SALMI BIBLICI: “LEGEM PONE MIHI, DOMINE” (CXVIII -2)

SALMO CXVIII (2) “LEGEM PONE MIHI, DOMINE”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 118 (2)

HE.

[33] Legem pone mihi, Domine,

viam justificationum tuarum, et exquiram eam semper.

[34] Da mihi intellectum, et scrutabor legem tuam, et custodiam illam in toto corde meo.

[35] Deduc me in semitam mandatorum tuorum, quia ipsam volui.

[36] Inclina cor meum in testimonia tua, et non in avaritiam.

[37] Averte oculos meos, ne videant vanitatem; in via tua vivifica me.

[38] Statue servo tuo eloquium tuum in timore tuo.

[39] Amputa opprobrium meum quod suspicatus sum, quia judicia tua jucunda.

[40] Ecce concupivi mandata tua; in æquitate tua vivifica me.

VAU.

[41] Et veniat super me misericordia tua, Domine; salutare tuum secundum eloquium tuum.

[42] Et respondebo exprobrantibus mihi verbum, quia speravi in sermonibus tuis.

[43] Et ne auferas de ore meo verbum veritatis usquequaque, quia in judiciis tuis supersperavi.

[44] Et custodiam legem tuam semper, in saeculum et in sæculum sæculi:

[45] et ambulabam in latitudine, quia mandata tua exquisivi.

[46] Et loquebar in testimoniis tuis in conspectu regum, et non confundebar.

[47] Et meditabar in mandatis tuis, quæ dilexi.

[48] Et levavi manus meas ad mandata tua, quae dilexi, et exercebar in justificationibus tuis.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXVIII (2).

HE.

33. Dammi per norma, o Signore, la via di tua giustificazione e io sempre la seguirò.

34. Dammi intelletto, e io attentamente studierò la tua legge, e la osserverò con tutto il cuor mio.

35. Conducimi tu pel sentiero de’ tuoi precetti, perché desso mi piacque.

36. Inclina il cuor mio verso di lue testimonianze, e non verso l’amore delle ricchezze.

37. Rivolgi gli occhi miei, perché non veggan la vanità; nella tua via dammi vita.

38. Tien fissa nel tuo servo la tua parola, mediante il tuo timore.

39. Togli da me l’obbrobrio, ch’io ho temuto, perocché amabili sono i tuoi giudizi.

40. Ecco che io ho amati i tuoi comandamenti: fammi vivere secondo la tua equità.

VAU

41. E venga sopra di me, o Signore, la tua misericordia; la tua salute secondo la tua parola.

42. E darò per risposta a quelli che mi dileggiano, che nelle tue parole ho posta la mia speranza.

43. E non togliere tu giammai dalla mia bocca la parola di verità, perché ne’ tuoi giudizi ho fortemente sperato.

44. E osserverò mai sempre la tua legge pe’ secoli, e pei secoli de’ secoli.

45. E io camminava al largo perché cercai studiosamente i tuoi comandamenti.

46. E di due testimonianze parlava al cospetto dei re; e non ne avea rossore.

47. E meditava i tuoi precetti, che io ho amati.

48. E stesi le mani mie ai tuoi comandamenti amati da me; e nelle tue giustificazioni mi esercitava.

Sommario analitico

II  SEZIONE —33-48.

Il Profeta chiede a Dio una guida per procedere ed accompagnarlo sulla buona strada

I. Egli prega di dargli, per guidarlo in questa via:

1° la legge, dottrina esteriore, affinché sia la regola della sua condotta ed egli la ricerca sempre – dice Sant’Agostino – con un desiderio sempre più grande di perfezione (33);

2° l’intelligenza, l’illuminazione e l’ispirazione interiore della grazia che gli farà non solo approfondire e conoscere, ma osservare la legge (34);

3° Egli stesso come guida,

a) alfine di condurla come desidera nel sentiero della perfezione (35);

b) inclinare il suo cuore verso i suoi precetti, e di allontanarlo dalla triplice avarizia dei beni esteriori, dei beni dello spirito e delle virtù stesse che l’uomo è portato ad attribuirsi, senza rendere gloria a Colui che ne è l’Autore (36);

c) di allontanare i suoi occhi dalla vanità e dai falsi bagliori delle cose del mondo (37);

4° La sua parola che:

a) congiunta al timore, lo indirizzi verso il dovere (38), e gli faccia sormontare l’obbrobrio della concupiscenza e del peccato (39);

b) congiunta all’amore, gli ispiri il desiderio di osservare i Comandamenti di Dio, e gli dia la forza necessaria per compierli (40);

5° la sua misericordia con la quale:

a) lo condurrà alla salvezza (41);

b) gli darà la sicurezza e la fermezza per rispondere a coloro che insultano la virtù e la pietà (42);

c) gli conserverà sempre il linguaggio della verità, il coraggio e la fermezza necessaria per annunciarla (43).

II. Egli promette a Dio di testimoniargli la sua riconoscenza osservando fedelmente i suoi precetti:

1° Non soltanto per un tempo, ma per sempre (44);

2° Con tutte le sue forze, per tutta l’estensione del suo cuore (45);

3° Con la bocca, dandone pubblica testimonianza, senza paure, senza timori davanti ai grandi e potenti della terra (46);

4° con lo spirito, con una meditazione seria e piena di amore (47);

5° Sormontando, con questo grande amore, tutte le difficoltà che si oppongono al compimento dei comandamenti (48).

Spiegazioni e Considerazioni (1)

II SEZIONE  — 33-48.

I. —  33-43.

ff. 33. – Il soldato che si mette per strada non traccia da sé il cammino che deve seguire, non sceglie quello a lui più gradito, e non cerca di abbreviarlo per darsi poi alla ricreazione; ma egli riceve dal suo generale la mappa da seguire e la segue esattamente senza mai deviare, marcia sempre con le sue armi, e si ferma nei punti stabiliti per trovarvi i viveri che gli vengono preparati. Tale è la legge prescritta a tutti coloro che vogliono camminare al seguito di Gesù-Cristo. Il Re-Profeta dice a Dio, non semplicemente “datemi”, ma « ispiratemi per legge la via dei vostri comandi, » affinché resti ferma ed indistruttibile nel suo cuore, e non sia sradicata da qualche tempesta violenta del secolo, e e non sia legge a se stesso portando invece la legge scritta nel suo cuore « ed io non cesserò di ricercarla. » Non è un leggero favore che cerchiamo, ma il possesso del cielo, il regno di Dio, la società degli Angeli, il soggiorno dell’immortalità. Non è dunque per un giorno, né per due o tre, né per qualche mese che bisogna cercare questa via, ma sempre ed in tutte le circostanze, per formare così come un fascio di meriti di tutte le azioni della nostra vita. (S. Ambr.).

 ff. 34. – Ma non vale tanto il ricercare se non si comprende qual sia l’oggetto dello proprie ricerche. Bisogna dapprima cercare, poi comprendere ed approfondire tutti i misteriosi segreti della legge e ritenerli nel proprio cuore (S. Ambr.). – Il Profeta prega Dio di dargli l’intelligenza perché possa praticare con lo spirito ciò che conosceva già nella lettera. Si tratta di comprendere perché la legge sia stata data a degli uomini che non devono osservarla, e comprendere anche in cosa sia stata utile che la legge si verificasse, affinché il peccato sovrabbondasse; ora nessuno lo può, se Dio non gli fornisce l’intelligenza. Ecco perché egli aggiunge: « Datemi intelligenza ed io scruterò la vostra legge, » (S. Agost.) – Datemi l’intelligenza ed io scruterò la vostra legge, e la osserverò con tutto il cuore. » Egli non la osserva dunque ancora, non l’ha ancora approfondita, non la comprende ancora? Egli non parla dunque della legge nella quale è nato, allevato ed ha osservato nei suoi atti? Siccome egli sa che il primo dovere della prudenza è interrogare i saggi su ciò che non si possa comprendere, e cercare di comprendere ciò che si ignora, egli chiede a Dio l’intelligenza. E siccome l’intelligenza deve servire per studiare, scrutare la legge di Dio, aggiunge: « Ed io scruterò, approfondirò la legge di Dio. » E comprendendo che l’osservazione perfetta della legge dipenda essenzialmente dal cuore, termina dicendo: « ed io la osserverò con tutto il mio cuore » (S. Ilar.). – Noi dobbiamo studiare, scrutare, approfondire la legge di Dio, non per vano spirito di curiosità, ma per compierla più facilmente. « Ed io la osserverò con tutto il mio cuore. » In effetti, chiunque avrà scrutato tutta la legge, e sarà arrivato alle sommità alla quale è come sospeso, dovrà certamente amare Dio con tutto il suo cuore, con tutta la sua anima, con tutto il suo spirito, ed amare il prossimo suo come se stesso. (S. Agost.). 

ff. 35-37. – Ma siccome le sue forze non possono essere sufficienti, se colui che comanda non lo aiuti a compiere ciò che comanda, egli aggiunge: « Conducetemi nel sentiero dei vostri comandamenti. » Per me è troppo poco conoscere, volere anche, se non mi conducete Voi stesso, secondo questa volontà. Il sentiero di cui parla è certamente la via dei comandamenti di Dio; egli lo chiama un sentiero, perché la via che conduce alla vita è stretta (S. Agost.). – Il Profeta sa che la natura è debole, che non può intraprendere il cammino su questo sentiero senza una guida che lo conduca. Dio è questa guida, quando ci dice: « Chi non porta la sua croce e non mi segue, non è degno di me. » (Matth. X, 38). È questa guida che ci conduce, che per primo segue il cammino delle sofferenze. Se gli Apostoli ce l’insegnano, Egli ce lo ha insegnato per primo. Se noi compiamo ora qualche atto di giustizia, Egli è per noi il capo, il principe della nostra giustizia, perché Egli è la giustizia stessa. (I Cor. I, 38). Se siamo flagellati per la fede, Egli per primo ha teso il suo dorso ai flagelli, se riceviamo degli affronti oltraggiosi, Egli per primo li ha ricevuti prima di noi. Se ci si sputa in volto ignominiosamente, ricordiamoci che Egli non ha voltato il suo volto agli sputi. (S. Ilar.). Ma poiché il Profeta ancora progredisce, ancora corre, e di conseguenza implora il soccorso di Dio perché lo conduca nella sua via, poiché nulla dipende né da colui che vuole, né da colui che corre, ma da Colui che usa misericordia (Rom. IX, 16); infine, poiché Dio opera in noi stessi il volere (Fil. II, 13), poiché il Signore prepara la volontà, il Profeta continua e dice: « Inclinate il mio cuore verso le vostre testimonianze. » (S. Agost.). – « Lo spirito ed il cuore dell’uomo sono inclinati al male fin dalla gioventù. » (Gen. VIII, 21). Le affezioni dell’anima sono i piedi del cuore: esso si porta dove esse lo introducono, e non c’è che Dio che possa portarle al lato del bene. « Allontanate i miei occhi affinché non vedano la vanità. » (S. Ambr.). – La vanità e la verità, tutto sommato, differiscono tra loro. Ora è nella cupidigia di questo mondo che consiste la vanità, ed il Cristo che ci libera dal mondo, è la verità … Ma finché siamo in questo mondo, potremo mai non vedere la vanità? Il Profeta chiede dunque di non vivere sotto il sole, ove tutto è vanità, ma unicamente in ciò per il quale egli vuol essere vivificato. Se dunque la nostra vita è là dove si trova la verità, cioè nei cieli ove Gesù-Cristo è seduto alla destra di Dio, la nostra vita non è sotto il sole ove si trova la vanità (S. Agost.). – O Signore, arrestate in Voi i miei sguardi e allontanateli dalle vanità, dalle illusioni dei beni temporali, da tutti gli splendori della terra, affinché io non le veda solamente, ed un tal niente non tiri solo da me un colpo d’occhio. « Distogli i miei occhi perché non vedano la vanità. » Ma aggiungete ciò che segue: « Datemi la vita attaccandomi alle vostre vie; che io non veda le vanità; che io tolga tutto dai miei occhi. È così che attaccandomi alle vostra vita mi darete la vita, e la mia vita sarà nascosta in Voi. » (BOSSUET, Sur la Vie cachée, II’ p.).

ff. 38 – 40. – Come si farà per allontanare gli occhi dalla vanità? « Fermate, fisate la vostra parola nel vostro servo, perché sia nel vostro timore, » cioè concedetemi di agire conformemente alla vostra parola. In effetti la parola di Dio non è raffermata, fissata in coloro che la rendono mobile nel loro cuore a forza di agire contrariamente a questa parola; essa è al contrario fissata nel cuore in cui essa è immobile. Dio ha dunque fissato la sua parola per tenere nel timore coloro ai quali dà lo spirito del suo timore. (S. Agost.). – « Allontanate da me l’obbrobrio che ho temuto. » L’Apostolo sembra darci la spiegazione di ciò che questo versetto può avere di oscuro, quando dice: « la mia coscienza non mi rimprovera nulla, ma io non sono per questo giustificato. » Egli sapeva di essere un uomo, e si asteneva, per quanto poteva, da ogni peccato che avrebbe potuto commettere. La sua coscienza non gli rimprovera nulle; ma, poiché era un uomo, si confessava peccatore, sapendo bene che Gesù, la vera luce, era il solo che non avesse commesso peccato, e nella cui bocca non sia stata mai trovata menzogna. Il Re-Profeta voleva egualmente evitare il peccato, ed esprimeva il desiderio che Dio volesse ben allontanarlo da lui. Egli voleva che si allontanasse l’obbrobrio che temeva, proprio perché aveva avuto nel suo cuore un pensiero colpevole che non aveva messo in esecuzione e che, benché fosse cancellato dalla penitenza, temeva che l’obbrobrio dimorasse nella sua anima. Egli prega dunque Dio di allontanare questo obbrobrio, Lui che solo può conoscere ciò che può malauguratamente ignorare colui che ha commesso il peccato, causa di questo obbrobrio. (S. Ambr.). – Chiedendo a Dio di allontanare da lui l’obbrobrio, egli prega Dio di eliminare dalla sua anima il peccato, che è quasi sempre seguito dall’obbrobrio. Egli non chiede a Dio di allontanare, di eliminare un peccato commesso, ma un peccato che egli suppone essere presente nella sua anima per l’infermità della sua carne; egli in effetti non dice: eliminate l’obbrobrio che è in me, ma l’obbrobrio che io ho temuto (S. Ilar.). – « Ecco che io ho desiderato di compiere i vostri comandamenti, » cioè io ho desiderato amarvi con tutto il mio cuore, con tutta la mia anima e tutto il mio spirito: « Fatemi vivere, non nella mia giustizia, ma nella vostra giustizia, » vale a dire riempitemi della vostra carità che ho desiderato. Aiutatemi a fare ciò che Voi raccomandate, datemi Voi stesso ciò che comandate. Fatemi vivere nella vostra giustizia, perché io ho tutto in me per morire e non trovo che in Voi di che vivere (S. Agos.).

ff. 41-43. – « E la vostra misericordia, discenda su di me. » Il Profeta chiede qui la grazia di compiere i comandamenti di Dio, che la sua misericordia gli aveva fatto desiderare. Così non è per nostra giustizia, ma per la misericordia di Dio che ci ha fatto parte della sua giustizia alla quale ci ha condotto la sua misericordia. « Che la vostra misericordia discenda su di me, e la vostra salvezza secondo le vostre promesse. » Dapprima la misericordia, e poi la salvezza, perché la nostra salvezza è tutta intera l’opera di misericordia e della bontà di Dio. – La vostra misericordia venga su di me, perché io non posso andare da lei. Che essa scenda su di me, perché essa è sopra di me ed elevata non solo al di sopra di ogni mio merito, ma anche sopra ogni mio pensiero. – « Ed io risponderò una sola parola a coloro che mi insultano, etc. ». Il Profeta segue qui un ordine perfetto: se la vostra misericordia e la vostra salvezza scendono su di me secondo la vostra promessa, come una conseguenza necessaria, io saprò cosa rispondere a coloro che mi trattano come un insensato, che mi rimproverano l’illusione della mia speranza e il credere alla vostra parola. Che può, in effetti, opporre uno spirito senza religione a questa risposta del Profeta? Egli ha pregato Dio di accordargli la sua misericordia, attende la sua salvezza da Dio, e mostra che Dio gliela ha formalmente promessa sulla sua parola. (S. Hil.). La risposta è breve ma perentoria, che i servi di Dio devono dare alle persone del secolo che insultano talvolta la loro pietà in mezzo alle afflizioni che soffrono, come se la loro virtù, la loro pazienza fosse vana e senza fondamento; è come dire, senza turbarsi: « Io ho messo la mia speranza nella parola di Dio. » (Dug.). – « E non togliete dalla mia bocca la parola di verità. » Quale lavoro è per voi ricevere la parola di verità! Ma qual danno non meno grande se venite a perderla! Così l’Apostolo vi dice: « Non trascurate la grazia che è in voi. » (I Tim. IV, 14). La parola di verità non sia mai rimossa dalla vostra bocca, le parole non siano mai in contraddizione con le azioni, e il magistero della disciplina non sia disonorato dalle opere di iniquità. La parola di verità è rimossa quando Dio dice al peccatore: « perché divulgate le mie giustizie? » (Ps XLIX. 16). L’eloquenza più feconda diviene muta se la coscienza è malata. Gli uccelli del cielo vengono e tolgono la parola dalla vostra bocca, essi che rimuovono questa divina semenza dal terreno pietroso ed impediscono che produca frutto. (S. Ambr.). – Venga l’orgoglio umano qui a ricevere una lezione di umiltà e di modestia. Il Profeta riconosce che tutto avviene in lui per effetto della bontà di Dio, e non può perseverare se non per effetto di questa stessa bontà. Ma approfondiamo il senso di queste parole: « E non togliete dalla mia bocca per sempre la parola di verità ». Tutto il dovere della bocca è mettersi al servizio dei sentimenti dell’anima e delle affezioni del cuore. Ora, perché il Profeta chiede a Dio di non togliergli dalla bocca la parola di verità? Egli non temeva che gli fosse tolta dal cuore, perché aveva messo la sua speranza nelle parole di Dio; ma sapeva che certi peccati tolgono dalla bocca la parola di verità. Dio dice al peccatore: « Perché annunziate le mie giustizie? » (Ps. XLIX, 16). Egli non gli dice: perché avete dimenticato le mie giustizie? Ma avverte il peccatore che dimora nel suo peccato di astenersi dall’ufficio della predicazione. Perché Egli vuole che il predicatore della dottrina celeste sia puro da ogni crimine, e che le sue parole siano annunciate dalla bocca pura di un corpo amico della castità. Stiamo dunque attenti a che la parola di verità non sia mai tolta dalla nostra bocca. (S. Ilar.).   

II. — 44 – 48.

ff. 44 – 48. – Osservare la legge per un tempo solo, e non per sempre, non è osservarla bene. « E nei secoli dei secoli. » Queste ultime parole spiegano il senso di “sempre”. In effetti “sempre” talvolta si intende della durata della vita presente, ma allora non può spiegarsi con: « nei secoli dei secoli… » La legge di cui parla il Profeta è dunque quella di cui l’Apostolo dice: « La pienezza della legge è la carità. » (Rom. XIII, 10). Questa legge è osservata dai Santi, dalla bocca dei quali non è tolta la parola di verità, cioè dalla Chiesa stessa di Cristo, non solo in questo secolo, ma pure nell’altro secolo che si chiama il secolo dei secoli (S. Agost.).- Il Profeta non teme qui niente che venga a mettere fine alla sua vita, la sua fede non è racchiusa nello stretto spazio dei secoli presenti, ma essa si estende fino all’infinità dei tempi per osservare la legge di Dio … Non è dunque in causa la legge che egli osserva per un tempo; questa legge è l’ombra della legge futura, di questa vera Legge che deve essere eterna, ed è verso queste leggi dei secoli eterni che egli aspira di arrivare con i desideri del suo cuore (S. Ilar.) .- Colui che segue la via stretta ed angusta dei comandamenti di Dio « cammina al largo, » perché cammina in una carità sparsa nei nostri cuori dallo Spirito-Santo che ci è stato dato. Noi leggiamo in effetti: « È nelle angosce che avete steso lo spazio davanti a noi [ci avete liberato]. Ed allora. « Dal mezzo delle angosce io ho invocato il Signore, Egli mi ha esaudito ed ha dilatato il mio cuore (Ps. CXVII, 5). Ascoltate come l’Apostolo in mezzo alle più grandi tribolazioni, non avverte alcuna angoscia. « Noi subiamo ogni sorta di tribolazione, ma non siamo schiacciati. » (II Cor. IV, 8). Che cos’è vuol dunque dirci con questo “camminare al largo”? « O Corinti, la mia bocca si apre ed il mio cuore si dilata verso di voi. Non siete allo stretto nel mio cuore, ma io sono allo stretto nelle vostre viscere (ivi, VI, 11). essi non potevano essere allo stretto nel cuore di San Paolo, ove si trovava l’altezza della saggezza e la larghezza della fede. Ma essi erano allo stretto in se stessi, perché il peccatore è come rinchiuso in se stesso, strangolato nei lacci della propria malizia. Datemi un avaro che estende ogni giorno i limiti dei suoi campi, che ne esclude incessantemente i suoi vicini, vi sembra che sia al largo, egli che la terra può appena contenere. Guardatevi dal crederlo. Egli ha da retrocedere i limiti dei suoi territori, è rinchiuso nei limiti della sua personale stima, egli che non trova mai averne assai. Tale è colui che dice: « io camminavo al largo, » ma egli ne dà anche la causa: « perché io ho cercato i vostri comandamenti » (S. Ambr.).- Si, la ricerca assidua dei comandamenti di Dio mette il cuore al largo. Ricordiamoci ciò che giunge tutte le volte che siamo applicati alla lettura delle Sante Scritture, per scrutare ed approfondire i comandamenti ed i precetti di Dio: quale larghezza di intelligenza viene a dilatare la ristrettezza del nostro spirito, e come il nostro cuore, sì umile e piccolo, si trova ingrandito ed allargato per desiderare ed amare le cose divine. (S. Ilar.). – La grazia è sì dolce nei suoi movimenti, sì delicata in tutte le sue operazioni, che lungi dall’essere offesa ed annientata sotto la sua stretta, la natura illuminata e riscaldata dal suo soffio, dispiega tutte le sue facoltà con più facilità ed abbondanza che se fosse rimasta prigioniera nei limiti della propria sfera. Così il Cristiano fedele esclama volentieri con il salmista: « Signore io ho visto che tutto il resto era ristretto e limitato, ma la vostra legge è di una grande ampiezza. Io ho comincia a camminare in largo, perché ho osservato i vostri comandamenti, (Mgr. Pie, t. V, p. 145). –  « Io parlavo delle vostre testimonianze davanti ai re. » Questa grazia che il Profeta ha ricevuto da Dio, gli impone dei doveri. Un cuore così dilatato deve spandere con abbondanza le parole della sua divina dottrina, anche davanti ai re ed i potenti della terra, ai quali fa richiamare l’obbligo che hanno di osservare la legge di Dio come gli altri uomini, senza temere in alcun modo le conseguenze di questa santa libertà (S. Ilar.) – Esempio che ci hanno dato in tutti i tempi i Santi confessori della fede. Nostro-Signore rianima il nostro coraggio, quando dice: « Io stesso vi darò delle parole ed una saggezza alle quali tutti i vostri nemici non sapranno resistere, ed essi non potranno contraddire. » (Luc. XXI, 15). « Quando vi faranno comparire, non vi preoccupate di come parlerete, di ciò che direte; ciò che dovete dire vi sarà dato in quel momento. » (Matth. X, 19). –  « Ed io ho meditato incessantemente i vostri comandamenti. » Sottolineiamo questo ordine ammirevole: fare dapprima dei precetti con cui amiamo il soggetto delle nostre continue meditazioni; perché è per effetto di questa costante meditazione che contraiamo l’abitudine della pratica delle buone opere. Ugualmente in effetti, la fine della meditazione delle parole è il conservarne il ricordo nella nostra memoria; così la fine della meditazione dei precetti divini, è la pratica ed il compimento di questi comandamenti, che non si può compiere che amandoli! (S. Ambr.). –  Il Profeta ha doppiamente amato i comandamenti di Dio e con il pensiero e con l’azione; perché in ciò che riguarda il pensiero, egli ha detto: « Io meditavo sui vostri comandamenti; » e quanto all’azione: « Io ho alzato le mani verso i vostri comandamenti. » Ma a ciascuna di queste parole egli ha aggiunto: « che io ho amato, » perché la fine del precetto è la carità che viene da un cuore puro.  (I Tim. I, 15), (S. Agost.). – Non è dunque molto che noi parliamo con libertà dei comandamenti di Dio davanti ai grandi della terra, questi comandamenti devono essere l’oggetto delle nostre continue meditazioni. Ma questa meditazione non è veramente utile se non quando amiamo la legge che meditiamo. Ed ancora, né questa meditazione, né questo amore sono sufficienti se non sono seguiti da una volontà ferma di compiere la legge di Dio e del frutto delle buone opere. (S. Ilar.).

http://www.exsurgatdeus.org/2020/04/01/salmi-biblici-memor-esto-verbi-tui-cxviii-3/

SALMI BIBLICI: “BEATI IMMACULATI IN VIA” (CXVIII – 1)

SALMO CXVIII (1): BEATI IMMACULATI IN VIA

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 118 (1)

Questo salmo alfabetico, è diviso in ventidue strofe, che comprendono ognuna otto versetti tutti inizianti con la stessa lettera. Questa disposizione simmetrica piace allo spirito, serve a coprire l’aridità di un insegnamento didattico, e soprattutto allevia la memoria. – Si trovano in questo salmo undici parole differenti per designare la legge di Dio; esse sono: Lex, testimonia, viæ mandata, justificationes, mandatum, præceptum, judicium, verbum, sermo, eloqtiium, veritas, justitia. Salvo il versetto 122, non ce n’è alcun altro ove non compare almeno una di queste parole. (Le Hir.). In questo salmo CXVIII, in cui Davide parla tanto bene della legge di Dio, si è marcato: che egli la chiama sia con il nome di comandamento, che con il nome di consiglio; talvolta la nomina: un giudizio, e talvolta: una testimonianza. Ma ancora questi quattro termini non significano altra cosa che la Legge di Dio; tuttavia bisogna osservare che i due primi gli sono propri per il secolo in cui siamo, e che gli altri due gli convengono meglio in Colui che attendiamo. Nel corso del secolo presente, questa stessa verità di Dio, che ci appare nella sua legge, è insieme un comandamento assoluto ed un consiglio caritatevole. Essa è un comandamento che racchiude la volontà di un sovrano; essa è anche un consiglio che si propone come l’avviso di un amico. I predicatori del Vangelo fanno apparire la legge di Dio in queste due auguste qualità: in qualità di comandamento, in quanto necessaria ed indispensabile, ed in qualità di consiglio, in quanto utile e vantaggiosa. Che se, mancando per uno stesso crimine a ciò che dobbiamo a Dio, ed a ciò che dobbiamo a noi stessi, noi disprezziamo tutto insieme, sia gli ordini di questo Sovrano, sia i consigli di questo amico, allorché questa stessa verità, prendendo nel suo tempo altra forma, sarà una testimonianza per convincerci, ed una sentenza ultima per condannarci. (BOSSUET, Sur la Prédic. évang.)

DIVISIONE GENERALE.

Davide, considerando in questo salmo – di cui nulla ce ne determini l’epoca – la legge dei comandamenti di Dio, sotto la figura di una strada, di un cammino, che l’uomo deve percorrere per arrivare al cielo, chiede a Dio di essere per lui:

I. – un dottore che gli mostri la buona strada, ed un maestro, un precettore che lo allontani dalla cattiva strada;

II. – una guida che lo preceda in questa buona via;

III. – un compagno di viaggio che addolcisca per lui le amarezze e le pene della strada;

IV. – un benefattore vigilante che fornisca tutto ciò che è necessario alla vita spirituale di un viaggiatore;

V. – un sostegno, un medico saggio che ripari le forze del viaggiatore spossato dalla fatica;

VI. – un amico fedele che scopra le trappole del nemico;

VII. – un aiuto, un ausiliario benevolo contro i loro attacchi;

VIII. – un padre misericordioso che si prenda cura delle ferite e punisca il nemico per le sue ingiuste aggressioni;

IX. – un salvatore che lo liberi interamente da ogni pericolo;

X. – un remuneratore che lo ricompensi e lo incoroni dopo il combattimento.

I. – In effetti, quando intraprendiamo un viaggio, abbiamo bisogno che ci si indichi la strada per arrivare più in fretta e con sicurezza al termine, e ci occorre un precettore chiaroveggente che impedisca di allontanarci dalla retta via.

II. – Noi abbiamo bisogno di una guida che ci preceda per rassicurarci contro tutti i timori di deviare.

III. – Ci occorre un compagno di viaggio per temperare con le sue dolci conversazioni le pene e le noie della strada.

IV. – Un benefattore non è meno necessario per i poveri viaggiatori che non possono sopperire da se stessi ai costi del cammino.

V. – Se il viaggiatore sta per soccombere alla fatica, bisogna che si venga in suo soccorso, e che se ne riparino le forze esaurite.

VI. – Non di meno c’è bisogno di un amico fedele che gli scopra tutte le insidie che il nemico abbia potuto seminare sulla sua via.

VII. – Se si ingaggia la lotta, ha bisogno di un valido aiuto, un ausilio per difendersi dalle aggressioni dei suoi nemici.

VIII. – Se riceve delle gravi lesioni nello scontro, c’è bisogno della mano di un padre per curargli le ferite e restituirgli la salute.

IX. – Egli ha bisogno infine di un salvatore che lo liberi da ogni pericolo e lo ponga in un luogo sicuro.

X. – Infine, a combattimento ultimato, bisogna che il giusto remuneratore di tutti i suoi lavori, delle sue lotte, gli dia una ricompensa e la corona che meriti.

(Questa divisione in 16 versetti, ad eccezione della prima, che ne contiene 32, ha inoltre il vantaggio di essere quella che la Chiesa ha adottato per la recita di questo salmo nei suoi uffici; la giustezza di questa divisione apparirà molto più chiaramente nell’analisi dettagliata che stiamo per dare di ognuna di queste divisioni generali).

SEZIONE I.

Alleluja.

ALEPH.

[1] Beati immaculati in via, qui ambulant in lege Domini.

[2] Beati qui scrutantur testimonia ejus, in toto corde exquirunt eum.

[3] Non enim qui operantur iniquitatem in viis ejus ambulaverunt.

[4] Tu mandasti mandata tua custodiri nimis.

[5] Utinam dirigantur viae meæ ad custodiendas justificationes tuas!

[6] Tunc non confundar, cum perspexero in omnibus mandatis tuis.

[7] Confitebor tibi in directione cordis, in eo quod didici judicia justitiæ tuæ.

[8] Justificationes tuas custodiam; non me derelinquas usquequaque.

BETH.

[9] In quo corrigit adolescentior viam suam? in custodiendo sermones tuos.

[10] In toto corde meo exquisivi te; ne repellas me a mandatis tuis.

[11] In corde meo abscondi eloquia tua, ut non peccem tibi.

[12] Benedictus es, Domine; doce me justificationes tuas.

[13] In labiis meis pronuntiavi omnia judicia oris tui.

[14] In via testimoniorum tuorum delectatus sum, sicut in omnibus divitiis.

[15] In mandatis tuis exercebor, et considerabo vias tuas.

[16] In justificationibus tuis meditabor: non obliviscar sermones tuos.

GHIMEL.

[17] Retribue servo tuo, vivifica me, et custodiam sermones tuos.

[18] Revela oculos meos, et considerabo mirabilia de lege tua.

[19] Incola ego sum in terra, non abscondas a me mandata tua.

[20] Concupivit anima mea desiderare justificationes tuas in omni tempore.

[21] Increpasti superbos; maledicti qui declinant a mandatis tuis.

[22] Aufer a me opprobrium et contemptum, quia testimonia tua exquisivi.

[23] Etenim sederunt principes, et adversum me loquebantur; servus autem tuus exercebatur in justificationibus tuis.

[24] Nam et testimonia tua meditatio mea est; et consilium meum justificationes tuae.

DALETH.

[25] Adhæsit pavimento anima mea; vivifica me secundum verbum tuum.

[26] Vias meas enuntiavi, et exaudisti me; doce me justificationes tuas.

[27] Viam justificationum tuarum instrue me, et exercebor in mirabilibus tuis.

[28] Dormitavit anima mea prae taedio; confirma me in verbis tuis.

[29] Viam iniquitatis amove a me, et de lege tua miserere mei.

[30] Viam veritatis elegi; judicia tua non sum oblitus.

[31] Adhaesi testimoniis tuis, Domine; noli me confundere.

[32] Viam mandatorum tuorum cucurri, cum dilatasti cor meum.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXVIII (1).

Encomio della legge di Dio ed esortazione a custodirla,con intramezzo di varii affetti e suppliche a Dio. È Salmo che avanza gli altri in utilità, essendo tutto morale ed esortatorio a serbar la legge divina: in lunghezza essendo di 176 versetti e in artificio, cominciando i primi otto versetti dalla prima lettera dell’alfabeto ebraico, gli altri otto dalla seconda, e cosi per le 22 lettere. Sembra composto da cantare per via, quando il popolo nelle tre solennità dell’anno si recava al tabernacolo. La legge di Dio, ad impedire il tedio, è chiamata con diversi nomi di testimonianze, giudici, giustificazioni, precetti, mandati, giustizie, sermoni, parole di Dio.

Alleluja. Lodate Dio.

ALEPH.

1. Beati quelli che nella via (del Signore) son senza macchia, che nella legge del Signore camminano.

2. Beati quelli che le testimonianze di lui investigano, lui cercano con tutto il cuore.

3. Imperocché quei che operano l’iniquità, nelle vie di lui non camminano.

4. Tu hai comandato che i tuoi comandamenti sien custoditi con grande esattezza.

5. Piaccia a te che sieno indirizzati i miei passi all’osservanza di tue giustificazioni.

6. Allora io non sarò confuso, quando sarò stato intento a tutti i tuoi precetti.

7. Con cuor sincero a te darò laude dell’aver io imparati i giudizi di tua giustizia.

8. Custodirò le tue giustificazioni: non abbandonarmi fino all’estremo.

BETH.

9. Per qual maniera corregge il giovinetto le sue inclinazioni? in osservando le tue parole.

10. Te io ho cercato con tutto il cuor mio; non permettere ch’io declini dai tuoi comandamenti.

11. Nel cuor mio riposi le tue parole, per non peccare contro di te.

12. Benedetto se’ tu, o Signore; insegna a me le tue giustificazioni.

13. Colle mie labbra ho annunziati tutti i giudizi della tua bocca.

14. Nella via de’ tuoi precetti ho trovato diletto, come in lutti i tesori.

15. Mi eserciterò ne’ tuoi comandamenti, e considererò le tue vie.

16. Mediterò le tue giustificazioni: ì tuoi parlari non porrò in oblivione.

GIMEL

17. Fa mercede al tuo servo, dammi vita: e osservi io le tue parole.

18. Togli il velo a’ miei occhi, e considererò le meraviglie della tua legge.

19. Pellegrino sono io sopra la terra; non celare a me i tuoi precetti.

20. L’anima mia bramò di desiderare le tue giustificazioni in ogni tempo.

21. Facesti minaccia a’ superbi; maledetti quei che declinano dai tuoi precetti.

22. Toglimi all’obbrobrio e al disprezzo, perché le tue giustificazioni ho cercalo con ansietà.

23. Imperocché si mettevano a sedere i principi, e parlavano contro di me; ma il tuo servo si esercitava nelle tue giustificazioni.

24. Imperocché e i tuoi comandamenti sono la mia meditazione, e le tue giustificazioni sono i miei consiglieri.

DALETH.

25. L’anima mia al suolo è distesa; dammi vita secondo la tua parola.

26. Esposi (a te) le mie vie, e tu mi esaudisti; insegna a me le tue giustificazioni.

27. La via dimostrami dei tuoi comandamenti, e contemplerò le tue meraviglie.

28. Assonnò, vinta dal tedio, l’anima mia; colle lue parole dammi vigore.

29. Rimuovi da me la via dell’iniquità, e fammi misericordia, perch’io adempia la tua legge.

30. Elessi la via della verità; non mi sono scordato de’ tuoi giudizi.

31. Mi appoggiai a’ tuoi insegnamenti: Signore, non voler ch’io resti confuso,

32. Corsi la via de’ tuoi comandamenti, quando tu dilatasti il cuor mio.

Sommario analitico

I. – SEZIONE. – 1-16

Il Re-Profeta domanda a Dio di essere per lui un dotto che gli insegni la buona strada:

I.- Egli considera fin dall’inizio: il fine della legge, il termine della via, cioè la beatitudine.

