GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 3° Corso di Esercizi Spirituali (11)

S. S. GREGORIO XVII:IL MAGISTERO IMPEDITO:

III CORSO DI ESERCIZI SPIRITUALI (11)

[G. Siri: Esercizi Spirituali; Ed. Pro Civitate Christiana – Assisi, 1962]

IL NOSTRO ITINERARIO CON GESÙ CRISTO

11. La vera carità

Il collegamento fra la nostra vita eucaristica e la virtù della carità è talmente grande, talmente fondamentale, per volere di Nostro Signore Gesù Cristo, che noi dobbiamo ancora insistere su questo concetto e sulle sue pratiche conseguenze. Già vi ho fatto vedere che nella mente del nostro Divin Salvatore la carità fa veramente parte della cornice e dello sfondo della vita eucaristica, della pietà eucaristica. – La virtù della carità va pratìcata come l’ha praticata Nostro Signore Gesù Cristo. Che sostanza ha dato Nostro Signore Gesù Cristo alla parola: amare il prossimo? L’ha data in due modi: parlando e facendo. Parlando, egli ha detto chiaramente che se noi non ameremo il nostro prossimo anche quello che non ci è bene viso, saremo come i pagani. Ha detto chiaramente che l’amore verso i propri fratelli è complementare dell’amore di Dio,  e pertanto fa parte del primo e supremo di tutti i precetti che racchiude tutta la Legge e i Profeti: amare Dio e amare il prossimo. L’amore del prossimo va distinto, per l’oggetto, dall’amore di Dio, ma è parte complementare delle stesso amore di Dio. Nostro Signore ha detto che il prossimo va amato come amiamo noi stessi. Sono parole grandi e tuttavia hanno bisogno di una spiegazione pratica che è data dal modo in cui si è comportato Gesù Cristo stesso. Allora si raggiunge veramente la sostanza della carità verso il prossimo. – Nostro Signore per amare noi uomini ha fatto così: ha fatto di sé stesso, Dio, un uomo. Ossia ha fatto di sé stesso quello che sarebbe venuto bene per noi. Se non si fosse fatto uomo, non avrebbe potuto redimerci; non sarebbe stata possibile, in via di giustizia, la soluzione del peccato del mondo, del peccato di tutti gli uomini. Tutto questo è legato al fatto che s’è fatto uomo come noi, avendo preso la umana natura per mezzo di una madre come abbiamo fatto tutti noi. Cioè Egli ha amato noi non soltanto, come talvolta potrebbe sembrare in questo mondo, con la sua borsa — tanto non l’aveva, non l’ha mai voluta avere, l’ha lasciata portare agli altri — o con altri elementi estranei a sé, no; ha amato gli uomini con sé stesso, facendo di sé quello che veniva bene per gli uomini. E allora ci ha dato veramente l’indicazione di come si faccia ad amare il nostro prossimo. Questa è la grande indicazione che distingue la carità dall’amore umano, dall’umanitarismo, dalla filantropia e da tutte le altre cose o piacevolezze che si vanno dicendo talvolta in questo mondo; che distingue la socialità cristiana da tutto ciò che non è socialità cristiana. Il prossimo lo si ama così: facendo di noi delle persone talmente complete, buone, umili, sante, equilibrate, talmente a posto da essere sempre il principio della vita e della gioia, della serenità e della pace, della concordia e della riconciliazione per tutti gli altri. Ecco la carità: una moglie ama il marito se fa qualcosa per cui il marito sta bene; il marito ama la moglie se fa qualcosa per cui la moglie sta bene. E così l’amico per l’amico, il compagno per il compagno, il collaboratore per il collaboratore. Tra gli uomini questa è la grande legge: si amano gli altri facendo noi buoni in modo che gli altri stiano bene, come ha fatto Nostro Signore Gesù Cristo. E allora si comprende come la virtù della carità venga descritta da S. Paolo nel cap. XIII della prima Lettera ai Corinti con una tale sequenza di attributi che si direbbe quasi diventata la virtù totale. E tutta quella serie di attributi si compendia in questo: per amare il prossimo bisogna diventare buoni su tutto il fronte. E questo perché non dobbiamo dare agli altri soltanto delle parole o dei facili e futili sentimenti, ma qualche cosa di sostanziale, come ha fatto Nostro Signore Gesù Cristo. Non è la prima volta che vi parlo di questo argomento, ma è un argomento che non sarà mai abbastanza richiamato, perché è troppo facile che la carità verso il prossimo la si confini in un sentimento, in una specie d’istinto o addirittura in una specie di simpatia, il che non è assolutamente adeguato al concetto di carità, o che la si confini in un’abitudine di elemosina o in qualche elargizione di sorrisi di bontà e di forma quando la elemosina non la si vuole e non la si può fare o ci sembra che non sia il caso di farla. – Allora è chiaro che la virtù della carità ha bisogno della umiltà. L’elemento che più di tanto equilibra noi in rapporto ai nostri fratelli è la virtù della umiltà. Ho già detto che la virtù dell’umiltà risolve a questo mondo le questioni. È la chiave con cui si aprono tutte le porte. È l’espediente o, meglio, la risorsa con la quale si superano tutte le difficoltà, è la forza con la quale si fanno cadere tutte le muraglie, tutte le fortezze, anche quelle di Gerico. È l’arma con la quale si spuntano tutte le armi degli altri. Veramente humilitas omnia resolvit. Ora non devo fare un discorso diretto sulla virtù dell’umiltà, ma devo parlarne quale elemento potenziale per avere la virtù della carità. Badate bene che, siccome la virtù della carità è una virtù di relazione col prossimo, il fondamento di tutte le buone relazioni col prossimo sta sempre nella umiltà. Se ve ne volete convincere, provate a guardare da che parte arrivano a noi tutti i fastidi che ci dà il prossimo nostro: arrivano dalla superbia. La superbia degli altri, che poi si stempera in orgoglio, in vanità, in ambizione, in testardaggine, in gelosia, in invidia, in spirito di vendetta. Tutte parti potenziali della superbia, che è veramente il fumo negli occhi. Noi stiamo tanto bene quando troviamo della gente umile. Qualche volta questo stare bene è un po’ interessato, perché non siamo umili noi e allora ci fa ancora più piacere che lo siano gli altri, quasi perché la diversità aumenta il comodo e l’agio nostro; e questo non va bene. Tanto la umiltà si desidera dagli altri, altrettanto bisogna darla agli altri. Deve esserci una reciprocità. Gli altri, con le manifestazioni della loro superbia, ci danno veramente fastidio, ci creano una pena, sono per noi un disagio permanente. Vedendo questo negli altri, allora possiamo capire, dallo specchio, come siamo noi quando, con la nostra superbia, siamo ambiziosi, vanitosi, orgogliosi, gelosi, invidiosi, testardi; prendiamo talvolta delle grandi impennate e arriviamo alle impazienze e alle sfuriate, mettiamo su i musi, diventiamo nervosi e facciamo della gran solennità fuori posto. In sostanza si tratta di banalissime manifestazioni di superbia senza nessuna dignità. Da questo possiamo capire quanto diamo fastidio al nostro prossimo. – Voi capite che per avere la carità sostanziale secondo l’esempio che ci ha dato il nostro divin Salvatore, bisogna che ci mettiamo bene in testa che il primo dono che possiamo fare ai nostri fratelli è la nostra umiltà. L’umiltà è l’arte di sapere aver torto quando non lo abbiamo, di saperci tirare indietro, di avere così torniti i nostri sentimenti interiori che questi non abbiano a trapelare in tante manifestazioni, sia pure di sfumatura, ma che annebbiano, che lacerano la buona concordia coi nostri fratelli. Occorre, per questo, farci un’abitudine interiore, perché l’umiltà, se non è un fatto interiore, è inutile averla esternamente. La umiltà che si ha solo esternamente si chiama untuosità. E d è falsità, perché se uno, per essere umile e non credendoci affatto, dice: Io sono un somaro, io sono un’oca, è chiaro che questa non è umiltà, questa è falsità e soprattutto è untuosità. Oppure è cerimoniosità: grandi inchini, grandi scappellate e riverenze, titoli, ecc. Sono tutte cose esterne e di poco valore, che non reggono. Attenti bene! L’umiltà, per elevare, santificare, corroborare e assicurare la vita di relazione, non regge se non è un fatto interiore, se non parte dall’umile sentire di sé, da quel giudizio sincero di noi dato da noi stessi, se non parte da quella prudenza per cui, anche dinanzi a ragioni obiettive per stimarci a una determinata quota, noi abbassiamo sempre il prezzo, perché sappiamo che c’è un istinto di personalità che a nostra insaputa, incoscientemente, ci porta avanti. Con questo deprezzamento volontario, virtuoso, probabilmente arriveremo a metterci nel giusto circa la valutazione di noi stessi e quindi circa tutte le conseguenze anche esterne di contegno che vengono a dipendere da essa. Per ritornare al mistero eucaristico, vedete con quale umiltà si è presentato Nostro Signore Gesù Cristo, sotto quali apparenze si è messo. Non si è andato a mettere sotto le apparenze di una corona gemmata, di un simbolo d’oro, non si è andato a costituire chissà mai quale cosa artistica, straordinaria, ricercata, rara, ma si è messo sotto le apparenze del pane e del vino che sono il nostro nutrimento quotidiano. Le cose più semplici, più immediate. Nostro Signore ci dà questo esempio e se ne sta lì nel tabernacolo ad aspettare gente che non viene; rimane solo in tante chiese e in tante ore del giorno, tutte le ore della notte. È raro trovare dei santi Curati d’Ars che passino la notte in chiesa a pregare, a fare la parte degli altri, a fare la lampada vivente. È così difficile mettere su delle associazioni che facciano l’adorazione anche di notte! Vedete quale esempio di umiltà ci viene da Nostro Signore! La virtù della carità, proprio perché deve essere sostanziale, come mette l’accento sulla virtù della umiltà, deve mettere l’accento su qualche altra virtù. Perché se vi riducesse ad essere accompagnata da queste altre virtù, difficilmente reggerebbe. E parlo della semplicità e della sincerità dell’anima. In tutti i nostri rapporti col prossimo s’impone sempre un’istanza di chiarezza. L’istanza di chiarezza è dovuta a questo: che noi presentiamo al prossimo la nostra faccia, il corpo-materia, insomma; e per quanto la faccia abbia gli occhi e gli occhi siano le porte dell’anima che lasciano trapelare guizzi dai quali si possono capire tante cose, l’anima il nostro prossimo non la vede direttamente. La condizione naturale, imprescindibile dell’umana condizione è questo modo di essere opachi per natura, dato dal fatto che siamo costituiti di anima e di corpo, e non c’è la visione immediata tra anima e anima, che richiede sostanzialmente, perché i rapporti col nostro prossimo siano nella carità, la trasparenza. Cioè là dove esiste un corpo che è di natura sua opaco e non lascia vedere direttamente l’anima — perché l’anima può benissimo celarsi e presentarsi in spoglie completamente mentite — è necessario metterci la trasparenza. Questa è la ragione obiettiva che richiede la semplicità e la sincerità, proprio perché nelle relazioni nostre col prossimo crolla questo sipario opaco. Notate bene che ho detto due parole: non ho detto soltanto sincerità, che è la virtù morale della verità, ma ho detto anche semplicità. E la ragione è questa: che la sincerità non riesce a dare la trasparenza se manca la semplicità. La semplicicità è la negazione di ogni arzigogolo; è la negazione delle complessità, delle complicazioni, delle vie ritorte. È la negazione, insomma, di tutto quell’involgersi col quale noi facciamo perdere al nostro prossimo le tracce di quello che realmente pensiamo, anche senza dire delle menzogne. Quando manca la semplicità, non è detto che noi siamo menzogneri; non si dice il rovescio di quel che si pensa, non c’è disparità, per sé e direttamente, tra il pensiero e la parola, ma c’è un tale menare un can per l’aia che alla fine della favola si ottiene lo stesso effetto, press’a poco quasi come se si dicesse una bugia: si gira, si gira e si complica; si fanno tanti di quei giri nel labirinto delle nostre parole che si fa perdere la nozione di dove sia il nord, il sud, l’est e l’ovest. Questa è la mancanza di semplicità. Ora capite perché non ho detto che per fare cadere questo velario opaco, che è sempre pronto a erigere dei muri tra noi e il nostro prossimo, occorre solo la sincerità: perché la sincerità dà la trasparenza, ma questa trasparenza deve essere aiutata e assicurata dalla semplicità. Sì, voi potete mettere un vetro, lo so, e il vetro di natura sua è trasparente; ma se questo vetro ce lo mettete smerigliato, non ci si vede attraverso. Se voi questo vetro lo mettete sfaccettato, come si sfaccettano i diamanti, non potete vedere bene la parte di là. La sfaccettatura vi devia molti raggi e pertanto le immagini non vi possono arrivare. Ecco perché la sincerità, per raggiungere la trasparenza, per far cadere il velo della opacità, deve essere armata e sostanziata essa pure di semplicità. Non se ne può fare a meno. Che andamento sereno prende allora tutta la dottrina di Nostro Signore Gesù Cristo! Come noi da questa sponda, seguendo il pensiero suo, abbiamo l’impressione di intravvedere il paradiso terrestre, l’Eden! Come si fanno belle, colorite, vive le cose! Come cambia completamente la vita, in tutti i suoi rapporti, quando sia veramente come vuole Nostro Signore Gesù Cristo! – La virtù della carità ha un punto delicato, e non si può fare a meno di parlarne anche perché c’è l’invito esplicito di Nostro Signore Gesù Cristo: « Se stai per fare il tuo dono davanti all’altare… ». Ritorniamo al concetto eucaristico. Badate che è un richiamo preciso a una legge senza la quale la carità non sussiste, ma diventa parziale, frammentaria, e poi finisce col cadere nella sua stessa sostanza. Si tratta della legge del perdono. A volte la carità appare talmente fatta di velluto e pare vellutare talmente tutte le pareri e tutti i pavimenti e persino il cielo, che vien da piangere a considerarla bene. Ma quando si arriva all’argomento del perdono, cascano gli altarini. Io ho paura che su dieci che si ritengono molto Cristiani, quasi perfetti Cristiani, e che si ritengono di avere il colloquio immediato con Dio, a mala pena se ne trovano tre o quattro che sanno perdonare. Eppure la legge del perdono è legge fondamentale nel Vangelo, tanto fondamentale che quando Nostro Signore ha creduto opportuno insegnarci una preghiera molto breve, riassuntiva, in cui ha messo le cose principali, il Pater noster ce l’ha infilata dentro: vi ha messo la condizione: « Dimitte nobis debita nostra sicut et nos dimittimus debitoribus nostris ». Questo ci fa dire, e così ci mette in imbarazzo sempiterno. Quando si dice il Pater noster, se ci si pensa, talvolta non si riesce ad andare avanti e finirlo. Perché se si pensa a quel che si dice quando cirivolgiamo a Dio dicendo: « Signore, rimetti a noii nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori», se per disgrazia non è perfettamente veroche noi abbiamo rimesso ai nostri debitori, come si fa a dirlo? Capisco che alle volte si va talmente avanti con l’armonica automatica che si dicono le cose più inverosimili al buon Dio mentre si prega Se ci si pensasse un po’ di più, si direbbero cose meno inverosimili. Invece con una faccia tosta inverosimile diciamo: rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. – La legge del perdono è fondamentale nell’Evangelo. Io direi che un vero cristiano lo si riconosce dal perdono. Il grado, la temperatura, la valenza, la caratura, quella autentica, sostanziale, genuina del Cristiano la si conosce dal perdono. Nostro Signore è stato, direi, tremendo su questo punto. Ricordate la parabola del servo cattivo? Aveva avuti condonati dal proprio padrone tanti talenti e non aveva avuto la forza di condonare un piccolo debito a un suo conservo. E il padrone ha fatto prendere lui, la moglie e i figli e gettarli in una prigione finché non rendesse fino all’ultimo centesimo. – Quando Pietro chiese a Gesù: « Signore, fino a quante volte dovremo perdonare? Fino a sette volte? » gli sembrava di sfornare tutta la generosità del mondo. E si è sentito rispondere: « Non fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette », frase che nel linguaggio aramaico nel quale parlava N. S. Gesù Cristo, significa: perdonerai sempre. Sempre. Adesso io non indugio a parlare del fatto che il perdono non inibisce che si faccia giustizia, che si diano le punizioni a chi si devono dare, perché le ragioni sociali prevalgono su quelle individuali. Non è il caso di fare la casistica. Ma la legge del perdono in sé deve rimanere. Qui c’è una piccola precisazione da fare. La legge del perdono molti la considerano una legge da tirarsi fuori come i grandi addobbi, come i pavesi, cioè nelle grandi occasioni: la scena è pronta, le quinte sono ben tirate, tutto è luminoso e io faccio il bel gesto del perdono. È il gesto di S. Giovanni Gualberto che un venerdì santo incontra per la strada, inerme, lui che era armato, l’uccisore del proprio fratello, il quale allarga le braccia in croce e domanda pietà in nome del Crocifisso di cui quel giorno si faceva la commemorazione. S. Giovanni Gualberto lo perdona abbracciandolo, poi va nella chiesa di S. Miniato, e il Crocifisso china il suo capo verso di lui come a dirgli: Hai fatto bene! Casi solenni, vero? Distribuiti qua e là nella vita, per qualche circostanza un po’ teatrale, molto drammatica, molto ben drappeggiata e illuminata, è quasi una recitazione di orgoglio. Badate che la legge del perdono è una legge che dobbiamo applicare dalla mattina alla sera. È qui veramente dove si vede il perdono. Certo, quando si danno le grandi occasioni, le gravi offese, allora bisogna fare grandi remissioni, dare qualche grandissima assoluzione, perdonare al proprio calunniatore. Beh, sì, ci sono anche queste occasioni, non dico di no. Ma guai se pensiamo che la legge del perdono sia valevole soltanto in queste grandi occasioni. La legge del perdono va applicata dalla mattina alla sera, cento volte al giorno. In moltissimi dei rapporti che noi abbiamo col nostro prossimo salta fuori qualche debituccio, o almeno noi crediamo che il nostro prossimo, qualunque esemplare del nostro prossimo con cui abbiamo da fare, ci pianti sempre lì qualche piccolo debito. Che poi sia vero o non sia vero, anche questa è una cosa da tener presente, perché siamo moltissimo pronti a registrare tutti i debiti che gli altri hanno con noi, e ne inventiamo anche, e non siamo affatto pronti a ricordare i crediti che gli altri hanno con noi. Ma è certo che dalla mattina alla sera, nei contatti col nostro prossimo, sia che esista o non esista una ragione obiettiva, noi vediamo allinearsi tutta una serie di piccoli crediti nostri e di debiti altrui. E queste cose poi, ristagnando, formano una specie di patina, talché a volte finiscono col dare l’umor nero e chissà quale capacità di fulminare tutto 1’universo! Allora viene il nervoso, vengono le reazioni, ci si lavora sopra, si mettono fuori i musi e non si finisce più. Allora gli altri capiscono che ci sono dei musi, e ne fanno anche loro; uno capisce che l’altro ha fatto i musi e non capisce perché ha fatto i musi. A volte ci costruiamo noi un mondo di nemici, di persecuzioni, di vendette, di guai, insomma, che poi sono tutti nella nostra fantasia. – È l’applicazione della legge del perdono che interessa. E non è facile! Io ritengo che sia più facile dare i grandi perdoni, quelli solenni, teatrali; credo che sia più facile perché lì c’è anche il senso di troneggiare, di fare una cosa egregia: tutto l’insieme sostiene. Mentre è difficilissima, nella giornata, la continua applicazione della legge del perdono per cui non resta mai niente, la pagina rimane sempre pulita. Non c’è mai nessun debito, tutto viene subito messo a posto. – Ecco, io credo che da questa più o meno disordinata descrizione della legge del perdono al minuto, non all’ingrosso, voi siate in grado di fare una conclusione molto importante: il perdono al minuto è quello che libera l’anima continuamente, è quello che sblocca l’anima continuamente, che la riporta sempre alla serenità virtuosa, non poltrona, virtuosa davanti a Dio e davanti ai fratelli. Ed è quella che ci fa stare a questo mondo molto meglio, perché si sta bene a questo mondo quando si fa così. Costa un po’, eh! esercitare il perdono a questo modo e regolarmente bruciare tutti idebiti degli altri mano mano che pare arrivino, pensando anche che il maggior numero di debiti degli altri sono frutto della nostra fantasia e del nostro orgoglio e non frutto del peccato altrui. Anche questa considerazione deve avere il suo peso. –  Ma è la liberazione, la serenità dell’anima. Allora si raggiunge veramente la semplicità. Vi ho detto: c’è qualche cosa di opaco tra noi e i fratelli: la carità deve farcela abolire. Ma per abolirla occorre la sincerità. La sincerità da sola, che sarebbe per sé trasparente, può non esserlo perché i vetri possono essere smerigliati, sfaccettati, dipinti e perfino istoriati. Da questo vetro bisogna continuamente, con una pelle di daino, spazzare via tutto quello che vi si posa: la polvere, i granelli, gli insetti, tutto. Senza questa pelle di daino in mano non si riesce a mantenere la semplicità dei rapporti e pertanto la sincerità nei contatti coi nostri fratelli. Perché è quando ci si sente circondati di sincerità, di trasparenza, che si sta bene. Ma la trasparenza può essere mantenuta con la semplicitàe col perdono continuo. Rinnegando il perdono al minuto, il vetro si copre, si appanna. Se al mattino era bello, traslucido, alla sera non si vede più di là: è tutto coperto dai debiti degli altri e dai crediti nostri. Allora non si vede più niente e tutto diventa incerto, dubbioso, penoso, precario. Bisogna dare questa carità al nostro prossimo. Nostro Signore, mentre istituiva l’Eucaristia, faceva questo discorso : « Ut omnes unum sint! »: che tutti siano una cosa sola! L a grande luminosità della pietà eucaristica da parte dei fedeli è la carità, carità che arriva a questo punto. Così sia.

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SALMI BIBLICI: “MISERICORDIAS DOMINI, IN ÆTERNUM CANTABO” (LXXXVIII)

SALMO 88: MISERICORDIAS DOMINI in æternum cantabo

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME DEUXIÈME.

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 88

Intellectus Ethan Ezrahitæ.

[1] Misericordias Domini in æternum cantabo;

in generationem et generationem annuntiabo veritatem tuam in ore meo.

[2] Quoniam dixisti: In æternum misericordia ædificabitur in cœlis; praeparabitur veritas tua in eis.

[3] Disposui testamentum electis meis; juravi David, servo meo:

[4] usque in æternum præparabo semen tuum, et ædificabo in generationem et generationem sedem tuam.

[5] Confitebuntur cœli mirabilia tua, Domine; etenim veritatem tuam in ecclesia sanctorum.

[6] Quoniam quis in nubibus aequabitur Domino, similis erit Deo in filiis Dei?

[7] Deus, qui glorificatur in consilio sanctorum, magnus et terribilis super omnes qui in circuitu ejus sunt.

[8] Domine Deus virtutum, quis similis tibi? potens es, Domine, et veritas tua in circuitu tuo.

[9] Tu dominaris potestati maris, motum autem fluctuum ejus tu mitigas.

[10] Tu humiliasti, sicut vulneratum, superbum; in brachio virtutis tuae dispersisti inimicos tuos.

[11] Tui sunt cœli, et tua est terra; orbem terræ, et plenitudinem ejus tu fundasti;

[12] aquilonem et mare tu creasti. Thabor et Hermon in nomine tuo exsultabunt.

[13] Tuum brachium cum potentia; firmetur manus tua, et exaltetur dextera tua.

[14] Justitia et judicium praeparatio sedis tuae; misericordia et veritas praecedent faciem tuam.

[15] Beatus populus qui scit jubilationem: Domine, in lumine vultus tui ambulabunt;

[16] et in nomine tuo exsultabunt tota die; et in justitia tua exaltabuntur.

[17] Quoniam gloria virtutis eorum tu es, et in beneplacito tuo exaltabitur cornu nostrum.

[18] Quia Domini est assumptio nostra, et sancti Israel regis nostri.

[19] Tunc locutus es in visione sanctis tuis, et dixisti: Posui adjutorium in potente; et exaltavi electum de plebe mea.

[20] Inveni David, servum meum, oleo sancto meo unxi eum.

[21] Manus enim mea auxiliabitur ei, et brachium meum confortabit eum.

[22] Nihil proficiet inimicus in eo, et filius iniquitatis non apponet nocere ei.

[23] Et concidam a facie ipsius inimicos ejus, et odientes eum in fugam convertam.

[24] Et veritas mea et misericordia mea cum ipso; et in nomine meo exaltabitur cornu ejus.

[25] Et ponam in mari manum ejus, et in fluminibus dexteram ejus.

[26] Ipse invocabit me: Pater meus es tu, Deus meus, et susceptor salutis meae.

[27] Et ego primogenitum ponam illum, excelsum prae regibus terræ.

[28] In aeternum servabo illi misericordiam meam, et testamentum meum fidele ipsi.

[29] Et ponam in sœculum sœculi semen ejus, et thronum ejus sicut dies cæli.

[30] Si autem dereliquerint filii ejus legem meam, et in judiciis meis non ambulaverint;

[31] si justitias meas profanaverint, et mandata mea non custodierint:

[32] visitabo in virga iniquitates eorum, et in verberibus peccata eorum;

[33] misericordiam autem meam non dispergam ab eo, neque nocebo in veritate mea.

[34] Neque profanabo testamentum meum, et quae procedunt de labiis meis non faciam irrita.

[35] Semel juravi in sancto meo, si David mentiar:

[36] Semen ejus in œternum manebit. Et thronus ejus sicut sol in conspectu meo,

[37] et sicut luna perfecta in aeternum, et testis in caelo fidelis.

[38] Tu vero repulisti et despexisti; distulisti christum tuum.

[39] Evertisti testamentum servi tui; profanasti in terra sanctuarium ejus.

[40] Destruxisti omnes sepes ejus; posuisti firmamentum ejus formidinem.

[41] Diripuerunt eum omnes transeuntes viam; factus est opprobrium vicinis suis.

[42] Exaltasti dexteram deprimentium eum; laetificasti omnes inimicos ejus.

[43] Avertisti adjutorium gladii ejus, et non es auxiliatus ei in bello.

[44] Destruxisti eum ab emundatione, et sedem ejus in terram collisisti.

[45] Minorasti dies temporis ejus; perfudisti eum confusione.

[46] Usquequo, Domine, avertis in finem: exardescet sicut ignis ira tua?

[47] Memorare quae mea substantia; numquid enim vane constituisti omnes filios hominum?

[48] Quis est homo qui vivet et non videbit mortem? eruet animam suam de manu inferi?

[49] Ubi sunt misericordiœ tuœ antiquœ, Domine, sicut jurasti David in veritate tua?

[50] Memor esto, Domine, opprobrii servorum tuorum, quod continui in sinu meo, multarum gentium;

[51] quod exprobraverunt inimici tui, Domine, quod exprobraverunt commutation-nem christi tui.

[52] Benedictus Dominus in œternum. Fiat! fiat!

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LXXXVIII

Ethan Ezraita era uomo sapientissimo (lib. 3, c. 4 dei Re): il Salmo è dato alla sua intelligenza; poiché argomento é preghiera a Dio di mandare presto il Cristo promesso in Davide, a liberare il popolo dalla schiavitù dei suoi mali.

Istruzione di Ethan Ezraita.

1. Le misericordie del Signore canterò io eternamente.

2. A tutte le generazioni annunzierò con la mia bocca la tua verità. (1)

3. Imperocché tu dicesti che la misericordia sarebbe stabilita per sempre nei cieli, e che sopra di essi poserebbe la tua verità.

4. Io ho fermata alleanza coi miei eletti, ho giurato a David mio servo: fino all’eternità serberò stabile il seme tuo.

5. Ed io per tutte le generazioni farò stabile il tuo trono.

6. I cieli predicheranno, o Signore, le tue meraviglie: e alla tua verità (darà laude) la chiesa dei Santi;

7. Imperocché, e chi sarà a Dio uguale nell’alto? qual dei figliuoli di Dio sarà simile a Dio?

8. Dio, che èglorificato nel concilio dei santi: grande e terribile a tutti quelli che a lui stanno d’intorno.

9. Signore, Dio degli eserciti, chi è simile a te? possente sei tu, o Signore, e intorno a te la tua verità.

10. Tu comandi all’orgoglio del mare, e il movimento dei flutti di lui tu ammansi.

11. Tu umiliasti il superbo, come un che è ferito a morte: col robusto tuo braccio tu sperdesti i tuoi nemici.

12. Tuoi sono i cieli e tua la terra; tu il mondo formasti e tutto quello ond’egli è ripieno; tu creasti l’aquilone e il mare.

13. Il Thabor e l’Hermon esulteranno nel nome tuo, potente cosa egli è il tuo braccio.

14. Sia robusta la mano tua, e celebrata sia la tua destra; la giustizia e l’equità sono la base del tuo trono.

15. La misericordia e la verità anderanno innanzi a te: beato il popolo, che sa in te rallegrarsi.

16. Signore, alla luce della tua faccia cammineranno, e nel nome tuo esulteranno tutto dì; e mediante la tua giustizia saranno esaltati.

17. Perocché gloria della loro fortezza se’ tu; e per la buona tua volontà il poter nostro sarà esaltato;

18. Imperocché protezione nostra egli è il Signore, e il Santo di Israele, che è nostro Re.

19. Tu parlasti allora in visione a’ tuoi santi, e dicesti: Ho preparato in un uomo potente l’aiuto; e ho esaltato quello che io elessi di mezzo al mio popolo.

20. Ho trovato David, mio servo: l’ho unto coll’olio mio santo.

21. Imperocché la mano mia lo assisterà; e farallo forte il mio braccio.

22. Non guadagnerà nulla sopra di lui. Il nemico, e il figliuolo d’iniquità non saprà fargli danno.

23. E distruggerò dinanzi e lui i suoi nemici; e metterò in fuga coloro che lo odiano.

24. E con lui sarà la mia verità e la mia misericordia: e nel nome mio crescerà egli in potenza.

25. E la mano di lui stenderò sopra il mare, e la sua destra sopra i fiumi. (2)

26. Egli a me griderà: Tu sei il Padre mio, mio Dio e principio di mia salute.

27. E io lo costituirò primogenito più eccelso dei re della terra.

28. A lui conserverò la mia misericordia in eterno, e la mia alleanza con lui sarà stabile.

29. E il seme di lui farò che sussista per tutti i secoli, e il trono di lui quanto i giorni del cielo.

30. Che se i figliuoli di lui abbandoneranno la mia legge, e non cammineranno secondo miei comandamenti,

31. Se violeranno i giusti miei documenti e non osserveranno i miei precetti:

32. Visiterò colla verga le loro iniquità, colla sferza i loro peccati.

33. Ma non torrò a lui la mia misericordia e non farò torto alla mia verità;

34. E non violerò il mio patto, e non tratterò le parole, che vengono dalla mia bocca.

35. Una volta per sempre giurai per la mia santità; non mancherò di parola a David: 36. seme di lui durerà eternamente.

37. E il trono di lui sarà in eterno dinanzi a me, come il sole e come la luna piena, come il testimone fedele nel cielo. (3)

38. Tu però hai rigettato, e messo in non cale, e allontanato da te il tuo Cristo. (4)

39. Hai rotta l’alleanza col tuo servo; hai conculcato per terra il suo sacro diadema.

40. Hai distrutti tutti i suoi ripari; nei luoghi forti di lui hai posto lo sbigottimento.

41. Tutti quei che passavan per via, lo hanno depredato: è divenuto lo scherno dei suoi vicini.

42. Hai dato gagliardia alla mano di coloro che lo insultano; rallegrasti tutti i suoi nemici.

43. Hai renduto ottuso il taglio della sua spada, e nella guerra non gli hai dato soccorso.

44. Hai annichilato il suo splendore; e hai spezzato in terra il suo trono.

45. Hai accorciati i giorni di sua bella età, lo hai ricoperto di ignominia.

46. Fino a quando, o Signore, ti terrai ascoso continuamente? e come fuoco divamperà il tuo sdegno?

47. Ricordati qual sia l’esser mio: perocché non hai tu soggettati alla vanità tutti i figliuoli degli uomini?

48. Qual è quell’uomo che avrà vita, senza veder mai la morte? chi trarrà l’anima sua dalle mani d’inferno?

49. Dove sono, o Signore, le antiche tue misericordie, cui tu giurasti a David per tua verità?

50. Ricordati, o Signore, dei rimproveri (che nel mio seno celati io tengo), che sono fatti ai tuoi servi da molte genti;

51. Dei rimproveri fatti, o Signore, dai tuoi nemici, i quali ci hanno rimproverato la mutazione del tuo Cristo. (5)

52. Benedetto il Signore in eterno: così sia, così sia.

(1) La misericordia di Dio è comparata ad un edificio ben strutturato, al quale si può sempre sopraggiungere.

(2) Vale a dire dal Mediterraneo all’Eufrate, nella persona di Salomone, e da un capo del mondo all’altro, nella persona del Messia.

(3) « E il testimone fedele che è in cielo ». – Il testimone è Dio stesso e manterrà di conseguenza ciò che promette nel giuramento. – Altri traducono: e come il testimone fedele che è in cielo, vale a dire la luna, o come l’arcobaleno, che è segno dell’alleanza di Dio con gli uomini.

(4) Il salmista oppone alle speranze concepite in virtù delle promesse, il triste stato del popolo e del suo re, quando Gerusalemme fu presa da Sesac, re d’Egitto, e Roboamo si assoggettò; o secondo altri, quando Nabuccodonosor venne per impadronirsi di Gerusalemme, e di Sedecia, che condusse in cattività.

(5) Il senso letterale è: « essi vi hanno rimproverato di aver cambiato le vostre promesse relativamente all’avvento del Cristo! »; o anche il cambiamento sopraggiunto nel suo stato, stato di umiliazione in cui si è ridotto.

Sommario analitico

Il Profeta Ethan, in questo salmo, parlando sia a nome suo che a nome del popolo tenuto in cattività, predice la venuta del Messi, sotto la figura di Davide, al quale conviene solo una parte di questo salmo nel senso letterale (V. 28-30, p. 38). Sembra che Ethan abbia composto questo salmo sotto Roboamo, che non solo aveva visto le dieci tribù separarsi da lui, ma sotto il regno ma sotto il regno del quale, una parte della tribù di Giuda fu condotto in cattività da Sosac, re d’Egitto, e fu obbligato a spogliare il tempio per pagare il tributo imposto dal vincitore.

I. – Egli comincia a lodare Dio Padre a causa della promessa fatta di inviare il Messia:

1° Egli è degno di ogni lode a causa della sua misericordia e della sua verità, tutte e due eterne (1, 2);

2° Egli è fedele: a) nei riguardi degli eletti, ai quali ha promesso il Messia; b) nei riguardi del Messia stesso, di cui conserverà eternamente i figli ed il trono reale (3, 4).

II. – Egli presenta il Messia stesso posto sul trono, che riceve adorazioni dagli Angeli e dagli uomini.

1° Si indirizza al Padre eterno che ha rivestito suo Figlio di questa gloria incomparabile e di cui i cieli lodano le meraviglie e la verità (5);

2° Proclama l’eccellenza del Messia: a) Egli brilla di uno splendore incomparabile in mezzo agli angeli e ai santi (6); b) è terribile nei suoi giudizi, al di sopra di tutti coloro che lo circondano (7); c) è il Signore onnipotente e giusto dispensatore dei castighi e delle ricompense (8);

 3° occorre far vedere la potenza data a Gesù-Cristo su tutto l’universo, a) sul mare di cui doma i flutti e calma la collera (9, 10); 6) nei cieli e su ogni parte della terra (11, 13);

4° Egli prega il Cristo seduto sul suo trono: – a) gli domanda di dispiegare la sua potenza per la difesa dei buoni ed il castigo dei malvagi (14); – b) descrive le virtù che sono l’appoggio del suo trono (14); – c) eccita il popolo oggetto della misericordia divina, alla lode di Dio;

5° Egli enumera i vantaggi di cui il Messia è sorgente per gli uomini, sia in questa vita, che nell’altra: – a) la luce nell’intelligenza (15); – b) la gioia nella volontà; – c) la loro elevazione all’ombra della giustizia di Dio (16); – d) egli da la ragione di queste grazie e di questi favori: Dio è l’onore della loro potenza, ed è alla sua bontà che è dovuta questa elevazione (17, 18).

