TEMPO DI AVVENTO (2019)

 TEMPO DI AVVENTO (2019)

[Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani – Comm. D. G. Lefebvre O.S. B.; L.I.C.E. Berruti & C. Torino, 1950]

Dalla Domenica di Avvento al 24 Dicembre.

I. Commento Dogmatico.

La lettura dei testi liturgici dei quali si serve la Chiesa durante le quattro settimane del tempo dell’Avvento, ci mostra chiaramente la sua intenzione di farci partecipi dello spirito dei Patriarchi e dei veggenti di Israele, che attendevano la venuta del Messia, nel suo duplice avvento di grazia e di gloria. – La Chiesa Greca celebra nell’Avvento gli Antenati del Signore, e specialmente Abramo, Isacco e Giacobbe. Nella quarta domenica, essa venera tutti i Patriarchi dell’Antico Testamento da Adamo fino a S. Giuseppe e i Profeti dei quali S. Matteo parla nella genealogia di Gesù. La Chiesa Latina, senza onorarli di un culto particolare, ce ne parla tuttavia nell’Ufficio, citando le promesse che sono state loro fatte circa il Messia. È il magnifico corteo che precede Gesù nel corso dei secoli, che la Chiesa fa cosi sfilare ogni anno avanti ai nostri occhi.

Ecco Giacobbe [I domenica, 3° respons.], Giuda, [IV dom., 2° resp.], Mosè 3) [Intr. Vig. di Nat.] David [Epif. ed Ev. di Nat.], Michea [II dom., I resp.], Geremia [Merc, I Sett., 3° resp.], Ezechiele [I Sett., 2° resp.], Daniele [I dom. 2° resp.], Gioele [Lun. I Sett., 3° resp.], Zaccaria [I Dom., II Ant. lod.], Habacuc [mart. I Sett. 3° resp.], Osea1 [Ven. I Sett., Ant. Magnif.], Aggeo [VI Ant. Magg.], Malachia [Merc. II Sett., Benedictus]; ma soprattutto Isaia [Tutte le lezioni del I Notturno di Mattutino nell’Avvento sono di Isaia, come pure l’Introito della II dom., il Communio della III Dom., l’Introito, la Lezione, l’Offertorio e il Communio del Mercoledì delle Quattro Tempora, l’Epistola del Venerdì, le quattro lezioni del Sabato e il Communio della Vigilia di Natale], S. Giovanni Battista [Dei quattro Vangeli dell’Avvento, tre sono dedicati a lui], S. Giuseppe [Vang. Della Vig. di Nat., e la gloriosa Vergine Maria [I Dom., 3° resp. Ecc.], che riassume in sé tutte le speranze messianiche, perché dal suo fiat dipende la loro realizzazione. E tutte queste anime sante anelano al Salvatore, e, accese di desiderio, lo supplicano d’affrettare la sua venuta. Non si può fare a meno, seguendo le diverse parti delle Messe e dell’Ufficio dell’Avvento, d’essere colpiti da queste invocazioni al Messia, insistenti e continue: « Vieni, o Signore, non tardare più [IV. Dom. All.]— Venite adoriamo il Re che viene [Invit. Dom.]; « Il Signore è vicino, venite adoriamolo [Invit. III Dom.]. — « Vieni, Signore, per salvarci [Tratto Sab. Q. T.] — «Mostra la tua potenza, Signore, e vieni » [Oraz. IV Dom.]. — « O Saggezza, vieni ad insegnarci la via della prudenza» [Antif. Magg.. — « O Dio, guida della casa di Israele, vieni a redimerci con la potenza del tuo braccio » [Antif. Magg.]! — « O discendente di Jesse, vieni a liberarci e non tardare » [Antif. Mag. — « O chiave di David e scettro della casa d’Israele, vieni e libera il prigioniero immerso nelle tenebre e nell’ombra della morte » [Ant. Mag.]. — « O Oriente, splendore della luce eterna, vieni ed illumina quelli che giacciono nelle tenebre e nell’ombra della morte » [Anti. Mag.]. — « O Re delle Nazioni e loro desiderio, vieni a salvare l’uomo che hai creato dal fango » [Antif. Mag.]. — « O Emmanuele (Dio con noi) nostro Re e Legislatore, vieni a salvarci, Signore nostro Dio » [Ant. Mag.]. II Messia atteso è dunque lo stesso figlio di Dio, il Gran Re liberatore [III Dom. 4° e 8° resp.], che vincerà satana [Ep. Sab. Q. T.], che regnerà eternamente sul suo popolo [IV Dom. 4° resp.], e che tutte le nazioni serviranno [Sab. Q. T. 3° lez.] . — Ed è principalmente perché la misericordia divina si estende non solo a Israele, ma a tutti i Gentili, che noi dobbiamo far nostro questo « vieni » e dire a Gesù: « O pietra angolare, che riunisci in Te i due popoli, vieni ». — E quando sarà venuto, tutti saremo insieme guidati da questo divino Pastore. « Egli pascolerà il suo gregge, dice Isaia, prenderà gli agnelli nelle sue braccia e li porterà in seno, Egli il Signore nostro Dio » [II Dom. intr.]. Questa venuta del Cristo, annunciata dai Profeti ed alla quale anela il popolo di Dio, è duplice; è insieme V Avvento di misericordia, nel quale il Divino Redentore è apparso in terra nell’umile condizione della Sua esistenza umana, e l’avvento di giustizia, nel quale apparirà pieno di gloria e di maestà, alla fine del mondo, come Giudice e supremo Rimuneratore degli uomini. I Profeti dell’Antico Testamento non hanno separato queste due venute, così la liturgia dell’Avvento, che ci riferisce le loro parole, parla ora dell’uno e ora dell’altro. Nostro Signore stesso (Cfr. il Vangelo della I Domenica di Avvento), passa senz’altro dalla sua prima venuta alla seconda, e nella sua omelia sul Vangelo della III Domenica dell’Avvento, S. Gregorio spiega che S. Giovanni Battista, il precursore del Redentore, è, nello spirito e nella virtù, Elia, il precursore del Giudice. Queste due venute non hanno del resto lo stesso fine? Che, se il Figlio di Dio si è abbassato fino a noi facendosi uomo (1a venuta) è per farci risalire fino al Padre suo (Orazione della Domenica delle Palme) con l’introdurci nel suo regno celeste (2a venuta). E la sentenza che il Figlio dell’uomo, cui sarà rimesso ogni giudizio, pronuncerà quando tornerà in questo mondo, dipenderà dall’accoglienza che gli sarà stata fatta quando venne per la prima volta. « Questo fanciullo — dice Simeone — è posto per rovina e per risurrezione di molti, e come segno di contraddizione  ».(Vang. Dom. ottava di Natale]. Il Padre e lo Spirito attesteranno che il Cristo è il Figlio di Dio, e Gesù stesso lo proverà con le sue parole e con i suoi miracoli. E gli uomini dovranno far propria questa triplice testimonianza di Dio in tre Persone, e decideranno cosi essi stessi la loro sorte futura. « Beato — dice il Maestro — chi non si scandalizzerà di me » [Ev. II Dom. Avv.] perché « chi confiderà nel Cristo non sarà confuso » [1 S. Pietro II, 6). Sventura, al contrario, a chi si getterà contro questa pietra di salvezza, perché vi si spezzerà. « Se qualcuno arrossisce di me o delle mie parole — dichiara ancora Gesù, — il Figlio dell’uomo arrossirà di lui quando verrà nella sua gloria e in quella del Padre e dei Santi Angeli » [S. Luc. IX, 26). — « Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua Maestà e con Lui tutti gli Angeli, si porrà sul trono della sua gloria. E, adunate tutte le genti avanti a sé, separerà gli uni dagli altri, come il pastore le pecore dai capri. Porrà le pecore alla Sua destra e i capri alla sua sinistra. Allora il Re dirà a quelli che sono alla sua destra: « Venite, benedetti dal Padre mio, e possedete il regno dei Cieli, che vi è stato preparato dall’origine del mondo. Dirà poi a quelli che sono alla sua sinistra: « Fuggite da me, maledetti, andate al fuoco eterno, preparato per il diavolo e i suoi angeli » [Matth. XXV, 34, 41]. — Il Giudizio divino sarà dunque una separazione che Dio farà tra i buoni e i cattivi. « Giudicami, o Dio — dice il Salmista — e separa la causa mia da quella di un popolo che mi è nemico; liberami dall’uomo malvagio e ingannatore » [Ps. XLII, ai piedi dell’altare]. — Tutti quelli che avranno rinnegato il Cristo sulla terra, saranno da Lui allontanati e separati per sempre da quelli che gli sono fedeli, mentre adunerà intorno a se quelli che l’avranno seguito, per farne i figli di Dio. Accoglierà nel suo seguito tutti quelli che lo avranno accolto con fede e con amore, e li farà entrare nel regno del Padre Suo. Intimamente uniti al Figlio di Dio fatto uomo, essi saranno per tutta l’eternità ciò che S. Paolo chiama il Cristo e il suo Corpo mistico » e S. Agostino « il Cristo totale ». E su questo principio Gesù giustificherà la sua sentenza, che separerà i buoni dai cattivi, dicendo: « Tutto ciò che avrete fatto al minimo dei miei, l’avrete fatto a me, e tutto ciò che non avrete fatto a questi, non l’avrete fatto a me ». È dunque proprio dall’accettazione del « mistero del Cristo » come lo chiama l’Apostolo, cioè del mistero dell’Incarnazione con tutte le sue conseguenze (accettazione di Gesù nel suo avvento d’umiltà, e accettazione della sua Chiesa, che dividerà le umiliazioni del suo Sposo divino), che dipenderà il giudizio finale; ed è per questo che, dopo aver parlato della nascita del fanciullo Gesù a Natale, la Chiesa parla, nel tempo dopo l’Epifania, dell’accoglienza ch’ebbe tanto dagli umili pastori giudei come dai potenti re-Magi, primizie delle nazioni pagane ch’entreranno nella Chiesa per la loro fede in Gesù, mentre gli orgogliosi giudei ne rimarranno fuori. « I Gentili dovevano essere tutti raccolti, scrive S. Gregorio, mentre i giudei stavano per essere dispersi a causa della loro perfidia »  [Sab. Q. T., T. I lez.]. — « Non ho trovato fede si grande in Israele — dirà il Cristo al Centurione pagano, — e cosi molti verranno dall’Oriente e dall’Occidente, e parteciperanno al festino con Abramo, Isacco e Giacobbe, nel regno dei cieli; mentre i figli del regno (i Giudei) saranno gettati nelle tenebre esteriori » [V. III Don. Epif.]. E ancora: « Lasciate crescere insieme il loglio e il frumento, fino al tempo della mietitura, e al tempo della mietitura, io dirò ai mietitori: « Raccogliete prima il loglio, e legatelo in fasci per bruciarlo e radunate poi il grano nel mio granaio » [Ev. V Dom. Epif.] . — E in tutte le Epistole di questo stesso tempo dopo l’Epifania che chiude il ciclo di Natale, San Paolo insisterà sul grande precetto dell’amore verso il prossimo. « Soprattutto, abbiate la carità, che è il vincolo della perfezione: e la pace di Cristo regni nei vostri cuori, nella quale siete uniti per formare un solo corpo. E tutto quello che farete in parole ed in opere, fatelo tutto nel nome del Signore Gesù Cristo, rendendo grazie a Dio per Gesù Cristo nostro Signore » [Ep. V Dom. Epif.]. Si comprende allora il compito dell’Avvento. Questo tempo ci prepara a ricevere, con le disposizioni necessarie, Gesù nel suo primo avvento, perché le feste di Natale sono per la Chiesa l’anniversario ufficiale della venuta del Salvatore; ed Egli ci prepara perciò ad essere nel numero dei benedetti dal Padre Suo quando verrà la seconda volta. La liturgia di questo tempo ci mostra dunque insieme le due venute affinché, noi guardiamo con la stessa confidenza alla nascita del Fanciullo del Presepio che nascerà sempre di più in noi per la grazia a Natale, e alla venuta del nostro Sovrano Giudice che ci introdurrà nel suo regno, e ci separerà dai malvagi, « mettendo tra loro e noi un abisso » [S. Luc. XVI, 26]. Al contrario dunque dei Giudei, i quali non vollero ammettere che la venuta di gloria del Messia, occupiamoci ora soltanto della sua venuta di misericordia. Lasciamo alle formule liturgiche tutta la loro ampiezza per non togliere nulla della loro efficacia, e diciamo come la Chiesa: Veni, Domine, vieni, o Signore, mio Salvatore e mio Giudice. Liberami quaggiù dai miei peccati e accoglimi un giorno nel tuo Cielo. Adveniat regnum tuum. Con tutti i Patriarchi ed i Profeti, io metto in Te, o Signore, ogni mia speranza: Per adventum tuum libera nos, Domine. Quanto è provvida la liturgia di questo tempo che ci prepara a celebrare il primo avvento di Gesù in preparazione del secondo, in modo che, godendo delle grazie del Redentore, non abbiamo a temere i castighi del Giudice. « Fa’, o Signore — domanda la Chiesa — che accogliendo con allegrezza il Figlio di Dio ora che viene a redimerci, possiamo rimirarlo con fiducia quando verrà per giudicarci » [Oraz. V. di Nat.]. L’Avvento ci mostra dunque che Gesù è il centro di tutta la storia del mondo. Cominciata da Adamo con l’attesa del suo avvento di grazia, finirà con l’attuazione della sua venuta di gloria. E la liturgia affida a tutti i Cristiani un ufficio in questo disegno divino; perché, se Gesù è venuto sulla terra rispondendo alla chiamata dei giusti dell’Antico Testamento, è rispondendo all’appello che di generazione in generazione fanno risonare le anime fedeli, ch’Egli viene sempre più in esse con la sua grazia nelle feste di Natale; ed è infine in risposta all’invito degli ultimi Cristiani, che saranno perseguitati dall’Anticristo, alla fine dei tempi, che egli affretterà la sua Venuta per liberarli. « Per gli eletti questi giorni saranno abbreviati » dice Gesù. Il compito della preghiera nell’attuale economia della Provvidenza, è cosi essenziale, che non può non cooperare a questo doppio avvento del grande Liberatore: « Veni, Domine, noli tardare». E come nella sua eternità Dio ha inteso, in qualche modo simultaneamente, tutte queste preghiere, la Chiesa preferisce nella, sua liturgia sopprimere quasi del tutto le nozioni del tempo e di distanza, e rendere in un certo senso contemporanee tutte le generazioni. Ed è cosi che le nostre aspirazioni al Cristo sono identiche a quelle dei Patriarchi e dei Profeti, perché il Breviario e il Messale mettono sulle nostre labbra le stesse parole da loro un tempo pronunciate. Così, nel corso dei secoli, non è che un solo grido di fede, di speranza e d’amore che si eleva verso Dio e il Suo Figlio divino. Partecipiamo dunque alle aspirazioni entusiastiche e alle ardenti suppliche di Isaia, di Giovanni Battista e della benedetta Vergine Maria, queste tre figure che riassumono così perfettamente tutto lo Spirito del Tempo dell’Avvento, ed attendiamo sinceramente, amorosamente, impazientemente Gesù nel suo doppio Avvento: « Venite, adoriamo il Re che viene ». – Le iniziali delle Antifone Maggiori dell’Avvento lette in senso inverso, offrono questa frase: Ero Cras, cioè: io sarò domani. Ciò significa che la preparazione alla doppia venuta di Gesù è tanto più necessaria in quanto l’una e l’altra sono vicine. La prima è Natale che ci ricorda la sua venuta passata; la seconda è il momento della nostra morte che ci annunzia la sua venuta futura.

E — O Emmanuel veni!

R — O Rex veni!

O — O Oriens veni!

C — O Clavis veni!

R — O Radix veni!

A — O Adonai veni!

S — O Sapientia veni!

II. – Commento Storico.

Le predizioni dei Profeti si erano verificate: il retaggio Dio era passato nelle mani dei Romani, lo scettro era stato tolto alla casa di Giuda (2° resp. IV Dom.). Il Messia doveva venire, e il mondo, e soprattutto i Giudei, lo attendevano. Giovanni Battista, docile alla voce di Dio, lascia il deserto dove ha trascorso l’infanzia: viene nella regione del Giordano a Betania e dà un battesimo di penitenza per preparare e anime alla venuta del Cristo (Vangelo della IV Domenica dell’Avvento). Le sue virtù sono tali che si potrebbe credere Egli sia il Messia. Anche i Farisei gli mandano, da Gerusalemme, una deputazione di Sacerdoti e di leviti per interrogarlo. Egli risponde di essere colui, del quale Isaia ha predetto: « Io sono la voce che grida nel deserto: preparate la via del Signore » (Vangelo della III Dom. dell’Avvento). E vedendo Gesù che viene allora al Giordano per essere battezzato, dichiara che quegli è l’Agnello di Dio, il cui sangue cancellerà i peccati degli uomini. – Più tardi Giovanni Battista è gettato in prigione nella fortezza di Macheronte, a Oriente del Mar Morto, in Perea. Li conosce il numerosi miracoli di Gesù, e probabilmente la risurrezione del figlio della vedova di Naim che Egli ha operato in Galilea nel secondo anno del suo ministero pubblico; Giovanni gli manda allora dalla sua prigione due discepoli, perché il Cristo possa manifestare a tutti la sua missione: «Sei tu quello che deve venire?» (Vang. della II Dom. dell’Avvento). E Gesù risponde con la profezia di Isaia che diceva del Messia: « Dio verrà Egli stesso e vi salverà. Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno le orecchie dei sordi; lo zoppo salterà come un cervo, e sarà sciolta la lingua dei muti » [Isai. XXXV, 4-6]. Questi miracoli il Figlio di Maria li fa, Egli è dunque il Messia. In quanto a Giovanni, continua il Maestro, è di Lui che Isaia ha cosi scritto: « Ecco che Io mando avanti a te il mio Angelo per precederti e prepararti la via ». Egli è il precursore di Gesù, « egli viene per rendere testimonianza alla luce ». Questa testimonianza egli la rese ai Giudei; ed egli ce la rende ogni anno per mezzo dei Vangeli, che si leggono durante l’Avvento, e ogni giorno nell’ultimo Vangelo e nell’« Ecce Agnus Dei » della Messa. Un tempo le domeniche dell’Avvento si succedevano nell’ordine inverso a quello attuale. La Domenica più vicina a Natale era la prima, la domenica precedente la seconda, ecc.. È da notare che i Vangeli che parlano di S. Giovanni si succedevano in tal caso nell’ordine storico. – Il Vangelo della IX Domenica dopo la Pentecoste, ci riferisce un’altra profezia che fece Gesù. Il giorno della sua entrata trionfale in Gerusalemme, trovandosi coi suoi discepoli sul monte degli Ulivi, e, vedendo la città che si stendeva davanti ai suoi occhi, annunciò che Gerusalemme sarebbe stata distrutta, perché non l’aveva accolto. E due giorni dopo parlò della sua seconda venuta alla fine del mondo. Allora gli elementi saranno sconvolti ed il Figlio dell’Uomo verrà con grande potenza e grande maestà. « Alzate allora il capo perché la vostra redenzione è vicina… quando vedrete tutto questo, sappiate che il regno di Dio è vicino ». Il cielo e la terra passeranno, ma le parole del Maestro non passeranno; avranno dunque la loro realizzazione.

III. – Commento Liturgico.

La data iniziale dell’anno liturgico era nel V secolo la festa dell’Annunciazione [Lettera di Papa Gelasio I (492-496)]. Celebrata prima in Dicembre, questa Solennità fu trasferita in Marzo. Nel X secolo si comincia l’anno alla I Domenica di Avvento, cioè qualche settimana prima di Natale. Dal 380, un Concilio di Saragozza ordina una preparazione di otto giorni alla festa di Natale. Al Concilio di Tours nel 563 si fa menzione dell’Avvento come di un periodo liturgico con suoi riti e formule proprie. Nella liturgia nestoriana (v°. secolo) l’Avvento aveva una durata di quattro domeniche, chiamate Domeniche dell’Annunciazione, e nelle liturgie ambrosiane e mozarabica, se ne contavano sei. Nella liturgia Romana l’Avvento durò prima cinque settimane, attualmente quattro. La prima domenica dell’Avvento è quella che è più vicina alla festa di S. Andrea, celebrata il 30 novembre. – La gioia di veder presto venire il Cristo è una delle note dominanti nell’Avvento. Contenuta prima, vi erompe poi liberamente fino a divenire esultanza a Natale. L’idea della purificazione delle anime, intimamente legata a quella del ritorno di Cristo, si trova così in questo tempo in ogni pagina del Breviario e del Messale. Gli Inni, la scelta dei Salmi, la predicazione dei Profeti, quella del Precursore, le Collette delle quattro domeniche, il versetto così spesso ripetuto: Rectas facile semitas eius, rendete diritti i suoi sentieri, parlano delle necessità della preparazione delle nostre anime alla venuta del Salvatore nel suo duplice avvento. « Fate penitenza, dice Gesù, perché il regno dei cieli è vicino» (Ant. Bened. Lunedi IV Settimana). Nel Medio evo si prescrisse il digiuno durante l’Avvento, che si chiamava « La quaresima di Natale ». Si velarono anche le statue come al tempo della Passione. Ora si impiegano ancora, come in quaresima, gli ornamenti violetti e si sostituisce il Benedicamus Dominoall’Ite missa est. Durante l’Avvento si canta l’Antifona Alma Redemptoriscol suo versetto Angelus Domini, e la seconda orazione della Messa è De beata, per la parte che Maria ebbe nell’Incarnazione, che è il mistero che occupa in questo momento la Santa Chiesa. Non si canta più il Gloria in Excelsis, perchè è il canto degli angeli al presepe e bisogna, in questo nuovo anno ecclesiastico, ora incominciato, che solo a Natale si faccia sentire per la prima volta.

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: DICEMBRE 2019

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA – DICEMBRE 2019

DICEMBRE È IL MESE CHE LA CHIESA DEDICA ALL’IMMACOLATA CONCEZIONE ED ALLA NATIVITÀ DI N. S. GESÙ CRISTO

Spettacolo commovente fonte di tanti dolci e teneri sentimenti è quello che si presenta questa sera alla nostra considerazione. L’umile capanna di Betlemme che, prima, accolse nel suo squallore l’Unigenito di Dio e di Maria, Gesù Cristo. La capanna di Betlemme illuminata da celeste splendore sopra la quale risuona l’angelico canto: Gloria in altissimis Deo; et in terra pax hominibus bonæ voluntatis.

La capanna di Betlemme scelta da Gesù nella nascita come sua Reggia: la mangiatoia scelta da Gesù come trono regale su questa terra…

[G. Perrone: La Vergine Madre di Dio e la vita cristiana. – Libr. del Sacro Cuore, Torino, 1908]

125

Novendiales preces ante festum Nativitatis Domini

Fidelibus, qui novendiali pio exercitio, in honorem divini Infantia Iesu publice peracto ante festum Nativitatis Domini, devote interfuerint, conceditur:

Indulgentia decem annorum quolibet die;

Indulgentia plenaria, accedente sacramentali confessione, sacra Communione et oratione ad mentem Summi Pontificis, si per dies saltem quinque novendiali supplicationi adstiterint. Iis vero, qui praefato tempore preces vel alia pietatis obsequia divino Infanti privatimpræstiterint, cum proposito idem per novem dies continuos explendi, conceditur:

Indulgentia septem annorum semel quolibet die;

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, novendiali exercitio absoluto; at ubi hoc publice peragitur, huiusmodi indulgentia ab iis tantum acquiri potest, qui legitimo detineantur impedimento quominus exercitio publico intersint

(Secr. Mem., 12 aug. 1815; S. C. Indulg., 9 ini. 1830; S. Pæn. Ap., 21 febr. 1933).

[Nella novena pubblicamente recitata, o se impediti: 10 anni ogni giorno e plenaria alla fine della novena. In quella recitata privatamente: 7 anni per ogni giorno].

125

Novendiales preces a die 16 ad diem 24 cuiusvis mensis

I . Eterno Padre, io offro a vostro onore e gloria, per la mia salute eterna e per quella di tutto il mondo il mistero della Nascita del nostro divin Redentore.

Gloria Patri.

II. Eterno Padre, io offro a vostro onore e gloria, per la mia eterna salute e per quella di tutto il mondo, i patimenti della Santa Vergine e di san Giuseppe in quel lungo e faticoso viaggio da Nazareth a Betlemme, e l’angoscia del loro cuore per non trovare luogo da mettersi al coperto, allorché era per nascere il Salvatore del mondo.

Gloria Patri.

III. Eterno Padre, io offro a vostro onore e gloria, per la mia eterna salute e per quella di tutto il mondo, i patimenti di Gesù nel presepio ove nacque, il freddo che soffrì, le lagrime che sparse, ed i suoi teneri vagiti.

Gloria Patri.

IV. Eterno Padre, io offro a vostro onore e gloria, per la mia eterna salute e per quella di tutto il mondo, il dolore che sentì il divino Infante Gesù nel suo tenero corpicciuolo, allorché si soggettò alla circoncisione; vi offro quel Sangue prezioso, che allora Egli sparse la prima volta, per la salvezza di tutto il genere umano.

Gloria Patri.

V. Eterno Padre, io offro a vostro onore e gloria, per la mia eterna salute e per quella di tutto il mondo, l’umiltà, la mortificazione, la pazienza, la carità, le virtù tutte di Gesù Bambino, e vi ringrazio, amo e benedico infinitamente per questo ineffabile mistero dell’Incarnazione del divin Verbo.

Gloria Patri.

V. Verbum caro factum est;

R. Et habitavit in nobis.

Oremus.

Deus, cuius Unigenitus in substantia nostræ carnis apparuit; praesta, quæsumus, ut per eum, quem similem nobis foris agnovimus, intus reformari mereamur: Qui tecum vivit et regnat in sæcula sæculorum. Amen.

Indulgentia septem annorum semel quovis die.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, novendiali exercitio in finem adducto (S. C. Indulg., 23 sept. 1846;S. Pæn. Ap., 14 oct. 1934).