1° che ottengono non i ricchi, o i felici del mondo, ma: – a) coloro che sono senza macchia; – b) coloro che con le loro opere buone camminano nella legge del Signore; – c) coloro che, non contenti di un’osservanza esteriore della legge, approfondiscono, scrutano incessantemente le lettere sante con uno studio serio dello spirito, coloro che fanno le loro escursioni favorite e le loro passeggiate di delizie attraverso i campi della legge di Dio, e nel giardino delle sue Scritture; – d) quelli che la ricercano con gli sforzi della loro volontà e del loro cuore per farne la regola della loro condotta (1, 2);

2° Dalla quale sono esclusi i peccatori che,

a) Con i loro peccati commessi operano l’iniquità;

b) con i loro peccati di omissione non camminano nella via del Signore, e non osservano i suoi comandamenti (3).

II. – Egli considera il direttore di questa vita, cioè Dio, che prescrive ai viaggiatori il cammino che essi debbano seguire.

1° Egli chiede a Dio di dirigere le sue vie (5);

2° Sotto questa saggia direzione, si ripromette una viaggio felice, e di evitare la confusione da cui saranno coperti coloro le cui azioni non hanno come regola la volontà del Creatore (6).

3° Promette di cantare le lodi di Colui che lo ha istruito e diretto; rettitudine di cuore necessaria perché le azioni siano rette (7);

4° Si ripromette di osservare fedelmente le leggi che gli ha imposto, promettendo di non abbandonarle mai (8).

III. – Egli considera se stesso un viaggiatore in questa via dei comandamenti di Dio.

1° convinto che non possa dirigere con sicurezza la sua via, preso com’è da tutto l’ardore e le passioni giovanili, riconosce di non potere arrivare a questo risultato se non osservando la legge di Dio (9).

2° Dichiara che cerca Dio con tutto il suo cuore, e gli domanda la forza di spirito sufficiente per studiare, approfondire, osservare i suoi comandamenti: dipendenza continua da Dio, tutta la sicurezza di questa vita consiste nel non vivere in sicurezza (10).

3° Per evitare la via di coloro che operano l’iniquità, egli osserverà la legge di Dio in fondo al suo cuore (11).

4° Per osservare sicuramente i comandamenti di Dio, egli domanda a Dio stesso di insegnarglieli (12).

5° Il frutto di questo insegnamento divino sarà l’annunciare agli altri le ordinanze che la bocca di Dio stesso gli ha rese note (13).

6° Agendo così egli trova la sua gioia, non solo nei comandamenti, ma nella via e nell’osservazione dei comandamenti che egli pone nella sua stima al di sopra di tutte le ricchezze (14).

7° Come prova che voglia con tutto il cuore darsi allo studio della legge di Dio, egli promette di esercitare il suo spirito nella meditazione dei suoi comandamenti, nella considerazione delle sue vie e nel non dimenticarle mai (15, 16).

I SEZIONE  (SEGUITO). — 17-32.

Il Profeta chiede a Dio di essere per lui un maestro, un precettore che lo ritragga dalla cattiva strada.

I. – Egli indica gli ostacoli intrinsechi ed estrinsechi che incontra in questa via dei comandamenti di Dio:

I –  Ostacoli intrinseci:

a) il languore e la morte dell’anima, per cui prega Dio di allontanarli da lui, non rendendogli ciò che merita, ma dandogli la vita (17);

b) l’accecamento di spirito, seguito naturale delle passioni e delle false massime del mondo: prega Dio di dissiparlo, desidera innanzitutto di vivere la vera vita, ed in seguito di vedere le meraviglie della legge e di avere più preoccupazione dell’anima che della scienza (18);

c) l’ignoranza della regione che percorre, egli è straniero quaggiù e cerca la sua patria, non sulla terra, ma in cielo (19);

d) la debolezza della volontà che si limita spesso al desiderio, se pur essa desidera ancora! Ma essa vuole solo desiderare (20). [Sant’Ambrogio da un altro senso che noi pure ammetteremo volentieri].

e) L’orgoglio che rifiuta di umiliarsi e che Dio punisce con le sue maledizioni (21).

II. – Ostacoli estrinseci: le derisioni e gli oltraggi ai quali sono esposti coloro che sono fedeli osservanti della Legge di Dio, soprattutto da parte di coloro che, più elevati nel mondo, professano un sovrano disprezzo per coloro che sono piccoli davanti a Dio. – Osservare i comandamenti di Dio, malgrado tutte queste difficoltà, meditare assiduamente i suoi precetti e consultarli come degli oracoli infallibili (22-24).

II. – Bisogna conoscere i due grandi danni nell’allontanarsi dalla via retta:

1° Il suo attaccamento alla terra con il peso della concupiscenza, che abbassa i desideri verso le cose terrene: egli chiede a Dio di strapparlo da esso, rendendogli vita e forza (25), e dà due motivi di appoggio alla sua preghiera:

a) ha riconosciuto e confessato le sue deviazioni (26);

b) è disposto a condurre una vita più fervente dopo che Dio, al quale espone le sue vie, gli avrà insegnato le sue (27).

2° L’assopimento spirituale della sua anima per la lassezza, la tiepidezza, ed il disgusto; egli prega Dio di risvegliarlo, di confermarlo con la sua grazia (28).

III. – Egli esprime il desiderio di rientrare nella buona strada, e chiede a Dio di ricondurvelo per effetto della sua misericordia (29), ed appoggia la sua preghiera su tre ragioni:

1° ha scelto con il soccorso di Dio la via della verità, e per non levarsi da questa via, ha sempre davanti agli occhi i giudizi di Dio (30);

2° ha creduto e si è legato ai suoi comandamenti (31);

3° ha corso con ardore nella via dei comandamenti di Dio, grazie al soccorso che ne ha ricevuto.

Spiegazioni e Considerazioni (1)

(1) [Sant’Ambrogio, Sant’Agostino e San Ilario, hanno scritto sul salmo CXVIII, dei veri trattati, contenenti le più belle considerazioni, ma in cui, come in Sant’Ambrogio soprattutto, vi sono molti sviluppi che non hanno un rapporto diretto con il salmo. È da questi tre grandi Dottori che abbiamo tratto la maggior parte delle spiegazioni e considerazioni che seguono. Sant’Ilario vi figura in parte minore, perché per la maggior parte, riproduce sotto altra forma, le spiegazioni di Sant’Agostino e di Sant’Ambrogio].

Ia SEZIONE

 I. — 1-3

ff. 1-3. – Cinque cose vengono fuori per noi da questo primo versetto: 1° noi dobbiamo essere senza macchia; 2° questo è necessario lungo la via; 3° bisogna camminare; 4° nella via del Signore; 5° costoro sono felici, coloro che sono senza macchia e camminano in questa via. – Il Re-Profeta contempla in spirito i frutti della passione e della resurrezione di Gesù-Cristo; egli vede le assemblee dei giusti, i popoli riscattati dal sangue del Salvatore, la salvezza di coloro che erano perduti, la resurrezione dei morti, la santificazione delle anime, frutti preziosi dei Sacramenti, ed esclama: « Beati coloro che sono in via senza macchia. » Ed aggiunge: « Beati coloro che scrutano le testimonianze del Signore. » Qual ordine ammirabile! Come è pieno di dottrina e di grazia. Egli non ha cominciato con il dire: « Beati coloro che scrutano le sue testimonianze, » ma in primo luogo: « Beati coloro che sono senza macchia lungo la via. » Il nostro primo oggetto è una vita santa; la dottrina, la scienza non vengono che al secondo posto. Una buona vita senza dottrina può essere gradita a Dio; la dottrina senza una vita santa non può piacergli, dice lo Spirito-Santo; la saggezza non entrerà in un’anima che vuole il male. (S. Ambr., e S. Ilar.). – Ma chi è senza macchia? Non è sufficiente per questo, camminare in una via qualunque, bisogna camminare in Gesù-Cristo, che ha detto: « Io sono la via. » (Giov. XIV, 6). Colui che cammina in questa via non si ingannerà, se tuttavia prenda cura di non allontanarsene. Questa via è anche la legge: colui che è senza macchia deve camminare nella via del Signore, se vuole conservare questa preziosa purezza dell’anima (S. Ambr.). – Un’osservazione esteriore della legge non è sufficiente; c’è bisogno di aggiungere la conoscenza di questa legge, conoscenza che è il frutto di uno studio approfondito, di sforzi perseveranti dello spirito  e del cuore (S. Chrys., omel. XXIV, in Gen.). – Al primo versetto il salmista non parla che di una via; qui ne menziona diverse. Egli vuole insegnarci che queste vie multiple devono ricondurci ad un’unica via, ove dobbiamo essere senza macchia, se vogliamo essere beati. Il profeta Geremia si esprime negli stessi termini: « Ecco ciò che dice il Signore: tenetevi sulle strade; considerate e domandate quali siano i sentieri antichi, per conoscere una buona strada e camminarvi. » (Gerem. VI, 16). Vi sono diverse vie che sono le vie del Signore: bisogna scegliere la migliore tra esse. – Vi sono più vie, diversi comandamenti di Dio, diversi Profeti attraverso i quali giungiamo ad un’unica via. C’è una via da Mosè, una via da Gesù, una via da Davide, una via da Isaia, una da Geremia, una dagli Apostoli, e tutte queste vie devono condurci a Colui che ha detto: « Io sono la via; nessuno viene al Padre mio se non attraverso di me. (Giov. XIV, 6); (S. Ilar.). – Se coloro che camminano nella via, cioè nella legge del Signore, sono coloro che scrutano le sue testimonianze e le ricercano con tutto il loro cuore, sicuramente coloro che commettono l’iniquità non scrutano le sue testimonianze. E tuttavia noi sappiamo che certi fautori di iniquità, scrutano le testimonianze del Signore, perché preferiscono essere sapienti più che giusti. Noi sappiamo ancora che altri scrutano le testimonianze del Signore, non che al presente vivano nella giustizia, ma per sapere come debbano vivervi. Questi uomini non camminano dunque senza macchia nella legge del Signore … È perché lo Spirito Santo sapeva che molti scrutano le testimonianze di Dio, non per tenerle proprie, ma per altri motivi, che ha aggiunto, « … e che la cercano con tutto il cuore » per farci conoscere come e in quale spirito noi dobbiamo scrutare le testimonianze del Signore (S. Agost.).  

II. — 4 – 8.

ff. 4-8. – Dio comanda non solo di leggere ed imparare a conoscere i suoi comandamenti, ma di osservarli ed osservarli attentamente. – Chi è colui che ordina, cosa ordina, e qual è la cosa che ordina? – Lungi da noi questa orgogliosa presunzione che ci fa contare sulle nostre forze per osservare la legge di Dio; « Io so, Signore, che la via dell’uomo non è in lui, e non appartiene all’uomo di camminare e dirigere da se stesso i suoi passi. » (Gerem., X, 23). Pregate dunque pure voi il Signore, perché diriga i passi della vostra anima, e possiate così osservare i suoi comandamenti (S. Ambr.). –  Ascoltando queste parole: « Possano le mie vie! » riconosciamo un grido di desiderio, ed ascoltando questo grido di desiderio, abbandoniamo ogni orgoglio di presunzione; perché cosa esprime mai il desiderio di una cosa che si ha talmente sotto mano, che non c’è alcun bisogno di aiuto per arrivarvi? (S. Agost.).- Vogliamo evitare questa spaventosa confusione dalla quale saranno ricoperti i riprovati nel gran giorno del giudizio? Osserviamo i comandamenti del Signore, ed osserviamoli senza eccezione; perché a cosa serve obbedire ad un comandamento quando se ne trasgredisce un altro? (Giac. II, 10; S. Ambr. e S. Ilar.). Non si tratta qui di una considerazione oziosa, speculativa, che non può che nutrire le illusioni dell’amor proprio, ma di una considerazione pratica che si manifesta con degli effetti. – Colui che crede di avere l’intelligenza della legge di Dio senza che ami maggiormente Dio, senza che annunzi le sue lodi, senza indirizzare incessantemente il suo cuore a questa legge sovranamente equa, è ancora in una ignoranza profonda. Quando si raddrizzano i loro piedi, essi camminano; quando si raddrizza il cuore, amano e lodano Dio.   

III. — 9-16.

ff. 9-16. – Quanto è difficile alla gioventù vivere nella purezza e nell’innocenza! Le passioni, le  inclinazioni della carne sono in tutta la loro forza, i mezzi di seduzione sono più numerosi e più potenti; la gioventù non ha né prudenza, né esperienza, e segue ciecamente il torrente del mondo, perché ne ignora la corruzione. Come vincere queste difficoltà tutte insieme? Con l’osservazione esatta dei comandamenti fuoriusciti dalla bocca di Dio. – Se Dio respinge dai suoi comandamenti colui che giudica doverli respingere, non dà un motivo di scusa a colui che è stato respinto quando voleva seguirlo? No, perché Dio, buono per essenza, e che non vuole la morte, ma la conversione e la vita del peccatore, non rigetta che colui che meriti di essere rigettato, perché compie l’opera di Dio negligentemente. Unico mezzo per evitare questa punizione, è cercare Dio con tutto il cuore (S. Ambr. E S. Ilar.). – È sovranamente desiderabile che l’uomo, in ogni età della vita, si distacchi dai vizi della natura corrotta per applicarsi alla pratica di una vita innocente e pura; ma il Profeta non attende di essere invecchiato in una lunga abitudine al crimine, per imparare la dottrina ed i precetti del Signore … egli non attende le freddezze della vecchiaia, in cui l’abitudine al male si spegne, per così dire, con la vita. Egli vuole un soldato che abbia a sostenere lunghe battaglie; Egli vuole per servo di Gesù-Cristo colui il cui spirito sia puro, anche dei ricordi dei suoi falli passati; perché nell’animo di coloro che hanno abbracciato la fede e la vita cristiana in età avanzata, la grazia ha ben deposto il perdono dei peccati, ma non ha potuto cancellare il triste ricordo dei crimini della vita antica (S. Ilar.). « È bene nascondere il segreto del re, » ed è peccare contro Dio rivelare a degli indegni i misteri segreti che ci sono stati confidati, e gettare le perle davanti ai porci (Matth. XIII, 44). C’è dunque pericolo per noi, non soltanto nel parlare contro la verità, ma nel dire la verità senza discrezione e senza prudenza, ciò che si fa sotto l’influenza dell’adulazione, dell’avarizia, della vanità o dell’indiscrezione abituale della lingua. (S. Ambr.). – La parola di Dio è una semenza divina che deve restare nascosta nel fondo della nostra anima, per produrvi il frutto che Dio ha il diritto di attendersi. Ed il primo frutto è la fuga dal peccato. – « Non chi dirà Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che avrà fatto la volontà di Dio ». Così il Profeta che ha seguito la via retta dalla sua giovinezza, che ha cercato il Signore suo Dio, che Dio non ha respinto dai suoi comandamenti, che ha giudicato degno delle sue intime comunicazioni, e che ha rinchiuso nel suo cuore i segreti della saggezza per non peccare contro Dio, rende grazie a Dio, ed esprime i desiderio di averlo come dottore e come maestro (S. Ambr.). – Dio è il solo maestro capace di insegnarci e di istruirci utilmente. –  Tuttavia, la parola di Dio non deve essere per sempre nascosta nel fondo del cuore. « Noi crediamo con il cuore per nostra giustificazione, e confessiamo con la bocca per la nostra salvezza. » (Rom. X, 10). Dopo aver tratto profitto per noi stessi da questa divina parola bisogna farne profittare gli altri: « Bevi l’acqua della tua cisterna e quella che zampilla dal tuo pozzo, perché le tue sorgenti non scorrano al di fuori, i tuoi ruscelli nelle pubbliche piazze. »  (Prov. V, 15). L’Apostolo S. Paolo vuole che i Cristiani, e a maggior ragione i predicatori, siano delle riserve piene ed abbondanti per versarsi in seguito sugli altri: «  La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza. » (Colos. III, 16). – Un Prete, un pastore di anime deve insegnare nei suoi discorsi, non delle vane curiosità e ricerche sottili, ma i precetti, tutti i giudizi che Dio ha volute farci conoscere. – « I giudizi della vostra bocca, » non di conseguenza questi giudizi che sono un abisso profondo, (Ps. XXXV, 7) e di cui San Paolo ha detto: « I giudizi di Dio sono insondabili. » (Rom. XI, 32), ma « i giudizi usciti dalla bocca di Dio, » e che Egli si è degnato rivelare con i suoi profeti (S. Ilar.). – Gli uni mettono la loro gioia nei tesori in cui hanno accumulato oro ed argento, gli altri nei vestiti sfarzosi, questi in ampi possedimenti, in campi coperti da abbondanti messi; questi nei capolavori della pittura, della scultura; l’uomo spirituale mette tutta la sua gioia nella via delle celesti testimonianze, come se possedesse i patrimoni più ricchi, nel senso dell’Apostolo (I Cor., III, 4, 5). « Io rendo grazie al mio Dio per tutte le ricchezze di cui siete stato ricolmi in Lui in tutta parola ed in tutta scienza. » (S. Ambr.). –  L’analogia dei misteri rivelati con i fatti constatati e le leggi riconosciute dell’ordine naturale; gli spazi vuoti della grazia divina disseminati nell’intera natura; il nome tre volte Santo di Dio scritto su tutta la terra con caratteri ammirevoli; le vestigie della Trinità e dell’incarnazione impresse dappertutto; le aspirazioni, le aspettative che non si sospettano neppure, risvegliate e soddisfatte tutte insieme da questa rivelazione divina ed il mondo nuovo che essa ci scopre; le convenienze segrete dei due ordini; l’unione pienamente ordinata di realtà sì distinte e naturalmente sì separate; l’armonia intrinseca e l’ineffabile bellezza dei misteri stessi; infine i presentimenti intellettuali con cui la contemplazione ci dà le evidenze abbaglianti che ci sono riservate lassù: sono là i nostri tesori domestici, tesori di cui la fede ci mette d’insieme in possesso e che la ragione, illustrata e fortificata da essa, non cessa di aprirci. Cosa che ci permette di dire con il salmista: « O Dio! Io mi sono dilettato nella via delle vostre testimonianze, come in seno a tutte le ricchezze » (Mgr. Pie, T. VII, 243). – Sei cose soprattutto sono per noi causa di vera gioia nella via dei comandamenti di Dio: – 1° il pensiero della patria alla quale tendiamo; – 2° la corona che speriamo; – 3° la grazia che ci è data; – 4° la luce che ci illumina; – 5° la pace interiore di cui godiamo; – 6° di Gesù-Cristo che si fa compagno e guida della nostra via. – « Io mi eserciterò nella meditazione dei vostri comandamenti. »  Doppio esercizio dell’azione e del pensiero. L’azione, la pratica dei comandamenti deve precedere la meditazione, la considerazione delle vie di Dio; perché se la pratica delle buone opere non precede, ci sarà impossibile giungere alla conoscenza della dottrina (S. Ilar.). « Ed io metterò le vostre giustizie. » Il Profeta ci insegna qui non solo a non perdere il ricordo dei comandamenti di Dio, ma ad aggiungere la pratica alla meditazione; perché non sono coloro che discutono sulla legge, senza fare ciò che essa comanda, che saranno giustificati, ma coloro che  la compiono fedelmente. (S. Ambr.).

Ia SEZIONE (Seguito).

 I — 17-24.

ff. 17-21. – « Rendete questa grazia al vostro servo. » Non c’è né presunzione, né temerarietà da parte di Davide nel chiedere a Dio che gli renda la ricompensa delle sue opere buone. È una prerogativa della fede e della giustizia contare sulla ricompensa che loro riserva il favore divino. Ascoltate San Paolo che dopo aver proclamato più in alto (I Cor. XV, 9), dice in un’altra Epistola: « Del resto, la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice mi renderà in questo giorno, mi è riservata (II Tim. IV, 8; S. Ambr.). – Si, è giustizia del patto di Dio, quando Egli rende il bene per il bene; ma la misericordia ha preceduto questa giustizia, allorché Dio ha reso il bene per il male … se colui che prega e dice: « Rendete al vostro servo la vita, ed io vivrò, fosse interamente morto, egli non avrebbe pregato; egli ha dunque ricevuto un inizio di santi desideri da Colui al quale ha domandato la vita per obbedirgli (S. Agost.). – Chiedete dunque con fiducia se i vostri meriti vengono in appoggio alla vostra preghiera, affinché questa preghiera vi porti anche a rendervi più degni di ciò che domandate … tuttavia per affievolire ciò che questa domanda sembrerebbe di avere di presuntuoso, il Re-Profeta dice: « Rendete al vostro servo, » espressione che riassume nel contempo la grazia dell’umiltà e la ricompensa della servitù, perché colui che è chiamato al servizio del Signore, diviene suo affrancato, riscattato com’è da questo Sangue prezioso. Colui dunque che è il servitore del Signore, e non fa nulla come schiavo del peccato, ma che ha detto a Dio: « Io sono un servo inutile, ho fatto ciò che dovevo fare, costui può dire con sicurezza: « Rendete al vostro servo. » (S. Ambr. e S. Ilar.).- Chi può domandare altra cosa che la vita, colui che indirizza la sua preghiera all’Autore della vita, che è la vita di coloro che lo amano, che solo possono ridarla a coloro che l’hanno perduta, o aumentarla in coloro che l’hanno conservata? – « Togliete il velo che è sui miei occhi. » Chiedendo a Dio di aprirvi gli occhi, il profeta riconosce che essi sono appesantiti ed oscurati. Non si fa ricorso al medico se non per applicare il rimedio sulla parte malata. Egli dice dunque al Medico disceso dal cielo: « Togliete il velo che è sui miei occhi. » Come per gli occhi del corpo, vi sono certe affezioni, certe passioni che oscurano gli occhi dell’anima, riempendoli di un umore spesso che vela loro la vista degli oggetti che avevano percepito fino ad allora, e le meraviglie rinchiuse nella legge di Dio … Ora voi sapete come potete togliere questo velo che resta sugli occhi del vostro cuore: convertitevi al Signore ed il velo cadrà (S. Ambr.). – Noi otterremo che questo velo sia tolto dai nostri occhi con la preghiera, con l’umile riconoscenza ed il rigetto dei nostri peccati, con la tribolazione che sovente ci dà l’intelligenza (Isai. XXVIII, 19); con la mortificazione volontaria. – « Io sono come uno straniero sulla terra. » Non è concesso a tutti il potere di dire a Dio con il Re-Profeta: « Io sono straniero sulla terra. » Può farlo solo colui che ha rinunciato a tutte le voluttà sensuali; chi si è spogliato da ogni affezione alle cose visibili. Solo costui è veramente straniero sulla terra per poter dire con l’Apostolo: « … noi viviamo già nel cielo, » (Phil., III, 16), che considera Dio solo come sua eredità, che si affligge e si dispiace di vivere così lungo tempo sulla terra, e vedere il suo esilio prolungarsi, che non teme la dissoluzione del proprio corpo, e spera con fiducia che sarà, alfine, per sempre, con Gesù-Cristo. Ecco il vero straniero sulla terra, egli è il cittadino dei Santi, è della casa di Dio, ed ha il suo tesoro nei cieli (S. Ambr.). – Tutti, fintantoché Cristiani, siamo poveri banditi che, relegati in un pellegrinaggio continuo, deplorando incessantemente la miseria dei nostri peccati che ci ha fatto perdere la dolcezza e la libertà della nostra aria nativa, da sola capace di riparare le nostre forze perdute e ristabilire la nostra salute quasi disperata. Tuttavia, ciò che addolcisce le difficoltà e gli incomodi del nostro esilio, sono le lettere che riceviamo dalla nostra patria beata. Queste lettere, sono le Scritture divine che il nostro Padre celeste ci indirizza mediante il ministero dei suoi Profeti e dei suoi Apostoli, ed anche del suo caro Figlio che ha inviato sulla terra per riportarci delle nuove dal nostro paese, e darci la speranza di un rapido e felice ritorno … Ecco perché il profeta Davide si rivolgeva al suo Dio tra i sospiri amorosi: « O Signore, vedete che sono uno straniero sulla terra; almeno non mi rifiutate questa unica consolazione di meditare la vostra santa parola. » (BOSSUET, Sur le mél. des bons avec les méch.). – « La mia anima ha agognato di desiderare i vostri ordini. » Io credo che non li desiderava ancora quando ambiva desiderarli. I giusti ordini del Signore producono le azioni giuste, cioè le opere di giustizia. Se dunque colui che desidera queste opere non le compie ancora, quanto ne è più lontano colui che desidera solamente desiderarle, e quanto ancor più lontano colui che non ha neppure questo desiderio! (S. Agost.). – Sant’Ambrogio dà una spiegazione più verosimile di questo versetto. Così come vivere della “vita” esprime una vita più perfetta della semplice vita, così l’espressione “desiderare il desiderio dei comandamenti” significa un desiderio più ardente del semplice desiderio dei suoi comandamenti. Noi desideriamo desiderare come se questo desiderio non fosse in nostro potere, ma dipendesse dalla grazia di Dio. In effetti quando il Signore vede che noi riponiamo tutta la nostra gioia nella santa concupiscenza che ci fa desiderare i suoi comandamenti, Egli aumenta in noi questo desiderio con la sua grazia (S. Ambr.). – Desiderare, amare la legge di Dio in ogni tempo ed in tutti gli incontri. – « Voi avete fatto manifesti i vostri rimproveri contro i superbi, i maledetti che si allontanano dai vostri comandamenti. » Altra cosa in effetti, è il non compiere i comandamenti di Dio per debolezza o per ignoranza, altra cosa è l’allontanarsene per orgoglio, come fanno coloro che ci hanno generato a questa vita di miseria e di morte (S. Agost.). – Orgoglio deplorevole, che disdegna di vivere sottomesso ai precetti divini che, sotto il gonfiarsi di uno spirito infedele, prende in disgusto i suoi celesti precetti; Ci sono diverse specie di crimini; innumerevoli sono i peccati che gli uomini possono commettere, ma nessuno provoca tanta collera in Dio quanto l’orgoglio. « Voi avete fatto manifesti i vostri rimproveri non contro gli avari, contro i voluttuosi, che tuttavia li meritano a giusto titolo, ma contro i superbi, perché essi ne hanno un gran numero, per il fatto che questo stesso orgoglio fa loro disprezzare gli uomini, disprezzare i comandamenti di Dio e disdegnare di obbedirvi. (S. Hil.).  

f. 22-24. – Nessun c’è obbrobrio maggiore né disprezzo da temere che quello in cui si vedranno esposti eternamente coloro che avranno violato la legge di Dio. Non bisogna temere di ricevere degli obbrobri e dei disprezzi dagli uomini del secolo, quando si tratta di compiere i comandamenti di Dio. – Ci sono ancora di questi prìncipi, di questi uomini di potere che fanno lega contro di noi. Essi si riuniscono in consiglio per esaminare e contare quali siano i Cristiani degni di questo nome, che servono Dio fedelmente e testimoniano lo zelo più grande per le buone opere, e dicono: prepariamo loro delle insidie, mettiamoci di traverso alle loro imprese, impediamo loro con ogni mezzo di compiere il bene che hanno in vista, fiacchiamo il loro zelo, distruggiamo il loro coraggio con colpi ripetuti ed imprevisti, e, se sono graditi a Dio a causa della loro giustizia, ci si lasci la cura di provarli (S. Ambr.). – Coloro che crediamo i nostri migliori amici troppo spesso ci ingannano, o per l’infedeltà o per ignoranza: l’uomo dabbene nei suoi dubbi consulta gli amici fedeli, che sono le testimonianze di Dio; questi amici sinceri e veraci gli insegnano ciò che debba fare e lo consigliano per la vita eterna. (BOSSUET, Sur la loi de Dieu.)

II. — 25-27

ff. 25-27. – « La mia anima è rimasta legata a terra, » letteralmente … al pavimento. Si potrebbro intendere queste parole di preghiera continua ed assidua che faceva il profeta prosternato sul pavimento del tempio; ma esaminando la proprietà e la forza delle parole di cui si serve, vi scopriamo un senso più elevato. In effetti egli non dice « io sono rimasto attaccato, » ma « la mia anima è rimasta attaccata al pavimento. » Egli si lamenta qui delle tristi sequele dell’unione della sua anima con questo corpo che San Paolo chiama « un corpo di umiliazione. » (Filip. III, 21), (S. Ilar.). che cos’è dunque questo pavimento? Se si vuole paragonare il mondo intero ad una vasta casa, il cielo ne sarà la volta e la terra il pavimento. Il profeta vuole dunque essere strappato alle cose terrestri, e dire con l’Apostolo: « La nostra vita è nei cieli. » (Fil. III, 20) Da qui ne segue che essere attaccato alle cose della terra è la morte dell’anima, e che egli chiede il bene contrario a questo male quando dice: « rendetemi la vita ». Qualunque uomo, se fa qualche progresso sulla via della giustizia, risente sempre le affezioni della sua carne mortale per le cose terrene, in mezzo alle quali la sua vita sulla terra è un combattimento perpetuo (Giobbe, VII, 1), e se si strappa costantemente a questa morte dell’anima, tutti i giorni egli ritorna alla vita che gli rende incessantemente Colui che, per sua grazia, rinnova di giorno in giorno in noi l’uomo interiore (S. Agost.). – Non resta attaccato al pavimento colui al quale Gesù fa detto: “Seguimi” (Giov. I, 43); non resta legato al pavimento chi intende e chi ascolta la legge che gli dice: « Camminate dietro al Signore vostro Dio, e vi attaccherete a Lui solo. » (Deuter., X, 20). « Colui che si attacca al Signore diviene come uno stesso spirito in Lui … » (I Cor. XVI, 17). È buono per noi tenerci attaccati al Signore, e non curvare la nostra testa sotto il giogo del mondo, « ma tenerla elevata verso Dio perché possa ricevere il giogo di Cristo. » (S. Ambr.). – « Io vi ho esposto le mie vie. » In qual senso bisogna intendere queste parole: « Io vi ho mostrato le mie vie? » Se Egli ci mostra le sue vie, queste sono necessariamente le vie del peccato, perché si è nella via del peccato quando non si è nella via di Dio. È dunque in questo senso che il Profeta dice altrove: « Ti ho manifestato le mie ingiustizie. » (Ps. XXXI, 5). Questa dichiarazione non è una lode, ma una confessione dei suoi atti; cioè una confessione dei suoi peccati. Ed egli fa questa confessione per rendersi degno dello spirito di profezia, e diventar capace che Dio gli insegni le sue giustizie. (S. Ilar.).  Il Re-Profeta ci traccia l’ordine mirabile con il quale possiamo pervenire alle giustificazioni del Signore, e la prima cosa da fare è la confessione dei nostri peccati, « dite le vostre iniquità affinché siate giustificati. » (Isai. XLIII, 26). –  Le vie della carne sono affatto diverse dalle vie di Dio, e se vogliamo camminare nelle vie di Dio, occorre abbandonare, come Davide, le vie della carne e della saggezza del secolo, confessare i nostri errori e non tacere le nostre cadute (S. Ambr.). –  Dopo aver esposto le sue vie a Dio, occorre domandargli di insegnarcele e farci comprendere le sue. Vedete l’ordine mirabile che segue il Profeta, primariamente noi dobbiamo apprendere le giustizie del Signore; secondariamente, conoscere i diversi gradi di questi ordini per sapere ciò che dobbiamo fare da principio e ciò che non debba giungere che in un secondo tempo. Sapere ciò che dovete fare non è sapere in quale ordine dovete farlo, ma è avere delle vie di Dio una conoscenza incompleta. (S. Ambr.). – Ecco perché il Profeta distingue qui le giustificazioni del Signore dalla via delle sue giustificazioni, perché lo scopo verso cui tende un cammino è differente dal cammino che conduce a questo termine. (S. Ilar.). – « Ed io mediterò le vostre meraviglie, » vale a dire le stesse leggi così perfette che egli desidera conoscere e praticare avanzando nella virtù. (S. Agost.).

III. — 28-32

ff. 28. – Talune di queste  leggi sono così mirabili che coloro che non ne hanno esperienza le credono inaccessibili alla umana debolezza. Ecco perché il Profeta, affaticato e gravato dalle difficoltà che vi incontra, aggiunge: « La mia anima si è assopita sotto il peso della noia. » Il che significa che la sua anima si è assopita se non in quanto ha sentito rallentare la speranza che aveva concepito di arrivare a questa alta virtù. Ma, aggiunge immediatamente, « fortificatemi con le vostre parole nel timore che mi assopisca e non cada e non perda anche ciò che già ho acquisito. » (S. Agost.). – Il Profeta non dice che la sua anima si è addormentata, ma che si è assopita, perché colui che si addormenta è nell’atto stesso del sonno; ma colui che si assopisce prelude al sonno; questo ordine è osservato in queste parole di un altro salmo: « Colui che custodisce Israele non si assopirà né dormirà. » (Ps. CXX, 4). Il Profeta dunque, benché sia assopito, non si è ancora addormentato, ed è per prevenire questo sonno completo che aggiunge: « Fortificatemi con le vostre parole. » (S. Hil.).  

ff. 29. – Fortificato e confermato da queste parole divine, il Profeta prega Dio di allontanare da sé la via dell’iniquità. Egli non dice: allontanatemi dalla via dell’iniquità, ma allontanate da me la via di iniquità, » come se essa fosse in noi e ci fosse inerente. In effetti, quando facciamo qualcosa di male, la via di iniquità resta dentro di noi e non si allontana da noi; facciamo dunque tutti i nostri sforzi per separarcene … ed è a questo proposito che dice, allontanate da me non l’iniquità, ma « la via d’iniquità », perché l’iniquità non ci è naturale, ma lo è la via che è stata come tracciata e battuta dai passi dei nostri ancestri che correvano dietro al peccato (S. Ambr.). – O ancora meglio, egli non dice: allontanate da me l’iniquità, ma la via dell’iniquità; perché benché fosse cosciente della sua debolezza, tuttavia il timore di Dio lo allontanava dall’atto stesso del peccato. Egli prega dunque Dio di allontanare da lui la via che conduce al peccato, cioè di togliere tutti i desideri delle voluttà terrene, e non permettere che sia assalito dalle tentazioni della concupiscenza o dell’ignoranza, che sono come le vie, i viali del peccato e dell’iniquità. (S. Hil.). 

ff. 30. – La verità è la patria di coloro che sono quaggiù nell’esilio. Noi vi saremo stabili un giorno, ma essa si è fatta nostra via affinché noi vi camminiamo. Come può arrivare a questa patria colui che se ne è allontanato, se non vi cammina per arrivarci? Egli ha scelto questa via non per potervi disputare, ma per camminarci e camminarvi costantemente. – « Io ho scelto la via della verità. » Ecco ciò che non può dire colui che erra nei dogmi della fede; ecco ciò che non può dire l’avaro che brama i beni grossolani e materiali della terra; ecco ciò che non può dire colui che è assorbito interamente dalle speculazioni del commercio, perché la via della verità non ha nulla in comune con il desiderio delle ricchezze, con la cupidigia dei possedimenti della terra. La via della verità non ha nulla in comune con gli onori del secolo, con le sollecitudini della terra. La via della verità non ha nulla in comune con gli onori del secolo, con le sollecitudini del mondo (S. Ambr.).

ff. 31. – « Io mi sono attaccato, Signore, alle testimonianze della vostra legge. » Attaccarsi alle testimonianze del Signore, non è rigettare i suoi comandamenti, né dimenticare i suoi giudizi, ma nulla accordare ai desideri della carne. Colui che si attacca alle testimonianze del Signore rinuncia al mondo, dimentica tutto ciò che lo allettava nel passato, avanza verso ciò che è davanti a lui per giungere allo scopo ed al premio della vittoria. Costui non è mai confuso, perché, se si fosse reso colpevole di qualche errore, ne sollecita il perdono a Gesù-Cristo, che non solo gli rimette suoi peccati, ma distrugge anche la sua affezione al peccato (S. Ambr.).

ff. 32. – « Io ho corso nella via dei vostri comandamenti ». Questo versetto spiega il senso delle parole del versetto precedente: « … io ho scelto la via della verità, non ho dimenticato i vostri giudizi, mi sono attaccato alle vostre testimonianze. » Ecco, in effetti che cosa è correre nella via dei comandamenti di Dio. È come se dicesse: come avete corso in questa via, scegliendola, non dimenticando i giudizi di Dio ed attaccandovi alle sue testimonianze? Come avete potuto farlo da voi stesso? Risponde il profeta, « Io ho corso nella via dei vostri comandamenti, quando avete dilatato il mio cuore. » Io non ho fatto nulla con la mia determinazione, come se il vostro soccorso non mi fosse stato necessario; io non ho agito che « quando avete dilatato il mio cuore. » La dilatazione del cuore, è il diletto che viene dalla giustizia. È un dono di Dio, che fa che noi non siamo tenuti prigionieri dal timore nell’osservazione dei suoi comandamenti, ma che il nostro cuore sia allargato dall’amore delle delizie che troviamo nella giustizia. In effetti, Dio ci promette quella dilatazione del cuore, quando dice: « Io abiterò in essi, ed Io camminerò in mezzo ad essi. » (II Cor., VI, 16). Quale vasto spazio è quello in cui Dio cammina! È nei nostri cuori così dilatati che la carità è sparsa dallo Spirito-Santo che ci è stato dato. (Rom. V, 5), (S. Agost.). – Ecco ciò che fa il fervore. Il fervore, in effetti, è una disposizione dell’anima che rende docili alla volontà, anche alle cose più difficili della legge di Dio: è una forza che ci solleva, e con noi i fardelli della vita; è un vapore divino che non ci fa solamente camminare, ma correre nella via dei comandamenti di Dio. 

http://www.exsurgatdeus.org/2020/03/31/salmi-biblici-legem-pone-mihi-domine-cxviii-2/

TEMPO DI PASSIONE (2020)

TEMPO DI PASSIONE

I. — Commento dogmatico.

La Chiesa, che, dal principio del ciclo di Pasqua ha seguito Gesù nel suo ministero apostolico, durante il Tempo della Passione, contempla, in lutto, i dolorosi avvenimenti che segnarono l’ultimo anno (Settimana di Passione) e l’ultima settimana (Settimana Santa) della vita mortale del Redentore. L’odio dei nemici del Messia si accresce di giorno in giorno, fino a culminare, nel giorno del Venerdì Santo col più orribile dei delitti, col dramma cruento del Golgota, annunciato dai profeti e da. Gesù stesso. Cosi la liturgia, mettendo a confronto il Vecchio ed il Nuovo Testamento, stabilisce un parallelo impressionante tra le parole di S. Paolo e degli Evangelisti a proposito della Passione, e le profezie così chiare di Geremia, di Isaia, di Davide, di Giona e di Daniele. Via via che il fatale scioglimento si avvicina, gli accenti di dolore della Chiesa, si fanno più commossi e ben presto noi sentiremo i suoi lamenti per lo Sposo che non è più. « Il Cielo della Santa Chiesa si oscura sempre più », scrive Don Guéranger. Come in un giorno di temporale, si vedono accumularsi all’orizzonte nubi sinistre, cariche di tempesta. La folgore della Giustizia divina sta per cadere ed essa colpirà il Salvatore che per amore verso il suo Padre e verso di noi si è fatto uomo. In virtù della solidarietà misteriosa che esiste fra tutti i membri della grande famiglia umana, questo Dio fatto uomo si sostituisce ai suoi fratelli colpevoli. « Egli si riveste dei nostri peccati », dice il Profeta, « come di un mantello, e si fa peccatore per noi (II Cor. V, 21) per poterlo portare nella sua carne sulla Croce (I Piet. II, 24) e di struggerlo con la sua morte ». Nell’orto del Getsemani, i peccati di tutti i secoli e di tutte le anime, affluiscono orribili, ripugnanti, in onde fangose, nell’anima rarissima di Gesù che viene così « il ricettacolo di tutto il fango umano e il rifiuto della creazione ». Così il Padre, facendo violenza all’amore per il Figlio, deve trattarlo come un essere maledetto, poiché è scritto: « Sia maledetto chiunque è appeso al legno » (Gal. II, 13). Per la nostra salvezza, bisognava veramente » che Gesù « fosse appeso al legno della Croce affinché la vita ci fosse resa da chi si aveva dato la morte e che colui che aveva trionfato della Croce, fosse a sua volta vinto dalla Croce » [Prefazio della croce – Così è segnato il principio di opposizione che fa dire allo Spirito Santo: «Considera tutte le opere dell’Altissimo: esse a due a due, l’una di fronte all’altra». Di fronte al male sta il bene, di fronte alla morte sta la vita: così di fronte al peccatore sta il giusto (Eccles., XXXIII, 15). Poiché — dice San Paolo — da un uomo è venuta la morte, da un uomo pure deve venire la risurrezione da morte. E , come in Adamo, tutti muoiono, così pure in Cristo tutti saranno vivificati ( I Cor., XV, 21). E la liturgia nota che siccome i nostri progenitori sono stati ingannati da satana, bisognava che «uno stratagemma divino sventasse l’artificio del serpente» (Inno mattutino della Domenica di Passione). San Bernardo lo spiega dicendo che, « poiché Gesù non aveva che l’apparenza del peccato, fu appunto quest’apparenza a mascherare la trappola in cui satana cadde ». E S. Agostino: « Per un giusto permesso di Dio, Lucifero perdette il diritto di morte che aveva sui peccatori, il giorno in cui egli fu abbastanza temerario da usarlo contro il Giusto]. Si tratta di una lotta senza l’uguale tra il principe della vita e quello della morte (Seq. di Pasqua) ma « immolandosi, Cristo trionfa » (Pange lingua). La Domenica delle Palme infatti, Egli si avanza come un conquistatore, sicuro di sé, acclamato e cinto di palme e di alloro « segni della vittoria che doveva riportare » (Oraz. della benediz. delle palme). « Gioisci, figlia di Sion, poiché il tuo Re viene a te », dice Zaccaria, e la folla stende le sue vesti sotto i piedi di Gesù, come si faceva per i Re, e grida: « Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il Re d’Israele» (Giov. XXII, 13). Gesù entra nella capitale Gerusalemme, sale sul trono prezioso che il suo sangue « orna della porpora regale » (Vexilla Regis) e in alto del quale Giudei e Romani scrivono nelle tre lingue allora in uso: il suo titolo glorioso « Gesù di Nazareth, Re dei Giudei ». L’oracolo di Davide si è compiuto « Dio ha regnato dalla Croce » che, da oggetto d’ignominia, diventa «il vessillo del re »  e « la nostra sola speranza in questo tempo di Passione ».

