SULLA FESTA DEL NATALE

SULLA FESTA DEL NATALE

[Il Manuale di Filotea, del Sac. Giuseppe Riva, XXX ed. Milano 1888]

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Giovanni Grisostomo, nella Omelia 31, non credeva di esagerare chiamando il Natale la festa la più venerabile di tutte, perché in essa si ricorda il gran prodigio aspettato da tutti i secoli, il parto di una Vergine predetto da Isaia, l‘annientamento del divin Verbo sotto le spoglie dell’uomo, figurato da Elia e da Eliseo quando si annichilarono in modo da adattare le proprie membra a quelle di un bambino defunto per restituirgli la vita col proprio alito. Di qui è che dal compimento di questo mistero, vero principio della nostra salute, cominciò un’Era del tutto nuova, ond’è che abbandonato il computo antico, si contò per anno primo della nuova epoca quello della nascita del Redentore, e si continuerà fino alla fine del mondo a partire da tal punto per contar gli anni. L’importanza di questa Festa fu sì ben conosciuta fin dal principio, che il Grisostomo la dice manifesta e celebre in tutto il mondo fin dai primordi del Cristianesimo. E ciò tanto è vero, che s. Gregorio Nazianzeno, s. Basilio, s Ambrogio, e molti altri, ci fan sapere com’era antico e universale tra ì fedeli il costume di accostarsi in questo gran giorno alla SS. Eucaristia. E fu poi così comune la pratica di comunicarsi al Natale, che il Concilio Toledano, al cap. 13, dichiarò non computabile fra i cristiani chi non si comunicasse in tal giorno Qui in natali Domini non comunicaverunt, catholici non credantur, nec inter Catholicos habeantar. Le particolarità poi tutte proprie di questo mistero e di questa Festa ci mostrano abbastanza il gran conto che sempre se ne è fatto. Esse meritano tutta la nostra attenzione. Scorriamole quindi ad una, sebbene con la massima brevità.

LA VIGILIA.

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Preso nello stretto suo senso, la Vigilia è il vegliare in preghiera la notte antecedente alla festa, il che facevasi sempre nei primi tempi da tutti i fedeli insieme col vescovo, come si sa aver fatto S.Ambrogio nella basilica di Fausta, quando il giorno appresso dovevansi ivi collocare solennemente i due martiri s. Protaso e s. Gervaso. Così considerate le vigilie, quella di Natale è la sola che siasi sempre conservata, dacché oltre la Messa che è stabilita per la mezzanotte, in varie chiese, come in Bergamo, in Roveredo, in Venezia, in Roma ve n’ha una che si celebra alla stessa sera della Vigìlia. Se poi per Vigilia intendiamo tutto il giorno antecedente santificato dalla preghiera e dal digiuno, quella di Natale fu sempre praticata come quella di Pasqua, di Pentecoste, e nei primi tempi anche quella dell’Epifania. Quindi si sa che S. Agostino depose dal suo officio un sacerdote perché nella Vigilia del Natale fu trovato a cenare lautamente in una casa privata; e San Gregorio Turonese ci parla d’un speciale castigo mandato da Dio ad un certo Eparchio, per aver profanata questa Vigilia. In questa Vigilia ogni 25 anni, si fa dal Papa l’apertura della Porta Santa per dar cominciamento al gran Giubileo dell’Anno Santo che finisce colla Vigilia dell’anno susseguente.

LE TRE MESSE.

Il sommo Pontefice S. Telesforo fino dall’anno 142 comandò la celebrazione di una Messa alla Mezzanotte, d’un’altra all’Aurora, e di una terza all’ora solita in vicinanza del Mezzo giorno. La prima ricorda la nascita temporale di Presepio di Betlemme. La seconda la sua manifestazione ai Pastori e la sua nascita spirituale nell’anima dei fedeli. La terza la sua eterna generazione nel sen del Padre fra gli splendori della gloria. Queste tre Messe sono anche originate ad onorare distintamente le Tre Persone della ss. Trinità che concorsero in questo mistero. Il Padre perché amò talmente il mondo da mandar in terra per la nostra salute il proprio divino Unigenito. Il Figliuolo perché spontaneamente si assoggettò al decreto del Padre, e si compiacque di pagare con i propri patimenti ì debiti di tutta la Umanità. Lo Spirito Santo perché concorse col proprio adombramento ad operare in Maria la incarnazione del divin Verbo, senza il più piccolo nocumento della sua immacolata verginità.Se le tre Messe sono obbligatorie per tutte le catterali e a tutti i sacerdoti è permesso di celebrare seguentemente l’una dopo l’altra conservando il digiuno lino alla terza, in cui solo devono fare la purificazione; l’obbligo che incombe ai fedeli non è che di ascoltarne una sola, la quale può essere tanto la prima, quanto la seconda, o la terza, essendo tutte e tre vere messe. Se la pietà insinua come doveroso in tal giorno l’ascoltamento di 3 Messe, bisogna ricordarsi che sono in inganno coloro che non solamente credono necessario l’udir tre Messe, ma credono anche che sia dovere l’ascoltarle tutte e tre da un solo sacerdote. – Le tre Messe del Natale devono inspirarvi un impegno straordinario di glorificare il Signore, colla pietà più distinta, dacché il Signore più frequentemente che in ogni altro giorno dell’anno rinnova per noi il suo Sacrificio sopra gli altari. Conobbe assai bene la grandezza di questa distinzione quel famoso Umberto di Romano, che fu il quinto Generale dei Frati Predicatori. Rinunziato il Principato di Filippo Valesio Re di Francia, e vestito l’abito di S. Domenico, volle ricevere gli Ordini Maggiori nelle tre messe del Santo Natale. Quindi nella prima fu fatto soddiacono, nella seconda diacono, e nella terza celebrata da Papa Clemente V, il quale allora si trovava in Lione, fu fatto sacerdote. Corrispose poi cosi bene a una sì grande estinzione che fu uno dei primi luminari dell’Ordine, così per scienza come per pietà. Basta il dire che compose uno sterminato numero di opere, e dopo nove anni, cioè nel 1263, per solo umiltà rinunziò il Generalato, ricusando invincibilmente il patriarcato di Gerusalemme, e visse così santamente che molti lo qualificarono per Beato

LA DISPENSA DAL MAGRO.

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Perchè al tripudio dello spirito si aggiungesse anche quello del corpo, Onorio III, essendo al papato nel 1216, accordò ai fedeli il permesso di mangiare di grasso, qualunque fosse il giorno in cui capitasse il Natale, eccettuando però da questa dispensa chi per voto speciale è obbligato a mangiar sempre di magro, come i Certosini, i Paolotti, ecc.

IL LUOGO DELLA NASCITA.

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A differenza di tutti gli altri bambini che non possono mai scegliere il luogo della lor nascita, Gesù Cristo nostro Signore se lo scelse da sé stesso: Michea aveva predetto che il Messia sarebbe nato a Betlemme Ora a mandare a compimento codesto oracolo, Iddio dispose che, per ordine dato da Augusto, che tutti i suoi sudditi avessero a farsi inscrivere nel luogo di loro provenienza, Maria con Giuseppe, come discendenti di Davide, il quale era nato a Betlemme, dovessero partire da Nazaret per recarsi a questa piccola città della Giudea, distante da Nazaret circa 100 miglia. Però, non trovando ivi alloggio né nelle case private, né nei pubblici alberghi, uscirono dalla città, e si ricoverarono in una capanna che serviva da ricovero agli animali nel caso di trovarsi sorpresi da qualche intemperie. Ivi, venuta l’ora segnata negli eterni decreti, venne alla luce il Messia che, involto fra poveri panni fu reclinato nel presepio, cioè nella mangiatoia. Queste circostanze furono ordinate a far conoscere: 1° Che il Cristo discendeva da Davide dalla cui stirpe, secondo le promesse, doveva nascere il Messia, 2. Che Michea aveva detto la verità quando si fece ad esclamare. “Tu, o Betlemme, non sei più la minima tra le città della Giudea, giacché dal tuo territorio uscirà Colui che sarà il supremo condottiero del popolo di Dio, 3°. Che il Messia veniva per combattere tutti i pregiudizi del mondo, preferendo la povertà, alle ricchezze, l’umiliazione alla gloria, i patimenti ai piaceri.

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RIGUARDO ALLA NASCITA.

Riguardo allo stato politico era il tempo della pace universale dacché Augusto, finite tutte le guerre, aveva tutto il mondo allor conosciuto obbediente ed ossequioso al proprio scettro. Quest’epoca era la più conveniente per dare una giusta idea di Colui che i Profeti avean detto Principe della Pace, e che non per altro veniva al mondo che per portare a tutti gli uomini la vera Pace, insegnando loro a domare tutte le proprie passioni che tengono l’uomo sempre in guerra con sé medesimo, non men che con Dio e con i propri simili. Riguardo al Mese, fu il Dicembre, e precisamente al cominciare del giorno 25. E ciò con divina sapienza. Siccome in quest’epoca il giorno ha finito di accorciarsi, e comincia a crescere, così dessa era opportunissima a rappresentare Colui che veniva per far spuntare sul mondo la luce della verità e della Grazia che doveva andare crescendo fino alla fine dei secoli. L’ora poi della mezzanotte in cui le tenebre sono più fitte, e il mondo è tutto in silenzio, era ordinato ad indicare: 1°. Che le tenebre dell’ignoranza e della iniquità cui il Messia veniva a dissipare, erano arrivate al loro colmo, e che fino da quel momento cominciavano a dissiparsi. 2.° Che Iddio vuol la quiete per comunicarsi agli uomini colla sua grazia, 3°. Che nel fare le opere nostre, per quanto sante e vantaggiose, dobbiamo cercare il più che è possibile di non esser veduti da alcuno.

I PRODIGI AVVENUTI NELLA NASCITA,

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Appena venne al mondo il Messia, che un coro di Angeli disceso sulla capanna fe’ risuonare tutta l’aria di quel bellissimo cantico “Gloria a Dio nel più alto de’ cieli, e Pace in terra agli uomini di buona volontà”. Un Angelo apparve ai pastori veglianti sul loro gregge, nei dintorni di Bethlemme, annunciando loro la nascita del Salvatore, ed invitandoli a recarsi alla sua capanna per presentargli i proprii ossequi. Una stella di nuova luce apparve nel cielo nelle parti dell’Oriente e servì di Guida ai Re Magi per condurli all’adorazione del Messia, che, giusta l’oracolo di Balaam, sarebbe nato allora appunto che un astro di splendore non più veduto sarebbe comparso nel cielo.

ONORI AL PRESEPIO DI CRISTO,

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Per cancellare ogni idea di Cristianesimo in Oriente, l’imperatore Adriano fece innalzare la statua dell’idolo Adone nel luogo in cui era stato adagiato bambino il Re dei Vergini. Ma dopo 100 anni, finite le persecuzioni, data da Costantino la pace alla Chiesa, S. Elena di lui madre fece atterrare quest’idolo, cambiò la capanna in un tempio, e al luogo del Presepio fece erigere un suntuoso altare. D’allora in poi fu sempre in grandissima venerazione, e ai suoi piedi si videro ì personaggi più eccelsi, fra cui meritano speciale memoria l’ìmperatrice Agnese tanto lodata da san Pier Damiani, e santa Brigida principessa di Svezia. In questo luogo santissimo fissò la propria dimora, e vi divenne modello d’ogni virtù il gran dottore S. Girolamo, il cui esempio venne imitato, dietro i suoi inviti dalle famose dame di Roma, santa Eustochia e santa Marcella. – Eretto poi in Roma, sotto del papa Liberio, un magnifico tempio a Maria sopra del monte Esquilino, su cui era caduta la neve il 5 Agosto, dall’ Oriente fu quivi trasportata la santa mangiatoia che si adorava in Betlemme, e quindi si chiama quella Chiesa Santa Maria del Presepio, la quale è poi quella stessa che si denomina Santa Maria Maggiore, ove insieme col Presepio di Cristo, fu trasportato anche il corpo di San Girolamo che ne fu il più distinto veneratore.

IL COSTUME DI FARE IL PRESEPIO.

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San Francesco d’Assisi, per disposizione del cielo, nacque in una stalla, dacché la sua madre Pica, travagliata dai dolori del parto, senza mai riuscire a sgravarsi, si sgravò subito felicemente appena fu portata dentro una stalla, secondo l’avviso che venne a dargliene uno sconosciuto mendico accostatosi all’uscio della sua casa a chieder limosina mentre ella trovavasi in quel travaglio. Fatto adulto questo gran Santo, ebbe sempre una devozione particolare a Gesù Bambino, che come lui era nato in un presepio; e per meglio soddisfare la sua devozione, mentre trovavasi in un romitaggio della selva detto il Greco, gli venne in mente di rappresentare al vivo il mistero della nascita del Redentore, per eccitare al fervore tutti i devoti abitanti di quella remota campagna. E perché la sua invenzione non fosse disprezzata come leggerezza, ne chiese prima licenza al Papa e, ottenutala, costrusse una capanna, v’introdusse un bue ed un asino, dispose bene la mangiatoia, e pieno di fede, chiese al Signore che pensasse Egli a dargli il Bambino. La sua preghiera fu esaudita, poiché nel medesimo istante Gesù Cristo, in figura di grazioso bambino, comparve a riposare su quelle paglie, che divennero subito portentose al risanamento d’ogni male appena venivano applicate. Sparsa la notizia del gran prodigio, si universalizzò ancora il costume di rappresentar col Presepio il gran mistero della nascita del Redentore, e sono infiniti ì prodigi che si operarono a pro di coloro che si mostrarono per tal modo devoti di Gesù Bambino. Il costume dunque di far il Presepio con distinti gruppi di ligure tutte atteggiate a devozione, quali avviantisi, quali ritornanti, e quali arrestantisi alla capanna ed afferentevi diversi doni, e festeggianti il gran prodigio coi propri musicali strumenti, è assai più stimabile di quel che si pensa, perché vanta fin dal principio l’approvazione del Sommo Pontefice ed il Papa Innocenzo IX, colla Bolla 27 Marzo 1687 approvò formalmente un Ordine Religioso che si chiamava dei Frati Bethlemitici, perché sopra del proprio abito, simile a quello dei Cappuccini, portano sempre una gran medaglia in cui è rappresentato il mistero della Nascita di Gesù nel Presepio. Quest’ordine, istituito nel 1653 da un piissimo uomo delle Canarie, per nome Pietro Betancour di S. Giuseppe, si consacra al servizio degli ospedali del nuovo mondo, specialmente nel Messico ed in Angelopoli, professando ì suoi religiosi la regola del gran padre S. Agostino.

GRANDI FATTI ACCADUTI NEL DÌ DI NATALE.

Questo giorno solennissimo per la Religione divenne in progresso anche celebre per la storia perocché nel dì di Natale Ottaviano Augusto emanò un editto con cui proibiva di dargli come in passato, il titolo di Signore. S. Ambrogio, circa l’anno 395 riconciliò con la Chiesa l’imperator Teodosio. Clodoveo, primo re cristiano di Francia, nel 496 ricevette il Battesimo in Reims dalle mani di S. Remigio, Bonifacio V, nel 617 fu consacrato Papa. Carlo Magno, nell’ 800 fu coronato imperatore dal Papa Leone III, e cosi venne a ristabilirsi l’impero d’Occidente. Ricevettero pure la imperiale corona di Natale dal papa Giovanni VIII, nell’876, Carlo il Grosso, da Giovanni XII, nel 936, Ottone il Grande; da Clemente II nel 1047, Enrico III. Il Duca Costanzo XII, nel 1060, fu eletto imperatore dell’Oriente. Guglielmo duca di Normandia, vinto Eraldo, fu nel 1066 coronato re d’Inghilterra, e stabili la nuova dinastia che dura tuttora. Balduino III figliuolo di Fulcone nel 1441, fu coronato re di Gerusalemme Michele Paleogolo nel 1258, fu coronato imperatore d’Oriente. Innocenzo IV, due anni dopo il Concilio generale di Lione, cioè nel 1247, mentre col re di Francia passava per Cluny, diede ai cardinali la distinzione che, decretata loro dal Concilio medesimo, hanno invariabilmente ritenuto la distinzione cioè del Cappello rosso all’intento di ricordar loro il grand’obbligo di esser disposti di versare anche il sangue per la difesa della Fede e del Romano Pontificato.

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A CONCLUSIONE

Abbiate adunque grande premura di festeggiare con molto fervore il Santo Natale di Cristo, che S. Gregorio Nisseno chiamava la festa delle feste. Tenetevi sempre cara la rappresentazione di Gesù nel presepio. Meditate le virtù praticate da Gesù Cristo. nella sua nascita, e sforzatevi di ricopiarle in voi stesso tenendo sempre davanti agli occhi la gran sentenza dell’Evangelio: “se non diventerete piccoli come ì bambini, non entrerete mai nel regno de’ cieli”.

LIBERTA’

[da: E. Barbier, I tesori di Cornelio Alapide]

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LIBERTA’

.1. La libertà e l’uomo libero. — 2. In che consiste la vera libertà. — 3. Da chi ci viene la libertà. — 4. Tutti siamo chiamati alla libertà, e uguali dinanzi a Dio. — 5. La libertà vera e durevole è nel cielo. — 6. Falsa libertà. — 7. I santi si adoprarono per la libertà degli uomini.

