LO SCUDO DELLA FEDE (81)

LO SCUDO DELLA FEDE (81)

[S. Franco: ERRORI DEL PROTESTANTISMO, Tip. Delle Murate, FIRENZE, 1858]

PARTE TERZA.

CONSEGUENZE DEL PERDERE LA S. FEDE E MODI DI PREVENIRLE

CAPITOLO IV.

PECCATO ORRENDO CHE È L’ABBANDONARE LA S. CHIESA CATTOLICA.

Domanderete voi forse: ma si perde poi proprio il s. Paradiso per tutta l’eternità, lasciando la Religione Cattolica e facendosi Protestanti? Miei cari, che dubbio vi è? Quelli che sono nati sventuratamente in mezzo dei Protestanti e che senza loro colpa sono privi della verità, che non hanno neppure avuto seri dubbi intorno alla loro Religione, se facciano con semplicità quello che possono e si astengano dai peccati, oppure ne chiedano seriamente perdono a Dio con buoni atti di contrizione, possono ritrovare la via della salute (si veda a proposito il libro del redenterista Rev. M. Mueller: “Fuori dalla Chiesa Cattolica nessuno assolutamente si salva”): ma quelli che avendo ricevuta la grazia preziosissima della Fede Cattolica,  l’hanno poi sacrilegamente abbandonata, per quelli se non ritornano a Dio non vi è altro che la dannazione. E se voi ne dubitaste per ventura sentitene le ragioni. Chi abbandona la S. Fede, commette il più orrendo peccato che si possa commettere da un Cristiano: ma siccome questo peccato è come un vasto mare che contiene mille malvagità, fate di conoscerlo un poco più al minuto. – Contiene la più nera ingratitudine che si possa immaginare verso il Signore. Imperocché, che merito avevamo noi per essere eletti a nascere nella S. Chiesa Cattolica, piuttosto che altrove? Se Dio ci faceva nascere tra’ Giudei, tra’ Mussulmani, tra’ Gentili idolatri, noi avremmo passata una vita tutta di guai e disordini e poi incontrata una morte da bestie e finalmente incorsa un’eternità disperata dentro l’inferno. Che merito avevamo noi ad essere stati invece enumerati tra i figliuoli di Dio nel S. Battesimo e poi con tanta grazia riconfortati e messi sulla strada della salute, giacché perfino i Protestanti lo confessano che noi siamo sulla via del Paradiso? Che merito avevamo noi per un’elezione così amorevole? Fu tutta pura misericordia che il Signore con singolare predilezione volle usare verso di noi. Quale ingratitudine adunque può concepirsi più nera che quella di abbandonare la S. Fede concessaci così pietosamente, rinunziare alla S. Madre Chiesa e gettarci in braccio alla setta Protestante? Contiene un insulto gravissimo a Gesù Cristo; poiché i Cattolici ne godono tutte le tenerezze. Quei che son nati Protestanti e senza loro colpa si trovano fra di loro, non conoscono la verità, possono ancora in qualche modo amare Gesù Cristo, ma il Cattolico Apostata rinunzia totalmente a Gesù e non può più amarlo. Egli sa per Fede che la Chiesa Cattolica è la Sposa di Gesù, e perciò, calpestando la Sposa sa che non può non inimicarsi lo Sposo. Contiene un insulto gravissimo alla S. Chiesa. Il Cattolico sa che Gesù ha collocato nella sua Chiesa tutti i beni spirituali dei suoi fedeli, perché ha voluto che la Chiesa fosse nostra Madre e nostra Maestra. Ora chi si fa Protestante rinunzia a tutte le tenerezze di questa sua Madre, a tutte le sante istruzioni di questa Maestra e la contrista altamente e la disonora in faccia dei suoi nemici. – Se io avessi davanti a me un Cattolico infelice che volesse fare questo passo orribile, sapete che cosa vorrei fare? Quel che fece Agrippina col suo figliuolo Nerone Imperatore. Questi era solito giuocare delle somme immense, che poi perdeva e faceva pagare senza neppur vedere. Per ammaestrarlo, un giorno la madre gli fece trovare la somma che aveva perduta sopra una tavola e gliela fece contare. Allora si avvide quello scialacquatore nel maneggiar tutto quel danaro, che immensa somma fosse quella che aveva perduta. Io vorrei fare lo stesso con quell’infelice che vuole gettare la Fede. Orsù. gli vorrei dire, orsù ti vuoi fare Protestante? Prendi adunque la penna in mano e scrivi tutto quello a cui vuoi rinunziare. Hai da rinunziare a quella Fede che ti è stata infusa nel S. Battesimo, a quella che ti diede allora Gesù rivestendoti dell’abito dell’innocenza. Scrivi: Rinunzio. Rinunzia al Sacramento della Penitenza. Mai più non verserai il tuo cuore in quello del Sacerdote tuo padre, mai più non sentirai quella parola pronunziata in nome di Gesù: va’, sei perdonato. Rinunzia al cibarti mai più delle carni dell’Agnello Immacolato sì in vita che in morte. Il Pastor Divino mai non ti pascerà più di se stesso, il tuo cuore non palpiterà mai più sul cuore di Gesù. Scrivi: Rinunzio. – Rinunzia alla protezione della tua Madre Maria, che hai amata ed invocata fin dalle fasce. Sei stato nella sua protezione finora, rinunzia adesso ad esserle figliuolo e dille che non t’importa più di averla Madre. Scrivi, scrivi pure senza che ti tremi la mano, che tu rinunzi a Maria, che mai più non la invocherai. Rinunzia ai Santi tuoi patroni, al Santo di cui porti il nome, al Santo protettore di tua famiglia, al patrono del tuo paese, all’Angelo tuo Custode, e di’ loro che non li invocherai mai più, che non ti curi di loro protezione e non ne hai bisogno. Scrivi: Rinunzio. Rinunzia anche ai tuoi parenti, poiché non vuoi più avere con loro comune la S. Fede. Il Dio loro non sarà più il tuo Dio. Il tuo culto non sarà più il culto loro. Tu ti befferai di quello che essi onorano, mentre essi esecreranno te per la nuova Religione. Rinunzia a tutte le dolcezze degli affetti domestici, poiché questi non possono aver luogo tra quelli che non hanno da stare insieme in eterno. Scrivi: Rinunzio. Rinunzia a tutti gli aiuti che potevi sperare al punto della tua morte. Rinunzia all’Estrema Unzione, perché ai Protestanti non si conferisce: rinunzia alla benedizione del S. Rosario, della buona morte, del Carmine, perché i Protestanti non le curano. – Rinunzia a tutti i suffragi che la S. Chiesa presta ai defunti, perché i Protestanti non li credono. Rinunzia ad essere sepolto presso la Chiesa all’ombra della Croce accanto al tuo Padre, alla tua Madre, ai tuoi fratelli, alle tue sorelle, perché i Protestanti si gettano alla campagna, e non in terra benedetta. Come? tu tremi a fare tante rinunzie? Ah ti resta ben altro a rinunziare! Rinunzia pure animosamente a Dio Padre, perché sentenza universale della Chiesa è che non ha Dio per Padre chi non ha per Madre la Chiesa che tu rigetti: epperò Dio non sarà più tuo Padre; sarai sua creatura, sarai suo servo, ma figliuolo mai più. Rinunzia a Gesù suo divino Figliuolo, perché Gesù Capo della Chiesa Cattolica non riconosce nessuno per suo membro, che non appartenga a Lei, e tu allontanandoti dalla Chiesa dai per sempre un addio anche a Lui. Rinunzia allo Spirito Santo, il quale ti ha santificato un tempo, ma che ora contristato e rigettato da te, non vuole più saperne nulla, perché Egli non ha che fare con chi non è servo di Gesù. – Rinunzia dunque alla SS. Trinità, poiché molti dei Protestanti non ci credono, e con la credenza della Trinità rigetta anche pure l’Incarnazione, perché senza di essa non è possibile. Rigettati dunque tutti i misteri, abiurate tutte le verità, che sinora hai credute, ecco quello che abbraccerai. Starai a sentire tutte le contradizioni che i tuoi sozzi maestri ti vorranno insegnare, e tutte quelle accetterai come prettissima verità. Cambierai le tue credenze ogni ventiquattro ore, poiché niuna setta di Protestanti ha mai durato costante nelle medesime dottrine. Invece dell’augusta Dottrina Cattolica, invece del Romano Pontefice, dei Vescovi sparsi per tutto l’Orbe, obbedirai ad un sarto, ad un maestro da muro, ad un barbiere, alla tua propria opinione, ed in cambio di duecento milioni di Cattolici, avrai per fratelli un pugno di eretici, che si divorano gli uni gli altri sempre cercando e mai non arrivando la verità. – Per sostenere la tua fede non sarà più il magistero intelligente dei sacri Pastori sotto la scorta dei Vescovi, in comunione con la Cattedra di Pietro, che mai non è caduta, e mai non cadrà in errore; ma tutta tua sicurezza sarà una Bibbia corrotta che non intendi e che non puoi intendere, che ti hanno posto in mano uomini che non conosci e che non hanno altra autorità che quella che si sono arrogata da sè, e tu interpreterai questa Bibbia secondo ogni tuo capriccio che pazzamente chiamerai ispirazione dello Spirito Santo. Conforto di tua speranza non saranno le promesse che Gesù ha fatte alla sua Chiesa, perché il Protestante la crede caduta in errore; non saranno le buone opere, perché il Protestante non le crede di merito; non saranno gli aiuti divini, perché il più dei Protestanti con Calvino crede che Dio ha determinato senza riguardo o la salvezza o la dannazione di ciascuno di noi. Tuo conforto sarà la voce di un uomo sacrilego che ti assicura sulla sua parola che con la Fede sola ti salverai. La carità non avrai bisogno di alimentarla, perché non albergherà più nel tuo cuore. All’amor di Gesù sostituirai invece un po’di umanitarismo; alle caste e pure sue fiamme un sentimento freddo di probità. – É vero che sarai condannato in ciò dalla tua stessa ragione che ti rappresenterà mille volte le contradizioni a cui sei in preda, che sarai condannato dal buon senso naturale che ti rinfaccerà l’assurdo che hai commesso nel fidarti del tuo giudizio, piuttostochè di quello di tutta la Cattolica Chiesa; è vero che sarai condannato da duecento milioni di Cattolici diffusi per tutto l’orbe e da cento generazioni passate, nelle quali il fior dell’ingegno e della virtù si tenne stretto a quella Fede che tu vuoi abbandonare; è vero che sarai straziato dalla tua stessa coscienza, la quale ti rappresenterà sempre l’eccesso per cui osasti staccarti dal tuo Dio e dal seno di tua madre la Chiesa; è vero che ti prepari ad incontrare una morte tutta di rimorsi, di laceramenti, di disperazione: ma ne avrai per largo compenso di esser vissuto qualche anno senza la noia della Chiesa, dei Sacramenti, dei digiuni, delle astinenze, del culto Cattolico, in preda alle tue passioni ed ai tuoi capricci. Se questo compenso ti basta. se questo partito ti arride, e tu prendilo e gettati pure nelle braccia dei Protestanti, e rinunzia animosamente alla Fede che ti fu infusa con l’innocenza, alla Fede che ti consolò nella tua infanzia, alla Fede che asciugò pietosa le ultime lacrime di tuo padre e di tua madre, e fatti pur Protestante, cioè di niuna Religione; perché quelli che dal seno della Cattolica Chiesa passano ad essere Protestanti più non ne praticano veruna. La Chiesa tua Madre piangerà sulla tua rovina a lacrime di sangue, ma il suo Sposo le rasciugherà le lacrime concedendo il luogo da cui sei prevaricato ad un povero selvaggio dell’Oceania o dell’America o di qualche isola perduta in mezzo al mare, e tu farai il tuo corso e compirai la tua dannazione. Che se invece ti senti inorridire alla proposta che ti ho fatta, se l’amore di Gesù Cristo tuo Padre, se la divozione a Maria tua Madre, se la riverenza ai tuoi maggiori e parenti, se le lacrime di S. Chiesa, se il pensiero della tua salvezza, se il timor d’una infelice eternità possono qualche cosa presso di te, e tu allora levati sopra te stesso, e svincolati dai maestri d’iniquità che t’intorniano e di’ una volta che sei nato Cattolico, che vuoi morire Cattolico, e che prima ti strapperanno mille volte il cuore dal petto, che dal cuore la S. Fede.

SALMI BIBLICI: “DEUS NOSTER REFUGIUM ET VIRTUS” (XLV)

SALMO 45: DEUS NOSTER REFUGIUM ET VIRTUS

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 45

In finem, filiis Core, pro arcanis. Psalmus.

[1] Deus noster refugium et virtus;

adjutor in tribulationibus quæ invenerunt nos nimis.

[2] Propterea non timebimus dum turbabitur terra, et transferentur montes in cor maris.

[3] Sonuerunt, et turbatae sunt aquae eorum; conturbati sunt montes in fortitudine ejus.

[4] Fluminis impetus laetificat civitatem Dei: sanctificavit tabernaculum suum Altissimus.

[5] Deus in medio ejus, non commovebitur; adjuvabit eam Deus mane diluculo.

[6] Conturbatae sunt gentes, et inclinata sunt regna: dedit vocem suam, mota est terra.

[7] Dominus virtutum nobiscum; susceptor noster Deus Jacob.

[8] Venite, et videte opera Domini, quae posuit prodigia super terram,

[9] auferens bella usque ad finem terrae. Arcum conteret, et confringet arma, et scuta comburet igni.

[10] Vacate, et videte quoniam ego sum Deus; exaltabor in gentibus, et exaltabor in terra.

[11] Dominus virtutum nobiscum; susceptor noster Deus Jacob.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO XLV

Predizione della liberazione della Chiesa dalle persecuzioni degli infedeli. Il titolo è: per gli arcani, cioè per cose future e nascoste al profeta, e che egli non poté conoscere che per divina rivelazione.

Per la fine; ai figliuoli di Core; per gli arcani.

1. Il nostro Dio, rifugio e fortezza nostra; aiuto nelle tribolazioni, le quali ci hanno pur troppo assaliti.

2. Per questo non ci sbigottiremo, quando sia scommossa la terra e i monti sieno trasportati nel mezzo del mare.

3. Le sue acque sono state agitate con gran rumore; della possanza di esso (mare) tremarono i monti.

4. La città di Dio è rallegrata dall’impeto della fiumana; l’Altissimo ha santificato il suo tabernacolo.

5. Il Signore sta nel mezzo di lei, ella non sarà scossa; la soccorrerà il Signore fin dalla punta del dì. (1)

6. Furon conturbate le genti, e vacillarono i regni; egli fe’ udir la sua voce, e la terra fu smossa.

7. Con noi il Signor degli eserciti, nostro rifugio il Dio di Giacobbe.

8. Venite, e osservate le opere del Signore, e i prodigi da lui fatti sopra la terra; egli che toglie le guerre sino a tutte l’estremità della terra.

9. Egli romperà l’arco, e spezzerà le armi, e darà gli scudi alle fiamme.

10. State tranquilli, e riconoscete che io sarò Dio; sarò esaltato tra le nazioni, e sarò esaltato sopra la terra.

11. Il Signore degli eserciti è con noi; nostro asilo il Dio di Giacobbe.

(1) Mentre Sennacherib devasta come un torrente furioso i paesi degli adoratori dei falsi dei, le correnti di un fiume benedetto (quello della bontà di Dio) raggiungono la città di Dio (Gerusalemme) e i santi tabernacoli dell’Altissimo (Le Hir.).

Sommario analitico

Il salmista canta la protezione che Dio ha accordato altre volte a Gerusalemme, senza che se ne possa precisare la circostanza, benché l’opinione più verosimile sia che questo salmo sia stato scritto dopo la disfatta di Sennacherib, sotto il re Ezechia. Gerusalemme è qui la figura della Chiesa e dell’anima fedele che Dio non cessa di assistere. Il salmista descrive dunque la sicurezza e la beatitudine della Chiesa e dei Santi, dopo la punizione dei loro persecutori, felicità che egli fa consistere:

I – Nell’assenza dei mali:

1° Dio, in mezzo alle tribolazioni, è il loro rifugio, la loro forza. Il loro soccorso (1); 2° essi sono senza paura, allorché gli uomini della terra sono agitati, gli orgogliosi, figurati dalle montagne sono umiliati, votati a tutte le violenze dei flutti e delle tempeste (2, 3).

II – Nell’abbondanza di tutti i beni, Dio accorderà loro:

.- 1° una vera affluenza dei doni celesti; – 2° una gioia vera e pura ed una concordia perfetta; – 3° una santità assoluta (4); – 4° la presenza di Dio stesso; – 5° una sicurezza imperturbabile; – 6° il soccorso continuo di Dio (5); – 7° il trionfo su tutti i loro nemici (6); – 8° l’amore di Dio per essi (9); – 9° una pace mirabile e costante (8, 9).

III. – Il Profeta, parlando in nome di Dio, conclude invitando tutti gli uomini e tutti i popoli della terra a considerare i prodigi che Egli ha operato sulla terra in favore dei suoi servi, che rispondano proclamando che il Signore delle virtù è con essi, che il Dio di Giacobbe è il loro difensore (10, 11).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-3.

ff. 1. – Tutti i mezzi umani di difesa non sono che una tela di ragno, un’ombra vana. Volete avere contro i vostri nemici una forza invincibile, un rifugio inaccessibile, una fortezza inespugnabile, una torre che nulla possa rovinare? Scegliete Dio per vostro rifugio, e rivestitevi della sua forza divina. Davide dice con ragione: « Dio è nostro rifugio e nostra forza, sia che con la fuga noi trionfiamo dei nostri nemici, sia che sosteniamo contro di essi tutto lo sforzo del combattimento, esempi che ci danno san Paolo e Nostro Signore Gesù-Cristo stesso » (S. Chrys.). – « Dio è nostro rifugio e nostra forza ». Dio è la forza di colui che può dire: « … io posso tutto in Colui che mi fortifica » (Filipp. IV, 13). Ci sono molti che dicono con la bocca « Dio è nostro rifugio e nostra forza »; ma sono pochi coloro che lo dicono con profondità di cuore. Sono pochi in effetti quelli che non sono in ammirazione davanti alla potenza dell’uomo e che dipendono interamente da Dio, non avendo altra aspirazione che per Lui, e pongono in Lui solo la loro speranza e la loro fiducia (S. Basilio). – Ci sono dei rifugi in cui non si trova forza, ad esempio un grande del mondo, per diventarne un amico potente. C’è comunque una tale incertezza nelle cose umane, e le cadute dei potenti sono ogni giorno così numerose, che una volta arrivati in questo rifugio, si trovano solo nuovi motivi di paure. Fino ad allora voi non temevate che i vostri pericoli, ma presso un tale protettore, voi avete pure da temere da parte sua. Il rifugio che ci viene offerto, non è simile a quello; ma il nostro rifugio è nello stesso tempo la nostra forza. Quando vi saremo rifugiati, saremo rafforzati (S. Agost.). – « Il nostro potente difensore nelle grandi tribolazioni che ci circondano da ogni parte ». Dio non preserva sempre dagli assalti della tribolazione; ma quando essa ci assale, ci ispira coraggio all’altezza della prova. Questo non è un appoggio ordinario che Dio ci dà, Egli ci dà man forte e ci prodiga il soccorso e la consolazione nella misura ben superiore a quella dei nostri dolori (S. Chrys.). – Le tribolazioni sono numerose, esse ci cercano, ci trovano, ed in ogni tribolazione è in Dio che bisogna trovare rifugio. Che l’afflizione ci colpisca nei beni temporali o nella salute del corpo, con i pericoli per i nostri più cari o con la privazione di qualche oggetto necessario al sostegno della vita, il Cristiano non deve assolutamente cercare rifugio se non nel Salvatore e suo Dio, e quando avrà trovato questo rifugio, egli è forte. Egli non sarà forte per se stesso, la sua forza non sarà la sua; ma questa sarà la sua forza, che sarà divenuta il suo rifugio. Comunque tra tutte le tribolazioni dell’animo umano, nessuna è maggiore di quella che proviene dalla coscienza dei peccati commessi. In effetti, se non ci sono ferite in questo foro interiore dell’uomo che si chiama la coscienza, se tutto è sano, l’uomo potrà rifugiarvisi, da qualunque parte arrivi l’afflizione: egli vi troverà Dio. Ma se, a causa della moltitudine dei suoi peccati, non c’è riposo per lui, perché Dio non c’è, cosa farà? Dove si rifugerà quando l’afflizione comincerà a colpirlo? Ecco che proprio nel luogo ove si era rifugiato, ha incontrato il suo nemico, e allora … dove fuggirà? Ovunque egli fugga, si trascinerà, e dovunque si trascinerà è egli stesso il boia che lo tortura. Ecco le tribolazioni che schiacciano l’uomo oltre misura; non ce n’è di più crudeli, perché le afflizioni sono tanto meno amare quanto sono meno interiori. Tuttavia nelle nostre afflizioni, il Signore viene sempre in nostro aiuto, rimettendoci i nostri peccati (S. Agost.). – Il mondo si dichiara contro di voi per il vostro infortunio, il cielo vi è chiuso per i vostri peccati, così, non trovando alcuna consistenza, quale miseria sarà simile alla vostra? Che se il vostro cuore è retto con Dio, là sarà il vostro asilo ed il vostro rifugio, là avrete Dio in mezzo a voi, perché Dio non lascia mai un uomo di bene, dice il Salmista (S. Agost.).

ff. 2-3. – Vedete fin dove si estendono gli sforzi del soccorso divino. Non soltanto – dice il Profeta – le calamità non ci raggiungeranno e non ci faranno soccombere, ma non proveremo neppure un’impressione di paura e di sbigottimento, connaturale a tutti gli uomini. Quand’anche fossimo testimoni di un generale sconvolgimento, di una perturbazione naturale, quando vedremo degli avvenimenti senza precedenti, le creature si distruggeranno l’una con l’altra, la natura debordante i suoi limiti, la terra rimossa fin dalle fondamenta, gli elementi confusi, le montagne che abbandonano la terra ove hanno le loro fondamenta, trasportate nel seno del mare, in questo spaventoso rivolgimento di tutte le cose, non solo non saremo abbattuti, ma resteremo imperturbabili davanti alla paura. E la ragione è che il Signore è il padrone di tutte queste creature e nostro appoggio, ci presta man forte e si costituisce nostro difensore (S. Chrys. e S. Basil.). – « Le acque si rimescolano e gorgogliano, le montagne sono state ribaltate dalla sua potenza ». Dopo aver dichiarato che essi non avranno paura, anche quando tutti gli elementi saranno sconvolti davanti ai loro occhi, il Re-Profeta proclama la potenza di Dio, alla quale nulla resiste … Dio rintona – egli dice – sconvolge, trasporta come vuole tutte le cose create, tanto è vero che tutto si scioglie e piega sotto la sua mano quando lo comanda … la sua potenza è così grande che al solo suono della sua voce, ad un solo segnale della sua volontà, tutto obbedisce (S. Chrys.). – Queste acque che fanno gran fragore non sono né sane né salutari, esse sono turbolente e non possono servire da bevanda; migliori sono quelle che scorrono e passano, come è scritto (Ps. CIV, 11): « Le acque scorrono attraverso le montagne, disseteranno le bestie selvagge, estinguono la sete dell’onagro ». (S. Ambr.). – Nello stesso tempo, queste montagne sono la figura di coloro che si inorgogliscono della loro grandezza, ignorano la forza di Dio e si levano contro la Sapienza divina, ma che sono in seguito vinti e sconvolti da coloro che annunziano la parola di Dio con forza e saggezza e, convinti della loro debolezza, temono il Signore e si sottomettono alla sua potenza (S. Basil.).

II — 4-9.

ff. 4. – Questo fiume rappresenta l’abbondanza inesauribile dei doni che il cielo ha versato su di noi con abbondanza. Questi beni sono colati su di noi come una sorgente inesauribile. Simile ad un fiume che si divide in numerosi bracci per irrigare i centri che attraversa, la Provvidenza di Dio spande i suoi benefici da ogni parte, li versa con abbondanza e spesso con impetuosità, e riempie tutto dei suoi doni (S. Chrys.). – Mentre le montagne sono sconvolte, mentre il mare è in furore, Dio resta nella sua città, con i movimenti impetuosi del fiume? È questa l’inondazione dello Spirito-Santo, di cui il Signore diceva: « … Colui che ha sete venga e beva; fiumi di acqua viva coleranno dal seno di colui che crede in me. Ora, Gesù diceva questo dello Spirito che dovevano ricevere coloro che avrebbero creduto in Lui » (Giov. VII, 37, 39). Questi fiumi scorrono dunque dal seno di Paolo, di Pietro, di Giovanni, degli altri Apostoli e degli altri fedeli evangelisti. Ora tutti questi fiumi derivano da un unico fiume « … le numerose correnti del fiume rallegrano la città di Dio » (S. Agost.). – Nel linguaggio ordinario delle sacre Scritture, la nostra anima è comparata ad una città! Ebbene! La città più opulenta, la più magnifica, come la campagna più elegante, offre un aspetto triste e disincantato, se dell’acqua limpida e zampillante non viene ad animarla e a vivificarla. – La grazia divina, è l’acqua che purifica, l’acqua che disseta, l’acqua che feconda, l’acqua che rallegra la città interiore dello spirito. Quando la sorgente della grazia si ferma per un’anima, quando i canali che la distribuiscono si ostruiscono, si corrompono, in quest’anima c’è sporcizia, sete, sterilità e malessere profondo, come nelle strade di una città nella quale l’acqua non circoli più o le cui fontane si intasino (Mgr. Pie, Discours Tom. III, 9). – L’azione dell’anima cristiana sarà tanto più ferma quanto più sarà tranquilla; non certo come questi torrenti che ribollono, che schiumano, che precipitano e si perdono, ma come questi fiumi benedetti che scorrono tranquillamente e sempre. Tale è il fiume che raggiunge la città di Dio: « … c’è una impetuosità, una forza, un movimento fermo e durevole, ma nello stesso tempo dolce e tranquillo; l’anima si riempie di una celeste vivacità che non sarà di se stessa, ma di Dio. » (Bossuet, Méd. Sur l’Ev. II, pag. 17).

ff. 5. – Che il mare sia furioso, che le montagne siano sconvolte … « Dio è in mezzo ad essa ed essa non sarà sconvolta ». Cosa vuol dire in mezzo ad essa? Che Dio forse sia circoscritto in un distretto, che ciò che lo circonda sia ampio mentre Egli stesso è rinchiuso da ciò che lo circonda? No, certo, Dio non è contenuto in nessun luogo, Egli, la cui dimora è nella coscienza dei giusti, abita in tal modo nei cuori degli uomini, che se un uomo si stacca da Lui e cade, Dio resta in se stesso, e non è come un essere che cada e non trovi più come arrestarsi. Se Egli si ritira da voi, voi cadrete, se voi vi ritirate da Lui, Egli non cadrà. Cosa vuol dunque dire: « … Dio è in mezzo ad essa »? Questo significa che Dio sia ugualmente giusto per tutti e non faccia eccezione di persone. Siccome, in effetti ciò che è al centro si trova alla stessa distanza da tutte le estremità, così si può dire che Dio sia nel mezzo e che vegli ugualmente su tutti (S. Agost.). – « Dio la proteggerà al levarsi dell’aurora ». È un soccorso che non soffre né lentezza né ritardi, che è sempre pieno di forza e di vigore, e che viene sempre nel tempo favorevole (S. Chrys.). È scritto della città santa, che è la figura dell’anima fedele: « Dio non sarà sconvolto in mezzo ad essa »; che la tempesta venga, cioè le passioni, le afflizioni, la perdita dei beni temporali, « … Dio in mezzo all’anima non sarà sconvolto », né di conseguenza il fondo dove Egli è. Perché il salmista prosegue: Dio ti aiuterà dal mattino; Dio la provvederà delle sue grazie, ed è là la sua pace, dal momento che sia desiderosa di raccogliersi in se stessa; perché è là che trova Dio, che è sua forza. Se essa si dissipa, se si accorcia, Dio sarà sconvolto in mezzo ad essa, non in Se stesso, ma in mezzo ad essa. Cominciate ad ascoltare il mondo, Dio si sconvolge in mezzo a voi, è pronto a lasciarvi; commettete poi il peccato, … Egli vi lascia. Restate dunque uniti a voi stesso e a Dio che è in voi, e non sarà sconvolto in mezzo a voi; per questo, voi vivrete in pace (Bossuet, Medit. XCVI J.).

ff. 6. – Non sono dei nemici ordinari che assalgono questa città, sono dei re, delle intere nazioni e non solo essa non patisce alcun danno, ma ha trionfato dei suoi nemici: « Dio ha fatto rimbombare la sua voce e la terra è sconvolta ». Non sono solo le città, i popoli, le nazioni, ma la terra tutta intera che il suono della sua voce sconvolge e abbatte (S. Chrys.). – Potente è la voce di Dio che ha sconvolto la terra, sovvertito i reami e distrutto l’idolatria. Questa stessa voce si fa ascoltare, tutti i giorni, nel fondo dei nostri cuori, per distruggervi tutto ciò che c’è di carnale e di terrestre, e sostituirvi con un santo rivolgimento, la verità all’errore, la purezza alla mollezza e la pietà all’iniquità (Duguet).

ff. 7. – Il salmista vede in anticipo il Dio incarnato, egli vede l’Emmanuele generato da una Vergine santa, e si rallegra: « Il Signore degli eserciti è con noi », mostrando che Egli è Colui che è apparso ai Patriarchi e ai Profeti. « Il Dio di Giacobbe è il nostro difensore », cioè non c’è altro Dio se non quello annunziato dai Profeti, il Dio che diceva al suo servo: « Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe ». (S. Basil.). – Questo non è un uomo qualunque; non è una potenza tale da poter immaginare; non è infine un Angelo, né alcune creatura, terrestre o celeste; è il Signore degli eserciti che è con noi; è il Dio di Giacobbe che è il nostro difensore … o grazia inestimabile! « … Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi? » (Rom. VIII, 31) – (S. Agost.). Cosa potrebbe temere colui che sarà circondato da una potenza armata, tutta ai suoi ordini? Cosa può dunque temere colui con il quale è il Dio degli eserciti?

ff. 8, 9. – Il salmista invita coloro che sono lontani dalla parola di verità ad avvicinarsi ad essa, con una conoscenza più profonda, dicendo loro: « venite e vedete ». Così come per gli oggetti corporali, una troppo grande distanza indebolisce ed oscura l’aspetto delle cose che si presentano al nostro sguardo, e che al contrario, avvicinandoci a questi stessi oggetti, ne abbiamo una visione più netta, allo stesso modo nell’esercizio della contemplazione, colui che non si unisce a Dio con la pratica della virtù, non può contemplare le sue opere con gli occhi purificati dello spirito. Cominciate dunque con il venire, avvicinatevi prima e poi considerate le opere di Dio, prodigiose ed ammirabili (S. Basil.). – … Venite e vedete, perché se non venite, non vedete; se non vedete, non credete, se non credete vi tenete lontano; ma se voi credete, venite, se credete vedete (S. Agost.). – Il Re-Profeta descrivendo i trionfi e le vittorie che Dio ha riportato sui suoi nemici, li chiama « dei prodigi ». In effetti, questi grandi avvenimenti non si succedono secondo le leggi di natura; essi non avvenivano per le armi, né per la forza esteriore si decideva la vittoria, bensì per la sola volontà di Dio, mostrando così, con i risultati della guerra, che era Lui che conduceva il suo popolo al combattimento. La potenza era vinta dalla debolezza, delle armate innumerevoli da un piccolo numero di uomini, i re da coloro che essi tenevano sotto il giogo; gli avvenimenti si svolgevano oltre ogni speranza. È dunque a ragione che il Re-Profeta li chiama dei prodigi, perché essi andavano contro ogni previsione e si estendevano fino all’estremità della terra (S. Chrys.). « Egli distrugge le guerre fino alle estremità del mondo ». Noi non vediamo che questa predizione si sia ancora compiuta: ci sono ancora guerre tra i popoli per il dominio; tra le sette, tra i giudei, tra i pagani, tra i Cristiani, tra gli eretici, ci sono guerre. Queste guerre si moltiplicano: gli uni combattono per la verità, gli altri combattono per la menzogna. Questa profezia non è dunque compiuta, ma si compirà. Ed anche, al presente, è compiuta in alcuni uomini; essa è compiuta nel frumento; nella zizzania non è ancora compiuta … Il Profeta parla qui delle guerre con le quali ci si ribella a Dio. Ora, chi attacca Dio? L’empietà. E cosa può l’empietà contro Dio? Nulla! Cosa si può fare ad una roccia, contro la quale si infrange un vaso d’argilla lanciato con qualsiasi forza? Essa si infrange contro la roccia tanto più fortemente quanto più violentemente si scaglia. L’iniquità sostiene i combattimenti contro Dio, e i vasi di argilla si frantumano quando, lanciati da una vana presunzione, gli uomini pretendono di abusare della loro forza. Un arco, delle armi, degli scudi, del fuoco! L’arco rappresenta l’insidia, le armi un attacco a campo aperto, lo scudo una vana e presuntuosa difesa. Il fuoco che deve consumare queste armi, è quello del quale il Signore ha detto: « … Io sono venuto a portare il fuoco sulla terra » (Luc. VII, 49). Sotto l’azione divorante di questo fuoco, alcun arma dell’empietà resisterà; esse saranno tutte inevitabilmente distrutte, ridotte in polvere, consumate dalle fiamme (S. Agost.).

III. — 10, 11.

ff. 10, 11. – « Fermatevi ». Perché? « … e vedete che Io sono Dio »; vale a dire, voi non siete Dio, sono Io che lo sono; Io vi ho creato. Io vi ho creato di nuovo, Io vi ho formato, Io vi formo nuovamente; Io vi ho fatto, Io vi rifaccio. Se voi non vi siete fatti, come potete rifarvi? È ciò che non vede lo spirito umano, sedizioso ed ardente alla contraddizione, ed è a questo spirito che viene detto: … riposatevi, cioè distogliete il vostro pensiero da ogni contraddizione. Guardatevi dal gettarvi nelle discussioni e di armarvi, in qualche modo, contro Dio; riposatevi, e vedrete che Io sono Dio (S. Agost.). – Restate fermi, affinché le vostre anime siano libere da ogni occupazione, le passioni tumultuose del secolo non vengano a spandere una nuvola sull’occhio interiore dell’anima. Liberatevi da ogni errore, liberatevi da ogni agitazione interiore, liberatevi da ogni peccato perché « ogni uomo che pecca, non ha visto Dio e non Lo conosce » (Giov. III, 6). Applicatevi interamente allo studio della conoscenza di Dio, affrancatevi da ogni occupazione terrena. (S. Ambr.). In effetti, quando siamo preoccupati da cose estranee a Dio, noi non possiamo sperare di conoscerlo. Come potrebbe, colui il cui spirito è pieno delle sollecitudini del secolo, che si immerge nelle voluttà della carne, rendersi attento alle parole di Dio ed essere capace di penetrare in queste grandi verità che esigono l’applicazione intera della nostra intelligenza? Non vedete che la parola che cade tra le spine è immediatamente soffocata? (Matth. XIII, 7, 22). Ma queste spine sono le voluttà della carne, le ricchezze, la Gloria e tutte le sollecitudini di questa vita. Come potrebbe la conoscenza di Dio entrare in un’anima oppressa dal peso delle angustie, delle distrazioni che la preoccupano (S. Basil.). L’Essere sovrano non può operare nulla se non in vista di Se stesso e della sua gloria, e, come Dio, vuole essere esaltato, non solo nel segreto delle anime, ma nella vita pubblica delle nazioni; Egli intende essere glorificato, non solo in cielo, ma sulla terra e nelle istituzioni terrene (Mgr. Pie, T. VII).

