IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE (6)

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE (6)

(P. Lorenzo SCUPOLI, presso G. A. Pezzana, Venezia – 1767)

Che per combattere bene contro i nemici,  deve il soldato di Cristo fuggire ad ogni suo potere le perturbazioni ed inquietudini del cuore.

CAP. XXV

Siccome avendo noi perduta la pace del cuore, dobbiamo far tutto quello che per noi si possa per recuperarla, così tu hai da sapere che non può occorrere accidente al mondo che ce la debba ragionevolmente togliere oppure turbare. Dei propri peccati abbiamo da rammaricarcene sì, ma con un dolore pacifico, nel modo in cui di sopra in più di un luogo ho dimostrato, così senza inquietudine di animo, si compassioni con pio affetto di carità ogni altro peccatore, e si piangano almeno interiormente le colpe sue. – Quanto agli altri avvenimenti gravi e travagliosi, come infermità, ferite, morti, e dei nostri più congiunti, pesti, guerre, incendi e simili mali, benché come molesti alla natura, siano per lo più rifiutati dagli uomini del mondo, pure tuttavia possiamo, con la divina grazia, non solo volerli, ma inoltre averli cari, come giuste pene degli scellerati e buone occasioni di virtù; che per questi rispetti se ne compiace anche il Nostro Signore Dio, la cui volontà assecondando noi, fra tutte le amarezze e contrarietà di questa vita, ne passeremo con l’animo quieto e tranquillo. E renditi per certa che ogni nostra inquietudine, dispiace ai suoi occhi divini, perché, sia di che forte si voglia, non è mai scompagnata da imperfezione, e procede sempre da qualche mala radice di proprio amore. – Però tieni sempre desta una guardia, che subito che scopre qualsivoglia cosa, che possa turbarti, e inquietarti, te ne dia segno, acciocché tu prenda le armi per la difesa, considerando che tutti quei mali, e molti altri simili, benché di fuori così appaiono, non sono però veri mali, né i veri beni togliere ci possono, e che tutti gli ordina, o permette Iddio per li detti retri fini, o per altri a noi non manifesti, ma senza dubbio giustissimi, e santissimi. – Così tenendoti in qualunque, benché sinistro accidente, l’animo tranquillo ed in pace, li può far molto bene, altrimenti ogni nostro esercizio riesce poco, o nullo fruttuoso. Oltreché, mentre il cuore sta inquieto, è sempre ai diversi colpi dei nemici esposto, e di più non possiamo noi in tale stato bene scorgere il diritto sentiero, e la via sicura della virtù. – Il nostro nemico che abborrisce sovrammodo questa pace, come luogo ove abita lo Spirito di Dio, per operarvi cose grandi, spesse fiate sotto amiche insegne tenta di levarcela con il mezzo di diversi desideri, che hanno apparenza di bene, l’inganno dei quali si può fra gli altri segni conoscere da questo: che ci tolgono la quiete del cuore. – Onde per riparare a tanto danno, quando la sentinella ti da segno di alcun nuovo desiderio, non gli aprire l’entrata del cuore, se prima libera di qualunque proprietà, e volere non lo presenti a Dio, e confessando la tua cecità ed ignoranza, non lo preghi istantemente, che con il lume suo ti faccia vedere se viene da Lui, oppure dall’ avversario, e ricorri ancora, quando puoi, al giudizio del tuo Padre spirituale. Ed ancora, che il desiderio fosse di Dio, fa che tu, avanti che lo eseguisca, mortifichi la tua troppa vivacità, perché l’opera a cui precede tale mortificazione, gli sarà molto più grata, che se fosse fatta con l’avidità della natura, anzi alcuna volta gli piacerà più la mortificazione, che l’operazione stessa. Così scacciando da te i desideri non buoni, ed effettuando i buoni, se prima non hai repressi i movimenti naturali, verrai a tenere in pace, ed in sicuro la rocca del tuo cuore. E per conservarlo in tutto pacifico, fa di bisogno ancora che tu difenda, e custodisca da certe riprensioni e rimorsi interiori contro te stessa, che sono alcuna volta dal demonio, sebbene (perché ti accusano talvolta di qualche mancamento) pare, che siano da Dio; dai frutti loro conoscerai d’onde procedono. Se ti abbassano, ti fanno diligente nel bene operare, né ti tolgono la confidenza in Dio, come da Dio li devi ricevere con rendimento di grazie. Ma se ti confondono, e fanno pusillanime, diffidente, pigra, e lenta nel bene, tieni pure per cosa certa, che vengono dall’avversario,- però non dando loro orecchie, seguita il tuo esercizio. E perché oltre il suddetto, più comunemente nasce nel cuore nostro l’inquietudine dell’avvenimento delle cose contrarie, per difenderti da questi colpi, due cose hai da fare.L’una è, che tu consideri e veda, a chi sono contrari quegli avvenimenti, se allo spirito oppure all’amore proprio, e proprie voglie. Che se sono contrari alle proprie voglie ed amore di te stessa, capitale e principale nemico tuo, non devi  chiamarli contrari, ma tenerli per favori e soccorsi dell’altissimo Dio, onde con allegro cuore e rendimento di grazie devono essere ricevuti. Ed essendo contrari allo spirito, non perciò si deve perdere la pace del cuore, come nel seguente titolo ti sarà insegnato. L’altra cosa è che tu levi la mente a Dio pigliando il tutto ad occhi chiusi, senz’altro voler sapere, dalla pietosa mano della provvidenza divina, come cosa piena di diversi beni, i quali tu per allora non conosci.

Di quello che abbiamo a fare quando siamo feriti.

CAP. XXVI.

Quando tu ti trovi ferita per essere caduta in qualche difetto per debolezza tua, ovvero anco talora per volontà e malizia, non t’impusillanimire, ne t’inquietare per questo, ma rivolgiti subito a Dio, digli così: “Ecco, Signor mio, che io ho fatto, da quella che sono, né da me altro si poteva aspettare che cadute”. E qui con un poco di dimora avvilisciti negli occhi tuoi; dolgati dell’offesa del Signore, e senza confonderti, sdegnati contro le tue viziose passioni, e principalmente contro quella che ti ha cagionato la caduta. Seguita poi, “Né qui Signore mi sarei fermata, se Tu per tua bontà non mi avessi tenuta”. E qui rendile grazie ed amalo più che mai, stupendo di tanta clemenza, poiché offeso da te, ti porge la mano destra, perché tu non cada di nuovo. – Ultimamente dirai con gran confidenza della sua infinita misericordia: “Fa’ tu, Signore, da quello che sei, perdonami, né permettere che io viva da te separata, né lontana giammai, né che più ti offenda. E fatto questo, non ti dare a pensare se Iddio ti abbia perdonato o no, perché ciò non è altro che superbia, inquietudine di mente, perdimento di tempo, ed inganno del demonio, sotto colore di diversi buoni pretesti. Però lasciandoti liberamente nelle mani pietose di Dio, seguita il tuo esercizio, come se non fossi caduta. E se molte volte il giorno tornassi a cadere e restassi ferita, fa quello che io ti ho detto, con niente minore fiducia, la seconda, la terza, ed anco l’ultima volta, che la prima, e dispregiando sempre più te stessa, e più odiando il peccato, sforzati di vivere cauta. Questo esercizio spiace molto al demonio, sì perché vede ch’è gradito a Dio, sì perché ne viene a rimanere confuso, trovandosi superato da chi prima egli vinto aveva. E perciò con diversi fraudolenti modi si adopera, perché lasciamo di farlo, e l’ottiene molte volte per nostra trascuraggine, e poca vigilanza sopra di noi stessi. – Laonde se tu in ciò troverai difficoltà, tanto più ti hai da fare violenza, ripigliando questo esercizio più d’una volta, anche in un solo cadimento. E se dopo il difetto, ti sentissi inquieta, confusa, e sconfidata, la prima cosa che tu hai da fare è di recuperare la pace, e tranquillità del cuore e la confidenza insieme; e fornita di queste armi, ti rivolti poi al Signore, perché l’inquietudine, che si ha per lo peccato, non ha per oggetto l’offesa di Dio, ma il proprio danno. Il modo di ricuperare questa pace, si è che tu per allora ti scordi affatto la caduta, e ti ponga a considerare l’ineffabile bontà di Dio, e come sopra modo sta pronto, e desidera di perdonare qualunque peccato, per grave che sia, chiamando il peccatore in vari modi e per molte vie, perché ne venga a Lui, e si unisca a Lui in questa vita con la sua grazia per santificarlo, e nell’altra con la gloria per farlo eternamente beato. E poiché con queste, o somiglianti considerazioni avrai pacificata la mente, ti volterai al tuo cadimento, facendo come di sopra ho detto. Poi al tempo della Confessione sacramentale (la quale ti esorto a frequentar spesso), ripiglia tutte le tue cadute, e con nuovo dolore e dispiacere dell’offesa di Dio, e proponimento di non offenderlo più, scoprile sinceramente al tuo Padre Spirituale.

Dell’ordine, che tiene il demonio di combattere, e d’ingannare, e quelli che vogliono darsi alla virtù, e quelli che già si ritrovano nella servitù del peccato.

CAP. XXVII

Hai da sapere, figliuola, che il demonio non attende ad altro che alla rovina nostra, e che con tutti combatte ad un istesso modo. E per cominciare a descriverti alcuno dei suoi combattimenti, ordini ed inganni, ti metto innanzi più stati dell’uomo. Alcuni si ritrovano nella servitù del peccato, senza pensiero alcuno di liberarsi. Altri vogliono liberarsi, ma non cominciano l’impresa. Altri si credono camminare per la via della virtù, e se ne allontanano. – Altri finalmente dopo l’acquisto delle virtù, cadono con maggior rovina. E di tutti discorreremo distintamente.

Del combattimento, ed inganni che usa il demonio con quelli, che tiene nella servitù del peccato.

CAP. XXVIII

Non attende ad altro il demonio, tenendo alcuno nella servitù del peccato, che ad acciecarlo vieppiù, e rimuoverlo da qualunque pensiero, che lo potesse indurre alla cognizione della sua infelicissima vita. – Né lo rimuove solamente dai pensieri ed ispirazioni, che lo chiamano alla conversione con altri pensieri alieni ma, con apparecchiate e preste occasioni, lo fa cadere nell’istesso peccato, oppure in altri maggiori. Dal che diventando più folta e cieca la sua cecità, più viene a precipitarsi, e ad abituarsi nel peccato, così da questa maggiore cecità, e da questa a maggior colpa, quasi per giro ne corre la sua misera vita insino alla morte, se Iddio con la sua grazia non vi provvede. – Il rimedio di quello è, per quello che tocca a noi, che chi si ritrova in questo infelicissimo stato, sia presto a dare luogo al pensiero ed ispirazioni, che dalle tenebre lo chiamino alla luce gridando con tutto il cuore al suo Creatore: Deh, Signor mio, aiutami, aiutami presto, né mi lasciate più in questo stato di peccato. Né  lasci di replicare più fiate, e di gridare a quello e somigliante modo. E potendo, subito, subito, corra ad un Padre spirituale, domandando aiuto e consiglio, perché possa liberarsi dal nemico. E non potendovi andare subito, ricorra con ogni prestezza al Crocifisso, buttandosi innanzi ai suoi sacri piedi: con la faccia in terra; e quando a MARIA Vergine, domandando misericordia, ed aiuto. E sappi, che in questa prestezza sta la vittoria, come nel seguente Capitolo intenderai.

Dell’arte, ed inganni con che tiene legati quelli che, conoscendo il loro male, vorrebbero liberarsi, e perché i nostri proponimenti spesso non abbiano il loro effetto.

CAP. XXIX

Quelli che già conoscono la mala vita nella quale si ritrovano e vorrebbero mutarla, sogliono essere ingannati e vinti dal demonio  con le seguenti armi: Poi, Poi, “cras, cras” come dice il corvo! – Voglio prima risolvere e spedirmi di questo negozio, e poi darmi con maggior quiete allo spirito. – Laccio che ha preso molti, e prende tuttavia. Del che n’è cagione la nostra negligenza, e dappocaggine, che in negozio ove va la salute dell’anima e l’onore di Dio, non si prende con prestezza quell’arma tanto ponente: Ora, Ora, e perché poi? Oggi, Oggi, e perché Cras? dicendo a sé  stesso. Ma quando mi si concedesse il Poi, ed il Cras, dunque sarà via questa di salute e di vincere, il voler prima ricever delle ferite, ed il far nuovi disordini? – Sicché tu vedi, figliuola, che per fuggire, e da questo inganno e da quello del precedente Capitolo, e per superare il nemico, il rimedio è la presta ubbidienza ai pensieri, ed alle ispirazioni divine. La prestezza (dico) e non li proponimenti, perché questi spesso fallano, e molti in essi sono rimasti ingannati per diverse cagioni. – La prima toccata anco di sopra, si è che i nostri proponimenti non hanno per  fondamento la diffidenza di noi stessi e confidenza in Dio: nel ciò ci lascia vedere la gran superbia, donde progetto questo inganno e cecità, la luce da conoscerlo e l’aiuto per rimediarci viene dalla bontà di: Dio, il quale permette che cadiamo, chiamandoci coi cadimenti dalla nostra confidenza alla sua sola, e dalla nostra superbia ai conoscimento di noi stessi. – Onde, volendo tu che i tuoi proponimenti siano efficaci e di bisogno, che siano gagliardi, ed allora saranno gagliardi, quando niente avranno di confidenza in noi stessi, e tutti con umiltà saranno fondati nella confidenza in Dio. L’altra cagione è, che quando noi ci muoviamo a proporre, miriamo alla bellezza e valore della virtù la quale tira a sé la volontà nostra per fiacca e debole che sia; onde parandosele poi innanzi la difficoltà che vi bisogna per acquistarla, essendo fiacca e novella, manca e si ritira addietro. Però, tu avvezzati ad innamorarti delle difficoltà, che l’acquisto delle virtù porta innanzi, che delle virtù stesse e di questa difficoltà va sempre nutrendo, tua volontà, quando col poco a poco, e quando col molto, se vuoi davvero farti posseditrice delle virtù. E sappi, che tanto più presto ed altamente vincerai te stessa, ed i nemici tuoi, e quanto più generosamente abbraccerai la difficoltà e più ti saranno care. – La terza cagione è, perché i nostri proponimenti alle volte non mirano la virtù, e la volontà Divina, ma l’interesse proprio; il che suole succedere nei proponimenti che si sogliono fare nel tempo delle delizie dello spirito, e delle tribolazioni, che molto ci stringono, né troviamo in queste altro sollevamento, che proporre di volerci date tutti a Dio, ed agli esercizi delle virtù. Per non cadere tu in questo, sii nel tempo delle delizie molto cauta, ed umile nei proponimenti e particolarmente nelle promesse e voti, e quando trovi tribolata, i tuoi proponimenti siano occupati a tollerare pazientemente la Croce, secondo vuole Iddio, e ad esaltarla ricusando qualunque sollevamento terreno e talora anco quello del Cielo. Una sia la domanda, ed uno il desiderio tuo, che sii da Dio aiutata perché possa tollerare ogni cosa avversa, senza macchia della virtù della pazienza, e senza disgusto del tuo Signore.

Dell’inganno di quelli che si credono di camminare alla perfezione.

CAP. XXX

Vinto già il nemico nel primo e nel secondo assalto ed inganno di sopra, ricorre il maligno al terzo, il quale consiste in far che noi, scordati dei nemici che in atto ci combattono e danneggiano, ci occupiamo in desideri, e proponimenti d’alti gradi di perfezione. – Dal che nasce, che noi siamo del continuo piagati, né curiamo le piaghe, e stimando tali proponimenti come se fossero effetti, vanamente c”insuperbiamo. Onde non volendo comportare una cosarella, o parolina in contrario, consumiamo poi il tempo in lunghe meditazioni di proponimento di soffrire pene grandi, e talora del Purgatorio per amor di Dio. E perché in questo la parte inferiore non sente ripugnanza, come di cosa lontana, perciò noi miseri ci diamo ad intendere d’essere nel grado di quelli che pazientemente in fatti sostengono cose grandi. – Tu dunque per fuggire questo inganno, proponi, e combatti con nemici, che da vicino e realmente ti fanno guerra, che cosi ti chiarirai se i tuoi proponimenti sono veri o falsi, forti o deboli, e camminerai alla virtù, e perfezione della via battuta e regia. – Ma contro i nemici dai quali non sei solita d’essere travagliata, non consiglio che tu prenda la pugna se non quando prevedi verosimilmente, che da indi a qualche tempo siano per assalirti: che per trovarti allora preparata e forte, ti è lecito di fare avanti dei proponimenti. Non giudicare però mai i tuoi proponimenti per effetti, sebbene per qualche tempo con li tuoi debiti modi ti fossi nelle virtù esercitata; ma in essi sii umile, temi te stessa e la tua debolezza e, confidando in Dio, con spessi preghi, ricorri a Lui, ché ti fortifichi e guardi dai pericoli e particolarmente di ogni minima presunzione e confidenza in te stessa. – Che in questo caso, sebbene non si possono superare alcuni piccoli difetti, che talvolta il Signore per nostro umile conoscimento e guardia di alcun bene ci lascia, ci è lecito nondimeno fare proponimenti di più alto grado di perfezione.

Dell’inganno, e battaglia, che usa il demonio, perché si lasci  la  via che conduce alla virtù.

CAP. XXXI

Il quarto inganno proposto di sopra, con che ci assale il maligno demonio, quando vede che camminiamo direttamente alla virtù, sono diversi buoni desideri che ci va eccitando, perché dall’esercizio delle virtù cadiamo nel vizio. Una persona trovandosi inferma, con paziente volontà va tuttavia sopportando l’infermità, l’avversario sagace che conosce che questa possa acquistare l’abito della pazienza, le pone davanti molte buone opere, che potrebbe fare in altro stato, e si sforza di persuadere che se fosse sana, maglio servirebbe a Dio, giovando a sé, ed agli altri ancora. – E poiché a lei ha mosso quelle voglie, le va a poco a poco aumentando talmente, che la rende inquieta, per non poterle mandare ad effetto come vorrebbe. E quanto a lei si vanno facendo maggiori, e più gagliarde, tanto cresce l’inquietudine. E da quello poi pian piano destramente l’inimico la va conducendo ad impazientarci dell’infermità, non come infermità, ma come impedimento di quell’opere che ansiosamente bramava d’eseguire per maggior bene. Quando poi l’ha tirata a quello segno, con la stessa destrezza le toglie dalla mente il fine del divino servigio e delle buone opere, lanciandole il nudo desiderio di liberarsi dall’infermità. Il che non succedendo secondo il suo volere, si turba in modo che ne diventa impaziente affatto. E così viene dalla virtù che esercitava, a cadere nel vizio suo contrario, senza avvedersene. Il modo di guardarsi ed opporsi a quello inganno si è che, quando ti trovi in qualche stato travaglioso, tu sii bene avvertita a non dare luogo a desideri di qualunque bene  che allora non potendo effettuare, verosimilmente ti inquieterebbero. – E devi in ciò con ogni umiltà, pazienza e rassegnazione darti a credere, che i desideri tuoi non avrebbero quell’effetto che ti persuadevi, essendo tu più da poco ed instabile di quello, che ti stimi. – Oppure pensa, che Iddio nei suoi occulti giudizi, o per tuoi demeriti non vuole quel bene da te, ma che piuttosto ti abbassi, ed umili pazientemente sotto la dolce e potente mano della sua volontà. Così parimenti essendo impedita dal Padre spirituale, o da altra cagione, in modo, che tu non possa a tua voglia frequentare le tue devozioni, e particolarmente la Santa Comunione, non ti lasciar turbare ed inquietare dal desiderio di esse, ma spogliati d’ogni tua proprietà,  vestiti del piacimento del tuo Signore, teco stessa dicendo: Se l’occhio della divina provvidenza non vedesse in me ingratitudini, e difetti, io non verrei ora ad essere priva di ricevere il SS. Sacramento, però vedendo io, che il mio Signore con questa mi scopre la mia indegnità, né gli sia Egli sempre lodato, e benedetto. Confido bene, nella tua somma bontà, che tu voglia che col sostenerti e compiacerti in tutto, ti apra il cuore disposto ad ogni tuo volere, acciocché tu in esso entrato spiritualmente, lo consoli e fortifichi contro i nemici, che cercano levarlo da te. Così sia fatto tutto quello, che negli occhi tuoi è bene, Creatore e Redentore mio, la tua Volontà sia ora, e sempre il mio cibo e sostegno. Quella sola grazia, amor caro, ti domando, che l’anima mia purgata, e libera da qualunque cosa, che a te spiaccia, stia sempre con l’ornamento delle virtù sante apparecchiata alla tua venuta, ed a quanto ti piacerà disporre di me.– Se osserverai questi ricordi, sappi certo che in qualsivoglia desiderio di bene, che tu non possa eseguire, o sia egli cagionato dalla natura, o dal demonio per inquietarti e toglierti dal cammino della virtù, oppure anco allora da Dio, per far prova della tua rassegnazione alla sua volontà, avrai sempre occasione di soddisfare al tuo Signore, nel modo che più piace a Lui. Ed in questo consiste la vera divozione e servigio, che da noi ricerca Iddio. Ti avverto ancora, perché tu non t’impazienti nei travagli, siano pur cagionati, da che parte si voglia, che tu usando i mezzi leciti che si sogliono usare dai servi di Dio, non li usi con desiderio ed attacco di esserne liberata, ma perché vuole Iddio che si usino: né sappiamo noi se piace a S. D. M. di liberarci per questo mezzo. Che se altrimenti facessi, verresti a cadere in più mali, perché facilmente cadresti nell’impazienza non succedendo la cosa secondo il tuo desiderio ed attacco, o la tua pazienza sarebbe difettosa, né tutta cara a Dio, e di poco merito.Finalmente ti avviso qui d’un occulto inganno del nostro proprio amore, che suole in certe occorrenze coprire e difendere i nostri difetti. Onde per esempio, essendo alcun infermo poco paziente per l’infermità, nasconde la sua impazienza sotto il velo di qualche zelo di bene apparente, dicendo che il suo affanno non sia veramente impazienza per lo travaglio che sostiene dalla malattia, ma ragionevole dispiacere, perché egli ne ha dato l’occasione: oppure, perché altri per la servitù che gli fanno per altre cagioni, ne sentono fastidio e danno. – Parimente l’ambizioso, che si turba per la dignità non ottenuta, non attribuire ciò alla sua propria superbia e vanità, ma ad altri rispetti, dei quali si sa molto bene che in altre occasioni, che a lui non portano gravezza, non tiene conto veruno,- come ne anco l’infermo si cura, se quegl’istessi, per i quali diceva dolersi molto, che travagliassero per lui, sostengono lo stesso travaglio, e danno per l’infermità di alcun altro.Segno assai chiaro, che la radice della doglianza di questi tali non è per altri o altro rispetto, che l’abborrimento, che hanno delle cose contrarie alle voglie loro.Tu però per non cadere in questo  errore, ed altri, comporta sempre pazientemente qualunque travaglio e pena, venga pure (come ti ho detto) da che cagione si voglia.

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE (5)

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE (5)

[P. Lorenzo SCUPOLI, presso G. A. Pezzana, Venezia – 1767)

Del modo dì combattere contro la negligenza.

CAP. XX.

Perché tu non cada nella misera servitù della negligenza: cosa che non solo impedirebbe il cammino della perfezione, ma ti darebbe in mano dei nemici. Hai da fuggire ogni curiosità ed attacco terreno, e qualunque occupazione che allo stato tuo  non conviene. Poi t’hai da fare sforzo, perché presto corrisponda ad ogni buona ispirazione, ed a qualunque ordine dei tuoi Superiori, facendo ogni cosa a quel tempo ed in quel modo, ch’è il loro piacimento. Né ritardare pure per una brevissima dimora, perché quel solo prima indugiare, porta appresso il secondo, e quello il terzo, e gli altri ai quali il senso si piega e cede più facilmente che ai primi, essendo già allettato e preso dal piacere che n’ha gustato. Onde si incomincia l’azione troppo tardi, o come noiosa si lascia alle volte del tutto. E così a poco a poco si va facendo l’abito della negligenza, che ci riduce poi a segno tale, che nel punto stesso che da quella siamo tenuti legati, ci proponiamo ancora una volta essere molto solleciti e diligenti, accorgendoci di essere stati per allora negligentissimi, con rossore di noi medesimi. – Quella negligenza scorre dappertutto, e col suo veleno non pure infetta la volontà, facendole abborrire l’opera, ma men acceca l’intelletto perché non veda quanto vani e mal fondati siano i proponimenti di eseguire per l’avvenire, questo e diligentemente quello che dovendosi effettuare allora, volontariamente affatto ti lascia, oppure si prolunga in altro tempo. Né basta il fare presto l’opera che hai da fare, ma s’ha da fare nel tempo proprio che ricerca nel tempo proprio, che ricerca la qualità e l’essere di quell’opera e con tutta quella diligenza che se le conviene, perché abbia ogni possibile perfezione. Che non è diligenza, ma finissima negligenza, fare innanzi tempo l’opera e spedirsene prestamente, e senza che si faccia bene, perché poi quietamente ci diamo all’accidioso riposo; al quale fisso stava il nostro pensiero, mentre che, con prestezza, si faceva l’opera. Tutto questo gran male avviene, perché non si confiderà il valore della buona opera fatta nel suo tempo, e con animo risoluto all’incontrar la fatica, e difficoltà che porta il vizio della negligenza, ai novelli soldati. Hai tu dunque spesso da considerare, che una sola elevazione di mente a Dio, ed un inchino con le ginocchia a terra a suo onore, vale più che tutti i tesori del mondo, e che, qualunque volta facciamo violenza a noi stessi ed alle viziose passioni, gli Angioli portano all’anima nostra dal Regno del Cielo una Corona di gloriosa vittoria. Ed all’incontro che ai negligenti Iddio poco a poco va togliendo le grazie, che loro dato aveva, ed ai diligenti le aumenta, facendoli poi entrare nel suo primo gaudio. Alla fatica e difficoltà, se tu non sei da tanto nei primi principi che le vadi da generoso incontro, hai da occultarla in modo che paia minore di quella che dai negligenti era giudicata. Il tuo esercizio per avventura ricerca molti, e molti atti per acquistare una virtù, ed una fatica per molti giorni, ed i nemici da espugnare ti paiono molti, e forti. Comincia tu a produrre atti, quasi che pochi n’abbi a fare, che per pochi dì ti bisogna faticare, e combatti contro di un inimico, come che altri non vi fossero da combattervi, e con una confidenza grande, che tu con l’aiuto di Dio, sii più forte di loro: che a questo modo facendo, comincerà a debilitarsi la negligenza, ed a disporsi poi, perché vi entri di mano in mano la virtù contraria. L’istesso dico dell’orazione. Ricerca l’esercizio tuo talvolta un’ora di orazione. E questo par duro alla negligenza tua, mettiti in essa, quasi volendo orare per lo spazio  di un ottavo d’ora, che facilmente passerai all’altro, e da questo  a quel che rimane. Che se talora allora nel secondo, o negli altri ottavi sentissi troppo violente ripugnanza, e difficoltà tralascia l’esercizio per non fastidirti ripigliando però d’indi a poco di nuovo il tralasciato esercizio. Questo stesso modo anco hai da tenere nell’opere manuali, quando accade, che ti bisogna fare più cose, le quali alla tua negligenza parendo molte, e difficoltose, tu vieni a disturbarti tutta. Comincia tu con tutto ciò animosamente, e quieta da una, come se altro non avessi a fare, che così diligentemente facendo,verrai a farle tutte con assai minor fatica di quello, che nella negligenza tua ti pareva. Che se tu non farai nel suddetto modo, e non andrai incontro alla fatica e difficoltà, che ti si mostra, di tal modo ti prevalerà il vizio della negligenza, che non solo la fatica e difficoltà, che seco porta nel principio l’esercizio delle virtù, quando sarà presente, ma da lontano ti terrà ansiosa, e noiosa, temendo sempre d’essere esercitata ed assalita dai nemici, e di vederti persona alle spalle che alcuna cosa t’imponga: onde nella quiete stessa vivresti inquieta. E sappi, figliuola, che questo vizio di negligenza col suo nascosto veleno, poco a poco, non solo marcisce le prime e piccole radici, che avevano a produrre gli abiti delle virtù, ma quelle degli abiti già acquistati; come fa il tarlo al legno, così egli va rodendo insensibilmente, e consumando la midolla della vita spirituale, ed ad ognuno, ma agli spirituali particolarmente, il demonio con questo mezzo tende insidie e lacci. Vigila tu dunque orando ed operando bene, e non aspettare di tessere il panno per la veste nunziale, quando devi trovartene ornata per incontrare lo sposo. E ricordati ogni giorno che ti dà la mattina, non ti promette la sera, e dandoti la sera, non ti viene promessa la mattina. E però spendi tutti i momenti delle ore, secondo il piacimento di Dio e come se altro tempo non ti viene concesso, tanto più che d’ogni momento n’hai da rendere minutissimo conto. Conchiudo con l’avvertirti che tu reputi come perduta quella giornata (ancorché avessi spedite molte faccende) nella quale non avrai ottenuto più vittorie contro le tue male inclinazioni e volontà propria, né ringraziato il tuo Signore dei suoi benefizi, e particolarmente della sua penosa passione, che per te soffrì, e dal paterno e dolce castigo, quando ti avrà fatta degna del tesoro inestimabile di alcune tribolazioni.

Del regger i sensi esteriori, e come da quelli si passi a contemplare la Divinità.

CAP. XXI

Grande avvertenza, e continuo esercizio si richiede nel reggere, e regolare bene i nostri sensi esteriori, perché l’appetito, che è come capitano della nostra natura corrotta, inclina strabocchevolmente a cercare i piaceri, e contenti, né potendo per sé solo farne acquisto, si serve dei sensi quasi soldati suoi e strumenti naturali per prendere i loro oggetti, le immaginazioni dei quali cavando e tirando a sé, stampa nell’anima: da che poi ne segue il piacere, il quale per la cognizione ch’è fra essa e la carne, si sparge per tutta quella parte dei sentimenti che sono capaci di tal diletto, onde ne succede tanto all’anima quanto al corpo, una contagione comune che corrompe il tutto. Tu vedi il danno, attendi al rimedio. – Sta ben avvertita a non lasciar andare i tuoi sensi liberamente dove vogliono, né ti servire dell’uso loro, dove la sola dilettazione e non alcun buon fine o utilità o necessità ti muove a farlo; e se non te ne avvenendo sono scorsi troppo avanti, fa’ che tu li ritiri addietro, o li regoli di maniera che, dove prima si facevano miserabilmente prigioni di vari contenti, ottengano da ciascun oggetto notabile preda e le portino dentro all’anima; onde ella raccolta in se stessa spieghi le penne delle potenze verso il cielo delle contemplazioni di Dio. Il che potrai fare in questo modo. – Quando si rappresenta a qualsivoglia dei tuoi sensi esteriori alcun oggetto, separa col pensiero dalla cosa creata lo spirito che è in quella, e pensa ch’ella da sé non ha niente di tutto ciò che a tuoi sensi foggiare, ma che tutto è opera di Dio, che con lo spirito suo invisibilmente le dà quell’essere, bontà o bellezza, ed ogni bene ch’è in lei, e quivi rallegrati, che il tuo Signore solo sia cagione e principio di tante e così varie perfezioni di cose, che in se stesso eminentemente tutte le contenga; non essendo esse che un minimissimo grado delle sue divine ed infinite eccellenze. – Quando ti avvedrai di essere occupata nel mirare cose che hanno un nobile essere, ridurrai col pensiero al suo niente la creatura, fissando l’occhio della mente al sommo Creatore ivi presente, che quell’essere le ha dato, ed in Lui solamente prendendo diletto, dirai: O essenza divina sommamente desiderabile, quanto godo, che tu solo sei principio infinito d’ogni essere creato! Parimente scorgendo arbori, erbe, e cose simili, con l’intelletto vedrai che, quella vita che hanno, non l’hanno da loro, ma dallo Spirito che non vedi, e che solo le vivifica, e potrai cosi dire: Ecco qui la vera vita, da cui, in cui, e per cui, vivono, e crescono tutte le cose. O vivo contento di questo cuore! Così dalla vista degli animali bruti, ti leverai con la mente a Dio, che dà loro il senso, ed il moto, dicendo: “Oh primo motore, che tutto il mondo movendo, sei immobile in te stesso, quanto mi rallegro della tua stabilità e fermezza!” E sentendoti allettare dalla bellezza delle creature, separa quello che vedi, dallo spirito che non ved e considera che tutto quel di bello che fuori appare, e dello spirito solo invisibile, da cui è cagionata quella esterna bellezza, e di’ tutta lieta: Ecco i rivoli del fonte increato, ecco le gocciole del pelago infinite di ogni bene; Oh come nell’intimo del cuore gioiscono, pensando all’eterna immensa bellezza che è cagione d’ogni bellezza creata! –  E scorgendo in altri bontà, sapienza, giustizia ed altre virtù, dirai al tuo buon Dio: Oh ricchissimo tesoro di virtù, qual è il mio compiacimento che da te e per te unicamente derivi ogni bene, e che tutto a paragone delle tue divini perfezioni, sia come niente! Ti ringrazio, Signore, di questo e di ogni altro bene che al prossimo mio hai fatto: ricordati Signore della mia povertà e del bisogno grande che tengo della virtù della N. Stendendo poi le mani a fare alcuna cosa, pensa, che Iddio è prima cagione di quella operazione, e tu non altro, che vivo strumento di Lui, al quale innalzando il pensiero, di’ a questo modo: Quanto è il contento che provo dentro me stessa, supremo Signore del tutto, di non poter operare senza te alcuna cosa, anzi che Tu sei il primo e principale operatore di tutte! Gustando cibo, o bevanda, confiderà che Iddio è quello che le dà quel sapore, ed in Lui solo dilettandoti potrai dire: Rallegrati anima mia, che come fuora del tuo Dio non hai alcun vero contento, così in Lui solo ti puoi in ogni cosa unicamente dilettare. – Se ti compiacerai nell’odorare alcuna cosa al senso grata, non fermandoti in quel compiacimento, passa col pensiero al Signore, da cui ha la sua origine quell’odore, e di ciò sentendo interna consolazione, dirai: Deh fa’ Signore, che come io gioisco che da te proceda ogni soavità, così l’anima mia spogliata e nuda d’ogni terreno piacere, ascenda in alto, e renda gratissimo odore alle tue nari divine. – Quando odi alcuna armonia di suoni e canti, rivolta con la mente al tuo Dio, dirai: Quanto godo, Signore e Dio mio delle infinite tue perfezioni, che tutte insieme, non pure in te stesso rendono sopra celeste armonia, ma ancora unitamente agli Angioli nei cieli ed in tutte le creature fanno meraviglioso concerto.

