S. Ormisda: La “vera” Santa Sede mantiene sempre la fede Immacolata!

La vera Santa Sede mantiene sempre la fede Immacolata

“La prima cosa necessaria alla salvezza è mantenere la norma della FEDE corretta senza deviare in alcun modo da quello che i Padri hanno stabilito, perché non è possibile mettere da parte le parole di nostro Signore GESU’ CRISTO che ha detto, “tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa!”.

Queste parole sono dimostrate vere dai loro effetti perché, nella Sede Apostolica, la Religione Cattolica è sempre stata conservata Immacolata.

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Estratti dalla  Formula di Ormisda:

una regola di fede composta da Papa San Ormisda nel 484 A.D., che gli scismatici acaciani erano obbligati a firmare, al fine di pervenire in comunione con la Chiesa Cattolica.

“Desiderando di non essere separati in alcun modo da questa speranza e fede, e seguendo in tutto ciò che è stato stabilito dai Padri, anatemizziamo tutti gli eretici….”

“Pertanto, come abbiamo detto prima, seguendo la Sede Apostolica in tutte le cose e predicando le cose da essa stabilite, spero si possa meritare di essere in comunione con voi (con Papa Ormisda) e con quello che predica la Sede Apostolica, ove si costata [risiede] la solidità vera e integrale della Religione cristiana.” (…) “Io considero le sante Chiese di Dio, quella della vecchia Roma e quella della nuova Roma, come una stessa Chiesa, la sede di Pietro apostolo e la sede episcopale di Bisanzio come una stessa sede… Sono in accordo col Papa nella professione della dottrina e anatemizzo tutti coloro che Egli condanna”.

Notiamo questo passaggio nella formula di S. Ormisda:”sono in accordo con la professione del Papa circa la dottrina, e censuro (con la scomunica) tutti coloro che Egli condanna.

     Il nostro Papa Gregorio XVIII, attualmente in esilio, stigmatizza il N.O. (e la FSSPX) nonché le sette della perdizione, cioè le sette sedevacantiste antipapali.

   

« Prima salus est, regulam rectae fidei custodire et a constitutis Patrum nullatenus deviare. Et quia non potest Domini Nostri Jesu Christi praetermitti sententia dicentis: Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam. Haec quae dicta sunt rerum probantur effectibus, quia in sede apostolica immaculata est semper Catholica conservata religio »

 

 

Pentecoste ebraica e Pentecoste cristiana

Ascensione

Pentecoste ebraica e Pentecoste cristiana

[Dom. P. Gueranger: – L’anno liturgico-vol. II: Tempo pasquale, pag. 261.]

La Pentecoste ebraica.

Già durante il regno delle figure il Signore marcò la gloria futura del cinquantesimo giorno. Israele aveva compiuto, sotto gli auspici dell’Agnello Pasquale, il suo passaggio attraverso le acque del mar Rosso. Sette settimane erano trascorse nel deserto che doveva condurre nella terra promessa, ed il giorno che le seguì, fu quello in cui si suggellò l’alleanza tra Dio e il suo popolo. La Pentecoste (il cinquantesimo giorno) fu segnata dalla promulgazione dei Dieci Comandamenti della Legge divina, e questo grande ricordo restò in Israele, insieme alla commemorazione annuale di tale avvenimento. Ma, come la Pasqua, la Pentecoste era profetica: vi doveva essere una seconda Pentecoste, per tutti i popoli, come vi fu una seconda Pasqua per il riscatto del genere umano. Al Figlio di Dio, vincitore della morte, la Pasqua con tutti i suoi trionfi; allo Spirito Santo la Pentecoste, che Lo vede entrare come legislatore nel mondo, posto ormai sotto la sua legge.

La Pentecoste cristiana.

   Ma quale differenza tra le due Pentecoste! La prima, sulle rocce selvagge dell’Arabia, in mezzo a fulmini e tuoni, ordinando una legge impressa su tavole di pietra; la seconda, a Gerusalemme, sulla quale la maledizione non è ancora piombata, perché, fino ad allora, ella possiede le primizie del nuovo popolo sul quale dovrà esercitarsi l’impero dello Spirito d’amore. In questa seconda Pentecoste, il Cielo non si oscura, non si ode il fragore del fulmine; i cuori degli uomini non sono agghiacciati dallo spavento, come intorno al Sinai. Ma battono sotto l’impressione del pentimento e della riconoscenza. Un fuoco divino si è impadronito di essi, un fuoco che divamperà su tutta la terra. Gesù aveva detto: « Fuoco sono venuto a gettare sulla terra, e che desidero se non che divampi? » (Lc. XII, 49). L’ora è venuta, e Colui che, in Dio, è l’Amore, la fiamma eterna ed increata, discende dal Cielo per adempiere gli intenti misericordiosi dell’Emmanuele. In questo momento, in cui il raccoglimento domina il Cenacolo, Gerusalemme è piena di pellegrini, accorsi da tutte le regioni della gentilità, e qualche cosa di segreto si muove in fondo al cuore degli uomini. Sono Ebrei venuti per la festa di Pasqua e della Pentecoste, da tutti i luoghi dove Israele è andato a costruire le sue Sinagoghe. L’Asia, l’Africa, Roma stessa, hanno fornito il loro contingente. Confusi con Ebrei di razza pura, si scorgono anche dei pagani che un movimento di pietà ha portato ad abbracciare le legge di Mosè e le sue pratiche: li chiamano i Proseliti. Questa popolazione mobile, che dovrà disperdersi fra pochi giorni, e che si è riunita a Gerusalemme per il solo desiderio di compiere la legge, rappresenta, per la diversità delle lingue, la confusione di Babele; ma coloro che la compongono sono meno influenzati dall’orgoglio e dai pregiudizi di quanto lo siano gli abitanti della Giudea. Arrivati solamente ieri, essi non hanno conosciuto e ripudiato il Messia, come questi ultimi, né bestemmiato le sue opere che rendevano testimonianza di Lui. Se hanno gridato davanti a Pilato, insieme agli altri Ebrei, per domandare che il Giusto fosse crocifisso, è stato perché essi furono trascinati dall’ascendente dei sacerdoti e dei magistrati di quella Gerusalemme, verso la quale la loro pietà e la loro docilità alla legge li aveva condotti.

L’Altare cattolico e l’altare “privilegiato”

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Gli altari e l’altare privilegiato

(da: “I santi misteri” vol. 10 delle opere di Mons.De Ségur)

Cosa rappresenta l’altare sul quale si celebra la Messa?

   L’altare deve essere di pietra. Se fosse di legno o di bronzo, o anche di argento ed oro, occorrerebbe comunque che lo spazio sul quale si offre il Sacrificio, sia di pietra; questa pietra si chiama appunto “pietra d’altare”. L’altare (o “pietra d’altare”, che è la stessa cosa, almeno in pratica) è consacrata dal Vescovo, che lo marchia con cinque croci, in onore delle cinque piaghe che Gesù-Cristo conserva in eterno nel suo Corpo glorificato; questa consacrazione si fa con il santo Crisma, che è il più sacro degli oli santi, e dopo le unzioni il Vescovo brucia un grano di incenso purissimo in ciascuna delle croci che sono incise nella pietra.

Così consacrato l’altare, in effetti, significa: Nostro Signore GESU’ CRISTO, al di fuori del Quale, il Padre Celeste non gradisce alcun omaggio religioso, alcuna adorazione, nessun sacrificio. GESU’ CRISTO è quindi il centro ed il fondamento vivente dell’unica vera Religione, la quale è iniziata con gli Angeli e con Adamo, fin dall’origine del mondo, e non finirà neppure con la fine del mondo, perché Essa durerà nel cielo, per tutta l’eternità. GESU’ è la pietra consacrata, la pietra angolare che supporta tutto l’edificio della Religione degli Angeli e degli uomini, ed è per questo che è assolutamente vietato celebrare la Messa fuori dall’altare consacrato, o almeno una pietra d’altare consacrata.

L’altare significa allora GESU’ CRISTO, fondamento divino della Religione e del Sacrificio. Ognuno può comprendere allora quale sia la santità dei nostri Altari, e perché è proibito non solo di farlo servire per alcun uso profano, ma anche di non posarvi sopra nulla di estraneo al Culto divino. Ci sono dei preti che non si curano di posare sull’altare i loro occhiali, il loro berretto, la loro tabacchiera. Io ho visto sacrestani posarvi tranquillamente sopra la loro penna, la spazzola, etc. Il santo abate Olièr, uno degli uomini che hanno usato il massimo rispetto per il Santo Sacrificio ed il Santo Sacramento, era al riguardo di una severità straordinaria: una volta un giovane chierico del seminario di San Sulpizio, di cui Olièr era il Superiore, era stato scelto da lui per servir Messa per la sua grande pietà. Un giorno il pio giovane posò sbadatamente la sua piccola calotta sul cono dell’altare. M. Olièr lo riprese severamente, come per una mancanza di rispetto verso l’adorabile Eucaristia, e lo privò per otto giorni dell’onore di servire Messa. Non si è mai troppo delicati in ciò che concerne le testimonianze della fede e dell’adorazione nei riguardi dei santi Misteri e di tutto ciò che ha rapporto con il Santissimo Sacramento.

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Gli “altari privilegiati”

Il Papa accorda talvolta la grazia dell’Indulgenza plenaria per le anime del Purgatorio, ai Sacerdoti che celebrano la Messa su certi altari. Questo privilegio sì prezioso ha fatto attribuire a questi altari il nome di “altari privilegiati”. Talvolta un altare è privilegiato una sola volta a settimana, altre volte il privilegio dell’Indulgenza si estende a due, tre, quattro giorni della settimana; più raramente è quotidiano. Questo dipende unicamente dalla concessione pontificale. L’indulgenza degli altari privilegiati è riservata esclusivamente alle anime del Purgatorio. A meno che il contrario non sia specificato nella concessione, queste indulgenze possono essere lucrate solo celebrando la Messa su un altare “fisso”. Per “altare fisso” si intende un altare immobile, che non possa essere cioè trasportato da un luogo ad un altro. Poco importa che sia consacrato interamente, o che ne sia consacrata solo la pietra, l’importante è che sia sigillato sia al muro, sia al suolo.

Peccato contro lo Spirito Santo

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« Ogni peccato ed ogni bestemmia sarà perdonata agli uomini, dice Gesù Cristo in S. Matteo, ma la bestemmia contro lo Spirito Santo non sarà rimessa. Chiunque sparlerà del Figliuolo dell’uomo otterrà perdono; ma chi avrà sparlato dello Spirito Santo non ne avrà remissione, né in questo secolo, né nel futuro » — “Omne peccatum, et blasphemia non remittetur hominibus: Spiritus autem blasphemia non remittetur. Et quicumque dixerit verbum contra Filium hominis, remittetur ei; qui autem dixerit contra Spiritum Sanctum, non remittetur ei neque in hoc saeculo neque in futuro” ( MATTH . XII, 31 – 32 ). Qual è questo peccato che non sarà rimesso né nel tempo, né nell’eternità?