« Noi ci prostriamo davanti alla Croce poiché è per Essa che è venuta la gioia in tutto il mondo » (Ador. della croce il ven. santo). E per ben dimostrare che è da questo punto di vista che la Chiesa considera Gesù in Croce, gli artisti cristiani un tempo cambiavano la corona di spine in una corona araldica e reale. I Concilii ordinavano che si amministrassero i sacramenti del Battesimo, della Cresima e dell’Eucaristia ai catecumeni e che si desse l’assoluzione sacramentale ai penitenti pubblici, alla fine della Quaresima, quando cioè, la Chiesa celebra il ricordo della morte e del trionfo di Gesù. I catecumeni venivano cosi « sepolti con Gesù per il Battesimo, per resuscitare poi con Lui a vita nuova» (Rom. VI, 4). A questo modo, i Tempi di Passione, rappresentando per tutti i Cristiani l’anniversario di questi benefici ricordavano loro che la morte e la risurrezione di Cristo, che erano state la causa efficiente e l’esempio della loro morte al peccato e della loro risurrezione spirituale, dovevano continuare ad esserlo soprattutto in questa parte dell’anno.

Queste feste non sono dunque un semplice ricordo storico riferentesi alla sola persona di Gesù; esse devono essere, per l’unione della fede e dell’amore che suscitano nelle anime, una realtà per tutto il corpo mistico di Gesù. Per esse il dramma del Golgota si estende dunque atutto il mondo e con Cristo suo Capo, la Chiesa riporta ogni anno,all’epoca delle solennità di Pasqua, una nuova vittoria su Satana. Il Tempo della Passione, per la sua connessione intima col Tempo di Pasqua, ha dunque lo scopo di rinnovare in noi lo spirito delBattesimo nel quale la nostra anima è stata lavata nel sangue diGesù, e quello della nostra prima Comunione colla quale l’animanostra si è dissetata di questo stesso sangue. Colla Confessione ela Comunione Pasquale, residui della disciplina penitenziale ebattesimale di un tempo, questo Tempo liturgico ci fa morire e risuscitare sempre più con Cristo.

II. Commento storico.

Il Tempo di Passione, che ricorda le sofferenze di Gesù, sì riporta specialmente all’ultimo anno del suo ministero, poiché fu allora soprattutto che l’odio, ogni giorno crescente, dei suoi nemici si manifestò in modo più tangibile e culminò nel dramma che la Chiesa celebra durante la cosi detta Settimana Maggiore O Settimana Santa durante la quale Essa segue il Maestro giorno per giorno.

Secondo anno. – Dopo aver guarito il figlio della vedova di Naim, Gesù assolve quella eccatrice, la quale non ebbe timore di venire a gettarsiai suoi èiedi, mentre Egli era a tavola a casa di Simone il fariseo. L’avarizia di Giuda fa prevedere il suo delitto (Giov. di passione).

Terzo anno. — Dopo la Trasfigurazione, Gesù andò a Cafarnao, poi a Gerusalemme per la festa dei Tabernacoli (Mart. di passione). Egli disse di essere la fontana di acqua viva che disseta le anime, ed annunciò la Sua prossima fine. Il giorno dopo queste feste, Egli dette ai Giudei le prove della Sua divinità, ma essi tentarono di lapidario. (Dom. Pass.). Tornato in Galilea, andò nuovamente a Gerusalemme per celebrarvi, durante l’inverno, la festa dell’Anniversario della Dedicazione del Tempio. I Giudei volevano ancora lapidarlo: non era egli forse un bestemmiatore Colui che pretendeva di essere una sola natura col Padre Celeste? (Merc. Pass.) Poi, essendo andato in Perea, Gesù fu chiamato a Betània, dove risuscitò Lazzaro. Questo prodigio gli procurò tanta rinomanza che i Giudei, non potendo contenere più a lungo la loro gelosia, stabilirono di farlo morire. Gesù si rifugiò ad Ephrem (Ven. Pass.). Sei giorni avanti la Pasqua, Egli ritornò a Betania, dove Maria sparse il profumo sui suoi piedi (Lun. santo).

Settimana Santa. — Il giorno dopo, Gesù fece l’ingresso trionfale a Gerusalemme (Vang. della benediz. delle Palme). Lasciò la città quella sera stessa per tornarvi il giorno seguente, il Lunedi Santo, giorno nel quale Egli s’intrattenne con i Giudei nel Tempio (Sabato di Passione). Il Martedì Santo andò di sera, verso il Monte degli Ulivi e predisse agli Apostoli la sua Passione prossima. Non ritornò a Gerusalemme che il Giovedì sera per l’ultima Cena (Giov. santo) e fu crocefisso il giorno dopo alle porte della città, sul Monte Calvario. Nello stesso giorno fu deposto nel sepolcro e ne usci glorioso, il mattino della Domenica seguente.

III. — Commento Liturgico.

Il Tempo di Settuagesima è una preparazione remota alla festa di Pasqua, il Tempo di Quaresima è una preparazione prossima e le due ultime settimane di Quaresima, che portano il nome di « Tempo di Passione », sono una preparazione immediata. Le feste e le cerimonie dell’ultima settimana, detta Settimana Santa o Settimana Maggiore, hanno origine dalla Chiesa di Gerusalemme. Col Vangelo alla mano, i Cristiani seguivano passo passo il Salvatore, venerando sul posto i preziosi ricordi degli avvenimenti solenni coi quali si era compiuta la Sua vita mortale. Roma adottò questa Liturgia dapprima locale e sistemò le sue Chiese in modo da poter celebrare gli Uffizi della Settimana Santa, come si facevano a Gerusalemme. Per una quindicina di giorni la Chiesa sopprime il Salmo il «Judica me » e il « Gloria Patri » che non si trovano nella liturgia antica. Essa copre pure di veli violetti le sante immagini. Senza dubbio, la devozione ai Santi si oscura davanti al grande avvenimento della Redenzione, ma, se si pensa che il Crocifisso stesso è velato, si vedrà in quest’uso un vestigio della tenda che, un tempo, veniva tesa durante tutta la Quaresima, tra la navata e l’altar maggiore. Nei tempi antichi, i penitenti pubblici che erano stati espulsi dalla Chiesa, non potevano rientrarvi che il Giovedì Santo. Dopo la soppressione di questa cerimonia, tutti i Cristiani furono più o meno assimilati ai penitenti pubblici e pur non pronunciando contro di essi la pena di espulsione, si nascose loro l’altar maggiore e tutto quello che vi si trovava, per mostrar loro che essi non meritavano di prender parte al culto eucaristico con la Comunione Pasquale che dopo aver fatta la debita penitenza.

Alcuni autori credono che questo velo avesse per scopo di nascondere la Croce, che nei tempi, antichi non aveva su di essa il Cristo, masplendeva di pietre preziose. Era quindi necessario togliere aglisguardi questo segno di Trionfo fino al Venerdì Santo, quando Gesù riportò la sua vittoria sulla croce, che si espone allora alla adorazione dei fedeli. Spogliando gli altari e facendo tacere le campane il Giovedì, il Venerdì e il Sabato della Settimana Santa la Chiesa mostra la tristezza che prova al ricordo delia morte del suo Sposo divino.

UN’ENCICICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. BENEDETTO XIV – “QUEMADMODUM PRECES”

La preghiera a Dio, praticata oggi, è quanto di più blasfemo e sacrilego si possa immaginare, ed è particolarmente questo un segno distintivo del Novus Ordo degli apostati usurpanti modernisti. Ognuno, magari in buona fede, e nella totale ignoranza delle disposizioni ecclesiastiche, che sono espressioni della volontà divina, si sente in diritto di comporre preghiere fantasiose e melodie pseudo liturgiche, modellate su motivetti alla moda accompagnati da strumentacci elettronici che definire cacofonici, sarebbe un ignobile ed eufemistico complimento. Si compongono melodie sdolcinate, testi ammiccanti a capricciose passionalità, ritmate su tempi da discoteche o dancing … un vero affronto alla sacralità dei luoghi e delle funzioni nelle quali non c’è più ritegno alcuno nello scimmiottare satanismi e diavolerie varie. Eppure la preghiera liturgica, o in comune per le pubbliche calamità, è preghiera che deve rispondere a precisi criteri che solo la Chiesa può stabilire. Tutto ciò che esula da questo controllo o da regole di fede ben determinate, è solo sacrilegio e blasfemia, superstizione ed idolatria nel migliore dei casi, e quindi offesa diretta a Dio. È quello che leggiamo in questa lettera enciclica di un Santo Padre particolarmente edotto nelle pratiche liturgiche, come S. S. Benedetto XIV: « … spetta unicamente all’Autorità Ecclesiastica stabilire e prescrivere quelle preci, in quanto a nessun potere secolare è consentito decidere e stabilire per legge che si innalzino pubbliche preghiere, sia per rendere grazie a Dio per qualche beneficio ricevuto, sia per implorare il Suo aiuto in un momento di grave difficoltà » – « … il Sacro Concilio Tridentino ha diffidato dall’accogliere nella celebrazione delle Messe, preghiere “…. che non siano quelle approvate dalla Chiesa e che non siano state accolte per assidua e lodevole consuetudine” …. Basterebbe solo questa citazione per comprendere che l’attuale setta del Novus Ordo, guidata truffaldinamente dal “Gatto e la Volpe”, è la vera sinagoga di satana delle profezie dei sacri Testi biblici, la setta dalla quale viene l’anticristo, che travestito da angelo di luce, si spaccerà e si farà adorare come Dio … ma non usiamo il futuro, perché il signore dell’universo è già messo sugli altari del Novus Ordo ed adorato con l’offerta del Corpo e Sangue di Cristo, come nelle infernali agapi rosacrociane. Anche le preghiere fatte da chi si spaccia per autorità ecclesiastica senza esserlo canonicamente, sono sacrilegi orrendi ed attirano maledizioni tremende, come già Malachia ci ha avvertito nei suoi scritti: et maledicam benedictionibus vestris, et maledicam illis…

In attesa dell’intervento del Cristo, che con il soffio della sua bocca brucerà l’anticristo ed i suoi adepti del Novus Ordo e satelliti, leggiamo la lettera odierna:

S. S. Benedetto XIV

Quemadmodum preces

Come è sommamente giusto innalzare preghiere a Dio in favore dei Principi, così conviene che le formule delle stesse preci siano conformi a quelle che la Chiesa ha adottato; soprattutto poi se tali preghiere sono da recitare durante la celebrazione delle Messe. Inoltre spetta unicamente all’Autorità Ecclesiastica stabilire e prescrivere quelle preci, in quanto a nessun potere secolare è consentito decidere e stabilire per legge che si innalzino pubbliche preghiere, sia per rendere grazie a Dio per qualche beneficio ricevuto, sia per implorare il Suo aiuto in un momento di grave difficoltà.

1. Come Voi ben sapete, San Paolo, nella prima [lettera] a Timoteo, cap. 2, così si esprime: “Chiedo, domando, invoco, anzitutto, che le pubbliche preghiere, le orazioni, le suppliche, le azioni generose siano rivolte a pro di tutti gli uomini, a pro dei Sovrani e di tutti coloro che stanno ai vertici del potere” (1Tm 2,1-2). Che se poi è consentito a questo punto indicare la prassi che la Chiesa primeva seguiva nelle orazioni e nelle preci per offrire i Principi a Dio, hanno potuto renderla abbastanza manifesta la lettera di San Dionigi, Vescovo Alessandrino, al Governatore Emiliano; Tertulliano nel libro Ad Scapulam e nell’Apologetico; San Cipriano nell’Epistola a Demetriano;Origene nella Risposta a Celso e Atenagora nella sua ambasceria presso gl’Imperatori, in favore dei Cristiani.

2. Essi, invero, per molti versi sono d’accordo circa il modo di professare la propria fede e di pregare. Parimenti nelle celeberrime addizioni della lettera di San Celestino ai Vescovi della Gallia, cap. 11, si legge: “Rivolgiamo l’attenzione anche ai vincoli delle preghiere sacerdotali… affinché la legge della preghiera sancisca la legge della fede“.Da qui deriva che occorre adottare nelle pubbliche preghiere le formule prescritte dalla Chiesa, soprattutto se si tratta di orazioni che devono essere recitate nella Messa, come si è detto. Quindi anche il Sacro Concilio Tridentino ha diffidato dall’accogliere nella celebrazione delle Messe, preghiere “che non siano quelle approvate dalla Chiesa e che non siano state accolte per assidua e lodevole consuetudine“. Perciò nel Messale Romano esistono quasi per ogni circostanza, pie e devote orazioni, desunte opportunamente dagli antichi e venerabili testi sacri.

3. Per la verità, non pensiamo di procedere troppo oltre; anzi Noi crediamo di mantenerci sicuramente entro i giusti limiti della Nostra Autorità, quando sosteniamo che solo alla Potestà Ecclesiastica e non già a quella secolare compete la facoltà di regolare le questioni Ecclesiastiche e spirituali. Quel grande Osio, Vescovo di Cordova, in una lettera relativa a coloro che conducevano vita solitaria presso Sant’Atanasio, così scrisse all’Imperatore Costanzo circa la libertà ecclesiastica: “Non intrometterti nelle questioni ecclesiastiche né dettar legge a Noi in questa materia, ma piuttosto apprendila da Noi. A Te Dio affidò l’Impero, a Noi affidò tutto ciò che appartiene alla Chiesa… Evita di renderti colpevole di grave delitto, avocando a Te ciò che compete alla Chiesa. Sta scritto: A Cesare ciò che è di Cesare; a Dio ciò che è di Dio“.

4. Riferendoci poi a tempi più vicini e al fatto che diede occasione a questa Nostra lettera, affermiamo che lo stesso tribunale laico aveva abrogato e stracciato i Decreti di un certo magistrato con i quali erano state indette pubbliche preghiere per i Principi: esso aveva reso noto che tali Decreti erano destituiti d’ogni autorità e di ogni forza legale. Non molti anni addietro la Sacra Congregazione del Concilio, con il consenso dei Nostri Predecessori, pubblicamente revocò e rese inoperante un Editto del potere secolare con cui esso,  in seguito a una vittoria conseguita dal Principe, aveva indetto un Te Deum laudamus di ringraziamento, sebbene avesse assicurato di non voler violare il diritto ecclesiastico, mentre senza dubbio, la stessa assicurazione veniva di fatto smentita.

5. Affinché dunque si proceda rigorosamente con equità e rettitudine, Vi ammoniamo e Vi esortiamo perché sia Voi, sia altri per opera Vostra, preghiate con insistenza Dio per l’incolumità e la felicità dei vostri Principi, come anche Noi facciamo ogni giorno per i Principi cattolici. – Accogliete con animo sereno e lieto tutto ciò che i poteri secolari vi chiedono perché si recitino pubbliche preghiere per loro, e fate in modo che in esse si usi la liturgia della Chiesa e che non si recitino nella Messa nuove e inusitate orazioni.

6. Se invece (ma stentiamo a crederlo) qualche potere laicale, in forza di qualche usanza o consuetudine (che in realtà deve essere definita abuso), presume di non riconoscere per nulla la Vostra autorità, ma con atto arbitrario pretende d’indire pubbliche preghiere e anzi osa stabilire anche una pena per chi protesta, allora parlerete anche Voi come Osio parlò all’Imperatore. Usate argomenti che forse sono ignorati da chi è in errore. Spiegate ad essi che non è questo il modo di pregare Dio e di realizzare i propri voti; spiegate che essi devono rifugiarsi in Voi in quanto Voi, sebbene scelti fra gli uomini, tuttavia, a tutto vantaggio degli uomini, siete posti fra coloro che appartengono a Dio come dice l’Apostolo agli Ebrei; spiegate che all’infuori di Voi nessuno può intraprendere un’opera di tal fatta e assumere su di sé questo onore ma solo chi è chiamato da Dio come Aronne.

7. Che se poi alle vostre parole non si presta fede, né Voi giudicate che sia opportuno procedere verso di essi conforme ai dettami della disciplina ecclesiastica, a Voi tassativamente prescriviamo di renderci quanto prima edotti su tali questioni, anche trasmettendo nelle Nostre mani l’opportuna documentazione: Noi siamo infatti pronti a compiere tutti quegli atti che i Nostri insigni Predecessori erano soliti affrontare in analoghe circostanze. Non vogliamo infatti, una volta chiamati davanti al supremo tribunale di Dio, essere accusati d’aver negletto i diritti della Santa Sede. Frattanto Vi abbracciamo con paterno amore e Vi impartiamo l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, il 23 marzo 1743, nell’anno terzo del Nostro Pontificato.

DOMENICA DI PASSIONE (2020)

DOMENICA DI PASSIONE (2020)

Stazione a S. Pietro;

Semidoppio, Dom. privit. di I cl. • Pagamenti violacei.

« Noi non ignoriamo, dice S. Leone, che il mistero pasquale occupa il primo posto fra tutte le solennità religiose. Durante tutto l’anno, col cercare di migliorarci sempre più, noi ci disponiamo a celebrare questa solennità in maniera degna e conveniente, ma questi ultimi e grandissimi giorni esigono ancor più la nostra devozione, poiché sappiamo che essi sono vicinissimi al giorno in cui celebriamo « il mistero cosi sublime della misericordia divina » (II Notturno). Questo mistero è quello della Passione del Salvatore di cui è ormai prossimo l’anniversario. Pontefice e mediatore del Nuovo Testamento, Gesù salirà ben presto sulla Croce e presenterà al Padre, il sangue, che Egli verserà entrando nel vero Sancta Sanctorum che è il Cielo (Ep.). « Ecco, canta la Chiesa, brilla il mistero della Croce, dove la Vita ha subito la morte e con la Sua morte ci ha reso la vita » (Inno dei Vespri). E l’Eucaristia è frutto dell’amore immenso di un Dio per gli uomini, poiché istituendola, Gesù ha detto: « Questo è il mio corpo, che sarà immolato per voi. Questo è il calice della nuova alleanza nel sangue mio. Fate questo in memoria di me » (Com.). Cosa fecero gli uomini in risposta a tutte queste bontà divine? « I suoi non lo ricevettero » dice S. Giovanni, parlando dell’accoglienza fatta a Gesù dai Giudei: » Gli fu reso il male per il bene » (4 Ant. della Laudi) e gli furono riservati solamente gli oltraggi « Voi mi disonorate » dirà loro Gesù ». Il Vangelo ci mostra in fatti l’odio sempre crescente del Sinedrio,  Abramo, [Dopo la festa dei Tabernacoli che ebbe luogo il terzo anno del suo ministero pubblico, Gesù pronunciò nel Tempio le parole del Vangelo d’oggi. Una parte dell’atrio era stata trasformata in deposito Perché il Tempio non era ancora interamente ricostruito. I Giudei vi raccolsero delle pietre per lapidare Gesù che si nascose ai loro sguardi, la sua ora non essendo ancora, venuta.] il padre del popolo di Dio, aveva fermamente creduto alle promesse divine che gli annunciavano Cristo futuro, e nel Limbo la sua anima che, avendo avuto fede in Gesù, non è stata colpita da morte eterna, si è rallegrata nel vedere il realizzarsi di queste promesse, con la venuta del Salvatore. I Giudei che avrebbero dovuto riconoscere in Gesù il Figlio di Dio, più grande di Abramo e dei profeti perché  eterno, misconobbero il senso delle sue parole e, dopo averlo insultato trattandolo da invaso dal demonio e bestemmiatore, lo vollero lapidare (Vang.). « Non temere davanti ad essi, gli dice Dio in persona di Geremia, poiché io farò che tu non tema i loro volti. Poiché oggi Io ti ho reso come una città fortificata, come una colonna di ferro, come un muro di bronzo contro i re di Giuda, i suoi principi, i suoi sacerdoti ed il suo popolo. Essi combatteranno contro te, ma non prevarranno: perché io sono con te, dice il Signore, per liberarti (I Notturno). « Io non cerco la mia gloria, dice Gesù; vi è qualcuno che la cerca e giudica» (Vang.). E per bocca del salmista, Egli continua: « Giudicami, Signore, e discerni la mia causa da quella della gente empia: liberami dall’uomo iniquo ed ingannatore». Questo popolo «bugiardo» (Vang.) afferma Gesù, è il popolo Giudeo. « Liberami dai miei nemici, continua il Salmista; mi strapperai dalle mani dell’uomo iniquo » (Grad.). « Il Signore è giusto. Egli decapiterà i peccatori » (Tratto). Dio infatti, non permise agli uomini di mettere la mano su Gesù prima che la sua ora fosse giunta (Vang.) e quando l’ora dell’immolazione fu suonata, Egli strappò il Suo figlio dalle mani dei malvagi, risuscitandolo. Questa morte e questa resurrezione erano state annunciate dai Profeti ed Isacco ne era stato il simbolo, allorché, mentre per ordine di Dio, stava per essere immolato da Abramo, suo padre, fu salvato da Dio stesso e sostituito da un ariete, che rappresentava l’Agnello di Dio sacrificato per il genere umano. . Gesù doveva dunque nel Suo primo avvento essere umiliato e soffrire; soltanto dopo Egli apparirà in tutta la Sua potenza: ma i Giudei, accecati dalle passioni, non ammisero che una sola venuta: quella che deve prodursi nella gloria e, scandalizzati dalla Croce di Gesù, lo respinsero. Per questo motivo, Dio li respinse a sua volta, mentre accolse con benevolenza coloro che hanno poste le loro speranze nella redenzione di Gesù, ed uniscono le loro sofferenze alle Sue. « Giustamente e per ispirazione dello Spirito Santo, dice S. Leone, i SS. Apostoli hanno ordinato digiuni più austeri durante questi giorni; affinché, con una comune partecipazione alla Croce di Cristo, noi pure facciamo qualche cosa che ci unisca a quello che Egli ha fatto per noi. Come dice l’Apostolo S. Paolo: « Se soffriamo con Lui, saremo anche glorificati con Lui ». Certa e sicura è l’attesa della promessa beatitudine là dove vi è partecipazione alla passione del Signore (IV Lezione). — La Stazione si tiene nella Basilica di S. Pietro, innalzata sull’area dove prima sorgeva il Circo di Nerone, dove il Principe degli Apostoli morì, come il suo Maestro, sopra una Croce. – In ricordo della Passione di Gesù, di cui si avvicina l’anniversario, pensiamo che, per risentirne gli effetti benefici, bisogna, come il Divin Maestro, saper soffrire persecuzioni per la giustizia, e quando, membri della «famiglia di Dio », siamo perseguitati con e come Gesù Cristo, chiediamo a Dio che « custodisca i nostri corpi e le nostre anime » (Or.).

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

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Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XLII: 1-2.

Júdica me, Deus, et discérne causam meam de gente non sancta: ab homine iníquo et dolóso éripe me: quia tu es Deus meus et fortitudo mea. [Fammi giustizia, o Dio, e difendi la mia causa da gente malvagia: líberami dall’uomo iniquo e fraudolento: poiché tu sei il mio Dio e la mia forza].

Ps XLII:3

Emítte lucem tuam et veritátem tuam: ipsa me de duxérunt et adduxérunt in montem sanctum tuum et in tabernácula tua. [Manda la tua luce e la tua verità: esse mi guídino al tuo santo monte e ai tuoi tabernàcoli.]

Júdica me, Deus, et discérne causam meam de gente non sancta: ab homine iníquo et dolóso éripe me: quia tu es Deus meus et fortitudo mea. [Fammi giustizia, o Dio, e difendi la mia causa da gente malvagia: líberami dall’uomo iniquo e fraudolento: poiché tu sei il mio Dio e la mia forza].

Oratio

Orémus.

Quæsumus, omnípotens Deus, familiam tuam propítius réspice: ut, te largiénte, regátur in córpore; et, te servánte, custodiátur in mente. [Te ne preghiamo, o Dio onnipotente, guarda propízio alla tua famiglia, affinché per bontà tua sia ben guidata quanto al corpo, e per grazia tua sia ben custodita quanto all’ànima.]

 Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Hebræos.

Hebr IX: 11-15

Fatres: Christus assístens Pontifex futurórum bonórum, per ámplius et perféctius tabernáculum non manufáctum, id est, non hujus creatiónis: neque per sánguinem hircórum aut vitulórum, sed per próprium sánguinem introívit semel in Sancta, ætérna redemptióne invénta. Si enim sanguis hircórum et taurórum, et cinis vítulæ aspérsus, inquinátos sanctíficat ad emundatiónem carnis: quanto magis sanguis Christi, qui per Spíritum Sanctum semetípsum óbtulit immaculátum Deo, emundábit consciéntiam nostram ab opéribus mórtuis, ad serviéndum Deo vivénti? Et ideo novi Testaménti mediátor est: ut, morte intercedénte, in redemptiónem eárum prævaricatiónum, quæ erant sub prióri Testaménto, repromissiónem accípiant, qui vocáti sunt ætérnæ hereditátis, in Christo Jesu, Dómino nostro.

OMELIA I

[A. Castellazzi: Alla Scuola degli Apostoli; Sc. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929]

GESÙ CRISTO SACERDOTE

“Fratelli: Cristo, essendo venuto come pontefice dei beni futuri, attraverso un tabernacolo più grande e più perfetto, non fatto da mano d’uomo, cioè non appartenente a questo mondo creato, e mediante non il sangue di capri e di vitelli, ma mediante il proprio sangue, entrò una volta per sempre nel santuario, avendo procurato una redenzione eterna. Poiché se il sangue dei capri e dei tori e l’aspersione con cenere di giovenca santifica gli immondi rispetto alla mondezza della carne, quanto più il sangue di Cristo, il quale, mediante lo Spirito Santo, ha offerto se stesso immacolato a Dio, monderà la nostra coscienza dalle opere morte, perché serviamo al Dio vivente? E per questo Egli è il mediatore del nuovo testamento, affinché, essendo intervenuta la sua morte a redimere dalle trasgressioni commesse sotto il primo testamento, quelli che sono stati chiamati conseguono l’eterna eredità loro promessa, in Gesù Cristo Signor nostro”. (Ebr. IX, 11-15).

L’Epistola di quest’oggi è tratta dalla lettera agli Ebrei, della quale si è già parlato nella solennità di Natale. Qui si parla della superiorità e della efficacia del Sacrificio di Gesù Cristo, in confronto del sacrificio della legge ebraica. Difatti Gesù Cristo:

1. È il Sacerdote della nuova legge,

2. Che offre a Dio il proprio sangue,

3. E si fa nostro mediatore.

1.

Cristo, essendo venuto come pontefice dei beni futuri; cioè dei beni del Nuovo Testamento, come: l’espiazione valevole per tutti i tempi, la santificazione interna, l’eterna felicità ecc.; venivano, necessariamente, a perdere tutta la loro importanza i riti del culto levitico. Ciò che è imperfetto dove cedere il posto a ciò che è perfetto. Gesù Cristo è il Sacerdote della nuova legge. Non si assume da sé la dignità sacerdotale: ma vi è destinato da Dio, come da Dio vi fu destinato Aronne. Il Padre, che dall’eternità gli dà l’essere di Figlio, con giuramento solenne, irrevocabile, lo dichiara: «Sacerdote in eterno, secondo l’ordine di Melchisedech» (Salm. CIX, 4). Sarà un sacerdote che durerà in eterno. Melchisedech, sacerdote e re, tipo di Gesù Cristo, è introdotto nella Sacra Scrittura, così minuziosa nelle genealogie dei  Patriarchi, senza che si faccia menzione né del padre né della madre, né del tempo della nascita né del tempo della  morte, né di chi l’abbia preceduto né di chi gli sia succeduto nel sacerdozio. Gesù Cristo, come non ebbe antecessori, non avrà successori nel suo sacerdozio. Vivendo Egli in eterno, il suo sacerdozio non avrà mai fine, a differenza del sacerdozio secondo l’ordine di Aronne, che aveva carattere transitorio. Mediante il sacerdozio di Gesù Cristo abbiamo un’espiazione valevole per tutti i tempi. Al pari degli antichi re e sacerdoti, anche il sacerdote della nuova legge, Gesù Cristo, riceve l’unzione, ma in modo più eccellente. Egli viene unto «non con olio visibile, ma col dono della grazia … E deve intendersi unto con questa mistica e invisibile unzione, quando il Verbo di Dio si è fatto carne» (S. Agostino, De Trinit. L . 15. c. 26). In virtù dell’unione ipostatica con la divinità, la natura umana di Gesù Cristo ricevette, fin dal primo momento dell’incarnazione, la pienezza di tutte le grazie e di tutti i doni dello Spirito Santo. Così, la natura umana assunta riceve l’unzione dalla divinità. Gesù è, quindi, sacerdote fin dal principio della sua esistenza. È sacerdote nella culla, è sacerdote nell’esilio, è sacerdote durante la vita nascosta di Nazaret.

2.

Gesù Cristo, mediante lo Spirito Santo, ha offerto se stesso immacolato a Dio. Negli antichi sacrifici la vittima che doveva essere immolata veniva trascinata all’altare. Gesù Cristo, che sostituirà se stesso alle vittime del sacrificio levitico, non ha bisogno d’essere condotto per forza al luogo dell’immolazione. Prima di sacrificare il suo corpo sacrifica la sua volontà. Al Padre non piacciono più i sacrifici dell’antica legge, e fa conoscere la sua volontà che il Figlio, assumendo un corpo, lo offra in sacrificio per la salvezza degli uomini. E il Figliuolo, incarnandosi, può ripetere le parole del salmista: «Ecco io vengo, per fare, o Dio, la tua volontà» (Ebr. X, 7). Ecco, io assumo un corpo, mi faccio uomo, affinché offra me stesso in luogo del sacrificio mosaico. E questa spontanea ubbidienza dimostra in tutte le circostanze della sua vita mortale. La volontà del Padre è volontà sua. È volontaria la povertà di Betlemme, l’amarezza della fuga in Egitto, il sudore della bottega, le fatiche dell’apostolato. Sono volontarie tutte le privazioni, le persecuzioni, i dolori della vita pubblica; è volontario il sacrificio supremo sulla croce. Venuta l’ora dell’immolazione « non ha aperto la sua bocca; come pecorella sarà condotto ad essere ucciso: e come un agnello si sta muto dinanzi a colui che lo tosa, così Egli non aprirà la sua bocca » (Is. LIII, 7). – Siamo al sacrificio cruento. Il sangue scorre; ma questa volta non scorre sangue di capretti e di vitelli; scorre il sangue del Figlio di Dio fatto uomo; sangue d’un valore infinito. Per mezzo di questo sangue offerto a Dio, l’uomo è liberato dalla schiavitù di satana. Gli antichi schiavi che ottenevano la libertà, l’ottenevano depositando essi stessi il prezzo della propria liberazione. Noi pure siamo stati liberati dalla schiavitù mediante un prezzo e « caro prezzo »; (I Cor. VI, 20) ma questo caro prezzo, non l’abbiamo sborsato noi. L’ha sborsato Gesù Cristo « il quale ha dato se stesso quale riscatto per tutti », (I Tim. II, 6) versando il suo prezioso sangue. La pena dovuta ai nostri peccati, e che noi non avremmo mai potuto scontare, con questo sangue è cancellata. La giustizia di Dio è soddisfatta: l’uomo è riconciliato col suo creatore.

3.

