AL SACRO ED IMMACOLATO CUORE DI MARIA

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AL SACRO ED IMMACOLATO CUORE DI MARIA:

PER LA CONVERSIONE DEI PECCATORI.

[da il Manuale di Filotea del sac. G. Riva, XXX ediz., Milano 1888]

Questa festa fu istituita in conseguenza delle grazie d’ogni maniera, e specialmente delle tante strepitose conversioni dei peccatori più indurati, appena si fece ricorso a Maria Immacolata, o si fece devoto uso della Medaglia che la rappresenta, e che fino dal 1830, cominciò a denominarsi miracolosa. Dove esiste la relativa Confraternita, unita colla Arciconfraternita di santa Maria delle Vittorie in Parigi [attualmente riaperta da S. S. GREGORIO XVIII -ndr.-], oltre la solennissima universal festa dell’Immacolata Concezione di Maria l’otto dicembre, si celebra pure nella Domenica avanti la settuagesima, o riparazione dei tanti scandali e disordini del carnevale, una festa speciale in onore del sacro Immacolato suo Cuore, facendovi precedere una devota Novena in cui si recitano le seguenti Orazioni, che possono usarsi in ogni tempo per ottenere le conversione o dei peccatori in genere, o di qualcheduno in particolare.

I – O Cuor Immacolato di Maria, irradiato sempre dal sole di Giustizia, Gesù, vibrate un raggio di vostra luce divina nel cuore di quegli infelici che vivono immersi nelle tenebre del peccato, e scoprite loro l’enormità delle loro colpe, e la via di uscire con sicurezza e senza dilazione. Ave.

II – O Cuor Immacolato di Maria, dolce rifugio dei poveri peccatori, deh, quanti di essi per la vostra intercessione, già provano i salutevoli strazii di quei rimorsi che sono i primi frutti di quella divina grazia di cui voi siete la Madre. Ah, cara Madre, compite l’opera che avete incominciato, e riduceteli fiduciosi e dolenti al vostro Figlio Gesù. Ave.

III – O Cuore Immacolato di Maria, Cuore, ahi, trafitto in mille volte dall’acutissima spada del peccato! Deh, per pietà, ottenete a quegli sgraziati che hanno di bel nuovo crocifisso il vostro divin Figlio, un dolore profondo delle loro colpe, e la grazia di non peccare mai più. Ave.

.IV – O Cuore Immacolato di Maria, più candido della neve, più splendente del sole, deh, vi commuova lo stato lacrimevole di quegli infelici che gridano all’impotenza d’uscire da quella schiavitù in cui sono stretti stretti dalle loro basse e ree passioni. Ah, cara Madre, voi che siete la Vergine Potente per eccellenza, spezzate voi quelle catene per le quali il demonio tenta di trascinarli all’eterna rovina. Ave.

.V – O Cuore Immacolato di Maria, che per i miseri peccatori avete tanto patito con Gesù là sul Calvario, esposto agli scherni di quella plebe sfrenata, Voi che conoscete quanto timido e fiacco sia lo spirito dell’uomo, deh, ajutate gli infelici traviati a vincere gli umani rispetti, e disprezzar le beffe e le derisioni degli ostinati libertini, onde possano stringersi al vostro Cuore materno per non separarsene mai più. Ave.

VI – O Cuore Immacolato di Maria, il più tenero e compassionevole per noi, che deste a Gesù quel sangue che egli tutto versò sulla croce per lavare d’ogni colpa le anime nostre, deh, lavate anche Voi le anime di tutti i peccatori in questo bagno salutare, aiutandoli ad accostarsi al sacramento della Penitenza col cuore penetrato dal più profondo dolore delle loro colpe. Ave.

VII – O Cuore Immacolato di Maria, tempio della Divinità, tabernacolo del divin Verbo, trono luminoso di gloria, santuario di tutte le grazie, deh, fate che dalle anime di tutti i cristiani spariscano le nere macchie del peccato, e splendente rifulga d’ogni più bella luce il soave raggio della grazia, onde così sian fatti degni di ricevere il vostro figlio Gesù. Ave.

VIII – O Cuore immacolato di Maria, sorgente di ogni grazia, albergo delle più elette virtù, deh, fate che nelle anime ravvedute risplendano le cristiane virtù della Fede, della Speranza, della carità e della Religione; perché così ornate di tanta bellezza, vengano loro da Voi aperto un giorno le beate porte del Paradiso. Ave.

IX – O Cuore immacolato di Maria, speranza dei fedeli, delizia del cielo, le passate infedeltà fanno tremare quei benedetti che già risorsero alla grazia. O Regina del Cielo e della terra, o caro Rifugio dei peccatori, deh! continuate ancora il vostro ministero di misericordia e d’amore, col non lasciarli dipartire da Voi mai più. Voi siate la Madre della santa perseveranza. Deh, fate loro adunque da Madre: correggeteli, castigateli, ma teneteli sempre nel vostro cuore santissimo ed immacolato! Ave, Gloria.

Orazione

Per il sacro Cuor di Maria

Deus, qui beatæ Mariæ semper virginis Cor Sanctisissimum spiritualibus gratiæ donis cumulasti, et ad immagine divini Cordis Filii tui Jesu Christi charitate et misericordia plenum osse voluisti, concede: ut qui hujus duicissimi Cordis memoriam agimus, fideli virtutum ipsius imitatone, Christum in nobis exprimere valeamus. Qui tecum vivit etc.

Per la Conversione dei Peccatori.

Deus, misericors et clemens, exaudi preces quas pro fratribus pereuntibus, gementes in conspectu tuo, effundimus; ut converse ab errore viæ suæ, liberentur a morte, ut ubi abundavit delictum superabundet et gratia.

Altra per la Conversione dei Peccatori

Deus, cui proprium est misereri semper et parcere, suscipe deprecationem nostram; et omnes famulos tuos, quos delictorum catena constringit, miseratio tuæ pietatis clementer absolvat. Per Dominum etc.

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ORAZIONE A MARIA IMMACOLATA.

O gloriosa trionfatrice dell’infernal serpente, che con occhio di speciale predilezione riguardate tutti coloro che devotamente vi ossequiano nel più onorifico fra tutti i misteri, il vostro immacolato Concepimento, volgete i vostri occhi misericordiosi sopra di noi che Vi veneriamo colla fronte per terra per sì adorabile prerogativa, che non fu, e non sarà mai concessa ad altra creatura, voi siete propriamente quella femmina singolare in cui dalla pianta dei piedi infino al sommo de capo non si trova macchia veruna: voi quel Fonte sigillato le cui acque non furono mai intorbidate dal minimo moto men santo; voi quell’Orto sempre chiuso in cui nessun uomo nemico poté mai seminare la zizzania; voi quella mistica Porta per cui non passò mai altri che Dio, affine di rendervi sempre più grande col farvi sua Genitrice nel tempo e arbitra tra i suoi tesori nell’eternità. Deh! per quella fedeltà inalterabile con cui corrispondeste mai sempre a tutti i doni del cielo; per quella pietà veramente celeste con cui appié della croce, dopo averci col sacrificio inestimabile del vostro divino Unigenito rigenerati alla grazia, ci adottaste in vostri figliuoli per quell’illimitato notere onde vi ha rivestito nel cielo Chi volle esservi suddito sopra la terra, otteneteci, ve ne preghiamo, di non contristar mai col peccato il vostro amabilissimo cuore e quello del vostro Gesù, che furono per noi già trafitti dalla spada mistica del dolore, di corrisponder sempre fedelmente alle sue ed alle vostre misericordie, e di perseverare così bene nell’adempimento de’ vostri voleri, da assicurarci per tutti i secoli la partecipazione della vostra grazia di continuo dispensate a tutto il mondo, così ci metton in cuore la consolante speranza d’essere sempre favoriti dalla vostra speciale assistenza, mentre noi di tutto cuore protestiamo che ci faremo sempre un dovere d i amarVi qual nostra Madre, di ossequiarVi qual nostra Regina, d’invocarVi qual nostra Avvocata, e di imitarVi a tutto potere siccome nostro Esemplare. La grazia che vi domandiamo non può essere più conforme ai vostri desiderj; siateci dunque cortese del sospirato esaudimento.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE IL MODERNISTA APOSTATA DI TORNO: TAMETSI FUTURA

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S. S. LEONE XIII

Diceva qualcuno, che tutto ciò che procura piacere: o è proibito, o fa male alla salute, o è peccato. Si sbagliava di grosso … c’è un piacere che non incorre in queste censure, è lo studio del Magistero della Chiesa. Un esempio lampante ci viene offerto da questa Enciclica che oggi proponiamo all’attenzione del lettore, “Tametsi futura” di S. S. Leone XIII, un nettare di pura dottrina cattolica, così lontano dal letame modernista delle elucubrazioni demenziali edulcorate dalla demagogia populista che copre il veleno gnostico-satanico di recenti allucinati documenti spacciati spudoratamente come cattolici da false e sacrileghe pseudo-autorità. Qui, ancora una volta si ricorda opportunamente che per accedere alla vita eterna sono indispensabili due condizioni imprescindibili: la Fede in Gesù, Cristo, e l’appartenenza alla Chiesa Cattolica, quella “vera” … Una, Santa, Cattolica ed Apostolica. Eccone un passaggio chiave: “ … quindi chiunque presume di giungere alla salvezza al di fuori della Chiesa percorre una via sbagliata, e si sforza invano …”. E questo vale non solo per la salvezza dell’anima, ma pure per la sopravvivenza ed il benessere dei popoli, che dipendono ugualmente dal “vero”: “… dunque, se si cerca il vero, l’umana ragione obbedisca anzitutto a Gesù Cristo e sicura riposi nel suo Magistero poiché per bocca di Cristo è la Verità stessa che parla”. Perché un popolo possa prosperare e vivere felice serenamente e liberarsi dei vari Barabba che lo opprimono, non serve che si affidi a scarabocchi su pezzi di carta con matite cancellabili, ma le piena accettazione della Regalità di Cristo! – Un colpo duro va pure, con senso profetico illuminato, ai falsi cristiani odierni e ai falsi prelati chi li guidano [… ciechi alla guida di ciechi] poiché: “… si propongono un cristianesimo secondo i loro gusti”, e che invece di parlare solo dei “diritti dell’uomo” … “si parli loro anche dei diritti di Dio”. Ma non roviniamo il piacere della lettura e dello studio, si sappia solo che questo piacere: 1) fa bene al corpo e all’anima, 2) non è proibito, se non dai giudeo-massoni, dagli atei neo-pagani, dai modernisti, e 3) non è peccato, anzi serve a prevenirlo e a combatterlo. Ci si abbeveri allora del nettare di Dio, alla fonte della vera Sapienza e della Verità! “Tametsi futura prospicientibus, vacuo a sollecitudine animo

 

Leone XIII

Tametsi futura

“De Jesu Christo redemptore”

[Gesù Cristo Redentore]