1.- La libertà e l’uomo libero. — Un uomo celebre, interrogato che cosa fosse la libertà, rispose: È la retta coscienza. Un figliuolo di Carlomagno, avendo fatto la medesima interrogazione ad Alcuino, n’ebbe per risposta: L’innocenza. Difficilmente si sarebbe potuto dare più bella, più esatta, più vera definizione. Cicerone poi chiama la libertà: La potestà di vivere come l’uomo vuole; le quali parole se a primo aspetto suonano un po’ equivoche e paradossali, considerate bene e confrontate con le seguenti, apparranno profonde e chiarissime. Infatti soggiunge subito dopo: « Ora chi è che vive come vuole, se non chi segue la retta ragione? Solo il saggio non fa nulla suo malgrado o a malincuore o sforzato. Chi porrà in dubbio che le persone leggere o cupide o cattive non siano schiave? ». Solo l’uomo virtuoso è libero… Solo i veri figli di Dio sono liberi. Che cosa è infatti la libertà dei figli di Dio? non altra cosa se non la dilatazione e l’ingrandimento del loro cuore che si libera da tutto ciò che è finito. Finita è la volontà nostra, e finché essa rimane in se stessa, si confina; desiderate essere liberi? spogliatevi della vostra volontà e non ne abbiate più altra che quella di Dio. E siccome Dio è la libertà e la potenza per natura, che fa tutto quello che gli aggrada, così anche voi parteciperete alla sua libertà, alla sua potenza, alla sua volontà. Non è conveniente all’uomo il non vedere nulla al di sopra di sé; una pronta schiavitù tien dietro a questo pensiero di orgoglio. La condizione della creatura non comporta una tale indipendenza; bisogna che sia soggetta a Dio… « Il Signore poi farà la volontà di coloro che lo temono » dice il Salmista (CXLIV, 19). Al contrario, permette che quelli i quali non si curano del volere di lui e fanno soltanto il loro proprio, non possano giammai fare quello che vogliono e diventano i più schiavi degli uomini…

2. In che consiste la vera libertà. — L’uomo veramente libero è quello che sta sottomesso a Dio, che soggioga le passioni, che evita il peccato e pratica la virtù… La libertà cristiana che fu predicata dagli Apostoli e che è la sola vera, sta in una esenzione dataci da Gesù Cristo; ma non è l’esenzione del servo dal fare quello che gli impone il padrone; non l’esenzione dall’obbedienza al decalogo, alle leggi, ai prìncipi, ai prelati, ai superiori; non l’esenzione dalle opere di penitenza e di soddisfazione; non l’esenzione dall’adempimento dei voti e delle promesse che si siano fatte, perché la libertà di sottrarsi a tutte queste obbligazioni è una libertà sragionevole, animalesca, carnale, vergognosa, ingiusta, contraria alla natura ed alla sana ragione. Non è dunque una libertà di tal fatta, la quale non sarebbe in realtà che una formale ribellione, quella che Gesù Cristo ci ha procurato; ma la libertà cristiana consiste nell’esenzione dalle molteplici cerimonie dell’antica legge, dal giogo del peccato, del demonio, della morte, come anche della dannazione eterna. « L’uomo, dice S. Leone, gode vera pace e libertà, quando la carne è governata dallo spirito e lo sprito da Dio ». Perché, come osserva S. Agostino, « l’uomo dabbene, ancorché serva, è libero e l’uomo malvagio, benché comandi, è schiavo ». L’uomo fa buon uso della sua libertà, quando sceglie di fare quello che è conforme alle leggi ed al volere di Dio; così diportandosi, egli si sottomette al suo vero e legittimo padrone. Ma servire a Dio è un regnare : la qual cosa è sodamente provata da ciò, che il servire Dio è fare della ragione un santo uso; servire Dio è un procurarci una libertà veramente reale, giacché in Dio si trova la libertà suprema; servir Dio è unirci al Re dei re e per conseguenza un regnare con lui. Al contrario se ci uniamo con gli schiavi, diventiamo schiavi con loro. Non è forse vergognosa schiavitù sottostare ai propri inferiori? Ora siccome non vi è cosa più vergognosa che le passioni, ne segue che chi serve alle passioni è il più vile degli schiavi. Il servizio più nobile sta nel sottomettersi a Dio, perché Dio solleva, come dice l’Apocalisse, coloro che lo servono; li glorifica e beatifica, li corona re e sacerdoti (Apoc. V, 10). In quattro cose consiste il servizio di Dio : 1° nel conoscere Dio e quello che conduce a lui: e qui sta veramente il fondamento del servizio divino… 2° Nel fare opere di carità e di beneficenza: mentre godiamo dei benefizi fattici da Dio, è nostro debito ringraziarlo e adoperarci a celebrare in tutto la sua bontà e la sua gloria; offerirGli e consacrarGli il nostro cuore, la nostra anima, i nostri pensieri, le nostre sollecitudini. Questo è ciò che fanno verso il loro principe i cortigiani fedeli e devoti; essi ne encomiano dappertutto e in ogni tempo le qualità e la potenza, per attirare gli uomini ad amarlo e servirlo; e guai se odono chi ne parla male… 3° Nell’attendere al culto, porgendogli i doverosi nostri omaggi con l’offerta del santo Sacrificio, con le cerimonie, coi riti, con gli inni, con le preghiere, coi voti. È questo l’uffizio degli angeli e dei santi che nel cielo vivono in Dio, l’onorano, lo lodano, lo benedicono, lo amano e lo adorano. Perciò il perfetto servizio di Dio formerà la nostra beatitudine e la vita eterna… 4° Nell’osservare i comandamenti di Dio e nel praticare la virtù… Sottomettersi a Dio e servirlo vuol dire imporsi la fortunata necessità di obbedire alle sue leggi; togliersi, per quanto si può, la triste e crudele libertà di mal fare e di perdersi. La libertà dei figli di Dio sta nel liberarsi dal peccato; ora il servizio di Dio produce questo grande e fortunato effetto e perciò ci dà la vera liberta. Notate, dice Bossuet, tre sorta di libertà che noi possiamo immaginare nelle creature. La prima è quella degli animali, la seconda è la libertà dei ribelli, la terza è la libertà dei figli di Dio. Gli animali sembrano liberi, perché non è loro prescritta nessuna legge; i ribelli si figurano di esserlo, perché scuotono da sé e disprezzano l’autorità delle leggi; i figli di Dio lo sono in fatti, sottoponendosi umilmente alle leggi; tale è la libertà vera; le altre due non sono che immaginarie… Infatti, in quanto alla libertà di cui godono le bestie, io arrossisco di chiamarla con tal nome; è vero che esse non hanno leggi le quali frenano i loro appetiti o dirigano i loro movimenti, ma questo avviene perché sono prive d’intelligenza che li renda capaci di essere governati dalla savia direzione delle leggi; esse vanno senza norma e senza giudizio là ove le trascina un cieco istinto. E chiameremo noi libertà questo istinto bruto e indocile, incapace di ragione e di disciplina? Dio non permetta, o figli degli uomini che mai vi piaccia tale libertà e che mai vogliate essere liberi in modo così vile ed indegno!… Che cosa diremo poi a quegli uomini animaleschi per i quali ogni legge è una spina e che vorrebbero vederle abolite tutte quante, per non ricevere se non quelle che dettano loro gli sregolati appetiti? Dirò loro che ricordino almeno che sono uomini e non si vantino di una libertà che li mette tra le bestie. Ponderino quella stupenda osservazione di Tertulliano. Convenne che Dio assegnasse una legge all’uomo : forse per incatenarne la libertà? No, ma perché non paresse posto nell’abbietta condizione delle bestie. Questa libertà di vivere senza leggi, sarebbe stata un’ingiuria alla natura umana. Dio avrebbe mostrato di disprezzare l’uomo se non si fosse degnato di dirigerlo e di prescrivergli l’ordine di vita: ne avrebbe fatto il conto che fa degli animali irragionevoli ai quali permette vivere senza leggi perché non ne fa stima e li lascia liberi per disprezzo. Se egli ha dunque tracciato delle leggi, se ha imposto dei doveri all’uomo, non fu per togliergli la libertà, ma per dirigerla e per mostrarci la stima in cui lo tiene. « Stabilisci, o Signore, diceva Davide a Dio, un legislatore su le genti, affinché sappiano che sono uomini »; cioè, esseri dotati di ragione e d’intelligenza e degni di essere governati da una condotta savia e regolata (Psalm. IX, 20). Da ciò risulta chiaramente che riesce a disonore, e non a vanto dell’uomo, la sua pretesa di vivere senza leggi. E cosa giusta che Dio ce ne imponga e non meno giusta che la nostra volontà loro si sottometta; perché negare obbedienza all’autorità legittima non è libertà, ma rivolta; non è franchezza, ma insolenza. Chi abusa della propria volontà fino al punto di mancare di rispetto, merita di perderla e così infatti avvenne. Perché l’uomo, scrive S. Agostino, avendo usato male della sua libertà, perdette insieme se stesso e la sua libertà. E ciò, perché ebbe l’ardire di misurare la sua libertà contro Dio; egli pensò che sarebbe stato più libero, se avesse scosso il giogo della legge divina e non conobbe, lo sventurato, qual era la natura della sua libertà; non badò che era libertà, non indipendenza; era libertà, non sbrigliamento; era libertà, non immunità della soggezione che è essenziale alla creatura. Il papa Innocenzo I dice che Adamo fu ingannato dalla sua libertà, cioè non seppe distinguere tra libertà e indipendenza; pretese di essere libero più di quanto potesse un uomo nato sotto Impero sovrano di Dio. Egli era libero come un buon figlio sotto l’autorità paterna; volle essere libero fino al punto di valicare i termini della soggezione figliale, di mancare di rispetto. Questa non è liberta, ma ribellione. La vera libertà è dipendere da Dio e occuparsi della propria salute… È un segreto di Dio il saper congiungere insieme l’affrancamento e la servitù e S. Paolo ce ne dà la chiave in quelle parole: « Chi, essendo servo, è stato chiamato al Signore, è liberto del Signore; parimente, chi è stato chiamato essendo libero, è servo di Cristo » (I Cor. VII, 22). Non ci sia cara la liberta se non per sottometterla a Dio e non abbiamo paura che la sua legge ce la involi. Chi dirà che sia un opporsi a un fiume, o chiamerà inceppamento alla libertà del suo corso, il sollevamento delle rive e lo sgombramento dell’alveo, perché le acque non straripino e inondino la circostante campagna? anzi è questo un aiutarne e renderne più regolare, più sicuro, più maestoso il sue corso naturale. Similmente non è un perdere la libertà l’imporle delle leggi, assegnarle dei limiti, affinché non devii; è al contrario un’indirizzarla più sicuramente per la via che deve tenere; con tale provvedimento non si costringe, ma si conduce; non si inceppa, ma si dirige. Sapete chi la perde, chi la distrugge? quelli che la deviano dal suo corso naturale, cioè dalla sua tendenza al sommo bene… Se vi è un mezzo di rendere libero un cuore, è il perfetto, assoluto abbandono nelle mani di Dio e della sua santissima volontà.

3. Da chi ci viene la libertà. — Disse Gesù Cristo ai Giudei: « Se voi vi manterrete saldi alla mia parola, sarete veramente miei discepoli e conoscerete la verità e la verità vi farà liberi » (Ioann. VIII, 31-32). Ora chi è la verità? Gesù Cristo (Ioann. XIV, 6). Gesù Cristo è dunque Colui che ci procura la vera libertà come egli stesso affermò : « Se il Figlio vi libererà, sarete veramente liberi » (Ioann. Vili, 36). Gesù Cristo distrusse quattro sorta di servitù e ci portò quattro sorta d libertà: 1° ruppe il giogo dell’antica legge e ci diede la libertà del Vangelo… 2° Infranse le catene della schiavitù in cui ci teneva il peccato e ci chiamò alla libertà della giustificazione… 3° Abbatté l’impero della concupiscenza e stabilì la sovranità della carità e della grazia… 4° Distrusse la morte e diede la vita… Ce ne assicura San Paolo che scriveva ai Galati : « Cristo ci ha liberati » (Gal. IV, 31), ed ai Corinzi diceva che, « dove è lo spirito di Dio, ivi è la libertà» (II Cor. III, 17). » Chi mirerà addentro nella perfetta legge della libertà ed in essa persevererà, costui sarà fortunato nelle opere sue », dice S. Giacomo (Iacob. I, 25). Questa legge perfetta di libertà è la legge evangelica. 1° È legge di libertà, perché ci ha sciolti dai precetti giudiziali e cerimoniali dell’antica legge; non però dal Decalogo, poiché il Decalogo obbliga non già perché fu promulgato da Mosè, ma perché è la legge medesima naturale sanzionata da Dio e rinnovata da Gesù Cristo il quale diceva: «Non sono venuto per abolire la legge, ma per adempirla », cioè perfezionarla (Matth. V, 17). 2° È legge di libertà, perché ci ha fatti liberi dal peccato, riscattati dalla potestà del demonio e dell’inferno… Ora non v’è altra libertà vera presso Dio, scrive San Gerolamo, fuorché l’esenzione dal peccato. 3° È legge di libertà, perché ci libera dalla costrizione e dal timore; dovendo noi osservare i precetti di Dio non per paura della vendetta, ma per amore della giustizia. I cristiani non sono servi come i giudei, ma sono figli. « Noi non sottostiamo, osserva S. Agostino, a una legge che ordini il bene ma che non ci dia potere di farlo; bensì viviamo sotto la legge di grazia, la quale portandoci ad adempire per amore quello che la legge comanda, può esercitare il suo impero senza ledere la libertà di chi obbedisce… Non abusiamo della nostra libertà per peccare liberamente, ma serviamocene per non peccare. Poiché la nostra volontà è libera, se è pia; saremo liberi, se saremo servi: liberi dal peccato, soggetti alla giustizia ». Qui si adatta quel detto di Seneca: « Noi siamo nati per regnare; obbedire a Dio è libertà ». 4° Finalmente, la legge evangelica è libertà, perché nel giorno della risurrezione saremo liberati dalla morte e da ogni miseria… Dice ancora S. Agostino: « Ci libera da ogni servitù Colui la cui servitù è utilissima a tutti e al cui servizio chi attende con amore trova la sola vera libertà, la libertà regale, poiché essere servo di Dio è essere re ». « O Signore, esclamava il profeta, voi avete rotto le mie catene, perché io sono vostro servo, vostro servitore devoto e figlio della vostra serva » (Psalm. CXV, 6) « L’anima nostra, invischiata come passero nella pania, ne fu strappata; il laccio fu tagliato e noi fummo rimessi in libertà» (Psalm. CXXIII, 6-7). « Quando il Signore che scioglie gli incatenati liberò Sion dalla sua schiavitù, ci siamo rallegrati » (Psalm. CXLV, 6)-(Psalm. CXXV, 1). « Noi speriamo, scrive S. Agostino, di essere fatti liberi dal principe della libertà, il quale liberandoci ci salverà. Noi eravamo schiavi delle passioni; resi alla libertà, diventiamo servi della carità ». Sì, Gesù Cristo ci ha liberati dalla servitù del peccato, del demonio e dell’inferno. Questa libertà, da lui procurataci, è la libertà dell’anima; libertà somma, preziosissima, eterna, per ottenere la quale dovremmo contare per nulla tutte le cose anche se ci dovesse costare la schiavitù per tutta la vita presente… Ma per fortuna anche da quest’ultima servitù Gesù Cristo ci ha liberati : 1° perché venendo al mondo, principe della pace, ha portato con sé la pace al mondo; 2° perché ha cambiato la servitù, da castigo della colpa, in semplice condizione di nostra natura, o meglio ne ha fatto un esercizio di pazienza e di virtù, il principio e la causa della libertà e della gloria celeste; 3° perché mediante la sua grazia ha reso la servitù dei cristiani volontaria, dolce, cara, non più dura e forzata come quella dei Giudei; 4° perché alla risurrezione, annienterà per i santi ogni virtù, darà loro non solamente la libertà, ma il regno dei cieli, affinché siano re e re in eterno. Aveva dunque ben ragione S. Paolo di dire ai cristiani: « Voi tutti siete chiamati da Gesù Cristo alla vera libertà » (Gal. V, 13). Ma se questo c’importa e ci rallegra, ricordiamoci che il nostro riscatto costò il sangue di un Dio, e redenti a prezzo così grande, non avviliamoci più a farci schiavi: (I Cor. VII, 23).

4. Tutti siamo chiamati alla libertà, e uguali dinanzi a Dio. « Voi tutti, proclama il grande Apostolo, siete figli di Dio per la fede in Gesù Cristo. Non vi è più né giudeo, né greco, né servo, né libero, né maschio, né femmina, perché tutti siete una cosa sola in Gesù Cristo» (Gal. III, 26, 28). « Non siete più servi, ma figli; e se figli, certamente anche eredi di Dio per Gesù Cristo» (Gal. IV, 7). Ed agli Efesini scriveva: «Voi non siete più pellegrini e stranieri, ma concittadini dei santi e familiari della casa di Dio » (Eph. II, 19). Noi, cristiani, apparteniamo tutti alla città degli angeli, dei patriarchi, dei profeti, alla casa, alla gente di Dio; siamo della famiglia del re Messia, abbiamo diritto ai Sacramenti ed a tutti i beni di Gesù Cristo e dei cristiani; noi siamo registrati tra gli eredi del regno celeste… Noi abbiamo tutti un solo e il medesimo maestro e padrone nel cielo; e questo padrone non guarda in faccia a persona.

5. La libertà vera e durevole è nel cielo. — Noi che abbiamo creduto entreremo nel riposo, dice S. Paolo (Hebr. IV, 31. Quanta pace, gioia, riposo, libertà voi godreste, o uomini del mondo, se poteste essere assicurati che le vostre ricchezze non subiranno mai nessuna perdita, che la vostra fortuna non sarà mai in pericolo, che le vostre forze e la vostra sanità non soffriranno mai acciacco né malattia! Il vostro stato vi sembrerebbe il più lieto, il più invidiabile! Quanto adunque non sarete voi liberi e felici, quanta non sarà la dignità e la gloria della vostra libertà quando non potrete più essere ingiusti, non più impuri, non più peccatori; quando non potrete più perdere Iddio, non più decadere dalla vostra giustizia e per conseguenza dalla vostra felicità! Ma tale pace e tale libertà non si trovano che in cielo. – Facciamo dunque quaggiù buon uso della libertà e la libertà ci sarà data pienissima, intera, potentissima; noi non potremo più soggiacere a nessuna servitù, né interiore, né esteriore, né fisica, né morale; noi saremo eternamente liberi ed eternamente consacreremo la nostra libertà ad amare, lodare, benedire la libertà, che è Dio…