E per questo egli è il mediatore del nuovo testamento. – « Egli è il solo mediatore tra Dio e gli uomini » (1 Tim. II, 5). Il sacerdote è mediatore tra Dio e gli uomini specialmente per mezzo del sacrificio e della preghiera. « Il buon mediatore offre a Dio le preghiere e i voti dei popoli, e porta loro da parte di Dio benedizioni e grazie. Supplica la divina maestà per le mancanze dei peccatori; e redime negli offensori l’ingiuria fatta a Dio» (S. Bernardo, De mor. et off. Epist. c. 3, 10). La preghiera del Sacerdote ha sempre grande valore: è la preghiera dell’uomo di Dio. Qual valore non avrà la preghiera di Gesù Cristo? « Facilmente si ottiene quando prega un figlio ». (Tertulliano, De pœn. 10). E Gesù Cristo è Figlio di Dio: « Figlio diletto », (Luc. III, 22). « Figliuolo dell’amor suo ». (Col. 1. 13) Egli stesso ha assicurato agli Apostoli che otterrebbero dal Padre qualsiasi cosa, se chiesta in nome suo. A maggior ragione si otterrà dal Padre, quanto chiede Egli stesso. Gesù Cristo innalza al Padre la sua efficace preghiera, quando appare in questo mondo; l’innalza durante la sua vita. Egli prega in ogni tempo e in ogni luogo. Prega di giorno, prega di notte. Prega in pubblico, prega nella solitudine. Dopo aver parlato agli uomini di Dio, del suo regno, si ritira a parlare degli uomini a Dio. – Nel tempio, nel deserto, nell’orto s’innalza a Dio il profumo della sua preghiera. Ma sul Calvario specialmente, quando pende dalla Croce, la sua preghiera sacerdotale si innalza ad interporsi tra la giustizia e la misericordia di Dio. – E sui nostri altari continua ancora oggi a innalzare al Padre la sua preghiera in favore dell’umanità. Ogni qualvolta s’immola misticamente il suo Corpo e il suo Sangue offerti all’eterno Padre, hanno forza più efficace di qualsiasi voce sensibile, presso la maestà di Dio offesa, ad ottenere il perdono per gli offensori. Egli continua il suo ufficio sacerdotale di mediatore su in cielo, dove si fa nostro avvocato alla destra del Padre. Lassù Gesù Cristo continua ad essere il nostro sacerdote, che prega, manifestando al Padre il suo vivissimo desiderio della nostra salute, e presentandogli l’umanità assunta, coi segni gloriosi dei misteri in essa compiuti. E continuerà il suo ufficio di mediatore per noi sino alla fine dei secoli. I Sacerdoti, suoi rappresentanti su questa terra, passeranno. Agli uni succederanno gli altri: il loro ministero sarà limitato dal tempo. Ma Gesù, Sacerdote eterno, non passerà « vivendo egli sempre affine di supplicare per noi ». (Ebr. VII, 25). Gesù Cristo, Sacerdote della Nuova Alleanza, s’interessa di noi al punto da offrire al Padre il suo Sangue per i nostri debiti, e continua a far l’ufficio di nostro difensore lassù in cielo. E noi fino a qual punto ci interessiamo di Gesù? Forse l’abbiamo completamente dimenticato. La Serva di Dio suor Benedetta Cambiago, entrata un giorno nella sala da lavoro dell’educandato da lei diretto, ove si trovavano delle fanciulle esterne, domanda: — Mie care, vorrei sapere da voi una cosa. Là vi è il Crocifisso, amor nostro, morto per noi sulla croce. Quanti atti di offerta gli avete fatto oggi? E visto che nessuna di loro si era ricordata di Gesù ripiglia: — Ebbene, chi si scorda di Gesù è indegna di star con Lui. — E senz’altro piglia una sedia, stacca il Crocifisso dalla parete e lo porta via. A questa conclusione le fanciulle si mettono a piangere, e pregano Benedetta che riporti loro il crocifisso. (Vittorio Bondiano, Suor Benedetta Cambiagio, fondatrice delle Suore di N. S.  della Provvidenza ecc. Verona, 1925; p. 92). – Se noi dovessimo piangere sulle giornate trascorse senza fare un’offerta a Gesù, che per noi offrì se stesso, senza rivolgere un pensiero a Lui, che continuamente intercede per noi, forse dovremmo piangere ben frequentemente. Un degno cambio per tutto quello che Gesù Cristo ha fatto, e fa continuamente per noi, non lo potremo mai rendere: nessuno può dubitare. Possiamo però tener sempre presenti i suoi benefici. Sarebbe già qualche cosa: ama chi non oblia. Possiamo offrirgli giornalmente i nostri pensieri, i nostri affetti, le nostre fatiche, i nostri dolori. Possiamo offrirgli le nostre preghiere. « Gesù Cristo nostro Signore — osserva S. Agostino — prega per noi come nostro Sacerdote… è pregato da noi come nostro Dio ». (Enarr. in Ps. LXXXV, 1) Lo preghiamo davvero come nostro Dio? Lo preghiamo frequentemente?

Graduale

Ps CXLII: 9, 10

Eripe me, Dómine, de inimícis meis: doce me fácere voluntátem tuam

Ps XVII: 48-49

Liberátor meus, Dómine, de géntibus iracúndis: ab insurgéntibus in me exaltábis me: a viro iníquo erípies me.

Tractus

Ps CXXVIII: 1-4

Sæpe expugnavérunt me a juventúte mea.[Mi hanno più volte osteggiato fin dalla mia giovinezza.]

Dicat nunc Israël: sæpe expugnavérunt me a juventúte mea. [Lo dica Israele: mi hanno più volte osteggiato fin dalla mia giovinezza.]

Etenim non potuérunt mihi: supra dorsum meum fabricavérunt peccatóres. [Ma non mi hanno vinto: i peccatori hanno fabbricato sopra le mie spalle.]

V. Prolongavérunt iniquitátes suas: Dóminus justus cóncidit cervíces peccatórum. [Per lungo tempo mi hanno angariato: ma il Signore giusto schiaccerà i peccatori.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem.

Joann VIII: 46-59

“In illo témpore: Dicébat Jesus turbis Judæórum: Quis ex vobis árguet me de peccáto? Si veritátem dico vobis, quare non créditis mihi? Qui ex Deo est, verba Dei audit. Proptérea vos non audítis, quia ex Deo non estis. Respondérunt ergo Judæi et dixérunt ei: Nonne bene dícimus nos, quia Samaritánus es tu, et dæmónium habes? Respóndit Jesus: Ego dæmónium non hábeo, sed honorífico Patrem meum, et vos inhonorástis me. Ego autem non quæro glóriam meam: est, qui quærat et jdicet. Amen, amen, dico vobis: si quis sermónem meum serváverit, mortem non vidébit in ætérnum. Dixérunt ergo Judaei: Nunc cognóvimus, quia dæmónium habes. Abraham mórtuus est et Prophétæ; et tu dicis: Si quis sermónem meum serváverit, non gustábit mortem in ætérnum. Numquid tu major es patre nostro Abraham, qui mórtuus est? et Prophétæ mórtui sunt. Quem teípsum facis? Respóndit Jesus: Si ego glorífico meípsum, glória mea nihil est: est Pater meus, qui gloríficat me, quem vos dícitis, quia Deus vester est, et non cognovístis eum: ego autem novi eum: et si díxero, quia non scio eum, ero símilis vobis, mendax. Sed scio eum et sermónem ejus servo. Abraham pater vester exsultávit, ut vidéret diem meum: vidit, et gavísus est. Dixérunt ergo Judaei ad eum: Quinquagínta annos nondum habes, et Abraham vidísti? Dixit eis Jesus: Amen, amen, dico vobis, antequam Abraham fíeret, ego sum. Tulérunt ergo lápides, ut jácerent in eum: Jesus autem abscóndit se, et exívit de templo.” Laus tibi, Christe!

Omelia II

“In quel tempo disse Gesù alla turbe dei Giudei ed ai principi dei Sacerdoti: Chi di voi mi convincerà di peccato. Se vi dico la verità, per qual cagione non mi credete? Chi è da Dio, le parole di Dio ascolta. Voi per questo non le ascoltate, perché non siete da Dio. Gli risposero però i Giudei, e dissero: Non diciamo noi con ragione, che sei un Samaritano e un indemoniato? Rispose Gesù: Io non sono un indemoniato, ma onoro il Padre mio, e voi mi avete vituperato. Ma io non mi prendo pensiero della mia gloria; vi ha chi cura ne prende, e faranno vendetta. In verità, in verità vi dico: Chi custodirà i miei insegnamenti, non vedrà morte in eterno. Gli dissero pertanto i Giudei: Adesso riconosciamo che tu sei un indemoniato. Abramo morì, e i profeti; e tu dici: Chi custodirà i miei insegnamenti, non gusterà morte in eterno. Sei tu forse da più del padre nostro Abramo, il quale morì? e i profeti morirono. Chi pretendi tu di essere? Rispose Gesù: Se io glorifico me stesso, la mia gloria è un niente; è il Padre mio quello che mi glorifica, il quale voi dite che è vostro Dio. Ma non l’avete conosciuto: io sì, che lo conosco; e se dicessi che non lo conosco, sarei bugiardo come voi! Ma io conosco, o osservo le sue parole. Abramo, il padre vostro, sospirò di vedere questo mio giorno: lo vide, e ne tripudiò. Gli dissero però i Giudei: Tu non hai ancora cinquant’anni, e hai veduto Abramo? Disse loro Gesù: In verità, in verità vi dico: prima che fosse fatto Abramo, io sono. Diedero perciò di piglio a de’ sassi per tirarglieli: ma Gesù si nascose, e uscì dal tempio” (Jo. VIII, 46 59).

DISCORSO PER LA DOMENICA DI PASSIONE

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

Sopra la Contrizione.

Quii ex vobis arguet me de peccato (Joan. VIII)

Non appartiene che a Gesù Cristo, la stessa santità, di sfidare i suoi nemici con santa franchezza, come lo fa nell’odierno Vangelo, di rimproverargli un qualche peccato.  La santa dottrina che loro aveva predicato, gli esempi di virtù che loro aveva dati, lo mettevano in sicuro da ogni censura; era Egli medesimo in diritto di far a tali suoi nemici i più giusti rimproveri sulla perversa resistenza alla verità che loro predicava, perché la sua santa vita era una prova convincente della sua missione. Quanto siamo lontani, Fratelli miei, dal poter renderci una simile testimonianza, come Gesù Cristo rende in quest’oggi alla sua innocenza? Oltre che non havvi alcuno di noi, che non possa, e che non debba dire col Profeta, ch’egli è stato concepito nell’iniquità; havvene alcuno che non abbia avuto la disgrazia di cadere in qualche peccato attuale?  Havvene alcuno che ben lungi di poter dire, con Gesù Cristo, chi mi convincerà di peccato: non debba all’opposto confessare ingenuamente, ch’egli ha incorsa la disgrazia di Dio? Confessiamolo tutti, Fratelli miei, con altrettanto di dolore che di sincerità, che noi siamo rei degni dì portare il peso dell’ira del nostro Dio. Ma benediciamo mille volte la divina misericordia, che ci apre nei suoi tesori un rimedio al nostro male. Qualunque peccato abbiamo noi commesso, essa ce ne offerisce il perdono, purché noi lo domandiamo con un cuore contrito ed umiliato. Questo buon Padre è sempre pronto a ricevere il figliuol prodigo che ritorna dai suoi traviamenti, e che ne fa una confessione sincera con un cuore spezzato dal dolore. Volete voi dunque, peccatori, trovar grazia presso di Dio, quel tenero Padre che avete lasciato? Abbandonate i vostri cuori ai sensi di un vivo dolore: questo è un mezzo sicuro per rientrare nella casa paterna, e per ricuperare il diritto che avete perduto. Dio dimentica tutti i nostri peccati, tosto che noi li detestiamo di tutto cuore: voglio io in quest’oggi ragionarvi di questo dolore che cancella il peccato; soggetto tanto più importante, che la maggior parte delle confessioni che si fanno, principalmente in questo tempo Pasquale, sono nulle e sacrileghe per difetto di questo dolore. Si esaminano i peccati, si accusano; ma ben pochi vi sono che abbiano il dolore necessario per ottenere il perdono. Se v’è qualche confessione difettosa per mancanza di dichiarazione, molte più ve ne sono per mancanza di contrizione. Gli uni mancano affatto di contrizione; gli altri non hanno la contrizione quale Dio la richiede per accordare il perdono al peccatore. Vediamo dunque in quest’oggi la necessità della Contrizione: primo punto. Le qualità della Contrizione: secondo punto.

I Punto. La contrizione che tiene il primo luogo tra gli atti del penitente, come dice il santo Concilio di Trento, è un dolore, ed una detestazione del peccato commesso, con un fermo proponimento di non più commetterlo in avvenire. Non è solamente una interruzione, né anche una cessazione dal peccato, come lo pretendevano gli eretici che furono condannati in quel Concilio; egli è ancora una tristezza, ed un dolor vivo di cuore che ammollisce la sua durezza, gli fa odiare il peccato, e determina efficacemente il peccatore a non più commetterlo. Quindi la contrizione ha due oggetti : l’uno riguarda il passato, e l’altro l’avvenire. Ella affligge il cuore sul passato, dice S. Gregorio, e gli fa prendere delle precauzioni per l’avvenire: Pœnitere est perpetrata piangere, et plangenda non perpetrare. Or questa contrizione, questo dolore, come dice ancora il santo Concilio di Trento, è sempre stato necessario per ottenere il perdono. Egli è la prima porta per rientrare nello stato di giustizia e d’innocenza, da cui l’uomo è decaduto per il peccato. Iddio non ha mai accordato, e non accorderà mai il perdono al peccatore che a questa condizione: ella è una verità, di cui la sacra scrittura e la ragione ci forniscono prove senza replica. Apriamo primieramente i santi libri: che cosa Dio domanda ai peccatori che vogliono rientrare in grazia con lui? Gettate lungi da voi, loro dice per un Profeta, le vostre iniquità, e fatevi un cuor nuovo: Projiecite a vobis omnes prævaricationet vestras, et facite vobis cor novum (Ezech. XVIII). Invano dareste voi tutti i segni esteriori di penitenza; inutilmente coprireste i vostri capi di cenere, e i vostri corpi di cilicio; indarno squarcereste le vostre vestimenta, se i vostri cuori non sono penetrati di rammarico, e spezzati dal dolore: Scindite corda vestra, et non vestimenta vestra (Joel. II). Sì, Fratelli miei, benché per uscire dalla schiavitù del peccato, e ricuperare la libertà dei figliuoli di Dio, voi castigaste il vostro corpo, e lo riduceste in servitù con le penitenze le più austere, coi digiuni i più lunghi, e i più rigorosi; benché vi spogliaste di tutti i vostri beni per darli ai poveri; se il vostro cuore ama ancora l’oggetto di vostra passione, la vostra penitenza è vana, non è che un’ombra, e voi dimorerete sempre sotto l’anatema. Convertitevi a me in tutto il vostro cuore, vi dice il Signore, ed io mi convertirò a voi: Convertimini ad me in toto corde vestro, et ego convertar ad vos (Joel. II). Interrogate su di ciò, Fratelli miei, tutti coloro, cui il Signore ha fatto grazia e misericordia: vi diranno che non han trovata la pace delle loro anime, che nei pianti e nei gemiti; interrogate principalmente il Re Profeta, quel gran modello di penitenza: v’insegnerà che l’afflizione del cuore è l’anima della penitenza: mirate anche i sentimenti di dolore, di cui sono ripieni i suoi Salmi. Egli piange e geme ogni giorno sul suo peccato, che è sempre avanti a lui. L’agitazione e l’inquietudine si sono impadronite della sua anima sino a penetrare la midolla delle sue ossa : Conturbata sunt omnia essa mea ( Psal. VI), Il suo dolore è così grande, che interrompe il suo sonno per dare un libero corso alle lagrime abbondanti che colano dai suoi occhi: Lavabo per singulas noctes lectum meum; lacrymis meis stratum meum rigabo. Qual è l’origine di queste lagrime? Donde viene il dolore, cui questo gran Re si abbandona? Si è, ch’egli ha offeso il suo Dio, e che tutt’altro sacrificio non può appagarlo, che quello d’un cuor contrito ed umiliato: Sacrificium Deo spiritus contribulatus cor contritum et humiliatum, Deus, non despicies. Così non ottiene il perdono del suo peccato, che pel dolore che ne ha concepito; le sue lagrime furono il bagno salutevole che lavarono la sua anima dal suo delitto, e la resero tanto bianca, come la neve. Or se Davide, quell’uomo che Dio aveva eletto secondo il suo cuore, non può trovar grazia dopo il suo peccato, che pel dolore che ne ebbe, invano pretendete, peccatori, ottenerlo altrimenti; mentre questo dolore non è men necessario nella legge di grazia, che nell’antica legge. Infatti, quantunque Gesù Cristo abbia istituito il Sacramento della penitenza per la remissione dei peccati, non vi ha perciò dispensati dal dolore che dovete concepirne; anzi ha voluto ch’egli fosse una parte essenziale del Sacramento, come l’ha dichiarato il santo Concilio di Trento, appoggiato su queste parole dì Gesù Cristo: se voi non fate penitenza, voi perirete tutti: Si pœnitentiam non egeritis, omnes similiter peribitis! (Luc., XIII). Cioè, se voi non vi pentite dei vostri peccati, se il vostro cuore non è tocco, ammollito, cambiato, voi non riceverete giammai il perdono, e per conseguenza non vi sarà giammai salute per voi. Perciocché notate col Crisostomo che, sebbene il nome di penitenza possa estendersi a tutte le opere penose e soddisfattorie, che dispongono il peccatore a riconciliarsi con Dio, la penitenza consiste principalmente nel dolore dei suoi peccati nel cangiamento di cuore, che sono l’anima della penitenza, senza di cui tutte le altre non ne sono che l’ombra e la scorza pœoenitentiæ larva et umbra ista sunt. Invano dunque, Fratelli miei, avreste voi fatto ricorso al Sacramento della riconciliazione; invano dichiarereste tutti i vostri peccati ai ministri che Gesù Cristo ha stabiliti per rimettervegli; invano il ministro del Signore pronuncerebbe su di voi la sentenza dell’assoluzione; tutte le vostre confessioni, tutte le assoluzioni che egli vi darebbe, vi sarebbero inutili, giacché non avreste la contrizione. Si può dirvi in un senso, che la contrizione è più necessaria alla salute che la Confessione; non già che questa non sia di un obbligo indispensabile; ma la contrizione può supplire alla Confessione, e non già la Confessione alla contrizione … Se voi siete in ìstato di peccato mortale, e che per motivo di un puro amor di Dio, voi ne concepiate dolore, qualunque peccato abbiate commesso, vi sarà perdonato; Dio vi renderà la sua amicizia, perché Egli ama coloro che l’amano: Ego diligentes me diligo (Prov. VIII). Se voi morite in questo stato senza esservi presentati al tribunale della penitenza, purché però non v’abbia alcuna vostra colpa, il Cielo vi è aperto. Convien tuttavia osservare che questa contrizione che viene dalla carità perfetta, deve rinchiudere il proponimento di sottoporre i vostri peccati alle chiavi della Chiesa; senza di che sarebbe di nessun effetto, come dice il Concilio di Trento. Al contrario, non foste voi colpevoli che di un solo peccato mortale, se voi moriste senz’averlo detestato, o con una contrizione perfetta fuori del Sacramento, o con una contrizione imperfetta insieme col Sacramento; aveste voi praticate tutte le altre virtù le più eroiche, voi non potete aspettarvi che un’eterna riprovazione; Comprendete da questo, Fratelli miei, la necessità della buona contrizione; ella è sì grande che nulla può dispensarne, così ha ordinato Iddio per la riconciliazione del peccatore, al cuore Egli si attiene; è la conversione del cuore ch’Egli dimanda, tutt’altro sacrificio non potrebbe essergli gradito. Ne volete voi sapere la ragione sensibile e con vincente? Eccola. Dio non può accordare all’uomo il perdono del suo peccato, che cangiando di disposizione riguardo all’uomo peccatore, cioè rendendogli la sua amicizia invece dell’odio, che aveva contro di Lui concepito. Or Dio non può cangiare di disposizione riguardo all’uomo peccatore, se questo peccatore non cangia egli medesimo di disposizione riguardo a Dio. Che fa l’uomo peccando? Si stacca, e si allontana da Dio per attaccarsi alla creatura, cui dà un’indegna preferenza sul suo Creatore; questa preferenza è l’opera del cuore; bisogna dunque che questo cuor cambi riguardo a Dio, attaccandosi a Lui, dandogli la preferenza che merita sulla creatura; bisogna che questo cuore divenga un cuor nuovo, amando ciò che odiava, ed odiando ciò che amava. Ecco, dice S. Agostino, quel che fa la vera penitenza, l’odio del peccato, e l’amor di Dio: Pœnitentiam non facit, nisi amor Dei, et odium peccati. Or l’odio e l’amore non possono venir che dal cuore. Non havvi dunque alcun perdono a sperare pel peccatore, se il suo cuore non è spezzato, cangiato dalla contrizione, che è nello stesso tempo l’odio del peccato, e l’amor di Dio. Inoltre non è forse il cuore che ha gustato il primo la dolcezza del frutto proibito, che si è abbandonato ai piaceri vietati, seguendo l’attrattiva della sua passione? Deve egli opporre il dolore al piacere, la tristezza al diletto, l’amarezza della penitenza alle false dolcezze che ha egli ricercate nel peccato. – Ed è così, peccatori, che l’avete voi compreso, voi che sino al presente non vi siete attaccati che alla scorza della penitenza, che avete conservato lo stesso cuore, cioè un cuore egualmente attaccato all’oggetto di vostra passione, che non avete concepito né dolore, né tristezza sui vostri peccati? Ohimè! Fratelli miei, quale illusione! Illusione, che vi ha sinora ingannati. Voi avete creduto essere sufficientemente disposti a ricevere il vostro perdono, avete esaminata la vostra coscienza, accusati i vostri peccati, fatti atti di contrizione, gettati sospiri, versate alcune lagrime; ma siccome con tutto questo il vostro cuore non era punto cangiato, e che non detestava il peccato come doveva, la vostra penitenza è stata vana, sterile, ed infruttuosa. Se aveste a fare con un uomo, egli si contenterebbe di questa esterior penitenza; ma Dio non se ne contenterà giammai, perché Egli vede il fondo del cuore; e finché questo cuore amerà i piaceri vietati, con tutte le lagrime che possiate spargere, con qualsivoglia protesta, che facciate di non più ricadere, voi sarete sempre colpevoli avanti a Dio, voi sarete sempre carichi del peso dei vostri peccati; come le vostre parole, che sono altrettanti inganni, e menzogne, ben lungi di giustificarvi, non serviranno che a rendervi più rei. Io so benissimo che per eccitarvi al dolore dei vostri peccati, voi leggete in certi libri alcune formule proprie ad ispirarvelo; ma credere, che queste preghiere bastino, e che a forza di leggere più formule proprie a toccate il cuore, senza che realmente lo sia, si otterrà il perdono del suo peccato, egli è un errore. Leggete tante preghiere che vi piacerà, pronunciate di bocca tanti atti di contrizione, quanti può formarne lo spirito, se il dolor non è nel cuore, se il cuore non è penetrato di pentimento del suo peccato, se il cuore, in una parola, non è cambiato, tutte le preghiere a nulla servono. – Ma in che, mi direte, consiste dunque questo dolore, questa tristezza che aver si deve del peccato? Questo dolore non è una semplice conoscenza che si ha della difformità del peccato; i demoni hanno questa conoscenza, e non hanno la contrizione! Non è neppure una semplice disapprovazione del peccato, che ogni uomo ragionevole non può trattenersi di condannare nel tempo stesso in cui egli si abbandona al peccato. Che convien dunque far di più, direte ancora? Bisogna forse che il cuore sia commosso da qualche dispiacer sensibile, come lo risentiamo quando ci giunge qualche funesta nuova? No, Fratelli miei, questo dolore che Dio ci domanda, non è un sentimento della natura, sovente non dipende da noi; neppure sono lacrime, ch’Egli esige, esse non sono sempre in nostra disposizione; felici tuttavia sono coloro che ne spargono per un vero dolore dei loro peccati! Eccovi dunque in che consiste questa contrizione necessaria per la giustificazione: ella è un atto della volontà che ritratta, che detesta, che odia il peccato, che si pente d’averlo commesso, e che mette il peccatore in tal disposizione, che vorrebbe non averlo mai commesso. –  Giudicate, Fratelli miei, di questa disposizione, in cui deve essere il peccator penitente, da quella in cui vi trovate, allorché vi pentite di aver fatta una qualche azione che vi ha cagionato una perdita di bene, un disonore, la disgrazia di una persona che vi amava, e vi proteggeva; voi ritrattate questa azione, voi avete dispiacere di averla fatta, voi vorreste non averla fatta. Tale è la disposizione in cui dovete essere per rapporto al peccato; non basta non volerlo più commettere, ma bisogna essere disgustato di averlo commesso. Or ecco ciò in che molti penitenti presentemente s’ingannano. Uno crede di detestar bene il peccato, perché non vi vuol più cadere; ma è forse sempre disgustato per questo di averlo commesso? Un altro ha lasciato un’occasione, una persona, che non vuol più frequentare forse perché ne è stato rigettato, o che vi si è determinato di sua elezione. Ma non si richiama egli forse con compiacenza la memoria dell’oggetto di sua passione, i piaceri, ch’egli ha gustati, i disordini, cui si è abbandonato? Non  vuoi più avere alcuna rea compiacenza per certe amate persone; ma si ha forse pentimento di quelle che si ha permesse, che sono state ottenute a prezzo d’argento, che han procurata l’amicizia d’un grande, che hanno aperta la strada ad una certa fortuna, ad uno stabilimento vantaggioso, dove si compiace d’essere pervenuto? Ah! quanto è difficile, quanto è raro di pentirsi di questa sorte di peccati! Non vuole quello più rapire la roba degli altri; ma è forse disgustato d’essersi arricchito a loro spese? Se si pentisse delle sue ingiustizie passate, penserebbe a restituire. Un vendicativo perdona al suo nemico, perché la collera è passata; ma è egli ben pentito di aver soddisfatta la sua vendetta? Questo è ciò che accade molto di rado. Ahi non sono queste, Fratelli miei, penitenze capaci di calmare l’ira di Dio. L’ho detto e non saprei troppo ripeterlo: la penitenza del cuore, che è la contrizione, ha due oggetti; ella è un rammarico, un dispiacere del peccato commesso, con un fermo proponimento di non più commetterlo in avvenire. Contrizione assolutamente necessaria per ottenere la remissione del peccato. Quali ne sono le qualità?

II. Punto. La contrizione per essere gradita a Dio e salutevole ai peccatori, deve essere soprannaturale nel suo principio e nel suo motivo, universale nel suo oggetto, efficace e costante nel suo proponimento. Essa deve esser soprannaturale nel suo principio e suo motivo, cioè deve esser prodotta da un impulso della grazia, e da un motivo soprannaturale. La ragione è che la contrizione è una disposizione prossima alla giustificazione del peccatore; cioè a quel felice passaggio dal peccato alla grazia, per cui il peccatore diventa l’amico di Dio, l’erede del regno eterno. Ora la fede c’insegna che tutto ciò che ci dispone prossimamente alla giustificazione, deve essere soprannaturale, cioè, venire dal Santo Spirito, perché la giustificazione medesima è un dono soprannaturale, che non è dovuto all’uomo, e dove non può pervenire con le sue proprie forze: egli ha dunque bisogno di un soccorso che lo innalzi su di se stesso; egli deve avere una disposizione proporzionata al fine felice che si propone, che è di riconciliarsi con Dio, e di ricuperare i suoi diritti alla celeste eredità. Egli è vero che questo soccorso soprannaturale, questo dono prezioso ci viene dal Padre dei lumi, il quale è la sorgente d’ogni dono perfetto; che è la sua grazia onnipotente che agisce in noi, che ci solleva su di noi medesimi per renderci partecipi della natura divina. La contrizione è un movimento dello Spinto Santo cui solo appartiene di fare scorrere col suo soffio divino le acque salutari della compunzione, che debbono lavare le nostre iniquità: Flabit spiritus ejus, et fluent aquæ (Psal. CXLVII). Ma Dio è sempre pronto a darci il suo aiuto, purché noi glielo domandiamo, e non formiamo alcun ostacolo alle sue operazioni. Bisogna dunque operare dal canto nostro per corrispondere alla grazia, e renderci sensibili ai motivi di dolore, che essa ci propone. Bisogna di concerto con essa proporci noi medesimi questi motivi di dolore, lasciarcene toccare, penetrare, abbandonare i nostri cuori ai sentimenti che essi non mancheranno d’ispirarci. Or quali sono questi motivi soprannaturali che debbono produrre in noi il dolore dei nostri peccati? Sono oggetti che la fede ci propone per farci odiare il peccato, facendoci considerare ciò, ch’egli è per rapporto a Dio e alla nostra salute eterna. Bisogna dunque che la fede operi in questa occasione per sollevarci su di qualunque mira umana, e rappresentarci un Dio oltraggiato pel peccato, i suoi benefici dispregiati, la passione e la morte di Gesù Cristo, di cui il peccato è stata la cagione, una felicità infinita di cui ci ha Egli privati, i castighi eterni che ci ha meritati. Questi sono i motivi soprannaturali che debbono farci detestare il peccato, o come il sommo male di Dio, o come il sommo male dell’uomo. Se voi detestate il peccato come il sommo male di Dio, come un’ingiuria fatta alla sua infinita Maestà, e non in vista delle ricompense che ci promette o dei castighi, di cui ci minaccia, ma unicamente perché il peccato gli dispiace, perché è opposto alle sue infinite perfezioni che meritano tutto l’amore delle sue creature; si è l’effetto della vostra carità perfetta che solo può giustificarvi, come l’abbiamo già detto prima anche di accostarvi al Sacramento della Penitenza; lasciandovi per altro l’obbligo di sottoporre i vostri peccati alle chiavi della Chiesa; questa è la dottrina del Santo Concilio di Trento: Etsi contritionem hanc aliquando charitate perfectam esse contingat, hominemque Deo reconciliare priusquam hoc Sacramentum actu suscipiatur . Felice chi portato sull’ale dell’amore si solleva in tal modo sino a Dio, detesta il peccato per l’opposizione che egli ha alla sua infinità bontà e che con questo si assicura dell’amicizia del suo Dio, il Quale ama coloro che l’amano: ego dìligentes me diligo! – Voi potete ancora, e dovete per lo meno, detestar il peccato come vostro sommo male, in quanto vi priva dell’amicizia di Dio, del possesso della sua gloria, e vi rende l’oggetto delle vendette eterne. Questo dolore che viene da un amor imperfetto, e dal timore delle pene, benché da se stesso insufficiente per giustificarvi fuori del Sacramento, vi dispone nulla dimeno a ricevere nel Sacramento la grazia della riconciliazione; questa è ancora la dottrina del citato Concilio di Trento. Ma bisogna per questo, che esso scacci ogni affetto al peccato, che vi porti a Dio per l’amor della giustizia, e che sia unito alla speranza del perdono. Perciocché se voi non evitate il peccato, che per il timore dei castighi, di modo che non lascereste di commetterlo, se restasse impunito, questo timore è non solo inutile, ma eziandio biasimevole, dice S. Agostino, perché non cambia punto il vostro cuore. Fa d’uopo dunque, che sia accompagnato dall’amor della giustizia, cioè da una volontà di amar Dio, di praticare le virtù, ch’Egli vi comanda. Fa d’uopo ch’Egli vi porti a Dio con un amor di speranza che vi unisca a Lui, come a vostro sommo bene, che merita di esser preferito ad ogni altro, di tal maniera, che voi foste disposti a perdere piuttosto tutti i beni creati, a soffrire tutti i mali, che di perdere l’amicizia di Dio; senza di che questo dolore imperfetto non sarebbe sommo, come deve essere, per giustificarvi anche insieme col Sacramento. – Lungi dunque da qui, Fratelli miei, ogni altro dolore, che sarebbe di un inferiore ordine, che non avrebbe alcun rapporto a Dio, o alla salute eterna dell’uomo. Lungi da qui quei dolori, che non sono prodotti che da motivi umani, e che perciò sono incapaci di toccare il cuor di Dio e di operare la guarigione del peccatore. Tale fu il dolore di Antioco, il quale piangeva i mali, che aveva fatti in Gerusalemme, che prometteva anche di ripararli e che domandava a Dio il suo perdono con lagrime e gemiti; ma il suo dolore non era che l’effetto dei mali di cui Dio l’aveva oppresso: e non ottenne il perdono che domandava: Orabat autem hic scelestus Dominun, a quo non esset misericordiam consecuturus (2. Mach. IX). Tale è ancora il dolore di un gran numero di penitenti, che sono più sensibili ai mali temporali, che sono stati la conseguenza dei loro peccati, che all’oltraggio che han fatto a Dio. Molti piangono, dice S. Agostino, ed io piango anche con essi; ma io piango perché essi piangono male. Quel dissoluto piange la sua vita licenziosa, perché ha messo in disordine i suoi affari, rovinata la sua sanità. Quella figlia sparge molte lagrime, si strugge di dolore, perché il suo peccato l’ha disonorata, perché è divenuta la favola del pubblico. Quella donna racconta con lagrime i suoi affanni e i cattivi trattamenti che gli ha fatti suo marito: ne veggo un altro metter fuori singhiozzi e sospiri, che gli cava la confusione naturale che ha di confessar certe azioni, che vorrebbe poter a se stesso occultare. Chi non vede, Fratelli miei, che questi dolori sono tutti naturali, che sono meno l’effetto della grazia, che della natura, incapaci per conseguenza di riconciliare il peccatore con Dio? Queste sono, dice S. Bernardo, piogge fredde, che cagionano la sterilità, invece di apportar l’abbondanza. Queste tristezze del secolo non sono capaci che di cagionare la morte, dice S. Paolo: laddove la vera Contrizione, che è una tristezza secondo Dio, opera la salute: Quæ secundum Deum tristitia est, pœnitentiam in saluterai stabilem operatur, sæculi autem tristitia mortem operatur (2. Cor. VII). Volete voi, Fratelli miei, che la vostra sia tale? Sollevatevi con la fede sopra di tutti i motivi umani, per non riguardare nel peccato, che l’offesa di Dio, la perdita della sua amicizia, le pene eterne che ne sono la conseguenza. Se il vostro dolore è animato da un motivo soprannaturale, egli sarà universale nel suo oggetto; cioè egli detesterà tutti i vostri peccati senza eccezione, Mentre se voi detestate il peccato, o come sommo male di Dio, o come vostro sommo male, qualunque abbiate commesso, tosto che è mortale, portando questi odiosi caratteri, merita egualmente il vostro odio, ed il vostro dolore. Invano dunque offrireste a Dio il sacrificio di un cuor contrito su certi peccati, mentre questo cuore sarebbe attaccato ad altri oggetti che lo renderebbero colpevole avanti a Dio. Invano detestate voi la vendetta per principio di carità, se il vostro cuore è occupato di un amor profano per l’oggetto di una sregolata passione. Invano, per un principio dì giustizia, non vi impadronirete del bene altrui; se voi prodigate il vostro in folli spese, se voi l’impiegate a mantenere la vostra vanità, se voi lo consumate in dissolutezze. Dio riproverà i vostri sacrifizi, come fece altre fiate quello di Saulle, che nello sterminio degli Amaleciti, aveva risparmiato il Re, contro il divieto che gliene aveva fatto. No, Fratelli miei, Dio non vuole di questi cuori mezzo contriti, come dice S. Agostino, di questi cuori mezzo Cristiani, mezzo pagani, che offrono con una mano incensi al vero Dio, e con l’altra agl’Idoli, che detestano certi vizi, e non si pentono d’altri, di cui non vogliono correggersi. Il sacrificio del cuore per essere accetto a Dio, deve esser intiero; siccome Egli non perdona per metà, e nel perdono che ci accorda, rimette tutti i nostri debiti; così bisogna che il peccatore non riserbi alcun peccato, che la sua contrizione si estenda a tutti, che sia come un mare che gli anneghi, che gli assorbisca tutti nel suo seno: Magna est velut mare contritio tua. La spada del dolore deve tutti sacrificarli. Un solo risparmiato è un ostacolo al perdono. Finalmente la Contrizione deve essere efficace e costante nel buon proponimento di non più peccare. Chiunque infatti è veramente pentito di aver offeso Dio, deve essere ben risoluto di non più ricadere nel peccato. Se la Contrizione, siccome abbiam detto, rinchiude l’odio del peccato e l’amore di Dio, può uno odiar il peccato, senza essere risoluto di evitarlo? Può uno amar Dio come deve essere amato, senza esser disposto ad osservare i suoi divini comandamenti, il che è il segno il più certo dell’amore che si ha per lui? Tali esser debbono, o peccatori, le vostre disposizioni per l’avvenire, se volete ottenere il perdono del passato. Volete voi dunque conoscere se il vostro proponimento è stato sincero ed efficace? Giudicatene dal cangiamento dei vostri costumi, e dalla vostra fedeltà ad osservare la legge del Signore. Quindi ciò che fa la vostra sicurezza, deve accrescere il vostro timore; alla vista dei vostri peccati, voi vi rassicurate sulle vostre confessioni, voi credete averne ottenuto il perdono, perché gli avete accusati: errore, Fratelli miei; confessioni sacrileghe non saprebbero giustificarvi avanti a Dio; confessioni fatte senza un buon proponimento non possono che rendervi più colpevoli. Ora la prontezza e la facilità, con cui siete caduti nel peccato mortale dopo le vostre confessioni, non prova che forse giammai non avete voi avuto un sincero proponimento di non più peccare? Ma che qualità deve avere questo proponimento? Egli deve essere accompagnato da fermezza e da vigilanza: da fermezza per resistere alle tentazioni; da vigilanza per fuggire le occasioni. Che tutti i nemici di vostra salute, per farvi cangiar di risoluzione, si colleghino contro di Voi; che il mondo per guadagnarvi vi presenti lo splendore dei suoi beni, le lusinghe dei suoi piaceri; che il demonio come un leone che rugge giri intorno di voi per divorarvi; che di concerto con le vostre passioni vi solleciti ad accordar loro piaceri che la legge del Signore vi proibisce; voi dovete esser fermi e costanti per resistere e trionfare in tutti questi combattimenti: io l’ho promesso, dovete voi dire col Profeta, io ho risoluto di osservar la legge del Signore: juravi et statui custodire judicia justitiæ tuæ (Ps. CXVIII). Ma per riportare una sicura e piena vittoria , è necessaria la vigilanza per fuggire le occasioni del peccato. Mentre invano, Fratelli miei, vi lusingate di esser fedeli a Dio; se v’impegnate nelle medesime occasioni: qualunque risoluzione abbiate presa, voi soccomberete. Le medesime cagioni produrranno i medesimi effetti; gli oggetti che non vi eccitavano punto allorché n’eravate separati, riaccenderanno con la loro presenza le vostre passioni, e vi strascineranno nei medesimi disordini da cui siete usciti. – Concepite dunque, Fratelli miei, una ferma risoluzione di fuggir il peccato e le occasioni del peccato, di corregger i vostri malvagi abiti, servendovi dei mezzi che vi sono stati prescritti nel tribunale della penitenza, mentre non solo per ricevere il perdono delle vostre colpe dovete voi accostarvene, ma ancora per correggervi. A che vi servirebbe ricuperare per qualche tempo la grazia di Dio, se voi la perdeste per vostra incostanza? Il vostro stato diverrebbe peggiore che non era prima. Ah! è finito, dovete voi dire, già da troppo lungo tempo mi abuso dei Sacramenti. Io mi confesso e sempre ricado; la mia vita non è che una vicissitudine di peccato e di penitenza. Ma voglio che la mia penitenza metta fine ai miei peccati, che questa sia una penitenza ferma e durevole, che non finisca che con la vita. Se il vostro dolore è così costante nel suo proponimento, voi avrete , Fratelli miei , un segno tanto sicuro, quanto avere si possa in questa vita, ch’esso è stato vero, e che avete ottenuto il vostro perdono.

