J.-J. GAUME: La profanazione della DOMENICA [lett. XII]

LETTERA XII.

RIMEDIO AL MALE.

20 giugno

I.

Signore e caro amico,

Da bel principio della nostra corrispondenza io vi diceva, che l’Europa è ammalata, gravemente ammalala, e ve lo ripeto, finendo, con una convinzione più viva ancora e più profonda. Io diceva, che se vogliamo salvarci da noi soli, non vi riusciremo, essendo necessario che Iddio venga in soccorso della società con uno di que’ prodigj straordinarj che può tutto operare. Ma, acciocché egli l’operi, è necessario che noi lo vogliamo, o piuttosto, è necessario, che noi vogliamo profittarne. – Voi conoscete la profonda sentenza d’un padre della Chiesa: « Iddio che di per sé solo ci creò, non ci salverà senza del nostro concorso ». Ciò è vero tanto nell’ordine della natura, quanto in quello della grazia: 1’uomo non vive malgrado lui; bisogna che consenta égli ad osservare le leggi della sua vita. Questo è vero delle nazioni, come de’ particolari. Ora, l’unico mezzo per la società di protrarre l’esistenza sua, e di guarirsi, è di ritornare a Dio, sottomettendosi di nuovo alle condizioni necessarie della sua esistenza e della sua sanità. Il primo atto sociale d’un somigliante ritorno deve esser la santificazione del giorno, che il supremo Padrone si è riserbato, perché l’adempimento di questo dovere conduce alla pratica di lutti gli altri, come la violazione trascina la rovina di tutta intera la religione. In grazia delle considerazioni, che io vi ho presentato, questa doppia verità pervenne, come spero, per ogni uomo di buona fede, all’ evidenza d’un assioma.

II

Come mai renderla pratica? Tale è presentemente la questione. Essa può essere sciolta in due maniere: spontaneamente, o legalmente. La prima sarebbe la più onorevole e la migliore; la seconda è più immediatamente applicabile, e d’un effetto più generale: diciamo qualche parola dell’una e dell’altra. Il primo mezzo di far cessare la profanazione della domenica è l’accordo generale di tutti i cittadini. Nell’applicazione, quest’accordo si formula per compromessi, con o senza emenda, passati infra le parti interessate. In conseguenza, i negozianti, gli appaltatori, i capi de laboratori e gl’industriali, s’obbligano, gli uni a non più vendere, gli altri a non più far lavorare nelle domeniche e feste comandate. – Per rendere questo compromesso di più facile e sicura esecuzione, ciascun corpo dello Stato si obbliga in particolare, e per una convenzione speciale, a rispettar la legge sacra del riposo. Allora, tutte le ragioni d’interesse che si oppongono alla celebrazione della domenica, scompaiono pel corpo di Stato segnatario del compromesso, qualunque sia d’altronde la condotta delle altre professioni. – Per esempio, se in una città o località qualunque, i sellai, i gioiellieri, i carpentieri, continuano a profanare la domenica: qual pregiudizio può avvenirle al muratore, al mercatante, al calzolaio, al sarto, de’ quali tutti i confratelli rifiutano il lavoro o la vendita? Sarà pur necessario che in altro giorno rivenga la pratica. Che si stringano in una città somiglianti compromessi infra tutti i corpi di Stato, e si perverrà dirittamente al riposo ebdomadario. Per aiutar siffatte transazioni i cattolici dovrebbero farne un’altra. Dovrebbero cioè accordarsi tra se stessi di favorire i mercatanti e gli operai, religiosi osservatori della domenica. Per ciò è sufficiente indirizzare ai profanatori un ragionamento affatto semplice, che non può mancare di colpirli. La sospensione della vendita o dell’operare ne’giorni di domenica e di festa vi cagionerebbe, come dite voi, una perdita considerabile, alla quale è impossibile sottomettervi. Noi vogliamo crederlo; ma in questo caso non disapproverete che noi cerchiamo di indennizzare coloro fra i vostri confratelli, i quali consentono ad esporvisi. Così, non vi stupirete se d’ora innanzi daremo loro la nostra pratica e loro procureremo quella dei nostri amici. – A questo consiglio io bramerei aggiungere una questione ed interrogare i nostri buoni cattolici, se parecchi non avrebbero cèrti rimproveri a farsi intorno alla santificazione della domenica? Si dice con verità che se non vi si trovassero compratori, non vi sarebbero venditori. Ora, dannosi per trista sorte molti compratori nella domenica: sono dessi tutti senza religione? La vostra patria, e la mia, signor Rappresentante, mi sono particolarmente conosciute. Pur troppo noi abbiamo nel vostro paese osservato certi padroni, buoni cattolici, che mandano i loro domestici a fare delle incette nelle domeniche, e si dimenticano di stipulare nel loro contratti, coi loro intraprendi tori che non si lavorerà né nella domenica, né nelle feste : abbiamo viste dame, ugualmente buone cattoliche, correre fra gli uffizj, e frugare i magazzini delle gioie e delle novità, per provvedersi di oggetti che, certo, non sono di prima necessità; far visite all’ora stessa che si celebrano alla sera i divini uffizj, senza timore di mancarvi o di impedire gli altri d’assistervi. – Nel mio paese nessun cattolico vuole per nulla mutare le ore dei suoi pasti, benché si espongano soventemente i domestici a sacrificare il servizio di Dio a quello dei padroni; si pressano moltissime volte i padroni ed i lavoranti per ottenere nella domenica il lavoro. Si tollera che lo portino in questo giorno; si borbotta se non lo compiono, e si minaccia, in caso di recidiva, di rivolgersi ad altri. Chi sa se in altre regioni, questo dettaglio non potrebbe aggiungersi utilmente all’esame di coscienza de’ virtuosi cattolici?

III.

Che che ne sia, il venire per una convenzione spontanea alla soppressione del lavoro sarebbe, lo replico, il mezzo più onorevole al cospetto degli uomini, ed il più vantaggioso dinanzi a Dio; ma convien pur dirlo, che se queste convenzioni sono difficili a formarsi, più difficili ancora sono a mantenersi. Non senza grave stento possono indursi tutti i membri di una stessa professione a far tale convenzione ; e quand’anche sia fatta, quanti pretesti non si adducono or da Tizio, or da Sempronio per dichiararsene sciolti, e liberi di fare quanto loro torna più a conto? – Per ultimo, non sono quelle applicabili per tutto. In ogni località non si trovano corporazioni di mestieri; e quando ve ne fosse, gli abitanti della campagna e gli agricoltori, gl’interessi de’quali non sono indivisi come quelli degli operai, rimangono esclusi forzatamente da queste salutari associazioni.

IV.

Nonostante tutte le difficoltà che presenta questo primo mezzo di giungere all’osservanza della domenica, mi parrebbe possibile se noi avessimo seria volontà di ridivenire cristiani. Poiché tali peranco non sono le nostre disposizioni, il mezzo legale mi sembra il più sicuro, e l’unico immediatamente applicabile. Di che s’agisce egli mai, in effetto? Trattasi di formare una legge che vieti di profanare la domenica, cioè d’oltraggiare la religione della maggiorità, e di violare la libertà de’cattolici; o piuttosto s’agisce semplicissimamente di far eseguire una legge di già esistente, e che conserva tutto il suo vigore, imperocché essa giammai fu annullata. Non è d’ uopo che io ve la nomini, questa è la legge del 18 novembre 1814; confermata parecchie volte dopo il 1830 pei decreti della corte di cassazione (I). Tal è l’atto veramente politico, perché cristiano, che io v’incarico, signore e caro amico, d’ottenere dall’Assemblea legislativa. Ordinandolo, ella avrà grandemente meritato della Francia, dell’Europa e della società tutta intera. Ora, ella lo può, ed ella lo deve. – Ella lo può. L’Assemblea è sovrana. L’atto che noi sollecitiamo non è soltanto possibile, ma assai facile. A meno d’ammettere per la società una condanna a morte senza appello e senza sospensione, tutto ciò ch’è necessario alla sua esistenza è possibile. Ora, io credo avere stabilito l’indispensabile necessità della santificazione della domenica, qualunque sia il punto di vista sociale, sotto il quale si consideri la questione. – Dì più, quest’atto è facile, più facile al giorno d’oggi che giammai. D’una parte, l’attività commerciale non è la stessa che innanzi la rivoluzione di febbraio; havvi un rallentamento generale negli affari, e sei giorni per settimana bastano a spedirli. La mancanza del lavoro si fa sentire eziandio sovra un gran numero di punti; maggiore ragione per facilitare l’accettazione della legge. D altra parte, i grandi avvenimenti che scuotono l’Europa, non furono affatto disutili per l’istruzione de’popoli. Un vago bisogno di riattaccarsi alla religione si fece sentire, e la santificazione della domenica è una delle basi della religione; novella ragione che faciliterà l’accettazione della legge. – Simile bisogno della religione non è rimasto nello stato d’un sentimento vago ed indefinito, ma penetrò pel desiderio formale e manifestato a quattro angoli della Francia, di vedere la legge sacra del riposo settimanale rimessa prontamente e dappertutto in vigore. Io non starò rapportando le petizioni sì fortemente motivate, che furono indirizzate al governo dalle nostre piazze di commercio le più importanti, come Rouen, Bordeaux, Toulouse, Marseille, Lyon, ecc. ecc. potendole voi leggere negli archivi della Camera. Una voce più sonora ancora si fece da noi intendere; questa è la voce dell’agricoltura, delle manifatturee del commercio della Francia intera. I delegati loro, riuniti in consiglio generale a Parigi nel mese ultimo, si espressero per l’organo del signor Carlo Dupin, in termini sì formali, che voi mi permetterete di riferirli. – « Considerati sotto il punto di vista il più stretto ed il più volgare, la regolarità e l’uniformità dei giorni consacrati al riposo son questi un benefìzio pel lavoro stesso………. » In verità un riposo periodico, né troppo lontano, né troppo vicino, è necessario al mortale per donare alla sua forza la più grande energia. Questo riposo serve a compiere la riparazione assai di soperchio imperfetta, delle perdite accumulate per la continuazione de’ giorni di lavoro. » Per noi, signori, ragioni d’ordine più elevato c’impongono un dovere, non solamente industriale e manifatturiere, ma ancora politico, morale e religioso, dei giorni di riposo stabiliti ad intervalli regolari. A questi giorni è riserbato l’adempimento delle opere dellanima: I’ omaggio in comune reso dal popolo al Creatore dell’universo; la festa interiore della famiglia, in cui la vacanza del lavoro cede il luogo, e i1 piacere della rivista, permettetemi quest’espressione, che il padre e la madre fanno insieme della figliuolanza e del focolare domestico. Infine, quando tutti i doveri sono compiuti, il più grato spettacolo che possa offrire un popolo civilizzato, non è egli forse quello di tutte queste famiglie lavoratrici, bellamente abbigliate mediante il frutto de’ loro sudori, e percorrenti con una decente gioia i luoghi pubblici adornati dalle nostre arti? ( Approvazione. ) » Ecco la celebrazione delle nostre feste, delle nostre domeniche, tale quale i popoli cristiani la comprendono e la praticano, tale quale la desiderano tutte le famiglie oneste e patriottiche. » Noi domandiamo che il lavoro sia formalmente proibito nelle domeniche e nelle feste stabilite. » Noi domandiamo, e ben ci vergogniamo d’avere a domandarlo, che sia interdetto al Governo d’inserire alcuna clausola ne’ suoi contratti, per permettere, durante i giorni feriali, l’esecuzione dei lavori pubblici, qualunque questi siano. » Noi domandiamo che i capi patentati de’ laboratoi, delle fabbriche e delle manifatture non possano far lavorare nella domenica; noi domandiamo che siano condannati all’emenda per ciascuna contravvenzione in proporzione del numero de’loro operai. » Attendendo la realizzazione di questi voti, parecchie città già diedero l’esempio d’una gloriosa iniziativa. A Bésancon, a Marseille, a Gex, ecc. ecc., i consigli municipali, e diversi corpi di Stato si sono impegnati spontaneamente a rispettare la domenica. Elbeuf si è distinta in questa saggia crociata contra il male che c’invade. Nel mese di gennaio di questo anno si concepì il progetto di far cessare il lavoro e la vendita nella domenica, Sovra duecentoventicinque negozianti domiciliati nella città, duecentoventi si sottoscrissero con premura. La prima domenica di febbraio, il compromesso venne effettuato. Questo ripiego arrecò una soddisfazione universale. Mastri ed operai, padroni ed impiegati si sono dati due mesi di congedo per anno senza perdere un obolo. Di più fecero una buona azione, la quale Iddio non ometterà di ricompensare anche temporalmente. Tanta è la loro coscienziosa fedeltà, che scrissero a’ proprj corrispondenti per istruirli del loro regolamento, onde l’avessero presente nelle loro relazioni commerciali. – Onore alla città di Elbeuf! Ciò che questa operò, perché non verrà imitato dalle altre?

VI.

Non solamente le città ed i particolari desiderano il riposo sacro della domenica, ma ancora il Governo stesso, che, non contento di volerlo, l’impone pur anco. Voi conoscete le circolari de1 ministri della marina, della guerra e de’lavori pubblici. – Ciascuno nel suo dipartimento vieta nei giorni di domenica e di festa le opere servili dipendenti dallo Stato, come gli esercizj militari o le riviste che toglierebbero a’ soldati la facilità d’assistere al divino uffizio. Eccovi la circolare del ministro de’ lavori pubblici indirizzata ai signori prefetti, ingegneri ed architetti, incaricati della direzione de’ pubblici lavori; – Parigi, il 20 marzo 1849.

Signore, « Il miglioramento della sorte degli operai è l’oggetto della costante preoccupazione del Governo della repubblica. Voi siete in posizione d’apprezzare gli sforzi dell’amministrazione per accrescere, dentro i limiti de’ vantaggi finanzieri, lo sviluppo de’ lavori pubblici e particolari. » Ma, al fianco del lavoro che fa vivere, io collocherei sempre il miglioramento della condizione morale, la soddisfazione delle bisogne dell’intelligenza, che elevano e fortificano presso tutti il sentimento della dignità personale, e la facilità lasciata all’operaio d’esercitare liberamente i doveri della religione e della famiglia. Il riposo della domenica è dunque necessario all’artigiano; bisogna che sia rispettato al duplice punto di vista della moralità e dell’igiene. L’esempio, a questo riguardo, deve essere dato dalle amministrazioni pubbliche, nei limiti che loro impongono le occorrenze legittime e la libertà, a cui il governo intende di non portare alcun pregiudizio. In conseguenza, io deliberai, signore, che per l’innanzi niuna opera servile si sarebbe fatta ne’ laboratori dipendenti dai lavori pubblici, nelle domeniche e nei giorni festivi, per gli operai impiegati alla giornata per conto del governo. Nel caso in cui circostanze eccezionali giustificassero una derogazione a codesta regola, voi dovete domandare le autorizzazioni necessarie assai per tempo, acciocché 1’autorità competente possa apprezzarne l’opportunità. – Io v’ invito, facendo conoscere il mio decreto intorno a questo agli agenti posti sotto i vostri ordini, a prender le misure necessarie per assicurarne l’esecuzione. Ricevete, signore, l’assicuranza della mia considerazione distintissima.

Il Ministro de lavori pubblici T. Làcrosse. »

VII.

Da ultimo ho Ietto io pure con indicibile contento il rapporto del vostro onorevole collega, signor Desferris, sul novello progetto, che sarà presto sottomesso all’approvazione dell’Assemblea. Chi dunque oserà combatterlo? Non altri da quelli in fuori, i quali giurarono il rovesciamento totale della religione e della società, cioè i nemici di Dio e del popolo. – D’ altronde, quali mezzi possono mai invocare? La neutralità obbligata dello Stato nelle cose di religione? Ma allo Stato non si domanda una leggo religiosa, ma soltanto una legge di polizia e di necessità sociale, toccando al legislatore il far cessare il lavoro, ed alla religione il santificare il riposo. Questa è la perentoria risposta che venne già in sulle prime data dal vostro onorevole relatore: « Nello stato della società, dic’egli, le relazioni create pei nostri bisogni non possono essere interrotte secondo il capriccio di ciascuno senza pregiudizio per tutti; cosi i giorni di riposo devono essi venire regolarmente fissati. Ora, una nazione gode del diritto di sciegliere, pe’ suoi giorni di riposo, le feste stabilite dalla religione del più gran numero, ed obbligare tutti i cittadini ad osservarli. » Del rimanente, allorquando la legge prescrive il riposo nelle feste instituite dalla religione cattolica, il cittadino, che non la professa, è tenuto d’osservar siffatti giorni di riposo, se non per ubbidire ad un precetto religioso, almeno per ubbidire ad una legge della polizia, obbligatoria per tutti i cittadini, qualunque sia la religione loro. – L’opposizione della pubblica opinione? Sì, l’opinione di alcuni uomini che hanno occhi per non vedere, o che hanno tutto 1’interesse all’immoralità, perché sanno benissimo che un popolo immorale è sempre mai un popolo facile a tutto attentare per metterlo a profitto dell’anarchia. – Quanto all’ opinione degli uomini onesti, e seriamente preoccupati del pericolo della nostra situazione, i fatti e i passi citati patentemente provano, ch’essa accoglierà con riconoscenza codesta misura di salute pubblica. – Come vedete, la questione è matura, l’attenzione è svegliata, l’opinione v’è favorevole: l’Assemblea dunque s’inspiri del precetto divino, e traduca in precisi articoli l’interdizione di tutte le opere servili, negozio o lavoro, pubblicamente eseguito. Una semilegge, tenetevelo bene in mente, appagherà niuno, né rimedierà per nulla al male, giacché non ne farà essa cessare la profanazione. Che avete voi a temere formando una buona legge, una legge compiuta, una legge seriamente efficace? Nulla: salvo che, non facendola, abbiate a paventare l’anarchia. Ora, non fatevi illusioni; in difetto di codesto pretesto, essa n’avrà mille altri per continuare la sua lotta eterna. Almeno voi vi avrete assicurato un pegno di vittoria; imperocché codesta legge, che metterà compimento a voti di tutte le popolazioni cattoliche, vi stringerà attorno tanti difensori, quanti appoggi essa conta. L’Assemblea può dunque formulare una buona legge, una legge efficace, una legge definitiva, e costei la sancirà, perché lo deve.

VIII.

Ella lo deve alla religione, ultima àncora di salvezza che a noi rimanga nel mezzo della grande procella che minaccia d’inghiottire l’Europa intera. Ella Io deve alla società, che intristisce sotto de’ nostri occhi, corrosa tutta viva da due bruchi dai denti d’acciaio: l’egoismo e il disprezzo d’ogni autorità. Ella lo deve alla famiglia, unico elemento d’una ricostituzione novella, e che perdé tutti i suoi caratteri di santità, di concordia e di moralità. Ella lo deve alla libertà, minata nel suo principio, e violata nella sua applicazione la più alta, sotto l’impero d’una costituzione che nonostante la dichiara solennemente inviolabile. – Ella lo deve al benessere del popolo, che in ciascuna settimana fa colare colle elemosine del ricco i sudori e ’l sangue di lui ne’ golfi sfondati che la dissolutezza e l’anarchia aprono alle sregolate inclinazioni del medesimo. – Ella lo deve alla dignità umana, della quale l’abitudine costante de1 calcoli e dei lavori materiali tende a scancellare sino gli ultimi vestigj. Ella lo deve alla sanità del popolo, logorato ugualmente dal lavorare senza riposo, come dal riposo fra le orgie. – Ella lo deve all’onore nazionale. – L’ora non è forse suonata per la Francia di frenare codesta dissolutezza d’empietà e di materialismo, nella quale ciascuna settimana, da sessant’anni, essa vi s’immerge senza onta sotto gli occhi delle nazioni? Non è egli tempo di mostrare che il più logico de’ popoli ha cessato d’essere inconseguente con se stesso, e che vuole esser cattolico a Parigi, come a Roma? Che sotto nessun rapporto, la figliuola primogenita della Chiesa, la liberatrice del magnanimo Pio IX, non è per nessun riguardo al disotto né degli Stati Uniti d’America, né della protestante Inghilterra? – Per ultimo, l’Assemblea lo deve a se stessa ed alla Provvidenza. A se stessa: sopra cento e cinquantamila leggi, più o meno degne di siffatto nome, per non dire più o meno rivoluzionarie, che si fabbricarono nella Francia da un mezzo secolo, non è forse una gloria dell’Assemblea procreata dal suffragio universale di fargliene donare almeno una che sia veramente sociale, cioè francamente cristiana? Alla Provvidenza: che non operò essa per noi da duecento anni? Quante volte la sua materna mano non ci trattenne proprio miracolosamente in sull’orlo del precipizio, in cui noi eravamo in sul punto di capitombolare? Evidentemente essa non domanda che salvarci; ma bisogna che noi lo vogliamo. – Ebbene, Signore e caro amico , una buona legge intorno la santificazione della domenica, una legge che sarà un atto di buona volontà sociale e di ritorno all’ordine eterno, questa legge asseconderà meravigliosamente i disegni misericordiosi della Provvidenza, poiché essa avrà due vantaggi capitali. Essa rimedierà veramente al male, facendo rispettare la legge del Supremo Legislatore, di cui ci attirerà le benedizioni, e contribuirà più immediatamente d’ ogni altra a guarire questo popolo, dal quale lo spirito di Dio si ritirò, perché è divenuto carne. – Ora, questo è il mio primo e mio ultimo detto: Niente è più proprio come la profanazione della domenica a materializzare un popolo. Un popolo materializzato è un popolo morto. – Gradite, ecc.                         FINE.

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Si conclude così l’opuscolo di mons. Gaume che, anche se con elementi riferiti ai suoi tempi, ma oggi ancora maledettamente attuali, ci ha fatto comprendere l’importanza decisiva del rispetto del riposo nel giorno di Domenica. Forse finalmente possiamo comprendere come mai sia arrivata e peggiori sempre più la decadenza economica dei Paesi una volta cristiani, ricchi e prosperosi, rosi poi dal verme giudaico-protestante della crescita economica senza fine e ad ogni costo, che invece di benefici sta portando povertà, miseria, degradazione materiale e spirituale. Svegliamoci dunque dal torpore in cui siamo un po’ tutti caduti, e rileggendo questa piccola ma importantissima opera, possiamo trovare una soluzione valida a problemi anche materiali ed economici, oltre che spirituali, cominciando a seguire una pratica elementare e facilmente applicabile da tutti: il rispetto del giorno del Signore, e la non profanazione della Domenica, chiave di volta per una sana ricostruzione societaria, familiare e personale!

2 febbraio: PURIFICAZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

2 febbraio: PURIFICAZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

giorno della Candelora

 Rango: Doppio della Classe II.

Il vecchio portava il bambino, e il bambino ha rallegrato il vecchio.  La Vergine lo ha portato, e dopo il parto ha continuato ad essere Vergine, Lei Lo adorava, ne era la Madre.

Luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele.

2 FEBBRAIO

PURIFICAZIONE DELLA SS. VERGINE

[P. Gueranger: l’Anno Liturgico]

 Sono trascorsi infine i quaranta giorni della Purificazione di Maria, ed è giunto il momento in cui essa deve salire al Tempio del Signore per presentarvi Gesù. Prima di seguire il Figlio e la Madre in questo viaggio a Gerusalemme, fermiamoci ancora un istante a Betlemme, e penetriamo con amore e docilità i misteri che stanno per compiersi.

La legge di Mosè.

La legge del Signore ordinava alle donne d’Israele, dopo il parto, di rimanere per quaranta giorni senza accostarsi al tabernacolo. Spirato tale termine, dovevano, per essere purificate, offrire un sacrificio, che consisteva in un agnello, destinato ad essere consumato in olocausto, e vi si doveva aggiungere una tortora o una colomba, offerte per il peccato. Se poi la madre era troppo povera per offrire l’Agnello, il Signore aveva permesso di sostituirlo con un’altra tortora o con un’altra colomba. Un altro comandamento divino dichiarava tutti i primogeniti proprietà del Signore, e prescriveva il modo di riscattarli. Il prezzo del riscatto era di cinque sicli che, al peso del santuario, rappresentavano ognuno venti oboli.

Obbedienza di Gesù e di Maria.

Maria, figlia d’Israele, aveva partorito; Gesù era il suo primogenito. Il rispetto dovuto a tale parto e a tale primogenito, permetteva il compimento della legge? Se Maria considerava i motivi che avevano portato il Signore ad obbligare tutte le madri alla purificazione, vedeva chiaramente che questa legge non era stata fatta per Lei. Quale relazione poteva avere con le spose degli uomini Colei che era il purissimo santuario dello Spirito Santo, Vergine nel concepimento del Figlio, Vergine nel suo ineffabile parto, sempre casta, ma ancora più casta dopo aver portato nel suo seno e dato alla luce il Dio di ogni santità? Se considerava la qualità del suo Figliuolo, la maestà del Creatore e del sommo Padrone di tutte le cose il quale si era degnato di nascere in Lei, come avrebbe potuto pensare che questo Figlio era sottomesso all’umiliazione del riscatto, come uno schiavo che non appartiene a se stesso ? – Tuttavia, lo Spirito che abitava in Maria le rivela che deve compiere il duplice precetto. Malgrado la sua dignità di Madre di Dio, è necessario che si unisca alla folla delle madri degli uomini che si recano al tempio, per riacquistarvi, mediante un sacrificio, la purezza che hanno perduta. Inoltre, il Figlio di Dio e Figlio dell’uomo deve essere considerato in tutto come un servo. Bisogna che sia riscattato quindi come l’ultimo dei figli d’Israele. Maria adora profondamente questo supremo volere, e vi si sottomette con tutta la pienezza del cuore. – I consigli dell’Altissimo avevano stabilito che il Figlio di Dio sarebbe stato rivelato al suo popolo solo per gradi. Dopo trent’anni di vita nascosta a Nazareth dove – come dice l’evangelista – era ritenuto il figlio di Giuseppe, un grande Profeta doveva annunciarlo ai Giudei accorsi al Giordano per ricevervi il battesimo di penitenza. Presto le sue opere, i suoi miracoli avrebbero reso testimonianza di Lui. Dopo le ignominie della Passione, sarebbe risuscitato gloriosamente, confermando così la verità delle sue profezie, l’efficacia del suo Sacrificio e infine la sua divinità. Fino allora quasi tutti gli uomini avrebbero ignorato che la terra possedeva il suo Salvatore e il suo Dio. I pastori di Betlemme non avevano ricevuto l’ordine, come più tardi i pescatori di Genezareth, di andar a portare la Parola fino agli estremi confini del mondo? I Magi erano tornati nell’Oriente senza rivedere Gerusalemme commossa per un solo istante al loro arrivo. Quei prodigi, di così grande portata agli occhi della Chiesa dopo il compimento della missione del suo divino Re, non avevano trovato eco o memoria fedele se non nel cuore di qualche vero Israelita che aspettava la salvezza d’un Messia umile e povero. La nascita di Gesù a Betlemme doveva restare ignota alla maggior parte dei Giudei, e i Profeti avevano predetto che sarebbe stato chiamato Nazareno. Il piano divino aveva stabilito che Maria fosse la sposa di Giuseppe, per proteggere, agli occhi del popolo, la sua verginità; ma richiedeva pure che questa purissima Madre venisse come le altre donne d’Israele ad offrire il sacrificio di purificazione per la nascita del Figlio che doveva essere presentato al tempio come il Figlio di Maria, sposa di Giuseppe. Così la somma Sapienza si compiace di mostrare che i suoi pensieri non sono i nostri pensieri e di sovvertire i nostri deboli concetti, aspettando il giorno in cui lacererà i veli e si mostrerà nuda ai nostri occhi abbagliati. Il volere divino fu sempre caro a Maria, in questa circostanza come in tutte le altre. La Vergine non pensò di agire contro l’onore del suo Figliuolo né contro il merito della propria integrità venendo a cercare una purificazione esteriore della quale non aveva bisogno. Essa fu, al Tempio, la serva del Signore, come lo era stata nella casa di Nazareth alla visita dell’Angelo. Obbedì alla legge perché le apparenze la dichiaravano soggetta alla legge. Il suo Dio e Figliuolo si sottometteva al riscatto come l’ultimo degli uomini. – Aveva obbedito all’editto di Augusto per il censimento universale; doveva « essere obbediente fino alla morte, e alla morte di croce » : la Madre e il Figlio si umiliarono insieme. E l’orgoglio dell’uomo ricevette in quel giorno una delle più belle lezioni che mai gli siano state impartite.

Il viaggio.

