice loro che sta davanti alla porta delle anime e del tempo; che bussa perché essa gli sia aperta; e che coloro che gli apriranno saranno uniti a Lui in un banchetto divino che non avrà mai fine (Ecce sto ad ostium, et pulso: si quis audierit vocem meam, et aperuerit mihi januam, intrabo ad illum, et cænabo cum illo , et ipse mecum, ibid. v. 20). E infine, poiché il Figlio dell’uomo sta per ottenere la vittoria suprema sugli uomini e sui demoni e il suo trono sta per essere stabilito nei secoli dei secoli, promette al vincitore di farlo sedere con Sé su quel trono, proprio come Egli stesso, che ha vinto, siede sul trono con il Padre suo celeste (Qui vicerit, dabo ei sedere mecum in throno meo: sicut et ego vici, et sedi cum Patre meo in throno ejus, ibid. v. 21).

III. Il settimo sigillo ci dà un’idea ancora più triste della settima età. Non appena viene aperto il cielo, c’è un silenzio come di mezz’ora (Et cum aperuisset sigillum septimum, factum est silentium in cælo, quasi media hora (Holzhauser – t. 1, p. 234, etc., Wüilleret – vede in questo silenzio così breve il regno di Giuliano l’Apostata. Noi non possiamo ammettere questa opinione; ne abbiamo già dato le ragioni in vari luoghi), Apoc. cap. VIII, v. 1. – Questo silenzio non è sulla terra, che è piena di tumulti, sconvolgimenti, confusione e crimini; è in cielo, nel bene, nella verità; esso annuncia, a nostro avviso, la proibizione della predicazione del Vangelo, la proscrizione del culto cattolico, l’abolizione del Sacrificio perpetuo (juge sacrificium), la chiusura e la profanazione dei templi del vero Dio, di cui uno solo (quello che a San Giovanni fu ordinato di misurare) rimane ad uso dei fedeli, la quasi invisibilità della Chiesa, che si nasconde nelle montagne e nei deserti (Tunc qui in Judæa sunt fugiant ad montes San Matt. cap. XXIV, v. 16 – Holzhauser, t. 2, p. 36, Wüilleret – dice che la Chiesa avrà allora il suo ritiro in Occidente sulle montagne.), il dominio dell’empietà sul male, il regno dell’abominio della desolazione.

(*)

La Suora dettaglia gli eventi che precederanno il regno dell’anticristo. Ci sono ancora dei passaggi che possono essere applicati alla quinta e alla sesta età. L’albero della Rivoluzione non essendo stato sradicato, ma tagliato rasente al suolo, le sue quattro radici fanno crescere quattro germogli che vengono riconosciuti per quello che sono, e vengono immediatamente tagliati (tom. 1, p. 406). Gli empi avevano formato la loro trama in segreto (le società rivoluzionarie e anticattoliche sono chiamate “società segrete”), perché le radici erano nascoste nel terreno, e si affrettarono ad attaccare la Chiesa.

T. 4, p. 407. Ci saranno alcuni, dice la Suora, che si nasconderanno in luoghi sotterranei… Faranno anche uso di diavoli, dell’arte della magia e degli incantesimi (Le tavole rotanti e battenti, i medium, quello che si chiama spiritismo, sembrano entrare in questa categoria di mezzi che saranno usati, e sono già stati usati da tempo). Questi nemici della Chiesa avranno belle apparenze, ma saranno scoperti e colpiti. La loro azione non sarà di lunga durata; potrà durare qualche anno. La Chiesa non sarà oppressa nei suoi ministri e nel loro ministero; ma molte persone di entrambi i sessi saranno ingannate (vol. 1, p. 407).

I malvagi scoperti e condannati si nasconderanno, faranno riunioni notturne e si rinchiuderanno nelle foreste. Comporranno opuscoli pieni di ogni sorta di devozioni, novità e storie false, che saranno diffuse dai loro amici. Gli opuscoli saranno seguiti da opere più seriose, che si diffonderanno allo stesso modo e infetteranno diverse regioni con il loro veleno, senza che nessuno se ne accorga. Essi stabiliranno una falsa legge che chiameranno inviolabile. Essi istruiranno e governeranno come i legislatori di satana (tom. 4, p. 414). –

Per meglio riuscire si daranno a grandi austerità, faranno grandi elemosine, daranno tutti i loro beni ai poveri e si impegneranno in tutti i tipi di pratiche devozionali. Ci saranno dei sacerdoti in buona fede intercessori presso i Vescovi; molti di questi ultimi saranno addirittura ingannati (tom.. 4, p. 416).

La Chiesa si stupirà di un cambiamento che non sarà stato prodotto da missioni e sermoni (La Chiesa sarà sorpresa di un cambiamento che non è stato portato dalle missioni e dalle prediche. Alcuni preti si accorgeranno di cose sospette – t. 4, p. 412). Quando questi malvagi si crederanno scoperti, ricorreranno all’ipocrisia, appariranno molto più religiosi, negheranno qualsiasi associazione con gli empi, e si scuseranno della loro ignoranza quando sarà loro dimostrata (tom. 4, p. 412). –

La Chiesa, avendoli fatti osservare e scoprire (vol. 4, p. 468), ordinerà digiuni, processioni, missioni, preghiere pubbliche, un giubileo che convertirà molti di coloro che furono sedotti e preserverà quelli che erano disposti ad essere ingannati (t. 4, p. 425).

Quando questi malvagi avranno un numero di discepoli tanto grande quanto serve per popolare un regno, si spargeranno e faranno molto male alla Chiesa, che sarà attaccata da tutte le parti da stranieri, idolatri, e dai suoi stessi figli. » (t. 4, p. 415).

Dal momento in cui questi empi usciranno dalle loro caverne, fino a quando la Chiesa riconoscerà il loro male, ci sarà un lungo tempo, forse anche mezzo secolo più o meno, che essi impiegheranno per sedurre i fedeli ( t. 4, p. 419). (Tutti questi eventi segreti potranno prendere una grande porzione della bella e santa Chiesa di Filadelfia. Tutto sarà nascosto per molto tempo. Quando saranno scoperti, saranno immediatamente colpiti).

Finita questa crisi, ne seguirà presto un’altra. I malvagi, vedendosi traditi e scoperti, saranno furiosi (t. 4, p. 425), e si riuniranno con il loro capo nella città più famosa (t. 4, p. 428), per tramare ancora. La grazia toccherà una parte di loro, anche diversi capi, stregoni e maghi (vol. 4, p. 430), che saranno fedeli alla grazia (vol. 4, p. 432, 433), diventeranno santi così come i loro figli, ed in seguito subiranno il martirio (tom. 4, p. 434).

Questa seconda volta si convertiranno, attraverso le austerità e le preghiere della Chiesa, quasi altrettanti peccatori che la prima volta, attraverso missioni, digiuni e giubilei (tom. 4, pagina 434).

Quelli che avanno perseverato nella loro ribellione, sentendo la loro impotenza, si daranno a satana, che apparirà in mezzo a loro, li rimprovererà per la loro viltà, prometterà loro l’anticristo e tutti i beni della terra; essi faranno un contratto con lui, gli giureranno fedeltà fino alla morte, si impegneranno a odiare Gesù Cristo, a rinunciare al loro Battesimo, ad amare ed adorare il diavolo, e gli diverranno simili (vol. 4, pp. 437, 440, 441, 442, 445). La loro legge maledetta, detta inviolabile, sarà unita al contratto che hanno sottoscritto con satana – vol. 4, p. 446 – Essi esorteranno il popolo a seguire questa legge con la minaccia di costringerli a farlo. La faranno affiggere e leggere pubblicamente, e pubblicheranno tutti i tipi di castighi destinati a punire il recalcitrante (t. 4, p. 450). Prima di usare il rigore, prenderanno mezzi di seduzione più efficaci. I demoni appariranno sotto le spoglie di angeli della luce per annunciare il vero Messia; passeranno diversi anni prima che essi usino apertamente la forza e la coercizione ( vol. 4, p. 451 ), e allora inizierà la persecuzione dell’Anticristo che sarà diventato il loro capo.

Quando i complici dell’anticristo inizieranno la guerra, si metteranno vicino a Roma, che perirà interamente. Il Papa subirà il martirio; la sua sede sarà preparata per l’anticristo (ma egli non la occuperà, non ne avrà il tempo. La Suora non sa se questo sarà fatto un po’ prima dell’anticristo dai suoi complici, o dall’anticristo stesso – vol. 4, p. 460).

Quando il Figlio della Perdizione si presenterà come tale, ci sarà un terribile scandalo nella Chiesa, una terribile carneficina in tutto l’universo. Non ci sarà altro che inganno, tradimento, ipocrisia, gelosia, abomini, malvagità, illuminazione, falsi devoti, produzione di illusioni magiche, falsi miracoli, false profezie, falsi profeti. Arriveranno al punto di far apparire luci e figure splendenti, che prenderanno per divinità (Abbiamo visto nella seconda parte, cap. 1, che l’Antipapa, luogotenente dell’anticristo in Europa, animerà il ritratto della Bestia. Questo ha qualche connessione con le parole della Suora della Natività. – tom. 1, p. 320).

I ministri di Gesù Cristo combatteranno contro tutte queste mostruosità, ma saranno messi a morte e periranno con il martirio (tom. 1, p. 322).

Ci si applicheranno sui pastori e sui fedeli tutte le circostanze della crocifissione di N. S. J.-C. – Il numero dei martiri che Dio avrà segnato non sarà superato (volume 1, p. 322, 323, 330, 331, tom. 4, p. 452).*)

IV. L’ultima parte della sesta tromba ci fa conoscere l’azione di Dio e soprattutto quella di satana nei tempi malvagi. – Enoch ed Elia, i due grandi testimoni del Creatore (Sic Holzhauser, t. 1, p. 482, Wüilleret) appaiono nel mondo, vestiti di sacchi. – Essi sono come due ulivi che producono l’olio untuoso e salutare della conversione e della santità, come due candelabri che illuminano gli intelletti in mezzo alle fitte tenebre dell’inferno. Predicano e profetizzano per milleduecentosessanta giorni agli uomini che si sono smarriti; annunciano loro l’avvicinarsi della fine dei tempi e la venuta finale del Figlio dell’uomo, in modo da farli sfuggire alla seduzione, o per sottrarre ad essa coloro che ne siano già stati colpiti (Et dabo duobus testi bus meis, et prophetabunt diebus mille ducentis sexu ginta, amicti saccis. Hi sunt duæ olivæ, et duo cande labra, in conspectu Domini terræ stantes, Apoc. cap. XI, v. 3, 4).  Per esercitare più efficacemente il loro ministero, questi due profeti ricevono un grande potere da Dio; essi hanno il potere di far uscire un fuoco dalla loro bocca, cioè di produrre per loro ordine un fuoco che divorerà coloro che si sono fatti loro nemici e cercano di far loro del male (Si quis voluerit eis nocere, ignis exiet de ore eorum, et devorabit inimicos eorum: et si quis voluerit eos lædere, sic oportet eum occidi, ibid. v. 5). Essi hanno anche il potere di chiudere il cielo, di impedire che piova sulla terra durante il tempo della loro profezia, di trasformare l’acqua in sangue, e di colpire il mondo con piaghe ogni volta che vogliono (Hi habent potestatem claudendi cælum, ne pluat diebus prophctia ipsorum; et potestatem habent super aquas convertendi eas in sanguinem, et percutere terram omni plaga quotiescumque voluerint, ibid. v. 6.

(*) Estratto analitico della Suora della Natività.

A causa del gran numero di martiri e di apostati, la Chiesa è ridotta a un piccolo numero, in confronto a quello che era in passato (Nel cap. XI, v. 1, dell’Apocalisse, a San Giovanni viene ordinato di costruire il tempio di Dio. Holzhauser vede la Chiesa più numerosa che mai, mentre sa che l’altro capitolo tratta della persecuzione dell’anticristo e della fine del mondo. Noi interpretiamo questo versetto nel senso opposto; la Suora della Natività è conforme alla nostra congettura. Dopo i giorni in cui ci sono più martiri, San Michele si presenta alla Chiesa, la rende invisibile e la fa passare in mezzo ai suoi nemici (Questa invisibilità della Chiesa rimanda al silenzio di mezz’ora che si trova nel settimo sigillo, capitolo VIII, v. 1), perché il numero dei martiri è compiuto, e la conduce in una solitudine dove deve soffrire la fame, la sete, la carestia e la povertà, ma dove Dio la sostiene con miracoli reali, la nutre con un pane miracoloso, la sua parola divina e il suo stesso corpo. I suoi nemici, non vedendola più, penseranno di averla distrutta, ma Essa persiste; le grotte formate dalle montagne che si sono aperte le servono da rifugio. Vi si costruiscono templi, vi si erigono altari (vol. 1, p. 334), i buoni Angeli vengono a raccontare ai fedeli ciò che accade altrove, e riportano alla Chiesa molti sventurati che l’avevano rinnegata o non l’avevano mai conosciuta (vol. 1, p. 339). Nei giorni in cui ci sarà stato il maggior numero di martiri, Nostro Signore stesso apparirà alla sua Chiesa, e manderà San Michele a renderla invisibile e a condurla nella solitudine, finquando il numero dei martiri sarà completato (vol. 4, p. 482).

V. Elia deve predicare ai Giudei a Gerusalemme e in Palestina (Qui scriptus es in judiciis temporum lenire iracundiam Domini, cor patris ad filium, et restituere tribus Jacob (Elia viene annunciato nelle profezie come colui che debba mitigare l’ira del Signore, far tornare il cuore del Padre al Figlio suo e restaurare le tribù di Giacobbe.- Eccles. cap. XLVIII, v. 10); è quindi necessario che la loro dispersione sia cessata in anticipo e che siano riuniti nel loro paese. – Ezechiele ci rappresenta questo ritorno sotto l’immagine di ossa aride in cui ritorna lo spirito della vita e che rivivono (cap. XXXVII), e dice, in nome di Dio: « Ecce ego assumam filios Israel de medio nationum ad quas abierunt, et congregabo eos undique, et adducam eos ad humum suam. Et faciam eos in gentem unam in terra in montibus Israel, et rex unus erit omnibus imperans, et non erunt ultra duæ gentes, nec dividentur ampliùs in duo regna – Io prenderò i figli d’Israele tra le nazioni in cui erano andati. Li radunerò da tutte le parti, li farò diventare una sola nazione, nella loro terra, sui monti d’Israele. Un solo re regnerà su di loro; non saranno più due nazioni e due regni » (ibid. v. 21, 22). – Perché questa profezia si compia, i Giudei devono poter formare di nuovo un popolo, e l’impero turco, che occupa il loro paese, deve essere distrutto. La prima condizione è più o meno soddisfatta, la seconda sarà presto realizzata. Fino alla fine del secolo scorso, i figli di Israele erano disprezzati e rifiutati in tutto il mondo. Tenuti accuratamente lontani da tutte le carriere, il loro unico mezzo di sussistenza era il commercio, poiché non potevano possedere proprietà. Trattati come nemici ed emarginati da tutte le nazioni, e specialmente dai maomettani, non avendo alcuna forza materiale, erano odiati da tutti a causa del loro deicidio, e rispondevano a questa avversione generale con un’ostilità occulta verso tutti i popoli, vivendo solo di inganni, rapine, usura e bugie. La filosofia e la sua figlia legittima, la rivoluzione, forse volendo smentire le profezie cattoliche, emancipò i Giudei in Francia, e questo esempio fu gradualmente seguito da quasi tutta l’Europa, così che i turchi sono quasi gli unici al momento, a tenerli ancora in schiavitù. L’emancipazione ha prodotto gli effetti che ci si aspettava, ha permesso a questo popolo di intraprendere tutte le carriere; ha avuto ministri notevoli, finanzieri eminenti, grandi oratori, soldati illustri, abili ingegneri, scienziati di prim’ordine, magistrati, profondi giureconsulti, grandi artisti; in una parola, possiede tutto ciò che è necessario per formare una nazione indipendente che governi se stessa. – Per quanto riguarda l’impero turco, la sua caduta è imminente, come abbiamo già detto. Questo grande corpo non può più sostenersi da solo; la vita lo ha abbandonato; è stato ridotto in uno stato di agonia; esso sarebbe già inesistente da più di quasi quarant’anni, se gli si fosse potuto sostituire qualcosa, o se si fosse potuto raggiungere un accordo per la divisione dei suoi vasti possedimenti.

VI. Quando i Giudei saranno tornati nel loro paese e vivranno con fiducia e sicurezza nella terra dei loro padri, Gog, l’anticristo, verrà su di loro con un grande esercito, come annuncia Ezechiele quando dice: « Post dies multos visitaberis; in novissimo annorum venies ad terram, quæ reversa est à gladio, et congregata est de populis multis ad montes Israel, qui fuerunt deserti jugiter. Hæc de populis educta est, et habitabunt in ea confidenter universi – Tu sarai visitato dopo molti giorni. Nell’ultimo dei tuoi anni verrai nel paese distrutto dalla spada, i cui abitanti sono stati radunati da tutti i popoli sui monti d’Israele, che erano stati a lungo desolati, dove abiteranno con fiducia. » (cap. XXXVIII, v. 8). – L’uomo del male non sorgerà immediatamente come il Messia promesso, egli sorgerà dall’abisso del nulla e dell’oscurità; sorgerà come Tamerlano, che iniziò come capo di una banda di ladri e assassini, e diventerà il capo dei Mussulmani (Bestia quæ ascendit de abysso, Apoc. XI, v. 7. Bestia quam vidisti fuit et non est, et ascensura est de abysso, ibid. cap. XVII, v. 8).

Secondato da questo popolo, discendente di Magog, figlio di Jafet, egli farà grandi conquiste. Avendo raggiunto una grande potenza, verrà, negli ultimi anni della sua vita (In novissimo annorum, Ezech. cap. XXXVIII, v. 8), dalle parti di Aquilone, per ascendere sulla Palestina, con diversi popoli (Et venies de loco tuo à lateribus Aquilonis, et populi multi tecum, ibid. v. 15. Et ascendes super populum meum Israel quasi nubes, ut operias terram; in novissimus diebus eris – Negli ultimi tuoi anni, tu verrai dai lati di Aquilone e molti popoli con te, e monterai sul mio popolo Israele come una nuvola per coprire la terra. Tu ci sarai negli ultimi giorni – ibid. v. 16).

Divenuto padrone della Terra Santa, concepirà un pensiero malvagio, quello di farsi adorare come Dio (In die illa ascendent sermones super cor tuum, et cogitabis cogitationem pessimam, ibid. v. 10. Qui adversatur et extollitur supra omne quod dicitur Deus , aut quod colitur , ita ut in templo Dei sedeat , ostendens se tanquàm sit Deus – In quel giorno i discorsi che vi saranno fatti gonfieranno il vostro cuore, e concepirete il pensiero più cattivo … Colui che si pone come nemico e vuole esaltarsi al di sopra di tutto ciò che si chiama Dio e viene adorato come tale, fino al punto di sedersi nel tempio e mostrarsi come se fosse Dio). II Tessalonicesi 2, v. 4) (Ego veni in nomine Patris mei, et non accepistis me; si alius venerit in nomine suo, illum accipietis – Sono venuto nel nome del Padre mio, e voi non mi ricevete. Se un altro viene nel suo nome, lo riceverete. Sic Holzhauser, t. 4, p. 471, Wüilleret). Vangelo di San Giovanni, cap. V, v. 43).

VII. Elia ed Enoch combattono contro l’anticristo con tutto il loro potere, per impedire che i popoli siano sedotti, per trattenerli o per farli ritornare; e per questo colpiscono la terra con un gran numero di piaghe. – La prima piaga è un’ulcera crudele e pericolosa che colpisce coloro che portano il segno della bestia e adorano la sua immagine, e che risparmia tutti gli altri (Et abiit primus -Angelus – et effudit phialam suam in terram, et factum est vulnus sævum et pessimum in homines qui habebant characterem bestiæ, et in eos qui adoraverunt imaginem ejus – Il primo Angelo versò la sua coppa sulla terra, e gli uomini che avevano il segno della bestia o che avevano adorato la sua immagine furono colpiti da una piaga crudele e molto maligna), Apoc. cap. XVI, v. 2). – Il secondo trasforma il mare in sangue e dà la morte a tutto ciò che ha vita in esso (Et secundus Angelus effudit phialam suam in mare, et facta est sanguis tanquàm mortui, et omnis anima vivens mortua est in mari – E il secondo Angelo versò la sua coppa nel mare, che divenne sangue, come il sangue di un cadavere, e ogni anima vivente nel mare morì, 1 – ibid. v. 3). – Il terzo trasforma le altre acque in sangue (Et tertius effudit phialam suam super flumina, et super fontes aquarum, et factus est sanguis – E il terzo Angelo versò la sua coppa sui fiumi e sulle sorgenti, ed essi furono trasformati in sangue – ibid. v. 4). La quarta è il calore e il fuoco che affliggeranno gli uomini (Et quartus Angelus effudit phialam suam in solem, et datum est illi æstu affligere homines et igni. Et æstuaverunt homines ostu magno, et blas phemaverunt nomen Dei habentis potestatem super has plagas, neque egerunt pænitentiam ut darent illi gloriam – E il quarto Angelo versò la sua coppa sul sole. E gli fu dato di colpire gli uomini con calore e fuoco; e gli uomini ebbero grande calore e bestemmiarono il Nome di Dio, che aveva potere su queste piaghe, e non peccarono, né glorificarono Dio – ibid. v. 8, 9). – La quinta piaga è rappresentata dalle tenebre che oscurano il trono della bestia e il suo impero (Et quintus Angelus effudit phialam suam super sedem bestiæ, et factum est regnum ejus tenebrosum, et commanducaverunt linguas suas præ dolore; et blasphemaverunt Deum coeli pro doloribus et vulneribus suis, et non egerunt pænitentiam ex operibus suis – E il quinto Angelo versò la sua coppa sul trono della bestia e lo riempì di tenebre e si divorarono la lingua per il dolore. Hanno bestemmiato Dio per questo, e non hanno fatto penitenza per i loro peccati – ibid. v. 10, 11).

VIII. La sesta coppa è ben rimarchevole: essa non ha alcun legame con le piaghe con cui i due profeti colpiranno la terra; al contrario, indica l’operazione dell’anticristo e dei suoi seguaci. Questa coppa è versata sul grande fiume Eufrate, cioè sui paesi civilizzati, sull’Europa, che sono rappresentati, come abbiamo detto, dal nome di questo fiume; essa prosciuga tutte le acque vivificanti della verità e della grazia per mezzo dello pseudoprofeta, l’antipapa, che fa apostatare l’Occidente e lo sottomette all’anticristo e ai re dell’Oriente (Et sextus Angelus effudit phialam suam in flumen illud magnum Euphraten , et sic cavit aquam ejus, ut præpararetur via regibus ab ortu solis – E il sesto Angelo versò la sua coppa sul grande fiume Eufrate per preparare la via ai re dell’Oriente. – ibid. v. 12).

IX. Dopo questa apostasia dell’Occidente, il mondo intero è sottomesso all’uomo del male. Questo, gonfio dei suoi successi, vuole elevarsi fino alla Divinità; si impegna a detronizzare il vero Messia, a farsi adorare come Dio. Per questo, tre spiriti immondi escono dalla sua bocca, come dal drago e dal falso profeta, come rane che gracchiano. Sono spiriti di demoni che operano prodigi e vanno da tutti i re della terra per radunarli per il giorno della grande battaglia di Dio (Et vidi de ore draconis, et de ore bestiæ, et de ore pseudoprophetæ spiritus tres immundos in modum ranarum . Sunt enim spiritus dæmoniorum facientes signa, et procedunt ad reges totius terræ congregare illos in prælium ad diem magnum Omnipotentis, ibid. v. 13, 14). Il numero di questo esercito è incalcolabile; esso copre la faccia della terra, circonda il campo dei santi e la città amata (Et congregabit eos in prælium, quorum numerus est sicut arena maris, Apoc. cap. XX, v. 7. Et ascenderunt super latitudinem terræ, et circumierunt castra sanctorum et civitatem dilectam (Questo testo prova che avevamo ragione nel dire che il tempio che San Giovanni doveva misurare, nel capitolo XI, v. 1, 2, significa che la Chiesa sarà ridotta a un piccolo numero, e che ciò che è fuori del tempio è molto più grande, poiché, secondo il capitolo XX dell’Apocalisse, gli empi coprono la terra. L’anticristo li riunirà in un luogo chiamato in ebraico Armageddon, mentre il Figlio dell’uomo annuncia che verrà come un ladro, per confondere questo grande impostore (Ecce venio sicut fur, Apoc. XVI, v. 15. Et congregabit illos in locum, qui vocatur hebraïcè Armagedon, ibid. v. 16). – Dio, per vendicare la sua gloria oltraggiata, opprime la terra con terribili disgrazie; tutta la natura è desolata; uomini e animali sono in grande costernazione davanti al volto adirato del Signore; le montagne, le muraglie sono rovesciate; strade e sentieri scompaiono; il fratello alza la spada contro il fratello; la spada è su tutte le montagne del Signore, sui capi del Cattolicesimo. Peste, sangue, una pioggia torrenziale, pietre enormi colpiscono gli uomini. Lo zolfo e il fuoco cadono sull’esercito del figlio della perdizione e sui numerosi popoli che lo seguono (Et commovebuntur à facie mea pisces maris, et volucres coeli, et bestiæ agri, et omne reptile quod movetur super humum, cunctique homines qui sunt super faciem terræ; et subvertentur montes et cadent sepes, et omnis murus corruet in terram, Ezech, cap. XXXVIII, v. 20. Et convocabo adversùs eum in cunctis montibus meis gladium, ait Dominus Deus: gladium uniuscujusque in fratrem suum dirigetur, ibid. v . 21. Et judicabo eum peste, et sanguine, et imbre vehementi, et lapidibus immensis. Ignem et sulphur pluam super eum, et super exercitum ejus, et super populos multos qui sunt cum eo (I pesci del mare, gli uccelli del cielo, le bestie dei campi, ogni essere strisciante che striscia sulla terra e ogni uomo vivente saranno in preda al terrore e all’agitazione in mia presenza. I monti saranno abbattuti, le siepi e i muri cadranno. Chiamerò una spada su tutti i miei monti, dice il Signore; la spada di un fratello sarà rivolta contro il suo fratello. Li giudicherò con pestilenza, sangue, pioggia battente e grandi pietre. Farò piovere fuoco e zolfo su di lui, sul suo esercito e sulle persone che sono con lui. (ibid. v. 22). I malvagi, lungi dall’umiliarsi e chiedere pietà, si induriscono ancora di più alla vista di tanti mali. Bestemmiano il Nome di Dio invece di fare penitenza. Diventano ancora più feroci contro i Cristiani. Il terrore è ovunque. Per evitare un pericolo, si cade nelle trappole, nelle reti che vengono tese. La terra è disfatta, schiacciata, scossa, agitata come un ubriaco. Interi paesi sono inghiottiti nell’abisso che si apre (Formido, et fovea, et laqueus super te, qui habitator es terræ. Et erit: Qui fugerit à voce for midinis cudet in foveam, et qui se explicaverit de foved tenebitur laqueo. Cataractæ de cælis apertæ sunt, et concutientur fundamenta terra. Confractione confringetur terra, contritione conteretur terra, commotione commovebitur terra. Agitatione agitabitur terra sicut ebrius, et auferetur quasi tabernaculum unius noctis, et gravabit eam iniquitas sua, et corruet, et non adjiciet ut resurgat (Paura, insidie e reti sono su di te, o abitante della terra; chi sviene dalla paura cadrà nella fossa. Colui che esce dalla fossa sarà trattenuto dalla rete. Le cataratte del cielo si apriranno, le fondamenta della terra saranno fortemente scosse, la terra sarà spezzata, schiacciata e riversata; sarà traballante come un ubriaco, e portata via come la tenda di una sola notte. La sua iniquità peserà su di lei, e sarà appesantita e non si rialzerà (come nella sesta epoca). Isaia, cap. XXIV, v. 17-20).

(*) Dio assiste la sua Chiesa, manda veri profeti, elargisce miracoli, anche per sostenere i fedeli (Essendo il permesso di comprare e vendere concesso solo a coloro che avranno il segno della bestia, gli altri devono essere in miseria. (Apoc. cap, XIII, v. 17.) (Suor della Natività, t. 4, p. 452). I buoni avranno frequenti apparizioni degli Angeli buoni, specialmente di San Michele. Vedremo la resurrezione pubblica e notoria di diversi martiri (Nel cap. XI, v. 11, di Apoc. si dice che Elia ed Enoch, messi a morte dall’anticristo, risorgeranno.) Elia ed Enoch, uccisi dall’anticristo, saranno risuscitati, contro i quali non si potrà fare nulla, perché non moriranno, e consoleranno e fortificheranno i fedeli (Elia ed Enoch, quindi, forse predicheranno anche dopo la loro risurrezione. Questa volta i Giudei seguiranno Elia. – . Anche se visibili ai loro fratelli, essi godranno della vista di Dio – tom. 1, p. 332. *).

X. Quando Enoch ed Elia hanno terminato la loro testimonianza, cioè milleduecentosessanta giorni dopo averla iniziata, sono messi a morte dall’anticristo a Gerusalemme (Et cùm finierint testimonium suum, bestia quæ ascendit de abysso faciet adversùs cos bellum, et vincet illos, et occidet eos – Non appena avranno finita la loro testimonianza, la bestia che sale dal pozzo senza fondo farà guerra contro di loro, li vincerà e li ucciderà). Apoc. cap. XI, v. 7). I loro corpi rimangono per tre giorni e mezzo nelle strade della città, perché è vietato seppellirli. Tutti gli uomini li vedono e possono così accertare la loro morte (Et corpora eorum jacebunt in plateis civitatis magnæ, quce vocatur spiritualiter Sodoma et Ægyptus, ubi et Dominus eorum crucifixus est. Et videbunt de tribubus, et populis, et linguis, et gentibus corpora eorum per tres dies et dimidium; et corpora eorum non sinent poni in monumento – E i loro corpi saranno deposti nelle piazze della grande città che è spiritualmente chiamata Sodoma ed Egitto, dove il loro Signore fu crocifisso. E gli uomini di ogni tribù, popolo, lingua e nazione vedranno i loro corpi per tre giorni e mezzo, perché non sarà permesso di metterli in una tomba. – ibid, v. 8, 9). – Grande è la gioia degli abitanti della terra nell’apprendere di questa doppia morte; si danno a tutti i segni esteriori di contentezza; mandano regali per congratularsi gli uni con gli altri, perché i due inviati di Dio li avevano notevolmente tormentati (Et inhabitantes terram gaude bunt super illos, et jucundabuntur; et muncra mittent invicem, quoniam hi duo prophetæ cruciaverunt eos, qui habitabant super terram, ibid. v. 10.

(*) L’anticristo, vedendosi vittorioso ovunque, si fa adorare come Dio; ma viene colpito dal soffio della bocca di Gesù Cristo, e viene gettato con i suoi complici nell’inferno (t. 1, p. 323, t. 4, p. 453). Non tutti i suoi complici cadono con lui, un gran numero viene risparmiato. Molti di questi ultimi si convertono (Vol. 1, p. 325, Vol. 4, p. 455), così come molti poveri Cristiani che erano stati sviati dalla paura e dalle illusioni. Quelli che periranno formeranno i due terzi dei complici. Quelli che saranno risparmiati e salvati ne costituiranno un terzo (tom. 4, p. 456*).

XI. Ma questa gioia cieca è molto breve; perché tre giorni e mezzo dopo la loro morte (Holzhauser-t. 1, p. 495, ecc. Wüilleret- pensa che questi tre giorni e mezzo forniscano tre settimane o ventuno giorni. Questo ci sembra arbitrario e sistematico). Lo spirito della vita ritorna nei corpi dei due profeti per ordine di Dio; essi si raddrizzano e si alzano in piedi; un grande timore coglie tutti coloro che li vedono (Et post dies tres et dimidium, spiritus vitae à Deo intravit in eos; et steterunt super pedes suos, et timor magnus excidit super eos qui viderunt eos, ibid. v. 11). Una grande voce dal cielo disse loro: “Salite qui”, ed essi si alzarono in una nuvola alla vista dei loro nemici (Et audierunt vocem magnam de cœlo dicentem: Ascendite hùc; et ascenderunt in cælum in nube, et viderunt illos inimici eorum, ibid. V. 12).

XII. L’Anticristo è confuso a questa vista; sente scoperta la sua impostura; invoca satana, affinché lo aiuti a tenere sotto il suo impero il popolo cieco che lo adora. Egli capisce che deve anche salire in aria, come i profeti; lo fa per il potere del diavolo; sale dal monte degli Ulivi (Sic Holzhauser, t. 1, p. 501, Wüilleret). Ma il fulmine che esce dalla bocca del Figlio dell’uomo lo precipita nell’abisso (Et tunc revelabitur ille iniquus quem Dominus Jesus interficiet spiritu oris sui, II° Tess. cap. 2, v. 8. Et ignis des cendit de cælo, et devoravit eos; et Diabolus, qui seducebat eos, missus est in stagnum ignis et sulphuris, ubi et bestia et pseudoprophetæ cruciabuntur die ac nocte in sæcula sæculorum – E allora sarà rivelato quell’uomo malvagio che il Signore Gesù finirà con un soffio della sua bocca. E il fuoco scese dal cielo e li divorò, e il diavolo che li aveva ingannati fu gettato nel lago di fuoco e di zolfo, dove la bestia e i falsi profeti saranno tormentati notte e giorno nei secoli dei secoli. -) È a questa battaglia, a questo trionfo di Gesù Cristo sull’anticristo e i suoi seguaci, che si riferiscono i vv. 11-21 del capitolo XIX dell’Apocalisse, dove il cavaliere su un cavallo bianco, che è chiamato il Verbo di Dio – et vocatur nomen ejus Verbum Dei -, governa le nazioni con una verga di ferro, calpesta il torchio dell’ira di Dio e, dopo una battaglia senza pari, distrugge la bestia, i falsi profeti, i loro numerosi eserciti e tutti coloro che erano dalla loro parte. – Apoc.. XX, v. 9, 10. – Nello stesso tempo, c’è un grande terremoto; la decima parte della città di Gerusalemme è rovesciata e distrutta (Et adhuc decimatio et convertetur – Sarà decimata di nuovo, e sarà convertita. – La decima parte della città è caduta, Isaia, cap. VI, v. 13. – Et decima pars civitatis cecidit, Apoc. cap. XI, v. 13). Settemila uomini sono sepolti sotto le rovine, e quei Giudei che avevano seguito il figlio della perdizione come il vero Messia, colpiti dalla resurrezione e dall’ascensione di Elia ed Enoch, dalla terribile caduta dell’anticristo e dal grande cataclisma che l’accompagna, riconoscono di essersi ingannati, danno gloria a Dio e confessano Gesù Cristo (Et in illa hora factus est terræmotus magnus, et decima pars civitatis cecidit; et occisa sunt in terræ motu nomina hominum septem millia. Et reliqui in terrorem sunt missi, et dederunt gloriam Deo cæli, Apoc. cap. XI, v. 13. Et post hæc revertentur filii Israel, et pavebunt ad Dominum et ad bonum ejus in novissimo dierum, Osea, cap. III, v. 5. Et aspicient ad me quem confixerunt, et plangent cum planctu magno quasi super unigenitùm – In quell’ora ci fu un grande terremoto. La decima parte della città cadde, sette mila uomini morirono. Gli altri, pieni di paura, diedero gloria a Dio. – Dopo questo, i figli d’Israele ritorneranno a Dio e al bene, e saranno pieni verso di Lui di un timore ossequioso. “Essi getteranno gli occhi su di me che hanno confitto, piangeranno su di me come su di un figlio unico e diletto” – Zacc. cap. XII, v. 10). E con questa tardiva ma sincera conversione, i Giudei, che erano il primo popolo di Dio nell’ordine dei tempi, diventano anche il suo ultimo popolo; e mentre il deicidio che avevano commesso, aveva fatto loro preferire i Gentili dal punto di vista morale e religioso, e li aveva resi gli ultimi, diventano di nuovo i primi davanti a Dio (Sic erunt novissimi primi, et primi novissimi – Gli ultimi saranno i primi, e i primi saranno gli ultimi – S. Matth. cap. XX, v. 16).

XIII. Dieci dei capi degli eserciti dell’anticristo sparsi per il mondo, che sono anche dieci re, o le dieci corna della bestia di cui si parla nel capitolo XVII dell’Apocalisse (Et decem cornua quo vidisti decem reges sunt, v. 12 ), non sono abbattuti dalla caduta del loro padrone. Lungi da ciò, essi continuano a seguire le sue vie e ad esercitare il suo potere per un’ora dopo di lui, cioè per un tempo molto breve (Potestatem tanquàm reges unâ horâ accipient post bestiam, ibid. v. 12). Combattono contro l’Agnello, sono vinti da Lui, abbandonano la legge empia del figlio della perdizione, la grande prostituta di questo tempo, si rivoltano contro di essa, contro coloro che la difendono e contro la grande città che ne è il bastione; li desolano, li spogliano, mangiano la loro carne e li bruciano con il fuoco (Hi cum Agno pugnabunt, et Agnus vincet illos , Apoc. XVII, v. 14. Hi odient fornicuriam et desolatam facient illam et nudam, et carnes ejus manducabunt, et ipsam igni concremabunt, ibid. v. 16). Un grande massacro ha luogo in tutto il mondo dei seguaci dell’anticristo, e specialmente a Gerusalemme e in Terra Santa. Gli uccelli dell’aria e le bestie della terra banchettano sui loro corpi e si ubriacano del loro sangue (Tu ergo, fili hominis, hæc dicit Dominus Deus: Dic omni volucri, et universis avibus, cunctisque bestüs agri: Convenite, properate, concurrite undiquè ad victimam meam, quam ego immolo vobis, victimam grandem super montes Israel, ut comedatis curnem et bibatis sanguinem, Ezech . XXXIX, v. 17. Et comedetis adipem in saturitatem, et bibetis sanguinem in ebrietatem, de victimâ quam ego immolo vobis – Tu dunque, figlio dell’uomo, di’ a tutti gli uccelli del cielo e alle bestie dei campi: Affrettatevi, venite e radunatevi da ogni parte alla grande vittima che io ho posto davanti a voi sul monte d’Israele, perché possiate mangiare la sua carne e bere il suo sangue. Ne sarete soddisfatti, ne sarete felici, tanto è grande questa vittima! –  ibid. v. 19.). Questi grandi eventi convertono molti uomini; Dio è nuovamente glorificato e santificato; al ritorno di Israele si aggiunse quello di gran parte delle Nazioni, che finalmente capiscono che Dio ha abbandonato il suo popolo solo a causa dei loro crimini (Et magnificabor et sanctificabor, et notus ero in oculis multarum gentium, ct scient quia ego Dominus, Ezech. XXXVIII, v. 23. Et ponam gloriam meam in gentibus, et videbunt omnes fines terræ judicium meum quod fecerim et manum meam quam posuerim super eos. Et scient domus Israel quia Dominus Dcus à die illa et deinceps: et scient gentes quoniam in iniquitate sud capta est domus Israel, eo quòd dereliquerint me – Io sarò glorificato, santificato e conosciuto in molte nazioni; sapranno che io sono il Signore. Metterò la mia gloria tra i popoli e tutti gli abitanti della terra capiranno la giustizia del mio giudizio e del castigo che ho inflitto loro, e la casa d’Israele saprà per sempre che io sono il Signore. E le nazioni sapranno che ho colpito la casa d’Israele per la loro iniquità e perché mi hanno abbandonato – Ezech. XXXIX, v 21, 22, 23). – Come si è potuto vedere, noi abbiamo detto che la seconda parte del capitolo XIX dell’Apocalisse, che inizia al v. 11, potrebbe forse essere applicata all’azione del grande Monarca; noi la applichiamo qui, senza paura, al grande e ultimo combattimento dell’Agnello contro l’anticristo, perché il capitolo XIX è forse figurativo e potrebbe convenire a più tempi, proprio come la grande meretrice si trova in più epoche. – San Giovanni è completamente d’accordo con Ezechiele su questa seconda applicazione, perché dice come lui: Et vidi unum Angelum stantem in sole, et clamavit voce magna, dicens omnibus avibus, quæ volabant per medium cæli: Venite, et congregamini ad cœnam magnam Dei; ut manducetis carnes regum, et carnes tribunorum, et carnes fortium, et carnes eouorum, et sedentium in ipsis, et carnes omnium liberorum, et servorum, et pusillorum, et magnorum. Et vidi bestiam, et reges terræ, et exercitus eorum congregatos, ad facien dum prælium cum illo qui sedebat in equo, et cum exercitu ejus. Et apprehensa est bestia, et cum eâ pseudo propheta: qui fecit signa coram ipso, quibus seduxit eos, qui acceperunt characterem bestiæ, et qui adora verunt imaginem ejus. Vivi missi sunt hi duo in stagnum ignis ardentis sulphure: Et cæteri occisi sunt in gladio sedentis super equum, qui procedit de ore ipsius: et omnes aves saturatæ sunt carnibus eorum – E vidi un Angelo che stava in piedi nel sole, e gridava a gran voce, dicendo a tutti gli uccelli che volano nel cielo: Venite e radunatevi al grande banchetto di Dio, per mangiare la carne di re, di capitani, di uomini potenti, di cavalli, di cavalieri, di uomini liberi e di schiavi, piccoli e grandi; e vidi la bestia, i re della terra e i loro eserciti, radunati insieme, per combattere contro colui che sedeva sul cavallo e contro il suo esercito. E la bestia fu presa, e con essa il falso profeta, che aveva fatto prodigi davanti a lui, con i quali aveva ingannato coloro che avevano ricevuto il segno della bestia e adorato la sua immagine; ed entrambi furono gettati vivi nel lago di fuoco e di zolfo. Gli altri furono uccisi dalla spada di colui che era sul cavallo, che usciva dalla sua bocca; e tutti gli uccelli furono riempiti della loro carne. – XIX, v. 17-21).

XIV. Dopo una carneficina così vasta e spaventosa, una quantità innumerevole di cadaveri copre la terra e infetta l’aria. Devono essere sepolti per evitare che la peste uccida quelli che sono ancora vivi. Israele usa sette mesi per seppellire i corpi dei seguaci dell’anticristo, per purificare l’atmosfera. (Et sepelient eos domus Israel, ut mundent terram septem mensibus, Ezech. XXXIX, v. 12). In altre parti del mondo, poiché la morte si è diffusa ovunque, vengono nominati dei commissari onde percorrere la terra, per cercare i cadaveri, per segnare i luoghi dove si trovano e per farli seppellire. Queste operazioni iniziano dopo i sette mesi già menzionati (Sepeliet autem eum omnis populus terræ, et erit … Et viros jugiter constituent lustrantes terram, qui se peliant et requirant eos qui remanserant super faciem terræ, ut emundent eam: post menses autem septem quærere incipient. Et circuibunt peragrantes terram; cumque viderint os hominis, statuent juxta illud titulum, donec sepeliant illud pollinctores in valle multitudinis Gog). I popoli della terra li seppelliranno a loro volta. Saranno istituiti dei commissari che andranno in giro per il mondo a cercare coloro che sono rimasti sulla superficie della terra per purificarla. Inizieranno la loro ricerca dopo sette mesi. Attraverseranno tutti i luoghi; appena vedranno un cadavere, gli metteranno vicino un segno di riconoscimento, e i becchini lo seppelliranno nella valle della moltitudine di Gog. – Ezech . cap. XXXIX, v. 13, 14, 15); e inoltre durante sette anni consecutivi, i figli d’Israele usano, per cucinare i loro cibi e riscaldarsi, la legna proveniente dalle armi e dalle macchine da guerra delle truppe dell’anticristo (Et egredientur habitatores in civitatibus Israel, et succendent et comburent arma, clypeum, et hastas, arcum, et sagittas, et baculos manuum, et contos: et succendent ea igni septem annis – Gli abitanti delle città d’Israele usciranno e bruceranno per sette anni le armi, gli scudi, le lance, gli archi, le frecce, i bastoni e gli elmi. – Non sic Holzhauser (t. 1, p. 502, ecc., Wüilleret). Egli sostiene che dopo la caduta dell’anticristo, non ci saranno più né anni, né mesi, ma solo giorni. Il passo di Ezechiele distrugge questa opinione da cima a fondo. Holzhauser non avrebbe commesso questo errore se non si fosse limitato al testo dell’Apocalisse.), ibid. v. 9.

XV. Il secondo “guai” è passato (Væ secundum abit, Apoc. cap. 11, v. 14). Il terzo viene presto, più rapidamente del secondo arrivato dopo il primo, e al suono della settima tromba ( Et ecce tertium venit cito, ibid.). Molti uomini timorosi si sono avvicinati alla Chiesa, di cui Israele, convertito, forma il nucleo; ma molti altri si sono induriti ancora di più e vogliono iniziare una nuova guerra contro l’Onnipotente. D’altra parte, la fine del mondo è vicina, e deve essere annunciata da segni di avvertimento (Et iratæ sunt gentes, et advenit ira tua, et tempus mortuorum judicari, et reddere mercedem servis tuis prophetis, et sanctis, et timentibus nomen tuum, pusillis et magnis, et exterminandi eos qui cor ruperunt terram – E le nazioni sono adirate, e la tua ira è venuta, e il tempo di giudicare i morti, e di dare la ricompensa ai tuoi servi i profeti, ai tuoi santi, a quelli che temono il tuo Nome, ai piccoli e ai grandi, e di sterminare quelli che hanno corrotto la terra. – Apoc. cap. XI, v. 18) . – Appena si sente il suono della settima tromba, grandi voci gridano nel cielo: “È fatta, il regno di questo mondo è diventato il regno del Signore e del suo Cristo” – Et septimus Angelus tubâ cecinit, et factæ sunt voces magnæ in cælo, dicentes: Factum est regnum hujus mundi, Domini nostri et Christi ejus – Questo dimostra che prima del regno del mondo c’era il regno di Satana chiamato principe di questo mondo – et regnabit in secula seculorum. Amen – E il settimo Angelo suonò, e vi furono grandi voci nel cielo, dicendo: Il regno di questo mondo è diventato il regno del Signore e del suo Cristo, ed egli regnerà nei secoli dei secoli – ibid. v. 15). Il settimo Angelo alzò la sua coppa in aria, e una grande voce uscì dal tempio che è vicino al trono e gridò: È fatto (Et septimus Angelus effudit phialam suam in ae rem, et exivit vox magna de templo à throno, dicens: Factum est (Sic Holzauzer – t. 1, p. 502, Wuilleret). E il settimo Angelo versò la sua coppa nell’aria, e venne una voce dal tempio, vicino al trono, dicendo: “È fatto”. – Apoc. cap. XVI, v. 17. Nello stesso tempo il sole si oscura, la luna rifiuta la sua luce, le stelle cadono dal firmamento e le virtù dei cieli sono scosse; Questo può essere inteso sia moralmente che fisicamente (Statim autem post tribulationem dierum illorum, sol obscurabitur, et luna non dabit lumen suum, et stellæ cadent de cœlo, et virtutes cælorum commovebuntur – Subito dopo la tribolazione di quei giorni, il sole sarà oscurato, la luna non darà più la sua luce ; le stelle cadranno dal cielo e le virtù dei cieli saranno scosse. ) (S. Matt. cap. XXIV, v. 29). Poi si vedono lampi, si sentono tuoni, si sentono terremoti così forti che non c’è mai stato né ci sarà mai nulla di simile (Et facta sunt fulgura, et voces, et tonitrua, et terræ motus factus est magnus qualis nunquàm fuit ex quo homines fuerunt super terrum, talis terræ motus sic magnus, Apoc. XI, v. 18). . Le città delle nazioni cadono, e Dio si ricorda della grande Babilonia (La grande città, che potrebbe essere Gerusalemme – Questa è l’opinione di M. de Wüilleret), colpita già nella sesta età e che era stata sollevata dalla sue rovine, per farle bere, una seconda volta, il calice del vino della sua ira; e tutte le isole spariscono sotto le acque e le montagne non si trovano più. (Queste cose possono essere intese sia in senso morale che naturale). (Et facta est civitas magna in tres partes, et civitates gentium ceciderunt, et Babylon magna venit in memoriam ante Deum, dare illi calicem vini indignationis iræ ejus. Et omnis insula fugit, et montes non sunt inventi.

(*)

Estratto dalla Suora della Natività:

« Dopo questa catastrofe, i terremoti aumentano; si diffonde una fitta oscurità. La terra si apre da tutte le parti; uomini e città sono inghiottiti. Gli elementi confusi si scontrano, le virtù dei cieli sono scosse. Il fuoco del cielo e della terra si unisce al tuono e al fulmine. Il mare minaccia di inondare la terra (vol. 1, p. 325), i peccatori sono parzialmente distrutti, la punizione di alcuni provoca, per paura, la conversione di molti altri (tom. 1, p. 326, tom. 4, p. 458). Più della metà del numero di quelli finiti sull’orlo dell’abisso, che sono stati risparmiati, si convertono; l’altra metà si riunisce per cospirare ancora: a loro volta essi sono colpiti e precipitati, in mezzo ai loro piaceri e dissolutezze (tom. 1, p. 327; tom. 4, pp. 457, 458).

« Sterminati i malvagi, San Michele istruisce la Chiesa, la fa uscire dalla solitudine e la conduce al suo ultimo giorno (tom. 1, p. 339); perché il giudizio non deve arrivare subito dopo (Ci sarà dunque ancora un periodo di tempo abbastanza lungo tra l’arrivo della Chiesa al suo ultimo soggiorno e l’ultimo giorno del mondo. – Se teniamo conto anche di tutti gli eventi che seguono la caduta dell’anticristo, si potrà pensare che, se il giudizio dovesse arrivare nel secolo del 1900, giungerà solo nella sua seconda parte). Se ne ignora l’epoca (tom. 4, p. 457).

« Vedo in Dio – dice la Suora – che possono passare diversi anni. Ma non vedo quanti anni ci saranno (tom. 4, p. 457).

« Questo ultimo soggiorno della Chiesa è un luogo dove la natura ha “raccolto tutte le sue ricchezze e tutte le sue bellezze” (Quest’ultimo soggiorno somiglierà dunque al primo, cioè al Paradiso Terrestre) e dove “l’uomo non ha nulla da desiderare per la vita del corpo; una terra di “delizie, un vero paradiso terrestre … un terreno che produce naturalmente tutto ciò che è necessario per il nutrimento e la felicità dei suoi abitanti … San Michele proibisce loro di andare oltre i limiti del distretto che ha prescritto loro, perché la terra che li circonda è una terra maledetta, macchiata dai crimini e dalla corruzione di coloro che la abitano… Ciò che più mi colpisce di questa terra felice è che ha un corpo di luce fatto apposta per essa, e che solo i suoi abitanti ne beneficeranno (Volume 1, p. 343) … Essi godranno, oltre ad altri vantaggi, della dolce e confortante luce di un sole che sarà fatto solo per loro, e che illuminerà solo l’orizzonte sensibile e lo stretto recinto di quest’altro Eden, mentre si vedrà solo un orribile caos in tutta l’estensione dei paesi lontani o circostanti. » (vol. 1, p. 345). – I fedeli vi costruiranno diversi templi; uno solo sarebbe insufficiente, perché non ci potrebbe essere mai una parrocchia così grande (vol. 1, p. 345) (Questa costruzione di diversi templi indica anche che ci sarà un tempo piuttosto lungo e notevole dall’arrivo della Chiesa in questo luogo, fino all’ultimo giorno). Il fervore dei fedeli sarà molto grande; gli Angeli porteranno a loro tutti coloro che si convertiranno, anche molti uomini non battezzati che non avevano conosciuto Dio (vol. 1, p. 346); essi formeranno una piccola repubblica dove non ci saranno leggi, né giurisdizione, né polizia. Questa sarà la vera teocrazia, che sarebbe stata l’unico governo, se l’uomo non avesse peccato – questo è conforme alle parole di Dio a Samuele I Re, VII, 7. – (vol. 1, p. 348). L’incertezza sull’ultimo giorno e il desiderio di gioire della vista di Gesù Cristo diffonderanno una grande pena sui Cristiani. Tutto gli aiuti del cielo saranno ritirati da loro; gli Angeli non li assisteranno più visibilmente, non sentiranno più i profeti, saranno quasi tentati di perdere la speranza (Il tempo deve dunque essere abbastanza lungo, altrimenti non si sarebbe tentati di perdere la speranza). (t. 1, p. 350, 356, 357, 358, 364). Infine, moriranno tutti in un’estasi divina, nel ringraziamento che seguirà ad una Comunione generale, nel momento in cui non se lo aspettavano (tom.. 1, p. 364, 356). Gli altri uomini moriranno nello stesso momento. (tom.. 1, p. 365). (*)

XVI. Dopo questi terribili eventi, il tempio di Dio si apre nel Cielo, mostrando a tutti gli occhi l’arca del suo testamento. Nuovi lampi attraversano i cieli; si sentono voci meravigliose; una enorme grandinata si abbatte sugli uomini; spaventosi terremoti spargono ovunque terrore e morte. Gli empi si induriscono ancora di più, bestemmiano ancora di più il Nome di Dio. (Et apertum est templum Dei in cælo, et visa est arca testamenti ejus in templo ejus; et facta sunt fulgura, et voces, et tonitrua, et terræ motus; et grando magna sicut talentum descendit de cœlo in homines, et blasphemaverunt Deum homines propter plagam grandinis, quoniam magna facta est vehementer – E il tempio di Dio si aprì nel Cielo, e in questo tempio si vide l’arca del testamento, ci furono lampi, voci, terremoti e una forte grandinata, una grandine emorme come un talento scese sugli uomini: E questi bestemmiarono Dio a causa di quella grandine, perché era molto crudele. Allo stesso tempo, tutti coloro che vivono sulla terra muoiono in una sola volta; il Figlio dell’Uomo appare su un grande trono bianco, così come è salito in cielo il giorno della sua ascensione. (Hic Jesus qui assumptus est à vobis in cælum sic veniet, quemadmodùm vidistis eum euntem in Cœlum, Act. Ap. cap. 1, v. 11). I cieli e la terra scompaiono davanti alla sua augusta presenza, i corpi risorgono; il mare del Battesimo rende i cadaveri che conteneva; la morte spirituale, la dannazione, abbandona gli sventurati che saranno condannati pubblicamente alle fiamme eterne, e che sono già condannati dal giudizio particolare. I libri sono aperti per la perdita dei malvagi; il libro della vita è anche aperto per la glorificazione e la ricompensa dei fedeli che il mare ha reso; i decreti eterni sono promulgati; gli eletti seguono il loro Redentore nella Gerusalemme celeste, e i reprobi, l’inferno e la morte sono gettati nelle fiamme eterne, cosa che costituisce la seconda morte. (Et vidi thronum magnum candidum, et sedentem super eum, à cujus conspectu fugit cœlum et terra, et locus non est inventus eis. Et vidi mortuos, magnos et pusillos, stantes in conspectu throni, et libri aperti sunt: et alius liber apertus est qui est vitæ, et judicati sunt mortui ex his quæ scriptu erant in libris, secundùm opera ipsorum. Et dedit mare mortuos suos, qui in eo erant: et mors et infernus dederunt mortuos suos, qui in ipsis erant – Si deve pensare che il mare rappresenti qui gli eletti, se si nota che San Giovanni ne parla in opposizione alla morte e all’inferno che sono gettati nel lago di fuoco.): et judicatum est de singulis secundùm opera ipsorum. Et infera nus et mors missi sunt in stagnum ignis. Hæc est mors secunda. Et qui non inventus est in libro vitæ scriptus, missus est in stagnum ignis – Poi vidi un grande trono bianco e su di esso sedeva una figura davanti alla quale il cielo e la terra fuggirono e scomparvero. Poi ho visto i grandi e i piccoli morti apparire davanti al trono. Furono aperti dei libri: uno era il libro della vita, e i morti furono giudicati secondo ciò che era scritto nei libri, secondo le loro opere. Il mare consegnò i morti che aveva, la morte e l’inferno consegnarono i loro; e ognuno fu giudicato secondo le sue opere. L’inferno e la morte furono gettati nel lago di fuoco. Questa è la seconda morte, e tutti coloro che non erano scritti nel libro della vita furono gettati in questo lago – Apoc. cap. XX, v. 11 a 15).

XVII. Quanto al giorno, alla settimana, al mese, all’anno in cui arriverà la fine, nessuno li conosce tranne Dio; ma ci sembra certo che tra la caduta dell’anticristo e l’ultimo giorno del mondo, ci sarà un numero più o meno grande di anni, ma che saranno sempre più di sette (Holzhauser – tomo 1, pag. 502, 505, Wüilleret – pensa che invece di anni e mesi, passeranno solo giorni. – Il Commento all’Apocalisse di Holzhauser è generalmente considerato come ispirato dal cielo; e per questa ragione molte menti rifiuteranno le nostre congetture nei molti punti in cui esse differiscono da ciò che è contenuto nel suo libro; dobbiamo quindi dichiarare tutto il nostro pensiero su questo argomento; il lettore lo apprezzerà. – Noi crediamo che Holzhauser sia stato ispirato o assistito. Troviamo tra l’altro un segno in ciò che dice sulla durata della vita dell’anticristo, che fissa a cinquantacinque anni e mezzo (seicentosessantasei mesi), senza sostenere la sua affermazione con alcun ragionamento, con alcun motivo umano.  – Troviamo, al contrario, una prova di non ispirazione in ciò che ha scritto sul tempo che separa la caduta dell’anticristo dalla fine del mondo; perché se Gog di Ezechiele è l’anticristo, ovviamente il mondo finirà dopo più di sette anni, non meno di un mese dopo questa caduta. Come conciliare tutte queste cose che sembrano contraddittorie? Crediamo di poterlo fare nel modo seguente: “Non è stabilito che tutto ciò che ci venga dato come commento di Holzhauser sia interamente suo. I suoi amici e seguaci non ispirati potrebbero aver aggiunto delle cose dopo la sua morte. – D’altra parte, Holzhauser può essere stato ispirato per alcune cose, per alcune parti, e non per altre, dove sarebbe stato lasciato a se stesso ed esposto all’errore. – Non è quindi straordinario trovare nel suo Commento sia verità che falsità.)

XVIII. Concludendo queste congetture, benediciamo l’Agnello che si è incarnato per noi e ci ha redento con lo spargimento di tutto il suo sangue. Facciamo ora quello che faranno i santi e gli eletti alla fine della settima età, quando il Signore dirà loro: Venite, benedetti del Padre mio (Venite, benedetti Patris mei, S. Matt. cap. XXV, v. 35). Diamogli la settima lode, la benedizione (benedictionem, Apoc. cap. V, v. 12), con un cuore sincero, devoto e pentito, e riceveremo la grazia di benedirlo per tutta l’eternità.

FINE

CONGETTURE SU LE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (8)

CONGETTURE SU LE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (8)

Tratte dall’Apocalisse, dal Vangelo, dalle Epistole degli Apostoli, e dalle Profezie dell’Antico Testamento

Messe in relazioni con le rivelazioni della Suora della Natività

di Amedeo NICOLAS

PARTE SECONDA

CAPITOLO IV.

LA SESTA ETÀ DELLA CHIESA

.I. Il male si è elevato nella quinta età e nel tempo di transizione da questa età alla sesta, si è spinto fino all’abolizione del Sacrificio perpetuo, all’abominazione della desolazione nel luogo santo. Invece di adorare un solo mortale, come avverrà nella settima epoca, ogni uomo adorava se stesso e si faceva il suo Dio. Gli empi hanno dominato ovunque; solo loro hanno avuto abbondanza, influenza, potere e tutto ciò che la terra può dare loro. I figli della Chiesa, in gran numero, hanno rinnegato e apostatato da Dio ed il suo Cristo; li hanno disprezzati, oltraggiati, dileggiati e bestemmiati; i veri fedeli, ridotti a pochi individui isolati, hanno vissuto nell’umiliazione, nella povertà, la sofferenza e l’oppressione. I Pastori hanno lasciato che molti del loro gregge si perdessero a causa della loro negligenza e del loro lassismo. Molti di quelli che sembravano buoni erano viziati e incancreniti come gli altri; pensavano di essere vivi e invece erano morti (Nomen habes quod vivas, et mortuus es, Apoc. cap. III v. 1), perché seguivano le vie dell’inferno mentre pensavano di seguire quelle del cielo. Ancora un po’ di tempo, non ci sarebbe stata più fede sulla terra, e il Figlio dell’Uomo venendo non ne avrebbe trovata affatto (Filius hominis veniens, putas, inveniet fidem in terra? San Luca. Vangelo cap. XVIII, v. 8). Si potrebbe pensare che siamo arrivati agli ultimi giorni, e che non ci resti altro da fare che avvolgerci in un sudario, coprirci gli occhi e aspettare, in questo stato, il grande e supremo cataclisma: la morte di ogni creatura. Ma no, la fine non è ancora arrivata; gli empi devono prima essere confusi e ricevere le punizioni dovute ai loro crimini, e devono essere inferti colpi così forti da provocare la loro conversione quasi forzata e lo sterminio di coloro che non si arrendono; Dio deve vendicare la sua gloria oltraggiata, la sua croce disprezzata, e riprendere possesso di un mondo che gli appartiene, che ha creato e che gli uomini avevano dato a satana (In gloriam meam creavi eum, formavi eum et feci eum, Isaia, cap. XLIII, v. 7). Il Signore deve far esplodere la sua giustizia ed esercitare il suo giudizio su quei viventi che hanno così a lungo e così fortemente insultato la sua divinità, la sua bontà, il suo amore, la sua potenza (Dominus a dextris tuis confregit in die iræ suæ reges. Judicabit in nationibus, implebit ruinas, conquassabit capita in terra multorum (Sal. CIX, v. 5, 6). Bisogna che Egli rialzi i suoi fedeli oppressi, toglierli da sotto la verga dei peccatori, affinché non stendano le mani nell’iniquità, e infine dare loro l’impero (Hic patientia sanctorum est qui custodiunt mandata Dei et fidem Jesu, Apoc. cap. XIV, v. 12. Qui autem perseveraverit in finem, hic salvus erit, S. Matt. cap. XXIV, v. 13. Quia non relinquet Dominus virgum peccatorum super sortem justorum, ut non extendant justi ad iniquitatem manus suas, Ps. CXXIV, v. 3). È necessario che il numero degli eletti debba essere riempito, il numero dei martiri debba essere completo, il che richiede una preparazione precedente (Et dictum est illis ut requiescerent, donec compleantur conservi eorum et fratres eorum qui interficiendi sunt sicut et illi , Apoc. cap. VI, v. 11). Il Vangelo deve essere predicato in tutto il mondo, non in modo nascosto ed individuale, come è stato finora tra i popoli infedeli, ma in modo aperto e pubblico, come è nei Paesi meglio disposti al Cattolicesimo; deve inoltre essere rispettato e praticato da ogni tribù, ogni lingua, ogni Nazione, ogni popolo (Et prædicabitur Evangelium in universo mundo in testimonium gentibus, St. Matth. cap. XXIV, v. 14), perché è solo dopo questo felice evento che verrà la consumazione (Et tunc veniet consummatio, ibid. v. 14). Infine, Babilonia, la grande prostituta, la madre delle fornicazioni e delle abominazioni della terra, deve cadere, ubriaca del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù (Et vidi mulierem ebriam de sanguine sanctorum et de sanguine martyrum Jesu, Apoc. XVII, v. 6), Babilonia, la grande confusione, che regna sui popoli e sui re (Aquæ quas vidisti ubi mulier sedet populi sunt, et gentes, et linguæ, Ap. cap. XVII, v. 15. Et mulier quam vidisti est civitas magna quæ habet regnum super reges terræ, v. 18 ). Dio deve tutte queste cose a se stesso, perché ha fatto dire a San Giovanni: « Tu devi profetizzare di nuovo alle nazioni, ai popoli, alle lingue e a molti re ». (Oportet te etenim prophetare gentibus, et populis, et linguis, et regibus multis, cap. X, v. 11). Lo deve ai suoi Santi, ai quali lo promise nel quinto sigillo, quando gli chiesero: « Fino a quando, Signore, che sei santo e verace, rinvierai il giudizio su quegli esseri viventi che ci opprimono, quando vendicherai il nostro sangue ingiustamente sparso? » (Usquequò, Domine – sanctus et verus – non judicas, et non vindicas sanguinem nostrum de iis qui habitant in terra? cap. VI, v. 10), e ai quali ha raccomandato la pazienza fino a quando il numero dei confessori e dei martiri non fosse completato (Et dictum est illis ut requiescerent adhuc tempus modicum, donec compleantur conservi eorum et frutres eorum qui interficiendi sunt sicut et ipsi, ibid. v. 11); Egli lo deve all’immutabilità e alla necessità della sua parola, poiché ha detto che i Santi avrebbero infine ricevuto il potere e ottenuto il regno con la loro pazienza (Suscipient autem regnum sancti Dei altissimi, et obtinebunt regnum, Dan. cap. X, v. 18). – E tutti questi annunzi e promesse sono ripetuti nell’Apocalisse, quando San Giovanni dice: « Vidi un altro Angelo che volava in mezzo al cielo, avendo il Vangelo eterno da annunciare alla terra, ad ogni nazione, ad ogni tribù, ad ogni lingua, ad ogni popolo, e dicendo a gran voce: temete il Signore e rendetegli l’onore che gli è dovuto, perché l’ora del suo giudizio si avvicina; adorate, voi semplici creature, Colui che ha fatto il cielo e la terra e il mare e le sorgenti d’acqua. E un altro Angelo venne dopo di lui, dicendo: È caduta, è caduta, la grande Babilonia, che ha fatto bere a tutte le nazioni il vino e l’ira della sua fornicazione. (Et vidi alterum Angelum volantem per medium cæli, habentem Evangelium æternum, ut evangelizaret sedentibus super terram, et super omnem gentem, et tribum, et linguam, et populum, Apoc. cap. XIV, v. 6. Dicens voce magna: Timete Dominum, et date illi honorem, quia venit hora judicii ejus; et adorate Eum qui fecit cælum et terram, mare et fontes aquarum, v. 7. Et alius Angelus secutus est dicens: Cecidit, cecidit Babylon magna, quæ à vino iræ fornicationis suæ potavit omnes gentes, v. 8).

II. L’ora del trionfo dei buoni e della confusione degli empi è arrivata. L’Agnello, che per tanto tempo ha sopportato pazientemente i crimini degli uomini, sta finalmente per colpirli per riconquistare un mondo che è suo; comincia denunciando loro la sua giusta ira, e dice loro, per bocca di Davide, il suo Profeta, e con più ragione che mai: « Perché le nazioni fremono, e perché i popoli hanno formato vane trame? I re e i governanti della terra si sono uniti e si sono posti come nemici davanti al Signore e davanti al suo Cristo. – Spezziamo le loro catene, hanno detto, e gettiamo via da noi il loro giogo. Insensati! Colui che abita nei cieli si riderà di loro e il Signore si prenderà gioco di loro. Egli parlerà loro nella sua ira, e nella sua ira li metterà a soqquadro. Quanto a me, che questi ciechi non vogliono più, sono stato stabilito dal Signore, mio Padre, re su Sion, il suo santo monte, da dove predico la sua legge e i suoi precetti. Mi disse: Tu sei mio figlio, Io oggi ti ho generato. Chiedi a me e io ti darò le nazioni come tua eredità e tutta la terra come tuo dominio. Li dominerai con una verga di ferro e li frantumerai come un vaso di vasaio. E ora, o re, abbiate comprensione; comprendete la mia lezione, istruitevi, voi che giudicate la terra. (Quare fremuerunt gentes, et populi meditati sunt inania? Astiterunt reges terræ, et principes convenerunt in unum adversùs Dominum et adversùs Christum ejus. Dirumpamus vincula eorum, et projiciamus à nobis jugum ipsorum. Qui habitat in cælis irridebit eos, et Dominus subsannabit eos. Tunc loquetur ad eos in ira sua, et in furore suo conturbabit eos. Ego autem constitutus sum Rex ab eo super Sion montem sanctum ejus, prædicans præceptum ejus. Dominus dixit ad me: Filius meus es tu, ego hodie genui te. Postula e me, et dabo tibi gentes hæreditatem tuam, et possessionem tuam terminos terra. Reges eos in virgâ ferrea, et tanquàm vas figuli con frange eos. Et nunc, reges, intelligite, erudimini qui judicatis terram. Ps. 2).