Come le stesse cose ci sono mezzo per regolare i nostri sensi, passando alla meditazione del Verboincarnato nei misteri della sua vita e Passione.

CAP. XXII.

Di sopra ti ho mostrato, come noi possiamo dalle cose sensibili levare la mente alla contemplazione della divinità. Ora apprendi un modo di pigliar motivo dalle stesse per la meditazione del Verbo incarnato, considerando i sacratissimi misteri della sua vita, e passione. – Tutte le cose dell’universo possono servire per questo effetto, considerando in esse, come di sopra, il sommo Dio, come cosa prima cagione che loro ha dato tutto quell’essere, bellezza, ed eccellenza che hanno; e da questo passando poi a considerare quanto grande ed immensa sia la sua bontà, ch’essendo unico principio, e Signore di tutto il creato, ha voluto discendere a tanta bassezza di farsi uomo e patire, e morire per l’uomo, permettendo che le stesse fatture della sua mano, si armassero contro di Lui per crocifiggerlo. Molte cose poi particolarmente ci portano avanti gli occhi della mente questi santi misteri, come armi, funi, flagelli, colonne, spine, canne, chiodi, martelli, ed altre, che furono strumenti della sua passione. I poveri alberghi ci ridurranno alla memoria la stalla ed il presepio del Signore. Piovendo ci sovverrà di quella sanguinosa divina pioggia, che nell’orto stillando dal suo sacratissimo corpo, irrigò la terra; le pietre che mireremo, ci rappresenteranno quelle che si spezzarono nella sua morte, la terra, quel moto, che fece allora, il Sole, le tenebre che l’oscurarono, e vedendo le acque verremo a ricordarci di quella, che uscì dal suo sacratissimo costato. Il che parimente dico d’altre cose simili. Gustando il vino, o altra bevanda, rammentati dell’aceto e fiele del tuo Signore. Se la soavità degli odori ti alletta, ricorri con la mente al fetore dei corpi morti, ch’Egli sentiva nel monte Calvario. Vestendovi, ricordati che il Verbo eterno si vestì di carne umana per vestite te della sua divinità. Spogliandoti abbi memoria del tuo Cristo, che fu spogliato nudo  per essere flagellato e confitto in Croce per te. Udendo rumori e gridi di gente, ricordati di quelle abbominevoli voci: Crocifige, crocifige, tolle, tolle, che intuonarono nelle sue divinissime orecchie. – Ogni volta che batte l’orologio, ti sovvenga di quell’affannoso battimento di cuore che al tuo Gesù piacque sentire, quando nell’orto cominciò a temere della sua vicina passione e morte, ovvero ti paia di sentire quelle dure percosse con le quali fu inchiodato in Croce. In qualunque occasione che ti si appresti di mestizia e di dolori tuoi o d’altri, pensa che sono come niente rispetto alle incomprensibili angosce che trafissero ed afflissero il corpo e l’anima del tuo Signore. 

D’altri modi di regolare i nostrisensi, secondo diverse occasioniche ci si rappresentano.

CAP. XXIII.

Avendo veduto, come si abbia da innalzare l’intelletto dalle cose sensibili alla Divinità, ed ai misteri del Verbo incarnato; qui aggiungerò altri modi per cavarne diverse meditazioni, acciocché, come differenti tra loro sono i gusti dell’anime, così abbiano molti e diversi cibi; oltreché ciò potrà servire non pure alle persone semplici, ma a quelle ancora, che sono d’ingegno elevato, e più avanti nella via dello spirito, il quale in chi si sia, non è sempre ugualmente disposto e pronto alle più alte speculazioni. Né tu hai da dubitare di confonderti fra quella varietà di cose, se ti atterrai alla regola della discrezione, ed all’altrui consiglio, il quale intendo, che tu debba seguire con umiltà e confidenza non solamente in quello, ma in ogni altro avvertimento che ti venga da me. Nel mirare tante cose vaghe alla vista, e pregiate in terra, considera che tutte sono vilissime e come sterco, rispetto alle celesti ricchezze, alle quali (dispregiando tutto il mondo) aspira con ogni affetto. Rivolgendo lo sguardo verso il sole, pensa che più di quello è lucida e bella l’anima tua, se sta in grazia del tuo Creatore, altrimenti che ella è più oscura ed abbominevole delle tenebre infernali. Alzando gli occhi del corpo al Cielo che ti copre, penetra con quelli dell’anima più sopra al Cielo empireo, ed ivi affissati col pensiero come in luogo che ti è apparecchiato per eterno felicissimo albergo, se in terra vivrai innocentemente. – Sentendo cantare uccelli, o altri canti, leva la mente a quelli del Paradiso, dove risuona continuo alleluja, e prega il Signore che ti faccia degna di lodarlo perpetuamente, insieme con quelli spiriti celesti. Quando ti avvedi, che prendi diletto delle bellezze della creatura, mira con l’intelletto che ivi nascosto giace il serpente infernale tutto intento e pronto ad ucciderti, o almeno a ferirti, contro il quale così potrai dire: Ah, maledetto serpente, come stai insidiosamente apparecchiato per divorarmi ! Poi rivolto a Dio dirai: Benedetto sii tu, Iddio mio che mi hai scoperto il nemico, e liberato dalle sue rabbiose fauci. E dall’allettamento fuggi subito alle piaghe del Crocifisso, occupando la mente in esse, e considerando quanto soffrì il Signore nella sua sacratissima carne per liberarti dal peccato, e renderti odiosi i diletti della carne. Un altro modo ti ricordo per fuggire questo pericoloso allettamento, ed è che tu t’interni bene a pensare, quale sarà dopo la morte quell’oggetto, che allora piace tanto. Mentre cammini, ricordati che per ogni passo che muovi, ti vai avvicinando alla morte. Così vedendo uccelli per l’aria, e scorrere acque, pensa, che con maggior velocità la tua vita se ne va volando al suo fine. Levandosi venti impetuosi, o folgorando e tuonando, ti sovvenga del tremendo giorno del Giudizio e, posta in ginocchione, adora Dio, pregandolo che ti conceda grazia e tempo di apparecchiarti bene per comparire allora davanti alla sua Altissima Maestà. – Nella varietà degli accidenti, che possono occorrere alla persona, così ti eserciterai quando, per esempio, sei oppressa d’alcun dolore, o melanconia, o caldo, freddo, o altro: solleva la mente a quell’eterna volontà alla quale per tuo bene è piaciuto che in tal misura e tempo, tu senta quell’incomodo, onde tu lieta per lamore, che ti mostra il tuo Dio, e per l’occasione di servirlo in tutto quello che più gli piace, dirai con il tuo cuore: Ecco in me il compiacimento del divino volere, che ad eterno amorosamente ha disposto che io al presente sostenga questo travaglio. Ne sia lodato per sempre il mio benignissimo Signore. E quando si crea nella tua mente pensiero di cosa buona, subito rivoltati a Dio, e riconoscilo da Lui e rendigliene grazie. Quando leggi, ti paia di vedere il Signore fatto quelle parole e ricevile come se venissero dalla sua divina bocca. – Mirando la S. Croce considera che ella è lo stendardo della tua milizia, dal quale scostandoti, cadrai nelle mani dei crudeli nemici, e seguendolo giungerai in Cielo carica di gloriose spoglie. Nel vedere la cara immagine di Maria Vergine, rivolta il cuore a Lei che regna in Paradiso, ringraziandola che sempre fu apparecchiata alla volontà del tuo Dio che ha partorito, allattato, e nutrito il Redentore del mondo, e che nel nostro conflitto spirituale non ci manca mai del suo favore ed aiuto. – Le immagini dei Santi ti rappresentino tanti Campioni, che avendo corsa la loro lancia valorosamente, ti hanno aperta la strada per la quale camminando tu ancora, sarai insieme con essi coronata di perpetua gloria. – Quando vedrai le Chiese, fra le altre devote considerazioni, potrai pensare, che l’anima tua è tempio di Dio, e però come stanza sua la devi conservare pura, e monda. – Sentendo in qualunque tempo i tre segni della Salutazione Angelica, potrai fare le seguenti brevi meditazioni, che sono conformi alle sacre parole che si sogliono dire avanti ciascuna di quelle orazioncelle celesti. Al primo segno, ringrazia Dio di quell’ambasciata, che dal Cielo mandò in terra, e fu il principio della nostra salute. Al secondo, rallegrati con M. V. delle sue grandezze, alle quali fu sublimata per la sua singolare profondissima umiltà. Al terzo segno, insieme con la felicissima Madre e l’Angelo Gabriele, adora il divino Fanciullo nuovamente concepito. Né ti scordare di inchinare per riverenza così un poco il capo per ciascun segno, ed alquanto più che nell’ultimo. – Queste meditazioni divise per i tre segni, servono per tutti i tempi. Le seguenti si dividono per la sera, la mattina ed il mezzo giorno, e sono appartenenti alla passione del Signore, essendo noi purtroppo debitori, ricordarci spesso dei dolori che per quella sostenne la nostra Signora, mostrandoci ingrati, se non lo facciamo. La mattina, compassionandola nelle se azioni per la presentazione a Pilato e ad Erode, per la sentenza della sua morte e per lo portare la Croce. Al mezzo giorno, penetra col pensiero al coltello di doglia che trafisse il cuore della sconsolata Madre, per la crocifissione e morte del Signore, e per la crudelissima lanciata nel suo sacratissimo Costato. Quelle meditazioni de’ dolori della Vergine potrai fare dalla sera del  Giovedì fino al mezzo giorno del Sabato, le altre negli altri giorni. Mi rimetto però alla tua particolare devozione: ed all’occasione, che ne porgeranno le cose esteriori. E per conchiuderti in breve modo, con che hai da regolare i sensi, sii desta sì, che in ogni cosa, ed accidente, non dall’amore loro, o abborrimento, ma dalla sola volontà di Dio tu sia mossa e tirata, e quel tanto abbracciando od abborrendo, che vuole Iddio che tu abbracci, od abborrisca. – Ed avverti, che non ti ho dato io i suddetti modi di reggere i sensi, perché tu ti occupi in questi, dovendo stare quasi sempre raccolta nella mente tua col tuo Signore, il quale vuole, che con frequenti atti attenda a vincere i tuoi nemici e le passioni viziose, e col resistere loro, e con gli atti delle virtù contrarie, ma te l’ho insegnati acciò sappi regolarti quando accade il bisogno. – Perché hai da sapere, che si fa poco frutto quando si prendono molti esercizi, benché in se stessi siano buonissimi, e sono ben spesso intrigamento di mente, amor proprio, instabilità e lacci del demonio. 

Del modo di regolare la lingua

CAP. XXIV

La lingua dell’uomo ha gran bisogno di essere ben regolata e tenuta a freno, perché ognuno è grandemente inclinato a lasciarla correre e discorrere di quelle cose che più ai sensi nostri dilettano. – Il molto parlare ha radice per lo più da una certa superbia, con la quale persuadendoci noi di saper molto e compiacendoci nei propri concetti, ci sforziamo con soverchie repliche, di imprimerli negli animi altrui per fare del maestro sopra di loro, quasi che abbiano bisogno di imparare da noi. Non si possono esprimere con poche parole i mali che nascono dalle molte parole. La loquacità è madre dell’accidia, argomento di ignoranza e pazzia, porta alla detrazione, ministra di bugie e raffreddamento del devoto fervore.  Le molte parole danno forza alle viziose passioni, e da queste è mossa poi la lingua a continuare tanto facilmente nell’indiscreto parlare. –  Non ti allargare in lunghi ragionamenti con chi ti ode mal volentieri, per non infastidirli, e fa lo stresso con chi ti dà orecchia per non eccedere i termini della modestia. – Fuggi il parlare con efficacia, e con alta voce, che l’una e altra cosa è odiosa assai, e da indizio di presunzione, e vanità. – Di te e dei fatti tuoi, e dei tuoi congiunti non parlar mai, se non per pura necessità, e quanto più brevemente, e ristrettamente potrai: se ti paresse che altri parlassero di sé  soverchiamente, sforzati di trarne buon concetto, ma non imitarli, ancorché le lor parole rendessero alla propria umiliazione, ed accusa di se stessi. Del prossimo tuo, e delle cose appartenenti a lui ragiona men che sia possibile,  fuorché per dirne bene dove lo porti l’occasione. Parla volentieri di Dio e particolarmente dell’amore, e bontà sua, ma con timore di poter errare anche in questo, e ti piaccia stare piuttosto attenta quando altri ne ragiona, conservando le sue parole nell’intimo del cuor tuo. Dell’altre il suono solamente della voce percuota le tue orecchie e la mente stia sollevata al Signore, che se pure bisogna udire il ragionante, per intendere e rispondere non lasciar per questo di dare qualche occhiata col pensiero al Cielo, dive abita il tuo Dio, e mira l’altezza sua, com’Egli sempre riguarda la tua viltà. Le cose che ti cadono in cuore per dirle, siano da te considerate prima che passino alla lingua, che di molte ti avvedrai che bene farebbe che da te non fossero mandate fuori. Ma di più ti avverto, che non poche ancora di quelle che allora penserai essere bene che tu le dica, meglio assai farebbe se le seppellissi con il silenzio, e lo conoscerai pensandovi dopo che sarà passata l’occasione del ragionamento. Il silenzio, figliuola mia, è una gran fortezza nella battaglia spirituale, ed una certa speranza della vittoria. – Il silenzio è amico di chi si fida di se stesso, e confida in Dio ed è conservatore della santa orazione, ed aiuto meraviglioso all’esercizio delle virtù. – Per avvezzarsi a tacere, considera spesso i danni e pericoli della loquacità, ed i beni grandi del silenzio, e prendi amore a questa virtù, e per qualche tempo (per farvi l’abito), taci anche dove non sarebbe male a parlare, purché questo non sia a te, o ad altri di pregiudizio. Ti gioverà anco perciò lo stare lontana dalle conversazioni che invece degli uomini avrai per compagnia gli Angioli, i Santi e lo stesso Dio. – Finalmente ricordati del combattimento che hai alle mani, che vedendo, quanto in questo hai da fare, ti verrà voglia di lasciare le soverchie parole.

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE (4)

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE (4)

[P. Lorenzo SCUPOLI, presso G. A. Pezzana, Venezia – 1767)

Quello che si debba fare, quando la volontà superiore pare vinta e soffocata in tutto dall’inferiore e dai nemici.

CAP. XIV

E se talora ti paresse, che la volontà superiore nulla potesse contro l’inferiore, e nemici suoi, perché non sentissi in te un potere efficace contro di loro, sta pur salda e non lasciare la pugna, perché hai da tenerti sempre per vittoriosa, mentre apertamente non ti avvedi di aver ceduto. – Che siccome non ha bisogno la nostra volontà superiore per produrre gli atti suoi delle voglie inferiori, così se ella stessa non vuole non può essere costretta giammai a rendersi loro per vinta, per molto aspramente che l’impugnino.  – Perciocchè Iddio ha dotata la volontà di libertà e forza tale che, se tutti i sensi, con tutti i demoni, ed il mondo insieme si armassero e congiurassero contro di lei combattendola, e premendola con tutto lo sforzo loro, può ella nondimeno a dispetto loro liberissimamente volere o non volere tutto ciò, che vuole o non vuole, e quante fiate e per quanto tempo, ed in quel modo ed a quel fine, che più le piace. E se questi nemici alcuna fìate con tanta violenza ti assalissero, e stringessero, che la volontà tua quasi soffocata, non avesse (per cosi dire) fiato per produrre alcun atto di voglie contrarie, non ti perdere d’animo, né gettar le armi per terra, ma serviti in questo caso della lingua, e difenditi, dicendo: “Non ti cedo, non ti voglio”; a guisa di colui, che avendo l’inimico addosso, che lo tiene oppresso, non potendo con la punta, lo percuote col pomo della spada. E siccome quelli tenta di far un salto addietro per poterlo ferire di punta, così tu ritirati nel conoscimento di te stessa, che niente sei, e niente puoi, e con la fiducia in Dio, che tutto può, dà un colpo alla nemica passione dicendo: “Aiutatemi Signore, aiutatemi Dio mio, aiutatemi Gesù e Maria, perch’io non le ceda”. Potrai ancora, quando il nemico ti dà tempo, aiutare la debolezza della volontà, col ricorrere all’intelletto, considerando diversi punti per la considerazione dei quali viene poi la volontà a pigliar fiato e forza contra i nemici. Per esempio: Tu in qualche persecuzione, o altro travaglio, talmente assalita dall’impazienza che la tua volontà quasi non può, oppure non vuole comportarlo; la conforterai dunque con il discorrere con l’intelligenza, intorno ai seguenti, o pure altri punti. – Primo, considera se tu meriti quel male che patisci, perché gli hai dato l’occasione che meritandolo, ogni dover di giustizia vuole che tu sopporti pazientemente quella ferita, che con le proprie mani ti hai data. – Secondo, e non avendone tu colpa alcuna, rivolta il pensiero agli altri tuoi falli dei quali non hai ancora dato il castigo, come si deve, gli hai puniti. E vedendo che la misericordia di Dio ti cangia la pena d’essi, che sarebbe eterna, oppure temporale, ma del Purgatorio, con una piccola presente, devi riceverla non solamente volentieri, ma con rendimento di grazie. – Terzo, e quando a te paresse d’aver fatto molta penitenza, e poco offesa la Divina Maestà (cosa però, che non devi mai persuaderti) hai da pensare, che nel Regno celeste non si entra che per la stretta porta delle tribolazioni. – Quarto, che quantunque tu vi potessi entrare per altra via, per legge d’amore non dovresti neanche pensarlo, essendovi il Figliuolo di Dio con tutti gli amici e membri suoi entrato per mezzo delle spine e croci. – Quinto, ma quello che tu hai in questa, ed ogni altra occasione da mirare principalmente, è la volontà del tuo Dio, che per l’amore che ti porta, e per compiacerti indicibilmente d’ogni atto di virtù e mortificazione, che per corrispondere in amore a Lui ti vedrà fare da sua fedele e generosa guerriera. E tieni per certo, che quanto in sé farà più irragionevole il travaglio, e più indegno dalla parte d’onde viene, e perciò a te più molesto e grave a tollerarlo, tanto al Signore darai più gusto, approvando, ed amando anco nelle cose disordinate in se stesse, e per te più amare, la sua divina volontà e disposizione, nella quale ogni avvenimento, per sregolato che sia, ha regola ed ordine perfettissimo.

Da alcuni avvisi intornoal modo di combattere,e specialmente contro chie con qual virtù debba farsi.

CAP. XV

Hai già veduto figliuola, il modo con cui si ha da combattere per vincere te stessa, ed ornarti delle virtù. Sappi ora di più, che per riportare la vittoria dei tuoi nemici con facilità, ti conviene combattere, anzi è di bisogno che tu combatta ogni giorno, particolarmente contro l’amore proprio, avvezzandoti ad avere per cari amici i dispregi, e disgusti, che ti potesse mai dare il mondo. E dal non avvertire questa pugna, e dal farne poco conto, è avvenuto ed avviene (come ho tocco di sopra) che le vittorie sono difficoltose, rare, imperfette ed instabili. – Di più ti avviso che il combattimento ha da essere con fortezza d’animo, la quale facilmente acquisterai se la domanderai a Dio; se considerando la rabbia ed odio immortale, ed il gran numero delle loro squadre ed eserciti, considererai all’incontro cui in infinito maggiore è la bontà di Dio, e l’amore, con cui ti ama, e che assai più sono gli Angioli del Cielo e le orazioni de Santi, che dalla parte nostra combattono. – E da questa considerazione è proceduto, che tante e tante femminucce, hanno superato e vinto tutta la potenza e sapienza del mondo, tutti gli assalti della carne, e tutta la rabbia dell’inferno. Onde non ha mai da spaventarti, benché alle volte a te paresse, che la pugna dei nemici più ingagliardisca, e sia per durar per tutta la vita tua, e che ti minaccia quali certe cadute da diverse parti, perché hai da sapere oltre il suddetto, che ogni forza e sapere dei nostri nemici, sta nelle mani del nostro divino Capitano, per onore del quale si combatte, il quale stimandoci indicibilmente, e chiamandoci Egli stesso e rettamente alla pugna, non pure non permetterà mai che ti sia fatta soverchieria, ma combattendo Egli per te, te li darà vinti, quando a Lui piacerà, e con maggior tuo guadagno, quando Egli tardasse in sino all’ultimo giorno di tua vita. Questo solamente tocca a te, che tu combatta generosamente e, se avvenga più fiate, che sia ferita, mai lasci le armi, e ti dia in fuga. – Finalmente, perché tu valorosamente combatta, hai da sapere che questa battaglia non si può fuggire, e chi non vi combatte, di necessità vi resta preso  e morto. Oltre ciò si ha da fare con nemici di tal qualità ed odio ripieni, che non se ne può in modo alcuno, né pace né tregua sperare.

In qual modo la mattinadi buon ora si debba metterein campo il Saldato di Cristo.

CAP. XVI

Svegliata che sarai, la prima che hanno da osservare gli occhi tuoi interni, è il vederti dentro uno steccato chiuso; con questa legge che chi non vi combatte, vi resta morto per sempre. Dentro del quale, t’immaginerai di vedere innanzi a te da una parte quel nemico e mala inclinazione tua che hai già pigliata per espugnare, armata per ferirti, e darti morte, e dal destro piano il tuo vittorioso Capitano Cristo Gesù, con la sua SS. Madre Maria Vergine, insieme col suo carissimo Sposo Giuseppe, con molte squadre d’Angioli, e Santi, e particolarmente S. Michele Arcangelo; e dal sinistro piano il demonio infernale con i suoi, per eccitare la suddetta tua passione istigandoti a cedergli. Nel che ti parerà di sentire una voce,- quasi dell’Angiolo tuo Custode, che cosi ti dica: “Tu oggi hai da combattere contro questo, ed altri tuoi nemici. Non s’impaurisca il cuor tuo, né si perda d’animo, non gli ceda per timore, o altro rispetto in conto alcuno, perché il Signore nostro e Capitano tuo, sta qui teco con tutte quelle gloriose squadre che contro i tuoi nemici tutti combatterà, non permettendo che in forze ti prevalgano, ed in soverchieria”. Sta pur salda, fa a te violenza, e comporta la pena che in violentarti sentirai talora. Grida spesso dall’intimo del cuore, e chiama il tuo Signore e Maria Vergine e tutt’i Santi, che senza dubbio ne riporterai  la vittoria. Se tu sei fiacca, e male abituata, se i nemici tuoi sono forti, e molti, molti anche sono gli ajuti di chi ti ha creato e redenta, e sopra modo e senza comparazione alcuna, più forte è il tuo Dio, più voglia ha Egli di salvarti, che non ne ha il nemico di perderti. Combatti pure, né talora ti rincresca il penare, perché dalla fatica, dalla violenza contro le tua male inclinazioni e dalla pena che si sente per mali abiti, nasce la vittoria ed il tesoro grande, con che si compra il Regno dei cieli, e si unisce l’anima per sempre con Dio. – Comincerai in nome del Signore a combattere con le armi della diffidenza di te stessa e confidenza in Dio, con la orazione e con l’esercizio, chiamando a battaglia quel nemico ed inclinazione tua, che secondo l’ordine di sopra ti sei risoluta di vincere, ora con la resistenza, ora con l’odio ed ora con gli atti della virtù contraria, ferendola più e più volte a morte, per far piacere al tuo Signore che, con tutta la Chiesa trionfante, sta a vedere il tuo combattimento. –  Di nuovo ti dico, che non ti deve rincrescere i1 combattere, considerando l’obbligo che tutti abbiamo di servire e piacere a Dio, e la necessità di combattere, non potendo fuggire senza ferite e morte nostra, da questa battaglia; e ti dico di più, che quando, come ribelle volessi fuggire da Dio e darti al mondo, ed alle delizie della carne, al tuo dispetto ti bisogna combattere con tante e tante contrarietà, che spesse volte ti suderà il volto, e penetrerà il cuore con angosce di morte. – Considera qui, che forte di pazzia sarebbe di pigliare quella fatica e quella pena che induce maggior fatica e pena, con la morte insieme senza finirsi mai, fuggendo da quella, che col finirla presto, si unisce alla vita eterna ed infinitamente beata, o godendo per sempre del nostro Dio.

Dell’ordine di combattere contro le nostre viziose passioni. 

CAP. XVII

Importa assai sapere l’ordine, che si ha da tenere per combattere come si deve, e non a caso ed a stampa, come fanno molti, non senza loro danno. L’ordine di combattere contro i nemici e mali inclinazioni tue è, che tu, entrando dentro al tuo cuore, guardi con diligente esame da qual sorta di pensieri ed affetti è circondato, e da qual passione è più posseduto e tiranneggiato; e contro quella principalmente tu prenda le armi, e la pugna. E se avviene, che tu sii assalita da altri nemici, sempre devi combattere contro quello che allora in atto e più da vicino ti fa guerra, ritornando però poi alla principal impresa.

Del modo di resistereai subiti moti delle passioni.

CAP. XVIII

Non essendo ancora assuefatta a riparare i subiti colpi delle ingiurie, o d’altra cosa contraria, per fare quell’uso, avvezzati a prevederli e volerli poi più e più volte, aspettandoli con animo preparato. – Il modo di prevederli è che, considerata la condizione delle tue passioni, consideri anco le persone e i luoghi dove, e con le quali tratti, dal che facilmente potrai congetturare quel, che ti potrebbe avvenire. – E sopravvenendoti qualsivoglia altra cosa avversa non pensata, oltre l’aiuto, che ti avrà recato il tenere l’animo preparato alle altre che prevedevi, potrai di più servirti di questo altro modo. In quello che tu incominci a sentire i primi colpi dell’ingiuria, o altra cosa penosa, sta desta a farti forza per levare la mente a Dio, considerando la sua ineffabile bontà, e l’amore verso di te col quale ti manda quell’avversità, acciocché sopportandola per suo amore, più ti purghi ed accosti, ed unisci a Lui. E veduto, quanto Egli si compiace, che tu la sopporti, voltati a te stessa, riprendendoti, e dicendo teco: “Ah, perché non vuoi sostenere questa Croce, che non questi o quegli, ma il tuo Padre celeste ti manda”. Poi rivolta alla Croce abbracciata con la maggior pazienza ed allegrezza, che puoi, dicendo: O Croce fabbricata dalla previdenza divina, innanzi ch’io fossi! O  Croce indolcita dal dolce amore del mio Crocifisso! Inchiodami ormai in te, perché possa darmi, a chi morendo in te, mi ha redenta. – E se nel principio, prevalendo in te la passione, non potessi levarti in Dio, ma restassi ferita, cerca non tutto ciò di farlo quanto prima, come se ferita non fossi. Ma per efficace rimedio contro questi sopiti moti, toglierai a buon ora la cagione, d’onde procedono. – Come se per l’affètto che hai ad alcuna cosa, vedi che, quando in essa vieni molestata, sei solita cadere in subita alterazione d’animo, il modo di provvedere a ciò per tempo è che tu ti avvezzi a toglierne l’affetto. Ma se l’alterazione procede non dalla cosa, ma dalla persona della quale, perché non vi hai sangue, ogni piccola azione ti infastidisce e ti commuove, il rimedio è che ti sforzi d’inchinare la volontà ed amarla, ed averla cara, perché oltre ch’è creatura come tu, dalla sovrana mano formata, e con lo stesso divino Sangue come tu, riformata, ti porge anche occasione (se la comporterai) di assomigliarti al tuo Signore, amoroso e benigno con tutti.

Del modo di combatterecontro il vizio della carne

CAP. XIX

Contro questo vizio hai da combattere con particolare e diverso modo dagli altri. Onde, perché tu sappia combattere ordinatamente, tre tempi hai da osservare:

Avanti che siamo tentati.

Quando siamo tentati.

Dopo che la tentazione è passata.