II

PRECES

126

V., Deus, in adiutorium meum intende;

R., ad adiuvandum me festina,

V., Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto,

R.,. Sicut erat in principio et nunc et semper, et in sæcula sæculorum. Amen.

Pater noster…

I. Iesu Infans dulcissime, e sinu Patris propter nostram salutem descendens, de Spiritu Sancto conceptus, Virginis uterum non horrens, et Verbum caro factum, formam servi accipiens, miserere nostri.

Miserere nostri, Iesu Infans, miserere nostri.

Ave Maria.

II. Iesu Infans dulcissime, per Virginem Matrem tuam visitans Elisabeth, Ioannem Baptistam Præcursorem tuum Spiritu Sancto replens et adhuc in utero matris suae sanctificans, miserere nostri.

Miserere, etc. Ave Maria.

III. Iesu Infans dulcissime, novem mensibus in utero clausus, summis votis a Maria Virgine et a sancto Ioseph expectatus, et Deo Patri prò salute mundi oblatus, miserere nostri.

Miserere, etc. Ave Maria.

IV. Iesu Infans dulcissime, in Bethlehem ex Virgine Maria natus, pannis involutus, in præsepio reclinatus, ab Angelis annuntiatus et a mpastoribus visitatus, miserere nostri.

Miserere, etc. Ave Maria.

Iesu, tibi sit gloria,

Qui natus es de Virgine,

Cum Patre et almo Spiritu,

In sempiterna saecula. Amen.

V., Christus prope est nobis.

R., Venite, adoremus.

Pater noster.

V. Iesu Infans dulcissime, in Circumcisione post dies octo vulneratus, glorioso Iesu nomine vocatus, et in nomine simul et sanguine Salvatoris officio præsignatus, miserere nostri.

R., Miserere, etc. Ave Maria.

VI. Iesu Infans dulcissime, stella duce tribus Magis demonstratus, in sinu Matris adoratus, et mysticis muneribus, auro, thure et myrrha donatus, miserere nostri.

R., Miserere etc. Ave Maria.

VII. Iesu Infans dulcissime, in tempio a Matre Virgine præsentatus, inter brachia a Simeone amplexatus, et ab Anna prophetissa Israèli revelatus, miserere nostri.

R., Miserere etc. Ave Maria.

VIII. Iesu Infans dulcissime, ab iniquo Herode ad mortem quæsitus, a sancto Ioseph in Ægyptum cum Matre deportatus, a crudeli cæde sublatus, et præconiis Martyrum Innocentium glorificatus, miserere nostri.

R., Miserere, etc. Ave Maria.

Iesu, tibi sit gloria,

Qui natus es de Virgine

Cum Patre et almo Spiritu

In sempiterna sæcula. Amen.

V., Christus prope est nobis.

R., adoremus.

Pater noster.

IX. Iesu Infans dulcissime, in Ægyptum cum Maria sanctissima et Patriarcha sancto Ioseph usque ad obitum Herodis commoratus, miserere nostri.

R., Miserere, etc. Ave Maria.

X. Iesu Infans dulcissime, ex Ægypto cum Parentibus in terram Israel reversus, multos labores in itinere perpessus, et in civitatem Nazareth ingressus, miserere nostri.

R., Miserere etc. Ave Maria.

XI. Iesu Infans dulcissime, in sancta Nazarena domo, subditus Parentibus, sanctissime commoratus, paupertate et laboribus faticatus, in sapientiae, aetatis et gratiae profectu confortata, miserere nostri.

R., Miserere etc. Ave Maria.

XII. Iesu Infans dulcissime, in Ierusalem duodennis ductus, a Parentibus cum dolore quæsitus, et post triduum cum gaudio inter Doctores inventus, miserere nostri.

R., Miserere etc. Ave Maria.

Iesu, tibi sit gloria,

Qui natus es de Virgine

Cum Patre et almo Spiritu

In sempiterna sæcula. Amen.

Die Nativitatis Domini et per Octavam:

V. Verbum caro factum est, alleluia.

R. Et habitavit in nobis, alleluia.

In Epiphania Domini et per Octavam:

V., Christus manifestavit se nobis, alleluia.

R., adoremus, alleluia.

Per annum.

V., Verbum caro factum est,

R., et habitavit in nobis.

Oremus.

Omnipotens sempiterne Deus, Domine cæli et terræ, qui te revelas parvulis; concede, quæsumus, ut nos sacrosancta Filii tui Infantis Iesu mysteria digno honore recolentes, dignaque imitatione sectantes, ad regnum caelorum promissum parvulis pervenire valeamus. Per eumdem Christum Dominum nostrum. Amen.

Indulgentia quinque annorum semel in die.

Indulgentia plenaria, suetis conditionibus,

iis qui die 25 cuiusvis mensis supra relatas preces pia mente recitaverint

(S. C. Indulg., 23 nov. 1819; S. Pæn. Ap., 8 iun. 1935).

III

ORATIONES

127

Amabilissimo nostro Signore Gesù Cristo, che fatto per noi Bambino, voleste nascere in una grotta per liberarci dalle tenebre del peccato, per attirarci a Voi, ed accenderci del vostro santo amore, vi adoriamo per nostro Creatore e Redentore, vi riconosciamo e vogliamo per nostro Re e Signore, e per tributo vi offriamo tutti gli affetti del nostro povero cuore. Caro Gesù, Signore e Dio nostro, degnatevi di accettare questa offerta, e affinché sia degna del vostro gradimento, perdonateci le nostre colpe, illuminateci, infiammateci di quel fuoco santo, che siete venuto a portare nel mondo, per accenderlo nei nostri cuori. Divenga per tal modo l’anima nostra un altare, per offrirvi sopra di esso il sacrificio delle nostre mortificazioni; fate che essa cerchi sempre la vostra maggior gloria qui in terra, affinché venga un giorno a godere delle vostre infinite bellezze in cielo. Così sia.

Indulgentia trium annorum.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo quotidie per integrum mensem oratio devote repetita fuerit (S. C. Indulg., 18 ian. 1894; S. Pæn. Ap., 21 febr. 1933).

Queste sono le feste di DICEMBRE:

1 Dominica I Adventus    Semiduplex I. classis *I*

2 S. Bibianæ Virginis et Martyris    Semiduplex

3 S. Francisci Xaverii Confessoris    Duplex majus

4 S. Petri Chrysologi Episcopi Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

5 S. Sabbæ Abbatis    Feria

6 S. Nicolai Episcopi et Confessoris    Duplex

              PRIMO VENERDI’

7 S. Ambrosii Episcopi Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

Vigilia dell’Immacolata: digiuno ed astinenza.

        PRIMO SABATO

8      In Conceptione Immaculata Beatæ Mariæ Virginis    Duplex I. classis

        Dominica II Adventus    Semiduplex II. Classis

10 S. Melchiadis Papæ et Martyris    Feria

11 S. Damasi Papæ et Confessoris    Duplex

13 S. Luciæ Virginis et Martyris    Duplex

15 Dominica III Adventus    Semiduplex II. classis

16 S. Eusebii Episcopi et Martyris    Semiduplex

18 Feria IV Quattuor Temporum Adventus    Semiduplex

20 Feria VI Quattuor Temporum Adventus    Semiduplex

21 S. Thomæ Apostoli    Duplex II. Classis

      Sabbato Quattuor Temporum Adventus    Semiduplex

22 Dominica IV Adventus    Semiduplex II. classis

24 In Vigilia Nativitatis Domini    Duplex I. classis

25 In Nativitate Domini    Duplex I. classis *L1*

26 S. Stephani Protomartyris    Duplex II. classis *L1*

27 S. Joannis Apostoli et Evangelistæ    Duplex II. classis *L1*

28 Ss. Innocentium    Duplex II. classis *L1*

29 Dominica Infra Octavam Nativitatis    Semiduplex Dominica minor

     Die quinta post Nativitatem    Feria privilegiata *L1*

30 Die sexta post Nativitatem    Semiduplex *L1*

31 Die septima post Nativitatem    Semiduplex *L1*

LO SCUDO DELLA FEDE (88)

LO SCUDO DELLA FEDE (88)

[S. Franco: ERRORI DEL PROTESTANTISMO, Tip. Delle Murate, FIRENZE, 1858]

PARTE TERZA.

CAPITOLO XI

TERZA CAUTELA, BANDIRE IL MAL COSTUME

L’ignoranza e la superbia preparano pur troppo le vie a perdere la Fede, ma più ancora ne dà la spinta il vivere scostumato. Osservate, diceva S. Girolamo fin dai suoi tempi, osservate tutti quelli che nella S. Chiesa sorsero a spacciare eresie, osservate e non ne troverete uno che sia casto. Si fa poi ad enumerarli, incominciando da Simone il Mago e venendo giù a mano a mano fino ai suoi tempi e dimostra che tutti furono invischiati in passioni vituperose. Il Protestantismo però è così famoso in questa parte che ha superate tutte le antiche eresie. Il corifeo dei Protestanti levò la bandiera dell’incontinenza, sposando sacrilegamente una Religiosa; quelli che ne seguitarono la dottrina, tolsero subito ad imitarne l’esempio. Tutti i primi capi furono veduti assalire i conventi, e rubare e sedurre quante donne potevano. Le prime e più solenni adunanze di quei teologi si tennero in varie osterie fra il fumo della birra ed il nidore della cucina mescolato a discorsi così infami che se ne vergognerebbe un soldato onesto. In fatto poi di turpitudini e lussurie, la Riforma passò così sfrenatamente tutti i segni che a molti di quei che si erano sulle prime lasciati sedurre, bastò questo spettacolo per ritrarsi di nuovo in seno alla Cattolica Chiesa. – E da questa sfrenatezza appunto che permise anzi che inventò sulla terra, ripete il Protestantismo l’esito che ebbe di un gran numero di seguaci. Imperocché che cosa desidera chi è disonesto? Vuole gettarsi in braccio a tutti i godimenti sensuali e saziarsene senza la noia del rimorso. Ora il Protestantismo era tutto il caso. Lutero avendo negata la necessità delle buone opere, avendo proclamata l’impossibilità della continenza, avendo insegnato che per qualunque colpa non si poteva perdere la salute, purché altri credesse in Cristo, aveva con ciò solo dato ad ognuno piena libertà di sfogarsi a talento. Abrogata poi la Confessione, era anche tolta la noia del doversi confondere davanti ad un Sacerdote: abrogate leopere satisfattorie, era tolto l’obbligo di far penitenza. In questa dottrina comoda ogni sensuale trovava il suo conto. epperò tanti vi si gettavano dietro perdutamente. Ora quel che avvenne in passato può  avvenire anche al presente. A chi potranno queste dottrine perverse far gola, a chi svegliare la brama di abbracciarle? A tutti quelli che sono vaghi di libertà vergognose. – Epperò se voi mi domandaste chi sono quelli che corrono maggior pericolo di prevaricare, ecco quello che vi risponderei. Nelle città sono in maggior pericolo quei giovani, i quali scosso ogni freno ed abbandonato ogni timor divino passano i giorni loro in preda alle dissolutezze; le cui menti ed immaginazioni si dilettano di continuo di  fantasmi sozzi, le cui labbra si contaminano incessantemente di parlari immondi; i cui cuori si pascono sempre di compiacenze e di affetti indegni. Questi scostumati che anelano ad ogni sfogo brutale, amano di levarsi di dosso la Religione Cattolica. Ed anche perciò lo desiderano, perché dove è in onore il Cattolicismo, ivi trovano molti ostacoli ai loro infami desideri. Li avete talvolta sentiti predicare nelle vostre campagne, che il Cattolicismo non è buono? Sapete il perché? Perché fa loro incomodo. Sanno che fintantoché le vostre spose, le vostre fanciulle mantengono l’amore alla S. loro Fede, guardano anche caro il santo pudore. Ciò non fa i loro conti. Vorrebbero che fossero un poco più alla mano, un po’ meno selvatiche … mi avete capito? – Ecco donde nascono certe grandi convinzioni in favore del Protestantismo. Oh vergogna dell’umana natura! Nelle città ancora sono in pericolo quegli artieri, i quali non hanno voglia di lavorare ed hanno da alimentare mille vizi infami, che hanno da mantenere tresche, che hanno da contentare i capricci di questa e di quella, che rubano alla famiglia quel che gettano Iddio sa dove: anche questi sono in gran pericolo della Fede, perché riuscirebbe loro più comodo di non presentarsi alla Chiesa, alla Confessione, agli esercizi di pietà. Presso di voi nelle campagne chi sono quelli che vivono in pericolo di essere sedotti? Quei buoni contadini padri di famiglia, che vivono assennatamente, che vegliano sopra i figliuoli e le figliuole; o anche quei giovani onesti che fuggono il vizio e che aspettano con timor di Dio il tempo di collocarsi in un onesto matrimonio? Oh no davvero. – Questi amano la loro Religione, la rispettano, la praticano, e non entrano nelle cricche e nelle combriccole dei Protestanti. Quelli che corrono pericolo nella Fede sono certi che sono lo scandalo e la peste della parrocchia, o che sono invischiati in amorazzi indegni ed in pratiche vergognose, che hanno quelle boccacce sozze sempre piene di discorsi animaleschi: quelli che per conseguenza non hanno alcun sapore delle cose di Dio e della pietà, che bisogna cacciarli a fare la Pasqua con gli urti e con gli spintoni: quelli che stanno tutto il tempo della Messa sdraiati sopra una panca, e poi in Chiesa e fuori insultano tutte le donne che entrano ed escono. Sì, questi sono i bocconi buoni per la nuova religione. Io ho sentito uno di essi una volta dirlo assai chiaramente. Io vo’ farmi Protestante, perché così si fa una vita più comoda. La maggior libertà di vivere è quella che fa gola a tutti i viziosi. – Credereste? Perfino alcuni Ecclesiastici, alcuni Religiosi, sono giunti per questa via a perdere la Fede. Oh questo è uno scandalo, direte voi. Niente affatto: questa è una prova di più in favore della Fede Cattolica, la quale è tanto pura, tanto immacolata, che non può mantenere a lungo andare nel suo seno neppure gli Ecclesiastici quando si dimenticano al tutto della purezza del loro stato. Nei primi tempi del Protestantismo tutti i Religiosi e Sacerdoti che apostatarono, tutti il fecero per prender moglie sacrilegamente: tantoché quando si vedeva qualcuno d’essi vago di libertà e sfrenato di costumi, si diceva che doveva esser vicino ad andare in Ginevra a cambiare la fede: ed un bell’umore di quei tempi scrisse che l’affare della Riforma Protestante finiva sempre come la commedia, col matrimonio. – Ai tempi nostri è lo stesso. In Inghilterra ed in America vi sono alcuni Ecclesiastici fuggiti da noi, i quali hanno abiurata la Fede. Ebbene qual fu il loro grande motivo? Dopo di avere scandalizzato i nostri paesi con le loro sozzure si sono gettati tra i Protestanti per menare moglie. Ne sono testimonio il De Sanctis, l’Achilli, il Bonamici ed altri; ed alcuni di quelli che tocchi più tardi da miglior coscienza si sono ravveduti e tornarono alla male abbandonata Chiesa Cattolica, ebbero a confessare che non per convinzione che ne avessero, sebbene per soddisfare le loro passioni, si erano gettati in quel precipizio. Ora se il vizio della disonestà può giungere fino a fare prevaricare un Sacerdote, un Religioso, in che pericolo può mettere un rozzo, un ignorante, che non sa poi sopra qual fondamento saldissimo si appoggi la S. Fede? in quale un giovine che ha passata tutta la sua vita in divertimenti, e che ha il cuore snervato dai vizi? in quale una donna, una giovane le quali vivono d’immaginazione e di senso più che di ragione quando sono perdute nel vizio? Oh non vi ha sicurezza nessuna per chi si abbandona all’incontinenza e disonestà! Fu osservato da storici gravi, che la ragione verissima per cui nel secolo decimosesto fu accolta in tanti paesi la Riforma, altra non fu che quella di cui parliamo. Erano rilasciati i costumi, affranti i cuori, e riusciva sommamente gradevole una religione che toglieva il freno a chi lo portava tanto di mala voglia, e Dio a punire la scostumatezza di quelle misere genti permise che fosse loro tolta la S. Fede. Quel che è avvenuto altre volte può accadere di nuovo. Ci preservi Iddio da un flagello che sarebbe il più tremendo che potesse uscire dalle mani della sua giustizia [come oggi il Novus Ordo degli apostati modernisti della “contro-chiesa” vaticana, il più grande flagello di tutta la storia con cui Nostro Signore sta punendo l’umanità corrotta – ndr. -]: ma perché Iddio ci preservi da quel castigo, manteniamo noi la bella, la santa onestà.

SALMI BIBLICI: “DEUS, MISEREATUR NOSTRI, ET BENEDICAT NOS” (LXVI)

SALMO 66: “DEUS, MISEREATUR NOSTRI, et benedicat nos”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS PAR.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME DEUXIÈME.

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR – 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 66

In finem, in hymnis. Psalmus cantici David.

[1] Deus misereatur nostri, et benedicat nobis;

illuminet vultum suum super nos, et misereatur nostri;

[2] ut cognascamus in terra viam tuam, in omnibus gentibus salutare tuum.

[3] Confiteantur tibi populi, Deus, confiteantur tibi populi omnes.

[4] Lætentur et exsultent gentes, quoniam judicas populos in æquitate, et gentes in terra dirigis.

[5] Confiteantur tibi populi, Deus, confiteantur tibi populi omnes.

[6] Terra dedit fructum suum: benedicat nos Deus, Deus noster!

[7] Benedicat nos Deus, et metuant eum omnes fines terræ.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LXVI

Desiderio veemente che ha Davide di vedere il Messia e la redenzione del genere umano.

Per la fine: sopra gli inni; salmo o cantico di David.

1. Iddio abbia pietà di noi, e ci benedica; faccia splendere la luce della sua faccia sopra di noi, e abbia di noi pietà.

2. Affinché la tua via conosciamo sopra la terra, e la salute tua (che è) per tutte le genti.

3. A te dian laude, o Dio, i popoli; a te dian laude i popoli tutti.

4. Si rallegrino ed esultino le genti, perché tu governi i popoli nell’equità, e se’ duce delle nazioni sulla terra.

5. Te confessino, o Dio, i popoli; te confessino i popoli tutti:

6. la terra ha dato il suo frutto.

7. Ci benedica Dio, il nostro Dio; Dio ci benedica, e lo temano tutte l’estremità della terra.

Sommario analitico

Questo salmo è l’espressione delle voci che il Salmista riporta sull’avvento del Messia, l’Incarnazione del Figlio di Dio e la liberazione che deve portare a tutti i popoli. (1)

(1) Questa salmo è senza il nome dell’autore. Secondo un certo numero di interpreti esso sarebbe stato composto sotto Ezechia, e possiede caratteristiche analoghe a quelle dei salmi dei figli di Core.

I. – Egli prega Dio:

1° di aver pietà dei peccatori;

2° di benedire coloro che sono già giustificati;

3° di illuminare coloro che sono sulla strada della perfezione (1).

4° Di aver pietà di tutti affinché si conoscano le sue vie e la salvezza che apporta agli uomini (2).

II. – Egli invita gli uomini:

1° a lodare Dio Salvatore con la bocca e con il cuore;

2° a rallegrarsi a causa della sua giustizia verso i Giudei e della sua misericordia riguardo ai Gentili (3, 4);

3° a rendere pubbliche le sue lodi a causa dell’incarnazione e della benedizione che diffonde a tutti gli uomini (5-7).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1, 2.

ff. 2. Gli uomini chiedono a Dio diversi tipi di benedizioni. Uno vuole essere benedetto nel senso di ottenere una casa piena di beni materiali necessari a questa vita; un altro vuole essere benedetto per ottenere una salute corporale che non si alteri mai; questi vuole essere benedetto, se malato, per recuperare la salute; quegli desidera dei figli e, tutto triste per non vederne nascere, vuole essere benedetto per acquistarsi una posterità. E chi potrebbe enumerare le diverse voci che innalzano gli uomini quando desiderano la benedizione di Dio? … ma ben altri sono i doni che Dio accorda anche ai suoi nemici, ed altri ancora quelli che riserva ai suoi amici. Quali sono i doni che Egli accorda ai suoi nemici? Sono questi che sto per enumerare … sebbene i malvagi talvolta ne siano privati, e questi beni facciano difetto più a questi ultimi che ai primi e benché si trovino in più grande abbondanza presso questi che presso quegli altri. Dio ha voluto che questi beni temporali fossero comuni a tutti, perché se ne avesse dato solo ai buoni, i malvagi avrebbero potuto pensare che per averne bisognasse adorare Dio; D’altra parte, se ne avesse dato solo ai malvagi, i buoni, ma deboli, avrebbero avuto timore di convertirsi, per paura di esserne privati (S. Agost.). – Ma se Dio ci benedice ora, in quale maniera ci benedirà poi? Quale benedizione domanda la voce del Salmista, quando dice: « … e che Dio ci benedica »? La benedizione che Dio riserva ai suoi amici, la benedizione che Egli non dà che ai buoni: non desiderate come fosse qualcosa di considerevole quello che i malvagi pure ricevono. Dio dà loro questi beni perché Egli è buono; Egli fa sorgere il suo sole sui buoni e sui malvagi,  e cadere la sua pioggia sui giusti e sugli ingiusti (Matth. V 45).  Cosa riserva dunque di eccellente per i buoni? « Che faccia splendere su di noi la luce del suo volto ». Voi fate splendere sui buoni e sui cattivi la luce di questo sole materiale; ma fate splendere su di noi la luce del vostro volto. I buoni e i cattivi vogliono la luce del sole, così come pure gli animali, ma « … beati i puri di cuore, perché essi vedranno Dio » (Ibid. V, 8). – Fate risplendere – dice il Profeta – la luce del vostro volto su di noi, questo significa: mostrateci il vostro volto. In effetti Dio non rende il suo volto luminoso che in alcune circostanze, come se talvolta esso fosse senza luce; ma il Profeta chiede che lo faccia brillare su di noi, cioè che ciò che era nascosto ci appaia, o che ciò che era nell’ombra per noi, sia rivelato, o in altri termini, ci appaia in piena luce (S. Agost.). – La grande misericordia e la sovrana benedizione di Dio, desiderata con ardore ed attesa con impazienza da tutti i giusti antichi, era la venuta del Messia. – L’Incarnazione è soprattutto un’opera di sovrana misericordia: 1° perché nessuna creatura poteva meritare de “condigno” l’unione ipostatica del Verbo con la natura umana, « … per le viscere della misericordia del nostro Dio, che, levandosi dal cielo, ci ha visitati »; (Luc. I, 78); 2° perché il Verbo si è incarnato per venire in soccorso alla nostra estrema miseria. « Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e salvare ciò che era perso » (Matth. XVIII, 19). La causa della nostra riparazione non è altro che la misericordia di Dio, che noi non potremmo amare se Egli non ci avesse amato per prima e se non avesse dissipato le tenebre della nostra ignoranza con la luce della sua verità (S. Leo.). 

II. — 3, 7.

ff. 3. – Conoscere Dio e Gesù-Cristo, conoscere la sua via e la sua condotta sulla terra, è una grande scienza; ma c’è infine una differenza infinita tra il conoscere semplicemente ciò che ha fatto sulla terra e conoscerlo in maniera salutare (Duguet). – « Per poter conoscere la nostra via sulla terra ». Che vuol dire la « vostra via »? La via che conduce verso di Voi. Riconosciamo dove andiamo, riconosciamo attraverso quale via andiamo, ma noi non possiamo conoscere né l’una né l’altra nelle tenebre. Siete degli uomini in viaggio su questa terra. Voi avete tracciato davanti a noi la via per la quale tornare a Voi. « Fate dunque che noi conosciamo la vostra via su questa terra ». Qual è questa via che desideriamo conoscere? Noi dobbiamo cercarla, ma non sapremo riconoscerla da noi. Apprendiamo quindi a conoscerla dal Vangelo; « Io sono la via », dice il Signore. Il Cristo ha detto: « … Io sono la via ». Temete di sbagliarvi? Egli ha aggiunto: « … Io sono la verità ». Chi può sbagliarsi se è nella verità? Al contrario, si inganna colui che si allontana dalla Verità! « Il Cristo è la verità, il Cristo è la via, camminate! ». Temete pure di morire prima di arrivare? « … Io sono la vita », ha detto Egli ugualmente. « Io sono la via, la verità e la vita » (Giov. XIV, 6). È come se egli dicesse: « … cosa temete? Voi camminate per mezzo mio, camminate verso di me, voi riposate in me ». Cosa vuol dire dunque il Profeta con queste parole: « Fate che noi conosciamo la vostra via sulla terra », se non: « Fate che sulla terra noi conosciamo il vostro Cristo »? Ma lasciamo rispondere il salmo stesso, perché non crediate che si debba cercare in altri passi della Scrittura una testimonianza che qui manca. Il Profeta, riprendendo il suo pensiero sotto un’altra forma, ci mostra ciò che significano queste parole: « fate che noi conosciamo la vostra via sulla terra »; perché egli aggiunge: « Colui mediante il quale date la salvezza a tutte le nazioni ». Domandate su quale terra? Ascoltate: « a tutte le nazioni ». Chiedetevi qual è questa via? Ascoltate. « Colui per mezzo del quale donate la salvezza ». Ma il Cristo non è Colui attraverso il Quale Dio dà la salvezza? (S. Agost.). 

ff. 4, 6. –  Soggetto legittimo delle lodi, delle azioni, delle grazie e della gioia di tutti i popoli, l’ammirazione profonda dei giudizi equi, cioè della perfetta equità del regno che Gesù-Cristo deve stabilire mediante la distruzione dell’impero ingiusto del demonio. –  Il frutto eccellente che la terra ha dato, è Gesù-Cristo stesso che, secondo la sua umanità, è stato un frutto della terra, ma un frutto elevato e glorioso (Isai. IV, 2). – Doppie benedizioni di Dio, le temporali e le spirituali; le benedizioni proprie ai Giudei e le benedizioni particolari dei Cristiani. – Domandiamo soprattutto queste benedizioni spirituali di cui l’Apostolo rendeva grazie a Dio. « Benedetto sia Dio, il Padre del Signore nostro Gesù-Cristo, che ci ha ricolmi in Gesù-Cristo di ogni benedizione spirituale per i beni celesti, come ci ha eletti in Lui prima della creazione del mondo, affinché, mediante la carità, noi fossimo santi e senza macchia alla sua presenza » (Ephes. III, 4).

ff. 7. – Nei numerosi passaggi della santa Scritturaci viene ripetuto tre volte successivamente il nome di Dio, il pronome possessivo è quasi sempre aggiunto al secondo richiamo: « Ci benedica Dio, Dio nostro, ci benedica Dio »: enunciazione implicita del mistero della Trinità, ed anche quello dell’Incarnazione. Si, benché ogni culto, ogni omaggio, ogni adorazione, ogni amore, appartenga ugualmente alle tre divine Persone;  benché Dio sia assolutamente il Dio di tutti gli esseri, ciò nonostante, per noi e per gli altri uomini, Gesù è più particolarmente « il nostro ». Ecco perché tutto ciò che riguarda Dio-Gesù riguarda l’umanità nella sua fibra più sensibile. « O Cristo, Figlio di Maria, Voi siete il nostro Signore ed il nostro Dio. »  –  « Dominus meus est Deus meus. » Gesù per la terra è qualcosa di più che il Dio del cielo; Gesù è Dio venuto nel suo operare, è il Dio con noi, e il Dio dell’umanità, il Dio della nazioni, il Dio del focolare domestico, il Dio della nostra prima Comunione, il Dio del nostro cuore, il nostro Dio.  (Mgr Pie, 3me Inst. Synod., tom. V).