Che mirabile viaggio quello di Maria e di Giuseppe che vanno da Betlemme a Gerusalemme! Il divino Bambino è fra le braccia della mamma, che Lo tiene stretto al cuore per tutta la strada. Il cielo, la terra e tutta la natura sono santificate dalla dolce presenza del loro Creatore. Gli uomini in mezzo a cui passa quella Madre carica del suo tenero frutto La considerano, gli uni con indifferenza, gli altri con curiosità; nessuno penetra il mistero che deve salvarli tutti. – Giuseppe è portatore del dono che la Madre deve presentare al sacerdote. La loro povertà non permette che acquistino un agnello; e d’altronde non è forse Gesù l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo ? La legge ha designato la tortora o la colomba per supplire l’offerta che una madre povera non avrebbe potuto presentare. – Giuseppe porta anche i cinque sicli, prezzo del riscatto del primogenito, poiché è veramente il Primogenito quel figlio unico di Maria che si è degnato di farci suoi fratelli e di renderci partecipi della natura divina adottando la nostra. – Finalmente la sacra famiglia è entrata in Gerusalemme. Il nome di questa città significa visione di pace, e il Salvatore viene con la sua presenza ad offrirle la pace. Consideriamo il magnifico progresso che vi è nei nomi delle tre città alle quali si collega la vita mortale del Redentore. Viene concepito a Nazareth, che significa il fiore, poiché Egli è – come dice Lui stesso nel cantico – il fiore dei campi e il giglio delle valli; e il suo divino odore ci riconsola. Nasce a Betlemme, la casa del pane, per essere il cibo delle anime nostre. Viene offerto in sacrificio sulla croce a Gerusalemme e col suo sangue ristabilisce la pace fra il cielo e la terra, la pace fra gli uomini e la pace nelle anime nostre. Oggi, come presto vedremo, egli ci darà un pegno di questa pace.

Il Tempio.

Mentre Maria, che porta il suo divino fardello, sale – Arca vivente – i gradini del Tempio, prestiamo attenzione, poiché si compie una delle più celebri profezie e si rivela uno dei principali caratteri del Messia. Concepito da una Vergine, nato in Betlemme come era stato predetto. Gesù, varcando la soglia del Tempio, acquista un nuovo titolo alla nostra adorazione. – Questo edificio non é più il famoso Tempio di Salomone che fu preda delle fiamme nei giorni della cattività di Giuda. È il secondo Tempio costruito al ritorno da Babilonia e il cui splendore non ha raggiunto la magnificenza dell’antico. Prima della fine del secolo sarà rovesciato per la seconda volta, e le parole del Signore hanno garantito che non ne rimarrà pietra su pietra. Ora, il Profeta Aggeo per consolare gli Ebrei tornati dall’esilio, i quali confessavano la loro impotenza ad innalzare al Signore una casa paragonabile a quella che aveva costruita Salomone, ha detto loro queste parole, che devono servire a fissare il tempo della venuta del Messia: « Fatti animo, o Zorobabele – dice il Signore – fatti animo, o Gesù, figlio di Josedec, sommo Sacerdote; fatti animo, o popolo di questa contrada, poiché ecco quanto dice il Signore: Ancora un po’ di tempo e scuoterò il cielo e la terra, e scuoterò tutte le genti; e verrà il desiderato di tutte le genti; e riempirò di gloria questa casa. La gloria di questa seconda casa sarà maggiore di quella della prima; e in questo luogo darò la pace – dice il Signore degli eserciti ». È giunta l’ora del compimento di questo oracolo. L’Emmanuele é uscito dal suo riposo di Betlemme, si é mostrato in piena luce, è venuto a prender possesso della sua casa terrena; e con la sua sola presenza in questo secondo Tempio, ne eleva d’un tratto la gloria al di sopra di quella di cui era circondato il tempio di Salomone. Lo visiterà ancora parecchie volte ma l’entrata ch’egli vi fa oggi sulle braccia della Madre, basta a compiere la profezia: d’ora in poi le ombre e le immagini che conteneva quel Tempio cominciano a svanire ai raggi del Sole della verità e della giustizia. Il sangue delle vittime tingerà ancora per qualche anno i corni dell’altare, ma in mezzo a tutte quelle vittime, ostie impotenti, s’avanza già il Bambino che porta nelle sue vene il sangue della Redenzione del mondo. Tra quella folla di sacrificatori, in mezzo alla moltitudine di figli d’Israele che si stringe nel Tempio, parecchi aspettano il Liberatore, e sanno che si avvicina l’ora della sua manifestazione ma nessuno di essi sa ancora che in quello stesso momento il Messia atteso è appena entrato nella casa di Dio. – Tuttavia il grande evento non doveva compiersi senza che l’Eterno operasse un nuovo miracolo. I pastori erano stati chiamati dall’Angelo, la stella aveva guidato i Magi dall’Oriente a Betlemme; ed ora lo Spirito Santo procura egli stesso al divino Bambino una testimonianza nuova e inattesa.

Il Santo Vegliardo.

Viveva a Gerusalemme un vecchio la cui vita volgeva al termine; ma quest’uomo ardente, chiamato Simeone, non aveva lasciato affievolire nel suo cuore l’attesa del Messia. Sentiva che ormai si erano compiuti i tempi; e come premio della sua speranza, lo Spirito Santo gli aveva fatto conoscere che i suoi occhi non si sarebbero chiusi prima di aver visto la Luce divina levarsi sul mondo. Nel momento in cui Maria e Giuseppe salivano i gradini del Tempio portando verso l’altare il Bambino della promessa, Simeone si sente spinto interiormente dalla forza dello Spirito divino, esce dalla propria casa e si dirige verso il Tempio. Sulla soglia della casa di Dio, i suoi occhi hanno subito riconosciuto la Vergine profetizzata da Isaia, e il suo cuore vola verso il Bambino che Ella tiene fra le braccia. – Maria, ammaestrata dallo stesso Spirito, lascia avvicinare il vecchio, e depone fra le sue braccia tremanti il caro oggetto del suo amore, la speranza della salvezza della terra. Beato Simeone, immagine del mondo antico invecchiato nell’attesa e presso a finire! Ha appena ricevuto il dolce frutto della vita, che la sua giovinezza si rinnova come quella dell’aquila, e si compie in lui la trasformazione che deve realizzarsi nell’umano genere. La sua bocca si apre, la sua voce risuona, ed egli rende testimonianza come i pastori nella contrada di Betlemme e come i Magi nell’Oriente. « O Dio – egli dice – i miei occhi hanno dunque visto il Salvatore che tu preparavi! Risplende finalmente quella luce che deve illuminare i Gentili e costituire la gloria del tuo popolo d’Israele ».

Anna la Profetessa.

Ed ecco sopraggiungere, attirata anch’essa dall’ispirazione dello Spirito Divino, la pia Anna, figlia di Fanuel. I due vegliardi, che rappresentano la società antica, uniscono le loro voci, e celebrano la venuta del Bambino che viene a rinnovare la faccia della terra, e la misericordia di Dio che dà finalmente la pace al mondo. È in questa pace tanto desiderata che Simeone spirerà la sua anima. Lascia dunque partire nella pace il tuo servo, secondo la tua parola, o Signore! – dice il vecchio; e presto l’anima sua, liberata dai legami del corpo, porterà agli eletti che riposano nel seno di Abramo la notizia della pace che appare sulla terra, e aprirà presto i cieli. Anna sopravvivrà ancora per qualche tempo a questa sublime scena; essa deve, come ci dice l’Evangelista, annunciare il compimento delle promesse ai Giudei in ispirito che aspettavano la Redenzione d’Israele. Un seme doveva essere affidato alla terra; i pastori, i Magi, Simeone, Anna l’hanno gettato; esso spunterà a suo tempo: e quando gli anni d’oscurità che il Messia deve passare in Nazareth saranno trascorsi, quando egli verrà per la messe, dirà ai suoi discepoli: Osservate come il frumento è presso alla maturazione nelle spighe: pregate dunque il padrone della messe che mandi operai per la messe. – Il beato vegliardo restituisce dunque alle braccia della purissima Maria il Figlio che essa offrirà al Signore. I volatili sono presentati al sacerdote che li sacrifica sull’altare, viene versato il prezzo del riscatto e si compie così la perfetta obbedienza; e dopo aver reso i suoi omaggi al Signore, Maria stringendosi al cuore il divino Emmanuele e accompagnata dal suo fedele sposo, discende i gradini del Tempio.

Liturgia.

Ecco il mistero del quarantesimo giorno, che chiude la serie dei giorni del Tempo di Natale con la festa della Purificazione della santissima Vergine. La Chiesa Greca e la Chiesa di Milano pongono la festa nel numero delle solennità di Nostro Signore; la Chiesa Romana l’annovera tra le feste della santa Vergine. Senza dubbio il Bambino Gesù viene offerto oggi nel Tempio e riscattato, ma è in occasione della Purificazione di Maria, di cui quell’offerta e quel riscatto sono come la conseguenza. I più antichi Martirologi e Calendari dell’Occidente presentano la festa sotto il nome che ancora oggi conserva, e la gloria del Figlio, lungi dall’essere oscurata dagli onori che la Chiesa rende alla Madre, ne riceve un nuovo aumento, poiché egli solo è il principio di tutte le grandezze che noi celebriamo in essa.

LA BENEDIZIONE DELLE CANDELE

Origine storica.

Dopo l’Ufficio di Terza, la Chiesa compie in questo giorno la solenne benedizione delle Candele, che è una delle tre principali benedizioni che hanno luogo nel corso dell’anno: le altre due sono quella delle Ceneri e quella delle Palme. L’intenzione della cerimonia è legata al giorno stesso della Purificazione della santa Vergine, di modo che se una delle domeniche di Settuagesima, di Sessagesima o di Quinquagesima cade il due febbraio, la festa è rimandata all’indomani, ma la benedizione delle Candele e la Processione che ne è il complemento restano fissate al due febbraio. – Onde raccogliere sotto uno stesso rito le tre grande Benedizioni di cui parliamo, la Chiesa ha prescritto, per quella delle Candele, l’uso dello stesso colore viola che adopera nella benedizione delle Ceneri e delle Palme, di modo che la funzione, che serve a indicare il giorno in cui si è compiuta la Purificazione di Maria, deve eseguirsi tutti gli anni il due febbraio, senza alcuna deroga al colore prescritto per le tre Domeniche di cui abbiamo parlato.

Intenzione della Chiesa.

L’origine storica è abbastanza difficile a stabilirsi in modo preciso. Secondo Baronio, Thomassin, Baillet ecc., tale benedizione sarebbe stata istituita, verso la fine del V secolo, dal Papa san Gelasio (492-496), per dare un senso cristiano ai resti dell’antica festa dei Lupercali, di cui il popolo di Roma aveva ancora conservato alcune usanze superstiziose. È almeno certo che san Gelasio abolì le ultime vestigia della festa dei Lupercali che veniva celebrata nel mese di febbraio. Innocenzo III, in uno dei suoi Sermoni sulla Purificazione, ci dice che l’attribuzione della cerimonia delle Candele al due febbraio è dovuta alla saggezza dei Pontefici romani, i quali avrebbero indirizzato al culto della santa Vergine i resti d’una usanza religiosa degli antichi Romani, che accendevano delle fiaccole in ricordo delle torce alla cui luce Cerere aveva, secondo la favola, percorso le cime dell’Etna, cercando la figlia Proserpina rapita da Plutone; ma non si trova alcuna festa in onore di Cerere nel mese di febbraio nel calendario degli antichi Romani. Ci sembra dunque più esatto adottare l’idea di D. Hugues Mènard, Rocca, Henschenius e Benedetto XIV, i quali ritengono che l’antica festa conosciuta in febbraio sotto il nome di Amhurbalia e nella quale i pagani percorrevano la città portando delle fiaccole, ha dato occasione ai Sommi Pontefici di sostituirvi un rito cristiano che essi hanno congiunto alla celebrazione della festa in cui Cristo, Luce del mondo, viene presentato al Tempio dalla Vergine madre. [Sembra difficile ammettere oggi questa opinione, poiché la festa dei Lupercali (15 febbraio) non esisteva più al tempo del Papa Gelasio, e la Candelora non appare in Roma se non verso la metà del VII secolo. Questa è una processione indipendente dalla Purificazione, anteriore ad essa, e una tradizione molto autorevole la ricollega a una cerimonia pagana: l’amburbale. Il Llber Pontificalis dice che la processione fu istituita, a Roma, dal Papa Sergio (687-707) e che si faceva dalla chiesa di Sant’Adriano a Santa Maria Maggiore, ma è certamente anteriore a questo Papa].

Il mistero.

Il mistero di questa cerimonia è stato sovente illustrato dai liturgisti dal VII secolo in poi. Secondo quanto afferma sant’Ivo di Chartres nel suo secondo Sermone sulla festa di oggi, la cera delle candele, formata dalle api con il succo dei fiori che l’antichità ha sempre considerate come un’immagine della Verginità, simboleggia la carne virginea del divino Bambino, il quale non ha intaccato nella sua concezione e nella sua nascita l’integrità di Maria. Nella fiamma della candela, il Vescovo ci invita a vedere il simbolo di Cristo. La benedizione delle candele appare a Roma in maniera certa solo nel XII secolo. Le antiche Ave gratia piena e Adorna, di provenienza bizantina, sono state introdotte a Roma nell’VIII secolo; il Nunc dimittis insieme con l’antifona Lumen fu aggiunto nel XII secolo e le orazioni sono del X e XI secolo. Ma la processione con le candele benedette esisteva già ad Alessandria nel V secolo, e anche prima a Gerusalemme. è venuto a illuminare le nostre tenebre. Sant’Anselmo, nelle sue Enarrazioni su san Luca, descrivendo lo stesso mistero, ci dice che nella Candela vi sono da considerare tre cose: la cera, lo stoppino e la fiamma. La cera – egli dice – opera dell’ape virginea, è la carne di Cristo; lo stoppino, che sta dentro, è l’anima; e la fiamma, che brilla nella parte superiore, è la divinità.

Le candele.

Un tempo i fedeli si davano premura di portare essi stessi le candele alla chiesa nel giorno della Purificazione perché fossero benedette insieme con quelle che i sacerdoti e i ministri portano nella Processione. Tale usanza è osservata ancora in molti luoghi. È desiderabile che i Pastori delle anime inculchino fortemente tale usanza, e la ristabiliscano o la mantengano dovunque ve n’è bisogno. Tanti sforzi fatti per distruggere o almeno per impoverire il culto esterno ha arrecato insensibilmente il più triste affievolirsi del sentimento religioso di cui la Chiesa possiede la sorgente nella Liturgia. È necessario inoltre che i fedeli sappiano che le candele benedette nel giorno della Candelora debbono servire non soltanto alla Processione, ma anche all’uso dei cristiani che, custodendole rispettosamente nelle proprie case, portandole con sé, tanto sulla terra che sulle acque, come dice la Chiesa, attirano speciali benedizioni dal cielo. Si devono accendere quelle candele al capezzale dei morenti, come ricordo dell’immortalità che Cristo ci ha meritata e come segno della protezione di Maria.

LA PROCESSIONE E LA MESSA

Piena di gaudio, rischiarata dalla moltitudine delle fiaccole e trasportata come Simeone dal moto dello Spirito Santo, la santa Chiesa si mette in cammino per andare incontro all’Emmanuele. È questo incontro che la Chiesa Greca, nella sua Liturgia, designa con il nome di “Ipapante” e della quale ha fatto l’attributo della festa di oggi. Lo scopo è di imitare la processione del Tempio di Gerusalemme, che san Bernardo così celebra nel suo primo Sermone sulla Festa della Purificazione di Maria: « Oggi la Vergine madre introduce il Signore del Tempio nel Tempio del Signore, e Giuseppe presenta al Signore non un figlio suo, ma il Figlio diletto del Signore, nel quale Egli ha posto le sue compiacenze. Il giusto riconosce Colui che aspettava; la vedova Anna lo esalta nelle sue lodi. Questi quattro personaggi hanno celebrato per la prima volta la Processione di oggi, che, in seguito, doveva essere solennizzata nella letizia di tutta la terra in ogni luogo e da tutte le genti. Non stupiamo che quella Processione sia stata piccola, poiché Colui che vi si riceveva si era fatto piccolo. Nessun peccatore vi apparve: tutti erano giusti, santi e perfetti ». Camminiamo nondimeno sulle loro orme. Andiamo incontro allo Sposo, come le Vergini prudenti, portando in mano lampade accese al fuoco della carità. Ricordiamo il consiglio che ci dà il Salvatore stesso: Siano i vostri lombi precinti come quelli dei viandanti; portate in mano fiaccole accese e siate simili a coloro che aspettano il loro Signore (Lc. XII, 35). Guidati dalla fede, illuminati dall’amore, noi Lo incontreremo, Lo riconosceremo, ed Egli si darà a noi. – Terminata la Processione, il Celebrante e i ministri depongono i paramenti viola, e indossano quelli bianchi per la Messa solenne della Purificazione della Vergine. Se ci si trovasse tuttavia in una delle tre Domeniche di Settuagesima, di Sessagesima o di Quinquagesima, la Messa della festa si dovrà rimandare all’indomani. – Lo Spirito divino ci ha guidati al Tempio come Simeone; vi contempliamo in questo istante la Vergine Madre che presenta all’altare il Figlio di Dio e suo. Noi ammiriamo questa fedeltà alla Legge nel Figlio e nella Madre, e sentiamo nell’intimo del cuore il desiderio di essere presentati a nostra volta al Signore che accetterà il nostro omaggio come ha ricevuto quello del suo Figliuolo. Affrettiamoci dunque a mettere i nostri sentimenti in sintonia con quelli dei Cuori di Gesù e di Maria. La salvezza del mondo ha fatto un passo in questo giorno; progredisca dunque anche l’opera della nostra santificazione. D’ora in poi il mistero del Dio Bambino non ci sarà più offerto dalla Chiesa come oggetto speciale della nostra religione; i soavi quaranta giorni di Natale volgono al termine; dobbiamo ora seguire l’Emmanuele nelle sue lotte contro i nostri nemici. Seguiamo i suoi passi; corriamo al suo seguito come Simeone, e camminiamo senza stancarci sulle orme di Colui che è la nostra Luce; amiamo questa Luce, e otteniamo con la nostra premurosa fedeltà che essa risplenda sempre su di noi. – O Emmanuele, in questo giorno in cui fai l’ingresso nel Tempio della tua Maestà, portato in braccio da Maria Madre tua, ricevi l’omaggio delle nostre adorazioni e della nostra riconoscenza. Onde sacrificarti per noi Tu vieni nel Tempio; come preludio del nostro riscatto ti degni di pagare il debito del primogenito e per abolire presto i sacrifici imperfetti vieni ad offrire un sacrificio legale. Compari oggi nella città che dovrà essere un giorno il termine della tua corsa e il luogo della tua immolazione. Non ti è bastato nascere per noi; il tuo amore ci riserba per l’avvenire una testimonianza più splendente. Tu, consolazione d’Israele e su cui gli Angeli amano tanto posare i loro sguardi, entri nel Tempio; e i cuori che ti attendevano si aprono e si elevano verso di te. Oh ! chi ci darà una parte dell’amore che provò il vegliardo allorché ti prese fra le braccia e ti strinse al cuore? Egli chiedeva solo di vederti, o divino Bambino, e poi di morire. Dopo averti visto per un solo istante, s’addormentava nella pace. Quale sarà dunque la beatitudine di possederti eternamente, se così brevi istanti sono bastati ad appagare l’attesa di tutta una vita! – Ma, o Salvatore delle anime nostre, se il vegliardo è pienamente felice per averti visto una sola volta, quali debbono essere i sentimenti di noi che siamo testimoni della consumazione del tuo sacrificio! – Verrà il giorno in cui, per usare le espressioni del tuo devoto servo san Bernardo, sarai offerto non più nel Tempio e sulle braccia di Simeone, ma fuori della città e sulle braccia della croce. Allora non si offrirà più per te un sangue estraneo, ma tu stesso offrirai il tuo sangue. – Oggi ha luogo il sacrificio del mattino: allora si offrirà il sacrificio della sera. Oggi sei nell’età dell’infanzia: allora avrai la pienezza della virilità, e avendoci amati dal principio, ci amerai sino alla fine. – Che cosa ti daremo noi in cambio, o divino Bambino? Tu porti già, in questa prima offerta per noi, tutto l’amore che consumerà la seconda. Possiamo far di meno che offrirci per sempre a te, fin da questo giorno ? Tu ti doni a noi nel tuo Sacramento, con una pienezza maggiore di quella che usasti riguardo a Simeone. Libera anche noi, o Emmanuele, spezza le nostre catene; donaci la Pace che oggi Tu arrechi; aprici, come al vegliardo, una nuova vita. Per imitare i tuoi esempi e per unirci a Te, noi abbiamo, lungo questi quaranta giorni, cercato di stabilire in noi l’umiltà e la semplicità dell’infanzia che Tu ci raccomandi; sostienici ora negli sviluppi della nostra vita spirituale, affinché cresciamo come Te in età e in sapienza, davanti a Dio e davanti agli uomini. – O Maria, tu che sei la più pura delle vergini e la più beata delle madri, o Figlia del Re, quanto sono graziosi i tuoi passi e come è maestoso il tuo incedere (Cant. VII, 1) nell’istante in cui sali i gradini del Tempio carica del tuo prezioso fardello! Come è felice il tuo cuore materno, e come è insieme umile, allorché offri all’Eterno il Figlio suo e tuo! Alla vista delle madri d’Israele che portano anch’esse i loro piccoli al Signore, Tu gioisci pensando che quella nuova generazione vedrà con i suoi occhi il Salvatore che tu le arrechi. Quale benedizione per quei neonati essere offerti insieme con Gesù! Quale fortuna per quelle madri essere purificate nella tua santa compagnia! Se il Tempio trasalisce nel vedere entrare sotto le sue volte il Dio in onore del quale è stato costruito, é anche il suo gaudio nel sentire fra le sue mura la più perfetta delle creature, l’unica figlia di Eva che non abbia conosciuto il peccato, la Vergine feconda, la Madre di Dio. Ma mentre custodisci fedelmente, o Maria, i segreti dell’Eterno, confusa nella folla delle figlie di Giuda, il santo Vegliardo accorre verso di te; e il tuo cuore ha compreso che lo Spirito Santo gli ha rivelato tutto. Con quale emozione Tu deponi per un istante fra le sue braccia il Dio che riunisce in sé tutta la natura, e che vuole essere la consolazione d’Israele! Con quale grazia accogli la pia Anna! Le parole dei due vegliardi che esaltano la fedeltà del Signore alle sue promesse, la grandezza di Colui che è nato da te, la Luce che si irradierà da quel Sole divino su tutte le genti, fanno trasalire il tuo cuore. – La fortuna di sentir glorificare il Dio che tu chiami tuo figlio e che lo è in verità, ti riempie di gioia e di riconoscenza. Ma, o Maria, quali parole ha pronunciato il vegliardo, restituendoti il tuo Figliuolo! – Quale improvviso e terribile gelo viene ad invader il tuo cuore! La lama della spada l’ha trapassato da parte a parte. Quel Bambino che i tuoi occhi contemplavano con sì tenera gioia, non lo vedrai più che attraverso le lacrime. Egli sarà il segno della contraddizione, e le ferite che riceverà Ti trapasseranno l’anima. O Maria, il sangue delle vittime che inonda il Tempio cesserà un giorno di scorrere; ma bisogna che sia sostituito dal sangue del Bambino che Tu tieni fra le braccia. Noi siamo peccatori, o Maria, poco fa tanto felice ed ora così desolata! Sono stati i nostri peccati a mutare la tua letizia in dolori. Perdonaci, o Madre! Lascia che ti accompagniamo mentre discendi i gradini del Tempio. Noi sappiamo che Tu non ci maledici; sappiamo che ci ami, poiché ci ama il tuo Figliuolo. Oh, amaci sempre, o Maria! Intercedi per noi presso l’Emmanuele. Fa’ che abbiamo a conservare i frutti di questi santi quaranta giorni. Fa’ che non lasciamo mai questo Bambino che presto sarà un uomo, che siamo docili a questo Dottore delle nostre anime, devoti, come veri discepoli, a questo Maestro così pieno d’amore, fedeli nel seguirlo dovunque al pari di te, fino ai piedi della croce che appare oggi ai tuoi occhi.

Preghiera (Colletta)

Porgi l’orecchio, Signore, noi Ti supplichiamo, al tuo popolo; e fa’ che praticando esteriormente questa devozione annuale, possiamo interiormente ottenerne gli effetti, con la luce della tua grazia.  Per Cristo nostro Signore. Amen. Amen.

PER LA PURIFICAZIONE

I. Per quella sì eroica obbedienza che voi esercitaste, o gran Vergine, nell’assoggettarvi alla legge della purificazione, ottenete anche a noi la più esatta obbedienza a tutti i comandi di Dio, della Chiesa e de’ nostri maggiori. Ave.

II. Per quell’angelica modestia e celestial divozione con cui voi, o gran Vergine, vi recaste e presentare nel Tempio, ottenete anche a noi di portarci e stare nel tempio con quell’interno ed esterno raccoglimento che conviene alla casa di Dio. Ave.

III. Per quella santa premura che voi aveste, o Vergine illibatissima,di togliere da voi col sacro rito della perificazione ogni apparenza di macchia, ottenete a noi pure una instancabile premura di togliere sempre da noi ogni ancor più piccola macchia di peccato. Ave.

IV. Per quella umiltà profondissima che vi indusse, o Maria, a collocarvi nel tempio tra le donne più volgari, quasi foste una di loro, sebbene la più santa fra tutte le creature, impetrate a noi pure quello spirito di umiltà che ci renda cari a Dio e meritevoli do’ suoi favori. Ave.

V. Por quella gran fede che voi, o Vergine fedelissima, conservaste viva e ferma in Dio vostro Figlio nell’udire dal santo profeta Simeone che egli sarebbe stato per molti occasione di contraddizione e di rovina, ottenete a noi pure, una simile vivezza e fermezza di fede, in mezzo a qualunque tentazione e contraddizione. Ave.

VI. Per quella invitta rassegnazione con cui ascoltaste gli amarissimi presagi che vi fece, o Maria, l’illuminato Simeone, fate che anche noi in tutti gli avvenimenti anche più tristi siamo sempre perfettamente rassegnati ad ogni divino volere. Ave.

VII. Per quell’accesissima carità che vi mosse, o Maria, a fare all’eterno Padre il gran sacrificio del vostro Figlio per la comun redenzione e salute, impetrate a noi pure la grazia di sacrificar al Signore qualunque cosa eziandio più cara, quando ciò sia necessario alla nostra santificazione e salvezza, Ave, Gl.

ORAZIONE.

Omnipotens sempiterne Deus, majestatem tuam supplices exoramus: ut sicut unigenitus Filius tuus hodierna die cum nostræ carnis substantia in templo est præsentatus, ita nos facias purificatus, ita nos facias purificatis tibi mentibus praesentari, Per eumdem Dominum, etc.

[Manuale di Filotea, del sa. G. Riva, XXX ed. Milano 1888]

Calendario liturgico cattolico di FEBBRAIO

Febbraio è il mese che la Chiesa dedica alla Santissima Trinità

 

Il mistero della sempre adorabile Trinità è il fondamento della religione cristiana, e deve essere fermamente creduto e assentito, anche se è incomprensibile per la ragione umana.  Ciò che la Chiesa cristiana ci insegna, per quanto riguarda questo mistero, in poche parole, è questo: C’è solo un supremo eterno Dio, Creatore del cielo e della terra, in tre Persone divine, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, realmente distinte una dall’altra; Il Padre non è il Figlio, né è lo Spirito Santo; né è il Figlio il Padre, o lo Spirito Santo; né lo Spirito Santo, è il Padre e il Figlio.  Il Padre è da nessun altro: il Figlio è nato dal Padre da tutta l’eternità, ed è uguale a Lui per potere e maestà, della stessa natura e la stessa sostanza: lo Spirito Santo procede dal Padre e Figlio da tutta l’eternità, è uguale a Loro in potenza e grandezza, della stessa Loro natura e sostanza. Di modo che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono l’Uno, supremo, eterno Essere; e di conseguenza, il Padre è Dio, il Figlio è Dio, e lo Spirito Santo è Dio, sono un Dio unico anche nell’essere lodato, adorato, venerato per sempre. – Dobbiamo quindi in questo mese Chiedere a Dio Onnipotente di preservare in questa fede, che continua ad insegnarci di sottomettere la nostra ragione alla rivelazione.  Cerchiamo di offrire le nostre preghiere per gli uomini infelici, che, avendo una ragione debole nella comprensione di tutta la verità, empiamente smentiscono l’Onnipotente, e rifiutano di credere a ciò che Dio ci insegna (attraverso la Chiesa) e ci rivela per quanto Lo riguarda. – Il famoso Credo basato sulla dottrina trinitaria è il Credo di Atanasio. Esso è pure focalizzato sulla cristologia.  Il nome latino del credo, “Quicunque Vult”, è tratto dalle parole di apertura, “chi vuole”.  Questo credo dichiara esplicitamente l’uguaglianza delle tre Persone della Trinità.