Avanti la tentazione, la pugna sarà contro le cagioni che sogliono produr quella tentazione. Prima tu hai a combattere, non affrontando il vizio, ma fuggendo ad ogni tuo potere qualsivoglia occasione e persona, da cui te ne possa venire un minimo pericolo. E bisognando talora trattarci, prestissimamente, con volto modesto e grave, e piuttosto le parole hanno d’avere dell’asprezze che dell’amorevolezza ed affabilità soverchia. Né ti fidare, perché non senta, né abbi tanti e tanti anni praticato, sentito stimoli della carne, perché questo maledetto vizio, quello che non ha fatto in molti anni, lo fa in un’ora, e spesso ordina i suoi apparecchi occultamente, e tanto più nuoce, ed incurabilmente ferisce, quanto più sa dell’amico meno dà sospetto di sé. – E molte volte v’è più da temere (come non poche fiate l’esperienza ha mostrato e mostra tuttavia), dove la pratica si continua sotto pretesto di cose lecite, come di parentela, o debito uffizio, oppure di virtù, che sia nella persona amata, perché col troppo ed imprudente praticare, si va mescolando il velenoso diletto del senso, che insensibilmente stillando a poco a poco, e penetrando fino al midollo dell’ anima, va offuscando sempre più la ragione, in modo che si cominciano a stimare come niente le cose pericolose, gli sguardi amorevoli, le parole dolci dell’una e l’altra parte, ed i gusti della conversazione, e così, passandosi dall’una all’altra parte, si viene poi a cadere in rovina, o in alcuna travagliata tentazione malagevole a superarsi. – Di nuovo ti dico che tu fugga, perché sei stoppa, né ti fidare, che sei bagnata, e ben piena d’acqua di buona e forte volontà; e risoluta piuttosto, e pronta alla morte, che all’offesa divina, perché con lo spesso praticare, il fuoco col suo calore a poco a poco, dissecandone l’acqua della buona volontà, quando manco vi si pensa, se le attaccherà in modo che non porterà rispetto a parentela, né ad amici; non temerà Dio, non stimerà l’onore, non la vita, né le pene dell’inferno tutte. Però fuggi, fuggi, se daddovero non vuoi essere sopraggiunta, presa, ed uccisa. Secondo, fuggi l’ozio, e sta vigilante e desta con i pensieri, e con le opere al tuo stato convenienti. Terzo, non fare mai resistenza, ma ubbidisci facilmente ai tuoi Superiori, eseguendo con prontezza le cose imposte, e quelle più volentieri che ti umiliano, e sono più contro la tua volontà e naturale inclinazione. Quarto  non far mai giudizio del prossimo, e principalmente di questo vizio, e se manifestamente fosse caduto, abbigli compassione, né ti sdegnare contro di lui, non lo avere a scherno, ma cavane frutto di umiltà, e di conoscimento di te stessa, conoscendoti polvere e niente; con le orazioni accostati a Dio, e più che mai fuggi le pratiche, dove sia pure ombra di pericolo. Che se tu sarai facile a giudicare gli altri e dispregiarli, iddio a tuo costo ti correggerà, permettendo che tu cada nello stesso difetto, acciocché tu ti avveda della tua superbia, ed umiliata, ad ambedue questi vizi, procuri rimedio. E non cadendo, né mutando pensiero, sappi pure, che vi è da dubitare grandemente dello stato tuo. Quinto ed ultimo avverti bene, che ritrovandoti tu con qualche dono e gusto di delizie spirituali, tu non prenda di te stessa un certo vano compiacimento, persuadendoti di essere da qualche cosa, e che i tuoi nemici non siano più per farti guerra, giacche ti pare di guardarli con nausea, orrore, ed odio, che se in ciò sarai in cauta, cadrai facilmente. Nel tempo della tentazione considera, se procede da cagione intrinseca, o estrinseca. Estrinseca intendo io, che sia la curiosità degli occhi, delle orecchie, la soverchia politezza delle vesti, le pratiche ed i ragionamenti che incitano a quello vizio. Il rimedio di quelli casi è l’onestà, la modestia, non volendo né vedere, né sentire, cose che incitino a questo vizio, e la fuga, come di sopra ho detto. –  L’intrinseca procede, o dalla vivacità del corpo, o dai pensieri della mente; che ci vengano da nostri mali abiti, o pure per suggestione del demonio. La vivacità del corpo si ha da mortificare con digiuni, discipline, cilici, vigilie, ed altre simili asprezze, secondoché insegna la discrezione, e l’ubbidienza. Quanto ai pensieri, vengano pure da qual parte si voglia, che i rimedi son quelli: L’occupazione in diversi esercizi al proprio stato convenienti. L’orazione e la meditazione. L’orazione sia di questa maniera. Quando tu cominci pur un poco ad accorgerti, non pure di tali pensieri, ma dell’antiguardia loro, subito ritirati con la mente al Crocifisso, dicendo: “Gesù mio, Gesù mio dolce, aiutatemi presto, perché io non sia presa da questo nemico”. Ed alle volte abbracciando la Croce, d’onde pende il tuo Signore, bacia più volte le piaghe dei suoi sacrati piedi, dicendo affettuosamente: “piaghe belle, piaghe caste, piaghe sante, piagate ormai questo misero ed impuro cuore, liberandomi dall’offesa vostra.” – La meditazione non vorrei, che nel tempo che abbondano le tentazioni carnali, fosse intorno a certi punti, che propongono molti libri per rimedio di questa tentazione, come il considerare la viltà di questo vizio, l’insaziabilità, i disgusti, le amarezze, che ne seguono, i pericoli e rovine della roba, della vita, dell’onore, e cose simili. Perché quello non è sempre sicuro mezzo per vincere la tentazione, anzi può apportare danno: che se l’intelletto per una via scaccia questi pensieri, per l’altra ci  porge occasione e pericolo di dilettarcene, e consentire al diletto; onde il rimedio vero è il fuggire in tutto, non pure da essi, ma anco da ogni cosa, benché loro contraria, che ce li rappresenti. Però la tua meditazione, per questo effetto, sia intorno alla vita e alla passione del nostro Crocifisso. E se meditando, ti si facessero innanzi contro tua voglia gli stessi pensieri, e più del solito ti molestassero (come facilmente ti avverrà), non perciò ti sgomenterai, né lascerai la tua meditazione, nè a far loro resistenza ti rivolterai, ma seguirai, quanto più intensamente ti sia possibile, la tua meditazione, non curandoti di tali pensieri, come se tuoi non fossero, che non vi è di questo modo migliore per opporsi loro, ancorché ti facessero continua guerra. – Conchiuderai poi la meditazione  con questa o somigliante domanda: “Liberatemi, Creatore e Redentor mio dai miei nemici ad onore della vostra passione e bontà ineffabile”; non rivoltando la mente al vizio, perché la sola memoria di esso non è senza pericolo. Né sta a disputare mai con simile tentazione, se tu abbi consentito o no; perché questo sotto specie di bene, è inganno del demonio per inquietarti  e renderti sconfidata o pusillanime; perché rendendoti occupata in tali discorsi spera di farti cadere in qualche delitto. Però in questa tentazione (quando il consenso non è chiaro), ti basti confessare il tutto con brevità al tuo padre spirituale, rimanendoti di poi col suo parere quieta, senza pensarci più. E fa che gli scopri sempre fedelmente ogni tuo pensiero, né mai te ne ritenga rispetto alcuna o vergogna. Che se con tutti i nostri nemici abbiamo bisogno della virtù dell’umiltà per vincerli, in questo più che in altro dobbiamo umiliarci, essendo questo vizio quasi sempre castigo di superbia. Passato il tempo della tentazione, quello che abbi da fare è, che per libera, che ti pare di essere, e del tutto sicura, tu stia però con la mente lontana affatto da quegli oggetti che ti cagionavano la tentazione, ancorché per fine di virtù, o di altro bene ti sentissi muovere a fare altrimenti, perché questa è frode della viziosa natura, e laccio del sagace nostro avversario, che si trasforma in Angiolo di luce per indurci alle tenebre.

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE (3)

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE (3)

[P. Lorenzo SCUPOLI, presso G. A. Pezzana, Venezia – 1767)

Delle cagioni, per cui non si discernono le cose rettamente da noi, e del modo che si ha da tenere per conoscerle bene.

CAP. VIII

La cagione, per cui da noi tutte le cose suddette, con altre non si discernono rettamente, perché alla prima loro apparenza vi attacchiamo o l’amore, o l’odio, dal che ottenebrato, l’intelletto non le giudica direttamente per quelle che sono. – Tu, perché in te non trovi luogo questo inganno, sta sull’avviso di tenere sempre, quanto più puoi, la tua volontà purgata e libera dall’affetto disordinato di qualche cosa. – E quando ti viene proposto avanti qualunque oggetto: riguardalo coll’intelletto, e consideralo maturamente, prima che da odio, s’è di cosa contraria alle nostre naturali inclinazioni: o da amore, se ti apporti diletto, tu sii mossa a volerlo, o pure a rifiutarlo. – Perché allora l’intelletto, non ingombrato da passione, è libero e può conoscere il vero, e penetrare dentro al male che sta nascosto sotto il falso piacere, ed al bene coperto dall’apparenza del male. – Ma se la volontà si è prima inclinata ad amare la cosa, o l’ha presa in aborrimento, l’intelletto non la può ben conoscere, perché quell’affetto, che si è porto fra mezzo, l’offusca di modo che la stima per altra da quella che è, e per tale rappresentandola alla volontà, si muove ella più ardentemente, che prima ad amarla, oppure odiarla, contro ogni ordine e legge di ragione. Dal qual affetto si viene ad oscurare maggiormente l’intelletto, e così oscurato fa di nuovo parere alla volontà, la cosa più che mai amabile, o odiosa. Onde se non si tiene la regola che ho detto (il che in tutto questo esercizio è di somma importanza) quelle due potenze, intelletto e volontà, tanto nobili ed eccellenti, vengono miseramente a camminare sempre come in giro di tenebre in più folte tenebre, e di errore in maggior errore. – Guardati, dunque, figliuola, con ogni vigilanza da ogni non bene ordinato affetto di qualsivoglia cosa, che prima non sia da ben eliminata e riconosciuta per quella che ch’è veramente col lume dell’intelletto, e principalmente con quello della grazia e dell’orazione, e col giudizio del tuo Padre spirituale. – Il che intendo, che tu debba osservare talora, più che nelle altre cose, che in alcune opere esteriori, che buone e tante e sante sono, perché in queste per essere tali, vi è più che in quelle pericolo d’inganno, e di indiscrezione. – Onde per qualche circostanza di tempo, di luogo, e di misura, e per rispetto dell’ubbidienza, a te alcuna volta potrebbero recare non picciolo nocumento, come di molti si sa, che ne’ lodevoli e santissimi esercizi hanno pericolato.

D’un’altra cosa, da cui si deveguardare l’intelletto, perché bene possa discernere.

CAP. IX

L’Altra cosa, da cui abbiamo a tenere difeso l’intelletto, è la curiosità; perché riempiendolo di pensieri nocivi, vani, ed impertinenti, lo rendiamo inabile ed incapace, per apprendere ciò che più appartiene alla nostra vera mortificazione e perfezione. – Per lo che tu hai da essere come morta in tutto, ad ogni investigazione delle cose terrene non necessarie, ancorché lecite. Ristringi sempre il tuo Intelletto guanto puoi, ed ama di farlo stolto. Le novelle e mutazioni del mondo,  e picciole, e grandi, a te siano appunto come se non fossero, e se ti sono offerte, opponiti loro, e scacciale lungi da te.  – Nel desiderio d’intendere le sole celestiali, fa che tu sii sobria ed umile, non volendo altro sapere, che Cristo Crocifisso, e la vita e morte sua, e quanto da te domanda. Tutto il resto tieni da te lontano, che ne farai gran piacere a Dio, il quale ha per suoi cari e diletti coloro che desiderano da Lui e cercano quelle cose che bastano per amare la sua divina bontà e fare la sua volontà. Ogni altra domanda ed inquisizione è proprio amore, superbia, e laccio del demonio. – Se tu seguirai questi ricordi, potrai scampare da molte insidie, perché vedendo l’astuto serpente, che in quelli che attendono alla vita spirituale, la volontà è gagliarda e forte, tenta di abbattere l’intelletto loro, acciò così si faccia padrone e di questo e di quella. – Onde suole molte fiate dar loro sentimenti alti, vivi, e curiosi, e massimamente agli acuti e di grand’ingegno, e che sono facili a levarsi in superbia, perché occupati nel diletto, e discorso di quei punti nei quali falsamente si persuadono di goder Dio, si scordino di purificare il cuore, ed attendere al conoscimento di loro medesimi, ed alla vera mortificazione. Così entrati nel laccio della superbia, si fanno un idolo del proprio intelletto. – Da quello ne segue, che a poco a poco non se ne avvedendo, vengono a darsi ad intendere di non avere bisogno dell’altrui consiglio ed ammaestramento, essendo già assuefatti a ricorrere in ogni occorrenza all’idolo del loro proprio giudizio. – Cosa di grave pericolo, e molto difficile a curarsi, perciocché è più pericolosa la superbia dell’intelletto che della volontà, perché  essendo la superbia della volontà manifesta al proprio intelletto, facilmente potrà un giorno, coll’ubbidire a chi deve, curarla. Ma chi ha ferma opinione che il parer suo sia migliore di quello d’altri, da chi e come, potrà essere sanato? come si sottoporrà al giudizio d’altri, che non ha per tanto buono, quanto il suo proprio. – Se l’occhio dell’anima, ch’è l’intelletto, con cui si aveva da conoscere, e purgare la piaga della superba volontà, è infermo e cieco, e pieno della stessa superbia, chi lo potrà curare? E se la luce diventa tenebre, e la regola falla , come ne andrà il resto. Per la qual cosa tua buon’ora, opponiti a così pericolosa superbia; prima che ti penetri dentro alle midolla dell’ossa. – Rintuzza l’acutezza del tuo intelletto; sottoponi facilmente il tuo proprio all’altrui parere, diventa pazza per amor di Dio, è sarai più savia di Salomone.

Dell’esercizio della  volontà,e del fine al quale si hannoda indirizzare tuttele azioni interiori.

CAP. X

Oltre l’esercizio che tu hai da fare intorno all’intelletto, ti è di bisogno di regolare talmente la tua volontà, che non lasciandola nei suoi desideri, si rende in tutto conforme al piacimento divino. – Ed avverti bene, che non ti ha da bastare quello solo di volere, e procurare le cose che a Dio sono più grate; ma di più ancora hai da volerle ed operarle, e come mosse da Lui, e per fine di piacere a Lui puramente. – In questo abbiamo pure, più che nel suddetto, contrasto grande con la natura; la quale è talmente inclinata a te stessa, che in tutte le cose, e più talora che nelle altre, nelle buone  e spirituali, cerca il proprio comodo e diletto che con che si va trattenendo e di quelle come di cibo niente sospetto, avidamente pascendo. – E però quando ci fono offerte, subito le adocchiamo e vogliamo, non come mossi dalla volontà di Dio, né affine di piacere a Lui solamente, ma per quel bene e contento, che dal volere le cose volute da Dio ne deriva. – Il qual inganno è tanto più occulto, quanto la cosa voluta è per se stessa migliore. Onde fino nel desiderare lo stesso Dio, vi sogliono essere degl’inganni dell’amor proprio, mirando spesso più al nostro interesse e bene che ne aspettiamo, che alla volontà di Dio, che per sua gloria si compiace, e vuole da noi essere amato, desiderato, ed ubbidito. – Per guardarti da questo laccio, che t’impedirebbe il cammino della perfezione, e per avvezzarti a volere ed operare tutto come mossa da Dio, e con pura intenzione d’onorare e contentare Lui solo, (il quale d’ogni nostra azione, e vuol essere unico principio e fine) terrai questo modo; questo modo, quando ti si offre alcuna cosa voluta da Dio, non inchinare la volontà a volerla, se prima non innalzi la mente a Dio, a vedere, se volontà sua, che tu la voglia, e perché Egli così vuole, e per piacere a Lui solamente. – Così da questa volontà mossa e tirata la tua, si pieghi poi a volerla, come voluta da Dio, e per suo solo compiacimento ed onore. –  Parimente volendo tu rifiutare le cose non volute da Dio, non le rifiutare, se prima non affissi lo sguardo dell’intelletto nella sua Divina volontà, la quale vuole che tu per piacergli le rifiuti. – Ma hai da sapere, che le frodi della sottile natura sono poco conosciute, la quale cercando sempre occultamente sé medesima, molte volte fa parere che in noi sia il detto motivo e fine di piacere a Dio, e non e così. – Onde spesso avviene, che quello che si vuole, o non vuole per proprio nostro interesse pare a noi di volerlo, o non volerlo, per piacere, ovvero non piacere a Dio. Per fuggire da questo inganno, il rimedio più proprio, ed intrinseco sarebbe la purità del cuore, la quale consiste (al che si indirizza tutto questo Combattimento?) nello spogliarsi dell’uomo vecchio, e vestirsi del nuovo. – Pure per provvederti d’arte, giacché sei piena di te stessa nel principio delle tue azioni, sta avvertita a spogliarti, quanto puoi d’ogni mistura, dove tu possa stimare che vi sia alcuna cosa del tuo, e non volere né operare, né rifiutare cosa alcuna, se prima non ti senti muovere, e tirare dal puro e semplice volere di Dio. – Se in tutte le operazioni, e particolarmente nelle interiori dell’anima, e nell’esteriori, che presto, come un soffio di vento svaniscono, non potrai così sempre in atto sentire questo motivo, contentati di averlo in ciascuna virtualmente, tenendo sempre intenzione vera di piacere in tutto al tuo solo Dio. –  Ma nelle azioni che continuano per qualche spazio di tempo, non solamente nel principio e bene, che cu ecciti in te quello motivo, ma devi stare sull’avviso di rinnovarlo spesso, e tenerlo svegliato fino all’ultimo; perché altrimenti vi sarebbe pericolo d’incappare in un altro laccio, pure dell’amor nostro naturale, che per esser più inclinato e pieghevole a se stesso, che a Dio, suole molte volte con intervallo di tempo farci inavvedutamente cangiare gli oggetti, e mutare i fini. – Il  servo di Dio, che in ciò non esta ben avvertito, spesse fiate, comincia ad operare alcuna cosa, col pensiero di piacere solamente al suo Signore, ma poi così a poco a poco, quasi non se n’accorgendo, talmente si va compiacendo in quella col proprio senso, che scordatosi della Divina volontà, si rivolta ed attacca di maniera al gusto che ne sente, ed all’utile ed onore, che glie ne può avvenire, che se l’istesso Iddio mette impedimento all’opera con una qualche infermità, o accidente, o mezzo d’alcuna creatura, egli ne rimane tatto turbato, ed inquietato, ed alle volte cade nella mormorazione di questo, e di quello; per non dire talora dell’istesso Iddio. Segno assai chiaro, che se l’intenzione sua non era in tutto di Dio, ma nasceva da radice e fondo guasto, e corrotto. Perché chiunque si muove, come mosso da Dio, e per piacere a Lui solo, non vuole più l’una, che l’altra cosa, ma solamente averla, se a Dio piacerà, che l’abbia, e nel modo, e tempo, che gli farà grato; ed avendola o no, ne resta ugualmente pacifico, e contento poiché ad ogni modo ottiene l’intento suo, e consegue il fine, che altro non era che il piacimento di Dio. Onde sta ben raccolta in te stessa, ed avvertita d’indirizzare sempre le tue azioni a quello perfetto fine. – E se talora (così ricercando la disposizione dell’anima tua) tu ti movessi ad operare il bene, affine di fuggire le pene dell’inferno, o per la speranza del Paradiso; puoi ancora in quello proporti per ultimo fine il piacimento, e volontà di Dio, che si compiace, che tu non vada all’inferno, ma ch’entri nel Regno suo. – Questo motivo, quanto abbia di forza e di virtù, non è chi possa pienamente conoscerlo, poiché una cosa, sia pur bassa, o minima quanto si voglia, fatta con fine di piacere a Dio solo, o per sua gloria, val più (per così dire) infinitamente, che molte altre di grandissimo pregio e valore, che siano fatte senza questo motivo. – Onde gli è più grato un solo danaro dato ad un poverello, per questo solamente di farne piacere a sua divina Maestà, che se con altra intenzione anche di godere i beni del Cielo (ch’è fine ma sommamente desiderabile) alcuno si privasse di tutte le sue facoltà per ampie che fossero. – Questo esercizio di operare il tutto con fine di piacere a Dio puramente, parrà da principio malagevole, ma si renderà piano, e facile dall’uso, e dal desiderar molte volte lo stesso Dio, ed a Lui aspirare con vivi affetti di cuore, come a perfettissimo, ed unico nostro bene, che per se stesso merita, che tutte le creature lo cerchino, e servano, ed amino sopra qualunque altra cosa. – La qual considerazione del suo infinito merito, quanto sarà fatta più profondamente, e più spesso, tanto saranno più ferventi e frequenti gli atti suddetti della volontà, e così con maggior facilità, e più presto verremo ad acquistar l’abito di fare ogni operazione per rispetto ed amor di quel Signore, che solo n’è meritevole. – Ultimamente ti avviso, perché tu consegua questo divino motivo, che tu, oltre il suddetto, lo domandi a Dio con importuna orazione, e che consideri spesso gl’innumerevoli benefizi che Iddio ci ha fatti, e fa tuttavia per puro amore, e senza suo interesse.

Di alcune considerazioni,che inducono la volontà avolere in ogni cosail piacimento di Dio.

CAP. XI

Di più per indurre con maggior facilità la tua volontà a voler in tutte le cose il piacimento di Dio, e l’onor suo, ricordati spesso, ch’Egli ti ha prima in vari modi onorata, ed amata. Nella creazione, creandoti da nulla a sua sembianza, e le altre creature tutte a tuo servigio. Nella Redenzione, mandando non un’Angiolo, ma l’unigenito Figliuolo suo a ricomprarti, non con prezzo corruttibile d’oro, ed argento, ma col sangue suo prezioso e con la sua penosa, e vituperosa morte. – Che ogn’ora poi, anzi ogni momento, ti tenga guardata dai nemici, combatta per te con la sua grazia, tenga continuamente apparecchiato per tua difesa, e cibo, il suo diletto Figliuolo nel Sacramento dell’Altare, non è segno di inestimabile stima, ed amore che l’immenso Iddio ti porta? Tanto che non è chi possa capire quanto conto faccia sì gran Signore di noi poverelli, della bassezza e miseria nostra, e quello all’incontro, che noi siamo tenuti a fare per così alta maestà, che tali, e tante cose ha operato per noi. – Che se i Signori terreni, quando son onorati da persone anche povere e basse, pur tuttavia si sentono obbligate a rendere loro onori, che dovrà fare la nostra viltà con il supremo Re dell’universo, da cui si vede così altamente pregiata, e tenuta cara? Oltre il suddetto, tieni sempre sopra ogni cosa viva memoria, che la Divina Maestà da se stessa merita infinitamente di essere onorata, e servita puramente per suo piacimento.

Di molte volontàche sono nell’uomo,e della guerra, chehanno tra loro.

CAP. XII

Avvegnaché si possa dire in questo Combattimento, che in noi siano due volontà, l’una della ragione, detta perciò ragionevole, e superiore: l’altra del senso, che inferiore e sensuale è chiamata, la quale con quelli nomi d’appetito, carne, senso, e passione, si suole significare; nondimeno perché noi siamo uomini per la ragione, quando col senso solo vogliamo alcuna cosa, non s’intende che mai da noi veramente si voglia, fino a tanto, che con la superiore volontà non c’inchiniamo a volerla. Onde tutta la nostra battaglia spirituale sta in questo  principalmente, che la ragionevole volontà, essendo posta come in mezzo tra la volontà Divina, che le sta sopra, e l’inferiore, ch’è quella nel senso, continuamente dall’una, e dall’altra è combattuta, mentre ciascuna di queste tenta di tirarla a sé, e farla sì soggetta, ed obbediente. – Ma gran pena, e fatica, massimamente nel principio, provano i mal abituati, quando risolvono di mutare in migliore la loro malvagia vita, e togliendosi al mondo ed alla carne, darsi all’amore e servitù di Gesù Cristo. – Perché  i colpi, che la loro superiore volontà sostiene dalla volontà divina e dalla sensuale, che le stanno sempre intorno, battagliandola, sono possenti e forti, e si fanno bene sentire, non senza grave pena. – Il che non avviene a quelli che di già, sono abituati nelle virtù e non nei vizi; e così intendono tuttavia d’andare continuando, perché i virtuosi facilmente alla volontà divina consentono, ed i viziosi a quella del senso si piegano, senza contrasto. – Ma non presuma alcuno di poter conseguire le vere virtù Cristiane, né servire a Dio, come si conviene, se non vuole farsi violenza daddovero, e sopportar la pena, che si sente nel lasciare non pure i maggiori diletti, ma i piccoli ancora, ai quali prima stava attaccato con affetto terreno. – E da questo avviene, che molto pochi arrivano al segno della perfezione, perché dopo d’aver con fatica superati i vizi maggiori, non vogliono poi farsi violenza, continuando a soffrire le punture ed il travaglio, che si prova nella resistenza di quasi infinite vogliette proprie, e passioncelle di minor conto, le quali ogni ora prevalendo in essi, vengono ad acquistare sopra i cuori, il loro dominio e signoria. – Fra quelli se ne trovano, alcuni che se non tolgono i beni altrui, si affezionano soverchiamente a quelli, che giustamente possiedono: se non procurano onori con mezzi illeciti, non gli abborriscono però, come dovrebbero, né restano di desiderarli, ed alcune volte cercarli per altre diverse vie: se osservano i digiuni d’obbligo, non mortificano per questo la gola nel mangiare superfluamente, ed appetire delicati cibi, e vivendo continenti, non si staccano da certe pratiche di lor gusto, che portano grand’impedimento all’unione con Dio, ed alla vita spirituale; oltre che essendo in qualsivoglia persona, per santa che sia, e più, in chi meno le teme, molto pericolose, sono da fuggirsi da ciascuno, quanto più si possa. –  Dalle quali cose ancora ne avviene, che le altre lor opere buone, sono fatte con tiepidezza di spirito, ed accompagnate da molti interessi, ed imperfezioni occulte, e da non certa stima di loro stessi, e dal desiderio d’essere lodati, e pregiati dal Mondo. – Quelli che sono tali, non pure non fanno progresso nella via della salute, ma tornando addietro, stanno a rischio di ricadere nei primi mali, poiché non amano la vera virtù, e si mostrano poco grati al Signore, che gli tolse dalla tirannia del demonio, ed inoltre sono ignorati e ciechi per vedere il pericolo, in cui si trovano, mentre falsamente si persuadono d’essere in stato come sicuro. – E qui si scopre un inganno tanto più dannoso, quanto meno avvertito, che molti che attendono alla vita spirituale, essendo più di quello che bisognerebbe, di essere amatori (sebbene in verità non fanno amarsi), per lo più prendono quegli esercizi, che più si confanno col gusto loro, e lasciano gli altri, che toccano sul vivo della propria naturale inclinazione, e dei sensuali loro appetiti, contro i quali vorrebbe ogni ragione, che si voltasse tutto lo sforzo della battaglia. Onde, figlia mia diletta, ti avviso, ed esorto ad innamorarti della difficoltà, e pena che seco porta il vincerli; che qui sta il tutto, e tanto farà più certa la vittoria e presta, quanto più fortemente t’innamorerai della difficoltà, che ai principianti mostra la virtù, e la guerra; e se tu più sarai amatrice della difficoltà, e del penoso combattere, che delle vittorie e delle virtù, che presto acquisterai ogni cosa.

Del modo di combattere contro i moti del sensoe degli atti, che  ha da fare la volontàper acquistare gli abiti della virtù.

CAP. XIII

Qualunque volta la tua ragionevole volontà è combattuta del senso da una parte, e dalla divina dall’altra, mentre ciascuna cerca di riportarne la palma, fa di mestiere che tu,  acciocché in te prevalga in tutto la volontà divina, ti eserciti in più modi. – Prima, quando sei assalita e battagliata dai moti del senso, hai da fare gagliarda resistenza, perché a quelli che la volontà superiore non acconsenta. – Secondariamente, poiché sono cessati, eccitali di nuovo in te, per reprimerli con maggiore impegno e forza. – Di poi, richiamali alla terza battaglia, nella quale ti avvezzerai di scacciarli da te con sdegno, ed aborrimento. I quali due eccitamenti a  battaglia si hanno da fare in ogni nostro disordinato appetito, fuori che negli stimoli carnali, dei quali ragioneremo a suo luogo. Ultimamente hai da fare atti contrari ad ogni tua viziosa passione. Col seguente esempio ti si farà il tutto più chiaro. Tu sei per avventura combattuta dai moti dell’impazienza; se dentro te stessa dimorando, starai ben attenta, sentirai, ch’essi di continuo battono alla volontà superiore, perché loro s’inchini, ed acconsenta. E tu per lo primo esercizio con replicate voglie, opponendoti a ciascun moto, fa quanto puoi, perché la volontà tua non vi dia consentimento. Non celiare mai di questa pugna, finché tu non ti avveda, che l’inimico quasi stanco, e come morto, si renda per vinto. Ma vedi, figliuola, la malizia del demonio. Quando egli si accorge, che noi gagliardamente ci opponiamo ai moti d’alcuna passione; non pure si rimane da eccitarli in noi, ma essendo eccitati, tenta per allora d’acquetarli, perché coll’esercizio non acquistiamo l’abito della virtù contraria ad essa passione e per farti oltre ciò cadere nei lacci della vanagloria e superbia, col darci poi destramente ad intendere, che noi da generosi soldati abbiamo presto conculcato i nostri nemici. – Perciò tu passerai alla seconda battaglia, riducendoti alla memoria ed eccitando in te quei pensieri che ti cagionavano l’impazienza, in modo che tu ti senta da essi commossa nella parte sensitiva, ed allora con spesse voglie e sforzo maggiore che prima, reprimi i moti suoi. – E quantunque noi ributtiamo i nostri nemici, perché conosciamo di far bene e di piacere a Dio, tuttavia per non averli del tutto in odio, corriamo pericolo di rimanere da essi altra volta superati: per questo tu hai da farti loro incontro col terzo assalto e scacciarli lungi da te con voglie non pure ripugnanti, ma sdegnose, sin tanto che ti si rendano. Finalmente per ornare e perfezionare l’anima tua con gli abiti delle virtù, hai da produrre interiori atti che siano direttamente contrari alle tue disordinate passioni. Come volendo tu acquistare perfettamente l’abito della pazienza, se uno col dispregiarti ti porge occasione d’impazienza, non basta, che ti eserciti nelle tre maniere di pugna, che ho detto, ma devi di più volere, ed amare il dispregio ricevuto desiderando d’essere di nuovo nell’istesso modo, e dalla stessa persona oltraggiata, aspettando e proponendoti di sostenere anche cose più gravi. – La cagione, perché tali atti contrari sono necessari per perfezionarci pelle virtù, si è, perché altrimenti gli altri atti, per molti, che siano e forti, non sono bastevoli ad estirpare le radici che producono il vizio. Onde (per continuare nello stesso esempio) ancorché noi essendo dispregiati, non consentiamo ai moti dell’impazienza, anzi contra essi combattiamo coi tre modi mostrati di sopra; nondimeno se non ci avvezzeremo con molti e frequentati atti ad avere caro il dispregio, e rallegrarcene, non ci potremo mai liberare dal vizio dell’inclinazione nostra, alla propria riputazione, che si fonda nell’abborrimento del dispregio. – E restando viva la radice, viva la radice viziosa, va sempre germogliando, di maniera che, rende languida la virtù, anzi talora la soffoca in tutto, ed inoltre ci tiene in continuo pericolo di ricadere in ogni occasione che ci rappresenti. – Dalle quali cose ne segue, che senza i detti atti contrari non possiamo acquistare giammai il vero abito della virtù. – E di più si avverta, che questi soli atti hanno da essere tanto frequenti ed in tanto numero, che possano affatto distruggere l’abito vizioso, il quale siccome da molti atti viziosi ha preso nel cuore nostro possesso, così con molti atti contrari li ha da svellere da quello, per introdurvi l’abito virtuoso. Anzi dico di più, che più atti buoni si ricercano per far l’abito virtuoso, essendo che quelli non sono come questi aiutati dalla natura corrotta dal peccato. – Oltre a quello che fin qui si è detto, aggiungo che se la virtù che allora eserciti, così richiede, hai anche da fare atti esteriori, conformi agli interiori, come per stare nel detto esempio, usando parole di mansuetudine e d’amore, e servendo, se puoi, chi ti è stato noioso e contrario in qualunque nodo. E quantunque questi atti tanto interiori, quanto esteriori fossero, e ti paressero accompagnati da tanta debolezza di spirito, che ti paresse di farli contro ogni tua voglia, non però devi per modo alcuno tralasciarli, perché per deboli che siano, ti tengono ferma e salda nella battaglia, e ti agevolano la strada alla vittoria. E sta bene avvertita e raccolta in te stessa, per combattere non pure contro le voglie grandi ed efficaci, ma ancora contro le piccole e lente di ciascuna passione, perché queste aprono la strada alle grandi, onde poi si generano in noi gli abiti viziosi. E dalla poca cura che hanno tenuto alcuni, di sradicare dai cuori loro queste vogliette, dopo d’aver superate le maggiori della medesima passione, è avvenuto loro, che quando meno vi pensavano, sono stati assaliti, e vinti dagli stessi nemici più gagliardamente e che prima. – In più ti ricordo, che tu attenda a mortificare e rompere alle volte le tue voglie, anche di cose lecite non necessarie, perché da questo ne seguiranno molti beni, e ti renderai sempre più disposta, e pronta a vincerti nelle altre. Ti farai forte ed esperta nella battaglia delle tentazioni,  fuggirai varie insidie del demonio, e farai cosa gratissima al Signore. – Figliuola chiaramente ti parlo: se nel modo che ti ho detto andrai continuando in questi leali e santi esercizi, per la riforma e vittoria di te stessa, ti assicuro che fra poco tempo ti avanzerai molto, e diventerai spirituale davvero, e non di nome solamente; ma in altra maniera e con alcuni esercizi, ancorché a tua stima fossero eccellenti, e tanto al tuo gusto dilettevoli, che ti paresse di stare in essi tutta unita, ed in dolci colloqui col Signore, non ti dare ad intendere d’acquistare giammai virtù, e spirito vero. Il quale (come ti ho detto nel primo capitolo) non consiste né nasce da esercizi dilettevoli e conformi alla nostra natura, ma da quelli che la mettono in Croce con tutti gli atti suoi, onde rinnovato l’uomo per mezzo degli abiti delle virtù evangeliche, lo congiungono al suo Crocifisso e Creatore. – Né vi è, chi dubiti, che siccome gli abiti viziosi vengono a  farsi con molti, e frequentati atti della volontà superiore, mentre cede agli appetiti del senso, così all’incontro, gli abiti delle virtù evangeliche s’acquistano con fare atti, spesse e spessissime volte, conformi alla volontà divina, da cui or a questa, or a quell’altra virtù siamo chiamati. – Che siccome la volontà nostra non puote giammai essere viziosa e terrena, per molto che sia battagliata dalla parte inferiore e dal vizio, per fino a tanto che a quella non cede, e s’inchini: così non sarà mai virtuosa, e congiunta a Dio, benché molto vivamente sia chiamata, e combattuta dalle ispirazioni, e grazia divina, mentre cogli atti interni non si conforma ad essi, e con gli esterni, quando bisogna.