Lettera Enciclica

1 novembre 1900

Sebbene non sia possibile guardare all’avvenire con l’animo scevro da inquietudine, e diano anzi non poco a temere le molte e inveterate cause di mali di ordine privato e pubblico, tuttavia per divino favore, questi ultimi anni secolo sembra abbiano emesso qualche raggio di speranza e di conforto, perché non si deve credere che non conferisca al bene comune la rinascente cura degli interessi dell’anima, il ravvivarsi della fede e della cristiana pietà; e che tali virtù vadano effettivamente rinverdendo e riprendendo vigore presso molti, appare da segni assai manifesti. Anche in mezzo alle lusinghe del mondo e nonostante gli ostacoli che la pietà trova intorno a sé da ogni lato, ecco che, ad un solo cenno del Papa, convengono da ogni parte a Roma, alle soglie dei santi Apostoli, folte schiere: cittadini e forestieri uniti adempiono pubblicamente le pratiche religiose, e fidenti nell’indulgenza offerta dalla Chiesa, ricercano più diligentemente i mezzi di salvezza eterna. E non è inoltre commovente questa pietà particolarmente fervida, come da tutti si può vedere, verso il Salvatore del genere umano? Senza dubbio sarà giudicato degno dei migliori tempi cristiani questo fervore, che dall’alba al tramonto infiamma migliaia di anime, in consonanza di volontà e pensiero, ad acclamare ed esaltare il Nome e le glorie di Gesù Cristo. E piaccia al cielo che queste fiamme erompenti di rinnovato fervore della Religione avita divampino in un vasto incendio, e che l’edificante esempio di molti attragga tutti gli altri. Il ritorno completo della società allo spirito cristiano e alle antiche virtù non è forse il maggior bisogno dei tempi moderni? Vi sono altri, troppi, che tengono chiuse le orecchie e non vogliono udire l’ammonimento di questo risveglio religioso, Ma, “se conoscessero il dono di Dio”, se pensassero, che non vi è disgrazia più grande che l’aver abbandonalo il Salvatore del mondo, e l’aver deviato dai costumi e dagli insegnamenti cristiani, certo si scuoterebbero anch’essi e si affretterebbero tornando sui loro passi, ad evitare una sicura rovina. – Orbene, custodire e dilatare sulla terra il regno del Figlio di Dio, e adoperarsi con tutte le forze per condurre a salvezza l’umanità mediante la partecipazione ai benefici divini, è compito della Chiesa, compito così grande e così proprio di lei, che a questo principalmente è ordinata tutta la sua autorità e il suo potere. A tale scopo Ci sembra di aver fino ad oggi indirizzate le maggiori cure possibili nell’arduo e travagliato esercizio del sommo pontificato; e quanto a voi, venerabili fratelli, è certo che Ci secondano in questo, di continuo, le sollecitudini del vostro zelo vigile e operoso. Ma dobbiamo, Noi e voi, data la condizione dei tempi, sforzarci di fare di più, e specialmente ora, che ce ne offre l’opportunità l’anno santo, diffondere più largamente la conoscenza e l’amore di Gesù Cristo, ammaestrando, persuadendo, esortando. Possa la nostra voce essere ascoltata, non tanto, diciamo, da coloro che sono soliti porgere docile orecchio agli insegnamenti cristiani, quanto da tutti gli altri, immensamente infelici, che conservano il nome di cristiani, ma conducono una vita senza fede, senza amore per Cristo. Di questi soprattutto Noi sentiamo compassione; questi singolarmente vorremmo che riflettessero a quello che fanno, e a ciò che li attende, se non si ravvedono. – Non aver mai, in alcun modo, conosciuto Gesù Cristo è somma infelicità, tuttavia non è perfidia né ingratitudine: ma ripudiarLo o dimenticarLo dopo averLo conosciuto, questo è un delitto tanto spaventoso e insano da sembrare appena credibile possa avverarsi in un uomo. Cristo infatti è il principio e l’origine di tutti i beni: e come non era possibile riscattare il genere umano senza l’opera benefica di Lui così non è possibile conservarlo nel bene senza il concorso della sua grazia: “Non c’è in nessun altro salvezza, E non c’è altro nome sotto il cielo dato agli uomini in virtù del quale possiamo salvarci” (At IV,12). – Quale sia la vita umana dove manca Gesù, “virtù di Dio e sapienza di Dio”, quali siano i costumi, a quale disperato termine si arrivi, non ce lo mostrano abbastanza col loro esempio i popoli privi della luce cristiana? Basta richiamare un poco alla mente l’Immagine, che di loro ha tratteggiata Paolo (cf. Rm I): cecità d’intelletto, peccati contro natura, mostruose forme di superstizioni e libidini, perché ognuno si senta subito ripieno di compassione e insieme di orrore. – Le cose che qui ricordiamo sono conosciute da tutti, ma non da tutti meditate e considerate. Non sarebbe altrimenti così grande il numero degli sviati dalla superbia o dei rattrappiti dall’indolenza, se più universalmente si coltivasse la memoria dei divini benefici e si meditasse più spesso da dove Cristo ha tratto l’uomo e fin dove lo ha innalzato, Diseredata ed esule già da lunghi secoli, l’umanità precipitava in perdizione ogni giorno, immersa in quei spaventosi guai e in altri mali causati dal peccato dei progenitori, e nessuna potenza umana avrebbe potuto sanarli, dopo comparve Cristo Signore, il Liberatore inviato dal cielo, Dio medesimo Lo aveva promesso fin dal principio del mondo, come Colui che avrebbe un giorno vinto e domato il “serpente”; per questo alla sua venuta erano rivolte le ansiose brame dei secoli che seguirono. I vaticini dei profeti avevano per lungo tempo e chiaramente predetto che in Lui era riposta ogni speranza; ed anzi le vane vicende di un popolo eletto, le sue imprese, le istituzioni, le leggi, le cerimonie, i sacrifici avevano con precisione e chiarezza preannunciato che in Lui il genere umano avrebbe trovato piena e intera salvezza, in Lui che era predetto sacerdote e insieme vittima espiatoria, restauratore della libertà umana, principe della pace, maestro di tutte le genti, fondatore di un regno che non avrebbe mai avuto fine. Sotto questi titoli, immagini e vaticini, vari nella forma, ma concordi nell’oggetto, era designato unicamente Colui, che, per l’eccessiva sua carità con cui ci amò, si sarebbe un giorno immolato per la nostra salvezza, Infatti, quando giunse il tempo da Dio prestabilito, l’unigenito Figlio di Dio, fatto uomo, soddisfece, per gli uomini, col proprio sangue, in maniera sovrabbondante, la maestà offesa del Padre, e fece così proprietà sua il genere umano riscattato a così alto prezzo, “Non a prezzo di cose corruttibili, oro o argento, siete stati riscattati;… ma col sangue prezioso di Cristo, come di agnello immacolato e senza difetto” (1Pt I, 18-19). E così fece nuovamente suoi, con pieno diritto, per averli veramente e propriamente redenti, tutti gli uomini che già erano soggetti alla sua potestà e al suo impero, poiché Egli è di tutti Creatore e Conservatore. “Non appartenete a voi stessi; infatti siete stati comprati a caro prezzo” (1Cor VI, 19-20). Per questo tutte le cose sono state instaurate da Dio in Cristo. “Il mistero della sua volontà, secondo il disegno che si era proposto e da eseguire nella pienezza dei tempi, di ricapitolare in Cristo tutte le cose” (Ef I, 9-10), Non appena Gesù ebbe tolto il chirografo del decreto della nostra condanna, affiggendolo alla croce, subito si placò l’ira divina; furono sciolti i vincoli dell’antica schiavitù all’umanità confusa ed errante, Dio fu riconciliato, restituita la grazia, riaperto l’adito all’eterna beatitudine, conferito il diritto e offerti i mezzi per conseguirla. Allora, come risvegliato da un lungo e mortale letargo, l’uomo scorse il lume della verità desiderata per tanti secoli e invano cercata; allora conobbe, principalmente, di essere nato per destini molto più alti e molto più degni di quanto non siano le cose sensibili, fragili e caduche, alle quali fino allora aveva indirizzato unicamente i suoi pensieri e i suoi desideri; e riconobbe che questo è il carattere costitutivo della vita umana, questa la legge suprema, e che il fine a cui tutto deve essere indirizzato è in questa direzione, perché da Dio usciti, a Dio dobbiamo un giorno ritornare. Suscitata da questo principio e fondamento, si ridestò la coscienza della dignità umana; i cuori accolsero il sentimento della fratellanza comune, e, come naturale conseguenza, doveri e diritti furono in parte perfezionati, in parte rinnovati e nello stesso tempo si ebbe un fiorire di tali virtù, quali nessuna delle antiche filosofie avrebbe potuto immaginare. Per questo presero altro indirizzo i pensieri, le azioni e i costumi; una volta diffusa l’ampia conoscenza del Redentore, una volta immessa nelle intime vene della società la virtù di lui, vincitrice dell’ignoranza e degli antichi vizi, ne seguì quel capovolgimento di cose che diede vita alla civiltà cristiana e trasformò completamente la faccia della terra. – A tali ricordi, venerabili fratelli, si sente nell’animo una immensa consolazione, e insieme un vivo senso di dover rendere grazie con tutta l’anima, per quanto ci è possibile, al divino Salvatore. Siamo lontani dalle origini e dai primordi della redenzione, ma che importa se è perenne la sua efficacia e imperituri e perpetui ne rimangono i benefici? Colui che una volta operò la salvezza dell’umana natura perduta per il peccato, è lo stesso che la salva e la salverà in eterno: “Diede se stesso in redenzione per tutti” (1Tm II, 6), “Tutti saranno vivificati in Cristo” (1Cor XV, 22), “E il suo regno non avrà mai fine” (Lc I, 33). Dunque, secondo l’eterno consiglio di Dio, in Cristo Gesù è posta la salvezza sia degli individui sia di tutta l’umanità. Quelli che Lo abbandonano corrono, per ciò stesso, alla propria rovina con cieco furore, e nello stesso tempo, per quanto sta da loro fanno sì che l’umanità, flagellata da immane tempesta, ripiombi in quell’abisso di mali e di calamità da cui il Redentore l’aveva pietosamente tolta. – Tutti quelli che si mettono fuori della diritta via vagano alla cieca e si allontanano dalla meta desiderata. Similmente se si rigetta la luce pura e sincera del vero, sottentrano perniciosi errori e inevitabilmente le tenebre oscureranno la mente e il cuore intristisce. Infatti che speranza di sanità può restare a chi abbandona il Principio e la Fonte della vita? Ora la via, la verità e la vita è soltanto Cristo: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv XI,6); così che, abbandonato Cristo, vengono a mancare quei tre principi necessari per ogni salvezza. – È forse necessario dimostrare ciò che l’esperienza continuamente prova, e che ognuno, anche quando si trova nell’abbondanza di beni terreni, sente profondamente dentro di sé, e cioè che non vi è nulla all’infuori di Dio che possa assolutamente e totalmente appagare il desiderio umano? Fine dell’uomo è Dio e tutto questo tempo che si trascorre sulla terra non è che una specie di pellegrinaggio. Ma Cristo è la nostra “via”, perché in questo viaggio mortale così difficile e pieno di pericoli, non possiamo in alcun modo giungere al sommo e ultimo bene, Dio, senza l’opera e la guida di Cristo, “Nessuno viene al Padre, se non per me” (Gv XIV, 6), Che cosa significa questo? Significa che, principalmente e prima di tutto, non si può andare al Padre se non mediante la grazia di Gesù, la quale tuttavia resterebbe nell’uomo infruttuosa, se si trascurasse l’osservanza dei precetti e delle leggi di Lui, Come era conveniente, Gesù Cristo, operata la redenzione, pose a custodia e tutela del genere umano la sua legge, perché, da essa governati, gli uomini potessero convertirsi da una vita non buona e sicuri rivolgersi verso il loro Dio. “Andate e ammaestrate tutte le genti;… insegnando loro a osservare tutte le cose che vi ho comandate…” (Mt XXVIII, 19-20). “Osservate i miei comandamenti” (Gv XIV, 5), Da ciò bisogna dedurre che, nella professione cristiana, l’atto fondamentale e necessario è sottomettersi con docilità ai precetti di Gesù Cristo, e a Lui, quale Padrone e Re supremo, assoggettare devotamente in tutto la volontà, cosa grande questa e che esige spesso sacrificio non lieve, duro sforzo e costanza. Poiché, quantunque la natura umana sia stata risanata dall’opera benefica del Redentore, rimane tuttavia in ciascuno di noi come una qualche malattia, una infermità, una tendenza al male. Cupidigie diverse trascinano 1’uomo ora in una direzione ora in un altra, e le attrattive delle cose sensibili facilmente piegano la volontà, e ci portano a fare quello che piace, non quello che Cristo comanda. Ma è indispensabile resistere e combattere con tutte le forze le passioni, “in ossequio a Cristo” (2Cor X, 5); le passioni, se non obbediscono alla ragione, prendono il sopravvento, e sviando tutto l’uomo dalla sottomissione a Cristo, lo rendono loro schiavo, “Gli uomini corrotti di mente e guasti nella fede non possono liberarsi dalla schiavitù, … sono anzi schiavi di tre passioni: la voluttà, la superbia, il mettersi in mostra“. E in questa lotta bisogna che ognuno sia disposto ad accettare volentieri sofferenze e fatiche per amore di Cristo. È difficile respingere cose tanto allettanti e attraenti; è duro e penoso disprezzare ciò che è considerato bene del corpo e ricchezza, e fare ciò per volontà e comando di Cristo Signore; ma, pazienza e fortezza sono assolutamente necessarie al cristiano che voglia vivere in conformità alla sua professione. Abbiamo forse dimenticato di quale corpo e di quale Capo siamo membra? Colui che ci comanda di rinnegare noi stessi è quello stesso che, propostosi il gaudio, sopportò la croce. E da quella disposizione d’animo, cui abbiamo accennato, dipende la dignità medesima della natura umana. Poiché comandare a se stesso, far sì che la parte inferiore di noi obbedisca alla superiore, non è viltà di un animo fiacco, ma piuttosto. come anche i saggi dell’antichità non di rado compresero, è virtù generosa, mirabilmente conforme alla ragione e in sommo grado degna dell’uomo. – Del resto sopportare e patire molto è condizione umana. L’uomo non può distruggere la volontà del suo divino Creatore, il Quale volle che restassero perpetue le conseguenze della prima colpa; similmente non può costruirsi una vita completamente scevra da ogni dolore e piena di ogni felicità, è quindi ragionevole non ripromettersi quaggiù la fine del dolore, ma piuttosto fortificare l’animo a sopportare il dolore, il quale appunto ci insegna a sperare, con certezza di avere i beni supremi. Cristo infatti non ha promesso la beatitudine eterna del cielo alle ricchezze o alla vita comoda, ne agli onori e alla potenza, bensì alla pazienza e alle lacrime, all’amore della giustizia e alla purezza del cuore. Di qui facilmente appare che cosa si debba sperare dall’orrore e dalla superbia di coloro che, disprezzata la sovranità del Redentore, pongono l’uomo al di sopra di tutte le cose, e vogliono il regno assoluto e universale della natura umana; sebbene in pratica poi non possano conseguire questo regno, anzi neppure sappiano ben definire in che cosa esso consista. Il regno di Gesù Cristo prende forma e consistenza dalla divina carità: l’amore santo e ordinato ne è fondamento e compendio. Da questo necessariamente scaturiscono i seguenti principi; bisogna fare bene il proprio dovere, non bisogna fare nessun torto al prossimo, bisogna stimare le cose terrene come inferiori a quelle celesti, bisogna amare Dio sopra tutte le cose. Ben diverso è quel dominio dell’uomo, che apertamente respinge Cristo o che trascura di conoscerLo, si fonda tutto sull’egoismo, che non conosce la carità, né lo spirito di sacrificio. Secondo l’insegnamento di Gesù è anche lecito all’uomo imperare, ma lo deve egli fare alla sola condizione possibile, ossia prima di tutto deve servire lui a Dio, e deve attingere dalla legge di Dio le norme e la guida della propria vita. – Quando diciamo legge di Cristo non intendiamo solo i precetti naturali, o solo quelli che gli antichi ricevettero da Dio, precetti che Gesù Cristo completò col dichiararli, interpretarli e sancirli, ma intendiamo anche tutto il resto della sua dottrina, e tutte espressamente le cose da Lui istituite. Di esse la principale, senza dubbio, è la Chiesa: che vi è infatti fra ciò che Cristo ha istituito, che essa non abbracci, che non contenga pienamente? Certo Egli volle che, mediante il ministero della Chiesa da Lui stesso così mirabilmente costituita, fosse perpetuata la missione affidatagli dal Padre. E avendola fatta depositarla di tutti i mezzi di salvezza per l’uomo, dispose solennemente che gli uomini a Lei prestassero obbedienza come a Lui stesso, e da Lei si lasciassero sempre condurre come da guida sicura, “Chi ascolta voi, ascolta me, e chi disprezza voi, disprezza me” (Lc X, 16), Per cui solo nella Chiesa bisogna cercare la legge di Cristo; infatti via dell’uomo è Cristo, e ugualmente lo è la Chiesa: egli per sé e per propria natura, essa per ufficio affidatole e per comunicazione di poteri. Quindi chiunque presume di giungere alla salvezza al di fuori della Chiesa percorre una via sbagliata, e si sforza invano. – Né molto dissimile dal destino degli individui è quello degli stati; anche questi corrono verso la loro perdizione se si allontanano dalla “via”, “il Figlio di Dio, Creatore e Redentore dell’umana natura, è Re, è padrone di tutta la terra ed ha suprema potestà sugli uomini, sia presi singolarmente, sia raccolti in civile società. “Diede a lui potestà, onore, e regno e tutti i popoli, tribù e lingue lo serviranno” (Dn VII,14). “Io poi sono stato da lui costituito re… Io ti darò in eredità le genti, in tuo dominio gli ultimi confini del mondo” (Sal II,6.8), Dunque anche nel convivere umano e nella civile società deve imperare la legge di Cristo, così che non solo nella vita privata, ma anche in quella pubblica essa sia guida e maestra. Or poiché questo è il decreto di Dio, e nessuno può impunemente trasgredirlo mal si provvede alla cosa pubblica se le cristiane istituzioni non si tengano nel conto dovuto. Allontanandosi da Gesù rimane abbandonata a se stessa ragione umana, privata dell’aiuto più valido e del lume più prezioso; e allora con tutta facilità si perde di vista il fine stesso stabilito da Dio nell’istituire il consorzio civile: e questo fine consiste formalmente nell’aiutare i cittadini a conseguire il benessere naturale; ma in un modo che si armonizzi del tutto col conseguimento di quel sommo, perfettissimo e sempiterno bene, che trascende tutti gli ordini della natura, Perdere di vista tali idee conduce fuori strada sia i reggitori sia i sudditi, per difetto d’indirizzo sicuro e di un sicuro punto d’appoggio. Se lacrimevole causa di sventure è il fuorviare dal retto sentiero, lo è similmente l’abbandono della verità. Ora la prima, assoluta ed essenziale verità è Cristo, poiché è Verbo di Dio, consustanziale e coeterno al Padre, una cosa stessa col Padre. “Io sono la via e, la verità”. Dunque, se si cerca il vero, l’umana ragione obbedisca anzitutto su Gesù Cristo e sicura riposi nel suo magistero poiché per bocca di Cristo è la verità stessa che parla. – Innumerevoli sono le materie in cui l’ingegno umano può liberamente spaziare investigando e contemplare come in fertilissimo campo, e campo proprio, e questo è non solo consentito, ma espressamente voluto dalla natura. E invece cosa illecita e contraria alla natura, non voler contenere la mente dentro i suoi confini, e, abbandonata la necessaria moderazione, deprezzare l’autorità di Cristo che insegna. Quella dottrina dalla quale dipende la salvezza di tutti noi, quasi tutta tratta di Dio e delle cose che specialmente riguardano la divinità: essa non è prodotto di umana sapienza, ma il Figlio di Dio l’attinse e la ricevette tutta dal suo stesso Padre; “Le parole che hai dato a me le ho date a loro” (Gv XVII, 8), E questo necessariamente comprende molte cose, che non ripugnano alla ragione, il che non può essere in alcun modo, ma delle quali non possiamo raggiungere la profondità con la nostra ragione, come non possiamo con essa comprendere la divina essenza. Ma se vi sono tante cose oscure e dalla natura stessa avvolte nell’arcano, che non possono essere spiegate dall’uomo, ma delle quali tuttavia nessuno sano di mente oserebbe dubitare, è certo uno strano abuso di libertà negare poi l’esistenza di altre cose molto superiori alla natura, solo perché non é possibile comprenderne l’intima essenza. Rifiutare i dogmi equivale a rigettare completamente tutta la religione cristiana. E’ doveroso invece piegare la mente con umiltà e senza riserva “in ossequio a Cristo”, fino al punto che essa stia sottomessa al suo divino impero; “Assoggettiamo ogni intelletto all’obbedienza di Cristo” (2Cor X, 5). Tale è l’ossequio che Cristo esige; e lo esige con pieno diritto; egli infatti è Dio e perciò ha somma potestà sulla volontà dell’uomo come sulla sua intelligenza, Ma sottomettendo la propria intelligenza a Cristo Signore l’uomo non agisce servilmente, bensì in modo convenientissimo sia alla ragione, sia alla sua originale dignità. Infatti non assoggetta la propria volontà ad un uomo qualsiasi, ma al suo Creatore, Signore di tutte le cose, Dio, cui è sottomesso per legge di natura, e non si lega alle opinioni di un maestro umano, ma all’eterna e immutabile Verità, In tal modo egli raggiunge il bene naturale dell’intelletto e consegue insieme la libertà. Infatti la verità, che procede dal magistero di Cristo, pone apertamente in luce l’essenza e il valore di ogni cosa, per cui l’uomo illuminato da questa conoscenza, se darà ascolto alla Verità conosciuta, non dovrà soggiacere alle cose, ma le cose a lui saranno soggette, né la sua ragione soggiacerà alla passione, bensì la passione sarà regolata dalla ragione, e l’uomo, liberato dalla più grande schiavitù dell’errore e del peccato, sarà confermato nella più preziosa libertà: “Conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi” (Gv VIII,32). – E’ chiaro quindi che coloro che ricusano l’impero di Cristo, con pervicace volontà si ribellano a Dio. Emancipatisi dalla divina potestà, non saranno per questo più indipendenti, poiché cadranno sotto qualche potestà umana, eleggendosi, come suole accadere, qualche loro simile, che ascolteranno, obbediranno e seguiranno come loro maestro. Inoltre costoro, impedendo alla loro mente di comunicare con le cose divine, restringono il campo dello scibile, e vengono a trovarsi anche meno preparati a progredire nelle scienze puramente naturali, perché vi sono nella natura molte cose, alla cui comprensione e chiarificazione giova assai la luce della dottrina rivelata. E non raramente, a castigo della loro superbia, Dio permette che costoro non discernano il vero, così che sono puniti nel campo stesso del loro peccato. Per l’uno e l’altro motivo, spesso si vedono uomini di grande ingegno e di non comune erudizione, perdersi, anche nello studio stesso della natura, in assurdità inaudite, che non hanno precedenti. – Sia dunque chiaro, che chi fa professione di vita cristiana deve sottomettere la sua intelligenza totalmente e pienamente alla divina autorità. E se in questa sottomissione della ragione all’autorità si mortifica e si reprime quell’amor proprio che è così forte in noi, proprio da ciò si deve dedurre la necessità assoluta per ogni cristiano di mortificare non solo la volontà, ma anche l’intelletto. E vorremmo che ciò ricordassero coloro che si propongono un cristianesimo secondo i loro gusti, governato, nell’ordine intellettivo e nell’ordine pratico, da leggi più miti e maggiormente indulgenti alla natura umana, così da imporle nessuna o poche mortificazioni. Essi non comprendono abbastanza l’esigenza della fede e dei precetti cristiani; non vedono come da ogni parte ci si presenti la “Croce”, esempio di vita e vessillo perpetuo di tutti coloro che vogliono essere, non soltanto di nome, ma nella realtà e con le opere, seguaci di Cristo. – Dio solo è la vita. Tutti gli altri esseri sono partecipi della vita, ma non sono la “vita”, Da tutta l’eternità, invece, e per sua propria natura, Cristo è la vita, allo stesso modo che è verità, perché è Dio da Dio. Da Lui, come da primo e augustissimo Principio, fluì nel mondo Ogni vita e fluirà perpetuamente, Tutto ciò che esiste, esiste per Lui; tutto ciò che vive, vive per Lui, perché “tutte le cose” per mezzo del Verbo “sono state fatte, e senza di Lui nulla fu fatto di ciò che è stato fatto” (Giov. I). Questo quanto alla vita naturale. Ma abbiamo sopra accennato ad una vita assai migliore e infinitamente più preziosa, generata dall’opera benefica di Cristo stesso, ossia la “Vita della Grazia”, il cui fine beatissimo è la “Vita di gloria”, alla quale debbono essere ordinati pensieri e azioni. In ciò consiste tutta la forza della dottrina e delle leggi cristiane, che “morti al peccato, viviamo per la giustizia“, cioè per la virtù e la santità e in ciò consiste la vita morale degli uomini con la sicura speranza della beatitudine eterna. Ma la giustizia, veramente e propriamente in un modo efficace per la salute, di nient’altro si alimenta se non della fede cristiana: “Il giusto vive di fede” (Gal III,11), “Senza la fede è impossibile piacere a Dio” (Eb XI, 6). Ecco perché Gesù Cristo Autore, Padre e sostegno della fede, è pure Colui che conserva e alimenta in noi la vita morale, e questo fa soprattutto mediante il ministero della Chiesa, Ad essa, infatti, con benigno e provvidentissimo consiglio, ha affidato l’amministrazione di quei mezzi, che generano la vita di cui noi parliamo, generata la conservano, e la rinnovano qualora si sia estinta. Perciò, se si separa la morale dalla fede divina, viene ad essere distrutta in radice la forza che genera e conserva le virtù salutari, Quelli che vogliono formare ad onestà i costumi mediante i dettami della sola ragione, spogliano l’uomo della sua massima dignità e, con sua grande perdita, dalla vita soprannaturale lo retrocedono alla vita puramente naturale, Con la retta ragione l’uomo può bensì conoscere e praticare molti precetti naturali, ma anche se li conoscesse tutti e tutti li praticasse senza alcuna imperfezione per tutta la vita – cosa del resto impossibile senza la Grazia del Redentore – invano spererebbe di salvarsi eternamente, se non ha la fede. “Chi non rimane in me sarà gettato via come tralcio e seccherà e, raccolto, sarà gettato nel fuoco a bruciare” (Gv XV,6), “Chi non avrà creduto sarà condannato” (Mc XVI, 16). E poi, quanto valga e quali frutti produca questa onestà noncurante della fede, ne abbiamo troppe prove sotto gli occhi. Come mai nonostante il tanto impegno di stabilire e accrescere la pubblica prosperità ogni giorno più soffrono gli stati in punti di capitale importanza e appaiono come infermi? Si asserisce, è vero, che la società civile basta a se stessa; che è capace di fiorire egregiamente senza il concorso delle istituzioni cristiane, e con le sole proprie forze conseguire il proprio fine. Quindi negli ordini amministrativi si vuole laicizzare tutto; nella disciplina civile e nella vita pubblica dei popoli si vede dileguare a mano a mano le vestigia della Religione dei padri. Ma non si riflette abbastanza dove conducano questi principi. Poiché, tolta di mezzo l’idea della sovranità di Dio giudice e retributore del bene e del male, è inevitabile che perdano la loro più valida autorità le leggi, e che venga meno la giustizia; eppure sono questi i due più necessari e saldi legami della società civile. Similmente, estinta la speranza e l’attesa dei beni eterni, s’accende necessariamente nei cuori la sete irrefrenabile dei beni terreni, e ciascuno cercherà, con tutte le sue forze, di accaparrarne quanto più può. Quindi gare, invidie, odii; poi biechi propositi: aspirare all’abolizione di ogni potere, minacciare ovunque folli rovine. Non tranquillità fuori, non sicurezza dentro, sconvolta da delitti la convivenza civile. – In tanto contrasto di passioni e tra sì gravi pericoli, non c’è via di mezzo: o aspettarsi le peggiori catastrofi, o cercare senza indugio un valido rimedio. Reprimere i delinquenti, ingentilire i1 costume delle plebi, e in ogni modo prevenire i mali mediante provvide leggi, è cosa buona e necessaria; ma non sta tutto qui. Più in alto bisogna cercare il risanamento dei popoli: conviene chiamare in soccorso una forza superiore a quella umana, la quale tocchi direttamente le anime e, rigenerandole alla coscienza del dovere, le renda migliori, vogliamo dire quella forza medesima che da ben più disperate condizioni trasse altra volta in salvo la famiglia umana. Fate sì che in grembo al civile consorzio rifiorisca lo spirito cristiano, dategli agio di svilupparsi libero da ostacoli, e il civile consorzio ne sarà ristorato. Taceranno le lotte di classe, e il rispetto reciproco sarà garanzia a ciascuna dei propri diritti. Se ascoltano Cristo, osserveranno pure il loro dovere sia i ricchi sia i poveri; quelli comprenderanno che debbono cercare la salute nella giustizia e nella carità, questi nella temperanza e nella moderazione. Perfetto sarà l’ordinamento della società domestica, quando sia governata dal salutare timore di Dio, suo legislatore supremo. E per lo stesso motivo parleranno forte al cuore dei popoli quei precetti morali, inculcati pur dalla natura: rispettare i poteri legittimi, obbedire alle leggi, non ordire sedizioni né partecipare a cospirazioni settarie. E così, dove regna sovrana la legge di Cristo, vige inalterato l’ordine stabilito dalla divina provvidenza donde germogliano incolumità e benessere. È questo dunque il grido della comune salvezza: ritorni la universale comunanza civile, e anche ognuno in particolare, là donde conveniva non allontanarsi mai, a Colui, cioè, che è via e verità e vita, Bisogna reintegrare nel suo dominio Cristo Signore, e far si che quella vita, di cui Egli è fonte, rifluisca ad irrigare copiosamente e rinsanguare tutte le parti dell’organismo sociale, i dettati delle leggi, le istituzioni nazionali, le università, la famiglia e il diritto matrimoniale, le corti dei grandi, 1e officine degli operai. E si ponga ben mente che da ciò sommamente dipende quella civiltà delle nazioni che con tanto ardore si cerca, poiché essa si alimenta e matura non tanto di quelle cose che s’attengono alla materia, come le comodità della vita e l’abbondanza dei beni terreni, ma piuttosto di quelle, che sono proprie dell’anima, i lodevoli costumi e il culto della virtù. – Molti sono lontani da Gesù Cristo per ignoranza, più che per cattiva volontà; molti sono infatti coloro che si dedicano a studiare l’uomo, a studiare il mondo, ma pochissimi sono coloro che cercano di conoscere il Figlio di Dio. Prima di tutto, dunque, si vinca l’ignoranza con la conoscenza, così che non si ripudi né si disprezzi Uno che non si conosce. Noi scongiuriamo tutti i cristiani, quanti e dovunque sono, di fare il possibile per conoscere il loro Redentore, quale veramente Egli è. Quando avranno fissato in Lui con sincerità e senza preconcetti lo sguardo, subito vedranno chiaro, che non può esservi nulla più salutare della sua legge, né più divino della sua dottrina. Per raggiungere questo scopo riuscirà particolarmente efficace l’autorità e l’opera vostra, venerabili fratelli, come pure lo zelo e la sollecitudine di tutto il Clero. Ritenete come parte essenziale del vostro ufficio, scolpire nelle menti dei popoli il concetto vero, la nitida immagine di Gesù Cristo, e far bene conoscere la sua carità, i suoi benefici, i suoi insegnamenti con gli scritti, con la parola, nelle scuole elementari e nelle superiori, nella predicazione, ovunque se ne presenti l’occasione. Molto si è parlato alle folle circa quelli che sono definiti “i diritti dell’uomo”; si parli loro anche dei diritti di Dio. Che questo sia il tempo propizio per fare ciò, ne è prova l’amore del bene ridestatosi in molti, come dicemmo, e, specialmente questa pietà verso il Redentore, manifestatasi in tante forme: pietà che, quale auspicio di tempi migliori, stiamo per consegnare in eredità, se piace a Dio, al secolo che sta per sorgere. Ma poiché si tratta di cosa che possiamo sperare soltanto dalla grazia divina, congiunti nello zelo comune e nella preghiera, supplichiamo Dio Onnipotente che voglia piegarsi a misericordia. Non permetta che periscano coloro, che Egli stesso ha liberato, con l’effusione del suo Sangue, Guardi propizio a questo secolo che, è vero, molto peccò, ma molto anche sofferse in espiazione dei suoi errori; e, abbracciando amorosamente gli uomini di ogni nazione e di ogni stirpe, si ricordi della sua parola: “E io, quando sarò innalzato da terra, trarrò tutto a me” (Gv XII, 32). – Quale auspicio dei divini favori, e come espressione della Nostra paterna benevolenza, a voi, venerabili fratelli, al Clero e al popolo vostro, di tutto cuore, impartiamo nel Signore l’Apostolica Benedizione.

Roma, presso San Pietro, il 1° novembre 1900, anno XXIII del Nostro pontificato.

Omelia della Domenica II di AVVENTO

Omelia della DOMENICA II DELL’AVVENTO

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. I -1851-]

(Vangelo sec. S. Matteo XI, 2-10)

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Miracoli di Gesù Cristo.