1° Parecchi dottori intendono l’eresia d’Eunomio, la quale negava che lo Spirito Santo fosse Dio. – 2° S. Ilario stima che il peccato contro lo Spirito Santo consista nella negazione della divinità di Gesù Cristo (De Peccat.), – 3 ° S. Ambrogio lo classifica tra lo scisma e la simonia; perché Simone volle comprare col denaro il potere di fare miracoli concesso dallo Spirito Santo agli Apostoli (De Poenìt. lib. II ). – 4 ° Papa Gelasio considera come colpevoli di questo peccato coloro che, colpiti d’anatema, ossia scomunicati, restano e vogliono restare peccatori, e che per conseguenza non sono assolti né quaggiù né nell’altra vita (Stor. eccles.).  – 5° S. Cipriano vede questo peccato nella negazione della fede in tempo di persecuzione ( Lib . Ili , Ep. XIV ) . – 6 ° Riccardo da S. Vittore lo colloca tra l’odio ed il disprezzo formale di Dio (De Blasphem. in Spiritu S.). – 7° Finalmente S. Tommaso scrive che ogni peccato di malizia è contro lo Spirito Santo: Omne peccatum ex malitia, est contra Spiritum Sanctum (De Peccat.).

I teologi contano sei delitti contro lo Spirito Santo:

1° presumere di salvarsi senza merito . . . ; 2° abbandonarsi alla disperazione…; 3° combattere la verità conosciuta…; 4° rompere per gelosia la carità fraterna . . . ; 5° ostinarsi nella via del male…; 6 ° rimanere nell’impenitenza… Questi peccati sono infatti direttamente e maliziosamente contro la bontà di Dio, che è attribuita allo Spirito Santo.

Nel testo sopra citato, Gesù Cristo non parla di ogni peccato contro lo Spirito Santo, ma solamente della bestemmia contro questa Persona dell’adorabile Trinità; bestemmia che consiste nel calunniare le opere evidentemente divine e miracolose, pie e sante, che Dio opera per la salute degli uomini e per mezzo delle quali conferma la loro fede, e appoggia la verità della sua parola; quali sono, cacciare i demoni, e simili; queste tali opere appartenenza dello Spirito Santo. Questa è la spiegazione che ne danno i Santi Atanasio, Ambrogio, Gerolamo, Giovanni Crisostomo.

Il peccato contro lo Spirito Santo non sarà rimesso: — “non remittetur”;— cioè difficilmente e raramente sarà perdonato. Ma Dio che è la volontà e la potenza per natura, può rimettere e infatti rimette ogni sorta di peccato a chi sinceramente se ne pente… Questo peccato non sarà perdonato nel secolo futuro: “Neque in futuro”; perché chiunque muore in istato di colpa grave va all’inferno e non ha più speranza di uscirne…

[E. Barbier: I Tesori di Cornelio A Lapide. Vol. III – Torino 1930]

La strana sindrome di nonno Basilio: 18

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La strana sindrome di nonno Basilio -18-