 IL CREDO Atanasiano

 (Canticum Quicumque * Symbolum Athanasium)

“Quicúmque vult salvus esse, * ante ómnia opus est, ut téneat cathólicam fidem: Quam nisi quisque íntegram inviolatámque serváverit, * absque dúbio in ætérnum períbit. Fides autem cathólica hæc est: * ut unum Deum in Trinitáte, et Trinitátem in unitáte venerémur. Neque confundéntes persónas, * neque substántiam separántes. Alia est enim persóna Patris, ália Fílii, * ália Spíritus Sancti: Sed Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti una est divínitas, * æquális glória, coætérna majéstas. Qualis Pater, talis Fílius, * talis Spíritus Sanctus. Increátus Pater, increátus Fílius, * increátus Spíritus Sanctus. Imménsus Pater, imménsus Fílius, * imménsus Spíritus Sanctus. Ætérnus Pater, ætérnus Fílius, * ætérnus Spíritus Sanctus. Et tamen non tres ætérni, * sed unus ætérnus. Sicut non tres increáti, nec tres imménsi, * sed unus increátus, et unus imménsus. Simíliter omnípotens Pater, omnípotens Fílius, * omnípotens Spíritus Sanctus. Et tamen non tres omnipoténtes, * sed unus omnípotens. Ita Deus Pater, Deus Fílius, * Deus Spíritus Sanctus. Ut tamen non tres Dii, * sed unus est Deus. Ita Dóminus Pater, Dóminus Fílius, * Dóminus Spíritus Sanctus. Et tamen non tres Dómini, * sed unus est Dóminus. Quia, sicut singillátim unamquámque persónam Deum ac Dóminum confitéri christiána veritáte compéllimur: * ita tres Deos aut Dóminos dícere cathólica religióne prohibémur. Pater a nullo est factus: * nec creátus, nec génitus. Fílius a Patre solo est: * non factus, nec creátus, sed génitus. Spíritus Sanctus a Patre et Fílio: * non factus, nec creátus, nec génitus, sed procédens. Unus ergo Pater, non tres Patres: unus Fílius, non tres Fílii: * unus Spíritus Sanctus, non tres Spíritus Sancti. Et in hac Trinitáte nihil prius aut postérius, nihil majus aut minus: * sed totæ tres persónæ coætérnæ sibi sunt et coæquáles. Ita ut per ómnia, sicut jam supra dictum est, * et únitas in Trinitáte, et Trínitas in unitáte veneránda sit. Qui vult ergo salvus esse, * ita de Trinitáte séntiat. Sed necessárium est ad ætérnam salútem, * ut Incarnatiónem quoque Dómini nostri Jesu Christi fidéliter credat. Est ergo fides recta ut credámus et confiteámur, * quia Dóminus noster Jesus Christus, Dei Fílius, Deus et homo est. Deus est ex substántia Patris ante sǽcula génitus: * et homo est ex substántia matris in sǽculo natus. Perféctus Deus, perféctus homo: * ex ánima rationáli et humána carne subsístens. Æquális Patri secúndum divinitátem: * minor Patre secúndum humanitátem. Qui licet Deus sit et homo, * non duo tamen, sed unus est Christus. Unus autem non conversióne divinitátis in carnem, * sed assumptióne humanitátis in Deum. Unus omníno, non confusióne substántiæ, * sed unitáte persónæ. Nam sicut ánima rationális et caro unus est homo: * ita Deus et homo unus est Christus. Qui passus est pro salúte nostra: descéndit ad ínferos: * tértia die resurréxit a mórtuis. Ascéndit ad cælos, sedet ad déxteram Dei Patris omnipoténtis: * inde ventúrus est judicáre vivos et mórtuos. Ad cujus advéntum omnes hómines resúrgere habent cum corpóribus suis; * et redditúri sunt de factis própriis ratiónem. Et qui bona egérunt, ibunt in vitam ætérnam: * qui vero mala, in ignem ætérnum. Hæc est fides cathólica, * quam nisi quisque fidéliter firmitérque credíderit, salvus esse non póterit.”

(Simbolo Atanasiano) [Chiunque vuol esser salvo, * prima di tutto bisogna che abbracci la fede cattolica. Fede, che se ognuno non conserverà integra e inviolata, * senza dubbio sarà dannato in eterno. La fede cattolica consiste in questo: * che si veneri, cioè, un Dio solo nella Trinità [di Persone] e un Dio trino nell’unità [di natura]. Senza però confonderne le persone, * né separarne la sostanza. Giacché altra è la persona del Padre, altra quella del Figlio, * altra quella dello Spirito Santo; Ma del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo unica è la divinità, * eguale , la gloria, coeterna la maestà. Quale è il Padre, tale il Figlio, * e tale lo Spirito Santo. Increato è il Padre, increato il Figlio, * increato lo Spirito Santo. Immenso è il Padre, immenso il Figlio, * immenso lo Spirito Santo. Eterno è il Padre, eterno il Figlio, * eterno lo Spirito Santo. Pur tuttavia non vi sono tre [esseri] eterni, * ma uno solo è l’eterno. E parimenti non ci sono tre esseri increati, né tre immensi, * ma uno solo l’increato, uno solo l’immenso. Similmente è onnipotente il Padre, onnipotente il Figlio, * onnipotente lo Spirito Santo. E tuttavia non ci sono tre [esseri] onnipotenti, * ma uno solo è l’onnipotente. Così il Padre è Dio, il Figlio è Dio, * lo Spirito Santo è Dio. E tuttavia non vi sono tre Dèi, * ma un Dio solo. Così il Padre è Signore, il Figlio è Signore, * lo Spirito Santo è Signore. Però non vi sono tre Signori, * ma un Signore solo. Infatti, come la fede cristiana ci obbliga a professare quale Dio e Signore separatamente ciascuna Persona; * così la religione cattolica ci proibisce dì dire che ci sono tre Dèi o tre Signori. Il Padre non è stato fatto da alcuno, * né creato e neppure generato. Il Figlio è dal solo Padre; * non è stato fatto, né creato, ma generato. Dal Padre e dal Figlio è lo Spirito Santo, * che non è stato fatto, né creato, né generato, ma che procede. Dunque c’è un solo Padre, non tre Padri; un solo Figlio, non tre Figli; * un solo Spirito Santo, non tre Spiriti Santi. In questa Triade niente vi è di prima o di dopo, niente di più a meno grande; * ma tutte e tre le Persone sono fra loro coeterne e coeguali. Talché, come si è detto sopra, * si deve adorare sotto ogni riguardo nella Trinità l’unità, e nella unità la Trinità. Pertanto chi si vuol salvare, * così deve pensare della Trinità. Ma per la salute eterna è necessario * che creda di cuore anche l’Incarnazione di nostro Signor Gesù Cristo. Or la vera fede consiste nel credere e professare * che il Signor nostro Gesù Cristo, Figlio di Dio, è Dio e uomo. È Dio, generato, sin dall’eternità, dalla sostanza del Padre, * ed è uomo, nato nel tempo, dalla sostanza d’una madre. Dio perfetto e uomo perfetto * che sussiste in un’anima razionale e in un corpo umano. È eguale al Padre secondo la divinità, * è minore del Padre secondo l’umanità. Il Figlio quantunque sia Dio e uomo, tuttavia non sono due, ma è un Cristo solo. Ed è uno non perché la divinità si è convertita nell’umanità, * ma perché Iddio s’è assunta l’umanità. Uno assolutamente, non per il confondersi di sostanza; * ma per l’unità di persona. Ché come l’uomo, anima razionale e corpo, è uno: * così il Cristo è insieme Dio e uomo. Il quale patì per la nostra salvezza, discese agli inferi, * e il terzo giorno risuscitò da morte. Salì al cielo, siede ora alla destra di Dio Padre onnipotente, * donde verrà a giudicare i vivi ed i morti. Alla cui venuta tutti gli uomini devono risorgere con i loro corpi, * e dovranno rendere conto del loro proprio operato. E chi avrà fatto opere buone avrà la vita eterna; * chi invece opere cattive subirà il fuoco eterno. Questa è la fede cattolica, * fede che se ciascuno non avrà fedelmente e fermamente creduto non si potrà salvare.]

Qui di seguito elencate sono le feste che cadono in questo mese:

1 ° febbraio: San Ignazio Vescovo e Martire, Doppio.

2 febbraio: Purificazione della Beata Vergine Maria / giorno della Candelora, doppio della Classe II.

3 febbraio: PRIMO VENERDI / Commemorazione di San Biagio Vescovo e Martire

4 febbraio: PRIMO SABATO / S. Andrea Corsini Vescovo e Confessore, doppio.

5 febbraio: V Domenica dopo l’Epifania, doppio. Festa della Arciconfraternita del Cuore Immacolato di Maria

6 febbraio: S. Tito Vescovo e Confessore, doppio; Commemorazione di Santa Dorotea Vergine Martire.

7 febbraio: San Romualdo Abate, doppio.

8 febbraio: San Giovanni di Matha Confessore, doppio.

9 febbraio: San Cirillo vescovo di Alessandria, Confessore e Dottore della Chiesa, doppio; Commemorazione di S. Apollonia Vergine Martire.

10 febbraio: Santa Scolastica Virgine, doppio.

11 febbraio: Apparizione della Beata Vergine Maria Immacolata (a Lourdes), doppio Maggiore.

(INIZIA LA PRE- Quaresima – Carnevale)

12 febbraio: Domenica di Settuagesima, doppio.

14 febbraio: Commemorazione di San Valentino sacerdote e martire

15 Febbruaio: Commemorazione dei Ss. Faustino e Giovita martiri

18 febbraio: Commemorazione di San Simeone Vescovo e Martire.

19 febbraio: Domenica di Sessagesima, doppio.

22 febbraio: Cattedra di San Pietro ad Antiochia, Gran doppio; Commemorazione di S. Paolo.

23 febbraio: San Pier Damiani Confessore, doppio.

24 febbraio: S. Mattia Apostolo, doppio della Classe II.

26 febbraio: Domenica Grassa / Domenica di Quinquagesima, doppio.

27 febbraio: Lunedi grasso / San Gabriele dell’Addolorata, doppio.

28 febbraio: Martedì Grasso

Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo; Come era nel principio, e ora e sempre sarà, nei secoli dei secoli senza fine. Amen.

 

Dai documenti declassificati.

 

“In allegato alla presente, di possibile interesse per il Dipartimento, vi è un memorandum preparato dal Foreign Service Officer da Stephen G. Gebelt, contenente alcuni ricordi personali circa il papa della Chiesa Cattolica romana recentemente eletto, papa Giovanni XXIII.”

Il seguente documento declassificato del Dipartimento di Stato U.S., su “papa” Giovanni XXIII è stato depositato il 29/10/58, cioè appena dopo tre giorni la sua brutale usurpazione del trono Papale, sottratto al Papa legittimamente eletto, Gregorio XVII (“Cardinale” Siri).

Questo documento segreto ufficiale del governo degli Stati Uniti, fornisce importanti informazioni sul modus operandi dell’ “ingenuo vecchio prelato”, Angelo Roncalli, il cui atto satanico di usurpazione doveva dare inizio all’apostasia dei religiosi e prelati cattolici.

Introduzione:

.1. Alla fine della seconda guerra mondiale, mentre ero ancora in servizio nell’esercito, assegnato come Officiale politico al personale delle forze degli Stati Uniti in Francia, ho avuto contatti con l’Arcivescovo ausiliare di Parigi, mons. Beaussart, al fine di seguire le attività all’interno degli ambienti ecclesiastici francesi; Ho avuto contatti finché l’Arcivescovo Beaussart morì nel 1952. Durante la maggior parte di questo tempo, Beaussart è stato il confessore del nunzio papale a Parigi, monsignor Roncalli, appena eletto Papa Giovanni XXIII. Erano, inoltre, amici intimi. Proprio per le frequenti visite a monsignor Beaussart, ho avuto occasione di chiacchierare con lui.

2. Inoltre, durante il periodo 1948-1950, in qualità di capo della Divisione per le relazioni con il Governo del segretariato Unesco, ho avuto occasione di vedere il Nunzio che era accreditato dal Vaticano come osservatore presso l’UNESCO. –

3. Anche se gran parte del contatto di routine si è svolto attraverso monsignor Heim, il Nunzio ebbe un notevole interesse per il suo mandato presso l’UNESCO. –

4. Roncalli fu anche un partecipante assiduo dei circuiti sociali e lo si incontrava frequentemente all’ora del cocktail.

5. Il mio ultimo contatto con lui è stato nei primi mesi del 1952.

Discussione:

.1. Il papa appena eletto prestava servizio come nunzio pontificio a Istanbul durante la guerra ed è poi succeduto a Mons. Valerio Valeri come nunzio apostolico in Francia nel 1945. È arrivato in un momento difficile nelle relazioni franco-vaticane, per il fatto che si credesse in molti circoli francesi che il clero francese apicale non fosse stato sufficientemente vigoroso nella sua resistenza ai tedeschi, ed il fatto che egli fosse un italiano non ha fatto nulla per aumentare il gradimento dei francesi per lui. Il Generale De Gaulle, egli stesso un devoto cattolico, era estremamente critico verso il Vaticano e aveva una particolare animosità verso monsignor Valeri. Quando l’arcivescovo Roncalli è arrivato a Parigi, sembrava essere quasi la caricatura di un gioviale prelato ben nutrito e beone del 18 ° secolo, dall’insieme pesante, parlante un francese con forte accento italiano, e vi era una notevole sensazione, quando è arrivato, che non solo sarebbe stato politicamente inoffensivo ma probabilmente pure disinformato.

.2. In quel periodo ho incontrato spesso l’allora ambasciatore turco a Parigi, mr. Menemencioglu, che era stato ministro degli Esteri turco durante la II guerra mondiale. Gli ho chiesto una sera quale fosse la sua opinione di Roncalli avendo avuto la possibilità di valutare la sua azione in Turchia durante la guerra. L’ambasciatore sorrise e disse; “Quando Roncalli è arrivato a Istanbul, abbiamo preso atto del fatto che era sempre ad un cocktail party, sorridendo stupidamente e apparentemente inconsapevole di quanto stava succedendo. Fu solo alla fine di un anno che ho imparato che l’unico posto in Instanbul dove avrei potuto essere sicuro di trovare la conferma nel ricevere l’intelligence di entrambi i contendenti, sia i tedeschi che gli Alleati, era nell’ufficio del nunzio apostolico, “e poi ha aggiunto; “Ho il massimo rispetto per le sue capacità e mi chiedo quanto tempo gli ci vorrà per ottenere in Francia la stessa posizione di cui ha goduto in Turchia.

.3. Le mie osservazioni sulle sue azioni in Francia sono necessariamente limitate. È stato coinvolto in problemi difficili, come i preti-operai, i tentativi da parte del governo francese di perseguire certi prelati cattolici per la collaborazione in tempo di guerra, il disaccordo che coinvolgeva i cavalieri di Malta e i massoni francesi, ed è stato osservatore in quel periodo durante il quale il comunismo francese era al suo apice.

.4. Ho raccolto l’impressione di una nunziatura a conduzione piuttosto libera, durante il suo mandato. Notevole libertà di azione sembra essere stata concessa ai Monsignori di livello inferiore, al punto che due di loro (monsignor Heim e un altro il cui nome non riesco più a ricordare) sono stati trasferiti, essendo caduti in disgrazia. I contatti del nunzio erano estremamente ampi e nelle conversazioni che ho avuto con lui ho trovato che la sua comprensione della scena politica interna francese, fosse eccellente!

.5. Un aspetto interessante è il fatto che, su sua iniziativa, il Vaticano lo abbia nominato osservatore ufficiale all’UNESCO. Questo passo è stato a lungo ritardato a causa della credenza in molti ambienti vaticani che l’Unesco fosse una organizzazione sospetta, di sinistra, atea. La nomina di Julian Huxley come primo direttore generale non ha fatto nulla per calmare i timori del Vaticano, così come il suo successore, Torres Bodet, ex ministro messicano degli Affari Esteri ed un apostata, non ha reso certamente quegli ambienti più sereni. Nonostante questo, Roncalli si è raccomandato che il Vaticano lo nominasse osservatore e ha seguito le attività dell’organizzazione con grande interesse.

Commento: .1. Dalle mie osservazioni, che sono ovviamente fuori di data, vorrei considerare come il nuovo papa sia molto diverso dal suo predecessore per quanto il suo temperamento personale sia in grado di amministrare la chiesa. .2. Ho notato con un certo umorismo che il nuovo papa è segnalato nei vari articoli di riviste sui candidati papali come “non politico”; Non ho mai incontrato un individuo più politicamente consapevole, ed i dieci anni e più di servizio come legato pontificio e nunzio mi sono sembrati piuttosto politici!

 

 

VENERAZIONE DEI DEFUNTI

Venerazione dei defunti

 [Enciclopedia cattolica – vol. IV coll. 1315-1326)

III . NEL PENSIERO TEOLOGICO DELLA CHIESA CATTOLICA.

Le materne attenzioni della Chiesa nascente per il corpo dei fedeli defunti sono guidate da due articoli di fede: la risurrezione della carne (v.) e la santificazione sacramentale (v. SACRAMENTO).

1. La fede nella risurrezione, che il cristianesimo difese contro l’urto della generale incredulità (cf. Mt. 22, 23; Lc. XXII, 27; Act. 17, 32; s. Agostino: « In nulla re sic contra dicitur fidei christianae, quam in resurrectione carnis » Enarr. in Ps. 88,2: P L 37, 1134). Presso la salma dei cristiani alitò fin dall’inizio un’atmosfera di pace, di speranza, di gioia: il fedele non è morto, ma si è ritirato dalla terra d’esilio: recessit (epitafi cristiani) e ha preceduto gli altri nella patria : praecessit (epitafi cristiani); praecessit cum signo fidei (canone della Messa romana), perché è stato chiamato dal Signore: accersitione dominica ( Cipriano, De mortalitate 20 : P L 4, 596) e dagli angeli: accersitus ab Angelis (in due epitafi romani). Egli pertanto non è perduto, ma piuttosto mandato avanti quasi a preparare un posto agli altri fratelli: non amisimus sed praemisimus (Cipriano, loc. cit.), pertanto il giorno del suo obitus deve essere festeggiato come un novello dies natalis. La sua salma non è irrigidita dalla morte, ma composta nel sonno, in attesa dello squillo della risurrezione: « In christianis mors non est mors, sed dormitio et somnus » (s. Girolamo, Ep. 75 ad Theod. : P L 22, 685), onde il nome di cimitero (koimao = dormo) dato al luogo sacro, dove venivano deposte le salme. Per questa sublime concezione della morte gli antichi cristiani bandirono dai loro funerali i lamenti e i pianti: « Non ululatum, non planctus, ut inter saeculi homines fieri solet sed psalmorum linguis diversis examina concrepabant » (S. Girolamo, Epitaphium Paulae: PL 22, 878) e s. Paolino di Nola ne dà la ragione : « gaudentemque Deo fiere, nocens amor est » (Poem. 32, 44). In epitafio del sec. III è svolto questo delicato concetto: sia compresso il gemito dei cuori perché tu, innocente fanciullo, sei stato accolto dalla Madre della Chiesa (Mater Ecclesiae) mentre lieto facevi ritorno da questo mondo.

2. La santificazione sacramentale, di cui il corpo fu come il pernio « caro salutis cardo » (Tertulliano, De resurrectione carnis 8 : PL 2, 806) penetra in tutto l’essere umano, in modo che quando lo spirito ritorna a Dio, lascia impregnata di celesti fragranze la salma. Il corpo dei fedeli pertanto non è impuro, come ritenevano i giudei , non è sacro nel senso delle Dodici Tavole, ma è un resto umano consacrato dai carismi divini « caro abluitur . . . caro sigiungitur . . . caro corpore et sanguine Christi » (Tertulliano, loc. cit.) e votato alla più ambita delle sorti: la perfetta reintegrazione alla fine dei tempi. La pietà e l’umanità sorrette da questa fede moltiplicarono intorno alla salma dei fedeli le più delicate cure:

a) avvenuto il trapasso, si chiudevano gli occhi e la bocca del defunto : « Oculos illos et ora claudentes » (Eusebio, eccl., VII, 22 : PG 20, 690) e lavatolo con acqua tiepida, veniva modestamente composto sul letto « Exinde… manus componunt, oculos claudunt, caput directe statuunt, pedes reducunt, lavant » (s. Giovanni Crisostomo, Hom. in Iob. ; cf. Tertulliano, Apologeticum, 42: PL 1, 492).

b) Poi, ad imitazione del trattamento fatto al corpo del Redentore, si ungeva con preziosi aromi: « Thura plane non emimus; si Arabiae quaeruntur, sciant Sabæi pluris et carioris suas merces Christianis sepeliendis profligari quam diis fumigandis » (Tertulliano, Apologeticum, 42: PL 1,490). Al sec. IV ci si accontentava di un’aspersione di balsamo e di mirra: « Aspersaque mirra, sabæo corpus medicamine serva» ( Prudenzio, Chathemerinon, hymn., 10,51: P L 59,880). Talora s’introduceva il profumo attraverso piccoli fori praticati sulla pietra del sepolcro e molte volte si collocava presso il cadavere una fiala di essenze odorose, perché diffondesse il suo odore anche dopo la sepoltura.

c) La salma veniva poi avvolta in uno o due lenzuoli, generalmente bianchi: « Candore nitentia claro, prætendere lintea mos est » (Prudenzio, Cathemerinon , 10: PL 59, 870) e ricoperta di uno strato di calce. Se si trattava di membri del clero, si rivestivano degli abiti del loro grado; i martiri erano ravvolti in ricchi paludamenti. Le persone altolocate facevano un eccessivo sfoggio di abiti per i loro d., per cui furono talvolta ripresi: « Cur et mortuos vestros auratis abvolvitis vestibus? Cur ambitio inter luctus lacrymasque non cessat? An cadavera divitum nisi in serico putrescere nesciunt? (S. Girolamo, Vita s. Pauli Eremitae: PL 23, 28).

d) La salma cosi composta, si esponeva nella casa o nella Chiesa; si vegliava intorno ad essa con la recita di preghiere, specialmente dei salmi, che, quando era possibile, si cantavano (cf. s. Gregorio Nisseno, Vita Macrinæ, 41: PG 46, 992-93; s. Agostino, Confessiones, 9, 12: PL 32, 776). La salmodia era intercalata dal canto gioioso dell’Alleluia, come si usa ancora nella Chiesa orientale.

e) Il trasporto assumeva più o meno grande solennità, secondo le circostanze. In tempo di pace la salma portata sulle spalle o in appositi carretti (carrucæ), era accompagnata dal clero (cf. epitaffio di Pascasio, a Viviers) e dai fedeli recanti torce: « atque cereis calicibus funus duxerunt » (iscrizione di Chiusi). Talora assumeva l’aspetto di un triumphus, soprattutto quando si trasportavano i corpi dei martiri e dei confessori (cf. Vittore di Vita, Historia persecutionis vandalicæ, 1, 14: PL 58, 198). f) Nel luogo della depositio, che era il cimitero (catacombe) o la basilica annessa, si facevano le esequie: salmodia, preghiere, Messa: « Item antitypon regalis corporis Christi et acceptam seu gratam Eucharistiam offerte in ecclesiis vestris et in coemeteriis atque in funeribus mortuorum» (Costituzioni apostoliche, VI, 30). Agostino così descrive le esequie di s. Monica: « cum offerretur prò ea sacrificium pretii nostri, iam iuxta sepulcrum posito cadavere, antequam deponeretur, sicut fieri solet » (Confessiones, 9, 12: PL 32, 776).

3. S. Paolino di Nola chiese a s. Agostino se le cure dedicate alla salma dei morti giovino alla loro anima e il s. Dottore rispose magistralmente nel celebre trattato De cura gerenda prò mortuis (PL 40, 591-610). Direttamente « curatio funeris, conditio sepulturæ, pompa esequiarum, magis sunt solatia vivorum quam subsidia mortuorum», tuttavia queste delicate attenzioni « humanitatis officia » sono da approvare, perché indicano il rispetto per quei corpi, che santificati dai Sacramenti divennero strumenti dello Spirito Santo « ad omnia bona opera » (De civitate Dei, I. 1, cap. 13). Indirettamente queste premure giovano alle anime dei trapassati, in quanto ravvivano il ricordo e la preghiera « recordantis et precantis affectus », il quale « cum defunctis a fidelibus carissimis exhibetur, eum prodesse non dubium est iis, qui cum in corpore viverent, talia sibi post hanc vitam prodesse meruerunt ». S. Tommaso [Sum. Theol., suppl. q. 71, a. 11) riecheggia il pensiero di S. Agostino, che è divenuto dottrina comune della Chiesa (cf. cann. 1203-42; Pio X II, encicl. Mediator Dei, 30 nov. 1947, in AAS, 39 [1947], p. 530).

IV. NELLA LITURGIA DELLA CHIESA.

La preghiera per i d. è testificata da tutta l’antichità cristiana e più nel sec. II essa assume anche aspetto pubblico od ufficiale; perché dei d. si incominciava a fare memoria nel canone della Messa e le Costituzioni apostoliche del sec. IV ci parlano come di uso largamente diffuso delle riunioni presso le tombe dei d. al canto dei salmi con la lettura di passi della Scrittura nel giorno 3°, 9°, 30° e nell’anniversario della morte. Di pari passo con questo uso correva poi quello di raccomandarsi all’intercessione dei d., che si confidava avessero raggiunto la pace eterna.

I. ONORI ALLA SALMA NEL RITO OCCIDENTALE.

I primi cristiani continuarono (Act. VIII, 2) l’uso di lavare la salma affidandola in alcune Chiese a chierici o addetti, di ungerla e comporla secondo la costumanza locale, avvolgendola in bende, lenzuola di lino di seta, o, a segno di penitenza, nel cilicio. Alcune volte tali bende erano raccolte intorno alla testa e fermate con un sigillo di cera, asperso d’acqua benedetta; ai sacerdoti, talvolta, si poneva in mano un calice di stagno. Le persone che avevano ricoperto dignità ecclesiastiche o civili venivano rivestite degli abiti e delle insegne del loro proprio ufficio. Oggi è d’uso comune porre fra le mani del d. il Crocifisso od il Rosario. – L’uso della cassa si generalizzò alla fine del medioevo. Il cadavere veniva coperto, fuorché sul volto, da un drappo che scendeva sui fianchi, talvolta prezioso; oggi la coltre è nera con una croce nel mezzo e ricopre tutto il feretro; per le giovani nubili è ammesso possa essere di colore bianco. Per i bambini, come segno di purezza, tutto il rito si compie con il colore bianco e con un formulario proprio, informato al concetto che essi non hanno bisogno di suffragi. La consuetudine ammette pure che sul feretro o accanto o intorno ad esso si pongano o si portino i contrassegni del ceto sociale, degli uffici e dignità sostenuti dal d.; è permessa pure la presenza di vessilli di associazioni che non abbiano carattere di partito e di tendenze riconosciute avverse alla Chiesa. Questa dovette più volte per il passato intervenire per limitare lo sfarzo eccessivo nei funerali, specialmente di ecclesiastici; nel sec. XVII essa riteneva ancora come segno di vanità e di lusso il carro funebre. Ai fossori, che da principio erano incaricati di portare i cadaveri, si sostituivano talvolta in segno di onore chierici e persino vescovi; nel medioevo assolsero questa funzione i compagni d’arte o di mestiere, i colleghi di pari grado nel caso di ecclesiastici, escluse sempre le donne, essendo il funerale servizio liturgico. Oggi i vescovi devono essere portati da sacerdoti in cotta; gli ecclesiastici da altri ecclesiastici di grado inferiore, i laici da laici. – L’uso dei ceri nell’accompagnamento è antichissimo, ed ebbe la sua ragione dal fatto che i funerali si facevano di notte; poi rimase come un segno di onore. Con il cristianesimo ebbe il significato di luce e di vita eterna, e non mancò mai nella liturgia funebre, a cominciare dai ceri che si accendevano accanto al letto, poi accompagnavano il d. alla chiesa e rimanevano accesi intorno al cadavere durante l’ufficiatura. Se ne fa parola già nel funerale di s. Cipriano (m. nel 258) e s. Girolamo ne commentava l’uso « ad significandum lumine fidei illustratos sanctos decessisse et modo in superna patria lumine gloriæ splendescere » (Adv. Vigil., 13). – L’uso dei fiori nei funerali è per natura sua indifferente; riceve speciale significato dall’animo che lo accompagna. Il Rituale romano (tit. V , cap. 7, 1) dice a proposito dei bambini: « si impone sulla testa una corona di fiori o di erbe aromatiche ed odorifere in segno della integrità della carne e della verginità ». Per l’uso che dei fiori facevano i gentili nelle feste e nei conviti, cosicché essi apparivano segno di vanità, alcuni scrittori ecclesiastici come Tertulliano, Minucio Felice, Clemente Alessandrino, vi si dimostrarono contrari. I padri del sec. IV sembrano meno severi; s. Ambrogio e s. Girolamo avvertivano che vi si dovessero preferire preghiere ed elemosine. Prudenzio canta del sepolcro del cristiano: « Nos tecta fovebimus ossa – violis et fronde frequenti» (Cathemer.,X). Nessuna speciale prescrizione regola oggi le costumanze in proposito, qualora non si verifichino abusi locali; ma è consono allo spirito della Chiesa che i d. siano accompagnati al sepolcro con la preghiera e con opere benefiche più che con sfarzo di luminarie, di apparati, di fiori. I sacerdoti si recano processionalmente alla casa del d. per levarne il cadavere e lo accompagnano poi alla chiesa, di regola per la via più breve al canto dei salmi. Nella chiesa il feretro è posto in mezzo in modo che i piedi siano rivolti all’altare come faceva da vivo guardando l’altare stesso; se il d. è sacerdote ha il capo rivolto verso l’altare, perché in tale posizione egli era rispetto ai fedeli. – S. Agostino, nelle Confessioni (IX, 12), descrivendo il funerale della madre, fa comprendere come la parte principale consistesse nella Messa celebrata presso il sepolcro prima che vi venisse deposto il cadavere. Paolino scrive che, morto s. Ambrogio, fu portato nella chiesa e dopo la Messa fu sepolto. – Ed ancora oggi la parte sostanziale della liturgia funebre è la Messa. Il poco che precede e segue è composizione del tardo medioevo ( il Libera me Domine è del sec. IX); è detto «assoluzione funebre » il rito che nulla ha a che fare con l’assoluzione sacramentale, sebbene le preghiere si ispirino al medesimo concetto della potestà di sciogliere e legare conferita alla Chiesa. Se ne ha una prova nella classica formola « Absolve quaesumus, Domine, animam famuli tui », ancora oggi usata; l’aspetto di un giudizio appariva chiaro nel Pontificale romano della Curia (sec. XIII), dove il celebrante prima di procedere all’assoluzione di un chierico, ne chiedeva licenza al clero che gli stava attorno. Comunque gli antichi vedevano nel rito la remissione al d. della pena dovuta alle sue colpe e l’assoluzione dalle censure ecclesiastiche. Unica era un tempo la formola d’assoluzione, quale ancora appare nel Rituale romano. Ma il Pontificale ne assegna una più solenne per il Papa, i cardinali, i vescovi e gli insigni personaggi dello Stato, introdotta a Roma verso il sec. XIII. – In tale occasione l’assoluzione è data dal celebrante e da quattro vescovi, i quali, posti a quattro angoli del feretro, ripetono ogni volta l’incensazione, mentre la schola canta un responsorio con versetti e recita un’orazione. Il rito è chiuso con la quinta assoluzione del celebrante, preceduta da un sermone sulla vita del d. In assenza di vescovi può essere compiuta dai dignitari della cattedrale. Il sermone può essere anche tenuto da un semplice sacerdote. – Anche se Tertulliano e s. Cipriano già parlano di una Messa per i d., il suo tipo non doveva essere dissimile dal consueto, ma forse nel sec. IV ebbero inizio i formolari propri. L’introito Requiem æternam è preso dal IV Esd., che potè essere tenuto fra i libri canonici sino verso la fine del sec. V; esso si trova anche negli epitaffi di Ain Zara (Tripoli) nel VI sec. e venne sempre cantato con il Ps. 64, Te decet hymnus. Il Requiem al Graduale deve essere coevo all’Introito ed ha il versetto derivato dal Ps. III. Dal sec. II è escluso dalla liturgia dei d. l’Alleluia; tuttavia s. Girolamo lo ricorda nei funerali di Fabiola (PL 22, 697).