E perché il Battista stretto in catene nel castello di Macheronte manda due de’ suoi discepoli a interrogar Gesù Cristo, s’Egli era o no il Messia aspettato da tutte le genti? Ben Lo conobbe con lume profetico fin dal ventre materno, e in riva al Giordano, e nella carcere istessa ove gli arrivò la fama de’ suoi prodigi. Or perché spedisce ambasciata a chiedere quel che non ignorava? Ecco il perché: voleva che i suoi discepoli conoscessero Gesù per il promesso Salvatore del mondo, come egli il conosceva. E per qual mezzo? Per mezzo de’ miracoli che avrebbe operato in loro presenza. Infatti giunti al suo cospetto i due inviati, “andate, disse loro, e riferite a Giovanni ciò che udiste e vedeste con gii occhi vostri: ai ciechi s’è data la vista, ai zoppi libero e retto il passo, ai lebbrosi la mondezza, ai sordi l’udito”. Ammirate, uditori, l’eccellente maniera di rispondere più coll’opere, che colle parole. I miracoli adunque da Cristo operati son quelli che danno a conoscere la sua Persona, la sua divinità; e ciechi son quelli, e ciechi di pura malizia, che di tali prodigi o negano l’evidenza, o non ne ravvisano l’autore. Contro di questi ciechi è diretta la presente spiegazione, per illuminarli, se fia possibile, o piuttosto per aggiungere lume a voi, miei fedeli carissimi, che siete figli della luce per ferma cristiana credenza. Di grazia non perdete una parola di quanto son per dirvi colla solita discreta brevità. – V’è sempre stata nel mondo, e volesse Iddio che non vi fosse tutt’ora, una certa razza di gente perversa, che non vuol vedere, che non vuol intendere, per non esser astretta a lasciar il male ed ad operare il bene. Lo disse sin da’suoi tempi il reale Profeta, “noluit intellìgere, ut bene ageret” (Ps. XXXV, 3). Tali erano né più né meno i Farisei, questi uomini superbi, che il divin Redentore chiamava ciechi, e guide di ciechi, “cæci et duces cæcorum” (Matth. XV, 14), vedevano i miracoli di Gesù Cristo, e pur non volevano vederli; li vedevano operati alla vista del pubblico, alla loro presenza, sotto degli occhi propri in modo da non poterli per alcun verso negare, (e qui è da notarsi, uditori, tratto mirabile d’altissima provvidenza, che niun de’ nemici di Cristo abbia mai negato infatti, l’opere sue prodigiose, non gli Ebrei, non i Gentili, non i profani scrittori), li vedevano, dissi, i caparbi Farisei, e non volendo vederli, a tutt’altra cagione ne attribuivano la virtù, che alla sua Persona, molto meno alla sua Divinità. Dicevano pertanto: “Come può costui per divina virtù far miracoli, se non osserva la legge di Mosè, se non santifica il sabato, se opera contro il precetto di Dio?” – “E voi, Gesù rispondeva, che vi vantate osservatori della legge Mosaica, non portate nel giorno festivo del sabato ad abbeverare i vostri giumenti? e se il vostro somaro cade per via, non vi affaticate a sollevarlo da terra? S’io poi senz’uso di braccia, senz’altra fatica raddrizzo gli storpi, illumino i ciechi, do l’udito ai sordi, la favella ai muti, la sanità agl’infermi, sono da voi incolpato violatore del giorno santo, e del precetto di Dio e di Mosè?” – Queste divine risposte chiudevano la bocca agli accusatori maligni per poi aprirla a nuove imposture. “Tu, dicevano, fra le altre opere meravigliose discacci i demoni dai corpi ossessi, è vero, ma li discacci in nome di Beelzebù principe de’ demoni”. – “Ma come? rispondeva il mansueto Signore, se i maligni spiriti, da me sforzati ad uscire dai corpi invasati, si lagnano ch’io son venuto a tormentarli, che su di loro esercito un troppo rigoroso potere, e confessano ch’Io son il Cristo promesso? E poi, un regno diviso in contrari partiti sarà desolato e distrutto. Come dunque potrà sussistere il regno di satana principe dei demoni, se egli e i suoi satelliti sono tra loro in divisione ed in contrasto? Quest’opere mie sono finalmente a vantaggio dell’uomo, tanto pel corpo quanto per lo spirito, e glorificano il mio Padre celeste, ripugna dunque ch’Io mi valga d’un nome nemico dell’uomo, e nemico di Dio”. – “Seguite ad ascoltarmi, soggiungeva il Divino Maestro, o abitatori di Gerusalemme, o popoli della Palestina. L’opere che in nome del Padre mio io vo facendo a benefizio di tutti voi vi danno di me la più autentica testimonianza, e provano la verità delle mie parole, ch’Io sono il Figliuolo di Dio, ch’Io e il mio Padre siamo due quanto alle Persone, ed un solo Dio riguardo all’essenza, “Ego et Pater unum sumus” (Io. X, 30). Non credete alle mie parole? credete ai fatti, credete all’opere, e se opere non fo degne di Dio mio Padre, non mi prestate fede”: “Si non facio opera Patris mei, nolite credere” (ib. 37). Se poi da me son fatte, “si autem facio”, e non potete ignorarle, credetemi, “operibus credite”. Son pur opere mie i ciechi illuminati, i zoppi raddrizzati: e per me i muti hanno acquistato la favella e i sordi l’udito: dalla forza di mie parole son mondati i lebbrosi, sono prosciolti gli energumeni, son risanati d’ogni genere infermi: al mio volere obbediscono il mare e i venti: le febbri, i malori, i demoni e la morte, che ha restituiti i cadaveri d’una stesa sul letto, d’un altro condotto alla tomba, d’altro già fracido e fetente, da quattro giorni sepolto. Di questi miracoli son testimoni i vostri occhi, sugli occhi vostri son tuttavia i risanati, i prosciolti, i risuscitati. Voi non osate, né potete negarli. Sentite or dunque; i miracoli sono i caratteri, sono i sigilli della divina onnipotenza. Iddio non lascia, né può lasciare in mano a veruno i suoi sigilli per testificare la menzogna, per autorizzare l’impostura; dunque quanto insegna, quanto di sé asserisce l’Operatore di tali miracoli, è una incontrastabile verità, verità da Dio confermata, da Dio suggellata, verità che quel che vi parla sotto l’umana forma è il Figlio di Dio, il Verbo eterno, un Dio fatto uomo, un Uomo-Dio. – A queste prove convincentissime che risolvono i Farisei, gli Scribi, i capi del Sinedrio? Credono i prodigi, non credono alle parole; credono i miracoli, non ne ammettono le conseguenze. – “Che facciamo noi, s’interrogano intanto a vicenda, radunati a concilio presso il Pontefice Caifa, che facciamo noi? Quest’uomo, questo Nazareno fa molti e grandi prodigi,” … “Quid facimus, quia hic homo multa sìgna facit” (Io. XI, 47)? Ecco chiara e manifesta la confessione della verità de’ miracoli di Gesù Cristo. “Homo hic multa signa fæcit”, e di questa confessione quale si fu il risultato? Eccolo: “cogitaverunt ut interficerent eum”. Decisero a voti concordi di toglierLo dal mondo. Possibile tanta nequizia, e tanto accecamento? Così fu. La loro malizia li rese ciechi, e indurì i loro cuori, “excæcavit oculos eorum, et indurexit cor eorum” (Io. XI, 40). – E forse che a’ giorni nostri non succede altrettanto? Noi abbiamo innanzi agli occhi molti e stupendi miracoli, e pure … i miracoli, voi m’interrompete, dopo quei di Gesù Cristo eran frequenti nella Chiesa nascente, perché necessari, dice il Magno Gregorio (Hom. 29 in Ev.), come ad una tenera pianta è necessario un frequente inaffiamento; ora però che la Chiesa è come un albero alto, cresciuto, che stende i suoi rami dall’uno all’altro confine dell’universo, non v’ è più necessità di miracoli, sono al presente assai rari, e non mai ne abbiamo veduto. E pure, io ripeto, molti e stupendi miracoli vi stanno dinanzi, se volete distinguerli. Mirate quel santo Crocifìsso, quell’altare, queste sacre immagini, questa Chiesa, son questi autentici monumenti, testimoni parlanti de’ miracoli operati da Gesù Cristo, dagli Apostoli e da’ loro successori nella propagazione della cattolica fede. I nostri maggiori, i nostri antichi padri erano ciechi adoratori d’idoli falsi e insensati: regnava in queste nostre contrade la pagana superstizione. Chi alle statue di Giove, di Saturno, di Venere, di Mercurio, e di tanti altri creduti, adorati qual Dei, ha sostituita la croce, il crocefisso, le immagini di Maria e de’ Santi? Non la forza dell’armi, non l’allettamento de’ sensi, non qualunque altra passione o violenza, ma l’intima persuasione della verità: e questa verità con qual mezzi è penetrata nella mente e nel cuore di gente idolatra? Coi miracoli, miei cari, coi miracoli; imperciocché al dilemma del grand’Agostino conviene ridursi: o il mondo dalla cieca superstiziosa idolatria si è convertito alla fede di Cristo per via di miracoli, o senza miracoli. Se per via di miracoli, dunque è fuor di questione la loro realtà. Se senza miracoli ha il mondo abbandonato il paganesimo, una setta, un culto tutto a seconda dell’umane passioni, ed ha infranto i simulacri di quei numi protettori dei vizi, e dei viziosi, Giove degli adulteri, Venere degl’impudichi, Mercurio dei ladri, Bacco degli ubriachi, ed ha invece abbracciato una legge, legge evangelica, che umilia lo spirito, che impone al cuore, che proibisce non solo ogni opera malvagia, ma d’esse il desiderio, l’affetto e la volontaria compiacenza; egli è questo il maggiore di tutti i miracoli. Miracolo che tutt’ora sussiste, e questa Chiesa, e quel fonte battesimale, e questi altari, e quella croce ne sono gli effetti e le prove, anzi il miracolo stesso, ed altrettanti miracoli.Ed in vero, quando il divino Redentore risuscitò Lazzaro quatriduano fu un miracolo stupendissimo, e ne restarono sorprese e tocche sensibilmente le molte astanti qualificate persone, venute da Gerusalemme a far visita di condoglianza alle sue sorelle Marta e Maddalena; e se tale fu nel primo istante, nel primo giorno che questo avvenne, fu sempre tale il secondo, il terzo giorno, e tutti quegli anni che durò la vita di Lazzaro; laonde si poteva dir Lazzaro un miracolo vivente, un continuo miracolo. Per simile modo quel santo Crocifisso, che adoriamo, è un miracolo permanente che ci rammemora il massimo de’ prodigi, un mondo convertito, un mondo fatto adoratore d’un Uomo-Dio confitto in Croce; ed una Croce, conchiude sant’Agostino, pria patibolo infame di empì malfattori, passata dal luogo de’ supplizi all’onor degli altari e degli incensi, e collocata in fronte ai re, agl’imperatori, “a locis suppliciorum ad frontes ìmperatorum” (Enar. in ps. XXXVIII, 2). – Prodigi son questi che durano pur tuttavia, e dureranno sino alla consumazione dei secoli; e i secoli che sono decorsi dalla loro origine non scemano punto la loro realtà, la provano anzi e più la confermano. Chi dunque non vorrà riconoscerli? I simili ai Farisei, i ciechi di malizia, che gli hanno per abitudine sotto lo sguardo materiale, ma applicar non vogliono l’intelletto a comprenderne l’evidenza e la forza; e nella volontaria loro cecità si fanno un vanto di sparger dubbi, ed affettar talento e bello spirito, con tacciarli di pregiudizi superstiziosi. Non vi sorprenda, o fedeli, la loro arditezza. Hanno i meschini in ciò il loro interesse. Gli Ebrei avevano risoluto d’uccidere Gesù Cristo operatore di miracoli, per timore di perdere il grado e l’autorità che avevano sul popolo, “tollent nostrum locum et gentem” (Io. XI, 48). I miscredenti temono perdere la quiete dell’animo, la pace del cuore, che si lusingano trovare ne’ piaceri del senso. E siccome fede e peccato non si comportano, ed altronde non vogliono desistere dal peccare, perciò la fede diventa loro nemica; nemica che turba le loro coscienze, che amareggia i loro piaceri colle terribili verità che presenta dopo una morte certa. Oh Dio! un giudizio a rigor di pura giustizia, un giudice inesorabile, un Dio punitore degli empì, un supplizio eterno sono oggetti fastidiosi e funesti, sono nubi oscure minaccianti fulmini e tempeste, che gli empì pensano dissipare con una negativa, la quale sebbene non li assicuri, almeno li palpa, e li anima a lusingarsi che non esista quel che ricusano vedere, ed hanno interesse a non credere. Poveri ciechi! preghiamo per essi, e se per nostra sventura fossimo colpiti ancor noi da una eguale cecità, deh portiamoci ai pie’ di Gesù luce del mondo, e col cieco di Gerico, e col penitente Profeta preghiamolo di cuore, che dissipi le nostre tenebre, e ci conceda la vista dell’anima, “Domine ut videam. Deus meus, illumine tenebras meas” (Luc. XVIII, 41; Ps. XVII, 29), Signore, le nostre passioni ci han tolto ogni lume di ragione e di fede, confessiamo la nostra cecità, ed il conoscerla e il contestarla è già un principio di luce che viene da Voi. Deh! dunque compite le vostre misericordie, comandate che in noi sia fatta la luce, “fiat lux”, luce che ci faccia conoscere l’eterne verità, che indirizzi i nostri passi nella via dei vostri precetti, nella strada della salute. Sarà questo forse il maggiore dei vostri miracoli, quanto più di quella della corporale cecità, è eccellente e preziosa la guarigione della cecità dello spirito.

J.-J. GAUME: La profanazione della DOMENICA [lett. II]

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 LETTERA II.- LA PROFANAZIONE DELLA DOMENICA:
ROVINA DELLA RELIGIONE.

6 aprile.
§ I.

Signore e caro amico, la sull’istante mi si arreca la vostra lettera: rispondo io a ciò ch’essa contiene, con quell’ordine da voi osservato. « Io ho paura, tu hai paura, colui ha paura, noi abbiamo paura, voi avete paura, coloro hanno paura; tale è, mi dite voi, la continua cantilena che udite. » Voi mi domandate il mio avviso intorno a questa opinione, e se dirittamente vi diportate, seguitandola. Davvero, amico mio, il mondo ha ragione di temere; anzi vi soggiungerò, che non teme egli ancora abbastanza: o piuttosto malamente teme, in questo senso ch’esso non teme ciò che dovrebbe temere. Conforme a suo padre, suo avo e suo bisavolo, il secolo XIX s’incaponì a seminar vento: deve esso dunque attendersi a raccoglier la tempesta. E quale tempesta, gran Dio! – Sì, lo ripeto, il mondo ha ragione di temere. Ma s’inganna esso portando il suo timore sopra le seconde cagioni, invece di portarlo in sulla prima cagione. Come i tifoni che sconvolgono l’oceano, o come le cavallette che umiliarono il potente Egitto, i barbari, i quali minacciano l’Europa, non sono che agenti subalterni dell’Arbitro supremo. Egli solo ha potere d’intimare ad essi: infìno là andrete voi, ma non più lontano. Ecco Colui, che bisogna temere, e sopratutto temere. Disgraziatamente, ecco Colui, che il mondo non teme. Non m’esprimo abbastanza chiaramente: ecco Colui, che il mondo continua a bravare pel provano dispregio de’suoi paterni avvertimenti, per la negazione stessa di sua esistenza. Di simile guisa umilissimamente procedono il castigo, e l’infortunio de’ popoli materialisti, che perdono la coscienza delle leggi vitali della società. Cotesto accecamento fu ognora il
precursore della rovina [“Terrìbili, et ei qui aufert spiritum principum, terribili apud reges terrae.” (Ps. 75.)]

§ II.

Voi aggiungete, che gl’impegni contenuti nella mia ultima lettera vi sembran difficoltosi, e che la dimostrazione di mia tesi sarà un vero sforzo d’ingegno. Senza partecipare io al vostro sentimento intorno a questo, imprendo a disimpegnare la mia parola. Da bel principio, deggio esprimervi il rammarico di non avere io in questa corrispondenza a richiamar la vostra attenzione, che sopra rovine; ma ne converrete voi non addivenire ciò per mia colpa. Ai nostri giorni, dove affissare mai gli sguardi senza abbattersi in rovine? La faccia della terra n’è coperta: rovine morali, rovine intellettuali, rovine materiali, rovine sociali, rovine domestiche. Nè so io, se dall’origine del mondo si vide un subbisso così generale di tutte le opere umane. Una cosa consolerà voi e me, studiando questo lugubre spettacolo: questa è il pensiero, che noi non percorriamo lutti codesti monumenti della divina giustizia se non per riconoscere le cagioni della catastrofe, ed altamente segnalarle a coloro, i quali prevenirne possono il ritorno.

§ III.

Insomma, voi desiderale assapere qual è, nella lingua religiosa, il preciso senso di queste parole: “Profanazione della Domenica”. – Veramente, egli è pure di questa maniera, che fa di mestieri incominciare. In buona e diritta filosofia, la primiera regola d’ogni discussione, è di definire i motti che s’impiegano. – In su questo proposito, vorreste voi, signor rappresentante, pregar qualcheduno de’ vostri più celebri colleghi di praticare tale principio elementare, almeno una volta durante lutto lo spazio del loro mandato? Se inaspettatamente la retorica vi perde qualche’ cosa, sicurissimamente la verità vi guadagnerà, e l’intelligenza de’ leggitori se ne troverà notabilmente sollevata. – Noi denominiamo santa una cosa, la quale sia esclusivamente consacrata al culto di Dio. Il farla servire ad usi ordinari è profanarla, o secondo il rigore dell’etimologia, gettarla fuori del tempio. Per esprimer la violazione della domenica colla parola di profanazione, bisogna dunque che la domenica sia una cosa santa: certamente egli è cosi. L’Autore de’ nostri giorni ne preleva uno sopra sette; questo è una decima, un canone di suo dominio sovrano, ed inalienabile: questo giorno, lo fa Egli suo. Ordinazione formale di consacrarlo tutto intero al riposo dell’anima, al lavoro morale, alla preghiera, alla riconoscenza, all’adorazione; divieto non meno rigoroso di darlo al corporale lavoro, all’oziosaggine, alle voluttà mondane. Perciò lavorare, vendere, comperare, ecc., è un profanare la domenica; impiegarla in esercizi religiosi è santificarla. – Con una saviezza uguale alla sua divina autorità, la Chiesa determina un atto speciale, il quale, pena grave colpa, deve essere religiosamente adempiuto: ho nominato io l’assistenza all’augusto sacrificio della Messa. Anche in punto di vista sociale, qual vantaggioso precetto non è quello! Qual lezione d’uguaglianza e di fraternità in siffatta riunione de’ ricchi e poveri, de’ padroni e servitori sotto gli occhi del comun Padre, per udirsi rammemorare i proprj doveri, e riprendere dei proprj falli! Qual principio di verace libertà, cioè d’emancipazione delle cattive inclinazioni, nell’assistenza religiosa e periodicamente obbligatoria, all’immolazione d’un Dio per le creature. Ma tralasciate simili considerazioni, prendo a trattare il soggetto di mia lettera:
Profanazione della Domenica, vuol dire rovina della Religione.

§ IV.

Seguendo la bella definizione di S. Agostino, fondata in sulla natura stessa della cosa e sui termini formali della Scrittura, Religione significa alleanza o società del mortale con Dio, un vincolo che unisce l’uomo a Dio. Ciascuna alleanza suppone degli accordi reciproci infra le parti contrattanti, voglio dire certe condizioni fondamentali delle quali la violazione cagiona la rottura del contratto: somigliantemente succede por rapporto alla Religione. Debbesi ora esaminare, se la santificazione del settimo giorno sia una condizione fondamentale di codesta divina società talmente che la violazione di questo precetto produca la dissoluzione dell’alleanza. Dirovvi io in prima, non per ammaestrarvi, che nella Religione tutto è fondamentale. Ogni cosa venendo da Dio istesso è ugualmente rispettabile, e deve essere ugualmente rispettata. Nulladimeno, se, come già ho goduto dell’onore d’indicarlo, una distinzione qualunque poteva esser fatta, direi volentieri, che il riposo del settimo, giorno è la base medesima dell’augusta alleanza del mortale con Dio; dal che manifestamente conseguita, che la profanazione della domenica pubblica, generale, abituale, per quanto presentemente veggiamo noi nella maggior parte di nostre ville e campagne, la rovina diventa della Religione. Avrei una folla di ragioni per provarlo ; me ne sto contento di tre: – 1. In tutto il codice divino, voi non trovale precetto più antico, più universale, più soventemente replicalo, più fortemente sanzionato, per conseguenza più essenziale; – 2. voi non ne trovale altro, la cui violazione trascini cotanto infallibilmente lei rovina di tutti gli altri; – 3. Voi non ne trovate altro, la cui violazione porti allo stesso grado il carattere dell’ingiustizia e della rivolta, ed addivenga per lo medesimo titolo una pubblica professione d’ateismo. – Qual bisogno imperiamo di altre ragioni per stabilire, che il riposo sacro del settimo giorno è una condizione fondamentale dell’alleanza del mortale con Dio? –

§ V.

Primieramente, niun precetto è più antico. È un legge che data dall’origine de1 tempi, una legge che sopravvisse a tutte le catastrofi, le quali sconvolsero l’universo, a tutte le trasmigrazioni le quali in mille frazioni suddivisero la primitiva famiglia; una legge che disconosce l’istitutore umano; una legge che è il fondamento della religione universale, è il cardine del mondo, Questa legge si è la divisione del tempo in sette giorni col riposo obbligatorio del settimo. Perciò, allorquando dalla sommità del Sinai, il Creatore intima le sue volontà al popolo d’israello, non dicegli punto: Santifica il giorno del sabato, ma ricordati di santificare il giorno del sabato. Questo precetto non è novello, i tuoi avi lo conobbero, rimonta esso all’origine de’ tempi [“Deus a mundi exordio hoc primo sabbatì die, illum sanciiftcavìt id est actu festum instituit, colique voluit ab Adamo eiusque posteria sacro olio et cultu Dei, maxime recolendo beneficium creationis suæ, totiusque mundi, illo die completæ. Unde patet sabbatum fuisse fcstum institutum et sancitum primitus…. ab origine mundi” – a Ribera, Philo, Cafharinus, etc. (Cornelius a Lapide) in Gen, XI, 5.)]. «Lavorerai tu per sei giorni, in cui tu farai tulle le opere tue; ma il settimo, egli è ìl sabato del Signore tuo Iddio. In questo giorno tu non farai alcun lavoro, né tu, né i figliuoli tuoi, né la tua figliuola, né il tuo servitore, nè la tua serva, né la tua bestia da soma, né lo straniero che sarà in sul tuo territorio. Imperocché il Signore fece il cielo e la terra, e il mare in sei giorni con tutto quello che contengono, ed egli si riposò nel settimo giorno; questa è la ragione per cui il Signore benedì al giorno del sabato, e lo santificò». [Exod., XX, 8,-11].

§ VI.

Niun precetto è più universale. L’obbligazione di consacrare esclusivamente al servizio di Dio un giorno sopra sette, come ho detto io, sopravvisse a tutte le vicissitudini de’ tempi, e trapassò dall’antica alla novella legge. Per determinazione sovrana della Chiesa, l’adempimento n’è fissalo alla domenica. Il fatto n’è assolutamente perentorio. La legge della preghiera e del riposo settenario domina l’orbe intero. Sarebbe agevole pompeggiare per erudizione, e giustificare la mia frase per venti pagine di testi greci, latini, arabi, ecc. Qui i filosofi, gl’istorici, i poeti, gli oratori dell’ antichità, i savj, i protestanti ed i cattolici, i viaggiatori moderni, i missionarj i più istruiti, replicano tutti concordi la sentenza d’un illustre padre della Chiesa, San Teofilo. Verso la metà del secondo secolo, questo dotto Vescovo d’Àntiochia scriveva al suo amico Àntolico, che « Tutti i popoli della terra conoscevano il settimo giorno» [“Ac de die etiam septimo loquuti sunt (poetae, scriptores, philosophi), cuìus nom en omnes homines usurpant, sed plerique quam vim habent, ignorant. Quod enim apud Hebræos sabbatum dicitur, graece redditur hebdomas, quae quidem apud omne humanum genus appellatur”. (Ad Antolyc., lib. II, n. 42.)] – Sviluppando non è guari questo pensiero, lo stimabile Autore della Domenica aggiunge: « La verità, d’un giorno riservato a Dio è imperitura, come la conoscenza istessa dell’Essere supremo. Si può ancora decifrarne i primitivi caratteri, non ostante i sopraccarichi dell’errore; e scontrasi dovunque, infino ad un certo punto, la divisione settenaria, l’osservanza di un dì sopra sette, e la santificazione d’esso pel riposo e pel culto » (M. le Courtier, p. 31).

§ VII.

Niun precetto più sovente ripetuto. Ricordati tu di santificare il giorno di sabato. Se voi prestate l’orecchio ai divini oracoli, tale è l’intimazione che voi sentite replicarsi continuatamente dal Paradiso terrestre al Sinai, dal Sinai al Calvario, dal Calvario ai quattro angoli della terra. Gli eco de’ secoli futuri non cesseranno di ridirlo sino alle soglie dell’eternità, dove comincerà il riposo assoluto del quale è immagine il sabato. Inspirato da Dio, Mosè l’ingiunge sino a dodici volte al popolo d’Israello. Gli autori sacri che succedonsi avanti e dopo la cattività di Babilonia insistono tutti con forza particolare in seguir adempimento di questo precetto; Isaia, Geremia, Ezechiello, Osea, Amos, i maggiori ed i minori profeti, sembrano prendere essenzialmente per oggetto di loro missione l’annunciare i beni ed i mali, che sono la conseguenza dell’osservamento, o del profanamento del giorno d’iddio. Volete voi, mio caro amico, procurarvi il vantaggio di ritrovare senza pena le eloquenti loro parole? Acquistate un libro quasi ad ognuno sconosciuto degli ecclesiastici in fuori: esso si denomina la Concordanza. Un esemplare dovrebbe ornare la biblioteca di ciaschedun rappresentante del popolo. Presentemente, se volessersi ascoltare tutte le voci, le quali da diciotto secoli si sono innalzate in Oriente ed in Occidente per reclamare, raccomandare, ordinare la santificazione della Domenica, bisognerebbe rinchiudersi durante delle intere settimane in una delle nostre biblioteche nazionali, e compulsare tutte le opere de’ Padri, dopo S. Giustino e Tertulliano fino a S. Bernardo; i codici e le costituzioni degl’imperatori romani, dopo Costantino fino a Giustiniano ed in qua; i capitolari e le carte di tutti i re d’Europa, dopo Carlomagno fino a Luigi XVIII; bisognerebbe percorrere eziandio insieme i regolamenti sì saggi, sì formali e sì varj delle comunità, delle corporazioni degli artigiani ed operai; da ultimo, bisognerebbe leggere le immense collezioni de’ Concilj, delle Encicliche e Bolle pontificie; la raccolta non meno immensa dei sermoni e mandamenti dei Vescovi, con obbligo di arrestarsi presso ad ogni pagina, per ascoltare i gravi insegnamenti, i quali si danno ai parlicolari ed alle nazioni in su di questo punto fondamentale.

§ VIII.

Havvi altra voce riunente il doppio vantaggio di non esser meno eloquente, ed esser facilissima ad intendersi: questa è la voce del firmamento. Voi lo sapete, i cieli sono de’ predicatori (Coeli enarrant … Ps. XVIII); e se mi permettete di dirlo, sono predicatori speciosi della brevità del tempo e del riposo settenario. À questo titolo sono creati pel nostro secolo, nel quale gli uomini vivono come se dovessero giammai morire, nel quale lavorano come se non dovessero giammai riposarsi. Con tale sublime filosofia dante ragione di lutto, e senza la quale non si può render ragione di nulla, la Scrittura Sacra a noi dice, che il Creatore « fece il sole , la luna e le stelle per marcare i tempi, le stagioni, i giorni e le annate » [“Fiant luminaria in firmamento coeli, et dividant diem ac noctem , et sint in slgna, et tempora, et dies et annos”. (Gen. I, 11., Ps. CXXXV)]. – Il cielo adunque è un magnifico orologio in su la cui mostra azzurra miro io due lancette luminose, le quali passeggiando sopra ore tracciate per dei rubini indicano i giorni, le settimane, i mesi e le annate. Comparendo e disparendo alternativamente dall’orizzonte, il sole marca la divisione de’ giorni, composti di tenebre e luce. Credere che codeste successione cosi rapida e regolare non abbia altra mete che il determinare materialmente la misura degl’istanti formanti nostra vita, sarebbe uno scerpellone: più alto poggia del Creatore il pensiero. Se le creature fatte sono per l’uomo, l’uomo è fatto per Dio. Ciascuna di esse è incaricata di ridire a lui a sua maniera: a Vedendo me ogni giorno cominciare e finire per ricominciare ancora, io a voi insegno tre misterj: il mistero della vite, essa è breve; il mistero della morte, essa non è eterna; il mistero della risurrezione, essa è altrettanto certa quanto la vita e la morte ». Ecco quello che a noi dice col suo diurno movimento l’eloquente astro che c’illumina. Esso ci dice ancora che il cominciamento e la fine sono due ore solenni: che così il cominciamento. e la fine di ciascun giorno debbono essere marcati per l’adorazione. Che questo linguaggio sia vero, che sia stato compreso, la prova dimostrasi nella costumanza costante presso tutti i popoli, e sopratutto nella Chiesa Cattolica, di pregare sera e mattina. Per sue diverse fasi, la luna marca le settimane. Consumati sette giorni, si vede essa arrivare ad una regolare metà; terminato un novello settenario, il suo disco diventa pieno; trapassati altri sette giorni, scemò d’una perfetta metà. Finalmente, dopo vent’otto dì all’intorno di comparsa, quella disparisce per rinnovellarsi ben tostamente. Codesta luna che si mostra in travaglio di crescimento e di decresci mento durante sei giornate consecutive, poi, che si riposa in una forma fissa ciascun settimo dì, può essa compiere meglio l’intenzione del Creatore, ed indicare più chiaramente al mortale i sei giorni di lavoro e il settimo di riposo? Che tale realmente sia l’ammaestramento, il quale è incaricata essa di donarci, è sufficiente, per esserne perfettamente certi, di ricordarsi delle parole di già citate del sapiente Vescovo d’Antiochia, che tutti i popoli della terra conoscessero il settimo giorno; e d’intendere colui che formò la regina delle notti: « La luna, presso tutti i popoli e per tutte sue fasi (dice il Creatore istesso), marca i tempi e forma i mesi; ma inserve essa per anco ad indicare i giorni festivi; essa n’è il segnale. Questo magnifico araldo dell’armata del firmamento intona in mezzo degli astri le lodi dell’Altissimo nei giorni, ne’ quali a questo deve benedire il mortale » [“Et luna in omnibus in tempore suo, ostensio temporis, et si gnum AEvi. A luna signum diei festi…., Vas castrorum in excelsis, in firmamento coeli resplendens gloriose” – Eccles. XLIII, 6-9; V. Le Commentaire de Corn. a Lapid.]. – Si vede, dietro questa grandiosa pittura, la luna è il corifeo di Dio, incaricato di dare il segnale, la misura e il tono agli esercizi religiosi dell’uomo; di modo che i mortali ne’ santi giorni altro non fanno che ripigliare in coro i cantici, i quali il cielo ha intonato.

§ IX.