FESTA DELLA MATERNITA’ DI MARIA, MADRE DI DIO (2019)

Maria Madre di Dio

[G. Perardi: LA VERGINE MADRE DI DIO; libr. Del Sacro Cuore, Torino, 1908]

Disc. XXVI.

ESORDIO:

Il mistero della SS. Trinità manifestato e unito colla divina Maternità. —

I . MARIA VERAMENTE MADRE di Dio:

1. De qua natus est Jesus. Et Verbum caro factum est. — 2. Le parole dell’Angelo. — 3. Leparole di santa Elisabetta. — 4. Maria è madre di Gesù, più che non sia di noi la madre nostra. — 5. Obiezione. – 6. Nestorio. Le definizioni.

— II. GRANDEZZE DELLA MATERNITÀ DIVINA:

1. Pensieri : elevazione: il frutto. I Padri. — 2. . Con Dio produce Gesù. — 3. Comanda a Gesù — 4. È glorificata da Gesù, ; 5. e da tutta la Trinità. –

III. MISSIONE DI MARIA MADRE DI DIO Corredentrice con Gesù:

1. Unita a Gesù nelle profezie e figure; 2, nell’Incarnazione, nell’offerte e nell’immacolazione: 3, nella rigenerazione.

— IV. POTENZA DI MARIA MADRE DI DIO:

1. La potenza misurata dalla grandezza; 2., dalla missione.

— V. CONCLUSIONE: La vera devozione: onorare, imitare, amare, invocare Maria.

Il mistero più profondo che la Chiesa presenta alla nostra fede, è senz’alcun dubbio il mistero augusto e santo della divina Trinità nel cui nome siamo entrati a partecipar della fede cristiana rinascendo alla vita della grazia dopo di essere nati alla vita temporale, quando cioè si eseguì in nostro favore il precetto dato da Gesù agli apostoli : Battezzate nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo (S. MATTEO XXVIII, 19), nel nome cioè delle tre divine Persone realmente distinte, che sono un solo Dio. – Dio non rivela mai i misteri del suo Essere al solo scopo di soddisfare alla curiosità o speculazione dello spirito umano, ma per farne oggetto di sante operazioni nel mondo. Giacché per questo motivo nell’antico Testamento la Trinità non era stata rivelata, ma come ricoperta sotto il velo della Sinagoga, anzi tale oscurità era resa ancor più profonda dallo splendore con cui (per salvaguardare anche il popolo ebreo dal pericolo della idolatria) era stato rivelato il dogma dell’unità di Dio. – Il mistero della Trinità era stato così come sigillato sotto il dogma dell’unità di Dio sino al momento nel quale incominciando da Maria doveva manifestarsi colla più sublime di tutte le operazioni, di cui tutta la serie del Cristianesimo non è stato che l’effetto e lo sviluppo, nel mondo. La prima vera manifestazione della Trinità delle Persone in un Dio solo, l’abbiamo nell’Incarnazione, come nell’Incarnazione abbiamo un’operazione d’amore che è la fonte di tutti gli atti di amore con cui Dio costituì e mantiene il Cristianesimo e che nel Cristianesimo continuamente si rinnovano. Maria era sola nella casetta di Nazaret allorché l’Angelo del Signore entrato da Lei la salutò piena di grazia, benedetta fra le donne, e le annunziò che lo Spirito santo scenderebbe su Lei, che la Virtù dell’Altissimo l’avrebbe adombrata, e che il figlio che nascerebbe di Lei sarebbe chiamato il Figliuol di Dio. Ecco la prima rivelazione della Trinità delle Persone nell’unità di Dio. Maria allora disse: Ecco l’ancella del Signore, si faccia di me secondo la tua parola; l’Angelo si dipartì, e la Trinità stessa sopraggiunse e la penetrò della sua maestà tre volte santa… Il mistero cui sospirarono i patriarchi, i profeti, i giusti dell’antico Testamento era compiuto. Il Messia, cioè il Figlio di Dio, aveva preso carne nel purissimo seno di Maria vergine, e Maria era la Madre di Dio; la creatura era divenuta Madre del Creatore, del Redentore. Il Verbo, Figlio dell’Eterno Padre, divenne, per opera dello Spirito santo, figlio di Maria. Gesù nascerà a Betlemme: allora la maternità divina di Maria sarà perfetta; il Figlio suo, che adorerà, sarà egualmente Figliuolo di Dio. – Non a caso certamente Iddio ha voluto che la prima manifestazione del mistero della Trinità sia andato congiunto con l’elevazione di Maria alla maternità divina. Il mistero della Trinità è il mistero più grande e più profondo che crediamo e che adoriamo. La dignità, la grandezza di Maria Madre di Dio, è la più grande dignità a cui abbia potuto venire elevata una creatura, dignità che ha come dell’infinito, che noi umilmente veneriamo, ma che non possiamo pienamente intendere. Con venerazione e con trepidazione, non disgiunte però dalla confidenza, entriamo nella considerazione di tale argomento. – Ci assista Maria Madre di Dio. Questa assistenza abbiamo motivo particolare di sperarla, come abbiamo motivo particolare di godere della divina maternità perché la festa ad onore di Maria Madre di Dio è gloria torinese, perché la domanda di questa solennità è partita da Torino: il Pontefice Pio VII la stabilì condiscendendo alle preghiere dei Torinesi (ROSA, Spiegazione popolare delle feste dell’anno, vol.II). — Maria Madre di Dio! Tale il mistero, e mistero d’amore, che richiama l’attenzione della nostra mente e la divozione del nostro cuore. Ma chi può intendere il mistero di queste parole: Maria è Madre di Dio? Non l’uomo, non l’Angelo, ma Dio solo; quel Dio che l’ha sublimata fino a renderla madre sua e la riconosce tale innanzi alle creature. La Chiesa volendo parlare di Maria Madre di Dio usa le medesime parole con cui Dio parla della Sapienza increata. E notate che la Chiesa, animata dallo Spirito Santo che è essenzialmente spirito di verità, non si lascia come noi trasportare dall’entusiasmo: essa non parla che il linguaggio della verità. Eppure la Chiesa dopo aver detto della Vergine ciò che Iddio dice dell’eterna Sapienza: Tu sei la grazia, la verginità, la bellezza, la santità, tu l’onore del tuo sesso, la gloria del popolo, l’ornamento della mia corona, fissandola, se posso dire così, con occhio scrutatore esclama: Sancta et immaculata virginitas quibus te laudibus efferam nescio! Oh santa ed immacolata Vergine io non ho lodi degne di te! Perché? Lo dice ancora la Chiesa: Quia quem cœli capere non poterant, tuo gremio contulisti: Perché sei la Madre di Dio; perché hai portato nel tuo grembo Colui che i cieli immensi non possono racchiudere nella loro immensità. Ascolta, o Cristiano, grida sant’Anselmo, contempla ed ammira! Il Padre celeste aveva un Figlio unico, consostanziale, ma non ha voluto che questo Figlio appartenesse a Lui solo, ha voluto come farne parte a Maria. Ella ne è Madre in terra, com’Egli ne è Padre in cielo. E perciò la Chiesa con ragione canta di Maria: Sancta Dei Genitrix! Maria Madre di Dio. Intendiamo che questo titolo non è esagerazione, è verità. Apriamo il Vangelo, questo libro sacro che Dio ci mette in mano per mezzo della Chiesa, e vi troveremo luminosamente dimostrata questa verità: che Maria cioè è vera Madre di Dio.

1° Il Vangelo parlando la prima volta di Maria, di Lei dice: De qua natus est Jesus, qui vocatur Christus: Dalla quale nacque Gesù, che è detto il Cristo (S. Matth. I, 16). Domandiamo: Chi è Gesù Cristo? Gesù è il Figliuolo di Dio fatto uomo, è la seconda Persona della santissima Trinità, che ha vestito le spoglie umane: il Figlio dell’eterno Padre che è ad un tempo Figliuolo di Maria. Nel Figliuolo di Dio fatto uomo vi è una sola Persona, la Persona divina, la quale unisce in sé le due nature divina ed umana; e a questa Persona divina, che unisce in sé le due nature, competono gli attributi dell’una e dell’altra; quindi parlando di Gesù non lo possiamo intendere solamente Dio o solamente Uomo, ma sempre Dio e Uomo, precisamente come parlando dell’uomo o dicendo uomo non possiamo in noi intendere solamente il corpo (sostanza materiale), né solamente l’anima (sostanza spirituale), ma intendiamo la persona intera composta del corpo e dell’anima insieme uniti: che quantunque di natura così diversa, terrena e corporea una, spirituale e angelica l’altra, costituiscono una sola persona. Bisogna aver presente la Persona di Gesù: Egli non è un Uomo divenuto Dio; non vi è stato un istante solo in cui la natura umana nella Persona di Gesù sia stata separata dalla divinità. È Dio fatto Uomo; Dio che facendosi uomo non cessò di essere Dio; ma dall’istante in cui ebbe vita nella sua umanità, a questa umanità fu unita la divinità. Per negare a Maria Vergine il titolo di vera Madre di Dio bisogna sostenere o che il Figliuolo di Dio non ha preso carne vera e reale da Maria Vergine, e che è nato non realmente ma solo apparentemente, o che Gesù Cristo non è Dio, o che in Gesù non sono solamente due nature, ma due persone: la persona divina e la persona umana, e che per ciò la divinità e l’umanità non sono in Gesù unite ipostaticamente cioè sostanzialmente, ma solo moralmente cioè di volontà, di azione, di abitazione. Cose queste che tutte sono condannate dalla Chiesa, e contrarie all’insegnamento della Scrittura sacra e della Tradizione. Il Vangelo dice che il Verbo si è fatto carne (S. GIOVANNI, I, 14). Ma se si è fatto carne vuol dire che ha preso carne vera e reale come abbiamo noi, e che ha fatto questa carne così propria della sua divinità come la nostra è propria dell’anima. Questo significa il Verbum caro factum est. E ci dice pure che questo ha fatto per mezzo di Maria, nascendo da Lei fatta sua Madre. Dunque Maria è Madre di Dio.

2° Anche le parole rivolte dall’Arcangelo Gabriele a Maria nell’Annunciazione non possono significare che quanto andiamo dimostrando. Disse Gabriele a nome di Dio: « Non temere, o Maria, perché hai trovato grazia avanti Dio. Ecco concepirai nel seno e partorirai un figlio, cui porrai nome Gesù. Questo sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo… Quel che n’è generato, santo, sarà chiamato Figlio di Dio » ( S. Luc., I, 29, 32, 35). Per negare a Maria la dignità di Madre di Dio, bisogna negare il mistero dell’Incarnazione, bisogna strappare dal Vangelo questa pagina che ci racconta come l’Incarnazione è avvenuta; bisogna rinnegare il Cristianesimo.

3° Quando Maria, pochi giorni dopo il compimento di questo mistero, si recò dalla cugina Elisabetta, ci narra il Vangelo che Elisabetta non appena udì il saluto di Lei, fu ripiena di Spirito Santo « e ad alta voce esclamò: Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo seno. E d’onde a me questo che la madre del Signore mio venga da me?… E beata te che hai creduto; perché s’adempiranno le cosedette a te dal Signore » (Ibid., 41. 43, 45). Chi aveva manifestato ad Elisabettaquanto era avvenuto in Maria? Chi le aveva dettodella visita dell’Angelo, del consenso di Maria al mistero dell’Incarnazione? Lo Spirito Santo di cui fu ripiena per la parola di Maria, lo Spirito Santo che la rende stupita della visita che le fa la Madre del Signore, lo Spirito Santo che subito fa erompere il cuor di Maria nel sublime cantico del Magnificat, in cui dice: « Da questo punto mi chiameranno beata tutte le generazioni. Perché grandi cose mi ha fatto Colui ch’è potente » (S. Luc., I, 48-49). Per negare a Maria la infinita dignità di vera Madre di Dio, perché vera Madre di Gesù, bisogna distruggere non una pagina del Vangelo, ma tutto il libro divino, bisogna rinnegare il buon senso e la nostra ragione.

4° Anzi occorrerebbe, se la parola lo permettesse, poter dire qualche cosa di più ancora. Maria è Madre di Gesù, e quindi di Dio, più che non sia di noi la Madre nostra, perché Maria è divenuta Madre in modo portentoso, miracoloso, per opera dello Spirito Santo solo e non per opera umana. E appunto perché la maternità di Maria è opera di solo Spirito e non di carne, del solo Spirito Santo è in nessun modo condivisa quaggiù dall’uomo, sicché Gesù non riconosce altra origine terrena che Maria sola, così ne avviene che Maria è Madre di Gesù più che le altre madri non siano dei propri figli, più Madre di Dio, che non sia di noi madre la madre nostra.

5° Non fa difficoltà l’obbiezione dei Protestanti, che cioè Maria non avendo dato a Gesù la divinità, ma solo l’umanità, si dovrebbe solo chiamare Madre di Gesù-Uomo e non Madre di Gesù, né Madre di Dio. Quanto sia vano quest’appunto lo potete intendere da quanto già abbiamo detto. Maria è vera Madre di Gesù: in Gesù non vi sono due persone, ma una sola: Gesù è Dio fatto Uomo, in Gesù sono unite personalmente, sostanzialmente la divinità e l’umanità; perciò Maria, Madre di Gesù, Madre della persona di Gesù, di quella Persona che non è solo Uomo ma anche Dio, merita a piena ragione il titolo e la dignità che le attribuiamo di vera Madre di Dio. Il simbolo degli Apostoli professa: « Io credo in Gesù Cristo, suo (cioè di Dio) Figliuolo unico, il quale fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine ». Quindi, domanda sant’Agostino: «Come potremo noi conformemente alla nostra regola di fede affermare che noi crediamo nel Figlio di Dio che è nato da Maria Vergine, se da Maria Vergine non fosse nato Figliuolo di Dio, ma (semplicemente) Figlio dell’uomo? E qual Cristiano vorrà mai affermare che quella Vergine partorisse un figlio puramente umano? » (Serm. 186). Se l’osservazione avesse ragione di sussistere, nessuno di noi potrebbe chiamare col nome di padre e madre i suoi genitori, perché da essi abbiamo avuto il solo corpo, mentre l’anima che è parte più nobile e principale in noi l’ha creata immediatamente Dio.

6° Il primo a negare a Maria il titolo di Madre di Dio è stato Nestorio nel principio del V secolo. Egli antivenendo gli eretici moderni, appoggiandosi al sofisma già accennato, voleva sostenere che Maria perché Madre di Gesù in quanto uomo non può venir chiamata Madre di Dio. Quando la orrenda bestemmia venne, ad istigazione di Nestorio, pronunziata nella Basilica di Costantinopoli, tutto il popolo gettò un alto grido di orrore e fuggì dal tempio e non vi ritornò più. La Chiesa si raccolse allora a concilio nella città di Efeso (anno 431) e in un’assemblea di centonovantotto Vescovi venne formulata la definizione dogmatica che rispondeva al sentimento unanime dei Cristiani ammaestrati dalla Tradizione e dal Vangelo: « Se qualcuno non confesserà che l’Emanuel è veramente Iddio, e perciò Maria Madre di Dio, imperocché partorì secondo la carne il Verbo di Dio fatto carne, sia scomunicato » (Can. 1, Conc. Ephes. V. DENZIGER, Enchiridion,13. – Come i Padri ed i Concilii sostennero contro gli Ariani la parola « consostanziale»; così fecero contro i Nestoriani relativamente alle parole« Madre di Dio ». Poiché tutto il veleno dell’eresia nestoriana, come, secondoCirillo d’Alessandria, osserva il Petavio (De Incarnat. 1. I , c. 9), consistevanel rigettare solamente questa espressione. — Si narra che quando i Vescovierano adunati in Efeso i Cristiani ne attendevano con tale ansietà la definizione che, essendosi la seduta conciliare protratta fino a tarda notte, non si allontanarono dalla piazza innanzi alla Chiesa in cui si teneva il concilio, ma aspettarono la definizione che accolsero al grado di: Viva Maria Madre di Dio! e poi con torchi accesi, e sempre acclamando a Maria Madre di Dio, accompagnarono i Padri alla loro residenza. In memoria di questa definizione venne composta la pia invocazione: Santa Maria Madre di Dio, prega, ecc. Recitando questa invocazione pensate e proclamate di cuore Maria vera Madre di Dio, affinché preghi per voi adesso e nell’ora della vostra morte. Non vi sembra bello e prezioso morire quando Maria vi assista con la sua potente preghiera? Se volete potete godere tale immenso favore. Meritatelo). Il secondo Concilio Costantinopolitano (V Ecumenico) facendo eco ai Padri Efesini grida l’anatema a chi « non riconosce che il titolo di Madre di Dio spetta di diritto, in senso vero e proprio, a Maria, ma dice che solo abusivamente le viene attribuito ». — La parola che l’eterno Padre pronunzia intorno a Gesù: Filius mens es tu, è la parola che a pieno diritto pronunzia Maria: Gesù-Dio, sei mio Figlio, io sono tua Madre. Pertanto noi pure con sant’Atanasio confesseremo: « È fede verace il ritenere e professare che il nostro Signore Gesù Cristo, Figliuolo di Dio, è Dio ed uomo: Dio, come generato dalla sostanza del Padre nell’eternità, ed uomo come nato dalla sostanza della madre nel tempo»; e col Concilio generale di Calcedonia: « Noi insegniamo tutti concordi, che il nostro Signore Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo, composto di un’anima ragionevole e di un corpo (umano), della stessa natura col Padre per la divinità, della stessa natura con noi per l’umanità, in tutto e per tutto simile a noi, ma senza peccato; secondo la divinità generato dal Padre prima di tutti i secoli, e secondo l’umanità nella pienezza dei tempi generato da Maria Vergine, Madre di Dio, per noi e per la nostra salute ».

II — Maria è Madre di Dio! Quale grandezza, quali meraviglie in questo titolo augusto!

Maria Madre di Dio! vale a dire una creatura Madre del Creatore, un’umile verginella genitrice di Dio. La relazione più intima che esista tra due esseri è quella di madre e figlio. Maria Madre di Dio contrae con Lui la più intima relazione. Sia lecito alla nostra debolezza un paragone materiale tratto dal Vangelo. Volete conoscere la bontà di una pianta? Osservatene i frutti. Volete intendere la grandezza di Maria? Intendete prima la grandezza di Colui che è suo frutto, suo Figlio, Gesù Cristo. Ben a ragione san Tommaso ci dice che partecipa dell’infinito. Difatti: Perché Dio si è fatto Uomo? Risponde sant’Agostino: Per elevare l’uomo sino a Dio. Se facendosi uomo, Iddio eleva l’uomo fino a sé, quale sarà l’elevazione di Colei che cooperò qual madre, all’Incarnazione? Di qui intendiamo che al disopra del titolo e della dignità di Maria non vi ha che un titolo e una dignità: Dio solo. Tra Maria e Dio non vi è posto per altra creatura: al disopra di Maria non vi è, né vi può essere che Dio; al disotto di Maria sta tutto il creato. Dio, soggiunge san Bonaventura, potrebbe creare mondi quanti volesse, immensamente più belli e grandi di questo, ma non potrebbe creare una creatura più grande di Maria, perché la massima grandezza è: Madre di Dio. La qualità di Madre di Dio è l’ultimo sforzo della divina onnipotenza. E ben a ragione sant’Eucherio dice che per comprendere la grandezza di Maria bisogna prima intendere la grandezza di Dio: « Se vuoi conoscere quale sia la grandezza della Madre, cerca prima quale e che cosa sia il Figlio». Un celebre oratore dovendo tessere l’elogio di Filippo re di Macedonia, decantò la nobiltà della sua origine, la grandezza della sua potenza, il numero delle sue vittorie, e poscia, interrompendosi all’improvviso, esclamò: A che tutte queste lodi? Filippo è stato il padre di Alessandro: questa è la gloria delle sue glorie, questa è la grandezza sua più eccelsa. – Ora guardate al bambino che la Vergine porta tra le sue braccia. Sapete chi è? È Iddio! è il Creatore del mondo, il Salvatore del genere umano. Egli è la gloria di Maria perché è figliuolo di Lei. Epperciò il sentimento comune dei Santi è che voler intendere quanta sia la grandezza di Maria Madre di Dio è un voler rimaner oppressi dalla gloria di Dio che si riverbera in Maria quanto è possibile in una creatura. Tentiamo tuttavia, per quanto la debolezza e meschinità nostra ce lo consentono, di formarci un’idea di questa grandezza suprema tra le grandezze create.

Maria produce con Dio, Gesù Cristo. Ella è associata al Creatore nella più grande creazione. Il capolavoro di Dio creatore non è questo mondo visibile col suo ordine ammirabile, non è del pari il mondo spirituale talmente elevato al disopra del corporale che l’ultimo degli spiriti è ancora immensamente superiore all’ultimo dei corpi; il capolavoro di Dio non è neppure l’uomo, compendio meraviglioso del mondo corporeo e spirituale, il capolavoro di Dio è quello il cui nome solo fa chinare le nostre fronti nel rispetto e nell’amore: è Nostro Signor Gesù Cristo. – « Maria è ammessa all’onore di produrre con Dio questo grande capolavoro. Di fatti, togliete l’azione di Dio generatore eterno del Verbo, Gesù Cristo è un uomo e non più Dio. Togliete l’azione di Maria nell’Incarnazione del Verbo, Gesù Cristo è Dio, ma non più uomo. Sì da un lato come dall’altro non è più Lui, non è più l’Uomo-Dio. La divinità versata in Gesù Cristo dal seno di Dio, e l’umanità versata in Gesù Cristo dal seno di Maria, è lo stesso Gesù Cristo nella sua unità personale, confluente misterioso di queste due sorgenti che vengono ad unirsi senza confondersi. Ecce misterium vobis dico(I Cor. XV, 51): Ecco il gran mistero. – In tal modo Maria è veramente associata all’onore di produrre con Dio il gran capolavoro di Dio: è questo il primo grado della sua grandezza e della sua dignità. Questo primo grado della sua dignità conduce al secondo: con Dio Maria comanda a Gesù Cristo.

« Quello che più innalza l’uomo agli occhi suoi nonché agli occhi degli altri, è il diritto di comandare. Infatti il comando è l’atto d’autorità; l’ubbidienza è il riconoscimento spontaneo dell’autorità. Ecco perché in noi l’amore della nostra propria grandezza si confonde coll’amore del comando: crediamo di renderci tanto più grandi quanto più ci si presta ubbidienza. Chi ci ubbidisce, ci eleva con la sua propria grandezza, giacché sottomettendosi a noi ci riconosce, in certo modo, superiori. Si può pertanto considerare come principio incontrastabile che la dignità di chi comanda è in proporzione della grandezza di colui che ubbidisce. Di qui voi potete, o fratelli, intendere qualche cosa intorno alla dignità che ridonda a Maria dall’autorità che le compete di comandare a Gesù Cristo, a Gesù Cristo che per la sua grandezza personale s’innalza al di sopra della creazione, a Gesù Cristo costituito, per la sua grandezza pubblica, per estendere sopra tutte le creature un sovrano dominio. « Ma, direte voi, come può la creatura comandare al Creatore? Maria comandare a Gesù Cristo? Non bisogna mai, o fratelli miei, indietreggiare innanzi alle conseguenze necessarie dei principii certi. Maria, presso Gesù Cristo, apparisce come una madre presso il suo figliuolo; con Dio, a rigor di parole, Ella è autore di Gesù Cristo. Ora ponderate la filosofia delle parole: chiunque è autore di qualche cosa, ha autorità su quello che ha prodotto. Quindi Maria apparisce agli occhi del suo Figlio non solo come grandezza ch’Ei venera, ma ancora come autorità alla quale presta ubbidienza. Sì, a Gesù Cristo, a questa grandezza dinanzi alla quale si umilia ogni creatura, a questa grandezza dinanzi alla quale perde di splendore ogni maestà, a questo Principe, a questo Re, a questo Dio, una donna, Maria, comanda, ed Egli ubbidisce. « Ah lo intendete! Qui la mente si stupisce, si spaventa. Da ambo i lati, diceva san Bernardo, sta il miracolo, e voi non sapete quale dei due più ammirare: se il miracolo di umiltà nel Figlio, o il miracolo di grandezza nella Madre. Che un Dio ubbidisca ad una donna, è questa un’umiltà senza esempio; ma che una donna comandi a Dio, è questa una sublimità che non ammette assolutamente condivisione. Se è reputata gloria dei Vergini in cielo seguire l’Agnello ovunque si reca, qual gloria meritò la Vergine per eccellenza ammessa all’onore non di seguirlo, ma di camminare innanzi a Lui? Egli reca a Maria una glorificazione degna di Lui. Questa glorificazione è il terzo grado della sua dignità, di essere come Dio, glorificata da Gesù Cristo.

« Maria è glorificata da Gesù Cristo. Tutti gli esseri della creazione sono chiamati a glorificare Dio in ragione della loro perfezione, perché ogni essere deve far risplendere le perfezioni del Creatore nell’ordine stesso in cui esse gli sono comunicate. Ora noi già abbiamo inteso come Gesù è il capolavoro di Dio; Egli è più che tutto il mondo reale, anzi più che tutti i mondi possibili. Per conseguenza un solo affetto del suo cuore, una sola sua parola glorifica il Creatore più che non lo glorifichino tutti i mondi possibili. Ebbene Iddio reclama questa glorificazione come Autore di quell’umanità che deve glorificare il Creatore: questa glorificazione, Maria del pari la reclama come Autrice di quell’umanità d’onde ascende a Dio la gloria, perché Maria contribuì a formare a Gesù Cristo la potenza di glorificare il Padre. Difatti quando Maria si pone di fronte a Gesù Cristo, senza veruna esagerazione può dirgli: Tu, o figlio mio, sei l’immagine della sostanza divina, sei lo splendore dell’eterno Padre, e sei del pari la mia gloria: lo splendore da te discende sul volto di me che sono tua Madre. Così Maria è glorificata da Gesù Cristo.

« Ma che dico io? Le Persone dell’augusta Trinità fanno rifulgere su di Lei la gloria che a Dio procura il mistero dell’Incarnazione. Le dice l’eterno Padre: Per te, o figlia mia, io veggo il Verbo prostrato innanzi a me. Chi era a me uguale è divenuto mio suddito e mi onora. Le dice il Figliuolo: Gloria a te, o Madre! Figlio eterno del Padre, tutto riceveva da Lui, niente gli donava, non poteva donargli nulla. Per te gli do la gloria quale non possono donargli né gli esseri esistenti, né tutti i mondi possibili. Esclama lo Spirito Santo: Gloria a te, o mia sposa! Per te ho procurato chi glorifica il Padre di quella glorificazione infinita, cui Egli ha diritto » (Felix, Maternità divina). In tal modo le Persone tutte dell’augusta Trinità irradiano su Maria una gloria eterna che ha dell’infinito. Pertanto se non possiamo intendere tutta la grandezza a cui venne elevata Maria, per la divina maternità, intendiamo però che questa ha dell’infinito.

III. — Dalla dignità di Madre di Dio scaturisce la missione di Maria, la quale a sua volta ci rivela la grandezza di Lei. Quando Iddio eleva una creatura ad una dignità, ve la eleva per affidarle una missione. Qual è la missione di Maria Madre di Dio? Riassumerò brevemente questa missione, già tratteggiata nelle sue varie manifestazioni, allo scopo di presentarla riassunta sì, ma insieme completa.

Maria Madre di Dio coopera con Gesù alla salute delle anime, alla Redenzione umana. Dall’Eden vediamo Maria associata, da Dio stesso, con Gesù. Dio disse al demonio: Porrò inimicizia tra te e la donna, e tra il seme tuo e il seme di lei (Gen. III, 15). La prima promessa della riparazione ci mostra il novello Adamo con l’Eva novella: Gesù con Maria; e perciò se l’uomo attenderà quattro mila anni il Liberatore, quattro mila anni pure attenderà la Madre di Dio, la liberatrice. Aprite la sacra Scrittura: ovunque trovate una figura od una profezia del Salvatore, ivi trovate altresì una figura o una profezia della Madre di Lui. « Così ad esempio se Gesù Cristo è il fiore di Jesse, il quale deve produrre la salute del mondo, Maria è lo stelo che deve produrre questo fiore di Jesse, il quale deve procurare la salute del mondo. Gesù Cristo è il sole divino che, sorgendo ad Oriente illuminerà la terra, Maria è l’aurora che lo annunzia. Quando ci facciamo a percorrere questo Libro divino di cui ogni pagina è una profezia, guardiamo a destra ed a sinistra, su due linee parallele che partono da Adamo a Gesù Cristo e da Eva a Maria, attraverso quaranta secoli: a destra gli uomini che furono figura di Gesù Cristo, tutti portanti nella fronte un raggio di Gesù Cristo che figurano; a sinistra le donne che figurano Maria, tutte pure portanti sulla fronte un raggio della Vergine riparatrice. Di guisa che dalle chiuse porte dell’Eden fin sulla cima del Calvario, voi dappertutto vedete la riparatrice associata al riparatore ». Di questa verità il Pontefice Leone XIII d’imperitura memoria, ci presenta la dimostrazione che abbiamo nella considerazione dei misteri del Rosario.

Maria compie la missione di Corredentrice che le proviene dalla dignità sua, particolarmente nelle tre grandi epoche del mistero riparatore. Dapprima nell’Incarnazione. Quando è giunta quella che, nella mente di Dio, è la pienezza dei tempi, Egli compie l’ineffabile mistero. Ma che dico compie? È necessaria la cooperazione di Maria; e Dio fa dipendere l’esecuzione del mistero riparatore da una parola della santissima Vergine. Quando l’Arcangelo Gabriele ha compiuto la missione di cui era stato celeste ambasciatore, e ha svelato a Maria il grande mistero, Ella resta un istante stupita e indecisa; e tutto con Lei resta in sospeso: il cielo, la terra, Iddio, l’uomo, il mistero dell’Incarnazione. Finalmente Maria pronunzia la grande parola, il Fiatcreatore dello stupendo prodigio, come creatore fu il Fiatpronunziato da Dio sul nulla per chiamare ad esistere quello che prima non era: Ecce ancilla Domini, fiat mihi secondun verbum tuum. Così, dice san Bernardo, Maria col suo consenso ha operato la salute del mondo. Quaranta giorni dopo la nascita, Gesù nel tempio compie, per così esprimerci, la sua ufficiale offerta al Padre per la salute del mondo. Questa offerta è anch’essa compiuta per opera di Maria che lo reca al tempio e lo offre all’eterno divin Padre. Sul Calvario finalmente viene compito l’umano riscatto. Gesù è crocifisso: ai suoi piedi, presso la croce, sta la madre sua. Il medesimo dolore, le medesime sofferenze straziano Gesù e Maria. La medesima rassegnazione, la stessa volontà li unisce ed opera la nostra salute.

« Ma come non ebbe fine la parte di Gesù sul Calvario, così del pari non ebbe fine la parte di Maria. Quella carne e quel sangue che hanno riscattato il mondo dovevano riscattarlo e rigenerarlo sempre. Ebbene, dappertutto, anche dopo il Calvario, Maria è associata al suo divin Figliuolo. La veggo difatti e nei nostri sacramenti, e nel nostro apostolato e nelle nostre feste: triplice mezzo di perpetua rigenerazione. Maria sta nei nostri sacramenti. Quando amministriamo il battesimo diciamo: Nel nome del Padre (Maria è la sua figliuola), del Figliuolo (Maria è la sua Madre) e dello Spirito santo (Maria è la sua sposa). Nel tribunale di Penitenza versiamo con la stessa formula, sul peccatore pentito il Sangue del nostro divin Salvatore. E quando voi vi accostate alla sacra Mensa, noi dimenticate, vi cibate parimenti della carne di Maria, imperocché sta scritto: Caro Christi, caro Mariæ; la carne del Cristo è la carne di Maria. Noi ministri dell’altare, quando abbiamo nelle nostre mani la vittima, ah! noi perpetuiamo nelle nostre mani questo gran mistero, quel gran sacrificio del Calvario in cui Maria, come il suo Figlio, fu ad un tempo vittima e sacrificatrice. Maria sta nel nostro apostolato come gli Apostoli, trionfa delle eresie come gli Apostoli, come gli apostoli pone in fuga l’errore; Maria uccide il peccato nelle anime e salva i peccatori. Quante legioni apostoliche vi sono, onorate del nome di Gesù Cristo, altrettanto sono onorate del nome di Maria » (Felix, I c.). Maria è unita a Gesù nelle feste che la Chiesa ha istituito in onore di Lei, parallele a tutte le feste istituite in onore del suo divin Figlio. Basti farne il nome, poiché già altra volta ne parlammo: Concezione, Nascita, Nome, Presentazione al tempio, Passione, Morte, Risurrezione, Assunzione di Maria.

IV. — L’elevazione di Maria alla dignità di Madre di Dio porta a sé unita una grande potenza.

La grandezza e la potenza si confondono in una. Maria è grande, è Madre di Dio. Per tutta l’eternità dirà a Gesù: Sei mio figlio. Per tutta l’eternità Gesù dirà a Maria: Sei mia Madre. Perciò Maria avendo il potere di fare inclinare a sé l’Onnipotente, è potente. Come ciò? Pel diritto materno, e per l’amore materno. Per mezzo di queste due profonde radici, ella avvince, per così dire, lapotenza del suo Figliuolo; da per tutto ove si vale di queste due cose, del suo diritto, del suo cuore, del suo amore di madre, fa piegare la volontà e il cuore di Gesù. L’amore sottometteva Gesù a Maria in terra, l’amore sottomette a Maria in cielo l’onnipotenza di Gesù. Maria in terra ci ha dato Gesù, dal cielo ci dona le grazie di Gesù.

La potenza di Maria! Chi la può misurare ? Vedete mirabile Provvidenza di Dio: Ogni essere sulla terra ha una potenza proporzionata all’ufficio che Iddio creatore gli ha assegnato. La potenza di Maria è pertanto anch’essa proporzionata alla sua missione: Madre di Dio, Corredentrice delle anime. Chi ha un ufficio nel mondo fisico, ha la potenza sul corpo; chi ha un ufficio morale, ha il potere di agire sull’anima. Maria ha una grandezza ed una missione soprannaturale, e perciò anche la sua potenza è soprannaturale. Perciò la potenza di Maria non ha limite. È potente in cielo ed in terra; è potente sul demonio e su noi. Maria può quanto vuole. Tutto ciò che Iddio può per natura, Maria lo può per grazia, lo può perché Madre di Dio; tutto ciò che è bene per noi Maria lo vuole perché corredentrice. Ovunque si estende la potenza di Dio, là si estende la potenza della madre sua.