III. – Il profeta introduce Dio stesso, descrivendo la potenza e la felicità di questo grande Re:

1° Considerato in se stesso, – a) egli ricorda la promessa che ha fatto ai patriarchi ed ai profeti di inviare il Messia al mondo (19); – b) la scelta particolare che ha fatto di lui nella persona di Davide, che ne era la figura (20); – c) l’unzione reale che gli ha conferito, ed il soccorso che gli ha prestato contro tutti i suoi nemici (21-23); – d) la sicurezza che la misericordia e la verità di Dio non cesseranno di circondarlo (24); – e) l’estensione del suo impero (25); – f) l’amore mutuo del Padre per il Figlio e del Figlio per il Padre (26); – g) la sua elevazione al di sopra di tutti i re della terra (27); – h) l’eternità del suo regno (28-30);

2° Nella sua posterità e nei suoi discendenti: a) Dio dichiara che li punirà paternamente con la sua giustizia, quando peccheranno contro di Lui (31, 32); b) che non ritirerà la sua misericordia (33); c) che sarà fedele alle promesse che ha fatto, soprattutto sulla durata eterna della razza del Messia (34-36); d) che Egli si stabilirà eternamente sul suo trono con la sua presenza. (37).

IV. – Egli prega Dio di inviare al più presto il Messia che ha promesso, a causa dell’estrema miseria alla quale è ridotto il suo popolo.

1° Enumera queste miserie: a) Dio sembra aver rigettato completamente il suo popolo (38); b) ha ribaltato l’alleanza fatta con Lui; c) la devastazione del tempio e la distruzione delle mura di Gerusalemme (39, 40); d) la spaventosa diffusione in tutte le sue fortezze; e) le sue ricchezze saccheggiate; f) Egli è divenuto l’obbrobrio dei suoi vicini (41); g) i suoi nemici si sono fortificati contro di lui (12); h) Dio gli ha tolto il suo soccorso (43); i) il suo re è spogliato degli attributi di dignità (44); j) il suo regno che doveva essere eterno è distrutto e coperto di confusione (45);

.2° Egli domanda a Dio di accelerare la venuta del Messia: – a) a causa della lunga attesa del suo popolo, – b) a causa della sua miseria e della breve durata della sua vita (47-48); – c) a causa della sua bontà e della sua misericordia divina (49); – d) a causa della malizia dei nemici del popolo di Dio (50, 51); – e) a causa  della gloria di Dio (52).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-4.

ff. 1-4. – « Signore, io canterò eternamente le vostre misericordie; di generazione in generazione, la mia bocca proclamerà la vostra verità ». Che le mie membra – egli dice – obbediscano al Signore; io parlerò ma dirò ciò che è in Voi. « La mia bocca proclamerà la vostra verità. » Se non obbedisco, io non sono vostro servo; se parlo da me, io sono un mentitore. Di conseguenza, che io dica ciò che è vostro, o che io parli, sono due cose distinte: l’una viene da Voi, l’altra da me; la vostra verità da una parte, la mia bocca dall’altra. Quale verità proclama, quale misericordia canta? « Io canterò le vostre misericordie. » (S. Agost.). – La misericordia essenziale in Dio è una, come tutti i suoi altri attributi; si può dire tuttavia che ve ne siano diversi, secondo i diversi effetti che produce in noi. Le principali misericordie di Dio riguardo all’uomo sono: la creazione, la redenzione, la giustificazione, la glorificazione. –  Io trovo in me – dice S. Bernardo – sette misericordie di Dio al mio riguardo; la prima è che Egli mi ha preservato da un gran numero di peccati, quando ero ancora nel secolo; la seconda misericordia è stata l’attendermi, il sopportarmi, perché Egli differiva la sua vendetta, perché Egli pensava a perdonarmi; la terza misericordia è stata il richiamarmi a penitenza, lacerando il mio cuore che sentiva il dolore dei suoi peccati; la quarta misericordia è stata l’accogliere con bontà la mia anima pentita; la quinta, di darmi la forza di praticare la continenza e tutte le virtù cristiane; la sesta, di accordarmi la grazia di meritare i beni eterni; la settima, di darmi la speranza di ottenerli (S. Bern. Serm. De sept mis.). – Perché voi avete detto: « La misericordia si eleverà come un edificio eterno nei cieli. » Io costruisco in modo tale da non distruggere; perché distruggete qualche volta per non costruire e talvolta distruggete per costruire (S. Agost.). – La fermezza della parola di Dio è fondata non sulla instabilità delle creature, né sulle volontà mutevoli degli uomini, ma solidamente stabilita come un edificio eterno nei cieli. – La misericordia precede sempre la verità, perché la verità non brillerebbe nel compimento delle promesse, se la misericordia non la precedesse nella remissione dei peccati (S. Agost.). –   « Io ho disposto un testamento per i miei eletti. » Quale testamento, se non quello per il quale siamo rinnovati per ricevere una nuova eredità? Quale testamento se non quello che ci assicura una eredità di cui l’amore ed il desiderio ci fanno cantare un cantico nuovo, … e ho fatto un giuramento. »  Se voi mi ispirate una sì grande sicurezza con la vostra semplice parola, che ne sarà del vostro giuramento? Il giuramento di Dio è vietato all’uomo, perché l’uomo è fallibile. Dio solo giura con sicurezza, perché non può ingannarsi (S. Agost.) – Queste parole. « io stabilirò la vostra discendenza fin nell’eternità, » si riferiscono non solo alla carne del Cristo nato dalla Vergine Maria, ma ancora a tutti coloro che crederanno nel Cristo, perché noi siamo membra di questo Capo. Il corpo non può esserne separato, e se la testa è glorificata eternamente, le membra saranno anch’esse glorificate, perché il Cristo resta eternamente intero. Cosa vuol dire « di generazione in generazione? » : in tutte le generazioni.

II. — 5-8.

ff. 5, 6. – Stimarsi incapace di rendere a Dio delle azioni degne di grazie per i suoi benefici, e di proclamare le sue meraviglie, è dare questa commissione ai cieli, cioè ai Santi abitanti dei cieli (Bellarm.). – Per conoscere quali cieli celebreranno queste meraviglie vedete dove esse sono celebrate: « Nella Chiesa dei Santi. »  È fuor di dubbio che per cieli, non si sbaglia nell’intendere i predicatori della parola di verità. Che la Chiesa dunque raccolga la rugiada dei cieli; che i cieli facciano cadere sulla terra arida, una pioggia benedetta, e che la terra, ricevendo questa pioggia, produca dei germi preziosi di buone opere (S. Agost.). –  Ora, cosa predicano i cieli nella Chiesa dei Santi? Chi sarà tra le nuvole simile al Signore? I predicatori sono nel contempo dei cieli e delle nuvole: dei cieli, a causa del bagliore della verità; delle nuvole a causa delle oscurità della carne; esse vengono e passano. È nella Chiesa ove è l’assemblea dei Santi, che si trova la verità. La verità della fede è esclusivamente nella Chiesa che, secondo l’espressione dell’Apostolo, è la colonna ed il fondamento della verità (1 Tim. III, 15). – Ora, nessuno è simile al Figlio di Dio, anche tra i figli di Dio; Egli è unico, noi siamo numerosi; Egli è uno, noi siamo in Lui; Egli è generato, noi siamo adottati; Egli è per natura il Figlio generato fin dall’eternità, noi siamo stati fatti figli di Dio nel tempo per grazia; Egli è senza peccato, noi siamo stati liberati dal peccato da Lui (S. Agost.).

ff. 7, 8. – Poiché è Dio che deve essere glorificato nell’assemblea dei giusti, perché le nuvole e il figlio di Dio non possono essere suoi eguali, resta loro il prendere la risoluzione che conviene alla fragilità umana: « Chi si glorifica, si glorifichi nel Signore ». (1 Cor. I, 31). – Il pensiero della grandezza, della potenza e della verità di Dio, vivamente impressa in un cuore, è sufficiente per cancellarne tutte le illusioni, tutte le menzogne opposte alla verità di Colui che esiste perché sussiste per Se stesso, senza aver bisogno di alcuna creatura (Dug.). – Ciò che sarà per noi più spaventoso nel giudizio di Dio, non sarà né la maestà del Giudice, né la sua potenza, né la sua grandezza, ma la sua verità, questa verità che si ergerà contro di noi, questa verità che ci accuserà, che ci convincerà, che ci condannerà, che ci confonderà; non questa fragile verità degli uomini, ma questa invincibile Verità di Dio, questa immutabile Verità di Dio, questa inconfutabile Verità di Dio; questa Verità che non può essere né rinnegata, né contestata, né elusa; in una parola, o mio Dio! Questa Verità che circonda il vostro trono e che la Scrittura chiama per questo la vostra Verità (S. Girol.). – « La vostra verità è intorno a Voi » Ma quando essa si è diffusa senza persecuzione? Quando senza contraddizione? Il popolo in mezzo al quale vi è piaciuto nascere e vivere, era come una terra separata dai flutti della gentilità, che appariva arida, per essere irrorata dalla pioggia, mentre le altre nazioni erano come un mare abbandonato all’amarezza che le rendeva sterili. (S. Agost.).

ff. 9-13. – Che faranno dunque i vostri predicatori, allorché i flutti di questo mare ruggiscono contro di essi? È vero, il mare si gonfia, il mare si oppone al loro passaggio, il mare spinge i suoi ruggiti; ma, « Voi comandate alla potenza del mare, e calmate la violenza dei flutti » (S. Agost.). – Gesù-Cristo, durante la sua vita mortale, ha pure dominato sul mare ed ha calmato i flutti. Ma Egli ha fatto di più, portando la pace al mondo, che è un mare più furioso che l’elemento di cui la terra è circondata. Ma – dice Sant’Agostino – come riceveremo questa pace? Come navigheremo su questo mare senza far naufragio? Guardiamoci: il vento è impetuoso, la tempesta è terribile. Ciascuno fa la sua esperienza, perché ognuno è agitato dalle sue passioni. Ora, chi ci preserverà dal pericolo: amate Dio e camminerete sulle acque, sentirete sotto i vostri piedi tutto l’orgoglio del secolo, e non affonderete. Al contrario se amate il secolo, sarete inghiottiti; perché il secolo non fa che assorbire tutti coloro che lo amano, e non sa sostenerli (Berthier). – Non siete Voi che avete colpito il superbo e ferito il dragone? Non siete Voi che avete seccato il mare e la profondità dell’abisso, e che avete aperto al vostro popolo, in mezzo alle acque, la via della salvezza? Voi vi siete umiliato  ed avete umiliato il superbo, siete stato ferito ed avete ferito; perché il demonio non poteva non essere ferito dal vostro sangue sparso per strappare il contratto che aveva condannato i peccatori. Da dove veniva in effetti il suo orgoglio se non da colui che aveva un titolo contro di noi? Questo titolo, questa cambiale, voi l’avete strappato nel vostro sangue (Coloss. II, 14); voi avete dunque colpito colui al quale avete strappato tante vittime (S. Agost.). – L’uomo lascia volentieri i cieli a Dio, ma pretende di essere padrone della terra che gli appartiene. Egli ne possiede più che può, e desidera possederla interamente. Disgraziato e cieco nel non vedere e nel non sentire che questo possesso della terra, anche se si realizzasse, sarebbe di poca durata, mentre il possesso del cielo sarà eterno (Dug.). – Il Tabor e l’Hermon, figurano le montagne più alte, sia per la loro nascita, sia per la loro dignità. Esse trasaliranno di gioia, non per i propri meriti, ma nel vostro nome, e ne faranno risentire le lodi con una sottomissione intera a tutte le vostre volontà. – « La potenza è con il vostro braccio ». Che nessuno si arroghi alcuna potenza, « … la potenza è con il vostro braccio. » Noi siamo stati creati per Voi, noi siamo stati difesi da Voi. (S. Agost.).

ff. 14. – Quattro attributi principali in Dio, sono marcati in quasi tutte le pagine della santa Scrittura: la sua potenza e la sua bontà, la sua giustizia e la sua misericordia, affinché il timore della sua potenza e della sua giustizia porti gli uomini ad implorare la sua misericordia e la sua bontà. Due sono le basi sulle quali il trono di Dio è appoggiato, essendo tutti i giudizi che rende, temperati dalla fusione di questa giustizia e di questa misericordia (Dug.). – « La giustizia ed il giudizio sono le basi del vostro trono. » Alla fine appariranno la vostra giustizia ed il vostro giudizio, attualmente essi sono nascosti. E che ne è ora? « La misericordia e la giustizia camminano davanti al vostro volto. » Io sarò spaventato alla vista delle basi del vostro trono, io sarò atterrito alla vista delle basi del vostro trono, io temerò la vostra giustizia ed il vostro giudizio avvenire, se la vostra misericordia e la vostra verità non cammineranno davanti a Voi. Perché temerò dunque il vostro giudizio dell’ultimo giorno se per la vostra misericordia, che precede questo giudizio, voi cancellate i miei peccati, e voi compite le vostre promesse manifestandomi la verità? (S. Agost.). –  « Felice il popolo che sa lodarvi nella gioia del suo cuore, che comprende l’esultanza. » Che cos’è comprendere l’esultanza? È sapere da dove viene una gioia che mille parole non sanno spiegare, perché la vostra gioia non viene da Voi. L’orgoglio non causa i vostri trasporti, ma soltanto la grazia di Dio (Idem). Colui che non loda Dio che con le labbra, e che, non sentendo quanto tutte le lodi siano al di sotto di ciò che merita il Signore, non raggiunge l’esultanza ed il sentimento del suo cuore al canto delle sue labbra, non è felice. (Bellarm.).

ff. 15-18. Vedete se questa esultanza non viene dalla grazia, non viene da Dio e non da voi: « Signore, essi cammineranno alla luce del vostro volto, al chiarore di questa luce che brilla nell’intelligenza, che illumina la volontà e che infiamma il cuore. » (S. Agost.). – Noi dobbiamo camminare alla luce del volto di Dio, luce che è il Vangelo, la luce dello Spirito Santo (S. Girol.), Gesù-Cristo stesso, Luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (Giov. I, 9). – Non c’è nulla che Davide ripeta più spesso, e niente che gli uomini dimentichino con più facilità, che questa verità così importante di non attribuirsi ciò che essi hanno ricevuto da Dio, e di rinviargli tutta la gloria della loro virtù, della loro forza, perché Egli li ha più che elevati e non perché essi ne siano degni (S. Agost.). – Scelta di Dio è puramente gratuita, e senza meriti precedenti, per i quali Egli sceglie e prende chi Gli piace, non perché è il suo popolo, ma affinché lo sia. Come Santo, bisogna vedere la giustizia in questa scelta, e come Re, la sua autorità (Dug.). 

III. — 19-37.

ff. 19-29. – Vedere l’analisi per la sequela delle idee. 1° la mano di Dio viene in nostro soccorso, « perché la mia mano l’assisterà; » 2° tutta la nostra forza viene da Lui, « e il mio braccio lo fortificherà; » 3° nessuno potrà nuocere a colui di cui Dio si dichiara il protettore, « il nemico non guadagnerà nulla nell’attaccarlo; » 4°  non soltanto i suoi nemici saranno ridotti all’impotenza, ma completamente distrutti, « ed io ridurrò a pezzi sotto i suoi occhi i suoi nemici. » – L’uomo mette volentieri la speranza del suo soccorso in un uomo che è potente, ma è Dio che dà il suo soccorso a quest’uomo non perché egli è, ma affinché egli sia potente. – Ricorrere al principio stesso della potenza, che non è altri che Dio (Dug.). – Essere veramente il servitore di Dio, è una qualità infinitamente preferibile a tutta la grandezza, la potenza e l’indipendenza pretesa dei re della terra. – L’unzione santa e divina di Gesù-Cristo, il vero Davide, non è fatta con un olio esteriore, ma per l’infusione e l’unione sostanziale della divinità stessa alla santa umanità mediante l’Incarnazione del Verbo (Dug.). – Chi può contrastare o resistere contro la mano di Dio, contro il braccio dell’Onnipotente, e temere colui che sostengono? –  Il nemico eserciterà la sua rabbia su di Lui, ma non avrà vantaggi su di Lui; egli è abituato a nuocere, ma non potrà nuocergli; lo impegnerà ma non gli nuocerà. Anche i suoi furori gli saranno utili, perché coloro contro i quali si scatena sono coronati dalla vittoria che riportano su di lui. Come sarà in effetti vinto, se non ci attaccasse mai? Dove Dio sarebbe il nostro soccorso se non avessimo mai da combattere? Il nemico farà dunque il suo mestiere, ma il nemico non avrà vantaggi su di lui.  (S. Agost.). – È sovranamente pericoloso essere nemico degli amici di Dio. Odiare Lui è odiare coloro che Egli ama. Egli li conserva come la pupilla dell’occhio, poiché Egli stermina prima o poi tutti coloro che li odiano (Dug.).- La verità di Dio, vale a dire la fedeltà con la quale Egli compie le sue promesse, è un potente scudo che circonda il giusto da ogni lato. « La misericordia di Dio sempre con lui, » quale soggetto di gioia e di consolazione! La virtù del Nome di Dio, vale a dire Dio stesso, che sarà il principio della sua elevazione, quale motivo di speranza e di riconoscenza! (Id.). Ricordatevi, finché lo potete, quanto spesso queste due cose – la misericordia e la verità – ci sono ricordate perché le ridiciamo a Dio. E mentre Egli fa splendere su di noi la sua misericordia, cancellando i nostri peccati, e la sua verità, nel compiere le sue promesse, allo stesso modo anche noi, camminando nella sua via, dobbiamo rendergli la misericordia e la verità: la misericordia avendo pietà dei miserabili; la verità, astenendoci dal giudicare ingiustamente. Che l’amore della verità non rimuova da noi la misericordia, e la misericordia non faccia ostacolo alla verità (S. Agost.). – Questa potenza spirituale, è l’impero universale di Gesù-Cristo sul cielo, sul mare, sui fiumi, eccetto che sul cuore dell’uomo che Gli è così spesso ribelle (Dug.). – Invocare Dio come nostro Padre, cosa può Egli rifiutare a colui che ha per Lui l’amore di un figlio? – Dio in effetti è nostro Padre, non c’è verità più certa di questa; e tutto ciò che la paternità terrestre offre di più tenero e di più amabile, non è che una pallida immagine della soavità e della dolcezza ineffabile del nostro Padre che è nei cieli. La parola non saprebbe esprimere ciò che questa idea offre di bello e di consolante; noi cessiamo di sentirci isolati in mezzo al mondo, ed i castighi e le afflizioni ci appaiono sotto una luce nuova. La consolazione esce per noi dal sentimento stesso della nostra debolezza, noi riponiamo in Dio i problemi che non possiamo risolvere, questa pia idea entra più avanti nel nostro cuore e diviene il movente di tutti i nostri atti spirituali. Nel peccato  ce ne ricordiamo, nei Sacramenti la gustiamo, nei nostri sforzi verso la perfezione, noi ci appoggiamo su di essa; nelle tentazioni, noi vi poggiamo le forze; nelle sofferenze vi troviamo la gioia. Dio è nostro Padre fin nelle circostanze ordinarie della vita: Egli ci protegge contro i mille pericoli di cui non permette che noi neanche ci accorgiamo; esaudisce le nostre preghiere, benedice coloro che noi amiamo e ci supporta fin in questi brividi e queste ricadute che sembrano incredibili, e di cui siamo noi stupiti per primi (Fab. Progrès de l’âme, p. 72). È a causa di Gesù-Cristo che il testamento di Dio con noi sarà inviolabile, è da Lui che questo testamento è stato reso familiare; Egli è il Mediatore di questo testamento, la firma di questo testamento, la cauzione di questo testamento, il testimone di questo testamento, l’eredità promessa da questo testamento ed il Coerede di questo testamento (S. Agost.). – Non è mai dalla parte di Dio che questa alleanza è primariamente violata, ma è sempre da parte dell’uomo, sul quale ricade tutto il male, tutta la perfidia di questa infedeltà. – La razza dei peccatori ben presto è estinta; non c’è che quella dei giusti, cioè coloro che sono nati alla grazia, sia per i loro discorsi, sia per l’esempio della loro vita, che sussiste in tutti i secoli (Dug.). – « Il suo trono durerà per tutti i giorni del cielo. » I giorni della terra sono spinti dai giorni che succedono; quelli passati non più sussistono, quelli che seguono non durano, essi non vengono che per andarsene, e sono quasi spariti prima di giungere. I giorni del cielo, al contrario, come gli anni che non passano, non hanno avuto un inizio e non avranno un termine; là nessun giorno è racchiuso tra una veglia ed un domani. Nessuno vi attende l’avvenire, nessuno perde il passato; ma i giorni del cielo sono sempre presenti, è là che il trono del Signore starà per l’eternità (S. Agost.).

ff. 31-34. – « Se i miei figli abbandonano la mia legge, io visiterò le loro iniquità, ma non rigetterò la mia misericordia da lui, e non gli nuocerò nella mia verità. » La misericordia di Dio non nuoce nella mia verità. La misericordia di Dio non brillerà solo nel suo richiamo alla grazia, ma anche nei castighi e nei suoi colpi. Che la sua mano paterna sia dunque su di noi, e se sarete buoni figli, badate di non respingere la sua disciplina; perché quale figlio c’è, a cui il padre non imponga una disciplina? Che vi imponga dunque la sua disciplina, dal momento che non vi toglie la sua misericordia; che Egli percuota il figlio ribelle, dal momento che gli conserva la sua eredità. Quanto a voi, se avete ben compreso le promesse di vostro Padre, non temete se Egli vi punisca, ma piuttosto che vi rigetti, perché Dio corregge colui che Egli ama; Egli batte con la verga ogni figlio che accoglie (Ebr. XIII, 5-7). Il figlio coperto di peccato può respingere la verga, quando vede il Figlio unico, esente da peccato, colpito da questa verga? « … io visiterò le loro iniquità con la verga nella mano. » L’Apostolo faceva la stessa minaccia quando diceva: « cosa volete da me, che io venga a voi con la verga in mano? » (1 Cor. IV, 21). A Dio non piace che dei figli pii dicano: può venire anche con la verga, io non verrò mai. È meglio essere istruito dalla verga di un padre, che perire negli inganni di un ladro (S. Agost.). – Dio non ritira dal suo Cristo la sua misericordia, dal momento che non la ritira dalle sue membra, dal suo Corpo, nel quale soffrirebbe sulla terra (S. Agost.). – Non c’è nulla tuttavia che possa farci commettere peccato con sicurezza e convincerci, con sentimento perverso, che commettendo qualche cattiva azione, noi non periremo giammai. Lasciamo da parte certi peccati, certe iniquità che si trovano in tutti gli uomini, e gli attirano certamente i castighi di Dio; perché se quest’uomo è Cristiano, la misericordia divina non si ritira da lui per questo. Al contrario, se giungete fino a commettere tali iniquità rigettando lontano la verga che vi colpisce, e respingete la mano che vi flagella, vi indignate contro la disciplina di Dio, fuggite dal Padre che vi castiga, e non vogliate più Lui per padre, perché vi risparmi quando peccate; in questo caso siete voi a rendervi estraneo all’eredità, non è Dio che vi ha castigato; perché, se foste rimasto sotto il castigo,  avreste conservato i vostri diritti all’eredità: « Io non ritirerò da lui la mia misericordia, e non gli nuocerò nella mia verità; » alfine la verità del vendicatore non gli nuoce, e la misericordia del liberatore non gli è ritirata (S. Agost.) – « Io non violerò affatto la mia alleanza e non revocherò le parole uscite dalle mie labbra ». Se i figli del Cristo sono bugiardi, non è questa per me una ragione per mentire; Io ho promesso, ho realizzato … diversi Cristiani peccano in maniera perdonabile; il più delle volte il castigo corregge il peccato, si emendano e guariscono; ma ci sono alcuni altri che si allontanano assolutamente da Dio, e che lottano, con tutta la durezza della loro testa, contro la disciplina del Padre. Questa paternità di Dio, essi la rigettano interamente, perché portino il sigillo del Cristo, e cadono in tali iniquità che non si possono non ricordare queste parole dell’Apostolo: « coloro che commettono tali crimini non possiederanno il regno di Dio. » (Gal. V, 21). Tuttavia il Cristo non resterà a causa loro senza eredi; i grani non periranno a causa della paglia. Dio conosce i suoi (II Tim. II, 9). Egli ha promesso con assicurazione, perché ci ha predestinato prima che noi non fossimo; « … perché coloro che ha predestinato, li ha chiamati; coloro che ha chiamati, li ha giustificati; coloro che ha giustificato, li ha glorificati. » (Rom. VIII, 30), i colpevoli disperati pecchino finché vogliono, sta ai membri del Cristo rispondere loro: « se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? » (S. Agost.).

ff. 35-37. Il trono eterno di Gesù-Cristo è comparato, nella sua Chiesa, al sole ed alla luna nella sua pienezza, che prende in prestito tutta la sua luce dal sole. – La Chiesa passa, quaggiù, come l’astro delle notti, con fasi diverse, e sarà così finché resterà sulla terra; ma il giorno arriverà quando sarà in cielo, suo glorioso termine. Sant’Agostino applica a questo trionfo finale della Chiesa queste parole del salmista: « Il suo trono sarà come il sole alla mia presenza, e come la luna eternamente nella sua pienezza, per essere in cielo un testimone fedele. »  Se le nostre anime dovessero arrivare sole all’eterna perfezione, Dio – ci dice questo Padre – Dio avrebbe comparato al sole solamente la razza di Davide, che è la Chiesa degli eletti, poiché è scritto che i giusti brilleranno come il sole alla presenza di Dio (Matt. XIII, 43); ma poiché i nostri corpi devono resuscitare, la Chiesa trionfante è ugualmente comparata alla luna, che è l’emblema della nostra umanità carnale, e questo astro, eternamente nella sua pienezza, sarà nello stesso tempo il simbolo ed il testimone fedele della resurrezione per l’intera eternità. (Berthier). 

IV. 38-52.

ff. 38-45. (Vedere l’analisi) – Quadro vivo delle devastazioni che il peccato produce in un’anima. – Lamenti rispettosi di un’anima umile che Dio sembra talvolta rigettare. – Dio differisce spesso il compimento delle sue promesse, alfine di farle desiderare con più ardore, ricevere con più riconoscenza e conservare con più cura. – « Voi avete differito il vostro Cristo. » È così che traduce Sant’Agostino, che continua in questi termini: benché il Profeta ci abbia qui fatto una triste enumerazione, tuttavia, con questa sola parola, egli ci riconforta. Ciò che Voi avete promesso, o Dio, sussiste completamente; perché Voi avete allevato il vostro Cristo, ma l’avete differito: « Voi avete rovesciato l’alleanza del vostro servo. » Dov’è in effetti l’antico Testamento dei Giudei? Dov’è questa terra promessa nella quale essi hanno peccato quando vi abitavano e dalla quale sono stati cacciati dopo che è stata distrutta? Voi cercate il regno dei Giudei, … non esiste più; voi cercate l’altare dei Giudei, … non esiste più; voi cercate il sacerdote dei Giudei … non esiste più: « voi avete profanato la sua santità sulla terra; » voi avete mostrato che tutta la sua santità era terrena. (S. Agost.). – Dio non rompe l’alleanza che ha pattuito con gli uomini, se gli uomini non l’abbiano rotta per primi. – Egli calpesta le dignità più eclatanti quando se ne abusa, le cose più sacre divengono profane al suo sguardo, quando si è cominciato a profanarle da sé (Duguet). L’amore della virtù, l’orrore del vizio, l’onestà, il pudore, la vergogna, il timore di Dio, il rispetto degli uomini, sono tante siepi che circondano un’anima affinché il peccato non le si avvicini. Una volta che esse siano distrutte, tutto è perduto. –  Le diverse passioni passano, per così dire, nel cammino della vita dell’uomo, quando si susseguono e si succedono le une alle altre. Ci si è appena liberato dalla servitù dell’una, che si ricade in quella di un’altra. – Dio si serve spesso della potenza e della malizia dei peccatori per punire altri peccatori o anche i suoi servi. –  Nulla c’è di più bello e più eclatante agli occhi della fede che un’anima nella grazia di Dio; nulla di più orrendo di quest’anima spogliata di tutto il suo splendore. –  In questo salmo, come in molti altri in cui il Profeta tratta lo stesso soggetto, noi vediamo tutt’insieme la causa, la natura, il rimedio delle calamità delle nazioni che Dio punisce nella sua giustizia senza volerle perdere, e che vuole al contrario rigenerare alla dura e severa scuola del dolore. « Io gli conserverò sempre la mia misericordia e la mia alleanza con lui sarà immutabile. » È là il privilegio dei popoli che hanno la loro radice in Gesù-Cristo, che lo scisma o l’eresia non hanno distaccato da questo tronco divino. Finché questo popolo resterà radicato nella fede, non perirà; ma se la sua vita cessa di essere conforme alla sua fede, se profana con costumi anticristiani il carattere augusto del popolo diletto del Cristo, se abbandona Dio, questi giorni di abbandono saranno necessariamente seguiti da dolorosi castighi e da prove crudeli. 

ff. 45-52. – Noi dobbiamo temere infinitamente che Dio si allontani da noi per sempre, e che la sua collera non divampi come un fuoco, per punire eternamente i nostri crimini. – Noi ricorderemo a Dio che la nostra vita è poca cosa: perché non ricordarlo spesso a noi stessi? Pensiamo a cosa siamo e a ciò che è il tempo; pensiamo ai disegni della Provvidenza nel metterci sulla terra. Chi sono io? Cos’è la durata della mia vita? Cosa si è proposto il Creatore nel mettermi in essa? – Ricordatevi qual è la mia sostanza, perché Voi non avete creato invano tutti i figli degli uomini. » Ecco che tutti i figli degli uomini sono andati verso la vanità, e tuttavia Voi non li avete creati invano. Se dunque essi sono andati verso la vanità, essi, che Voi non avete creato invano, non vi siete Voi riservato alcun mezzo per purificarli della vanità? Ciò che vi siete riservato per purificare gli uomini dalla vanità, è il vostro Santo, e la mia sostanza è in Lui. In effetti è da Lui che sono purificati dalla loro vanità personale tutti coloro che non avete creato invano … Cos’è dunque ciò che avete riservato per essi? « Qual è l’uomo che vivrà e non vedrà la morte? » Questo stesso uomo purificherà gli uomini dalla vanità; perché Dio non ha creato invano tutti i figli degli uomini, e non può, Egli – loro Creatore – disprezzarli al punto da rifiutare di convertirli e purificarli. Non c’è dunque alcun uomo assolutamente « che vivrà e non vedrà la morte, » se questi non è Colui che è già morto per i mortali … come dunque vivrà e non vedrà la morte? « Egli strapperà la sua anima alle potenze dell’inferno. » Ecco dunque Colui che veramente solo, assolutamente solo, diverso da tutti gli altri, « … vivrà e non vedrà la morte, e strapperà la sua anima alle potenze dell’inferno; » perché se è vero che gli altri uomini, divenuti fedeli, resusciteranno tra i morti e vivranno eternamente, tuttavia essi non strapperanno da se stessi la loro anima alle potenze dell’inferno. Colui che ha strappato la sua anima alle potenze dell’inferno, ne strapperà anche le anime dei suoi fedeli, che non possono liberarsi da se stessi (S. Agost.). – Se non c’era altra via che questa, invano Dio avrebbe creato tutti i figli degli uomini, perché a considerarla solo, essa non ha rapporto né con la grandezza di Colui che la dona, né con le aspirazioni ed i desideri di colui che la riceve. – Ci sono due verità terribile alle quali tuttavia la maggior parte dei Cristiani non fa alcuna attenzione: – 1° essi sono certi di morire un giorno, e vivono come se dovessero vivere sempre; essi sanno che la morte tutto sottrae, e non cessano di accumulare ricchezze su ricchezze. – 2° Essi non possono ignorare che l’anima, una volta all’inferno, alcuna forza possa ritrarla, e tuttavia non prendono alcuna precauzione per impedire di cadervi. – È una pena molto sensibile per un servo di Dio pieno del suo amore, ascoltare gli empi accusare Dio di infedeltà alle sue promesse. – Dio, al quale tutte le cose sono sempre presenti, non può dimenticare. – Occorre aspettare il suo tempo, e aspettando chiudere nel proprio seno i lamenti che talvolta si presentano, senza farli affiorare all’esterno. – « Ricordatevi, Signore, di ciò che ci hanno rimproverato i vostri nemici. » Quali nemici? I Giudei ed i pagani. Cosa hanno rimproverato? « il cambiamento del vostro Cristo. » Ecco ciò che ci hanno rimproverato e ci rimproverano ancora: « il cambiamento del vostro Cristo. » Essi in effetti ci hanno rimproverato che il Cristo è morto, che il Cristo è stato crocifisso. Quali rimproveri fate, o insensati, se resta ancora qualche uomo che ci rivolge questi rimproveri, cosa obiettate? La morte del Cristo? Egli non era distrutto, ma solo mutato. Si dice che Egli sia morto, a causa dei tre giorni di sepoltura. Ecco ciò che i vostri nemici ci hanno rimproverato; non la perdita, non la distruzione ma « il cambiamento del vostro Cristo. » Egli è stato cambiato in effetti, e trasferito da questa vita temporale alla vita eterna, trasferito dai Giudei ai Gentili, trasferito dalla terra al cielo. Che vengano dunque questi vani nemici, e ci rimproverino ancora il cambiamento del vostro Cristo; tentino essi di cambiare se stessi e non ci rimproverino più il cambiamento del vostro Cristo. Ma il cambiamento del Cristo dispiace a loro perché essi non vogliono cambiar se stessi, « perché non c’è cambiamento per essi: essi non hanno il timore di Dio » (Ps. LIV, 20) – (S Agost.).