Permettetemi, signore e caro amico, notarvi di passaggio, che il testo sacro presenta a mie riflessioni un mistero, a cui non aveva da prima badato. L’istoria profana ci apprende che presso i differenti popoli dell’antichità eranvi giorni fasti e giorni nefasti Le nazioni pagane dunque credevano alla naturale differenza de’giorni. Questa opinione era ai miei occhi un pregiudizio, una superstizione di più: e gratìfìcavane io liberalmente gli Egiziani, i Greci ed i Romani. Una riparazione è loro dovuta: cotesta credenza è fondata. Il Padre de’ giorni che viene d’indicarci siffatto mistero, chiaramente ce lo rivela : « Quale è la ragione (dice egli), per cui un giorno prevale in sull’altro, poiché tutti i dìi dell’annata, misurali e rischiarati dallo stesso sole, sembrano della medesima natura e della medesima condizione? Questa distinzione non è novana ed arbitraria. E la sapienza del Signore che separò, riserbò certi giorni e istabilì cotale misteriosa differenza. Iddio dispose i tempi nella sua saviezza; prese certi dì ed innalzolli all’onore de’ giorni solenni e sacri, e lasciò gli altri nel rango ordinario, il quale non serve che a riempiere le settimane ed i mesi » [“Quare dies diem superat, et iterum lux lucem, e f annua annum a sole? A Domini scientia separati sunt…. et immutavit tempora, et dies festos ipsorum, et in illis dies festos celebraverunt ad horam, et ex ipsis exaltavit cl magnificavìt Deus, et ex ipsis posuit ìn numerum dierum”. (Eccles. XXXIII, 7-10 V. Corn. a Lapid.). Quale novella e sublime immagine ci presenta qui il testo sacro! Vedete voi il Padrone Sovrano prendere d’una mano una porzione di nostra vita, ad essa benedire, santificarla e riservarla come decima e come omaggio; e dell’altra mano rigettare il più gran numero dei nostri giorni nel cerchio monotono de mesi e degli anni, non altro merito loro assegnando di quello in fuori di compiere la santificazione di nostra esistenza, per la pratica giornaliera delle virtù e dei doveri. – La quotidiana adorazione della mattina e della sera, il riposo sacro del settimo giorno, sono eloquentemente predicati dal sole e dalla luna, questi due infaticabili araldi dell’Eterno: ma non è abbastanza. Costellazioni appellate volgarmente segni dello zodiaco, cioè de’ gruppi di stelle, o per parlare più rettamente , dei segni celesti, compaiono ogni sera dalla parte del cielo opposta all’occaso del sole. Ciascuna a suo giro mostrasi in sull’orizzonte durante un’intera lunazione. Quando la dodicesima è disparata, la primiera ritorna; e voi veduto avete a passare sovra la volta del firmamento, come in sur una mobile mostra d’oriuolo, ciascuno de’ dodici mesi dell’anno, e l’anno istesso, del quale divengono le parti integrali. Questo rinnovellamento de’mesi e degli anni diventa eziandio un monumento sacro, ed il predicatore dun rinnovellamento morale. Pertanto, appo tutti i popoli, il cominciamento dell’anno e le nuove lune furono giorni di festa. Egli è dunque vero: grazia al corso perfettamente regolare del sole, della luna e delle stelle, il grande orologio de’ cieli suona ciascun giorno, ciascheduna settimana, ciascun mese, ciascun anno, l’ora del raccoglimento, della preghiera e del sacro riposo. ÀI suono di questa ora solenne, tutte le nazioni dell’orbe fino al presente caddero ginocchione per adorare e benedire. Come mai qualificare la condotta degli uomini, la condotta d’un popolo intero, che non rispettano più i giorni santi, non apprezzano questa magnifica armonia, e sconvolgono tutto il, piano divino? È questo, una stupidità? È questo malizia? È questo l’uno e l’altro? Lascione a voi la decisione. — Aggradite, ecc.

CALENDARIO LITURGICO CATTOLICO DI DICEMBRE

Dicembre è il mese la Chiesa dedica alla Immacolata Concezione

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La definizione di Immacolata Concezione

… Perciò, dopo aver presentato senza interruzione, nell’umiltà e nel digiuno, le Nostre personali preghiere e quelle pubbliche della Chiesa, a Dio Padre per mezzo del suo Figlio, perché si degnasse di dirigere e di confermare la Nostra mente con la virtù dello Spirito Santo; dopo aver implorato l’assistenza dell’intera Corte celeste e dopo aver invocato con gemiti lo Spirito Paraclito; per sua divina ispirazione, ad onore della santa, ed indivisibile Trinità, a decoro e ornamento della Vergine Madre di Dio, ad esaltazione della Fede cattolica e ad incremento della Religione cristiana, con l’autorità di Nostro Signore Gesù Cristo, dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e Nostra, dichiariamo, affermiamo e definiamo rivelata da Dio la dottrina che sostiene che la beatissima Vergine Maria fu preservata, per particolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, immune da ogni macchia di peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento, e ciò deve pertanto essere oggetto di fede certo ed immutabile per tutti i fedeli. Se qualcuno dunque avrà la presunzione di pensare diversamente da quanto è stato da Noi definito (Dio non voglia!), sappia con certezza di aver pronunciato la propria condanna, di aver subito il naufragio nella fede, di essersi separato dall’unità della Chiesa, e, se avrà osato rendere pubblico, a parole o per iscritto o in qualunque altro modo, ciò che pensa, sappia di essere incorso, ipso facto, nelle pene comminate dal Diritto”.

pio IX

[da: ENCICLICA “INEFFABILIS DEUS” DEL SOMMO PONTEFICE PIO IX “SULL’IMMACOLATA CONCEZIONE DI MARIA SANTISSIMA]

Qui di seguito elencati sono le feste che cadono in questo mese:

2 dicembre: PRIMO VENERDI / Commemorazione di S. Bibiana Vergine e Martire.

3 dicembre: PRIMO SABATO / S. Francesco Saverio Confessore, Grande doppio.

4 dicembre: II Domenica di Avvento, doppio della I Classe. 

5 dicembre: Commemorazione di San Sabba Abate.

6 dicembre: Nicola Vescovo e Confessore, doppio.

7 dicembre: S. Ambrogio Vescovo, Confessore e Dottore della Chiesa, doppio.

8 dicembre: Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, doppio della I Classe.

10 dicembre: Commemorazione di San Melchiade Papa e Martire.

11 dicembre: III Domenica di Avvento, doppio della I Classe.

13 dicembre: Santa Lucia Vergine e Martire, Doppio.

14 dicembre: EMBER MERCOLEDI (digiuno e astinenza parziale)

16 dicembre: EMBER VENERDI (digiuno e l’astinenza completa). Commemorazione di S. Eusebio Vescovo e Martire.

dicembre: EMBER SABATO (digiuno e astinenza parziale) / ‘O’ gli inni solenni (dicembre 17-23 dicembre)

18 dicembre: IV Domenica di Avvento, doppio della I Classe. (Calendari regionali di Spagna, Irlanda ecc .: Attesa della Beata Vergine Maria conosciuto anche come “Madonna di ‘O'”)

21 dicembre: San Tommaso Apostolo, doppio della Classe II.

24 dicembre: Vigilia della Natività di nostro Signore Gesù Cristo.

25 dicembre: Natale del Signore nostro Gesù Cristo, doppio della I classe con ottava; Commemorazione di Sant’Anastasia Martire alla 2°. Messa di Natale.

26 dicembre: S. Stefano Protomartire, doppio della classe II;  Commemorazione della ottava della Natività.

27 dicembre: San Giovanni apostolo ed evangelista, doppio della classe II ;   Commemorazione della ottava della Natività.

28 dicembre: I Santi Innocenti, doppio della classe II; Commemorazione della ottava della Natività.

29 dicembre: San Tommaso Vescovo e Martire, doppio;  Commemorazione della ottava della Natività.

30 dicembre: Del giorno VI all’interno dell’ottava della Natività, Doppio.

31 dicembre: San Silvestro I Papa e Confessore, doppio; Commemorazione della ottava della Natività.

 

 

INCREDULITA’

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INCREDULITA’

[da: E. Barbier –  I tesori di Cornelio Alapide – Sei ed. Torino 1930]

.1. Cause dell’incredulità. — 2. Effetti dell’incredulità: 1° l’accecamento; 2° l’indurimento; 3° la corruzione del cuore; 4° gli increduli sono abbandonati da Dio e giudicati fin da questa vita; 5° la morte da reprobo. — 3. Castighi dell’incredulità. — 4. Grande è il numero degli increduli. — 5. Rimedi contro l’incredulità.

1. Cause dell’incredulità. — S. Giovanni ci ha svelato fino dai suoi tempi le cause — e sono le stesse anche oggidì — per cui tanta parte di mondo, anche battezzato, è incredula. « Gesù, il Verbo di Dio, è la luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo, dice l’apostolo; Egli era nel mondo ed il mondo è stato fatto per mezzo di lui, ma il mondo non lo conobbe » (Ioann. I, 9-10). Il mondo si è rifiutato e tuttavia si rifiuta di accogliere, conoscere e ascoltare Gesù Cristo. Ecco in una parola e, diremo, in germe, le cause tutte dell’incredulità e antica e moderna. – Gesù Cristo poi, oltre al confermare con la sua autorità la sentenza dell’apostolo, ci ha posti su le tracce per scoprire le ragioni di questo trattamento a lui fatto dal mondo, in varie occorrenze nelle quali ebbe a folgorare l’incredulità de’ suoi contemporanei e connazionali. « Voi siete increduli, diceva loro, perché non siete del numero delle mie pecorelle. Queste odono la mia voce ed io le conosco ed essi mi tengono dietro » (Ioann. X, 26-27). Quasi che loro apertamente dicesse: Voi non siete credenti, non siete de’ miei, perché non mi volete conoscere; e vi rifiutate di conoscermi, perché non volete seguirmi. Questo poi vi pare la più dura e insopportabile e impossibile cosa del mondo, perché attaccati, come ostriche allo scoglio, al vostro orgoglio, alla vostra invidia, al vostro odio, alla vostra avarizia, alla vostra gelosia, alla vostra lascivia, amate meglio chiudere volontariamente gli occhi su le mie opere, turarvi le orecchie alle mie parole, anziché vedervi obbligati a cessare da quei vizi che tanto amate. – « Sapete voi, diceva ad essi un’altra volta, perché non intendete il mio linguaggio? È perché non potete sopportare i miei avvisi. Ah! voi siete figli del diavolo e volete adempire i desideri del padre vostro » (Ioann. VIII, 43-44). « Quei disgraziati, osserva S. Agostino, non potevano intendere, perché se avessero inteso e creduto, si sarebbero dovuti correggere ed emendare »; ma questo appunto essi non volevano fare, secondo quel detto dei Salmi: « Non volle intendere per timore di dover fare il bene » (Psalm. XXXV, 3). – « Io sono la via, la verità e la vita », disse anche il divin Redentore (Ioann. XIV, 6). « Io sono la luce del mondo; chi viene dietro di me, non cammina nelle tenebre, ma godrà la luce della vita » (Ioann. VIII, 12). Ora molti non vogliono seguire Gesù Cristo, Lo rinnegano nei loro affetti e nelle orazioni; non vi è dunque in essi né via, né verità, né luce; perciò che meraviglia se l’incredulità s’impossessa del loro spirito e del loro cuore? – Oggidì, come ai tempi di Gesù Cristo, l’incredulo vuol essere e rimanere incredulo… Stringete pur loro i panni addosso con vigorosi argomenti, con luminosi tatti, non verrete mai a capo di nulla. È proprio il caso di ripetere con Gesù Cristo: «Venne Giovanni che non mangiava e non beveva ed essi lo chiamarono un indemoniato; venne il Figliuolo dell’uomo che mangia e beve ed essi Lo accusano come ghiottone, amico dei pubblicani e dei peccatori » (Matth. XI, 18-19). Si persevera nell’incredulità volgendo tutto a male, incolpando ora la legge, ora la religione, ora quelli che sono mandati per istruire e illuminare. Si nega quello che si ignora, si dimentica quello che si è imparato; si mette in canzone quel po’ di bene che viene talora, senza volerlo, alla memoria. Poveri disgraziati! Ad essi si adattano quelle minacce del Salvatore: « Guai a te, Corozain! Guai a te, Cafarnao! perché se in Tiro ed in Sidone Io avessi operato i prodigi che ho fatto in voi, esse già si sarebbero convertite e avrebbero fatto penitenza nella cenere e nel cilicio. Perciò vi do parola che meno severa punizione toccherà a Tiro e a Sidone, che non a voi, nel giorno del giudizio » (Matth. XXI-22).

2. Effetti dell’incredulità: 1° l’accecamento. — Il primo effetto dell’incredulità è l’accecamento spirituale. Come i ciechi non vedono nemmeno la luce del sole, così gli increduli non vedono né Dio, né i loro doveri, né l’infelice stato della loro anima. Ciò non di meno la luce di Dio splende in mezzo alle tenebre stesse dell’incredulità, per mezzo della luce della ragione…, della voce delle creature animate, intelligenti e brute…, della legge antica…, della legge nuova…, dei dottori…, dei predicatori…, dei miracoli…, dei monumenti…, della Chiesa…, delle sante ispirazioni…, dei rimorsi…, della bellezza della virtù…, delle laidezze del vizio…, delle vite dei santi…, ecc. – O increduli, volete voi vedere e conoscere? credete. La luce non sta e non può stare con le tenebre; ora essendo l’incredulità fitta tenebra, come ci vedrete voi, rimanendo in essa? Solo Gesù Cristo, e nessun altro fuori di lui, è la vera luce, la luce increata. — Luce per la sua dottrina, luce per la sua grazia la quale illumina più chiaramente l’anima che non il sole la terra; luce per la verità del suo essere, del suo spirito, delle sue parole, delle sue opere; luce universale che rischiara ogni persona che viene su questa terra, per quanto è in sé, e tanto quanto basta perché il cieco incredulo sia senza scusa. Se gl’increduli non sono illuminati, la colpa è tutta loro; essi non sentono e non intendono nulla, ma è forse Iddio l’autore di questa terribile disgrazia? No: essi medesimi ne sono la causa, perché non vogliono né vedere, né udire, né comprendere. – La condizione degli increduli odierni è, rispetto a Gesù Cristo ed alla religione, quella medesima in cui erano e rimasero gli Ebrei. Ora furono essi e sono innocenti di questa loro incredulità? No, ma furono e sono colpevolissimi; infatti è fuori di ogni dubbio che potevano e dovevano chiaramente conoscere e assolutamente credere che Gesù era il Messia: l° per i suoi miracoli, facendoli esso a questo scopo… 2° Egli ha fatto tutti i miracoli predetti dai profeti… 3° Benché parecchi profeti e molti santi abbiano fatto dei miracoli, nessuno però uguagliò in numero ed in rilevanza quelli di Gesù Cristo. Inoltre i profeti e i santi non facevano miracoli per virtù loro propria, ma per l’invocazione e la virtù di Dio; mentre Gesù li faceva in nome e virtù e autorità propria, per quel potere che a lui competeva come a Signore di tutte le cose. I suoi miracoli erano pubblici, evidenti, strepitosi, numerosissimi; per operarli, gli bastava una parola, un cenno; ne operava dappertutto ed in ogni genere. Questa potenza assoluta, questa virtù perpetua appartengono esclusivamente a Gesù Cristo, non meno che la sua divina morale… Dunque i Giudei dovevano riconoscerlo. La loro incredulità è pertanto un enorme delitto e un delitto d’accecamento tutto volontario ed ostinato. E non è questa la condotta degli increduli di tutti i tempi? Non hanno essi da rimproverarsi il medesimo volontario accecamento? – I Giudei potevano e dovevano sapere e credere che Gesù era il Messia promesso, perché tutto quello che era stato predetto del Messia, si vedeva realmente adempito in Gesù. Io sono il Messia vaticinato, aveva egli tutta ragione di dire; io fo tutto quello che di lui fu predetto, dunque io sono il Messia. Sono il Messia, per il compiersi in me di tutte le Scritture; sono il Messia per la mia dottrina, la mia morale, la mia vita, le mie opere, i miei miracoli, la voce del mio Padre, la conversione dei gentili, ecc. Io provo la mia divinità, la mia missione; consultate le Scritture ed esse vi renderanno testimonianza di me (Ioann. V, 39). Quello che diceva Gesù, lo ripeteva S. Pietro, predicando che di lui fanno testimonianza tutti quanti i profeti (Ad. X, 43); lo ripeteva S. Paolo, asserendo che Gesù è il fine, il termine, il compimento, lo scopo di tutta quanta la legge (Rom. X, 4). – Chiunque legge e medita la sacra Scrittura, trova Gesù Cristo dappertutto, chiaramente e velatamente sotto le ombre e le figure; resta dunque che chi si ostina a non credere, sia o ignorante o uomo di mala fede. « E perché, scrive l’Apostolo, non hanno voluto ricevere l’amore della verità per essere salvi, Dio li abbandonerà alla potenza dell’errore; sicché credano alla menzogna; affinché siano condannati tutti coloro che non credettero alla verità e si acquietarono all’iniquità»  (II Thess. II, 10-11). Accade ancora degli increduli quello che di loro già notava il Salmista: «Essi vanno dicendo a se medesimi: Il Signore non ci vede e non saprà quello che noi facciamo» (Psalm. XCIII, 7); e su questo errore dormono tranquilli per tutta la vita. – « Le tenebre non hanno compreso la luce » (Ioann. I, 5), dice il Vangelo. Per l’incredulo tutto è tenebre e notte, Gesù Cristo, la rivelazione, la Chiesa, i sacramenti, la legge, il dogma, il culto, la morale, la preghiera, il giudizio, il paradiso, l’inferno, la santità, la sapienza, la virtù, la grazia, la salute, ecc. Qui si adattano quelle parole di Seneca : « A che illuderci? non è fuori di noi il male che ci rode, ma è dentro di noi, nelle nostre viscere; docilmente guariamo, perché non sappiamo di essere malati ». Perciò l’incredulità è follia a un tempo e malattia quasi incurabile; come il pazzo vede e giudica ben altrimenti dell’uomo assennato e sempre dà in fallo, così fa l’incredulo rispetto al credente. E’ questo, appunto il rimprovero che Gesù Cristo fece ai discepoli di Emmaus: « O stolti, voi che andate così a rilento nel credere a quello che dissero i profeti! » (Luc. XXIV, 25). – Ateniesi, disse S. Paolo, io mi sono abbattuto, passando per questa vostra città, in un altare su cui sta scritto: «Al Dio ignoto» (Ad. XVII, 23). Ciechi increduli, non meritate anche voi il medesimo rimprovero? Non è forse Dio una cosa a voi affatto sconosciuta? Ve ne date pensiero? Ma come conoscerete Iddio, mentre respingete volontariamente la fede?…- L’indurimento. — L’incredulo pensa e parla come Faraone : « Chi è il Signore, perché io deva ascoltarne la voce? Io non conosco alcun Signore » (Exod. V, 2). Ma ricordino gl’increduli che quanto più Faraone chiudeva gli occhi, tanto più s’indurava il suo cuore. Per gl’increduli che cercano di mascherare la loro incredulità con l’istruzione, dicendosi pronti a credere quando fossero persuasi con argomenti irrefutabili, si adatta quella risposta che diede Abramo al ricco dannato il quale lo pregava di mandare Lazzaro ad avvertire i suoi fratelli affinché mutassero vita, che cioè se non credevano a Mosè e ai profeti, non avrebbero nemmeno creduto ad un morto venuto dall’altro mondo (Luc. XVI, 29-31). L’incredulo che si acceca volontariamente, necessariamente s’indurisce. – Chi è l’indurito? chiede S. Bernardo, e risponde: l’indurito è colui il cui cuore non si commuove per nulla, che non si sente attratto dalla virtù, che non si lascia scuotere dalle preghiere, che si ride delle minacce, che resiste sotto i castighi, che dimentica i benefizi, che si burla dei pericoli, che non teme né Dio né gli uomini. Questo è il vero carattere dell’uomo indurito (Lib. 1 de Consider.). Ed è questo, soggiungiamo noi, il vero ritratto dell’incredulo. – La corruzione del cuore. — Questo terzo frutto dell’incredulità, così fu descritto dal Salmista: «Disse l’insensato in cuor suo: Dio non esiste. Ma ecco che questi tali si sono corrotti e divenuti abbominevoli nei loro affetti; non si trova più tra loro nemmeno uno che faccia il bene… Tutti si sono gittati fuori di strada e caddero in dissoluzione; la loro gola è un sepolcro spalancato, con la loro lingua ingannano, dalle labbra schizzano veleno di vipere. La loro bocca è piena di maledizione e di fiele, i loro piedi corrono allo spargimento del sangue. Nelle loro vie è afflizione e calamità, non conoscono la strada della pace, non è dinanzi ai loro occhi il timor di Dio » (Psalm. XIII, 1-3). – L’incredulo ben può dire di se stesso: «Le mie piaghe si sono incancrenite a cagione de’ miei traviamenti » (Psalm. XXXVII, 5). Gli increduli sono corrotti e carichi di delitti e sono increduli appunto perché carichi di peccati e di corruzione. La corruzione dello spirito e del cuore genera la incredulità e l’incredulità accresce la corruzione della mente e del cuore… Mondate, o increduli, il vostro cuore dall’impurità, cacciate dal vostro spirito la bestemmia e voi cesserete d essere increduli, avrete la fede… – Gli increduli sono abbandonati da Dio e giudicati fin da questa vita. « I rami, cioè i Giudei, furono recisi a cagione della loro incredulità » dice S. Paolo (Rom. XI, 20). Per la loro incredulità cessarono di essere il popolo di Dio; sono divenuti pagani; Dio li ha rigettati e maledetti… Così ugualmente tratta gli animi increduli quel Dio che vuole che si creda in lui, che si ami e si adori… Gli increduli corrono la sorte dei reprobi, con questa differenza, che i reprobi sono essi costretti ad allontanarsi da Dio, gli increduli costringono Dio ad allontanarsi da loro. Ed essere abbandonato da Dio è la somma delle disgrazie… – Del resto, l’incredulo non ha da aspettare la sua sentenza in fin di vita; egli è già giudicato mentre ancora vive, poiché è chiarissima e perentoria la parola di Gesù Cristo: « Chi disprezza me, e non dà orecchio alle mie parole, ha chi lo giudica: anzi egli non credendo è già giudicato » (Ioann. XII, 18) (Ioann. IlI, 18). E quello che qui Gesù Cristo dice di se stesso, lo aveva già detto Dio, nell’antica legge, di ogni uomo che parlasse in suo nome: « Chi non vorrà intendere quello che il mio profeta parlerà in vece mia mi troverà pronto a vendicarlo » (Deut. XVIII, 19). – La morte da reprobo. — L’incredulo vive da reprobo; ora come non morirà tale, senza un grande miracolo della grazia, miracolo che Dio non è tenuto a dare, anzi, per quanto si ricava dalla Scrittura, si protesta di non dare? – Nel Deuteronomio infatti leggiamo: « Chi si insuperbisce e non vuole ubbidire al comando del sacerdote, morrà » (XVII, 12). E ai Giudei Gesù diceva: «Se voi non crederete in me, morrete nei vostri peccati » (Ioann. VIII, 24). «Quale sarà, domanda S. Pietro, la sorte di quelli che non vogliono credere al Vangelo di Dio? Se appena il giusto troverà salvezza, che cosa toccherà all’empio ed all’incredulo » (I Petr. IV, 17-18).

3. Castighi dell’incredulità. — Dio ha in ogni tempo puniti gli increduli: Noè, nei cento anni che impiegò a fabbricare l’arca, non cessò mai di ammonire il mondo del castigo terribilissimo di un diluvio universale che stava per sommergerlo; gli uomini lo canzonano, rimangono increduli e il diluvio si avvera. – Chi travolse nella rovina di Sodoma coloro che Lot cercava di salvare? l’incredulità di quei cittadini che s’imaginavano ch’egli celiasse (Gen. XIX, 14). E le piaghe di Egitto non furono causate dall’incredulità? Perché Faraone annegò con seicento mila Egiziani nel Mar Rosso? perché furono increduli alla parola divina annunziata da Mosè. – Portatevi nel deserto e là vi dirà il Salmista, che tutta la nazione ebrea corse pericolo di totale sterminio, in punizione di non aver creduto alla parola del Signore, di non aver dato ascolto alla sua voce (Psalm. CV. 25-26). « L’ira di Dio piombò sopra di essi e prostrò il fiore d’Israele, perché non avevano prestato fede alle sue meraviglie » (Psalm. LXXVII, 30-32). – Zaccaria esita a credere quello che gli annunzia Dio e in pena della sua incredulità perde la favella (Luc. I, 20). Simili ai padri loro, gli Ebrei contemporanei di Gesù Cristo non vollero ascoltare le sue chiamate: ma la distruzione di Gerosolima, le inaudite calamità cui sottostette la nazione giudea e la sua dispersione tra le genti, mostrano il frutto della loro incredulità. « Quando gli increduli, esclama la Sapienza, dichiararono, o Signore, di non volervi conoscere, si aggravò sopra di loro il peso del vostro braccio, furono inondati da nuove acque, flagellati da grandini, battuti da tempeste, consumati dal fuoco »  (Sap. XVI, 16).  – Qual è stata la fine degli increduli in tutti i secoli? La loro morte somiglia alla loro vita; vivono senza fede, muoiono nell’incredulità… Gli increduli sono nemici di Dio e degli uomini. I loro fatti, i loro scritti, la lor vita, la loro morte, il loro nome sono esecrati dal cielo e dalla terra…

4. Grande è il numero degli increduli. — Già da’ suoi tempi si lagnava Isaia che molti non porgevano orecchio alle parole dei profeti e vivevano da increduli(Isai. LIII, 1). E a lui fa eco, dopo vari secoli, S. Paolo, lamentando che non tutti obbediscono al Vangelo (Rom. X, 16); prenunziando che sarebbe venuto un giorno, in cui gli uomini non avrebbero più dato ascolto all’annunzio della sana dottrina; ma deprezzando la verità, si sarebbero volti alle favole (II Tim. IV, 3-4). Questo vuol dire che in tutti i tempi vi sarebbero stati degli increduli, allora e oggi e sempre.