Carissimo direttore “arieccomi” a raccontarle le “quasi” avventure di casa Del Vescovo, dei confronti tra un nonno “rincitrullito”, ma al quale ogni tanto la memoria fa capolino, ed i suoi giovani nipoti, in particolare dell’esuberante e talvolta dispettoso Mimmo. E proprio Mimmo qualche giorno fa, mi faceva visita dopo un periodo di assenza abbastanza prolungato. “Mimmo, ma che fine hai fatto”? “Oh caro nonno, sapessi, sono stato in Germania, a rinverdire i miei trascorsi bavaresi, (io penso che però sia andato per tracannarsi un po’ di birra innaffiando crauti e wurstel!, ma non glielo posso certamente dire così, a bruciapelo!). Tra l’altro – mi dice – girando per la Baviera, mi sono imbattuto in un grazioso borgo, Bad Staffelstein, adagiato sulle colline bavaresi, immerso nel verde, in tutta tranquillità e pace. Qui, poi tra le altre cose ho potuto visitare una chiesa molto bella, austera e maestosa, della diocesi di Bamberga, la “Basilika vierzenheiligen”, dei quattordici santi! Ma chi sono, nonno? Dalle nostre parti non ne ho mai sentito parlare, dalle nostre parti non si conoscono proprio, tu ne sai qualcosa? “Oh ma come, certamente, i quattordici Santi soccorritori, invocati per tantissime evenienze, ed ognuno “specializzato” in interventi specifici. Lo zio Tommaso, santo sacerdote di un tempo andato, ce li ricordava spesso, ed ogni qualvolta ognuno di noi nipoti ricorreva alla loro intercessione, veniva immancabilmente esaudito. Ricordo che la loro memoria e festa ricorre l’8 di agosto! Si tratta di un culto antico, molto diffuso e praticato in Europa fin dal medioevo! Me lo ricordo bene, e tu Caterina, perché agiti la mano? Che mi dici al proposito?” “Nonno ma questa festa è stata soppressa, cancellata dal calendario attuale, come quasi tutte le feste dei martiri, si vede che davano fastidio a qualche “farfariello”! “Ma come i 14 soccorritori cancellati? Ma chi si è permesso, come hanno potuto occultare questi Santi, tutti illustri martiri, visto che tra l’altro Papa Niccolò V ne aveva concesso il culto con numerose indulgenze annesse”? E Mimmo, ansioso di sapere, riprende: “Nonno orsù dimmi, ma chi erano questi santi, e perché venivano invocati, ti prego, ora sono curioso!”.  “Beh allora procediamo con calma, facciamo un test mnemonico … io me li ero fissati in memoria da ragazzo, come si fa con le squadre di calcio … Acazio, Biagio e Barbara, Cristoforo, Caterina d’Alessandria e Ciriaco, Dionigi, Erasmo, Egidio, Eustachio e Giorgio, Margherita di Antiochia, Pantaleone e Vito! Miracolo! Me li sono ricordati tutti! Qualche neurone funziona ancora!”. “E bravo nonno, ma adesso dicci in cosa erano specializzati! Vediamo se anche qualche altro neurone ancora funziona!”. Beh allora proviamo … ehm, dunque: S. Acazio, protegge ad “ampio spettro” nella malattia e nell’agonia, ma interviene particolarmente nei casi di emicrania. S. Barbara viene invocata per proteggersi dai fulmini, dalle febbri in generale, propizia una morte serena evitando una morte improvvisa. Abbiamo poi lo specialista faringo-laringoiatra, S. Biagio, che protegge dalle malattie dell’apparato respiratorio alto e dal mal di gola. S Cristoforo protegge dalla peste, oggi dall’Aids, la peste attuale, dagli uragani e dagli incidenti di viaggio. S Ciriaco agisce con grande efficacia nelle tentazioni, oppressioni e possessioni del diavolo. S Dionigi, specialista in cefalee e venereologia (sifilide e malattie veneree). Sant’Egidio veniva invocato in caso di sterilità, negli attacchi di panico e paure notturne, ma se la cavava bene anche come neurologo nell’epilessia, nella pazzia (oggi avrebbe tantissimo lavoro … ed invece lo hanno mandato in pensione anzitempo … è un povero disoccupato!) e come dermatologo nelle eruzioni cutanee. S. Erasmo, da specialista gastroenterologo, è efficacissimo nei dolori addominali ed intestinali, ma al bisogno aiuta pure le partorienti! S. Giorgio veniva invocato con profitto contro la peste, la lebbra e le malattie della pelle. S. Caterina d’Alessandria era invocata per le malattie della lingua e linguaggio, dislessia ed autismo (anch’essa avrebbe tanto lavoro oggi, specie negli ambulatori di pediatria!). S Margherita di Antiochia, come un’ostetrica provetta, protegge le partorienti, mentre S Pantaleone assiste nelle malattie di consunzione dell’uomo e, nei ritagli di tempo, fin’anche degli animali. Oh, ragazzi, ma come, proprio io mi sono scordato di San Vito, il santo“neurologo”, invocato contro tutte le malattie psichiche, nei casi di letargia, corea, epilessia, idrofobia! Da oggi comincerò ad invocarlo anch’io, sono sicuro che mi aiuterà! Ed infine, il Santo più importante per noi che ne abbiamo bisogno assoluto: S. Eustachio, che protegge e preserva dal fuoco, in particolare dal fuoco eterno! Ragazzi, ma ce l’ho fatta! Sono contentissimo, qualche neurone comincia a risvegliarsi. Deo gratias!” Passato il momento di euforia, vedo Mimmo pensoso che tutto d’un fiato mi chiede: “… ma un tempo, come venivano canonizzati questi Santi, le cui vicende si perdevano nella memoria dei popoli, spesso confondendosi con fatti leggendari, e per i quali non penso si potesse istituire un processo canonico in piena regola”? “Bravo Mimmo, gli rispondo, questa stessa domanda la pose quella “secchiona” di Felicina, un’altra nipote del gruppo, allo zio Tommaso, il quale senza scomporsi minimamente risolse l’arcano in poche battute: “Prima di Papa Urbano VIII, che mise un po’ di ordine nelle canonizzazioni, c’era la “canonizzazione equipollente”, definita così proprio dal cardinale Prospero Lambertini, poi Papa Benedetto XIV, nel poderoso trattato in 5 grossi volumi: “De servorum Dei, beatificatione et beatorum canonizatione” edito a Bologna durante gli anni 1734-38. Qui egli distingue, per la canonizzazione equipollente, un primo gruppo di Santi, come i martiri dell’antichità, i SS. Padri e dottori antichi, molti Santi medioevali che godono in tutta la Chiesa di culto universale, e su di loro non fu mai fatto un processo, mai emanata una sentenza, essendo l’effetto di uno sviluppo storico, ove però non manca il consenso dei Sommi Pontefici, almeno tacito. Ci sono poi altri Santi, confessori, vergini, considerati Santi, ma la loro festa viene celebrata solo in determinate regioni, tra questi San Rocco e Santa Genoveffa, giusto per citare anche una Santa festeggiata nella nostra famiglia. Pure qui, esiste il consenso della Chiesa, anche se manca la procedura canonica e la formale canonizzazione. Ma guardate che anche per i Santi formalmente canonizzati, oltre l’atto della canonizzazione, ci vuole un secondo atto, con cui il Papa impone anche la festa alla Chiesa universale. A questo, il Lambertini aggiunge un secondo gruppo di Santi, per i quali constata l’atto pontificio di imposizione della festa a tutta la Chiesa, senza però alcuna procedura precedente canonica né un atto di canonizzazione formale. Sono i Santi inseriti per rito pontificio nel calendario della Chiesa universale, calendario che in senso stretto esiste solo dai tempi di San Pio V. Pertanto la canonizzazione equipollente in quest’ultimo senso si riscontra in tutti i casi in cui un Papa inserisce la festa di un Santo, non mai canonizzato formalmente, nel detto calendario. E tra questi troviamo una serie di Santi importanti come ad esempio S. Romualdo, S. Norberto, S. Brunone, S. Pietro Nolasco, S. Raimondo Nonnato, S. Giovanni de Matha, S. Stefano d’Ungheria, S. Gregorio VII, e poi più recentemente S. Pier Damiani, S. Beda, S. Cirillo di Gerusalemme e S. Cirillo di Alessandria e così via, che a citarli tutti ci vuole una settimana! Ma in tempi più recenti la questione, piuttosto ingarbugliata, si rischiara con due atti pontifici, dichiarati espressamente “canonizzazione equipollente”, e cioè quelli riguardanti S. Alberto Magno, dichiarato pure Dottore della Chiesa, con festa imposta a tutta la Chiesa universale, sotto Pio XI (16 dic. 1931) e S. Margherita d’Ungheria, sotto Pio XII (19 nov. 1943), ed in entrambi casi ci fu uno studio preliminare storico-critico della Santa Congregazione dei Riti”. Mi interrompe Caterina: “Ma quali sono i requisiti richiesti per proporre al Santo Padre questi personaggi per la canonizzazione equipollente”? “I presupposti inderogabili per una canonizzazione equipollente, continuo, sono in generale l’autenticità della persona stessa, la prova storica delle virtù o la certezza del martirio, l’esistenza di veri miracoli operati dalla persona dopo la sua morte, l’esistenza di un vero e proprio culto liturgico antico, la sua origine, la sua continuazione, e un certo rilievo della persona stessa.” Interviene ancora Mimmo chiedendo: “Scusa nonno la mia ignoranza, ma mi puoi intanto spiegare la differenza tra beatificazione e canonizzazione”? Ecco ti rispondo subito: “nella beatificazione: il culto è limitato ad una città, una diocesi, una regione, o una famiglia religiosa, ed è unicamente permissivo; nella canonizzazione invece il culto è esteso all’orbe cattolico, ed è precettivo, ma la vera differenza sta, come scrive Benedetto XIV, in “quest’ultima e definitiva sentenza della santità, che impone il culto dovuto ai Santi nella Chiesa Universale: sentenza che il Sommo Pontefice pronunzia per la canonizzazione e giammai per la beatificazione …”. “E già che ci siamo, orsù Mimmo,prendimi per cortesia il III volumone della Enciclopedia cattolica, perché io non ce la faccio oramai più, e leggi dalla colonna 569 in poi …”. “Ma nonno, questo argomento è lunghissimo, ci vuole molto tempo da dedicarvi”. “Si, e lo dici a me? lo so bene perché lo zio Tommaso ogni tanto ci assegnava qualche argomento da studiare e poi da riferire agli altri, questa enciclopedia è una miniera d’oro per il cattolico”! “… ah ecco perché non si trova più in giro …” (chissà perché Caterina dice così, ai miei tempi era molto diffusa!). Leggi, leggi qua: “Assertore, custode e giudice di questa santità non è che il Vicario di Cristo; ed è a lui solo, che presiede a tutta la Chiesa ed ha il diritto di proporre ciò che si deve credere ed operare in cose concernenti la religione, che spetta di giudicare chi debba essere ritenuto ed onorato come Santo. Ed in questo giudizio il Papa non può errare. Benedetto XIV, incomparabile maestro in materia, insegna che egli riterrebbe, se non eretico, certamente temerario, scandaloso a tutta la Chiesa, ingiurioso verso i Santi, sospetto di eresia, assertore di erronea posizione, chi osasse affermare che il Pontefice, in questa o in quella Canonizzazione abbia errato, e che questo o quel Santo da lui canonizzato non dovesse onorarsi con il culto di “dulia”, cioè per ragione della sua dignità nell’ordine soprannaturale. Del resto la sentenza definitiva, con la quale il Papa proclama la santità dei Servi di Dio, oltre che trovare la sua prima ed alta espressione nell’assistenza speciale dello Spirito Santo che lo illumina, è appoggiata solidamente a tutto un complesso di investigazioni, di studi, di fatti che dimostrano con quanto discernimento e con quanta prudenza proceda la Chiesa nelle cause di Canonizzazioni. Le quali vanno annoverate tra le maggiori e le più gravi che siano di sua competenza.” E alla colonna 604: “ … L’aspetto immediato e diretto della definizione papale, nella Canonizzazione è solo il fatto che l’anima della persona santa gode certamente la gloria celeste; ciò però non è un fatto, incluso direttamente nel tesoro della rivelazione soprannaturale, chiusa dopo la morte dell’ultimo Apostolo; quindi il Papa non lo può definire come oggetto di fede divina, ma solo come oggetto di fede “ecclesiastica”. Il Concilio Vaticano, nella sua esposizione dell’infallibilità del Papa, non nomina espressamente la Canonizzazione dei Santi come oggetto dell’Infallibilità pontificia. È però dottrina comune dei teologi che il Papa nella Canonizzazione è veramente infallibile, trattandosi di un atto importantissimo attinente alla vita morale della Chiesa universale, in quanto che il Santo non viene soltanto proposto alla venerazione perché gode la gloria celeste, ma anche perché modello delle virtù e della santità reale della Chiesa. Ora, sarebbe intollerabile se il Papa in una tale dichiarazione che implica tutta la Chiesa, non fosse infallibile. Questa dottrina risulta da non poche bolle di Canonizzazione, anche del medioevo, dalle deduzioni dei canonisti, sin dal medioevo, e dei teologi sin da S. Tommaso d’Aquino. Benedetto XIV insegna che è certamente eretico e temerario insegnare il contrario!”. Ma qui Caterina ci gela: “Guarda nonno che sono state recentemente fatte delle canonizzazioni di personaggi notoriamente massoni, Illuminati di Baviera, eretici ostinati, mai pentiti, pedofili, omosessuali ed altro ancora. Qui direttore, non ci ho visto più! “Ma Caterina, cosa dici mai? è assolutamente impossibile che un Vicario di Cristo, assistito dallo Spirito Santo possa compiere un’azione così sacrilega propinandola alla Chiesa Universale, per cui, volendo assecondarti in quanto dici, solo perché sei mia nipote, le ipotesi sono due: o si tratta della ennesima pacchianata truffaldina escogitata da Mimmo e dai suoi amici per burlarsi di me, oppure l’infame che avrebbe compiuto questo atto blasfemo è un impostore, un attore travestito con talare bianca, un burattino fasullo in mano alle conventicole della sinagoga di satana, un antipapa marrano, un “principe dell’esilio”, ma certamente, ed è sicurissimo come il sole che brilla in estate, te lo posso sottoscrivere con il mio sangue: “non un Papa vero”! Insiste Caterina: “Nonno, io non vorrei contraddirti, ma l’ho visto pure io in tv!” “Beh allora – spazientito, paonazzo e con la pressione alle stelle, perdo le mia calma serafica: “ … eh nipote mia, fatti visitare da un buon oculista, cambia televisore, pulisci bene lo schermo, perché, cara mia, ciò che conta non è certo la mia o la tua opinione o quella di chicchessia tra i soloni televisivi o “giornalettari” o “internettari” (ormai ho perso le staffe, mi si perdonino i neologismi!), ma solo il Magistero infallibile della Chiesa che, come sempre ti dico, è un orologio svizzero dal meccanismo perfetto, con la differenza che l’orologio, benché perfetto, può cadere e rompersi, cosa che non può succedere mai al Magistero che, oltre ad essere infallibile, è pure irreformabile in ogni sua virgola … “iota unum, et apex unum …”. E poi definire Papa uno che chiaramente non lo è, un fantoccio, un pagliaccio, uno zombi, costituisce un peccato contro la fede, peccato mortale, peccato contro lo Spirito Santo poiché, impugnando la verità conosciuta, si bestemmia il dogma dell’Infallibilità del Santo Padre divinamente assistito, definita solennemente nel Concilio Vaticano, subito dopo interrotto in modo provvidenziale dalla guerra franco-prussiana e dalla presa di Porta Pia! La Massoneria era arrivata con un attimo di ritardo, un attimo fatale però per chi voglia veramente capire senza lasciarsi ingannare da chiacchiere, panzane e pinzellacchere! … ed alla faccia di quelli che festeggiano il “20 settembre” insieme ai falsi prelati del vat’inganno!” Direttore, ma veda un po’ in che impiastro mi sono trovato impantanato, e come adesso ci si metta pure Caterina ad impugnare la verità conosciuta. Roba da Sodalitium planum, o da Santa Inquisizione …. Paolo IV, Pio II, san Pio V, Benedetto XIV, Pio IX e via via fino a Pio XII si staranno rivoltando nella tomba … Requiem aeternam … cerco di calmarmi, … ma direttore bisogna perdonarli questi giovani, sono così ignoranti e non certo solo per loro colpa. Beh la prossima volta andremo tutti insieme a fare una bella gita in ambienti incontaminati (ma ce ne sono ancora?) per rinfrancarci e schiarirci le idee, non davanti ad un boccale di birra bavarese però! Se vuole, può venire anche lei e qualche suo lettore, se ancora ce n’è e se ne ha voglia! La saluto fraternamente! Nonno Basilio e famiglia.

La medaglia miracolosa

La medaglia miracolosa

Nella Cappella delle Figlie della Carità, rue du Bac, 140, a Parigi, la Santa Vergine apparve, la notte dal 18 al 19 Luglio 1830 a una giovane novizia, Suor Caterina Labouré. Verso le unidici e mezzo essa si sente chiamare per nome:Suor Labouré”! tre volte di seguito; ben desta “all’appello, apre un po’ la tendina del letto, dalla parte donde viene la voce. E che vede? Un fanciullino bello da incantare, sui 4 o 5 anni, vestito di bianco, che dai biondi capelli, come dalla personcina angelica diffonde un mite splendore che rischiara intorno intorno tutto l’ambiente. « Vieni, egli le dice con voce melodiosa, vieni in Cappella; la Vergine Santa ti aspetta! » — Ma, pensa fra sé Suor Labouré che coricava in gran dormitorio, mi sentiranno, sarò scoperta… — «Non temere, riprese il bambino rispondendo al suo pensiero, sono le undici e mezzo, t’accompagnerò io ». A queste parole, non potendo resistere all’invito della graziosa guida che le è inviata, Suor Labouré si veste in fretta e segue il fanciullo che cammina sempre alla sua sinistra, emanando raggi di luce sul suo passaggio; come pure, dovunque passano, i lumi sono accesi, con grande meraviglia della Suora. La sua meraviglia cresce ancor più quando la porta della Cappella si apre non appena il fanciullo la tocca con la punta del dito e, entrata, vede tutto illuminato « cosa, ella racconta, che le ricordava la messa della notte di Natale ». – I momenti di aspettativa sembrano lunghi a Suor Labouré; infine, verso mezzanotte, il fanciullo l’avverte: Ecco la Santa Vergine, eccola! Contemporaneamente ella sente d’istinto dalla parte dell’epistola un rumore leggero, simile al fruscio di una veste di seta, e ben presto una signora, di maestosa e pura bellezza, viene a sedersi nel santuario. Spinta dallo slancio del cuore la Suora si getta ai piedi della Santa Vergine, posandole familiarmente le mani sui ginocchi, come l’avrebbe fatto con la mamma sua. “In quel momento, ella narra, provai la commozione più dolce della mia vita e mi sarebbe impossibile esprimerla”. “Non saprei dire, essa prosegue, quanto tempo sono rimasta accanto alla Santa Vergine; tutto quello che so è che dopo avermi parlato a lungo, ella se n’è andata, sparendo come un’ombra che svanisce”. Allorché si rialza, la Beata Suor Labouré ritrova il fanciullo al posto dov’ella l’aveva lasciato quando si era accostata alla Santa Vergine; egli le dice: “è partita”, e ponendosi nuovamente alla sua sinistra la riconduce come aveva fatto prima, spandendo intorno un celeste chiarore.