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 3° Corso di Esercizi Spirituali (10)

S. S. GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO:

III CORSO DI ESERCIZI SPIRITUALI (10)

[G. Siri: Esercizi Spirituali; Ed. Pro Civitate Christiana – Assisi, 1962]

IL NOSTRO ITINERARIO CON GESÙ CRISTO

10. La famiglia di Dio

Dobbiamo continuare a parlare della presenza reale di Nostro Signore Gesù Cristo nell’Eucaristia, perché il solco deve approfondirsi, deve rimanere stabile. E il discorso non può essere abbandonato tanto presto. La presenza reale di Nostro Signore Gesù Cristo nella Chiesa, che cosa realizza? Realizza quello che è il suo quadro naturale: la famiglia di Dio. Bisogna che noi riflettiamo a questo per poter trarre anche tutte le conseguenze morali e vedere come certi elementi che possono sembrare sparsi prendano invece il loro posto preciso. Guardate che quadro compongono gli elementi che storicamente noi troviamo nell’Evangelo intorno all’Eucaristia! Io prendo il discorso che ha tenuto Nostro Signore Gesù Cristo quando istituì l’Eucaristia. Il discorso è compreso tra il cap. XIV e il cap. XVII dell’Evangelo di Giovanni, dove l’evangelista ci riporta intero il discorso eucaristico, che è il testo più grande sulla dottrina eucaristica, il testo della promessa dell’impegno divino e della dottrina chiarificata e ribadita; egli non riporta, come fanno i sinottici, l’istituzione, però riporta il quadro dell’istituzione, ossia il discorso che è stato tenuto quella sera. Siccome l’elemento centrale di quella sera, la celebrazione della Pasqua, è stata la Pasqua nuova, perché in quella sera i due Testamenti si sono riuniti, Gesù ha voluto osservare prima, come noi possiamo ricostruire componendo i quattro testi evangelici, tutta la legislazione che il giudaismo imponeva per la celebrazione della Pasqua, la Pasqua dell’Antico Testamento, e ne ha compiuto tutto il rituale. Fatto questo, vi ha attaccato immediatamente la Pasqua del Testamento Nuovo, cioè la istituzione della Eucaristia. Ora, se noi seguiamo quel grande discorso — e tra una settimana, è un discorso troppo grande —, almeno toccando alcuni elementi di quel discorso, dei fatti di quella sera, noi componiamo l’ambiente che Gesù Cristo ha voluto intorno all’istituzione dell’Eucaristia e pertanto intorno alla Eucaristia. Guardate bene le cose che avvengono. La prima: Gesù si toglie la sopravveste, si cinge, s’inginocchia davanti ai discepoli e a uno a uno lava loro i piedi aggiungendo poi: « Se l’ho fatto Io, che voi chiamate Signore e Maestro, anche voi dovete prendere questo atteggiamento di umiltà ». Pietro, col suo temperamento focoso, da capo, e in quel momento, non vorrei essere irriverente, anche un po’ sbottante: « Tu non lo farai mai con me » – « Se non lo vuoi, tu non hai più parte con me. vattene ». Allora Pietro salta dalla parte opposta: « Non solo i piedi, ma anche le mani e il capo ». – « Basta questo ». Il fatto era simbolico, ma guardate bene che sorta di intimità nell’umiltà e ..che sorta di umiltà nella intimità incomincia a disegnare Gesù Cristo intorno al Sacramento. E così si comincia a disegnare l’ambiante. Guardate che cosa avviene. Come ritorna ora in Gesù Cristo la preoccupazione di lasciarli: « Io me ne andrò, resterete soli ». E allora la preoccupazione di suggerire e presentare gli elementi che serviranno a far loro buona compagnia quando Lui non ci sarà. Perché lo dice: andrà via per un momento, e alludeva alla passione, poi ritornerà; poi andrà via un’altra volta e allora andrà al Padre. Loro invece rimarranno qui. Ma sarebbe il caso di dire: « Signore, scusa, ma tu di preoccupazioni non ne devi avere ». La nostra insipienza ci farebbe fare questi discorsi. Lasciate andare! Guardate bene dove Lui vuole arrivare. Ho già detto in altra occasione che Nostro Signore Gesù Cristo, facendosi uomo, ha accettato il giuoco fino in fondo e uno dei tanti momenti in cui lo si vede è questo: agisce con la preoccupazione di loro che rimarranno soli. E allora cosa ci sarà? « State tranquilli, ci sarà lo Spirito Consolatore, il Paracleto, e vi suggerirà quello che dovrete dire, quello che dovrete sapere. State tranquilli! Non parlerò più Io dal di fuori, ci sarà un altro, il Consolatore, il Paracleto, che parlerà dal di dentro. Non sarete soli! ». La preoccupazione della solitudine. « E poi, voi potrete continuare a parlare col Padre, con me. E il Padre vi ascolterà sempre. Chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto. Perché il Padre vi ama ». Ma andiamo avanti. Poi li guarda: « Che vi vogliate bene tra di voi ». E questo lo ripete, lo incalza con un discorso che par non riesca a cadere definitivamente dalle sue labbra. Nel cap. 17 la orazione sacerdotale, quella in cui parla al Padre: « Padre, che siano una cosa sola come tu e Io siamo una cosa sola! ». Vogliatevi bene: ecco l’altra grande cosa che vi farà compagnia. Signore, ma perché hai avuto queste preoccupazioni? Pare che arrivi una risposta: « Ma non lo capisci che qui è il regime dell’affetto, della tenerezza? ». La carità, la comprensione, la unità tra i fratelli. Vedete che cosa ha messo Gesù Cristo intorno all’Eucaristia? E poi, sì, in mezzo a quel discorso è successo qualche cosa di terribile. C’era Giuda che aveva già tutta la sua organizzazione fatta, il suo piano già tutto a posto. Doveva semplicemente uscire per andare a guidare. E un discorso viene: « Ecco, uno che mette la mano nel mio piatto mi tradirà ». L’aveva già detto prima, non con questa indicazione; ma questa indicazione viene per dare la risposta. Chi è? Chi mette la mano nel piatto. « Giuda, quello che hai da fare, fallo presto ». Notate che tono: il tono della dolcezza. Non parlo del perdono di Giuda perché Gesù stesso disse una parola che è misteriosa e terribile: « Meglio sarebbe per quell’uomo che non fosse mai nato! » . Questa frase la riportano i sinottici. Ma Gesù gli parla con tanta dolcezza! Avrebbe potuto scacciarlo, umiliarlo, svergognarlo e rovinargli tutta la matassa, distruggere la ragnatela che quello aveva tessuto. Lo poteva fare. No. Neanche quando la sera stessa quello, il traditore, s’è presentato per dargli il bacio e indicarlo in tal modo agli sgherri perché nel buio lo potessero prendere e non prendessero eventualmente tn altro per lui: « Amico, lo chiama ancora una volta con un bacio tu tradisci il Figliuol dell’uomo! E basta. L’atmosfera è carica di un sentimento che non è molto comune tra gli uomini – Sembra che quella sera Gesù se li volesse tenere intorno stretti. Ha dato sé stesso a loro e per tutti andrà sulla croce. Sulla croce darà anche la Madre. Non l’abbiamo ancora nominata, l’abbiamo solo pregata; ma sulla croce Gesù darà anche la Madre, perché quando la scorgerà ai piedi della croce, ritta — non è svenuta, ha retto fino in fondo — e vedrà Giovanni, l’unico che abbia avuto il coraggio di seguirlo fin là, il discepolo vergine, dice a Giovanni : « Ecco la tua Madre » e alla Madre: « Ecco tuo figlio ». Giovanni annota che da quel momento la prese con sé e le fece da figlio. Infatti Giovanni per qualche tempo ha una presenza rarefatta nei primi eventi della Chiesa: aveva una missione di figlio da compiere e l’ha compiuta. Il mistero eucaristico finiva nella croce perché rappresentava la croce, e prima che finisse il mistero anche questo fatto è avvenuto: è avvenuto il perdono. Sulla croce — badate che il mistero eucaristico non finisce prima che sia finito il mistero della croce, perché lo rinnovella — su una delle tre croci c’è un ladrone, lì, anche lui appeso, condannato a morte, che a un certo punto riflette, sentendo le bestemmie dell’altro: « Ma piantala, dice all’altro, perché bestemmi costui? Noi almeno paghiamo per i nostri delitti, ma costui che cosa ha fatto? ». E compiuto questo primo atto di giustizia, di riconoscimento, la illuminazione perfetta entra nell’anima sua, e vede e capisce tutto. « Signore, ricordati di me quando sarai giunto nel tuo regno! ». « Oggi sarai con me in paradiso ». E la preghiera per tutti: « Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno ». Vedete che cosa Gesù si è composto dintorno! Ma c’è l’ultimo elemento, più profondo: in quel discorso, al cap. 15, c’è la parabola della vigna. Diceva Gesù Cristo: « Io sono la vite, voi i tralci ». La vita, l’umore per cui si vive, verrà a voi dalla vite: « Senza di me non potete far nulla ». E adombrava così, riprendendo un discorso in diverse maniere fatto tante volte, la grazia, e cioè la partecipazione nostra alla vita divina, la partecipazione ai discepoli e a tutti gli uomini della dignità di figli adottivi di Dio. La parabola della vite rimanda a tutti gli altri testi paralleli, è chiaro, e a tutti i testi collegati nei diversi scritti nel Nuovo Testamento. La grazia santificante, e quell’altra, l’attuale. Anche questa. A legare gli uomini in una famiglia c’è il sangue; ma che cos’è mai il sangue rispetto alla partecipazione alla vita divina che è la grazia santificante? Il sangue lega, ma la partecipazione alla stessa identica vita divina, in modo soprannaturale, attraverso la grazia santificante, è qualche cosa di carattere unitivo, collegante, fondente, infinitamente maggiore. Concludiamo. Che aria vi ha messo intorno al SS. Sacramento Nostro Signore Gesù Cristo? Che quadro ha composto, Lui? Perché questo quadro non l’ho fatto io È una famiglia. I fratelli, la intimità più sincera nell’umiltà, perché con l’umiltà si risolvono tutte le questioni umane, tutte, nessuna esclusa. E la intimità della famiglia vive della umiltà come l’intimità vera dell’amicizia vera, non di quella sciocca. E poi la preoccupazione della tenerezza che si manifesta nella preoccupazione per la solitudine con la quale viene designando tutti gli altri elementi, e poi l’elemento unitivo fondente, la grazia santificante; poi la Madre data, poi il perdono: è il sopravanzare ogni umana grettezza in questo mirabile volo del quale noi in terra, tra le cose umane, non troviamo altro esempio che quello dell’amore di un padre e di una madre. Che cosa ci vuole intorno a Gesù Cristo nella SS. Eucaristia? Una famiglia. E a questo punto noi dobbiamo cominciare il discorso sopra alcuni elementi che compongono questa grande famiglia di Dio, per viverla. Perché, vedete, la vita eucaristica non è fatta soltanto di genuflessioni, non è fatta soltanto di orazione, non è fatta soltanto di adorazione. Certamente quelle ci vorranno, ma è fatta di tante cose che si riassumono qui: nell’essere figli del Padre che sta nei cieli, visto che siamo nel tempo convitati alla mensa sua e a nutrirci di Lui, del Figlio, per aspettare di sedere alla mensa di Dio. Parola che nasconde cose per noi velatissime, misteriose e che trascendono la stessa capacità dei nostri desideri nonché della nostra intelligenza. La vita eucaristica la si raggiunge quando tutto il quadro che Gesù Cristo ha disegnato intorno all’Eucaristia è rispettato e salvo. E siccome vorrei che rimanesse a voi una traccia di questo vivere l’Eucaristia come vuole Lui, lasciate che io cominci a parlarvi della famiglia di Dio. Ecco. Cominciamo di qui: i nostri fratelli. Cominciamo un po’ a guardarli. Per il momento io vi invito a guardare i fratelli che stanno già al sicuro e sono i Santi. Vi siete mai chiesti perché ieri abbiamo detto la Messa di S. Andrea? Notate, la Messa è il Sacrificio di Gesù Cristo e l’abbiamo chiamata Messa di S. Andrea. Domani si potrebbe dire la Messa della martire S. Bibiana. Perché? Cos’è questa storia che la commemorazione dei santi, il giorno della loro confessione, cioè del loro martirio o del loro natale, cioè il giorno della morte viene a intrufolarsi dentro la Messa? E questa storia dura da duemila anni, perché le commemorazioni degli Apostoli e dei martiri si facevano nei primi tre secoli come si fanno oggi; poi sono arrivati anche i confessori e le vergini senza martirio. Prima non ci entravano se non i martiri, coloro che ci lasciavano la pelle per la fede; i confessori sono arrivati dopo. Difatti di confessori fino a un certo punto non ce n’è stato neppure uno: 32 Papi, ci hanno rimesso tutti la testa. E perché questo? È che è la famiglia di Dio, è che il senso del convito continua, e come intorno all’altare sono chiamati i figli che stanno ancora nel tempo e peregrinano ancora lontano dal Signore, per usare la parola di Paolo, così vengono anche chiamati, non partecipi di un suffragio dato alla debolezza ma partecipi di una fronda data alla gloria, quelli che sono già al sicuro! E ritornano i santi e non ci stanno male. Ho cominciato anzitutto a parlare dei santi perché stanno lassù, ed è bene sempre cominciare dall’alto, ma anche per dirvi una cosa. Non lasciate che il vento del deserto, quello di cui ho già parlato varie volte, arrivi a voi per bruciare in voi il senso della devozione ai Santi. State attenti, perché non fareste una cosa gradita a Gesù Cristo che, accogliendoli nel ritmo del suo stesso divin Sacrificio, non ha piacere che noi li lasciamo fuori. C’è un vento che viene dal deserto e che serve soltanto a bruciare e non a vivificare e pare voglia far tacere i Santi: questo senso protestantico di espellerli, di razionalizzare, la gioia di distruggere qualche cosa nella storia dei Santi! Sì, è vero che intorno a certi Santi dell’antichità, sul fondo storico — perché il fondo storico c’è sempre — sono arrivate a noi delle passiones, esercitazioni letterarie che hanno un po’ abbellito e romanzato le cose e vi hanno messo forse anche qualche invenzioncella; è vero. Ma questo non ha importanza: i Santi rimangono, anche se intorno a qualcuno le passiones del secolo V e VI hanno creato qualche racconto bello, commovente, pio, edificante oltre il dovuto. Ma la sostanza, il nocciolo rimane sempre la storicità. – E ricordiamoci che nella storia ci sono cose delle quali si può dimostrare la falsità, ci sono cose delle quali si può dimostrare la verità, ma ci sono anche cose delle quali non si potrà dimostrare la verità perché sono andati perduti i documenti, ma non se ne può neppure dimostrare la falsità. La Comunione coi Santi ci viene indicata dall’Eucaristia, dalla Comunione che c’è ogni giorno tra la gloria del Redentore che ritorna sull’altare e la gloria dei suoi Santi che egli porta per mano con sé sullo stesso altare a ricevere con Lui il canto della gloria, la preghiera dei fedeli, la loro fiducia, il loro plauso. È la famiglia di Dio. Andiamo avanti. Da quel che avete sentito prima, quando ho composto il quadro che ha fatto Gesù Cristo intorno alla istituzione dell’Eucaristia e al fatto dell’Eucaristia, è venuto chiaro il discorso sulla carità. E allora bisogna cominciare quel discorso, perché la carità fa parte e parte indispensabile della devozione eucaristica, parte essenziale. Non solo per il clima che abbiamo sentito soffuso nel Cenacolo nel momento in cui Gesù Cristo ha stretto i due Testamenti nel Nuovo patto e ha dato sé stesso ai suoi discepoli, ma perché egli ha fatto una affermazione molto grande che ci è riportata nel Vangelo di Matteo: « Se stai per fare la tua offerta davanti all’altare… ». Gesù Cristo sapeva bene quale altare sarebbe stato, no? Non si trattava più dell’altare dei profumi o dell’altare dell’incenso o dell’altare delle vittime sgozzate. Non si è più occupato di quello; sapeva di che altare si trattava perché parlava per il futuro. « Se stai per portare la tua offerta davanti all’altare e ti accorgi che il tuo fratello ha qualche cosa contro di te, cioè che ti potrebbe accusare — e per reciprocità se tu hai qualche cosa col tuo fratello — pianta lì… pianta lì davanti all’altare la tua offerta e va’, va’ prima a riconciliarti col tuo fratello. Dopo, ritornando, farai la tua offerta ». Dunque non è possibile avvicinarsi all’altare bene, decorosamente, diciamo pure non è possibile esplicare una vita eucaristica se non c’è la carità, l’amore verso i nostri fratelli. – C’è gente che si crede di andare per direttissima e intendersela da solo a solo soltanto con Domineddio. Ah! da solo con Domineddio non ce la intendiamo! Ce la possiamo intendere da solo a solo con Domineddio se almeno virtualmente ci sono gli altri, ma il giorno in cui noi facessimo la esclusione degli altri, da solo a solo con Dio non ce la intendiamo. Perché la carità verso i fratelli è condizione necessaria della salvezza, è il massimo dei precetti: immaginate se se ne può fare a meno! La pietà che considera solo sé stessa non è una pietà che possa resistere al vaglio divino: ci vuole la carità. Sapete che cosa occorre perché le parrocchie vivano veramente? Occorre che facciano della grande carità, occorre che si preoccupino di questo e di istillarla nei fedeli; che nessuno, nella famiglia parrocchiale, possa dormire tranquillo fintanto che c’è uno che soffre e fintanto che tutti non hanno fatto quello che si poteva fare per evitargli la sofferenza. Io cerco d’insegnarlo: ho scritto anche una pastorale sulla famiglia di Dio. E vedo che è una cosa difficile far capire che la liturgia non sta in piedi senza la carità, che quello che si fa in chiesa non può resistere e rimane scompaginato se non lo si fa con tutto quello che Gesù Cristo ha messo nel quadro, nella cornice che Egli si è costruito intorno a sé stesso. Vedo che s’incontrano difficoltà, che occorre pazienza e ci vorranno degli anni; ma io non riesco a concepire una parrocchia in cui non si faccia questo: che il parroco dica a tutti: « Guardate che ci sono alcuni che stanno male, a cui manca il necessario. Avanti, tra quanti siamo qui, dobbiamo provvedere a metterli a posto, e fintanto che non li abbiamo messi a posto nessuno di noi si può quietare ». La parrocchia non è una cosa astratta; è una grande organizzazione, certo, e l’organizzazione ha la sua parte perché senza organizzazione non si compagina nulla; ma se viene a mancare questo spirito… Non basta che ci sia un po’ di Dame della Carità che vanno intorno qualche volta a dare qualche piccolo soccorso o qualche confratello di S. Vincenzo: Dio li benedica tutti perché sono veramente bravi e lodevoli; ma non basta questo. È lo spirito che bisogna dare a tutto il popolo, perché intorno al tabernacolo ci si sta a questo modo, non ci si può stare in modo diverso. E là dove cessano le miserie materiali, che non sono poi le prime e non sono le più grandi, perché le miserie più grandi sono sempre quelle spirituali per questione di gerarchia, ci sono e ci saranno sempre le miserie spirituali: quelli che non hanno fede, quelli che non hanno pace, quelli che non hanno amore, quelli che non hanno… comprendonio, che hanno la confusione in testa, poveretti! Ombre vaganti nella notte, che non trovano mai un’alba che sorga per loro, ombre erranti senza pace e senza conclusione, gente condannata a tormentare sé stessa e a crocifiggere sé stessa senza scopo, senza utilità, senza frutto, senza dignità, senza niente! Come si fa ad andare davanti all’altare dimenticandosi di loro? Voi direte: ma noi qui non siamo una parrocchia. Siete qualche cosa di più, siete una comunità, che è una cosa più grande della parrocchia. Tra voi come vi dovete capire, come vi dovete interpretare, come vi dovete comprendere! Badate che l’ultima cosa che dovete arrivare a fare è quella di giudicarvi male, l’ultima cosa, anzi talmente ultima che vi prego di non arrivarci mai. « Nolite iudicare ut non iudicemini ». La vita eucaristica, qui in questa cappella, come fiorisce! Voi cantate così bene, recitate preghiere così belle, tirate fuori dalla divina liturgia dei canti e ne avete un bell’assortimento. Ma ricordatevi che con tutte queste cose, se veniste qui e vi giudicaste fra di voi e non ci fosse comprensione fino in fondo, fino all’eroismo in certi momenti, e non ci fosse la umiltà sufficiente per capirvi tra di voi e interpretarvi sempre bene e far sì che l’uno prevenga l’altro, vi credete di starci proprio bene intorno all’altare? « Pianta lì e va’, va’ prima a riconciliarti col tuo fratello ». La riconciliazione nel senso più ampio. Va’ prima ad adempiere tutta la legge mercé la quale soltanto, amando e servendo, tu sarai veramente in pace. Perché ci sono poi i fratelli coi quali dovremmo essere in rotta e non se ne accorgono neppure, ma Iddio vede. Ah, la Chiesa ideale: un popolo che si stringe intorno all’altare dopo aver adempito integralmente il precetto della carità! La famiglia di Dio! Come vedete, la vita eucaristica, che è la vera vita, quella che mette il centro là dove l’ha messo Gesù Cristo, il baricentro là dove l’ha messo Gesù Cristo, non dove lo mettono le devozioni dell’uno o dell’altro, come vedete non è fatta soltanto di genuflessioni — bellissime le genuflessioni, intendiamoci, e da farsi bene! —; e non è fatta neppure di sola adorazione, perché l’adorazione è un atto che è sincero soltanto quando riconosce Iddio Signore, cioè accetta tutto, e accetta tutto facendo tutto il resto. L’adorazione pare un atto frigido, vero? Ti adoro o mio Dio… e giù col turibolo. Pare tutto fatto eh! È un affare serio adorare, perché adorare vuol dire: accetto Iddio, cioè accetto tutto quello che vuole Iddio. Come vedete la vita eucaristica non la si fa soltanto con qualche pratica: la si fa soltanto accettando tutto il quadro che Nostro Signore ha messo intorno all’Eucaristia.

http://www.exsurgatdeus.org/2020/01/21/gregorio-xvii-il-magistero-impedito-3-corso-di-esercizi-spirituali-11/

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI (CON CAZZUOLA E GREMBIULIN) DI TORNO: S. S. PIO X – “GRAVISSIMO OFFICII MUNERE”

Dopo la lettera “Vehementer”, il Santo Padre S. Pio X, è costretto a rispondere con fermezza alle reazioni prevedibili dei settari anti-cattolici indovati nelle istituzioni ministeriali e parlamentari dello Stato francese « … i fabbricatori di questa legge ingiusta hanno voluto fare non una legge di separazione, ma di oppressione (della Chiesa Cattolica) ». Questo è il sistema delle logge che hanno scompaginato e tuttora distruggono, con i loro demoniaci emissari, “democratici e liberisti”, tutte le istituzioni un tempo cristiane a danno gravissimo di popoli, nazioni ed interi continenti, che a buona o a cattiva voglia devono abbandonare le loro abitudini ed i loro principi dottrinali dettati dalla legge di Dio e della Chiesa e, salvo grazie speciali, ad essere candidati alla certa dannazione eterna dell’anima. Tutti dormono, sonnecchiano e fanno come i “cani muti” di Isaia; c’è chi è e vuol rimanere ignorante, chi sa ma preferisce tenersi l’osso ed il piatto di lenticchie che il padrone gli concede ed infilare la testa sotto terra come gli struzzi: l’inganno è oramai generale e solo l’intervento divino potrà ripristinare una situazione “umanamente persa”, come diceva con satanico ghigno sul letto di morte un certo cavaliere Kadosh, un finto vescovo e cardinale francese, parlando della Chiesa Cattolica, nella quale aveva infilato un cavallo di Troia finto “tradizionalista” che aveva partorito delle fraternità non-sacerdotali chiaramente di stampo massonico, invalide e sacrileghe, asservite alle logge del colle romano, e ai suoi istituti finanziari. Non ci resta che pregare, meditare e conservare la fede divina e la carità teologale, senza la quale non c’è alcuna possibilità di salvezza. Intanto leggiamo questa breve lettera Enciclica.

 Pio X
Gravissimo officii munere

Lettera Enciclica

Al popolo francese, sulla situazione della Chiesa di fronte alla legislazione laica promulgata dal Governo Repubblicano.

Noi aderiamo oggi a un grave dovere della Nostra carica, dovere assunto nei vostri riguardi allorché annunciammo, dopo la promulgazione della legge di rottura fra la Repubblica Francese e la Chiesa, che avremmo indicato a tempo opportuno ciò che a Noi sarebbe apparso necessario di fare per difendere e conservare la Religione nella vostra patria. – Noi abbiamo lasciato prolungare la vostra attesa non solamente a motivo dell’importanza e della gravità della questione, ma soprattutto per la benevolenza tutta particolare che Ci lega a voi e ai vostri interessi a motivo degli indimenticabili servizi resi alla Chiesa dalla vostra Nazione. Dopo aver condannato, come era Nostro dovere, questa legge iniqua, Noi abbiamo esaminato colla massima cura se gli articoli di detta legge Ci lasciavano qualche mezzo per organizzare la vita religiosa in Francia così da mettere al riparo da ogni rischio i principî sacri sui quali riposa la Santa Chiesa. A questo scopo, Ci è sembrato opportuno di sentire ugualmente il parere dei Vescovi riuniti e di fissare, per la vostra assemblea generale, i punti che dovranno essere l’oggetto principale delle vostre deliberazioni. Ed ora, conoscendo il vostro parere e quello di parecchi Cardinali, dopo aver maturamente riflettuto e pregato ardentemente il Padre delle luci, Noi riteniamo di dover completamente confermare, colla Nostra autorità Apostolica, le deliberazioni quasi unanimi della vostra assemblea. – Per ciò, relativamente alle associazioni culturali, quali la legge impone, Noi decretiamo che esse non possono assolutamente essere costituite senza violare i sacri diritti che tengono alla vita stessa della Chiesa. – Mettendo adunque da parte queste associazioni che la coscienza del Nostro dovere Ci vieta di approvare, potrebbe sembrare opportuno di esaminare se sia lecito di esperimentare al loro posto qualche altro genere di associazioni insieme legali e canoniche e preservare così i Cattolici di Francia dalle gravi complicazioni che li minacciano. Di certo nulla Ci preoccupa di più, nulla Ci provoca tanta angoscia, quanto questa eventualità; e piacesse al Cielo di potere avere qualche debole speranza di fare questo esperimento senza urtare i diritti di Dio e liberare i Nostri figli carissimi dal timore di tante e così gravi prove. – Ma poiché questa speranza Ci manca, la legge essendo quella che è, Noi dichiariamo che non è permesso di esperimentare questo altro genere di associazione fino a quando non risulterà in modo certo e legale che la Divina Costituzione della Chiesa, i diritti immutabili del Pontefice Romano e dei Vescovi, così come la loro autorità sui beni necessari alla Chiesa, particolarmente sugli edifici sacri, saranno irrevocabilmente in piena sicurezza in dette associazioni; non possiamo permettere nulla di diverso senza tradire la santità della Nostra carica e senza condurre alla perdizione la Chiesa di Francia. Resta dunque a voi, Venerabili Fratelli, di mettervi all’opera e di valervi di tutti i mezzi che la legge riconosce a tutti i cittadini, per disporre e organizzare il culto religioso. Noi non faremo mai, in cosa così importante e difficile, attendere il Nostro aiuto. Lontani col corpo, Noi saremo con voi nel pensiero e col cuore e vi aiuteremo in ogni occasione coi Nostri consigli e colla Nostra autorità. – Questo fardello che Noi vi imponiamo sotto l’ispirazione del Nostro amore per la Chiesa e per la vostra Patria, sopportatelo coraggiosamente ed affidatevi per il resto alla preveggente bontà di Dio, il cui soccorso al momento opportuno, ne abbiamo la ferma fiducia, non mancherà alla Francia. – Quelle che saranno le recriminazioni dei nemici della Chiesa contro questo presente decreto e i Nostri ordini, è facile prevedere. Si sforzeranno di persuadere il popolo che Noi non abbiamo unicamente di mira la salvezza della Chiesa di Francia; che Noi abbiamo avuto un altro scopo, estraneo alla Religione; che la forma della Repubblica Francese Ci è odiosa; che noi aiutiamo gli sforzi dei partiti avversi per rovesciarla; che rifiutiamo ai francesi ciò che la Santa Sede ha accordato ad altri senza difficoltà. Queste recriminazioni ed altre simili che saranno, come appare da certi indizi, diffuse nel pubblico per irritare gli spiriti, Noi le denunciamo fin d’ora con tutta la Nostra indignazione, come false, ed è vostro obbligo, Venerabili Fratelli, come è quello di tutti gli uomini dabbene, di contestarle perché non ingannino le genti semplici e ignoranti. – Per quanto riguarda l’accusa speciale contro la Chiesa, di essere stata, in paese diverso dalla Francia, più accomodante, voi dovete spiegare che la Chiesa ha agito così perché del tutto diversa era la situazione e perché soprattutto le divine attribuzioni della Gerarchia erano in un certo modo salvaguardate. Se uno Stato qualunque si è separato della Chiesa lasciandole però la risorsa della libertà comune a tutti e la libera disponibilità dei suoi beni, ha senza dubbio per più motivi agito ingiustamente; ma non si potrebbe però dire che sia stata fatta alla Chiesa una situazione intollerabile. – Ora oggi in Francia la cosa è tutt’altra; i fabbricatori di questa legge ingiusta hanno voluto fare non una legge di separazione, ma di oppressione. Così essi affermavano il loro desiderio di pace, promettevano l’intesa e fanno alla Religione del Paese una guerra atroce, gettano la fiaccola della discordia più violenta, spingono i cittadini gli uni contro gli altri, con grave danno, come ognuno vede, della cosa pubblica stessa. – Certamente essi tenteranno di rigettare su di Noi la colpa di questo conflitto e dei mali che ne saranno la conseguenza. Ma chiunque esaminerà i fatti dei quali Noi abbiamo parlato nell’Enciclica “Vehementer“saprà riconoscere se Noi meritiamo il minimo rimprovero, Noi che dopo avere sopportato pazientemente per amore verso la cara Nazione francese, ingiustizia su ingiustizia, Ci troviamo al limite di dover superare perfino il Nostro dovere Apostolico e dichiariamo che a questo punto non giungeremo; o se piuttosto la colpa appartiene tutta intera a coloro che per odio del nome cattolico sono giunti a tali estremità. Così dunque gli uomini Cattolici di Francia, se vogliono veramente testimoniarCi la loro sottomissione e la loro devozione, lottino per la Chiesa secondo gli avvertimenti che abbiamo già dati loro e cioè con perseveranza e energia, ma senza agire in modo sedizioso e violento. Non è colla violenza, ma colla fermezza, che essi riusciranno, trincerandosi nel loro buon diritto come in una cittadella per stroncare l’ostinazione dei loro nemici; ché essi comprendono, come abbiamo detto e ripetiamo, che i loro sforzi saranno inutili se non saranno uniti in perfetto accordo per la difesa della Religione. Essi hanno ora il Nostro verdetto su questa legge nefasta: essi debbono conformarvisi di tutto cuore e, quali siano stati fino ad ora e durante la discussione i pareri degli uni o degli altri, Noi scongiuriamo tutti affinché nessuno si permetta di offendere chicchessia col pretesto che la sua opinione era la migliore. Ciò che possono l’intesa delle volontà e l’unione delle forze, lo apprendano dai loro avversari; e come essi hanno potuto imporre alla Nazione la ferita di questa legge criminale, così i Nostri col loro accordo potranno cancellarla e farla sparire. Se nella dura prova della Francia tutti quelli che vogliono difendere con tutte le loro forze i supremi interessi della patria, lavorano, come debbono, uniti fra loro coi loro Vescovi e con Noi per la causa della Religione, lungi dal disperare della salute della Chiesa di Francia, vi è a sperare al contrario che essa sarà fra breve risollevata alla sua dignità e alla sua prosperità di prima. Noi non dubitiamo affatto che i Cattolici manchino di darCi intera soddisfazione ubbidendo alle Nostre prescrizioni e ai Nostri desideri; così Noi cercheremo ardentemente di ottenere per loro, con l’intercessione di Maria, la Vergine Immacolata, il soccorso della Divina Bontà. – Come pegno dei doni Celesti e in testimonianza della Nostra paterna benevolenza, Noi accordiamo di gran cuore a voi, Venerabili Fratelli, e a tutta la Nazione francese, la Benedizione Apostolica.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 10 agosto, festa di San Lorenzo Martire, dell’anno 1906, IV del Nostro Pontificato.

Domenica II DOPO L’EPIFANIA (2020)

DOMENICA II DOPO EPIFANIA (2020)

Semidoppio – Paramenti verdi.

Fedele alla promessa che aveva fatta ad Abramo ed ai suoi discendenti, Dio inviò il Figlio suo per salvare il suo popolo. E nella sua misericordia, Egli volle anche riscattare tutti i pagani. Gesù è il Re che tutta la terra deve adorare e celebrare come suo Redentore (Intr., Grad.). Morendo sulla croce Gesù è diventato il nostro Re, e col S. Sacrifizio – ricordo del Calvario – applica alle nostre anime i meriti della sua redenzione ed esercita quindi la sua regalità su di noi. Cosi col miracolo delle Nozze di Cana – simbolo dell’Eucaristia – Gesù manifesta per la prima volta in modo aperto ai suoi Apostoli la sua divinità, cioè il suo carattere divino e regale, ed è allora che « i suoi discepoli credono in Lui ». – La trasformazione dell’acqua in vino è il simbolo della transustanziazione, che S. Tommaso chiama il più grande di tutti imiracoli, e in virtù del quale il vino Eucaristico diviene il Sangue dell’Alleanza di Pace (Or.) che Dio ha stabilito con la sua Chiesa. E poiché il Re divino vuole sposare le nostre anime, è con l’Eucaristia che si celebra questo sposalizio mistico, poiché essa aumenta la fede e l’amore che ci fanno membri viventi di Gesù nostro Capo. (« L’unità del corpo mistico è prodotta dal vero corpo ricevuto sacramentalmente » – S. Tommaso). Le nozze di Cana raffigurano anche l’unione del Verbo con la Chiesa sua sposa. « Invitato alle nozze – dice S. Agostino – Gesù vi andò per confermare la castità coniugale e per mostrare che Egli è l’autore del Sacramento del Matrimonio e per rivelarci il significato simbolico di queste nozze, cioè l’unione del Cristo con la sua Chiesa. In tal modo anche quelle anime che hanno votato a Dio la loro verginità, non sono senza nozze, partecipando esse con tutta la Chiesa a quelle nozze in cui lo Sposo è Cristo».

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps LXV: 4
Omnis terra adóret te, Deus, et psallat tibi: psalmum dicat nómini tuo, Altíssime. [Tutta la terra Ti adori, o Dio, e inneggi a Te: canti salmi al tuo nome, o Altissimo.]

Ps LXV: 1-2
Jubiláte Deo, omnis terra, psalmum dícite nómini ejus: date glóriam laudi ejus.
[Alza a Dio voci di giubilo, o terra tutta: canta salmi al suo nome e gloria alla sua lode.]


Omnis terra adóret te, Deus, et psallat tibi: psalmum dicat nómini tuo, Altíssime.
[Tutta la terra Ti adori, o Dio, e inneggi a Te: canti salmi al tuo nome, o Altissimo.]

Oratio

Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, qui coeléstia simul et terréna moderáris: supplicatiónes pópuli tui cleménter exáudi; et pacem tuam nostris concéde tempóribus.
[O Dio onnipotente ed eterno, che governi cielo e terra, esaudisci clemente le preghiere del tuo popolo e concedi ai nostri giorni la tua pace.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános.
Rom XII: 6-16
“Fratres: Habéntes donatiónes secúndum grátiam, quæ data est nobis, differéntes: sive prophétiam secúndum ratiónem fídei, sive ministérium in ministrándo, sive qui docet in doctrína, qui exhortátur in exhortándo, qui tríbuit in simplicitáte, qui præest in sollicitúdine, qui miserétur in hilaritáte. Diléctio sine simulatióne. Odiéntes malum, adhæréntes bono: Caritáte fraternitátis ínvicem diligéntes: Honóre ínvicem præveniéntes: Sollicitúdine non pigri: Spíritu fervéntes: Dómino serviéntes: Spe gaudéntes: In tribulatióne patiéntes: Oratióni instántes: Necessitátibus sanctórum communicántes: Hospitalitátem sectántes. Benedícite persequéntibus vos: benedícite, et nolíte maledícere. Gaudére cum gaudéntibus, flere cum fléntibus: Idípsum ínvicem sentiéntes: Non alta sapiéntes, sed humílibus consentiéntes
.”.

OMELIA I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1921]

LA FAMIGLIA PARROCCHIALE

“Fratelli: Noi abbiamo doni differenti a seconda della grazia che ci è stata data. Chi ha la profezia, se ne serva secondo la norma della fede; Chi ha il ministero, attenda al ministero; chi il dono d’insegnare, insegni; chi di esortare, esorti; chi dona, lo faccia con semplicità; chi presiede, con sollecitudine; Chi fa opere di misericordia, con ilarità. La carità non sia finta. Aborrite dal male, siate attaccati al bene. Amatevi scambievolmente con amore fraterno. Prevenitevi gli uni con gli altri nel rendervi, onore. Non siate pigri nello zelo; siate ferventi nello spirito; servite al Signore. Siate lieti nella speranza, pazienti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera. Prendete parte alle necessità dei santi. Praticate l’ospitalità. Benedite quelli che vi perseguitano; benedite, e non maledite. Rallegratevi con chi gode; piangete con chi piange. Abbiate gli stessi sentimenti gli uni gli altri. Non aspirate a cose alte, ma adattatevi alle cose umili”. (Rom. XII, 6-16).