« Quando verrà il Figliuolo dell’uomo, stimate voi che troverà molti credenti sulla terra?», diceva il Salvatore (Luc. XVIII, 8). Ora se venisse oggidì, quanti increduli vi troverebbe!… Infatti non vivono forse da increduli tutti coloro che abbandonano la legge di Dio, la religione, i sacramenti? Invano diranno che credono, poiché la fede senza le opere, è morta, risponde loro S. Giacomo (II, 26). Come sono poche e rare le virtù cristiane, perché la fede manca. – « Chi è incredulo, opera sempre infedelmente », dice Isaia — (Isai. XXI, 2). Ora un gran numero di persone si regolano male, vivono infedeli a Dio, alla sua legge, alla coscienza; ecco altrettanti increduli. Se poi è incredulo chi non ha un anima retta, come dice Abacuc (Habac. II, 4), quanti non somigliano all’incredulo in questo punto!

5. Rimedi contro l’incredulità. — 1) – Bisogna spesso rivolgere a Dio questa preghiera del profeta: «Illuminate, o Signore, le mie tenebre, rischiarate i miei occhi, affinché non mi addormenti un giorno nella morte; perché il mio nemico non dica: l’ho soverchiato e vinto» (Psalm. XVII, 28) (Psalm. XII, 4-5). – 2) – Avere gran timore di perseverare nell’incredulità. « Se oggi udite la voce del Signore, grida il Salmista, non indurite i vostri cuori » (Psalm. XCIV). Pensate alla misericordia di Dio, che vi cerca e vi trae non ostante l’incredulità vostra; udite che vi dice per bocca d’Isaia: « Io sto tutto il giorno con le braccia tese per istringere al mio seno un popolo incredulo che cammina per una strada non buona » ( Isai. LXV, 2). Principalmente su la croce questo gran Dio stese le braccia per stringersi al petto il mondo intero… 3) – Bisogna fuggire gli increduli: è questo l’avviso di S. Paolo: « Se qualcheduno fa il riottoso alla nostra parola, non abbiate seco lui alleanza veruna » (II Thess. III, 14). 4) – Obbedite per prima cosa alla legge naturale, alla voce della coscienza, poi schivate il peccato e voi crederete senza pena…

 

J.-J. GAUME: La profanazione della DOMENICA [prefazione e lett. 1]

Iniziamo la pubblicazione di una opera piccola, ma importantissima, di Mons. Gaume, quanto mai attualissima per noi “presunti” o “veri” cattolici: “la profanazione della Domenica”. Oltre alle abitudini dell’epoca [lo scritto è del 1850], la profanazione della Domenica, è moda corrente favorita dalla falsa gerarchia conciliare: i presunti cattolici, anticipando abitualmente la frequentazione “fugace” della Messa domenicale [ma tanto è una Messa falsa e blasfema! … dirà giustamente qualcuno], hanno ampia possibilità di andare al mare, in campagna o in montagna d’estate, alle gite fuori porta, ai centri commerciali, allo shopping compulsivo, agli spettacoli teatrali e cinematografici, alle manifestazioni sportive, culinarie, c.d. artistiche e culturali, ai musei gratuiti la domenica, ai raduni politici e alle manifestazioni sindacali, ai programmi televisivi o alla navigazione internet, oltre a balere, discoteche, ludoteche … ce n’è per tutti i gusti, signori … entrate, accorrete, venghino lor signori,  venghino … di santificare le feste non c’è bisogno, tanto poi ci pensa la misericordia …! Ci torna alla mente una celebre frase di S. Alfonso M. de Liguori, nelle sue Meditazioni. “… e cantando e ballando, i cristiani se ne vanno all’inferno …!”. Leggiamola possibilmente con attenzione, onde trarne un frutto spirituale. [nota redaz.]

LA

PROFANAZIONE

DELLA DOMENICA

ED ESTREMI MALI CHE COTESTA CAGIONA ALL’UMANITA’

OPERA

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DELLABBATE GAUME

Vic. GEN. DI NEVERS, DOTT. IN TEOLOGIA

TRADOTTA DAL FRANCESE DA DOMENICO CERRI CANONICO ON. E PROFESSORE EMERITO DI TEOLOGIA E DIRITTO CANONICO.

TORINO, 1853. – – Via della Zecca n. 23, casa Birago.

 

Niente è più alto a materializzare un popolo, quanto la profanazione della Domenica. – Un popolo materializzato è un popolo morto.

Ill.mo Sig.r Conte CESARE DI CASTAGNETTO SENATORE DEL REGNO

La traduzione dell’eccellente opera francese la profanazione della domenica, che ho io eseguita, dietro l’onorevole invito d’autorevoli personaggi, alla tranquilla ombra dell’amenissimo Castello di Castagnetto di V. S. Ill.ma, non meglio che a Lei posso io dedicare, non tanto pelle preelette virtù di Lei, di cui fecero già chiaro cenno classici giornali francesi ed italiani, egregi scrittori, e l’istesso Supremo Gerarca, Pio IX; quanto per quella ardente premura, con la quale Ella santifica le Domeniche e Feste da render Sé legge, esempio, specchio e luce alla Lei nobile Famiglia, ed alle persone tutte da Lei dipendenti, e di Lei ammiratrici: premura Santa che la spinge infino a generosi e pii Sacrifizj, acciocché i Lei soggetti non vengano privi dei mezzi per santificarle. Per quanto debole sia la mia non serva penna ad innarrar le Lodi di Lei, non pertanto la delicata modestia di V. S. Ill.ma se ne risente, quindi m’impongo silenzio, protestandomi con perfetta osservanza, inalterabile devozione ed altissima stima,

D . V. S. Ill.ma, D.mo, Obbl.mo, Oss.mo Servitore Can. Domenico Cerri.

Torino, il 15 dicembre 1852

PREFAZIONE DEL TRADUTTORE

Invitati noi a porger mano alla traduzione in lingua italiana di questa eccellente operetta, stampatasi in francese per la prima volta in Parigi nel 1850, abbiamo opinato non esser disutile cosa, se le premettiamo in prima alcune brevi nozioni tolte dai più gravi scrittori intorno all’origine del giorno di Domenica, e delle principali feste celebratisi infra l’anno, acciocché sia compiuto in sua concisione questo trattatello. – Il giorno di Domenica adunque, primo dì festivo appresso i Cristiani, venne da’ santi Apostoli instituito invece del sabato dagli stessi primordi della Chiesa, a perpetua memoria della risurrezione di Gesù Cristo in tale giorno avvenuta. – I quali primordi propriamente deggionsi attribuire al giorno di Pentecoste: poiché allora, compiuti i Misteri di nostra redenzione, il sacrosanto Vangelo fu promulgato pubblicamente. Dopo questo giorno poi, permutati i giorni festivi giudaici ne’ nostri, egli è indubitato, che il primo giorno, il quale loro siasi presentato, non altro fosse che il Domenico: imperocché né il giorno di Natale, o di Pasqua, de’ quali la remotissima origine muoverebbe qualche dubbio, poterono occorrere, se non frapposto lo spazio di alcuni mesi, come saviamente osserva il venerabile Cardinale Bellarmino [Lib. 5, De Sanctis, c. II]. Del giorno di domenica fa menzione l’Apocalisse [I , 10], gli Alti Apostolici [XX, 7], S. Paolo [I. Cor., XVI, 2], come dirittamente dimostrano nel citato luogo Bellarmino ed Asorio [P. 2, Instit. Mor., I. I, c. 2, q. 1,2], allegando molti testimoni de’ Padri contra dei Centuriatori Magdeburgesi. Di questo giorno si fa cenno eziandio nel libro oliavo delle Costituzioni Apostoliche di S. Clemente [Cap. 55, version. Turriani], e nel canone 65 dogli Apostoli, e nell’epistola di S. Ignazio martire a’ Magnesiani, dove il giorno Domenico chiamasi re e principe de giorni; come anche nella lettera del medesimo a’ Filippesi; così pure nell’apologia di Tertulliano, cap. 46, ed in altri innumerevoli monumenti de’più antichi Dottori. – L’annua solennità del giorno del Natale di Gesù Cristo ebbe per istitutori gli Apostoli beati, come scrisse Asorio; e Bellarmino (L. 3, De’ Santi, c. 15) riporta molti Padri in confermazione di questo, de’ quali ci basta il solo S. Clemente romano nelle Costituzioni Apostoliche. Il giorno festivo dell’Epifania pur anche alle Apostoliche Costituzioni deve attribuirsi, secondo quello riferito viene da Epifanio nel Compendio della Fede verso il fine, ed Asorio al luogo citato. – L’annua celebrazione della Pasqua,ossia della risurrezione di Gesù Cristo fu ordinala dagli Apostoli, ci assicurano S. Clemente, S. Agostino ed Àsorio come si può vedere presso il Bellarmino. La stessa cosa hassi da dire della vigilia di Pasqua, delle altre vigilie, e delle quattro tempora poi si leggano Terlulliano, Eusebio, S. Leone M., Bellarmino, ed il Baronio. – Essa è altresì apostolica tradizione appresso Clemente e Bellarmino, che la Domenica in Albis, cioè l’ottava di Pasqua avesse l’istesso principio. La festività dell’Ascensione di Gesù Cristo anch’essa riconosce gli Apostoli per autori, come insegnano Clemente, Agostino, Asorio e Bellarmino. Il dì solenne e sacro di Pentecoste parimente secondo le Costituzioni degli Apostoli, ad essi deve ascriversi. – Di questo giorno fanno eziandio parola S. Ireneo nella sua orazione di Pasqua, citata da S. Giustino martire, Tertulliano e S. Basilio. Che anzi stimiamo, seguendo autorevolissimi scrittori, probabilissima la dottrina di S. Epifanio, il quale riferisce quello che della Pentecoste fu scritto negli Atti Apostolici e nella lettera di S. Paolo (1 Cor, XVI, 9) alla Pentecoste della Chiesa Cristiana, che afferma essere derivata dalla tradizione e dall’instituzione apostolica, benché a certuni paia forse potersi riportare alla Pentecoste de1 Giudei, quello che nel suddetto libro inspirato di somigliante giorno si dice. – La festa della Purificazione della Beatissima Vergine Maria è anch’essa antichissima, come chiaramente dimostra Bellarmino dallo orazioni recitate nel suddetto giorno da’ più vetusti Padri. E certamente esso è talmente antico, che giudicò Asorio essere cotesta solennità stata instituita o dagli Apostoli, o indubitatamente dai primi discepoli degli Apostoli. – I giorni poi consacrati alla celebrazione degli Apostoli vennero essi fissati dai discepoli di questi appena che loro succedettero, come ci ammaestrano Àsorio e Bellarmino e con dirittura: imperocché S. Clemente impose ai fedeli di osservare le feste de’Martiri, e nominatamente di santo Stefano. Da quello impertanto, che abbiamo detto de’ giorni festivi, sia di Nostro Signore Gesù Cristo, sia de’Santi, è manifesto, che sono da riprendersi o di brutto svarione, o di maliziosa dissimulazione i Centuriatori Magdeburgesi (1), a quali non basta ’l negare, che gli Apostoli abbiano statuito certi giorni festivi, ma per somma impudenza aggiungono ancora, che nei primi secoli della Chiesa non si legga essersi emanati decreti per regolare e fissare de’ giorni festivi, di Pasqua in fuori. – Santa Chiesa poi, sempre mai condotta da quella indefettibile sapienza, di cui fece ognora bella mostra, essa pure infino da’primi secoli instituì alcune solennità, ed approvonne certe altre: instituì ella alcune solennità per così contrapporre alle feste piene di lussuria, di brutalità e di scandali dei Pagani, la santità de’ nostri sacrosanti Misteri, per allontanare da codeste immoralità i Fedeli, e tenerli in orazione ed edificazione, col qual mezzo ella venne a guadagnare ne’ suoi figliuoli, che li conservava puri e virtuosi; nel paganesimo, che, rapito della virtù de’Cristiani, n’abbracciava la legge loro. Approvò poi ancora Santa Chiesa certe altre solennità che dai varii regni del mondo cattolico tra, i popoli a lei si rivolgevano, pregandola con istanza ad elevare al grado di festa certi giorni, e come tali, per sua autorità, dichiararli; le storie sono ripiene di simili petizioni devote, le quali i Romani Pontefici, dopo maturo esame, od esaudivano o rigettavano, secondo che giudicavano più conveniente pella Religione e pei popoli. E coloro che acremente impugnano le feste ed avventano in sulle adorabili guance di Chiesa Santa le più vili calunnie ed oltraggiose, perciò, se avessero letto la storia ecclesiastica, s’ adonterebbero di loro ignoranza grossa grossa, o di loro mala fede empia empia; ma se non la leggono questa istoria, o se la leggono, lo fanno non per altro che per attingervi le obiezioni orpellando e svisando la verità onde sedurre i credenti! Assaissimo sarebbevi a dire intorno a siffatto argomento, ma la mole del libro nol permettendo, ci limitiamo solo a quello della Santificazione della Domenica, né possiamo meglio sotto ogni riguardo trattarlo, che riproducendo la sovra accennata Opera, e presentandola tradotta; coloro che la leggeranno, non potranno almeno d’altamente commendare la potenza e dirittura somma dell’ingegno dell’autore sullodato nel condurre il suo tema, ed inorridiranno all’aspetto dei mali che stanno per rovinare d’ogni parte sopra de’profanatori del santo giorno della Domenica. 

LA PROFANAZIONE DELLA DOMENICA

considerata per rapporto alla Religione, alla società, alla famiglia, alla libertà, al benessere, alla dignità umana ed alla sanità.

LETTERA I

RAGIONE E DISEGNO DI QUESTA CORRISPONDENZA.

Nevers, 5 aprile 1830

I

Signore, e caro amico [Queste lettere sono indirizzate al signor M. N. membro dell’Assemblea legislativa – ndr.-], per corrispondere io a’ vostri desideri vi mando le considerazioni, le quali mi dettò la rapida disamina della grande questione, divenuta da bella pezza l’oggetto de1 vostri profondi studi. Certamente niente n’è più degno delle meditazioni. d’un personaggio veramente politico: la legge sacra del riposo ebdomadario essendo il fondamento della Religione, diventa la salvaguardia degli Stati. Pertanto avete voi mille volte ragione di dire che, se ne’ nostri giorni d’aberrazione, qualche cosa avesse diritto di stupefarci, questa è infallibilmente l’oblio generale, in cui si lascia un punto di somigliante importanza. Senz’altro preambolo, m’accingo alla mia prefazione. Io la giudico necessaria; ma rassicuratevi, eh’essa non sarà lunga.

II

Voi sapete, che (specialmente) cinque immortali testimonianze appoggiano lutti i cattolici dogmi: la parola di Dio, la quale li rivela; il sangue de’ martiri, il quale li conferma; l’odio de’ perversi, il quale li oppugna; l’amore de’ buoni, il quale li propugna; la felicità, la quale quelli apportano. Tale è, ne’ tempi ordinarj, la vittoriosa dimostrazione della fede. – Nulla ostante avvengono epoche di vertigine, in cui il mortale, strascinato dall’orgoglio, tiranneggiato dai sensi, non solamente chiude gli occhi per nulla vedere e le orecchie per nulla ascoltare, ma anzi indaga ogni via affine di oscurar la verità, che lo ristucca. Per questi giorni infausti Iddio riserva, in favore di sua opera, un’ultima testimonianza. – Quest’ultimo argomento somigliantemente alla folgore, la quale discinde le dense nubi, i cui vasti fianchi intercettano i raggi del sole, cosi dissipa esso tutte le tenebre stese in sulle intelligenze. La verità è mostrata all’uomo, com’essa a lui si mostrò dalla vetta del Sinai tra lo splendore dei lampi, e il rombo del tuono; o come sopra il Calvario, nello spavento dell’umanità, e nel conquasso di tutta la natura. Quest’ultimo argomento della Previdenza sono le Rivoluzioni. – Dietro questi formidabili uragani, il suolo, messo sossopra e profondamente socchiuso, lascia vedere apertamente le basi recondite delle umane società. Si scorgono allora quelle delle grandi assise, il cui scuotimento ha determinalo la catastrofe; si scopre la mina che giunse a coglierle; si comprende quello che avrebbe dovuto adoperarsi per sventarla, ciò che è di mestieri fare per prevenire reiterati colpevoli attacchi.

III

Da tre secoli la Provvidenza ai popoli d’Europa dona questa suprema dimostrazione. Neppure un solo de’ nostri dogmi, la cui sociale necessità non sia oggi provata per una catastrofe. — La società è un fatto divino; il simbolo con tutti i suoi articoli, il Decalogo con tutti i suoi comandamenti, senza niuno eccettuarne, sono le condizioni vitali delle incivilite nazioni. Ecco quello che ripetono montagne di rovine coacervate sovra il suolo da mezzanotte a mezzogiorno. Ecco altresì, e sono felice di confermarlo, quello che un vago istinto comincia à far presentire agli uomini non ha guari i più indifferenti, per non dire i più ostili alla rivelazione. – Ritornarvi, o morire, e questo senza ritardo: la è il punto attuale della questione nell’intera Europa. – Il facile scioglimento di questa verità troppo lontano mi trarrebbe. Lo scopo di nostra corrispondenza è di richiamare l’attenzione su d’una sola di quelle leggi cristiane, la quale somigliantemente è dimostrata per catastrofi. Anzi oserei pronunciare che qui la dimostrazione diventa più compiuta e rilevante. Difatti, se, parlando della necessità delle leggi e delle cattoliche verità, si potesse ammettere di più o di meno, sarebbe manifesto che questa legge, sopra le altre, rendesi indispensabile alla società: ho nominato la legge della santificazione delle domeniche.

IV

Io sono, come voi, talmente convinto della calamitosa influenza della violazione del riposo ebdomadario, che non posso trattenermi dall’esprimere novellamente il mio doloroso stupore del profondo oblio, in cui è restata questa essenziale causa della malattia, la quale ci strugge. Durante questi ultimi anni, una lunga e nobile lotta venne sostenuta dai cattolici di tutta Europa in favore della libertà della Chiesa, e dai cattolici di Francia in favore della libertà particolare dell’insegnamento. La questione è vitale per vero. L’educazione è l’imperio; imperocché, l’educazione è l’uomo. Chi fra noi nol comprese? – Ma se l’educazione religiosa è necessaria per formare figliuoli cristiani, non dimentichiamo noi mai che la santificazione delle domeniche sola può rassicurare la perseveranza dell’uomo. Che all’uscire delle scuole cattoliche, le giovani generazioni entrino in un mondo indifferente ed anticristiano, esse non tarderanno niente, siatene certo, a divenire esse stesse indifferenti ed anticristiane. Ora, qualunque nazione, la quale non rispetti il giorno sacro del riposo e della preghiera, è una nazione indifferente ed anticristiana, il contatto di cui è contagioso per le generazioni nascenti; da cotale punto, ogni speranza di salvezza sparisce: la società si condanna di per se stessa ad una inevitabile rovina.

V

Del rimanente, qualsiasi illusione è ormai impossibile. Sovrasta a noi la più grande catastrofe della storia. Non attendiamo pertanto nostro salvamento, né dalla parola umana, né dai grossi battaglioni. – Se vogliamo noi esser noi i nostri stessi salvatori, noi nulla salveremo, neanche un misero avanzo di codesti beni materiali, a cui noi tutti gli altri sacrificato abbiamo. Iddio solo, operando nella pienezza di sua misericordia, può ritirarci dall’abisso, dove noi già precipitiamo. Ma chi può commuovere in nostro favore il suo paterno cuore? Una cosa sola: il ritornare a Lui. Collocati in una situazione meno grave della nostra, i popoli ammalati non conobbero mai altra via di salvezza: Ninive è un tipo immortale, un tipo eccitativo. Chi sa, che non sia per rammemorarci vivamente l’esempio della penitente città, che la Provvidenza divina manda a noi i suoi giganteschi monumenti? Ma d’onde ricomincerà il ritorno a Dio, se non per lo pentimento? Qual sarà il primo atto sociale di questo pentimento, se non l’adempimento d’un dovere che conduca alla pratica di tutti gli altri? Vale a dire, la santificazione delle domeniche, senza la quale, noi assai spacciatamente vedremo, che ogni ritorno sociale al Cristianesimo è impossibile ed illusorio.

VI

Egli è più vero, che non si pensi, e sopratutto, che non si dica: La Francia [ed oramai tutta l’Europa un tempo cattolica -ndr.-] perisce per cagione della profanazione della domenica. Nulla ostante le ammonizioni d’ogni sorta, le quali ad essa vengono prodigate, consumerà ella la sua rovina?…. Iddio solo conosceva questo ridottabile mistero. A noi, che l’ignoriamo; nostro dovere è di combattere con vivissima energia, e sino allo stremo in favore di questa società agonizzante. Disimpegnandoci di sì fatta responsabilità, gli sforzi, cui noi tentiamo, se degnasi Dio benedirli, otterranno per risulta mento di strappare l’ammalato da morte, o attutire, a riguardo di parecchi, la terribile scossa degli avvenimenti, che l’universo intero paventa. – Acciocché si dimostri la verità nel suo pieno splendore, né si lasci scusa all’ignoranza, né pretesto all’indifferenza, né sotterfugio alla malevolenza, io esamino la questione capitale della santificazione della domenica sopra lutti i suoi aspetti; in altre parole, io la presento in tutti i suoi punti di contatto con gl’interessi dell’uomo e della società. Così, oso dire a tutti, ricchi e poveri, padroni ed operai, compratori e venditori, abitanti di città, ed abitanti di campagna: se voi volete scongiurare i flagelli sospesi sui vostri capi, e sfuggire dalla barbarie, la quale vi soggioga, il più stringente dei vostri doveri è di far cessare, infra voi, la scandalosa e calamitosa profanazione della domenica. Sì, voi lo dovete, e dal giorno, in cui voi lo vorrete, voi lo potrete.

1-. Voi lo dovete, se tenete ancora anzi che no alla religione de’ padri vostri, la quale insomma è l’unica sorgente degli avvantaggi temporali, cui voi esclusivamente pregiate. Per verità, la profanazione della domenica è la rovina della religione.

2. Se voi non tenete più alla vostra religione, lo dovete ancora, se tenete all’umana società, la quale protegge vostra fortuna, vostra libertà, vostra vita. Per verità, la profanazione della domenica è la rovina della società.

3. Se voi non tenete più alla società, lo dovete ancora, se tenete alla famiglia, l’unico bene comune che di presente ci rimane. Per verità, la profanazione della domenica è la rovina della famiglia.

4. Se voi non tenete più alla famiglia, lo dovete ancora, se tenete alla libertà, verso della quale voi professate un culto cotanto ardente. Per certo, la profanazione della domenica è la rovina della libertà.

5. Se voi non tenete più alla libertà, lo dovete ancora, se tenete al vostro benessere, a questo benessere, oggetto di tutti i vostri travagli. Per verità, la profanazione della domenica è la rovina del benessere.

6. Se voi non tenete più al vostro benessere, lo dovete ancora, se lenete alla vostra dignità d’uomo, a questa dignità, di cui voi vi mostrate cosi geloso. In vero, la profanazione della domenica è la rovina della dignità umana.

Se voi non tenete più alla vostra dignità d’uomo, lo dovete ancora, se tenete alla vostra sanità, ed alla sanità di coloro i quali vi sono cari. Per verità, la profanazione della domenica è la rovina della sanità.

La profanazione della domenica vuole adunque dire:

— Rovina della religione; — rovina della società; — rovina della famiglia; — rovina della libertà; — rovina del benessere; — rovina della dignità umana; — rovina della sanità.

Ciascuna di queste rovine sarà il soggetto d’una o di parecchie lettere, secondo l’importanza dello scioglimento. Come voi desiderate, signore e caro amico, la nostra corrispondenza finirà per l’indicazione de’ mezzi da rimediare immediatamente al male. Dico immediatamente; imperocché di questi mezzi ognuno può valersi, e farsi applicazione con uguale securanza e facilità. La lunghezza di questa lettera non mi permette d’intraprenderne ora la discussione: lo farò fra breve. Gradite, ecc. [Continua …]

J.-J. GAUME: IL SEGNO DELLA CROCE [lett. 22-23]

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LETTERA VENTESIMASECONDA.

19 dicembre.