Pratiche – 1.° Domandate a Dio questo dolore; giacché è l’effetto della grazia, si richiedono molte preghiere per ottenerlo . – 2. Per eccitarvi alla contrizione dei vostri paccati, ritiratevi in un luogo conveniente, il più proprio si è la Chiesa; ivi vi proporrete i motivi capaci di muovere il vostro cuore, di penetrarlo dei sentimenti della più viva, della più amara compunzione. Riguardandovi come un figliuol prodigo, che ha lasciato il migliore di tutti i padri, vi getterete dentro le sue braccia, dicendogli: mio Padre, io ho peccato contro il cielo e davanti a Voi, io ne sono molto pentito; io vorrei non averlo mai fatto. Ah! la risoluzione è presa, io faccio sino d’ora un divorzio eterno con il peccato; piuttosto morire, o Signore, che di offendervi, si è la sola grazia ch’io vi domando. – 3. Rappresentatevi Gesù Cristo sulla croce (abbiate, per quanto vi sarà possibile, la sua immagine avanti agli occhi); immaginatevi che vi dica: ecco, peccatore, lo stato in cui tu m’hai ridotto col tuo peccato; la mia morte è opera tua, non ti penti tu di avermi così trattato? Vorresti tu ora non averlo fatto? Indi rispondetegli di tutto vostro cuore: sì, o Signore, io lo vorrei benissimo; io me ne pento sinceramente; ma è finito, non più peccati nella mia vita, non più tiepidezza nel vostro servizio. Per rendere il vostro dolore più gradito a Dio e più salutevole per voi, unitelo a quello che questo divin Mediatore concepì nel giardino degli ulivi sui peccati degli uomini, il quale gli cagionò un sudore di sangue; mischiate le vostre lagrime con quel Sangue prezioso; offrite a Dio i suoi meriti, per supplire a ciò che vi manca. Ma applicatevi altresì i meriti di quel Sangue adorabile col dolore che concepirete dei vostri peccati; non è che a questa condizione, ch’Egli purificherà, come dice l’Apostolo, le vostre coscienze dalle opere morte, cioè, dalle opere di peccato, e che avrete parte all’eredità, che vi è promessa. Gesù Cristo vi è entrato pel suo Sangue, voi dovere entrarvi per le vostre lagrime; dopo aver pianto sulla terra, voi sarete consolati nel Cielo. Così sia.

Credo …

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 Offertorium

Orémus Ps CXVIII: 17, 107

Confitébor tibi, Dómine, in toto corde meo: retríbue servo tuo: vivam, et custódiam sermónes tuos: vivífica me secúndum verbum tuum, Dómine. [Ti glorífico, o Signore, con tutto il mio cuore: concedi al tuo servo: che io viva e metta in pràtica la tua parola: dònami la vita secondo la tua parola.]

Secreta

Hæc múnera, quaesumus Dómine, ei víncula nostræ pravitátis absólvant, et tuæ nobis misericórdiæ dona concílient. [Ti preghiamo, o Signore, perché questi doni ci líberino dalle catene della nostra perversità e ci otténgano i frutti della tua misericórdia.]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

 Communio

1 Cor XI: 24, 25

Hoc corpus, quod pro vobis tradétur: hic calix novi Testaménti est in meo sánguine, dicit Dóminus: hoc fácite, quotiescúmque súmitis, in meam commemoratiónem. [Questo è il mio corpo, che sarà immolato per voi: questo càlice è il nuovo patto nel mio sangue, dice il Signore: tutte le volte che ne berrete, fàtelo in mia memoria.]

Postcommunio

Orémus.

Adésto nobis, Dómine, Deus noster: et, quos tuis mystériis recreásti, perpétuis defénde subsidiis. [Assístici, o Signore Dio nostro: e difendi incessantemente col tuo aiuto coloro che hai ravvivato per mezzo dei tuoi misteri.]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

http://www.exsurgatdeus.org/2018/09/13/ringraziamento-dopo-la-comunione-1/

http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

LO SCUDO DELLA FEDE (105)

Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA –

Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884

CAPO XV.

L’uomo rimirando sé, viene, se vuole, in cognizione di Dio.

I . Due chiare testificazioni ha volute Dio della sua grandezza nell’universo. L’una dalla magnificenza dell’abitazione, che è il mondo. L’altra dalla bellezza dell’abitatore, che è l’uomo: Habet Deus testimonium, totum id quod sumus, et in quo sumus. Così parlò Tertulliano (In Marc. I. 1. c. 1 0): al cui verace sentimento arrendendoci, dopo aver noi già guardo ai bruti, in cui risiede, infallibile rispetto a Dio, da cui proviene come da sua cagion creativa. Negate Dio, o l’istinto rimane inesplicabile ricercata l’attestazione che della divinità ci vien fatta dal mondo grande, non possiam ricusare quella che ci vuol fare anche il mondo piccolo, qual è l’uomo. Senonchè, al guardare un composto così ammirabile, conviene che io qui subito mi ripigli. Mondo piccolo l’uomo nel mondo grande? Tutto al contrario. Anzi egli è il mondo grande nel mondo piccolo; mentre quanto il resto delle creature supera l’uomo nella vastità della mole, tanto l’uomo supera il resto delle creature nel valore della sustanza (Una sola creatura umana vale assai più che tutta l’immensurabil materia dell’universo, perché il pensiero di cui l’uomo va insignito, abbraccia e penetra tutta quanta la materia, mentre la materia non può penetrare, non che il diverso da sé, nemmeno se medesima): ed è però nell’universo, come la gemma nell’anello, cioè il pregio di tutta l’opera, e il fine a cui s i ordinò così bel lavoro.

I.

II. Ed oh così potessi io qui spiegare tutte le vele, ed ingolfarmi sino all’alto in un pelago, qual è questo, di maraviglie! Potessi favellare dell’anima ragionevole, immagine così espressa della divinità: e, se non tanto, potessi almeno discorrere delle sue potenze sensitive, interne ed esterne, e delle operazioni donate a ciascuna d’esse! potessi anche solo riferir meramente il numero, il posto, la proporzione, gli uffizi di quelle parti, le quali costituiscono il corpo umano? potessi tutte ad uno ad uno descrivere le tante ossa con cui si regge, i nervi, i muscoli, le membrane, le vene, le cartilagini, i canaletti, le viscere, le vesciche, gli umori, le giunture, i seni, gli spiriti, e tanto che v’è di più, non ancor terminato di enumerare dopo diligentissime notomie! Si scorgerebbe, che se mondo può dirsi l’uomo, può dirsi anche, in capo a tanti secoli, il mondo nuovo; mentre tuttora egli ha la sua terra incognita da scoprirsi. Ma solcar tanto mare non ci è permesso da più altri viaggi ben faticosi che ci rimangono a fare entro a pochi fogli. Dirò dunque in succinto, che la fabbrica sola del nostro corpo è sì prodigiosa, che Galeno (de usu part. I. 17. c. 3), dopo averla alquanto osservata in diciassette libri, soggiunse di aver con ciò formato un inno perpetuo di lode a Dio, il quale seppe disegnare, poté eseguire, e volle tanto pienamente diffondere la sua bontà sopra sì bel lavoro, composto di molte migliaia di pezzi, e pur congegnato con tale concatenazione, che par composto di un solo; ciascun dei quali contenendo in sé più miracoli, fa che l’uomo a torto stupisca della natura di altra opera, più che di quella, la quale egli rimira nel mirar sé: tanto in ciascuna parte di sé medesimo egli è un prodigio maggiore di qualunque altro. Et mìratur alia homo., cura sit ipse mirator magnum miraculum. (S. Aug. hom.32. ex 50). Certo almen è, che io niuno anatomista ho mai letto, niuno ne ho udito, che favellando dell’arte sua, non prorompa in esclamazioni, nate dalla evidenza con cui tal arte fa scorgere che v’è Dio. Udiamone fra tanti uno celebre per la fama, che fu medico illustre di Enrico quarto : Ingredere tu quisquis es, etiam athæe, così dice egli: Ingredere, quæso, sacram Palladis arcem, etc. An non etiam invitus exclamabis: O architectum admirabilem! o opificem inimitabilem! (Andr. Lauren. Hen. IV. Consil. et Medie. Hist. anat. I . 1. c. 6. Franc. Redi). E questo è il sentimento comune di tutti i professori di tale scienza, uno de’ quali ha detto a me, non trovarne per sé  medesimo verun’altra, la quale più di questa lo innalzi a Dio. Almeno parmi di potere tener per indubitato, non essere finora avvenuto mai, che un uomo insigne nella professione anatomica, sia ateista; convenendo per forza, che egli alla luce delle sue cognizioni sperimentali scorga evidentemente e veneri un nume provvido, perspicace, attentissimo, di cui mira stampate troppo sensibilmente le maestrie su qualunque minimo ordigno del corpo umano (Sono veramente splendide, e degne di essere lette segnatamente da’ giovani studiosi le pagine, nelle quali Cicerone dimostra l’esistenza di una mente divina dalla mirabile struttura del corpo umano, nel suo De natura deorum, lib. 2° cap. 54 e seg.).

III. Pertanto, giacche tal corpo né si può qui trascorrere tutto intero, né tutto intero è dovere che si tralasci, ci restringeremo a quel solo che di lui sempre abbiamo dinanzi agli occhi, non mai velato, che son le mani ed il volto: la cui considerazione, quantunque superficiale, e’ immerge in Dio, senza, per dir così, che ce ne avvediamo.

IV. Or quanto alle mani, due fini ebbe la natura in donarle all’uomo, uno prossimo, uno remoto. Il prossimo fu, perché egli potesse pigliare gli altri oggetti corporei a proprio talento, e adoperarli. Il remoto fu, perché  egli nelle mani avesse un istrumento di tutte le arti. Cominciam dal fine remoto, a cui come a superiore, dovea conformarsi il prossimo.

II.

V. Stimò Anassagora, che l’uomo, in grazia delle mani da lui godute, fosse dotato dalla natura di senno (Arist. de part. anim. I. 4. c. 20. Galen. de usu part. I . 1. c. 1). Nel che egli errò certamente: mentre non perché vi era la cetera fu fatto il suonatore, ma perché  v’era il suonatore fu fabbricata la cetera. Non fu però data la mente all’uomo, perché egli possedeva le mani: ma bensì furono date all’uomo le mani, perchè egli possedeva la mente. Tuttavia questo errore include un gran panegirico delle mani, mentre denota, essere sì stupendo il loro lavorio, che non un uomo del volgo, ma delle scuole, arrivò a potersi persuadere, benché falsamente, che in riguardo delle mani noi fossimo ragionevoli (La mano e la ragione nell’uomo hanno fra di loro una così intima e naturale attinenza, che basterebbe essa sola la struttura della mano a provare la superiorità specifica dell’uomo sul bruto, non che l’esistenza di un supremo infinito Artefice).

VI. Ora lasciando andar ciò, certo è, che come la ragione, al parer del filosofo, è virtualmente ogni cosa per conoscere, così la mano è virtualmente ogni cosa per operare (Arist. 1. c. Galen. de usu part. I. 1. c. 4). Ond’è che la natura, troppo fuor di ragione fu calunniata da chi si dolse, che, producendo ella tutti gli altri animali sì ben guerniti, l’uomo solo produca ignudo ed inerme. Che importa ciò, mentre all’uomo diede le mani, negate agli altri animali, di lui men degni? Quindi è, che gli altri non possono mai mutar abito, mutar armi, mutar nulla di ciò di cui li fornì là natura insieme col nascere; ma debbono così stare, così andare, così adagiarsi, così pigliare i lor sonni: laddove l’uomo può eleggersi a piacer suo e l’abito che vuole, e l’armi che vuole, e le può deporre: tutto in virtù delle mani.

VII. Chi può però dire di quanti beni le mani anche lo provvedano? Queste di alimento, queste di abitazione, queste di rendite, queste di agi, queste di amenità, e queste di infinite ricreazioni da lui godute, or nelle pesche, or nelle caccie, or ne’ conviti, or nei giuochi, or nelle sinfonie, or nelle scene, che se non fosser le mani, sarebbono tutte opere ignote al mondo.

VIII. Quinci in due stati può l’uomo considerarsi: in pace ed in guerra. In pace, che sarebbero tutte le arti proprie di un cuor tranquillo, senza la mano? Anzi neppur vi sarebbero. Non vi sarebbero le meccaniche, quali sono il tessere, il filare, il fabbricare, il cucire, ed altre infinite, che dalla mano hanno tutta la loro forma, benché sì varia. Non vi sarebbero le scientifiche, quali sono l’astronomia, l’architettura, la musica, l’anatomia, l’aritmetica, la geometria, la geografia, che dalla mano hanno tutti i loro istrumenti ammirabilissimi, e tutte anche le operazioni. E meno vi sarebbero ancora le imitatrici, quali sono il delineare, il dipingere, il fondere, l’intagliare, l’incidere, lo scolpire; arti di tutto sì debitrici alla mano. E per qual cagione una pittura, una scultura, una statua, si dicon essere di mano di Raffaello, del Bernini, del Buonarotti, o si negano essere di lor mano? se non perché quanto in tali opere è di stimabile al guardo, si attribuisce più quasi dissi alla mano dei loro valenti artefici, che alla mente.

IX. In guerra poi la mano fa che non solo l’uomo difendasi bravamente, ma ancor che offenda più di qualunque animale. Non ebbe pertanto egli bisogno di corna, come hanno i tori, perciocché di quelle ossa aguzze può molto più una spada di acciaio ch’egli abbia in pugno, un’asta, un arco, e più anche uno schioppo carico. Onde è, che i tori con la loro indomita fronte possono solo offendere da vicino, ma l’uomo con la mano quanto oltre arriva a sfogar lo sdegno! Che però neppure egli ha cagion d’invidiare i denti al cignale, il rostro allo sparviere, le branche allo scorpione, gli artigli all’aquila, le zanne orrende al leone. Che se dal leone è l’uomo superato in velocità, ecco che con la mano arriva l’uomo a soggettarsi il cavallo, sul quale assiso vince il leone nel corso. (Galen. de usu part. I. 1. c. 1). Quindi, lavorando mille armi negli arsenali, assolda egli, per dir così, fino i fulmini nelle bombe: ed arrivando sino a domar gli elementi con la sua mano, ora comanda all’oceano che gli sostenga, benché superbo, sul dosso possenti armate; ed ora imprigiona il fuoco dentro le mine, fino a costringerlo, se si vuole rimettere in libertà, dì servirgli in tal atto di guastatore, mandando all’aria, ove muraglie, ove massi d’immensa mole.

X. Tutte queste arti, o pacifiche, o bellicose (con tante ancora di più che potrebbero annoverarsi) che sarebbero all’uomo senza la mano? Sarebbero come un’aquila senza penne, inabile ad alzarsi un palmo da terra, non che a volare. Laddove col favor della mano a che non si son esse avanzate di perfezione? I soldati di Pirro, per dargli un vanto degno di quella velocità con la quale egli al tempo stesso arrivava, assaltava, abbatteva ogni suo nimico lo chiamarono un giorno col nome di aquila. Il che egli udendo: Sì, disse, soldati miei: mi contento dell’onor che mi fate con dirmi un’aquila, purché sappiate, che voi siete quell’ali su cui m’innalzo. Diansi pur dunque alla mente umana tutte quelle lodi più alte ch’ella si merita, purché confessisi, che le mani son l’ale per cui fa ella, che l’uomo sollevisi sopra gli altri animali, e signoreggi.

III.

XI. Quindi è che restaci a considerare ora il meglio, che è l’artifizio con cui le mani furono architettate dalla natura, affinché servissero all’uomo di esecutrici sì belle ne’ suoi disegni. E giacché questo altro non è che provare il secondo punto (cioè, quanto bene furono le mani adattate al lor fine prossimo, di pigliare, di stringere, di sforzare, di straportare altrove ciò che volessero) ecco che ad esse fu data in prima una figura bislunga, la quale vada a terminare in più parti, e sottili e fesse e flessibili a meraviglia: altrimenti non avrebber le mani potuto afferrare qualunque ragion di corpi, circolari, o concavi, o retti (che son le forme cui si riducono tutti), e molto meno avrebbero potuto afferrare i maggiori, o i minori di sé medesime, e malamente gli eguali. E perché molti ancora di tali corpi sono di mole o disadatta, o pesante, non solamente le mani, in riguardo di essi, furono due, ma furono tanto pari, tanto pieghevoli, e tanto bene inchinate ancor l’una all’altra, che si potessero aiutare insieme con somma facilità, come due sorelle carnali.

XII. Oltre a ciò, la division delle parti, cioè delle dita in cui la mano finisce, doveva essere con tal arte, che quando queste si congiungano insieme, la mano ci serva, come se ella fosse tutta d’un pezzo: e quando si disgiungano, ella ci serva, come se fosse di più. Per lo qual fine si richiese altresì che le dita fossero più di numero, ma non eguali di altezza, per potere al pari comprendere il poco e ‘1 molto: il poco, quale sarebbe un ago al sartore, con l’estremità dello prime due; il molto, quale sarebbe un’alabarda al soldato, con tutte insieme.

XIII. Né dovevano essere tutte disposte tali dita ad un modo: altrimenti se non vi fosse da lato il pollice, qual sarebbe la forza delle altre quattro? A premer bene una cosa, conviene premerla e di sopra e di sotto. Di sopra la premono l’altre dita, di sotto al tempo stesso la preme il pollice, dito però più corto sì, ma più grosso: più corto, perché agli altri non sia d’impaccio; più grosso, perché dovendo da sé solo valere al pari di tutti gli altri, sia più robusto. Quindi è, che come la mano non val più nulla, se perdute le altre quattro dita rimanga col solo pollice; così val poco, se perduto il pollice resti con l’altre quattro. Che però agli Egineti sì prodi in mare, fecero gli ateniesi tagliare il pollice, perché restassero atti a maneggiare il remo a loro piacere, ma non già l’asta. (Aelian. De Var. hist. 1, 2. c. 3).

XIV. E da che i corpi sferici, ad esser ben tenuti, non richiedono manco di cinque dita, cinque le dita sono, ma non son più, perché il sesto, siccome non necessario, sarebbe più d’incomodo a qualunque opera che di aiuto.

XV. Parimente dovevano le dita essere così tenere, così tonde, e così rinforzate in su l’estremo con l’unghie, quali in noi sono. Se non fossero tenere, non sarebbero istrumenti opportuni al tatto, tanto più valido, quanto più risentito: se non fossero tonde, non sarebbero tanto forti a tenere ciò che afferrano: e se non fossero rinforzate dall’ unghie, riuscirebbero inabili a ben tastare, specialmente le cose piccole, e a grattare, a graffiare, a scarnare ciò che sia d’uopo.

XVI. Di vantaggio non bastava alle dita poter piegarsi, affine di afferrare opportunamente ciò che volevano; ma dovevano ancora piegarsi tanto, che si adattassero a qualunque figura; e dall’altra banda non potevano senz’ossa fare gran forza; pertanto ecco che la natura, lavorandole a tal effetto d’ossa e di carne, ha divise ad un’ora l’ossa in più articoli, acciocché la man si potesse e spiegare in un attimo, e ripiegare senza fatica.

XVII. Tre sono gli articoli delle dita minori, perché se fossero più, non si distenderebbero tanto bene; e se meno, non abbraccerebbero ogni figura, ancora rotonda. E due sono gli articoli nel maggiore, cioè nel pollice, perché abbia maggior possanza a resistere quando preme. Ciascuno pòi di questi articoli è legato mollemente non meno che fortemente nella sua giuntura, affinché per qualunque sforzo non si sconvolga: essendo frattanto ciascuna giuntura ripiena di un umor pingue, che facilita il moto per ogni verso; come costumasi di tenere unte le ruote, perché in andare, più speditamente rivolgansi intorno l’asse.

XVIII. E dacché l’ossa non potevano muoversi da sé sole, la natura vi aggiunse i muscoli, provveduti né di tanta carne, dalla parte superior delle dita, che la mano riuscisse troppo pesante; ne di sì poca dalla parte inferiore, che, come emunta, riuscisse poco abile al palpeggiare.

XIX. Ai muscoli è convenuto poi di aggiungere i nervi, le vene, le arterie, le fibre, ed altri legami finissimi, intorno ai quali tante cose osserva Galeno, e tanto vi ammira la sapienza del loro compositore, che pare aver lui cambiate le parti di fisico in quelle di teologo, giungendo a riconoscere nella figura, nella fortezza, e nell’accrescimento dell’unghie stesse una provvidenza bastevole a svergognare qualunque incredulo.

IV.

XX. Ma frattanto interviene a me come ad un pescatore di perle, che mirando sott’acqua uno stuolo di margherite, che vanno a nuoto non sa quale si prendere avidamente, e quale lasciare: né tanto è allegro per la preda che stringe, quanto è afflitto per quella che scappagli dalla mano, angusta al bisogno. Altro libro che questo si converrebbe per discorrere degnamente di tali cose, senza pentirsi di averne impreso a trattare. Stando nondimeno in quel poco che ne ho accennato, vi sarà chi si possa persuadere, che mani lavorate con sì grande attitudine al loro fine, siano senz’arte? Anzi, come saranno giammai senz’arte, se esse son le immediate lavoratrici di quanto tutte le arti hanno in sé di utilità e di vaghezza, che pure è tanto? Quando fosse l’uomo però divenuto muto in predicar le glorie del Creatore, io son certo, che benché privo di lingua me lo darebbe chiaramente a conoscere, come sa fare ogni mutolo, con le mani.

XXI. E voi, che con tale occasione avete ormai scorto, che benefizio sia quello che il Creatore vi conferì con rendervi, in virtù di esse, spedito e sciolto a qualunque opera vostra, vi siete mai ricordato di ringraziarlo di sì gran dono? Figuratevi un poco, che sia di un uomo che nasce monco, o che monco in brieve diviene. Non è spettacolo fino agli stessi nemici di pietà somma? Come volete però, che un benefizio sì nobile, qual è questo, si debba al caso? Il caso (se vogliamo parlar così) il caso può levare ad uno le mani, con fare a cagion d’esempio, che quando egli scarica un archibuso, o un’artiglieria, se le stroppi miseramente; ma non può dargliele. Questo non è mai seguito a memoria d’uomo. Come dunque ritroverassi chi, invece d’impiegar le sue mani in tessere ogni dì novelli serti di gloria a chi gliele diede, le impieghi ingrato a strapparglieli dalla fronte?

SALMI BIBLICI: “CONFITEMINI DOMINO … DICAT NUNC ISRAEL” (CXVII)

SALMO 117: “CONFITEMINI DOMINO, DICAT NUNC ISRAEL”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 117

Alleluja.

[1] Confitemini Domino,

quoniam bonus, quoniam in sæculum misericordia ejus.

[2] Dicat nunc Israel:

Quoniam bonus, quoniam in sæculum misericordia ejus.

[3] Dicat nunc domus Aaron: Quoniam in sæculum misericordia ejus.

[4] Dicant nunc qui timent Dominum: Quoniam in sæculum misericordia ejus.

[5] De tribulatione invocavi Dominum; et exaudivit me in latitudine Dominus.

[6] Dominus mihi adjutor; non timebo quid faciat mihi homo.

[7] Dominus mihi adjutor; et ego despiciam inimicos meos.

[8] Bonum est confidere in Domino, quam confidere in homine.

[9] Bonum est sperare in Domino, quam sperare in principibus.

[10] Omnes gentes circuierunt me; et in nomine Domini quia ultus sum in eos.

[11] Circumdantes circumdederunt me, et in nomine Domini quia ultus sum in eos.

[12] Circumdederunt me sicut apes, et exarserunt sicut ignis in spinis; et in nomine Domini, quia ultus sum in eos.

[13] Impulsus eversus sum, ut caderem; et Dominus suscepit me.

[14] Fortitudo mea et laus mea Dominus; et factus est mihi in salutem.

[15] Vox exsultationis et salutis in tabernaculis justorum.

[16] Dextera Domini fecit virtutem, dextera Domini exaltavit me; dextera Domini fecit virtutem.

[17] Non moriar, sed vivam; et narrabo opera Domini.

[18] Castigans castigavit me Dominus, et morti non tradidit me.

[19] Aperite mihi portas justitiæ: ingressus in eas confitebor Domino.

[20] Hæc porta Domini, justi intrabunt in eam.

[21] Confitebor tibi quoniam exaudisti me, et factus es mihi in salutem.

[22] Lapidem quem reprobaverunt ædificantes, hic factus est in caput anguli.

[23] A Domino factum est istud, et est mirabile in oculis nostris.

[24] Hæc est dies quam fecit Dominus; exsultemus, et lætemur in ea.

[25] O Domine, salvum me fac; o Domine, bene prosperare.

[26] Benedictus qui venit in nomine Domini: benediximus vobis de domo Domini.

[27] Deus Dominus, et illuxit nobis. Constituite diem solemnem in condensis, usque ad cornu altaris.

[28] Deus meus es tu, et confitebor tibi; Deus meus es tu, et exaltabo te. Confitebor tibi quoniam exaudisti me, et factus es mihi in salutem.

[29] Confitemini Domino, quoniam bonus, quoniam in saeculum misericordia ejus.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXVII.

Davide invita se stesso e il popolo di Dio, che ei figurava, a lodare Dio pei beneficii, principalmente per la pietra angolare di Cristo, che unisce in sé le due pareti, i due popoli, de Gentili e degli Ebrei.

Alleluja: Lodate Dio.

1. Date lode al Signore perché egli è buono perché la misericordia di lui è eterna.

2. Dica adesso Israele, come egli è buono, e come è eterna la sua misericordia.

3. Dica adesso la casa di Aronne come è eterna la sua misericordia.

4. Dicano adesso quei che temono il Signore, come è eterna la sua misericordia.

5. Nella tribolazione invocai il Signore, e mi esaudì con’larghezza il Signore.

6. Il Signore è mio aiuto; non avrò paura di quel che uomo si faccia contro di me

7. Il Signore è mio aiuto, e io non farò caso dei miei nemici.

8. Buona cosa ell’è il confidar nel Signore, piuttosto che confidare nell’uomo.

9. Buona cosa ell’è il confidar nel Sonore, piuttosto che confidare ne’ principi.

10. Mi assediarono tutte le genti; ma nel nome del Signore presi di esse vendetta.

11. Mi assediavano strettamente, ma nel nome del Signore presi d’esse vendetta.

12. Mi circondarono come uno sciame d’api, e si accesero come fiamma suol tra le spine; rna nel nome del Signore presi di esse vendetta.

13. Mi fu data la spinta, fui fatto sdrucciolare perché cadessi; ma il Signore mi resse.

14. Mia fortezza e mia lode il Signore, ed egli fu mia salute.

15. Voce di esultazione e di salute ne tabernacoli dei giusti.

16. La destra del Signore ha fatto gran cose: la destra del Signore mi ha esaltato; la destra del Signore ha fatto gran cose.

17. Non morrò, ma vivrò, e racconterò le opere del Signore.

18. II Signore mi ha castigato severamente; ma non mi ha dato alla morte.

19. Apritemi le porte della giustizia; entrato in esse, darò lode al Signore: questa è la porta del Signore: per essa i giusti entreranno.

20. Darò lode a te, perché mi hai esaudito, perché tu se’ mia salute.

21. La pietra cui rigettarono quei che edificavano, è divenuta testata dell’angolo.

22. Dal Signore è stata fatta tal cosa, ed ella è meravigliosa negli occhi nostri.

23. Questo è il giorno che è stato fatto dal Signore; esultiamo, e rallegriamoci in esso.

24 Salvami, o Signore; o Signore, concedi prosperità: benedetto lui che viene nel nome del Signore.

25. Abbiam dato benedizioni a voi, che siete della casa del Signore: il Signore è Dio, ed egli è a noi apparito.

26. Distinguete il giorno solenne co’ folti rami fino al corno dell’altare.

27. Mio Dio se’ tu, e a te io darò lode; mio Dio, se’ tu, e io ti esalterò.

28. Darò lode a te, perché mi hai esaudito, e sei mia salute.

29. Date lode al Signore, perché egli è buono, perché è eterna la sua misericordia.

Sommario analitico

In questo salmo, il Re-Profeta considera le diverse tribolazioni e le prove multiple attraverso le quali è passato Gesù-Cristo ed in seguito tutti i suoi fedeli servitori, la gloriosa resurrezione che ne è seguita ed ha coronato le sue sofferenze e, sotto l’impressione di questo magnifico spettacolo, nel nome stesso della Chiesa cristiana. [Questo salmo è stato composto per la processione solenne che i Giudei facevano con i rami in mano (27), l’ottavo giorno della festa dei tabernacoli. Quella di cui qui si tratta, è quella che coincise con la posa della prima pietra del secondo tempio (Esdr. III, 10, 11), o piuttosto quella in cui fu celebrata la dedicazione di questo tempio, la stessa forse della quale si è parlato (II Esdr., 8). Tutto il popolo condotto da uno dei suoi principali capi, si reca in processione sul monte Moriah cantando: « Confitemini, etc., » ed il seguito fino al versetto 18. Arrivati nei pressi del tempio, il capo chiede che le porte gli si aprano, (19); i sacerdoti che vengono rispondono dall’interno e si instaura un dialogo tra i sacerdoti, il popolo ed il suo capo (19-28). Dopo il v. 24, le porte si aprono, il popolo entra al canto dell’osanna, ed il cantico termina così come è cominciato (Le Hir.). È un dialogo tra il capo del popolo, i sacerdoti ed il popolo, benché gli interpreti non si accordino sulla distribuzione di questo dialogo (V, Distinction primitive des Psaumes en monologue et en dialogues.)

Il salmista:

I. – Invita a lodare la bontà e la misericordia di Dio (1)

1° Il popolo di Dio (2);

2° i sacerdoti (3);

3° Tutti coloro che temono il Signore (4);

II. – Ne dà le ragioni:

1° Dio lo ha esaudito in mezzo alle tribolazioni (5);

2° Gli ha dato un soccorso potente contro gli attacchi degli uomini e dei demoni (6, 7);

3° La sua speranza in Dio è stata più fruttuosa che se l’avesse messa negli uomini (8, 9);

4° gli ha dato la vittoria contro le persecuzioni dei suoi nemici più furiosi (10- 13);

5° lo ha salvato da una certa rovina, diventando sua forza e sua salvezza (13, 14).

III. – Descrive la felicità dei santi:

1° Essi si danno a trasporti di gioia e di allegria, in riconoscenza della salvezza che hanno ottenuto (15);

2° Essi saranno esaltati e glorificati da Dio stesso (16);

3° Dio darà loro l’immortalità nel cielo, dove lo loderanno per l’eternità (17-21).

 IV. – Celebra la gloria di Gesù-Cristo:

1° Dopo essere stato rigettato da coloro che costruivano l’edificio, è divenuto pietra d’angolo (22).

2° Questa mirabile opera è l’opera di Dio (23);

3° Il giorno in cui si è compiuta, è ora per fedeli un giorno di gioia e di allegrezza (24);

4° I fedeli lo celebrano con acclamazioni alla gloria del Salvatore (23, 26);

5° Essi gli consacrano questo giorno celebre per sempre, riconoscendolo e proclamandolo come loro Dio, rendono pubblico che essi sono stati salvati esclusivamente dalla sua grazia, ed invitano tutti gli uomini a lodare costantemente la sua bontà e la sua misericordia (27-29).  

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-4.

ff. 1 – 4. – Il Profeta non poteva esortarci più vivamente e con meno parole, a lodare Dio, che non aggiungendo: « perché Egli è buono. » Io non vedo nulla di più inteso che questa parola così concisa, perché la bontà è talmente propria a Dio, che il Figlio di Dio, chiamato il “buon Maestro”, detta ad un Giudeo che credeva che Egli non fosse che un uomo, rispondendo: « Perché mi chiamate buono? Nessuno è buono se non Dio solo. (Marc. X, 17, 18). Cosa volevano dire queste parole, se non che: « per chiamarmi buono, comprendete che Io sono Dio. (S. Agost.). – E che! La casa di Israele che ha sofferto innumerevoli cattività, che è stata ridotta in schiavitù, condotta fino alle estremità della terra e che, nel Salmista, è stata messa alla prova tra mali senza fine? Si, certo, risponde il Salmista, nessuno può rendere migliore testimonianza dei benefici di Dio, perché nessuno ne ha ricevuto di più numerosi ed importanti: le loro stesse tribolazioni sono pure una prova della sua infinità bontà. (S. Chrys.). –  I Cristiani sono i veri figli di Israele, perché imitano la fede di questi santi Patriarchi e devono ora cantare – e per tutta l’eternità – le bontà infinite e le misericordie eterne di Dio. – Egli invita qui i sacerdoti a cantare le lodi di Dio, per farci vedere l’eccellenza del sacerdozio; perché più essi sono elevati al di sopra degli altri, più essi hanno anche ricevuto gloria da parte di Dio, non solo in ragione del sacerdozio stesso, ma per tutti gli altri privilegi che sono stati accordati loro. (S. Chrys.). – I Sacerdoti di Gesù-Cristo che hanno parte al suo Sacerdozio, ben più eccellente di quello di Aronne, sono obbligati per statuto a cantare non solo con il cuore, ma con la bocca le misericordie del Signore, ed annunziarle ai popoli. – «Tutti coloro che temono il Signore, dicano: “Egli è buono”. Ecco, in effetti, coloro che possono conoscere la sua misericordia e penetrare tutti i segreti della sua bontà, perché queste divine perfezioni non toccano coloro che sono occupati nei loro piaceri, coloro che non considerano le tribolazioni di questa vita come l’effetto della bontà e della misericordia di Dio, coloro che non riflettono mai sulla natura del vero bene e del vero male, coloro che non pensano affatto all’enormità dei loro peccati ed all’opposizione che c’è tra Dio ed il peccato, coloro infine, che vogliono giudicare la bontà di Dio con quella degli uomini. (S. Chrys.). – Noi dobbiamo lodare Dio a causa della sua misericordia, perché essa è continua ed incessante, perché essa è eterna, perché si spande in tutto l’universo, perché essa ci circonda da ogni parte. (Ps. XXXI,10).