III. Onde applicare queste parole, il sesto sigillo viene aperto, e improvvisamente c’è un grande terremoto; il sole diventa nero come un sacco di crine, e la luna tutta rossa come sangue (Et vidi, cùm aperuisset sigillum sextum, et ecce terræ motus magnus factus est, et sol factus est niger tanquàm saccus cilicinus, et luna tota facta est sicut sanguis, Apoc. cap. VI, v. 12). Un gran numero di stelle, cioè di sacerdoti che si credevano buoni, cadono sulla terra e, come il fico lascia cadere i suoi giovani germogli quando è agitato da un gran vento, affondano giù nel crimine (Et stellæ de coelo ceciderunt super terram, sicut ficus emittit grossos suos, cùm à magno vento movetur, ibid. v. 13). Gli uomini perduti non hanno più guide, non hanno più luce, non hanno più sentieri da seguire per condursi (Et cælum recessit sicut liber involutus – E il cielo si ritirò come un libro che è stato arrotolato -, ibid. v. 14). I potenti sono rovesciati, i grandi sono cacciati dai luoghi elevati che occupavano (Et omnis mons, et insulæ de locis suis molæ sunt – E ogni montagna e ogni isola sono rimosse dai loro luoghi-. Questo grande terremoto e le sue conseguenze possono essere un tutt’uno con gli eventi segnati alla fine del capitolo III immediatamente precedente, o possono venire immediatamente dopo di essi come risposta del cielo alle provocazioni della terra -, ibid. v. 14). I re della terra, i principi, i capitani, i ricchi, i forti, gli schiavi e i liberi si nascondono nelle caverne e nelle tane delle rocce e gridano ai monti e alle colline: cadeteci addosso e nascondeteci dalla faccia di Colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello, perché il gran giorno dell’ira è venuto; e chi potrà resistere? (Et reges, et principes, et tribuni, et divites, et fortes, et omnis servus et liber absconderunt se in speluncis et in petris montium, ibid. v. 15. Et dicunt montibus et petris: Cadite super nos, et abscondite nos à facie sedentis super thronum, et ab irá Agni, v. 16. Quia venit dies magnus iræ ipsorum, et quis poterit stare (Holzhauser – t. 1, p. 293, Wüilleret – vede negli eventi che segnalano l’apertura del sesto sigillo la persecuzione di Diocleziano e Massimiano. Coloro che tremano davanti all’ira dell’Agnello e che hanno quindi paura di Lui sarebbero i fedeli, coloro che si preparano al martirio. – Questa opinione non ci sembra sostenibile. Sono ovviamente i malvagi che cercano di nascondersi in questo modo dalla faccia di Colui che è sul trono, e dall’ira dell’Agnello; perché l’Agnello è irato solo con loro, e non con coloro che lo amano al punto da dare la loro vita per Lui. L’opinione di Holzhauser confonde l’ira degli imperatori romani con quella dell’Agnello), v  17).

(*)

Nel T. 1, p. 308, la Suora della Natività vede una grande potenza guidata dallo Spirito Santo, che ristabilirà il giusto ordine con un secondo sconvolgimento. Il primo albero che la Suora aveva visto, che aveva cominciato ad abbattere l’albero della Chiesa e l’albero dello stato religioso, e che rappresentava il filosofismo, è completamente sradicato; infatti, la Suora dice, nel vol. 1, p. 291: “Ho sentito una voce che gridava: Tagliate l’albero selvatico alla radice, distruggetelo, e fate attenzione a preservare i primi due alberi. Ho sentito l’albero maledetto che veniva colpito, e l’ho visto cadere e rotolare con gran fracasso.” – Per quanto riguarda l’albero della rivoluzione, che ha quattro grandi radici che rappresentano la nazione (tom. 4, p. 407), esso è tagliato raso al suolo, e non sradicato; perché è detto, nel tom. 4, p. 394; « Anticiperò il tempo di tagliare questo albero; ma è la mia volontà, esso sarà solo tagliato fino a terra (Da questo possiamo concludere che il filosofismo non riparerà più, e non sarà usato dall’anticristo che, facendosi adorare come Dio, dovrà di conseguenza stabilire una religione. Quanto alla rivoluzione, questa sarà conservata; l’uomo del male la userà come mezzo per dividere e governare.). »

Nel Tom. 4, p. 401, la Suora vede questa caduta: « Vedo in Dio – dice – che verrà un tempo in cui questo grande albero sarà tagliato. Quando l’ora del Signore sarà venuta, Egli fermerà in un momento questa fortezza armata di satana, e rovescerà questo grande albero al suolo più rapidamente di quanto il piccolo Davide rovesciò il grande Golia. Allora grideremo: Rallegriamoci, gli operatori di iniquità sono vinti dalla forza del braccio onnipotente del Signore. Il cambiamento in meglio sarà improvviso, l’azione divina sarà necessariamente riconosciuta. » Questo concorda molto bene con il v. 8, cap. III dell’Apocalisse, Chiesa di Filadelfia: “Ecce dedi coram te ostium apertum quod nemo potest claudere, quia modicam habes virtutem, et servasti verbum meum, et non negasti nomen meum”.  « Vedo che la fede e la santa Religione si stavano indebolendo quasi quanto in tutti i regni cristiani; Dio permise che fossero flagellati dagli empi per risvegliarli dal loro assopirsi. » (La parola assopirsi concorda bene con quanto abbiamo detto sulla quinta età e l’inizio della sesta – Cum enim dormirent homines).

IV. Nello stesso tempo Sobna, prefetto del tempio, è portato via come un gallo; è gettato, come una palla di merce, su un terreno ampio e spazioso; muore nel luogo della sua caduta (Hæc dicit Dominus Deus exercituum: Vade, ingredere ad eum qui habitat in ta bernaculo, ad Sobnam, præpositum templi, et dices ad cum, Isaia, cap. XXII, v. 15: Quid tu hic, aut quasi quis hic? Quia excidisti tibi hìc sepulcrum, excidisti in excelso memoriale diligenter, in petra tabernaculum tibi, v. 16. Ecce Dominus asportari te faciet, sicut as portatur gallus gallinaceus, et quasi amictum sic sublevabit te, v. 17. Coronans coronabit te tribulatione, quasi pilam mittet te in terram latam et spatiosam: ibi morieris, et ibi erit currus gloriæ tuæ, ignominia domús Domini tui, v. 18; et expellam te de statione tua, et de ministerio tuo deponam te (Non possiamo dire chi sia questo Sobna; da queste parole, præpositum templi, sembrerebbe a prima vista un personaggio ecclesiastico. Il testo dà anche indicazioni leggermente diverse. Spetta quindi al futuro designare la persona che viene così nominata. Quanto a noi, riportiamo tutto ciò che ci sembra riferirsi all’apertura della sesta epoca, lasciando al futuro il compito di spiegare tutto), v. 19.

V. Allo stesso tempo, è colpita la grande Babilonia, cioè l’Inghilterra protestante, la cui condotta, sia interna che esterna, non è che un crimine da tre secoli, per la rivoluzione che essa conserva, alimenta, mantiene e arricchisce; e per l’anticristianesimo la grande città che lo propaga e ne è la sede, è colpita. I capi dei popoli avevano dato il loro potere alla bestia che portava la prostituta; ma ora la odiano, la colpiscono (Attrita est civitas vanitatis, Isaia, cap. XXIV, v. 10), la rendono deserta (clausa est omnis domus nullo introeunte, ibid. v. 10), la circondano con ogni sorta di mali (Et calamitas opprimet portas, ibid. v. 12), la desolano, la spogliano, mangiano la carne dei suoi abitanti e la distruggono con il fuoco (Hi odient fornicariam, et desolatam facient illam et nudam, et carnes ejus manducabunt, et ipsam igni concremabunt – La condotta degli Indiani verso l’Inghilterra assomiglia a quella che si tiene verso la prostituta). A questo scopo, un Angelo scende dal cielo, armato di grande potenza; la sua gloria illumina la terra; egli grida nella sua forza: “È caduta, è caduta, la grande Babilonia; è diventata la dimora dei demoni, degli spiriti immondi e degli uccelli immondi, perché gli uomini non vi abitano più. (Et post hæc vidi alium Angelum des cendentem de cælo, habentem potestatem magnam, et terra illuminata est à gloriâ ejus, Apoc. XVIII, v.). Et exclamavit in fortitudine dicens: Cecidit, cecidit Babylon magna, et facta est habitatio Dæmoniorum, et custodia omnis spiritus immundi, et custodia omnis volucris immundæ et odibilis, v. 2). Egli dichiara che la ragione di questa caduta che ha spaventato gli uomini è che questa donna prostituta aveva fatto bere a tutte le nazioni l’ira della sua fornicazione; che i re della terra si erano corrotti con lei, e i mercanti si erano arricchiti con il suo lusso e le sue delizie (Quia de vino iræ fornicationis ejus biberunt omnes gentes, et reges terræ cum illa fornicati sunt, et mercatores ejus de virtute deliciarum ejus divites facti sunt, v. 3). Ordina ai fedeli di lasciare questa città prima che sia colpita, per non essere a loro volta colpiti dai suoi nuovi crimini e dalla sua punizione (Exite de illâ, popule meus, ut ne participes sitis delictorum ejus, et de plagis ejus non accipiatis, v. 4); e davanti a questa immensa rovina, gli uomini piangono con tremore, come mostra il resto del capitolo XVIII dell’Apocalisse, che non svilupperemo, perché è solo la narrazione dettagliata di questo grande evento, e a noi interessano solo le grandi linee. Dopo questo terribile giudizio, che raggiunse gli uomini viventi e distrusse tutto ciò che si opponeva al bene, si apre la bella e santa chiesa di Filadelfia, che è inclusa nella sesta età, e il cui nome, che significa amore fraterno, annuncia che gli uomini vivranno allora come fratelli, come figli di Dio, e che ci sarà un solo Pastore e un solo gregge (Et erit unum ovile et unus pastor, San Giovanni, cap. X, v. 16); questo annuncia la fine degli scismi e delle eresie, come dice Holzhauser – Volume 1, p. 188, Volume 2, p. 12, Wüilleret -, e apre un’era di pace e di calma che potrebbe ben riferirsi a quella grande tranquillità che, sulla parola del divino Maestro, successe a una spaventosa tempesta scoppiata sul mare, e che fece dire agli Apostoli: « Et ecce motus magnus factus est in mari, ita ut navicula operiretur fluctibus, ipse verò dormiebat (Questo sonno di Gesù Cristo durante la tempesta si riferisce bene al carattere che abbiamo riconosciuto nella quinta età.). Et accesserunt ad eum discipuli ejus, et suscitaverunt cum dicentes: Domine, salva nos, perimus. Et dicit eis Jesus: Quid timidi estis modicæ fidei ? tunc surgens imperavit ventis et mari, et factu est tranquillitas magna, s. Matth. VIII, v. 24, 25, 26).

VI. Gesù Cristo apre questa chiesa, perché ha la chiave di Davide, e quindi Lui solo può aprire la porta del bene senza che nessuno possa chiuderla prima del tempo stabilito, e chiudere la porta del male, senza che nessuno possa riaprirla prima dello stesso tempo (Et Angelo Philadelphiæ ecclesiæ scribe : hæc dicit Sanctus et Verus, qui habet clavem David, qui aperit et nemo claudit, claudit et nemo aperit – Scrivi all’angelo di Filadelfia: Questo è ciò che dice colui che è santo e vero, che ha la chiave di Davide, che apre e nessuno chiude, che chiude e nessuno apre. – Apoc. cap. III, v. 7). Egli apre questa porta ai pochi fedeli della fine della quinta epoca e dell’inizio della sesta, perché avevano poca forza e, nonostante ciò, mantennero la sua parola e non rinnegarono il suo nome (Ecce dedi coram te ostium apertum quod nemo potest claudere, quia modicam habes virtu tem, et servasti verbum meum, et non negasti nomen meum. Ecco, io ti ho dato questa porta aperta davanti a te che nessuno può chiudere, perché tu hai poca forza, e tuttavia hai mantenuto la mia parola e non hai rinnegato il mio nome. – ibid. v. 8). – Queste terne notevoli dei v. 7 e 8 del capitolo 3 di San Giovanni collegano evidentemente il tempo di cui si tratta con quello di cui parla Isaia nel capitolo XXII, a proposito del rovesciamento di Sobna, prefetto del tempio; perché, al posto di quest’ultimo, che è in una posizione dove non dovrebbe essere (Quid tu hic, aut quasi quis hic? Isaia, cap. XXII, v. 16), Dio chiama il suo servo Eliacim, figlio di Helcias (Et erit in die illa, vocabo servum meum Eliacim filium Helciæ, ibid. v. 20); mette sulla sua spalla la stessa chiave di David di cui si parla nell’Apocalisse, e tramite lui apre, come in San Giovanni, senza che nessuno possa chiudere; chiude senza che nessuno possa aprire (Et dabo clavem David super humerum ejus; et aperiet, et non erit qui claudat; et claudet, et non erit qui aperiat, – E io darò la chiave di Davide sulla sua spalla; egli aprirà e nessuno potrà chiudere; egli chiuderà e nessuno potrà aprire. – Isaia cap. XXII, v. 22) Questo Eliacim diventa lo strumento e il mezzo della misericordia divina e del regno dell’Agnello nel mondo. La profezia di Daniele e l’Apocalisse danno alcuni dettagli su questo strumento. “Nel primo, vediamo un personaggio simile al Figlio dell’uomo, e che quindi non è Lui, poiché è solo la sua immagine, che viene sulle nuvole del cielo, raggiungendo il trono degli Antichi Giorni, e che è condotto e posto dagli Angeli alla presenza della Maestà divina (Aspiciebam ergò in vi sione noctis, et ecce in nubibus cæli quasi Filius hominis veniebat, et usque ad Antiquum dierum pervenit, et in conspectu ejus obtulerunt eum – Guardai allora nella visione della notte, e vidi nelle nuvole del cielo uno che era simile al Figlio dell’uomo. Ed egli venne e si avvicinò all’Antico dei Giorni, e lo misero alla sua presenza. – Dan. cap. VII, v. 13). È a questo personaggio, immagine dell’Agnello, che Dio dà il regno e il potere, senza dubbio al posto dell’oppressione che pesava su di lui (Et dedit ci potestatem, et honorem, et regnum, et omnes populi, tribus et linguæ servient ei – E gli diede il potere e l’onore e il regno, e tutti i popoli, le tribù e le lingue, – ibid. v. 14). In lui e con lui i santi finalmente regnano in tutto il mondo (Suscipient autem regnum sancti Dei altissimi, ibid. v. 8. Et regnum obtinuerunt sancti, v. 22. Regnum autem, et potestas, et magnitudo regni quce est subter omne cælum detur populo sanctorum Altissimi – Ma i santi dell’Altissimo riceveranno potere; otterranno impero, regno, potenza, grandezza; il dominio su tutto ciò che è sotto il cielo sarà dato al popolo dei santi dell’Altissimo), v. 27).

VII. Secondo l’Apocalisse, questo strumento di misericordia è quel figlio maschio che la Chiesa ha dato alla luce, che è sfuggito alla furia del drago, perché è stato assunto fino a Dio ed è salito al suo trono (questo bambino potrebbe anche designare una famiglia che Dio ha così preservato). E fu destinato fin dal momento della sua nascita a governare tutte le nazioni con una verga di ferro (Et peperit filium suum masculum qui recturus erat gentes in virgâ ferrea, et raptus est filius ejus ad Deum et ad thronum ejus, Apoc. X, v. 5). Questo è il personaggio simile al Figlio dell’uomo, che viene su una nuvola bianca, proprio come dice Daniele, avendo una corona d’oro sul capo e una falce in mano (Et vidi, et ecce nubem candi dam, et super nubem scdentem Filio hominis, habentem in capite suo coronam auream, et in manu suâ falcem acutum, Apoc . XIV, v. 14). Sull’ordine che riceve di un Angelo, questo inviato di Dio miete la terra, sradica le zizzanie per gettarle nel fuoco, raccoglie il buon grano nel granaio del padre di famiglia (Et alius Angelus exivit de templo, clamans voce magnâ ad scdentem super nubem: Mitte falcem tuam, et mete, quia venit hora ut metatur, quo niam aruit messis terræ, ibid. v. 15. Et misit qui se debut super nubem falcem suam in terram, et demessa est terra – E un altro Angelo uscì dal tempio, gridando ad alta voce a colui che sedeva sulla nuvola: “Gettate la vostra falce e mietete la terra, perché il tempo della mietitura è venuto, e la messe è già disseccata. E colui che sedeva sulla nuvola mandò la sua falce sulla terra, e la terra fu mietuta” – ibid. v. 16). Inoltre, al tempo di questo grande Monarca, un nuovo Angelo, che può rappresentare un uomo, anche lui con in mano una falce affilata, obbedisce agli ordini di un altro Angelo che esce dal cielo, il quale, per questo, può essere il Santo Pontefice, Et alius Angelus exivit de altari, qui habebat potestatem super ignem , et clamavit voce magnâ ad eum qui habebat falcem acutum, dicens : Mitte falcem tuam acutam, et vindemia botros terræ, quoniam maturæ sunt uvæ ejus, Apoc, cap. XIV, v. 18. Et misit Angelus falcem suam acutam in terram, et vindemiavit vineam terræ, et misit in lacum iræ Dei magnum – E un altro Angelo uscì dall’altare avendo potere sul fuoco, e gridò forte a colui che aveva la falce, dicendo: Getta la tua falce affilata e raccogli l’uva della terra, perché è matura. E l’Angelo mandò la sua falce sulla terra e raccolse la vite della terra, e la gettò nel grande lago dell’ira di Dio. Holzhauser (vol. 2, p. 115, Wüilleret) vede il grande Monarca nell’uomo del capitolo XIV dell’Apocalisse, come lo vide nel figlio del capitolo XII, ibid.). Nel capitolo XIX dell’Apocalisse, San Giovanni vede il cielo aperto e un cavallo bianco montato da un cavaliere che è chiamato il Fedele, il Verace, che giudica e combatte con giustizia (Et vidi cælum apertum, et ecce equus albus, et qui sedebat super eum vocabatur fidelis et verax, et cum justitiâ judicat et pugnat, v. 11). I suoi occhi sono come una fiamma di fuoco: molti diademi coronano il suo capo (Se questo cavaliere potesse rappresentare il grande Monarca, i vari diademi sul suo capo potrebbero indicare che egli regnerà su molti regni e porterà, per questo, il titolo di Imperatore.). Egli porta un nome scritto che nessuno conosce tranne lui (Oculi autem ejus sicut flammam ignis, et in capite ejus diademata multa, habens nomen scriptum quod nemo novit nisi ipse, v. 12). Le sue vesti sono cosparse di sangue, senza alcuna indicazione che egli stesso sia insanguinato, e il suo nome è il Verbo di Dio (Et vestitus erat veste aspersâ sanguine, et vocatur nomen ejus Verbum Dei, v. 15). Gli eserciti del cielo lo seguono, montati su cavalli bianchi e puri come i suoi, coperti di lino bianco e immacolato (Et exercitus qui sunt in cælo sequebantur eum, in equis albis, vestiti byssino albo et mundo, v. 14). Sulla sua veste e sulla sua coscia è scritto che egli è il Re dei re e il Dominatore dei dominatori (Et habet in vestimento et in femore suo scriptum: Rex regum et Dominus dominantium, v. 16). Il versetto 15 dello stesso capitolo ci dice che questo meraviglioso cavaliere ha in bocca una spada affilata da entrambi i lati, con la quale colpisce le nazioni, che governa con una verga di ferro, e che calpesta il torchio del furore dell’ira di Dio onnipotente (Et de ore ejus procedit gladius ex utrâque parte acutus, ut in eo percutiat gentes, et ipse reget eos in virgâ ferrea, et ipse calcat torcular vini furoris iræ Dei omnipotentis). Questo stesso versetto 15 sembrerebbe autorizzare a confondere questo cavaliere con il figlio del capitolo XII di San Giovanni, che, anche lui, governa le nazioni con una verga di ferro, con l’uomo del capitolo XIV dello stesso Profeta che miete la terra, e con l’uomo del capitolo VII di Daniele, perché i santi regnano finalmente nel mondo, e viene il Re dei re e Signore dei governanti. Ma non arriveremo a fare questo collegamento, a causa del nome incomunicabile di Verbo di Dio, che questo cavaliere porta, che un semplice strumento non potrebbe ricevere, se non per rappresentazione, e ci limiteremo a presentare alcune osservazioni su questo argomento che il lettore apprezzerà, dopo aver risposto a un’obiezione che ci può essere fatta riguardo al figlio del capitolo XII, l’uomo del capitolo XIV e quello di Daniele. Cosa sia del cavaliere del capitolo XIX di San Giovanni, Isaia ce lo mostra realmente come lo strumento della bontà divina; lo chiama Eliacim, il nome dato a Joas, che era rinchiuso nel tempio sotto la guardia del sommo sacerdote Joiada. Gli dà come suo padre Helcias, tutto ciò che non può convenire a N.S.J.-C.; e lo stesso Profeta celebra la grandezza di questo inviato dal cielo con queste notevoli parole: A finibus terræ laudes audivimus , gloriam justi – Dalle estremità della terra, abbiamo sentito la gloria del Giusto – cap. XXIV, v. 16, rifiutando di rivelare il futuro su questo punto e aggiungendo, per questo, queste significative parole: Et dixi: Secretum meum mihi, secretum meum mihi – E dissi: Il mio segreto è per me, il mio segreto è per me – ibid. v. 16). – Passiamo ora alla confutazione dell’obiezione di cui abbiamo parlato e alle osservazioni che abbiamo annunciato. L’obiezione consiste nel dire che queste parole: Similem Filio hominis del capitolo XIV di San Giovanni, e quelle: Quasi Filius hominis di Daniele, che sono tradotte in francese con “simile al Figlio dell’uomo”, designano Gesù Cristo stesso, e non il suo strumento; questo si basa sul capitolo I, v. 13, dove San Giovanni, vedendo, come si sostiene il nostro divino Maestro in persona, scrive di aver visto un personaggio simile al Figlio dell’uomo, perché la similitudine sarebbe qui l’identità. – Non pretendiamo che questa valutazione sia del tutto inesatta; è verissima se consideriamo il Salvatore come l’unico autore, l’unico principio del bene fatto da colui che è solo il suo strumento; ma ci sembra che i testi presi nel loro insieme o isolatamente non siano ripugnanti al nostro modo di vedere, e che lo sostengano, al contrario. Prima di tutto, il figlio del capitolo XII è, come abbiamo detto, il figlio della Chiesa, cosa che difficilmente sarà contestata; quindi non è il suo sposo, cioè Gesù Cristo stesso. L’uomo del capitolo XIV riceve da un Angelo l’ordine di mietere la terra; quello di Daniele è presentato dagli Angeli davanti alla Maestà divina; ora, Gesù Cristo non riceverebbe ordini dalle sue creature, non avrebbe bisogno di loro per presentarsi davanti a suo Padre; quindi non è personalmente nessuno di questi due uomini. La semplice somiglianza che indica una rappresentazione, una somiglianza nella funzione, come tra lo strumento e l’autore, porta alla non identità, prendendo i termini nel loro senso naturale e letterale. D’altra parte, non è affatto stabilito che la figura vista da San Giovanni nella sua visione al capitolo I sia Gesù Cristo stesso; è più probabile che non sia Lui stesso, ma solo il suo rappresentante, e se possiamo dimostrare questo punto per quanto sia possibile in una semplice congettura, l’obiezione cadrà naturalmente. Non si può affermare che sia stato il Maestro Divino in persona a parlare, apparire e mostrarsi a San Giovanni. Il versetto 1 del capitolo I dell’Apocalisse sembra contrario a questa opinione, quando dice che questo personaggio è solo l’Angelo, cioè l’inviato di Gesù Cristo, e che si esprime nel modo seguente: “Apocalisse” di Gesù Cristo, che ha ricevuto da Dio per scoprire ai suoi servi le cose che devono presto accadere, e che ha manifestato per mezzo del suo Angelo inviato a Giovanni, suo servo. (Apocalypsis Jesu Christi quam dedit Deus palàm facere servis suis quae oportet fieri citò, et significavit mittens per Angelum suum servo suo Joanni); e nel versetto 16 del capitolo XXII, Nostro Signore stesso conferma questo punto dichiarando di aver mandato il suo Angelo a fare questa rivelazione e a certificare queste cose (Ego, Jesus, misi Angelum meum testificari vobis hæc in Ecclesià). È perché colui che appare e mostra San Giovanni è un Angelo, che parla, non in nome proprio e in prima persona, ma in nome di un altro diverso da sé, in nome di Dio, di cui riporta solo le parole, come risulta dai testi seguenti: Hæc dicit qui tenet septem stellas, cap. 2, v. 1. Hæc dicit primus et novissimus, ibid. v. 8. Hæc dicit qui habet romphæam, ibid. v. 12. Hæc dicit Filius Dei, ibid. v. 18). Hæc dicit qui habet Spiritus Dei, cap. 3, v. 1. Hæc dicit Sanctus et Verus, ibid. v. 7. Hæc dicit: Amen, testis fidelis et verus, ibid. v. 14. Dio Padre e Gesù Cristo sono rappresentati in modo diverso. Il primo è visto seduto sul trono nel capitolo IV, v. 2 (Et ecce sedes posita erat in cælo , et supra sedem sedens – E vidi un seggio posto in cielo, e su questo seggio qualcuno seduto) . È lui che dice nel capitolo XXI, v. 5: “Farò nuove tutte le cose. (Et dixit qui sedebat in throno: Ecce nova facio omnia). Gesù Cristo appare nel corso della visione sotto la figura di un agnello che è come ucciso, con sette corna e sette occhi (Et vidi: Et ecce in medio throni … Agnum stantem tan quàm occisum habentem cornuu septem et oculos septem, cap. V, v. 6). Egli si mostra a San Giovanni in forma umana solo nella Gerusalemme celeste, dopo la fine della rivelazione che riguarda la terra e il tempo, e lo fa per dichiarare che colui che ha parlato fino ad allora non è Lui, ma il suo Angelo. La figura simile al Figlio dell’Uomo, il cui magnifico aspetto è descritto nell’Apocalisse capitolo I, v. 13-17, dice a San Giovanni nel v. 17: “Non temere, io sono il primo e l’ultimo”; e aggiunge nel v. 18: “Io sono vivo e sono stato morto; ecco, io vivo per sempre; ho le chiavi della morte e dell’inferno”. (Noli timere , ego sum primus et novissimus, v. 17. Et vivus et fui mortuus; et ecce sum vivens in sæcula sæculorum, et habeo claves mortis et inferni, v. 18); ma, da un lato, l’Angelo poteva apparire e parlare così per rappresentazione del Dio fatto uomo di cui occupava il posto in questo momento, prendendo in prestito per questo il suo esterno e riproducendo le sue stesse parole; d’altra parte, San Giovanni stesso lo confuse due volte con il vero Figlio dell’Uomo prostrandosi ai suoi piedi per adorarlo, tanto che l’Angelo dovette fargli notare che egli era solo un servo e che l’adorazione era dovuta solo a Dio (Et cecidi ante pedes ejus, ut adorarem eum; et dixit mihi: Vide ne feceris; conservus tuus sum. .. Deum adora, cap. XIX, v. 10. Et postquàm audissem et vidissem, cecidi ut adorarem antè pedes Angeli qui mihi hæc ostendebat, et dixit mihi: Vide ne feceris; conservus enim tuus sum … Deum adora. cap. XXII, v. 8, 9). Inoltre, anche se le parole Similem Filio hominis del v. 13, cap. I, si applicassero realmente e unicamente a Gesù stesso, non se ne potrebbe dedurre che debbano essere tali anche gli stessi termini usati da San Giovanni nel capitolo XIV e da Daniele nel capitolo VII, perché l’Apostolo, all’inizio della rivelazione, vede Gesù per la prima volta dalla sua ascensione che dice: “Io sono il Figlio di Dio”. Questo perché l’Apostolo, all’inizio della rivelazione, vedendo Gesù Cristo per la prima volta dalla sua ascensione, avrebbe potuto benissimo non riconoscerlo subito, trovando, a prima vista, solo una semplice somiglianza dove c’era un’identità, senza che questo avesse alcuna conseguenza per il resto della visione dove la sue conoscenze erano più sviluppate e più esatte. – Quanto al cavaliere del capitolo XIX dell’Apocalisse, che confonderemmo con lo strumento della bontà divina, con il figlio e l’uomo di San Giovanni, come pure con la figura di Daniele, se non fosse chiamato il Verbo di Dio, ci limiteremo a far notare che non avremmo mai confuso le persone, ma solo il ministero, vedendo nello strumento solo l’immagine dell’autore; che spesso la Sacra Scrittura fa questa confusione davanti alla quale noi indietreggiamo, come è per Ciro che, dovendo liberare i Giudei dalla cattività materiale, riceve il nome di Cristo, come il Salvatore che libera il suo popolo dalla servitù del peccato (Hæc dicit Dominus Christo meo Cyro – Questo è ciò che il Signore dice al mio Cristo Ciro – Isaia, cap. XLV, v. 1). E che a volte penseremmo di sbagliare, nel vedere in un passaggio l’azione di un inviato invece di quella del Figlio dell’Uomo, mentre un altro testo ci dimostra che è uno strumento che agisce nella stessa circostanza. Quest’ultima osservazione è fornita dal v. 7, capitolo III dell’Apocalisse, dove San Giovanni scrive: “Questo è ciò che dice colui che è santo e vero, che ha la chiave di Davide, che apre e nessuno chiude, che chiude e nessuno apre. (Hæc dicit Sanctus et Verus qui habet clavem David; qui apprit et nemo claudit, claudit et nemo aperit). Quando leggiamo queste parole, le applichiamo solo al Maestro divino; avremmo paura di fare violenza al testo estendendo questa applicazione ad un semplice strumento; eppure, se leggiamo Isaia, cap. XXII, v. 20, 22, vediamo che se il Verbo agisce con la sua divinità, non lo fa Egli stesso direttamente all’esterno, ma si serve di Eliacim figlio di Helcias, e pone sulla spalla di Eliacim questa potente chiave di Davide, che tramite lui, almeno esternamente, apre e nessuno chiude, chiude e nessuno apre (Vocabo servum meum Eliacim filium Helciæ, et dabo clavem David super humerum ejus: et aperiet , et non erit qui claudat , et non erit qui aperiat). Questa identità di azione e di ministero potrebbe permettere, non di confondere le persone, ma di comprendere l’autore e lo strumento sotto lo stesso nome, il nome principale, quello dell’autore. Tuttavia, come abbiamo detto, non trarremo alcuna congettura da questi versi del capitolo XIX della profezia di San Giovanni. In ogni caso, l’applicazione del capitolo XIX dell’Apocalisse a colui che sarà lo strumento della misericordia divina nel mondo, i capitoli XII e XIV di San Giovanni, il capitolo VII di Daniele e il capitolo XXII di Isaia, sembrano riferirsi a questo stesso strumento, e possiamo indagare chi è o sarà colui attraverso il quale tre Profeti dell’Altissimo hanno scritto cose così mirabili. Questo personaggio è, secondo noi, il grande Monarca il cui avvento nella sesta epoca Holzhauser annuncia in molti passi del suo Commentario (Holzhauser riconosce che il “figlio” del capitolo XII dell’Apocalisse può rappresentare il grande Monarca; ma siccome applica con ragione l’immagine di questo capitolo a varie epoche, vi vede anche l’imperatore Eraclio, poi Carlo Magno. Per quanto riguarda Eraclio, la sua applicazione, vera sotto un aspetto, è imprecisa sotto un altro. Questo sovrano fece grandi cose all’inizio del suo regno, ma poi cadde nell’eresia e morì monotelita; non poteva quindi essere, in tutta verità e per tutto, il figlio prediletto della Chiesa, perché perseguitò sua madre). Chi sarà questo grande re, qual è la sua famiglia, la sua personalità? È già venuto? Regna ora o deve ancora venire? Una fitta nube copre tutti questi misteri: sappiamo solo che il nome di Eliacim significa Dei resurrectio, che sembra essere inteso in senso morale, e che il nome di suo padre Helcias significa Pars Dei. Spetta al futuro dirci il resto e farci conoscere il nome di questo personaggio, che nessuno conosce se non lui (Habens nomen scriptum quod nemo novit nisi ipse, Apoc. cap. XIX, v . 12). Nonostante questa incertezza, abbiamo tutte le ragioni per pensare che questo grande Monarca sia o sarà un sovrano francese, e che la verga di ferro con cui governerà il mondo sia un esercito francese che gli sarà totalmente devoto. Ne traiamo le ragioni: 1° dal capitolo XII di San Giovanni, che lo mostra come il figlio maggiore o prediletto della Chiesa; 2° da quel detto così antico e riconosciuto in tutti i secoli: Gesta Dei per Francos (Gli atti di Dio sono compiuti sulla terra dai francesi. – Se la Francia ha fatto prigionieri due Ponteſici, ha pure resa possibile l’indipendenza temporale della Chiesa e ha restituito Pio IX ai suoi Stati.) ; 3° il carattere particolare che l’incoronazione dà ai nostri sovrani, che costituisce come sacerdoti, come i soli veri re, a tal punto che l’imperatore di Germania, venendo a sapere dell’assassinio giuridico di Luigi XVI, disse semplicemente alla sua corte: Il re è morto; 4° le credenze diffuse generalmente in tutto l’Oriente, che un principe francese sarà il distruttore dell’impero turco e il salvatore di coloro che seguono il falso profeta Maometto (Questa distruzione è già iniziata dalla guerra d’Oriente. Chi lo completerà? Il futuro ce lo dirà). (Scisma dei Greci. Maimbourg); 5° e il modo in cui la Chiesa cattolica ha sempre considerato la Francia. Il Papa Alessandro III dichiarava, infatti, che l’esaltazione dell’impero dei Franchi era inseparabile da quella della Chiesa romana. I francesi avevano ottenuto dalla Santa Sede i gloriosi titoli di concittadini degli Apostoli e servi di Dio (aves Apostolorum et domestici Dei). Sulla porta di San Luigi dei Francesi, a Roma, si leggevano e si leggono ancora queste toccanti parole: “Dieci giorni di indulgenza quando si prega per il Re di Francia”. Ma ciò che è più espressivo su questo argomento, è l’orazione che i Pontefici facevano fare per il nostro Paese. Eccone il testo: Omnipotens sempiterne Deus, qui, ad instrumentum divinissimæ tuæ voluntatis per orbem, et ad gladium et propagnaculum Ecclesiæ tuæ sanctæ, Francorum imperium constituisti, cælesti lumine, quæsumus, filios Francorum supplicantes semper et ubiquè præveni, ut ea quæ agenda sunt ad regnum tuum in hoc mundo efficiendum, videant, et ad implenda quæ viderint, charitate et fortitudine perseverantes convalescant, per Dominum, etc. – Dio onnipotente ed eterno, che per servire come strumento della tua divina volontà nel mondo e per la difesa e il trionfo della tua santa Chiesa, stabilisti l’impero dei Franchi, illumina sempre e ovunque con i tuoi lumi divini i figli dei Franchi che ti supplicano, affinché vedano ciò che devono fare per stabilire il tuo regno nel mondo, e affinché, perseverando nella carità e nella forza, portino a termine ciò che hanno visto. Per il N.-S. etc.). Questi sono i titoli della Francia! Qual è il popolo che ne possiede di simili? Quale è così ben posizionato, anche geograficamente, per compiere una tale missione? Quale nazione è missionaria e apostola per natura, nel bene e nel male? Il diavolo teme tutti i paesi cattolici, ma soprattutto il nostro Paese. Ecco perché l’ha attaccato per primo, sapendo che sarebbe stato seguito e imitato dalle altre nazioni. In questo non si sbagliava. La rivoluzione che, nel XVI secolo, aveva avuto in Inghilterra il suo regicidio, la sua repubblica, il suo dittatore, la sua usurpazione, è diventata universale solo alla fine del XVII secolo, quando è stata tale per il fatto che era francese; il male è iniziato in Francia, ma il bene vi si è sempre conservato e lotterà con l’inferno in un combattimento supremo; esso sarà vittorioso, e il nostro popolo aiuterà gli altri a scuotere il giogo del crimine, dell’anarchia e dell’empietà.

VIII. Essendo state esposte queste tre cose, dobbiamo solo seguire la storia del resto della sesta età nella sesta Chiesa, il resto del sesto sigillo, la sesta tromba, la sesta lode, e i dettagli forniti nei capitoli 12, 14, 17 e 19. La sesta Chiesa, la chiesa di Filadelfia, cioè dell’unità cattolica nel mondo intero (Et fiet unum ovile et unus pastor, San Giovanni, cap. X, v. 16), è la più bella che sia mai esistita. Ha questo in comune con la seconda Chiesa, quella di Smirne e delle persecuzioni romane: che Dio non la rimprovera; ma ha, più di essa, una testimonianza molto preziosa, quella di Dio che dichiara di amarla (Et scient quia ego dilexi te.). Questa testimonianza d’amore si accorda bene con le nozze dell’Agnello, di cui parleremo più avanti. Gesù Cristo parla alla sua Chiesa come a una sposa amata (Apoc. cap. III, v. 9). Il nostro Divino Maestro si annuncia a questa Chiesa come santo e verace (La verità farà scomparire l’errore, quindi scompariranno le eresie. – Sic Holzhauser, 61, p. 188, Wüilleret). – Hæc dicit sanctus et verus, ibid. v. 7). Erano queste stesse perfezioni che i poveri Cristiani oppressi della quinta età adoravano e chiedevano quando invocavano Dio per salvarli e vendicarli (Usquequò, Domine, sanctus et verus non judicas et non vindicas sanguinem nostrum de iis qui habitant in terra, cap. VI, v. 10). Il Maestro divino non viene allora (nella quinta epoca), rimanda la sua venuta alla sesta epoca, quando giudicherà e condannerà i civilizzatori e farà mietere la terra. Con queste perfezioni si annuncia che la santità regnerà nel mondo, che la verità sarà conosciuta e generalmente adottata, che ci sarà verità in tutto, in tutti i rami, in tutte le arti, in tutte le scienze, che saranno spinte fino agli ultimi limiti della possibilità; che tutti gli errori cadranno e non si vedranno più sulla faccia della terra – Sic Holzhauser, t. 1, p. 189, 195, 194, 201, Wüilleret). Il nostro Salvatore appare ancora come l’Onnipotente, che può fare tutto ciò che vuole, e la cui azione nessuno può ostacolare o impedire (Qui habet clavem David, qui aperit et nemo claudit, claudit et nemo aperit, cap. III, v. 7); Egli apre ai suoi fedeli una porta, quella del bene, che essi stessi non potevano aprire, e che nessuno potrà chiudere, perché, nonostante le loro poche forze, hanno mantenuto la sua parola e non hanno rinnegato il suo nome (Ecce dedi coram te ostium apertum quod nemo potest claudere, quia modicam habes virtutem, et servasti verbum meum, et non negasti nomen meum, ibid. v. 8). Egli conosce le loro opere e le approva pienamente (Scio opera tua, v. 8; quoniam servasti verbum patientiæ meæ, v. 10); gli promette la conversione di un certo numero di Giudei (Holzauzer – t. 1, p. 199, 200, Wüilleret – applica questa conversione, non a una parte dei Giudei, ma agli eretici e agli scismatici greci. (Ecce dabo de synagoga Satanæ qui dicunt se Judæos esse et non sunt, sed mentiuntur. Ecce faciam illos ut veniant, ut adorent ante pedes tuos, et scient quia ego dilexi te, ibid. v. 9). Egli annuncia la vicinanza del suo ultimo avvento, raccomanda loro di rimanere sempre fedeli, affinché nessuno riceva “la tua corona” (Ecce venio cito, tene quod habes ut nemo accipiat coronam tuam, v. 11); dichiara loro che, poiché hanno conservato la parola della sua pazienza, li preserverà dall’ora della tentazione (quella dell’anticristo), che verrà nel mondo intero per mettere alla prova coloro che abitano sulla terra, cosa che potrà fare, sia chiamandoli in cielo con una morte ordinaria ma prematura, sia dando loro la forza di uscire vittoriosi dalla battaglia (Holzhauser fornisce lo stesso mezzo di preservazione – t. 1, p. 202, 203, Wüilleret -) (Quoniam servasti verbun patientiæ meæ, et ego servabo ab hora tentationis, quo ventura cst in orbem universum, tentare habitantes in terra, v. 10). E infine promette al conquistatore di renderlo saldo, come una colonna nel tempio del suo Dio, di fissarlo per sempre in questo tempio, cioè nel bene, affinché non lo lasci più, di scrivere su di lui il nome del suo Dio, il suo nuovo Nome, e il nome della Gerusalemme celeste, che non lascerà più (Qui vicerit, faciam illum columnam in templo Dei mei, et foras non egredietur ampliùs; et scribam super eum nomen Dei mei, et nomen civitatis Dei mei, novæ Jerusalem quæe descendit de cœlo, et nomen meum novum – Sic Holzhauser, t. I p. 186, Wüilleret – v. 12).

(*).

Estratto della Suora della Natività:

T. 4, p. 401 « Dopo che Dio avrà soddisfatto alla sua giustizia, farà piovere abbondanti grazie sulla sua Chiesa; estenderà la fede; ravviverà la disciplina della Chiesa in tutte le regioni dove era diventata tiepida e lassa…  – Vedo tutti i poveri popoli, stanchi delle fatiche e delle prove così gravi che Dio ha mandato loro, tremare… Essi diranno: Signore, tu hai riversato nei nostri cuori la gioia e la forza della giovinezza; non sentiamo più il dolore del lavoro, della fatica e della persecuzione. (Così, lavoro, fatica e persecuzione sono la sorte dei veri figli della Chiesa fino al momento del trionfo. Questo è ciò che le nostre congetture tendono a stabilire). La Chiesa diventerà più fervente e più fiorente e sana che mai a causa della sua fede e della sua pietà. (Questo è molto in linea con il carattere della sesta Chiesa, che Dio non rimprovera, e alla quale dà una così bella testimonianza, dicendo in Apocalisse, cap. III, v. 9: “Et scient quia ego dilexi te”.). Questa buona Madre vedrà molte cose consolanti, anche da parte dei suoi persecutori, che verranno a gettarsi ai suoi piedi, la riconosceranno e chiederanno perdono a Dio e a lei per tutti i crimini e gli oltraggi che hanno commesso contro di essa. Questa santa Madre accoglierà nel suo seno tutti questi poveri penitenti; non li considererà più come suoi nemici, ma li metterà nel numero dei suoi figli »).

IX. L’apertura del sesto sigillo ci aveva mostrato un grande cataclisma che converte o estirpa i malvagi. La continuazione di questo sigillo, facendo la storia pubblica di una parte della sesta età, ci mostrerà sia gli effetti della bontà divina, sia quelli dello zelo ardente e veramente apostolico che caratterizza i fedeli, e specialmente il sacerdozio durante la chiesa di Filadelfia, e la concordanza fondamentale che esiste tra la Chiesa e il sigillo durante questo periodo di tempo. – Nel capitolo VII di San Giovanni, ove vediamo quattro Angeli che stanno ai quattro lati del mondo, trattenendo i venti che lo avrebbero tormentato, e impedendo loro di soffiare sulla terra, sul mare e sugli alberi che rappresentano il clero (Holzhauser – t. 1, p, 301, Wüilleret – vede in questi quattro Angeli i quattro imperatori romani Galerio, Massimino e Licinio. È la conseguenza forzata della sua opinione sui sigilli, e sul sesto in particolare. Un altro Angelo sale dall’Oriente, portando il segno del Dio vivente, e grida ad alta voce ai quattro Angeli ai quali è stato dato il potere di danneggiare la terra e il mare, di non farlo più finché non avrà segnato gli eletti di Dio sulla loro fronte. (Post hæc vidi quatuor Angelos stantes super quatuor Angelos terræ, tenentes quatuor ventos terræ, ne flarent super terram, neque super mare, neque in ullam arborem, Apoc. VII, v. 1. Et vidi alterum Angelum ascendentem ab ortu solis, ha bentem signum Dei vivi, et clamavit voce magnâ qua tuor Angelis quibus datum est nocere terræ et mari, v. 2. dicens: Nolite nocere terræ et mari, neque arboribus, quoadusquè signemus servos Dei nostri in frontibus eorum, v. 3). Questi servi così segnati (signati) sono innanzitutto i centoquarantaquattromila, dodicimila per ciascuna delle tribù d’Israele, con la particolarità che la tribù di Dan non è inclusa, il che può venire dalla sua totale estinzione, perché era la meno numerosa, come prova la piccola estensione che occupava; e che la tribù di Giuseppe è contata come due tribù, quella di Efraim e quella di Manasse, e che il numero delle dodici tribù è così ripristinato. cap. VII, v. 4 a 8). Questi centoquarantaquattromila uomini segnati per prima ci sembrano essere il numero dei Giudei la cui conversione N.-S. promise alla chiesa di Filadelfia, quando disse ad essa, nel cap. III, v. 9: Ecce dabo de synagoga Satanæ qui dicunt se Judæos esse, et non sunt, sed mentiuntur (Holzhauser – t. 1, p. 306, Wüilleret – vede in questi centoquarantaquattromila uomini segnati quelli che il martirio dei Cristiani porta alla conversione), perché i veri figli di Giuda sono i Cristiani Cattolici. I servitori segnati sono poi un numero innumerevole di persone di tutte le nazioni, tribù, popoli e lingue che abbracciano la fede di Gesù Cristo (Post hæc vedi turbam magnam quam dinumerare nemo poterat, ex omnibus gentibus, et tribubus, et populis, et linguis – Dopo questo, ho visto una grande moltitudine che nessuno poteva contare, da ogni nazione, tribù, popolo e lingua, Apoc. cap. VII. V. 9). Propter hoc in doctrinis glorificate Dominum , in insulis maris nomen Domini Dei Israel –  Per questo motivo, glorificate il Signore con il vostro insegnamento, celebrate nelle isole del mare il nome del Dio d’Israele.- Isaia, cap. XXV, v. 13). – Questi nuovi Cristiani, dopo essersi rivestiti del candore della santità con il loro Battesimo e il loro fervore, stanno davanti al trono alla presenza dell’Agnello che fino ad allora li aveva misconosciuti, portando nelle loro mani la palma della vittoria che hanno ottenuto sull’errore e sul peccato, e nel trasporto della più viva gratitudine al Dio che li ha così portati alla conoscenza della verità, dicono ad alta voce: “Salve al nostro Dio che siede sul trono e all’Agnello! (Stantes ante thronum, et in conspectu Agni, amicti stolis albis, et palmæ in manibus eorum, et clamabant voce magna, dicentes: Salus Deo nostro qui sedet super thronum et Agno (Holzhauser –  t . 1 , p, 306, Wüilleret) applica questi passaggi alla persecuzione di Diocleziano. Questa applicazione ci sembra arbitraria, senza ragioni serie e molto improbabile. – Apoc. cap. VII, v. 9, 10)

(* – Dopo questo trionfo, la Chiesa regna sul mondo con Cristo.

Nel vol. 1, p. 295 a 301, N.-S. mostra alla Suora della Natività il Cristiano apostata e infedele e le mostra la facilità con cui quest’ultimo è convertito, annunciando così l’estensione della fede tra numerosi popoli.

Nel vol. 1, p. 301, la Suora dice: « Tutti i falsi culti saranno aboliti; tutti gli abusi della rivoluzione saranno distrutti e gli altari del vero Dio restaurati. I costumi antichi saranno ripristinati e la religione diventerà più fiorente che mai.

In t. 4, p. 401, aggiunge: “Vedo in Dio che la Chiesa sarà stabilita in molti regni, anche in luoghi dove non esisteva più da diversi secoli (Questi paesi ci sembrano essere Inghilterra, Scozia, Scandinavia, Russia, Grecia, diverse parti della Germania, Siria e Asia Minore.). Essa produrrà frutti in abbondanza, come per vendicare gli oltraggi che ha subito attraverso l’oppressione dell’empietà e le persecuzioni dei suoi nemici. »*)

X. La sesta tromba era iniziata con una nuova azione del male, e vedremo che finirà nello stesso modo. Ma come la santa Chiesa di Filadelfia è posta tra due Chiese molto deplorevoli, quelle di Sardi e Laodicea, così le due parti malvagie della sesta tromba sono separate da un intervallo di tempo che è tutto buono, perché, per effetto della potenza divina, l’azione del male è nulla sulla terra durante la sesta Chiesa. – L’Apocalisse, capitolo X, ci mostra un Angelo molto forte che scende dal cielo, vestito di una nuvola come una veste, con un arcobaleno sulla testa, la faccia che brilla come il sole e i piedi che brillano come una colonna di fuoco. Questo Angelo forte ha in mano un libro aperto, e mettendo un piede sulla terra e l’altro sul mare, grida con grande voce: che non ci sarà più tempo, ma che nei giorni del settimo Angelo, il mistero di Dio sarà consumato (Et vidi alium Angelum fortem descendentem de cælo, amictum nube, et iris in capite ejus; et facies ejus erat ut sol, et pedes ejus tanquàm columnæ ignis. Et habebat in manu suâ libellum apertum: et posuit pedem suum dextrum super mare, sinistrum autem super terram: Et clamavit voce magnà, quemadmodum cùm leo rugit, levavit manum suam in cælum, et juravit per viventem in sæcula sæculorum, qui creavit cælum et ca quæ in eis sunt, et terrum et ea quæ in eâ sunt , et mare et ea quæ in eo sunt: Quia tempus non erit amplius. Sed in dicbus vocis septimi Angeli, cùm coeperit tubâ canere consummabitur mysterium Dei, sicut evangelizavit per servos suos prophetas, Apoc. cap. X, v. 1, 2, 3, 5, 6, 7).

Questo Angelo che annuncia la fine dei tempi ci sembra essere il Santo Pontefice, che guiderà e consiglierà il grande Monarca. Questo libro aperto, e quindi pubblico e rivolto a tutti, ci sembra essere la raccolta delle decisioni di un grande Concilio che sarà tenuto dal grande Papa, sotto la cura del forte Monarca. Colui a cui viene detto di venire a prendere questo libro ci sembra essere questo monarca stesso, che deve farlo eseguire in tutto il mondo. Questo libro è dolce alla bocca e al gusto, perché contiene le regole e le vie della santità, che è dolce, anche in mezzo alla sofferenza; ma è amaro allo stomaco e difficile da digerire, perché può essere osservato solo da scismatici, eretici e infedeli con grande difficoltà. (Holzhauser – vol. 1, p. 449, Wüilleret) pensa che questo Angelo non sia il Santo Pontefice, ma il grande Monarca, e concorda con noi che il libro aperto indica un grande Concilio. Ma allora dovrebbe vedere in quest’epoca il Pontefice, poiché un Concilio è prima di tutto sotto la sua guida. Il forte Monarca lo riceve solo per eseguirlo. Tuttavia, il grande Monarca, consigliato dal santo Papa, deve farlo adottare da questi popoli; poiché sta scritto: “Devi profetizzare di nuovo alle nazioni, ai popoli, alle lingue e a molti re”. (Et audivi vocem de cælo iterùm loquentem mecum et dicentem: Vade et accipe librum apertum de manu Angeli stantis super mare et super terram. Et abii ad Angelum, dicens ei , ut daret mihi librum. Et dixit mihi: Accipe librum, et devora illum, et faciet amaricari ventrem tuum, sed in ore tuo erit dulce tamquàm mel. Et accepi librum de manu Angeli , et devoravi illum, et erat in ore meo tanquàm mel dulce; et cùm devorassem eum, amaricatus est venter meus, et dixit mihi: Oportet te iterùm prophetare gentibus, et populis , et linguis , et regibus multis, Apoc. cap. X, v. 8, 9, 10, 11)

(* – T.1, p. 308. « Vedo in Dio una numerosa assemblea dei ministri della Chiesa che sosterrà i diritti della Chiesa e del suo capo, e restaurerà la sua antica disciplina. In particolare, vedo due ministri del Signore che si distingueranno in questa gloriosa lotta.*)

XI. Il capitolo 19 di San Giovanni, v. 7, annunciava che le nozze dell’Agnello stavano per aver luogo, e il v. 9 proclamò beati coloro che vi sarebbero stati chiamati (Gaudeamus et exultemus, et demus gloriam ei; quia venerunt nuptiæ Agni, et uxor ejus præpara vit se . Et dixit mihi: Scribe: Beati, qui ad cœnam nuptiarum Agni vocati sunt; et dixit mihi: Hæc verba Dei vera sunt – Rallegriamoci, allietamoci, e rendiamogli gloria, perché son giunte le nozze dell’Agnello ed è pronta la sua Sposa,  e mi dice: beati coloro che sono invitati alle nozze dell’Agnello; e inoltre mi dice: queste parole sono vere. – Apoc. XIX, v. 7, 9). – Con questo banchetto, che ha luogo dopo la grande vittoria che Cristo ottiene attraverso i suoi rappresentanti, il Santo Pontefice e il Forte Monarca, durante la sesta età, e che è la figura di quello delle nozze eterne che avranno luogo in Cielo dopo l’ultimo giudizio, il divino Maestro sembra aver inteso sia la Chiesa di Filadelfia, sia la conversione generale di cui si parla in San Matteo, capitolo XXII, vv. 8-13, e in San Luca, capitolo XIV, vv. 6-24. – Questo padre di famiglia che vuole fare il matrimonio di suo figlio, è Dio Padre. E siccome nessun matrimonio o banchetto si tiene senza invitati, egli manda i suoi servi a convocare quelli che ha invitato; questi si rifiutano di venire. Manda loro nuovi servitori, sperando di non ricevere per due volte la stessa risposta sprezzante; questi, per affrettarsi e lasciare quelli a cui sono inviati senza scuse nel loro ritardo, dicono loro che non devono indugiare e perdere tempo, perché tutto è pronto. Offesi di malavoglia da questa insistenza, che è del tutto naturale in tali circostanze, e rifiutando di accettare l’insigne onore che è stato loro concesso, coloro che sono stati invitati non tengono alcun conto dell’invito. Vanno altrove, alcuni per occuparsi delle loro proprietà, altri dei loro affari; altri, più malvagi, sequestrano i servi, li oltraggiano e li uccidono. – E mi disse: “Queste parole sono veraci. Dio si adirò e ordinò alla gente della sua casa di andare nelle piazze, nelle strade e nei crocicchi, per portare i poveri e gli storpi, gli zoppi e i ciechi. Questo ordine viene eseguito; ma la sala del banchetto non è piena, il numero degli eletti non è ancora colmo, e il Signore comanda ai suoi ministri di insegnare di nuovo al mondo, di non limitarsi agli uomini delle città e delle periferie, cioè ai paesi civilizzati, ma di spingersi nei deserti, Egli comanda che, se non entrano volentieri, siano costretti ad entrare, in modo che la sala del banchetto non sia più vuota (Exi in vias, et sepes, et compelle intrare, ut impleatur domus mea, San Luca, cap. XIV, v. 23). – Quest’ultima predicazione e questa chiamata degli uomini alla salvezza differisce dalle precedenti, in quanto avviene, in un certo senso, per costrizione (compelle intrare); e questo si accorda molto bene con la condotta del grande Monarca che guiderà le nazioni con una verga di ferro (qui recturus erat omnes gentes in virga ferrea, – cap. XII, v. 5), li costringerà ad eseguire le prescrizioni del grande Concilio, dichiarerà guerra a tutti coloro che si rifiuteranno di farlo, e li costringerà ad entrare nell’ovile di Cristo. Quanto a questo sventurato che, solo tra tutti gli esseri viventi che partecipano al banchetto dell’Agnello, non era vestito con la veste nuziale, ci sembra essere l’anticristo stesso, che avrebbe vissuto allora, e che sarebbe stato un Cristiano Cattolico, poiché era nella sala del banchetto, ma si sarebbe dato al demonio. È perché il grande Monarca usa la forza per far tornare gli uomini al loro Dio, che il capitolo XIV di San Giovanni lo rappresenta come il mietitore della terra.

XII. Alla sesta età corrisponde la sesta lode, la gloria (gloriam, Apoc. cap. V, vv. 12 ); e, in effetti, una molto grande ne è resa a Dio da tutto il mondo che lo conosce, lo adora, lo ama e lo serve.

*) Estratto dalla Suor della Natività, riguardante la durata della sesta Chiesa:

T. 1, p. 308: « Ma, ahimè! Ma, ahimè, Signore, quando arriverà questo “tempo felice”… e quanto durerà? Questo è senza dubbio un segreto che tieni per te. Qui vedo solo che all’avvicinarsi dell’ultimo avvento di Cristo, ci sarà un sacerdote malvagio che causerà molte afflizioni alla Chiesa (Questo cattivo prete, non sarà l’antipapa di cui abbiamo parlato?). »

T. 4, p. 404: « La Chiesa godrà di una pace profonda per un tempo che sembra probabile di breve lunghezza. La tregua (Questi termini e questa parola tregua indicano che questo tempo sarà breve rispetto alle altre età della Chiesa) sarà più lunga questa volta, non di quanto sarà da ora fino al giudizio generale nell’intervallo delle rivoluzioni. Più ci avviciniamo al giudizio generale, più brevi saranno le rivoluzioni contro la Chiesa; e più breve sarà anche la pace che ne seguirà. »

«La Chiesa sarà ristabilita… ma sempre un po’ nel timore, perché assisterà a molte guerre tra diversi principi e re; le tregue tra queste guerre, saranno brevi, e ci saranno molte agitazioni nelle leggi civili » *)

CONGETTURE SU LE LE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (9)

CONGETTURE SU LE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (7)

CONGETTURE SU LE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (7)

Tratte dall’Apocalisse, dal Vangelo, dalle Epistole degli Apostoli, e dalle Profezie dell’Antico Testamento

Messe in relazioni con le rivelazioni della Suora della Natività

di Amedeo NICOLAS

PARTE SECONDA

CAP. III.

GLI ULTIMI TEMPI DELLA QUINTA ETÀ ED I PRIMI TEMPI DELLA SESTA

I. Lutero aveva stabilito il principio della sovranità della ragione di ogni uomo per l’interpretazione delle Sacre Scritture; il filosofismo, la coda della Riforma, ne aveva tratto l’indipendenza della ragione umana da Dio. Bisognava far emergere la sovranità pratica del popolo per rovesciare tutto e riuscire a decattolicizzare le nazioni demonarchizzandole; e quest’ultimo passo, il più difficile di tutti, perché bisognava prima di tutto rovesciare delle fortezze armate che si sarebbero difese, aveva bisogno, per riuscire, di una forza sovrumana. D’altra parte, i mille anni di prigionia di satana nell’abisso erano stati completati; il gran dragone usciva dalla sua prigione e appariva sulla terra per sedurla di nuovo. Il capitolo XII dell’Apocalisse dirà cosa sta per fare. San Giovanni vede un grande segno nel cielo: una donna avvolta nel sole come in un vestito, con la luna sotto i suoi piedi e una corona di dodici stelle sul suo capo; era gravida, gridava nei dolori del parto e subiva grandi tormenti per dare alla luce il figlio che portava in grembo (Et signum magnum apparuit in caelo: mulier amicta sole, et luna sub pedibus ejus, et in capite corona stellarum duodecim; et in utero habens, clamabat parturiens, et cruciabatur ut pariat, Apoc . cap. XII, v. 1, 2).

II. Cos’è questa Donna? È la Chiesa; il sole che la circonda è il Sole di giustizia, Gesù Cristo stesso, che, come un tenero sposo, è con Essa fino alla fine dei tempi. Questa luna è l’umanità, che, come la stella della notte, riceve la sua luce dal Sole delle intelligenze, da Gesù Cristo, e senza di Lui sarebbe nelle tenebre. Queste dodici stelle rappresentano i dodici Apostoli, che sono come la corona della Chiesa Cattolica. Questo parto è la funzione essenziale della Chiesa, che dà continuamente figli al suo Sposo, producendoli solo nel dolore e nelle lacrime, perché essa è e sarà sempre militante sulla terra (Sic Holzhauser (t. 2, p. 3, Wüilleret); ma, inoltre, il parto di cui si parla qui sembra presentare qualcosa di straordinario e molto più notevole, come si può congetturare dal resto del testo sacro. – Dopo questa prima meraviglia, San Giovanni ne vede una seconda in cielo. È un grande drago rosso, con sette teste e dieci corna, e sette diademi sulle sette teste. La sua coda portava via con sé la terza parte delle stelle del cielo e le faceva cadere sulla terra. Questo drago vede la Donna e si ferma e sta davanti ad essa allorquando sta per partorire, per divorarne il figlio appena nato (Et visum est aliud signum in cælo: Ecce draco magnus, rufus, habens capita septem et cornua decem, et in capi tibus diademata septem; et cauda ejus trahebat tertiam partem stellarum cæli, et misit eas in terram; et draco stetit ante mulierem, quæ erat paritura, ut cùm peperisset filium ejus devoraret, ibid., v. 3, 4). Se la donna di cui abbiamo parlato è la Chiesa Cattolica, questo grande drago rosso è ovviamente satana. Le sue sette teste, che portano sette diademi, sono da un lato, moralmente, i sette peccati capitali che regnano nel mondo, e sono diventati, ai nostri tempi, la regola dei costumi e della condotta; dall’altro lato, le sette potenze con cui ha agito, e che hanno compiuto la sua opera, a volte controvoglia, contro la loro volontà e spinti dalla forza delle cose; e infatti la prima rivoluzione francese, che divenne universale per la potenza di espansione del nostro paese, aveva sette teste o sette governi, cioè il governo costituzionale negli ultimi anni del regno di Luigi XVI, la Convenzione, il Direttorio, il Consolato, l’Impero, la prima Restaurazione, i Cento Giorni. Le dieci corna possono essere dieci re che gli hanno offerto la loro potenza, si sono asserviti ai suoi disegni, spesso senza sospettarlo, e che finiranno per rivoltarglisi contro, quando l’Agnello li avrà illuminati e cambiati. Le stelle del cielo, di cui la coda del drago trascina la terza parte, facendola cadere sulla terra, rappresentano i sacerdoti, i religiosi, i Vescovi che egli ha sedotto con il rilassamento, la tiepidezza, i piaceri dei sensi, il richiamo dei beni della terra e l’orgoglio, che ha reso prima ribelli e scismatici con la costituzione civile del clero, e che ha precipitato, dopo, nei più grandi crimini (Holzhauser (t. 2, p. 12, Wüilleret vede in queste stelle cadenti lo scisma greco che, dopo essere tornato all’unità cattolica, durante la Chiesa di Filadelfia, seguirà poi l’anticristo. – Questo significato potrebbe essere uno di quelli veri).

III. Questo drago è il nemico naturale della Chiesa; inoltre, appena viene liberato e può agire in libertà, si ferma davanti ad Essa, non per sedurla, perché sa che non può, ma per divorare il suo bambino appena nato (Secondo Holzhauser – t. 2, p. 15, Wüilleret – questo drago rappresenta Chosroe, Maometto, l’anticristo. A noi sembra che sia solo satana, il capo degli angeli ribelli; il testo lo dimostra espressamente). Chi è questo bambino a cui il diavolo vuole impedire di vivere? Egli rappresenta, a nostro avviso, tutti i fedeli e ciascuno di loro in particolare; egli rappresenta il Cattolicesimo e in particolare l’esercizio pubblico del suo culto, che il demonio non può soffrire e che vorrebbe proibire su tutta la terra, come sarà nei giorni dell’anticristo. Inoltre, questo bambino potrebbe avere un significato particolare che crediamo di dover sottolineare, anche se ci è ancora avvolto nel mistero, a causa della nostra ignoranza del futuro.  La donna del capitolo XII dell’Apocalisse, cioè la Chiesa, ha altri figli. Ecco perché è detto, nel v. 17 di questo capitolo, che il drago si adirò con la donna, e che andò a fare guerra al resto dei suoi figli che osservano i comandamenti di Dio e danno testimonianza a Cristo (Et iratus est draco in mulierem, et abiit facere prælium cum reliquis de semine ejus qui custodiunt mandata Dei, et habent testimonium Christi). Da questa pluralità di figli della Donna, quindi, si può concludere che quello di cui si parla più in particolare nel capitolo XII è il principale di loro, il suo Figlio preferito, il suo Primogenito, non il maggiore dei suoi figli, quello con il destino più alto, e dal quale satana ha più da temere. Nonostante questa rabbia attenta, la Donna dà alla luce questo figlio maschio (Il sesso maschile indica la forza), che toglierà al diavolo l’impero del mondo e dominerà tutte le nazioni con una verga di ferro; e questo Figlio, sul quale riposano tante speranze, sfugge alla crudeltà del drago, venendo portato a Dio e salendo al suo trono (Et peperit filium masculum, qui recturus erat omnes gentes in virgâ ferreâ, et ruptus est filius ejus ad Deum et ad thronum ejus, cap. XII, v. 5).