Caro Federico

Pronunziata l’inappellabile sentenza negli affari civili, a qual partito dovranno appigliarsi le parti? Null’altro è da fare, che eseguirla sotto pena di rivolta, e di tutte le tristizie, che questa mena seco. Simile cosa è per le questioni dottrinali. Quando l’autorità infallibile ha deciso il punto in questione, resta solo prendere a norma di condotta il pronunziato del supremo tribunale, sotto pena di rivolta peggiore, e di tutti i tristi effetti, che potrebbero seguirla. – Un giudizio era stato iniziato fra noi ed i primi cristiani, che aveva a scopo determinare, se la ragione fosse per essi, che facevano il segno della croce e lo eseguivano soventemente e bene; o per i cristiani moderni, che più non lo fanno, o raramente e male. La causa è stata con ogni studio esaminata, la discussione pubblica, i difensori sono stati intesi. Il fiore della umanità costituita in supremo tribunale, avendo ad assessori, la fede, la ragione, l’esperienza, il sentire de’ popoli ancora pagani, ha pronunziato in favore dei cristiani della Chiesa primitiva. Che fare adunque? È da rinnovare la gloriosa catena delle nostre antiche tradizioni, sì sventuratamente rotta, e fare il segno della croce, farlo sovente, e bene. – Fare risolutamente e manifestamente il segno della croce. E perché nol faremo noi? Perché reputeremmo onta il farlo? Farlo o non farlo non è mica indifferente, mio caro; farlo è onore, tralasciarlo disonore. Facendolo, noi saremo i successori, e ci troveremo nel mezzo di tutti i grandi uomini, e dei grandi secoli dell’Oriente e dell’Occidente, con l’immortale nazione cattolica, col fiore dell’umana famiglia. Non facendolo, noi avremo per predecessori, compagni e successori, tutti i meschini eretici, la nullità degl’increduli, i poveri ignoranti, le piccole e grandi bestie. – Come facendo il segno della Croce noi ci copriamo, unitamente alle creature che ci appartengono, di un’armatura invincibile: cosi tralasciandolo, ci disonoriamo, ed esponiamo noi stessi e quanto ci appartiene a gravissimi pericoli; vivendo l’uomo ed il mondo necessariamente sotto la influenza dello spirito del bene, o sotto quella dello spirito del male. Quest’ultimo tiranno dell’uomo e delle creature, fa loro sperimentare le sue maligne influenze, ed il corpo e l’anima, lo spirito e la materia sono da esso viziati. Fu questa sempre fondamentale credenza del genere umano. Il perché, da poi diciotto secoli, i capi della spirituale battaglia ci dicono di coprir noi e le creature di questo segno, scudo impenetrabile alle ignee frecce dell’inimico: Sentititi in quo ignitæ diaboli extinquuntur sagittæ. E noi, soldati infedeli alla consegna, noi getteremo volontariamente la nostra armatura?Noi con un petto scoperto resteremo da insensati, esposti a’ colpi dell’armata nemica! E ciò, per non dispiacere ad alcuni, ed a chi? – Mi dicono: Il mondo attuale non fa il segno della Croce e non ne riporta nocumento alcuno. Una tal cosa può con certezza affermarsi? Qual è oggi la sanità pubblica dell’uomo, e della natura? Non intendi di continuo ripetere in Alemagna, ed in Francia come da per tutto: Non v’è più sanità! Questa parola divenuta popolare, è solo una parola? Ottimisti, come voi vi dite, credete dunque che le leggi divine fatte per l’uomo, spirito e materia, non abbiano in questa vita duplice sanzione, una morale e l’altra fisica? Voi credete che la profanazione del giorno consacrato al riposo dell’uomo e delle creature; che il disprezzo della legge del digiuno e dell’astinenza, non possano mettere in pericolo che la sola salute dell’anima? Voi credete che il movimento febbrile degli affari, le agitazioni politiche, la sete de’ piaceri, carattere distintivo di un mondo, che ha intrapreso la discesa del cielo sulla terra; che gli sregolati costumi, l’usanza di cangiare la notte in giorno, e questo in quella; che il soddisfare alla sensualità nella scelta de’ cibi, lo spaventevele consumo di spiriti, i cinque cento mila caffè, e bettole, siano di nessuna cattiva influenza per la sanità pubblica? D’onde procede lo scemarsi delle forze nelle generazioni moderne? Sarebbe facile trovare di presente molti giovani capaci di maneggiare le armi de’ nostri avi del medio evo, o di portare la loro armatura? Le riforme sì numerose, eseguite da’ consigli di revisione, per difetto di taglia e buona conformazione; l’impotenza di osservare i digiuni, ancorché sì addolciti, che sperimentano le stesse persone religiose, non ha alcun senso? Che cosa dice l’aumento considerabile e tuttodì crescente delle farmacie, e dei medici, e de medium medici, le cui anticamere saranno, fra breve, frequentate come le sale delle sommità medicali? – In fine, i casi continui e crescenti di suicidio e di pazzia, arrivati ad un numero incalcolabile sino al presente, sono de’ sintomi, che ci rassicurano sul conto del prosperare della sanità pubblica? Dando a tutti questi fatti, e ad altri ancora, il senso il più ristretto, non dimostrano essi, per lo meno, che la salute pubblica non è più quella di altri tempi? – E la vigoria della sanità della natura, su cui non è più eseguito il segno liberatore, è dessa in progresso? Qual cosa mai ci dicono la malattia delle patate, quella delle uve, degli alberi, de’ vegetali, delle piante, e delle erbe istesse, da negare il foraggio necessario? Tutti questi malati, in numero di cento, sorpresi simultaneamente da gravi ed ostinate, sconosciute malattie, attestano per la perfetta sanità delle creature? Questo fenomeno altrettanto più sinistro che non v’ha uguale nell’istoria, sembra piuttosto presentare la natura come un grande ospedale, ove, come nella specie umana, tutto è malato, languido, ed alterato. – Non lo si può negare, il mondo attuale è malato più che in altri tempi, sia che lo consideri nell’uomo, come nelle creature a lui immediatamente sottoposte. Che cosa mai è la malattia e l’infermità, se non mancanza ed indebolimento di vita? Il Verbo Creatore è la vita, è tutta la vita; epperò dilungarsi da Lui è un venir meno nella vita, uno scemarla, come appressarsi ad esso, è un’aumentarla e rinvigorirla. – Siamo debitori di questa nomenclatura alla gentilezza di un dotto naturalista, il sig. F. Verecruysse di Courtrai. Egli stesso ha raccolto, in quest’anno 1868 delle foglie di tutti gli individui malati, dei quali gli è piaciuto mandarci dei saggi. Ci conceda egli dunque di offrirgli un pubblico attestato di tutta la nostra riconoscenza. – Le creature materiali essendo incapaci di bene e di male, sono malate, solo perché seguono la condizione dell’ uomo. L’uomo essendo il centro ed il compendio della creazione, racchiude in se stesso tutte le leggi che reggono le creature inferiori, se egli le viola, l’effetto della violazione si fa sentire in tutta la natura. N’è testimonio il peccato di Adamo. Alla stessa causa, riprodotta nel corso dei secoli è necessario attribuire le malattie delle creature, sempre in ragion diretta della intensità della causa, che le produce. Non sembra egli che Isaia avesse gli occhi fissi alla nostra epoca allorché disse : « La terra è stata infettata dai suoi abitanti. Di là hanno origine le lacrime, l’afflizione, i languori della terra, la decadenza del globo; la malattia della vite, ed i gemiti dei coltivatori: » – Luxit et defluxit terra, et infirmata est… defluxit orbis et terra infecta est ab habitatoribus suis, quia…. mutaverunt ius etc. XXIV, 4 e segg.; Abacuc, Geremia e gli altri profeti parlano cogli stessi termini di quest’agonia della natura. – A giudizio della Chiesa e di tutti i secoli cristiani, l’atto esteriore, il tratto di unione il più che altro universale e comune, che metta le creature a contatto con la vita, è il segno della croce. Ora, voi ve ne beffate, non lo eseguite, né volete usarne; per tutto che vi riguarda, voi lo rimpiazzate, come usate riguardo alla preghiera, ed ai pellegrinaggi di altri tempi, con i bagni di mare, con le acque tiepide, calde, fredde, sulfuree, ferruginose di Vichy, della Svizzera e de’ Pirenei. Per le creature, collo stabio artificiale, col muover guerra alla vita degl’insetti, col prosciugare i terreni, col solforare le piante. Benissimo: non sono queste da trasandare, ma è mestieri non omettere le altre: “Haec oportet facere et illa non omittere. Cosi il mondo moderno disprezzatore della divina ed umana saggezza, senza farsene coscienza alcuna, crede poter violare una legge religiosamente osservata da poi il principio del Cristianesimo, e rispettata dallo stesso paganesimo, che la formulava dicendo: È da pregare per avere sanità fisica e morale: “Orandum est ut sit mens sana in corpore sano”. Non v’ha dunque ragione da muovere lamenti; noi raccogliamo quello ch’è, e dev’essere. – Che se la sanità fisica dell’uomo e della natura prosperasse, come si pretende, senza il segno della croce, resterebbe la morale, che avanza in importanza immensamente la prima. Qual è lo stato sanitario del mondo morale al presente? Se per minuto ed a segno, volessi a tale domanda rispondere, andrei troppo per le lunghe; però ti ricorderò solo, che l’uomo morale come il fisico, è nell’alternativa di vivere sotto l’influenza salutare dello spirito buono, e sotto quella malefica dello spirito cattivo; e che il segno redentore ci rende partecipi alla prima, e l’assenza di esso ci sommette, ed abbandona alla seconda. È questo l’insegnamento della Chiesa, confermato dalla pratica de’secoli cristiani. Sperienza di simil fatta, per diciotto secoli doratura, è un nulla per noi? Voi non volete più il segno liberatore, nessuna fede avete in lui, più non lo si vede sulla vostra fronte, sulle labbra, sul cuore, su i vostri alimenti. E bene! satana v’imporrà il suo. Su tutte codeste fronti, su tutte le labbra di simil fatta, e nei cuori, si vedrà, e senza bisogno di microscopio, il segno della bestia. Questo segno si rivela sulla fronte per lo spirito di orgoglio e di rivolta, per la collera, il disprezzo, l’imprudenza, la vanità, l’alterazione de’ lineamenti; il non esser atto alle scienze spiritualiste, lo aver nessun gusto per le scienze morali; il pallore delle goti impressovi dalla impurità, o il rosso prodotto dall’intemperante uso de’ vini; un certo che di livido nella fisonomia, di basso, di scolorito e bestiale. In fine, quel cinismo negli occhi spiranti adulterio, ed un peccato che non tocca mai la fine, provocatore continuo delle anime incostanti [“Animalis autem homo non percipit ea, quae sunt spiritus Dei”. (I. Corint. II, 14). — “Oculos habentes plenos adulterii, et incessabilis delicti, pellicientes animas instabiles”. (II. Petr. II, 14)]. – Come sono contrassegnate da esso le labbra? Le riconosci dall’esser sempre mosse ad un riso immoderato, od impudico, scioccamente empio, o crudelmente burliero, loquaci, senza alcuna regola, con discorso di nessuna importanza, sempre privo di scopo; parole invereconde, irreligiose, bestemmiatrici, piene di odio, di maldicenza e gelosia, spiranti concupiscenze, traspirano sepolcrali esalazioni, velenose più che tossico di vipera (2) [“Sepulcrum patens est guttur eorum”. (Psal. V, 11). — “Despumantes suas confusions”. (Judae Ep. v. 13)] Il cuore marcato da questo segno è ingombro di mali pensieri, di desideri, di fornicazioni e di tradimenti, di profondo egoismo, di ruberie, di avvelenamenti, di morti; sovra di esso hanno impero le cortigiane, e le femmine rifiuto della umanità [“De corde enim exeunt cogitationes malae, homicidia, a-dulteria, fornicationes, furta, falsa tcstimonia, blaspbemiae”. Matth.. XV, 19]. – Sugli alimenti lo riconoscerai alle loro pessime influenze. Non essendo stati questi liberati dal segno redentore, dessi servono da veicolo a satana per trasmettere tutte le sue tristi influenze, a giudizio de’ pagani stessi. Questi, messi per la nutrizione, a contatto con la inferior parte dello spirito, vi eccitano gli sregolati appetiti, solleticano gl’istinti, commuovono le passioni. Di che segue la ricerca di soddisfare alla sensualità nel vitto e nella bevanda, il dispotismo della carne, il disgusto del lavoro, la impotenza di resistere alle tentazioni, lo affievolirsi, e qualche volta ancora l’imbruttimento della ragione, la mollezza della vita, il sibarismo de’costumi, l’adorazione del dio ventre, terminando col disprezzo di sé, col soffocare la coscienza ed il senso morale con l’infanticidio, e col suicidio [“Inimicos crucis Christi, quorum finis interitus: quorum Deus venter est et gloria in confusione ipso rum”. Philip. Ill, 18]. – Volgi intorno Io sguardo, mio caro amico, e cerca le fronti, le labbra, i cuori, le mense ove si conserva la santità, la dignità, la sobrietà umana e cristiana ; il vivere mortificato e puro; i cuori forti contro le tentazioni; gli animi dedicati alla carità ed alla virtù; le forme di vivere, che possono senza rossore rivelarsi agli amici ed ai nemici: tu le troverai solo dove la croce regna protettrice! – Quanto dico quest’oggi sia per te come un dato di esperienza, domani ti apporterò di esso le ragioni e le prove.

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LETTERA VENTESIMATERZA.

20 dicembre.

