UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: SS. BENEDETTO XV – “QUAM JAM DIU”

«… Per spiegare come sia avvenuto improvvisamente tale cambiamento, [per mezzo dell’armistizio], potrebbero essere addotte certamente molteplici e svariate cause, ma se si vuole cercare veramente la ragione suprema bisogna risalire assolutamente a Colui che governa tutti gli eventi e che, mosso a misericordia dalle perseveranti preghiere dei buoni, ha concesso all’umanità di riaversi alfine da tanti lutti ed angosce …» Ecco il punto centrale di questa brevissima lettera di SS, Benedetto XV, scritta per ringraziare Nostro Signore pere la fine della Grande Guerra, con le tre paroline che dovrebbero essere sempre stampate nella mente di ogni uomo di buona volontà: risalire assolutamente a Colui .. che è l’Autore di ogni pace sulla terra, di ogni avvenimento pur minimo, come il movimento di una fogliolina d’erba, e che permette a volte anche cose umanamente terrificanti o dolorose a nostro castigo o correzione, mirando sempre però a farci raggiungere l’obiettivo della eterna salvezza dell’anima, l’unico “affare” per noi indispensabile. Queste paroline dovrebbero essere oggi continuamente ripetute nella mente di popoli frastornati da eventi poco chiari, per certi aspetti sconcertanti o francamente dubbi, il cui unico pensiero è tornare alla “normalità” di una vita peccaminosa, lontana da Dio e dalla sua retta dottrina salvifica, ribelle alla volontà del Creatore manifestata e professata dalla Santa Chiesa di Cristo e disposta ad ogni sacrificio pur di riaverla fino a tollerare schiavitù morale, spirituale, economica, persino fisica. Ecco perché il “signore dell’universo”, il baphomet-lucifero, la Corona, il primo dei sephiroth cabalistici [cioè ancora e sempre lo steso lucifero], per attuare i suoi piani mondialisti e di governo totalitario unico, ha dovuto invadere la Chiesa e sostituirsi ad essa, dal 26 ottobre del 1958, spacciandosi falsamente come tale ed imponendo una serie di ridicoli fantocci compiacenti, veri servi del prossimo venturo falso “messia” della antichiesa universale ecumenico-satanica. Tornare a Dio e al suo vero Messia Gesù-Cristo attraverso il suo Corpo mistico, che in terra è unicamente la sua “vera” Chiesa Cattolica, la Chiesa militante di sempre, scaturita dal costato aperto del Cristo in croce, è l’unico vero rimedio a questi assurdi avvenimenti che stanno coinvolgendo tutti i popoli del pianeta, soprattutto gli apostati ex-Cristiani. Facciamo allora nostre queste poche “paroline”, mettiamole in pratica con il culto divino della vera Chiesa, ed il Signore “che governa tutti gli eventi” brucerà rapidamente i suoi ed i nostri nemici.

Benedetto XV


Quod iam diu

Lettera Enciclica

Ai Patriarchi, Primati, Arcivescovi, Vescovi ed agli altri Ordinari locali che hanno pace e comunione con la Sede Apostolica.

Venerabili Fratelli, salute ed Apostolica Benedizione.

Il giorno che il mondo intero aspettava ansiosamente da tanto tempo e che tutta la cristianità implorava con tante fervide preghiere, e che Noi, interpreti del comune dolore, andavamo incessantemente invocando per il bene di tutti, ecco, in un momento è arrivato: tacciono finalmente le armi. Per la verità, la pace non ha ancora posto solennemente la parola fine alla crudelissima guerra, tuttavia quell’armistizio che intanto ha sospeso le stragi e le devastazioni compiute in terra, nel mare e nell’aria, ha felicemente aperto la porta e la via alla pace.

Per spiegare come sia avvenuto improvvisamente tale cambiamento, potrebbero essere addotte certamente molteplici e svariate cause, ma se si vuole cercare veramente la ragione suprema bisogna risalire assolutamente a Colui che governa tutti gli eventi e che, mosso a misericordia dalle perseveranti preghiere dei buoni, ha concesso all’umanità di riaversi alfine da tanti lutti ed angosce. Mentre dunque dell’insigne beneficio vanno rese somme grazie alla bontà di Dio, Ci rallegriamo che a tale scopo molte ed imponenti dimostrazioni di pietà abbiano avuto luogo nel mondo cattolico. Resta ora da impetrare dalla divina clemenza che il gran dono elargitoci abbia il suo coronamento. Fra poco i delegati delle varie nazioni si aduneranno a solenne congresso per dare al mondo una pace giusta e duratura. Dovranno pertanto prendere deliberazioni così gravi e complesse, quali non furono mai prese da un’umana assemblea.

Non è possibile dire quanto abbiano bisogno di essere illuminati dalla luce divina per potere assolvere il loro mandato. E poiché si tratta di decisioni che interessano sommamente il bene di tutta l’umanità, senza dubbio i Cattolici, che debbono per coscienza favorire ordine e progresso civile, hanno il dovere di invocare su coloro che parteciperanno alla Conferenza della pace ” la sapiente assistenza del Signore “. Noi vogliamo che tale dovere sia ricordato a tutti i cattolici. Pertanto, Venerabili Fratelli, affinché frutto dell’imminente Congresso sia quel gran dono di Dio che è una vera pace fondata sui principî cristiani della giustizia, allo scopo di implorare su di esso i lumi del Padre celeste, sarà premura vostra indire in ciascuna parrocchia delle vostre diocesi pubbliche preghiere nella forma che stimerete opportuna.

Quanto a Noi, che quantunque indegnamente rappresentiamo Gesù Cristo, Re della Pace, Ci adopreremo con tutta la forza e l’autorità del Nostro apostolico ministero affinché le decisioni che saranno adottate per perpetuare in tutto il mondo la tranquillità dell’ordine e la concordia siano ovunque accettate volentieri dai cattolici, e fedelmente osservate. Auspice dei celesti favori e pegno della Nostra benevolenza, a voi, al clero e al vostro popolo impartiamo di cuore nel Signore l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 1 dicembre 1918, anno quinto del Nostro Pontificato.

DOMENICA DI PASQUA (2021)

DOMENICA DI PASQUA 2021

Solennità delle Solennità.

Stazione a Santa Maria Maggiore

Doppio di I cl. con ottava privilegiata. – Paramenti bianchi.

Come a Natale, così a Pasqua, la più grande festa dell’anno, la Stazione si tiene a S. Maria Maggiore. Il Cristo risuscitato rivolge anzitutto al divin Padre l’omaggio della sua riconoscenza (Intr.). La Chiesa a sua volta ringrazia Iddio di averci, con la vittoria del Figlio Suo, riaperto la via, del Cielo e lo prega di aiutarci a raggiungere questo bene supremo (Oraz.). Come gli Ebrei mangiavano l’Agnello pasquale con pane non lievitato, dice S. Paolo, così noi pure dobbiamo mangiare l’Agnello di Dio con gli azzimi di una vita pura e santa (Ep., Com.) cioè, esente dai fermento del peccato. II Vangelo e l’Offertorio ci mostrano la venuta delle Marie che vogliono imbalsamare il Signore. Esse trovano una tomba vuota, ma un angelo annunzia il grande Mistero della Risurrezione. Celebriamo con gioia questo giorno nel quale Cristo, risuscitando, ci ha reso la vita (Pref. di Pasqua) ed affermiamo con la Chiesa, che » il Signore è veramente risuscitato » (Inv.); secondo il suo esempio, operiamo la nostra Pasqua, o passaggio, vivendo in modo da poter dimostrare che noi siamo risuscitati con lui.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps CXXXVIII: 18; CXXXVIII: 5-6.

Resurréxi, et adhuc tecum sum, allelúja: posuisti super me manum tuam, allelúja: mirábilis facta est sciéntia tua, allelúja, allelúja. 

[Son risorto e sono ancora con te, allelúia: ponesti la tua mano su di me, allelúia: miràbile si è dimostrata la tua scienza, allelúia, allelúia.]

Ps CXXXVIII: 1-2.

Dómine, probásti me et cognovísti me: tu cognovísti sessiónem meam et resurrectiónem meam. 

[O Signore, tu mi provi e mi conosci: conosci il mio riposo e il mio sòrgere.]

Resurréxi, et adhuc tecum sum, allelúja: posuísti super me manum tuam, allelúja: mirábilis facta est sciéntia tua, allelúja, allelúja.

[Son risorto e sono ancora con te, allelúia: ponesti la tua mano su di me, allelúia: miràbile si è dimostrata la tua scienza, allelúia, allelúia.]

Oratio

Deus, qui hodiérna die per Unigénitum tuum æternitátis nobis áditum, devícta morte, reserásti: vota nostra, quæ præveniéndo aspíras, étiam adjuvándo proséquere. 

[O Dio, che in questo giorno, per mezzo del tuo Figlio Unigénito, vinta la morte, riapristi a noi le porte dell’eternità, accompagna i nostri voti aiutàndoci, Tu che li ispiri prevenendoli.] 

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corinthios. 1 Cor V: 7-8

“Fratres: Expurgáte vetus ferméntum, ut sitis nova conspérsio, sicut estis ázymi. Etenim Pascha nostrum immolátus est Christus. Itaque epulémur: non in ferménto véteri, neque in ferménto malítiae et nequitiæ: sed in ázymis sinceritátis et veritátis.” 

Omelia I

[A. Castellazzi: Alla Scuola degli Apostoli; Sc. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929]

LA RISURREZIONE SPIRITUALE

“Fratelli: Togliete via il vecchio fermento, affinché siate una pasta nuova, voi che siete già senza lievito. Poiché Cristo, che è la nostra pasqua, è stato immolato. Pertanto celebriamo la festa non col vecchio lievito, né col lievito della malizia e delle perversità, ma con gli azimi della purità e della verità”. (1 Cor. V, 7-8).

L’Epistola è un brano della prima lettera di S. Paolo ai Corinti. Siamo alle feste pasquali. Gli Ebrei celebravano la loro pasqua, mangiando l’agnello con pane azimo, dopo aver fatto scomparire tutto il pane fermentato. Anche i Corinti devono liberarsi da tutte le tendenze grossolane e carnali, e rinunciare al lievito del peccato. – Gesù Cristo, il nostro agnello pasquale, immolando se stesso, ha istituito una pasqua che dura sempre. Anche i Corinti, rinnovellati in Gesù Cristo, devono condurre continuamente una vita innocente e retta davanti a Dio. Cerchiamo di ricavare anche noi qualche frutto dall’insegnamento dell’Apostolo.

1. Dobbiamo liberarci dal peccato.

2. Specialmente nel tempo pasquale,

3. Sigillando la nostra conversione col banchetto eucaristico.

1.

Fratelli: Togliete via il vecchio fermento. Comunque si vogliano intendere queste parole, che l’Apostolo indirizza ai Corinti, è certo che li esorta a vivere santamente, lontani da ogni peccato, tanto più che si avvicinava la solennità di Pasqua. « Non c’è uomo che non pecchi », dice Salomone (3 Re, VIII, 46). E si pecca non solo venialmente: da molti si pecca mortalmente con la più grande indifferenza. Forse cesserà il peccato di essere un gran male, perché è tanto comune? Una malattia non cessa di essere un gran male, perché molto diffusa; e il peccato non cessa di essere il gran male che è, perché commesso da molti. Dio, autorità suprema, ci dice: «Osservate la mia legge e i miei comandamenti» (Lev. XVIII, 5). E noi non ci curiamo della sua legge e dei suoi comandamenti, che mettiamo sotto i piedi. Quale guadagno abbiamo fatto col peccato, e qual vantaggio riceviamo dal non liberarcene? Se non hai badato al peccato prima di commetterlo; consideralo almeno ora che l’hai commesso. Col peccato avrai acquistato beni, ma hai perduto Dio. Avrai avuto la soddisfazione della vendetta; ma ti sei meritato un condegno castigo; perché « quello che facesti per gli altri sarà fatto per te: sulla tua testa Dio farà cadere la tua mercede » (Abdia, 15). Se non aggraverà su te la sua mano in questa vita, l’aggraverà nella futura. Avrai provato godimenti terreni, ma hai perduto il diritto ai godimenti celesti. Ti sei attaccato a ciò che è momentaneo, ma hai perduto ciò che è eterno. Ti sarai acquistata la facile estimazione degli uomini, ma hai perduto l’amicizia di Dio. Hai abusato un momento della libertà; ma sei caduto nella schiavitù del peccato. « Che cosa hai perduto, che cosa hai acquistato?… Quello che hai perduto è più di quello che hai acquistato » (S. Agostino Enarr. in Ps. CXXIII, 9). – Il peccatore, però, da questo stato di perdita può uscire, rompendo le catene del peccato. Egli lo deve fare. Dio stesso ve lo incoraggia: « Togliti dai tuoi peccati e ritorna al Signore » (Eccli. XVII, 21), dice egli. « Io non voglio la morte dell’empio, ma che l’empio si converta dalla sua via, e viva… E l’empietà dell’empio non nuocerà a lui, ogni qual volta egli si converta dalla sua empietà » (Ezechiele XXXIII, 11…. 12). Non si è alieni dal ritornare a Dio; ma non si vuole far subito. Si vuole aspettare in punto di morte. Ma la morte ha teso le reti a tutti i varchi, e frequenti sono le sue sorprese. Può coglierci da sani, quando nessuno ci pensa; può coglierci da ammalati; quando non si crede tanto vicina, o si crede di averla già allontanata. Non sono pochi quelli che muoiono senza Sacramenti, perché si illudono che la malattia non sia mortale, o che il pericolo sia stato superato. E poi, non è da insensati trattare gli affari della più grande importanza, quando non si possono trattare che a metà, con la mente preoccupata in altre cose? E nessuno affare può essere importante quanto la salvezza dell’anima nostra; ed è imprudenza che supera ogni altra imprudenza volerlo trattare quando il tempo ci verrà a mancare, quando non avremo più la lucidità della mente. – Nessuno che è condannato a portare un peso, aspetterebbe a levarselo di dosso domani, se potesse levarselo quest’oggi. Nessuno che ha trovato una medicina, che può guarire una malattia recente, si decide a prenderla quando la malattia sarà inveterata. Nel nostro interno c’è la malattia del peccato; non lasciamola progredire. Un medico infallibile, Gesù Cristo, ci ha dato una medicina per la nostra guarigione spirituale, la confessione; non trascuriamola.

2.

Cristo, che è la nostra pasqua, è stato immolato. Per i Cristiani la festa pasquale è una festa che dura per tutta la vita, perché Gesù Cristo, nella festa pasquale, si è immolato una volta per sempre. Per tutta la vita, dunque, i Cristiani devono vivere in unione con Dio, mediante la santa grazia. E se il Cristiano avesse perduta la grazia? Non deve lasciar passare la Pasqua, senza riacquistarla Nei giorni della settimana santa la Chiesa ci ha rappresentato al vivo i patimenti di Gesù; e con questa rappresentazione voleva dire: Ecco, o peccatore, a qual punto i tuoi peccati hanno ridotto l’Uomo-Dio. Ecco in quale stato si è trovato per volerti liberare da essi. Ecco la croce su cui è morto per riparare i danni della colpa. Ecco il fiele da cui fu abbeverato, ecco le spine che gli forarono il capo, ecco i chiodi che gli trapassarono le mani e i piedi, ecco la lancia che gli aperse il costato, da cui uscirono acqua e sangue per lavacro delle anime. E tu rifiuterai di purificarti in questo lavacro? Davanti allo spettacolo di Dio che muore in croce per liberare gli uomini dal peccato, persino la natura si commuove: la terra trema, e le pietre si spezzano, e tu solo, o Cristiano resterai indifferente, mostrandoti più duro delle pietre? Imita piuttosto la moltitudine convenuta a quello spettacolo, che « tornava battendosi il petto » (Luc. XXIII, 48). Questa mattina la Chiesa ti invita a risorgere dal peccato col ricordo della risurrezione di Gesù Cristo. Essa ti rivolge le parole del salmista: « Questo giorno l’ha fatto il Signore, esultiamo e rallegrandoci in esso » (Salm. CXVII, 24. — Graduale —). Come prender parte all’esultanza della Chiesa in questo giorno, se l’anima nostra è morta alla grazia? Poiché l’esultanza che la Chiesa ci domanda non è l’esultanza delle piazze, delle osterie, dei caffè, degli spettacoli. È l’esultanza che viene dalla riconciliazione dell’uomo con Dio, dalla riacquistata libertà di suoi figli. Il peccatore non è insensibile all’invito della Chiesa. Ma la voce della Chiesa è soffocata da un’altra voce, per lui più forte, dalla voce del rispetto umano. Che diranno, se si verrà a sapere che sono andato a confessarmi? Se si tratta di curare una ferita non si ascoltano le voci dei profani, ma quella del chirurgo. Trattandosi di guarire le ferite prodotte dal peccato, saremmo ben stolti, se dessimo più peso alle chiacchiere dei negligenti, dei superbi, dei viziosi, che alla voce autorevole della Chiesa. Pensa quale consolazione procurò alla vedova di Naim la risurrezione del figlio. Le lagrime che avevano commosso Gesù, ora si sono cangiate in lagrime di consolazione. « Di quel giovane risuscitato gioì la vedova madre; degli uomini risuscitati spiritualmente goda ogni giorno la santa madre Chiesa» (S. Agostino Serm. 98, 2). Nel suono delle campane più festoso del solito essa vorrebbe farti sentire le parole dell’Apostolo: «E’ ora di scuoterci dal sonno» (Rom. XIII, 11). Svegliati, dunque, e non voler persistere nel pericolo di passare, senza svegliarti, dal sonno del peccato al sonno della morte.

3.

Gli Ebrei, purificata la casa da tutto ciò che era fermentato, mangiavano l’agnello pasquale. I Cristiani, devono anch’essi mangiare il vero Agnello pasquale, di cui l’antico agnello era tipo. Purificati, nella confessione, dal lievito dei peccati della vita trascorsa, con coscienza pura e retta intenzione, partecipino al banchetto pasquale. È quanto inculca l’Apostolo. Pertanto celebriamo la festa non col vecchio lievito, ne col lievito della malizia e della perversità; ma con gli azimi della purità e della verità.Quando si fanno feste solenni il banchetto ha sempre una parte principale. Il banchetto eucaristico deve avere una parte principalissima nella letizia della solennità pasquale. Poco importa assidersi a un banchetto materiale, se l’anima si lascia digiuna.« Peccando non abbiamo conservato né la pietà, né la felicità; ma, pur avendo perduto la felicità, non abbiam perduto la volontà di essere felici» (De Civitate Dei, L. 22, c. 30). L’uomo ha perduto il Paradiso terrestre, ma vi ritornerebbe ancor volentieri. Il Paradiso terrestre, perduto da Adamo, non possiamo più possederlo; ma possiamo possedere, ancor pellegrini su questa terra, un altro paradiso. Sta da noi, dopo aver preparato l’anima nostra ad accogliere l’Ospite divino, andargli incontro, riceverlo, metterlo nell’anima nostra, come su un piccolo trono. Il nostro cuore diventerebbe l’abitazione di Dio, e, dove c’è Dio, c’è il Paradiso. La Chiesa vorrebbe che noi li gustassimo sovente questi momenti di Paradiso. E, visto che noi non siamo tanto docili alla sua voce, ci prega, ci scongiura, ci comanda di voler provare queste delizie interne almeno a Pasqua. are Pasqua! Due parole che spaventano tanti Cristiani, e che, invece, dovrebbero essere accolte con la brama con cui un assetato accoglie l’annuncio d’una vicina sorgente ristoratrice. Accostarsi alla Confessione e alla Mensa eucaristica, vuol dire mettere il cuore in pace, trovare la felicità perduta.Sulla fine d’Ottobre del 1886 si presenta al confessionale dell’abate Huvelin, nella chiesa di S. Agostinoa Parigi, un giovane ragguardevole, Carlo de Foucald. Era stato luogotenente dei Cacciatori d’Africa, coraggioso e fortunato esploratore del Marocco. Nel suo cuore c’era l’inquietudine e la tristezza.« Signor abate — dice dopo un leggero inchino —io non ho la fede, vengo a chiederle d’istruirmi ». L’abate Huvelin lo guardò: « Inginocchiatevi confessatevi a Dio; crederete ». — « Ma non sono venuto per questo». —« Confessatevi ».Quel giovane cedette. S’inginocchiò, e confessò tutta la sua vita. Quando il penitente fu assolto, l’abate gli domanda: « Siete digiuno? » — « Sì ». — « Andate e comunicatevi». Il giovane si accostò subito alla sacra Mensa e fece « la sua seconda Prima Comunione ». Quella Confessione e quella Comunione furono il principio d’un’altra vita. Egli esce dal tempio con la pace nel cuore; pace che gli trasparisce sempre dagli occhi, dal sorriso, nella voce e nelle parole. Egli, da oggi, si prepara alla vita di trappista, di sacerdote, di eremita, che finirà nel Sahara, dopo esser vissuto vittima di espiazione per sé e per gli altri (Renato Bazin, Carlo de Foucauld. Traduzione dal Francese di Clelia Montrezza. Milano 1928, p. 48-49). Forse, il pensiero di dover cominciare una vita nuova, dopo essersi accostati alla Confessione e alla Comunione, intrattiene parecchi dal compiere il loro dovere in questi giorni. Eppure è nostro interesse procurare al nostro cuore una pace vera e una santa letizia, oltre essere nostro dovere è nostro interesse, e massimo interesse, incominciare una vita nuova, intanto che ne abbiamo il tempo; senza contare che « una grave negligenza richiede anche una maggiore riparazione» (S. Leone M. Serm. 84, 2). Facciamo una buona Pasqua col proponimento di camminare in novità di vita, e di non volere imitare gli Ebrei, che dopo aver mangiato l’agnello pasquale nella notte della loro liberazione, rimpiangono l’Egitto, la terra della loro oppressione. « Noi pure mangiamo la Pasqua, cioè Cristo… Nessuno di coloro che mangiano questa pasqua si rivolga all’Egitto, ma al cielo, alla superna Gerusalemme » (S, Giov. Crisost.); da dove ci verrà la forza di compiere il nostro pellegrinaggio, senza ritornare sui passi della vita passata.

Alleluja 

Alleluia, alleluia Ps. CXVII:24; CXVII:1 Hæc dies, quam fecit Dóminus: exsultémus et lætémur in ea. 

[Questo è il giorno che fece il Signore: esultiamo e rallegriàmoci in esso.] 

V. Confitémini Dómino, quóniam bonus: quóniam in saeculum misericórdia ejus. Allelúja, allelúja. 

[Lodate il Signore, poiché è buono: eterna è la sua misericòrdia. Allelúia, allelúia.] 1 Cor V:7 

V.Pascha nostrum immolátus est Christus. 

[Il Cristo, Pasqua nostra, è stato immolato.]

Sequentia

“Víctimæ pascháli laudes ímmolent Christiáni. Agnus rédemit oves: Christus ínnocens Patri reconciliávit peccatóres. Mors et vita duéllo conflixére mirándo: dux vitæ mórtuus regnat vivus. Dic nobis, María, quid vidísti in via? Sepúlcrum Christi vivéntis et glóriam vidi resurgéntis. Angélicos testes, sudárium et vestes. Surréxit Christus, spes mea: præcédet vos in Galilaeam. Scimus Christum surrexísse a mórtuis vere: tu nobis, victor Rex, miserére. Amen. Allelúja.” 

[Alla Vittima pasquale, lodi òffrano i Cristiani. – L’Agnello ha redento le pécore: Cristo innocente, al Padre ha riconciliato i peccatori. – La morte e la vita si scontràrono in miràbile duello: il Duce della vita, già morto, regna vivo. – Dicci, o Maria, che vedesti per via? – Vidi il sepolcro del Cristo vivente: e la glória del Risorgente. – I testimónii angélici, il sudàrio e i lini. – È risorto il Cristo, mia speranza: vi precede in Galilea. Noi sappiamo che il Cristo è veramente risorto da morte: o Tu, Re vittorioso, abbi pietà di noi. Amen. Allelúia.]

Evangelium 

Sequéntia  sancti Evangélii secúndum Marcum. 

 Marc. XVI:1-7.

“In illo témpore: María Magdaléne et María Jacóbi et Salóme emérunt arómata, ut veniéntes úngerent Jesum. Et valde mane una sabbatórum, veniunt ad monuméntum, orto jam sole. Et dicébant ad ínvicem: Quis revólvet nobis lápidem ab óstio monuménti? Et respiciéntes vidérunt revolútum lápidem. Erat quippe magnus valde. Et introëúntes in monuméntum vidérunt júvenem sedéntem in dextris, coopértum stola cándida, et obstupuérunt. Qui dicit illis: Nolíte expavéscere: Jesum quǽritis Nazarénum, crucifíxum: surréxit, non est hic, ecce locus, ubi posuérunt eum. Sed ite, dícite discípulis ejus et Petro, quia præcédit vos in Galilǽam: ibi eum vidébitis, sicut dixit vobis.” 

[In quel tempo: Maria Maddalena, Maria di Giacomo, e Salòme, comperàrono degli aromi per andare ad úngere Gesú. E di buon mattino, il primo giorno dopo il sàbato, arrivàrono al sepolcro, che il sole era già sorto. Ora, dicévano tra loro: Chi mai ci sposterà la pietra dall’ingresso del sepolcro? E guardando, vídero che la pietra era stata spostata: ed era molto grande. Entrate nel sepolcro, vídero un giòvane seduto sul lato destro, rivestito di càndida veste, e sbalordírono. Egli disse loro: Non vi spaventate, voi cercate Gesú Nazareno, il crocifisso: è risorto, non è qui: ecco il luogo dove lo avévano posto. Ma andate, e dite ai suoi discépoli, e a Pietro, che egli vi precede in Galilea: là lo vedrete, come vi disse.]

Omelia II

[Mons. G. Bonomelli: MISTERI CRISTIANI, Brescia, Tip. E libr. Queriniana; vol. II, 1894]

RAGIONAMENTO I

Risurrezione di Cristo e la ragione umana.

[Mons. G. Bonomelli: Misteri Cristiani, vol. II, Queriniana, Brescia, 1894]

Nell’augusta nostra Religione vi è un fatto solenne e strepitoso, che è il vertice della vita di Cristo, che getta una luce sfolgorante sulla sua divina missione, che suggella tutta l’opera sua e fa scintillare sulla sua fronte gli infiniti splendori della sua divinità: voi mi avete già compreso: esso è il fatto della sua Risurrezione, che la Chiesa in questo giorno, con tutta la pompa del sacro rito e con santo tripudio del suo cuore, rammenta e festeggia. Tutta la nostra Religione, tutta la nostra fede poggia, come sulla sua pietra fondamentale, su questa verità: Gesù Cristo è vero Dio. – Ora le prove svariatissime della divinità di Gesù Cristo si legano e si intrecciano tra loro per guisa, che tutte mettono capo e quasi si incentrano nel gran fatto della Risurrezione. È questo il miracolo dei miracoli, la prova delle prove della sua Divinità: se questa non regge agli assalti della ragione umana e della miscredenza, tutto intero si sfascia l’edificio della nostra fede: se questa prova sta salda di fronte agli assalti dei nemici tutti, con essa e per essa sta ritta in piedi la grand’opera di Cristo, la Chiesa, e con la Chiesa e per la Chiesa la sua dottrina. Ecco perché gli Apostoli, fin dal primo dì che annunziarono il Vangelo, appellarono costantemente al miracolo della Risurrezione: ecco perché 1’Apostolo gridava ai Corinti – Se Cristo non è risuscitato, è vana la nostra predicazione, vana ancora la nostra fede; noi siamo falsi testimoni di Dio, voi siete ancora nei vostri peccati…. e siamo i più miserabili di tutti gli uomini (Iai Cor. XV, 14, 15, 17, 19) – Questo gran fatto, questo gran miracolo della Risurrezione da oltre diciotto secoli, cioè dal dì che fu annunziato fino ad oggi, è divenuto il bersaglio degli assalti più fieri della miscredenza. Dopo tante e sì lunghe prove: dopo tante e sì vergognose sconfitte, pareva che la miscredenza, fatta più savia, dovesse darsi per vinta e cessare dagli assalti. Ma non è così: gli uomini della miscredenza moderna, simili ai giganti della favola, proseguono nella loro lotta e confidano di dare la scalata al cielo, di balzare dal suo trono Cristo stesso, ed eccoli tutti affaccendati intorno al fondamento della sua Divinità, il miracolo della Risurrezione: agli ordigni antichi di guerra aggiungono i nuovi e fanno ogni sforzo per scrollarlo e rovesciarlo. Ma sono fanciulli, che, martellando la base granitica della più superba vetta dell’Alpi, credono di atterrarla. Si, dilettissimi figli! È certamente cosa che affligge e addolora il vederci costretti dopo tanti secoli a ripigliare le armi usate già dai primi apologisti per difendere il fatto e insieme il dogma capitale della nostra fede. Ma se è necessità il farlo, si faccia. La nostra fede non teme né le occulte insidie, né gli scoperti assalti della miscredenza, sia antica, sia moderna, da qualsivoglia parte le vengano. Essa attende a pie’ fermo i suoi nemici e sul terreno della pura ragione accetta qualunque combattimento, ad armi uguali. Il fatto, su cui poggia la massima prova della Divinità di Cristo, è la sua Risurrezione: gli nomini della miscredenza lo negano: la Chiesa l’afferma ed oggi canta per tutto il mondo – Resurrexit Dominus vere -. Io vi do parola di mostrarvi a tutto rigore questo fatto e questo miracolo, e di mostrarvelo, notatelo bene, con la sola ragione. Voi, che tenete salda la fede, vi sentirete in essa rinfrancati: e se tra voi che mi ascoltate, vi fosse alcuno che ha smarrita la fede, o in essa vacilla, dovrà toccare con mano che il fondamento della nostra Religione non paventa la luce della più severa discussione, della critica più inesorabile e non domanda di meglio che d’essere chiamato in giudizio. L’argomento è vasto e vi prego che non mi venga meno la vostra attenzione e la vostra pazienza, di cui forse avrò bisogno. Gesù Cristo è Egli veramente risorto? Si può dimostrare con la sola ragione ? L’una e 1’altra cosa io affermo e voi siate giudici se attengo la mia promessa. – Il fatto o miracolo, che siamo per esaminare, ha due parti distinte, ma inseparabili, la morte e la Risurrezione: non vi è Risurrezione vera di Cristo se non è preceduta da una morte vera: non occorre dimostrarlo. Ora la morte e la Risurrezione di Cristo sono due fatti, e come tutti i fatti, non si possono provare che con la testimonianza. Nessuno adunque esiga prove matematiche o metafisiche; l’argomento non le comporta. Né vi sia chi creda la certezza dei fatti essere inferiore alla certezza delle prove matematiche. Chi di voi dubita che i Romani siano stati disfatti a Canne, che Cesare sia stato trucidato, che Napoleone sia morto a S. Elena? Nessuno. E come e perché voi tenete questi fatti con assoluta certezza? Li avete voi veduti? No. Ve li accertano uomini degni di fede e vi basta: la vostra certezza è incrollabile. Ma quali condizioni si domandano perché voi possiate prestare pienissima fede ai testimoni che affermano un fatto qualunque? Due condizioni sono necessarie e bastevoli: che i testimoni non si ingannino, né vogliano ingannare: in altri termini, si domanda in essi la scienza di ciò che asseriscono e la probità o sincerità. Poste queste due condizioni essenziali, la loro testimonianza è irrecusabile e la certezza che ne deriva, assoluta. Sulla affermazione di due o tre testimoni forniti di queste due doti, un tribunale condanna a vita ed anche all’estremo supplizio un uomo come uno scellerato. Si può dare certezza maggiore? Ed ora a noi, o fratelli. Eccovi i due fatti della morte e della Risurrezione di Cristo: sono due fatti esterni, che cadono entrambi sotto dei sensi e che per conseguenza non si possono provare che con la testimonianza di uomini degni di fede. Li abbiamo noi questi uomini degni di fede? Sì, e tali che per numero e qualità non potrebbero essere più autorevoli. E da prima accertiamoci sulla verità della morte di Cristo. Abbiamo quattro scrittori di quattro libri distinti, che si chiamano Vangeli: Matteo, Marco, Luca e Giovanni: tutti e quattro sono contemporanei ai fatti che narrano e due han visto ciò che scrivono. Tutti e quattro, narrati i patimenti di Cristo e la sua crocifissione, dicono semplicemente: – Egli spirò -. Altri testimoni, Pietro, Paolo, Giacomo, lo ripetono nelle loro lettere, e con loro lo attestano in modo diretto e indiretto tutti quelli che vissero con Gesù Cristo e lo seguirono. Per voi, uomini della critica e della scienza, basta l’autorità di Platone, di Cicerone, di Tacito e di Svetonio per essere certi della morte di Socrate, di Cesare, di Caligola, di Claudio: perché per essere certi della morte di Cristo non vi basterà la testimonianza dei biografi di Lui e degli storici o scrittori contemporanei? Testimoni della morte di Cristo sono i Giudei, gli Scribi, i Sacerdoti, gli Anziani, i Farisei e tutta quella gran folla, che lo seguì sul Calvario, che contemplò e contò con gioia crudele le ore e quasi i minuti della sua agonia. Era la vigilia della maggior festa d’Israele,, la Pasqua, e una moltitudine immensa da ogni angolo della Palestina traeva a Gerusalemme. Il nome di Gesù, del gran profeta e taumaturgo, risuonava dovunque, e immaginate voi qual turba dovesse accorrere al Calvario, appena si sparse la voce ch’Egli là doveva essere confitto in croce. In mezzo a quella turba e più presso alla croce, su cui agonizzava Gesù, stavano senza dubbio i suoi implacabili nemici, lieti della vittoria e aspettanti l’estremo anelito della odiata loro vittima. Pensate voi se, memori della promessa ripetuta da Cristo – Risorgerò dopo tre dì – non dovevano accertarsi della sua morte! Non è tutto: Gesù la sera del giorno innanzi aveva sofferto tale stretta di cuore da cadere in deliquio e sudar sangue: la notte era stata orribile: abbandonato, rinnegato e tradito dai suoi cari, lasciato in balìa d’una soldatesca feroce, che ne aveva fatto ogni strapazzo; al mattino spietatamente flagellato e coronato di spine; poi trascinato sul colle, inchiodato sulla croce, esposto così straziato e sanguinolente all’aria, al sole, divorato dalla febbre, colmo di dolori morali senza nome, senza una stilla di conforto, tutto lacero e pesto, ridotto ad una sola piaga, doveva soccombere; anzi fa meraviglia che dopo tanti dolori e sì orrida carneficina potesse vivere tre ore in croce. Aveva chinato il capo, era cessato l’anelito affannoso, il corpo tutto s’era abbandonato,, un pallore mortale si era diffuso sul suo volto e la folla spettatrice aveva gridato: – Egli è morto – La festa era imminente: i corpi dei giustiziati dovevano essere levati di là e i manigoldi venuti per il tristo ufficio, visti ancor vivi i due ladroni crocifissi a lato di Gesù, secondo la barbara usanza, a colpi di mazza, fracassarono loro le gambe e li finirono. Venuti a Gesù e, -vistolo già morto, non gli ruppero le gambe, ma uno di loro, quasi per assicurarsi della sua morte, gli diede una lanciata nel petto, che gli dovette squarciare il cuore. Poco appresso un discepolo di Gesù ne chiese il corpo a Pilato per seppellirlo; e Pilato, prima di concederglielo, ebbe a sé il centurione, che presiedeva il drappello dei soldati presenti al supplizio e, accertatosi che Gesù era veramente morto, glielo accordò. Non basta ancora: il corpo di Gesù in sul calare della notte, fu tolto dalla croce, avvolto in un lenzuolo con una mistura di cento libbre di aloe e mirra e deposto in un sepolcro nuovo scavato, secondo l’uso dei Giudei, nella viva roccia e chiusane la bocca con una grossa pietra, che fu suggellata dai Giudei stessi, i quali vi posero a guardia alcuni soldati finché fosse passato il terzo dì, entro il quale Gesù aveva promesso di risorgere. Siamo sinceri, o signori. Poniamo che Gesù non fosse veramente morto sulla croce; che la sua morte fosse un deliquio, una sincope, o se vi piace meglio, una finta morte; vi domando: poteva Egli sopravvivere chiuso là nel sepolcro, avviluppato in tanti aromi, stretto nel lenzuolo, senz’aria, senza soccorso, senza cura di sorta? Riconosciamolo; se non era morto, doveva certamente morire. – Finalmente non vogliate dimenticare, che gli Ebrei non posero mai in dubbio la realtà della morte di Cristo, che era pure il partito più sicuro per negare il miracolo della Risurrezione; ma ricorsero, come vedremo, al ridicolo espediente del furto del cadavere e della menzogna dei discepoli. Qual prova più evidente che non era possibile negare la verità della morte di Cristo? Concludiamo adunque questa prima parte del nostro ragionamento, affermando con la massima sicurezza : Gesù, allorché fu calato nella tomba, era indubitatamente morto – È Egli veramente risorto? Come è certissimo il primo fatto della morte, è certissimo altresì il secondo della Risurrezione. Sì: quei testimoni, che provano il primo fatto, provano pure anche il secondo, e, se ci si permette il dirlo e se è possibile, anche con maggior forza. Come poc’anzi ho fatto avvertire, intanto si potrebbe dubitare ragionevolmente della testimonianza di quelli che affermano un fatto qualunque in quanto ché, o li possiamo supporre ingannati e allucinati, o li possiamo credere bugiardi e ingannatori. Dimostrata la impossibilità di queste due ipotesi, la certezza del fatto rimane là in tutto lo splendore della evidenza. La critica più sottile e più diffidente può essa dar luogo al sospetto, che i testimoni della Risurrezione di Cristo si fossero ingannati, che fossero vittima d’una allucinazione? Il terzo dì dopo la morte di Cristo, il sepolcro dove fu collocato il corpo esangue, è aperto e l’intera Gerusalemme lo può vedere vuoto a tutto suo agio. Che è avvenuto di quel corpo? Non lo si saprà mai, risponde il Renan. Come, non lo si saprà mai? Volete voi gettare le tenebre sulla luce del sole e far ammutolire le mille lingue, che lo predicano dovunque e a tutti, a costo della vita? Quel Gesù, che fu deposto nel sepolcro e che là si cerca indarno, è visto da parecchie donne lungo la via; è visto dalla Maddalena presso il sepolcro; è visto da Pietro; è visto da Giacomo, è visto il giorno stesso della Risurrezione da due discepoli, che se ne andavano ad un vicino castello. È visto da sette discepoli insieme sulla riva del lago di Genezaret; è visto nel Cenacolo da dieci discepoli e poco dopo da undici ivi raccolti; è visto da centoventi persone presso Betania; è visto, scrive S. Paolo, da circa cinquecento persone, molte delle quali vivevano ancora quando l’Apostolo dettava la sua lettera. È visto da uomini, da donne, ora insieme, ora separatamente, di giorno, di notte, in casa, a mensa, sulle sponde del lago, sulla via, sul monte, in un giardino; parlano con Lui, con Lui mangiano, lo toccano, ascoltano le sue parole, lo interrogano, risponde e ciò per quaranta giorni, in Gerusalemme, nella Giudea, nella Galilea. E tutte queste apparizioni non sarebbero che illusioni e allucinazioni? Illusioni e allucinazioni, che durano sì a lungo, in tanti e sì diversi luoghi, in centinaia di persone di sesso e di carattere diverse, che cominciano nello stesso giorno e finiscono lo stesso giorno? Non nego, o signori, la potenza meravigliosa della allucinazione, gli scherzi stranissimi della fantasia. So che Teodorico vedeva sulla mensa il teschio sanguinoso di Simmaco per suo comando ucciso; so che di Socrate e di Torquato Tasso si narra come si vedessero a fianco un genio: e celebre è l’ombra di Banco, creazione del sommo tragico inglese, creazione stupenda perché rispondente alla natura umana. Ma chi mai potrebbe pareggiare a queste creazioni del genio poetico o a quegli scherzi di fantasia le apparizioni di Cristo registrate nei Vangeli, negli Atti e nelle Lettere degli Apostoli? Teodorico solo vedeva sulla sua mensa la testa di Simmaco, una sola volta e se ne comprende il perché: nessuno di quei commensali la vedeva e compativano il misero re ed erano più che certi, la sua essere una illusione. Socrate e Tasso vedevano il loro genio, ma non lo vedevano gli amici, gli scolari: era una allucinazione momentanea, conosciuta come tale, senza importanza pratica, senza nesso alcuno con la Religione. Quale immensa differenza tra queste allucinazioni e le apparizioni di Cristo per il numero, per i testimoni, per il modo, per le circostanze e per 1’importanza del fatto e della dottrina, con cui sono strettamente unite? In tutta la storia della Umanità è impossibile trovare alcun che, non dico di uguale, ma di simile alla narrazione evangelica. – Se la storia delle apparizioni di Cristo potesse dare anche solo l’ombra di sospetto d’una continuata allucinazione, dovremmo rinunciare ad ogni certezza dei sensi, la storia intera perderebbe ogni base, nessun giudice potrebbe pronunciare una sentenza, nemmeno sopra la deposizione di dieci testimoni consenzienti e cadremmo in un desolante scetticismo. E dire, o signori, che questa è la spiegazione dell’autore troppo celebre della vita di Gesù! [Renan] – Alle pie donne, e sopra tutto alla Maddalena, ai discepoli non pareva vero che Gesù fosse morto: credevano confusamente alla immortalità dell’anima; intesero alcune espressioni di Cristo come una cotal promessa della sua Risurrezione: alla Maddalena, nell’ardore della sua fede, parve di udirlo e di vederlo nell’orto: le sfuggì nell’impeto della gioia la magica parola – È risorto -. Gli Apostoli erano chiusi e silenziosi nel Cenacolo: parve loro di sentire un lieve soffio che passava sul loro capo e taluno affermò d’aver udito in quel silenzio il saluto ordinario di Gesù – Pace – Bastò: si disse: È risorto: lo abbiamo udito: l’abbiamo veduto: e così nacque e si stabilì universale e fermissima la fede nella Risurrezione di Gesù e nella sua dottrina e così nacque e si stabilì il Cristianesimo. Esso poggia sopra la allucinazione d’una donna, per un cotal contagio e per una certa tendenza alla imitazione comunicata ad altre donne ed ai discepoli! – Fratelli, arrestiamoci. Voi forse credete ch’io scherzi riportandovi questa spiegazione della Risurrezione di Cristo e che io insulti alla memoria d’un uomo, a cui non fe’ difetto l’ingegno e la coltura e un senso estetico non comune. No, non ischerzo, né insulto chichessia: ho riferito fedelmente il pensiero e la spiegazione di quell’uomo, che parve compendiare in sé tutta la scienza razionalistica moderna. Siffatte ipotesi o spiegazioni non si confutano: accennarle è sfatarle. È più facile concepire che 1’eccelso colosso del Montebianco poggi sopra la punta di un ago di quello che 1’intero Cristianesimo con tutti i suoi dogmi, con tutta la sua morale, con lo stupendo organismo della sua gerarchia poggi sulla affermazione d’una donna, che in un istante di allucinazione esclama: – Gesù è risorto! – Né qui vi spiaccia, o fratelli, por mente ad un’altra osservazione, che mi parrebbe colpa passare sotto silenzio. Non nego che le allucinazioni siano possibili, ancorché non mai nelle proporzioni, che il razionalismo gratuitamente attribuisce ai testimoni della Risurrezione di Cristo. Ma quando queste allucinazioni sono possibili? Quando gli animi sono preparati a subirle, in preda a grande aspettazione, ad ardentissimi desideri, a passioni violente. Una madre che aspetta con ansia febbrile il ritorno d’ un figlio, che piange sconsolata sopra un bambino perduto, facilmente potrà credere di vederlo, di abbracciarlo. La fantasia dà esistenza reale al desiderio vivissimo. È forse questo il caso degli Apostoli? Ma se le donne non credono a ciò che vedono? Se credono involato il corpo di Cristo? Se gli Apostoli le reputano colte da delirio? Se essi stessi, vedendo Gesù, non credono ai propri occhi e pensano di trovarsi alla presenza d’un fantasma? Se è necessario che Gesù faccia loro toccare le mani, le cicatrici del suo corpo, segga e mangi con loro? Se uno dei discepoli si ostina a negar fede ai compagni, che affermano d’ aver veduto Gesù risorto e solo allora si arrende quando con le sue mani tocca le cicatrici delle sue mani e del suo costato? Gli Apostoli adunque e le donne erano ben lungi dal dar corpo alle ombre, dall’essere vittime d’una allucinazione, essi che spinsero la incredulità oltre i confini del verosimile. Ma tutti questi testimoni della Risurrezione di Cristo, si dice, eran rozzi, ignoranti, creduli, inchinevoli ad ammettere tutto ciò che è meraviglioso e sovrannaturale. La maggior parte, si; non tutti. Ma diasi che lo fossero tutti. Qui non si tratta di lunghi e sottili ragionamenti, di cose ardue, sulle quali 1’autorità degli ignoranti non ha peso alcuno. Qui trattasi di un morto che è risuscitato: trattasi d’un fatto visibile, materiale, ripetutamente e in vari modi avvenuto. Qui non si domandano ragionamenti, discussioni, esperienze difficili: basta aver occhi, orecchi e mani, per vedere, udire e toccare e gli Apostoli e le donne avevano tutto questo al pari e forse meglio di tutti gli accademici di Parigi e del mondo. Dov’è il tribunale, che dovendo verificare il fatto d’un ferimento o d’un omicidio avvenuto sopra una piazza, rifiuti la testimonianza di dieci, di venti persone con la ragione, che sono ignoranti, rozze, illetterate? Esso esigerà soltanto di conoscere con sicurezza se hanno veduto od udito ciò che attestano e se siano moralmente degne di fede. Due cose, o fratelli, sin qui son poste fuori d’ogni controversia: Cristo veramente morì: gli Apostoli e i testimoni della Risurrezione di Lui non furono ingannati, non poterono ingannarsi, non si possono supporre giuoco d’una illusione od allucinazione. Ora procediamo nel nostro ragionamento. – Giunti a questo punto della nostra dimostrazione, per negar fede alla testimonianza degli Apostoli, dei Discepoli e delle donne affermanti d’aver visto Gesù Cristo risorto, una sola via rimane aperta ed è l’affermare francamente, che essi vollero ingannare od ingannarono. Ebbene: io assumo di provare che non solo non vollero ingannare, ma che non avrebbero potuto ingannare quando pure l’avessero voluto. A me il dimostrarlo, a voi l’ufficio di giudici severissimi. Uno sguardo, o fratelli, a questi testimoni della Risurrezione di Cristo: sono uomini semplici, rustici, ignoranti, timidi, ignari delle cose del mondo finché volete; ma sinceri, schietti,, pieni di candore, come fanciulli, impotenti a mentire. Venuti dalla Galilea, ove avevano lasciato le reti e le loro barchette, portavano seco la semplicità della campagna, la felice ignoranza degli inganni e dei raggiri. È una lode, che più volte rende loro chi ce li rappresentò come poveri illusi. Tanta è la loro schiettezza, che negli scritti lasciatici, confessano al mondo intero i loro difetti, le loro debolezze, le gare e gelosie, che tra loro si manifestavano, la grossolana loro ignoranza, i rimproveri avuti dal Maestro, i loro timori, la fuga, gli spergiuri del loro capo, il tradimento orribile del loro compagno, gli inganni, in cui caddero, le loro illusioni, la loro ostinata incredulità, e il tutto narrano senza arte, senza debolezza, senza fasto, senza scusarsi o difendersi, con una semplicità infantile. E si vorrebbe che questi uomini ingannassero i loro fratelli, il mondo intero? Questi testimoni si presentano ai loro fratelli, a tutti gli uomini, annunziatori della dottrina del loro Maestro, a cui protestano di non aggiungere, né levare una sillaba. La dottrina ch’essi professano e che predicano in pubblico e in privato, come necessaria a salute, condanna e abbomina la menzogna e l’inganno sotto qualsivoglia forma; essa si compendia in questa sentenza del Maestro: – È, è; no, no – Possiamo noi credere che i discepoli e i maestri di questa dottrina si facessero artefici e propagatori della più scellerata menzogna, del più sacrilego inganno? A chi mai può bastare 1’animo di credere tutti i discepoli di Cristo e le donne stesse sì pie, sì generose, di crederli, dico, tutti bugiardi, sacrileghi, che si beffano di Dio e degli uomini? E poi veniamo a ragionamento più serrato e decisivo. O gli Apostoli e le donne credevano alla Risurrezione di Cristo, o non credevano: se credevano od anche solo ne dubitavano, a qual partito dovevano naturalmente appigliarsi? È chiaro: dovevano dire: Cristo risorgerà, come ha promesso: aspettiamo che risorga e lo annunzieremo: Egli avrà provata la sua divina missione; e non dovevano nemmeno pensare ad architettare 1’inganno e la menzogna. O non credevano alla Risurrezione, e allora perché mentire, ingannare i fratelli, gettarsi in una lotta disperata per far servigio ad un uomo, che conoscevano per un impostore? E non dimenticate che gli Apostoli e le donne erano Giudei credenti, pieni di venerazione per Mosè e per la legge, in cui erano nati, cresciuti ed educati. Vi sembra possibile che a questa legge loro, e dei padri loro ad un tratto potessero osare di sostituirne un’altra, che troppo bene sapevano essere fondata sulla impostura? Questi Apostoli e queste pie donne, dopo la catastrofe del Calvario e perdute le speranze della Risurrezione, dovevano rientrare in se stessi; dovevano vedere la difficilissima condizione, in cui li aveva messi il Maestro; resi invisi o sospetti a tutte le autorità per Lui, che dopo promessa la Risurrezione non risorgeva. E per Lui avrebbero mentito? Lui proclamato Messia e Redentore del mondo; Lui adorato come Dio; Lui che li aveva ingannati? Che altro sperare dall’insano tentativo che vessazioni, persecuzioni e una morte come quella del Maestro, il cui cadavere doveva stare loro sotto gli occhi? Senza capo, senza amici, senza forza, fuggiti da tutti, tremanti sui pericoli che li circondavano, dovevano in fretta pigliare la via di Galilea e farsi dimenticare, ritornando alle loro barchette e alle loro reti. Ma contro ogni verosimiglianza supponiamo che non temessero né Dio, né gli uomini; che spingendo il coraggio fino all’audacia, anzi alla disperazione, persistessero nella folle idea di fondare la nuova Religione sul fatto della Risurrezione del Maestro, ch’essi sapevano impossibile: supponiamo ch’essi volessero ripigliare l’opera, in cui il maestro era sì miseramente perito, e predicandolo risorto, farlo credere Salvatore del mondo e Figlio di Dio. Per riuscire nell’intento, dovevano ordire la trama e per modo, che presentasse almeno la possibilità della riuscita. i discepoli e le pie donne e tutti i testimoni della Risurrezione dovevano darsi la parola e riunirsi a consiglio. Quando? Precisamente in quel brevissimo spazio di tempo, che corse tra la morte di Cristo e l’affermazione che era risorto; non prima, perché non credevano possibile la sua morte; non dopo, perché il profeta era già chiarito falso profeta. Vi pare possibile siffatta riunione in quei momenti di trepidazione, di confusione e di suprema angoscia? Ma diasi possibile. Il più audace tra i convenuti doveva ragionare in questi sensi: Noi sappiamo che il Maestro non risorgerà; che per Lui tutto è ornai finito; ma noi dobbiamo compire l’opera per Lui iniziata e fondare la nuova Religione, ch’Egli aveva ideato. Affermiamo audacemente la sua Risurrezione; facciamone il capo saldo della Religione e predichiamo che il Maestro è Dio, che bisogna credere in Lui; morire per Lui; è una menzogna enorme, che ci costerà carceri, esili, la morte; ma non importa: così vendicheremo il Maestro e noi stessi. Giuriamo tutti di affermare sempre e dovunque, a costo della vita, che Gesù è risorto. L’empia e insensata proposta come doveva essere-accolta ? Quei poveri Apostoli conoscevano abbastanza se stessi da sentire l’impossibilità dell’impresa: – Vivente il Maestro, siamo fuggiti tutti ieri sera; l’abbiamo abbandonato, negato; uno di noi l’ha tradito; abbiamo contro di noi l’autorità dei Romani e del nostro Sinedrio: se il Maestro fu messo in croce, che sarà di noi? Come terremo il segreto, tutti, anche le donne? Se un solo tradisce, e scopre la congiura, siamo perduti tutti. E poi come e perché ingannare il mondo? Quale il guadagno qui in terra? E potremo sfuggire al braccio di Dio? – Erano riflessioni troppo ovvie perché non si affacciassero nemmeno alla mente degli Apostoli e delle donne e rendessero impossibile 1’impresa. Ma passiamo anche su questo e poniamo che la stoltissima ed empia proposta fosse accolta da tutti. Bisognava recarla ad effetto e subito prima che passasse il terzo dì, termine ultimo della prova fissato da Cristo stesso. La cosa più necessaria ed urgente era quella di levare il corpo del Maestro dal sepolcro e farlo sparire. Ma presso quel sepolcro stavano le guardie, probabilmente straniere, e senza dubbio vegliavano più che mai, avvertite del pericolo. Si potevano corrompere e guadagnare col danaro. Sì: ma ci voleva danaro e non poco e subito: chi lo forniva, se tutti erano poveri? Chi avrebbe assunto la pericolosissima missione di farne la proposta a quei soldati? Se avessero respinta l’offerta e trascinato chi la faceva dinanzi al Sinedrio? Se, avuto il danaro, non avessero mantenuta la promessa e denunziato i corruttori? Chi poteva assicurare il segreto tanto necessario? Potevasi rapire il corpo con la forza, mettendo in fuga i soldati. Ci volevano armi e coraggio: supporre quelle e più questo in quegli uomini, in quelle angustie, è un sogno. Ma supponiamo che tentassero un colpo di mano e assaltassero le guardie. Queste vincitrici, il corpo rimaneva: vinte, avrebbero detto: siamo state soverchiate dal numero e il corpo fu involato dai discepoli e la trama nell’uno e nell’altro caso era svelata. Ma i soldati potevano dormire e lo si disse dai Giudei: i discepoli vennero e se ne portarono il corpo di Cristo e fu possibile 1’affermazione: – Gesù è risorto -. I soldati dormivano! Tutti? E gli Apostoli e i discepoli potevano supporre che dormissero? E nessuno si destò al rumore dei discepoli, che venivano e tornavano, al rumore della grossa pietra levata dalla bocca del sepolcro? È troppo. E chi disse che i soldati dormivano? I soldati istessi. E i dormenti sono testimoni? E non furono puniti come infedeli al loro dovere? È troppo. Setto od otto anni appresso un Evangelista afferma solennemente, che i capi del popolo con danaro guadagnarono i soldati, perché spacciassero la favola, che mentre essi dormivano, i discepoli avevano fatto sparire il corpo di Cristo. Chi levossi a smentire il Vangelista? Nessuno! prova evidente che non era calunnia. Ma sovrabbondiamo in concessioni con i nostri avversari. Che donne e discepoli entrassero nell’infame ed empia congiura di affermare la Risurrezione di Cristo; che riuscissero a far scomparire il cadavere di Lui e tutto ciò fosse stabilito ed eseguito in quelle quarant’ore, che trascorsero fra la morte di Cristo e il grido emesso: – E risorto -. Voi vedete che è un cumolo di cose affatto moralmente impossibili. — Non im porta. — Si conceda tutto. – Esiste la congiura di ingannare la nazione e il mondo intero: ne fanno parte necessaria tutti i discepoli e le donne e spetta a queste fare i primi passi. Una congiura di questo genere, ordita in fretta e in furia, di cui fanno parte alcune decine di uomini e parecchie donne! Consci tutti della propria e dell’altrui debolezza, provata testè a fatti, potevano essi fidarsi a vicenda? Dove tra congiurati non sia sicura ed assoluta la fiducia, la congiura non è possibile. Perché quelle donne e quei discepoli di Cristo potessero accingersi alla scelleratissima impresa, bisogna supporli tutti, senza eccezione, tristi e malvagi in sommo grado: bisogna crederli tutti senza Religione, senza coscienza. Ingannare i loro fratelli e ingannarli in ciò che vi è di più augusto e di più santo, la Religione! Tener mano ad una congiura, che ha per iscopo di rovesciare la Religione propria e de’, loro padri per fondarne un’altra, il cui autore sarebbe un impostore od un pazzo! Dite: vi sembra possibile che Apostoli ignoranti, grossolani sì, ma onesti e retti; che codeste donne pie potessero e volessero prestarsi all’opera nefanda? – E proseguiamo ancora: Chi si accinge ad una impresa scabrosa e in cui sono in giuoco non la sola quiete, ma l’onore, la libertà e la vita istessa, a due cose particolarmente deve badare: l’impresa è possibile? Se è possibile, offre essa la speranza d’una mercede proporzionata ai pericoli e alle fatiche, che si devono sostenere? Per quanto li supponiamo ignoranti e inesperti del mondo codesti Apostoli e codeste donne, è forza convenire che dovevano vedere chiarissimamente la impossibilità della disperata impresa. Si riconoscevano poveri, ignoranti, timidi, nuovi del mondo, senza credito, senza amici, senza capo; vedevano di fronte a sé l’autorità della Sinagoga, per scienza, credito, ricchezza, potere, prestigio del passato, onnipotente; vedevano dietro ad essa l’autorità romana stessa, che nel terribile dramma del Maestro per timore aveva ceduto alla Sinagoga e l’aveva abbandonato al suo furore dopo averne tentato invano la difesa. Potevano essi nutrire speranza di riuscire là dov’era fallito il Maestro? E qual mercede attendere da un’impresa sì dissennata se non le carceri, i flagelli, gli esili, la morte più crudele e il disprezzo e l’infamia nella memoria dei futuri? Erano tutte considerazioni d’una evidenza massima, che rendevano impossibile la congiura negli uomini più audaci e più perversi; che dire poi negli Apostoli e nelle donne, sì timidi, sì onesti e sì religiosi? E tempo di conchiudere il nostro ragionamento. Non si può sollevare il più lieve dubbio sulla verità della morte di Cristo: la certezza della sua Risurrezione non può essere maggiore per il numero e per la qualità dei testimoni, che l’affermano; essi non poterono essere ingannati, né allucinati; essi non ingannarono, né poterono ingannare, quand’anche per una ipotesi assurda l’avessero voluto. – Mi sembra d’aver mostrato a punta eli logica, tutto questo e chiusa ogni via a qualunque sofisma e ne appello a voi stessi, o fratelli, alla vostra ragione. Quale la conseguenza che ne discende? Questa: – Cristo è veramente risorto -. Dunque, la dottrina ch’Egli ha insegnato è vera; dunque Egli è veramente Dio, il nostro Salvatore; prostrandoci pieni di fede e d’amore per Lui, coll’apostolo Tommaso esclamiamo: – Mio Signore e mio Dio! -.