IV. Furioso per non poter divorare questo figlio che il potere divino aveva messo fuori dalla sua portata, satana è deciso ad attaccare la Chiesa, sua madre. Ella fugge nella solitudine, dove Dio le ha preparato una dimora in cui è nutrita per mille e duecentosessanta giorni (Et mulier fugit in solitudinem ubi habebat locum paratum à Deo, ut ibi pascant eam diebus mille ducentis sexaginta, ibid. v. 6). La Chiesa cattolica si trovò veramente in questa solitudine, dal punto di vista terreno e umano, quando le nazioni e le potenze della terra la abbandonarono, permisero alla rivoluzione francese di impadronirsi degli Stati romani, e di prendere in prigionia due sovrani Pontefici, uno dei quali morì in esilio a Valencia in Francia, e l’altro poté, dopo cinque anni di prigionia, tornare nella Città eterna e finirvi i suoi giorni. – In questa posizione, la Chiesa era veramente nella solitudine, poiché Dio solo la conservava, la sosteneva e la nutriva, mentre gli uomini, lungi dal fornirle un qualsiasi sostegno, la perseguitavano senza tregua (Holzhauser, che è tedesco, vede in questa solitudine la Germania pagana che divenne cristiana nel IX secolo, per servire da baluardo alla Chiesa romana – t. 2, p. 19, Wüilleret – È un bel baluardo questo: il Paese che ha prodotto l’hussismo, il protestantesimo, si è impadronito di Roma sotto Carlo V, e metà del quale è ostile alla Chiesa cattolica!) – I milleduecentosessanta giorni di cui si parla nel v. 6 possono rappresentare la durata della prigionia di Pio VI, ben diversa da quella del suo successore, che si protrasse per un tempo simile; ma si potrebbe anche considerare la durata della prima rivoluzione francese. In questo caso, ogni testa del drago avrebbe regnato per mille duecentosessanta giorni, poiché ognuna di esse porta un diadema; e siccome ci sono sette teste, otterremmo circa venticinque anni per il tempo di questa rivoluzione, perché mille duecentosessanta giorni fanno tre anni e mezzo, e sette volte tre anni e mezzo fanno circa venticinque anni. – Il regno del moderno Apollyon, menzionato nel capitolo IX, v. 11, e nelle parole di Nostro Signore in Matteo XXIV, v. 6: « Sentirete parlare di guerre e voci di guerre; non turbatevi. Queste cose devono  avvenire, ma non è ancora la fine » (Audituri enim estis prælia et opiniones præliorum: videte ne turbemini; oportet enim hæc fieri, sed nondum est finis); infatti, la prima rivoluzione fu solo una lunga e crudele battaglia in Europa, Asia, Africa e persino in America. – Possiamo anche applicare a questi brutti tempi questo passo di Isaia, che descrive così bene le disgrazie che hanno segnato la fine del secolo scorso, con assassinii, regicidi, patiboli, annegamenti, matrimoni cosiddetti repubblicani, massacri, emigrazioni, proscrizioni, trasposizioni, furti e confische: « Ecco, il Signore dissiperà la terra, la spoglierà, ne affliggerà la faccia e disperderà i suoi abitanti. Sarà il popolo come il sacerdote, il servo come il suo padrone, la domestica come la sua padrona, il compratore come il venditore, il prestatore come il mutuatario, colui che deve come colui che chiede ciò che è dovuto. La terra sarà orribilmente dissipata e saccheggiata, perché il Signore ha pronunciato questa parola. La terra ha pianto e non ha cessato dal farlo ed è caduta nell’infermità. Anche l’intero universo ha pianto; le grandezze del popolo della terra caddero in debolezza. La terra è stata infettata e contaminata dai suoi abitanti, perché hanno trasgredito le leggi, mutato il diritto e violata l’alleanza eterna. Così la maledizione divorerà la terra e gli abitanti peccheranno ancora di più. Per questo motivo, i coltivatori diventeranno come degli insensati, e rimarranno pochi uomini. » (Ecce Dominus dissipabit terram, et undabit eam, et affliget faciem ejus, et disperget habitatores ejus, cap. XXIV, v. 1. Et erit sicut populus, sic sacerdos; et sicut servus, sic dominus ejus; sicut ancillæ, sic domina ejus; sicut emens, sic ille qui vendit; sicut fenerator, sic is qui mutuum accipit; sicut qui repetit, sic qui debet, v. 2. Dissipatione dissipabitur terra et direptione præ dabitur; Dominus enim locutus est verbum hoc , v. 3. luxit et defluxit terra, et infirmata est; defluxit orbis, infirmata est altitudo populi terræ, v. 4. et terra infecta est ab habitatoribus suis, quia transgressi sunt leges, mutaverunt jus, dissipaverunt fædus sempiternum, v. Propter hoc maledictio vorabit terram, et peccabunt habitatores ejus; ideòque insanient cultores ejus, et relinquentur homines pauci, v. 6). – Leggendo queste parole del Profeta, si può facilmente riconoscere che sono la storia esatta della prima rivoluzione. Il re Luigi XVI morì sul patibolo; la regina e Madame Elisabeth subirono la stessa sorte. I grandi che formavano l’altezza dei popoli della terra (altitudo populi terræ) furono abbassati, cacciati e massacrati. I ricchi e i poveri, i sacerdoti e il popolo furono ridotti in miseria; la terra fu saccheggiata e devastata da barbari civilizzati, mille volte più crudeli e rapaci dei barbari del Nord. Il commercio era distrutto, i campi erano abbandonati e desolati; Vescovi, sacerdoti e grandi uomini vagavano infelicemente lontano dalla loro patria, chiedendo agli stranieri il loro pane quotidiano, che spesso veniva loro rifiutato. Crimini sconosciuti fino ad allora venivano commessi ogni giorno e a migliaia, con il grande applauso delle tigri infuriate che erano salite al potere. La rivoluzione aveva trasgredito le leggi fondamentali di tutte le società, di tutte le monarchie; aveva cambiato la legge sociale (mutaverunt jus), schiavizzando e poi massacrando coloro che avevano ricevuto il diritto di governare da Dio, e dando potere a coloro che avevano il dovere di obbedire; aveva trasgredito, proscritto la legge divina e gettato al vento l’alleanza eterna detronizzando Dio, cacciandolo dai suoi templi, abolendo il Sacrificio perpetuo (juge sacrificium), adorando la ragione umana sotto l’immagine sozza ed ignobile di una prostituta, e mettendo sui nostri altari profanati l’abominio della desolazione al posto del Dio vivente.

(*)

Nel tomo 1, p. 302 e seguenti, la suora della Natività si trova su una bella montagna dove sorgeva una bella casa. Tutte le strade erano libere; tutte le entrate erano aperte ai forestieri che vi accorrevano con un’aria molto dissipata.  Improvvisamente dalla terra salirono vapori, formarono una nuvola nera che oscurò il giorno e si spinse verso la montagna. Sotto la nuvola c’era un oggetto sensibile, una specie di mezzaluna rossa, che ondeggiava rapidamente in tutte le direzioni e che, arrivando alla montagna, si staccò dalla nuvola e cadde ai piedi della Suora … era un drago spaventoso (Si noti la conformità della dichiarazione della Suora che vede un grande drago rosso con il v. 3, cap. XII dell’Apocalisse: Ecce draco magnus rufus). Ella corse immediatamente verso la bella casa. La Suora gridò nel prestare attenzione, ma fu derisa e si pensò che fosse pazza. –  Questa montagna e questa bella casa rappresentavano la Francia. Questi vapori rappresentavano i princìpi dell’irreligione e del libertinaggio in parte prodotti dalla Francia, in parte provenienti dall’estero. « La tempesta – dice la Suora – si è spinta verso la Francia, che deve essere il primo teatro della sua devastazione, dopo esserne stata il centro (la Francia è il centro del male che veniva in parte da altrove; ma è anche il centro del bene: Gesta Dei per Francos). L’oggetto che appariva sotto la nuvola rappresentava la rivoluzione o la nuova costituzione che si stava preparando per la Francia. »

Nel tomo 1, p. 289. La Suora vede prima due alberi. Uno bello, grande e forte, la Chiesa, l’altro della stessa natura, meno forte, che termina con una cima a due punte: lo stato religioso dei due sessi; poi vede un terzo albero, la filosofia moderna, che si erge in mezzo agli altri due e li batte entrambi. Il primo non ha perso nessuno dei suoi fiori, foglie e frutti, e continua a resistere; il secondo ha conservato solo il tronco e le radici.

Nel tomo 4, p. 394 e seguenti, ella vede un altro albero, la rivoluzione, senza foglie né verde, la cui corteccia era dura come il metallo di un cannone, e gli assomigliava, perché il suo spirito sarebbe stato sempre bellicoso. Era così alto che non se ne poteva vedere la cima, e si poggiava su una bella chiesa, sulla quale posava per schiacciarla. Aveva i suoi rami più o meno tagliati, cosa che rappresentava le guerre civili ed i massacri che Dio aveva permesso in Francia, e che, uniti alle guerre straniere, avevano fatto perire le anime più orgogliose e quelle più crudeli nella malizia.

I buoni facevano ogni sforzo per allontanare e sradicare questo albero; ma Dio vi si oppose, promettendo di abbreviare il tempo della sua caduta, e dichiarando che un giorno non sarebbe stato sradicato, ma tagliato al suolo. «Io Conosco – diceva Gesù Cristo – la ferocia e la durezza di questi spiriti maligni che sono più duri della corteccia di quest’albero dove la scure non può entrare, ma io farò un miracolo con la mia grazia (Quando si vede tutto ciò che è necessario perché Dio regni sulla terra, la debolezza dei mezzi umani, e quando si sente che questo regno debba venire presto, si tocca con mano la necessità di un grande miracolo per ottenere questo risultato).

La Suora, parlando dei crimini della prima rivoluzione, si esprime nel modo seguente:

T. 1, p. 263. «Io ho visto una grande potenza sollevarsi contro la santa Chiesa; ha sradicato, saccheggiato e devastato la vigna del Signore, dopo aver insultato il celibato e oppresso lo stato religioso; questa superba audacia ha usurpato i beni della mia Chiesa e si è come rivestita dei poteri di N. S. P. il Papa di cui ha disprezzato la persona e l’autorità (La Rivoluzione ha sempre disprezzato l’autorità del Papa; ha disprezzato tre volte la sua persona, con due catture e un esilio).  – Ho visto vacillare le colonne della Chiesa; ho visto persino cadere molte di esse, dalle quali c’era motivo di aspettarsi una maggiore stabilità. Tra coloro che dovevano sostenerla, c’erano vigliacchi, indegni, falsi pastori, lupi rivestiti dalla pelle dell’agnello, che entravano nell’ovile solo per sedurre le anime semplici, per divorare il gregge di Gesù, e per consegnare l’eredità del Signore alla depredazione dei rapitori, i templi e gli altari sacri alla profanazione (questi pastori sono le stelle del cielo che il dragone trascina con la sua coda e che faceva cadere sulla terra al v. 4 del cap. XII dell’Apoc.). Guai, dice J.-C.! Guai ai traditori e agli apostati, ai agli usurpatori dei beni della mia Chiesa e a tutti coloro che disprezzano la sua autorità! »

T. 1, p. 272  «Figlia mia – mi diceva Gesù Cristo – ci sono stati dei Giuda nella mia Chiesa che mi hanno tradito e venduto. Sono stato abbandonato, rinnegato di nuovo. Hanno liberato Barabba, e mi hanno condannato a morte. Sono stato crudelmente flagellato e coronato di spine. Sono stato ricoperto di vergogna e di obbrobri. Sono stato condotto al supplizio per essere crocifisso una seconda volta (Questi sacerdoti e pastori sono le stelle del cielo, che il drago trascinò con la sua coda e fece cadere sulla terra, al v. 4, capitolo XII dell’Apocalisse). Quali punizioni meritano così tanti e così sanguinosi oltraggi? Tuttavia  ho ascoltato le preghiere della mia Chiesa; il suo gemito e il suo sospiro mi hanno fatto violenza, e ho deciso di abbreviare il tempo del suo esilio (La parola esilio applicata alla Chiesa rappresenta bene la fuga della donna nel v . 6 , cap. XII dell’Apocalisse). » – Noi abbiamo congetturato che la prima rivoluzione sarebbe durata circa venticinque anni; la Suora non dice nulla di preciso su questo argomento, limitandosi a queste parole nel …

– tomo 4, p. 400: « Abbiate pazienza per molto tempo. – Dio era irritato contro la Francia, minacciava di distruggerla; Egli dice alla Suora: « La dividerò, essa sarà divisa come un vecchio mantello che si strappa e si butta via. Non lo do per certo, aggiunge la Suora, può succedere di meglio o di peggio, o niente del tutto, perché vedo questo in Dio solo in modo confuso (La divisione della Francia fu proposta nel 1815, è un fatto noto.).

V. Uno stato così violento non poteva durare a lungo; i popoli desideravano la pace. Essa fu data alla terra alla fine del primo guai (Væ unum abit, Apoc. cap. IX, v. 12); ma, poiché quest’ultima disposizione non proveniva che da lassitudine, poiché il fondo dei cuori non era cambiato, e poiché essi non vollero riconoscere e ringraziare la bontà divina che aveva concesso questa grazia, il male seguì la sua marcia progressiva. La guerra non si faceva sulla terra, che era tranquilla dal punto di vista materiale, ma in cielo, contro la verità, contro Dio. Essi furono attaccati da dottrine sataniche, chiamate liberali, che si coprivano di un bel nome e avevano l’apparenza del bene; da società più o meno segrete; da una crociata abilmente organizzata e condotta che, addormentando i difensori e le sentinelle avanzate della Religione, fu in questi pochi anni che il mondo fu sedotto al punto che la gente non osava più dichiararsi per Dio, che la veste di un sacerdote era disonorata e vituperata quando appariva sulle nostre piazze, e che le nostre solennità religiose erano sporcate da uomini impudenti e lascivi che venivano ad insultare Dio ai piedi dei suoi altari. – Fu in questi pochi anni che restaurarono la fortuna materiale della Francia e dell’Europa, e che, dal punto di vista morale, non furono una restaurazione, ma una rovina maggiore aggiunta a tante altre, ed il male, inesperto e volgare durante la prima agitazione, si fece sistema; fu allora che si stabilirono queste dottrine infernali del Liberalismo, del Radicalismo, del Socialismo e del Comunismo. – Questa fu probabilmente la grande battaglia combattuta dal drago contro San Michele e i suoi Angeli (Et factum est prælium magnum in cælo, Michael et Angeli ejus præliabuntur cum dracone, et draco pugnabat et Angeli ejus. – Holzhauser – t. 2, p. 23 a 28 Wüilleret – pensa che questa lotta fu combattuta tra gli Angeli ribelli e quelli fedeli, i primi volendo impedire che la Chiesa si stabilisse in Germania, e gli ultimi volendo il contrario. Questa applicazione può essere fatta, poiché i testi sacri possono riguardare diversi periodi, ma non è la principale. – Se si pensasse che l’applicazione che facciamo qui alla prima Rivoluzione francese e alla Restaurazione non sia chiara e sembri forzata, vi pregheremmo di notare che essa segue quasi necessariamente dalla divisione dell’Apocalisse, come l’abbiamo vista posta nel §. 4 dell’Introduzione, e dall’interpretazione del cap. XX contenuta nel §. 6; così la difficoltà risalirebbe più in alto. Apoc. cap. XII, v. 7). satana non poteva né sconfiggere l’esercito celeste, né estinguere completamente la verità (Et non valuerunt, neque locus inventus est eorum ampliùs in cælo, ibid. v. 8). Al contrario, egli fu respinto sulla terra con tutti i suoi angeli, e non nell’abisso; il che sembra indicare che cominciò a suscitare un nuovo tumulto, perché non era riuscito nella completa seduzione che aveva tentato (Et projectus est draco ille magnus, serpens antiquus qui vocatur Diabolus et Satanas, qui seducit universum orbem, et projectus est in tcrram, et Angeli ejus cum eo missi sunt, ibid. v. 29). – La Corte celeste celebrò questo trionfo del cielo, che annunciava per il futuro una vittoria sulla terra (Et audivi vocem magnam in cœlo dicentem: Nunc facta est salus et virtus, et regnum Dei nostri et potestas Christi ejus. Quia projectus est accusator fratrum nostrorum qui accusabat illos ante conspectum Dei nostri die ac nocte, ibid. v. 10. Et ipsi vicerunt propter sanguinem Agni, et propter verbum testimonii sui, et non dilexe runt animas suas usque ad mortem, v. 10; propterea lætamini, cæli, et qui habitatis in eis – Sentii una grande voce nel cielo: ora arrivano la salvezza, la virtù, il regno di Dio e la potenza del suo Cristo, perché l’accusatore dei nostri fratelli che li accusava davanti a Dio notte e giorno, è stato gettato a terra. Hanno vinto per il sangue dell’Agnello, per la parola della sua testimonianza. L’amore per la vita non ha impedito loro di sacrificarla per Gesù Cristo; rallegratevi, o cieli, e coloro che vi abitano!), v. 12.

(Si può benissimo applicare alla Restaurazione un passaggio della Suora della Natività: In Tom. 2, p. 26. « Vidi in spirito una grande sala che sembrava una Chiesa, ed era quasi piena di sacerdoti vestiti con albe bianche molto belle e fini, ma senza cappelli o casule. Erano arricciati e incipriati, molto gai e molto contenti. Essi cantavano arie di giubilo. Alcuni di loro leggevano ad alta voce composizioni in versi ed in prosa alle quali gli altri applaudivano. La Suora si rallegrò di gioia; ma vide accanto a lei il bambino Gesù, che sembrava avere tre anni, con in mano una grande croce – questa grande croce che Gesù portava non è la Croce di Migné -, che le disse, guardandola con uno sguardo triste: « Figlia mia, non ti ingannare, vedrai presto un cambiamento; non tutto è finito, e non sono alla fine come pensano; non è ancora il momento di cantare vittoria. Questa è l’alba che comincia, ma il giorno che segue sarà doloroso e tempestoso.)

VI. La vittoria riportata in cielo non si realizza così presto sulla terra. Il dragone, furioso per la sconfitta subita in alto, dove non c’è più spazio per lui (Neque locus inventus est eorum ampliùs in cælo, v. 8), solleverà prima una seconda rivolta che sarà tanto più forte, in quanto sa che gli resta poco tempo, e perseguiterà di nuovo la Donna che aveva dato alla luce un figlio maschio, e di conseguenza forte (Væ terræ et mari, quia descendit Diabolus ad vos, habens iram magnam, sciens quòd modicum tempus habet, ibid. v. 12). Et postquàm vidit draco quòd projectus esset in terram, persecutus est mulierem quæ peperit masculum – Guai a voi, terra e mare perchè il diavolo è disceso verso di voi con grande collera, sapendo che gli resta poco tempo – E quando il dragone vide che era stato gettato sulla terra, ri rimise a preseguitare la donna che aveva partorito il figlio maschio – ibid. v. 13), e la croce distesa e allungata, la croce sofferente e non ancora trionfante, apparve nell’aria nel 1826, il 17 dicembre, alla vista di diverse migliaia di spettatori, a Migné, nel cattolico Poitou, per iniziare ed aprire questa seconda persecuzione, che non assomiglia in alcun modo a quella che l’ha preceduta, e presenta un carattere molto particolare, a causa delle ali di una grande aquila che furono allora date alla Chiesa, quando essa fuggì.  In quest’epoca (1826), è stata concessa alla stampa in Francia la più completa libertà. La censura è abolita; la rivolta della rue Saint Denis, quella di Rouen, diretta contro i missionari cattolici, denotò la nuova piega che la società stava per prendere. Il Parlamento avido di regalità; le ordinanze ostili alla Chiesa sono strappate (giugno 1828) ad un re buono e religioso circondato da ministri senza fede, e in particolare da un Vescovo cieco o infedele al suo ministero. Il male trabocca e invade tutto. Il monarca vuole opporsi con nuove ordinanze, modelli di saggezza e verità, e alle quali un famoso oratore, che si atteggiava a difensore della legittima regalità, ha avuto il triste coraggio di dare la deplorevole qualificazione di colpevoli (Questo oratore è M. Berryer). Poi il trono fu rovesciato sulle rovine dell’altare da una formidabile insurrezione, aiutata dal tradimento di coloro sui quali il sovrano doveva contare di più. Da qui la sottomissione del Belgio, della Polonia, dell’Italia, del Portogallo, della Spagna e di tutti i Paesi cattolici d’Europa, perché era il Cattolicesimo che l’inferno e i suoi scagnozzi cercavano. Il pontefice Gregorio XVI, eletto dal Conclave il 2 febbraio 1831, fu costretto a rinchiudersi il giorno dopo nel Castello di Sant’Angelo di fronte alla rivolta dei suoi sudditi, concepita e guidata da stranieri. I suoi Stati furono invasi da corpi d’armata che non aveva chiamato in aiuto e che, in piena pace, sfondarono le porte aperte di Ancona e si impadronirono di quella città. Allo stesso tempo, Arcivescovadi e Chiese furono saccheggiate; i prelati furono cacciati dalle loro sedi; donne, bambini e vecchi, che avevano fatto un baluardo dei loro corpi innoffensivi, furono massacrati ai piedi della croce che i demoni volevano rovesciare. D’altra parte, il sangue inonda l’Europa; scorre in Francia in vari momenti e in vari punti: a Parigi, nel luglio 1830, nel giugno 1832, nell’aprile 1834, nel maggio 1839, nel febbraio 1848, il 13 giugno 1849 e nel dicembre 1851; a Lione, nel novembre 1831, nell’aprile 1834, nel giugno 1849; nella Vandea, nel 1832; a Marsiglia, nel giugno 1848, e in tutta la Francia nel dicembre del 1851. Esso cola in Spagna dal settembre 1833 al 1840, nella guerra civile che si è riaccesa più volte da allora, come nei movimenti insurrezionali menzionati dai rivoluzionari per ventiquattro anni; In Portogallo, nella guerra civile che detronizzò il re legittimo, Don Miguel, per intronizzare, con l’aiuto e il beneficio dell’Inghilterra, una regina brasiliana, così come nelle numerose ribellioni che hanno avuto luogo dal 1833; nei movimenti sediziosi di Svizzera, Prussia, Danimarca, Italia austriaca, Boemia, Vienna, Ungheria, Piemonte, Sicilia, Napoli, Roma. Il Sovrano Pontefice, che si era tentato di assassinare, si rifugiò nel novembre 1848 sotto l’ala protettrice dell’unico re Borbone rimasto sul trono, e tornò nella sua capitale solo nell’aprile 1850, grazie ad un esercito francese. Nello stesso tempo, la peste (il colera), portata dall’Estremo Oriente dalle truppe russe venute da lontano per sopprimere l’insurrezione polacca, e di conseguenza richiamata dalla rivoluzione francese che aveva provocato questa rivolta, si abbatté sull’Europa; cominciò invadendo l’Inghilterra, la più grande prostituta dei tempi moderni, quel Caino dei popoli che, se non sa combattere con vantaggio contro i popoli civili, respira, ispira e inocula il male in coloro che sono capaci di agire. Da lì arrivò a Parigi e al nord della Francia, dopo aver colpito la Russia, la Polonia e la Germania. Nel 1834 e 1835, desolò due volte Marsiglia e il sud della Francia; nel 1837 stese il suo sudario di morte su Italia, Sicilia, Spagna e Portogallo, visitando Marsiglia una terza volta; e nel 1849 devastò quasi tutta l’Europa e altre parti del mondo. A tutte queste disgrazie si aggiunge il terribile flagello delle inondazioni che devastarono molte regioni dal 1840 al 1845, e quello della carestia per la malattia della patata, iniziata nel 1842, che raggiunse il suo punto più alto nel 1846, e che decimò così fortemente le popolazioni, specialmente quelle dell’Irlanda, e fece morire di fame tanti uomini; dalla penuria di grano che si verificò nel 1846 e 1847, e dai terremoti che causarono tanta paura e disastri in tanti luoghi. Durante tutto questo tempo di sofferenza e di crimini, quando il male regnava sovrano, quando satana era veramente il principe di questo mondo, e quando il bene non lo era, la Chiesa era ancora in mezzo alla terra come in un deserto, abbandonata dagli uomini, tradita o perseguitata dalla maggior parte delle potenze; era sola, sostenuta da Dio solo, senza alcun mezzo esterno per difendersi. Tuttavia, non scomparve dall’Europa, fu conservata e nutrita da Colui che è l’Onnipotente, e che, come segno di una prossima vittoria e trionfo, le diede due ali di una grande aquila (Et datæ sunt mulieri alæ duæ aquilæ magnæ, ut volaret in desertum in locum suum, ubi alitur per tempus et tempora et dimidium temporis à facie serpentis (Apoc. XII, v. 14). (Alla donna furono date due ali di una grande aquila per volare nel deserto, nel luogo che era stato preparato per lei, dove fu nutrita per un tempo, tempi e mezzo tempo, fuori dalla presenza del serpente. – Secondo Holzhauser (vol. 2, pp. 33-37, Wüilleret), queste ali d’aquila rappresentano l’imperatore Carlo Magno, difensore della Chiesa). Il tempo di cui si parla nel v. 14 (Tempus, tempora et dimidium temporis) ci sembra che includa tre anni e mezzo, il che farebbe un nuovo regno del drago da ognuna delle sette teste, e che, a questo conteggio, fornirebbe ancora venticinque anni; infatti, ogni testa del drago regna a turno, poiché porta un diadema; così, aggiungendo questo numero di anni alla data dell’apparizione della croce di Migné, si arriverebbe alla fine del dicembre 1851 o all’anno 1852; e se si verificasse esattamente tutto ciò che è accaduto, si potrebbero trovare in Francia sette cambiamenti o modifiche di governo che hanno avuto luogo in questo intervallo di tempo (Potremmo essere accusati di vedere tutto in Francia, e di contare gli altri popoli per niente. Non è colpa nostra, se consideriamo soprattutto la Francia. Dio e il diavolo fanno tutto attraverso la Francia, e in Francia, ciò che è francese diventa universale; ciò che non è francese non si sviluppa in questa maniera e non raggiunge che delle località, a meno che la Francia non l’adotti. Questi sono fatti incontestabili, così come è certo che nel 1852, l’Europa, che era stata agitata per quattro anni, si è calmata e riposata dopo il colpo di stato, per l’infinita bontà di Dio. Il rimprovero che verrebbe fatto contro di noi potrebbe essere fatto contro l’Europa dagli asiatici, dagli africani e dagli americani; perché noi vediamo tutto in Europa. Si può dire in tutta verità che la Francia è per l’Europa ciò che l’Europa è per il mondo. Inoltre, per quanto riguarda le operazioni intellettuali, ci deve essere un luogo dove esse si depositano, germinano e nascono, per farsi strada nel mondo. La Francia ci sembra essere questo luogo sia per il bene che per il male, perché da sola fornisce più di tre quarti dei missionari. Coloro che disapprovano il nostro modo di vedere, indichino un altro luogo. Abbiamo preso tre anni e mezzo per significare tre anni e mezzo, e non 1278 anni e mezzo, come abbiamo fatto nel primo capitolo di questa seconda parte, perché la divisione dell’Apocalisse, come l’avevamo tracciata nella nostra Introduzione § 4, e la brevità del tempo rimanente, ci hanno obbligato ad agire così).

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Rivelazioni della Suora della Natività:

T. 4, p. 407. “La Chiesa avrà ancora molto da soffrire; il primo assalto che dovrà sostenere, dopo quello che soffre ed attualmente ha subito, verrà dallo spirito di satana che susciterà contro di essa delle leghe e delle assemblee (la rivoluzione del 1830 si è fatta con la lega di tre partiti rivoluzionari che hanno regnato ognuno a turno, e per mezzo delle assemblee, la Camera dei deputati ed i 224).

T. 2. p. 76, “Ecco ancora (la parola ancora indica l’inizio di una nuova rivoluzione) l’ora del potere delle tenebre si avvicina; il cielo lascerà ancora un grande potere finché i miei nemici non siano giunti al precipizio che stavano ciecamente scavando sotto i loro piedi. – Altre volte, Gesù Cristo mi ha parlato della persecuzione della sua Chiesa solo per deplorare la perdita di anime e l’offesa alla Divinità. Oggi, al contrario, non mi parla che dei trofei della sua passione, delle vittorie della sua Chiesa e del castigo dei suoi nemici, dai quali si prepara a trarre una vendetta eclatante. – I miei nemici si rallegrano e dicono tra di loro… La nostra vittoria sarà presto completa… Insensati! Essi corrono verso la loro perdita… Vedo il turbine dell’ira divina che li inghiottirà e li seppellirà proprio quando la loro empietà credeva di raggiungere il suo termine … I miei nemici si rallegrano… ma la loro gioia sarà seguita da molti dolori. Essi innalzano dei trofei contro di me, ma con i trofei delle loro vittorie Io stabilirò la loro rovina e la loro sconfitta. I malvagi fanno decreti contro la mia Chiesa, ma secondo i decreti della mia giustizia, essi periranno con i loro decreti e le loro leggi sacrileghe (La differenza nelle parole di N. S., durante la seconda rivoluzione e durante la prima, corrisponde bene alle ali di una grande aquila che la donna riceve durante la seconda rivoluzione. – Apoc. cap. XII, v. 14).

VII. In mezzo a tanti mali e tanta corruzione, un certo numero di Cattolici aveva preso coraggio e si era impegnato a combattere contro il terrore e l’inferno, cosa che non era stata fatta durante la prima rivoluzione. Non arrossirono di fronte al Crocifisso; difesero la Religione, se non con successo, almeno con grande ardore e zelo. I Vescovi appoggiarono questa santa crociata con tutto il loro potere; Roma applaudiva e si rallegrava, perché vedeva la vittoria dopo la lotta (Fu nel 1833 che questa crociata cominciò ad essere organizzata e ad agire in Francia. Uomini che erano devoti al Cattolicesimo a corte, che erano stati sedotti da M. F. de Lamennais e dai suoi errori, e che ruppero con lui senza abdicare a tutti i loro principii, che, per questo, erano rimasti politicamente nella Rivoluzione, e quindi avevano la franchezza della parola, stabilirono la Lega Cattolica di cui il conte de Montalembert fu uno dei capi più eminenti. Di là la creazione di un giornale quotidiano, l’Univers nel 1837. Coloro che dirigono questo giornale dopo più di dieci anni si sono dimostrati ancora più zelanti e devoti di M. de Montalembert; hanno difeso la Chiesa con più calore, anche con più talento. Istruiti dall’esperienza, hanno rifiutato il gallicanesimo e diversi principi rivoluzionari, in particolare il parlamentarismo e le libertà pubbliche. C’è solo una verità sociale che non riconoscono espressamente. Speriamo che un giorno la sosterranno; e pensiamo, nel frattempo, che se non lo fanno al momento, è perché vogliono preservare i mezzi per parlare liberamente per la Chiesa; perché ci sono momenti in cui non si può dire tutta la verità.). –  Questo nuovo elemento crebbe a poco a poco; radunò tutti i cuori giusti, tutte le menti giuste; fu in grado di combattere con qualche vantaggio contro i falsi principi e le cattive passioni, sostenuto com’era dalle ali di una grande aquila che questa volta la nostra santa madre Chiesa aveva ricevuto (Et datæ sunt mulieri alæ duæ aquilæ magnæ, ibid . v. 14). – Il cielo, che aveva avvertito l’umanità colpevole con l’apparizione della croce di Migné, ha riversato abbondanti grazie sulla terra per convertirla. Abbiamo visto i numerosi miracoli della Medaglia Miracolosa, l’istituzione dell’Arciconfraternita del Cuore Immacolato di Maria, la discesa misericordiosa della nostra buona Madre sulla montagna di La Salette, i prodigi abbaglianti delle immagini miracolose d’Italia, la propagazione e l’estensione della devozione al Sacratissimo Cuore di Gesù, l’erezione dell’Arciconfraternita del Cuore Immacolato di Maria, l’erezione dell’Opera stabilita nella diocesi di Langres come arciconfraternita per la riparazione dei giuramenti, delle bestemmie, delle violazioni dei giorni consacrati al Signore, tutte cose che presagivano a tempi migliori e che mostravano  la stella del mattino (stella matutina) ancora in lontananza, illuminando il mondo con la sua luce più brillante con la proclamazione della sua Immacolata Concezione (Possiamo fare qui un’osservazione che ci giustifica nel nostro desiderio di vedere tutto in Francia. Molti miracoli sono avvenuti in Italia e nel nostro paese. In Italia, i prodigi (tranne l’apparizione al signor Regensburg che era francese) avvenivano su immagini di Gesù e di Maria. In Francia Maria stessa è apparsa e ha parlato. Da questo si può dedurre che il ruolo principale appartiene alla Francia. Non è dunque lo spirito nazionale che ci fa parlare in questo modo; al contrario, tremiamo per la nostra Nazione se, ricevendo tante grazie e favori, non compie, come dovrebbe, tutti i disegni della Provvidenza e non compie tutta la sua missione.). – Così, durante la seconda rivoluzione appartenente alla quinta età, il germe della sesta età fu posto nelle menti, e rappresentato dalle ali di una grande aquila. Da allora cresce, si sviluppa e lotta contro le disposizioni prevalenti, per superarle con la forza divina e poi per farle scomparire completamente. – Nel 1852, il tumulto della strada cessò, i trasporti, le deportazioni, gli internamenti produssero una tranquillità più apparente che reale; gli spiriti superficiali, quelli che conoscevano poco del loro dovere o se ne preoccupavano poco, sentendosi troppo stanchi della lotta, sprofondarono in un indegno letargo; abdicarono in ogni azione, diedero un assegno in bianco a coloro ai quali il contraccolpo delle rivoluzioni aveva attribuito il potere, come se un potere qualunque non avesse bisogno, per combattere il male, dell’appoggio attivo e continuo della parte onesta del popolo; e chiedevano un solo permesso, quello di andare tranquillamente per i loro affari e le loro funzioni, mentre l’anticattolicesimo, che non era né morto né disarmato, lavorava nell’ombra, con il massimo ardore, e si preparava a sconvolgere nuovamente il mondo.

VIII. Il cielo malediceva questa azione oscura e criminale dei malvagi, ma è stato ben lungi dall’approvare la compiacenza e l’indifferenza di molti di coloro che erano chiamati i buoni. Così ha raddoppiato i suoi colpi in modo sorprendente. Era stata promessa la pace, e nello stesso momento sorgeva una guerra lontana e formidabile, quasi senza causa, che durò due anni, costò la vita di più di un milione di uomini in quel breve intervallo, e che fu il più grande salasso che sia stato fatto, in pari tempo, all’umanità da quando essa esiste. La carestia ha devastato la terra con la continuazione della malattia della patata, con la malattia generale dell’uva, la prima a verificarsi, che è iniziata nel 1850 e 1851, e che non ha fatto che aumentare, diffondersi, ed esiste ancora oggi; con la penuria di cereali che è durata fino all’anno 1857; con la straordinaria mortalità del bestiame; con le inondazioni (1856) più grandi di quelle che avevano già avuto luogo; da un costo così elevato delle cose più necessarie alla vita, che il popolo vive, da parecchi anni, solo di privazioni e di dolori, e che la mortalità, a causa della miseria e della fame, è salita, solo in Francia, secondo le statistiche riportate dai giornali, da 71.000 nel 1854, a 80.000 nel 1855, poiché le cifre del 1856 e 1857 non sono ancora state date; dalla peste (colera) che ha colpito tutta l’Europa per due anni consecutivi, nel 1854 e nel 1855; dai numerosi e terribili terremoti che, iniziati nel giugno 1854, si sono rinnovati, ora su un punto, ora su un altro, e hanno appena colpito in modo così crudele il regno di Napoli, dove più di trentamila dei suoi abitanti sono stati recentemente persi (A questi terremoti si può aggiungere quello che ha appena avuto luogo in Messico). Ah, se i flagelli del cielo indicano che Dio non è contento dei pensieri, dei sentimenti e delle azioni degli uomini, in nessun altro momento Egli è stato così arrabbiato, in nessun altro momento gli abitanti della terra sono stati così colpevoli; perché i colpi così forti, così frequenti e così raddoppiati che Egli sta mandando contro di noi negli ultimi cinque anni, superano di gran lunga tutti quelli con i quali Egli ha colpito nei secoli precedenti, anche nella prima metà del nostro. – A questo triste periodo dal 1827 al 1852, sembrano riferirsi 1° queste parole di Nostro Signore, in San Matteo, cap. XXIV, v. 7, 8: « Consurget enim gens in gentem, et regnum in regnum, et erunt pestilentiœ et fames et terræ motus per loca. Hæc autem omnia initia sunt dolorum » (Una nazione si solleverà contro una nazione e un regno contro un regno. Ci saranno piaghe, carestie e terremoti in vari luoghi. Tutte queste cose sono l’inizio dei dolori.), termini che sono l’esatta, succinta e completa storia di tutto ciò che abbiamo visto. 2° E questo passo di Isaia che annunciava, duemilaseicento anni prima, le disgrazie che avrebbero un giorno colpito la terra, e in particolare questa epidemia generale dei vigneti che fu predetta una seconda volta, ai nostri giorni, sul monte di La Salette (Et terra in fecta est ab habitatoribus suis, quia transgressi sunt leges, mutaverunt jus, dissipaverunt fædus sempiternum, cap. XXIV, v. 5. Propterea maledictio vorabit terram, et peccabunt habitatores ejus. Ideòque insanient cultores, et relinquentur homines pauci, v . 6. Luxit vindemia, infirmata est vitis, ingemuerunt omnes qui lætabantur corde, v. 7. Cessavit gaudium tympanorum, quievit sonitus lætantium, conticuit dulcedo cithara, v. 8. Cum cantico non bibent vinum, amara erit potio bibentibus illum, v. 9 Attrita est civitas vanitatis, clausa est omnis domus nullo introeunte, v. 10. Clamor erit super vino in plateis; deserta est omnis lætitia, translatum est gaudium terræ, v. 11. Relicta est in urbe solitudo, et calamitas opprimet portas – La terra è stata contaminata dai suoi abitanti, perché hanno trasgredito le leggi, cambiato la legge, dissipato il patto eterno. Per questo motivo, la maledizione divorerà la terra e i suoi abitanti peccheranno ancora di più. I contadini diventeranno insensati, e rimarranno pochi uomini; la vendemmia ha pianto, la vigna è malata. Tutti coloro il cui cuore si rallegrava gemono. La gioia degli strumenti musicali è cessata. Il brusio di coloro che gioivano non si fa più udire, né i dolci accordi dell’arpa; non berranno più il vino cantando, la bevanda sarà amara a coloro che la berranno. La città della vanità è colpita; le sue case sono chiuse, nessuno vi entra, la città è nella desolazione e la sventura è alle sue porte. – Noi abbiamo citato e citeremo ancora diversi passaggi di Isaia. Si potrà obiettare che noi facciamo false applicazioni, perché questo Profeta non ha visto fino alla fine del mondo. Noi risponderemo che è de fide, per un Cattolico sottomesso alla Chiesa, che Isaia abbia predetto fino agli ultimi giorni; testimone ne è questo saggio passaggio dell’Ecclesiaste, cap. XLVIII, 25, 27, 28: «Isaias, propheta magnus, et fidelis in conspectu Dei, – spiritus magnus vidit ultima usque in sempiternum. Ostendit futura et abscondita antequam evenirent »), v. 12. E la causa di tutte queste disgrazie è, come dice il Profeta, la trasgressione delle leggi, il cambiamento della legge, il rifiuto sprezzante dell’alleanza eterna. – Lungi dal battersi il petto e tornare al loro Dio, gli uomini diventano ogni giorno più malvagi e sprofondano nel crimine; qui la predicazione cattolica è ostacolata, là la Chiesa è contaminata, i suoi prelati sono imprigionati ed esiliati; altrove e in molti luoghi, si commettono orribili regicidi che trovano esecutori, attori, glorificatori e persino remuneratori. – Questa azione perseverante del male, sostenuta dall’ambizione, dall’apatia, dalla mancanza di intelligenza o dalla debosciatezza di coloro che dovrebbero combatterla, il disprezzo delle grazie del cielo e degli avvertimenti divini più numerosi di quelli dati in altre epoche; le preghiere dei fedeli, la necessità, come risultato dei decreti divini, di una conversione generale, che sarà portata o da una straordinaria effusione di grazia, se i buoni faranno sufficiente riparazione per i malvagi, o dalla forza del castigo, secondo le parole di Nostro Signore in San Luca, cap. XIV, 23: « Compelle intrare, ut impleatur domus mea – Costringeteli ad entrare finché la mia casa sia piena); la potente bontà di Maria, alla quale la terra ha finalmente riconosciuto il suo più glorioso privilegio, il principio della sua divina Maternità, porterà certamente prima o poi ad una lotta più forte di tutte le altre, ad una crisi decisiva dove il diavolo userà tutti i suoi mezzi, dove Dio dispiegherà la sua potenza. Il serpente, questa volta, getterà dalla sua bocca, dietro alla Donna (la Chiesa), un fiume per portarla via con il torrente delle acque. Ma la terra, per la prima volta dopo molto tempo, aiuterà la santa Sposa di Gesù Cristo; aprirà i suoi abissi e inghiottirà il fiume minaccioso; E il drago, furioso per la sua sconfitta sul campo di battaglia che aveva scelto, e dove sperava di piantare per sempre il suo vessillo, combatterà tutti gli altri popoli che obbediscono alla Chiesa, e non si fermerà fino al bordo del mare, alla fine di tutta la terra, e dopo essere stato sconfitto ovunque (Et misit serpens ex ore suo post mulierem aquam tanquàm flumen , ut cam faceret trahi à flumine, Apoc. cap. XII, v. 15. Et adjuvit terra mulierem, et aperuit terra os suum, et absorbuit flumen, quod misit draco de ore suo, v. 16. Et iratus est draco in mulierem, et abiit facere prælium cum reliquis de semine ejus, qui custodiunt mandata Dei, et habent testimonium Jesu Christ , v. 17. Et stetit supra arenam maris – E il serpente fece uscire dalla sua bocca dietro alla donna un’acqua grande come un fiume, per trascinarla via con la forza del torrente di acque. Ma la terra aiutò la donna, aprì le sue profondità e assorbì il fiume che il drago aveva vomitato dalla sua bocca, e il drago era ancora più arrabbiato con la donna, e se ne andò a combattere contro gli altri figli che osservano i comandamenti di Dio e la testimonianza di Gesù Cristo, e si fermò sulla sabbia del mare -, v. 18) – Holzhauser – vol. 2, p. 37, Wüilleret) vede in questo fiume le deplorevoli tragedie dei secoli 11°, 12° e 13° che agitarono la Chiesa latina, e che non erano molto forti.-). Non si dica che queste grandi acque, questo fiume, non rappresentino i popoli sollevati contro la Chiesa; perché San Giovanni afferma che è così, e ci dice, nel capitolo XVII, che le grandi acque su cui siede la prostituta (Quæ sedet super aquas multas, v. 1) sono i popoli, le nazioni e le lingue (Aquæ quas vidisti, ubi meretrix sedet, populi sunt, et gentes, et linguæ, v. 15). – Il capitolo IX dell’Apocalisse ci sembra descrivere ancora meglio questo triste periodo dal 1827 alla grande crisi che abbiamo appena menzionato. San Giovanni sembra collocarsi in un periodo di calma, che sembrano essere i quindici anni di quella che è stata chiamata la Restaurazione, durante i quali i venti rivoluzionari non hanno soffiato sulla terra in modo tale da sconvolgerla. Al suono della sesta tromba, una voce venne dall’altare e disse all’Angelo che suonava la tromba di sciogliere i quattro angeli che erano legati al grande fiume Eufrate, cioè i rivoluzionari e gli anticattolici che erano senza potere nella civile Europa; infatti, Eufrate significa una cosa ben ordinata (Et sextus Angelus tuba cecinit, et audivi vocem unam ex quatuor cornibus altaris aurei, quod est ante oculos Dei, v. 13. Dicentem sexto Angelo qui habebat tubum: Solve quatuor Angelos qui alligati sunt in flumine magno Euphrate – E il sesto angelo suonò la tromba, e sentii una voce dai quattro angoli dell’altare d’oro che è davanti agli occhi di Dio, che diceva al sesto angelo che aveva la tromba: Sciogliete i quattro angeli che sono legati sul grande fiume Eufrate. – Holzhauser dice che questo sesto angelo è Lutero, e altrove lo sterminatore – vol. 1, pp. 381-393, Wüilleret). Queste due cose cose si escludono a vicenda. – se l’Angelo che suona la sesta tromba slega gli angeli ribelli, è perché le trombe indicano il male e la condotta dei malvagi, come abbiamo detto), v. 14. – E allora furono sciolti quei quattro angeli malvagi (poiché solo gli angeli ribelli sono legati), che erano preparati per l’ora, il giorno, il mese e l’anno in cui dovevano uccidere la terza parte degli uomini, e che, per questo motivo, si alzarono improvvisamente senza alcun pensiero. La loro cavalleria (che indica la loro grande velocità) era così numerosa che il Profeta la stima in venti milioni di uomini; i cavalieri avevano corazze di fuoco, giacinto e zolfo; le teste dei cavalli sembravano teste di leoni, il che rappresenta la loro forza e malvagità, e dalle loro bocche uscivano fuoco, fumo e zolfo (Et soluti sunt quatuor Angeli, qui parati erant in horam, et dicm, et mensem , et annum, ut occiderent tertiam partem hominum, v. 15. Et numerus equestris exercitûs vicies millies dena millia; et audivi numerum corum , v. 16. Et ita vidi equos in visione, et qui sede bant super eos habebant loricas igneas , et hyacinthinas et sulphureas , et capita equorum erant tanquàm capita leonum, et de ore eorum procedit ignis, et fumus, et sulphur, v. 17). – Queste tre piaghe, fuoco, fumo e zolfo, che uscirono dalla bocca dei cavalli, perché c’era il loro potere, le loro bestemmie e le loro abominazioni, uccisero la terza parte degli uomini, perché la spaventosa trama degli empi porterà a grandi massacri (Et ab his tribus plagis occisa est tertia pars hominum , de igne , de fumo et sulphure qui procedebant de ore ipsorum, v. 18. Potestas enim equorum in ore eorum est, v. 19) . Questi cavalli avevano anche code che assomigliavano a serpenti che ingannano gli uomini e ingannano le persone. Hanno fatto a gara con i cavalieri per danneggiare l’umanità colpevole, e per questo ci sembra che rappresentino le dottrine societarie, o meglio, antisociali dei nostri giorni, che hanno spinto il principio anarchico e anticristiano alle sue ultime conseguenze, e hanno così fortemente deluso coloro che hanno poca educazione, moralità e fortuna (Nam caudæ eorum similes serpentibus, ha bentes capita, et his nocent (Perché le loro code sono come serpenti, hanno la testa, e fanno male con queste.), v. 19. – Tante piaghe, castighi e tormenti temporali accumulati dalla bontà divina per convertire gli uomini con il timore, che è l’inizio della sapienza, non producono l’effetto proposto, anche su molti di coloro che erano considerati buoni. Gli uomini ciechi non riconoscono la mano che li colpisce e che ha aspettato così a lungo per farlo. Non si pentono delle opere delle loro mani; sprofondano ancora di più nel male; continuano a correre dietro agli onori, ai piaceri, agli agi e alle comodità della vita, a seguire ancora più fortemente e in tutto, la natura viziata, per la quale Dio è un male, perché la legge comanda di combatterlo; ad adorare così i demoni, gli idoli d’oro e d’argento, di ottone, di pietra e di legno; non fanno penitenza per i loro omicidi, i loro avvelenamenti morali o fisici, le loro fornicazioni e furti, che hanno costituito la proprietà di molti di loro (Et cœteri homines qui non sunt occisi in his plagis, ncque pænitentiam egerunt de operibus manuum suarum, ut non adorarent dæmonia et simulacra aurea, et argentea, etærca, et lapidea, et lignea quæ neque videre possunt, neque audire, neque ambulare, v. 20 Et non egerunt pænitentiam ab homicidiis suis, neque à veneficiis suis, neque à fornicatione suâ, neque à furtis suis, v. 21).

CONGETTURE SU LE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (8)

CONGETTURE SU LE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (6)

LE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (6)

Tratte dall’Apocalisse, dal Vangelo, dalle Epistole degli Apostoli, e dalle Profezie dell’Antico Testamento,

Messe in relazioni con le rivelazioni della Suora della Natività

di Amedeo NICOLAS

PARTE SECONDA.

CAPITOLO II.

LA QUINTA ETÀ DELLA CHIESA

Dopo le prime quattro età, in cui la virtù, la divinità, la saggezza e la potenza di Gesù Cristo e della sua Chiesa sono state rese manifeste, viene un’età che non è mai stata eguagliata, a causa del crollo, della defezione e dell’apostasia che ne sono i tratti caratteristici (Sic Holzhauser, vol. 1, p. 153, Wüilleret). Quest’epoca è rappresentata dalla quinta Chiesa, dal quinto sigillo, dalla quinta tromba e dalla quinta lode; comincia con Lutero e finisce nel nostro secolo (Holzhauser fa giungere quest’epoca fino alla nascita dell’Anticristo [nativitatem]. M. de Wüilleret traduce: nascita, natività, in luogo di apparizione. Questa traduzione ci sembra arbitraria – t. 1, p. 186. Wüilleret. – L’Anticristo può apparire e agire come tale solo molto tempo dopo la sua nascita).

ARTICOLO 1.

I. La quinta Chiesa è quella di Sardi. Questo nome indica cosa essa sia. Non ci sembra che significhi un principio di bellezza, come dice Holzhauser (vol. 1, p. 254, Wüilleret); crediamo invece che indichi qualcosa di cattivo, di amaro, poiché σαρδονιος γελως [=sardonios ghelos], riso sardonico, significa un riso forzato, simile a quello di persone che avevano mangiato un’erba che cresce sulle coste dell’isola di Sardegna, e che stringevano i denti in modo da sembrar ridere, mentre esalavano l’ultimo respiro.

II. Questa spiegazione del nome di Sardi è, inoltre, resa probabile e quasi certa da tutta la storia di questa Chiesa, come ce la offre San Giovanni nella sua Apocalisse, capitolo III, da 1 a 6, che Holzhauser sviluppa come noi. Il Figlio dell’Uomo, che ha i sette spiriti di Dio (i sette doni dello Spirito Santo) e che tiene in mano le sette stelle (le sette Chiese), si rivolge alla triste Chiesa di Sardi, ai suoi Pastori come al suo gregge, e specialmente ai primi (Hæc dicit qui habet septem spiritus Dei et septem stellas, Apoc. c. III, v. 1). Ed Egli dice loro: Io conosco le vostre opere (scio opera tua, v. 1), e non le trovo compiute davanti al mio Dio (Non enim invenio opera tua plena coram Deo meo, v. 2), perché le fate senza zelo, senza fervore, con negligenza, quasi meccanicamente e per abitudine. La vostra pietà si è raffreddata, il vostro coraggio è svanito; avete abbandonato la via dei miei consigli per seguire le idee umane, i calcoli umani; avendo come oggetto solo il vostro benessere, la vostra tranquillità, la vostra comodità, avete perso di vista il diritto che vi dominava e che genera necessariamente il dovere. Vi siete creati dei motivi malvagi che credete essere molto buoni, e così permettere al male e all’errore di sussistere, di vivere in pace con essi, quando avreste potuto e dovuto impedirli o preservare il popolo da essi. Siete arrivati al punto di fare un patto con loro, e di aderirvi con una pseudopolitica disastrosa che ha rotto tutti i legami sociali, e ha dato al popolo l’inganno e l’oblio di tutti i principi. Avendo una fede indebolita, avete avuto paura degli uomini nelle rivoluzioni che hanno scosso la terra; avete voluto mantenere la mia Religione sacrificando una parte della verità che avete insegnato, e siete stati così ciechi da credere che il crimine e l’errore trionfanti potessero mai piacermi e difendere e proteggere la mia legge. Così grande è il numero di coloro che mi hanno rinnegato, sono diventati apostati e sono morti; grande è il numero degli uomini che devono ancora morire alla verità, se voi non vi risvegliate e non li confermate (Esto vigilans, et confirma ma cætera quæ moritura erant, v. 2). Voi vi credete vivi, e così il mondo, perché i templi sono aperti e vi si esercita il culto; ma voi siete morti, perché lo zelo della mia casa e la gloria del mio Nome non vi animano più e non sono più i vostri conduttori (Nomen habes quod vivas, et mortuus es, v. 1). Richiamate dunque alla vostra memoria, che ricorda così bene le cose della terra e del tempo, ciò che avete ricevuto, gli insegnamenti che vi sono stati dati da questo mirabile Concilio di Trento (sic Holzhauser, t. 1, p. 174, 175, Wüilleret), e tutte le grazie che vi sono state date; non lasciate i precetti del diritto divino sepolti sotto le rovine (Lettera dell’Arcivescovo di Friburgo in Brisgovia – Universo, 22 aprile 1855); ma metteteli in pieno giorno, poneteli in pratica, fate penitenza per riconciliarvi con me (In mente ergo habe qualiter acceperis, et audieris, et serva, et pœnitentiam age, v . 3). – A causa di questa tiepidezza, questa defezione, questa indifferenza, che è penetrata nelle professioni più sante, che ha raggiunto i popoli e non ha lasciato loro altro che il nome di Cristiani, il numero dei miei fedeli che non hanno sporcato le loro vesti e non hanno piegato il ginocchio al moderno Baal, è diventato così piccolo che potrebbero facilmente essere contati e chiamati per nome (Sedes habes pauca nomina in Sardis, qui non inquinaverunt vestimenta sua, v. 4). Quanto a questi, li farò camminare con me in vesti bianche, perché sono degni (Et ambulabunt mecum in albis, quia digni sunt, v. 4). Io farò lo stesso con tutti coloro che hanno vinto sul loro esempio (Qui vicerit sic vestietur vestimentis albis, v. 5). Non cancellerò i loro nomi dal libro della vita (… et non delebo nomen ejus de libro vitæ, v. 5); e poiché non mi hanno rinnegato né apostatato, ma mi hanno servito fedelmente e mi hanno confessato pubblicamente e altamente davanti agli uomini, Io a mia volta riconoscerò e confesserò i loro nomi davanti al Padre mio e ai suoi Angeli (Et confitebor nomen ejus coràm Patre meo, et coram Angelis ejus, v. 5). – Tale è la chiesa di Sardi! Abbiamo forse sbagliato a chiamarla triste e miserabile? La storia moderna e attuale non conferma in tutto e per tutto la profezia di San Giovanni?

III. Il quinto sigillo dà alla quinta età lo stesso carattere della quinta Chiesa. Non appena si aprì, le anime dei martiri che si trovavano sotto l’altare, così come i fedeli che erano ancora vivi sulla terra, gridarono a Dio per lamentarsi e gli dissero: “Fino a quando, o Signore, che sei santo e vero, vuoi rimandare il giudizio di quegli uomini che si comportano secondo le loro proprie passioni, il proprio spirito, il proprio amore, la propria volontà, come se Tu non fossi il loro Maestro, il loro Padre, il loro Re, il loro Creatore, il loro Dio? Per quanto tempo lascerete i vostri fedeli nell’obbrobrio e nell’oppressione? Quando vendicherete il nostro sangue sugli abitanti della terra che lo hanno versato ingiustamente e crudelmente?” (Et cùm aperuisset sigillum quintum, vidi subtus altare animas interfectorum propter verbum Dei, et testimonium quod habebant, et clamabant voce magnâ dicentes: Usquequò, Domine (sanctus et verus), non judicas, et non vindicas sanguinem nostrum de üs qui habitant in terrâ – E quando ebbe aperto il quinto sigillo, vidi sull’altare le anime di coloro che erano stati uccisi a causa della parola di Dio e della testimonianza che egli gli aveva reso, ed essi gridavano con gran voce, dicendo: Fino a quando, o Signore, santo e verace, rinvierai il giudizio e vendicherai il nostro sangue su coloro che abitano sulla terra? – Apoc. cap. VI, v. 9, 10). – Sembrerebbe che a questo reclamo dei suoi amati, l’Onnipotente stia per rispondere lanciando le sue saette vendicative; ma non è così, Egli dà a coloro che hanno sofferto per Lui, e a coloro che ancora soffrono, vesti bianche per confermarli nel bene, proprio come promette alla quinta Chiesa (Et datæ sunt illis singulæ stolæ alba, ibid. cap. XI); raccomanda loro di rimanere ancora un po’, e di aspettare il numero di coloro che devono servire Dio come loro (Et dictum est illis ut requiescerent adhuc tempus modicum, donec compleantur conservi eorum, ibid. v. 11), e il numero dei loro fratelli che devono subire il martirio come loro (Et fratres eorum qui interficiendi sunt sicut et illi , ibid . v . 11). Così la quinta Chiesa e il quinto sigillo ci mostrano la divina Provvidenza che, per ragioni infinitamente sagge di cui non siamo giudici, e che dobbiamo adorare quando non possiamo capirle, lascia che il mondo vada come vuole, verso le sue idee puramente umane, le sue inclinazioni naturali, senza produrre nessuno di quei grandi colpi che svegliano gli uomini assopiti e li fanno uscire dal loro torpore e dalla loro indifferenza. I santi e i giusti alzano le loro voci e le loro lacrime al cielo; Dio non li ascolta ancora, anzi, li invita a pazientare per un po’; non sembra intervenire in nulla nelle cose della terra, né per giudicare, condannare e punire i malvagi che dominano e opprimono i giusti, né per trarre questi ultimi dalla sofferenza e dalla schiavitù.

IV. È a questa pietosa quinta età, che vede il regno dell’uomo viziato e l’oppressione del vero Cristiano che ha ogni sorta di difficoltà per praticare la sua religione, persino per vivere, che sembra riferirsi più particolarmente la parabola della zizzania e del buon grano, di cui si parla in San Matteo, cap. XIII, v. 24 a 30 (Holzhauzer – t. 1, p. 147, Wüilleret – applica questa parabola alla quarta età. Si applica, in generale, a tutte le età; ma ci sembra che sia molto più in armonia con la quinta età, e inoltre ritorna sulla nostra opinione nel volume 1, p. 178). Perché questo cattivo seme si è mescolato con il grano puro? Perché gli uomini, i contadini che dovevano sorvegliare il campo del padre di famiglia, di Dio, cioè molti pastori e sacerdoti, dormivano (Cùm autem dormirent homines, ibid. v. 25). Chi ha seminato questa pula? È stato il diavolo? Sì, è il diavolo, non immediatamente e da solo, poiché non è ancora stato scatenato per la seconda volta sulla terra, ma dall’uomo viziato, l’uomo carnale, che è il contrario dell’uomo spirituale e interiore, il nemico di Dio (Cum autem dormirent homines, venit inimicus ejus, et superseminavit zizania in medio tritici, ibid. v. 25, et ait illis: inimicus homo hoc fecit, v. 28). L’Onnipotente ordina di sradicarla immediatamente, come hanno proposto i suoi servi (Servi autem dixerunt ei: Vis, imus et colligimus ea? v. 28), come hanno chiesto i martiri e i giusti dopo l’apertura del quinto sigillo (Apoc. cap. VI, v. 9, 10)? No, Egli teme che sradicando la zizzania si sradichi contemporaneamente il buon grano, che mandando piaghe sulla terra per punire una quasi intera generazione di indifferenti e apostati, raggiunga contemporaneamente i veri fedeli (Non, ne fortè colligentes zizaniu, era dicetis simul cum eis et triticum , v. 29): per questo ordina ai suoi servi di lasciar crescere i due semi fino alla mietitura, che non è lontana, cioè di lasciar andare il mondo e i giusti, ciascuno secondo le proprie inclinazioni e idee, fino al tempo in cui mieterà la terra e azionerà il torchio della sua ira (Sinite utraque crescere usque ad messem, v. 30); perché allora comincerà col cogliere la zizzania, che sarà facilmente riconoscibile, per gettarla nel fuoco, e raccoglierà il grano nel suo granaio (Et in tempore messis dicam messoribus: Colligite primùm zizania, et alligate ea in fasciculos ad comburendum; triticum autem congregate in horreum meum, v. 30). – I servi del padre di famiglia non si accorsero subito della semina delle erbacce tra il grano; passò ancora del tempo; le erbacce dovevano crescere e farsi conoscere sviluppandosi. Fino ad allora c’era stata una tale somiglianza tra il bene e il male che si poteva a malapena distinguere, e ciò che era male era ritenuto buono; allo stesso modo i principi erronei che invasero il mondo nella quinta età sembravano venire dal cielo, mentre venivano dalla natura viziata e dall’inferno. Questa somiglianza ha ingannato e inganna ancora molti, anche i servi del padre di famiglia, il cui sonno letargico e colpevole ha permesso all’uomo nemico (inimicus homo) di diffondere questo seme detestabile.

(*)

La Sorella della Natività sostiene quanto abbiamo appena detto in vari passaggi delle sue rivelazioni:

T. 1, p. 291 « La filosofia moderna assumerà l’apparenza del rispetto per la religione; vorrà persino persuadere la gente che si tratta solo di proteggerla e di riportarla alla sua primitiva perfezione (È così vero che, dal 1789 in poi, come anche prima del 1830, si esaltano i buoni e poveri parroci di campagna, nello stesso tempo in cui si inveisce contro l’episcopato.). La devastazione di questa filosofia deve avere il suo tempo (cosicché il filosofismo non durerà fino alla fine), la Religione e la Chiesa sopravviveranno. Non tutto è senza speranza per lo stato religioso… Abbiamo, inoltre, la prima causa dell’umiliazione della Chiesa negli scandali e nella vita sregolata dei cattivi ecclesiastici. »

T. 2, p. 271: « I crimini di cui egli (J.-C.) sembrava più colpito … erano le infedeltà e le prevaricazioni dei cattivi sacerdoti … che profanano i Sacramenti, disonorano il suo sacerdozio, e fanno bestemmiare il suo santo Nome… Essi «hanno fatto furti dei beni della mia Chiesa… a spese dei poveri di cui hanno rubato la sussistenza, e hanno detto in cuor loro: Questi beni sono nostri senza alcuna colpa o usurpazione. »

T. 2, p. 77: « Vedo chiaramente nella Chiesa due partiti che stanno per desolare la Francia: l’uno è sotto il colpo della persecuzione, e l’altro sotto il colpo dell’anatema di Dio e della sua Chiesa. I due partiti si sono già collocati, uno a destra e l’altro a sinistra del loro giudice (Queste parole destra e sinistra sono abbastanza note e diffuse per sapere dove sono il bene e il male), e rappresentano sia il Paradiso che l’Inferno. Come sul Calvario, alcuni mi adorano – dice Gesù Cristo – altri mi insultano e mi crocifiggono; ma la mia passione trionferà sugli uni e farà trionfare gli altri. »

T. 4, p. 407. « Tutta la Chiesa è in azione per abbattere questo albero (l’albero della rivoluzione, di cui parleremo più avanti); vorrebbero sradicarlo, ma Io non lo voglio. I fedeli chiedono il mio aiuto con le loro preghiere e i loro gemiti accorati; le loro lacrime saranno ascoltate. Anticiperò il tempo di tagliare questo albero (Ciò concorda con le parole di Nostro Signore in San Matteo, capitolo XXIV, v. 22: Sed propter electos breviabuntur dies illi. ). » 

T. 2, p. 78 «Nel frattempo, lascio che la loro empia cabala renda alla loro odiosa memoria tutti gli onori dovuti al coraggio e alle belle azioni degli uomini virtuosi (Questo ci ricorda quell’ossario di canaglie e di empi moderni che si chiama Pantheon.); ma le cose cambieranno volto … la mia giustizia avrà il suo turno; essa trionferà su alcuni e farà trionfare altri (È la giustizia che probabilmente sarà esercitata, perché la misericordia e la grazia avranno resistito). Infine, la virtù oppressa deve apparire e prevalere; tutto deve tornare all’ordine.

T. 4, p. 400: « Dobbiamo essere pazienti per molto tempo; se il Signore tarda a venire in nostro soccorso, sottomettiamoci alla sua santa e adorabile volontà, e speriamo fermamente che prima o poi verrà. »

T. 4, p. 401: « Consoliamoci ancora una volta, quando l’ora del Signore sarà arrivata, siccome ha promesso che farà questo bel miracolo, tutto andrà bene (Il cambiamento in meglio sarà dunque un bel miracolo. Chi conosce lo stato attuale vedrà necessariamente un grande miracolo nel disegno generale della società). »

T. 1, p. 304: « La nuova costituzione apparirà a molti molto diversa da ciò che è; sarà benedetta come un dono del cielo, anche se è solo un dono dell’inferno che il cielo permette nella sua giusta collera; sarà solo dagli effetti che si sarà costretti a riconoscere questo dragone (si noti la conformità che ha la Suor della Natività con l’Apocalisse c. XII, v. 12, dove si parla del dragone che attacca la Chiesa.) che vuole distruggere e divorare tutto… La mia Chiesa che un giorno dovrà abbattere e distruggere il principio vizioso di questa costituzione ».

T. I ciechi si abbandonano ancora e si abbandoneranno già ad una gioia che sarà seguita da molte lacrime. « Essi benedicono una rivoluzione che è solo una punizione visibile. » Vantano la libertà quando toccano la schiavitù.  » *)

ARTICOLO III.

I. Abbiamo visto, nella quinta Chiesa, l’indebolimento e il crollo dello spirito cristiano nei Pastori e nei fedeli; nel quinto sigillo, il dominio dei malvagi e l’oppressione dei buoni, che è lo stato pubblico ed esterno del mondo; vedremo, nella quinta tromba, la condotta dei malvagi, che costituisce il primo male (V., Apoc. cap. VIII, v. 12; cap. IX, v. 12). Quando il quinto Angelo suona la tromba, una stella cade dal cielo sulla terra, e riceve la chiave del pozzo dell’abisso (Et quintus Angelus tuba cecinit, et vidi stellam de cælo cecidisse super terram, et data est ei clavis putei abyssi, Apoc. cap. IX, v. 1). Essa apre questo pozzo e fa uscire un fumo nero e denso come quello che sale da una grande fornace, e che oscura l’aria e il sole (Et aperuit puteum abyssi, et ascendit fumus putei sicut fumus fornacis magnæ; et obscurutus est sol et aer de fumo putei , ibid. v. 2). Da questo fumo le locuste escono e si spargono sulla terra, e ricevono un potere simile a quello dello scorpione (Et de fumo putei exierunt locustæ in terram, et data est illis potestas, sicut habent potestatem scorpiones terræ, ibid. v. 3). È loro proibito toccare il fieno della terra, qualsiasi cosa verde e gli alberi; ma hanno potere su coloro che non hanno il segno di Dio sulla fronte (Et præceptum est illis ne læderent fænum terræ, neque omne viride, neque omnem arborem, nisi tantùm homines qui non habent signum Dei in fronti bus suis, ibid. v. 4). Queste locuste però non hanno il potere di uccidere questi uomini, ma solo quello di tormentarli per cinque mesi; e i tormenti che fanno soffrire sono simili a quelli che si provano quando si viene punti da uno scorpione (Et datum est illis ne occiderent eos, sed ut cruciarent mensibus quinque, et cruciatus eorum ut cruciatus scorpionis, cùm percutit hominem, ibid. v. 5). – Questa stella che cade dal cielo è un prete, è Lutero. Era molto arrabbiato perché la Santa Sede non aveva incaricato l’ordine religioso di cui faceva parte di predicare le indulgenze in Germania, cosa che gli avrebbe permesso di farsi conoscere e di affermarsi, e insorse contro le indulgenze stesse. La logica, che è inflessibile quando i primi principi sono falsi, come quando sono veri, lo porta ad attaccare la soddisfazione, la penitenza, la contrizione ed il Sacramento istituito dal nostro divino Maestro per il perdono e la remissione dei peccati. Dopo questa negazione, non gli restava che, poiché ogni uomo pecca, anche il giusto, e poiché la santità e la giustizia di Dio sono infinite, negare a tutti la felicità eterna che è il fine della redenzione, e condannarli tutti alle fiamme eterne, rendendo vane le sofferenze e la soddisfazione del Salvatore; e, per evitare questa terribile conseguenza che nasce dalle premesse che ha posto, come dalla giustizia infinita di Dio, arriva a negare il peccato stesso; lo fa commettere dalla Divinità nell’uomo, in virtù del sistema irrazionale dell’indifferenza delle opere e della santificazione per la sola fede; e contraddicendosi poco dopo, riconoscendo l’esistenza del peccato, sostiene che Cristo lo ha cancellato per sempre con il suo sangue sulla croce, senza che l’uomo debba fare nulla per espiarlo. Rifiutando il purgatorio, egli basa la salvezza su una predestinazione gratuita, arbitraria, senza motivazioni, che non soffre alcun danno per i crimini che si commettono, e non può essere aiutata o procurata dalle buone opere che si fanno. Va anche oltre: Trova un bene nella perpetrazione del male, in quanto rende più efficace e abbondante la soddisfazione data da Gesù Cristo; addirittura spinge i suoi seguaci a peccare, a peccare fortemente, a peccare sempre, per rendere questa soddisfazione più eclatante; condanna la virtù, glorifica il vizio e, per dare lui stesso l’esempio, seduce una suora, la fa uscire dal suo convento e conclude la missione che il diavolo gli ha affidato, come finiscono le commedie, con un matrimonio che egli non contrae prima di divenire padre, assicurandosi che la sua femmina non sarà sterile. – Questo monaco focoso, bruciato dall’impurità, è citato davanti al tribunale di Roma; egli insorge contro di esso, ne nega il potere e si pone, egli che è il crimine e l’immondizia personificata, come superiore al Sovrano Pontefice, di cui nega la delega divina. Lo si cita davanti al tribunale del senso comune, del senso morale, e soprattutto davanti a quello della parola divina contenuta nelle Sacre Scritture; egli non comprende più questo senso comune, non sente più questo senso morale, sfigura il significato ovvio dei testi sacri, sopprime la maggior parte di quelli che lo confondono, e pone, come principio fondamentale ed essenziale della sua cosiddetta Riforma, che ogni individuo abbia il diritto, e persino il dovere di interpretare e spiegare i libri dell’Antico e del Nuovo Testamento secondo il proprio capriccio, di farsi la propria religione, e così facendo distrugge l’unità di fede, morale e culto, cioè tutto ciò che costituisce la Religione. satana non era stato liberato sulla terra quando apparve quell’uomo vile e malvagio che divenne il suo strumento; egli era ancora nell’abisso che l’Angelo aveva chiuso su di lui (Apoc. XX:1, 2, 3); era dunque necessario che Lutero, per penetrare in esso e trarne fuori le mostruose dottrine, ricevesse la chiave dell’abisso e ne aprisse il pozzo. Lutero fece tutto questo; si spinse quasi fino al limite estremo del male; fece uscire da questo pozzo quegli errori, così numerosi e così terribili, che, come un fumo denso, si diffusero sull’Europa, oscurando il senso comune che è l’aria dell’uomo ragionevole, e la verità religiosa, che è il sole delle intelligenze. Era infine l’uomo nemico (inimicus homo) che supersemina la zizzania in mezzo al buon grano. Da questo oscuramento uscirono le locuste, che sono quei monaci, preti, pastori impudenti o avidi dei beni della terra, che, in così gran numero, seguirono la rivolta in Francia, Germania, Scandinavia, Inghilterra, Scozia, Danimarca, Svizzera; … questi governanti che volevano soddisfare tutte le loro passioni, liberarsi di tutti i vincoli, mettere le mani sui beni della Chiesa e aumentare il loro potere e la loro tirannia, diventando i capi e i padroni dei loro popoli nello spirituale come lo erano già nel temporale; e infine questo popolo che respirava solo dissolutezza e lussuria ed era impaziente di liberarsi da ogni legge, da ogni religione, da ogni dominio, da ogni pudore. Questi scagnozzi dell’inferno non potevano però distruggere la Chiesa di Gesù Cristo, perché non potevano toccare il fieno della terra che nutre le anime, tutto ciò che è verde perché ha la vita della grazia, e gli alberi che rappresentano la Gerarchia sacerdotale. Si limitavano a tormentare gli uomini, a pungerli, a farli soffrire. Per centocinquant’anni hanno afflitto l’Europa con le molte guerre che hanno istigato e che hanno condotto anche tra di loro. La desolazione era ovunque; cercavano la morte, la sospiravano per sfuggire a tanti mali, e la morte non veniva (Et in diebus illis quærent homines mortem, et non invenient eam, et desiderabunt mori, et fugiet mors ab eis, Apoc. cap. IX, v. 8). I riformati facevano tutte queste cose, perché erano bellicosi e guerrieri, sembravano cavalli preparati per la battaglia, sebbene fossero solo uomini; avevano addosso corazze di fuoco; il rumore delle loro ali era come quello di un gran numero di carri trainati da cavalli che corrono alla guerra; e portavano corone d’oro, che avevano preso dal bottino della terra, perché avevano il dominio su di essa e si erano fatti arbitri della verità e quindi loro stessi padroni (Et similitudines locustarum, similes equis paratis in prælium … et facies earum, tanquàm facies hominum, ibid, v. 7; et habebant loricas sicut loricas ferreas, et vox alarum earum sicut vox curruum equorum multorum currentium in bellum, ibid, v. 9; et super capita eorum coronæ similes auro, v. 7). Tuttavia, questi uomini che sembravano così induriti, e quindi così insensibili, si erano dati alla dissolutezza e a tutti i piaceri dei sensi; così che, pur avendo denti da leone, avevano i capelli delle donne (Et habebant capillos sicut capillos mulierum, et dentes earum sicut dentes leonum erant, v . 8 (Holzhauser – t . 1, p. 370, Wüilleret -, vede la forza in questi capelli di donna, perché sono lunghi. Questo non ci sembra ammissibile. La forza è rappresentata ben diversamente). Si potrebbe obiettare che se la stella che cade dal cielo fosse Lutero, il fondatore della Riforma, noi saremmo in contraddizione con noi stessi, perché, essendo egli un eretico, dovrebbe essere rappresentato dal cavallo nero del terzo sigillo; ma questa obiezione può essere respinta come insensata, se consideriamo il principio vitale e fondamentale del protestantesimo, che non è un’eresia propriamente detta, che non attacca questo o quel punto della Religione, lasciando intatti tutti gli altri, come hanno fatto tutti gli eresiarchi precedenti, ma è, al contrario, la protesta contro la verità, che permette la negazione di essa nella sua totalità, ponendo in luogo dell’autorità della Chiesa di Gesù Cristo, dell’utorità di Dio, quella della ragione individuale come arbitra e padrona del senso delle sacre Scritture, in modo tale che la Riforma è dunque esattamente rappresentata da questo fumo denso che sale dal pozzo dell’abisso e oscura l’aria e il sole, e, come conseguenza forzata, deve aver portato gli uomini al filosofismo, al razionalismo, cioè alla sovranità della ragione umana in tutto e ovunque, e al rovesciamento della sovranità di Dio.