Il Dies irae (v.) è una sequenza medievale ricca di contenuto dottrinale, sentimento religioso e slancio lirico – drammatico; per questo fu accolta nella liturgia. L’offertorio Domine Iesu Christe si presta a discussioni per alcune frasi di sapore ritenuto persino pagano, ma che di fatto corrispondono ad espressioni bibliche; per l’accenno al signifer sanctus Michael, di schietto sapore orientale, forse copto; per l’emistichio Quam olim, ripetuto seconda l’uso antico e qui conservato perché più a lungo fu conservata nella Messa per i d. l’offerta da parte dei fedeli. Si ritiene sia stato composto a Roma nel sec. VIII i e modificato in Gallia nel sec. ix, probabilmente da un irlandese. Il testo aveva un tempo non uno, ma tre versetti. Al communio, il Lux aeterna sta già nei manoscritti del sec. X. Nella Messa dei d. si tralasciano alcune parti e cerimonie (Ps. 41 all’inizio, benedizione dell’acqua all’Offertorio, bacio di pace, Ite missa est, benedizione) perché non consone all’austerità particolare di tale Messa, o perché si è inteso far convergere tutto il rito al suffragio per i d. – L’accompagnamento alla sepoltura « non deve essere fatto da gemiti, pianti, come suole avvenire presso gli uomini del mondo (accenno alle praeficae, donne prezzolate per piangere nei funerali), ma dal canto dei salmi » (s. Girolamo: P L 22, 898). E tale infatti fu il proposito costante ed universale per cui stupende antifone, responsori e salmi accompagnano i d. per mano degli angeli, alla pace eterna, non alla sepoltura, ma al paradiso. La legge romana proibiva di seppellire entro le mura, ma poi tale precetto per ragioni diverse cadde in disuso e si seppellì in cimiteri intorno alla chiesa stessa; e la brevità del tragitto spiega bene il complesso delle formole ancora in uso. -Va notato l’uso, attestato già da s. Ambrogio di baciare prima della sepoltura il d., dicendogli tre volte addio secondo un costume orientale; più tardo è l’uso di spargere sul sepolcro un po’ di terra dicendo: “Sume terra quod tuum est, terra es et in terram ibis”, rimasto come uso popolare in più luoghi. Diffusa, sebbene disapprovata, fu anche la consuetudine di porre in bocca al morto l’Eucaristia; consuetudine corretta in molti luoghi con il porvela pochi istanti prima della morte, ovvero nel sepolcro, a tutela della salma contro influenze diaboliche o sacrileghe. Così pure fu praticato in alcuni luoghi, sin oltre il sec. VI, il rito del refrigerio, comunissimo già presso i pagani, che consisteva in una libazione di vino o in un banchetto celebrato dai parenti sulla tomba del d. Fu proibito per gli abusi che ne nascevano, come ne rende testimonianza il noto episodio di S. Monica (s. Agostino, Confess., V I , 2). – Si fa ricordo dei morti in ogni Messa, ma si ebbe sempre cura di pregare per essi particolarmente nei giorni esequiali: in Oriente e nei paesi gallicani d’occidente il 3°, 9°, 40° della morte; a Roma, in Africa, in Palestina il 3°, il 7°, 30°. Quest’uso si ispira ai fatti biblici: nel 3° giorno Gesù uscì dal sepolcro; Giuseppe ebreo indisse un lutto di 7 giorni per il padre (Gen. 50, 10); il popolo ebraico pianse per 30 giorni Mosè (Deut. XXXIV, 8) ed Aronne (Num. XX, 30). – In tali giorni e nell’anniversario si celebrano le esequie con riti che ricordano per testi e cerimonie quelli del funerale, evidentemente ridotti. – La liturgia ambrosiana ha un ordo per il funerale con schema uguale al romano, ma più ricco di elementi e con sapore di grande antichità; ha conservato il canto della Passio di Nostro Signore, già in uso a Roma, completa con altre aggiunte di antifone e responsori il funerale dei vescovi, sacerdoti e diaconi. Molto significativo pure il canto delle litanie dei santi. Nella riforma operata da s. Carlo si ebbero vari influssi romani: fino a s. Carlo la commemorazione di tutti i d., introdottasi a Milano tra il 1120 ed il 1125 ad opera di Olrico, era celebrata il lunedì seguente alla dedicazione della Chiesa Maggiore (3a domenica di ott.). Tale uso in determinata misura si è conservato nelle parrocchie della diocesi per il giorno successivo a quello della dedicazione della propria chiesa, o, non conoscendone la data, a quello dell’Ufficio per la dedicazione della chiesa minore.

II ONORI ALLA SALMA NEI RITI ORIENTALI

Nel rito bizantino i funerali comportano tre tappe: nella casa del d., in chiesa, al cimitero. Nella casa del d. il sacerdote celebra un breve ufficio accompagnato da una incensazione, e chiamato, quando si fa separatamente, “Αϗολουθια του νεκρωσιμου τρισαγίου” , o più spesso «piccola pannichida ». Comprende il canto di tre tropari, di una breve litania, di una orazione e dell’apolisi: tutto applicato al d.. Durante il trasporto si canta il Trisagio. In chiesa ha luogo l’ufficio, composto da testi diversi secondo la categoria alla quale appartiene il d.: uomo, donna, monaco, sacerdote. L’ultimo degli inni è sempre un commovente addio che accompagna il bacio della mano del d. Ripetuta la « piccola pannichida » risuona tre volte l’esclamazione: «Memoria eterna.» – Intanto, un sacerdote si avvicina alla bara e recita una preghiera di assoluzione. Poi, se il d. è un sacerdote, la bara è portata tre volte intorno alla chiesa prima di recarla al luogo della sepoltura. Là il celebrante getta un po’ di terra sulla bara, vi versa olio benedetto e la cosparge di cenere presa dall’incensiere. Mentre si chiude la bara e la tomba si recita una ultima volta la « piccola pannichida ». – Anche negli altri riti orientali l’ufficio funebre comprende un gran numero di canti, inni, composizioni ritmiche di diverso genere, di cui è ricca la liturgia orientale e che si applicano ad una grande varietà di categorie di persone. Ai sacerdoti sono riservati riti particolari (unzione con il s. crisma nel rito armeno, processione nel santuario o urto della bara contro le porte e le pareti della chiesa nei riti siri), che mettono in rilievo gli stretti vincoli che lo univano all’altare. L’addio è sempre commovente e spesso si esprime in dialoghi pieni di tenerezza fra il morto e quelli che rimangono. I Siri hanno un ufficio di consolazione per il secondo e terzo giorno dopo la sepoltura; presso i Copti le preghiere si protraggono durante sette giorni consecutivi. La commemorazione del d. ha luogo, nel rito armeno, il 2°, 7°, 15° e nell’anniversario; nel rito siro il 3°, 9°, 30° e nell’anniversario; nel rito copto i l 3°, 7°, 14° (o 15°), 40°, dopo un mese, sei mesi, un anno; nel rito etiopico il 7°, 12°, 30° , 40° , 60°, 80°, dopo sei mesi, un anno. . La commemorazione di tutti i d. si fa, nel rito bizantino, due volte l’anno, al sabato cosiddetto di carnevale e al sabato che precede la Pentecoste; nel rito armeno, cinque volte, nel giorno seguente le grandi feste : Epifania, Pasqua, Trasfigurazione, Assunzione, Esaltazione della Croce con la recita di un ufficio speciale nell’ora notturna; nel rito siro tre volte, e cioè i tre ultimi venerdì prima della Quaresima (il primo per i sacerdoti, il secondo per i fedeli e il terzo per gli stranieri); nel rito caldeo ogni anno, l’ultimo venerdì prima della Quaresima. – Ricordi speciali dei d. si fanno più volte durante la Messa, in particolare nella preparazione e offerta del Pane eucaristico, più lungamente nei dittici e nella preghiera di intercessione (prima o dopo la Consacrazione), in molte altre preghiere e litanie, o in certe ore dell’Ufficio divino. – È da notare che il colore nero per la liturgia dei d. non è conosciuto dagli Orientali, se non da alcuni cattolici i quali hanno subito, in tempi recenti, l’influsso latino; come anche i funerali non comportano per sé la celebrazione del Sacrificio eucaristico. Parecchi usi (ad es., olivi o pane benedetto presso i Bizantini, conviti funerari, bacio di addio) sono antichi e hanno precedenti negli usi pagani, santificati dal cristianesimo.

III. UFFICIATURA DELLA CHIESA LATINA DEI D. –

I testi più antichi dell’Ufficio dei d. datano dai secc. XI-XII, e sono stati pubblicati dal Tommasi (Op. min., ed. Vezzosi, IV, Roma 1747-54, PP- t63– 6 s ), da A. Mocquereau (Paléogr. musicale, IX, pp. 535-60); da M . Magistretti (Manuale Ambros., II, Milano 1905, pp. 487-91). La forma del testo corrisponde a quella che indicano già gli autori anteriori, p. es., Amalario e s. Angilberto nel suo Ordo, composto nell’800 pel nuovo nonastero di St – Riquier. Ma i Vespri e i Notturni non sono conformi al Breviario benedettino o al modo gallicano o ambrosiano, bensì a quello romano, cioè con 5 salmi nei Vespri, tre salmi e tre lezioni a ciascun notturno. Mancano gli elementi aggiunti all’Ufficio canonico posteriormente a s. Gregorio Magno: le preci introduttorie, l’invitatorio, gli inni, il Capitolo, la dossologia finale (né Gloria né Requiem dei Salmi). – Come l’Ufficio del Triduo sacro, così quello dei d. ha conservato il carattere arcaico. Già Amalario nota questa somiglianza, che spiega dall’indole di tristezza o di lutto che avrebbero ispirato la composizione di quest’Ufficio al modo di quello del Triduo sacro. In realtà, questa somiglianza indica la sua antichità. L’Ufficio dei d. sembra infatti rimontare al tempo prima di Gregorio Magno. Quindi la sua origine romana. Dai testi, quali l’Ordo di s. Angilberto, le prescrizioni del Concilio di Aquisgrana (817; cann. 12,50,66,73) e Amalario De eccl. Off., 1. IV, cap. 42; De ord. Antiphon., cap. 65), appare che l’Ufficio dei d. era già in uso nella Gallia prima della riforma di s. Benedetto di Aniane, tanto che Amalario non nota differenze fra i libri gallicani e quelli recentemente venuti da Roma. Dall’Orbo Romanus di Giovanni arcicantore (ed. Silva-Tarouca, Meni, della Pont. Acc. Di Rom. di Archeologia, I , Roma 1923, p. 211 sgg.) si conclude che già prima del 680 quest’Ufficio era in uso a Roma. – L’Ufficio dei d. constava prima soltanto del Vespro, con i 3 Notturni e le lodi. In seguito furono introdotte aggiunte e varianti : p. es., fin dal sec. IX a S. Gallo l’invitatorio col salmo 94, che venne in uso generale al sec. XIII (presente cadavere); s. Pio V lo rese obbligatorio, Fin dal sec. x si distingue un Ufficio funebre maggiore con 3 Notturni e 9 lezioni, ed uno minore di un solo Notturno, scelto fra i tre precedenti secondo il giorno. Ed anche le lezioni si mutavano: invece che da Giobbe, prendevano quelle tratte da Eccle. 7 « Melius est ire » o dal libro di s. Agostino De cura gerenda prò mortuis (come oggi al 2 nov.). Il testo di Notker (m. 1912 « Media in vita » si cantava spesso al « Benedictus » invece dell’antifona originale « Ego sum ».L’Ufficio dei d. si recitava nei giorni 3°, 7°, 30°, nell’anniversario di un d. (per l’Ufficio presente cadavere, gli antichi ordini prescrivono la recita dei salmi secondo l’ordine del salterio). Poco a poco quest’Ufficio restò la sola preghiera ufficiale della Chiesa a suffragio dei d. Si recitava inoltre nelle esequie (indipendente dall’ Ufficio canonico del giorno) nel primo giorno libero del mese, in ogni lunedì della settimana o anche tutti i giorni, tranne il tempo pasquale e natalizio, per tutti i d.. – Nella riforma del Breviario sotto Pio X furono aggiunte la Compieta e le ore minori pel giorno della commemorazione

dei fedeli defunti (2 nov.), e furono cambiate le lezioni, mentre nell’uso comune l’Ufficio resta inalterato.

IV. COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI.

Di una commemorazione collettiva dei fedeli defunti si ha testimonianza in s. Agostino, il quale, nel De cura gerenda prò mortuis, c. IV, parla di preghiere che la Chiesa fa, in una commemorazione generale di tutti i fedeli defunti: « supplicationes pro spiritibus mortuorum, quas faciandas prò omnibus in Christiana et catholica societate defunti etiam tacitis nominibus sub generali commemorazione suscepit ecclesia ». Si trovano preghiere per i morti in genere già in un frammento di anafora antichissima della liturgia di Marco del tempo di s. Atanasio (295-375): « His qui obdormierunt, requiem animarum præsta» (Rev. des scienc. relig., 8 [1928″. Pag. 489-515), e nell’eucologio di Serapione di Thumuis (dopo 359), orat. IV: « Sanctifica omnes in Domino defunta ». La Chiesa romana aveva nell’orazione dei fedeli (Oratio fidelium), prima dell’Ore, una supplica speciale per tutti i fedeli d. Sparita l’orazione dei fedeli dal rito romano al tempo di Gelasio I (è rimasta nel rito ambrosiano), 1° preghiera per i morti fu sostituita con il Memento dopo la Consacrazione, ove si prega prima per i d. in modo speciale commemorati, poi per tutti; però fino al sec. XII-XIII soltanto nelle Messe dei morti e nelle Messe feriali, non in quelle della Domenica. Di questo Memento il cosiddetto Messale di Bobbio (PL72, 434) nella sua Missa Romensis cotti diana (sec. VIII) è il primo teste. Ma forse il Memento rimonta già al tempo di Gelasio (492-96), che col Memento ha sostituito la commemorazione dei d. nell’orazione dei fedeli. – Un giorno speciale per la commemorazione dei d. appare per la prima volta nella « Regula monachorum » attribuita a s. Isidoro di Siviglia (m. nel 636) fissato al lunedì dopo Pentecoste (PL 83, 894), cap. 24 n. 2 : « Pro spiritibus defunctorum altera die post Pentecosten sacrificaium Domino offeratur ». Questi usanza di un giorno speciale commemorativo si trova di regola nella fraternità di preghiere fra conventi; p. es., fra i conventi di Reichenau e di S. Gallo nell’800 (Monumenta Germ. Libri confraternitatum, ed. P. Pieper, Berlino, 1884). Era stabilito il giorno 14 nov. « commemoratio omnium fiat defunctorum memoria. Ipsoque die presbyteri ternas Missae et ceteri fratres psalterium decantent ». In seguito altri conventi si uniscono in questa fraternità la quale così si estese in Svizzera, Italia, Francia, Germania, Austria. Un altro centro è Fulda, dove è fissato come giorno di preghiere il 17 dic., nel quale si celebrava l’anniversario del primo abate fondatore Sturmio ed insieme la memoria di tutti i fratelli defunti (PL 400, n. 25). In altri luoghi erano fissati giorni differenti come notano per il 26 genn. Mabillon (Acta SS. Ord. S. Bened., VIII, p. 584, n. 111) e per il primo giorno dopo l’ottava dell’Epifania, 14 genn., Martene (De antiquis ecclesiae ritibus, Anversa 1738, 1. IV, c. 15 n. 16). – Nello stesso tempo si moltiplicano nei documenti i legati pii con l’obbligo di preghiere per tutti i fedeli. Da questa usanza delle Messe o preghiere fondate, deriva a Cluny la « fidelis inventio » di scegliere i l 2 novembre, giorno dopo la festa di Tutti i Santi, per la commemorazione speciale di tutti i fedeli defunti. Già Amalario nel De ordine Antiphonarii aveva avvicinato i due uffici, dei Santi e dei morti, ma senza stabilire un giorno speciale della commemorazione di tutti i d.. A s. Odilone, il grande abate di Cluny (994-1048), si deve la scelta nel calendario benedettino cluniacense del 2 nov. Come giorno di speciali preghiere per i d. di tutto il mondo e di tutti i tempi: «festivo more commemoratio omnium fidelium defunctorum, qui ab initio mundi fuerunt usque in finem » (PL 142, 1037, 38). In forza dello statuto di s. Odilone si facevano larghe elemosine di pane e di vino come nel giorno della Cena del Signore, a 13 poveri ed agli altri, e si cantavano i Vespri dei d. la sera antecedente, dopo i Vespri dei Santi. Nel giorno stesso si suonavano tutte le campane, come nelle feste, si recitava l’Ufficio dei d. e la Messa si celebrava con grande solennità. Tutti i sacerdoti dicevano le Messe per i d.. Oltre questa usanza del 2 nov. per tutti i d. del mondo, s. Odilone stabilì per un anniversario dei fratelli defunti alcune preghiere. Tra questi confratelli è nominato anche l’imperatore Enrico (m. nel 1024). La data dello statuto di s. Odilone è incerta, ma nella sua cronaca Sigeberto di Gembloux (m. nel 1112) l’ha fissata al 998, narrando sotto questa data gli avvenimenti leggendari che gli avrebbero dato origine (PL 160, 197-98). Tuttavia per determinarne i l tempo, è meglio attenersi alla « consuetudines Farfenses », scritte da Guidone di Farfa (cod. Vat. 6808), le quali notano questa innovazione per ben due volte: la prima recensione più breve senza il nome di Odilone e senza lo statuto di fraternità (con il nome dell’imperatore Enrico); la seconda più lunga attribuisce lo statuto a s. Odilone e contiene anche le prescrizioni per la fraternità stessa. Mortet e Wilmart darano le « Consuetudines Farfenses » agli anni 1039-1043; Hourlier al 1024-33, dal fatto che le insegne imperiali regalate da Enrico a s. Odilone dopo la sua incoronazione vennero portate nelle processioni. Nel 1033 esse furono quasi tutte vendute per l’aiuto ai bisognosi in una grande carestia. Un solo manoscritto della Biblioteca di Parigi (lat. 17716), un po’ tardo, fissa il decreto di s. Odilone al 1030-31, data che corrisponde a quella indicata dalle « Consuetudines Farfenses ». – Con il nome e con la autorità di s. Odilone, questa « fidelis inventio » del 2 nov. fu definitivamente introdotta nel calendario cluniacense e si propagò a tutte le dipendenze di Cluny e, ancora i n vita s. Odilone, fino a Farfa. Da Giovanni d’Avranches (m. nel 1079) si sa che fu accettata nella Normandia. Lanfranco, arcivescovo di Canterbury (1070-89), prescrisse nei suoi decreti che i monaci la dovessero osservare tanto nei monasteri che nelle cattedrali : « ipsa die sacerdotes omnes celebrent missæ prò omnibus fidelibus defunctis » (PL 150, 477). – Oltre i Benedettini accettarono la nuova usanza anche i Certosini (Consuetudines Guigonis, c. X I: PL 153, 655). Il clero secolare seguì poco a poco l’esempio dei monaci sia per propria iniziativa che per imposizione dei vescovi. A Milano fu introdotta nel 1120 dall’arcivescovo Udalrico, per il 16 ott., giorno dopo l’anniversario della dedicazione della Cattedrale; s. Carlo Borromeo la mise il 2 nov. – Sicardo, vescovo di Cremona (m. nel 1215) nel Mitrale 1. I X, cap. 50 (PL 213, 426), parla di essa come già in uso nel territorio di Cremona. A Roma era certamente nota ed in uso almeno al tempo dell’Ordo Romanus, XIV (1311), ove ai nn. 98 e 101 è indicata come « amniversarium omnium animarum »; non si predica e non si fa concistoro. Nell’Ordo Romanus XV tuttavia, secondo il card. Schuster (Liber Sacramentorum, IV, Torino 1932, p. 85), si trovano le tracce di una consuetudine liturgica assai più antica, giacché nell’8 luglio è indicato un « Officium defunctorum prò fratribus ( i cardinali) et Romanis Pontificibus » (PL 78, 1343), precisamente come nell’Ordo di Farfa del sec. X. – Una nuova fase della commemorazione dei fedeli defunti si inizia verso la fine del pontificato d i Pio X. Con decreto del 25 giugno 1914 (AAS, 6 [1914], p.378) fu concessa l’indulgenza plenaria « Toties quoties per il 2 nov., concessa già prima alla Chiesa dei Benedettini. Con la bolla Incruentum del 10 ag. 1915, Benedetto XV concesse ad ogni sacerdote il privilegio di dire tre Messe il 2 nov.: la prima secondo l’intenzione particolare del celebrante, la seconda per tutti i fedeli defunti, la terza secondo l’intenzione del Papa, cioè per soddisfare ai pii legati di Messe che nel corso dei secoli son divenuti insolubili, andati perduti o rimasti insoddisfatti. Tutti gli altari sono privilegiati. – Questo privilegio era già in uso nella Spagna, da prima del 1500. Nel 1540 Paolo III concesse alle chiese e cappelle della diocesi Orihuela di Spagna il privilegio di dire due Messe tanto nella festa di tutti i Santi quanto nel giorno dopo, cioè 2 nov., per soddisfare al gran numero di Messe richieste dal popolo a suffragi dei d.. Parimenti Giulio III confermò « vivae vocis oraculo » nel 1553 l’antico privilegio vigente nella provincia di Aragona (comprese Catalogna, Valencia, Navarra e le isole Baleari, Sardegna ed Ibiza, e nell’ordine domenicano di celebrare tre Messe al 2 nov. allo stesso fine. Ed il 25 giugno 1571 Pio V confermò lo stesso privilegio per la provincia dominicana di Spagna (con la Navarra distaccata dalla provincia di Aragona) Frattanto Ladislao IV, re di Polonia (1632-48), ottenne nel giorno della sua incoronazione per il suo regno lo stesso privilegio, ma in seguito rimadse dimenticato. – Alla richiesta dei re di Spagna e Portogallo, Benedetto XIV estese il privilegio di tre Messe al clero regolare e secolare dei loro regni e colonie (Benedicti XIV Bullarium, II , Venezia 1748, n. 225). Leone XIII nel 1897 lo concesse a tutta l’America latina. – In conseguenza del privilegio delle tre Messe Benedetto XV ha elevato (28 feb. 1917) il giorno 2 nov. a festa di rito doppio per la Chiesa universale.

Pietro Siffrin.

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Questo è quanto vige nella Chiesa Cattolica. Attualmente il Cattolico dei paesi apostati modernisti, non ha più la possibilità di utilizzare per sé ed i propri cari i riti prescritti, essendo il funerale incentrato sulla falsa messa del baphomet di Bugnini-Montini, per cui si commetterebbe un ennesimo ed estremo grave sacrilegio in disprezzo delle leggi della Chiesa Cattolica e del Sacrificio di Cristo offerto al “signore dell’universo”, cioè al lucifero massonico, per cui l’anima del presunto non-suffragato sarebbe definitivamente condannata ad essere fuori dalla Chiesa Cattolica con tutte le conseguenze per la vita eterna. In effetti noi ci troviamo come in un paese pagano, islamico, ateo, per cui, onde conservare la propria fede cattolica fino in fondo, è bene, in assenza di un vero prete Cattolico con Missione e Giurisdizione pontificia di S.S. Gregorio XVIII, predisporre direttamente la sepoltura cimiteriale, contattando quanto prima un sacerdote Cattolico anche a distanza, per officiare la vera Messa cattolica di sempre in suffragio dell’anima del defunto, come pure per le altre successive Messe.

 

“Cum ex apostolatus officio” – UNA BOLLA DI PAOLO IV E LA TIRANNIA PONTIFICALE

[Mgr. Fevre, in Abbé Rohrbacher, Histoire universale de l’Eglise Catholic, tome II- Paris Libraire Louis Vivès, 1904.]

S.S. Paolo IV

Nel corso della sua polemica contro l’infallibilità, il padre Gratry, invocò una bolla di Paolo IV, perfettamente estranea alla questione. Per mostrare che non si poteva riconoscere l’infallibilità del Vicario di Cristo, il povero accademico, con una ispirazione che non si può né spiegare né assolvere, attaccò il Primato di giurisdizione; non che egli negasse il sovrano potere della Cattedra apostolica; egli non lo poteva senza contravvenire il decreto di Firenze; ma egli prese lo spunto per discreditare questo potere come eccesso di abuso che egli pretendeva di rimproverare. “Ciò che volevo citare, egli sostiene, non è che un esempio. E ce ne sarebbero altri da far conoscere, ma nella bolla di Paolo IV si trova tutto, tentando nel XVI secolo, di spiegare infine senza dubbio, la sua estensione e tutte le conseguenze di questo potere pontificale supremo, come scuola di vertigine e di errore, fantasia ancora oggi. “Ecco l’analisi di questa bolla, della quale do nel contempo l’intero testo. Il Papa Paolo IV ha voluto che quella bolla fosse affissa e letta da tutto il popolo. Egli ha voluto che il mondo intero se ne ricordasse per sempre. Io non faccio dunque che conformarmi a ciò che ordina il documento stesso, pubblicando questo testo. Che edificante sentimento di sottomissione e di obbedienza!