V. — Grande è la dignità di Maria Madre di Dio: la divina maternità e la ragione, la fonte di tutte le grandezze di Maria. Tale grandezza, che noi non potremo mai ammirare sufficientemente si riverbera pure su noi. In Maria è stata esaltata, nobilitata non solo la persona di Lei, ma tutta la natura, e quindi la stirpe umana. Come pel peccato di Adamo il demonio avvilì e vinse non la persona sola di Adamo e di Eva ma la natura, la stirpe umana, così nell’esaltazione di Maria, è stata esaltata, nobilitata questa natura, questa stirpe di cui noi siamo membra. La gloria di un membro della famiglia, è gloria della famiglia tutta. La gloria di Maria, figlia primogenita della famiglia cattolica, è gloria di tutta la cristianità. – Ma oh, devoti fratelli! Ci contenteremo noi oggi di aver destato una sterile ammirazione nel cuor nostro verso questa nostra primogenita sorella e Madre? Queste grandezze richiedono in noi l’adempimento dei doveri che vi corrispondono e che costituiscono quella che, a piena ragione, diciamo vera divozione a Maria. Maria è Madre Dio. Come tale è elevata alla suprema dignità, cui potesse venire elevata una creatura. Onoriamola dunque, rispettiamola. Onoriamola colle parole: Ave Maria; nelle sue immagini, nelle sue feste, onoriamola specialmente con l’imitarla nelle sue virtù. Maria è Madre di Dio, è Corredentrice. Amiamola dunque. A Maria andiamo debitori di infinite grazie: da Lei abbiamo avuto Gesù, da Lei la fonte prima della Redenzione, da Lei il Fiatriparatore che costò tanto strazio al cuore, all’anima sua. Amiamola con tutto il nostro cuore. Oh non ispunti nella nostra vita un giorno solo in cui il nostro cuore non arda di amore per Maria. Amiamola Maria e perciò non offendiamo mai il suo caro Gesù. Maria Madre di Dio può quanto vuole, e vuole tutto quello che per noi è bene. Confidiamo dunque e umilmente invochiamo la sua potenza, la sua bontà in nostro favore. Preghiamola di tutto quello di cui abbisogna la nostra vita temporale, ma preghiamola specialmente di quanto ci abbisogna per la povera anima nostra. Domandiamole di poterla sempre degnamente onorare, di poter conservare puro, per amore di Lei, il nostro cuore, di poter rendere l’anima nostra bella della sua bellezza soprannaturale ricopiando in noi le sue virtù, domandiamole di proteggerci onde poter riuscire sempre vittoriosi nella lotta col demonio, di godere della sua preghiera e della sua protezione in punto di morte, e di poter finalmente acclamarla e benedirla per sempre in cielo quale Madre di Dio.

FIORETTO. —Reciteremo devotamente sette volte l’Ave Maria e la Sancta Maria per onorare la Madre di Dio e pregarla della sua protezione.

GIACULATORIA. — Ripeteremo spesso la liella invocazione che proclama Maria Madre di Dio: Sancta Dei Genetrix, ora prò nobis.

ESEMPIO. — Visione di fra Leone. — Nelle cronache dei frati francescani si legge come vivendo tuttavia il beato Padre Francesco su questa terra aveva molta domestichezza e famigliarità con un frate laico del suo ordine, che si chiamava frate Leone. Era questi di una semplicità mirabile e tutto pieno dello spirito del Signore e perciò molto caro a Francesco, che sovente sel toglieva seco a passeggio e insieme discorrevano delle cose di Dio. Ora avvenne che il beato padre Francesco se ne morì, ed i frati suoi ne seppellirono il corpo nella chiesa della Madonna degli Angioli, che è in Assisi. E frate Leone sentendosi solo in sulla terra privo del suo amato padre, sovente recavasi in quella chiesa e la andava ad inginocchiarsi presso la tomba del beato Francesco, ove passava le ore intere in sante meditazioni, parendogli così ancora di conversare con lui, non altrimenti che faceva quando era ancora in terra. Una sera adunque mentre frate Leone stavasi in preghiera vicino alla tomba del padre suo, stanco pel molto lavorare che aveva fatto durante il giorno, sentì un grave sonno venirgli addosso; per il che appoggiato il capo in sulla sponda del sepolcro si addormentò subitamente. Ed ecco mentre profondamente dormiva ebbe una visione. Parevagli trovarsi in vasto campo e la convenire tutti i frati del suo ordine; ed erano in numero sì grande da parere quello il giorno del giudizio universale. E mentre i frati si stavano radunati in quel campo, ecco in alto da un lato del cielo aprirsi come una porta e di la scendere in fino a terra una grande scala, che pareva quella che altra volta era comparsa al Patriarca Giacobbe mentre dormiva nell’aperta campagna. E sulla sommità della scala si vedeva il beato Francesco, e dietro di lui il divino Giudice Gesù Cristo. E Francesco voltosi ai frati che si stavano nella valle dire loro: Fratelli miei, suvvia venite al cielo passando per questa scala. E quelli tutti a provarsi per montare; ma non potevano, che la scala aveva pochi e radi scalini e pareva che fossero di fuoco, tanto bruciavano le mani che vi si attaccavano. E tutti provavano a salire e nessuno il poteva. Onde i frati piangevano dirottamente. Allora sparve la scala, il cielo si chiuse e più non si vedeva persona; per il che i frati incominciarono a mandare altissime grida. Ma ecco che poco stante da un altro lato si aperse un’altra volta il cielo e discese giù un’altra scala, che aveva molti e spessi scalini e pareva fossero infiorati ed alla sommità apparve nuovamente Francesco, tutto raggiante di gioia, e dietro di lui era vi la Vergine Madre di Dio con tanti Angeli che le facevano corona. E Francesco rivolto nuovamente ai frati, che avevano cessato dal piangere e stavano meravigliati a guardare, disse loro con parole piene di santa allegrezza: Suvvia, frati miei cari, provatevi ora a salire su questa scala, e venite con me in paradiso. E i frati a quelle parole ed a quell’invito tutti si attaccarono alla scala per salire; e quando alcuno per la pesantezza della persona pareva stanco e si arrestava dal salire, la Madonna il confortava chiamandolo per nome e inviandogli degli Angioli che il sostenessero; e così tutti i frati poterono giungere in fino al beato Francesco, che prendendoli per mano li presentava alla Vergine, ed Ella li introduceva nel cielo. E quando tutti si furono scomparsi, ecco che si svegliò frate Leone, e trovò che ei solo era rimasto in terra presso la tomba del beato Padre. Ed allora incominciò a piangere forte; e avendolo un frate che si trovava in chiesa interrogato del perché piangesse a quel modo, frate Leone gli raccontò il sogno che aveva avuto. E messisi tutti e due a pregare insieme conobbe frate Leone quella essere una visione con cui voleva Iddio significargli che l’amore e la devozione inverso la beata Vergine Maria era la scala facile e sicura per giungere al cielo; onde in seguito fu poi sempre devotissimo di Maria, e a tutti raccomandava questa devozione, raccontando loro quanto aveva veduto nel suo sogno.

(MORINO).

Siamo devoti di Maria. Ella, perché Madre di Dio, è vera scala del paradiso; la scala che unisce questa povera terra, valle di lagrime, al cielo. Ascendiamo questa scala per mezzo della pratica fervorosa, della divozione a Maria. In questo modo anche noi conseguiremo certamente la eterna salute.

LA GRAZIA: NOTE DI TEOLOGIA ASCETICA -3-

LA GRAZIA

(Note di teologia ascetica)

NATURA DELLA VITA CRISTIANA (3)

[A. Tanquerey: Compendio di Teologia ascetica a mistica – Desclée e Ci. Roma-Tournai – Parigi; 1948]

3° DELLA GRAZIA ATTUALE

Come nell’ordine di natura abbiamo bisogno del concorso di Dio per passare dalla potenza all’atto, così nell’ordine soprannaturale non possiamo porre in atto le nostre facoltà senza il soccorso della grazia attuale.

124. Ne esporremo: 1 ° la nozione; il modo di operare; la necessità.

A) La nozione. La grazia attuale è un aiuto soprannaturale e transitorio che Dio ci dà per illuminare la nostra intelligenza e fortificare la nostra volontà nella produzione degli atti soprannaturali.

a) Opera quindi direttamente sulle nostre facoltà spirituali, l’intelligenza e la volontà, non più soltanto per elevarle all’ordine soprannaturale, ma per metterle in moto e far loro produrre atti soprannaturali. Diamone un esempio: prima della giustificazione o dell’infusione della grazia abituale, ci illumina sulla malizia e sui terribili effetti del peccato per farcelo detestare. Dopo la giustificazione, ci mostra, alla luce della fede, l’infinita bellezza di Dio e la misericordiosa sua bontà per farcela amare con tutto il cuore.

b) Accanto però a queste grazie interne, ve ne sono altre che si chiamano esterne, le quali, operando direttamente sui nostri sensi e sulle nostre facoltà sensitive, indirettamente influiscono sulle nostre facoltà spirituali, tanto più che sono spesso accompagnate anche da veri aiuti interni. Cosi la lettura della Sacra Bibbia o d’un libro cristiano, l’ascoltazione di una predica, d’un pezzo di musica religiosa, d’una buona conversazione, sono grazie esterne: di per sé non fortificano la volontà, ma producono in noi delle impressioni favorevoli che scuotono l’intelletto e la volontà e li inclinano verso il bene soprannaturale. Dio, del resto, vi aggiungerà spesso dei movimenti interni che, illuminando l’intelletto e fortificando la volontà, ci aiuteranno potentemente a convertirci o a divenir migliori. È quanto possiamo dedurre dalle parole del libro degli Atti, che ci mostrano lo Spirito Santo che apre il cuore d’una donna chiamata Lidia, per renderla attenta alla predicazione di S . Paolo [Act. XVI, 14]. Dio poi, il quale sa che noi ci eleviamo dal sensibile allo spirituale, s’adatta alla nostra debolezza e si serve delle cose visibili per portarci alla virtù.

125. B) Suo modo di operare: a) La grazia attuale influisce su di noi in modo morale e fisico nello stesso tempo: in modo morale, con le persuasioni e le attrattive, come una madre che, per aiutare il bambino a camminare, dolcemente lo chiama e lo invita a sé promettendogli una ricompensa; in modo fisico, aggiungendo nuove forze alle nostre facoltà, troppo deboli per operare da sole, come fa una madre che prende per le braccia il suo bambino e l’aiuta, non solo con la voce ma anche col gesto, a fare qualche passo innanzi. Tutte le Scuole ammettono che la grazia operante opera fisicamente, producendo nell’anima nostra dei movimenti indeliberati; quando però si tratta della grazia cooperante, vi è tra le diverse scuole Teologiche qualche disparere, che del resto per la pratica non ha grande importanza: non entriamo in queste discussioni, perché non vogliamo fondare la nostra spiritualità su questioni controverse.

b) Sotto un altro aspetto, la grazia previene il nostro libero consenso o l’accompagna nel compimento dell’atto. Così mi nasce, per esempio, il pensiero di fare un atto d’amor di Dio senza che io abbia fatto nulla per suscitarlo: è una grazia preveniente, è un buon pensiero che Dio mi dà; se io l’accolgo bene e mi studio di produrre quest’atto d’amore, io lo faccio con l’aiuto della grazia adiuvante o concomitante. — Pari a questa distinzione è quella della grazia operante, per mezzo della quale Dio opera in noi senza di noi, e della grazia cooperante, per mezzo della quale Dio opera in noi e con noi, cioè colla nostra libera collaborazione.

126. C) Sua necessità. Il principio generale è che la grazia attuale è necessaria per ogni atto soprannaturale, perché vi dev’essere proporzione tra l’effetto e il suo principio.

a) Così, quando si tratta della conversione, vale a dire del passaggio dal peccato mortale allo stato di grazia, abbiamo bisogno d’una grazia soprannaturale per fare gli atti preparatorii di fede, di speranza, di penitenza e d’amore; e anche per l’inizio della fede, cioè per quei pio desiderio di credere che ne è il primo passo, b) Ed è pure per la grazia attuale che perseveriamo nel bene nel corso della nostra vita sino all’ora della morte. Per questo infatti: – 1) si deve resistere alle tentazioni che assalgono anche le anime giuste e che sono talvolta così insistenti e ostinate che non possiamo resistervi senza l’aiuto di Dio. Ecco perché Nostro Signore raccomanda agli apostoli, anche dopo l’ultima Cena, di vigilare e pregare, vale a dire di appoggiarsi non sui propri sforzi soltanto, ma sulla grazia per non soccombere alla tentazione [Matth. XXVI, 41].- 2) Si devono inoltre adempiere tutti i propri doveri, e lo sforzo energico, costante, richiesto da questo adempimento non può farsi senza l’aiuto della grazia: solo Colui che incominciò in noi l’opera della perfezione, può condurla a buon fine [Fil. I, 6]; solo l’Autore della nostra vocazione all’eterna salute ha diritto di darvi l’ultima mano. [Piet. V, 10].

127. E ciò è specialmente vero per la perseveranza finale che è un dono speciale e grande dono [Trident. Sess. VI, can. 16, 22, 23]: morire nello stato di grazia, non ostante tutte letentazioni che vengono ad assalirci in quell’ultimo momento, o sfuggire a queste lotte con una morte dolce o repentina che ci addormenti nel Signore è, a detta dei Concilii, la grazia delle grazie che non si potrà mai chiedere abbastanza, che non si può strettamente meritare, ma che si può ottenere con la preghiera e con la fedele cooperazione alla grazia, suppliciter emereri potest [S. Agost. De dono persev., VI, 10 P. L. XLV, 999]. c) e quando si vuole non solo perseverare, ma crescere ogni giorno più in santità, schivare i peccati veniali deliberati e diminuire il numero delle colpe di fragilità, non si dovrà pure far assegnamento sui divini favori? Pretendere che si possa stare a lungo senza commettere qualche peccato che ritardi il nostro avanzamento spirituale, è un andare contro l’esperienza delle anime migliori che si rimproverano così amaramente le loro debolezze, è un contradire S. Giovanni, che dichiara illusi quelli che pensano di non commettere peccati: “Si dixerimus quoniam peccatum non habemus, ipsi nos seducimus, et veritas non est in nobis” [1 Joan. I, 8]; è un contradire il Concilio di Trento il quale condanna chi dicesse che l’uomo giustificato può, senza uno speciale privilegio divino [Sess. VI, can. 23] evitare in tutta la vita i peccati veniali.

128. La grazia attuale ci è dunque necessaria anche dopo la giustificazione; ed ecco perchè la S. Scrittura insiste tanto sulla necessità della preghiera, con cui quella si ottiene dalla misericordia divina, come spiegheremo più tardi. Possiamo pur ottenerla con atti meritori o, in altre parole, con la libera cooperazione alla grazia; perché quanto più siamo fedeli ad approfittarci delle grazie attuali che ci vengono largite, tanto più Dio si sente inclinato a concedercene delle nuove.

CONCLUSIONI.

129. Dobbiamo dunque avere la più grande stima per la vita della grazia; è una vita nuova, una vita che ci unisce e ci rende simili a Dio, con tutto l’organismo necessario al suo esercizio. Ed è vita assai più perfetta della vita naturale. Se la vita intellettuale è molto superiore alla vita vegetativa e alla vita sensitiva, la vita cristiana è infinitamente superiore alla vita semplicemente razionale; questa infatti è dovuta all’uomo, posto che Dio si risolva a crearlo, mentre la vita della grazia supera tutte le attività e tutti i meriti delle creature anche più perfette. Qual creatura infatti potrebbe mai pretendere il diritto di divenire figlio adottivo di Dio, tempio dello Spirito Santo, e il privilegio di vedere Dio faccia a faccia come Dio vede se stesso? – Dobbiamo quindi stimare questa vita più di tutti i beni creati, e considerarla come il tesoro nascosto per il cui acquisto non si deve esitare a vendere tutto ciò che si possiede.

130. 2 ° Quando si possiede un tal tesoro, bisogna sacrificare ogni cosa piuttosto che esporci a perderlo. È questa la conclusione che ne trae il Papa S. Leone: “Agnosce, o Christiane, dignitatem tuam, et, divina consors factus natura, noli in veterem vilitatem degeneri conversatione redire ” [Sermon. XXI]. Non vi è alcuno che più del Cristiano debba rispettare se stesso, non certo per ragione dei propri meriti, ma per ragione di quella vita divina a cui partecipa, e perché è tempio dello Spirito Santo, tempio santo di cui non si deve mai offuscare la bellezza: “Domum tuam decet sanctitudo in longitudinem dierum [Ps. XCII, 5].

131. Anzi, è evidente che dobbiamo pure utilizzare, coltivare quest’organismo soprannaturale di cui siamo dotati. Se piacque alla divina bontà di elevarci ad uno stato superiore, di darci largamente virtù e doni che perfezionano le nostre facoltà naturali, se ad ogni istante ci offre la sua collaborazione per metterli in opera, sarebbe un mal corrispondere a tanta liberalità il rigettar questi doni col non voler fare che atti naturalmente buoni o col non far produrre alla vigna dell’anima nostra che frutti imperfetti. Quanto più il donatore si mostrò generoso, tanto più s’aspetta da noi una collaborazione attiva e feconda. Il che apparirà anche meglio quando avremo veduto la parte che ha Gesù nella vita cristiana.

(…..)

§ II. L’aumento della vita spirituale per mezzo del merito.

228. Noi progrediamo per mezzo della lotta contro i nostri nemici, ma più ancora con gli atti meritori che facciamo ogni giorno. Ogni opera buona, fatta liberamente da un’anima in stato di grazia per un fine soprannaturale, possiede un triplice valore, meritorio, soddisfattorio e impetratorio, che contribuisce al nostro progresso spirituale.

a) Un valore meritorio, col quale aumentiamo il nostro capitale di grazia abituale e i nostri diritti alla gloria celeste: ne riparleremo subito.

b) Un valore sodisfattorio, che inchiude a sua volta un triplice elemento: 1) la propiziazione, che per ragion del cuore contrito ed umiliato ci rende propizio Dio e l’inclina a perdonarci le colpe.

2 ) l’espiazione che, con l’infusione della grazia, cancella la colpa;

3) la soddisfazione che, per il carattere penoso annesso alle nostre buone opere, annulla in tutto o in parte la pena dovuta al peccato. Questi felici risultati non sono prodotti soltanto dalle opere propriamente dette ma anche dall’accettazione volontaria dei mali e dei patimenti di questa vita, come insegna il Concilio di Trento [Sess. XIV; il quale aggiunge che vi è in questo un gran segno del divino amore. Che cosa infatti di più consolante che poterci giovare di tutte le avversità per purificar l’anima e unirla più perfettamente a Dio?

c) Finalmente queste opere hanno pure un valore impetratorio, in quanto contengono una domanda di nuove grazie rivolta all’infinita misericordia di Dio. Come ben fa notare S. Tommaso, si prega non solo quando in modo esplicito si presenta una supplica a Dio, ma anche quando con uno slancio del cuore o con le opere si tende a Lui, così che prega sempre colui che l’intera sua vita tiene sempre ordinata a Dio: “tamdiu homo orat quamdiu agit corde, ore vel opere ut in Deum tendat, et sic semper orat quitotam suam vitam in Deum ordinat “ [In Romanos, cap. I, 9-10]. Infatti questo slancio verso Dio non è forse una preghiera, un’elevazione dell’anima verso Dio e un mezzo efficacissimo per ottenere da Lui quanto desideriamo per noi e per gli altri? – Per lo scopo che ci proponiamo, ci basterà esporre la dottrina sul merito dicendone: 1° la natura; 2° le condizioni che ne aumentano il valore.

I . La natura del merito.

Due punti sono da spiegare: 1° che cos’è il merito; in che modo le nostre azioni sono meritorie.

CHE COS’È IL MERITO.

229. A) Il merito in generale è il diritto a una ricompensa. Il merito soprannaturale, di cui qui trattiamo, sarà dunque il diritto a una ricompensa soprannaturale, vale a dire a una partecipazione alla vita di Dio, alla grazia e alla gloria. Non essendo Dio tenuto a farci partecipare alla sua vita, occorrerà una promessa da parte sua per conferirci un vero diritto a questa ricompensa soprannaturale. Si può quindi definire il merito soprannaturale: un diritto a una ricompensa soprannaturale, che risulta da un’opera soprannaturalmente buona, fatta liberamente per Dio, e da una promessa divina che garantisce questa ricompensa.

230. B) Il merito è di due specie : a) il merito propriamente detto (che si chiama de condigno), al quale la retribuzione è dovuta per giustizia, perché vi è una specie d’uguaglianza o di proporzione reale tra l’opera e la retribuzione; b) il merito di convenienza (de congruo), che non si fonda sulla stretta giustizia ma su un’alta convenienza, essendo l’opera solo in piccola misura proporzionata alla ricompensa. Per dare un’idea approssimativa di questa differenza, si può dire che il soldato che si diporta valorosamente sul campo di battaglia, ha uno stretto diritto al soldo di guerra, ma solo un diritto di convenienza ad essere citato nel bollettino di guerra o ad essere decorato.

C) Il Concilio di Trento insegna che le opere dell’uomo giustificato meritano veramente un aumento di grazia, la vita eterna, e, se muore in questo stato, il conseguimento della gloria [Jac. I, 12].

231. D) Richiamiamo brevemente le condizioni generali del merito: a) L’opera, per essere meritoria, dev’essere libera; infatti se si opera per forza o per necessità, non si è moralmente responsabile dei propri atti, b) Deve essere soprannaturalmete buona, per aver proporzione colla ricompensa; c) e, quando si tratta di merito propriamente detto, dev’essere fatta in stato di grazia, perché è la grazia che fa abitare e vivere Cristo nell’anima nostra e la rende partecipi dei suoi meriti; d) fatta nel corso della vita mortale o viatoria, avendo Dio sapientemente determinato che, dopo un periodo di prova in cui possiamo meritare o demeritare, arrivassi al termine, dove si resta fissati per sempre nello stato in cui si muore. A queste condizioni da parte dell’uomo si aggiunge, da parte di Dio, la promessa che ci dà un vero diritto alla vita eterna; secondo S. Giacomo infatti “il giusto riceve la corona di vita che ha promesso a coloro che l’amano: Accipiet corone vitæ quam repromisit Deus diligentibus se [Jac. I, 22].

2° COME GLI ATTI MERITORI AUMENTANO LA GRAZIA E LA GLORIA.

232. Pare difficile a prima vista capire come atti semplicissimi, comunissimi, ed essenzialmente transitori, possano meritare la vita eterna. La difficoltà sarebbe insolubile se questi atti provenissero solo da noi; ma in verità si è in due a farli, sono il risultato della cooperazione di Dio e della volontà umana, il che spiega la loro efficacia: Dio, coronando i nostri meriti, corona pure i suoi doni, avendo in questi meriti una parte preponderante. Spieghiamo dunque la parte di Dio e quella dell’uomo e così intenderemo meglio l’efficacia degli atti meritori.

A) Dio è la causa principale e primaria dei nostri meriti: “Non sono io che opero – dice S. Paolo [1 Cor. XV, 10] – ma la grazia di Dio con me: Non ego, sed gratia Dei mecum. È Dio infatti che crea le nostre facoltà, che le eleva allo stato soprannaturale perfezionandole con le virtù e coi doni dello Spirito Santo; è Dio che con la grazia attuale, preveniente e adiuvante, ci sollecita a fare il bene e ci aiuta a farlo; Egli è dunque la causa primaria che mette in moto la nostra volontà e le dà forze nuove per abilitarla a operare soprannaturalmente.

233. B) Ma la nostra libera volontà, rispondendo alle sollecitazioni di Dio, agisce sotto l’influsso della grazia e delle virtù, e diviene quindi causa secondaria ma reale ed efficiente dei nostri atti meritori, perché siamo i collaboratori di Dio. Senza questo libero consenso non c’è merito; in cielo non meritiamo più, perché là non possiamo non amare Dio che chiaramente vediamo essere bontà infinita e fonte della nostra beatitudine. D’altra parte anche la nostra cooperazione è soprannaturale: per mezzo della grazia abituale noi siamo divinizzati nella nostra sostanza, per mezzo delle virtù infuse e dei doni lo siamo nelle nostre facoltà, e per mezzo della grazia attuale anche nei nostri atti. Vi è quindi vera proporzione tra le nostre azioni, divenute deiformi, e la grazia che è essa pure una vita deiforme o la gloria che non è se non lo sviluppo di questa stessa vita. E’ vero che questi atti sono transitori e la gloria è eterna; ma poiché nella vita naturale atti che passano producono abiti e stati psicologici che restano, è giusto che nell’ordine soprannaturale avvenga lo stesso, che i nostri atti di virtù, producendo nell’anima una disposizione abituale ad amar Dio, siano ricompensati con una durevole ricompensa; ed essendo l’anima nostra immortale, conviene che la ricompensa non abbia fine.

234. C) Si potrebbe certamente obiettare che non ostante questa proporzione, Dio non è tenuto a  darci una ricompensa così nobile e duratura con la grazia e la gloria. Il che concediamo senza difficoltà e riconosciamo che Dio, nella sua infinita bontà, ci dà più di quanto meritiamo; non sarebbe quindi tenuto a farci godere dell’eterna visione beatifica se non ce l’avesse promesso. Ma Ei l’ha promesso per il fatto stesso d’averci destinato a un fìne soprannaturale; la qual promessa ci è più volte ricordata nella S. Scrittura, dove la vita eterna ci viene presentata come ricompensa promessa ai giusti e come corona di giustizia: “coronam quam repromisit Deus diligentibus se… corona justititiæ quam reddet mihi justus judex ” [Jac. I, 12]. Quindi il Concilio di Trento dichiara che la vita eterna è nello stesso tempo una grazia misericordiosamente promessa da Gesù Cristo, e una ricompensa che, in virtù della promessa di Dio, è fedelmente concessa alle buone opere ed ai meriti [Sess. VI, c. 16].

235. Per ragione appunto di questa promessa si può conchiudere che il merito propriamente detto è qualche cosa di personale: per noi e non per gli altri meritiamo la grazia e la vita eterna, perché la divina promessa non va oltre. — La cosa va ben diversamente per Gesù Cristo, il quale, essendo stato costituito capo morale dell’umanità, in virtù di quest’ufficio meritò per ognuno dei suoi membri, e meritò in senso stretto. – Possiamo certamente meritare anche per gli altri, ma solo con merito di convenienza; il che è già cosa molto consolante, perché cotesto merito viene ad aggiungersi a ciò che meritiamo per noi stessi e ci fa così capaci, lavorando alla nostra santificazione, di cooperare pure a quella dei nostri fratelli. Vediamo ora quali sono le condizioni che aumentano il valore dei nostri atti meritori.

II. Condizioni che aumentano il nostre merito.

236. Queste condizioni si traggono dalle varie cause che concorrono a produrre gli atti meritori e quindi da Dio e da noi. Quanto a Dio, possiamo fare assegnamento sulla sua liberalità, perché è sempre magnifico nei suoi doni. Onde la nostra attenzione deve principalmente rivolgersi alle nostre disposizioni: vediamo ciò che può renderle migliori sia da parte della persona che merita, come da parte dell’atto meritorio.

I. CONDIZIONI TRATTE DALLA PERSONA.

237. Quattro sono le condizioni principali che contribuiscono all’aumento dei meriti: il grado di grazia abituale o di carità; — l’unione con Nostro Signore; — la purità d’intenzione; — il fervore.

a) Il grado di grazia santificante. Per meritare in senso proprio, bisogna essere in stato di grazia: quindi quanta più grazia abituale possediamo, tanto più, a parità di condizioni, siamo atti a meritare. È vero che alcuni teologi lo negarono sotto pretesto che questa quantità di grazia non influisce sempre sui nostri atti per renderli migliori, e che anche certe anime sante operano talora con negligenza e imperfezione. Ma la dottrina comune è quella che sosteniamo.

1) Infatti il valore d’un atto, anche presso gli uomini, dipende in gran parte dalla dignità della persona che opera e dal credito che gode presso Colui che deve ricompensarla. Ora ciò che fa la dignità d’un Cristiano e gli dà credito sul cuore di Dio è il grado di grazia o di vita divina a cui è elevato; è questa la ragione per cui i Santi del cielo o della terra hanno un potere d’intercessione così grande. Se quindi possediamo un grado di grazia più alto, ne viene che agli occhi di Dio valiamo più di quelli che ne hanno meno, che maggiormente gli piacciamo, e che per questo capo le nostre azioni sono più nobili, più accette a Dio e quindi più meritorie.

2) Ma poi ordinariamentee normalmente questo grado di grazia avrà un felice influsso sulla perfezione dei nostri atti. Vivendo di vita soprannaturale più abbondante, amando Dio con amore più perfetto, siamo portati a far meglio le nostre azioni, a mettervi più carità, ad essere più generosi nei nostri sacrifizi; le quali disposizioni, come tutti ammettono, aumentano certamente i nostri meriti. Né si dica che talora avviene il contrario; si ha in tal caso l’eccezione non la regola generale, e noi ne abbiamo tenuto conto aggiungendo: a parità di condizioni. – Quanto consolante è questa dottrina! Moltiplicando gli atti meritori, aumentiamo ogni giorno il nostro capitale di grazia; questo capitale a sua volta ci aiuta a mettere maggior amore nelle nostre opere, onde acquistano maggior valore per accrescere la nostra vita soprannaturale: Qui justus est, justificetur adhuc.

238. b) Il grado d’ unione con Nostro Signore.

È cosa evidente: la fonte del nostro merito è Gesù Cristo, Autore della nostra santificazione, causa meritoria principale di tutti i beni soprannaturali, capo d’un Corpo mistico di cui noi siamo le membra. Quanto più vicini siamo alla sorgente, tanto più riceviamo della sua pienezza; quanto più ci accostiamo all’Autore di ogni santità, tanto maggior grazia riceviamo; quanto più siamo uniti al capo, tanto più riceviamo da Lui moto e vita. E non è ciò che dice Nostro Signore stesso in quel bel paragone della vite? “lo sono la vite, voi i tralci… chi rimane in me ed Io in lui, questi porta gran frutto: Ego sum vitis vera, vos pahnites… qui manet in me, et ego in eo, hic feri fructum multum[Joan. XV, 1-6]. – Uniti a Gesù come i tralci al ceppo, noi riceviamo tanto maggior linfa divina quanto più abitualmente, più attualmente, più strettamente siamo uniti al ceppo divino. Ecco perché le anime fervorose o che tali vogliono divenire, cercarono sempre un’unione ognor più intima con Nostro Signore; ecco perché la Chiesa stessa ci chiede di fare le nostre azioni per Lui, con Lui, in Lui: per Lui, per Ipsum, perché  “nessuno va al Padre senza passar per Lui, nemo venit ad Patrem nisi per me[Joan. XIV, 6]; con Lui, cum Ipso, operando con Lui, perché si degna di essere il nostro collaboratore; in Lui, in Ipso, vale a dire nella sua virtù, nella sua forza, e soprattutto nelle sue intenzioni, non avendone altre che le sue.Gesù allora vive in noi, ispira i nostri pensieri, i nostri desideri, le nostre azioni, tanto da poter dire con S. Paolo: “Io vivo, non più io, ma vive in me Gesù: Vivo autem, jam non ego, vivit vero in me Christus[Galat. II, 20] . È chiaro che opere fatte sotto l’influsso e l’azione vivificante di Cristo, con l’onnipotente sua collaborazione, hanno un valore incomparabilmente più grande che se fossero fatte da noi soli. Quindi in pratica bisogna unirsi spesso, massime al principio delle nostre azioni, a N. S. GesùCristo e alle sue così perfette intenzioni, con la piena coscienza della nostra incapacità a far nulla di bene da noi stessi e con l’incrollabile fiducia ch’Egli può rimediare alla nostra debolezza.

239. C) La purità d’intenzione o la perfezione del motivo che ci fa operare. Molti teologi dicono che perché le nostre azioni siano meritorie basta che siano ispirate da un motivo soprannaturale di timore, di speranza o d’amore. S. Tommaso vuole certamente che siano fatte sotto l’influsso almeno virtuale della carità, ossia in virtù d’un atto d’amor di Dio posto precedentemente e il cui influsso persevera. Ma aggiunge che questa condizione si avvera in tutti coloro che sono in stato di grazia e compiono un atto lecito: “Habentibus caritatem omnis actus est meritorius vel demeritorius” [De malo, q. 2, a. 5, ad 7] . Ogni atto buono infatti si riconduce ad una virtù; ora ogni virtù converge alla carità, essendo essa la regina che comanda a tutte le virtù, come la volontà è la regina di tutte le facoltà. La carità, sempre attiva, ordina a Dio tutti i nostri atti buoni e vivifica tutte le virtù dando loro la forma. Tuttavia, se vogliamo che i nostri atti diventino meritori quanto più è possibile, occorre una purità d’intenzione molto più perfetta e attuale. L’intenzione è la cosa principale nei nostri atti, è l’occhio che li illumina e li dirige al debito fine, è l’anima che li ispira e dà loro valore agli occhi di DioSi oculus tuus fuerit simplex, totum corpus lucidum erit” . Ora tre elementi danno alle nostre intenzioni un valore speciale.

240. 1) Essendo la carità la regina e la forma delle virtù, ogni atto ispirato dall’amor di Dio e del prossimo avrà assai maggior merito di quelli ispirati dal timore o dalla speranza. Conviene quindi che tutte le nostre azioni siano fatte per amore: così diventano, anche le più comuni (come il pasto e la ricreazione), atti di carità, e partecipano al valore di questa virtù, senza perdere il proprio; mangiar per rifarsi le forze è motivo onesto e in un Cristiano anche meritorio; ma rifarsi le forze per meglio lavorare per Dio e per le anime, è motivo di carità assai superiore che nobilita quest’atto e gli conferisce un valore meritorio molto più grande.

241. 2) Poiché gli atti di virtù informati dalla carità non perdono il proprio valore, ne viene che un atto fatto con più intenzioni insieme sarà più meritorio. Così un atto d’obbedienza ai superiori fatto per doppio motivo, per rispetto alla loro autorità e nello stesso tempo per amor di Dio considerato nella loro persona, avrà il doppio merito dell’obbedienza e della carità. Uno stesso atto può quindi avere un triplice, un quadruplice valore: detestando i miei peccati perché hanno offeso Dio, io posso avere l’intenzione di praticare nello stesso tempo la penitenza, l’umiltà e l’amor di Dio; onde quest’atto è triplicemente meritorio. È quindi cosa utile proporsi più intenzioni soprannaturali; ma si eviti di dar negli eccessi col cercare troppo affannosamente intenzioni multiple, il che turba l’anima. Abbracciare quelle che spontaneamente ci si presentano e subordinarle alla divina carità, è questo il mezzo di aumentare i propri meriti senza perdere la pace dell’anima.

242. La volontà dell’uomo essendo volubile, è necessario esprimere e rinnovar spesso le intenzioni soprannaturali; altrimenti potrebbe accadere che un atto cominciato per Dio continuasse sotto l’influsso della curiosità, della sensualità o dell’amor proprio, e perdesse così una parte del suo valore; dico una parte, perché queste intenzioni sussidiarie non distruggendo interamente la principale, l’atto non cessa d’essere soprannaturale e meritorio nel suo complesso. Quando una nave, salpando da Genova, fa rotta per New York, non basta dirigere la prora una volta per sempre verso questa città; ma poiché la marea, i venti e le correnti tendono a farla deviare, bisogna continuamente ricondurla, per mezzo del timone, verso la meta. Così è della nostra volontà; non basta ordinarla una volta, e neppure ogni giorno, a Dio; le umane passioni e le influenze esterne la faranno deviar presto dalla diritta via; bisogna spesso con atto esplicito ricondurla verso Dio e verso la carità. Così le nostre intenzioni restano costantemente soprannaturali, anzi perfette e assai meritorie, specialmente se vi aggiungiamo il fervore nell’operare.