6. Falsa libertà. — Quando Gesù disse ai Giudei che la verità li avrebbe liberati, essi quasi offesi risposero bruscamente: Forse che noi, stirpe di Abramo, fummo giammai schiavi? E Gesù riprese: « Vi assicuro, in fede mia, che chiunque pecca, è schiavo del peccato » (Ioann. VIII, 34). Ecco dove si trova, per testimonianza di Gesù Cristo, la schiavitù veramente spaventosa: nel peccato e non altrove che nel peccato. « L’uomo virtuoso, dice S. Agostino, anche schiavo, è libero; il malvagio, invece, foss’anche re, è schiavo; né schiavo di un solo uomo, ma, quel che è peggio, di tanti padroni quanti sono i suoi vizi ». Gli increduli, gli empi, i peccatori, i ribelli, gli uomini perversi e corrotti, vivendo senza freno, senza legge, senza principi, senza religione, senza coscienza, senza Dio, non sono liberi, ma interamente schiavi, perché venduti al peccato secondo la frase di S. Paolo(Rom. VII, 14). Essi vogliono una perfetta libertà e cadono in una completa schiavitù; quindi la loro libertà perisce appunto perché la vogliono troppo estesa. Cercandola assoluta, la distruggono, perché lasciati in loro balia, si gettano ciecamente in ogni eccesso, e tanti tiranni incontrano quante passioni accarezzano. L’esempio del prodigo attesta questa triste e terribile verità. Quel giovane abbindolato non si crede abbastanza libero nella casa paterna, dove gode l’abbondanza di tutto; gli viene il capriccio di uscirne e cerca modo di soddisfarlo; vuole schermirsi dagli sguardi e dai caritatevoli ammonimenti del padre che gli rimprovera con dolcezza le prime sregolatezze. Egli parte, si allontana e penetra in un paese lontano… Troverà egli la libertà? Ahimè! quanto più affannosamente le corre dietro, tanto più essa gli sfugge. In breve tempo egli dà fondo ad ogni suo avere, abbandonandosi con falsi amici all’impeto delle malnate sue inclinazioni. Fortuna, onore, sanità, pace e gioia, tutto perde a un tratto e cade nell’indigenza torturato dalla fame, dalla sete, dal freddo. Disprezzato, abbandonato da tutti, si vede costretto a mettersi al servizio di un padrone spietato che lo manda alla campagna a guardare una mandra di maiali. Là divorato dalla fame, vorrebbe cibarsi delle ghiande e non ha chi gliene dia. O prodigo, hai tu trovato la libertà, la felice libertà? La libertà del prodigo è l’immagine della libertà che godono gli impudichi, gli avari, i golosi, tutti quelli insomma che si sono venduti al peccato e portano il ferreo giogo del demonio e delle passioni. Di costoro (cioè degli empi, degli eretici, dei dissoluti) parla San Pietro, quando dice che vi sono certuni i quali « promettono la libertà, mentre sono essi medesimi schiavi della corruzione; poiché il vinto è schiavo di colui che lo ha vinto » (II Petr. II, 19). « Infatti, dice S. Cirillo, la troppa libertà porta la perdita della libertà; perciò i governi che non frenano la troppa libertà dei malvagi, rovinano per questa libertà, che si cambia in licenza, in ribellione, in ingiustizia, in misfatti » (Catech.). Finché il corpo sta soggetto all’anima, vive; se vuole liberarsene, muore. Una nave che obbedisce al pilota, scampa al naufragio; lasciata a se stessa, diventa zimbello delle tempeste, rompe negli scogli, si sprofonda nell’abisso per non più comparire. La formica che mette le ali è più libera, perché può volare, ma allora appunto va alla prigione e alla morte. Similmente la libertà dei malviventi diventa per loro principio di schiavitù e di morte… I cattivi, non volendo dipendere da Dio, si rifiutano di essere quello che dovrebbero essere, cioè creature ragionevoli, intelligenti, create da Dio e per conseguenza dipendenti da lui. Combattono dentro se medesimi i primi principi e il fondamento del loro essere; corrompono la naturale loro equità, si inimicano Dio e si attirano perciò la sua collera. Il peccatore adopera la sua libertà per muovere guerra a Dio e se ne serve per trasgredire tutte le sue leggi… In pena di non aver riconosciuto il possesso dei veraci beni datigli dal Creatore, l’uomo viene abbandonato all’illusione dei beni apparenti. Ebbe a nausea i piaceri del cielo e diventa ludibrio dei piaceri terreni che menano le anime alla perdizione. Non volle la libertà ricevuta dal Signore e gode la libertà immaginaria che gli presenta la sua ragione bisbetica e viziata. Noi siamo liberi, dicono i peccatori, noi possiamo fare quello che ci piace. Come, voi potete fare ciò che vi piace? risponde loro Bossuet; ed io invece vi assicuro che voi non potete fare quel che vi piace e se anche lo poteste, non perciò sareste liberi. Voi non potete fare quello che volete, poiché non sta in voi l’impedire che la vostra fortuna non sia incostante, che la vostra felicità non sia fragile, che l’oggetto dei vostri amori non vi sfugga, che la vita non vi manchi nel bel mezzo delle vostre imprese, che la morte non tronchi il filo di tutti i vostri disegni. Voi non potete quel che volete, poiché non potete impedire di vedervi delusi nelle vane vostre pretese: o voi mancate a loro, o esse mancano a voi; voi mancate a loro quando non raggiungete la vostra méta, esse mancano a voi, quando dopo di averla raggiunta, non vi trovate quello che vi cercavate. Voi non potete fare ciò che più vi sta sul cuore, voi desiderate i piaceri, la felicità e invece dovete subire ciò che più vi dispiace e vi ripugna, cioè la giustizia divina e i suoi castighi… Facendo quello che volevo, confessa di sé S. Agostino, io arrivavo dove non volevo. La falsa libertà consiste nel voler fare il proprio volere. Questa vana mostra d’indipendenza è la libertà di Satana e dei ribelli suoi complici… Quali sono i vostri sentimenti, o peccatori accecati, quando pretendendo di essere liberi, prendete per norma di condotta il vostro umore, la vostra passione, la collera, il vostro capriccio? Quando rigettate ogni freno, ricalcitrate contro ogni legge, non soffrendo né ritegno, né rimprovero, né ammaestramento, né guida? Voi volete la libertà dei cavalli sfrenati, dei leoni, delle tigri… Il nome di libertà è il più dolce, il più lusinghiero, ma è anche il più fallace, il più ingannatore dei nomi. I tumulti, le sedizioni, il disprezzo delle leggi, hanno sempre la loro causa o il pretesto nell’amore di una libertà male intesa. Non vi è bene naturale di cui tanto abusino gli uomini, quanto della libertà…

7. I santi si adoperarono per la libertà degli uomini. — S. Epifanio, vescovo di Pavia, fece nell’anno 493 un viaggio in Borgogna per riscattare i prigionieri ritenuti dal re Gondebaldo (In Vita). S. Poppone, abate di Stavèlo nella terra di Liegi, si adoperò a tutto potere presso il re Enrico, per ottenere l’abolizione della barbara usanza di far combattere gli uomini con gli orsi (In Vita), S. Batilde, regina di; Francia, abolì la schiavitù. La regina Bianca ed il santo re Luigi confinarono in ristrettissimi limiti il diritto di vassallaggio (In Vita). S. Pier Nolasco, S. Giovanni di Matha consacrarono tutti i loro averi e le persone loro alla redenzione degli schiavi (In Vita). La storia della Chiesa e la vita dei Santi, segnano in ogni pagina gli sforzi e le fatiche che fecero in ogni tempo i figli di Gesù Cristo, per procurare agli uomini la vera libertà e distruggere la schiavitù. In ciò risplendono particolarmente i Sommi Pontefici i quali non cessarono mai, fino a questi ultimi giorni, di fulminare ogni maniera di schiavitù, con qualunque nome l’umana cupidigia la nasconda e di proteggere ogni vera, ogni sana libertà e politica e civile.

L’Aspettazione della Santa Vergine.

Un’antica tradizione di Toledo per contemplare i Desideri di Maria negli ultimi otto giorni di Avvento

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Nel secolo VII il santo Papa Martino I confermò con Decreto uno stabilimento della chiesa di Toledo che da tempo immemorabile celebrava la Festa dell’Aspettazione il diciotto di dicembre, otto giorni prima del Natale. In seguito Sant’Ildefonso difese e propugnò questa tradizione dandole il titolo di Aspettazione del Parto della Santa Vergine. Così il vescovo della città spagnola voleva fare intendere ai suoi fedeli che, quantunque durante tutto il tempo dell’Avvento dovessero anelare ardentemente con la Chiesa la Nascita del Signore, la loro premura e i loro desideri per il Parto sacro della Vergine dovevano essere raddoppiati in questi otto giorni. Il culto dell’Aspettazione, poi detto anche dei Desideri di Maria, si diffuse in tutta la Spagna, passò in Francia e in Italia. In Messico “Nuestra Señora de la Expectación” è venerata nell’antica cattedrale di Zapopan ed è all’origine del cattolicesimo in quella terra. In Spagna la Vergine dell’Aspettazione si celebra per uno spazio di otto giorni con grande pietà. Ogni giorno si dice una Messa solenne alla quale assistono le donne gravide. La festa è stata sempre mantenuta in Spagna ed è stato approvata per Toledo nel 1573 da Gregorio XIII come “doppio” maggiore, senza ottava. La chiesa di Toledo ha il privilegio (approvato 29 Aprile 1634) di celebrare questa festa, anche quando essa cade nella quarta Domenica di Avvento. – Proponiamo qui di seguito un testo spirituale nel quale il padre domenicano Sante Pascucci rifletteva nell’anno 1750 sulla magnificenza e sui doni dei Desideri di Maria: in attesa con tutta la Chiesa del divino Parto. – “Avvicinandosi il compimento de’ novi Mesi di gravidanza della S.S. Vergine; ella, che sempre era stata in aspettazione del suo Parto, cominciò a vivere più che mai anelante di darlo in luce pur, una volta, sì per rispetto di Gesù; acciò terminassero quelle incomodità, e que’ patimenti, che sosteneva nell’oscura e stretta prigione del suo Ventre; sì per rispetto degli Uomini, acciò entrassero anch’essi in parte d’un tanto dono; e tutti ne godessero beneficio; giacché s’era incarnato appunto per tutti; sì finalmente per rispetto proprio, acciò potesse vagheggiare la di Lui bellissima faccia, stringerLo amorosamente al seno; affettuosamente baciarLo; e godendo della sua esteriore presenza impiegarsi tutto giorno in di Lui servigio. Da tali desiderj infiammata, ben può credersi, che ad ogni tratto seco parlasse col cuore, e gli dicesse: quando sarà, o Figlio, quell’ora, quando giungerà quell’istante, in cui vi vegga fuori attaccato al petto di me vostra dilettissima Madre? Mio bene, a che tardate; mia vita a che tanti indugi? Mio amore, a che più dimore? Ah che gli occhi miei si struggono, per voglia di vedere il vostro bel volto. Ah che le mie braccia anelano di stringervi a questo seno. Ah che le mie mani son avide d’accarezzarvi, i miei labbri di baciarvi, le mie orecchie di udirvi, le mie poppe d’allattarvi. Così approssimandosi sempre più l’ora del parto, crescevano maggiormente in Maria non i dolori, non le convulsioni, compagne ordinarie degli altri parti; ma gli ardori dei desiderj col fervore delle preghiere, e con l’intenzione degli abiti virtuosi: sin che giunse quel momento, in cui questo benedetto frutto di vita dolcissimamente si staccò dall’Albero: diventando la Vergine compitamente Madre; e restando nella sua Verginità illibata. Or in memoria di ciò fu istituita, al tempo del Sommo Pontefice Martino primo, nel Concilio decimo Toletano, questa Festa chiamata de’ Desideri di Maria, o dell’aspettazione del Parto della Vergine. E perché indi a diecissette anni, essendo contraddetta da alcuni nella Spagna, venne difesa da Idelfonso: questi ne fu dall’istessa Vergine, per ricompensa, adornato d’un candido manto. Ad oggetto poi che si celebrasse più perfettamente, fu altresì istituita, in riverenza de’ nove Mesi della gravidanza dell’istessa Vergine, una Novena di giorni, la quale serva insieme per apparecchio della Festa del S. Natale. Né andò guari, che principiata nella Spagna, largamente si propagò negli altri Regni Cattolici, e specialmente nella nostra Italia, con non ordinario frutto de’ Fedeli”. – La festa del 18 dicembre è stata comunemente chiamata, anche nei libri liturgici, “S. Maria della “O”, perché in questo giorno i chierici del coro dopo i Vespri emettono un forte e prolungato “O”, per esprimere il desiderio dell’universo per la venuta del Redentore. Questa festa e la sua ottava erano molto popolari in Spagna, dove la gente ancora lo chiama “Nuestra Señora de la O”.

 

J.-J. GAUME: La profanazione della DOMENICA [lett. V]

J.-J. Gaume: La profanazione della DOMENICA

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LETTERA V.

LA PROFANAZIONE DELLA DOMENICA:

ROVINA DELLA FAMIGLIA.

18 aprile.

I.

Signore e caro amico,

Quello che mi dite voi nella vostra risposta d’inintelligenza del paese legale, havvi nulla che debba apportarvi stupore. Il nostro paese legale non è cristiano; ciò che vuol dire, domandandogliene io perdono, che in fatto di leggi sociali, di salute sociale, di progresso sociale, esso è cieco ed impotente. Il molto è tanto vero, quanto antico, e conia tremila anni; e se lo trova duro, ne muova querela con colui che lo pronunciò: ché vani sono quegli uomini tutti, i quali sono privi della scienza di Dio [“Vani enim sunt omnes homines in quibus non subest scientia Dei”. (Sap. XIII, I.) – “Nisi Dominus ædificaverit domum, etc.”]. – Frattanto che lo ripeto, cotesta è la disgrazia e la punizione de’popoli materialisti di perdere la conoscenza delle leggi fondamentali delle società. Il mortale senza fede religiosa non sa che la società è un fatto divino; un fatto che sussiste in virtù delle leggi, che l’uomo non istabili, e che non può toccare senza produrre uno scrollamento od una rovina. Egli s’immagina al contrario aver facoltà di costituire una società, come l’architetto di costruire una casa; di sostener la società vacillante con leggi a suo modo, come si sorregge con puntelli un casolare. – Certamente, se le leggi umane potessero sole assicurarsi 1’esistenza d’ una nazione, giammai nazione avrebbe avuto argomenti più positivi di longevità che la Francia moderna. La cosa procede diversamente; nonostante tutte le leggi umane, sì numerose e sì saviamente elaborate ch’esse siano, la violazione d’una sola legge divina è sufficiente per condurre una serie di rovine parziali, le quali finiscono presto o lardi per una compiuta rovina. All’esempio presentatovi nell’ultima mia lettera, n’aggiungo io un secondo, per dimostrare non già a voi, signor rappresentante, che lo sapete, ma a parecchi de’vostri colleghi, i quali fingono di non accorgersi, che la profanazione della domenica è la rovina della famiglia.

II.

Nulla di più necessario, nulla di più delizioso, nulla di più onorevole che la famiglia: ecco quello che ognora è vero. Ma nei tempi attuali, in cui la società trovasi divisa in mille partili, i quali si detestano mentre che si lacerano, la famiglia è il solo bene comune che rimane al mortale. Se dunque stabilisco io con ineluttabile evidenza, che la profanazione della domenica distrugge questa cosa cotanto indispensabile, cotanto santa e cotanto dolce, sarà egli d’uopo d’altro motivo per ricondurre immediatamente il riposo sacro del settimo giorno? Ebbene si! La profanazione della domenica è la rovina della famiglia. Per verità, non si dà famiglia senza la pratica de’ doveri che la costituiscono, e senza il vincolo il quale unisce i membri che la compongono.

III.

Elemento primitivo della Chiesa e dello Stato, la famiglia ha per oggetto d’alimentare l’una e l’altro, conservando il fiume delle generazioni umane. Alla Chiesa, ella dona fedeli; allo Stato, cittadini. Dal che nascono doveri religiosi e doveri civili. Questi doveri sono le leggi che ne uniscono tra di loro i membri: doveri di nutrire, d’istruire, di, sorvegliare, di riprendere e d’edificare dalla parte del padre e della madre; e dalla parte de’ figliuoli, doveri di rispettare, amare, d’ubbidire, d’assistere gli autori de’ loro giorni. Egli è la religione che dà il conoscimento di questi doveri sacri; come essa inspira il rispetto necessario per riempierli. Fate ora che la domenica sia profanata da tutti i membri, o soltanto dal capo di famiglia, lo stesso pur troppo succederà prestamente de’doveri che la costituiscono.

IV.

In effetto si toglie l’assistenza comune alle istruzioni, le quali insegnano a’ singoli membri della famiglia le reciproche obbligazioni loro: istruzioni necessarie al genitore, a cui esse ridicono, e ciò in presenza di tutti i fedeli, in presenza di sua sposa e dei suoi figliuoli, che una grande dignità a lui è conferita, ma che una grande responsabilità pesa sopra di esso stesso; ch’egli è rivestito d’una duplice autorità del sacerdozio e dell’impero, non per esserne despota, ma ministro di Dio pel bene; ch’egli debbe, immagine vivente dell’Altissimo, comandare, riprendere, dirigere la sua casa con saviezza ed equità, come il Creatore governa l’universo. – Istruzioni necessarie alla genitrice fa cui esse ridicono, e ciò alla presenza di tutti i fedeli, al cospetto di suo marito e di sua prole, che la sua vita deve essere un sacrificio di tutti i giorni e di tutte le ore, ch’essa stessa esser debbe l’angelo della sottomissione, del pudore, della clemenza, della carità, del lavoro e della pace, acciocché diriga l’interno della sua famiglia, come la Provvidenza medesima ciascuna cosa regge per la doppia possanza della dolcezza e della forza. – Istruzioni necessarie al padre ed alla madre, a’quali essi ridicono, e ciò dinanzi a tutti i fedeli, e davanti dell’uno e dell’altro e de’ loro figliuoli, che la religione e la società tengono fissati in su di essi gli sguardi loro, che la figliolanza loro è un sacro deposito, di cui loro sarà domandato conto, sangue per sangue. – Istruzioni necessarie a’figliuoli, a’ quali queste ripetono, e ciò alla presenza di tutti i fedeli, de’padri e delle madri, dei fratelli e delle sorelle loro, che, sotto pena di grave colpa innanzi a Dio ed agli uomini, e di severe punizioni in questa vita e nell’altra gravitano sopra di essi quattro doveri sacri da compiersi verso de propri parenti: il rispetto, l’amore, l’ubbidienza, l’assistenza spirituale e corporale, in prima e dopo la morte loro.

V.

Cessino per un tanto poco queste istruzioni, ed in sull’istante la conoscenza de’ doveri della famiglia s’infievolisce, diventa prestamente soltanto una vaga reminiscenza senza influenza sovra la condotta: la santa dignità della missione loro vien posta in dimenticanza da’ parenti. Agli occhi loro il pargoletto non è più un candidato del cielo, ma un cittadino della terra, ma un pusillo della specie umana. Crederanno essi aver compiuto ogni legge, come avranno inspirato nel cuore de’ figliuoli e delle figliuole loro 1’amore a’ beni di questo mondo, procurando loro i mezzi di procacciarseli: cioè allorquando avranno formato reclute al socialismo ed al comunismo, estremo a cui metton capo, necessariamente, per una o per un’altra via, le tendenze del mortale privo di speranza al di là della tomba. Allora dal domestico focolare sbucano sciami di esseri perversi, e tanto più pericolosi che nulla nell’anima loro risponda alle grandi nozioni del dovere, del sacrificio e della virtù. Come mai la società, per entro la quale entrano costoro di tale guisa preparati, non si risentirà essa profondamente troppo del contraccolpo de’ principi di disordine, che v’apportano? Eppoi, il conoscimento de’ doveri non è sufficiente: è indispensabile il coraggio di adempierli. Ora, niun dovere n’esige uno maggior d’ubbidienza, di sollecitudine, di sacrificio, di perseveranza, cioè il verace coraggio, che i doveri della famiglia. – Iddio unicamente può darlo e sostenerlo. L’ elargirà Egli mai, se non si degna il mortale nemmeno di domandarglielo? E a Lui lo si domanda mai seriamente, quando si profana il giorno consacrato alla preghiera? Ohimè, i genitori profanatori della domenica non pregheranno né in cotesto né in altri giorni, ed assai in breve i figliuoli stessi non pregano più. Ma senza orazioni, e sopratutto senza orazioni fatte in comune, ai piedi de’santi altari, senza partecipazione comune al banchetto divino, senza edificazione vicendevole, conseguentemente senza la grazia divina, che addiviene il coraggio cristiano, che addiviene la famiglia? – I cattivi istinti inerenti alla natura umana riprendono l’impero. E voi avete de’ padri duri, iracondi, capricciosi, indolenti, bordellieri: voi avete delle madri molli, impazienti, mondane, accidiose e troppo sovente infedeli; voi avete dei figliuoli irriverenti, insommessi, libertini, disaffezionali, divorati dalla brama dell’indipendenza; ed invece di riposare tranquilli come in un paradiso, il tetto domestico si permuta in un inferno: la famiglia più non esiste. Non è questa punto una supposizione gratuita, ma un fatto conosciuto; un fatto di cui il più oscuro villaggio della più oscura provincia presenta la trista prova, un fallo che tulle le nostre ville vi offrono venti volte nella lunghezza d’una contrada: un fatto che si rivela ciascun giorno per querele, divisioni, processi scandalosi, bestemmie, lacrime, tratti d’ingratitudine e di durezza che fanno tremare e vergognare.