II. Anche queste locuste, regnando per cinque mesi, forniscono circa centocinquanta giorni (o circa centocinquanta anni, prendendo un giorno per un anno come Ezechiele). E queste locuste, che regnarono per cinque mesi, che sono circa centocinquanta giorni (o circa centocinquanta anni, prendendo un giorno per un anno, come fa Ezechiele), avevano dietro di loro la coda dei filosofi e dei razionalisti simile alla coda di uno scorpione, che termina con un pungiglione. Queste code ricevettero il potere di nuocere agli uomini per altri cinque mesi, cioè altri centocinquanta anni (Et habebant caudas similes scorpionum, et aculei erant in caudis earum: et potestas earum nocere hominibus mensibus quinque, Apoc. cap. IX, v. 10). E infatti il filosofismo è iniziato sotto il regno di Luigi XIV, dopo la revoca dell’Editto di Nantes, e ha regnato incontrastato, senza una seria opposizione, fino al nostro secolo, il che non indica che sia finito negli ultimi venti o trenta anni; poiché, da un lato, le operazioni morali non si concludono in un giorno fisso; e dall’altro, vedremo presto che la contraddizione si è poi abbattuta su di essa, che gli oppositori le si sono coraggiosamente posti davanti, sono cresciuti e hanno posto il principio della sua sconfitta. La quinta tromba, quindi, concorda molto bene con la quinta Chiesa e il quinto sigillo nel caratterizzare questa pietosa quinta età e nel darle il tempo e la durata approssimativa che le assegniamo. Il venerabile Holzhauser, che condivide il nostro sentimento sulla quinta Chiesa, non fa lo stesso per quanto riguarda il quinto sigillo e la quinta tromba. Egli vede in questo sigillo (vol. 1, p. 281, ecc., Wüilleret) la continuazione delle persecuzioni romane da Traiano a Diocleziano. In questo, egli fa ingiustizia ai martiri di questo primo tempo, i quali, lungi dal lamentarsi della tribolazione che pesava su di essi, correvano con gioia alla morte, e avrebbero sacrificato per il Nome di Gesù Cristo mille vite, se le avessero avute; egli falsa la storia della Chiesa e gli annunci certi che essa possiede; Perché: 1° i tempi che devono fornire il complemento dei martiri sono quelli che saranno vicini alla fine del mondo, e non i due secoli che sono quasi nei primi giorni della Chiesa, e che non vedono nemmeno la fine delle persecuzioni romane, che ne formano, propriamente parlando, una sola, quella del Paganesimo. 2. D’altra parte, l’ultima persecuzione, che fu così forte e durò così a lungo da poter essere considerata come il complemento di quelle dei primi tempi, non si trova nelle supposizioni di Holzhauser. – Per quanto riguarda la quinta tromba, egli sostiene (vol. 1, p. 347, ecc., Wüilleret) che essa rappresenti l’arianesimo e i popoli barbari che, avendo adottato questa eresia, infestarono l’impero romano fino all’anno 527 della nostra era. In questo si contraddice, poiché aveva già visto Ario nella prima tromba; e pone un’impossibilità cronologica, poiché questa eresia, essendo nata nel quarto secolo, e dovendo, secondo lui, durare trecento anni (la somma dei centocinquanta anni delle locuste e dei centocinquanta anni delle loro code), avrebbe dovuto finire solo nel settimo secolo, e non nell’anno 527, che appartiene al sesto. Malgrado questa divergenza, Holzhauser (t. 1, p. 161, Wüilleret) paragona gli eretici della quinta età alle cavallette in cui vede più tardi l’imperatore Valente e gli ariani).

III. Dopo aver parlato delle locuste e del loro regno, delle loro code e del tempo del loro potere, San Giovanni aggiunge che esse avevano per re l’Angelo (l’Inviato) dell’abisso, chiamato in ebraico Abaddon, in greco Apollyon e in latino Exterminans, ossia lo Sterminatore (Et habebant super se regem Angelum abyssi, cui nomen hebraïce è Abaddon, græce autem Apollyon, latine habens nomen Exterminans, Apoc . cap. IX, v. 10, 11). Quando arriva da loro questo re? Il Profeta parla di lui solo quando ha fatto la storia delle locuste e delle loro code, il che autorizza a pensare che arrivi dopo le locuste e negli ultimi giorni del potere delle loro code. – Un re non è solo il capo e il conduttore del suo popolo; è anche il suo domatore, il correttore, il suo padrone; gli ordina di fare le cose che non farebbe da solo. Così questo re, che sarà l’angelo, l’Inviato dell’Abisso, addomesticherà e disciplinerà queste locuste e code indipendenti che non riconosceranno alcuna autorità, alcuna superiorità, e che, in aperta rivolta contro i poteri legittimi e regolari, si abbasseranno servilmente davanti ad un potere diverso, uscito da mezzo ad essi. Come si chiama questo re? Egli è chiamato lo Sterminatore, che è tradotto in ebraico come Abaddon, e in greco come Apollyon. In questo ritratto, in questa storia, non possiamo non riconoscere colui che, alla fine del secolo scorso e nei primi quindici anni del nostro (Napoleon – ndr.), trovando la rivoluzione e l’anarchia al potere, le ha domate, disciplinate, irreggimentate, ha dato loro una gerarchia, un’organizzazione, persino una nobiltà, e ha portato un certo ordine esterno da ciò che era in se stesso anche il disordine. Tutto il mondo lo ha conosciuto, perché nessun uomo è stato grande come lui. Il suo nome si è diffuso in tutto il mondo, dallo stretto di Behring alla Terra del Fuoco, dal Giappone fino al Messico. Egli fece la guerra, da solo o con i suoi luogotenenti, nelle quattro parti della terra. Alessandro, Annibale, Cesare, i più grandi capitani dell’antichità, Tamerlano, Maometto II, Solimano, Gengis-Kan hanno conquistato, come lui, molti paesi; ma nessuno di loro ha, in così poco tempo, combattuto così tante battaglie, ottenuto così tante vittorie e ucciso così tanti uomini. Salito dall’abisso, cioè dai ranghi dei filosofi e dei rivoluzionari, sarebbe forse arrivato allo scisma dichiarato dopo la prigionia del Santo Padre; ma egli aveva uno spirito di giustizia e un forte istinto d’autorità e d’ordine per giungere all’eresia. La lettera che precede il suo nome, lo inizia e lo completa, non crea un nuovo nome; indica soltanto che è lo sterminatore dei tempi moderni; poiché ce ne sono stati in diverse epoche della Chiesa, e la sua scomparsa dalla scena del mondo segna la fine del primo “guai” – Apoc. cap. IX, v. 12) (Væ unum abiit (Holzhauser – t. 1, p. 381 a 383 Wüilleret – vede in questo sterminatore Lutero, e vede Lutero di nuovo nel sesto Angelo che viene dopo nello stesso capitolo IX, v. 13, e che arriva solo quando il primo “guai” è passato, e lo sterminatore non c’è più. Tutto questo è contraddittorio. Una cosa esclude l’altra).

ARTICOLO IV.

La quinta lode, l’onore (honorem, cap. V, v. 12), è appropriata alla quinta età. Era giusto che il cielo e i fedeli della terra lo restituissero all’Agnello per compensarlo degli insulti, dei disprezzi e delle bestemmie che venivano vomitati contro di Lui da ogni parte.

ARTICOLO V.

Non è solo l’Apocalisse che caratterizza così deplorevolmente le ultime tre età della Chiesa, tranne la parte che costituisce la Chiesa di Filadelfia, e tra le altre la quinta età di cui ci siamo occupati in questo capitolo. Alcuni passi delle Lettere degli Apostoli fanno lo stesso, e corroborano la profezia di San Giovanni. – È certo che ci sia una correlazione necessaria tra il clero e il popolo. Se il primo è tiepido e pigro, il secondo lo sarà ancora di più e diventerà indifferente. Se i primi si comportano secondo le vedute umane, o come un buon padre di famiglia al quale, nell’interesse dei suoi figli, è permesso avere una certa ambizione, cercare i beni della terra, procurarsi l’agio, la comodità e qualche piacere, il popolo che lo imita, andrà più lontano di lui, perderà di vista i consigli e i precetti del Salvatore, e diventerà apostata. La quinta Chiesa ci rivela il raffreddamento e l’indebolimento del sacerdozio. Il quinto sigillo ci mostra il dominio del male e l’oppressione del bene, e la quinta tromba ci mostra il completo trionfo dell’apostasia e del razionalismo. San Paolo annunciò tutte queste cose, quando disse ai Tessalonicesi (II Ep ., cap. II, v. 3): « Non lasciatevi ingannare da nessuno, perché la seconda venuta del Figlio dell’uomo non arriverà finché non avrà luogo prima l’apostasia, e poi l’uomo del peccato, il figlio della perdizione, sarà rivelato. (Ne quis vos seducat ullo modo, quoniam nisi venerit discessio primùm, et revelatus fuerit homo peccati, filius perditionis). – Nel primo capitolo della sua Epistola ai Romani, lo stesso Apostolo dipinge un quadro molto simile della nostra epoca e dei tempi che la seguiranno, quando dice: « Dio li ha abbandonati al loro senso reprobo, così che fanno ciò che non è giusto. Sono pieni di ogni sorta di iniquità, di malizia, di fornicazioni, di avidità, di malvagità, di invidia, di omicidi, di contesa, di frode, di malignità; sono mormoratori, detrattori, odiosi ed odiatori, ribaldi, orgogliosi, gonfi, inventori di cose malvagie, disobbedienti ai loro genitori; senza sapienza, senza ritegno, senza affetto, senza parola, senza misericordia » (Tradidit illos Deus in sensum reprobum , ut faciant eu quæ non conveniunt, v. 28; repleti omni iniquitate, malitia, fornicatione, avaritia, nequitia, plenos invidiaæ, homicidio, contentione, dolo, malignitate, susurrones, v. 29; detractores, odibiles, contumeliosos, superbos, elatos, inventores malorum, parenti bus non obedientes, v. 30; insipientes, incompositos, sine affectione, absque foedere, sine misericordia, v. 31).  – L’Apostolo non biasimava solo coloro che vivevano nei primi tempi della Chiesa, ma anche coloro che, avendo poi posseduto la verità, l’avrebbero apostatizzata nei secoli successivi (Qui enim justitiam Dei cognovissent, non intellexerunt quoniam qui talia agunt digni sunt morte – Coloro che, avendo conosciuto la giustizia di Dio, non compresero che coloro che fanno tali cose sono degni di morte); e includeva tra i colpevoli sia quelli che fanno il male, sia quelli che vi aderiscono direttamente o indirettamente con la loro negligenza e debolezza (Et non solùm qui ea faciunt, sed etiam qui consentiunt facientibus. v. 31). Se queste parole sono applicabili a tutte le epoche, ne è altrimenti con quelle che San Paolo rivolge ai Colossesi, cap. II, v. 8, dove parla di quella filosofia menzognera che ha regnato per più di un secolo, e di cui abbiamo ancora l’estremo della coda (Videte ne quis vos decipiat per philosophiam et inanem fallaciam secundum traditionem hominum, secundum elementa mundi, et non secundùm Christum – Badate che nessuno vi inganni con la filosofia e il vano inganno secondo le tradizioni degli uomini, con gli elementi del mondo, ma non secondo Cristo). Né si poptrà applicare ad alcuna epoca che precede la quinta l’avvertimento che San Paolo dà al suo discepolo Timoteo nella seconda epistola, cap. III, v. 1 a 6, nei seguenti termini, ripetizione delle parole che egli indirizzava ai Romani: « Hoc autem scito, quòd in novissimis diebus instabunt tempora periculosa: erunt homi nes seipsum amantes, cupidi, elati, superbi, blasphemi, parentibus non obedientes, ingrati, scelesti, sine affectione, sine pace, criminatores, incontinentes, immites, sine benignitate, proditores, protervi, tumidi, et volup tatum amatores magis quàm Dei; habentes speciem quidem pietatis, virtutem autem ejus abnegantes – Sappiate che negli ultimi giorni verranno tempi molto pericolosi. Gli uomini saranno amanti di se stessi, avari, orgogliosi, bestemmiatori, disobbedienti ai loro genitori, ingrati, senza affetto, senza fede, calunniatori, intemperanti, disumani, senza amore del bene, traditori, leggeri, pieni di orgoglio, amanti del piacere più di Dio, pii in apparenza, ma rifiutando la verità e la virtù.» – San Pietro parla allo stesso modo degli ultimi secoli del mondo, quando dice, nella sua 2a Epistola, cap. III, v. 3: « Hoc primùm scientes quòd venient in novissimis diebus in deceptione illusores, juxtà proprias concupiscentias ambulantes – Sappiate prima che verranno, negli ultimi giorni, uomini abili nell’inganno, secondo le proprie concupiscenze »; li aveva già così raffigurati nella stessa Epistola, cap. II, v. 10 – 22; e San Giuda rinnova questo annuncio nella sua Epistola cattolica, vv. 12-19. – Tali saranno gli ultimi tempi e la maggior parte degli spiriti, come dissero gli Apostoli divinamente ispirati più di milleottocento anni fa. Tali sono nella quinta età, secondo l’Apocalisse di San Giovanni; tali sono anche gli uomini in seguito allo stabilimento della Riforma fino ad oggi. L’empietà e la seduzione sono ovunque. I popoli smarriti hanno perso l’orientamento e non sanno cosa sono né dove vanno, in mezzo a questo diluvio di sofismi. Un gran numero di falsi profeti è sorto, professando dottrine in apparenza filantropiche, ma che sono molto perniciose (Et multi pseudoprophetæ surgent et seducent multos, Ev. Matth. XXIV, v. 11), e poiché l’iniquità abbondò, la carità di molti si raffreddò (Et quoniam abundavit iniquitas, refrigescet charitas multorum, ibid. 12). Ciò che distingue gli studiosi del nostro tempo non è il traviamento della mente, ma la perversione del cuore e la ribellione della volontà. La verità li illumina da tutte le parti e li abbaglia; ha dato loro le sue prove, la prima e più forte delle quali è la sua esistenza, da più di milleottocento anni, in mezzo ad un mondo che la respinge istintivamente, e che è costretto a subirla perché viene dal cielo; e questi sventurati si fanno volontariamente una verità fabbricata, che è una menzogna manifesta che essi giudicano in cuor loro essere tale, ma che sostengono per odio contro Dio ed il suo Cristo, finché il buon senso li costringe a ritirarla. Lungi dal tornare alla Chiesa quando si vedono così abbandonati, essi corrono dietro ad altri sistemi, altre dottrine, altre menzogne, ed è a loro che si possono applicare queste parole di San Paolo a Timoteo: «Semper discentes, et nunquàm ad scientiam veritatis pervenientes. Quemadmodùm autem Jannes et Mambres restiterunt Moysi, ità et hi resistunt veritati, homines corrupti mente, reprobi circà fidem – Gente sempre discente, e che non arriva mai alla verità. Come Jannės e Mambres hanno resistito a Moyes, così questi uomini resistono alla verità; sono corrotti nella mente e nel cuore, riprovati nella fede. », v. 7 e 8. (Holzhauser applica, come noi, agli uomini della quinta età le parole di San Giuda, Epit. cath. v. 12 a 19, che sono la ripetizione di quelle degli altri Apostoli – t. 1, p. 158, Wüilleret).

(*)

Nel volume 1, da p. 264 a 267, la Suora della Natività si esprime come segue:  « Abbatterò, dice Gesù Cristo, abbatterò questa superbia audace… Questa superbia, la più insopportabile ai miei occhi, non è di natura ordinaria, come quella di un uomo che si vanti dei suoi talenti o della sua ricchezza. Questa è solo una piccola gloria che non ha quasi nulla a che vedere con l’orgoglio che attacca Dio stesso per contestare i suoi diritti e rifiutargli obbedienza; infatti, questo tipo di orgoglio è della stessa natura di quello che in cielo sollevò Lucifero “contro l’Altissimo… e che deve caratterizzare la rivolta dell’anticristo, che già anima e ha sempre animato i suoi precursori. – Questa superbia è di natura tale da lusingare e corrompere i sensi, da incantare l’immaginazione, da abbagliare la ragione e l’intendimento … Sempre incline alla novità, e disposta all’errore, si fa … dei sistemi di libertinaggio e di empietà. L’evidenza può pure colpire i suoi occhi, la verità può tentare il suo cuore, ma essa non si convince … chiude gli occhi alla luce … e continua a combattere ostinatamente contro la verità come il più terribile insulto allo Spirito di Dio… Sì, questi mostri, credono di essere religiosi profanando i templi, e distruggendo la religione… Si glorieranno del nome di patrioti, rovesciando tutte le leggi civili che costituiscono la sicurezza della patria, tutti i principi del patriottismo e dell’umanità. Il massacro stesso dei cittadini e dei ministri della Religione sarà, per questi volontari ciechi, un atto religioso; e il rovesciamento di tutte le leggi il più sacro dei doveri. Questo è quanto risuona nelle parole seguite da tutti i partiti rivoluzionari (naturalmente, quando non dominano): « L’insurrezione è il più sacro dei doveri. » – La parola patriota non era ancora usata quando, diversi anni prima del 1789, la Suora dettò questo passaggio. » *)

CONGETTURE SU LE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (7)

CONGETTURE SU LE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (5)

CONGETTURE SU LE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (5)

Tratte dall’Apocalisse, dal Vangelo, dalle Epistole degli Apostoli, e dalle Profezie dell’Antico Testamento

Messe in relazioni con le rivelazioni della Suora della Natività

di Amedeo NICOLAS

PARTE SECONDA.

LA QUINTA, SESTA E SETTIMA ETÀ.

Divisione della seconda parte.

Abbiamo attraversato le prime quattro età della Chiesa, e la storia è stata trovata conforme ai testi sacri che abbiamo applicato ad esse. Ci resta da spiegare le ultime tre età, che sono molto più importanti per noi, non per la loro durata, ma per gli eventi che le segnalano.

Troviamo la quinta età nella quinta Chiesa, nel quinto sigillo, la quinta tromba e la quinta lode; la sesta età nella sesta Chiesa, nel sesto sigillo, una parte della sesta tromba e la sesta lode; e la settima età nella settima Chiesa, nel settimo sigillo, il resto della sesta tromba, la settima tromba e la settima lode. Diremo perché la sesta tromba è così divisa in due parti e due epoche; e assegneremo, per quanto possibile, delle epoche alle sette ultime piaghe menzionate nei capitoli XV e XVI dell’Apocalisse.

Diverse cose possono complicare questa seconda parte in modo straordinario; sono: il drago menzionato nei capitoli XII, XIII, XVI e XX; le due bestie menzionate nel capitolo XIII; quella menzionata nei capitoli XI, XVI, XVII e XX; la grande Babilonia menzionata nei capitoli XVII, XVIII e XIX; e lo pseudo-profeta le cui funzioni e destino sono indicati nei capitoli XVI e XX. Ora, poiché le complicazioni sono i più grandi nemici della chiarezza, soprattutto in una materia come questa, non mischieremo ciò che diremo su di esse con l’esposizione delle ultime tre età della Chiesa, e le svilupperemo in un capitolo particolare, che sarà il primo nell’ordine. Inoltre, poiché il passaggio dalla quinta alla sesta età ha un carattere molto distinto, lo spiegheremo anche in un altro capitolo a parte.

CAPITOLO PRIMO

IL DRAGO, LE BESTIE, LA GRANDE BABILONIA E LO PSEUDOPROFETA.

I. Non si può essere incerti sul drago che ha sette teste, dieci corna e sette diademi sulle sue sette teste (Apoc. cap. XII; v. 3); che si pone davanti alla donna, la Chiesa, per divorare il suo figlio quando nasce (v. 4); che, dopo una grande battaglia in cielo, è gettato sulla terra (v. 7, 8, 9); e che, furioso per la sua sconfitta, torna a perseguitare la donna che ha dato alla luce un figlio (v. 13). San Giovanni dichiara che esso non è altro che satana, il serpente antico, che sedusse i nostri primi genitori nel paradiso terrestre (Et projectus est draco ille magnus, serpens antiquus, qui vocatur Diabolus et Satanas, qui seducit universum orbem – E il grande drago, il serpente antico, che si chiama diavolo e satana, che sedusse l’intero universo, fu gettato giù. v. 9).  – Poiché è questo il caso, è certamente di satana che stiamo parlando nei v. 2 e 4 del capitolo XIII dell’Apocalisse (Et dedit illi draco virtutem suam et potestatem magnam, v. 2, et adoraverunt draconem qui dedit potestatem bestiæ – E il drago gli diede la sua forza e grande potere. ed essi adorarono il drago che aveva dato il suo potere alla bestia – v. 4); è lui il drago del cap. XVI, v. 13 (Et vidi de ore draconis et spiritus tres immundos – E vidi tre spiriti immondi uscire dalla bocca del drago … ) ; è colui che viene gettato nel lago di fuoco, nel cap. XX, v. 9 (Et Diabolus qui seducebat eos missus est in stagnum ignis et sulphuris – E il diavolo che li sedusse fu gettato nel lago di fuoco e zolfo) .

II. Se è facile dire cosa sia il drago, non è facile caratterizzare le varie bestie di cui si parla nell’Apocalisse; e, per farlo, siamo obbligati a esporre prima le bestie del profeta Daniele.

Nel capitolo VII, v. 2, Daniele vede quattro bestie che sorgono dal mare, ed erano molto diverse tra loro.

La prima, che era come una leonessa e aveva due ali d’aquila (v. 4), rappresentava il primo degli imperi formati sulla terra, quello dei Babilonesi, o dei Caldei e degli Assiri, perché le quattro bestie sono quattro imperi successivi (Hæ quatuor bestiæ magnæ quatuor sunt regna quæ consurgent de terra – Queste quattro bestie sono quattro imperi che sorgeranno dalla terra – ibid. v. 17).

La seconda, come un orso dalla montagna (ibid. v. 5), rappresentava il secondo impero, quello dei Medi e dei Persiani, che uscì, come un orso, da regioni quasi barbare.

La terza, che assomigliava a un leopardo, aveva quattro ali di uccello e quattro teste – (ibid. v. 6), era l’impero dei Greci o di Alessandro, che fu stabilito così rapidamente (in sei anni) che il suo fondatore sembrava avere le ali, e che, dopo la morte del conquistatore, fu diviso tra i suoi quattro luogotenenti principali, che presero: uno il regno di Egitto, l’altro quello di Siria, il terzo quello di Bitinia, e il quarto quello di Macedonia o Grecia.

La quarta bestia, molto diversa dalle prime tre, era molto più grande di loro. Terribile, ammirevole, di una forza straordinaria, aveva grandi denti di ferro con cui divorava e strappava tutto ciò che incontrava, calpestando ciò che non aveva strappato o divorato; la sua testa era sormontata da dieci corna (ibid. v. 7). – Questa bestia è ovviamente l’Impero romano, che sorse dopo l’Impero greco, e che fu molto più esteso e potente di quelli che lo avevano preceduto (Holzhauser – tom. 2, p. 39 a 47 Wüilleret – pensa che questa bestia sia l’impero maomettano. Se si esamina attentamente il testo di Daniele, ci si convince che questo è impossibile. Sarebbe necessario rimuovere l’Impero romano che occupa un posto così grande nella storia).

Se si leggono le altre parti della profezia di Daniele, si vedrà che queste quattro bestie corrispondono esattamente alle quattro parti della statua che Nabuchodonosor vide in sogno (ibid. capitolo II, v. 31 a 44). La testa, che era d’oro, è l’Impero dei Babilonesi, quello di Nabucodonosor, come dice Daniele stesso (ibid. v. 32, 38); il petto d’argento è quello dei Medi e dei Persiani (ibid. v. 32, 39); il ventre e le cosce di ottone sono l’Impero dei Greci (ibid. v. 32, 39); e le gambe di ferro rappresentano l’Impero romano (ibid. v. 33, 40). Per quanto riguarda i piedi, che fanno parte delle gambe, la parte che era di ferro rappresenta l’Impero Romano d’Oriente che si conservò ancora a lungo (ibid. v. 33, 41, 42); e quella che era formata di argilla è l’Impero d’Occidente che cadde così rapidamente sotto i colpi dei barbari del Nord, e fu sostituito dall’Impero Cristiano (ibid. v. 33, 41, 42). – La quarta bestia del settimo capitolo di Daniele – l’Impero romano – aveva dieci corna; ora, poiché le corna servono, da un lato, come difesa agli animali che le possiedono, e ne esprimono la forza, e che, dall’altro lato, le sormontano, sono sulla loro testa, il che implica una specie di preminenza, di dominio, si deve pensare che queste dieci corna, che sono dieci re, come dice il Profeta (Porro cornua decem ipsius regni decem reges erunt, ibid. v. 24), siano i dieci regni fondati da questi popoli barbari, che all’inizio hanno diviso l’Impero romano, di cui hanno formato le migliori truppe, e che hanno finito per prenderlo e dividerlo tra loro. Essendo questi dieci regni stabiliti come dieci corni di forza, un corno molto piccolo, che non era del numero dei dieci, nacque, si formò e sorse in mezzo ad essi (Considerabam cornua, et ecce cornu aliud parvulum ortum est de medio.eorum, ibid. v. 8); e tre dei primi dieci e grandi corni furono rimossi in sua presenza (ibid., v. 8). Questo piccolo corno è un nuovo impero che partì dal nulla, sorse dal tempo dei dieci regni, si impadronì di tre di essi e divenne più potente di tutti gli altri (Et alius consurget post eos, et ipse potentior erit prioribus, et tres reges humiliabit, ibid. v. 24). Questo nuovo corno è certamente l’impero di Maometto, il primo a sorgere nel mondo, dopo la fondazione dei dieci regni stabiliti sulle rovine dell’Impero romano, e si impadronì, nel corso del tempo, dell’Impero d’Oriente, della Persia e della Tartaria.

III. Tornando all’Apocalisse, diciamo che questo piccolo corno, che diventa più potente degli altri (Et majus erat cæteris, Dan. cap. VII. v. 20), è la bestia a sette teste con dieci corna e dieci diademi sulle sue dieci corna di cui San Giovanni parla nel cap . XIII, v. 1-10; abbiamo diverse ragioni per questo. – L’impero maomettano, più grande dell’impero turco o ottomano, che ne è solo una parte, comprende realmente tutti i possedimenti dell’antico impero di Alessandro, rappresentato dal leopardo; ecco perché si dice nel capitolo XIII dell’Apocalisse, v. 2, che la bestia è come un leopardo (similis pardo). È più esteso dell’impero dei Medi e dei Persiani; per questo ha solo i piedi di un orso e la testa di un leone (Et bestia quam vidisti similis erat pardo, et pedes ejus sicut pedes ursi, et os ejus sicut os leonis, Apoc. XIII. v. 2). – Quindi, questa prima bestia di San Giovanni è il piccolo corno di Daniele. Il corno di Daniele diceva grandi cose (Et os loquens ingentia, aspiciebam propter vocem sermonum grandium quod cornu illud loquebatur … et os loquens grandia – E una bocca che diceva grandi cose … Ho guardato a causa delle parole orgogliose che questo corno pronunciava … La sua bocca diceva grandi cose – Dan., cap. VII. v . 8. 11. 20). Faceva guerra ai santi e prevalse su di loro (Et ecce cornu illud faciebat bellum adversùs sanctos et prævalebat eis, Dan. cap. VII. v. 21). Parlava con insolenza contro l’Altissimo, distruggeva i suoi santi e pensava che potesse cambiare i tempi (con l’Egira), la legge divina (con il Corano), e i santi dell’Altissimo furono consegnati nelle sue mani per la durata del suo potere, cioè per un tempo, due tempi e la metà di tempo (Et sermonem contrà Excelsum loquetur, et sanctos Altissimi conteret, et putabit quòd possit mutare tempora et leges, et tradentur in manu ejus ad tempus, et tempora, et dimidium temporis, Dan. cap. VII. v. 25). – E la prima bestia di San Giovanni diceva grandi cose (Et datum est ei os loquens magna – Gli fu data una bocca che diceva grandi cose – Apoc. cap. XIII. v. 5 ). Ha la bestemmia sulle sette teste e nella bocca (Et super capita ejus nomina blasphemi, et datum est ei os loquens … blasphemias, – Sulla sua testa ci sono nomi di bestemmie. Le diedero una bocca che proferiva bestemmie – ibid. v. 1. 5). Tutte le sue parole sono blasfeme (Et aperuit os suum in blasphemias ad Deum, blasphemare nomen ejus, et tabernaculum ejus, et eos qui in cælis habitant – ed ella aprì la bocca per bestemmiare Dio, il suo nome, il suo tabernacolo e coloro che abitano nei cieli – v. 6). Essa ha un grande potere che riceve dal drago (Et dedit illi draco virtutem suam et potestatem magnam, ibid. v. 2) . Essa se ne serve, la usa per fare guerra ai santi, per sconfiggerli e per esercitare il suo dominio su ogni tribù, ogni lingua, ogni popolo, ogni nazione (Et datum est illi bellum fa’ cere cum sanctis et vincere eos , et data est illi potestas in omnem tribum , et populum , et linguam, et gentem, ibid. v. 7). Quindi, il piccolo corno di Daniele è la prima bestia del capitolo XIII dell’Apocalisse, poiché c’è identità di comportamento tra loro; ed entrambi rappresentano l’impero maomettano. Il corno di Daniele è così tanto la bestia di San Giovanni, che il profeta giudeo chiama lui stesso bestia, quando dice, al capitolo VII, v. 11: Aspiciebam propter vocem sermonum grandium quos cornu illud loquebatur; et vidi quoniam interfecta esset bestia, perisset corpus ejus, et traditum est ad comburendum igni. – Io guardavo a causa dei discorsi pieni di orgoglio che questo corno pronunciava, e vidi che la bestia era stata uccisa, il suo corpo perito, ed era stato gettato alle fiamme – Il corno di Daniele ha una durata di un tempo, più tempi e le metà di un tempo – Et tradentur in manu ejus usque ad tempus, et tempora et dimidium temporis, Dan. cap. VII. v. 25); questo, prendendo un tempo per un anno, due tempi per due anni, e la metà di un tempo per sei mesi, come sono universalmente tutti d’accardo, fornisce tre anni e mezzo. Ora questi tre anni e mezzo fanno quaranta due mesi, che sono esattamente la durata della bestia di San Giovanni (Et data est ei potestas facere menses qua dragintà duos – E gli si diede il potere di agire per quarantadue mesi – Apoc. cap. XIII. v. 5). – Il destino finale del corno e della bestia li identifica di nuovo; il corno di Daniele è ucciso; il suo corpo perisce ed è consegnato al fuoco (Et vidi quoniam interfecta esset bestia, et perisset corpus ejus, et traditum est ad comburendum igni . – Dan. cap. VII. v. 11 – ; e la bestia dell’Apocalisse è fatta prigioniera, perché teneva prigionieri gli altri; perisce di spada, perché ha ucciso gli altri (Qui in captivitatem duxerit in captivitatem vadet; qui in gladio occidet, oportet eum gladio occidi – Chi ha fatto prigionieri sarà condotto in cattività; chi ha ucciso di spada sarà ucciso di spada – Apoc. cap. XIII. v. 10). Poi sarà bruciata dal fuoco, quando, risorgendo dall’abisso, riapparirà sulla scena del mondo (Et apprehensa est bestia, et cum ea pseudopropheta … vivi missi sunt hi duo in stagnum ignis ardentis sulphure, Apoc. XIX, V. 20; et descendit ignis de cælo, et devoravit eos; et diabolus qui seducebat eos missus est in stagnum ignis et sulphuris, ubi et bestia et pseudopropheta crucibuntur die ac nocte in sæcula sæculorum (E la bestia fu presa, e con lui il falso profeta … Sono stati gettati vivi nello stagno di fuoco e di zolfo … Il fuoco scese dal cielo e li divorò, e il diavolo che li aveva ingannati fu gettato nel lago di fuoco e di zolfo, dove la bestia e il falso profeta saranno tormentati per i secoli dei secoli – ibid. cap. XIX. v. 9. 10). – Dato che è quasi certo che l’undicesimo corno di Daniele è la prima bestia del capitolo XIII dell’Apocalisse, e che questo corno e questa bestia sono l’impero maomettano, possiamo sviluppare le altre particolarità che San Giovanni è l’unico a riportare, perché era più vicino a questa bestia, e che Daniele non ha enumerato, perché un altro doveva farlo dopo di lui nella continuazione dei tempi (Holzhauser – tom. 2, p. 39 a 47, Wüilleret – dice, come noi, che la bestia con sette teste e dieci corna del capitolo XIII dell’Apocalisse è l’impero maomettano).

IV. La prima bestia dell’Apocalisse ha, come il drago, sette teste e dieci corna; ma, invece di avere sette diademi sulle sue sette teste, ha dieci diademi sulle sue dieci corna. Cosa possono significare tutte queste cose? Le sette teste del drago rappresentano, in termini morali, i sette peccati capitali; la bestia che ha sette teste ha lo stesso carattere, poiché ha lo stesso numero di teste. Queste sette teste della bestia possono rappresentare, da un altro punto di vista, i sette paesi o regni che formano l’impero maomettano (Holzhauser dice erroneamente, secondo noi, che le sette teste della bestia siano i vari governanti che regneranno sull’impero turco o maomettano – Tom. II. p. 40, Wüilleret -, Leggendo Ezechiele (capitolo XXXVIII, v. 2.) che dice di Gog, l’Anticristo, che è il principe della testa di Mosoch e Thubal che rappresentano i popoli di cui sono i ceppi, si capisce che le teste sono i popoli (principem capitis Mosoch et Thubal) e come le dieci corna siano i difensori, e poi i distruttori della bestia, come abbiamo detto di quelli, in numero uguale, che sottomisero l’Impero Romano. Queste corna della bestia di San Giovanni sono dieci re che conserveranno e difenderanno l’impero di Maometto, probabilmente a causa della grande difficoltà che troveranno nel dividerlo, e che finiranno per rovesciarlo da cima a fondo, come fecero i barbari del Nord nei confronti dell’Impero d’Occidente, che era l’Impero Romano propriamente detto (Holzhauser ci sembra in errore, quando fa di queste dieci corna dieci popoli sottomessi ai Turchi –  tom. II, p. 40, Wüilleret).

V. Una delle sette teste è ferita a morte (Et vidi unum de capitibus suis quasi occisum in mortem, et plaga mortis ejus curata est – E vidi una delle sue teste come colpita a morte, e la sua ferita mortale fu guarita- Apoc. cap. XIII. v. 3). Questa ferita mortale, che è guarita, può indicare sia le crociate dei Cristiani contro i saraceni, che tolsero loro la Palestina e la Siria, di cui tornarono padroni solo dopo circa cento anni, sia la distruzione dell’impero turco, una delle sette teste della bestia, che sarà richiamata al potere dall’anticristo, quando risorgerà dall’abisso, come è detto nel capitolo XVII di San Giovanni. – Applicando alle crociate questa ferita inferta a una delle sette teste della bestia (un’applicazione meno plausibile della seconda), il resto della profezia di San Giovanni si accorda molto bene con la storia; poiché questa bestia, così colpita, diventa solo più potente; nonostante la prova subita, distrugge l’Impero d’Oriente, si impadronisce di Costantinopoli e di tutta quella che oggi si chiama la Turchia d’Europa; attacca l’Italia, dalla quale è tenuta lontana solo dalla sconfitta di Lepanto; invade l’Ungheria e va ad assediare Vienna, capitale dell’Impero tedesco. Tutto l’universo ammira la sua grandezza e potenza (Et admirata est universa terra post bestiam, et adoraverunt bestiam dicentes: Quis similis bestiæ, et quis poterit pugnare cum eà (Sic Holzhauser (tom. 2, p. 46, Wüilleret – Apoc. cap. XIII, v. 3. 4) – Se questa ferita mortale rappresenta la distruzione dell’Impero turco (ipotesi più probabile), già iniziata con la perdita della Grecia propriamente detta, la quasi-indipendenza di tutti i principati danubiani, la conquista dell’Algeria e l’ultima guerra in Oriente e in Crimea, la sua completa guarigione sarà la sua restaurazione e risurrezione operata dell’anticristo; E poiché l’impero di quest’ultimo sarà ancora più vasto e potente di quello turco, persino di quello della religione di Maometto, si dirà di lui, con ancora più verità: Et admirata est universa terra post bestiam, et adoraverunt draconem qui dedit potestatem bestiæ; et adoraverunt bestiam dicentes: Quis similis bestiæ, et quis poterit pugnare cum ea – e tutta la terra si meravigliò della bestia, e adorarono il drago che aveva dato il suo potere alla bestia, e adorarono la bestia, dicendo: Chi è come la bestia, e chi potrà combattere contro di essa? – Apoc. cap. XIII. v. 4).

VI. Il capitolo XVII dell’Apocalisse ci presenta un’altra bestia che ha anch’essa sette teste e dieci corna, ed è anche piena di nomi blasfemi (Plenam no minibus blasphemiæ, Ap. cap. XVII, v. 3). – Questa bestia è di colore scarlatto (Bestiam coccineam, ibid. v. 3), il che non autorizza a pensare che la prima bestia non sia dello stesso colore; perché non le fu dato altro colore, e la bandiera turca ha la stessa tonalità. Non è detto che abbia dieci diademi sulle dieci corna, il che non può far pensare che queste dieci corna non siano dieci re, dato che sono veramente tali (Et decem cornua quce vidistis decem reges sunt – E le dieci corna che avete visto sono dieci re – Apoc. cap. XVII. v. 12 -. Le sette teste di questa bestia, che porta la grande Babilonia, sono sette montagne sulle quali la prostituta è seduta e intronizzata; esse sono anche sette re che sostengono e difendono l’empietà (Septem capita septem montes sunt, super quos mulier sedet, et reges septem sunt – Le sette teste sono sette montagne, sulle quali la donna è seduta. Sono anche sette re. – ibid. v. 9).  – Cos’è questa bestia, quali sono le sue sette teste? Questa bestia era e ha cessato di essere; ritorna in vita dall’abisso, e non dal mare, e perisce nella sua interezza poco dopo (Bestia quam vidisti fuit et non est, et ascensura est de abysso, et in interitum vadit – La bestia che avete visto era e non è più. Deve risalire dall’abisso e andare nella morte – ibid. cap. XVII. v. 8).  – Le sette teste di questa bestia ci presentano qualcosa di analogo a ciò che si dice della bestia stessa. Cinque delle sue teste sono cadute; una sola esiste ancora, e quando arriverà la settima, che non è ancora venuta al momento in cui il Profeta si colloca, rimarrà per un breve tempo (Quinque ceciderunt, unus est, et alius nondum venit; et cùm venerit, oportet illum breve tempus manere, ibid. v. 10). Tuttavia, la bestia che era, che non è più e che ritorna in vita, è essa stessa l’ottava testa, sebbene sia del numero delle sette, e va alla morte (Et bestia quæ erat et non est , et ipsa octava est , et de septem est, et interitum vadit – ibid. v. 11 – M. de Wüilleret dice che questa bestia è il drago, … ci sembra in errore). Questi vari passaggi dell’Apocalisse sono molto enigmatici; ma nella loro oscurità forniscono alcuni dati che possono servire da filo conduttore. Se si ricorda che la bestia del capitolo XIII, con sette teste e dieci corna, è l’impero di Maometto che deve finire, e la cui distruzione è già iniziata, si sarà portati a pensare che la bestia del capitolo XVII, che è in tutto simile alla prima, sia identica ad essa; che l’impero maomettano era già distrutto al tempo del Profeta, e che deve poi tornare in vita per mezzo dell’anticristo, che lo renderà più potente che mai, e farà sì che gli abitanti della terra siano in ammirazione quando vedranno la bestia che aveva cessato di essere, così che questo passaggio del capitolo XIII. v. 3: – Et plaga mortis ejus curata est, et admirata est universa terra post bestiam, – sarebbe ripetuto e confuso con il v. 8 del capitolo XVII: (Et mirabuntur ejus curata est, et admirata est universa terra post bestiam. Et mirabuntur inhabitantes terram quorum non sunt scripta nomina in libro vitæ à constitutione mundi, videntes bestiam quæ erat et non est – E gli abitanti della terra i cui nomi non sono scritti nel libro della vita dalla creazione del mondo, saranno nell’ammirazione quando vedranno la bestia che era, e che non è). Questa ripetizione e confusione che abbiamo appena menzionato non avrebbe luogo se le Crociate fossero rappresentate dalla piaga morale menzionata nel capitolo XIII, v. 3. Le cinque teste che sono cadute (Quinque ceciderunt, cap. XVII. v. 10), la settima testa che non è ancora venuta, cosicché la bestia ha, in questo momento, solo una testa su sette, la sesta, indicherebbe che la distruzione dell’impero Maometano non sarà totale, che questo impero sarà ridotto al settimo della sua potenza, avendo solo una testa, mentre prima ne aveva sette; il che si accorda molto bene con queste teste, che sono monti e re, cioè potenze, e quindi popoli; poiché non ci sono re e potenze senza popoli; e la settima testa, che è anche l’ottava (et ipsa octava est), che è del numero dei sette, e che diventa la bestia stessa (Et bestia quæ erat et non est: et ipsa octava est, et de septem est, v. 8 – e la bestia che era e non è: ed è l’ottava, ed è di sette), avendo sette corna e dieci teste, sarebbe l’anticristo che si leva dall’imo profondo, perché egli sale dall’abisso, si assoggetta un popolo, ne fa una potenza, diviene il dominatore ed il capo dei Turchi, non appartenendo però a questa nazione (… è probabilmente perché l’anticristo non sarà un maomettano per nascita o per nazione, egli è un’ottava testa che si aggiunge alle teste naturali. È perché egli si identifica con i maomettani facendo risorgere il loro impero, che diventa la settima testa della bestia, o dell’impero maomettano, e la stessa bestia), ristabilisce il loro impero, lo fa elevare con la forza del dragone ad una grandezza fino ad allora inaudita, e che i Romani non hanno mai raggiunto, mette a morte Enoch ed Elia che vengono uccisi, non dalla bestia che sale dal mare né dalla bestia che sale dalla terra, ma dalla bestia che sale dagli abissi, che è quella del cap. XVII (Et cùm finierint testimonium suum, bestia quæ ascendit de abysso faciet adversùs eum bellum, et vincet illos, et occidet eos – E quando avranno finito la loro testimonianza, la bestia che sale dall’abisso farà loro guerra, li vincerà e li metterà a morte. – Apoc . cap. XI. v. 7).

VII. Per quanto riguarda le sette teste dell’Anticristo, divenute la bestia, esse ci sembrano rappresentare i sette poteri che obbediranno direttamente al suo potere temporale. Il profeta Ezechiele ce ne dà una lista, dicendoci che una di queste nazioni è una testa, e con questo egli conferma molte delle nostre più importanti considerazioni. “Figlio dell’Uomo – dice a questo Profeta – volgi la tua faccia contro Gog (Gog è l’Anticristo, come abbiamo visto in §. 6 dell’Introduzione), la terra di Magog, il principe della testa di Mosoch e Thubal, e gli dirai: Questo è ciò che dice il Signore, etc., Ti volterò da tutte le parti, ti metterò una briglia nelle fauci, ti farò uscire dal tuo paese, tu e tutto il tuo esercito, etc.; i Persiani, gli Etiopi e i Libici saranno con loro, tutti coperti da scudi ed elmi in testa. Gomer e tutte le sue truppe, la casa di Thogorma, che abita in Aquilone, e tutte le sue forze, e molti altri popoli saranno con voi (Fili hominis pone faciem tuam contra Gog, terram Magog, principem capitis Mosoch et Thubal, et vaticinare de eo. Et dices ad eum: Hæc dicit Dominus Deus: Ecce ego ad te, Gog, principem capilis Mosoch et Thubal. Et circumagam te, et po nam frænum in maxillis tuis, et educam te, et omnem exercitum tuum, ecc. ecc. Persæ, Æthiopes et Libyes cum eis omnes sculati et galeati. Gomer et universa agmina ejus, domus Thogorma, latera aquilonis, et totum robur ejus, populique multi tecum. (Ezech. cap. XXXVIII, v. 2, 3, 4, 5, 6). – Se leggiamo attentamente questo notevole passaggio, troveremo le sette montagne o potenze, o i sette re che formano le sette teste dell’Anticristo. La prima testa è Magog, che rappresenta i Tartari e i Turchi, discendenti di Magog, figlio di Japhet; la seconda è la Russia, composta da Moscovia, derivata da Mosoch, figlio dello stesso Japhet, e la Circassia, abitata dai discendenti di Thubal, un altro figlio di Japhet; e la riunione di questi due paesi sotto una sola testa indica che diventeranno un solo popolo, cosa che è già stata realizzata dalle recenti conquiste dei Russi. La terza testa è il regno di Persia; la quarta è l’Etiopia, che comprende l’Egitto, la Nubia, l’Abissinia e la maggior parte dell’Africa; la quinta è la Libia, che contiene tutto il resto della parte settentrionale dell’Africa. La sesta testa è Gomer, i cui discendenti popolarono la Turchia dell’Europa, e la settima è la casa di Thogorma, che abitò l’Asia Minore, e specialmente la Frigia, e si diffuse in altri paesi.

VIII. Le dieci corna della bestia nel capitolo XVII non portano originariamente diademi. Non si deve concludere da questo che non siano re; si può pensare, più giustamente, che non siano inizialmente dei re che regnarono al tempo del figlio di perdizione, e che rappresentino solo dei capi militari simili ai luogotenenti di Alessandro; ma, siccome li si vede chiamare in seguito re (Decem cornua que vidisti decem reges sunt, cap. XVII, v. 12), poiché lo stesso versetto dice che non hanno ancora regnato, ma che il potere sarà dato loro, come ai re, per un’ora dopo la bestia, cioè dopo la caduta dell’uomo del male, siamo giustificati nel pensare che dopo la morte dell’anticristo, loro maestro, si impadroniranno del suo imopero, lo divideranno, regneranno per un’ora, cioè per pochissimo tempo (Questo tempo potrebbe essere di quindici giorni o di trenta giorni, a seconda che consideriamo il giorno di ventiquattro ore, o di dodici ore durante le quali, in tempo medio, il sole è all’orizzonte. Se un giorno è un anno, nel senso biblico, mezz’ora ne è la 24° parte o la 12° di un anno.), combatteranno contro l’Agnello, saranno vinti da lui; e quando saranno diventati obbedienti al Dio che vince, aborriranno la prostituta, cioè la legge empia e satanica del figlio della perdizione, e desoleranno i suoi seguaci e la grande città che essi abitano, Et decem cornua quæ vidisti decem reges sunt qui regnum nondùm acceperunt, sed potestatem tanquàm reges una horâ accipient post bestiam. Hiunum consilium habent, et virtutem et potestatem suam bestice tradent; Deus enim dedit in corde eorum ut faciant quod placi tum est illi: ut dent regnum suum bestiæ, donec con summentur verba Dei. Hi cum Agno pugnabunt, et Agnus vincet illos, quoniam Dominus dominorum est, et Rex regum, et qui cum illo sunt vocati, electi et fideles, et decem cornua quæ vidisti in bestia: hi odient fornicariam, et desolatam facient illam et nudam, et car nes ejus manducabunt, et ipsam igni concremabunt – Le dieci corna che avete visto sono dieci re che non hanno ancora regnato, ma che riceveranno il potere, come re, per un’ora dopo la bestia. Essi hanno una sola intenzione, daranno la loro forza e il loro potere alla bestia; perché Dio ha messo nei loro cuori di fare ciò che gli piace, e di dare il regno alla bestia finché le parole di Dio non si siano adempiute. Combatteranno contro l’Agnello, ma l’Agnello li sconfigge, perché Egli è il Signore dei signori, il Re dei re, e coloro che sono con Lui sono chiamati gli eletti, i fedeli. Le dieci corna che avete visto sulla testa della bestia odieranno la prostituta, la desoleranno, la spoglieranno, mangeranno la sua carne e la bruceranno nel fuoco), Apoc . cap. XVII, v. 12, 13, 17, 14, 16).

IX. Abbiamo parlato molto dell’anticristo; è opportuno sapere qualcosa della sua persona. L’anticristo sarà certamente un uomo pieno di talento, di genio e di scienza. Sembra che egli sia tra coloro che sono invitati al banchetto di nozze dell’Agnello, e che sia colui che viene espulso, perché non ha un abito nuziale (Intravit autem Rex ut videret discumbentes, et vidit ibi hominem non vestitum veste nuptiali; et ait illi: Amice, quomodò huc intrasti non habens vestem nuptialem ? At ille obmutuit. Tunc dixit Rex ministris : Ligatis pedibus ejus mittite eum in tenebras exteriores (Il re entrò per vedere quelli che partecipavano al banchetto, e vide un uomo che non era vestito con l’abito nuziale, e gli disse: Amico, come sei entrato qui senza l’abito nuziale? Egli rimase in silenzio. Allora il re disse ai suoi ministri: “Legategli i piedi e gettatelo nelle tenebre esteriori” (Matth. XXII, v. 11, 12, 13). – Se è così, l’anticristo sarà battezzato e professerà prima il Cattolicesimo, nel quale sarà nato, poiché è privato solo della veste nuziale dell’innocenza o della penitenza. Perché la prevaricazione dell’anticristo sia la più grande che si sia mai vista, perché sia l’uomo del peccato, il figlio della perdizione (homo peccati, filius perditionis, II. Thessal., cap. II, v. 3), egli deve essere cattolico e apostata, deve aver ricevuto tutte le grazie che Dio concede agli altri uomini, anche quelle straordinarie, e deve abusarne di tutte e farne uso contro Colui che gliele ha date. Da chi nascerà, quale sarà la sua patria? Ci sono molte opinioni divergenti su questi vari punti. Alcuni lo fanno nascere da una donna per opera di satana, così come Nostro Signore Gesù Cristo è nato dalla Vergine Maria per opera dello Spirito Santo. – Noi non possiamo accettare questa come un’ipotesi ragionevole, perché c’è una differenza infinita tra lo Spirito Santo e il demonio, e quest’ultimo non ha potere creativo. Altri gli danno per madre una donna maomettana, perché deve resuscitare l’impero dell’Islamismo, e per padre un giudeo della tribù di Dan. Hanno tre ragioni per questo: il primo, che è quello di ripristinare il dominio dei Turchi, una cosa che può essere fatta da un Cristiano, politico o rinnegato; la seconda, che questa tribù d’Israele (quella di Dan) non è denominata, nel capitolo VIII dell’Apocalisse, come quella che fornisce gli eletti segnati dal segno dell’Agnello, e che Giacobbe disse di Dan, che sarebbe stato come un colubro nella via, come una vipera nella via, che morde il piede del cavallo, così che chi lo cavalca cade all’indietro (Fiat Dan coluber in via, cerastesin semita, mordens ungulos equi ut cadat ascen sm ejus retro, Genes. , cap. XLIX, v. 17). Queste ragioni non sono molto solide, perché l’omissione di questa tribù può venire dalla sua totale estinzione, e perché le parole di Giacobbe furono così ben verificate e compiute in Sansone, membro di questa tribù di Dan, che divenne giudice d’Israele (Dan judicabit populum suum, sicut et alias tribus in Israel, Gen, cap. XLIX, v 16), ed era per i Filistei un vero serpente, una vera cerasta, così che si possa pensare, con il R. P. Carrière e il commentatore Menochius, che il santo Patriarca avesse in vista solo Sansone negli annunci profetici che fece in punto di morte. Il terzo, perché i Giudei devono seguirlo e riconoscerlo come il Messia, secondo le parole di Nostro Signore Gesù Cristo: Ego veni in nomine Patris mei et non accepistis me, si alius venerit in nomine suo, illum accipietis – Io sono venuto nel nome del Padre mio, e voi non mi ricevete. Se un altro viene nel suo nome, lo riceverete – , Ev. S. Giovanni, cap. V, v. 43), e che non avrebbero riconosciuto come tale un uomo che non fosse della loro nazione. Questa terza ragione non è più plausibile delle altre; perché, da un lato, è impossibile sapere di cosa siano capaci uomini come loro, così bendati; e, dall’altro, coloro che lo partoriranno potrebbero essere Cristiani battezzati, ma di razza giudaica e maomettana (Ci sono molti Cristiani discendenti da Giudei, che sono Cattolici di nome, e ancora Giudei di cuore [i c.d. marrani]. Potremmo citare alcuni fatti molto deplorevoli.). Altri pensano che nascerà in Francia, campo di battaglia del bene e del male, di Dio e del demonio, e che sarà il frutto del libertinaggio di persone non sposate tra loro. Altri, infine, vedono l’abominio della desolazione nella sua concezione e nascita, e gli danno per padre e madre Cattolici consacrati a Dio. – Noi non possiamo decidere tra queste diverse opinioni. Ma se consideriamo, da un lato, che questo malvagio, questo miserabile deve essere l’abominio della desolazione nel luogo santo (Cùm videritis abominationem desolationis stantem in loco sancto – Quando vedrete l’abominio della desolazione nel luogo santo -, Ev. Math. cap. XXIV, v. 15), propenderemmo fortemente per quest’ultima ipotesi; e se invece consideriamo che la rivoluzione francese, iniziata alla fine del XVII secolo, è una figura abbreviata della grande tribolazione che l’anticristo produrrà, che ha distrutto gli altari, proscritto la religione cattolica, massacrato i Vescovi e i preti, e abolito il Sacrificio perpetuo (juge sacrificium, Dan. cap. XII, v. 11); e se riflettiamo che è dalla Francia che procedono il bene e il male; che se i disegni di Dio sono eseguiti dai francesi (gesta Dei per Francos), quelli del diavolo si realizzano per mezzo dello stesso popolo; come abbiamo visto finora, saremo portati a dire che l’anticristo sarà francese, e che la nazione che è stata l’anticristo-popolo, darà vita all’anticristo-individuo. Sulla base di tutto ciò che abbiamo detto sul drago e sulle bestie, non ci resta che parlare della seconda bestia del capitolo XIII dell’Apocalisse e della grande Babilonia.

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[Ecco alcune parole della suor della Natività relative all’anticristo. (*)

T. II, p. 10. « Sappi, figlia mia, che verso la fine degli ultimi secoli, sorgerà una falsa religione contraria all’unità di Dio e della Sua Chiesa (da questo possiamo concludere che il filosofismo e il razionalismo si estingueranno presto) ».

Ibidem, p. 11: « I suoi seguaci, per avere successo, dapprima affetteranno un grande rispetto per il Vangelo e per la Cattolicità; appariranno libri di spiritualità che saranno scritti da loro con un calore di devozione, e porteranno le anime ad un punto di perfezione che sembrerà elevarle al terzo cielo … Avranno altari e templi… contraffaranno i sacramenti… La loro ipocrisia farà loro inventare austerità sorprendenti…; ma tutto questo sarà solo un’apparenza… Essendo la loro religione fondata solo sui piaceri dei sensi … per meglio contraffare le sante istituzioni della Chiesa, stabiliranno delle pretese religiose che si dedicheranno alla continenza con le parole, e si nomineranno per eccellenza le Spose dei Cantici, o le Spose dello Spirito Santo (Tutte queste cose assomigliano notevolmente alla setta di Vintras chiamata l’Opera della Misericordia, che ha sedotto tanti sacerdoti, anche quelli costituiti con dignità, uomini e donne religiosi, e persone di pietà. Queste “Spose” dello Spirito Santo respirano Vintras attraverso tutti i puri. È inoltre certo che in diverse diocesi sono stati istituiti conventi di donne, con nomi molto rispettabili, dove sono avvenuti fatti straordinari e sospetti. I Vescovi hanno chiuso questi conventi e disperso i loro membri. Conosciamo i fatti e le persone). Pretese rivelazioni, predizioni del futuro, estasi, rapimenti nel corpo e nell’anima accadono loro frequentemente.

Ib., p. 15: « Questi pretesi santi, illuminati e “rapiti” in Dio … si riuniranno di notte con le cosiddette Spose dei Cantici, in luoghi segreti favorevoli ai loro perversi disegni… Che orrori percepisco!

« Una di queste vestali… darà alla luce l’anticristo… che avrà probabilmente come padre uno dei principali capi di queste assemblee notturne (dei sacerdoti malvagi potrebbero essere nel numero dei suoi capi).

T. I. p. 318: « Per quanto riguarda la sua persona, Gesù Cristo mi mostrò che lo aveva posto tra gli uomini redenti dal suo sangue, e che gli avrebbe concesso, fin dalla sua infanzia, tutte le grazie necessarie e anche quelle prevenienti e straordinarie nell’ordine della salvezza. »

Ibidem. P. 319 « In un’età più avanzata non gli rifiuterà le grazie forti di conversione, di cui abuserà come delle prime.

 T. 4. P. 440: « Lo istruirò (dice satana) e lo prenderò sotto la mia guida fin dalla sua infanzia; non avrà che dieci anni quando sarà  più potente e più dotto di tutti voi. Dall’età di dieci anni, lo condurrò in aria, gli farò vedere tutti i regni e gli imperi della terra. Lo renderò padrone del mondo. Sarà un perfetto sapiente dell’arte della guerra… Infine farò di lui un dio che sarà adorato come il Messia atteso. Egli non agirà in tutta la sua potenza e non farà brillare le sue vittorie e i suoi trionfi prima dei trent’anni (Se l’anticristo inizia la sua vita pubblica a trent’anni, non significa che perseguiterà subito la Chiesa; gli ci vorrà del tempo per stabilire il suo potere); ma prima di questo tempo farà valere i suoi talenti in segreto (Noi pensiamo che l’anticristo sarà francese; la Suora non lo dice espressamente, ma lo dà ad intendere; perché il suo libro è specialmente per la Francia, che lei considera a buon diritto, come il laboratorio del mondo per il bene come per il male. – Ella dice a sufficienza che sarà cattolico; e per iscritto, nel vol. I, ella afferma a sufficienza che egli sarà cattolico; e scrivendo, nel vol. 1, p. 250, che i nemici hanno forzato le barriere e “sono entrati anche nella cittadella dove hanno posto l’assedio”, rende plausibile l’opinione che l’anticristo nasca da Cattolici consacrati a Dio).

Ibid. p. 447:  « Non posso segnare qui tutto ciò che sarà detto di più lusinghiero e di più compiuto sulla sua persona, la sua bellezza, le sue ricchezze. Sarà circondato da uno splendore divino più luminoso del sole, e sarà accompagnato da una corte celeste di angeli che lo seguiranno. Intere regioni di angeli gli renderanno omaggio come al loro re, e lo adoreranno come il vero Dio Onnipotente e il tanto desiderato Messia… Questi saranno i demoni che, sotto le spoglie degli angeli di luce, profetizzeranno la venuta di “quest’uomo di iniquità”. » *)

   ⃰    ⃰ 

 X. Dal momento che si riconosce che la prima bestia del capitolo XIII di San Giovanni è l’impero maomettano; che quella del capitolo XVII è l’Anticristo che rinnova il potere di Maometto e lo accresce; che, di conseguenza, queste due bestie sono una sola, tranne che per la questione del tempo, è certo che la seconda bestia dello stesso capitolo XIII, che ha solo una testa e due corna, non può essere il figlio della perdizione. – D’altra parte, si sarà notato che le sette teste dell’anticristo, i sette popoli che fanno la sua forza, non avanzano più in là, verso l’Occidente, della Turchia d’Europa. Da questo si potrebbe dedurre che l’uomo del male regnerà solo in Oriente, e che la parte occidentale dell’Europa non lo conoscerà e non avrà nulla da soffrire da lui. – Ma non sarà così: l’impero cristiano o romano, l’impero occidentale, potrà lottare più a lungo contro l’inferno, perché è più stabilito nella verità. Essa non permetterà all’anticristo di sorgere in mezzo ad essi; questi andrà in Oriente per stabilire la sua fatale fortuna; ma l’Occidente avrà in mezzo a sé una bestia molto malvagia che stabilirà ed estenderà il potere e il culto dell’uomo del peccato; ed è di quest’altra bestia che si parla nel capitolo XIII di San Giovanni, vv. 11-17. – Questa bestia, non essendo l’anticristo, sarà uno dei suoi luogotenenti, un vero pseudoprofeta che parla e agisce in nome e per conto di un altro. È di essa che parla il capitolo XVI, v. 13, quando dice: (Et vidi de ore draconis, et de ore bestiæ, et de ore pseudoprophetæ spiritus tres immundos in modum ranarum – E vidi dalla bocca del drago, da quella della bestia e da quella del falso profeta tre spiriti immondi come rane); e il capitolo XX, v. 9, 10, quando San Giovanni annuncia la caduta del drago e della bestia nei seguenti termini: Et Diabolus qui seducebat eos, missus est in stagnum ignis et sulphuris, ubi et bestia et pseudoprophetæ (perché se ce n’è uno che è il principale, ci saranno molti che saranno subordinati): cruciubuntur die ac nocte in sæcula sæculorum (E il diavolo che li aveva ingannati fu gettato nel lago di fuoco e di zolfo, dove la bestia e i falsi profeti saranno tormentati giorno e notte nei secoli dei secoli). – Stabilita l’identità tra questo grande falso profeta e la seconda bestia del capitolo XIII, vediamo cos’è questa bestia e cosa fa. Questa nuova bestia non sale dal mare, come Maometto che sale dalle rive del Mar Rosso, dal mare dove sono tutti i tipi di rettili; non viene dall’abisso, dove sono i malvagi, i demoni e le genti di bassa condizione; viene dalla terra, dal mezzo dei Cristiani, da una famiglia considerevole. Essa è nella schiera dei dottori, dei conduttori spirituali, sebbene sia un falso profeta; ha una sola testa e due corna, proprio come l’Agnello a cui assomiglia, e sembra, per queste ragioni, essere un sacerdote, un Vescovo, un principe della Chiesa, forse anche un antipapa, come pensa Holzhauser (vol. II, p. 60. etc., Wüilleret). Assomigliando all’Agnello in tanti modi, dovrebbe parlare come lui; ma parla come il drago, come satana; perché, per ambizione, ha rinnegato la sua fede, e si è dato al male e all’inferno (Et vidi aliam bestiam ascendentem de terra, et habebat cornua duo similia Agni, et loquebatur sicut draco – E vidi un’altra bestia che saliva dalla terra, che aveva due corna come quelle dell’Agnello, e parlava come il drago – Apoc. cap. XIII, v. 11). – Questo grande apostata riceverà da satana il potere della prima bestia, l’anticristo, che verrà nello stesso momento; egli userà tutto questo potere in Occidente, in presenza del figlio della perdizione, cioè durante la vita di quest’ultimo, e lo farà adorare quando avrà risuscitato e rafforzato l’antico impero di Maometto (Et potestatem prioris bestiæ omnem faciebat in conspectu ejus, et fecit terram et habitantes in ea adorare bestiam primam cujus curata est plaga mortis – E usò tutta la potenza della prima bestia in sua presenza, e fece adorare a tutta la terra e ai suoi abitanti la prima bestia la cui ferita mortale era stata guarita. (Sic Holzhauser, tom. II, p. 60, 61, ecc, Wüilleret -, ibid. v. 12). Egli compirà grandi prodigi, fino a far scendere il fuoco dal cielo davanti agli uomini (Et fecit signa magna, ut etiam ignem faceret de cœlo descendere in conspectu hominumœ, ibid. v. 13). Egli sedurrà gli abitanti della terra a causa dei prodigi che gli sarà dato di fare in presenza della bestia (Et seduxit habitantes in terrâ propter signa quæ data sunt illi facere in conspectu bestiæ, ibid. v. 14). – A causa della lontananza e della dimora in Oriente dell’uomo del male, che non potrà, per questo motivo, farsi adorare di persona in Occidente, si farà un ritratto di questo mostro (Dicens habitantibus in terrâ ut faciant imaginem bestiæ quo habet plagam gladii, et vixit , ibid. v. 14). Egli spingerà il suo prestigio fino ad animare questo ritratto, facendolo parlare (cosa che i demoni potranno produrre facilmente), e ordinerà a tutti di adorarlo sotto pena di perdere la vita (Et datum est illi ut daret spiritum imagini bestiæ, et ut loqueretur imago bestiæ, et faciat ut quicumque non adoraverint imaginem bestiæ occiduntur, ibid. v. 15). Andando oltre, l’anticristo stesso, a causa della grande resistenza che incontrerà, esigerà che i piccoli e i grandi, i ricchi e i poveri, gli uomini liberi e gli schiavi abbiano il segno della bestia nella mano destra o sulla fronte, proprio come era necessario avere la coccarda tricolore, e un certificato di civismo per poter uscire, e per avere il diritto di esistere sotto la prima repubblica francese (Et faciet omnes pusillos et magnos, et divites et pauperes, et liberos et servos habere characterem bestiæ in dextera manu, aut in frontibus suis, ibid. v. 16); e proibirà persino di vendere e comprare, cioè di compiere gli atti più necessari della vita materiale, a coloro che non hanno il segno della bestia, o il suo nome, o il numero del suo nome, così che sarà necessario apostatare o morire di fame, proprio come si è visto in Francia (Et ne quis possit emere aut vendere, nisi qui habet characterem, aut nomen bestiæ, aut numerum nominis ejus, ibid. v. 17). – Queste sono le atrocità a cui si abbandonerà questa seconda bestia, che è il principale pseudoprofeta del figlio della perdizione, e la terza persona di questa trinità veramente infernale; egli sarà subalterno, e non agirà per se stesso; inoltre non è il suo proprio nome che farà portare agli abitanti della terra; non è il suo numero personale di cui si parla nello stesso capitolo XIII, v. 18, quando si dice: “Hic sapientia est; qui ha a bet intellectum computet numerum bestiæ; numerus enim hominis est, et numerus ejus sexcentisexaginta sex – Ecco la sapienza. Chi ha intelletto conti il numero della bestia, perché questo numero è il numero dell’uomo, e questo numero è seicentosessantasei).