II. — 5-14.

ff, 5-7. – Il Salmista non dice: io ero degno di essere esaudito; egli non dice: io Gli ho presentato le mie buone opere, e nemmeno: io mi sono contentato di invocarlo e la mia preghiera è sufficiente per allontanare da me il malanno. (S. Chrys.). – Quando il demonio è padrone di un’anima, la serra e la tiene schiava; la protezione di Dio la strappa via e la mette in libertà. – Colui che è ben persuaso di essere nelle mani di Dio, che Dio regola tutto con la sua volontà, che Dio è più potente di tutti gli uomini, non teme ciò che l’uomo gli potrà fare. (Dug.). – Questo timore gli inspira non un orgoglioso, ma un generoso disprezzo dei suoi nemici. Quale elevazione di spirito, qual grandezza d’animo! Il Profeta si eleva al di sopra della debolezza umana, per  disprezzarne in seguito tutta la natura! … Notate che egli non dice: io sarò al riparo della prova, ma: « Io non temo ciò che l’uomo mi potrà fare; » vale a dire, io sarò senza paura in mezzo alle sofferenze, in mezzo anche ai miei nemici, esclamando con San Paolo: « Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi? » (Rom. VIII, 31). Non sarà in effetti, il marchio di un’anima timida e pusillanime il temere i propri simili, quando è sicura dell’amicizia del suo Dio? (S. Chrys.).  

ff. 8, 9. – Ma se io disprezzo i miei nemici, anche il giusto, con tutta l’amicizia che ha per me, non esige che io metta in lui la mia fiducia; perché «… è meglio confidare in Dio che confidare nell’uomo. » Ed anche se potessi, ad un certo punto, chiamare questo amico, un buon Angelo, non mi verrebbe in mente di confidare in lui, perché nulla è buono, se non Dio solo (S. Agost.). – La speranza con la quale il mondo ingannatore sorprende l’imprudenza degli uomini o abusa della loro credulità, non è altra cosa, a ben intendere, che una illusione piacevole; e questo il filosofo lo aveva ben capito quando i suoi amici lo pregavano di definire la speranza, ed egli rispose in una parola: « … è il sogno di una persona che è sveglia. » Considerate in effetti, ciò che è un uomo gonfio di speranza. A quale onore non aspira? Qual funzione, quale dignità non concede a se stesso? Egli naviga già tra le delizie, e già ammira le sue grandezze future. Niente gli sembra impossibile; ma quando, avanzando nella carriera che si era proposto, vede nascere da ogni parte le difficoltà che lo arrestano ad ogni passo; quando la vita gli manca, come un falso amico, in mezzo a tutte le sue imprese; o, forzato dall’incontro delle cose, torna al suo senso stantio, e non trova nulla nelle sue mani di tutta quella grande fortuna di cui si prospettava una vaga immagine, cosa può giudicare da se stesso, se non una speranza ingannevole che lo cullava un giorno per un tempo della dolcezza di un sogno piacevole? … O speranza del secolo, sorgente infima di cure inutili e di folli pretese, vecchio idolo di tutte le corse di cui il mondo si ride e che tutti inseguono, non è di te che io parlo; la speranza dei figli di Dio non ha nulla in comune con gli errori. Imparate a capire la differenza dell’uno e dell’altro: « Ah! Veramente è meglio sperare in Dio che confidare nei grandi della terra. » Questa differenza consiste in questo punto, che la speranza del mondo lascia il possesso sempre incerto ed ancora molto lontano; mentre la speranza dei figli di Dio è così salda ed immutabile, che io non temo di assicurare che essa ci metta dinanzi il possesso della felicità che ci propone, e che costituisca un inizio della gioia. (BOSSUET, Panég. de Ste Thér.). – Non vi appoggiate agli uomini, perché essi verranno meno, prima o poi. L’uomo è debole, indiscreto, incostante, leggero, incline a rapportare tutto a sé. Il più piccolo capriccio lo allontana, il minimo interesse è sufficiente a trasformarlo in un nemico. Allora egli si mostra per ciò che è, egli vi amava, ma … per se stesso, per profittare di voi al bisogno. – Al di fuori di Dio e di ciò che è divino, dove trovare quaggiù un solido terreno per far riposare le nostre speranze? Gli uomini son tutti dei castelli di sabbia che cedono sotto i nostri piedi quando vogliamo appoggiarci ad essi; le cose umane son delle foglie, e quando noi contiamo sul suo colore verdeggiante, l’ultimo giorno d’autunno è già per esse arrivato. Ma l’anima che confida in Dio è incrollabile; essa riposa su di un terreno solido; e quando anche tutto venisse a mancarle dal lato terreno e sul mare alto delle agitazioni umane, essa trova una sicurezza assoluta sulla rocca dell’eternità  (Mgr LANDRIOT, Ste Comm., 431.)

ff. 10-12. – Quale è il mezzo per sfuggire a questo pericolo? Si tratta in effetti di venire alle mani, di dar battaglia a nemici che sono presenti; il profeta è letteralmente accerchiato, avvolto come in una rete, come in una trappola, e non a causa di uno, due o tre popoli nemici, ma per tutte le nazioni riunite. Tuttavia, tutti questi legami sono distrutti dalla fiducia in Dio. (S. Chrys.). –  « Esse mi hanno circondato come delle api, come la fiamma che avvolge un cespuglio. » Esse mi hanno  circondato come le api circondano un favo di miele, per togliere tutta la dolcezza che Gesù-Cristo aveva effuso nella sua anima. (S. Gerol.). – Queste api, immagine di uomini pericolosi i cui perfidi discorsi, distillano per noi il miele della adulazione, mentre che, alle nostre spalle, non sognano che di erigere crudeli insidie. Quante simili api hanno ronzato intorno al Signore durante i giorni della sua vita mortale! Quando i farisei  volevano sorprenderlo nelle sue parole: « Maestro – gli dicevano – voi siete la stessa verità, e non fate eccezione a nessuno. » (Matth. XXII, 16). Era la goccia di miele; ma nello stesso tempo scagliavano contro di Lui il pungiglione del loro odio, e giuravano di farlo morire. Parlando per bocca del suo Profeta, il Signore li aveva già descritti in questi termini: « essi mi hanno circondato come api. » (Mgr DE LA BOUILL. Symb. II, 413.). – Le api figurano la vivacità dell’azione, e le spine sono il simbolo di una collera estrema e di un furore che nulla può sopprimere. Chi può spegnere, in effetti, il fuoco che si attacca alle spine? E tuttavia, benché i miei nemici abbiano preso fuoco e siano caduti su di me con la violenza e la rapidità dell’incendio, non solo ho avuto paura di sfuggire loro, ma io le ho annientate. (S. Chrys.). – È il Signore stesso, il capo della Chiesa, che è stato circondato dai suoi persecutori, come le api circondano un favo di miele. In effetti, lo Spirito Santo descrive qui, sotto una forma ingegnosa, ciò che i Giudei hanno fatto senza saperlo; perché le api depositano il miele nell’alveare, e coloro che hanno perseguitato il Signore gli hanno dato per noi, senza saperlo, una dolce novella, facendolo soffrire, affinché gustassimo e sentissimo quanto il Signore è dolce. (Ps. XXXIII, 9); … perché Egli è morto a causa dei nostri peccati ed è resuscitato per nostra giustificazione (Rom. IV, 25), (S. Agost.). – Qual è il fedele servo di Dio che non possa dire che i nemici della salvezza lo investano incessantemente, che lo circondano come uno sciame di api su di un favo di miele, e attacca colui che vuole depredare i suoi alveari? Questa truppa di avversari non è anche come un fuoco che cada su spine secche, e che le consumi in un momento? Oltre le potenze dell’inferno che fremono incessantemente intorno a noi, quali tempeste si levano nel nostro cuore? Noi siamo, in effetti, circondati da tre tipi di nemici, che il Profeta sembra designare ripetendo tre volte che è stato circondato da assedianti. Ma la carne è il più pericoloso delle tre: 1° perché essa ci è unita con la più intima unione; 2° perché è una sete continua che non possiamo impedire; si può mettere in fuga il demonio ed il mondo, ma per la carne, per poterla vincere, non possiamo né metterla in fuga, né preservare per sempre dagli attacchi, ed è quando finge di essere in pace con noi, che è ancor più pericolosa. Sono questi attacchi della carne che ci vengono qui figurati dalle api e dal fuoco che si attacca alla spine. In effetti l’ape, come la carne, che nello stesso tempo ci dà il miele, ci punge con il suo pungiglione; l’ape facile ad irritarsi, raffigura la carne che si rivolta così facilmente contro lo spirito; l’ape, come la carne, pungendo con il suo pungiglione, si dà la morte. – Vendicarsi nel nome del Signore, è rimettere nelle sue mani tutte le ingiurie che si sono ricevute. Egli si è riservato la vendetta, Egli ha promesso che l’avrebbe fatta! 

ff. 13, 14. – Per darci un’idea della grandezza delle sue prove, il Profeta ci ha descritto la moltitudine dei suoi nemici, le loro minacce esterne, la vivacità dei loro attacchi, l’accanimento contro di lui; egli aggiunge ora che lo hanno fatto soffrire. Essi mi hanno assalito con tale impetuosità, che sono stati sul punto di cadere ed essere abbattuti; essi mi hanno spinto così violentemente che ne sono stato abbattuto, e hanno quasi buttato giù; ma nel momento in cui le mie ginocchia stavano per indebolirsi, o la mia caduta sembrava inevitabile, ed io non avevo più alcune speranza, Dio è venuto in mio soccorso. (S. Chrys.). – Dio lascia talvolta rovesciare i suoi eletti, fino ad essere sul punto di cadere, affinché l’uomo senta la propria debolezza, e non si attribuisca la vittoria, come una madre che lascia vacillare il proprio bimbo per insegnargli a camminare con maggiore precauzione. « Se il Signore non mi avesse dato il suo appoggio, per poco la mia anima non cadeva nell’inferno. » Se io dicevo: « i miei piedi sono vacillanti, la vostra misericordia, Signore, veniva a stabilizzarli. » (Ps. XCIII, 17, 18). Quali sono dunque coloro che cadono quando si spingono, se non coloro che hanno la pretesa di essere se stessi la loro forza e la loro gloria? Perché nessuno cade nella battaglia se non colui la cui forza e la glofia cadono egualmente. Colui, al contrario, di cui il Signore è la forza e la gloria, non cade più di quanto il Signore non cade. (S. Agost.). – « Il Signore è stato mia forza e mia lode, ed è diventato la mia salvezza. » Cosa significano queste parole: « Egli è stato la mia lode »? Egli è stato la mia gloria, il mio elogio, il mio ornamento, la mia luce; perché, non contento di togliere l’uomo da ogni pericolo, lo ha circondato di fulgore e di splendore, e lo vediamo aggiungere dappertutto la gloria e la protezione che salva. Queste parole racchiudono ancora un’altra verità: Dio sarà l’oggetto continuo dei miei canti, la mia voce è consacrata per sempre all’inno della riconoscenza, e tutto il mio dovere sarà ora quello di lodarlo. (S. Chrys.).

III — 15 – 21.

ff. 15, 16. – Quale differenza tra le case dei giusti e quelle dei peccatori: queste echeggiano troppo spesso di crisi di dissensi, di collera, di passione, di pianti, di mormorii, di rabbia, di disperazione; nella dimora dei giusti non si sentono che grida di allegria, canti di riconoscenza per la salvezza ricevuta da Dio (Duguet). – Ma qual è questa dimora dei giusti? Non è un luogo dove si possa pretendere di avere una permanente stabilità, è un padiglione, una tenda. Abramo e gli altri patriarchi eredi delle stesse promesse abitavano sotto delle tende, perché essi sapevano che questa vita non è che un viaggio, e che attendevano questa città che ha un fondamento saldo, di cui Dio stesso è il fondatore ed architetto (Heb. XI, 9, 10). – Linguaggio ben diverso tra quello degli orgogliosi e quello degli umili: gli orgogliosi si attribuiscono tutta la gloria del successo delle loro imprese, e dicono con insolenza: « è la nostra mano potente e non il Signore che ha fatto tutte le cose, » (Deuter. XXXII, 27);  gli umili dicono, con tanta riconoscenza ed umiltà. « La destra del Signore ha fatto esplodere la sua potenza, la destra del Signore mi ha elevato. » (Duguet). – È un atto di grande potenza elevare l’umile, divinizzare un mortale, estrarre la perfezione dalla debolezza, la gloria dalla soggezione, la vittoria dalla sofferenza, e produrre il soccorso per le stesse tribolazioni, affinché gli afflitti conoscano la vera salvezza che viene da Dio, rispetto a coloro che sono afflitti dalla vana salvezza che viene dall’uomo. Si, è un atto di grande potenza, ma perché ne sarete stupefatti? Ascoltate ciò che ripete il Profeta. Non è l’uomo che si è elevato, non è l’uomo che si è reso perfetto, non è l’uomo che si è dato la gloria, non è l’uomo che ha vinto, non è l’uomo che si è dato la salvezza, ma le destra del Signore che ha fatto un atto di potenza (S. Agost.).

ff. 17, 18. – C’è qui una professione autentica dell’immortalità dell’anima, e di una vita ben superiore a quella del corpo. – Questo santo trasporto del Profeta è quello di ogni anima che il mondo non ha incantato; è lo slancio generoso del fedele che vive della fede nelle promesse: « Io non morirò, io vivrò. » La terra ritorna alla terra, e lo spirito va verso Dio che lo ha fatto (Eccl, XII, 7). Il mio corpo deve dissolversi, ma il mio corpo non è mio, è tutt’al più il velo grossolano che nasconde il mio vero essere, e la morte non è per me che l’inizio della vita. (M. DE BOUL. Sur l’immortalité.).- Creato nel tempo, concepito nell’eternità, io sono creato per l’eternità, io non morrò, perché le opere di Dio non sono fatte per perire. La materia se non è giunta con l’anima, non è nulla. Essa è alla creazione, ciò che il mio vestito è al mio corpo, e questo corpo tutto da solo, non sono io; esso è il vestito che si usa e che cambia. Io ho cambiato più volte vestito, più volte di corpo. Dov’è il mio corpo dell’infanzia? Dov’è il fiore e la forza della mia giovinezza? Questo è morto, come morto è il profumo ed i suoni che hanno traversato le arie. Ne resta ciò che resta dell’erba dei tetti! La vera creazione, la creazione imperitura, è ciò che è l’immagine di Dio. È là che ha ricevuto la perfezione dalle origini, e non perirà. (L. VEUILL., Jésus~ChristIa Partie, p. 6.) – Dio castiga come un medico e non come un nemico. Sembra che il medico perseguiti il suo malato, ma egli non perseguita che la sua malattia. Egli odia la sua malattia, perché egli ama l’ammalato; e non fa soffrire colui che ama, se non per liberarlo dal male di cui soffre (Duguet).

ff. 19, 21. – Il Profeta parla qui di diverse porte, poiché si serve del plurale; egli aggiunge che una di queste porte è quella del Signore, e che i giusti vi entreranno. Ci sono dunque due porte, due templi, due case di Dio: la Chiesa ed il cielo. La Chiesa è la prima dimora dei Cristiani, ma in questa vita i giusti si trovano mescolati ai peccatori; bisogna attendere il momento in cui sarà detto ai giusti: « Entrate nel riposo delizioso del vostro padrone. » Felici – dice l’Apostolo prediletto – coloro che lavano la propria veste nel sangue dell’Agnello; essi avranno diritto sull’albero di vita, ed entreranno per le porte della città. Lungi da qui i cani, gli avvelenatori, gli impudichi, gli omicidi, gli idolatri, e chiunque ami e preferisca la menzogna (Apoc. XXII, 14, 15). È sufficiente, nel mio lungo esilio, « che io abbia abitato le tende del Cedar, e che sia restato in pace in mezzo ad uomini che odiano la pace. » (Ps. CXIX, 5). Io ho sopportato fino alla fine l’essere mescolato con i malvagi; ma « ecco le porte del Signore, per le quali entreranno i giusti. » (S. Agost.). – Bisogna quindi intendere queste parole delle porte del cielo, che restano chiuse ai malvagi e si aprono alla virtù, all’elemosina, alla giustizia. Ci sono le porte della morte, le porte della perdizione; ci sono le porte della vita, le porte strette e piccole. È perché ci sono più porte che il Salmista ci da il segno distintivo della porta del Signore, dicendo: « è qui la porta del Signore. » Qual è questo segno? È che non ci sono se non coloro che Dio punisce, prova, che entrano per questa porta, perché essa è ben stretta e ben chiusa. Se dunque essa è stretta, solo coloro che sono stati radunati dalla tribolazione potranno entrare per questa porta (S. Chrys.). – È veramente la porta del Signore, perché Egli solo la chiude, senza che nessuno la possa aprire, come Egli l’apre senza che nessuno la possa chiudere; perché Egli solo conosce i suoi eletti, Egli solo giustifica i peccatori, ed Egli solo prende cura di punirli per renderli giusti. (Dug.). – Il profeta spiega ciò che sta per dire: « … Io entrerò e renderò grazie al Signore, » perché, benché i giusti in questa vita indirizzino a Dio preghiere molto diverse e numerose, tuttavia queste preghiere possono riassumersi tutte in questa sola domanda: « Io ho chiesto una sola cosa al Signore, e non cesserò di richiederla: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita; » ed il Salmista aggiunge per rendere più chiaro il suo pensiero: Voi che siete la mia speranza, Voi siete diventato la mia salvezza; Voi che siete il mio viatico, siete diventato la mia ricompensa. (Bellarm.). –  Se noi vogliamo che Gesù-Cristo ci apra un giorno le porte del cielo, apriamogli fin d’ora le porte del nostro cuore, affinché per Lui diventino le porte della giustizia. Ogni giorno Egli ci ripete: « Apritemi le porte della giustizia. » Le intendete dirvele nell’Apocalisse. « Ecco che Io sono alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, Io entrerò con lui, Io cenerò con lui, ed egli con me. » (Apoc. III, 20). – Aprite dunque a Gesù-Cristo le vostre porte, affinché Egli entri in voi; apritegli le porte della giustizia, aprite le porte della castità, aprite le porte della forza e della saggezza (S. Ambr. L. IV, de Fide, c. I). – Queste porte devono restare chiuse ad ogni altro, e nessuna creatura deve passarvi perché il Signore di Israele è entrato da questa porta. (Ezech. XLIV, 2).

IV. – 22-29.

ff. 22, 23. – Sono queste delle parole spiegate e consacrate da Gesù-Cristo stesso, e dagli Apostoli (Matth. XXI, 42; Marc. XII, 10; Luc. XX, 17; Act. IV; Rom. IX; Ephes. II). Gesù-Cristo è l’opera di Dio per eccellenza. È la principale pietra d’angolo, fondamento e legame della sua Chiesa, ove ha riunito nel suo corpo, e i Giudei che lo hanno rigettato, ed i Gentili che lo hanno crocifisso. – « La pietra che i Giudei hanno rigettata nel costruire, è divenuta la pietra d’angolo, » la pietra principale, il nodo ed il fondamento di tutto l’edificio. Questa pietra principale era il Cristo. Ora questa pietra doveva essere rigettata. Il Cristo doveva quindi essere rigettata; da chi, se non da coloro per i quali veniva? Non c’era stato nulla di meraviglioso che fosse ascoltato o ricevuto da coloro ai quali non parlava, come i Gentili; ma i Giudei, che dovevano costruire l’edificio principale, riprovarono questa pietra che diventa, con tale mezzo, la pietra d’angolo che unisce, in una sola costruzione, i Giudei ed i Gentili. « Ed è ciò che ci è sembrato meraviglioso ed un’opera che Dio solo poteva compiere. » (BOSSUET, Médit. Dern. Sem. XXXI jour.). – Questa non era un’opera umana, alcun essere privilegiato, sia pure tra gli Angeli, sia pure tra gli Arcangeli, poteva costituire la pietra che forma quest’angolo; era cosa impossibile per i giusti, i Profeti, gli Angeli, gli Arcangeli; Dio solo poteva operare questa meraviglia che gli appartiene e che gli è propria: a riunione dei due popoli in un’unica Religione. (S. Chrys.).

ff. 24. – « Questo è il giorno del Signore. » Questo giorno non deve intendersi come quello del corso ordinario del sole, ma per quello dei prodigi di cui è stato il teatro. Quando noi diciamo di un giorno che è cattivo, noi non vogliamo parlare del giorno misurato dal corso del sole, ma dei guai che la sua luce ha rischiarato. È così che il Re-Profeta chiama un giorno di felicità, quello che è stato testimone di avvenimenti felici, ed ecco il senso delle sue parole: Dio è l’Autore dei prodigi compiuti in questo giorno, e la sua mano possente era la sola capace di operarli (S. Chrys.). – Il giorno nel quale si è compiuto questo grande capolavoro è propriamente il giorno che il Signore ha fatto, come se, a paragone di questo giorno, il Signore non avesse fatto anche tutti gli altri, come se non avesse destinato che questo giorno nel manifestare la sua potenza, la sua saggezza, la sua bontà. – Queste parole sono anche applicate al giorno chiamato Domenica o “giorno del Signore”, giorno consacrato ai più grandi misteri delle operazioni divine, dice il Papa San Leone; giorno in cui il Padre aveva cominciato a manifestare la sua gloria con la creazione primordiale del mondo; giorno in cui il Figlio, con la sua Resurrezione, ha distrutto la morte ed aperto le sorgenti di una vita migliore; giorno in cui lo Spirito-Santo, discendendo sugli Apostoli, ha fondato definitivamente il regno spirituale ed eterno della Chiesa; giorno soprannaturale tanto superiore al “sabbat” primitivo, quanto la rivelazione cristiana è superiore alla rivelazione del primo giorno, tanto preferibile al sabbat giudaico quanto la nuova alleanza supera l’antica; giorno che ci dà, dice S. Ilario, tutta la realtà e la pienezza di ciò che l’antico sabbat non offriva che in figura ed in speranza; giorno che è l’inizio della creazione nuova, dice San Atanasio, come l’altro sabbat era la fine della creazione prima; giorno che il Signore ha fatto, e che sarà oramai quello che dobbiamo santificare con il riposo e con le sante gioie (Mgr PIE, Disc, et Inst. III, 388.) – Che questo giorno sia anche il nostro primo giorno, che questo giorno ci colmi di gioia; che questo giorno sia per noi un giorno di allegria e di santificazione, in cui diremo con Davide: « È questo il giorno fatto dal Signore; rallegriamoci e trasaliamo di felicità in questo giorno. » È il giorno della Trinità adorabile; il Padre vi appare con la creazione della luce, il Figlio con la sua rRsurrezione, e lo Spirito-Santo con la sua discesa. O santo giorno, o giorno felice, possa tu essere sempre la vera Domenica, il vero giorno del Signore per la nostra fedele osservanza, come Tu lo sei per la santità della tua istituzione!  (Bossuet, Elev. III, S, VII, E.)

ff. 25, 26. – « O Signore, salvatemi, fate prosperare il viaggio. » Poiché è il giorno di salvezza, salvatemi; affinché al ritorno dal nostro esilio lontano, saremo separati da coloro che odiavano la pace, e mentre noi siamo pacifici verso di loro, essi ci attaccano senza motivo: mentre noi parliamo loro piacevolmente, rendete prospero il viaggio del nostro ritorno, poiché Voi vi siete fatto nostra via. (S. Agost.). Esistono tre tipi di prosperità: le battaglie nella pienezza della vittoria: « Nella vostra maestà avanzate, siate felice e stabilite il vostro regno con la verità » (Ps. XLIV, 5); la prosperità della via, per la grazia che ci è accordata: « Il Dio che ci salva ci renderà felice la via in cui camminiamo, » (Ps. LXVII, 20); la prosperità della patria, in cui Dio ci ricolmerà di gloria. « l’Agnello che è in mezzo al trono sarà loro pastore, e li condurrà alle fontane di acqua viva, e Dio asciugherà dai loro occhi tutte le lacrime. » (Apoc. VII, 17). – I Giudei applaudirono a Gesù-Cristo entrando da Gerusalemme, e gridavano. « Benedetto Colui che viene nel nome del Signore, » e pochi giorni dopo ne chiesero la morte. Un grande numero di Cristiani credono che Gesù-Cristo sia venuto nel Nome di Dio, e non praticano ciò che è venuto ad insegnare. Non è dunque sufficiente dire. « Benedetto Colui che viene nel nome di Dio », bisogna chiedere perché Egli venga e cosa sia venuto ad insegnare. – Le benedizioni sono date qui, non dalla terra, ma dalla casa di Dio; è la Chiesa che ne è la depositaria, e le distribuisce nel Nome di Gesù-Cristo, che l’ha stabilita. Se si è fuori da questa casa, non si può aver parte alle sue benedizioni (Berthier).

ff. 27-29. – « Il Signore è Dio, Egli ha fatto brillare la sua luce su di noi. » Dio non ha potuto trattare in modo più sfavorevole le anime che i corpi, il mondo spirituale che il mondo fisico. È lo stesso Dio che effonde la luce sul firmamento spirituale, e che la versa con più profusione, su una creazione più elevata, su di un mondo più prezioso, il mondo delle anime. Il bagliore della verità: « Lo stesso Dio – dice San Paolo – che ha comandato alla luce di fendere le tenebre e di risplendere, lo stesso Dio risplende nei nostri cuori (II Cor. IV, 6); « la grazia di Dio nostro Signore si è manifestata a tutti gli uomini, per insegnarci a rinunziare all’empietà ed ai desideri del secolo, e perché noi vivessimo quaggiù con sobrietà, con giustizia e con pietà nell’attesa del gran Dio e nostro Salvatore Gesù-Cristo » (Tito, II, 11, 12). Questa festa solenne, queste tende ombreggiate da foglie d’alberi fino ai coni dell’altare, mi avvertono di considerare nella Religione come un celebrare una festa continua. Non si tratta di mettersi in pompa, di praticarvi esercizi di grande splendore: la Chiesa, in certi giorni, non dimentica di colpire gli occhi dei suoi figli con l’apparato delle sue cerimonie; ma il Cristiano, penetrato dalla grandezza dei misteri della Religione, li riverisce tutti i giorni nel segreto del suo cuore, nel silenzio della preghiera; egli entra, per così dire, nella nube del Signore, si nasconde all’ombra delle sue ali, vi offre un sacrificio perpetuo di azioni di grazie, si immola incessantemente sull’altare dell’amore divino. Le anime favorite da un dono di orazione concepiscono bene questa solennità perpetua, come un’oscurità misteriosa, questo altare sempre eretto nel loro cuore. In qualunque posto voi siate – diceva San Crisostomo – e pregate, voi siete un tempio, voi portate dappertutto il vostro altare. (Berthier). – Voi siete il mio Re ed il mio Dio, perché non è il peccato, ma Voi che regnate su di me. Voi siete il mio Dio, perché io non sono di coloro che hanno per loro Dio il proprio ventre ed i loro istinti grossolani; perché Voi siete la stessa virtù, ed io desidero avere tutte le virtù. È per questo che Voi siete il mio Dio, vale a dire la mia virtù (S. Gerol.). – La fine di questo salmo è pieno di sentimento: « O Signore, Voi siete il mio Dio! » Chi merita più di Voi le mie adorazioni e la mia riconoscenza? Voi mi avete esaudito, Voi mi avete liberato dai nemici che mi perseguitavano, Voi siete la bontà essenziale, e la vostra misericordia è senza limiti. L’essenza e le perfezioni di Dio, sono l’oggetto di questi versetti. Egli è l’Eterno, il Dio forte, il solo degno delle adorazioni di tutte le creature.  

SALMI BIBLICI: “LAUDATE DOMINUM, OMNES GENTES” (CXVI)

SALMO 116: “LAUDATE DOMINUM, OMNES GENTES”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 116

Alleluja.

[1] Laudate Dominum, omnes gentes,

laudate eum, omnes populi.

[2] Quoniam confirmata est super nos misericordia ejus, et veritas Domini manet in æernum.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXVI

Invita il profeta la Chiesa, formata di Ebrei e di Gentili, a lodare Dio, per la sua misericordia in chiamare a salute i Gentili, e per la sua verità in mandare agli Ebrei il Messia secondo le promesse che ei fece non pei meriti loro, ma per sua misericordia. Le genti lodino Dio che diede ad esse il Cristo

Alleluja: Lodate Dio.

1.Nazioni, quante voi siete, date laude al Signore: popoli tutti, lodatelo.

2. Imperocché, la sua misericordia si è stabilita sopra di noi, e la verità del Signore è immutabile in eterno.

Sommario analitico

Questo salmo che sembra essere stato composto nella stessa epoca del precedente e del seguente, che sono entrambi dello stesso stile, dello stesso periodo e senza dubbio dello stesso autore, è un invito a lodare Dio. San Paolo lo cita come profezia della vocazione di tutti i popoli alla vera fede (Rom. XV, 11).

I. – Questo invito è fatto a tutte le nazioni, a tutti i popoli della terra, sia ai gentili che ai Giudei (1).

II. – Esso è fondato su due ragioni tratte dall’avvento di Gesù-Cristo, una è la misericordia di Dio estesa a tutti i Gentili; l’altra la verità ed il compimento delle promesse fatte al popolo Giudeo (2).

Spiegazioni e Considerazioni

I.1, 2.

ff. 1, 2. – È evidente a tutti che questo salmo è una profezia dello stabilirsi della Chiesa cristiana, e della predicazione del Vangelo, che si è esteso a tutta la terra. In effetti, non è solo una, o due o tre nazioni, ma la terra intera, è il mare che il salmista invita a lodare Dio (S. Chrys.). – L’Apostolo San Paolo, spiegando questo salmo ai Romani, lo cita come una profezia della vocazione dei Gentili: « Il Cristo Gesù si è reso manifesto prima al popolo circonciso, alfine di verificare la parola di Dio, e confermare le promesse fatte ai nostri padri; e quanto ai Gentili, essi devono glorificare Dio per la misericordia che ha loro concesso. » (Rom. XV, 11). In nessun altro popolo, oltre al giudaico, c’è stato uno scrittore che abbia annunziato che l’Uomo-Dio che si adorava tra questo popolo, sarebbe stato conosciuto da tutte le nazioni del mondo; presso nessun popolo, fuori dalla nazione giudaica, vi è una qualche tradizione costante che il Dio di questo popolo sarebbe stato un giorno il Dio che tutti le nazioni avrebbero adorato; presso alcun popolo; fuori dalla nazione giudaica, si sono conservati dei libri che facciano fede dei tre punti precedenti. Il Profeta ci mette tra le mani in questo salmo – il più breve di tutti – una dimostrazione della verità del Cristianesimo (Berthier). – Si trovano due motivi di lode che sono dovuti al Signore: la sua misericordia e la sua verità. Nell’esposizione del primo motivo, il Profeta non si separa dai Gentili; egli non dice « perché la sua misericordia si è soffermata su di voi », ma « su di noi », riconoscendo anche il bisogno che egli stesso aveva della misericordia. – Nell’enunciato del secondo motivo, si dice ancora qualcosa in comune a lui e a tutti i popoli: è che Dio si è mostrato fedele nelle sue promesse nei confronti di tutto il genere umano; ma egli insinua ancora una distinzione rispetto ai Giudei, i soli depositari delle promesse e dei libri che le contengono. – In Dio, in Gesù-Cristo, in noi che predichiamo il Vangelo – dice San Paolo – non c’è si e no; non c’è che un si, cioè che tutte le promesse di Dio si sono compiute in Gesù-Cristo, e che gli Apostoli di Gesù-Cristo sono fedeli nel rappresentare queste promesse ed il loro compimento (Berthier). – Nella vocazione e nella giustificazione di un peccatore, noi dobbiamo sempre adorare e lodare la verità di Dio e la sua liberalità, il compimento delle promesse che ha fatto a suo Figlio di dargli degli eletti, e la misericordia che ha fatto agli eletti dandoli a suo Figlio (Duguet)

APPARIZIONE A LA SALETTE 1846 (III)

LA SALETTE (III)

[Some account of the APPARITION OF THE BLESSED VIRGIN Of LA SALETTE London 1853]

Non sarà necessario il produrre estratti di altre numerose lettere e pubblicazioni apparse in Francia e altrove su questo evento; non resta che accertare se la verità del racconto dei bambini sia stata in qualche modo sostenuta da un’interposizione soprannaturale, cioè se siano stati fatti o meno dei miracoli. Di miracoli nell’ordine della grazia sarebbe facile citarne molti; come l’improvvisa conversione di peccatori incalliti e infedeli dopo aver visitato la montagna o dopo aver preso, contro la loro volontà, alcune gocce d’acqua dalla misteriosa sorgente. Una grande conversione c’è, e si manifesta a tutti: la completa riforma portata avanti in tutto il cantone e nel quartiere di Corps dalle parole di due bambini, che sono state più efficaci degli appelli infuocati di pastori zelanti e di missionari evangelici. Sì, tutto il Paese si è convertito; e le loro preghiere e le penitenze, insieme a quelle delle centinaia di migliaia di forestieri che hanno visitato il luogo, indubbiamente hanno evitato la punizione di cui la Santa Vergine ha minacciato il “suo popolo” nel caso non si fosse pentito. Di miracoli nell’ordine della natura, compiuti con l’uso dell’acqua di La Salette, accompagnati da una novena, i commissari ecclesiastici di Grenoble ne hanno ricevuto così tanti resoconti debitamente autenticati dalla testimonianza di medici, che è utile un esame molto rapido per fugare ogni dubbio su questo punto. Tra i tanti riportati nell’opuscolo di M. Rousselot, che non sono altro che una selezione tra i tanti di cui egli sia venuto a conoscenza, se ne noteranno qui solo due o tre, che si caratterizzano per la particolarità di portare con sé tutti i segni di autenticità richiesti.