VI.

Quante fiate, signore e caro amico, non siete voi stato colpito da questo sintomo di decadenza che offerisce, infra noi, la domestica società, l’insubordinazione vi sembra ordinata, e confesso di tenerlo per uno de’ presagj i più certi della prossima rovina, da cui minacciate sono le vecchie nazioni dell’Europa meridionale. Lo stato della famiglia determina quello della socielà. Infino ad un certo punto i governi possono esistere senza pubblici costumi, ma non senza costumi domestici: testimoni due grandi fatti che non sfuggirono niente alle vostre meditazioni. Il primo appartiene al mondo antico, il secondo sussiste ancora: io voglio parlare dell’impero Romano e dell’impero Cinese. – Mi sono spesso domandato, qual era il vincolo sociale, che conservalo aveva per tanto lunga pezza questi due colossi in stato di nazione? Se considero io la religione, la legislazione, la giustizia, i costumi pubblici, lungi dal trovar de’principi di vita, io scorgo anzi dovunque i germi i più attivi di dissoluzione. Il materialismo il più grossolano tutto vi penetra, tutto vi domina, di tutto vi tiene luogo; si bene che il Cinese d’oggi giorno vi dirà essere esso in sulla terra per papparsi di riso, come il Romano delle altre volte diceva che vi si trovava per mangiar del pane, ed assistere ai giuochi del circo. – Nulla dimeno, ogni cosa ha la sua ragione per cui sussiste. Dove rinvenire quella di questi due giganteschi imperi? Unicamente nel rispetto dell’autorità paterna, cioè nel vincolo domestico. In niuna parte, voi lo sapete meglio di me, questo legame non fu più esteso , più forte, più sacro. Quando esso si ruppe, l’impero Romano cadde in polvere, e quando si romperà nel celeste impero, noi vedremo la medesima catastrofe.

VII.

Ma la profanazione della domenica non è la rovina della famiglia solamente perché essa sospinge il mortale all’ignoranza ed all’ oblio dei doveri, che la costituiscono, essa l’è eziandio perché infrange il legame, che unisce i membri i quali la compongono. Si conosce forse a fondo il modo di vivere degli artigiani, degli operai e della più parte degli abitanti delle campagne, cioè dei tre quarti degli uomini? – Allo spuntar dell’alba, il capo della famiglia ha lasciato il suo letticciuolo. – L’ora del lavoro lo chiama, esce di sua casa senza aver veduta la sua figliuolanza, che ancora riposa tra le braccia del sonno. – Due volte il giorno viene egli, correndo, a prender 1’alimento necessario al sostentamento di sue forze. I suoi fanciulli o sono assenti, ritenuti alla scuola, al lavoro; oppure, se trovansi presenti, né li vede, né loro parla che in fretta. Giunge la sera, e il padre, rifinito e prostrato di forze s’affretta d’andar a cercare in un sonno riparatore il vigore indispensabile alle opere dell’indomani. Altre volte una corsa necessaria, o il seducimento dei compagni a lui ruba quei pochi istanti, di cui potrebbe disporre in favore di sua famiglia. Succede quasi ad un dipresso di altra classe, presentemente assai numerosa, di uomini impiegati nei banchi, nelle compagnie delle strade ferrate, o negli uffici delle amministrazioni dello Stato. Ora, siffatta assenza, siffatta separazione della famiglia avviene in ciascun giorno della settimana dal principio dell’anno fino al fine; colla profanazione della domenica, quella diventa perpetua. In questo caso, il padre e la madre rassomigliano agli animali selvatici, de1 quali l’uno dalla mattina è in giro per rintracciare del pascolo alla sua prole; frattanto che l’altro monda la caverna, e protegge i teneri parti, insino a tanto che questi, divenuti più forti, abbandonino essi medesimi la dimora, in cui nacquero, e dimentichino per sempre gli autori di loro esistenza. Tale è il degradante andamento, a cui la profanazione della domenica condanna la cosa la più santa, la più nobile del mondo : la famiglia.

VIlI.

Il santo riposo solo della domenica è capace di sottrarvela. In questo giorno tutti i membri della famiglia, liberi dalle opere servili, possono insieme passare dei preziosi istanti. Il padre può agevolmente assai interrogare i suoi figliuoli, farli discorrere, studiare il loro carattere, i loro difetti, le buone qualità loro; incoraggiare gli uni, riprendere gli altri, dare a ciascuno utili consigli, cavati sia dalle confidenze della madre, sia dalle confessioni che egli intese dai fanciulli istessi, sia dalle istruzioni della Chiesa, sia da una lettura vantaggiosa e gradevole fatta in comune. Può egli informarsi di proposito, e non leggermente, appresso de’ maestri, e delle maestre loro, della loro attitudine, della loro condotta, della loro frequenza, della loro esattezza alla scuola od al laboratorio; in una parola egli può compiere il più dolce, come il più sacro de’ suoi doveri : l’educazione dei suoi pargoletti. In quanto poi ai figliuoli stessi, questi da un canto osservando il genitore loro rispettosamente sottomesso al Padre che è ne1 cieli; dall’altro la sollecitudine e bontà di lui, apprendono a meglio conoscerlo, a rispettarlo più religiosamente, in breve a temerlo, di quel timore sì dirittamente nominato il timore figliale. – Diventando più cristiano, il vincolo della famiglia diviene e più dolce e più forte. Per tutti, 1’interno del focolare domestico prende una novella attrattiva, pegno prezioso della concordia e salvaguardia de costumi. – Somigliante risultamento è infallibile sopratutto allorquando la giornata, santificata per l’assistenza comune agli uffizi della parrocchia, si compie per visite fatte o ricevute ai differenti membri della famiglia, per passeggiate gradevoli, per giuochi innocenti, e per quelle cene piacevolissime, e desiderate sempre mai, le quali riuniscono intorno ad una mensa semplicemente imbandita parecchie generazioni di parenti e di amici. Tutte queste gioie sì morali e sì vive, le sole, ahimè alle quali si possa di presente aspirare, divengono il frutto della santificazione del giorno sacro. Per lo contrario colla profanazione della domenica nulla di tutto ciò è possibile. A buon diritto dunque io premisi, che per questo nuovo motivo codesta profanazione diventa la rovina della famiglia, posto che essa n’infrange il vincolo, come la stessa ne fa obliare i doveri. Gradite, ecc.

Un’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE IL MODERNISTA-APOSTATA DI TORNO … e pure il falso tradizionalista: “GRAVES AC DIUTURNAE

Oggi ci occupiamo di una lettera enciclica di Pio IX poco conosciuta dal pubblico, accuratamente occultata, o quantomeno poco citata, perché dal contenuto scomodo, non solo per i falsi cattolici del N.O., ma ancor più dai sedicenti “tradizionalisti[la seconda ganascia della tenaglia stritola-cattolico], che si arrogano il diritto di “consacrare” Vescovi e sacerdoti, di istituire seminari, amministrare sacramenti in modo quantomeno illecito, cioè sacrilego e gravemente peccaminoso, in nome di una presunta necessità di operare nella sedicente tradizione cattolica, pur eludendo totalmente dai canoni della Chiesa Cattolica. Come allora, oggi ancor più, in Svizzera e un po’ dappertutto nel mondo oramai, imperversano i falsi“veri cattolici” della tradizione, i falsi profeti in veste di agnello, travestiti con talari nere o rosse, dai volti e dai modi rassicuranti, appartenenti a “scuole di pensiero” diverse, ma tutte facenti capo, in un modo o nell’altro, ad uno stato scismatico ed autogestito, slegato totalmente dalla gerarchia, governato da autorità auto-create ad hoc, senza giurisdizione o missione di alcun genere, investiti direttamente dall’ “Autorità divina”, circondati da aloni mistici, o di santità autoproclamata  ed accettata come ordinaria ed autentica dai poveri “brocchi” che vi aderiscono con nocumento gravissimo delle loro anime. Ma iniziamo: “Graves ac diuturnæ insidiæ et conatus quos in dies magis neohæretici … etc. ….

GRAVES AC DIUTURNAE

S. S. Pio IX

pio-ix

Le gravi e diuturne insidie, e gli sforzi che ogni giorno più compiono in codesta regione i neo-eretici, che si dicono vecchi cattolici, per ingannare e strappare dall’avita fede il popolo fedele, Ci muovono, per dovere del supremo Nostro Apostolato, a portare con ogni zelo le cure e le sollecitudini paterne in difesa della salute spirituale dei Nostri Figli. Ci è noto infatti, Venerabili Fratelli, e con dolore lo deploriamo, che i predetti scismatici ed eretici, nel territorio della diocesi di Basilea, ed in altri luoghi di codesta regione, mentre la libertà religiosa dei cattolici è pubblicamente oppressa dalle leggi scismatiche, essi, col favore dell’autorità civile, esercitano il ministero della condannata loro setta, e, occupate violentemente le parrocchie e le chiese da preti apostati, non tralasciano alcun genere di frode e di artificio per attirare miseramente nello scisma i Figli della Chiesa cattolica. Siccome poi fu sempre proprio e peculiare degli eretici e degli scismatici l’usare simulazione ed inganni; così questi Figli delle tenebre (che debbono annoverarsi fra coloro ai quali fu detto dal Profeta: “Guai a voi, figli disertori, che nutrite fiducia nella Protezione dell’Egitto: avete respinto il Verbo e avete confidato nella calunnia e nel disordine“) nulla hanno maggiormente a cuore che d’ingannare gl’incauti e gl’ignoranti, e trarli negli errori con la simulazione e l’ipocrisia, ripetendo pubblicamente che non respingono la Chiesa cattolica e il suo Capo visibile, ma anzi desiderano la purezza della dottrina cattolica, e sono essi soli cattolici ed eredi dell’antica fede. Di fatto essi non vogliono riconoscere tutte le prerogative del Vicario di Cristo in terra, né sono ossequienti al supremo magistero di Lui. – Per diffondere poi ampiamente le loro dottrine eretiche, sappiamo pure che alcuni di essi hanno assunto l’ufficio d’insegnare la sacra teologia nell’Università di Berna, sperando in tale modo di potere guadagnare fra la gioventù cattolica nuovi seguaci della loro condannata fazione. Noi abbiamo già riprovato e condannato questa deplorabile setta. Con la Nostra lettera pubblicata il 21 novembre dell’anno 1873, abbiamo detto e dichiarato che quegli infelici, i quali a tale setta appartengono e ad essa danno adesione e favore, sono segregati dalla comunione della Chiesa e devono ritenersi scismatici. Dichiarando ora di nuovo e pubblicamente questa stessa cosa, crediamo Nostro dovere, Venerabili Fratelli, di rivolgerci a voi affinché, con quello specchiato vostro zelo e con quella egregia vostra virtù, di cui avete dato splendidi esempi nel sostenere tribolazioni per la causa dl Dio, in ogni modo possibile difendiate l’unità della fede nei vostri fedeli, e richiamiate alla loro memoria che si guardino con ogni attenzione da quegl’insidiosi nemici del gregge di Cristo e dai loro pascoli velenosi; rifuggano assolutamente dai loro riti religiosi, dalle istruzioni, dalle cattedre di pestilenza, erette per insegnare impunemente le sacre dottrine; dai loro scritti e da qualunque contatto; non sopportino alcuna convivenza e relazione coi preti intrusi ed apostati dalla fede, i quali osano esercitare gli uffici del ministero ecclesiastico, e sono privi di legittima missione e di qualsiasi giurisdizione; aborriscano dai medesimi come da estranei e da ladri, i quali vengono solo per rubare, per uccidere, per rovinare. Infatti i Figli della Chiesa debbono pensare che si tratta di custodire il preziosissimo tesoro della fede, senza la quale è impossibile piacere a Dio, ed insieme di conseguire il fine della fede, la salvezza delle anime proprie, seguendo la retta via della giustizia. – E poiché conosciamo che costì, oltre alle altre leggi ostili alla divina costituzione ed all’autorità della Chiesa, ne sono state emanate altre dall’autorità civile, assolutamente contrarie alle prescrizioni canoniche relative al matrimonio cristiano, e che con queste leggi sono del tutto conculcate l’autorità e la giurisdizione ecclesiastica, non possiamo fare a meno, Venerabili Fratelli, di esortarvi nel Signore affinché con opportune istruzioni spieghiate ai vostri fedeli la dottrina cattolica sul matrimonio cristiano, e ricordiate loro ciò che molte volte nelle Nostre Lettere Apostoliche o nelle Allocuzioni, specialmente in quelle del 9 e 27 settembre 1852, abbiamo inculcato intorno a questo Sacramento, ond’essi conoscano pienamente la santità e la forza di questo Sacramento, e in ciò conformandosi piamente alle leggi canoniche, possano evitare quei mali che derivano nelle famiglie e nella umana società dalla dispregiata santità del matrimonio. – Confidiamo poi moltissimo nel Signore che voi, diletti Figli Parroci ed ecclesiastici (che vi trovate, non solo per la vostra ma anche per l’altrui santificazione e salvezza, in così grande cospirazione degli empi e in mezzo a tanti pericoli di seduzioni) secondo la vostra pietà e il vostro zelo, di cui abbiamo avuto splendide prove, sarete di efficace conforto ed aiuto ai vostri Vescovi, e sotto la loro guida vi adoprerete con coraggio ed alacrità per difendere diligentemente la causa di Dio, della Chiesa e della salvezza delle anime, per confermare la virtù dei fedeli che resistono alle prove, per soccorrere la debolezza dei vacillanti, e per accrescere ogni giorno più quei meriti presso Dio, che avete acquistato con la pazienza, con la costanza, con la forza sacerdotale. Sono pur gravi le fatiche che in questo tempo debbono sostenere coloro che rappresentano le veci di Gesù Cristo; ma la Nostra fiducia dev’essere riposta in Colui che vinse il mondo e che aiuta chi fatica nel suo nome, e lo ricompensa nei cieli con immarcescibile corona di gloria. – Voi poi, fedeli tutti, Nostri Figli diletti dimoranti nella Svizzera, cui, solleciti come siamo della vostra salute, con paterno affetto dirigiamo la parola, voi, che ben comprendete quanto sia prezioso il dono della fede cattolica che Dio vi ha elargito, non risparmiate cura e fatica, al fine di custodire fedelmente tale dono e conservare incolume ed integra la gloria della religione che riceveste dai vostri maggiori. Perciò vi raccomandiamo vivamente di stare con fermezza e costanza uniti ai vostri legittimi Pastori, i quali da questa Sede Apostolica ricevettero la loro missione e vegliano per le anime vostre, dovendo renderne conto a Dio; vi raccomandiamo di ascoltare obbedienti la loro voce, avendo sempre dinnanzi agli occhi queste parole dell’eterna Verità, “chi non è con me è contro di me; chi non raccoglie con me, disperde” Siate ossequienti alle dottrine di essa, ed amanti del soave suo giogo, respingendo lontano da voi con energia coloro dei quali il Redentore nostro disse: “Guardatevi dai falsi Profeti che vengono a voi in veste di agnelli, in verità nell’intimo sono lupi rapaci“. Forti della fede, resistete adunque all’antico nemico del genere umano, “finché la destra di Dio onnipotente annienti tutte le armi del diavolo, al quale per questo viene concesso di osare qualunque cosa affinché derivi dalla vittoria maggior gloria ai fedeli di Cristo… poiché dove la verità è maestra, non mancano mai le consolazioni divine” (San Leo, in Epistola ad Martinum Presbyterum). – Scrivervi queste cose, Venerabili Fratelli e diletti Figli, stimammo che fosse dovere del Nostro ministero, in forza del quale siamo tenuti a salvare tutto il gregge di Cristo da qualsivoglia pericolo di frode, ed a tutelare la sua salute nonché l’unità della fede e della Chiesa. Siccome pertanto ogni ottima concessione ed ogni dono perfetto emanano diretta mente dal Padre dei lumi, dal profondo del cuore invochiamo Lui a confortare nella lotta le vostre forze, a sostenervi con la sua protezione e col suo presidio, ed a guardare con occhio propizio codesta regione, affinché, sgominati gli errori e i consigli degli empi, essa possa godere tranquilla la pace della verità e della giustizia. Né tralasciamo di implorare il supremo Lume anche per i miseri traviati, affinché desistano dall’accumulare a loro danno lo sdegno divino, per il giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio, ma, finché sono in tempo, si convertano con una sincera penitenza dalla via dell’errore. – Voi, Venerabili Fratelli e diletti Figli, unite le vostre alle fervide Nostre preci, acciocché otteniamo misericordia e grazia nell’aiuto opportuno, e ricevete l’Apostolica Benedizione che dal profondo del cuore, quale pegno di singolare Nostra carità, a tutti e ai singoli affettuosamente impartiamo nel Signore.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 23 marzo 1875, anno ventinovesimo del Nostro Pontificato.