Tu non dimentichi, mio caro Federico, che di presente noi deduciamo le conseguenze pratiche, che emanano dal giudizio pronunziato fra noi ed i nostri avi. La prima è che noi dobbiamo fare risolutamente il segno della croce. – Tuttavolta l’inappellabile sentenza del tribunale, fosse tale da essere norma di nostra condotta, pure, a mettere in rilievo tutta la dignità sua, ho voluto mostrarti, quanta vergogna, e quali pericoli e sventure ci verrebbero addosso da una teoretica e pratica rivolta contro di essa. I fatti t’hanno cerziorato [reso certo –ndr. -] di tutto ciò. Tu hai visto il segno della bestia impresso su tutte le fronti, le labbra, i cuori e gli alimenti non santificati dal segno divino. D’onde trae ciò la origine sua? Ho promesso dirtelo, eccomi a compiere la mia promessa. – In nessun modo può mancare che il segno della bestia sia impresso in ogni uomo, ed in ogni cosa che non trovasi dall’egida del segno liberatore dell’uomo e del mondo, difeso; avvegnaché non v’ha che un solo preservativo per l’uomo, contro satana, ed un solo parafulmine pel mondo: il segno della Croce. Dove questo manca, satana agisce da padrone. Le quali cose, come ben altre volte abbiamo detto, dipendono e traggono tutta la loro evidenza dal dogma della umanità il più profondo, ed il più incontestabile, la servitù dell’uomo, e del mondo allo spirito del male, di poi l’originale peccato. Per mettere in piena evidenza quel che ho chiamato alta mistione della croce, concedimi che io ti venga ricordando qualche tratto isterico, che è troppo poco considerato. Quello che si osserva nell’ordine della cosa pubblica è un riflesso di quanto ha luogo nel mondo morale. – Ora quando una dinastia è assisa sul trono, dessa si studia d’inalzare il proprio stendardo, e scolpire il suo stemma da per tutto, poiché ciò è segno di sua dominazione. Come per opposto, se dal trono è rovesciata, primo atto del conquistatore è togliere via gli emblemi della caduta dinastia per rimpiazzarli con i propri, cosi annunziandosi a’ popoli l’inaugurazione de’ nuovi regni. Da poi settanta anni in Francia ed altrove, quanti di questi mutamenti di colori e di stemmi non abbiamo veduto! Quindi il Verbo incarnato venendo sulla terra per Io possesso del suo regno trovò satana che con esso la faceva da re e da Dio, e le statue ed i trofei, gli stemmi di lui da per tutto erano innalzati ; ma vintolo, i segni della sua dominazione disparvero, ed a loro vece brillò lo stemma del vincitore, la croce. Per la qual cosa, se un’anima od un paese, in pena delle sue colpe, è dannato di nuovo al servaggio di satana, il primo atto dell’infernale usurpatore è il far disparire la croce. Questa disparsa, comincia a far tirannico strazio del suo conquiso, non avendo più da temere il formidabile segno. – Rileggi una pagina della storia della patria tua. Dal 1520 al 1530 quale miserevole spettacolo non ti presenta l’Allemagna? Dal Reno al Danubio, tutte le croci, che, dipoi la vittoria del cristianesimo riportata sulla idolatria scandinava, sormontavano i monti e le colline, fiancheggiavano le vie, smaltavano le campagne, ornavano le case, coronavano le chiese, onoravano gli appartamenti e consolavano l’animo dolente dell’abitante del tugurio, furono abbattute, messe in pezzi, gettate al vento, ravvoltolate nel fango al grido di un popolo delirante. Qual cosa annunziava questo turbine distruttore? L’arrivo del vincitore, il ristabilimento del suo regno. Da quel momento lo spirito delle tenebre domina l’Allemagna, e vi regna, come nel vecchio mondo, con la voluttà e crudeltà d’ogni maniera, col brigantaggio, colla confusione del giusto e dell’ingiusto, coll’anarchia intellettuale d’ogni nome, e d’ogni forma. Né altro da questo è lo spettacolo che ti presenta la Prussia, la Svezia, la Norvegia, l’Inghilterra, la Svizzera, e tutte le contrade dove l’usurpatore ha preso il posto del legittimo re. Il che è tanto più significativo, che non trovasi isolalo nella storia, ma lo si vede riprodotto tutte le volte che satana prende nuovo possesso di un paese, l’articolare, o generale che sta, lento o rapido, desso è il carattere della vittoria infernale, e ne misura l’esteriore. Nel 1830 noi numerammo a centinaia le croci abbattute: il 1830 fu un aborto del 93. In questa ultima epoca, epoca di trionfo completo pel paganesimo, fu ben altrimenti, poiché a migliaia le croci furono abbattute sul suolo francese, ed in tal tempo di lugubre memoria, ma istruttivo, vi fu un giorno più nefasto fra tutti. – Sotto i colpi orde fanatiche, il 1793 vide radere nel sangue l’altare ed il trono. I massacri del convento del Carmine, e di S. Firmino, la proclamazione della repubblica, (l’assassinio di Luigi XVI, le ecatombe del Terrore, le nefandezze del Direttorio, le apostasie, i sacrilegi, le dee della Ragione, furono le conseguenze di quel disgraziato giorno, che ricorderà eternamente l’ora precisa in cui satana entrò trionfalmente nel regno cristianissimo. Ora in quel momento, dice uno scrittore, un uragano straordinario scoppiò sopra Parigi. Un calore soffocante aveva lungo tutto il giorno, impedita la respirazione, e le nuvole addensate e di un sinistro colore avevano ricoperto e nascosto il sole come in un oceano sospeso nell’aria. Verso le dieci l’elettricità cominciò a sprigionarsi con spesso lampeggiare, simile a luminose palpitazioni del cielo. 1 venti squarciando le nubi, come onde di mare tempestoso, abbattevano le messi, spezzavano gli alberi, trasportavano altrove i tetti. In men che io il dica, le case furono chiuse e le strade deserte. Il fulmine per otto lunghe ore non cessò dal colpire uomini e femmine, che si conducevano a’ mercati di Parigi, e molte sentinelle furono ritrovate morte fra le ceneri delle loro garitte, e la forza del fulmine strappava da’ gangheri le inferiate balzandole a smisurata distanza. Le due alture che sormontano l’orizzonte di Parigi Montmartre ed il monte Valeriane attrassero in gran parte l’elettrico delle nubi, che l’inviluppavano, ma scaricandosi questo su tutti i monumenti isolati sormontati da punte di ferro, abbattè tutte le croci, che trovavansi nelle campagne, sulle piazze, e lungo le strade, dal piano d’Issy per tutto il bosco di san Germano e di Versailles sino alla croce del ponte di Charenton. L’indomani, le braccia di queste coprivano da per tutto il suolo, come se un’ armata invisibile avesse rovesciato nel suo passaggio tutti i segni del ripudiato culto cristiano. – Nell’ordine morale nulla avviene per azzardo, come nell’ordine naturale niente ha luogo per saldo; epperò i fatti che narro hanno un significato. Questo è rivelato dalle circostanze che lo accompagnarono e seguirono, le quali mostrano evidentemente perché la croce sia in un paese, e perché vi manchi: insegnano altresì alle nazioni, alle città, alle provincie, agli uomini d’ogni maniera, quanto debba esser loro a cuore il conservare il segno della Croce, moltiplicarlo, ed onorare il segno protettore di tutta la creazione. – Fare il segno della croce soventemente è la seconda conseguenza pratica della emanata sentenza. E perché nol faremo noi? Perché ciascuno a sua posta non tornerà a’ pii usi de’ padri nostri? Eglino non si reputavano sicuri un istante, ed in tutte le azioni,tutta volta queste facilissime si fossero, se non protetti dal segno salutare. Siam noi forse da più di loro nel coraggio? Le tentazioni nostre son forse minori nel numero e nella forza delle loro, i pericoli che ne circondano, meno gravi, e i doveri nostri, da meno dei loro? Tutte le volte che i padri nostri sortivano dalle abitazioni, s’incontravano con statue, pitture, oggetti osceni, erano nel mezzo di usi e di feste, in cui lo spirito del male si rivelava in ogni maniera? E quali sono i discorsi, le conversazioni, i canti che i casti orecchi è forza che sentano? Il sensualismo ed il naturalismo delle idee e de’ costumi pubblici e privati, con tutta l’apparenza delle belle forme, sono in continua cospirazione contro al soprannaturale della vita, contro lo spirito di mortificazione, di semplicità, della povertà e del distacco dalle cose periture e passeggere della terra. – Eglino erano in continua tenzone per difendere la fede contro i sarcasmi, il disprezzo ed i sofismi della plebe, e della filosofia pagana; dovevano rispondere ai giudici ne’ tribunali, e comprovare la loro credenza negli anfiteatri; ed in tutta questa pugna, il mezzo di che usavano a confortarsi, era il segno della Croce, il solo segno della Croce. E per noi cattolici del secolo XIX, non è forse la condizione simile? Quanto ci circonda, non è forse, o cerca divenire pagano? Mi si mostri una parola di evangelo nella maggior parte degli uomini? Le città di Europa non sono di presente inondate di statue, di quadri, di fotografie esposte, forse a disegno, per accendere negli animi disonesti amori? Qual cosa mai manca per essere per filo ed a segno pagano la mensa, la mobilia, gli abiti del mondo moderno? la schiavitù, e la ricchezza. Ma gli istinti sono gli stessi che avevano gli uomini del tempo dei Cesari! Simile spettacolo è continuata insidia! Guai a colui che di esso non si avvede, ma più ancora per chi non custodisce da esso, notte e dì, i suoi sensi ed il suo cuore! Se torna difficile la difesa de’ nostri costumi, quanto non è altresì malagevole sostenere le guerre per la difesa della fede! È un’epoca la nostra in cui le false idee, le menzogne, i sofismi circolano nella società come gli atomi nell’aria. Da per tutto è l’anfiteatro, in cui è da combattere per la Chiesa, per le nostre credenze, usi, tradizioni, pel soprannaturale cristiano: l’arena non è mai chiusa, e come un combattimento è per finire, tosto un altro ne comincia. I primi cristiani posti in simili condizioni, un’arma sola conobbero vittoriosa, universale e famigliare, di che facevano continuo uso, il segno della croce. Potremmo noi trovarla migliore? E se fu tempo in che era necessario usare di questo segno per noi e le creature, l’è questo nostro; chi può però impedirci d’imitare i nostri avi? E che cosa può avere d’incompatibile il Segno della Croce eseguito sul cuore, o secondo l’antico uso, col pollice sulla bocca, con le nostre occupazioni? Se siamo vinti, chi n’ è causa? Perditio tua ex te, Israel! – Far bene il segno della croce è la terza applicazione della sentenza pronunziata. La regolarità, il rispetto, l’attenzione, la confidenza, la devozione, devono accompagnare la nostra mano, quando essa forma l’adorabile segno. La regolarità: questa vuole che il segno della croce nella sua forma perfetta, secondo la tradizionale usanza, sia fatto con la mano destra, e non con la sinistra, portandola lentamente dalla fronte al petto, da questo alla spalla sinistra, e quindi alla destra. In ciò nulla di arbitrario [“Nominato Spiritu Sancto, dum ab uno ad alteram latus sit transversio”. — Navarr. Comment, de oral, et oris canon c. XIX, n. 200]; che se i primi cristiani venissero fuori dalle loro tombe, non altrimenti eseguirebbero il segno della croce. Ascoltiamo un testimone oculare, e Noi facciamo il segno della croce su i catecumeni con la destra, comeché questa più nobile è reputata, tuttavolta non differisca dall’altra, che per sola postura e non per natura: parimente noi preghiamo rivolti all’oriente, essendo questa la parte più nobile della creazione. Le quali cose la Chiesa le ha apprese da coloro, che le insegnarono a pregare, gli Apostoli (“Quemadmodum dextera manu in nomine Christi eos, qui crucis signo obsignandi sunt, obsignamus, propterea quod dextera manus praestantior censetur quam sinistra; quamquam situ, non natura ab ea différat: sic oriens, ut quae pars sit in natura praestantior, ad Dei venerationem cultumque secreta est . . . . A quibus autem Ecclesia precandi moreui accepit, ab iis etiam ubi precandum sit accepit, id est, ab Apostolis”. (S. Iustin. Q. XVIII)]. – Sul conto della dignità della mano destra abbiamo un bel passo di santo Agostino. “Non rimproverate voi, dice egli, colui che vuol mangiare con la sinistra mano? Se voi stimate insulto fatto alla vostra mensa il mangiar dell’invitato con la mano sinistra, come non Io stimereste ingiurioso per la mensa divina far con la sinistra quello, che andrebbe fatto con la destra, e far con questa l’opera di quella [“Nonne corripis eum qui de sinistra voluerit manducare? Si mensae tuae iniuriam putas fieri manducante conviva de sinistra: quomodo non fit iniuria mensae Dei, si quod dextrum est, sinistrum feceris, et quod sinistrum est, dextrum feceris?” (S. August, in psalm. CXXXVI]. E S. Gregorio aggiunge:. < È questa una maniera di parlare degli uomini. Noi stimiamo più nobile ciò che trovasi a destra, di quello che trovasi a sinistra » [“Ipso enim locuiionis usu pro dextro habere dicimur quod pro magno pensamus, pro sinistro vero quod despicimus”. (S. Sregor. Moral, lib. XX, c. 18)]. – Le parole che accompagnano il segno della mano, sono parimente di apostolica tradizione, poiché le si trovano descritte da tutta l’antichità. Santo Efrem scrive: Su tutto che incontrate fate il Segno della Croce nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo » [“Quaecumque pertransis, signa primum in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. (S. Ephrem De Panoplia)]. E santo Alessandro martire, condannato nel capo da Massimiano, sotto le cui bandiere militava, rivoltosi all’oriente, e segnatosi tre volte, disse: “Gloria ne venga a voi, o Dio de’padri nostri; Padre, Figlio e Spirito Santo” [“Totum corpus croce ter signavit, et ad orientem versus: gloria, inquit, tibi sit, Deus patroni nostrorum, Pater et Filius el Spiritus Sanctus. (Apud Surium, 13 Maii)]. – Questa maniera di segnarsi, che descriviamo, è più in uso fra i cristiani de’ tempi nostri che presso gli antichi; poiché la forma di croce con che costumavano segnarsi, era quella del pollice sulla fronte: “Frontem crucis signaculo terimus; comeché facile fosse ripeterla ed opporle al nemico. Di presente un siffatto modo è in uso nella Spagna, ed in altri paesi ancora. Ma perché più tosto sulla fronte che non sul cuore? In questo, mio caro Federico, come in mille altre cose dell’antichità v’hanno de’ misteri, ed io ne conto cinque: – Il primo, per onore del divino Crocifisso. Non senza ragione il Verbo incarnato ha voluto che il suo segno fosse impresso sulla fronte, dice santo Agostino; in essa ha sua sede il pudore, ed egli ha voluto che il cristiano non abbia ad onta gli obbrobri del suo Maestro. Se voi lo eseguite, seguitandosi egli dice, alla presenza degli uomini, e se non la stimate vostra vergogna, mettete pure ogni vostra confidenza nella divina misericordia di lui » [“Non sine causa Signum suum Christus in fronte nobis flgi voluit, tamquam in sede pudoris, ne Christi opprobria Christianus erubescat. (S. August, in Psal. XXX. Enar. IV, n. 8). – Il secondo, è per onorare la nostra fronte. Il segno della croce è il segno della fronte, signaculum frontium [Tertull. contra Marcion., lib. V]. E santo Agostino: « Una fronte senza questo segno è come una testa senza capelli. Come il capo calvo è fatto segno alle burle, ed è cosa da averne rossore, così l’è parimente per una fronte senza questo segno; dessa è impudente. Non sapete voi che l’uomo per insultar l’altro uomo gli dice: Tu non hai fronte? Il che suona: Sei impudente: Dio mi preservi dall’avere la fronte nuda, il segno del mio Maestro la copra e la onori » [“Non habeam nudam frontem; eam crux Domini mei. In psal. CXXXI] – II terzo, è il miracolo della Redenzione. Il Segno della Croce è un trofeo. Questo si eleva non fra le tenebre e negli infimi luoghi della città, ma lungo le pubbliche piazze, dove da tutti possa andar veduto, e con la sua presenza ricordare le gesta ed i trionfi del vincitore. « Ecco ragione, dice santo Agostino, da aver stabilito il Verbo divino, che la fronte dell’uomo, membro il più visibile ed il più nobile, venisse segnato dal trofeo della vittoria riportata sulle potenze infernali [“ipsam crucem de diabolo superato tanquam tropheum in frontibus fidelium positurus erat”. In loan. Trad. XXXVI]. Passando la croce dal luogo del supplizio sulla fronte degl’imperatori, doveva proclamare eternamente il gran miracolo della conversione dell’universo. – Il quarto, il diritto di Dio sopra dell’uomo. Il divino Crocifisso, preso possesso dell’uomo, lo ha segnato col suo stemma, come il proprietario contrassegna col suo, tutto che gli appartiene. « Tosto che il Redentore ebbe reso libero l’uomo, scrive S. Cesario di Arles, impresse su di lui il proprio segno. Questo segno è la Croce. Noi lo abbiamo sulla fronte impressovi dal vincitore per insegnare a tutti, che noi siamo sua possessione e suoi tempii viventi, e satana furioso, invidia a tanta nostra ventura, ed agogna ad involarci il segno del nostro riscatto, la carta di nostra libertà [“Et ideo nunc (diabolus) gemit, invidet, circuit, si forte vel furto a nobis possit auferre instrumentum ipsius manumissionis, et acquisitæ tabulæ libertatis”. S. Caesar. Arelat. Humil. V, de Pascha]. – II quinto è la dignità dell’uomo. La fronte e la parte più nobile dell’umano corpo, ed è come la sede dell’anima; però il demonio con ogni studio cerca di sformare la umana fronte più di ogni altro membro, perché chi è padrone del capo, l’è di tutto l’uomo. Il rendere deforme quest’organo con artificiali compressioni, è stato in voga in molti tempi, ed al presente esiste ancora in alcuni paesi. Sfigurare la divina immagine nell’uomo, indebolire le intellettuali facoltà, sviluppare gl’istinti i più volgari, furono i risultati di questo sformare del capo umanamente inesplicabile. Il perché, il riparatore di tutte le cose, Nostro Signore, ha voluto che il segno della croce fosse a preferenza marcato sulla fronte, per liberar l’uomo, o, rendendogli la libertà, elevarlo nella pienezza delle sue facoltà alla dignità del suo essere. Il rispetto è un’altra condizione per ben fare il segno della croce : avvegnaché è un atto di religione degno di ogni venerazione. Questo dev’essere inspirato dalla sua origine, dalla sua antichità, dall’uso che ne ha fatto quanto il mondo ha visto di meglio, gli Apostoli, i martiri, i veri cattolici della primitiva Chiesa e di tutti i secoli; per la gloria con che si presenterà l’ultimo giorno, quando, annunziato l’arrivo del supremo Giudice, dessa maestosa poserà dal lato al tribunale supremo, per consolazione de’ giusti, ed eterna confusione de’ cattivi. L’attenzione; senza di questa sarebbe un movimento da macchina, spesso inutile a noi, ed ingiurioso a Colui, di cui ricorda la maestà, l’amore ed i benefizi. La fiducia; ma una fiducia da figlio, viva, forte, fondata sul testimone de’ secoli, la pratica della Chiesa, e su gli effetti meravigliosi prodotti da tal segno, liberatore dell’uomo e del mondo, che mette paura a satana. – La devozione; che faccia corrispondere il cuore alle labbra. Eseguendo il segno della Croce che fo io? Io mi proclamo il discepolo, il fratello, l’amico, il figlio di un Dio crocifisso; epperò sotto pena di mentire a Dio, io devo essere quello che dico. Ascolta i nostri padri. « Quando tu ti segni, pensa a tutti i misteri raccolti nella croce. Non basta il farlo con le dita, è mestieri innanzi tutto farlo con la fede e buona volontà. Quando imprimi questo segno sul tuo petto, sopra i tuoi occhi, su tutte le tue membra, offriti a Dio come accettevole ostia. Segnandoti siffattamente, tu ti proclami soldato cristiano, ma se nelle stesso tempo, tu non pratichi, il più che da te si possa, la carità, la giustizia, la castità, questo segno non ti varrà a nulla. « Nobilissima cosa è il segno della croce! Con esso sono da segnare i nobili e preziosi oggetti. Non sarebbe strano suggellare in oro la paglia ed il fango? Qual senso potrà avere questo segno sulle labbra e sulla fronte, se interiormente l’anima è immonda, ed in preda ai vizi [S.Ioan.Chrys. Homil. 51, inMatth.– S.Ephrem, Ds adorat. vivif. Cruc. D. N. — S. Augustin. Serm. 215, de Temp. — Si-gnum maximum atque sublime. Lactant. Divin. Institut. lib. IV. c. 26]. « Qual cosa mai, si domanda santo Agostino, è il fare il segno della croce e peccare? E un porre il suggello della vita sulle labbra, e darsi un pugnale nel cuore da morirne [“Qui se signat, et aliquid de sacrilego cibo manducat, qùomodo se signat in ore, et gladium sibi mittit in pectore”. (S. Caesar. Serm. 278, inter Angustin.]. » Quindi il proverbio de’ primi cristiani ripetutoci da Beda : « Fratelli, abbiate Gesù Cristo nel cuore, ed il suo segno sulla fronte. Habete Chrìstum in cordibus, et signum eius in frontibus » Beda, tom. III, in collact. flor, et parab.]. – Quindi santo Agostino aggiunge una bella parola: « Dio non vuole de’ pittori, ma degli operatori de’ suoi misteri. Se voi portate sulla fronte il segno della umiliazione di Gesù Cristo, portate altresì nel vostro cuore l’imitazione della umiltà di Lui » [“Factorem quaerit Deus signorom suorum, non pictorem, etc. ( S. August. Serm 32 .)]. – Ogni ragione ci assiste, ed è per siffatto nostro operare, né alcuno ardisca dire: il far bene o male il segno della croce, non è poi gran cosa. Altrimenti da ciò hanno pensato i secoli cristiani; altrimenti ha pensato la verità istessa. Ammettendo ancora che sia poca cosa un segno di croce, il Verbo incarnato non ha forse detto: « Quello che è fedele nelle piccole cose, lo sarà altresì nelle grandi, e chi è infedele nelle piccole, 1’è nelle grandi? » Non è forse questa fedeltà giornaliera e continua, che prepara, e forma la gloria eterna? Nel grande affare della propria salvezza, come negli altri è sempre vero che, ciò che basta non basta sempre; – Fo io dicci volte al giorno il segno della croce? Se è ben fatto, dico dieci opere buone, dieci gradi di meriti e di felicità, dieci monete per pagare i miei debiti, e quelli de’ miei fratelli che sono sulla terra o nel purgatorio; dieci istanze per ottenere la conversione de’ peccatori e la perseveranza finale, per allontanare dal mondo e dalle creature le infermità, i pericoli ed i mali di che sono afflitti. Misura i meriti raccolti a capo di una settimana, di un anno, di una vita di cinquanta anni. E potrà ciò stimarsi cosa da poco! – Tu conosci ora, mio caro Federico, il Segno della Croce, e come questo debbasi eseguire: lascia all’amor mio confidarti un pensiero solo, un pensiero, che accenna un po’ a santa ambizione. Suppongo che uno straniero arrivi a Parigi, e che domandi chi sia il giovane che nella gran capitale esegua meglio il segno della Croce: desidero che tu sii nominato. A questo prezzo io ti prometto una vita degna de’ nostri avi della primitiva Chiesa, ed una morte preziosa agli occhi di Dio, e forse ancora gli onori della canonizzazione: In hòc signo vinces,per questo segno vincerai’.  – Questa parola divina sempre antica e sempre nuova, poiché è la formula di una legge, che il gran Costantino primamente meritò d’intendere, qual tipo dell’uomo, e della cristiana famiglia. L’immortale imperatore procedeva a marce sforzate contro Massenzio, per battere in battaglia questo spaventoso tiranno fattosi padrone della capitale del mondo. Ad un tratto, nel mezzo di un cielo sereno, una croce luminosa tanto da superare il chiarore del sole, si manifesta a tutta l’armata, che stupefatta legge intorno ad essa scritto: in hoc signo vinces: per questo segno avrai vittoria. La notte seguente il Figlio di Dio compare all’imperatore con lo stesso segno in mano, e gli ordina farne uno simile da usarne in battaglia, con promessa di sicura vittoria. Costantino ubbidisce. Il segno celeste risplendente di oro e di gemme brilla allo sguardo delle legioni e diviene il celebre Labarum. Ovunque siffatto segno apparisce, rincora lo stanco soldato, accende coraggio nel cuore delle legioni di Costantino, e spavento produce in quelle di Massenzio; le aquile romane fuggono al cospetto della croce; il paganesimo innanzi al cristianesimo; satana, il vecchio tiranno del mondo innanzi Gesù Cristo, il Salvatore di Roma e del mondo. Così esser doveva! Massenzio disfatto ed annegato, Costantino trionfatore entrò in Roma. Una statua lo rappresenta con in mano una croce, e la seguente iscrizione ricorda ai posteri la prodigiosa conquista.

È QIESTO IL SEGNO SALUTARE

VERO SIMBOLO DI FORZA

PER ESSO DAL GIOGO DELLA TIRANNIDE

HO LIBERATO LA CITTA’ VOSTRA

AL SENATO AL POPOLO ROMANO HO RESO LA LIBERTA’

L’AVITO SPLENDORE E L’ANTICA MAESTÀ

AD ESSI HO RIDONATO

[“hanc inscriptionem, latino sermone, mandat incidere. Hoc salutari signo, vero fortitudini Indicio, civitatem vestram tyrannidis jugo liberavi, et S. P. Q. R. in libertatem vindicans, pristinae amplitudini et splendori restituì” – Euseb. Vit. Costantin. c. 3]. – Costantino sei tu, sono io, ed ogni anima battezzata, è il mondo cristiano. Gettati noi nel mezzo della grande arena della vita, noi alla testa dell’armata de’ nostri sensi e delle nostre facoltà, camminiamo all’incontro di un tiranno peggiore di Massenzio. La nostra Roma è il cielo; esso vuole sbarrarcene la via, e viene contro di noi capitanando intere legioni infernali; la battaglia è inevitabile. Dio ha provveduto alla nostra vittoria come a quella di Costantino, ci ha fornito di mezzo per trionfare, il segno della croce: In hoc signo vinces. – Al presente, come in altri tempi, questo segno mette spavento a satana, formulo dæmonum. Facciamolo con fede, ed il cammino della eterna città ci sarà aperto! E noi vincitori, e vincitori per sempre, per dovere di gratitudine eleveremo al cospetto degli Angeli e degli eletti una statua che avrà la costantiniana iscrizione.

É QUESTO IL SEGNO SALUTARE VERO SIMBOLO DI FORZA PER ESSO HO VINTO SATANA LIBERATA QUESTA ANIMA E QUESTO MIO CORPO DALLA TIRANNIDE DI LUI I MIEI SENSI LE MIE FACOLTÀ, TUTTO L’ESSERE MIO PER ESSO ETERNALMENTE GIOISCONO

IN HOC VINCES!

Salve, dunque dirò con i padri e dottori dell’oriente e dell’occidente, salve, o segno della Croce! Stendardo del gran Re, immortale trofeo del Signore, segno di vita e di salute, segno di benedizione, terrore di satana e delle sue legioni, baluardo inespugnabile ed arena invincibile, scudo impenetrabile, spada da re, onore della fronte, speranza de’ cristiani, farmaco salutare, risurrezione dei morti, guida de’ ciechi, consolazione degli afflitti, gioia de’ buoni e terrore dei cattivi, freno dei ricchi, umiliazione dei superbi, giudice degl’ingiusti, libertà degli schiavi, gloria de’ martiri, purità dei vergini, virtù dei santi, fondamento della Chiesa, salve! [Gretzer, lib. IV, c. 54]. – E tu, mio caro Federico, tu hai ormai la mia risposta alle tue questioni. L’autorità di tutti i secoli le ha sciolte a tuo favore. Quest’apologia vittoriosa della tua nobile condotta, ti convincerà, io lo spero, contro le burle ed i sofismi. Da un canto, tu sai quanto sia importante e solidalmente fondata la pratica continua del segno della croce; dall’altro, tu sei in grado da apprezzare il giusto valore della intelligenza di coloro che non lo fanno, e di giudicare com’eglino meritano il carattere di chi arrossisce di farlo: In hoc vinces!

 

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE IL MODERNISTA APOSTATA DI TORNO: “QUANTO CONFICIAMUR”

Una bolla al giorno, toglie il modernista-eretico di torno:

pio IX

QUANTO CONFICIAMUR

Proseguendo nella ricerca di una boccata d’aria per ritemprare con “ossigeno” cattolico il nostro cuore avvilito e la mente attossicata da tante idiozie moderniste, sbandierate spudoratamente dai carnevaleschi falsi ed eretici non-prelati, ci imbattiamo in una enciclica di S. S. Pio IX: “Quanto conficiamur” del 10 agosto del 1863. Sembra quasi che il Santo Padre l’abbia scritta stamane, tanto è attuale nella condanna di false tesi anti-cattoliche, un tempo partorite da larve dalle menti corrotte dal tarlo massonico-protestante, oggi considerate banale normalità in ambienti che si millantano cattolici, ma che sono, come purtroppo ormai sappiamo, vetrine di lugubri teorie gnostico-cabaliste, ferocemente a-cattoliche. Particolarmente, per tanti allocchi colpevolmente ignoranti, sembrerà eresia antimodernista la condanna senza appello che: “fuori dalla Chiesa Cattolica non c’è salvezza per NESSUNO!” Oggi questa è una sentenza inaudita e respinta dai falsi teologi e dal bianco clown e dalla corte della sinagoga di satana insediatasi nella Chiesa e nei sacri palazzi. Siamo al ribaltone conciliare, che ha invertito addirittura dogmi cattolici inamovibili e abbattuto i saldi pilastri della fede in Cristo e nel suo Vangelo. Ed allora curiamo lo stato venefico dell’asma spirituale con una boccata di aria pura dell’alta montagna: il Magistero Cattolico. Silenzio, si respiri a polmoni pieni e ci si disintossichi! Signori, togliete il cappello: parla un Papa vero!

S. S. Pio IX

Lettera Enciclica “QUANTO CONFICIAMUR”

 “Quanto conficiamur moerore ob sævissimum sacrilegumque bellum….