I – Guarigione della Suora Saint Charles, del Convento di San Giuseppe, nella città di Avignone. Di seguito si riporta la dichiarazione della Superiora del convento : – « La suora Saint Charles è entrata nella nostra casa a diciassette anni e mezzo; la sua costituzione era molto delicata: poco dopo la professione la sua salute ha ceduto del tutto; e prima della fine del noviziato si era ridotta in uno stato gravissimo con dolori allo stomaco, frequenti vomiti sanguinolenti, dissenteria, febbre bassa e continua, che la tennero per più di otto anni sul letto di dolore. Durante questo periodo le è stato più volte somministrato ed ha ricevuto il Viatico. Tutti i medici che l’avevano visitata avevano dichiarato il suo stato senza speranza alcuna. Poteva ella alzarsi dal letto solo molto raramente, e solo per un tempo molto breve; non assisteva al santo Sacrificio della Messa più di cinque o sei volte all’anno al massimo; e poi lo sforzo che faceva era accompagnato da una tale stanchezza tanto da ridursi ad un grado estremo. Più di una volta è stato necessario portarla via in uno stato di completa incoscienza; per cui questo favore le è stato accordato solo in considerazione del suo ardente desiderio, e non per affliggerla troppo. Nel mese di dicembre 1846, i suoi sintomi si aggravarono molto; e noi ripetutamente ci aspettavamo di perderla ad ogni momento. Lo stato infiammatorio si diffuse alla gola e alla bocca; ingoiava con grande difficoltà. Quest’affezione presentava tutti i sintomi di un’ulcera: ne derivava un odore così corrotto da essere quasi insopportabile; un’abbondante espettorazione mista a sangue contribuiva ancora di più ad indebolirla e a rendere il suo stato deplorevole. Da questo periodo fino al 16 aprile non ha potuto assaggiare né pane né alcunché di solido; viveva alimentandosi solo di brodo, o di latte ed acqua, che poteva assumere solo in piccolissima quantità, anche se era costretta a bere spesso; perché, se non lo faceva, la sua gola collassava. Il 14 febbraio 1847 ricevette l’Estrema Unzione, ed il Viatico le fu somministrato due o tre volte nelle settimane successive. Tale era la condizione della sorella quando si cominciò a parlare dei miracoli provocati dall’uso dell’acqua di La Salette. Riconosco, a mia confusione, di non aver dato credito a tutte queste voci; ma avendo sentito parlare della guarigione di una suora del “Sacro Cuore”, ho sentito nascere in me una convinzione, e ho proposto una Novena alla nostra povera inferma. Per quanto grande fosse il desiderio che avevo della sua guarigione, avevo ancora di più in vista la gloria della Santa Vergine, la confermazione della sua apparizione ai due pastorelli e la conversione dei peccatori. Fu per questi motivi che tra le nostre sorelle malate, che allora erano molto numerose, scelsi la suora Saint Charles come colei che, essendo la più conosciuta in conseguenza della lunga durata della sua malattia, poteva meglio servire al fine che mi proponevo. Le comunicai la mia idea: lei mi sembrò, la prima volta, molto indifferente, e mi dichiarò che non aveva alcun desiderio di recuperare la sua salute, che le avrebbe solo impedito di tornare nell’eternità, e che preferiva morire, o rimanere nello stato in cui si trovava fino a quando sarebbe piaciuto a Dio. Le feci la stessa proposta più volte; ma trovandola sempre nelle stesse disposizioni, pensai che avrei dovuto usare la mia autorità. Ottenuta una piccola quantità d’acqua da La Salette, le dissi che non avrebbe dovuto considerare tanto se stessa quanto la gloria di Dio, e la maggior devozione verso la Santa Vergine, che ne sarebbe risultata da una guarigione, o da una straordinaria opera in suo favore. Le ordinai allora di unirsi alla Novena che la comunità avrebbe fatto per lei, e di prendere l’acqua che le avevo portato. Fu convinta fin dall’inizio che se avesse fatto questa Novena sarebbe stata guarita, e si sottomise nel farlo in obbedienza. Le feci anche indicare le preghiere e gli esercizi da seguire durante la Novena. Ogni giorno una delle suore si recava alla santa Comunione in spirito di riparazione per i peccati principali che la Vergine aveva indicato ai pastorelli, e con l’intenzione di ottenere la conversione dei bestemmiatori e dei profanatori della domenica. Abbiamo anche digiunato tre volte con la stessa intenzione; e ogni giorno abbiamo recitato la “Salve Regina”, tre Ave, con le invocazioni “O Maria concepita senza peccato etc. “, e “Mater admirabilis“. La Santa Vergine sembrava mettere la nostra fiducia a dura prova, perché la nostra povera sorella era sempre molto malata e sofferente. Il giovedì, al settimo giorno della Novena, ebbe uno svenimento, seguito da un’abbondante espettorazione di materia purulenta mescolata al sangue. Questo incidente ci ha molto allarmato. Vedendola in questo stato, le ho detto: « Penso che la Santa Vergine ti curerà portandoti in cielo ». Ella rispose: « Le mie malattie non indeboliscono la mia coscienza, e siccome ho solo altri tre giorni per soffrire, prego la mia buona Madre di non risparmiarmi; e ho grandi speranze di poter andare sabato alla santa Messa e di potermi comunicare ». In una parola, ha fatto tutti i preparativi necessari per farlo, e ha implorato che le venissero portati i suoi vestiti ed il suo velo, di cui non aveva fatto uso per molto tempo. Il venerdì 16 aprile, dopo aver trascorso una notte molto brutta, sputava ancora sangue al mattino. Monsignor de Prilly, Vescovo di Chalons, doveva celebrare la Messa nella nostra cappella alle sette. Per ottenere le indulgenze legate alla Messa del prelato, ho proposto per un giorno la Comunione generale, che doveva essere il sabato, per la fine della Novena. Questo cambiamento affliggeva molto la sorella Saint Charles, che era molto addolorata per non essere riuscita a unirsi quel giorno alla comunità, ed aveva paura di rimanere sola alla sua Comunione del mattino, che sarebbe stato, secondo lei, il giorno della sua guarigione. Mentre noi assistevamo alla Messa, lei faceva i suoi progetti e proponeva di chiedere al nostro confessore un’altra Comunione generale, per potersi presentare alla santa Mensa con tutte le sue sorelle ed essere più certamente accetta a Dio. La sua mente era abbastanza piena di quest’idea, quando all’improvviso si rese conto che era avvenuto in lei un totale cambiamento. Tutti i suoi mali cessarono improvvisamente, « … come se una mano invisibile li avesse portati via »: questa era la sua stessa espressione; non riconosceva più se stessa e non poteva credere a ciò che aveva vissuto. Si mise alla prova in vari modi, per essere sicura di non soffrire di un’illusione; e percependo di aver recuperato completamente le forze, non esitò a credere di aver ricevuto la grazia che le era stata chiesta e gridò: « Sono guarita! ». La sorella Saint Joseph, che era a letto nella stessa stanza, non capiva quello che diceva, e pensava, al contrario, che stesse peggiorando; era tanto più allarmata, perché in quel momento era sola e troppo malata per andare ad aiutarla. La sorella Saint Charles, sentendola piangere, si alzò dal letto e andò a consolarla. Lo stesso fece con la portinaia, che si prendeva cura del convento durante la Messa, e fu terribilmente spaventata nel sentire qualcuno correre nella stanza in cui aveva lasciato a letto, solo persone malate. Arrivò di corsa, senza fiato, e si sentì male. La suora Saint Charles la calmò, le diede qualcosa da bere, così come alla suora Saint Joseph, e assicurò loro che fosse guarita. Erano appena arrivati al Vangelo della Messa. La suora si è vestita di fretta e si è recata all’anticapella, dove ha ascoltato il resto della Messa in ginocchio e senza alcun sostegno. Quando lasciammo il coro, venne ad incontrarmi per abbracciarmi. Le ho detto che doveva tornare, per ringraziare la sua Benefattrice celeste. Mi rispose che lo aveva già fatto, avendo ascoltato gran parte della Messa e avendo recitato il “Te Deum“, ma che desiderava molto qualcosa da mangiare, perché aveva un grande appetito. Ho affrettato il passo e le ho detto di seguirmi, per provare le sue forze; lei ha camminato in fretta, ed è scesa le scale con la stessa velocità con cui l’ho fatto io. Le diedi un pezzo di biscotto, che mangiò quasi con avidità. In seguito entrò nella sala della comunità per abbracciare le suore, che rimasero stupefatte da questo avvenimento meraviglioso, e per ricevere la benedizione di Monsignor de Prilly. Questo santo prelato la esortò a ringraziare Dio e la sua beata Madre e ad essere molto fedele ai doveri del nostro santo stato. La mattina, ora, si pone in ginocchio in preghiera per un’ora, dopo di che si reca al lavoro, stira la biancheria per un tempo considerevole, segue subito tutte le osservanze della casa e si reca al refettorio, dove mangia la cena ordinaria della comunità. Lo stesso giorno, ricordando che le avevano preparato del brodo di carne, che non le era ormai più necessario, mi chiese il permesso di portarlo ad una povera ammalata che era tra le nostre mura e che noi assistevamo. Per andare da lei, era necessario salire una lunga e scomoda scala; la sorella lo fece con grande facilità. La fama di questo evento, che si diffuse presto all’esterno in città, attirò nel nostro convento una moltitudine di persone, che vollero accertarsi di persona della verità di un fatto così straordinario. Le nostre sale sono state affollate per molti giorni; e la fatica che tante visite devono aver causato alla suora, non è stata che una piccola ulteriore prova della sua forza. Lei ha sostenuto tutto questo in un modo che ci ha stupito, e non ne è stata affatto affranta, anche se è stata costretta a parlare quasi tutto il giorno. Soprattutto i medici non potevano credere ai loro occhi. Uno di loro, che veniva molto spesso, e che aveva seguito tutto l’andamento della malattia della sorella, mi aveva spesso detto: « Nel momento in cui meno te lo aspetti, la vedrai morire, perché non so cosa possa essere che la tenga ancora in vita ». Le ho parlato della novena che stavamo facendo, e gli avevo chiesto se avesse potuto fare un’attestazione nel caso in cui le nostre preghiere fossero state accettate. « Se sarà guarita – rispose – ti darò mille attestati, perché per lei tutto è inutile ». Mi affrettai ad informarlo di tutto ciò che era accaduto; e gli permisi di raccontare da se stesso, nella sua attestazione, di quale sia stata la sua sorpresa, la sua meraviglia, e le prove alle quali ha sottoposto la sorella per essere certamente sicuro della guarigione. Poiché la suora Saint Charles aveva potuto unirsi alla Novena solo in parte, aveva promesso di digiunare per tre giorni, nel caso fosse guarita; ha adempiuto al suo voto pochi giorni dopo, senza provare la benché minima stanchezza. Aveva anche fatto i digiuni dei giorni della quatempora e del giubileo, che avvenivano nello stesso periodo. Sono passati ormai quindici mesi da quando questa guarigione si è verificata; e da allora la suora Saint Charles continua a seguire gli esercizi della comunità, si alza alle cinque del mattino, e gode di uno stato di salute perfetto, considerando la delicatezza abituale della sua costituzione. Desidero che questo rapporto possa contribuire alla gloria di Dio, all’incremento della fede, e possa essere un eterno monumento della nostra gratitudine verso la nostra gloriosa Benefattrice, che ha concesso alla nostra comunità una prova così toccante della sua potente protezione. È con questa convinzione che firmo questo testimonianza, certificando che in essa non c’è nulla che non sia conforme alla più esatta verità.

J. PINEAU, Superiora delle Sorelle di San Giuseppe ».

A questa lettera si aggiungono gli attestati di due medici che erano stati costantemente presenti nella malattia della sorella Saint Charles, e che di conseguenza conoscevano bene da tempo il suo caso. L’uno fornisce un dettagliato resoconto scientifico del suo disturbo, e dichiara che la sua guarigione è contraria alle leggi della natura. L’attestazione dell’altro è così formulata: « Il sottoscritto dottore in medicina, primario onorario dell’ospedale di Avignone, dopo trentasei anni di servizio attivo, dichiara che la guarigione imprevista ed inattesa da una condizione considerata, secondo le leggi della medicina, mortale, nella persona della suora Saint Charles, sopra citata, ad uno stato di perfetta salute di tutti i suoi organi e di tutte le loro funzioni, è stata operata istantaneamente, senza l’intervento di alcuna applicazione dell’arte, e che quindi è di natura prodigiosa. Rooms, D.M. ». – Durante la vacanza nella sede di Avignone, causata dalla morte dell’Arcivescovo, i tre Vicari generali che poi hanno diretto gli affari della diocesi, su richiesta del Vescovo di Grenoble circa il loro parere sul tema della guarigione della suora Saint Charles, hanno risposto come segue: « -1). La guarigione di questa suora, tanto completa quanto improvvisa, fu operata il 16 aprile 1847, ottavo giorno di una novena che la comunità stava facendo in onore di Nostra Signora di La Salette, per ottenere questa grazia. -2) I due medici che avevano curato la suora durante la sua malattia, e che da allora hanno reso rapporto della sua guarigione, sono degni di ogni credito. – 3) Il defunto Arcivescovo di Avignone era pienamente convinto che la sorella fosse stata guarita per miracolo. – 4). La suora Saint Charles continua a godere di buona salute e segue le regole ordinarie della comunità. Avignone, 23 giugno 1848 ».

II. Ad Avallon, nella diocesi di Sens, si è verificato un caso clamoroso di guarigione, dopo una novena fatta a Nostra Signora di La Salette, che da allora è stata autorevolmente dichiarata miracolosa dal Vescovo.

Il medico che l’ha assistita ha redatto una lunga e dettagliata dichiarazione rispetto alla sua malattia e alla successiva guarigione. Le sue dichiarazioni conclusive sono le seguenti:

« – 1). Per diciassette anni A. Bollenat rimetteva tutto i cibi solidi che ingoiava, e poteva solo con difficoltà digerire qualche cucchiaio di latte o di zuppa di carne. Negli ultimi tre mesi precedenti il 21 novembre, non ha praticamente ingerito nulla.

– 2). Per tre anni A. Bollenat non aveva mai potuto camminare; era rimasta seduta, riuscendo a malapena a fare qualche leggero movimento delle estremità inferiori.

– 3). Per dieci anni A. Bollenat non era stata mai n grado di sdraiarsi sul fianco sinistro; era stata anche quasi completamente privata del sonno.

– 4). Per diciannove anni i dolori allo stomaco, che erano alla fine diventati insopportabili, non erano mai cessati.

– 5). Da diciassette anni si apprezzava un enorme tumore sul fianco, e per molto tempo non avevo usato nessun tipo di rimedio né per guarire questo tumore né per fermarne lo sviluppo.

 – 6). Il 19 novembre 1847, Antoinette Bollenat presentava tutti i segni di morte imminente.

1. Il 21 novembre, alle sei di sera, senza alcuna transizione, senza che si manifestasse alcuna crisi, mangiò e digerì una zuppa solida, verdura e frutta.

2. Il 21 novembre A. Bollenat si è alzata dal letto, si è vestita ed ha camminato nella sua stanza.

3. Il 21 novembre A. Bollenat si è sdraiata sul fianco sinistro dormendo tutta la notte.

4. Dal 21 novembre non è residuato alcun dolore interno in nessuna parte del corpo.

5. Il 21 novembre il tumore è completamente scomparso; non c’è stata alcuna crisi, né alcuna fuoriuscita di materia liquida di alcun tipo dal tumore, né internamente né esternamente.

6. Il 21 novembre e i giorni successivi l’ho vista piena di salute.

Gagniard, D.M. »

Le autorità ecclesiastiche della diocesi hanno preso conoscenza di questo caso; e dopo un minuzioso esame, l’Arcivescovo ha rilasciato una dichiarazione sul caso in oggetto, in cui dice: « Dopo aver esaminato le prove dei vari testimoni e del medico curante; dopo aver esaminato la relazione presentata dalla Commissione incaricata di esaminare il caso; dopo aver ascoltato il parere del Consiglio Episcopale, e dopo aver invocato il santo Nome di Dio, dichiariamo, a gloria di Dio, e ad onore della Santissima Vergine, per l’edificazione dei Fedeli, che la guarigione di Antonietta Bollenat, avvenuta il 21 novembre 1847. dopo un Novena alla Santissima Vergine Madre di Dio, invocata sotto il nome di “Nostra Signora di La Salette”, presenta tutte le condizioni e tutti i caratteri di una guarigione miracolosa, e costituisce un miracolo del terzo ordine.

Dato a Sens, sotto la nostra mano, con il sigillo delle nostre braccia, e il contro sigillo del nostro Vicario generale e segretario privato, il 4 marzo dell’anno di grazia 1849. (Firmato)  MELLON, Arcivescovo di Sens. »

III. Nel grande seminario della diocesi di Verdun è avvenuta un’altra sorprendente guarigione nella persona di uno degli studenti.

« Il Vescovo gli ordinò di redigere un resoconto del suo caso, della sua malattia e della sua guarigione. In esso egli racconta come – secondo il parere dei suoi medici – tutta la sua costituzione era stata completamente debilitata, in parte a causa dei terribili attacchi nervosi e dei dolori a tutte le articolazioni di cui aveva sofferto, in parte a causa delle medicine che aveva assunto per alleviarli. Era stato costretto due volte a lasciare il seminario e, dopo aver ottenuto a casa qualche piccolo miglioramento delle sue sofferenze, vi era tornato per la terza volta. Egli continua: « Sono tornato il giorno stabilito; ma nuove e più terribili prove mi aspettavano in seminario. Dal 7 marzo le mie pene, invece di diminuire, aumentavano rapidamente, e mi costringevano continuamente a trattenere grida disperate, e solo il pensiero di Maria le ha fermate. Infatti questo mi faceva ricordare vivamente le sofferenze di suo Figlio, ed io mi nascondevo nelle sue ferite. Poi mi ha visto il medico al quale mostrai come fosse ridotta la mia gamba, in uno stato di atrofia e rigida come una sbarra di ferro; gli provai che non potevo fare un passo senza la più crudele delle sofferenze, e che il dolore saliva fino alle mie reni, e attraverso la spina dorsale fino alla testa. Mi disse, per tutta consolazione: « Ebbene, amico mio, dobbiamo aspettare il caldo; allora userò bagni alcalini aromatici; poi, se questo non dovesse servire a nulla, faremo qualcos’altro; e se anche questo dovesse fallire, allora … addio, mio caro. Quindi sono andato dal mio direttore per consolarmi nelle mie pene; perché la consolazione mi era necessaria. Sono stato felice di sentirgli esprimere un’idea che avevo a lungo meditato, ma che ero deciso a non menzionare per primo: egli ha proposto una Novena alla Madonna di La Salette. Il giorno dopo scrissi alla confraternita di Nostra Signora delle Vittorie a Parigi, di cui ero membro, per implorare le loro preghiere. Il primo aprile, domenica delle Palme, la nostra Novena è iniziata con l’offerta del santo Sacrificio, che molti Sacerdoti della città mi hanno applicato. Molte Comunioni sono state offerte secondo la mia intenzione da molte persone caritatevoli delle diverse comunità di Verdun, che hanno invocato specialmente Nostra Signora di La Salette. Nel frattempo le mie sofferenze continuavano esattamente come prima. Quel giorno, come in quelli precedenti, per rispettare la regola, andai a passare il tempo libero nel luogo dove si recava il resto della comunità. Scesi le scale con estremo dolore, sostenuto sulle braccia da un compagno di studi, al quale devo un debito di eterna gratitudine per la sua gentilezza nei miei confronti. Dopo un quarto d’ora di dolorosissimo esercizio fisico, provai una stanchezza in tutto il corpo. Ho dovuto fare grandi sforzi per rimontare la scala. Sono andato in cappella e vi sono rimasto solo cinque o sei minuti. Non era lì che Dio mi aspettava, ma in quella povera cella in cui avevo tanto sofferto. Finalmente ci arrivai, e mi gettai davanti all’immagine di Maria, alla quale tanto spesso avevo rivolto gli occhi. Pieno di fiducia in Maria, afferrai la sua immagine e caddi in ginocchio senza accorgermene. Per molto tempo mi era stato impossibile piegare la mia gamba irrigidita. Poi, afferrando il mio piccolo flacone di acqua di La Salette, l’ho premuto sulle labbra e, contemplando l’immagine di Maria, ho gridato: « O Maria! O Madre mia! sì, tu mi guarirai, e io mi consacro a te ». Poi sono caduto in uno stato di totale insensibilità, non pensavo più a nulla, non ricordo cosa abbia detto; ero come schiacciato sotto l’azione divina, che però non ho sentito. – Questo stato durò per circa sei o otto minuti; e dopo, riprendendomi da questo tipo di insensibilità, e senza sentire il cambiamento che era avvenuto in me, mi precipitai giù per una lunga scalinata per dire ancora una volta al mio compagno di studi: « Siate di buona coscienza, sarò guarito ». Più tardi, questo eccellente amico, che mi aveva curato così bene durante la mia malattia, mi assicurò che il mio passo e la mia espressione di condiscendenza lo avevano stranamente sorpreso; che non capiva le mie parole, e che diceva in tono basso a se stesso: « Sarai guarito? Ma lo sei già! ». Continuai senza preoccuparmi di lui, ma poco dopo incontrai un altro studente, che mi afferrò e gridò: « Sei guarito! ». Solo allora ho percepito il cambiamento che si era avvenuto in me. Mi resi conto della mia felicità, e andai in giro a proclamare la mia guarigione, non come se fosse in procinto, ma come se fosse realmente già accaduta. Io non ero lontano dalla cappella dove poco prima non avevo potuto pregare: ora mi sentivo irresistibilmente spinto lì. Durante il quarto d’ora che passai ai piedi dell’altare in ginocchio, senza sentire il minimo dolore, non so cosa dissi, né quale preghiera abbia rivolto al mio Salvatore. Andai prima dal mio direttore, che mi strinse tra le sue braccia, poi dal superiore, che si rifiutò di credermi, finché non udì la parola « La Salette ». Andai poi in refettorio così in fretta, che due compagni non riuscirono a stare al passo con me. Il mio stomaco, debilitato da tante malattie e sofferenze, ricevette senza disgusto e digerì facilmente il mio cibo, cosa che poi continuò a fare. All’uscita dal refettorio, ero circondato dalla comunità, che mi ha fatto dare tutte le prove della completa guarigione. Corsi, piegai la gamba, colpii violentemente il piede contro il terreno e feci tutto quello che mi chiesero durante tutta la ricreazione, che passai tra i miei compagni di scuola come se non fossi mai stato malato. Il giorno dopo, un’ora di cammino non mi ha affaticato minimamente. Quello stesso giorno, tre persone hanno esaminato la mia gamba e si sono convinte che aveva recuperato la vitalità che essa aveva perso. Posso affermare che prima della mia guarigione era almeno di due terzi più piccola dell’altra.

Manrm, chierico negli Ordini minori. Gran Seminario di Verdun, 26 luglio 1849 ».

Questa relazione, quando fu presentata al medico, fu da lui dichiarata esatta in tutti i suoi dettagli.  – Il superiore e i professori del seminario hanno fatto una dichiarazione sul caso, nella quale concludono dicendo: « Questa guarigione ha prodotto l’impressione più vivida in tutto il seminario, frequentato da più di cento studenti. I seminaristi la considerano un prodigio, la cui natura miracolosa si ammette senza dubbio. Noi stessi, dopo aver esaminato e ponderato attentamente le circostanze di questo evento, non vediamo come possa essere spiegato da cause puramente naturali ». Il Vescovo di Verdun, nella costatazione ufficiale della guarigione, dice: « Abbiamo visto senza sorpresa che gli studenti del nostro seminario attribuiscono all’unanimità la guarigione ad un intervento soprannaturale della Santa Vergine. >X< LOUIS, vescovo di Verdun.

Dato a Verdun, presso il Palazzo episcopale, agosto 1849 ».

IV. L’ultimo miracolo di cui si darà notizia è la guarigione di un ufficiale di stanza a Calais, avvenuta dopo una novena fatta a Nostra Signora di La Salette. M. Delattaignant, agente di dogana di Calais, quarantadue anni, ha deposto come segue: « Nel mese di maggio del 1848 ho scoperto che non riuscivo più a dormire regolarmente; nel mese di giugno non riuscivo a dormire affatto, uno stato che durò fino al lunedì della settimana di Pasqua del 1849. Ero in un continuo stato di sofferenza, senza conoscerne la causa. Mi consultai con i medici, che mi dissanguarono, e mi ordinarono delle correnti d’aria rinfrescanti, ma senza risultati soddisfacenti. L’idea del suicidio era continuamente presente nella mia mente, e mi pesava. Ero in un tale stato di agitazione nervosa, che a volte non avevo alcun potere sulle mie membra. Non volevo vedere nessuno. Quando si parlava di pazienza e di rassegnazione alla volontà di Dio, mi sentivo esasperato, convinto che non potevo guarire, che ero disgustato dalla vita, e più volte ho aperto il coltello per pugnalarmi, cosa che non facevo se non pensando a mia moglie e ai miei figli. Forse devo la mia conservazione alle mie preghiere, che non ho mai smesso di fare. Uno dei miei amici cominciò a farmi visita per incoraggiarmi ad avere fiducia in Dio, « Dio – dissi io – nella mia esasperazione, c’è un Dio buono? Se ci fosse, non mi farebbe soffrire così » Poi ho cominciato a piangere. Avevo perso del tutto la memoria e riuscivo a malapena a svolgere i compiti del mio ufficio. Non scrissi più alla mia famiglia. Le mie facoltà morali erano scomparse. Non avevo più alcun affetto nemmeno per mia moglie e per i miei figli. Se qualcuno mi avesse offerto una fortuna considerevole o un rango elevato, ai miei occhi non sarebbe stato assolutamente nulla. Tutto il mio essere era annientato. Di dolore fisico non ne sentivo nessuno in una parte più che in un’altra; ma il mio corpo svolgeva le sue funzioni con difficoltà. Il mio stomaco era molto dilatato. Avevo un appetito straordinario e insaziabile; niente mi faceva male, e mangiavo come quattro persone. Un giorno, mentre mangiavo, mi è venuta una tale crisi che ho lasciato l’impronta dei miei denti sul cucchiaio. Sono rimasto trentasei ore senza mangiare, senza riuscire a spiegarmi il perché, sperando così di morire di fame. Su suggerimento di un pio ecclesiastico ho fatto una novena alla Madonna di La Salette, ma senza alcun risultato. Poi ne iniziai un’altra; mia moglie e i miei figli fecero la Comunione per la mia intenzione. Alla fine di questa novena, il lunedì della settimana di Pasqua, ho assistito in modo meccanico alla Messa, e quel giorno sono caduto in un tale stato di irritazione che avrei voluto distruggermi; mia moglie si è gettata tra le mie braccia, abbiamo pianto insieme, e da quel momento sono guarito. Da allora non ho più avuto un solo momento di tristezza o di insonnia. Sto bene secondo i miei desideri. La mia memoria e le mie facoltà morali sono ritornate. La mia guarigione è stata istantanea, e senza alcuna transizione. Non attribuisco la mia guarigione a nessun rimedio umano; poiché, a parte alcune correnti d’aria rinfrescanti, per diversi mesi ho rifiutato ogni presidio medico. Ringrazio Dio e la sua benedetta Madre per la mia guarigione.

DELATTAIGNANTE.

Calais, 2 giugno 1849. »

La verità di questa deposizione è certificata da trentasei firme, tutte apposte in forma legale davanti al sindaco di Calais, con il sigillo della città. Tra queste firme ci sono quelle di sette sacerdoti. – Sarebbe facile moltiplicare la citazione di un gran numero di esempi di guarigioni miracolose tanto notevoli quanto quelle sopra menzionate. Questo, tuttavia, non sarà oramai più considerato necessario; la questione dell’apparizione non è più un argomento aperto di discussione da dimostrare con delle prove. La Chiesa si è pronunciata su di essa; e tutto ciò di cui il lettore avrà ora bisogno sarà un resoconto del modo in cui questo autorevole riconoscimento della sua verità sia stato fatto. Il primo maggio 1852, il Vescovo di Grenoble pubblicò una lettera pastorale in cui, dopo averne dichiarato l’accettazione universale in Francia, Belgio, Inghilterra, Germania e Italia, accordata ad una precedente lettera da lui inviata il 19 settembre dell’anno precedente, in cui dichiarava la verità dell’apparizione, annunciava che era allora suo dovere comunicare allo stesso modo l’erezione di una chiesa e di un presbiterio a Salette, e fissare per il 25 maggio la posa della prima pietra. Questo evento si svolse infatti il giorno stabilito. Nel seguente estratto del numero dell’Università del 1° giugno 1852, c’è il rapporto che ne fa il giornale locale del dipartimento: « Ieri si è svolta la cerimonia di posa della prima pietra del Santuario di La Salette. È stata una magnifica solennità, anche se il tempo è stato piuttosto poco clemente. Alla vigilia un gran numero di pellegrini è arrivato sulla scena dell’Apparizione e vi ha trascorso la notte. All’una del mattino c’erano già 2000 comunicanti; non c’erano abbastanza Sacerdoti per soddisfare il desiderio dei fedeli. Ma quando arrivò il giorno, lo spettacolo era ancora più imponente. Da tutte le parti arrivarono pellegrini che apparivano come se fossero usciti dalla montagna stessa. Nulla poteva essere, allo stesso tempo, più grandioso e più pittoresco di queste processioni, che arrivavano con striscioni esposti e canti di inni pii. Il numero di stranieri che erano concorsi a questa cerimonia è stato stimato essere più di 15.000 persone. L’entusiasmo più vivo si manifestava tra la moltitudine quando si vide arrivare il Vescovo di Grenoble, che, nonostante la sua veneranda età, non aveva esitato ad intraprendere le fatiche dolorose di un tale viaggio onde presiedere a questa cerimonia. Tutta la compagnia riunita si recò ad incontrare il venerabile prelato, e lo accolse con espressioni di profondo rispetto e di gioia; mille voci si levarono ad accoglierlo. È stato un momento molto toccante. Il volto di Mons. de Bruillard ha tradito le profonde emozioni della sua anima. In seguito la cerimonia è iniziata in mezzo alla profonda attenzione di tutti. Il ricordo di questa santa e imponente cerimonia non sarà mai cancellato dalla memoria di chi ne è stato testimone. Non è l’unica chiesa che sta per essere eretta sotto il patrocinio di Nostra Signora di La Salette: una in Bretagna e un’altra in Belgio sono già state annunciate essere in corso di costruzione.

Pensiamo di aver detto abbastanza per fornire al lettore una chiara documentazione delle circostanze dell’apparizione stessa, e anche delle prove scientifiche a sostegno della sua credibilità. Dal suo riconoscimento pubblico da parte del Vescovo di Grenoble, non è più necessario accumulare ulteriori prove a suo favore. Per più di cinque anni l’apparizione è stata oggetto di ogni tipo di obiezione, non solo da parte degli scrittori francesi, ma anche da parte di coloro che erano più ansiosi di crederlo vero, ma che pensavano fosse loro dovere cedere a nient’altro che ad una certezza. – Tutte le opposizioni, però, ora tacciono; è ormai un fatto approvato dalla Chiesa, che la Santa Vergine abbia scelto questi due pastorelli come portatori di un messaggio al « suo popolo », minacciandoli di vendicarsi di suo Figlio se non si pentiranno; ed è anche la convinzione di tutti, che il Vescovo nella sua lettera pastorale riconosca che le preghiere, le penitenze, e la vita riformata, che sono così largamente derivate da questo evento, siano state il mezzo per arrestare al braccio di nostro Signore e scongiurare il castigo minacciato ». In effetti, non è quasi possibile considerare le prove attraverso le quali la Francia sia passata dall’anno dell’Apparizione, il 1846, senza notare gli elementi di disordine e di confusione che sono stati ovunque percepibili, e senza al tempo stesso riconoscere chiaramente la .presenza di qualche misteriosa influenza, che fino ad ora ha calmato la formidabile eccitazione e ha trasformato tutto in bene. La Madre di Dio è la “Mater misericordiæ”, la Madre della misericordia; le sue interposizioni visibili, di cui si registrano diversi casi nella storia ecclesiastica, non sono mai state considerate come presagio di sventure, ma piuttosto come significative di un tempo prossimo di accettazione; ed è in tale luce che la sua gloriosa apparizione a La Salette è stata finora considerata dai fedeli. 

FINE.

[Ribadiamo qui, che la Congregazione dell’Indice non si è mai sognata di negare la veridicità dell’apparizione mariana de La Salette, come farfugliano ancora i satanisti modernisti o scismatici attuali, ma che la condanna riguardava solo un libricino in lingua francese che riportava in modo improprio i fatti dell’apparizione. Eccone ancora il testo:

DAMNATUR OPUSCULUM: « L’APPARITION DE LA TRÈS SAINTE VIERGE DE LA SALETTE ».

DECRETUM

Feria IV, die 9 maii 1923

In generali consessu Supremæ Sacræ Congregationis S. Officii Emi. ac R.mi Domini Cardinales fidei et moribus tutandis præpositi proscripserunt atque damnaverunt opusculum: L’apparition de la très Sainte Vierge sur la sainte montagne de la Salette le samedi 19 septembre 1845. – Simple réimpression du texte intégral publié par Melanie, etc. Société Saint-Augustin, Paris-Rome-Bruges, 1922; mandantes ad quo spectat ut exemplaria damnati opusculi e manibus fidelium retrahere curent.

Et eadem feria ac die Sanctissimus D. ST. D. Pius divina providentia

Papa XI, in solita audientia R. P. D. Assessori S. Officii impertita, relatam sibi Emorum Patrum resolutionem approbavit.

Datum Romæ, ex ædibus S. Officii, die 10 maii 1923.

Aloisius Castellano,

Supremæ S. C. S. Officii Notarius.]

PREDICHE QUARESIMALI (IV 2020)

[P. P. Segneri S. J.: QUARESIMALE – Ivrea, 1844, dalla stamp. Degli Eredi Franco – tipgr. Vescov.]

XXV. NEL MERCOLEDÌ DOPO LA QUARTA DOMENICA

“Responderunt parentes ejus, et dixerunt: scìmus quìa ille est filius noster, et quia cæcus natus est; quomodo autem nunc videat, nescimus; aut quis ejus aperuit oculos, nos nescimus.”

 Jo. IX, 20 et 21.

I. Scusi pur di voi chiunque vuole i due genitori di questo cieco evangelico, io non gli scuso. Dichiararsi di non sapere come un loro figliuolo abbia aperti gli occhi? Scimus quia cæcus natus est; quomodo autem nunc videat, nos nescimus. Tale dunque è la cura che di lui tengono? Tale la provvidenza? tale il pensiero? Ma finalmente questo cieco evangelico fu felice, perché chi aperse gli occhi a lui fu Gesù, che non poté però aprirglieli fuorché al bene. Il mal è, che a molti quel che apre gli occhi è il diavolo. Eppur chi è che vi pensi egualmente, che vi provveda? I padri lasciano che i figliuoli loro divengano spesso accorti più del dovere, iniqui, ingannevoli; e poi non temono di scusarsi con dire, che non san come abbiano mai fatto ad apprendere la malizia. Quis ejus aperuit oculos, nos nescimus. Ah che questa è scusa frivola, scusa folle; perché qual è il loro debito, se non questo, procurar che i loro figliuoli piuttosto se ne rimangano sempre ciechi, com’essi nacquero, ch’è quanto dire, in santa semplicità, in santa stoltezza; che non che aprano gli occhi per altra mano, che per quella onde apersegli il cieco d’oggi? – Ma quanto pochi sono coloro che apprendano questo debito, o che l’adempiano! I più non pongono in altro Io studio loro, che in aver prole. Qui impiegano i loro prieghi, qui indirizzano i loro pellegrinaggi; e poi, conseguita che l’hanno, non se ne pigliano sollecitudine alcuna, quasi che non averla non fosse male di gran lunga minore, che averla reproba. Sappiamo che alberi sterilissimi ancora hanno tanta gloria; ch’essi oggidì sono le delizie de’ gran giardini reali. Anzi nella scelta di varie piante, che fecero anticamente gli Dei profani, furono a bello studio anteposte le men fruttifere allo più fruttuose; e così Giove elesse la quercia. Apollo l’alloro, Nettuno il pino, Osiri l’ellera, Giunone il ginepro, Venere il mirto. Ma un albero che produca frutti cattivi, oh questo sì che da nessuno è voluto nel terren suo; né solamente non v’è  Dio che lo prezzi, ma né anche v’è rustico che lo curi. – Intendano dunque tutti questa mattina quanto grand’obbligo sia l’avere un figliuolo. Io certamente non terrò male impiegata questa mia qualunque fatica, se giungerò a dimostrare un tal obbligo a chi nol crede, ovvero non lo considera, e però cade in quegli abusi ch’io poi vi soggiungerò, non perché tra voi li supponga, ma perché non allignino ancor tra voi. Dunque uditemi attentamente.

II. E per cominciare dalla grandezza dell’obbligo, il quale più vivamente fa campeggiare la deformità degli abusi, io so benissimo che molti altri saranno ancora tenuti rendere stretto conto per l’anima di qualunque vostro figliuolo: e sono appunto i maestri, i quali gli esercitano nelle lettere; gli aii, i quali gl’indirizzano nei costumi; i confessori, i quali li regolano nella coscienza; i predicatori, i quali gli esortano alla pietà; ed i principi anch’essi, tanto secolari quanto ecclesiastici, i quali con le pubbliche leggi devon provvedere, forse più che ad ogn’altro, alla piccola gioventù, non altrimenti che i giardinieri alle piante più tenerelle. Ma se considererete intimamente, vedrete che molto più siete tenuti a procurare il loro bene voi soli, che gli altri tutti. E la ragione fondamentale si è, perché tutti gli altri sono tenuti a ciò per obbligazione introdotta dalla politica; ma voi per obbligazione inserita dalla natura. – E chi di voi non sa che è quella cagione, la quale ha generato un effetto, a quella parimente appartiensi il perfezionarlo, quanto ella può? Perocché ascoltate, giacché qui cade in acconcio una leggiadra dottrina di san Tommaso nel suo prodigioso volume contra i Gentili (1. 3. c. 122, etc.). Due sorte di effetti noi possiamo considerare: alcuni, i quali, tosto che nascono, portan seco tutta quella perfezione, della quale sono capaci; altri, che non la portano seco tutta, ma debbono andarla acquistando in progresso di tempo, ed a poco a poco. Della prima schiatta son tutti gl’inanimati; e però la loro cagione, ch’è come la loro madre, dopo averli già partoriti, non li ritiene con amore materno presso di sé, non gli alleva, non gli accarezza, ma incontanente lasciali in abbandono. Diamone gli esempj in due cose a tutti notissime, quali son l’acqua e il fuoco. Vedete voi la sorgente quando ha partorita l’acqua? vedete la selce quando ha partorito il fuoco? Nessuna di loro due ritiene punto il suo parto presso di sé; ma l’una lascia che l’acqua subito scorra, e ne vada al rivo, e l’altra lascia che il fuoco subito voli, e si appicchi all’esca: mercecchè né la selce, né la sorgente, con ritenere presso di sé le lor proli, potrebbero maggiormente perfezionarle. Ma negli effetti di qualunque modo animati avviene il contrario. Nascono questi tutti imperfetti, e però lunga stagione rimangono sotto la cura, e, per dir così, tra le braccia della lor madre, per venir da essa nutriti amorosamente e perfezionati. Vedesi prima ciò chiarissimamente ne’ pomi, ne’ fiori, nelle spighe nell’uve, ed in qualsivoglia altro frutto. Nascono questi piccoli, rozzi, scoloriti, agrestini, e così bisognosi di grandissima nutritura. Però mirate quanto tempo rimangono e i pomi attaccati al suo ramo, e i fiori alla sua cipolla, e le spighe al suo cesto, e l’uve al suo tralcio, ed ogni altro frutto in grembo della sua madre. Onde se mai vi ci sarete provati, avrete scorto ricercarsi molto più di violenza a strappar con la mano dalla sua pianta il pomo acerbo, che non il pomo maturo; quasi che malvolentieri il figliuolo partasi dalla madre, e malvolentieri la madre lasci il figliuolo, prima che abbisi finito questo di ricevere tutta la sua perfezione, e quella di dargliene. Ma meglio ciò si scorge ne’ bruti, i quali nascono imperfettissimi anch’essi. Tra questi del solo struzzolo si racconta, che abbandona dispettosamente i suoi parti dopo averli condotti a luce. Derelinquit, come abbiamo in Giobbe (39. 14), derelinquit ova sua in terra: che però quivi egli vien proposto da Dio per esempio e di stolidezza e di spietatezza, dicendosi orribilmente di questo uccello che duratur ad filios suos, quasi non sui; privavit enim eam Deus sapientia, nec dedit illi intelligentiam(Ibid. 16 et 17). Ma tutti gli altri bruti vedrete che mai non mancasi di una pietosissima educazione; questa unica differenza, avvertita tuttavia dal medesimo san Tommaso, ed è che alcuni animali vengono educati dalla madre sola, altri e dalla madre insieme e dal padre. Dalla madre sovvengono educati i cani, i cavalli, gli agnellini, i vitelli, ed altri animali lattonzoli. A provvedere questi di allevamento basta la madre con le sue poppe; e però il padre, come 1oro non necessario, per lo più non li cura e non li conosce. Il contrario avvien tra gli uccelli. Non è stato verun di loro dalla natura provveduto di latte, né di’ mammelle; e la ragione si fu, perché dovend’eglino esser agili al volo, sarebbe loro stato un tal peso di notabile impedimento. Devon però vivere, per dir così, di rapina; ed in questa parte ed in quella procacciare il sostentamento non sol per sé, ma ancora per le loro tenere famigliuole, le quali non sogliono essere meno ingorde che numerose. Ma come potrebbe supplire a tanto una debole femminella? Però al nutricamento delle colombe, delle tortorelle, delle pernici, e di altri simili uccelli, specialmente meno feroci, assiste anche il padre. Né solamente tutti i bruti provveggono i loro pargoletti di cibo, finché questi non possono procacciarselo da sé stessi; ma li sovvengono anche di ajuto, d’indirizzo e di documento, conforme i varj mestieri ch’hanno ad imprendere. Così lo sparviere ammaestra i suoi figlioletti alla caccia, così il delfino al nuoto, così la leonessa alla preda, così la gallina alla ruspa, e così l’aquila ai voli anche più sublimi: provocans ad volandum pullos suos (Deut. XXXII, 11). Eppure gli animali bruti non isperano comunemente dai loro parti veruna ricognizione né di opera, né di affetto; anzi terminati i dì necessarj all’educazione, né il generante riconosce più il generato, né il generato riconosce più il generante, ma si disgiungono, e ciascuno va dove più gli torna in profitto. Or se, non ostante ciò, allorché questi di fresco hanno partorito, assistono a’ loro parti con tanta sollecitudine, gli allattano, li provveggono, li difendono, e prestano loro tutti gli uffìzj di servitù più pietosa, chi non vede che questa legge di perfezionare, quanto maggiormente si possa, la propria prole, non è legge inventata solamente da instituzione politica o da reggimento civile, ma è legge entro a tutti i petti stampata dalla natura, e però dee dirsi che la natura parimente sia quella che no riecheggia l’osservanza dagli uomini? Anzi assai più la richied’ella dagli uomini, che da’ bruti. Perocché gli uomini da una parte nascono nel loro genere men perfetti (come Plinio considerò); nascendo i bruti vestiti, e gli uomini ignudi; i bruti calzali, e gli uomini scalzi; i bruti armati e gli uomini inermi. E d’altra parte nascon capaci di assai maggiori perfezioni; le quali perfezioni perché non si possono conseguir se non assai lentamente, però l’educazione degli uomini non si termina in pochi giorni, come quella de’ bruti, ma stendesi a molti lustri; anzi, secondo il dire di san Tommaso, a tutta la vita, per lunga ch’ella si sia; e così rende di sua natura insolubile il matrimonio. – Or deduciamo dalla dottrina bellissima di questo santo Dottore, angelico veramente più che mortale, deduciam, dico, come da premesse infallibili, la nostra principal conseguenza, e diciam così: se l’obbligo, che hanno i padri, di educare i loro figliuoli, è obbligo non positivo, ma naturale; non iscritto, ma innato; non umano, ma divino; chi non vede dunque che molto più strettamente siete tenuti a procurare il profitto loro voi stessi, di quel che a ciò sien tenuti i principi ed i prelati, i maestri ed i confessori, e gli aii e i predicatori, e qualunque altro direttor, che si trovi, de’ lor costumi, o sia egli ecclesiastico o secolare; perciocché questi sono tenuti a ciò per legge civile, la quale è meno strigliente; ma voi per istituzion naturale, la quale è di gran lunga più rigorosa?