« Credo, continua la Suora nel suo racconto, che quel fanciullo fosse il mio Angelo custode, perché l’avevo molto pregato che mi ottenesse il favore di vedere la Santa Vergine. Tornata a letto sentii suonare le due e non mi sono più riaddormentata ».

Il 27 Novembre, alle cinque e mezzo di sera, facendo la meditazione in profondo raccoglimento, la Beata Suor Labouré viene favorita da un’altra apparizione della Santa Vergine. La Regina del Cielo si mostra a lei in piedi su di un globo, tenendo fra le mani alzate all’altezza del petto un altro globo, più piccolo, che sembra offrire a Nostro Signore con gesto supplichevole. All’improvviso le dita le si riempiono di anelli e di gemme bellissime; si sprigionano da esse fasci di raggi dai mille riflessi i quali cingono la Santa Vergine di un tale splendore che non si scorgono più i piedi e la veste di lei. Mentre Suor Labouré è tutta assorta nella mirabile contemplazione, la Vergine Santa china gli occhi verso di lei e una voce le dice in fondo al cuore: Il globo che tu vedi rappresenta il mondo intero ed ogni persona in particolare. E la Vergine aggiunge: “ecco il simbolo delle grazie che spando sulle persone che me le domandano”. La bella figura della Santa Vergine appare allora incorniciata nella sua parte superiore da un cerchio un po’ ovale formato dalle seguenti parole scritte in lettere d’oro : “O Maria concepita senza peccato, pregate per noi, che ricorriamo a Voi!” Di poi le mani di Maria cariche di grazie simboleggiate dai raggi si abbassano e si stendono prendendo la posa graziosamente materna riprodotta sulla Medaglia. Una voce si fa sentire alla veggente, che dice: «Fa’, fa’ coniare una medaglia su questo modello; le persone che la porteranno riceveranno grandi grazie, sopratutto tenendola al collo; le grazie saranno abbondanti per le anime che avranno fiducia ».

In quel momento il quadro sembrò girare su se stesso e la Suora vede al rovescio la lettera M sormontata da una croce che poggia su di una sbarra trasversale; e al di sotto del monogramma di Maria due cuori, uno circondato di spine, l’altro trafitto da una spada. Due anni dopo, la medaglia viene coniata con l’approvazione di Monsignor de Quélen, Arcivescovo di Parigi, e da allora si è diffusa rapidamente nel mondo intero, e dovunque ha operato incessanti prodigi di guarigioni e di conversioni. Tali fatti soprannaturali che si sono verificati in tutti i paesi della terra e in tutte le classi della società, hanno fatto dare alla Medaglia il nome di: Medaglia Miracolosa.

Le persone che portano la medaglia miracolosa, ne hanno esse notato il commovente simbolismo e gli insegnamenti pratici? Sul davanti, Maria appare tutta bella e buona, con le mani scintillanti di raggi che, secondo le sue proprie parole, rappresentano le grazie da lei largamente versate su coloro che glieLe domandano; ed Ella stessa si affretta a dirci come dobbiamo domandarglieLe e ci insegna la potente invocazione: O Maria concepita senta peccato, pregate per noi, che ricorriamo a Voi! (1).

Al rovescio vediamo con quali opere dobbiamo accompagnare le nostre preghiere perché siano bene accolte: la carità, la penitenza, la mortificazione raffigurate dai due cuori e la croce; lo zelo e l’apostolato simboleggiami nelle stelle. Da questo lato non c’è nessuna iscrizione, e la Santa Vergine ne spiega il motivo a Suor Caterina : « La Croce e i due Cuori parlano abbastanza ».

La festa della Manifestazione dell’Immacolata Vergine Maria della Medaglia Miracolosa si celebra il 27 Novembre; tutti coloro che, confessati e comunicati, visitano in tal giorno una Cappella delle Figlie della Carità o dei Preti della Missione, guadagnano un’Indulgenza plenaria, purché preghino secondo le intenzioni del “vero” Sommo Pontefice. La Medaglia Miracolosa è un dono del Cielo perché Maria stessa l’ha data alla terra. Rivestiamoci di questa armatura celeste, ripetiamone con amore la breve preghiera, sicuri che è questo il modo col quale la Regina degli Angeli e degli uomini desidera di essere invocata.

(1) Indulgenza di 300 giorni ogni volta.

CON APPROVAZIONE DELL’AUTORITÀ ECCLESIASTICA

Attenzione!

     Abbiamo recentemente appreso, da uno studio accurato del dr. Franco Adessa, riportato sulla rivista Chiesa Viva [num. 493 – maggio 2016], al quale rimandiamo per i dettagli, che sono state messe in circolazione delle medaglie “massoniche”, somiglianti ingannevolmente alla Medaglia miracolosa, rappresentanti la simbologia luciferina più odiosa e occultata, quella della blasfema e satanica “triplice trinità” massonica! A tanto è giunta la sfrontatezza delle “conventicole”, che si sentono ormai padrone della situazione mondiale, senza rendersi conto di essere solo uno strumento spregevole di satana e di coloro che “odiano tutti gli uomini” (… massoni compresi), che una volta realizzato il loro piano, le stritoleranno soffocandole nello sterco e nel fuoco eterno. Quindi attenzione, e controllate attentamente le immagini riprodotte sulla medaglia, sì da non portare al collo il simbolo satanico più ributtante, invece che la dolce protezione della Vergine Santissima.

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Re delle nazioni.

 Re delle nazioni.

[Dom P. Gueranger]

Cristo Re

   Aspettando la conclusione finale dei destini dell’umano genere, Gesù oggi riceve anche dal Padre l’investitura visibile del potere legale su tutte le nazioni della terra. Avendoci riscattati col prezzo del suo sangue, noi Gli apparteniamo; che Egli, dunque, d’ora in avanti sia il nostro Signore. E lo è infatti, ed il suo titolo è quello di Re dei re e Signore dei signori (Apoc. XIX, 16). I sovrani della terra non regnano legittimamente che per Lui e non per la forza, o in virtù di un preteso fatto sociale, la cui sanzione non sarebbe che di quaggiù. I popoli non appartengono a loro stessi: sono suoi. La sua legge non si discute; deve librarsi al disopra di tutte le leggi umane, quale loro regola e loro padrona: « A che prò cospirano le genti e le nazioni brontolano vanamente? Insorgono i re della terra e i principi congiurano insieme contro Dio e contro il suo Messia: “spezziamo i loro legami e scotiamo da noi le loro catene” » (Ps. II, 1-3). Inutili sforzi! poiché, come ci dice l’Apostolo, «è necessario che egli regni finché non abbia posto sotto i suoi piedi tutti i suoi nemici » (I Cor. XV, 25), finché non apparisca una seconda volta per abbattere la potenza di Satana e l’orgoglio degli uomini.

Così dunque il Figlio dell’uomo, incoronato nella sua Ascensione, dovrà regnare sul mondo finché egli ritorni. Ma, direte voi, regna dunque in un tempo in cui i principi confessano che l’autorità é venuta loro da un mandato dei popoli; in cui i popoli stessi, sedotti da quel prestigio che chiamano libertà, hanno perduto financo il senso dell’autorità? Sì, Egli regna, ma nella giustizia, visto che gli uomini hanno tenuto in disprezzo l’essere guidati per mezzo della bontà. Essi hanno scancellato la sua legge dai loro codici, hanno accordato il diritto di cittadinanza all’errore ed alla bestemmia; allora egli li ha abbandonati al loro senso assurdo e menzognero. Presso di essi, quel potere effimero che la santa unzione non rende più sacro, sfugge ad ogni momento da quelle mani che si sforzano di trattenerlo; e quando i popoli, dopo essere precipitati negli abissi dell’anarchia, cercano di ricostruirlo, sarà per vederlo crollare di nuovo, perché principi e popolo vogliono tenersi fuori del dominio del Figlio dell’uomo. E sarà sempre così, finché principi e popoli, stanchi della loro impotenza, Lo richiameranno per regnare su di essi; finché non abbiano ripreso quella divisa dei loro padri:

  Cristo vince! Cristo regna! Cristo comanda!

Si degni Cristo di preservare il suo popolo da ogni disgrazia»!

In questo giorno della tua incoronazione, ricevi dunque gli omaggi dei fedeli, o nostro Re, nostro Signore, e nostro Giudice! Noi che, per i peccati, fummo causa delle umiliazioni e delle sofferenze avute durante il corso della tua vita mortale, ci uniamo alle acclamazioni che gli spiriti celesti Ti tributarono nel momento in cui il diadema reale fu posto sul tuo Capo divino. Noi non possiamo che intravedere i tuoi splendori; ma lo Spirito Santo che ci hai promesso finirà di rivelarci tutto ciò che possiamo sapere quaggiù sul tuo sovrano potere, di cui vogliamo essere, per sempre, sudditi umili e fedeli.

La persecuzione contro i discepoli di Cristo.

 

La persecuzione contro i discepoli di Cristo.

[da: “I sermoni di S. Antonio di Padova”]

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“Vi ho detto queste cose perché non vi scandalizziate. Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. E vi faranno ciò perché non hanno conosciuto né il Padre né me. Ma Io vi ho detto queste cose perché quando giungerà la loro ora, vi ricordiate che ve ne ho parlato.” (Gv. XVI, 1-4), e poiché i dardi che si prevedono feriscono di meno (S. Gregorio), per questo il Signore ha prevenuto i suoi soldati affinché, contrapponendo ai dardi della persecuzione lo scudo della pazienza, non si scandalizzino quando si imbatteranno nel momento della prova. “Vi ho detto queste cose perché non vi scandalizziate”. Io, Verbo del Padre, da cui dovete prendere esempio di pazienza, parlo a voi affinché non vi scandalizziate.