L’Epistola di quest’oggi è una continuazione del brano della lettera ai Romani, che abbiamo considerato la domenica scorsa. S. Paolo vi discorre dell’uso dei carismi, cioè, doni soprannaturali, di cui il Signore arricchiva abbondantemente i primi Cristiani. Ciascuno deve accontentarsi dei carismi ricevuti, senza invidia per chi ne ha di più, e usarli, secondo il proprio stato, per il bene della comunità. In sostanza, l’Apostolo insegna quale deve essere la vita d’una fervorosa comunità di Cristiani, uniti tra di loro come membri d’una sola famiglia. Anche i Cristiani di quella comunità, o famiglia, che è la parrocchia, dovrebbero stringersi tra di loro attorno al proprio capo, che è il Parroco,

1 Nello zelo,

2 nella preghiera,

3 nel partecipare alle necessità dei fratelli.

1.

Non siate pigri nello zelo; siate ferventi nello spirito, servite al Signore. L’esortazione che l’Apostolo fa alla comunità cristiana di Roma, va intesa anche per le nostre comunità parrocchiali. La comunità cristiana in mezzo ai pagani formava come una famiglia a parte. Oggi le condizioni sono cambiate, ma possiamo benissimo paragonare le singole cristianità dei primi secoli alle nostre parrocchie, che sono formate da una popolazione determinata, sottoposta all’autorità di un sacerdote, che vi esercita l’ufficio di cura d’anime. Per mezzo delle parrocchie, in via ordinaria, i fedeli fanno parte della grande famiglia cristiana che è la Chiesa. «La Chiesa si può paragonare a un grande albero, saldamente piantato nel terreno che allarga i suoi rami su tutta la terra. Gesù è la radice nascosta che elabora il succo prezioso della vita; il tronco che si erge ritto nello spazio, sfidando i venti e le tempeste e che forma una cosa sola con la radice, è il Papato. I rami maestri che si staccano dal tronco principale e s’allargano in tutto il mondo sono le diocesi; i piccoli ramoscelli che si moltiplicano intorno ai rami principali, le parrocchie: le miriadi di foglie che rivestono di verde tutta la pianta, i fedeli» (Mons. Tranquillo Guarneri. La Famiglia parrocchiale, Lettera Pastorale per la Quaresima. Acquapendente, 1923, p. 8). Tra parroco e fedeli, ci deve essere la stessa unione che c’è tra foglie e ramoscelli cioè, unione molto stretta. Il parroco ha degli obblighi speciali verso coloro che compongono la sua parrocchia. Egli è un pastore che deve guidare un gregge particolare a lui affidato; o, se meglio vi piace, egli è un padre. E deve provvedere al miglior andamento spirituale d’una numerosa famiglia. È chiaro che riuscirà a ben poco, se non trova corrispondenza e collaborazione nei membri della famiglia. Ciò che giova a tener desta e viva la fiamma della fede e del buon costume in una parrocchia sono – oggi giorno – quel complesso di istituzioni che vanno sotto il nome di opere parrocchiali. Oltre le Confraternite, che hanno soprattutto scopo di culto, ci sono i Comitati parrocchiali, le Associazioni dei padri e delle madri di famiglia, le associazioni antiblasfemie, della Buona Stampa, della Moralità, della Propagazione della Fede, della Santa Infanzia; gli Oratori pei ragazzi, i Circoli per la Gioventù, ecc. Come possono vivere queste istituzioni, senza elementi che le compongano? Delle volte il parroco riesce a costituirle, ma ben presto gli inscritti non compaiono più che sui registri: rari alle adunanze, assenti dalle pratiche richieste dall’associazione. – Chi, poi, contribuisce alle spese indispensabili per tener in piedi queste istituzioni? Se si dicesse che oggi non si può spender molto, si direbbe cosa, vera solamente in parte. Non si è mai visto spender tanto come oggi nel lusso, nei divertimenti, nelle gite, nelle vacanze frequenti, nei prolungati soggiorni nei luoghi più o meno climatici. Quando si tratta di appoggiare le opere parrocchiali… i tempi non consentono più di spendere un soldo. Si sarebbe più sinceri, se si dicesse che lo spirito frivolo che informa la vita moderna, spegne lo spirito per le cose del Signore, e ci rende pigri nello zelo per le opere parrocchiali. Ascoltiamo attentamente l’ammonimento di S. Paolo: Non siate pigri nello zelo; siate ferventi nello spirito; servite al Signore.

2.

Siate… perseveranti nella preghiera. Questa non è, certamente, la meno importante delle esortazioni che fa l’Apostolo. Chi prega si salva, e chi non prega si danna. Ma praticamente, per tanti Cristiani l’esercizio della preghiera si riduce a ben poco. Scuse non ne mancano mai; scuse magre, s’intende. Chi non ha tempo di recitare, mattino e sera, almeno le orazioni più necessarie? Chi, durante il giorno è impedito d’innalzare la mente a Dio? Quanti, passando davanti alla chiesa, possono benissimo entrarvi, anche per un breve istante, tanto da rivolgere un saluto a Gesù nel Sacramento e non lo fanno! L’esortazione di S. Paolo non va ristretta alla preghiera privata. Evidentemente v’è inclusa la preghiera pubblica, cioè, la partecipazione ai divini uffici. Così l’intesero i Cristiani del tempo degli Apostoli. Di essi infatti leggiamo che « frequentavano con perseveranza l’istruzione degli Apostoli, la comunità, la frazione del pane, la preghiera» (Act. II, 42). Quanto sarebbe consolante vedere per lo meno nei giorni festivi, l’intera popolazione recarsi alla propria chiesa parrocchiale, pregare più del solito, assistere alla santa Messa, ricevere possibilmente i santi Sacramenti, e prender parte col proprio parroco al canto dei salmi e degli inni. Quando tutta la famiglia parrocchiale è radunata in chiesa, nella casa del Padre comune, unita nella partecipazione dei misteri, nella preghiera, nel canto dei salmi e degli inni, come possono venire in mente le piccole miserie, che raffreddano la carità e i rapporti tra vicino e vicino, tra individuo e individuo? Allora l’anima nostra è tranquilla, le passioni si calmano, lo sdegno tace, l’inimicizia si spegne, la concordia è promossa, il demonio non può esercitare il suo potere. «Cercate — scriveva S. Ignazio Martire agli Efesini — di radunarvi in maggior numero per offrire a Dio la vostra Eucaristia e le vostre lodi. Poiché, quando voi vi radunate spesso nello stesso luogo le forze di satana vengono abbattute» (S. Ignazio mart. ad Eph. 13, 1). Allora, più che mai, si comprende la verità contenuta in quel versetto del Salmista: « Oh come è bello, come è soave che i fratelli siano assieme uniti! » (Ps. CXXXII, 1). Eppure ci sono di coloro, che non solamente usano di rado alle funzioni parrocchiali, ma non sanno neppur che cosa siano: non conoscono l’interno della chiesa, non hanno mai sentita la voce del proprio parroco. Il padre Reina, delle Missioni Estere di Milano, dando notizia al suo superiore dell’andamento della missione, parlando degli Europei, scriveva fra l’altro: «Ci sono molti Cattolici fra i marinai di tutte le nazioni, ma non si conoscono alla chiesa: solo negli ospedali e nelle prigioni»; (P. Gerardo Brambilla, Mons. Giuseppe Marinoni ecc., Milano) cioè, dove non era possibile evitare la presenza del Sacerdote, e schivare di parlare con lui. Lasciamo stare le prigioni, ma, senza andare nei grandi centri commerciali dell’Asia, non è difficile trovare anche nelle nostre parrocchie, chi si riduce a udire la voce del proprio pastore quando trovasi inchiodato sul letto del dolore, e non può sottrarsi alla sua presenza. Saranno rari costoro, almeno nelle piccole parrocchie, ma non mancano. Sono molto numerosi, invece, coloro che credono di aver fatto troppo se si sono recati ad ascoltare una Messa bassa; possibilmente senza predica e senza avvisi. Che abbiamo fatto troppo non crediamo. «Certamente si soddisfa al precetto ascoltando una Messa bassa; ma con una Messa bassa non si è che un Cattolico lontano, un solitario, un isolato, un Cattolico forestiero, che non sente mai un discorso, che non riceve nessuna istruzione, che non sa gli avvenimenti della parrocchia, che ignora le istruzioni del Vescovo e le direzioni del Papa; un Cattolico che non fa numero, che non si occupa che di se stesso, che non si cura del bene generale, che non si occupa di edificazione e di Apostolato» (Mgr. Landrieux Evèque de Dijon, La Paroisse, Marseille, 1923, p. 65). Egli si dimentica che se non piace a Dio lo zelo senza semplicità, «neppur piace a Dio la semplicità senza lo zelo», (S. Gregorio M. Hom. 30, 5) la quale tutt’al più, non può giovare che a se stessa.

3.

Prendete parte alle necessità dei santi, cioè, dei fratelli nella fede. È una esortazione di S. Paolo, che sotto diverse espressioni, fa parecchie volte. Le opere di carità formavano infatti come un vincolo che univa strettamente i Cristiani delle varie chiese fondate dagli Apostoli, come deve unire ancora i fedeli d’una stessa parrocchia. «Tutti gli uomini — dice S. Agostino — si devono amare ugualmente; ma siccome non si può giovare a tutti, dobbiamo estendere il nostro amore principalmente a coloro, che, attese le circostanze dei tempi, dei luoghi e di altre simili cose, essendo a noi più congiunti, ci appartengono in modo più particolare» (De Doctr. christ. L. 1, c, 27). I membri d’una stessa parrocchia facilmente conoscono i bisogni reciproci, e si trovano nell’opportunità di aiutarsi a vicenda. Qui c’è da sollevare la miseria di un povero; là c’è da visitare un ammalato: spesso ci sarà bisogno di un assistenza. Alcuni avranno delle prevenzioni in fatto di Sacramenti e di visita del parroco: bisognerà disporli prudentemente. Uno avrà bisogno di un po’ di amore; e tu fa in modo da fargli comprendere che non è abbandonato da tutti. Un altro ha perduto la pace: e tu cerca, secondo la tua possibilità, di far entrare un po’ di tranquillità nell’anima sua. Ci sarà l’indeciso, il dubbioso: e tu sii il raggio di sole che illumina i suoi passi. Non manca chi sfiduciato di tutti e di tutto, non vuol più saperne del compimento del proprio dovere: e tu cerca di sollevare il suo animo al cielo, dove non si pone la fiducia invano. Se non puoi dire con Giobbe: « Feci da padre ai poveri. » Perché le tue condizioni non te lo permettono, possa almeno dire con santo Idumeo: «Fui occhio al cieco. e fui piede allo zoppo » (XXIX, 15-16). Soprattutto diamo il nostro appoggio materiale e morale all’opera, che in questo campo va esplicando il parroco. Una vita parrocchiale veramente cristiana, non può esistere se non si è uniti, come in una sola famiglia, tra sé e col proprio parroco, nello zelo, nella preghiera, nelle opere di carità. E vita parrocchiale veramente cristiana, vuol dire vita veramente cristiana di tutta la società. « Chi sente infatti e vive la vita della Chiesa, chi ne studia la storia, e ne cerea lo spirito; anche nell’agitazione dell’età contemporanea, non può non riconoscere ed ammirare la virtù insita nel primo nucleo vitale nell’organismo sociale della Chiesa che è la Parrocchia, massimamente quando essa rende l’immagine di una Famiglia concorde e unita come a padre al proprio pastore. (Civiltà Cattolica).

Graduale

Ps CVI: 20-21
Misit Dóminus verbum suum, et sanávit eos: et erípuit eos de intéritu eórum. [Il Signore mandò la sua parola e li risanò: li salvò dalla distruzione.]
V. Confiteántur Dómino misericórdiæ ejus: et mirabília ejus fíliis hóminum. 
[V. Diano lode al Signore le sue misericordie e le sue meraviglie in favore degli uomini. ]

Alleluja

Allelúja, allelúja

Ps CXLVIII: 2
Laudáte Dóminum, omnes Angeli ejus: laudáte eum, omnes virtútes ejus. Allelúja.
[Lodate il Signore, voi tutti suoi Angeli: lodatelo, voi tutte milizie sue. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem. [Joann II: 1-11]

In illo témpore: Núptiæ factæ sunt in Cana Galilaeæ: et erat Mater Jesu ibi. Vocátus est autem et Jesus, et discípuli ejus ad núptias. Et deficiénte vino, dicit Mater Jesu ad eum: Vinum non habent. Et dicit ei Jesus: Quid mihi et tibi est, mulier? nondum venit hora mea. Dicit Mater ejus minístris: Quodcúmque díxerit vobis, fácite. Erant autem ibi lapídeæ hýdriæ sex pósitæ secúndum purificatiónem Judæórum, capiéntes síngulæ metrétas binas vel ternas. Dicit eis Jesus: Implete hýdrias aqua. Et implevérunt eas usque ad summum. Et dicit eis Jesus: Hauríte nunc, et ferte architriclíno. Et tulérunt. Ut autem gustávit architriclínus aquam vinum fáctam, et non sciébat unde esset, minístri autem sciébant, qui háuserant aquam: vocat sponsum architriclínus, et dicit ei: Omnis homo primum bonum vinum ponit: et cum inebriáti fúerint, tunc id, quod detérius est. Tu autem servásti bonum vinum usque adhuc. Hoc fecit inítium signórum Jesus in Cana Galilaeæ: et manifestávit glóriam suam, et credidérunt in eum discípuli ejus.

OMELIA II

[[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE VII.

“In quel tempo vi fu uno sposalizio in Cana di Galilea. ed era quivi la Madre di Gesù. E fu invitato anche Gesù co’ suoi discepoli alle nozze. Ed essendo venuto a mancare il vino, disse a Gesù la Madre: Ei non hanno più vino. E Gesù le disse: Che ho io da fare con te, o donna? Non è per anco venuta la mia ora. Disse la madre a coloro che servivano: Fate quello che ei vi dirà. Or vi erano sei idrie di pietra preparate per la purificazione giudaica, le quali contenevano ciascheduna due in tre metrete. Gesù disse loro: Empite d’acqua quelle idrie. Ed essi le empirono fino all’orlo. E Gesù disse loro: Attingete adesso, e portate al maestro di casa. E ne portarono. E appena ebbe fatto il saggio dell’acqua convertita in vino, il maestro di casa, che non sapeva donde questo uscisse (lo sapevano però i servienti, che avevano attinta l’acqua), il maestro di casa chiama lo sposo, e gli dice: Tutti servono da principio il vino di miglior polso; e quando la gente si è esilarata, allora dànno dell’inferiore: ma tu hai serbato il migliore fin ad ora. Così Gesù in Cana di Galilea diede principio a far miracoli; e manifestò la sua gloria, e in lui crederono i suoi discepoli” (Jo. Il).

Nostro Signor Gesù Cristo, entrato nel trentesimo anno di sua età, lasciò Nazaret, si recò sulle rive del Giordano per ricevervi il battesimo dalle mani di S. Giovanni Battista. Quindi fu condotto dallo Spirito Santo nel deserto per esservi tentato dal demonio; e dopo un digiuno di quaranta giorni, abbandonò la solitudine per comparire in pubblico a predicare la buona novella. E sebbene potesse disimpegnare da solo questo ministero divino, tuttavia per facilitarlo e perpetuarlo tra gli uomini, si volle invece associare degli uomini. Ed eccolo perciò cominciare a scegliere e chiamare a sé gli Apostoli. S. Andrea, che, animato da S. Giovanni Battista, gli aveva subito tenuto dietro, gli condusse tosto suo fratello S. Pietro; così pure S. Filippo gli aveva presentato Natanaele, che comunemente si crede lo stesso che S. Bartolomeo. Ora essendo passati tre giorni da questa scelta e da questa vocazione, Gesù insieme colla Madre sua e co’ suoi discepoli intervenne ad un festino e convito di nozze, che celebrossi in Cana di Galilea, dove manifestò subito la sua gloria operando il primo de’ suoi miracoli. Ed ecco il bellissimo fatto, che ci offre a considerare il Vangelo di questo giorno.

1. Secondo l’attestazione di vari scrittori ecclesiastici, lo sposo di queste nozze, che si fecero in Cana di Galilea, era un certo Simone, figliuolo di Alfeo, fratello di S. Giuseppe, epperò nipote della Santissima Vergine e cugino del Salvatore. Il che spiega, perché Maria si trovava di già in quella casa: Et erat mater Jesu ibi; gli sposi l’avevano chiamata come loro parente e forse anche a sopraintendere a quel convito e vegliare per tutto ciò, che potesse abbisognarvi. In riguardo però di Maria fu a questa festa invitato ancora Gesù con i suoi discepoli, che aveva già chiamati a seguirlo. E Gesù, che pure era il Santo per eccellenza, benché si trattasse di una festa assai allegra, come sogliono essere i conviti degli sposi, non ricusò di intervenirvi, non già perché egli desiderasse di deliziarsi in quel lieto banchetto, ma, oltre a vari altri motivi, anche per farci intendere quanto sia gravissimo l’inganno di coloro, i quali pensano, che per vivere da santi, da buoni Cristiani, sia necessario fuggire dal consorzio degli uomini, vivere sempre nella solitudine, evitare assolutamente di ridere, scherzare e stare allegri, ed in quella vece dover star sempre immersi nel silenzio e nella malinconia. Sì, o miei cari, in questa circostanza Gesù volle eziandio farci conoscere questa dolce verità, che si può vivere santamente e pur prendersi oneste soddisfazioni e moderati piaceri, che anzi la stessa vita veramente cristiana, tutt’altro che essere tristezza e malinconia, è per eccellenza vita allegra e felice, essendo l’allegria e la felicità inseparabili dalla virtù e dalla santità. Della qual cosa ce ne assicura in mille luoghi la Sacra Scrittura, col dichiarare, che la giustizia, ossia l’esatto adempimento della legge di Dio, è sempre accompagnata dalla pace dell’anima, da quel delizioso sentimento, che produce una buona coscienza, quindi che la sola virtù può rendere l’uomo felice. Ovunque nella Scrittura si parla della fedeltà nell’osservare la legge di Dio, si parla anche della pace, come inseparabile dalla giustizia. Figlio mio, dice lo Spirito Santo, sii fedele nell’osservanza della mia legge, che avrai una sorgente di pace e di gaudio. Chiunque osserva la legge di Dio, dimorerà nella pace. Questa pace sarà profonda, abbondante e continua; il gaudio vivo e puro; per cui felice chi pone ogni sua affezione nella legge del Signore. Egli sarà come albero, che, piantato sulle rive di cristallino fonte, produce eccellenti frutti e le cui foglie non mai appassiscono. Non meno formale e positiva è la promessa fatta da Gesù Cristo nel Vangelo: chiaramente ne dice, che il suo giogo è dolce, e che il suo peso è soave; che coloro, i quali lo portano, trovano la pace dell’anima. È adunque verità fondata sulla parola di Dio, che la vita cristiana è una vita felice, che nel fedelmente osservare la legge del Signore trovasi la vera contentezza. Questa verità è fondata anche sull’esperienza. S. Agostino prima di sua conversione, aveva menata una vita tutta mondana, sensuale, aveva passati molti anni nell’abbandono di Dio, e in balìa alle passioni. Richiamato alla virtù e convertitosi, nelle sue confessioni esclama: Dio mio, avete rotti i miei lacci; la mia lingua e il mio cuore continuamente vi esaltino, che mi avete fatto ricevere il vostro giogo soave e il legger peso della vostra legge. Quanta dolcezza, qual piacere non sento nell’aver rinunziato ai vani piaceri del mondo! Qual gioia nell’aver abbandonato ciò, che temeva di perdere! Voi il solo vero diletto, capace di riempire un’anima, allontanando da me ogni falso piacere, subentraste in luogo loro, Voi, che siete vera e sovrana dolcezza. S. Agostino confessa adunque, che una vita peccaminosa è dura schiavitù, tormentata da continue sciagure; che una vita virtuosa al contrario è una vita tranquilla e colma di consolazioni. E chiunque fedelmente serve il Signore prova ciò, che provò S. Agostino. Il vero Cristiano ovunque mostra una gioia pura ed innocente, un’ilarità semplice e modesta, un’eguaglianza di carattere, che dappertutto l’accompagna: sulla sua fronte è scolpita la serenità dell’anima, la pace del cuore. E voi, o miei cari, richiamate alla vostra mente quelle circostanze della vita, in cui, tocchi da Dio, vi purificaste d’ogni colpa, vi accostaste alla Santa Comunione con speciale fervore, e dite: Non provaste allora quanto è buono il Signore per chi lo ama? Allora il vostro cuore senza passione alcuna, puro agli occhi di Dio, non gustava che le cose del cielo, non desiderava e non sospirava che Dio! Che pace regnava nel vostro cuore, che dolcezza non gustavate! Confessatelo pure, non mai avete passati momenti sì dolci come quelli: comprendevate allora, che non si è felici, che servendo il Signore, conoscevate la verità delle parole del Profeta: Un sol giorno, o mio Dio, passato in vostro servizio, è preferibile d’assai a molti anni passati in società coi peccatori. E se avete conservati questi sentimenti di pietà, questo prezioso gusto della virtù, beneditene il Signore. Che se al contrario la virtù, altre volte per voi attraente e dolce, vi sembra ora importuna, noiosa, non incolpatene che la negligenza nell’adempimento dei vostri doveri. Poiché non dovete dimenticare, che fino a quando camminerete nella via del Signore, godrete sempre una pace ed una allegria perfetta.

2. Trovandosi adunque il divin Redentore a quel convito nuziale, nel meglio del desinare, viene improvvisamente a mancare il vino, né vi era come e donde all’istante supplirvi. I famigliari si guardano l’un l’altro costernati e confusi: né sanno che cosa fare e a chi rivolgersi. Ma la Santissima Vergine tutta occhi, come è tutta amore per soccorrere tutti, per la prima si accorge di quell’imbarazzo, ed angustiandosene per l’umiliazione, che proveranno i padroni di casa, piena di benignità, di compassione e di tenerezza si rivolge al suo divin Figliuolo e gli dice in segreto: Non hanno più vino: Vinum non habent. Ora che fa Gesù? Che risponde Egli? Mostrando di non interessarsi per nulla alla triste condizione degli sposi e dei commensali, Donna, le dice, che importa ciò a voi ed a me? non è per ancor venuta la mia ora. Questa risposta a prima vista sembra dura ed austera; ma, dice S. Bernardo, il Figliuolo sapeva a chi parlava, e la Madre non ignorava chi era Colui, che le parlava. E Gesù non ha certamente con parole biasimato Colei, che col fatto ha onorata,operando il miracolo, ch’Ella domandava. Sant’Agostino poi ci dà il vero senso della risposta di Gesù, allorché dice che Gesù Cristo, nel quale vi sono due nature, la divina e la umana, ha parlato qui secondo la natura divina. E siccome la natura divina ei non l’ha ricevuta da Maria, così Egli fa qui vedere colle sue parole, che, secondo tale natura, non ha da stare a Lei soggetto.Tuttavia quello è certissimo, dice il venerabile Beda, che Gesù Cristo accompagnò la sua risposta con una tale espressione di misericordia, con un tale accento di pietà, che Maria ben comprese che Gesù se non intendeva di starle soggetto come Dio, voleva non di meno sottomettersi interamente a Lei come uomo, e che perciò era pronto ad operare di fatto il miracolo, che sembrava averle negato con le parole; sicché rivoltasi senz’altro a coloro che servivano disse loro: Fate quello che Egli vi dirà. Di fatti il Divin Redentore non ostante la dichiarazione contraria, senza replicare più nulla, si appresta a compiere la preghiera della sua Santissima Madre. Così adunque, osserva S. Cirillo, la stessa ripugnanza e difficoltà, che da principio mostrò nostro Signore di fare il miracolo, è divenuta una prova della profonda deferenza, che Gesù Cristo ha per i desideri di Maria; una prova del come Maria realmente sia stata da Dio costituita la nostra potentissima avvocata presso al suo divin Figlio. E difatti come a Cana di Galilea ha ottenuto per quegli sposi un delizioso vino che ne salvò l’onore, in tutti i secoli Ella ottiene alle anime cristiane le preziose grazie, che devono salvarle per tutta un’eternità. Ci vuole di più per incoraggiare la fedele nostra devozione verso la Santissima Vergine? Udite S. Bernardo, ei vi dirà che se temete di avvicinarvi al Padre che regna eternamente nel cielo, vi ha dato Gesù Cristo suo Figliuolo per mediatore. Che non può un tal Figlio presso un tal Padre? Ma poi il Santo Dottore soggiunge: E se paventate ancora in quel Figlio lo splendore della maestà divina, avete presso di Lui una dolce e potente avvocata; Ella è sua Madre e sarà esaudita. Miei cari figli, prosegue quel pio servo di Maria, ecco la scala, per cui devono salire i peccatori, onde giungere fino a Dio, ecco la mia grande speranza, poiché quella Vergine innocente ha trovato grazia presso il Signore, e di questa sola grazia noi abbisogniamo per essere salvi. Ma s’egli è vero, o miei cari, che, accordandole il primo suo miracolo, Gesù stabilì pel corso de’ secoli la divozione alla Vergine sua Madre, è vero altresì, che Maria mirabilmente regola la nostra devozione con questa parola: Fate tutto ciò che vi dirà. Ella vuol accettar bensì i nostri omaggi, porger orecchio alla voce della nostra preghiera, perorare la nostra causa, ottenerci le grazie da Dio, ma a patto che noi compiamo dappertutto e sempre la sua santa volontà nell’osservanza fedele dei santi comandamenti, nella pratica esatta delle virtù cristiane. No, non si affidi troppo di ricevere grazie da Maria, chi non vive da buon Cristiano, chi almeno non è risoluto di mettersi con impegno nel cammino della virtù. Ricordiamo che Maria è bensì il rifugio dei peccatori, ma come giustamente dice un Santo, di quei peccatori che si vogliono davvero convertire.

3. Eranvi, prosegue a dire il Vangelo, eranvi nella sala stessa del convito sei idrie (o grandi vasi di pietra) preparate per la purificazione giudaica, le quali contenevano ciascuna due in tre metrete (ossia un secchio e mezzo circa). E Gesù senza più nulla replicare alla Madre sua, ma compiacendola ne’ suoi desideri, disse ai ministri: Empite d’acqua quelle idrie. Ed essi le riempirono fino all’orlo. E Gesù disse loro: Attingete adesso e portate al maestro di casa. E quelli ne portarono. E appena ebbe fatto il saggio dell’acqua convertita in vino il maestro di casa, che non sapeva donde questo uscisse, sapendolo tuttavia i ministri, che avevano attinta l’acqua, chiama lo sposo (credendo essere questa una sorpresa da lui fatta, con lui dolcemente si lagna), e gli dice: Tutti servono da principio il vino di miglior polso e quando la gente si è esilarata, allora danno dell’inferiore; ma tu hai serbato il migliore sino ad ora. Lo sposo allora certamente protestò di non saper nulla. Ed interrogandosi i ministri, che avevano messo l’acqua nelle anfore, questi manifestarono l’accaduto, pubblicando ed attestando a tutti i commensali il miracolo. E qui, o miei cari, è facile immaginare quello che avvenne. La tradizione, presso S. Ambrogio, ci attesta che quanti erano al convito e gustarono di quel vino miracoloso, colpiti dalla vista di sì gran prodigio si cambiarono in tutt’altri uomini, e come all’esterno il Signore cambiò l’acqua in vino, così convertì nell’interno i loro cuori, richiamandoli dalle turpi superstizioni dell’idolatria alla fede santa e preziosa dei veri credenti. Lo stesso Vangelo lo attesta dicendo: Così Gesù in Cana di Galilea diede, principio a far miracoli; e manifestò la sua gloria, e in Lui credettero i suoi discepoli. Così, bellamente osserva S. Pier Crisologo, dovunque Gesù è chiamato, dovunque Egli entra, dovunque è accolto con amore, Egli porta la consolazione, il gaudio, la santificazione.Or bene, o miei cari, non possiamo ancor noi procurarci sì grandi vantaggi coll’accogliere sovente Gesù Cristo nella casa del nostro cuore al banchetto della SS. Comunione? E non desidera forse Gesù Cristo stesso ardentissimamente di venire spesso nell’anima nostra per operare in noi dei salutari mutamenti, per trasformarci in Cristiani più fermi nella fede, più caritatevoli, più umili, più casti, per operare insomma la nostra santificazione? Si narra di S. Luigi re di Francia, che per il desiderio di far del bene a’ suoi sudditi, si vestiva da semplice borghese e, uscito dalla reggia, recavasi senza corteggio sotto un grande albero, ove dava udienza al popolo. Quindi a lui si avvicinavano con facilità e confidenza anche i più miserabili, gli presentavano suppliche, trattavano con lui dei loro dolori e dei loro domestici affari con la più grande soddisfazione del loro cuore. Orbene, Gesù Cristo nell’Eucaristia non solo volle discendere a tanto, ma, se si nascose sotto il mistero Eucaristico, fu specialmente pel desiderio che aveva non solo di star con noi, ma di penetrare nei nostri stessi cuori ed essere il nostro nutrimento spirituale. E perché velarsi sotto le specie di pane? È un mistero questo, che facilmente si può comprendere. Anzi è di una manifesta chiarezza: per indicare cioè che come il pane nutre il corpo, così Egli stesso voleva nutrire l’anima; e come il pane è da noi ricercato ogni giorno, e sebbene l’abbiamo sempre sulle mense, pure non lo rifiutiamo mai, così per avere questo cibo dell’anima, anche ogni giorno dovremmo ricorrere a Lui e di Lui nutrirci, per essere da Luì santificati. Ed in vero chi può dire quanto la SS. Eucaristia abbia di forza per togliere la freddezza, la tiepidezza dei nostri cuori, ed accendervi invece il fuoco del santo amor di Dio? Non è forse la santissima Comunione quella cella vinaria, dove l’anima nostra viene inebriata del vino del divino amore? Non è forse nello stringere al seno il caro Gesù, che l’anima languisce di santa carità? Com’è mai possibile, che quel Gesù, che portò su questa terra il fuoco del divin suo amore per accenderne il cuore degli uomini, non ne infiammi poi quel petto, dov’Egli abita? Ah! i Santi hanno sempre riguardati i sacri altari come tanti troni d’amore divino, donde Gesù Cristo accende ed infiamma le anime sue dilette! Santa Caterina da Siena vide un giorno in mano ad un sacerdote Gesù Sacramentato come una fornace d’amore, per cui si meravigliava poi la Santa, come da tanto incendio non restassero arsi ed inceneriti tutti i cuori degli uomini. Santa Rosa da Lima diceva, che in comunicarsi parevale di ricevere il sole onde mandava tal raggi dal volto, che abbagliavan la vista di chi la rimirava. S. Venceslao re, col solo andare a visitare il Santissimo Sacramento, s’infiammava anche esteriormente di tale e tanto ardore, che il servo che l’accompagnava, solamente col batter le sue pedate, non sentiva il freddo, tutto ché camminasse sulla neve. E voi non faceste mai riflessione all’operazione, che fa il fuoco investendo una tavola, un tronco? Prima lo riscalda, poi l’infuoca, e discacciando tutte le qualità contrarie di freddezza, di umidità, e di durezza, finalmente lo converte nella sua sostanza e lo fa divenire un altro fuoco simile a sé. Così, diceva S. Dionisio Areopagita, opera Gesù Cristo nella santissima Eucaristia. Egli prima riscalda le nostre anime col calor soave del santo amore, poi discacciando a poco a poco le qualità contrarie dei peccati leggieri e degli attacchi terreni, le accende vieppiù di santa carità, le trasforma in se stesso e le rende deiformi. – Accostiamoci adunque sovente e bene ad accogliere Gesù dentro dell’anima nostra, ed anche in noi Egli si degnerà certamente di manifestare la sua gloria.

Altra Omelia

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

Sopra il matrimonio

“Nuptiæ factæ sunt in Cana Galilæe, et erat Mater Jesu ibi. Vocatus est autem Jesus et discipuli eius ad nuptias.” Jo. II.

Nozze veramente fortunate furono quelle di cui si fa menzione nell’odierno Vangelo, le quali furono onorate dalla presenza di Gesù Cristo, della santa Vergine sua madre e dei suoi discepoli, vale a dire della più santa e della più augusta compagnia, che fosse al mondo. Bisognava senza dubbio che quei nuovi sposi fossero persone ben care al Salvatore per meritarsi dal canto loro una simile condiscendenza. Perciò di qual abbondanza di benedizioni non fu la loro casa ripiena? Non solamente furono arricchiti dei doni della grazia, che li santificò in quel nuovo stato, ma provarono ancora in un modo sensibile gli effetti della bontà e della possanza del divino ospite che avevano la bella sorte di possedere; mentre essendo mancato il vino nel convito delle nozze, Gesù Cristo, ad istanza della sua santa Madre, fece in favore di quei nuovi sposi il suo primo miracolo, cangiando l’acqua in vino. Fortunati anche, fratelli miei, i matrimoni che vengono fatti secondo Dio come fu quello del nostro Vangelo! – Meritano di possedere Gesù Cristo, se non con la sua presenza corporale, almeno con la sua grazia e col suo amore. Non si contenta di dar loro le grazie necessarie per santificarsi nel loro stato, ma fa loro provare ancora in un modo sensibile le cure di una amabile provvidenza, sempre attenta ai bisogni dei suoi figliuoli. – Perché dunque fratelli miei, vediamo sì poche persone felici e contente nel matrimonio? Perché all’opposto tanti disgraziati che soffrono e si dannano in questo stato? Proviene forse questo male perché il matrimonio incompatibile sia con la salute? No, il matrimonio è uno stato stabilito da Dio, cui chiamate sono molte persone ed in cui possono e debbono salvarsi. Ma il male si è che la maggior parte di quelli che si maritano non si curano punto di chiamar Gesù Cristo alle lor nozze; vale a dire, di prepararsi come si conviene a ricevere questo Sacramento. Sì, a quelli dunque che impegnati non sono ancora nel matrimonio, come a quelli che già vi si trovano, indirizzo in quest’oggi il discorso. Voi che aspirate al matrimonio, ricordatevi di chiamar Gesù Cristo alle vostre nozze, cioè di recarvi sante disposizioni: ecco il soggetto del mio primo punto. Voi che impegnati già siete nel matrimonio, siate fedeli a corrispondere alle grazie che ricevute vi avete, adempiendo gli obblighi che esso v’impone: ecco il soggetto del mio secondo punto. In due parole, come convenga prepararsi al matrimonio, come convenga vivere in esso, è tutto il mio assunto.