LA VERA DEVOZIONE A MARIA VERGINE (1)

La vera devozione a MARIA VERGINE (1)

P. VITTORIO M. BERTON monfortano

CATECHISMO DELLA VERA DEVOZIONE A MARIA VERGINE

EDIZIONI MONFORTANE

CENTRO MARIANO MONFORTANO Via Cori, 4 ■ ROMA (401) -1954

Ex parte nostra nihil obstat quominus imprimatur Romae, die 15 augusti 1953

A. BUONDONNO Sap. Provdis s. m. m.

Nihil obstat quominus imprimatur

Bergomi, 12 – 2 – 1954 Sac. Al, Sonzogtiì, Cens. Ece .

IMPRIMATUR

Bergomi, die 15 Februari 1954

JOSEPHUS EPISCOPUS

A MARIA MADRE MIA GRANDE MISTERO DI AMORE E DI GRAZIA

AI LETTORI

In seguito alle insistenti domande pervenuteci un po’ da ogni parte, ci permettiamo di pubblicare questo nuovo piccolo a Catechismo della Vera Devozione a Maria Vergine ».

L’autore, nostro carissimo Confratello — già abbastanza noto perché da qualche anno tratta l’argomento in forma analoga su « Madre e Regina » — ha cercato di esporre tutto l’essenziale della dottrina monfortana in poco più di centocinquanta domande e risposte. In un « Catechismo » non è facile dire tutto, e dirlo in forma breve, chiara ed esatta! Ci sembra, però, che l’autore vi sia riuscito lodevolmente. Per questo gliene siamo quanto mai grati.

Come saremo grati a quei benevoli lettori che, studiando il presente opuscolo, ci vorranno gentilmente segnalare quelle modifiche che essi riterranno utili a migliorare  l’opera stessa in una eventuale riedizione.

La Madonna, Sedes Sapientiae, supplisca all’insufficienza delle parole umane con quella luce interiore che, illuminando la mente, accende la volontà e trasforma i buoni pensieri in opere di virtù e di santità.

INTRODUZIONE

1. La Madonna deve essere oggetto di speciale devozione?

Sì, la Madonna dev’essere oggetto di speciale devozione per tutti i Cristiani.

2. Perché la Madonna deve essere oggetto di speciale devozione per tutti?

La Madonna deve essere oggetto di speciale devozione per tutti, considerata l’eccellenza della sua dignità e l’eccellenza della sua missione tra gli uomini.

3. In che cosa consisterà questa speciale devozione a Maria?

Questa speciale devozione a Maria consisterà in una Consacrazione di se stessi al suo Cuore Immacolato, che potrà anche essere perfetta Consacrazione, quella chiamata « schiavitù d’amore ».

4. Chi scoprì la speciale devozione a Maria chiamata la schiavitù d’amore »?

Difficile sarebbe indicare chi scoprì nel Cristianesimo questo « mirabile segreto di santità »; è certo però che fu San Luigi Maria Grignion di Montfort a farlo conoscere e ad esporlo con metodo teologico ed ascetico (Tr. 82; 112; 118).

5. Chi è San Luigi Maria Grignion di Montfort?

E’ un Santo Missionario vissuto in Francia due secoli fa, fondatore di due Congregazioni religiose, aventi per iscopo specifico la propagazione della perfetta Consacrazione a Maria, chiamata « schiavitù d’amore », della quale Egli fu l’Araldo.

6. Il Santo scrisse qualcosa su questa speciale devozione a Maria Vergine?

Sì, il Santo di Montfort scrisse appunto il famoso « Trattato della Vera Devozione a Maria Vergine » e il « Segreto di Maria ».

7. Fu il Santo di Montfort a chiamare la « Perfetta Consacrazione « Vera Devozione »?

Non fu il Santo di Montfort a chiamare «Vera Devozione » la « Perfetta Consacrazione », bensì i posteri, e ciò fu fatto per due ragioni:

1) perché il Santo di Montfort nel suo Trattato pone la « Vera Devozione » a base della « Perfetta Consacrazione» a Maria;

2) perché la « Perfetta Consacrazione può dirsi la « Vera Devozione » per eccellenza, cioè la più perfetta, come si vedrà in seguito,

8. Come fu chiamata allora dal Montfort la sua speciale devozione a Maria?

Il Santo di Montfort chiamò la sua speciale devozione a Maria, per l’appunto, una «perfetta ed intera Consacrazione a Maria » (Tr. 9 120) ed anche il « Regno di Gesù per mezzo di Maria » (Tr., 217 e 113; Segr., 59) ed ancora « schiavitù d’amore di Gesù in Maria » (cfr. IX, 244-247; 70 e 77; Segr. 33 e 34).

9. Che cosa ci indicano queste diverse denominazioni?

Mentre la denominazione di « schiavitù d’amore » ci indica la natura della devozione monfortana; quella di « Regno di Gesù per mezzo di Maria » ce ne indica il fine ultimo e il mezzo o fine prossimo (Tr., 125); e il titolo di « vera » e « perfetta » ce ne indica l’eccellenza, come apparirà in seguito.

CAPITOLO I

LA VERA DEVOZIONE IN GENERALE

Art. I – Fondamenti Teologici

10. Qual è, prima di tutto, il fondamento teologico della « Vera Devozione » a Maria?

Il fondamento teologico della Vera Devozione » a Maria in genere e della « Perfetta Consacrazione » in ispecie, è la Suprema Condotta dell’Eterno Iddio nei riguardi di Maria (Tr., 15).

11. E quale fu la condotta dell’Eterno nei riguardi di Maria?

L’Eterno Iddio volle servirsi di Maria nel piano dell’umana Redenzione, e perciò La elevò all’eccelsa dignità di Madre del Salvatore e Le affidò l’eccelsa missione di Compagna e Collaboratrice di Lui nell’opera della nostra salvezza: vera Corredentrice, Madre, Mediatrice e Regina nostra.

12. Ma quale necessità aveva Iddio di una Creatura?

Nessuna necessità aveva Iddio di una creatura per compiere la Redenzione degli uomini, ma volle fare di Maria un « Mistero d’Amore e di Grazia » per noi (Tr., 14).

13. In qual senso Maria è un « Mistero di Amore e di Grazia » per noi?

Maria è un « Mistero di Amore e di Grazia » per noi nel senso che per Lei l’Infinito ed Eterno Iddio si rese accessibile alla nostra miseria, ed in Lei è stata allietata la nostra vita ed assicurata la nostra salvezza (Tr., 157).

§ I – MARIA GRANDE MISTERO D’AMORE E DI GRAZIA

A) Eccelsa dignità

Maria Madre di Gesù

14. Maria è dunque vera Madre di Gesù?

Sì, Maria è vera Madre di Gesù, Uomo-Dio, come ci afferma il S. Vangelo e la S. Chiesa c’insegna.

15. Che cosa significa essere vera Madre di Gesù?

Essere vera Madre di Gesù significa averLo concepito nel suo Seno Immacolato, sia pur con miracolo di Spirito Santo, averLo quindi generato, nutrito e cresciuto con amore (Tr., 18).

16. Ma chi è Gesù?

Gesù Cristo è la seconda Persona della SS. Trinità, cioè il Figliuolo di Dio fatto Uomo (cfr. Catech. di Pio X, D. 23).

17. È mai possibile che una creatura possa diventare Madre di Dio?

È possibile soltanto per un miracolo di Dio stesso, il Quale può far sì che due nature — la divina e l’umana — sussistano nell’unità di una Persona Divina; Maria, somministrando al Figlio di Dio fatto uomo, Gesù, la natura umana, ne divenne la vera Madre.

18. Di quale e quanto amore è dunque oggetto Maria da parte della SS. Trinità?

Maria è oggetto dell’Amore infinito di Dio Padre che La predestinò avanti ogni pura creatura; di Dio Figlio che La scelse per amatissima Madre; di Dio Spirito Santo che La volle per Sua Unica Sposa (Tr., 16).

19. E chi potrà misurare l’amore di Gesù per Maria?

Nessuno mai! Gesù amò Maria sua Madre tanto da sottomettersi a Lei in ogni cosa (Tr., 18, 139).

20. Quale grandezza e santità v’è dunque in Maria?

Smisurata la grandezza di Maria, incommensurabile la sua santità, superiore a quella degli Angeli e dei Santi insieme: miracolo di natura, di grazia e di gloria! (Tr.^ 6-7; 261-262).

21. Era, necessaria al Figlio di Dio una Madre sulla terra?

Assolutamente parlando no; ma Dio nella sua Sapienza e Bontà così volle per noi; ecco perché Maria ci appare un « Mistero d’Amore e di Grazia » e noi La salutiamo Corredentrice e Madre nostra.

B) Eccelsa Missione

Maria Corredentrice nostra

22. Maria può dirsi davvero nostra Corredentrice?

Sì, con sicurezza teologica Maria può dirsi davvero nostra Corredentrice, ossia Collaboratrice di Gesù nell’Opera della nostra salvezza; per questo è chiamata la « Novella Èva » al fianco del « Nuovo Adamo », Gesù.

23. Che cosa fece Gesù per salvarci?

Gesù per salvarci si incarnò, patì e morì sulla Croce.

24. E che cosa fece Maria per noi?

Maria con le sue preghiere e virtù ci accelerò la venuta di Gesù; Maria poi lo allevò, preparò e quindi l’offerse vittima d’espiazione per i nostri peccati nello strazio del suo Cuore materno, compiendo così insieme con Lui un unico Sacrifìcio (17., 16-18).

25. Era necessaria la cooperazione di Maria nell’Opera della nostra salvezza?

Non era necessaria la cooperazione di Maria nell’Opera della nostra salvezza, ma Dio volle fare di Lei un « Mistero di Amore e di Grazia » per noi; per questo La salutiamo « Rifugio dei peccatori », « cara nostra Madre ».

Maria Madre nostra

26. Maria può dirsi davvero anche Madre nostra?

Sì, Maria può dirsi vera nostra Madre, perchè Madre della vera Vita in noi, quella della Grazia (17., 30); è questo l’insegnamento della Chiesa e della Tradizione, e non altrimenti risulta dalla S. Scrittura, e tale L’ha sempre creduta il popolo cristiano.

27. Che cosa è la Grazia?

La Grazia è appunto la Vita soprannaturale o divina in noi, dono gratuito di Dio, che ci fa figli adottivi di Lui, fratelli di Gesù Cristo ed eredi del Paradiso (cfr. Cat., di S. Pio X, D. 270).

28. Quando ed in qual modo Maria divenne Madre nostra?

Maria divenne Madre di tutti gli uomini in generale al Mistero dell’Incarnazione accettando di diventare Madre di Gesù, e sul Calvario compiendo insieme con Lui il supremo Sacrificio dal quale nacque il Corpo Mistico di Cristo.

29. Che cos’è il a Corpo Mistico di Cristo? »

Il « Corpo Mistico di Cristo » è l’insieme di tutti i Cristiani uniti al loro Capo Cristo Gesù, e viventi della medesima vita di Lui: del Capo e delle membra è Madre Maria (27., 32).

30. Come poteva Maria essere Madre nostra prima ancora che noi esistessimo?

Maria, diventando Madre del Corpo Mistico di Cristo, diventava Madre come in potenza di tutte le membra future destinate ad integrare nei secoli il Corpo Mistico di Cristo; Madre però effettiva di ciascuno di noi Ella diventa al momento del nostro Battesimo quando ci comunica insieme con Gesù la Vita della Grazia (Tr., 33).

31. E come Maria esercita poi la sua missione di Madre del Corpo Mistico?

Maria esercita poi la sua missione di Madre del Corpo Mistico attuando l’ufficio di Distributrice della Grazia: della grazia santificante, attraverso i Sacramenti applicati dai Sacerdoti; della grazia attuale, intervenendo direttamente in nostro aiuto.

32. Ma quale necessita aveva Dio di Maria per comunicare le sue Misericordie?

Nessuna necessità aveva Dio di Maria per comunicare le sue Misericordie, ma volle fare

di Maria un a Mistero di Amore e di Grazia » per noi; per questo La chiamiamo « Madre di Misericordia », « Mediatrice di tutte le Grazie ».

Maria Mediatrice nostra

33. Maria è anche Mediatrice nostra?

Sì, Maria è anche Mediatrice nostra presso il Mediatore Gesù, e come tale è Lei che ci impetra da Dio tutte le grazie e ce le distribuisce a suo volere e piacere (Tr., 85, 44).

34. Come provare un affermazione così importante?

Possiamo provare tale affermazione dal Magistero Ecclesiastico, dall’insegnamento dei SS. Padri, dal S. Vangelo stesso, dalla fede unanime dei Cristiani e da parecchie altre solide ragioni (Tr., 25-26, 86).

35. Era proprio necessaria una Mediatrice presso il Mediatore Gesù?

Non era strettamente necessaria, ma Dio nella sua infinita Sapienza e Bontà volle fare di Maria un « Mistero di Amore e di Grazia » per noi, affinché con minore indegnità e con maggior fiducia potessimo accostarci all’Unico Mediatore Gesù (Tr., 83-85); ecco perché La invochiamo « nostra Avvocata » e « dolce Regina ».

Maria Regina nostra

36. Maria può dirsi anche nostra Regina?

Sì, Maria può dirsi anche nostra Regina, Regina del Cielo e della terra, Regina dell’Universo (Tr., 38): tale è l’insegnamento della Chiesa e della Tradizione, ricavato dalla S. Scrittura.

37. A qual titolo Maria è nostra Regina?

Maria è nostra Regina per il titolo di Madre di Dio, di Corredentrice e Mediatrice nostra, nonché per la sua eccellenza su tutte le creature.

38. Qual è la natura di questa « regalità » di Maria?

La natura di questa a regalità » di Maria non può essere che l’ufficiale e suprema funzione sociale della sua Maternità o Mediazione materna, nel Regno di Dio.

39. In che cosa consiste questa « funzione sociale » della Maternità o Mediazione materna di Maria?

Questa « funzione sociale » della Maternità o Mediazione materna di Maria consiste:

1) nell’intercedere presso il Re Gesù a favore di tutti i singoli sudditi e a favore dell’intero Regno, la Chiesa;

2) nel disporre il cuore dei sudditi a voler compiere le volontà del Supremo Re;

3) nel cooperare in unione con Cristo alla vita della Chiesa; e questo nell’opera missionaria per la conversione degli infedeli e dei peccatori, nell’opera cristianizzatrice della società in tutte le sue manifestazioni sociali, e nell’opera santificatrice della Chiesa tendente a formare pienamente il Regno di Dio.

40. Ma era proprio necessaria Maria nel Regno di Dio per il governo delle anime?

Non era affatto necessaria Maria nel Regno di Dio per il governo delle anime, ma Gesù volle, ripetiamo ancora una volta, fare di Lei un « Mistero di Amore e di Grazia « per noi, onde La potessimo invocare « Regina dei cuori » (Tr,, 37-38).

§ 2° – NECESSARIA NOSTRA RISPOSTA DI FEDE E D’AMORE

Necessità di Maria

41. Maria è dunque necessaria agli uomini per volontà manifesta di Dio?

Sicuro, essendo Maria Vergine necessaria a Dio stesso, di una necessità detta ipotetica, perché effetto della Sua Volontà, è ben più necessaria agli uomini per raggiungere il loro ultimo fine (Tr., 39); così manifestamente ci appare sia dalla suprema Condotta di Dio a suo riguardo, sia dalla molteplice missione ch’Ella ricevette a riguardo nostro.

42. Dinanzi a così manifesta volontà di Dio e a sì grande necessità di Maria per noi, quale dovrà essere la nostra risposta?

Dinanzi a così manifesta volontà di Dio e a sì grande necessità di Maria per noi, la nostra risposta non può essere che una vera devozione verso di Lei, che sia di fede e di amore provato con le opere.

Necessità di devozione a Maria

43. È dunque necessaria per gli uomini la devozione a Maria?

Evidentemente, la Vera Devozione a Maria è moralmente necessaria per gli uomini, se vogliono andar salvi, a differenza di quella agli altri Santi che è soltanto conveniente ed utile; molto più necessaria poi a coloro che sono chiamati ad una speciale perfezione; soprattutto necessaria infine nelle lotte degli ultimi tempi (Tr., 39-49).

44. Nessuno allora potrà andar salvo senza la devozione a Maria?

Nessuno potrà andar salvo senza una vera devozione a Maria, che sia almeno implicita; « le figure e le parole dell’Antico e del Nuovo Testamento lo provano, i sentimenti e gli esempi dei Santi lo confermano, la ragione e l’esperienza l’insegnano e lo dimostrano » (Ir., 41).

45. E perché la devozione a Maria è molto più necessaria a coloro che son chiamati ad una speciale perfezione?

La vera devozione a Maria è molto più necessaria a coloro che son chiamati ad una speciale perfezione:

1) perché « solo Maria trovò grazia innanzi a Dio senza aiuto di alcun’altra pura creatura, e solo per mezzo suo hanno trovato grazia davanti a Dio quanti dopo di Lei la trovarono » (Ir., 44);

2) perché soltanto Maria attira nell’anima lo Spirito Santo il Quale « vi entra con pienezza e le si comunica tanto più abbondantemente quanto maggior posto quest’anima fa alla sua Sposa » (Ir., 36).

46. E perché la devozione a Maria è necessaria soprattutto nelle lotte degli ultimi tempi?

La vera devozione a Maria è necessaria soprattutto nelle lotte degli ultimi tempi:

1) perché  Maria è la sola che saprà tener fronte all’Anticristo e ai suoi alleati (7Y., 51-54);

2) perché è proprio negli ultimi tempi che l’Altissimo Iddio vuol formarsi, insieme con Maria, i grandi Santi che combatteranno le ultime battaglie contro il potere infernale (Tr., 47-48; 55-59).

[1 – Continua …]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/12/03/la-vera-devozione-a-maria-vergine-2/

SALMI BIBLICI: “JUBILATE DEO, OMNIS TERRA” (LXV)

SALMO 65: JUBILATE DEO, OMNIS TERRA

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME DEUXIÈME.

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR – 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 65

In finem. Canticum psalmi resurrectionis.

[1]  Jubilate Deo, omnis terra;

[2] psalmum dicite nomini ejus; date gloriam laudi ejus.

[3] Dicite Deo: Quam terribilia sunt opera tua, Domine! in multitudine virtutis tuae mentientur tibi inimici tui.

[4] Omnis terra adoret te, et psallat tibi; psalmum dicat nomini tuo.

[5] Venite, et videte opera Dei; terribilis in consiliis super filios hominum.

[6] Qui convertit mare in aridam, in flumine pertransibunt pede; ibi lætabimur in ipso.

[7] Qui dominatur in virtute sua in æternum, oculi ejus super gentes respiciunt; qui exasperant non exaltentur in semetipsis.

[8] Benedicite, gentes, Deum nostrum, et auditam facite vocem laudis ejus;

[9] qui posuit animam meam ad vitam, et non dedit in commotionem pedes meos.

[10] Quoniam probasti nos, Deus; igne nos examinasti, sicut examinatur argentum.

[11] Induxisti nos in laqueum; posuisti tribulationes in dorso nostro;

[12] imposuisti homines super capita nostra. Transivimus per ignem et aquam, et eduxisti nos in refrigerium.

[13] Introibo in domum tuam in holocaustis; reddam tibi vota mea

[14] quæ distinxerunt labia mea; et locutum est os meum, in tribulatione mea.

[15] Holocausta medullata offeram tibi, cum incenso arietum; offeram tibi boves cum hircis.

[16] Venite, audite, et narrabo, omnes qui timetis Deum, quanta fecit animæ meæ.

[17] Ad ipsum ore meo clamavi; et exaltavi sub lingua mea.

[18] Iniquitatem si aspexi in corde meo, non exaudiet Dominus.

[19] Propterea exaudivit Deus, et attendit voci deprecationis meæ.

[20] Benedictus Deus, qui non amovit orationem meam, et misericordiam suam a me.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LXV

Rendimento di grazie per la perfetta felicità (risurrezione) dopo la calamità; ciò che non può essere se non nell’altra vita.

Per la fine: salmo e cantico della ressurrezione.

1. Terra tutta quanta, alza a Dio voci di giubilo; canta salmi al nome di lui, rendi a lui gloriosa laude.

2. Dite a Dio: Quanto son terribili, o Signore, le opere tue! a cagione della tua molta possanza, i tuoi nemici fingeranno con te.

3. La terra tutta adori te, e canti tue lodi; canti laude al nome tuo. (1)

4. Venite, e osservate le opere di Dio; terribile ne’ suoi consigli verso i figliuoli degli uomini.

5. Egli converte il mare in arida terra; passeranno il fiume a piede asciutto ; ivi in lui ci rallegreremo.

6. Egli ha un dominio eterno per sua potenza; gli occhi di lui sono aperti sopra le nazioni; coloro che lo irritano non s’inalberino dentro di loro.

8. Benedite, o nazioni, il nostro Dio, e fate udire le voci, con cui lo lodate.

9. Egli ha serbata l’anima mia alla vita, e non ha permesso che i miei piedi vacillassero.

10. Perché tu, o Dio, hai fatto prova di noi; ne hai fatto saggio col fuoco come si fa dell’argento.

11. Ci hai condotti al laccio; hai aggravato di tribolazioni le nostre spalle;

12. duri uomini hai messo sopra le nostre teste. Siam passati pel fuoco e per l’acqua, ma ci hai quindi condotti in luogo di ristoro.

13. Entrerò nella tua casa per offerire olocausti; scioglierò i voti pronunziati dalle mie labbra:

14. E i quali la mia bocca proferì nel tempo di mia tribolazione.

15. Ti offerirò pingui olocausti col fumo de’ capri; ti offerirò de’ bovi e de’ montoni.

16. Venite, udite tutti voi che temete Dio, e racconterò quanto grandi cose ha fatto Dio per l’anima mia.

17. A lui alzai le grida della mia bocca, e l’ho glorificato colla mia lingua.

18. Se io vedessi nel cuor mio l’iniquità, il Signore non mi esaudirebbe.

19. Ma Dio mi ha esaudito, e ha dato udienza alla voce delle mie suppliche.

20. Benedetto Dio, il quale non ha allontanato da me né la mia orazione, né la sua misericordia.

(1) La grandezza della vostra potenza convincerà di menzogna coloro che avevano osato negarla; o meglio, voltata in altro senso, egualmente verosimile: i vostri nemici, non potendo resistervi, si sottometteranno a Voi, è vero, ma non con sincerità e buona volontà; essi non si sottometteranno che per timore e solo per dissimulazione.

Sommario analitico

Il Profeta, in questo salmo, composto dopo una grande vittoria su Sennacherib, secondo gli uni, o dopo il ritorno dalla cattività, secondo altri, è la figura di Gesù-Cristo nella sua resurrezione, e di tutti gli eletti che rendono grazie a Dio nel giorno della loro resurrezione. Il Salvatore, trionfando dalla morte, e gli eletti, nella sua persona,

I. – Invitano tutte le nazioni a rendere grazie a Dio:

– 1° levandosi a trasporti di gioia, con accompagnamento di strumenti musicali (1);

– 2° cantando le lodi delle opere di Dio (2), a) a causa del timore che la sua potenza incute ai suoi nemici (2); b) a causa degli omaggi che riceve dai suoi amici di tutta la terra (4); – 3° ammirando le opere ed i consigli di Dio ai figli degli uomini (5).

II. – Espongono le ragioni che motivano queste azioni di grazie:

1° I benefici accordati ai Giudei nel passaggio del mar rosso e del Giordano (6);

2° I benefici molto più grandi accordati ai gentili, la loro elezione alla gloria eterna, cosa che deve reprimere l’orgoglio dei Giudei ed eccitare i gentili a lodare Dio (7, 8);

3° I benefici di cui il Signore è stato personalmente l’oggetto, a) la sua resurrezione, b) la costanza e la perseveranza nella sua passione (9);

4° I benefici dei quali Egli ha ricolmati i suoi eletti, dopo averli provati con diverse tribolazioni (10-12).