243. d) L’intensità o Il fervore con cui si opera. Si può infatti operare, anche facendo il bene con negligenza, con poco sforzo, o invece con slancio, con tutta l’energia di cui si è capaci, utilizzando tutta la grazia attuale messa a nostra disposizione. È chiaro che il risultato in questi due casi sarà ben diverso. Se si opera con negligenza non si acquistano che pochi meriti e talvolta anche uno si rende colpevole di qualche colpa veniale, la quale del resto non distrugge tutto il merito; se invece uno prega, lavora, si sacrifica con tutta l’anima, ognuna delle fatte azioni merita una quantità considerevole di grazia abituale. Senza entrar qui in ipotesi poco sicure, si può dire con certezza che, rendendo Dio il cento per uno di ciò che si fa per Lui, un’anima fervorosa acquista ogni giorno un numero considerevolissimo di gradi di grazie e diviene così in poco tempo molto perfetta, secondo l’osservazione della Sapienza: “Perfezionatosi in breve, compì una lunga carriera; – Consummatus in brevi, explevit tempora multa” [Sap. IV, 13]. Qual prezioso incoraggiamento al fervore, e come torna conto rinnovar spesso gli sforzi con energia e perseveranza!

2. CONDIZIONI TRATTE DALL’OGGETTO O DALL’ATTO STESSO.

244. Non le sole disposizioni della persone aumentano il merito, ma tutte le circostanze che contribuiscono a rendere l’azione più perfetta. Le principali sono quattro:

a) L’eccellenza dell’ oggetto o dell’atto che compie. Vi è gerarchia nelle virtù: le virtù teologali sono più perfette delle virtù morali, quindi atti di fede, di speranza e massime quelli di carità sono più meritori degli atti di prudenza, di giustizia di temperanza, ecc. Ma, come abbiamo detto, questi ultimi possono, per ragione dell’intenzione, diventare atti d’amore e parteciparne quindi lo speciale valore. Similmente gli atti di religione, che tendono direttamente alla gloria di Dio, sono più perfetti di quelli che hanno per fine diretto la nostra santificazione.

b) Per certe azioni, la quantitàpuò influire sul merito; così, a parità di condizioni, un dono generoso di mille lire sarà più meritorio di uno di dieci centesimi. Ma si tratti di quantità relativa; l’obolo della vedova, che si priva d’una parte del necessario, moralmente vale di più della ricca offerta di colui che si spoglia d’una parte del superfluo.

e) Anche la duratarende l’azione più meritoria: pregare, soffrire per un’ora vale più che farlo per cinque minuti, perché questo prolungamento esige maggiore sforzo e maggior amore.

245. d) La difficoltà dell’atto, non per sé stessa ma in quanto richiede maggior amor di Dio, sforzo più energico e più sostenuto, quando non provenga da imperfezione attuale della volontà, accresce anch’essa il merito. Così resistere a una tentazione violenta è più meritorio che resistere a una tentazione leggiera; praticare la dolcezza quando si ha un temperamento portato alla collera e quando si è frequentemente provocati da chi ci sta attorno, è più difficile e più meritorio che farlo quando si ha un naturale dolce e timido e si è circondati da persone benevoli. Non se ne deve però conchiudere che la facilità, acquistata con ripetuti atti di virtù, diminuisca necessariamente il merito; questa facilità, quando uno se ne giovi per continuare e anche aumentare lo sforzo soprannaturale, favorisce l’intensità o il fervore dell’atto, e sotto quest’aspetto aumenta il merito, come abbiamo già spiegato. Come unbuon operaio, perfezionandosi nel suo mestiere, evita ogni sciupio di tempo, di materia e di forza e ottiene maggior frutto con minor fatica; così un Cristiano che sa meglio servirsi degli strumenti di santificazione, evita le perdite di tempo, molti sforzi inutili, e con minor fatica guadagna maggiori meriti. I Santi, che con la pratica delle virtù riescono a fare più facilmente degli altri atti di umiltà, d’obbedienza, di Religione, non ne hanno minor merito per il fatto che praticano più facilmente e più frequentemente l’amor di Dio; e d’altra parte essi continuano a fare sforzi e sacrifici nelle circostanze in cui sono necessari. In conclusione, la difficoltà accresce il merito, non in quanto è ostacolo da vincere ma in quanto eccita maggiore slancio e maggioramore.Aggiungiamo solamente che queste condizionioggettive non influiscono realmente sul merito se non in quanto sono liberamente accettate e volute e reagiscono quindi sulla perfezione delle interne nostre disposizioni.

CONCLUSIONE.

246. La conclusione che spontaneamente ne viene è la necessità di santificare tutte e ciascuna delle nostre azioni, anche le più comuni. Come infatti abbiamo detto, possono essere tutte meritorie, se le facciamo con mire soprannaturali, in unione con l’Operaio di Nazareth, il quale, lavorando nella sua bottega, meritava continuamente per noi. E se è così, qual progresso non possiamo fare in un sol giorno! Dal primo svegliarsi del mattino fino al riposo della sera, centinaia di atti meritori un’anima raccolta e generosa può compire; perché non solo ogni azione, ma, quando si prolunga, ogni sforzo per farla meglio, per esempio, per cacciar le distrazioni nella preghiera, per applicare la mente al lavoro, per schivare una parola poco caritatevole, per rendere al prossimo il minimo servizio; ogni parola ispirata dalla carità; ogni buon pensiero da cui si trae profitto; in una parola, tutti i movimenti interni dell’anima liberamente diretti verso Dio, sono altrettanti atti meritori che fanno crescere Dio e la grazia nell’anima nostra.

247. Si può quindi dire con tutta verità che non c’è mezzo più efficace, più pratico, più facile a tutti per santificarsi, che rendere soprannaturali tutte le proprie azioni; questo mezzo basta da solo ad elevare in breve tempo un’anima al più alto grado di santità. Ogni atto è allora un germe di grazia, perché la fa germogliare e crescere nell’anima, e un germe di gloria, perché aumenta nello stesso tempo i nostri diritti alle beatitudine celeste.

248. Il mezzo praticodi convertire a questo modo tutti i nostri atti in meriti, è di raccoglierciun momento prima di operare, di rinunziare positivamente a ogni intenzione naturale o cattiva, di unirci a Nostro Signore, nostro modello e nostro mediatore, col sentimento della nostra impotenza, e offrire pei mezzo di Lui le nostre azioni a Dio per la gloria sua e per il bene delle anime; cosi intesa l’offerta spesso rinnovata delle nostre azioni è un atto di rinunzia, di umiltà, di amore a Nostro Signore, di amore di Dio, di amore del prossimo; è un’accorciatoia per giungere alla perfezione. A pervenirvi più efficacemente abbiamo pure a nostra disposizione i Sacramenti.

SALMI BIBLICI: “ERUCTAVIT COR MEUM VERBUM BONUM” (XLIV)

SALMO 44: ERUCTAVIT COR MEUM verbum bonum”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 44

In finem, pro iis qui commutabuntur. Filiis Core, ad intellectum. Canticum pro dilecto.

[1] Eructavit cor meum verbum bonum;

dico ego opera mea regi. Lingua mea calamus scribæ velociter scribentis.

[2] Speciosus forma prae filiis hominum, diffusa est gratia in labiis tuis; propterea benedixit te Deus in æternum.

[3] Accingere gladio tuo super femur tuum, potentissime.

[4] Specie tua et pulchritudine tua intende, prospere procede, et regna, propter veritatem, et mansuetudinem, et justitiam; et deducet te mirabiliter dextera tua.

[5] Sagittæ tuæ acutæ, populi sub te cadent, in corda inimicorum regis.

[6] Sedes tua, Deus, in sæculum sæculi; virga directionis virga regni tui.

[7] Dilexisti justitiam, et odisti iniquitatem; propterea unxit te Deus, Deus tuus, oleo laetitiæ, præ consortibus tuis.

[8] Myrrha, et gutta, et casia a vestimentis tuis, a domibus eburneis; (1) ex quibus delectaverunt te

[9] filiæ regum in honore tuo. Astitit regina a dextris tuis in vestitu deaurato, circumdata varietate.

[10] Audi, filia, et vide, et inclina aurem tuam; et obliviscere populum tuum, et domum patris tui.

[11] Et concupiscet rex decorem tuum, quoniam ipse est Dominus Deus tuus, et adorabunt eum.

[12] Et filiæTyri in muneribus vultum tuum deprecabuntur; omnes divites plebis.

[13] Omnis gloria ejus filiæ regis ab intus, in fimbriis aureis,

[14] circumamicta varietatibus. Adducentur regi virgines post eam, proximæ ejus afferentur tibi.

[15] Afferentur in lætitia et exsultatione; adducentur in templum regis.

[16] Pro patribus tuis nati sunt tibi filii; constitues eos principes super omnem terram.

[17] Memores erunt nominis tui in omni generatione et generationem: propterea populi confitebuntur tibi in æternum, et in sæculum sæculi.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO XLIV

Cantico dato ai figli di Core da cantare con intelligenza fino alla fine. L’argomento è le lodi di Cristo e della sua sposa la Chiesa; quindi si dice per diletto, per Cristo, figlio diletto del Padre; e per quelli che si cambieranno, di peccatori ingiusti, entrando nella Chiesa.

Per la fine; per quelli, che saranno cangiati. Ai figliuoli di Core, salmo d’intelligenza; cantico per lo diletto.

1. Il mio cuore ha gettato una buona parola; al re io recito le opere mie. La mia lingua è la penna di uno scrittore che scrive velocemente.

2. Specioso in bellezza sopra i figliuoli degli uomini, la grazia è diffusa sulle tue labbra: per questo ti benedisse Dio in eterno.

3. Cingi a’ tuoi fianchi la tua spada, o potentissimo.

4. Colla tua speciosità e bellezza tendi l’arco, avanzati felicemente, e regna, Mediante la verità e la mansuetudine e la giustizia; e a cose mirabili ti condurrà la tua destra.

5. Le tue penetranti saette passeranno i cuori dei nemici del re, i popoli cadranno a’ tuoi piedi.

6. Il tuo trono, o Dio, per tutti i secoli; lo scettro del tuo regno, scettro di equità.

7. Hai amato la giustizia, ed hai odiato l’iniquità: per questo ti unse, o Dio, il tuo Dio di un unguento di letizia sopra li tuoi consorti.

8. Spirano mirra e lagrima e cassia le tue vestimenta tratte dalle case d’avorio; (1)

9. Onde te rallegrarono le figlie de’ regi, rendendoti onore. Alla tua destra si sta la regina in manto d’oro con ogni varietà di ornamenti.

10. Ascolta, o figlia, e considera, e porgi le tue orecchie, e scordati del tuo popolo e della casa di tuo padre.

1. E il re amerà la tua bellezza; perché egli è il Signore Dio tuo, e a lui renderanno adorazioni.

12. E le figlie di Tiro porteranno de’ doni; porgeran suppliche a te tutti i ricchi del popolo.

13. Tutta la gloria della figlia del re è interiore; ella è vestita di un abito a vari colori, con frange d’oro.

14. Saranno presentate al re, dopo di lei, altre vergini; le compagne di lei saranno condotte a te.

15. Saranno condotte con allegrezza e con festa; saran menate al tempio del re.

16. In luogo de’ padri tuoi son nati a te de’ figliuoli; tu li costituirai principi sopra la terra.

17. Eglino si ricorderan del tuo nome per tutte le generazioni. Per questo daranno a te laude i popoli in eterno, e pe’ secoli de’ secoli.

(1) Questi palazzi o case d’avorio, erano degli scrigni a forma di casa o mobili decorati con avorio. Vi si mettevano abiti con degli aromi per profumarli.

Sommario analitico

In questo salmo che si applica in senso primario ed imperfetto al matrimonio di Salomone con la figlia del re d’Egitto (1), il Re-Profeta manifesta la profezia che intende fare, profezia che è l’epitalamo di Gesù-Cristo e della sua Chiesa (1), di cui celebra le nozze spirituali, dimostrandone la sublimità e l’importanza:

1° Per la pienezza della saggezza di cui deborda il suo cuore;

2° per la santità delle cose che rende pubbliche;

3° per la conformità che esiste tra le sue parole e le sue opere;

4° per l’ispirazione dello Spirito Santo.

(1) Questo salmo non riguarda che il Messia, e non crediamo che si possano ammettere con D. Calmet, Laurence (Traduct. des Ps.), dei sensi letterari, né con l’editore delle note di M. Le Hir, che questo salmo si applichi in un senso primario ed imperfetto al matrimonio di Salomone con la figlia del re d’Egitto, e nel senso principale al Messia. Noi pensiamo semplicemente, come un gran numero di autori, che questo matrimonio sia stato l’occasione di questo salmo, come per Salomone, vivente Davide, il salmo LXXI: « di partire da una circostanza attuale per elevarsi nel campo sacro dell’avvenire,» dice al proposito L. Schidt (Rédemption du genre humain annoncée par les traditions religieuses), tale è il marchio dei Profeti: la poesia diventa più bella, l’avvenire meglio precisato. Ecco come io interpreto anche il Cantico dei Cantici. Ma credere che i sublimi accenti di Salomone non fossero altro che dei canti d’amore indirizzati alla sua sposa, o che il salmo non abbia per oggetto che il matrimonio di suo figlio Salomone, significa calpestare la venerazione per le sante Scritture, altrimenti l’autore della Lettera agli Ebrei non ci avrebbe annunciato in modo positivo che questo salmo concernesse il Figlio di Dio. » Questo salmo dunque, non può avere come oggetto Salomone:

1° perché il matrimonio di questo principe con una principessa idolatra, non può essere definita una buona cosa;

2° Perché non si può dire che Salomone sia stato benedetto in eterno, egli le cui cadute sono tali che la sua salvezza pone ancora problemi;

3° Perché non si può riconoscere Salomone nei tratti che caratterizzano un conquistatore, essendo stato il suo, un regno di pace;

4° Perché Salomone non poteva essere chiamato semplicemente Dio;

5° Perché il regno di Salomone non è stato sempre un regno di clemenza e di giustizia;

6° Perché l’unzione che Salomone ha ricevuto, non è stata diversa da quella dei suoi predecessori, e non gli ha impedito di cadere nei peggiori disordini;

7° Perché questo gran numero di straniere che sposò Salomone, non erano figlie di re;

8° Perché oltre al fatto che i suoi successori non vennero dalla figlia del re d’Egitto, era ben lungi dall’aver governato tutta la terra, non avendo posseduto se non solo la Palestina.

I.Egli celebra in Gesù-Cristo, come sposo:

Le qualità del corpo: – a) la bellezza del volto e la grazia dei discorsi (2); – b) la magnificenza delle armi e la forza di cui è rivestito (3); – c) il suo incedere reale e trionfante; Le qualità dell’anima: – a) la verità, la dolcezza, la giustizia e la forza (4); – b) l’abilità nel combattere e le conseguenze della vittoria (5). Le prerogative della regalità: – a) l’eternità del suo trono; – b) la superiorità del suo scettro che afferma la giustizia e distrugge l’iniquità (6); – c) l’eccellenza dell’unzione che ha ricevuto (7); – d) la ricchezza dei suoi vestiti e la soavità dei profumi, la magnificenza dei palazzi e la nobiltà di coloro che lo circondano (8).

II. Egli ci mostra la Chiesa:

1° Come una Regina il cui trono è elevato vicino a quello di Gesù-Cristo, i cui abiti hanno una magnificenza veramente regale (9).

2° Come una sposa: – a) condotta al suo sposo su un carro di virtù dell’obbedienza, di prudenza, di umiltà, di mortificazione (10); – b) accolta con amore dal suo sposo che è sia suo Re che suo Signore (11); – c) onorata da coloro che sono a lei soggetti, i grandi o i popoli (12); – d) ornata dal Padre eterno dei doni interiori della grazia e degli ornamenti esterni di tutte le virtù (13); – e) circondata da una corona di vergini che le saranno condotte con il trasporto della gioia più viva, e che saranno ammesse alla sua intimità (14, 15).

3° Come una madre di numerosi figli, resa illustre dalla loro origine, dalla loro maestà, l’estensione del loro impero, la grandezza della loro pietà e la costanza della loro virtù (16, 17). 

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-8.

ff. 1, 2. – Sull’esempio di ciò che produce nello stomaco un pasto abbondante, colui che è nutrito da questo pane vivente disceso dal cielo e dà la vita al mondo, è saziato da ogni parola che esce dalla bocca di Dio; l’anima – io dico – che secondo il linguaggio delle divine Scritture, è nutrita da sante e celesti dottrine, non può enunciare che una cosa in rapporto ad una nutrizione così perfetta: « L’uomo buono trae delle cose buone da un tesoro buono » (Matth. XII, 35) (S. Basilio). – il Re-Profeta ci dichiara qui ciò che dice non è il frutto né dei suoi pensieri, né delle sue meditazioni, né del suo lavoro personale, bensì l’opera esclusiva della grazia divina, e che egli non fa che prestare la sua lingua alla parola ispirata: « La mia lingua – egli dice – è come la penna di uno scrivano rapido ». Cosa significa questa espressione: « … rapido »? È l’azione della grazia dello Spirito Santo! Colui che parla secondo le proprie ispirazioni è obbligato a procedere con lentezza, medita, compone; l’inesperienza, la mancanza di scienza, e mille altre cose ostacolano la rapidità del discorso. Ma quando lo Spirito Santo si impadronisce di un’anima, non ci sono più difficoltà: simile ad un’acqua che si precipita con veemenza ed impetuosità, la grazia dello Spirito Santo avanza con una rapidità inaudita, appianando tutto al suo passaggio ed eliminando ogni ostacolo (S. Criys.). – Questa è la proprietà tutta particolare di una lingua che non parla se non mediante lo Spirito di Dio, comparato alla penna di uno scrivano. La lingua ordinariamente parla, ma non scrive; la penna scrive, ma non parla; ma una lingua animata dallo Spirito divino ha queste due qualità coniugate insieme: essa parla, come strumento di questo divino Spirito, un linguaggio all’orecchio per illuminare lo spirito; ma essa penetra più a fondo, scrive nel cuore! (Dug.). – La mia lingua, quando esprime i pensieri di Dio – dice il Profeta – è simile alla penna di uno scriba. Cosa voleva dire? È questa una similitudine ammirevole – risponde San Gerolamo – perché se è vero che uno scriba forma dei caratteri che restano, che si conservano per secoli e che rappresentano sempre all’occhio ciò che inizialmente fanno vedere, la lingua non forma che parole passeggere che cessano di esistere nel momento in cui vengono pronunziate; così pure la luce di Dio ha un essere permanente, di modo tale che, una volta impressa nei nostri spiriti, ove Dio ve la imprimerà, noi non potremo perdere più l’idea dei soggetti che Dio vi inciderà e la vedremo eternamente scritta in Dio stesso (Bourd. Sur le jug. dernier). – È di importanza sovrana l’avere un cuore buono poiché, secondo la dottrina del Profeta, confermata dal Salvatore, è dalla sua pienezza che escono le buone o le cattive cose, le buone o le cattive azioni. – Importanza non meno grande è quella di consacrare al Re sovrano tutti i propri pensieri, i propri disegni, e le proprie azioni: è il fine al quale essi devono essere unicamente ricondotti (Duguet). – Se voi strappate una canna dalla terra che la sostiene, la spogliate delle foglie superflue, così come noi dobbiamo essere spogliati dell’uomo vecchio e delle sue azioni, se la ponete tra le dita dello scrivano che la dirige, la canna così trasformata diventa la penna della quale il Re-Profeta diceva: « La mia lingua è come la penna dello scriba che corre veloce ». Qual è questa penna che corre veloce nel pensiero del salmista? Non è forse Gesù-Cristo stesso, che imita la canna nell’infermità della sua carne, ma che con la sua carne inferma, ha magnificamente espresso tutta la serie delle volontà di suo Padre? … O uomo – continua Sant’Ambrogio – sappiate nella vostra carne imitare questa canna che diviene la penna dello scrivano e prendete cura di non intingere la penna nell’inchiostro, ma nello Spirito di Dio, affinché i vostri scritti durino eternamente, secondo le belle parole dell’Apostolo ai Corinti: « … voi stessi siete la nostra lettera, scritta non con l’inchiostro, ma con lo Spirito di Dio » (S. Ambr. Ps. XLIV).

ff. 2. – Il Re-Profeta evita di farci qui qualunque paragone, e non ci dice: « Voi siete più bello, ma sorpassate in bellezza tutti i figli degli uomini ». È una bellezza di un genere totalmente diverso: Davide, proclamando il Cristo come il più bello dei figli degli uomini ha, in vista della grazia, la saggezza, la dottrina, i miracoli del Salvatore. Egli fa in seguito la descrizione di questa bellezza. « La grazia è stata distribuita sulle vostre labbra ». Voi vedete che Egli parla della natura umana della quale è rivestito. Ora, qual è questa grazia? La grazia della sua dottrina e dei suoi miracoli, grazia che è discesa sulla natura umana del Salvatore (S. Chys.). – Tutti Gli rendono testimonianza, ed ammirano le parole piene di grazia che escono dalla sua bocca (Luc. IV, 22). – Due sono le sorgenti di questa bontà, secondo San Tommaso d’Aquino: la vista e l’udito. Gesù-Cristo è nello stesso tempo bello da contemplare e delizioso da ascoltare nella sua Persona; Egli è il più bello dei figli degli uomini da intendere, è il più soave e la grazia si spande sulle sue labbra. Gesù-Cristo nel suo corpo, nel suo aspetto esteriore, fu dotato di una meravigliosa bellezza, ma la bellezza della sua anima è molto più mirabile ed incantevole. – A questa doppia bellezza, Gesù-Cristo aggiunge ancora la bellezza della sua parola: « La grazia si espande sulle sue labbra ». Tre cose – dice ancora San Tommaso – rendono la parola dolce e gradevole da ascoltare; la bellezza delle cose dette, la maniera con la quale vengono dette, la grandezza e la potenza degli effetti che ottengono nella nostra anima. Si applichino queste tre regole alle parole di Gesù-Cristo (S. Thom. In Ps. XLIV). Quanto questo caro diletto è bello tra tutti i figli degli uomini! Oh come è dolce la sua voce, come procedono dalle labbra dalle quali è dispensata la pienezza della grazia! Tutti gli altri sono profumati, ma Egli è il profumo stesso; gli altri sono pieni di balsamo, ma Egli è il balsamo stesso; il Padre eterno riceve le lodi dagli altri, come profumo di fiori particolari; ma al sentire le benedizioni che il Salvatore Gli dà, Egli esclama indubbiamente: « Ecco l’odore delle lodi di mio Figlio, come l’odore di un campo pieno di fiori che ho benedetto » (Gen. XXVII, 27), (S. Fr. De Sal., Tr. De l’am. De Dieu, 1, V, c. XI). Tutto il popolo era sorpreso e rapito da ammirazione ascoltandolo; ora non si può dubitare che Egli fosse Colui che il Salmista aveva cantato: « O il più bello dei figli degli uomini! La grazia è diffusa sulle vostre labbra ». Si lasciava tutto per ascoltarlo, tanto potente era il fascino della sua parola, e non solo si veniva toccati, ma rapiti dalla soavità dei suoi discorsi e dalle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca. Tutti Gli rendevano questa testimonianza, e non erano solo i suoi discepoli che Gli dicevano: « … Maestro da chi andremo? Solo Voi avete parole di vita eterna »; ma ancora « … coloro che venivano con l’ordine ed il proposito di prenderlo, erano presi essi stessi dai discorsi, e non osavano mettergli le mani addosso » (Bossuet, Med. s. l’Ev. dern. s. II j.). – La vera bellezza dell’anima è la santità. Questa bellezza, comunicata all’anima che è in grazia, la rende infinitamente più bella di tutte le beltà che il mondo ammira e che comparate ad essa, non sono altro che brutture e deformità. Questa santità diffonde una certa grazia dalle labbra che si comunica a coloro ai quali parla, e che riempie di questa unzione celeste della quale essa stessa è penetrata. È per questa che Dio l’ha benedetta per l’eternità; o piuttosto è perché Dio l’ha benedetta fin dall’eternità, che essa è stata riempita di bellezza e di grazie (Dug.).

ff. 3, 4. – Il Profeta ci presenta il Figlio di Dio come un dottore, e Lo dipinge come un re coperto da armi, per affrontare il terribile combattimento che deve sostenere contro nemici i più acerrimi, perché essi sono spirituali (S. Chrys.). – È contemplando innanzitutto il Verbo che si unisce alla infermità della carne, che il Profeta Gli dice: « … Voi che siete l’Onnipotente », perché è con uno sforzo di grande potenza che un Dio ha potuto unirsi alla natura umana. In effetti, né la creazione del cielo e della terra, né la produzione del mare, dell’aria e degli altri elementi, né tutti gli esseri creati sopra nel mondo o sopra la terra, proclamano con tanto splendore la potenza di Dio, come la divina economia, l’incarnazione, e questo abbassamento incomprensibile della natura divina fino alla debolezza dell’infermità della natura umana (S. Basil.). – Qualunque lode facciamo ai vittoriosi, non può nascondere la verità che le guerre e le conquiste producono sempre lacrime che non dànno luogo a compiacenze. Considerate i Cesari e gli Alessandri, e tutti gli altri devastatori di provincie che noi chiamiamo conquistatori: Dio li manda sulla terra nel suo furore. Questi eroi, questi trionfatori, con tutti i loro magnifici elogi, sono qui in basso per turbare la pace del mondo con la loro smisurata ambizione. Hanno essi mai fatto una guerra così giusta in cui non abbiano oppresso una infinità di innocenti? Le loro vittorie sono i dolori e le disperazioni delle vedove e degli orfani. Essi trionfano della rovine delle nazioni e della desolazione pubblica. Non è così per il mio principe! Egli è un capitano Salvatore, che salva i popoli perché li doma, e li doma morendo per essi. Egli non utilizza né il ferro né il fuoco per soggiogarli; Egli combatte per amore; combatte con benefici, con potenti attrazioni, con un fascino invincibile. Che i vostri spiriti non siano occupati da una idea vana di bellezza corporea che, certo non meritava di ottenere per tanto tempo la meditazione del Profeta. Seguite piuttosto questo tenero ed affettuoso movimento dell’ammirevole S. Agostino: « Per me – dice questo gran personaggio – ovunque io veda il mio Salvatore, la sua bellezza mi sembra affascinante. Egli è bello in cielo, bello sulla terra, nel seno del Padre, bello nelle braccia di sua Madre. Egli è bello nei miracoli, ma pure nei flagelli. Egli possiede una grazia senza pari, sia che ci inviti alla vita, sia che Lui stesso disprezzi la morte. Egli è bello fin sulla croce, Egli è bello anche nel sepolcro ». « Che gli altri – egli dice – pensino quel che vogliono; ma per noi altri credenti, dappertutto si presenti ai nostri occhi, Egli è sempre bello in perfezione ». Soprattutto, bisogna confessarlo, qualunque cosa creda il mondo della sua passione, benché i suoi arti fossero crudelmente straziati e questa povera carne lacerata facciano quasi sollevare il cuore di coloro che si avvicinano a Lui, benché il profeta Isaia abbia predetto che in questo stato, « … Egli non sarebbe riconoscibile, … non avrebbe avuto più grazia e neanche apparenza umana »; tuttavia è in questi lineamenti cancellati, in questi occhi contusi, in questo viso che fa orrore, che scopro dei tratti di una incontestabile bellezza. Il suo dolore non solo ha dignità, ma grazia e attrattiva … l’amore che il mio Re-Salvatore ha per me e che ha aperto tutte queste piaghe, vi ha soffuso una certa grazia che nessun altro oggetto può eguagliare, un certo splendore di bellezza che trasporta le anime fedeli. Non vedete con quanta compiacenza esse vi restano legate? Per loro è un supplizio staccarsi da questo oggetto amabile. Di là escono queste frecce acute che Davide canta in questo nostro salmo; di là questi getti di fiamma invisibile che squarciano i cuori nel vivo, « talmente che non respirano nient’altro che Gesù crocifisso », ad imitazione dell’Apostolo (Bossuet). – « Regnate con la vostra verità, la vostra dolcezza, la vostra giustizia ». Il Re-Profeta ci ha parlato di guerra, ce ne ha descritto i preparativi, ci ha fatto vedere il capitano tutto armato; egli racconta ora le gesta del suo regno, il genere e la natura delle sue vittorie. Gli altri re della terra fanno la guerra per conquistare delle città, delle ricchezze, o per vendicare inimicizie personali, o per motivo di vanagloria. Ma non è affatto per questi motivi che il Figlio di Dio fa la guerra: è per la sua verità e per stabilirla sulla terra; è per la dolcezza, per ispirarla a coloro che sorpassano in crudeltà le stesse bestie feroci, vale a dire per rendere giusti, prima con la grazia, poi con la pratica delle buone opere, coloro che gemono sotto il giogo tirannico dell’iniquità (S. Chrys.). – Il Figlio di Dio può regnare in due modi sugli uomini: per quelli sui quali Egli regna con il suo fascino, con le attrattive della grazia, con l’equità della sua legge, con la dolcezza delle sue promesse, con la forza delle sue verità, e questi sono i giusti, i suoi diletti, ed è questo regno che David profetizza in spirito in questo Salmo: « Andate, uomo più bello del mondo, con questa grazia e questa beltà che vi è così naturale; andate – egli dice – a combattere e a regnare ». Quanto è dolce questo impero! E di quale supplizio, di quale servitù non sono degni coloro che rifiutano un dominio così giusto e gradevole? Anche il Figlio di Dio regnerà su di essi in un modo tutto strano e che non sarà da loro sopportato: vi regnerà con il rigore dei suoi ordini, con l’esecuzione della sua giustizia, con l’esercizio della sua vendetta. È di questo regno che bisogna intendere nel salmo secondo nel quale Dio dice a suo Figlio: « voi li dominerete con scettro di ferro, etc. » (Bossuet, Bonté et riguer de Dieu a l’ég. des péch.)

ff. 5. – È la potenza della predicazione che il salmista descrive sotto l’immagine di queste frecce. In effetti la parola di Dio, vivente ed efficace, che trancia più di una spada a doppio taglio, che entra e penetra fin nelle pieghe dell’anima (Hebr. IV, 12), ha percorso la terra intera, più rapida della freccia che fende l’aria; essa ha colpito il cuore dei suoi nemici, non per dar loro la morte, ma per attirarli a Dio (S. Chrys.). queste frecce acute sono in questo discorso abilmente composto, quelle che penetrano i cuori degli uditori, colpiscono e feriscono le anime dotate di intelligenza viva e pronta. « Le parole del saggio – dice l’Ecclesiaste (XII, II) – sono come dei pungoli, come dei chiodi penetrati profondamente” (S. Basilio). Chi sono coloro che sono caduti? Coloro che sono stati colpiti e sono caduti. Noi vediamo dei popoli sottomessi a Cristo, ma non vediamo dei caduti. Il profeta mostra dove essi cadono: « Nel cuore ». È là che essi si levano orgogliosamente contro il Cristo, è là che essi cadono davanti al Cristo. Saulo bestemmiava contro il Cristo, e si erge contro con orgoglio; supplica il Cristo, è caduto, è abbattuto: il nemico di Cristo è stato ucciso, affinché il discepolo di Cristo vinca. Una freccia è stata lanciata dal cielo. Saulo è stato colpito al cuore. In questo momento egli è ancor Saulo, non è ancora Paolo; egli ancora si erge nel suo orgoglio, non è ancora abbattuto, ma ha ricevuto la freccia, « … egli è caduto nel suo cuore » (Act. IX, 16). Oh! Come era acuta e potente questa freccia, sotto il colpo della quale Saulo è caduto per diventare Paolo! Così è per i popoli, come per lui: guardate le nazioni! Voi le vedete sottomesse al Cristo: « i popoli cadranno dunque sotto la vostra potenza; nel cuore, ove essi erano dei nemici, sono stati colpiti dalle vostre frecce, e sono caduti davanti a voi. Da nemici quali erano, sono divenuti vostri amici; in essi i nemici sono morti e gli amici vivono »! (S. Agost.).

ff. 6-8. – Gesù-Cristo è Re, non per un tempo, come i re della terra, ma per l’eternità. Il trono di Davide suo padre, non è che la figura di quella di Dio, che Lo ha generato prima dell’aurora, e che a Lui prepara: « Egli avrà dunque il trono di Davide suo padre, e regnerà eternamente nella casa di Giacobbe. » (Luc. I, 33). – Chi altri potrà regnare eternamente se non un Dio al Quale è stato detto: « il vostro trono, o Dio, sarà eterno? », ed ecco perché non si vedrà la fine del suo regno. Oh Gesù, di cui il regno è eterno, se ne vedrà la fine nel mio cuore? Cesserò di obbedirvi? Dopo aver cominciato secondo lo spirito, finirò secondo la carne? Mi pentirò di aver fatto bene? Mi libererò dal tentatore, dopo tanti santi sforzi per sfuggire alle sue mani? L’orgoglio invaderà la messe ancor prima di essere raccolta? No, bisogna essere di coloro dei quali è scritto (Gal. VI, 9): « non cessate di lavorare, perché la messe che dovete raccogliere non abbia a soffrire di mancanza. » (Bossuet, Elév. XII, S III, El.). – La verga della dirittura è quella che dirige gli uomini. Essi erano curvati, erano torturati; essi non volevano altri re se non sé stessi; essi si amavano, amavano le loro cattive azioni; essi non sottomettevano la loro volontà a quella di Dio, ma volevano far piegare alle loro cupidigie la volontà di Dio. In effetti, si vede l’uomo ingiusto e peccatore irritarsi contro Dio, se Dio non fa colare sulle sue terre l’acqua della pioggia, e non vuole che Dio si irriti contro di lui, se egli stesso scorra come acqua fuggitiva. Ed è per così dire di tal sorta, che gli uomini sono occupati, tutti i giorni, a disputare contro Dio: … Egli deve fare così, … Egli non fa bene questo. Eh che! Voi vedete dunque ciò che dovete fare, mentre Lui non lo vede? Voi siete torti, come Egli è retto? Come volete unire ciò che è storto con ciò che è dritto? È impossibile allineare insieme queste due cose. Ponete ad esempio su un pavimento ben unito, una tavola di legno torto: essa non si congiunge, non si adatta al pavimento; il pavimento è pertanto piano dappertutto, ma questa tavola è storta e non si applica su una superficie tutta uniforme. La volontà di Dio è retta, e la vostra tortuosa1 Ecco perché non potete adattarvi a quella che a voi sembra tortuosa. Raddrizzatevi voi su di essa, lungi dal volerla curvare su di voi; poiché non saprete riuscirvi, tutti i vostri sforzi sono vani … essa resta sempre retta. Volete adattarvi ad essa? Correggetevi. Ella sarà la verga che vi dirige, la verga della rettitudine (S. Agost.). – Dopo aver descritto le azioni eclatanti del Figlio di Dio, le sue vittorie, i suoi trionfi, la salvezza del mondo intero che Egli ha riempito di verità, di dolcezza, di giustizia, e fa uscire la saggezza dei suoi disegni, il Re-Profeta ci parla ora della dignità di Colui che ha operato tutte queste meraviglie; è un Dio, un Re immortale, un Giudice incorruttibile, un amico dei giusti, un nemico dei malvagi. In questi differenti titoli si trova tutta la ragione dei suoi successi (S. Chrys.). – Amare la giustizia ed odiare l’iniquità, è il vero carattere di un discepolo di Gesù-Cristo. Ciò che rende un uomo giusto e pio, non è il fare delle azioni di giustizia e di pietà, ma l’avere l’amore nel cuore (Dug.). – Questo olio di gioia e di benedizione produce nelle nostre anime gli stessi effetti che l’olio della terra produce nei nostri corpi: rischiara le nostre tenebre, nutre il nostro cuore (Idem). – Queste espressioni figurate sottolineano le virtù tutte divine delle quali Gesù-Cristo è stato profumato nella sua santa umanità. Gesù-Cristo è il profumo di Dio. Interpretando questa parola di San Paolo: « Ringraziamo Dio che si degna manifestarsi per noi in tutti i luoghi il profumo della sua conoscenza » (II Cor, II, 14, 15), Sant’Ambrogio osserva che questo profumo è primariamente in Gesù-Cristo, perché così – egli dice – come l’oggetto che non si vede, si manifesta col suo profumo, parallelamente Dio ha voluto farsi conoscere mediante il suo Cristo, la cui parola ci ha insegnato che era Egli stesso il Dio Creatore e che aveva un Figlio unico. Gesù-Cristo è il profumo di Dio! (S. Ambr.). – Oh, come ha Egli stesso preso cura di imbalsamare l’universo intero con la sua adorabile presenza! Felice l’anima che respira questo profumo! … senza contemplare ancora il Dio invisibile, sente la sua felice presenza l’anima che corre all’odore del divino profumo! Ma nel momento stesso che Gesù-Cristo fa conoscere il suo divin Padre, così – aggiunge Sant’Ambrogio – gli Apostoli del Salvatore lo hanno essi stessi rivelato al mondo con i loro miracoli, le loro parole e le loro virtù. Non soltanto gli Apostoli, ma i Santi, e tutte le anime fedeli della Chiesa, sono pure il profumo di Gesù-Cristo, ed ecco – riprende Sant’Agostino – ciò che esprime il Re-Profeta quando ci rappresenta l’abbigliamento del divino Re che esala le essenze della mirra, dell’aloe, dell’ambra. Che cos’è in effetti, il vestito del Re, se non la Chiesa? La Chiesa è tutta profumata dal buon odore di Gesù-Cristo, ed è per simbolizzare la diffusione di questo divino profumo per mezzo delle anime, che Essa mischia all’olio santo e spande il santo crisma sulle membra dei fedeli (Mgr. De La Buoillerie, Symbol.). – « Il vostro Dio vi ha unto ». Non con l’olio materiale Egli vi ha unto, come Eliseo e i Profeti, come Davide ed i Re, come Aronne e i pontefici. Qualsiasi re, profeta o pontefice, non è stato unto con questa unzione, che non è che una figura della sua. Anche Davide ha detto che Egli era stato unto con olio eccellente, al di sopra di tutti coloro che sono denominati unti, figura della sua unzione, perché Egli è unto di divinità e di Spirito Santo (Bossuet, Elév. XIII S. 12)