I.° Punto. Siccome il matrimonio è uno stato molto comune nel mondo, i più di coloro che prendono al giorno d’oggi questo partito pensano falsamente che necessario non sia prepararvisi, ma che basti volerlo, come se una cosa fosse indifferente e profana, la quale non domandi che poche disposizioni dalla parte di quelli che vi s’impegnano. Nulla di meno, fratelli miei, da qualunque canto si consideri il matrimonio, sia nella sua origine, sia nella sua natura, sia nel suo fine, tutto cospira a farcene conoscere la dignità e l’eccellenza e conseguentemente l’obbligo indispensabile di prepararvisi come si conviene. – Se noi riflettiamo in prima all’origine del matrimonio, noi troveremo che Dio medesimo ne fu l’autore, che ne formò Egli i nodi nel Paradiso terrestre tra i nostri primi genitori allorché erano ancora nello stato d’innocenza. Se noi consideriamo il matrimonio nella sua natura, è, dicono gli autori, una società coniugale tra il marito e la moglie che li obbliga a vivere inseparabilmente l’uno con l’altro, unione, società che Gesù Cristo ha innalzata alla dignità di Sacramento della nuova legge che nella sua significazione ci rappresenta l’union di Gesù Cristo con la sua Chiesa. Tale è la nobile idea che ce ne dà l’Apostolo, quando ci dice che il matrimonio è un gran Sacramento per rapporto a Gesù Cristo e alla sua Chiesa: Sacramentum hoc magnum est, ego autem dico in Christo et Ecclesia (Eph. V). Ed invero, siccome il Figliuolo di Dio si è unito alla Chiesa in due maniere, l’una nel mistero dell’Incarnazione, prendendo la natura umana per non fare con essa che una sola persona; e l’altra comunicando a questa Chiesa la sua grazia ed il suo amore, il che è una unione di carità, così nel Sacramento del matrimonio si contraggono due alleanze. La prima fa che due persone che non avevano per lo innanzi alcuna relazione tra loro divengono, per così dire, una stessa persona: Erunt duo in carne una (Matth. XIX). L’ altra secondo lo spirito è la unione dei cuori, la quale produr deve un amor reciproco l’uno per l’altro. Ora fu per santificare e sostenere questa unione che Gesù Cristo diede al matrimonio della nuova legge una virtù particolare di produrre la grazia in quelli che vi si accostano con sante disposizioni, laddove non era il matrimonio altre fiate che un contratto puramente civile e al più una cerimonia di religione tra gli Ebrei, tiene ora un posto tra i Sacramenti della nuova legge per santificare coloro che lo ricevono e dar le grazie al loro stato convenienti. Tale è, fratelli miei, la natura del matrimonio dei Cristiani. Ma qual n’è il fine? Egli è de’ più nobili e dei più santi. Il matrimonio è stato stabilito da Dio e santificato da Gesù Cristo, non già soltanto per popolare la terra, ma vie più ancora per popolare il cielo, per essere una sorgente feconda di Santi destinati a riempier le sede degli angeli prevaricatori. Quanto non è egli dunque rispettabile questo Sacramento? E quante disposizioni non richiede da quelli che ricever lo vogliono? Quali sono queste disposizioni? Uditele. Per ben prepararvi al matrimonio voi dovete primieramente consultar Dio con ferventi preghiere, meritare i suoi lumi con una regolata condotta; dovete inoltre proporvi fini onesti nel matrimonio, purificare le vostre coscienze da minimi difetti a fine di ricever le grazie a questo Sacramento annesse. Che convenga consultar Dio prima d’impegnarsi nel matrimonio è un obbligo, fratelli miei, che la Religione v’ispira e cui è legato il vostro proprio interesse. Voi siete più di Dio che di voi medesimi; voi non potete per conseguenza disporre di voi medesimi contro la volontà di Dio né impegnarvi nel matrimonio, se non vi siete da Dio chiamati. Al che non solo i figliuoli, ma ancora i padri e le madri far debbono grand’attenzione, per nulla conchiudere in un affare di tanta importanza, senz’aver consultato Iddio: operar diversamente si è far un attentato alla volontà di Dio, il quale ha diritto di disporre delle sue creature; si è recar a se stesso un pregiudizio molto considerabile. Imperciocché, se Dio ha fissato a ciascheduno di noi uno stato in cui gli prepara aiuti particolari per la salute, i quali non gli comparte in un altro stato, non sarebbe una grande temerità impegnarvi nel matrimonio, dove vi sono tanti obbligazioni da adempiere, tanti ostacoli a superare, senz’aver le grazie particolari di quello stato? E come lusingarvi di aver queste grazie per portare un peso sì grave, se voi l’addossate contro la volontà di Dio, che vi destinava ad un altro stato? Perciò quante persone che chiamate non sono al matrimonio miseramente vi si danno, le quali salvate si sarebbero in un altro genere di vita! Apprendete dunque, voi tutti che aspirate a questo stato, che non basta che voi lo vogliate, bisogna che lo voglia Iddio; perciò e d’uopo che il vostro matrimonio si faccia in cielo prima che si faccia sulla terra. Questo è ciò che chieder conviene a  Dio pregandolo, come il più savio dei re, di darvi lo spirito di sapienza che deve condurre i vostri passi. Pregatelo di farvi su di ciò conoscere la sua santa volontà. Dovete altresì pregarlo d’illuminarvi sopra la persona che vi destina. Perciocché i genitori possono bensì dare ricchezze, dice lo Spirito Santo, ma una moglie prudente è un dono del cielo: Divitiæ dantur a parentibus, a Domino autem uxor prudens (Prov. XIX). Lo stesso dir bisogna di un marito savio e regolato. – La vostra felicità in questo mondo e nell’altro dipende dalla buona scelta che farete. Vi sono persone che si convengono meglio le une che le altre; che sono più proprie a mantenere l’unione e la pace nei matrimoni per la somiglianza del carattere e principalmente per la loro saviezza e virtù. Voi opererete la vostra salute con la tal persona che vi conviene; e vi dannerete con quell’altra che non vi conviene: temete dunque per la vostra salute, se la passione ha qualche parte nella scelta che far dovete; fate attenzione che le qualità della persona o della fortuna possono acciecarvi, che queste qualità non sono sempre accompagnate dalle virtù proprie a formare una santa unione, e guardatevi ben bene di lasciarvi condurre dall’amore e dal capriccio in un affare sì importante; ma fatevi presiedere la ragione, la Religione, la volontà di Dio. Ecco le guide che seguir dovete. Cercate la virtù piuttosto che la qualità della persona e i beni di fortuna. – Per essere ancora più sicuri di non ingannarvi, consultate i genitori virtuosi, che condur non si lasciano dalla passione né dall’interesse; per mezzo di essi vi farà Dio conoscere la sua volontà. Ad essi ha dato Iddio i lumi necessari per la direzione delle loro famiglie; sanno essi ciò che conviene ai loro figliuoli meglio che non lo sappiano questi medesimi. La gioventù è per l’ordinario cieca e precipitata, per conseguenza più facile ad ingannarsi nella scelta di uno stabilimento, perché essa sovente altra guida non ha che il senso e la passione, i quali distinguer non sanno ciò che le è più vantaggioso; laddove i genitori che hanno dal canto loro l’esperienza e la ragione, operano ordinariamente con più di maturità e di buon successo. Quindi è che le leggi hanno saggiamente stabilito ed ordinato ai figliuoli di chieder il consenso dei loro genitori, prendendo il partito del matrimonio. Sono queste leggi appoggiate non solo sopra l’interesse dei figliuoli, ma ancora sopra quello dei genitori, a cagione delle nuove alleanze. Quelle persone, quei generi, quelle nuore debbono venir posti nel numero dei figliuoli di casa, entrar a parte dei beni e dell’eredità; convien dunque che siano persone gradite dai genitori, affinché la pace regni tra essi. Non bisogna con tutto ciò che i genitori si abusino della autorità sopra i loro figliuoli per far loro sposare contro la loro inclinazione persone che ad essi non piacciono: si veggono pur troppo i funesti esempi dei matrimoni infelici e sforzati dalla volontà dei genitori, i quali responsabili sono di tutti i disordini che quindi succedono. Lasciar devono ai figliuoli un’onesta libertà di scegliere persone d’inclinazione, le quali loro d’altronde convengano per le buone qualità e condizione. Se non debbono i figliuoli seguire la loro passione per maritarsi contro la volontà dei genitori, neppure devono i genitori lasciarsi guidare dall’interesse o da altro umano motivo per costringere i figliuoli a maritarsi contro la propria inclinazione. Sono questi due estremi due scogli che conviene evitare nel matrimonio, e perciò bisogna che gli uni e gli altri indirizzino al cielo ferventi preghiere per ben riuscire in un affare di tanta importanza. Unite dunque, padri e madri, le vostre preghiere a quelle dei vostri figliuoli, per ottener loro da Dio un felice e santo collocamento; ma ricordatevi, o figliuoli, se volete esser esauditi nelle vostre preghiere, di sostenerle con la regolarità di vostra condotta. Imperciocché invano indirizzereste voti al cielo per domandare un santo matrimonio, se voi non vi preparate adesso con la pratica delle cristiane virtù, vi è molto da temere che non siate ascoltati: se all’opposto voi saviamente vi comportate, ricompenserà Iddio la vostra virtù con un felice matrimonio; è lo Spirito Santo stesso che ve ne assicura, quando vi dice che una moglie virtuosa sarà la ricompensa delle vostre buone azioni: Mulier bona dabitur viro prò factis bonis (Eccli.XXVI). Volete voi, dice s. Agostino, trovarne una che vi convenga? Siate voi medesimo tal qual la desiderate. Volete voi averne una casta? Siatelo voi medesimo: Intactam quæris, intactus esto. Volete voi altresì, o figliuole cristiane, trovar sposi saggi, virtuosi, pazienti, moderati? Meritateli con la vostra buona condotta; siate modeste, sagge, ritirate, fedeli a compier i vostri doveri; senza mettervi in pena di produrvi, di farvi conoscere per trovar un partito, Dio saprà provvedervi come si conviene. Non crediate, gioventù sfrenata, che Dio sia per spargere le sue benedizioni sopra matrimoni che sono stati preceduti dal delitto e dal libertinaggio, per via d’intrighi, di commerci che voi mantenete, di visite ad ore indebite, di libertà vergognose che vi permettete gli uni con gli altri, e per via di dissolutezze che la santità del luogo non mi permette di nominare. Non crediate, o giovani mondane, che voi siate per esser contente in quei collocamenti che vi comprate al prezzo della vostra anima per via di ree compiacenze che voi avete pei libertini che vi fanno belle promesse per sedurvi ed appagare le loro passioni. Ah! non è questo il modo di prepararvi a ricevere la grazia del Sacramento del matrimonio; meglio sarebbe rinunziare ad ogni collocamento che giungervi per strade capaci di trarre sopra di voi le maledizioni del Signore, Quindi quanto poco prosperar si vedono i matrimoni di simile sorta cui preparati si sono col disordine e col peccato! Non si vede all’opposto che quelli che si sono in tal modo vie più frequentati, sono coloro che vivono più male quando sono insieme, che sono i più disgraziati e che si dannano nel matrimonio; sia che queste persone si privino ordinariamente con la loro condotta delle grazie particolari annesse al Sacramento, senza cui è assai difficile di salvarsi; sia perché, cangiandosi la loro inclinazione l’uno a riguardo dell’altro, rompano facilmente l’unione dei cuori che esser deve il fondamento della santità e della felicità dei matrimoni. Prima del matrimonio un giovane, una figliuola servivansi di mille artifizi per farsi conoscere tutt’altro da quel che erano: l’uno pareva affabile, paziente, sobrio, l’altra modesta, docile, graziosa; ma da poi che tolta è la maschera e che non avvi più interesse alcuno ad ingannarsi l’un l’altro, quel giovane è tutto trasformato in un uomo collerico, dissoluto, scialacquatore; quella donna è una superba, una capricciosa, un’appassionata per li piaceri: da ciò ne viene che, dopo esser stata trattata prima del suo matrimonio con molto riguardo, viene poi essa trattata con l’ultimo disprezzo; l’affetto che avuto avevano l’uno per l’altro è per cosi dire tutto consumato, perché non era che un affetto cieco e di passione, il quale si è cangiato in indifferenza, in alienazione ed avversione sì grande che laddove prima saziar non si potevano di vedersi, al presente non possono più soffrirsi: tanto è vero che le conversazioni le più assidue non sono le migliori disposizioni al matrimonio, ma sono per lo contrario di ostacolo alla felicità di esso, principalmente quando sono peccaminose! Egli è vero che non si possono troppo conoscere le persone cui deve uno legarsi, che non conviene operar con fretta per non fare falsi passi di cui si ha tutto il tempo di pentirsi, che il matrimonio chiede molte riflessioni, perché è un affare di conseguenza, in cui è molto pericoloso d’ingannarsi; ma è forse necessario che il peccato ed il libertinaggio gli servano di apparecchio? Veder forse non si possono onestamente alla presenza dei genitori? E quando si conosce un’alleanza convenevole non si dovrà egli prendere precauzione alcuna per evitare l’occasion del peccato? Ma qual fine propor vi dovete in quest’alleanza? Quello che Dio medesimo si è proposto nella sua istituzione. Voi dovete, prendendo il partito del matrimonio, non aver in mira che di glorificarvi Iddio, di farvi la vostra salute, aiutandovi vicendevolmente l’un l’altro a riuscire in questo grande affare, a sopportare le miserie e gl’incomodi della vita, ad allevare i figliuoli, che piacerà al Signore di darvi, per essere suoi adoratori, e gli eredi del suo regno. Tali sono i fini del matrimonio; e su di ciò appunto l’arcangelo S. Raffaele istruiva il giovine Tobia dicendogli: Voi prenderete col timore del Signore Sara per moglie al solo desiderio di averne figliuoli e non di soddisfare la vostra sensualità: Accipies cum timore Domini, amore filiorum magis quam libidine ductus (Tob. VI). Lungi dunque da voi, fratelli miei, qualunque motivo carnale ed interessato, come si trovano nella maggior parte dei matrimoni dei nostri tempi, che chiamare si possono matrimoni d’interesse o di passione. Infatti che cosa cercasi nei matrimoni? Il bene o il piacere sono i due mobili che li fanno agire. Trattasi di conchiudere un matrimonio? Non si cercano informazioni della virtù, del merito dei contraenti; ma si domanda se evvi del bene, e subito che se ne trova, si passa sopra tutto il restante. Il bene dona tutte le virtù, tutto il merito possibile: cioè nel matrimonio non si riguarda, se non ciò che v’è di umano e di temporale, e non ciò che è spirituale e divino. Si fanno i matrimoni come contratti puramente civili, si ha ogni attenzione di farvi mettere tutte le clausole necessarie; ma non se ne ha alcuna alla dignità del Sacramento, con cui nobilitato è questo contratto. Ma qual è l’esito di questo contratto che fassi in un modo del tutto umano e carnale? Voi lo sapete, fratelli miei, per una triste esperienza. Si provano ogni giorno mille disgusti, mille affanni di vedersi frustrati di una speranza di cui lusingati si erano sopra le belle promesse, le quali non si vogliono o non si possono più adempiere, mentre, quanto non costa l’aver quei beni, il far osservare le clausole di un contratto in cui si sono promessi? Quindi è che si fanno tante sollecitazioni, si suscitano tante liti, le quali cagionano la divisione tra le famiglie che erano le meglio unite; di modo che i matrimoni che dovrebbero mantenere tra gli uomini una dolce società, la rompono il più sovente tra quelli che erano i migliori amici. Quale n’è la cagione? L’interesse. Ecco la sorgente funesta delle guerre domestiche che si perpetuano talvolta di generazione in generazione. È vero – dice s. Ambrogio – che non è dalle leggi proibito di cercare il suo vantaggio in uno stabilimento, quando vi si può trovare; ma non conviene di un mezzo farne il fine; considerar si deve più la virtù che il bene ed osservare quanto è possibile l’eguaglianza di condizioni per evitare i rimproveri che uno degli sposi può fare all’altro di avergli dato del bene. Tali sono le regole che la prudenza ispira per rendere felici i matrimoni. – Ma se disgraziati sono i matrimoni d’interesse, quelli che forma la passione non lo sono di meno. Tali sono i matrimoni in cui non si ha in mira che il piacere di appagare le passioni brutali, come fanno gli infedeli che non conoscono Dio, dice l’Apostolo: tale fu la cagione dell’infelice sorte dei sette primi mariti di Sara sposa di Tobia, i quali uccisi furono dal demonio la prima notte delle loro nozze; perché entrando nel matrimonio, allontanato avevano Dio dal loro spirito, dice la Sacra Scrittura, per soddisfare i desideri sregolati dei loro cuori. E perciò l’arcangelo Raffaele, per rassicurare Tobia che temeva la medesima sorte, l’esortò d’innalzare il suo spirito ed il suo cuore a Dio nell’alleanza che andava a contrarre con quella donna, perché, gli disse, il demonio non ha dominio, se non sopra quelli che cercano di appagare la loro sensualità. – Eccovi senza dubbio, fratelli miei, ciò che rende al giorno d’oggi sgraziati un gran numero di matrimoni in cui non si cerca che il piacere del senso. Si rendono vilmente schiavi del demonio; e sotto un tal padrone, qual felicità si può mai sperare? Abbiate dunque gran cura, voi che aspirate a questo stato, di purificare le vostre menti e i vostri cuori da ogni pensiero e affetto contrario alla santità di questo Sacramento, per non proporsi che fini onesti e degni di un Cristiano e per evitare i pericoli cui e esporta la castità coniugale; istruitevi prima nel sacro tribunale di ciò che è permesso o vietato, pregate il vostro confessore di dirvelo, prevenendolo che per un tal fine vi confessate; istruitevi anche degli altri doveri della Religione per mettervi in istato d’istruirne gli altri. – Ma per attirare ancora più efficacemente su di voi la benedizione del Signore, abbiate cura di purificare le vostre coscienze con una buona Confessione che far dovete alcuni giorni prima. È bene di farla generale. Questo è anche necessario quando la vostra condotta non è stata regolata, quando il vostro matrimonio è stato preceduto da conversazioni vietate o da altri peccati, di cui non avete lasciata l’occasione o corretto l’abito. Ed è tanto più importante per voi di essere in istato di grazia per ricevere il Sacramento del matrimonio, che se voi lo ricevete in istato di peccato, vi rendete colpevoli di un doppio sacrilegio, profanando un Sacramento di cui voi siete ad uno stesso tempo, secondo il parere di molti, e i soggetti e i ministri. – Qual torto non vi fareste anche di privarvi delle grazie annesse a quel Sacramento, sì necessario per riempier gli obblighi del vostro stato? Per ottener queste grazie indirizzatevi a Colui che n’è l’Autore, pregate Gesù Cristo, di voler ritrovarsi alle vostre nozze, il che voi gli chiederete particolarmente nella Comunione che dovete fare, in cui l’eleggerete per lo sposo della vostra anima: nel giorno avanti al vostro matrimonio fermatevi qualche tempo ai piedi degli altari e raddoppiate il vostro fervore affinché il Signore benedica la vostra condotta. Abbiate cura principalmente che il giorno si passi nella modestia e nel raccoglimento; se il Signore ne sia il principio, come dice l’Apostolo: Gaudete in Domino. Richiamatevi di tempo in tempo la sua santa presenza per innalzare il vostro cuore a Lui: Dominus prope est. Evitate diligentemente quegli eccessi e quelle dissolutezze che rendono talvolta quei giorni i più peccaminosi della vita. Qual indegnità vedere i matrimoni cristiani passarsi come i baccanali dei gentili; vedere i Cristiani andar a ricevere un Sacramento allo strepito dell’arme, al suono degli strumenti, quindi passar la giornata nella dissipazione, nel ballo, nella crapula ed in mille altri eccessi che attraggono la maledizione di Dio sopra i matrimoni, laddove benedetti ne sarebbero, se tutto si passasse nella modestia e nella pratica delle buone opere, e se, invece di fare tante spese, si facessero alcune limosine ai poveri. Ah quanto sarebbe da desiderare che i matrimoni si facessero come quello di Tobia e di Sara, del quale ci riferisce la Scrittura così belle circostanze! Quanto a bramare sarebbe che i nuovi sposi passassero i primi giorni delle loro nozze, come quei virtuosi Israeliti nell’orazione, nella continenza e nella pratica delle virtù! – Sì felici principi assicurerebbero loro una serie d’anni ripieni delle benedizioni del Signore. – Ma siccome non basta il ben cominciare, vediamo come viver convenga nel matrimonio.

II. PUNTO PER UN II. DISCORSO

Sopra il matrimonio.

Obsecro vos ego vinctus in Domino ut digne ambuletis in vocatione qua vocati esti

Eph. IV

Il buon ordine della vita dipende dalla fedeltà di ciascuno nell’adempiere fedelmente agli obblighi del suo stato. Ciò raccomandava singolarmente l’Apostolo s. Paolo ai primi Cristiani che aveva in Gesù Cristo rigenerati: ed aveva tanto più di ragione di tener loro questo discorso quanto che, essendo egli in prigione per l’amor del suo Dio, dava loro un esempio ben vivo della fedeltà che ciascheduno deve avere nel corrispondere alla grazia della sua vocazione, Obsecro vos ect. La stessa esortazione vengo anche io ad indirizzarvi, fratelli miei, in qualunque stato voi siate. Siete voi nel celibato ed avete virtù bastanti per mantenervi in quello stato? Stimate la vostra sorte come la più felice e la più perfetta, la quale vi preserva da molte inquietudini e più sicuramente vi conduce al porto della salute dimostratene la vostra riconoscenza al Signor con la più esatta fedeltà al divin sposo che scelto vi avete. Siete voi impegnati nel matrimonio? Voi non avete peccato, dice s. Paolo, eleggendo questo stato: non cercate a rompere nodi che Dio medesimo ha formati: ma applicativi a compier fedelmente gli obblighi dello stato che avete eletto. – Or siccome molto più sono le persone impegnate nel matrimonio che quelle che non lo sono, ed è questo stato il più comune nel mondo anche cristiano, così alle persone maritate indirizzo in quest’oggi la parola per indurle a corrispondere alla grazia della loro vocazione: Obsecro vos etc. Il matrimonio, è vero, è uno stato duro e penoso, è un giogo che ha molte amarezze; ed il grande Apostolo aveva ben ragione di dire che coloro i quali vi si impegnano avrebbero molte tribolazioni; ma ciò che rende ancora questo giogo più grave ed insopportabile a molti si è che non sanno mettere a profitto le grazie che Dio loro dà per portarlo. Se ciascuno fosse esatto ad adempiere le sue obbligazioni, questo giogo diverrebbe leggiero, e le sue amarezze si cangerebbero in dolcezze; troverebbero nel matrimonio la sua felicità per questa vita e per l’altra. Di somma importanza dunque è, fratelli miei, apprendere ad adempiere fedelmente i doveri che v’impone il matrimonio. Ecco quanto mi propongo di fare in questa istruzione che alle persone maritate indirizzo.

II. Punto. Considerare si può il matrimonio sotto due qualità che gli obblighi tutti ne racchiudono, cioè come Sacramento e come contratto di società: come Sacramento impone grandi obbligazioni per riguardo a Dio; come contratto di società, grandi obbligazioni impone per riguardo al prossimo. Diamo alcune spiegazioni a questi due capi. Quali sono le obbligazioni che il Sacramento del matrimonio impone per rapporto a Dio? Si può dire primieramente che Egli chiede dal canto delle persone maritate una grande fedeltà nel mettere a profitto la grazia sacramentale che hanno ricevuta per adempiere i disegni di Dio sopra di essi. Ma quel che dire vi devo di particolare si è che il Sacramento esige per un titolo speciale dalla parte di coloro che vivono in questo stato, una castità coniugale, la quale, sebbene meno perfetta della verginità, ha nondimeno il suo merito e le sue difficoltà. Poiché non crediate che, per essere uniti insieme con legami indissolubili, voi cessiate di appartenere al Creatore. Il dominio reciproco che dati vi siete l’uno sopra l’altro non può in niente derogare a quello che il celeste Sposo ha diritto di esercitare sopra i vostri corpi e il vostro spirito. Ora questo Dio di purità vuole che conserviate questi spiriti e questi corpi in una continenza la quale ritenga le vostre passioni nei limiti di quel che vi è soltanto permesso per adempiere il fine del matrimonio. Vuole, dice s. Paolo, che evitiate tutto ciò che può offendere l’onestà: Honorabile connubium in omnibus. Guardatevi dunque bene dall’usar del matrimonio come i pagani, che non conoscono Iddio; ma operate come i Cristiani, che rispettar debbono i loro corpi, come i tempi dello Spirito Santo. Per mettervi a coperto d’ogni rischio, fate spesso, giusta l’avviso dello stesso Apostolo, serie riflessioni sopra la brevità del tempo, sopra la vicinanza della morte, affine di regolarvi nel matrimonio con tanta precauzione e saviezza come se maritati non foste: Qui habent uxores, tanquam non habentes sint. Innalzate i vostri cuori a Dio con frequenti preghiere per ottenere le grazie che necessarie vi sono per trionfare degli assalti del nemico di salute. Ecco quanto dire vi posso dopo s. Paolo sopra una materia le cui particolarità offender potrebbero le orecchie caste, e per cui vi rimando al tribunale delle vostre coscienze e agli avvertimenti dei vostri padri spirituali. Abbiate cura d’istruirvi, se avete qualche dubbio; e non operate giammai contro la vostra coscienza, ma seguite sempre i lumi della vostra Religione. – Veniamo ora ai doveri della società, che il matrimonio impone alle persone che ne sono il soggetto. Se il matrimonio ci rappresenta l’unione che Gesù Cristo ha contratto con la sua Chiesa, si può dire altresì che le persone maritate trovano in questa unione il modello perfetto che imitar debbono per compiere le loro obbligazioni. Tale è quello che loro propone il santo Apostolo nelle istruzioni che ha fatte su questa materia. Ora in che maniera si è unito Gesù Cristo alla sua Chiesa? Quali sono gli effetti di questa unione affatto santa e divina? Gesù Cristo si è unito alla sua Chiesa in un modo inseparabile: Il Verbo divino non lascerà giammai la sua santa umanità; egli ha promesso di essere con la sua Chiesa sino alla consumazione dei secoli: quest’unione è il fondamento di un amor puro e benefico dalla parte del capo, e di una ubbidienza perfetta dalla parte dei membri. Su questo modello, fratelli miei, deve essere formata la vostra società. Deve ella essere sostenuta da una fedeltà inviolabile l’uno per l’altro; deve essere il nodo di una amicizia sincera e rispettosa tra il marito e la moglie, ed ha da stendersi sopra i figliuoli che ne sono il frutto. Tali sono le obbligazioni del contratto di società che fassi nel matrimonio. Non solamente nella legge di grazia il matrimonio è stato riguardato come un legame indissolubile; ma questa qualità gli è stata propria sin dalla sua prima istituzione. Avendo Dio medesimo formata questa alleanza, non era in potere dell’uomo di romperla: Quod Deus conjunxit, homo non separet (Matth. XIX). E certamente ne ha Iddio con ragione in tal maniera disposto; mentre essendo il cuore dell’uomo d’un carattere sì soggetto a cangiarsi e sì facile a disgustarsi anche di ciò che più gli piace, di quanti inconvenienti la rottura dei matrimoni sarebbe mai la sorgente? A quanti disordini non aprirebbe la porta? Si vedrebbero i figliuoli abbandonati, le famiglie intorbidate dalle dissensioni, la società umana interamente distrutta e sconvolta. Toccava dunque alla sapienza di Dio il prevenire questi disordini con l’indissolubilità del matrimonio: il che lo distingue dalle altre unioni, le quali cessar possono avanti la morte di coloro che formate le hanno, laddove quella del matrimonio non può rompersi che con la morte del marito o della moglie; ma dopoché questo contratto è stato da Gesù Cristo innalzato alla dignità di Sacramento, ha ricevuto una perfezione più grande di quella che aveva nella antica legge; non può adesso sussistere se non tra due persone, che si debbono l’una all’altra una fedeltà inviolabile; fedeltà che si promette in faccia degli altari, alla presenza degli Angeli e degli uomini; fedeltà che dee durare sino alla morte per non fare di due persone che un solo spirito, un cuor solo, un’anima sola. Ed è per questo carattere d’indissolubilità che il matrimonio della nuova legge rappresenta più perfettamente che quella dell’antica l’unione di Gesù Cristo con la sua Chiesa: Sacramentum hoc magnum est in Christo et Ecclesia (Eph. V). Ma fassi al giorno d’oggi grande attenzione a quelle sacre promesse che contratte si sono nel matrimonio, e che si violano alla prima occasione con disprezzo di quanto ha di più sacro la Religione? O cieli! quale strano rovesciamento! Ciò che esser doveva un rimedio alla concupiscenza dell’uomo, non serve in questo secolo di miseria che a renderlo più licenzioso e più colpevole. Quali abbominazioni e quali dissolutezze non si nascondono sotto il velo del matrimonio? Che, fratelli miei? Si avrebbe rossore di mancar alla sua parola nelle vendite e nelle compre, e non si avrà rossore di mancare alla fedeltà che si è giurata a piè dell’altare? Qual crudele Ingiustizia! Si promette in quest’oggi un affetto inviolabile alla persona con cui si contrae alleanza; e domani si volgono le mire e le sue inclinazioni verso un oggetto straniero. Sembra che il piacere consista nell’offender Dio, e che le cose permesse debbano infastidirvi. Tale è il carattere bizzarro dell’uomo, egli cerca con ardore quel che non ha, dopo essersi disgustato di ciò che possiede. Bisogna dunque, fratelli miei, fissarvi all’oggetto che avete scelto; persuadendovi che vale più di qualunque altro, come diceva altre volte Tertulliano alle persone maritate, per impegnarle a vivere in buona armonia. Infatti non sarebbe meglio non aver mai formato vincolo alcuno con una persona che vivere insieme come i più gran nemici che siano nel mondo? Comprender possiate voi tutti che mi ascoltate quanto grande è il disordine di quelle anime ree le quali di un legame indissolubile, qual si è il matrimonio, ne fanno il soggetto di una disunione, di un divorzio scandaloso, che fa passare i giorni nella tristezza, che rende la vita più dura della morte, che cagiona la rovina delle famiglie, che forma lo scandalo della Religione. Guai a quelli che ne fanno per colpa loro la trista esperienza! Si rendono colpevoli innanzi a Dio d’ingiustizia, violando le promesse e la fede coniugale; di sacrilegio, profanando un Sacramento che li obbliga per un diritto particolare a serbarsi inviolabile fedeltà. Volete voi evitare, fratelli miei, una sì grave disgrazia? Siano i vostri matrimoni uniti coi legami di una amicizia pura e soda, efficace e rispettosa. Il grande Apostolo ve ne dà un modello perfetto nell’amore che Gesù Cristo ha per la sua Chiesa e nell’ubbidienza che la Chiesa rende a Gesù Cristo; mariti, amate le vostre moglie, come Gesù Cristo ha amata la sua Chiesa : Viri, diligite uxores vestras, sicut et Christus delixìt Ecclesiam (Eph. V). Ora qual è stato l’amore di Gesù Cristo per la  Chiesa? É stato si grande che Egli si è dato per essa, come dice lo stesso Apostolo, affine di renderla santa e gloriosa; la nutre, provvede a tutti i suoi bisogni, comunicandole i suoi tesori e le sue grazie. In tal modo devo noi mariti amare le proprie mogli. Il loro amore, per esser simile a quello di Gesù Cristo, ha da essere puro, casto e regolato, vale a dire, non deve esser guidato dalla passione, ma secondo Dio,il quale dee esserne il principio ed il fine. Quest’amore pure e casto ha da essere senz’artifizio e senza finzione: Dilectio sine simulatione (Rom. XII). Deve scacciare vicendevolmente qualunque diffidenza; non sa che cosa sia quella gelosia mesta e stizzosa, quei sospetti ingiuriosi cui s’abbandonano certi mariti su cattivi rapporti che loro si fanno della condotta di una moglie che diventa così la vittima di una cieca o funesta passione senza per altro aver dato alcun motivo di sospettare della sua fedeltà. Un’altra regola che il dottor delle genti propone a seguire per l’amore che i mariti debbono alle loro mogli è l’amore ch’essi hanno pei loro corpi. Colui, dice egli, che ama sua moglie, ama se stesso: Qui suam uxorem diligit, seipsum diligit. Niuno ha mai odiato la sua propria carne; così i mariti odiar non devono le loro mogli. Qual affetto non si ha pel suo corpo? Se ne ha cura, si nutre per conservarlo in sanità; se è infermo, si compatisce, si ristora, nulla si risparmia per guarirlo. In questa guisa voi, o mariti, amar dovete le vostre mogli; ed è questa altresì la regola ed il modello che le mogli debbono seguire nell’amore che han da portare ai loro mariti. In virtù dell’unione che avete contratta insieme, tutti i beni e i mali debbono esser tra voi comuni; i beni per sostenere i pesi del matrimonio, e i mali per essere raddolciti dagli aiuti di cui vi siete vicendevolmente debitori. Se uno è nell’allegrezza, deve l’altro parteciparvi; se uno è nella malinconia, dee l’altro risentirla: gaudere cum gaudentibus, fiere cum flentibus. Lungi da voi dunque quella durezza di cuore che si osserva in certi mariti i quali riguardano le proprie mogli come schiave piuttosto che come loro compagne; che ricusano sino le cose necessarie ad esse ed alla loro famiglia, mentre essi d’altra parte dissipano i loro averi, di cui non sono che gli economi; che alle mogli non partecipano alcuno dei loro affari, né ascoltar vogliono alcun avvertimento da esse, ma vogliono il tutto fare da se stessi, come se una moglie fosse una straniera che entrar non dovesse in società dei loro disegni. E non è questo peccare contro il fine del matrimonio, che render dee ogni cosa comune tra i mariti e le mogli, lo spirito, il cuore e gli averi. – Ma se i beni esser debbono comuni tra le persone maritate, i mali debbono esserlo ancora per ricevere l’uno dall’altro i soccorsi necessari per raddolcirli. Ora quante miserie non è l’umana condizione soggetta? Accadono talvolta sinistri accidenti, perdite di beni che desolano le famiglie, infermità, malattie che ne consumano tutti i redditi e che, rovinando la sanità, rendono inutile una persona la quale non è più che a carico e non è più capace che di cagionar noia, disgusto e mille gravose inquietudini. Si cerca una invitta pazienza per sostenere in quei momenti la natura oppressa sotto il peso della tribolazione! Ma è allora appunto che un amore pietoso deve venire al suo soccorso per consolarla nell’afflizione, per aiutarla nell’infermità: allora debbono il marito e la moglie ricordarsi delle promesse solenni che fatte si sono vicendevolmente di mantenersi la fede, di aiutarsi, in qualunque stato si ritrovino. Quello dei due che non è infermo né afflitto pongasi nelle veci di quello che lo è, per dargli tutti i soccorsi che nel bisogno medesimo vorrebbe egli stesso ricevere; ma diensi questi aiuti con gioia e piacere, come dice l’Apostolo; qui miseretur in hilarilate (Rom.XII), e non con maniere aspre e dispiacevoli, che ne fanno perder il merito: neppure aspettar conviene che uno chieda soccorso all’altro, bisogna prevenirlo con offerta di servigio, con reciproche cortesie: Honore invicem prævenientes (Rom. XII). Ma se l’amore degli sposi deve essere pietoso per alleggerire i mali e le miserie della vita, non deve esserlo di meno per sopportare i difetti cui essi sono sottoposti. È questo un punto di morale che vi prego di ben bene osservare. Certa cosa è non esservi alcun nel mondo il quale esente sia da difetti: ciascuno ha i suoi, e sarebbe ingannarsi a gran partito il credere di non averne alcuno. Non bisogna dunque immaginarsi che, sposando una persona, si debba trovarla perfetta: si sposano con essa i suoi difetti, le sue imperfezioni; s’incorre nell’obbligo sin d’allora di soffrirli; e se sopportar non si volevano i difetti l’uno dall’altro, bisognava o non contrarre giammai alcuna società o romperla interamente. Se tutte le persone maritate fossero ben persuase di queste verità, si vedrebbero forse ai nostri giorni tante dissensioni nei matrimoni, tanti contrasti, tante guerre domestiche, che ne disturbano il riposo e la pace? Si udirebbero forse tante parole ingiuriose, tante maledizioni ed imprecazioni dei mariti contro le mogli, delle mogli contro i mariti, che scandalizzano la famiglia e che la cagion saranno della loro eterna dannazione? Donde vengono questi disordini? Dal difetto di pazienza nel sopportarsi l’un l’altro; niuno sforzo vogliam fare per perdonarci vicendevolmente un’offesa. Vogliamo bensì che gli altri ci sopportino e ci perdonino, ma sopportar non vogliamo né  perdonare agli altri; ciascheduno vuol avere ragione, e niuno vuol rendersi giustizia. Dopo questo si lamentano che è impossibile di salvarsi nel matrimonio: vi si rimira la virtù come impraticabile, lo non ne sono punto sorpreso, fratelli miei, perché far non sapete di necessità virtù; perché mancate di condiscendenza l’uno per l’altro, laddove, se voi sopportaste pazientemente i difetti delle persone con cui obbligati siete di vivere, la vostra società sarebbe assai più dolce. Dio ne resterebbe meno offeso, la vostra salute più sicura. Sopportatevi dunque gli uni con gli altri, come dice s. Paolo: Alter alterius onera portate (Gal. VI). – Perciò sopportate, o mariti, i difetti delle vostre mogli. Voi vi dolete del loro cattivo umore, dei loro capricci; voi loro rimproverate ch’esse trovano da dire a tutto ciò che voi fate; ve lo accordo, meritano le vostre riprensioni: ma non hanno esse a lamentarsi di voi, che siete un dissoluto, un collerico, uno scialaquatore? Volete voi che esse vi perdonino? Perdonate loro ancora voi. Lo stesso dico alle mogli riguardo ai loro mariti. Se la carità vi obbliga a riprendervi l’un l’altro, ciò sia con prudenza, con dolcezza ed in un tempo che possiate guarir il male e non inasprirlo; se le vostre prudenti correzioni, i vostri buoni consigli a nulla servono, pregate l’un per l’altro. A che inquietarvi di ciò che impedir non potete e di cui non risponderete a Dio, il quale giudicherà ciascheduno secondo le sue opere? Quando avrete fatto quanto potete dal canto vostro, lasciate far a Dio il restante; forse la vostra pazienza, la vostra virtù, le vostre preghiere ricondurranno al dovere la parte colpevole. Sia come si voglia, fratelli miei, ritorno al principio, bisogna fare necessità virtù, sopportandovi pazientemente l’un l’altro nei vostri difetti; è questo il mezzo di conservare l’unione e la pace, la quale fa la felicità dei matrimoni. Voi nulla tralasciar dovete per conservare questa pace sì preziosa, che deve essere il vostro rifugio contro le altre disgrazie della vita. Non basta forse che abbiate molestie al di fuori, senza inquietarvi l’un l’altro con altercazioni, con inimicizie, con cattivi trattamenti? Non dovete all’opposto consolarvi scambievolmente delle altre disgrazie che vi accadono, o pei disastri della fortuna o per la persecuzione dei vostri nemici? Ora per avere questa pace nel matrimonio, bisogna che ciascuno adempia i suoi doveri a riguardo l’uno dell’altro, che i mariti amino le loro mogli, come Gesù Cristo ha amata la Chiesa, che le mogli siano sottomesse ai loro mariti, come la Chiesa lo è a Gesù Cristo; è sempre la dottrina del grande Apostolo: Sicut Ecclesia subiecta est Christo, ita mulieres viris suis in omnibus (Eph. V). La ragione che egli nedà si è che siccome Gesù Cristo è il capo della Chiesa, così le moglie riguardare debbono i propri mariti come loro capi estare ai medesimi sottomesse in tutto quello che non è contrario alla legge di Dio: perocché, se i loro mariti volessero con la loro autorità costringere a qualche azione contraria alla legge del Signore: debbono esse piuttosto piacere a Dio che ai loro mariti. Bisogna dunque che questi usino della loro autorità con prudenza ed amore:con prudenza, per nulla comandare contro la legge di Dio; con amore, per trattare le loro mogli non come schiave, ma come compagne che esser devono a parte con essi delle dolcezze dellasocietà.Per finir di trattare delle obbligazioni delle persone maritate, mi converrebbe parlare ancora dei doveri riguardo ai figliuoli, che ne sono la conseguenza:ma la materia richiede una istruzione particolare; e perciò finisco esortandovi a camminar fedelmente nella vocazione cui Dio vi ha chiamati. Se voi non siete ancora legati da matrimonio ed aspirate a questo stato, preparatevi ad esso con l’orazione, e la regolarità della condotta, con la rettitudine delle intenzioni, con la purezza della coscienza. Se siete in esso impegnati, siate fedeli ad adempiere gli obblighi vostri verso Dio e verso il prossimo:verso Dio con la purità delle vostre menti e dei vostri corpi: verso il prossimo con un amore puro, sincero, efficace e pietoso. Se preso avete il partito del matrimonio contro la volontà di Dio, e siete riuscito male nella scelta che avete fatta e siete mal contenti della vostra sorte, non bisogna per questo perdersi di coraggio né disperare della vostra salute: Sebbene non vi abbia posti Dio nei legami in cui vi siete impegnati da voi medesimi, vuole nondimeno che vi dimoriate perché non è in poter vostro di romperli; e siccome salvar vuole gli uomini tutti, in qualunque stato siano, vi darà le grazie necessarie, cui non avete che a corrispondere per esser salvi. È dunque inutile voler ritornare indietro, desiderare un altro stato in cui esser non potete; ciò sarebbe tormentarvi invano: peggio ancor fareste abbandonando all’impazienza, mormorando, bestemmiando contro coloro che sono la cagione della vostra disgrazia.