 Credo…

IL CREDO

Offertorium 

Orémus 

Ps. LXXV: 9-10.

Terra trémuit, et quiévit, dum resúrgeret in judício Deus, allelúja. 

[La terra tremò e ristette, quando sorse Dio a fare giustizia, allelúia.]

Secreta

Súscipe, quaesumus, Dómine, preces pópuli tui cum oblatiónibus hostiárum: ut, Paschálibus initiáta mystériis, ad æternitátis nobis medélam, te operánte, profíciant. 

[O Signore, Ti supplichiamo, accogli le preghiere del pòpolo tuo, in uno con l’offerta di questi doni, affinché i medésimi, consacrati dai misteri pasquali, ci sérvano, per òpera tua, di rimédio per l’eternità.] –

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio 

1 Cor V: 7-8

Pascha nostrum immolátus est Christus, allelúja: itaque epulémur in ázymis sinceritátis et veritátis, allelúja, allelúja, allelúja.

[Il Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato, allelúia: banchettiamo dunque con gli àzzimi della purezza e della verità, allelúia, allelúia, allelúia.]

Postcommunio 

 Orémus.

Spíritum nobis, Dómine, tuæ caritátis infúnde: ut, quos sacraméntis paschálibus satiásti, tua fácias pietáte concordes. 

[Infondi in noi, o Signore, lo Spírito della tua carità: affinché coloro che saziasti coi sacramenti pasquali, li renda unànimi con la tua pietà.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

SABATO SANTO (2021)

SABATO SANTO

[P. GUÉRANGER, ABATE DI SOLESMES:

L’Anno liturgico, (trad. P. Graziani – vol. I, Ed. Paoline, Alba Cuneo –  1956]

AL MATTINO

Gesù nel sepolcro.

La notte è passata sul sepolcro ove giace il corpo dell’Uomo-Dio. Ma se la morte trionfa nell’oscuro fondo d’una grotta silenziosa ed imprigiona fra le sue pareti colui che dà la vita agli esseri, il suo trionfo sarà breve. Hanno un bel vegliare i soldati all’ingresso della tomba! non potranno mai impedire al divino prigioniero di spiccare il suo volo. I santi Angeli adorano con profonda devozione il corpo esanime di Colui che col suo sangue ha « pacificato il cielo e la terra » (Col. I, 20). Il suo corpo, solo per poco separato dall’anima, è rimasto unito al Verbo; solo un momento l’anima ha cessato di animarlo, senza perdere l’unione con la Persona del Figlio di Dio. Il sangue sparso sul Calvario è pure rimasto unito alla divinità e ricomincerà a scorrere nelle vene dell’Uomo-Dio, non appena scoccherà il momento della sua risurrezione.

Eccesso dell’amore divino.

Avviciniamoci anche noi alla sua tomba e veneriamo la spoglia divina di Gesù. Ora comprendiamo gli effetti del peccato, «per il quale entrò la morte nel mondo, e la morte s’è estesa a tutti gli uomini » (Rom. V, 12). Gesù «che non conobbe il peccato» (II Cor. V, 21) ha tuttavia permesso che la morte estendesse il suo dominio sopra di Lui per diminuirne gli orrori e restituirci, con la sua risurrezione, l’immortalità perduta per il peccato. Adoriamo con la massima riconoscenza quest’ultimo annientamento del Cristo che, con la sua incarnazione, si degnò di prendere la « forma di schiavo » (Fil. II, 7), ed ora s’è abbassato ancora di più. Eccolo senza vita in una tomba! Se tale spettacolo ci rivela la spaventosa potenza della morte, ben più ci mostra l’immenso ed incomprensibile amore di Dio per l’uomo: un amore che ha superato qualsiasi eccesso, sì da poter dire, che il Figlio di Dio tanto più ci ha glorificati quanto più s’è abbassato. Come dunque ci dovrà essere cara la tomba che genera alla vita! E come dobbiamo ringraziarlo, non solo per aver voluto morire per noi sulla Croce, ma anche per avere abbracciata, per amor nostro, l’umiliazione del sepolcro!

La Madre dei dolori.

Scendiamo ora a Gerusalemme a visitare la Madre dei dolori. Anche sull’afflitto cuore è passata la notte; ma le scene del giorno si sono ripetute nella sua mente senza lasciarla in pace un istante. Ha riveduto il Figlio calpestato sotto i piedi di tutti e colare sangue da ogni parte. Quante lacrime ha già versato durante quelle lunghe ore! ed ancora non le viene reso il suo figlio Gesù! Vicino a lei Maddalena, affranta dalle emozioni che l’hanno scossa attraverso le vie di Gerusalemme e sul Calvario, è muta dal dolore; essa non altro aspetta che la luce del nuovo giorno, per ritornare al sepolcro a rivedere i resti mortali del caro Maestro. Le altre donne, non amate come Maddalena ma ugualmente care a Gesù, che le aveva viste affrontare Giudei e soldati, e stargli vicine sino alla fine, ora circondano di delicatezze la Madre, consolandosi al pensiero di alleviare il proprio dolore, quando, trascorso il Sabato, andranno con Maddalena a portare nel sepolcro il tributo del loro amore.

I Discepoli.

Giovanni, il figlio adottivo, il prediletto di Gesù, piange sul Figlio e sulla Madre. Altri Apostoli e discepoli, come Giuseppe di Arimatea e Nicodemo, visitano a loro volta questa casa di dolore. Pietro, nell’umiltà del suo pentimento, non teme di tornare alla Madre della misericordia; e tutti, sommessamente, parlano del supplizio di Gesù e dell’ingratitudine di Gerusalemme. La santa Chiesa, nell’ufficio di questa notte, ci dà un’idea dei discorsi di questi uomini, che rimasero scossi nell’intimo della loro anima da una sì terribile catastrofe. « Il giusto muore, essi dicono, e nessuno si commuove! L’abbiamo perduto di vista di fronte all’iniquità; simile ad un agnello, non ha aperto bocca, ed è stato trascinato nel luogo del dolore; ma il suo ricordo è un ricordo di pace » (Respons. 6.0 del Notturno).

L’attesa della Risurrezione.

Così discorrono questi fedeli, mentre le pie donne, in preda al dolore, si preoccupano degli onori funebri. La santità, la bontà, la potenza, i dolori e la morte di Gesù: tutto è loro presente; ma, dell’annunciata imminente risurrezione, non se ne ricordano affatto. Soltanto Maria vive di questa certezza. Lo Spirito Santo, parlando della donna forte, dice: « Durante la notte non fa spegnere la sua lucerna » (Prov. XXXI, 18). Ora questa parola oggi si compie nella Madre di Gesù. Il suo cuore non soccombe, perché sa che presto il figlio dalla tomba sorgerà alla vita. La fede nella risurrezione del Salvatore, quella fede senza la quale, come dice l’Apostolo, sarebbe vana la nostra religione (I Cor. XV, 17), è, per così dire, tutta concentrata nell’anima di Maria. La Madre della Sapienza conserva questo prezioso deposito; e, come portò in seno Colui che il cielo e la terra non possono contenere, così oggi, con la ferma e costante fede nelle parole del Figlio, essa compendia tutta la Chiesa. Sublimità del Sabato, che tra tante sue tristezze, viene ad accrescere le grandezze di Maria! La santa Chiesa ne perpetua il ricordo, ed avendo in animo di consacrare alla sua Regina un giorno alla settimana, le dedica il Sabato.

LA GIORNATA DEL SABATO SANTO

Riti dell’Ufficio.

Dai tempi più antichi il giorno d’oggi, come quello di ieri, è trascorso senza l’offerta del divino Sacrificio. Ieri la Chiesa non lo celebrò, perché l’anniversario della morte di Cristo le sembrava riempire di ricordi l’intera giornata. Per la medesima ragione si priva oggi della celebrazione del Sacrificio; perché la sepoltura di Cristo non è che la conseguenza della sua Passione, e perciò, finché il suo corpo giace inanimato nella tomba, non è opportuno rinnovare il divino mistero nel quale egli è offerto glorioso e risuscitato. Anche la Chiesa Greca, che durante la Quaresima non digiuna il Sabato, imita poi la Chiesa latina nell’estendere a questo giorno le più austere pratiche.  – Questo è un giorno di grande lutto e in esso la Chiesa si ferma sul sepolcro del Signore, medita la sua Passione e la sua Morte, fino al momento in cui, avendo celebrata la solenne Vigilia, attesa notturna della Resurrezione, essa si ammanterà di quella gioia pasquale che si manifesterà in tutta la sua grandezza nei giorni che seguiranno. Ma se la Sposa del Cristo deve oggi rimanere presso il sepolcro ove riposa il suo Signore, nondimeno essa rompe quel silenzio con il canto e la recita delle diverse ore dell’Ufficio, come ha già fatto nei giorni passati. Prima del levare del sole, inizia col canto delle Tenebre; seguono poi Prima, Terza, Nona che ricordano quanto Gesù ha sofferto, il giorno avanti, durante quelle stesse ore. Ora Gesù non soffre più e la Chiesa lo sa; riposa come vincitore e il suo trionfo è vicino. Ecco perché durante la recita dell’Ufficio, dopo aver detto: « Cristo s’è fatto obbediente fino alla morte, alla morte della croce », essa aggiunge: «per questo Iddio l’ha esaltato e gli ha dato un nome che supera ogni altro nome » e termina con questa preghiera: « O Dio onnipotente, noi anticipiamo la risurrezione del Figlio tuo con un’attesa piena di amore: fa in modo che la nostra preghiera ottenga la gloria di questa stessa resurrezione. Te lo chiediamo per Gesù Cristo nostro Signore ».

I Vespri pongono termine a questa giornata, e viene soppressa Compieta. La recita di Compieta precede normalmente il riposo, ma questa notte la Chiesa ci invita a vegliare fino al momento gioioso in cui annunzierà la risurrezione del Signore.

LA SERA

Ci sarà utile fermarci ancora qualche istante sui misteri di quei tre giorni durante i quali l’anima del Redentore rimase separata dal corpo. Questa mattina abbiamo visitato il sepolcro e adorato il sacro corpo, che la Maddalena e le compagne si accingono ad onorare fin dal primo mattino, con nuovi tributi. È giusto che anche noi, in questo momento, veneriamo l’anima santa di Gesù. Essa non è nella tomba: la dobbiamo seguire per i luoghi ove risiede, mentre attendiamo che venga a ridar vita alla membra, che sono state separate per un certo, tempo dalla morte.

L’inferno.

Esistono quattro vaste regioni, dove mai alcun vivente potrà entrare. La divina rivelazione ci ha soltanto manifestata la loro esistenza. La prima è l’inferno dei dannati, macabro soggiorno in cui satana e i suoi angeli, insieme a tutti i reprobi della razza umana, sono condannati per l’eternità alle fiamme vendicatrici. È il regno del principe delle tenebre, dov’egli non cessa mai di tramare contro Dio e l’opera sua, piani perversi e sempre sventati.

Il Limbo dei bambini.

La seconda vasta regione è il limbo, ove si trovano le anime dei bambini che uscirono da questo mondo prima d’essere battezzati. Secondo la più autorevole dottrina della Chiesa, quelli che vi dimorano non soffrono alcun tormento e, sebbene non potranno mai contemplare l’essenza divina, possono tuttavia godere una felicità naturale e proporzionata ai loro desideri.

Il purgatorio.

Una terza regione è il luogo dell’espiazione, in cui le anime uscite da questo mondo col dono della grazia si purificano da ogni macchia per essere ammesse all’eterna ricompensa.

Il limbo dei Giusti.

Infine, abbiamo il limbo dov’è prigioniera delle ombre l’intera schiera dei santi che morirono dal giusto Abele al momento in cui Gesù Cristo spirò sulla croce. Là stanno i nostri progenitori. Noè, Abramo, Mosè, David, gli antichi Profeti; Giobbe e gli altri giusti del paganesimo; i santi personaggi che sono legati alla vita di Cristo: Gioacchino, padre di Maria e Anna sua madre; Giuseppe, Sposo della Vergine e Padre putativo di Gesù; Giovanni il precursore, coi suoi genitori Zaccaria ed Elisabetta. Finché la porta del cielo non sarà aperta dal sangue redentore, nessun giusto potrà più salire a Dio. Uscendo da questo mondo le anime più sante dovettero scendere nel limbo. Molti passi dell’Antico Testamento designano gl’« inferi » come il soggiorno dei giusti che meglio hanno servito ed onorato Dio; solo nel Nuovo Testamento si cominciò a parlare del Regno dei Cieli. Però questa temporanea dimora non conosce altre pene che quella dell’attesa e della prigionia. Le anime che vi abitano possiedono sempre la grazia, certe d’una felicità che non avrà fine; esse sopportano rassegnatamente una tale severa relegazione, conseguenza del peccato, ma vedono con gioia sempre crescente l’avvicinarsi del momento della loro liberazione.

Gesù agl’inferi.

Avendo il Figlio di Dio accettato tutte le condizioni della nostra umanità, non poteva trionfarne che con la risurrezione; e le porte del cielo non si sarebbero riaperte che con la sua Ascensione; l’anima sua, separata dal corpo, doveva anch’essa scendere agl’« inferi » per condividere un poco l’esilio dei giusti. « Il Figlio dell’uomo, egli aveva detto, starà tre giorni e tre notti nel cuore della terra » (Mt. XII, 40). Ma tanto più il suo ingresso in questi luoghi doveva essere salutato dalle acclamazioni del popolo santo, quanto più doveva far pompa di maestà e mostrare la potenza e la gloria dell’Emmanuele. Nel momento in cui Gesù sulla Croce esalò l’ultimo respiro, il limbo dei giusti si vide improvvisamente illuminato da splendori celesti; l’anima del Redentore unita alla divinità del Verbo discese un istante in mezzo a quelle ombre, e del luogo d’esilio ne fece un Paradiso. Fu il compimento della promessa di Cristo morente al ladrone pentito: «Oggi sarai meco in Paradiso».

La felicità dei giusti.

Chi potrebbe ridire la felicità in questo momento dei giusti che avevano atteso da tanti secoli; la loro ammirazione e il loro amore all’apparire dell’anima divina che viene a condividere e dissipare il loro esilio? Quali sguardi di bontà getta l’anima di Gesù su quell’immensa schiera di eletti a lui preparata da tanti secoli, su questa porzione della Chiesa ch’Egli ha riconquistata col suo sangue, ed alla quale furono applicati dalla misericordia del Padre i meriti di questo sangue prezioso prima ancora che fosse versato? Noi, che all’uscire da questo mondo abbiamo la speranza di salire a Colui che ci è andato a preparare un posto in cielo (Gv. XIV, 2), uniamoci alle gioie dei nostri padri, adorando la condiscendenza dell’Emmanuele, che si degnò rimanere tre giorni nei luoghi sotterranei, per accettare e santificare tutti i destini, anche quelli transitori, dell’umanità.

Gesù vincitore di satana.

Ma in questa visita ai luoghi infernali, il Figlio di Dio manifesta anche la sua potenza. Sebbene non discenda sostanzialmente nella dimora di satana, Egli vi fa sentire la sua presenza; e il superbo principe di questo mondo deve, in questo momento, cadere in ginocchio ed umiliarsi. In quel Gesù che aveva fatto crocifiggere dai Giudei, ora riconosce proprio il Figlio di Dio. L’uomo è salvato, la morte è distrutta, il peccato è cancellato; d’ora innanzi le anime dei giusti non scenderanno più nel seno d’Abramo, ma andranno in cielo, accompagnate dagli Angeli fedeli, che le porteranno a regnare lassù col Cristo, loro divino Capo. Il regno dell’idolatria sta per soccombere; gli altari sui quali si offrivano a satana gl’incensi della terra ovunque crollano e s’infrangono. La casa dell’uomo armato viene forzata dal suo divino avversario; tutto ciò che possiede gli viene portato via (Mt. XII, 29); il libello della nostra condanna è stato portato via al serpente, e la croce che con tanta gioia aveva visto innalzare per il Giusto, è stata per lui, secondo l’energica espressione di S. Antonio, come un amo mortifero che porta in punta l’esca per il mostro marino, che si dibatte e muore dopo averla inghiottita. – Lo spirito di Gesù fa sentire pure la sua presenza ai giusti, che sospirano nel fuoco dell’espiazione. La sua misericordia porta sollievo alle loro sofferenze e ne abbrevia il tempo della prova. Molti di loro vedono in quei tre giorni finire le loro pene e si uniscono alla moltitudine dei santi per circondare di lodi e di amore colui che apre le porte del cielo. Non è contrario alla fede cristiana il pensare, con alcuni teologi, che la permanenza dell’Uomo-Dio nella regione del limbo dei bambini fu anche per loro di consolazione; ed allora essi appresero che un giorno si sarebbero congiunti ai loro corpi, e si sarebbe aperta per loro una dimora meno oscura e più ridente di quella in cui la divina giustizia li terrà prigionieri fino al giudizio finale.

Preghiera.

Ti salutiamo e ti adoriamo, anima santissima del nostro Redentore, durante le ore che ti degnasti passare insieme coi nostri padri; glorifichiamo la tua bontà ed ammiriamo la tua tenerezza verso gli eletti; ti ringraziamo per aver umiliato il nostro terribile nemico: degnati di schiacciarlo sempre sotto i nostri piedi. O Emmanuele, sei rimasto abbastanza nella tomba: è ora di ricongiungere l’anima tua al corpo. Il cielo e la terra aspettano la tua risurrezione; già la Chiesa, è impaziente di rivedere il suo Sposo. Esci dal sepolcro, autore della vita! trionfa sulla morte e regna in eterno.

LA VEGLIA PASQUALE

Durante i primi secoli, i fedeli vegliavano nella Chiesa per tutta la notte, dal sabato alla domenica, attendendo il momento gioioso della risurrezione. Di tutte le veglie dell’anno, nessuna altra era frequentata con tale entusiasmo e i fedeli che celebravano il passaggio di Cristo dalla morte alla vita, partecipavano, nel medesimo tempo, come testimoni alla solenne amministrazione del Battesimo ai catecumeni: funzione che simbolizzava il passaggio dalla morte spirituale alla vita della grazia. – La Chiesa d’Oriente ha continuato fino ad oggi l’antica tradizione di questa grande vigilia. In Occidente, a cominciare dal Medio Evo, il desiderio di accorciare l’austerità di un digiuno che durava dalla sera del Venerdì Santo fin dopo la Vigilia Pasquale, contribuì a far anticipare poco alla volta l’ora della Messa notturna della risurrezione, prima nel pomeriggio, poi a mezzogiorno e in seguito, dal XII secolo in avanti, nella stessa mattina del Sabato. Durand de Mende, verso la fine del XIII secolo, attesta che a quel tempo appena qualche Chiesa conservava l’usanza primitiva. Questa modificazione portò una specie di contraddizione tra il mistero di questo giorno e l’Ufficio divino che vi si celebra. Cristo era ancora nella tomba e già veniva celebrata la sua resurrezione, e gli stessi riti di questa Vigilia, fatti apposta per preparare l’anima al mistero della Pasqua, avevano perduto buona parte del loro significato. In più, svolgendosi oggi questa cerimonia durante le ore di lavoro, veniva resa difficile la partecipazione da parte della grande maggioranza dei Cristiani. Accogliendo il desiderio dei Pastori e dei fedeli, nel 1951 Papa Pio XII restituì la Vigilia alla sua ora normale, invitando il popolo cristiano a riprendere la tradizione della pietà dei padri.

Innanzitutto noi esporremo il piano generale di questa funzione e in seguito ne spiegheremo tutte le parti. Il centro di questa vasta cerimonia è l’amministrazione del Battesimo ai catecumeni; i fedeli devono tenerlo ben presente se vogliono seguire con utilità e intelligenza questo dramma sacro. Si comincia con la benedizione del fuoco; poi viene esposto il Cero pasquale; la cerimonia delle Letture serve a legare quanto è già stato fatto e quanto ancora avverrà; terminate le Letture si passa alla benedizione dell’acqua; essendo così preparata la materia del Battesimo, i catecumeni ricevono il sacramento della rigenerazione; in seguito, il Vescovo conferirà loro la Cresima. A questo punto, i fedeli che sono stati testimoni della rigenerazione dei neofiti vengono invitati a rinnovare gli impegni del battesimo. Ha inizio il Santo Sacrificio in ricordo della Risurrezione e i neofiti vengono ammessi per la prima volta a partecipare ai sacri misteri.

La Stazione.

A Roma, la Stazione è nella Chiesa madre e matrice di S. Giovanni in Laterano; il Sacramento della rigenerazione è amministrato nel Battistero Costantiniano. I gloriosi ricordi del IV secolo aleggiano ancora sotto le volte di questi antichi santuari; infatti ogni anno ivi si amministra il Battesimo di qualche adulto, e numerose ordinazioni aggiungono nuovi splendori alla giornata.

I. – BENEDIZIONE DEL FUOCO E DELL’INCENSO

L’ultimo Scrutinio.

Mercoledì scorso i catecumeni furono convocati per oggi all’ora di terza (le nove del mattino). È il momento dell’ultimo Scrutinio, presieduto dai sacerdoti, i quali domandano il Simbolo a coloro che non lo hanno ancora professato. Fatta la stessa cosa per l’Orazione Domenicale e per gli attributi biblici dei quattro Evangelisti, uno dei sacerdoti, dopo aver esortato gli aspiranti al Battesimo a mantenersi raccolti ed in preghiera, li congeda.

Il nuovo fuoco.

All’ora di Nona (le tre pomeridiane), il Vescovo si reca insieme a tutto il clero nella chiesa; quindi ha inizio la Veglia del Sabato Santo. Il primo rito da compiere è la benedizione del nuovo fuoco, che con la sua luce illuminerà la funzione per tutta la notte. Era usanza dei primi secoli cavare, ogni giorno, il fuoco da un ciottolo, prima dei Vespri, e con esso accendere le lampade e i ceri che dovevano ardere durante l’ufficio e rimanere accesi in chiesa fino ai Vespri del giorno seguente. La Chiesa di Roma praticava tale usanza con maggior solennità il mattino del Giovedì Santo; in tal giorno il nuovo fuoco riceveva una benedizione speciale. In seguito ad un’istruzione, che il Papa S. Zaccaria fece per lettera a S. Bonifacio, Arcivescovo di Magonza nell’VIII secolo, venivano accese col fuoco tre lampade, che poi erano custodite con diligenza in un luogo segreto. Ad esse s’attingeva la luce per la notte del Sabato Santo. Nel secolo appresso, sotto il Papa S. Leone IV, nell’847, la Chiesa di Roma finì per estendere anche al Sabato Santo l’usanza degli altri giorni dell’anno, consistente nell’ottenere il nuovo fuoco da una pietra (Questa pratica del nuovo fuoco pare sia d’origine irlandese).

Il Cristo, Pietra e Luce.

Il senso di questa simbolica osservanza, non più praticata se non in questo giorno nella Chiesa latina, è facile coglierlo ed è molto profondo. Gesù Cristo disse: « Io sono la Luce del mondo » (Gv. VIII, 12); dunque la luce materiale è figura del Figlio di Dio. Anche la Pietra è uno dei tipi sotto il quale viene nelle Scritture raffigurato il Salvatore del mondo, « Cristo è la Pietra angolare », ci dicono unanimemente S. Pietro (I Piet. 2, 6) e S. Paolo (Ef. II, 20), i quali non fanno che applicare a lui le parole della profezia di Isaia (Is. XXVIII, 16). Ma in questo momento la viva scintilla che sprizza dalla pietra rappresenta un simbolo ancora più completo: è Gesù Cristo, che balza fuori dal sepolcro incavato nella roccia, attraverso la pietra che ne suggella l’ingresso. – La tomba di Gesù è fuori delle porte di Gerusalemme; le donne e gli Apostoli dovranno uscire dalla città per recarvisi e per costatare la risurrezione. Così il Vescovo e i suoi accompagnatori usciranno dalla chiesa per portarsi sul sagrato, là ove brillerà nella notte il nuovo fuoco. Il Vescovo lo benedice con questa preghiera:

“O Dio, che per mezzo di tuo Figlio, pietra angolare, hai acceso nei fedeli il fuoco del tuo splendore, santifica questo nostro fuoco fatto scaturire dalla pietra affinché servisse alle nostre necessità; e concedi di essere tanto infiammati da queste feste pasquali di celesti desideri da poter giungere con l’anima pura alle feste pasquali dell’eterno splendore. Per lo stesso Cristo nostro Signore”. In seguito, egli asperge il fuoco con acqua benedetta e lo incensa. Ed è giusto che il fuoco misterioso, destinato a fornire la luce al cero pasquale più tardi allo stesso altare, riceva una benedizione particolare e sia salutato con trionfo dal popolo cristiano.

II. – BENEDIZIONE DEL CERO PASQUALE

A questo punto viene portato davanti al Vescovo il Cero che0 la Chiesa ha già preparato affinché riluca durante questa lunga Veglia. Questa grande torcia, tutta d’un pezzo, a forma di colonna, rappresenta il Cristo. Prima d’essere accesa, essa era simboleggiata nella colonna di nube che avvolse la partenza degli Ebrei all’uscita dall’Egitto: sotto questa prima forma essa figura il Cristo nella tomba, morto e sepolto. Quando riceverà la fiamma, vedremo in essa la colonna di fuoco che rischiara i passi del popolo santo e l’aspetto di Cristo raggiante degli splendori della sua risurrezione. Con un punteruolo, il Vescovo traccia su di essa, nei punti stabiliti per ricevere i grani di incenso, una croce. Alla cima di questa croce egli segna la lettera greca Alpha, al fondo la lettera Omega, e tra i bracci della croce quattro numeri, ossia la data dell’anno; e intanto pronuncia queste parole:

“Cristo ieri e oggi Inizio e fine

Alpha e Omega

Suoi sono i tempi

E i secoli

A Lui gloria e onore

Per tutti i secoli e per tutta l’eternità. Amen”.

Il numero di questi grani d’incenso infissi nella massa del Cero rappresenta le cinque piaghe di Cristo sulla Croce, mentre i grani stessi simboleggiano i profumi che la Maddalena e le donne avevano npreparato mentre il Cristo riposava nella tomba. A questo punto, il Diacono accende al nuovo fuoco un piccolo cero e lo presenta al Vescovo che se ne serve per accendere a sua volta il Cero pasquale dicendo:

“La luce della gloriosa risurrezione di Cristo dissipi le tenebre del cuore e dello spirito.”

Poi benedice il Cero recitando questa preghiera:

“Fa’ scendere, o Signore, su questo cero acceso l’effusione abbondante delle tue benedizioni; accendi tu stesso questa luce che deve rischiararci in questa notte, o invisibile rigeneratore; affinché il sacrificio che ti viene offerto durante questa notte sia illuminato dal tuo fuoco misterioso e affinché in ogni luogo ove sia portato quanto ora viene benedetto, la potenza e la malizia del diavolo venga vinta e vi trionfi la potenza della tua divina maestà. Amen”.

Durante questa cerimonia sono state spente tutte le luci della Chiesa. Una volta i fedeli spegnevano perfino il fuoco delle case prima di recarsi in chiesa e non accendevano le altre luci della città se non mediante questo fuoco benedetto, consegnato ai fedeli in pegno della divina risurrezione. Notiamo a questo punto un altro simbolo non meno significativo: l’estinzione di ogni luce, in questo momento significa l’abrogazione della antica legge che è cessata quando venne scisso il velo del Tempio; il nuovo fuoco simboleggia la misericordiosa promulgazione della legge nuova che Gesù Cristo ha portato dissipando tutte le ombre della prima alleanza.

III. – PROCESSIONE SOLENNE E MESSAGGIO PASQUALE

A questo punto il Diacono veste la stola e la dalmatica bianca, prende il Cero pasquale acceso ed entra nella chiesa buia in testa al corteo. Dopo un breve cammino la processione si ferma e tutti si voltano verso il Cero che il diacono solleva ben alto e mentre canta:

Luce di Cristo.

Tutti rispondono: ringraziamo Dio.

Questa prima apparizione della luce proclama la divinità del Padre che si è manifestato a noi attraverso Gesù Cristo: « Nessuno conosce il Padre – ha detto Gesù – se non il Figlio e colui al quale il Figlio avrà voluto rivelarlo» (Mt. XI, 27).

Tutti si alzano e il Vescovo che ha benedetto il Cero pasquale accende alla sua fiamma la sua candela e la processione riprende verso la chiesa. – Al centro della chiesa la processione si ferma ancora e tutti si inginocchiano mentre il diacono canta per la seconda volta in un tono leggermente più alto: Luce di Cristo.

Tutti rispondono: ringraziamo Dio.

Questa seconda ostensione della luce ci parla della divinità del Figlio che si manifestò agli uomini nella incarnazione rivelando loro la sua uguaglianza di natura col Padre.