II – 9-17.

ff. 9. – Fin qui la profezia di Davide non si riferisce che allo sposo; ora è alla sposa che essa si deve applicare, sposa che tutti i Padri intendono essenzialmente come la Chiesa, secondo la dottrina dell’Apostolo che insegna apertamente che la Chiesa è la sposa di Gesù-Cristo; è per questo che Essa ci sembra Regina, seduta alla destra del suo Sposo e rivestita da una veste d’oro. Pertanto, tutto quanto si dice qui della sposa, può essere applicato ad ogni anima perfetta, alle vergini cristiane, che sono le spose di Gesù-Cristo secondo la carne, non di meno sposa secondo lo spirito, che occupa il primo posto nel suo cuore; queste camminano con Lui, rivestite di bianco, « … perché esse ne sono degne », degne per la loro innocenza, di portare nell’eternità la livrea dell’agnello senza macchia, e di camminare sempre con Lui, poiché mai esse Lo hanno lasciato da quando si sono messe in sua compagnia (Bossuet, Or. Fun. De M. T. d’Aut). – Questa varietà di ornamento è la figura della diversità delle virtù cristiane, tutte riunite come nel loro Principe, così come i doni diversi e ripartiti tra i suoi Apostoli, i suoi martiri, le sue vergini, i suoi dottori, i suoi confessori, ed i suoi altri membri.

ff. 10 – Questa Regina, è la sposa di Gesù-Cristo, è la Chiesa, di cui l’Apostolo, nella lettera agli Efesini, dice: « Gesù-Cristo, il Capo della Chiesa, il Salvatore del suo corpo » (Efes. V, 23). – Gesù-Cristo ha amato la Chiesa e per Essa si è votato alla morte, al fine di conquistarsi una Chiesa piena di gloria, senza macchie, senza rughe, senza alcun genere di difetti; ma santa ed immacolata (Efes. V, 26, 27). – Riconosciamo questa Regina con questi caratteri gloriosi descritti dal Re-Profeta, cioè con gli onori dei quali la colma il suo Sposo, i ricchi ornamenti di cui è rivestita, la folla che la attornia, la fecondità che l’arricchisce (S. Thom. Exp. In Ps. XLIV). – La Chiesa intera è stata messa, nel giorno della sua fondazione, in possesso di tutti i tesori della sua verità e della sua grazia, ma entrava nondimeno nel piano della Saggezza suprema, riservare alla sua opera degli sviluppi graduali e successivi. Sotto l’influenza delle diverse cause, nascono delle circostanze in cui il doppio deposito della dottrina e della pietà cristiana sembra produrre degli elementi nuovi, che non sono che la messa in luce o la messa in opera delle ricchezze fin là mai percepite. Sul fondo, sempre lo stesso, della funzione evangelica, brillano delle sfumature e dei riflessi, dei giochi di luce ed effetti di coloro che fanno che la Religione, sempre antica e sempre giovane, riunisca in un felice miscuglio, l’autorità di una cosa antica, con il fascino del movimento e della novità. È così che la Sposa di Cristo ci appare « nel suo real vestito d’oro, trapuntato di varietà » (Mgr. Pie, Discours VII, 113). – Questa Regina è ancora l’anima unita al Verbo come al suo sposo, affrancata dall’impero e dal giogo del peccato, ammessa a condividere il regno di Cristo, assisa alla destra del Salvatore, ornata da un abito splendente d’oro, e coperta di abiti di diversi colori, cioè arricchiti da dottrine spirituali, diverse e variate, che comprendono le verità dogmatiche, le morali ed allegoriche (S. Basil.). – Dio qui dà due cose alla sposa: la sua dottrina, con l’interposizione della parola e della vista, per mezzo dei miracoli e della fede; e di queste due cose, Egli dà una e promette l’altra. Ascoltate dunque le mie parole, vedete i miei miracoli, le mie opere, e siate docili alle mie lezioni. Ma quale comandamento gli dà innanzitutto: « Dimenticate il vostro popolo e la casa di vostro padre …. ». Poiché è nel mezzo delle nazioni pagane che l’ha scelta come sposa, le fa un dovere di spogliarsi di tutte le sue antiche abitudini, di cancellarne finanche il ricordo, di bandirne il pensiero dalla sua anima, non solo di non farne più la regola della sua condotta, ma di evitare anche di sovvenirne il ricordo (S. Chrys.). – « Ascoltate la figlia mia e vedrete ». Ascoltate prima, e poi vedete. In effetti ciò che noi non vediamo ancora ci è venuto con il Vangelo che ci è stato predicato: ascoltandolo noi abbiamo creduto, e se vi crediamo, lo vedremo …  « Ascoltate la figlia mia e vedrete ». Se non ascoltate, non vedrete. Ascoltate al fine anche di purificare il vostro cuore con la fede, come dice l’Apostolo nel libro degli Atti (Act. XV. 9). – Noi ascoltiamo dunque ciò che dobbiamo credere prima di vedere, affinché purificando il nostro cuore con la fede, possiamo poi vedere. Ascoltate dunque per credere, purificate il vostro cuore con la fede. E quando avrò purificato il mio cuore, cosa vedrò? « … Beati i puri di cuore, perché essi vedranno Dio » (S. Matteo V, 8). « Ascoltate la mia figlia e vedete, tendete le vostre orecchie »; è poco che voi ascoltiate, ma ascoltate umilmente. « Inclinate le vostre orecchie, e dimenticate il vostro popolo e la casa di vostro padre » (S. Agost.).

ff. 11, 13. – Una prova che qui non si tratti di bellezza corporea, è che essa è il risultato dell’obbedienza e che l’obbedienza non produce la bellezza del corpo, ma quella dell’anima (S. Chrys.). – Bellezza spirituale di un’anima giusta, ornata di grazia spirituale, di virtù infuse, dei Doni dello Spirito Santo, della presenza speciale di Dio e di mille altre qualità ammirevoli: bellezza che attira non solo l’ammirazione degli Angeli, ma l’amore di Dio stesso. – Non occorre presentarsi mai davanti a Dio con dei regali. Quando non se ne possono offrire, quello del cuore supplisce a tutto, mentre tutti gli altri senza quello, quantunque magnifici possano essere, non sono a Dio graditi. – Più si è ricchi di tesori di grazia, più si è obbligati di offrire a Dio umili preghiere. (Dug.)

ff. 13, 14. – Poiché spesso gli uomini fanno le loro opere e le loro elemosine con ostentazione, il Signore dice. « … guardatevi dal fare le vostre opere di giustizia davanti agli uomini, per essere visti da essi. » (Matth. VI, 1). – Ma siccome, d’altra parte, queste opere devono essere pubbliche, a causa del volto della Sposa, Egli dice pure: « Che le vostre opere brillino davanti agli uomini, affinché essi vedano queste buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli » (Matth. V, 16); vale a dire, cercate nelle buone opere che voi fate pubblicamente la gloria di Dio e non la vostra. E chi potrà comprendere – si dirà – se io cerco la gloria di Dio o la mia? Che io doni ad un povero, lo si vede; ma con quale spirito io do: chi lo vede? È sufficiente che Colui che lo vede, ve lo renderà, Questi ama interiormente perché vede interiormente; Egli ama interiormente che sia amato anche Colui che dà la bellezza interiore (S. Agost.). – Entrate nel vostro intimo, dice il Re-Profeta, ed comrendete quale sia la vera bellezza dell’anima; è della bellezza dell’anima che io vi parlo, e sotto questa espressione figurata degli abiti, della bellezza fisica, dei ricchi ornamenti, è l’anima l’oggetto delle mie parole e dei miei insegnamenti, è la virtù e la gloria interiore (S. Chrys.). – Il salmista pone la vera gloria dove essa veramente si trova, all’interno della coscienza, nei rapporti continui con Dio, in questo contatto quotidiano e familiare della creatura con l’Essere infinito. Egli insegna all’anima cristiana, con questo invito, quello che deve essere, così come la Chiesa, esercitata alla contemplazione.Considerate – egli dice – le cose create, e, in vista dell’ordine che regna tra esse, servitevene come di tanti scalini per elevarvi fino alla contemplazione del Creatore (S. Basil.).

ff. 15. – La Chiesa è vergine e madre feconda di vergini, spose di Gesù-Cristo, che tengono il primo posto nel suo cuore. Queste sono quelle anime caste che, avendo consacrato la loro verginità a Gesù-Cristo, non pensano più che a piacergli; queste anime pie, sante nel corpo e nello spirito, « … che sono le sue più prossime »; queste vergini di corpo e di cuore che sole « … seguono l’Agnello ovunque Egli vada », e sono ammesse ai suoi misteri più segreti, che sono l’onore e l’ornamento della Chiesa, il fiore delle sue produzioni, la porzione più pura e la più preziosa del gregge di Gesù-Cristo (S. Cypr. De Virg.). – Ogni male, ogni passione, ha la sua radice nell’atmosfera della nostra vita, nel secolo, nel popolo, la famiglia, nelle affezioni e nelle cose che abitiamo e che abitano in noi. Nessun uomo nasce solo con il suo corpo ed il suo spirito, egli è un concittadino necessario di una fase del mondo, trasportato in un turbine che lo domina, e se vuole riportare su di lui l’impero della propria personalità, bisogna che si elevi mediante uno sforzo di separazione, al di sopra e al di là del suo posto quaggiù; occorre che egli ascolti questo primo appello della saggezza: « … sorgi dal tuo paese e dalla casa di tuo padre » (Gen. XII, 1); vale a dire: lascia tutto ciò che ti abbassa, ti incatena e ti corrompe, perché l’inizio della sovranità su di sé è il rompere i legami esteriori e trovarsi solo con la propria infermità (Lacord., Conf. De Toul.., pag. 78). – considerate qui la precisione del linguaggio del Re-Profeta. Non è dalla nascita, nei primi giorni della Chiesa, che la virtù della verginità ha sbocciato i suoi fiori, ma alcuni anni dopo. Così Davide ne parla dopo che la Sposa ha dimenticato il suo popolo e la casa di suo padre, che essa si è rivestita dei suoi ricchi ornamenti e si è dimostrata in tutto il fulgore della sua bellezza (S. Chrys.). – C’è gioia della Chiesa, quando le si presentano delle vergini. Con quale allegrezza e quale trasporto divino Essa le riceve! – Quelli che hanno consacrato la loro verginità al Signore intendano queste parole: « Vergini saranno condotte al Re, delle vergini unite alla Chiesa, che vengono al suo seguito e che non scartano nulla della sua santa disciplina. Esse Gli saranno presentate nel trasporto della gioia ». Queste non saranno affatto di quelle vergini che hanno seguito loro malgrado e forzatamente il giogo della verginità, né di quelle che hanno abbracciato una vita casta per tristezza o per necessità, ma quelle che sono piene di gioia per aver compiuto questo atto eroico: ecco le vergini che saranno condotte al Re, ed introdotte non in luogo profano, ma nel suo tempio santo. Questi sacri vasi che non sono utilizzati per un uso volgare, saranno introdotti nel Santo dei santi, e sarà permesso loro di entrare nel santuario inaccessibile ai piedi dei profani (S. Basil.).

ff. 16, 17. – Il Re-Profeta ha qui in vista gli Apostoli, divenuti i dottori della Chiesa, e descrive la loro potenza, la loro forza, la loro gloria, aggiungendo: « voi li farete regnare su tutta la terra ». Queste parole hanno bisogno di spiegazioni? Il sole in tutto il suo splendore non ha bisogno di dimostrazione; ora, queste parole sono più luminose del sole. Gli Apostoli hanno percorso il mondo intero, hanno regnato sull’universo in un senso più vero e con una potenza più grande di come lo abbiano fatto i principi ed i re della terra. (S. Chrys.). – Dio non manca mai di dare più di quello che si è abbandonato per Lui. In luogo della case, dei parenti e dei vicini che si lasciano per Lui, Egli dà una posterità numerosa. Le vergini non vogliono essere madri sulla terra, esse sono feconde per il cielo; esse non hanno figli secondo la carne, ne hanno una moltitudine per il buon odore dell’esempio delle loro virtù che si spandono lontano. – Questi figli sostituiti ai padri, diventeranno essi stessi padri di altri figli. Si formerà così una successione perpetua di santi, che renderanno pubbliche eternamente le lodi di Dio in tutti i secoli dei secoli. Beata e santa posterità della quale si può dire con lo Spirito-Santo: « O come è bella la razza casta quando è congiunta con lo splendore della virtù! La sua memoria è immortale, ed è un onore davanti a Dio e davanti agli uomini! » (Sap. IV, 1).

LA GRAZIA: NOTE DI TEOLOGIA ASCETICA -2-

LA GRAZIA

(Note di teologia ascetica)

NATURA DELLA VITA CRISTIANA (2)

[A. Tanquerey: Compendio di Teologia ascetica a mistica – Desclée e Ci. Roma-Tournai – Parigi; 1948]

1° DELLA GRAZIA ABITUALE.

105. Dio, volendo nell’infinita sua bontà elevarci a Lui per quanto è permesso alla debole nostra natura, ci dà un principio vitale, soprannaturale, deiforme: la grazia abituale, grazia che si chiama creata, (Questa espressione non è del tutto esatta, perché la grazia non è una sostanza, ma un accidente o modificazione accidentale dell’anima nostra. Essendo però qualche cosa di finito e non potendo venire che da Dio, senza essere da noi meritata, le si dà questo nome, o talvolta si chiama anche concreata, per notare ch’essa è tratta dalla potenza obbedienziale dell’anima nostra.), per opposizione alla grazia increata che consiste nell’abitazione dello Spirito Santo in noi. Questa grazia ci rende simili a Dio e ci unisce strettissimamente a Lui: “Est autem hæc deificatio, Deo quædam, quoad fieri potest, assimilatio unioque “. – Sono questi i due aspetti della grazia che esporremo, dandone la definizione tradizionale e determinando l’unione prodotta dalla grazia tra l’anima e Dio.

A) Definizione.

106. La grazia ordinariamente si definisce una qualità soprannaturale, inerente all’anima nostra, che ci fa partecipare in modo reale, formale, ma accidentale, alla natura e alla vita divina.

a) E dunque una realtàdi ordine soprannaturale ma non una sostanza, perché nessuna sostanza creata può essere soprannaturale; è un modo d’essere, uno stato dell’anima, una qualità inerente alla sostanza dell’anima nostra, che la trasforma, la eleva sopra tutti gli esseri anche più perfetti; qualità permanente di sua natura, che sta in noi finche non la scacciamo dall’anima nostra commettendo volontariamente un peccato mortale. “La grazia, dice il Card. Mercier, appoggiandosi su Bossuet, è quella qualità spirituale che Gesù diffonde nelle anime nostre, che penetra nel più intimo della nostra sostanza, che s’imprime nel più segreto delle anime nostre, e che si spande (per mezzo delle virtù) in tutte le potenze e le facoltà dell’anima, che possiede interiormente l’anima e la rende pura e grata agli occhi di questo divin Salvatore, la fa suo Santuario, suo tempio, suo tabernacolo, insomma suo luogo di delizie.”

107. b) Questa qualità ci rende, secondo l’energica espressione di S. Pietro, partecipi della natura divina, divinæ consortes naturæ; ci fa entrare, come dice S. Paolo, in comunione con lo Spirito Santo ” communicatio Sancti Spiritus “, (II Cor., XIII, 13), in società col Padre e col Figlio, come aggiunge S. Giovanni. (1 Joan., I , 3). – Non ci fa certamente uguali a Dio, ma esseri deiformi simili a Lui; e ci dà, non la vita stessa di Dio che è essenzialmente incomunicabile, ma una vita simile alla sua. Il che ora spiegheremo, per quanto l’umana intelligenza vi può arrivare.

108. 1) La vita propria di Dio è di contemplare direttamente Se stesso e di infinitamente amarsi. Nessuna creatura, per quanto sia perfetta, può contemplareda se stessa l’essenza divina ” che abitauna luce inaccessibile, lucem inhabitat inaccessibilem(1 Tim. VI, 16). Ma Dio, per un privilegio interamentegratuito, chiama l’uomo a contemplare questa essenza divina nel cielo; ed essendone l’uomo incapace, ne eleva, ne dilata, ne fortifica l’intelligenza col lume della gloria. Allora, dice S. Giovanni, saremo simili a Dio, perché lo vedremo come Egli vede se stesso, o, che è lo stesso, come Egli è in sé: ” Similes ei erimus, quoniam videbimus eum sicuti est ” (I Joan, III, 2). Lo vedremo, aggiunge S. Paolo,non più attraverso lo specchio delle creature, ma faccia a faccia, senza intermedio, senza nubi, con una fulgida chiarezza: “Nunc per speculimi et in ænigmate, lune autem facie ad faciem” (1 Cor. XIII, 12-13). Così parteciperemo, benché in modo finito, alla vita stessa di Dio, poiché lo conosceremo come Egli conosce se stesso e lo ameremo come Egli ama se stesso. Il che spiegano i teologi dicendo che l’essenza divina verrà ad unirsi alla parte più intima dell’anima nostra e ci servirà di specie impressa, per renderci capaci di vederla senza alcuno intermedio creato, senza immagine alcuna.

109. 2) Ora la grazia abituale è già una preparazione alla visione beatifica e quasi un saggio di questo favore, prælibatio visionis beatifica; è la gemma che già contiene il fiore, benché questo non debba sbocciare che più tardi; è quindi dello stesso genere della visione beatifica e partecipa della sua natura. – Cerchiamo di spiegarci con un paragone, per quanto possa riuscire imperfetto. Io posso conoscere un artista in tre modi: dallo studio delle sue opere, — dal ritratto che me ne fa un suo intimo amico — o finalmente dalle relazioni dirette che io ho con lui. La prima di queste conoscenze di Dio, è quella che abbiamo dalla vista delle sue opere, conoscenza induttiva molto imperfetta, perché le sue opere, pur manifestandoci la sua sapienza e la sua potenza, nulla ci dicono della sua vita interiore. La seconda risponde assai bene alla conoscenza che ce ne dà la fede: sulla testimonianza degli scrittori sacri e principalmente del Figlio di Dio, io credo tutto ciò che Dio si degnò di rivelarmi non solamente sulle sue opere e sui suoi attributi, ma anche sulla sua vita intima; io credo che da tutta l’eternità Egli genera un Verbo che è suo Figlio, che ama e dal quale è riamato, e che da questo mutuo amore procede lo Spirito Santo. Certo io non capisco, e soprattutto io non vedo, ma io credo con incrollabile certezza, e questa fede mi fa partecipare in modo velato, oscuro, ma reale, alla conoscenza che Dio ha di se stesso. Solo più tardi, per mezzo della visione beatifica, si avvererà il terzo modo di conoscenza; ma, com’è chiaro, il secondo è in sostanza della stessa natura di quest’ultimo, e certamente molto superiore alla conoscenza razionale.

110. C) Questa partecipazione della vita divina non è semplicemente virtuale ma formale. La partecipazione virtuale non ci fa possedere una data qualità che in un modo diverso da quello in cui si trova nella causa principale; cosi la ragione è una partecipazione solo virtuale dell’intelletto divino, perché ci fa conoscere la verità, ma in un modo assai diverso dalla conoscenza che ne ha Dio. Non è così della visione beatifica, e, salve le proporzioni, della fede; queste ci fanno conoscere Dio come Egli conosce se stesso, non certo nello stesso grado ma nello stesso modo.

111. d) Questa partecipazione non è sostanziale ma accidentale. Così essa si distingue dalla generazione del Verbo, che riceve tutta la sostanza del Padre; e dalla unione ipostatica, che è un’unione sostanziale della natura umana con la natura divina nell’unica Persona del Verbo; noi conserviamo infatti la nostra personalità e la nostra unione con Dio non è sostanziale. Tale è la dottrina di S. Tommaso: (S. th. Ia, IIæ, q. 110, a. 2). “Essendo la grazia molto superiore alla natura umana, non può essere né una sostanza, né la forma sostanziale dell’anima; non può esserne che la forma accidentale”. E, per spiegare il suo pensiero, aggiunge che tutto ciò che è sostanzialmente in Dio ci vien dato accidentalmente e ci fapartecipare alla divina bontà: “Idenim quod substantialiter est in Deo, accidentaliter fit in anima participante divinam bonitatem, ut de scientia patet “.Con queste restrizioni si evita di cadere nel panteismo,e si ha nondimeno un’idea altissima dellagrazia, che ci apparisce come una divina somiglianza impressa da Dio nell’anima nostra: “faciamus hominem ad imaginem et similitudinem nostram(Gen. I, 26).

112. Per farci intendere questa divina somiglianzà, i Padri usano diversi paragoni. 1) L’anima nostra, essi dicono, è una immagine vivente della Trinità, una specie di ritratto in miniatura, poiché lo Spirito Santo stesso viene ad imprimersi in noi come il sigillo sulla molle cera e vi lascia così la sua divina somiglianza. Ne concludono che l’anima in stato di grazia è d’una meravigliosa bellezza, poiché l’artista che vi dipinge questa immagine è infinitamente perfetto, non essendo altri che Dio stesso: “Pictus es ergo, o homo, etpictus es a Domino Deo tuo. Bonum habes artificem atque pictorem” (S. Ambr. in Exæm, l. VI c. 8).E ne conchiudono pure con ragione che noi nonsolo non dobbiamo distruggere od offuscare questaimmagine, ma anzi renderla ogni giorno più rassomigliante.— Paragonano anche l’anima nostra a quei corpi trasparenti che, ricevendo la luce del sole, ne sono come penetrati e acquistano un incomparabile fulgore che diffondono poi tutto intorno a loro (S. Bas. De Sp. S., IX, 23); così l’anima nostra, simile a un globo di cristallo illuminato dal sole, riceve la luce divina, risplende di vivo fulgore e lo riflette sugli oggetti circostanti.

113. 2) Per dimostrare che questa rassomiglianza non è cosa superficiale ma penetra nel più intimo dell’anima nostra, ricorrono al paragone del ferro e del fuoco. Come, dicono essi, una verga di ferro, immersa in un ardente braciere, acquista subito lo splendore, il calore e la pieghevolezza del fuoco, così l’anima nostra, immersa nella fornace del divino amore, si libera dalle scorie e diviene brillante, ardente e docile alle ispirazioni divine.

114. 3) Un autore contemporaneo, volendo esprimere l’idea che la grazia è una vita nuova, la paragona a un innesto divino fatto sul ramo selvatico della nostra natura e che si fonde coll’anima nostra per costituire un nuovo principio vitale e quindi una vita assai superiore. Però, come l’innesto non conferisce al ramo selvatico tutta la vita di quella natura onde è stato tolto ma soltanto questa o quella delle sue proprietà vitali, così la grazia santificante non ci dà tutta la natura di Dio ma qualche cosa della sua vita che costituisce per noi una nuova vita; noi quindi partecipiamo alla vita divina ma non la possediamo nella sua pienezza (Eymieu). È chiaro che questa divina somiglianza prepara l’anima nostra ad una ultimissima unione con l’adorabile Trinità che abita in lei.

B) Unione tra l’anima nostra e Dio.

115. Da ciò che abbiamo detto sull’abitazione della SS. Trinità nell’anima nostra (n. 92), risulta che tra noi e l’ospite divino corre un’unione morale ultimissima e santificantissima. Ma non c’è forse qualche cosa di più, qualche cosa di fisico in quest’unione?

116. a) I paragoni usati dai Padri sembrerebbero indicarlo.

1) Un gran numero di essi ci dicono che l’unione di Dio coll’anima è simile a quella dell’anima col corpo: “In noi vi sono, dice S. Agostino, due vite, la vita del corpo e la vita dell’anima; la vita del corpo è l’anima, la vita dell’anima è Dio “sicut vita corporis anima, sic vita anima; Deus. “È chiaro che si tratta solo di analogie; ma studiamoci di cavarne la verità che contengono. L’unione tra il corpo e l’anima è sostanziale, così che non formano più che una sola e medesima natura, una sola e medesima persona. Non è così dell’unione dell’anima con Dio: noi conserviamo sempre la nostra natura e la nostra personalità e restiamo quindi essenzialmente distinti dalla divinità. Ma, come l’anima dà al corpo la vita di cui gode, così Dio, senza essere forma dell’ anima, le dà la vita soprannaturale, vita non uguale ma veramente e formalmente simile alla sua; e questa vita costituisce un’unione realissima tra l’anima e Dio. – Suppone una realtà concreta che Dio ci comunica e che serve di vincolo unitivo tra Lui e noi; questa nuova relazione non aggiunge certamente nulla a Dio, ma perfeziona l’anima nostra e la rende deiforme; lo Spirito Santo quindi diviene non causa formale, ma causa efficiente ed esemplare della nostra santificazione.

117. 2) Questa stessa verità si deduce dal paragone che alcuni autori fanno tra l’unione ipostatica e l’unione dell’anima nostra con Dio. Vi è certamente tra le due una differenza essenziale: l’unione ipostatica è sostanziale e personale, perché la natura divina e la natura umana, sebbene perfettamente distinte, non formano più in Gesù Cristo che una sola e medesima Persona, mentre che l’unione dell’anima con Dio per mezzo della grazia, ci lascia la nostra personalità, essenzialmente distinta dalla personalità divina, e non ci unisce a Dio se non in modo accidentale: “Si compie infatti per mezzo della grazia santificante, che è un accidente aggiunto alla sostanza dell’anima; ora, in linguaggio scolastico, l’unione d’un accidente ed una sostanza si chiama unione accidentale”. Ma rimane pur sempre vero che l’unione dell’ anima con Dio è un’unione di sostanza a sostanza,  e che l’uomo e Dio vengono in contatto così intimo come il ferro e il fuoco che l’avvolge e lo penetra, come il cristallo e la luce. Per dir tutto in una parola, l’unione ipostatica fa un uomo-Dio, l’unione della grazia fa degli uomini divinizzati; e come le azioni di Cristo sono divino-umane o teandriche, così le azioni del giusto sono deiformi, fatte in comune da Dio e da noi, e per questo titolo meritorie della vita eterna, la quale non è altro che la unione immediata con la Divinità. Possiamo quindi dire col P. de Smedt: che l’unione ipostatica è il tipo della nostra unione con Dio per mezzo della grazia, e che questa ne è l’immagine più perfetta che una pura creatura possa riprodurre in sé”. – Concludiamo con lo stesso autore che l’unione della grazia non è puramente morale, ma contiene un elemento fisico che ci permette di chiamarla fisico-morale: “La natura divina è veramente nel suo essere stesso unita alla sostanza dell’anima per mezzo di un vincolo speciale, per modo che l’anima giusta possiede in sé la natura divina come cosa che le appartiene, e quindi possiede un carattere divino, una perfezione d’ordine divino, una bellezza divina, infinitamente superiore a tutto ciò che può esservi di perfezione naturale in una creatura qualsiasi reale o possibile.

118. b) Se, lasciando da parte i paragoni, studiamo il lato dottrinale della questione, arriviamo alla stessa conclusione, 1) In cielo, gli eletti vedono Dio faccia a faccia, senza alcun intermedio; la stessa essenza divina fa l’ufficio di specie impressa: ” in visione qua Deus per essentiam videbitur, ipsa divina essentia erit quasi forma intellectus qua intelliget ” [S. TOMMASO, Sum. theol., Suppl., q. 92, a. 3, ad 8]. Vi è dunque tra essi e la Divinità un’unione vera, reale, che si può chiamare fisica, perché Dio non può essere visto e posseduto che a patto d’essere presente al loro intelletto colla sua essenza, e non può essere amato se non è effettivamente unito alla loro volontà come oggetto d’amore : “amor est magis unitivus quam cognitio“. [Sum. theol.. Ila q. 28 a. 1 ad 3]. Ora la grazia altro non è che un principio e un germe della gloria: “gratia nihil est quam inchoatio gloriæ in nobis“.[S. Th. IIa IIæ, q. 24, a 3 ad 2. – V. Illud munus di Leone XIII] – L’unione dunque cominciata sulla terra tra l’anima nostra e Dio per mezzo della grazia è in sostanza dello stesso genere di quella della gloria, reale e in un certo senso fisica come questa. Tal è la conclusione del P. Froget nel suo bel libro L abitazione dello Spirito Santo (p. 159), appoggiandosi su numerosi testi di S. Tommaso: « Dio è dunque realmente, fisicamente, sostanzialmente presente nel cristiano che ha la grazia; e non è già una semplice presenza materiale ma un vero possesso accompagnato da un principio di godimento ».

2) La medesima conclusione discende pure dall’analisi della grazia stessa. Stando all’insegnamento dell’Angelico Dottore, che si fonda sugli stessi testi scritturali che abbiamo citati, la grazia abituale ci è data per godere non solo dei doni di Dio, ma delle stesse Persone divine; Per donum gratia gratiam facicntis perficitur creatura rationalis ad hoc quod libere non solum ipso dono creato utatur, sed ut ipsà divina persona fruatur” [S. Th. I, q.43, a. 3 ad 1]. Ora, aggiunge un discepolo di S. Bonaventura, per godere d’una cosa è necessaria la sua presenza, e quindi per godere dello Spirito Santo la sua presenza è necessaria come necessario è il dono creato che unisce a Lui [ps. Bonaventura, Comp. Theol. Veritatis, 1. I, c. 9]. E poiché la presenza del dono creato è reale e fisica, quella dello Spirito Santo non dovrà forse essere dello stesso genere? Ecco dunque che le deduzioni della fede come i paragoni dei Patri ci autorizzano a dire che l’unione dell’anima nostra con Dio per mezzo della grazia non è soltanto morale, che non è neppur sostanziale in senso proprio, ma che è talmente reale da potersi chiamare fisico-morale. Restando per essa velati ed oscura ed essendo progressiva, nel senso che noi ne percepiamo tanto meglio gli effetti quanto più coltiviamo la fede e i doni dello Spirito Santo, le anime ferventi che sospirano l’unione divina, si sentono vivamente sollecitate ad avanzar ogni giorno più nella pratica delle virtù e dei doni.

2° DELLE VIRTÙ E DEI DONI, O DELLE FACOLTÀ DELL’ORDINE   SOPRANNATURALE.

Richiamatane prima l’esistenza e la natura, parleremo per ordine delle virtù e dei doni.

A) Esistenza e natura.

119. La vita soprannaturale inserita nell’anima nostra per mezzo della grazia abituale richiede, per operare e svilupparsi, delle facoltà di ordine soprannaturale, che la liberalità divina generosamente concede sotto nome di virtù infusee di doni dello Spirito Santo:  L’uomo giusto, dice Leone XIII, che vive della vita della grazia e che opera per mezzo delle virtù, che tengono in lui il posto delle facoltà, ha pure bisogno dei doni dello Spirito Santo: Homini iusto, vitam scilicet viventi divinæ gratiæ et per congruas virtutes tamquam facultates  agenti, opus piane est septenis illis qua; proprie

dicuntur Spiritus Sancti donis” [Divinum illud munus, 9 maggio 1897). Conviene infatti che le nostre facoltà naturali, le quali da se stesse non possono produrre che atti del medesimo ordine, siano perfezionate e divinizzate da abiti infusi, che le elevino e le aiutino ad operare soprannaturalmente. E Dio, infinitamente liberale qual è, ce ne da di due specie: le virtù, che, sotto la direzione della prudenza, ci abilitano a operare soprannaturalmente col concorso della grazia attuale; e i doni che ci rendono così docili all’azione dello Spirito Santo che, guidati da una specie di divino istinto, siamo, per così dire, mossi e diretti da questo divino Spirito. – Bisogna però notare che questi doni, i quali ci sono conferiti colle virtù e colla grazia abituale, non vengono esercitati con frequenza ed intensità se non dalle anime mortificate che, con una lunga pratica delle virtù morali e teologali, acquistarono quella soprannaturale pieghevolezza, onde rendonsi interamente docili alle ispirazioni dello Spirito Santo.

120. La differenza essenziale tra le virtù e i doni deriva dunque dal loro diverso modo di operare in noi: nella pratica delle virtù, la grazia ci lascia attivi, sotto l’influsso della prudenza; nell’uso dei doni, raggiunto che abbiano il loro pieno sviluppo, richiede da noi più docilità che attività, come esporremo meglio trattando della via unitiva. Intanto un paragone ci aiuterà a capire: quando una madre insegna a camminare al figlio, ora si contenta di guidarne i passi impedendogli di cadere, ora lo prende tra le braccia per fargli superare un ostacolo o per farlo riposare; nel primo caso si ha la grazia cooperante delle virtù, nel secondo si ha la grazia operante dei doni. Ma da ciò risulta che, normalmente, gli atti compiuti sotto l’influsso dei doni sono più perfetti di quelli che si compiono solamente sotto l’influsso delle virtù, appunto perché l’azione dello Spirito Santo nel primo caso è più attiva e più feconda.

B) Delle virtù infuse.