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Attenzione dunque ai figli delle tenebre, ai lupi in cuor loro rapaci, a coloro che, 140 anni or sono come oggi, si proclamano i veri cattolici legati alla tradizione, magari solo perché celebrano la Messa di sempre (in vero sacrilegamente, perché pseudo-preti laici mai consacrati validamente da pseudo-vescovi mai nominati dalla Sede Apostolica), ma che aderiscono comunque all’apostasia della setta conciliare-modernista del N.O., riconoscendone il capo “usurpante” come vero Papa, al quale però si dicono in diritto di disobbedire, contraddicendo il Magistero alla sua base, Magistero che essi dicono di osservare, ma evidentemente solo per quello che fa loro comodo, eludendo allegramente ciò che riguarda il potere di giurisdizione, la nomina autonoma ed incontrollata di falsi vescovi e la missione canonica di falsi sacerdoti che celebrano in modo invalido ed illecito, la fondazione di scuole e seminari mai autorizzati dalla Sede apostolica, nemmeno da quella fasulla! … senza contare le radici massoniche del falso-cardinale e cavaliere Kadosh “adonai nokem” A. LIENART , che da buon 30° grado, cioè scomunicato abbondantemente “ipso facto” e pertanto senza mai aver ricevuto il sigillo sacerdotale né di conseguenza alcuna ordinazione valida, non ha mai a sua volta consacrato validamente alcun sacerdote e tantomeno alcun Vescovo! Da questa radice massonica, altro tentacolo della piovra giudaica, derivano le cosiddette “fraternità” [già il nome ha un vago sapore di loggia giacobina!!!], ma pure Istituti spaccianti para-teologie e con maschera mariana … ed aumentano sempre, più onde alimentare la confusione dei malcapitati pluri-ingannati. Attenzione quindi ai lupi sedevacantisti o ai subdoli sedeprivazionisti, tutti invalidamente consacrati spesso da ridicoli e pittoreschi vescovi auto referenziati, anch’essi senza alcuna giurisdizione. Essi ritengono Gesù Cristo un bugiardo quando ha asserito che Egli sarebbe stato con noi fino all’ultimo giorno del mondo, e ritengono falsi i santi Padri conciliari presieduti da S.S. Pio IX al concilio Vaticano, quando nella “Pastor Aeternus” hanno ribadito infallibilmente che:Se qualcuno dunque affermerà che non è per disposizione dello stesso Cristo Signore, cioè per diritto divino, che il beato Pietro abbia per sempre successori nel Primato sulla Chiesa universale […]: sia anatema” [Cap. II]. – Ascoltiamo allora la voce della Chiesa attraverso il Magistero autentico, e lasciamo le suggestioni sentimentali, le affezioni amicali, il rispetto umano, la millantata autenticità ed il falso tradizionalismo, le auto-rivelazioni mariane taroccate, etc. Il Magistero è chiaro, bisogna solo leggerlo, ma … nella sua interezza, e possibilmente senza gli occhiali da sole o … le travi negli occhi!

Omelia della DOMENICA IV DELL’AVVENTO

Omelia della DOMENICA IV DELL’AVVENTO

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. I -1851-]

(Vangelo sec. S. Luca III, 1-6)

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Via del Piacere.

L’odierno Evangelio mi porta col veloce pensiero alle sponde del Giordano. Seguitemi, ascoltatori devoti. Ecco innanzi a noi il divin precursore Giovanni, che per comando di Dio predica il battesimo della penitenza per la remissione de’ peccati. Non già che quel battesimo avesse in sé una tale virtù, ma perché era una preparazione per arrivare alla remissione de’ peccati, col partecipare de’ meriti del Redentore. Predica dunque la penitenza il Battista, e la predica quasi più colla presenza, che colla voce, più coll’esempio, che colle parole. Osservatelo pallido nel volto, smunto nelle membra, mezzo coperto di rozze spoglie d’agnelli, e di ruvida pelle di cammello: il suo vitto son le locuste del campo e poco miele della selva, la sua bevanda è l’acqua del fiume o del fonte. Comincia la sua predica intimando alle turbe accorse ad ascoltarlo a preparare la via del Signore, “parate viam Domini”. A questo fine fu mandato il Battista nella Giudea, e a questo stesso oggetto io vengo a voi, miei dilettissimi; e vi dico, se volete per la prossima solennità preparare la via del Signore, acciò Egli venga a voi, abbandonate le strade del mondo, tornate addietro dalle vie del peccato e del seducente piacere. L’uscir da queste lubriche vie, sarà lo stesso che disporre i retti sentieri, pei quali l’aspettato Salvatore del mondo venga a rinascere nel Vostro cuore: “parate”, dunque, “parate viam Domini, rectas facite semitas eius”. Per animarvi in questo salutare intraprendimento, io vi farò vedere in una maniera facile e sensibile, quanto la via del mondano piacere sia ingannevole, e quanto dannosa, tanto per la vita presente, che per la vita futura. Se riesco a disingannarvi, io benedirò il Signore, e voi mi saprete grato del vostro disinganno. Di grazia ascoltatemi attentamente. – La via del piacere, (com’io me la figuro) comincia con una porta grandiosa, alta, magnifica, a modo di superbo arco trionfale. La struttura che la rende stupenda è tutta a colonne, a statue vagamente disposte, e a vasi d’ogni forma la più leggiadra. Sull’architrave sui capitelli stanno alati genietti, e di questi chi sparge fiori, chi suona cetre, chi spiega vesti preziose, chi fa le monete d’oro e d’ argento, e chi sul limitare di questa porta col riso sulle labbra, col cenno grazioso delle mani invita ad entrare i passeggeri. Entriamo dunque, uditori: la porta è bella, la strada sarà migliore. “… Adagio, dite voi, adagio, tanti inviti, tanti allettamenti fan nascere un ragionevole sospetto, che qualche inganno si nasconda sotto così lusinghevoli apparenze”. Ottimamente, questo è pensare e riflettere da uomini prudenti, … facciamo dunque così, vediamo qual sorte hanno incontrata coloro che sono entrati per questa porta, e si sono avviati per questa strada. Si possono questi considerare distinti in due schiere. Molti sono entrati e non sono più usciti, altri non pochi sono tornati indietro. Quei che sono entrati senza più uscire, sono primieramente tutti gli uomini che passeggiavano su questa terra a’ tempi di Noè innanzi il diluvio. Correvano questi velocemente la via del piacere, e del piacere più sordido e più fangoso. “Omnis quippe caro corraperat viam suam” (Gen VI, 12). Gridava intanto Noè dai palchi della sua arca: “… ciechi, insensati, tornate indietro, se proseguite, Iddio sdegnato vi coglierà nel più bello del vostro cammino, sarete fra non molto sommersi in un diluvio di acque micidiali”; ma gl’ingannati, rapiti dal dolce delle impure loro voglie, sordi al loro bene, sordi al loro male, sordi alle divine minacce, conobbero troppo tardi e senza rimedio il proprio errore, e la fallacia della via da essi battuta. – Spingete ora lo sguardo entro quella porta da noi immaginata: vedete voi quella lunga, lunghissima strada, che dall’una e dall’altra parte vi presenta un funesto spettacolo di ventiquattromila Ebrei pendenti da altrettanti patiboli? Mirateli se potete senza orrore, e poi dite: ecco quanto loro costò un brutale piacere, contro il divieto di Dio e di Mosè, con le donne Madianite “Occisi sunt viginti quatuor millia . . . in patiboli” (Num XXV, 9 e 4). E chi son eglino quegl’infelici stesi su quel campo, sparso di tronche membra e di teste recise, inondato di tanto sangue, ancor tiepido, ancor fumante? Poco avanti fra canti e suoni, sazi dalla crapula ed allegri dal vino, menavano danze e carole intorno a un idol d’oro, ed ora trucidati dalle spade levitiche in numero di quasi ventiquattro mila, c’insegnano che l’allontanarsi da Dio, che il piacer della gola, e gli estremi del gaudio e dell’allegria, vanno a finire in lutto ed in sterminio. – Passeggia per questa strada Sansone allettato dalle lusinghe di Dalila, e sebbene da’ propri genitori richiamato ad uscirne, non dà ascolto, persiste nel suo cammino, e i suoi piaceri gli fan perdere la libertà, la vista, la riputazione e la vita. Anche Ammone figlio di Davide entra in questo sentiero, rapito dall’avvenenza dì Tamar, e il sozzo incestuoso piacere gli tira addosso un nembo di pugnalate, mentre sedeva a lauto banchetto. Anche i sordidi vecchioni tentatori della casta Susanna corrono la stessa via; e dopo aver sedotte molte figlie d’Israele, s’incontrano finalmente in questa santa matrona, che eroicamente ributtandoli, coll’esecrazione di lutto il popolo, restano sepolti sotto una tempesta di pietre. Di mille altri potrei mostrarvi lo stesso. Per amor di brevità fermiamoci qui, e ditemi uditori miei, non è egli vero che questa strada è fatale per chi vi entra? Le notizie fin qui son molto cattive. Vediamo se si sono trovati contenti almeno quei che ne uscirono! – Il primo che mi viene avanti egli è un re vestito di ruvido cilizio, con un tozzo di pane alla mano, sparso di cenere, e bagnato di lacrime. Ah, sì, lo ravviso, questi è Davide penitente, che abbandonata la via del piacere, si va protestando che odia e abbomina questa strada d’iniquità: “viam iniquam odio habui(Ps. CXVIII, 128). Un altro mi si presenta. È questi un giovane rabbuffato, pallido, smunto, lacero, mezzo ignudo. Nol conoscete? Egli è il Prodigo, che ritorna da quelle remote contrade che ha corso per qualche tempo affianco delle meretrici “vivendo luxuriose”, ed ora a passo avanzato si conduce a’ piedi del suo buon padre, a pregarlo che voglia ammetterlo per l’ultimo de’ suoi servitori. E questa donna, nobile all’aspetto e al portamento, che si strappa dal crine le gioie e i vani ornamenti, ella è la Maddalena, che pentita de’ suoi traviamenti, corre a lavare di lacrime i piedi al divin Redentore. Una turba immensa, a finirla, sgombra da questa strada, turba di gente d’ogni età, d’ogni sesso e d’ogni clima, ed hanno tutti il pianto sul volto, il digiuno a fianco, il flagello alla mano per vendicare in sé stessi i loro errori nella via seducente dell’iniquità e della perdizione, confessando altamente d’esserne stanchi e pentiti, “lassati sumus in via iniquitatis, et perditionis” (Sap. V, 7). – Che dite ora, miei riveriti ascoltanti? Le notizie da ogni parte son pessime, e senza ricorrere ad antichi esempi, l’esperienza ci fa vedere sovente di queste scene volubili, che dopo una vista dilettevole si cangiano in prospetti di orrore. Voi come più pratici del mondo ne potete narrare a me. Quanti amatori del secolo, gente data al bel tempo, ai giuochi, alle gozzoviglie, agli amori, sono passati dalle delizie alle miserie, da’ piaceri agli affanni, dagli onori all’avvilimento, da uno stato comodo allo spedale, o a morir sulla paglia! – Concedo: la strada del piacere è larga, amena, spaziosa, lo dice il Vangelo, “spatiosa est via”, ma dice altresì che conduce alla perdizione. Or se una via piana, fiorita, deliziosa vi portasse ad un precipizio, avreste voi sì poco senno da incamminarvi per quella? E non sapete ch’è proprio de’ traditori il far precedere le lusinghe, i vezzi, gli allettamenti per riuscire negl’iniqui disegni, ed ingannare gl’incauti ? Caino vuol tradire Abele, e in aria di buon fratello l’invita a diporto, a spaziarsi in un campo. Gioabbo con un saluto, con una carezza al mento di Amasa gli pianta un pugnale nel fianco. Assalonne per vendicarsi d’Ammone l’invita a sontuoso banchetto. Triffone vuol disfarsi del temuto Gionata Maccabeo, e gli offre il comando della sua armata. Giuda tradisce il suo divino Maestro e si serve d’un bacio. In somma quel che gli uomini praticano cogli uccelli, e coi pesci, usano i traditori a sedurre gl’incauti ad ingannar gl’innocenti. – Ma se voi non siete irragionevoli, non sarà una gran pazzia lasciarvi tirar nella rete per un meschino piacere? – Sarà dunque pazzia per voi, giovane mio, l’associarvi con quella brigata di scostumati compagni, che vi traggono al giuoco per spogliarvi, che vi portano alle crapule, ai furti, alle case sospette, alle ree amicizie per non avere il rossore d’esser soli nei bagordi e negli stravizzi, o per voltarne tutta la colpa a voi. – Sarà pazzia per voi lasciarvi tirar dalla gola e imbandire la mensa de’ rubati polli, vendemmiare l’altrui vigna e bere alla salute di chi in coltivarla vi ha speso danari e sudori, per poi temere e tremare per continua paura, di venir ricercato da ministri di giustizia, d’essere scoperto per ladro, ed in pericolo d’infamia, di prigionia e di galera. – E non sarà maggior pazzia per voi, o figlia incauta se vi lasciate adescare dalle dolci lusinghe, dall’amorose parole, da’ seducenti biglietti, dai donativi, dalle promesse anche giurate di matrimonio di quei traditori, che insidiano la vostra onestà, ed han per costume vantarsi della vostra debolezza e della loro riuscita? Non sarete la prima, se vi fidate, se vi arrendete, ad essere abbandonata alla vostra confusione, costretta a ritirarvi per nascondere il vostro fallo, a passare i giorni amari in mesta solitudine, a piangere inutilmente la vostra caduta e la vostra stoltezza, e bestemmiare l’empio traditore, che intrepido giura di non conoscervi, insensibile alle vostre lacrime, insultante alla vostra infamia, infamia che porterete fino alla tomba. – Vedete, miei dilettissimi, che non v’ho parlato sin qui se non di temporali infortuni, i quali sono gli effetti infallibili degli smodati piaceri. Or che diremo quando la fede c’insegna che la via del piacere conduce all’eterna perdizione? Così è, miei cari, conviene disingannarsi. Gli amatori del mondo e de’ fallaci suoi beni, dopo aver gustato per pochi giorni il dolce delle proprie soddisfazioni, vanno, quando non se l’aspettano, a piombare negli abissi infernali. “Ducunt in bonis dies suos, et in punctu ad inferno, descendant” (Iob. XII, 13). Ci descrive con una ingegnosa parabola la cecità e stoltezza di costoro S. Giovanni Damasceno. – Un cert’uomo faceva viaggio in un deserto, quando all’improvviso si vede venir incontro una feroce pantera. Spaventato a questa vista si dà a precipitosa fuga, e nel fuggire agitato e contuso, cade senz’avvedersene dall’orlo d’un precipizio profondissimo: se non che, com’è proprio di chi cade, stender le braccia, fortunatamente si appiglia ad un albero piantato poco sotto il margine del precipizio stesso. Qui si tiene stretto, e va respirando. Osserva però che la pantera non cessa di minacciarlo, e che l’albero, su cui si è salvato dal peso della persona, va declinando al basso, e gli si stacca da terra or l’una, or l’altra radice. Abbassa finalmente lo sguardo, e mira con raccapriccio in fondo del precipizio un enorme dragone, che a bocca spalancata, e artigli aperti sta aspettando la sua caduta. In questa situazione di tanto orrore, in mezzo a tanti oggetti di spavento, leva gli occhi in alto, e osserva in cima di quella pianta un favo di miele, che per l’abbondanza spande su quelle foglie il dolce liquore. A questa vista esulta di giubilo, e allegro e contento non conosce più il suo pericolo, si dimentica della minacciosa pantera, dell’albero che declina, delle radici che si staccano, del dragone che l’attende, e invece, … chi il crederebbe? Col riso in bocca e tutto intento a raccogliere colla punta del dito quelle gocce di miele, le assapora con gusto e se ne pasce con gioia, e si stima felice. La parabola, uditori, vi sorprende? Cesserà la sorpresa in sentirne l’applicazione: l’uomo appena comparso in questa valle di pianto, che si può chiamare un deserto, in qualità di viaggiatore, viene minacciato dalla morte come da rabbiosa pantera. Fugge egli in certo modo l’incontro, ma cade nel comune pericolo di morte, che ad ogn’istante può coglierlo. Si salva egli, diciamo così, sull’albero del proprio corpo. Quest’albero, questo corpo in ogni giorno, in ogni stagione va declinando con il peso degli anni. Si staccano le radici colle infermità, col mancar della vista, col cadere dei denti, col debilitarsi le forze. Intanto al fondo dell’abisso lo sta aspettando il dragone infernale, ed egli in mezzo a tanti pericoli dimentico della morte, della caducità della vita, del baratro su cui sta pendente, e del dragone d’inferno, che per le sue colpe ha diritto, e brama d’attenderlo, s’occupa tutto a raccogliere alcune stille di miele or da questo, or da quel sensuale piacere, e solo intento ad appagare i suoi sensi, a soddisfare le sue voglie, si crede al colmo della contentezza e della felicità. – O uomo miserabile, o cieco e insensato figliuolo di questo secolo! Quel che ora non temi, sarà un giorno il soggetto delle tue lacrime e dell’inutile tuo pentimento. Al termine della strada del piacere, sta il letto della tua morte. Dalla sponda di questo darai un’occhiata alla via che hai corsa; pensa se sarai contento d’averla battuta. Deh! per tuo bene intraprendi in questi sacri giorni la via del Signore; questa è la sola che può condurti all’ eterna salvezza.

NOVENA DI NATALE

Novena liturgica del Santo Natale

[ATTENZIONE, ATTENZIONE!

questa pagina è altamente SCONSIGLIATA ai NEMICI DEL PRESEPE, che avvisiamo pertanto subito consigliando loro: VADE RETRO sATANA!]

[La novena fu composta dal P. Antonio Vacchetta, prete della Missione della Provincia di Torino nel 1720, su ispirazione della Marchesa Mesmes di Marolles]

 presepe-1

Invitatorio e profezie

1. – Regem ventùrum Dominum, – venite adoremus. [Il coro ripete ad ogni antifona: Regen ventùrum, etc.] [1. Venite, adoriamo il Re che sta per venire ed è il Signore].

2. – Jucundàre, filia Sion, – et exùlta satis, filia Jerusalem. – * Ecce Dominus véniet, – et erit in die illa lux magna, – et stillabunt montes dulcedinem, – * et colles fluent lac et mel, – quia veniet Prophéta magnus, et  et ipse renovàvit Jerusalem. [2. Gioisci, o Sion, ed esulta, o Gerusalemme! [Ecco: verrà il Signore e in quel giorno vi sarà una grande luce, i monti stilleranno dolcezza e dalle colline scorreranno latte e miele, perché verrà il grande Profeta ed Egli rinnoverà Gerusalemme].

3. – Ecce véniet Deus, – et Homo de domo David sedére in throno, * et vidébitis, – et gaudébit cor vestrum. [3. Ecco verrà Dio che dalla casa di Davide siede sul trono. Voi Lo vedrete e il vostro cuore ne gioirà].

4. Ecce véniet Dóminus, protéctor noster, Sanctus Israel, – coronam regni habens in càpite suo * et dominàbitur a mari usque ad mare, – et a flùmine usque ad términus orbis terràrum. [4. Ecco verrà il Signore, nostro protettore, il Santo d’Israele con la corona regale sul à capo e dominerà da un mare all’altro e dal fiume sino ai confini della terra].

5. Ecce apparébit Dóminus, et non mentiétur: * si moram fécerit, – exspécta eum, * quia véniet et non tardàbit. [5. Ecco apparirà il Signore e non ingannerà! Se tarda, aspettalo; perché verrà e non tarderà].

6. Descéndet Dóminus sicut plùvia in vellus, – oriétur in diébus éjus justitia – et abundàntia pacis, * et adoràbunt eum omnes Reges terra?, – omnes gentes sérvient ei. [6. Il Signore scenderà come pioggia sull’erba; ai giorni suoi fiorirà la giustizia e abbonderà la pace; tutti i re della terra Lo adoreranno* e tutte le genti Lo serviranno].

7. Nascétur nobis pàrvulus, et vocàbitur Deus fortis; * ipse sedébit super thronum David patris sui, – et imperàbit: * cujus potéstas super hùmerum éjus. [7. Ci nascerà un fanciullo e sarà chiamato Dio forte. Siederà sul trono del suo antenato Davide, e regnerà, e avrà su di sé ogni potere].