In questa bolla, [Cum ex apostolatus officio, del XVe delle calende di marzo, 1559] Paolo IV rinnova tutte le sentenze, censure e pene inflitte agli eretici dai suoi predecessori e dai Concili. Egli dichiara inoltre le pene spirituali nelle quali, coloro che tra essi, fossero vescovi, cardinali o investiti di qualche altra dignità ecclesiastica, principi, re, imperatori, o in possesso di qualche altra signoria temporale incorrerebbero per il fatto stesso (ipso facto) e senza altra procedura giuridica, con la perdita del loro potere ed autorità, dei loro principati, reami ed imperi, potere che non saranno mai più in grado di riprendere. Inoltre saranno considerati apostati ed affidati al braccio secolare per essere puniti con le pene previste dal diritto. Coloro che oseranno prestare aiuto ed appoggio e condividere le loro dottrine, incorreranno essi stessi nella sentenza di scomunica “ipso facto”, e saranno privati di qualsiasi diritto di testimonianza, di prova, etc. e qualora fossero vescovi, principi o re, i loro beni, i loro principati, i loro reami diventeranno di ambito pubblico e affidati al primo occupante che sia provvisto di fede, unità ed obbedienza alla Chiesa Romana. Infine se si dovesse scoprire che prima della loro promozione, un vescovo, un arcivescovo, cardinale o finanche il Papa, si fossero allontanati dalla fede cattolica, cadendo in qualsiasi eresia, la loro promozione o elevazione sarebbero nulle, senza valore, non avvenute, così che i loro atti, fatti in virtù di loro documenti, debbano ritenersi illegittimi. – Il padre Gratry non discute se questa bolla sia o meno ex cathedra, poiché, egli dice, nessuno sa ciò cosa voglia dire: ma egli aggiunge: è un atto di grandissima solennità, un atto deliberato maturato in concistoro, firmato all’unanimità da tutti i cardinali, indirizzata alla Chiesa intera ed anche a tutto il genere umano. È difficile non vedere qui l’espressione più alta dell’autorità sovrana del Pontefice, almeno in materia di diritto e costume … “Ecco il potere così forte, illimitato, assoluto, personale, separato dal tutto, al di sopra di tutto, che bisogna ora coronare, esaltare, con una corona di infallibilità! “Siamo uomini dotati di ragione, o abbiamo perso la ragione? Abbiamo conservato il senso morale o vi abbiamo abdicato? Pretendiamo volontariamente calpestare sotto i piedi la verità visibile, la giustizia manifesta e disprezzare Dio stesso, il Padre della giustizia e della verità? Calpestare tutto il Vangelo di Gesù-Cristo? Un potere con tali antecedenti e che potrebbe di rigore rinnovare qualche cosa oggi o nell’avvenire, questo potere non chiede di essere aumentato né esaltato. Ma domanda di essere ricondotto nei giusti limiti. Con quale mezzo? Con l’obbedienza ai canoni, cioè alle leggi della Chiesa”. – Per rispondere a queste ridicole esagerazioni, bisogna riportarsi al pontificato di Paolo IV. Correva l’anno 1559. L’Europa, lacerata dallo scisma degli eretici si trovava in una situazione molto triste. Avevano luogo disordini incresciosi, c’erano dei terribili massacri in Germania; i cattolici erano stati crudelmente perseguitati in Inghilterra, e in Irlanda, gli eretici avevano commesso in Francia delle crudeltà atroci; quasi dappertutto c’erano principi, signorotti, vescovi colpevoli, che avevano dato il segnale della defezione ed imposto ai popoli la loro apostasia. Ciononostante la costituzione legale dell’Europa era ancora cattolica; l’unità di fede era ancora la legge generale, e secondo il diritto pubblico riconosciuto, accettato da secoli, il Papa era il capo della grande repubblica cristiana. I re, i principi, i magistrati dovevano, sotto pena di perdere la loro dignità, fare professione di fede cattolica; era l’articolo fondamentale di tutte le carte e costituzioni del tempo, come attestavano i giuramenti imposti agli imperatori ed ai re nei loro insediamenti, ed anche a tutte le persone costituite in dignità. Paolo IV, incaricato di governare la Chiesa, di salvare la fede e, mantenendo l’unità di religione, di risparmiare all’Europa delle lotte fratricida e guerre sanguinose, tentò un ultimo sforzo prendendo in mano le armi che gli offrivano la sua carica apostolica ed il diritto pubblico della cristianità. Il Concilio di Trento era stato convocato, ma, disperso nel 1552 all’avvicinarsi dei luterani comandati da Maurizio di Sassonia, non poté riprendere che nel 1562: il male era grande, stava per divenire incurabile; occorreva intervenire prontamente con un rimedio energico. Paolo IV assieme ai cardinali, tra i quali si trovava colui che sarebbe divenuto Pio V [che confermerà questa bolla con una sua successiva bolla –ndr.-], delibera con essi, e dopo aver studiato attentamente il male ed i rimedi, promulga questa bolla “Cum ex apostolatus officio”, che inizia così nobilmente: “Poiché, a causa della carica d’Apostolato affidataci da Dio, benché con meriti non condicevoli, incombe su di noi il dovere d’avere cura generale del gregge del Signore. E siccome per questo motivo, siamo tenuti a vigilare assiduamente per la custodia fedele e per la sua salvifica direzione e diligentemente provvedere come vigilante Pastore, a che siano respinti dall’ovile di Cristo coloro i quali, in questi nostri tempi, indottivi dai loro peccati, poggiandosi oltre il lecito nella propria prudenza, insorgono contro la disciplina della vera ortodossia e pervertendo il modo di comprendere le Sacre Scritture, per mezzo di fittizie invenzioni, tentano di scindere l’unità della Chiesa Cattolica e la tunica inconsutile del Signore, ed affinché non possano continuare nel magistero dell’errore coloro che hanno sdegnato di essere discepoli della verità…” – Dopo questo preambolo vengono gli articoli che p. Gratry analizza.

1- Allontanare i lupi dal gregge di Cristo.

Noi, riteniamo che una siffatta materia sia talmente grave e pericolosa che lo stesso Romano Pontefice, il quale agisce in terra quale Vicario di Dio e di Nostro Signore Gesù Cristo ed ha avuto piena potestà su tutti i popoli ed i regni, e tutti giudica senza che da nessuno possa essere giudicato, qualora sia riconosciuto deviato dalla fede possa essere redarguito (possit a fide devius, redargui), e che quanto maggiore è il pericolo, tanto più diligentemente ed in modo completo si deve provvedere, con lo scopo d’impedire che dei falsi profeti o altre persone investite di giurisdizione secolare possano miserevolmente irretire le anime semplici e trascinare con sé alla perdizione ed alla morte eterna innumerevoli popoli, affidati alle loro cure e governo per le necessità spirituali o temporali; né accada in alcun tempo di vedere nel luogo santo l’abominio della desolazione predetta dal Profeta Daniele, desiderosi come siamo, per quanto ci è possibile con l’aiuto di Dio e come c’impone il nostro dovere di Pastore, di catturare le volpi indaffarate a distruggere la vigna del Signore e di tener lontani i lupi dagli ovili, per non apparire come cani muti che non hanno voglia di abbaiare, per non subire la condanna dei cattivi agricoltori o essere assimilati al mercenario.

2-Approvazione e rinnovo delle pene precedenti contro gli eretici

Dopo approfondito esame di tale questione con i nostri venerabili fratelli i Cardinali di Santa Romana Chiesa, con il loro parere ed unanime consenso, Noi, con Apostolica autorità, approviamo e rinnoviamo tutte e ciascuna, le sentenze, censure e pene di scomunica, sospensione, interdizione e privazione, in qualsiasi modo proferite e promulgate contro gli eretici e gli scismatici da qualsiasi dei Romani Pontefici, nostri predecessori o esistenti in nome loro, comprese le loro lettere non collezionate, ovvero dai sacri Concili ricevute dalla Chiesa di Dio, o dai decreti dei Santi Padri, o dei sacri canoni, o dalle Costituzioni ed Ordinamenti Apostolici, e vogliamo e decretiamo che essi siano in perpetuo osservati e che si torni alla loro vigente osservanza ove essa sia per caso in disuso, ma doveva essere vigenti; inoltre che incorrano nelle predette sentenze, censure e pene tutti coloro che siano stati, fino ad ora, sorpresi sul fatto o abbiano confessato o siano stati convinti o di aver deviato dalla fede, o di essere caduti in qualche eresia, od incorsi in uno scisma, per averli promossi o commessi, di qualunque stato (uniuscuiusque status), grado, ordine, condizione e preminenza essi godano, anche se episcopale (etiam episcopali), arciepiscopale, primaziale o di altra maggiore dignità (aut alia maiori dignitate ecclesiastica) quale l’onore del cardinalato o l’incarico (munus) della legazione della Sede Apostolica in qualsiasi luogo, sia perpetua che temporanea; quanto che risplenda con l’autorità e l’eccellenza mondana quale la comitale, la baronale, la marchesale, la ducale, la regia o imperiale.

3 – Sulle pene da imporre alla gerarchia deviata dalla fede. Legge e definizione dottrinale: privazione «ipso facto» delle cariche ecclesiastiche.

Considerando non di meno che, coloro i quali non si astengono dal male per amore della virtù, meritano di essere distolti per timore delle pene e che i vescovi, arcivescovi, patriarchi, primati, cardinali, legati, conti, baroni, marchesi, duchi, re ed imperatori, i quali debbono istruire gli altri e dare loro il buon esempio per conservarli nella fede cattolica, prevaricando peccano più gravemente degli altri in quanto dannano non solo se stessi, ma trascinano con sé alla perdizione nell’abisso della morte altri innumerevoli popoli affidati alla loro cura o governo, o in altro modo a loro sottomessi; Noi, su simile avviso ed assenso (dei cardinali) con questa nostra Costituzione valida in perpetuo (perpetuum valitura), in odio a così grave crimine, in rapporto al quale nessun altro può essere più grave e pernicioso nella Chiesa di Dio, nella pienezza della Apostolica potestà (de Apostolica potestatis plenitudine), sanzioniamo, stabiliamo, decretiamo e definiamo (et definimus), che permangano nella loro forza ed efficacia le predette sentenze, censure e pene e producano i loro effetti, per tutti e ciascuno (omnes et singuli) dei vescovi, arcivescovi, patriarchi, primati, cardinali, legati, conti, baroni, marchesi, duchi, re ed imperatori i quali, come prima è stato stabilito fino ad oggi, siano stati colti sul fatto, o abbiano confessato o ne siano stati convinti per aver deviato dalla fede o siano caduti in eresia o siano incorsi in uno scisma per averlo promosso o commesso, oppure quelli che nel futuro, siano colti sul fatto per aver deviato dalla fede o per esser caduti in eresia o incorsi in uno scisma, per averlo suscitato o commesso, tanto se lo confesseranno come se ne saranno stati convinti, poiché tali crimini li rendono più inescusabili degli altri, oltre le sentenze, censure e pene suddette, essi siano anche (sint etiam), per il fatto stesso (eo ipso) e senza bisogno di alcuna altra procedura di diritto o di fatto, (absque aliquo iuris aut facti ministerio) interamente e totalmente privati in perpetuo (penitus et in totum perpetuo privati) dei loro Ordini, delle loro chiese cattedrali, anche metropolitane, patriarcali e primaziali, della loro dignità cardinalizia e di ogni incarico di Legato, come pure di ogni voce attiva e passiva e di ogni autorità, nonché‚ di monasteri, benefici ed uffici ecclesiastici (et officiis ecclesiasticis) con o senza cura di anime, siano essi secolari o regolari di qualunque ordine che avessero ottenuto per qualsiasi concessione o dispensa Apostolica, o altre come titolari, commendatari, amministratori od in qualunque altra maniera e nei quali beneficiassero di qualche diritto, benché saranno parimenti privati di tutti i frutti, rendite e proventi annuali a loro riservati ed assegnati, anche contee, baronie, marchesati, ducati, regni ed imperi; inoltre, tutti costoro saranno considerati come inabili ed incapaci (inhabiles et incapaces) a tali funzioni come dei relapsi e dei sovversivi in tutto e per tutto (in omnibus et per omnia), per cui, anche se prima abiurassero in pubblico giudizio tali eresie, mai ed in nessun momento potranno essere restituiti, rimessi, reintegrati e riabilitati nel loro primitivo stato nelle chiese cattedrali, metropolitane, patriarcali e primaziali o nella dignità del Cardinalato od in qualsiasi altra dignità maggiore o minore, (aut quamvis aliam maiorem vel minorem dignitatem) nella loro voce attiva o passiva, nella loro autorità, nei loro monasteri e benefici ossia nella loro contea, baronia, marchesato, ducato, regno ed impero; al contrario, siano abbandonati all’arbitrio del potere secolare che rivendichi il diritto di punirli, a meno che mostrando i segni di un vero pentimento ed i frutti di una dovuta penitenza, per la benignità e la clemenza della stessa Sede, non siano relegati in qualche monastero od altro luogo soggetto a regola per darsi a perpetua penitenza con il pane del dolore e l’acqua dell’afflizione. – Essi saranno considerati come tali (relapsi et sovversivi) da tutti, di qualunque stato, grado, condizione e preminenza siano e di qualunque dignità anche episcopale, arciepiscopale, patriarcale, primaziale o altra maggiore ecclesiastica anche cardinalizia, ovvero che siano rivestiti di qualsiasi autorità ed eccellenza secolare, come la comitale, la baronale, la marchesale, la ducale, la regale e l’imperiale, e come persone di tale specie dovranno essere evitate (evitari) ed escluse da ogni umana consolazione.

4 – Estinzione della vacanza delle cariche ecclesiastiche

Coloro i quali pretendono di avere un diritto di patronato (ius patronatus) e di nomina delle persone idonee a reggere le chiese cattedrali, comprese le metropolitane, patriarcali, primaziali o anche monasteri ed altri benefici ecclesiastici resisi vacanti a seguito di tali privazioni (per privationem huiusmodi vacantia), affinché non siano esposti agli inconvenienti di una diuturna vacanza (vacationis), ma dopo averli strappati alla servitù degli eretici, siano affidati a persone idonee a dirigere fedelmente i popoli nella via della giustizia, dovranno presentare a Noi o al Romano Pontefice allora regnante, queste persone idonee alle necessità di queste chiese, monasteri ed altri benefici, nei limiti di tempo fissati dal diritto o stabiliti da particolari accordi con la Sede, altrimenti, trascorso il termine come sopra prescritto, la libera disposizione, delle chiese e monasteri, o anche dei benefici predetti, sia devoluto di pieno diritto a Noi od al Romano Pontefice suddetto.

5-Pene per il delitto di favoreggiamento delle eresie

Inoltre, incorreranno nella sentenza di scomunica «ipso facto», tutti quelli che scientemente (scienter) si assumeranno la responsabilità d’accogliere (receptare) e difendere, o favorire (eis favere) coloro che, come già detto, siano colti sul fatto, o confessino o siano convinti in giudizio, oppure diano loro attendibilità (credere) o insegnino i loro dogmi (eorum dogmata dogmatizare); e siano tenuti come infami; né siano ammessi, né possano esserlo (nec admitti possint) con voce, sia di persona, sia per iscritto o a mezzo delegato o di procuratore per cariche pubbliche o private, consigli, o sinodi o concilio generale o provinciale, né conclave di cardinali, né alcuna congregazione di fedeli od elezione di qualcuno, né potranno testimoniare; non saranno intestabili, né chiamati a successione ereditaria, e nessuno sarà tenuto a rispondere ad essi in alcun affare; se poi abbiano la funzione di giudici, le loro sentenze non avranno alcun valore e nessuna causa andrà portata alle loro udienze; se avvocati il loro patrocinio sia totalmente rifiutato; se notai, i rogiti da loro redatti siano senza forza o validità. – Oltre a ciò, siano i chierici privati di tutte e ciascuna delle loro chiese, anche cattedrali, metropolitane, patriarcali e primaziali, delle loro dignità, monasteri, benefici e cariche ecclesiastiche (et officiis ecclesiasticis) in qualsivoglia modo, come sopra riferito, dalle qualifiche ottenute anche regolarmente, da loro come dai laici, anche se rivestiti, come si è detto, regolarmente delle suddette dignità, siano privati «ipso facto», anche se in possesso regolare, di ogni regno, ducato, dominio, feudo e di ogni bene temporale posseduto; i loro regni, ducati, domini, feudi e gli altri beni di questo tipo, diverranno per diritto, di pubblica proprietà o anche proprietà di quei primi occupanti che siano nella sincerità della fede e nell’unità con la Santa Romana Chiesa sotto la nostra obbedienza o quella dei nostri successori, i Romani Pontefici canonicamente eletti.

6 – Nullità della giurisdizione ordinaria e pontificale in tutti gli eretici.

Aggiungiamo che, se mai dovesse accadere in qualche tempo che un vescovo, anche se agisce in qualità di arcivescovo o di patriarca o primate od un cardinale di Romana Chiesa, come detto, od un legato, oppure lo stesso Romano Pontefice, che prima della sua promozione a cardinale od alla sua elevazione a Romano Pontefice, avesse deviato dalla fede cattolica o fosse caduto in qualche eresia (o fosse incorso in uno scisma o abbia questo suscitato), sia nulla, non valida e senza alcun valore (nulla, irrita et inanis existat), la sua promozione od elevazione, anche se avvenuta con la concordanza e l’unanime consenso di tutti i cardinali; neppure si potrà dire che essa è convalidata col ricevimento della carica, della consacrazione o del possesso o quasi possesso susseguente del governo e dell’amministrazione, ovvero per l’intronizzazione o adorazione (adoratio) dello stesso Romano Pontefice o per l’obbedienza lui prestata da tutti e per il decorso di qualsiasi durata di tempo nel detto esercizio della sua carica, né essa potrebbe in alcuna sua parte essere ritenuta legittima, e si giudichi aver attribuito od attribuire una facoltà nulla, per amministrare (nullam … facultatem) a tali persone promosse come vescovi od arcivescovi o patriarchi o primati od assunte come cardinali o come Romano Pontefice, in cose spirituali o temporali; ma difettino di qualsiasi forza (viribus careant) tutte e ciascuna (omnia et singula) di qualsivoglia loro parola, azione, opera di amministrazione o ad esse conseguenti, non possano conferire nessuna fermezza di diritto (nullam prorsus firmitatem nec ius), e le persone stesse che fossero state così promosse od elevate, siano per il fatto stesso (eo ipso) e senza bisogno di una ulteriore dichiarazione (absque aliqua desuper facienda declaratione), private (sint privati) di ogni dignità, posto, onore, titolo, autorità, carica e potere (auctoritate, officio et potestate).

7 – La liceità delle persone subordinate di recedere impunemente dall’obbedienza e devozione alle autorità deviate dalla Fede.

E sia lecito a tutte ed a ciascuna delle persone subordinate a coloro che siano stati in tal modo promossi od elevati, ove non abbiano precedentemente deviato dalla fede, né siano state eretiche e non siano incorse in uno scisma o questo abbiano provocato o commesso, e tanto ai chierici secolari e regolari così come ai laici (quam etiam laicis) come pure ai cardinali, compresi quelli che avessero partecipato all’elezione di un Pontefice che in precedenza aveva deviato dalla fede o fosse eretico o scismatico o avesse aderito ad altre dottrine, anche se gli avessero prestato obbedienza e lo avessero adorato e così pure ai castellani, ai prefetti, ai capitani e funzionari, compresi quelli della nostra alma Urbe e di tutto lo Stato Ecclesiastico, anche quelli obbligati e vincolati a coloro così promossi od elevati per vassallaggio o giuramento o per cauzione, sia lecito (liceat) ritenersi in qualsiasi tempo ed impunemente liberati dalla obbedienza e devozione (ab ipsorum obedientia et devotione, impune quamdocumque cedere) verso quelli in tal modo promossi ed elevati, evitandoli (evitare eos) quali maghi, pagani, pubblicani ed eresiarchi, fermo tuttavia da parte di queste medesime persone sottoposte, l’obbligo di fedeltà e di obbedienza da prestarsi ai futuri vescovi, arcivescovi, patriarchi, primati, cardinali e Romano Pontefice canonicamente subentranti [ai deviati]. – Ed a maggior confusione di quelli in tale modo promossi ed elevati, ove pretendano di continuare l’amministrazione, sia lecito richiedere l’aiuto del braccio secolare, né per questo, coloro che si sottraggono alla fedeltà ed all’obbedienza verso quelli che fossero stati nel modo già detto promossi ed elevati, siano soggetti ad alcuna di quelle censure e punizioni comminate a quanti vorrebbero scindere la tunica del Signore.

8 – Permanenza dei documenti precedenti e deroga dei contrari

Non ostano all’applicabilità di queste disposizioni, le costituzioni ed ordinamenti apostolici, né i privilegi, gli indulti e le lettere apostoliche dirette ai vescovi, arcivescovi, patriarchi, primati e cardinali, né qualsiasi altro disposto di qualunque tenore e forma e con qualsivoglia clausola e neppure i decreti anche se emanati «motu proprio» (etiam motu proprio) e con scienza certa nella pienezza della potestà Apostolica, o promulgati concistorialmente od in qualsiasi altro modo e reiteratamente approvati e rinnovati od inseriti nel «corpus iuris», né qualsivoglia capitolo di conclave, anche se corroborati da giuramento o dalla conferma apostolica o rinforzate in qualsiasi altro modo, compreso il giuramento da parte del medesimo. – Tenute presenti tutte le risoluzioni sopra precisate, esse debbono aversi come inserite, parola per parola, in quelle che dovranno restare in vigore (alias in suo robore permansuris), mentre per la presente deroghiamo tutte le altre disposizioni ad esse contrarie, soltanto in modo speciale ed espresso (dum taxat specialiter et espresse).

9-Mandato di pubblicazione solenne

Affinché‚ pervenga notizia delle presenti lettere a coloro che ne hanno interesse, vogliamo che esse, od una loro copia (che dovrà essere autenticata mediante sottoscrizione di un pubblico notaio e l’apposizione del sigillo di persona investita di dignità ecclesiastica), siano pubblicate ed affisse sulle porte della Basilica del Principe degli Apostoli in Roma e della Cancelleria Apostolica e messe all’angolo del Campo dei Fiori da uno dei nostri corrieri; e che copia di esse sia lasciata affissa nello stesso luogo, e che l’ordine di pubblicazione, di affissione e di lasciare affisse le copie sia sufficiente allo scopo e sia pertanto solenne e legittima la pubblicazione, senza che si debba richiedere o aspettare altra.

10 – Illiceità degli Atti contrari e sanzioni penali e divine.

Pertanto, a nessun uomo sia lecito (liceat) infrangere questo foglio di nostra approvazione, innovazione, sanzione, statuto, derogazione, volontà e decreto, né contraddirlo con temeraria audacia. – Che se qualcuno avesse la presunzione d’attentarvisi, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio Onnipotente e dei suoi Beati Apostoli Pietro e Paolo. – Data a Roma, in San Pietro, nell’anno 1559 dall’Incarnazione del Signore, il giorno 15 marzo, IV anno del Nostro Pontificato”.

Ecco dunque l’espressione più alta della tirannia pontificale, e se vogliamo credere a p. Gratry “l’analisi è più dolce del testo”, salvo in un punto, in cui A. de Margerie rimprovera a p. Gratry di aver attribuito a Paolo IV una eresia ed un’assurdità interpolando nella traduzione francese una parola che non esiste nell’originale. Lo stesso controversista rimprovera all’oratoriano di essere diventato da farfalla, una zanzara. 1) per aver fatto una cattiva guerra alla causa che egli combatte servendosi di un atto di governo evidentemente fuori dalle condizioni di infallibilità per scagliarsi contro l’infallibilità del Papa, un documento per aumentare i folli terrori di molti uomini del nostro tempo: 2) di aver fornito delle armi ai nemici della Chiesa invocando contro l’infallibilità del Papa un documento il cui equivalente completo, consegnato lungo il quarto concilio ecumenico Laterano, può essere invocato con egual diritto contro l’infallibilità dei Concili generali. Dal canto suo Veuillot si esprime in questi termini: “Quanto al p. Gratry, egli si è reso nello stesso tempo, ridicolo ed odioso. Ridicolo per le sue scoperte, odioso per l’uso che ne ha fatto. – Se veniamo agli esami degli articoli, il primo afferma la pienezza della potenza pontificale, derivante da ciò che il Papa esercita sulla terra le funzioni di Gesù-Cristo, di cui è il vicario. Questa pienezza di potenza è una verità riconosciuta nella Chiesa, lo è sempre stato, e la cristianità la riconosce ancora nel sedicesimo secolo. Occorre dire al padre Gratry che questa pienezza di potenza esiste sempre, ma nel modo in cui è sempre esistita, cioè per il governo della Chiesa, per il governo della società spirituale e tutto ciò che tocca la coscienza. Quando l’Europa era costituita cattolicamente, questa costituzione estendeva la giurisdizione pontificale anche alle materie civili, nei loro rapporti con le materie religiose, e ne derivavano degli effetti civili. Così l’eresia era un crimine agli occhi della legge: una volta che la Chiesa si era pronunciata, l’eretico cadeva sotto il colpo non solo delle pene spirituali, ma pure delle pene civili inflitte per questo crimine. Così il capo dello Stato, per costituzione doveva essere cattolico e, dichiarato eretico, cessava di essere re. Ancora una volta tale era la costituzione della società cristiana, che stimava la fede il più grande dei beni, e che, per conservare questo bene, metteva al servizio della Chiesa, tutta la potenza civile. – L’articolo 2 non può offrire difficoltà poiché Paolo IV non fa che rinnovarvi le sentenze di scomunica portate contro gli eretici dai Pontefici precedenti, dai Concili e dai sacri Canoni, sacris conciliis et sacris canonibus. – ma alle pene spirituali l’articolo 3 aggiunge le pene temporali. Di principio il padre Gratry non può condannare queste pene, perché egli sa che esse sono state imposte in tutti tempi dalla Chiesa: la penitenza pubblica, i digiuni, etc. erano certamente delle pene temporali. Ci sembra così che egli non possa rimproverare il Papa di privare di ogni autorità i vescovi o cardinali colpevoli di eresia. Ma Paolo IV dichiara privi di ogni autorità, principato, reame, impero, etc., anche i principi, re, imperatori, etc., che sono eretici. Lo ripetiamo, erano le legge del tempo, era una legge che preservava la fede, era una legge che soprintendeva ai diritti della coscienza dei popoli, che erano tutti cattolici e che volevano continuare ad esserlo, era tale la legge che il Concilio di Costanza non aveva agito altrimenti di come faceva Paolo IV. Dite allora che i tempi sono cambiati, che le costituzioni civili attuali non facciano più della professione di fede cattolica la “condicio sine qua non” per l’esercizio del potere civile, e che la bolla di Paolo IV non sia più applicabile, ma ancora una volta non vedete un atto di tirannia in un atto legittimo che ha come scopo il proteggere i deboli contro i forti. Il padre Gratry fa notare che, per i relapsi, il castigo era la pena del fuoco senza remissione: egli esagera, ma è obbligato a confessare che Paolo IV raddolciva le pene previste dalle leggi civili in ciò che concernevano gli eretici colpiti dalla sua bolla; non è dunque al sovrano Pontefice che va rimproverato il rigore. L’articolo 4 si occupa dei benefici ecclesiastici, ed il padre Gratry non pretende certamente che sia ingiusto spogliarne coloro che sono eretici o che non appartengono più alla Chiesa, e passiamo quindi all’articolo 5. Questo articolo 5 condanna alle stesse pene degli eretici coloro che li accolgono e li difendono. È chiaro che questi fautori e difensori, procurino alla cattolica società lo stesso male degli eretici confessi; occorreva mostrarsi assai severi nei loro riguardi. Inutile, pensiamo, sia tornare su quanto abbiamo detto sulla costituzione degli stati cristiani ai tempi di Paolo IV e del diritto pubblico allora universalmente vigente. – Ma l’articolo 6 scandalizza il padre Gratry più degli altri. Noi abbiamo riprodotto la nota che egli ha aggiunto alla sua analisi, e veramente siamo umiliati nel dover a lui ricordare quanto si insegna al catechismo. Il Papa colpisce di nullità gli atti di ogni Papa, patriarca, arcivescovo, vescovo che sarà stato scoperto esser caduto in eresia o essersi allontanato dalla fede prima della sua promozione, e dichiara che di fatto questi personaggi sono privati della loro dignità. « Da questo segue, dice il padre Gratry, che se si scopre che un vescovo, o finanche un Papa, prima della sua promozione abbia in qualche modo deviato dalla fede cattolica, questi non sarebbe né prete, né vescovo; i preti che essi avrebbero ordinato non sarebbero più preti, le ostie che questi ultimi, credendosi preti, avrebbero consacrato, non sarebbero state consacrate, e le assoluzioni che questi preti fantasmi avrebbero date, non sarebbero state delle assoluzioni. » Ma il padre Gratry ignora assolutamente la distinzione tra il potere d’ordine ed il potere di giurisdizione, egli ignora questo principio fondamentale che le pene pubbliche non seguono che le colpe pubbliche, e che di conseguenza:

– 1° gli atti colpiti da nullità dal Papa nell’articolo 6 non sono che atti di giurisdizione;

– 2° i procedenti dal potere d’ordine colpiti da illegittimità, non sono per questo colpiti da nullità, le ordinazioni sono valide, le consacrazioni, le assoluzioni sono valide.