XI. Questi versetti 17 e 18 hanno bisogno di qualche spiegazione sui numeri a cui si riferiscono. Nel primo, si parla del numero del nome dell’Anticristo (aut numerum nominis ejus); e nel secondo, è il numero della bestia stessa (numerum bestiæ), e non il numero del suo nome. San Giovanni aggiunge che questo numero della bestia è il numero dell’uomo (numerus enim hominis est). Il significato di questi vari passaggi non è identico, come molti hanno creduto, perché non sono formati dagli stessi termini; e, d’altra parte, i Profeti non fanno ripetizioni inutili, soprattutto se sono ravvicinate tra loro. Prendendo le parole nel loro senso naturale, diremo che il numero del nome della bestia è quello che sarà fornito dalle lettere che comporranno il suo nome, come è in latino e greco, dove le lettere dell’alfabeto sono anche i numeri (Essendo l’Apocalisse stata composta e scritta in greco, il nome dell’anticristo sarà probabilmente fornito dal valore in numero delle lettere greche a cui si riferisce la quantità 666, saremo portati a sapere cosa significa questa quantità.); e che il numero personale della bestia, il numero dell’uomo, misura il tempo della sua vita sulla terra; ora, per quanto riguarda quest’ultimo numero, il numero 666 non si applica né ai giorni né alle settimane; perché nel primo caso, l’anticristo, vivendo solo 666 giorni, meno di due anni, non potrebbe compiere la sua missione satanica; e nel secondo caso, non potrebbe nemmeno farlo, perché vivrebbe solo 13 anni o giù di lì. Questo numero non si applica agli anni, perché l’uomo del male vivrebbe 666 anni, e dal diluvio la vita umana non arriva che al sesto di questo numero; quindi si applica ai mesi: l’Anticristo deve vivere 666 mesi che forniscono un periodo di cinquantacinque anni e mezzo. Un’altra ragione per pensarlo è che nello stesso capitolo XIII, sono citati solo i mesi per la prima bestia (Et data est ei potestas facere menses quadraginta duos – E gli fu dato il potere di agire per quarantadue mesi); e non si vede perché, mentre nel v. 5 si tratta solo di mesi, il numero del v. 18 si applicherebbe a qualcos’altro. Perciò è probabile che l’anticristo vivrà cinquantacinque anni e mezzo (Holzhauser è della stessa opinione – t. II, p . 73 a 77 Wüilleret), ma non motiva la sua opinione e non distingue i due numeri di cui abbiamo parlato.

XII. Passiamo ora alla grande Babilonia. La grande meretrice, la grande Babilonia che siede su molte acque (Veni et vide; ostendam tibi damnationem meretricis magnæ quæ sedet super aquas multas – Vieni, ti mostrerò la condanna della grande meretrice che siede su molte acque; Apoc. cap. XVII, v. 1. – Le acque che avete visto su cui siede la prostituta sono i popoli, le nazioni e le lingue.) ibid. v. 15), è principalmente la legge anticristiana del figlio della perdizione e dei suoi precursori e predecessori, con la quale i re della terra hanno fornicato, dalla quale gli uomini si sono ubriacati (Cum quà fornicati sunt reges terra, et inebriati sunt qui inhabitunt terram de vino prosti tutionis ejus – Con la quale i re della terra hanno fornicato, e gli abitanti della terra si sono ubriacati col vino della prostituzione – v. 2). È anche quel grande popolo del mare che, attualmente nelle Indie, riceve una punizione così terribile e giusta, la grande città che regna sui re della terra, la capitale dell’anticristo che sosterrà il suo partito, anche dopo la sua caduta, e che sarà spogliata, messa a ferro e fuoco (Et mulier quam vidisti est civitas magna quæ habet regnum super reges terræ, cap. 17, v. 18). Hi odient fornicariam, et desolatam facient illam, et nudam, et carnes ejus man ducabunt, et ipsam igni concremabunt – E la donna che avete visto e la grande città che regna sui re della terra . – Questi odieranno la prostituta – ibid. v. 16). – La grande meretrice, che rappresenta l’empietà, la legge anticristiana, è esistita dall’instaurazione del Cattolicesimo ed esisterà fino alla fine. È una conseguenza forzata di queste parole di San Giovanni nella sua prima Epistola, capitolo II, v. 18: Filioli, novissima hora est, et sicut audistis quia Antichristus venit, et nunc Antichristi multi facti sunt; unde discimus quia no vissima hora est; e di questo passo del capitolo IV, v. 3, ibid. Et omnis spiritus qui solvit Jesum ex Deo non est; et hic est Antichristus de quo audistis quoniam venit, et nunc jam in mundo est.). Così, dal punto di vista materiale, la grande Babilonia sarebbe stata prima Gerusalemme, deicida, poi Roma pagana e persecutrice; essa sarebbe diventata poi la Costantinopoli cattolica, scismatica e infine maomettana; sarebbe stata la chiesa anglicana, coperta d’oro e di ricchezze, che soffia ovunque anticattolicesimo; il governo della Gran Bretagna che, credendosi al sicuro nella sua isola, tiene lo scettro dei venti rivoluzionari e anticristiani, e li scatena sul continente per aumentare, con l’abolizione della concorrenza, la produzione delle manifatture inglesi, e i profitti dei mercanti di questa nazione, secondo l’espressione di Canning nel 1826 (Celsa sedetrex Æolus arcesceptra tenens), della Gran Bretagna i cui popoli la desoleranno, la spoglieranno, mangeranno la sua carne e la bruceranno nel fuoco. (M. de Wüilleret pensa che la prostituta sia Gerusalemme, che è diventata la capitale dell’Anticristo – t . 2. p . 233, Wüilleret). Nell’Indostan, attualmente mangiano la carne e bruciano i bambini. Potrebbe ancora essere Parigi, e potrebbe diventarlo in futuro qualsiasi altra città empia che, come la nostra capitale, delizierebbe la terra e la corromperebbe. Dal punto di vista intellettuale e morale, la grande prostituta sarebbe stata il Giudaismo, dopo la morte di Gesù Cristo, il Paganesimo persecutore così fertile per crimini e disordini, le eresie sorte, in particolare, nella terza età, lo scisma greco che ebbe luogo nella quarta età, l’infedeltà maomettana, la riforma protestante, il filosofismo, il razionalismo, il naturalismo, la rivoluzione e il socialismo. L’anticristo sarebbe stato il popolo Giudo rifiutato da Dio, gli imperatori romani, i governanti eretici del basso impero, i monarchi scismatici, i califfi, i Sudan, i sultani, i re protestanti, i filosofi, sarebbero ora i razionalisti e i rivoluzionari del nostro secolo,a qualsiasi colore o sfumatura essi appartengano, e tutti questi anticristi di bassa lega, sarebbero esitato nel grande anticristo, a colui che eserciterà la grande tentazione nel mondo.  Così, il capitolo XVII dell’Apocalisse, che sembra fatto solo per gli ultimi tempi, come il capitolo XVIII, si applica a tutta la durata del Cristianesimo, e di conseguenza al nostro tempo.

XIII. Per completare questo argomento e non doverci ritornare, dobbiamo ancora segnare la durata della prima bestia del capitolo XIII di San Giovanni, cioè dell’impero maomettano, e della bestia del capitolo XVII, che è la bestia precedente tornata in vita; lo faremo, utilizzando per questo le profezie di Daniele combinate con l’Apocalisse di San Giovanni. Una figura meravigliosa vestita di lino appare a Daniele vicino al fiume Tigri (Eram juxta fluvium magnum qui est Tigris, etc.; et vidi: Et ecce virunus ves titus lineis, et renes ejus accincti auro obrizo – Ero vicino al grande fiume Tigri, e guardai e vidi un uomo vestito di lino e con i lombi cinti di oro purissimo. – Dan. cap. X, v. 4, 5); e gli disse: “Verrà un tempo come non si è mai visto da quando i popoli sono stati stabiliti fino ad allora. Questo è il tempo in cui Israele sarà salvato (Et veniet tempus, quale non fuit ex quo gentes cæperunt usque ad tempus illud, et in tempore illo salvabitur populus tuus omnis qui inventus fuerit scriptus in libro – Verrà un tempo come non è mai esistito da quando le nazioni furono stabilite. In quel tempo sarà salvato ogni membro del tuo popolo che si trova scritto nel libro – Dan. cap. XII, v. 1); poi gli mostra due uomini che stavano in piedi sulle rive del fiume, uno su una riva, l’altro sull’altra (Et vidi ego Daniel; et ecce quasi duo aliæ stabant, unus hinc super ripam fluminis, et alius inde ex alterâ ripâ fluminis – Io, Daniele, guardai ancora, e vidi come se fossero altri due uomini che stavano in piedi, uno su una riva del fiume, l’altro sull’altra riva.- Dan. cap. XII, v. 5). – Il Profeta chiede all’Angelo in quale momento la visione che gli mostra sarà finita e completata (Usque quò finis horum mirabilium? Dan. cap. XII, v. 6), e l’inviato celeste risponde che avverrà alla fine di un tempo, di due tempi e della metà di un tempo, quando il tempo della dispersione del popolo d’Israele sarà finito (Quiu in tempus, et tempora et dimidium temporis, et cum completa fuerit dispersio manu populi sancti, complebuntur universa hæc – Tutte queste cose saranno compiute in un tempo, due tempi e la metà di un tempo mezzo, e quando la dispersione del tuo popolo santo sarà completata. – Dan, cap. XII, v. 7). Ora, poiché la dispersione dei Giudei finirà prima dei giorni dell’anticristo, si presume che uno di questi due uomini, l’ultimo dei due nell’ordine cronologico, sia il figlio della perdizione stesso, e che di conseguenza il primo sia Maometto, e che ci siano tra questi due uomini le stesse relazioni che esistono tra la prima e la grande bestia del capitolo XIII di San Giovanni, e quella del capitolo XVII. Anche Daniele quasi li identifica quando dice di aver visto, non due uomini ben distinti, ma “come due uomini” (quasi duo alii). Il tempo di cui si è parlato passa; Daniele chiede di nuovo all’Angelo che cosa arriverà dopo (Et ego audivi, et non intellexi, et dixi: Domine mi, quid erit post hæc – Ho sentito, e non ho capito, e gli ho detto: Mio Signore, che cosa arriverà dopo? – Dan. cap. XII, v. 8). E gli annuncia che molti saranno scelti, resi bianchi e come il fuoco, purificati e messi alla prova; che gli empi sprofonderanno ancora di più nella loro empietà, e avranno perso ogni intelligenza (Eligentur et dealbabuntur, et quasi ignis probabuntur multi; et impie agent impii, nequc intelligent, Dan. XII, v. 10); che il Sacrificio perpetuo sarà abolito, e che l’abominio, che aveva messo la desolazione ovunque, sarà allora esso stesso desolato (Et à tempore cum ablatum fuerit juge sacrificium, et posita fuerit abominatio in desolationem, dies mille ducenti nonaginta – Passeranno 1290 giorni dal momento in cui il sacrificio perpetuo sarà stato abolito, e l’abominio sarà stato messo in desolazione). E gli dichiara che il significato di queste parole sarà frainteso fino al tempo segnato dalla saggezza divina (Et ait: Vade, Daniel, quia clausi sunt signatique sermones, usque ad præfinitum tempus – E dice: Vai, Daniele, perché queste parole sono chiuse e sigillate fino al tempo segnato. – Dan. cap . XII, v. 9).

XIV. Tutte queste cose menzionate nei v. 8, 9, 10 e 11 del capitolo XII di Daniele, rappresentano molto bene il regno dell’anticristo che farà tanti apostati, e perseguiterà così crudelmente i veri Cristiani. Si può e si deve concludere che i tempi menzionati sopra (tempus, tempora e dimidium temporis) sono fino al giorno in cui l’anticristo si costituirà come tale, e inizierà la sua guerra contro il Signore e contro il suo Cristo, e non fino alla sua morte, e che questi tempi sono il numero esatto di anni che passeranno da Maometto all’inizio della persecuzione dell’anticristo, e appaiono come la misura della larghezza del fiume che separa i due uomini che l’Angelo mostrava a Daniele. – Si può pensare che riconosciamo Maometto e l’anticristo arbitrariamente nei due uomini che Daniele vede sulle due rive del fiume, ma non è così. Abbiamo serie ragioni per farlo; esse derivano dal testo stesso e dalla sua relazione con i passaggi dell’Apocalisse che si riferiscono a questi due personaggi. È certo che nel capitolo XII Daniele si occupa dell’anticristo, poiché parla nel v. 11 dell’abominazione della desolazione negli stessi termini di N.S. J.-C. in San Matteo. Da ciò possiamo e dobbiamo concludere che questo tempo, quando gli empi diventeranno ancora più malvagi, quando i giusti dovranno soffrire così tanto (v. 10), questo tempo, come non è mai esistito prima (v. 1), è davvero quello dell’anticristo. E ciò che rende più probabile questa conclusione è che nello stesso capitolo si parla della resurrezione dei morti, dell’eternità beata per gli eletti e miserabile per i reprobi (v. 2, 5), che sarà l’esecuzione dell’ultimo giudizio; e da ciò nasce la conseguenza che uno di questi due uomini che sono in questa visione sia certamente l’anticristo – In questo stato, quale può essere l’altro personaggio, diverso dal figlio della perdizione, ma che si confonde quasi con lui (quasi duo ali, v. – In questo stato, l’altro personaggio, diverso dal figlio della perdizione, ma che è quasi identico a lui (quasi duo ali, v. 5), è Maometto, il cui impero l’anticristo farà risorgere e accrescere; Maometto che è il suo tipo, la sua immagine, il suo principale precursore; non è forse Maometto, che San Giovanni rappresenta sotto forma di una bestia a sette teste, con dieci corna e dieci diademi sui suoi dieci corni, proprio come ha fatto per l’uomo del male egli stesso? E se questo è così, cosa può significare il tempo menzionato nel v. 7, se non l’intervallo tra Maometto e l’inizio della persecuzione del suo restauratore? Detto questo, torniamo allo sviluppo del testo sacro. Tutti gli interpreti concordano che queste parole: Tempus, tempora et dimidium temporis, usate da Daniele (cap. VII, v. 25, cap. XII, v. 7) e da San Giovanni (cap. XII, v. 14), prevedono tre anni e mezzo, perché un tempo è un anno, due tempi sono due anni, e mezzo tempo sono sei mesi. Ora, poiché tre anni e mezzo sono composti da un certo numero di giorni, e poiché i giorni, nelle abitudini profetiche, sono presi il più delle volte per anni (Diem pro anno, diem, inquam, pro anno, dedi tibi – vi ho dato un giorno per un anno, un giorno, dico, per un anno. Ezech. cap. IV, v. 6); poiché, invece, a seconda che l’anno sia lunare o solare, o contenga dodici mesi di trenta giorni ciascuno, conta trecentocinquantaquattro giorni e una frazione, o trecentosessantacinque giorni, o trecentosessanta, bisogna prendere tre anni e mezzo per millecentoquarantuno anni, nella prima ipotesi; per millecentosessanta anni nella terza, e per millecentosettantotto anni e mezzo nella seconda, contando un anno bisestile su quattro anni (Holzhauser – tomo I, p . 481, Wüilleret – trova nel sistema solare solo 1277 giorni e mezzo, perché ha dimenticato l’anno bisestile che si trova ogni tre anni e mezzo). Ci sarà dunque tra Maometto e l’inizio della grande guerra dell’anticristo contro la Chiesa milleduecentoquarantuno anni, o milleduecento sessanta anni, o milleduecento settantotto anni e mezzo. – Si possono fare quattro serie di calcoli a seconda che si prenda come punto di partenza la nascita di Maometto (nel 569), l’anno in cui iniziò la sua predicazione (609), l’anno in cui pose le basi del suo impero (621), o l’anno in cui morì (633); e queste quattro serie saranno suddivise in tre conteggi particolari, a seconda che i tre anni e mezzo in questione daranno milleduecentoquarantuno giorni, o milleduecentosessanta, o milleduecento settantotto giorni e mezzo. Contando questi tre anni e mezzo dalla nascita di Maometto (569), otteniamo la prima serie, e aggiungendo milleduecentoquarantuno anni, dodici cento sessanta anni, e milleduecento settantotto anni e mezzo, otteniamo 1810, 1829, e 1847 e mezzo, che sono già passati, e non hanno visto l’inizio del regno dell’anticristo.  Partendo dalla predicazione di Maometto (609), e aggiungendo milleduecentoquarantuno anni, milleduecentosessanta anni, o dodici milleduecentosettantotto anni e mezzo, otteniamo 1850, 1869, e 1887 e mezzo, che non sono ammissibili, perché il 1850 è già passato, che il 1869 e il 1887 e mezzo sono troppo vicini a noi, e che il figlio della perdizione deve vivere cinquantatré anni e mezzo, come abbiamo visto, e cominciare a perseguitare la Chiesa all’età di cinquantadue anni, come diremo tra poco. – Se prendiamo come base l’anno 621 che vide l’inizio dell’impero di Maometto, e aggiungiamo milleduecentoquarantuno anni, milleduecentosessanta anni e  milleduecentosettantotto anni e mezzo, arriviamo a 1862, 1881 e 1889 anni e mezzo, che non possono concordare con i cinquantacinque anni e mezzo dell’anticristo, che non è ancora nato, e l’inizio della sua persecuzione al cinquantaduesimo anno della sua età. Ma se contiamo dalla morte di Maometto nel 633 e aggiungiamo milleduecentoquarantuno anni, milleduecentosessanta anni e milleduecentosettantotto anni e mezzo, otteniamo 1874, 1893 e 1911 e mezzo.  – Tra questi tre modi di contare gli anni, preferiamo quello che, con la Chiesa Cattolica, segue il sistema solare e conta, in tre anni e mezzo, milleduecentosettantotto giorni e mezzo, perché è il calcolo e il sistema del Cattolicesimo, e fu stabilito da esso, e perché, per questa ragione, è probabile che i Profeti lo avessero in vista nei loro annunci, per cose che sono di così grande interesse per la Religione di Cristo. Siamo quindi portati a credere che l’anticristo inizierà la sua persecuzione dei Cattolici verso la metà dell’anno 1911 [Bisogna aggiungere un secolo che il Signore ha accordato a satana per compiere la sua azione demolitrice sulla Chiesa, come a  S.S. Leone XIII fu rivelato in visione nel 1885, e la ss. Vergine annunziò a Fatima. D’altra parte, come sottolineato in precedenza – v. Introduzione § II – anche a Suor della Natività Gesù annunziò per il Giudizio,  due date possibili: o verso la fine  del secolo 1900, o in quello del 2000 « … se passa questo secolo (il 1900), il secolo del 2000 non passerà senza che esso giunga » – “Vie et Révévelations de la Sœur de la Nativité”, 2a Ed. Beaucé éd., Parigi, 1819 – T. IV, p. 125 -ndr.-). Così, secondo le nostre congetture, ci saranno milleduecentosettantotto anni e mezzo dalla morte di Maometto al giorno in cui l’Anticristo si porrà come nemico della Chiesa e la perseguiterà; e noi prendiamo questa morte come punto di partenza, perché è in questo momento, alla fine di Maometto, che inizia la distanza tra lui e il primo giorno della persecuzione dell’uomo del male. Quanto tempo durerà questa persecuzione? Milleduecentonovanta giorni da quando il sacrificio perpetuo sarà abolito (Et à tempore cùm ablatum fuerit juge sacrificium, et posita fuerit abominatio in desolationem dies mille ducenti nonaginta, Dan. XII, v. 11). Così l’Anticristo, che vivrà per un totale di cinquantacinque anni e mezzo, perseguiterà la religione per tre anni, sei mesi e undici giorni e mezzo, finché sarà fulminato; e morirà nel primo mese (o il secondo) dell’anno 1915, il che pone la sua nascita a metà dell’anno 1859. I quarantacinque giorni successivi alla sua caduta saranno ancora molto infelici, a causa dei dieci capi militari che si succederanno al potere, e che avranno continuato, per un certo tempo, a combattere contro l’Agnello (Apoc., cap. XVII, v. 14); ma infine, la calma sarà ristabilita dopo questi quarantacinque giorni, secondo queste parole: Beatus qui exspectat et pervenit usque ad dies mille trecentos triginta quinque – Beato chi riuscirà a giungere fino al 1338° giorno. – Dan . cap. XII, v . 11 ).

XV. In quale anno l’impero maomettano sarà distrutto e ridotto a una sola testa? Questo è l’ultimo punto che rimane da esaminare dopo aver esaminato tutte le questioni che riguardano questo capitolo. San Giovanni ci dice, nella sua Apocalisse, capitolo XIII, v. 5, che la prima bestia con sette teste e dieci corna avrà potere per quarantadue mesi, che dà anche tre anni e mezzo, e quindi milleduecentoquarantuno giorni nel sistema lunare, milleduecento sessanta giorni nel sistema greco, che conta l’anno come trecentosessanta giorni e il mese come trenta giorni, e milleduecentosessantotto giorni e mezzo nel sistema solare (Et data est ei potestas facere menses quadra ginta duos , cap. XIII, v. 5). Quando abbiamo calcolato il tempo tra Maometto e la persecuzione dell’anticristo, abbiamo preso come base il sistema solare, il sistema cattolico, perché questo tempo è di interesse primario e diretto per la Chiesa, e per questo deve essere calcolato secondo il suo proprio metodo. Ma se si tratta della durata dell’impero di Maometto, che è di interesse primario e diretto per i suoi seguaci, è logico e ragionevole prendere come mezzo di calcolo il loro calendario, che è lunare, e dire che i quarantadue mesi che danno milleduecentoquarantuno giorni forniscono milleduecentoquarantuno anni; Questo, aggiungendo milleduecentoquarantuno anni al 621, punto di partenza dell’Egira (Parliamo qui dell’Egira, perché è la durata dell’impero maomettano che fu fondato dodici anni prima della morte di Maometto), ci dà circa l’anno 1862 per la distruzione di questo impero o l’inizio effettivo di questa distruzione. – Abbiamo fissato questi punti secondo le relazioni che esistono tra il sistema solare e quello lunare; e abbiamo dovuto farlo, perché i modi di contare dei maomettani non sono né fermi né in accordo tra loro. Sappiamo certamente che il primo anno d’Egira è il 622; saremmo dunque arrivati, secondo il nostro calendario, all’anno solare 1235; e tra i musulmani, alcuni dicono che siamo nel 1858, nel mille e settimo anno, e altri dicono che siamo solo nell’anno 1265. Tra i Cristiani, possiamo citare Chalcondile, suddito della Porta, che, nella sua Storia dei Turchi (vol. 2, p. 826), si esprime come segue. “La battaglia di Lepanto fu combattuta una domenica, il settimo giorno di ottobre, nell’anno di grazia 1571, d’Egira 977º. Così, l’Egira ha già perso ventotto anni nel nostro modo di contare; perché c’erano, secondo il nostro Calendario, solo novecentoquarantanove anni, la differenza tra il 1571 e il 622 essendo novecentoquarantanove, e saremmo ora (nel 1858) nell’anno 1274 dell’Egira. D’altra parte, gli atti emanati dall’orgogliosa potenza che è stata a lungo chiamata la Sublime Porta e dallo Scià di Persia, alla fine dell’anno 1856, ci danno lo stesso tempo; poiché ci portano (nel 1858) all’anno 1274 dell’Egira. Ma Abd-el Kader conta in modo diverso, e ci dice che siamo (nel 1858) nell’anno 1265 di Maometto. La sua lettera al sindaco di Amboise, datata 1 gennaio 1854, riportata nei giornali francesi, e in particolare nel Nouvelliste di Marsiglia, del 31 dello stesso mese, è datata il 4 di Rabi – el – tani dell’anno 1260 d’Egitto. Ora, se il 1854 è il 1260° anno dell’Egitto, il 1858, dopo aprile, è il 1265° anno. Preferiamo la stima del Sultano e dello Scià di Persia, perché è più ufficiale e deve essere, per questo, più esatta; e ci permettiamo di far notare che, se l’impero turco cade nel 1862 o nel 1863, saranno rimasti milleduecentoquarantuno anni solari e dodici milleduecentosettantotto lunari. Così che non c’è altra differenza tra la distanza che separa la morte di Maometto dall’inizio della persecuzione dell’anticristo e quella che segna la durata dell’Impero turco, che i dodici anni del regno di Maometto stesso, e che i millesettantotto anni e mezzo del primo calcolo sono solari, mentre quelli del secondo sono lunari.

CONGETTURE SU LE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (6)

CONGETTURE SU LE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (4)

CONGETTURE SU LE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (4)

Tratte dall’Apocalisse, dal Vangelo, dalle Epistole degli Apostoli, e dalle Profezie dell’Antico Testamento

Messe in relazioni con le rivelazioni della Suora della Natività

di Amedeo NICOLAS

PARTE PRIMA.

CAPITOLO III.

LA TERZA ETÀ DELLA CHIESA.

La terza età è descritta nel terzo Angelo, nel terzo sigillo, nella terza tromba e nella terza lode. Comprende gli anni che vanno da Costantino fino a Carlo Magno e alla scomparsa dell’eresia degli Iconoclasti (Sic. Holzhauser, tom. 1, p. 118, Wüilleret. Chiama questa età l’età dei Dottori).  

ARTICOLO 1.

I. La terza Chiesa, per il suo nome e la sua storia, corrisponde a questa epoca. Holzhauser (t. 1, p. 121, Wüilleret) dice che la parola Pergamo, il nome di questa Chiesa, significa “ciò che divide le corna“. Noi non abbiamo trovato nulla che possa fornirci questo significato, e ne diamo uno diverso che si accorda molto bene con ciò che è successo in quest’epoca. Fu a Pergamo che si iniziò ad usare la pergamena per scrivere; questo materiale fu chiamato così dal nome della città stessa; la Chiesa di Pergamo sarebbe dunque l’epoca della Scrittura, cioè dei Concili, dei Dottori e dei Padri della Chiesa, e infatti la storia ci dimostra che è proprio così.

II. Se dal nome della Chiesa di Pergamo passiamo all’esposizione secondo San Giovanni, potremo assegnarle il tempo e la durata che le abbiamo dato. Colui che parla ha in bocca (Apoc. cap. 1, v. 16) una spada affilata a due tagli, la spada della parola e della dottrina (Hæc dicit qui habet romphæam ex utraque parte acutam (Non sic Holzhauser, tom. 1, p. 122, Wuilleret), ibid. cap. II, v. 16). – L’epoca in questione non è quella degli imperatori romani persecutori; ma tuttavia ci sono dei martiri, e in particolare sant’Antipa, massacrato a Pergamo dagli ariani (Sic Holzhauser, tom. 1, p. 124, 125, Wüilleret). satana, non ancora incatenato nell’abisso, è seduto sul trono, che può rappresentare sia il breve regno di Giuliano l’Apostata, che la lunga serie di eresie che, a partire da Ario, continuò fino agli Iconoclasti. (Scio ubi habitas, ubi sedes est satanæ. Et in diebus illis Antipas testis meus fidelis, qui occisus est apud vos ubi satanas habitat – Io so che voi vivete dove satana ha il suo trono, e che in questi giorni Antipa, mio fedele testimone, è stato ucciso in mezzo a voi dove satana vive), ibid. cap. II, v. 13). Ario attaccò la divinità di Gesù Cristo, Macedonio quella del Santo Spirito; Pelagio esagerava la potenza umana nel bene e rifiutava la grazia. Nestorio vedeva in Gesù due persone. Eutyche, il più violento di quelli che lo combatterono al Concilio di Efeso, passò dall’unità delle persone all’unità della natura. I Monoteliti, i resti della setta degli Eutichiani, riconoscevano una sola volontà nell’uomo-Dio, e i demolitori di immagini perseguivano il culto della Croce e dei Santi. Quanti Concili generali e particolari, quante istruzioni pastorali, quanti scritti sono stati necessari per combattere tutte queste novità! L’aria era piena di eresie; appena ne finiva una, ne cominciava un’altra, e a volte ne esistevano diverse insieme. È dunque con ragione che San Giovanni nota l’esistenza di tutte queste false dottrine (Ita habes et tu tenentes doctrinum Nicolaïtarum – Voi avete tra voi alcuni che sostengono la dottrina dei Nicolaiti – cap. II, v. 15). E aggiunge al v. 14: Sed habeo adversùs te pauca, quia habes illic tenentes doctrinam Balaam qui docebat Balac mittere scandalum coram filiis Israël, edere et fornicari – Ho poco da rimproverarvi, cioè che avete tra voi alcuni che tengono la dottrina di Balaam, il quale consigliò a Balac di mettere lo scandalo davanti ai figli d’Israele, per indurli a mangiare e a fornicare – ; infatti, l’errore non era solo negli spiriti, era sceso nella pratica; il libertinaggio, l’intemperanza e la0 fornicazione si erano diffusi orribilmente. Essi precedevano la diffusione delle eresie, presso coloro che ne erano gli autori e si espandevano presso tutti i loro settari, che abbracciarono tutte queste menzogne solo per indulgere indisturbati in tutti i piaceri proibiti. – La Chiesa di Gesù Cristo non venne meno alla sua missione; Essa perseguì e condannò l’errore in tutte le sue forme. Preservò i dogmi cristiani con un gran numero di Concili; non rinnegò Gesù Cristo e la sua fede, nonostante i poteri temporali che la attaccavano; predicò la penitenza agli uomini erranti; Essa combatté con la spada della parola e della dottrina (Similiter pænitentiam age; si quominus veniam tibi citò, et pugnabo cum illis in gladio oris mei – Fate anche voi penitenza, altrimenti verrò presto da voi e combatterò contro di loro con la spada della mia bocca); ha dunque meritato bene che il suo divino fondatore le desse questa testimonianza e le dicesse: Et tenes nomen meum et non negasti fidem meam – Tu custodisci il mio Nome e non hai rinnegato la mia fede -, ibid. v. 13). La ricompensa che Dio concede al vincitore si riferisce a tutto ciò che abbiamo detto sulla terza età. Questa ricompensa è la manna della verità, della saggezza e della conoscenza che sono nascoste agli uomini carnali e fuorviati e sono note solo a coloro che vivono in Dio (Vincenti dabo manna absconditum, ibid. v. 17). È anche una pietra bianca su cui è scritto un nuovo nome che nessuno conosce tranne colui che lo riceve, e che potrebbe essere il nome di “Cattolico” che i fedeli adottarono allora per distinguersi dagli eretici che ancora si chiamavano Cristiani (Et dabo illi calculum candidum, et in calculo nomen novum scriptum, quod nemo scit, nisi qui accipit – Gli darò una pietra bianca con un nome nuovo scritto sopra, che nessuno conosce tranne colui che lo riceve – ibid v. 17).

ARTICOLO II.

Alla terza età corrisponde il terzo sigillo, alla cui apertura appare un cavallo nero, cavalcato da un cavaliere che tiene in mano una bilancia, e si sente una voce che esce dal mezzo dei quattro animali e dice: Due libbre di grano sono vendute per un denaro, e sei libbre di orzo per un denaro… Non nuocere al vino e all’olio (Et cùm aperuis set sigillum tertium, audivi tertium animal dicens: Veni et vide. Et ecce equus niger, et qui scdebat super illum habebat stateram in manu suậ, et audivi tanquàm vocem in medio quatuor animalium dicentium: Bilibris tritici denario, et tres bilibres hordei denario, et vinum et oleum ne læseris – E quando ebbe aperto il terzo sigillo, udii il terzo animale dire: “Venite a vedere“; ed ecco, apparve un cavallo nero, e colui che vi sedeva sopra aveva una bilancia in mano; e udii come una voce in mezzo ai quattro animali che diceva, come se tutte fossero d’accordo: Due libbre di grano per un denaro, e sei libbre d’orzo per un denaro; non fate del male al vino e all’olio –  cap. VI, v. 5. 6 ) . – Questo cavallo nero rappresenta molto bene, secondo noi, le tenebre dell’eresia e la notte dell’errore. Chi è immerso in esse non è morto, perché ha ancora un principio di vita nelle verità che ha conservato; ma è perso, ha perso l’orientamento; non sa dove va e può solo perdersi. La bilancia che il cavaliere tiene in mano e il prezzo alto e fisso dei beni più necessari alla vita, come il grano e l’orzo, indicano la grande carestia spirituale che regnava nel mondo quando sorse questa grande confusione, e che andò di pari passo con una grande carestia materiale che desolò la terra in seguito all’invasione dei barbari ariani. D’altra parte, la raccomandazione di non toccare il vino e l’olio, cosa che significa che le altre colture sono state toccate, rende abbastanza chiaro che il sacerdozio, rappresentato dall’olio, con cui i sacerdoti sono unti e i Vescovi consacrati, e che i veri fedeli, rappresentati dal vino, non saranno danneggiati dalle eresie che sorgeranno, perché la Chiesa trionferà su di esse. Holzhauser (vol. 1, pp. 273-277, Wüilleret) pensa che il cavallo nero di cui parla San Giovanni rappresenti la guerra dei Giudei sotto Vespasiano e la distruzione di Gerusalemme. In questo è in opposizione a tutte le idee generalmente accettate. È, infatti, universalmente accettato che il colore nero rappresenti l’erranza, che il colore rosso o ruggine rappresenti la guerra e la persecuzione; quindi il colore nero non può indicare massacro e devastazione.

ARTICOLO III.

La terza tromba ci mostra una grande stella, ardente come stoppa infiammata, che cade dal cielo sulla terza parte dei fiumi e delle sorgenti d’acqua. Il nome di questa stella è Assenzio; essa trasforma la terza parte delle acque in assenzio, e così causa la morte di molti uomini, perché le acque erano diventate amare come l’assenzio (Et tertius Angelus tuba cecinit; et cecidit de cœlo stella mugna, ardens tanquàm facula, e questo dice in tertiam partem fluminum et in fontes aquarum. Et nomen stellæ absynthium, et factu est tertia pars aquarum in absynthium, et multi homines mortui sunt de aquis, quia amaræ factæ sunt, Apoc. Cap. VIII. 8, v. 10. 11). – Questa grande stella rappresenta, secondo noi, i numerosi e grandi eresiarchi di cui abbiamo parlato, che uscirono tutti dal sacerdozio, e sono rappresentati per questo da una stella, i quali, essendosi dati all’errore, caddero dal cielo, da dove illuminavano gli uomini, alla terra e a tutto ciò che essa contiene. Tutte queste false dottrine erano molto perniciose; non si limitavano ad ingannare pochi individui; infettavano città, province e interi popoli (In tertiam partem fluminum et in fontes aquarum); costituivano partiti che si facevano guerra tra loro e devastavano le regioni; i barbari del nord, che avevano abbracciato l’Arianesimo misero a ferro e fuoco l’Impero Romano; e all’amarezza di una dottrina menzognera che precipitava le anime nell’inferno, si aggiunse l’amarezza per le guerre, le carestie, le pestilenze e la miseria. Holzhauser vede nella terza tromba il monaco Pelagio e il suo amico Celestino (t. 1, p. 339 a 342, Wüilleret); in quanto concorda che gli eretici che escono dal clero sono rappresentati da una grande stella, che la stella che cade rappresenti la caduta di coloro che sono sacerdoti; e con questo stesso fatto fa capire che è senza motivo che abbia fatto della seconda tromba, che è una grande montagna (Mons magnus, Apoc. cap. VIII, v. 8), il patriarca Macedonio, e che abbia confuso il sacerdote Ario con la prima tromba.

ARTICOLO IV.

La terza lode (sapientiam, Apoc. cap. V, v. 12) è per la terza età. L’errore, la confusione, le tenebre erano ovunque; era necessaria una saggezza eterna per apprezzarli, denunciarli, condannarli e salvare la verità in mezzo a questo diluvio di menzogne.

CAPITOLO IV.

LA QUARTA ETÀ DELLA CHIESA.

La quarta età della Chiesa è compresa nella quarta Chiesa, il quarto sigillo, la quarta tromba e la quarta lode. Cominciò con Carlo Magno e finì con Lutero (Sic. Holzhauser t. I p. 131, Wüilleret).

ARTICOLO PRIMO

I. Il nome della quarta Chiesa e la sua storia le danno il carattere ed il tempo che le assegniamo. – Il nome di Thyatira porta con sé l’idea di grandezza, di consacrazione, di illuminazione, di solennità; Holzhauser lo riconosce (vol. 1, p. 131, Wuilleret). Questo nome è quindi ben collegato al vero carattere di questo Medioevo, così calunniato al giorno d’oggi perché religioso, e durante il quale i Vicari del nostro divino Maestro hanno regnato sui re come sui popoli.

II. La storia di questa Chiesa è anche legata a questo nome. – Nostro Signore Gesù Cristo appare come il Figlio di Dio, al quale tutte le nazioni sono state date in eredità (Et dabo tibi gentes hæreditatem tuam, Ps. II, v. 8), come il Re dei re e il Signore dei signori (Rex regum et Dominus dominantium, Apoc. cap. XIX, v. 16). I suoi piedi sono luminosi come bronzo fine; i suoi occhi sono luminosi come la fiamma del fuoco (Hæc dicit Filius Dei qui habet ocu los tanquàm flammam ignis, et pedes ejus similes auricalcho, Apoc. cap. II, v. 18). Tutto in Lui indica il regno e il dominio, qualcosa che non si trovava in nessuna delle epoche precedenti. – La carità, la fede, lo zelo, la pazienza e le opere mirabili di questa Chiesa sono ben espresse nel v. 19: Novi opera tua, et fidem, et charitatem tuam, et opera tua novissima plura prioribus – conosco le vostre opere, la vostra fede, la vostra carità, il vostro zelo, la vostra pazienza, e le vostre ultime opere più abbondanti delle prime). Questa Chiesa è poi divisa in due parti, non successive, ma coesistenti. La prima è costituita da coloro che seguono Jezebel, la grande peccatrice d’Oriente, di cui si è parlato nel capitolo II, v. 20 a 23; e la seconda è costituita da coloro che non lasciano Thyatira, che rimangono fedeli alla Tiara, alla triplice corona del Vicario di Gesù Cristo, di cui si parla nello stesso capitolo, v. 24 a 29. – Il Maestro Divino fa un grande, ma unico rimprovero a questa Chiesa, quello di permettere alla donna Jezebel, che si chiama profetessa, di indottrinare e sedurre i suoi servi, di farli fornicare e mangiare alimenti consacrati agli idoli (Sed habeo adversùs te pauca, quia permittis mulierem Jezabel, quæ se dicit propheten, docere et seducere servos meos, fornicari ct manducare de idolothytis, Apoc. cap. II, v. 20).

III. Chi è questa Jezebel? Chi sono coloro che ella seduce e conduce al male? Questa donna rappresenta, a nostro parere e a quello di Holzhauser (t. 1, pag. 136-143, Wüilleret) la Chiesa greco-scismatica e secondariamente tutti i membri della Chiesa latina che si rivoltarono contro Roma, contro i principi della terra, tali Valdo, gli Albigesi, Wicleff, Jean Hus, e preparono le vie a Lutero, a Calvino e a quella nube di cavallette malefiche che si abbatté, nel XVI secolo sulla Chiesa occidentale – La Chiesa greca, con la sua separazione e le conseguenze che ne sono derivate, ha realizzato tutto ciò che l’Apocalisse dice di Jezebel. Essa si è detta profetessa, cioè ha parlato in nome di Gesù Cristo, in nome di Dio, mentre non ne aveva nessun diritto, nessuna qualità, nessun titolo. Ha sviato il popolo con i suoi insegnamenti erronei e lo ha sedotto con i suoi artifici. Fece sprofondare quelli che la seguivano nella fornicazione, e li svilì a tal punto da far loro mangiare cose consacrate agli idoli. – Le fu dato un tempo considerevole per fare penitenza (Et dedi illi tempus ut pœnitentiam ageret, Apoc. cap. II, v. 21). Da Fozio che iniziò lo scisma, a Michele Cerulario che lo consumò, passò più di un secolo. Da quest’ultimo all’asservimento della Chiesa orientale da parte dei Turchi passarono quattrocento anni; ma essa non volle convertirsi, e preferì il dominio dell’infedeltà e della morte al giogo così leggero e così paterno del Vicario di N.S. J.-C. (Et non vult pænitere à fornicatione sua – E non volle pentirsi della sua fornicazione.)  – L’ira di Dio si abbatté allora su questa Chiesa indurita con tutto il suo peso; la stese su di un letto (Ecce mittam eam in lectum, ibid. v. 22), cioè le tolse tutta la sua volontà, tutta la sua libertà, tutto il suo potere, rendendola schiava dei barbari maomettani che essa aveva preferito alla Chiesa romana. Essa precipitò nella più grande tribolazione coloro che fornicarono con essa, perché dopo il suo esempio non fecero penitenza (Et qui mạchantur cum ea, in tribulatione maxima erunt, nisi pænitentiam ab operibus suis egerint – E coloro che si contaminano con essa saranno nella più grande tribolazione, se non faranno penitenza per le loro opere -, ibid. v. 22). Inoltre, Dio consegnò alla morte spirituale i figli di questa Chiesa che i conquistatori feroci strapparono con la forza ai loro genitori, nella loro più tenera infanzia, per farne i loro giannizzeri, i loro soldati e i più fermi difensori dell’islamismo che è la morte dell’anima (Et filios ejus interficiam in morte – Ucciderò i suoi figli nella morte -, ibid. v. 23). La giustizia divina, nel punire la colpevole defezione della Chiesa greca, dà le ragioni del suo rigore. Tutte le Chiese impareranno da questo esempio, dice il testo sacro, che Dio scruta i lombi e i cuori, e rende a ciascuno secondo le sue opere (Et scient omnes ecclesiæ, quia ego sum scrutans renes et corda; et dabo unicuique vestrúm secundùm opera sua, ibid. v. 23). È perché i pensieri erano malvagi, i cuori erano corrotti, che ha respinto questi scismatici; è perché le loro opere erano cattive, che li rese schiavi dei Turchi; e anche la storia contemporanea conferma fin troppo bene i vizi e la cancrena dei Cristiani orientali che si sono abbassati anche al di sotto dei musulmani, con la loro doppiezza, e che formano ancora una delle tribù più barbare; perché soli, nel mondo, forniscono ancora pirati.

IV. Dio non indirizza lo stesso linguaggio alla Chiesa latina, alla Chiesa occidentale, a coloro che in altre parti del mondo sono rimasti fedeli a Lui, e in generale a tutti gli uomini che non hanno adottato queste menzogne e non hanno conosciuto le profondità di satana; al contrario, Egli promette loro che non li graverà di nessun altro peso (Vobis autem dico, et cæteris qui Thyatiræ estis: quicumque non habent doctrinam hanc, et non cognoverunt altitudines Satanæ, quemadmodùm dicunt, non mittam super vos aliud pondus, ibid. v. 23, 24). Egli pone come condizione che essi conservino ciò che hanno fino alla sua venuta (Tamen id quod habetis, tenete donec veniam, ibid. v. 25). E infine dà come ricompensa al fedele e al vincitore il potere sulle nazioni e la Stella del mattino (Et qui vicerit et custodierit usque in finem opera mea , dabo illi potestatem super gentes, et reget eas in virga ferrea, et tanquàm vas figuli confringentur, sicut et ego accepi à Patre meo: et dabo illi stellam matutinam – Colui che avrà vinto e avrà conservato le mie æuyres fino alla fine riceverà da me il potere sulle nazioni; e le vernicerà con una verga di ferro, e le spezzerà come un vaso di vasaio, come io ho ricevuto il potere da mio padre. Gli darò anche la Stella del Mattino – , ibid. v. 26, 27, 28). Cos’è questa stella del mattino? Cos’è questo potere sulle nazioni? La Stella del mattino (Stella matutina, lit. 5, v.) è Maria; ed è veramente nella quarta età e nel tempo che le assegniamo, che S. Anselmo, S. Bernardo, S. Bonaventura, S. Domenico, stabilirono e propagarono la devozione alla Beata Vergine, e quella del Rosario, che trionfò sugli Albigesi più efficacemente degli eserciti di Simone di Montfort. Questo potere è la supremazia dei sovrani Pontefici su tutti i re e i popoli, che li ha resi i padri della grande famiglia, e i principi gli anziani dei loro figli. – Riguardo alle promesse che Dio fa a questa Chiesa, ci prendiamo la libertà di fare due osservazioni: Il primo è che il potere sulle nazioni fu solo parziale, e fu esercitato solo in Europa, e non in tutto il mondo, durante il Medioevo; la seconda è che la devozione e il culto dell’iperdulia verso Maria si sono diffusi nella quarta epoca, ma che si sono sviluppati pienamente solo nel nostro tempo con gli innumerevoli prodigi che hanno manifestato l’onnipotenza dell’intercessione della Madre di Dio, con i grandi segni di bontà e protezione che ha dato alla terra, e infine con la proclamazione come dogma di fede della sua Immacolata Concezione. La triste Chiesa di Sardi non dà alla Chiesa il pieno potere sulle nazioni; non stabilisce il regno di Cristo su tutta la terra (Adveniat regnum tuum); lungi da ciò, schiavizza la religione; la tormenta, la perseguita, la spoglia, seduce un gran numero di fedeli e molti dei suoi sacerdoti; invece di estendere il culto di Maria, ne ritarda il progresso, e rimanda per più di duecento anni il riconoscimento del più bel privilegio della Madre di Dio. Sarà dunque nella sesta epoca che si realizzeranno le promesse fatte nella quarta, che vedremo questo grande omaggio reso alla nostra buona Madre e il regno di Cristo su tutti i popoli. – La nostra opinione, su questi due punti, è anche quella di Holzhauser; se ne può essere convinti leggendo le pp. 148 a 151, vol. 1. della traduzione di M. de Wüilleret, anche se non li commenta così a lungo come abbiamo fatto noi.

ARTICOLO II.

Alla quarta Chiesa, quella di Thyatira, corrisponde il quarto sigillo (Apoc. cap. VI, v. 7, 8) che ci mostra un cavallo pallido, cavalcato da un cavaliere chiamato Morte, e che appare in forma di scheletro. Questo cavaliere è seguito dall’inferno; egli riceve il potere sulle quattro parti della terra, e il potere di uccidere gli uomini con la spada, con la carestia, con la morte e con le bestie della terra – Et cum aperuisset sigillum quartum, audivi vocem quarti animalis dicentis: Veni et vide: et ecce equus pallidus, et qui se debat super illum, nomen illi Mors, et infernus seque batur eum, et data est illi potestassuper quatuor partes terræ, interficere gladio, fame et morte, et bestis terræ, cap. VI, v. 7, 8). Se il cavallo bianco rappresenta la conquista del mondo da parte di Gesù Cristo nella prima epoca; se il cavallo rosso indica le persecuzioni; se il cavallo nero rappresenta le eresie, si può dire con ragione che il colore pallido e cadaverico e la morte esprimono l’infedeltà, che è la morte spirituale, completa, che rende veri scheletri coloro che l’hanno abbracciata; e che, di conseguenza, il cavallo e il cavaliere del quarto sigillo sono il maomettanesimo e, più specialmente, l’impero turco. Maometto apparve nel secolo scorso, alla fine della terza età, e durante la sua vita fece grandi conquiste. I suoi primi successori governavano l’Arabia, l’Egitto, il Nord Africa, la Palestina, la Persia; avevano invaso parte della Spagna e attaccato la Gallia, ma erano entrati solo nell’Impero d’Oriente senza distruggerlo. Nella quarta epoca, i Turcomanni, usciti dalla Tartaria asiatica, sottomisero i Saraceni, altri Tartari che avevano sottomesso gli Arabi, e lasciarono loro solo l’Egitto e l’Arabia, che Selim poi prese da loro: Penetrarono ulteriormente nell’impero greco, si impadronirono di tutta l’Asia Minore, della Grecia e della cosiddetta Turchia d’Europa, e alla fine di quest’epoca, nell’anno 1453, presero finalmente Costantinopoli e fondarono il più grande impero che sia mai esistito; Infatti il maomettismo si diffuse in tutta l’Africa conosciuta, in Arabia, in Siria, Palestina, Mesopotamia, Circassia, Armenia, Persia, in tutta la Tartaria Maggiore e Minore, in India, Indocina, nelle isole della Sonda, nell’Asia Minore, l’antico regno di Macedonia e Grecia, e nel sud della Russia europea; così che dominava le quattro parti della terra, cioè l’est, il sud, l’ovest e il nord di Gerusalemme, che è il centro e l’ombelico del mondo (Ut diripias spolia et invadas prædam, ut inferas manum tuam super eos qui deserti fuerant, et posteà restituti, et super populum qui est congregatus in gentibus, qui possidere cæpit, et esse habitator umbilici terræ. – Ezech. cap. XXXVIII, v. 12), il luogo dove si è compiuto il grande Sacrificio. – Le devastazioni che questi infedeli hanno fatto, gli omicidi e gli assassinii che hanno commesso sono innumerevoli. La loro legge era quella della forza e della spada; la seguivano ciecamente come dei veri bruti. I loro crimini erano per loro atti di religione che assicuravano loro la felicità eterna; tutti coloro che non volevano abbracciare le loro menzogne venivano messi a morte. L’apostasia salì al punto più alto per questa ragione, per cui essi adempirono tutto ciò che è detto di loro nel v. 8 del sesto capitolo di San Giovanni. – Holzhauser non la pensa come noi; vede nel cavallo pallido e nel suo cavaliere, che è la morte, la persecuzione dell’imperatore Domiziano. Noi persistiamo nella nostra opinione; il lettore apprezzerà (tom. 1, p. 278, Wüilleret).

ARTICOLO III.

A questa stessa quarta epoca si riferisce la quarta tromba, al cui suono sono colpiti la terza parte del sole, della verità, la terza parte della luna, dei popoli che ricevono la luce del sole di giustizia, la terza parte delle stelle, cioè dei Sacerdoti e dei Vescovi, essendo la Chiesa greca circa il terzo della Chiesa universale; Il giorno perse la terza parte della sua luminosità, e così la notte (Et quartus Angelus tuba cecinit, et percussa est tertia pars solis, et tertia pars lune, et tertia pars stellarum, ita ut obscurare tur tertia pars eorum, et diei non luceret pars tertia, et noctis similiter, Apoc. cap. VIII, v. 12).

ARTICOLO IV.

La quarta lode, la forza (Fortitudinem, ibidem, cap. V, v. 12), si adatta bene alla quarta età che vide l’inizio e la sussistenza, in tutta la sua grandezza, del regno morale della Chiesa sui re e sui popoli d’Europa, e la sua indipendenza temporale.

CONGETTURE SU LE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (5)

CONGETTURE SU LE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (3)

LE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (3)

Tratte dall’Apocalisse, dal Vangelo, dalle Epistole degli Apostoli, e dalle Profezie dell’Antico Testamento

Messe in relazioni con le rivelazioni della Suora della Natività

di Amedeo NICOLAS

PARTE PRIMA.

LE PRIME QUATTRO ETÀ DELLA CHIESA.

CAPITOLO PRIMO.

LA PRIMA ETÀ DELLA CHIESA.

La prima età della Chiesa è rappresentata dalla prima Chiesa, il primo sigillo, la prima tromba e la prima lode. Comprende i tempi apostolici dalla nascita di Gesù Cristo fino alla prima persecuzione romana sotto l’imperatore Nerone (sec. Holzhauser, tom. I, pp. 82-105, Wüilleret-Holzhauser) .

ARTICOLO PRIMO.

La chiesa di Efeso è la prima; il suo nome e la sua storia provano che è la Chiesa della predicazione e dello stabilimento del Cristianesimo.

I. Il nome di Efeso Ἐφεσος [=Efesos] deriva dalla parola greca Ἐφεσις [= Efesis] che significa “protesta”, appello di una sentenza davanti ad un altro tribunale. Abbiamo cercato nel dizionario greco di Planche, e non abbiamo trovato in nessuna parte che questa parola possa essere tradotta in francese o in latino come consiglio, volontà, grande caduta, come dice Holzhauser (t. 1, p . 85, Wüilleret). Non vediamo neppure quale correlazione possa esistere tra questi ultimi significati e la Chiesa di Efeso, che il pio interprete considera con noi come inclusa nella prima età della Chiesa universale, mentre il significato che abbiamo trovato e dato sopra, si accorda molto bene con il carattere dei primi anni della Religione. – Infatti, cosa hanno fatto quelli che chiamiamo Apostoli nel senso proprio e rigoroso della parola? Proclamavano ovunque la dottrina, le sofferenze e la supremazia di Colui che li aveva mandati, il che era uno scandalo per i Giudei e una follia per i Gentili; proclamavano a gran voce la Sua resurrezione e divinità; protestavano contro il giudaismo, il paganesimo, tutte le false religioni, contro gli errori, la morale, i costumi, le massime, la corruzione universale, in una parola, contro il mondo intero. Li abbiamo visti, risvegliando ovunque la coscienza umana addormentata e distorta, portare davanti a questo tribunale che non era più conosciuto, la prova e le prove che stabilivano la divinità di Colui che li aveva inviati. C’è mai stata una protesta così vasta, così radicale? C’è mai stata una rivoluzione più grande e fondamentale di quella che essi operarono in pochi anni? No, non è mai successo niente di simile nel mondo! Qualsiasi uomo che conosce la storia sarà d’accordo. È perché la chiesa di Efeso è la prima in ordine di tempo che i primi inviati di Cristo sono stati chiamati Apostoli. Questo nome, in greco Aποστολος [Apostolos], designa degli inviati che partono alla conquista del mondo, come delle navi armate per la guerra, e che protestano contro una condanna ingiusta. Così il nome della Chiesa di Efeso e quello dei suoi predicatori designano i tempi apostolici o la prima età della Chiesa universale.

II. La storia di questa Chiesa, come scritta da San Giovanni, e come la conosciamo in altri modi, ci porta alla stessa conclusione. I versetti da 2 a 5 del capitolo II dell’Apocalisse descrivono in modo molto preciso il lavoro straordinario e la pazienza sovrumana degli Apostoli che, essendo così pochi, evangelizzarono contemporaneamente la Gallia, l’Italia, la Grecia, l’Asia Minore, la Spagna, la Siria, la Palestina, l’Egitto, l’Etiopia, l’Arabia, la Persia, l’India e persino la Tartaria: Scio opera tua et laborem et patientian tuum, v. 2. et patientiam tuam, et sustinuisti propter nomen meum , et non defecisti, v. 3. (Conosco le tue opere, il vostro lavoro e la vostra pazienza. Avete pazienza, avete persistito per amore del mio nome e non siete venuti meno), essi scacciavano gli spiriti infernali dai corpi che li possedevano, e non potevano sopportare i malvagi. (et non potuisti sustinere malos). Ma due passaggi notevoli denotano nella Chiesa di Efeso, la prima età della Chiesa: uno ci mostra come i dodici pescatori di Galilea, provavano e rigettavano coloro che si dicevano, come essi, Apostoli di N. S. Gesù-Cristo e che non lo erano, come Simon mago: et tentasti eos qui se dicunt apostolos esse et non sunt, et invenisti eos mendaces (avete provato quelli che si dicono apostoli ma non lo sono, e avete scoperto la loro menzogna). L’altro ce li fa vedere detestanti e condannanti le sette dei Nicolaïti, i primi che apparvero ai tempi degli Apostoli e che presero il loro nome da quello di uno dei sette primi diaconi, sebbene si ha luogo di pensare che egli non abbia condiviso i loro errori … sed hoc habes quia odisti facta Nicolaïtarum quæ et ego odi – v. 6 (ed avete questo di buono, che detestate come me le azioni dei Nicolaiti che anche Io odio). Ed è verissimo che rallentò il primitivo fervore … sed habeo adversus te quod charitatem tuam primam reliquisti v. 4 (ma ho verso di te che hai abbandonato la tua prima carità). Si vede anche s. Pietro che lascia furtivamente Roma per sottrarsi alla persecuzione e non rientrarvi se non quando incontra il suo divin Maestro andare a farsi crocifiggere una seconda volta al posto del suo Vicario che fuggiva. È dunque con ogni verità e giustizia che Dio fa questo rimprovero ai primi Cristiani e dice loro: Memor esto itaque unde excideris, et age pœnitentiam, et prima opera fac. Sin autem venio tibi, et movebo candelabrum tuam de loco suo, nisiu pœnitentiam egeris (ricorda da dove sei caduto, e fa’ penitenza, e fate le opere di prima. Altrimenti verrò da voi e cambierò posto al tuo candeliere, se non fate penitenza) (v. 5). – La ricompensa che il Salvatore dà al vincitore durante questa Chiesa è anche legata al primato assegnatogli; questa ricompensa è il nutrirsi del frutto dell’Albero della Vita: Vincenti dabo edere de ligno vitæ, quod est in paradiso Dei mei (al vincitore darò da mangiare dall’albero della vita), v. 7. Dopo 4.000 anni, l’uomo, che era stato espulso dal paradiso terrestre, non si era più nutrito del frutto dell’Albero della Vita; i rifiuti della terra erano il suo unico cibo. Il Redentore promesso viene, e il frutto di quell’albero viene immediatamente restituito alla razza di Adamo in un modo più significativo. Questo frutto non è più un prodotto della terra; è il Salvatore stesso che, dopo essersi già dato all’umanità con la sua incarnazione e morte, si dona a ciascuno di noi nel banchetto eucaristico, innalza l’uomo dalle profondità, molto più in alto di quanto fosse prima del peccato, molto più in alto del Paradiso, e lo fa ascendere alla Divinità, a Dio, che diventa suo Padre (Pater noster qui es in Cœlis). Sappiamo che questa elevazione miracolosa continua in tutta la Chiesa, ma è certo che iniziò nella prima epoca, che fu la prima Chiesa a ricevere questa grazia, che fu essa a renderla pubblica, a proclamarla e a trasmetterla alle epoche successive. – Non c’è nulla, dunque, nei testi relativi alla prima Chiesa, come nella storia, che impedisca di includerla nella prima età del Cristianesimo; al contrario, tutto concorre a farcelo pensare.

ARTICOLO II

Poiché la prima epoca del Cristianesimo è certamente quella del suo stabilimento, della sua propagazione e della sua vittoria sul diavolo, sugli errori e sulle passioni, dobbiamo naturalmente riferirle il primo sigillo, alla cui apertura appare un cavallo bianco montato da un cavaliere che ha un arco in mano, e che, già vittorioso, corre verso nuove vittorie; così da un lato, il colore Bianco rappresenta la bontà, il Cielo, Dio, come abbiamo detto nel §. 5. dell’Introduzione; e dall’altro lato questo cavaliere è ovviamente N.-S. J.-C. che, già vittorioso sulla morte e sul peccato con la sua risurrezione, va a conquistare ancora e a sottomettere il mondo alla sua legge (Et vidi quòd aperuisset Agnus unum de septem sigillis, et audivi unum de quatuor animalibus dicens tanquàm vocem tonitrui: Veni et vide. Et vidi ecce equus albus, et qui sedebat super illum habebat arcum, et data est ci corona, et exivit vincens ut vinceret – E vidi che l’Agnello apriva il primo sigillo, e udii la voce di uno dei quattro animali che diceva con il tuono della terra: “Vieni e vedi“. E vidi un cavallo bianco, e il cavaliere che vi sedeva sopra aveva un arco, e gli fu data una corona, ed egli uscì per conquistare ancora. – Apoc. cap. II, v. 1, 2). Una corona è data a colui che è montato su questo cavallo, è Gesù Cristo fu realmente costituito Re dell’universo dal suo Padre celeste (Ego autem constitutus sum Rex ab eo super Sion montem sanctum ejus, prædicans præceptum ejus. Dominus dixit ad me: Filius meus es tu, ego hodiè genui te. Postula à me, et dabo tibi gentes hæreditatem tuam et pos sessionem terminos terræ. Reges eos in virgâ ferrea, et tanquàm vos figuli confringes eos – Sono stato fatto re da lui su Sion, il monte santo, dove predico la sua legge. Il Signore mi disse: Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato, chiedi a me e io ti darò le nazioni come tua eredità e tutta la terra come tuo dominio. Li distruggerai con una verga di ferro e li frantumerai come un vaso di vasaio – Ps. II. v . 6-9).

ARTICOLO III.

    Alla prima età della Chiesa conviene anche il primo Angelo che suona la tromba, e che è molto diverso da quello che versa sulla terra tutte le piaghe contenute nella prima coppa; poiché queste piaghe sono quelle degli ultimi tempi: Plagas novissimas, (Apoc. X. v. 1). Al suono di questa tromba, cadranno dal cielo grandine e fuoco mescolato a sangue. Questo fuoco scende sulla terra; consuma la terza parte della terra, la terza parte degli alberi e tutta l’erba verde (Et primus Angelus tuba cecinit, et facta est grando et ignis mixta in sanguine, et missum est in terram, et tertia pars terræ combusta est, et tertia pars arborum concremata est, et omne fœnum viride combustum est – E il primo Angelo suonò la tromba, e caddero grandine e fuoco mescolato a sangue, che furono mandati sulla terra. La terza parte della terra fu bruciata, la terza parte degli alberi fu consumata e ogni erba verde fu bruciata. – ibid. cap. VIII, v. 7). – Questa grandine, questo fuoco misto a sangue rappresentano le persecuzioni dei Giudei contro i primi Cristiani. Queste iniziarono dopo la discesa dello Spirito Santo e continuarono fino all’inizio delle persecuzioni romane che esse ebbero suscitato. Il fuoco raffigura molto bene la rabbia e l’accanimento che animavano il popolo deicida (Saulus autem spirans minarum et cædis in discipulos Domini, accessit ad Principem sacerdotum, et petiit ab eo epistolas in Damascum in synagogas, ut si quos invenisset hujus viæ viros et mulieres, vinctos perduceret in Jerusalem – Saulo, pieno di minacce e respirando solo il sangue dei discepoli del Signore, andò dal sommo sacerdote e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damasco, così che se avesse trovato qualcuno di questa setta, maschio o femmina, avrebbe potuto portarlo prigioniero a Gerusalemme. – Act. Apost. cap. IX, v. 1. 2). La grandine è la figura delle carcerazioni, delle confische, dell’esilio, della flagellazione e tutti i vari tormenti che furono inflitti a quei discepoli di Cristo che non furono uccisi; il sangue è quello dei martiri di quel tempo, i primi dei quali furono Santo Stefano e San Giacomo il Maggiore. Questa persecuzione fu meno estesa di quelle che furono ordinate più tardi dagli imperatori romani, perché i Giudei avevano potere solo nel loro paese, e la Chiesa non aveva ancora un gran numero di figli; ma essa si estese a tutta la Palestina, che è la terra di cui parla San Giovanni; raggiunse i semplici fedeli che sono presentati da “tutto ciò che è verde” e ha la vita dell’anima; colpì gli Apostoli e i ministri che sono “gli alberi che dominano l’erba dei campi”; e consumò la terza parte della terra, delle erbe verdi e degli alberi.

ARTICOLO IV.

Alla prima età della Chiesa si riferisce la prima lode (virtutem, cap. V, v. 12). Ci voleva un grande coraggio ed una grande virtù per intraprendere e fare la conquista di un mondo così apertamente ostile alla verità e al luogo.

ARTICOLO V.

Il venerabile Holzhauser pensa, come noi, che la Chiesa di Efeso sia la prima età della Chiesa universale da N.S. J.-C. a Nerone; che il Cavaliere che appare all’apertura del primo sigillo sia il Salvatore stesso (vol. 1, p. 267, Wüilleret); ma sostiene che l’Angelo che suona la tromba sia Ario l’eresiarca (vol. 1, pp. 332-335, Wüilleret), perché vede in questi sette Angeli null’altro che l’eresia. Noi non condividiamo la sua opinione; non discuteremo qui con lui su questo argomento; lo faremo più tardi, quando cercheremo di dimostrare che Ario appare solo al suono della terza tromba, e che di conseguenza non arriva al tempo della prima.

CAPITOLO II.

LA SECONDA ETÀ DELLA CHIESA.

I. La seconda età della Chiesa è descritta nella seconda Chiesa di Smirne, nel secondo sigillo, nella seconda tromba e nella seconda lode: essa comprende il tempo delle persecuzioni romane che va dalla prima persecuzione sotto Nerone, fino al loro termine sotto Costantino il Grande (Sic Holzhauser, tom. 1, p. 108 a 118, Wüilleret).

ARTICOLO PRIMO

La seconda Chiesa, con il suo nome e la sua storia, segna questa seconda epoca.

I. Il nome Smyrne significa mirra, e la mirra è il simbolo della mortificazione, della sofferenza e del sacrificio, come espresso da Holzhauser (vol. 1, p. 109, Wüilleret). Questo nome è quindi molto appropriato per un’epoca che ha visto duecentocinquanta anni di persecuzioni.