Il clero e gli altri ministri accendono le loro candele al Cero pasquale e poi la processione continua fino a che il diacono giunge all’altare. Allora alza il Cero per la terza volta mentre tutti si inginocchiano e canta:

Luce di Cristo.

Si risponde sempre: ringraziamo Dio.

Tutti allora si alzano e accendono le candele al Cero. Questa terza ostensione della luce proclama la divinità dello Spirito Santo che ci è stato rivelato da Gesù Cristo quando impose agli Apostoli il solenne precetto che la Chiesa sta per mettere in pratica questa notte: «Andate ed ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figliolo e dello Spirito Santo» (Mt. XXVIII, 19). Per mezzo del Figlio che è « luce del mondo », gli uomini hanno conosciuto la SS. Trinità: il Vescovo, prima di procedere al loro Battesimo, chiederà ai catecumeni di professare la loro fede in essa; a questo punto s’accendono col nuovo fuoco le lampade che stanno appese in chiesa. Tale accensione ha luogo subito dopo quella del Cero pasquale, perché la conoscenza della risurrezione del Salvatore si diffuse successivamente, fino a che tutti i fedeli non ne furono rischiarati. Tale succedersi ci dimostra inoltre che la nostra risurrezione sarà la continuazione e l’imitazione di quella di Gesù Cristo il quale ci apre la via da percorrere per riacquistare l’immortalità, dopo essere, come Lui, passati nella tomba. – Il primo compito del nuovo fuoco è di annunziare gli splendori della Trinità. Ma ora servirà alla gloria del Verbo Incarnato, completando il magnifico simbolo che d’ora innanzi deve attirare i nostri sguardi. – Salito il Vescovo sul trono, il Diacono, lasciato il Cero, viene ad inginocchiarsi ai suoi piedi e chiede la benedizione per compiere il suo solenne ministero. Il Vescovo gli risponde: “Il Signore sia nel tuo cuore e sulle tue labbra affinché tu possa annunziare con dignità e competenza la proclamazione della Pasqua.”

Il Cero pasquale è stato posto sul candeliere in mezzo al presbiterio; il Diacono incensa il leggìo, gira attorno al Cero incensandolo da tutte le parti, ritorna davanti al leggio e inizia il canto dell’Exultet mentre tutti tengono la candela in mano. Negli elogi che il Diacono prodiga a questo Cero glorioso già si sente echeggiare l’annuncio della Pasqua; nel celebrare le lodi della divina fiaccola, di cui il Cero è l’emblema, egli compie la funzione di araldo della Risurrezione dell’Uomo-Dio. Unico ad essere rivestito di bianco, mentre il Vescovo indossa i colori della Quaresima, il Diacono fa sentire la sua voce nella benedizione del Cero con una libertà che non è consentita di solito alla presenza del Sacerdote, e tanto meno del Vescovo. Gl’interpreti della Liturgia c’insegnano che il Diacono rappresenta, in questo momento, la Maddalena e le altre pie donne, che per i primi ebbero l’onore d’essere edotti da Gesù della propria risurrezione e furono incaricati d’avvertire gli Apostoli ch’Egli era uscito dalla tomba e li avrebbe preceduti nella Galilea (Codesta cerimonia era praticata in Gallia, nell’alta Italia e nella Spagna fin dallo scorcio del IV secolo. Ugualmente quella del Cero pasquale a Ravenna, ai tempi di S. Gregorio, e a Napoli nell’VIII secolo.). – Ascoltiamo pertanto i melodiosi accenti di quel sacro canto, che farà battere i nostri cuori e ci farà pregustare le allegrezze che ci riserva questa notte meravigliosa. Il Diacono esordisce con questo lirico tono:

“Esulti ormai l’angelica schiera celeste, esultino divini i misteri, e la vittoria di sì gran Re annunci la tromba della salvezza. Goda pure la terra illuminata dai raggi di tanti fulgori, e resa brillante dallo splendore del Re eterno, si senta sgombra dalla caligine del mondo intero. Si allieti pure la Madre Chiesa adornata degli splendori di tanta luce, e questo tempio risuoni delle acclamazioni dei popoli. Perciò, o fratelli carissimi, che assistete a tanto meraviglioso splendore di questa santa luce, invocate insieme con me, ve ne prego, la misericordia di Dio onnipotente; affinché Egli che, senza alcun mio merito, si è degnato di aggiungermi al numero dei Leviti, infondendo in me lo splendore della sua luce, faccia sì ch’io possa dir tutte le lodi di questo Cero. Per nostro Signore Gesù Cristo suo Figlio, il quale vive e regna Dio con lui nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli”.

R. Così sia.

V. Il Signore sia con voi.

R. E col tuo spirito.

V. In alto i cuori.

R. Li abbiamo al Signore.

V. Ringraziamo il Signore Dio nostro.

R. È degno e giusto.

È veramente degno e giusto acclamare, con tutte le forze del cuore, dell’anima e della voce, l’invisibile Dio Padre onnipotente e il suo Figlio Unigenito, nostro Signore Gesù Cristo. Il quale ha per noi pagato all’eterno Padre il debito d’Adamo, e col pio sangue ha cancellato la nota delle pene dell’antica colpa. Queste, infatti, son le feste pasquali in cui viene immolato il vero Agnello che col sangue consacra le porte dei fedeli. È questa la notte in cui, dopo aver tratti i figli d’Israele, nostri padri, dall’Egitto, li facesti passare a piedi asciutti attraverso il Mar Rosso. È dunque questa la notte in cui lo splendore della colonna di fuoco ha cacciato le tenebre dei peccati. Questa è la notte che oggi, dopo aver per tutto il mondo sottratti dai vizi del secolo e dalla caligine del peccato quelli che credono in Cristo, li restituisce alla grazia, li unisce alla società dei santi. Questa è la notte in cui, spezzate le catene della morte, Cristo esce vittorioso dalla regione dei morti. – Nulla certo ci avrebbe giovato il nascere senza il benefizio della redenzione.

Oh! meravigliosa degnazione della tua pietà verso di noi.

Oh! eccesso incomprensibile di carità: per redimere il servo hai abbandonato alla morte

il Figlio!

Oh! certamente necessario peccato d’Adamo! ch’è stato cancellato dalla morte di Cristo!

Oh! felice colpa, che meritò d’avere tale e tanto Redentore.

Oh! notte veramente beata, che sola meritò di conoscere il tempo e l’ora in cui Cristo risuscitò dalla regione dei morti! Questa è la notte di cui sta scritto: La notte diverrà luminosa come il giorno; e: La notte è la mia luce nelle mie delizie. Difatti la santità di questa notte bandisce i delitti, lava le colpe, ridona l’innocenza ai caduti, l’allegrezza ai mesti; fuga gli odii, fa ritornare la concordia, e, sottomette gl’imperi. Accetta dunque in questa gradita notte, o Padre santo, il sacrificio serale di quest’incenso, che nell’offerta di questo Cero, frutto del lavoro delle api, ti fa la santa Chiesa per mezzo dei suoi ministri. Ma già conosciamo la gloria di questa colonna, che la brillante fiamma accende in onore di Dio. Questa fiamma, sebbene divisa in parti, non diminuisce comunicando la sua luce. Essa, infatti, viene alimentata dalla cera liquefatta che la madre ape ha prodotto per questa preziosa lampada.

O notte Veramente beata, che spogliò gli Egiziani ed arricchì gli Ebrei!

Notte in cui alle terrene s’uniscono le cose celesti, alle umane le divine.

Ti preghiamo dunque, o Signore, a far sì che questo Cero, consacrato al tuo nome per dissipare le tenebre di questa notte, duri sino in fondo senza venir meno e, ricevuto in odore di soavità 0sia unito ai celesti splendori. Trovi ancora la sua fiamma l’Astro del mattino, quell’Astro, dico, che non conosce tramonto, quello che, risorto dalla regione dei morti, brilla sereno sopra il genere umano.

Ti preghiamo adunque, o Signore, a concedere tempi tranquilli in queste gioie pasquali, di reggere, governare e conservare con protezione continua noi tuoi servi, tutto il clero, il devotissimo popolo, insieme al beatissimo nostro Papa Gregorio, e al nostro Vescovo N. Volgi ancora lo sguardo a coloro che ci reggono col potere e, per il dono della tua ineffabile pietà e misericordia, dirigi i loro pensieri alla giustizia e alla pace, affinché dopo la terrena fatica raggiungano la patria celeste insieme con tutto il tuo popolo. Per lo stesso Signor nostro Gesù Cristo tuo Figlio, il quale teco vive, regna Dio nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

R. Così sia.

Terminata questa preghiera, il Diacono depone la dalmatica bianca e, indossata quella violacea, torna a lato del Vescovo. Cominciano a questo punto le lezioni prese dai libri dell’Antico Testamento.

IV. – LETTURE

Dopo tale preludio, mentre le luci della risurrezione risplendenti per tutta la chiesa rallegrano i cuori dei fedeli, ha inizio la quarta parte della Vigilia pasquale. Per completare quell’istruzione già iniziata al tempo della Quaresima si procede ora alla lettura di qualche passo delle Scritture particolarmente adatti a questa solenne circostanza. Come per le altre Vigilie dell’antica Chiesa romana, le letture di questa notte erano dapprima in numero di dodici. Al tempo della dominazione bizantina venivano lette anche in greco per i fedeli che non capivano il latino. In seguito, il numero venne ridotto a sei, numero conservato ancora oggi per il Sabato delle Quattro Tempora, oppure a quattro, come si verifica ad esempio nel Sacramentario Gregoriano e nel primo Ordo romano. L’uso delle quattro letture si conservò in diverse chiese mentre altre, e tra esse quella di Roma, erano tornate al numero di dodici. Durante queste letture i sacerdoti compivano sui catecumeni i riti preparatori del Battesimo, pieni di profondo significato. Prima tracciavano sulla loro fronte il segno della croce; poi imponevano su di loro la mano, scongiurando satana di uscire dall’anima e dal corpo per lasciare libero il posto a Gesù Cristo. Imitando l’esempio del Salvatore, toccavano con la propria saliva le orecchie dei neofiti, dicendo « Apritevi »; e poi le narici, aggiungendo: « Respirate la soavità dei profumi ». Quindi ciascun neofita riceveva l’unzione dell’Olio dei Catecumeni sul petto e fra le spalle ; ma prima di questa cerimonia, che lo consacrava atleta di Dio, il sacerdote lo aveva già invitato a rinunciare a satana, alle sue pompe e alle sue opere. Questi riti si compivano prima sugli uomini, poi sulle donne. I bambini dei fedeli, nonostante la loro piccola età, erano pure annoverati secondo il sesso; e, se fra i catecumeni si trovava qualcuno affetto da malattia, e che tuttavia si era fatto portare alla chiesa per ricevere questa notte la grazia della rigenerazione, il sacerdote pronunciava su di lui un’Orazione, nella quale si chiedeva a Dio che lo soccorresse e confondesse la malizia di satana. – L’insieme di questi riti, chiamato Catechizzazione, durava parecchio, per il gran numero degli aspiranti al Battesimo. Per questo motivo il Vescovo si era recato in chiesa fin dall’ora Nona e si era data inizio di buon’ora alla grande Veglia. Ma per tenere attenta l’assemblea durante le ore richieste dall’adempimento di tutti i riti, dall’alto dell’ambone si leggevano i brani delle Scritture più adatti alla solenne circostanza. Tali lezioni nel loro insieme completavano il corso dell’istruzione, di cui abbiamo seguito lo svolgersi durante l’intera Quaresima. – I Catecumeni oggi sono meno numerosi di un tempo e col ritorno della cerimonia alle ore notturne, questi riti preparatori potrebbero essere compiuti anche nel pomeriggio; e sempre per alleggerire questa parte della Veglia, si leggono appena quattro Letture. Esse vengono cantate davanti al Cero pasquale acceso in mezzo al presbiterio mentre tutti sono seduti e ascoltano. Dopo ogni lettura, il Diacono invita l’assemblea dei fedeli a rivolgere a Dio, in ginocchio, una preghiera silenziosa, nella quale ciascuno esprima i sentimenti che la lettura ha fatto nascere in lui. Quindi il Diacono ordina a tutti di alzarsi e il Vescovo raccoglie la preghiera di ciascuno nell’orazione detta colletta (raccogliere) che è la preghiera di tutta la Chiesa. Certi canti ispirati all’Antico Testamento e introdotti dalle stesse letture, riuniscono tutte le voci nella melodia del Tratto e mentre lo istruiscono, contribuiscono a rendere l’uditorio più attento. L’assieme di tutta la funzione presenta l’aspetto di una austera gravità: l’ora in cui Cristo risusciterà nei suoi fedeli non è ancora scoccata.

V. – PRIMA PARTE DELLE LITANIE DEI SANTI E BENEDIZIONE DELL’ACQUA BATTESIMALE

Terminate le Letture, due cantori in ginocchio in mezzo al presbiterio cantano le Litanie dei Santi fino all’invocazione « Propitius esto ». Tutti stanno in ginocchio e rispondono. A questo punto il canto viene interrotto. In mezzo al presbiterio dalla parte dell’Epistola è stato preparato un recipiente con l’acqua che dovrà essere benedetta e con quanto è necessario per questa benedizione; il Vescovo, in piedi davanti al popolo, dà inizio alla benedizione in presenza dei fedeli.

Il Vescovo dice: Il Signore sia con voi.

I fedeli rispondono: E col tuo spirito.

PREGHIAMO

“O Dio onnipotente ed eterno, riguarda propizio la devozione del popolo che rinasce ed anela, come il cervo, alle fonti delle tue acque; e concedigli propizio che la sete ispirata dalla sua fede, pel mistero del Battesimo ne santifichi l’anima e il corpo. La benedizione dell’acqua battesimale è di istituzione apostolica (Quantunque non possa vantare alcun testo del Nuovo Testamento, la benedizione dell’acqua è attestata fin dalla fine del II secolo. S. Basilio l’enumera fra le cose non scritte, ma tramandate « da una tacita e segreta tradizione »), essendo l’antichità di tale pratica attestata dai maggiori dottori, fra cui S. Cipriano, S. Ambrogio, S. Cirillo di Gerusalemme e S. Basilio. È quindi giusto che quest’acqua, strumento della più divina fra le meraviglie, nel glorificare Dio che s’è degnato associarla ai disegni della sua misericordia verso l’umanità, sia circondata di tutto quell’apparato che possa renderla anch’essa gloriosa in faccia al cielo ed alla terra. All’uscire dall’acqua, secondo l’immagine dei padri dei primi secoli, i Cristiani sono i fortunati Pesci di Cristo; niente, quindi, da stupire, se in presenza dell’elemento cui devono la vita, trasaliscano di gioia e rendano gli onori dovuti all’Autore stesso dei prodigi che la grazia sta per operare in essi. La preghiera di cui si serve il Pontefice per benedire l’acqua ci riporta alla culla della fede, per la nobiltà e la forza dello stile, per l’autorità del suo linguaggio e per i riti antichi e primitivi che l’accompagnano. Essa viene cantata sul modo solenne del Prefazio ed è pregna d’un lirismo ispirato. Il Pontefice prelude con una semplice Orazione, dopo la quale esplode l’entusiasmo della santa Chiesa, che, per richiamare l’attenzione di tutti i suoi figli, provoca le loro acclamazioni, mentre li invita ad innalzare i loro cuori, dicendo: In alto i cuori!

V. Il Signore sia con voi.

R. E col tuo spirito.

PREGHIAMO

“O Dio onnipotente ed eterno, assisti a questi misteri e sacramenti della tua grande pietà e manda lo spirito di adozione a rigenerare i nuovi popoli che il fonte battesimale ti partorisce; affinché per effetto della tua virtù si compia ciò che siamo per fare mediante il nostro umile ministero. Per il nostro Signore Gesù Cristo tuo Figlio, il quale teco vive e regna Dio nell’unità dello Spirito Santo.

V. Per tutti i secoli dei secoli.

R. Così sia.

V. Il Signore sia con voi.

R. E col tuo spirito.

V. In alto i cuori.

R. Li abbiamo già al Signore.

V. Ringraziamo il Signore Dio nostro.

R. È cosa degna e giusta.

È veramente degno e giusto, equo e salutare, che noi sempre in ogni luogo rendiamo grazie a te, o Signore santo, Padre onnipotente, Dio eterno; che con invisibile potenza operi mirabilmente l’effetto dei tuoi sacramenti. E benché noi siamo indegni d’essere ministri di sì grandi misteri, tuttavia non ci privare dei doni della tua grazia e porgi l’orecchio della tua pietà alle nostre preghiere. O Dio, il cui spirito negli stessi princìpi del mondo si portava sulle acque, affinché fin d’allora la sostanza delle acque ricevesse la virtù di santificare. O Dio che, lavando con le acque i delitti di un mondo colpevole, nella inondazione del diluvio facesti vedere la figura della rigenerazione; che allora facesti sì che il medesimo elemento divenisse misteriosamente termine del peccato e principio di virtù. Riguarda, o Signore, in faccia la tua Chiesa, e moltiplica in essa le tue rigenerazioni, tu che con l’impetuoso fiume della tua grazia rallegri la tua città, e per tutta quanta la terra apri il fonte del battesimo per rinnovare le nazioni; affinché per comando della tua maestà essa riceva la grazia del tuo Unigenito dallo Spirito Santo. Qui il Pontefice si ferma un istante, e, immergendo la mano nelle acque, le divide in forma di croce, per significare ch’esse, mediante la virtù della croce, hanno riacquistata la capacità di rigenerare le anime. Fino a che Gesù Cristo non morì sulla Croce questo meraviglioso potere era per loro solo una promessa: mancava l’effusione del sangue divino, perché ciò fosse loro conferito. È il sangue di Gesù che opera dentro l’acqua sulle anime mediante la virtù dello Spirito Santo, alla quale s’è richiamato il Pontefice. Ch’egli, con la misteriosa unione della sua divinità, fecondi quest’acqua preparata per la rigenerazione degli uomini; affinché, ricevuta la santificazione dal seno purissimo di questo fonte divino, venga fuori una creatura rinata, una generazione celeste; e tutti, sebbene distinti per sesso o per età, siano partoriti dalla grazia nella medesima infanzia. Per tuo comando, o Signore, s’allontani dunque da qui ogni spirito immondo, e stia lontana ogni malvagità e artifizio diabolico. Non vi abbia parte alcuna la potenza del nemico, non vi voli attorno con insidie, non vi si insinui di nascosto, non la corrompa né la contamini. – Dopo queste parole, con le quali il Vescovo chiede a Dio che voglia allontanare dalle acque l’influsso degli spiriti maligni, che tentano d’infettare tutto il creato, stende su di esse la mano e le tocca. L’augusto carattere del Pontefice e del Sacerdote è sorgente di santificazione; quindi il solo contatto della mano consacrata esercita già un potere sulle creature, in virtù del sacerdozio di Cristo che in lui risiede. Questa sia una creatura santa e innocente, libera da ogni assalto nemico e purgata per l’allontanamento di ogni malvagità. Sia una sorgente viva, un’acqua che rigenera, un’onda che purifica; affinché, quelli che saranno lavati in questo bagno salutare, operando in essi lo Spirito Santo, conseguano la grazia d’una perfetta purificazione. – Pronunciando poi le seguenti parole, il Vescovo benedice tre volte l’acqua del fonte, facendovi tre segni di croce. “Perciò ti benedico, o creatura dell’acqua, pel Dio vivo, pel Dio vero pel Dio santo, per quel Dio che in principio con una parola ti separò dalla terra, e il cui spirito si moveva su di te.” A questo punto, per ricordare le acque una volta destinate a fecondare il Paradiso terrestre, ch’era attraversato da quattro fiumi, il Vescovo le divide con la mano e le getta verso le quattro parti del mondo, che poco dopo dovevano ricevere la predicazione del Battesimo. Compie questo rito così profondo, dicendo le parole:

“Per il Dio che ti fece scaturire dal fonte del Paradiso, e ti ordinò d’irrigare con quattro fiumi tutta la terra; che da amara qual eri nel deserto, ti rese potabile con la sua dolcezza, e che per dissetare il popolo ti fece scaturire dalla pietra. Ti benedico anche per Gesù Cristo, unico suo Figlio, Signor nostro, il quale in Cana di Galilea, con un meraviglioso miracolo della sua potenza, ti cambiò in vino, camminò su di te e in te fu battezzato da Giovanni nel Giordano. Il quale ti fece uscire dal suo costato insieme col suo sangue, e comandò ai suoi discepoli di far battezzare in te i credenti, dicendo: Andate, ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figliolo e dello Spirito Santo.”

Qui il Vescovo sospende il tono del Prefazio e prosegue con un tono più semplice di voce. Quindi, segnata l’acqua col segno della croce, invoca su di essa la fecondità dello Spirito Santo. Mentre noi mettiamo in pratica questi precetti, tu, o Dio onnipotente assisti propizio e benigno alita. – Lo Spirito Santo porta un nome che significa Soffio; è il soffio divino, potente come un turbine, che si fece sentire nel Cenacolo. Questo divino carattere della terza Persona divina viene espresso dal Pontefice con l’alitare tre volte sull’acqua del fonte, in forma di croce; poi continua senza riprendere il tono del Prefazio. – “Tu stesso con la tua bocca benedici queste acque pure, affinché, oltre a naturale virtù di purificare, usate per lavare i corpi, ricevano anche quella di purificare le anime.” Poi prende il Cero e ne immerge l’estremità inferiore nella vasca.

Questo rito, che data dal XI secolo, esprime il mistero del Battesimo di Cristo nel Giordano, quando le acque ricevettero la caparra del loro divino potere, e lo Spirito Santo nel momento in cui, il Figlio di Dio discese nel fiume, si posò sul suo capo in forma di colomba. Oggi non è data più una semplice caparra: l’acqua riceve veramente la virtù promessa, mediante l’azione delle due divine Persone. Perciò il Vescovo, riprendendo il tono del Prefazio ed infondendo nell’acqua il Cero pasquale, simbolo di Cristo, sul quale si fermò la celeste Colomba, canta: Discenda su tutta l’acqua di questo fonte la virtù dello Spirito Santo. – Questa volta, prima di ritirare il Cero dall’acqua, il Vescovo si inchina sul fonte; e, per unire in un solo invisibile simbolo la potenza dello Spirito Santo alla virtù di Cristo, alita di nuovo sopra l’acqua, ma non più in forma di croce, sebbene tracciando col suo alito questa lettera dell’alfabeto greco, ψ, che, in questa lingua, è la prima lettera della parola Spirito, «psuke»; poi prosegue nella sua preghiera:

“E a tutta questa massa d’acqua dia la feconda efficacia di rigenerare. Toglie allora il Cero dal fonte e continua: Qui si cancellino le macchie di tutti i peccati, qui la natura creata a tua immagine e ristabilita nella sua dignità di origine, si purifichi da tutti i deturpamenti antichi; affinché ogni uomo che entra in questo sacramento di rigenerazione, rinasca alla nuova infanzia della vera innocenza.” – Dopo ciò il Vescovo di nuovo sospende il tono del Prefazio e pronuncia senza canto la seguente conclusione:

“Per nostro Signor Gesù Cristo, tuo Figlio, il quale ha da venire a giudicare i vivi e i morti e il mondo col fuoco.”

R. Così sia.

Dopo che il popolo ha risposto Amen, un Sacerdote asperge l’assemblea con l’acqua del fonte, ed un chierico minore, attingendovi un vaso pieno d’acqua, lo conserva per il servizio in chiesa e l’aspersione delle case dei fedeli.

Le preghiere per la benedizione dell’acqua sono ormai terminate; eppure la santa Chiesa non ha ancora finito di compiere, verso quest’elemento, tutto quello che ha stabilito di fare. Giovedì scorso entrò un’altra volta in possesso delle grazie dello Spirito Santo mediante la consacrazione dei Santi Oli; oggi vuole onorare l’acqua battesimale, infondendo in essa questi Oli così rinnovati che furono accolti con tanta gioia. Il popolo fedele imparerà a venerare sempre più la sorgente purificante dell’umana salvezza, nella quale sono racchiusi tutti i simboli dell’adozione divina. Quindi il Vescovo prende

l’ampolla che contiene l’Olio dei Catecumeni, e, versandolo sull’acqua, pronuncia le parole:

“Sia santificato e fecondato questo fonte dall’Olio della salute per la vita eterna di tutti i rigenerandi.”

 R. Così sia.

Allo stesso modo vi versa una parte del sacro Crisma, dicendo:

“L’infusione del Crisma di nostro Signore Gesù Cristo, e dello Spirito Santo Paraclito, sia fatta nel nome della santa Trinità.”

R. Così sia.

Da ultimo, tenendo nella destra il Crisma e nella sinistra l’Olio dei Catecumeni, li versa insieme nell’acqua e, terminando questa sacra libazione, che esprime la sovrabbondanza della grazia battesimale, conclude:

“La mescolanza del Crisma che santifica, e dell’Olio che unge e dell’acqua battesimale, sia fatta ugualmente nel nome del Padre e del Figliolo e dello Spirito Santo.”

R. Così sia.

Dopo queste parole il Vescovo sparge gli Oli Santi sulla superficie dell’acqua affinché si impregni tutta quanta di questo ultimo grado di santificazione. Essendo stata benedetta l’acqua, si può procedere all’amministrazione del Battesimo. I catecumeni sono invitati ad avvicinarsi al Vescovo, in mezzo al presbiterio. Durante i primi secoli, il Battesimo veniva amministrato non al centro del presbiterio ma al battistero che allora era fuori della chiesa e la cerimonia aveva luogo secondo questo ordine:

Il corteo si portava al luogo ove era stata preparata l’acqua: l’edificio era staccato dalla chiesa, di forma rotonda e ottagonale. Il centro era costituito da una specie di vasto bacino al quale si accedeva mediante diversi gradini. L’acqua vi veniva fatta affluire attraverso certi canali e vi zampillava dalla bocca di un cervo in metallo. Al di sopra del bacino si elevava una cupola al centro della quale era raffigurato lo Spirito Santo con le ali tese nell’atto di fecondare le acque; una balaustra correva attorno al bacino, allo scopo di separare i battezzandi, i padrini e le madrine dagli altri fedeli: essi soltanto, il Vescovo e i sacerdoti, potevano varcarla. Poco distante venivano innalzate due tende che servivano per gli uomini e le donne e dove essi si ritiravano per asciugarsi e mutarsi l’abito dopo il Battesimo.

Ecco come avveniva la processione verso il battistero. Stava innanzi il Cero pasquale, figura della colonna luminosa che guidò Israele nelle tenebre della notte, verso il mar Rosso; seguivano i catecumeni, accompagnati, gli uomini dai padrini a destra, le donne

dalle madrine a sinistra: ognuno veniva accompagnato al Battesimo da un Cristiano del suo stesso sesso. Gli accoliti portavano, uno il Sacro Crisma, l’altro l’Olio dei Catecumeni; seguiva il clero e infine il Vescovo accompagnato dai suoi ministri. La processione si snodava alla luce delle torce, mentre l’aria risuonava di melodiosi canti. Venivano cantati i versetti del Salmo nel quale David paragonava il suo desiderio di Dio all’ardore col quale il cervo sospira l’acqua del ruscello. Il cervo che si ammirava al centro del battistero stava a significare appunto il desiderio del catecumeno. – Dopo l’appello, essi avanzavano ad uno ad uno, guidati gli uomini dai padrini, e le donne dalle madrine. Spogliato dei vestiti nella parte superiore del corpo, il catecumeno scendeva i gradini della vasca, entrava nell’acqua a portata di mano del Vescovo il quale, con voce alta, gli domandava:

V. Credi in Dio Padre onnipotente, Creatore del Cielo e della terra?

R. Credo, rispondeva il catecumeno.

V. Credi in Gesù Cristo, suo unico Signore, che è nato ed ha patito per noi?

R. Credo.

V. Credi nello Spirito Santo, nella Santa Chiesa Cattolica, nella Comunione dei Santi, nella remissione dei peccati, nella risurrezione della carne, nella vita eterna?

R. Credo.

Dopo questa professione di fede, il Vescovo rivolgeva la domanda:

« Vuoi essere battezzato? ». « Lo voglio », rispondeva il catecumeno.

Allora il Vescovo, mettendo la mano sulla testa del catecumeno, la immergeva per tre volte nel fonte dicendo: « Io ti battezzo nel nome del Padre e del Figliolo e dello Spirito Santo ». – Per tre volte l’eletto veniva immerso nell’acqua; essa lo copriva interamente e lo faceva scomparire allo sguardo dei presenti. Il grande Apostolo spiega questa parte del mistero, dicendo che l’acqua è per l’eletto la tomba dov’è stato sepolto con Cristo, e, come Cristo, lo renderà alla vita; la morte subita è quella del peccato, e la vita che ora possiede è quella della grazia (Rom. VI, 4). Così il mistero della risurrezione dell’Uomo-Dio si riproduce interamente nel Cristiano battezzato. Ma prima che l’eletto uscisse dall’acqua, un rito sublime completava in lui la rassomiglianza col Figlio di Dio. – Come la divina Colomba si era posata sul capo di Gesù, mentre stava immerso nelle acque del Giordano, così il neofita, prima di uscire dal fonte, riceveva da un ministro il sacro Crisma, dono dello Spirito Santo. Tale unzione indica nell’eletto il regale e sacerdotale carattere del Cristiano, che per l’unione con Gesù Cristo, suo capo, partecipa, in un certo grado, alla sua Regalità ed al suo Sacerdozio. – Ripieno così dei favori del Verbo eterno e dello Spirito Santo e ricevuta l’adozione dal Padre, che vede in lui un membro del proprio Figlio, il neofita usciva dal fonte per gli appositi gradini, simile alle pecorelle della divina Cantica, quando risalgono dal lavatoio dove hanno purificata la loro bianca lana (Cant. IV, 2). Il padrino l’attendeva sul limitare del fonte, mentre con una mano lo aiutava a salire e con un’altra lo nascondeva con un panno e lo asciugava dall’acqua che gli grondava da tutte le parti. – Il Vescovo proseguiva nella sua nobile funzione: quante volte immerge un peccatore nell’acqua, altrettante volte un giusto rinasce dal fonte. Ma non può continuare a lungo un ministero, nel quale può essere supplito da altri ministri. Egli solo può conferire ai neofiti il sacramento che li confermerà nel dono dello Spirito Santo: e se per esercitare questo divino potere, dovesse attendere che tutti i catecumeni siano rigenerati, si arriverebbe al grande giorno prima di compiere tutti i misteri della santa notte. Perciò si limitava a conferire con le proprie mani il santo Battesimo ad alcuni eletti, uomini, donne e bambini, lasciando ai ministri la cura di finir di raccogliere la messe del Padre di famiglia. Un apposito luogo del Battistero veniva chiamato Crismario, perché in quel luogo il Vescovo conferiva il Sacramento della Cresima. Là si dirige e sale sul trono che gli è stato preparato; di nuovo lo rivestono dei paramenti sacri che aveva lasciati recandosi al fonte; e subito vengono portati ai suoi piedi prima i neofiti da lui battezzati, e successivamente gli altri rigenerati dal ministero dei sacerdoti. Quindi distribuiva a ciascuno di loro una veste bianca, dicendo: « Ricevi la veste bianca, santa e immacolata ; e portala al tribunale di nostro Signor Gesù Cristo per averne la vita eterna ». I neofiti, dopo aver ricevuto questo eloquente simbolo, si ritiravano dietro le tende del Battistero, dove deponevano gli abiti inzuppati d’acqua, ne indossavano dei nuovi, e, con l’aiuto dei padrini e delle madrine, ponevano sopra ogni altro, la veste bianca ricevuta dal Vescovo. Poi tornavano al Crismario, dove il Pontefice conferiva loro solennemente il Sacramento della Confermazione.

LA CONFERMAZIONE

Giovedì scorso durante la solennità della consacrazione del Crisma, il Pontefice ricordava a Dio, nella sua preghiera, che allorché le acque ebbero adempiuto il lor ministero purificando tutta la terra, sul mondo rinnovato apparve una Colomba con un ramo d’ulivo nel becco annunciante la pace ed il regno di colui che prende dall’Unzione il nome sacro che porterà eternamente. Così pure i neofiti, purificati nell’acqua, attendono ora ai suoi piedi i favori della divina Colomba ed il pegno di pace di cui è simbolo l’ulivo. Già il sacro Crisma è stato sparso sul loro capo; allora non significava altro che la dignità cui dovevano essere elevati. Ora invece non solamente significa la grazia, ma l’opera nelle anime; perciò si richiede la mano del Vescovo, da cui solo dipende la consacrazione del Crisma, non potendo un semplice Sacerdote fare l’unzione che conferma il Cristiano. Davanti al Vescovo sono schierati i neofiti, gli uomini da un lato, le donne dall’altro; i bambini in braccio ai padrini ed alle madrine. Gli adulti poggiavano il piede destro su quello destro di quelli che fungevano loro da padre e da madre, significando con tale segno di unione la filiazione della grazia nella Chiesa. Nel vedere la schiera riunita intorno a lui, il Pastore si rallegra nel suo cuore, ed alzandosi dal trono, esclama: « Discenda in voi lo Spirito Santo e la virtù dell’Altissimo vi conservi da ogni peccato! ». Stendendo poi le mani, invocava su di loro lo Spirito dai sette doni, il quale solo può confermare nei neofiti le grazie ricevute nelle acque del fonte battesimale. – Guidati dai loro assistenti, essi s’avvicinavano l’uno dopo l’altro al Vescovo, ansiosi di ricevere la pienezza del carattere di Cristiano. – Il Vescovo intingeva il pollice nel vaso contenente il Crisma e segnava ciascuno di loro sulla fronte col segno incancellabile, dicendo: « Io ti segno col segno della Croce e ti confermo col Crisma della salute nel nome del Padre e del Figliolo e dello Spirito Santo ». E, dando un leggero schiaffo sulla guancia, che presso gli antichi significava la liberazione d’uno schiavo, lo metteva in possesso della completa libertà dei figli di Dio, dicendo loro: «La pace sia con te » (Nei primi tempi, dicendo «Pax tecum », il Vescovo dava il bacio di pace ai neocresimati. (Nei primi tempi, dicendo «Pax tecum », il Vescovo dava il bacio di pace ai neocresimati. Più tardi il bacio fu sostituito da una piccola carezza sulla guancia, che. per alcuni simbolisti, divenne sinonimo di schiaffo, poiché il soggetto doveva da quel momento sopportare con Cristo e per Cristo ogni genere d’ignominie e patimenti. Per altri, invece rappresenterebbe il colpo che ricevevano sulla spalla quelli che nel Medioevo venivan fatti cavalieri, dovendo anche il cresimato divenire soldato armato di Cristo.). –  Più tardi il bacio fu sostituito da una piccola carezza sulla guancia, che. per alcuni simbolisti, divenne sinonimo di schiaffo, poiché il soggetto doveva da quel momento sopportare con Cristo e per Cristo ogni genere d’ignominie e patimenti. Per altri, invece rappresenterebbe il colpo che ricevevano sulla spalla quelli che nel Medioevo venivan fatti cavalieri, dovendo anche il cresimato divenire soldato armato di Cristo.). I ministri del Pontefice fasciavano la testa dei neocresimati con una benda destinata a salvaguardare da ogni contatto profano la parte della fronte, segnata dal sacro Crisma. Il neofita la doveva tenere per sette giorni, assieme alla veste bianca di cui era stato rivestito. – Frattanto, mentre si svolgevano questi misteri, passavano le ore della notte; e giungeva il momento di celebrare, con un sacrificio di giubilo, l’istante supremo in cui Cristo uscirà dalla tomba. – È tempo che il Pastore riconduca al tempio santo il fortunato gregge, che, in una maniera così gloriosa, è venuto ad accrescerne le file; è tempo di offrire alle amate pecorelle il divino alimento cui d’ora in poi hanno diritto. Si aprivano le porte del Battistero e la processione s’avviava verso la basilica. Il Cero pasquale, come una colonna di fuoco, precedeva lo sciamare dei neofiti; e i fedeli venivano dietro al Vescovo e al clero e rientravano in chiesa trionfanti. Lungo il percorso, veniva ripetuto il cantico di Mosè dopo il passaggio del Mar Rosso.

VI. – RINNOVAZIONE DELLE PROMESSE DEL BATTESIMO E SECONDA PARTE DELLE LITANIE

Terminata la benedizione, l’acqua deve essere portata al fonte battesimale. La processione vi si reca cantando « Sicut cervus »; poi si ritorna in presbiterio. Il Vescovo veste la stola e il piviale bianco, incensa il Cero e poi si volta verso i fedeli che tengono in mano le candele accese e li invita a rinnovare le promesse del Battesimo.

Io credo in Dio Padre Onnipotente, Creatore del cielo e della terra.

E voi credete?

Credo.

Io credo in Gesù Cristo suo Figliolo Unico, Dio e Uomo, morto in Croce

per salvarci. E voi credete?

Credo.

Credo nello Spirito Santo, la Santa Chiesa cattolica, la Comunione dei Santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne, la vita eterna, E voi credete?

Credo.

Prometto con l’aiuto che invoco e spero da Dio, di osservare la sua santa legge e di amare Dio con tutto il cuore, sopra ogni cosa e il prossimo come me stesso per amor di Dio. E voi promettete?

Prometto.

Rinuncio al demonio, alle sue vanità e alle sue opere, cioè al peccato. E voi rinunciate?

Rinuncio.

Prometto di unirmi a Gesù’ Cristo e seguirlo, di voler vivere e morire per Lui. E voi promettete?

Prometto.

In nome del Padre e del Figliolo e dello Spirito Santo.

A chiusura di questa cerimonia si canta l’altra parte delle litanie dei Santi, mentre il Vescovo si porta in Sacrestia ove veste i paramenti sacri risplendenti di tutta la bellezza della Pasqua.

MESSA SOLENNE DELLA VEGLIA PASQUALE

Le Litanie volgono al termine; e già il coro dei cantori è arrivato al grido d’invocazione: Kyrie eleison! Il Pontefice procede dalla Sacrestia verso l’altare in tutta la maesta dei più grandi giorni. Al suo apparire, i cantori prolungano la melodia sulle parole di supplica, ripetendole tre volte, e tre volte aggiungendo la preghiera al Figlio di Dio: Christe eleison! Da ultimo, si termina con l’invocare tre volte lo Spirito Santo: Kyrie eleison! Mentre si eseguono tali canti, il Vescovo ai piedi dell’altare offre all’Altissimo i suoi primi omaggi con l’incenso; così che non si rende più necessaria l’Antifona ordinaria, che prende il nome di Introito, ad accompagnare l’ingresso del celebrante. – La Basilica comincia ad illuminarsi coi primi bagliori dell’aurora. L’assemblea dei fedeli, suddivisa nei diversi settori, gli uomini nella navata di destra, le donne in quella di sinistra, ha accolto nelle sue file le nuove reclute. Presso le porte, il posto dei catecumeni è vacante; e sotto le navate laterali, al luogo d’onore, si distinguono i neofiti dalla veste bianca e dalle bende e dal cero acceso che tengono in mano. – Terminata l’incensazione dell’altare, tutto ad un tratto, oh trionfo del Figlio di Dio risuscitato! la voce del Ponteifice intona l’Inno Angelico: « Gloria a Dio nel più alto dei cieli; e pace in terra agli uomini di buona volontà »! A tali accenti le campane, mute da tre giorni, risuonano a distesa nel campanile della Basilica; e l’entusiasmo della nostra santa fede fa palpitare tutti i cuori. Il popolo continua con ardore il Cantico celeste; terminato il quale, il Vescovo riassume nell’Orazione seguente i voti di tutta la Chiesa in favore dei suoi nuovi figli.

Epistola (Col. III, 1-4). – “Fratelli: Se siete risuscitati con Cristo, cercate le cose di lassù, ove è Cristo assiso alla destra del Padre; alle cose di lassù pensate, e non a quelle della terra; perché voi siete morti, e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Quando comparirà Cristo, vostra vita, allora anche voi comparirete con Lui nella gloria.”.

Finita questa lezione così breve, ma così profonda in ogni sua parola, il Suddiacono scende dall’ambone e viene a fermarsi davanti al trono del Vescovo. Dopo averlo riverito con un profondo inchino, con voce esultante pronuncia queste parole che fa risuonare in tutta la Basilica e ridestano l’allegria in tutte le anime: « Padre venerabile, ti dò una grande gioia: cantiamo Alleluia!» Allora il Vescovo si alza e canta: Alleluia! con un tono allegro. Il coro ripete Alleluia! e per due volte il grido celeste s’alterna fra il coro e il Pontefice. In quel momento svaniscono tutte le passate tristezze; si sente che le espiazioni della santa Quarantena sono state gradite dalla divina maestà; ed il Padre dei secoli, per i meriti del Figliolo risuscitato, perdona alla terra, avendole ridato il diritto di cantare il cantico dell’eternità. Il coro aggiunge questo versetto del Re Profeta, che celebra la misericordia di Dio:

Celebrate il Signore, perché Egli è buono, e perché la sua misericordia dura in eterno.

Tuttavia manca ancora qualcosa alle gioie di questo giorno. Gesù è uscito dalla tomba; ma fino a quest’ora non s’è manifestato a tutti. Soltanto la sua santa Madre, Maddalena e le altre pie donne, l’hanno visto; questa sera soltanto si mostrerà agli Apostoli. Siamo quindi solo all’alba della Risurrezione, perciò la Chiesa esprime ancora0 per un’ultima volta la lode del Signore sotto la forma quaresimale del Tratto.

TRATTO

Lodate il Signore, tutte quante le nazioni; lodatelo tutti, o popoli.

V. Perchè s’è affermata sopra di noi la sua misericordia e la verità del

Signore rimane in eterno.

Mentre il coro canta quest’inno davidico, il Diacono si dirige verso l’ambone, donde farà sentire le parole del santo Vangelo. Non è accompagnato dagli Accoliti con le loro fiaccole, però lo precede il turiferario con l’incenso. Anche questo è un’allusione agli eventi della grande mattinata: le donne sono venute al sepolcro coi profumi, ma ancora non brilla nelle loro anime la fede della risurrezione. – L’incenso rappresenta i loro profumi, mentre l’assenza delle fiaccole significa ch’esse ancora non possedevano questa fede.

Vangelo (Mt. XXVIII, 1-7). – “Dopo la sera del sabato, mentre cominciava ad albeggiare il primo giorno della settimana, Maria Maddalena e l’altra Maria andarono a visitare il sepolcro. Quand’ecco venire un grande terremoto. Perché un Angelo del Signore, sceso dal cielo, si appressò al sepolcro e, ribaltatane la pietra, ci sedeva sopra. Il suo aspetto era come il folgore e la sua veste candida come la neve. E per lo spavento che ebbero di lui, si sbigottirono le guardie e rimasero come morte. Ma l’Angelo prese a dire alle donne: Voi non temete; so che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui; è già risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove giaceva il Signore. Or, presto, andate a dire ai suoi discepoli che egli è risuscitato dai morti: ed ecco, vi precede in Galilea wi lo vedrete. Ecco, v’ho avvertite.”

Dopo la lettura del Vangelo, il Pontefice non intona il Simbolo della fede: la santa Chiesa lo riserva per la Messa solenne che radunerà di nuovo i fedeli. Essa segue ora per ora le fasi del divino mistero, e in questo momento vuol ricordarci l’intervallo che dovette trascorrere prima che gli Apostoli, destinati a predicare ovunque la fede della risurrezione, non gli avessero reso omaggio.