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO IX – JAM VOS OMNES

Jam vos omnes

Pubblichiamo questa Lettera Apostolica con la quale il Papa Pio IX, all’occasione della convocazione del Concilio Vaticano, invitava i “fratelli separati” a rientrare nella Chiesa Cattolica.  In questo importante documento, molti spunti interessanti mettono in rilievo, qualora ancora ce ne fosse bisogno, per gli ipovedenti neo-pagani, le contraddizioni delle nuove dottrine del satanico Concilio c. d. Vaticano II – scomunicato anzitempo dalla bolla Execrabilis di S. S. Pio II – e dell’ancor più luciferino post-concilio, con il Magistero perenne della Chiesa. – Innanzitutto Pio IX mostra quello che è sempre stato lo scopo di un Concilio Ecumenico, e per cui gli è garantita l’assistenza divina, cioè la condanna degli errori e la diffusione della fede. Notevole poi l’appello accorato a tutti  coloro che si trovano in comunità pseudo-religiose fuori della Chiesa, per spingerli alla conversione e a rientrare nell’ovile di Cristo, al di fuori del quale non c’è salvezza … extra Ecclesiam nulla salus! Il Papa afferma chiaramente che in nessuna di quelle società religiose, sette scismatiche ed eretiche (tra le quali oggi annoveriamo pure il neomassonico “Nuvus ordo” dei modernisti ecumenisti-adoratori del “signore dell’universo” [cioè il baphomet-lucifero], nonché i gallicani fallibilisti eredi ed emuli del “cavaliere kadosh” Lienart, le varie sette dell’arcipelago dei “cani sciolti”, cioè i liberi sedevacantisti e tesisti vari …), si può identificare la Chiesa di Gesù Cristo che è soltanto la Chiesa Cattolica. Il Pontefice sottolinea poi come il diffondersi delle sette produca gravi danni anche per la società civile (dopo un secolo e mezzo vediamo che aveva perfettamente ragione … come al solito!), e se ne deduce quindi che esse non abbiano nessun diritto a non essere impedite di diffondersi pubblicamente, come vuole il diktat mondialista massonico-ecumenista. Il Papa termina la lettera mostrando come il motivo di questo appello sia dettato dal suo preciso dovere di fare tutto il possibile per la salvezza delle anime e per il bene della società cristiana. .. IAM VOS OMNES noveritis, Nos licet immerentes ad hanc Petri Cathedram evectos …­

Pio IX

Iam vos omnes

Tutti voi sarete senz’altro a conoscenza che Noi, innalzati, pur senza alcun merito, a questa Cattedra di Pietro e posti quindi a capo del supremo governo e della cura dell’intera Chiesa Cattolica dallo stesso Signore Nostro Gesù Cristo, abbiamo ritenuto opportuno convocare presso di Noi i Venerabili Fratelli Vescovi di tutto il mondo e di riunirli, nel prossimo anno, in Concilio Ecumenico, per approntare, con gli stessi Venerabili Fratelli chiamati a condividere la Nostra sollecitudine pastorale, quei provvedimenti che risulteranno più idonei e più incisivi sia a dissipare le tenebre di tanti pestiferi errori che ovunque, con sommo danno delle anime, ogni giorno più si affermano e trionfano, sia a dare sempre più consistenza e a diffondere nei popoli cristiani, affidati alla Nostra vigilanza, il regno della vera fede, della giustizia e dell’autentica pace di Dio. – Riponendo piena fiducia nello strettissimo e amabilissimo patto di unione che in modo mirabile lega a Noi e a questa Sede gli stessi Venerabili Fratelli, come testimoniano le inequivocabili prove di fedeltà, di amore e di ossequio verso di Noi e verso questa Nostra Sede, che mai tralasciarono di offrire nel corso di tutto il Nostro Supremo Pontificato, nutriamo la speranza che, come avvenne nei secoli scorsi per gli altri Concili Generali, così, nel presente secolo, il Concilio Ecumenico da Noi convocato possa produrre, con il favore della grazia divina, frutti copiosi e lietissimi per la maggior gloria di Dio e per la salvezza eterna degli uomini. – Sostenuti dunque da questa speranza, sollecitati e spinti dalla carità di Nostro Signore Gesù Cristo, che offrì la sua vita per la salvezza di tutto il genere umano, non possiamo lasciarci sfuggire l’occasione del futuro Concilio senza rivolgere le Nostre paterne e Apostoliche parole anche a tutti coloro che, quantunque riconoscano lo stesso Gesù Cristo come Redentore e si vantino del nome di Cristiani, non professano tuttavia la vera fede di Cristo e non seguono la comunione della Chiesa Cattolica. Così facendo, Ci proponiamo con ogni zelo e carità di ammonirli, di esortarli e di pregarli perché considerino seriamente e riflettano se la via da essi seguita sia quella indicata dallo stesso Cristo Signore: quella che conduce alla vita eterna. – Nessuno potrà sicuramente mettere in dubbio e negare che lo stesso Gesù Cristo, al fine di applicare a tutte le umane generazioni i frutti della sua redenzione, abbia edificato qui in terra, sopra Pietro, l’unica Chiesa, che è una, santa, cattolica e apostolica e che a lei abbia conferito il potere necessario per conservare integro ed inviolato il deposito della fede; per tramandare la stessa fede a tutti i popoli, a tutte le genti e a tutte le nazioni; per tradurre ad unità nel suo mistico Corpo, tramite il Battesimo, tutti gli uomini con il proposito di conservare in essi, e di perfezionare, quella nuova vita di grazia senza la quale nessuno può meritare e conseguire la vita eterna; perché la stessa Chiesa, che costituisce il suo mistico Corpo, potesse persistere e prosperare nella sua propria natura stabile ed indefettibile fino alla fine dei secoli, e offrire a tutti i suoi figli gli strumenti della salvezza. – Chiunque poi fissi la propria attenzione e rifletta sulla situazione in cui versano le varie società religiose, in discordia fra loro e separate dalla Chiesa Cattolica, la quale, senza interruzione, dal tempo di Cristo Signore e dei suoi Apostoli, per mezzo dei legittimi suoi sacri Pastori ha sempre esercitato, ed esercita tuttora, il divino potere a lei conferito dallo stesso Signore, dovrà facilmente convincersi che in nessuna di quelle società, e neppure nel loro insieme, possa essere ravvisata in alcun modo quell’unica e cattolica Chiesa che Cristo Signore edificò, costituì e volle che esistesse. Né si potrà mai dire che siano membra e parte di quella Chiesa fino a quando resteranno visibilmente separate dall’unità cattolica. Ne consegue che tali società, mancando di quella viva autorità, stabilita da Dio, che ammaestra gli uomini nelle cose della fede e nella disciplina dei costumi, li indirizza e li governa in tutto ciò che concerne la salvezza eterna, mutano continuamente nelle loro dottrine senza che la mobilità e l’instabilità trovino una fine. Ognuno può quindi facilmente comprendere e rendersi pienamente conto che ciò è assolutamente in contrasto con la Chiesa istituita da Cristo Signore, nella quale la verità deve restare sempre stabile e mai soggetta a qualsiasi mutamento, come un deposito a lei affidato da custodire perfettamente integro: a questo scopo, ha ricevuto la promessa della presenza e dell’aiuto dello Spirito Santo in perpetuo. Nessuno poi ignora che da questi dissidi nelle dottrine e nelle opinioni derivano divisioni sociali, traggono origine innumerevoli comunioni e sette che sempre più si diffondono con gravi danni per la società cristiana e civile. – Pertanto, chi riconosce la Religione come fondamento della società umana, dovrà prendere atto e confessare quale grande violenza abbiano esercitato sulla società civile la discrepanza dei principi e la divisione delle società religiose in lotta fra loro, e con quanta forza il rifiuto dell’autorità voluta da Dio per governare le convinzioni dell’intelletto umano e per indirizzare le azioni degli uomini, tanto nella vita privata che in quella sociale, abbia suscitato, promosso ed alimentato i lacrimevoli sconvolgimenti delle cose e dei tempi che agitano e affliggono in modo compassionevole quasi tutti i popoli. – È per questo motivo che quanti non condividono “la comunione e la verità della Chiesa Cattolica” debbono approfittare dell’occasione del Concilio, per mezzo del quale la Chiesa Cattolica, che accoglieva nel suo seno i loro Antenati, propone un’ulteriore dimostrazione di profonda unità e di incrollabile forza vitale; prestando orecchio alle esigenze del loro cuore, essi debbono impegnarsi per uscire da uno stato che non garantisce loro la sicurezza della salvezza. Non smettano di innalzare al Signore misericordioso fervidissime preghiere perché abbatta il muro della divisione, dissipi la caligine degli errori e li riconduca in seno alla santa Madre Chiesa, dove i loro Antenati trovarono salutari pascoli di vita; dove, in modo esclusivo, si conserva e si trasmette integra la dottrina di Gesù Cristo e si dispensano i misteri della grazia celeste. – È dunque in forza del doveroso Nostro supremo ministero Apostolico, a Noi affidato dallo stesso Cristo Signore, che, dovendo espletare con sommo impegno tutte le mansioni del buon Pastore e seguire ed abbracciare con paterno amore tutti gli uomini del mondo, inviamo questa Nostra Lettera a tutti i Cristiani da Noi separati, con la quale li esortiamo caldamente e li scongiuriamo con insistenza ad affrettarsi a ritornare nell’unico ovile di Cristo; desideriamo infatti dal più profondo del cuore la loro salvezza in Cristo Gesù, e temiamo di doverne rendere conto un giorno a Lui, Nostro Giudice, se, per quanto Ci è possibile, non avremo loro additato e preparato la via per raggiungere l’eterna salvezza. In ogni Nostra preghiera e supplica, con rendimento di grazie, giorno e notte non tralasciamo mai di chiedere per loro, con umile insistenza, all’eterno Pastore delle anime l’abbondanza dei beni e delle grazie celesti. E poiché, se pure immeritevolmente, adempiamo sulla terra all’ufficio di Suo vicario, con tutto il cuore attendiamo a braccia aperte il ritorno dei figli erranti alla Chiesa Cattolica, per accoglierli con infinita amorevolezza nella casa del Padre celeste e per poterli arricchire con i Suoi tesori inesauribili. Proprio da questo desideratissimo ritorno alla verità e alla comunione con la Chiesa Cattolica dipende non solo la salvezza di ciascuno di loro, ma soprattutto anche quella di tutta la società cristiana: il mondo intero infatti non può godere della vera pace se non si fa un solo ovile e un solo pastore.

Datum Romæ, apud S. Petrum, die XIII Septembris anno 1868, Pontificatus Nostri anno vigesimotertio.

DOMENICA DI PASSIONE (2019)

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XLII: 1-2.

Júdica me, Deus, et discérne causam meam de gente non sancta: ab homine iníquo et dolóso éripe me: quia tu es Deus meus et fortitudo mea. [Fammi giustizia, o Dio, e difendi la mia causa da gente malvagia: líberami dall’uomo iniquo e fraudolento: poiché tu sei il mio Dio e la mia forza].

Ps XLII:3

Emítte lucem tuam et veritátem tuam: ipsa me de duxérunt et adduxérunt in montem sanctum tuum et in tabernácula tua. [Manda la tua luce e la tua verità: esse mi guídino al tuo santo monte e ai tuoi tabernàcoli.]

Júdica me, Deus, et discérne causam meam de gente non sancta: ab homine iníquo et dolóso éripe me: quia tu es Deus meus et fortitudo mea. [Fammi giustizia, o Dio, e difendi la mia causa da gente malvagia: líberami dall’uomo iniquo e fraudolento: poiché tu sei il mio Dio e la mia forza].

Oratio

Orémus.

Quæsumus, omnípotens Deus, familiam tuam propítius réspice: ut, te largiénte, regátur in córpore; et, te servánte, custodiátur in mente. [Te ne preghiamo, o Dio onnipotente, guarda propízio alla tua famiglia, affinché per bontà tua sia ben guidata quanto al corpo, e per grazia tua sia ben custodita quanto all’ànima.]

 Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Hebræos.

Hebr IX: 11-15

Fatres: Christus assístens Pontifex futurórum bonórum, per ámplius et perféctius tabernáculum non manufáctum, id est, non hujus creatiónis: neque per sánguinem hircórum aut vitulórum, sed per próprium sánguinem introívit semel in Sancta, ætérna redemptióne invénta. Si enim sanguis hircórum et taurórum, et cinis vítulæ aspérsus, inquinátos sanctíficat ad emundatiónem carnis: quanto magis sanguis Christi, qui per Spíritum Sanctum semetípsum óbtulit immaculátum Deo, emundábit consciéntiam nostram ab opéribus mórtuis, ad serviéndum Deo vivénti? Et ideo novi Testaménti mediátor est: ut, morte intercedénte, in redemptiónem eárum prævaricatiónum, quæ erant sub prióri Testaménto, repromissiónem accípiant, qui vocáti sunt ætérnæ hereditátis, in Christo Jesu, Dómino nostro.

OMELIA I

[A. Castellazzi: Alla Scuola degli Apostoli; Sc. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929]

GESÙ CRISTO SACERDOTE

“Fratelli: Cristo, essendo venuto come pontefice dei beni futuri, attraverso un tabernacolo più grande e più perfetto, non fatto da mano d’uomo, cioè non appartenente a questo mondo creato, e mediante non il sangue di capri e di vitelli, ma mediante il proprio sangue, entrò una volta per sempre nel santuario, avendo procurato una redenzione eterna. Poiché se il sangue dei capri e dei tori e l’aspersione con cenere di giovenca santifica gli immondi rispetto alla mondezza della carne, quanto più il sangue di Cristo, il quale, mediante lo Spirito Santo, ha offerto se stesso immacolato a Dio, monderà la nostra coscienza dalle opere morte, perché serviamo al Dio vivente? E per questo Egli è il mediatore del nuovo testamento, affinché, essendo intervenuta la sua morte a redimere dalle trasgressioni commesse sotto il primo testamento, quelli che sono stati chiamati conseguono l’eterna eredità loro promessa, in Gesù Cristo Signor nostro”. (Ebr. IX, 11-15).

L’Epistola di quest’oggi è tratta dalla lettera agli Ebrei, della quale si è già parlato nella solennità di Natale. Qui si parla della superiorità e della efficacia del Sacrificio di Gesù Cristo, in confronto del sacrificio della legge ebraica. Difatti Gesù Cristo:

1. È il Sacerdote della nuova legge,

2. Che offre a Dio il proprio sangue,

3. E si fa nostro mediatore.

1.

Cristo, essendo venuto come pontefice dei beni futuri; cioè dei beni del Nuovo Testamento, come: l’espiazione valevole per tutti i tempi, la santificazione interna, l’eterna felicità ecc.; venivano, necessariamente, a perdere tutta la loro importanza i riti del culto levitico. Ciò che è imperfetto dove cedere il posto a ciò che è perfetto. Gesù Cristo è il Sacerdote della nuova legge. Non si assume da sé la dignità sacerdotale: ma vi è destinato da Dio, come da Dio vi fu destinato Aronne. Il Padre, che dall’eternità gli dà l’essere di Figlio, con giuramento solenne, irrevocabile, lo dichiara: «Sacerdote in eterno,secondo l’ordine di Melchisedech» (Salm. CIX, 4). Sarà un sacerdote che durerà in eterno. Melchisedech, sacerdote e re, tipo di Gesù Cristo, è introdotto nella Sacra Scrittura, così minuziosa nelle genealogie dei  Patriarchi, senza che si faccia menzione né del padre né della madre, né del tempo della nascita né del tempo della  morte, né di chi l’abbia preceduto né di chi gli sia succeduto nel sacerdozio. Gesù Cristo, come non ebbe antecessori, non avrà successori nel suo sacerdozio. Vivendo Egli in eterno, il suo sacerdozio non avrà mai fine, a differenza del sacerdozio secondo l’ordine di Aronne, che aveva carattere transitorio. Mediante il sacerdozio di Gesù Cristo abbiamo un’espiazione valevole per tutti i tempi. Al pari degli antichi re e sacerdoti, anche il sacerdote della nuova legge, Gesù Cristo, riceve l’unzione, ma in modo più eccellente. Egli viene unto «non con olio visibile, ma col dono della grazia … E deve intendersi unto con questa mistica e invisibile unzione, quando il Verbo di Dio si è fatto carne» (S. Agostino, De Trinit. L . 15. c. 26). In virtù dell’unione ipostatica con la divinità, la natura umana di Gesù Cristo ricevette, fin dal primo momento dell’incarnazione, la pienezza di tutte le grazie e di tutti i doni dello Spirito Santo. Così, la natura umana assunta riceve l’unzione dalla divinità. Gesù è, quindi, sacerdote fin dal principio della sua esistenza. È sacerdote nella culla, è sacerdote nell’esilio, è sacerdote durante la vita nascosta di Nazaret.

2.

Gesù Cristo, mediante lo Spirito Santo, ha offerto se stesso immacolato a Dio. Negli antichi sacrifici la vittima che doveva essere immolata veniva trascinata all’altare. Gesù Cristo, che sostituirà se stesso alle vittime del sacrificio levitico, non ha bisogno d’essere condotto per forza al luogo dell’immolazione. Prima di sacrificare il suo corpo sacrifica la sua volontà. Al Padre non piacciono più i sacrifici dell’antica legge, e fa conoscere la sua volontà che il Figlio, assumendo un corpo, lo offra in sacrificio per la salvezza degli uomini. E il Figliuolo, incarnandosi, può ripetere le parole del salmista: «Ecco io vengo, per fare, o Dio, la tua volontà» (Ebr. X, 7). Ecco, io assumo un corpo, mi faccio uomo, affinché offra me stesso in luogo del sacrificio mosaico. E questa spontanea ubbidienza dimostra in tutte le circostanze della sua vita mortale. La volontà del Padre è volontà sua. È volontaria la povertà di Betlemme, l’amarezza della fuga in Egitto, il sudore della bottega, le fatiche dell’apostolato. Sono volontarie tutte le privazioni, le persecuzioni, i dolori della vita pubblica; è volontario il sacrificio supremo sulla croce. Venuta l’ora dell’immolazione « non ha aperto la sua bocca; come pecorella sarà condotto ad essere ucciso: e come un agnello si sta muto dinanzi a colui che lo tosa, così Egli non aprirà la sua bocca » (Is. LIII, 7). – Siamo al sacrificio cruento. Il sangue scorre; ma questa volta non scorre sangue di capretti e di vitelli; scorre il sangue del Figlio di Dio fatto uomo; sangue d’un valore infinito. Per mezzo di questo sangue offerto a Dio, l’uomo è liberato dalla schiavitù di satana. Gli antichi schiavi che ottenevano la libertà, l’ottenevano depositando essi stessi il prezzo della propria liberazione. Noi pure siamo stati liberati dalla schiavitù mediante un prezzo e « caro prezzo »; (I Cor. VI, 20) ma questo caro prezzo, non l’abbiamo sborsato noi. L’ha sborsato Gesù Cristo « il quale ha dato se stesso quale riscatto per tutti », (I Tim. II, 6) versando il suo prezioso sangue. La pena dovuta ai nostri peccati, e che noi non avremmo mai potuto scontare, con questo sangue è cancellata. La giustizia di Dio è soddisfatta: l’uomo è riconciliato col suo creatore.

3.

E per questo egli è il mediatore del nuovo testamento. – « Egli è il solo mediatore tra Dio e gli uomini » (1 Tim. II, 5). Il sacerdote è mediatore tra Dio e gli uomini specialmente per mezzo del sacrificio e della preghiera. « Il buon mediatore offre a Dio le preghiere e i voti dei popoli, e porta loro da parte di Dio benedizioni e grazie. Supplica la divina maestà per le mancanze dei peccatori; e redime negli offensori l’ingiuria fatta a Dio» (S. Bernardo, De mor. et off. Epist. c. 3, 10). La preghiera del Sacerdote ha sempre grande valore: è la preghiera dell’uomo di Dio. Qual valore non avrà la preghiera di Gesù Cristo? « Facilmente si ottiene quando prega un figlio ». (Tertulliano, De pœn. 10). E Gesù Cristo è Figlio di Dio: « Figlio diletto », (Luc. III, 22). « Figliuolo dell’amor suo ». (Col. 1. 13) Egli stesso ha assicurato agli Apostoli che otterrebbero dal Padre qualsiasi cosa, se chiesta in nome suo. A maggior ragione si otterrà dal Padre, quanto chiede Egli stesso. Gesù Cristo innalza al Padre la sua efficace preghiera, quando appare in questo mondo; l’innalza durante la sua vita. Egli prega in ogni tempo e in ogni luogo. Prega di giorno, prega di notte. Prega in pubblico, prega nella solitudine. Dopo aver parlato agli uomini di Dio, del suo regno, si ritira a parlare degli uomini a Dio. – Nel tempio, nel deserto, nell’orto s’innalza a Dio il profumo della sua preghiera. Ma sul Calvario specialmente, quando pende dalla Croce, la sua preghiera sacerdotale si innalza ad interporsi tra la giustizia e la misericordia di Dio. – E sui nostri altari continua ancora oggi a innalzare al Padre la sua preghiera in favore dell’umanità. Ogni qualvolta s’immola misticamente il suo Corpo e il suo Sangue offerti all’eterno Padre, hanno forza più efficace di qualsiasi voce sensibile, presso la maestà di Dio offesa, ad ottenere il perdono per gli offensori. Egli continua il suo ufficio sacerdotale di mediatore su in cielo, dove si fa nostro avvocato alla destra del Padre. Lassù Gesù Cristo continua ad essere il nostro sacerdote, che prega, manifestando al Padre il suo vivissimo desiderio della nostra salute, e presentandogli l’umanità assunta, coi segni gloriosi dei misteri in essa compiuti. E continuerà il suo ufficio di mediatore per noi sino alla fine dei secoli. I Sacerdoti, suoi rappresentanti su questa terra, passeranno. Agli uni succederanno gli altri: il loro ministero sarà limitato dal tempo. Ma Gesù, Sacerdote eterno, non passerà « vivendo egli sempre affine di supplicare per noi ». (Ebr. VII, 25). Gesù Cristo, Sacerdote della Nuova Alleanza, s’interessa di noi al punto da offrire al Padre il suo Sangue per i nostri debiti, e continua a far l’ufficio di nostro difensore lassù in cielo. E noi fino a qual punto ci interessiamo di Gesù? Forse l’abbiamo completamente dimenticato. La Serva di Dio suor Benedetta Cambiago, entrata un giorno nella sala da lavoro dell’educandato da lei diretto, ove si trovavano delle fanciulle esterne, domanda: — Mie care, vorrei sapere da voi una cosa. Là vi è il Crocifisso, amor nostro, morto per noi sulla croce. Quanti atti di offerta gli avete fatto oggi? E visto che nessuna di loro si era ricordata di Gesù ripiglia: — Ebbene, chi si scorda di Gesù è indegna di star con Lui. — E senz’altro piglia una sedia, stacca il Crocifisso dalla parete e lo porta via. A questa conclusione le fanciulle si mettono a piangere, e pregano Benedetta che riporti loro il crocifisso. (Vittorio Bondiano, Suor Benedetta Cambiagio, fondatrice delle Suore di N. S.  della Provvidenza ecc. Verona, 1925; p. 92). – Se noi dovessimo piangere sulle giornate trascorse senza fare un’offerta a Gesù, che per noi offrì se stesso, senza rivolgere un pensiero a Lui, che continuamente intercede per noi, forse dovremmo piangere ben frequentemente. Un degno cambio per tutto quello che Gesù Cristo ha fatto, e fa continuamente per noi, non lo potremo mai rendere: nessuno può dubitare. Possiamo però tener sempre presenti i suoi benefici. Sarebbe già qualche cosa: ama chi non oblia. Possiamo offrirgli giornalmente i nostri pensieri, i nostri affetti, le nostre fatiche, i nostri dolori. Possiamo offrirgli le nostre preghiere. « Gesù Cristo nostro Signore — osserva S. Agostino — prega per noi come nostro Sacerdote… è pregato da noi come nostro Dio ». (Enarr. in Ps. LXXXV, 1) Lo preghiamo davvero come nostro Dio? Lo preghiamo frequentemente?

Graduale

Ps CXLII: 9, 10

Eripe me, Dómine, de inimícis meis: doce me fácere voluntátem tuam

Ps XVII: 48-49

Liberátor meus, Dómine, de géntibus iracúndis: ab insurgéntibus in me exaltábis me: a viro iníquo erípies me.

Tractus

Ps CXXVIII:1-4

Sæpe expugnavérunt me a juventúte mea.[Mi hanno più volte osteggiato fin dalla mia giovinezza.]

Dicat nunc Israël: sæpe expugnavérunt me a juventúte mea. [Lo dica Israele: mi hanno più volte osteggiato fin dalla mia giovinezza.]

Etenim non potuérunt mihi: supra dorsum meum fabricavérunt peccatóres. [Ma non mi hanno vinto: i peccatori hanno fabbricato sopra le mie spalle.]

V. Prolongavérunt iniquitátes suas: Dóminus justus cóncidit cervíces peccatórum. [Per lungo tempo mi hanno angariato: ma il Signore giusto schiaccerà i peccatori.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem.

Joann VIII: 46-59

“In illo témpore: Dicébat Jesus turbis Judæórum: Quis ex vobis árguet me de peccáto? Si veritátem dico vobis, quare non créditis mihi? Qui ex Deo est, verba Dei audit. Proptérea vos non audítis, quia ex Deo non estis. Respondérunt ergo Judæi et dixérunt ei: Nonne bene dícimus nos, quia Samaritánus es tu, et dæmónium habes? Respóndit Jesus: Ego dæmónium non hábeo, sed honorífico Patrem meum, et vos inhonorástis me. Ego autem non quæro glóriam meam: est, qui quærat et júdicet. Amen, amen, dico vobis: si quis sermónem meum serváverit, mortem non vidébit in ætérnum. Dixérunt ergo Judaei: Nunc cognóvimus, quia dæmónium habes. Abraham mórtuus est et Prophétæ; et tu dicis: Si quis sermónem meum serváverit, non gustábit mortem in ætérnum. Numquid tu major es patre nostro Abraham, qui mórtuus est? et Prophétæ mórtui sunt. Quem teípsum facis? Respóndit Jesus: Si ego glorífico meípsum, glória mea nihil est: est Pater meus, qui gloríficat me, quem vos dícitis, quia Deus vester est, et non cognovístis eum: ego autem novi eum: et si díxero, quia non scio eum, ero símilis vobis, mendax. Sed scio eum et sermónem ejus servo. Abraham pater vester exsultávit, ut vidéret diem meum: vidit, et gavísus est. Dixérunt ergo Judaei ad eum: Quinquagínta annos nondum habes, et Abraham vidísti? Dixit eis Jesus: Amen, amen, dico vobis, antequam Abraham fíeret, ego sum. Tulérunt ergo lápides, ut jácerent in eum: Jesus autem abscóndit se, et exívit de templo.” Laus tibi, Christe!

Omelia II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XIX.

“In quel tempo disse Gesù alla turbe dei Giudei ed ai principi dei Sacerdoti: Chi di voi mi convincerà di peccato. Se vi dico la verità, per qual cagione non mi credete? Chi è da Dio, le parole di Dio ascolta. Voi per questo non le ascoltate, perché non siete da Dio. Gli risposero però i Giudei, e dissero: Non diciamo noi con ragione, che sei un Samaritano e un indemoniato? Rispose Gesù: Io non sono un indemoniato, ma onoro il Padre mio, e voi mi avete vituperato. Ma io non mi prendo pensiero della mia gloria; vi ha chi cura ne prende, e faranno vendetta. In verità, in verità vi dico: Chi custodirà i miei insegnamenti, non vedrà morte in eterno. Gli dissero pertanto i Giudei: Adesso riconosciamo che tu sei un indemoniato. Abramo morì, e i profeti; e tu dici: Chi custodirà i miei insegnamenti, non gusterà morte in eterno. Sei tu forse da più del padre nostro Abramo, il quale morì? e i profeti morirono. Chi pretendi tu di essere? Rispose Gesù: Se io glorifico me stesso, la mia gloria è un niente; è il Padre mio quello che mi glorifica, il quale voi dite che è vostro Dio. Ma non l’avete conosciuto: io sì, che lo conosco; e se dicessi che non lo conosco, sarei bugiardo come voi! Ma io conosco, o osservo le sue parole. Abramo, il padre vostro, sospirò di vedere questo mio giorno: lo vide, e ne tripudiò. Gli dissero però i Giudei: Tu non hai ancora cinquant’anni, e hai veduto Abramo? Disse loro Gesù: In verità, in verità vi dico: prima che fosse fatto Abramo, io sono. Diedero perciò di piglio a de’ sassi per tirarglieli: ma Gesù si nascose, e uscì dal tempio” (Jo. VIII, 46 59).

Il nostro divin Redentore era senza dubbio la santità in persona. E la santità perfetta, di cui Egli era adorno, traspirava da tutte le sue parole, da tutti i suoi atti, da tutto il suo portamento. – Eppure vi erano dei maligni, massime tra i principi dei sacerdoti che, odiandolo a morte, lo riguardavano come il peggiore di tutti gli uomini. Costoro lo accusavano di assidersi alla mensa dei pubblicani, di conversare coi peccatori, di accogliere le donne peccatrici, le quali venivano ai suoi piedi per confessare le loro miserie ed implorarne il perdono; giunsero perfino a chiamarlo un miserabile indemoniato. Ma le ingiurie, comunque siano sanguinose, comunque villane, non sono ragioni, non sono prove, e sovente ricadono sopra coloro che le prodigano. Difatti il Salvatore alle calunnie de’ suoi persecutori, rispose mai sempre con argomenti così trionfali da confondere nel modo più umiliante e vergognoso i suoi nemici. Ne abbiamo una prova nel Vangelo di questa domenica, dal quale sebbene potremmo prendere molte lezioni, ci accontenteremo di prendere le tre più ovvie e per noi più importanti.