II. La storia che San Giovanni traccia di questa Chiesa è in armonia con il tempo e la durata che le assegniamo. Gesù Cristo vi appare e parla come se fosse stato messo a morte e fosse tornato in vita (qui fuit mortuus et vixit, Apoc. cap. II, v. 8), per incoraggiare i suoi discepoli al martirio con la consolante prospettiva di una nuova vita che non avrà mai fine. E dicendo loro che Egli è il primo e l’ultimo (primus et novissimus, v. 8), annuncia la sua seconda venuta; poiché, promesso all’inizio del tempo, verrà alla fine di questo stesso tempo per giudicare il mondo; Egli fa capire loro che gli uomini, che sono peccatori – e quindi gli ultimi – devono soffrire ed essere umiliati, poiché Colui che è indiscutibilmente il primo si è annientato ed è stato trattato come l’ultimo; e infine, si pone con tutta giustizia come il Creatore al quale tutto appartiene, dal quale tutto è stato fatto, e al quale, alla fine, tutto deve giungere e tornare. Poi, venendo ai dettagli degli eventi che segneranno quest’epoca, e allo stato della Chiesa durante la sua durata, dice che conosce la sua tribolazione e la sua povertà, dal punto di vista umano, ma che essa è veramente ricca davanti a Dio, a causa del suo fervore e della sua devozione (Scio tribulationem tuam et paupertatem tuam, sed dives es, v. 9). L’avverte di non temere ciò che dovrà soffrire (Nihil horum timeas quæ passurus es, v. 10); le annuncia che il diavolo, che certamente non era stato ancora incatenato, come abbiamo detto nel § 6 della nostra Introduzione, getterà alcuni dei fedeli in prigione per tentarli. (Ecce missurus est Diabolus aliquos ex vobis in carcerem ut tentemini, v. 10); gli raccomanda di essere fedele fino alla morte, perché la tentazione giungerà fino ad allora (Esto fidelis usque ad mortem, v. 11); gli promette di dargli in premio la corona della vera vita, della vita eterna (Et dabo tibi coronam vitæ, v. 10); Egli aggiunge che colui che avrà così vinto con la morte del corpo, non sarà raggiunto dalla seconda morte, dalla dannazione del corpo e dell’anima all’ultimo giudizio (Qui vicerit non lædetur à morte secunda, v . 11); e per meglio provare che questa Chiesa sia davvero il tempo delle persecuzioni, dà il numero esatto di queste stesse persecuzioni, che furono veramente dieci, a causa dei detti Editti che le ordinarono (Et habebitis tribulationem diebus decem – ed avrete tribolazioni per dieci giorni – v. 10); e assegna al loro inizio la causa reale e storica, che fu l’odio dei Giudei che, dopo aver loro stessi perseguitato i Cristiani nella prima epoca, armarono i pagani che avevano invece messo Gesù Cristo tra i loro dei (Et blasphemaris ab eis qui se dicunt Judæos et non sunt, sed sunt synagoga Satanæ – E sarai blasfemata da coloro che si dicono Giudei, ma che non lo sono, e sono al contrario parte della sinagoga di satana, v. 9).

ARTICOLO II.

A questa seconda epoca corrisponde il secondo sigillo alla cui apertura appare un cavallo rossiccio o rosso, cavalcato da un cavaliere al quale è dato una grande spada, e il potere di togliere la pace dalla terra e di far uccidere gli uomini tra loro (Et cùm aperuisset sigillum secundum, audivi secundum ani mal dicens: Veni et vide; et exivit alius equus rufus, et qui sedebat super illum, datum est ei ut sumeret pacem de terra, et ut invicem se interficiant, et datus est ei gladius magnus – E quando ebbe aperto il secondo sigillo, udii l’animale dire: “Venite a vedere“; ed ecco che uscì un altro cavallo rosso, e a colui che lo cavalcava fu dato il potere di togliere la pace dalla terra e di far uccidere gli uomini gli uni gli altri, e gli fu data una grande spada – Apoc. cap. VI, v. 3. 4). In verità, il periodo sanguinoso delle persecuzioni romane non potrebbe essere rappresentato meglio. Il testo non ha bisogno di essere commentato; è sufficiente da solo a giustificare la nostra affermazione. – Il venerabile Holzhauser è solo in parte della nostra opinione (t. 1, p. 270 a 273, Wüilleret). Vede la persecuzione in questo sigillo, ma non vi riconosce se non quella di Nerone, mentre noi pensiamo che esse comprendano tutte quelle che vanno da Nerone a Costantino. Noi non lo contesteremo qui, ma lo faremo più tardi quando dimostreremo che i sigilli successivi si applicano a degli avvenimenti diversi e di tutt’altra natura; noi ci limiteremo qui a chiederci come mai Holzhauser non vede nei sei ultimi sigilli che delle persecuzioni, mentre nella prima, vede Nostro Signore stesso? Se i sigilli indicano le persecuzioni, perché eccettuare la prima? Se questo primo sigillo è diverso dagli altri, perché gli altri non dovrebbero essere diversi l’uno dall’altro? La diversità dei colori e degli eventi non indica forse delle differenze fondamentali?

ARTICOLO III.

Alla stessa seconda epoca si riferisce la seconda tromba, al cui suono una grande montagna, la potenza romana, cade nel mare, cioè sui Cristiani rigenerati dalle acque battesimali, e versa il sangue sulla terza parte del loro numero, e la terza parte dei sacerdoti, che, come navi, li conducevano al porto della salvezza (Et secundus Angelus tuba cecinit, et tanquàm mons magnus igne ardens missus est in mare, et facta est tertia pars maris sanguis; et mortua est tertia pars creaturæ corum quæ habebant animas in mari, et tertia pars navium interiit – E il secondo angelo suonò la tromba, e una grande montagna ardente come fuoco fu gettata nel mare. La terza parte del mare fu trasformata in sangue; la terza parte degli esseri viventi nel mare perì e la terza parte delle navi fu distrutta – Apoc. cap. VIII, 9).  Holzhauser ha visto, nella seconda tromba (t. 1, p. 335 a 338, Wüilleret), l’eresiarca Macedonio, patriarca di Costantinopoli; egli doveva agire così poiché aveva detto che la prima tromba denotava Ario; Ma la sua opinione non ci sembra sostenibile, perché questa eresia non causò grandi massacri, ed ha un’importanza storica solo per aver posto gli elementi di base del grande scisma d’Oriente; infatti, le montagne, in senso apocalittico, designano le potenze della terra, i poteri temporali (Apoc. cap. XVII, v. 9); poi finalmente perché gli eretici che lasciano il sacerdozio sono rappresentati dalle stelle, che brillavano nel cielo e che cadono sulla terra (Holzhauser dice espressamente – tom. 1. p. 344, Wüilleret – che le stelle sono i Vescovi, i prelati e i dottori usciti dalla vera Chiesa di Cristo. Poi, a pagina 557, vede l’imperatore Valente, un ariano, nella stella che cade dal cielo, nel capitolo IX, v. 1. Tutto questo è contraddittorio. Una cosa confuta l’altra). (Ibid. capitolo VIII, v. 10, capitolo IX, v. 1).

ARTICOLO IV.

La seconda lode (divinitatem, Apoc. cap. V, v. 12) si riferisce alla seconda età. In verità, era necessario che Gesù Cristo fosse Dio e che la sua Religione fosse divina per resistere a questa carneficina e a questa furia degli imperatori romani.

CONGETTURE SU LE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (4)

CONGETTURE SULLE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (2)

CONGETTURE SU LE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (2)

Tratte dall’Apocalisse, dal Vangelo, dalle Epistole degli Apostoli, e dalle Profezie dell’Antico Testamento Messe in relazioni con le rivelazioni della Suora della Natività

di Amedeo NICOLAS

J. B. Pèlagaud et Cie. Imprim. Libraires De N. S. P. le Pape – Lyon, grande rue Mercière, n. 50 – Paris, rue les Sainte-Pères, 57. 1858.

INTRODUZIONE

Il nostro intento principale, scrivendo questo libro, è quello di caratterizzare l’epoca in cui ci troviamo e gli anni che ne seguiranno, fino alla fine del mondo. Avremmo potuto conservare come titolo: « Dove siamo? Dove andiamo? » – Noi pensiamo di essere negli ultimi tempi e non negli ultimi giorni. Per questo motivo, avremmo potuto, forse, limitarci ad interpretare le Sacre Scritture nelle parti che concernono il grande avvenimento e gli anni che lo precederanno e che ad esso condurranno. Ma noi abbiamo considerato che le diverse età che compongono la durata del Cristianesimo sulla terra abbiano tra loro una interconnessione necessaria, come spiegazione dei testi che si riportano all’influsso dell’una sull’altra; e per questo, noi siamo stati condotti ad esporre i diversi tempi della Chiesa. È innanzitutto tutta l’Apocalisse che cercheremo di commentare in maniera generale e succinta. In una prima parte ci occuperemo delle prime quattro età. Nella seconda, che sarà più lunga e corposa, faremo la storia delle ultime tre, seguendo in questo la divisione adottata dall’Apostolo san Giovanni, il quale ha racchiuso le prime quattro Chiese nel capitolo secondo dell’Apocalisse, e le altre tre nel capitolo terzo. La prima parte sarà dunque come un’introduzione della seconda. – Prima di entrare nel dettaglio della materia, andiamo a fissare diversi punti che sono necessari per la comprensione di questo lavoro. – Il primo di questi punti è il tempo e la durata del mondo. Molte delle nostre considerazioni dovrebbero essere scartate se questa durata dovesse oltrepassare notevolmente i seimila anni. – Il secondo punto concerne ciò che si debba intendere con le sette Chiese. Noi diciamo che esse sono le sette età successive della Chiese di N.-S. J.-C. sulla terra, dopo la nascita del divin Maestro fino alla fine dei tempi. Se non fosse così, ogni nostro scritto crollerebbe per difetto di base. – Il terzo punto è relativo al carattere che presenta la transizione da un’età all’altra. Due età successive si intrecciano necessariamente; esse cioè coesistono. – Il quarto punto è la maniera in cui si debba dividere l’Apocalisse ed i diversi capitoli che la compongono. Senza questa divisione sarebbe impossibile congetturare alcunché di verosimile e di fondato su questo libro divino. Il quinto si riferisce ai diversi colori in questione nella presente rivelazione e che hanno, ciascuno, un significato che chiarisce i testi. – Il sesto, infine, è lo sviluppo del capitolo ventesimo della profezia di San Giovanni capitolo che getta una gran luce su tutti gli altri capitoli. – Questi sei punti ci forniranno sei paragrafi.

§. I. IL MONDO DEVE DURARE SEIMILA ANNI

.I Quale deve essere la durata del mondo, nelle condizioni in cui si trova dopo la creazione del primo uomo, e specialmente dopo la sua caduta? Quando deve finire il pellegrinaggio dell’umanità sulla terra? Ecco delle domande di una grande gravità, che meritano di occupare degli spiriti seri, e alla quali cercheremo di rispondere, nello stato in cui sono poste, lasciando forzatamente nel mistero sia i giorni della creazione sui quali non abbiamo alcun dato certo e che ci sembrano essere delle epoche piuttosto che dei giorni simili a quelli che conosciamo, sia il tempo durante il quale i nostri progenitori restarono fedeli a Dio, e le condizioni nuove nella quali potrà trovarsi la terra dopo la morte di tutti gli uomini e l’ultimo Giudizio. – Per determinare questa durata, noi potremmo, come ben altri, usare l’interpretazione di diverse parabole, di certi atti e miracoli di N.-S.; noi ne concluderemo come essi, con qualche probabilità, che il mondo debba durare circa 6000 anni, e che di conseguenza noi siamo alla fine della sesta ed ultima parte del tempo; ma noi preferiamo appoggiarci sui testi più chiari e più precisi, sul senso dei quali è difficile equivocare, perché, soprattutto in questa materia, la qualità vale, a nostro avviso, più che la quantità.  – San Paolo e San Giovanni, nelle loro Epistole, ci forniscono dei dati generali che ci indicano una durata di circa sei mila anni. L’Apostolo delle nazioni circa nell’anno 4050 del mondo, secondo il computo ordinario, diceva ai Corinti (I Ep. Cor., X, 11): « Nos ad quæ fines temporum devenerunt » [noi che ci troviamo alla fine dei tempi]. L’Apostolo dell’amore, nella sua prima Epistola (II, 18) si esprimeva così: « Filioli, novissima hora est, et sicut audistis quia antechristus venit, et nunc antichristi multi facti sunt: unde discimus quia novissima hora est » [figliolini miei, eccoci all’ultima ora, e come avete udito che deve venire l’anticristo, e già vi sono molti anticristi; da questo conosciamo che questa è l’ultima ora]. E aggiungeva: al cap. IV, 3: « Et omnis spiritus qui solvit Jesum, ex Deo non est, et hic est antichristus de quo audistis quoniam venit, et nunc jam in mondo est » [… ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio. Questo è lo spirito dell’anticristo che, come avete udito, viene, anzi è già nel mondo]. – Le parole di San Paolo sono puramente affermative; quelle di S, Giovanni sono più motivate … è l’ultima – egli dice – perché l’anticristo che deve venire alla fine è già venuto. – Cosa dire? Non c’è una contraddizione flagrante tra le due parti di questa frase? Come può l’anticristo venire alla fine dei tempi, e trovarsi anche nel mondo fin dall’inizio del Cristianesimo? La cosa, tuttavia, è semplice da concepirsi; San Giovanni ce lo spiega quando dice che è anticristo chiunque neghi la divinità di Gesù-Cristo, che lo scinda, lo divida e non veda in Lui che la natura umana (qui solvit Jesum). Ora, siccome dopo i tempi apostolici si sono trovati uomini che hanno fatto questa divisione e questa negazione, essi sono stati certamente degli anticristi, degli avversari, dei nemici del Cristo e su questo punto sono simili al figlio della perdizione che verrà alla fine del mondo. – Questi anticristi, precursori di colui che farà l’abominio della desolazione (Matt. XXIV, 15), non sono venuti prima dello stabilirsi della Religione cristiana, poiché prima della nascita e la predicazione del Signore, il mondo intero, malgrado le sue devianze e la sua corruzione, sospirava la venuta del Messia. I pagani, gli idolatri, i settari di Zoroastro, di Confucio, lo aspettavano come i Giudei; un immenso desiderio saliva dalla terra verso il Cielo, affinché facesse piovere il Giusto (Isaia, XLV, 8); non si trovava nessun uomo che protestasse contro di Lui, perché ognuno se lo rappresentava secondo le proprie idee e le sue particolari convenienze; di modo tale che è certo che la razza degli anticristi non è cominciata se non all’apparizione del nostro divin Maestro, che ha potuto soddisfare nello stesso tempo le speranze che tra loro si contraddicevano e da allora è stato posto come un segno di contraddizione … et in signum cui contradicetur (S. Luca II, 34), secondo la profezia del santo vegliardo Simeone. – Se dunque l’esistenza di questi nemici del Messia non è iniziata che nell’ultima ora, novissima hora, è perché il Messia stesso non è venuto se non in questa stessa ultima ora. – Se il Cristianesimo è apparso nell’ultima ora, secondo S. Giovanni, se l’ultima parte della durata del mondo si trovava già iniziata dai tempi degli Apostoli, a dire di San Paolo, noi possiamo, alla luce di un semplice ragionamento, determinare pressappoco l’epoca della fine dei tempi.  I secoli che restavano da trascorrere dopo la nascita del Salvatore fino alla fine, non potevano formare la metà della vita terrestre dell’umanità; perché se così fosse stato, Gesù-Cristo sarebbe nato nella metà dei tempi, ed i due Apostoli, contemporanei del divin Maestro, non avrebbero potuto scrivere che l’ultima parte dei secoli, e soprattutto l’ultima ora, fosse arrivata. – Se i secoli che dovevano susseguirsi dopo la stessa epoca non fossero contati che come il quarto della durata dei tempi, come i 4004 anni già trascorsi, il quarto rimanente per l’avvenire sarebbe stato di 1334 anni, ed il mondo sarebbe finito dopo l’anno 1334 dell’era cristiana, cosa che non si è realizzata. – Ma se è certo che la durata del Cristianesimo comprende meno della metà di tutti i tempi, è evidente che questa debba essere circa un terzo della totalità di questo tempo poiché tra la metà ed un quarto non c’è come intermedio che un terzo. Secondo questo calcolo, se i 4004 anni che hanno preceduto la venuta del Salvatore formano i due terzi della durata del mondo, due mila anni, tempo della Chiesa cristiana, sono il terzo ed ultimo terzo, e l’umanità quindi, deve abitare la terra per circa sei mila anni.

II. A questo calcolo approssimativo possiamo aggiungere l’affermazione profetica di S. Pietro, nella sua seconda Epistola (III, 3-10): « Hoc primum scientes, quod venient in novissimis diebus in deceptione illusores, juxta proprias concupiscentias ambulantes, dicentes: Ubi est promissio, aut adventus ejus? ex quo enim patres dormierunt, omnia sic perseverant ab initio creaturæ. Latet enim eos hoc volentes, quod cæli erant prius, et terra de aqua, et per aquam consistens Dei verbo: per quæ, ille tunc mundus aqua inundatus, periit. Cæli autem, qui nunc sunt, et terra eodem verbo repositi sunt, igni reservati in diem judicii, et perditionis impiorum hominum. Unum vero hoc non lateat vos, carissimi, quia unus dies apud Dominum sicut mille anni, et mille anni sicut dies unus. Non tardat Dominus promissionem suam, sicut quidam existimant: sed patienter agit propter vos, nolens aliquos perire, sed omnes ad poenitentiam reverti. Adveniet autem dies Domini ut fur: in quo cæli magno impetu transient, elementa vero calore solventur, terra autem et quae in ipsa sunt opera, exurentur. » [Questo anzitutto dovete sapere, che verranno negli ultimi giorni schernitori beffardi, i quali si comporteranno secondo le proprie passioni e diranno: “Dov’è la promessa della sua venuta? Dal giorno in cui i nostri padri chiusero gli occhi tutto rimane come al principio della creazione”. Ma costoro dimenticano volontariamente che i cieli esistevano già da lungo tempo e che la terra, uscita dall’acqua e in mezzo all’acqua, ricevette la sua forma grazie al Verbo di Dio; e che per queste stesse cause il mondo di allora, sommerso dall’acqua, perì. Ora, i cieli e la terra attuali sono conservati dal medesimo Verbo e riservati al fuoco per il giorno del giudizio e della rovina degli empi. Una cosa però non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo. Il Signore non ritarda nell’adempiere la sua promessa, come certuni credono; ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi. Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli con fragore passeranno, gli elementi consumati dal calore si dissolveranno e la terra con quanto c’è in essa sarà bruciata.]. – Come si può vedere, leggendo questo passaggio, il Vicario di N. S. G.-C. vuol premunire i fedeli che vivranno alla fine dei secoli, in novissimis diebus, contro i mendaci ed ingannatori che verranno allora, dei quali gli uni considereranno la fine del mondo come ancora molto lontana, e gli altri negheranno la possibilità di questa fine e dell’ultimo avvento di Gesù-Cristo. Circa questo soggetto, l’Apostolo ricorda che i cieli e la terra non esistono di per se stessi, ma sono stati creati dal Verbo di Dio, e di conseguenza questo stesso Verbo può distruggerli per cambiarli. Egli afferma loro che il divin Maestro che ha dichiarato che verrà alla fine, non tarderà a mantenere la sua promessa quando il tempo indicato dal suo Padre celeste giungerà. E aggiunge che a causa delle illusioni nelle quali si culleranno gli uomini ciechi che non lo attenderanno allora, Egli li sorprenderà e verrà, per essi, come un ladro; che nello stesso tempo i tempi passeranno, che gli elementi saranno dissolti dal calore, che la terra sarà consumata o purificata dal fuoco. Poi dopo aver parlato così della creazione del mondo e della certezza della sua fine, fa una raccomandazione che dice loro essere estremamente importante: « A tal proposito – egli dice – sia ben fissato questo solo punto nel vostro spirito: un solo giorno davanti a Dio è come mille anni, e mille anni sono come un giorno solo. » Questo testo significa, a vostro parere: « Un giorno della creazione rappresenta mille anni della durata del mondo; mille anni della durata del mondo corrispondono ad un giorno della creazione; per cui nasce questa corrispondenza forzata, che il mondo cioè durerà sei volte mille anni, poiché esso è stato creato in sei giorni: questa deve essere ammessa, o almeno rispettata se non vi si possa opporre niente di verosimile o di plausibile. Si obietterà che l’Apostolo con queste parole: et mille anni sicut dies unus, abbia voluto mostrare quanto il tempo fosse breve davanti a Dio e la sua eternità? Certamente, questo passaggio isolato, separato dal resto della frase, da ciò che la precede e da ciò che segue, può avere moralmente ed in realtà ha questo significato. Ma se la si collega, come fa l’Apostolo, con le altre parti del testo che abbiamo trascritto, e specialmente con la prima frase del v. 8: Unus dies apud Dominum sicut mille anni, ci si convincerà che il senso che si dà ai termini in questione non può essere ragionevolmente ammesso; perché è evidente che, se San Pietro avesse voluto dire solamente che il tempo fosse breve davanti a Dio, a tal punto che mille anni non sono che come un giorno, non avrebbe cominciato con l’enunciare il contrario, e sostenere cioè che il tempo era lungo davanti allo stesso Dio, a tal punto che un solo giorno era come mille anni. È certamente l’epoca della fine del mondo e dell’ultimo Avvento di Gesù-Cristo che l’Apostolo ha voluto marcare e fissare al versetto 8, perché saranno precisamente questa fine e questo avvento, che gli empi contraddiranno o ritarderanno oltre misura. Per il bene dei fedeli occorreva non solo affermare che queste cose annunciate dal Salvatore arriveranno, ma ancora determinarne approssimativamente l’epoca, al fine di rafforzarli da un lato, e premunirli dall’altro contro i timori esagerati che avrebbero potuto concepire prima dei tempi segnati e che, come si sa, sono stati così forti nell’anno 1000 della nostra era. Se la durata del mondo è di sei mila anni, il tempo si trova diviso in tre parte eguali con le tre Leggi. La prima parte comprende i due mila anni della legge naturale; la seconda comprende i due mila anni della legge della circoncisione o giudaica, e la terza racchiude i due mila anni della legge della Grazia, del Cristianesimo; queste tre Leggi ne formano tuttavia una sola che si riassume nel Messia promesso, il Messia annunziato, ed il Messia venuto, non facendo che svilupparsi attraverso i secoli, secondo le esigenze e le necessità di questi tre avvenimenti.  L’opinione che abbiamo qui esposto è quella di Holzhauser; egli non l’ha enunciata e dimostrata in modo speciale; ma questa risulta da tutto l’insieme del suo Commentario, e particolarmente dal fatto che pone la nascita dell’anticristo nel nostro secolo e la sua persecuzione contro la Chiesa nel secolo che segue immediatamente.

III. Qualcuno troverà forse che il nostro modo di vedere debba essere rigettato come contrario a queste parole del Salvatore: De die autem illa nemo scit, neque Angeli coelorum, nisi solus Pater (Matth. XXIV, 36). Ideo estate parati, quia, qua nescitis hora. Filius hominis venturus est (ibid. v. 44) [… quanto a quel giorno nessuno lo conosce né gli uomini né gli Angeli, solo il Padre lo conosce …. Perciò voi state pronti, perché non sapete quando il Figlio dell’uomo verrà.]. Ma così si ragionerà in modo falso ed inesatto, perché se il giorno preciso, l’ora di questo giorno, non la conoscono né gli uomini né gli Angeli, e Nostro Signore stesso non la conosce se non in quanto Dio e facendo uno con il Padre suo, non per questo ne è nascosta all’umanità l’epoca approssimativa. La Chiesa di Gesù-Cristo, che ha con essa il suo divin Fondatore fino alla consumazione dei secoli, e che è sempre assistita dallo Spirito Santo, non si ingannerà certamente sui segni, sugli uomini e le cose che devono arrivare e comparire poco prima della fine dei tempi; essa riconoscerà molto bene Elia, Henoch, l’anticristo; essa li farà conoscere a tutti i fedeli, a tutta la terra, all’universo intero, e agendo così, per questi stessi fatti, dirà al mondo intero: « Il mondo è sul punto di finire; l’ultimo avvento del Figlio dell’uomo si avvicina; tocchiamo l’eternità. » – Una causa particolare potrà mettere gli uomini che vivranno negli ultimi anni in dubbio sull’epoca fissa della fine. Si dice generalmente che Nostro Signore sia nato nell’anno 4004 della creazione del primo uomo; ma su questo soggetto non c’è certezza; si trova una diversa supposizione nel Martirologio. Questa mancanza di fissità che Dio ha permesso, sarà sufficiente da sola perché quelli che vivranno alla fine dei secoli, anche i fedeli, ignorino se essi saranno o meno testimoni dell’ultimo cataclisma, o che pensino che non lo vedranno, perché l’uomo è portato per natura propria ad allontanare quanto più possibile tutto ciò che lo sconvolge.

[**Estratto della suor della Natività.

Tomo I,  (Ediz. in 4 volumi, 1819). La Suor della Natività (nata nel 1734 e deceduta nel 1803; ella era Suora conversa nel convento degli Urbanisti della città di Fongères, diocesi di Rennes) si esprime così su questo soggetto della durata del mondo: « G.-C. mi ha detto con aria triste: le figura del mondo passa, e si avvicina il giorno del mio ultimo avvento. Quando il solo è al tramonto, si dice che il giorno se ne va e viene la notte …. Tutti i secoli sono un giorno davanti a me, giudica quindi della durata che deve avere il mondo dallo spazio che resta ancora al sole da percorrere. Io considerai attentamente e giudicai che restavano non più di due ore di altezza del sole. Osservai così che il cerchio che descriveva aveva un certo mezzo tra i giorni lunghi e i giorni corti dell’anno… non dimenticate, aggiunse, che non bisogna più parlare di mille anni per il mondo, non c’è più che qualche secolo e un piccolo spazio di durata … » –

t. IV, p. 125 « Guai all’ultimo secolo, io cominciai a guardare il secolo che doveva cominciare nel 1800, vidi che non c’era giudizio, considerai il secolo 1900 verso la fine; N. S. mi fece conoscere e nel tempo stesso mi mise in dubbio se questo avverrà alla fine del 1900 o in quello del 2000; ma ciò che ho visto è che, se il giudizio avverrà nel secolo 1900, non verrà che verso la fine e che se passa questo secolo quello del 2000 non passerà prima che arrivi.*]

§. II. LE SETTE CHIESE D’ASIA SONO LE SETTE ETÁ SUCCESSIVE DELLA CHIESA UNIVERSALE DOPO L’INIZIO DEL CRISTIAMESIMO FINO ALLA FINE DEI TEMPI.

Quando abbiamo cercato le radici delle parole e dei nomi propri contenuti nell’Apocalisse, abbiamo notato che la parola Asia, in greco Ασια [= Asia] (poiché questo libro è stato scritto in greco) era derivato dalla parola ασις [= asis] che significa limo, fango. Siamo rimasti sorpresi da questa piccola scoperta; noi abbiamo pensato che la Sapienza divina avesse voluto ricordarci che, se la nostra anima è stata fatta ad immagine e somiglianza di Dio, i nostri corpi sono stati formati con il fango che sarebbe, da questo rapporto, nostra madre; si potrebbe così dedurre che l’Asia di cui parla l’Apostolo è la Chiesa madre, la Chiesa universale; e siamo così stati condotti a considerare le sette Chiese d’Asia come le sette parti successive della durata del Cristianesimo sulla terra. – Allo stesso risultato si arriva leggendo la storia delle sette Chiese, così come tracciata da San Giovanni; infatti, esse presentano delle differenze così profonde, che non si possa dire che esse esistano contemporaneamente, prendendo il testo nel suo senso naturale, e fornendo dei punti di repere che servono a distinguere i tempi. È infatti ragionevolmente impossibile il confondere l’epoca del martire Antipa, avvenuta nel IV secolo nel tempo degli Ariani, sotto la Chiesa di Pergamo, con la Chiesa di questo nome, che esisteva trecento anni prima, durante la vita di San Giovanni. È irragionevole volere che la grande Chiesa di Tiatira, che domina il mondo, fosse quella stessa che esisteva nei primi anni della Religione e che, come tutte le sue sorelle, aveva tante pene e tribolazioni. Se si riflette solo un poco, non si potrà collocare la deplorevole Chiesa di Sardi, sì rilassata e deviata, in un’epoca in cui i Cristiani erano così ferventi e devoti al loro Maestro, al punto da correre senza indugi al martirio per la sua causa. Per di più, questo sentimento è condiviso da tutti gli interpreti delle profezie di San Giovanni, ed in particolare da Holzhauser, che ha improntato la sua opera su questa divisione. Per questo motivo, noi non ci dedicheremo a dimostrare una opinione che è diventata salda e generale, quasi come un assioma.

§. III. DUE ETÁ SUCCESSIVE SI INTRECCIANO E COESISTONO PER UNA PARTE DELLA LORO DURATA.

Dacché si è ammesso che le sette Chiese di cui si è parlato nei capitoli II e III dell’Apocalisse sono le sette età successive della Chiesa universale, si deve riconoscere la verità della proposizione che forma il titolo di questo paragrafo. Nell’ordine fisico, una cosa materiale può finire ad un dato punto, e quella che immediatamente la segue può cominciare subito ed nel momento preciso della fine della prima. Ma non è lo stesso nell’ordine morale: là, perché un cambiamento abbia luogo, bisogna che il germe depositato negli spiriti o in alcuni di essi, cresca, si sviluppi, lotti contro le disposizioni che fino ad allora avevano dominato, finisca per vincerle e farle completamente sparire; ma questo germe spinge, si ingrandisce e lotta durante l’esistenza dell’età precedente alla quale non appartiene; di modo tale che le due età procedono nel contempo durante una porzione delle loro durata, e che la fine dell’una coesista con l’inizio dell’altra. – È importante non perdere di vista questa osservazione alla quale il venerabile Holzhauser si è attenuto nel suo Commentario (T. I, pag. 82 della traduzione francese di M. de Wüilleret) e che è riportata in quasi tutte le opere scritte su questa materia; essa faciliterà la comprensione di molteplici passaggi della rivelazione di San Giovanni, ed in particolare di quelli che sono relativi alla fine della quinta età ed all’inizio della sesta.

§. IV. DIVISIONE DELL’APOCALISSE

I. Il libro di San Giovanni è una profezia che presenta la storia della Religione e del mondo dopo N. S. Gesù-Cristo fino alla fine. Il suo senso è profondo, ma non è incomprensibile e chiuso per tutti ad ogni intelligenza; più si avanzerà verso gli ultimi tempi, più gli avvenimenti predetti si svilupperanno, più si potrà sondarlo e conoscerlo. L’insegnamento dei fatti sarà infine così forte che non lo si potrà disconoscere, e questo libro, misterioso fino al presente, sarà universalmente compreso: plurimi pertransibunt, et multiplex erit scientia (Daniele c. XII, v. 4). – Il modo migliore per farsi un’idea esatta e completa di un libro oscuro è quello di sezionarlo. Seguiremo questa procedura per quanto riguarda l’Apocalisse, cercando di farlo in modo razionale, in relazione ai testi sacri. Abbiamo notato che i primi undici capitoli vanno dall’inizio del Cristianesimo fino alla fine del mondo e all’ultimo Giudizio, e abbiamo concluso, con qualche ragione, che questi capitoli costituiscano la storia completa della Religione da vari punti di vista. Lasciando da parte i capitoli XXI e XXII, che trattano del Cielo e della Gerusalemme celeste dopo il Giudizio universale, abbiamo notato che il capitolo XX trattava solo dell’incatenamento e dello scioglimento di satana, della sua azione sulla terra e della sua inazione, e abbiamo dedotto logicamente che presentasse la storia di tutta la Chiesa, sotto l’aspetto delle seduzioni di satana e dei tempi in cui non gli sarebbe più stato permesso di ingannare gli abitanti della terra. Fatto questo, ci restano i capitoli dal XII al XIX compreso. Abbiamo notato che il primo di questi, il capitolo XII, si è aperto con un’azione molto forte del grande Drago, il diavolo e satana, e abbiamo creduto di riconoscere lo scatenamento del diavolo alla fine dei mille anni che seguirono la sua prima seduzione e l’inizio della seconda seduzione, come sono succintamente spiegati nel capitolo XX. Sia il capitolo XII che i capitoli successivi ci sembravano contenere la storia più dettagliata dell’impero di Maometto, degli ultimi tempi e degli sconvolgimenti che precederanno la fine del mondo, storia riassunta brevemente nei primi undici capitoli; e la lettura attenta dei capitoli dal XIII al XIX non ha fatto che confermarci in questa sensazione. In questo siamo d’accordo con il venerabile Holzhauser, che, nel vol. I, p. 517 della traduzione francese di M. de Wüilleret, insegna che questi stessi capitoli (dal XII al XIX) descrivono più nei particolari i regni di Maometto, dell’anticristo e delle ultime piaghe, perché, secondo lui, San Giovanni ha parlato, nei primi undici capitoli, solo in modo indicativo e generale riguardo agli ultimi secoli.

II. Esaminando i primi undici capitoli: abbiamo visto che nei capitoli II e III c’erano le sette Chiese; nei capitoli VI, VII e VIII, i sette sigilli; nei capitoli VIII, IX e XI, i sette angeli che suonavano la tromba, e volevamo sapere cosa potesse significare tutto questo. Una lettura attenta dei testi ci ha portato a pensare che le sette Chiese fossero la storia spirituale dei fedeli in termini di fervore o di rilassamento; che le sette trombe fossero la storia del mondo in termini di condotta dei malvagi; e che i sette sigilli fossero quella stessa storia in termini di eventi pubblici che cambiano il volto esterno delle cose, a seconda che prevalga il bene o il male. Perché abbiamo caratterizzato le Chiese, le Trombe e i Sigilli in questo modo? Perché il testo stesso, nei capitoli II e III, parla delle Chiese, e la Chiesa è il raduno dei fedeli sotto la direzione dei loro legittimi capi; le trombe annunziano solo atti malvagi e disgrazie; infine i sette sigilli, che presentano sia il bene che il male, non possono designare né il bene né il male, e in questo stato possono essere considerati solo come gli effetti della lotta che esiste tra il bene ed il male e gli eventi pubblici che ne derivano.

III. Quanto alle sette piaghe che sono versate dai sette Angeli che hanno le sette coppe, ci sembrano le ultime piaghe che Dio manderà sulla terra negli ultimi giorni (novissimas plagas, cap. XV, v. 1), sebbene possano essere applicate, con qualche fondamento, alle sette età della Chiesa.

IV. Il venerabile Holzhauser non è dello stesso nostro avviso quanto agli ultimi sei sigilli e alle sette trombe; avendo visto, come noi, il trionfo di Gesù Cristo sul paganesimo nel primo sigillo, vede negli altri sei solo le persecuzioni, e nelle sette trombe solo gli eresiarchi e gli errori che essi hanno prodotto. Dimostreremo, nel seguito di questo libro, che questo modo di vedere, che ci sembra vero solo parzialmente, è sistematico e falso per tutto il resto, che spesso non è sostenuto da nessun testo o che a volte fa loro violenza.

V. Le sette chiese sono incluse in due capitoli di San Giovanni, le prime quattro sono nel capitolo II e le altre tre nel capitolo III. Lo stesso vale per le sette trombe: quattro di esse sono menzionate nel capitolo VIII, e le ultime tre sono separate da esse e risuonano nei capitoli IX e XI. Le ultime tre trombe non assomigliano a quelle che le hanno precedute; esse rappresentano tre tempi molto infelici (Et vidi et audivi vocem unius aquilo voLantem per medium cæli dicentis voce magna: Væ, væ, væ habitantibus in terrå, de cæteris vocibus trium angelorum qui erant tuba canturi – Allora guardai e sentii la voce di un’aquila che volava in mezzo al cielo e diceva a gran voce: Guai, guai, guai agli abitanti della terra a causa del suono delle trombe con cui i tre Angeli devono suonare – cap. VIII, v. 13). – Questa diversità nella divisione delle Chiese e delle trombe ci ha fatto congetturare che ognuna di queste trombe possa essere legata alla Chiesa del suo stesso rango; e dal fatto che le ultime tre trombe siano tre guai (), abbiamo dedotto che si riferissero alle ultime tre Chiese, e gli sviluppi che daremo nella seconda parte cambieranno probabilmente questa congettura in una quasi – certezza.

VI. I sette sigilli non sono stati divisi nello stesso modo. I primi sei si trovano nel capitolo VI, e il settimo apre il capitolo VIII. Se si considera che all’apertura di quest’ultimo sigillo, ci sia un brevissimo silenzio in Cielo di mezz’ora, che il Cielo taccia e sembri non parlare più (Et cùm aperuisset sigillum septimum factum, est silentium in Cœlum quasi media hora, – e all’apertura del settimo sigillo, fu silenzio in cielo per quasi mezz’ora – cap. VIII, v. 1) si potrà concludere ragionevolmente che questo sigillo sia stato così separato dagli altri sigilli. – Il silenzio dell’ultimo sigillo è molto speciale perché rappresenta la quasi scomparsa della Chiesa, che si nasconde dalla persecuzione dell’anticristo, mentre durante i primi sei sigilli era sempre stata esteriormente e pubblicamente presente, nonostante l’accanimento dei suoi persecutori e gli attacchi ai quali era sottoposta. – Se si esamina l’interno dei sigilli e le parole che li descrivono, si troverà la stessa divisione e separazione che esiste tra le prime quattro Chiese e le ultime tre, tra le prime quattro trombe e le tre che le seguono. – È generalmente accettato che le quattro bestie di cui si parla nei capitoli IV e V dell’Apocalisse siano i quattro Evangelisti. La prima bestia parla all’apertura del primo sigillo, e mostra il cavallo bianco (N.S. Gesù-Cristo) che va a conquistare il mondo. – Il secondo animale parla all’apertura del secondo sigillo, e indica il cavallo rosso delle persecuzioni romane. – Il terzo animale parla all’apertura del terzo sigillo, e mostra il cavallo nero delle eresie – Il quarto animale parla all’apertura del quarto sigillo, e mostra il cavallo pallido cavalcato dalla morte che è l’infedeltà e l’anticristianesimo di Maometto (1 – 2 – 3 – 4: cap. VI, 1-8). – Ma negli ultimi tre sigilli (Cap. VI, 9-17; VIII, 1), nessuno di essi parla più per indicare ciò che sta per accadere, cosa che mostra una differenza significativa tra i primi quattro sigilli da un lato e gli ultimi tre dall’altro. Quale sarebbe il significato di questa differenza? I quattro angeli, dicendo ai primi quattro sigilli: “Venite e vedete” (veni et vide), non implicano sufficientemente che tutto ciò che accade in questi tempi sia nuovo e non sia mai stato visto sulla terra? La loro inazione e il loro silenzio agli ultimi tre sigilli non sembrano implicare che non c’è e non ci sarà nulla di nuovo, ma che questi ultimi tre sigilli vedranno l’applicazione più esplicita e lo sviluppo più completo dei principi malvagi stabiliti nei primi quattro?

VII. Holzhauser non ha detto nulla sulla divisione delle Chiese, dei sigilli e delle trombe, ciò che può essere chiamata la geografia dell’Apocalisse; non è d’accordo con noi sul silenzio che segna l’apertura del settimo sigillo; ma pensa, come noi, che esso rappresenti il dominio dell’empietà, poiché lo identifica con il regno di Giuliano l’Apostata: differisce dunque con noi solo sotto l’aspetto cronologico. Spetta al pubblico giudicare tra la sua opinione e la nostra.

VIII. Secondo l’esposizione che abbiamo appena fatto, le Chiese, i sigilli e le trombe rappresentano le sette età successive della Chiesa universale. La prima Chiesa, il primo sigillo e la prima tromba compongono la storia della prima epoca, sotto tre aspetti distinti, come abbiamo detto. Quella della seconda età si trova nella seconda Chiesa, nel secondo sigillo e nella seconda tromba, e così via fino alla settima età che è esposta nella settima Chiesa, nel settimo sigillo e nella settima tromba, salvo una leggera modifica che poi indicheremo. – Quanto alle sette lodi che si trovano nel capitolo V, v. 12: Dicentium voce magna: Dignus est Agnus qui occisus est accipere virtutem, et divinitatem, et sapientiam, et fortitudinem, et honorem, et gloriam, et benedictionem – dicendo a voce alta: degno è l’Agnello che è stato ucciso, di ricevere la virtù, la divinità, la sapienza, la forza, l’onore, la gloria e la benedizione), sono i sette tributi che gli abitanti del Cielo ed i giusti della terra rendono all’Agnello, in ogni epoca della sua Chiesa, o per onorarlo, o per compensarlo degli oltraggi ricevuti; in modo che ogni lode corrisponda all’età che ha lo stesso grado, ed è legata alla Chiesa, al sigillo e alla tromba, che hanno, con essa, lo stesso numero d’ordine.

§ V. DEI VARI COLORI USATI NELL’APOCALISSE.

Se guardiamo il libro di San Giovanni, notiamo come egli abbia usato diversi colori, ognuno dei quali deve avere un significato, perché in una profezia, tutto ha un significato e nulla deve essere trascurato. Questi colori sono quattro: Bianco, Rosso, Nero e il colore Pallido o Cadaverico. Il colore Rosso si divide in due tonalità: il Rossastro e il Rosso propriamente detto. – Il colore Bianco rappresenta la verità, la bontà, il cielo. Si trova anche sulla persona di Nostro Signore Gesù Cristo o del suo Angelo (Caput autem ejus et capilla erant candi di tanquàm lana alba, et tanquàm nix (La sua testa e i suoi capelli erano candidi come la lana bianca e come la neve – Apoc. cap. I, v. 14); sulla pietra che Gesù Cristo dona come premio al vincitore, nella terza Chiesa (Et dabo illi calculum candidum (e gli darò la pietra bianca, – ibid . cap. II, v . 17 ); sulle vesti dei pochi fedeli della quinta Chiesa (Et ambulabunt mecum in albis, quia digni sunt. Qui vicerit, sic vestietur vestimentis albis – cammineranno con me in bianco perché ne sono degni – ibid. cap. III, v. 4, 5); su quelli dei Cristiani della settima Chiesa (Suadeo tibi … ut … et vestimentis albis induaris – vi consiglio di indossare aviti bianchi – ibid. cap. III, v. 18); sugli abiti dei ventiquattro vegliardi nel Cielo (Circumamicti vestimentis albis – vestiti con vesti bianche – ibid. cap. IV, v. 4); su quelli dei santi nel cap. VI, v . 11 (Et datæ sunt illis singulæ stolæ albee – e saranno date loro vesti bianche), e su quelli degli eletti (Hi qui amicti sunt stolis albis qui sunt et undè venerunt? Hi sunt qui venerunt de tribulatione magna et laverunt stolas suas, et dealbaverunt stolas suas in sanguine Agni (Chi sono questi vestiti con una stola bianca e donde vengono? Essi sono coloro che vengono dalla grande tribolazione, e lavarono le loro stole nel sangue dell’Agnello – ibid. cap. VII, v. 13, 14). Il colore bianco si trova in tutto ciò che viene da Dio (Et vidi et ecce nubem candidam – guardai ed ecco una nube candida – ibid. XIV, v. 14. Et exierunt septem angeli vestiti lino mundo et candido – ed uscirono sette Angeli vestiti di lino puro e candido – ibid. cap. XV, v. 6. Et datum est illi ut cooperiat se byssino splendenti et candido – e fu loro dato del bisso splendido e candido – ibid. cap. XIX, v. 8. 19, v. 8. Et vidi cælum apertum, et ecce equus albus  – … e vidi il cielo aperto ed ecco un cavallo bianco – ibid. cap. XIX , v . 11. Et exercitus qui sunt in cœlo sequebantur eum in equis albis, vistiti byssino albo et mundo – e l’esercito che è in cielo lo seguiva su cavalli bianchi, vestiti di bisso mondo e candido – cap. XIX, 14. Così possiamo concludere senza temerarietà e con ragione che il cavallo bianco che appare nel primo sigillo non è un persecutore, ma al contrario è il Bene, la Verità, Gesù Cristo stesso (Ibid. cap. VI, v. 1, 2). Holzhauser la pensa come noi sul colore bianco. (T. 1. p. 268. Wüilleret). –

Il colore Rosso comprende la sfumatura Rossastra, che è il colore del fuoco, e la sfumatura propriamente detta Rossa che rappresenta il sangue. Il Drago di cui parla San Giovanni nel capitolo XII, v. 3, 4: (Et ecce Draco magnus rufus … et Draco stetit ante mulierem quæ erat paritura, ul, cum peperisset, filium ejus devoraret – E apparve un grande drago rosso. Egli stava davanti alla donna che stava per partorire per divorare il suo figlio appena nato), è senza dubbio satana, il capo degli angeli ribelli. Appare con il colore del fuoco dell’inferno, il colore rossastro, perché questo luogo di punizioni eterne è stato creato per lui ed i compagni della sua rivolta. Quanto all’empietà, all’anticristianesimo, alla grande Babilonia e alla bestia su cui siede, che perseguitano i buoni e li fanno morire, hanno il colore rosso propriamente detto, quello del sangue (Et vidi mulierem sedentem super bestiam coccineam, et mu lier erat circumdata purpura et coccino – E vidi una donna seduta su una bestia di colore scarlatto… e la donna stessa era vestita di porpora e di scarlatto), Apoc. cap. XVII, v. 3, 4). – Quindi possiamo e dobbiamo pensare che il cavallo rosso che appare nel secondo sigillo è la persecuzione portata avanti dai malvagi e ispirata da satana. –

Il colore Nero non indica la morte, ma la devianza, lo stato di un uomo che non sappia dove si trova, dove stia andando, che non abbia luce per orientarsi, che è nella notte e nelle tenebre dell’errore (Et vidi, cùm aperuisset sigillum sextum. Et sol factus niger tanquàm saccus cilicinus – E vidi, quando fu aperto il sesto sigillo il sole divenne nero come un sacco di crine – Apoc . cap. VI, v . 12). Si deve dunque pensare che il cavallo nero che appare nel terzo sigillo indichi l’eresia (Apoc. cap. VI, v. 5, 6). –

Quanto al colore Pallido e cadaverico, non è la notte dell’errore che conserva un residuo di vita nelle poche verità conservate, ma è la figura della morte, della morte vera e completa; perciò, il cavallo pallido che appare nel quarto sigillo è l’infedeltà, l’anticristianesimo; ecco perché questo animale è cavalcato da uno scheletro, dalla morte stessa (Ap. VI, v. 7, 8). – Per mezzo di questi dati che sembrano plausibili, perché nascono dagli stessi testi sacri, si possono apprezzare le opinioni che Holzhauser ha espresso riguardo ai sette sigilli, e pensare che le congetture che presentiamo siano più razionali e meglio in armonia con l’Apocalisse.

§ VI. SPIEGAZIONE DEL VENTESIMO CAPITOLO DELL’APOCALISSE.

I. Abbiamo detto che il capitolo XX dell’Apocalisse riporta la storia della Chiesa e del mondo è stata fatta in relazione all’azione e all’inazione di satana. Dobbiamo provare questo, e così facendo saremo portati a dare la spiegazione del regno dei mille anni e della seconda morte. Dai termini del ventesimo capitolo risulta che il diavolo eserciti una prima seduzione, che sia poi incatenato per mille anni, e che, slegato di nuovo, eserciti una seconda e più forte seduzione che porta agli ultimi giorni. La prima seduzione non è così chiaramente stabilita come la seconda, ed infatti l’inizio del capitolo ci mostra l’incatenamento di satana; ma esiste nondimeno, è reale e attestata dal motivo che l’Angelo dà, quando getta Lucifero nell’abisso. Questo motivo è che satana non seduca le nazioni più estesamente, cioè non più a lungo, né in modo più forte di quanto abbia fatto finora (ut non seducat ampliùs gentes, Apoc. XX, v. 3). Con questo l’Angelo dimostra che li ha sedotti fino a questo momento; constata la realtà della prima seduzione, e lo sviluppo che dà alla seconda; e mentre non ha detto che poche parole su quella che ha preceduto il regno millenario, sembra significare che la seconda sarà di gran lunga la più grande. Non si dica che l’incatenamento di satana sia iniziato con la comparsa del Cristianesimo, e che la prima seduzione sarebbe stata il regno dell’idolatria e del paganesimo che ha preceduto la venuta di Nostro Signore Gesù Cristo! Nei primi tempi della Chiesa, Lucifero era veramente libero e sguinzagliato sulla terra per rendere più brillante il trionfo del Figlio dell’Uomo. Fu lui che spinse i principi dei sacerdoti a crocifiggere il Salvatore, che ispirò ai Giudei il massacro dei primi Cristiani, che, per 250 anni, armò questi Romani, che erano così poco ostili tanto che fecero di Gesù Cristo uno dei loro dei. L’Apocalisse dimostra questa libertà, nella seconda epoca, con queste parole così chiare del capitolo II, v. 10: Ecce missurus est diabolus aliquos ex vobis in carcerem (sappiate che il diavolo metterà in carcere alcuni di voi). Quando le persecuzioni finirono, satana ricorse ad altri mezzi; sollevò le eresie di Ario, Macedonio, Pelagio, Nestorio, Eutyche, i Donatisti, i Monoteliti, gli Iconoclasti. San Giovanni attesta la sua azione infernale libera e diretta nella terza età, dicendo nel capitolo II, v. 13: Scio ubi habitas, ubi sedes est Satanæ. In diebus illis Antipas testis meus fidelis qui occisus est apud vos ubi Satanas habitat (So dove abiti, là dove satana ha la sua sede. In quei giorni …  Antipa fu mio fedele testimone, e che soffrì la morte in mezzo a voi dove abita satana). E tutte queste persecuzioni ed eresie furano cessate e scomparvero al tempo di Carlo Magno, quando questo grande re di Francia, imperatore d’Occidente, che diede alla Chiesa gli Stati che ancora possiede (ora non più, perché usurpati dai massoni sabaudi, – ndr. -). Quale fu dunque il momento di questa prima seduzione? Ci sembra che sia iniziata alla nascita di Nostro Signore Gesù Cristo nell’anno 4004, e che sia finita quando Carlo Magno, alla fine del VI secolo, costituì il regno e persino l’indipendenza anche temporale della Chiesa; poiché l’eresia degli Iconoclasti, l’ultima di tutte, scomparve nello stesso periodo.

II. Essendo satana allora incatenato, il regno della triplice corona per mille anni sarebbe iniziato un po’ prima dell’anno 800 della nostra era, per finire negli ultimi anni del XVIII secolo; e la seconda seduzione sarebbe iniziata nello stesso momento. Molto è stato scritto, discusso e argomentato su questo regno millenario, ma secondo noi è stato tutto ipotetico e vago, perché la storia ed il testo sacro non sono stati studiati a fondo.  – Fino a Carlo Magno, la Chiesa fu esposta alle devastazioni e alla tirannia dei principi della terra; alcuni la proteggevano, la maggioranza la perseguitava o cercava di renderla schiava. Nello stesso tempo, apparve l’eresia degli Iconoclasti, che proibivano le immagini di Nostro Signore Gesù Cristo, la sua Croce, il suo Nome e la sua denominazione, la sua santa Madre, il culto delle reliquie e dei Santi. Due rimedi erano necessari per questi due grandi mali; due trionfi erano necessari per questi due abbassamenti, l’indipendenza della Chiesa ed il culto delle reliquie e dei Santi; e questo è ciò che il regno di mille anni ci mostrerà. L’indipendenza e la sovranità della Chiesa sono ben rappresentate da San Giovanni. Egli vede prima dei seggi e delle persone che vi siedono e ricevono il potere di giudicare (Et vidi sedes, et sederunt super eas, et judicium datum est illis, Apoc. cap. XX, v. 4). Con questo caratterizza molto bene il regno temporale della Religione, iniziato alla fine del secolo VIII, e l’alta supremazia esercitata nel Medioevo dai Sovrani Pontefici su tutti i re ed i popoli civilizzati. Il culto delle reliquie e dei Santi è ben espresso nel resto del v. 4. L’Apostolo vede allora le anime di coloro che sono stati messi a morte come testimoni di Cristo e della parola di Dio, che non hanno adorato la bestia o la sua immagine, che non hanno ricevuto il suo segno sulla loro fronte o nelle loro mani (essendo la Bestia l’anticristianesimo che, secondo San Giovanni, esiste dalla venuta di N.S. J.-C., non si può obiettare che il culto della Bestia o della sua immagine riguardi solo gli ultimi tempi), e che vivono e regnano con Gesù Cristo durante i mille anni. Egli aggiunge che coloro che sono morti per il Signore, in questo modo, hanno avuto una parte nella prima risurrezione (che è la parte dei Santi prima della risurrezione dei corpi); che non temono nulla della seconda morte; che gli altri morti non sono vissuti come loro, dopo la morte terrestre, e non sono stati compresi nella prima resurrezione (Et animas decollatorum propter testimonium Jesu, et propter verbum Dei, et qui non adoraverunt bestiam neque imaginem ejus, nec acceperunt characterem ejus in frontibus aut in manibus suis , et vixe runt et regnaverunt cum Christo mille annis, v. 4. Cæteri mortuorum non vixerunt donec consummentur mille anni. Hæc est resurrectio prima, v. 5). Questa seconda parola di San Giovanni si riferisce, come possiamo vedere, al regno dei Santi, e ci sembra rappresentare il culto indiscusso che fu dato loro sulla terra durante i mille anni che seguirono la scomparsa dell’eresia dei distruttori di immagini (Iconoclasti significa appunto rompitori di immagini), un culto che si applicava tanto ai martiri (animas decollatorum), quanto ai semplici confessori (et qui non adoraverunt bestiam neque imaginem ejus). La nostra interpretazione può essere contraddetta solo se si opina che questo regno di mille anni sia quello del Cielo; ma non sarebbe giusto porci una tale difficoltà, perché i Santi che sono in cielo vivono e regnano per tutta l’eternità, e non solo per mille anni, e così diventa evidente che questo regno è quello che ottengono sulla terra con l’onore ed il culto che sono resi loro.

III. Queste parole del v. 5: Cæteri mortuorum non vixerunt donec consummentur mille anni, presentano qualcosa di ambiguo che deve essere chiarito. Prendendo la parola donec nel senso ordinario (fino a), si dedurrebbe che gli altri morti che non vissero per i mille anni entrarono in vita dopo quello stesso tempo; ma si sbaglierebbe a pensarlo, perché la parola donec non ha questo senso nella parola biblica e apocalittica. Ecco alcuni esempi che ne saranno una prova. Si dice, nel capitolo VIII della Genesi, che il corvo che Noè fece uscire dall’arca non ritornò finché (donec) le acque non fossero evaporate o ritirate (dando a questa parola il suo significato ordinario); sappiamo però che non ritornò più: così la parola donec ha un significato definitivo, e non sospensivo o risolutivo. Nel secondo libro dei Re (capitolo VI, v. 23), è riportato che Michol, figlia di Saul e moglie di Davide, non ebbe figli fino alla sua morte (usque in diem mortis suæ); ora, poiché una donna non può vedere e partorire dopo la sua morte, è certo che Michol non ebbe mai un figlio, e che la parola usque, ancora più sospensiva nella lingua ordinaria di donec, ha un significato definitivo nei libri sacri. San Matteo, nel capitolo 1, v. 5, dice che Giuseppe non conobbe Maria, sua moglie, finché ella non diede alla luce il suo primogenito (donec peperit filium suum primogenitum); ora, Giuseppe rimase sempre vergine, così come Maria: quindi, ancora una volta, la parola donec ha un significato definitivo, e non sospensivo o risolutivo (Holzauzer – t. 1. p. 306. Wüilleret – interpreta in questo modo la parola quoadusque del capitolo VII. v. 3. dell’Apocalisse, che è equivalente alla parola donec).  In questo stato, il v. 5 del capitolo XX di San Giovanni arriva a questa proposizione: “Gli altri morti non vissero e non regnarono con Cristo, né durante questi mille anni, né dopo, perché, raggiunti dalla prima morte, la morte dell’anima, non avrebbero potuto prendere parte alla prima risurrezione.

IV. Secondo questi dati, la morte ordinaria, quella che conosciamo, sarebbe la prima morte per i malvagi e la prima risurrezione per i buoni, soprattutto per quelli tra loro che, non avendo nulla da espiare, entrano subito in possesso della beata eternità. Il giudizio che segue la risurrezione generale dei corpi sarebbe la seconda morte per i reprobi e la seconda risurrezione per gli eletti. Questa spiegazione risulta dal v. 6 e da queste parole: “Beatus et sanctus qui habet partem in resurrectione prima; nella sua secunda mors non habet potestatem; sed erunt sacerdotes Dei et Christi, et regnabunt cum illo mille anni – Beati e santi coloro che parteciperanno alla prima risurrezione! La seconda morte non avrà potere su di loro, ma saranno sacerdoti di Dio e di Cristo, e regneranno con lui per mille anni). È fornita pure dal v. 14 che, dopo la risurrezione dei corpi e il giudizio, dichiara espressamente che la dannazione eterna che sarà poi pronunciata è la seconda morte (hæc est mors secunda). La segue anche dal capitolo II, v. 11, quando dice ai martiri della Chiesa di Smirne: Qui vicerit non lædetur à morte secunda (Chi vincerà non avrà nulla da temere dalla seconda morte. Holzhauser (t. 1. p . 117. Wuilleret) pensa come noi alla seconda morte), e dal capitolo XXI, v. 8, che afferma che l’inferno, la parte dei reprobi, è la seconda morte (Pars illorum erit in stagno ardenti igne et sulphure, quod est mors secunda (la loro parte sarò nello stagno di fuoco ardente e zolfo, che è la seconda morte). Questa seconda parola di San Giovanni si riferisce, come possiamo vedere, al regno dei Santi.

V. Essendo finito il regno dei mille anni, satana è di nuovo slegato; egli esercita la seconda e più ampia seduzione (amplius, v. 3), esce dall’abisso; seduce le nazioni, Gog e Magog, e le raduna per la lotta contro Dio, in un numero così grande come i granelli di sabbia del mare (Et cum consummati fuerint mille anni, solvetur satanas de carcere suo, et exibit et seducet gentes quce sunt su per qualuor angulos terræ, Gog e Magog, et congregabit eas in prælium, quorum numerus est sicut arena maris, Apoc . cap. XX , v. 7). – Cosa sono Gog e Magog di cui parla San Giovanni? Sappiamo dalla storia che Magog è uno dei figli di Japhet, il ceppo dei turchi e dei tartari. Quanto a Gog, ci sembra essere l’anticristo stesso, colui che verrà negli ultimi giorni del mondo, e per mezzo del quale il diavolo eserciterà la più grande seduzione di sempre, la più grande che gli sia possibile. Gog è l’anticristo, perché, non potendo, come Magog, rappresentare un popolo, un’aggregazione di persone, egli è e deve essere un individuo privato, attraverso il quale satana agisce, dopo averlo sedotto (Seducet gentes … Gog e Magog). Gog di San Giovanni è l’anticristo, il Gog di Ezechiele è lo stesso personaggio; perché l’identità dei nomi indica l’identità delle persone e personaggi, se nulla vi si oppone. Se leggiamo Ezechiele (cap. XXXVIII e XXXIX), è impossibile dubitare che Gog di cui si parla non sia l’anticristo; perché tutte le azioni che gli attribuisce sono ovviamente quelle del figlio della perdizione, e nel v. 17, cap. XXXVIII, il Profeta lo denuncia come tale in modo affermativo dicendo: Tu ergo ille es de quo locutus sum in diebus antiquis, in manu servorum prophetarum Israel, qui prophetaverunt in diebus illorum temporum ut adducerem to super eos (Tu sei dunque colui di cui parlai nei tempi antichi, per mezzo dei miei servi, i profeti d’Israele, i quali annunciarono per questi tempi che ti avrei portato su di loro.)

VI. Tutte le probabilità, tutte le verosimiglianze si riuniscono dunque per identificare l’uomo del peccato in Gog dell’Apocalisse, per fissare il significato generale del capitolo XX della profezia di San Giovanni, e per tracciare la sequenza degli eventi nel seguente ordine: 1° Seduzione ed azione di satana stesso dalla nascita di N.S. J.-C. fino agli ultimi anni del XX secolo; 2°. Regno temporale della Chiesa e del culto dei Santi per mille anni, da quest’ultimo periodo fino alla fine del XVII secolo; 3°. Scatenamento e inizio della seconda seduzione del diavolo stesso negli ultimi anni del secolo terminato nel 1800, e regno dell’anticristo, preceduto da quello dei suoi precursori. Questa seconda seduzione, più estesa della prima, anche se non altrettanto lunga, è legata, per il suo inizio, al capitolo XII dell’Apocalisse che ci mostra, al v. 3, un grande drago rosso, il vecchio serpente, il diavolo e satana (cap. XII , v. 9) che si pone davanti alla Chiesa per perseguitarla e divorarne il figlio: Et Draco stetit ante mulierem quæ erat paritura, ut cùm peperisset, filium ejus devoraret; e a queste parole di Nostro Signore in San Matteo, cap. XXIV, v. 4, 6: Videte ne quis vos seducat. Multi enim venient in nomine meo dicentes: Ego sum Christus: et multos seducent (Badate che nessuno vi inganni, perché molti verranno nel mio nome, dicendo: Io sono il Cristo, e inganneranno molti). Queste parole si applicano, come tutti concordano, agli ultimi tempi del mondo, e sono così ben realizzate dagli ultimi anni del XVIII secolo fino ad oggi (L’Apocalisse capitolo XII, con le due persecuzioni del diavolo contro la Chiesa, e il tempo di calma tra di esse, può ben rappresentare le due seduzioni di satana, che sono una all’inizio della Chiesa, l’altra alla fine, e che sono divise dal regno di mille anni).

*La Suora della Natività dice, come noi, che satana è stato scatenato alla fine del secolo scorso (il XVIII), che da allora ha esercitato la sua seconda e più grande seduzione, e di conseguenza pone, come noi, questo regno millenario che precede questa seduzione. Ecco cosa dice su questo argomento:

T. II, p. 260: « Dio mi mostra la malizia dell’inferno e l’intenzione diabolica e perversa  dei suoi sostenitori contro la santa Chiesa di Gesù Cristo. Su ordine del loro capo, questi uomini malvagi sono andati in giro per la terra come dei folli, con l’intenzione di preparare le strade e i sentieri per l’anticristo, il cui regno è vicino. Con il soffio corruttore di questo superbo spirito, hanno avvelenato gli uomini, come se molti appestati avessero comunicato il loro male gli uni agli altri, e il contagio diventato generale. Che sconvolgimento, che scandalo! »

« Questo è ciò che ho visto davanti ai miei occhi: è stato satana stesso a distribuire la malattia ai suoi satelliti. “Fu satana stesso che diede ai suoi satelliti una certa materia che toccò sulle loro fronti, o su qualche parte della loro pelle, per imprimere loro un carattere di devozione alla sua opera.” Questi satelliti così toccati mi sembravano immediatamente coperti da una lebbra con cui avrebbero infettato le persone che si lasciavano toccare da loro… Ecco alcune parole che ho sentito molto distintamente: Le sentinelle si addormentarono (Questo sembra riferirsi al v. 16, cap. XIII dell’Apocalisse); i nemici sfondarono le sbarre ed entrarono nella cittadella, dove la assediarono. (Questi termini si riferiscono alla parabola della zizzania e del buon grano, di cui parliamo nella seconda parte (Cùm enim dormirent bomines), e in generale alla quinta età. »

« Il potere delle tenebre ha esteso il suo impero, si è fatto una sinagoga. Ha eretto altari per se stessa, dove ha posto idoli per farli adorare. satana è appena entrato nella sua sinagoga (satana si è così scatenato alla fine del XVIII secolo.). » *

Se i mille anni del capitolo XX dell’Apocalisse sono anteriori alla venuta di Gog, l’anticristo, essi non possono essere posteriori a questo, e quindi le opinioni di certi millennaristi sono da rigettare.

VIII. Alcune menti potrebbero trovare che stiamo mettendo troppa distanza tra lo scatenamento di satana alla fine del regno dei mille anni e l’inizio della seconda seduzione. Cercheranno di ribaltare le nostre congetture e di dire che questi eventi hanno avuto luogo proprio all’inizio del protestantesimo nella prima parte del XVI secolo, e non negli ultimi anni del XVIII. A questa obiezione daremo due risposte: Poiché il numero di mille anni, ripetuto sei volte nel capitolo XX, deve essere preso in seria considerazione, sarebbe necessario che questo regno, comprendente mille anni effettivi, fosse iniziato nella prima parte del secolo, cioè nel tempo in cui la Chiesa era desolata da numerose e spaventose invasioni di barbari ariani, e lottava contro una fonte quasi inesauribile di eresie, una più perniciosa dell’altra. Ora, la ragione non può vedere il regno della Chiesa e il culto delle reliquie e dei Santi in questo secolo, così infelice e così pervertito; quindi, il regno dei mille anni non può iniziare in un momento precedente a quello che gli abbiamo assegnato (La comparsa degli Iconoclasti nei secoli VII e VIII ha impedito l’inizio del regno dei mille anni, durante il quale sussiste il culto delle reliquie dei Santi). D’altra parte, anche se la natura viziata ha approfittato del protestantesimo per arrivare, nel corso delle idee, al razionalismo, cioè alla deificazione della ragione umana, non è arrivata a questo punto fino al XVIII secolo attraverso il filosofismo, e c’è una differenza enorme tra i due tempi. – L’anno 1789 fu seguito, in Francia, dalla Costituzione Civile del Clero, dall’apostasia di una parte notevole dei sacerdoti e dei Vescovi, dalla distruzione degli ordini religiosi, dall’abolizione del culto pubblico e del sacrificio perpetuo (Daniele, cap. XII, v. 11), dalla proscrizione del Cattolicesimo, dall’abominio della desolazione nel luogo santo, con il culto di una prostituta che aveva sostituito Dio sui nostri altari profanati. Questi crimini non si limitarono al nostro Paese [la Francia – ndr.]; si estesero a tutte le regioni sottomesse dalle nostre armi o devastate da esse; essi hanno rovesciato il trono di San Pietro e condotto in cattività due Sovrani Pontefici. È dunque facile riconoscere in questa deplorevole storia contemporanea l’azione di una rabbia più grande e più potente di quella umana, della rabbia satanica portata all’apice, usando tutta la sua potenza, di quella cioè che animerà l’anticristo negli ultimi giorni. Il protestantesimo non è andato così lontano: razionalista per principio attraverso il libero esame, non si è lasciato trasportare nella prima metà della sua durata da tutte le conseguenze che stava generando; ha conservato le Sacre Scritture, pur alterandone il senso in più parti, e scartando certe porzioni un po’ troppo fastidiose; ha racchiuso tra le loro mura la libertà che dava ai suoi seguaci. Con l’eccezione di alcuni figli perduti, come i sociniani, non ha negato o attaccato la divinità di Gesù Cristo. Per fermare la china che avvertiva e che l’avrebbe condotto al razionalismo, continuò a predicare la fede; alzò le barricate delle confessioni, dei sinodi e dei poteri temporali ai quali diede il governo delle anime; e riuscì solo, come religione, a liberarsi delle dottrine che trovava troppo austere, dei doveri che giudicava troppo difficili da compiere, e ad emancipare la carne e tutte le concupiscenze. Fu dunque l’uomo vizioso, ispirato però e guidato dal diavolo, a produrre, propagare e conservare la Riforma, e non satana stesso ad agire direttamente. Le molte sette che ha fatto nascere, gli errori che ha introdotto nelle menti degli uomini, la corruzione che ha portato nei tribunali, sono la zizzania che l’uomo nemico ha seminato tra il buon grano e che, senza distruggerlo, lo ha soffocato e impedito di crescere quanto avrebbe potuto.

FINE DELL’INTRODUZIONE

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CONGETTURE SU LE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (3)

CONGETTURE SULLE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (1)

CONGETTURE SU LE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (1)

Tratte dall’Apocalisse, dal Vangelo, dalle Epistole degli Apostoli, e dalle Profezie dell’Antico Testamento

Messe in relazioni con le rivelazioni della Suora della Natività

di Amedeo NICOLAS

Videte ataque, fratres quomodo caute ambuletis: non quasi insipientes

(Vigilate dunque attentamente, fratelli. sulla vostra condotta, comportandovi non da stolti)

J. B. Pèlagaud et Cie. Imprim. Libraires De N. S. P. le Pape

Lyon, grande rue Mercière, n. 50 – Paris, rue les Sainte-Pères, 57. -1858.