121. È certo, secondo la dottrina del Concilio di Trento, che nel momento stesso della giustificazionericeviamo le virtù infuse della fede, della speranzae della carità. Ed è dottrina comune, confermata dal Catechismo del Concilio di Trento [Sess. VI, C. 7] , cheanche le virtù morali della prudenza, della giustizia, della fortezza e della temperanza ci sono comunicatenello stesso momento. Non dimentichiamo peròche queste virtù ci danno, non la facilità, ma il potere soprannaturale prossimo di fare atti soprannaturali; saranno necessari ripetuti atti per aggiungerviquella facilità che viene dall’abitudineacquisita.Vediamo come queste virtù rendono soprannaturalile nostre facoltà.

a) Le une sono teologali, perché hanno Dio per oggetto materiale e qualche attributo divino per oggetto formale. La fedeci unisce a Dio, suprema verità, e ci aiuta a veder tutto e a tutto giudicare alla divina sua luce. La speranza ci unisce a Colui che è la sorgente della nostra felicità, sempre pronto a versare su noi le sue grazie per compiere la nostra trasformazione ed aiutarci col suo potente soccorso a fare atti di confidenza assoluta e di filiale abbandono. La caritàci eleva a Dio sommamente buono in se stesso; e, sotto il suo influsso, noi ci compiacciamo delle infinite perfezioni di Dio più che se fossero nostre, desideriamo che siano conosciute e glorificate, stringiamo con Lui una santa amicizia, una dolce familiarità e così diventiamo ognor più a Lui somiglianti. Queste tre virtù teologali ci uniscono dunque direttamente a Dio.

122. b) Le virtù morali, che hanno per oggetto un bene onesto distinto da Dio e per motivo l’onestà stessa di quest’oggetto, favoriscono e perpetuano questa unione con Dio, regolando le nostre azioni in modo che, non ostante gli ostacoli che si trovano dentro e fuori di noi, tendano continuamente verso Dio. Così la prudenzaci fa scegliere i mezzi migliori per tendere al nostro fine soprannaturale. La giustizia, facendoci rendere al prossimo ciò che gli è dovuto, santifica le nostre relazioni coi nostri fratelli in modo da avvicinarci a Dio. La fortezzaarma l’anima nostra contro la prova e la lotta, ci fa sopportare con pazienza i patimenti e intraprendere con santa audacia le più rudi fatiche per procurare la gloria di Dio. E, poiché il piacere colpevole ce ne distoglierebbe, la temperanzamodera il nostro ardore pel piacere e lo subordina alla legge del dovere. – Tutte queste virtù hanno dunque per ufficio di allontanare gli ostacoli e anche di somministrarci mezzi positivi per andare a Dio.

C) Dei doni dello Spirito Santo.

123. Senza descriverli in particolare (cosa che faremo più tardi) ci basti qui dimostrarne la corrispondenza colle virtù. I doni, senza essere più perfetti delle virtù teologali e specialmente della carità, ne perfezionano l’esercizio. Così il dono dell’ intelletto ci fa penetrare più addentro nelle verità della fede per scoprirne i reconditi tesori e le arcane armonie; quello della scienzaci fa considerare le cose create nelle loro relazioni con Dio. Il dono del timorefortifica la speranza, staccandoci dai falsi beni di quaggiù che potrebbero trascinarci al peccato e ci accresce quindi il desiderio dei beni celesti. Il dono della sapienza, facendoci gustare le cose divine aumenta il nostro amore per Dio. La prudenzaè grandemente perfezionata dal dono del consiglio che ci fa conoscere, nei casi particolari e difficili ciò che è o non è espediente di fare. Il dono della pietàperfeziona la virtù della religione, che si connette colla giustizia, facendoci vedere in Dio un padre che siamo lieti di glorificare per amore. Il dono della fortezzacompie la virtù dello stesso nome, eccitandoci a praticare ciò che vi è di più eroico nella paziente costanza e nell’operare il bene. Infine il dono del timore, oltre che facilita la speranza, perfeziona pure in noi la temperanza, facendoci temere i castighi e i mali che risultano dall’amore illecito dei piaceri. Tal è il modo con cui armoniosamente si sviluppano nell’anima le virtù e i doni, sotto l’influsso della grazia attuale, di cui ci resta ora a dir una parola.

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/10/la-grazia-note-di-teologia-ascetica-3/

SALMI BIBLICI: “DEUS, AURIBUS NOSTRIS AUDIVIMUS” (XLIII)

SALMO 43: “DEUS, AURIBUS NOSTRIS audivimus …”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

PARIS LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 43

In finem. Filiis Core ad intellectum.

[1] Deus, auribus nostris audivimus,

patres nostri annuntiaverunt nobis, opus quod operatus es in diebus eorum, et in diebus antiquis.

[2] Manus tua gentes disperdidit, et plantasti eos; afflixisti populos et expulisti eos.

[3] Nec enim in gladio suo possederunt terram, et brachium eorum non salvavit eos; sed dextera tua et brachium tuum, et illuminatio vultus tui, quoniam complacuisti in eis.

[4] Tu es ipse rex meus et Deus meus, qui mandas salutes Jacob.

[5] In te inimicos nostros ventilabimus cornu, et in nomine tuo spernemus insurgentes in nobis.

[6] Non enim in arcu meo sperabo, et gladius meus non salvabit me;

[7] salvasti enim nos de affligentibus nos, et odientes nos confudisti.

[8] In Deo laudabimur tota die; et in nomine tuo confitebimur in sæculum.

[9] Nunc autem repulisti et confudisti nos; et non egredieris, Deus, in virtutibus nostris.

[10] Avertisti nos retrorsum post inimicos nostros; et qui oderunt nos diripiebant sibi.

[11] Dedisti nos tamquam oves escarum; et in gentibus dispersisti nos.

[12] Vendidisti populum tuum sine pretio; et non fuit multitudo in commutazioni-bus eorum.

[13] Posuisti nos opprobrium vicinis nostris, subsannationem et derisum his qui sunt in circuitu nostro.

[14] Posuisti nos in similitudinem gentibus, commotionem capitis in populis.

[15] Tota die verecundia mea contra me est, et confusio faciei meae cooperuit me:

[16] a voce exprobrantis et obloquentis, a facie inimici et persequentis.

[17] Haec omnia venerunt super nos; nec obliti sumus te, et inique non egimus in testamento tuo.

[18] Et non recessit retro cor nostrum; et declinasti semitas nostras a via tua;

[19] quoniam humiliasti nos in loco afflictionis, et cooperuit nos umbra mortis.

[20] Si obliti sumus nomen Dei nostri, et si expandimus manus nostras ad deum alienum,

[21] nonne Deus requiret ista? ipse enim novit abscondita cordis. Quoniam propter te mortificamur tota die; aestimati sumus sicut oves occisionis.

[22] Exsurge; quare obdormis, Domine? exsurge, et ne repellas in finem.

[23] Quare faciem tuam avertis? oblivisceris inopiae nostrae et tribulationis nostræ?

[24] Quoniam humiliata est in pulvere anima nostra; conglutinatus est in terra venter noster.

[25] Exsurge, Domine, adjuva nos, et redime nos propter nomen tuum.

[Vecchio Testamento Secondo la VolgataTradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO XLIII

Predizione delle calamità che, dopo i tempi di Davide, avvennero sul popolo ebreo per mano di Antioco Epifane, al tempo de’ Maccabei; e sul popolo cristiano per opera di Nerone e degli imperatori romani, nei primi tre secoli della Chiesa.

Per la fine; ai figliuoli di Core; salmo d’intelligenza.

1. Noi, o Dio, colle nostre orecchie udimmo, i padri nostri a noi annunziarono, quello che tu facesti ne’ giorni loro, e nei giorni antichi.

2. La mano tua estirpò le nazioni, e desti loro ferma sede; castigasti quei popoli, e li discacciasti;

3. Imperocché, non in virtù della loro spada divenner padroni della terra, né il loro valore diede ad essi salute; ma sì la tua destra e la tua potenza e il benigno tuo volto; perché avesti buon volere per essi.

4. Tu se’ tu stesso il mio Re e il mio Dio, tu che ordini la salute di Giacobbe.

5. Per te avrem forza per gettare a terra i nostri nemici, e nel nome tuo non farem caso di quelli che insorgono contro di noi.

6. Imperocché non nel mio arco porrò io la mia speranza, e la mia spada non sarà quella che mi salverà:

7. Imperocché tu ci salvasti da coloro che ci affliggevano, e svergognasti color che ci odiavano.

8. In Dio ci glorieremo ogni dì, e il nome tuo celebreremo pei secoli.

9. Ma adesso tu ci hai rigettati e svergognati; e non vai innanzi a’ nostri eserciti1.

10. Ci facesti voltar le spalle a’ nostri nemici, e quei che ci odiano ci saccheggiarono.

11. Ci rendesti come pecore da macello, e ci hai dispersi tra le nazioni.

12. Hai venduto il tuo popolo per nessun prezzo, e non a gran pregio lo alienasti.

13. Ci hai renduti oggetto di obbrobrio pe’ nostri nemici, favola e scherno de’ nostri vicini.

14. Hai fatto sì che siamo proverbiati dalle nazioni, e siamo il ludibrio de’ popoli.

15. Ho dinanzi a me tutto il giorno la mia ignominia, e la mia faccia di confusione è coperta,

16. In udendo il parlare di chi mi svitupera, e mi dice improperii, in veggendo il nimico e il persecutore.

17. Tutte queste cose sono cadute sopra di noi e non ci siamo dimenticati di te, e non abbiamo operato iniquamente contro la tua alleanza.

18. E il nostro cuore non si è ribellato, e non hai permesso che declinassero dalla via i nostri passi;

19. Mentre tu ci hai umiliati nel luogo dell’afflizione, e ci ha ricoperti l’ombra di morte.

20. Se noi abbiam dimenticato il nome del nostro Dio, e se abbiamo stese le mani a un Dio straniero,

21. Non farà egli Iddio ricerca di tali cose? Imperocché egli conosce i segreti del cuore. Ma per tua cagione siam tutto dì messi a morte, siamo stimati come pecore da macello.

22. Levati su, perché se’ tu addormentato o Signore? levati su, e non rigettarci per sempre.

23. Per qual ragione ascondi tu la tua faccia, ti scordi della nostra miseria e della nostra tribolazione?

24. Imperocché è umiliata fino alla polvere l’anima nostra, stiamo prostrati col ventre sopra la terra.

25. Levati su, o Signore, soccorrici; e liberaci per amor del tuo nome.

Sommario analitico

Il salmista ricorda al Signore le sue antiche bontà ed i prodigi che Egli ha operato per stabilire Israele nelle terra di Canaan, ed espone le calamità dalle quali il popolo di Dio è stato provato. I martiri dell’antica e della nuova Legge, di cui gli Israeliti perseguitati erano la figura, fanno qui quattro cose.

1° Egli afferma:

I. – Prima di descrivere le terribili prove alle quali Dio aveva permesso che i suoi fedeli servitori venissero esposti, il Profeta ricorda le prove eclatanti della protezione che aveva loro dato nei tempi antichi.

1° Affermano la certezza della cosa ed indicano i tempi in cui queste meraviglie sono state operate (2); 2° Celebrano la grandezza della vittoria, la rovina completa dei loro nemici, al posto dei quali Dio li ha stabiliti (3); 3° Proclamano che Dio solo, e non l’uomo, è l’autore di questa vittoria (3).

II. – Enuncia le virtù eroiche dei martiri, dei quali racconta le persecuzioni e le sofferenze:

1° La fede che, disprezzando tutti i falsi dei, si è rivolta al solo vero Dio, loro Re e loro Salvatore (4); 2° la speranza, che è fidata unicamente del soccorso che attendevano da Dio che, dando loro la salvezza, li colmerà di gioia (5-7); 3° la carità, che fa riporre solo in Dio il loro amore, la loro gloria, e l’oggetto delle loro lodi per l’eternità (8).

III. – Enumera le prove, le sofferenze dei martiri.

Nei beni dell’anima, a) la sottrazione dei soccorsi sensibili che Dio ha loro accordato (9); b) il timore del supplizio che li ha forzati a fuggire davanti ai loro nemici (10).

Nei beni della fortuna, a) la perdita delle loro ricchezze (11); b) la perdita della patria con l’esilio (11); c) la perdita della libertà (12); d) la perdita della loro reputazione presso i vicini, come tra le nazioni più lontane (13, 14); e) e di conseguenza, l’onta, la confusione, gli oltraggi, le beffe (15, 16), senza che queste prove abbiano giammai loro fatto dimenticare Dio (17).

Nei beni del corpo, essi sono induriti dai tormenti così violenti ai quali sono stati esposti: – a) in questa vita, con il pericolo di fuoriuscire dalla via, essendo le loro sofferenze così grandi e la morte presente (18, 19); – b) nell’altra con pericolo della dannazione eterna, perché Dio punisce ogni pensiero interiore criminoso, così come gli atti esteriori (20, 21), doppio danno di cui egli indica la causa, i supplizi che induriscono per Dio, e la morte cruenta alla quale essi sono destinati.

IV. – I martiri implorano il soccorso di Dio:

1° essi chiedono a Dio di venire in loro soccorso: – a) levandosi dal suo trono e uscendo dal suo sonno apparente nei loro riguardi (22); – b) mettendo un termine alle loro calamità; – c) mostrando loro un volto favorevole (23); – d) ricordandosi delle loro afflizioni.

2° Essi danno a Dio una doppia ragione in appoggio della loro preghiera: – a) la loro estrema miseria (24); – b) la gloria di Dio e del suo nome che è interessato al soccorso che essi implorano (25).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-3.

ff.1. – Se non era tanto il dire: « noi abbiamo ascoltato », è sufficiente dire pienamente: « Noi abbiamo sentito con le nostre orecchie »? Perché dunque aggiungere: « Noi abbiamo sentito con le nostre orecchie »? È per farvi comprendere che ciò che ci giunge, arriva alla nostra anima, e che le sue facoltà sono ben superiori ai sensi del corpo. Ecco perché nostro Signore diceva: « … chi ha orecchie intenda »; perché c’è chi ha orecchie che non possono comprendere i misteri (S. Ambr. su questo Psalm.). – Prestate qui l’orecchio, voi che non avete cura dei vostri figli, e che lasciate loro cantare dei canti ispirati dal demonio e che non avete se non disprezzo per le sacre recite. Tali non erano i Maccabei: essi trascorrevano la loro vita ad ascoltare la recita dei grandi avvenimenti dei quali Dio era l’autore, ed essi ne ricevevano un doppio vantaggio: coloro che erano stati l’oggetto di questi benefici trovavano nel loro ricordo un motivo per diventare ancor migliori, mentre i loro figli in queste recite acquisivano una conoscenza più profonda di Dio e si sentivano eccitati ad imitare le virtù dei loro padri. I libri santi erano per essi come la bocca degli autori dei loro giorni, e in tutte le loro scuole, in tutte le istituzioni si insegnavano queste recite, che nulla sorpassava in gradevolezza ed utilità. (S. Chrys.). – Apprendere dai nostri padri ciò che essi stessi hanno appreso dai loro, è la perpetua trasmissione della verità. « Ritenete, dice San Paolo a Timoteo, ciò che avete appreso da me; datelo come deposito a degli uomini fedeli, che siano essi stessi capaci di istruirne altri » (I Tim. II, 2). È ciò che forma la sacra catena della Tradizione. – Tutte le opere di Dio sono ammirabili, ma l’opera per eccellenza che il Salmista, alla maniera dei profeti, considerava già compiuta, è il grande mistero dell’Incarnazione del Figlio dell’uomo, opera mirabile di cui il profeta Abacuc diceva: « Signore, ho udito la vostra parola e sono stato preso dal timore; Signore compite nei tempi la vostra opera. Voi la farete conoscere in mezzo ai tempi » (Abac. III, 2). – Questa opera è, come conseguenza necessaria dell’Incarnazione del Figlio di Dio, l’edificazione della sua Chiesa. Dio ha fatto un’opera in mezzo a noi, dice Bossuet, che staccata da ogni altra causa e non considerandosi che essa sola, riempie tutti i tempi e tutti luoghi e porta su tutta la terra, con l’impronta della sua mano, il carattere della sua autorità: è Gesù-Cristo e la sua Chiesa (Or. fun. d’Anne de Gonz.).

ff. 2, 3. – Forse i nostri padri hanno potuto compiere queste cose, perché erano forti, perché erano guerrieri, perché erano invincibili, perché erano addestrati e bellicosi? No, non è questo che i nostri padri ci hanno raccontato, non è questo ciò che dice la Scrittura. È la vostra destra, vale a dire, la vostra potenza, è il vostro braccio, cioè lo stesso vostro Figlio. E cosa vuol dire: « La luce, il riflesso del vostro volto »? Che voi li avete salvato, soccorsi con tali prodigi, che essi hanno compreso la vostra presenza. È quando Dio ci assiste con qualche miracolo, che noi vediamo il suo volto con i nostri occhi? No, senza dubbio, ma con il compiere il miracolo, Dio rivela la sua presenza agli uomini. Cosa dicono in effetti tutti coloro che ammirano con stupore questa serie di fatti? Io ho visto la presenza di Dio, e chiunque esaminava ciò che Dio faceva per essi, era concorde nel dire: Dio è veramente con essi, ed è Dio che li guida. (S. Agost.). – Come è bello vedere la Religione dei nostri padri mantenersi dall’inizio, sopravvivere a tutte le sette e, malgrado le diverse fortune di coloro che ne hanno fatto professione, trasmettersi sempre da padre in figlio senza poter mai essere cancellata dal cuore degli uomini! Non è un braccio di carne che l’ha conservata. Ah! Il popolo fedele è quasi sempre stato debole, oppresso, perseguitato. No, non è con la spada – come dice il Profeta – che i nostri padri presero possesso della terra. Benché schiavi, benché fuggitivi, benché tributari delle nazioni … questo popolo così debole, oppresso in Egitto, errante in un deserto, trasportato in cattività in terre straniere, non ha mai potuto essere sterminato, mentre altri più potenti hanno seguito il destino delle cose umane; ed il suo culto è sempre sussistito con esso, malgrado tutti gli sforzi che ogni secolo ha fatto per distruggerli (Massili., Vérité de la rel.). – Due sono le verità di cui essere egualmente convinti per vincere nel combattimento che dobbiamo sostenere durante tutta la nostra vita: 1° fare tutto ciò che noi possiamo; 2° non riporre la nostra fiducia nelle cose che avremmo fatto, e riconoscere, con umiltà e verità, che Dio ci ha salvato, perché a Lui è piaciuto amarci (Duguet).

II. — 4-8.

ff. 4, 5. – È eccessivamente raro il non riconoscere altro re che Dio, vale a dire, altro protettore, e che si metta in dubbio tutta la propria fiducia, o la maggior parte di essa e delle proprie speranze (Dug.). – Dio ha dato delle corna ad un gran numero di animali, affinché essi possano difendersi dagli attacchi di altri animali feroci, ma l’uomo non è armato da queste difese. Come può dunque respingere e disperdere i propri nemici? Signore Gesù, Voi siete il nostro potente corno, perché la fede ha le sue corna che essa riceve da Gesù-Cristo; cosa che fa dire a Mosè, parlando di Giuseppe, figura di Gesù-Cristo (Deuter. XXXIII, 16, 17): « Che la benedizione di Colui che appare nel roveto venga sulla testa di Giuseppe e sulla testa del primo dei suoi fratelli. La sua bellezza è la bellezza del toro primogenito, le sue corna come le corna di bufalo; con esse abbatterà i popoli e li scaccerà fino alle estremità della terra » (S. Ambr.). –

ff. 6-8. – Se non è né l’arco, né la spada che vi salvano, perché servirvi di queste armi? Perché rivestirvene? Perché io ho ricevuto l’ordine da Dio di farne uso; del resto, io rimetto tutto nelle sue mani. È così che Dio insegnava loro a combattere i nemici visibili, sotto la protezione del soccorso dall’alto. È nello stesso modo che occorre combattere i nemici spirituali ed invisibili. Quando siete in guerra con il demonio, dite anche allora: « … io non metto la mia fiducia nelle mie armi, cioè nella mia virtù, nella mia giustizia, ma nella misericordia di Dio » (S. Chrys.). – Se nella guerra contro i nemici della patria non si può sperare il successo senza il soccorso della Provvidenza, cosa sarà della guerra contro i nemici della salvezza? C’è ancora più proporzione tra le forze di un principe e quelle della potenza che l’attacca, che tra le forze della nostra anima e quelle degli avversari che vogliono perderla. « Noi non dobbiamo combattere – dice l’Apostolo – con la carne ed il sangue, ma con le potenze delle tenebre e gli spiriti malvagi » (Efes. VI, 12). Così le armi che ci ordina di prendere, sono tali come aggiunge in un altro punto: « le armi di Dio stesso, la verità, la giustizia, lo scudo della fede, la spada della salvezza, etc. ». Egli non mette in questa armatura i nostri sforzi, i nostri studi, le nostre risoluzioni, le nostre precazioni. Queste cose ci sono necessarie; ma esse saranno senza effetti se ci manca l’armatura di Dio, e se abbiamo questa armatura, tutto ciò che è in noi diventerà invincibile. Tutti i pezzi di questa armatura, se posso esprimermi così, hanno la loro utilità; tutti sono necessari nella guerra spirituale; ma la più essenziale di tutti è la fede con cui ci sarà possibile estinguere tutti i dardi infiammati dei più irriducibili e malefici dei nostri nemici; la nostra vittoria dipende dalla fede, dal vigore della fede; e cos’è questo vigore? – È la persuasione intima che Dio sia con noi, per noi, in noi. Vigore della fede che dovrebbe essere nei Cristiani, ben superiore a quella di tutti i grandi uomini dell’Antico Testamento, poiché Dio ci ha detto tutto per mezzo del suo Figlio, poiché questo Figlio unico ha vinto il mondo e tutte le potenze delle tenebre (Berthier).

III. 9 — 21.

ff. 7, 8. – Vi sono due tipi di confusione: l’una salutare, per i giusti, quando Dio permette che essi abbiano a provarne qualcuna; l’altra funesta, per i peccatori, e che è d’ordinario l’inizio della confusione eterna nella quale saranno gettati.

ff. 9. – « È in Dio che riporremo la nostra gloria ». Che l’uomo opulento metta la sua gloria nelle sue ricchezze, l’uomo sensuale nei suoi splendidi festini, i voluttuosi nelle opere delle tenebre, l’uomo potente in questa via ove si contano le notti; ma l’anima santa, si glorifica, non in questa vita, ma in Dio, perché essa desidera soprattutto essere gradita a Dio e poter dire: « … il Signore è la mia forza e la mia gloria » (Ps. CXVII, 14) (S. Ambr.).

ff. 10-16. – Questa descrizione viva e patetica dei mali ai quali dovranno essere esposti i Cristiani nelle diverse persecuzioni, conviene ugualmente alle tribolazioni delle anime afflitte dai loro peccati o perseguitati dai loro nemici (Duguet). – « Voi avete venduto il vostro popolo per un niente ». Il contratto sembra rivestire una certa uguaglianza tra colui che compra e colui che vende; pure se voi considerate le disposizioni di spirito del compratore e del venditore, troverete che ordinariamente ognuno vende gli oggetti che hanno meno valore ai propri occhi, per comprare quelli più graditi. Così Dio ha venduto il suo popolo che stimava meno, per comprarne uno che per Lui possedeva maggior valore. Egli ha venduto questo popolo giudeo, non per un sentimento di rigore e di durezza, ma in seguito ai crimini di questo popolo, al quale il Profeta ha fatto questo giusto rimprovero (Isaia, 41): « Voi siete stati venduti a causa del vostro peccato ». È così che il popolo giudeo è stato venduto e che il popolo Cristiano è stato acquistato; l’uno è stato venduto per i suoi crimini, l’altro comprato con il sangue. «… Non è con oggetti corruttibili, come l’oro, l’argento, che siete stati comprati, ma con il sangue prezioso di Gesù-Cristo, sangue dell’Agnello puro e senza macchia. » (I Piet. I, 18, 19). Il popolo giudeo è quindi privo di prezzo, mentre il popolo Cristiano è prezioso nella stima di Dio (S. Ambr.). – Dio prova i suoi con l’avversità, dopo averli ricolmati di beni; questa alternativa di consolazioni e di prove non denota alcuna incostanza di Dio, ma solo le attenzioni della sua Provvidenza, con cui vuole esercitare e perfezionare la virtù dei suoi amici (Berthier). – Gli obbrobri, gli insulti, le beffe, sono spesso per la pietà, una tentazione molto pericolosa e dalla quale occorre difendersi. – Il « … cosa diranno », il rispetto umano, il timore di diventare la favola del mondo, è un’altra tentazione che viene dallo stesso principio, ed alla quale occorre applicare lo stesso rimedio (Dug.). – La grazia cambia l’orgoglio del peccatore in confusione salutare, gli ispira un sincero pentimento dei suoi peccati, e gli copre il volto di onta, di modo tale che egli non osa più comparire davanti agli uomini né davanti a se stesso. Ciò che vuole essere davanti a Dio, vuole esserlo davanti agli uomini: l’ultimo di tutti! – Il rimprovero più sensibile per un vero penitente è il rimprovero della sua coscienza. Se la fiducia nella bontà di Dio da un lato lo sostiene, questa stessa bontà lo deprime, rimproverandogli più vivamente la sua ingratitudine. Il suo peccato è il suo nemico ed il suo persecutore, con il quale non deve mai sperare di avere alcuna pace, finché non sia interamente distrutto.

ff. 17-19. – Felice l’uomo che in mezzo a tutte queste afflizioni, può dare testimonianza di non avere dimenticato il Signore, né violato la sua alleanza, né allontanato i passi dalla vera via, cioè dalla legge di Dio. – Sant’Agostino spiega così questo passaggio, sopprimendo la negazione: « … voi avete allontanato i nostri sentieri dalla vostra via ». In effetti, i nostri sentieri erano ancora quelli delle voluttà del mondo, i nostri sentieri portavano ancora alle prosperità temporali; voi li avete allontanati dalla vostra via che conduce alla vita. « … Voi avete allontanato i nostri sentieri dalla vostra via ». Cosa vuol dire: voi avete allontanato i nostri sentire dalla vostra via? È come se il Signore ci dicesse: voi siete messi in mezzo alle tribolazioni, soffrite numerosi mali, avete perso molte cose che amavate in questo mondo; ma Io non vi ho abbandonato in questa via, di cui vi indico gli stretti limiti. Voi cercate le strade larghe, ed Io cosa vi ho detto? Questo sentiero conduce alla vita eterna; per la strada nella quale invece voi volete camminare, andate verso la morte. « Quanto è larga e spaziosa la via che conduce alla morte, e quanti procedono in essa? Quanto è stretta e scomoda la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono coloro che la percorrono! » (Matth. VII, 13). Qual è questo piccolo numero? Quello degli uomini che sopportano le afflizioni, che sopportano le tentazioni, che in mezzo a tutti i dolori, non hanno ripensamenti né cadute; che non ricevono con gioia, se non per una sola ora, la parola di salvezza e si disseccano poi nel tempo dell’afflizione come al levar del sole, impiantati come sono sulle radici della carità. Siate dunque portati – vi dico – sulle radici della carità, affinché il sole, levandosi, non vi bruci ma vi nutra. « Tutti questi mali si son abbattuti su di noi, ma noi non Vi abbiamo dimenticato, non abbiamo violato la vostra alleanza, e questo nostro cuore non si è tirato indietro ». Ma siccome noi non abbiamo fatto tutte queste cose se non in mezzo alle tribolazioni, camminando già nella via stretta, è certo che « voi abbiate allontanato i nostri sentieri dalla vostra via » (S. Agost.).

ff. 20, 21. – Nell’esaminarci con cura, noi scopriamo che abbiamo dimenticato un’infinità di volte il nome del Signore, che abbiamo alzato le mani verso gli dei stranieri – che sono il mondo ed i suoi falsi beni – … che non abbiamo pensato alla scienza infinita di Dio, che tiene conto di tutto, ed al Quale nulla può essere nascosto (Berthier). Dio conosce il segreto dei cuori. Quanto a noi, se vogliamo conoscere il nostro cuore e renderne conto a noi stessi, vediamo le nostre opere: il nostro cuore è buono, la nostra vita è buona; esso è cattivo se la nostra vita è conforme alle massime del mondo (Duguet). – « … È a causa vostra che noi siamo immolati ogni giorno ». Di fronte a sì gravi e numerosi pericoli, è per noi una consolazione sufficiente sapere il motivo per il quale noi soffriamo. Cosa dico? Una consolazione sufficiente? È una consolazione infinitamente superiore; perché, se noi soffriamo, non è per gli uomini, non per qualcosa di temporale, ma soffriamo per il sovrano Maestro dell’universo. In più, a questa ricompensa, si sommano altre varie numerose ricompense. Come la condizione imposta dalla natura agli Apostoli non permetteva loro di soffrire più di una morte, questo stesso limite non è assegnato ai beni che possiamo meritare. Anche se noi siamo ridotti a non morire che una volta, Dio ci ha dato la facoltà di morire ogni giorno con la volontà, se ci piace farlo. Così raccoglieremo tante corone dopo la nostra morte che noi abbiamo vissuto in tutti i giorni; noi ne raccoglieremo infinitamente di più, perché noi possiamo morire ogni giorno, due, tre, e tutte le volte che vogliamo. L’uomo che è sempre pronto a sacrificare la sua vita può contare su di una ricompensa che non lascerà più nulla da desiderare (S. Crhys. Omel. sull’Ep. ai Rom. 4).- Voi fate professione, come Cristiani, di mortificarvi ed umiliarvi, ma lo si fa incessantemente e malgrado tutto, nel mondo? E mentre vi mortificate potete dire a Dio, come Davide, « … è per Voi, Signore, è per Voi solo che siamo mortificati »; è per Voi, Signore, per Voi solo che noi soffriamo, il mondano non si riduce a tenere in senso opposto lo stesso linguaggio, dicendo al mondo: è per te, mondo riprovato, che io sono schiavo; è per te che io mi faccio violenza; è per te che io soffro e gemo, ed è ancora per te che ho ancora la sciagura, oltre tutto questo, di dannarmi (Bourd.). – « … perché Egli conosce i segreti dei cuori » . Che vuol dire: conosce i segreti? Quali sono questi segreti? « A causa vostra, noi siamo ostacolati ogni giorno, ci si guarda come pecore destinate al macello ». Voi potete veder mettere un uomo a morte, ma perché sia messo a morte, voi lo ignorate. Dio solo lo sa, la cosa è nascosta. Ma qualcuno mi dirà: quest’uomo è in prigione per il nome di Cristo, egli confessa il nome di Cristo. Ma gli eretici non confessano il nome di Cristo? Epperò essi non muoiono per Lui. Ed anche – io dico – in seno alla Chiesa Cattolica credete che non ci sia mai stato, o non possa esservi persona che soffra in vista della gloria umana? Se questo non fosse possibile, l’Apostolo non avrebbe detto: « Se anche dessi il mio corpo al rogo, e non avessi la carità, questo non servirebbe a nulla » (I Cor. XIII, 3). Sappiamo molto bene che ci sono uomini capaci di farlo per orgoglio, e non per amore. C’è dunque qualcosa di nascosto: Dio solo lo vede, noi non possiamo vederlo (S. Agost.).

IV. — 22-25.

ff. 22. – A chi ci si indirizza e chi si parla così? Non si creda piuttosto che a colui che dice: « Sorgete, perché dormite? », il profeta risponda: « Io so cosa dico, io so che Colui che custodisce Israele non dorme » (Ps. CXX, 4); ma ciò nonostante i martiri gridano: « Sorgete, Signore, perché dormite? » O Signore Gesù, Voi siete stato messo a morte, avete dormito durante la vostra Passione, ma già siete resuscitato per noi. A che serve la vostra resurrezione? Coloro che ci perseguitano credono che voi siate morto, e non credono che siate resuscitato. Sorgete dunque per essi. Perché dormite, non per noi, ma per essi? Se in effetti essi credessero che Voi siate resuscitato, potrebbero perseguitare coloro che credono in Voi? (S. Agost.). – Considerate che Gesù-Cristo non dorme allo sguardo dei peccatori, perché Egli sembra dormire per coloro per i quali non è resuscitato e che Egli rigetta per sempre … il Profeta aggiunge: « … perché voltate il vostro sguardo? » noi pensiamo che Dio volga da noi la sua faccia, quando cadiamo in una così grande afflizione per cui le tenebre avvolgono il nostro spirito e formano una nube impenetrabile ai raggi dell’eterna verità (S. Ambr.). – Troppo spesso vi siete lamentati, troppo spesso nel pieno dell’orazione, avete domandato a Dio perché dormisse e vi lasciasse senza assistenza. Ma non avrebbe potuto rispondere, come altre volte ai suoi discepoli: « Uomini di poca fede, da dove tanta diffidenza? » (Matt. VIII, 26). Ma volete che non sappia cosa debba fare, di cosa abbiate bisogno? Ciechi, lasciate agire la mia Provvidenza: posso a volte trattarvi come un padre rigido, ma mai un padre indifferente; credete che se la mia mano sa colpirvi, non sappia poi guarirvi? E che qualsiasi colpo il mio braccio vi infligga, non sia la mia saggezza che li regoli ed il mio braccio che li conduca? (De Boulogne: Sur la Prov.).

ff. 23. – Nessuno è povero, né miserabile, quando il Signore lo guarda e si ricorda di lui; perché infine la sofferenza, che è un male in se stesso, è un bene allo sguardo del giusto. Essa è come una semenza, è la messe di grazia che si raccoglie all’ultima ora eternamente. Anche Dio non gira il suo sguardo e non dimentica la povertà e l’afflizione dei suoi, quando dà loro la pazienza per sopportarli (Duguet). – Perché dimenticate la nostra povertà? Egli non dice: perché dimenticate le nostre buone azioni, la nostra inviolabile fedeltà, la nostra anima irriducibile in mezzo alle prove? Tale è il linguaggio di coloro che vogliono giustificarsi. Ma quando coloro che chiedono soccorso, portano in appoggio delle loro preghiere le ragioni di cui si servono i colpevoli, essi hanno, dice il salmista, sufficientemente espiato i loro crimini, per l’estremo a cui sono ridotti (S. Giov. Crys.).

ff. 24-25. – È questo stato di umiliazione, al di sopra del quale non c’è nulla di così potente ed infallibile onde ottenere tutto ciò che si domanda a Dio. In effetti, colui che prega in piedi può umiliarsi piegando le ginocchia; colui che prega in questa posizione può prostrarsi a terra; ma colui che prega così prosternato non può scendere ad un grado più basso di umiliazione. Ora l’uomo può essere umiliato fino a terra, con il cuore ed il corpo, se pensa, comprende e confessa che è solo polvere, come Abramo quando diceva. « Io parlerò al mio Signore, benché sia polvere e cenere » (Gen. XVIII). Egli è umiliato nel corpo, e prega prosternato come Nostro Signore Gesù-Cristo, che nell’orto degli ulivi si mise in ginocchio e cominciò a pregare, e cadde poi col viso a terra (Bellarm.). – Occorre chiedere il soccorso di Dio non riguardo a se stessi, né per i propri interessi, ma unicamente a gloria del Nome di Dio.

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: FESTA DEL SANTO ROSARIO

FESTA DEL SANTO ROSARIO.

[Da: I Sermoni del Curato d’Ars, trad. it. di Giuseppe D’Isengard, vol. IV, Torino, libreria del Sacro Cuore – 1907]

Dicit discipulo: Ecce mater tua.

Gesù dice al discepolo: Figlio, ecco tua Madre.

(S. GIOVANNI XIX, 27).