1. Dice adunque il Santo Vangelo che Gesù trovandosi nel tempio ad insegnare, volto alle turbe dei Giudei ed ai principi de’ Sacerdoti disse: Chi di voi mi convincerà di peccato? E voleva dire:Per quanto voi, pieni di malignità, e non ostante le grandi prove che già vi ho date della mia santità, vi ostiniate a riguardarmi come un peccatore, e persino come un uomo posseduto dal demonio, tuttavia nessuno di voi potrà addurre delle prove che in me vi sia stato mai alcun peccato, perciocché io sono santo, il Santo dei santi, la santità per eccellenza. Ed in vero, sebbene nostro Signor Gesù Cristo nella sua immensa bontà per noi, abbia voluto farsi in tutto e per tutto simile agli uomini, in questo solo tuttavia ha fatto eccezione, e non ebbe mai sopra di sé neppur l’ombra della più piccola colpa. In tutta la sua vita di trentatré anni, pur facendo libero esercizio della libertà, fin dal primo istante della sua concezione, né mai la contrasse, né mai conobbe che cosa fosse. Epperò ben sicuramente Egli poté volgersi ai suoi nemici e lanciar loro questa nobile sfida: Chi di voi mi accuserà di peccato? Quis ex vobis arguet me de peccato? Or bene, o miei cari, certamente nessuno degli uomini potrà mai fare agli altri la sfida che fece Gesù: poiché dice S. Giovanni che « colui il quale si crede senza peccato è vittima della più volgare illusione ». Tuttavia è certo che se noi per nostra sventura ci siamo macchiati di peccato ed anche di molti e gravissimi peccati, possiamo, purché lo vogliamo, liberarcene subito e ridonare a noi con la grazia di Dio, la santità; e ciò per mezzo di una santa Confessione. Ora sono veramente molti tra i Cristiani, coloro che si affrettino a riacquistare la santità perduta per il peccato? O non sono molti piuttosto coloro che vi dormono sopra i giorni, le settimane, i mesi e persino gli anni? E come spiegare questa mostruosità di un Cristiano che rimanga anche solo un istante in peccato mortale? Udite. È verità di fede che un sol peccato mortale  è sufficiente per rendere il Cristiano meritevole dell’eterna dannazione. Ed è questa una verità pienamente conforme alla retta ragione: imperciocché se nel peccato mortale vi è una malizia infinita, perché offende Iddio infinitamente perfetto, egli è troppo giusto che il peccato mortale abbia un castigo infinito, sia nella sua intensità come nella sua durata. È pur verità registrata nelle sacre carte e tutto giorno dimostrata dall’esperienza, che la morte coglie la maggior parte degli uomini all’impensata. Nel Santo Vangelo Gesù Cristo dice: qua hora non putatis Filius hominis veniet tanquam fur; e l’esperienza sempre ci dimostra che si muore quando meno ci si pensa: imperciocché, come disse Cicerone, non vi ha alcun uomo per quanto vecchio, il quale non pensi di vivere almeno ancora un anno. Ciò premesso, non è egli veramente mostruoso, che un Cristiano stia anche solo per un istante in peccato mortale? — Se in tale stato è all’improvviso colpito dalla morte, andrà certamente in eterno perduto. … Forse la morte non mi colpirà; Iddio forse mi aspetterà ancora, ma ne sono io certo? E sopra di un forse vorrò riporre la mia tranquillità! — Andreste voi a riposare in un letto ove stesse accovacciata una serpe col lusingarvi che forse non vi morderà? Vi adagereste voi a pigliar sonno sull’orlo di un precipizio col persuadervi che forse non vi cadrete entro? Ah tutt’altro! E se voi fuggireste dal letto ove si accovaccia una serpe, se voi vi terreste lontano dall’orlo di un precipizio, come mai riposate tranquilli in istato di peccato mortale? Chi trovasi in tale stato non è egli forse tra le spire dell’infernale serpente, non sta egli forse sull’orlo dell’inferno? Manca solo che Iddio lasci cadere un colpo di spada della sua terribile giustizia. E non è egli veramente mostruoso che il peccatore se ne stia in pace e tranquillo mentre la spada della divina giustizia ad ogni momento gli sta sospesa sul capo e minaccia colpirlo? Ma che dico minaccia? Spesse volte lo colpisce, e lo colpisce per l’appunto perché peccatore. È questa una verità, che la Scrittura e la storia ci rendono manifesta con somma chiarezza. Nell’Ecclesiaste sta scritto: Noli esse stultus, ne moriaris in tempore non tuo. Davide ne’ suoi salmi dice: Viri sanguinum et dolosi non dimidiabunt dies suos. E nel libro dei Proverbi: Anni impiorum breviabuntur. E Gesù Cristo nel santo Vangelo a quel ricco, che dopo d’avere ingiustamente ammassati molti beni dice all’anima sua: Godi, sta allegramente, intuona severo: Stulte, hoc nocte animam tuam repetunta te. E l’Apostolo San Paolo con energica espressione: Stimulus autem mortis peccatum est. Mirate Baldassare: commette l’orribile sacrilegio di profanare i vasi sacri, e tosto una mano misteriosa apparisce sulla parete, che gli sta di fronte, a segnare la condanna di morte, che subirà nella notte seguente. Mirate Oloferne,Onan, Sichem, Zambri, Cozbi, Gezabele, Giuliano l’apostata, sono colpiti da Dio nelle loro stesse voluttà, nelle loro bestemmie. Stimulus autem mortis peccatum est. Or dunque se è così, che il peccato accelera lo scoppio dell’ira divina, non è egli mostruoso, io torno a dire, che il Cristiano rimanga in tale stato anche per un solo istante?Ma vi ha ancora una ragione che rende vieppiù mostruoso un tale stato, ed è la facilità di uscirne. Ed invero se caduti una volta in peccato fosse cosa gravosissima e difficile il risorgerne, quasi quasi potrebbesi in qualche modo scusare il peccatore. Ma è egli così? Tutt’altro. Poteva, è vero, il Signore far sentire in ciò il peso della sua giustizia ed imporre al perdono della colpa a durissime condizioni: poteva ad esempio stabilire, che non altrimenti fossimo perdonati dei nostri peccati, che col recarci umilmente ai piedi del suo Vicario, il Romano Pontefice: poteva stabilire, che non fossimo perdonati che col manifestare il nostro peccato al cospetto di una gran moltitudine raccolta in chiesa in un giorno di grande solennità: poteva stabilire tutto questo ed altro ancora di più duro; ma no, non è nulla di ciò, che Egli c’impose per darci il suo perdono. Non ci impose altro che una buona confessione. Ed è cosa troppo grave una confessione, che si può compiere anche in pochi minuti? Come mai adunque non vi risolvereste di farla, se vi trovaste al caso di averne bisogno? Miei cari, siamo vicini alla Pasqua. Iddio vuole che tutti per quella festa ci disponiamo ad essere senza peccato. Ascoltiamo adunque l’ordine del Signore. Esaminiamo bene la nostra coscienza e se in essa vi troviamo delle colpe gravi, risolviamo senz’altro di non voler più oltre rimanere in questo stato. Andiamo a gettarci ai piedi di un confessore, e con una confessione sincera e dolorosa rendiamoci di nuovo santi al cospetto del Signore, ed allora se non potremo dire giammai, come disse Gesù Cristo: Chi mi convincerà di peccato? potremo dire tuttavia: Fui già peccatore, ma ora per la grazia di Dio non vi ha più in me il peccato.

2. Continuando il Divin Redentore il suo ragionamento disse: Se vi dico la verità, per qual ragione non mi credete? Chi è da Dio, ascolta le parole di Dio. Voi per questo non le ascoltate, perché non siete da Dio. A queste parole, tanto schiette, e nel tempo stesso così nobili, i Giudei non sapendo che cosa rispondere si appigliarono al mezzo, cui si appigliano tutti i malvagi, quando non hanno ragione e pur vogliono averla, vale a dire alle ingiurie. Gli risposero perciò i Giudei e dissero: Non diciamo noi con ragione, che sei un Samaritano (vale a dire un trasgressore della legge) e un indemoniato? Ma a queste ingiurie così gravi si risentì forse nostro Signor Gesù Cristo e rispose forse a sua volta con ingiurie? Tutt’altro. Si contentò di negare la calunnia fattagli, e con parole così semplici e decorose da far conoscere che non c’era in Lui il minimo risentimento per l’oltraggio ricevuto. Rispose adunque: Io non sono un indemoniato, ma onoro il Padre mio, e voi mi avete vituperato. Ma Io non mi prendo pensiero della mia gloria; vi ha chi ne prende cura e ne farà vendetta. Che parole al tutto ammirabili! Che condotta eroica! Che mansuetudine! Si esalti pure fin che si voglia la mansuetudine di uomini illustri sotto le diverse forme in cui essa si mostra, di clemenza, di compassione e di dolcezza, si ammiri pure la mitezza di Socrate di fronte alle stranezze della sua moglie bisbetica: si lodi la bontà di Filippo il Macedone, che ad un soldato mormorante dietro la sua tenda non disse altro che di allontanarsi; si celebri la condotta di Alessandro verso il suo medico Filippo, verso la moglie di Dario e verso i mutilati prigionieri di Persepoli; si canti la clemenza di Scipione e di Augusto; si celebri la dolcezza di Cesare e di Tito; tutto ciò è meno che nulla rispetto alla mansuetudine incomparabile di cui Gesù Cristo ci ha dato esempio nel trattare con i suoi nemici e calunniatori, nel non risentirsi delle loro atroci ingiurie. – Or bene, o miei cari, possiamo dire di fare lo stesso anche noi, che siamo Cristiani e dobbiamo seguire gli esempi che Gesù Cristo ci ha dati? Ahimè! La nostra condotta è tutt’altra. Non appena abbiamo ricevuto una qualche offesa, l’amor proprio, che è il nostro maggior nemico, subito e in un attimo fa sentire la sua voce, e … vorrai, dice a ciascuno di noi, vorrai soffrire in pace tale ingiuria? vorrai ristarti dal renderle la pariglia? Ma se tu non ricambi quell’insulto, se tu non ripaghi quell’affronto, se tu non fai la vendetta, o i tuoi avversari o gli stessi tuoi amici diranno che sei un folle, che non sai fare le tue ragioni, che hai paura, diranno in una parola che sei un vile. Così parla l’amor proprio, quando si è stati offesi. Ed è appunto a questa parola dell’amor proprio, che non pochi Cristiani danno ascolto di preferenza che agli esempi di Gesù Cristo. Ora, o miei cari, è egli proprio vero che sia un vile colui che per mansuetudine non si risente delle offese ricevute? Ma era dunque un vile il nostro divinissimo Redentore? Furono vili tutti i Santi che seguirono con tanta esattezza questo suo esempio? Benché non è vero che il mondo reputi vile colui che è mansueto e perdona. Così faceva il mondo degli uomini stravolti di cervello, il mondo dei malvagi e dei viziosi, ma non già il mondo dei savi, dei buoni, dei ben pensanti, perciocché questo mondo ha sempre invece riguardato come vile colui che infuria e si vendica. Ed in vero non è proprio da vile il risentirsi e il vendicarsi, facendo così quello che fanno le bestie, quello che fa la vespa, che punge chi la stuzzica, quello che fa il mulo, che spranga calci contro chi lo percuote? Si, lo diceva già Aristotile, filosofo pagano: l’ira e la vendetta sono appetiti bestiali. Del resto, mettiamo pure che tutto il mondo, e buono e malvagio, ritenga per vile chi è mansueto e perdona. Che perciò? Anche facendo la figura dello sciocco, dell’uomo capace a nulla, del pauroso, del vigliacco, non si dovrà lo stesso essere mansueti e combattere i nostri sentimenti? Senza dubbio, perché alla fin fine si tratta di seguire l’esempio di Gesù Cristo, e per seguire l’esempio di Gesù Cristo bisogna far volentieri qualche sacrificio, qualora ci è richiesto. Ecché? si pretenderebbe di andar in Paradiso in carrozza? senza superare difficoltà, senza far opposizioni alle proprie inclinazioni? Il regno dei cieli, ha detto Gesù Cristo, patisce forza, e lo guadagnano coloro che si fanno violenza; Regnum Dei vim patitur et violentis rapiunt illud. Che anzi in Paradiso non si va assolutamente senza la mansuetudine, avendo pur detto lo stesso Gesù Cristo nel Vangelo di oggi: In verità, in verità vi dico: chi custodirà i miei insegnamenti, non vedrà morte in eterno; volendo pur dire per converso che chi non custodirà gl’insegnamenti suoi, tra i quali tiene un posto principalissimo questo di non risentirsi dello offese, vedrà la morte in eterno. Benché ciò non è ancor tutto, perché oltre all’eterna morte chi si risente e ascoltando i suoi risentimenti anela alla vendetta, si condanna altresì a menare quaggiù una vita di rabbia e di agitazione. E come può vivere tranquillo chi ha in cuore l’amarezza, l’odio, il livore, la brama di vendicarsi? È ancora per lui la pace, la gioia, la felicità? No, affatto! Più non dorme quieto la notte; di giorno, anche in mezzo agli affari, lo tormenta un pensiero funesto, tra gli stessi divertimenti una larva, che conturba, gli si para dinnanzi, la larva della sua inimicizia. E poi ha da sacrificare le compagnie, le adunanze, le ricreazioni dove pratica l’avversario; deve evitare quelle strade per dove egli passa, deve star pronto a voltare la faccia quando lo incontra; e quando pure è riuscito a umiliarlo, a vendicarsi di lui, più che mai deve temere, che o egli o i suoi parenti, o i suoi amici preparino di ripicco un’altra vendetta. E questa condizione di vita non è un inferno anticipato? E non è dunque meglio le mille volte essere mansueti, non risentirsi e lasciar a Dio la cura di vendicarci? Su, adunque, decidiamoci una buona volta d’imitare anche in questo la condotta di Gesù Cristo.

3. Ma torniamo ancora una volta al Vangelo. Dopo aver riferite quelle ultime parole da Gesù indirizzate ai Giudei: Chi custodirà i miei insegnamenti non vedrà morte in eterno; prosegue narrando che a tale sentenza i Giudei dissero a Gesù: Adesso riconosciamo che tu sei un indemoniato. Abramo morì, e morirono i profeti; e tu dici: Chi custodirà i miei insegnamenti, non gusterà morte in eterno. Sei tu forse da più, del padre nostro Abramo, il quale morì? e dei profeti che morirono? Chi pretendi tu di essere? Rispose Gesù: Se Io glorifico me stesso, la mia gloria è un niente; è il Padre mio quello che mi glorifica, il quale voi dite che è vostro Dio. Ma non l’avete conosciuto; Io sì, che lo conosco: e se dicessi che non lo conosco, sarei bugiardo, come voi! Ma lo conosco, e osservo le sue parole. Abramo, il padre vostro sospirò di vedere questo giorno: lo vide (da lontano per particolar rivelazione) e ne tripudiò. Gli disser però i Giudei: tu non hai ancora cinquantanni, e hai veduto Abramo? Gesù disse loro: In verità vi dico: prima che fosse fatto Abramo, io sono. Diedero perciò di piglio a de’ sassi per tirarglieli: ma Gesù si nascose e uscì dal tempio. – Gesù Cristo adunque dicendo: Io sono prima che fosse Abramo, fa intendere l’eternità della sua essenza, che cioè in Lui, come Dio, non c’è tempo passato e futuro, ma tutto presente. Così pure con la stessa asserzione fa capire, che Egli non riceve l’esistenza, come l’ha ricevuta il patriarca Abramo; che perciò non è una semplice creatura, ma Colui che è, vale a dire Iddio sommo ed infinito; insomma Egli dichiara apertamente la sua divinità. Ed è appunto perciò, perché si dice chiaramente Dio, che i Giudei, ostinandosi a non volerlo riconoscere come tale e riguardandolo come bestemmiatore, danno di mano ai sassi per lapidarlo. Ma a questo atto dei Giudei che cosa fa Gesù Cristo! Afferma ancora una volta la sua divinità con un miracolo, col nascondersi cioè miracolosamente ai loro sguardi e con l’uscire così tranquillamente dal recinto del tempio, senza che quei malvagi possano fargli alcun male. Ora con quest’ultima prova, che in questa circostanza Gesù Cristo diede della divinità sua, non sembra aver voluto rendere inescusabìli quei Giudei della loro malvagia ostinazione nel non volerlo riconoscere per Dio? Sì senza dubbio. Ma qui riflettiamo, che Gesù Cristo continua a far la stessa cosa anche ai dì nostri con tanti peccatori, i quali si ostinano nei loro peccati. In quante maniere prova loro che Egli è Dio, sommamente degno di essere conosciuto, amato e servito come tale! Con quanti mezzi li sprona a compiere questi doveri! Quante illustrazioni manda loro, perché riconoscano di essere nell’inganno servendo il demonio e accontentando le loro passioni! Con quante ispirazioni li anima a risorgere dall’abisso in cui si trovano! Insomma sono grazie sopra grazie, che Egli va facendo loro incessantemente, di modo, che se essi non lo assecondano e continuando ad ostinarsi nelle loro colpe, finiranno per andare un giorno dannati nel fondo dell’inferno, là certamente non potranno muovere lamento contro la bontà di Dio, ma in quella vece dovranno riconoscere di essere affatto inescusabili della loro perdizione e sentirsi perciò ciascuno risuonare di continuo all’orecchio quella tremenda sentenza: Perditio tua ex te: La perdizione tua è interamente opera tua. Or bene, miei cari, se non vogliamo un giorno trovarci nel numero di questi sventurati, facciamo ora gran conto delle grazie di Dio e delle tante maniere con cui Egli ci mostra il dovere che abbiamo di riconoscerlo per quello che è, e di amarlo come si merita. Se per sventura pel passato ci siamo induriti anche noi nella colpa, spezziamo ora i nostri cuori col dolore dell’offesa che abbiamo recato a Dio, e promettendogli di non più offenderlo in avvenire cominciamo subito adesso una vita tale, che riesca una confessione solenne, di parole e di fatto, della sovranità che Iddio ha sopra di noi sue creature.

Credo …

 Offertorium

Orémus Ps CXVIII:17, 107

Confitébor tibi, Dómine, in toto corde meo: retríbue servo tuo: vivam, et custódiam sermónes tuos: vivífica me secúndum verbum tuum, Dómine. [Ti glorífico, o Signore, con tutto il mio cuore: concedi al tuo servo: che io viva e metta in pràtica la tua parola: dònami la vita secondo la tua parola.]

Secreta

Hæc múnera, quaesumus Dómine, ei víncula nostræ pravitátis absólvant, et tuæ nobis misericórdiæ dona concílient. [Ti preghiamo, o Signore, perché questi doni ci líberino dalle catene della nostra perversità e ci otténgano i frutti della tua misericórdia.]

 Communio

1 Cor XI: 24, 25

Hoc corpus, quod pro vobis tradétur: hic calix novi Testaménti est in meo sánguine, dicit Dóminus: hoc fácite, quotiescúmque súmitis, in meam commemoratiónem. [Questo è il mio corpo, che sarà immolato per voi: questo càlice è il nuovo patto nel mio sangue, dice il Signore: tutte le volte che ne berrete, fàtelo in mia memoria.]

Postcommunio

Orémus.

Adésto nobis, Dómine, Deus noster: et, quos tuis mystériis recreásti, perpétuis defénde subsidiis. [Assístici, o Signore Dio nostro: e difendi incessantemente col tuo aiuto coloro che hai ravvivato per mezzo dei tuoi misteri.]

I SERMONI DEL CURATO D’ARS

SERMONE PER LA DOMENICA DI PASSIONE (*)

(*) Il testo originale è nel I volume di:

SERMONS du Vénérable Serviteur de Dieu

J.-B.-M. VIANNEY CURÉ D’ARS

PARIS LIBRAIRIE VICTOR LECOFFRE, 90 RUE BONAPARTE. ——- LYON LIBRAIRIE CHRÉTIENNE(Ancienne Maison BAUCHU) ED. RUBAN, PLACE BELLECOUR, 6 –

APPROBATION.

Archevêche De LYON  –  Lyon, 20 août 1882.

f L. M. Card. CAVEROT, Archevêque de Lyon.

L’opera è pubblicata in rete da: Bibliothèque Sain Libère – htpp: www. liberius.net –

© Bibliothèque Saint Libèr 2011 (Toute reproduction à but non lucrative est autorisée- si autorizza ogni riproduzione senza fini di lucro).

La traduzione italiana è redazionale, ma confrontata con la versione italiana di Giuseppe D’Isengard F. d. M. in “I SERMONI DEL B° GIOVANNI B. M. VIANNEY, Curato d’Ars”. Libreria del Sacro Cuore – Rimpetto ai Ss. Martiri -, Torino, 1907 (Tip. Salesiana, via Cottolengo, 32)

Nihil obstat,

Torino, 5 aprile 1908 Teol. Coll. Giacomo Sacchieri, prete della Missione, Revisore delegato.

Imprimatur

Torino, 8 Aprile 1908, Can. Ezio Gastaldi-Santi Provic. Gen.

[N.B.: Si diffidano i fedeli “veri” Cattolici dal consultare altre versioni di a-cattolici modernisti, in particolare gli scismatici eretici aderenti alla setta del Novus ordo, in comunione con gli antipapi usurpanti attuali, non dotate né di Nihil obstat né dell’Imprimatur canonico imposto dalla Costituzione Apostolica “Officiorum ac Munerum” di S. S. Leone XIII, e dall’Enciclica “Pascendi” di S. S. San Pio X, passibili quindi di SCOMUNICA “ipso facto” latæ sententiæ riservata in modo speciale alla Sede Apostolica. … intelligenti pauca!

Sulla Contrizione.

Vaæ mihi, quia peccavi nimis in vita mea.

[Guai a me, perché ho peccato molto nella vita mia]

 (Da Le Confes. di S. Agostino, lib. II, c. 10.)

Questo era, fratelli miei, il linguaggio di San Agostino quando ricordava gli anni della sua vita, durante i quali era sprofondato con tanto furore nelle vita infame dell’impurità. « Ah! Guai a me perché ho peccato molto nei giorni della vita mia! » Ed ogni volta che gli veniva questo pensiero, si sentiva il cuore lacerato e distrutto dal rimpianto. « O DIO mio! – esclamava – una vita passata senza amarvi! O DIO mio, quanti anni perduti! Ah! Signore, degnatevi, vi scongiuro, di non ricordarvi più delle mie colpe passate! » Ah! lacrime preziose, ah! rimorsi salutari che d’un gran peccatore, han fatto un grande Santo. Oh! Un cuore distrutto dal dolore ha riguadagnato ben presto l’amicizia del suo DIO! Ah! piacque a Dio che ogni qualvolta poniamo i nostri peccati davanti agli occhi, noi possiamo dire, come con lo stesso rimorso di San Agostino: Ah! Guai a me perché ho molto peccato durante gli anni della mia vita! DIO mio, usatemi misericordia! Oh! Le nostre lacrime subito coleranno e la nostra vita non sembrerà più la stessa! Sì, fratelli miei, conveniamo tutti, quanti siamo, con dolore e sincerità, che siamo dei criminali degni di portare tutta la collera di un DIO giustamente irritato dai nostri peccati, che forse sono più numerosi dei capelli della nostra testa. Ma benediciamo sempre la misericordia di DIO che ci apre nei suoi tesori una risorsa ai nostri malanni! Sì, fratelli miei, benché grandi siano i nostri peccati, occorre che il nostro rimorso racchiuda quattro qualità: 1° bisogna che il peccatore odi e detesti sinceramente i suoi peccati con la contrizione; 2° che abbia concepito un fermo proposito di non ricadervi mai più; 3° che ne faccia un’umile dichiarazione al ministro del Signore; e 4° che ripari, per quanto può, l’ingiuria fatta a DIO ed il torto fatto al prossimo.

I. Per farvi comprendere ciò che è la contrizione, cioè il dolore che dobbiamo avere dei nostri peccati, bisognerebbe poter farvi conoscere, da un lato l’orrore che ne ha DIO in se stesso, i tormenti che Egli ha sofferto per noi per ottenerne il perdono presso il Padre; e dall’altra i beni che perdiamo peccando ed i mali che ci attiriamo per l’altra vita, e questo non sarà mai dato all’uomo comprenderlo. Dove devo condurvi, fratelli miei, per farvelo comprendere? Forse in fondo al deserto, dove grandi Santi vi hanno passato venti, trenta, quaranta, cinquanta ed anche ottanta anni a piangere delle colpe che secondo il mondo non sono colpe? Ah! No, no, il vostro cuore non sarebbe ancora toccato! Forse alla porta dell’inferno per ascoltare le grida, le urla ed i digrignamenti dei denti causati dal solo rimorso del loro peccato? Ah! dolore amaro, ma dolore e rimorso infruttuoso ed inutile! Ah! No, fratelli miei, non è ancor là ove imparerete a piangere i vostri peccati con il dolore ed il rimorso che dovete averne! Ah! Ma è ai piedi di questa Croce ancora tinta del sangue prezioso di un DIO che non lo ha sparso se non per cancellare i nostri peccati. Ah! se mi fosse permesso di condurvi in questo giardino di dolori dove un DIO uguale a suo Padre piange i nostri peccati, non con lacrime ordinarie, ma con tutto il suo sangue che imporpora tutti i pori del suo corpo, ed ove il suo dolore fu sì violento da gettarlo in una agonia che sembrava togliergli la vita e distruggergli il cuore. Ah! se potessi condurvi alla sua sequela, mostrarvelo caricato della sua Croce nelle vie di Gerusalemme: tanti passi, altrettante cadute, … e tante volte rialzato a pedate! Ah! se potessi farvi avvicinare a questo Calvario dove un DIO muore piangendo i nostri peccati! Ah! diremmo ancora: bisognerebbe che DIO ci donasse questo amore ardente del quale aveva infiammato il cuore del grande Bernardo, al quale la sola vista della Croce faceva versare lacrime con tanta abbondanza! Ah! bella e preziosa contrizione! Felice è colui che la possiede! Ma a chi sto per parlarne, chi è colui che la racchiude nel suo cuore? Ahimè! Io non lo so! Sarebbe a questo peccatore indurito che forse da venticinque, trenta anni, ha abbandonato il suo DIO e la sua anima. Ah! no, no, sarebbe fare come chi vorrebbe ammorbidire una roccia gettandovi sopra dell’acqua, mentre non farebbe che indurirla ancor più. Sarebbe a questo Cristiano che ha disprezzato missioni, ritiri e giubilei e tutte le istruzioni dei suoi pastori? Ah! no, no, sarebbe come voler riscaldare dell’acqua mettendola nel ghiaccio. Sarebbe a queste persone che si contentano di fare le loro pasque continuando il loro genere di vita, che tutti gli anni hanno sempre gli stessi peccati da raccontare? Ah! no, no, queste sono delle vittime che la collera di DIO impingua per servire da alimento alle fiamme eterne. Ah! diciamo meglio, essi sono simili a criminali che hanno gli occhi bendati e che, aspettando di essere giustiziati, si danno a tutto ciò che il loro cuore corrotto può desiderare. Sarebbe ancora a questi Cristiani che si confessano ogni tre settimane od ogni mese, e che ogni giorno ricadono? Ah! no, questi sono dei ciechi che non sanno né quel che fanno, né ciò che devono fare. A chi dunque potrei indirizzare la parola? Ahimè, io non saprei … o DIO  mio! dove bisogna andare per trovarla, a chi farla domandare? Ah! Signore, io so essa da dove viene e chi la dà; essa viene dal cielo e siete Voi che la date. O mio DIO! Dateci, se vi piace, questa contrizione che distrugge e divora i nostri cuori. Ah! questa bella contrizione che disarma la giustizia di DIO, che cambia la nostra eternità dannata in una eternità felice! Ah! Signore, non rifiutateci questa contrizione che ci rende prontamente l’amicizia di DIO! Ah! bella virtù, quanto sei necessaria, ma come sei rara! Tuttavia, senza di essa, non c’è perdono, senza di essa, non c’è il cielo; diciamo di più, senza di essa, per noi tutto è perduto, penitenze, carità, elemosine e tutto ciò che possiamo fare. Ma pensate in voi stessi, cosa vuol dire tutto questo, cos’è questa parola “contrizione”, e se forse necessita il conoscere se la si abbia? – Amico mio, desiderate saperlo? Eccolo. Ascoltatemi un momento: andate a vedere se l’avete oppure no, ed in seguito il mezzo per averla. Entriamo in un semplice dettaglio: se voi mi chiedeste: che cos’è la contrizione? Io vi direi che è un dolore dell’anima ed un detestare i peccati commessi con una risoluzione ferma di non ricadervi più. Sì, fratelli miei, questa disposizione è la più necessaria di tutte quelle che DIO domanda onde perdonare il peccato; non solo essa è necessaria ma, aggiungo ancora, che  nulla può dispensarcene. Una malattia che ci tolga l’uso della parola può dispensarci dalla Confessione, una morte rapida può dispensarci dalla soddisfazione, almeno in questa vita; ma non è lo stesso per la contrizione; senza di essa è impossibile, assolutamente impossibile, ottenere il perdono dei propri peccati. Sì, fratelli miei, noi possiamo dire gemendo che è questo difetto di contrizione che è la causa di un numero infinito di Confessioni e di Comunioni sacrileghe; ma ciò che ancora è più deplorevole è che non ce ne si accorge quasi mai, e che si vive e si muore in questo miserevole stato. Sì, fratelli miei, nulla di più facile da comprendere. Se abbiamo avuto la sventura di cadere in peccato nelle nostre Confessioni, questo crimine ci è continuamente davanti agli occhi come un mostro che sembra divorarci, cosa che fa che sia ben raro che non ce ne scarichiamo una volta o l’altra. Ma per la contrizione, non è lo stesso; noi ci confessiamo, il nostro cuore non è per niente coinvolto nell’accusa che facciamo dei nostri peccati, riceviamo l’assoluzione, ci avviciniamo alla santa mensa con un cuore freddo, ben insensibile, indifferente, come se venissimo a fare la recita di una storiella; andiamo di giorno in giorno, di anno in anno, infine arriviamo alla morte e crediamo di aver fatto un qualche bene; noi non troviamo e non vediamo che crimini ed i sacrilegi che le nostre Confessioni hanno partorito. O DIO mio! Quante cattive Confessioni per difetto di contrizione! O DIO mio, quanti Cristiani che nell’ora della morte non trovano che Confessioni indegne! Ma non andiamo oltre, temo di turbarvi; io dico turbarvi. Ah! È ben al presente che bisognerebbe portarvi a due dita di disperazione affinché, colpiti dal vostro stato, possiate ripararlo senza aspettare il momento in cui lo conoscerete senza poter più riparare. Ma veniamo, fratelli miei, alla spiegazione e vedrete se, ogni qual volta vi siate confessati, avete avuto il dolore necessario, assolutamente necessario per avere la speranza che i vostri peccati siano perdonati. Io dico: 1° la contrizione è un dolore dell’anima. Bisogna necessariamente che il peccatore pianga i suoi peccati, o in questo mondo o nell’altro. In questo mondo voi potete cancellarli con il rimorso che ne sentite, ma non nell’altro. O quanti di noi, dovremo essere riconoscenti alla bontà di DIO di questo! In luogo dei rimorsi eterni e dei dolori i più laceranti che meritiamo di soffrire nell’altra vita, cioè nell’inferno, DIO si contenta solamente che i nostri cuori siano toccati da un vero dolore, seguito poi da una gioia eterna! O DIO mio! Voi vi contentate di ben poca cosa!

1° io dico che questo dolore deve avere quattro qualità, se ne manca una sola, noi non possiamo ottenere il perdono dei nostri peccati. La sua prima qualità: deve essere interiore, cioè venire da profondo del cuore. Essa non consiste dunque nelle lacrime, anhe se esse sono buone ed utili, è vero; ma non sono necessarie. In effetti, quando San Paolo ed il Buon ladrone si sono convertiti, non è detto che essi abbiano pianto, ma il loro dolore è stato sincero. No! fratelli miei, non è sulle lacrime che bisogna contare: esse sono spesso ingannevoli, molte persone piangono nel tribunale della Penitenza e poi ricadono alla prima occasione. Ma il dolore che DIO richiede da noi … eccolo! Ascoltate ciò che dice il Profeta Gioele: « Avete il dolore del peccato? Ah! figli miei, distruggete e lacerate il vostro cuore con i rimorsi! » – « Se avete perso il Signore con i vostri peccati, ci dice Mosè, cercatelo con tutto il vostro cuore nell’afflizione e nell’amarezza del vostro cuore. » Perché, fratelli miei, DIO vuole che il nostro cuore si penta? Non è il cuore nostro che ha peccato: ma è dal nostro cuore, dice il Signore, che sono nati tutti questi cattivi pensieri, questi desideri cattivi; bisogna dunque assolutamente che, se il nostro cuore ha fatto il male, si penta, altrimenti DIO non ci perdonerà mai.

2° Io dico poi che bisogna che il dolore che dobbiamo sentire per i nostri peccati, sia soprannaturale, cioè che sia lo Spirito Santo che lo ecciti in noi, e non delle cause naturali. Distinguo: essere afflitti per aver commesso un tal peccato, perché ci esclude dal Paradiso e merita l’inferno: questi motivi sono sovrannaturali, è lo Spirito Santo che ne è l’autore; questo può condurci ad una vera contrizione. Ma affliggersi a causa della vergogna che il peccato necessariamente genera in sé, come i mali che esso ci attira, come la vergogna di una fanciulla che ha perso la sua reputazione, o di un’altra persona che è stata sorpresa a derubare il suo vicino; tutto questo non è che un dolore puramente naturale che non ci merita il perdono. Da qui è facile concepire che il dolore dei nostri peccati, il pentimento dei nostri peccati, può venire o dall’amore che abbiamo per Dio, o dal timore dei castighi. Colui che nel suo pentimento non considera che DIO, questi ha una contrizione perfetta, condizione così eminente da purificare il peccatore da se stessa ancor prima di aver ricevuto la grazia dell’assoluzione, qualora sia nella disposizione di riceverla appena può. Ma per colui che non ha il pentimento dei propri peccati, se non per i castighi che i suoi peccati gli attirano, ha solo una contrizione imperfetta che non lo giustifica, ma solo lo dispone a ricevere la sua giustificazione nel Sacramento della Penitenza.