Salutato il popolo, il Pontefice s’accinge a offrire alla divina maestà il pane e il vino occorrenti al Sacrificio; per una deroga all’osservanza d’ogni Messa, i cantori non intonano l’Antifona nota sotto il nome di Offertorio. Infatti, quotidianamente tale Antifona accompagna la processione dei fedeli diretti all’altare ad offrire il pane ed il vino che saranno loro restituiti nella Comunione, trasformati nel corpo e nel sangue di Gesù Cristo. Se non che la Funzione s’è prolungata molto; e se l’ardore delle anime è sempre lo stesso, si fa però sentire la fatica del corpo; il piagnucolare dei fanciulli, che si tengono digiuni per la Comunione, fanno già intendere la sofferenza che provano. Il pane e il vino, materia del santo Sacrificio, saranno oggi apprestati dalla Chiesa; e quand’anche non saranno gli stessi neofiti a presentarli, non per questo mancheranno d’assidersi alla mensa del Signore. – Fatta dunque l’offerta, e incensato il pane e il vino e l’altare, il Pontefice raccoglie i voti di tutti i presenti nella Segreta, seguita dal Prefazio pasquale. – Al cominciare del Canone si opera il mistero divino. Nulla è mutato nell’ordine delle cerimonie, fino all’istante che precede la Comunione. Per un’usanza che rimonta ai tempi apostolici, i fedeli, prima di accostarsi al corpo e al sangue del Signore, si scambiavano reciprocamente il bacio fraterno, pronunciando le parole: « La pace sia con te! ». In questa prima Messa pasquale tale costume si omette, perché fu la sera del giorno della risurrezione che Gesù rivolse quelle parole ai discepoli riuniti. La santa Chiesa, sempre ossequiente alle minime circostanze della vita del suo celeste Sposo, ama riprodurle nella sua condotta. Per la stessa ragione omette oggi il canto dell’Agnus Dei, che del resto non data prima del VII secolo, e che presenta alla terza ripetizione le parole: « Donaci la pace ».

È venuto il momento in cui i neofiti, per la prima volta, gusteranno il pane di vita e berranno la celeste bevanda che Cristo istituì nell’ultima Cena. Purificati nell’acqua e ricevuto lo Spirito Santo, essi ormai hanno diritto d’assidersi al sacro banchetto; la bianca tunica che li copre dice abbastanza che la loro anima è rivestita della veste nuziale richiesta agl’invitati nel festino dell’Agnello. S’avvicinano all’altare lieti e riverenti; il Diacono porge loro il corpo delSignore, e poi il calice del sangue divino. Anche i bambini sono ammessi, e il Diacono, intingendo il dito nella sacra coppa, lascia cadere nella loro bocca qualche goccia. Finalmente, per significare che in queste prime ore del Battesimo sono tutti « simili ai bambini appena nati », come si esprime il Principe degli Apostoli, a tutti viene offerto dopo la Comunione un po’ di latte e di miele, simboli dell’infanzia e ricordo, nello stesso tempo, della terra che il Signore promise al suo popolo.

Compiuto infine ogni cosa, il Vescovo conclude le preghiere del Sacrificio domandando al Signore lo spirito di concordia fra tutti i fratelli, che in una medesima Pasqua hanno partecipato ai medesimi misteri. La stessa Chiesa li ha portati nel suo seno materno, lo stesso fonte li ha generati alla vita; sono membri d’un medesimo divino Capo; un medesimo Spirito li ha contrassegnati col suo sigillo; un medesimo Padre Celeste li ha riuniti nella sua adozione, – Ad un cenno del Diacono, dato in nome del Pontefice, l’assemblea si scioglie, e i fedeli, uscendo dalla chiesa, si ritirano nelle loro case, fino al momento che il santo Sacrificio non li riunirà di nuovo per celebrare con maggior splendore la festa delle feste, la Pasqua della Risurrezione.

LODI

Fino a quando durò l’usanza di celebrare la Veglia Pasquale durante la notte dal sabato alla domenica, non vi fu l’Ufficio notturno o mattutino. Ma più tardi, quando venne in uso di anticipare la Messa della notte di Pasqua al mattino del Sabato Santo, si pensò di aggiungere l’Ufficio dei Vespri. Siccome tutta la mattinata era occupata dalle cerimonie liturgiche, la Chiesa pensò di dare ai Vespri una forma molto breve e adatta a quella gioia che si conveniva dopo il canto dell’Alleluia. I Vespri furono pertanto organizzati in modo da fare corpo con la Messa.

Con la restaurazione della Vigilia Pasquale, Mattutino e Lodi di Pasqua hanno subito una modificazione. La Chiesa ha voluto conservare un brano delle Lodi, unendolo alla Messa della quale serve come ringraziamento. – Terminata la Comunione viene intonata l’antifona Alleluja dopo la quale si canta il Salmo 150 che sarà seguito immediatamente ancora dall’antifona Et valde mane e dal canto del Benedictus.

ANTIFONA

Alleluja, Alleluja, Alleluja.

SALMO 150

Lodate il Signore nel suo santuario, lodatelo nel suo maestoso firmamento.

Lodatelo per i suoi prodigi, lodatelo per la sua somma maestà:

Lodatelo con squilli di trombe, lodatelo con l’arpa e la cetra.

Lodatelo col timpano e con danze, lodatelo con strumenti a corda e a

fiato.

Lodatelo con cembali sonori, lodatelo con cembali squillanti: ogni

creatura che respiri, lodi il Signore !

Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo.

Come era nel principio e ora e sempre, e nei secoli dei secoli, Così sia.

ANTIFONA

Al mattino presto della domenica vengono al sepolcro quando il sole è già sorto.

CANTICO DI ZACCARIA

“Benedetto il Signore Dio d’Israele, perché visitò e redense il suo popolo.

Ed elevò per noi il potente Salvatore, nella casa di Davide suo servo.

Come aveva parlato per bocca dei santi, e che un di furono suoi profeti.

Per liberarci dai nostri nemici, e dalla mano di tutti coloro che ci odiano.

Per usare misericordia verso i padri nostri, e ricordare la sua santa

alleanza:

Il patto che giurò ad Abramo, padre nostro, di darsi a noi.

Affinché senza timore, liberati dalla mano dei nostri nemici, serviamo a lui,

Nella santità e nella giustizia alla sua presenza per tutti i nostri giorni.

E tu, o bimbo, sarai chiamato vate dall’Altissimo: poiché precederai il

Signore per preparargli la strada, Per fare conoscere al suo popolo la salvezza in remissione dei peccati, Per la tenera bontà del nostro Dio, per la quale ci visiterà dal Cielo il Messia, Sole nascente,

Per illuminare quanti siedono nelle tenebre e all’ombra della morte,

Per dirigere i nostri passi nella via della pace.

Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo.

Come era nel principio e ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Così sia.”

Mentre si canta il Benedictus, il Vescovo incensa l’altare e poi

dopo che è stata ripetuta l’antifona, egli canta questa preghiera:

“Infondi in noi, o Signore, lo Spirito del tuo amore, affinché stiano in perfetta concordia quelli che hai saziato coi sacramenti pasquali. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen”.

Terminata questa preghiera, il Diacono annunzia ai fedeli che la funzione è terminata e aggiunge alla solita formula due Alleluja;

questi due Alleluja verranno ripetuti a fine Messa per tutta la settimana, fino al sabato prossimo incluso.

Andate la Messa è finita, Alleluja, Alleluja !

Ringraziamo Dio, Alleluja, Alleluja !

La Messa termina con la benedizione del Vescovo.

VENERDÌ SANTO (2021)

VENERDÌ SANTO

[P. GUÉRANGER, ABATE DI SOLESMES: L’Anno liturgico, (trad. P. Graziani – vol. I, Ed. Paoline, Alba Cuneo –  1956]

LA MATTINA

Gesù condannato da Caifa.

Il sole è sorto su Gerusalemme; ma i pontefici e i dottori della legge non hanno aspettato la luce per sfogare il loro odio contro Gesù. L’augusto prigioniero prima è ricevuto da Anna, il quale a sua volta lo fa condurre da Caifa suo genero. L’indegno pontefice ha voluto assoggettare ad un interrogatorio il Figlio di Dio; e solo perché non risponde è oltraggiato con uno schiaffo da uno dei servi. Falsi testimoni, da loro istruiti, sono venuti ad attestare menzogne in faccia a colui ch’è la Verità; ma le loro deposizioni discordano. Allora il gran sacerdote, accorgendosi che il sistema adottato per convincere Gesù di bestemmia non è servito ad altro che a smascherare i complici della sua frode, tenta di strappare dalla stessa bocca del Salvatore la confessione d’un delitto che lo potrà rendere passibile di pena davanti alla Sinagoga: « Ti scongiuro per il Dio vivo di rispondere: Sei tu il Cristo, Figlio di Dio benedetto? » (Mt. XXVI, 63; Mc. XIV, 61). – Tale è l’interpellanza che il pontefice rivolge al Messia. Finalmente Gesù, volendo insegnarci il rispetto dovuto all’autorità, cui da tanto tempo ne aveva conservato i titoli, esce dal suo silenzio e con fermezza risponde: « Sì, lo sono; e vedrete il Figlio dell’uomo assiso alla destra della potenza di Dio venire sulle nubi del cielo » (Mc. XIV, 62). Allora il sommo sacerdote, stracciatesi le vesti, esclama: « Ha bestemmiato! che bisogno abbiamo più di testimoni? Avete sentita la bestemmia? che ve ne pare?». E da ogni angolo della sala si grida: «È reo di morte! ». Il Figlio di Dio è venuto sulla terra per ridare la vita all’uomo, caduto nell’abisso della morte; ed ora, per un orribile capovolgimento, è l’uomo che, in ricambio d’un tal beneficio, osa tradurre in tribunale il Verbo eterno, giudicandolo degno di morte. E Gesù tace, non incenerisce col fuoco della sua collera questi uomini tanto audaci ed ingrati! Ripetiamo in questo momento le parole, con le quali la Chiesa Greca interrompe spesso la lettura odierna della Passione: « Gloria alla tua pazienza, o Signore! ».

Scena d’insulti.

All’esplodere del grido: « è reo di morte », le guardie del sommo sacerdote s’avventano contro Gesù e gli sputano in faccia e, bendatolo, lo percuotono di schiaffi e gli domandano: «Profeta, indovina chi t’ha percosso » (Lc. XXII, 64). Ecco gli onori della Sinagoga al Messia, da lei atteso con tanta fierezza! La penna trema ed esita nel ripetere la descrizione degli oltraggi fatti al Figlio di Dio; e siamo appena all’inizio degli affronti subiti dal Redentore.

Il rinnegamento di Pietro.

Frattanto, una scena più dolorosa al cuore di Gesù avviene fuori del Sinedrio, nel cortile del sommo sacerdote: Pietro, introdottosi là dentro, litiga coi servi e le guardie, che l’hanno riconosciuto per un galileo seguace di Gesù. L’Apostolo, sconcertato e temendo della sua vita, rinnega codardamente il suo Maestro ed osa protestare con giuramento che neppure conosce quell’uomo. Triste esempio del castigo che merita la presunzione! Ma, oh misericordia di Gesù! quando le guardie del sommo sacerdote lo fanno passare là ove stava l’Apostolo infedele, gli rivolge uno sguardo di rimprovero e di perdono. Pietro si confonde, piange ed esce subito da quella casa maledetta. Immerso in un profondo dolore, non si consolerà fino a che non rivedrà il Maestro risuscitato e trionfante. Sia perciò, questo discepolo peccatore e convertito, il nostro modello in queste ore dolorose in cui la santa Chiesa ci offre lo spettacolo delle sofferenze sempre più gravi del nostro Salvatore! Pietro, temendo la propria debolezza, fugge; ma noi dobbiamo restare fino alla fine, senza timori, affinché Gesù, che intenerisce i cuori più duri, si degni rivolgere anche a noi un suo sguardo! – I prìncipi dei sacerdoti vedendo che comincia a farsi giorno, si preparano a tradurre Gesù davanti al governatore romano. Hanno istruito il suo processo come quello d’un bestemmiatore; ma non è in loro potere applicargli la legge di Mosè, secondo la quale dovrebbe essere lapidato. Gerusalemme non è più libera: non è più governata dalle sue leggi; il diritto di vita o di morte dovrà essere esercitato dai suoi dominatori, e sempre nel nome di Cesare. Come non ricordarsi in questo momento, i pontefici e i dottori dell’oracolo di Giacobbe morente, che preannunciò l’avvento del Messia, quando sarebbe stato tolto lo scettro a Giuda? Ma una nera invidia li ha traviati, e non s’accorgono che il trattamento cui vogliono assoggettare il Messia è già descritto nelle antiche profezie, ch’essi hanno studiato e di cui si dicono i custodi.

La disperazione di Giuda.

La voce sparsa nella città, che Gesù è stato catturato questa notte e che sta per essere tradotto davanti al governatore, giunge alle orecchie di Giuda traditore. Il miserabile amava il denaro, ma non aveva motivo di desiderare la morte del Maestro. Egli conosceva il potere soprannaturale di Gesù, e forse si lusingava che il risultato del suo tradimento sarebbe stato prontamente impedito da chi aveva sulla natura e sugli elementi un potere irresistibile. Ma ora che vede Gesù nelle mani dei crudeli nemici, e che tutto annuncia una tragica fine, un violento rimorso s’impadronisce di lui; corre al Tempio e getta ai piedi dei prìncipi dei sacerdoti il denaro ch’era stato il prezzo del suo sangue. Si direbbe che quest’uomo sia convertito e vada ad implorare perdono: ma, ahimè! niente di tutto questo. L’unico sentimento che gli rimane è la disperazione, e s’affretta a porre fine ai suoi giorni. Il ricordo di tutti i richiami che Gesù fece sentire al suo cuore, ieri, durante la Cena, e questa notte al Getsemani, lungi dall’infondergli fiducia, non fa altro che accasciarlo di più; e appunto perché ha dubitato di quella misericordia, che tuttavia doveva conoscere, si precipita verso l’eterna dannazione proprio quando comincia a scorrere il sangue che lava ogni delitto.

Gesù davanti a Pilato.

Ora i prìncipi dei sacerdoti, trascinandosi dietro Gesù in catene, si presentano al governatore Pilato, chiedendo d’essere ascoltati sopra una causa criminale. Pilato compare e domanda loro con aria seccata: «Che accusa portate contro quest’uomo? – Se non fosse un malfattore non te l’avremmo consegnato », risposero. Nelle parole del governatore già si nota disprezzo e disgusto, ed impazienza nella risposta dei prìncipi dei sacerdoti. Forse Pilato s’infastidisce al pensiero di dover fare il ministro delle loro vendette, quindi dice loro: « Pigliatelo voi, e giudicatelo secondo la vostra legge. – Ma noi, replicarono quegli uomini sanguinari, non abbiamo diritto di dar morte ad alcuno» (Gv. XVIII, 29-31). Allora Pilato, ch’era uscito fuori dal Pretorio per rispondere ai nemici di Gesù, rientra ed ordina che lo si conduca davanti a lui. Si trovano di fronte il Figlio di Dio e il rappresentante del mondo pagano. « Sei tu il re dei Giudei ? domanda Pilato. – Il mio regno non è di questo mondo, risponde Gesù: se fosse di questo mondo il mio regno, i miei ministri, certo, lotterebbero perché non fossi dato in mano dei Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù. – Dunque sei re? insiste Pilato. – Tu lo dici, io sono re », conferma il Salvatore. Confessata la sua augusta dignità, l’Uomo-Dio cerca di elevare questo Romano al di sopra degli interessi volgari della sua posizione, additando che esiste per l’uomo uno scopo più degno della ricerca degli onori della terra: «Per questo son venuto al mondo, a rendere testimonianza alla Verità. Chi è per la verità ascolta la mia voce. – Che cos’è la verità? » gli domanda Pilato; e senz’aspettare la risposta, desideroso di farla finita, lascia Gesù e compare di nuovo davanti agli accusatori e dice loro: « Io non trovo in lui colpa alcuna » (ivi, 33-38). – Questo pagano credeva di ravvisare in Gesù il dottore d’una setta giudaica, i cui insegnamenti non valeva la pena d’ascoltare; d’altra parte, pensava, è un uomo innocuo, è quindi ingiusto cercare in lui un uomo pericoloso.

Davanti ad Erode.

Ma non appena Pilato espresse un simile giudizio a favore di Gesù, un cumulo di accuse fu lanciato contro il Re dei Giudei dai prìncipi dei sacerdoti. All’udire tante atroci menzogne. Gesù tace; e il governatore, sorpreso, l’interroga: « Non senti di quante cose ti accusano?» (Mt. XXVII, 13). Una simile disinteressata domanda non distoglie Gesù dal suo nobile silenzio; ma da parte dei suoi nemici provoca uno scoppio di rabbia: « Solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dalla Galilea, dove ha cominciato, fino a qui » (Lc. XXIII, 5). Al sentire la Galilea, Pilato crede d’aver trovato uno spiraglio di luce. Erode, tetrarca di Galilea, attualmente si trova a Gerusalemme; e Gesù è suo suddito: è meglio consegnarlo a lui; la cessione d’una tal causa criminale non solo toglierà d’imbarazzo il governatore romano, ma ristabilirà la buona armonia tra lui ed Erode. Perciò il Salvatore viene condotto per le vie di Gerusalemme, dal Pretorio al palazzo di Erode. I nemici lo accompagnano ardendo di rabbia, mentre Gesù continua a tacere. Là altro non trovava che il disprezzo del misero Erode, l’uccisore di Giovanni Battista; e poco dopo gli abitanti di Gerusalemme lo rivedono per le strade vestito da pazzo e di nuovo trascinato al Pretorio.

Barabba.

Al ritorno inatteso dell’accusato, Pilato rimane turbato; tuttavia crede di aver escogitato un nuovo mezzo per sbarazzarsi dell’odiosa causa. La festa di Pasqua gli dà occasione di graziare un condannato; proverà a fare accordare questo favore a Gesù. La folla s’è ammutinata fuori del Pretorio; basterà mettere a confronto Gesù, lo stesso Gesù che la città aveva salutato con trionfo alcuni giorni fa, con Barabba, il malvivente che Gerusalemme ha in orrore: e la scelta non potrà non favorire Gesù. « Chi volete che vi liberi, chiede Pilato, Gesù o Barabba ? » La risposta non si fa attendere, e voci tumultuose gridano: « Non Gesù, ma Barabba! – Che devo dunque fare di Gesù, replica impressionato il governatore. – Crocifiggilo! – Ma che male ha fatto? lo castigherò e lo rimanderò. – No! sia crocifisso! »

La flagellazione.

Il tentativo del debole governatore è fallito, e la situazione s’è fatta ancora più critica. Invano ha cercato d’abbassare l’innocente al livello d’un malfattore; la passione d’un popolo ingrato e ribelle non ne ha fatto nessuna considerazione. Pilato arriva a promettere che infliggerà a Gesù un castigo atroce, nell’estremo tentativo di spegnere un po’ la sete di sangue che divora quella plebaglia; ma non ottiene altro che un nuovo grido di morte. Non andiamo più oltre senza offrire al Figlio di Dio una degna ammenda per l’oltraggio di cui è stato fatto segno. Paragonato ad un uomo infame, si preferisce, questi non lui; e se Pilato tenta per compassione di salvargli la vita, lo fa a condizione di fargli subire cotesto ignobile confronto, e ne risulta una perdita. Le voci che cantavano Osanna al Figlio di Dio, pochi giorni fa, si sono tramutate in urli feroci; per cui il governatore, temendo una sedizione, assicura di punire colui ch’egli stesso ha riconosciuto innocente. Gesù dunque viene consegnato alla soldatesca per essere flagellato. Viene spogliato con violenza delle sue vesti, e lo si lega alla colonna che serviva per tali torture. Le sferzate più crudeli straziano tutto il suo corpo, ed il sangue cola sulle sue divine membra. Raccogliamo questa seconda effusione di sangue del nostro Redentore, con la quale Gesù espia per l’umanità intera i piaceri peccaminosi della carne. Per mano dei Gentili subisce tale martirio; i Giudei glielo consegnano, i Romani eseguiscono: tutti noi siamo complici del deicidio.

La coronazione di spine.

Finalmente la soldataglia è stanca di percuoterlo; i carnefici sciolgono la vittima: ne sentiranno forse compassione ? Tutt’altro! a tanta crudeltà aggiungono una derisione sacrilega. Gesù s’è detto Re dei Giudei: ebbene, i soldati prendono lo spunto da questo titolo per inventare una nuova forma di oltraggio. Ad un re spetta la corona; e i soldati ne imporranno una al Figlio di David: intrecciano in fretta una corona con rami d’arbusti spinosi, gliela calcano sul capo, e per la terza volta scorre il sangue di Gesù. Poi, per completare l’ignominia, i soldati gli buttano sulla spalle un mantello di porpora e gli mettono in mano una canna, a guisa d’uno scettro. Indi s’inginocchiano davanti a lui e lo salutano dicendo: «Ave, Re dei Giudei! ». Ed accompagnano l’ingiurioso omaggio con sputi e schiaffi sul volto dell’Uomo-Dio; ogni tanto gli strappano la canna dalle mani e gliela sbattono in testa, per premere sempre di più le spine di cui è formata la corona.

Omaggio riparatore.

A tale spettacolo il cristiano si prostra con doloroso rispetto e, a sua volta, dice: «Ave, Re dei Giudei! Veramente sei Figlio di David, e perciò, nostro Messia e Redentore. Israele ti nega la regalità che prima aveva proclamato; la gentilità ha una ragione di più per oltraggiarli; però non con la giustizia tu regnerai su Gerusalemme, che non tarderà a sentirsi schiacciata sotto il tuo scettro vendicatore; ma regnerai con la misericordia sui Gentili, i quali fra poco saranno dagli Apostoli portati ai tuoi piedi. Frattanto, degnati di ricevere il nostro omaggio e la nostra sudditanza: oggi stesso regna sui nostri cuori e sull’intera nostra vita ».

Ecce Homo.

Gesù viene condotto a Pilato così come l’ha ridotto la crudeltà dei soldati; il governatore si tien certo che la vittima, ridotta agli  estremi, otterrà grazia davanti al popolo, e, accompagnando il Salvatore sopra una loggia del palazzo, lo mostra alla moltitudine dicendo: «Ecco l’uomo! » (Gv. 1XIX, 5). Parola più profonda di quello che credesse Pilato! Difatti non disse: Ecco Gesù, nè: ecco il Re dei Giudei; ma usò un’espressione generica senza conoscerne il mistero, e della quale solo il Cristiano può comprendere la portata. Il primo uomo, ribellandosi a Dio col peccato, aveva sovvertito tutta l’opera del Creatore: in castigo della superbia e della concupiscenza, la carne aveva asservito lo spirito; anche la terra, in segno di maledizione, non produceva che triboli e spine. Ma ecco apparire il nuovo uomo, che porta con sé non la realtà, ma la rassomiglianza col peccato; ed in lui l’opera del Creatore riacquista la prima armonia, ma la riacquista con la forza. Per mostrarci che la carne deve essere asservita allo spirito, la sua è” lacerata da flagelli; per provare che la superbia deve far posto all’umiltà, cinge la sua testa d’una corona formata dalle spine di questa terra maledetta. L’uomo nuovo trionfa con lo spirito sui sensi e con l’avvilimento della superba volontà sotto il giogo della sentenza: ecco l’uomo.

Gesù e Pilato.

Israele è come una tigre: la vista del sangue irrita la sua sete, e non sarà contento finché non vi si immerga. Appena vede la sua vittima insanguinata, con nuovo furore grida: «Sia crocifisso! Sia crocifisso! – Ebbene, dice Pilato, pigliatelo voi e crocifiggetelo; io non trovo in lui colpa alcuna ». Ma intanto, per suo ordine, l’ha ridotto in uno stato che, per sé, gli può causare la morte. La sua debolezza non approderà ancora a nulla. I Giudei insistono appellandosi al diritto che i Romani lasciano ai popoli conquistati: «Noi abbiamo una legge, e secondo questa legge deve morire, perché s’è fatto Figlio di Dio ». A questo reclamo Pilato si turba; rientra nella sala con Gesù e gli domanda: « Donde sei tu ? » Gesù non gli risponde, perché non era degno che gli rendesse conto della sua divina origine. Pilato si stizzisce e lo rimprovera: « Non mi parli? Non sai che ho potere di liberarti o di crocifiggerti? » Solo allora Gesù risponde, e lo fa per insegnarci che ogni potere d’autorità, anche quello degl’infedeli, viene da Dio, e non da ciò che si chiama patto sociale: « Tu non avresti alcun potere sopra di me, se non ti fosse dato dall’alto. Per questo, chi mi ha consegnato nelle tue mani è più colpevole di te» (Gv. XIX, 11). – La nobiltà e la dignità di tali parole soggiogano il governatore, il quale tenta ancora una volta di salvare Gesù. Ma gli schiamazzi del popolo penetrano di nuovo nella sua casa: « Se rimetti costui, gli dicono, non sei amico di Cesare. Chiunque si fa re si mette contro Cesare ». A queste parole Pilato, cercando un’ultima volta di muovere a compassione il popolo furibondo, esce fuori di nuovo e, sedendosi all’aperto tribunale, si fa condurre Gesù: « Ecco, dice loro, il vostro re; come può Cesare temere qualche cosa da lui? ». Ma quelli raddoppiano gli schiamazzi: « Via! toglilo dinanzi! mettilo in croce! – Ma, dice il governatore, simulando di non temere la gravità del pericolo, dovrò dunque crocifiggere il vostro re ?» Ed i Pontefici rispondono: « Non abbiamo altro re che Cesare ». – Parola indegna, che, uscendo dal tempio, avverte i popoli che la fede è in pericolo; parola anche di condanna a Gerusalemme, perché, se non ha altro re che Cesare, vuol dire che lo scettro non è più in mano a Giuda, ed è arrivato il tempo messianico.

Gesù condannato da Pilato.

Pilato, vedendo che la sedizione è giunta al colmo, e che la sua responsabilità di governatore è minacciata, si decide d’abbandonare Gesù nelle mani dei suoi nemici; e proclama a malincuore la sentenza, che gli procurerà un tale rimorso da cercare subito di liberarsene col suicidio. Traccia di suo pugno sopra una tavoletta, con un pennello, l’iscrizione che sarà collocata in cima alla croce, sopra la testa di Gesù; e, per colmo d’ignominia, concede pure all’astio dei nemici del Salvatore, che due ladroni vengano crocifissi a suo fianco, poiché occorreva che s’adempisse anche la profezia: « Sarà annoverato tra i malfattori » (Is. LIII, 12). Infine, lavandosi pubblicamente le mani, nello stesso momento che contamina l’anima col più nefando delitto grida verso il popolo: « Io sono innocente del sangue di questo giusto: pensateci voi »; e tutto il popolo assetato di questa brama, risponde: « Il sangue di lui cada su di noi e sui nostri figli » (Mt. XXVII, 24-25). In quel momento il marchio del parricida s’impresse sulla fronte del popolo ingrato e sacrilego, come una volta su quella di Caino, che diciannove secoli di schiavitù, di miseria e d’infamia non hanno ancora cancellato. – Su noi, figli della gentilità, s’è posato, quale misericordiosa rugiada il sangue divino; ebbene, rendiamo grazie alla bontà del Padre celeste, che « ha tanto amato il mondo da darci il suo unico Figliolo » (Gv. III, 16); e ringraziamo anche l’amore dell’unico Figliolo di Dio, il quale, sapendo che tutte le nostre sozzure potevano essere lavate solo nel suo sangue, oggi ce lo elargisce fino all’ultima goccia.

La Via dolorosa.

Qui comincia la Via dolorosa, ed il Pretorio di Pilato, dove risuonò la sentenza contro Gesù, ne è la prima stazione. I Giudei s’impossessano del Redentore per autorizzazione del governatore; i soldati gli gettano le mani addosso e lo conducono fuori del cortile pretoriale; gli strappano il mantello di porpora e lo coprono delle vesti che gli avevano tolte per flagellarlo; quindi lo caricano della croce sulle spalle lacerate. Il luogo dove il novello Isacco ricevette l’albero del suo sacrificio è designato come la seconda Stazione. La truppa dei soldati, rinforzata dai carnefici, dai principi dei sacerdoti, dai dottori della legge e da una moltitudine immensa, si mette in cammino. Gesù avanza sotto il peso della croce; ma presto, spossato dalle perdite di sangue e da ogni sorta di patimenti, non regge più, e, cadendo sotto quel peso, segna la terza Stazione.

L’incontro di Gesù con Maria.

I soldati rialzano brutalmente il divino prigioniero, che soccombeva più sotto il peso dei nostri peccati che sotto lo strumento del suo supplizio. Ha appena ripreso il suo vacillante cammino, quando si presenta improvvisamente ai suoi sguardi la desolata Madre. La Donna forte è venuta ad incontrare il Figlio: vuole vederlo, seguirlo, unirsi a lui finché non esalerà l’ultimo respiro; il suo amore materno è invincibile. Il suo dolore oltrepassa ogni espressione umana; le agitazioni di questi ultimi giorni l’hanno spossata; non c’è sofferenza del Figlio che non le sia stata divinamente manifestata, ed alla quale lei non si sia associata, sopportandole tutte, ad una ad una. Come può più rimanere nascosta? Il sacrificio è in atto, s’avvicina la consumazione: deve unirsi assolutamente al Figlio e nessuna forza la potrà trattenere. È con lei la Maddalena in lacrime, e vi sono pure: Giovanni, Maria madre di Giacomo e Salomè; essi piangono il Maestro ma lei piange il Figlio. Gesù vede la Madre sua, ma non può consolarla; e tutto questo non è che l’inizio dei dolori! Il sentimento d’angoscia che prova in questo momento il cuore della più tenera delle madri opprime ancora di più il cuore del più amante dei figli. Ma non per questo i carnefici che gli sono ai fianchi accorderanno un sol momento di ritardo nel loro cammino, in favore della madre d’un condannato; se vuole, si trascini pure dietro al fatale corteo: è già molto se non la cacciano via; e l’incontro di Gesù con Maria sulla via del Calvario indicherà per sempre la quarta Stazione.

Il Cireneo.

C’è ancora molta strada da fare, perché, secondo la legge, i criminali dovevano essere suppliziati fuori le porte della città. I Giudei temono che la vittima venga a mancare prima d’arrivare al luogo del sacrificio; perciò, vedendo tornare dalla campagna un uomo chiamato Simone di Cirene, lo fermano e, per un crudele sentimento di umanità verso Gesù, lo costringono a condividere con questi la fatica di portare lo strumento della salvezza del mondo. L’incontro di Gesù con Simone Cireneo consacra la quinta Stazione.

Il Volto Santo.

Di lì a pochi passi, un fatto inatteso viene a colpire di meraviglia e di stupore fin’anche i carnefici: una donna attraversa la folla, sguscia tra i soldati e si precipita ai piedi del Salvatore. Ella stringe fra le mani un velo spiegato, e, tutta tremante, asciuga il volto di Gesù reso irriconoscibile dal sangue, dal sudore e dagli sputi. Essa però l’ha riconosciuto, perché lo ama, e non ha temuto d’esporre la propria vita per procurargli un leggero sollievo. Il suo amore sarà ricompensato: il volto del Redentore, impresso per miracolo su quel velo, sarà d’ora in poi il suo più ricco tesoro; e, col suo atto coraggioso avrà la gloria di costituire la sesta Stazione della Via Crucis.

Compassione di Gesù per Gerusalemme.

Ma quanto più Gesù s’avvicina alla mèta fatale, tanto più le sue forze lo abbandonano. Un improvviso abbattimento segna, con la seconda caduta della vittima, la settima Stazione. I soldati lo rialzano con violenza, e riecco Gesù sul sentiero che bagna col suo sangue. Tanti indegni maltrattamenti strappano grida di dolore ad un gruppo di donne, che, mosse da compassione verso Gesù, lo seguivano fra i soldati, sfidando i loro insulti. Gesù, intenerito dalla condotta di queste donne che, nella debolezza del loro sesso, mostravano più grandezza d’animo che non tutto insieme il popolo di Gerusalemme, si degna di rivolgere loro uno sguardo di bontà, e riprendendo tutta la dignità del suo linguaggio profetico, in presenza dei prìncipi dei sacerdoti e dei dottori della legge, preannuncia il terribile castigo che seguirà al misfatto di cui esse sono testimoni e che deplorano con tante lacrime: « Figlie di Gerusalemme! dice loro in quello stesso luogo che viene rialzato nell’ottava Stazione; Figlie di Gerusalemme! non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e e sui vostri figlioli, perché, ecco, verranno giorni in cui si dirà: Beate le sterili e i seni che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato! Allora si metteranno a dire alle montagne: Cadeteci addosso; e alle colline: Ricopriteci. Chè se si tratta così il legno verde, che sarà del secco?» (Lc. XXIII, 28-31).

L’arrivo al Calvario.

Finalmente si giunge ai piedi della collina del Calvario, che Gesù dovrà salire, prima di raggiungere il luogo del sacrificio. Ma una terza volta l’estrema fatica lo rovescia al suolo, e santifica il posto in cui i fedeli venereranno la nona Stazione. La barbara soldataglia interviene ancora una volta a far riprendere a Gesù la penosa salita, e finalmente, fra molti urti, arriva in cima al cocuzzolo che diventerà l’altare del più sacro e più potente degli olocausti. I carnefici gli tolgono la croce e la stendono a terra, in attesa di conficcarvi la vittima. Ma prima, secondo l’uso dei Romani, praticato anche dai Giudei, offrono a Gesù una tazza di vino misto a mirra. Una tale bevanda, amara come il fiele, serviva da narcotico per addormentare entro un certo limite i sensi del paziente e diminuire i supplizi. Gesù bagna appena le labbra di questa pozione, che la consuetudine e più che il senso d’umanità gli offriva; non vuole berne, per poter assaporare coscientemente le sofferenze che si è degnato accettare per la salvezza degli uomini. Poi i carnefici gli strappano le vesti che s’erano attaccate alle piaghe e lo portano subito sul posto dove l’attende la croce. Il luogo dove Gesù fu spogliato sul Calvario ed assaggiò l’amara bevanda è indicato come la decima Stazione della Via Crucis. Le nove precedenti sono tuttora visibili nelle vie di Gerusalemme, dal Pretorio fino ai piedi del Calvario; ma quest’ultima e le quattro successive si venerano nell’interno della Chiesa del Santo Sepolcro, che nella sua vastità racchiude il teatro delle ultime scene della Passione del Salvatore. Ma a questo punto dobbiamo sospendere la narrazione dei fatti, perché ci siamo già inoltrati abbastanza nei fatti della grande giornata; del resto dobbiamo ancora tornare sul Calvario. È ormai tempo che ci uniamo alla santa Chiesa nella funzione con la quale sta per celebrare la morte del Signore.

LA SOLENNE FUNZIONE LITURGICA DEL POMERIGGIO CON LA QUALE SI CELEBRA LA PASSIONE E LA MORTE DI CRISTO

Il servizio divino di questo pomeriggio si divide in quattro parti, di cui spiegheremo successivamente i misteri. Prima vi sono le Letture; seguono le Preghiere; poi viene l’adorazione della Croce, ed infine la Comunione. Questi riti insoliti fanno capire ai fedeli la grandezza di questo giorno, e al tempo stesso fanno avvertire la sospensione del Sacrificio quotidiano di cui prendono il posto. L’altare è spoglio, senza croce senza candelieri; il leggìo del Vangelo è senza drappo. – Recitata l’Ora di Nona, il Celebrante avanza coi ministri; i loro paramenti neri significano il lutto della santa Chiesa. Giunti ai piedi dell’altare, si prostrano sui gradini e pregano alcuni istanti in silenzio; quindi, si dà inizio alle Letture.

LE LETTURE

La prima parte di questo Ufficio è dedicata alla lettura di due brani di Profezie ed al Passio. Si leggono prima alcuni versetti del profeta Osea (VI, 1-6), nei quali il Signore predice i suoi disegni misericordiosi verso il novello popolo, il popolo pagano, ch’era morto e che fra tre giorni risusciterà col Cristo che ancora non conosce. – Efraim e Giuda non saranno accolti allo stesso modo, non avendo i loro sacrifici materiali placato un Dio, che ama la misericordia e disprezza coloro che sono duri di cuore. La seconda lettura è tratta dall’Esodo (XII, 1-11), ci mette innanzi la figura dell’Agnello pasquale, per mostrarci che in questo momento il simbolo scompare davanti alla realtà. È un Agnello immacolato come l’Emmanuele, il cui sangue preserva dalla morte tutti coloro che hanno avuta la dimora segnata da lui. Esso non solo sarà immolato, ma diventerà alimento di coloro che non sono salvi per lui. È il viatico di chi si trova in cammino, e lo mangia in piedi, non avendo tempo di fermarsi nel corso rapido della vita. L’immolazione dell’antico Agnello e del nuovo è il segnale della Pasqua.

LE PREGHIERE

La santa Chiesa ha appena commemorato insieme ai suoi figli la storia degli ultimi momenti del Signore; che le resta dunque, se non imitare il divino Mediatore, che, come dice S. Paolo, sulla Croce ha offerto per tutti gli uomini al Padre « preghiere e suppliche con forti grida e lacrime»? (Ebr. V, 7). Perciò, fin dai primi secoli, in questo giorno, essa indirizzò alla divina Maestà una serie di preghiere, che, riferendosi a tutti i bisogni del genere umano, mostrano ch’essa è veramente la madre di tutti e la sposa amorevole del Figlio di Dio. Tutti, anche i Giudei, partecipano a questa solenne intercessione che la Chiesa presenta al Padre dei secoli, ai piedi della Croce di Gesù Cristo. – Ognuna di queste preghiere è preceduta da una spiegazione che ne annuncia l’oggetto. Quindi il Diacono invita i fedeli a mettersi in ginocchio; poi, ad un cenno del Suddiacono, subito si levano in piedi per unirsi all’invocazione del Celebrante (Nell’VIII secolo queste preghiere venivano pure recitate il Mercoledì Santo.).

ADORAZIONE DELLA SANTA CROCE

Fatte queste preghiere generali ed implorata da Dio la conversione dei pagani, la Chiesa, nella sua carità, ha fatto un giro di orizzonte su tutti gli abitanti della terra e sollecitato su tutti loro l’effusione del sangue divino, che in questo momento scorre dalle vene dell’Uomo-Dio. Ora di nuovo si volge ai figli cristiani, e, addolorata per le umiliazioni del Signore, li esorta ad alleggerire il peso con l’indirizzare i loro omaggi alla Croce, fino allora ritenuta infame, ma ora resa sacra; quella Croce sotto la quale egli s’incammina al Calvario e le cui braccia oggi lo sosterranno. Per Israele essa è scandalo; per i Gentili, stoltezza (I Cor. I, 23); ma noi Cristiani veneriamo in lei il trofeo della vittoria di Cristo e lo strumento augusto della salvezza degli uomini. Dunque, è giunto il momento in cui riceverà le nostre adorazioni, per l’onore che si degnò di farle il Figlio di Dio irrorandola col suo sangue ed associandola all’opera della nostra riparazione. Non v’è giorno, né ora di tutto l’anno in cui meglio convenga tributarle i nostri doveri. – L’adorazione della Croce cominciò a Gerusalemme fin dal IV secolo. Rinvenuta la vera Croce mediante diligenti ricerche di Santa Elena imperatrice, il popolo fedele aspirava a contemplare di tanto in tanto l’albero di vita, la cui miracolosa Invenzione aveva colmato di gioia tutta la Chiesa. Perciò fu stabilito che la si sarebbe esposta all’adorazione dei Cristiani una volta Tanno, il Venerdì Santo. Il desiderio di vederla faceva accorrere ogni anno a Gerusalemme, per la Settimana Santa, un’immensa folla di pellegrini. Ovunque si sparse la fama di questa cerimonia; ma non tutti potevano sperare di contemplarla, fosse pure una volta sola in vita. Allora la pietà cattolica volle almeno consacrare, con un’imitazione, la vera cerimonia a cui la maggior parte non poteva assistere; e verso il VII secolo si pensò di ripetere in tutte le chiese, il Venerdì Santo, l’ostensione e l’adorazione della Croce come avveniva a Gerusalemme. Non si aveva, è vero, che la figura della vera Croce; ma, siccome gli omaggi resi al sacro legno si riferivano a Cristo stesso, i fedeli potevano in questa maniera offrirle identici onori, nell’impossibilità d’avere il vero legno che il Redentore bagnò col suo sangue. Tale è lo scopo dell’istituzione del rito che la Chiesa compie alla nostra presenza, ed alla quale invita tutti noi a prendere parte. Il Celebrante all’altare depone il piviale e rimane seduto al suo posto. Il diacono con gli accoliti si porta in sacrestia di dove ne esce in processione con la croce. Quando giungono in chiesa, il celebrante riceve la croce dalle mani del diacono, si porta dalla parte dell’Epistola e là, in piedi al fondo degli scalini, rivolto verso il popolo, scopre la parte superiore della croce cantando con tono di voce normale:

Ecco il legno della Croce…

E prosegue, aiutato dai ministri, che cantano con lui:

…al quale fu sospesa la salvezza del mondo.

Allora l’assistente, in piedi, canta:

Venite, adoriamo.

Poi tutti si inginocchiano e adorano per un istante, in silenzio. Questa prima ostensione rappresenta la prima predicazione della Croce, quella che gli Apostoli fecero tra loro, quando, non avendo ancora ricevuto lo Spirito Santo, non potevano discorrere del divino mistero della Redenzione che coi discepoli di Gesù, temendo di suscitare l’attenzione dei Giudei. A significare ciò, il Sacerdote solleva solo un tantino la Croce. L’offerta di questo primo omaggio è una riparazione degli oltraggi che il Salvatore ricevette in casa di Caifa, in cui fu schiaffeggiato dal soldato. – Quindi il Celebrante sale sulla predella dell’altare, sempre al lato destro dell’Epistola in modo che il popolo lo veda meglio. I ministri l’aiutano a scoprire il braccio destro della Croce, e, scoperta questa parte, mostra di nuovo lo strumento della salvezza, sollevandolo di più e canta con voce più alta:

Ecco il legno della Croce…

Il Diacono e il Suddiacono continuano a cantare con lui:

…al quale fu sospesa la salvezza del mondo.

E tutti i presenti cantano:

Venite, adoriamo. Poi si inginocchiano e adorano in silenzio. Questa seconda ostensione, fatta in modo più manifesto della prima, rappresenta la predicazione del mistero della Croce ai Giudei, quando gli Apostoli, dopo la discesa dello Spirito Santo, gettarono le fondamenta della Chiesa in seno alla Sinagoga, portando ai piedi del Redentore le primizie d’Israele. La santa Chiesa l’offre in riparazione degli oltraggi che il Salvatore ricevette nel Pretorio di Pilato, dove fu flagellato e coronato di spine.

Poi il Celebrante va nel mezzo dell’altare, sempre di faccia al popolo; liberando il braccio sinistro della croce con l’aiuto del Diacono e del Suddiacono, la scopre completamente, e sollevandola più in alto con voce ancora più forte, quasi di trionfo, canta:

Ecco il legno della Croce…

Ed insieme coi ministri continua:

…al quale fu sospesa la salvezza del mondo.

Sempre i fedeli cantano:

Venite, adoriamo. – Poi si inginocchiano e adorano in silenzio.