Chi si scandalizza nel momento della persecuzione, con lo scandalo della sua impazienza si separa dai discepoli di Cristo: “Vi scacceranno dalle loro sinagoghe”. Infatti, dice Giovanni “I giudei avevano già stabilito che se uno avesse riconosciuto il Cristo, sarebbe stato espulso dalla sinagoga” (Gv. IX, 22).

Cristo dice: “Io sono la verità” (Gv.XIV,6), chi predica la verità professa Cristo. Chi invece nella predicazione tace la verità, rinnega Cristo. “La verità genera l’odio” (Terenzio), e quindi alcuni per non cadere nell’odio di certe persone, si coprono la bocca con il manto del silenzio. Se predicassero la verità, se dicessero le cose come stanno, come la stessa verità esige e come la sacra Scrittura espressamente comanda, incorrerebbero nell’odio dei carnali, e forse questi li scaccerebbero dalla loro sinagoga, siccome si regolano secondo l’esempio degli uomini, temono lo scandalo degli uomini, mentre non è lecito rinunciare alla verità per timore dello scandalo.

E infatti i discepoli dissero a Gesù: “Sai che i farisei, sentita questa parola, si sono scandalizzati? Allora Gesù rispose: “Ogni albero che non è stato piantato dal Padre mio celeste, sarà sradicato. Lasciateli perdere: sono ciechi e guide di ciechi” (Mt. XV, 12-14).

O predicatori ciechi, poiché temete lo scandalo dei ciechi, per questo cadete nella cecità dell’anima! Questi fanno con voi ciò che fa la vacca selvatica con il cacciatore. Si legge nella Storia Naturale che la vacca selvatica lancia da lontano il suo sterco contro il cacciatore che la insegue e lo colpisce: il cacciatore viene così trattenuto e ritardato, ed intanto essa fugge. Sicuramente fanno oggi così anche alcuni prelati, vacche grasse sul monte di Samaria (cf. Am. IV , 1), “vacche belle e molto grasse che pascolano in luoghi paludosi” (cf. Gen XLI, 2), le quali al cacciatore, cioè al predicatore, lanciano lo sterco delle cose temporali per sfuggire alle sue rampogne. Leggiamo infatti nell’Ecclesiastico “Il pigro sarà lapidato con sassi infangati» (Eccli. XX,1) . E il Signore dice, per bocca di Isaia: «Susciterò contro di loro i Medi», cioè dei predicatori, “che non cerchino l’argento, né bramino l’oro, affinché uccidano con le frecce i loro pargoli», cioè gli amatori del mondo con le frecce della santa predicazione (Is XIII, 17-18).

 

Omelia della Domenica fra l’ottava dell’Ascensione

 

Apparecchio alla Festa dello Spirito Santo-

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. II -1851-]

 

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Egli è Gesù Cristo, che nell’odierno Vangelo parla ai suoi discepoli nel seguente tenore: “Quando manderò sopra di voi lo Spirito Santo, Spirito di verità, che procede dal Padre, Ei vi darà di me la più ampia testimonianza, Ei vi farà conoscere la mia Persona, la mia dottrina e la Divinità che in me si asconde. Voi, poscia, da questo Spirito illuminati nell’intelletto, infiammati nel cuore renderete di me, dell’Evangelio mio, della mia fede, testimonio fedele e costante a tutte le nazioni, fino a suggellarlo col proprio sangue”. Per disporsi a ricevere questo Spirito santificatore, promesso dal divino Maestro, si congregarono i discepoli sul monte santo di Sion, sollecitando co’ più vivi desideri, colle più fervide preghiere la sua discesa. Vogliamo ancor noi, uditori amatissimi, ricevere lo Spirito Santo che illumini le nostre menti, che infiammi i nostri cuori? Convien prepararsi, convien disporsi. Due sono le disposizioni necessarie a premettersi, e che tutte le altre racchiudono: disposizione negativa, disposizione positiva. Disposizione negativa, che consiste nell’allontanarsi dal peccato; disposizione positiva, che consiste in praticare le cristiane virtù. Io leggo ne’ santi Vangeli che lo Spirito Santo venne in forma di colomba in riva al Giordano, e si fermò sul capo del Redentore, battezzato dal suo precursore Giovanni, e questo simbolo di colomba da noi richiede la disposizione negativa; Io leggo che lo Spirito discese sopra gli Apostoli nel cenacolo in forma di fuoco, e questo simbolo esige da noi una disposizione positiva. Vediamolo.

I . Lo Spirito Santo, disceso dal cielo in forma di colomba, assunse forse la natura di volatile? E allora che venne in forma di fuoco, prese la natura di questo elemento? E quella colomba, e quel fuoco furono e sono inseparabilmente uniti alla Persona del divino Spirito? No, risponde a queste domande il grand’Agostino (Lib. 4 de Trin.), né la natura della colomba, né quella del fuoco fu unita allo Spirito Santo, né queste reali figure, formate di purissimo aere per ministero degli Angeli, furono in Lui permanenti. Ciò premesso ad istruzione de’ men colti, io dicea che la colomba, in forma della quale apparve lo Spirito del Signore, richiede da noi per riceverlo una disposizione negativa, cioè l’allontanamento dal peccato. Infatti il reale Profeta, per volare a riposarsi in seno a Dio, desiderava e chieder ali di colomba, simbolo di innocenza. “Quis dabit mihi pennas sicut columbae, et volabo, et requiescam” (Ps. LIV,7)? Il nostro divin Salvatore, in raccomandare ai suoi Apostoli e a noi l’evangelica e virtuosa semplicità, ci propone l’esempio della colomba, “estote semplices sicut columbae” (Matt. X, 16). La colomba in realtà è un augello che di sua natura abborre le immondezze e le sozzure, fugge dalle fogne, dalle cloache e dalle limacciose paludi; amante di respirar l’aria più pura suol sempre spiccare il volo sulla cima delle più alte torri, ed ha pochi eguali nella nitidezza delle sue piume. Date uno sguardo alla colomba spedita dell’arca, dal Patriarca Noè. Spiccato il volo si aggirò per gl’immensi spazi dell’aere, e non scorgendo sotto di sé che acque mortifere e galleggianti cadaveri, non trovando ove fermare il piede senza macchiarsi, fece presto ritorno in seno all’arca. Quanto fece la colomba di Noè dopo il diluvio, altrettanto si protestò che fatto avrebbe riguardo all’uomo carnale il grande Iddio, pentito d’averlo creato: “Non permanebit Spiritus meus in homine in aeternum, quia caro est” (Gen. VI, 3). L’ uomo dimentico di essere stato da me creato a mia immagine e somiglianza, dimentico della nobiltà del suo spirito, si avvilisce a riporre la sua felicità negl’immondi piaceri, nella carne, nell’opere carnali? Ah dunque non abiterà lo spirito mio in esso lui in eterno, “non permanebit spiritus meus in homine in aeternum, quia caro est”. Chiunque ha il cuore imbrattato da questo fango, attaccato a questa pece, non isperi poter ricevere lo Spirito Santo. L’uomo carnale è l’oggetto di sua necessaria ed infinita abominazione; già lo fu con sommergerlo tutto in massa nell’acque micidiali di un universale diluvio, seguirà ad esserlo fino alla consumazione de’ secoli, e in tutt’i secoli eterni. “Non permanebit spiritus meus in aeternum, quia caro est”.

Se lo spirito del Signore (dicea fin da’ suoi tempi S. Vincenzo Ferrerio, quel gran Santo che ha predicato su quest’istesso pulpito, da cui ho l’onore di parlarvi) se lo Spirito Santo discendesse un’altra volta dal cielo in forma di colomba e venisse fra noi, ditemi dove fermerebbe il suo volo, dove poserebbe il suo piede? Nelle nostre contrade? ma no; l’allontanerebbero da queste le oscene parole, le maledizioni, gli scandali, le bestemmie. Forse nelle nostre case? Ma no; in molte abita il demonio della discordia, la guerra tra marito e moglie, la lite tra padre e figlio, l’odio tra fratello e sorella, l’invidia tra congiunti e congiunti; in questo sta la mala pratica, in quella la rea amicizia; qui è la conversazione dissoluta, là la veglia scandalosa. Nelle botteghe forse e nelle officine? Ma no; Lo metterebbero in fuga le bugie, le frodi, gl’inganni, le usure. Via, troverà luogo almen nelle Chiese; né pure, anche dal luogo santo dovrebbe ritirarsi con orrore per non sentire i cicalecci, i rumori sconvenevoli, i prolungati discorsi, per non vedere gli amoreggiamenti, le occhiate libere, le sacrileghe profanazioni della santa sua casa.

Ma dunque non vi sarà luogo alcuno fra noi, ove possa discendere lo Spirito del Signore? Si, miei dilettissimi, vi sarà, e quale? Torniamo alla colomba di Noè. Questa spedita la seconda volta dall’ arca adocchiò un arboscello di verde ulivo, su quello fermò il volo, e col rostro un ramicello, con quello in bocca ritornò all’arca. Simbolo di pace è l’ulivo; e perciò la colomba (mi servirò della frase del citato S. Vincenzo), la colomba dello Spirito Santo discenderà in que’ cuori che sono in pace con Dio per la giustificante grazia; in quei cuori che vogliono far pace con Dio per mezzo di una sincera penitenza, in quei cuori che sono in pace col prossimo per vera inalterabile carità. Simbolo di misericordia è il soave liquore che produce l’ulivo; verrà di buon grado a far altresì la sua mansione in quei cuori che d’olio di misericordia sono ripieni, che di misericordia son ridondanti a pro degli afflitti, a vantaggio de’ bisognosi, a sollievo de’ miserabili.

Ed eccoci entrati nella seconda disposizione positiva che nell’esercizio consiste delle cristiane virtù, le quali da noi esige lo Spirito Santo venuto in forma di fuoco.