III. – Davide rende grazie a Dio!

1° Egli dichiara che offrirà a Dio degli olocausti tutti in una volta volontari, e che fa voto di offrire nel giorno della sua tribolazione (13, 14);

2° espone la qualità delle vittime che intende offrire a Dio (15);

3° invita tutti gli uomini ad unirsi a lui per rendere a Dio queste azioni di grazie (16);

4° fa loro conoscere che deve tutti questi doni alle sue preghiere, delle quali descrive le qualità, il fervore, l’umiltà, la purezza e l’innocenza, e conclude tutto con un atto di lode e di azioni di grazie (17-20).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-5.

ff. 1, 2. – Cosa vuol dire « innalzare grida di giubilo »? Che la vostra gioia, se non può manifestarsi in parole, erompa in grida di allegria. In effetti il giubilo non si esprime con discorsi, ma si produce all’esterno con suoni inarticolati che sembrano erompere da un cuore che ha concepito in se stesso e che partorisce in qualche modo la gioia che ha concepito, gioia che le parole non riescono a tradurre (S. Agost.). – Se voi erompete in grida di giubilazione in modo da essere intesi da Dio, cantate anche sul salterio in modo da essere visti ed ascoltati dagli uomini, ma non lo fate per onore del vostro nome. « Guardatevi infatti dal compiere davanti agli uomini le vostre opere di giustizia, perché essi vi vedano » (Matth. VI, 1). Fate attenzione a queste altre parole: « Che le vostre azioni brillino davanti agli uomini affinché essi vedano il bene che voi fate ed essi glorifichino il Padre vostro che è nei cieli ». (Matth. V, 16). Che  vedano le vostre buone azioni per glorificarne Dio e non per glorificarvene voi; perché se voi fate le vostre buone opera per glorificarvene, vi sarà risposto ciò che il Signore ha detto Egli stesso di certi uomini. « In verità, vi dico, essi hanno già ricevuto la loro ricompensa … » (Matth. XI, 2). Fate attenzione al vostro fine, cantate per il vostro fine, vedete per quale fine agite. Agire per glorificarvi, è questo che vi proibisco; agire per glorificare Dio, è questo che io comando. Cantate dunque sul salterio, non a gloria del vostro nome, ma a gloria del nome del vostro Dio … « che nessuna carne, dice l’Apostolo, si glorifichi in presenza di Dio » (1 Cor. II, 29).  Vedete come Egli ci abbia tolto la gloria per darci la gloria; Egli ci ha tolto la nostra gloria per darci la sua; Egli ci ha tolto una gloria vuota, per darci una gloria piena, Egli ci ha tolto una gloria instabile, per darci una gloria solida. Quanto dunque la nostra gloria è più forte e più ferma, perché essa è in Dio! Voi dunque non dovete glorificarvi in voi stessi, la Verità ve lo proibisce; ma ciò che dice l’Apostolo, la Verità ve l’ha prescritta: « Chi si gloria, si glorifichi in Dio » (1 Cor. I, 31). Le vostri lodi Lo glorifichino dunque (S. Agost.). – Quale gioia e quale consolazione per un’anima che ha ricevuto tutto da Dio, rinviargli tutto, e rendergli con le lodi tutta la gloria che Gli è dovuta, senza che se ne riservi niente per se stessa! 

ff. 3, 4. – Le opere di Dio, mirabili e terribili, sono sia nell’ordine della natura, sia nell’ordine della grazia. Perché le opere di Dio sono formidabili e non amabili? In un altro salmo è detto: « Servite il Signore con timore, e gioite con tremore » (Ps. II, 21). Che significano queste parole? L’Apostolo dice egualmente: « Attendete alla vostra salvezza con timore e tremore » (Filp. II, 12). Perché “con timore e tremore”? Egli ne da la ragione: « Perché è Dio che opera in voi sia il volere che il fare, secondo la sua buona volontà » (Ibid. 13). Se dunque Dio opera in voi, è per grazia di Dio e non per le vostre forze che voi operate il bene. Di conseguenza se gioite, temete ugualmente, per paura che ciò che è stato dato all’umile non sia tolto al superbo (S. Agost.). – « Che tutta le terra vi adori, etc. » .Questo è il desiderio di un’anima che è tutta interamente di Dio; che tutta la terra Lo adori con amore pieno di rispetto, e canti incessantemente dei cantici a gloria del suo Nome. –  Dio è terribile nei suoi consigli, nei suoi decreti sui figli degli uomini. Questa parola ben meditata popolerebbe ancora i deserti, e farebbe di tutti gli uomini dei penitenti, degli uomini di preghiera. Dio è terribile nella scelta degli eletti, terribile nel castigo dei riprovati, terribile nella sua condotta nei riguardi del primo uomo prevaricatore e di tutta la sua razza, terribile nell’attesa del Messia lungo quattromila anni, terribile nella moltitudine dei popoli che non giungono alla luce del Vangelo, terribile negli scandali di cui permette che il mondo sia pieno, terribile nei colpi con cui batte i suoi amici per provarli, terribile nella prosperità che Egli accorda ai malvagi, terribile nelle vie di oscurità attraverso le quali conduce a coloro che Lo cercano. O Dio infinitamente terribile! Tutte le facoltà della mia anima sono nel timore, quando io penso ai vostri decreti sui figli degli uomini. Io adoro questi consigli divini, non ho alcuna intenzione di volerli sondare; io voglio camminare nella fede come i Patriarchi e come tutti i vostri Santi; che il terrore del quale sono pieno non mi impedisca la fiducia. Io rimetto tutta la mia sorte nelle vostre mani. Io mi avvicino a Voi, non per esaminare ma per benedire tutte le vostre opere (Berthier). 

ff. 5, 6. – « Egli ha mutato il mare in una terra secca ». Questo mare era il mondo, dai flutti salati ed amari, squassato dalle tempeste e scatenante il suo furore con il sollevarsi delle persecuzioni. Il mondo era veramente un mare, ma questa mare è stato convertito in terra secca (S. Agost.). – « Venite e vedete le opere di Dio ». Il Signore ha moltiplicato le sue opere mirabili. Vi si vede spesso ammirare un istrione; quest’uomo, a forza di lavoro, ha imparato a camminare su una corda, e sospeso al di sopra di voi vi tiene “in suspens”. Osservate d’altra parte Colui che vi dà tutt’altro spettacolo: il vostro istrione ha imparato a camminare sulla corda; e chi ha imparato a camminare sul mare? – Dimenticate il vostro teatro e guardate Pietro, vostro Apostolo (Matth. XIV, 29); non si tratta di un funambolo ma, se si può creare questa parola, un “mariambolo”. Camminate dunque così, non su queste acque sulle quali Pietro, camminando, figurava altra cosa, ma su altre acque, perché questo mondo è un mare. Esso ne possiede la funesta amarezza, ha flutti di tribolazione, tempeste delle tentazioni, ecco dove bisogna camminare, ecco le acque che bisogna calpestare (S. Agost., Ps XXXIX). – « Essi attraverseranno il fiume a piedi » Qual è questo fiume? Questo fiume è tutto ciò che muore in questo mondo. Vedete questo fiume: le cose vengono e passano, altre succedono loro per passare egualmente. Non è così per le acque di un fiume che esce dalla terra e che corre? Bisogna che ogni essere che è nato ceda il posto ad un altro essere che nascerà, e tutto questo ordine di cose fuggitive è come un fiume. Che l’anima non si getti per lussuria in questo fiume, che non vi si getti, e ne resti sulla riva. E come passerà attraverso le ingannevoli delizie delle cose deperibili? Che creda in Cristo e passerà a piedi, che passi sotto la guida del Cristo, e passerà a piedi. Cosa vuol dire passare a piedi? Passare facilmente. Essa non cerca un cavallo per passare, non sale sull’orgoglio per oltrepassare il fiume; essa passa umilmente e passa più sicuramente (S. Agost.). – « Allora noi gioiremo in Lui ». Quando ci rallegreremo in Lui? Quando avremo oltrepassato il fiume a piedi. Noi abbiamo la promessa della vita eterna, abbiamo la promessa della resurrezione; allora la nostra cerne non sarà più un fiume. Finché duri la nostra mortalità, vedete se per noi sia un’età durevole. I bambini desiderano crescere senza dubitare che il tempo della loro vita è diminuito negli anni che si succedono. In effetti man mano che si fanno grandi, non sono aggiunti anni alla loro vita, ma sottratti alla loro vita, come l’acqua di un fiume si avvicina indubbiamente man mano che scorre ma allontanandosi dalla sua sorgente. I bambini vogliono crescere per sfuggire al dominio di coloro che sono più grandi di loro; ecco dunque che essi crescono ben presto, ed arrivano alla giovinezza. Ma dopo essere usciti dall’infanzia, essi trattengono, se possono, la loro giovinezza; ma questa passa a sua volta. Poi giunge la vecchiaia: ma nemmeno questa dura sempre! Non la morte la elimina. Ogni carne che nasce in questo mondo è dunque un fiume. Questo fiume di mortalità, passando il quale dobbiamo temere di essere travolti e trasportati dalla cupidigia delle cose mortali, lo attraversa facilmente colui che lo attraversa umilmente, cioè a piedi, sotto la guida di Colui che lo ha traversato per primo e che a sua volta, ha bevuto, fino a morirne l’acqua del torrente, ciò che fa che abbia alzato la sua testa gloriosa. (Ps. CIX, 7). E noi, conseguentemente, avendo traversato questo fiume a piedi, avendo cioè traversato facilmente questa mortalità che corre come l’acqua, « allora noi ci rallegreremo in Lui ». Ma oggi, in chi noi gioiremo, se non in Lui, se non nella speranza di possederlo?. Se in effetti, noi ci rallegriamo al presente, noi gioiamo nella speranza, « … noi gioieremo in Lui”. (S. Agost.).

II. — 6 – 12.

ff. 7. – I principi della terra, il cui regno è limitato dalla durata così breve dei loro anni, hanno poco da temere, poiché la loro potenza non va al di la della loro vita, ma « Colui che ha per se stesso un impero sovrano ed eterno », Colui che regna più in alto dei cieli e dal Quale provengono tutti gli imperi, a Cui solo appartengono la gloria, la maestà, l’indipendenza e che può estendere i suoi castighi fino all’eternità è sovranamente formidabile. – « I suoi occhi sono attenti ad osservare le nazioni », nuovo soggetto di timore e di utilissimo timore; se noi rimiriamo spesso Dio come Egli ci rimira, se noi siamo attenti alla sua divina presenza come Egli è attento a guardare i nostri pensieri, le nostre parole, le nostre opere, ed Egli ne giudica, non secondo le tenebre della nostra ignoranza, ma secondo la luce della sua saggezza (Duguet).

ff. 8, 9. – Umile ed eterna riconoscenza del vero popolo di Dio, che è il corpo degli eletti, per questa grazia che è al di sopra di tutte le grazie, che Gli è piaciuto di sceglierli, e di predestinarli alla vita, di non aver permesso che i loro piedi fossero scossi, e di averli rafforzati in mezzo a tante insidie e pericoli, per farli perseverare fino alla fine.  (Dug.).

ff. 10-12. – Tutti noi, chiunque siamo, che desideriamo rientrare nel paradiso delle delizie, bisogna che siamo provati dal fuoco, perché non è senza ragione che è scritto che, dopo che Adamo ed Eva furono cacciati dal Paradiso, Dio pose all’entrata un cherubino con la spada di fuoco sempre in azione (Gen. III, 24). Si, checché noi siamo, bisogna che noi possiamo dire: « Noi siamo passati per il fuoco e attraverso le acque, e Voi ci avete condotto in un luogo di frescura ». Ora colui la cui anima è circondata dal fuoco della carità non ha paura affatto di questa spada di fuoco. A Pietro stesso che per tante volte si è offerto alla morte per Gesù-Cristo, Egli dirà: « venite qui e mettetevi a tavola ». Ma questo Apostolo potrà dire: « Egli ci ha depurato con il fuoco, come si purifica l’argento ». Perché come il fuoco potrebbe escludere colui in cui le acque abbondanti non hanno potuto spegnere la carità? Ma Pietro sarà purificato come l’argento; ma per me, io sarò purificato come il piombo; finché il piombo sia consumato, io sarò preda delle fiamme. Se Dio non trova in me nessuna particella di argento, me maledetto! Io sarò precipitato nell’inferno, dove brucerò interamente come la paglia leggera. Se Egli trova in me qualche particella d’oro o d’argento, non grazie alla mie opere, ma alla misericordia ed alla grazia di Gesù-Cristo che mi è stata data con il ministero dei sacerdoti, io potrei forse dire: “Nessuno di coloro che sperano in Voi sarà confuso” (Ps. XXIV), (S. Ambrog., Serm. XX in Ps, CXVIII). – Se il nostro cuore non ci condanna, noi possiamo avvicinarci a Dio con fiducia. Tutto ciò che noi comandiamo, lo riceviamo da Lui, perché noi osserviamo i suoi comandamenti, e facciamo ciò che è a Lui gradito (1 Giov. III, 21). – « Voi ci avete fatto passare al fuoco come si fa passare l’argento ». Vedete come Dio è severo contro coloro che hanno riposto l’anima nella vita. « Voi ci avete fatto cadere in una trappola », non per esservi presi e morire, ma per essere liberati dopo esservi stato provati. « Voi avete caricato le nostre spalle con pesanti afflizioni ». In effetti noi ci siamo elevati in una cattiva direzione con il nostro orgoglio, e dopo esserci così elevati, siamo stati curvati affinché dopo questa depressione possiamo elevarci in una buona direzione.  « Voi avete caricato le nostre spalle sotto i pesi degli uomini ». La Chiesa ha sofferto tutti questi mali nelle persecuzioni di ogni genere che l’ha indurita: essa ha sofferto in ciascuno dei suoi membri, li soffre ancora adesso; perché non c’è nessuno che possa, in queste vita, dirsi esente da queste prove.  Ci sono dunque degli uomini che sono come opposti e pesano sulle nostre teste; noi dobbiamo sopportare coloro che non vorremmo vedere presso di noi; noi dobbiamo  soffrire  come superiori degli uomini che sappiamo essere peggiori di noi. Ora se un uomo è esente da colpe, per questo è superiore agli altri; ma al contrario, più è carico di colpe, più è inferiore agli altri. È bene considerare quanto noi siamo peccatori e sopportare, per questo motivo, coloro che fanno curvare la nostra testa, affinché noi possiamo confessare davanti a Dio di aver meritato tutte le nostre pene; infatti, perché soffrire con ribellione ciò che è l’opera di Dio, la giustizia stessa? (S. Agost.). – Tutte queste cose entrano nell’ordine della predestinazione: bisogna essere simile a Gesù-Cristo per partecipare alla sua Gloria. Ciò che è certo è che gli amanti del mondo non sono essi stessi esenti da traversie; essi stessi lo confessano, e ciò nondimeno  il mondo li incanta (Berthier). – Cosa stupefacente, il mondo è nella confusione e non si lascia di amarlo; cosa sarebbe stato se esso fosse stato tranquillo? Voi vi attaccate al mondo, così com’è deforme; cosa sarebbe se non avesse che attrazioni? Voi avvicinate le vostre mani alle spine del mondo, cosa sarebbe se non avreste che a raccoglier dei fiori? (S. Agost.). – Voi avete posto degli uomini alla nostra testa, degli uomini con tutte le debolezze, tutta l’incapacità, tutti i vizi degli uomini; « degli uomini alla nostra testa », degli uomini che, in nome della libertà, vogliono umiliarci sotto il giogo della più ignominiosa servitù. Degli uomini alla nostra testa, per punirci di aver rifiutato di curvarci sotto l’autorità sì legittima e sì dolce di Dio. – Il fuoco e l’acqua sono egualmente pericolosi in questa vita. Il fuoco designa tutte le angosce, tutte le avversità di questo mondo; l’acqua significa l’abbondanza e la prosperità del secolo, che defluisce come l’acqua. Ma il fuoco brucia, l’acqua si dissolve e si corrompe facilmente. Noi ugualmente dobbiamo temere quaggiù il fuoco della tribolazione e l’acqua che tende a corromperci. Restiamo fermi alla presenza del fuoco. Quando l’argilla della nostra vita avrà subìto la cottura della fiamma, essa non temerà più di essere disciolta dall’acqua. Se abbiamo potuto resistere al fuoco, e se non ci siamo lasciati sommergere dall’acqua, allora avremo traversato in pace il fuoco e l’acqua. Il Signore ci farà giungere nel luogo di refrigerio, al soggiorno degli eletti (S. Agost.).  

III.— 13-20.

ff. 13-15. – Sacrifici di azioni di grazie sono dovuti a Dio, e noi dobbiamo offrirglieli incessantemente con una continua riconoscenza di cuore. – È da considerare come un oltraggio fatto a Dio l’offrirgli ciò che nel gregge ha poco valore, per riservarsi il meglio. – Non occorre fare necessariamente dei voti, ma si deve rendere esattamente quel che si è promesso. Non bisogna farlo temerariamente nell’afflizione o in una violenta tentazione, perché allora si promette tutto e poi non si fa nulla (Duguet). – « Sorella cara, dice San Bernardo ad un’anima che aveva promesso di consacrarsi a Dio », dite a Dio con il Profeta: « entrerò nella vostra casa », cioè in questo ritiro benedetto; io vi entrerò con gli olocausti, cioè con questo ritiro benedetto; vi entrerò con degli olocausti, cioè con spirito di contrizione e di compunzione; io « realizzerò i voti che ho fatto, cioè mi offrirò tutto intero, secondo il voto fatto. È di tutta necessità che colui che voglia essere salvato e giungere alle gioie eterne, esaudisca con pia esattezza i voti che ha fatto a Dio » (S. Bern. De modo bene viv.). – « I voti che la mia bocca ha pronunziato nei giorni della tribolazione ». Quante tribolazioni hanno in sé spesso la dolcezza quando è necessaria! Cosa ha detto la sua bocca nella sua tribolazione: « Io vi offrirò il midollo in olocausto ». Che significa questo midollo? Che il mio amore per Voi sia tutto interiore; allora il sentimento che mi fa amare Voi, non sarà superficiale, penetrerà fino al midollo delle mie ossa. In effetti non c’è nulla in noi di più interiore del midollo delle nostre ossa; le ossa sono più interne della carne ed il midollo più interno ancora alle ossa. Chiunque adori Dio superficialmente cerca dunque piuttosto di piacere agli uomini, e siccome i suoi sentimenti interiori sono differenti, non offre il midollo in olocausto. Dio riceve, al contrario, interamente colui di cui riceve il midollo. (S. Agost.).

ff. 16-20. – « È bene tener nascosto il segreto del re, ma è cosa onorevole scoprire e rendere pubbliche le opere di Dio » (Tobia, XII, 7), affinché sia glorificato da tutti gli uomini, Colui a cui appartiene ogni gloria e tutto l’impero. – Ecco ciò che deve dire e fare un’anima che prova gli effetti meravigliosi della grazia di Gesù-Cristo: « Voi che temete Dio, o piuttosto la sua legge, e siete stati istruiti nel temerlo, venite, ascoltate, ed io vi racconterò ciò che può fare la misericordia del Signore e ciò che essa ha fatto. Non ci vorrà altra prova che il mio esempio, ed io vi dirò cosa questa infinita misericordia abbia fatto per me. Io mi trovavo nelle stesse promesse vostre, negli stessi errori vostri, negli stessi vostri eccessi; ma la grazia del mio Dio ha infranto i legami che mi tenevano, ha dissipato le nubi che mi avvolgevano, ha spento le passioni che mi trasportavano. Io ritenevo come voi una follia tutto ciò che mi si diceva delle verità eterne; ma la grazia del mio Dio mi ha disingannato, e mi ha convinto circa la mia follia. Io credevo come voi che questo cambiamento fosse impossibile, che mai avrei potuto risolvermi ad uscire dalle mie abitudini criminali, che mai avrei potuto sostenere una vita più ritirata e più regolata; ma, per grazia del mio Dio, tutte le difficoltà si sono appianate, io ho trionfato sulla natura e le abitudini, mi sono staccato dal mondo e dai suoi incanti; in luogo della confusione e della noia che temevo, ho trovato la calma e la gioia ». (BOURDAL., Sur la grâce.). –  Che significa: « La mia bocca ha gridato verso di Lui e l’ho glorificato sotto le parole della mia lingua? » Io l’ho pregato pubblicamente; io l’ho glorificato nel segreto della mia anima. È poco glorificare Dio con le parole della propria lingua, occorre ancora glorificarlo sotto le parole della sua lingua, cioè pensare nel segreto dell’anima ciò che si afferma in pubblico (S. Agost.). – « Se io guardo l’iniquità nel fondo del mio cuore ». Considerate ora con quale facilità tutti i giorni, degli uomini che devono arrossire per se stessi, accusano di iniquità altri uomini. Egli ha fatto il male – dicono – ha tenuto una condotta perversa; è uno scellerato. Forse non parlano così che a causa degli uomini. Vedete se nel vostro cuore non gettate uno sguardo di compiacenza sull’iniquità, per paura che ciò che voi rimproverate ad un altro, voi non meditiate di farlo, e voi non gridiate contro di lui, non perché ha fatto il male, ma perché il male che egli ha fatto è scoperto. Rientrate in voi stessi; siate voi stesso il vostro giudice interiore. Che l’iniquità vi ricacci nella vostra dimora nascosta, nella cella più intima del vostro cuore, là dove siete da solo con Colui che vede nel segreto, affinché possiate piacere a Dio. Trattenetevi dal gettare sull’iniquità uno sguardo di compiacenza, cioè badate di non amarla; ma piuttosto gettate su di essa uno sguardo di disdegno, cioè disprezzatela ed allontanatevi da essa. Tutto ciò che essa promette di piacevole per attirarvi al peccato, tutto ciò che è oggetto di tristezza, di minaccia, per spingervi a fare del male, tutto questo non è niente, tutto ciò passa, tutto ciò merita di essere disdegnato alfine di essere calpestato e non attirare gli sguardi, alfine di essere desiderato. Ma non è abbastanza preservare i propri occhi dall’iniquità, è poco preservare la propria lingua, badate soprattutto a non gettare su di essa uno sguardo nel vostro cuore; cioè astenetevi dall’amarla, dal consentirvi. Tale è in effetti il significato che noi diamo ogni giorno alla parola sguardo, che noi prendiamo nel senso di amore  (S. Agost.).

CATECHISMO CRISTIANO PER LA VITA INTERIORE DI J. J. OLIER (7)

J. J. OLIER

CATECHISMO CRISTIANO PER LA VITA INTERIORE (7)

LEZIONE XI

Col darci e unirci di tutto cuore e con semplicità a Gesù Cristo nell’orazione, noi entriamo in comunione con le sue preghiere e tutti i suoi altri beni.

D. – In conclusione, dobbiamo essere ben convinti che sia necessario ricorrere a Nostro Signore Gesù Cristo, se vogliamo fare qualche preghiera che possa essere gradita a Dio; e che la preghiera fatta in unione con Gesù Cristo è oltremodo più vantaggiosa e potente che se la facessimo di per noi soli. Inoltre, è indifferente che si preghi in una lingua piuttosto che in un’altra, purché si rimanga uniti a Nostro Signore e in comunione col suo Spirito e la sua preghiera. Rimangono tuttavia due piccoli dubbi che vi propongo:

1°. Siamo noi proprio sicuri che, abbandonandoci a Gesù Cristo, partecipiamo, in comunione, alla sua virtù e alla grazia delle sue preghiere?

2°. Come possiamo sapere che siamo uniti a Lui?

R. – In risposta al primo dubbio, dovete ricordarvi ciò che dice la Scrittura: Basta cercare il Signore con semplicità di cuore. [Sentite de Domino in bonitate, et in simplicitate cordis quærite illum. (Sap., I , 1). Dobbiamo sapere che Nostro Signore è in noi e ci aspetta con le braccia aperte; basta, pertanto, che lo cerchiamo con tutta semplicità e che ci abbandoniamo a Lui per fare tutte le opere nostre e le nostre preghiere con Lui. Egli, infatti, abita appunto in noi per essere l’Ostia di lode di Dio; ci considera come i suoi templi per magnificare il Padre suo senza intermissione e per mezzo nostro, in noi e con noi; a tutti dice per bocca di Davide: Magnificate con me il Signore, ed esaltiamo insieme il suo nome. [Magnificate Dominimi mecum, et exaltemis nomen ejus in idipsum. – Ps. XXXIII, 4]. – Basta dunque che gli diciamo con tutta semplicità: Signor mio Gesù Cristo che siete la mia lode, [Laus mea tu es. -Jer., XVII, 14], mi compiaccio con viva gioia di tutte le lodi che Voi date al Padre vostro; mi unisco e mi dono a Voi per lodarlo e pregarlo per mezzo vostro e con Voi; voglio essere con Voi un’unica Ostia di lode per glorificare Iddio per tutta l’eternità. – Tanto basta, purché abbiamo nel cuore l’affetto e il desiderio che gli manifestiamo con le parole; ed è certo che allora siamo in comunione con Lui e con le sue preghiere.

D. – Ma questo è poi proprio vero?

R. – Certo; è tanto vero che se così facciamo con vera e pura carità, vi assicuro che ne ricaveremo frutti meravigliosi. Questa dottrina, è espressa nel simbolo degli Apostoli.

D. – Non mi ricordo di averla mai trovata nel Simbolo.

R. – Eppure vi è, benché molti non se ne accorgano quando recitano il Simbolo; si trova nella terza parte, la quale si riferisce alla persona dello Spirito Santo e alla sua azione nella Chiesa: Credo nello Spirito Santo, la santa Chiesa cattolica, la Comunione dei Santi:  [Credo in Spiritum Sanctum, sanctam Ecclesiam catholicam, sanctorum communionem. – Quest’ultima è l’espressione importante.

D. – Ma come mai nella Comunione dei Santi, può intendersi questa verità? So bene che lo Spirito Santo ha formato la Chiesa Cattolica; so che riempie il cuore di tutti i fedeli, e anche il cuore dei Santi del Paradiso; so che essendo lo Spirito Santo quello che riempie i Santi del Cielo e parimenti i giusti della terra, quando abbiamo la carità, abbiamo la medesima vita coi Santi; ma che siamo in comunione di vita anche con Gesù Cristo, non mi sembra cosa contenuta in quelle parole.