Quest’ultima ostensione rappresenta la predicazione del mistero della Croce in tutto il mondo, quando gli Apostoli, cacciati dalla totalità della nazione giudaica, si voltarono ai Gentili e predicarono il Dio crocifisso oltre i confini dell’Impero romano. Il terzo ossequio reso alla Croce è offerto in riparazione degli oltraggi che il Salvatore ricevette sul Calvario, quando fu deriso dai suoi nemici. La santa Chiesa, mostrandoci prima la Croce coperta d’un velo che poi scompare, mentre ci dà a contemplare il divino trofeo della nostra Redenzione, vuole anche significarci l’avvicendarsi dell’accecamento del popolo giudaico, che non vede in questo legno adorabile che uno strumento d’ignominia, e la folgorante luce di cui gode il popolo cristiano, al quale la fede rivela che il Figlio di Dio, lungi dall’essere oggetto di scandalo, è, al contrario, come dice l’Apostolo, il monumento eterno della « potenza e della sapienza di Dio » (I Cor. I, 24). Ormai la Croce, così solennemente issata, non rimarrà più coperta; così senza velo, attenderà sull’altare l’ora della gloriosa risurrezione del Messia. Saranno anche scoperte tutte le altre immagini della Croce che stanno sui diversi altari, ad imitazione di quella che prenderà il suo posto di onore sull’altare maggiore. Ma la santa Chiesa, in questo momento, non si limita ad esporre alla contemplazione dei fedeli la Croce che li ha salvati; essa anche li invita ad accostare rispettosamente le loro labbra al sacro legno. Li precede il Celebrante, e tutti verranno dopo di lui. Non contento d’aver deposto la pianeta, egli si toglie anche le scarpe, e solo dopo aver fatto tre genuflessioni s’accosta alla Croce adagiata sui gradini dell’altare. Dietro di lui s’avanzano il Diacono ed il Suddiacono, poi il Clero, infine i laici. – Straordinariamente belli sono i canti che accompagnano l’adorazione della Croce. Prima s’intonano gl’Improperi, o rimproveri che il Messia rivolge ai Giudei. Le prime tre strofe di quest’Inno sono alternate dal canto del Trisagio, la preghiera al Dio tre volte santo, del quale è giusto glorificare l’immortalità nel momento in cui si degna, come uomo, subire la morte per noi. Questa triplice glorificazione, in uso a Costantinopoli fin dal V secolo, passò nella Chiesa Romana, che la mantenne nella lingua primitiva, accontentandosi d’alternare la traduzione latina delle parole. Il seguito di questo magnifico canto è del più alto interesse drammatico: il Cristo ricorda tutte le indegnità di cui fu fatto segno da parte del popolo giudaico, e mette in risalto i benefici ch’Egli elargì all’ingrata nazione. Se l’adorazione della Croce non è ancora terminata, si passa ad intonare il celebre Inno Crux fidelis, composto da Venanzio Fortunato. Vescovo di Poitiers, nel V secolo, in onore del sacro albero della nostra Redenzione. Alcuni versi d’una strofa servono da ritornello a tutte le strofe dell’Inno.

Terminata l’adorazione della Croce, dopo che i fedeli le hanno reso omaggio, il Celebrante la pone sull’altare: a questo punto ha inizio la quarta parte della funzione.

LA COMUNIONE

Il ricordo del sacrificio compiuto oggi sul Calvario occupa talmente il pensiero della Chiesa in questo anniversario, ch’essa rinuncia a rinnovare sull’altare l’immolazione della vittima divina, accontentandosi di partecipare al sacro mistero con la comunione. Una volta, il clero e tutti i fedeli, erano ammessi a tale favore, ma in seguito soltanto più il celebrante poteva comunicarsi. Nel 1956 è tornata alla vecchia tradizione e tutti i fedeli ora possono ricevere il Corpo del Signore che si immola, proprio oggi, per la salvezza di tutti e riceve così, in modo più abbondante, i frutti della redenzione. – Accompagnato dai due accoliti, il Diacono si porta al Sepolcro, prende il santo ciborio dal tabernacolo e lo porta sull’Altare Maggiore mentre si canta:

Noi ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo, perché hai redento il mondo con la tua croce.

L’albero ci ha ridotti in schiavitù e la Croce ci libera; il frutto dell’albero ci ha sedotti, il Figlio di Dio ci ha salvati.

Salvatore del mondo, salvaci; o tu che ci hai redenti mediante il tuo sangue e la Croce, salvaci, te ne preghiamo!

Giunto all’Altare, il Diacono depone santo ciborio sul corporale; il celebrante sale l’altare e recita l’inizio del Pater a voce alta e siccome il Pater è una preparazione alla comunione, clero e fedeli lo recitano a voce alta col celebrante, « solennemente, gravemente, distintamente ed in latino ». – Uniamoci sentitamente e fiduciosi alle sette petizioni che esso contiene, nell’ora in cui il divino intercessore, con le braccia allargate

sulla Croce, le presenta per noi al Padre. È questo il momento in cui ottiene, per mezzo della sua mediazione, che ogni nostra preghiera sia esaudita. – Dopo il Pater, il sacerdote recita a voce alta una preghiera che nelle Messe viene recitata piano; con questa preghiera chiede che noi siamo liberati dal male e dal peccato e fatti vivere nella pace.

Il celebrante recita ancora a voce bassa la terza delle orazioni che precedono la comunione nelle Messe ordinarie; quindi apre la pisside che contiene le Ostie, ne prende una e, profondamente inclinato, si percuote il petto dicendo forte: “Signore, io non sono degno che tu venga in me, ma di’ una sola parola e l’anima mia sarà salva”.

A questo punto il Celebrante si comunica e dopo essersi raccolto per qualche istante, distribuisce la comunione, al solito modo, al clero e ai fedeli. Terminata la comunione, il celebrante si purifica le dita nell’apposito vasetto, le deterge col manutergio, ripone la pisside nel tabernacolo e restando in piedi in mezzo all’altare recita, in tono feriale, come ringraziamento, le tre seguenti preghiere:

“O Signore, questo popolo ha ricordato con cuore pio gli avvenimenti della Passione e della morte del Figlio tuo; noi ti preghiamo affinché egli ne riceva benedizioni abbondanti, il perdono, la consolazione, l’accrescimento della fede e la certezza della sua eterna redenzione. Te lo chiediamo in nome di Cristo nostro Signore”.

“O Dio possente e misericordioso che ci hai redenti per mezzo della Passione e della morte del tuo Figlio Gesù, conserva in noi l’opera della tua misericordia, di modo che avendo partecipato a questi misteri, noi possiamo vivere d’un amore indistruttibile. Te lo chiediamo in nome di Cristo”.

“Ricordati, o Signore, della tua misericordia e santifica, con la tua protezione, questi tuoi figli per i quali Gesù Cristo ha istituito, versando il suo sangue, questo mistero della Pasqua. Te lo chiediamo in nome di Cristo”.

Terminate queste preghiere il celebrante e i ministri discendono, dall’altare e tornano in Sacrestia. Compieta viene recitata in Coro a luci spente. La Santa Eucarestia viene riportata senza solennità nell’apposito luogo; vi sarà accesa, come di consueto, una lampada.

IL POMERIGGIO

Frattanto è bene che, durante le ore che furono quelle della nostra salvezza, noi seguiamo col cuore e col pensiero il misericordioso Redentore, che avevamo lasciato sul Calvario al momento in cui lo spogliarono delle sue vesti, dopo avere assaggiata l’amara bevanda. Assistiamo con raccoglimento e compunzione alla consumazione del Sacrificio, ch’egli sta per offrire per noi alla giustizia divina.

La Crocifissione.

Gesù è condotto dai carnefici pochi passi più in là, dove la Croce stesa per terra segna l’undecima Stazione della Via Crucis. Come un agnello condotto al sacrificio, Egli si corica sul legno che diventerà il suo altare; le sue membra vengono stirate con violenza, e i chiodi, penetrando fra i nervi e le ossa, configgono sul patibolo le mani e i piedi. Scorre il sangue dalle quattro vivificanti sorgenti, dove verranno a purificarsi le nostre anime; ed è la quarta volta che sgorga dalle vene del Redentore. Maria sente i colpi sinistri del martello, mentre il suo cuore di Madre ne rimane lacerato. Maddalena è in preda a una desolazione tanto più amara, quanto più si vede nell’impotenza di recar sollievo all’amato Maestro, che gli uomini le hanno rapito. Ma ecco che Gesù alza la voce e proferisce, dall’alto del Calvario, la sua prima parola: « Padre, esclama, perdona loro, perché non sanno quello che fanno ». Oh, bontà infinita del Creatore! È venuto sulla terra, opera delle sue mani, e gli uomini l’hanno crocifisso! ma fin sulla Croce egli ha pregato per loro, e, nella sua preghiera, li vuole anche scusare!

Gesù in Croce.

La Vittima è inchiodata sul legno, dove dovrà morire; ma non resterà così adagiata per terra. Isaia predisse che « il regale germoglio della radice di Iesse sarà inalberato come uno stendardo a vista di tutte le nazioni» (Is. XI, 10). Quindi bisogna che il crocifisso Salvatore santifichi l’aria infestata dalla presenza degli spiriti maligni; bisogna che il mediatore fra Dio e gli uomini, il Sommo Sacerdote ed intercessore, sia innalzato fra il cielo e la terra a trattare la riconciliazione fra l’uno e l’altra. A poca distanza dal luogo ove è distesa la Croce hanno praticata nella roccia una buca: dentro di questa, la Croce viene calata e così domina tutto il monte Calvario. È il luogo della dodicesima Stazione. I soldati s’adoperano con grandi sforzi a piantarvi l’albero della salvezza; l’urto violento acuisce i dolori di Gesù, che con tutto il corpo lacerato pende dalle sue stesse piaghe dei piedi e delle mani. Eccolo esposto nudo agli occhi di tutti, Lui ch’è venuto al mondo a coprire la nostra nudità causata dal peccato! Sotto la Croce i soldati stracciano le sue vesti e se le dividono, rispettando però la tunica, che secondo una pia tradizione Maria stessa aveva intessuta con le sue mani verginali. La tirano a sorte senza lacerarla; e così diventa il simbolo dell’unità della Chiesa che non deve mai essere rotta per nessun pretesto.

« Re dei Giudei ».

Sopra la testa del Redentore sta scritto in ebraico, greco e latino:

GESÙ NAZARENO RE DEI GIUDEI.

La moltitudine legge e ripete tale iscrizione, proclamando ancora una volta senza volerlo, la regalità del figlio di David. I nemici di Gesù se ne accorgono e cercano d’ottenere da Pilato la correzione della scritta, non ricevendo altra risposta che questa: « Quel che ho scritto ho scritto » (Gv. XIX, 22). Un’altra circostanza trasmessaci dai santi Padri annuncia che il Re dei Giudei, rigettato dal suo popolo, regnerà sulle nazioni della terra con la stessa gloria che ricevette in eredità dal Padre. Piantando la Croce nel suolo, i soldati la disposero in modo che il divino crocifisso voltasse le spalle a Gerusalemme ed allargasse le braccia verso le regioni dell’occidente. Pertanto, mentre il Sole della verità tramontava sulla città deicida, sorgeva sulla novella Gerusalemme, Roma, la superba città cosciente della sua eternità, ma ancora ignara che sarebbe divenuta eterna per la Croce.

Gl’insulti.

Alziamo lo sguardo verso l’Uomo-Dio, la cui vita va spegnendosi così rapidamente sullo strumento del suo supplizio. Eccolo sospeso in aria, alla vista di tutto Israele, « come il serpente di bronzo che Mosè aveva mostrato al popolo nel deserto » (Gv. III, 14); ma questo popolo non ha per lui che oltraggi. Voci insolenti e senza pietà salgono fino a lui: «Tu che distruggi il tempio di Dio e lo riedifichi in tre giorni, liberati ora; se sei il Figlio di Dio, scendi dalla Croce, se puoi ». Dal loro canto gl’indegni pontefici sorpassano la misura d’ogni bestemmia: « Ha salvato gli altri: perché non salva se stesso? Via! Re d’Israele, scendi dalla Croce e ti crederemo! Hai confidato in Dio: è lui che ti deve liberare. Non hai detto che sei il Figlio di Dio? ». E i due ladroni ch’erano crocifissi con lui prendevano parte all’oltraggioso concerto.

Preghiere.

Ma la terra aveva ricevuto un beneficio tale da paragonarsi a quello che Dio si degnava accordarle in quell’ora: e mai maggiori insulti erano saliti alla maestà divina con tanta audacia. Noi Cristiani, che adoriamo colui che i Giudei bestemmiano, offriamogli in questo momento la dovuta riparazione cui ha tanto diritto. Gli empi gli rinfacciano le proprie divine parole, torcendole contro di Lui; noi invece ricordiamogli un’altra parola da Lui stesso pronunciata e che riempie i nostri cuori di speranza: « Quando sarò innalzato da terra trarrò tutto a me » (Gv. XII, 32). Ora è giunto il momento, Signore Gesù, d’adempiere la tua promessa: traici tutti a te. Noi siamo ancora rivolti alla terra, legati da mille interessi e da mille attrattive, schiavi dell’amore di noi stessi, sempre impediti nel volo verso di te: sii l’amante che ci attira e rompe ogni laccio, affinché possiamo salire fino a te, e la conquista delle nostre anime sia finalmente la consolazione del tuo cuore oppresso.

Le tenebre.

Frattanto il giorno è giunto a metà del suo corso: è l’ora sesta, quella che noi chiamiamo mezzogiorno. Il sole, che splendeva in cielo come un insensibile testimone, improvvisamente nega la sua luce; ed un’oscura notte stende le sue tenebre su tutta la terra. Compaiono le stelle in cielo; le mille voci della natura languiscono: pare che il mondo stia per cadere nel caos. Si dice che il celebre Dionigi dell’Areopago d’Atene, che poi divenne discepolo del Dottor delle Genti, nel momento in cui avvenne quell’eclissi, esclamasse: «il Dio della natura sta soffrendo o la macchina di questo mondo sta per dissolversi ». – Flegone, autore pagano, scrivendo un secolo dopo, ricordava ancora lo sgomento che suscitarono nell’impero romano, quelle inattese tenebre che scompigliarono tutti i calcoli degli astronomi.

Il buon ladrone.

Un così formidabile fenomeno, spettacolo troppo visibile del corruccio celeste, agghiacciò di panico i più audaci bestemmiatori. Il silenzio successe a tanti schiamazzi. Allora uno dei ladroni, la cui croce stava a destra di quella di Gesù, sentì, insieme al rimorso, nascergli in cuore una speranza; tanto che rimprovera il compagno col quale fino a poco fa aveva insultato l’innocente: «Neppure tu temi Iddio, trovandoti con Lui nel medesimo supplizio? Quanto a noi, è giusto, perché riceviamo degna pena per le nostre azioni, ma costui non ha fatto nulla di male » (Lc, XXIII, 40-41). Gesù difeso da un malfattore, proprio nel momento in cui i dottori della legge giudaica, assisi sulla cattedra di Mosè, non fanno che oltraggiarlo! Ciò dimostra in modo evidente il grado d’accecamento al quale è arrivata la Sinagoga. Disma, un ladrone, un diseredato, rappresenta in quest’istante la gentilità che soccombe sotto il peso dei suoi delitti, ma da cui presto si risolleverà purificata, confessando la divinità del crocifisso. Egli si volge penosamente verso la Croce del Salvatore, dicendo a Gesù: « Signore, ricordati di me quando sarai nel tuo regno »; perché egli crede alla regalità di Gesù, a quella regalità di cui i sacerdoti ed i magistrati della sua nazione avevano fatto oggetto di derisione. La calma e la dignità dell’augusta vittima sul patibolo gli hanno rivelato tutta la sua grandezza, e lui, prestandogli fede, ne invoca fiducioso un semplice ricordo, quando alla sua umiliazione seguirà la gloria. La grazia ha fatto di questo ladrone un vero Cristiano! E chi oserebbe dubitare che tale grazia gli sia stata implorata e ottenuta dalla Madre della misericordia, che in quel solenne momento offrì se stessa in un medesimo sacrificio col Figlio? Gesù, commosso d’aver riscontrato in un malvivente, giustiziato a causa delle sue criminalità, quella fede che invano aveva cercato in Israele, così risponde alla sua umile preghiera: « In verità ti dico, oggi stesso sarai meco in Paradiso ». È la seconda parola di Gesù sulla Croce. Il fortunato penitente la raccoglie con gioia nel suo cuore e la custodisce gelosamente, aspettando nell’espiazione l’ora della liberazione.

Il gruppo dei fedeli.

Maria s’è avvicinata alla Croce dalla quale pende Gesù! Per il cuore d’una madre, non vi sono tenebre che possano impedire di riconoscere il proprio figlio. Il tumulto s’è placato dopo che il sole non manda più la sua luce, e i soldati non frappongono più ostacoli a questo pietoso ravvicinamento. Gesù guarda teneramente Maria, la vede desolata, e la sofferenza del suo cuore, che sembrava giunta al massimo, aumenta ancora di più. Egli sta per morire, e la Madre non può slanciarsi verso di Lui, ad abbracciarlo e a prodigargli le sue ultime carezze! Anche Maddalena è là, sciolta in lacrime e languente di dolore, nel vedere i piedi del Salvatore che tanto amava, e che pochi giorni fa aveva cosparso dei suoi profumi, bagnati dal sangue sgorgato dalle ferite e già coagulato. Essa li può ancora irrorare delle sue lacrime, ma le lacrime non li possono risanare; è soltanto venuta per vedere morire Colui dal quale ricevette il perdono in ricompensa del suo amore. Giovanni, il prediletto è il solo Apostolo che ha seguito Gesù fin sul Calvario; immerso nel dolore, ricorda la predilezione che anche il giorno precedente Gesù volle testimoniargli nel misterioso banchetto; soffre per il figlio e soffre per la madre, perché il suo cuore non s’accontenta dell’inestimabile premio col quale Gesù volle ripagare il suo amore. Maria di Cleofa è insieme con Maria accanto alla Croce; più in là le altre donne formano un altro gruppo.

Maria Madre nostra.

Tutto a un tratto, nel cuore del silenzio interrotto solo dai singhiozzi, risuonò per la terza volta la voce di Gesù morente, che, rivolto a sua madre, la chiama « Donna », non volendo con un’altra spada rinnovarle il dolore nel suo cuore già ferito: « Donna, ecco tuo figlio », indicando con questa parola Giovanni; e rivolto a Giovanni, aggiunge: « Figlio, ecco tua madre ». Era doloroso quella scambio al cuore di Maria, ma la sostituzione assicurava per sempre a Giovanni, e in lui all’umanità, il beneficio d’una madre. Esponemmo tale scena più dettagliatamente il Venerdì della settimana di Passione; oggi, suo anniversario, accogliamo il generoso testamento di Gesù, che con l’incarnazione ci aveva meritata l’adorazione del Padre celeste, ed in questo momento ci dà in dono la propria madre.

Gli ultimi istanti.

S’avvicina l’ora nona (tre ore dopo mezzogiorno), quella decretata fin dall’eternità per la morte dell’Uomo-Dio. Gesù si sente di nuovo assalire dal crudele abbandono che provò nell’Orto degli Ulivi; si sente schiacciato da tutto il peso della disgrazia di Dio in cui è incorso per essersi fatto cauzione dei nostri peccati; l’amarezza del calice d’un Dio irato, bevuto fino alla feccia, gli causa un deliquio ch’egli esprime col gemito: « Dio mio! Dio mio! perché m’hai abbandonato? ». È la quarta parola; ma è una parola che non riconducela serenità al cielo. Gesù non lo chiama neppure « Padre mio! »come se fosse un peccatore, un condannato davanti all’inflessibiletribunale di Dio. Intanto, una gran febbre ne divora le viscere, edall’arsa bocca gli sfugge a gran pena la quinta parola: « Ho sete ».Un soldato gli accosta alle labbra morenti una spugna inzuppatadi aceto: sarà l’unico sollievo, che nella bruciante sete gli offrirà laterra, quella terra rinfrescata ogni giorno dalla sua rugiada e dallaquale ha fatto zampillare sorgenti e fiumi.

La morte.

Il momento in cui Gesù esalerà lo spirito al Padre è giunto. Egli abbraccia in uno sguardo i divini oracoli che preannunciarono le minime circostanze della sua missione; vede che non ce n’è uno solo che non sia stato adempiuto, fino al tormento della sete e all’aceto che gli venne offerto per dissetarlo. Proferisce allora la sesta parola dicendo: « Tutto è compiuto ». Non resta che morire, per apporre l’ultimo suggello alle profezie preannuncianti la sua morte quale mezzo estremo della nostra redenzione. Sfinito, agonizzante, quest’uomo che fino a pochi momenti fa era riuscito solo a mormorare qualche parola, lancia un grido potente che risuona lontano ed impaurisce e fa meravigliare il centurione romano, ch’era al comando delle guardie sotto la Croce. « Padre! esclama, nelle tue mani raccomando il mio spirito ». Pronunciata questa settimana ed ultima parola,abbandona il capo sul petto ed esala l’ultimo respiro.

La sconfitta di satana.

In quell’istante le tenebre si diradano, in cielo torna a splendere il sole; ma la terra trema, le pietre si spaccano e la roccia del Calvario si fende tra la Croce di Gesù e quella del cattivo ladrone; il crepaccio è visibile anche oggi. Un altro fenomeno spaventa i sacerdoti del giudaismo: il velo del Tempio che conservava il Santo dei Santi si spacca in due dall’alto in basso annunciando la fine del regno delle figure. Le tombe ove riposavano molti santi personaggi si aprono e i morti tornano alla vita. Ma lo scotimento della morte che salva l’umanità si fa sentire sopra tutto nell’abisso infernale. Finalmente satana ha compreso la potenza e la divinità del Giusto, contro il quale aveva imprudentemente aizzato le passioni della Sinagoga: per il suo accecamento, infatti, è stato sparso il sangue la cui virtù salva il genere umano e gli riapre le porte del cielo. Ma ora sa cosa pensarne di Gesù di Nazaret, al quale osò avvicinarsi nel deserto per tentarlo; e, nella sua disperazione, riconosce che Gesù è il vero Figlio dell’Eterno, e che la redenzione negata agli angeli ribelli viene elargita abbondantemente agli uomini, per i meriti del sangue che satana stesso ha fatto versare sul Calvario.

Preghiera.

Figlio adorabile del Padre, noi vi adoriamo, morto sull’albero del vostro sacrificio. La vostra amarissima morte ci ha ridata la vita. Imitando i Giudei che attesero l’ultimo anelito e rientrarono compunti nella città, noi ci percuotiamo il petto, confessando che furono i nostri peccati ad uccidervi; degnatevi, perciò, accogliere le nostre azioni di grazia per l’amore che ci avete testimoniato sino alla fine. Riscattati dal vostro sangue, d’ora in poi non ci resta che servire Voi, che ci avete amati in Dio. Siamo nelle vostre mani; Voi siete il nostro Signore. Ecco, già la Chiesa ci chiama al vostro divino servizio; dobbiamo scendere dal Calvario per unirci a lei a celebrare le vostre lodi. Fra poco saremo di nuovo accanto al vostro corpo inanimato ed assisteremo al funebre convoglio, che accompagneremo col nostro dolore e con le nostre lacrime. Maria nostra madre sta sotto la Croce e nessuna cosa la potrà separare dalla vostra spoglia mortale. Maddalena è inchiodata ai vostri piedi, e Giovanni e le pie donne formano intorno a voi un mesto accompagnamento. Noi cadiamo ancora una volta in ginocchio davanti al vostro santissimo corpo, al vostro prezioso sangue, alla Croce che ci ha redenti.

LA SERA

Il colpo di lancia.

Torniamo sul Calvario a terminare la giornata del lutto universale. Là abbiamo lasciato Maria insieme a Maddalena, a Giovanni ed alle altre pie donne. È trascorsa appena un’ora dal supremo istante che Gesù esalò lo spirito, ed ecco che alcuni soldati, comandati da un centurione, vengono a turbare, col rumore dei loro passi e delle loro voci, la quiete che regnava sulla collina. Hanno ricevuto un ordine da Pilato: su richiesta dei prìncipi dei sacerdoti, il governatore vuole che i tre crocifissi siano finiti rompendo loro le gambe, quindi deposti dalla croce e sepolti prima di notte. I Giudei contavano i giorni partendo dall’ora del tramonto; quindi è imminente l’inizio del grande Sabato. I soldati s’avvicinano prima alle croci dei due ladroni, ai quali rompono le gambe; poi s’avanzano verso la croce del Redentore; il cuore di Maria ha un sussulto: qual nuovo oltraggio faranno questi barbari al corpo insanguinato del caro Figlio? Essi guardano il divino condannato, costatano che non ha più un filo di vita; ma, per meglio assicurarsene, uno di loro impugna la lancia e la conficca nel costato destro della vittima. La punta gli trapassa il cuore, e quando il soldato la estrae, da quest’ultima sua piaga sgorgano alcune gocce di sangue misto ad acqua. È la quinta effusione del sangue redentore, ed è la quinta piaga che riceve Gesù sulla Croce.

Gesù deposto dalla Croce.

Maria ha sentito penetrare nell’intimo della sua anima la punta della lancia crudele; nuovi pianti e singhiozzi s’elevano intorno a Lei. Come finirà questo triste giorno? Quali mani deporranno l’Agnello che pende dalla Croce? Chi lo restituirà alla Madre? I soldati s’allontanano, e con essi Longino, il crudele autore della lanciata, che ha cominciato a sentire in sé un misterioso turbamento, presagio della fede di cui un giorno sarà martire. Ma ecco avanzarsi altri uomini: due Giudei, Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, che salgono la collina e si fermano commossi ai piedi della Croce di Gesù. Maria li guarda con riconoscenza: essi sono venuti a deporle fra le braccia il corpo del Figliolo ed a rendere al loro Maestro gli onori della sepoltura. I fedeli discepoli ne hanno avuta l’autorizzazione dal governatore Pilato, che ha accordato a Giuseppe il corpo di Gesù. Il tempo stringe, il sole sta per declinare, sta per scoccare, l’ora del grande Sabato; quindi i due s’aff rettano a schiodare dalla Croce le membra del Giusto. Sulle falde del piccolo colle, vicino al luogo ov’è piantata la Croce, c’è un orto: in quest’orto è praticata nella roccia una camera sepolcrale. Nessuna salma ha occupato questa tomba fino adesso: là sarà posto Gesù a riposare. Portando il prezioso carico, Giuseppe e Nicodemo scendono dal monte e depongono il sacro corpo sopra uno spazio di roccia poco distante dal sepolcro. La Madre di Gesù riceve dalle loro mani il tenero Figlio, che bagna con le sue lacrime e copre di baci le molte piaghe crudeli che ne hanno lacerato il corpo. Giovanni, Maddalena e le altre pie donne compiangono la Madre dei dolori. Ma bisogna far presto ad imbalsamare la spoglia esanime. Sulla pietra che ancor oggi è chiamata la Pietra dell’unzione, e che segna la tredicesima Stazione della Via Crucis, Giuseppe spiega il lenzuolo che ha portato; Nicodemo, aiutato dai servi che per loro ordine avevano portato cento libbre di mirra e di aloè, prepara i profumi. Lavano le ferite dal sangue; tolgono delicatamente la corona di spine dalla testa del re divino; finalmente giunge il momento d’avvolgere il corpo nel lenzuolo. Maria stringe per un’ultima Volta tra le braccia l’insensibile spoglia del suo diletto, che subito dopo viene nascosta ai suoi sguardi fra le fasciature delle bende e le pieghe della coltre.

Gesù nel sepolcro.

Poi Giuseppe e Nicodemo sollevano il nobile peso e lo portano nella tomba. È la quattordicesima Stazione della Via Crucis. V’erano due stanze incavate nella roccia e comunicanti fra loro: nella seconda, a destra, in un loculo praticato con lo scalpello, adagiano il corpo del Salvatore. Quindi s’affrettano ad uscire, e, raccogliendo tutte le loro forze, fanno scivolare sull’ingresso del monumento una grossa pietra che servirà da porta, e che presto, a richiesta dei nemici di Gesù, verrà suggellata dall’autorità pubblica e custodita da una scorta di soldati romani.

La Madre dei dolori.

Intanto il sole tramonta e sta per cominciare il grande Sabato con le sue severe prescrizioni. Maddalena e le altre pie donne, tenuto d’occhio i luoghi e la disposizione del corpo nel sepolcro, interrompono i loro lamenti e ridiscendono in fretta a Gerusalemme, col proposito di comprare dei profumi e tenerli pronti, fino a quando, passato il Sabato, possano tornare sulla tomba la domenica, di buon mattino, a completare l’imbalsamazione troppo affrettata del loro Maestro. Maria, salutata un’ultima volta la tomba che racchiude il tesoro della sua tenerezza, s’accompagna al gruppo che è diretto alla città. Giovanni, suo figlio adottivo, è al suo fianco; da quel momento egli è divenuto il custode di Colei che, senza cessare d’essere la Madre di Dio, è divenuta in Lui la Madre degli uomini. Ma a costo di quali angosce essa ha guadagnato questo nuovo titolo! quale ferita ha ricevuto il suo cuore nell’istante che le siamo stati affidati! Teniamole anche noi fedele compagnia durante le ore crudeli che trascorreranno fino al momento in cui la risurrezione di Gesù verrà ad alleviare il suo immenso dolore.

Preghiera sulla tomba di Gesù.

Ma noi non possiamo abbandonare il vostro sepolcro, o Redentore, senza lasciarvi il tributo delle nostre adorazioni e l’ammenda onorevole del nostro pentimento. Eccovi, o Gesù, prigioniero della morte! questa figlia del peccato ha dunque steso su di voi il suo impero. Vi siete addossata la sentenza ch’era lanciata contro di noi, e vi siete fatto simile a noi fino alla tomba. Quale riparazione potrebbe mai eguagliare l’umiliazione che avete subita in questo stato, a noi dovuto, ma divenuto vostro per l’amore che ci avete portato? I santi Angeli vegliano sulla pietra che nasconde il vostro corpo e rimangono stupiti di questo vostro amore per l’uomo, spregevole ed ingrata creatura. Non per i loro fratelli decaduti avete subita la morte, ma per noi, ultimi della creazione. Quale indissolubile legame viene dunque a formare tra noi e Voi il sacrificio che avete offerto! Ma se morirete per noi, per Voi dunque d’ora in poi dobbiamo vivere. Ve lo promettiamo. Gesù, sulla tomba che vi hanno scavato i nostri peccati. – Anche noi vogliamo morire, morire al peccato e vivere alla vostra grazia. D’ora in poi seguiremo i vostri precetti ed i vostri esempi, e ci allontaneremo dal peccato, che ci ha fatti responsabili della vostra morte così amara e dolorosa; abbracciamo con la vostra Croce tutte le croci di cui è disseminata la vita umana e che sono così leggere in paragone della vostra; finalmente anche noi saremo contenti di morire, quando sarà giunta l’ora di subire la meritata sentenza che la giustizia del Padre pronunciò contro di noi. Per voi la morte non è che un passaggio alla vera vita; e, come in questo momento ci separiamo dal sepolcro con la speranza di presto salutare l’alba della vostra gloriosa risurrezione, così, lasciando alla terra la sua spoglia mortale, l’anima nostra, piena di confidenza, salirà a voi sperando un giorno di ricongiungersi a quella colpevole polvere che la terra restituirà purificata.

I SETTE DOLORI DI MARIA SANTISSIMA

La compassione della Madonna.

La pietà degli ultimi tempi ha consacrato in una maniera speciale questo giorno alla memoria dei dolori che Maria provò ai piedi della Croce del suo divin Figliolo. La seguente settimana è interamente dedicata alla celebrazione dei Misteri della Passione del Salvatore, e sebbene il ricordo di Maria che soffre insieme a Gesù sia sovente presente al cuore del fedele, il quale segue piamente tutti gli atti di questo dramma, tuttavia i dolori del Redentore e lo spettacolo della giustizia divina che s’unisce a quello della misericordia per operare la nostra salvezza, assillano troppo la mente, perché sia possibile onorare come merita il mistero della compassione di Maria.

Maria Corredentrice.

Per ben comprendere l’oggetto, e meglio compiere in questo giorno, verso la Madre di Dio e degli uomini i doveri che le sono dovuti, dobbiamo ricordare che Dio, nei disegni della sua sovrana Sapienza, ha voluto in tutto e per tutto associare Maria alla restaurazione del genere umano. – (Labbe, Conciles, t. XII p. 365. – Il decreto esponeva la ragione dell’istituzione di tale festa [i sette dolori nel venerdì di Passione] : « Onorare l’angoscia che provò Maria quando il Redentore s’immolò per noi e raccomandò questa Madre benedetta a Giovanni, ma soprattutto affinché sia repressa la perfidia degli empi eretici Ussiti ».). – Tale mistero ci mostra un’applicazione della legge che rivela tutta la grandezza del piano divino; ed ancora una volta ci fa vedere il Signore sconfiggere la superbia di satana col debole braccio di una donna. Nell’opera della salvezza, noi costatiamo tre interventi di Maria, tre circostanze, nelle quali è chiamata ad unire la sua azione a quella stessa di Dio. – La prima, nell’Incarnazione del Verbo, il quale non assume carne in lei se non dopo averne ottenuto il consenso con quel solenne FIAT che salvò il mondo; la seconda, nel Sacrificio di Gesù Cristo sul Calvario, ove Ella assiste per partecipare all’offerta espiatrice; la terza, nel giorno della Pentecoste, quando riceve lo Spirito Santo come lo ricevettero gli Apostoli, per potere adoperarsi efficacemente alla fondazione della Chiesa. Nella festa dell’Annunciazione esponemmo la parte ch’ebbe la Vergine di Nazaret al più grande atto che piacque a Dio intraprendere per la sua gloria, e per il riscatto e la santificazione del genere umano. In seguito avremo occasione di mostrare la Chiesa nascente che si sviluppa e s’ingigantisce sotto l’influsso della Madre di Dio. Oggi dobbiamo descrivere la parte che toccò a Maria nel mistero della Passione di Gesù, spiegare i dolori che sopportò presso la Croce, ed i nuovi titoli che ivi acquistò alla nostra filiale riconoscenza.

La predizione di Simeone.

Il quarantesimo giorno dopo la nascita di Gesù, la Beata Vergine venne a presentare il Figlio al Tempio. Questo fanciullo era atteso da un vegliardo, che lo proclamò « luce delle nazioni e gloria d’Israele». Ma, volgendosi poi alla madre, le disse: « (Questo fanciullo) è posto a rovina e risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione; anche a te una spada trapasserà l’anima » (Lc. II, 34-35). L’annuncio dei dolori alla madre di Gesù ci fa comprendere che le gioie natalizie erano cessate, ed era venuto il tempo delle amarezze per il figlio e per la madre. Infatti, dalla fuga in Egitto fino a questi giorni in cui la malvagità dei Giudei va macchinando il più grave dei delitti, quale fu lo stato del figlio, umiliato, misconosciuto, perseguitato e saziato d’ingratitudini? Quale fu, per ripercussione, il continuo affanno e la costante angoscia del cuore della più tenera delle madri? Noi oggi, prevenendo il corso degli eventi, facciamo un passo avanti ed arriviamo subito al mattino del Venerdì Santo.

Maria, il Venerdì Santo.

Maria sa che questa stessa notte suo figlio è stato tradito da un suo discepolo, da uno che Gesù aveva scelto a suo confidente, ed al quale ella stessa, più d’una volta, aveva dato segni della sua materna bontà. Dopo una crudele agonia, s’è visto legare come un malfattore, e la soldatesca l’ha condotto da Caifa, suo principale nemico. Di là l’hanno portato al governatore romano, la cui complicità era necessaria ai prìncipi dei sacerdoti e ai dottori della legge, perché potessero versare, secondo il loro desiderio, il sangue innocente. Maria si trova allora a Gerusalemme, attorniata dalla Maddalena e da altre seguaci del Figlio; ma esse non possono impedire che le grida di quel popolo giungano fino a lei. Del resto, chi potrebbe far scomparire i presentimenti nel cuore d’una tal madre? In città non tarda a spargersi la voce che Gesù Nazareno è stato consegnato al governatore per essere crocifisso. Si terrà forse in disparte Maria, in questo momento in cui tutto un popolo s’è mosso per accompagnare coi suoi insulti fino al Calvario, questo Figlio di Dio che ha portato nel suo seno ed ha nutrito del suo latte? Ben lungi da tale viltà, si leva e si mette in cammino, fino a portarsi al passaggio di Gesù. – L’aria risuonava di schiamazzi e di bestemmie. La moltitudine che precedeva e seguiva la vittima era composta da gente feroce od insensibile; solo un gruppetto di donne faceva sentire i suoi dolorosi lamenti, e per questa compassione meritò d’attirare su di sé gli sguardi di Gesù. Poteva Maria, dinanzi alla sorte del suo figlio dimostrarsi meno sensibile di queste donne, che avevano con lui solo legami di ammirazione o di riconoscenza? Insistiamo su questo punto, per dimostrare quanto abbiamo in orrore il razionalismo ipocrita che, calpestando tutti i sentimenti del cuore e le tradizioni della pietà cattolica ha tentato, sia in Oriente che in Occidente, di mettere in dubbio la verità della Stazione della Via dolorosa, che segna il punto d’incontro del Figlio e della Madre. Questa setta [setta alla quale oggi fa capo l’usurpante successore di Simon Mago, il marrano apostata servo dell’anticristo, l’antipapa della pampas, il sedicente “Ciccio t’imbroglio” – ndr. -], che non osa negare la presenza di Maria ai piedi della Croce, perché il Vangelo è troppo esplicito al riguardo, piuttosto di rendere omaggio all’amore materno più devoto che mai sia esistito, preferisce dare ad intendere che, mentre le figlie di Gerusalemme si mostrarono intrepide al passaggio di Gesù, Maria si recò al Calvario per altra via.

Lo sguardo di Gesù e di Maria.

Il nostro cuore di figli tratterà con più giustizia la donna forte per eccellenza. Chi potrebbe dire il dolore e l’amore che espressero i suoi sguardi, quando s’imbatterono in quelli del figlio carico della Croce? e dire con quale tenerezza e con quale rassegnazione rispose Gesù al saluto della madre? e con quale affetto Maddalena e le altre sante donne sostennero fra le loro braccia colei che doveva ancora salire il Calvario, per ricevere l’ultimo respiro del suo dilettissimo figlio? Il cammino è ancora lungo sulla Via dolorosa, dalla quarta alla decima Stazione, e se fu irrigato dal sangue del Redentore, fu anche bagnato dalle lacrime della madre sua.

La Crocifissione.

Gesù e Maria sono giunti sulla sommità della collina che servirà da altare al più augusto dei sacrifici; ma il divino decreto ancora non permette alla madre d’accostarsi al figlio; solo quando sarà pronta la vittima, s’avanzerà colei che deve offrirla. Mentre aspetta questo solenne momento, quali scosse per la Vergine ad ogni colpo di martello che inchioda sul patibolo le delicate membra del suo Gesù! E quando finalmente le sarà permesso d’avvicinarsi a lui col prediletto Giovanni, la Maddalena e le compagne, quali indicibili tormenti proverà il cuore di questa madre nell’alzare gli occhi e nello scorgere, attraverso il pianto, il corpo lacerato del figlio, stirato violentemente sul patibolo, col viso coperto di sangue e imbrattato di sputi, e col capo coronato da un diadema di spine! Ecco dunque il Re d’Israele, del quale l’Angelo le aveva preannunziato le grandezze; ecco il Figlio della sua verginità, Colui che Ella ha amato come suo Dio e insieme come frutto benedetto del suo seno. Per gli uomini, più che per sé, Ella lo concepì, lo generò, lo nutrì; e gli uomini l’hanno ridotta in questo stato! Oh, se, con uno di quei prodigi che sono in potere del Padre celeste, potesse essere reso all’amore di sua Madre, e se la giustizia alla quale s’è degnato di pagare tutti i nostri debiti volesse accontentarsi di ciò che egli ha sofferto! Ma no, deve morire, ed esalare lo spirito in mezzo alla più crudele agonia.

Il martirio di Maria.

Dunque, Maria è ai piedi della Croce per ricevere l’addio del Figlio, che sta per separarsi da Lei; fra qualche istante, di questo suo amatissimo Figlio non le resterà che un corpo inanimato e coperto di piaghe. Ma cediamo qui la parola a S. Bernardo, del cui linguaggio si serve oggi la Chiesa nell’Ufficio del Mattutino: « Oh, Madre, egli esclama, considerando la violenza del dolore che ha trapassata l’anima tua, noi ti proclamiamo più che martire, perché la compassione che hai provato per tuo Figlio, sorpassa tutti i patimenti che il corpo può sopportare. Non è forse stata più penetrante d’una spada per la tua anima quella parola: Donna ecco il figlio tuo? Scambio crudele! in luogo di Gesù, ricevi Giovanni; in luogo del Signore, il servo; in luogo del Maestro, il discepolo; in luogo del Figlio di Dio, il figlio di Zebedeo: un uomo, insomma, in luogo d’un Dio! Come poté la tua anima sì tenera non essere ferita, quando i cuori nostri, i nostri cuori di ferro e di bronzo, si sentono lacerati al solo ricordo di quello che dovette allora soffrire il tuo? Perciò non vi meravigliate, fratelli miei, di sentir dire che Maria fu martire nella sua anima. Di nulla dobbiamo stupirci, se non di colui che avrà dimenticato ciò che S. Paolo annovera tra i più gravi delitti dei Gentili, l’essere stati disamorati. – Ma un tale difetto è lungi dal cuore di Maria; che sia lungi anche dal cuore di coloro che l’onorano! » (Discorso delle dodici stelle). – Nella mischia dei clamori e degl’insulti che salgono fino al Figlio elevato sulla Croce, nell’aria. Maria ascolta quella parola che scende dall’alto fino a Lei e l’ammonisce che d’ora in poi non avrà altro figlio sulla terra che quello di adozione. Le gioie materne di Betleem e di Nazaret, gioie così pure e sì spesso turbate dalla trepidazione, sono compresse nel suo cuore e si cambiano in amarezza. Era la madre d’un Dio, e suo figlio le è stato tolto dagli uomini! Alza per un’ultima volta i suoi sguardi al caro Figlio, e lo vede in preda ad un’ardentissima sete, e non può ristorarlo; contempla i suoi occhi che si spengono, il capo che si reclina sul petto: tutto è consumato!

La ferita della lancia.

Maria non s’allontana dall’albero del dolore, all’ombra del quale è stata trattenuta fino adesso dal suo amore materno; ma quali crudeli emozioni l’attendono ancora! Sotto i suoi occhi, s’avvicina un soldato a trapassare con una lanciata il costato del figlio suo appena spirato. « Ah, dice ancora S. Bernardo, il tuo cuore, o Madre, è trapassato dal ferro di quella lancia ben più che il cuore del Figlio tuo, che ha già reso l’ultimo suo anelito. Non c’è più la sua anima; ma c’è la tua, che non può distaccarsene » (Ivi).

L’invitta Madre rimane immobile a custodire i sacri resti del Figlio; coi suoi occhi lo vede distaccare dalla Croce; e quando alla fine gli amici di Gesù, con tutte le attenzioni dovute al Figlio ed alla Madre, glielo rendono così come la morte l’ha ridotto, Ella lo riceve sulle sue ginocchia, che una volta furono il trono sul quale ricevette gli omaggi dei prìncipi dell’Oriente. Chi potrà contare i sospiri ed i singhiozzi di questa Madre, che stringe al cuore la spoglia esamine del più caro dei figli? Chi conterà le ferite, di cui è coperto il corpo della vittima universale?

La sepoltura di Gesù.

Ma l’ora passa; il sole declina sempre più verso il tramonto: bisogna affrettarsi a rinchiudere nel sepolcro il corpo di colui ch’è l’Autore della vita. La madre di Gesù raccoglie in un ultimo bacio tutta la forza del suo amore, ed oppressa da un dolore immenso come il mare, affida l’adorabile corpo a chi, dopo averlo imbalsamato, lo distenderà sulla pietra della tomba. Chiuso il sepolcro, accompagnata da Giovanni suo figlio adottivo, dalla Maddalena, dai due discepoli che hanno assistito ai funerali e dalle altre pie donne, Maria rientra nella città maledetta.

La novella Eva.