II. Insegna l’angelico dottor S. Tommaso (3, P. q. 39, a 7), che lo Spirito Santo prese forma di fuoco per significare gli effetti meravigliosi ch’Egli produce nell’anime nostre, purché in noi ritrovi le necessarie disposizioni. Il fuoco illumina, e lo Spirito Santo, che luce si appella, rischiara le tenebre della nostra notte. Il fuoco consuma, ed Egli consuma i nostri vizi e le colpevoli abitudini: “Deus noster ignis consumens est” (Ebr. XII, 29). Il fuoco infiamma ed Egli infiamma i nostri cuori del suo santo amore; ma la massima parte dei cristiani resiste a questo fuoco a somiglianza degl’induriti Ebrei usciti dall’Egitto. Parlò Iddio a Mosè fra mezzo alle fiamme d’un ardente roveto per dimostrare l’eccesso amor suo, intento a liberarli dal tirannico giogo del Faraone, e in una colonna di fuoco si fece loro per condurli alla terra promessa. E pur quella gente di dura cervìce, e di cuore incirconciso, fu sempre insensibile e sconoscente a così amorevoli rimostranze. Ma che cerchiam di quel popolo? Volgiamoci a noi. Gesù Cristo si dichiara esser Egli disceso dal cielo per accendere nel nostro cuore questo divin fuoco, “ignem veni mittere in terram, et quid volo nisi ut accendatur” (Luc. XII, 49). E non ostante l’amoroso suo desiderio e l’espresso suo volere, a questo fuoco divino fa resistenza l’umana freddezza. Al fuoco elementare non resistono i più duri macigni, gli stritola in polvere, non reggono i più sodi metalli, gli fa correre liquidi. Solo la cenere gli fa resistenza, e giunge ad estinguere la sua fiamma, e a spegnere il suo calore. Or mirate, dice lo scrittore della Sapienza, se questa cenere ingrata non è il simbolo più espressivo della sconoscenza dell’uman cuore, che, dimentico di Chi lo creò, volge gli affetti suoi a tutt’altro, che al suo Fattore. “Cinis est cor eius … quoniam ignoravit qui se finxit (Sap. XV, 10, 12). Così è, miei cari, al fuoco dello Spirito Santo fa colpevole resistenza la cenere della nostra ingratitudine, quando si chiudono gli occhi a’ suoi lumi, quando si fa il sordo alle sue voci, alle sue sante ispirazioni, quando si soffocano i salutari rimorsi, che desta nella nostra coscienza per trarci a ravvedimento e a salute. Meritiamo, allora il rimprovero che S. Stefano fece ai caparbi Giudei: “Vos semper Spiritui Sancto resistitis” (Act. VII, 51).

Affinché non si rinnovi in noi, o non si confermi questa mostruosa resistenza, convien disporre, in questa già cominciata novena, convien preparare il nostro cuore, acciò lo Spirito Santo accenda del suo santo amore. Volete ch’io ve ne accenni il modo? Rammentatevi il profeta Elia, allorché per confondere i falsi profeti di Baal, e far conoscere al popolo astante che il Dio d’Israele era il vero Dio, si accinse a far discendere fuoco dal cielo per accendere e consumare un olocausto. Scelse egli dodici pietre, secondo il numero delle Tribù d’Israele, e ne formò un altare; su quello dispose le legna, e sopra la massa delle medesime collocò le parti della vittima immolata; indi per ben tre volte sparse acqua abbondevole sopra la vittima, le legna e l’altare; finalmente con fervide preghiere invocò il Dio di Abramo, d’Isacco e di Giacobbe, e al tempo stesso ecco cadere dal cielo un’ardentissima fiamma che divorò vittima, legna e le stesse pietre che componevano l’altare. Ecco fedeli amatissimi, ecco la norma. Acciò sopra di noi discenda il fuoco del vivificante Spirito del Signore, fa d’uopo comporre l’altare con mistiche pietre. Saranno queste le astinenze, i digiuni, la mortificazione de’ sensi, le opere di spirituale e corporale misericordia. Edificato l’altare, si devono su quello preparare le legna. Legna opportune a formar questo mistico rogo, sono le lezioni spirituali, le limosine ai poverelli, le volontarie penitenze. Su di tal rogo dobbiamo collocare la vittima. Vittima non v’è, non v’è sacrifizio a Dio più accettevole d’uno spirito contristato, d’un cuore umiliato e contrito pel dolore de’ propri peccati: “Sacrificium Deo spiritus contribulatus, cor contritum et humiliatum, Deus, non despicies” ( Ps. L, 19). Su questa vittima di cuor contrito bisogna versare acqua abbondante, acqua di lacrime, acqua d’amarissima pena, lacrime che partano dall’intimo del cuor compunto, ad imitazione di S. Pietro che in questi giorni nel cenacolo, in aspettazione dello Spirito Santo, quantunque certo del perdono delle sue colpe, non cessava di piangere i suoi spergiuri; ad imitazione di S. Tommaso, che piangeva la sua incredulità; ad imitazione di tutti gli Apostoli congregati, che piangevano la loro fuga e l’abbandono del loro divino Maestro. Finalmente siccome la preghiera di Elia ottenne la prodigiosa discesa del fuoco del Signore, che consumò l’olocausto, così le nostre preghiere muoveranno il cuore di Dio a mandarci il Santo suo Spirito che in noi distrugga ogni colpa, purghi ogni macchia, dissipi ogni affetto terreno, e ci accenda del fuoco dell’eterna sua carità. Così avvenne nella Pentecoste agli Apostoli, alle pie donne, ai devoti fedeli con Maria Vergine nel cenacolo adunati. Essi tutti concordemente uniti in viva orazione e perseverante preghiera, sollecitarono l’arrivo del loro promesso Spirito del Signore che sopra ciascuno di essi si fece vedere in forma di lucidissime fiamme. “Hi omnes erant perseverantes unanimiter in oratione cum Maria matre lesu” (Act. I, 14.)

Felici noi se al termine di questa santa novena che è da Gesù Cristo istituita e a tutte l’altre ha dato il nome, si troveranno in noi le fin qui indicate disposizioni. Lo Spirito Santo verrà nelle nostre anime, e vi farà la sua mansione: co’ sette suoi doni, colla superna sua luce diraderà le tenebre del nostro intelletto, ci farà conoscere la vanità delle cose terrene, e la grandezza ed importanza delle eterne: ci renderà luminosa, convincente testimonianza della Persona, della Divinità, della dottrina e della fede di Gesù Cristo. E noi rischiarati nella mente, infiammati nel cuore, Gli daremo, ad imitazione degli Apostoli, prove e testimonianze di fedeltà, di riconoscenza coll’integrità della nostra fede, coll’osservanza della sua legge, coll’esemplarità de’ nostri costumi, coll’imitazione de’ suoi esempi, coll’esercizio delle cristiane virtù, fino a pervenire ove col Padre e con lo Spirito Santo vive e regna ne’ secoli de’ secoli. Così sia.

Il trattato del Purgatorio

Oggi, nella falsa chiesa dell’uomo, apostatico-conciliare, viene negata, dagli adepti del “principe di questo mondo” e dai marrani della quinta colonna della “sinagoga di satana” infiltrata nel Santuario Santo, l’esistenza del Purgatorio, e finanche quella dell’inferno, prospettando una misericordia fasulla, senza pentimento, contrizione e proposito, dal carattere francamente luciferino, per precipitare le anime, così miseramente ingannate, nel fuoco eterno. La “Verità rivelata” ed il “Magistero” della Chiesa Cattolica, hanno fornito delle risposte esaustive e definitive al riguardo, eterne ed immodificabili. Ecco, come una grande Santa, S. Caterina da Genova, canonizzata dal Santo Padre Clemente XII, ha descritto, come meglio ha potuto, con parole umane, lo stato delle anime del Purgatorio, essendo così di sprono: 1) – nel cercare di evitarlo con i mezzi che la Provvidenza divina ci ha messo a disposizione; 2) – nel portare un aiuto alle anime purganti onde progrediscano verso l’eterno Bene, il Paradiso, e godere così della vista beatifica di Dio.

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TRATTATO DEL PURGATORIO

Di Santa Caterina da Genova

Come (la santa), per relazione col fuoco divino che percepiva nel suo cuore e che la rendeva casta interior­mente, vedeva con gli occhi dell’anima e comprendeva la condizione dei fedeli nel purgatorio – erano lì per purificarsi prima di essere presentati al cospetto di Dio, in paradiso.

1. – Quest’anima santa, ancora vestita del suo corpo, era stata posta nel Purgatorio dell’amore divino, che, pieno di fuoco, la bruciava completamente e purificava in lei ogni cosa, perché – lasciata questa vita – potesse essere subito presentata al cospetto del suo dolce Dio. E, grazie a questo amorevole fuoco, comprendeva nel suo intimo la condizione dei fedeli nel purgatorio: erano lì per purgare ogni ruggine e macchia di peccato non ancora mondate nel corso della loro esistenza terrena. Nell’amorevole Purgatorio del fuoco divino la Santa, unita al divino amore, gioiva di tutto ciò che operava in lei e, comprendendo la condizione delle anime, usava queste parole:

2.- «Le anime del Purgatorio non possono avere al­tra scelta che essere lì. Ciò avviene per disposizione di Dio, che ha operato con giustizia”. I purganti non sono nella condizione di voltarsi indietro e dire: «Ho commesso certi peccati, per cui merito di stare qui». E neppure dire: «Non vor­rei averli commessi, così ora andrei in paradiso». Né ancora: «Lui uscirà di qui prima di me o io ne uscirò prima di lui». Non sono in grado di tenere alcuna memoria propria, né in bene né in male, né su altri: sono così felici di appartenere al piano di Dio, che non han­no pensieri per se stessi. Vedono solo tanta bontà e l’opera di Dio, che, pieno di misericordia, conduce l’uomo a sé; (le anime) non percepiscono la pena e il bene che ciascuno vive dentro se stesso – del resto, se riuscissero a percepirli, non potrebbero più prender parte alla carità pura. Non vedono neppure di essere nella pena per i loro peccati né sono in grado di trattenere nella mente quella vista, perché sarebbe una imperfezio­ne in atto, che non può esistere in questo luogo: lì non è più possibile peccare attualmente. La percezione del Purgatorio avviene in loro una sola volta, nell’istante, cioè, in cui abbandonano questa vita e poi mai più, perché questo costitui­rebbe una proprietà.

3.- Le anime sono nella carità e non possono devia­re da essa con una mancanza volontaria: non sono più in grado di volere né desiderare altro, se non esclusivamente il volere puro della carità pura. In­fatti, essendo immerse nel fuoco del Purgatorio, ap­partengono al disegno divino – che è carità pura – e in esso non sono nella condizione di deviare in nessuna parte. Trovano così impedimento nel com­mettere peccato attuale e, parimenti, nel compiere atti meritevoli.

4.- Non credo esista felicità paragonabile a quella di un’anima del Purgatorio, tranne quella dei Santi del Paradiso. E ogni giorno questa gioia aumenta per influsso di Dio nelle anime e tende ad aumentare, perché ogni giorno consuma ciò che impedisce tale influsso. La ruggine del peccato è l’impedimento; il fuoco consuma la ruggine e così l’anima si apre sempre di più all’influsso di Dio. Se un oggetto coperto, stando al sole, non può corrispondere al riverbero del sole – non per difet­to del sole, che continuamente splende, ma per ciò che lo copre – quando la copertura si consumerà, esso si dischiuderà al sole e corrisponderà al suo ri­verbero nella misura in cui si sarà consumato ciò che lo copriva. Lo stesso accade per la ruggine del peccato, co­pertura delle anime nel Purgatorio: essa si consuma man mano per il fuoco e, nella misura in cui si consu­ma, corrisponde al suo vero sole, Dio. Tanto cresce la gioia, quanto viene meno la ruggine e l’anima si apre all’influsso: mentre una cresce, l’altra si ridu­ce, sino a quando non sia giunto al termine (il tem­po dell’espiazione). La pena non diminuisce, dimi­nuisce il tempo in cui restare in essa. Per ciò che concerne la loro volontà (le anime) non possono mai dire che quelle siano pene; gioi­scono della disposizione divina, con la quale è uni­ta la loro volontà nella pura carità.