Terza condizione della contrizione: essa deve essere sovrana, vale a dire più grande di tutti i dolori, più grande, direi, di quello che noi proviamo alla perdita dei nostri genitori e della nostra salute, e generalmente di tutto ciò che abbiamo di più caro al mondo. Se dopo aver peccato, non avete questo intenso rimorso, tremate per le vostre Confessioni. Ahimè! Quante volte per la perdita un oggetto di nove o dieci soldi, si piange, ci si tormenta tanti giorni, fino a non voler mangiare … Ahimè, e per i peccati, e spesso per peccati mortali, non si verserà né una lacrima né si emetterà un sospiro. O DIO mio, l’uomo conosce così poco quel che fa peccando! – Ma perché, direte, il nostro dolore deve essere così grande? – Amico mio, eccone il motivo: esso deve essere proporzionata alla grandezza della perdita che noi attuiamo ed alla rovina alla quale ci conduce il peccato. Pertanto, giudicate quale debba essere il dolore, dal momento che il peccato ci fa perdere il cielo con tutte le sue dolcezze. Ah! Cosa dico? Ci fa perdere il nostro DIO con tutte le sue amicizie e ci precipita nell’inferno, che è la più grande di tutte le sventure! – Ma voi pensate: come si può dunque riconoscere se questa contrizione vera sia in noi? È cosa molto facile! Se veramente l’avete, voi non agirete, non penserete come in precedenza, essa avrà cambiato totalmente la vostra maniera di vivere: odierete ciò che avete amato, ed amerete ciò che avete fuggito e disprezzato; vale a dire voi avete confessato di avere avuto dell’orgoglio nelle vostre azioni e nelle vostre parole? Bisogna ora che facciate comparire in voi una bontà, una carità per tutti. Non occorre che siate voi a giudicare se avete fatto una buona Confessione, perché potreste facilmente ingannarvi; ma occorre che le persone che vi hanno visto o inteso prima della vostra confessione, possano dire: non è più lo stesso; è avvenuto in lui un grande cambiamento! Ahimè! DIO mio! Dove sono queste confessioni che operano questo bene così grande? Oh! Quanto sono rare; ma lo sono pure quelle che sono fatte con tutte le disposizioni che DIO richiede! Confessiamolo, fratelli miei, a nostra confusione, che se sembriamo così poco toccati, questo non può che venire che dalla nostra poca fede e dal nostro poco amore che abbiamo per DIO. Ah! se avessimo la fortuna di comprendere quanto DIO sia buono e quanto il peccato sia enorme, e quanto nera è la nostra ingratitudine nell’oltraggiare un Padre così buono, ah! Senza dubbio sembreremmo afflitti ben altrimenti di come non lo siamo. Ma – voi direte – io vedrò di averla, questa contrizione, quando mi confesso e non posso averla. Ma cosa ho detto all’inizio? Non vi ho già detto che essa viene dal cielo, e che è a DIO che bisogna chiederla? Cosa hanno fatto i Santi, amico mio, per meritare questa felicità di piangere i loro peccati? Essi l’hanno chiesta a Dio con il digiuno, la preghiera, con ogni tipo di penitenza e di opere buone, poiché non dovete contare affatto sulle vostre lacrime. Io vado a provarvelo: aprite i libri santi e ne sarete convinti. Vedete Antioco, quanto piange, quanto chiede misericordia, e tuttavia lo Spirito Santo ci dice che piangendo, egli discese all’inferno. Vedete Giuda, egli ha concepito un sì grande dolore del suo peccato, lo piange con tale abbondanza che finisce per perdersi. Vedete Saul, egli lancia le sue gride dolenti per aver avuto la disgrazia di disprezzare il Signore, tuttavia egli è nell’inferno. Vedete Caino, le lacrime che versa dopo aver peccato, tuttavia egli brucia. Chi di noi, fratelli miei, che avrebbe visto scendere tutte le sue lacrime e pentirsi, non avrebbe creduto che il buon Dio non gli avesse perdonato; tuttavia nessuno di essi ne è stato perdonato; ecco che Davide invece, appena ebbe detto: « Io ho peccato; » subito il suo peccato gli viene rimesso. – E perché questo, voi direte? Perché questa differenza, i primi non furono perdonati, mentre Davide lo è? – Amico mio eccolo: è per il fatto che i primi non si pentono e non detestano i loro peccati se non a causa dei castighi e dell’infamia che il peccato produce necessariamente con sé, e non in rapporto a Dio; invece Davide pianse i suoi peccati non a causa dei castighi che il Signore stava per fargli subire, ma alla vista degli oltraggi che i suoi peccati avevano fatto a Dio. Il suo dolore fu così vivo e sincero che Dio non gli poté rifiutare il suo perdono. Avete voi chiesto a Dio la contrizione prima di confessarvi? Ahimè, forse non lo avete fatto mai! Ah! tremate per le vostre Confessioni; ah! quanti sacrilegi, DIO mio! Quanti Cristiani dannati! 

4° Essa deve essere universale. Nella vita dei Santi è riportato, sul soggetto del dolore universale che noi dobbiamo avere dei nostri peccati, che se non li detestiamo tutti, non saranno perdonati né gli uni, né gli altri. Si riporta che San Sebastiano, stante a Roma e facendo dei miracoli i più strepitosi che riempivano di ammirazione, il governatore Cromo che, in questo tempo era affetto da grave infermità, desiderò ardentemente di vederlo, per chiedergli la guarigione dai suoi mali. Quando il Santo fu davanti a lui: è da molto tempo che gemo, coperto di piaghe, senza aver trovato un uomo al mondo capace di liberarmi; corre voce che voi otteniate tutto ciò che volete dal vostro DIO, … se volete domandargli la mia guarigione, io vi prometto che mi farò Cristiano. Ebbene! gli dice il Santo, se voi siete in questa determinazione, io vi prometto, da parte del DIO che io adoro, che è il Creatore del cielo e della terra, che dal momento che avrete distrutto tutti i vostri idoli, sarete perfettamente guarito. Il governatore gli dice: Oh! non solo io sono pronto a fare questo sacrificio, ma ancor di più se esso è necessario. Essendosi separati l’uno dall’altro, il governatore cominciò a distruggere i suoi idoli; l’ultimo che prese per eliminarlo, gli sembrò però così rispettabile, che non ebbe il coraggio di distruggerlo, e si persuase che questa riserva non impedisse la sua guarigione. Ma permanendo i suoi dolori più violenti che mai, andò a trovare il Santo facendogli i rimproveri più obbrobriosi perché, dopo aver distrutto i suoi idoli, come gli aveva comandato, ben lungi dal guarire, soffriva ancor di più. Ma – gli dice il Santo – li avete distrutti tutti senza riservarne alcuno? Allora egli lo prende e lo distrugge, e nello stesso istante è guarito. Ecco, fratelli cari, un esempio che ci ilumina sulla condotta di un numero pressoché infinito di perdone che si pentono di certi peccati, ma non di tutti e che, similmente a questo governatore, ben lungi dal guarire le piaghe che il peccato ha prodotto alla loro povera anima, ne fanno di più profonde; e fintanto che non avranno fatto come lui, distrutto cioè anche questo ultimo idolo, vale a dire infranto quella abitudine a certi peccati, finché non avranno lasciato quella cattiva compagnia, questo orgoglio, questo desiderio di piacere, questo attaccamento ai beni della terra, tutte le loro Confessioni non faranno che aggiungere crimini su crimini, sacrilegi a sacrilegi. Ah! DIO mio, che orrore e che abominio! Ed in questo stato essi vivono tranquilli, mentre il demonio prepara loro un posto nell’inferno! – Noi leggiamo nella storia un esempio che ci mostra quanto i Santi riguardassero questo dolore dei nostri peccati, come necessario per ottenere il loro perdono. Essendosi un ufficiale del Papa ammalato, il Santo Padre, che molto lo stimava per la sua virtù e santità, gli inviò uno dei suoi Cardinali per testimoniargli il dolore che gli causava la sua malattia, e nello stesso tempo applicargli le indulgenze plenarie. Ahimè, dice il morente al Cardinale, riferite al Santo Padre che io gli sono infinitamente riconoscente per la tenerezza del suo cuore verso di me, ma ditegli pure che io sarei infinitamente più felice se egli volesse domandare a DIO per me la contrizione dei miei peccati. Ahimè! esclamò, a cosa mi servirà tutto questo se il mio cuore non si lacera e si distrugge dal dolore per avere offeso un DIO così buono! O mio DIO! … Gridò questo povero morente, fate, se possibile, che il dolore dei miei peccati eguagli gli oltraggi che vi ho fatto! … Oh! Fratelli miei, quanto questi dolori sono rari, ed ahimè quanto rare sono le buone confessioni! Sì, fratelli miei, un Cristiano che ha peccato e che vuol ottenerne il perdono deve essere nella disposizione di soffrire le crudeltà più atroci, piuttosto che ricadere nei peccati che sta per confessare. 1° Io cerco di provarvelo con un esempio, e se, dopo esserci confessati, noi non siamo in queste disposizioni, nessun perdono … Leggiamo nella storia del quarto secolo che Sapore, imperatore dei Persiani, divenuto il più crudele nemico dei Cristiani, ordinò che tutti i sacerdoti che non adorassero il sole e non lo riconoscessero come Dio, sarebbero stati messi a morte. Il primo che fece prendere fu l’Arcivescovo di Seleucia, che era San Simone. Iniziò col provare a sedurlo con ogni tipo di promesse. Non potendo cavarne nulla, nella speranza di convincerlo, gli mostrò tutti i tormenti che la sua crudeltà aveva potuto inventare per far soffrire i Cristiani, dicendogli che, se la sua ostinazione gli faceva rifiutare quel che egli comandava, l’avrebbe fatto passare per sì atroci e rigorosi tormenti onde farlo obbedire, e per di più avrebbe eliminato tutti i Sacerdoti ed i Cristiani del suo regno. Ma vedendolo così fermo come roccia in mezzo ai mari battuti dalle tempeste, lo fece condurre in prigione nella speranza che il pensiero dei tormenti che gli venivano preparati, gli avrebbero fatto cambiare sentimento. Lungo il cammino egli incontrò un vecchio eunuco che era sovrintendente dal palazzo imperiale. Costui, preso da compassione nel vedere un santo Vescovo trattato tanto indegnamente, si prosternò davanti a lui per testimoniargli il rispetto per lui, di cui era pieno. Ma il Vescovo, ben lungi dal sembrare sensibile alla testimonianza rispettosa di questo eunuco, si voltò dall’altra parte per rimproverargli il crimine della sua apostasia, perché un tempo egli era Cristiano e Cattolico. A questo rimprovero che non si aspettava, egli fu così sensibile, gli penetrò sì vivamente il cuore, che nello stesso istante non fu più padrone delle sue lacrime, né dei suoi singhiozzi. Il crimine della sua apostasia gli sembrò così odioso, che dismise gli abiti bianchi di cui era rivestito e ne indossò dei neri, corse come un disperato a gettarsi fuori dalla porta del palazzo e là, darsi a tutti i rimorsi e ad dolore più lacerante. Ah! disgraziato, cosa stai per fare? Ahimè! Quali castighi devi aspettarti da Gesù-Cristo al quale hai rinunciato, se costui è stato così sensibile al rimprovero di un Vescovo che non è che il ministro di Colui che hai così ignominiosamente tradito … Ma l’imperatore avendo appreso tutto quel che succedeva, stupefatto da questo spettacolo, gli domandò: « Qual è la causa dunque del tuo dolore e di tante lacrime? » – Ah! piuttosto a Dio, egli esclamò, che tutte le disgrazie ed i malanni del mondo mi fossero tutti addosso, piuttosto ciò che è la causa del mio dolore. Ah! io piango per il fatto che non sia morto. Ah! potrò ancora guardare il sole che ho la sventura di adorare, temendo di dispiacervi? – L’imperatore che lo amava a causa della sua fedeltà, tentò se potesse convincerlo promettendogli ogni sorta di beni e di favori. – Ah! no, no, gridò: ah! sarò molto felice se posso, con la mia morte, riparare agli oltraggi che ho fatto a Dio, e ritrovare il cielo che ho perduto. O DIO mio e mio Salvatore, abbiate ancora pietà di me! Ah! se almeno avessi mille vite da darvi per testimoniarvi il mio rimorso ed il mio ritorno! – L’imperatore che sentì il linguaggio che teneva, moriva di rabbia e, disperando di poterlo convincere, lo condannò a morire tra i supplizi. Ascoltatelo … andando al supplizio: « Ah! Signore, quale felicità morire per voi; sì, DIO mio, se ho avuto la sventura di rinunciare a Voi, almeno avrò la felicità di dare la mia vita per Voi! » Ah! dolore sincero, dolore possente, che gli aveva tanto prontamente riguadagnato l’amicizia del mio DIO! … Leggiamo nella vita di Santa Margherita, che ebbe un sì grande dolore di un peccato che aveva commesso in gioventù, che ne pianse per tutta la vita: essendo ormai vicino alla morte, le si domandò quale fosse il peccato che aveva commesso e che le aveva fatto versare tante lacrime. « Ahimè! Esclamò ella piangendo, come potrei io non piangere! All’età di cinque o sei anni, ebbi la sventura di dire una bugia a mio padre. » Ma, le si disse, non c’era tanto di che piangere. « Ah! tenermi un simile linguaggio! Voi dunque non avete mai concepito ciò che è il peccato, l’oltraggio che si fa a DIO e i malanni che ci attira? » Ahimè, fratelli miei, cosa sarà per noi, se tanti Santi hanno fatto sentire i loro gemiti alle rocce ed ai deserti, hanno formato per così dire dei fiumi con le loro lacrime per peccati di cui noi ci facciamo gioco, mentre noi abbiamo commesso dei peccati mortali forse più numerosi dei capelli della nostra testa? E non una lacrima di dolore e pentimento! Ah! triste accecamento a cui ci hanno condotto i nostri peccati. – Noi leggiamo nella vita dei Padri del deserto, che un ladro chiamato Gionata, perseguito dalla giustizia, corse a nascondersi nei pressi della colonna di San Simeone Stilita, sperando che il rispetto che si teneva per il Santo, gli garantisse lo sfuggire alla morte. In effetti nessuno osò toccarlo; essendosi il Santo posto in preghiera per chiedere a Dio la sua conversione, nel momento stesso, egli risentì un dolore sì vivo dei suoi peccati, che per giorni e notti non fece che piangere. Il Santo gli disse: « Amico mio, tornate nel mondo a ricominciare con i vostri disordini. » – Ah! DIO mi preservi da questo malanno; io vi domando che fare per andarmene in cielo; io ho visto Gesù Cristo che mi ha detto che tutti i miei peccati mi erano perdonati dal gran dolore che ne ho sentito. – « Andate, figlio mio, gli disse il Santo; andate a cantare nel cielo le grandi misericordie di Dio per voi. » In questo momento egli cade morto, ed il Santo riporta egli stesso di aver visto Gesù-Cristo che conduceva la sua anima al cielo. O morte bella e preziosa, il morire con il dolore di avere offeso DIO! Ah! se almeno noi non moriamo di dolore come questi grandi penitenti, vogliamo fratelli miei, eccitarci ad una vera contrizione, imitiamo questa santo Vescovo morto ultimamente, che ogni volta che si presentava al tribunale delle penitenza per avere un vivo dolore dei propri peccati, faceva tre stazioni: la prima in inferno, la seconda in cielo, la terza sul Calvario. Dapprima portava il suo pensiero in questi luoghi di orrore e di tormento, e figurava di vedere i dannati che vomitavano torrenti di fiamme dalla bocca, che urlavano divorandosi gli uni con gli altri; questo pensiero gli ghiacciava il sangue nelle vene, e credeva di non poter più vivere alla vista di un tale spettacolo, soprattutto considerando che i suoi peccati avevano varie volte meritato questi supplizi. Da qui il suo spirito si portava nel cielo e faceva la rivista di tutti quei troni di gloria sui quali erano seduti i Beati, e si rappresentava le lacrime che essi avevano sparso e le penitenze che avevano fatto durante la loro vita per peccati così leggeri e che egli stesso aveva commesso tante volte senza far nulla per espiarli, cosa che lo faceva piombare in una tristezza così profonda che sembrava che le sue lacrime non potessero più asciugarsi. Non contento di tutto ciò dirigeva i suoi passi sul luogo del Calvario e là, man mano che i suoi sguardi si avvicinavano alla Croce, ove un DIO era morto per lui, le forze gli mancavano, restava immobile alla vista delle sofferenze che i suoi peccati avevano causato al suo DIO. In ogni istante lo si sentiva ripetere queste parole con dei singhiozzi: « DIO mio, DIO mio, posso mai vivere ancora considerando gli orrori che i miei peccati vi hanno causato? » Ecco, fratelli miei, ciò che possiamo chiamare una vera contrizione, perché vediamo che egli non considera i suoi peccati che in rapporto a DIO.

II. — Abbiamo detto che una vera contrizione deve racchiudere un buon proposito, cioè una ferma risoluzione di non peccare più per l’avvenire; occorre che la nostra volontà sia determinata e che non ci sia il benché minimo desiderio di allontanarsene; non si otterrà mai il perdono dei propri peccati se non vi si rinunzia con tutto il cuore. Noi dobbiamo essere nello stesso sentimento del santo Re-Profeta: « Sì, DIO mio, io vi ho promesso di essere fedele nell’osservare i vostri comandamenti: e vi sarò fedele con il soccorso della vostra grazia. » Il Signore stesso ci dice: « Che l’empio lasci la via delle sue iniquità ed il suo peccato gli sarà rimesso. » Non c’è da sperare misericordia se non per colui solo che rinunci ai suoi peccati di tutto cuore e per sempre, perché DIO non ci perdona fintanto ché il nostro pentimento non sia sincero e non facciamo tutti gli sforzi per non ricadervi. Sarebbe infatti beffarsi di DIO il domandargli perdono per un peccato che ancora si vorrebbe commettere.  – Ma, voi mi direte, come si può distinguere un fermo proposito da un desiderio debole ed insufficiente? Se desiderate saperlo, fratelli miei, ascoltatemi un istante e vado a dimostrarvelo: questo si può conoscere in tre maniere: 1° il cambiamento di vita; 2° la fuga dalle occasioni prossime del peccato, e 3° il lavorare con tutto ciò che si può per correggere e distruggere le proprie cattive abitudini. Dico innanzitutto che il primo risultato di un buon proposito, è il cambiamento della vita; è questo che ce lo mostra con maggior sicurezza ed è meno soggetto ad ingannarci. Veniamo ad una spiegazione: una madre di famiglia si accuserà di essersi spesso rivoltata contro i suoi figli o suo marito; dopo la sua Confessione, andate a visitarla all’interno del suo focolare domestico: non c’è più traccia di ribellione, né di maledizioni; al contrario vedete in ella quanta dolcezza, quanta bontà, il darsi pensiero anche per i propri inferiori; le croci, i dispiaceri e le perdite non le fanno perdere la pace dell’anima. E sapete perché ciò, fratelli miei? Eccolo: perché il suo ritorno a Dio è stato sincero, la sua contrizione perfetta, e di conseguenza ella ha ricevuto veramente il perdono dei suoi peccati; infine, la grazia ha messo delle radici profonde nel suo cuore ed ella ne trae frutti in abbondanza. – Una giovane donna verrà ad accusarsi di aver seguito i piaceri del mondo, le danze, le veglie serali ed altre cattive compagnie. Dopo la sua confessione, se questa è ben fatta, andate a cercarla in questa serata, a richiederla in queste occasioni di piacere e che cosa vi si dirà? « … da un po’ di tempo non la vediamo più; io credo che se volete trovarla, bisogna che andiate in chiesa, o a casa dei genitori. » In effetti, se andate dai suoi genitori, la troverete e … di cosa si occupa? Parlare di vanità come un tempo o a rimirarsi davanti ad uno specchio, o a folleggiare con altri giovani? Ah! No! Fratelli miei, non è più questo il suo operato, ella ha calpestato tutto ciò; voi la vedrete fare una lettura di pietà, aiutare sua madre nella conduzione delle faccende di casa, istruire i suoi fratelli e sorelle nell’obbedienza e nella premura verso i genitori; ella amerà la loro compagnia. Se non la trovate a casa, allora è in chiesa, la vedrete testimoniare a DIO la sua riconoscenza per aver operato in ella un sì gran cambiamento: vedrete in ella quella modestia, quel ritiro, quella premura per tutti, sia per i poveri che per i ricchi; la modestia si dipinge sulla sua fronte, la sola sua presenza vi porta a DIO. E perché questo, fratelli miei – mi direte – perché tanti beni in ella? Perché, fratelli miei, il suo dolore è stato sincero ed ella ha ricevuto veramente il perdono dei suoi peccati. – Altra volta sarà un giovanotto che sta per accusarsi di essere stato nei cabaret e nei giochi; ora che egli ha promesso a Dio di lasciare quel che a Lui potrebbe dispiacergli, mentre prima amava i cabaret ed i giochi, ora invece li rifugge. Prima della sua Confessione il suo cuore non era occupato che da cose terrene, cattive; al presente i suoi pensieri non sono che per DIO, ed hanno disprezzo per le cose del mondo. Tutto il suo piacere è intrattenersi con il suo DIO e pensare ai mezzi per salvare la propria anima. Ecco, fratelli cari, i segni di una vera e sincera contrizione; se dopo la vostra Confessione, sarete così, potrete sperare che la vostra Confessione sia stata buona ed i vostri peccati perdonati. Ma se fate tutto il contrario di ciò che vi ho appena detto, se qualche giorno dopo le Confessioni, si vede questa giovane che aveva promesso a DIO di lasciare il mondo ed i suoi piaceri per non dedicarsi che a piacergli, se la vedo, come prima, in questi ritrovi mondani; se vedo questa madre maldisposta e negligente verso i suoi figli ed i domestici, litigiosa con i vicini come prima della Confessione; se io ritrovo questo giovanotto di nuovo ai giochi ed ai cabaret, o orrore! O abominio! O mostro di ingratitudine che sei! O DIO grande! In quale stato è questa povera anima! O orrore! O sacrilegio! I tormenti dell’inferno saranno lunghi e rigorosi per punire un tale attentato.

2° Diciamo ora che il secondo risultato di una vera contrizione è la fuga dalle occasioni prossime del peccato. Ve ne sono di due tipi: gli uni vi portano per se stessi, come sono i libri cattivi, le commedie, i balli, le danze, le pitture, i quadri o le canzoni disoneste, e la frequentazione di persone di sesso differente; le altre sono occasione di peccato per le cattive disposizioni di coloro che vi sono: come i cabarettisti, i mercanti che ingannano o vendono nelle domeniche; una persona in un impiego per cui non compie i suoi doveri sia per rispetto umano sia per ignoranza. Che deve fare una persona che si trova in una di queste situazioni? Eccolo: ella deve lasciare tutto, a qualunque costo, senza salutare nemmeno! Gesù-Cristo ci ha detto che se il nostro occhio o la nostra mano ci scandalizzano, dobbiamo strapparli e gettare lontano da noi, perché – ci dice – è molto meglio andare in cielo con un braccio ed un occhio solo, che essere gettati nell’inferno con tutto il corpo; vale a dire, a qualsiasi costo, qualunque sia la perdita che ne abbiamo, non dobbiamo omettere il lasciarle; senza di questo, nessun perdono.       

3° Diciamo ancora che il terzo segno di un buon proposito, è il lavorare con tutto ciò che si può, per distruggere le cattive abitudini. Si chiama abitudine la facilità che si ha nel ricadere nei vecchi peccati. Bisogna allora: vegliare accuratamente su se stesso, fare spesso delle azioni che siano contrarie: così se siamo soggetti all’orgoglio, bisogna applicarsi a praticare l’umiltà, esser contenti di venire disprezzati, non cercare la stima del mondo, sia nelle parole, sia nelle azioni; credere sempre che ciò che facciamo sia fatto male; se facciamo bene, rappresentarci che siamo indegni che Dio si serva di noi, non guardandoci nel mondo che come una persona che non faccia che disprezzare DIO durante la sua vita, e che meritiamo ben più di quanto si possa dire di male di noi. Siamo soggetti alla collera? Bisogna praticare la dolcezza, sia nelle parole, sia nella maniera di comportarci verso il prossimo. Se siamo soggetti alla sensualità bisogna mortificarci nel bere, nel mangiare, nelle nostre parole, nei nostri sguardi, imporci delle penitenze ogni volta che ricadiamo. E se non prendete queste precauzioni, tutte le volte che commetterete nuovamente i vostri peccati, potrete concludere che tutte le vostre Confessioni non valgono a nulla e non avete fato che sacrilegio, crimine sì orribile, per il quale sarebbe impossibile poter vivere se ne conosceste tutta l’orribile natura, la tenebrosità, le atrocità … Ecco la condotta che dobbiamo tenere, facciamo come il figliuol prodigo che, colpito dallo stato in cui i suoi disordini lo avevano sprofondato, si assoggettò a tutto ciò che suo padre esigeva da lui per avere la felicità di riconciliarsi con lui. Innanzitutto lasciò su due piedi il paese in cui aveva provato tanti mali, e le persone che per lui erano state occasione di peccato; non si degnò nemmeno di guardarle, ben convinto che non avrebbe avuto la felicità di riconciliarsi con suo padre se non quando si fosse allontanato da esse: di modo tale che dopo il suo peccato, per mostrare a suo padre che il suo ritorno era sincero, non cercò se non di fargli piacere facendo tutto il contrario di ciò che aveva fatto fino al presente.  – Ecco il modello sul quale noi dobbiamo conformare la nostra contrizione: la conoscenza che dobbiamo avere dei nostri peccati, il dolore che dobbiamo averne, devono metterci nella disposizione di sacrificare tutto per non ricadere nei nostri peccati. Oh! Quanto rare sono queste contrizioni: Ahimè! Dove stanno coloro che sono pronti ad intraprendere la medesima via, piuttosto che commettere di nuovo i peccati che hanno già confessato? Ah! non saprei! Ahimè! Quanti al contrario, dice San Giovanni Crisostomo, non fanno al contrario che delle confessioni da teatro, che cessano di peccare per qualche istante senza lasciare interamente il peccato; questi sono, ci dice, simili a quei commedianti che rappresentano combattimenti sanguinosi ed accaniti, e sembrano accusare colpi mortali. Vi si vede uno che è abbattuto, steso, sanguinante: sembrerebbe veramente che abbia perso la vita, ma … aspettate che la tela si abbassi, e lo vedrete rialzarsi pieno di forza e di salute, sarà come era prima della rappresentazione teatrale. Ecco precisamente – ci dice – lo stato in cui si trova la maggior parte delle persone che si presentano al tribunale della penitenza. A vederli sospirare e gemere sui peccati che accusano, voi direste che veramente essi non sono più gli stessi, che si comportano in maniera tutta diversa di quanto abbiano fatto fino al presente. Ma ahimè, aspettate, io non dico cinque giorni, ma uno o due giorni, li ritroverete simili a prima della Confessione: stesso comportamento, stessa vendetta, stessa avidità, medesima negligenza nei doveri verso la Religione. Ahimè! Quante Confessioni e cattive Confessioni! Ah! Figli miei, ci dice San Bernardo, volete avere una vera contrizione dei vostri peccati? Voltatevi dal lato di questa Croce ove il vostro DIO è stato inchiodato per l’amore verso di voi; ah! piuttosto vedrete scorrere le vostre lacrime, ed il vostro cuore si lacererà. In effetti, fratelli miei, quel che fece versare tante lacrime a Santa Maddalena, la quale fu nel suo deserto, ci dice il grande Salviano … , non fu altra cosa che la vista della Croce. Noi leggiamo nella sua vita che, dopo l’Ascensione di Gesù-Cristo, essendosi ritirata in solitudine, domandò a DIO la gioia di piangere per tutta le vita le colpe della sua giovinezza. Dopo la sua preghiera, San Michele Arcangelo le apparve presso la  sua solitudine, piantò una croce davanti alla sua porta, ella si gettò ai piedi come aveva fatto sul Calvario, pianse per tutta la sua vita con tale abbondanza che i suoi occhi erano simili a due fontane. Il grande Ludolfo riporta che un solitario chiedeva un giorno a DIO cosa potesse essere più capace di scuotere il suo cuore per piangere i suoi peccati. In questo momento, DIO gli apparve così com’era sull’albero della Croce, tutto coperto di piaghe, tremante, caricato di una pesante Croce, dicendogli: « guardami, il tuo cuore fu più duro delle rocce del deserto, esso si struggerà e non potrà più vivere alla vista dei dolori che i peccati del genere umano mi hanno causato. » Questa apparizione lo toccò talmente che fino alla sua morte, la sua vita non fu che una vita di lacrime e di singhiozzi. Molto spesso si rivolgeva agli Angeli ed ai Santi, pregandoli di venire a piangere con lui sui tormenti che i suoi peccati avevano causato ad un DIO così buono. – Leggiamo nella storia di San Domenico, che un religioso, chiedendo a DIO la grazia di piangere i propri peccati, Gesù-Cristo gli apparve con le cinque piaghe aperte, e il sangue scorreva in abbondanza. – Nostro Signore, dopo averlo abbracciato, gli disse di avvicinare la sua bocca all’apertura delle sue piaghe; egli ne sentì tale felicità che non poteva comprendere come i suoi occhi potessero versare tante lacrime. Oh! Come erano felici, questi penitenti, fratelli miei, di trovare tante lacrime per piangere i propri peccati, temendo poi di piangerli nell’altra vita! oh! Qual differenza tra essi ed i Cristiani dei giorni nostri che hanno commesso tanti peccati! E nessun rimorso o lacrime! … Ahimè, cosa diverremo? Quale sarà la nostra dimora? Oh! Quanti Cristiani perduti perché bisogna piangere i propri peccati o in questo mondo o andarli a piangere negli abissi! Cosa dobbiamo concludere da quanto detto, fratelli miei? Eccolo: è il domandare incessantemente a DIO questo orrore del peccato, il fuggire le occasioni del peccato e non perdere mai di vista che i dannati non bruciano e non piangono nell’inferno se non perché non si sono pentiti dei loro peccati in questo mondo, che essi non hanno voluto lasciare. No, quanto grandi possano essere i sacrifici che abbiamo da fare, essi non devono esser capaci di trattenerci; bisogna assolutamente combattere, soffrire e gemere in questo mondo, se vogliamo avere l’onore di andare a cantare le lodi di DIO per tutta l’eternità: è la felicità che vi auguro.

LO SCUDO DELLA FEDE (56)

LO SCUDO DELLA FEDE (56)

[S. Franco: ERRORI DEL PROTESTANTISMO, Tip. Delle Murate, FIRENZE, 1858]

FALSITA’ DEL PROTESTANTESIMO

CAPITOLO VI.

 È FALSO IL PROTESTANTISMO PERCHÈ NON HA UNITÀ.