Vedremo noi, in tutti questi fatti, solo lo spettacolo delle sofferenze sopportate dalla Madre di Gesù, vicino alla Croce del figlio? Non aveva forse Dio una intenzione, nel farla assistere di persona alla morte del Figlio? E perché non la tolse da questo mondo, come Giuseppe, prima del giorno della morte di Gesù, senza causare al suo cuore materno un’afflizione superiore a quella di tutte la madri prese insieme, che si sarebbero succedute da Eva in poi, lungo il corso dei secoli? Dio non l’ha fatto, perché la novella Eva aveva una parte da compiere ai piedi dell’albero della Croce. Come il Padre celeste attese il suo consenso prima d’inviare sulla terra il Verbo eterno, così pure richiese l’obbedienza ed il sacrificio di Maria per l’immolazione del Redentore. Non era il bene più caro di questa incomparabile Madre, quel Figlio che aveva concepito solo dopo aver accondisceso alla divina proposta? Ma il cielo non poteva riprenderselo, senza che lei stessa lo donasse. – Quale terribile conflitto scoppiò allora in quel cuore sì amante! L’ingiustizia e la crudeltà degli uomini stanno per rapirle il figlio: come può Lei, la Madre, ratificare, col suo assenso la morte di chi ama d’un duplice amore, come suo Figlio e come suo Dio? D’altra parte, se Gesù non viene immolato, il genere umano continua a rimanere preda di satana, il peccato non è riparato, ed invano Lei è divenuta la Madre d’un Dio. Per Lei sola sarebbero gli onori e le gioie; e noi saremmo abbandonati alla nostra triste sorte. Che farà, allora, la Vergine di Nazaret, dal cuore così grande, la creatura sempre immacolata, i cui affetti non furono mai intaccati dall’egoismo che s’infiltra così facilmente nelle anime nelle quali è regnato il peccato originale? Maria, per la sua dedizione unendosi per gli uomini al desiderio di suo Figlio, che non brama che la loro salvezza, trionfa di se stessa: una seconda volta pronuncia il suo FIAT, ed acconsente all’immolazione del Figlio. Non è più la giustizia di Dio che glielo rapisce, ma è Lei che lo cede: e, quasi a ricompensa, viene innalzata a un piano di grandezza che mai la sua umiltà avrebbe potuto concepire. Un’ineffabile unione si crea fra l’offerta del Verbo incarnato e quella di Maria; scorrono insieme il sangue divino e le lacrime della madre, e si mescolano per la redenzione del genere umano.

La fortezza di Maria.

Comprendete ora la condotta di questa Madre ed il coraggio che la sostiene. Ben differente da quell’altra madre di cui parla la Scrittura, la sventurata Agar, la quale dopo aver cercato invano di spegnere la sete d’Ismaele, ansimante sotto la canicola solare del deserto, fugge per non vedere morire il figlio. Maria inteso che il suo è condannato a morte, si alza, corre sulle sue tracce fin che non lo ritrova e l’accompagna al luogo ove dovrà spirare. Ed in quale atteggiamento rimane ai piedi della Croce di questo figlio? La vediamo forse venir meno e svenire? L’inaudito dolore che l’opprime l’ha forse fatta cascare al suolo, o fra le braccia di quelli che l’attorniano? No; il santo Vangelo risponde con una sola parola a tutte queste domande: « Maria stava (in piedi) accanto alla Croce ». Come il sacrificatore sta eretto dinanzi all’altare, così Maria, per offrire un sacrificio come il suo, conserva il medesimo atteggiamento. S. Ambrogio, che col suo tenero spirito e la profonda intelligenza dei misteri, ci ha tramandato preziosissimi trattati del carattere di Maria, esprime tutto in queste poche parole: « Ella rimase ritta in faccia alla Croce, contemplando coi suoi occhi il Figlio, ed aspettando, non la morte del caro figlio, ma la salvezza del mondo » (Comment. su S. Luca. c. XXIII).

Maria, madre nostra.

Così la Madre dei dolori lungi dal maledirci, in un simile momento, ci amava e sacrificava a nostra salvezza perfino i ricordi di quelle ore di felicità che aveva gustate nel figliol suo. Facendo tacere lo strazio del suo cuore materno, Ella lo rendeva al Padre come un sacro deposito che le aveva affidato. La spada penetrava sempre più nell’intimo dell’anima sua; ma noi eravamo salvi: da semplice creatura, essa cooperò insieme col Figlio alla nostra salute. Dopo di ciò, ci meraviglieremo se Gesù scelse proprio questo momento per eleggerla Madre degli uomini, nella persona di Giovanni che rappresentava tutti noi? Mai, come allora, il Cuore di Maria era aperto in nostro favore. Sia dunque, ormai, l’Eva novella, la vera « Madre dei viventi ». La spada, trapassando il suo Cuore immacolato, ce ne ha spalancata la porta. Nel tempo e nell’eternità, Maria estenderà anche a noi l’amore che porta a suo figlio, perché da questo momento ha inteso da Lui che anche noi le apparteniamo. A riscattarci è stato il Signore: a cooperare generosamente al nostro riscatto è stata la Madonna.

Preghiera.

Con tale confidenza, o Madre afflitta, oggi noi veniamo con la santa Chiesa, a renderti il nostro filiale ossequio. Tu partoristi senza dolore Gesù, frutto dal tuo ventre; ma noi, tuoi figli adottivi, siamo penetrati nel tuo Cuore per mezzo della lancia. Con tutto ciò amaci, o Maria, corredentrice degli uomini! E come potremmo noi non cantare all’amore del tuo Cuore sì generoso, quando sappiamo che per la nostra salvezza ti sei unita al sacrificio del tuo Gesù? Quali prove non ci hai costantemente date della tua materna tenerezza, tu che sei la Regina di misericordia, il rifugio dei peccatori, l’avvocata instancabile di tutti noi miseri? Deh! o Madre, veglia su noi; fa’ che sentiamo e gustiamo la dolorosa Passione di tuo Figlio. Non si svolse, essa, sotto i tuoi occhi? non vi prendesti parte? Facci dunque penetrare tutti i misteri, affinché le nostre anime, riscattate dal sangue di Gesù, e lavate dalle tue lacrime, si convertano finalmente al Signore e perseverino d’ora innanzi nel suo santo servizio.

MESSA DEL GIOVEDI’ SANTO (2021)

Feria Quinta in Cœna Domini ~

Stazione a S. Giovanni in Laterano. Feria di I cl. – Paramenti bianchi.

Durante parecchi secoli del Medioevo si celebravano in questo giorno, tre differenti Messe: la 1° per la riconciliazione dei pubblici penitenti, con paramenti violacei; la 2° la Missa Chrismatis, ossia della benedizione dei Sacri Oli, con paramenti bianchi e con Gloria; la 3a a un’ora tarda della giornata per venerare l’istituzione della SS. Eucarestia, con paramenti rossi. Verso la fine del Medioevo, alla prima Messa si sostituì una semplice cerimonia di assoluzione, e la seconda diventò, nelle cattedrali, una cerimonia integrale dell’unica Messa mantenuta, nella quale la maggior parte degli elementi è sostituita dagli inizi della Passione ed i resto dalla Eucarestia (per la quale d’altra parte la Chiesa ha istituito una speciale Messa solenne). – La Chiesa nell’Unica Messa di questo giorno celebra l’istituzione del Sacramento dell’Eucarestia e quella del Sacerdozio cattolico creato innanzitutto per la rinnovazione del Mistero (Secr.). Questa Messa realizza dunque in maniera tutta speciale l’ordine dato da Gesù ai suoi sacerdoti di rinnovare l’ultima Cena. Nel momento in cui si complottava la Sua morte, il Salvatore trovava modo di immortalare la Sua presenza tra noi, perciò la Chiesa, sospeso per un momento il lutto, con santa gioia celebra in questo giorno il santo Sacrificio. Essa ricopre il crocifisso di un velo bianco, riveste i suoi ministri con paramenti di festa, canta il Gloria mentre suonano tutte le campane. Poi, cantato quest’inno, le campane restano silenziose  fino al Sabato santo. Nell’Epistola, biasimati alcuni abusi dovuti al fatto che primitivamente il banchetto eucaristico succedeva ad un altro banchetto, com’era avvenuto nell’ultima Cena, S. Paolo ci dice che la Messa è il « memoriale della morte di Gesù ». Amare il S. Sacrificio significa « gloriarsi della Croce di Gesù » (Intr.). Dopo la Messa si spoglia l’altare per indicare che il Sacrificio resta  sospeso e fino a Sabato non sarà più offerto a Dio. Il Sacerdote infatti, ha consacrato due ostie perché nel Venerdì santo la Chiesa, tutta preoccupata dell’adorazione del legno della Croce, non osa rinnovare sull’altare l’immolazione del Golgota. – In questo Giovedì Santo, nel quale l’Epistola ed il Vangelo ci riproducono nei suoi particolari l’istituzione del Sacerdozio e del Sacrificio eucaristico, riceviamo dalle mani del sacerdote la Vittima santa che si è immolata sull’altare, compiremo così santamente il precetto pasquale.



Sancta Missa

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Gal VI:14.
Nos autem gloriári opórtet in Cruce Dómini nostri Jesu Christi: in quo est salus, vita et resurréctio nostra: per quem salváti et liberáti sumus

[Quanto a noi non sia mai che ci gloriamo d’altro se non della croce del Signor nostro Gesù Cristo; in Lui è la salvezza, la vita e la resurrezione nostra; per mezzo suo siamo stati salvati e liberati.]

Ps LXVI:2
Deus misereátur nostri, et benedícat nobis: illúminet vultum suum super nos, et misereátur nostri.

[Dio abbia pietà di noi e ci benedica; faccia splendere su di noi il suo sguardo e ci usi pietà.]

Nos autem gloriári opórtet in Cruce Dómini nostri Jesu Christi: in quo est salus, vita et resurréctio nostra: per quem salváti et liberáti sumus

[Quanto a noi non sia mai che ci gloriamo d’altro se non della croce del Signor nostro Gesù Cristo; in Lui è la salvezza, la vita e la resurrezione nostra; per mezzo suo siamo stati salvati e liberati.]

Oratio

Orémus.
Deus, a quo et Judas reátus sui pœnam, et confessiónis suæ latro præmium sumpsit, concéde nobis tuæ propitiatiónis efféctum: ut, sicut in passióne sua Jesus Christus, Dóminus noster, diversa utrísque íntulit stipéndia meritórum; ita nobis, abláto vetustátis erróre, resurrectiónis suæ grátiam largiátur:

[Dio, da cui Giuda ricevette il castigo del suo delitto e il ladrone il premio del suo pentimento, fa a noi sentire l’effetto della tua pietà, affinché, come nella sua Passione Gesù Cristo Signor nostro diede all’uno e all’altro il dovuto trattamento, cosi tolte da noi le aberrazioni dell’uomo vecchio, ci dia la grazia della sua risurrezione.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corínthios.
1 Cor XI: 20-32.
Fratres: Conveniéntibus vobis in unum, jam non est Domínicam cœnam manducáre. Unusquísque enim suam cenam præsúmit ad manducándum. Et alius quidem ésurit: álius autem ébrius est. Numquid domos non habétis ad manducándum et bibéndum? aut ecclésiam Dei contémnitis, et confúnditis eos, qui non habent? Quid dicam vobis? Laudo vos? In hoc non laudo. Ego enim accépi a Dómino quod et trádidi vobis, quóniam Dóminus Jesus, in qua nocte tradebátur, accépit panem, et grátias agens fregit, et dixit: Accípite, et manducáte: hoc est corpus meum, quod pro vobis tradétur: hoc fácite in meam commemoratiónem. Simíliter et cálicem, postquam cœnávit, dicens: Hic calix novum Testaméntum est in meo sánguine: hoc fácite, quotiescúmque bibétis, in meam commemoratiónem. Quotiescúmque enim manducábitis panem hunc et cálicem bibétis: mortem Dómini annuntiábitis, donec véniat. Itaque quicúmque manducáverit panem hunc vel bíberit cálicem Dómini indígne, reus erit córporis et sánguinis Dómini. Probet autem seípsum homo: et sic de pane illo edat et de cálice bibat. Qui enim mandúcat et bibit indígne, judícium sibi mandúcat et bibit: non dijúdicans corpus Dómini. Ideo inter vos multi infirmi et imbecílles, et dórmiunt multi. Quod si nosmetípsos dijudicarémus, non útique judicarémur. Dum judicámur autem, a Dómino corrípimur,ut non cum hoc mundo damnémur.

(Fratelli; quando vi adunate in sacra adunanza, non vi comportate come chi deve prepararsi a mangiare la Cena del Signore, poiché  ciascuno  pensa  a consumare la propria cena tanto che uno patisce la fame e l’altro si ubriaca. Ma non avete le vostre case per mangiare e bere? O avete in disprezzo l’assemblea di Dio e desiderate far arrossire coloro che non hanno nulla? Che devo dirvi? forse lodarvi? In questo certamente no, Quello infatti che io vi ho insegnato me l’ha comunicato il Signore, e cioè: II Signore Gesù la notte in cui fu tradito, prese il pane e, dopo aver reso le grazie a Dio [di qui il nome di «Eucaristia»], lo spezzò e disse: «Prendete e mangiate: questo è il mio Corpo, che sarà dato a morte per voi; fate questo in memoria di me». E similmente, dopo aver cenato, prese anche il Calice, dicendo: «Questo Calice è il nuovo Patto nel mio Sangue: fate questo tutte le volte che ne berrete in mio ricordo», Quindi ogni qualvolta mangerete questo Pane e berrete questo Calice annunzierete la morte del Signore, finché Egli non venga [per il Giudizio]. Chiunque dunque mangerà questo Pane o berrà il Calice del Signore indegnamente sarà reo del Sangue e del Corpo del Signore. Ognuno pertanto esamini se stesso e poi mangi di quel Pane e beva di quel Calice; perché chi ne mangia e ne beve indegnamente, non pensando che quello è il Corpo del Signore, mangia e beve la sua condanna. -Ecco perché tra voi ci sono molti malati e deboli [spiritualmente], e parecchi ne muoiono. Se ci esaminassimo bene da noi stessi, non saremmo condannati; invece se siamo giudicati dal Signore, Egli deve castigarci [con castighi materiali] per non condannarci col mondo [ma per farci ravvedere]. )

Graduale

Phil II:8-9
Christus factus est pro nobis obœ́diens usque ad mortem, mortem autem crucis
V. Propter quod et Deus exaltávit illum: et dedit illi nomen, quod est super omne nomen

[Il Cristo si è fatto per noi obbediente fino alla morte e morte di croce.
V. Perciò Dio lo ha esaltato e gli ha dato un nome, che è sopra ogni altro nome.]

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Joánnem.
Joann XIII: 1-15
Ante diem festum Paschæ, sciens Jesus, quia venit hora ejus, ut tránseat ex hoc mundo ad Patrem: cum dilexísset suos, qui erant in mundo, in finem diléxit eos. Et cena facta, cum diábolus jam misísset in cor, ut tráderet eum Judas Simónis Iscariótæ: sciens, quia ómnia dedit ei Pater in manus, et quia a Deo exivit, et ad Deum vadit: surgit a cena et ponit vestiménta sua: et cum accepísset línteum, præcínxit se. Deinde mittit aquam in pelvim, et cœpit laváre pedes discipulórum, et extérgere línteo, quo erat præcínctus. Venit ergo ad Simónem Petrum. Et dicit ei Petrus: Dómine, tu mihi lavas pedes? Respóndit Jesus et dixit ei: Quod ego fácio, tu nescis modo, scies autem póstea. Dicit ei Petrus: Non lavábis mihi pedes in ætérnum. Respóndit ei Jesus: Si non lávero te, non habébis partem mecum. Dicit ei Simon Petrus: Dómine, non tantum pedes meos, sed et manus et caput. Dicit ei Jesus: Qui lotus est, non índiget nisi ut pedes lavet, sed est mundus totus. Et vos mundi estis, sed non omnes. Sciébat enim, quisnam esset, qui tráderet eum: proptérea dixit: Non estis mundi omnes. Postquam ergo lavit pedes eórum et accépit vestiménta sua: cum recubuísset íterum, dixit eis: Scitis, quid fécerim vobis? Vos vocátis me Magíster et Dómine: et bene dícitis: sum étenim. Si ergo ego lavi pedes vestros, Dóminus et Magíster: et vos debétis alter altérius laváre pedes. Exémplum enim dedi vobis, ut, quemádmodum ego feci vobis, ita et vos faciátis.

[Prima della festa di Pasqua, Gesù sapendo che per lui era venuta l’ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine: e fatta la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figliuolo di Simone Iscariota, il disegno di tradirlo: sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani, e ch’era venuto da Dio e a Dio se ne tornava: si leva da tavola, depone il mantello e, preso un asciugatoio, se Io cinge. Poi versa dell’acqua nel bacino, e si mette a lavare i piedi ai discepoli e a rasciugarli con l’asciugatoio. Viene dunque a Simon Pietro; e Pietro gli dice: Signore, tu lavare i piedi a me? Gesù gli rispose: «Quel che io faccio, tu adesso non lo sai; ma lo capirai dopo». Pietro gli dice: Tu non mi laverai i piedi, mai! E Gesù gli risponde: «Se io non ti laverò, non avrai parte con me». E Simon Pietro gli dice: Signore, non soltanto i piedi, ma anche le mani e il capo! E Gesù gli dice : «Chi è stato lavato, non ha bisogno di lavarsi, se non i piedi, ma è interamente mondo. E voi siete mondi, ma non tutti». Siccome sapeva chi era colui che l’avrebbe tradito, per questo disse: «Non tutti siete mondi». Come dunque ebbe loro lavato i piedi, ed ebbe ripreso il mantello, rimessosi a tavola, disse loro: « Lo capite quel che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore; e dite bene, perché lo sono. Orbene, se io, che sono il Signore e il Maestro , vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi l’uno all’altro. Poiché vi ho dato un esempio, affinché cosi come ho fatto io, facciate anche voi».]

OMELIA

(Discorsi di San G. B. M. Vianney, curato d’Ars – Vol. II, IV. Ed. Marietti ed. Totino-Roma, 1933)

Caro mea vere est cibus.

La mia carne è veramente cibo. (S. Giov. VI, 56.)

Possiamo noi, fratelli miei, in tutta la nostra Religione, trovare un momento, una circostanza più felice, di quella dell’istante in cui Gesù-Cristo istituì il Sacramento adorabile dell’altare? No, fratelli miei, no! Perché questa circostanza ci richiama l’amore immenso di un Dio per le sue creature. È vero che in tutto ciò che Dio ha fatto, le sue perfezioni si manifestano infinitamente. Creando il mondo Egli fa brillare la grandezza della sua potenza. Governando questo vasto universo, ci prova una saggezza incomprensibile, ed anche noi possiamo dire con il salmista: « Si, Dio  mio Voi siete infinitamente grande nelle piccole cose, e nella creazione dell’insetto più vile. » (Quam magnificata sunt opera tua, Domine! … Animalia pusilla cum magnis. Ps CIII, 23-24) Ma nell’istituzione di questo grande Sacramento d’amore, Egli ci mostra non solo la sua potenza e sapienza, ma anche l’amore immenso del suo cuore per noi. Sapendo molto bene che era prossimo il suo tempo per tornare al Padre, non poté decidersi di lasciarci soli sulla terra, di fronte a tanti nemici, che cercavano tutti la perdita nostra. Sì, prima che Gesù-Cristo istituisse questo Sacramento d’amore, Egli sapeva pure a quanti disprezzi, profanazione, Egli andasse ad esporsi; ma tutto questo non fu capace di trattenerlo; Egli vuole che noi abbiamo la felicità di trovarlo tutte le volte che vorremmo cercarlo, e come questo grande Sacramento si obbliga a restar in mezzo a noi, giorno e notte; ed in Lui troviamo un Dio Salvatore che ogni giorno si offrirà per noi alla giustizia del Padre suo. O popolo fortunato! Chi ha mai compreso la tua felicità? Per ispirarvi un rispetto ed un grande amore verso Gesù-Cristo nel Sacramento adorabile dell’Eucaristia, vi mostrerò quanto Gesù-Cristo ci abbia amato nell’istituzione dell’Eucaristia. Quale fortuna, fratelli miei, per una creatura ricevere il suo Dio! nutrirsene, impinguarsene! O amore infinito, immenso ed incomprensibile! … Può un Cristiano, pensarvi e non morire d’amore e timore alla vista della sua indegnità? …

I. È vero che in tutti Sacramenti che Gesù-Cristo ha istituito, Egli ci mostra una infinita misericordia. Nel Sacramento del Battesimo ci strappa dalle mani di lucifero e ci rende i figli di Dio suo Padre; ci apre il Cielo che ci era chiuso; ci rende partecipi di tutti i tesori della Chiesa, e se restiamo fedeli ai nostri impegni, ci viene assicurata una eterna felicità. Nel Sacramento della Penitenza, ci mostra e ci fa partecipe della sua misericordia fino all’estremo; poiché ci strappa dall’inferno, ove i nostri peccati di malizia  ci avevano trascinato, e di nuovo ci applica i meriti infiniti della sua morte e della sua Passione. Nel Sacramento della Confermazione, per condurci nel cammino della virtù, ci dà uno Spirito di luce, che ci fa conoscere il bene che dobbiamo fare, ed il male che dobbiamo evitare; per di più, ci dà uno Spirito di forza per superare tutto ciò che possa impedirci di giungere alla nostra salvezza. Nel Sacramento dell’Estrema Unzione vediamo con gli occhi della fede che Gesù ci ricolma dei meriti della sua Morte e Passione. In quello dell’Ordine, Gesù-Cristo dà tutti i suoi poteri ai suoi Sacerdoti; essi lo fanno poi scendere … In quello del Matrimonio, vediamo che Gesù-Cristo santifica tutte le nostre azioni, anche quelle in cui sembra che seguiamo le inclinazioni corrotte della natura. – Ecco, voi mi direte, delle misericordie degne di un DIO che è infinito in tutto. Ma nel Sacramento adorabile dell’Eucaristia, Egli va oltre: tutto questo non sembra essere che un primo assaggio del suo amore per gli uomini; Egli vuole, per la felicità delle sue creature, che il suo Corpo e la sua Anima e la sua Divinità si trovino in tutti gli angoli del mondo, affinché, tutte le volte che si vorrà, lo si possa trovare, e con Lui, noi troviamo ogni sorta di felicità. Se siamo nelle pene e nel dolore, Egli ci consolerà e ci allevierà. Siamo malati? Egli ci guarirà, ci darà forze onde soffrire in maniera da meritare il cielo. Se il demonio, il mondo e le nostre inclinazioni ci fanno guerra, Egli ci darà armi per combattere, per resistere e riportare vittoria. Se noi siamo poveri, Egli ci arricchirà con ogni tipo di ricchezze per il tempo e per l’eternità. – Sono abbastanza queste grazie, mi direte. – Oh, no! Fratelli miei, il suo amore ancor non è soddisfatto, Egli ha da farci ancora altri doni che il suo immenso amore, ha trovato nel suo cuore infiammato per il mondo, questo mondo ingrato che non sembra essere ricolmo di tanti beni se non per oltraggiare il suo Benefattore. Ma no, fratelli miei, lasciamo l’ingratitudine degli uomini per un momento, apriamo la porta del suo Cuore sacro ed adorabile, rinchiudiamoci per un istante nelle sua fiamma d’amore, e vedremo quel che possa un Dio che ci ama. O Dio mio! chi potrà comprenderlo e non morire d’amore e di dolore vedendo da una parte tanta carità e dall’altra tanto disprezzo ed ingratitudine! Leggiamo nel Vangelo che Gesù-Cristo, conoscendo molto bene che il momento in cui i Giudei dovevano farlo morire fosse giunto, disse ai suoi Apostoli che « Egli desiderava fortemente celebrare la Pasqua con essi. » (Luc. XXII, 15). Essendo giunto l’istante sempre memorabile, Egli si pose a tavola, volendo lasciarci un pegno del suo amore. Poi si alza dalla tavola, si toglie i vestiti, si cinge di un asciugatoio; e messa dell’acqua in un catino, comincia a lavare i piedi dei suoi Apostoli ed anche di Giuda, ben sapendo che egli stava per tradirlo. Egli voleva con questo dimostrarci la purezza che dobbiamo imparare da Lui [… per mostrarci due cose: la purezza e l’umiltà (Nota del venerabile)]. Ritornato a tavola, prende del pane tra le sue mani sante e venerabili, alzando gli occhi al cielo per rendere grazie al Padre suo, al fine di farci comprendere che questo grande dono ci viene dal cielo; lo benedisse e lo distribuì ai suoi Apostoli dicendo loro: « Mangiatene tutti, questo è veramente il mio Corpo che per voi sarà dato. » Avendo poi preso il calice, ove aveva mescolato vino con acqua, lo benedisse ugualmente, lo presentò loro dicendo: « Bevetene tutti, questo è il mio sangue che sarà sparso per la remissione dei peccati, e tutte le volte che voi pronuncerete le stesse parole, farete le stesso miracolo; cioè voi cambierete il pane nel mio Corpo ed il vino nel mio Sangue. » Quale amore, M. F. !? quello di un Dio nell’istituzione del Sacramento adorabile dell’Eucaristia! Ora ditemi, F. M., da quale sentimento di rispetto non saremmo noi stati penetrati se fossimo stati sulla terra e avessimo visto con i nostri occhi Gesù-Cristo quando istituì questo grande Sacramento d’amore. Eppure! F. M., questo grande miracolo si ripete ogni vota che il Sacerdote celebra la santa Messa, in cui il divin Salvatore si rende presente sugli altari. – Ah! se avessimo questa fede viva, di qual rispetto noi non dovremmo essere penetrati? Con qual rispetto e timore non compariremmo davanti a questo grande Sacrificio, nel quale Dio ci mostra la grandezza del suo amore e della sua potenza! È vero che voi lo credete; ma vi comportate come se non lo credeste! – Per bisogna farvi ben comprendere la grandezza di questo mistero, ascoltatemi, e vedrete quanto grande dovrebbe essere il rispetto che dobbiamo portarne. Leggiamo nella storia che un sacerdote, nel dire la santa Messa in una chiesa della città di Bolsena, e dubitando della realtà del Corpo e del Sangue di Gesù-Cristo nell’Ostia santa, dopo aver pronunciate le parole della consacrazione, cioè se le parole della Consacrazione avessero veramente mutato il pane in Corpo di Cristo, ed il vino nel suo Sangue, nel medesimo istante, la santa Ostia fu tutta coperta di sangue. Gesù-Cristo sembra che abbia voluto rimproverare al suo ministro, la sua infedeltà, indurre a piangere, riportalo nel ravvedimento, fargli riacquistare la fede perduta con il suo dubbio; e nello stesso tempo, mostrarci con questo grande miracolo, quanto dobbiamo essere convinti della sua santa presenza nella santa Eucaristia. Questa Ostia santa versò sangue con tale abbondanza, che il corporale, il telo e lo stesso altare ne furono interamente bagnati. Il Papa, al quale fu riferito il miracolo, ordinò che gli si portasse questo corporale tutto insanguinato; esso fu portato nella città di Orvieto, ove fu ricevuto in pompa straordinaria e riposto in chiesa. Si costruì poi un magnifico tempio onde ricevere questo prezioso deposito … tutti gli anni si porta in processione questa preziosa reliquia, il giorno del Corpus Domini. Vedete, F. M., quanto questo debba fortificare la fede di coloro che hanno un qualsiasi dubbio. Ma, Dio mio, come poter dubitare, dopo le parole di Gesù-Cristo stesso, che disse ai suoi Apostoli, e nella loro persona a tutti i Sacerdoti: « Tutte le volte che pronuncerete queste stesse parole, farete lo stesso miracolo, cioè voi farete come me: voi cambierete il pane nel mio Corpo, ed il vino nel mio Sangue »? Quale amore! Fratelli miei, quale carità, quella di Gesù-Cristo di scegliere la vigilia del giorno in cui lo si doveva far morire, per istituire un Sacramento col quale resterà in mezzo a noi per essere nostro Padre, nostro Consolatore e tutta la nostra felicità! Più fortunati ancora di coloro che vivevano la sua vita mortale, quando non era che in luogo, e bisognava fare tante leghe per avere la felicità di vederlo; oggi, noi invece lo troviamo in tutti i luoghi del mondo, e questo beneficio ci è promesso fino alla fine del mondo. O amore immenso di un Dio per le sue creature! No, F. M., niente può arrestar Dio, quando si tratta di mostrare la grandezza del suo amore. In questo momento avventurato per noi, tutta Gerusalemme è in ardente agitazione, tutta la popolazione in rivolta, tutti cospirano per la sua perdita; tutti vogliono spargere questo sangue adorabile; ed è precisamente in questo momento che si prepara loro il pegno più ineffabile del suo amore. Gli uomini tramano i più neri complotti contro di Lui, mentre Egli non è occupato che a dar loro ciò che ha di più prezioso, che è Egli stesso. Non si pensa che ad erigergli una croce infame per farlo morire, ed Egli non pensa che ad erigere un altare per immolarsi. Egli stesso ogni giorno per noi. Ci si prepara a versare il suo Sangue, Gesù-Cristo vuole che questo stesso Sangue sia per noi una bevanda di immortalità per la consolazione e la felicità delle nostre anime. – Sì, F. M. noi possiamo dire che Gesù-Cristo ci ama fino ad esaurire le ricchezze del suo amore, sacrificandosi in tutto quanto la sua sapienza e la sua potenza hanno potuto ispirargli. O amore tenero e generoso di un Dio per vili creature come noi, che ne siamo sì indegni! Ah! F. M., quale rispetto non dovremo noi avere per questo gran Sacramento in cui un Dio si fa uomo rendendosi presente ogni giorno sui nostri altari! Benché noi vediamo che Gesù-Cristo sia la bontà stessa, Egli non lascia talvolta il punire rigorosamente il disprezzo che si fa per la sua santa presenza, come vediamo in parecchi fatti storici . – (Ahimè! Quanti che non hanno la fede dei demoni che tremano alla sua presenza. Ahimè, noi non abbiamo che una fede languida e quasi morta – nota del Venerabile). – Si racconta che un Sacerdote di Friburgo, nel portare il buon Dio ad un malato, si trovò a passare in una piazza dove c’era tanta gente che danzava. Il suonatore, benché senza religione, si fermò dicendo: « Io sento la campanella, si porta il buon Dio ad un malato, mettiamoci in ginocchio. » Ma in questa compagnia, si trovava una donna empia ispirata dal furore dell’inferno: « Continuiamo, sono delle campanelle appese al collo delle bestie di mio padre; quando esse passano, non ci si ferma, né ci si mette in ginocchio. » Tutta la compagnia applaudì a questa empietà e tutti continuarono a danzare. Nello stesso momento arrivò un temporale così violento che tutte le persone che danzavano furono portate via e non si è mai potuto sapere che cosa di loro sia avvenuto. Ahimè! F. M., tutti questi miserabili pagarono caramente il disprezzo che ebbero per la presenza di Gesù-Cristo: il che deve farci ben comprendere quanto dobbiamo noi rispettare la presenza santa di Gesù-Cristo, sia nel suo tempio, sia quando vediamo che lo si porta ai poveri malati.

II. Noi diciamo che Gesù-Cristo, per operare questo grande miracolo, scelse del pane che è il nutrimento di tutti, dei ricchi e dei poveri, di colui che è forte e di colui che langue, per mostrarci come questo celeste nutrimento sia per tutti i Cristiani che vogliono conservare la vita della grazia e la forza per combattere il demonio. Noi vediamo che quando Gesù-Cristo operò questo gran miracolo, levò gli occhi al cielo per rendere grazie al Padre suo, per farci vedere quanto questo momento felice per noi sia desiderato da Lui ed infine per provarci la grandezza del suo amore. Sì, figli miei, disse loro questo divin Salvatore, il mio Sangue è impaziente di essere sparso per voi; il mio Corpo brucia dal desiderio di essere distrutto per guarire le vostre piaghe; ben lungi dall’essere affranto dall’idea dell’amara tristezza che mi ha causato in anticipo il pensiero delle mie sofferenze e della mia morte, invece, è il colmo del mio piacere. Ciò che causa questo, è che voi troverete nelle mie sofferenze e nella mia morte un rimedio a tutti i vostri mali. Oh! Quale amore, fratelli miei, quello di un Dio per le sue creature! San Tommaso ci dice che il mistero dell’incarnazione, ha nascosto la sua divinità; ma che in quello del Sacramento dell’eucaristia, giunse persino a nascondere la sua umanità, ed è questo fatto un mistero di fede. (S. Tommaso, Ritmo Adoro te devote) – F. M., non c’è che la fede che possa agire in un mistero così incomprensibile. Sì, F. M., in qualunque luogo ci troviamo, volgiamo con piacere i nostri pensieri, i nostri desideri, dal lato ove trovasi questo Corpo Adorabile, per unirci agli Angeli che lo adorano con tanto rispetto. Guardiamoci bene dal fare come gli empi che non hanno rispetto in questi templi che sono così santi, così rispettabili e sacri per la presenza di un Dio fatto uomo, che giorno e notte abita in mezzo a noi! … – Spesso noi vediamo che il Padre eterno punisce rigorosamente coloro che disprezzano il suo divin Figlio. Leggiamo nella storia che un tale si era trovato in una casa ove si portava il buon Dio ad un malato, e coloro che erano vicino al malato, gli dissero di mettersi in ginocchio, ma egli non volle; con un’orribile blasfemia: « Io – disse – mettermi in ginocchio, io rispetto di più un ragno che è il più vile tra gli animali, che il vostro Gesù-Cristo che volete che io adori. » Ahimè!  F. M., di cosa è capace colui che ha perso la fede! Ma il buon Dio non lasciò impunito questo orribile peccato: all’istante medesimo un grosso ragno tutto nero si staccò dal soffitto e venne a posarsi sulla bocca del bestemmiatore pungendogli le labbra. Subito si gonfiò, e morì all’istante. Vedete, F. M., quanto siamo colpevoli quando non abbiamo questo grande rispetto per la presenza di Gesù-Cristo. – No, F. M., non stanchiamoci di contemplare questo mistero d’amore in cui un Dio, uguale al Padre suo, nutre i suoi figli non con un nutrimento ordinario, né con quella manna con cui il popolo giudeo era nutrito nel deserto; ma col suo Corpo adorabile e col suo Sangue prezioso. Chi potrebbe mai immaginarlo se questo miracolo non lo avesse annunziato ed operato Egli stesso ad un tempo? Oh! F. M., tutte queste meraviglie, sono degne della nostra ammirazione e del nostro amore! Un Dio, dopo essersi addossato le nostre debolezze, ci partecipa questi beni! O popolo cristiano, quanto sei felice nell’avere un Dio così buono e così ricco!  Leggiamo in San Giovanni che egli vide un Angelo al quale il Padre eterno affidava il calice del suo furore per versarlo su tutte le nazioni; ma qui vediamo il contrario. Il Padre eterno rimette nelle mani di suo Figlio il calice della misericordia per essere sparso su tutte le nazioni della terra. (Apoc. XV,). Parlandoci del suo Sangue adorabile, ci dice, come ai suoi Apostoli: « Bevetene tutti e vi troverete la remissione dei vostri peccati e la vita eterna. » (Matt- XVI, 27-28). O ineffabile felicità! … O beata sorgente! Chi dimostrerà fino alla fine dei secoli come questa credenza debba essere tutta la nostra felicità! Gesù-Cristo non ha cessato di far dei miracoli per portarci ad una fede viva nella sua Presenza reale. – Leggiamo nella storia, che eravi una donna cristiana, ma assai povera. Avendo avuto in prestito da un giudeo una piccola somma di denaro, ella gli diede in pegno i suoi migliori abiti. La festa di Pasqua era vicina, ella pregò il giudeo di restituirle per un giorno la roba datagli. Il giudeo le disse che non solo egli voleva condonargli le vesti, ma pure il suo denaro a condizione soltanto che gli portasse la santa Ostia che avrebbe ricevuta dalla mano del Sacerdote. Il desiderio di questa miserabile di riavere le cose sue e non essere obbligata a restituire il denaro imprestatole, la indusse ad un’azione orribile. All’indomani ella si recò nella chiesa della sua parrocchia. Dopo aver ricevuto l’Ostia santa sulla lingua, si affrettò a prenderla e metterla in un fazzoletto. La portò poi a questo miserabile giudeo che ne aveva fatto richiesta per esercitare il suo furore contro Gesù-Cristo. Questo uomo abominevole trattò Gesù-Cristo con una rabbia mostruosa; e noi vediamo che Gesù-Cristo medesimo rivelò quanto questo oltraggi gli erano sensibili. Il giudeo cominciò col mettere l’Ostia santa su un tavolo, gli diede dei colpi di temperino finché non fu sazio; ma questo disgraziato vide subito uscire dall’Ostia santa abbondante sangue, cosa che il figliuol suo ne fremette. Di poi, avendola con disprezzo tolta dal tavolo, la appese con un chiodo contro il muro e le diede dei colpi con uno staffile per un pezzo. La trafisse poi con una lancia, e ne uscì nuovamente sangue. Dopo tanta crudeltà, la gettò in una caldaia di acqua bollente: subito l’acqua sembrò mutarsi in sangue. L’Ostia apparve allora sotto la forma di Gesù-Cristo in croce: questo lo spaventò talmente che corse a nascondersi in un angolo della sua casa. Durante questo tempo i figli di quel giudeo che vedevano andare i Cristiani in chiesa, dicevano loro: « Ma dove andate, mio padre ha ucciso il vostro Dio; Egli è morto, non lo troverete più. » Una donna, che ascoltava ciò che dicevano questi bambini, entrò nella loro casa. Ed  infatti vide ancora l’Ostia santa sotto forma di Gesù-Cristo crocifisso; ma ben presto riprese la sua forma ordinaria. Questa donna, avendo preso un vaso che presentò, l’Ostia santa vi si andò a posare dentro. Questa donna felice, e piena di gioia, la portò successivamente alle chiesa di San Giovanni in Grève, dove fu posta in luogo conveniente per essere adorata. A questo disgraziato giudeo, gli si offrì il perdono se volesse convertirsi facendosi Cristiano; ma egli era così ostinato, che preferì bruciare vivo, piuttosto che farsi Cristiano. Tuttavia sua moglie, i suoi figli, ed una quantità di Giudei, si fecero battezzare. In seguito a questo miracolo che Gesù-Cristo aveva operato, e perché non se ne perdesse la memoria, si trasformò quella casa in una chiesa ove si stabilì una comunità, affinché vi fossero persone che continuamente facessero ammenda onorevole a Gesù-Cristo per gli oltraggi che questo disgraziato giudeo aveva fatto. (Prodigio conosciuto come Miracolo di Billettes). Noi non possiamo ascoltare questo, fratelli miei, senza fremere! Ebbene! F. M., ecco a cosa si espone Gesù-Cristo per nostro amore, ed a cosa sarà esposto fino alla fine del mondo. Che amore! F. M., di un Dio per noi! A quali eccessi non lo porta verso le sue creature! – Gesù-Cristo. tenendo il calice stretto tra le sue mani, disse agli Apostoli: « ancora un po’ di tempo e questo Sangue prezioso sta per essere sparso in maniera cruenta e visibile, ed è per voi che sta per essere sparso, l’ardore che Io ho di versarlo nei vostri cuori, mi ha fatto utilizzare questo mezzo. È vero che la gelosia dei miei nemici è certo una causa della mia morte, ma essa non è una delle principali; le accuse che essi hanno inventato contro di me per perdermi, la perfidia del discepolo che sta per tradirmi, la lassezza del giudice che sta per condannarmi, e la crudeltà dei carnefici che stanno per uccidermi, sono altrettanti strumenti di cui il mio amore infinito si serve per provarvi quanto vi ami. » Sì, F. M., è per la remissione dei nostri peccati. Vedete, fratelli miei, quanto Gesù Cristo ci ami, poiché Egli si sacrifica per noi alla giustizia del Padre con tanta premura; in più Egli vuole che questo Sacrificio si rinnovi tutti i giorni in tutti i luoghi del mondo. Qual felicità per noi, F. M., sapere che i nostri peccati, anche prima di averli commessi, sono stati espiati nel momento del grande Sacrificio della Croce! Veniamo spesso, F. M., ai piedi dei nostri tabernacoli, per consolarci nelle nostre pene, per fortificarci nelle nostre debolezze. Abbiamo la grande sventura di aver peccato? Il Sangue adorabile chiederà grazia per noi. – Ah! F. M., quanto più viva della nostra era la fede dei primi Cristiani! Nei primi tempi, una quantità di Cristiani attraversavano i mari per andare a visitare i luoghi santi ove si era operato il mistero della nostra Redenzione. Quando si mostrava loro il cenacolo in cui Gesù-Cristo aveva istituito questo divin Sacramento che è stato consacrato a cibare le nostre anime, quando si faceva loro vedere dove aveva irrorato la terra con le sue lacrime ed il suo Sangue durante la sua preghiera e la sua agonia, essi non potevano lasciar questi luoghi santi senza versare lacrime in abbondanza. Ma quando li si conduceva al Calvario, ove aveva Egli sopportato tanti tormenti per noi, essi sembravano non poter vivere più; erano inconsolabili, perché questi luoghi richiamavano il tempo, le azioni ed i misteri che si sono operati per noi; essi sentivano in essi la fede riaccendersi, il loro cuore bruciare di un fuoco nuovo. O luoghi fortunati! Esclamavano, in cui si sono operati tanti prodigi per salvarci. Ma, F. M., senza andare tanto lontano, e senza darci la pena di attraversare i mari, esporci a pericoli … non abbiamo noi qui, Gesù-Cristo in mezzo a noi non solamente come Dio, ma in Corpo ed Anima? Le nostre chiese non sono degne per noi di rispetto come i luoghi sacri ove questi pellegrini andavano? Oh! F. M., la nostra bella sorte è troppo grande; no, no noi non lo comprenderemo mai abbastanza. O Nazione beata quella dei Cristiani! Veder rinnovarsi ogni giorno tutti i prodigi che l’onnipotenza di Dio operò un tempo sul Calvario per salvare gli uomini. – Perché dunque, F. M., non vediamo questo amore, questa medesima riconoscenza, questo stesso rispetto, dal momento che ogni giorno si rinnovano sotto i nostri occhi gli stessi miracoli? Ahimè! Tanto noi abbiamo abusato delle grazie che il buon Dio, per punizione delle nostre ingratitudini, ci ha tolto in parte la nostra fede; appena noi la sentiamo, e comprendiamo di essere alla presenza di Dio. Mio Dio! Quale disgrazia per colui che ha perso la fede! Ahimè! F. M., da quando abbiamo perso la fede, noi non abbiamo più che disprezzo per questo augusto Sacramento, e quanti si lasciano trascinare fino all’empietà, deridendo coloro che sono così beati di attingervi le grazie e le forze necessarie per salvarsi. Temiamo, F. M., ché il buon Dio non ci punisca del poco rispetto che abbiamo per la sua adorabile presenza; eccone un esempio dei più terribili. – Il Cardinal Baronio riporta nei suoi Annali che vi era nella città di Lusignan, presso Poitiers, una persona che nutriva un gran disprezzo per la Persona di Gesù-Cristo; egli derideva e disprezzava coloro che frequentavano i Sacramenti; metteva in ridicolo la loro devozione. Frattanto il buon Dio, che preferisce la conversione del peccatore alla sua perdita, gli diede diverse volte dei rimorsi di coscienza, per cui vedeva benissimo di far male, che coloro che derideva erano più felici di lui; ma quando si ripresentava l’occasione ella ricominciava, e con tal mezzo, poco a poco, finì per soffocare questi rimorsi che il buon Dio gli dava. Ma per meglio nascondersi, cercò di guadagnare l’amicizia di un santo religioso, superiore del monastero di Bonneval. Luogo assai vicino. Vi andava spesso, gloriandosene anche, benché empio, e voleva essere creduto buono quando era con questi buoni religiosi. Il superiore che intuiva quasi ciò che aveva nell’anima, gli dice più volte: « Mio amico caro, voi non avete rispetto per la presenza di Gesù-Cristo nel Sacramento adorabile dei nostri altari; ma io credo che se volete convertirvi, vi converrà lasciare il mondo e ritirarvi in un monastero a farvi penitenza. Voi stesso sapete quante volte avete profanato i Sacramenti, siete ripieno di sacrilegi; se doveste morire, sarete gettato nell’inferno per tutta l’eternità. Date retta a me, pensate a riparare le vostre profanazioni; come potete vivere in tale miserevole stato? » Questo povero uomo sembrava ascoltarlo ed anche profittare dei suoi consigli, perché sentiva bene che la sua coscienza era carica di sacrilegi; ma non voleva fare qualche piccolo sacrificio che doveva, di modo che con tutti i suoi pensieri, restava sempre lo stesso; ma il buon Dio stanco della sua empietà e dei suoi sacrilegi, l’abbandonò: cadde malato. L’abate si premurò di andare a visitarlo, sapendo quanto la sua anima fosse in cattivo stato. Questo povero uomo vedendo questo buon padre, che era un santo e che veniva a visitarlo, si mise a piangere di gioia e, forse nella speranza che andasse a pregare per lui, per aiutarlo a far uscire la sua anima dal fango dei suoi sacrilegi, pregò l’abate di restare un po’ di tempo. Sopraggiunta la notte, tutti si ritirarono tranne l’abate che restò con il malato. L’infelice si mise a gridare spaventosamente: “Ah! Padre mio, soccorretemi! ah! Padre mio, venite, venite in mio soccorso! „ Ma, ahimè! non v’era più tempo: Dio l’aveva abbandonato per castigo de’ suoi sacrilegi e delle sue empietà. Ah! Padre mio, ecco due leoni terribili che vogliono trascinarmi via! Ah! Padre mio, aiuto! „ L’abate, tutto spaventato, si gettò in ginocchio domandando grazia per lui: ma era troppo tardi; la giustizia di Dio l’aveva abbandonato al potere dei demoni. L’ammalato tutto ad un tratto cambia voce, e prende un tono calmo; si mette a parlare come uno sano, e che è nel possesso delle sue facoltà:  « Padre mio, gli dice, quei leoni che prima mi circondavano, ora si sono ritirati. „ Ma intanto che parlavano insieme familiarmente, l’ammalato perse la parola e restò come morto. Il religioso, che tuttavia lo credeva morto, volle veder la fine disgraziata di quella faccenda, e si fermò tutto il resto della notte. Dopo un po’ di tempo l’infelice ritornò in sé, riprese la parola come prima, e disse al superiore:  « Padre mio, sono stato citato davanti al tribunale di Gesù Cristo, e le mie empietà e sacrilegi m’hanno fatto condannare a bruciar nell’inferno. „ Il superiore, spaventato, si mise a pregare, per ottenere, se eravi ancor speranza, la salvezza dello sventurato: il moribondo, vedendolo, gli disse: « Padre mio, tralasciate di pregare; il buon Dio non vi esaudirà mai per me; i demoni sono già ai miei fianchi; non aspettano che la mia morte, che non tarderà, per trascinarmi all’inferno ad abbruciarvi per tutta l’eternità. „ Ad un tratto, colpito da terrore: “Ah! Padre mio, il demonio mi trascina via: addio, Padre mio, ho disprezzato i vostri consigli, e sono dannato. „ Così dicendo esalò la sua anima maledetta all’inferno. Il superiore se ne partì versando lagrime sulla sorte del disgraziato che dal suo letto era precipitato nell’inferno. – Ahimè! F. M., quanto grande è il numero dei profanatori, dei Cristiani che hanno perso la fede per i loro sacrilegi! Ahimè! Fratelli miei, se vediamo tanti Cristiani che non frequentano più i Sacramenti o che non li frequentano raramente, non cerchiamo altra ragione che i sacrilegi. Ahimè! Quanti altri sono lacerati dai rimorsi di coscienza, e si sentono colpevoli di sacrilegi e che, in uno stato che fa inorridire il cielo e la terra, attendono la morte. Ah! F. M., non andate oltre, non arrivate allo stesso misero stato di questo riprovato del quale abbiamo parlato. Come potete sapere se prima della morte non sarete abbandonati da Dio come costui, e gettati nel fuoco? O Dio mio, come poter vivere in uno stato così spaventoso? Ah! Fratelli miei, c’è ancora tempo, torniamo allora a gettarci ai piedi di Gesù-Cristo che riposa nel Sacramento adorabile dell’Eucaristia. Egli nuovamente offrirà il merito della sua morte e passione per noi al Padre suo e noi saremo sicuri di ottenere misericordia. – Sì, F. M., noi siamo sicuri che se abbiamo grande rispetto per la presenza di Gesù-Cristo nel Sacramento adorabile dei nostri altari, otterremo tutto ciò che vorremo. E poiché, fratelli miei, queste processioni son tutte consacrate per adorare Gesù-Cristo nel Sacramento adorabile dell’Eucaristia, per ricompensarlo degli oltraggi che ha ricevuto, seguiamolo nelle nostre processioni, camminiamo al suo seguito con il rispetto e la devozione con cui lo seguivano i primi Cristiani nelle sue predicazioni, in cui Egli non passava mai in un luogo senza spandere ogni tipo di benedizioni (vedete il profeta nel deserto, Zaccheo, la beata madre di San Pietro, la Maddalena, la donna malata emorroissa, Lazzaro resuscitato – Nota del Venrabile). Sì, F. M., noi vediamo nella storia con tanti esempi come il buon Dio punisce i profanatori della presenza adorabile del suo Corpo e del suo Sangue. – Si narra che, essendo entrato un ladro di notte in una chiesa, prese tutti i vasi sacri ove erano rinchiuse le sante Ostie; li portò infino ad un luogo, cioè, una piazza che era nei pressi di San Dionigi. Qui giunto, volle vedere i vasi per sapere se ancora vi erano delle ostie. Egli ne trovò ancora una che, una volta aperto il vaso, saltò in aria e volteggiava sopra di lui; fu questo prodigio che fece scoprire il ladro da alcuni passanti che lo arrestarono. L’Abate di San Dionigi ne fu avvertito, e ne diede avviso al Vescovo di Parigi;  l’Ostia santa rimase miracolosamente sospesa in aria. Essendo venuto il Vescovo con tutti i suoi Sacerdoti, ed una quantità di altre persone in processione, l’Ostia santa di andò a posare nel ciborio del Sacerdote che l’aveva consacrata. La si portò in una chiesa ove si celebrò una gran Messa un giorno di ciascuna settimana in memoria di questo miracolo. Ora ditemi, F. M., non ci deve questo ispirare un grande rispetto per la presenza di Gesù-Cristo, sia che siamo nelle nostre chiese, sia che lo seguiamo nelle nostre processioni? Veniamo a Lui con grande confidenza; Egli è buono, è misericordioso; Egli ci ama, e pertanto siamo certi di ricevere tutto quel che gli domandiamo; ma abbiamo l’umiltà, la purezza, l’amore di Dio, il disprezzo della vita; … guardiamoci bene dal non lasciarci andare nelle distrazioni. Amiamo il buon Dio, F. M., con tutto il nostro cuore e così avremo il nostro Paradiso già in questo mondo …     