5.- Ma, contraria­mente alla gioia della volontà in tale modo unita, subiscono una pena così atroce, che lingua non può parlarne, né intelletto può capirne una minima scin­tilla, se Dio non glielo mostrasse per grazia speciale. Dio mi ha mostrato questa scintilla per sua gra­zia, ma non mi è possibile esprimerla a parole. Quella vista, che il Signore mi mostrò, non lasciò mai più la mia mente. Dirò di ciò che mi successe quel che riuscirò a esprimere e intenderà chi il Si­gnore vorrà che intenda.

6.- Il fondamento di tutte le pene è il peccato, ori­ginale o attuale. Dio ha creato l’anima pura e semplice, pulita da ogni macchia di peccato, dotata di istinto beatifico verso di Lui; da quest’ultimo l’allontana il peccato originale. Il peccato attuale poi, si aggiunge ad esso e allontana di più l’anima da Dio e, a mano a mano che si scosta, l’anima diventa maligna, perché non è corrisposta da Dio. Tutte le forme di bontà esistenti, vengono per divina partecipazione, che nelle creature irrazionali corrisponde come vuole e come ha disposto e non viene mai meno a esse. Verso l’anima poi, Dio cor­risponde in maggiore o minore misura a seconda del suo stato di purificazione dal peccato. Quando l’anima si avvicina alla sua prima crea­zione pura e netta trova in sé un istinto beatifico che cresce con tale impeto e furore di fuoco di ca­rità – il quale l’attira al suo fine ultimo – da dive­nirle insopportabile l’impedimento. A mano a ma­no che vede farsi vicino il suo fine ultimo, la pena diventa per lei più grande e atroce.

7.- Le anime che sono nel Purgatorio non possiedo­no peccato né esiste impedimento fra loro e Dio, ad eccezione di quella pena che le ha costrette e a cau­sa della quale l’istinto non ha potuto raggiungere la sua perfezione (nel fine ultimo che è Dio). Vedendo con certezza quanto sia grave anche un solo impedimento presso Dio e che, per necessità di giustizia, viene ritardato quell’istinto, ne nasce un fuoco così terribile che è paragonabile a quello dell’inferno, anche se non c’è colpa, – colpa che si ritrova invece nei dannati dell’inferno, perché pro­dotta dalla volontà maligna. A questi Dio non cor­risponde la sua bontà; i dannati restano in quella volontà disperata e nella malignità, contro la vo­lontà di Dio.

8.- Da ciò si vede ed è chiaro che si considera colpa la volontà perversa che agisce contro la volontà di Dio: mentre persevera la mala volontà, persevera la colpa. Dal momento che quelli dell’inferno hanno la­sciato questa vita con la cattiva volontà, la loro col­pa non è rimessa, né si può rimettere, in quanto non possono più mutare di volontà: con quella mala volontà sono passati da questa vita all’altra. Il passo seguente conferma la decisione nei ri­guardi dell’anima, in bene o in male, a seconda del­la volontà deliberata in cui si trova: “Ubi te invenero”, cioè all’ora della morte, in quella volontà di peccare o di dolore per aver peccato, “ibi te iudicabo”. Al giudizio non segue poi remissione, perché dopo la morte la libertà d’arbitrio non è più mutabile: si ferma nella condizione in cui si trova al punto della morte. Le anime infernali portano con sé per sempre la colpa e la pena; quest’ultima poi, non è proporzio­nale alla pena che meritano, ma è infinita. Le ani­me purganti soffrono solamente la pena e, poiché sono senza colpa – cancellata dal dolore -, la pena ha un termine e diminuisce sempre di più in rap­porto al tempo, come si è detto. O miseria sopra ogni miseria, tanto maggiore poi se non è considerata dall’umana cecità!

9.- La pena dei dannati non è infinita in quantità, perché la dolce bontà spande il raggio della sua mi­sericordia anche all’inferno. L’uomo che muore nel peccato mortale merita pena e tempo infiniti, ma la misericordia divina rende possibile che solo il tem­po sia infinito e la pena sia invece limitata nella quantità, – anche se giustamente il Signore avrebbe potuto attribuire al peccatore una pena maggiore di quella che gli è stata attribuita. Vedi quanto è pericoloso il peccato commesso con malizia! Difficilmente l’uomo se ne pente e, non pentendosi, la colpa resta sempre e dura quan­to l’uomo resta nella volontà del peccato, com­messo o da commettere.

10.- Ma le anime del purgatorio hanno la loro vo­lontà in tutto conforme a quella di Dio; a lei Dio corrisponde con la sua bontà ed esse sono felici perché la loro volontà è purificata dal peccato ori­ginale e attuale. Quanto alla colpa, le anime riacquistano la pu­rezza della prima creazione perché hanno lasciato questa vita dolendosi di tutti i peccati commessi, con l’intenzione di non commetterne più. Per il dolore che provano Dio perdona subito la colpa e così alle anime non rimane (altro) se non la ruggine e la deformità del peccato, che si purifica poi nel fuoco attraverso la pena. Queste anime, purificate totalmente da ogni col­pa e unite a Dio per volontà, vedono Dio in manie­ra chiara e proporzionale a quanto Lui fa loro co­noscere; nel vedere quanto è importante la fruizio­ne di Dio e che l’anima è stata creata a quello sco­po, trovano una conformità tale che le unisce a Dio – conformità che tende a realizzarsi per l’istinto na­turale che spinge l’anima verso Dio – che non si possono dire ragionamenti, figure né esempi suffi­cienti a chiarire questa condizione, come la mente cioè l’avverta nei suoi effetti e la comprenda per sentimento interiore.

11.- Un esempio: poniamo che in tutto il mondo non ci sia che un unico pane in grado di togliere la fame e che tutte le creature si sazino anche solamente col vederlo. Ora, la creatura – cioè l’uomo – ha l’istin­to di mangiare quando è sano e, se non mangia, se non si ammala, se non muore, quella fame crescerà sempre di più, perché non viene meno quell’istinto. Lui è contento, perché conosce il pane che lo può saziare, tuttavia, per il fatto stesso di non averlo a disposizione, non può togliersi la fame. Questo è l’inferno che vive chi ha una grande fa­me: più l’uomo si avvicina al pane senza poterlo ve­dere, più si accende il suo desiderio naturale, che istintivamente è tutto rivolto verso quel pane, in cui consiste la felicità. La certezza di non vedere mai quel pane è per lui l’inizio dell’inferno vero e pro­prio, quello che vivono i dannati, privati della spe­ranza di contemplare l’autentico pane, Dio salva­tore. Le anime del purgatorio invece hanno fame, sì, perché non vedono il pane di cui potersi nutrire, ma conservano la speranza del momento in cui potran­no vederlo e saziarsene completamente; la loro pe­na consiste nel non poter soddisfare subito la fame.

12.- È chiaro che lo spirito purificato non trova altro luogo che Dio per riposare – a tal fine infatti è sta­to creato – e il peccato nell’anima non ha altro luo­go che l’inferno secondo l’ordinamento divino. Nel momento in cui lo spirito si separa dal corpo, l’anima – se si diparte in peccato mortale – rag­giunge il luogo prestabilito, guidata dalla natura del peccato. Se l’anima non ritrovasse là l’ordinamento divi­no, che procede dalla sua giustizia, vivrebbe in un inferno peggiore di quello in cui si trova, perché fuori da tale disposizione. Quest’ultima infatti è partecipe della misericordia divina, che permette ai dannati di non scontare la pena che meritano; essi, d’altro canto, si gettano subito nell’inferno – come se quel luogo fosse di loro proprietà – perché non trovano per sé nulla di più adatto e di meno dolo­roso.

13.- Lo stesso vale a proposito del purgatorio: l’ani­ma, separata dal corpo, non possiede più la purez­za originaria e, accorgendosi della sua macchia – che non si può eliminare se non per mezzo del pur­gatorio – si getta in quel luogo presto e volentieri.

Se il progetto divino non prevedesse di purgare la ruggine del peccato, in quell’istante si generereb­be un inferno peggiore del purgatorio, perché l’ani­ma si vede separata da Dio, che diventa così im­portante da far passare in secondo piano le pene del purgatorio (sebbene, come si è detto, questo luogo sia simile all’inferno).

14.- Per ciò che dipende da Dio, vedo che il paradiso non ha porta alcuna: chi vuole entrare lo può fare, perché Dio è tutto misericordia e sta con le braccia aperte verso di noi, per riceverci nella sua gloria. La divina essenza è pura e monda – molto più di quanto l’uomo possa immaginare – e l’anima che ha in sé la minima imperfezione – un fuscello, per dire – preferirebbe gettarsi in uno o mille inferni, piuttosto che ritrovarsi alla Presenza divina con una minima macchia. Ma compito del purgatorio è quello di togliere la macchia! L’anima sceglie que­sto luogo per trovare in esso la misericordia che le occorre per potersi mondare dalle sue colpe.

15.- La lingua non può esprimere e il cuore non può capire quanto sia importante il purgatorio: la pena è infernale, ma l’anima peccatrice la riceve come dono di misericordia, perché le pene non hanno pe­so di fronte alla gravità di quella macchia che im­pedisce l’amore. Vedo che la pena di quelli che sono nel purga­torio è soprattutto quella di essere causa del dispia­cere di Dio e il fatto che esso sia il frutto di un atto volontario compiuto contro la bontà divina, rispet­to a qualsiasi altro dolore. Dico ciò perché i pur­ganti, dal momento in cui godono della Grazia, si accorgono finalmente dell’importanza dell’impedi­mento che li distacca da Dio.

16.- Sono certa delle mie parole per ciò che ho po­tuto comprendere in questa vita. Ogni vista, ogni parola, ogni sentimento, ogni immaginazione, ogni giustizia, ogni verità mi sembrano bugie. Di queste parole resto più confusa che soddisfatta, perché non trovo vocaboli più estremi con cui potermi esprimere e perciò taccio.

Le mie parole sono niente se paragonate a quel­lo che la mia mente avverte; tra Dio e l’anima c’è una conformità tale che, nel momento in cui il Si­gnore la vede nella sua purezza originale, con il fuo­co del suo amore – sufficiente ad annichilire l’ani­ma immortale – le dona quella tensione, che è sguardo unitivo, attraverso cui la lega e la tira a se. L’anima si assorbe in Dio al punto di negare l’e­sistenza di altro all’infuori di Dio. Il Signore l’attira e la infuoca continuamente, fi­no a condurla a quell’essere da cui è uscita, quella assoluta purezza nella quale fu creata.