DEDICA A MARIA IMMACOLATA

Degnatevi, gran Regina del cielo e della terra, di accettare l’offerta di questo libro e l’omaggio che ve ne fa l’ultimo dei vostri figli e servitori. Voi siete la Sedes Sapientiæ; se in queste pagine si trova qualche verità, essa viene da Voi; infatti, sentendo tutta la mia debolezza, io ho chiesto i vostri lumi al fine di essere utile ai miei fratelli e procurare, per quanto mi sia possibile, la maggior gloria di Dio; voglia la vostra materna bontà riguardare con benevolenza questo scritto, come quelli che lo hanno preceduto; che Ella mi dia e confermi la mia umiltà ed obbedienza alla Chiesa, che sono così necessarie per non cadere nei lacci dell’orgoglio e dell’errore.

Amedeo Nicolas.

Avviso

Io ho molto esitato prima di pubblicare queste “Congetture”; le ho sottoposte per lungo tempo alla critica, in Francia ed in Italia; ed è solo dopo che esse sono state accuratamente discusse e corrette, e sotto i consigli pressanti che mi sono stati dati, che io mi sono deciso. – La prima impressione che molti proveranno sentendo parlare di questo libro, sarà la repulsione per un commentario di qualche parte dei libri sacri fatto da un laico. Coloro che saranno in queste disposizioni vogliano ricredersi in piena ignoranza di causa; se essi leggeranno attentamente, spero che possano vedere un lavoro serio e coscienzioso, e non il prodotto di una immaginazione surriscaldata, di un cervello esaltato. Io so bene che molti lettori non saranno del mio avviso. L’eterna Verità è stata combattuta, a maggior ragione lo sarà questo libro che non ha la pretesa di essere la Verità. Nello stato attuale sarà certamente attaccato con forza, forse dal sistema, a causa delle sue relazioni con certe recenti opere che non sono convenute alla parte più sapiente e pia della nostra popolazione; ma io spero che, in questo caso, potranno ricredersi. Tuttavia, qualunque sia il risultato finale, vedrò con soddisfazione questo dibattito che potrà condurre alla conoscenza della verità, e rischiarare gli spiriti sull’epoca nella quale viviamo, e la sua prossimità della fine dei tempi. Contento per averne fornito l’occasione, io non prenderò parte alla discussione, a meno che non vi sia forzato; ma prego tutti coloro che avranno da fare delle osservazioni, di inviarmi delle lettere che le contengano. Io le sottoporrò a dei teologi, così come ho fatto per il libro stesso, e se sono giuste e fondate, le evidenzierò in una nuova edizione. Lungi dal respingere gli avvisi e le correzioni, io li richiedo e ringrazio in anticipo coloro che avranno la bontà di comunicarmeli.

Amedeo Nicolas

Marsiglia, via Thubaneau, 33.

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PREFAZIONE

Avevo sentito dire ai miei maestri che la lettura dei libri sacri, nelle parti mistiche e profetiche, non era consigliabile ad ogni età; essa poteva nuocere in gioventù a causa della vivacità delle passioni e dell’inesperienza, e che non dovevano leggersi se non con l’autorizzazione del direttore della mia coscienza. – Giunto sulla quarantina, non avevo ancora letto le Epistole. L’Apocalisse e la Bibbia della quale non conoscevo che la storia (avevo letto solo occasionalmente qualche parte isolata dell’Apocalisse). Poco avanti questa epoca della mia vita, nel 1850, ho avuto dei malanni molto seri; ho avuto a subire dei colpi molti dolorosi che si sono protratti per cinque anni; essi mi avrebbero abbattuto se la divina bontà, che me li aveva mandati per il bene della mia anima, non mi avesse sostenuto. – Questi grandi infortuni, che sono stupefatto per come abbia potuto sopportarli, ebbero come risultato di staccarmi ancor più dalla terra e dai tempi, per rivolgermi, anche con legami naturali, al cielo, ove si trovavano quasi tutti coloro che io amavo, e portarmi verso le cose di Dio, sia per nutrire il mio spirito, sia per riscattare il mio cuore e fortificarlo nella prova. – Dopo avere dato l’ultima mano a diverse opere, di cui avevo riunito e classificato i materiali da molto tempo, domandai il permesso di leggere dei libri santi che ancora non conoscevo; esso mi venne accordato. Pregai anche il mio direttore spirituale di tracciarmi il cammino da seguire in questa lettura; egli mi rispose di leggere e rileggere i testi senza fare, a loro riguardo, alcuna riflessione. – Io mi misi all’opera; lessi sei volte l’Apocalisse, i Profeti e le Epistole degli Apostoli senza lasciarmi andare a nessun personale apprezzamento; ero così nutrito da questi testi che tornavano spesso da soli alla mia memoria, senza che facessi nulla per  richiamarli; una spiegazione, un’applicazione mi attraversava lo spirito nel momento in cui meno lo aspettassi; esse apparivano improvvisamente come un bagliore, senza che uscissi dallo stato passivo in cui mi ero posto, e che fissassi altro per riceverle. Oggi era un passaggio che sembrava rivelarsi da se stesso, domani ne era un altro. – Avevo notato questi diversi scorci. Quando furono abbastanza numerosi, li raccolsi, li comparai e con mio grande stupore sembrarono coordinarsi molto bene tra di loro e formare un tutto omogeneo che non era contrastato da alcun testo sacro. – Fui tranquillizzato da questo perché temevo l’errore e la mia debolezza; nell’anno 1854 affidai il tutto ad un piccolo scritto di un centinaio di pagine che non è stato stampato, ma che è stato letto in diverse parti della Francia da diversi sacerdoti e laici. Questo opuscolo aveva per titolo: Dove siamo? O deve andiamo? – Fatto questo, pensai che dovessi conoscere le diverse opere scritte sugli ultimi tempi e le età della Chiesa, al fine di rettificare ciò che potesse essere inesatto o erroneo nella mia opera. Consultai circa venti libri relativi a questa materia, ma non ne ricevetti alcuna impressione che potesse modificare ciò che avevo scritto o farmi temere di essere nell’errore, ad eccezione di ciò che concerne i capitoli secondo e terzo dell’Apocalisse, nei quali si incontrava sì qualche conformità, ma tutto era differente. Si poteva quasi credere che questi autori avessero commentato un libro, ed io un altro. – Nell’anno 1856, un amico mi prestò per tre giorni, l’interpretazione latina dell’Apocalisse del venerabile Holzhauser (edizione di Bamberg, 1784). Lo lessi con avidità, e fui estremamente sorpreso di vedere che molte delle mie valutazioni, soprattutto le principali, erano conformi a quelle del decano di Bingen (fino al 1856 io non avevo conosciuto che una nota di qualche pagina del Commentario di Holzhauser, nota che possedevo fin dal 1849). – Quando ebbi terminato la prima edizione del mio libro sulla Salette (La Salette davanti alla ragione ed il dovere di un cattolico. La seconda edizione è in vendita da mese di settembre 1857), mi occupai nel mettere in ordine le predizioni relative agli ultimi tempi sparse nei quattro volumi della Suora della Natività. Avevo l’intenzione di pubblicarle dopo averle coordinate. Credevo di fare in questo una cosa utile, perché mi sembrava si conoscesse a qual punto noi siamo della vita del mondo, affinché si sappia di conseguenza, che i padri di famiglia debbano dirigere l’educazione dei loro figli, in modo di fortificarli per il giorno della grande Tentazione e a disporli, per quanto possibile, a soffrire il martirio, qualora Dio decidesse di concedere loro l’onore e la grazia di sceglierli come suoi testimoni. – Io avevo completato questo piccolo lavoro, quando il sig. Canonico de Wüilleret pubblicò la traduzione francese dell’Interpretazione di Holzhauser, contenente il Commentario delle parti (dal capitolo XV, v. 4 fino alla fine) che il venerabile Servo di Dio non aveva spiegato. Io allora esaminai attentamente ed in dettaglio quest’opera; mi accorsi che, se le mie Congetture principali si accordavano con quelle del santo padre, ero però in disaccordo con lui su molti dei punti che avevano importanza, ed ebbi l’idea di pubblicare delle osservazioni sia sulle opinioni dell’Autore, sia su quelle del suo rispettabile traduttore e continuatore. – Feci parte del mio progetto a qualche amico; essi mi consigliarono di riunire in un solo libro sia l’opuscolo «Dove siamo, dove andiamo?» togliendone le parti più evidenti che avessero potuto intimorire qualche spirito, sia le predizioni coordinate della Suora della Natività, sia infine le mie osservazioni sull’Interpretazione dell’Apocalisse di Holzhauser e M. de Wüilleret. Ho così ceduto a questo consiglio che mi è parso saggio. L’opera che presento al pubblico conterrà questi tre elementi e sarà così più completa ed utile. Ma siccome le predizioni della Suora della Natività (Vie et visions de Sœur de la Nativité: religieuse converse au couvent des Urbvanistes de Fougeres, vol. I-IV, Beaucé ed., Paris, 1819) non hanno alcuna autorità,  non le porrò in discussione, e mi limiterò a riportarle in maniera testuale ed analitica, con delle note a piè di pagina alle quali mi sembrerà che possano riportarsi (Le note relative alle rivelazioni della suor della Natività formeranno una seconda serie di note indicate da delle stelle, e avranno esse stesse delle sotto-note). Qualunque sia la mia attuale convinzione su tutto ciò che ho affidato a questa piccola opera, dichiaro di non avere espresso che delle opinioni particolari, puramente congetturali, che non hanno alcuna autorità e non ne aspirano ad averne. – Io non ho la singolare pretesa di credere di aver trovato la chiave delle profezie dell’Antico e del Nuovo Testamento. Quando pure le mie convinzioni fossero vere, esse non escluderebbero altri giudizi che potrebbero essere altrettanto veri, essendo la parola di Dio suscettibile di numerose applicazioni ugualmente giuste, ed essendo verità sotto diversi punti di vista. Se qualche volta mi esprimo in maniera affermativa, lo faccio nella forma, per la chiarezza e la brevità della frase, e non per il fondo. Io sono pronto ad abbandonare tutte queste maniere di vedere, se fossero erronee. – Figlio della Chiesa Cattolica, Apostolica e Romana, io voglio servire mia Madre, e non affliggerla.

Amedeo Nicolas.

Di seguito sono riportati i seguenti passi delle Sacre Scritture, per la cui lettura rimandiamo alla Vulgata e alla traduzione italiana di Mons. A. Martini.:

APOCALISSE DI SAN GIOVANNI (I- XXII)

VANGELO DI SAN MATTEO:

Capitolo XIII – (24 – 30);

La Zizzania sopra seminata.

Capitolo XXII – (1- 13)

Parabola del festino di nozze – La veste nuziale

Capitolo XXIV –

I. (1-8)

 Rovina del tempio – Seduttori, Guerra – Carestia – Abominio

II. (9- 14)

 Giusti perseguitati – Falsi profeti – carità raffreddata – Perseveranza

III. (15 – 22)

Abominazione nel luogo santo – Fuga – Mali estremi

IV. (23 – 28)

Falsi cristi – Eletti quasi sedotti

V. (29 – 35)

Sole oscurato – Avvento di Gesù-Cristo

VI. (36 – 39)

L’Ultimo giorno improvviso

VII. (40-44)

L’uno preso, l’altro lasciato – Vegliare sempre

VIII (45- 51)

Servo prudente – Servo violento

VANGELO DI SAN LUCA

II. (7-14)

Prendere l’ultimo posto – Invitare i poveri.

III. (15-24)

Parabola dei convitati che si scusano.

ISAIA

CAPITOLO XXII

(1-25)

EZECHIELE

CAPITOLO XXXVII

(1-28)

CAPITOLO XXXVIII

(1-23)

CAPITOLO XXXIX

(1-29)

DANIELE

CAPITOLO VII

(1-28)

CAPITOLO XII

(1-13)

CONGETTURE SULLE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (2)

IL BEATO HOLZHAUSER INTERPRETA L’APOCALISSE: LIBRO NONO

LIBRO NONO


SUI CAPITOLI XXI E XXII

La nuova terra ed il cielo nuovo, la Gerusalemme celeste, e il fiume d’acqua viva, etc.
SEZIONE I.

§


Del cielo nuovo e della terra nuova.


CAPITOLO XXI. VERSETTI 1-8.

Et vidi cœlum novum et terram novam. Primum enim cœlum, et prima terra abiit, et mare jam non est. Et ego Joannes vidi sanctam civitatem Jerusalem novam descendentem de cœlo a Deo, paratam sicut sponsam ornatam viro suo. Et audivi vocem magnam de throno dicentem: Ecce u Dei cum hominibus, et habitabit cum eis. Et ipsi populus ejus erunt, et ipse Deus cum eis erit eorum Deus: et absterget Deus omnem lacrimam ab oculis eorum: et mors ultra non erit, neque luctus, neque clamor, neque dolor erit ultra, quia prima abierunt. Et dixit qui sedebat in throno: Ecce nova facio omnia. Et dixit mihi: Scribe, quia haec verba fidelissima sunt, et vera. Et dixit mihi: Factum est: ego sum alpha et omega, initium et finis. Ego sitienti dabo de fonte aquae vitæ, gratis. Qui vicerit, possidebit hæc: et ero illi Deus, et ille erit mihi filius. Timidis autem, et incredulis, et execratis, et homicidis, et fornicatoribus, et veneficis, et idolatris, et omnibus mendacibus, pars illorum erit in stagno ardenti igne et sulphure: quod est mors secunda.

[E vidi un nuovo cielo e una nuova terra. Poiché il primo cielo e la prima terra passarono, e il mare non è più. Ed io Giovanni vidi la città santa, la nuova Gerusalemme che scendeva dal cielo d’appresso Dio, messa in ordine, come una sposa abbigliata per il suo sposo.E udii una gran voce dal trono che diceva: Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini, e abiterà con loro. Ed essi saranno suo popolo, e lo stesso Dio sarà con essi Dio loro :e Dio asciugherà dagli occhi loro ogni lagrima: e non vi sarà più morte, né lutto, né strida, né vi sarà più dolore, per- ché le prime cose sono passata. E colui che sedeva sul trono disse: Ecco che io rinnovello tutte le cose. E disse a me: Scrivi, poiché queste parole sono degnissime di fede e veraci. E disse a me: fatto. Io sono l’alfa e l’omega: il principio e il fine. A chi ha sete io darò gratuitamente della fontana dell’acqua della vita. Chi sarà vincitore, sarà padrone di queste cose, e io gli sarò Dio, ed egli mi sarà figliuolo. Pei paurosi poi, e per gl’increduli, e gli esecrandi; e gli omicidi, e i fornicatori, e i venefici, e gli idolatri, e per tutti i mentitori, la loro parte sarà nello stagno ardente di fuoco e dì zolfo: che è la seconda morte.]

I. Vers. 1.E vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi e il mare non c’era più. In questo capitolo e nel prossimo, che sono gli ultimi due dell’Apocalisse, San Giovanni descrive la Chiesa Trionfante, cioè lo stato dei beati nella prossima vita. Infatti, come osserva Sant’Agostino (Civ., XXII, 27), sarebbe troppo stravagante intendere le cose che sono dette qui come dette del tempo presente; poiché le parole del verso di questo capitolo: “Dio asciugherà tutte le lacrime, ecc.“, sono così chiaramente adatte alla vita futura, all’immortalità e all’eternità dei Santi, che non saremmo in grado di trovare nulla di più ovvio nelle Scritture divine se dovessimo considerare questo passaggio come oscuro. Così, dopo la descrizione della caduta dell’anticristo e lo sterminio di tutti i nemici della Chiesa, e dopo aver parlato della risurrezione generale e del Giudizio universale, San Giovanni passa alla descrizione della gloria dei beati e del loro trionfo eterno. E vidi un nuovo cielo e una nuova terra. Questo nuovo cielo e questa nuova terra di cui parla San Giovanni saranno dunque la dimora dei beati nella gloria eterna di Dio; perché il primo cielo e la prima terra, che ora abitiamo, erano passati e il mare non c’era più. Questo cielo e questa terra rappresentano i beni del mondo, e il mare rappresenta i suoi mali; ora questi beni e mali terreni, che saranno stati il fuoco con cui Dio prova l’oro, spariranno per sempre e saranno consumati a loro volta dal fuoco del cielo, secondo (II. Pietro, III, 12): « La violenza del fuoco dissolverà i cieli e fonderà tutti gli elementi. » Non dobbiamo omettere qui questo passo di Isaia, LXV, 14: « I miei servi si rallegreranno, e voi (peccatori) sarete coperti di confusione; i miei servi esploderanno con canti di lode nell’estasi dei loro cuori, e voi scoppierete con grandi grida nell’amarezza delle vostre anime, e con tristi ululati nello strazio dei vostri spiriti; e voi renderete il vostro nome ai miei eletti come un nome di imprecazione: Il Signore Dio vi distruggerà e darà ai suoi servi un altro nome. Chi è benedetto in questo nome sulla terra sarà benedetto dal Dio della verità; e chi giura sulla terra giurerà nel Nome del Dio della verità, perché le precedenti tribolazioni saranno dimenticate e scompariranno da davanti ai miei occhi. Perché Io creerò nuovi cieli e una nuova terra, e il passato non sarà ricordato né risorgerà nel mio cuore. Ma voi vi rallegrerete e sarete pieni di gioia per sempre nelle cose che Io creerò, perché farò di Gerusalemme una città di gioia e del suo popolo un popolo di gioia. Mi rallegrerò di Gerusalemme, mi rallegrerò del mio popolo, e non ci sarà più né lutto né pianto. Non si vedrà un bambino che non viva che pochi giorni, né un vecchio che non completi i giorni della sua vita, etc. ».

II. Vers. 2Ed io, Giovanni, vidi la città santa, la nuova Gerusalemme, che scendeva da Dio dal cielo, adorna come una sposa per il suo sposo. San Giovanni si riferisce a se stesso come testimone di ciò che accadrà, volendo dare più forza alle sue parole e renderci più attenti ad esse. E io, Giovanni, vidi la città santa che scendeva dal cielo. Questa città santa è la Chiesa trionfante, o l’assemblea dei beati che regneranno con Dio. Questa Chiesa è la nuova Gerusalemme che è venuta da Dio, e di cui la Gerusalemme terrena era la figura. Perché, come è stato detto, i Profeti usano spesso la stessa figura per significare diverse cose; e così la Gerusalemme terrena, che rappresenta come città e in senso materiale, la grande Babilonia, rappresenta anche in senso mistico la Gerusalemme celeste. San Giovanni la vide scendere dal cielo e dice che veniva da Dio, perché, secondo Sant’Agostino, (Civit. XX, 17), la grazia con cui Dio l’ha formata è celeste, e che, in principio, essa è scesa dal cielo, da dove fu mandato lo Spirito Santo. Essa veniva da Dio, adornata come una sposa per il suo sposo. Cioè, splendente di gloria e di bellezza, con la gloria dei suoi trionfi e la bellezza delle sue virtù e dei suoi meriti. Infatti, la sposa, per essere gradita al suo sposo, deve essere come Lui, poiché devono essere una sola carne. (Gen. II, 23). Adamo, che è tipo dello sposo Gesù Cristo, dice, parlando di Eva, il tipo pure della Chiesa: « Ecco, costei è ora osso delle mie ossa e carne della mia carne. »   Poi la Genesi continua: « Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie (come Gesù Cristo lasciò suo Padre e la sua gloria celeste, per rivestirsi della nostra umanità e unirsi alla nostra carne); e saranno due in una sola carne. » Ora, i Santi, nutrendosi della carne di Gesù Cristo nella santissima Eucaristia, e Gesù Cristo, rivestendosi della nostra carne, sono uniti nella stessa carne; e così lo Sposo celeste e la sua Sposa sono due in una sola carne. E quanto bella, quanto pura, quanto santa e quanto gloriosa deve essere la Chiesa per potersi unire allo Sposo divino? Ecco perché San Giovanni ci dice che la Chiesa sarà adornata come una sposa per il suo sposo.

III. Vers. 3. E udii una grande voce dal trono, che diceva: Questo è il tabernacolo di Dio con gli uomini, ed Egli abiterà con loro. Ed essi saranno il suo popolo, e Dio sarà il loro Dio in mezzo a loro. San Giovanni ha sentito nella sua immaginazione una grande voce dal trono; questa voce sarà quella di Dio Padre, che dirà, annunciando Gesù Cristo alla sua amata sposa: Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini, cioè, ecco Gesù Cristo mio Figlio, che è il tabernacolo, o alleanza della Divinità con gli uomini. Abbiamo visto come spesso San Giovanni si riferisca all’antico tabernacolo e al tempio. Attraverso questo tabernacolo e questo tempio, Dio aveva dato dei segni dell’alleanza che voleva fare con il popolo giudaico. Ma i Giudei furono infedeli, e le nazioni della terra che divennero cristiane ebbero il grande privilegio di vedere la promessa fatta ai Giudei, compiuta in loro, sotto la figura del tabernacolo e del tempio. Questa promessa si compì nella santissima Eucaristia, dove noi possediamo realmente Gesù Cristo sotto le specie del pane e del vino, in attesa di possederlo in cielo, dove diventerà il vero oggetto della nostra beatitudine, come ora è il vero oggetto della nostra fede. E abiterà con loro, con i suoi eletti, per tutta l’eternità, perché Egli è il sacerdote eterno, secondo l’ordine di Melchisedec; ed essi saranno il suo popolo, e Dio in mezzo a loro sarà il loro Dio. Cioè, gli eletti saranno il popolo di Dio, ed Egli sarà loro Dio, il loro Padre, il loro Re, il loro Sposo; li riempirà di ogni bene; i loro desideri eterni saranno sempre soddisfatti e la loro sete sarà sempre placata. Il loro amore salirà eternamente come una fiamma ardente verso l’oggetto immutabile del loro amore, e questo fuoco non sarà mai consumato. I giusti saranno sempre soddisfatti, secondo tutte le capacità delle loro anime, come vasi di diverse dimensioni che potrebbero sempre essere riempiti con le acque dell’Oceano, e infinitamente ancor più. Più godono, più vorranno godere, e non proveranno mai disgusto, perché ogni dolore cesserà. Questo è ciò che ci assicura San Giovanni nelle seguenti parole:

Vers. 4E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi; e non ci sarà più la morte, né il lutto, né il pianto, né il dolore, perché il primo stato è finito. Così dunque, il ricordo dei mali passati, il ricordo dei dolori, delle afflizioni, dei dispiaceri, delle disgrazie, delle malattie, dei disgusti, degli affanni, dei dolori, delle perdite, delle privazioni, della sete, della fame, dei rigori invernali, dei calori dell’estate, il ricordo delle tribolazioni, delle tentazioni, dei sacrifici più costosi alla natura; il ricordo delle ingiustizie, delle persecuzioni, degli insulti, del disprezzo, dell’abbandono, dell’isolamento; il ricordo dei travagli, della fatica, delle lotte, delle veglie, dei digiuni, delle mortificazioni; il ricordo delle umiliazioni, della perdita dei beni, della privazione dei piaceri; il ricordo stesso del peccato non affliggerà più i giusti, perché Dio asciugherà tutte le lacrime dai loro occhi. Tutti i mali della vita saranno cambiati per essi in beni immensi nella loro estensione ed eterni nella loro durata; perché non ci sarà più la morte, né il lutto, né il pianto, né il dolore, perché il primo stato è finito.

IV. Vers. 5: Allora colui che sedeva sul trono disse: Ecco, che Io faccio nuove tutte le cose”. Ed egli mi disse: “Scrivi, perché queste parole sono certissime e veraci. Ricordiamo che è Gesù Cristo stesso l’Autore di questa rivelazione, secondo queste parole del capitolo I, 1: La rivelazione di Gesù Cristo, etc. Non c’è quindi alcun dubbio che sia Gesù Cristo che San Giovanni ci rappresenta seduto sul trono; perché gli dice: scrivi, etc. Così, dopo aver regnato per il tempo, questo Sposo celeste continuerà a regnare per l’eternità. Egli regna già sulla terra con la sua legge e la sua dottrina; ma San Giovanni ci rappresenta il suo regno nel momento in cui farà nuove tutte le cose. Allora colui che sedeva sul trono disse: Ecco, io faccio nuove tutte le cose. Ed Egli mi disse: Scrivi, perché queste parole sono degnissime di fede e veraci. Questo è un modo per attirare la nostra attenzione su ciò che ci verrà rivelato e per garantirci la certezza di esso.

V. Vers. 6Ed ancora mi dice: Tutto è compiuto. Io sono l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine. Darò da bere gratuitamente dalla fonte di acqua viva a chi ha sete. Gesù Cristo disse a San Giovanni: Tutto si è compiuto, il tempo della profezia è passato e l’eternità è iniziata. Io sono l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine. Queste parole sono notevolissime, se si ricorda che nel capitolo I, 8, Gesù Cristo ha usato le stesse parole prima di annunciare tutto ciò che sarebbe accaduto nel corso delle epoche della Chiesa. E siccome tutto si sarà adempiuto come aveva predetto, ora ci avverte che tutto è compiuto. Io darò gratuitamente della fonte di acqua viva a colui che ha sete. Queste parole ci ricordano la giustizia di cui si parla nelle otto beatitudini, e di cui i Santi saranno stati assetati; e la giustizia dei Santi sarà la veste nuziale che li renderà degni di partecipare alla cena delle nozze dello Sposo. (Apoc. XIX, 8): E gli diede del puro lino bianco da indossare, e questo lino è la giustizia dei santi. Dobbiamo desiderare questa giustizia per ottenerla, e se la desideriamo veramente e sinceramente, saremo tra coloro di cui sta scritto, (Matth. V, 6): « Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati. » In effetti (Romani VIII, 27): « Chi scruta il cuore sa quali sono i desideri dello spirito, perché cerca per i Santi ciò che è secondo Dio. Ora sappiamo che tutto contribuisce al bene di coloro che amano Dio, di coloro che Egli ha chiamato, secondo il suo decreto, ad essere santi. Perché coloro che ha conosciuto nella sua prescienza, li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del suo Figlio, affinché Egli stesso sia primogenito tra molti fratelli. E quelli che ha predestinato li ha chiamati, e quelli che ha chiamato li ha giustificati e quelli che ha giustificato li ha glorificati. » Ora, questa glorificazione sarà la fonte di acqua viva di cui parla il nostro testo: Darò da bere gratuitamente dalla fonte di acqua viva a colui che ha sete.  E si dice: Io darò gratuitamente, perché la giustizia che dovrebbe renderci eredi del regno eterno ci è concessa gratuitamente per la misericordia di Dio, secondo San Paolo, (Tito III, 5): « Ci ha salvati non per le opere di giustizia che abbiamo fatto, ma per la sua misericordia, in quanto ci ha fatto rinascere per mezzo del Battesimo e ci ha rinnovati per mezzo dello Spirito Santo, che ha riversato abbondantemente su Gesù Cristo nostro Salvatore, affinché, giustificati dalla sua grazia, diventassimo eredi della vita eterna, secondo la speranza. »

VI. Vers. 7. Colui che vincerà, possederà queste cose, e Io sarò il suo Dio, ed egli sarà mio figlio.

Vers. 8Ma i timidi, gli increduli, gli abominevoli, gli omicidi, i fornicatori, gli avvelenatori, gli idolatri e tutti i bugiardi avranno la loro parte nel lago ardente di fuoco e di zolfo, che è la seconda morte. Questi due versetti possono ancora essere messi in relazione, per il significato che contengono, con la continuazione del passo di San Paolo che abbiamo appena citato, in cui l’Apostolo ci fa intravedere come avvenga la giustificazione degli eletti che hanno fame e sete di giustizia. E questi due passi di San Paolo e dell’Apocalisse coincidono mirabilmente insieme e si spiegano a vicenda. Infatti Gesù Cristo nella sua Rivelazione ci dice: Chi vincerà avrà queste cose, e Io sarò il suo Dio, ed egli sarà mio figlio. Ma i timidi, gli increduli, ecc. avranno la loro parte nel lago ardente di fuoco e zolfo, che è la seconda morte. Ora, San Paolo ci spiega come gli eletti e i predestinati potranno vincere, e  continua la sua spiegazione del mistero della giustificazione degli uomini mostrandoci come il Cristiano, attraverso il desiderio di giustizia, arrivi al possesso dell’ottava beatitudine, che è come la perfezione e il complemento delle altre, e ci garantisce il possesso del regno eterno, secondo San Matteo (V, 10): « Beati coloro che soffrono persecuzioni a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. » Ora, soffrire la persecuzione per amore della giustizia è vincere, e chi vincerà possiederà queste cose. San Paolo, volendo farci capire come chi ha fame e sete di giustizia possa e debba vincere, aggiunge nella sua epistola ai Romani, (VIII, 31): « Dopo questo, cosa diremo? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Se non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato alla morte per tutti noi, cosa non ci darà, dopo averlo dato a noi? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio stesso li giustifica. Chi li condannerà, quando Gesù Cristo non solo è morto, ma è risorto ed è alla destra di Dio, intercedendo per noi? Chi, dunque, ci separerà dall’amore di Gesù Cristo? Sarà l’afflizione, l’angoscia, la fame, la nudità, il pericolo, la persecuzione o la spada? Come sta scritto: Per causa tua siamo quotidianamente consegnati alla morte, o Signore, e siamo considerati come pecore da macellare; ma in mezzo a tutti questi guai noi vinciamo per la virtù di Colui che ci ha amati. Perché io sono sicuro che né la morte, né la vita, né gli Angeli, né i Principati, né le Potenze, né le cose presenti, né le cose future, né la violenza, né alcunché di superiore o inferiore, né alcuna altra creatura, potranno mai separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù nostro Signore. » È dunque con l’aiuto di Dio e con i meriti e l’amore di Gesù Cristo che possiamo vincere l’amore dei piaceri e la paura dei mali di cui ci parla San Paolo. Ma i timidi, i codardi e i pusillanimi, gli increduli, che non hanno la fede di Gesù Cristo, senza la quale è impossibile piacere a Dio, gli abominevoli, che non mettono la loro speranza in Dio, gli omicidi, che non hanno carità, i fornicatori, che si crogiolano nei piaceri della carne, i venefici, che cercano i beni altrui ingiustamente, gli idolatri, che si prostituiscono bruciando incenso alle creature e cercando il fumo degli onori, e tutti i bugiardi, che sono figli del diavolo, avranno la loro parte nel lago ardente con fuoco e zolfo, che è la seconda morte, la morte eterna. – Dopo aver annunciato un nuovo cielo e una nuova terra, San Giovanni ce ne dà una descrizione sotto la figura della Gerusalemme celeste.

§ II.

Della Gerusalemme celeste.

CAPITOLO XXI. – VERSETTI 9-27.

Et venit unus de septem angelis habentibus phialas plenas septem plagis novissimis, et locutus est mecum, dicens: Veni, et ostendam tibi sponsam, uxorem Agni. Et sustulit me in spiritu in montem magnum et altum, et ostendit mihi civitatem sanctam Jerusalem descendentem de cœlo a Deo, habentem claritatem Dei: et lumen ejus simile lapidi pretioso tamquam lapidi jaspidis, sicut crystallum. Et habebat murum magnum, et altum, habentem portas duodecim: et in portis angelos duodecim, et nomina inscripta, quæ sunt nomina duodecim tribuum filiorum Israel: ab oriente portæ tres, et ab aquilone portae tres, et ab austro portae tres, et ab occasu portae tres. Et murus civitatis habens fundamenta duodecim, et in ipsis duodecim nomina duodecim apostolorum Agni. Et qui loquebatur mecum, habebat mensuram arundineam auream, ut metiretur civitatem, et portas ejus, et murum. Et civitas in quadro posita est, et longitudo ejus tanta est quanta et latitudo: et mensus est civitatem de arundine aurea per stadia duodecim millia: et longitudo, et altitudo, et latitudo ejus æqualia sunt. Et mensus est murum ejus centem quadraginta quatuor cubitorum, mensura hominis, quæ est angeli. Et erat structura muri ejus ex lapide jaspide: ipsa vero civitas aurum mundum simile vitro mundo. Et fundamenta muri civitatis omni lapide pretioso ornata. Fundamentum primum, jaspis: secundum, sapphirus: tertium, calcedonius: quartum, smaragdus: quintum, sardonyx : sextum, sardius: septimum, chrysolithus: octavum, beryllus: nonum, topazius: decimum, chrysoprasus: undecimum, hyacinthus: duodecimum, amethystus. Et duodecim portæ, duodecim margaritæ sunt, per singulas: et singulae portœ erant ex singulis margaritis: et platea civitatis aurum mundum, tamquam vitrum perlucidum. Et templum non vidi in ea: Dominus enim Deus omnipotens templum illius est, et Agnus. Et civitas non eget sole neque luna ut luceant in ea, nam claritas Dei illuminavit eam, et lucerna ejus est Agnus. Et ambulabunt gentes in lumine ejus: et reges terrae afferent gloriam suam et honorem in illam. Et portæ ejus non claudentur per diem: nox enim non erit illic.  Et afferent gloriam et honorem gentium in illam. Non intrabit in eam aliquod coinquinatum, aut abominationem faciens et mendacium, nisi qui scripti sunt in libro vitæ Agni.

[E venne uno dei sette Angeli che avevano sette coppe piene delle sette ultime piaghe, e parlò con me, e mi disse: Vieni, e ti farò vedere la sposa, consorte dell’Agnello. E mi portò in ispirito sopra un monte grande e sublime, e mi fece vedere la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo dappresso Dio, la quale aveva la chiarezza di Dìo : e la luce di lei era simile a una pietra preziosa, come a una pietra di diaspro, come il cristallo.  Ed aveva un muro grande ed alto che aveva dodici porte: e alle porte dodici An- geli, e scritti sopra i nomi, che sono i nomi delle dodici tribù di Israele. A oriente tre porte : a settentrione tre porte : a mezzogiorno tre porte: e a occidente tre porte. “E il muro della città aveva dodici fondamenti, ed in essi i dodici nomi dei dodici Apostoli dell’Agnello. E colui che parlava con me aveva una canna d’oro da misurare, per prendere le misure della città e delle porte e del muro. E la città è quadrangolare, e la sua lunghezza è uguale alla larghezza: e misurò la città colla canna d’oro in dodici mila stadi : e la lunghezza e l’altezza e la larghezza di essa sono uguali. E misurò il muro di essa in cento quarantaquattro cubiti, a misura d’uomo, qual è quella dell’Angelo. E il suo muro era costrutto di pietra di diaspro: la città stessa poi (era) oro puro simile a vetro puro. E i fondamenti delle mura della città (erano) ornati di ogni sorta di pietre preziose. Il primo fondamento, il diaspro: il secondo, lo zaffiro: il terzo, il calcedonio: il quarto, lo smeraldo: il quinto, il sardonico: il sesto, il sardio: il settimo, il crisolito: l’ottavo, il berillo: il nono, il topazio: il decimo, il crisopraso: l’undecimo, il giacinto: il duodecimo, l’ametisto. E le dodici porte erano dodici perle: e ciascuna porta era d’una perla: e la piazza della città oro puro, come vetro trasparente. E non vidi in essa alcun tempio. Poiché il Signore Dio onnipotente e l’Agnello è il suo tempio. E la città non ha bisogno di sole, né dì luna che risplendano in essa: poiché lo splendore di Dio la illumina, e sua lampada è l’Agnello. E le genti cammineranno alla luce di essa: e i re della terra porteranno a lei la loro gloria e l’onore. E le sue porte non si chiuderanno di giorno: perché ivi non sarà notte. E a lei sarà portata la gloria e l’onore delle genti. Non entrerà in essa nulla d’immondo, o chi commette abbominazione o menzogna, ma bensì coloro che sono descritti nel libro della vita dell’Agnello.]

I. Vers. 9. – E uno dei sette Angeli che avevano le sette coppe piene delle ultime piaghe venne e mi parlò, dicendo: Vieni, e io ti mostrerò quella che è la sposa dell’Agnello. Questo Angelo rappresenta tutti gli altri Angeli che tenevano le sette coppe piene delle ultime piaghe. Come è consolante questo Angelo, che prima era così terribile! O Dio onnipotente, quanto siete severo nei vostri giudizi, ma quanto siete magnifico nelle vostre ricompense! Questo Angelo è il vostro braccio destro che colpisce i peccatori e premia i giusti. Per quanto la vostra voce fosse tuonante prima, tanto il vostro linguaggio è dolce e consolante ora che gli ultimi peccatori sono stati convertiti, e tutti i giusti, da Abele all’ultimo dei Martiri, sono riuniti per ricevere le carezze dello Sposo. Quest’Angelo venne dunque da San Giovanni e, dopo aver deposto il calice del vino dell’ira di Dio, gli parlò e gli disse: Vieni e ti mostrerò colei che è la sposa dell’Agnello.

II. Vers. 10E mi trasportò in spirito su un monte grande e alto, e mi mostrò Gerusalemme, la città santa, che scendeva dal cielo da Dio. – Questa montagna è una figura della grandezza e dell’elevazione di un’anima, alla quale Dio comunica le sue grazie per elevarla nelle regioni celesti. Questa montagna è sola, perché è solo la potenza di Dio che è capace di innalzarci così in alto. E San Giovanni ci dice espressamente che fu portato lassù in spirito, per farci capire che è con lo spirito, e non con la carne, che possiamo ascendere fino al cielo. Anche il nostro corpo è destinato a salire un giorno in queste alte regioni; ma sarà solo dopo che ci saremo spiritualizzati, per così dire, tagliando con la scure della mortificazione tutti i rami e le radici che ci tengono quaggiù e ci legano alla terra. Dopo essere arrivati in spirito su una grande e alta montagna, sulla montagna o sulla potenza di Gesù Cristo e della sua Chiesa, e dopo essere saliti per virtù di Dio al di sopra di tutte le altre montagne, al di sopra delle potenze terrene che erano appena scomparse nelle ultime piaghe, San Giovanni vide non più Gerusalemme, la grande Babilonia, ma la Gerusalemme celeste, la città santa, che scese da Dio dal cielo. Proprio come la grande Babilonia era sorta dalla terra, così la Gerusalemme celeste veniva da Dio. Lucifero era il re di quella, ed è Gesù Cristo, il Re dei re, che regna in questa. Se la potenza di Babilonia proveniva dall’inferno, la bellezza, la grandezza e la magnificenza della Gerusalemme celeste venivano dal cielo.

III. Vers. 11. – Questa città santa era illuminata dallo splendore di Dio, e la sua luce era come una pietra preziosa, come una pietra di diaspro trasparente come un cristallo. O ineffabile luce di Dio, dolce come la sua grazia, pura come la sua santità e giustizia, brillante come la sua gloria, e benefica come la sua misericordia e bontà! E la sua luce era come una pietra preziosa, come una pietra di diaspro, trasparente come il cristallo. Il diaspro è una pietra preziosa molto dura, il cui colore verdastro varia estremamente. Ora, questa solidità del diaspro rappresenta l’eternità della luce divina, e questa estrema varietà di colori rappresenta gli infiniti attributi di Dio. Inoltre, questa pietra era trasparente come il cristallo, per rappresentare la purezza di quella luce eterna in cui i Santi potranno vedere Dio come è. Essi ne godranno secondo l’ampiezza delle facoltà di cui ognuno di loro è dotato. E questa luce brillerà eternamente nei loro occhi, che non si stancheranno mai di contemplarla. Più la vedranno, più vorranno goderne; e tutti i loro desideri saranno soddisfatti in essa, perché la luce eterna li illuminerà e li aiuterà a contemplare le bellezze della luce eterna. Saranno come assorbiti per sempre nelle profondità infinite della felicità e della gloria di Dio stesso.

Vers. 12. – Questa città santa aveva una muraglia di grande altezza, dodici porte, dodici Angeli alle porte e nomi scritti, che erano i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. Questa muraglia della città santa è la fede di Gesù Cristo, le cui fondamenta sono i dodici Apostoli, secondo lo stesso testo (vers. 14): « Il muro della città aveva dodici fondamenta, e su di esse i dodici nomi degli Apostoli dell’Agnello. » E come la fede di Gesù Cristo, unita alla pratica delle buone opere, fa salire gli eletti al cielo, poiché secondo San Paolo, è la fede che ci giustifica, (Rom . V, 1): « Giustificati dunque per fede, etc. », San Giovanni ha ragione nel dirci che questa muraglia fosse di grande altezza. Questa muraglia deve essere costruita con pietre preziose, poiché esse rappresentano la fede, che produce le buone opere e le virtù dei Santi; e queste virtù e buone opere, così poco conosciute nel mondo attuale e nascoste nelle profondità della terra e nel seno delle montagne, che sono le potenze del mondo, devono essere scoperte e scelte all’aperto, ciascuna secondo le sue qualità ed il suo valore intrinseco, per servire nella costruzione di questa muraglia. Perché se la fede produce buone opere, le buone opere mantengono ed elevano la fede. Questa muraglia sarà innalzata ad una grande altezza e formerà il recinto della città celeste. Il cemento di questo muro sarà solido e durevole quanto la ragione che lega la fede alle buone opere e le buone opere alla fede. Infatti, come abbiamo appena detto, è la fede che produce e vivifica le buone opere, e sono le buone opere che mantengono e rafforzano la fede, secondo le parole dell’Apostolo: « Il giusto vive per la fede. » Le dodici porte attraverso le quali si può entrare in questa città rappresentano i dodici Apostoli secondo San Girolamo e Sant’Agostino. Perché gli Apostoli, nel diffondere la fede di Gesù Cristo sulla terra, furono veramente le porte attraverso le quali le dodici tribù dei figli d’Israele entrarono nella città santa. E queste dodici tribù i cui nomi sono scritti su queste porte, rappresentano tutti gli eletti. E dodici Angeli alle porte. Questi Angeli sono i dodici capi delle tribù d’Israele.

IV. Vers. 13. – E questa città aveva tre porte ad Oriente, tre a Settentrione, tre a Mezzogiorno, e tre ad Occidente. 1º Queste porte distribuite così verso le quattro parti principali del mondo sono una figura sensibile dell’estensione del regno di Gesù Cristo su tutta la faccia della terra e della facilità con cui Egli offre a tutti gli uomini di entrare nel suo regno. 2° Si allude qui alla disposizione delle dimore delle dodici tribù di cui si è parlato nel libro dei Numeri, II. Vedere anche Ezechiele, XLVIII. Bisogna notare l’ordine in cui sono indicate queste parti del mondo; perché questo ordine sembra coincidere con la diffusione della fede e la conversione delle nazioni nelle varie epoche della Chiesa. Queste porte, divise in quattro categorie, alludono di nuovo al Vangelo di San Matteo XX, in cui il giorno di dodici ore è anche diviso in quattro parti di tre ore ciascuna, come anche la città è divisa in quattro parti, ciascuna delle quali ha tre porte; e tutte queste parole sono figure relative al tempo e all’eternità. Vediamo in questo Vangelo di San Matteo che i primi chiamati saranno gli ultimi, saranno i meno rappresentati nel regno di Dio; perché ci sono molti chiamati e pochi eletti tra coloro che dovevano entrare attraverso le prime tre porte in Oriente. Infatti, i Giudei sono stati i primi ad essere chiamati ad entrare nella Chiesa di Gesù Cristo, ma saranno gli ultimi a farlo; e siccome durante tutto il corso delle età della Chiesa, i Giudei saranno stati dispersi in tutte le regioni del mondo, potendo sempre entrare nella città santa attraverso tutte le porte, e poiché tuttavia non vi saranno entrati fino alla fine dei secoli, Gesù Cristo ha ragione di dirci che i primi saranno gli ultimi, e che questi ultimi saranno numericamente pochi rispetto alla massa di coloro che saranno periti nel corso delle epoche. «Perché molti sono chiamati, ma pochi sono gli eletti ».

V. Vers. 14. – Il muro della città aveva dodici fondamenta, e su di esse i dodici nomi degli Apostoli dell’Agnello. Infatti, sono stati gli Apostoli a porre le fondamenta della Chiesa in modo così solido che essa esisterà per tutta l’eternità. E poiché la pietra principale, la pietra d’angolo di questo edificio era l’Agnello sacrificato per i peccati del mondo, San Giovanni ha ragione di aggiungere: E su di esse sono i dodici nomi degli Apostoli dell’Agnello. Bisogna notare che San Giovanni parla espressamente dei nomi degli Apostoli, per farci capire meglio che si tratta dei dodici Apostoli dell’Agnello che hanno stabilito e propagato la fede di Gesù Cristo.

VI. Vers. 15. – E colui che mi parlava aveva una verga d’oro per misurare la città, le porte e le mura.

Vers. 16. E la città fu costruita in forma di quadrato, tanto lunga quanto larga. E misurò la città con la sua verga d’oro fino a dodicimila stadi, e la sua lunghezza e altezza erano uguali. L’Angelo delle piaghe che parlava a San Giovanni aveva in mano una canna, cioè una misura d’oro, per misurare la città, le porte e le mura. Si dice che questa misura fosse d’oro; e sappiamo che l’oro rappresenta la carità, che significa, in questa circostanza, l’amore e la misericordia di Dio nella distribuzione delle sue ricchezze eterne. Ora, come Dio è rigoroso nella sua giustizia e severo nei suoi giudizi, così magnifico e generoso è nel suo amore e nelle sue ricompense. Ecco perché la città santa che Egli destina ai suoi eletti sarà di estensione prodigiosa, e poiché questa città sarà la dimora della gloria e della felicità eterna, si deve supporre che la sua popolazione sarà proporzionata ed anche maggiore di quella della città più fiorente. Da questo possiamo concludere che il numero dei beati in cielo sarà molto grande. Infatti, Dio disse ad Abramo, il padre degli eletti, Gen. XXII, 17: « Io ti benedirò e moltiplicherò la tua discendenza come le stelle del cielo e come la sabbia sulla riva del mare; la tua discendenza possederà le porte dei loro nemici e tutte le nazioni della terra saranno benedette in Colui che uscirà da te (in Gesù Cristo), perché tu hai obbedito alla mia parola. (Ibidem, XVII, 6): « Ti farò crescere con molta abbondanza e ti renderò il capo delle nazioni; e da te usciranno dei re. E stabilirò la mia alleanza con te e, dopo di te, con la tua progenie per tutte le loro generazioni, con un’alleanza eterna; affinché Io sia il tuo Dio e il Dio della tua progenie dopo di te. »  Faremmo un’ingiustizia al Dio di ogni bontà se credessimo che la sua misericordia cedesse alla sua giustizia; e poiché la misericordia è un attributo di Dio, che lo porta a perdonare all’infinito, dobbiamo sperare, se facciamo penitenza, e se combattiamo legittimamente le battaglie del Signore, dobbiamo sperare, diciamo, per l’infinita misericordia di Dio e per la fede e i meriti di Gesù Cristo, di essere ammessi un giorno nella città celeste, che sarà di estensione prodigiosa. Perché quando Gesù Cristo, nella sua rivelazione, ci dà la misura di esso, vediamo che avrà 160.000 leghe quadrate, e che la sua altezza sarà uguale ai lati. Ora è ripugnante supporre che una città così grande non sarà popolata in proporzione alla sua estensione. Tuttavia, poiché non sappiamo se siamo degni di amore o di odio, secondo l’Ecclesiaste, (IX), e che tutte le cose sono incerte e saranno conservate per il futuro, continuiamo a servire il Signore con timore e tremore, sperando nella sua infinita misericordia. Seguiamo l’esempio e l’ammonizione di San Paolo: perché questo Apostolo sapeva bene cosa debba costare il regno di Dio nelle pene, lui che fu assunto in spirito al terzo cielo. Ecco perché « egli sacrificò tutto, finanche la sua vita per ottenere questo regno. » – « Io faccio tutte queste cose per amore del Vangelo, per averne parte », ci dice nella sua lettera ai Corinzi, (I Cor. IX, 24); e poi aggiunge: « Non sapete che quando uno corre nella corsa, tutti corrono, ma solo uno vince il premio? Corri, dunque, affinché tu possa vincere. Ora tutti gli atleti vivono nell’esatta temperanza, eppure è solo per vincere una corona corruttibile, invece di quella incorruttibile che noi aspettiamo. Ma io corro, e non corro a caso; combatto, non come se colpissi l’aria, ma castigo severamente il mio corpo e lo porto in schiavitù, per evitare che, avendo predicato ad altri, io stesso sia riprovato. Per questo io non voglio che ignoriate, fratelli miei, che i nostri padri erano tutti sotto la nube, che mangiavano tutti la stessa carne misteriosa, e tuttavia, c’erano pochi tra un gran numero che erano graditi a Dio, ed infatti, perirono nel deserto. Ora tutte queste cose (dette ai Giudei) erano figure di ciò che ci riguarda, affinché non ci abbandoniamo a desideri malvagi, come si abbandonarono loro. Non diventate idolatri come alcuni di loro, dei quali sta scritto: Il popolo si sedette per mangiare e bere e si alzò per divertirsi. Non commettiamo la fornicazione, come fecero alcuni di loro, cosicché ne morirono ventitremila in un giorno. Non tentiamo Gesù Cristo, come lo tentarono alcuni di loro, che furono uccisi dai serpenti. Non mormorate, come mormorarono alcuni di loro, che furono colpiti dall’Angelo distruttore. Ora tutte queste cose che accaddero loro erano figure, e furono scritte per istruire noi che siamo alla fine dei tempi. Chi pensa di essere saldo, faccia attenzione a non cadere. » Questi sono i preziosi avvertimenti che San Paolo ci dà, avvertimenti che sono del massimo interesse per il nostro futuro nell’eternità. E come sarà questa eternità per noi? Saremo portati, come Lazzaro, nel seno di Abramo dalle mani degli Angeli per entrare a far parte delle dodici tribù dei figli d’Israele, o saremo precipitati, come il ricco cattivo, nell’abisso dell’inferno? Nessuno di noi può saperlo. Degni di odio o di amore; vittime forzate che il Signore rifiuta, o figli amati che chiama a sé; vasi di ignominia e di ira, o vasi di onore e di misericordia? Portiamo, come Uria, le nostre lettere sigillate; nessuno di noi può rispondere della sua sorte. Ma confortiamoci nel fatto che se siamo stati servi vigili e fedeli durante la nostra vita, Gesù Cristo ci assicura il suo regno alla nostra morte; e se, come le vergini sagge, teniamo le nostre lampade accese all’arrivo dello sposo, la sala delle nozze ci sarà aperta. Ascoltiamo San Paolo, che ci promette che se combattiamo con coraggio, ci sarà data una corona di giustizia dal più giusto dei giudici. Ascoltiamo anche San Giovanni, che ci dice che lo spirito di Dio testimonierà al nostro, che siamo figli del Signore, e che, anche se siamo incerti sulla nostra sorte, Egli ci concederà tutto ciò che gli chiederemo secondo la sua volontà, poiché già noi siamo stati esauditi in tanti casi.

VII. E misurò la città con la sua verga d’oro fino a dodicimila stadi, e la sua lunghezza e larghezza ed altezza sono uguali. Come è stato detto, questi dodicimila stadi corrispondono alle dodici tribù d’Israele, che rappresentano la massa degli eletti, così che ogni tribù occuperà mille stadi in lunghezza, in larghezza e altezza. Ci vogliono dieci stadi per fare un miglio romano, secondo il calcolo di Lucio Florus. (Vedi Martini, Nuovo Testamento, pagina 836) e sappiamo che tre miglia romane sono circa una lega di Francia. Da ciò possiamo concludere che questa città misurerà 160.000 leghe quadrate. Ma non dobbiamo dimenticare che Dio, volendo dare agli uomini un’idea delle cose celesti, fa uso di comparazioni tratte dal linguaggio degli uomini e delle cose terrene, così che questa figura della città celeste deve essere ammessa solo come figura, o per la sua forma, o per la sua estensione, o per i materiali di cui è costruita, o, infine, per coloro che dovrebbero essere i suoi abitanti, etc.

VIII. Vers. 17. – E misurò il muro, che era di centoquarantaquattro cubiti, la misura di un uomo, che era quella dell’Angelo. Questi centoquarantaquattro cubiti di misura dell’uomo corrispondono di nuovo alle dodici tribù d’Israele che rappresentano tutti gli eletti, perché 12 x 12 = 144. E siccome questa misura è una misura d’uomo, e siccome la misura del muro non è indicata in modo tale da poterla misurare, poiché l’Apostolo non dice se deve essere misurata in altezza, o in lunghezza, o in larghezza, si deve concludere che questa misura è indicata solo per misurare i posti che gli eletti occuperanno nel recinto delle muraglie della città. Abbiamo visto, inoltre, che questa muraglia rappresenta la fede; ora, gli effetti della fede sono incommensurabili e persino infiniti. Così questa misura dell’uomo, il cui numero corrisponde così esattamente al numero delle dodici tribù d’Israele, non è indicata se non per mostrarci che tutti i posti in paradiso sono contati, misurati e conosciuti dall’eterna prescienza di Dio, che nessuno di questi posti rimarrà vuoto, e che ognuno degli eletti occuperà il suo, secondo la misura determinata di santità e di giustizia che avrà acquisito. Infine, questa misura indica un quadrato perfetto, come simbolo di perfezione.

Vers . 18. – Il muro era costruito in pietra di diaspro, ma la città era d’oro finissimo, come vetro di grande purezza. Il paragone contenuto in questo versetto è veramente ammirevole; perché, come abbiamo visto, questa muraglia della città santa rappresenta la fede. Ora, come una muraglia difende l’ingresso di una città e protegge i suoi abitanti, così la fede serve da bastione per la Chiesa e protegge i fedeli. E chi entrasse nella Chiesa altrimenti che attraverso le sue dodici porte, che sono gli Apostoli e la loro dottrina, troverebbe un muro di altezza infinita come la fede, e solido come il diaspro, che è una pietra molto dura e che rappresenta l’eternità. Abbiamo detto che questa muraglia protegge i fedeli; da qui queste parole di San Paolo (Rom. VIII, 31): « Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? » Perché Dio è per noi se abbiamo fede, secondo la promessa fatta ad Abramo, il padre dei credenti (Gen. XVII, 7): « Io stabilirò la mia alleanza con te e, dopo di te, con i tuoi discendenti, per tutte la loro generazioni, con un’alleanza eterna; affinché Io sia il tuo Dio e il Dio dei tuoi discendenti dopo di te. » Allora la fede ci dà la speranza di cose celesti e infinite. Ecco perché si dice che questo muro è fatto di diaspro, che è una pietra preziosa, di un colore verdastro, le cui sfumature variano estremamente, perché il verde è il colore della speranza, e questo colore verdastro del diaspro, che varia estremamente, è di nuovo una figura di speranza di cose celesti ed infinite. Ma non è tutto: la fede ci conduce all’amore di Gesù Cristo, ed è in questo che diventa una muraglia impenetrabile per i nemici ed infinitamente potente per proteggere i fedeli, secondo San Paolo (Rom. VIII, 35): « Chi dunque ci separerà dall’amore di Gesù Cristo? L’afflizione, l’angoscia, la fame, la nudità, il pericolo, la persecuzione o la spada. Come sta scritto: siamo ogni giorno consegnati alla morte per causa tua; siamo considerati come pecore da macello. Ma in mezzo a tutti questi mali noi vinciamo per la virtù di colui che ci ha amato. Perché io sono sicuro che né la morte né la vita, né gli angeli, né i principati, né le potenze, né le cose presenti né quelle future, né la violenza, né tutto ciò che è di più alto o di più profondo, né qualsiasi altra creatura, potrà mai separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù nostro Signore. » Così la fede, che ci dà speranza e ci conduce all’amore di Gesù Cristo, diventa uno scudo e persino una muraglia impenetrabile ai nemici, e infinitamente potente per proteggere i fedeli. E il muro fu costruito di diaspro, cioè di una sola pietra, per rappresentare l’unità della fede. Di diaspro, cioè di pietra molto dura, per rappresentare la fermezza, l’invariabilità, la solidità e la perpetuità della fede. E la fede cristiana è paragonata ad una muraglia, perché, come il muro di una città ne forma il recinto, così la fede in Gesù Cristo è come il recinto che racchiude l’amore di Dio e del prossimo. Poi, come la carità è una virtù più grande della fede e della speranza, rappresentata dal diaspro, secondo San Paolo, (I. Cor. XIII, 13): « Fede, speranza e carità ora rimangono; esse sono tre; ma la più grande delle tre è la carità. » Così San Giovanni, dopo aver paragonato la fede e la speranza al muro di diaspro che circonda la città, rappresenta la carità con la città stessa, volendo farci intendere la superiorità di questa virtù sulle altre due; e aggiunge: Ma la città era d’oro finissimo, come vetro di grande purezza. Così la fede e la speranza sono inferiori alla carità, come il muro di una città è inferiore alla città stessa. Dobbiamo fare attenzione a non applicare questa osservazione agli Apostoli, che hanno fondato il muro ma non sono il muro stesso. La fede e la speranza sono inferiori alla carità, soprattutto in quanto le prime due scompariranno, mentre la seconda rimarrà in eterno. E anche se la fede e la speranza devono scomparire, San Giovanni ha fatto bene a lasciare in piedi il muro che le rappresenta, perché questo muro separerà i buoni dai cattivi per tutta l’eternità, proprio come li ha separati nel tempo. Poiché è scritto: « E le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa ». Inoltre, le pietre di questo muro sono le buone opere, e queste buone opere sono una sola pietra, perché le buone opere ne sono una sola nella fede di Gesù Cristo, e questa pietra resterà in piedi per sempre, perché è scritto, Apoc. XIV, 13: « Beati coloro che muoiono nel Signore. D’ora in poi, dice lo Spirito, si riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono. » Infine, il muro di una città può essere visto da lontano, soprattutto se è grande; per questo la Chiesa è paragonata a una città. Infatti la Chiesa è visibile a tutti attraverso i quattro segni che la distinguono. 1° Poiché la Chiesa è una, cattolica, apostolica e santa, come la città di cui si tratta. Infatti, questa città celeste sarà una sola, poiché tutti i beati vi saranno riuniti in Dio. 2° Essa sarà cattolica, perché tutti, nel corso delle età, vi avranno avuto accesso. 3°. Sarà apostolica, perché è detto: Il muro della città aveva dodici fondamenta e su di esse i dodici nomi degli Apostoli dell’Agnello. 4. Infine, sarà santa, perché è detto: E io, Giovanni, vidi la città santa scendere dal cielo. Ma la città era d’oro finissimo, come vetro di grande purezza.  Si sa che l’oro rappresenta la carità, e questa carità dei beati sarà come l’oro più fine e più puro, poiché è detto al versetto 27 dello stesso capitolo, parlando di questa città: Niente di impuro entrerà in essa. – La città era simile a del vetro di grande purezza. Abbiamo visto, nel corso di quest’opera, che il Battesimo è paragonato ad un mare di vetro; così questo passaggio è una conferma di ciò che Gesù Cristo ci dice nel Vangelo sulla necessità assoluta del battesimo per purificarci (Jo. III, 5): « In verità, in verità vi dico che se uno non nasce da acqua e da Spirito Santo, non può entrare nel regno di Dio. »

IX. Vers. 19. – E le fondamenta della muraglia della città erano ornate con ogni sorta di pietre preziose. La prima fondazione era di diaspro, la seconda di zaffiro, il terzo di calcedonio, il quarto di smeraldo.

Vers. 20. – E il quinto di sardonico, il sesto di sardio, il settimo di crisolito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisoprasio, l’undicesimo di giacinto, il dodicesimo di ametista. Queste dodici fondamenta della muraglia, che rappresenta la fede, sono gli Apostoli. E queste fondamenta, che San Giovanni descrive, erano adornate con ogni sorta di pietre preziose, che rappresentano tutti i doni dello Spirito Santo con i quali gli Apostoli erano particolarmente arricchiti e provveduti con più abbondanza. Questi doni sono paragonati a tutti i tipi di pietre preziose secondo le qualità particolari di ciascuna di queste pietre. E come tutti gli Apostoli si distinguono tra di loro per delle qualità più o meno speciali, San Giovanni designa queste qualità di ciascuno degli Apostoli con le pietre preziose che le rappresentano. Ecco perché queste pietre sono indicate nello stesso ordine degli Apostoli stessi. Così San Pietro, che è il primo di tutti, è paragonato al diaspro, cioè alla stessa pietra di cui è costruita la muraglia della città, che è la fede.  Da qui le parole che Gesù Cristo gli rivolse quando fondò la sua Chiesa, (Matth. XVI, 18): « Io ti dico che tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. » La seconda pietra di colore blu [zaffiro] rappresenta San Paolo che è salito al terzo cielo, ecc. Queste dodici pietre preziose erano rappresentate nell’Antico Testamento dalle dodici pietre del Razionale. Un interprete parlando di queste pietre preziose dice elegantemente: La pietra preziosa è un simbolo affascinante. Le pietre di questa natura sono più durevoli del sasso e dei metalli. sfidano il tempo, sovrano distruttore di tutto ciò che è deperibile; occupano poco posto nello spazio. Esse si abbeverano della più sottile di tutte le cose inanimate, la luce, e poi la irradiano in torrenti di colori brillanti. Questa è l’immagine delle anime perfette che si abbeverano alla luce della verità eterna e che sono infiammate dal fuoco dell’amore divino.

X. Vers. 21.E le dodici porte erano dodici perle; e ogni porta era fatta di ogni perla, e il luogo della città era d’oro puro come vetro trasparente. O grandezza e potenza di Dio, quale linguaggio potrebbe mai esprimere la magnificenza e lo splendore delle vostre opere! O bellezza ineffabile della città santa, di quell’immensa Gerusalemme celeste, le cui porte saranno fatte di una sola perla, e il luogo sarà d’oro puro come vetro trasparente! Le parole di questo versetto sono particolarmente notevoli in quanto ci fanno capire che la città di cui si parla in questo capitolo è solo una figura, per cui Dio si serve di cose visibili e materiali, per darci un’idea di come sarà il paradiso, la cui gloria e felicità non saremo in grado di comprendere finché rimarremo sulla terra, poiché sta scritto (I. Cor., II, 9): « Occhio non ha visto, né orecchio ha udito, né il cuore dell’uomo ha compreso ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano.» Diciamo quindi che queste parole ci fanno capire che qui si tratta solo di una figura. Infatti, queste dodici perle rappresentano i dodici Apostoli che sono le porte della città e le fondamenta del muro, come è detto altrove. E le dodici porte erano dodici perle, cioè i dodici Apostoli secondo San Girolamo e Sant’Agostino. E il luogo della città era d’oro puro come il vetro trasparente. Come possiamo vedere, San Giovanni applica alla città le qualità che sono proprie del popolo che la comporrà, dal che dobbiamo concludere che tutte queste bellezze e questa magnificenza che egli attribuisce alla città devono essere intese in senso mistico. Le parole che seguono rendono la nostra idea ancora più sensibile, poiché San Giovanni aggiunge:

XI. Vers. 22. E non vidi alcun tempio nella città, perché il Signore Dio Onnipotente e l’Agnello sono il tempio, come gli Apostoli e tutti i Santi ne sono la città. San Giovanni ci lascia intravedere cosa queste parole sottendano. E non vidi una città, ma l’aspetto di una città, perché gli eletti sono la città stessa. San Giovanni non ha visto un tempio nella città, e perché? Perché il Signore Dio Onnipotente e l’Agnello sono il tempio. Ora, poiché Dio è immenso ed è il tempio di questa città, ne segue che questa città è in Dio come Dio è nella città, ed è così che i beati vedranno Dio così com’è. Da qui le parole di San Paolo, (1 Corinzi XIII, 12): « Noi vediamo Dio ora solo come in uno specchio e sotto immagini oscure, ma allora lo vedremo faccia a faccia. Ora lo conosco solo imperfettamente, ma allora lo conoscerò come sono conosciuto da Lui. » Ora, conoscere Dio, secondo il linguaggio della Scrittura, è godere di Lui; e godere di Dio è godere di una felicità immensa nelle sue perfezioni ed eterna nella sua durata. Questo è ciò che vediamo in queste parole: Perché il Signore Dio Onnipotente e l’Agnello sono il tempio. – Perché San Giovanni parla ora dell’Agnello, e perché dice che è anche il tempio? Ne troviamo la ragione nell’Umanità di Gesù Cristo che è l’Agnello immolato per i peccati del mondo e per la salvezza dei suoi. Ora, l’unione dell’Umanità di Gesù Cristo con i corpi dei fedeli sarà simile all’unione che esisterà tra il Signore Dio Onnipotente e le anime dei beati. E come questa unione di spiriti inizia quaggiù con la fede, è rafforzata dalla speranza e si perfeziona con la carità; così l’unione dei corpi è realmente stabilita quaggiù sotto le specie eucaristiche, e continuerà ad esistere in cielo, senza il velo della fede, e nella pienezza della felicità. E così l’Agnello sarà il tempio, secondo le parole dell’Apostolo, (II Cor. VI, 16): « Voi siete il tempio del Dio vivente, secondo quanto dice Dio stesso: Io abiterò in loro e camminerò in mezzo a loro; Io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. »

XII. Vers. 23. – E la città non ha bisogno del sole o della luna per dare luce, perché la gloria di Dio la illumina e l’Agnello è la sua torcia. Questo verso è una continuazione della stessa idea, e vediamo che tutto ciò che ci ricorda gli oggetti materiali e corruttibili scompare nel contesto, per essere sostituito dall’Essere infinito stesso, che prenderà il posto di tutto, e sarà l’unico oggetto della gloria e della felicità eterna dei beati. Ed è così che la città non ha bisogno del sole o della luna per essere illuminata, perché la gloria di Dio la illumina, e l’Agnello è la sua torcia. Queste parole sono al presente, perché i Santi della Chiesa trionfante stanno già godendo di questa luce eterna. Gli stessi eletti saranno così cambiati e trasformati che i loro corpi diventeranno corpi spirituali; poiché la carne e il sangue non possono possedere il regno di Dio, e la corruzione non possiederà questa eredità incorruttibile. Potresti pensare, caro lettore, che stiamo esagerando, ma ascolta le parole dell’Apostolo che è stato elevato al terzo cielo, e capirai ancora meglio la felicità che ti aspetta se sei fedele al Signore (I. Cor. XV, 35): « Ma come risorgeranno i morti e con quale corpo ritorneranno? Insensati che siete, ciò che seminate non prende vita se non muore prima. E ciò che si semina non è il corpo stesso come deve essere un giorno, ma solo il grano, ad esempio di frumento o di qualsiasi altro seme. E Dio dà a questo grano un corpo come gli piace, e dà ad ogni seme il corpo che gli è proprio. Tutta la carne non è la stessa carne; ma altra è la carne degli uomini, altra è la carne delle bestie, altra è la carne degli uccelli, altra è la carne dei pesci. »  L’Apostolo vuole farci capire che Dio nella sua onnipotenza può anche cambiare il nostro corpo terreno in uno celeste; ecco perché continua in questi termini: « Perché ci sono anche corpi celesti e corpi terreni, ma i corpi celesti hanno una lucentezza diversa da quelli terreni. Il sole ha la sua luminosità, la luna ha la sua luminosità, e le stelle hanno la loro luminosità; e tra le stelle, una è più luminosa dell’altra. Sarà lo stesso nella resurrezione dei morti. Il corpo è ora seminato nella corruzione, ma risorgerà incorruttibile. È seminato nella vergogna e risorgerà nella gloria. È seminato nell’infermità e risorgerà nella forza. Egli è seminato nel corpo animale e risorgerà nel corpo spirituale. Come c’è un corpo animale, così c’è un corpo spirituale, come è scritto: « Adamo, il primo uomo fu creato con un’anima vivente, e il secondo Adamo fu riempito di uno spirito vivificante. » Quindi vediamo che lo stato della natura di Adamo era ben diverso da quello della nostra natura e della sua dopo il peccato; perciò l’Apostolo aggiunge: « E il secondo fu riempito di uno spirito vivente », (essendo stato rigenerato nel battesimo.) « Ma non è il corpo spirituale che è stato formato per prima; ma il corpo animale, ed in seguito quello spirituale » Così da queste ultime parole dobbiamo concludere che questo corpo animale di Adamo, sebbene dotato di un’anima vivente prima del suo peccato, non era però in uno stato così perfetto come sarà in seguito alla sua rigenerazione. Infatti l’Apostolo aggiunge: « Il primo uomo (cioè Adamo, prima del suo peccato) è quello terreno, formato dalla terra; il secondo (cioè l’uomo rigenerato) è quello celeste, che è del cielo. Ecco perché la Chiesa canta del peccato di Adamo: « 0 felix culpa quæ tantum meruit habere Redemptorem! 0 felice colpa che ci ha dato un così grande Redentore! ». Perché Dio, che sa trarre il bene dal male, vendicò l’uomo della gelosia del serpente distruggendo la sua creatura caduta e portandola in uno stato ancora più perfetto di come l’aveva creata. Poi l’Apostolo continua: « Come il primo uomo (Adamo) era terreno, così i suoi figli sono pure terreni; e come il secondo (Gesù Cristo) è celeste, così i suoi figli sono pure celesti. Come abbiamo portato l’immagine dell’uomo terreno, così portiamo l’immagine dell’uomo celeste. Ora quello che voglio dire, fratelli miei, è che la carne e il sangue non possono possedere il regno di Dio, e che la corruzione non possederà l’eredità incorruttibile. Ecco un mistero che vi insegnerò: tutti risorgeremo, ma non tutti saremo cambiati (nell’immagine di Gesù Cristo). In un momento, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba; poiché la tromba suonerà, e i morti risorgeranno incorruttibili d’ora in poi, e noi saremo cambiati (cioè, i buoni saranno cambiati nell’immagine dell’uomo celeste, che è Gesù Cristo). Perché questo corpo corruttibile deve essere rivestito di incorruttibilità, e questo corpo mortale di immortalità. E quando questo corpo mortale sarà rivestito di immortalità, allora si compirà questa parola della Scrittura: la morte è stata assorbita dalla vittoria. O morte, dov’è la tua vittoria? O morte, dov’è il tuo pungiglione? Ora, il pungiglione della morte è il peccato, e la forza del peccato è la legge (la legge di Dio violata). Ma grazie siano rese a Dio, che ci ha dato la vittoria per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore. Perciò, miei amati fratelli, rimanete fermi e incrollabili, lavorando sempre più per l’opera del Signore, sapendo che il vostro lavoro non sarà più inutile davanti al Signore. » Riprendiamo ora il nostro testo:

XIII. Vers. 24. Le nazioni cammineranno nella sua luce, e i re della terra vi porteranno la loro gloria e il loro onore.

Vers. 25. – E le sue porte non saranno chiuse di giorno, perché non ci sarà notte in quel luogo. Oltre al fatto che questo passo segue la descrizione della Gerusalemme celeste, dove saranno rappresentate tutte le nazioni della terra, e cammineranno nella luce eterna di Dio e dell’Agnello, alla quale i re della terra porteranno la loro gloria e il loro onore; queste  parole si riferiscono al primo passo del Vangelo secondo San Giovanni, dove si parla della luce che Gesù Cristo è venuto a diffondere tra gli uomini sulla terra, per dar loro il diritto di divenire figli di Dio a tutti coloro che avrebbero ricevuto questa luce e creduto in Gesù Cristo. Ora, questa luce divina, che è venuta nel mondo, condurrà coloro che la ricevono alla Gerusalemme celeste, le cui porte non saranno chiuse di giorno, perché non ci sarà notte in quel luogo. Infatti, questa luce è eterna, e l’oscurità della notte degli errori e dei vizi non la farà mai sparire. Il resto della notte sarà inutile, perché non ci sarà nessun lavoro, nessun dolore, nessuna fatica durante il giorno dell’eternità.