Pratiche. Ma ciò che voi far dovete si è di offrir a Dio le pene del vostro stato in penitenza del falso passo che avete fatto; si è di vegliare così attentamente su voi medesimi, di essere così fedeli a compiere i vostri doveri, che vi meritiate dalla parte di Dio le grazie particolari dello stato in cui impegnati vi siete; si è di farvi un merito di ciò che evitar non potete. Sopportate con pazienza i difetti della persona che non vi conveniva; non fate giammai sapere altrui i vostri disgusti; le vostre riflessioni e i vostri ragionamenti su di ciò non farebbero che accrescere i vostri affanni: ma cercate in Dio solo la vostra consolazione. Andate con questa mira a visitar qualche volta il Santissimo Sacramento per chieder a Gesù Cristo quanto vi è necessario, la pazienza di soffrire per amor suo. Ricorrete alla protezione di Maria Vergine e di s. Giuseppe, protettori delle persone maritate; recitate ogni giorno qualche preghiera in loro onore; frequentate spesso i Sacramenti, in cui riceverete le grazie e i lumi che vi fortificheranno, sebbene aveste un marito, una moglie infedele. L’apostolo s. Paolo non dice forse che la moglie fedele santifica il marito infedele, e che il marito fedele santifica la moglie infedele con le cure e le sollecitudini che l’uno si dà per convertir l’altro e condurlo a Dio? Così diportossi s. Monica riguardo a suo marito, così Clotilde riguardo a Clodoveo il primo dei re di Francia Cristiani. Proponetevi questi modelli ad imitare, e tanti altri di cui vedete gli esempi, che si santificano nello stato del matrimonio, malgrado gli ostacoli, che vi riscontrano. Servite a Dio, come essi, con fervore adempiendo i doveri del vostro stato. Perché non farete voi dunque quel che fanno essi, giacché aspettate la medesima ricompensa, che è la vita eterna? Cosi sia.

Credo…

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Offertorium

Orémus

Ps LXV: 1-2; 16
Jubiláte Deo, univérsa terra: psalmum dícite nómini ejus: veníte et audíte, et narrábo vobis, omnes qui timétis Deum, quanta fecit Dóminus ánimæ meæ, allelúja
. [Alza a Dio voci di giubilo, o terra tutta: cantate un salmo al suo nome: venite, e ascoltate, voi tutti che temete Iddio, e vi racconterò quanto Egli ha fatto per l’anima mia. Allelúia.]

Secreta

Oblata, Dómine, múnera sanctífica: nosque a peccatórum nostrórum máculis emúnda.  [Santifica, o Signore, i doni offerti, e mondaci dalle macchie dei nostri peccati.]

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Communio

Joann II: 7; 8; 9; 10-11
Dicit Dóminus: Implete hýdrias aqua et ferte architriclíno. Cum gustásset architriclínus aquam vinum factam, dicit sponso: Servásti bonum vinum usque adhuc. Hoc signum fecit Jesus primum coram discípulis suis. [Dice il Signore: Empite d’acqua le pile e portate al maestro di tavola. E il maestro di tavola, non appena ebbe assaggiato l’acqua mutata in vino disse allo sposo: Hai conservato il vino migliore fino ad ora. Questo fu il primo miracolo che Gesù fece davanti ai suoi discepoli.]

Postcommunio

Oremus.
Augeátur in nobis, quǽsumus, Dómine, tuæ virtútis operatio: ut divínis vegetáti sacraméntis, ad eórum promíssa capiénda, tuo múnere præparémur.
[Cresca in noi, o Signore, Te ne preghiamo, l’opera della tua potenza: affinché, nutriti dai divini sacramenti, possiamo divenire degni, per tua grazia, di raccoglierne i frutti promessi.]

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TEMPO DELL’EPIFANIA

TEMPO DELL’EPIFANIA

Dal 14 Gennaio alla Domenica di Settuagesima.

I . Commento Dogmatico.

Il ciclo di Natale è come un dramma grandioso in tre atti, che ha il fine di rappresentare in tre modi distinti l’Incarnazione del Verbo e la divinizzazione dell’uomo.

Il primo atto del ciclo di Natale si svolge durante le quattro settimane dell’Avvento. Ci rivela, con figure e parole profetiche, il grande dogma di un Dio fatto uomo e ci prepara a partecipare a questo grande mistero.

Il secondo atto, che comprende, con il Tempo di Natale, tutti i misteri della fanciullezza di Gesù ci fa « vedere con i nostri occhi e toccare con le nostre mani il Verbo di vita che era nel seno del Padre, e che ci è apparso, perché possiamo entrare in comunione con il Padre, e con il Figlio Gesù Cristo, e perché la nostra gioia sia perfetta (S. Giov. I, 4)

Il terzo atto, che si svolge durante il Tempo dopo l’Epifania, è la continuazione del Tempo di Natale. La divinità di Gesù continua ad affermarsi. Non sono più gli Angeli del « Gloria in excelsis », né la stella dei Magi, e neppure la voce di Dio Padre e l’apparizione dello Spirito Santo, come al Battesimo di nostro Signore, ma è il Cristo stesso che agisce e parla come Dio. Egli vorrà, come vedremo nel ciclo di Pasqua, la sottomissione del nostro spirito e del nostro cuore al suo insegnamento e alla regola di condotta ch’Egli ci detta; bisogna dunque che prima di tutto le sue parole e i suoi atti manifestino la sua autorità divina. Cosi, i Vangeli della 2a 3a e 4a Domenica dopo l’Epifania, sono tratti dalla serie di miracoli che San Matteo riferisce, e quelli della 5a e 6a domenica dalle parabole chi lo stesso Evangelista riporta per dimostrare che Gesù è il Messia: Gesù comanda alle malattie, al mare, al vento, cambia l’acqua in vino, guarisce a distanza, o con un semplice gesto. Egli è dunque Dio. Gesù parla anche come solo un Dio può farlo. Questo Tempo dopo l’Epifania è, come tutto il ciclo di Natale, il tempo consacrato all’Epifania, o manifestazioni della divinità di Gesù.

Le parole di Cristo, sono l’espressione diretta e sensibile dei pensiero di Dio. « Le cose che Io dico, le dico come il Padre me le ha dette » (S. Giov., XII, 50). E come le Sante Specie, che sono l’oggetto della nostra adorazione, perché contengono la divinità, la dottrina di Gesù esige da parte nostra fede e rispetto, perché è una piccola parte della verità eterna. « Colui che riceve con indifferenza la santa parola, non è meno colpevole di colui che lascia cadere a terra il Corpo del Figlio di Dio » (S. Cesano, Appendice opere S. Agostino, Sermo CCC, 2). Ciò che S. Paolo dice dell’Eucarestia: « Colui che mangia indegnamente il Corpo del Signore, mangia la propria condanna ». (I ai Corinti, XI, 29). Gesù l’ha detto con la sua parola sacra: « Colui che non riceve le mie parole, ha chi lo giudica: la parola annunciata da me, questa sarà suo giudice nel giorno estremo » (S. Giov., XII, 48). Perché restringerla, è respingere il Verbo che si manifesta a noi sotto questa forma. Ma Gesù non ha soltanto « detto la verità » (id. VII, 40), secondo la sua bella espressione, egli ha « fatto la verità » (id. III, 21). Possedendo la natura del Padre, ne possiede non solo la dottrina, ma anche l’Onnipotenza. – Il Figlio non può far niente da sé, se non quello che vede fare dal Padre, perché tutto ciò che il Padre fa, il Figlio lo fa egualmente (id. V, 19); E allora, come le sue parole, cosi i suoi miracoli sono una manifestazione della sua divinità. « Le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste rendono testimonianza di me (id. X, 25). Un uomo non saprebbe parlare e agire come Gesù, se non fosse Dio; così Egli aggiunge: « Se Io non fossi venuto e non avessi parlato loro, essi non avrebbero peccato, ma ora essi non hanno scuse per i loro peccati. « Se io non avessi fatto fra loro opere tali, che nessun altro mai fece, sarebbero senza colpa » (id. XV, 22-24). Queste due frasi riassumono, in rapporto a Gesù, tutto il Tempo dopo l’Epifania. E, quanto a noi, dobbiamo cercare nelle Epistole tratte dalle lettere di S. Paolo ai Romani, quale sia lo Spirito di questo stesso Tempo. Non soltanto Dio, fedele alla sua promessa, invita i Giudei ad entrare nel regno di cui il suo Figlio è re, ma pieno di misericordia, chiama tutti i Gentili a far parte di queste regno, in modo che, divenuti anche noi a nostra volta membri del Corpo mistico di Cristo, dobbiamo amarci l’un l’altro come fratelli in Gesù Cristo e sottometterci in tutta umiltà al Figlio di Dio, che è nostro Re.

II. Commento storico

Al tempo di nostro Signore, la Palestina era divisa in Quattro ProvincieAd Est del Giordano, la Perea; ad Ovest ed a Sud laGiudea; al centro, la Samaria; al Nord, la Galilea.In questa ultima regione, dove furono un tempo le tribù di Aser di Neftali,, di Zàbulon, di Issachar, si svolsero gli avvenimenti narrati nei Vangeli delle Domeniche dopo l’Epifania. A Cana Gesù fece il suo primo miracolo (2° Dpm. Dopo l’Epifania). Poi nella Sinagoga di Nazaret, tornando nella Galilea, predicò la sua sublime dottrina, « che rapiva tutti coloro che l’ascoltavano » (Comm. delle Dom. 4°, 5°, 6° dopo l’Epifania). Ancora in Galilea Gesù guarì il lebbroso(Vang 3a Dom. dopo l’Epifania). Ma a Cafarnao soprattutto,a una giornata di cammino da Nazareth, per una stradache discende attraverso le collinedi Zàbulon, Gesù predicò la suadottrina ed operò i suoi miracoli.Dopo il discorso della montagna, che alcune tradizioni diconcofosse quella di Kùrum Hattin, al Nord-Ovest di Tiberiade, Crist:odiscese a Cafarnao dove guari il servitore del centurione (Vang. 3aDom. dopo l’Epifania). Sopra una barca presso la riva del Iago, chedeve il suo nome di Genezaret, o valle dei fiori, ai prati fioriti, checircondano le sue sponde, Gesù narrò la parabola del seminatore (Ev. 5a Dom. dopo l’Ep.). Le fertili colline che si stendono da Cafarnao a Chorozain gliene offrirono gli elementi. Quanto alle parabole delle quali ci parla il Vangelo della 6 a Dom. dopo l’Epifania, furono dette poco dopo. Alla fine di questa continuata predicazione, una sera, il Salvatore, non potendo riposare, volle attraversare il lago di Tiberiade, formato dalle acque del Giordano, il quale è sovente sconvolto da frequenti e forti uragani. Qui Gesù calmò miracolosamente la tempesta e mostrò ancora una volta agli Apostoli di essere Dio (Vang. 4″ Dom. dopo l’Ep.).

III. — Commento Liturgico.

Il Tempo dopo l’Epifania comincia il domani dell’Ottava di questa festa e va per il Ciclo del Tempo fino al tempo di Settuagesima e per il Ciclo dei Santi, fino al 2 febbraio, Festa della Purificazione. Mentre le feste del Natale e dell’Epifania che cadono sempre il 25 dicembre e il 6 gennaio danno al Ciclo di Natale un carattere di stabilità, il Ciclo di Pasqua che si svolge in gran parte sotto la luna pasquale, è necessariamente mobile. Cosi, quando la festa della Risurrezione, che può cadere tra il 22 marzo e il 25 aprile, cade presto, la 9a Domenica che precede e cioè quella di Settuagesima, viene ad occupare il tempo dopo l’Epifania, il quale mentre conta normalmente 6 domeniche è talvolta ridotto a una o due domeniche (ved. p. 271). Il color verde, simbolo della speranza, è quello del Tempo dopo l’Epifania, come sarà quello del Tempo dopo la Pentecoste. Il verde è infatti il colore che predomina nella natura. San Paolo dice che colui che scava il solco, deve farlo con le speranza di raccogliere i frutti. Allo stesso modo in questo Tempo dopo l’Epifania, il campo della Chiesa, seminato con la dottrina e con le opere, di Gesù, si copre di verdi steli, promessa di abbondante raccolto. Facendo eco a quello di Natale, questo Tempo ha dunque la caratteristica di una santa gioia; la gioia di possedere nella persona di Cristo, un Dio « potente in opere ed in parole » (S Luca, XXIV, 79); la gioia anche di far parte del suo regno sulla terra in attesa che al suo ritorno ci faccia partecipi per sempre del regno eterno.

LO SCUDO DELLA FEDE (94)

Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA –

Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884 (5)

CAPO V.

Il mondo non poté essere da se stesso.

I. A voler corre la rosa, convien procedere sempre con tal destrezza, che non si punga al tempo stesso la mano tra mille spine noiose che la circondano. Dacché però, a voler conseguire la verità da cercarsi in questo capitolo, non si possono tutte schivare appieno quelle contenzioni scolastiche che sono le più spinose, vediamo almanco di trattarle di modo che non ci pungano, come ci avran forse punti nel precedente.

I.

II. Ditemi dunque (prima che diamo un urto al mondo, e il gettiamo a forza di ragion viva giù da quel trono in cui l’han collocato i suoi stolidi adulatori, qual nume sommo), chi ha detto a voi che il mondo non avesse incominciamento? Aristotile, fra quei problemi dialettici che dan luogo di tenzonare verisimilmente per l’una e per l’altra parte, ripose questo, dell’essere, o non essere il mondo eterno (Qui giova distinguere due questioni, che l’autore sembra abbia insieme confuse. Altro è il domandare, se il inondo esista da tutta l’eternità per virtù propria, ed altro il chiudere, se non possa essere stato creato da Dio da tutta l’eternità, anziché aver cominciato ad esistere nel tempo. L’autore non vide, che fra queste due proposizioni, 1° il mondo esiste ab eterno per virtù sua propria, 2° il mondo cominciò ad esistere nel tempo, intermedia quest’altra: il mondo fu creato da Dio fin dall’eternità): Utrum mundus sit æternus (L. 1. Top. c. 9 ). E sebbene egli mostrò di tenero tale, tuttavia, dove ne trattò di professione, provò bensì non sussistere quelle vie che gli antichi filosofi avean battute a dargli principio, ma non ne scoperse delle sussistenti a negarglielo (S. Th. 1. p. q. 46. art. 1. in c.). Piuttosto confessò dappertutto, che il parere universale degli uomini favoriva la produzione del mondo in tempo: Omnes quidem mundum generant (De cœlo 1. 1. text. 10): tanto ella è più conforme al giudizio della ragione.

III. E vaglia la verità: quanto di violenza conviene che vi facciate a stimar piuttosto che il mondo non cominciasse? Se fosse eterno, par pure che egli non avrebbe dovuto indugiar tanti secoli a farsi dotto. Gli arabi vantano di essere stati i primi fra tutti i popoli ad osservare i movimenti do’ cieli. Gli Egiziani i primi a insegnare la medicina. I Greci i primi a introdurre la marinaresca, i Cartaginesi i primi a trovar la mercatanzia (V. Polib. Virg.) . E i tempi a noi men remoti non ci hanno parimente donato l’uso della calamita, degli archibugi, delle artiglierie, e della stampa, sì ignote per lungo tratto a’ nostri antenati ‘i Rerum natura sacra sua non simul tradit, diceva Seneca (Natur. q. 1. ult.). Se il mondo però fosse stato eterno, sarebbe pure preceduto negli uomini un eterno studio ed un’eterna esperienza. E però, come può credersi, che non fosse bastata un’eternità a rinvenir quelle industrie, per cui è bastato lo spazio di seimila anni? Forsa il mondo è stato sempre fanciullo, e solamente da pochi secoli in qua egli è pervenuto all’età della discrezione?

II.

IV. Direte per avventura, che tutte queste arti fiorirono a un tempo al mondo, ma che a poco a poco declinarono tanto, che se ne venne anche a perdere la perizia. Sia ciò che dite. Ma come almanco non ne venne a restare la rimembranza? Questo è ciò che non può credersi senza stento. Conciossiachè quale lima possiamo noi divisare nella natura, la quale giungesse a radere mai dagli animi sì altamente ogni sentore di ciò che giovava tanto al comun genere umano? Miriamo che gli uomini hanno innestato nel cuore un desiderio di gloria insaziabilissimo. Onde non solo le Provincie più illustri, ma infino le più volgari vanno ostentando ciò che tra loro abbia vanto di singolare: e per mezzo o di pitture, o di intagli, o d’iscrizioni, o di libri, o almen della voce viva, sogliono tramandar di padre in figliuolo ciò che fu per loro inventato di memorabile. E pure non abbiamo memoria alcuna di questa eternità posseduta da veruna arte, per inclita che ella sia: né i secoli più vetusti hanno mai trasmessa ai novelli alcuna contezza di quelle scienze, di cui noi gli abbiam sempre stimati privi. 1 più antico storico di cui ragioni la fama, fu Beroso Caldeo (Joseph contra Apionem 1. 1). E pure egli non seppe ordire le sue narrazioni da altro, che dal diluvio sì celebre di Noè. E le più antiche poesie sono gli eccidi, o di Troia, o di Tebe, città notissime, non solo per la morte di ambedue loro, ma per i natali (Lucretius l. 5). – Se dunque il mondo è sì vecchio, che è sino eterno, come sono sì giovani i suoi scrittori?

V. So che voi qui ricorrete agli iterati diluvi che, ad ora ad ora sommergendo la terra, abbiano, con le vite degli uomini, estinta ancora ogni ricordanza delle loro imprese più belle. Ma vi ricorrerete a piacere. Nella natura non v’è questa forza immensa di sopraffar tutti i monti con piene tali, che allaghino l’universo: attesoché non ha ella altri pozzi onde attingere l’acque che di poi versa su la terra e sul mare, che i seni stessi della terra e del mare su cui la versa; che però il diluvio di Noè, che poc’anzi io rammemorai, fu per virtù della giustizia divina montata in ira, non fu per congiungimento di costellazioni piovose che allor corressero, potendo bensì queste eccitare qualche diluvio particolare, quale fu quello che sotto Deucalione allagò tutta la Tessaglia, ma non potendo eccitarne (come il Filosofo mostra), un universale.

VI. Oltre a ciò passo ad interrogarvi : O noi poniamo, che per tali diluvi, replicati ogni volta che le stelle concorressero in un tal posto determinato, venissero a perir sempre tutti i viventi, o che ne campasse qualcuno: si qualcuno ne scampò, come dunque non lasciò egli a’ suoi posteri questo sì grande avviso del mondo naufrago; in quella guisa che chi campò per sorte fortunatissima nella rotta di qualche famoso esercito fatto in pezzi, ne reca ad altri la funesta novella, ed ama di comparir tanto più felice nella comune felicità, quanto fu più solo? Se poi si ponga che tutti i viventi rimanessero morti, chi dunque tornò a generarli di nuovo? chi gli allattò? chi gli allevò, chi li provvide di necessario ristoro su quei primi anni? chi insegnò loro il ben vivere, noto a niuno, se non lo apprende? Dopo il diluvio particolare di Ogige che affogò l’Attica, sappiamo che dugento anni stette quella provincia a riabitarsi (Perer. in Gen. t. 1.1. 2. dis. 14). Che non avrebbero dunque operato di danno al mondo questi iterati diluvi sì universali, ove non fossero favole? Se dopo quel di Noè la terra in breve tempo restò abitabile da’ figliuoli di lui, salvati nell’arca, noi diciamo che ciò seguì a forza di quel vento miracoloso che Dio svegliò a disseccarla fuor di ogni legge. Ma qual miracolo può mai vantare ancor egli chi neghi Dio? La natura può ben talora operare sotto la sua virtù, con produrre i mostri; ma sopra la sua virtù non

può mai far nulla: tanto da sé è limitata.

III.

VII. Piuttosto dunque da quei diluvi piccoli, ma veraci, che sovente accadono al mondo, io dietro l’orme di più uomini dotti, vi argomento contra, e vi pruovo ch’è fatto in tempo. Noi da un lato veggiamo nella natura una tal cagione, che a poco a poco va ognora più diminuendoci i monti (Cabeus 1. 1. Meteorol. text. 72). E questa è la pioggia rovinosa che cala dalle loro sommità, sempre torbida e sempre terrea, per lo mescolamento di quel terreno che porta seco, quasi di rapina, alle valli. E dall’altro lato non veggiamo nella stessa natura cagion veruna, la qual faccia mai la dovuta restituzione, con riportare e riporre il terren caduto sulle medesime sommità. Adunque i monti non sono stati ab æterno; altrimenti a quest’ora sarebbonsi già appianati infinite volte, non che abbassati. Però conviene di necessità agli ateisti, o confessare che il mondo fu fatto in tempo, come io dicevo; o quando vogliano mantener con perfidia che egli fu eterno, convien che trovino una cagion più possente nell’operare, di quel che sia la natura, la quale abbia di tempo in tempo rialzate queste gran moli, per la  lunghezza degli anni prostese al suolo: da che il ricorrere che fanno alcuni a’ tremuoti, per ripararsi dal colpo di questa ragion sì forte, non è bastevole, mentre per quanti tremuoti abbiano finora scossa la terra con forza orribile, sappiamo bone, essersi profondato molte città, ma non sappiamo essersi eretto né anche un piccolo colle, non che un argine invitto di monti simili agli Appennini ed all’Alpi. E se è così, le tante piogge non favolose, ma certe, venute al mondo, dimostrano ch’egli nacque a un parto col tempo, e che per conseguente ebbe artefice che il cavò dal seno del nulla.

IV.

VIII. Poi, scendendo anche più dall’universale al particolare, convien che io chieggavi, che intendiate per mondo, quando mi state a dire che egli fu eterno? Intendete voi le generazioni degli uomini? No di certo, perchè, come abbiamo veduto, queste dovevano a forza sortir principio. E però né anche potete intender per mondo le generazioni de’ bruti, nascenti all’istessa guisa. Conviene adunque, che voi per mondo vi riduciate ad intendere, non gli abitanti, ma solo l’abitazione, cioè il globo celeste che n’è la volta, ed il terrestre che n’è come il suolo, circondato dall’acque, e adorno in terra ferma di piante, di pietre, di metalli, e di tanti diversi misti che l’abbelliscono a meraviglia (L’autore piglia qui il vocabolo mondo in senso troppo ristretto, mentre va adoperato a significare il complesso di tutti gli esseri, siano terreni o celesti, corporali o spirituali, di cui nessuno ha la sua ragion di essere in se medesimo. Di che si inferisce, che il mondo per ciò appunto che è contingente nel suo insieme, non può essere eterno. In quella vece preso il mondo nel senso ristretto dell’autore, quand’anche dimostrato temporaneo, rimarrebbe pur sempre di provare, che anche gli altri esseri mondiali hanno tutti avuto un principio).

IX. Ma piano un poco, perché è manifestissimo a tutti i saggi, che la fabbrica mondiale èfatta unicamente in grazia dell’uomo, il quale, se ben si pondera è quegli che ne raccoglie un frutto incomparabilmente maggiore di quel che traggane qualunque altro vivente, valendosi egli di tutte le creature, o per cibo, o por difesa, o per diporto, o per medicina, o se non altro per quello che è proprio suo, che è per acquisto di scienza. A che avrebbe dunque servito così gran fabbrica, se, come in casa vacante, fossero preceduti infiniti secoli ad introdurvi quel nobile abitatore per cui fu fatta ? Forse doveva sì gran palazzo concedersi ai bruti soli? Ma primieramente di questi non mi potete più far menzione: altrimenti di nuovo io vi chiederei, come nascessero i bruti per via di continuate generazioni fino ab æterno, se da voi si pone, che manchi la cagion prima? Di poi soggiungo, come poteva la natura amarli di tanto, mentre non sono essi capaci di verace amicizia, la quale consiste nella scambievole corrispondenza degli animi, e comunicazion degli arcani, propria delle pure creature intellettuali? E poi quante opere belle sarebbero per una eternità state inutili senza l’uomo? A che produrre tanta varietà di fragranze delicatissime, se non v’era chi ne potesse godere un saggio? Le bestie altro odoro non curano, che quell’uno il quale le scorge ai due loro diletti sommi, appartenenti al pascersi e al propagarsi. A che l’armonia di tanti uccelli canori, se non v’erano orecchie di lei curanti? A che le scene de’ boschi, de’ prati, delle pianure, de’ monti, e quel che è più, di tante stelle che adornano il firmamento, se non v’era occhio capace di vagheggiarle per tutta un’eternità? Senzaché tornerebbe a risorgere l’argomento addotto di sopra. Chi fu il primo a far comparire gli uomini in questo palco, dopo un’eternità (se così vogliamo chiamarla) di scena vuota? Spuntarono forse eglino dalla terra, come ne spuntano i funghi, o nacquero dalla polvere, come i rospi e come i ranocchi: se puro è vero, che i ranocchi stessi e che i rospi non abbiano miglior madre (Questa osservazione vale contro la strana opinione della generazione spontanea, di cui menano tanto scalpore i materialisti dei giorni nostri, senza mai essersi degnati di confortare di una soda ragione la loro asserzione. Quasicché possa darsi un effetto maggiore della sua cagione!) ? Strano intelletto conviene che sia pertanto cotesto vostro, se voi provate minor pena ad ammettere il mondo eterno fra tanti assurdi che vi conviene divorar come se foste uno struzzolo, di quella che senza niuno provereste ad ammetterlo fatto in tempo, cioè fitto quando più piacque al sovrano architetto di fabbricarlo.

V.

X. E ciò sia detto a pura soprabbondanza di verità. Nel rimanente qual necessità ho io di stare a contendere su questo punto con esso voi, quasiché da ciò penda il tutto? Passi per concesso quel che non solamente non è di fatto, ma per mio parere non è né anche possibile, cioè che il mondo sia stato senza principio: per questo gli ateisti han vinta la causa? Lascerò a voi il giudicarlo.

XI. Vorrebbono essi deluderci, se potessero, con porci innanzi, come fece già Totila, uno scudiere travestito da re. Ma quanto vanno ingannati! Diremo all’universo anche noi, come disse a quello scudiere il gran Benedetto, che ponga giù dagli omeri gli ori e gli ostri che non son suoi: Depone, fili, depone quod geris, nam tuum non est. E una maschera il vanto che questi iniqui ti vogliono attribuire di divinità: e il tuo capo, per gonfio che egli si sia, troppo è minore di quell’ampia corona che costoro ti offrono, come a nume: Mundum numen credi par est, æternum, immensum, ncque genitum, ncque interiturum unquam {Pl. 1. 1. c. 2).Furono deliri di filosofia frenetica, non fondata. Veggiamo ciò con chiarezza, spogliando il mondo, quale nume illegittimo, a parte a parte, di ogni suo mentito ornamento.

XII. Questo tutto visibile al guardo umano si può dividere in due ragioni di cose. Alcune son corruttibili, e così nascono e muoiono ad ogni tratto: l’altre sono incorruttibili, e duran sempre. Or quanto alle corruttibili, è indubitato, che hanno la cagion loro, né sono a se medesime la sorgente d’ogni lor essere, mentre han bisogno di mendicarlo di fuori, nascendo dall’altrui morte: Corruptio unius est generatio alterius. Rimane dunque, che possano forse più verisimilmente pretendere una tal gloria le incorruttibili, cioè a dire pretenderla i cieli, pretenderla gli elementi. Ma no: va tutto all’opposjto: queste l’hanno a pretendere ancora meno. Conciossiachè chi può mai persuadersi, che gli elementi, o che i cieli posti nell’infimo grado dell’essere, tutti corporei, e quel ch’è peggio, privi affatto di vita, possano in sé possedere tanto di bene, quanto è non dovere il suo essere a verun altro fuor di sé, che è l’istesso che 1’essere il sommo bene? Il sole che siede in cielo, quasi re nel suo trono eccelso, è nondimeno più imperfetto di una formicola: e questa bcstioluccia  sì vile, se fosse atta ad eleggere, avrebbe in sé tanto senno di non cambiare la sua povera sorte con quel pianeta: e riputerebbe a ragione che l’essere lei capace di sperimentare il suo bene proprio, e di compiacersene, valesse più che non vale tutto quell’oro che la natura ha tanto liberalmente versato in seno al vasto corpo solare privo di senso. Se però da sé  non può essere la formicola, che possiede un grado di essere più perfetto che non ha il sole, molto men dunque potrà essere il sole, che non arriva a tal grado. E se è così, non fu stoltezza, volerlo spacciar per Dio? Troppo male sarebbe collocato questo tesoro della divinità in un fondo sì cupo, dove il padrone non potesse mai giungere a rinvenirlo per la sua cecità: troppo male dimorerebbe il dominio delle cose in un re sempre addormentato, anzi inabile a risvegliarsi; e le redini del governo troppo male starebbono in mano ad uno che in tanta luce non solamente non può conoscere alcuno de’ suoi vassalli, ma neppur sé. Che se il sole non è quel Dio che si cerca, in qual altro de’ cieli egli sarà mai? In Marte, inMercurio, o nelle stelle, che, per alte che sieno sul firmamento, conviene alfine che cedano anch’esse al sole?

VI.

XIII. E pure io non ho dotto il meglio. Chi è da sé, è quale si conviene che sia chi è Dio, cioè tutto per sé medesimo: e siccome egli non ha cagione sufficiente dell’esser proprio, così né anche può avere cagion finale. Conciossiachè l’esser destinato ad un fine, qualunque siasi, dimostra chiaro un essere avventicelo, cioè imprestato da un altro agente maggiore che sopr’intende a quel fine. E pure tutti i cieli hanno un fine notissimo fuor di sé, né son fine di se medesimi, essendo eglino da una parte inabili a dilettarsi di ogni lor bene, e correndo dall’altra incessantemente a benefizio di altrui, senza perfezionarsi mai di vantaggio co’ loro moti, e senza assaporare una stilla di quel profitto o di quel piacere che piovono assiduamente sopra di tante creature inferiori ad essi di sito, ma non di prezio.

XIV. Più. Chi ha l’essere da sé, convien di necessità che sia stato sempre; e se fu sempre, fu egli prima altresì di ogni suo contrario, cioè prima di ogni suo nulla: ond’è che l’ha vinto affatto, tenendolo eternamente da sé lontano. Ma se egli è tale, come può dunque racchiudere alcuna spezie d’imperfezione? Chi ha vinto da se medesimo il maggior nulla, che è quel che si oppone all’essere, molto più debbo aver vinto ancora il minore, che è quello che si oppone al mero ben essere. Pertanto non può capirsi, come chi non è cagionato da verun altro, sia punto limitato in alcun suo vanto: non apparendo possibile, che verun sia cagione a sé di limitare se stesso. Chi ha l’essere da qualche altro, è quale torna bene all’altro che sia: ma chi l’ha da sé, fa d’uopo, che abbialo quale a lui torna meglio: e mentre non riconosce altra necessità che se stesso, sarebbe egli bene uno stolto a farsi lago, mentre può essere mare; a farsi ligio, mentre può esser monarca; e ad occupare quasi una striscia di bene, mentre ne può possedere l’intera pezza, che è interminabile. Ens a se, est ipsum omne, dice Aristotile (De gen. anim. c. 1), epilogandoci il molto in poco.