8. Béthlehem civitas Dei summi, – ex te éxiet Dominator Israel, * et egresses éjus sicut a principio diérum æternitatis, – et magnificàbitur in medio universæ terræ, – et pax erit in terra dum vénerit. [8. Betlemme, città del Dio altissimo, da te uscirà il Dominatore d’Israele, la cui origine risale all’eternità; sarà glorificato in tutto il mondo e quando verrà porterà la pace sulla nostra terra].

La Vigilia di Natale si aggiunge la seguente profezia:

Crastina die delébitur iniquitas terræ – et regnabit super nos Salvator mundi, [9. Domani sarà distrutta l’iniquità sulla terra e su noi regnerà il Salvatore del mondo].

.10 – Prope est iam Dominus – Coro: Venite ad oremus.  [10. Il Signore è ormai vicino. R. Venite, adoriamo].

Læténtur cæli

Lætentur cæli, et exsultet terra: * iubilàte montes, laudem

làudem. Erumpant montes jucunditatem, * et colles justitiam.

Quia Dóminus noster veniet * et pàuperum suorum miserébitur.

Rorate, cæli, désuper, et nubes plùant iùstum: *operiatur terra, et gérminet Salvatórem.

Memento nostri, Dómine, * et visita nos in Salutari tuo. Salutari tuo.

Osténde nobis, Dòmine, misericórdiam tuam, * et salutare tuum da nobis.

Emitte Agnum, Dòmine, dominatórem terræ * de petra deserti ad montem filiæ Sion.

Veni ad liberàndum nos, Dòmine, Deus virtùtum, * osténde fàciem tuam, et salvi érimus.

Veni, Dòmine, visitare nos in pace, * ut Lætémur coram te corde perfécto.

Ut cognoscàmus, Dòmine, in terra viam tuam, * in òmnibus géntibus salutare tuum.

Excita, Dòmine, poténtiam tuam, et veni, * ut salvos fàcias nos.

Veni, Dòmine, et noli tardare, * relàxa facinora plebi tuæ.

Utinam dirùmperes cælos, et descénderes: * a fàcie tua montes deflùerent.

Veni, et osténde nobis faciem tuam, Dòmine, * qui sedes super Cherubim.

Gloria Patri… 

[Si rallegrino i cieli esulti la terra; cantate, o monti, giubilando, le lodi di Dio. – Prorompano i monti in grida di allegrezza, cantino i colli la divina Giustizia. – Perché il Signor Nostro verrà, e avrà pietà dei suoi poverelli. – Stillino rugiada i cieli, e le nubi piovano il Giusto; s’apra la terra e germini il Salvatore. – Ricordati di noi, o Signore, e visitaci per mezzo del tuo Salvatore. Mostraci, o Signore la tua misericordia, e dacci il tuo Salvatore. – Manda, o Signore, l’Agnello che regni sulla terra, dalle pietre del deserto al monte Sion. – Vieni a liberarci, Signore, Dio delle virtù; mostraci la tua faccia e saremo salvi. – Vieni a visitarci in pace, per rallegrarci con Te con cuore perfetto. Acciocché conosciamo in terra la tua via, e in tutte le genti il tuo Salvatore. – Si svegli, o Signore la tua potenza e vieni a salvarci. – Vieni, Signore, e non tardare, perdona le colpe del tuo popolo. – Oh, s’aprano i cie1i e scenda il Signore! Al suo cospetto si scioglieranno i monti. – Vieni, e mostraci la tua faccia, o Signore, che siedi sui Cherubini. Gloria al Padre…].

Capitolo (lo recita il celebrante)

Præcursor prò nobis ingréditur Agnus sine maàcula secùndum órdinem Melchisedech, Pontifex factus in ætérnum et in sæculum sæculi. Ipse est Rex iustitiæ, cùjus generàtio non habet finem. R. Deo Gratias.

Inno

[Le due prime strofe sono la la e la 3a dell’inno di Lodi d’Avvento (sec. V), scritto dapprima in poesia tonica e ridotta dalla riforma di Urbano VIII in dimetri giambici. Le altre tre sono la 2a, 3a e 4a dell’Inno di Lodi del Natale di Sedulio (sec. IV-V)].

 

En clara vox redàrguit

obscura quæque, pérsonans:

procul fugéntur somnia:

ab alto Jesus promicat.

En Agnus ad nos mittitur

laxàre gratis débitum:

omnes simul cum lacrimis

precémur ìulgéntiam.

Beatus Auctor sæculi

servile corpus induit:

ut carne carnem liberans,

ne perderet quos cóndidit.

Castæ Paréntis viscera

cæléstis intrat gràtia:

venter puéllæ bàiulat secréta,

quæ non nóverat.

Domus pudici péctoris

templum repènte fit

Dei: intàcta nésciens

virum concépit alvo

Filium.

Deo Patri sit glòria,

eiùsque soli Filio, cum

Spiritu Paràclito in

sæculórum sæcula.

Amen

[Alta fra dense tenebre Voce suonar s’intende; Su, genti, su, destatevi; Gesù dall’alto splende. Da nostre colpe a scioglierci, scende l’Agnel di Dio; Suvvia perdon chiediamogli con cuor pentito e pio. Per noi l’autor de’ secoli veste l’umane spoglie, E fatto uom ci libera dalle tartaree soglie. – Entro le caste viscer di Verginella ignara –

Dall’alto l’ineffabil Mistero si prepara. – Tempio di Dio, Vergine, nel sen concepe un Figlio, Né si scolora o sfrondasi il verginal suo giglio. – Al sommo Iddio gloria. Sia gloria al suo Figliuolo; Sia gloria al Santo Spirito – Sia gloria a Dio che è uno solo.

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Antifone maggiori per i nove giorni

16 Dic. Ecce véniet Rex Dóminus terree, et ipse àuferet iùgum captivitàtis nostree.

17 – O Sapiéntia, quæce ex ore Altissimi prodisti attingens a fine usque ad finem, fórtiter, suaviter que dispónens omnia, veni ad docéndum nos viam prudéntiæ.

18 – O Adonài, et Dux domus Israel, qui Móysi igne flammæ rubi apparuisti, et ei in Sina legem dedisti, veni ad rediméndum nos in bràchio exténto.

19 – O radix Jesse, qui stas in signum populórum super quem continébunt reges os suum, quem gentes deprecabùntur, veni ad liberàndum nos, jam noli tardare.

20 – O Clavis David, et sceptrum domus Israel, qui àperis et nemo clàudit, clàudis, et nemo àperit veni et aduc vinctum de domo carceris, sedentem in ténebris, et umbra mortis.

21. O Oriens, splendor lucis ætérnæ, et sol iusticiæ, veni, et illumina sedéntes in ténebris et umbra mortis.

22 – O Rex géntium, et desìderàtus eàrum, lapisque angulàris, qui facis utràque unum, veni, et salva hominum, quem de limo formasti.

23 – O Emmanuel, Rex et Legifer noster, expectation gentium, et Salvator eàrum, veni ad salvàndum nos, Dòmine, Deus noster.

24. Cum ortus fuerit sol de coelo, vidébitis Regem cum procedéntem a Patre tamquam sponsum de thalamo suo.

V. Dóminus vobiscum.

R. Et cum spiritu tuo.

Orèmus

Festina, quæsumus, Domine, ne tardàveris, et auxilium nobis supérnæ virtùtis impénde: ut advéntus tui consolatiónibus sublevéntur, qui, tua pietàte confidunt: Qui vivis et regnas cum Deo Patre in unitàte Spiritus Sancti Deus: per omnia sæcula sæculórum. R. Amen. – [Affrettati, o Signore, non indugiare oltre! Porta dall’alto il soccorso della tua forza affinché la gioia della tua venuta riconforti quanti confidano nella tua bontà. Tu che, Dio, vivi etc.].

“O …”

Gli inni solenni, ‘O’

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Queste Antifone solenni, che esprimono e rappresentano il desiderio ardente dei santi profeti per la venuta di Cristo, e che dovrebbe esprimere il desiderio che abbiamo tutti noi Cristiani che la grazia di Cristo possa nascere in noi, sono iniziati il 17 dicembre, e proseguiranno fino al 23 dicembre;  si recitano quotidianamente prima e dopo il Magnificat, come nelle feste di rango “Doppio”. Ognuno di essi comincia con l’esclamazione “O”, e si conclude con un appello al Messia a presto venire.Man mano che si avvicina il Natale, il grido diventa più pressante.

I chierici nel coro dopo i Vespri pronunciano una forte e prolungata “O”, per esprimere il desiderio dell’universo per la venuta del Redentore.

Queste sono indicate come: le ” Antifone O ” perché ognuna inizia con l’interiezione “O”.  Ogni inno è un nome di Cristo, uno dei suoi attributi menzionati nella Scrittura: essi sono:

17 Dicembre: O Sapientia (O Sapienza)

18 Dicembre: O Adonai (O Adonai)

19 Dicembre: O Radix Jesse (O radice di Jesse)

20 Dicembre: O Clavis David (O Chiave di Davide)

21 Dicembre: O Oriens (O Oriente)

22 Dicembre: O Rex gentium (O Re delle genti)

23 Dicembre: O Emmanuel (O Emmanuel)

 Una curiosa caratteristica di questi inni è che la prima lettera di ogni invocazione può essere presa dal latino per formare un acrostico in senso inverso.  Così le prime lettere di Sapientia, Adonai, Radix, Clavis, Oriens, Rex, e Emmanuel, forniscono le parole latine: ERO CRAS. La frase enuncia quindi la risposta di Cristo stesso all’accorata preghiera della sua Chiesa:

DOMANI CI SARO’“.

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18 dicembre: ATTESA DELLA BEATA VERGINE MARIA

 conosciuta anche come NOSTRA SIGNORA DI ‘O …’

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La festa dell’Attesa della Beata Vergine Maria è una festa cattolica originariamente celebrata in Spagna, per poi essere celebrata in altri paesi cattolici (Irlanda, ecc) – . Anche se non è inserita nel Calendario Romano, questa festa è stata celebrata in quasi tutta la Chiesa latina, a causa della grande aspettativa della Madre di Gesù.

La festa del 18 dicembre è stata comunemente chiamata, anche nei libri liturgici, “S. Maria della “O”, perché in questo giorno i chierici del coro dopo i Vespri emettono un forte e prolungato “O”, per esprimere il desiderio dell’universo per la venuta del Redentore. Questa festa e la sua ottava erano molto popolari in Spagna, dove la gente ancora la chiama “Nuestra Señora de la O“. –  La festa è stata sempre mantenuta in Spagna ed è stata approvato per Toledo nel 1573 da Gregorio XIII come “doppio” maggiore, senza ottava.  La chiesa di Toledo ha il privilegio (approvato il 29 Aprile 1634) di celebrare questa festa, anche quando essa cade nella quarta Domenica di Avvento.

 

MESSA

Messa.

[da: E. Barbier – “I tesori di Cornelio Alapide” SEI ed. Torino, 1930]

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.1. Significato della parola Messa. — 2. I sacrifici e il loro scopo. — 3. I sacrifici nell’antica legge. — 4. Eccellenza e vantaggi della Messa. — 5. Significato delle vesti sacre. — 6. Come si deve udire la santa Messa.

1.- SIGNIFICATO DELLA PAROLA « MESSA » . Alcuni derivano la parola Messa dal vocabolo ebraico missah; ma è più probabile, secondo S. Agostino, S. Avito di Vienna, S. Isidoro di Siviglia, che derivi dalla parola latina missio, che significa rinvio, licenziamento; perché nell’antica liturgia, dopo le preghiere e le istruzioni che precedono l’oblazione dei sacri doni, si licenziavano dalla chiesa i catecumeni e i penitenti, rimanendo presenti alla celebrazione dei divini misteri i soli fedeli, che erano supposti degni di assistere al santo sacrificio. – La Messa è il Sacrificio della nuova legge, nel quale la Chiesa offre a Dio, per mano del sacerdote, il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, nascosti sotto le specie del pane e del vino. È di fede che l’oblazione che si fa nella Messa è il Sacrificio del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo, e da ciò bisogna conchiudere in modo sicuro, che la Messa non è solamente un sacramento, ma è veramente anche un sacrificio. E non si offre in tutto il mondo cattolico altro sacrificio fuori di questo.

2.I SACRIFICI E IL LORO SCOPO. Dopo il peccato vi furono sempre e dappertutto dei sacrifici… Abele, Noè, Abramo, Isacco, Giacobbe, Melchisedech, gli Ebrei nell’Egitto e nel deserto, e nella terra promessa, offrirono a Dio dei sacrifici… Non si trova nazione né barbara né civile che non abbia avuto e non abbia i suoi sacrifizi… Essi sono necessari a placare Dio …; a rendergli onore e culto …; ad espiare le colpe degli individui e della società…; ad ottenere grazie…; a ringraziare delle grazie ottenute…

 3. – I SACRIFICI NELL’ANTICA LEGGE. Nell’antica legge vi erano tre specie di sacrifizi: 1° il sacrificio di olocausto, destinato unicamente a lodale e onorare Dio; la vittima vi era interamente consumata e ridotta in cenere, per indicare con ciò che si riconosceva e professava il supremo dominio di Dio su tutte le cose create. 2° Il sacrificio pacifico e salutare, che offri vasi per ottenere la pace, cioè la salute di chi l’offriva o di altra persona, di un individuo in particolare o di una famiglia o della nazione. 3° Il sacrificio di espiazione, che aveva per fine di ottenere il perdono dei peccati e chiama vasi anche sacrificio di propiziazione. – Essendo imperfetta la legge antica, erano imperfetti anche i sacrifici che ne facevano parte: « È impossibile, scriveva S. Paolo agli Ebrei, che il sangue dei tori e dei capri scancelli i peccati » — “Impossibile est sanguine taurorum et hircorum auferri peccata” (Hebr. X, 4) . A placare Dio e santificare gli uomini, ben altro pontefice e altro sacrificio si richiedeva che non fosse il grande sacerdote ed il sacrificio di animali … Si richiedeva un sacrificio veramente degno di Dio, e abbastanza efficace per lavare i peccati… Gli antichi sacrifici non erano altro che la figura del Sacrificio della nuova legge, e intanto erano graditi a Dio in quanto simboleggiavano il sacrificio della croce e dell’altare … E la legge la quale ordinava che le vittime di quei sacrifici fossero affatto senza macchia, da ciò appunto traeva la sua ragione, perché dovevano significare la perfezione di Gesù Cristo divenuta vittima… Ecco la dichiarazione espressa che fece il Signore per bocca di Malachia, ultimo dei profeti, vissuto in tempo vicinissimo alla venuta di Gesù Cristo: « La mia affezione non è per voi, e non accetterò più doni dalla vostra mano. Poiché dall’oriente all’occidente suona grande il mio nome fra le nazioni; in ogni luogo si sacrifica, e viene offerta a me un’oblazione monda » — “Non est mihi voluntas in vobis, et munus non suscipiam de manu vestra”. (Malach. I ,10-11) . È manifesto che il profeta parla del sacrifizio della croce e dell’altare, poiché dopo Gesù Cristo non vi è più altro sacrificio che questo, il quale è in tutta verità offerto in ogni luogo e in tutte le ore dal nascere al calare del sole… Venuto Gesù Cristo su la terra, tutti i sacrifici cessarono, rigettati da Dio, come più non si bada alla figura, quando si possiede la realtà, o si spegne la candela quando arriva la luce del sole. Perciò S. Paolo, togliendo le frasi al Salmista, scriveva agli Ebrei: « Entrando il Figlio nel mondo, disse: “Tu , o Padre, non hai più voluto né ostia, né oblazione, ma hai vestito me di un corpo: ed Io allora vedendo che gli olocausti più non ti erano graditi, ho detto: Ecco che io vengo per fare la tua volontà, o mio Dio. Egli abroga il primo sacrifizio per stabilire il secondo » (Hebr. X, 5-6, 9). Tu non hai voluto;— “hostiam et oblationem noluisti”, — cioè, tu non hai più accettato le vittime offerte, gli olocausti, i sacrifizi che si offrono secondo la legge; ora eccomi qua Io, Io il Messia, il Salvatore, il Redentore, pronto e disposto, o Padre, a fare la tua volontà; per essere immolato prima sul Calvario, poi tutti i giorni su gli altari, a perpetuo ricordo e quotidiana rinnovazione del Sacrificio del Calvario.