Son pur dolci e consolanti queste parole, fratelli miei, per un Cristiano, che può intender tutta l’estensione d’amore che vi è racchiusa? Sì, Gesù Cristo, dopo averci dato tutto ciò che poteva darci, cioè i meriti di tutte le sue fatiche, de’ suoi patimenti, della sua morte dolorosa, ah! (debbo ricordarlo?) il suo Corpo adorabile e il suo Sangue prezioso a nutrimento delle anime nostre, vuole ancora farci eredi di ciò che gli resta di più prezioso, cioè della sua SS. Madre. Non par che le dica: « Madre mia, io debbo tornarmene al Padre e lasciare i miei figli; il demonio farà quanto gli sarà possibile per perderli; ma mi consola il pensiero chi; voi ne avrete cura, li difenderete, li conforterete nelle loro pene ? » E la SS. Vergine dal canto suo non gli dice: « No, Figliuol mio, non cesserò mai d’averne cura, finché sian giunti nel vostro regno, in quel regno che avete loro acquistato coi vostri patimenti » Ah! qual bella sorte per noi, miei fratelli! Quale aiuto e quale speranza abbiamo in Maria per vincere il demonio, le nostre passioni ed il mondo! « Con tal guida, «lice S. Bernardo, non è possibile fuorviare; con tal protezione è impossibile perire ». Oh! miei fratelli, come vive sicuro chi ha vera confidenza nella SS. Vergine! Tutte le feste della Santissima Vergine ci annunziano qualche nuovo benefizio del cielo. La sua Concezione, la sua Natività, la sua Presentazione al Tempio, la sua Visitazione a S. Elisabetta, la festa de’ suoi Dolori e finalmente la sua Assunzione; ma possiam dire che la festa del S. Rosario è come un compendio di tutte le grazie che Dio le ha accordate nel corso della vita, e ci ricorda che il suo divino Figliuolo ha messo tra le sue mani tutti i suoi tesori. Vogliam noi dunque, fratelli miei, divenir ricchi dei beni celesti? Andiamo a Maria, e in Lei troveremo tutte le grazie che possiamo desiderare: grazia d’umiltà, di purezza, di castità, d’amor di Dio e del prossimo, di dispregio della terra e di desiderio del cielo. Ma per meglio convincervene, vi dimostrerò: 1° Che tutte le grazie ci vengono per mezzo di Lei; 2° che tutte le Confraternite istituite in suo onore, e quella del santo Rosario in particolare, ci attirano le grazie più copiose.

I. — In tre diversi stati abbiano bisogno d’un aiuto potente. Il primo è lo stato in cui siamo nel tempo della nostra vita sulla terra, ove il demonio citende senza posa mille insidie per ingannarci e perderci. Il secondo è quello in cuisaremo quando compariremo dinanzi al giudice, e renderemo conto d’una vita, che sarà forse una catena di peccati. Finalmente il terzo stato sarà quello in cui ci troveremo, quando, dopo essere stati giudicati, dovremo forse passare, una lunghissima serie d’anni tra le fiamme del purgatorio. Ab! guai a noi se in questi vari stati non avessimo la SS. Vergine che venisse in nostro aiuto per sollecitare a favor nostro la misericordia del suo Figliuolo? Ma saremo certi d’averla con noi, se, nel corso della nostra vita, avemmo in Lei grande confidenza, e abbiam cercato d’imitarne le virtù colla maggior possibile fedeltà.

1° Dico che la nostra vita è una catena di miserie, di malattie, di affanni e di mille altre pene, il che ci dipinge sì bene lo Spirito santo per bocca del santo Giobbe: « L’uomo… soffre assai » (Giob. XIV, 1). Ma senza rifarci sì addietro, entriamo nel nostro cuore, e vedremo famiglie di peccati, che senza posa vi nascono. Infatti nel corso della nostra vita quanti cattivi pensieri ci molestano, e quanti cattivi desideri che spesso non vorremmo avere; quanti pensieri d’odio, di vendetta, di superbia, di vanità; quante mormorazioni nelle piccole afflizioni che Dio ci manda; quanta svogliatezza nel servizio di Dio, anche nel tempo della Messa, tempo così prezioso nel quale Gesù Cristo si immola per noi alla giustizia del Padre suo! E quante volte ci sentiamo quasi trascinati dai cattivi esempi di coloro che ci stanno intorno, e soprattutto dalla loro condotta assolutamente empia e mondana? Ma, senza uscir di noi stessi, i nostri sensi non sono come tante corde, che, quasi contro il nostro volere, ci trascinano al male? Quindi concludo che, se siam soli a combattere, ci riesce difficilissimo sfuggire al pericolo. Ecco un esempio che ce lo dimostrerà chiaramente. – S. Filippo Neri meditava un giorno sul pericolo continuo in cui siamo di perderci; e si meravigliava, che, inclinati come siamo da noi medesimi al male, fossimo di più circondati da tanti e sì cattivi esempi. Uscì una volta in un luogo appartato per meglio piangere liberamente. Credendosi solo cominciò a gridare: « Ohimè! mio Dio, son perduto! Son dannato! ». Qualcuno, avendolo udito, corse a lui, e gli disse: « Padre mio, vi lasciate andare alla disperazione? Sapete pure che la misericordia di Dio è infinita! » — « Oh! no, non dispero, amico mio, anzi spero assai; ma il pensiero che son solo a combattere, mi spaventa, poiché vedo tanti pericoli che mi circondano ». Ditemi, fratelli miei, come potremo sfuggire a tanti agguati che il demonio, il mondo e le passioni ci tendono? Ohimè! Se siam soli a combattere, se non abbiamo qualche potente, che venga a darci aiuto, abbiamo ragione di temere che non ne verremo mai a capo! E a tal fine che cosa potrem trovare più efficace a vincere i nostri nemici che la santissima Vergine? Disgraziati come siamo, abbiam pure molteplici aiuti. Udite S. Bernardo (Homil. 2 super Missus est, 17): « Figliuoli miei, siete tentati? Invocate Maria in vostro aiuto, e il tentatore scomparirà. Essa è la Vergine impareggiabile che ha dato al mondo Colui da cui il demonio fu posto in catene. Siete tra le afflizioni? Riguardate Maria: è la consolatrice degli afflitti, ed è pur la Madre dei dolori, poiché la sua vita fu tutta un mare d’amarezze. Siete assaliti dal demonio dell’impurità? Gettatevi ai piedi di Maria. Troppo a cuore le sta conservarvi questa bella virtù sì gradita al suo Figliuolo ». Diciamo più ancora che, con l’aiuto di Maria, basta che vogliam vincere per essere sicuri di riuscir di fatto vittoriosi. Oh! miei fratelli, siam pure avventurati d’aver tanti mezzi per procurar la nostra salute, purché sappiamo profittarne! Ohimè! quante anime, senza la protezione di Maria, sarebbero adesso a bruciare nell’inferno!

2° Abbiam veduto, fratelli miei, che nel corso della nostra vita siam circondati da mille pericoli, che minacciano di trarci a perdizione; ma in ricambio abbiamo grandi aiuti per vincere. Quando usciremo da questo mondo, andremo a rendere conto a Dio di tutte le opere nostre. E terribile quel momento, che deve decider della nostra sorte, del paradiso o dell’inferno, senza appello, senza speranza di mutar mai la nostra sentenza. Il demonio, che ne conosce i rischi meglio che noi, raddoppia i suoi sforzi per trarci in inganno; perché, se riesce a guadagnarci, ci strascina tosto all’inferno. Il pensiero di questo terribile momento ha mosso tanti grandi del mondo ad abbandonar tutto e andare a passare il resto della loro vita nelle lacrime e nei rigori della penitenza, per aver così qualche speranza in quel momento così formidabile al peccatore. Vedete S. Ilarione, S. Arsenio. Ah! miei fratelli, che sarà di noi che sarem tutti carichi di peccati, e non avremo fatto nulla di bene ?… Potrà tuttavia rassicurarci il pensiero, che, mentre saremo dinanzi al tribunale di Gesù Cristo, gran numero d’anime pregherà chiedendo grazia per noi: aggiungo anzi che la SS. Vergine presenterà le nostre anime al suo Figliuolo, nostro giudice. Oh! miei fratelli, quale speranza per noi in quel momento terribile!

3° Quando quel momento formidabile sarà passato, sebbene giudicati degni del cielo, quanti anni dovremo soffrire nel purgatorio, ove la giustizia di Dio si fa sentire con tanto rigore! Ma, ditemi, qual maggior consolazione per un Cristiano tra quelle fiamme, che sapere e sentire offerirsi per lui sì potenti preghiere, e vedere scorrer rapidamente il tempo della sua pena?

II. Possiam dire, fratelli miei che tutte le Confraternite, istituite dalla Chiesa, sono mezzi che Dio ci dà per aiutarci a procurar la nostra salute, e mezzi tanto più efficaci, in quanto i membri, che le compongono, siano sulla terra, siano in cielo, uniscono insieme le loro preghiere. Ciascuna Confraternita ha un fine particolare. Quelli che sono ascritti alla Confraternita del SS. Sacramento si propongono di risarcire Gesù degli oltraggi che gli si fauno nel ricevere i Sacramenti, e soprattutto nel Sacramento adorabile dell’Eucaristia. Si uniscono per far ammenda onorevole a Gesù Cristo per tante comunioni e confessioni sacrileghe; devono pure far penitenze, elemosine… Gli ascritti alla Confraternita del Sacro Cuor di Gesù, vogliono compensare il divino Maestro del disprezzo che si fa del suo amore per gli uomini. Devono far di spesso atti d’amor di Dio. e condolersi con Lui, perché gli uomini amano sì poco Colui che ci ha tanto amato. Gli aggregati alla Confraternita della S. Schiavitù mettono tra le mani della SS. Vergine tutte le loro azioni, perché le offra al suo divino figliuolo: si considerano come non più appartenenti a se stessi, ma assolutamente alla SS. Vergine. Nella Confraternita del S. Scapolare, ci rechiamo ad onore di portar su noi un segno, per cui riconosciamo che Maria è nostra Sovrana, e noi le apparteniamo in modo particolarissimo. Dal canto suo Maria s’impegna a non negarci mai la sua protezione, nel corso della vita e all’ora della morte. La Confraternita poi del S. Rosario èuna delle più estese. È stabilita, per dir così, in tutto il mondo cattolico, e la compongono i Cristiani più ferventi. Possiam dire che chi ha la sorte d’essere ascritto a questa santa Confraternita, ha in tutti i punti del mondo anime che pregano per la sua conversione, se sgraziatamente è in peccato, per la sua perseveranza se ha la bella sorte d’essere in grazia di Dio, e per la sua liberazione se è tra le fiamme del purgatorio. Dovrebbe bastar questo solo a farci sentire quanto aiuto ne abbiamo per operare la nostra salute. Il Rosario ècomposto di tre parti, consacrate ad onorare i tre diversi stati della vita di Nostro Signor Gesù Cristo. La prima parte e indirizzata a d onorare la sua Incarnazione, la sua Natività, la sua Circoncisione, la sua fuga in Egitto, la sua Presentazione, il suo smarrimento nel tempio. In questa parte del Rosario, bisogna domandare a Dio la conversione dei peccatori e la perseveranza dei giusti. La seconda parte si propone di onorare la sua vita sofferente e la sua morte dolorosa sulla croce, chiedendo le grazie necessarie per gli afflitti, per gli agonizzanti e per quelli che sono sul punto di comparire al tribunale di Dio e rendervi conto della propria vita. La terza è consacrata ad onorare la sua vita gloriosa, pregando per la liberazione delle anime del purgatorio. Sì, miei fratelli, tutti questi misteri ben meditati sarebbero capaci di muovere anche i cuori più induriti, e strapparne le più inveterate abitudini. Dico primieramente che nella prima parte chiediamo a Dio la conversione dei peccatori e la perseveranza de’ giusti. Infatti dacché siamo in peccato, non possiamo aspettarci che l’inferno: la fede in noi a poco a poco si spegne, diminuisce l’orrore alla colpa e si affievolisce il pensiero del cielo; talché cadiamo in peccato quasi senza accorgercene; e (ciò ch’è sciagura anche maggiore) moltissimi provano piacere nel perdurarvi. Vedetene un esempio in David, che durò nel suo peccato finché venne il profeta a farlo rientrare in sé stesso (II Re, XII). Ebbene, fratelli miei, chi ci aiuterà ad uscire da quest’abisso? Noi stessi, no certamente, perché non conosciamo neppure il nostro stato; ora che accade? Mentre siamo in istato così miserando in tutti i luoghi della terra gran numero d’anime pregano per chiedere a Dio che abbia pietà di noi; ed è impossibile ch’Egli non si lasci piegare da quest’unione di preghiere. Quanti rimorsi di coscienza, quanti buoni pensieri, quanti buoni desideri, quanti mezzi ci si offrono per farci uscir dal peccato! Non ci fa stupore il vedere d’aver potuto rimanere in istato così infelice, e che ci metteva a rischio di perderci ad ogni momento? Se ci danniamo essendo ascritti a questa Confraternita, bisognerà che per questo ci facciamo tanta violenza quanta dovremmo farcene per salvarci: così grandi e copiose vi son le grazie e gli aiuti! E ciò che deve anche consolarci è il sapere che, di giorno e di notte, non v’è momento in cui non si preghi per noi: come sarà dunque possibile rimanere in peccato e dannarci? Diciamo altresì che questa parte si offre a Dio per chiedergli la perseveranza di quelli che hanno la bella sorte di essere in grazia sua. Ma, miei fratelli, quando noi avessimo questa buona ventura, non per questo dobbiamo crederci assolutamente salvi: il demonio non lascia di tornare per indurci al male, se può. Quante volte non ci siam trovati in mezzo a così grandi pericoli che siamo altamente stupiti di non aver dovuto soccombere! Ah! la causa vera della nostra resistenza è che, mentre eravamo tentati, v’era un numero d’anime, per così dire, infinito, che con le loro preghiere, con le loro penitenze, con le loro sante Comunioni agli sforzi del demonio opposero un’impenetrabile baluardo! – Un’altra ragione che ci prova quanto gradita a Dio e alla sua SS. Madre, e terribile al demonio sia questa Confraternita, è il disprezzo in cui la tengono i cattivi. Vedete quegli scherzi, quelle beffe sopra una pratica pia, che ci mette dinanzi agli occhi i misteri della nostra santa religione più commoventi e più capaci di allontanarci dal male e muoverci verso Dio. Ne volete la prova? Udite il demonio in persona. Un giorno, per bocca d’un ossesso disse che la SS. Vergine è la sua più crudele nemica, che senz’Ella già da lunga pezza avrebbe rovesciato la Chiesa, e che gran numero d’anime che sperava aver in suo potere, gli erano strappate, appena ricorrevano a Lei. Riconoscete con me, fratelli miei, che è grande felicità l’essere ascritti a sì santa Confraternita, poiché Dio ha promesso alla SS. Vergine di non negarle mai nulla. Se Mosè ottenne il perdono a trecento mila persone (Es. XXXII), che non potrà la SS. Vergine, ch’è ben più gradita a Dio di Mosè? E non soltanto prega per noi la SS. Vergine, ma innumerevoli anime gradite quanto Mosè. Se vediamo tanti peccatori, che vissero soltanto per offendere Iddio, pure andar salvi, non ne cerchiamo altra cagione che la devozione alla SS. Vergine. Ah! miei fratelli, trova pur agevole la sua salute chi ricorre a Maria!… Ma per farvi intender meglio quanto siano consolanti pel Cristiano questi misteri, attentamente meditati, ve li spiegherò, e dovrete necessariamente ringraziare Iddio, che vi ha messo in cuore il pensiero d’entrare in codesta santa Confraternita. Il santo Rosario è composto di quanto v’ha di più commovente. È una pratica pia che ha relazione non meno con Gesù Cristo che con la sua SS. Madre. Inoltre è impossibile che, chi medita sinceramente questi misteri, rimanga nel peccato; da qualunque lato si consideri questa pratica, tutto ne dimostra l’eccellenza e l’utilità. Quando si prega la santa Vergine, non si fa altro che incaricarla di offrire al suo divin Figliuolo le nostre preghiere, perché siano meglio accolte, eci ottengano maggiori grazie. Maria è il canale per cui facciamo salire al cielo il merito delle nostre opere buone, e che poi ci trasmette le grazie celesti. Il sapere ch’Ella è sempre attenta ad ascoltare le nostre suppliche, deve impegnarci a rivolgerci a Lei con grande fiducia. Eccone una prova. Un giorno S. Domenico gemeva sul progredire dell’empietà nel mondo, e sulla fede che si perdeva ogni giorno più. Prostrato dinanzi a un’immagine della SS. Vergine, le chiese, nella sua semplicità, qual rimedio dovesse usare per impedir la perdita di tante anime. L a SS. Vergine gli apparve, dicendogli che se voleva ricondur anime al suo Figliuolo, unico mezzo era ispirare gran divozione al santo Rosario: vedrebbe tosto i frutti di tal devozione. S. Domenico si mise dunque a predicar la devozione del santo Rosario, e innanzi tutto la praticò egli stesso, in breve tal pia pratica si diffuse, e così bene, che si ebbe gran numero di conversioni; la qual cosa fece dire al santo che aveva convertito maggior numero d’anime con una sola Ave Maria che con tutte le sue prediche (RIBADENEIRA al 4 d’Agosto). Certo la recita del Rosario è semplice, ma pure commovente più che altra mai. Si comincia col mettersi alla presenza di Dio per mezzo d’un atto di fede; si recita il Credo, che ci mette dinanzi agli occhi ciò che Gesù Cristo ha patito per noi…. È possibile recitar queste parole e non sentirsi tutti pieni di rispetto e di riconoscenza verso Dio, che ci dà tanti mezzi di tornare a Lui, se avemmo la mala sorte d’allontanarcene col peccato? – Nel Rosario i primi misteri, a cui si dà il nome di gaudiosi, e che meditiamo per la conversione de’ peccatori, ci rappresentano le umiliazioni e l’annientamento di Gesù Cristo, il suo Natale, la sua Circoncisione, la sua Presentazione al tempio, la sua fuga in Egitto, lo smarrimento di Lui nel tempio. Può forse, fratelli miei, trovarsi cosa piùcapace di commuoverci, di distaccarci da noi medesimi e dal mondo, di farci sopportare i nostri dolori con spirito di penitenza, che contemplare il divino modello nella meditazione di questi misteri? 1 santi non avevano altra occupazione. Due giovani studenti, riferisce la storia, erano sempre insieme intenti a meditare sulla vita nascosta di Gesù Cristo. Un d’essi, dopo la sua morte apparve all’altro, conforme alla promessa che gli aveva fatto, e gli disse ch’era in Paradiso per essersi comunicato con molto fervore e grande purità di coscienza: per avere avuto gran divozione alla SS. Vergine, cosa graditissima a Dio; e per avere meditato spesso la vita nascosta di Gesù Cristo e averla imitata quanto gli era stato possibile. Nella vita di S. Bernardo si narra che la SS. Vergine lo protesse sempre in modo così singolare che il demonio perdette su lui tutto il suo impero. Perduta la madre, mentr’era in giovanissima età, pregò Maria ad adottarlo qual figlio: appresso, crescendo sempre la sua divozione. Bernardo pregò la SS. Vergine a fargli conoscere che cosa doveva fare peresserle più gradito, e udì una voce che gli disse: « Bernardo, fìgliuol mio, fuggi il mondo, e cerca rifugio in qualche solitudine: là ti santificherai ». Ed ei vi passò tutta la vita nella penitenza e nelle lacrime; e dalla solitudine salì al cielo. Vedete che gli valse la fiducia nella SS. Vergine? Si legge nella vita di S. Margherita da Cortona, che tutta la sua divozione riponeva nell’imitare la vita povera e sconosciuta della santa Famiglia: non volle posseder mai cosa alcuna, neppure pel domani; fu abbandonata da tutti i suoi parenti ed amici, ma Dio n’ebbe cura. Faceva tutti i suoi esercizi devoti per onorare la santa Famiglia nella stalla di Betlemme, e bagnava il pavimento delle sue lacrime, quando pensava a quei misteri di povertà e d’abbandono. Morta che fu si aperse il suo cuore e vi si trovarono tre pietruzze, su cui erano scritti i nomi di Gesù, di Maria e di Giuseppe. Vedete quant’è gradita a Dio la meditazione di questi misteri? … Si narra pure cheun gran peccatore aveva passato la vita in ogni maniera di dissolutezze. All’ora della morte, poiché allora le cose si vedono ben diversamente che quando si è sani, riconoscendo d’aver fatto tanto male, si lasciò andare alla disperazione. S’ebbe bel fare per ispirargli fiducia nella misericordia di Dio; nulla poté vincerlo. Gli si parlò di S. Agostino. « Ma, rispondeva, S. Agostino non era ancora stato… (battezzato?) ». Gli si disse di ricorrere alla SS. Vergine, ma rispose che l’aveva disprezzata per tutta la vita; gli si ricordò che Gesù Cristo ha patito tanto per salvarci. — « È vero, rispose, ma io l’ho perseguitato e fatto morire ogni giorno ». Gli si disse ancora: « Amico mio, credete voi che un fanciullo in tenera età ricordi, divenuto adulto, i piccoli disgusti che gli si diedero nella sua infanzia? » — « No », rispose. « Ebbene, amico mio, andiamo al presepio, vi troveremo quel Bambino, che avete offeso, sì; ma vi dirà che ora non ricorda più nulla ». Il poveretto entrò in si grande fiducia e concepì dolore sì vivo de’ suoi peccati, che morì con segni manifesti del perdono di Dio. Vedete, miei fratelli, quanto sono gradite a Dio queste meditazioni, e come sono capaci d’attirar su noi le sue misericordie! – Non v’ha preghiera che ci avvicini alla vita di Gesù Cristo meglio che questa pia pratica. È tuttavia necessario che la nostra divozione sia illuminata e sincera, non divozione di mera abitudine o d’usanza. S. Cesario riferisce un esempio che deve farci intendere come la SS. Vergine non gradisca gran fatto queste divozioni non punto sincere. « Nell’ordine de’ Cistercensi v’era un religioso, che, facendo il medico, usciva contro il volere del suo superiore e del suo confessore. Ma, per una certa devozione che aveva a Maria, rientrava nel monastero in tutte le feste della SS. Vergine. Il giorno della Presentazione, mentr’era in coro cogli altri religiosi per cantare l’ufficio, vide la SS. Vergine passeggiar pel coro, e dare a tutti i religiosi un certo liquore, il quale li accendeva di tanto amore che non credevano d’esser più sulla terra: tali dolcezze gustavano! Giunta la santa Vergine vicino a lui, passò oltre senza dargliene, dicendo « che chi voleva andar in cerca delle dolcezze terrene, non meritava di gustare quelle del cielo; e che, sebbene tornasse al monastero i giorni delle sue feste, questo non le riusciva gradito ». Sentì così vivamente quel rimprovero, che si mise a piangere e promise di non uscir più. E perché aveva mantenuto la sua promessa, la SS. Vergine, quando riapparve un’altra volta, gli concesse l’istessa grazia che agli altri (Nella Patrologia latina, T. CLXXXV, 1077, può leggersi un fatto simile, forse quel medesimo avvenuto fra i Cistercensi – Nota degli editori francesi). Passò la vita in grande divozione alla SS. Vergine, e ne ricevette grazie segnalate; e non si saziava di ripetere che chi ama la Madre di Dio, riceve grandissimi aiuti per operare la sua salute e vincere il demonio. S. Stanislao aveva sì grande devozione verso la SS. Vergine, che la consultava in ogni sua cosa. Questo santo giovane immaginava spesso la felicità del santo vecchio Simeone nel ricevere tra le sue braccia il bambino Gesù. Un giorno, mentre stava pregando, gli apparve la SS. Vergine, che teneva in braccio il Bambino Gesù, e glielo diede per procurargli la stessa sorte beata. S. Stanislao lo prese, come il vecchio Simeone, e n’ebbe sì grande consolazione, che non poteva parlarne senza spargere abbondanti lacrime: tanto era pieno di gioia il suo cuore! Vedete, fratelli miei, com’è sollecita la SS. Vergine di ottenerci le grazie, che le domandiamo? Ah! miei fratelli, come assicureremmo bene la nostra salute, se avessimo grande fiducia nella SS. Vergine! Quanti peccati si eviterebbero, se si ricorresse ad essa in tutte le nostre azioni, se ogni mattina ci unissimo a Lei pregandola a presentarci al suo divino Figliuolo! – Se pensiamo al secondo gruppo di misteri, che chiamiamo dolorosi, quanti motivi efficaci e atti a commuoverci e a farci intendere l’amore infinito d’un Dio per noi! Infatti, fratelli miei, chi non si commuoverà vedendo un Dio che agonizza e bagna la terra del suo sangue adorabile? Un Dio legato, incatenato, gettato a terra da’ suoi nemici per liberarci dalla schiavitù del demonio? Chi non s’intenerirà nel vedere un Dio coronato di spine, che gli trafiggon la fronte, con una canna in mano, in mezzo ad un popolo che l’insulta e lo disprezza? Oh! chi potrà intendere tutti gli orribili trattamenti, che tollerò nel corso di quella notte spaventosa, che passò in mezzo agli scellerati? Fu legato ad una colonna, ove fu flagellato così crudelmente che il suo corpo era come un pezzo di carne tagliato a brandelli! O mio Dio, quante crudeltà avete sofferto per meritarci il perdono dei nostri peccati! O miei fratelli, chi di noi non temerà il peccato più della morte?… Oh! abbiam pur motivo di consolarci nei nostri patimenti, e ben giusta ragione di piangere i nostri peccati!… Un missionario, che predicava in una grande città, venne a sapere che in una segreta vi era un poveretto che si disperava; le sue lacrime e i suoi gemiti facevano fremere quei che l’udivano. Gli venne in pensiero d’andare a fargli una visita per consolarlo e offrirgli gli aiuti del suo ministero. Entrato nel carcere, anch’egli rimase sbigottito udendo i lamenti di quel povero sventurato, e riconobbe che, a confronto di ciò che vedeva, era nulla la pittura che gliene era stata fatta. Gli disse con bontà: « Caro amico, qual è la cagione del vostro dolore? » E poiché il prigioniero non rispondeva, il missionario gli disse: « Vi affligge forse la vostra condizione ? » — « No: merito ben di più ». — « Avete lasciato nel mondo qualcuno che soffre per cagion vostra? » — « No: nulla di tutto questo mi turba ». — « Vi affligge dunque il pensiero della morte? » — « No certamente: so bene che non dovrò viver sempre: o prima o poi la morte verrà purtroppo; purché io possa espiar le mie colpe, sarò felice. Ma giacché volete sapere la cagione delle mie lacrime, eccola ». E singhiozzando trasse di sotto le vesti un gran crocifisso e lo mostrò al missionario: « Ecco il perché delle mie lacrime. Oh! un Dio che ha patito tanto ed è morto per me, non ostante i miei peccati, può ancora perdonarmi? La grandezza dei suoi patimenti e del suo amore per me son cagione ch’io non posso frenar le lacrime. Dacché son qui tutti m’abbandonano: Dio solo pensa a me, e vuole ancora farmi sperare il paradiso. Ah! quant’è buono! E come mai ho potuto esser così sciagurato da offenderlo?… » Fratelli miei, riconoscete con me che se la meditazione di questi misteri ci commuove sì poco, è perché non vi facciamo attenzione. Mio Dio! Quale sciagura per noi!… Andando innanzi vediamo un Dio carico d’una pesantissima croce; vien condotto in mezzo a due ladri da una schiera di scellerati, che lo caricano degli oltraggi più atroci. Il peso della croce lo fa cadere a terra: lo rialzano a fiere pedate e a pugni, e anziché darsi pensiero dei suoi dolori, par che non pensi se non a consolare chi partecipa a’ suoi patimenti. Oh! potremo non sentirci commossi e trovar troppo pesanti le nostre croci, nel vedere che cosa soffre un Dio per noi? Occorre di più, per eccitarci a dolore de’ nostri peccati? Udite: l’inchiodano alla croce, senza che esca dalle sue labbra una parola con cui si lamenti di soffrir troppo. Udite le sue ultime parole: « Padre, perdona loro, perché non sanno quel che si fanno ». Non avevo ragione di dirvi che il S. Rosario ci mette dinanzi quanto v’ha di più efficace per muoverci a pentimento, ad amore, e a riconoscenza? Ohimè! Fratelli miei, chi potrà intender mai l’accecamento di codesti poveri empi, che spregiano una pratica pia così atta a convertirli, e così capace a darci forza di perseverare, se abbiamo la lieta sorte d’essere in grazia di Dio? – Parliamo adesso del terzo gruppo di misteri, a cui si dà il nome di gloriosi. Che cosa possiamo trovare di più stringente per distaccarci dalla vita e farci sospirare pel cielo? In questi misteri Gesù Cristo ci appare non più soggetto a patimenti, ma in atto d’entrare a possesso d’una infinita felicità, che ha meritato per tutti noi. Per farci concepire gran desiderio del cielo, vi ascende in piena luce, alla presenza d’oltre cinquecento persone (II Cor. XV, 6). Se continuate a meditar questi misteri, vedete la SS. Vergine, che il suo Figliuolo viene in persona a cercare seguito da tutta la corte celeste: gli Angeli appaiono visibilmente e intonano cantici di giubilo uditi da tutti gli astanti; la Vergine abbandona la terra, ove ha tanto patito, e va a raggiungere il suo Figliuolo per esser felice della felicità di Colui che tutti ci chiama e ci aspetta. Nella nostra santa Religione possiam forse trovar cosa, che meglio giovi a muoverci verso Dio e staccarci dalla vita? Ebbene, fratelli miei, ecco che cos’è il santo Rosario; ecco quella devozione che tanto si biasima e di cui si fa sì poco conto. Ah! bella Religione, se ti si disprezza, è davvero perché non sei conosciuta! Tuttavia non ci fermiamo qui; è pur necessario, imitar, quanto possiamo, le virtù della SS. Vergine per meritarne la protezione; specialmente la sua umiltà, la sua purità, la sua grande carità. Ah! padri e madri, se, per loro buona ventura, raccomandaste spesso ai vostri figliuoli questa divozione alla SS. Vergine, quante grazie otterrebbe loro questa Madre! Quante virtù praticherebbero! Vedreste nascere in essi quanto è più capace di renderli cari a Dio! No, miei fratelli, non potremo intender mai quanto desideri la Vergine santa d’aiutarci a conseguir la salute, e quanto grandi cure si prenda di noi! Un po’ di confidenza che s’abbia in Lei non resta mai senza ricompensa. Beato chi vive e muore sotto la sua protezione! Può ben dirsi che la sua salute è sicura, e che il Paradiso un giorno sarà suo! Questa felicità vi desidero!

7 OTTOBRE, vedi:

http://www.exsurgatdeus.org/2018/10/04/battaglia-di-lepanto/

http://www.exsurgatdeus.org/2017/10/07/la-battaglia-di-lepanto/

CONSACRAZIONE DI SE STESSO A GESÙ-CRISTO SAPIENZA INCARNATA, PER LE MANI DI MARIA.

CONSACRAZIONE DI SE STESSO A GESÙ-CRISTO SAPIENZA INCARNATA, PER LE MANI DI MARIA

ACTUS CONSECRATIONIS

96

Consécration de soi-méme à Jésus-Christ,

la Sagesse incarnée, par les mains de Marie

O Sagesse éternelle et incarnée! O très amiable et adorable Jesus, vrai Dieu et vrai Homme, Fils unique du Pére éternel et de Marie, toujours Vierge, je vous adore profondément dans le sein et les splendeurs de votre Pére, pendant l’éternité, et dans le sein virginal de Marie, votre très digne Mère, dans le temps de votre incarnation. Je vous rends gràces de ce que Vous vous étes anéanti vous mème, en prenant la forme d’un esclave, pour me tirer du cruel esclavage dù démon. Je vous loue et glorine de ce que Vous avez bien voulu vous soumettre à Marie, votre sainte Mère, en toutes choses, afin de me rendre par elle votre fldèle esclave. Mais, hélas! ingrat et infidèle que je suis, je ne vous ai pas gardé les promesses que je vous ai si solennellement faites à mon baotème. Je n’ai point rempli mes obligations; je ne mérite pas d’ètre appelé votre enfant ni votre esclave, et comme il n’y a rien en moi qui ne mérite vos rebuts et votre colere, je n’ose plus par moi-mème approcher de votre très sainte et auguste Majesté. C’est pourquoi j’ai recours à l’intercession de votre très sainte Mère, que Vous m’avez donnée pour médiatrice auprès de vous; et c’est par ce moyen que j’espère obtenir de vous la contrition et le pardon de mes péchés, l’acquisition et la conservation de la sagesse. Je vous salue donc, ò Marie immaculée, tabernacle vivant de la Divinité, où la Sagesse éternelle cachée veut étre adorée des Anges et des hommes. Je vous salue, ó Reine du ciel et de la terre, à l’empire de qui est soumis tout ce qui est au-dessous de Dieu. Je vous salue, ò refuge assuré des pécheurs, dont la miséricorde ne manque à personne; exaucez les désirs que j’ai de la divine sagesse et recevez pour cela les vceux et les offres que ma bassesse vous présente. Moi N…, pécheur infidèle, je renouvelle et ratine aujourd’hui entre vos mains les vceux de mon baptème. Je renonce pour jamais à Satan, à ses pompes et à ses ceuvres, et je me donne tout entier à Jésus-Christ. la Sagesse incarnée, pour porter ma croix à sa suite, tous les jours de ma vie. Et, afin que je lui sois plus fidèle que je n’ai été jusqu’ici, je vous choisis aujourd’hui, ò Marie, en présence de toute la Cour celeste, pour ma Mère et Maitresse. Je vous livre et consacre, en qualité d’esclave, mon corps et mon àme, mes biens intérieurs et extérieurs et la valeur mème de mes bonnes actions passées, présentes et futures, vous laissant un entier et plein droit de disposer de moi et de tout ce qui m’appartient, sans exception, selon votre bon plaisir, à la plus grande gioire de Dieu, dans le temps et l’éternité. Recevez, ó Vierge benigne, cette petite offrande de mon esclavage, en l’honneur et union de la soumission que la Sagesse éternelle a bien voulu avoir à votre maternité, en hommage de la puissance que Vous avez tous deux sur ce petit vermisseau et ce misérable pécheur, en action de gràces des privilèges dont la sainte Trinité vous a favorisée. Je proteste que je veux désormais, comme votre véritable esclave, chercher votre honneur et vous obéir en toutes choses. O Mère admirable, présentez-moi à votre cher Fils, en qualité d’esclave éternel, afin que, m’ayant racheté par vous, il me regoive par vous. O Mère de miséricorde, faites-moi la gràce d’obtenir la vraie sagesse de Dieu et de me mettre pour cela au nombre de ceux que Vous aimez, que Vous enseignez, que Vous conduisez, que Vous nourrissez et protégez comme vos enfants et vos esclaves. O Vierge fidèle, rendez-moi en toutes choses un si parfait disciple, imitateur et esclave de la Sagesse incarnée, Jésus-Christ votre Fils, que j’arrive, par votre intercession et votre exemple, à la plénitude de son àge sur la terre et de sa gioire dans les cieux. Ainsi soit-il (S. L. M. Grignion de Montfort).

ATTO DI CONSACRAZIONE

Consacrazione di se stesso a Gesù-Cristo,

Sapienza incarnata, per le mani di Maria.