XV. Rendesi dunque da tutto ciò più che certo, che i cieli e le cose incorruttibili sono immensamente distanti dalla natura divina; onde non si può riconoscere mai per Dio questo nume favoloso del mondo, senza rivoltare il mondo sossopra, cioè senza abbattere il primo Artefice, per sostituirne in suo luogo una morta statua, che neppure esprime la immagine delle fattezze di lui, tanto le ha diverse. Può bene il mondo esser dunque il reame, ma non il re, e se vogliamo ritornare al primiero esempio, può ben essere il servo travestito da principe maestoso, ma non il principe. E posto ciò, replichiamogli unitamente: Depone, fili, depone quod gevis, nam tuum non est: dacché il puro lume naturale medesimo ci dà tanto, di saper discernere un Dio da scena ed un Dio da senno.

XVI. Vero è, che per questo sognato nume del mondo non è gran fatto che voi intendiate l’universo visibile, ma animato da una mente invisibile che lo informi. E se è così, che posso io dunque soggiungervi, senonché voi di ateista, passate, senza avvedervene, in idolatra, variando gli errori, per non deporli? Ma lode al cielo, che almeno voi non pigliate più il senso per unico attestator della verità, e v’inducete a confessare una mente, benché da voi non veduta, la qual vi assista. Chi sa che come la febbre sopravvegnente ha talor consumati quegli umoracci i quali generavano la vertigine, così questo nuovo fallo non vi disponga a fermar l’intelletto da vacillare con tanta instabilità?

XVII. Dunque tra gl’idolatri, Varrone, con quegli altri che furono i meno stolidi, si argomentavano , per testimonianza di un Agostino (De civ. Dei 1. 1. c. 4), che Dio fosse l’anima di questo tutto, cui diamo il nome di mondo (Questa proposizione, Dio è l’anima del mondo, può essere sanamente intesa nel senso, che tutto il creato vive in Dio, come in suo principio efficiente, giusta il detto scritturale: In Deo vivimus, movemur et sumus.); e che però a qualunque parte di esso, come a divina, stessero bene le vittime, lo adorazioni, gli altari e le proprie suppliche. Ma leggier fatica è il confondere questa sì favolosa teologia. Conciossiaché se per Dio ci conviene intendere una suprema cagione, perfettissima in ogni genere, è manifesto, che Egli non può aver l’essere, se non che nella maniera più nobile che vi sia, cioè in se medesimo, e non in altri. Poi: qual bisogno ha Egli di unirsi al mondo? Forse per operare nel mondo, o per far che si operi? Non per operare, mentre dalla materia non può Egli ricevere prò veruno; anzi ha per sua dote propria il poter fare ciò che Egli vuole, da sé, con esenzione pienissima da qualunque altra cagione, anche strumentale, che vi concorra. Non per fare che si operi, mentre a tal fine non ha Egli necessità di starsi unito alle cose, qual parte di alcun composto: basta che sia loro autore. Anzi, se da sé solo egli è il tutto, è di là dal possibile, che sia parte, o che mai divenga (S. Th. contra gentil. 1. 1. c. 18 et 27).

XVIII. Ma di ciò sia detto abbastanza: dacché il mondo è oggimai divenuto sì savio, che si vergogna all’udire rammemorarsi queste così vetuste follie, benché per suo meglio.

SALMI BIBLICI: “DOMINE, DEUS SALUTIS MEÆ” (LXXXVII)

SALMO 87: DOMINE, DEUS SALUTIS MEÆ

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME DEUXIÈME.

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 87

Canticum Psalmi, filiis Core, in finem, pro Maheleth ad rispondedum. Intellectus Eman Ezrahitæ.

 [1] Domine, Deus salutis meæ,

in die clamavi et nocte coram te.

[2] Intret in conspectu tuo oratio mea, inclina aurem tuam ad precem meam.

[3] Quia repleta est malis anima mea, et vita mea inferno appropinquavit.

[4] Æstimatus sum cum descendentibus in lacum, factus sum sicut homo sine adjutorio,

[5] inter mortuos liber; sicut vulnerati dormientes in sepulchris, quorum non es memor amplius, et ipsi de manu tua repulsi sunt.

[6] Posuerunt me in lacu inferiori, in tenebrosis, et in umbra mortis.

[7] Super me confirmatus est furor tuus, et omnes fluctus tuos induxisti super me.

[8] Longe fecisti notos meos a me, posuerunt me abominationem sibi. Traditus sum, et non egrediebar;

[9] oculi mei languerunt præ inopia. Clamavi ad te, Domine, tota die; expandi ad te manus meas.

[10] Numquid mortuis facies mirabilia? aut medici suscitabunt, et confitebuntur tibi?

[11] Numquid narrabit aliquis in sepulchro misericordiam tuam, et veritatem tuam in perditione?

[12] Numquid cognoscentur in tenebris mirabilia tua? et justitia tua in terra oblivionis?

[13] Et ego ad te, Domine, clamavi, et mane oratio mea præveniet te.

[14] Ut quid, Domine, repellis orationem meam, avertis faciem tuam a me?

[15] Pauper sum ego, et in laboribus a juventute mea; exaltatus autem, humiliatus sum et conturbatus.

[16] In me transierunt iræ tuæ, et terrores tui conturbaverunt me:

[17] circumdederunt me sicut aqua tota die; circumdederunt me simul.

[18] Elongasti a me amicum et proximum, et notos meos a miseria.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LXXXVII

Orazione di un uomo afflitto abbandonato dagli amici, e da’ prossimi. Conviene a Cristo.

Cantico, ovvero salmo a figliuoli di Core: per la fine: sul Maeleth: da cantarsi alternativamente. Istruzione dì Heman Ezraita.

1. Signore, Dio di mia salute, di giorno e di notte alzai le mie grida dinanzi a te.

2. Giunga al tuo cospetto la mia orazione, porgi le tue orecchio alla mia preghiera.

3. Imperocché l’anima mia è ripiena di mali, e la mia vita si avvicina al sepolcro.  

4. Sono riputato come un di quelli che scendono nella fossa, son divenuto come uomo senza soccorso, io che tra i morti son libero.

5. Come gli uccisi che dormono nei sepolcri, dei quali tu non hai più memoria, ed essi sono esclusi dalla tua cura.

6. Mi posero in una fossa profonda, in luoghi tenebrosi, e nell’ombra di morte.

7. Sopra di me si aggravò il tuo furore, e tutte le tue procelle scaricasti contro di me.

8. Allontanasti da me i miei conoscenti: mi riputaron come oggetto di abominazione.

9. Fui dato in potere altrui, ed io non avea scampo; gli occhi miei si seccarono per l’afflizione.

10. Alzai a te tutto dì le mia grida, o Signore, verso di te io stendo le mani mie.

11. Farai tu miracoli a pro dei morti? E i medici rendono loro la vita?  Perch’essi a te dieno lode?

12. Vi sarà egli forse chi nel sepolcro racconti la tua misericordia, e la tua verità nell’inferno?

13. Nelle tenebre si conoscono forse i tuoi prodigi, la tua giustizia nel paese dell’oblio?

13. Saran’elleno conosciute nelle tenebre le tue meraviglie, e la tua giustizia nella terra della dimenticanza?

14. Ma io alzai a te le grida, o Signore , e la mia orazione al mattino ti preverrà.

15. E perché, o Signore, rigetti tu la mia orazione, e rivolgi da me la tua faccia?

16. Povero son io, e in affanni fin dalla mia prima età: cresciuto poi fui umiliato, e depresso.

17. I tuoi sdegni son caduti sopra di me: e i terrori tuoi mi conturbano.

18. Tutto dì com’acqua mi inondano: tutt’insieme mi hanno sommerso.

Sommario analitico

Il Profeta, organo del Salvatore nella sua passione e sulla croce, allontanato da ogni giusto, carico di sofferenze, meno simile ad un vivente che ad un morto, effonde la sua anima davanti a Dio:

I. Descrive i tormenti della sua passione:

1° Eleva la sua anima a Dio, – a) nella speranza, indirizzandosi a Dio, della sua salvezza (1); – b) con la carità, desiderando che la sua preghiera entri alla presenza di Dio; – c) con l’umiltà, pregandolo di inclinare la sua maestà verso la sua miseria (2).

2° Enumera le sue sofferenze: – a) prima della croce: 1) la sua anima è stata ripiena di mali nell’orto degli ulivi; 2) il suo corpo, coperto di piaghe e di ferite da Caifa, Pilato ed Erode, è stato vicino alla morte (3); – b) sulla croce, 1) è stato posto dai sui nemici al rango degli scellerati; 2) è stato abbandonato e lasciato senza soccorso dai suoi amici (4); – c) nella tomba 1) è stato libero per la sua divinità tra i morti; 2) nella sua umanità, è stato come coloro che sono colpiti a morte e dormono nei sepolcri, abbandonati da Dio (5); – d) nel limbo, 1) Egli è disceso in questo lago e in questi luoghi tenebrosi coperti dall’ombra della morte (6); è stato in tutte queste circostanze, in balia della collera di Dio, ed oggetto di orrore per tutti i suoi amici ed i suoi vicini (7, 8).

II. – Chiede a Dio la sua resurrezione

1° Egli espone il modo in cui prega: con gli occhi, la voce, le sue mani tese.

2° Espone i motivi per i quali debba essere esaudito: – a) la gloria di Dio, 1) che non fa ordinariamente miracoli in favore dei morti (9); 2) che non è lodato da coloro che scendono nella tomba (10), 3) i cui divini attributi non sono né conosciuti, né lodati nel luogo della distruzione (11, 12); – b) la sua preghiera: 1) è fervente per cui innalza le sue grida verso Dio, 2) comincia con la sua passione (13), 3) è stata perseverante (14); – c) la sua miseria: 1) la miseria passata: a) è stato sempre privo di beni di fortuna; b) si è esercitato fin dall’infanzia nei lavori corporali; 2) la miseria presente: – a) è stato elevato sulla croce, – b) umiliato davanti ai suoi nemici, – c) turbato nel suo spirito (15), – d) agitato dalla tempesta (16, 17); – e) abbandonato dai suoi amici e dai suoi prossimi (18).  

Spiegazioni e Considerazioni

I. – 1-8.

ff. 1, 2. – Il salmista ci offre qui il modello di una fervente preghiera, testimonianza di una piena fiducia in Dio, che egli riconosce come Autore della sua salvezza; preghiera assidua e continua che non deve essere interrotta né di giorno né di notte quanto all’abitudine, al gusto, al desiderio di pregare. La preghiera è come un ambasciatore che noi inviamo a Dio a nome nostro. « Che la mia preghiera penetri fino a Voi. »

ff. 3-8. – Sull’esempio di Gesù-Cristo, i veri Cristiani sulla terra, sono sovraccarichi di mali e la loro vita è sempre vicino alla tomba. Oltre alle traversie che provano la santità,  oltre alle tempeste che eccitano le passioni, essi sentono che il loro soggiorno quaggiù è un esilio, e che devono sempre temere di essere esclusi per sempre dalla felice patria. Non c’è bisogno di prove per convincere un Cristiano che la sua vita è una morte continua. « Ah – esclamava Sant’Ambrogio – la nostra vita è tutta coperta di trappole: io ne vedo nel nostro corpo, nei nostri doveri, nella nostra scienza, nelle nostre passioni, in ciò che possediamo, in ciò che noi crediamo. Fuggiamo dunque da qui, aggiungeva, per passare dai malanni ai beni, dalle incertezze alla verità piena, dalla morte alla vita. » (Berthier). –  Quando commettiamo un peccato mortale, noi diamo talmente la nostra anima alla morte, ancorché Dio ci possa guarire, non di meno dal canto nostro rendiamo sia il nostro peccato che la nostra dannazione eterna, perché noi spegniamo la vita fino alla radice. Bisogna osservare ciò che fa il peccato, non ciò che fa l’Onnipotente. Chi rinuncia una volta a Dio, vi rinuncia eternamente, perché è la natura del peccato a fare, con quel che può, una separazione eterna. Ecco perché il Profeta-Re, ritenendosi in colpa, si considera come nell’inferno, a causa di questa spaventosa separazione: « Io sono – egli dice – annoverato tra coloro che discendono nella tomba; » e subito dopo: « essi mi hanno messo in un lago profondo, nelle tenebre e nell’ombra della morte. » –  E da lì viene che egli, nella sua penitenza, gridi: « Signore, io grido a voi da luoghi profondi; » e rendendo grazie per la sua liberazione continua: « Voi avete – egli dice – ritirato la mia anima dall’inferno inferiore. » Questo santo uomo aveva ben compreso che il peccato è un abisso ed una prigione, una profondità, un carcere, un inferno (Bossuet, Serm. Sur la gloire de Dieu). – Stato funesto è questo, ma troppo comune, nel quale, essendo stato ferito a morte dal peccato, si dorme piacevolmente nei sepolcri delle proprie cattive abitudini. –  Ed è allora che Dio non si ricorda più di questo peccatore, che lo rigetta dalla sua mano, che lo colma anche di una prosperità maledetta, e che gli dice queste parole spaventose: « Io ho giurato di non mettermi più in collera contro di voi. » (Duguet). – I morti, considerati come tali, dormono nel sepolcro: « Il Signore non se ne ricorda più, ed essi non sono più sotto la sua mano. Ma non è più così per le anime sante, per le anime amiche di Dio; perché se quelli sono morti allo sguardo degli uomini, « essi sono viventi per Dio, essi sono vivi sotto i suoi occhi e davanti a Lui; » ed ancora: « essi sono viventi per Lui ». Se essi hanno perso il rapporto che avevano con il loro corpo e con gli altri uomini, essi avevano un altro rapporto con Dio, che li ha fatti a sua immagine e per essere lodato. Questo rapporto non si perde; perché se il corpo si dissolve e non è più animato dall’anima, Dio, dal Quale l’anima è stata fatta e che porta la sua impronta, dimora sempre (Bossuet, Méd. D. Sem. XLI° j.). –  L’afflizione, fossa profonda è piena di tenebre e di oscurità. – La collera del Signore, nel linguaggio figurato della Scrittura, è un fuoco divoratore e  nello stesso tempo, un mare in tempesta. È nell’inferno che questo fuoco e questo mare dispiegano tutta la loro potenza, e non c’è risorsa contro questo giudizio senza misericordia. Non è da meno sulla terra: « Dio – dice Sant’Agostino – getta nella fornace la tribolazione, non per bruciare il vaso, ma per formarlo. » Egli ci inonda di flutti di tribolazione, non per sommergerci, ma per purificarci (Berthier). – Ogni genere di afflizione è annunciato in questi versetti: lontananza dagli amici e dai vicini, umiliazione profonda, privazione della libertà, gemiti continui, preghiere costanti e non esaudite. – Tale fu lo stato in cui si trovò Gesù-Cristo nella sua passione, e tale fu, sul suo esempio, la situazione di una moltitudine di Cristiani perseguitati, respinti ed abbandonati in qualche modo dal Signore stesso, che non darà loro nessuna consolazione esterna. Ma essi avevano Gesù-Cristo sotto gli occhi, e questo divino modello rendeva le sofferenze infinitamente preziose, la morte stessa sembrava loro deliziosa, perché sapevano che Gesù-Cristo aveva battuto questa strada che aveva come termine la corona meritata da Gesù-Cristo. « Bisogna – dice Sant’Ambrogio – che la morte lavori su di noi, affinché la vita consumi in noi l’opera di salvezza. » (Berthier). – L’abbandono degli amici, l’allontanamento dei prossimi, in mezzo a sì spaventose calamità, sono gli ultimi colpi che il Signore batte. La misura è colma e si resta ammirati come la testa non scoppi più, come la disperazione non si impossessi di una creatura così debole e così infelice. Una piena ed intera sottomissione alla volontà di Dio, proveniente dal fondo del cuore: non c’è altra risorsa! Si sono visti degli esempi di queste terribili prove prolungarsi fino agli ultimi giorni della vita, che sembravano raddoppiare di intensità; poi tutto ad un colpo, o bontà infinita, o saggezza adorabile, o impenetrabile provvidenza! … si vede risplendere la fede, rinascere la speranza, la riconoscenza più sentita illuminare il volto di questo eletto, infine liberato dalla sofferenza della vita (Rendu). 

II. — 9-17.

ff. 9-12. – Queste parole: « per i morti forse farete miracoli?» si applicano a coloro che erano talmente morti nel loro cuore e che i miracoli del Cristo non hanno potuto richiamare in vita. Così il Profeta non dice che i miracoli non siano stati fatti per essi, nel senso che essi non li hanno visti, non ne hanno approfittato. (S. Agost.). – Tuttavia è nei riguardi di questi morti spirituali che hanno perso la vita di grazia, che Dio fa i suoi miracoli più grandi, Egli impiega i suoi dottori, i pastori, i confessori, i predicatori per resuscitarli. Ma questi grandi dottori non possono resuscitare e guarire questi morti per virtù propria; benché i predicatori della parola siano eccellenti, con qualche miracolo che operano per insinuare la verità, nella maniera con cui trattano gli uomini i grandi medici, se questi uomini sono morti, la grazia di Dio può solo richiamarli in vita, perché possano ricevere da qualcuno dei suoi ministri le lezioni di salvezza (S. Agost.). – « Conoscerà le vostre meraviglie nelle tenebre e la vostra giustizia nella terra dell’oblio? Le tenebre significano lo stesso che la terra dell’oblio; perché gli infedeli sono designati con il termine di tenebre, ciò che fa dire all’Apostolo: « Voi un tempo eravate tenebre » (Efes. V, 8). Ugualmente la terra dell’oblio, è l’uomo che ha dimenticato Dio; perché l’anima infedele può spingersi nelle tenebre più oscure, per giungere alla follia di dire in se stessa: «Non c’è Dio. » (Ps. XIII, 1). Ecco dunque come stabilire la sequela ed il legame delle idee. « Io ho gridato a Voi, Signore, » in mezzo alle mie sofferenze; « tutto il giorno, io ho teso la mano a Voi, » cioè io non ho cessato di produrre le mie opere per glorificarvi. Perché dunque gli empi dilagano contro di me, se non perché Voi non farete miracoli per i morti? Vale a dire i miracoli non chiameranno alla fede ed i medici non resusciteranno, per glorificarvi, coloro che non sperimenteranno la segreta azione della vostra grazia, e che non saranno attirati da essa alla fede; perché nessuno può venire a me se Voi non lo attirate. Chi annunzierà in effetti la vostra misericordia nella tomba, cioè nell’anima dei morti? Chi annuncerà la vostra verità là dove si è periti, cioè in questo morto che non può né credere né sentire la misericordia, né la verità? In effetti, le vostre meraviglie e la vostra giustizia, saranno forse conosciute nelle tenebre di questa morte, cioè dall’uomo che ha perso, dimenticandovi, la luce della sua vita? (S. Agost.). Tutta la vita deve essere consacrata al servizio di Dio. Concludiamo da ciò che tutti coloro che abusano della vita per oltraggiare il Signore sono già morti. « Io vedo dei morti che ancora camminano – diceva Sant’Agostino – essi sembrano vivere, perché conversano con gli uomini; ma essi sono morti, perché Dio, che è la vita, si è separato dalla loro anima » (Berthier). –  L’occupazione degli uomini sulla terra deve essere pensare alla misericordia, alla verità, alle meraviglie ed alla giustizia di Dio. – Sarebbe sufficiente agli uomini affascinati dalle false gioie del mondo, pensare talvolta « alla terra di oblio », di cui parla il Profeta, per trovare ridicoli i desideri che agitano la loro anima. Accade a tutti i mondani l’essere dimenticati dopo la loro morte, e quando ci si ricordasse di essi, anche per vantare le loro qualità naturali o le loro grandi azioni, quale soddisfazione può questo dare loro? – Dormite il vostro sonno, ricchi della terra, e dimorate nella vostra polvere. Ah, se dopo qualche generazione, anzi dopo qualche anno voi ritornaste, uomini obliati, in mezzo al mondo, voi desiderereste rientrare nelle vostre tombe … per non vedere il vostro nome offuscato, la vostra memoria abolita, le vostre previsioni ingannate nei vostri amici, nelle vostre creature, o ancor più nei vostri eredi o nei vostri figli (Bossuet, Or. fun. de M. Le Tel.). – L’uomo giusto che muore deve contare anche sull’oblio di coloro che lascia ancora sulla terra, ma va in una regione dove non sarà più dimenticato (Berthier).

ff. 13, 14. – Quando Dio – dice S. Agostino – sembra rigettare la preghiera dei santi, è come un vento che respinge la fiamma e che illumina il fuoco sempre più: i rigori apparenti di Dio, inducono l’anima fedele a fare nuovi sforzi per avvicinarsi a Lui, per giungere a gustare le dolcezze della sua divina presenza. Non ci sono che i cuori toccati dalla bellezza di Dio che dicono, come il Profeta: Ah Signore, perché distogliete i vostri sguardi, perché rigettate la mia preghiera? Le anime che sono dedite al peccato o alla tiepidezza, sono insensibili all’allontanarsi di Dio, e quale miseria – esclamava ancora Sant’Agostino – essere lontano da Colui che è dappertutto. Ma come Colui che è dappertutto, si trova dunque lontano da noi? È – rispondeva il santo dottore – che ci manca il sentimento, è che noi siamo al suo sguardo come ciechi davanti al sole; questo astro spande dappertutto i suoi raggi, ma coloro che sono privi della vista, non ne profittano. Apriamo gli occhi della fede, lasciamoci illuminare dalla carità, e troveremo ben presto che Dio è vicino a noi. (Berthier).

ff. 15. – Queste parole – che convengono chiaramente a Gesù-Cristo – devono pure convenire ai suoi discepoli. La povertà ed i travagli devono essere la loro parte. Coloro che sono elevati alla qualità di figli di Dio e sono coeredi della gloria di suo Figlio, devono aspettarsi di avere parte alle sue umiliazioni ed alle sue sofferenze, poiché non si arriva all’elevazione se non con l’abbassarsi, ed alla pace sovrana se non con la guerra e le agitazioni. L’umiliazione non è mai più sensibile, né allo stesso tempo più necessaria, che quando essa segua ad una grande elevazione. (Duguet).

ff. 16, 17. –  Lo stato che dipinge qui il Profeta è molto doloroso, ma egli vi trova una consolazione, perché non ha parlato che di una collera di Dio « che passa », e non di quella di cui è scritto: « che dimora ». Che cos’è dunque questa collera i cui flutti sono passeggeri? Sono i mali di questa vita, è la rivolta involontaria delle passioni, è l’oscurità che si leva di tanto in tanto nell’anima di coloro che vogliono unirsi strettamente a Dio. Al contrario, la collera di Dio permanente è la riprovazione finale e definitiva; malanno senza risorse, castigo senza lenimento, vendetta di Dio senza misericordia (Berthier). –

ff. 18. – Ah! L’amicizia delle creature è ingannevole nelle sue apparenze, corrotta nelle sue adulazioni, amara nei suoi cambiamenti, travolgente nei suoi soccorsi in contro-tempo, e nei suoi inizi di costanza che rendono l’infedeltà più insopportabile. Gesù ha sofferto tutte le miserie, per farci odiare tanto i crimini che ci fa commettere l’amicizia degli uomini, con le nostre cieche compiacenze. Odiamoli, o Cristiani, questi crimini, e non abbiamo né amicizia, né fiducia di cui Dio non sia il motivo, di cui la carità non sia il principio. (Bossuet, III Serm. p. le Vendredi-Saint.) – Queste tribolazioni non hanno colpito solo la testa, esse si sono realizzate e si realizzano ancora nelle membra del Corpo di Cristo. E Dio volge il suo sguardo da coloro che Lo pregano, rifiutando di accordare loro ciò che vogliono, quando essi ignorano che l’oggetto della loro domanda non conviene loro. E la Chiesa è indigente quando, nel suo esilio, ha fame e sete di ciò che la sazierà in patria. Essa è nelle sofferenze fin dalla giovinezza; perché il Corpo stesso di Cristo dice in un altro salmo: « Essi mi hanno spesso attaccato fin dalla mia gioventù. » (Ps. CXXVIII, 1). Qualcuno dei suoi membri si sono elevati in questo mondo, ma affinché la loro umiltà divenga più profonda. E la collera di Dio scuota la debolezza dei fedeli, perché la prudenza tema tutto ciò che può arrivare, benché non sempre arrivi il dolore. E talvolta questi terrori turbano così fortemente lo spirito di colui che esamina i mali sospesi attorno a lui, che sembrano circondare da ogni lato come torrenti colui che è nel terrore e coinvolgerlo tutti insieme. E poiché i dolori non mancano mai alla Chiesa, pellegrina in questo mondo, ma le arrivano incessantemente, tanto in taluni dei suoi membri e tanto in altri, il Profeta dice: « … tutto il giorno, » volendo così esprimere la continuità del tempo fino alla fine del mondo. E spesso il terrore è causa che i santi siano abbandonati dai loro amici e dai loro prossimi, a motivo del pericolo che essi andrebbero a correre. Ma perché tutte queste tribolazioni, se non perché la preghiera di questo santo Corpo pervenga al Signore dal mattino, cioè alla luce della fede, all’uscire dalla note dell’incredulità, finché venga la salvezza che ci è già data, non ancora in realtà, ma in speranza, e che noi aspettiamo con pazienza? (Rom. VIII, 24). Quando noi vi saremo arrivati, il Signore non respingerà la nostra preghiera, perché allora non avremo più nulla da chiedere, ma da ottenere tutto quello che avremo convenientemente chiesto; Egli non volgerà da noi il suo sguardo, perché Lo vedremo così com’è (1 Giov. III, 2); noi non saremo più nell’indigenza, perché la nostra ricchezza sarà Dio stesso, tutto in tutti (I Cor. XV, 27); noi non soffriremo, perché non ci assalirà alcuna infermità; dopo essere stati elevati, non saremo né abbassati né turbati, perché in cielo non c’è più avversità; noi non dovremo più sostenere il peso della collera di Dio, anche passeggera, perché dimoreremo nella sua dolcezza permanente; i suoi terrori non ci scuotono più, perché il compiersi delle sue promesse ci renderà felici, e il terrore non allontanerà né amici, né prossimi, perché là non ci sarà più alcun nemico da temere (S. Agost.).  

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 3° Corso di Esercizi Spirituali (9)

S. S. GREGORIO XVII:IL MAGISTERO IMPEDITO:

III CORSO DI ESERCIZI SPIRITUALI (9)

[G. Siri: Esercizi Spirituali; Ed. Pro Civitate Christiana – Assisi, 1962]