R. – L’espressione Comunione dei Santi in parte va intesa come avete detto; ma racchiude ancora un altro senso. Significa pure che nella Chiesa vi è per i fedeli una comunione a tutte le cose sante, che in quella sono contenute; e che come si partecipa, in comunione, al Corpo sacratissimo di Gesù Cristo e al suo Sangue, così si partecipa, in comunione, al suo Spirito quando a questo si ha divozione; e non solamente al suo Spirito, ma pure a tutte le cose sante che da questo Spirito sono operate; in quella guisa che ricevendo noi il santo Sacramento dell’Altare partecipiamo, in comunione, non soltanto al prezioso Corpo e al prezioso Sangue di Gesù Cristo, ma inoltre al suo Spirito e alle sante operazioni che questo Spirito diffonde nel Cuore di Gesù Cristo. Abbiamo qui un tesoro inestimabile, di cui non potremmo mai persuaderci senza la fede. Lo stesso avviene rispetto all’ammirabile interiore della SS. Vergine, di S. Giuseppe, di S. Giovanni o di qualsiasi altro Santo. Considerando infatti, per esempio, l’interiore tutto divino della santissima Vergine e le operazioni santificanti che lo Spirito di Dio diffondeva in quello, siamo bene spesso attratti a partecipare, in comunione spirituale, allo Spirito Santo e alle grazie interiori ch’Egli operava nell’anima santissima di Maria; ed è questo ancora un tesoro incomprensibile che non sarà mai penetrato dalle creature, avendone Dio riservato a sé la cognizione. [Non potremo mai comprendere quanto sia santo e perfetto l’interiore, ossia il Cuore della santissima Vergine, perché abbraccia tutte le perfezioni dell’ordine soprannaturale. È un oceano impenetrabile di bellezze soprannaturali]. Da tutto ciò che abbiamo detto, risulta dunque che possiamo a nostro piacimento partecipare, in comunione, alle preghiere di Gesù Cristo e alle altre operazioni del suo Spirito, purché ci uniamo a Lui con un semplice atto di fede e di carità.

LEZIONE XII.

Come possiamo noi sapere che nell’orazione siamo uniti a Gesù Cristo.

D. – Ma possiamo noi sapere e sentire che nell’orazione siamo uniti a Nostro Signore Gesù Cristo? E’ questo il secondo dubbio che vi ho proposto.

R. – È una difficoltà questa che alle anime devote dà occasione di molte colpe; perché ordinariamente per essere sicure delle cose sante e delle operazioni dello Spirito Santo, vogliono sentirle in se medesime. Orbene è questo un errore, il quale è troppo comune nella devozione e nuoce al progresso nella pietà. A questo riguardo il nostro divin Maestro, che è il vero dottore della divozione e il Padre della vita cristiana come della Religione vera, ci porge un grande insegnamento. Egli diceva che vi sarebbero stati degli adoratori in ispirito e in verità, i quali avrebbero adorato il Padre suo che è spirito, con operazioni di puro spirito, [Veri adoratores adorabunt Patrem in spiritu et veritate … Spiritus est Deus, et eos qui adorant eum, in spiritu et veritate oportet adorare. – Joann., IV, 23, 24] vale a dire per la fede e la carità. [Senza che c’entrino i sensi e il sentimento]. San Paolo insegna pure in altri termini la stessa cosa, quando dice che i Cristiani, per elevarsi a Dio non si servono che della fede e della carità: Fides quas per charitatem operatur. [Gal. V, 6]. Da ciò risulta che, quando vogliamo unirci a Nostro Signore, non servono, per conoscere ch’Egli è in noi, né le immaginazioni della fantasia, né i lumi sensibili della mente; dobbiamo contentarci della semplice fede e della carità, senza voler sentire altra cosa che ci attiri, né alcun effetto sensibile nel nostro cuore. La pura carità e la fede sono come i due animali spirituali che tirano il bel carro della Chiesa, di cui abbiamo detto sopra [Currus Dei… – Ps, LXVII, 18). – Onde persuaderci ancor più che non si richiedono nel nostro interiore disposizioni sensibili per unirci a Gesù Cristo ed entrare in comunione con la sua vita, osserviamo che, neppure quando ci accostiamo alla Comunione del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo, si richiedono tali disposizioni sensibili onde partecipare allo spirito e alla vita che Egli ci dà in questo Sacramento.

D. – Dovrò dunque ritenere che ci accostiamo alla Santa Comunione principalmente per ricevere in noi lo spirito, la vita e le virtù di Nostro Signore?

R. – Certo; il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo sono come un veicolo che ci porta il suo Spirito onde renderci partecipi della sua vita e delle sue divine operazioni, perché sia il nostro cibo e faccia crescere in noi tutte le sue virtù: Crescamus in illo per omnia, [Ephes., IV, 15].Insomma, perché infonda in noi la pienezza della sua vita interiore e ci faccia giungere persino alla pienezza di Dio: [Ut impleamini in omnem plenitudinem Dei. – Ephes., III, 19].

D. – Ma i Cristiani quando ricevono Gesù Cristo nella santa Comunione sentono forse queste cose? Sentono forse le operazioni del suo Spirito? Sentono la lode che Gesù Cristo rende a Dio nel loro cuore? Sperimentano forse sensibilmente le virtù che da Lui emanano nell’anima loro?

R. – No, perché Nostro Signore, essendo, dopo la sua Risurrezione, tutto spirito, anche le sue operazioni sono puramente spirituali: Spiritus et vita sunt, [Joann., VI, 64], perciò non sono sensibili. Quando prendiamo il nostro cibo corporale, non tutte le parti del corpo sentono l’effluvio segreto della virtù dell’alimento che si diffonde in esse; parimenti Nostro Signor Gesù Cristo, nostro alimento spirituale, non ha voluto rendersi sensibile per le anime nostre, ma le vivifica in un modo che non avvertiamo. Basta come abbiamo detto più volte, basta unirci con la nuda fede e la sola carità, a Nostro Signore, il quale è spirito in noi: Factus in spiritum vivificantem; [1 Cor., XV, 45]; così parteciperemo a Lui, ed entreremo in comunione col suo Spirito e con le sue divine operazioni. [II Servo di Dio era stato istruito in questa materia dal santo e celebre Padre de Condren, il quale gli aveva spiegato che, se nelle opere nostre, abbiamo il sentimento della presenza di Nostro Signore in noi, noi asseconderemo un tal pio sentimento e ci abbandoneremo a Lui. Che se non avremo nessun sentimento, ci uniremo a Nostro Signore con la disposizione del nostro cuore, desiderando avere i medesimi pensieri e le medesime disposizioni ch’Egli aveva nel fare azioni simili. Se non conosciamo tali disposizioni, o se stentiamo a formarle nell’anima nostra, ci uniremo semplicemente a Lui, in ispirito di fede, desiderando offrire a Dio le opere nostre con le sue. Cfr. Icard, Doctr. de M. Olier, pag. 231-232].

LEZIONE XIII.

Unendoci a Gesù Cristo, partecipiamo non solo allo Spirito Santo operante in Lui, ma anche a questo divino Spirito Santo in quanto è diffuso in ognuno dei Santi della Chiesa.

D. – Dove mai avete trovato che partecipiamo, in comunione, non solo allo Spirito Santo, ma anche alle sue operazioni in Gesù Cristo?

R. – Non solo vi ho detto che possiamo partecipare, in comunione, allo Spirito Santo e alle sue operazioni in Gesù Cristo; ma inoltre vi avevo già detto che possiamo partecipare, in comunione, allo Spirito Santo diffuso nella santa Chiesa e in tutti i suoi Santi, come per esempio nella Santissima Vergine; e il motivo è questo, che le cose sante emananti da Gesù Cristo sono depositate nella Chiesa come un bene comune a tutti i fedeli: Credo in Spiritum Sanctum, sanctorum Communionem: Credo lo Spirito Santo e la Comunione delle cose sante che sono nella Chiesa; perché chi partecipa al più, partecipa anche al meno; chi partecipa alla causa, partecipa anche agli effetti. Poiché dunque partecipiamo, in comunione, allo Spirito Santo, partecipiamo pure alle operazioni di Gesù Cristo, sia in se stesso, sia nella sua Chiesa, operazioni che sono un effetto di quel divino Spirito, il quale non ci viene dato fuorché secondo la misura della donazione di Gesù Cristo; secundum mensuram donationis Christi. Eph., IV, 7. « Si, tutte le cose sante, le quali emanano da Gesù Cristo, sono poste in comune nella Chiesa, perché la Chiesa forma una famiglia sola di cui Nostro Signore è il capo e il suo divino Spirito è la vita. Tutti i fedeli sono chiamati alla partecipazione di questa vita; tutti possono ricevere i Sacramenti ed hanno il medesimo fine ultimo. I Santi che trionfano nel Cielo, i giusti che combattono sulla terra, le anime che soffrono nelle espiazioni del purgatorio, sono unum in Christo. I meriti sono personali… ma servono a tutti i fedeli ed entrano nel tesoro della Chiesa, perché Dio li considera a favore di coloro che invocano i Santi ». Icard, Op. cit., pag. 250-256]. È questa l’abbondanza del mistico convito dell’Agnello con la varietà dei cibi ch’Egli ci presenta in sé e nei suoi membri; a questo banchetto Egli ci chiama tutti, e la mensa è servita lautamente; a noi la scelta secondo l’istinto dello spirito interiore che ci muove e ci fa scegliere quello spirituale cibo che a Lui piace e tutto per la consumazione dei Santi. [Ad consummationem sanctorum. – Ephes., IV, 12]. Abbiamo nella Scrittura una figura ammirabile di questa importante verità, ed è la manna che Dio dava al suo popolo nel deserto. La manna, benché fosse un cibo tutto della medesima qualità, aveva in sé il sapore di tutte le particolari vivande che i figli d’Israele potevano desiderare; e ciò esprime con tutta semplicità la Comunione dei Santi e delle cose sante, che noi abbiamo in Gesù Cristo, secondo il nostro desiderio. Quando, a cagione d’esempio, vogliamo accostarci ai santi Sacramenti e partecipare, in comunione, alle loro varie grazie, noi lo facciamo unendoci al Santo Spirito di Gesù Cristo, il quale è la sorgente di tutte le grazie. – Esiste pure nella Chiesa la pratica ordinaria di fare la santa Comunione in onore dei Santi, onde partecipare al loro spirito e alle loro grazie; e di fatto ne possiamo ricevere partecipazione, se ci uniamo a Gesù Cristo nel Santo Sacramento, con intenzione di onorare quella parte del suo Spirito ch’Egli diffonde in loro, e di esserne partecipi. – Ma ecco un altro mistero ben consolante; per questa medesima comunione, noi possiamo partecipare anche alle grazie dei giusti che vivono sulla terra. Quando per esempio, vediamo nei fedeli eminenti viri di umiltà, di castità, di pazienza, virtù le quali tutte da Gesù Cristo emanano nei loro cuori e dopo si manifestano nelle loro opere e nelle loro parole, invece di portar loro invidia e gelosia per tali virtù, ciò che accade sovente per suggestione del demonio e dell’amor proprio, ci uniremo al santo Spirito di Gesù Cristo nel santo Sacramento, onorando in Lui la fonte di tali virtù e domandandogli per noi la grazia di parteciparvi in comunione; se adotteremo una tal pratica, vedremo quanto ci sarà utile e vantaggiosa. – Troviamo ancora a questo proposito nella Scrittura una bella figura. Il profeta Isaia, in una misteriosa visione vide il Figlio di Dio tutto sfolgorante di gloria e di maestà; al suo cospetto i Serafini si coprivano il volto con le loro ali, ed Egli era circondato di una veste magnifica e oltremodo splendida, e ciò che era sotto di Lui riempiva il tempio: et ea quæ sub ipso erant replebant templum. – Isa., VI, 1]. Ciò che era sotto Gesù Cristo, ossia l’estremità delle sue vesti, rappresenta le divine operazioni dello Spirito Santo ch’Egli ha inviato sulla terra, le quali riempiono la Chiesa. Lo Spirito Santo abitava in pienezza in Gesù Cristo, corporalmente, come dice san Paolo, vale a dire ch’Egli era in Gesù Cristo come nel Capo e lo animava delle disposizioni che avrebbe poi diffuse nel Corpo della Chiesa; talmente che tutte le divine operazioni, che avvengono nei Santi del Cielo e nei giusti della terra, vengono da Gesù Cristo, il quale invia il suo Spirito per vivificare i suoi membri con la sua vita divina. È dunque cosa importantissima unirci di continuo allo Spirito Santo per compiere santamente le nostre azioni con i sentimenti medesimi di Gesù Cristo, contentandoci di unirci a Lui per la fede e per l’amore, onde troviamo l’aiuto nelle nostre debolezze e il fervore della carità in quel fiume di fuoco di cui parla la S. Scrittura [Dan. VII, 10], il quale usciva dalla faccia di Dio, ossia da Gesù Cristo medesimo. [Gesù Cristo viene chiamato faccia di Dio, perché  Dio si fa conoscere per mezzo del Figlio suo, il quale è l’immagine della sostanza del Padre]. Il fiume poi significa due cose: la via e la vita; perché il fiume è una via animata e vivente; essendo rapido e vivente, è la figura dell’impetuosità dell’amore col quale dobbiamo tendere a Dio, e della virtù dello Spirito che esce da Gesù Cristo per venire in noi ed essere la nostra via, la nostra verità e la nostra vita. Così operava lo Spirito Santo nei primi Cristiani, dei quali era stato detto profeticamente: Ubi erat impetus Spiritus, illuc gradiebantur [Ezech., I, 12]. Essi andavano dove li spingeva lo Spirito.

D. – Quanto è dolce per noi essere Cristiani, poiché abbiamo così potenti aiuti! Quanto è dolce abbandonarci all’amore ed essere condotti con tanta prontezza a Dio!

R. – Quanto altresì è importante abbandonarci al santo Spirito di Gesù Cristo, quando vogliamo operare o pregare! È questo un fiume delizioso; dobbiamo berne sovente l’acqua salubre, [Haurietis aquas in gaudio de fontibus Salvatoris. – Isai., XII, 3], ossia unirci sovente allo Spirito Santo, procurando di farlo passare in noi come nostro cibo, onde diventiamo fuoco e amore per Dio. Così non opereremo più fuorché per questo unico principio invece di operare, come si fa comunemente, sotto l’azione dell’amor proprio e dell’uomo vecchio, che ci trascina al peccato.

LEZIONE XIV.

Quante volte e quando dobbiamo unirci allo Spirito di Gesù Cristo nella preghiera vocale e mentale.

D. – Non mi resta che pregarvi di volermi spiegare quante volte nella preghiera debbo unirmi a Gesù Cristo e al suo Spirito Santo.

R. – Per rispondere a questa domanda dobbiamo fare una distinzione. Rispetto all’orazione mentale, dopo avere praticato questa unione nel darvi principio, sarà bene rinnovarla almeno a ogni parte della meditazione, e anche quando l’anima si troverà nell’aridità e nell’oscurità. Nell’orazione vocale e pubblica, bisogna fare o rinnovare questa unione almeno ogni volta che la Chiesa lo impone. Molti non riflettono che la Chiesa ci impone quest’unione con lo Spirito di Gesù Cristo, e pensano che si tratti di una pratica nuova e particolare; ma invece, noi non vogliamo in nessun modo introdurre novità nelle cose di Religione; si tratta qui, infatti della pratica della Chiesa, sia greca, sia latina. Chi avrà assistito qualche volta all’Ufficio del Mattutino, avrà osservato che il Sacerdote, con le prime parole, rivolgendosi a Gesu Cristo, così lo prega ad alta voce: Domine, labia mea aperies; e il coro risponde: Et os meum annuntiabit laudem tuam, vale a dire: Signore venite ad aprire le mie labbra, ond’io possa annunziare le vostre lodi, perché di per me non ne sono capace. Allora il Sacerdote, per attestare che non vuole punto lodare Dio col suo proprio spirito e con le sue proprie intenzioni, ma nello Spirito e nelle intenzioni di Gesù Cristo, il quale è l’ostia e la lode di tutti gli uomini; [… vale a dire l’unica ostia con cui gli uomini possano e debbano onorare Dio! l’unica lode che possano offrirgli. Gesù Cristo è la nostra adorazione, la nostra lode, la nostra preghiera, la nostra azione di grazie verso Dio];  soggiunge, pregando l’Eterno Padre: « Deus, in adjutorium meum intende, ossia: Dio mio, guardate Gesù Cristo il mio aiuto e il mio soccorso; non guardate me, ma il Figlio vostro in noi, il quale vuol essere il nostro aiuto e la nostra lode ». E la Chiesa, in quel punto, piena del sentimento della propria incapacità e indegnità, raddoppia le preghiere a Gesù Cristo dicendo: Domine, ad udjuvandum me festina: Signore, affrettatevi a soccorrermi. Ella invoca lo Spirito di Nostro Signore affinché le venga in aiuto secondo queste parole di san Giovanni: Spiritus et sponsa dicunt: Veni. Et qui audit dicat: Veni…, Domine Jesu. [Apoc., XXII, 17, 20].Dopo queste invocazioni, tutti, inchinandosi profondamente, soggiungono: Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto etc. L’inchino profondo, che nella Chiesa latina si fa dai Sacerdoti, risponde ai tre inchini che si usano nella Chiesa greca, quando il celebrante in principio dell’Ufficio solenne fa tre inchini davanti all’immagine di Gesù Cristo e tre altri davanti all’immagine della Santa Vergine: con questi inchini, i chierici intendono significare che si riconoscono incapaci e indegni di glorificare la Maestà di Dio uno in tre Persone, e che adorano Nostro Signore come la lode di Dio, e lo incaricano, unendosi a questo fine al suo Spirito, di glorificare la SS. Trinità.La Chiesa latina, nel medesimo spirito di questo rito della Chiesa greca, dice: Gloria Patri, ecc., con un profondo inchino, per esprimere che, siccome la gloria di Dio consiste nel conoscerlo e lodarlo in modo perfetto, essa ciò non può fare di per se medesima, protestando davanti a Gesù Cristo che Lui solo chiaramente conosce Iddio e solo può lodarlo degnamente nella sua Persona, poiché essendo Egli il carattere e lo splendore della gloria di Dio Padre, col suo essere dice tutto ciò che il Padre è in sé medesimo.Per la medesima ragione, prima di dar principio all’Ufficio, si dice il Pater e l’Ave per unirsi all’interiore di Gesù Cristo, in quanto è mediatore della lode della Chiesa, e a quello della sua santissima Madre. La ragione di questa pratica è fondata sul principio che tutta la religione consiste in due punti: l’uno nell’onorare il Padre, l’altro nel glorificare il Figlio, il quale per la sua risurrezione fu richiamato nella Divinità, [Perché la sua umanità, con la Risurrezione, entrò nel possesso della gloria divina a Lui dovuta, come dice sant’Ambrogio: Nunc per omnia Deus[De fide Resurrect.] e anche san Paolo: Prædestinatus Filius Dei ex resurrectione mortuorum; [Rom., I , 4] così pure san Giovanni nell’Apocalisse: L’Agnello è degno di ricevere la Divinità [Apoc., V, 12], vale a dire, merita gli onori dovuti a Dio. Questi due oggetti del nostro culto sono pure espressi nell’Apocalisse. San Giovanni, infatti, ci rivela il culto di religione che si pratica nel Cielo, di cui la nostra Chiesa su la terra è la vera immagine, [Umbram habens futurorum. – Hebr., X, 1], con queste parole: Primitiæ Deo et Agno.« [Apoc, XIV, 4]. I Vergini furono comperati di tra gli uomini primizie per Dio e per l’Agnello, vale a dire per Dio e per Gesù Cristo; e con queste altre: Sedenti in throno, et Agno benedictio, et honor et gloria. [Ibid. V, 13] – Benedizione, onore e gloria a Colui che siede sul trono e all’Agnello. Donde avviene che, siccome vi sono due oggetti della nostra religione, [Dio e Gesù Cristo, come l’Autore deduce dai due testi citati], abbiamo pure bisogno di due mediatori: uno presso il Padre, l’altro presso Gesù Cristo. Quando lodiamo Dio nelle sue grandezze e nelle sue opere, ricorriamo a Gesù Cristo perché sia il Mediatore della nostra lode; quando vogliamo onorare Gesù Cristo nella sua Persona e nei suoi misteri di cui sono ripieni i salmi di Davide, come dice Nostro Signore medesimo: Quæ scripta sunt in Psalmis de Mel, [Luc., XXIV, 44] noi abbiamo bisogno della SS. Vergine, nostra Mediatrice presso Gesù Cristo, e ci rivolgiamo a Lei, perché sola è degna di lodarlo degnamente. Ecco il motivo sul quale è fondata la recita del Pater e dell’Ave prima d’incominciare l’Ufficio.

D. – Perché si aggiunge il Credo?

R. – Per richiamare in compendio, nella mente dei fedeli, le opere principali di Dio Padre e di Dio Figlio; e affine di aver davanti agli occhi l’oggetto delle nostre lodi e così considerare nella verità ciò che si contiene più a lungo, ma in figura e in enigma, nei salmi di Davide. [Nell’Ufficio si recitano appunto i salmi]. Per ispirarvi poi un gran rispetto per i Salmi di Davide, che si cantano nell’Ufficio, vi dirò che questo gran Santo fu il Profeta dei Profeti, perché gli altri Profeti non fanno altro che descrivere e annunziare le opere di Dio o di Gesù Cristo e i suoi misteri, ma Davide è il panegirista di Dio e di Gesù Cristo; gli altri ne fanno la storia emblematicamente, ma Davide ne è il paraninfo e la lode; ci sembra che sia questa la ragione della differenza che Gesù Cristo medesimo fece in queste parole: Quello che sta scritto di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi.[Luc, XXIV, 14. Gesù Cristo fa menzione speciale dei Salmi]. Notiamo che un mezzo eccellente per recitare santamente i Salmi, è di tenersi unito allo spirito, alle intenzioni e al cuore di quel grande e santo Profeta che li compose.

LEZIONE XV

La felicità del Cristiano nell’adorazione e nella Santa Comunione si avvicina a quella dei Santi del Paradiso. – La devozione alla Madonna.

D. – Se ho ben capito ciò che mi avete spiegato in queste istruzioni, la nostra felicità, si avvicina a quella del Paradiso.

R. – Certamente; perciò Nostro Signore diceva ai suoi discepoli: Il Regno di Dio è dentro di voi. [Regnum Dei intra vos est. – Luc, XVII, 20]. Difatti, possedendo Gesù Cristo in noi nell’orazione o nella santa Comunione, noi possediamo tutto il Cielo. E non dobbiamo stupircene, poiché è questo il privilegio della fede secondo san Paolo: Est fides sperandarum substantia rerum, argumentum non apparentium. [Hebr., X, 1].- La fede ci dà la sostanza delle cose eterne, sebbene non ce ne dia la cognizione chiara, e non ce le faccia possedere nella medesima maniera in cui si possiedono nella gloria. Il Regno del Cielo, considerato nella sua sostanza, consiste nel contemplare Dio in tre Persone e la santa umanità di Gesù Cristo piena dei torrenti della Divinità; consiste pure nella visione della Santa Vergine, la quale è piena di Gesù Cristo, come Gesù Cristo è pieno del Padre suo; consiste inoltre nella visione dell’intera società dei Santi tutta rivestita di Gesù Cristo e da Lui posseduta, in una parola nella visione dell’intero corpo magnifico della Chiesa, tutta piena del suo sole, ch’è Gesù Cristo, [Mulier amicta sole. – Apoc, XII, 1]. Gesù Cristo è quel sole di cui è rivestita la Chiesa trionfante. il quale la compenetra di amore, di lode, di adorazione e di tutto il suo interiore, che glorifica e magnifica Dio suo Padre. Orbene, chi possiede Gesù Cristo nel Santissimo Sacramento possiede quel medesimo Gesù Cristo che è nel Cielo. Gesù Cristo poi dovunque si trovi porta il santuario di Dio suo Padre, e la pienezza della religione verso di Lui e delle lodi che gli offre nei Santi. In una parola, la Chiesa della terra possiede con quella del Cielo i medesimi beni; ma con questa differenza che noi non vi partecipiamo così perfettamente come nel Cielo, perché Gesù Cristo non diffonde in noi tutta la pienezza dei suoi divini torrenti, non trovando in noi la capacità di riceverli. Inoltre, non abbiamo quaggiù la comunione della lode dei Santi come essi la sperimentano nel Cielo, dove i Beati sono affatto vuoti di se medesimi e hanno la capacità di contenersi a vicenda, a imitazione della circuminsessione [Questa espressione indica la reciproca abitazione delle tre divine Persone l’una nell’altra.] delle divine Persone tra loro. Ammiriamo la divina economia del mistero dell’Incarnazione, dove Dio osserva un ordine meraviglioso e una convenienza degna di sé: il Verbo incarnato su la terra era uguale al Padre, [San Paolo dice che Gesù Cristo non credette che fosse una rapina affermarsi eguale a Dio: Non rapinam arbitratus est esse se æqualem Deo. – Philipp., II, 6) e perciò degno di una medesima lode; la sua divinità, benché fosse nascosta, non era meno adorabile, perciò Dio volle che al suo Figlio (incarnato) tutte le creature rendessero gli onori e tutta la gloria ch’Egli medesimo riceveva da quelle. Ma siccome le creature, nella loro imperfezione, erano incapaci di lodarlo degnamente, Dio diffuse nell’anima di Gesù Cristo tutte le virtù e tutti i doni dello Spirito Santo, onde essa potesse perfettamente supplire alla deficienza delle creature e affinché il Verbo divino, per mezzo di quell’anima santissima, ricevesse, in unità col Padre e con lo Spirito Santo, un onore e una gloria superiore a quella che potesse ricevere dalle migliaia di Angeli nel Cielo. – Gesù Cristo, infatti, era ben superiore a tutti gli Angeli riuniti assieme; [Cui enim dixit aliquando Angelorum: Filius meus es tu? A qual degli Angeli disse Egli mai: Tu sei mio Figliuolo? (Hebr.: I, 5); l’anima sua era più capace che non gli Angeli di ricevere le operazioni della Divinità; era il tempio divino nel quale la Divinità era onorata in modo perfetto: talmente che, dovunque si portava la santa Umanità su la terra, Dio vi trovava il suo Cielo e il suo Paradiso e nella umiliazione di Lei trovava la sua gloria. – Dobbiamo ancora ammirare, nel mistero dell’Incarnazione, un altro effetto della sapienza di Dio: l’Umanità di Gesù Cristo, essendo l’arca ammirabile dove Dio desidera essere adorato, e dove Egli abita in pienezza per il bene delle sue creature, è ben degna essa pure di ricevere lodi e onori; perciò Dio volle provvederla di una Chiesa dove tali onori le fossero resi con tutta santità e perfezione; volle edificare per quella santa Umanità un tempio più glorioso di quello di Salomone. [Magna erit domus istius novissimae plus quam primæ. – Agg., II, 10). LQueste parole vennero dette dal Profeta Aggeo per indicare che il secondo tempio costruito dopo la schiavitù di Babilonia sarebbe stato più glorioso del tempio di Salomone perché Gesù Cristo vi sarebbe entrato. L’ autore le applica a Maria Vergine in senso accomodatizio. Questo tempio è la santa Vergine, la quale seguì dappertutto Gesù Cristo per lodarlo e glorificarlo. Come altre volte isacerdoti accompagnavano l’arca in ogni luogo, così pure la santa Vergine accompagnò Nostro Signore in tutti i suoi misteri, di modo ché era per Lui una Chiesa ambulante. Perciò vediamo che a Maria vengono attribuite tutte le qualità della Chiesa. In quella guisa che la Chiesa è da Dio destinata a onorare la santa Umanità di Gesù Cristo, così la Santa Vergine che contiene in eminenza tutte le grazie e tutte le virtù e soprattutto tutta la religione della Chiesa, venne da Dio destinata per glorificare in modo perfetto l’Umanità del Figlio suo e per accompagnarla, come abbiamo detto, in tutto il mistero dell’Incarnazione.