Non solamente è nuovo il Protestantismo, il che è un gran segno di falsità, ma è ancora una Religione che varia in infinito: prova innegabile che è un’invenzione umana. Imperocché come stabilì Gesù Cristo la sua Religione? Egli insegnò un gran numero di verità preziosissime, che riguardano la grandezza e maestà di Dio uno e trino, la grande opera della Redenzione fatta da Gesù Cristo, la natura della S. Chiesa, i Santi Sacramenti che sono la fonte della grazia, il divin Sacrifizio per onorare perfettamente Iddio, e così andate voi discorrendo, tutto quello che dobbiamo credere, praticare, sperare, temere ed amare. Tutte queste cose Gesù le determinò, le fece certe con la sua rivelazione. Volle poi che nella credenza di tutte queste verità, noi fossimo pienamente d’accordo fra noi. San Paolo scriveva che tutti parlassimo e sentissimo ad un modo [2 Cor. XIII, 11]: che Dio non è autore della discordia ma della pace (1. Cor. XIV, 33); che uno è il Signore, uno è il Battesimo, una la Fede, uno Iddio e Padre di tutti (Ephes. IV, 8). Gesù Cristo sempre pregò, perché noi fossimo d’accordo, che mantenessimo l’unità (Ephes, IV, 4). Ci avvertì che ogni regno fra sé diviso sarebbe stato desolato (Luc. XI, 17), che finalmentetutti dovevamo costituire un solo ovile sotto un solo pastore (Ioan. X, 16). Tutto ciò è indubitato dalla Sacra Scrittura. E però è anche indubitato che quella sola Religione è la vera, che tenne sempre e che tiene tutte queste verità e le tiene in una perfettissima concordia ed unità. Chi è convinto d’aver cambiato dottrina anche una volta sola, costui è convinto che forse nell’uno e nell’altro cambiamento ma certo in uno dei due non ha la verità. Non può esser vero nell’istesso tempo il sì ed il no: non può una cosa esser tutto insieme e bianca e nera: e così Gesù Cristo o ha rivelata o non ha rivelata una verità, e questa verità l’ha rivelata di un modo oppure di un altro. Non è egli chiaro? Ma dunque il Protestantesimo che ammette e nega la stessa cosa, che oggi difende quel che domani impugna, che dice e disdice ogni proposizione, che varia Catechismi, riti, pratiche con un moto e variazione perpetua, non è e non può essere la verità. – Ora di qua scendono due belle conseguenze. Avvertitele bene. Una è che dunque tutta la presunzione di possedere la verità è tutta in favore di noi Cattolici i quali abbiamo una stessa professione di fede che è comune a tutto l’Universo e che dura da tutti i secoli, come abbiam veduto sopra. Oh se sapeste che bello spettacolo è mai questo! In tutta la terra i Cattolici parlano allo stesso modo e credono le stesse verità, e sottopongono il capo all’ìstesso supremo Pastore. Nel fondo dell’America quei poveri selvaggi fatti Cattolici, credono quel che credono in Roma, quello che credono in Francia i Cattolici, lo credono i Cattolici dell’Italia, del Belgio, dell’Austria, della Germania, dell’Inghilterra. In tutti i porti, in tutte le isole, nei paesi anche i più barbari, basta che vi sia un Cattolico, perché creda tutto quello che crediamo noi. Con noi sono il Sommo Pontefice, con noi tanti Sacerdoti, con noi tutto il gran corpo dei Cattolici che salgono a più di dugento milioni. Questa è la vera fratellanza, la vera unione. Qui si vede verificato quello che Gesù Cristo aveva tanto raccomandato che fossimo tutti una sola cosa in Lui; quello che il S. Apostolo Paolo inculcava dicendo che sentissimo tutti allo stesso modo e che non fossimo fra noi divisi; quello che Gesù Cristo presso alla morte aveva chiesto al suo divin Padre, che fossimo con lui una cosa sola; quello che per grand’elogio fu detto di noi Cristiani dall’Apostolo S. Paolo, che siamo un corpo solo ed un solo spirito, che vi ha un solo Dio, una sola Fede, un solo Battesimo, perché vi ha un solo Padre e Signore di tutti. Alla vista di questo spettacolo cosi bello, se voi aggiungete quel che abbiamo detto di sopra, che quelle verità, che noi teniamo al presente, furono tenute da tutte le generazioni cattoliche che ci precedettero da Gesù Cristo in qua, voi non potrete non ammirare e ringraziare la bontà di Dio, che ha fatto nascere nella S. Chiesa Cattolica la quale ha tanto sicure prove di verità. – L’altra conseguenza che dovrete pur trarre si è che dunque i Protestanti sono in errore, perché sono sempre tra loro divisi. Voi non vi accorgete di questa loro divisione, perchè non conoscete altro che quei maestrucoli disgraziati che vi parlano: ma se conosceste le loro discordie e guerre intestine, vi sentireste muovere a dispetto e ad indignazione. Attendete. Martin Lutero fu il primo a piantare il Protestantesimo, ma subito ebbe una gran guerra coi suoi primi seguaci che lo condannarono. Zuinglio, Carlostadio etc. lo contraddissero acerbamente. Sorse quasi nello stesso tempo un altro capo per nome Calvino e fece la guerra al primo, ed ebbe ancor egli tutti i suoi seguaci che lo oppugnarono. Dietro a questi primi venne Arrigo VIII ed anch’egli seminò discordie e divisioni. Sulla scorta di questi maestri d’errore ne sorsero altri e poi altri, e ciascuno di loro fabbricava una nuova credenza a suo modo. Di che i Protestanti cominciarono a separarsi in tante sette tutte ostili fra di sé: l’una condannava quel che diceva l’altra: si scomunicavano a vicenda, chiamandosi Eretici gli uni gli altri, si perseguitavano, s’investivano e perfino si bruciavano e scannavano quando il potevano. Sopra ogni punto vi era una dottrina speciale, la quale cambiavano ogni anno. E quello che hanno fatto negli anni passati lo fanno anche adesso. Se voi viaggiaste pei paesi protestanti, voi trovereste che le Religioni presso di loro nascono come i funghi. Ogni capo leggero e superbo presume di essere maestro e di tenere tutti per scolari. Dei sarti anche ivi, dei calzolai e perfino delle donnicciole inventano nuove religioni. Di che si trova talvolta che in una famiglia di sei o sette persone vi sono sei o sette religioni diverse. Questo caso tra i Protestanti degli Stati Uniti è tutt’altro che raro. Ed ora ci vogliono vendere questa Babele, questo disordine, questa confusione, questo ammasso di errori, per la vera Religione di Gesù Cristo! Ci vuole pure una fronte di bronzo per fare questi inviti! Sapete quel che rispose un uomo savio, una volta che fu richiesto di farsi Protestante da uno scellerato? Io mi farò Protestante, egli rispose, quando voi mi saprete dire il numero delle sette in che siete divisi voi, e la ragione per cui io debba credere piuttosto a voi che ai vostri avversari.

DEVOZIONE AL CUORE DI GESÙ (15): Il Sacro Cuore di Gesù e l’Incarnazione

[A. Carmagnola: IL SACRO CUORE DI GESÙ, S. E. I. Ed. Torino,1920Imprim. Can. F. Duvina, Torino, 19 giugno, 1920]

DISCORSO XV.

Il Sacro Cuore di Gesù e l’Incarnazione.

Vi è una pagina del Santo Vangelo, che sant’Agostino avrebbe desiderato, che a caratteri d’oro venisse scolpita su tutte le chiese della terra. Questa pagina è la prima del Vangelo di S. Giovanni, ove quest’aquila degli Evangelisti, sollevando il suo volo sino all’altezza dei cieli, incomincia col dichiarare « l’inenarrabile » generazione del Verbo e termina col metterci innanzi « il grande mistero nascosto ai secoli il Dio, » il mistero della divina Incarnazione. « In principio era il Verbo, e il Verbo era in Dio, e il Verbo era Dio. Tutto fu fatto per Lui, e nulla fu fatto senza di Lui, e tutto ciò che fu fatto era vista in Lui …. E questo Verbo si fece carne ed abitò fra di noi, e noi abbiamo veduto la sua gloria, gloria del Figlio Unigenito del Padre, e ci apparve pieno di grazia di verità. » – Or bene, questo mistero principalissimo di nostra santa Religione, questo mistero così grande, così sublime, questo mistero, che ci dice quanto Iddio abbia amato l’uomo, che costituisce della carità divina per l’uomo la dimostrazione e la prova grande e classica per eccellenza, con maggior eloquenza ed efficacia, che non dalla prima pagina di S. Giovanni ci viene simboleggiato e predicato dal Cuore Sacratissimo Gesù. Ed in vero già molti secoli innanzi, Iddio annunziando agli uomini i mirabili effetti di tanto mistero, per mezzo del profeta Ezechiele aveva detto: E darovvi un nuovo cuore, porrò in mezzo a voi un nuovo spirito, e togliendo dalle vostre viscere il cuore di pietra, vidarò un cuore di carne: Dabo vobis cor novum … dabo vobis cor carneum, (XXXIX, 26) come per dire: Io muterò i vostri cuori così duri e così insensibili all’amor di Dio, e li ammollirò col metter loro innanzi il Cuore di carne di un Dio, che parlandovi della carità immensa, che questo Dio vi ha dimostrato nell’incarnarsi per voi, vi costringerà quasi per forza ad amarlo. Miei cari, dopo tutto ciò che abbiamo studiato intorno alla devozione del Sacro Cuore è tempo ornai che ci mettiamo in devota contemplazione di questo Cuore Sacratissimo. Ma questa contemplazione non ha da essere né inerte, né sterile. Gesù Cristo nel mostrare il suo Cuore a Santa Margherita Alacoque, dicendole: « Ecco quel Cuore che tanto ha amato gli uomini, » non glielo mostrò nudo e spoglio, quale si trova nell’umano petto. Ma invece glielo fece vedere sopra un trono di fiamme, contornato di spine, sormontato dalla Croce e con una larga ferita nel mezzo. E ciò fece Egli forse a caso? Oh no certamente! Con tutti questi simboli Egli volle indicarci la sua immensa carità per noi sia nel suo complesso sia nelle prove particolari. Epperò sono queste prove di carità che nella contemplazione del Cuore di Gesù e de’ suoi simboli dobbiamo metterci a meditare. E la prima che tra di esse ci si affaccia è appunto la Incarnazione redentrice. La Chiesa nel suo primo inno ad onore del Sacro Cuore di Gesù lo canta espressamente: « O autore beato del mondo, o Cristo di tutti Redentore, Lume dal Lume del Padre, Dio vero da Dio, fu il tuo amore che t’indusse a prendere un corpo mortale per riparare, novello Adamo, il danno cagionato dal primo: Amor coegit te tuus | Mortale corpus sumere \ novus Adam redderes | Quod vetus Me abstulerat. Prendiamo adunque oggi a considerare la gran prova di carità che ci ha dato Gesù Cristo nell’incarnarsi e farsi uomo per la nostra salute.

I. — Iddio da tutta l’eternità era infinitamente beato in se stesso, né aveva alcun bisogno di uscire dalla solitudine e creare. L’amore tuttavia ve lo indusse. Ed ecco, al suono dell’onnipotente suo fiat, uscir fuori la terra ed il cielo con tutte le loro immense meraviglie, sole, luna, stelle, mari, fiumi, laghi, montagne, piante, erbe, fiori, animali, quadrupedi, uccelli, pesci e rettili. Tutto ciò Egli faceva in sei giorni, o sei epoche, i cui la scienza ad onta delle sue ricerche non è ancora riuscita a determinare la durata. Ma a tutto ciò mancava ancora l’opera più bella. E d ecco che Iddio con infinito amore disse: « Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza.» E come disse, così fece: creò Adamo ed Eva; né contento di ciò li elevò ad uno stato soprannaturale, arricchendoli di grazia, di integrità, di scienza meravigliosa, e facendoli esenti dalla morte e da ogni miseria dell’anima e del corpo. In questo stato, dopo un tempo da Dio stabilito, avrebbero abbandonato questa terra in una dolce estasi di amore divino per passare ai godimenti del cielo per .tutta l’eternità. E tutto ciò Iddio aveva per tal modo congiunto alla natura umana, che i nostri progenitori, generando in quello stato soprannaturale dei figliuoli, insieme colla vita naturale avrebbero in loro trasfusi quegli stessi tesori di grazia, che essi possedevano. Ecco la condizione sublime, in cui il Signore volle costituire da principio i nostri progenitori; condizione che la Chiesa con una frase complessiva chiama giustizia originale. Tuttavia, quasi non bastasse ancora alla bontà ineffabile di Dio, prese per mano i nostri progenitori e li condusse a prender possesso del Paradiso terrestre e a farne il loro speciale soggiorno. Era questo un giardino deliziosissimo irrigato da limpidissimi fiumi e fornito di ogni sorta di piante belle a vedersi e di frutti dolci a mangiarsi, e persino di un albero chiamato della vita, i cui frutti dovevano servire a mantenere l’uomo in una perfetta giovinezza. Oh vita felicissima che doveva esser quella! Qual fortuna lo stare in seno a Dio, e trattare dimesticamente con Lui! Che bel respirare sotto un cielo sempre puro e splendido, non mai intorbidato di lampi, non mai armato di fulmini! Che bel godere sopra una terra, sempre fragrante di primavera, sempre ridente di fiori e di frutti! E poi quel comandare tutto intorno al creato, ai pesci del mare, agli uccelli dell’aria, alle fiere della foresta, e il farsi venire innanzi ora un leopardo, ora una pantera, ora un leone, e averli sotto la mano docili, miti, scherzevoli come agnelli! Oh che incanto! quale felicita! Ma ad un patto, E quale? « Tedi tu, disse Iddio ad Adamo, quell’albero in mezzo a questo Paradiso? È l’albero della scienza del bene e del male. Mangia pure di ogni frutto delle altre piante. Ma del frutto di quell’albero non mangiarne, imperocché in qualunque giorno ne mangerai, indubbiamente morrai. » Ecco la prova che Iddio esige dai nostri progenitori. E qui non vogliate, o miei cari, come taluni, giudicare questa prova come un gioco indegno della grandezza divina. Poiché v’hanno di quelli, i quali ripieni di leggerezza mondana ci dicono, deridendoci, che noi basiamo tutto l’ordinamento del mondo sopra il pomo d’Adamo. Nossignori! noi lo basiamo sulla fede alla parola di Dio e sulla obbedienza alla sua santa volontà. Imperciocché l’albero della scienza del bene e del male era desso nulla più che un albero? Esso era ben altro ancora. Esso era pure un’idea, un simbolo, il limite morale, che Dio aveva posto alla sovranità dell’uomo per provare, nella fede alla sua divina parola e nell’obbedienza al suo divin volere, se Adamo rispondeva ai suoi, benefizi con gratitudine e amore. Là in quell’albero doveva riconoscere, che se era re del mondo visibile, era tuttavia vassallo di Dio. Epperò mentre la proibizione di quel frutto, per una parte si indirizzava ai nostri sensi del corpo, per l’altra si riferiva alle facoltà dello spirito, esigendo per tal guisa una prova da tutto quanto l’uomo, che è corpo e spirito. Or bene, dice S. Agostino, qual precetto più breve da ricordarsi e più facile da eseguirsi? Eppure… quel precetto fu dimenticato e trasgredito. La donna ingannata dal serpente infernale spiccò del frutto vietato, ne mangiò essa, ne diede al marito, il quale ne mangiò esso pure. Così fu consumata la colpa fatale, e Dio non tardò a punirla pronunciando contro i nostri progenitori la condanna, che loro aveva minacciato. E a tale condanna Adamo perde l’originale giustizia e il diritto che aveva al cielo; diventa schiavo di satana e meritevole dell’inferno; e l’ignoranza, l’inclinazione al male, la morte e tutte le altre miserie si scagliano contro dl lui per castigarlo. E in quello stato di scadimento e di dannazione vengono al mondo tutti i suoi discendenti, perciocché egli non può più trasmettere ai suoi figli ciò che ha perduto e tutti gli uomini, secondo l’insegnamento di S. Paolo, sono morti in Adamo, e per natura figliuoli di ira. Quale adunque sarà la sorte dell’umanità? Dovrà essa irreparabilmente perire? Senza dubbio Iddio avrebbe potuto stabilire così. Ma così non volle. Dando alla giustizia quanto chiedeva, volle dare altresì ciò che chiedeva là misericordia,  volle cioè scampare l’umanità dall’eterna rovina. E come? Perdonando senz’altro le iniquità degli uomini senza veruna soddisfazione, oppure anche accontentandosi di una soddisfazione inadeguata alle loro colpe? Certamente anche ciò poteva farlo. Ma in tal caso non sembra che, almeno dinnanzi ai nostri occhi, la sua giustizia avrebbe perduto alcunché del suo splendore? Comunque sia la cosa, egli è corto, che Iddio stabilì di rialzare gli uomini dal loro stato di colpa è di dare agli stessi la salute, esigendo della colpa una adeguata riparazione. Ora se il peccato, come dice S. Tommaso, per ragione della maestà influita di quel Dio, contro del quale è rivolto, riveste una cotale infinità di milizia e se al dir di S. Paolo (Hebr. IX,22) non vi ha remissione senza spargimento di sangue, come mai il peccato poteva essere adeguatamente riparato? Forse col sangue di migliaia e migliaia di animali scannati sugli altari ed offerti in sacrificio di espiazione a Dio? Così credette l’umanità, e così credendo moltiplicava ogni anno le sue ecatombi. Ma indarno! essendo impossibile, come ancora si espresse S. Paolo, (Hebr. X, 4) che col sangue dei tori e dei capri si tolgano i peccati. Ed in vero, che cosa è mai il sangue anche di tutti gli animali del mondo per riparare adeguatamente una colpa di malizia infinita? Allora forse si riparerà con lo spargere il sangue degli uomini? Anche ciò si credette dagli antichi, e non esagero punto dicendo, che a tal fine furono immolate milioni di vittime umane. Talvolta erano uomini colpevoli, il più delle volte prigionieri di guerra, i quali rivestiti di abiti regali, adorno il capo di sacre bende, erano condotti agli altari, ed ivi fra il suono delle cetre e il canto dei sacerdoti venivano crudamente sacrificati. E quando sii pensò, che ciò non fosse ancor bastante per placare il cielo sdegnato si ricorse alle vittime innocenti. Teneri bambini, pudiche verginelle erano dessi, nel cui cuore si piantava il coltello nella folle e vana speranza di farne sgorgare un sangue riparatore. Ma come mai potevano piacere a Dio questi esecrandi delitti? Qual compenso potevano dargli del peccato commesso? Vi era forse una adeguata riparazione? No, assolutamente. Il sacrificio di tutto il genere umano non sarebbe bastato; perché richiedevasi una soddisfazione di una infinita efficacia. Era dunque necessario, che una tal soddisfazione fosse data da chi solo poteva darla, cioè da Colui che è infinito, ossia da Dio medesimo. Ma Iddio poteva egli patire e versare il sangue? No, o miei cari. Dunque la persona destinata a dare la conveniente riparazione del peccato non bastava che fosse Dio, bisognava ancora che fosse uomo, affinché come uomo potesse patire e morire; era necessario insomma, che la vittima d’espiazione di tutti i peccati degli uomini fosse ad un tempo uomo e Dio, uomo per potere acquistar meriti al cospetto di Dio, Dio per comunicare ai propri meriti un valore infinito, nella considerazione dei quali Iddio placasse la sua collera e ridonasse agli uomini la salute. Or bene questa vittima umana divina, che sola poteva salvare l’umanità peccatrice, che realmente l’ha salvata, è appunto Gesù Cristo, Verbo incarnato. Egli, con la sua divina Incarnazione entrando nel mondo, senza lasciare di essere vero Dio e prendendo ad essere vero uomo, congiunsein una sola Persona le due nature umana e divina. Ma questo divin Verbo non ha assunto l’umanità sana, impassibile, immortale, quale era nello stato d’innocenza: Egli l’ha assunta debole, malata, soggetta ai patimenti ed alla morte, quale era divenuta dopo il peccato. Egli ha preso una carne, dice S. Paolo, che senza essere intaccata dal peccato, aveva però tutta la esterna rassomiglianza con la carne del peccato: In similitudinem carnis peccati, (Rom. VIII, 3) e quindi capace di soffrire e di morire. Né solamente prese una carne esternamente simile a quella del peccato, ma sebbene « santo, innocente, senza macchia, segregato dai peccatori, » (Hebr. VII, 26)si sostituì al genere umano colpevole e, senza aver mai conosciuto il peccato, divenne, secondo l’energica espressione dell’Apostolo, il peccato vivente, (Cor. V, 21) poiché fece sue tutte le disobbedienze, tutte le ribellioni, tutte le empietà, tutti i sacrilegi, tutte le bestemmie, tutte le crudeltà, tutte le ingiustizie, tutte le brutture, tutte le colpe insomma che si commisero e si commetteranno da quel giorno, in cui prevaricò Adamo sino a quello in cui il mondo arso e distrutto darà principio all’eternità. Quindi è Lui, sopra del quale il divin Padre, sdegnato per le iniquità degli uomini, scatena le folgori della sua collera divina; è Lui, che nasce nella povertà di una spelonca, che, perseguitato a morte fin dal suo primo apparire su questa terra, prende la via dell’esilio, che per trent’anni soffre la fatica e gli stenti in una oscura bottega, che per tre anni è deriso, disprezzato, calunniato, cercato a morte. È lui, che agonizza in un orto trasudando vivo sangue, che è caricato di catene, satollato di obbrobri, trascinato come vile malfattore davanti ai tribunali, sputacchiato, flagellato, coronato di spine, calpestato. È lui, che è caricato d’una pesante croce, e la porta sulla vetta di un monte, che è spogliato nudo, inchiodatovi sopra, che fra i più atroci tormenti versa il suo sangue divino e muore, esclamando con ragione: Consummatum est: tutto è consumato; la redenzione dell’uman genere è compiuta! Sì, la redenzione del genere umano è compiuta, perché sotto le pelli odiose di Esaù, come osserva il grande S. Agostino, sotto il velo della carne di peccato, il vero Giacobbe, il Verbo eterno, ha conservato la sua voce divina, la santità, i meriti, i diritti, la dignità di Figlio di Dio. Ed essendo vero Dio ha potuto dare alle sue umiliazioni, ai suoi dolori, alla sua morte il valore e il merito munito delle azioni di Dio, ed offrire a Dio una soddisfazione infinita. E fu in questo modo, come aveva vaticinato Davide, che la verità dei decreti di Dio e la misericordia per l’uomo si andarono incontro, che la giustizia e la pace si baciarono a vicenda: Misericordia et veritas obviaverunt sibi: iustitia et pax osculatæ sunt;(Ps. LXXXIV, 11) fu così che ad ogni uomo di buona volontà venne restituita la grazia e l’amicizia di Dio, la vita, la libertà, la pace, l’onore e la fecondità dell’anima; fu così che venne strappato lo scettro alla morte, che fu rovinato l’impero di satana, che fu chiuso l’inferno a chi non si ostina di volervi discendere, che fu aperto il Paradiso a quanti vi vogliono entrare; fu così insomma che venne operato il grande mistero della nostra redenzione. O mio caro Gesù, vero Dio e vero uomo, come potrò io riguardare il simbolo del vostro Cuore, che così efficacemente mi parla della redenzione nostra, e non sentirmi commosso nelle più profonde viscere? Come potrò io pronunciare il vostro nome adorabile, che significa la mia salute, e non erompere nel più nobile e sublime cantico di gratitudine? Come potrò mirarvi così amante dell’anima mia e non istruggermi ancor io d’amore per voi?

II. — Ma se il simbolo del Cuore di Gesù Cristo ci dice con tanta efficacia, che il divin Verbo si è incarnato per operare la nostra salute, con efficacia non minore ci dice in secondo luogo, che si è incarnato per togliere la nostra miseria. Dopo il peccato di Adamo, la miseria di mente e di cuore, in cui cadde l’umanità, fu veramente orribile. In breve oscuratasi la vera nozione di Dio, dalla maggior parte degli uomini si cadde nella più turpe idolatria, adorandosi come divinità statue di legno, di pietra, di metallo, ed anche mostri irragionevoli ed altre cose insensate. Anzi per siffatto riguardo si calò così al basso, da supporre negli dei le più ributtanti passioni e da ritenere quale divinità gli stessi vizi e delitti. Quindi nelle loro più infami laidezze i pagani, a chi avesse cercato di riprenderli e farli vergognare delle loro turpitudini, potevano rispondere: Ciò che è lecito agli dei, perché deve essere illecito per noi? E per questo appunto satana faceva adorare i mostri di iniquità, perché gli uomini commettessero senza ripugnanza ogni sorta di scelleraggini. E così accadeva pur troppo, come attesta S. Paolo: « Gli uomini erano ricolmi di ogni iniquità, di malizia, di dissolutezza, di avarizia, di malvagità, di invidia, di omicidio, di frode, senza amore, senza legge, senza compassione. (Rom. I , 29) Si getti puro lo

sguardo sopra le città più famose: Ninive, Babilonia, Corinto, Efeso, Roma. Si entri pure nei palagi, nelle scuole, nei teatri e persino nei templi, ma da per tutto vedrete nefandità orribili. Vedrete l’uomo individuo impazzito sino al punto da voler essere riputato un Dio e volere come Dio altari, sacrifici ed incensi; talmente avvilito da lasciarsi dietro di gran lunga le bestie nei raffinamenti e negli abissi del male. Sardanapalo, Baldassarre, Nabucodònosor, Tiberio, Nerone, Eliogabalo, Vitellio, Lucullo sono nomi che dicono tutto. E insieme con l’individuo decaduta miseramente anche la famiglia! Il padre è un vero tiranno. La donna è stimata un nulla, tradita, disonorata, malmenata, ripudiata, venduta senza alcun riguardo per la sua dignità di sposa e di madre. Ma alla sua volta essa inferocisce contro dell’uomo, e se si vede ad un tratto il capo di casa impallidire e cadere esanime alla mensa, gli è, che al solo tempo di Cesare cento e settanta mogli avvelenarono i loro mariti. Il bambino che nasce, è palpato a guisa di un bruto e, se non promette di essere uomo robusto, è spietatamente dannato alla morte, e lo si getta a perire nel fondo delle cloache o nei campi ad essere divorato dai cani. I vecchi e gli infermi, come gente inutili, o sono precipitati da altissime torri, o sono scannati, cotti e mangiati per delizia in qualche convito fra i congiunti, sono rinchiusi in qualche isola a perire miseramente di dolore e di fame. Lo schiavo poi trattato come una bestia da soma, e la sua vita rimessa interamente al più stupido capriccio del suo padrone. E insieme con l’individuo e con la famiglia decaduta la società. Barbarie orribili e stragi spaventose durante la guerra; prepotenze, ingiustizie, rapine, concussioni ed usure durante la pace: ricchi sfondati e superbi di fronte a poveri ridotti all’estrema miseria, e cacciati dalla società come gente lurida ed insoffribile; popoli che gavazzano negli spettacoli di sangue e di pubblica dissolutezza, e re, che vorrebbero che l’umanità non avesse che una testa sola per procurarsi il piacere di troncarla di un colpo solo. È bensì vero, che in un mondo così corrotto di mente e di cuore non mancavano dei savi e dei filosofi, che sembravano sollevarsi da tale abbiezione, ma anzi tutto per riguardo alla loro vita per lo più non v’era che parvenza ed ipocrisia; giacché Aristotele, sebbene predicasse la virtù, tuttavia consacrò il furto, l’omicidio e il suicidio; Platone fece innocenti gli amori contro natura e la comunanza delle donne; Cicerone per avere il numero legale di morti, che doveva dar diritto agli onori del trionfo, fece trucidare in una sola notte seimila prigionieri di guerra; Catone così celebrato per la sua severa virtù, per attestato di Orazio, suo panegirista, compiacevasi di attingere le sue forze e il suo calore nel vino. Ecco quali erano le persone più oneste dell’antichità, quali erano i savi ed i filosofi che si sollevavano al disopra degli altri uomini, inspirandosi dal dio del vino e portando i loro omaggi alla dea della sozza voluttà. Per riguardo poi alla loro dottrina difettavano sempre di verità e di autorità. Poiché, sebbene una qualche verità fosse da loro conosciuta, cadevano tuttavia in gravissimi errori ed assurdi e, pur volendo ritrarre il popolo dallo scostumato vivere, non proponevano come premio della virtù come castigo del vizio, se non il passaggio dell’anima nel corpo di un animale bello o brutto, e l’andata ai campi Elisi o al Tartaro, cose al tutto inette e fantastiche. Ecco in qual miseria erasi caduti dopo la prima colpa, lungo il corso di quattromila anni. E tale miseria ora così profonda, che gli uomini stessi conoscendola, non facevano che sospirare da tutte le parti del mondo, dall’Oriente e dall’Occidente, da Bòrea e da Mezzodì, che venisse in sulla terra un universale restauratore. Ora, di fronte ad una miseria così grande, poteva essere che Iddio non ne sentisse pietà e non pensasse a toglierla dal mondo? Ah! il togliere l’altrui miseria, dice l’Angelico S.Tommaso, è cosa che massimamente compete a Dio, e la misericordia, come dice la Chiesa, è perfezione al tutto propria di Lui. Oh sì! Il Cuore di Dio è troppo amante degli uomini perché non si commuova allo stato, in cui sono caduti e non pensi di sollevarli; e se Egli parve essere insensibile per il corso di quattromila anni, ciò non fu, se non perché gli uomini sperimentassero meglio il bisogno che avevano della misericordia sua, e questa facendosi sentire, quando la miseria degli uomini fosse giunta al colmo, avesse a risplendere in tutta la sua grandezza. Ma in qual modo adunque Iddio prese a togliere la miseria dall’umanità? Col grande mistero della divina Incarnazione, attestatoci dal Cuore di carne di Gesù Cristo: propter nos homines et propter nostrani salutem descendit de cœlis, et incarnatus est…. et homo factus estPerciocché, come piacque a Dio creare il mondo per mezzo del divin Verbo, così ancora volle ristorare il mondo in questo Verbo incarnato: instaurare omnia in Christo. (Eph. I, 10)E per la divina Incarnazione « apparve la grazia del divin Salvatore a tutti gli uomini, ammaestrandoli a rinnegare l’empietà e i secolari desideri, e a vivere sobriamente, giustamente e piamente nella speranza della eterna beatitudine. (Tit. II) » Sì, o miei cari, Gesù Cristo, Verbo incarnato, suprema Verità e Maestro infallibile, si fa a predicare agli uomini la vera dottrina, e in opposizione al culto e alla molteplicità degli dei falsi e bugiardi insegna, che bisogna adorare un solo Dio in spirito e verità, amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta la volontà, con tutte le forze; in opposizione ai vizi, che deturpano il cuore umano, alla superbia, all’egoismo, all’impudicizia, insegua l’umiltà, la carità, la purità; in opposizione al disprezzo dei poveri, dei meschini e dei sofferenti, insegna la beneficenza, l’amor fraterno, la generosità, il sacrificio; in opposizione allo spirito di ira e di vendetta, insegua la mansuetudine, la dilezione degli stessi nemici, in opposizione all’amore delle ricchezze, dei piaceri e degli onori, insegna la povertà, la pazienza, la mortificazione e l’importanza unica della salvezza dell’anima. E la sua predicazione non è sterile ed infeconda, anzi come per incanto opera i più meravigliosi mutamenti nelle idee e nei costumi degli uomini, e cangia quasi all’improvviso la faccia della terra, perciocché la sua è predicazione di un Dio, comprovata dai più strepitosi miracoli, e tutto ciò che Egli insegna agli altri, lo mostra prima praticato in se stesso nel grado più perfetto, e i premi che promette agli esecutori dei suoi insegnamenti e precetti, non si riducono a ricompense temporali, incerte e chimeriche, ma a ricompense spirituali, eterne e sicure. Né è la mente soltanto, che Egli prende a ristorare, ma con la mente altresì il cuore. Perciocché daimeriti infiniti della sua passione e morte trae fuori quegli immensi tesori di grazia, che scendono sul cuore degli uomini per i canali dei Santi Sacramenti, lo saneranno da tutte sue infermità, gli daranno la vera vita e lo rinforzeranno in ogni età e in ogni stato a combattere le inclinazioni della corrotta natura, e a mantenersi degno della compiacenza di Dio. Ah senza dubbio, anche dopo l’incarnazione dì Gesù Cristo, la miseria dell’errore e della corruzione ha continuato e continua ad esistere, ma non è già perché Gesù Cristo non abbia recato sulla terra ciò che era atto a toglierla, egli è bensì perché molti tra gli uomini hanno continuato e continua tuttora ad opporsi sciaguratamente alla sua opera di ristorazione. Che se tutta l’umanità riconoscendo l’immenso beneficio che Gesù Cristo, con la sua Incarnazione venne a farle, aprisse tutto il suo cuore ben disposto a goderne i frutti, la miseria del peccato, per virtù del Verbo Divino fatto Carne, non esisterebbe più in alcun angolo della terra e regnerebbe da per tutto la ricchezza della grazia. Quanto grande adunque è la prova d’amore, che ci ricorda il Simbolo del Sacro Cuoreparlandoci del mistero della divina Incarnazione!