3° In questo ultimo caso, particolarmente, le assoluzioni hanno tutto il loro valore per i fedeli che ignorano l’irregolarità del prete che le assolve. Il testo della bolla porta “promotio et assumptio, cioè promozione, elevazione, padre Gratry traduce “Ordinazione” e promozione, è inavvertenza? È ignoranza? È falsificazione volontaria? Veramente non si sa cosa pensare, in ogni caso è sicuro che il padre Gratry manipoli singolarmente i testi. Gli articoli 8, 9 e 10 non fanno che ripetere le clausole ordinarie che concludono le bolle, della cui natura non è il caso di occuparci qui ed è inutile soffermarvisi. Ecco dunque questo atto di tirannia pontificale che spaventa il padre Gratry, per cui egli chiede che il potere pontificale sia ricondotto nei giusti limiti, e che si badi bene di non aumentare e non esaltare questo potere con una corona di infallibilità! Questa costituzione, valida per sempre: “in perpetuum valitura”, portata nella pienezza dell’autorità apostolica: “de apostolicæ potestatis plenitudine”, con la minaccia dell’indignazione di Dio Onnipotente contro chi osasse opporvisi, è indirizzata alla Chiesa intera che l’accetta, da Paolo, vescovo della Chiesa cattolica, assistito dal Sacro-Collegio. È questa la costituzione che attaccava padre Gratry; Dio doveva ben presto chiederne conto. Noi non vogliamo citare all’avversario né il terzo Concilio del Laterano, contro gli Albigesi, né il quarto, in cui si ritrovano le medesime espressioni della bolla di Paolo IV, né il primo Concilio di Lione che depose Federico II (Concil. III. Lateranen. c.xxvi), De haereticis. — Concil. collect., t. X, col. 1522-1523. – Concil. IV Lateran., cap. III, Excommunicamus,t. XI, col. 148 ; Concïl.Lugd. t.XI, col. 630 et 640.), sarebbe capace di dirci che c’è Concilio e Concilio; ma noi crediamo di poterlo indirizzare al Concilio di Costanza, di cui tutto il gallicanesimo esalta la saggezza e l’autorità. Egli vi troverà: -1° quindicesima sessione, un “decretum silentii” che “diffida dal “fare nessun brusio di voce, piedi e mani, sotto pena di scomunica e due mesi di prigione, “sub poena carceris duorum mensium”, in cui incorrerà il contravvenente “etiamsi imperiali, regali, cardinalatus archiepiscopali aut episcopali proefulgeat dignitate” (Labbe, t. XII, col.122); il regolamento del Concilio Vaticano è si dice, meno severo.

2° Stessa sessione: vien posto l’interdetto su chiunque attacchi od impedisca a coloro che vengono al Concilio o ne tornino: “Etiamsi pontificali, imperiali, regali vel alia quacumque ecclesiastica vel mundana proe-fulgeant dignitate”, ed il Concilio minaccia di procedere contro coloro che disprezzino i suoi ordini, in modo ancora più severo, spiritualmente e temporalmente “insinuantes transgressoribus et contemptoribus in proedictis quod spiritualiter et temporaliter gravius procedetur [Consiitutio concilii, Col 144]. È forse per rispetto per questa decisione del Concilio di Costanza che i nostri governanti gallicani non hanno cercato di impedire ai vescovi di recarsi al Concilio.

3° Diciassettesima sessione. Decreto contro chiunque, re, cardinale, patriarca, arcivescovo, duce, principe o marchese, etc., impedirà, turberà o molesterà l’Imperatore Sigismondo o qualcuno dei suoi durante il loro viaggio intrapreso per trattare della pace della Chiesa con il re d’Aragona: “omni honore et dignitate, officio erclesiastico vel soeculari sit ipso facto privatus[Col. 160].

4° Ventottesima sessione. Il Concilio dichiara il duca d’Austria privato di ogni onore e dignità ed inabile a possederne alcuna, egli ed i suoi discendenti fini alla seconda generazione.

5° Trentunesima sessione. Atteso che i soggetti non hanno alcuna giurisdizione sui loro prelati, né i laici sugli ecclesiastici: Attendentes quod subditi in eorum proelatos et laïci in clericos nullam habent jurisdictionem et potestatem il Concilio ingiunge, sotto pena di scomunica, al conte di Verue, che aveva fatto arrestare un vescovo, di mettere questo prelato in libertà, e invita i vescovi di Pavia e Novara di procedere contro di lui se rifiuta di obbedire, e di infliggergli tutte le altre pene sia spirituali che temporali: “Ad omnes alias poenas spirituales ac temporales auctoritate proesentium procedere valeant(6).

6° Trentasettesima sessione. – Diffida a tutti i fedeli di prestare aiuto ed assistenza a Pietro de Luna detto Benedetto XIII sotto pena di essere trattato come fautore di scisma e di eresia, e di conseguenza di essere privato di ogni beneficio, onore e dignità, sia ecclesiastica, sia mondana (omnium beneficiorum, dignitatem et honorum ecclesîasticorum et mundanorum), fossero anche vescovi o patriarchi, re o imperatori “Etiamsi regalis sit dignitatis aut imperialis”. Se essi contravvengono a questa diffida, essi ne saranno privati “ipso facto” in virtù di questo decreto conciliare, fatto salvo ogni altro diritto (quibus sint auctoritate hujus decreti ac sententiam ipso facto privati).

7° Trentanovesima sessione. – il Concilio decreta quanto segue: « Se qualcuno incute timore o fa pressione o violenza agli elettori o ad uno di essi nell’elezione del Papa, o se uno procura che venga fatto, o approva quanto è stato fatto, o ha dato il suo consiglio in ciò, o ha prestato il suo favore, o consapevolmente ricetta colui che lo facesse, o lo difende, o si mostra negligente nell’infliggere le pene specificate più sotto, di qualunque stato, grado o autorità egli sia, anche imperiale, regale, vescovile, o di qualsiasi dignità ecclesiastica o secolare egli sia ornato, (etiamsi imperiali, regali, pontificali, vel alia quavis ecclesiastica aut seculari proefulgeat dignitate ipso facto incorra nelle pene contenute nella costituzione di Papa Bonifacio VIII, di felice memoria, che inizia con “Felicis”; e sia punito con esse. (illisque effectualiter puniatur). Le pene inflitte da questa costituzione di Bonifacio VIII sono tra le altre: l’infamia, l’incapacità di conservare o raccogliere successioni, la comparsa in giudizio, etc. la confisca dei beni, l’interdizione da ogni carica e dignità, sia ecclesiastica che temporale, non solo per il colpevole, ma pure per i suoi figli e discendenti.

8° Ultima sessione. — Nella bolla “Inter cunctas”, il Papa Martino V decreta: “Sacro Contanziensi Concilio approbante, dice Bossuet, che i Vescovi e gli inquisitori dovranno procedere contro i settari e difensori di Wiclef e di Hus, “qualunque sia la loro dignità, che siano patriarchi, arcivescovi, vescovi, re o regine, duchi, etc., «Quacumque que dignitate præfulgeant, etiamsi patriarchali, archiepiscopali, episcopali, regali, reginali, ducali… » essi saranno colpiti da scomunica, sospensione, spogliati delle loro dignità, cariche ed uffici, di tutti i benefici che essi potessero detenere, di chiese, monasteri o altri insediamenti ecclesiastici, ed anche dei loro beni temporali, delle loro dignità secolari etc. (Col. 271). Si sa la fine di Giovanni Hus. Il Concilio lo ha consegnato al braccio secolare e questo eseriarca subì la pena prevista dal codice penale allora in vigore in tutte le società cattoliche. Gli atti del Concilio di Costanza riempiono circa 300 colonne in folio; non c’è una parola che offra anche l’apparenza di una contraddizione con i decreti qui sopra indicati. Sempre e dappertutto il Concilio suppone come una verità costante, certa, indiscutibile, che esso ha il diritto di giudicare, di condannare, di punire gli eretici, gli scismatici ed i loro fautori fossero pure principi, re o imperatori; di togliere i loro beni, carichi, onori e dignità, le loro baronie, contee, marchesati, principati, ducati, reami ed imperi, se rifiutano di obbedire a questi decreti se essi mettono ostacoli alla pace della Chiesa. In questo concilio l’imperatore è presente: la maggior parte dei re e dei principi sovrani dell’Europa vi sono rappresentati dai loro ambasciatori. E principi, re ed imperatori trovano la condotta del Concilio naturale e non si sognano affatto di reclamare. Ci sono discussioni sulla questione del sapere se il Concilio è superiore al Papa, ma tutti sono d’accordo che il Papa ed il Concilio sono superiori, l’uno e l’altro ai re ed agli imperatori: che la potenza spirituale è superiore alle potenze temporali ed al diritto di giudicarli, di condannarli, di punirli, che il primo dovere di questi potenti è di obbedire alla Chiesa, e di sottomettersi alle sue sentenze e di procurarne l’esecuzione. – Un uomo che al Concilio di Costanza avesse chiesto l’impunità per il crimine di eresia, non sarebbe stato ascoltato più di colui che oggi chiederebbe l’impunità del furto o dell’omicidio, e chiunque avesse preteso di proclamare l’indipendenza assoluta dei re, sarebbe parso almeno così stravagante come ai nostri giorni un deputato che prendesse la fantasia di proclamare alla tribuna l’indipendenza assoluta del suo dipartimento. Tutti gli stati d’Europa erano uniti nel seno della repubblica cristiana e in questa epoca tentare di rompere questa unità, separarsene, sottrarsi con lo scisma e l’eresia all’autorità centrale e sovrana, che ne era la chiave di volta che solo la formava e la manteneva, era un crimine così grave, un’aberrazione così mostruosa come ai tempi d’oggi sarebbe un crimine la follia di una nostra provincia che volesse sottrarsi all’unità nazionale, separarsi dalla Francia, sottrarsi alle sue leggi. Noi, diceva Leibnitz, consideriamo la Chiesa universale come formante una specie di repubblica governata dal Papa. Le cose erano ancora così all’epoca del Concilio di Costanza; solo che non essendoci un Papa certo, il Concilio si poneva al suo luogo ed al suo posto. Leggete i suoi decreti: li motiva sui diritti riconosciuti in tutti i tempi dai romani Pontefici, la cui sede, egli dice, è al momento presente in seno al Concilio generale: “Generale concilium, ubi nunc romana curia existit” (col. 144). Nulla di piacevole come i tours de force ai quali si dedicano i dottori gallicani per dimostrare che questi atti e decreti del Concilio di Costanza non sono in contraddizione con il primo articolo della dichiarazione del 1682. Essi dicono ad esempio che il Concilio non ha voluto parlare che dei principi feudatari della Chiesa romana; ma le espressioni del concilio sono generali, e non fanno parte di questa distinzione – essendo presente l’imperatore, avrebbe egli sopportato che lo si trattasse da vassallo? Altri hanno poi sostenuto che il Concilio si fosse probabilmente riferito agli ambasciatori e che i decreti in questione traevano la loro forza dal consenso dei re. Ma essi sono sempre resi e dichiarati esecutori in virtù dell’autorità del concilio, auctoritate Concilii, senza che si sia mai parlato di alcun altro, e non si incontra traccia di questo preteso trattato tra il concilio ed i re. Il concilio dispone per l’avvenire; i re avrebbero dunque alienato la loro indipendenza in perpetuo. Molti di questi decreti sono stati approntati in un’epoca in cui molti re, principi e signori, parteggiavano per Pietro de Luna, e non avevano rappresentanti al Concilio e rifiutavano di riconoscerlo; gli altri re potevano mai conferire a questi principati e reami un diritto che non avevano da se stessi? Per tutti gli uomini di buona fede è manifesto che il Concilio di Costanza agisce in queste occasioni in virtù di un potere universalmente riconosciuto e sulla legittimità del quale non era da temere alcuna contestazione. Se era possibile il dubbio, nello stato di divisione in cui si trovava la Chiesa, il Concilio non avrebbe evitato con la maggior cura fino all’ultima parola, di offendere le orecchie reali. Il concilio del Vaticano poteva aver solo il pensiero di rendere dei decreti simili a quelli che stiamo per citare? Il Concilio di Costanza li pubblicò senza che alcune voce in Europa si levasse per reclamare. Questo fatto è sufficiente a dimostrare che in quest’epoca l’Europa considerava l’eresia come un crimine, gli eretici ed i loro fautori come colpevoli degni di pene, che determinava il codice penale in vigore presso tutte le nazioni cristiane, le potenze temporali, come subordinate di diritto e di fatto alla potenza spirituale. – Al Concilio di Costanza potremo aggiungere il Concilio di Basilea; il terzo e quarto concilio del Laterano ed il primo concilio di Lione, il Concilio di Trento. Ma bisogna limitarsi. Che l’abate Gratry consulti i quattro patriarchi del gallicanesimo: Pierre d’Ail, soprannominato il Martello degli eretici, Gerson, Almain e Major. Ecco quale era la loro dottrina:

1° il diritto canonico ha legittimamente definito, che esiste un crimine di eresia;

2° il mantenere la purezza della fede cristiana è presso un popolo il primo dei beni temporali;

3° La cura nel mantenere la purezza e l’integrità della fede non è soltanto un diritto del sovrano, ma un dovere d’onore;

4° in Francia i diritti della dinastia regnante sono legati al possesso della fede cattolica: “I re di Francia, tra tutti gli altri principi cristiani, sono sempre stati i difensori speciali ed i campioni della fede cattolica, la cui principale cura e sollecitudine è stata di estirpare e pulire la loro signoria, da tutte le eresie, errori indecorosi nella nostra fede”.

5° Il crimine di eresia rompe tutti i legami sociali e distoglie i soggetti dal dovere dell’obbedienza ai princìpi.

6° il crimine di eresia è un crimine di lesa maestà divina, al quale non si può applicare che una sola pena: la morte!

7° L’eresia è più pericolosa per l’ordine sociale che il tiranno.

8° Tutti gli uomini, i principi come gli altri, sono sottomessi al Papa e se volessero abusare della loro giurisdizione, della loro temporalità, della loro potenza contro la legge divina e naturale, questa superiorità può essere chiamata una potenza direttiva ed ordinativa, piuttosto che civile. – Vi sono delle occasioni in cui il Papato confisca i beni dei laici, ad esempio in caso di eresia [Pierre d’Ailly, Traita de la puissance ecclésiastique, lu au Concile de sonstance, dans les oeuvres de Gerson, t. ll, p. 917].Il Cristo non ha mai dato a Pietro l’autorità di disporre della sua giurisdizione su un re temporale, non gli ha dato il potere di spogliare i laici delle loro proprietà e della loro potenza se non nel caso un principe secolare abusasse del suo potere a detrimento della cristianità e della fede, in modo da nuocere grandemente alla salvezza delle anime [Almain, De Potestate ecclesiast, et laic.] per una giusta causa “pro rationabili causa”, la Chiesa può in tutta la cristianità trasferirne il potere “dominium transferre”. [Juan. Major in 4 sent. Dist., 24 ad 4 argument.]. Gli stessi re ammettono questi princìpi. Bossuet lo confessa quando dice nella sua “Defense de la Déclaration: “voi mi chiedete forse perché i principi stessi, negli ultimi tempi sembrano possano convenire a loro pieno grado che la Chiesa possa deporre i principi cristiani quanto meno per causa di eresia o di apostasia? È facile rispondere, questo non viene dal fatto che riconoscano al Sovrano Pontefice alcun diritto temporale, ma perché detestando l’eresia, essi permettono volentieri tutto contro se stessi se si lasciano infettare da tale peste. Del resto, avendo in orrore a tal punto l’eresia, essi sapevano bene che non cedevano a nessuno alcun diritto contro di essi, non dando il diritto se non a causa di eresia”. [Dèfense, lib. iv, t . XVlll, § 73]. I re, in una parola, sapevano che essi non sarebbero mai diventati eretici. Sapevano essi che i loro fratelli, gli altri re, sapevano che i loro successori non lo diventassero mai? Ma non discutiamo di questa ingegnosa spiegazione, e contentiamoci di tenere il dubbio fatto che constata : il diritto dato al Papa da tutti i re in caso di eresia ed il loro orrore per questa peste. Da quanto precede segue che la bolla di Paolo IV proverebbe che i Papi non sono infallibili né sovrani nella Chiesa, come pretende M. Gratry, e quindi egli deve egualmente rifiutare l’infallibilità e la sovranità ai Concili ecumenici che, sui rapporti delle due potenze e sull’eresia e gli eretici, hanno proclamato ed applicato i principi di questa bolla. Egli deve in più negare l’infallibilità della Chiesa che, tutta intera, durante i secoli ha accettato e praticato la stessa dottrina. La Bolla stessa constata questa complicità secolare della Chiesa. – Cosa fa essa dopotutto? Essa rinnova le misure prese contro gli eretici e contro i principi che li sostengono, dai predecessori di Paolo IV e dai Concili, essa dichiara che saranno affidati al braccio secolare per subire le pene determinate dal diritto. Se la Bolla è mostruosa, il diritto al quale rinvia, non lo è altrettanto, e se la potenza spirituale che comanda è criminale, la potenza secolare è forse innocente? È dunque la Chiesa stessa e tutta la cristianità che l’abate Gratry accusa di aver calpestato la verità, la giustizia, il Vangelo di Gesù-Cristo. Ecco a quale blasfema condotta conduce l’ebbrezza delle idee liberali, e per sostenerle non si esita a condannare i princìpi e la dottrina da tutti i tempi insegnata e messa in pratica nella Chiesa. La si condanna e la si stigmatizza con la stessa violenza che potrebbe attuare un nemico ed un apostata. Non c’è imparzialità per tener conto della differenza dei tempi e delle diverse necessità che ne derivano. Si giudica la Chiesa ed il suo passato per partito preso secondo le opinioni regnanti. Non si vede o non si vuol vedere che l’ordine sociale nel quale viviamo differisce dall’ordine sociale dei tempi cattolici come la notte differisce dal giorno, ed è così assurdo domandare ai secoli della fede e di unità delle leggi ed i costumi dei tempi di dubbi e divisioni che si vorrebbe ristabilire? Oggi le leggi dell’ordine antico, ai tempi di Paolo IV, l’ordine stabilito nella cristianità aveva già subito dei rudi attentati, ed il dovere del Capo della Cristianità era difenderlo, impiegare per mantenerlo tutti i mezzi che gli offrivano ancora la fede dei popoli e la legislazione universalmente in vigore negli Stati cristiani. Oggi questa legislazione non esiste più, l’unità europea è distrutta, l’eresia e l’incredulità regnano dappertutto; e da esse, non dalla Chiesa che il braccio secolare riceve le sue direttive. E M. Gratry si leva e riesuma la Bolla di Paolo IV e la getta in pasto al pubblico così incapace di comprendere qualcosa delle cose del passato, imbevuto di pregiudizi contro la religione ed egli fa questo per salvare i popoli che il Papa infallibile farebbe ripiombare nelle tenebre; per salvare la Chiesa che si perderebbe rinserrando i legami della sua unità; per salvare i re che il papato minaccia! Egli lo fa anche per salvare il cattolicesimo liberale ed affinché i governi comprendano quanto loro convenga appoggiare questo partito contro il Concilio e contro il Papa!

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Questa Bolla di Paolo IV, confermata tra l’altro da S. Pio V in una successiva bolla [Inter multiplices curas del 21 XII 1566] è stata quindi da tempo oggetto di discussioni e divisioni, ed ancora oggi è contestata da alcuni, come i gallicani alla Gratry, o gli attuali seguaci del Cavaliere kadosh 30° livello [A. Lienart con il figlioccio spirituale Lefebvre e derivati delle fraternità non-sacerdotali e delle cappellucce varie, oltre che da liberi “cani sciolti” scismatici], mentre altri ne fanno una bandiera per giustificare i loro deliri sedevacantisti. Per noi Cattolici, essa ha un’importanza storica, sia come documento del tempo, sia come elemento del Magistero della Chiesa, ma in realtà essa non è applicabile per quanto concerne la questione dei Papi “pretesi” eretici che darebbe spazio alle eresie sedevacantiste ed ai suoi scismi. I Papi “veri” infatti non sono mai incorsi nell’eresia, essendo Vicari di Cristo in terra e luce di verità infallibile per la fede e la morale. Quelli che vengono giustamente additati come eretici manifesti ed ostinati, fondatori della falsa chiesa dell’uomo, con l’intronizzazione di satana in Vaticano il 29 giugno 1963, sono gli antipapi che si sono susseguiti da Roncalli in poi [dal 28 ottobre del 1958, dopo la cacciata del legittimo Papa eletto, Gregorio XVII cardinal Siri] che, come tali, possono parlare ed agire “a vanvera”, come effettivamente è stato ed è, perché in essi opera ben altro spirito … che quello Santo! La Bolla quindi è applicabile a tutti gli ecclesiastici che sono stati e sono eretici, ma non ai “veri” Papi, che hanno tenuto sempre fede al loro impegno di Vicari perché assistiti dallo Spirito Santo in questione di fede e di morale! Gli scismatici sedevacantisti, non riconoscendo i veri Papi, sono ricorsi anch’essi alla Bolla di Paolo IV per tirare acqua al loro mulino senza voler distinguere i Papi dagli antipapi, procurando così per sé ed i loro seguaci, una messa al bando dalla Chiesa Cattolica, condizione primaria per passare poi al “calore” del fuoco eterno. – Interessante è il passaggio in cui si accenna alla 39^ sessione del Concilio di Costanza ove sono ricordate le pene inflitte a coloro che cercano di inficiare l’elezione del Papa, pene già specificate nella bolla “Felicis” di Bonifacio VIII, così come è avvenuto appunto nel Conclave del 1958, ove hanno operato gli agenti della quinta colonna, i marrani ed i massoni che hanno impedito la presa di possesso dell’Ufficio Pontificale da parte del Cardinale Siri, che aveva accettato la sua elezione all’unanimità, assumendo il nome di Gregorio XVII.

Domenica IV dopo l’EPIFANIA

Introitus Ps XCVI:7-8 Adoráte Deum, omnes Angeli ejus: audívit, et lætáta est Sion: et exsultavérunt fíliæ Judae.

[Adorate Dio, voi tutti Angeli suoi: Sion ha udito e se ne è rallegrata: ed hanno esultato le figlie di Giuda.]

Ps XCVI:1 Dóminus regnávit, exsúltet terra: læténtur ínsulæ multæ.

[Il Signore regna, esulti la terra: si rallegrino le molte genti.]

Orémus. Deus, qui nos, in tantis perículis constitútos, pro humána scis fragilitáte non posse subsístere: da nobis salútem mentis et córporis; ut ea, quæ pro peccátis nostris pátimur, te adjuvánte vincámus.

[O Dio, che sai come noi, per l’umana fragilità, non possiamo sussistere fra tanti pericoli, concédici la salute dell’ànima e del corpo, affinché, col tuo aiuto, superiamo quanto ci tocca patire per i nostri peccati.]

LECTIO

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános.

Rom XIII: 8-10

Fratres: Némini quidquam debeátis, nisi ut ínvicem diligátis: qui enim díligit próximum, legem implévit. Nam: Non adulterábis, Non occídes, Non furáberis, Non falsum testimónium dices, Non concupísces: et si quod est áliud mandátum, in hoc verbo instaurátur: Díliges próximum tuum sicut teípsum. Diléctio próximi malum non operátur. Plenitúdo ergo legis est diléctio.

[Lettura della Lettera del B. Paolo Ap. ai Romani. Rom XIII:8-10 – Fratelli: Non abbiate con alcuno altro debito che quello dell’amore reciproco: poiché chi ama il prossimo ha adempiuta la legge. Infatti: non commettere adulterio, non ammazzare, non rubare, non dire falsa testimonianza, non desiderare, e qualunque altro comandamento, si riassumono in questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. L’amore del prossimo non fa alcun male. Dunque l’amore è il compimento della legge.]

Graduale Ps CI:16-17 Timébunt gentes nomen tuum, Dómine, et omnes reges terræ glóriam tuam. [Le genti temeranno il tuo nome, o Signore: tutti i re della terra la tua gloria.] V. Quóniam ædificávit Dóminus Sion, et vidébitur in majestáte sua. Allelúja, allelúja. [Poiché il Signore ha edificato Sion: e si è mostrato nella sua potenza. Allelúia, allelúia] Alleluja

Ps XCVI:1 Dóminus regnávit, exsúltet terra: læténtur ínsulæ multæ. Allelúja. [Il Signore regna, esulti la terra: si rallegrino le molte genti. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthaeum.

  1. Gloria tibi, Domine!

Matt VIII:23-27

“In illo témpore: Ascendénte Jesu in navículam, secúti sunt eum discípuli ejus: et ecce, motus magnus factus est in mari, ita ut navícula operirétur flúctibus, ipse vero dormiébat. Et accessérunt ad eum discípuli ejus, et suscitavérunt eum, dicéntes: Dómine, salva nos, perímus. Et dicit eis Jesus: Quid tímidi estis, módicæ fídei? Tunc surgens, imperávit ventis et mari, et facta est tranquíllitas magna. Porro hómines miráti sunt, dicéntes: Qualis est hic, quia venti et mare oboediunt ei?”

[In quel tempo: Gesù montò in barca, seguito dai suoi discepoli: ed ecco che una grande tempesta si levò sul mare, tanto che la barca era quasi sommersa dai flutti. Gesù intanto dormiva. Gli si accostarono i suoi discepoli e lo svegliarono, dicendogli: Signore, salvaci, siamo perduti. E Gesù rispose: Perché temete, o uomini di poca fede? Allora, alzatosi, comandò ai venti e al mare, e si fece gran bonaccia. Onde gli uomini ne furono ammirati e dicevano: Chi è costui al quale obbediscono i venti e il mare?]

OMELIA

Omelia della Domenica IV dopo l’Epifania

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. I -1851-]

(Vangelo sec. S. Matteo VIII, 23-27)

Sonno del peccatore.

Ascende il divin Redentore, accompagnato dai suoi discepoli, su la navicella di Pietro, e si abbandona a un dolce sonno. Intanto si scatenano i venti, si turba il mare, s’alzano i flutti, e stan per sommergere il combattuto naviglio, e Gesù dorme, “ipse vero dormiebat”. Che sonno, è questo, uditori? Che mistero in ciò si nasconde? Egli è, s’io ben mi avviso, un’immagine dell’uomo giusto, che in mezzo alle agitazioni di questo mar tempestoso, qual è il mondo, riposa in pace. Tutto l’opposto dell’uomo peccatore, che dorme in seno al peccato, ma nel peccato non trova riposo. Il suo sonno è piuttosto un letargo, che annunzia la vicina sua morte. Gesù fu svegliato dalla preghiera degli spaventati discepoli, e tosto fe’ sentire il suo comando e il suo potere al mare e ai venti: cessarono questi, e l’agitato mare si cangiò sull’istante in perfettissima calma. Se le preghiere fossero valevoli a destare il peccatore addormentato nella sua colpa, vorrei gettarmi a’ suoi piedi e dirgli; fratel mio, “miserere animæ tuæ”, abbiate pietà dell’anima vostra: non aspettate a svegliarvi sulle porte dell’eternità. Aprite gli occhi sul vostro pericolo;Surge qui dormis, et exsurge a mortuis(Ad Ephes. V,4): sorgete da questo sonno mortifero, foriero d’eterna morte. Le preghiere non bastano? Volete che per agevolare il vostro risorgimento ve ne adduca i più efficaci motivi? Lo farò senza più. Vi mostrerò da prima quanto Iddio ha fatto per risvegliarvi dal sonno di morte, e poscia quanto dovete far voi per corrispondere alle amorose premure ch’Egli ha di salvarvi. –

I. Per rendere più sensibile e fruttuosa la presente spiegazione, dal sonno del divino Maestro passiamo al sonno d’un suo discepolo: avremo in ciò una luminosa scorta, onde conoscere i tratti della divina bontà, e l’obbligo della nostra corrispondenza. Là nel fondo di oscura prigione in Gerosolima, condannato a morte da Erode Agrippa, giaceva l’apostolo Pietro, e in mezzo ai custodi e alle catene tranquillamente dormiva. Quand’ecco un Angelo da Dio spedito sgombra con improvvisa luce le tenebre della carcere, e data una scossa al fianco di Pietro lo sveglia, e “sorgi” gli dice, “surge”! Mirate se non è questa una viva figura e dello stato dell’uomo peccatore, e della condotta di Dio pietoso per ricondurlo a ravvedimento e a salvezza. Peccatore fratello, io parlo con voi, io parlo di voi. Il grave peccato v’à oscurato l’intelletto, voi siete in tenebre ed ombre di morte, la sentenza di vostra eterna condanna è scritta in cielo, i demòni vi stanno a fianco, e voi stretto da tante catene, quante sono le vostre colpe, in mezzo a tanti pericoli profondamente dormite. Che ha fatto Iddio per sottrarvi da tanto rischio, per svegliarvi dal fatale letargo? Ha fatto le tante volte balenare alla vostra mente una luce superna, che vi faceva vedere la bruttezza del vizio, la bellezza della virtù, la vanità del mondo, l’importanza della salute, la miseria del vostro stato, la brevità della vita, l’orrore della morte, l’eternità delle pene. La fede dell’eterne verità si è fatta sentire vostro malgrado. Ai lampi di tanta luce più che sufficiente a farvi aprir gli occhi ha aggiunto Iddio sempre pietoso colpi e percosse: colpi d’ostinata siccità, di storilezza di campagne, di spaventosi tremoti questi pubblici flagelli ha fatto succedere particolari percosse: quella lite, peste della vostra pace, rovina della vostra famiglia, quella perdita sul mare, quella sventura nel traffico, quella lunga malattia, la morte in fine di quel vostro congiunto, tanto per voi necessario. Colpi son questi della mano di Dio diretti a scuotervi dal sonno mortifero. Pure seguitaste a dormire, come Giona al fragor de’ tuoni e della tempesta; e il misericordioso Signore per risanarvi non cessò di ferirvi. Vi ferì nel più vivo del cuore con acerbi rimorsi, con pungenti stimoli, con nere malinconie, che v’han fatto conoscere e toccar con mano che il peccato è una spina che vi trafigge, un tossico che vi avvelena, un cancro che vi rode le viscere. Fra tante punture mal soffrendo voi stesso vi siete alquanto commosso, ma, come uomo sonnacchioso, rivolto sull’altro fianco, avete prolungato la rea vostra sonnolenza. E il vostro buon Dio, mai stanco d’adoperarsi intorno a voi, vi ha fatto sentir la sua voce, voce interna di vive ispirazioni, di forti chiamate, d’amorevoli inviti, voce esterna de’ suoi ministri sul pergamo, de’ suoi sacerdoti nel sacro tribunale, voce di quell’amico fedele, di quel congiunto zelante del vostro bene, voce di quel libro devoto, che a caso vi capitò alle mani, voce partita da quel cadavere, che vi venne sott’occhio. In queste occasioni la misericordia di Dio vi ripeteva le parole dell’Angelo a Pietro dormiente , “surge!”, “sorgi”, o figlio, dal tuo sonno dannevole, sorgi dalle tue tenebre, sorgi dalle tue catene, sorgi dal miserando tuo stato, “surge”! A queste voci amorevoli avete chiuse le orecchie, e serrato il cuore. Or via, non si parli più del passato. Si tiri un velo su i vostri rifiuti. Vediamo ora quel che far dovete per corrispondere alle divine chiamate, e ritorniamo a S. Pietro.