D. – Ma Gesù Cristo e gli Apostoli hanno forse parlato ai primi Cristiani della divozione a Maria?

R. – A dire il vero, non ne hanno parlato tanto esplicitamente; Nostro Signore si limitò a far conoscere il Padre suo; san Paolo poi non lavorava se non a far conoscere Gesù Cristo ch’Egli voleva dare come fondamento della Religione cristiana, [Fundamentum aliud nemo potest ponere præter id quod positum est, quod est Christus Jesus. ( I Cor., III, 11), ben sapendo che facendo conoscere Nostro Signore, ne faceva conoscere abbastanza quella di Lui Chiesa, che è la santa Vergine. – Ma dopo Gesù Cristo e san Paolo, i santi Padri hanno parlato eminentemente di Maria; ecco, tra gli altri, belle e importanti parole di sant’Ambrogio, uno dei più grandi Dottori della Chiesa latina e Padre spirituale di quel grande luminare della Chiesa che fu sant’Agostino: Che l’anima di Maria- dice quel santo Dottore- sia in ciascuno di noi, per magnificare il Signore; che lo Spirito di Maria sia in ciascuno per rallegrarsi in Dio?[Sit in singulis Mariae anima, ut magnificet Dominum: sit in singulis spiritus Mariæ, ut exsultet in Deo. – Lib. II, in Luc.]. Ci contentiamo di citare questo brano di sant’Ambrogio, ma in sant’Ambrogio noi citiamo la Chiesa intera, la quale ha sempre professato un gran rispetto per questo Santo, come per quello che meravigliosamente la illuminò con la luce della sua dottrina e delle sue virtù. Dio lo ebbe in tanto pregio che dalle sue ceneri volle far nascere nei nostri tempi, quella fenice di grazia per tutto il corpo del suo clero che fu san Carlo Borromeo, il quale aveva una divozione singolare e un particolare rispetto per questo santo e venerabile Padre e Patrono della sua Chiesa di Milano. Sant’Agostino l’onorò pure come Padre e Maestro, gli diede nei suoi scritti questi due gloriosi titoli e ne parlò sempre con elogi straordinari. [S. Aug., tui etiam mali doctoris ore laudatus Ambrosius, etc. Conv. Just., Lib. 1, cap. III) In sant’Ambrogio abbiamo sentito la Chiesa latina, e se ne avessi l’agio, potremmo sentire anche l’intera Chiesa greca nella sua liturgia. – Ma dovendo metter fine a queste istruzioni, diremo che dobbiamo procurare di unirci a Nostro Signore e di rinnovarci nel suo Spirito, non soltanto nei punti che abbiamo indicati nella preghiera vocale della Chiesa, per rendere più gradite a Dio le nostre preghiere; ma inoltre tutte le volte almeno che sentiremo il canto del Gloria Patri. Quando poi vedremo i Sacerdoti inchinarsi davanti al Santo Sacramento, faremo nel nostro cuore ciò che essi fanno esternamente nel coro della Chiesa; non mancheremo allora di umiliarci profondamente davanti a Nostro Signore che abita in noi; e unendoci a Lui, gli protesteremo che ci riconosciamo indegni di lodar Dio e che Egli solo essendo la lode vivente e vera della santissima Trinità, è degno di glorificarla.

Fine della seconda e ultima parte.

SALMI BIBLICI: “TE DECET, DEUS, HYMNUS IN SION” (LXIV)

SALMO 64: “TE DECET HYMNUS, DEUS, IN SION”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME DEUXIÈME.

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR – 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 64

In finem. Psalmus David, canticum Jeremiæ, et Ezechielis, populo transmigrationis, cum inciperent exire.

[1] Te decet hymnus, Deus, in Sion,

et tibi reddetur votum in Jerusalem.

[2] Exaudi orationem meam; ad te omnis caro veniet.

[3] Verba iniquorum prævaluerunt super nos, et impietatibus nostris tu propitiaberis.

[4] Beatus quem elegisti et assumpsisti: inhabitabit in atriis tuis. Replebimur in bonis domus tuæ; sanctum est templum tuum,

[5] mirabile in æquitate. Exaudi nos, Deus, salutaris noster, spes omnium finium terræ, et in mari longe.

[6] Præparans montes in virtute tua, accinctus potentia;

[7] qui conturbas profundum maris, sonum fluctuum ejus. Turbabuntur gentes,

[8] et timebunt qui habitant terminos a signis tuis; exitus matutini et vespere delectabis.

[9] Visitasti terram, et inebriasti eam; multiplicasti locupletare eam. Flumen Dei repletum est aquis; parasti cibum illorum; quoniam ita est præparatio ejus.

[10] Rivos ejus inebria, multiplica genimina ejus; in stillicidiis ejus lætabitur germinans.

[11] Benedices coronæ anni benignitatis tuæ, et campi tui replebuntur ubertate.

[12] Pinguescent speciosa deserti, et exsultatione colles accingentur.

[13] Induti sunt arietes ovium, et valles abundabunt frumento; clamabunt, etenim hymnum dicent.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LXIV

Questo Salmo si dice cantico di Aggeo, ecc., per questi profeti predissero la liberazione dalla schiavitù di Babilonia e il ritorno in Gerusalemme, applica al giusto che desidera uscire dal pellegrinaggio di questa vita per giungere alla Gerusalemme celeste. Si può anche intendere della vocazione dei popoli alla fede.

Per la fine: salmo di David; cantico di Aggeo, Geremia ed Ezechiele al popolo della trasmigrazione, quando principiavano a partire.

1. A te son dovuti, o Signore, gl’inni di Sionne; e a te saranno renduti i voti in Gerusalemme.

2. Esaudisci, o Dio, la mia orazione; verranno a te tutti gli uomini.

3. Le parole degli iniqui hanno prevaluto sopra di noi; ma tu sarai propizio alle nostre empietà.

4. Beato colui cui tu eleggesti e prendesti in tua società; egli avrà stanza nel tuo tabernacolo. Sarem ripieni dei beni della tua casa; santo è il tuo tempio, ammirabile per la giustizia.

5. Ascolta le nostre preghiere, o Dio, Salvator nostro, speranza di tutte le parti della terra e delle isole più remote.

6. Tu che dai a’ monti fermezza col tuo potere; tu cinto di potenza;

7. tu che sconvolgi il profondo del mare, e fai romoreggiare i suoi flutti.

8. Saranno in agitazione le genti, impauriti gli ultimi abitatori della terra, a causa dei tuoi prodigi; tu spanderai l’allegrezza, e dove nasce il mattino e dove nasce la sera.

9. Tu hai visitato la terra, e l’hai inzuppata; tu l’hai arricchita di molte maniere.

10. Il fiume di Dio è ripieno di acque; hai preparato il loro cibo; perocché cosi la terra è preparata.

10. Inebria i rivi di lei; moltiplica i suoi germogli; dell’inaffiamento di lei si rallegrerà tutto quello che germina.

11. Tu benedirai la corona dell’anno di tua benignità, e saranno grandemente ubertosi i tuoi campi.

12. S’impingueranno i monti del deserto, e di letizia cinte saranno le pendici.

13. Gli arieti de’ greggi son ben vestiti, e le valli abbonderanno di frumento; e alzeranno le voci, e canteranno inni di laude.

Sommario analitico

In questo salmo, uno dei più notevoli per la bellezza dei pensieri e dello stile, Davide, che lo compose probabilmente in occasione della festa dei tabernacoli, per ringraziare, a nome del popolo, Dio dei suoi benefici, e soprattutto della benedizione del cielo sui beni della terra.

I.Espone l’oggetto e il fine dei suoi desideri:

– 1° Che Dio sia lodato in Gerusalemme dai suoi fedeli servitori (1); – 2° che la conoscenza della fede sia data a tutte le nazioni (2); – 3° che il perdono dei peccati sia accordato a tutti i peccatori; – 4° che siano riempiti e colmati dei beni della casa di Dio (3, 4); – 5° che essi ammirino e celebrino la santità del tempio (5).

II. – Egli descrive i beni sparsi tra tutti i popoli con cui attira a riconoscere il Signore, ma soprattutto su Israele:

– 1° Le montagne rafferme e indistruttibili; – 2° la mobilità che lascia alle onde, ugualmente contenute dalla sua potenza (7); – 3° i loro nemici compressi e stupiti alla vista dei prodigi che Dio ha operato in loro favore; – 4° un sole sempre puro e vivificante (8); – 5° visitando Dio stesso questa terra prediletta, e moltiplicando le sue ricchezze (9); – 6° un fiume abbondante che porta fecondità con i corsi di acqua che da esso scorrono (10); – 7° i frutti degli alberi e le messi dei campi che ne derivano nel corso dell’anno (11); – 8° il deserto stesso che diviene fecondo, e le colline ricoperte di ricchi vitigni (12); – 9° le greggi numerose e le vallate ripiene di messi abbondanti, e risuonanti di cantici gioiosi (13).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-5.

ff. 1-4. –  « Un inno che vi conviene, o mio Dio », ma dove? « In Sion ». Non conviene in Babilonia! In effetti chiunque cominci a rinnovarsi, canta già di cuore in Gerusalemme, secondo questa parola dell’Apostolo: « La nostra conversazione è nei cieli » (Fil. III, 20). « Perché, benché camminiamo nella carne, noi non combattiamo con la carne » (2 Cor. X, 3). Già con il desiderio noi stiamo in cielo; già noi abbiamo riposto la speranza, come un’ancora sulla terra, per paura che, battuti dalla tempesta, non facciamo naufragio nel mare di questo mondo. Cosicché pure noi diciamo con ragione, di un naviglio all’ancora, che ha già preso terra, perché se ancora è sui flutti, è già come condotto a terra, e messo in sicurezza contro i venti e le tempeste; similmente, contro le tentazioni del nostro esilio, la nostra speranza che si appoggia su questa santa città di Gerusalemme, fa che noi non siamo ancora gettati sulle rocce. Colui dunque che qui canta, canta secondo questa speranza, egli con il profeta dice: « un inno vi conviene, o mio Dio, in Sion ». In Sion e non in Babilonia. Ma siete ancora in Babilonia, con il corpo, ma non con il cuore. Ecco perché l’Apostolo, esortando gli Efesini a cantare i cantici di amore e ad esprimere il loro desiderio per questa magnifica città, per queste visione di pace dice loro: « Cantate degli inni al Signore nei vostri cuori » (Efes. V, 19). –  Si compiono tutti gli oracolo del Re-Profeta che hanno annunciato che la lode di Dio risuonerà nella Chiesa, nella grande assemblea dei santi, in mezzo ad un popolo numeroso riunito davanti agli altari, ed è in Sion, o Dio, che ascoltate  l’inno che conviene, l’inno in armonia con la vostra perfezione infinita; è in Gerusalemme che vi saranno offerti gli omaggi degni della vostra suprema maestà. Tenete per certo, dice Bossuet, che la Chiesa Cattolica è il solo tempio universale di Dio, come lo chiama Tertulliano: « Catholicum Dei templum », e che è pure il solo luogo ove Dio è adorato in verità. (Serm. sur le culte dû à Dieu), cosa che vuol dire che è la sola scuola ove gli attributi divini siano insegnati così completamente e luminosamente come Dio ha potuto rivelarli, confessando con tutto l’ardore e la purezza che esige dai suoi adoratori. La Chiesa è questa città di cui ha parlato il Profeta Ezechiele, questa città che si chiama: « Dio è là » (Ps. XLVIII, 55). Pertanto, poiché Essa sola ha questa pienezza, adoriamo Dio in questo grande ed augusto tempio ove Egli abita tra di noi, cioè a  dire nell’unità della Chiesa Cattolica; adoriamolo nella pace e nell’unità della Chiesa Cattolica; adoriamolo nella fede della Chiesa Cattolica, così sicuri di rendergli l’onore che Egli vuole ricevere da noi  (Mgr PIE, Sur les princip. erreurs du temps prés..). – Quanto è difficile resistere all’impressione che producono i discorsi dei malvagi; essi offuscano la ragione, corrompono lo spirito, lo riempiono di falsi principi e di false idee. Questa falsità, che nascono da discorsi di uomini, attaccano così fortemente che nessuno ne è perfettamente guarito in questo mondo. Nati su questa terra, noi vi abbiamo trovato i malvagi di cui abbiamo inteso i discorsi. In qualunque luogo nasca un uomo egli apprende la lingua di questa contrada, di questo paese e di questa città; egli si impregna dei suoi costumi e della sua vita (S. Agost.).

ff. 5. – Non c’è felicità comparabile a quella di essere chiamato ed avvicinato da Dio. L’Apostolo dice agli Efesini che prima della loro vocazione alla fede, essi erano senza promesse e senza Dio in questo mondo; ma che dopo la predicazione del Vangelo, essi si sono avvicinati a Dio in virtù del sangue di Gesù-Cristo, e che con questo essi hanno acquistato la pace. Quali frutti immensi di salvezza! Il Profeta dice che quando si abita nella casa del Signore si è ricolmati di ogni bene, che si gode della santità e della giustizia che regnano nel tempio di Dio; che si ha fiducia nel rivolgere le preghiere al Signore, nel considerarlo l’unico appoggio, fosse anche alle estremità della terra e nelle isole dei mari più lontani. Il mondo non concepisce né gusta questi vantaggi, il Cristiano lasso ed indifferente non ne gode più; è l’uomo di fede che entra in questo santo commercio. Ah! Diceva ancora S. Paolo a questi ferventi efesini, voi non siete più stranieri, siete concittadini dei santi, siete della casa di Dio, siete costituiti sulle fondamenta degli Apostoli e dei Profeti, e su Gesù-Cristo stesso, che è la pietra angolare sulla quale si eleva tutto l’edificio destinato ad essere il Tempio santo del Signore. Ma tutto questo edificio non si costruisce che per lo Spirito-Santo e nello Spirito-Santo, come aggiunge l’Apostolo. Questa casa spirituale non si costruisce sul tumulto del mondo, tra i conflitti delle passioni, nella foga dei desideri corrotti. È nella solitudine del cuore, nel silenzio della preghiera, nel distaccarsi dagli interessi temporali che si eleva questo Tempio ove il Padre, il Figlio e lo Spirito-Santo abitano, come sottolinea eloquentemente san Crisostomo (Berthier). – « Noi saremo ricolmati di beni nella vostra casa ». Quali sono i beni della casa di Dio? Ricostruiamo, nella nostra immaginazione qualche ricca casa; di qualunque bene sia riempita, qualunque sia la sovrabbondanza di questi beni, qualunque sia il numero di vasi e di mobili d’oro e d’argento che essa contiene, o il numero di servitori, di greggi o di animali; qualunque sia infine la magnificenza di questa casa in quadri, opere di marmo, rivestimenti dorati, colonne, gallerie, camere abitabili; benché questi beni siano i più desiderati, non c’è nulla che non appartenga alla confusione di Babilonia. Eliminate tutti questi desideri, cittadini di Gerusalemme, eliminateli. Se volete ritornare nella patria, la cattività non faccia le vostre delizie. Forse avete già iniziato ad uscire da Babilonia? Cercate di non guardare indietro, cercate di continuare il cammino … « Noi saremo ricolmati dei beni della vostra casa; il vostro tempio è santo, la giustizia lo rende ammirabile ». Tali sono i beni della vostra casa. Il Profeta non ha detto: il vostro tempio è santo, mirabile per le sue colonne, per i suoi marmi, per i soffitti dorati, ma « … la giustizia lo rende ammirabile ». Voi avete gli occhi esteriori per ammirare l’oro e il marmo; ma internamente l’occhio vede la bellezza della giustizia … Ecco i beni della casa di Dio: preparatevi a saziarvene. Ma per saziarvene, quando sarete giunto a questa casa, occorrerà prima aver fame e sete durante il vostro esilio sulla terra: abbiate fame di questi beni, abbiate sete perché tali saranno per voi i beni di Dio (S. Agost.). – Il tempio dell’antica legge, era mirabile per la sua magnifica struttura, le sue pietre colossali, gli ornamenti ricchi. Il tempio della legge nuova, è mirabile a causa della santità e della giustizia che vi regna. – Il tempio di Dio è santo e voi siete questo tempio (1 Cor. III, 17). E se dunque il tempio di Dio è santo e pieno di giustizia, bisogna che coloro che lo abitano siano essi stessi santi e giusti (Dug.).

II. – 6-12.

ff. 6. – Predizione della conversione delle nazioni più lontane dalla conoscenza, al culto ed all’amore del vero Dio. – Dio non era solo il Salvatore degli Israeliti, ma anche la speranza di tutte le nazioni della terra e dei mari, perché la grazia della vocazione dei gentili doveva abbracciare, senza eccezione, tutti i popoli del mondo (Dug.).

ff. 7, 8. – Dio rafforza, con la virtù della grazia, coloro che sembrano i più elevati nella Chiesa, i predicatori della verità, che possono essere comparati alle montagne in rapporto gli altri fedeli: « … che le montagne ricevano la pace per il popolo e le colline la giustizia. » (Ps. LXXI, 3). – Egli agita pure in modo salutare il fondo del mare, quando Egli spaventa, per il terrore dei suoi giudizi, il cuore e la coscienza degli uomini del secolo per assoggettarseli. Agitazione salutare è questa che fa concepire lo spirito di compunzione e generare la salvezza. – Si tratta di segni eclatanti della potenza di Dio, nonché soggetto di gioia e di consolazione per i buoni e di terrore per i malvagi. La grazia del Vangelo, che è la vera gioia del mondo, è diffusa fin nell’oriente e nell’occidente, e su coloro che abitano le estremità della terra (Dug.).

ff. 9. – La pioggia è giustamente segnalata dalle sante Scritture come uno dei doni più preziosi che Dio conserva tra i suoi tesori. « La pioggia scende dal cielo – dice il Profeta Isaia – irrora la terra, la penetra, la fertilizza, dà il grano a chi lo semina ed il pane a chi lo mangia » (Is. LV, 10). Nel contratto dell’antica Alleanza, la pioggia figurava al primo posto delle promesse e delle minacce divine (Lev. XXVI, 3, 4, 5, 12, 19). Benché il patto speciale fatto con Israele non esista più e che, sotto la legge del Vangelo, il Padre celeste ci venga mostrato come Colui che fa sorgere il sole e cadere la pioggia sui malvagi e sui buoni, l’Altissimo non è dispensato dal diritto di esercitare, quando gli piace, la sua giustizia nel tempo, e di porre a servizio della sua provvidenza il doppio risalto del buon governo, la dispensa intelligente ed equa della ricompensa e del castigo modificando a suo arbitrio le leggi che seguono gli elementi anche se molti spiriti ciechi, estranei agli insegnamenti della tradizione cristiana, alle prime nozioni della libertà di Dio e della potenza che Egli ha dato alla preghiera, si ostinano a ritenerle un effetto fortuito di cause cieche e capricciose, una fantasia della natura o un risultato necessario di combinazioni atmosferiche (Mgr, PIE, M. dem 1861). – Il senso morale nascosto sotto le espressioni poetiche del Profeta è di una abbondanza che gli uomini di preghiera avvertiranno bene. Quando Dio si comunica ad un’anima, la inebria in qualche modo del suo amore; Egli moltiplica i suoi sentimenti e le sue buone opere; allora questa terra, irrorata dalle influenze del cielo, è nella gioia; i suoi anni scorrono come in un cerchio di benedizioni. Il cielo, sempre liberale per essa, sembra distillare l’abbondanza; essa cresce in virtù, man mano che i giorni di questa vita si accumulano (Berthier).

ff. 10, 11. – « Colui che crede in me, dice Nostro Signore Gesù Cristo, fiumi di acqua viva scorreranno nelle sue viscere ». Tali fiumi, in effetti, sono scaturiti dalle viscere di Pietro, di Paolo, di Giovanni, degli Apostoli, degli Evangelisti; ma tutti questi fiumi non ne fanno che uno solo, perché si confondono nell’unità. Ci sono molte chiese, e non c’è che una Chiesa; ci sono molti fedeli, e non c’è che una Sposa di Gesù-Cristo; ci sono tanti fiumi, e non c’è che un fiume … Ed è questo fiume, questa meravigliosa unione di grazie, di tutte le sante parole, di tutti i doni dello Spirito; è questo fiume la cui impetuosità fa la gioia della città di Dio. Questo bel fiume non si prosciuga mai … e quando le sorgenti dei peccatori sono aride, quando le loro cisterne sfondate lasciano colare l’acqua senza ritorno, il fiume di Dio è sempre pieno, ci dice il Re-Profeta (S. Agost.). – « Inebriate i suoi solchi, moltiplicate le sue generazioni, ed ogni pianta nascente gioirà per le gocce d’acqua che la irrorano », attendendo, senza dubbio, che essa diventi così forte per sopportare le acque abbondanti del fiume. Ogni pianta nascente gioirà delle gocce d’acqua che convengono alla debolezza. In effetti su quelle che sono ancora piccole e deboli, si lascia cadere goccia a goccia qualche cosa dei sacri misteri, perché essi non potrebbero ancora sopportare la pienezza della verità… e colui che sta per nascere e che inizia a crescere gioisce di queste gocce d’acqua che riceve; più tardi, quando sarà divenuto forte, riceverà anche la pienezza della saggezza (S. Agost.). – Il fiume di Dio è lo Spirito-Santo le cui grazie e i doni così diversi e variati, sono come tanti ruscelli che si spandono nelle anime per renderle ricche in virtù ed in buone opere. È Dio solo che prepara loro il nutrimento, che non è che di questo tipo, per l’influenza di queste acque divine che le prepara a portare del frutto. – Le anime così preparate sono come dei solchi atti ad essere irrorati ed inebriati da queste acque celesti (Dug.). – Quando rinasciamo nelle acque del Battesimo, noi proviamo una gioia grandissima, sentendo fuori di noi le prime impressioni dello Spirito-Santo, che ci comunica l’intelligenza dei Sacramenti, il dono della interpretazione delle Scritture, il dono di parlare con saggezza, la fermezza della speranza, il potere di guarire e di comandare ai demoni. Queste grazie ci penetrano come tante gocce di rugiada che rendono feconda la nostra terra, fertilizzano i germi della santità, la ricolmano di gioia e, moltiplicandosi, formano dei ruscelli e dei fiumi (S. Ilar.). – Le anime così preparate sono come dei solchi idonei ad essere irrorati e inebriati dalle acque celesti (Dug.).

ff. 12. – Nella vostra bontà, Voi benedirete la corona di tutto l’anno. La messe che si raccoglierà alla fine dei secoli è qui chiamata la fine dell’anno. « Nella vostra bontà, Voi benedirete la corona dell’anno ». Se intendete parlare di corona, è perché si tratta della gloria di una vittoria. « Trionfate del demonio e riceverete la corona, e voi benedirete, nella vostra bontà, la corona dell’anno ». Il Profeta richiama qui la bontà di Dio, per timore che non ci si glorifichi come per meriti propri (S. Agost.). – Annata veramente favorevole, è l’annata di bontà e di misericordia di Dio; sono i tempi di salvezza, nei quali questa bontà ci ha salvato diffondendo il suo Santo Spirito su di noi con una ricca effusione. – È questa effusione del Santo Spirito che ha fatto produrre con abbondanza dei frutti di giustizia a coloro che, nella Chiesa, sono chiamati i campi di Dio che Egli coltiva con la sua grazia. – È questo stesso Spirito che ha rimpinguato in maniera tutta spirituale, con la sua unzione sacra, i luoghi deserti. – Le colline ripiene di gioia, sono le persone più elevate delle altre che per la loro dignità, per il loro spirito e per le loro ricchezze sono state ammesse alla grazia della salvezza. –  Gli arieti, cioè i pastori e i capi delle greggi, si sono visti circondati da una grande moltitudine di pecore, per la moltiplicazione quasi infinita dei loro greggi. (Duguet). – La valli comparate alle montagne esprimono principalmente l’umiltà delle anime umili … le vallate dell’umiltà hanno dei fiori, esse sono anche dei frutti. « Le vallate abbondano in frumento », è la parola del salmista; perché, aggiunge S. Agostino: « Gli umili portano molti frutti e la santa Sposa dei Cantici lascia gli abbracci del suo Sposo, e discende nel suo giardino per ammirarvi i frutti delle vallate ». –  Le vallate abbondano in frumento; San Gregorio lo spiega così: « avviene – egli dice – che coloro che sono dolci, semplici e disprezzati dal mondo, ricevono con abbondanza l’alimento della verità ». (XL Hom. in Ev.). – Ma non c’è un altro alimento celeste se non quello della divina parola? Si, il frumento degli eletti, il corpo sacro del Salvatore, la divina Eucaristia! Solo gli umili la ricevono degnamente. Dio resiste ai superbi, e si dà interamente agli umili. Egli non si nutre che tra di essi, e non impingua che le vallate (Mgr DE LA BOUILLERIE, Symb. 221).