IL NOSTRO ITINERARIO CON GESÙ CRISTO

9. Il Sacramento permanente.

Dal Sacrificio della Messa ha origine il sacramento permanente, la reale presenza di Gesù Cristo sotto le apparenze del pane e del vino. Cominciamo un po’ a discorrere di questa reale presenza per cercare di incidere delle linee precise e vere nella nostra vita. Mi pare che debba essere indiscutibile il fatto che, essendo Gesù Cristo rimasto con noi in tutti i tempi, sempre cioè e ovunque, quel fatto debba diventare caratteristico per la guida, la impostazione, la conformazione, la definizione, il tratteggio e persino le sfumature della nostra vita. Questo è lo scopo per cui ne parlo. Non si può ammettere che il Figlio di Dio fatto uomo, entrato nel nostro piccolo ordine per amore e rimasto qui sacramentalmente, sia un turista in incognito, che la sua divina presenza sia una cosa secondaria o una cosa di facile e libera elezione della quale si può fare a meno o della quale si può fare uso. No. Perché, che sia venuti per amore, che sia rimasto tra noi in un’umiltà che supera di molto quella della capanna di Betlemme non toglie che Egli sia il Verbo, il Figlio di Dio, ossia Dio, il Creatore. E pertanto se l’amore in tutto questo fatto, appare tutto avvolgere e caratterizzare, e può spingere noi ad una fiducia infinita, il fatto che si tratta di Dio deve mettere alla nostra intelligenza e alla nostra volontà dei termini di assoluto rigore. – Parliamo dunque della presenza reale di Nostro Signore Gesù Cristo nell’Eucaristia. Ecco due rilievi fondamentali dai quali bisogna partire e coi quali cominceremo insieme una digressione storica, che è utile però all’anima nostra e capirete il perché. – Primo rilievo: Gesù Cristo è presente tutto, è Lui, realmente, Corpo, Sangue, Anima e Divinità. È lo stesso che è in cielo, è lo stesso che è in quello che noi chiamiamo cielo, perché cielo indica piuttosto uno stato, un ordine; non indica certo uno strato atmosferico. È lo stesso, è Lui e basta. Siccome non sarebbe Lui se gli mancasse qualche cosa, tutto quello che è di Lui e che è Lui e per cui Lui è Lui, questo c’è. Quindi nell’Eucaristia non è presente spiritualmente come qualche volta, con gran pompa, si dice nelle commemorazioni degli uomini: Qui è presente lo spirito di Garibaldi. Gesù Cristo non è presente spiritualmente. Non si riesce a capire che cosa volesse dire il povero Berengario quando diceva che era presente spiritualmente. Dire che uno è presente spiritualmente, è dire che ci è presente con la memoria sua, se l’ha, oppure dire che ce lo mettiamo noi, con la nostra, se l’abbiamo; è una cosa sfuggente non solo dalle mani, ma dalle stesse capacità intellettuali. Gesù Cristo non è presente solo spiritualmente, per carità! E tanto meno è presente, come ha detto qualcuno, virtualmente, cioè perché c’è una virtus. Io posso capire che si dica che la virtus della centrale elettrica che dà la forza a tutta l’Umbria è anche qui; infatti se vado a toccare un filo, prendo la scossa. Ma la virtus è un’altra faccenda. No, è Lui. E basta. Che stiamo a fare tutti questi discorsi? L’ha detto Lui. Il testo grande dell’Eucaristia rimane sempre il capitolo VI di S. Giovanni. Egli non ha detto soltanto: « mangiare la mia carne e bere il mio sangue » a quei poveri sprovveduti che stavano a sentire e che avevano dato la interpretazione cosiddetta cafarnaitica, e che sono rimasti celebri per aver trovato proprio la interpretazione cafarnaitica, che è come dire cannibalesca, e stavano comprendendo male. E quando hanno fatto capire esternamente, Lui lo sapeva, che capivano male, allora ha precisato e ha detto: « Mangiate me ». – Passiamo al secondo rilievo. Gesù Cristo è presente sacramentalmente. Veramente, realmente presente. Sacramentalmente. Che cosa vuol dire sacramentalmente? Vuol dire che la presenza, la non distanza (presenza vuol dire non-distanza) è ottenuta attraverso le specie sacramentali. Perché io sono presente qui? Che cos’è che mi fa presente qui in questo momento? Per un semplice motivo: perché ho una superficie estensa, cioè sono quantitativo. La estensione è un succedaneo della quantità. E allora la superficie estensa che mette parte fuori di parte viene a combaciare con la superficie di questo corpo ambiente e il combaciamento della superficie mia con la superficie appartenente a questo corpo ambiente mi colloca qui. In altri termini il fatto della presenza locale, in loco, in ambiente, è data dal combaciamento di due superfici. È data perché esiste quindi un combaciamento di una estensione con un’altra estensione. Se manca una estensione, manca il mezzo per poter avere la presenza locale. La presenza sacramentale, che è reale, è vera, come è ottenuta da Gesù Cristo in questo punto? Perché il combaciamento non è ottenuto dalla superficie sua coartata a questo ambiente, ma il servizio glielo rendono la superficie del pane e del vino, che non ci sono più dopo la consacrazione, ma la cui superficie, cioè i cui elementi accidentali rimangono dopo la consacrazione. Ecco che cosa significa « sacramentalmente ». Si tratta quindi di presenza che è reale, di presenza che è fisica. La differenza sta in questo: che la presenza reale, invece di essere ottenuta mediante la quantità propria, è ottenuta mediante la quantità del pane e del vino che sono stati transustanziati. Ora facciamo il nostro excursus storico. Potrete avere l’impressione che ora faccia una lezione invece di una predica di Esercizi Spirituali. Può anche essere che essa abbia veramente l’aspetto di una lezione; ma occorre, perché l’effetto spirituale, questa volta, deve passare attraverso l’intelletto. È veramente un mysterium fidei, questo. Già ve ne ho parlato; e vi ho parlato anche della fede e del medio, quindi il discorso è introdotto. Ma quando ci si pensa un po’, se non si è studiato molto, si capisce che quelli che a Cafarnao hanno tenuto quel contegno così scorretto con Gesù Cristo, che hanno mormorato, sono intervenuti, hanno zittito, hanno fatto gesti di disapprovazione, se ne sono andati rumorosamente sbattendo le porte ecc. hanno fatto male. Perché hanno fatto male? Perché si sono dimenticati che poco prima Gesù aveva moltiplicato i pani e i pesci e che per via dei pani e dei pesci avrebbero potuto dire: « Non capiamo niente, come S. Pietro, ma se lo dice Lui, dato il fatto dei pani e dei pesci moltiplicati, deve essere così ». Questa è la logica. Hanno fatto male perché hanno dimenticato i pani e i pesci e tante altre cose che certamente avranno viste operate da Gesù, per cui avevano una documentazione in mano che li poteva rendere bene edotti del valore delle parole dette da Nostro Signore, anche se per loro incomprensibili. Ma se non vi fossero stati i pani e i pesci e tutto ciò che rassomiglia al fatto dei pani e dei pesci, non avrebbero avuto torto del tutto. Perché… è un bel mistero da accettare, questo. Non è una cosa facile. Ora che Gesù Cristo è risuscitato da morte e ha dato prova di sé stesso, allora si può accettare, anzi si deve accettare, e abbiamo razionalmente e pienamente i motivi per accettare tutto quello che ha detto; e tutto quello che poi Egli ha disteso per il mondo e tutto quello di cui è animata la storia diventa l’attestazione di Lui. Ma la cosa era difficile. Quello che commuove è questo: che nella prima età hanno adorato, hanno creduto e per tanto tempo senza capire niente. Senza capire niente. Come l’Eucaristia la vivessero e la sentissero, noi lo riscontriamo dai documenti del I secolo. Guardate bene il racconto che fa S. Paolo nella prima Lettera ai Corinti. Lo racconta, ma ripete una cosa che tutti sanno, la celebrazione eucaristica. E la ritroviamo anche quando Paolo è a Troade (Atti cap. XX). È l’ultimo giorno della settimana, la vigilia della domenica, e passano la notte in preghiera e in catechesi. Fu la volta famosa in cui fece un discorso talmente lungo che, anche lui fece addormentare, e un ragazzo per essersi addormentato cadde dalla finestra, e lui poi lo ha risuscitato; e all’alba noi abbiamo la « fractio panis ». Per due secoli il nome più comune della Messa fu « fractio panis ». Noi vediamo la celebrazione eucaristica dappertutto nell’epoca apostolica. Ed è commovente tutto questo. Il primo documenta della letteratura apostolica, redatto in Antiochia mentre vivono ancora alcuni degli Apostoli, la Didaché, riporta tutta la celebrazione, tutta la dottrina, lo schema della Messa — lo schema generale è quello di oggi — e l’adorazione eucaristica è il centro della Didaché. Notate che la Didaché aveva lo scopo di essere come un piccolo catechismo riassuntivo per le chiese della Siria e dell’Oriente. La Messa al centro! Siamo al I secolo. Non dimenticatevi che Antiochia fu per 7 anni la sede del Papa, perché Pietro fu vescovo di Antiochia, è Pietro che ha aperto la sede di Antiochia, poi l’ha lasciata e ha portato la sede a Roma. È commovente: questi secoli che hanno adorato, amato, creduto, così, comprendendo poco o niente, sapendo solo che lì c’era il Signore, che il pane e il vino non c’erano più, perché lo dicono: questo non è più il pane e il vino. Quel vescovo di Gerapoli, nella Frigia, alla fine del I secolo, Abercio, discepolo di scuola apostolica, che si fa la tomba e nella tomba scrive non le date e tanto meno i propri elogi, ma scrive quello che ha animato la sua vita, l’ideale della sua vita. E gli ideali sono due. Notate bene, siamo a Gerapoli nella Frigia. La stele è stata donata a Leone XIII dal califfo di Costantinopoli in occasione del suo giubileo e oggi sta al Museo Lateranense. E questo Vescovo del I secolo, discepolo degli Apostoli, ha due idee in testa e le mette nella sua pietra tombale: la prima è l’Eucaristia, la seconda è Roma che tiene il sacro impero del mondo. Non Roma imperiale, no, non quella dei consoli, l’altra, quella che tiene il sigillo di Cristo e col sigillo di Cristo tiene l’impero del mondo ossia il primato di Pietro. Il lavoro per rendere accessibile, dove è possibile, il mistero eucaristico è cominciato al II secolo, perché nell’epoca degli Apologeti di cui rimangono le opere noi vediamo già il lavoro di approfondimento, di indagine, cioè il lavoro di penetrazione intellettuale del mistero creduto, adorato e amato. E quel lavoro, per poter arrivare a una certa chiarezza — non a risolvere il mistero, nessuno può pretendere che i misteri divini si risolvano, ma si può chiedere che vengano portati a una certa intelligenza e anche alla risoluzione di talune difficoltà — è durato mille anni. E per mille anni tutto questo popolo si è salvato sempre attorno alla Messa, all’Eucaristia. Ha creduto, ha amato, ha adorato. Vi prego di tener presente che per diversi secoli, i secoli di ferro, la predicazione è stata minima, anche per il decadimento dell’istruzione, e a un certo momento anche per il decadimento del clero. E per secoli il popolo ha ricevuto tutto dalla Messa, che era insieme il Sacrificio, che portava il Sacramento, che raccoglieva la vita e che dava la catechesi, cioè la istruzione con quello che nella Messa si faceva e nella Messa si leggeva. Notate che nel secolo X si poteva ritenere la catechesi pressoché morta, salvo che nei monasteri. Le ultime conseguenze del grande cataclisma barbarico, lo sfilacciamento della vita sociale, la mancanza delle scuole. Ma la Messa e tutta l’ufficiatura intorno alla Messa resiste, e quella, si può dire, pressoché da sola ha vinto. Guardate se non si sente storicamente la irradiazione dell’Eucaristia, la si tocca con mano. – E intanto gli altri, i pochi, continuavano a studiare. Mille anni. Ci sono stati dei momenti di diatribe e zuffe accesissime come tra chi vuol entrare per primo nella cella del tesoro. E una zuffa furiosa successe nel secolo IX: Rabano Mauro da una parte, Pascasio dall’altra, Scoto Errugesa in mezzo. Han detto anche degli strafalcioni, nel cercare, nel voler spiegare delle verità nel voler salire; si sono strappati tutti gli abiti come accade quando si hanno i camici lunghi. Poi, a qualcuno è arrivata una legnata sulla testa: un Concilio che ha condannato uno, che ha tirato su l’altro. Poi si è fatto silenzio. Ma era rimasto il fermento della ricerca. E forse il fermento della maggiore ricerca l’ha aiutato un eresiarca dell’XI secolo: Berengario, che ha negato la transustanziazione. Fu  eresiarca più per superbia che per altro. Disse e disdisse un sacco di volte e pare che sia morto bene in un’isola della Loira nel 1099. La figura che ha fatto è stata poco buona, però la funzione di questo eresiarca è stata quella di riagitare veramente tutti. Si sono mossi tutti in seguito a Berengario. A parte i legati papali che di tanto in tanto gli han dato qualche bastonata in testa, soprattutto Ildebrando, colui che sarebbe diventato poi uno dei più grandi uomini della storia: S. Gregorio VII. Ma si misero in moto tutti. Quelli dell’Abbazia di Le Bec, che era il centro in quel momento, per opera di Lanfranco e poi di Anselmo d’Aosta, forse il più grande di Normandia. E allora botte e risposte di ribelli contro ribelli, succede una zuffa che se ne riempie il secolo XI, mentre Enrico IV sta a litigare, mentre Gregorio VII depone tutti i vescovi simoniaci, i concubinari e addirittura dà licenza al popolo di cacciare via i propri vescovi che non fossero stati secondo Dio. Mentre succedono tutte queste cose, là si azzuffano; Berengario condannato in un sinodo in Francia, a Piacenza, a Roma. Vedete com’è la storia? Intanto si rianima lo studio, l’ultimo grande sforzo di ricerca. Viene poi la scuola dei Vittorini, nella celebre Abbazia di S. Vittore, e si arriva ad Alberto Magno. Gli elementi indigesti e forse per allora indigeribili sono raccolti. Si arriva a S. Tommaso d’Aquino. Guardate che su questo punto il mondo si è fermato, a S. Tommaso d’Aquino, e nessuno l’ha mai sorpassato. In questo, come in altri punti del resto, è una di quelle rupi che le alluvioni non possono portare via, una delle poche rupi che resistono alle alluvioni. Si è arrivati a S. Tommaso d’Aquino. Poi si è continuato in parte allo stesso modo, perché non è detto che S. Tommaso l’abbiano studiato tutti e l’abbiano capito, non è cosa tanto facile. Eppure si va avanti. Guardate che cosa si muove quando ci sono dei Congressi Eucaristici. Il mondo si ferma, si direbbe. Che cosa è successo a Monaco in quella Germania che vide la bestemmia di Lutero e dei suoi seguaci contro l’Eucaristia? Si è arrivati a Tommaso d’Aquino. Permettete che vi dia un brevissimo riassunto, ridotto al midollo, di questo grande iter intellettuale per cercare di capire la verità dell’Eucaristia. E non dico questo per cambiare una predica in una lezione, ma perché sono convinto che la predica qui viene soltanto attraverso l’intelletto che vede. Il fondamento di tutto sta nella distinzione tra la sostanza delle cose materiali e gli accidenti delle cose materiali, soprattutto nella distinzione che è obiettiva tra la sostanza e la quantità: i due grandi attori in questa vicenda. Sostanza e quantità sono due cose diverse, tanto è vero che si può mutare l’una senza mutare l’altra. Se mutando l’una non muta l’altra, vuol dire che sono diverse. Allora due ordini connotano questi due elementi, che noi non possiamo separare, ma che, essendo obiettivamente diversi, Dio può separare, perché non esiste contraddizione nella cosa e pertanto entra nella possibilità di Dio. Questi due elementi connotano due ordini completamente diversi: l’ordine e il comportamento delle sostanze, l’ordine e il comportamento delle quantità. A noi sembra facile dire questo. Già, ma sono stati necessari mille anni. Allora, come viene presente Gesù Cristo? Transustanziazione. È la conversione della sostanza del pane nella sostanza del Corpo di Cristo. Il punto caratteristico è che qui è solo la sostanza che si converte nel Corpo di Gesù Cristo, e pertanto tutto avviene secondo l’ordine delle sostanze e niente avviene secondo l’ordine delle quantità. Come si comporta il mondo delle sostanze da solo, senza quantità? Si comporta rinnegando tutte quelle caratteristiche che sono proprie dell’ordine della quantità: la distanza, la moltiplicazione, la divisione, la passibilità di fronte agli agenti esterni che suppongono la superficie estensa per ricevere la passione. Qui la questione delle distanze non esiste più, la questione della moltiplicazione non esiste più, la questione della divisione non esiste più, la questione della passibilità non esiste più. Ecco perché è lo stesso Gesù che è in cielo, lo stesso, non un duplicato, ecco perché è qui e in tutto il mondo, perché la vicenda avviene secondo il modo proprio delle sostanze e non secondo il modo proprio delle quantità. E allora che cos’è che lo rende presente qui? La sostanza che s’è convertita nella sostanza, e pertanto non c’è stato alcun moto locale ma moto soltanto ontologico, lascia lì, sostentati direttamente dalla onnipotenza di Dio, gli accidenti, cioè la quantità del pane e del vino; e gli accidenti del pane e del vino, sostentati tutti dalla quantità, che è il primo degli accidenti della materia, rendono al Corpo di Gesù Cristo, nel quale il pane è stato convertito, lo stesso servizio che rendevano alla sostanza del pane. Si è moltiplicato il legame, danno a lui il legame con l’ambiente esterno che crea la presenza locale. Moltiplicati i legami, si moltiplicano le presenze; non si moltiplica Gesù Cristo. Vi ho riassunto in poche parole il lavoro che è stato elaborato attraverso mille anni. È ovvio che per spiegarsi meglio occorrerebbe lungo tempo. Ma ho voluto farvene il riassunto perché io sto parlando di questo fatto, di questo mondo cristiano che è sempre vissuto intorno all’Eucaristia e ha creduto, ha amato, ha adorato perché aveva la fede anche prima che potessero arrivare quelle penetrazioni che, se non rivelano il mistero, danno quiete all’intelletto, e che sono arrivate a dimostrare come nella Eucaristia non ci sono molti miracoli, come talvolta si sente dire, ce n’è uno solo, che è la conversione della sostanza in sostanza, con tutte le sue conseguenze, cioè la transustanziazione. E tutto diventa di una semplicità straordinaria, e tutte quelle cose che potevano sembrare accettabili solo con una deglutizione molto difficile, pur rimanendo il mistero, diventano di una deglutizione facile. E così hanno continuato ad adorare. La sentite allora la irradiazione divina che c’è stata, senza spettacolarità, perché è come l’aria che agisce anche se non la vediamo. È come la luce del sole che pare dia soltanto di vedere le cose perché prendano forma e colore e invece produce infinite altre cose. Come la luce del sole, che dappertutto crea la vita perché la funzione clorofilliana cambia l’energia contenuta nella luce del sole in materia. E questo spiega perché tanta erba e tanti muschi riescano ad andare avanti anche dove c’è così poca terra e così poco umore. Allora noi sentiamo la storia della Chiesa, la storia di tutte le cose che sono state pure, efficienti, vittoriose, che hanno concluso qualche cosa nella Chiesa; la sentiamo tutta intrisa di questa reale presenza di Nostro Signore Gesù Cristo, che dell’ordine naturale non ha sconvolto niente. Perché la cosa stupenda è che non si sconvolge niente. Se fosse sottratto qualche cosa al nostro cosmo, si potrebbe avere uno squilibrio universale, ma siccome nel cosmo tutto è quantitativo e tutto avviene attraverso l’accidens quantitatis — la quantità del pane rimane — non si scombina niente nel nostro cosmo, la quantità rimane: è tutto a posto. Questa presenza silenziosa di una divina dinamica, questa presenza modesta, come sono modeste le apparenze del pane, ma che è incredibilmente irradiante e attiva. E che cosa dobbiamo noi, nella nostra vita, all’Eucaristia, anche se non ci siamo accorti, anche se non abbiamo sentito, anche se la nostra fede è stata o dormiente od opaca e non ha lasciato filtrare, perché era debole? Anche se noi non ci siamo accorti, che cosa mai è entrato in noi di questa divina presenza? Sentite dove sta l’anima vivente della Chiesa in terra e dove sta la robustezza di tutte le costruzioni e di tutte le cose che si fanno? Il sole è lì, e tutto quello che verdeggia, verdeggia perché prende da questo sole, la divina presenza. – Ora veniamo alle conseguenze della presenza, perché, se ci siamo fermati sulla storia, è stato per lasciarci edificare e per costatare che, ad onta del mysterium fidei, dell’arduità del mistero, della tardività con la quale si è potuti arrivare a talune spiegazioni teologiche che potevano quietare meglio l’intelletto, la fede è stata piena ed è stata operante e concludente e ha rappresentato il passaggio di età in età e ha fatto il legame dei secoli come ha fatto il legame degli atti nelle singole anime e come ha legato le anime alla loro eterna salute. – Prima conseguenza di questa presenza di Nostro Signore Gesù Cristo nel Sacramento è, direi, la sentite? è la consacrazione dell’ambiente in cui noi viviamo. È una realtà che dobbiamo custodire nell’anima nostra: la consacrazione dell’ambiente in cui viviamo. Guardate in Assisi, contate quante chiese e cappelle ci sono, con la presenza reale. Pensate a quella irradiazione che, essendo senza rumore, come quella del sole, avviene. Dite se noi non abbiamo la sensazione di muoverci in un ambiente che non perderà mai qualche cosa di sacro! Qualunque paese: il suo campanile, la chiesa, il tabernacolo, una lampada, e nel tabernacolo c’è Gesù Cristo. È l’ambiente che lo sentirà. Vedete, noi viviamo in un ambiente che ha una certa universale consacrazione, ed è per questo che noi, che abbiamo la fede, che la dobbiamo avere piena, che dobbiamo servire Gesù Cristo ed essere con Lui, camminare con Lui, dobbiamo in tutta la vita mantenere una tonalità di elevatezza in tutto, di educazione, di spiritualità, come se tutta la vita fosse una divina liturgia. Non è possibile ragionare diversamente, quando si pensa che il mondo è punteggiato dappertutto di essa, della reale presenza di Nostro Signore Gesù Cristo. Non è possibile pensare in altro modo. E avere profondo il concetto di questa sacralità di tutte le cose, perché noi possiamo fare le cose più laiche che vogliamo, le cose più civili, civili in quanto si oppongono ad ecclesiastiche, cose laiche o profane in quanto si oppongono a sacre, ma questo mondo ha una consacrazione generale universale da questa divina presenza. – C’è un particolare nella spiegazione teologica, di S. Tommaso d’Aquino, della presenza reale. La passività, cioè il ricevere l’azione ab exstrinseco, è possibile, fisicamente parlando, unicamente attraverso l’accidens quantitatis. Solo attraverso l’accidens quantitatis possono agire gli agenti fisici. La trasmissione pertanto delle azioni ab exstrinseco è fatta soltanto dall’accidens quantitatis, trasmissione che può incidere sulla sostanza. Ma attenti bene. Nel caso della presenza reale, è l’accidens quantitatis, che non è proprio, che fa la presenza e pertanto collega con l’ambiente — e abbiamo la presenza fisica — ma non trasmette l’azione dell’ambiente. E pertanto il buon Dio può anche permettere che in certe sedute massoniche si oltraggi l’Eucaristia. Non c’è bisogno che mandi scintille e li folgori tutti. No. L’azione si arresta alle apparenze, alle specie, non può andare oltre. È per questo che quando si spezza l’Ostia non si spezza Gesù Cristo, si spezzano le apparenze. È l’accidens quantitatis che viene diviso. E allora nell’uno e nell’altro frammento è realmente presente Gesù Cristo. Ho sentito dire qualche volta: « Ma Dio dovrebbe fulminare subito quelli che fanno sacrilegi, che gettano via le sacre specie! ». Sì, lo può anche fare, non è detto che qualche volta non l’abbia fatto, ma così, a titolo di saggio. Non è necessario, affatto, perché c’è il mistero stesso che provvede: le azioni passive si ricevono soltanto attraverso l’accidens quantitatis quando è proprio. Qui 1′accidens quantitatis, quello che dà la indistanza, cioè che dà la colleganza con l’ambiente, ossia che lo rende localmente presente nell’ambiente, non è l’accidens quantitatis proprio di Gesù Cristo. Vedete, l’ambiente rimane sacro anche se il mondo ha tanti aspetti cattivi. Ah, noi non sappiamo che cosa succede in tante anime proprio per la irradiazione dell’Eucaristia! Non lo sappiamo. Come non sappiamo quando queste irradiazioni si condensino per dare un effetto tangibile e conclusivo. Noi non sappiamo e non possiamo mai dire di uno che è morto senza Sacramenti: « è dannato ». No, poiché non sappiamo che cosa accade al margine in cui noi non vediamo. Dio ci ha nascosto tante cose affinché la nostra vita rimanesse comune e ordinaria e la prova dell’esistenza mantenesse tutto il suo valore. Ma noi tante cose le possiamo intuire. Naturalmente, dal punto di vista giuridico, la Chiesa nega la sepoltura ecclesiastica a chi ha rifiutato i Sacramenti e ha fatto un atto decisamente contrario. Ma, e chi ve lo dice che dopo averli rifiutati non sia accaduto dell’altro? E che la coagulazione di tutte queste irradiazioni divine avvenga anche dopo quel rifiuto? Chi ve lo dice? C’è stata una causa di beatificazione che è stata interrotta per questo. Il servo di Dio, del quale si trattava, aveva una volta assistito un condannato a morte ghigliottinato. Non era riuscito a convertirlo, fino all’ultimo ha avuto la ripulsa. Addolorato, atterrito da questo, ebbe un impeto di zelo. Quando cadde la testa, la prese per i capelli, l’alzò e poi disse: « Questa è la testa di un dannato ». La Chiesa ha sospeso il processo. Così mi è stato raccontato. – L’Eucaristia non vediamola confinata soltanto in un tabernacolo; sentiamo che la presenza di un tabernacolo consacra l’ambiente e sappia ricordarcelo non solo per educazione, non solo per lo splendore del culto, non solo per lo splendore della divina liturgia, ma per trasformare tutta la vita in una divina liturgia.

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 3° Corso di Esercizi Spirituali (8)

S. S. GREGORIO XVII:IL MAGISTERO IMPEDITO:

III CORSO DI ESERCIZI SPIRITUALI (8)

[G. Siri: Esercizi Spirituali; Ed. Pro Civitate Christiana – Assisi, 1962]

IL NOSTRO ITINERARIO CON GESÙ’ CRISTO

8. La S. Messa

Discorriamo della S. Messa. Veniamo così più direttamente al tema eucaristico. L’Eucaristia nasce nel Sacrificio e dal Sacrificio. Notate che questa è una affermazione importante. E perché? Perché la presenza reale di Nostro Signore sotto le apparenze del pane e del vino si attua nel momento in cui si offre il Sacrificio. La consacrazione costituisce il Sacrificio, perché la Messa è un sacrificio. Perché il mistero eucaristico della consacrazione e di quanto vi è connesso è un sacrificio? Perché Gesù Cristo consacrando nell’Ultima Cena ha usato parole sacrificali, indicative del Sacrificio. Perché S. Paolo, ripetendo la narrazione dell’istituzione nel cap. XI della prima Lettera ai Corinti, ha usato parole che indicano il Sacrificio. Perché la divina Tradizione, fin dall’inizio, come ne fanno fede i testi che arrivano fino all’età apostolica, ha ritenuto sempre Sacrificio la S. Messa. È un sacrificio. Questo vuole dire che, siccome è in quel momento che Gesù Cristo diventa presente, quando si offre e si consuma il santo Sacrificio, l’Eucaristia nasce dal Sacrificio. Questo basti a farvi intendere che non si può separare assolutamente, mai, l’Eucaristia dal carattere sacrificale. – Ecco perché la più perfetta orazione che sia stata mai scritta a proposito dell’ Eucaristia — fu scritta da S. Tommaso d’Aquino, e ritengo non ci possano più essere dubbi oggi — è l’orazione che si canta sempre dopo il Tantum Ergo prima della Benedizione col SS. Sacramento: « Deus, qui nobis sub sacramento mirabili passionis tuæ memoriam reliquisti…», il che basta a stabilire che per ragione nativa, originaria, costitutiva, l’Eucaristia parla e parlerà sempre del Sacrificio della croce. Come si attua questo Sacrificio? Che lo è, è una verità di fede, il come appartiene alla spiegazione teologica. A noi interessa che lo è, il come è cosa secondaria. Tuttavia possiamo dirne qualche cosa. Tenendo conto del fatto che è un Sacrificio rappresentativo e commemorativo della croce, come ha detto Gesù stesso al momento della istituzione, quindi tenuto conto che vi deve essere un rapporto tra quello che si vede esternamente e quello che fu il Sacrificio della croce, la migliore spiegazione teologica parrebbe quella di ritenere che il fatto della costituzione sotto le due specie separate, che evidentemente rappresentano la separazione tra il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo avvenuta in croce, fatto esterno ma dimostrativo della consumazione del sacrificio, verifichi la ragione del Sacrificio. Ma ritorno al punto di partenza, perché è quello il peso dell’argomento di questa meditazione: la S. Messa è un sacrificio, l’Eucaristia pertanto nasce dal Sacrificio. – Veniamo a un secondo punto. La S. Messa e Sacrificio legato al Sacrificio della croce. Vediamo  come è legato. Lo ha detto N. S. Gesù Cristo: è memoria del Sacrificio della croce, quindi ha carattere rappresentativo, raffigurativo, commemorativo, per le parole stesse del Divin Salvatore che si ripetono sempre nella consacrazione. Il Sacrificio della Messa quindi è stato, non certo per spiegazione teologica ma per divina parola, indicativa, chiara e netta, rapportato al sacrificio della croce. Come è rapportato? È rapportato in modo per cui non abbiamo due Sacrifici ma uno. L’unità del Sacrificio è chiaramente affermata da S. Paolo nella Lettera agli Ebrei, insieme con il carattere eterno di quel primo sacrificio, del quale dice: « Cristo è entrato col suo sangue nel tabernacolo, avendoci procurato una redenzione eterna ». Ne abbiamo abbastanza per capire la unità del Sacrificio, la unità cioè che esiste tra il Sacrificio dell’altare e il Sacrificio della croce. E siccome è quello della croce che tutto ha consumato, tutto ha ottenuto, tutto ha redento il mondo, e su questo punto la S. Scrittura è ben netta, specialmente nella Lettera agli Ebrei, dobbiamo ritenere che il Sacrificio della Messa, che costituisce un solo Sacrificio col Sacrificio del Calvario, non solo è rappresentativo e commemorativo di quello, ma è rinnovativo e applicativo di quello. A questo punto noi possiamo domandarci in che modo è applicativo e rinnovativo di quello. E allora la spiegazione migliore che, tutto sommato, è possibile dare, sembrerebbe essere questa: il fatto solo di diventare Gesù Cristo presente sull’altare sotto le apparenze diverse del pane e del vino, separazione del Corpo dal Sangue, figurativamente parlando perché Gesù Cristo è vivo sotto l’una e sotto l’altra specie, per divina deputazione, per divina volontà esprime l’offerta indefinitamente fatta al Padre del primo sacrificio della croce. Con questo rimane la unità del sacrificio che è affermata nella Sacra Scrittura, rimane il carattere dirimente affermato nella Sacra Scrittura del Sacrificio della croce; e poiché rimane, ecco la logica della continuazione, il carattere rappresentativo e figurativo. Notate bene che Gesù fece l’istituzione della Eucaristia la sera prima del sacrificio della croce. È evidente che la consumazione del sacrificio ha avuto una anticipazione; ma anche quella offerta fatta prima della consumazione stessa del sacrificio della croce diventava anteposizione, nel tempo, commemorativa dello stesso Sacrificio della croce. Sono di quelle trasposizioni che chi vive nell’eternità, Dio, facilmente fa nel tempo. Ora, posto e così concluso questo secondo punto, che è importantissimo, e cioè che la S. Messa si rapporta del tutto al sacrificio della croce e rinnova la stessa offerta che di sé sulla croce ha fatto Gesù Cristo al Padre, dobbiamo guardare al Sacrificio della croce. Perché è quella maestà, se volete è quel dolore, è quella superna redenzione che entra in pieno, solennemente, nella celebrazione del divin Sacrificio. Il Sacrificio della croce ha risolto la questione del mondo. Qual era la questione del mondo, la questione che subordinava tutte le altre questioni? Era questa. Il mondo, a cominciare dal suo primo disgraziato progenitore, ha peccato. Il peccato dell’uomo supera l’uomo, non perché una causa minore possa produrre un effetto maggiore, ma perché il peccato fatto dall’uomo è diretto contro Dio, è sempre una negazione di Dio, sottrazione alla legge di Dio, quindi negazione di Dio. La ragione dell’altissimo oggetto, in ragione dell’altissimo corrispondente, che è Dio, il peccato supera l‘uomo. Non in ragione di quello che parte dall’uomo, ma in ragione di quello che esso è colpendo — mi sia lecito dir così anche se la parola è assolutamente impropria — Iddio che è eterno, che è infinito. Il peccato dell’uomo supera l’uomo, e appunto perché supera l’uomo, l’uomo non ha mai potuto pagarlo. Mai. Lo può commettere, non lo può redimere. Infatti la sensazione più diffusa che noi abbiamo in tutte le forme mitiche anche cosmogoniche della storia umana e che noi andiamo rivangando ora dalla preistoria presenta sempre i caratteri di questa ineluttabilità. Quando dalle forme puramente mitiche e primitive si è passati alle forme di cultura ha cominciato a imperare, terribile, il senso della nemesi. Tutta la mentalità greca, e soprattutto la tragedia greca nella espressione più sublime, porta, anzi è intrisa del senso della nemesi, la vendetta terribile. Il peccato, la colpa, il crimine non può essere pagato, e pertanto indefinitamente viene ripresentato, viene colpito, e i crimini passano dai padri ai figli e dai figli ai nipoti, ai pronipoti e così via. È il terribile senso della nemesi. L’umanità realmente, in quelle poche volte che ha un po’ pensato, come tale, si è sempre trovata innanzi a questa stanca costatazione che noi possiamo con parole riassuntive riprodurre così: gli uomini hanno avuto coscienza che potevano fare il male, ma non se ne potevano liberare. Gli atti ci seguono. Questo era il dramma del mondo, e pertanto era necessaria una riparazione in giustizia, ma una riparazione il cui valore superasse l’uomo, cioè appartenesse all’ordine divino. Senza una riparazione che superasse l’uomo e appartenesse pertanto all’ordine divino, non era possibile che si rifacesse l’equilibrio e che l’uomo, dopo aver commesso il suo peccato, potesse liberarsi dal medesimo. E questo fa capire la ragione dell’Incarnazione del Verbo, perché nell’Incarnazione del Verbo le cose sono poste così: che la natura umana assunta dal Verbo Figlio di Dio sussiste nella Persona divina. Il soggetto delle azioni compiute da questa natura umana diventa Iddio, perché il soggetto dell’azione è la persona, lo strumento è la natura. E allora queste azioni, attivamente o passivamente compiute attraverso la natura umana, avendo per soggetto Iddio, diventavano azioni divine e potevano essere pertanto di valore infinito, capaci, se capaci di riparazione, di riparare veramente e di riportare tutto all’equilibrio, cioè salvare, risolvendo il dramma del mondo. Tutte le vicende dell’umanità sono guidate da questo fatto: dall’esercizio della libertà dell’uomo e dall’atteggiamento morale conseguente all’uso della libertà dell’uomo e pertanto dall’impotenza dell’uomo che segue e rimane dopo l’abuso della libertà, cioè dopo il peccato. E in tutte le azioni questa maledizione, e in tutte le cose questo peso, e in tutte le vicende questo rotolare verso un abisso, ineluttabilmente. La storia ha un significato solo: la prova dell’uomo libero. La storia ha un riassunto solo: l’epilogo dell’uso della libertà. La storia ha una linea sola: la ricerca di uno sbocco di questo uso o cattivo uso della libertà. Tutte le azioni, assolutamente tutte, risentono di questo grande filone che le domina. E allora voi vedete come soltanto il Figlio di Dio fatto uomo poteva riparare e come la storia ha un significato solo, una soluzione sola, ed è Gesù Cristo in croce. La storia è là. L’unico fatto che si allontana da questa linea, da questa monotonia nella variazione, e da questa variazione nella monotonia, è l’Incarnazione del Verbo e la morte del Nostro Signore Gesù Cristo in croce, perché la finalità della Incarnazione del Verbo era in quel Sacrificio. Ecco ciò che sta al centro. Ecco perché dappertutto c’è la Croce, ecco perché dappertutto c’è il Crocifisso, ecco perché, immaginativamente, le braccia del Crocifisso non si sono mai schiodate. Rimangono così, aperte, come per abbracciare senza fine l’umanità che pecca. Tutto è là, tutto. Ogni attimo di vita di ogni uomo, ogni senso della vita d’ogni uomo — perché essa ha pure, voglia o non voglia, una direzione — prende il suo colorito di là. Ogni cosa, bella o brutta, dell’umana esperienza si rapporta là. Ogni giudizio, ogni verità, ogni conquista ha il suo termine di criterio ultimo e risolutivo soltanto nella Passione di Nostro Signore Gesù Cristo. – La storia è fatta di tre elementi. Il primo, quello che troviamo sul proscenio, è l’uomo libero, che fa quello che vuole, bene o male. Il secondo è dato dalla natura che, guidata da leggi determinate, fisse e impreteribili, fa il suo cammino e intreccia pertanto l’elemento determinato suo con l’elemento libero dell’uomo che cammina in mezzo ad essa, dando il risultato per noi più sorprendente di non essere mai disturbata nella determinatezza delle sue leggi dalla libertà dell’uomo e di non disturbare mai con la determinatezza delle sue leggi la stessa libertà dell’uomo. È il secondo elemento. L’intreccio di questi due elementi e di tanti elementi crea la cosiddetta causalità. Ma c’è un terzo che è al di fuori, un terzo elemento che è misterioso, che cammina accanto all’uomo, che cammina accanto alla natura, che non è né l’uomo né la natura, che sta al di sopra di essi e che viene rivelato da un disegno, che viene rivelato dai cicli, dalle rispondenze, che viene rivelato dai risentimenti morali e dal fatto di un legame quanto mai indicatore che esiste tra colpa e dolore, tra peccato e disgrazia. E il terzo elemento misterioso è il reparto dove agisce soltanto Iddio, la Divina Provvidenza. È dall’incontro di questi tre elementi che si fa la storia. Ma di questi tre elementi nei quali l’uomo fa la figura che voi sapete, il quadro che voi conoscete, il vertice si chiama Gesù Cristo e Gesù Cristo nella sua Passione, il Verbo di Dio fatto uomo che immola sé stesso perché gli uomini trovino la via della loro giustizia e della eterna pace. Questo bisognava richiamare, perché la S. Messa è questo. Attenti bene. Ricapitoliamo. La Messa è un Sacrificio: l’ha detto Gesù Cristo. La Messa è Sacrificio commemorativo, rappresentativo del Sacrificio della croce: l’ha detto Lui. La Messa è una cosa sola con il Sacrificio della croce, e pertanto nell’unità del Sacrificio, rinnova quello; non è un altro sacrificio. Le forme sono diverse, perché la Messa è Sacrificio incruento mentre quello della croce è stato cruento, ma questo si rapporta a quello, talché rientra nella unità del Sacrificio della croce. E pertanto rinnova quello, anche se le forme sono specificamente distinte. Rinnova quello, ed è in questo senso che si parla di unità: ripresenta, ripropone quello. L’atto offerente di quello ritorna a ogni consacrazione, ossia ritorna a ogni consacrazione la risoluzione del dramma del mondo, la sorgente di tutto. È per questo che la S. Messa ha un valore infinito. Sacrificio, Sacerdote eterno. Vittima: tutto sta inserito in quel soggetto divino che, essendo la persona del Verbo, comunica a quanto è predicato di Lui, in proprio, il carattere dell’infinito. – I frutti della Messa sono applicati limitatamente, però indefinitamente aumentabili. E questa è la ragione per cui la S. Messa può essere ripetuta indefinitamente, e l’applicazione dei frutti avviene in modo finito per quanto indefinitamente aumentabile. Allora, quando si celebra la Messa, che cosa si vive? Tutto il mondo, tutta la storia, tutta la salvezza. Ma non la si vive con la memoria, riandando a un passato: è un presente. Non è ima ricostruzione soltanto commemorativa, è rinnovazione; quel fatto è ontologicamente vivente e ritorna tutto. – Badate bene che il mondo ha, per la sua forma e per il suo spazio, una maestà che ci sopravanza tanto. Badate bene che tutta la storia, della quale il mondo è il quadro materiale, è una maestà che si ammanta di tutta la luce di questo cosmo. Badate bene che tutti gli uomini che furono e sono e saranno sono soltanto attori, in parte, di questa storia. Ma tutto questo ritorna quando si celebra la Messa. Ritorna nelle sue supreme ragioni, supreme sue esigenze di giustizia, suprema corrispondenza di giustizia, perché il Sacrificio è la corrispondenza di giustizia, è una soluzione di giustizia, ritorna col suo tema obiettivo attuato di eterna redenzione e di eterna salvezza, dal quale tutto rifulse. C’è tutto nella S. Messa. Noi possiamo riflettervi per tutta la vita, possiamo consumare le nostre capacità intellettive per tutta la esistenza, ma non arriveremo mai a capire bene, a esaurire l’argomento della S. Messa. Ora provatevi voi a vedere se esiste una cosa più grande, se ne esista una che possa essere anteposta alla S. Messa, se esista un atto che possa, più della S. Messa, acquisire le nostre attrattive e le nostre preferenze. Dite voi se esiste un momento più sublime di quello nel quale si celebra, si ascolta, ci si unisce alla S. Messa. Allora si arriva a un vertice, e da quel vertice si sente che si maneggia il mondo e l’eternità, perché il valore di questo Sacrificio non è soltanto per i vivi, nella soluzione del loro grande dramma di fronte all’eternità, ma s’estende al di là delle barriere della morte e diventa anche suffragio e soluzione per coloro che attendono ancora la purificazione definitiva, per quanto già siano certi dell’eterna salvezza. – Si arriva allora al crinale fra tempo ed eternità. E quell’altezza è vertiginosa, e il grande contrasto è che l’abitudine tende a ricoprirlo, a intasarlo, a renderlo opaco, comune. E allora la lotta di tutta la vita sarà contro questa abitudine che tenterà di imbozzolarci, di chiuderci perché noi non vediamo, non sentiamo e non proviamo, mentre sempre soltanto nel balzo vigoroso della fede, che chiama in causa tutto quello che c’è di attuale in noi, possiamo rompere la grande tentazione dell’oscurità e del crepuscolo col quale le cose della vita tenterebbero di avvolgere il S. Sacrificio. È tutto. È tutto. – Alcuni anni fa andai al sanatorio di Arco per compiere uno dei miei doveri. Trovai là un sacerdote, un missionario tubercoloso. Era pressappoco morente. Si capiva che avrebbe potuto tirare avanti giorni, settimane, un mese, poco più. Era disfatto quell’uomo. Lo ricordo. Aveva anche altri mali, per cui era veramente un crocifisso. Mi disse: « Chiedo una grazia sola. Vede, il mio sangue è marcio — era vero — tutto è marcio in me. Ma chieda lei al Papa la grazia di poter dire, così, perché non posso più reggermi, la Messa, una volta, una volta sola! Non chiedo altro. Sono felice di offrire la mia vita per la Chiesa, per il Papa, sono contento di morire, ma domando una cosa sola: mi si lasci dire ancora una volta la Messa; perché mi occorre una dispensa, lei capisce, una dispensa da tutto ». Gli dissi: « Va bene, non so se riuscirò ». Dopo alcuni giorni andai da Pio XII. A un certo punto dell’udienza, alla fine di ciò di cui si doveva trattare, gli raccontai la cosa. Gli dissi: « Padre Santo, me lo faccia questo dono. Almeno una volta! Se vado a chiederlo alla Congregazione dei Riti mi fanno aspettare un anno, e quello muore. E poi non me lo concedono, perché quest’uomo è ridotto a un gomitolo, non potrà indossare i paramenti, dovrà celebrare in letto stando arrotolato. È una Messa senza forma. Padre Santo, una volta sola! ». Io vidi una lacrima negli occhi del Papa. Stentò a parlare. Dopo un po’ disse : « Una volta sola? Poveretto! Fin che vivrà ». Cari, vale la pena di vivere tutta una vita per sentire una Messa sola! – Il popolo ebreo peregrinò 40 anni nel deserto e non arrivò al monte di Sion. Quelli della prima uscita hanno dovuto morire tutti; e lo stesso Mosè ha dovuto morire sul Monte Nebo guardando da lontano la terra Promessa, perché aveva avuto un atto di esitazione nella sua fede. Vale la pena di vivere tutta una vita per sentire anche una sola volta la Messa; camminare trascinandosi da un polo all’altro per sentire una sola volta la Messa. Ora guardate questa moltitudine, che non si cura neppure di andare a Messa alla domenica. Ne abbiamo da fare, è vero? Perché il farcela andare, vedete, Dio l’ha lasciato affare nostro. Lui ci aiuta e muove tutte le cose nel senso in cui lavoriamo noi, ricordatevelo, e obbliga tutto il male a servire al bene, perché Cristo ha redento il mondo, e, pertanto anche il male ha avuto questo smacco: deve sempre servire al bene. Ma portarcela, questa gente, l’ha lasciato affare nostro. Comunque una vita sarebbe bene spesa quando fosse spesa, se non altro, che per dire o ascoltare una Messa.