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 4. – ECCELLENZA E VANTAGGI DELLA MESSA. Il Sacrificio di Gesù Cristo tiene il luogo di tutti gli altri sacrifici, ed è a loro superiore in dignità ed eccellenza, come il corpo è superiore all’ombra. Perciò i molti sacrifici della legge mosaica tutti disparvero, coi loro ministri, in faccia a quest’uno, per non mai più ricomparire… Gesù solo è nostra vittima e nostro Sacrificio… « Gesù Cristo, dice S. Paolo agli Efesini, si è dato egli medesimo in offerta per noi a Dio, ed in ostia e sacrificio di grato odore » — “Christus tradidit semetipsum prò nobis oblationem et hostiam Deo in odorem suavitatis(Eph. V, 2). Il Sacrificio della messa è un olocausto, perché Gesù Cristo vi è offerto tutto intero a Dio in virtù della consacrazione… È Sacrificio pacifico, che placa la giustizia di Dio, dà la pace agli uomini… È Sacrificio di propiziazione, che ci ottiene il perdono dei nostri peccati… E Sacrificio di ringraziamento, che rende a Dio tutto quello che gli è dovuto; perché qui vi è un Dio che si offre a un Dio. – La Messa è un Sacrificio che di per se stesso ci procura la grazia preveniente, la quale ci eccita alla fede, alla penitenza e a ricevere i sacramenti la cui virtù ci giustifica. A questo proposito dobbiamo notare che appartiene all’azione dei sacramenti il giustificare, e all’azione del Sacrificio il piegare Dio a nostro favore e rendercelo propizio. In quanto Sacrificio dunque, la Messa ci ottiene primieramente la grazia preveniente, poi la remissione della pena dovuta ai peccati ed il perdono delle colpe veniali, ma non toglie né cancella d i per se stessa il peccato mortale, eccetto che colui il quale la celebra, o partecipa al Sacrificio per mezzo della comunione, ignori in buona fede lo stato in cui si trova. In questo caso l’eucaristia gli rimette la colpa mortale e gli conferisce la prima grazia e la giustizia; ma la Messa non opera ciò in quanto è sacrifizio, ma in quanto è sacramento… « Il sacerdote che celebra la messa, dice l’autore dell’Imitazione di Cristo, dà gloria a Dio, letizia agli angeli, sostegno alla Chiesa, aiuto ai vivi, suffragio ai defunti, e rende se medesimo partecipe di tutti i beni [“Quando sacerdos celebrat, Deum honorat, angelos laetificat, Ecclesiam aedificat, vivos adiuvat, defunctis requiem praestat, et sese omnium honorum participem efficit” (Lib. IV, c. V)]. San Giovanni Crisostomo ci assicura che, mentre viene immolato sui nostri altari l’Agnello di Dio, vi assistono venerabondi i serafini, coperto il volto con le loro ali; poi aggiunge che mentre siamo nella presente vita, questo sacrifizio cambia per noi la terra in cielo [“Agnus Dei immolatur, seraphim adstant sex alis faciem tegentia… Dum in hac vita simus, ut terra nobis coelum sit, facit hoc misterium(De Sacerdot., lib. VI)]. La Messa è il ricordo della passione e della morte del Salvatore, come affermò Egli medesimo agli Apostoli, quando disse: «Fate questo in memoria di me » — “Hoc facite in meam commemorationem” (Luc. XXII, 19). – Ma che dico, memoriale della passione del Salvatore? Essa è quel medesimo Sacrifizio che fu offerto su la croce: infatti e sulla croce, e sull’altare una e medesima è la Vittima che viene offerta, uno e medesimo è il Sacerdote che l’offre; sulla croce Gesù Cristo fu Sacrificatore a un tempo e Sacrifizio, lo stesso avviene sull’altare; e sebbene qui sia incruento mentre là fu con spargimento di sangue, ciò nulla toglie a che abbiano tutti e due il medesimo valore e la stessa efficacia… « Era conveniente, osserva S. Paolo, che noi avessimo un Sacerdote, santo, innocente, immacolato, segregato dai peccatori, e più alto dei cieli; un Pontefice che non abbia necessità, come i sacerdoti, di offrire vittime prima per i suoi peccati, poi per quelli del popolo; poiché questo egli fece una volta, immolando se stesso » — “Talis enim decebat ut nobis esset pontifex, sanctus, innocens, impollutus, segregatus a peccatoribus et excelsior coelis factus, qui non habet necessitatem quotidie, quemadmodum sacerdotes, prius prò suis delictis hostias offerre, deinde prò populi; hoc enim fecit semel seipsum offerendo” (Ebr. VII, 26-27). E offerendosi, egli fu esaudito a cagione della sua dignità e della venerazione che gli è dovuta » — “Exauditus est pro sua reverentia” (Id. V, 7). – Dio nei suoi stratagemmi di amore per l’uomo, ha ordinato il sacrificio della Messa in modo, che il pontefice il quale l’offre per riconciliarci con Dio, si unisce a formare una cosa sola con Colui al quale è offerto il Sacrificio, e con quelli per i quali è offerto; affinché questo Sacrificio riesca pienamente accetto a Dio ed efficace, la vittima si trova anch’essa nelle medesime condizioni. Quindi l’apostolo S. Giovanni scrive che « Gesù Cristo è egli medesimo propiziazione per i nostri peccati; né solo per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo » — “Ipse est propitiatio pro peccatis nostris; non prò nostris autem tantum, sed etiam prò totius mundi” ( IOANN. I, II, 2). – La santa Messa basta da sola a dare abbondante soddisfazione a Dio, perché vince infinitamente in pregio tutti i pesi dell’iniquità del mondo. Questo sacrifizio vale assai meglio a placare il Padre, di quanto sia valsa la nostra iniquità a sdegnarlo, secondo la sentenza di S. Paolo: « Dove era abbondato il peccato, sovrabbondò la grazia » — “Ubi abundavit delictum, superabundavit gratia” … (Rom. V, 20). Così grande è il Sacrificio dell’altare, che non può essere offerto ad altri fuorché a Dio solo!… Nella sua bontà infinita, Gesù Cristo ha voluto lasciare alla Chiesa visibile e indefettibile, un sacrificio visibile e permanente. Il sacrifizio della croce fu la prima Messa celebrata in questo mondo… Di che immenso amore ardeva il cuore del Salvatore, se ha voluto perpetuare ogni giorno, fino alla fine del mondo, il Sacrificio del suo corpo e del suo sangue! – Cinque sono i frutti principali che si possono raccogliere dalla santa Messa: 1° un aumento di grazie…: 2° la remissione della pena dovuta al peccato…; 3° un più facile conseguimento di ciò che si domanda…; 4° la professione di atti di fede, di speranza, di carità, di religione…; 5° chi assiste al Sacrificio della Messa, trovandosi in presenza di Gesù Cristo, non vede nessuna sua preghiera rimanere senza effetto. – In tre parti principali si divide la Messa: 1° l’offertorio; 2° la consacrazione; 3° la comunione del sacerdote. – La prima parte, che, va dalla confessione all’offertorio, è la preparazione al santo Sacrificio. Col Confiteor, atto di umiltà e contrizione, ci disponiamo al grande fatto che sta per incominciare. Col Kyrie, invochiamo il soccorso e la misericordia di Dio… Col Gloria, ne cantiamo le lodi, ed inneggiamo in suo onore… L’Oremus, unisce tutti gli astanti a pregare insieme… Col Dominus vobiscum, il sacerdote e i fedeli si augurano a vicenda i doni dello Spirito Santo… L’Epistola, ci fa comunicare coi santi dell’antica legge… Il Graduale, segna la penitenza che faceva il popolo ad esortazione di San Giovanni Battista . . . L’Alleluia, è il grido di gioia del peccatore riconciliato. .. – Il Vangelo, figura della nuova legge, ricorda la dottrina e la morale predicate da Gesù Cristo… Il segno di croce su la fronte, dice che non dobbiamo arrossire della fede; su la bocca, denota che il cristiano dev’essere prudente nelle parole e che deve discorrere frequentemente della croce di Gesù Cristo; sul petto, significa l’amore di cui deve ardere il cuore dell’uomo, per Dio; sul Vangelo, figura che bisogna annunziare e seguire Gesù crocefisso… I lumi che si portano accesi, simboleggiano la luce che il Vangelo ha sparso per il mondo… Ci leviamo in piedi, per dichiararci pronti ad obbedire agli insegnamenti del Salvatore. Segue poi la professione di fede col Credo… Ai catecumeni era solo permesso assistere a questa parte della Messa. – La seconda parte, che è la principale, la più santa, la più divina, e che costituisce propriamente il Sacrificio, parte alla quale assistevano i soli cristiani, va dall’Offertorio al Pater. L’Offertorio, così è chiamato perché allora si fa l’offerta del pane e del vino che devono essere consacrati… L’acqua che si versa nel calice, figura quella che uscì mescolata al sangue, dal costato di Gesù Cristo trafitto in croce… Il vino e l’acqua sono offerti da chi serve alla Messa, per accennare che i fedeli hanno parte nel Sacrificio… – II pane, composto di molti grani di frumento, e il vino, prodotto di molti acini d’uva, rappresentano la Chiesa composta di molte membra tratte dalla massa corrotta degli uomini, affinché siano trasformati in Gesù Cristo e più non abbiano fra tutti che un cuore ed un’anima sola. Sotto altro aspetto si può dire, che siccome il pane ed il vino formano il principale nostro nutrimento, perciò offrendo a Dio questi due prodotti, gli offriamo la nostra vita … Il prete si lava la sommità delle dita, per mostrare quanta purità si richieda per offrire il santo sacrifizio. – All’Orate fratres, il celebrante si raccomanda alle orazioni dei fedeli, affinché il sacrifizio che egli offre in unione con essi, sia ricevuto da Dio; e i fedeli rispondono che essi desiderano che le intenzioni e i voti del sacerdote si compiano… Si arriva al Prefazio, il qual nome indica preludio, preambolo. – Infatti, il prefazio è destinato a preparare gli animi alle orazioni del canone e specialmente dell’elevazione. È un canto di trionfo e di gloria, un invito ad elevarsi fino al cielo, per lodare di concerto con i cori angelici, il Dio dell’universo . . . Il Sanctus viene dal cielo; colà lo impararono e di là lo portarono in terra Isaia e Giovanni Evangelista… La parola “canone”, vuol dire regola… A d esempio di Mose, il prete tiene alzate le mani, per innalzare la terra fino al cielo e per far discendere il cielo su la terra. Nel Memento dei vivi, il sacerdote prega in nome della Chiesa, per tutti i fedeli e specialmente per coloro a cui richiesta offre il Sacrificio, e per quelli che assistono alla Messa… Siamo all’istante meraviglioso e divino della Consacrazione; l’assemblea si prostra a terra alla vista del miracolo dei miracoli . . . Un grande fiat ha luogo, e il RE dei re si trova su l’altare. .. – Il pane e il vino sono divenuti il corpo, il sangue, l’anima e la divinità di Gesù Cristo… I molteplici segni di croce fatti dal sacerdote, hanno lo scopo di ricordarci Gesù su la croce… Le sue genuflessioni indicano l’adorazione che si deve a Dio e il profondo rispetto dovuto all’augusta sua Persona… Il Memento dei morti è un ricordo delle anime purganti, una preghiera indirizzata per loro a Dio, in nome di tutta la Chiesa… Dopo questo si recita la preghiera per eccellenza, il Pater; e da questo punto comincia la terza parte della Messa. – Il sacerdote divide l’ostia sacrosanta, per imitare Gesù Cristo il quale prese del pane, lo spezzò e distribuì a’ suoi apostoli, dicendo: « Prendete e mangiate: questo è il mio corpo ». Poi lascia cadere nel calice una porzioncella dell’ostia, per indicare che la pace la quale egli ha or ora augurato ai fedeli col Pax Domini, è suggellata col sangue medesimo di Gesù Cristo… La mescolanza dell’ostia col sangue di Gesù significa: 1° l’unione di Dio con l’uomo, nell’incarnazione; 2° l’unione di Dio con l’uomo, nella santa comunione; 3° l’unione degli eletti con Dio, nel cielo… Ma per godere di questa pace così preziosa, di quest’unione così cara e gloriosa, bisogna essere mondo di peccato. Ed ecco perché il sacerdote recita l’Agnus Dei ed il Domine non sum dìgnus… Il prete si comunica; i fedeli si dispongono attorno alla sacra mensa… Il rimanente della Messa va nel ringraziare Iddio.

 5. – SIGNIFICATO DELLE VESTI SACRE. Tutto ciò che ha attinenza alla Messa, rappresenta il Sacrifizio adorabile della croce… L’amitto figura il velo che copriva il volto di Gesù Cristo quando era schiaffeggiato… ; il camice, la bianca veste di cui lo fece coprire per ischerno Erode…; il cingolo, le funi, e le catene con cui fu legato nel giardino degli Olivi e flagellato nel Pretorio … ; il manipolo, le ritorte con cui fu legato alla colonna; e si applica al braccio sinistro, più vicino al cuore, quasi per farci notare il grande amore di Gesù Cristo…; la stola, rappresenta i tre legami che lo fermarono su la croce; indica ancora il potere del ministro consacratore…; la pianeta, ricorda lo straccio di porpora di cui fu coperto il Redentore, e la tunica di cui fu spogliato e sopra cui furono messe le sorti … ; la croce che si vede figurata sopra gli abiti sacri, mette continuamente sotto gli occhi del sacerdote e degli assistenti, lo strumento del supplizio del Salvatore… Ogni ornamento dunque rappresenta una circostanza della passione e della morte di Gesù Cristo. Tutto eccita i fedeli a meditare seriamente e a piegare con fervore… Tutto inspira loro confidenza…

 6. – COME SI DEVE UDIRE LA SANTA MESSA. — 1° I fedeli devono procurare di unirsi d’intenzione col celebrante, e per ciò ricordarsi che per tre motivi principali si offre il santo Sacrifizio: 1) in rendimento di grazie per i beni ricevuti …; 2) per dare soddisfazione dei peccati commessi.,.; 3) per implorare gli aiuti e le grazie di cui abbiamo bisogno. – 2° Bisogna offrire se medesimo a Dio insieme con la vittima eucaristica. 3° Durante il santo Sacrificio è cosa utile considerare: 1) chi sia Colui al quale si offre…; 2) Colui che l’offre…; 3) Colui che è offerto…; 4) perché si offre. – 4° Poiché il Sacrificio della Messa è il memoriale dell’amore di Gesù Cristo per gli uomini, e la rappresentazione, o meglio, la rinnovazione incruenta della sua passione e morte, quale occupazione più utile e naturale, che quella di meditare, nel tempo che si offre, sui patimenti e su l’amore del Salvatore? E questo il vero mezzo di udire la messa con profitto. – 5° Bisogna assistere alla santa Messa con quel profondo rispetto interiore ed esteriore, che naturalmente provoca, in chi vi ponga mente, la vista del luogo santo, la presenza di Dio, la compagnia degli Angeli e dei fedeli e finalmente il pensiero del grande mistero che si compie … Chi è penetrato di queste verità, assisterà alla santa Messa con fede, umiltà, compunzione, timore, confidenza, ecc..

J.-J. GAUME: La profanazione della DOMENICA [lett. IV]

 J. J. GAUME: LA PROFANAZIONE DELLA DOMENICA

LETTERA IV.

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LA PROFANAZIONE DELLA DOMENICA,

ROVINA DELLA SOCIETÀ.

I.

Signore, e caro amico,

Con voi, come con ogni altro uomo abituato a riflettere, mi sarebbe sufficiente il detto precedentemente, e la mia intera tesi non ne sarebbe pertanto meno stabilita. Quando è provato che la base d’un edificio è distrutta, non è forse evidente che tutte le parti dell’edifizio sono condannate ad un’inevitabile rovina? Nulladimeno è opportunissimo di maggiormente protenderci, affine di dimostrare ai più ciechi l’influenza diretta, speciale e fatalmente irresistibile della profanazione della domenica sovra tutte le rovine enumerate dal bel principio della nostra corrispondenza. Cosi, come l’ho annunciato, profanazione della domenica vuol dire rovina della società.

II

Per quella cagione stessa, che la profanazione della domenica è la rovina della religione, essa diventa altresì la rovina della società, perché non vi è società senza religione. Ciò per due ragioni fra mille; la prima, perché non può darsi società possibile senza sacrificio dell’interesse privato all’interesse pubblico. La seconda, perché non può esistere società senza autorità. Primieramente, non esiste società possibile senza sacrificio dell’interesse privato all’interesse pubblico. Si prenda qualunque aggregazione di uomini, i quali vogliano vivere insieme, un laboratorio, per esempio: rivolgetevi voi al primo operaio, che vi capiti innanzi, e ditegli: « Il tuo vantaggio privato, la tua volontà personale, i tuoi desideri, i tuoi capricci, le tue inclinazioni sono la regola unica di tue azioni; tu non sei giammai obbligato di farne sacrificio per l’utile altrui.” — Tenete voi lo stesso linguaggio al secondo, al terzo, a tutti; ed aggiungete poi: « Ecco la vostra carta, vivete in società ». Che osservo io? L’ora del lavoro è suonata. Niuno giunge. « Perché sei tu in ritardo? » domandate voi al più diligente. « Perché ciò mi piace; la mia utilità privata è la regola suprema di mia condotta; io sono libero di farne o no il sacrificio. » Ciascuno rende la stessa risposta; gli uni lavorano, gli altri giuocano, e l’indomani il laboratorio è chiuso. Prendo l’armata S assedia una fortezza; il generale designa un reggimento per montarvi all’assalto. Questo resta immobile. « Perché non marciate voi?— Il nostro interesse personale avanti tutto, ed il nostro interesse personale è di vivere. – Non siamo cotanto folli d’andare a coprir de’ nostri cadaveri le fossa della piazza. » – Gli altri reggimenti successivamente ricevono il medesimo ordine; ognuno dà la stessa risposta. Il generale infrange la sua spada, e ratto ratto s’allontana: l’armata non sussiste più. – Finalmente prendo la società stessa. Io vedo un numero infinito di mestieri penosi, poco lucrativi, poco onorati. Ora avviene che un giorno tutti i siffatti mestieri, indettatisi, dicano: « Troppo lungamente noi portammo il peso del lavoro; ad altri la fatica, a noi il riposo ». Tutti s’abbandonano all’oziosaggine. L’aratro, diretto dalle mani intelligenti dell’aratore, non più squarcia il seno della terra; l’incudine non più risuona sotto il martello del fabbro; il legno non più si trasforma in mobili d’ogni specie sotto le dita del1’ebanista; il muratore rinuncia alla sua squadra, e l’ingessatore alla sua cazzuola, a Miei amici, perché non più lavorate voi? » Ciascheduno a suo torno, e Ma che pretendete far voi? — Niente: ci sembra cosa così buona; atteso che il nostro interesse personale sta innanzi tutto: noi non conosciamo altra legge che codesta. – Tutto al più accetteremo noi d’esser rappresentanti del popolo, prefetti, magistrati, generali, ambasciatori, e soprattutto censuari. — Questo è l’ultimo vostro motto? — Voi lo avete pronunciato. » L’indomani intendo io il cannone, che mitraglia i rivoltosi, e loro insegna con argomenti senza replica, che non havvi nessuna società possibile senza sacrificio dell’interesse privato all’interesse pubblico.

III.

Si vede, signore e caro amico, la legge dell’osservanza è la grande legge del1’umanità. Ma il mezzo d’ottener così dall’artigiano, dal soldato, dal cittadino, qualunque sia d’altronde il suo mestiere, l’arte e la professione, il sacrificio costante del suo interesse privato al pubblico interesse, sacrificio che trascina seco talora sino la rovina della sanità e l’effusione del sangue? Non se ne trova che un solo: La religione. Per qual ragione? Perché la religione sola offre nelle sue rimunerazioni eterne una compensazione sufficiente per remunerare tutti i sacrifici come i soli supplizi eterni, di cui ella minaccia i cattivi, sono sufficienti per incatenare le sfrenate passioni, le quali ruggiscono dal fondo del cuore del mortale. Egli è inutile il voler provare con ragionamenti una verità che l’esperienza delle nazioni moderne innalza al di sopra d’ogni contestazione.

IV.