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO E… PURE GLI SCOMUNICATI: SS. BENEDETTO XIV- “PROVIDAS ROMANORUM PONTIFICUM”

Questo documento apostolico di S. S. Benedetto XIV, è una conferma ed una ulteriore presa di posizione decisa contro le sette infernali della c. d. Massoneria, della precedente Bolla di S.S. Clemente XII. Nessuna novità rispetto al passato, anzi ulteriore ferma condanna per il nemico dichiarato, e oramai disvelato, della Chiesa Cattolica. Nuova scomunica, nuova condanna alla dannazione eterna per gli aderenti a qualsiasi titolo, giusto l’espressione dell’Apostolo delle genti: « … quae autem conventio Christi ad Belial? aut quæ pars fideli cum infideli? » [… quale accordo tra Cristo e belial, quale parte tra fedeli ed infedeli?]. Stiano attenti tutti, in particolare i cani muti, i mercenari in talare, i lupi con la mitra [… ed il mitra spirituale dell’eresia e della falsa dottrina che ha posto l’abominio della desolazione sugli altari, giusto le parole di S Girolamo – Omelia comm. al capo XXIV di S. Matteo – che ci illumina: « L’abbominazione della desolazione » si può intendere anche ogni dottrina perversa – come il modernismo postconciliare, che è la somma di tutte le eresie! ndr. – : così, se noi vedremo l’errore drizzarsi nel luogo santo, cioè nella Chiesa, e spacciarsi per Dio, dobbiamo fuggire dalla Giudea sui monti, ossia, abbandonare « la Lettera che uccide » 2Cor. III, 6 e la perversità dei Giudei … – cioè la setta del Novus Ordo, più chiaro di così!! – ndr.- ], gli scrittori ed i giornalisti complici divulgatori, i politici ispirati ai principi massonici, e simili: per tutti è già acceso il fuoco eterno riservato ai riprovati ed a coloro che hanno operato contro Cristo, la sua Chiesa, ed il suo Vicario: il Signore non farà sconti a nessuno e si pagherà fino … all’ultimo spicciolo, come il divin Redentore assicura con ammonizione evangelica. Anche se si siede fraudolentemente sulla cattedra di Pietro, pur in compagnia eccellente degli Illuminati e del suo Patriarca, uguale, anzi ancor peggiore, sarà la sorte. Guai, guai a chi semina scandali ed adesca anime create per rendere gloria a Dio. Guai a questi ladri della gloria di Dio, per essi non ci saranno né avvocati, né giudici corrotti, nè compagni di loggia, nè “superiori sconosciuti” a difenderli, solo la giustizia divina incomberà inesorabile e senza misericordia per gli impenitenti finali. Ravvedetevi, maledetti, fatte un atto di contrizione sincero, rinunciate a satana e tornate al vostro vero Padre celeste! « … Providas Romanorum Pontificum  prædecessorum Nostrorum leges atque sanctiones, non solum eas … »

Benedetto XIV (1751)

PROVIDAS ROMANORUM PONTIFICUM

Benedictus Episcopus, Servus servorum Dei ad perpetuam rei memoriam

I. Giudichiamo doveroso, con un nuovo intervento della Nostra autorità, rinsaldare e confermare – in quanto lo richiedono giusti e gravi motivi – le provvide leggi e le sanzioni dei Romani Pontefici Nostri Predecessori: non soltanto quelle leggi e quelle sanzioni il cui vigore o per il processo del tempo o per la noncuranza degli uomini temiamo si possano rallentare od estinguere, ma anche quelle che recentemente hanno ottenuto forza e pieno vigore. Di fatto Clemente XII, Nostro Predecessore di felice memoria, con la sua Lettera apostolica del 28 aprile dell’anno dell’Incarnazione del Signore 1738, anno ottavo del suo Pontificato – Lettera diretta a tutti i fedeli e che comincia In eminenti – condannò per sempre e proibì alcune Società, Unioni, Riunioni, Adunanze, Conventicole o Aggregazioni volgarmente chiamate dei Liberi Muratori o des Francs Maçons, o diversamente denominate, già allora largamente diffuse in certi Paesi e che ora sempre più aumentano. Egli vietò a tutti e ai singoli Cristiani (sotto pena di scomunica da incorrersi ipso facto senza alcuna dichiarazione, dalla quale nessuno potesse essere assolto da altri, se non in punto di morte, all’infuori del Romano Pontefice pro tempore) di tentare o ardire di entrare in siffatte Società, propagarle o prestare loro favore o ricetto, occultarle, iscriversi ad esse, aggregarsi o intervenirvi, ed altro, come nella stessa Lettera più largamente e più ampiamente è contenuto.

II. Ma poiché, per quanto Ci è stato riferito, alcuni non hanno avuto difficoltà di affermare e diffondere pubblicamente che la detta pena di scomunica imposta dal Nostro Predecessore non è più operante perché la relativa Costituzione non è poi stata da Noi confermata, quasi che sia necessaria, perché le Apostoliche Costituzioni mantengano validità, la conferma esplicita del successore;

III. ed essendo stato suggerito a Noi, da parte di alcune persone pie e timorate di Dio, che sarebbe assai utile eliminare tutti i sotterfugi dei calunniatori e dichiarare l’uniformità dell’animo Nostro con l’intenzione e la volontà dello stesso Predecessore, aggiungendo alla sua Costituzione il nuovo voto della Nostra conferma;

IV. Noi certamente, fino ad ora, quando abbiamo benignamente concesso l’assoluzione dalla incorsa scomunica, sovente prima e principalmente nel passato anno del Giubileo, a molti fedeli veramente pentiti e dolenti di avere trasgredito le leggi della stessa Costituzione e che assicuravano di cuore di allontanarsi completamente da simili Società e Conventicole, e che per l’avvenire non vi sarebbero mai tornati; o quando accordammo ai Penitenzieri da Noi delegati la facoltà di impartire l’assoluzione a Nostro nome e con la Nostra autorità a coloro che ricorressero ai Penitenzieri stessi; e quando con sollecita vigilanza non tralasciammo di provvedere a che dai competenti Giudici e Tribunali si procedesse in proporzione del delitto compiuto contro i violatori della Costituzione stessa, il che fu effettivamente più volte eseguito; abbiamo certamente fornito argomenti non solo probabili ma del tutto evidenti ed indubitabili, attraverso i quali si sarebbero dovute comprendere le disposizioni dell’animo Nostro e la ferma e deliberata volontà consenzienti con la censura imposta dal predetto Clemente Predecessore. Se un’opinione contraria si divulgasse intorno a Noi, Noi potremmo sicuramente disprezzarla e rimettere la Nostra causa al giusto giudizio di Dio Onnipotente, pronunciando quelle parole che un tempo si recitavano nel corso delle sacre funzioni: “Concedi o Signore, te ne preghiamo, che Noi non curiamo le calunnie degli animi perversi, ma conculcata la perversità medesima supplichiamo che Tu non permetta che siamo afflitti dalle ingiuste maldicenze o avviluppati dalle astute adulazioni, ma che amiamo piuttosto ciò che Tu comandi”. Così riporta un antico Messale attribuito a San Gelasio, Nostro Predecessore, e che dal Venerabile Servo di Dio il Cardinale Giuseppe Maria Tommasi fu inserito nella Messa che s’intitola Contro i maldicenti.

V. Tuttavia, affinché non si potesse dire che Noi avevamo imprudentemente omesso qualche cosa, al fine di eliminare agevolmente i pretesti alle menzognere calunnie e chiudere loro la bocca; udito prima il consiglio di alcuni Venerabili Nostri Fratelli Cardinali della Santa Romana Chiesa, abbiamo decretato di confermare la stessa Costituzione del Nostro Predecessore, parola per parola, come sopra riportato in forma specifica, la quale sia considerata come la più ampia ed efficace di tutte: la confermiamo, convalidiamo, rinnoviamo e vogliamo e decretiamo che abbia perpetua forza ed efficacia per Nostra sicura scienza, nella pienezza della Nostra Apostolica autorità, secondo il tenore della medesima Costituzione, in tutto e per tutto, come se fosse stata promulgata con Nostro motu proprio e con la Nostra autorità, e fosse stata pubblicata per la prima volta da Noi.

VI. Per la verità, fra i gravissimi motivi delle predette proibizioni e condanna esposti nella sopra riportata Costituzione ve n’è uno, in forza del quale in tali Società e Conventicole possano unirsi vicendevolmente uomini di qualsiasi religione e setta; è chiaro quale danno si possa recare alla purezza della Religione Cattolica. Il secondo motivo è la stretta e impenetrabile promessa di segreto, in forza del quale si nasconde ciò che si fa in queste adunanze, cui meritamente si può applicare quella sentenza che Cecilio Natale, presso Minucio Felice, addusse in una causa ben diversa: « Le cose oneste amano sempre la pubblica luce; le scelleratezze sono segrete ». Il terzo motivo è il giuramento con il quale s’impegnano ad osservare inviolabilmente detto segreto, quasi che sia lecito a qualcuno, interrogato da legittimo potere, con la scusa di qualche promessa o giuramento di sottrarsi all’obbligo di confessare tutto ciò che si ricerca, per conoscere se in tali Conventicole si faccia qualche cosa contraria alla stabilità e alle leggi della Religione e della Repubblica. Il quarto motivo è che queste Società si oppongono alle Sanzioni Civili non meno che alle Canoniche, tenuto conto, appunto, che ai sensi del Diritto Civile si vietano tutti i Collegi e le adunanze formati senza la pubblica autorità, come si legge nelle Pandette (libro 47, tit. 22, De Collegiis et corporibus illicitis), e nella celebre lettera (n. 97 del libro 10) di C. Plinio Cecilio, il quale, riferisce che fu proibito per suo Editto, giusta il comandamento dell’Imperatore, che si tenessero le Eterie, cioè che potessero esistere e riunirsi Società e adunanze senza l’autorizzazione del Principe. Il quinto motivo è che in molti Paesi le citate Società e Aggregazioni sono già state proscritte e bandite con leggi dei Principi Secolari. Infine, l’ultimo motivo è che presso gli uomini prudenti ed onesti si biasimavano le predette Società e Aggregazioni: a loro giudizio chiunque si iscriveva ad esse incorreva nella taccia di pravità e perversione.

VII. Infine lo stesso Predecessore nella sopra riportata Costituzione esorta i Vescovi, i Superiori Prelati e gli altri Ordinari dei luoghi a non trascurare d’invocare l’aiuto del braccio secolare qualora occorra per l’esecuzione di tale disposizione.

VIII. Tutte queste cose, anche singolarmente, non solo si approvano e si confermano da Noi, ma anche si raccomandano e si ingiungono ai Superiori Ecclesiastici; ma Noi stessi, per debito della Apostolica sollecitudine, con la presente Nostra Lettera invochiamo e con vivo affetto ricerchiamo il soccorso e l’aiuto dei Principi Cattolici e dei secolari Poteri –essendo gli stessi Principi Supremi e Podestà eletti da Dio quali difensori della fede e protettori della Chiesa –affinché sia loro cura adoperarsi nel modo più efficace perché alle Apostoliche Costituzioni si abbiano il dovuto ossequio e la più assoluta obbedienza. Ciò riportarono alla loro memoria i Padri del Concilio Tridentino (sess. 25, cap. 20), e molto prima l’aveva egregiamente dichiarato l’Imperatore Carlo Magno nei suoi Capitolati (tit. I, cap. 2), nei quali, dopo aver comandato a tutti e i suoi sudditi l’osservanza delle Sanzioni Ecclesiastiche, aggiunse queste parole: “In nessun modo possiamo conoscere come possano essere fedeli a noi coloro che si mostrano infedeli a Dio e disubbidienti ai suoi sacerdoti”. Conseguentemente impose a tutti i Presidenti e ai Ministri delle sue province che obbligassero tutti e i singoli a prestare la dovuta obbedienza alle leggi della Chiesa. Inoltre comminò gravissime pene contro coloro che trascurassero di fare ciò, aggiungendo fra l’altro: “Coloro poi che in queste cose (il che non avvenga) saranno trovati negligenti e trasgressori, sappiano che non conserveranno gli onori nel nostro Impero, ancorché siano nostri figlioli; né avranno posto nel Palazzo, né con noi né coi nostri fedeli avranno società o comunanza, ma piuttosto pagheranno la pena nelle angustie e nelle ristrettezze”.

IX. Vogliamo poi che alle copie della presente, ancorché stampate, sottoscritte di mano di qualche pubblico Notaio e munite del sigillo di persona costituita in dignità Ecclesiastica, sia prestata la stessa fede che si presterebbe alla Lettera se fosse esibita o mostrata nell’originale.

X. A nessuno dunque, assolutamente, sia permesso violare, o con temerario ardimento contraddire questa pagina della Nostra conferma, innovazione, approvazione, comandamento, invocazione, richiesta, decreto e volontà. Se qualcuno osasse tanto, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio Onnipotente e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.

Dato in Roma, presso Santa Maria Maggiore, il 18 marzo dell’anno dell’Incarnazione del Signore 1751, undicesimo anno del Nostro Pontificato.

[Bullarium t. 3, pp. 373-377]

DOMENICA XXIV DOPO PENTECOSTE (2019)

DOMENICA XXIV DOPO PENTECOSTE (2019)

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ier XXIX: 11; 12; 14
Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis.
[Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.]
Ps LXXXIV: 2
Benedixísti, Dómine, terram tuam: avertísti captivitátem Iacob.
[Hai benedetta la tua terra, o Signore: hai distrutta la schiavitú di Giacobbe.]

Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis. [Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.]

Oratio

Orémus.
Excita, quǽsumus, Dómine, tuórum fidélium voluntátes: ut, divíni óperis fructum propénsius exsequéntes; pietátis tuæ remédia maióra percípiant.
[Eccita, o Signore, Te ne preghiamo, la volontà dei tuoi fedeli: affinché dedicandosi con maggiore ardore a far fruttare l’opera divina, partécipino maggiormente dei rimedi della tua misericordia.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Colossénses.
Col 1: 9-14
“Fratres: Non cessámus pro vobis orántes et postulántes, ut impleámini agnitióne voluntátis Dei, in omni sapiéntia et intelléctu spiritáli: ut ambulétis digne Deo per ómnia placéntes: in omni ópere bono fructificántes, et crescéntes in scientia Dei: in omni virtúte confortáti secúndum poténtiam claritátis eius in omni patiéntia, et longanimitáte cum gáudio, grátias agentes Deo Patri, qui dignos nos fecit in partem sortis sanctórum in lúmine: qui erípuit nos de potestáte tenebrárum, et tránstulit in regnum Fílii dilectiónis suæ, in quo habémus redemptiónem per sánguinem eius, remissiónem peccatórum”.

Omelia I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1920]

L’ISTRUZIONE RELIGIOSA

“Fratelli: Non cessiamo di pregare per voi, e di chiedere che abbiate la piena cognizione della volontà di Dio, con ogni sapienza e intelligenza spirituale, affinché camminiate in maniera degna di Dio; sì da piacergli in tutto; producendo frutti in ogni sorta di opere buone, e progredendo nella cognizione di Dio; corroborati dalla gloriosa potenza di lui in ogni specie di fortezza ad essere in tutto pazienti e longanimi con letizia, ringraziando Dio Padre che i ha fatti degni di partecipare alla sorte dei santi nella luce, sottraendoci al potere delle tenebre; e trasportandoci nel regno del suo diletto Figliuolo, nel quale, mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati” (Col. 1, 9-14).

L’Epistola è tratta dal principio della lettera ai Colossesi. Dopo il saluto, le congratulazioni, il ringraziamento a Dio per la fede e la pietà che regna tra i Colossesi, assicura — come vediamo dal brano riportato — che prega il Signore che dia loro una conoscenza perfetta della volontà di Dio, così che possano piacergli, mediante i frutti delle buone opere; e che queste opere progrediscano sempre più, per mezzo di una cognizione sempre maggiore delle cose celesti. Prega pure che dia loro la forza di sopportare con letizia le prove immancabili a chi vive cristianamente; e che siano fedeli nel ringraziare Dio Padre, il quale li ha resi degni di partecipare al consorzio dei santi, cioè dei fedeli; li ha strappati alla schiavitù del demonio e delle sue opere tenebrose per metterli sotto il regno del suo Figlio, nostro Redentore. Quest’epistola ci apre la via a parlare dell’istruzione religiosa.

1. Al Cristiano è indispensabile l’istruzione religiosa,

2. Che gli servirà di guida nella vita,

3. E lo renderà costante contro i falsi insegnamenti e le storte teorie.

1.

Fratelli: Non cessiamo di pregare per voi, e di chiedere che abbiate la piena cognizione della volontà di Dio, con ogni sapienza e intelligenza spirituale. L’Apostolo, dicendo ai Colossesi che egli domanda che, per mezzo di quella scienza e sapienza che non viene dagli uomini, ma dallo Spirito Santo, imparino sempre più ciò che Dio vuole da loro; viene bellamente a inculcare il dovere che essi hanno di avanzare sempre più nella cognizione delle verità essenziali del Cristianesimo. È una raccomandazione che S. Paolo fa parecchie volte, e che è di grande importanza per i Cristiani di tutti i tempi, perché pare che in tutti i tempi si dia molto più importanza all’istruzione profana che all’istruzione religiosa. Non parliamo, poi, dei tempi nostri. Noi sentiamo dei fanciulli, con il sussiego di chi la sa lunga in materia, narrare le avventure delle pagine illustrate delle riviste settimanali. Se li interrogate, non sanno ripetere un sol fatto della Storia Sacra. I giovinetti danno l’assalto alle edicole, ai giornalai che escono dalle stazioni per aver notizia delle vicende dei giocatori.Vi sanno dire chi è riuscito primo nel pugilato, nella gara podistica; chi primo nella corsa delle biciclette, delle automobili, ecc. Vi dicono il nome, la paternità, la patria del campione nazionale, del campione europeo, del campione del mondo; ma non vi sanno fare il nome di un campione del Cristianesimo.Gli adulti la sanno forse più lunga in fatto di religione? Se provaste a interrogarli resterete meravigliati della loro ignoranza. Non dissimili dagli uomini sono spesso le donne; e non dissimile dall’operaio e dal contadino è il ricco, la persona colta. Sarebbe già molto, per una buona parte, se arrivassero a far bene il segno della croce. E questa ignoranza è assolutamente inammissibile in un Cristiano. «E’ un errore non conoscere Dio come si conviene» (S. Giov. Crisost. In Ep. ad Col. Hom, 1). L’uomo è figlio di Dio: deve, per conseguenza, conoscere questo Dio, che lo ha creato, che lo governa, che è il suo ultimo fine; conoscere la sua natura, i suoi attributi, per quanto è possibile a persona pellegrina su questa terra: sapere qual è il premio per quelli che lo servono; qual è il castigo per coloro che si ribellano al suo volere. – Dio nella sua bontà infinita ha voluto risollevare l’uomo dalla sua miseria per mezzo della redenzione. È interesse dell’uomo redento, del Cristiano, è suo obbligo istruirsi in questo mistero: conoscere la Persona di Gesù Cristo, quanto ha fatto per noi, il merito della sua opera, la dottrina che Egli ha insegnato, e che le turbe del suo tempo ascoltavano con tanta brama da dimenticare casa, occupazioni e perfino il nutrimento. È interesse e obbligo del Cristiano conoscere chi è la depositaria della sua dottrina, la Chiesa; conoscere gli aiuti che ci ha dato, i Sacramenti. Si tratta d’una istruzione che interessa il Cristiano direttamente, in modo particolare. Si tratta, poi, d’un interesse che non si limita ai quattro giorni che passiamo sulla terra, ma che varca i confini della vita e dura per tutta l’eternità.

2.

S. Paolo desidera che i Colossesi abbiano una piena conoscenza della volontà del Signore affinché si diportino  in maniera degna di Dio, sì da piacergli in tutto. Cioè, conducano una vita in tutto degna di un vero Cristiano. Una vita simile non può prender norma che dalla dottrina della Chiesa. – Nella dottrina della Chiesa si trovano i rimedi adatti a tutte le infermità dell’umana natura, e la difesa contro i pericoli e le illusioni che l’accompagnano. In questa dottrina si trovano gli insegnamenti opportuni per qualunque circostanza della vita. Essa contiene insegnamenti per la vita individuale e per la vita sociale: indica i diritti nella loro giusta misura, e inculca i corrispondenti doveri. – Tolti gli insegnamenti della Religione, ben poca efficacia hanno gli altri mezzi sulla condotta dell’uomo e sull’andamento morale della società. Il ven. Antonio Chevrier era stato arrestato da due guardie urbane di Lione, che l’avevano trovato a questuare alla porta di una chiesa. Condotto dal Commissario, risponde ai rimproveri facendo osservare che egli fa la questua pel mantenimento e l’educazione di una sessantina di ragazzi vagabondi, parecchi dei quali erano certamente passati nell’ufficio del commissario, prima di andare da lui. Quando il commissario sa con chi tratta, non può trattenere la commozione, e due lacrime spuntano sopra i suoi occhi. Poi riprende: «Ah! Padre, continui la sua opera di rigenerazione ben più utile di tutte le nostre case di reclusione; continui a chieder l’elemosina per i suoi ragazzi, non avrà più noie; io stesso voglio partecipare alla sua opera» (Villefranche. Vita del Ven. Servo di Dio Padre Antonio Chevrier. Versione di Alfonso Codaghengo. Roma – Torino. 1924). Possiam poi, osservare che la sanzione delle leggi umane, già poco efficace per sé, è relativamente rara. Le leggi umane sono di quelle reti da cui si può sfuggire con tutta facilità. Si possono trasgredire in modo da far quanto la legge proibisce, senza incorrere nella sanzione. Fatta la legge, trovato l’inganno. Se la legge non è scritta nel cuore, fa ben poco. Le cattive inclinazioni hanno origine dal cuore: nel cuore deve stare il loro correttivo. «Serbo nel cuore i tuoi detti per non peccare contro di te», dice il Salmista; ma è impossibile che la legge sia scolpita nel cuore, se non la si considera come ricevuta da Dio. – Ci sono inoltre tante azioni, che la legge umana non considera perché interne, come l’odio, i desideri malvagi, ecc.; ma che non cessano per questo di essere condannabili, e che sono, difatti, severamente condannate dalla dottrina della Chiesa. – Non si può negar l’efficacia dell’insegnamento della Chiesa dal fatto che alcuni anche fortemente istruiti nella Religione, conducano una vita riprovevole. La dottrina religiosa da essi imparata è la loro più severa condanna: Essa li richiama, continuamente alla riforma della propria condotta, che, con l’aiuto della grazia di Dio, può sempre compiersi. A ogni modo è sempre un freno potentissimo con la minaccia dei castighi eterni, riservati a coloro che si ostinano nel male… E coloro che se ne scandalizzano, al punto di voler negare l’efficacia dell’istruzione religiosa, sono forse migliori? – Del resto, si dia uno sguardo alla storia. Si vedrà che la dottrina della Chiesa, alla corrotta vita pagana, ha sostituito una vita di grande dignità e di santità. Si vedrà che quando le popolazioni si avvicinano ai principi del Vangelo sono civili; quando se ne allontanano diventano barbare.

3.

L’Apostolo augura ai Colossesi che vadano progredendo nella cognizione di Dio, cioè nello studio delle verità cristiane. Come grande è, dunque, l’errore di coloro che, studiati i primi elementi della dottrina cristiana da fanciulli al catechismo parrocchiale o alla scuola, non se ne curano più nel restante della vita. Il condurre una vita veramente cristiana non è cosa da animi deboli. Si richiede grande costanza contro ogni genere di contrarietà. Cresciuto il fanciullo negli anni, da chi imparerà il modo di resistere alle passioni? Che cosa lo terrà saldo contro la corrente dei cattivi costumi e delle massime perverse? L’ideale! si dirà. Ma quale? Noi vediamo che sono tanti ideali quante sono le scuole, quanti sono i partiti, quanti sono i gusti. E ciascuno si sceglie l’ideale che accontenta maggiormente le passioni, che cominciano a dominarlo.Sta bene che al catechismo dei fanciulli abbiamo imparato i primi elementi della dottrina; abbiamo imparato per qual fine Dio ci ha creati ecc.; ma, cresciuti in età, dobbiamo approfondire le nostre cognizioni mano mano che ci troviamo davanti circostanze che richiedono da noi la manifestazione di principi solidi. Col crescere degli anni si allarga anche il campo dei nostri doveri; dobbiamo quindi cercare di averne una più larga e profonda cognizione. «Che giova — dice S. Bernardo — saper dove sia da andare, se non sai la via per la quale hai da andare?» (S. Bernardo in fest. Asc. Serm. 4, 9).Quando si è uomini maturi, si dice, non c’è più bisogno di guida. Il buon senso e la ragione insegnano quel che c’è da fare. Peccato, che la storia ci dimostri il rovescio. Essa ci dimostra che, quanto alla verità, non c’è assurdo che non sia stato insegnato da qualche filosofo; e che intorno ai doveri degli uomini i sapienti del mondo non hanno mai potuto stabilire un sicuro codice di morale.In pratica, poi, la norma più comune è la pubblica opinione. Questa è né più né meno che una moda qualunque. La moda va e viene: peggio ancora, va da un estremo all’altro. Così, la pubblica opinione oggi condanna ciò che ieri era lecito; con la più grande facilità oggi pone uno sull’altare, domani lo getta nel fango. La, sua regola è il tornaconto del momento. Precisamente opposto è l’insegnamento della Chiesa, il cui linguaggio è « sì, sì; no, no », (Matth. V, 37) e non si adatta mai alle circostanze. La dottrina che essa insegna è la stessa che fu insegnata da Gesù Cristo, che fu bandita dagli Apostoli e dai loro successori e, attraverso a persecuzioni e lotte, arrivò fino a noi senza mutamenti. A questa dottrina deve attenersi chi, nel mar tempestoso della vita, vuol rimaner fermo come uno scoglio che non è smosso dalle opposte correnti. – «Alcune cose si apprendono per averne la cognizione solamente, altre, invece, per metterle anche in pratica », osserva S. Agostino (In Ps. CXVIII En. 17, 3). Perciò il Salmista si rivolge a Dio con quella preghiera: «Insegnami a fare la tua volontà» (Ps. CXLII). Sull’esempio del Salmista rivolgiamoci noi pure a Dio pregando, che ci aiuti a conoscere ciò che dobbiam credere, e ci aiuti a conoscere ciò dobbiamo fare, rendendocene soave l’adempimento.