“Ognuno di Voi, Diletti Figli Nostri e Venerabili Fratelli, può facilmente capire in quale dolore versiamo a causa della guerra crudele e sacrilega mossa, in questi tempi terribili, contro la Chiesa cattolica in quasi tutte le regioni della terra e soprattutto a causa di quella che, nell’infelice Italia, sotto i Nostri occhi, è stata dichiarata da diversi anni dal Governo Subalpino e che, di giorno in giorno, infuria sempre più. Invero, pur tra le Nostre così gravi afflizioni, quando a Voi volgiamo lo sguardo, proviamo un profondo e consolante sollievo. Nonostante siate dolorosamente tormentati da ogni sorta d’ingiustizie e di violenze, strappati dal vostro gregge, mandati in esilio, perfino gettati in carcere, tuttavia, armati della forza che viene dall’alto, non avete mai cessato, con la parola e con salvifici scritti, di difendere coraggiosamente la causa, i diritti, la dottrina del Signore, della Sua Chiesa e di questa Apostolica Sede, e di provvedere alla incolumità del vostro gregge. Dal profondo dell’animo Ci felicitiamo con Voi per la letizia con cui sopportate l’oltraggio in nome di Gesù, e Noi vi rivolgiamo le lodi che meritate con le parole del Nostro Santissimo Predecessore Leone: “Quantunque condivida con tutto il mio cuore le afflizioni che avete sopportato per la difesa della fede cattolica e consideri ciò che avete sofferto non altrimenti che se io stesso avessi patito, tuttavia sento che vi è più motivo di gaudio che di lamento nel fatto che Voi, confortandovi in Nostro Signore Gesù Cristo, siate rimasti invincibili nella dottrina evangelica ed apostolica e che, cacciati dalle vostre Chiese ad opera dei nemici della fede cristiana, abbiate preferito soffrire i dolori dell’esilio piuttosto che insudiciarvi al contatto con la loro empietà” . – Voglia il cielo che Noi possiamo annunciarvi la fine di così grandi calamità! Ma la corruzione dei costumi, mai abbastanza deplorata, che si propaga in ogni parte, continuamente alimentata da scritti empi, infami, osceni, da rappresentazioni teatrali, da postriboli aperti pressoché ovunque e da altri perversi artifici; gli errori più mostruosi ed orribili disseminati ovunque; il crescente e abominevole straripare di tutti i vizi e di tutte le scelleratezze; il mortale veleno dell’incredulità e dell’indifferentismo largamente diffuso; la noncuranza e il disprezzo per il potere ecclesiastico, per le cose e le leggi sacre; l’ingiusto e violento saccheggio dei beni della Chiesa; la ferocissima e continua persecuzione contro i Ministri sacri, contro gli Alunni delle Famiglie Religiose, contro le Vergini consacrate a Dio; l’odio davvero diabolico contro Cristo, la Sua Chiesa, la Sua dottrina e contro questa Sede Apostolica; infine gli altri eccessi, pressoché innumerabili, commessi dagli accanitissimi nemici di quanto è cattolico e sui quali siamo costretti a versare quotidiane lacrime, sembrano rimandare e allontanare il tanto desiderato momento in cui sarà concesso veder il pieno trionfo della nostra santissima Religione, della giustizia e della verità. – Questo trionfo certamente non potrà mancare, benché non ci sia dato conoscere il tempo ad esso destinato da Dio Onnipotente, che regola e governa tutte le cose con la Sua mirabile provvidenza e le volge a nostro vantaggio. Anche se il Padre celeste permette che la Sua santa Chiesa, militante in questo miserrimo e mortale pellegrinaggio, sia afflitta da dolori e tormentata da calamità, nondimeno, essendo stata fondata da Cristo Signore su di una pietra immobile e solidissima, non soltanto non può mai essere divelta né fatta vacillare da alcuna forza e da alcuna violenza ma anzi “non si indebolisce ma si accresce con le persecuzioni; e il campo del Signore si riveste di una messe sempre più abbondante, mentre i grani che cadono ad uno ad uno nascono moltiplicati” . Ecco, Nostri Diletti e Venerabili Fratelli, ciò che vediamo accadere in questi tempi deplorevoli, per un beneficio speciale di Dio. Infatti, sebbene la Sposa immacolata di Cristo sia vivamente afflitta dalle presenti malefatte degli empi, Essa trionfa tuttavia dei suoi nemici. Effettivamente Essa trionfa sui suoi nemici, mentre risplende in modo mirabile per la fede vostra e di altri Venerabili Fratelli di tutto il mondo cattolico e dei sacri Vescovi verso Noi e questa Cattedra di Pietro; risplende per l’amore, l’obbedienza e la costante difesa dell’unità cattolica, mentre si moltiplicano di giorno in giorno, con l’aiuto di Dio, le opere pie di religione e di carità cristiana che, grazie alla luce della santissima fede, si diffondono quotidianamente in tutte le regioni; risplende per questo ardente amore e zelo dei Cattolici verso la Chiesa, verso Noi e verso questa Santa Sede, e per l’insigne e immortale gloria del martirio. Sapete infatti che nel Tonchino e in Cocincina i Vescovi, i Preti, i laici e persino le deboli donne, gli adolescenti e le fanciulle, imitando gli esempi degli antichi martiri, sfidano, con un coraggio invincibile, con eroica virtù, i tormenti più atroci ed esultano nel donare la loro vita per Cristo. Tutte queste cose devono essere, per Noi come per Voi, di grande consolazione pur tra le afflizioni crudeli che ci opprimono. – Invero le funzioni del Nostro Ministero Apostolico esigono assolutamente che difendiamo con tutta la cura e lo zelo possibili la causa della Chiesa che Ci è stata affidata dallo stesso Cristo Signore, e che condanniamo tutti coloro che non temono di combattere e calpestare la Chiesa, i suoi sacri diritti, i suoi Ministri e questa Sede Apostolica. Con questa Lettera confermiamo, dichiariamo e condanniamo di nuovo, in generale e in particolare, tutto ciò che in diverse Allocuzioni concistoriali ed in altre Nostre Lettere, con grande rammarico del Nostro animo, fummo costretti a deplorare, a segnalare, a condannare. E a questo punto, Diletti Figli Nostri e Venerabili Fratelli, ancora dobbiamo ricordare e biasimare il gravissimo errore in cui sono miseramente caduti alcuni cattolici. Credono infatti che, vivendo nell’errore, lontani dalla vera fede e dall’unità cattolica, possano pervenire alla vita eterna. Ciò è radicalmente contrario alla dottrina cattolica. A Noi ed a Voi è noto che coloro che versano in una invincibile ignoranza circa la nostra santissima Religione, ma che osservano con cura la legge naturale ed i suoi precetti, da Dio scolpiti nei cuori di tutti; che sono disposti ad obbedire a Dio e che conducono una vita onesta e retta, possono, con l’aiuto della luce e della grazia divina, conseguire la vita eterna. Dio infatti vede perfettamente, scruta, conosce gli spiriti, le anime, i pensieri, le abitudini di tutti e nella sua suprema bontà, nella sua infinita clemenza non permette che qualcuno soffra i castighi eterni senza essere colpevole di qualche volontario peccato. Parimenti è notissimo il dogma cattolico secondo il quale fuori dalla Chiesa Cattolica nessuno può salvarsi e chi è ribelle all’autorità e alle decisioni della Chiesa, chi è ostinatamente separato dalla unità della Chiesa stessa e dal Romano Pontefice, Successore di Pietro, cui è stata affidata dal Salvatore la custodia della vigna, non può ottenere la salvezza eterna. Infatti le parole di Cristo Nostro Signore sono perfettamente chiare: “Chi non ascolta la Chiesa, sia per te come un pagano o come un pubblicano (Mt XVIII,17). Chi ascolta voi ascolta me; chi disprezza voi disprezza me, e chi disprezza me disprezza Colui che mi ha mandato (Lc X,16). Colui che non mi crederà sarà condannato (Mc XVI,16). Colui che non crede è già giudicato (Gv III,18). Colui che non è con me è contro di me, e colui che non accumula con me, dissipa” (Lc XI,23). Allo stesso modo l’Apostolo Paolo dice che questi uomini sono “corrotti e condannati dal loro proprio giudizio” (Tt III,11) e il Principe degli Apostoli li dice “maestri mendaci che introducono sette di perdizione, rinnegano il Signore, attirano su di sé una rapida rovina” . – Non sia mai che i figli della Chiesa Cattolica siano nemici di coloro che non sono uniti a Noi dagli stessi legami di fede e di carità; devono al contrario prodigarsi nel render loro tutti i servizi della carità cristiana, nella loro povertà, nelle loro malattie, in tutte le altre disgrazie da cui sono afflitti; devono fare in modo di aiutarli sempre e soprattutto di trascinarli fuori dalle tenebre di errori in cui miseramente versano, di ricondurli alla verità cattolica e alla Chiesa, Madre amatissima, che non cessa mai di tender loro affettuosamente le sue mani materne, di aprir loro le braccia, per rafforzarli nella fede, speranza e carità, per farli fruttificare in ogni genere di buone opere e per far loro ottenere la salute eterna. – Ora, Figli Diletti e Venerabili Fratelli Nostri, non possiamo passare sotto silenzio un altro errore, un altro male dei più funesti che seduce miseramente in questi nostri infelici tempi, che turba le menti e gli animi. Parliamo di questo amor proprio, di questo ardore sfrenato e nocivo che porta molti uomini a curare e a ricercare esclusivamente i loro interessi e i loro vantaggi, senza degnare di alcuna attenzione il loro prossimo; parliamo di questo insaziabile desiderio di dominare e di possedere che li spinge ad ammassare ricchezze avidamente e con ogni mezzo, disprezzando ogni regola di onestà e di giustizia. Unicamente preoccupati soltanto dei beni terreni, dimentichi di Dio, della religione e della loro anima, miserabilmente pongono tutta la loro felicità nell’accumulare ricchezze e somme di danaro. Ricordino questi uomini e meditino seriamente su queste gravi parole di Cristo Signore: “Che cosa serve all’uomo guadagnare il mondo, se perde l’anima?“(Mt XVI,26). Ripensino con animo attento ciò che insegna l’Apostolo Paolo: “Coloro che vogliono arricchirsi cadono nella tentazione e nella rete del diavolo, ed in desideri inutili e nocivi che gettano gli uomini nella rovina e nella perdizione. Radice di tutti i mali, infatti, è la cupidigia e chi le ha ceduto ha deviato dalla fede, è penetrato in una selva di dolori” (1Tm VI,9-10). – Gli uomini, secondo la propria e personale condizione, devono certamente fare in modo di procurarsi le risorse necessarie alla vita, sia coltivando le lettere e le scienze, sia esercitando le arti liberali o professionali, sia adempiendo a funzioni private o pubbliche, sia dedicandosi al commercio; ma è assolutamente necessario che agiscano con onestà, con giustizia, con probità, con carità; che abbiano sempre Dio davanti agli occhi; che osservino i suoi comandamenti e i suoi precetti con assoluta diligenza. – Ma non possiamo dissimulare che proviamo un dolore amaro nel vedere in Italia non pochi membri dell’uno e dell’altro Clero, tanto dimentichi della loro santa vocazione che non si vergognano di diffondere false dottrine anche con scritti esiziali; di eccitare gli animi dei popoli contro di Noi e contro questa Sede Apostolica; di attaccare il Nostro potere temporale e quello della Santa Sede; di favorire impudentemente, con ardore e con ogni mezzo i perfidi nemici della Chiesa Cattolica e di questa Sede. Questi ecclesiastici, allontanandosi dai Vescovi, da Noi e da questa Santa Sede, facendosi forti della protezione del Governo Subalpino e dei suoi Amministratori, spinsero la temerarietà fino al punto di disprezzare apertamente le censure e le pene ecclesiastiche e di sottovalutare certe Società, del tutto condannabili, che vanno sotto il nome di Clerico-liberali, di Mutuo Soccorso, di Emancipatrice del Clero Italiano (così comunemente chiamate) e altre ancora, animate dallo stesso spirito perverso. Sebbene i Vescovi abbiano giustamente proibito loro di esercitare il sacro ministero, non temono, come intrusi, di esercitare illecitamente le funzioni in diverse Chiese. Per cui riproviamo e condanniamo queste detestabili Società e la condotta colpevole di tali ecclesiastici. Nello stesso tempo avvertiamo ed esortiamo più e più volte questi sventurati ecclesiastici di ravvedersi, di ritornare in se stessi, di vegliare sulla loro salvezza, considerando con serietà il fatto che “Dio non prova dispiaceri maggiori di quando vede dei sacerdoti incaricati di correggere gli altri, dare loro stessi il cattivo esempio” , e infine meditando attentamente sul conto rigoroso che dovremo rendere un giorno al tribunale di Cristo. Piaccia a Dio che accogliendo i Nostri paterni avvertimenti, questi poveri ecclesiastici vogliano darci la consolazione che riceviamo dai membri dei due Cleri allorché, miseramente ingannati ed indotti in errore, ritornano a Noi ogni giorno in veste di penitenti, implorando ardentemente e con voce supplicante il perdono del loro smarrimento e l’assoluzione dalle censure ecclesiastiche. – Voi conoscete perfettamente, Diletti Figli Nostri e Venerabili Fratelli, gli scritti empi di ogni genere usciti dalle tenebre, traboccanti di ipocrisie, di menzogne, di calunnie e di bestemmie, le Scuole affidate a maestri acattolici, i templi destinati al culto acattolico e le molteplici altre insidie davvero diaboliche, le astuzie, gli sforzi che impiegano questi nemici di Dio e degli uomini, nella infelice Italia, per sovvertire sin dalle fondamenta (se mai ciò potesse accadere) la Chiesa Cattolica, per depravare, per corrompere ogni giorno i popoli e specialmente la gioventù, per strappare da tutti i cuori la nostra santissima fede e la religione. Pertanto non dubitiamo che Voi, Diletti Figli Nostri e Venerabili Fratelli, fortificati dalla grazia di Nostro Signore Gesù Cristo e per la nobile ispirazione del vostro zelo episcopale, continuerete, come avete fatto fino ad ora con la massima lode per il vostro nome, ad opporre costantemente (di comune accordo e con raddoppiato ardore) un muro intorno alla casa d’Israele; continuerete a combattere la buona battaglia della fede, a difendere dalle insidie dei nemici i fedeli affidati alla vostra sorveglianza, ad avvertirli e ad esortarli senza sosta a conservare con costanza questa santissima fede (senza la quale è impossibile piacere a Dio), che la Chiesa Cattolica ha ricevuto da Cristo Signore per il tramite degli Apostoli e che Essa continua a insegnare; a restare fermi e incrollabili nella nostra divina religione, la sola vera, la sola che prepara la salvezza eterna, che salva e rende prospera la società civile. Non cessate, dunque, soprattutto con l’aiuto dei parroci e degli altri ecclesiastici stimati per l’integrità della loro vita, per la gravità dei loro costumi, per una dottrina santa e solida, di predicare la divina parola, di catechizzare i popoli affidati alla vostra cura, di insegnare loro continuamente e con zelo i misteri, la dottrina, i precetti e la disciplina della nostra augusta religione. Infatti sapete bene che una grande parte dei mali deriva prevalentemente dall’ignoranza delle verità divine necessarie alla salvezza e, di conseguenza, comprendete perfettamente che non si devono trascurare né cure né sforzi per allontanare dai popoli una tale iattura. – Prima di terminare questa Nostra Lettera non possiamo astenerci dall’attribuire meritati elogi al Clero d’Italia che, in grande maggioranza aderendo a Noi, a questa Cattedra di Pietro e ai suoi Prelati, mai ha abbandonato il retto cammino, ma – seguendo gli illustri esempi dei suoi Superiori e superando pazientemente le prove più ardue – adempie ammirevolmente al suo dovere. In verità Ci sostiene la speranza che, con l’aiuto della grazia divina, questo stesso Clero, procedendo degnamente nella vocazione alla quale fu chiamato, si impegnerà a fornire prove sempre più luminose della sua pietà e della sua virtù. – Elogi ugualmente meritati vanno a tante vergini consacrate a Dio: strappate violentemente dai loro Monasteri, spogliate dei loro redditi e ridotte alla mendicità, non hanno per questo rinnegato la fede che avevano giurato allo Sposo, ma sopportando con tutta la costanza possibile la loro tristissima condizione, non cessano con preghiere diurne e notturne di levare le loro mani, di pregare Dio per la salvezza di tutti e anche dei loro persecutori, e di attendere pazientemente la misericordia del Signore. Siamo lieti di tessere anche meritate lodi per i popoli d’Italia che altamente animati di sentimenti cattolici, detestano le tante empie congiure contro la Chiesa, si gloriano vivamente di pagare un tributo di pietà filiale, di rispetto e obbedienza a Noi, a questa Santa Sede e ai loro Vescovi; benché impediti da difficoltà e pericoli assai gravi, tuttavia non desistono dal manifestare quotidianamente in ogni modo l’incomparabile amore e la devozione che nutrono verso di Noi, e dall’alleviare, sia con doni raccolti per ogni dove, sia con altre oblazioni, le grandissime angustie in cui versiamo Noi e questa Apostolica Sede. – Fra tante amarezze e in una così violenta tempesta scatenata contro la Chiesa, non perdiamoci mai d’animo, Diletti Figli Nostri e Venerabili Fratelli, “essendo Cristo il nostro consiglio e la nostra fortezza: senza Lui non possiamo nulla, ma con Lui possiamo tutto; Egli infatti, confermando i predicatori del Vangelo e i Ministri dei Sacramenti disse: Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla consumazione dei secoli” , e sappiamo anche con certezza che le porte dell’inferno non prevarranno mai sulla Chiesa, la quale sempre è stata e starà salda, sotto la custodia e sotto la protezione di Gesù Cristo Nostro Signore, che l’ha edificata e che fu “ieri e oggi e nei secoli” (Eb XIII,8). – Non cessiamo dunque, Diletti Figli Nostri e Venerabili Fratelli, di offrire giorno e notte, con uno zelo sempre più ardente e nell’umiltà del nostro cuore, le suppliche e le preghiere: domandiamo a Dio, tramite Gesù Cristo, di allontanare questo terribile uragano, di permettere che la sua Santa Chiesa respiri dopo tante calamità; che gioisca, in ogni angolo della terra, della pace tanto desiderata e della libertà; che riporti sui suoi nemici nuovi e splendidi trionfi, in modo che tutti coloro che sono smarriti siano illuminati dalla divina luce della sua grazia, ritornino dall’errore al cammino della verità e della giustizia, e producendo degni frutti di penitenza abbiano perpetuo amore e timore del suo santo nome. E per ottenere che nella sua immensa misericordia Dio esaudisca più facilmente le nostre ardenti preghiere, invochiamo il patrocinio potentissimo dell’Immacolata e Santissima Vergine Maria Madre di Dio, e chiediamo i suffragi dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e di tutti i Beati Celesti perché, attraverso le loro valide suppliche rivolte a Dio, implorino per tutti misericordia e grazia per un tempestivo aiuto affinché allontanino efficacemente tutte le calamità e i pericoli da cui la Chiesa è ovunque afflitta, specialmente in Italia. – Infine, come sicura testimonianza della Nostra particolare benevolenza verso di Voi, dal fondo del cuore impartiamo affettuosamente la Benedizione Apostolica a Voi stessi, Diletti Figli Nostri e Venerabili Fratelli, e al gregge affidato alle vostre cure”.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 10 Agosto 1863, anno decimo ottavo del Nostro Pontificato.

Omelia della Domenica I di AVVENTO

Omelia della DOMENICA I DELL’AVVENTO

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. III -1851-]

(Vangelo sec. S. Luca XXI, 25-33)

giudice

Giudizio Universale.

La santa Chiesa, amatissima nostra Madre, per disporre i suoi figli alla nascita del divin Salvatore, ed a venerare in ispirito di fede, d’esultazione e di riconoscenza questa sua prima discesa dal cielo per la nostra salvezza, ci fa menzione nel Vangelo di questa prima Domenica del sacro Avvento, della seconda sua venuta, allorché nella consumazione de’ secoli, sopra luminosa nube, in aria di gran maestà, sederà giudice d’un mondo intero. Comincia questa Madre, sollecita del nostro bene, ad atterrirci colla rimembranza del tremendo universale Giudizio, acciò, mossi a vera penitenza, andiamo incontro a questi sacri giorni all’aspettato sommo pacifico Re con un cuor purificato e mondo da ogni lordura di colpa’, da ogni macchia di rea affezione, In adventu summi Rcgis, è questa l’esortazione diretta a tutti i suoi figli, “mundentur corda hominun, ut digne ambulemus in occursum illius”. Secondiamo, o fedeli, i suoi amorosi disegni. – Facciamo un confronto della prima colla seconda venuta; della prima come Salvatore del mondo, della seconda come Giudice del mondo; osserviamone la gran differenza. Nella prima vedremo risplendere la sua grande misericordia, nella seconda la sua tremenda giustizia; misericordia e giustizia, che debbono risolverci a profittare della grazia d’un Dio Redentore pietoso, per evitare la giusta collera d’un Dio Giudice inesorabile. – La misericordia e la giustizia sono fra gli altri quegli attributi, che Iddio fa più risplendere nel governo del mondo. La misericordia però suole sempre precedere la giustizia. Se ne protesta Iddio medesimo per bocca del suo Profeta Geremia: “Ego sum Dominus, qui facio misericordiam et iudicium; e perciò dopo aver fatta spiccare la sua gran misericordia nella prima venuta, farà conoscere nella seconda la sua tremenda giustizia. Osserviamolo col proposto confronto. – Apparve al mondo il divin Verbo fatto uomo, quando sotto l’imperò di Cesare Angusto si godeva in quel regno, e in tutti i popoli confinanti, una pace universale. Ed era ben convenevole che al nascere del Principe della pace, riconciliatore tra gli uomini e Dio, si trovasse per alta sua disposizione il mondo in pace. – Non così, non così nella sua seconda comparsa nel giorno estremo. Forieri del suo arrivo saranno le guerre, le sedizioni, le calamità, le pestilenze, scosse orribili di rovinosi tremuoti, cieli in iscompiglio, sole ottenebrato, luna sanguigna, stelle minaccianti caduta, lampi di orrore, tuoni di spavento, fulmini di eccidio e di sterminio. “Haec autem omnia initia sunt dolorum ( Matt. XXIV, 8). – Alla grotta di Bettelemme gli Angeli, cantando le glorie dell’Altissimo, annunziarono la pace agli uomini di buona volontà, ed ai pastori la nascita del Salvatore del mondo, e Gli inviarono a riconoscerLo ed adorarLo. – Gli angeli stessi, non più di pace annunziatori, a suon di tromba ferale chiameranno tutta l’umana generazione a comparire nella gran valle al cospetto di Cristo giudice, non più locato in umile presepio, ma sedente in trono di maestà; “Populi, populi in valle concisionis(Gioel. III). – Così rimbomberà altamente lo squillo delle angeliche trombe dall’oriente all’occaso, dal meriggio al settentrione: olà, o morti, è Dio che parla, “surgite mortui”; sepolcri apritevi, cimiteri scuotetevi, mare restituisci i tuoi naufraghi, terra i tuoi sepolti, “Surgite mortui,venite ad iudicium; e questa voce tremenda risuona nel Cielo, discende nel Purgatorio, penetra nell’Inferno; ed ecco da tutte parti uscir anime qual giuste, qual malvagie a rivestirsi dei loro corpi, ecco tutta risuscitata la carne, ecco tutt’i figli di Adamo incamminarsi alla valle, ed ecco altri Angeli discendere dal cielo a metter ordine nella gran folla, a separare i reprobi dagli eletti, i capri immondi dalle innocenti pecorelle. – Nel mondo Caino conviveva con Abele, Esaù con Giacobbe; Giuda con Giovanni; or non si offre più tal mescolanza: “Exibunt Angeli, et separabunt malos de medio iustorum” (Matt. 13) . Separazione amara, separazione eterna, che divide il padre timorato dal figlio perverso, la moglie pudica dall’infedele consorte, l’amico dall’amico, il fratel dal fratello; separazione …. ma torniamo al confronto. – Discese dal cielo il Figliuol di Dio la prima volta in qualità di buon Pastore per andare in cerca della pecora smarrita, cioè della perduta umana generazione. I peccatori furono sempre l’oggetto delle sue amorose ricerche; il trattar con essi, il tenerli a colloquio, l’assidersi alla lor mensa per ridurli a conversione, erano delizie del suo cuore, fino a prender le difese delle Maddalene, e delle donne adultere, fino a fare scusa, e ad implorare dal Padre perdono ai propri crocifissori. – Tutto l’opposto nel dì finale. In aria di giudice inesorabile discenderà dall’alto de’ cieli a far giusta vendetta di tutt’i peccatori della terra; saranno questi l’oggetto dell’ ira sua, il bersaglio delle sue saette: se da pastore li cercò, se da padre gli accolse, se li difese, se gli scusò, se per essi interpose le sue preghiere, ora scoprirà in faccia a un mondo intero le loro colpe più abbominevoli : “Revelabo pudenda tua et ostendam gentibus . . ignominìam tuam” (Naum III). Che rossore intanto per chi su questa terra passò per uomo giusto, per donna onesta, vedere scoperti i furti di uno, le oscenità dell’altra, le nequizie d’entrambi! Io, dirà altamente Cristo Gesù, sono il testimonio e il giudice di tutte le più recondite scelleratezze: “ego sun testis, et iudex” (Gerem. XXIX, 53). Non sono stati i soli Farisei sepolcri imbiancati, lupi mascherati da agnelli, voi, voi lo foste falsi devoti, ipocriti, impostori, teologi bugiardi, sacerdoti sacrileghi. Voi il foste, figlie sedotte, mogli adultere, che nascondeste l’ignominia de’ vostri falli agli occhi del mondo, ma nasconderli non poteste agli occhi miei. Il foste voi cristiani di nome e di apparenza, ma nella mente e nel cuore apostati, e miscredenti: vi comunicaste alla Pasqua per non decadere di stima, per non perdere l’impiego: compariste difensori della vedova e del pupillo, ma foste drudi dell’una, ed assassini dell’altro: giudicaste le cause, ed ebbe in voi più forza una vil femminetta, che la legge e la giustizia. Potenti del secolo abusaste del grado e dell’autorità per opprimere i subalterni, gli operai, i creditori: impiegaste i Legati pii a far lauti i vostri conviti: pagaste quei vostri debiti con altrettanti spergiuri. Voi, Religioso, voi Ecclesiastico, ascendeste sulla nave di Pietro per andare a diporto, per scansare il lavoro, per fuggire la milizia: la sana dottrina da voi vangata era un manto ai disordini di vostra vita, l’onor del carattere un pretesto alla vostra superbia. – Ad accrescere la vostra confusione, ecco qui la mia Croce, quella Croce, che per vostra salvezza ho portata al Calvario, e sulla quale confitto ho tramandato lo spirito. “Tunc parebit signum Filii hominis” (Matt. XXIV, 30) . All’ apparir di questo legno trionfale piangeranno tutte le generazioni della terra, “et tunc plangent omnes tribus terræ”: piangeranno per consolazione i giusti, per disperazione i malvagi. O santa Croce, lagrimando per gioia, diranno gli eletti, che grazia, che sorte per noi l’averti abbracciata! tu fosti la guida dei nostri passi, tu l’arme delle nostre vittorie, tu l’arca di nostra salvezza, tu la chiave per aprirci le porte del cielo. Piangeranno i reprobi per disperato cordoglio, i Giudei ai quali la Croce fu oggetto di scandalo, i Gentili, che la reputarono una stoltezza, cristiani, che della Croce furon nemici, e nemici del Crocefisso. – Qual saranno le nostre lacrime, uditori miei cari, in quel dì funestissimo? Che ci dice la nostra coscienza? che cosa ci fa sperare? che cosa ci fa temere? – Torniamo al confronto. Gesù nel corso di sua vita mortale non fu conosciuto dal riprovato mondo, “mundus eum non cognovit” (Giov. I) e perché non conosciuto per figlio di Dio, dice S. Paolo, fu crocifisso, “si cognovissent, numquam Dominum gloriæ crucifìxissent” (1 Cor. II, 8); si farà però ben conoscere in quel giorno finale, “cognoscetur Dominus iudicia faciéns” (Ps. IX). Mi conoscete? dirà pertanto rivoltatosi ai reprobi, mi conoscete? Ebrei, io son quel Re da burla che voi prendeste a schiaffi là nel pretorio del presidente romano, quel re da scena, trastullo delle vostra insolenze, e bersaglio de’ vostri sputi. Eretici, mi ravvisate? Io sono quel Cristo, la cui mistica veste laceraste sacrilegamente, dalla cui Chiesa fuggiste per seguire lo spirito privato d’una licenziosa libertà di coscienza. Atei, miscredenti, ecco quel Dio che negaste esistente, che appunto in negarLo, vostro malgrado, mostraste di temerLo, ma d’un timore che accrebbe immensamente la vostra nequizia. Mi conoscete o Cristiani? Di Cristiani aveste il nome, ma non i costumi. Il battesimale carattere impresso nelle anime vostre vi fa più rei. Disse Faraone a Mosè che non mi conosceva, “nescio Dominum” (Es. V, 2); ma era un Pagano. Voi diceste altrettanto coi pensieri contrari alla verità da me rivelate, colle parole contrarie alla mia maestà, coll’opere contrarie alla mia legge. Miratemi in volto, vasi d’ira e di riprovazione, oggetti dell’odio mio necessario e sempiterno. Io son quel Dio che vi creò, quell’Uomo-Dio, il cui sangue conculcaste con tante confessioni bugiarde, con tante comunioni sacrileghe, quell’ Uomo-Dio, a cui faceste oltraggio in propria casa, in sua presenza con tanta libertà di parlare, di sguardi, d’indegne azioni. Io tacqui allora, io sopportai per tanti anni, “tacui, patiens fui” (Isai. XLII, 14); ora però dell’ira mia ripieno e ridondante, non posso più contenermi, “nunc ut partorienti loquar”. Voi Angeli al mio trono assistenti, voi Santi che qui sedete a giudicare tutte le tribù d’Israele, fate giudizio tra me e la vigna mia, “iudicate inter me et vineam meam” (Isai. V, 3). Io venni al mondo non per giudicare il mondo, ma per salvarlo. Volli nascere in una capanna, viver negletto in una bottega per confondere la sua superbia: predicai il mio Vangelo, lo confermai coll’esempio, e coi miracoli, lo consacrai col mio sangue, e colla mia morte per dargli vita, per insegnarli la via della salute; egli non profittò di questa visita di mia misericordia, soffra ora il rigore della mia giustizia, “nunc iudicium est mundi” (Giov. XII). Mondo iniquo, stolti ed empì seguaci del riprovato mondo, andate maledetti da me lontani per sempre, andate a quell’inferno che non temeste, a quell’eterno fuoco che non credeste, “discedite a me maledicti in ignem æternum” (Matt. XXV, 41). Ma no, fermatevi ancor un istante, e sia il colmo delle vostre sciagure il vedere come da me si ricompensano quei, che, profittando della mia prima venuta, mi sono stati fedeli. Orsù, anime mie care, fide pecorelle della mia greggia, osservatrici de’ miei precetti, seguaci dei miei esempi, Giobbi pazienti, casti Gioseffi, Lazzari mendici, Sacerdoti depressi, Religiosi avviliti, cristiani perseguitati, venite, che siete i benedetti da me e dal Padre mio, venite dopo le fatiche al riposo, dopo le pene al godimento, dopo l’umiliazione alla gloria, dopo la guerra al trionfo: venite ad aver meco in eterno comune il regno. “Venite, bcnedicti Patris mei, possidete paratum vobis regnum” (Matt. XXV, 34). E voi mi state più innanzi o malvagi? lungi dal mio cospetto, anime maledette, invano comprate col sangue mio, invano redente colla mia morte, voi non siete più mie, Io non sono più vostro. “Vos non populus meus, et ego non ero vester” (Osea, I, 9). Olà, apriti o terra in immensa voragine, spalanca l’orrenda bocca o inferno, o togli al mio sguardo la massa dannata de’ miei caparbi nemici. Così va: chi non mi rispettò Redentore nel tempo, mi provi giudice e punitore per tutta l’eternità. – Fratelli miei amatissimi, che sarà di noi in quel terribile giorno? Interroghiamone la nostra coscienza, argomentiamolo dalla nostra buona o mala condotta. Oh Dio! se la nostra coscienza ci fa temere, se la nostra condotta ci fa tremare, che facciam noi? Piangiamo ora a’ piedi di Gesù Salvatore le nostre colpe, dacché innanzi ad Esso giudice sarà inutile il nostro pianto.