Ebbene! che fa la profanazione della domenica? Più che ogni altra dottrina, più che ogni altro scandalo, essa impedisce fatalmente alla religione l’esercitar sovra il mondo questa influenza vittoriosa e necessaria alla società. Da un canto, egli è evidente che la religione non saprebbe esercitare questa influenza a meno di essere conosciuta e meditata. Ma io provai, che con la profanazione della domenica la religione non sarà mai né conosciuta né meditala. Dall’altro, non è meno evidente che la religione non può aver l’influenza, della quale noi parliamo, se in ciascuna domenica si dà una pubblica smentita agl’insegnamenti di lei intorno alla necessità del sacrificio e dell’ubbidienza, in vista delle ricompense e delle punizioni future. – Ora, che dice alle popolazioni la profanazione pubblica della domenica? « Il cielo è il piacere; l’istrumento del piacere è 1’argento; guadagnare dell’argento ad ogni costo, questa è tutta la religione. – Cosi noi lo crediamo, noi, i favoriti della fortuna, proprietari, negozianti, industriali, noi i veri Santi dell’unico paradiso. – Popolo, attendici all’opera. Per noi nessun giorno di riposo. Noi lavoriamo, e noi facciamo lavorare; noi vendiamo, e facciamo vendere; noi comperiamo, e facciamo comperare nella domenica come negli altri giorni. Fa’ come noi; il tempo è numerato; affrettati. Un giorno perduto infra la settimana ti cagiona ben cinquantadue non lievi disdette per anno. – Ma la religione interdice le opere servili in domenica, sotto pena di perdere il cielo e meritar l’inferno. — Il cielo! l’inferno! sono favolacce di vecchierella per rallegrare od ispaventare i bambini. » Ecco, Signore, quello che predica letteralmente ogni otto giorni sopra tutti i punti della Francia la profanazione della domenica. Ed in qual linguaggio? Nel linguaggio il più popolare ed il più eloquente: il linguaggio dell’esempio. E per chi? Per uomini che s’intitolano conservatori, che si dicono il gran partito dellordine; come se l’ordine non fosse il rispetto delle leggi, e come se la prima legge da rispettarsi non fosse quella ch’è il fondamento di tutte le altre, la legge divina! Se lo spirito d’accecamento e di vertigine è il precursore della caduta delle nazioni, che pensare del nostro avvenire? Ché il culto dell’oro, spinto sino al disprezzo pubblico e nazionale de’ precetti e dogmi del Cristianesimo, tutte le speranze del mortale concentrate in sulla terra, la voluttà presentata come l’oggetto supremo della vita; conoscete voi nulla di più incompatibile collo spirito di sacrificio indispensabile alla società? Nulla che l’assalga più direttamente? Nulla che l’uccida più infallibilmente? Tale è nientedimeno la profanazione della domenica. – Ho sragionato io nel segnalarvela come la rovina della società? Sragiono io aggiungendo che non havvi mezzo più sicuro e più pronto per materializzare una nazione, e trarla ai socialismo? Ponete niente in effetti alle conseguenze, le quali le classi artigiane hanno dedotto da questo scandaloso sermone. Bramose de’ godimenti, ed incapaci di pervenire pel lavoro al paradiso della voluttà, esse hanno pensato: « poiché il cielo e 1’inferno della religione non sono che paroloni, il nostro destino si compie adunque qui basso. Il lavorìo è penoso, è ingrato, il tempo è breve. Mentre che noi sudiamo curvati all’opera, se ne trovano di quelli che si riposano; se la godono frattanto che noi soffriamo. Cosa di più ingiusto, che gli uni siano affatto agiati, e gli altri in pieno disagio? La giustizia è di spartire, spartiamo !!!». – Di somigliante maniera procede la logica de’ popoli. Chi oserà dire, ch’essa non è rigorosa, e negherà cotesta proposizione; se la profanazione della domenica non diventa la madre del socialismo, essa ne diviene la nutrice?

V.

Io ho indicato, in sul principio di mia lettera, una seconda ragione, per cui la profanazione della domenica è la rovina della società, cioè che non havvi società senz’autorità. Egli è troppo evidente, che se in un laboratorio, in una famiglia, in una nazione, ognuno vuole esser padrone, havvi niuna società possibile. È necessaria un’autorità, e dappertutto. Ma che cosa è l’autorità? È il diritto di comandare, il diritto di essere ubbidito. Donde viene al mortale il diritto di comandare? Da se stesso? Mai no; imperocché tutti gli uomini sono uguali per natura. Dalla società? Neppure; perché la società, non essendo che una riunione di persone, non ha per se stessa un maggior diritto di comandare che un solo uomo. Se la radice del diritto si trovasse in essa, la regola del male e del bene somigliantemente vi si ritroverebbe. Farebbe d’uopo ammettere come vero il mostruoso sofisma di Rousseau, e dire, che il popolo è la sola autorità, che non abbisogna punto daver ragione per legittimare i suoi atti. Senza dubbio la società può parlare a nome della forza, ma la forza sola non è essa l’autorità: cotesto è il dispotismo. Da chi proviene adunque l’autorità ed ogni specie d’autorità? Essa discende da Dio, e da Dio solo: Non vi è potestà se non da Dio (Rom. XIII). In questo motto, uno dei più importanti delle nostre divine scritture, è la ragione del diritto. Sì, ogni specie d’ autorità deriva dall’Ente Supremo: autorità sacerdotale, autorità regale, autorità legislativa, autorità giudiziaria, autorità paterna: Non v’è potestà se non da Dio. Sempre che un mortale, qualsiasi il nome suo, sacerdote o re, parlamento, senato, tribunale, padre, guardia campestre, viene a darmi ordini, se non ascolto io nella sua voce quella dell’Altissimo, io mi ribello. Io grido dispotismo, e se costei mi carica di ferri, io non anelo che il momento di sciogliermene, e di romperli in sulla testa di lei. Dunque è cosa d’un’evidenza palpabile, che tutti gli uomini depositari a una autorità qualunque, che tutti i cittadini, a quali l’autorità è tanto necessaria, quanto il pane, non hanno dovere più sacro che di far rispettare, e di rispettare essi medesimi l’autorità di Dio; altrimenti tutte le altre autorità perdono la loro potenza, poiché esse perdono il loro diritto: e, senz’autorità, la società é impossibile.

VI.

Non ammirate voi qui la semplicità delle nostre buone persone, de nostri buoni rappresentanti, de’nostri buoni proprietarj, de1 nostri buoni borghesi, di tutti coloro, i quali infra noi tengono qualche cosa da conservarsi? Voi non v’imbatterete neppure in uno, che non si lamenti intorno allo spirito generale d’insubordinazione, di rivolta, di cupidità, di gelosia e di disprezzo per qualunque autorità; che ci minaccia ciascun giorno, e quasi ad ogni ora del giorno, d’un cataclisma spaventoso: e tutto nell’esprimere le sue doglianze e i suoi sbigottimenti, voi vedete quello stesso buon uomo strisciare colla sua condotta il poco dell’autorità, che a lui rimane, distruggendo al cospetto de’ suoi domestici, de’ suoi figliuoli, de’suoi amici, l’autorità di Dio e della sua Chiesa. Conservatore di nome, come non s’avvede che esso è rivoluzionario di fatto e rivoluzionario de’peggiori? Si può mai perdere talmente il senno di non più comprendere che l’unico mezzo per ottenere il rispetto de’ suoi inferiori, esso è di rispettare egli stesso i suoi superiori?

VII.

Presentemente, signore e caro amico, io a voi domando che cosa è quella profanazione della domenica, pubblica, generale, abituale, come da sessantanni ce ne offerisce ogni otto giorni la Francia lo spettacolo? Non è codesta quel disprezzo pubblico, generale, abituale, nazionale dell’autorità del Creatore, dell’autorità di Dio, in un punto fondamentale, rispettato religiosamente da tutte le nazioni civilizzate? E voi volete che il popolo, al quale si dona ciascuna settimana codesta lezione pubblica di disprezzo insolente per l’autorità dell’Altissimo, fondamento di ciascheduna altra, voi volete che questo popolo ne rispetti niuna? Che direte voi d’un armata, i cui uffiziali d’ogni grado dessero ogni domenica l’esempio di disprezzo per 1’autorità del generale in capo, ricusando palesemente d’ubbidire a’ comandi di lui, operando eglino stessi, e lasciando operare a’ loro soldati positivamente il contrario? Voi direte e con dirittura, che codesta armata precipita nell’anarchia. Voi direte che gli ufficiali, calpestando l’autorità del loro capo, scrollano la propria; voi direte che se nelle giornate di rivolta vengono insultati e infamemente cacciati, costoro non fanno che troppo raccogliere ciò che hanno seminato.

VIII.

Questo ragionamento s’applica perfettissimamente alla profanazione della domenica, e porta questa necessaria conseguenza, cioè: che esponendo in ciascuna settimana al disprezzo delle popolazioni l’autorità dell’Ente Supremo, la profanazione della domenica vi espone tutte le altre, le scuote violentemente tutte nella loro base, e trascina inevitabilmente alla rovina della società, di cui l’autorità è la condizione indispensabile. Tale è l’estremità fatale alla quale noi tocchiamo. – Ai giorni nostri niuna autorità più sussiste, e si venera presso de’ popoli: né autorità pontificale, né autorità reale, né autorità legislativa, né autorità paterna. – Una volta divenuti audaci a portare il martello sopra le fondamenta dell’edificio, questo mondo ha tutto rovesciato e continua a percuotere; e in luogo d’una gerarchia regolare, si vede agitarsi verso d’un brutale livello uno strupo di atomi umani, istigati per un desiderio sfrenato delle voluttà, che niuna possanza umana non può né moderare, né soddisfare. Donde origina codesta anarchia formidabile che spinge l’universo alla barbarie? Dall’adorazione della materia e dal disprezzo dell’autorità? Qual n’è insieme l’eccitatore il più popolare e il segno il più espressivo di codesta adorazione e di cotesto disprezzo? Io non esito neppure un istante a rispondere: esso è la profanazione della domenica; poiché godere e disprezzare, tale è la sua significazione. Tale è similmente, io lo so, la significazione di tutti i discorsi, di tutte le parole, di ogni atto privato, o pubblico contro la legge divina; ma ogni discorso non vien letto, ogni parola non viene intesa, ogni atto privato non vien notato, ogni atto pubblico non è permanente. – Non altrimenti succede della profanazione francese della domenica. Ognuno la ragguarda, ognuno la comprende, e ciò costantemente; stante che in ciascuna settimana essa innalzi la voce, e da una estremità all’altra della Francia, essa gridi all’intero popolo: godi e disprezza! – Questo non è tutto: non solamente la profanazione della domenica discioglie direttamente la società, poiché essa è una rivolta aperta contro l’autorità, ed un premio elargito all’adorazione della materia, ma ancora poiché essa è la cagione d’innumerevoli attacchi contra ogni sorta d’autorità. – L’osteria è la conseguenza inevitabile delle opere servili nella domenica. – Che cosa è l’osteria sotto il punto di vista del rispetto dell’ autorità e della pubblica tranquillità? L’osteria è il conciliabolo in permanenza; non una autorità divina od umana che non vi venga oppugnata, sbertata, satireggiata, gettata nel fango dell’orgia. Ora, si computano in Francia 332,000 osterie. La profanazione della domenica riempie pertanto ciascun lunedì 332,000 conciliaboli in ogni angolo della Repubblica. Con ciò, ditemi voi se un popolo possa governarsi? Senz’aspettare la vostra risposta, io affermo, che non vi è società, la quale resista ad una simile macchina di guerra.

 IX

Perciò io mi domando, se i personaggi aventi dovere di difenderci sappiano dirittamente ciò che per una nazione cristiana significhino questi due motti: rovina della società. Riflettendo all’indifferenza degli uni ed all’inintelligenza degli altri, è permesso dubitarne, e siffatto dubbio non è quello che abbiasi di meno spaventoso nella nostra situazione. Che prometterci d’un ammalato, cui il medico si contenta di compiangere, e del quale ignora o la natura del male, o la natura del rimedio necessario alla guarigione di lui? Or bene! bisogna confessarlo, il male che ci divora sta nelle anime; la sola religione può guarirlo; la profanazione della domenica è la rovina della religione; la rovina della religione è la rovina della società. Dal che, la rovina della società né solamente ci sospinge al paganesimo, ma alla barbarie ci strascina. – Somigliantemente a quella degl’individui, la caduta delle nazioni si misura dall’altezza delle verità e delle grazie, di cui esse abusano; “corruptio optimi pessima, la corruzione dell’ottimo è pessima. Se, per avere abusato de’ lumi della rivelazione primitiva, il mondo antico dovette cadere nell’abbiezione del paganesimo; il mondo attuale, disprezzatore superbo de’ lumi del Vangelo e del sangue del Calvario, deve precipitare più basso che nel paganesimo: egli deve ingolfarsi sin nella barbarie. Di già cotesta barbarie, pure senza esempio nella storia, invade le idee. E necessario che le più grandi intelligenze dell’epoca prendano seriamente la difesa della verità e dei diritti i più elementari d’ogni società. Diritti e verità che furono sempre mai sacri presso i popoli pagani, che lo sono tuttora presso le nazioni barbare, e per anco presso le orde selvatiche. Iddio, la distinzione del bene e del male, la famiglia, la proprietà, l’uomo. Per lo che, quando la barbarie s’impadronisce delle idee, il suo passaggio né costumi e né fatti non è più che una questione de’ tempi. Quando dalla cima delle alte vette, dove si formò, il torrente impetuoso è di già disceso a metà della montagna, siatene sicuro, eccetto un prodigio, esso rapidamente allagherà la pianura. – Ecco quello, che ci minaccia, quello che ci coglierà altrettanto infallibilmente, quanto la notte all’occaso del sole, se non studiamo solleciti d’innalzare il solo riparo capace di prevenire l’estrema catastrofe. Quest’argine è la fede; e quello che deve essere l’applicazione immediata, l’applicazione sociale della fede, egli si è la santificazione della domenica. L’assemblea lo comprende ella? — Gradite, ecc.

 

MERCOLEDÌ’ DELLE QUATTRO TEMPORA

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[Dom Gueranger: l’“Anno liturgico”, vol 1]

La Chiesa pratica in questo giorno il digiuno chiamato delle Quattro Tempora, il quale si estende anche al Venerdì e al Sabato seguenti. Questa osservanza non appartiene punto all’economia dell’Avvento; essendo una delle istituzioni generali dell’Anno Ecclesiastico. Si può annoverare nei numero delle usanze che la Chiesa ha derivate dalla Sinagoga; poiché il profeta Zaccaria parla di digiuno del quarto, del quinto, del settimo e del decimo mese. L’introduzione di tale pratica nella Chiesa cristiana sembra risalire ai tempi apostolici; questa è almeno l’opinione di san Leone, di sant’Isidoro di Siviglia,, di Rabano Mauro e di parecchi altri scrittori dell’antichità cristiana: tuttavia, è da notare che gli Orientali non osservano tale digiuno. – Fin dai primi secoli, le Quattro Tempora sono state fissate, nella Chiesa Romana, alle epoche in cui si osservano ancora attualmente; e se si trovano parecchie testimonianze dei tempi antichi nelle quali si parla di Tre Tempora e non di Quattro, è perché le Tempora di primavera, cadendo sempre nel corso della prima Settimana di Quaresima, non aggiungono nulla alle osservanze della Quarantena già consacrata a un’astinenza e a un digiuno più rigorosi di quelli che si praticano in qualsiasi altro tempo dell’Anno. –

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Le intenzioni del digiuno delle Quattro Tempora sono nella Chiesa le stesse che nella Sinagoga: consacrare cioè, mediante la penitenza, ciascuna delle stagioni dell’anno. Le Tempora dell’Avvento sono conosciute, nell’antichità ecclesiastica, sotto il nome di Digiuno del decimo mese; e san Leone ci riferisce, in uno dei Sermoni che ci ha lasciati su tale giorno e di cui la Chiesa ha posto un frammento nel secondo Notturno della terza Domenica di Avvento, che questo periodo è stato scelto per una manifestazione speciale della penitenza cristiana, poiché, essendo allora terminata la raccolta dei frutti della terra, é giusto che i cristiani mostrino al Signore la loro riconoscenza con un sacrificio di astinenza, rendendosi tanto più degni di accostarsi a Dio, quanto più sapranno dominare l’attrattiva delle creature; «poiché – aggiunge il santo Dottore – il digiuno è sempre stato l’alimento della virtù. Esso è la fonte di pensieri casti, di risoluzioni sapienti, di consigli salutari. Mediante la mortificazione volontaria, la carne muore ai desideri della concupiscenza, lo spirito si rinnova nella virtù. Ma poiché il digiuno non ci basta per acquistare la salvezza delle nostre anime, suppliamo al resto con opere di misericordia verso i poveri. Facciamo servire alla virtù quello che togliamo al piacere; e l’astinenza di colui che digiuna divenga il nutrimento dell’indigente ». – Prendiamo la nostra parte di questi avvertimenti, noi che siamo i figli della santa Chiesa; e poiché viviamo in un’epoca in cui il digiuno dell’Avvento non esiste più [grazie all’impegno delle pseudo-autorità moderniste –ndr.-], impegniamoci con tanto più fervore a soddisfare il precetto delle Tempora, in quanto questi tre giorni a cui va aggiunta la Vigilia di Natale, sono gli unici nei quali la disciplina della Chiesa ci impone in modo preciso, in questa stagione, l’obbligo del digiuno. Rianimiamo in noi, con l’aiuto di queste lievi osservanze, lo zelo dei secoli antichi, ricordandoci sempre che se per la venuta di Gesù Cristo nelle nostre anime é soprattutto necessaria la preparazione interiore, tale preparazione non potrà essere vera in noi, senza manifestarsi all’esterno attraverso le pratiche della religione e della penitenza. – Il digiuno delle Quattro Tempora ha ancora un altro fine oltre quello di consacrare, con un atto di pietà, le diverse stagioni dell’Anno; esso ha un legame intimo con l’Ordinazione dei Ministri della Chiesa, che riceveranno la consacrazione il sabato, e la cui proclamazione aveva luogo un tempo davanti al popolo nella Messa del Mercoledì. Nella Chiesa Romana, l’Ordinazione del mese di Dicembre fu celebre per lungo tempo; e sembra, secondo le antiche Cronache dei Papi, che, salvo casi del tutto eccezionali, il decimo mese sia stato per parecchi secoli il solo in cui si conferivano i sacri Ordini in Roma. I fedeli debbono unirsi alle intenzioni della Chiesa, e presentare a Dio l’offerta dei loro digiuni e delle loro astinenze, con lo scopo di ottenere degni Ministri della Parola e dei Sacramenti, e veri Pastori del popolo cristiano. – Nel Mattutino, oggi la Chiesa non legge nulla del profeta Isaia; si contenta di ricordare il passo del Vangelo di san Luca nel quale é narrata l’Annunciazione della Santa Vergine, e legge quindi un frammento del Commento di sant’Ambrogio su quello stesso passo. – La scelta di questo Vangelo, che è lo stesso della Messa, secondo la usanza di tutto l’anno, ha dato una particolare celebrità al Mercoledì della terza settimana di Avvento. Si può vedere, da antichi Ordinari in uso presso parecchie e insigni Chiese, tanto Cattedrali che Abbaziali, come si trasferissero le feste che cadevano in questo Mercoledì; come non si dicessero in tale giorno in ginocchio le preghiere feriali; come il Vangelo Missus est, cioè quello dell’Annunciazione, fosse cantato nel Mattutino dal Celebrante rivestito da una cappa bianca, con la croce; i ceri e l’incenso, e al suono della campana maggiore; e come, nelle Abbazie, l’Abate dovesse tenere una omelia ai Monaci, allo stesso modo che nelle feste solenni. È appunto a tale usanza che siamo debitori dei quattro magnifici Sermoni di san Bernardo sulle lodi della Santa Vergine, e che sono intitolati: Super Missus est. La Stazione ha luogo a Santa Maria Maggiore, a motivo del Vangelo dell’Annunciazione che, come si è visto, ha fatto per così dire attribuire a questo giorno gli onori d’una vera Festa della Santa Vergine.