III. — Ma per tal guisa, questo Sacratissimo Cuore, oltre al dirci che Gesù Cristo si è incarnato per operare la nostra redenzione e per togliere la nostra miseria, ci dice ancora in terzo luogo, che Gesù Cristo si è incarnato per esaltare la nostra natura. Ed invero, fin dalla creazione di Adamo Iddio aveva fatto dell’uomo un essere grande. Perciocché raccogliendo nel suo corpo gli elementi dispersi in tutte le altre creature della terra, ne fece come un compendio ammirabile di tutte, opperò a tutte superiore. Dotandolo poi di un’anima spirituale, intelligente e libera, con cui lo potesse conoscere, amare e servire, lo rese di poco inferiore agli Angeli stessi del Cielo, che sono puri spiriti, e per tal guisa l’uomo non fu più solamente un compendio delle creature terrene a lui inferiori, ma un insieme, più ammirabile ancora, delle creature terrene e delle creature angeliche. Sì, dice S. Gregorio Nazianzeno, l’uomo divenne come la pietra angolare, il centro misterioso, il rappresentante reale di tutto ciò che è stato creato e in cielo e in terra. Quale grandezza! Ha ben ragione il reale salmista di esclamare: Signore, nel tuo immenso amore per l’uomo lo hai coronato di onore e di gloria: Gloria et honore coronasti eum, Domine. (Ps. VIII, 6) Ma per il mistero dell’incarnazione divina l’uomo, già così grande fin dalla sua creazione, fu esaltato immensamente di più. – Avendo il divin Verbo stabilito di redimere il genere umano, di scendere perciò alla condizione delle sue creature, poteva senza dubbio, secondo l’insegnamento di S. Paolo, assumere natura angelica. Gli Angeli del paradiso, come dicono i santi Dottori e specialmente S. Tommaso, non sono, come l’uomo, individui di una stessa specie, ma ciascuno di essi istituisce una specie a sé, perciocché ciascuno differenzia dall’altro per intelligenza e bellezza, e tutti perciò sono l’uno più bello e più intelligente dell’altro. Ora quale degnazione avrebbe avuto Iddio, se per operare il mistero della redenzione  nostra, si fosse fatto simile al più bello ed al più intelligente degli Angeli! Sarebbe stata pur sempre una degnazione infinita, essendo pur sempre infinita la distanza, che passa tra il Creatore e la creatura, per quanto la più sublime. Ma Iddio, non solo non elesse di farsi simile all’Angelo più bello e più intelligente, ma neppure di farsi simile all’infimo di essi. Egli volle discendere tutta la scala delle creature ragionevoli ed arrivare fino all’uomo, incarnandosi e facendosi uomo ancor esso: Nusquam, angelos apprehendit, sed semen Abrahæ; (Hebr. II, 16) alla natura angelica ha preferito larazza di Abramo, la natura umana. Quale riguardo per l’uomo, quale amore! e quale elevatezza per la sua natura! Giacché, intendiamolo bene, pel mistero dell’Incarnazione la carne, che Gesù Cristo ha preso, è la carne nostra, la forma è la forma nostra, la vita è la vita nostra! Ecco adunque spiegato, secondo S. Paolo, il motivo, per cui Iddio alla creazione dell’uomo parve attaccare una speciale importanza ed applicavisi con una speciale attenzione; il primo Adamo era la figura del secondo, cioè di Gesù Cristo: Adæ, qui est form futuri; (Rom. V, 14) Gesù Cristo nel venire a compiere il grande mistero della redenzione avrebbe preso le sembianze dell’uomo, si sarebbe rivestito di un corpo umano.Ma ciò non è ancor tutto. Gli Angeli del Paradiso creati come l’uomo per l’eterna beatitudine, prima di essere ammessi definitivamente alla medesima dovettero sottostare ancor essi ad una prova. Ora lasciando pure da parte, che questa prova, secondo la più comune sentenza dei sacri dottori, dovette consistere nell’adorazione del divin Verbo Incarnato, che Iddio mostrò alle loro intelligenze nella pienezza dei tempi, il certo sì è che senza l’aiuto della grazia divina, nessuno di loro avrebbe potuto vincere la prova; e questa grazia non è loro mancata. Ma donde venne loro, se non da Gesù Cristo, Verbo Incarnato? Sono i meriti suoi, acquistati nella natura umana e resi di valore infinito dalla natura divina, che acquistarono tutte le grazie, che aiutano, adornano ogni creatura e la rendono degna della compiacenza di Dio. Epperò tutti gli Angeli del cielo, che sottostettero alla prova per loro da Dio stabilita, non lo fecero altrimenti se non mediante la fiducia nei meriti di Gesù Cristo, unito alla natura umana e fatto uomo. Il che ha fatto dire a S. Bernardo, che il medesimo Gesù Cristo, fu il Salvatore dell’uomo, fu ancora il Salvatore dell’Angelo: Idem quippe et angeli Salvator et hominis; (Serm. 1 de circum.) non già redimendoli dal peccato di Adamo, che non ha certamente potuto penetrare là dove non vi fu la generazionisua razza, ma aiutandoli colla sua grazia a non cadere, che, come spiega altrove, quel medesimo Gesù Cristo, il quale con la sua mano pietosa ha sollevato l’uomo dalla sua caduta, ha impedito all’Angelo di cadere, quello stesso Verbo incarnato, che ha spezzate le catene del servaggio dai polsi dell’uomo, ha impedito all’Angelo che diventasse schiavo. Così adunque l’umana natura per il mistero della divina Incarnazione non solamente è divenuta partecipe della natura divina, ma per sovrappiù ha servito ad apportare la grazia di salute a tutte le creature intelligenti, e agli uomini e agli Angeli. Poteva adunque essere sollevata a maggiore altezza? Ma finalmente pel mistero della divina Incarnazione l’umana natura divenne capace di rendere a Dio quell’onore infinito e quella infinita gloria, che gli sono dovuti. Qualunque creatura per quanto innocente, pura e perfetta, non avrebbe potuto giammai né onorare né amare Iddio come merita di essere onorato ed amato, perché per la condizione sua di creatura si sarebbe trovata mai sempre ad una distanza infinita dal Creatore. E per tal guisa mancando la creatura capace di rendere a Dio il culto proporzionato alla sua maestà e alla sua grandezza infinita, Egli sarebbe rimasto privo della gloria esterna di questo culto. Ora, sebbene Iddio sia infinitamente beato in se stesso, né abbia bisogno alcuno della gloria accidentale, che gli può venire dalle sue creature, non vi può tuttavia siccome Creatore rinunziare. E dunque, come gli sarà resa in quella misura, che gli si conviene? Come mai l’uomo, ente finito, potrà rendergli un onore e una gloria infinita? Questo mezzo ineffabile, che nessuna mente creata non avrebbe potuto immaginare giammai, l’ha trovato Iddio con la sua sapienza infinita e l’ha operato colla sua virtù, col mistero chiamato dal profeta (Hab. III, 2) l’opera di Dio per eccellenza: Opus tuum, e dall’Apostolo il capolavoro della sapienza e virtù di Dio: Dei virtutem et Dei sapientiam, (I Cor. I, 24) il mistero cioè dell’Incarnazione del Verbo. Per questo mistero si può dire: Un Dio è uomo, ed un uomo è Dio; ed in Gesù Cristo Verbo Incarnato, le cui azioni sono umano-divine, Iddio riceve dall’uomo un culto veramente infinito, perché l’uomo, che gli rende un tal culto, non è uomo soltanto, ma è pur vero Dio. Anzi siccome Gesù Cristo col mistero della divina Incarnazione è venuto a renderci figli di Dio, epperò suoi fratelli, e compartecipi delle sue grandezze, perciò tutti coloro, qui sunt in Christo Jesu, (Rom, VIII, 9) che sono incorporati a Gesù Cristo per mezzo della grazia, e formano le sue vive membra per l’efficacia dei meriti infiniti di Gesù Cristo applicati alle loro opere, anche nella più piccola di esse, rendono essi medesimi a Dio un onore infinito, del quale Iddio non può non infinitamente compiacersi. O grandezza, o dignità, o potenza veramente sublime, a cui l’uomo fu esaltato pel mistero della divina Incarnazione! Sì, il Cuore di Carne del divin Redentore ci predica una delle prove più grandi del suo amore per noi! Ma intanto se per questo mistero noi siamo sollevati ad una dignità così grande, e siamo fatti partecipi della divina natura, oseremo tralignare alla viltà della nostra antica origine? Per questo mistero avendo noi la carne, che Gesù Cristo ha divinizzata, ci sentiremo noi l’ardire di farla carne di peccato? Ah! no, o caro Gesù, noi vogliamo d’ora innanzi comportarci in modo degno della nostra grandezza; vogliamo d’ora innanzi rispettare il nostro essere, da voi sì altamente elevato; e per non dimenticare giammai questo sacrosanto dovere fisseremo sovente il nostro sguardo sopra il vostro Cuore adorabile, che così efficacemente ci simboleggia e ci ricorda l’amore che voi ci avete portato nel mistero della vostra Incarnazione. Aiutateci con la vostra grazia a conseguire da tale considerazione il frutto che desideriamo, cioè di non contaminare più mai il nostro essere con la macchia del peccato, ma di conservarlo invece adorno di quella grandezza e di quella beltà, di cui voi l’avete arricchito, e per cui speriamo renderci degni per sempre della vostra compiacenza.


IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE (2)

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE (2)

[P. Lorenzo SCUPOLI, presso G. A. Pezzana, Venezia – 1767)

CAPO PRIMO

Volendo tu, figliuola in Cristo amatissima, conseguire l’altezza della perfezione, ed accostandoti al tuo Dio, diventare uno stesso spirito con Lui, ch’è la maggiore e la più nobile impresa, che dire e immaginar si possa, hai prima da conoscere, in che cosa consista la vera e perfetta vita spirituale. – Perché molti, senz’altro pensare, l’hanno posta nel rigore della vita, nella macerazione della carne, nei cilici, nei flagelli, nelle lunghe vigilie, nei digiuni, ed in altre simili asprezze e corporali fatiche. – Altri, e particolarmente le donne, si danno a credere di esser giunte a gran segno, quando dicono di molte orazioni vocali, odono molte Messe, e lunghi Uffizi, frequentano le Chiese, e le Comunioni. Molti altri (tra i quali se ne ritrova talvolta qualch’uno che, vestito d’abito religioso, vive nei Chiostri) si sono persuasi che la perfezione in tutto dipenda dal frequentare il Coro, dal silenzio, dalla solitudine, e dalla regolata disciplina. E così, chi in queste, e chi in altre somiglianti azioni, tiene che sia fondata la perfezione. – Il che però non è così, che siccome dette operazioni sono ora mezzo d’acquistare spirito, ed ora frutto di spirito, così dire non si può che in esse sole consista la perfezione cristiana, ed il vero spirito. – Sono, senza dubbio, mezzo potentissimo d’acquistare spirito a quelli che bene, e discretamente l’usano per prendere vigore e forza contro la propria malizia, e fragilità,- per armarsi contro gli assalti, ed inganni dei nostri comuni nemici, per provvederli di quelli aiuti spirituali, che a tutti i servi di Dio, ed ai novelli massimamente sono necessari. –  Sono poi frutto di spirito nelle persone veramente spirituali, le quali castigano il corpo, perché ha offeso il suo Creatore e per tenerlo soggetto ed umiliato nel suo servigio: tacciono, e vivono solitarie per fuggire qualunque minima offesa del Signore, e per conversare nei cieli: attendono al culto divino ed all’opere di pietà, orano e meditano la Vita e Passione di Nostro Signore non per curiosità e gusti sensibili, ma per conoscere vieppiù la malizia propria, e la bontà, e misericordia di Dio: per Infiammarsi sempre più nell’amor divino, e nell’odio di loro stessi, seguendo con l’abnegazione loro e, Croce in spalla, il Figliuolo di Dio, frequentano i Ss. Sacramenti per gloria dì S. D. M. per più congiungersi strettamente con Dio, e per pigliar nuova forza contro i nemici. – Ma ad altri poi, che pongono nelle suddette operazioni esteriori tutto il fondamento loro, possono non per difetto delle cose in sé (che tutte sono santissime) ma per difetto di chi le usa, porgere talvolta più che i peccati aperti, occasione di rovina; mentre in esse solo intenti, lasciano il cuore in abbandono in mano delle inclinazioni, e del demonio occulto, il qual vedendo, che quelli già sono fuori del diritto sentiero, gli lascia non solamente continuare nei suddetti esercizj con diletto; ma anco spaziare, secondo il loro vano pensiero, per le delizie del Paradiso, dove si persuadono d’essere sollevati tra i Cori Angelici, e di sentire Dio dentro di loro, i quali talora si trovano tutti assorti in certe meditazioni piene d’alti, curiosi, e dilettevoli punti, e quali scordati del mondo e delle creature, par loro d’essere rapiti al terzo Cielo.  – Ma in quanti errori si trovino quelli avviluppati, e quanto siano lontani da quella perfezione che noi andiamo cercando, facilmente si può comprendere dalla vita e costumi loro. Perché vogliono questi in ogni cosa grande e piccola essere preferiti, ed avvantaggiati agli altri sono di proprio capo, ed ostinati ad ogni loro voglia, e ciechi ne’ propri, sono solleciti e diligenti osservatori, e mormoratori dei detti e fatti altrui. Che se tu li tocchi per un poco in una loro vana riputazione, in che essi si tengono, e si compiacciono esser tenuti dagli altri, e li levi da quelle divozioni, che usano a stampa, si alterano tutti e s’inquietano soprammodo. – E se Iddio per ridurli al vero conoscimento di loro stessi ed alla strada della perfezione, gli manda travagli ed infermità, o permette persecuzioni (che non vengono mai senza sua volontà, così volendo o permettendo, e sono la pietra del tocco della lealtà dei servi suoi), allora scoprono il loro falso fondo, e l’interiore corrotto e guasto della superbia, perché in ogni avvenimento o tristo o lieto che sia, non vogliono rassegnarsi, ed umiliarsi sotto la divina mano, acquietandoli nei giusti sempre, benché segreti giudizi di Dio, né ad esempio del suo umiliato ed appassionato Figliuolo, abbassarsi sotto tutte le creature, tenendo per cari amici i persecutori, come strumenti della divina bontà, e cooperatori alla  mortificazione, perfezione e salute di loro stessi. –  La onde certa cosa è, che questi tali sono posti in grave pericolo, perché avendo l’occhio interno ottenebrato, e mirando con quello loro medesimi e l’operazioni esterne che sono buone, s’attribuirono molti gradi di perfezione, e così insuperbiti giudicano gli altri, e per loro non è chi li converta, fuorché uno straordinario aiuto di Dio. –  Perciocché aliai più agevolmente si converte, e riduce al bene il peccatore manifesto, che l’occulto e coperto col manto delle virtù apparenti. – Tu vedi dunque figliuola chiaramente che, nelle suddette cose, nel modo, che ti ho dichiarato, non consiste la vita spirituale. – La quale hai da sapere, che in altro non consiste, che nel conoscimento della bontà e grandezza di Dio, e del nostro niente, ed inclinazione ad ogni male; nell’amor suo, ed odio di noi stessi; nella soggezione non solo a Lui, ma per amor suo ad ogni creatura; nella espropriazione d’ogni nostro volere, e rassegnazione totale nel suo divino piacimento, ed oltre ciò, che tutto quello si voglia, e faccia da noi puramente per gloria di Dio, e per suo solo compiacimento, e così Egli vuole e merita di essere amate, e servito. – Questa è la legge di amore impressa dalla mano dell’istesso Signore nei cuori dei suoi fedeli servi. Questa è la negazione di noi medesimi, che ricerca da noi. Questo è il soave giogo, ed il peso suo leggero. Questa è l’ubbidienza, alla quale con l’esempio e con la voce, il nostro Redentore e Maestro ci chiama. – E poiché aspirando nell’altezza di tanta perfezione, hai da fare continua violenza a te stessa, ad espugnare generosamente, ed annichilare tutte le voglie, o grandi o piccole che siano, di necessità conviene che con ogni prontezza d’animo ti apparecchi a questa battaglia, poiché la corona non si dà se non ai valorosi combattitori. – La quale, siccome è più d’ogni altra difficile (poiché combattendo contro di noi, siamo da noi stessi combattuti), così la vittoria ottenuta, sarà di ogni altra più gloriosa, e a Dio più cara. – Perché se tu attenderai a calcare e a dar morte a tutti i tuoi disordinati appetiti, desideri e voglie, ancorché minime, farai maggior piacere e servigio a Dio, che se tenendo alcune di quelle volontariamente vive, ti flagellassi infino a sangue, e digiunassi più che gli antichi Eremiti ed Anacoreti, o convertissi al bene le migliaia di anime. Che quantunque il Signore abbia cara più in sé la conversione dell’anime che la mortificazione d’una voglietta, nondimeno tu non hai da volere, né da operar altro più principalmente, che quello, che quello Signore da te ristrettamente ricerca e vuole. –  Ed Egli senza fallo più si compiace, che tu ti affatichi, ed attenda a mortificare le tue passioni, che se tu lasciandone pur una avvedutamente, e volontariamente viva in te, lo servissi in qualunque cosa, sia pur grande, e di maggior momento. – Ora, che tu vedi figliuola in che consiste la perfezione Cristiana, e che per acquistarla hai da imprendere una continua, ed asprissima guerra contro te stessa, e fa bisogno, che di quattro cose, come d’armi sicurissime e necessarie ti provveda per riportare la palma e restar vincitrice in questa spirituale battaglia. Queste sono:

la diffidenza di noi stessi.

la confidenza in Dio,

L’esercizio, e

L’orazione.

Delle quali tutte con l’aiuto divino e con facile brevità tratteremo.

Della diffidenza di noi stessi

CAP. II

La diffidenza di te stessa, figliuola, talmente ti è necessaria in questo combattimento, che senza quella tu hai da tenere per certo che non solamente non potresti conseguire la desiderata vittoria, ma neppure superare una ben piccola tua passioncella. – E ciò ti si imprima bene nella mente, imperocché noi siamo pur troppo facili, ed inclinati dalla natura corrotta ad una falsa stima di noi stessi, che essendo veramente non altro che un bel nulla, ci diamo pure ad intendere d’essere qualche cosa, e senza fondamento veruno vanamente delle proprie forze presumiamo. – Questo è difetto assai difficile a conoscersi, e dispiace molto agli occhi di Dio, che ama e vuole in noi una leale cognizione di quella certissima verità, che ogni grazia e virtù derivi in noi da Lui solo, che è fonte d’ogni bene, e che da noi nessuna cosa, neppure un buon pensiero, può venire che a grado gli sia. – Ed avvenga che questa tanto importante diffidenza sia per anche opera della sua divina mano, che suole darla ai suoi cari amici, ora con sante ispirazioni, ora con aspri flagelli, e con violente e quasi insuperabili tentazioni, o con altri mezzi non intesi da noi medesimi, pure volendo Egli, che insieme dalla nostra parte si faccia quello che tocca a noi, ti propongono quattro modi, con i quali aiutata principalmente dal superno favore, tu possa conseguire tal diffidenza.

– Il primo è che tu consideri, e conosca la tua viltà, e nullità e che da te non puoi fare alcun bene, per cui meriti di entrare nel Regno dei Cieli.

– Il secondo è, che con ferventi preghiere la domandi spesso ad esso Signore, polche è dono suo. E per ottenerla, prima ti hai da mirare non pure ognuna d’essa, ma al tutto impotente ad acquistarla da te. Così preferendoti più volte davanti alla Divina Maestà, con una certa fede, che per sua bontà sia per concedertela, e con perseveranza aspettandola per tutto quel tempo che disporrà la provvidenza sua, non v’è dubbio, l’otterrai. –

– Il terzo modo che ti avvezzi a temere te stessa, il proprio Giudizio, l’inclinazione forte al peccato, gli innumerevoli nemici, ai quali non sei bastante a fare una minima resistenza, il lungo lor uso di combattere o le stratagemma, le loro trasfigurazioni in angelo di luce, e le innumerevoli arti e lacci che nella via stessa della virtù nascostamente ci tendono.

– Il quarto modo è, che quando ti avviene di cadere in qualche difetto, tu allora penetri più dentro e più vivamente nella considerazione della tua somma debolezza, che a questo fine Dio ha permesso la tua caduta, acciocché avvisata dall’ispirazione con più chiaro lume, che prima, conoscendoti bene, impari a dispregiare te stessa, come cosa pur troppo vile, e per tale tu voglia anche dagli altri essere tenuta, e parimente dispregiata, che senza questa volontà, non vi può essere virtuosa diffidenza, la quale ha il suo fondamento nell’umiltà vera, e nella detta cognizione sperimentale. – Imperocché chiara cosa è, che ad ognuno, che vuol congiungersi colla superna luce e verità increata, è necessario il conoscimento di se stesso: che ai superbi e presuntuosi dà ordinariamente la divina Clemenza per via de’ cadimenti, lasciando giustamente incorrere in qualche mancamento, dal quale si persuadono di poterli difendere, acciocché così venendoli a conoscere, apprendano a diffidare in tutto di se medesimi. – Ma di quello mezzo così miserabile non si suole servire il Signore, se non quando gli altri più benigni, che abbiamo detto di sopra, non hanno portato quel giovamento che intendeva la sua Divina Bontà. La quale tanto permette, che cada più o meno l’uomo, quanto maggiore , o minore è la sua e propria reputazione, di maniera che, dove niente di presunzione si ritrovasse, come fu in Maria Vergine, niente parimenti vi farebbe di caduta. – Talché, quando tu cadi, corri subito col pensiero all’umile conoscimento di te stessa, e con importuna operazione, domanda al Signore, che ti doni il vero lume di conoscerti, e la totale diffidenza di te stessa, se non vorrai ricadere di nuovo, e talvolta in più grave rovina.

Della confidenza di Dio.

CAP. III

La diffidenza propria, avvenga che in quella pugna, come abbiamo detto, sia tanto necessaria, nientedimeno, se l’avremo sola, o ci daremo in fuga, o resteremo vinti, e superati dai nemici, e però oltre a questa ti bisogni ancora la totale confidenza in Dio, da lui solo sperando, e aspettando qualunque bene, aiuto, e vittoria. Che siccome da noi, che niente siamo, non ci è lecito prometterci altro che cadimenti, onde dobbiamo di noi medesimi diffidare affatto, così dal Signor nostro ogni gran vittoria conseguiremo sicuramente purché, per ottener il suo aiuto, armiamo il cuor nostro d’una viva confidenza in Lui. – E questa parimente in quattro modi si può conseguire. Primo, col domandarla a Dio. – Secondo, col considerare, e vedere coll’occhio della Fede l’onnipotenza, e sapienza infinita di Dio, al quale niente è impossibile né difficile; e ch’essendo la sua bontà senza misura con indicibile voglia sta pronto ed apparecchiato a dare d’ora in ora, e di momento in momento, tutto quello che ci è di bisogno per la vita spirituale, e totale vittoria di noi stessi, ricorrendo alle sue braccia con confidenza. E come farà possibile, che il  nostro Pastore divino, il quale trentatré anni ha corso dietro alla pecorella smarrita, con gridi tanto forti, che ne divenne rauco, e per via tanto faticosa e spinosa, che vi sparse tutto il sangue, e vi lasciò la vita, ora ch’essa pecorella va dietro a Lui con l’ubbidienza dei comandamenti suoi, o pur col desiderio (benché alle volte fiacco) di ubbidirlo, chiamandolo e pregandolo, ch’Esso non le volga quei suoi occhi di vita, non l’oda, e non se la metta sulle divine spalle, facendone festa con tutti i suoi vicini ed Angioli del Cielo? – Che se non lascia il Signor nostro di cercare con diligenza grande ed amore, e di trovare nella dracma Evangelica il cieco e muto peccatore, come sarà possibile che abbandoni quello che, come smarrita pecorella grida e chiama il suo Pastore? – E chi crederà mai che Iddio, il quale batte di continuo al cuore dell’uomo per desiderio d’entrarvi e cenarvi, comunicandogli i doni suoi, e che aprendosigli poi il cuore ed invitandolo, faccia Egli daddovero il sordo, e non vi voglia entrare? – Il terzo modo per acquistare quella santa confidenza, è il ricorrere con la memoria alla verità della Scrittura Sacra, che in tanti luoghi ci mostra chiaramente, che non restò mai confuso chi confida in Dio. – Il quarto modo, il quale servirà per conseguir insieme la diffidenza di te stessa, e la confidenza in Dio, è questo: Quando ti occorre alcuna cosa da fare, e di prendere alcuna pugna, e vincere te stessa, prima che ti proponga, o risolva di volerla fare, rivoltati col pensiero alla tua debolezza, e diffida affatto, voltati poi alla potenza, sapienza e bontà divina, ed in questa confidando delibera d’operare, e di combattere generosamente, e con quelle armi in mano, e con l’orazione, come nel suo luogo dirò, combatti, ed opera poi. – E se non osserverai quell’ordine, avvegnaché ti paresse di fare ogni cosa in confidenza di Dio, ti troverai in gran parte ingannata, essendo tanto propria all’uomo la presunzione di sé medesimo, e tanto sottile, che di nascosto quasi sempre vive nella diffidenza, che ci pare d’avere di noi stessi: e confidenza, che stimiamo aver in Dio. – Perché tu fugga quanto più sia possibile la presunzione, ed operi con la diffidenza di te stessa e confidenza in Dio, fa di bisogno che la considerazione della tua debolezza vada innanzi alla considerazione dell’onnipotenza di Dio, e tutte queste due alle nostre operazioni.

Come possa conoscersise l’uomo opericon la diffidenza di sé,e confidenza in Dio.

CAP. IV

Pare alle volte assai. al servo presuntuoso, avere ottenuto la diffidenza di sé e la confidenza in Dio, e non sarà così. E di ciò ti chiarirà l’effetto, che produrrà in te il cadimento. – Se tu, dunque, quando cadi, t’inquieti, ti rattristi, e ti senti chiamare ad un certo che di disperazione, di poter andar più innanzi e di far bene, segno certo è che tu confidavi in te, e non in Dio. – E se molta sarà la tristezza, e la disperazione, molto tu confidavi in te, e poco in Dio: essendo che quello che è in gran parte sconfidato  di se stesso, e confidato in Dio, quando cade, non si meraviglia, né si attrista, né si rammarica, conoscendo che ciò gli occorre per sua debolezza, e poca confidenza in Dio, anzi più sconfidato di sé, più assai umilmente confida in Dio, ed avendo in odio il difetto sopra ogni cosa, e le disordinate passioni, cagione del cadimento, con un dolor grande, quieto, e pacifico dell’offesa di Dio, segue poi l’impresa, e perseguita i suoi nemici infino alla morte, con maggior animo e risoluzione. – Quelle cose vorrei, che fossero ben considerate da certe persone, che sanno dello spirituale, le quali, quando sono incorse in alcun difetto, non si possono, né si vogliono dar pace, ed alle volte più per liberarli dall’ansietà ed inquietudine, che nasce dal proprio amore, che per altro, non vedono l’ora d’andar a trovare il Padre spirituale; al quale dovrebbero andare principalmente per lavarsi dalla macchia del peccato, e prender forza contro esso col Santissimo Sacramento.

D’un errore di molti, dai quali la pusillanimità è tenuta per virtù.

CAP. V

Molti in questo ancora s’ingannano, i quali la pusillanimità, ed inquietudine, che segue dopo il peccato (perché è accompagnata da qualche dispiacere) attribuiscono a virtù , non sapendo che nasce da occulta superbia, e presunzione fondata nella confidenza di loro stessi e delle proprie forze, nelle quali perché (stimandosi da qualche cosa) avevano soverchiamente confidato, scorgendo dalla prova della caduta che loro mancano, si turbano e meravigliano, come di cosa nuova e si s’impusillanimiscono, vedendo andato a terra quel sostegno in cui vanamente avevano riposta la confidenza loro. – Non accade quello all’umile, il quale nel suo solo Dio confidando, e di sé niente presumendo, quando incorre in qualsivoglia colpa, ancorché ne senta dolore, non però se ne inquieta, o ne prende meraviglia, sapendo che tutto ciò gli avviene per sua miseria, e propria debolezza da lui, con lume di verità, molto ben conosciuta.

D’altri avvisi, perché acquistiamola diffidenza di noi, e la confidenza in Dio.

CAP. VI

E perché tutta la forza di vincere i nostri nemici, nasce principalmente dalla diffidenza di noi stessi e dalla confidenza in Dio, di nuovo ti provvedo di avvisi perché la consegua con il Divino aiuto. – Hai da sapere dunque, e da tenere per cosa ferma, che né tutti i doni, o naturali, o acquistati, che siano, né tutte le grazie gratis date, né la cognizione di tutta la Scrittura, né l’aver lungamente servito Dio, e fatto in questo la consuetudine, ci farà fare la sua volontà, se in qualunque opera buona, ed accetta negli occhi suoi, che abbiamo da fare, ed in qualunque tentazione, che abbiamo da vincere, ed in qualunque pericolo che abbiamo da fuggire, ed in qualunque Croce che abbiamo da portare, conforme alla sua volontà, non si trova aiutato ed elevato il cuor nostro dal particolare aiuto di Dio, e ne porga anco la mano per farlo. – Dobbiamo dunque noi in tutta la vita nostra, in tutti i giorni, in tutte l’ore, ed in tutti i momenti avere la detta risoluzione: che a questo modo per niuna via, e pensiero potremo mai confidare in noi. – Quanto tocca poi alla confidenza in Dio, sappi che niente è più facile a Dio vincere i pochi, che i  molti nemici, i vecchi ed esperti, che i fiacchi e novelli. – Onde sia pur un’anima carica di peccati, abbia pur tutti i difetti del mondo, e sia difettosa quanto mai immaginarla si possa, abbia pur tentato quanto si voglia, e pigliato qualunque mezzo, ed esercizio per lasciare il peccato, ed operare il bene, né mai abbia potuto acquetare un puntino di bene,  anzi sia andata più ponderosa al male, con tutto ciò non deve mancare di confidar in Dio, né deve mai lasciare le armi e gli esercizi spirituali, ma combattere sempre generosamente perché ha da sapere che, in quella pugna spirituale non perde chi non lascia di combattere e di confidare in Dio, l’aiuto del quale mai non manca ai combattenti suoi, benché alcune fiate permetta che siano feriti: combattasi pure, che qui sta il tutto, che la medicina per le ferite è pronta ed efficace ai combattenti che cercano Dio, e l’aiuto suo con confidenza, e quando meno vi pensano, li troveranno morti, i nemici.

Dell’esercizio, e prima dell’intelletto,che dobbiamo tenere guardatodall’ignoranza, e dalla curiosità.

CAP. VII

Se la diffidenza di noi, e la confidenza in Dio tanto necessarie in quella battaglia, saranno sole, non pure non avremo vittoria di noi stessi, ma precipiteremo in molti mali, onde oltre a quello ci è necessario l’esercizio, che è la terza cosa proposta di sopra. – Questo esercizio si ha da fare principalmente con l’intelletto, e con la volontà. Quanto all’intelletto dalle due cose che sogliono impugnarlo, dev’essere da noi guardato. – L’una l’ignoranza; che l’oscura e gli impedisce la conoscenza del vero, ch’è il suo proprio oggetto. Onde con l’esercizio si ha sa rendere lucido e chiaro, perché possa vedere, e discernere bene, quanto ci fa di mestieri, per purificare l’anima dalle passioni disordinate ed ornarla delle virtù sante. Questo lume in due modi si può ottenere. Il primo e più importante è l’orazione, pregando lo Spirito Santo, che si degni infonderlo nei cuori nostri. Questo lo farà sempre se in verità cercheremo Dio solo, e di fare la sua santa volontà, e se ogni cosa sottoporremo col proprio giudizio a quello dei nostri Padri spirituali. – L’altro modo è un continuo esercizio di profonda e leale considerazioni delle cose per vedere come siano, buone, o ree , secondo se insegna lo Spirito Santo, e non come di fuori paiono, e si rappresentano ai sensi, e giudica il mondo. – Questa considerazione, fatta come ci conviene, ci fa chiaramente conoscere, che si debbano avere per nulla, per vanità e bugia, tutte quelle cose, che il cieco e corrotto mondo ama, e deriderà, e che con vari modi e mezzi va procurando; che gli onori, e piaceri della terra non sono altro che vanità, ed afflizione di spirito; che le ingiurie e le infamie, che ci dà il mondo, portano vera gloria, e le tribolazioni contento; che il perdonare ai nemici e far loro bene, sia magnanimità, ed una delle maggiori somiglianze con Dio; che più vale il dispregiare il mondo, che l’esserne Padrone; che l’ubbidire volentieri per amore di Dio alle più vili creature, è cosa più magnanima e generosa, che il comandare ai Principi grandi. Che l’umile conoscimento di noi stessi si deve pregiar più che l’altezza di tutte le scienze, e che il vincere e mortificare i propri appetiti, per piccioli che siano, merita maggior lode, che l’espugnare molte Città, superare potenti eserciti con le armi in mano; far miracoli, e risuscitare i morti.