XIV. Vers. 26. E la gloria e l’onore delle nazioni saranno portati ad essa, perché tutte le nazioni avranno ricevuto quella luce, la luce vera che, secondo San Giovanni, (I, 9): « Illumina ogni uomo che viene in questo mondo. » E l’onore e la gloria delle nazioni saranno coloro che, avendo ricevuto questa luce, si sono distinti dagli empi per la pratica delle virtù cristiane, e coloro che, essendo stati illuminati da questa luce, si sono allontanati dalle tenebre che non l’hanno compresa. Perché i malvagi sono la vergogna delle nazioni, come i buoni ne sono la gloria e l’onore. Così la gloria e l’onore delle nazioni saranno coloro che, secondo San Giovanni, non sono nati dal sangue, né dalla volontà della carne, né dalla volontà dell’uomo, ma da Dio stesso.  In una parola, la gloria e l’onore delle nazioni saranno le pecore che hanno seguito il buon pastore nell’ovile della Chiesa, seguendo la sua luce, ascoltando la sua voce e vivendo della sua vita, secondo le parole di Gesù, (Jo, XIV. 6). « Io sono la via, la verità e la vita: nessuno viene al Padre se non per mezzo di me ». Così tutti coloro che non hanno conosciuto e praticato la dottrina di Gesù Cristo sulla terra non saranno ammessi nella città celeste. Poiché:

XV. Vers. 27.Non vi entrerà nulla di impuro, né alcuno di coloro che commettono abominazioni e falsità, ma solo coloro che sono scritti nel libro della vita dell’Agnello. – Perciò non ci sarà notte in quel luogo, né la notte del vizio, né la notte dell’errore, perché nulla di impuro vi entrerà, né alcuno di coloro che commettono abominio e falsità. Ma solo quelli che sono scritti nel libro della vita dell’Agnello, cioè quelli che hanno vissuto della sua vita; « perché in lui era la vita », dice San Giovanni, (I, 4): « E la vita era la luce degli uomini. » E tutti coloro che hanno conosciuto questa luce dell’Agnello e hanno vissuto della sua vita nel tempo, godranno della sua luce e vivranno della sua vita nell’eternità. E allora i loro stessi corpi saranno cambiati in corpi spirituali, secondo San Paolo, e questi corpi avranno impassibilità, la chiarezza, l’agilità e la sottigliezza. 1º Questi corpi saranno impassibili, perché non saranno mai più soggetti ad alcuna sofferenza; perché « Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e non ci sarà più la morte, né lutto, né pianto, né dolore, perché il primo stato è finito. » 2º Questi corpi possiederanno la chiarezza, poiché saranno la città che Dio abiterà, e Dio sarà il tempio e il sole di questa città. (Apoc. XXI, 22): « E non vidi alcun tempio nella città, perché il Signore Dio Onnipotente e l’Agnello sono il tempio. E la città non ha bisogno del sole, né della luna che le dia luce, perché la gloria di Dio risplende su di essa, e l’Agnello è la sua torcia. E le sue porte non saranno chiuse di giorno, perché non ci sarà notte in quel luogo. » – 3º Questi corpi avranno l’agilità; perché la loro vita sarà secondo la luce che li illuminerà; e poiché questa luce è immensa, la loro vita sarà nell’immensità di questa luce. E questa luce li condurrà e li illuminerà nell’immensità della vita di Dio, che potranno vedere e contemplare faccia a faccia, senza alcun ostacolo. Da qui queste parole: « Le nazioni cammineranno nella sua luce ». Così gli spazi non li fermeranno, dato che non ci saranno più limiti, e il tempo non li riterrà, perché non ci sarà più il tempo. 4 ° Perciò possederanno la sottigliezza, poiché non sperimenteranno più gli ostacoli che possono impedire loro di godere della gloria e della felicità infinita della luce eterna. – Da quanto abbiamo appena visto nel corso di questo capitolo, l’uomo può dare libero sfogo alla sua immaginazione finché gli piace, ma non riuscirà mai, finché è sulla terra, a immaginare la realtà della felicità che gli è riservata se ama Dio suo Creatore, perché è scritto, (I Corinzi II, 9): « Occhio non ha visto, né orecchio ha mai udito, né il cuore dell’uomo ha mai compreso ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano. ». Possiamo trovare paragoni più toccanti e magnifici di quelli usati da San Giovanni per descrivere le delizie della gloria eterna? Certamente no. Se l’Apostolo ha fatto ricorso a immagini sensibili per istruirci, è perché ha dovuto parlare l’unico linguaggio possibile per essere compreso dagli uomini. E quando la felicità e la gloria del paradiso non consistono che nel possesso di ciò che le nostre facoltà intellettuali ci permettono di concepire più perfettamente della realizzazione di questa figura, quale uomo, comprendendo bene i suoi interessi più cari, non sacrificherebbe tutti i beni del mondo e sopporterebbe tutti i tormenti del tempo, per essere ammesso un giorno nel numero dei cittadini di questa Gerusalemme celeste? Cosa sono le ricchezze, gli onori e i piaceri della terra in confronto alle delizie di questa città? Eppure, per quanto la magnificenza e lo splendore di questa città possano apparire ai nostri occhi mortali, dopo tutto è solo un’immagine. Ora, se c’è già una differenza estrema tra un uomo e il suo ritratto, tra una luce e l’ombra che ne deriva, tra il giorno e la notte, che differenza ci sarà tra i beni del cielo e quelli della terra, tra la realtà di questi beni e la loro figura, tra la verità e l’espressione, tra il tempo e l’eternità? Questa differenza è espressa in una sola parola; ma né i secoli né gli spazi possono contenere la sua realtà. perché questa realtà è l’infinito.

§ III.
Il fiume d’acqua viva.


CAPITOLO XXII

Et ostendit mihi fluvium aquæ vitæ, splendidum tamquam crystallum, procedentem de sede Dei et Agni. In medio plateæ ejus, et ex utraque parte fluminis, lignum vitæ, afferens fructus duodecim per menses singulos, reddens fructum suum et folia ligni ad sanitatem gentium. Et omne maledictum non erit amplius: sed sedes Dei et Agni in illa erunt, et servi ejus servient illi. Et videbunt faciem ejus: et nomen ejus in frontibus eorum. Et nox ultra non erit: et non egebunt lumine lucernæ, neque lumine solis, quoniam Dominus Deus illuminabit illos, et regnabunt in sæcula sæculorum. Et dixit mihi: Hæc verba fidelissima sunt, et vera. Et Dominus Deus spirituum prophetarum misit angelum suum ostendere servis suis quæ oportet fieri cito. Et ecce venio velociter. Beatus, qui custodit verba prophetiæ libri hujus. Et ego Joannes, qui audivi, et vidi hæc. Et postquam audissem, et vidissem, cecidi ut adorarem ante pedes angeli, qui mihi hæc ostendebat: et dixit mihi: Vide ne feceris: conservus enim tuus sum, et fratrum tuorum prophetarum, et eorum qui servant verba prophetiæ libri hujus: Deum adora. Et dicit mihi: Ne signaveris verba prophetiae libri hujus: tempus enim prope est. Qui nocet, noceat adhuc: et qui in sordibus est, sordescat adhuc: et qui justus est, justificetur adhuc: et sanctus, sanctificetur adhuc. Ecce venio cito, et merces mea mecum est, reddere unicuique secundum opera sua. Ego sum alpha et omega, primus et novissimus, principium et finis. Beati, qui lavant stolas suas in sanguine Agni: ut sit potestas eorum in ligno vitae, et per portas intrent in civitatem. Foris canes, et venefici, et impudici, et homicidae, et idolis servientes, et omnis qui amat et facit mendacium. Ego Jesus misi angelum meum testificari vobis haec in ecclesiis. Ego sum radix, et genus David, stella splendida et matutina. Et spiritus, et sponsa dicunt: Veni. Et qui audit, dicat: Veni. Et qui sitit, veniat: et qui vult, accipiat aquam vitæ, gratis. Contestor enim omni audienti verba prophetiæ libri hujus: si quis apposuerit ad hæc, apponet Deus super illum plagas scriptas in libro isto. Et si quis diminuerit de verbis libri prophetiae hujus, auferet Deus partem ejus de libro vitæ, et de civitate sancta, et de his quae scripta sunt in libro isto: dicit qui testimonium perhibet istorum. Etiam venio cito: amen. Veni, Domine Jesu. Gratia Domini nostri Jesu Christi cum omnibus vobis. Amen.

[E mi mostrò un fiume di acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. Nel mezzo della sua piazza, e da ambe le parti del fiume l’albero della vita che porta dodici frutti, dando mese per mese il suo frutto, e le foglie dell’albero (sono) per medicina delle nazioni. Né vi sarà più maledizione: ma la sede di Dio e dell’Agnello sarà in essa, e i suoi servi lo serviranno. E vedranno la sua faccia: e il suo nome sulle loro fronti. Non vi sarà più notte: né avranno più bisogno di lume di lucerna, né di lume di sole, perché il Signore Dio li illuminerà, e regneranno pei secoli dei secoli. E mi disse: Queste parole sono fedelissime e vere. E il Signore Dio degli spiriti dei profeti ha spedito il suo Angelo a mostrare ai suoi servi le cose che devono tosto seguire. Ed ecco io vengo presto. Beato chi osserva le parole della profezia di questo libro. Ed io Giovanni (sono) quegli che udii e vidi queste cose. È quando ebbi visto e udito, mi prostrai ai piedi dell’Angelo, che mi mostrava tali cose, per adorarlo: E mi disse: Guardati di far ciò: perocché sono servo come te, e come i tuoi fratelli i profeti, e quelli che osservano le parole della profezia di questo libro: adora Dio. E mi disse: Non sigillare le parole della profezia di questo libro: poiché il tempo è vicino. Chi altrui nuoce, noccia tuttora: e chi è nella sozzura, diventi tuttavia più sozzo: e chi è giusto, sì faccia tuttora più giusto: e chi è santo, tuttora si santifichi. Ecco io vengo tosto, e porto con me, onde dar la mercede e rendere a ciascuno secondo il suo operare. Io sono l’alfa e l’omega, il primo e l’ultimo, il principio e la fine. Beati coloro che lavano le loro stole nel sangue dell’Agnello: affine d’aver diritto all’albero della vita e entrar per le porte nella città. Fuori ì cani, e i venefici, e gli impudichi, e gli omicidi, e gl’idolatri, e chiunque ama e pratica la menzogna. Io Gesù ho spedito il mio Angelo a testificarvi queste cose nelle Chiese. Io sono la radice e la progenie di David, la stella splendente del mattino. E lo Spirito e la sposa dicono: Vieni. E chi ascolta, dica: Vieni. E chi ha sete, venga: e chi vuole, prenda dell’acqua della vita gratuitamente. Poiché protesto a chiunque ascolta le parole della profezia di questo libro, che se alcuno vi aggiungerà (qualche cosa), Dio porrà sopra di lui le piaghe scritte in questo libro. E se alcuno torrà qualche cosa delle parole della profezia di questo libro, Dio gli torrà la sua parte dal libro della vita, e dalla città santa, e dalle cose che sono scritte in questo libro. Dice colui che attesta tali cose: Certamente io vengo ben presto: così sia. Vieni, Signore Gesù. La grazia del Signor nostro Gesù Cristo con tutti voi. Così sia.]

I. Vers. 1. – E mi mostrò un fiume d’acqua viva, limpida come il cristallo, che usciva dal trono di Dio e dell’Agnello. L’Angelo delle piaghe che ha mostrato a San Giovanni la Gerusalemme celeste, ora gli mostra un fiume di acqua viva. Questo fiume, secondo Sant’Ambrogio (Lib. III, De Spiritu Sancto, cap. XXI), significa lo Spirito Santo, fonte di ogni grazia, di ogni gloria e di ogni felicità. Secondo altri interpreti, questo fiume rappresenta l’abbondanza di doni e di consolazioni celesti di cui i Santi saranno inondati. Queste interpretazioni sono uguali nella sostanza, anche se sembrano differire nella forma. Infatti, nel mistero della Santissima Trinità, il Padre è la volontà e l’Onnipotenza, il Figlio è il Verbo, espressione della volontà e mano destra dell’onnipotenza del Padre, Onnipotente Egli stesso, e lo Spirito Santo è l’amore in unione con il Padre e il Figlio. Queste tre Persone, che non devono essere confuse l’una con l’altra, sono ugualmente perfette, perché hanno la stessa sostanza e sono un solo ed unico Dio, così che ciascuna delle tre Persone divine possiede in sé tutte le perfezioni delle altre. Ma noi sappiamo, e il nostro testo ce lo dice, sappiamo, diciamo, che è per mezzo dello Spirito Santo che la gloria e la felicità eterna sono comunicate ai Santi in cielo, così come è lo Spirito Santo che ci rende partecipi dei doni di Dio sulla terra. Perciò gli eletti, che sono stati chiamati dal Padre, giustificati dal Figlio e rigenerati dallo Spirito Santo nelle acque del Battesimo, saranno inondati dal fiume di acqua viva che procede dal trono di Dio Padre Onnipotente e dell’Agnello Gesù Cristo, generato dal Padre e seduto alla sua destra. Così questo passo dell’Apocalisse è un’ammirevole conferma del dogma della Chiesa Cattolica, e allo stesso tempo una condanna dell’errore della Chiesa greca, riguardante la processione dello Spirito Santo. Perché è espressamente detto che questo fiume d’acqua viva, figura dello Spirito Santo, è uscito non solo dal trono di Dio Padre, ma anche dall’Agnello Gesù Cristo sacrificato per i peccati del mondo. –  ….. E mi mostrò un fiume di acqua viva, limpido come il cristallo. Quando San Giovanni parla dei fedeli, (capitolo IV, 6), li paragona ad un mare trasparente come il vetro e simile al cristallo; e quando parla del fiume di acqua viva che alimenterà questo mare, non solo paragona questo fiume al vetro, ma dice anche che quest’acqua viva del fiume è essa stessa chiara come il cristallo. Perché questa differenza? È per farci capire che quest’acqua viene o procede dalla sua fonte divina, pura come il cristallo, per alimentare questo mare degli eletti, cioè la nostra umanità, che diventa trasparente come il vetro dalle acque del Battesimo, e sarà come il cristallo, cioè simile alla divinità, con le acque di gloria e felicità del fiume d’acqua viva che procede eternamente dal trono di Dio Padre e dell’Agnello Gesù Cristo per abbeverare gli eletti nel tempo e nell’eternità. Questo fiume di acqua viva renderà dunque gli eletti puri come il cristallo, cioè come Dio, come sta scritto (I. Jo., III, 2): « Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando Egli si manifesterà, noi saremo come Lui, perché lo vediamo come è. E chi ha questa speranza in Lui, diventa santo, come santo è Dio stesso. » – Come possiamo vedere, la purezza di Dio è paragonata a quella del cristallo, e la purezza dei Santi è pure paragonata a quella di un vetro trasparente. Ora questo vetro sarà puro e trasparente, perché gli eletti saranno senza macchia; e questo vetro sarà di una purezza simile a quella del cristallo, perché la purezza dei Santi sarà simile a quella di Dio stesso. Pertanto, i Santi che hanno imitato Gesù Cristo sulla terra diventeranno come Dio stesso attraverso la gloria e la felicità di cui saranno inondati in cielo, dal fiume di acqua viva che viene dal trono di Dio e dell’Agnello, cioè, come abbiamo detto sopra, dallo Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio. Così, Dio userà il fiume di acqua viva per colmare i Santi della sua gloria e felicità, così come usa le acque del Battesimo per rigenerarli con lo Spirito Santo. E siccome tutti questi doni di grazia, di gloria e di felicità celeste ci vengono comunicati dallo Spirito Santo, che procede dal Padre e dal Figlio, comprendiamo perché Gesù Cristo, istituendo il Sacramento della rigenerazione, disse ai suoi Apostoli (Matth. XXVIII, 18): « Mi è stata data ogni autorità in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. »

II. Questo fiume d’acqua viva rappresenta anche la visione beatifica, secondo queste parole del salmista, Ps. XLV, 4: « Un fiume con il suo corso impetuoso inonda la città di Dio con gioia. L’Altissimo ha santificato il suo tabernacolo: Dio è in mezzo alla città santa. » E altrove: Sal. XXXV, 8: « Signore, i figli degli uomini saranno pieni di speranza sotto l’ombra delle tue ali. Si inebrieranno dell’abbondanza della tua casa, li nutrirai con il flusso delle tue delizie; perché in te è la fonte della vita, e nella tua luce vedremo la luce. »Sal. XXXVI: « Guardatevi dall’imitare i malvagi, e non invidiate quelli che commettono iniquità, perché appassiranno rapidamente come il fieno, e seccheranno rapidamente come le erbe dei prati. Riponi la tua speranza nel Signore e fai il bene, e allora dimorerai sulla terra e sarai nutrito con le sue ricchezze. Deliziatevi nel Signore, ed Egli realizzerà i desideri del vostro cuore. Scopri le tue vie al Signore, spera in Lui ed Egli agirà. Egli farà risplendere la vostra giustizia come luce, e farà risplendere la vostra innocenza come il mezzogiorno. » Ascoltiamo Isaia, LXVI, 12: « Questo è ciò che dice il Signore. Farò scorrere su Gerusalemme un fiume di pace; riverserò su di essa la gloria delle nazioni come un torrente straripante. Gerusalemme vi nutrirà con il suo latte, vi stringerà al suo seno e vi accarezzerà sulle sue ginocchia. Come una madre consola il suo bambino, così io vi consolerò e sarete consolati a Gerusalemme. Vedrete queste cose, e il vostro cuore si rallegrerà; le vostre stesse ossa ricresceranno forti come l’erba. ». Termineremo la spiegazione di questo passaggio con le ben rimarchevoli parole che troviamo nel Vangelo della Samaritana. Queste parole alludono anche al fiume di acqua viva, e di conseguenza contengono un’ulteriore conferma della processione dello Spirito Santo secondo il dogma cattolico, e un ulteriore chiarimento della questione che stiamo trattando. Ecco questo Vangelo (Jo. IV, 7): « Allora venne una donna di Samaria ad attingere acqua. Gesù le disse: Dammi da bere. Infatti, i suoi discepoli erano andati in città per comprare del cibo. La donna gli disse: Come puoi tu, giudeo, chiedere da bere a me, donna samaritana? Perché i Giudei non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le rispose: Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è che ti dice: Dammi da bere, avresti potuto chiedergli la stessa cosa ed Egli ti avrebbe dato acqua viva. La donna gli disse: Signore, voi non avete un recipiente da cui attingere e il pozzo è profondo; da dove prendereste quest’acqua viva? Siete forse più grande di Giacobbe nostro padre, che ci ha dato questo pozzo e ne ha bevuto lui stesso, così come i suoi figli e le sue greggi? Gesù le disse: Chiunque beve quest’acqua avrà ancora sete, ma chi beve l’acqua che io gli darò non avrà mai più sete. Ma l’acqua che Io gli darò diventerà in lui una fonte d’acqua che zampillerà per la vita eterna. » Chi non riconosce in queste ultime parole il fiume d’acqua viva di cui parliamo; e qual è la fonte da cui l’acqua può sgorgare alla vita eterna, se non lo Spirito Santo, che è Dio, infinitamente perfetto, e che procede dal Padre e dal Figlio?

III. Vers. 2. – In mezzo alla piazza della città, ai due lati del fiume, c’era l’albero della vita, che porta dodici frutti e dà i suoi frutti ogni mese, e le foglie dell’albero guariranno le nazioni. Queste parole hanno un significato difficile, diremmo addirittura impenetrabile, poiché contengono i grandi misteri della Santa Trinità, dell’Incarnazione e della Redenzione. Senza voler dunque cercare inutilmente di scrutare verità così profonde che nessun mortale può comprendere, ci limiteremo a dimostrare come questo enigma contenga in sé verità così grandi:  Al centro della piazza della città, su entrambi i lati del fiume, c’era l’albero della vita. Come il fiume di acqua viva menzionato nel versetto precedente allude al fiume del paradiso terrestre menzionato nella Genesi, così l’albero della vita menzionato qui ricorda anche l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male. E aggiungeremo anche che tutto il passo che citeremo da questo primo libro della Scrittura, è un tipo e una figura sensibile della città santa che abbiamo appena descritto. È riportato in Genesi, (II, 7): « Così il Signore formò l’uomo dall’argilla della terra ed effuse sul suo volto il soffio della vita, e l’uomo divenne vivo e vitale. Ora il Signore Dio aveva piantato fin dal principio un delizioso giardino, nel quale mise l’uomo che aveva creato. Il Signore aveva anche prodotto dalla terra ogni sorta di alberi, belli alla vista e il cui frutto era piacevole al gusto; e pose l’albero della vita in mezzo al paradiso, con l’albero della conoscenza del bene e del male. In questo luogo di delizie, uscì un fiume per irrigare il paradiso, etc. » Come possiamo vedere, questo delizioso giardino ci offre più o meno le stesse circostanze che troviamo nella Gerusalemme celeste. La prima è per il corpo animale ciò che la città santa è per il corpo spirituale di cui parla San Paolo. Questo giardino era un luogo di delizie per il corpo animale, e la Gerusalemme celeste sarà una dimora di felicità e gloria per il corpo spirituale. L’uomo è stato creato nel paradiso terrestre con un’anima viva; in cielo sarà riempito di uno spirito vivificante. Il primo uomo è quello terreno, formato dalla terra, dice San Paolo; il secondo è quello celeste, che viene dal cielo. Nel paradiso terrestre, c’era l’albero della vita, che doveva rendere incorruttibile il corpo corruttibile del primo uomo; ma c’era anche l’albero della conoscenza del bene e del male, che diede la morte all’anima e poi al corpo dei nostri primi genitori, quando disubbidirono a Dio, mangiando il frutto proibito. In cielo, ci sarà anche un albero della vita, ma quanto diverso da quello del giardino dell’Eden! Questo era materiale e terreno, questo è spirituale e divino. L’uno era destinato a preservare la vita del corpo, l’altro preserverà la vita del corpo e dell’anima. Il terrestre, tuttavia, non ha impedito al corpo umano di perire, il celeste distruggerà il male alla sua fonte e lo renderà impossibile; perché come il primo poteva conservare solo il corpo, il secondo conserverà l’anima, e le ridarà la vita nel tempo, in modo da rendere immortali nell’eternità sia il corpo che l’anima. Così la virtù di questo albero divino è infinitamente superiore a quella dell’albero terrestre, poiché non solo conserva i corpi viventi, ma salverà anche ciò che era perito, restituirà la vita ai corpi e li renderà incorruttibili, restituirà la grazia alle anime e le renderà impeccabili. Perché, secondo San Paolo, « questo corpo corruttibile deve essere rivestito di incorruttibilità, e questo corpo mortale di immortalità. E dopo che questo corpo di morte sarà stato rivestito di immortalità, questa parola della Scrittura si compirà: «la morte è stata assorbita nella vittoria: » la vittoria dell’anima sul corpo, la vittoria della vita sulla morte, la vittoria dell’albero della vita sull’albero della morte; e allora questo albero della morte, l’albero della conoscenza del bene e del male, non esisterà più in cielo, dove i Santi godranno di tutti beni, senza paura o possibilità o mescolanza di alcun male. Da qui le parole di San Paolo, (1 Cor. XV, 55), che alludono all’albero della vita, l’albero della vita eterna, e anche all’albero della morte, l’albero della conoscenza del bene e del male: « O morte, dov’è la tua vittoria? O morte, dov’è il tuo pungiglione? Ora il pungiglione della morte è il peccato, e la forza del peccato è la legge. » La legge di Dio violata, la legge che proibiva all’uomo di mangiare il frutto proibito. Poi San Paolo aggiunge subito queste parole rimarchevoli, in quanto coincidono perfettamente con il nostro testo: « Ma grazie a Dio, che ci ha dato la vittoria per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore. » Così è dunque Gesù Cristo questo albero della vita, l’albero della vita eterna, di cui il primo, quello del paradiso terrestre era il tipo. E questo albero è anche la vite di cui si parla in San Giovanni XV: « Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo.  Egli taglierà tutti i rami che non portano frutto in me, e emenderà con la mortificazione cristiana tutti quelli che portano frutto, affinché portino ancor più frutto. Voi già siete puri a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e Io in voi. Come il tralcio della vite non può portare frutto da solo, se non rimane unito alla vite, così è per voi se non rimanete in me. Io sono la vite e voi i tralci. Chi rimane in me, e Io in lui, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla. Se qualcuno non rimane in me, sarà gettato via come un tralcio e appassirà, sarà raccolto e lo si getterà nel fuoco e ivi sarà bruciato. » – Come possiamo vedere, Gesù Cristo si paragona a una vite, e tutti i fedeli, dice, sono i tralci di questa vite senza i quali non possono fare nulla. I rami che rimangono attaccati alla vite portano molto frutto. Vedremo presto quali saranno questi frutti.

IV. In mezzo alla piazza della città, su entrambi i lati del fiume, c’era l’albero della vita, che porta dodici frutti e dà i suoi frutti ogni mese, e le foglie dell’albero guariranno le nazioni. Abbiamo visto nel capitolo precedente, che i fedeli credenti formeranno la piazza della città santa, e che questa piazza della città sarà d’oro puro come vetro trasparente. Ora, è al centro della piazza, cioè al centro dei fedeli, che sarà l’albero della vita di cui ci parla San Giovanni. E questo albero era su entrambi i lati del fiume. Come può essere che solo un albero sia posto su ciascuna delle due parti di un fiume? Questo può essere spiegato da ciò che sappiamo della processione dello Spirito Santo nel mistero della Santa Trinità, e soprattutto dalle parole del versetto precedente, in cui vediamo che questo fiume è uscito dal trono di Dio, e anche dall’Agnello, cioè dall’albero stesso di Gesù Cristo, che è la sua fonte. Inoltre, questo passaggio si spiega con il mistero dell’Incarnazione, che ci insegna che il Figlio di Dio si è rivestito della nostra umanità, in modo da essere Dio e uomo allo stesso tempo. Ora, come questo fiume di acqua viva sgorga dalla divinità del Padre e del Figlio, per fecondare l’umanità che Gesù Cristo rappresenta, essendo diventato Egli stesso uomo; ne consegue che questo fiume scorre tra due rive, alle estremità di ciascuna delle quali è posto l’albero della vita, Gesù Cristo, poiché Egli appartiene a queste due parti principali del fiume, la fonte e la foce, essendo Dio e uomo insieme. Come Dio, è la sorgente stessa del fiume, e come uomo e capo della Chiesa, ne è la foce. Possiamo trovare un paragone più ammirevole per rappresentarci, in due parole, l’unione delle tre Persone della Santa Trinità, e allo stesso tempo l’unione della Divinità con l’umanità? È nello stesso senso che la Chiesa termina le sue orazioni; poiché si rivolge a Dio Padre Onnipotente, per ottenere tutti i beni attraverso Nostro Signore Gesù Cristo, che vive e regna con il Padre in unione con lo Spirito Santo. Tanto per i misteri della Santa Trinità, dell’Incarnazione e anche della Redenzione. Ma quest’ultimo mistero è espresso ancora più chiaramente dalle parole che seguono:

V. In mezzo alla piazza… c’era l’albero della vita, che porta dodici frutti e dà i suoi frutti ogni mese, e le foglie dell’albero guariranno le nazioni. Chi non riconoscerà in queste ultime parole la santissima Eucaristia, che riassume tutto il piano della Redenzione divina e ci offre un quadro completo di tutta la storia dell’umanità, dall’uomo caduto nel paradiso terrestre all’uomo rigenerato nella Gerusalemme celeste. Infatti, abbiamo visto che Gesù Cristo si paragona a una vite di cui i fedeli sono i tralci, e che questi tralci, per portare molto frutto, devono rimanere attaccati alla vite. « Io sono la vite e voi siete i tralci. Chi rimane in me e io in lui porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla. » Come fa ora Gesù Cristo a rimanere in noi e noi in Lui? Questo è ciò che ci spiega nel Vangelo, quando ci dice (Jo. VI, 51): « Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno; e il pane che Io darò per la vita del mondo è la mia carne. I Giudei, dunque, disputavano tra di loro, dicendo: Come può quest’uomo darci la sua carne da mangiare? E Gesù disse loro: In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete la vita in voi. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna, e Io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è davvero carne e il mio sangue è davvero bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e Io in lui. Come vive il Padre mio che mi ha mandato, e Io vivo a causa del Padre mio, così chi mangia me vivrà a causa mia. Questo è il pane che è sceso dal cielo. Non è come la manna che mangiarono i vostri padri e che non impedì loro di morire. Chi mangia questo pane vivrà eternamente. » Ora confrontiamo queste ultime parole del Vangelo che abbiamo appena citato con quelle del nostro testo, e vedremo se questo pane di vita non è lo stesso delle foglie dell’albero che devono guarire le nazioni.

VI. In mezzo alla piazza della città … c’era l’albero della vita…; e le foglie dell’albero sono per guarire le nazioni. Questo paragone delle foglie è mirabilmente scelto per rappresentare la santissima Eucaristia, che è il pane di vita sceso dal cielo per dare la vita eterna agli eletti. Infatti: 1° La foglia di un albero si forma dalla sua sostanza. 2° L’albero che produce la foglia è vivo, ed è la linfa dell’albero che dà vita alla foglia. 3° La foglia di un albero è composta da due sostanze principali che sono le membrane e la linfa. 4° La foglia si stacca dall’albero. 5° Serve da ombra per riparare l’uomo. 6° Il vento la porta via e si sparge sul terreno. 7° Nel rigore dell’inverno l’albero non produce più foglie. 8° Le foglie di certi alberi sono eccellenti rimedi in medicina. 9° Le foglie sono sollevate dall’albero e scendono sulla terra. 10° Se il ramo è secco, non produce più foglie. 11° La foglia che cade ai piedi dell’albero serve, secondo le leggi della natura, a nutrirlo. Ora, queste sono precisamente le caratteristiche della Santissima Eucaristia. Ed infatti: 1°. La santissima Eucaristia è composta dalla sostanza stessa dell’albero della vita che è Gesù Cristo. 2°. Gesù-Cristo è vivente; quando Egli istituì la santa Eucarestia e quando pronunziò quelle parole per sempre memorabili: « Questo è il mio corpo, etc. », il pane che viene distribuito ai fedeli sotto forma di ostie, simile nella forma alle foglie di un albero, questo pane, diciamo, è stato cambiato in Gesù Cristo stesso e vivificato dalla linfa del suo prezioso sangue, un mistero adorabile che viene riprodotto ogni giorno sui nostri altari per la virtù della stessa parola di Dio « Fate questo in memoria di me » e anche perché Egli è il sacerdote eterno secondo l’ordine di Melchisedec. 3° Questo pane contiene due sostanze che sono la Divinità e l’Umanità, e contiene anche, sotto quest’ultimo aspetto, due sostanze essenziali che sono l’anima e il corpo; infine, sotto la sostanza del corpo ci sono due sostanze distinte, che sono il corpo e il sangue di Nostro Signore Gesù Cristo. 4° La Chiesa dà a questo pane una forma più o meno simile a quella di una foglia d’albero perché possa essere più opportunamente distribuito ai fedeli. 5°. Gesù Cristo ci fa come ombra nella santissima Eucaristia, e ci protegge dal fuoco delle passioni. 6° È soprattutto con il vento delle persecuzioni che le foglie di questo albero si diffondono sulla terra, come ci mostra la storia della Chiesa. 7°. Nei rigori dell’inverno, cioè nelle regioni fredde che l’assenza del sole della fede rende aride, e anche nei periodi di grande siccità, questo albero produce poco o nulla in foglie. 8°. La santissima Eucaristia è il rimedio per eccellenza, perché guarisce e conserva il corpo e l’anima per l’eternità. 9°. Queste foglie cadono sulla terra da una grande altezza, perché sono il pane della vita che è sceso dal cielo. 10° I rami che sono stati separati dall’albero a causa delle eresie sono secchi e non producono più foglie. 11°. Infine, la foglia che cade ai piedi dell’albero per essere messa in bocca ai fedeli diventa feconda, perché i fedeli che si nutrono della santissima Eucaristia a loro volta nutrono l’albero della vita con la carità, che è il sacrificio di se stessi per la gloria di Gesù Cristo e la salvezza del prossimo, secondo il significato di questa parola: «Avevo fame e mi avete dato da mangiare, etc. » Infine, se il fedele muore con questa foglia divina, sarà unito all’albero, che è Gesù Cristo, per l’eternità, secondo quest’altro detto: « Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e Io in lui. »

VII. Nel mezzo della piazza della città … era l’albero della vita che porta dodici frutti e dà i suoi frutti ogni mese; e le foglie dell’albero guariranno le nazioni.  1 ° Va notato che queste parole sono messe al presente, perché si applicano al tempo presente e anche all’eternità. E le foglie dell’albero della vita guariranno le nazioni. Questo passaggio significa che queste foglie, dopo aver guarito le nazioni nel tempo, daranno loro la vita per il tempo e per l’eternità. 2° L’albero della vita che porta dodici frutti e dà i suoi frutti ogni mese. Questi dodici frutti ci mostrano le qualità infinitamente preziose di questo albero della vita, la cui virtù celeste e divina guarirà tutti i fedeli credenti attraverso le epoche della Chiesa per il tempo e l’eternità. Infatti, questi dodici frutti corrispondono per il numero alle dodici tribù d’Israele che rappresentano l’universalità dei fedeli; poi questi dodici frutti si riferiscono anche ai dodici mesi dell’anno, e ancora alle dodici ore del giorno dell’esistenza del mondo. Così che troviamo in questa mirabile figura due pensieri infinitamente profondi, che sono l’immensità e l’eternità di Dio. Diciamo l’immensità, poiché un solo frutto di questo albero può guarire e nutrire tutti i credenti sia per il tempo che per l’eternità. Vediamo anche in esso l’eternità di Dio, poiché è espressamente detto che questo albero della vita dà i suoi frutti ogni mese, anche per il tempo e per l’eternità. 3º Alla lettera, questi dodici frutti sono i dodici Apostoli, e i dodici mesi corrispondono alle dodici tribù d’Israele che rappresentano l’universalità degli eletti nelle varie età della Chiesa; e siccome la fede predicata dai dodici Apostoli era radicata nell’albero della vita che è Gesù Cristo, per essere predicata e produrre i suoi frutti durante i dodici mesi che rappresentano tutte le età della Chiesa, San Giovanni aveva ragione di dire che questo albero dà i suoi frutti ogni mese; perché alla fine di questi dodici mesi, che rappresentano il tempo dell’esistenza della Chiesa, questi dodici frutti avranno prodotto i centoquarantaquattromila fedeli delle dodici tribù d’Israele che formeranno l’assemblea degli eletti nella Gerusalemme celeste. 4° Quest’albero, che fruttifica ogni mese, ce ne mostra la grande fertilità; poiché, come abbiamo visto nel capitolo della Gerusalemme celeste, il numero degli eletti, che Dio solo conosce e che è rappresentato, secondo l’uso dei profeti, dal numero determinato di centoquarantaquattromila fedeli, supererà di gran lunga questo numero; e il numero degli eletti di tutti i tempi e di tutte le nazioni che avranno mangiato le foglie dell’albero della vita sulla terra sarà molto grande. Mangiamo dunque le foglie di quest’albero nel tempo, se vogliamo godere della gloria e della felicità dei suoi frutti nell’eternità. È Gesù Cristo stesso, l’autore della vita, che ci invita a farlo; ascoltiamo dunque la voce di questo Padre buono, che ci chiama a sé e ci dice: « Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò riposo… Io sono il pane vivo disceso dal cielo; se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno; e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo, ecc. ecc. » Ma non dimentichiamo le parole dell’apostolo San Paolo, I. Cor. XI, 27: « Chiunque mangia questo pane o beve il calice del Signore indegnamente, sarà colpevole del crimine contro il corpo e il sangue del Signore. Si metta dunque l’uomo alla prova, e dopo mangi di quel pane e beva da questo calice. Perché chi mangia e beve di esso indegnamente, mangia e beve la propria condanna, non facendo il discernimento del corpo del Signore. Per questo ci sono molti tra voi che sono malati e languenti, e molti sono morti. Che se noi ci giudicassimo da noi stessi, non saremmo giudicati da Dio, etc. ».

VIII. Vers. 3. – Non ci sarà là più alcuna maledizione, ma lì vi sarà il trono di Dio e dell’Agnello, e i suoi servi lo serviranno. Questo versetto contiene anche la differenza tra il paradiso terrestre e quello celeste. Nel paradiso terrestre c’era, accanto all’albero della vita, l’albero della conoscenza del bene e del male, che portò all’umanità una così grande maledizione. Ma in cielo, non ci sarà più nessuna maledizione possibile, perché l’albero della scienza del bene e del male sarà sostituito dall’albero della vita. Il libero arbitrio, che è stato così fatale all’uomo, non esisterà più per perderlo, ma per goderne di tutta la gloria e la felicità fino alla fine dei tempi, cioè per quanto l’uomo vuole e può godere della luce eterna con l’aiuto della luce eterna. Lì non ci sarà più maledizione, perché non ci sarà più alcun male possibile, ma ci sarà il trono di Dio e dell’Agnello, fonte di ogni bene e di ogni gloria, senza alcuna mescolanza di bene e di male. E i suoi servi lo serviranno con gloria e felicità.

IX . Vers. 4 – Vedranno il suo volto e avranno il suo nome scritto sulla fronte. O Dio, qual gloria e felicità avete riservato a coloro che vi amano, perché potranno contemplarvi faccia a faccia, così da diventare simili a Voi, ed avranno il vostro stesso Nome scritto sulla fronte, perché saranno vostri figli ed eredi della vostra gloria, e porteranno il vostro Nome, come un figlio porta il nome del padre suo! Il loro nome sarà illustrato con la gloria di Dio stesso, e la loro eredità sarà immensa ed eterna come Dio. Questo è confermato dalle seguenti parole, che si spiegano da sole:

Vers. 5E non ci sarà più notte, non avranno bisogno di lampade, né della luce del sole, perché il Signore Dio darà loro la luce, ed essi regneranno nei secoli dei secoli.

X. Le parole che seguono sono una ricapitolazione degli avvertimenti generali che il Signore indirizza alla Sua Chiesa su questa rivelazione. E siccome questi passaggi sono già stati interpretati, ci limiteremo a citarli, lasciando al lettore il compito di farne il proprio confronto e l’applicazione per il proprio uso e per il beneficio che trarrà dalla ricezione di questo libro.

Vers. 6. Ed egli mi disse: Queste parole sono certissime e veraci: il Signore, il Dio degli spiriti dei profeti, ha mandato un Angelo per rivelare ai suoi servi ciò che deve avvenire presto.

Vers. 7. Io vengo presto: beato chi osserva le parole della profezia di questo libro.

Vers. 8  Io, Giovanni, ho udito e visto queste cose. E quando le ho sentite e viste, sono caduto in adorazione ai piedi dell’Angelo che me le ha mostrate.

Vers. 9: Ma egli mi disse: Guardati dal fare così, perché io sono un servo come te e come i tuoi fratelli profeti, e come coloro che osservano le parole di questo libro, adorate Dio.

XI. Vers 10. Ed egli mi disse: Non sigillare le parole della profezia di questo libro, perché il tempo è vicino. Nel linguaggio dei Profeti, sigillare una profezia non significa che il suo significato debba essere impenetrabile alle menti degli uomini, come lo fu l’Apocalisse per molti secoli; ma sigillare una profezia significa che il suo adempimento non inizierà che molto tempo dopo la sua pubblicazione. Ma questo non fu il caso di questa rivelazione a San Giovanni. Poiché la sua Apocalisse contiene la storia di tutta la Chiesa dalla sua origine fino alla consumazione dei secoli; questa profezia cominciava già a realizzarsi al tempo di San Giovanni; e anche essa nascondeva sotto i suoi enigmi eventi che erano già passati quando questa rivelazione gli fu fatta. Ma non poté essere compresa per molto tempo, perché gli eventi che annunciava non si erano sufficientemente sviluppati per coglierne il significato e la sequenza. Comprendiamo, quindi, da quanto appena detto, che sebbene questa profezia non sia stata sempre compresa, non è stata, tuttavia, sigillata, poiché ha cominciato ad essere adempiuta dal momento della sua rivelazione ed anche prima; ma Dio ne nascose la comprensione agli uomini per molti secoli, sotto i suoi difficili e numerosi enigmi, perché lo scopo evidente di questa profezia era di colpire gli uomini come una nuova luce, specialmente verso la fine dei tempi, quando la fede comincerà a perdersi a poco a poco, mostrando, come all’improvviso, per rafforzare i suoi eletti, la verità di questa profezia, già verificata nei tempi passati, e come garanzia della certezza degli eventi futuri. Da qui questo passaggio del testo: Non sigillate le parole della profezia di questo libro, perché il tempo è vicino.

XII. Vers. 11. – Colui che commette l’iniquità la commetta ancora; colui che è contaminato sia contaminato ancora; colui che è giusto diventi più giusto ancora; colui che è santo sia santificato ancora. Queste parole sono terribili e consolanti allo stesso tempo. Perché contengono maledizioni eterne per i peccatori e benedizioni infinite per i giusti. Infatti, secondo il Salmista, Ps. XLI, 8: « Un abisso chiama un abisso. » Un abisso di ingiustizia richiede un abisso di ingiustizia e punizione; perciò il Salmista aggiunge: « Al fragore delle tue cascate; tempeste e delle acque che tu mandi, o mio Dio, tutti i tuoi flutti e le tue onde sopra di me sono passati. » Al contrario, un abisso di giustizia richiede un abisso di misericordia. Infatti, il salmista continua: « Di giorno il Signore mi dona la sua misericordia, di notte per lui innalzo il mio canto: la mia preghiera al Dio vivente. Dirò a Dio, Voi siete mia difesa: perché mi avete dimenticato? Perché triste me ne vado, oppresso dal nemico? Per l’insulto dei miei avversari sono infrante le mie ossa; essi dicono a me tutto il giorno: Dov’è il tuo Dio?. Perché ti rattristi, anima mia, perché su di me gemi? Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio. Giudicatemi, o Dio, e distinguete la mia causa da quella di una nazione non santa. Toglietemi dalle mani dell’uomo malvagio e ingannatore.Poiché tu sei la mia forza, o Dio! Perché mi hai respinto? Perché mi vedo ridotto a camminare nella tristezza, afflitto dal nemico? Mandate la vostra luce e la vostra verità, ed esse mi condurranno al vostro santo monte e ai vostri tabernacoli. Ed entrerò fino all’altare di Dio, fino a Dio stesso, che riempie di gioia la mia gioventù. Canterò le tue lodi sull’arpa, o Dio, o mio Dio. Perché sei triste, anima mia, e perché mi conturbi? Spera in Dio, perché devo ancora lodarlo; Egli è la salvezza del mio volto ed è il mio Dio. » È soprattutto attraverso la preghiera che il giusto deve diventare ancora più giusto, e colui che è santo può diventare ancora più santo, perché la salvezza viene da Dio. Più ci si avvicina a Lui, più si desidera andare da Lui; e più ci si allontana da Dio, più si desidera allontanarsi da Lui. Il malvagio è come un albero che cade dalla parte in cui pende, e più l’albero tende ad inclinarsi per la forza di attrazione, finché alla fine cade da sé o per l’ascia del giardiniere. Il giusto, invece, si eleva in proporzione alla sua giustizia. Perché più l’albero è ritto, più di eleva. E la sua pianta, ora alta e bella, viene utilizzata per la costruzione di edifici e di mobilia, mentre il legno contorto e piegato, è destinato ad essere gettato nel fuoco.

XIII. Vers. 12Ecco, io vengo presto e avrò con me la mia ricompensa, per rendere ad ogni uomo secondo le sue opere. Perché secondo San Matteo, (III, 10): « Già la scure è posta alla radice dell’albero (dal germe di morte che portiamo in noi), e ogni albero che non porta buoni frutti sarà tagliato e gettato nel fuoco. »

Vers. 13. – Io sono l’Alfa e l’Omega, il primo e l’ultimo, il principio e la fine. Perché la verità è eterna, e la giustizia è eterna, e il passato e il futuro appartengono solo a Dio, che renderà a ciascuno secondo le sue opere. Io sono il principio e la fine; cioè, vi ho detto la mia parola all’inizio e vedrete il suo compimento alla fine.

Vers. 14. – Beati coloro che lavano le loro vesti nel sangue dell’Agnello, per avere diritto all’albero della vita e per entrare nella città dalle porte. Facciamo dunque degni frutti di penitenza e sottomettiamoci alla Chiesa, affinché possiamo un giorno entrare per questa porta nella vita eterna.

Vers. 15. – Lungi da qui i cani, gli avvelenatori, gli impudichi, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ami e proferisca menzogna. Lungi da qui i persecutori della Chiesa, che sono come cani rabbiosi, gli avvelenatori, gli eresiarchi, gli impudichi, chi indulge alle voluttà, gli omicidi, che trascurano le vie della giustizia e della carità, gli idolatri, che dimenticano Dio per prostituirsi alla creatura, e chiunque ami e preferisca la menzogna, perché il diavolo è loro padre.

XIV. Vers. 16. – Io, Gesù, ho mandato il mio Angelo a testimoniarvi queste cose nelle Chiese. Io sono la progenie e il figlio di Davide, la stella che brilla al mattino. Qui Gesù cita se stesso come testimone delle verità contenute in questo libro dell’Apocalisse, dicendoci che Egli è la progenie e il figlio di Davide, cioè, Gesù Cristo di Nazareth crocifisso, la stella che brilla al mattino dall’inizio della Chiesa, e la cui luce non sarà mai più eclissata, che ha mandato il suo Angelo a rendere testimonianza delle cose contenute nell’Apocalisse, e a pubblicarle nelle sette Chiese d’Asia, rappresentanti l’universalità e la perpetuità della Chiesa Cattolica, Apostolica e Romana.

XV. Vers. 17. – Lo Spirito Santo e la sposa dicono: Venite. Colui che ascolta dica: “Venite”. Chi ha sete, venga; e chi lo desidera, riceva gratuitamente l’acqua della vita. Quante consolazioni sono contenute in questo versetto! Lo Spirito Santo e la sposa, che è la Chiesa, dicono: Vieni. Così non è solo la voce dei predicatori che ci invita; non sono solo i marchi visibili della Chiesa che attirano gli sguardi degli occhi di tutti gli uomini: dei buoni che ascoltano e seguono la sposa, e dei malvagi che la perseguitano; perché se questi potenti mezzi sembrano tuttavia troppo deboli per convincere gli uomini della verità eterna; se anche dei Cattolici non possono comprendere i giudizi segreti di Dio, chi rigetterà un gran numero di uomini nelle fosse dell’inferno, perché non sono appartenuti alla Chiesa Cattolica; e se questi giudizi sembrano loro troppo severi perché credono che i segni della vera Chiesa non siano sufficientemente visibili e sensibili per convincerci; questi Cattolici sappiano e imparino dalla bocca di Gesù Cristo stesso, che scruta i cuori e le menti, che non solo la Chiesa ma anche lo Spirito Santo dice a tutti nel segreto delle loro coscienze: Venite! E se tutti non sono venuti, a chi va data la colpa? Chi ascolta dica: “Venite“. Cioè, colui che vuole ascoltare questa voce interiore ed esteriore dica: Venite! Questo gli è sufficiente. Egli ha acconsentito ad accettare liberamente l’acqua della vita che è sempre offerta a tutti, sia per voce della Chiesa che per voce dello Spirito Santo. Questo gli è sufficiente, diciamo, poiché possiede con ciò una delle otto beatitudini che gli promette l’acqua della fonte eterna e il frutto dell’albero della vita; poiché è scritto, (Matteo V, 6): « Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. » Ho già visto sulle vostre labbra un sorriso di pietà, e lo spirito di incredulità vi suggerisce questo pensiero: come possono gli individui ritirati nel centro di nazioni barbare, tra le quali la luce della fede non è mai penetrata, avere anche solo l’idea dell’esistenza della Chiesa Cattolica? Gesù Cristo stesso vi risponde, che lo Spirito Santo dice loro nel segreto delle loro coscienze: Venite; la Chiesa ci dice che il battesimo di desiderio può bastare al bisogno, e il Vangelo aggiunge un mezzo che è possibile e anche facile per tutti gli uomini; un mezzo che chiuderà la bocca di tutti gli empi, che non avranno voluto ascoltare lo Spirito Santo; perché questo mezzo infallibile è a disposizione di tutti. Questo mezzo è tanto sicuro e facile quanto è vero il Vangelo, poiché è scritto: « Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. » E chi è l’uomo che, nonostante la sua ignoranza dei misteri della fede di Gesù Cristo, chi è l’uomo, diciamo, per il quale questa ignoranza sarà stata invincibile, che non abbia tuttavia sentito nel suo cuore come due voci opposte, una delle quali lo spingeva al bene e l’altra, diciamo, lo portava al male? Ebbene, questa prima voce era quella dello Spirito Santo, che continuava a dirgli: Venite; in altre parole, questa voce gli stava dicendo: Fa’ il bene ed evita il male, sii giusto e caritatevole verso i tuoi fratelli, resisti al torrente impetuoso delle tue passioni che la concupiscenza ha acceso nella tua anima, etc., etc. Ora, questi non sono forse sentimenti che ogni uomo ragionevole, per quanto ignorante delle verità della fede lo si possa supporre, … non sono sentimenti che la legge naturale, incisa nei nostri cuori, ci ispira costantemente, e che il soffio dello Spirito Santo cerca di far fruttare, secondo queste parole: Lo Spirito Santo e la sposa dicono: Venite? Se poi tutti gli uomini ragionevoli ascolteranno questa voce, Dio non li punirà per la loro invincibile ignoranza, ma li ricompenserà eternamente per i loro sforzi e la loro buona volontà, secondo le parole: « Pace agli uomini di buona volontà. » Perciò l’Apostolo aggiunge: Chi ascolta dica: Venite. Chi ha volontà, venga, e chi lo desidera, riceva liberamente, per la misericordia di Dio, l’acqua della vita, della vita eterna. Poiché sta scritto, (Matth. V, 6): « Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati. » Aggiungeremo che non è così difficile come si immagina, per le nazioni barbare, desiderare l’acqua della vita. Per convincersene, basta leggere gli annali della propagazione della fede, e si vedranno le frequenti richieste fatte da questi popoli per ottenere dei missionari. Felici queste nazioni, se sfuggono ai lupi che si presentano loro in veste di pecore, che in realtà non sono altro che lupi famelici che escludono le anime dal vero ovile! Perché allora non rimangono altre risorse per queste nazioni sedotte che quelle che abbiamo appena indicato, per assicurare la loro salvezza. Speriamo che Dio tenga conto delle difficoltà in cui il nemico li avrà gettati a loro insaputa e contrariamente ai loro pii e salutari desideri.Ma voi direte ancora: Queste nazioni barbare non hanno mai conosciuto Gesù Cristo, quindi come possono essere appartenuti allo spirito della sua Chiesa? Senza nascondervi la difficoltà dell’obiezione, vi risponderemo che essa non è insolubile nello Spirito Santo; secondo le parole di San Giovanni, III, 8: « Lo Spirito soffia dove vuole, e voi sentite la sua voce, ma non sapete da dove viene, né dove va; così è di ogni uomo che è nato dallo Spirito.  Cioè, ogni uomo che è nato dallo Spirito e non dalla carne, e ogni uomo buono che ha fame e sete di giustizia, sente la voce dello Spirito che gli dice: Venite. E l’uomo risponde: Venite. Perché lo Spirito soffia dove vuole. Allora vi diremo che la conoscenza della venuta passata o futura di un Redentore, non è così limitata come immaginate. Poiché Dio ha permesso nella sua bontà paterna e secondo il piano dei suoi segreti disegni, che le numerose e variate favole, che sono una corruzione della storia del giardino dell’Eden, fossero conservate e diffuse tra queste nazioni, come un mezzo segreto di cui Dio si è servito per dare loro l’idea di un Redentore. Quanto alle difficoltà che potrebbero essere sollevate circa l’assoluta necessità del Battesimo, attingendo alle parole di San Giovanni, (III, 5): « In verità, in verità vi dico: se uno non nasce di nuovo dall’acqua e dallo Spirito Santo, non può entrare nel regno di Dio », ci basta far notare che non ci si salva solo col Battesimo d’acqua, ma anche col battesimo di desiderio e col battesimo di sangue, e che di conseguenza un numero molto grande di anime che non avrebbero potuto ricevere il Battesimo dell’acqua, saranno non di meno salvate dal Battesimo di desiderio o dal Battesimo di sangue. Quanto ai bambini morti senza Battesimo, la Chiesa non ha mai fissato il loro destino, e sappiamo che non sarà quello dei dannati. Come possiamo vedere, coloro che non rispondono a questa chiamata della Chiesa e dello Spirito Santo non avranno scuse davanti al tribunale di Dio Onnipotente. Essi non avranno nemmeno saputo dell’esistenza della Chiesa, direte voi; e Dio vi risponderà: È vero, ma avevano la legge naturale, che Io avevo inciso nei loro cuori; il mio Spirito Santo ha ispirato loro un desiderio di giustizia e il mio Vangelo ha promesso di soddisfarli. Venite, dunque, o voi tutti che non avete potuto entrare nel corpo della mia Chiesa, ma che vi siete appartenuti in spirito attraverso i vostri santi desideri; venite, perché mio Figlio vi ha riscattato dalla schiavitù del peccato; il Verbo si è fatto carne per salvare la carne e lo spirito. Venite, dunque, o voi tutti che avete risposto alla chiamata dello Spirito Santo e della Chiesa che vi ha detto sulla terra: Venite. Perché Voi li avete ascoltati ed avete detto loro a vostra volta: Venite. Voi avete fatto conoscere loro la vostra sete ascoltandoli e rispondendo loro con i vostri santi desideri: Venite. Ecco perché Io vi darò gratuitamente e di buon grado e misericordia l’acqua della vita, e sarete saziati per sempre, come sta scritto nella mia Apocalisse: lo Spirito Santo e la sposa dicono: Venite. Colui che ascolta dica: “Venite“. Chi ha sete, venga; e chi lo desidera, riceva gratuitamente l’acqua della vita. Lungi da qui i cani, i persecutori della Chiesa, gli avvelenatori, i predicatori del vizio e dell’errore, i falsi apostoli e gli scandalosi, gli impuri che seguono la legge della carne e rifiutano quella di Dio, gli omicidi, i tiranni, coloro che commettono ingiustizie, gli oppressori dei deboli, della vedova e dell’orfano, gli sprezzatori dei poveri, gli idolatri che si prostituiscono alla creatura, e tutti coloro che amano e preferiscono la falsità, perché sono figli del demonio.

XVI. Con ciò vediamo quanti Cristiani ci saranno ai quali si possono applicare quelle parole del Vangelo dette al popolo giudaico che sono la figura della Chiesa: « I primi saranno gli ultimi e gli ultimi saranno i primi ». Quanti Cristiani, infatti, saranno stati i primi a conoscere la legge di Gesù Cristo, e tuttavia avranno vissuto solo secondo la carne? Quanti sono stati chiamati dalla voce dello Spirito Santo e dalla voce della Chiesa, eppure non hanno risposto a quella chiamata? E poiché molti cattivi Cristiani saranno morti nei loro peccati, e pochi di loro avranno risposto a questa chiamata facendo penitenza, non è giusto applicare loro queste parole rivolte al popolo giudaico, al quale possono essere paragonati per il crimine della morte di Gesù Cristo, che essi crocifiggono con i loro vizi. « Ci saranno molti chiamati e pochi eletti! » Ma poiché il numero dei veri Cristiani sarà stato molto grande, e poiché questo numero sarà immensamente accresciuto da coloro che hanno appartenuto in spirito alla Chiesa di Gesù Cristo tra le nazioni che non hanno potuto far parte del corpo dei fedeli, e poiché il numero di questi ultimi supererà forse di gran lunga il numero di coloro che hanno disertato, il risultato sarà una scena di inaspettata vergogna e confusione per i malvagi, ed una brillante manifestazione di gloria e consolazione, attesa per i giusti. Perché Dio non permetterà che si dica per tutta l’eternità che il sangue del suo Figlio è stato inutile. Quanto più, dunque, Gesù Cristo avrà manifestato la sua potenza, la potenza del Cristianesimo sulla terra, tanto più trionferà in cielo. Perché se, nonostante la sua grande superiorità sulle nazioni barbare, il Cristianesimo ci offre tuttavia sulla terra un’immagine continua delle umiliazioni del suo Autore, per servirci da esempio, come sarà nell’altra vita, quando vedremo l’inizio del vero regno dell’Agnello, e il Padre Onnipotente incoronerà lo Sposo e la sua Sposa per tutta l’eternità? Perché (Ps. CIX): « Il Signore dice al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché non avrò fatto dei tuoi nemici lo sgabello dei tuoi piedi. Il Signore farà uscire da Sion lo scettro della tua potenza; tu stabilirai il tuo impero in mezzo ai tuoi nemici. La regalità è con te nel giorno della tua forza, in mezzo allo splendore dei tuoi santi. Ti ho generato dal mio seno prima dell’aurora. Il Signore ha giurato e non si pentirà: tu sei il sacerdote eterno, secondo l’ordine di Melchisedec. Il Signore è alla tua destra; Egli ha frantumato i re nel giorno della sua ira. Egli eserciterà il giudizio in mezzo alle nazioni; riempirà tutto di rovine; schiaccerà le teste di un gran numero. Egli berrà l’acqua del torrente nella via, “per mezzo del martirio”. » Tale sarà allora il regno di Gesù Cristo sulla terra. Ora ecco la sua gloria in cielo.  Infatti il Salmista aggiunge: « Ecco perché alzerà il capo ». Sarà innalzato sulla croce, e trionferà sulla croce. E quale sarà questo trionfo? Sarà solo il trionfo di una gloria eterna e di un onore infinito per pochi eletti? No, perché altrimenti la gloria del Figlio dell’uomo non sarebbe completa, poiché il Signore ha detto (Mt. XXVI, 28): « Perché questo è il mio sangue, il sangue della nuova alleanza, che sarà versato per molti per la remissione dei peccati. » Vediamo ora se questo sangue sarà stato sterile, e se non sarà stato veramente versato per molti. Ascoltiamo il Profeta che annuncia alla Sposa, sotto la figura di Gerusalemme, ciò che sarà soprattutto nel giorno dell’eternità: Isaia, LX: « Alzati, Gerusalemme, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore si è levata su di te. Poiché, ecco, le tenebre ricopriranno la terra, nebbia fitta avvolgerà le nazioni; ma su di te si leverà il Signore, la sua gloria si vedrà risplendere su di te. Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere. Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli verranno da lontano, le tue figlie verranno da ogni parte. A quella vista sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore, perché le ricchezze del mare si riverseranno su di te. Sarete sommersi da una schiera di cammelli, dai dromedari di Madian e di Efa. Tutti loro verranno da Saba per portarti oro e incenso e per proclamare le lodi del Signore. Tutti i greggi del Cedar saranno riuniti a te; i montoni di Nabajoth saranno usati per il tuo servizio; saranno offerti al mio altare come ostie gradite, e io riempirò di gloria la casa della mia maestà. Chi sono coloro che si lasciano trasportare come nuvole nell’aria e volano come colombe quando ritornano alle loro colombaie? Perché le isole mi aspettano, e le navi sono pronte sul mare già da molto tempo, per far venire i tuoi figli da lontano, per portare con loro il loro argento e il loro oro, e per consacrarlo nel nome del Signore tuo Dio e del Santo d’Israele che ti ha glorificato. I figli degli stranieri costruiranno le tue mura e i loro re ti serviranno, perché ti ho colpito nella mia indignazione e ti ho mostrato misericordia riconciliandomi con te. Le tue porte saranno sempre aperte, non saranno chiuse né di giorno né di notte affinché le ricchezze delle nazioni siano portate a te e i loro re condotti a te. Perché il popolo e il regno che non si sottomette a te perirà, e io farò di quelle nazioni un terribile deserto. La gloria del Libano verrà in te; l’abete, il bosso e il pino serviranno insieme come ornamento del mio santuario, e glorificherò il luogo dove hanno riposato i miei piedi. I figli di coloro che ti hanno umiliato verranno a prostrarsi davanti a te e tutti quelli che ti hanno disprezzato adoreranno le orme dei tuoi piedi e ti chiameranno la città del Signore, la Sion del Santo d’Israele.  Perché siete stati abbandonati ed esposti all’odio, e non c’era nessuno che ti passasse accanto, io ti stabilirò in una gloria che non finirà mai, e in una gioia che durerà per tutti i secoli. Succhierete il latte delle nazioni, sarete nutriti dalla mammella dei re, e saprai che Io sono il Signore che ti salva e il forte di Giacobbe che ti riscatta. » Prestiamo ora attenzione alle parole che seguono, e che si applicano specialmente alla Gerusalemme celeste; perché il Profeta,  dopo aver annunciato la prosperità della fede sotto la figura di Gerusalemme, alla quale i popoli e le nazioni si sottometteranno, ci mostrerà ora la felicità e la gloria che risulteranno nell’eternità, per un immenso numero di uomini destinati a popolare la più grande e fiorente città che sia mai esistita, la città celeste. Il Profeta aggiunge: « Vi darò oro invece di ottone e argento invece di ferro; ottone invece di legno e ferro invece di pietre. Farò in modo che la pace regni su di voi e che la giustizia regni su di voi. La violenza non sarà più udita nel vostro territorio, né di distruzione e di oppressione in tutte le vostre terre. La salvezza circonderà le tue mura e le lodi si faranno sentire alle tue porte. Non avrai più il sole per illuminarvi durante il giorno, ed il chiarore della luna non brillerà su di voi; ma il Signore stesso sarà la vostra luce eterna, e il vostro Dio sarà la vostra gloria. Il vostro sole non tramonterà più e la vostra luna non diminuirà, perché il Signore sarà la vostra luce eterna e i giorni delle tue lacrime saranno finiti. Tutto il tuo popolo sarà un popolo di giusti; possiederà la terra per sempre, perché saranno i germogli che io ho piantato, le opere che la mia mano ha fatto per la gloria. Mille usciranno dal minimo di loro, e dal più piccolo un grande popolo. Io sono il Signore e farò improvvisamente queste meraviglie quando sarà giunto il tempo. »  – Chi oserà dire che questa profezia non si applichi molto di più alla Gerusalemme celeste che a quella terrena? E chi oserà dire, senza essere temerario, che il numero degli eletti sarà piccolo, dopo queste ultime parole che abbiamo citato in corsivo, affinché il lettore possa fissare la sua attenzione su di esse?

Vers. 18. Ma io dichiaro a tutti coloro che ascoltano le parole della profezia di questo libro, che se qualcuno vi aggiungerà qualcosa, Dio lo colpirà con le piaghe descritte in questo libro.

Vers. 19. – E se qualcuno toglierà una sola parola dal libro di questa profezia, Dio lo cancellerà dal libro della vita e lo escluderà dalla città santa, e gli toglierà la parte delle promesse descritte in questo libro. – Queste parole sono rivolte a tutti coloro che cercheranno di corrompere il significato o il testo dell’Apocalisse, come gli eretici non arrossiscono di fare. Tra quelli dei primi secoli si distingue soprattutto Marcione, poi Lutero e i suoi seguaci fecero lo stesso in molti passi della Scrittura.

Vers. 20: Colui che testimonia queste cose dice: “Sì, verrò presto”. Amen. Vieni, Signore Gesù. Gesù Cristo, l’autore di questa profezia, dando se stesso come testimone della sua veridicità, dice alla Chiesa che verrà presto; perché il tempo non è che un punto in relazione all’eternità. E i fedeli che hanno il vero Spirito di Gesù Cristo devono rispondere nel loro cuore: Vieni, Signore Gesù, secondo il significato di quelle parole che recitiamo ogni giorno nel Padre nostro. « Venga il tuo regno, sia fatta la tua santa volontà come in cielo così in terra ».

Vers. 21. Che la grazia del Signore Gesù Cristo sia con tutti voi. Questo libro inizia e finisce come una lettera alle sette Chiese d’Asia e a tutte le altre del mondo cristiano. Amen.

FINE DEL LIBRO NONO