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps CXVII:16 et 17.
Déxtera Dómini fecit virtútem, déxtera Dómini exaltávit me: non móriar, sed vivam, et narrábo ópera Dómini.

[La destra del Signore ha mostrato la sua potenza; la destra del Signore mi ha esaltato: non morrò, ma vivrò e narrerò le opere del Signore.]


Secreta

Ipse tibi, quǽsumus, Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus, sacrifícium nostrum reddat accéptum, qui discípulis suis in sui commemoratiónem hoc fíeri hodiérna traditióne monstrávit, Jesus Christus, Fílius tuus, Dóminus noster:

[O Signore santo, Padre onnipotente, eterno Dio, ti renda accetto questo nostro sacrificio quegli stesso, che con l’odierna istituzione insegnò ai suoi discepoli di offrirlo in sua memoria, Gesù Cristo, Figlio tuo, Signore nostro; il quale con te vive e regna.]


Præfatio


de Sancta Cruce
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui salútem humáni géneris in ligno Crucis constituísti: ut, unde mors oriebátur, inde vita resúrgeret: et, qui in ligno vincébat, in ligno quoque vincerétur: per Christum, Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam laudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Cæli cælorúmque Virtútes ac beáta Séraphim sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces ut admítti júbeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes:

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: Che hai procurato la salvezza del genere umano col legno della Croce: cosí che da dove venne la morte, di là risorgesse la vita, e chi col legno vinse, dal legno fosse vinto: per Cristo nostro Signore. Per mezzo di Lui la tua maestà lodano gli Angeli, adorano le Dominazioni e tremebonde le Potestà. I Cieli, le Virtú celesti e i beati Serafini la célebrano con unanime esultanza. Ti preghiamo di ammettere con le loro voci anche le nostre, mentre supplici confessiamo dicendo:

Santo, Santo, Santo il Signore Dio degli esérciti I cieli e la terra sono pieni della tua gloria. Osanna nell’alto dei cieli. Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Osanna nell’alto dei cieli.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio


Joann 13:12, 13 et 15.
Dóminus Jesus, postquam cœnávit cum discípulis suis, lavit pedes eórum, et ait illis: Scitis, quid fécerim vobis ego, Dóminus et Magíster? Exemplum dedi vobis, ut et vos ita faciátis.

[Il Signore Gesù, come ebbe cenato con i suoi discepoli, lavò loro i piedi, e disse: comprendete quel che io, Signore e maestro ho fatto a voi? Io vi ho dato l’esempio, perché così facciate anche voi.]

Postcommunio

Orémus.
Refécti vitálibus aliméntis, quǽsumus, Dómine, Deus noster: ut, quod témpore nostræ mortalitátis exséquimur, immortalitátis tuæ múnere consequámur.

[O Signore Dio nostro, ristorati da questi vitali alimenti, concedici di conseguire, col dono della tua immortalità, ciò che celebriamo durante la nostra vita mortale.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

LA SITUAZIONE (8)

LA SITUAZIONE (8):

DOLORI, PERICOLI, DOVERI E CONSOLAZIONI DEI CATTOLICI DEI TEMPI PRESENTI

OPERA DI MONSIGNORE G. G. GAUME PROTONOTARIO APOSTOLICO

Custos, quid nocte?

Sentinella: che è della notte?

ROMA – Tipografia Tiberina – 1861

Lettera Ottava

Caro Amico.

Quattro fatti si generano a vicenda, e si concatenano con legamento insolubile di parentela. Dispotismo, spogliamento della Chiesa, scisma, e persecuzione: e questo noi vediamo in tutte le epoche della Storia. Tali fatti a punto sono nella situazione attuale. Non dico già che essi ne verranno (ponetevi ben mente); ma dico solamente che essi vi sono. Or i fatti non sono fratelli, se non perché le idee sono sorelle. Stabilito una volta il dispotismo, regio o popolare che fosse, la prima cosa che egli fa è lo spogliare la Chiesa, immortale sua rivale. Impoverirla, affine di indebolirla; indebolirla, affine di tenerla si soggetta; niente di più logico. Or se lo spogliamento colpisce il capo medesimo della Chiesa, spogliandolo della sua indipendenza territoriale; che n’avverrà? Nella ipotesi più favorevole, la parola del Padre comune diviene sospetta: e bene, o mal fondato, questo sospetto al certo è semenza di scisma. Né io non vo’ insistervi. Attendete a ciò che abbiamo detto della libertà umana, la cui sicurtà si trova egualmente nell’indipendenza pontificia. Che se volete ragionamenti, e voi leggete le riflessioni di Napoleone I, tante volte citate. – Disse un dì il guerriero fatto teologo : « l’instituzione che mantiene il Papa custode dell’unità cattolica è un’instituzione ammirabile. Si rimprovera a questo Capo d’essere un Sovrano straniero; eppure bisogna ringraziarne il Cielo. E che! si ponga in un medesimo paese autorità di tal fatta a fianco del governo dello Stato! Congiunta al governo, quest’autorità diverrebbe dispotismo di sultani; separata, ostile forse, essa sarebbe potenza rivale spaventevole, intollerabile. Il Papa è fuori di Parigi: ciò a punto è un bene. Esso non è né a Madrid, né a Vienna; ed è per questo che noi ne sopportiamo l’autorità spirituale. A Vienna, a Madrid, si ha ragione di dire lo stesso. È cosa ottima dunque che il Papa risegga fuori del nostro Stato, e che avendo sua Sede fuori del nostro Stato, non risegga appresso i suoi rivali. Io non sostengo tali cose per certa caparbietà di bigotto, anzi per ragione ». (Riportato da Thiers nella Storia del Consolato.). – Quante sventure si sarebbe Napoleone risparmiate, se avesse posto le sue parole per regola alla sua condotta! Ma egli è proprio del dispotismo il volere di là da ciò che si deve. Ma qui ci si appresenta la seconda supposizione anche più certa della prima, e molto più grave. Il Papa privato di sua indipendenza, si trova alle prese col Principe, di cui è ospite, o vassallo; tal che senza essere prevaricatore non può accordare quel che gli si domanda: che ne accadrà? A trovare di ciò risposta, non fa mestieri risalire tanto alto nella storia. – Il nostro secolo ha veduto un Papa di santa memoria, agnello per dolcezza, ma felicemente leone per la fermezza. Spogliato del suo dominio temporale, questo Papa diviene prigioniero in mano allo spogliatore. Ed accade che non vi è specie di pressura che Cesare non eserciti sopra il Pontefice, a fin di piegarlo ai suoi ingiusti capricci. Dato in preda alle seduzioni, alle minacce, ai mali trattamenti, il Vicario di Gesù Cristo vuol protestare. – Gli si chiude la bocca. Vuol continuare ad ammaestrare ed a governare la Chiesa: la sua parola non può arrivare alle orecchie del mondo cattolico. Abbeverato di oltraggi, egli è trascinato di prigione in prigione; talmentechè, senza esempio negli annali delle antiche persecuzioni, per più di cinque anni il governo della Chiesa gli è divenuto pienamente impossibile (Arcta custodia… per annos quinque et amplius detentus, viis omnibus peniTus interclusis, ne Dei Ecclesiam regere posset, nullo similis persecutionis in priscis annalibus exemplo. Brev. Rom. 24 maji). – Ma se la voce della verità era tenuta forzatamente muta, al contrario era sciolta quella dell’errore. Intorno alla prigione pontificia, tentativi di scisma s’incalzavano con un ardore e con uno strepito da porre la Chiesa di Francia in su l’orlo della sua rovina. E sì venne tempo che la Providenza intervenisse: e v’ intervenne, come in tutti i casi simili, in maniera diretta e sovrana. Colui che si ride dei consigli degli uomini, e comanda agli elementi, è quel desso che ha detto: « Tu sei Pietro, e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno contro di lei. » Ei si ricordò della sua parola! voi ben sapete del resto. Io v’intendo, caro amico: voi supponete adunque (così pare che mi diciate), che lo scisma stia proprio nello spirito della situazione delle cose? ed anche in tale ipotesi, il credete voi possibile? Alla prima questione già sapete la mia risposta. La situazione in cui versiamo, e della quale parliamo, è il regno della rivoluzione che va di giorno in giorno più ingrandendo. Or la rivoluzione vuole ben più che lo scisma. Lo stesso Pio IX già il disse: essa vuole la totale ruina della religione cattolica, catholicam religiomm funditus evertere. E certo, se mai essa divenisse a padrona assoluta dei suoi atti, allora sì che vedremmo all’aperto tutto il fondo dei suoi pensieri. In quanto ai governi che s’intendono con lei, e presumono dirle come Dio medesimo all’Oceano: tu verrai fin qui; ti proibisco di andare più lungi; non vogliamo prestare loro, anzi ci piace concedere, non aver essi alcuna intenzione scismatica. (È forse non senza un perché, che il governo di Franchi ha tollerato che testé si pubblicasse un opuscolo intitolato: Imperatore e Papa. Quest’opuscolo è un appello per diretto allo scisma! Eccone il sunto: « Soppressione dell’influenza romana, nomina di un Patriarca, concilio ecumenico dell’episcopato francese, volo universale applicato al clero, lo Stato direttore dell’amministrazione religiosa, abolizione dei concordati, costituzione civile del clero. » La tendenza non è ella assai chiara?). – Ma il loro animo per quanto sia buono oggidì, basterà forse a rassicurarcene? Sono forse gli uomini sempre padroni di loro stessi, e degli avvenimenti? S’ignorano forse il trascinamento dell’opinione, e le pretese necessità delle circostanze sì spesso invocate ai tempi di rivoluzione? – Non usciamo fuori dalla storia moderna. La rivoluzione francese al suo primo principiare, in un gran numero dei suoi attori, intendeva essa forse con volontà preconcetta lo scisma della Costituzione civile? N’è dato fortemente dubitarne: ma nulladimeno l’avvenimento si compì. A pie’ dell’atto scismatico, vi è facile vedere sottoscritti quegli uomini stessi, che poco prima avevano giurato rispetto inviolabile alla Religione cattolica. Or rimane la seconda questione: sarebbe oggidì possibile lo scisma? Per metterne i Cattolici in guardia, io potrei tenermi contento a sol rammentare le parole dell’Apostolo: bisogna che vi siano anche le eresie: oportet et hæreses esse: ed a più forte ragione, gli scismi. Questa è senza dubbio una delle mille prove riservate alla Chiesa! E in tale rispetto godrebbe forse la nostra epoca di qualche immunità? Anzi non porta ella forse dentro al suo seno alcuno elemento di questa malattia morale? Che ci vuole dunque per fare scisma? Non più che due cose; cioè una negazione, ed un’affermazione. Negazione di fede e di ubbidienza alla Chiesa; affermazione di ambizione da soddisfare, o d’una falsa postura a conservare. Di certo la negazione non manca ai giorni nostri. Girate lo sguardo intorno a voi; e quindi giudicate dell’albero dai suoi frutti. Ove è la fede de’ molti? Quella fede salda cui niuna forza può rovesciare; quella fede tutta d’un proposito, è, o non è, per la quale ogni concessione riprovata o sospetta è un’apostasia? Un dei caratteri del nostro tempo non è forse l’impazienza del giogo dell’autorità religiosa? Non gli è un fatto sciaguratamente troppo certo, che la più parte delle intelligenze si studiano di sfuggire per una tangente qualunque all’orbita di una fede semplice e piena? E l’indifferenza verso la verità dommatica può andare più avanti? – In quanto espressione autorevole di tali disposizioni degli animi tanto minacciose, che ci eccitano con spavento a metterci in guardia, non abbiamo noi forse al cospetto della legge la eguaglianza del sì e del no in fatto di credenze; fenomeno invero inaudito nel mondo cristiano, che Roma pagana sol vide ai giorni di suo decadimento? Non abbiamo ancora la tranquilla ostinazione di tanti uomini di ogni condizione, di ogni dignità, i quali oggi stesso, rispondono col disprezzo e col sarcasmo ai fulmini della scomunica, coi quali la Chiesa li ha colpiti? – E che diremo dell’affermazione? Un altro carattere distintivo dell’epoca presente non è forse la febbre dei godimenti? Ad una parte troppo numerosa della società, che altro è la vita, se non smania ed affanni per l’oro, per le dignità, pei piaceri? Se l’aumento, o la semplice conservazione di questi beni, dei quali tanti uomini fecero loro dei, avvenga che dipenda da una disubbidienza alla Chiesa; siamo certi che la fede dei martiri si ridesti subito nei cuori a segno che tutti preferiscano la povertà alla fortuna, l’umiliazione agli onori? Che dice la storia dell’Alemagna, dell’Inghilterra, della Francia medesima, e di tutti i paesi, ove dello scisma divennero premio le dignità e le ricchezze? I due elementi dunque dello scisma non mancano. Ora, posto lo scisma come principio, alla minima occasione che si dia, porta senza meno in pratica la persecuzione: altro danno della situazione. Non vogliamo, qui come altrove, accusare in quale che si fosse le intenzioni; che scopo nostro non è affatto di mettere nelle anime inquietudini chimeriche. Ma solamente intendiamo di far rilevare un fatto, che è la connessione esistente tra lo scisma e la persecuzione. Del resto vero èche per quanto, a differenti epoche di scisma, sia stato grande il numero dei fuggitivi da’ sensi della Chiesa, e degli adoratori del fatto compiuto, la Chiesa ed i suoi diritti hanno sempre avuto ed avranno sempre intrepidi difensori. E ‘l potere scismatico è stato sempre sollecito di farne confessori della fede e martiri: chetal fatta di potere pretende di essere ubbidito da tutti, ed a quale che si fosse sacrificio. Per lui è sempre una questione d’amor proprio e di tranquillità, e spesso di vita o di morte. Per le quali condizioni, inerenti alla sua natura, egli è fatalmente forzato, anzi trascinato ad affrontare e sopraffare tutte le resistenze. Ed allora si tagliano teste senza scrupolo, perché si tagliano per principio. La rivoluzione francese anche di ciò porge la prova. Dopo aver decretato solennemente libertà , eguaglianza, fraternità a tutti i cittadini, e ‘l rispetto della Religione, e l’inviolabilità del Re, essa cade nello scisma. E ‘l dì seguente si vede decretare con non minore solennità la proscrizione dei preti e dei Cattolici, i massacri della Vandèa, il regno del terrore, e l’uccisione di Luigi XVI. – Sotto il primo impero non abbiamo noi veduto la persecuzione andare in parallelo coi tentativi scismatici del 1811? Volete anche risalire più alto? Vi ricorda l’Alemagna e l’Inghilterra al XVI secolo. Leggete quel che oggi stesso adopera il clementissimo Imperatore di Russia circa ai suoi sudditi Cattolici. E senza andare sì lungi, guardate alla rivoluzione italiana, che pure non è che al principio, come tratta il clero fedele nei paesi usurpati. Quanti religiosi banditi via de’ loro conventi, e spogliati? Quanti Vescovi fuggitivi, esiliati, o carcerati! – Ma a che aggiungere prove all’evidenza? In tutti i tempi, ed in tutti i paesi, dispotismo, spogliamento della Chiesa, scisma, e persecuzione sono fatti che a vicenda si riferiscono. Colla proscrizione del diritto cristiano ricomincia l’età dei Cesari; e questa è inevitabilmente l’era dei martiri: alla qual legge la storia del passato non porge veruna eccezione. Or la storia del presente sarà ella più felice? Vi risponderà l’avvenire.

Tutto vostro ecc.

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA DEL MESE DI APRILE 2021

APRILE È IL MESE CHE LA CHIESA CATTOLICA DEDICA ALLA SANTA PASQUA ED ALLE CELEBRAZIONI PASQUALI

Questa festa, LA PASQUA, la prima e la più augusta di tutte le feste dell’anno, è detta per eccellenza il giorno del Signore. Il nome di Pasqua che le è dato, significa passaggio. I Giudei per ordine di Dio la celebravano tutti gli anni, sotto il medesimo nome, come la più grande delle loro solennità, in memoria della liberazione dalla schiavitùd’Egitto e dei miracoli dell’onnipotenza divina, che per l’Angelo sterminatore aveva colpito di morte tutti i primogeniti egiziani, per costringere il loro re a lasciar partire gli Ebrei, secondo gli ordini del Signore. Così fu adempita la divina volontà; il popolo eletto, carico delle spoglie dei nemici, si pose in viaggio: l’Angelo dell’Altissimo lo conduceva, segnalando quasi tutti i suoi passi con fatti meravigliosi, fino alla terra promessa ad Abramo e alla sua posterità, diventata a quel tempo una nazione numerosa, per sempre celebre. Il suo stato e tutta la sua storia dovevano essere per tutte le nazioni, nella successione de’ secoli, la figura profetica del nuovo popolo di Dio, che sarebbe chiamato in Gesù Cristo, per essere dall’orto all’occaso, il popolo santo, unico oggetto delle divine promesse, ed erede dei beni infiniti di cui il Messia sarebbe, per tutte le generazioni, la cagion meritoria e l’arbitro eterno.La Pasqua de’ Giudei fu infatti il simbolo espressivo della Pasqua dei Cristiani. L’agnello offerto a Dio da quelli, mangiato in famiglia in un pranzo legale, ed il cui sangue doveva contrassegnare l’entrata delle loro case per preservarli dalla morte, figurava chiaramente Gesù Cristo, l’Agnello di Dio, che Giovanni Battista designava sotto questo nome, mostrando ai Giudei sulle rive del Giordano la Persona adorabile dell’Uomo Dio. Perché nulla mancasse all’intero adempimento della figura del Salvatore del mondo, prima di consumare il suo sacrificio sulla croce, diede realmente sé medesimo, sotto il simbolo eucaristico, alla sua Chiesa, come agnello senza macchia e vittima dell’oblazione divina, che essa offrirebbe dall’un polo all’altro, sino alla fine dei tempi, secondo la profezia di Malachia.

(L. Goffiné, Manuale per la santificazione delle Domeniche e delle Feste; trad. A. Ettori P. S. P.  e rev. confr. M. Ricci, P. S. P., Firenze, 1869)

Queste sono le feste che la Chiesa Cattolica celebra nel mese di:

APRILE 2021

1° aprile Feria Quinta in Cena Domini    Duplex I. classis *I*

2 Aprile Feria Sexta in Parasceve    Duplex I. classis

            I VENERDI

3 Aprile Sabbato Sancto  Duplex I. classis

            I SABATO

4 Aprile Dominica Resurrectionis    Duplex I. classis

5 Aprile Die II infra octavam Paschæ    Duplex I. classis

6 Aprile Die III infra octavam Paschæ    Duplex I. classis

7 Aprile Die IV infra octavam Paschæ    Semiduplex

8 Aprile Die V infra octavam Paschæ    Semiduplex

9 Aprile Die VI infra octavam Paschæ    Semiduplex

10 Aprile Sabbato in Albis    Semiduplex

11 Aprile Dominica in Albis in Octava Paschæ    Duplex I. classis

13 Aprile S. Hermenegildi Martyris    Semiduplex

14 Aprile S. Justini Martyris    Duplex *L1*

17 Aprile S. Aniceti Papæ et Martyris    Simplex

18 Aprile Dominica II Post Pascha    Semiduplex Dominica minor

21 Aprile S. Anselmi Episcopi Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

22 Aprile SS. Soteris et Caji Summorum Pontificum et Martyrum    Semiduplex

23 Aprile S. Georgii Martyris    Semiduplex

24 Aprile S. Fidelis de Sigmaringa Martyris    Duplex

25 Aprile Dominica III Post Pascha    Semiduplex Dominica minor *I*

                S. Marci Evangelistæ    Duplex II. classis

26 Aprile SS. Cleti et Marcellini Paparum et Martyrum    Semiduplex

27 Aprile S. Petri Canisii Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

28 Aprile S. Pauli a Cruce Confessoris    Duplex

29 Aprile S. Petri Martyris    Duplex

30 Aprile S. Catharinæ Senensis Virginis    Duplex

L’ABOMINIO DELLA DESOLAZIONE (2)

L’ABOMINIO DELLA DESOLAZIONE (2)

Lettera ai Vescovi di Francia

[Mgr. J. Fèvre, 

REVUE DU MONDE CATHOLIQUE. 15 DECEMBRE I901]

III. – Il più grande difetto del baccalaureato universitario è che è completato, coronato e sancito da un corso di filosofia. La filosofia è la scienza delle cause prime e dei fini ultimi; o, più esplicitamente, la scienza degli esseri in generale e degli spiriti in particolare, cioè di Dio, dell’uomo e delle loro relazioni, secondo la rivelazione della fede e la luce della ragione. La filosofia, così intesa, è una creazione propria del Cristianesimo.  Gli antichi non erano più di noi estranei a questo bisogno dell’anima che vuole conoscere l’essenza delle cose e la loro ragione d’essere. Ma, con la loro fede incerta e la loro ragione ancora più incerta, sapevano solo creare grandi sistemi ed inquadrare gli errori che li avevano sedotti e gli idoli che avevano eretto nei loro cuori. Nel pieno dei lumi della civiltà greca, Platone diceva che solo un Dio poteva insegnare la filosofia agli uomini. Confucio, il grande saggio della Cina, si rivolgeva all’Occidente per invocare il desiderato delle nazioni. E Cicerone, il segretario generale della filosofia greca, schiacciato dall’evidenza, dopo aver sintetizzato gli insegnamenti dei filosofi, emise questa sentenza: non c’è niente di così assurdo che non sia stato detto da qualche filosofo: Nibil est tam absurdum quod non dictum fuerit ab aliquo philosophante. La filosofia cristiana, figlia del Vangelo e della Chiesa, mirabile creazione di grandi geni, specialmente di Sant’Agostino d’Ippona, Sant’Anselmo di Canterbury e San Tommaso d’Aquino, ha illuminato il mondo dopo la sua conquista da parte di Gesù Cristo. Non ho niente da dire qui sul suo potere e sui suoi benefici. Basta notare che se i filosofi antichi erano condannati a sbagliare dall’assenza di una fede che non conoscevano, i filosofi moderni si sono dedicati alla stessa oscurità, ripudiando la fede della loro culla. Di fronte alla filosofia tradizionale del Cristianesimo, hanno voluto stabilire una filosofia razionale che si isolasse dalla tradizione per limitarsi alla ragione. Con Bacone rifiutarono questa filosofia cristiana che chiamarono scolastica, cioè d’ignoranza; con Cartesio fecero poggiare l’edificio del nostro sapere sulla sola ragione; e con Leibnitz osarono dire che nel letame della Scolastica non c’erano che poche particelle d’oro da raccogliere. Hinc dérivata clades. – Dopo tre secoli, la filosofia scolastica in Francia era stata più o meno asservita ai filosofi moderni. Critica con Bacone, razionalista con Cartesio, idealista con Malebranche, atea con Spinosa, fantasiosa con Leibnitz, questa filosofia delle scuole cercò di evitare l’errore capitale di ogni sistema, attaccandosi alle verità del simbolo. Così che questa filosofia, cristiana nella sua ispirazione generale, preservata dalle più grandi deviazioni dal presidio del Vangelo, era tuttavia contaminata da errori che la rendevano impotente. Questi tre secoli in cui ha regnato questa filosofia sono tre secoli di decadenza. Si è seguito un solco finendo in una buca fangosa, che non faceva passare più abbastanza luce. Le disgrazie di questa filosofia, vanamente provate dalle catastrofi della storia, non allarmarono altrimenti la fede e il patriottismo, né dei maestri, né degli allievi, né del clero, né dei principi. – È solo negli ultimi cinquant’anni che questa filosofia è stata messa alla prova. Un giorno sarà la gloria del XIX secolo l’aver iniziato il ripudio della filosofia moderna; e per mezzo di voci isolate, per aver propugnato un ritorno alla scolastica, cioè alla filosofia come risulta dagli insegnamenti del Vangelo. Menti isolate avevano preso questa iniziativa; Pio IX e soprattutto Leone XIII presero in mano questo grande interesse della Chiesa e dell’umanità. Leone XIII, lui stesso tomista, scrisse un’enciclica espressamente per riportare i maestri alla filosofia dell’Angelo della Scuola. Da un tale voto alla sua realizzazione, c’è una lunga strada da percorrere. Di tutti i locali, il più difficile da esplorare è il cervello umano. Tre secoli di aberrazione scolastica avevano depositato le ragnatele del filosofismo nella scatola cranica dei francesi; le fibre del cervello francese si erano infettate di emanazioni di questa piccola filosofia; e come la gola si adatta all’espressione di una lingua, così il cervello nazionale era stato invaso da un insegnamento difettoso, che era diventato un’abitudine, una seconda natura. – Nella Chiesa, come ovunque, è difficile tornare dalle infatuazioni; più difficile ancora per le abitudini ecclesiastiche di rispetto delle tradizioni, e anche per quelle abitudini di adulazione che hanno sostituito, tra noi, l’antico vigore dello spirito. Più lo spirito mente si abbassa, più si esalta; più, esaltandosi, si apre ad ammissioni ridicole e si chiude con asprezza alla riparazione critica. La nostra decadenza francese ci riporta alle usanze bizantine. Ammiriamo molto, ma non ammiriamo nulla e ci impantaniamo nella confusione. – Non è che abbiamo trascurato di mettere San Tommaso nel pasticcio di carne tritata, come si chiamano, in cucina, i ripieni. In passato, senza citare il buon uomo che aveva messo San Tommaso in meditazione, Billuart e Goudin avevano acquisito, spiegandola, un’illustrazione e Duns Scoto, contraddicendola, l’immortalità. Oggi, lo confesso, con più lodevole impegno, San Tommaso è stato tradotto; San Tommaso è stato abbreviato; San Tommaso è messo in evidenza, nella prosa e nei versi; soprattutto sono state scritte filosofie nello spirito di San Tommaso. San Tommaso è ovunque; ma non entra nelle menti, non illumina ancora le anime, sia perché le ragnatele rifiutano di riceverlo, sia perché i cervelli non sentono nulla onde digerirlo. Ovviamente non siamo più ai tempi in cui un seminarista chiedeva a un professore di leggere San Tommaso, e il professore rispondeva: “È una cosa seria, ne parlerò con il superiore”. Il superiore, ricevuta la richiesta, rispose a sua volta: “È una questione seria, dovrò convocare il consiglio. Il Consiglio, cioè i superiori e i professori, a loro volta, dopo aver deliberato sulla questione, dopo averla esaminata da tutte le parti, dopo aver soppesato i pro e i contro con il peso del santuario, hanno espresso il serio parere che vi fosse un pericolo nella questione e hanno risposto alla richiesta con un rifiuto. Nel 1840, San Tommaso era ancora pericoloso da leggere; nel 1850 era nella sala di teologia con dei volumi di Patrologia e la Somma dei Concili, alla portata di tutte le mani. Cinquant’anni di voga, anche dopo la formazione romana di un certo numero di professori, non hanno ancora distrutto la tradizione gallicana dei seminari ed introdotto tra noi il seminario romano. San Tommaso è tornato; è giustapposto ai costumi dell’insegnamento gallicano; è sottomesso ai suoi metodi, ai suoi programmi e talvolta è impantanato dalle sue soluzioni. È una riforma radicale che occorre stabilire. Io non ho ancora sentito che ha avuto luogo; sono persino incline più a credere che sia stato rifiutato. La causa di questa strana disgrazia è la mancanza di una Bacone antigallicano. Il cancelliere di Verulam, all’alba del filosofismo moderno, prima di dare il Novum organon, aveva pubblicato il De augmentis scientiarum; aveva fatto un inventario delle dottrine ricevute, e proceduto, egli credeva, al loro espurgo. Bacone fu l’introduttore del razionalismo. Dio, che non manca mai alla sua Chiesa, ci aveva dato un Bacone antitesi del primo; era Jeàn-Baptiste Aubry che P. Freyd chiamava il Colosso di Rodi del seminario francese a Roma. Dopo aver professato a Beauvais, Aubry, che aveva una grande anima, andò a morire missionario a Kouéi-Tchéou. Mentre lavorava per la conversione della Cina, non aveva dimenticato la sua missione di restaurare la Francia. Scriveva incessantemente; quando morì, le sue carte tornarono a casa, lasciate in eredità a suo fratello Agostino, – un vero Agostino – che doveva mettere a frutto l’eredità del defunto. Il nostro Agostino ha pubblicato dieci volumi. Questi dieci volumi sono dedicati esclusivamente all’opera preparatoria per il trionfo di San Tommaso. Nel loro vasto insieme, non si limitano alla speculazione sui principi generali e sul metodo della scienza cattolica; essi impostano la legge costituzionale dei seminari maggiori; trattano successivamente della Sacra Scrittura, del dogma, della morale, del diritto canonico, della storia e della vita spirituale; e su ogni punto realizzano la riforma indispensabile per sostituire il seminario gallicano e le sue disastrose routine con il seminario romano con la solidità dei suoi metodi, la certezza delle sue dottrine e la magnificenza delle sue illustrazioni. I fratelli Aubry non sono forse le due più grandi menti del nostro tempo; sono però certamente i due apostoli più ascoltati della rivoluzione che deve trasformare i seminari e, di conseguenza, trasformare la Francia. San Tommaso trionferà solo a questo prezzo; io credo nella prossimità di questo trionfo.  L’asino di Balaam in persona lo saluta con entusiasmo. Ciò che mi rallegra in questa speranza è che Jean-Baptiste Aubry è morto martire per la sua causa, ucciso dal lavoro; e che suo fratello Augustin Aubry, che si è dissanguato per la pubblicazione delle opere del missionario, ha da dieci anni i vecchi furfanti del gallicanesimo come cibo al suo pranzo. Su questa questione cruciale di San Tommaso e della riforma dell’insegnamento filosofico, ecco una lettera del nostro Agostino. Il Papa aveva scritto al giovane vescovo di Verdun su questo stesso argomento: « Ancora una volta – dice Augustin Aubry, in poche righe molto suggestive, Leone XIII rimette a punto l’insegnamento ecclesiastico. Ai professori dei nostri seminari maggiori egli fa come di un dovere capitale di lasciare da parte le invenzioni di una vana filosofia, di seguire San Tommaso e di coltivarlo come loro maestro e guida. Più energicamente che mai, insiste sull’attuazione del programma delineato nelle sue lettere precedenti. « È impossibile – aggiunge – che l’aumento quotidiano del numero di seminari che potrebbero servire da modello per altri non ci dia una grande soddisfazione…. « Cosa notevole, Leone XIII procede qui per desiderio. Perché questo giro di parole nell’espressione della parola pontificia? Non sentite che ci sono lamentele, dei gravi desiderata? Non si giudica anche a Roma che la filosofia del baccalaureato universitario è un substrato piuttosto dubbio? «Dalla lettera di Leone Xlll ci sembra emergere, chiaro come il sole, che questa filosofia di San Tommaso, questa teologia scolastica, di cui egli chiede da tempo la restaurazione, sarebbe praticata solo in un numero molto ristretto di nostri seminari, suscettibili, dice, di servire da modello per altri. « Ora, quali sono questi seminari modello dove l’insegnamento scolastico regna già in tutta la sua pienezza? Io cerco avidamente la lista delle scuole filosofiche e teologiche dove l’Enciclica Æterni Patris, che prescrive la filosofia di San Tommaso, sia applicata in tutto il suo contenuto. Certamente oggi non ci sono più scuse per non applicare gli ordini del Papa; il suo programma risale al 4 agosto 1879: in 22 anni ci sarebbe stato tempo per la riforma, per la riorganizzazione. « Ahimè! Vorrei credere in una restaurazione solida e generale nel senso e secondo le idee di Leone XIII. Ma la lettera papale del 1° ottobre scorso conferma i timori che da tempo soffocavo. « Timori basati sull’uso generale – con poche eccezioni – di autori classici mediocri e dubbi, a volte anche più o meno contaminati da ontologismo, cartesianesimo, kantismo e razionalismo. « Timori fondati sulla scelta degli insegnanti, sempre zelanti, spesso improvvisati, a volte inferiori, raramente scolastici. « Timori basati sul modo in cui si usa San Tommaso, procedendo per lo più da citazioni isolate che da uno studio di questi trattati – il che è una specie di adulterazione ed un’assoluta ignoranza del suo metodo e della linea tracciata da Leone XIII. « Timori basati sui risultati osservati negli ultimi vent’anni, vale a dire: la depressione dello spirito sacerdotale, l’indebolimento della predicazione, il razionalismo delle idee, l’assenza dei principi più elementari, la divisione infinita delle forze cattoliche. « Osiamo sostenere, e siamo determinati a dimostrare, con cifre alla mano, che il lavoro essenziale deve ancora essere fatto per il ripristino degli studi filosofici e teologici nella maggior parte delle nostre scuole francesi. – « Il considerevole lavoro sui seminari maggiori, che pubblicammo nel 1891, fu l’occasione di una vasta inchiesta la cui documentazione, molto seria, molto significativa, rimane nelle nostre mani, come prova indiscutibile della correttezza dei desiderata di Leone XIII. – « Produrremo questa prova a breve. È stata fatta dagli uomini più importanti del clero e dell’insegnamento, che sono stati così gentili da darci le loro impressioni, e da illuminarci sufficientemente sullo stato delle nostre diocesi, e può essere riassunta in una viva dolenzia del triste stato delle cose sacre nelle nostre diocesi. « Non avremmo pensato che si potesse scendere più in basso e fare del baccalaureato universitario la pietra di paragone della vocazione sacerdotale. « Dedichiamo questi pochi pensieri ai signori della democrazia balzana del clero. Ci permettiamo di segnalare loro questa vena che sembra non abbiano pensato di sfruttare: lo studio dei principi, secondo Leone XIII; una forte preparazione filosofica e teologica, sempre secondo Leone XIII; ma soprattutto dei principi, dei principi, i principi…. « Perché andare al popolo senza solidi principi, senza idee precise – come accade appunto ai nostri suddetti democratizzatori – è rovinare l’opera del buon Dio; è disturbare le coscienze già indebolite; è risparmiare alla Chiesa di Francia amare delusioni e rovine irreparabili. » Non ci fermiamo qui al carattere classico della Somma di San Tommaso, avendo trattato questa grave questione in questa stessa rivista, in una lettera al Sommo Pontefice. Ricordiamo solo che, per ordine di Leone XIII, il corso ecclesiastico di filosofia deve durare due anni.