III. Ma s’è così (oh Dio!), che timore non dovreste aver dunque voi quando trascuriate una simile educazione? Perocché se tanto conto dovrà rendere il principe, se tanto il prelato, e se tanto qualsivoglia altri, per cui colpa succeda l’eterna perdizion del vostro figliuolo; qual ne dovrete render dunque voi, padri, quale voi, madri, se succeda per colpa vostra? Potrete voi punto sperar di discolpa, se quelli tanto riceveran di rimproveri? potrete voi punto impetrar di pietà, se con quei tanto si userà di rigore? E però san Giovanni Crisostomo (1. 3 contra vitup. vilse mon.), il quale intendea benissimo questo punto, si protestava a tutti i padri così: patres, educate fìlios vestros in disciplina, et in correptione Domini, come vi dice l’Apostolo (ad Eph. VI, 4). Si enim nos ipsi quoque vigilare jubemur, tamquam prò animabus illorum rationem reddituri, quanto magis ergo pater, qui genuit? Intendete, padri cristiani? quanto magis, ergo pater, qui genuit? – Voi avete dato lor l’essere; adunque voi molto più parimente siete tenuti a dar loro la perfezione, educandoli in disciplina, ch’è indurli al bene; et in correptione, ch’è ritirarli dal male; ovvero, giustar interpretazion più spedita di san Tommaso, in disciplina verberum, et in correptione verborum. Senza che, dare lor questa perfezione è a voi molto anche più facile, che ad ogni altro: conciossiachè essendo natural di tutti i figliuoli portare, più che ad ogni altro, a’ lor padri una gran riverenza ed un grande amore, venite per conseguente ad avere sopra di essi maggiore l’autorità. E chi non sa che con un consiglio opportuno, con una riprensione aggiustata, anzi con una parola mozza talvolta, con un cenno, con un gesto, con un’occhiata potete ottener da loro quei ch’altri non otterrebbe con lunghe prediche, e con iterati clamori? Non udiste mai di quel celebre Andrea Corsini? Era egli ne’ suoi primi bollori della gioventù libero, sregolato, disciolto; e però in vano si erano adoperati religiosi zelanti ed uomini pii affine di raffrenarlo. Ma che? quello che nemmeno poterono le parole sacerdotali, potò la voce materna. Pellegrina la madre, con un solo acconcio rimprovero, il rendé santo, e convertillo di un lupo di sfrenatezza in un agnellino di sommissione. Come dunque voi non dovrete rendere a Dio ragione assai rigorosa, se non verrete a valervi di autorità così rilevante? Aggiungete, che da voi dipendono essi nel vitto, da voi nel vestito, da voi nello spendere, da voi nell’ereditaro; onde con quanta facilità potete voi governarli a vostro talento, animandoli o rimunerandoli buoni, minacciandoli e gastigandoli scostumati! – Se dunque voi, non facendolo, mancherete al debito vostro, che scusa avrete? Eppur vi è di più: perché dovete considerare che voi avete i figliuoli vostri in custodia, quasi uccellini di nido, fin da’ primi anni, quando i loro animi sono appunto a guisa d’una creta pastosa, capace d’ogni figura; o di una cera molle, disposta a qualunque impronta. Se però essi, educati prima male da voi, non saranno in età maggiore più abili a ricevere i salutevoli insegnamenti de’ loro direttori più alti (dì chi sarà la colpa più principale, non sarà vostra? Vostra sarà, signori sì, sarà vostra. Pater enim, cum teverum acceperit filium, primque ac solus omnem ejusce instruendi facultatem nactus sìt, et bellissime illum, et facillime imbuere poterit, et moderavi; coi san Giovanni Crisóstomo favellò (l. 3 tra vitup. vitæ mon.). Adunque, se voi farete, a voi verrà attribuita la ma: colpa delle loro non correggibili inclinazioni. Anzi in vano tutti gli altri faticheranno per loro profitto, se voi punto manchiate al vostro dovere. Perciocché, a che vale che il principe tenga per allevamento de’ vostri giovani provveduto il suo stato di accademie insigni, di Convitti nobili, di collegj famosi, se voi li tenete quindi lontani? Ed i maestri come potranno affezionarli allo studio, se voi non ne mostrate premura? E gli aii come gli potranno addirizzar ne’ costumi, se voi non date lor braccio? Ed i confessori e predicatori ancor essi come potranno ottenere il loro profitto spirituale, questi con esortazioni pubblici quegli con ammonizioni private, se voi non ricercate giammai da’ vostri figliuoli consieno assidui alle prediche o come sieno frequenti alla confessione? – Vedesi adunque, per così dire, che tutte le obbligazioni, le quali in altri sono diramate e disperse, vengono ad unire in voi tutta la loro piena. E pertanto a voi si appartiene di tener su’ vostri figliuoli aperti più occhi, che non se ne finsero in Argo, quel provvidissimo re del Peloponneso; a voi tocca di avvertire ogni loro parola, a voi di moderare ogni loro gesto, a voi di certificarvi d’ogni lor moto: diligenze che, almeno tutte, non toccano a verun altra. Né basta che diate lor solamente la direzione, ma bisogna che ne ricerchiate ancora la pratica; e ciò non in un luogo solo, ma in tutti: in città, di fuori, in pubblico, in segreto, in comune, in particolare. Dovete osservar dove vadano, con chi trattino, diche gustino, a che inclinino; e giacché come disse il Savio, ex studiis suis intelligitur puer (Prov. 20. 11), dovete, se sia possibile, dovete, dico, procurare ancor di spiare quello a che pensino. Né crediate dirsi ciò per soverchia amplificazione; – anzi sappiate che questo appunto era quello ond’era sempre sollecito il santo Giobbe nel governo de’ suoi figliuoli: non sapere quali affetti pullulassero ne’ loro cuori, o qual pensieri covasse la loro mente. Quindi si racconta ch’egli bene spesso rizzavasi di buon’ora, diluculo, per offerire a Dio suppliche e sacrifizj a purgamento de’ loro interni difetti. Dicebat cnim: ne forte peccaverint filli mei, et maledixerint Deo in cordibus suis (Job 1. 5). Guardate sollecitudine! non dice labiis suis, non dice lingua sua, no; in cordibus suis; tanto tremava di qualunque lor colpa, non sol palese, ma occulta; non sol pubblica, ma segreta; non sol sicura, ma dubbia.

IV. Òr che dite voi dunque? Fate così? Adempite ancora voi con premura così gran parti? Siete egualmente solleciti ancora voi dell’integrità de’ vostri figliuoli, della loro innocenza, del loro profitto? Ahimè che voi ad ogni altra cosa pensate forse, che a questa, dice il Crisostomo. E perciò che fate? Attendete solo a rendere i vostri figliuoli più ricchi, più temuti, più nobili, più potenti; ma a rendergli parimente più virtuosi non attendete. Àlii militiam filiis suis provident, alti honores, alii dignitates, alii divitias; et nemo(oh deplorabilissima cecità!), et nemo filiis suis providet Deum (Hom. 55 in Matth.). Eppure di questo solo vi sarà chiesta ragione, o signori miei. Non vi sarà domandato quanto voi gli avrete lasciati più grassi di rendite, o quanto più illustri di cariche, o quanto più rispettati di parentele; ma quanto più riguardevoli di virtù. Di questo vorrà Dio venir soddisfatto in quel suo formidabilissimo tribunale. E voi che saprete rispondergli, mentre pure talora giungete a segno che, – per avanzar loro un vil danaruzzo, non vi curate di avventurare la loro eterna salute? E quante volte, se voi voleste spendere un poco più, potreste lor provvedere di custode più virtuoso, di disciplina più scelta, di direzione più profittevole; e voi nondimeno, per risparmiar quell’entrata, fate loro quel pregiudizio! Oh vergogna! Esclama san Giovanni Grisostomo (pigliato da me volentieri questa mattina per maestro in questa materia, da lui trattata, fra tutte le altre, a stupore), oh vergogna! Non si perdona a danaro per rendere il campo più fertile, l’abitazione più comoda, la cucina più lauta, la stalla più popolata, il cocchio più splendido; e per rendere un figliuolo più costumato si conta tanto a minuto! Anzi poco saria questo, cred’io, se non si giungesse anco a peggio; perocché per questa avarizia medesima spesso accade che se voi di due servitori ne avrete uno accorto e fedele, ed un altro scimunito e vizioso, darete al migliore la cura de’ vostri poderi, ed al peggior la custodia de’ vostri parti. E potrete voi scusarvi di tanta trascuratezza? Come scusarvi? Voi dunque non ardireste di consegnare il vostro cavallo ad un mozzo inetto, o la vostra greggia ad un pastorello infedele, o i vostri buoi a un bifolco disapplicato; e non temerete di porre un figliuol vostro medesimo nelle mani di un servitore vizioso, o di un pedagogo ignorante? Non ha scusa, o Cristiani miei, questo eccesso; no, non ha scusa: perché se l’interesse è quel che vi spinge ad antepor la roba alla prole, che si può dir di più empio, di più stolido, di più insano?  – Io per me certo, se mi credessi questa essere la principale cagione del mal governo usato verso dei giovani, tosto avrei desiderio con quell’antico filosofo di montare su la torre più alta della città, ed indi vorrei tonare, tempestare, e ripetere più d’una volta a gran voce: Quo tenditis, homines, quo tenditis, qui rei faciundae omne impenditis studium, filiis instituendis, quibus opes vestras relinquetis, exiguum, ac piane nullum? (Plut.de educai liberor.) Dove andate, olà, cittadini, olà, dove andate? vorrei dir io.Chi a procuratori per liti, chi a banchieri per cambj, chi a principi per favori, chia mercati per compere, chi ad uffìzj per interessi. E dove son rimasti frattanto i vostri figliuoli? se in mano di custodi veramente fedeli, benissimo; andate pure. Ma s’essi frattanto ritrovansi o in un ridotto di gioventù ad apprendere i vizj, odin una bisca di giuoco a trattare i dadi, o in un teatro d’oscenità a provare la parte, o in una contrada d’infamia a disfarsi in vagheggiamenti, o, se non altro in una villa di ozio a perdere inutilmente gran parte danno; se si trovano in tali luoghi, tornate indietro, vorrei dire, tornate, padri inumani; provvedete prima a’ figliuoli, e poi penserete alla roba. E non procurate cotesta roba per loro? Adunque qual insania maggiore, pensare alla roba, che dee servire a’ figliuoli, e non pensare a’ figliuoli, cui dee servire la roba? Così vorrei, credo, gridare, ad imitazion di quel filosofo di cui ragiona Plutarco (lbid); – Né mancherebbemi anche a questo proposito l’autorità del Boccadoro medesimo, il quale mi attesta che ciò sarebbe far come un folle ortolano, il quale solamente mirasse a raccor grand’acqua, onde alimentare le piante; ma non mirasse se quelle piante, che si hanno ad alimentare, sien belle o disformate, sien buoni o degeneranti. Questa ragione dunque degli altri vostri interessi, quantunque onesti, ai quali attendete, non potrà discolparvi presso di Dio, perché niun interesse dovreste avere più rilevante, che la perfetta educazion della prole da lui donatavi. E s’è così, qual altra discolpa dunque voi gli addurrete? Non sarete inescusabìlmente convinti di fellonia, di perfidia, di tradimento? – Che sarebbe di voi, se rimaneste convinti di non aver voi voluto dare a’ giovani vostri o poppa che gli allattasse bambini, o cibo che sostentasse gli adulti, o veste che coprisse gli ignudi, o letto che ricettasseli sonnacchiosi? Non rimarreste senza dubbio in tal caso mutolissimi alle difese? Eppure in tal caso avreste solo lasciato di provvedere alla parte più ignobile, qual è il corpo. Or che sarà lasciando di provvedere alla più signorile, qual è lo spirito? Che sarà se non li provvediate, potendo, di maestro buono, di servitore fedele, di confessore accreditato, di libri utili, d’indirizzi opportuni, di amicizie innocenti, di esempj, di consigli, di stimoli, di freni, di guide, e di tutti gli altri ajuti più necessarj al vivere cristiano? Filii tibi sunt? grida l’Ecclesiastico (VII. 25), erudi illos. Non dice, dita illos, evehe illos, extolle illos, no, erudi illos: perché questo è ciò che soprattutto ha da premervi, farli buoni.

V. Eppure piacesse a Dio che questo fosse l’unico vostro peccato, non procurar loro la salute de’ vostri giovani. Ve n’è un maggiore. E qual è? Procurar la loro rovina! Procurar la loro rovina! Signori sì, signore sì, procurar la loro rovina. Oh questo sì che sarebbe un eccesso sì abbominevole, che voi non potreste fiatare a giustificarvene; ed io, per detestarlo questa mattina come dovrei, vorrei avere un petto di bronzo ed una voce di tuono. Ma che? Non è forse frequente una simile iniquità? Ahimè! sarebbe desiderabile ch’oggi giorno alcuni padri non solamente lasciassero di educare i proprj figliuoli, ma che, appena nati, assettandoli in un cestello, simile a quello in cui fu riposto il bambinello Mosè, gli abbandonassero alla ventura in un lito, in una balza, in un bosco, tanto perverse son le dottrine che loro infondono, tanto scellerati i dettami. Utinam hoc tantum culpa csset (seguo a ragionar tuttavia eoa le autorevoli formule del mio eloquente maestro – Chrysost. 1. 3 centra vitup. vitæ monast.), utinam hoc tantum culpa esset, nihil utile parentes liberis consulere: possit id, quamquam gravissimum sit, aliquatenus tolerari. Nunc vero illos ad ea, quæ saluti suæ sunt adversissima, impellitis, et ac ti dedita opera liberos vestros perdere omni studio curetis, ita universa illos jubetis facere, quæ qui faciunt, salvi esse non possunt. – Volete chiaramente conoscerlo? State a udire. La legge evangelica, che voi dovreste istillar insieme col latte ne’ vostri pargoletti figliuoli, intuona a tutti i ricchi minacce orribili di eterna condannazione. Væ divitibus! (Luc. VI. 24) E voi all’incontro cominciate ad insinuare ne’ lor cuori infin da’ primi anni, che bisogna serbare la roba tenacemente, e che tutta la felicità dell’uomo consiste in aver piene le casse, colmi i granai, ridondanti le grotte. E talora  parlando da solo a solo col figliuol vostro, ancor tenerello: mira (gli dite), a tal mercatante, mira il tal canonico, mira il tal cavaliere: perché seppero accumular di molto danaro, vedi tu com’or sono giunti, quegli a fabbricar la tal villa, quegli a conseguire il tal beneficio, quegli a stabilir il tal parentado? Vogliamo credere che tu saprai mai giungere a tanto? E così voi fate formargli un’opinion del danaro tanto sublime, che non cred’esservi altro Dio su la terra maggior dell’oro. Più. – L’Evangelio dice, che bisogna seder nell’ultimo lato: recumbe in novissimo loco (Ib. XIV, 10). E voi a’ vostri giovani persuadete continuamente il contrario, suggerendo loro che non bisogna contentarsi mai dello stato in cui l’uomo nasce; ma che, a guisa de’ fiumi, bisogna sempre nel mondo acquistar paese, avvantaggiarsi, allargarsi. Più. L’Evangelio afferma, che convien condonare le offese fatteci: diligite inimicos vestros (Ib. 6. 27). E voi a’ vostri giovani insinuate perpetuamente l’opposto, dicendo loro che non bisogna dimenticarsi mai di un affronto che l’uom riceva; ma che, ad imitazion de’ molossi, bisogna sempre ad ognuno mostrare i denti, rispondere, ricattarsi. Ed oh quanti sono, che dicono a’ lor figliuoli: la nostra casa è sempre stata riverita e temuta al pari di ogn’altra. Ella ha avuti tanti senatori, tanti cavalieri, tanti capitani, tanti uomini famosi in pace ed in arme. Non sarai degno del casato che porti, se non saprai sempre farti usar tua ragione. Quindi godete che di buon’ora comincino a trattar l’armi, perché i gloriosetti si avvezzino tanti Marti; ed assai più voi fate loro di applauso quando li vedete caricar con man tenera una pistola, che quando li mirate aguzzar la penna. – E quelle buone madri ancor esse con quai dettami sogliono specialmente allevare le loro figliuole? Con quei dettami evangelici, i quali c’insegnano di schivare i lussi superflui e le pompe vane? Nolite solliciti esse corpori vestro quid induamini (Ib. XII. 22). Anzi tutto il contrario. Va, figliuola mia, dicon esse, va, di’ a tuo padre che tu vuoi vestir da tua pari. Digli che tu così ti vergogni di comparire; che cavi fuori del suo scrigno que’ nastri, que’ pendenti, que’ vezzi, quelle smaniglie; a1trimenti non isperare ch’io ti voglia più condur meco neppure a Messa. Quindi abbigliandole or con una sorte di gala, ed or con un’altra, le avvezzano di buon’ora ad indurir contra il freddo ostinatamente le spalle ignude, o fintamente coperte; insinuando che nella foggia del vestire bisogna sempre attenersi all’uso del secolo, e poi lasciare, che i predicatori si sfiatino a lor piacere e che si scatenino. Ecco, o signori miei, quali sono i bei documenti che molti padri, che molte madri oggi danno a’ loro figliuoli. – E così che ne segue? Ne segue che quegli animi ancora molli, ricevuta una tal sementa, comincino a poco a poco a gittare così profonde radici di fasto, di vanità, di ambizione, di audacia, d’interesse, e di ogni altra più sregolata affezione, che quando poi con gli anni acquistano forza, non v’ha più mano mortale che possa svellerne i velenosi rampolli: Adolescens juxta viam suam, ch’è quella via che lo porta più al mal che al bene, etiam cum senuerit non recedet ab ea (Prov. XXII. 6). E vi par che il vostro delitto sia delitto pertanto di leggier peso? Io credo pure che avrete udito ragionar mille volte di quell’Eli, gran sacerdote, il quale un dì divenne a Dio sì discaro, che fu in perpetuo privato e del sacerdozio e del tempio e delle facoltà e della vita e della prosapia, e giudicato con tanta severità, che quantunque sia opinione probabile ch’ei sia salvo per gli altri suoi singolarissimi meriti verso la religione, nondimeno Filone ebreo, san Gregorio Nazianzeno, santo Isidoro pelusiota, san Cirillo alessandrino, san Giovanni Grisostomo, san Pier Damiano, e più altri, inclinano a riputare ch’ei sia dannato; e san Cesario arelatense, e santo Efrem siro lo sentono chiaramente. Or perché incorse egli un giudizio così tremendo? Mi giova che l’udiate di bocca di. Dio medesimo. Eo quod noverat indigne agere filios suos, et non corripuerit eos, idcirco juravi domui Heli, quod non expietur iniquitas domus ejus victimis et muneribus usque in æternum (1 Reg. III. 13 et 14). La soverchia indulgenza ch’Eli mostrò verso i figliuoli viziosi,fu quella che trassegli addosso sì gran gastighi; e solamente per questo Iddio dichiarossegli sì sdegnato, che non sarebbono mai bastati a placarlo né sacrifizj, né vittime, né preghiere, se non quanto alla pena eterna, almeno quanto alla soddisfazione temporale. Sì? Ora udite e tremate, signori miei. Se questo infelice fu giudicato con tanta severità sol per non avere o ripresi con efficacia, o gastigati con rigidezza i figliuoli mentre peccavano, eo quod non corripuerit eos: ahimè!;che non dovranno temer dunque quei padri, i quali non solo non li ritraggon da’ vizj, ma ve gl’incitano con sì perniciosi dettami? Se non punire il peccato dispiacque tanto, che sarà il lodarlo?che sarà il promuoverlo? che sarà il persuaderlo? che sarà il farsene perversissimo autore? Potrà restare a questi infelici speranza di salvazione? Io non lo so; ma domandovi solamente: – se voi deste questi medesimi documenti viziosi, che abbiamo detti, ad un altro giovine, il qual non vi appartenesse per verun capo, ad un Giudeo, ad un Gentile, ad un Turco, quanto severo giudizio verreste nondimeno ad incorrere nel tribunale divino? Depravatori di giovani! depravatori di giovani! Non può mai dirsi quanto a Dio sieno odiosi. Che però dove leggiamo: capite nobis vulpes parvulas, quæ demoliuntur vineas (Cant. II. 15), san Girolamo insegna potersi egualmente leggere in questa forma (in Cant. hom. 4 in fine): Capite nobis vulpes, parvulas quæ demoliuntur vineas; sicché quella voce parvulas non tanto si riferisca alle volpi, quanto alle vigne: non tam et vulpes, quam ad vineas referatur. Perché queste sono le volpi più odiose a Dio, le volpi veterane, le volpi vecchie, le quali tanto più arditamente assaliscono parvulas vineas , la tenera gioventù, la sfiorano, la sterpano, l’assassinano. Queste sono le volpi che il Signore desidera, queste, queste, per farne alfin un macello. Capite nobis vulpes, parvulas quæ demoliuntur vineas. E però conchiudo così. Se tanto conto dovreste rendere a Dio, dando cattivi consigli a qualunque giovane, il qual or cominci a fiorire; che sarà dandoli ad un giovane vostro, ad uno, a cui siete per natura tenuti d’istituzione sì santa, d’istruzione sì salutare? Voi pensateci, ed io mi riposerò.

SECONDA PARTE

VI. Tornava il profeta Eliseo dal veder Elia, suo maestro, rapito in cielo sopra cocchio di fuoco: quando, cominciando a salire una collinetta per ire a Betel, ecco una gran turma di piccioli figlioletti, i quali in vederlo cospirarono tutti ad alzar la voce, e a gridare per beffa: su, vecchio calvo; su, vecchio calvo; cammina: ascende, calve: ascende, calve (4 Reg. II. 23). Eliseo, stupito di arroganza sì audace in età sì tenera, non poté contenere lo sdegno in petto rivoltandosi con occhio bieco a mirar quegl’insolentelli: siate (disse lor) maledetti in nome di Dio: maledixit eis in nomire Domini (lb. II. 24). Credereste? Appena egli ebbe parlato, che tosto uscirono dalla vicina boscaglia due terribilissimi orsi, e cacciandosi in mezzo di que’ fanciulli, quasi in un branco di sbigottiti agnellini, cominciarono in essi a lordar le zanne, a spiccar capi, a smembrar cosce, a sbranar busti a spolpar ossa, a squarciar ventri, a disseminare interiora; nè molto andò, che con orribil macello ne lacerarono insino a quarantadue. Egressique sunt duo Ursi de saltu, et laceraverunt ex eis quadraginta duos pueros (Ibid.). Se voi ne interrogate gl’interpreti, o miei signori, vi diranno che questi figliuoli non erano ancor capaci di gran malizia; perciocché afferma la Scrittura di loro, ch’essi eran pargoletti: pueri parvi. Che vuol dir dunque, che furon eglino non pertanto puniti sì atrocemente? Sapete perché? Per castigare in questa forma i lor padri che mal allevamento che andavano lor dando: ut parentes eorum in ipsis punientur, siccome attesta il Lirano, ed altri in gran numero. Cristiani miei, voi allevate ben spesso i figliuoli con poco timor divin: non è così? con libertà, con licenza, per timore che alfin non si scorga in essi più di bacchettonismo, per usare i termini vostri, che di bravura. Qual sarà pertanto il castigo che voi ne riceverete anche in questo mondo? Che un giorno ve li vediate giacere a’ piedi, finiti innanzi al lor tempo di morte anche ignominiosa. De patre impio, queruntur filii, quoniam propter illum sunt in opprobrio (Eccli. XLI. 10). Ma quando ancor vi campassero lungamente, non vi  potrebboero recar essi materie non meno gravi di tristezza, di ansietà, di amarezze, di crepacuori? Lacta filium, et paventem te faciet, dice l’Ecclesiastico (XXX, 9); lude cum eo, et contristabit te. Che disgusto fu quello di Agarre, quando per cagion d’Ismaele da lei nutrito con educazion troppo altiera, fu necessitata di andar raminga pe’ boschi! – Che disgusto fu quello di Davide, quando per cagion di Assalonne, da lui governato con verga troppo indulgente, fu costretto a vedersi crollare il trono! Ed il patriarca Giacobbe che disgusti anch’egli non ebbe per la sua Dina? Uditelo, che potrete impararne assai. Era il buon vecchio, pellegrinando, arrivato con tutti i suoi nel paese di Cana; e quivi in una campagna, ch’egli perciò comperossi da’ Sichimiti, piantati avea i padiglioni, ripartita la gente, accomodati gli armenti, per riposare (Gen. XXXIV). Quando ecco Dina, fanciulla di quindici anni, udendo, come afferma Gioseffo, che poco lungi tutte le donne di Salem concorrevano ad una festa, chiede al padre licenza di andare un poco opportunamente a vederle; giacche per altro le rincrescea di marcirsi lungamente prigione fra quelle tende. Quanto poco a Giacob sarebbe costato il raffrenare severo nella figliuola questa donnesca curiosità giovanile! Ma egli, troppo rimesso, non vuole affliggerla; e per non vederla più piangere e più pregare, le dice: va. Dina vada? Ahi povera figliuola! ahi povero padre! In quanto cieco laberinto vi andate ad intrigar da voi stessi, non lo sapendo! Proseguiamo il fatto, che in vero è terribilissimo. Uscì la vergine per vedere altre donne; ma per quanto ella andasse o raccolta o cauta, fu veduta da un uomo, il quale fieramente invaghitosene, la rapì, la disonorò; e siccome egli era per altro signore di gran portata, cioè il principe stesso de’ Sichimiti, chiamato Sichem, così di poi con lusinghe ancora piegolla a restargli in casa, ed a consentire alle sue legittime nozze. Vassi pertanto a Giacobbe (per la nuova del caso oltre modo afflitto), e si esibiscono le soddisfazioni maggiori che dar si possano ad uomini forestieri. Propone il Principe di voler dar egli alla sposa una ricca dote, offerisce regali, promette rendite, s’obbliga ad avere col popolo d’Israele, allora non grande, perpetua corrispondenza; e si contenta di dar loro a goder le sue terre stesse, le sue campagne, i suoi pascoli, i suoi poderi. Mentre si sta sul calor di questi trattati, ecco i figliuoli di Giacobbe ritornano dalla greggia; i quali, udito lo scorno della sorella, tengon prima fra loro un consiglio breve; conchiudono, stabiliscono: e di poi, covando nel cuore un’aspra vendetta, dicono a Sichem di approvare i partiti da lui proposti; ma che a ciò solo si frapponeva un ostacolo, ed era non poter essi tener commercio con uomini incirconcisi. Però accettassero, i Sichimiti d’accordo la loro legge, si circoncidessero tutti; e poi legherebbesi la bramata amistà, e si stringerebbero scambievoli parentadi. Che non può la smania di un animo innamorato? Accetta il Principe la condizione, la stipola, la rafferma; e tornato lieto in città, con varj pretesti la persuade concordemente anche a’ suoi. Ma che? giunto il terzo dì dopo il taglio (ch’è quando appunto il dolor d’ogni ferita suol essere più crudele), ecco due fratelli di Dina, Simone e Levi, se ne vengono armati nella città; e mentre gli uomini addolorati si giacciono tutti a letto, nulla sospettosi d’inganno, nulla abili alla difesa, ne cominciano a fare un orrendo scempio: uccidono fanciulli, uccidono attempati, uccidon decrepiti; siasi chi si vuole, s’è maschio, convien ch’ei muoja: ed indi a volo passati tosto in palazzo, assaltano furibondi l’odiato Principe, lo scannano, lo sfragellano; e tolta Dina, se la riportano a’ padiglioni paterni, prima vedovella che sposa. Né qui terminò tanta rabbia; perciocché di poi ritornati con tutto il grosso di lor famiglia, recarono alla città l’estremo sterminio; saccheggiarono case, spiantaron orti, desolarono torri; fecer tutte schiave le femmine, e le rapirono. Quinci usciti fuori in campagna, miser tutto il paese furiosamente a ferro ed a fuoco: non perdonarono a beltà di giardini, non a ricchezza di armenti, non a splendidezza di possessioni; a segno tale, che divulgatasi ne’ convicini la fama del caso atroce, tutti a rumore si sollevarono i popoli: arma, arma, perseguita i forestieri, ammazzali, ammazzali; ed eccoti Giacobbe in evidente pericolo di perire con tutti i suoi. Conviene precipitare, conviene partirsi; e se Iddio spezialmente nol proteggesse, qual dubbio c’è ch’ei già sarebbe perduto anche tra le grotte? Or avete sentito, o signori miei? Oh che imbarazzi, oh che confusioni, oh che risichi, oh che garbugli! E perché? Per la soverchia indulgenza di un padre tenero verso una figliuola vogliosa. E quante notti credete voi che Giacobbe vegliare ansioso dovesse su questo affare? Non sarebbe stato assai meglio dare a quell’amata fanciulla un disgusto breve, e lasciarla pregare, e lasciarla piagnere, che dover poi per cagion di essa riceverne un sì tremendo?

VII. Signori miei, questi successi sono registrati nelle divine Scritture, perché si sappiano; ed io però ve li narro, desiderando che voi vogliate, come si conviene, e apprezzarli, ed approfittarvene. Sì, sì, chiaritevi esser verissimo il detto di Salomone: puer, qui dimittitur voluntati suæ, confundit matrem suam (Prov. XXIX, l5). Ipadri sono i primi a provare i cattivi effetti della libertà conceduta a’ lor figliuoli (ch’è quello ch’io nella seconda parte ho preteso di dimostrarvi); e però accorti incominciate a raffrenarli a buon’ora, da’ primi passi, dalla prima puerizia, ed avvezzatevi presto a dir loro, no; non vi lasciando sì facilmente snervare da’ loro vezzi, quando essi bramano che diate loro sul collo la briglia lunga, fìlius enim remissus, come parlò l’Ecclesiastico (XXX. 8), evadet præceps. E non è certamente una gran vergogna chequesti tosto divengano sì assoluti padroni de’ vostri affetti, che solamente per non veder su’ lor volti una lusinghevole lagrimuzza, condiscendiate che vadano a commedie quantunque oscene, a festini quantunque liberi, a ricreazioni quantunque non costumate? – Voglio ben io che li amiate, signori sì; ma d’amor utile, non di amore dannoso. Quanto cordiale amore portava quella famosa regina Bianca al suo piccolo re Luigi! Eppure: ah Sire (gli ripeteva ogni giorno), prima io vorrei vedervi morire su queste braccia, che vedervi commettere un sol peccato. Or perché dunque non gli amate voi pure di amor sì maschio, giacché non mancano signore ancora private che l’hanno fatto, con albergare però nel cuore ancor elleno un tale all’etto, che non par degno di petto men che reale? Certo almen è che tali erano le parole che pur avea del continuo su la sua bocca una beata Umiliana, detta de’ Cerchi, chiara in Firenze unitamente e per sangue e per santità, qualor vedeva i suoi nobili fanciullini non solamente lontani ancor dal morire, come un Luigi, ma già già prossimi. Io non so piagnere, solea dire, o figliuoli, la vostra sorte; perciocché troppo più volentieri io rimiro ciascun di voi portar la sua stola candida al Paradiso, che restar quaggiù con pericolo di lordarla. Tanto la grazia può giungere a trionfare della natura in un cuore ancora di donna, e donna madre! Ma io m’immagino di avervi ormai tediati bastantemente, e però fìnisco. Solo vorrei che vi partiste di qui con questa persuasione vivissima nella mente intorno a’ giovani vostri, che quasi tutta dalle vostre mani dipende ordinariamente la loro salute, più che la salute de’ piccoli navicelli tra le tempeste non dipende da quella de’ lor nocchieri. – E perciò tolleratemi s’io vi dico, che quali li vorrete, tali saranno; se scorretti, scorretti; se santi, santi; perch’io sono certo di non dirvelo a caso. Sofìa, la madre del gran Clemente ancirano, desiderò che il figliuol suo fosse martire del Signore; e così da fanciulletto invogliandolo di un tal pregio con raccontargli frequentemente i trionfi degli altri famosi martiri, finalmente lo consegui. Moabilia, la madre del grand’Edmondo cantuariense, desiderò che il suo figliuolo mantenesse perpetua verginità; e cosi da fanciulletto animandolo a tal virtù, con avvezzarlo incessantemente a tormentare suo tenero corpjcciuolo, facilmente l’ottenne. Bramò Aleta, la madre di san Bernardo, che tutti e sei quei figliuoli maschi, ch’ell’ebbe, si consagrassero al divino servizio; e però gli andava nutrendo fin principio con cibi non da cavalieri, qual erano, ma da romiti, qual li desiderava; e riportò felicemente l’intento. Così la reina Valfrida desiderò di far santa la sua figliuola Editta, e la fece; così parimente fece il buon padre di sant’Ugone monaco, così la madre di santo Svibberto vescovo, così la madre di san Aicardo abbate, così la madre di santa Luggarda vergine; e finalmente, per quella poca osservazione ch’ho fatta nell’assiduo  rivolger de’ fasti sacri, io vi posso affermare con verità, che quasi tutti quei genitori, i quali desideraron di rendere la lor prole non solo salva, ma santa, e con una tale intenzione l’andaron sempre sollevando fin da’ primi anni, quasi tutti lo conseguirono. Adunque perché voi pure non procurate lo stesso, signori e signore mie? che vi ritiene? che vi sturba? che v’impedisce? Erudi fìliuìn tuum, ne desperes, dirò col Savio (Prov. XIX. 18). Deh per Dio che sarebbe provarsi un poco, se ancora a voi riuscisse sì buona sorte? – Oh qual felicità sarebbe la vostra, esser padre, esser madre di un figliuolo santo! Non invidiate alla gran madre de’ Maccabei quei suoi parti di tanta fama? non invidiate ad un’Elcana il suo Samuele? non invidiate ad un’Elcia la sua Susanna? Ma tutti questi se li formarono tali. Così fate voi parimente, né mancherà chi. però porti tra qualch’anno a voi pure una santa invidia.