O Sapienza eterna ed incarnata! O amabilissimo ed adorabilissimo Gesù, vero Dio e vero Uomo, Figlio unico del Padre eterno e di Maria sempre Vergine, io vi adoro profondamente nel seno e negli splendori del Padre vostro, durante l’eternità, e nel seno verginale di Maria, vostra degna Madre, nel tempo della vostra Incarnazione. Io vi rendo grazie perché vi siete annientata prendendo la forma di uno schiavo, per trarmi dalla crudele schiavitù del demonio. Io vi lodo vi glorifico perché avete voluto volentieri sottomettervi a Maria, vostra santa Madre in ogni cosa, alfine di rendermi per Ella vostro schiavo fedele. Ma ahimè! ingrato ed infedele qual sono, non ho mantenuto le promesse che vi ho così solennemente fatto al mio Battesimo. Io non ho adempiuto ai miei obblighi; io non merito di esser chiamato vostro figlio, né vostro schiavo, e siccome in me non c’è nulla che non meriti il vostro rigetto e la vostra collera, io non oso più da me stesso avvicinarmi alla vostra santissima ed augusta Maestà. È per questo io ho ricorso all’intercessione della vostra Santissima Madre che mi avete dato per Mediatrice dopo di Voi; ed è per questo mezzo che io spero di ottenere da Voi la contrizione ed il perdono dei miei peccati, l’acquisto e la conservazione della Sapienza. Io dunque vi saluto, o Maria immacolata, tabernacolo vivente della Divinità, in cui l’eterna Sapienza nascosta vuol essere adorata dagli Angeli e dagli uomini. Io vi saluto, o Regina del cielo e della terra, al cui impero è sottomesso tutto ciò che è al di sotto di Dio. Io vi saluto, o rifugio sicuro dei peccatori, la cui misericordia non fa difetto per nessuno; esaudite i desideri che ho della divina Sapienza e ricevete per questo i voti e le offerte che la mia nullità vi presenta. Io, N…, peccatore infedele, rinnovo e ratifico oggi tra le mani vostre le promesse del mio Battesimo. Io rinunzio per sempre a satana, alle sue pompe e alle sue opere, e mi offro interamente a Gesù-Cristo, la Sapienza eterna, per portare la mia croce al suo seguito per tutti i giorni della mia vita. Ed perché alfine gli sia più fedele di quanto finora non lo sia stato, io vi scelgo oggi, o Maria, per Madre e Padrona mia. Io vi offro e consacro, in qualità di schiavo, il mio corpo e la mia anima, i miei beni interiori ed esteriori ed il valore stesso delle mie buone azioni passate, presenti e future, lasciandovi interamente il pieno diritto di disporre di me e di tutto ciò che mi appartiene, senza eccezione, secondo il vostro beneplacito, a maggior gloria di Dio, nel tempo e nell’eternità. Ricevete, o Vergine benigna, questa piccola offerta della mia schiavitù, in onore ed unione con la sottomissione che la Sapienza eterna ha voluto avere alla vostra maternità, in omaggio della potenza che avete entranbi su questo vermiciattolo e miserabile peccatore, come azione di grazie per i privilegi di cui la Santissima Trinità vi ha favorito. Io protesto che voglio oramai, come vostro vero schiavo, cercare il vostro onore ed obbedirvi in tutte le cose. o madre ammirabile, presentatemi al vostro caro Figlio, in qualità di schiavo eterno, affinché, essendomi riscattato per mezzo vostro, Egli mi riceva per Voi. O Madre di misericordia, fatemi la grazia di ottenere la era sapienza di Dio e di mettermi per questo, nel numero di coloro che Voi amate. Ammaestrate, conducete, nutrite e proteggete come vostri figli e vostri schiavi. O Vergine fedele, rendetemi in ogni cosa un sì perfetto discepolo, imitatore e schiavo della Sapienza incarnata, Gesù-Cristo vostro Figlio, che io arrivi, per vostra intercessione, alla pienezza della sua età sulla terra e della sua gloria nei cieli. Così sia.

(S. Luigi M. Grignion de Montfort)

Indulgentia plenaria suetis conditionibus die festo Immaculatæ Conceptionis B. M. V. ac die 28 apr. (Pius X, Rescr. Manu Propr., 24 dec. 1907, exhib. 22 ian. 1908; S. C. S. Officii, 7 dec. 1927).

[Ind. Plen. Nel giorno dell’Immacolata Concezione e il 28 Aprile (festa di S. Luigi M. Grignion De Montfort]

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: SS. S. PIO X – “ACERBO NIMIS”

« Vi preghiamo e scongiuriamo, riflettete quanta rovina di anime si abbia per la sola ignoranza delle cose divine … » Ecco il grido accorato che il Pontefice Santo, Papa Pio X, emetteva alla fine della sua sapientissima lettera Enciclica Acerbo nimis, documento disatteso, per infingardia o per calcolata malizia, da molti di coloro ai quali esso era diretto. Oggi purtroppo ne constatiamo le tragiche e funeste conseguenze, perché è proprio sull’ignoranza, più o meno colpevole, del popolo cristiano, che la sinagoga di satana – il novus ordo – si è infiltrata nella Chiesa Cattolica devastandola con perniciose e false dottrine che dagli ignoranti, veri e finti prelati o pigri fedeli, non sono state combattute né eliminate col pretesto di una supposta obbedienza, non alla Legge divina, ma alle imposture diaboliche inoculate con le aberranti dottrine del conciliabolo c. d. Vaticano II. Non solo quindi si è disattesa la volontà del santo Pontefice, ma si sono agevolmente introdotte false dottrine e aberranti culti pseudo-liturgici (… la messa del baphomet-lucifero signore dell’universo …) senza che la maggior parte dei Cristiani “di faccia” abbia compreso né reagito di conseguenza, mettendo la propria anima in attesa di una dannazione sicura e meritata. La lettera Enciclica parla da sola nella sua veemente esposizione dei mali congiunti all’ignoranza religiosa, un tempo forse incolpevole, ma oggi assolutamente colpevole e condannata alla eterna riprovazione. Guai ai veri o finti pastori, ed ai loro fiancheggiatori laici, che hanno alterato, manipolato, falsamente presentato ed interpretato la dottrina cristiana, per aver derubato a Dio la gloria a Lui solo dovuta, dell’essere conosciuto, adorato e servito da tutti i Cristiani e da eventuali pagani o acattolici, tenuti lontani dal vero culto divino. È questo l’affronto più grave che si potesse e si possa fare al Creatore dell’universo e delle anime che dovevano dare gloria al Padre celeste sull’esempio del Figlio unigenito, … per Lui, con Lui ed in Lui … “Io non dividerò la mia gloria con nessuno” – dice tramite Isaia – il Dio delle schiere. Ed allora impavido pusillus grex, rimasuglio dei veri fedeli ed adoratori in spirito di Dio, studiamoci bene il Catechismo Cattolico (… quello vero naturalmente, quello del sacrosanto Concilio di Trento, o dello stresso S. Pio X, magari approfondendolo con opere di più ampio spessore – per chi ne abbia il tempo e la possibilità – di autori Cattolici comprovati ed autorizzati da imprimatur veraci e legittimi), mettiamolo in pratica nella nostra vita ordinaria e, fondando sulla grazia divina, annunziamolo possibilmente nelle varie realtà in cui si opera, ed i benefici saranno immensi, per i singoli e per l’intera società umana, di modo che non si possa più dire, come all’inizio della sottostante Enciclica « … la radice precipua dell’odierno rilassamento e quasi insensibilità degli animi e dei gravissimi mali che quindi si derivano, ripongono nell’ignoranza delle cose divine … ».

san Pio X
Acerbo nimis

Lettera Enciclica

I.

L’ignoranza della Religione causa precipua dell’odierno rilassamento.

In troppo ingrati e difficili tempi le disposizioni arcane della Provvidenza divina hanno sollevato la Nostra pochezza all’officio di Pastore supremo dell’universal gregge di Gesù Cristo. L’uomo inimico già da lunga stagione si aggira intorno a questo gregge, e lo va così insidiando con sottilissima astuzia, che or più che mai sembra verificato ciò che l’Apostolo prediceva ai maggiorenti della Chiesa di Efeso: “Io so che entreranno fra voi lupi rapaci che non perdoneranno all’ovile” (Act. XX, 29). — Del quale religioso decadimento, coloro che nutrono tuttora zelo della gloria di Dio, vanno indagando le ragioni e le cause; e mentre altri altre ne assegnano, conforme all’opinar di ciascuno, diverse son le vie che seguono per tutelare e ristabilire il regno di Dio sulla terra. A Noi, Venerabili fratelli, checché sia di altre cagioni, sembra di preferenza dover convenire con coloro che la radice precipua dell’odierno rilassamento e quasi insensibilità degli animi e dei gravissimi mali che quindi si derivano, ripongono nell’ignoranza delle cose divine. Il che risponde pienamente a quello che Dio stesso affermò pel profeta Osea: “… E non è scienza di Dio sulla terra. La maledizione, la menzogna, e l’omicidio, e il furto, e l’adulterio dilagarono, e il sangue toccò il sangue. Perciò piangerà la terra e verrà meno chiunque abita in essa” (Os. IV, 1 ss.).

II.

L’ignoranza della religione quanto comune ai nostri tempi.

E che infatti fra i Cristiani dei nostri giorni siano moltissimi quelli i quali vivono in una estrema ignoranza delle cose necessarie a sapersi per la eterna salute, è lamento oggimai comune, e purtroppo! lamento giustissimo. E quando diciamo fra i Cristiani, non intendiamo solamente della plebe o di persone di ceto inferiore, scusabili talvolta, perché, soggetti al comando d’inumani padroni, appena è che abbian agio di pensare a sé ed ai propri vantaggi: ma altresì e soprattutto di coloro, che pur non mancando d’ingegno e di coltura, mentre delle profane cose sono conoscentissimi, vivono spensierati e come a caso in ordine alla Religione. Può dirsi appena di quali profonde tenebre questi tali sien circondati; e ciò che più accuora, tranquillamente vi si mantengono! Niun pensiero quasi sorge loro di Dio Autore e moderatore dell’universo e di quanto insegna la Fede cristiana. E conseguentemente, sono cose affatto ignote per essi e l’Incarnazione del Verbo di Dio, e l’opera di Redenzione dell’uman genere da lui compiuta; e la Grazia che è pur il mezzo precipuo pel conseguimento dei beni eterni, e il santo Sacrificio e i Sacramenti, pei quali la detta grazia si acquista e conserva. Nulla poi apprezzano la malizia e turpitudine del peccato, e quindi non hanno affatto pensiero di evitarlo o di liberarsene; e così si giunge al giorno supremo, talché il ministro di Dio, acciò non manchi una qualche speranza di salute, è costretto ad usare dei momenti estremi, che dovrebbero tutti impiegarsi nel fomentare la carità verso Dio, nel dare una sommaria istruzione delle cose indispensabili a salute; se pure, ciò che sovente interviene, l’infermo non sia talmente schiavo di colpevole ignoranza, da credere superflua l’opera del sacerdote, e senza riconciliarsi con Dio, affronti tranquillo il viaggio tremendo dell’eternità. Onde è che il Nostro predecessore Benedetto XIV giustamente scrisse: “Questo asseveriamo, che la maggior parte di coloro, che san dannati agli eterni supplizi, incontrano quella perpetua sventura per ignoranza dei misteri della fede, che necessariamente si debbono sapere e credere per essere ascritti fra gli eletti” (Instit. XXVI, 18).

III.

Dall’ignoranza della religione è da ripetersi l’odierna corruttela dei costumi.

Ciò posto, Venerabili Fratelli, qual meraviglia che si veda oggi nel mondo, e non già diciamo fra i barbari, ma in mezzo alle nazioni cristiane, e cresca ogni giorno più la corruttela dei costumi e la depravazione delle abitudini? Intimava l’Apostolo scrivendo agli Efesini: “La fornicazione poi ed ogni immondezza, o l’avarizia, neppur si nomini fra voi, come si addice ai santi: o la turpitudine, o lo stoltiloquio” (Ephes. V, 3 s.).  – Ma egli a fondamento di questa santità e del pudore, che infrena le passioni, poneva la sapienza soprannaturale: “Guardate dunque, o fratelli, come dobbiate camminar cautamente non quasi stolti, ma come sapienti. Perciò non vogliate essere spensierati, ma intendete bene quale sia la volontà di Dio” (Ibid. 15 ss.).  E ciò con ragione. Infatti la volontà umana conserva appena alcun che di quell’amore dell’onesto e del retto, che Dio Creatore le infuse e che quasi la trascinava al bene non apparente ma verace. Depravata per la corruzione della colpa primiera, e pressoché dimentica di Dio, suo Autore, gli affetti suoi rivolge quasi tutti all’amore della vanità e alla ricerca del mendacio. – Fa quindi mestieri a questa volontà fuorviata ed accecata dalle perverse passioni, assegnare una guida, che la scorga perché torni sui male abbandonati sentieri della giustizia. E la guida, non liberamente scelta, ma destinata dalla natura è l’intelletto appunto. Il quale, pertanto, se manchi di vera luce, cioè della cognizione delle cose divine, sarà come un cieco che presti il braccio ad altro cieco, e cadranno entrambi nella fossa. Il santo Davide, lodando Iddio della luce di verità da Lui riverberata sulle nostre menti, diceva: (Signatum est super nos lumen vultus tui, Domine: dedisti lætitiam in corde meo. (Signore, il lume del volto tuo è segnato sopra di noi – Ps. IV, 7). E la conseguenza di questa luce indicò qual fosse, aggiungendo: “Hai infuso allegrezza nel mio cuore“;quell’allegrezza cioè che dilatandoci il cuore, fa che corra la via dei divini comandamenti.

IV.

La conoscenza delle cose religiose non è soltanto lume all’intelletto, ma guida e stimolo della volontà.

E che sia difatto così, apparisce manifesto a chi per poco rifletta. Imperocché la dottrina di Gesù Cristo ci disvela Iddio e le infinite perfezioni di Lui con assai maggior chiarezza che non lo manifesti il lume naturale dell’umano intelletto. Ma poi? quella stessa dottrina ci impone di onorare Dio con la fede, che è ossequio della mente; colla speranzache è ossequio della volontà; colla caritàche è ossequio del cuore; e per tal guisa lega tutto l’uomo e lo soggetta al suo supremo Fattore e Moderatore. Parimente la dottrina di Cristo è la sola che ci manifesti la vera ed altissima dignità dell’uomo, additandocelo come figlio del Padre celeste che è nei cieli, fatto ad immagine di Lui e destinato a vivere con Lui eternamente beato. Ma da questa stessa dignità e dalla cognizione della medesima Cristo deduce l’obbligo per gli uomini di amor vicendevole come fratelli ch’ei sono, prescrive loro di vivere quaggiù come si avviene a figliuoli della luce “… non in bagordi ed ubbriachezze, non in mollezze ed impudicizie, non in risse ed invidie(Rom. XIII, 13);li obbliga inoltre a riporre in Dio ogni sollecitudine giacché Egli ha cura di noi; comanda di stendere la mano soccorritrice al povero, di far bene a quei che ci fan male, di anteporre i vantaggi eterni dell’anima ai beni fugaci del tempo. E per non discendere in tutto al particolare, non è la dottrina di Gesù Cristo che all’uomo, il quale vive di orgoglio, ispira ed impone l’umiltà, origine di gloria verace? “Chiunque si umilierà… questi è il più grande nel regno dei cieli” (Matth., XVIII, 4). Dalla stessa dottrina apprendiamo la prudenza dello spirito, per cui fuggiamo la prudenza della carne: la giustizia, per cui rendiamo il suo diritto ad ognuno; la fortezza che ci fa pronti a patir tutto, e colla quale, con animo generoso, patiamo di fatto ogni cosa per Iddio e per l’eterna felicità; e finalmente la temperanza, con cui giungiamo ad amare financo la povertà, ci gloriamo anzi della croce, non curando il disprezzo. Sta insomma che la scienza del Cristianesimo non è solo fonte di luce all’intelletto per la consecuzione del vero, ma fonte eziandio di calore alla volontà, con cui ci solleviamo a Dio e con lui ci uniamo per la pratica delle virtù. – Con ciò siamo ben lungi dal dire che, anche colla scienza della Religione, non possa unirsi volontà perversa e sregolatezza di costume. Piacesse a Dio che nol provassero anche troppo i fatti! Sosteniamo però che non potrà mai esser retta la volontà né buono il costume, qualora l’intelletto sia schiavo di crassa ignoranza. Chi ad occhi aperti procede, può certamente uscire dal retto sentiero: ma chi è colto da cecità, è sicuro di andare incontro al pericolo. – Aggiungasi di più che la perversità del costume, ove non sia del tutto estinto il lume della fede, lascia sempre a sperare un ravvedimento; laddove, se alla corruzione del costume si congiunge per effetto dell’ignoranza, la mancanza della fede, il male appena ammette rimedio, ed è aperta la via all’eterna rovina.

V.

A chi spetti l’obbligo dell’insegnamento religioso.

Tanti adunque e sì gravi essendo i danni provenienti dalla ignoranza delle cose di religione; e tanta, da altra parte, essendo la necessità e l’utilità dell’istruzione religiosa, giacché non potrà mai adempiere i doveri del Cristiano chi non li conosca; resta a cercare, a chi poi si spetti di eliminare dagli animi siffatta ignoranza, e chi abbia il dovere di comunicare alle anime una scienza così necessaria. — E qui, Venerabili Fratelli, non vi ha punto luogo a dubitazioni; giacché questo gravissimo dovere incombe a quanti sono Pastori di anime. Ad essi, per comandamento di Cristo, è imposto di conoscere e di pascere le pecorelle affidate; ora il pascere importa in primo luogo l’insegnare: “Io vi darò“,così Dio prometteva per Geremia, “pastori secondo il cuor mio, e vi pasceranno colla scienza e colla dottrina” (Ier. III, 15). Per la qual cosa l’Apostolo San Paolo diceva: “Non mi ha Cristo mandato per battezzare, ma per evangelizzare“(I Cor. I, 17); volendo cioè indicare, che il primo officio di quanti, in qualche misura, sono posti a reggere la Chiesa, è di istruire nella sacra dottrina i fedeli.

VI.

Encomio delle insegnamento del catechismo.

Della quale istruzione ci sembra non necessario dir qui le lodi, e mostrare di quanto merito sia al cospetto di Dio. – Certo l’elemosina, con cui solleviamo le angustie dei poverelli, è dal Signore altamente encomiata. Ma chi vorrà negare che encomio di gran lunga maggiore si debba allo zelo ed alla fatica, onde si procacciano, non già passeggeri vantaggi ai corpi, ma, coll’insegnare ed ammonire, eterni beni alle anime? Nulla per verità è più desiderato e caro a Gesù Cristo salvatore delle anime; il quale, per bocca di Isaia, volle di sé affermare: “Io sono stato mandato per evangelizzare i poveri“(Luc. IV, 18).

VII.

Ogni sacerdote ha il dovere di ammaestrare i fedeli.

Ma, pel presente scopo, meglio è soffermarci ad un punto, e su di esso insistere, non esservi cioè per chiunque sia sacerdote né dovere più grave, né più stretto obbligo di questo. E per fermo chi è il quale nieghi nel sacerdote alla santità della vita debba andare congiunta la scienza? “Le labbra del sacerdote custodiranno la scienza” (Malach. II, 7). – E la Chiesa infatti severissimamente la richiede in coloro, che devono essere assunti al ministero sacerdotale. E perché mai? perché da loro aspetta il popolo cristiano di conoscere la Legge divina, e sono essi perciò mandati da Dio: “E ricercheranno la legge dalla bocca di lui, perché egli è l’angelo del Signore degli eserciti” (Ibid.). Per la qual cosa il Vescovo, nella sacra ordinazione, parlando agli ordinandi, dice loro: “Sia la vostra dottrina spirituale medicina al popolo di Dio: sieno provvidi cooperatori dell’ordine nostro; affinché meditando giorno e notte nella sua legge, credano quello che avranno letto, ed insegnino ciò che avranno creduto(Pontif. Rom.).

VIII.

Obbligo specialissimo e quasi particolare che ne hanno i parrochi.

Che se ciò vale di qualsiasi Sacerdote, che dovrà poi pensarsi di coloro, che insigniti del titolo e dell’autorità di parrochi, in forza del loro grado e quasi per contratto, hanno officio di reggitori delle anime? Essi, in certa misura, sono da annoverarsi fra i pastori e dottori che Cristo assegnò, affinché i fedeli non sieno a guisa di pargoli fluttuanti e non sieno, per nequizia degli uomini, aggirati da ogni vento di dottrina; “ma operando la verità nella carità, crescano per ogni cosa in colui, che è il capo, Cristo” (Ephes. IV, 14, 15). Per la qual cosa il sacrosanto Concilio di Trento (Sess. V, cap. 2 de ref.; Sess. XXII, cap. 8; Sess. XXIV, cap. 4 et 7 de ref.), trattando dei pastori delle anime, pone per loro primo e massimo dovere l’istruzione dei fedeli. Quindi ordina ai medesimi che almeno nelle domeniche e nelle feste più solenni parlino al popolo delle verità religiose, e quotidianamente, o almeno tre volte per settimana, facciano altrettanto nei sacri tempi dell’Avvento e della Quaresima. Non basta: aggiunge inoltre essere tenuti i parrochi, almeno nelle domeniche e nei giorni festivi, ad istruire, o per sé, o per mezzo di altri, nei principi della fede e nell’obbedienza a Dio ed ai genitori i fanciulli (Ibid. cap. 7). E quando poi debbono amministrarsi i Sacramenti, prescrive che si spieghi, secondo l’intelligenza di quelli che stanno per riceverli, ed in lingua volgare, la virtù dei medesimi.

IX.

La spiegazione del Vangelo ed il catechismo sono due obblighi distinti del parroco.

Le quali prescrizioni del sacrosanto Concilio il Nostro predecessore Benedetto XIV, nella sua Costituzione Etsi minime, riassume e meglio determinò colle seguenti parole: “Due specialmente sono gli obblighi che dal Sinodo Tridentino furono imposti a chi ha cura delle anime: l’uno che nei giorni festivi parlino al popolo delle cose divine; l’ altro che istruiscano nei rudimenti della legge di Dio e della fede i fanciulli ed i rozzi“.E giustamente quel sapientissimo Pontefice distingue questo doppio dovere, del sermone cioè, che volgarmente chiamano spiegazione del Vangelo, e del catechismo. Imperocché forse non mancano di coloro, che a diminuir fatica, si persuadano che la spiegazione del Vangelo possa tener luogo dell’istruzione catechistica. Il qual giudizio ognun vede quanto sia errato. Imperocché il discorso, che si fa sul Vangelo, si rivolge a coloro che si suppongono istruiti nei rudimenti della fede. È il pane, per dir così, che si spezza a chi è già adulto. E’ istruzione catechistica invece è quel latte, cui l’Apostolo S. Pietro voleva che desiderassero con semplicità i fedeli quasi fanciulli testé generati. – Questo infatti e non altro è il compito del catechista, tôrre a trattare una verità o di fede o di morale cristiana e spiegarla in ogni sua parte; e poiché il fine dell’insegnare è sempre la riforma della vita, è d’uopo ch’ei faccia un confronto fra quello che da noi esige il Signore, e quello che difatto si opera; quindi per mezzo di esempî opportuni, tratti sapientemente dalle Sante Scritture o dalla Storia ecclesiastica o dagli atti dei Santi, persuadere e quasi mostrare a dito come debbansi conformare i costumi; e conchiudere in fine con esortazione efficace, affinché gli uditori si muovano a detestazione e fuga del vizio e all’esercizio della virtù.

X.

Nobiltà dell’officio di catechista.

Sappiamo che l’officio di catechista da molti non è ben visto, perché comunemente non è stimato gran fatto ed è poco acconcio ad accattarsi plauso. Ma questo, a Nostro avviso, è un giudizio nato da leggerezza e non da verità. Noi senza dubbio ammettiamo che siano degni di lode quei sacri oratori, che si dedicano con sincero zelo della gloria di Dio sia alla difesa ed al mantenimento della fede, sia all’encomio degli eroi del Cristianesimo. Ma la fatica di costoro ne suppone un’altra, quella cioè dei catechisti; la quale ove manchi, mancano i fondamenti, e faticano indarno coloro che edificano la casa. Troppo spesso i fioriti sermoni che riscuotono il plauso degli affollati uditori, riescono semplicemente ad accarezzar gli orecchi; non commuovono affatto gli animi. Per lo contrario l’istruzione catechistica benché piana e semplice, è quella parola, di cui Dio stesso dice in Isaia: “Come scende la pioggia e la neve dal cielo, e là più non torna, ma innebria la terra, e la penetra, e la fa germinare, e dà semenza al seminatore, e pane al famelico, così sarà la mia parola che uscirà dalla mia bocca: non tornerà a me vuota, ma opererà quanto io volli, e sarà prosperata nelle cose per le quali io l’ho mandata” (Is. LV, 10, 11). — Similmente pensiamo doversi dire di tutti quei Sacerdoti, i quali ad illustrare le verità religiose, compongono libri di gran fatica; degni perciò di essere assai commendati. Ma quanti sono poi coloro che leggono siffatti volumi e ne traggono frutto rispondente ai sudori ed alla brama di chi li scrisse? Laddove l’insegnamento del catechismo, se si faccia a dovere, non è mai che non rechi vantaggio a chi ascolti.

XI.

Si deplora di nuovo la universale ignoranza delle cose religiose.

Giacché, giova ripeterlo per eccitare lo zelo dei ministri del santuario, troppi sono adesso coloro, ed ogni dì ne cresce il numero, i quali ignorano affatto le verità religiose o di Dio e della Fede cristiana hanno soltanto quella scienza la quale permette loro di vivere a mo’ d’idolatri in mezzo alla luce stessa del Cristianesimo. Quanti sono, né già soli giovanetti, ma adulti ancora e vecchi cadenti, i quali ignorano affatto i principali misteri della fede; i quali udito il nome di Cristo rispondano: “Chi éperché debba credere in Lui?“(Ioan. IX, 36). In conseguenza di ciò non si recano punto a coscienza eccitare e nutrire odî contro del prossimo, fare ingiustissimi contratti, darsi a disoneste speculazioni, imposessarsi dell’altrui con ingenti usure, e simili malvagità. Di più, ignorano come la legge di Cristo, non solo proscrive le turpi azioni ma condanni altresì il pensarle avvertentemente e desiderarle; e rattenuti forse da un motivo qualsiasi dall’abbandonarsi ai sensuali diletti, si pascono, senza scrupolo di sorta, di pessime cogitazioni; moltiplicando i peccati più che i capelli del capo. Né di questo genere, torniamo anche a dirlo, si trovano solamente fra i poveri figli del popolo o nelle campagne, ma altresì e forse in numero maggiore fra le persone di ceti più elevati e pur fra coloro cui gonfia la scienza, e che poggiati su d’una vana erudizione, credono di poter prendere in ridicolo la religione e “bestemmiano quello che ignorano” (Iud. 10).

XII.

La fede infusa nel Battesimo ha bisogno di coltura.

Or se è vano aspettare raccolta da una terra, in cui non sia stata deposta la semenza, in qual modo potranno sperarsi più costumate generazioni, se non siano istruite per tempo nella dottrina di Gesù Cristo? Dal che segue, che, languendo ai dì nostri ed essendo in molti quasi svanita la fede, convien conchiudere adempiersi assai superficialmente, se non anche del tutto trascurarsi, il dovere dell’insegnamento del catechismo. — Né vale, per iscusarsi, il dire che la fede è un dono gratuito comunicato a ciascuno nel santo Battesimo. Sì, tutti i battezzati in Cristo hanno infuso l’abito della fede: ma questo germe divinissimo, non “si sviluppa né mette ampî rami“(Marc. IV, 32) abbandonato a se stesso e quasi per virtù nativa. Anche l’uomo, nascendo, porta in sé la facoltà d’intendere; pure ha bisogno della parola della madre, che quasi la risvegli e la faccia, come dicesi, uscire in atto. Non altrimenti il Cristiano, rinascendo per l’acqua e lo Spirito Santo, porta in sé la fede; ma gli è mestieri della parola della Chiesa che la fecondi, la sviluppi e la faccia fruttificare. Perciò scriveva l’Apostolo: “La Fede è dall’udito, l’udito poi per la parola di Dio: (Rom. X, 17) e per mostrare la necessità dell’insegnamento, aggiunge: “Come udiranno, se non vi sia chi predichi?” (Ibid. 14).

XIII.

Si determina e si impone quel che ogni parroco deve fare per l’ammaestramento dei fedeli nelle cose religiose.

Che se dalle cose premesse apparisce manifesta la somma importanza dell’insegnamento religioso; somma altresì deve essere la Nostra sollecitudine perché l’insegnamento del Catechismo, che Benedetto XIV disse: “la più utile istituzione per la gloria di Dio e la salute delle anime” (Constit. Etsi minime, 13), si mantenga sempre in vigore, e dove per caso si trascuri, torni a fiorire. — Volendo pertanto, o Venerabili Fratelli, adempiere questo gravissimo dovere impostoci dal supremo apostolato, ed introdurre da per tutto uniformità in questa rilevantissima materia, con la Nostra suprema autorità stabiliamo e strettamente ordiniamo che in tutte le diocesi si osservi ed adempia a quanto segue:

I. Tutti i parrochi, ed in generale tutti coloro che hanno cura d’anime, in tutte le domeniche e feste dell’anno, senza eccezione alcuna, col testo del Catechismo ammaestrino, per lo spazio di un’ora, i fanciulli e le fanciulle in ciò che ognuno deve credere ed operare per salvarsi.

II. I medesimi, in determinati tempi dell’anno, con una istruzione continuata di più giorni, preparino i fanciulli e le fanciulle a ricevere i Sacramenti della Penitenza e della Confermazione.

III. Similmente e con cura speciale, in tutti i giorni feriali della Quaresima e, se fosse necessario, in altri giorni dopo le feste Pasquali, preparino, con opportune istruzioni e riflessioni, i giovanetti e le giovanette a fare santamente la prima Comunione.

IV. In tutte e singole le parrocchie si eriga canonicamente la Congregazione della Dottrina Cristiana. Con la quale i parrochi, specialmente nei luoghi ove sia scarsezza di Sacerdoti, avranno per l’insegnamento del Catechismo validi coadiutori nelle pie persone secolari, che contribuiranno a questa opera salutare e santa si per zelo della gloria di Dio e sì per lucrare le moltissime indulgenze concesse dai Sommi Pontifici.

V. Nelle città maggiori, specialmente in quelle ove sono Università, Licei, Ginnasi, si istituiscano Scuole di Religione, destinate ad istruire nelle verità della fede e nella pratica della vita cristiana la gioventù che frequenta le pubbliche scuole, dalle quali è bandito ogni insegnamento religioso.

VI. Considerando poi, che, segnatamente in questi tempi, anche gli adulti non meno dei fanciulli hanno bisogno della istruzione religiosa; tutti i Parrochi ed ogni altro avente cura di anime, oltre la consueta omilia sul Vangelo, che deve esser fatta nella messa parrocchiale in tutti i giorni festivi, spiegheranno il catechismo ai fedeli in modo facile e acconcio alla intelligenza degli uditori, in quell’ora che ciascun stimerà più opportuna per la frequenza del popolo, fuori però del tempo in cui si ammaestrano i fanciulli. Nel che dovranno fare uso del Catechismo Tridentino; e procederanno con tale ordine, che, nello spazio di un quadriennio o quinquennio, trattino tutta la materia del Simbolo, dei Sacramenti, del Decalogo, dell’orazione domenicale e dei Precetti della Chiesa.

XIV.

Tocca ai Vescovi invigilare accuratamente l’esecuzione delle cose prescritte.

Questo, Venerabili Fratelli, Noi prescriviamo e comandiamo con Apostolica Autorità. Tocca ora a voi, ordinarne l’esecuzione pronta ed intera nelle vostre diocesi; e con la forza della vostra potestà vigilare ed impedire che tali Nostre prescrizioni sieno dimenticate o, ciò che equivale, eseguite superficialmente. Il che perché si eviti, fa d’uopo che Voi non cessiate di raccomandare e pretendere che i parrochi non facciano senza apparecchio queste loro istruzioni, ma vi premettano diligente preparazione; non parlino parole di umana sapienza, ma “con semplicità di cuore e nella sincerità di Dio” (II, Cor. I, 12), imitando l’esempio di Gesù Cristo il quale, benché rivelasse “misteri nascosti fin dalla costituzione del mondo” (Matt. XIII, 35), parlava nondimeno “alle turbe sempre con parabole, né senza parabole discorreva alle medesime“(Ibid. 34). E lo stesso fecero altresì gli Apostoli ammaestrati dal Signore; dei quali disse il Pontefice S. Gregorio Magno: “Ebbero somma cura di predicare ai popoli ignoranti cose piane ed intelligibili, non sublimi ed ardue” (Moral., I. XVII, cap. 26). – E perciò che spetta alla Religione, la più parte degli uomini, ai dì nostri, sono da considerarsi ignoranti.

XV.

L’insegnamento del catechismo richiede grande preparazione.

Non vorremmo però che da questo studio di semplicità da taluno si inferisse che questo genere di predicazione non richiede fatica e meditazione, che anzi ne esige maggiore che qualunque altro genere. Più agevole assai è trovare un predicatore capace di tenere un eloquente e pomposo discorso, anzi che un catechista che faccia una istruzione lodevole sotto ogni riguardo. Qualunque pertanto sia la facilità che altri abbia da natura di concepire e di parlare, si rammenti bene che non potrà mai fare un fruttuoso catechismo ai fanciulli ed al popolo senza prepararvisi con molta riflessione. S’ingannano coloro che, facendo a fidanza con la rozzezza ed ignoranza del popolo, credono di poter procedere in questo fatto con trascuratezza. Per contrario, quanto più l’uditorio è grossolano, cresce l’obbligo di studio maggiore e di maggior diligenza, per mettere alla portata di ognuno verità sublimissime e sì remote dalla intelligenza del volgo, che pur fa d’uopo che tutti, non meno dotti che ignoranti, conoscano per conseguir l’eterna salute.

XVI.

Esortazione ai Vescovi.

Orsù pertanto, Venerabili Fratelli, Ci sia lecito, sul termine di questa Nostra Lettera, rivolgere a Voi le parole che disse Mosè: “Se alcuno appartiene al Signore si unisca a me” (Exod. XXXII, 26).Vi preghiamo e scongiuriamo, riflettete quanta rovina di anime si abbia per la sola ignoranza delle cose divine. Forse molte cose utili e certamente lodevoli avete voi istituite nelle vostre diocesi a vantaggio del gregge affidatovi: a preferenza di tutte però vogliate, con quanto impegno, con quanto zelo, con quanta assiduità vi è possibile, procurare ed ottenere che la scienza della cristiana dottrina penetri ed intimamente pervada gli animi di tutti. “Ciascuno“,sono parole dell’Apostolo S. Pietro, “come ha ricevuto la grazia, l’amministri a vantaggio altrui, come buoni dispensatori della multiforme grazia di Dio” (I, Petr. IV, 10). – Ed intercedente la Vergine Beatissima Immacolata, fecondi la vostra diligenza e le vostre industrie, l’apostolica benedizione, che, pegno del Nostro affetto ed auspice dei divini favori, impartiamo dall’intimo del cuore a Voi ed al clero e al popolo a ciascuno di voi affidato.

Dato a Roma, presso S. Pietro il giorno 15 aprile 1905, nel secondo anno del Nostro Pontificato.

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