IV. – La nostra attenzione deve concentrarsi sulla questione della Sacra Scrittura all’alba del XX secolo. Tra i Giudei ed i Cristiani, i libri sacri sono sempre stati oggetto di culto religioso. Sono stati letti, spiegati e commentati: mai un libro è stato letto e commentato tanto quanto la Bibbia. Quando il pozzo dell’abisso fu aperto al mondo, probabilmente volle oscurare le stelle con i suoi neri vapori, ma il grande eresiarca Lutero affettò prima di tutto un aumento della devozione alla Bibbia. La Bibbia era il messaggio di Dio all’umanità: tutto era nella Bibbia, chiaro, accessibile allo spirito più umile. Per essere inondati dalla luce divina e purificati dalla grazia, c’era solo da leggere la Bibbia senza inclinazioni malvagie, i filosofi con il loro orgoglio, lo stato con le sue ambizioni: tutti questi poteri deviati hanno trasformato la Bibbia in polvere. Il protestantesimo non riconosce più né il canone della Scrittura, né il contenuto ed il significato dei testi, né l’autenticità dei due Testamenti. Il Protestantesimo non è ormai che una forma di Filosofismo, una forza cieca del ciclone rivoluzionario: esso non solo ha annientato le Scritture, ma ha divorato tutte le dottrine positive; e storicamente, l’applicazione di questo principio distruttivo avrebbe messo in ginocchio il mondo, se l’istinto dei popoli ed il buon senso dei principi non ne avessero scongiurato la furia. Nonostante il declino della verità in Francia, nonostante il profondo scuotimento della società civile, il clero francese, nel suo insieme, non fu né invaso né minacciato dall’infiltrazione protestante. Ma non si può negare seriamente che non sia fortemente esposto alla tentazione, il popolo ancora di più. Oggi, come in passato, i nostri studiosi e scienziati devono prendere in prestito dalla scienza tedesca non solo le sue procedure e i suoi metodi, ma a volte i risultati ancora incerti delle sue pazienti indagini. Non è lontano da lì accettare dottrine ed indicazioni. Devo ricordarvi che il nostro clero parrocchiale è stato scosso, sedotto, caduto, un esodo come mai si era visto dopo Calvino, e questo in piena pace. I fuggitivi hanno il loro budget, il loro giornale, il loro sostegno da parte dello Stato, l’incoraggiamento dall’estero. Le missioni protestanti furono inviate in Francia in tutte le direzioni; esse circuivano la gente comune e lusingavano le passioni della borghesia. Lo Stato, che ha abolito la facoltà di teologia alla Sorbona, l’ha sostituita con una facoltà protestante e con una cosiddetta facoltà di religione comparata, ma semplicemente per la distruzione del Cattolicesimo. In nome dello Stato e a spese dei contribuenti, i padroni, nati dalla feccia del razionalismo più radicale, lavorano per l’annientamento del grande culto della patria. Due fatti gravi devono essere messi in relazione con queste circostanze: l’insegnamento scritturale micrologico in Francia, la sua debolezza, che non difende le intelligenze dalla seduzione; e in secondo luogo, la deformazione del cervello ecclesiastico da questa disastrosa tradizione del particolarismo francese. Da ciò si deve concludere che la nostra relativa debolezza e l’indiscutibile forza del nemico – anche se questa forza è solo una debolezza – ci creano, nel campo della Scrittura, un pericolo reale. Questo pericolo sembra più grave, se consideriamo l’attuale disfatta. – P. Fontaine, S.-J. “Le infiltrationi protestanti”, prefazione, a p. VIII. “Della morale pubblica e lo scuotimento intellettuale causato dal progresso della Rivoluzione”.. D’altra parte, bisogna notare la pubblicazione dei grandi Dizionari della Sacra Scrittura e della Teologia e la crociata scientifica di cui queste pubblicazioni sottolineano le conquiste. « Come, si chiede un gesuita – non applaudire alla creazione della Scuola esegetica di Gerusalemme, audacemente originale, dove l’Ordine di San Domenico ha portato le sue antiche ed alte tradizioni di scienza teologica scritturale? Le Facoltà di Teologia, che sono come il cuore delle nostre Università cattoliche, hanno anche contribuito a moltiplicare nelle file del clero secolare e delle congregazioni religiose, sacerdoti meglio equipaggiati dei loro predecessori per le lotte scientifiche e la difesa della verità. Daranno la loro vera misura ed i loro frutti più abbondanti il giorno in cui, cessando di essere scuole complementari dei seminari maggiori, avranno vita propria ed autonoma, abbracciando l’intero ciclo delle scienze religiose, con un personale più numeroso e studenti che vi apprenderanno di più (P. Fontaine, S.-J. Le infiltrazioni  protestanti, prefazione, p, VIII.). . Maurice d’Hulst, il cui spirito era insicuro, è ricordato come il patrono, per semplice ipotesi, di questa interpretazione ampia, che ammetteva errori nella Bibbia. L’ipotesi di D’Hulst avrebbe potuto essere messa nella lista nera, come l’ipotesi liberale di Lamennais. Il Papa, sempre benevolo verso la debolezza liberale, si accontentò di rettificare, per mezzo di un’Enciclica, le sue discrepanze; ma, nella sua sincerità, non mancò di dire che questo modo di difendere le Scritture equivaleva ad un tradimento. Dopo quell’Enciclica in cui il Papa aveva posto delle protezioni sull’orlo di tutti gli abissi, il p. Fontaine non crede che sia rimasta senza difetti. A suo modesto parere, la critica mossa alla teologia ha reso dubbia la prima rivelazione; ha scosso l’autenticità del Pentateuco e gli argomenti che fornisce su Dio, l’anima, l’immortalità e la vita futura; ha sminuito la giusta nozione di messianesimo  reso Cristo troppo umano; ha travisato il problema dei sinottici e la questione giovannea; ha compromesso la divinità di Gesù Cristo ed il valore dimostrativo del quarto Vangelo; essa ha alterato la storia dei dogmi sul capitolo “penitenza”; infine, sembrava contestare l’eternità delle pene dell’inferno.  – La Chiesa conserva come tesi consolidate l’autenticità canonica dei libri sacri, la giusta nozione dell’ispirazione divina e l’assoluta veridicità delle Scritture divine. In presenza di queste affermazioni indiscutibili, la critica storica ha il compito di illustrare i libri e di interpretare i testi; soprattutto, deve liberarli dall’infiltrazione dell’esegesi protestante, « che ha invaso – dice P. Fontaine – quasi ogni ramo della scienza ecclesiastica. Invece di diventare meri cronisti dell’esegesi d’oltre Reno, essi metteranno la loro scienza al servizio della dogmatica rivelata. Non passerà molto tempo prima di avere un’esegesi propria, veramente cattolica e veramente scientifica ». Spetta ai Vescovi, Eccellenze, affrettare questo felice evento.

JUSTIN FEVRE

Protonotario apostolico.

(Continua…) 

L’ABOMINIO DELLA DESOLAZIONE (3)

LA SITUAZIONE 7

LA SITUAZIONE (7):

DOLORI, PERICOLI, DOVERI E CONSOLAZIONI DEI CATTOLICI DEI TEMPI PRESENTI

OPERA DI MONSIGNORE G. G. GAUME PROTONOTARIO APOSTOLICO

Custos, quid nocte?

Sentinella: che è della notte?

ROMA – Tipografia Tiberina – 1861

Lettera Settima

Caro Amico.

I sofismi, de’ quali abbiamo fatta ragione, mirano a stabilire come per principio, che l’indipendenza materiale non è necessaria alla Chiesa; e che la povertà le conviene meglio che le ricchezze. Dal particolare si passa al generale, e si pretende che il Papa presente deve abbandonare le Provincie invase dalla rivoluzione; e per questo si cita l’esempio di Pio VI. La scelta per vero non è felice. Or appunto perché ha sotto gli occhi l’esperienza del suo venerabile predecessore, Pio IX non deve ceder nulla. Pio VI dopo aver sottoscritto, forzatovi, e costretto, il trattato di Tolentino, conservò forse per questo il resto dei suoi Stati? La cessione che egli credette poter fare alla forza brutale, impedì forse d’esser cacciato da Roma e dall’Italia qualche mese più tardi, d’esser privato della libertà, e di morire in prigione? Or pensate, se un simile risultato sia di bastante incoramento a Pio IX! – Per altra parte, le circostanze non sono più quelle. Al tempo di Pio VI, la rivoluzione non ancora aveva detto chiaramente la sua ultima parola. Si poteva veramente prendere abbaglio intorno a’ suoi intendimenti, e credere che essa si contentasse di un’usurpazione parziale. Oggidì simile illusione non è più possibile. La rivoluzione non vuole solamente parte del dominio di S. Pietro, anzi lo vuole tutto; né vi fa più mistero. Inoltre, l’eminentissimo Cardinale Antonelli fa notare con ragione, che Pio VI fu spogliato con violenza, ed a Pio IX si propone di abdicare. Or niun Papa ha mai abdicato; egli non può, né deve. » Se dunque, egli aggiunge, si consideri la differenza dei casi, si vedrà facilmente che lo stesso motivo che indusse Pio VI a cedere, obbliga Pio IX ad una negativa assoluta. « Pio VI in circostanze completamente diverse dalle circostanze attuali, si trovava in faccia di una violenza insormontabile, e di una forza materiale. Pio IX al contrario è alle prese con un principio che si vorrebbe far prevalere. Or la forza materiale non è che un fatto. Di sua natura essa è limitata, enon si fa sentire che nel cerchio della sua azione, che essa non può oltrepassare. La cosa è tutt’ altra quando trattasi di principii. Di loro natura essi sono universali e di una inesauribile fecondità: essi non si arrestano al punto, a cui si vuol restringere la loro azione, ma tendono ad un’applicazione generale. « In conseguenza Pio VI cedendo alla forza materiale poteva sperare ragionevolmente di salvare il resto dei suoi Stati; mentrechè Pio IX cedendo ad un preteso principio, abdicherebbe virtualmente la sovranità di tutti i suoi Stati, ed autorizzerebbe uno spogliamento contro ogni principio di giustizia e di ragione. D’onde può vedersi che l’esempio di Pio VI conduce piuttosto ad una conclusione totalmente opposta a quella che si ha in veduta ». (Dispaccio del 29 Febbraro 1860 in risposta alla Circolare del Sig. Thouvenel Ministro degli Affari Esteri in Francia). – Voi potete intanto apprezzare questo nuovo sofisma, di cui si è menato tanto rumore; ma di questo, e di tutti gli altri del medesimo genere bisogna fare una più compita giustizia in favore dei Cattolici. Or pur tolte di mezzo tutte le allegate ragioni, l’interesse medesimo della società minacciata dal comunismo pagano fa a Pio IX un dovere particolare di non sanzionare nulla di quel che si osa contro il suo dominio temporale.

IL PAPA DIFENDENDO IL SUO DIRITTO, DIFENDE TUTTI I DIRITTI.

Ecco il punto, sul quale bisogna mantenere la questione. Per dirlo di passata, a vergogna di certi Cattolici più o meno elevati negli ordini sociali, ecco ciò che hanno benissimo compreso, e nobilmente espresso i Protestanti di Meklemburgo nel loro indirizzo a Pio IX. Già noi abbiamo veduto come il Papa difendendo la sua indipendenza, difende la libertà! Resta a dimostrare che egli ad un tempo difende l’autorità, la proprietà, tutti i beni, tutti i diritti, la società medesima; tutto questo contro la barbarie. Per qualificare quanto ci minaccia, io non ho altre espressioni. Onde se quelle che io adopero sono troppo forti, voi le addolcirete; ma prima di mettervi in cerca di sinonimi, vi piaccia ascoltarmi. Confessate primieramente, caro amico, che noi assistiamo ad uno strano spettacolo. Che cosa avviene sotto gli occhi nostri? Due forze nemiche sono alle prese; la rivoluzione ed il Cattolicismo. Che vuole la rivoluzione? – Inaugurare il suo diritto-Qual è questo diritto?-È il diritto dell’uomo regnante senza dipendenza e senza sindacato dell’autorità di Dio; ciò vuol dire il diritto delia forza – Che cosa è l’inaugurazione del diritto della forza? È il trionfo della barbarie; essendo in verità lo stesso diritto, che regola i selvaggi ed i lupi. Quindi vedete ove noi siamo arrivati: sotto il cielo, un sol uomo oggidì difende il vero diritto, il diritto della giustizia contro il diritto rivoluzionario. Per salvarlo, egli si sacrifica agli oltraggi, alle persecuzioni, alla povertà, forse anche al martirio. Ma la sua causa è la causa di tutti, la causa della civilizzazione. Or non sembrerebbe egli naturale, che l’Europa intera dovesse serrarsi intorno a Lui, e sì secondarlo eroicamente mercè della triplice potenza delle sue preghiere, del suo denaro, e del suo sangue? Ciò non ostante, gran che! non solo ei viene abbandonato; ma ancora, anziché reputargli la sua invincibile energia, voi piuttosto avete ad udire milioni di uomini di ogni paese, di ogni stato, e di ogni grado biasimare la condotta di lui, dargli dell’ostinato, e condannarlo d’acciecamento e di ambizione mondana. – È in tal guisa che la più alta questione sociale si abbassa e riduce alle meschine proporzioni di un vile interesse. Che Dio li perdoni; e’ non sanno quello che si dicono! E non sanno, che l’eroico Pio IX, in difendendo il diritto cristiano contro il diritto rivoluzionario, tutela l’ordine contro il disordine, l’autorità contro l’anarchia, la proprietà contro il socialismo, la civilizzazione contro la barbarie; il castello del nobile, lo scrigno del banchiere, il magazzino del negoziante, la cassa di risparmio dell’operaio, il campo del lavoratore, non meno che il trono dei Re, pur quello di Vittorio Emmanuele. Chétutti i diritti sono collegati fra loro. Il palazzo e la capanna poggiano sullo stesso fondamento! L’incendio non ha scelte a fare; con una stessa vampache balza impetuosa, consuma i quartieri dei ricchi, ed i sobborghi de’ poveri. Se avverrà che si riconosca come principio che per veduta di convenienza o di utilità nazionale, si possa, in dispregio di tutti i diritti e di tutti i trattati esistenti, spropriare un principe qualunque, foss’egli anche Papa; quindi a poco un sol trono non resterà in piedi; e con più forte ragione verun proprietario non sarà più in sicuro. Per fermo quel medesimo principio a cui voi oggi vi richiamate contro il Sommo Pontefice, con pretensione anche di farglielo sanzionare, quel desso domani per la logica inesorabile della democrazia sarà rivolto contro di voi stesso: che avrete a rispondervi? Ecco quello che non si vuol comprendere: or dovrei dire, ecco ciò che non si può più comprendere. È a tale infatti l’impotenza di logica, anzi l’indebolimento del senso comune, anche presso un gran numero di persone oneste, che queste idee elementari stanno all’altezza di venti cubiti dalla loro testa. Veramente fra tutti i sintomi del male a cui l’Europa è in preda, io non ne conosco altro più spaventevole di questa debolezza, o di questa perversità d’intelligenze. Allorché v’imbattete in un uomo che va a tentoni in pieno meriggio, e prende le carrozze per portoni di rimesse, e chiama bianco ciò che è nero; voi senza più dite che quest’uomo è colpito di vertigine o di demenza. Or vedendo che un mondo mi porge lo stesso spettacolo, come non avrò io adire che esso è già da presso alla barbarie? Imperocché quel che è follia all’individuo, suona barbarie pei popoli. . Ma checché sia di ciò, a chi conserva la facoltà di unire due idee, la caduta del trono temporale di San Pietro significa nell’ordine sociale l’incertezza di tutti i diritti, lo scotimento di tutti i troni, ed il segnale di uno sconquasso generale, Nell’ordine religioso poi è in rispetto alla Chiesa l’entrata nella fase la più difficile di sua esistenza; forse il ritorno alle catacombe. Per le nazioni da ultimo, che condannano la loro madre a questa dura prova, è il cominciamento di un avvenire sconosciuto, che lo sguardo più sicuro non osa ravvisare. – Non dispiaccia ciò udire agli autori ed approvatoli dello spogliamento; ma tal fatto che essi si sforzano di ridurre a meschine proporzioni, è gravido di immensi avvenimenti, i quali scuoteranno l’Europa sino da suoi fondamenti. Noi vi ritorneremo sopra più in là: e frattanto, vi parlerò di pericoli più prossimi; ciò richiedendo lo scopo pratico delle mie lettere: questi nuovi pericoli sono lo scisma, e la persecuzione.

Tutto vostro etc.

L’ABOMINIO DELLA DESOLAZIONE (1)

L’ABOMINIO DELLA DESOLAZIONE (1)

Lettera ai Vescovi di Francia

[Mgr. J. Fèvre, 

REVUE DU MONDE CATHOLIQUE. 15 DICEMBRE 1901]

Monsignori…

Un antisemita, membro della Ligue de la Patrie Française, ha recentemente pubblicato due opere sulle disgrazie del tempo. Di fronte alla dolorosa situazione in cui versa la Chiesa – una situazione che peggiora di giorno in giorno – vorrei, miei Signori, in una lettera indirizzata a voi, trarre alcune conclusioni da queste opere, o piuttosto aggiungere ad esse considerazioni su alcuni fatti nuovi. Questi fatti mi sembrano elementi necessari di apprezzamento ed indicazioni urgenti per una risoluzione di condotta. L’interesse della Chiesa e della Francia è la sola causa determinante di questa lettera e la ragion d’essere delle sue sollecitudini.

I. – Ma prima diciamo una parola, a titolo di preambolo, Monsignori, sulle due opere dello scrittore antisemita, un patriota di buono stampo ed un Cattolico della migliore marca, che ritengo essere colui che, abdicando a qualsiasi residuo di particolarismo francese, si colloca esattamente all’interno del diritto pontificio e si limita a rivendicare l’adempimento dei doveri che esso impone, a tutti, re e popoli, pastori e gregge. La prima di queste opere è presentata sotto il titolo biblico: L’abominio nel luogo santo. L’obiettivo dell’autore è di indagare se e in che misura si è prodotto in Francia l’abominio predetto da Daniele sulla riprovazione della Giudea. A tal fine, l’autore stabilisce una somiglianza tra il popolo giudeo prima di Gesù Cristo ed il popolo francese dopo il suo avvento. Il popolo giudeo aveva ricevuto da Dio la vocazione di custodire, nel tempio della Sinagoga e nel suo territorio chiuso tra montagne, i dogmi, le leggi e le istituzioni sacre della legislazione divina; il popolo francese ha ricevuto da Dio, dopo le invasioni dei barbari, con il battesimo di Clodoveo, con il battesimo della regalità e della già nazione di Francia, poi con la chiamata di Carlo Magno all’Impero, la missione di custodire, di diffondere in tutto l’universo la rivelazione di Gesù Cristo, e di difendere a Roma, il Papa, Vicario di Gesù Cristo, Pastore sovrano, unico ed infallibile del genere umano redento dalla Croce del Calvario. Come risultato di questa vocazione, la Francia ha sia oneri che benefici: gli oneri sono di adempiere sempre fedelmente i doveri inerenti alla sua missione; i benefici sono di vedere la sua fortuna dipendere dalla sua fedeltà al servizio del Vangelo e della Chiesa; è di ricevere, per la sua fedeltà, la benedizione temporale di Dio e, in caso di infedeltà, di incorrere nei suoi anatemi. La storia ci mostra la Francia fedele e benedetta per mille e più anni: benedetta, cioè saggiamente costituita al suo interno, che persegue il suo destino nella pace di Dio e che prevale incessantemente su tutte le sue frontiere. Il mondo, sotto l’autorità dei Romani Pontefici e sotto l’impulso della Francia, gradualmente entra nel seno della Chiesa, nella luce e nella potenza del Vangelo, in tutto il progresso e la gloria della civiltà. Nel IX secolo apparve Fozio; nel XVI secolo apparve Lutero. Questi due grandi eresiarchi sono i nemici forzati di Roma, di cui rifiutano il primato spirituale, ed i distruttori intenzionali della Francia, la figlia primogenita della Chiesa. Per effetto della loro predicazione, i tre grandi imperi della forza, Russia, Germania ed Inghilterra insorgono in Europa, ostili, a dir poco, contro la Francia e Roma, ed armati per la loro comune rovina. Lì si trova il grande senso della storia moderna, appena sospettato da Bossuet negli ultimi capitoli della sua storia. Ora, questo complotto, tre volte secolare, ordito contro la Chiesa e la Francia, parla di scisma e di eresia, questo complotto ha avuto i suoi complici, se non i suoi ciechi collaboratori all’interno della stessa Francia. Gli umanisti del Rinascimento avevano diminuito l’amore tradizionale per il Cristianesimo; i filosofi, basandosi solo sulla ragione, come Lutero, avevano scosso le colonne della filosofia e del diritto; i principi, beneficiando, credevano essi, dei dubbi dei filosofi e delle false dottrine degli eretici, avevano innalzato, anche nei paesi cristiani, il tipo augusteo dei Cesari. Da questo miscuglio di debolezze, errori e iniquità nacque la Rivoluzione, che era soprattutto anticristiana, nemica radicale dei Romani Pontefici, e che spingeva fino all’ateismo la sua furia cieca contro la vocazione provvidenziale della Francia. Da un secolo a questa parte, non ci sono che due grandi questioni in Francia per la rivoluzione satanica: separarsi da Roma, prima amministrativamente e poi effettivamente; e distruggere, in Francia, ogni appartenenza alla Chiesa; perseguire, nelle istituzioni e nelle persone, lo sradicamento di ogni principio religioso; riconoscere solo i rapporti degli uomini tra loro per lo sfruttamento della terra ed il fragile mantenimento di un’esistenza fugace. La conseguenza finale di questa situazione è lo scisma. Finché ci saranno, in Francia, tante persone senza fede, senza culto, senza morale; finché la società si baserà sulla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo ad esclusione dei diritti di Dio; finché la legge si dichiarerà atea e pretenderà di esserlo; nel momento stesso in cui la politica, satura di ateismo, è decisa a spingere fino in fondo il radicalismo distruttivo della legge e delle istituzioni, non si capisce, al di fuori dello scisma, come la Francia possa mantenere la pratica religiosa. Non è da uno scisma per tradimento dei Vescovi, Monsignori, che la Francia può perire: l’autore dichiara questo scisma impossibile; ma lo scisma preparato dall’allontanamento della moltitudine, scritto nelle leggi, perseguito in una cospirazione giudeo-massonica, appena contrastato da qualche protesta, sembra dover essere derivato dallo Stato, come il risultato delle nostre aberrazioni visibili, come il termine logico dei nostri attacchi rivoluzionari, come il coronamento della rivoluzione contro Dio. – La seconda opera dell’autore antisemita si intitola: Desolazione nel Santuario: è ancora un titolo biblico, ma applicato alle realtà attuali. L’Abominio nel Luogo Santo studiava nei suoi atti e nelle sue circostanze il tentativo dello Stato di corrompere la Chiesa; la Desolazione nel Santuario cerca gli effetti, oggi certi, di questo tentativo di corruzione. Per ragionare con forza e concludere con decisione, nel primo scritto, l’autore si è appoggiato alla storia di Francia e ha sostenuto la sua requisitoria contro il governo persecutore con la testimonianza di diciotto secoli; per ragionare con la stessa forza e concludere con la stessa decisione; l’autore si appoggia, nella sua nuova accusa, sulla storia della Chiesa, “Il Papa e la Chiesa, dice San Francesco di Sales, sono uno”; ma il Papa, gerarca supremo della Chiesa, è assistito nel suo governo dai Vescovi stabiliti, dice San Tommaso, come giudici e agenti subalterni, nelle principali città. Ora, questo governo, composto dal Papa come capo permanente e continuatore infallibile, e dai Vescovi come capi locali, confermati nell’ortodossia dal Papa, offre questo tratto caratteristico: la conferma pontificia è, per i Vescovi, la fonte del potere, la regola dell’azione, e, in caso di fallimento, sempre possibile, il necessario, assolutamente necessario e, inoltre, l’unico controllo. Per i Vescovi, quindi, c’è bisogno di una ferma adesione, un legame indissolubile, alla Cattedra del Beato Pietro, Pastore dei Vescovi come è il Pastore di tutti i Cristiani. Se, alla luce di questo principio, voi esaminate i venti secoli di storia ecclesiastica, cosa vedete? Vedete che i Vescovi che erano fermi nella fede, i Padri e i Dottori della Chiesa, e tutti i Prelati che erano costanti nell’ortodossia e nella disciplina, erano tali solo per la loro devozione alla Cattedra Apostolica; al contrario, tutti i Prelati che naufragavano nella fede o nella morale; tutti i Vescovi caduti nell’eresia o nello scisma; tutti i Vescovi che sono stati traditori di Dio, di Gesù Cristo e della sua Chiesa, erano tali perché infedeli a Roma, ribelli alla sua monarchia, divisi dal Romano Pontefice. Stabilita questa regola di discernimento, l’autore arriva ai nostri tempi e nota, da un lato, il fatto flagrante della persecuzione per vent’anni; dall’altro, il fatto certo che nessun tradimento scandaloso è avvenuto nella Chiesa per vent’anni. Al contrario, legioni di valorosi soldati sono insorti nello Stato, combattendo per Dio e per la Patria; e si son visti nell’episcopato, fin dall’inizio, solenni atti di resistenza. Rendendo alla fedeltà e alla bravura un giusto omaggio, è dunque evidente: 1° Che la persecuzione non ha fatto che accrescersi ed aumentare, distruggendo in tutte le istituzioni, la proprietà ecclesiastica, violando nel clero secolare e regolare tutti i diritti sanciti dal diritto canonico; 2°. Che la continua estensione e austerità della persecuzione è in parte attribuibile alla mancanza di una sufficiente resistenza nella Chiesa. Invece di combattere il nemico di Dio e del nome cristiano, si è generalmente pensato di disarmarlo con una procedura sdolcinata e con un spirito assoluto di conciliazione. Sembrava che il dissenso non fosse che solo in superficie; che unendosi ad esso senza secondi fini si sarebbe ammorbidito il persecutore; che era necessario obbedire alla legge e prestarsi all’evoluzione della patria; che Dio parlava attraverso gli eventi della storia; che era patriottico e pio prestarsi al trionfo della Repubblica. In breve, sotto l’influenza delle nostre illusioni, della nostra cecità, delle nostre debolezze, delle nostre miserie, siamo arrivati ad una situazione che fa pena agli uomini di spirito e agli uomini di fede. – Senza appoggiarci qui,  Monsignori, a nessuna colpa particolare o generale, senza recriminare contro nessuno, senza istituire alcun processo, io stabilisco per principio che la salvezza della Francia deve essere l’opera della Chiesa; che la Chiesa, attraverso il suo clero secolare e regolare, possiede il rimedio a tutti i mali del mondo e la medicazione necessaria all’applicazione efficace di questo rimedio. Sono i Vescovi che hanno fatto la Francia, sono i Vescovi che devono salvarla. Che non l’abbiano fatto è evidente; che sia stato loro impedito, io voglio crederlo… Ecco perché voglio ricercare quali ostacoli esistono nel clero all’azione redentrice dei Vescovi. Non sono i Vescovi che biasimo; essi non sono miei sudditi e non sono io il loro giudice. Ma è ai Vescovi che voglio indicare, il più brevemente e rispettosamente possibile, gli ostacoli che impediscono il nostro progresso e, per non essere infinito, denunciare questi imbarazzi prima di tutto nell’ordine delle dottrine e degli insegnamenti.

II – “La Francia”, disse il cardinale Gousset, “sarà salvata da buoni Vescovi e buoni preti. “Le Encicliche dei Romani Pontefici hanno affermato solennemente con quale insieme di scienza, di virtù e di sacrifici, preti e Vescovi potevano diventare i salvatori della loro nazione. Due Vescovi su novanta, per dare una base migliore alle dottrine papali, hanno preteso dai seminaristi il baccellierato in letteratura ricevuto all’Università di Francia. Questi due Vescovi si incontrarono ad un certo punto con il fondatore della scuola carmelitana, che, come Arcivescovo di Parigi, voleva elevare i gradi e le conoscenze umanistiche del clero francese al più in alto nell’Università. L’opinione quasi unanime dell’Episcopato, senza voler respingere positivamente questa scuola, era quella di non mandarvi i suoi preti, anche se la suddetta scuola fosse opera di un Vescovo. – Le ragioni di questo rifiuto non derivavano certamente da un’avversione alla crescita del sapere letterario e alla sua consacrazione mediante titoli. I Vescovi non erano propensi innanzitutto per il pericolo della formazione sacerdotale, poi il danno delle malsane dottrine, poi ancora l’assoggettamento del prete ai suoi rivali, l’immatricolazione nei ranghi dello stato laico, e la tentazione di entrare al suo servizio lasciando la Chiesa. Più di una volta, abbiamo visto questi preti, divenuti dottori dell’Università, scambiare la tonaca con la redingote, e, con trasformazioni che non oso descrivere, porsi come nemici pubblici di Santa Madre Chiesa. Il baccalaureato offre un pericolo minore, ma è comunque un pericolo per la vocazione. Il Vescovo di Orléans, così liberale, lo sperimentò più di una volta; si faceva in quattro per moltiplicare il numero dei preti e dei baccalaureati; spesso i baccalaureati non diventavano preti e il generoso Dupanloup era riuscito solo a fornire ai licei dei maestri di studio. Un corrispondente di Vérité Française ha obiettato che il baccalaureato richiesto come condizione “sine qua non” per entrare nel seminario maggiore stava diventando una nuova irregolarità e che la creazione di un’irregolarità era al di là del potere di un Vescovo. Un Vescovo può fare un regolamento valido per la sua diocesi, ma è privo delle qualità per imporre una legge alla Chiesa universale. Questo è evidente: non intendiamo in alcun modo opporci alla regolamentazione diocesana di un Vescovo; ma crediamo che, come legge generale, possa essere discussa e non ammessa. Due altri corrispondenti dello stesso giornale hanno sollevato molte altre obiezioni, una in extenso, secondo l’adagio: Unus est instar omnium: « Permettetemi di offrire alcuni pensieri, suggeritimi dalla misura intrapresa da NN. SS. i vescovi di Tarentaise e di Mende, riguardo all’ammissione dei candidati al sacerdozio nei loro seminari maggiori. D’ora in poi, nessuno riceverà l’abito ecclesiastico in Tarentaise e Mende, se non può dimostrare di aver ottenuto il diploma di maturità. Questa decisione, di eccezionale gravità, ha conseguenze che non sono suscettibili di provocare una legittima emozione tra i Cattolici, perché può alienare dagli ordini sacri, soggetti molto degni, capaci di fare molto bene nella Chiesa, e che, forse privi della scienza dell’università laica e neutrale, sono ricchi della scienza dei Santi, e potranno acquisire conoscenze sufficienti in teologia per amministrare i Sacramenti secondo le regole prescritte, e, con l’aiuto della grazia, guidare le anime con sapienza. Voi ricordate molto opportunamente il caso del Venerabile Curato d’Ars, e se ne potrebbero citare molti altri, anche di Santi che la Chiesa onora con il culto pubblico nella sua liturgia. Ma non è questo punto di vista che voglio considerare. « Certamente, la misura imposta ai futuri chierici di Tarentaise e Mende nasce dalla lodevole preoccupazione di assicurare che il prete nella società contemporanea non sia in alcun modo inferiore agli uomini del mondo, e che la carriera sacerdotale, chiedo perdono per questa espressione, sia di difficile accesso come le carriere liberali. Questo è un bel tributo alla dignità del sacerdozio. Tuttavia, vedo alcuni inconvenienti in esso. Vi sono giovani che vengono a chiedere alla Chiesa di dar loro un posto tra i suoi chierici, di farli ministri di Cristo e di affidare loro la missione di lavorare per la salvezza del popolo cristiano. » Per sapere se possono essere sottoposti alla lunga preparazione che li porterà al sacerdozio, che bisogno c’è di consultare lo Stato? Ai professori delle Facoltà della nostra Repubblica, atei, settari e persecutori, è stato affidato il compito di discernere gli eletti per il sacerdozio? Se questi signori dell’istruzione superiore, molti dei quali sono protestanti o ebrei, hanno la fantasia di essere difficili verso i candidati ecclesiastici, il vostro seminario rimarrà chiuso per causa loro. C’è dunque un legame necessario tra il grado di scienze umane richiesto per il baccalaureato e le qualità necessarie per diventare prete? La vocazione al sacerdozio è inseparabile dal diploma rilasciato dal Ministro della Pubblica Istruzione, e deve essere contrassegnato dal timbro del governo? Finora la Chiesa non ha proibito ai suoi sacerdoti di sostenere la prova degli esami universitari, ma imporre loro questa prova, farne una condizione sine qua non per l’ammissione agli ordini sacri, che è ripugnante al suo carattere di società perfetta, sarebbe in qualche modo un abbassamento, un’abdicazione dei suoi diritti nelle mani dello Stato, che non ha nulla a che fare con il reclutamento dei ministri di Dio e di cui sarebbe il giudice, se il baccalaureato fosse indispensabile per entrare in seminario. Si dimentica, sembra, che il sacerdozio non sia, come uno stato mondano qualsiasi, l’oggetto della sola scelta della libertà umana, e che, per presentarsi all’ordinazione, bisogna essere chiamati da Dio. Può il Signore aver sottoposto questa vocazione al giudizio dei laici, troppo spesso ostili al Cattolicesimo?  C’è un elemento soprannaturale nello stato ecclesiastico che non si trova altrove; bisogna tenerne conto.  Inoltre, nel considerare le materie dell’esame di maturità, sappiamo dove il governo può portare i futuri studenti del santuario? – Forse lontano dalla teologia. Infatti, se finora il programma degli studi secondari laici ha coinciso più o meno con quello degli studi teologici preparatori, non c’è nessuna garanzia che questo accordo duri a lungo; le tendenze attuali fanno addirittura temere che cessi presto e che nei licei non si acquisisca più una conoscenza sufficiente del latino per poter trattare gli autori ecclesiastici. Senza dubbio, le lettere profane, le scienze matematiche, fisiche e naturali non devono rimanere estranee a coloro che con la loro vocazione intendono guidare i fedeli; ma una giusta parte deve essere lasciata nella vita del futuro seminarista allo studio del latino e della sana letteratura. Se i programmi sopprimono questa quota già piccola, bisognerò seguirli ciecamente? Allora ci sarà lo spettacolo davvero curioso di un esame che non comprende nessuna materia preparatoria per gli studi per i quali essa è richiesta; sarà il semplice fatto di essersi presentati davanti allo Stato con qualche tipo di conoscenza estranea che deciderà l’ammissione al seminario. Infine, vedo un notevole pericolo nell’imporre le dottrine filosofiche che si insegnano nell’Università a persone il cui ruolo sarà proprio quello di insegnare al mondo le nozioni del vero, del giusto, del bello e del buono, così poco conosciute nel nostro tempo. Perché, come tutti sappiamo, la filosofia universitaria, se davvero ne esiste una, ha demolito più di quanto abbia costruito, e ha già avuto un’influenza troppo disastrosa su una parte del giovane clero; è ad essa che si deve, per molti, l’introduzione del neo-kantismo tra il nostro popolo, a scapito delle idee sane e in contrasto con le istruzioni del Sommo Pontefice. – « Se mi si obietta che gli esaminatori non decidono sulla vocazione stessa, risponderò: poiché obbligate i futuri chierici a far stabilire il loro grado di scienza dagli accademici, e questo sotto pena di avere la porta del santuario chiusa … state davvero facendo dipendere la vocazione stessa ed il sacramento dell’ordine dall’opinione di questi signori? Che per i funzionari dello Stato, e anche per le carriere liberali, sia richiesto un dato massimo di conoscenze umane, e che l’Università sia il giudice dell’attitudine dei candidati, molto bene; ma non è il caso dell’ammissione allo studio della teologia e dei suoi annessi. Spetta solo alla Chiesa e non allo Stato dire fino a che punto le scienze umane siano necessarie ai giovani chierici. Questa questione preoccupa da molto tempo la Chiesa, che ha provveduto attraverso l’istituzione di seminari minori, di cui si riserva la direzione. Perché il Vescovo dovrebbe abdicare ai suoi diritti e trasferirli allo Stato? Perché affidare allo Stato l’esercizio del controllo che appartiene di diritto al Vescovo e che solo lui può esercitare con discernimento e saggezza ed in conformità con le vedute della Provvidenza sui futuri continuatori dell’opera di Gesù Cristo? « Che nessuno mi rimproveri di esporre la Chiesa all’accusa di essere nemica delle scienze secolari (deliberatamente non dico oltre la scienza); essa le ha sempre incoraggiate, e molti nelle file del clero, regolare e secolare, hanno reso in questo campo servizi eminenti che solo l’ignoranza e l’ingratitudine possono misconoscere, Non è sufficiente ricordare questo? Non sono stati i nostri benedettini che, mentre convertivano e civilizzavano i popoli, ci hanno conservato i capolavori dell’antichità classica? E i gesuiti non hanno forse contribuito in larga misura allo sviluppo degli studi scientifici e letterari? Né mi si accusi di fideismo, perché nessuno più di me vuole vedere il clero brillare in tutti i rami della scienza; ma i preti, sopra tutti gli altri, devono dare la preferenza agli studi ecclesiastici, e non è scioccante far dipendere la vocazione sacerdotale da un esame in materie secolari davanti ad una giuria laica spesso incredula? – « Per riassumere, vedo nella decisione presa un pericolo per il reclutamento del clero, un abbandono dei diritti della Chiesa, un pericolo per la dottrina ed una concezione inesatta della vocazione sacerdotale. Inutile dire che queste semplici e franche riflessioni non mi impediscono affatto di dare un’esplicita testimonianza di rispetto ai venerabili prelati, il cui zelo si preoccupa giustamente di garantire al loro clero una seria formazione sia nella scienza che nelle virtù sacerdotali? » Di tutte queste obiezioni, ne conservo solo due: la prima è l’inutilità della misura; la seconda è la sua inadeguatezza. Ecco un bambino che è arrivato al seminario minore in sesta o quinta elementare. Ogni anno, questo allievo aveva le sue note di classe giornaliere, le sue sedute settimanali, un esame semestrale e la solenne consacrazione della distribuzione dei premi. – Questo allievo è passato dalle classi di grammatica a quelle di umanità, ha studiato le leggi dello stile, la poetica e l’eloquenza; non ha negletto lo studio elementare delle scienze fisiche e matematiche. E dopo tre, quattro o cinque anni di seminario, i delegati del Vescovo, o il Vescovo stesso non sono capaci di apprezzare la sua attitudine alla filosofia e al ministero ecclesiastico? E questa incapacità, di cui confessano di essere giustamente privi, la riceverebbero da laici, esaminatori universitari, dopo una sola composizione e un esame di tre quarti d’ora; essendo certi, inoltre, che questi stessi esaminatori, capaci di giudicare il merito letterario, non discernono, non sospettano neppure, in questo ambito, il punto in cui dovrebbe prepararsi alle scienze della Chiesa. Dico, per me, salva reverentia, che questo apprezzamento del merito di un retore del seminario minore, è, per il superiore, per il professore dello stabilimento, e ancor più per il Vescovo, un dovere rigoroso, e che essi devono, su un punto così delicato, così serio, così importante, non riferirsi a nessuno. L’ammissione al seminario maggiore appartiene a loro e a nessun altro; e il giorno in cui questa ammissione dipenderà dai rivali dei nostri collegi ecclesiastici, dai nemici della Chiesa, quel giorno nei nostri annali deve essere segnato con una pietra nera…. « Può essere che l’ammissione al seminario maggiore sia stata a volte decisa con eccessiva indulgenza, ma sarebbe da giudicare allora, in modo non definitivo.  Deve essere successo a volte, visto che si sta cercando un rimedio.  Ma il rimedio non è nell’Università, è nella Chiesa; e se il giudizio dell’Università non fosse soggetto ad un ulteriore controllo, sarebbe una grande disgrazia; che il popolo della Chiesa abbia il coraggio di compiere tutto il suo dovere; non ha nulla da chiedere allo Stato per questa lontana preparazione al sacerdozio.  Il baccalaureato, come semplice valutazione del merito letterario, ha l’autorità che dovrebbe avere?  – Confesso che sono lontano dal crederci. Un piano di studio ben pensato, un insieme di classi ben applicate, un lavoro costante, saggio e con un po’ di entusiasmo per prestarsi ad esso, ci sembra essere la migliore garanzia di un corso di seminario. Questo sistema d’istruzione non mira ad un diploma; non si rinchiude negli stretti confini di un programma; si estende e si espande fino agli estremi delle frontiere dell’istruzione secondaria; ci si sforzi in tutto per dare all’allievo il giusto sentimento per ciò che deve sapere, e il sentimento del grande per tutto ciò che deve ignorare.  Un tale piano di studio e di insegnamento ci sembra essere di gran lunga superiore a questa preparazione per il baccalaureato, che è lo scopo esclusivo delle scuole secondarie e dei college, che sembra solo suscettibile di rendere l’insegnamento più piccolo e la testa più bassa. – Citerò qui un aneddoto. All’epoca in cui ero studente nel seminario minore, Mons. Parisis era vescovo di Langres. Questo Vescovo, che non basta chiamare grande, aveva severamente proibito in seminario la preparazione del baccalaureato, non solo per le future reclute del santuario, ma anche per i giovani che erano destinati alla carriera civile. Nella mente del prelato, la ragione di questo divieto era che la preparazione al baccalaureato gli sembrava adatta solo per abbassare il livello desueto. Al contrario, pensava che l’educazione, liberata da questi bordi e liberata da questi limiti, dovesse crescere ogni giorno di più e portare l’educazione al punto più alto della solidità. Il ministro Villemain sosteneva il contrario: il Vescovo, per mettere da parte queste pretese, lanciò una sfida al ministro: la sfida di far competere gli studenti del seminario minore con i collegi maggiori di Parigi. Il ministro non accettò; temeva, e aveva le sue ragioni, che i seminaristi minori di Langres sarebbero arrivati a battere, agli occhi di tutta la Francia, gli studenti del Collège Louis-le-Grand. Il fatto è che, sotto il potente impulso di questo Vescovo, si era formata a Langres una generazione di allievi di altissimo merito. In due o tre occasioni, gli studenti di questo seminario si sono presentati per il baccalaureato; sono stati i primi a ricevere i voti più alti ed i posti migliori. Queste sono ragioni serie, questi fatti sono decisivi. – C’è un altro aspetto della questione. Tutti sanno che l’esame di maturità è solo una lotteria: gli stupidi riescono spesso a causa della pietà che ispirano; i forti falliscono perché sono forti. Il diploma di maturità è volgarmente chiamato pelle d’asino; se non ha la virtù di far crescere le orecchie, non può impedire che si facciano. La moltiplicazione delle pelli d’asino ha creato, in Francia, una specie di mandarinato, di mediocrazia, che ci ha fatto abbassare la stima e la grandezza reale. Il più grande dei mali della Francia, il peggiore dei flagelli, è l’assenza di uomini. La Francia sta cadendo, al punto da essere minacciata di essere completamente cancellata. L’abbassamento delle menti, dei cuori e dei caratteri è un fatto universale. Come risultato di questo abbassamento, si sono formati dei partiti che si oppongono tanto più aspramente al parroco tanto più sono colpiti da una peggiore ignoranza. Le invenzioni criminali del socialismo minacciano di sorprendere e dominare un paese che una volta era la patria del buon senso, dell’onore e del patriottismo. La guerra alla proprietà, al matrimonio, alla famiglia, all’esercito, all’ordine pubblico e all’indipendenza del Paese sono oggi i passatempi di banditi, transfughi dell’Università. Siamo minacciati dal destino medesimo della Polonia e dell’Irlanda. E in questa crisi formidabile, cosa ci viene offerto, come rimedio? L’obbligo del baccalaureato per i chierici… molto simile a quel rimedio del debole Melantone che, spaventato dalle catastrofi scatenate sulla sua patria dal suo padrone, propose, come rimedio efficace, una rinascita della letteratura. Io non sono nemico della letteratura: la amo, la coltivo anche senza altra ispirazione che la mia fede ed altro maestro che il mio zelo. La letteratura non ha mai rovinato nulla; non deve essere denunciata. Ma non dobbiamo dimenticare che la predicazione del Vangelo, la conquista del mondo da parte della parola apostolica, la sconfitta del vecchio paganesimo, sono opera dei dodici pescatori raccolti dalle sabbie della Galilea. Ma non dobbiamo dimenticare che dopo l’annientamento della barbarie pagana, i missionari senza lettere dei tempi merovingi sconfissero la barbarie selvaggia dei Goti, degli Unni e dei Vandali. Non dobbiamo dimenticare che questi missionari analfabeti, sostenuti dalla parola degli Apostoli e dal sangue dei martiri, hanno creato le nazioni cristiane, hanno costituito queste nazioni nel Cristianesimo, hanno dotato questo Cristianesimo di lingue, di scienze e di lettere, che sono tutte radiose emanazioni del Vangelo. Soprattutto, però, non dobbiamo dimenticare che quando la rinascita del paganesimo nel XVI secolo prese a ribaltare l’opera dei missionari e dei martiri, non passò molto tempo prima che scuotesse la fede, obliterasse le coscienze, cancellasse il sapere, minasse le istituzioni, dissolvesse il Cristianesimo e compromettesse persino la civiltà ed il suo futuro. Poi, e nessun uomo istruito può negarlo, dacché l’anticristianesimo, al quale il baccalaureato appartiene, ha fatto deviare il corso della civiltà cristiana e ha scosso le istituzioni dei popoli, ora non ci si parla che di una religione senza Dio, un cristianesimo senza Cristo ed una chiesa polverizzata, della quale ogni atomo vivente è re e pontefice. Sotto la copertura di queste negazioni antisociali e omicide, ciò che ci rimane è la ragione, impotente, senza bussola e senza base; è l’anima consegnata a tutta la cecità e la furia delle passioni; è la schiavitù necessaria alla conservazione dell’umanità corrotta; è il dispotismo, la forza necessaria per mantenere gli uomini fuori dalla cultura, senza appoggio morale, costantemente minacciata dal progresso materiale rimasto senza contrappeso. « Noi saremo abbrutiti dalla scienza – diceva Monsieur de Maistre – e questo è il peggior tipo di barbarie ».