II. Tre comandi gli fece l’Angelo liberatore, di sorgere immantinente “surge velociter, di adattarsi la veste “circumda tibi vestimentum tuum”, e di seguirlo, “et sequere me(Act. XIX, 7,8) . La stessa voce fa sentire a voi in questo giorno quel Dio, che vi vuol salvo. Sorgete, e presto senza indugio sorgete dalla cattività del peccalo, “surge velociter”. Il ritardo può essere per voi fatale. Non dite: “risorgerò”, l’avete detto tante altre volte che lascerete il peccato, che verrà la quaresima, che in quel tempo più opportuno vi convertirete davvero. Venne la quaresima, e differiste la vostra conversione alla Pasqua, dalla Pasqua alla Pentecoste e dalla Pentecoste all’altra quaresima. Rimettere ad altro tempo un affare dì tanta conseguenza è manifesto indizio di poco buona volontà. So che per questa dilazione non mancano pretesti. Io sono, voi dite, assediato da tanti affari, che mi tolgono la necessaria quiete dell’animo e il tempo materiale per pensare a me stesso,- campagne da coltivare, frutti da raccogliere, negozi da spedire, liti da sostenere, conti da aggiustare, viaggi da intraprendere. Finiti questi disturbi, cessati quest’impedimenti… Non più per carità. Che affari, che travagli, che conti! L’affare più importante è quello dell’eterna salute, la lite più seria è quella da vincersi col demonio al divin tribunale, il viaggio più premuroso è quello che conduce all’eternità. Adesso è il tempo accettevole, adesso è l’ora propizia per sorgere ornai dal pigro sonno fatale, “Hora est iam de somno surgere(Ad Rom. XIII, 11); se voi differite, la dilazione sarà la vostra rovina. Una conversione futura quanto più vi lusinga, tanto é più ingannevole. Il tempo sta in man di Dio. Verrà tempo che non avrete più tempo, e vi pentirete senza rimedio di non aver profittato del tempo. Avverrà a voi, che Dio vi guardi, come ai generi di Lot: “surgite”, disse loro il giusto Lot con somma premura, “surgite”, uscite presto da Sodoma, è imminente il suo sterminio, sta per piovere su di essa il fuoco dal cielo; ma quegli scioperati, non curando l’avviso, restarono avvolti nell’incendio dell’infame città. La seconda cosa, che l’Angelo impose a S. Pietro, fu che prese le proprie vesti se le cingesse attorno, “Circunda tibi vestimentum tuum”. Voi al sacro fonte col carattere battesimale avete vestiti gli abiti delle teologali virtù: fede, speranza e carità. Di questi abiti per il peccato mortale vi siete in certo modo spogliati. Povera fede! Le ree vostre passioni han fatto illanguidire; anzi dopo la lettura di quell’empio libro, dopo il discorso di quel miscredente è morta in voi la fede, e come una veste logora l’avete abbandonata. Ah! per pietà ripigliatela, “circumda tibi vestimentum tuum”. Esiste un Dio, esiste l’idea d’un Dio a dispetto di tutti gli sforzi dell’empietà, a dispetto di tutte le violenze, che far si possono all’intelletto. L’idea d’un Dio esistente si può cacciar dal cuore per un atto di ribelle volontà, ma non dalla mente per ragionevole convincimento. Esiste un Dio premiatore dei buoni, punitore de’ malvagi. Dopo pochi giorni di vita, la morte manderà il corpo al sepolcro, l’anima all’eternità. Qual sarà la sua sorte? La vita presente deciderà della futura. Vita da peccatore: eternità di rancore. Ecco quel che insegna la fede: ripigliatene l’abito con ben ponderarne le infallibili verità, con applicarle all’attuale vostro bisogno, “circumda tibi vestimentum tuum.” Rivestitevi in seguito dell’abito della speranza. In chi avete fino ad ora fondate le vostre speranze? Nel mondo? Ma il mondo è un traditore, ed una trista speranza ve l’ha fatto chiamar più volte con questo nome. Il mondo è una scena volubile, che oggi vi alletta, domani vi contrista. La sua incostanza non può render sicura la vostra fiducia, “præterit figura huius mundi” (I. Ad Cor. VII, 31 ). Sperereste negli uomini? Ma questi sono o mentitori per malizia, o fallaci per impotenza, “Mendaces filii hominum(Ps. LXI, 10). Non vi appoggiate dunque ad una canna sdrucita, e ad un muro pendente. Ponete tutta la vostra fiducia in Dio: Egli è l’amico vero; niuno ch’abbia sperato in Lui è mai rimasto confuso. La carità finalmente è quella veste nuziale, che assumer dovete. Di questa vi rivestirà il Padre celeste, se a Lui fareste ritorno sull’orme del figliuol prodigo. Imitate l’umiltà di questo figlio ravveduto, il suo pentimento, il suo dolore. Ai piedi del ministro di Dio deponete l’uomo vecchio con tutti i suoi vizi, spogliatevene affatto colla manifestazione sincera delle vostre colpe, colla contrizione più viva del vostro cuore: vestitevi dell’uomo nuovo con intraprendere una vita nuova, una vita cristiana, che vi dia fonduta speranza d’eterna vita. Forniti così delle vesti della fede, della speranza e della carità, resta il tener diètro all’Angelo, che, come S. Pietro, v’invita a seguitarlo, sequere me”. Fatevi scelta d’un dotto, pio e prudente confessore. Egli, dice S. Francesco di Sales, è l’Angelo visibile delle nostre anime: egli si farà scorta a’ vostri passi, vi allontanerà dai pericoli, vi guiderà per la strada della salute. E quand’anche al vostro cammino si frapponessero porte di ferro, come a S. Pietro, s’apriranno agevolmente innanzi a voi: vincerete, volli dire, coi suoi consigli ogni difficoltà, supererete ogni ostacolo, finché arrivati in luogo d’eterna sicurezza, possiate dire ancor voi, come l’Apostolo Pietro: “ora conosco in verità che il Signore ha mandato il suo Angelo a liberarmi”: quegli diceva dalle mani d’Erode, io da quelle del demonio. Io dormivo, e il mio sonno profondo era sonno di morte; mi sono svegliato, perché mi ha steso la destra il pietoso Signore: “Ego dormivi, et soporatus sum, et exurrexi quia Dominus suscepit me(Ps. V, 6). – Ho finito, ma se potessi supporre che fra voi molti ancor dormono, “et dormiunt multi( I ad Cor. XI, 50), udite, vorrei dir loro, quel che mi suggerisce il mio ministero, e l’amor che vi porto. Voi volete persistere nel sonno del vostro peccato? Morrete nel vostro peccato, e vi sveglierete sulle porte dell’inferno. Dormiva Sisara assicurato dal cortese accoglimento di Giaele, e in mezzo al sonno trafitto dall’una all’altra tempia da lungo e grosso chiodo, dal luogo del suo riposo cadde nel luogo di tutti i tormenti. Dormiva Oloferne ben lontano dal temere la morte, e in mezzo al sonno, tronco il capo dalla prode Giuditta, dal suo letto piombò nell’abisso. Dormivano le vergini stolte, “dormitaverunt omnes, et dormierunt(Matt. XXV, 5), e perché sprovviste dell’olio della carità e dell’opere buone, furono escluse per sempre dalle nozze dello sposo celeste. Ah! Mio Dio non permettete mai che avvenga ad alcun di noi somigliante sventura.

 Credo in unum Deum…

Offertorium

Ps CXVII:16; CXVII:17

Déxtera Dómini fecit virtutem, déxtera Dómini exaltávit me: non móriar, sed vivam, et narrábo ópera Dómini. [La destra del Signore ha fatto prodigi, la destra del Signore mi ha esaltato: non morirò, ma vivrò e narrerò le opere del Signore.]

Secreta Concéde, quaesumus, omnípotens Deus: ut hujus sacrifícii munus oblátum fragilitátem nostram ab omni malo purget semper et múniat. [O Dio onnipotente, concedici, Te ne preghiamo, che questa offerta a Te presentata, difenda e purifichi sempre da ogni male la nostra fragilità.]

Communio Luc IV:22 Mirabántur omnes de his, quæ procedébant de ore Dei. [Si meravigliavano tutti delle parole che uscivano dalla bocca di Dio.]

Postcommunio Orémus. Múnera tua nos, Deus, a delectatiónibus terrenis expédiant: et coeléstibus semper instáurent aliméntis. [I tuoi doni, o Dio, ci distolgano dai diletti terreni e ci ristorino sempre coi celesti alimenti.]

“L’uomo saggio costruisce la sua casa sulla roccia”

“L’uomo saggio costruisce la sua casa sulla roccia” –

[una meditazione di Fr. UK, sacerdote di S. S. Gregorio XVIII]

 Conosciamo tutti dal Vangelo di San Matteo questo importante insegnamento di Nostro Signore Gesù Cristo che parla di due uomini, un uomo saggio ed un uomo stolto, che incarnano due tipologie di persone. – Possiamo cominciare da qui: “Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così, ogni albero buono produce buoni frutti, e l’albero cattivo produce frutti cattivi. Un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non produce frutti buoni, viene tagliato e gettato nel fuoco. Perciò dai loro frutti li conoscerete”(Matteo VII, 15-20). – E continuiamo: – “Ognuno, pertanto, che ascolta queste mie parole, e le mette in pratica, sarà paragonato ad un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia (qui aedificavit domum suam supra petram), Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, e i venti soffiarono e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia (fundata enim erat eccellente petram); e chiunque ascolta queste mie parole, e non le mette in pratica, sarà simile ad un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia, cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e grande fu la sua rovina “(Matteo VII: 24-27). – Chi è un uomo saggio e perché egli è saggio? – Un uomo saggio è colui che ascolta le parole di Nostro Signore, e ha costruito la sua casa sulla roccia. – Chi è invece un uomo stolto e perché è stolto? – Un uomo stolto è colui che ascolta le parole di Nostro Signore, ma ha costruito la sua casa sulla sabbia. – E ora vedremo che cosa significhi: 1) ascoltare le parole di nostro Signore e costruire una casa sulla roccia, ed 2) ascoltare le parole di nostro Signore e costruire una casa sulla sabbia. – Vediamo quello che il Signore ha detto, appena prima di questo. – Egli ha detto che molte persone pensavano di aver fatto (in foro esterno) cose buone: hanno detto al Signore che hanno pregato per Lui, hanno profetizzato nel suo Nome, scacciato i demoni nel suo Nome, e fatto molti miracoli nel suo Nome. Ma comunque, il Signore disse loro che non li conosceva, e dovevano andar via da Lui, perché erano operatori di iniquità: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa volontà del Padre mio che è nei cieli: questi entrerà nel regno dei cieli! Molti mi diranno in quel giorno: “Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome” … ma Io dichiarerò loro: non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi che operate iniquità “(Matteo VII: 21-23). – Nel contesto di questo insegnamento di Nostro Signore, possiamo vedere chi sia l’uomo saggio e lo stolto, visto che le cose sembrano simili tra loro. Ma c’è una differenza essenziale tra di loro. – La differenza è che quelle persone che costruiscono le loro case sulla roccia sono sagge Omnis ergo qui audit verba mea hæc, et facit ea, assimilabitur viro sapienti, qui ædificavit domum suam supra petram”. (Matteo VII,24), ma l’altro tipo di persone, coloro che costruiscono le loro case sulla sabbia, sono stolte: “et omnis, qui audivit verba mea hæc, et non facit ea, similis erit viro stulto, qui ædificavit domum suam super arenam” (Matteo VII:26 ). – Perché il Signore dice che l’uomo saggio è colui che ha costruito la sua casa sulla roccia? – Perché l’uomo che ha ascoltato le parole di Dio, infatti, e si è sottomesso alla volontà di Dio, ed ha costruito la sua casa (la vita) sulla roccia (fondamento) che Dio ha comandato, poiché Dio stesso ha costruito la sua casa sulla roccia, che è Pietro: “E io ti dico: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa” (Et ego dico tibi, quia Tu es Petrus, et super-hanc petram aedificabo ecclesiam meam, et portæ inferi non prævalebunt adversus eam) (Matteo XVI:18). – San Pietro, per volontà del Signore, è stato scelto per essere la roccia della Chiesa di Dio, di modo che un uomo che ha costruito la sua casa (la vita) su questa pietra, è un uomo saggio … “un albero buono produce frutti buoni ed entrerà nel regno dei cieli “. – Ma, al contrario, un uomo che non ha costruito la sua casa (la sua vita) su questa pietra (basamento), come Dio ha comandato, è uno stolto, perché ha costruito la sua casa sulla sabbia. E non importa quante volte queste persone abbiano detto: “Signore, Signore”, o “profetizzato”, o “scacciato i demoni, e abbiano fatto molti “miracoli” … questi uomini sono operatori di iniquità, e Dio non li conosce, sono falsi profeti, essi sono l’albero cattivo che produce frutti cattivi, e questo è il motivo per cui Dio manderà quegli uomini stolti direttamente “nel fuoco”! – Così, in questo semplicissimo insegnamento, possiamo vedere le dirette conseguenze del lavoro di un uomo saggio e del lavoro di un uomo stolto: 1) ogni uomo, che ha costruito la sua casa su San Pietro, parte integrante della Casa di Dio, quest’uomo con la sua casa (la vita) appartiene al regno dei cieli! 2) La casa che ogni uomo ha costruito sulla sabbia, è parte integrante della casa del Diavolo, ed un uomo del genere non appartiene al regno dei cieli, poiché lui con la sua casa “è caduto, e grande è stata la sua rovina.” – In conclusione, si vede dal Vangelo di Nostro Signore, che Egli dice a tutti … Egli vuole che tutti entrino nel regno dei cieli, che è già iniziato sulla terra. Il Regno dei Cieli in terra è la Chiesa di Gesù Cristo, che Egli ha costruito su San Pietro e tutti i successori di San Pietro … “e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa”. – Il 26 ottobre del 1958 è stato eletto il vero successore di San Pietro, che ha scelto il nome di Gregorio XVII, e dopo di lui, il 3 maggio 1991 è stato eletto un nuovo Pontefice che ha scelto il nome di Gregorio XVIII (il 262° successore di San Pietro). Il primo è stato in una prigione e il secondo è in esilio. E infatti il primo è stato la vera roccia, ed il secondo è la vera roccia. – Sia lodato Dio per la sua roccia, su cui tutti hanno ancora la possibilità di costruire una casa, e quindi diventare un “uomo saggio”. – Sii un uomo saggio!

23 gennaio 2016

J.-J. GAUME: La profanazione della DOMENICA [lett. X e XI]

LETTERA X.

LA PROFANAZIONE DELLA DOMENICA:

ROVINA DELLA SANITÀ  (1)

3 giugno.

Signore e caro amico,

I.

Gli empi hanno viscere di bronzo [Viscera autem impiorum crudelta”. (Prov. XII, 10]. Verificato per lutti i fatti dell’istoria, e per le particolarità circostanziate contenute nella mia ultima epistola, questo motto delle nostre divine scritture, va ad esserlo abbondantissimamente per le considerazioni che oggi io vi presento. Gli empi, i quali introdussero infra noi la profanazione della domenica, come pur troppo i loro continuatori in questa opera d’iniquità, strapparono al popolo i soli beni che egli possedeva. Non contenti di avergli tolto la sua religione, i suoi godimenti di famiglia, la sua libertà, il suo benessere, il sentimento della sua dignità, gli vogliono ancora strappare l’ultimo conforto che gli rimane: la sanità. La fortuna dell’artigiano è la sua sanità. Ora la profanazione della domenica ne diventa la rovina. Da un canto, l’uomo non può del continuo operare, essendo di necessità che si riposi; dall’altro, non può riposarsi che nella domenica alla chiesa, od il lunedì alla taverna. Deggio io in prima di tutto stabilire la mia proposizione; e quindi ricercherò quali sono le conseguenze igieniche di questo doppio riposo.

II.

Da principio, l’uomo non può incessantemente lavorare. L’arco ognora teso ben tosto perde l’elasticità sua. Parimenti quell’uomo, che volesse continuamente lavorare, non lavorerebbe lunga pezza. Le infermità precoci, l’affievolimento degli organi e le malattie d’ogni specie non tarderebbero guari a vendicare la natura oltraggiata nelle sue leggi, e a condannare ad una feria forzata il temerario che avrà disdegnato d’accordarsi il riposo comandato dal Creatore. Il riposo è adunque una legge pel mortale: siccome questi non può vivere senza mangiare, cosi pure viver non può senza riposare. – Volentieri, o mal volentieri, è necessario che ciascuna sera egli ubbidisca a questo bisogno imperioso, di cui niuna scoperta, niun sistema, niun progresso valse infino al presente a renderlo padrone. – Ma siffatto riposo di ciascun giorno basta esso per confortare in una giusta misura le forze del mortale, e conservarlo lungamente in un’età di vigore e di sanità? Domandiamone la risposta non ai teologi ed ai padri della Chiesa, ma ai filosofi i meno sospetti, ai medici i più esperimentati, ai fisiologisti i più abili tanto in Francia che altrove. Ecco in sulle prime un filosofo contro a cui hanno nulla da obbiettare coloro, i quali noi combattiamo: « Che debbesi mai pensare, domanda Rousseau , di coloro che vogliono torre al popolo le sue feste, come altrettante distrazioni, che lo allontanano dal lavoro? Cotesta massima è barbara e falsa. Tanto peggio se il popolo non abbia spazio che per guadagnar il suo pane; fa d’uopo ancora che ne ritenga per mangiarlo con gioia; senza di che egli non raccorrà grande pezza. Iddio giusto e benefattore, il quale esige che si occupi, vuole altresì che si ricrei. La natura a lui impone ugualmente l’esercizio e il riposo, il piacere e la pena. L’avversione al lavoro aggrava più l’infelice, che l’istesso lavoro. Volete voi rendere un popolo attivo e laborioso? Date a lui delle feste…. De’ giorni così consumati infonderanno lena agli altri » .- Secondo Rousseau, il riposo ebdomadario di un sol giorno non bastando, fa di mestieri per entro regolati intervalli, d’avere un riposo più compiuto. « Havvene neressità, soggiunge Cabanis, ne’ laboratori chiusi; sopratutto in quelli nei quali l’aria si rinnova con difficoltà. Quivi, le forze muscolari ratto ratto diminuiscono, la riproduzione del calore animale languisce, e gli uomini di complessione la più robusta contraggono il temperamento mobile e capriccioso delle femmine. Lungi dall’influenza di questa aria salubre, e di questa viva luce, di cui si fruisce sotto la vòlta del cielo, il corpo languisce in qualche maniera, come una pianta priva dell’aria, e del giorno; il sistema nervoso può degenerare in torpore, e troppo sovente, non ne esce, che per irregolari eccitamenti. – « Non se ne abbisogna di meno, aggiunge un giudizioso osservatore, nei laboratori più coperti, dove si raduna un gran novero di operai. L’esercizio istesso della loro professione e la loro agglomerazione non tarda troppo ad infettar l’aria…. l’atmosfera si trova presto presto piena e zeppa d’acido carbonico, di miasmi mortiferi, di polvere e di molecole metalliche, cose tutte, le quali introducono negli organi polmonari degli agenti di distruzione più o meno rapida. Così, quasi per tutto dove esistono manifatture, fabbriche ed altre case d’industria di qualunque genere siasi, che esigano il concorso d’una grande quantità di braccia, si produce tosto una specie di degenerazione, la quale si manifesta prontamente presso gl’individui. » Facce pallide, le quali conservano un’espressione dura e spiacevole, costituzione diafana negli uomini, fisionomia bacata e dolorosa nelle femmine, bamboli, che portano dal loro entrare nella vita le marche, indelebili della maledizione che sembra pesare in sur gli autori de’ loro giorni; sono l’affliggente spettacolo che presentano comunemente queste riunioni di operai. Se, per nutricare le famiglie loro, dovettero eglino curvarsi durante tutta la settimana sovra il mestiere o i banchi loro, nella domenica almeno possa ciascun di essi rimettersi dalle tollerate fatiche e ringagliardire le forze, colle quali sia in grado di riprendere l’opera con una novella energia». « Esso è necessario agli uomini, i quali affaticano al di fuori e portano il peso del giorno. Di questi stando gli uni esposti al sole, alla pioggia, al vento ed a tutte le intemperie delle stagioni, lavorano la terra, e depongono nel seno d’essa, colla semenza che fruttificherà, una porzione della forza e vita loro. Gli altri tagliano con lunghi sforzi le foreste e le rupi, quelli si seppelliscono nelle viscere della terra, ed avventurano l’esistenza loro nel seno dei vapori letali, cui occultano le profondità del globo, esposti alle frane ed a mille accidenti d’ogni specie. Chi non capisce quanto tutte queste persone di professioni così travagliose abbisognino d’un riposo riparatore? » Esso è necessario agii uomini di gabinetto il lavoro dei quali agisce più che ogni altro mai d’una maniera dannosa sovra la sanità. Esso è necessario particolarmente eziandio al commerciante seduto al suo banco, ed a coloro cui egli associa alla sua solitudine. Per poco che si rifletta circa il prodigioso raddoppiamento d’attività, necessitato per lo sviluppo dell’industria, per l’accrescimento rapido delle relazioni commerciali, per l’estensione delle operazioni giornaliere de’ diversi stabilimenti di negozio, si resta persuaso che una giornata periodica di riposo è divenuta più necessaria che giammai. Dal tempo de’ nostri padri, le case istesse le più modeste, nelle quali vendevansi degli oggetti necessari di consumazione, avevano in tutti i dì certe ore di requie, durante le quali il mercatante rinchiudevasi per liberamente mangiare, e per abbandonarsi alcuni istanti ad un assoluto riposo. Chiunque fossesi presentato per comperare, l’avrebbero invitato gentilmente a ritornare in un altro momento.» Presentemente, non vi ha più respiro. – Il mercatante e ’l suo commesso trangugiano frettolosi i loro pasti senza interrompere le operazioni, i calcoli loro, ed in alcune città le fatiche del commerciante sono ancora aumentate per veglie soventemente protratte, donde viene quella caterva di malattie, le quali riempiono le pagine delle fisiologie medicinali. Lungi impertanto, che il giorno di festa sia divenuto meno vantaggioso per codesta classe di persone, debbesi riconoscere al contrario, che per esse bisognerebbe inventarlo, se non esistesse; imperciocché egli è forse a queste stesse che i suoi benefizj sono maggiormente proficui » [Perennès, Institulion du dimanche, p. 112. Àn. IV. — La Prof, , ecc].

III.

Egli è adunque evidentissimo, che il riposo ordinario di ciascun giorno non basta punto all’uomo; la sua sanità esige di tanto in tanto un riposo compiuto. Tale è la conclusione della scienza, e noi vedremo in breve che tale è pur anco quella dell’esperienza. Io dico male; imperocché di già la nostra esperienza personale non ci lascia alcun dubbio sovra di siffatto soggetto. Ma a quali intervalli debbe rivenire questo riposo per esser veramente riconfortatore? Se i giorni che voi feriate, son troppo frequenti, la ristrettezza, l’affanno della mancanza di lavoro, e le conseguenze funeste ch’essa ingenera, alterano la vostra instituzione. Se intervalli troppo grandi li separano, l’inconveniente della fatica eccedentemente prolungata sussiste, e il riposo incompiuto non inanimirà che a metà lo smarrimento delle forze. Trovansi soltanto due mezzi per risolvere questo importante problema, la rivelazione e l’osservazione. Ora il Signore, che creò l’ uomo, e ne misurò le forze, a lui intimò: “Tu ti riposerai il settimo giorno”. E qualunque siasi scienza, qualunque siasi filosofia s’inchinò mutola avanti la legge del Signore. S’attentarono esperimenti con grande schiamazzo per sostituirle delle leggi umane, e queste effimere leggi sono divenute oggetto di derisione e disprezzo. Tu ti riposerai nel settimo dì, qualunque sia la natura delle tue occupazioni, e ciò sotto pena di più grave pericolo per la tua sanità ed anche per la tua vita: tale è eziandio la conclusione a cui conduce l’osservazione profonda delle leggi fisiologiche del mortale. Prestiamo l’orecchio intorno a ciò ad un celebre medico protestante, il dottore Farr. In un rapporto indirizzato al Parlamento, egli s’esprime cosi: «L’osservanza della domenica deve essere annoverata non solamente infra i doveri religiosi, ma anche tra i doveri naturali, se la conservazione della propria vita è un dovere, e se uno è colpevole di suicidio distruggendola prematuramente. Io non parlo qui che come medico, e senza occuparmi in niuna maniera della questione teologica [Archives du Chist., 1835, p. -183 et seg.]. – Perciò, a meno d’accusare l’Altissimo istesso d’imprevidenza, la rivelazione di menzogna, l’osservazione la più coscienziosa di vaneggiamento, od i nostri esperimenti personali d’illusione, fa di mestieri riconoscere due cose: la prima che il riposo è necessario all’ uomo; la seconda che il riposo ordinario di ciascun giorno non basta, e che abbisogna dargli un riposo più compiuto, un giorno sovra sette. – Argomento questo che trionfa ormai d’ogni contrario insegnamento. – Potrebbesi obbiettare l’esempio dei Cinesi e degl’Indiani, i quali non rispettano il riposo del settimo dì. Io rispondo: 1° che questi popoli nulladimeno in differenti stagioni hanno dei giorni di riposo, come al principiar del novello anno, che celebrano per otto e dodici giorni di solennità; al piccolo novello anno, cioè a metà, dell’annata, ed anche al rinnovellamento della luna; 2° che in conseguenza delle loro preoccupazioni esclusivamente matèrialiste, essi sono snervati: la mollezza, la poltroneria formano il carattere loro; l’immoralità è presso de’ medesimi al suo stremo; la miseria in permanenza; le malattie epidemiche vi sono più terribili e più frequenti; 3° che a cagione della diversità del clima, e dell’abitudine, che gli obbligano a protrarre assai più, che noi il riposo quotidiano, è possibile che il riposo regolare del settimo dì loro sia meno necessario. Ma in Europa, colla nostra attività indefessa, e colla nostra vocazione intellettuale, si comprende ugualmente l’indispensabile necessità d’un riposo regolare.

LETTERA. XI.

LA PROFANAZIONE DELLA DOMENICA

ROVINA DELLA SANITÀ ( Seguito ).

10 giugno.

I.