 Graduale

Ps XLIII:8-9
Liberásti nos, Dómine, ex affligéntibus nos: et eos, qui nos odérunt, confudísti. [
Ci liberasti da coloro che ci affliggevano, o Signore, e confondesti quelli che ci odiavano.]
V. In Deo laudábimur tota die, et in nómine tuo confitébimur in sæcula.
[In Dio ci glorieremo tutto il giorno e celebreremo il suo nome in eterno.]

Alleluja

Allelúia, allelúia.
Ps CXXIX:1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam. Allelúia.
[Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia  ⊕ sancti Evangélii secúndum S.  Matthǽum.

Matt XXIV: 15-35

“In illo témpore: Dixit Iesus discípulis suis: Cum vidéritis abominatiónem desolatiónis, quæ dicta est a Daniéle Prophéta, stantem in loco sancto: qui legit, intélligat: tunc qui in Iudǽa sunt, fúgiant ad montes: et qui in tecto, non descéndat tóllere áliquid de domo sua: et qui in agro, non revertátur tóllere túnicam suam. Væ autem prægnántibus et nutriéntibus in illis diébus. Oráte autem, ut non fiat fuga vestra in híeme vel sábbato. Erit enim tunc tribulátio magna, qualis non fuit ab inítio mundi usque modo, neque fiet. Et nisi breviáti fuíssent dies illi, non fíeret salva omnis caro: sed propter eléctos breviabúntur dies illi. Tunc si quis vobis díxerit: Ecce, hic est Christus, aut illic: nolíte crédere. Surgent enim pseudochrísti et pseudoprophétæ, et dabunt signa magna et prodígia, ita ut in errórem inducántur – si fíeri potest – étiam elécti. Ecce, prædíxi vobis. Si ergo díxerint vobis: Ecce, in desérto est, nolíte exíre: ecce, in penetrálibus, nolíte crédere. Sicut enim fulgur exit ab Oriénte et paret usque in Occidéntem: ita erit et advéntus Fílii hóminis. Ubicúmque fúerit corpus, illic congregabúntur et áquilæ. Statim autem post tribulatiónem diérum illórum sol obscurábitur, et luna non dabit lumen suum, et stellæ cadent de cælo, et virtútes cœlórum commovebúntur: et tunc parébit signum Fílii hóminis in cœlo: et tunc plangent omnes tribus terræ: et vidébunt Fílium hóminis veniéntem in núbibus cæli cum virtúte multa et maiestáte. Et mittet Angelos suos cum tuba et voce magna: et congregábunt eléctos eius a quátuor ventis, a summis cœlórum usque ad términos eórum. Ab árbore autem fici díscite parábolam: Cum iam ramus eius tener fúerit et fólia nata, scitis, quia prope est æstas: ita et vos cum vidéritis hæc ómnia, scitóte, quia prope est in iánuis. Amen, dico vobis, quia non præteríbit generátio hæc, donec ómnia hæc fiant. Cœlum et terra transíbunt, verba autem mea non præteríbunt.”

Omelia II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE LII.

“In quel tempo disse Gesù a’ suoi discepoli: Quando adunque vedrete l’abbominazione della desolazione, predetta dal profeta Daniele, posta nel luogo santo (chi legge comprenda): allora coloro che si troveranno nella Giudea fuggano ai monti; e chi si troverà sopra il solaio, non scenda per prendere qualche cosa di casa sua; e chi sarà al campo, non ritorni a pigliar la sua veste. Ma guai alle donne gravide, o che avranno bambini al petto in que’ giorni. Pregate perciò, che non abbiate a fuggire di verno, o in giorno di sabato. Imperocché grande sarà allora la tribolazione, quale non fu dal principio del mondo sino a quest’oggi, ne mai sarà. E se non fossero accorciati quei giorni non sarebbe uomo restato salvo; ma saranno accorciati quei giorni in grazia degli eletti. Allora se alcuno vi dirà: Ecco qui, o ecco là il Cristo; non date retta. Imperocché usciranno fuori dei falsi cristi e dei falsi profeti, e faranno miracoli grandi, e prodigi, da fare che siano ingannati (se è possibile) gli stessi eletti. Ecco che io ve l’ho predetto. Se adunque vi diranno: Ecco che egli è nel deserto; non vogliate muovervi: eccolo in fondo della casa; non date retta. Imperocché siccome il lampo si parte dall’oriente, e si fa vedere fino all’occidente; così la venuta del Figliuolo dell’uomo. Dovunque sarà il corpo, quivi si raduneranno le aquile. Immediatamente poi dopo la tribolazione di quei giorni si oscurerà il sole, e la luna non darà più la sua luce, e cadranno dal cielo le stelle, e le potestà dei cieli saranno sommosse. Allora il segno del Figliuolo dell’uomo comparirà nel cielo; e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il figliuol dell’uomo scendere sulle nubi del cielo con potestà e maestà grande. E manderà i suoi Angeli, i quali con tromba e voce sonora raduneranno i suoi eletti dai quattro venti, da un’estremità  de’ cieli all’altra. Dalla pianta del fico imparate questa similitudine. Quando il ramo di essa intenerisce, e spuntano le foglie, voi sapete che l’estate è vicina: così ancora quando voi vedrete tutte questo cose, sappiate che egli è vicino alla porta. In verità vi dico, non passerà questa generazione, che adempite non siano tutte queste cose. Il cielo e la terra passeranno; ma le mie parole non passeranno” (Matth. XXIV, 15-35).

Era il martedì della settimana, in cui Gesù Cristo sarebbe morto sulla croce per la nostra salute. E fu in sulla sera di quel giorno, così vicino al gran sacrifizio, che il divin Redentore disse in pubblico ed all’aperto le supreme sue parole. Gli ultimi raggi del sole morente facevano ancor scintillare le lamine d’oro del tempio di Gerusalemme. E Gesù, assiso sulla vetta del monte degli Ulivi, teneva rivolti gli occhi sull’infelice città. Egli la guardava pensieroso. Anche gli Apostoli che gli stavano d’intorno tacevano, riflettendo a quello che Gesù Cristo, pochi momenti innanzi, aveva detto nell’uscire dal tempio: « Voi vedete questi grandi edifizi? Non rimarrà pietra sopra pietra, che non sia scompaginata. » Ma alla fine taluni di essi, fattisi coraggio, gli mossero la domanda, che teneva tutti agitati: « Maestro, di’ a noi, quando succederanno queste cose? e quale è il segno della tua venuta e della fine del mondo? » A queste domande il divin Redentore con un’aria di solenne mestizia prese a rispondere, narrando profeticamente tutto ciò che sarebbe avvenuto riguardo alla rovina di Gerusalemme e riguardo alla fine del mondo. Ed è la massima parte di questa grande risposta, che la Chiesa ci fa leggere e ci invita a considerare nel Vangelo di questa Domenica, l’ultima dell’anno ecclesiastico. E noi, per amore di brevità, lasciando da parto tutto ciò, che Gesù Cristo in questa risposta disse riguardo alla fine del mondo, ci contenteremo di riflettere sopra di ciò che disse riguardo alla rovina di Gerusalemme.

1. In quel tempo, adunque, Gesù disse ai suoi discepoli: Quando vedrete l’abbominazione della desolazione, predetta dal profeta Daniele, posta nel luogo santo (chi legge comprenda): allora coloro che si troveranno nella Giudea, fuggano ai monti; e chi si troverà sopra il solaio, non discenda per prendere qualche cosa di casa sua; e chi sarà al campo, non ritorni a pigliar la sua veste ». Ed anzitutto che cosa è questa abbominazione predetta dal profeta e ricordata dal divin Redentore? Alcuni la intendono per quell’idolo, che fu collocato sulle rovine del tempio dopo la distruzione della città; altri invece, forse più esattamente, vogliono che si tratti di ciò che avvenne tre anni prima, quando una turba di scellerati, detti gli Zelanti, entrò armata mano nel tempio, e per tre anni e mezzo continui vi dimorò, come in un baluardo, profanandolo con ogni sorta di scelleraggini ed uscendo dì e notte a commettere rapine e stragi nella città. Comunque sia la cosa, ecco in ogni caso l’immagine di quella abbominazione, che avviene in un’anima a cagione del peccato. Imperocché anche l’anima nostra è un tempio. Ce lo dice più volte l’Apostolo Paolo: Non sapete voi che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio è in voi? E questo tempio di Dio, che siete voi, è santo (1 Cor. III, 16, 17). Ora che cosa fa colui che commette il peccato! Egli mostrando col fatto di stimare più di Dio e della sua santa grazia un piacere da bestia, una vergognosissima soddisfazione, un pugno di roba di malo acquisto, una vendetta, uno sfogo brutale, un miserabile guadagno, un compagno cattivo e traditore, un poco di vino ed altre simili cose vilissime, dice: Parta dal tempio dell’anima mia Iddio e si prenda quella roba, quella vendetta, quello sfogo; vada Iddio, e venga il compagno, l’amico, il piacere; vada Iddio, vada la sua grazia, vada il suo amore, la sua gloria, il suo dominio, il suo paradiso, vada tutto, e venga la passione, il peccato. E così butta giù dall’altare del suo cuore Iddio, per sostituirvi in sua vece un idolo vile ed infame, qual è il piacere, l’interesse, la passione che si vuole sfogare; e questo idolo adora invece di Dio. Egli caccia dal tempio dell’anima sua Iddio per introdurvi coi peccati dei scellerati masnadieri, che profanano e deturpano quanto in esso vi ha di buono e santo. Che esecrabile delitto! – Eppure questo non è che una parte dell’orribile abbominazione. Quando noi pecchiamo grandemente non solo preferiamo a Dio le cose più vili e spregevoli, ma preferiamo a Lui lo stesso demonio. Poiché non è egli vero che offendendo Iddio noi serviamo il demonio, ubbidiamo alle sue istigazioni, soddisfaciamo i suoi desideri malvagi, lo scegliamo per nostro padrone ed eleggiamo di essere suoi schiavi? Egli è indubitato che consentendo al peccato, consentiamo insieme a tutto questo. Sì, se resistiamo alla passione, ci manteniamo fedeli a Dio nostro Sovrano Padrone, nostro caro Padre, nostro Benefattore supremo, che si compiace del nostro operare; se invece cediamo alla passione e commettiamo il peccato, ci mettiamo volontariamente nelle mani del diavolo, e lui prendiamo per padrone nostro, e con ciò dichiariamo e protestiamo che è meglio appartenere al demonio, che a Dio. Epperciò come allorquando il Sacerdote battezza un bambino, intima al demonio che si parta dall’anima di lui; chi pecca invece dice a Dio: Esci da me, Signore, dà luogo al demonio, che voglio collocare nel tempio dell’anima mia, siccome colui che voglio riverire, servire amare, adorare in vece tua. Non è così adunque, che il peccato è veramente l’abbominazione più orrenda, che mai si possa effettuare in un’anima? – E per evitare tale abbominazione del peccato che cosa dobbiamo fare? Ciò che raccomanda il Salvatore per non essere sepolti sotto le rovine di Gerusalemme. « Allora coloro che si troveranno nella Giudea, fuggano ai monti; e chi si troverà sopra il solaio, non discenda per prendere qualche cosa di casa sua; e chi sarà al campo, non ritorni a pigliar la sua veste ». Queste parole in sostanza non vogliono dir altro se non: fuggite… fuggite prontamente… fuggite per non tornare addietro. Quando trattasi del peccato, e soprattutto del peccato contro alla bella virtù, la Sacra Scrittura ci raccomanda sempre la fuga. Fuggite di mezzo a Babilonia, e pensi ciascuno a salvar l’anima sua; fuggite il peccato come fuggireste alla vista di un serpente. Sovente il demonio sen viene a voi e con perfide carezze v’invita al piacere, oppure vi manda vicino i cattivi compagni, i seguaci del mondo, e questi tutto porranno in opera per trascinarvi nelle regioni del male. Deh! fuggite, fuggite ai monti. Innalzatevi fino a Dio coi pensieri della mente e con la preghiera del cuore. Di là solamente può giungervi soccorso. Era questa la speranza del santo re Davide: Levavi oculos meos in montes, unde veniet auxilium mihi (Ps. CXX). Inoltre fuggite prontamente, senza porger orecchio un istante alle tentazioni; un momento di ritardo è bastante per farvi cadere. Quando gli Angeli, che il Signore aveva spediti a Lot, videro ch’ei differiva ad uscir di Sodoma, lo presero per mano, dice la Scrittura: e fattolo uscir dalla sua casa, lo condussero fuori dalla città. Senza questa premura, Lot era perduto, e periva con tutti gli abitanti di Sodoma divorati dal fuoco del cielo. E così voi, o miei cari, vi esporreste a questa sciagura, se non aveste cura di rapidamente allontanarvi dalla tentazione. Nessuna considerazione deve rallentare la vostra fuga, perciocché qui si tratta della vostra eterna salute. Fuggite, fuggite adunque il peccato, senza farvi più mai ritorno; ed allora il tempio dell’anima vostra non solo conserverà la sua bellezza, ma l’andrà accrescendo mirabilmente di giorno in giorno.

2. Continuava poi il divin Redentore, dicendo: Guai alle donne che avranno bambini in quei giorni Imperciocché grande sarà allora la tribolazione, quale non fu dal principio del mondo fino a quest’oggi, né sarà mai. Con queste poche parole, Gesù Cristo prediceva le orrende sciagure, che avrebbero accompagnato la rovina di Gerusalemme. Ma se terribili erano queste predizioni, fu ancor più terribile l’avveramento delle medesime. Iddio per altro, che è bontà infinita, prima di dar compimento a quanto era stato predetto dal suo divin Figliuolo, volle ancora ammonire gli Ebrei con parecchi segni precursori. È tradizione costante, certificata dal Talmud, libro storico de’ Giudei, (contenente però molte superstizioni e falsità), e confermata dai Rabbini, come 40 anni prima della rovina di Gerusalemme, che coincide col tempo della morte di Gesù Cristo, si vedevano di continuo nel tempio cose strane. Il giorno di pentecoste quivi fu udita una voce, che disse: Usciamo, usciamo di qui! E si tenne che fossero gli Angeli protettori del tempio, che se ne partivano, perché Iddio l’aveva già riprovato. – Quattro anni poi innanzi all’eccidio di Gerusalemme, gli Ebrei ne ebbero dei segni manifestissimi, come ci narra lo stesso storico ebreo, Giuseppe Flavio, testimonio di veduta. Un uomo chiamato Anano venne dalla campagna, ed entrato in città non rifiniva di gridare: Guai al tempio, guai a Gerusalemme; voce dall’Oriente, voce dell’Occidente, voce dai quattro venti; guai al tempio, guai a Gerusalemme. Egli fu preso, messo in prigione, battuto severamente; ma non si tenne mai dal ripetere i medesimi lamenti sui bastioni, nella città per tre anni, dopo cui esclamando: Guai a me stesso, venne colpito da una pietra sul capo e morì. Una notte apparve intorno al tempio e all’altare una luce sì viva, che risplendette per mezz’ora come di mezzogiorno. Una porta del tempio di bronzo e di peso così enorme, che ci volevano 20 uomini per chiuderla, si aperse da per se stessa. Alcuni giorni dopo in tutti i paesi vicino a Gerusalemme, si vedevano in aria eserciti schierati, i quali la cingevano di assedio. Apparve una cometa che vomitava fiamme a guisa di fulmini, e una stella in forma di spada stette sospesa un anno con la punta rivolta a Gerusalemme. Tali furono i segni prodigiosi, che notte e dì, annunziavano a questo popolo l’imminente sua rovina, e chiamavanlo a penitenza. Eppure a tanti segni non mai veduti, gli Ebrei erano bensì atterriti, ma niuno pensava ad invocare la provvidenza del Signore. Intanto videro circondarsi la città da un esercito romano, prima guidato da un celebre guerriero di nome Vespasiano, e poi da suo figliuolo per nome Tito. Costoro senza saperlo, fatti strumenti dell’ira divina, cooperarono ad avverare quanto era scritto nel Vangelo riguardo allo sterminio degli Ebrei. Formato dapprima un assedio, a due miglia dalla città, ne chiusero tutte le uscite. Avvenne questo circa le solennità pasquali, in cui grande moltitudine di Giudei restando chiusi nella città, la scarsezza dei cibi si fece tosto terribilmente sentire. Gli abitanti furono ridotti a mangiare qualunque sorta di alimenti, anzi l’un l’altro strappavansi di mano le cose più schifose a fine di acquietare la rabbiosa fame. Per avere una qualche idea degli eccessi, cui furono dalla miseria condotti gli Ebrei, basti sapere quello di una madre. Stretta essa dalla fame ruppe i vincoli del sangue, calpestò i diritti della natura e, fissando gli occhi sopra un innocente fanciullo: « Sventurato, gli disse, a che ti serbo? … a soffrire mille orrori prima di spirare o per colmo di sventura a soffrire un’indegna schiavitù ». Così dicendo lo impugna, lo scanna, lo arrostisce, ne mangia la metà e nasconde il resto. Fatto orrendo, al quale quelli stessi che videro, a grande pena potevano credere! Ed ecco perché Gesù Cristo aveva detto: Guai alle madri, che in quei giorni avranno bambini! – Intanto Tito, che già si era fatto padrone di una parte della città, diede l’assalto al tempio e vi appiccò il fuoco alle porte, ordinando per altro di conservare il corpo dell’edifizio. Ma un soldato romano, preso un tizzone ardente, lo gettò nella parte interiore del tempio. Il fuoco si dilatò e, a dispetto degli sforzi di Tito per arrestare l’incendio, tutto il tempio fa consumato dalle fiamme. I Romani poi trucidarono quanti caddero nelle loro mani, e misero tutto a sangue e fuoco. – E così avveraronsi le sciagure predette dal divin Salvatore a Gerusalemme. Lo stesso Tito confessò che il buon successo dell’impresa non era opera sua, e che egli era stato strumento dell’ira divina. Nell’eccidio di Gerusalemme perirono un milione e cento mila abitanti. Il resto degli Ebrei fu disperso per tutto il mondo, condannato da Dio di andare qua e là errante, senza principe, senza altare e senza sacrifizio, in mezzo a nazioni straniere sino al finire dei secoli, nel qual tempo egli aprirà gli occhi, e riconoscerà il suo Dio in Colui che ebbe crocifisso. Ed ecco, per divino proposito, entrati i gentili in luogo degli Ebrei a formare la società cristiana, che sussisterà sino alla fine del mondo. È stata adunque terribile la desolazione inflitta a Gerusalemme, che non volle conoscere il tempo della visita del Signore e che mise in croce Gesù Cristo. Ma non dimentichiamo che assai più terribile sarà la desolazione di coloro, che per avere disprezzata la grazia di Dio e col peccato, di nuovo crocifisso Gesù Cristo in loro stessi, saranno condannati all’eterna dannazione. Il castigo adunque di quella sciagurata città parli efficacemente al nostro cuore e ci induca a profittare per tempo della bontà e della misericordia di Dio a nostro riguardo.

3. Soggiungeva poi ancora nostro Signor Gesù Cristo: E se non fossero accorciati quei giorni, non resterebbe salvo alcuno; ma saranno accorciati in grazia degli eletti. Anche queste parole ebbero il loro perfetto avveramento. Perciocché i Giudei rinchiusi in Gerusalemme, erano trattati più crudelmente dalla loro gente, che dai nemici. Quelli che comandavano nella città si diportavano in guisa che, come dice Giuseppe Flavio, pareva quasi rimproverassero a Dio il ritardo del meritato castigo; e se i Romani avessero voluto starsene tranquilli spettatori delle violenze e delle stragi, che dentro si commettevano, la città e la nazione si distruggeva e si annichiliva da sé medesima. Ma Iddio, tra tanti perversi si era serbato un numero di anime, che o già credevano in Cristo, o le quali Egli voleva condurre alla fede, e per amor di queste fece accelerare, e stringer l’assedio per sottrarle alla morte, da cui non si sarebbero salvate, se avessero continuato a dominare i tiranni, i quali sempre in discordia tra loro, in questo solo andavano uniti: di ammazzare quanti erano degni di scampo e bramosi di pace. – Questa predizione pertanto ed il suo avveramento ci insegna due cose importantissime: la prima è che Iddio nel castigare gli uomini in genere a cagione dei loro peccati, esercita pur sempre la sua misericordia per riguardo ai giusti che vi sono pur sempre nel mondo. Iddio ci aveva già manifestata questa sua condotta, quando ad Abramo aveva detto che sarebbe stato pronto a perdonare a Sodoma ed a Gomorra, se in esse vi fossero stati anche solo dieci giusti. Ed anche presentemente egli agisce così con noi: Vi sono anche oggi città malvagie come Gerusalemme, come Sodoma e Gomorra. E Dio di tratto in tratto fa balenare un raggio della sua giustizia, e manda guerre, terremoti, colera, pesti, inondazioni, disastri, rovine. Tuttavia i castighi non sono quasi mai generali. La misericordia di Dio splende sempre più che la sua giustizia, perché vi sono ancora delle anime giuste; che sospirano, che pregano, che fanno del bene e placano per tal modo la collera di Dio. – E ciò che accade nelle nazioni e nelle città, è ciò che accade nel seno delle famiglie. Quell’uomo è da dieci, venti, trent’anni che più non dischiude il suo labbro alla preghiera, che più non prende la Pasqua, che più non rende a Dio alcun omaggio di sorta. E Dio n’è stomacato. Dio vorrebbe farla finita con lui: toglierlo di vita e precipitarlo nel baratro infernale. Ma quell’uomo ha una moglie santa, qualche buon figliuolo che prega per lui, ed essi con la loro virtù, commuovono il Cuore di Dio e lo inducono a misericordia con quell’uomo traviato. Quel giovane ha scosso il giogo soave di Cristo, si è allontanato da Lui per correre senza freno le vie del più schifoso piacere. Il puzzo de’ suoi peccati sale al trono di Dio e Dio ha già armato la sua destra per colpirlo. Ma quel giovine ha un’ottima madre, una madre che prega, che fa il bene, che si strugge in lagrime per il suo pervertimento, e Dio per riguardo a questa santa donna si placa, e Dio risparmia il figlio cattivo. Ecco che cosa fanno i giusti, gli eletti, a pro dei malvagi; riescono ad abbreviare, a mitigare, e a frastornare ben anche i castighi del Signore. In secondo luogo la predizione fatta da Gesù nel Vangelo ed il suo avveramento ci ammaestra che Dio si piglia sempre gran cura degli eletti ed usa ai medesimi i più grandi riguardi; massime nei pericoli a cui vanno incontro. Il che deve tornare di grande stimolo ad operare il bene ed a metterci per tal guisa nel numero degli eletti. Imperciocché è certo che Iddio è fedele, come dice S. Paolo, e non permetterà che noi, come giusti, siamo tentati oltre alle nostre forze; che anzi, come ci assicura S. Girolamo, avrà riguardo alla nostra debolezza e quando vi sarà a temere che la nostra virtù abbia a soccombere, ne abbrevierà il pericolo, la tentazione e noi ne andremo salvi. – Coraggio adunque, o cari giovani e cari Cristiani, diamoci alla sequela di Gesù Cristo, abborriamo dal partecipare ai disordini, ed ai peccati degli uomini del mondo, non preoccupiamoci che di mantener ferma la nostra fede ed inviolata la nostra virtù anche in mezzo agli scandali così gravi che regnano sulla terra; ed allora possiamo ritenere per certo, che Iddio terrà rivolto lo sguardo pietoso verso di noi, ci scamperà con la sua possente protezione dai pericoli di quaggiù e ci condurrà in salvo per sempre nella beata eternità del Paradiso.

 Credo …

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus
Ps CXXIX: 1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam: de profúndis clamávi ad te, Dómine.
[Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera: dal profondo Ti invoco, o Signore.]

Secreta

Propítius esto, Dómine, supplicatiónibus nostris: et, pópuli tui oblatiónibus precibúsque suscéptis, ómnium nostrum ad te corda convérte; ut, a terrenis cupiditátibus liberáti, ad cœléstia desidéria transeámus. [Sii propizio, o Signore, alle nostre súppliche e, ricevute le offerte e le preghiere del tuo popolo, converti a Te i cuori di noi tutti, affinché, liberati dalle brame terrene, ci rivolgiamo ai desiderii celesti.]

Comunione spirituale http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Marc XI: 24
Amen, dico vobis, quidquid orántes pétitis, crédite, quia accipiétis, et fiet vobis.
[In verità vi dico: tutto quello che domandate, credete di ottenerlo e vi sarà dato].

Postcommunio

Orémus.
Concéde nobis, quǽsumus, Dómine: ut per hæc sacraménta quæ súmpsimus, quidquid in nostra mente vitiósum est, ipsorum medicatiónis dono curétur.
[Concedici, Te ne preghiamo, o Signore: che quanto di vizioso è nell’ànima nostra sia curato dalla virtú medicinale di questi sacramenti che abbiamo assunto.]

Preghiere leonine http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

Ordinario della Messa http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/