Signore e caro amico, Quello che mi scrivete voi nella vostra risposta dell’incredulità di certi uomini intorno al fatto di Rimini, non debbe punto istupirvi, eppure tiene del prodigioso. Ecco per verità degli uomini che si vantano per ispiriti forti, per ispiriti superiori, per ispiriti estesi, e che lo credono ancora più di quello che lo dicono; degli uomini che, in ciascun giorno, ammettono, in sulla fede di due o tre de’ loro simili, degli aneddoti, de’falli, delle dottrine, delle quali mille altri pretendono aver ben molte ottime ragioni di dubitar, e che le ammettono come parola di Vangelo, come base di governo, come regola infallibile di condotta. E codesti stessi uomini, senza solida ragione, negano un fatto strepitoso, ripetuto cento fiale durante quindici giorni in presenza di miriadi di testimonj, sani di corpo e di mente, e che l’attestano come potrebbero attestare l’esistenza di sé. Ecco un’ostinazione, che certo ha del prodigioso, ma la pretendenza loro ne ha assai di più. Non vogliono eglino ammettere il miracolo di Rimini, e pretendono farne ammettere un altro, avanti il quale allibiscono tutti quelli che giammai si operarono, quell’istesso compresovi della creazione del mondo: questo è il miracolo dell’occhibagliolo in sessanta mila persone, durante quindici giorni 11! – In fallo di miracoli, voi vedete che l’incredulità vi largheggia alla grossa. Per me, tutto cattolico, che io mi sono, vi confesso che la mia fede non è punto abbastanza robusta per ingojare m simile smargiassone; e se non si può essere incredulo che a cotal prezzo, io vi rinuncio. – Voi mi richiedete del motivo di siffatta negazione la più ridicola; scrutato non già lo spirito, ma i1 cuore di codesti signori, e voi lo troverete. In un ripostiglio il più recondito di codesto povero cuore si rannicchia una ragione di non credervi, e questa ragione è un interesse: allora tutto a voi sarà spiegato. Lasciatevi voi sorprendere il dito per entro l’imboccatura de’ denti di certe macchine, e tutto il vostro corpo sarà costretto a passare fra mezzo de’ cilindri: Ammettere un miracolo, un solo, è lasciarsi cogliere dai denti del Cattolicismo. Ora, siate sicuro, che non ammetteranno questo miracolo, fosse ben anche questo la risurrezione d’un morto; poiché, a niun conto assolutamente vogliono essi lasciarsi guadagnare dal Cattolicismo, opponendovisi il loro interesse. – Se ne dubitate, io faccio con voi una scommessa. Supponiamo che domani l’assemblea legislativa decreti, che chiunque, in sul territorio della Repubblica francese, crederà che due e due fanno quattro, sarà obbligalo, sotto pena di morte, di confessarsi: non sono io peritoso di porre pegno che dopodomani si troveranno cinquanta giornali, e cinquantamila uomini, che avranno provato, per cinquanta ragioni, migliori le une delle altre, che due e due non fanno punto quattro; che ciò non è dimostrato; che essi non possono crederlo ; eh’essi non lo credettero mai. Ecco l’uomo! Egli è sempre il cuore che nuoce alla testa di lui.

II.

Lagnatevi unicamente con voi, se vi piace, signor Rappresentante, della mia digressione: è la vostra lettera che mi vi sospinse. Del resto, io non credo d’essermi troppo allontanato dal mio soggetto, conciossiachè abbia ancora odiernamente degli increduli a convincere. Ora, dopo avere istabilito 1’assoluta necessità del riposo settenario per la sanità, tratto la seconda parte della mia proposizione, e pronuncio che i1 mortale non può riposarsi che nella domenica – alla chiesa o nel lunedì alla biscazza. – Sostenendo che l’uomo non può riposarsi che nella domenica o nel lunedì, voi comprendete che non parlo d’un potere assoluto. Io so perfettamente ch’è libero all’uomo di scegliere, per suo riposo, il giorno a lui piacevole, ma io ragiono dietro un fatto costante, e passato in abitudine. Ora, questo fatto, che ciascun vede coi suoi occhi, è che in realtà il lavoro non vien sospeso, che nella domenica, o nel lunedì. Tale è la potenza di simile abitudine, che l’industriale, il negoziante, il lavorante, non

potrebbero senza eccitar la sorpresa generale, e concitarsi degli sberteggiamenti d’ogni natura, prendere il mercoledì, od il giovedì, per esempio, per darsi al riposo. – Fa d’uopo’ adunque eleggere infra la domenica e il lunedì, infra il riposo della chiesa, e i1 riposo delle biscazze. Disaminiamo quale dei due ò veramente ravvivante, veramente igienico.

III.

« Se si avverte, continua il dottore inglese di già citato. che la religione produce la pace dell’anima, la confidenza in Dio, i sentimenti interiori del benessere, non si tarderà a convincersi che essa è una fonte di vigore per lo spirito, e per l’intermedio dello spirito un principio di forze pel corpo. Il santo riposo della domenica infonde nel corpo un novello germe di vita. L’esercizio laborioso del corpo e dello spirito, ugualmente che la dissipazione delle sensuali voluttà, sono i nemici del mortale tanto, quanto una profanazione del sabbato, frattanto che le gioie della quiete nella famiglia, gioie unite agli studj ed ai doveri che impone il giorno del Signore, tendono a prolungar la vita umana. Quest’è la sola e perfetta scienza, la quale rende il presente più certo, ed assicura la felicità avvenire. » Egli è vero, che 1’ecclesiastico ed il medico debbono operare nella domenica pel vantaggio dèlla comunità; ma io ho riguardalo come essenziale alla mia conservazione di restringere il mio lavoro della domenica allo stretto necessario. Io ho osservato sovente la morte precoce de’ medici, i quali s’occuparono continuamente: e ciò sopratutto è visibile ne’ paesi caldi-. Quanto agli ecclesiastici, io loro consigliai di riposarsi in un altro dì della settimana. Ne conobbi parecchi che sono morti per cagione de’ loro lavori durante questi giorni, perché non avevano di seguito abbracciato un equivalente riposo. Conobbi pur anco de’ personaggi parlamentari che sidistrussero la sanità per aver negligentato questa economia della vita. Al postutto, all’uomo abbisogna che il suo corpo goda di requie un giorno sopra sette, e che il suo spirito si abbandoni ad un cangiamento d’idee, che conduce il giorno instituito per una ineffabile sapienza » [Archivi. du Christ., \ 835, 168]. – Di questa guisa , un’avventurosa diversione a’pensieri, i quali durante tutta la settimana occuparono lo spirito, ed affaticarono gli organi, la calma dell’anima, la tranquillità del cuore, la preghiera, la conversazione con se stesso e con Dio, la pompa delle cerimonie, la gravità e l’unzione della santa parola, il silenzio che regna dovunque, le gioie della famiglia, le rimembranze degli avi, di cui si visitò la tomba, l’aspirazione del1’essere tutto intero verso il cielo; tutte queste cose collocano l’uomo come in un nuovo mondo, lo fanno respirare in una atmosfera più pura, e sono meravigliosamente proprie a riposare insieme e i1 corpo e l’anima. Senza essere fisiologista, nè medico, si capisce senza pena quanto un somigliante riposo sia igienico e riparatore.

IV.

Tal è il riposo della domenica. N’è altrettanto di quello del lunedì? Evidentemente no: poiché il riposo del lunedì non è punto il riposo dell’anima e del corpo, il riposo del lunedì, esso è il riposo nella dissolutezza, atteso che cotesto è il riposo alle taverne. Lungi d’essere ravvivificatore, cotesto riposo è più letale che il lavoro. Crederassi forse, che l’eccesso nel nutrimento e nella bevanda; che l’uso esagerato de’ spiritosi liquori; che le veglie prolungale nell’orgia; che le passioni infiammate per lo vino, pei canti o pei discorsi osceni; che gli impeti di collera, le querele, le risse; che i rivoltamenti di tutte le abitudini d’ordine e dì sobrietà siano mezzi buoni ed igienici, capaci di supplire equivalentemente al salutare riposo della domenica, e perfettamente proprj a ristorare le forze sfinite, a rinfrancare il temperamento, e a conservare la sanità? Proporre la questione egli è risolverla. – Accordo io che la profanazione della domenica e i1 riposo funesto delle bettole, che n’è l’ordinaria sequela, non trascinino subitamente alla malattia od alla morte. Tuttavia tenete per certo che le invita 1’una e 1’altra. Non si burla punto impunemente di Dio: tanto di Dio autore delle leggi morali, le quali regolano le condizioni della vita dell’anima, quanto di Dio, autore delle leggi fisiche, le quali presiedono alla conservazione della vita, e della sanità del corpo. L’intemperanza del lavoro, come quella della mensa, è la violazione della prima legge igienica, che l’Onnipotente abbia dato al mortale, e l’intemperanza ne fa perire troppo più che non la spada. – Interrogate l’esperienza. Sovra chi principalmente si scagliano le malattie contagiose? Per chi si riserbano le febbri endemiche? In quali classi, tra quali persone il sudor maligno, e il cholera menarono di recente maggiore strage? Dovunque vi si ripeterà ch’è infra le classi lavoratrici e gli uomini, che la profanazione della domenica predisposto aveva a questi terribili flagelli, corrodendo la costituzione loro per un lavoro eccessivo, e sospingendoli all’intemperanza ed all’irregolarità nelle abitazioni di vivere; tale è la regola. Si contano tremila anni dacché il Creatore e’ i1 medico dell’uomo a questo predisse, che il cholera sarà la punizione dell’intemperanza, cio è del disprezzo delle leggi igieniche stabilite dalla Provvidenza, e tra queste leggi igieniche, noi lo provammo, quella che primeggia, è la legge del riposo ebdomadario [“Vigilia, cholera et tortura viro infrunito in multis escis erit infirmitas, et aviditas appropinquabit usque ad colera”. (Eccl. XXXI, 23; XXXVII, 53]. Quali rivelazioni spaventevoli, la scienza non avrebbe essa mai a farci in prova di ciò ch e io propongo, se essa volesse scrutinare, colla fiaccola della fede alla mano, le prime radici del suicidio, della follia , codeste epidemie morali, le quali si estendono al pari d’una schifosa lebbra in sur i popoli moderni! Né voi, né io, signore, ne dubitiamo, e niuno può dubitare: un ampio, un amplissimo posto è qui occupato per la violazione della legge igienica del riposo sacro. – Quello che io posso dire, è che secondo la testimonianza di accreditati medici, sopra cento casi di follia, novantadue deggiono essere attribuiti all’eccesso delle passioni, principalmente dell’orgoglio e della voluttà. Ma dove s’esaltano sopratutto le passioni delle classi lavoratrici, che formano i due terzi della Francia? Dove si riscaldano le teste ai ragionari anarchici, eccitatori dell’orgoglio; dove si scialacqua con disorbitanza il vino, padre della lussuria? Non è egli mai alle taverne? E chi mai le riempie? Non è essa forse in prima di tutto la profanazione della domenica? Quello che aggiungere posso ancora, si è che i Consigli di revisione constatano la degenerazione rapida della specie nei paesi, dove la domenica è abitualmente profanata, a tal segno che, in su cento giovanotti, se ne trovano appena venti che siano atti al servizio. – Quello che ultimamente posso io aggiungere, quantunque voi lo sappiate meglio di me, si è che le municipalità dei grandi centri d’industria reclamarono energicamente, ed a più riprese le misure le più urgenti per ottenere il riposo della domenica, e regolare le condizioni del lavorio che logora le popolazioni. A convincervi della trista situazione in cui queste trovansi, vi bastino questi pochi esempi. – Nel 1837 la Senna inferiore dovendo fornire un’contingente di 1,609 uomini, fu d’uopo riformarne 2,044. Così avvenne in Proporzione alle cillà di Rouen, Mulhouse, Elbeuf e Nimes. «Àl rapporto di ufficiali esperimentali, la costituzione de’ nostri soldati è, in generale, delle più deboli. Ne risulta una grande perdita d’effettivo lorquando si entra in campagna; e codesta conseguenza fu talmente rimarcata, che molti scrittori militari attribuirono allo stato fisico della nostra armata i disastri che nel 1813, e 1814 percossero la Francia.Sovra 300,000 coscritti, un terzo riparava all’ospedale nei due o tre primi mesi di campagna; imperocché questi poveri giovani, sì prodi in sul campo di battaglia, non avendo più la forza di portare le loro armi nelle marce forzate, o di bravare le intemperie delle scolte, soccombevano alla nostalgia, al tifo ed a tutte quelle infermità epidemiche che avevano riempiuto Dresda e Mayence nel 1813 e Parigi, nel 1814, di vaste e gloriose tombe » [Influence des fabriques etc.].

V.

Sarebbemi agevole il moltiplicare questi racconti affliggenti; ma essendo stati altrove registrati, io ne prescindo [Histoire de la Société domestique, t. II , ch. 8 e 9]. È impertanto sodamente stabilito che la legge della santificazione della domenica è una legge eminentemente igienica; e che per essa l’Eterno protegge la sanità dell’uomo contra un doppio pericolo: l’egoismo del padrone che vorrebbe esigere un lavoro mortifero, e l’ardore inconsiderato dell’operaio, pel lavoro, come gli eccessi di un funesto riposo. – Il mortale non volle tenerne conto, e tutta l’economia della sua esistenza venne intorbidata. Religione, società, famiglia, libertà, benessere, dignità, sanità, ricco patrimonio che formava la felicità de’ suoi avi, e che dovea far la sua, tutto cade in rovina, e codeste rovine, ch’egli non dimentica, sono umanamente irreparabili. Ancora un poco, e se non s’affretta di ricoverarsi sotto la legge, la quale sola garantisce tutti i beni, perirà corpo ed anima nelle convulsioni della più orrenda anarchia che giammai abbia spaventato il mondo, e niuno ne lo compiangerà. – Al contrario, tutti coloro i quali intenderanno questi gridi di dolore, scuoteranno il capo, e diranno: quest’è la sorte che a lui spetta; gli avvertimenti a lui non mancarono; volle egli correre al supplizio, sen corra adunque al supplizio; alla morte, che sen vada alla morte; alla miseria ed alla schiavitù, che sen vada alla miseria ed alla schiavitù [“Qui ad mortem ad mortem, et qui ad gladium ad gladium, et qui ad famem ad famem, et qui ad captivitatem ad captivitatem.” (Jerem ., XV, 2]. – Popolo sfortunato! abbi adunque infine pietà di te stesso: riconosci l’e rrore fatale del quale tu sei la vittima. Traviato per un sentimento funesto d’indipendenza, tu scuotesti il giogo di tuo padre; e come il prodigo del Vangelo, tu sei sdrucciolato in un’ignominiosa schiavitù. Tu ricercasti la gloria, ed hai trovato l’onta. « Povero popolo! quando mai aprirai tu gli occhi? Uomini di travaglio, servitori, operai, artigiani, immensa famiglia de’ lavoranti, sì diletta alla Chiesa, quando riconoscerete voi che siete burlati, e tratti in perdizione? Sì, si predicò a voi in nome della libertà il disprezzo della domenica. Eh! non sentite che il giogo si è aggravato in sugli omeri vostri, e che l’egoismo vi tratta ora con un’ alterigia insultante? Si fece al cospetto vostro una grande pompa delle perdite che vi cagiona il riposo religioso. Eh! Non vedete che esiste per voi un riposo più rovinoso e più umiliante, quello della taverna, e quello dell’infermità, necessaria conseguenza della dissolutezza o d’un lavoro smodato? Cristiani, riconoscete la vostra dignità; e, per comprenderla, venite in ciascheduna domenica a far corona a questa sacra tribuna, dove il sacerdote di Gesù Cristo vi ridirà la vostra origine tutta celeste, il prezzo della vostra redenzione, ch’è il sangue d’un Dio, il vostro sublime destino, ch’è la possessione d’una felicità senza fine e misura » [Mandement de monseigneur l’Évéque de Beauvais, 1844]. – A questi paterni avvertimenti dati ai popoli, aggiugnerò qualche consiglio a’ mandatarj de’ medesimi. Gradite, ecc.

 

CONVERSIONE DI SAN PAOLO

25 GENNAIO

CONVERSIONE DI SAN PAOLO

Uno dei più gloriosi trionfi della grazia divina è senza dubbio la Conversione di S. Paolo, di cui la Chiesa oggi celebra una festa in particolare. S. Paolo era giudeo della tribù di Beniamino. Fu circonciso l’ottavo giorno dopo la sua nascita, ed ebbeil nome di Saulo. Apparteneva come il padre alla setta dei farisei; setta la più rigorosa, ma nello stesso tempo la più depravante. – I suoi genitori lo mandarono per tempo a Gerusalemme, alla scuola di Gamaliele, celebre dottore in legge. Sotto questa sapiente guida Saulo si abituò alla più esatta osservanza della legge Mosaica. Questo zelo fu quello appunto che fece di Saulo un bestemmiatore e il persecutore più terribile dei seguaci di Gesù. Ecco noi lo vediamo nella lapidazione di Stefano custodire le vesti dei lapidatori non potendo far altro per mancanza dell’età prescritta; egli stesso però lapidava nel suo cuore non solo Stefano, ma tutti i cristiani, avendo in mente una sola cosa: sradicare dalle fondamenta la Chiesa di Dio e propagare in tutto il mondo il giudaismo. – Con questo zelo quindi non vi è niente da stupire se fu uno di più crudeli, anzi il più terribile ministro nella persecuzione che si eccitò contro i cristiani di Gerusalemme. Saulo fu il promotore e capo di questa persecuzione e ben presto fece scomparire i cristiani che colà si trovavano o imprigionandoli o bandendoli; ma non ancora pago di ciò chiese lettere autorizzative al Sommo Sacerdote per poter far strage anche dei cristiani rifugiatisi in Damasco. Qui però il Signore l’attendeva; qui la grazia divina doveva mostrare la sua potenza. – Eccolo pertanto sulla via di Damasco, scortato da buona mano di arcieri, tutto spirante furore e vendetta. – Ma d’improvviso una fulgida luce l’abbaglia e l’acceca; una forza misteriosa lo balza da cavallo ed ode una voce celestiale: « Saulo, Saulo! perchè mi perseguiti? » — E chi sei tu? risponde Saulo, meravigliato e spaventato ad un tempo. Ed il Signore a lui: — Io sono quel Gesù che tu perseguiti. — E che vuoi ch’io faccia, o Signore? chiede Saulo interamente mutato dalla grazia. — Va in Damasco, gli rispose il Signore benignamente, colà ti mostrerò la mia volontà. – Saulo si alza, ed essendo cieco si fa condurre a Damasco, dove rimane per tre giorni in rigoroso digiuno e in continua orazione. Al terzo giorno Anania, capo della Chiesa Damascena per rivelazione di Dio si porta nel luogo dove si trovava Saulo, lo battezza, cangiandogli il nome di Saulo in Paolo. – Da quel momento in Paolo non regna più il primitivo naturale: la grazia di Dio incomincia la sua opera santificatrice per formare il vaso di elezione, l’apostolo delle genti. – Paolo docile ai voleri di Dio tanto crebbe nell’amore di Gesù che arrivò a dire: e chi mi separerà dalla carità del mio Gesù? forse la persecuzione? la fame? i sacrifici o la morte? Ah, no, né vita né morte, né presente, né futuro saranno capaci di separarmi da quel Gesù per cui vivo, per cui lavoro e col quale sono crocifisso. – Egli sarà la mia corona perché non sono già io che vivo, ma è Gesù che vive in me.

PRATICA. — Iddio permette nella Chiesa le persecuzioni affinché potata la sua vigna, produca poi frutti più abbondanti. (S. Agostino).

PREGHIERA. — Dio, che con la predicazione del beato Apostolo Paolo hai istruito il mondo universo; deh! fa, che mentre oggi veneriamo la sua conversione, per i suoi esempi veniamo a te. Così sia.

CONVERSIONE DI SAN PAOLO 

[Dom Guéranger: l’Anno liturgico, vol. I]

Abbiamo visto la Gentilità, rappresentata ai piedi dell’Emmanuele dai Re Magi, offrire i suoi mistici doni e ricevere in cambio i doni preziosi della fede, della speranza e della carità. La messe dei popoli è ormai matura; è tempo che il mietitore vi ponga la falce. Ma chi sarà questo operaio di Dio? Gli Apostoli di Cristo non hanno ancora lasciata la Giudea. Tutti hanno la missione di annunciare la salvezza fino agli estremi confini del mondo, ma nessuno fra loro ha ancora ricevuto il carattere speciale di Apostolo dei Gentili. Pietro, l’Apostolo della Circoncisione, è destinato particolarmente, al pari di Cristo, alle pecore smarrite della casa d’Israele (Mt. XV, 24). Tuttavia siccome è il capo e il fondamento, spetta a lui aprire la porta della Chiesa ai Gentili, e lo fa solennemente, conferendo il Battesimo al centurione romano Cornelio. – Intanto la Chiesa si prepara: il sangue del Martire Stefano e la sua ultima preghiera otterranno un nuovo Apostolo: l’Apostolo delle Genti. Saulo, cittadino di Tarso, non ha visto Cristo nella sua vita mortale e soltanto Cristo può fare un Apostolo. Dall’alto dei cieli dove regna impassibile e glorificato. Gesù chiamerà Saulo alla sua scuola, come chiamò negli anni della sua predicazione a seguire i suoi passi e ad ascoltare la sua dottrina i pescatori del lago di Genezareth. Il Figlio di Dio rapirà Paolo infino al terzo cielo, e gli rivelerà tutti i suoi misteri; e quando Saulo avrà avuto modo, come egli narra, di vedere Pietro (Gal. 1, 18) e di paragonare con il suo il proprio Vangelo, potrà dire :« Io non sono meno apostolo degli altri Apostoli ». – È appunto nel giorno della Conversione di Saulo che ha inizio questa grande opera. È oggi che risuona quella voce che spezza i cedri del Libano (Sal. XXVIII, 5), e la cui immensa forza fa del Giudeo persecutore innanzitutto un cristiano, nell’attesa di farne un Apostolo. Questa meravigliosa trasformazione era stata vaticinata da Giacobbe allorché sul letto di morte svelava l’avvenire di ciascuno dei suoi figli, nelle tribù che dovevano uscire da essi. Giuda ebbe i più alti onori: dalla sua stirpe regale doveva nascere il Redentore, l’atteso delle genti. Beniamino fu annunciato a sua volta sotto caratteristiche più umili, ma pure gloriose: sarà l’avo di Paolo, e Paolo l’Apostolo delle genti. Il santo vegliardo aveva detto : « Beniamino é un lupo rapace: al mattino si prende la preda; ma alla sera distribuisce il bottino » (Gen. XLIX, 27). Colui che nell’ardore della sua adolescenza si scaglia come un lupo spirante minaccia e strage all’inseguimento delle pecore di Cristo, non é forse – come dice sant’Agostino (Disc. 278) – Saulo sulla via di Damasco, portatore ed esecutore degli ordini dei pontefici del Tempio e tutto ricoperto del sangue di Stefano che egli ha lapidato con le mani di coloro ai quali custodiva le vesti? Colui che, alla sera, non rapisce più le spoglie del giusto, ma con mano caritatevole e pacifica distribuisce agli affamati il cibo vivificante, non é forse Paolo, Apostolo di Gesù Cristo, bruciante d’amore per i suoi fratelli, e che si fa tutto a tutti, fino a desiderare di essere anatema per essi? – Questa é la forza vittoriosa dell’Emmanuele, forza sempre crescente e alla quale nulla può resistere. Se egli vuole come primo omaggio la visita dei pastori, li fa chiamare dai suoi angeli le cui dolci note sono bastate per condurre quei cuori semplici alla mangiatoia dove giace sotto poveri panni la speranza d’Israele. Se desidera l’omaggio dei principi della Gentilità, fa spuntare in cielo una stella simbolica, la cui apparizione, aiutata dall’intimo moto dello Spirito Santo, fa decidere quegli uomini a venire dal lontano Oriente a deporre ai piedi d’un bambino i loro doni e i loro cuori. – Quando è giunto il momento di formare il Collegio Apostolico, cammina sulle rive del mar di Tiberiade, e basta la sola parola: Seguitemi, per legare a lui gli uomini che ha scelti. In mezzo alle umiliazioni della sua Passione, un suo sguardo cambia il cuore del discepolo infedele. Oggi, dall’alto dei Cieli, compiuti tutti i misteri, volendo mostrare che Egli solo è maestro dell’Apostolato e che la sua alleanza con i Gentili è consumata, si manifesta a quel Fariseo che vorrebbe distruggere la Chiesa; spezza quel cuore di Giudeo e crea con la sua grazia un nuovo cuore d’Apostolo, un vaso di elezione, quel Paolo che dirà d’ora in poi : « Vivo, ma non son già io, bensì Cristo che vive in me» (Gal. II, 20). – Ma era giusto che la commemorazione di quel grande evento venisse a porsi non lontano dal giorno in cui la Chiesa celebra il trionfo del Protomartire. Paolo è la conquista di Stefano. Se l’anniversario del suo martirio s’incontra in un altro periodo dell’anno (29 giugno), non poteva fare a meno di apparire accanto alla culla dell’Emmanuele, come il più splendido trofeo del Protomartire; i Magi esigevano anche il conquistatore della Gentilità di cui formavano le primizie. – Infine, per completare la corte del nostro grande Re, era giusto che si elevassero ai lati della mangiatoia le due potenti colonne della Chiesa, l’Apostolo dei Giudei e l’Apostolo dei Gentili: Pietro con le chiavi e Paolo con la spada. Betlemme ci sembra allora ancor più l’immagine della Chiesa, e le ricchezze della liturgia in questa stagione ci appaiono più belle che mai. – Noi ti rendiamo grazie, o Gesù, perché hai oggi abbattuto il tuo nemico con la tua potenza, e l’hai risollevato con la tua misericordia. Tu sei veramente il Dio forte, e meriti che ogni creatura celebri le tue vittorie. Come son meravigliosi i tuoi piani per la salvezza del mondo! Tu associ gli uomini all’opera della predicazione della tua parola e alla dispensa dei tuoi misteri; e per rendere Paolo degno di tale onore, usi tutte le risorse della grazia. Ti compiaci di fare dell’assassino di Stefano un Apostolo, perché il tuo potere si mostri a tutti gli occhi, il tuo amore per le anime appaia nella sua più gratuita generosità, e sovrabbondi la grazia dove abbondò il peccato. Visitaci spesso, o Emmanuele, con questa grazia che cambia i cuori, perché noi desideriamo la vita in larga misura, ma sentiamo che il suo principio è così spesso sul punto di sfuggirci. Convertici come hai convertito l’Apostolo e assistici quindi, poiché senza di Te noi non possiamo far nulla. Previenici, seguici, accompagnaci, non lasciarci mai, e come ci hai dato il principio, così assicuraci la perseveranza sino alla fine. Concedici di riconoscere, con timore ed amore, quel dono della grazia che nessuna creatura potrebbe meritare, e al quale tuttavia una volontà creata può fare ostacolo. Noi siamo prigionieri: solo Tu possiedi lo strumento con l’aiuto del quale possiamo infrangere le nostre catene. Tu lo poni nelle nostre mani, dicendoci di usarlo: sicché la nostra liberazione è opera tua e non nostra, e la nostra prigionia, se continua, si deve attribuire soltanto alla nostra negligenza e alla nostra viltà. Dacci, o Signore, questa grazia; e degnati di ricevere la promessa di associarvi umilmente la nostra cooperazione. – Aiutaci, o san Paolo, a corrispondere ai disegni della misericordia di Dio su di noi; fa’ che siamo soggiogati dalla dolcezza di Gesù. Non udiamo la sua voce, la sua luce non colpisce i nostri occhi, ma leva il suo lamento perché troppo spesso Lo perseguitiamo. – Ispira ai nostri cuori la tua preghiera: « Signore, che vuoi che io faccia ? ». Ci risponderà di essere semplici e bambini come Lui, di riconoscere il suo amore, di finirla con il peccato, di combattere le cattive inclinazioni, di progredire nella santità seguendo i suoi esempi. Tu hai detto, o Apostolo: « Chi non ama nostro Signore Gesù Cristo sia anatema! ». Faccelo conoscere sempre più, perché Lo amiamo, e questi dolci misteri non diventino, per la nostra ingratitudine, la causa della nostra riprovazione. – Vaso di elezione, converti i peccatori che non pensano a Dio. Sulla terra tu ti sei prodigato interamente per la salvezza delle anime; nel cielo dove ora regni, continua il tuo ministero, e chiedi al Signore, per coloro che perseguitano Gesù nelle sue membra quelle grazie che vincono i più ribelli. Apostolo dei Gentili, volgi gli occhi su tanti popoli che giacciono ancora nell’ombra della morte. Un giorno tu eri combattuto fra due ardenti desideri: quello di essere con Gesù Cristo, e quello di restare sulla terra per lavorare alla salvezza dei popoli. Ora, tu sei per sempre con il Salvatore che hai predicato: non dimenticare quelli che ancora non Lo conoscono. – Suscita uomini apostolici per continuare la tua opera. Rendi fecondi i loro sudori e il loro sangue. Veglia sulla Sede di Pietro, tuo fratello e tuo capo; sostieni l’autorità della Chiesa di Roma che ha ereditato i tuoi poteri, e che ti considera come la sua seconda colonna. Rivendicala dovunque è misconosciuta; distruggi gli scismi e le eresie; riempi tutti i pastori del tuo spirito, affinché sul tuo esempio non cerchino se stessi, ma unicamente e sempre gli interessi di Gesù Cristo.

Hymnus
Egregie Doctor, Paule, mores instrue,

Et nostra tecum pectora in caelum trahe:
Velata dum meridiem cernat fides,
Et solis instar sola regnet caritas.

Sit Trinitati sempiterna gloria,
Honor, potestas, atque jubilatio,
In unitate, quae gubernat omnia,
Per universa aeternitatis saecula.
Amen.

[Egregio Dottore Paolo, ammaestraci,
e attira dietro a te i nostri cuori nel cielo:
e finché la fede ci fa vedere la piena luce solo attraverso un velo,
sovrana regni, qual sole, la carità fra noi.

Alla Trinità sia sempiterna gloria,
onore, potenza e giubilo,
la quale, nella sua unità, governa ogni cosa
per tutti i secoli eterni.
Amen.]