17.- Quando l’anima vede interiormente che è attira­ta dal divino fuoco dell’Amore, sente che il calore la scioglie e ridonda nella mente il suo dolce Signo­re. Lei sa che Dio non mancherà mai di attirarla e di condurla alla perfezione, con attenzione costante e secondo i suoi piani. La pena delle anime nel purgatorio consiste pro­prio nel vedere ciò che Dio mostra loro nella sua lu­ce e di esserne attratte, senza però poter seguire quella seduzione, quello slancio unitivo che il Si­gnore ha dato loro per legarle a sé. La percezione di quanto sia gravoso quell’impedimento e l’istinto che l’anima ha di poter essere attratta da quello sguardo senza impedimenti, costituiscono la soffe­renza dei purganti. Essi non tengono conto della pena vera e pro­pria – per quanto, di per sé, sia grandissima – ma danno importanza al fatto che si oppongono alla vo­lontà di Dio, che, acceso da tanto estremo amore puro verso loro, le attira fortemente a sé con il suo sguardo unitivo, come se ciò fosse l’attività prin­cipale. Se l’anima trovasse un altro purgatorio oltre quello in cui si trova, pur di potersi liberare dall’im­pedimento al più presto, gli si butterebbe dentro, tanto impetuoso è l’amore, simile a quello di Dio.

18.- Vedo ancora che dall’amore divino si dipartono verso l’anima raggi e lampi così colmi di fuoco, pe­netranti e forti, che, se fosse possibile, annullereb­bero addirittura l’anima, non solo il corpo. I raggi compiono nell’anima due operazioni: la sua purificazione e il suo annullamento. Come succede all’oro: quanto più lo si fonde, tanto diventa puro, e, se si continuasse a fonderlo, ogni imperfezione verrebbe annullata; tale è l’effet­to del fuoco nella materia. L’anima non può annullarsi in Dio, ma in se stes­sa; a mano a mano che si purifica, si annulla in se stessa e resta in Dio l’anima pura. L’oro, puro a ventiquattro carati, per quanto fuoco gli si possa dare, non consuma più, salvo le sue imperfezioni. Ciò accade con il fuoco divino nell’anima: mentre Dio la tiene nel fuoco, lei con­suma ogni sua mancanza e va verso la perfezione dei ventiquattro carati. Monda, resta completamente in Dio senza al­cunché di proprio, perché la purificazione dell’ani­ma consiste nella privazione di noi in noi: il no­stro essere è Dio. L’anima, purificata a ventiquattro carati, rimane impassibile, perché non ha più nul­la da consumare. Se anche fosse tenuta nel fuoco, non le sarebbe penoso: è fuoco dell’amore divino che è per lei vita eterna. Possono vivere senza al­cuna contrarietà, come le anime beate, persino in questa vita, se fosse possibile per loro restare in­sieme al corpo. Ma non credo che Dio le tenga sulla terra, eccetto che per qualche grande volontà divina.

19.- L’anima è stata creata capace di poter raggiun­gere la sua perfezione originaria, vivendo secondo quanto era stato disposto per lei senza lasciarsi con­taminare dal peccato. Con il peccato originale e con quello attuale, essa perde i suoi doni e le grazie e, morta, non può risuscitare se non per mezzo di Dio. Risuscitata per mezzo del Battesimo, resta in lei però la cattiva inclinazione che la conduce (se non oppone resistenza) al peccato attuale, facendola ri­tornare alla morte.

Dio torna per risuscitarla nuovamente per mez­zo di un’altra grazia speciale, ma l’anima è talmen­te imbrattata e rivolta verso se stessa che, per ritor­nare allo stato in cui Dio l’ha creata, necessita di tutte quelle operazioni divine, senza le quali l’ani­ma non potrebbe ritornare alla sua condizione ori­ginaria di purezza. Nel momento in cui l’anima sta per ritornare al suo primo stato, proprio perché deve trasformarsi in Dio, arde così intensamente, che quello è il suo purgatorio (non guarda al purgatorio come purga­torio, ma il suo purgatorio è proprio l’istinto arden­te che le è impedito). Questo stato – l’ultimo dell’amore – si compie se è assente la parte umana, perché l’anima possiede imperfezioni nascoste e, se l’uomo le vedesse, vi­vrebbe disperato. Quest’ultimo stadio dell’amore consuma tutte le piccole mancanze e, una volta consumate, gliele mostra in modo che l’anima veda l’opera di Dio, che produce quel fuoco d’amore e consuma le imperfezioni che sono da consumare.

20.- Ciò che l’uomo giudica perfetto è difettoso pres­so Dio; non appena l’uomo compie l’atto di vedere, sentire, intendere, volere o avere memoria, si mac­chia e le operazioni che compie, apparentemente perfette, restano contaminate; se l’opera deve esse­re perfetta, si deve compiere in noi senza noi e l’o­pera di Dio deve essere in Dio senza che l’uomo agisca per primo. Questo è ciò che compie Dio nell’ultima spre­sione dell’amore puro solamente per mezzo suo. L’opera è così penetrante e ardente nel fondo del­l’anima che il corpo, che la circonda, pare si agiti fortemente, come se si trovasse in un grande fuoco che non lo lascia mai quieto, sino alla morte. L’amore di Dio che riempie l’anima (secondo quanto io vedo) dona una gioia che non si può esprimere a parole, ma questa gioia non toglie nem­meno una scintilla di pena nelle anime del purga­torio. L’amore trattenuto produce una pena grande quanto è la perfezione di quell’amore di cui Dio l’ha resa capace. Ne consegue che le anime del pur­gatorio provano gioia grandissima e pena grandissi­ma senza che la prima ne impedisca l’altra.

21.- Se esse potessero purgarsi per mezzo della con­trizione, purgherebbero in un istante tutto il loro debito, tale è l’impeto di contrizione che è in loro, poiché hanno la chiara consapevolezza dell’impor­tanza di quell’impedimento! E’ fuori dubbio che Dio non risparmia nulla al pagamento di quel de­bito, perché così è stato stabilito dalla sua giustizia. L’anima, d’altro canto, non ha più possibilità di scelta propria e non può vedere se non quello che Dio vuole, né vorrebbe vedere altro, perché così è stato preordinato per 1ei.

22.- Se poi quelli che stanno nel mondo fanno l’ele­mosina per abbreviarle il periodo della pena (1’ ani­ma) non può permettersi di voltarsi a guardarla con affetto e di prenderla in considerazione: l’unico a operare è Dio, che ha il suo modo di appagarsi. Il fatto di potersi voltare per guardare all’elemosina, risulterebbe una proprietà che la distoglierebbe dalla percezione del volere divino e, di conseguen­za, farebbe diventare la sua pena infernale. Immobili di fronte a tutto ciò che Dio dà loro (di gioia o di pena) le anime del purgatorio non po­tranno mai più voltarsi verso se stesse, perché han­no trovato la loro intimità nella volontà del Signore e su di essa si sono plasmate, felici di vivere il pro­getto divino.

23.- Presentare al cospetto di Dio un’anima in debito ancora di un’ora col purgatorio, significherebbe renderla colpevole di una grande offesa e ciò le co­sterebbe una pena pari a più di dieci purgatori, per­ché la somma giustizia e la pura bontà non potreb­bero reggerne la vista e, per parte di Dio, ciò risul­terebbe sconveniente.

Se l’anima si accorgesse che Dio non è piena­mente soddisfatto anche solo per una mancanza pa­ri a una farfallina d’occhio, non potrebbe tollerarlo, anzi, sopporterebbe più volentieri mille inferni piut­tosto di non essere ancora del tutto purificata da­vanti alla presenza di Dio (se fosse possibile sce­gliere quei mille inferni).

24.- Mentre vedo nella luce di Dio ciò che sto rac­contando, mi viene voglia di gridare così forte da spaventare tutti gli uomini di questo mondo e dire loro:

   «O miseri, che vi lasciate accecare in questo mondo al punto da non stimare affatto questa ne­cessità, quando vi imbatterete in essa! Tutti vi na­scondete sotto la speranza della misericordia di Dio, che sapete essere grande; non vi rendete con­to invece che l’immensa bontà di Dio vi giudicherà per aver agito contro la sua volontà? La sua bontà ci deve guidare a compiere il suo volere e non ad avere speranza, se ci rendiamo colpevoli di un’azio­ne malvagia. La giustizia non può venir meno e de­ve compiersi in qualche modo».

Non essere troppo sicuro di poter credere: «Io mi confesserò, prenderò l’indulgenza plenaria e a quel punto sarò purgato da tutti i miei peccati!». Sappi che questo tipo di confessione e di contrizio­ne – che occorrono per ottenere l’indulgenza plena­ria – sono difficili da raggiungere. Se solo te ne ren­dessi conto, tremeresti di timore e saresti più sicuro di non poterla raggiungere che di raggiungerla.

Anime-purganti

25.- Io vedo le anime rimanere nella pena del purga­torio consapevoli di due obiettivi: il primo consiste nel patire volentieri le pene, sapendo che Dio ha usato grande misericordia in proporzione a ciò che meriterebbero e all’importanza che ha il loro Signo­re. Se la sua bontà non temperasse la giustizia con la misericordia – e la giustizia si soddisfa col san­gue di Cristo – un solo peccato meriterebbe mille inferni eterni. Le anime purganti conoscono la grande miseri­cordia divina e volentieri patiscono la pena senza lamentarsi e senza che ne venga meno un solo cara­to, perché pare loro di meritarla giustamente, se­condo il piano divino e poiché non possono eserci­tare la loro volontà. L’altro scopo è accorgersi della gioia che non man­ca mai, anzi, cresce per accostarsi a Dio. Le anime vedono queste due realizzazioni del progetto divino non in esse né per mezzo di se stes­se, ma esclusivamente in Dio, verso il quale, rispet­to alle pene che patiscono, prestano maggior atten­zione, perché per Lui nutrono una stima più gran­de: ogni attimo di cui possono godere di Dio supe­ra ogni pena e gaudio che l’uomo possa capire, ma, nonostante li superi, non toglie una scintilla di gioia o di pena.

26.- Sento nella mia mente il processo di purificazio­ne delle anime del purgatorio nella misura in cui la vedo, in maniera sempre più chiara, come vi ho det­to ormai da due anni a questa parte; ogni giorno che passa la vedo e la sento più evidente: vedo che la mia anima sta in questo corpo come in un pur­gatorio che si sovrappone a quell’altro per salvare il corpo dalla morte – nella misura in cui il corpo stes­so è in grado di sopportare – e che cresce sempre di più, finché sopravviene la morte fisica.

Vedo che lo spirito è alienato da tutti i doni spi­rituali che possono dargli nutrimento, come la leti­zia o il piacere; non può gustare alcuna cosa dello spirito, né per volontà né per intelletto, né attraver­so la memoria per cui poter esprimere felicità di questo o di quello!

27.- Il mio mondo interiore è immobile e assediato; tutto ciò che reggeva la vita spirituale e corporale gli è stato tolto a poco a poco; nel momento in cui sono venute meno le sue impalcature, si rende conto che per lui sono state cose di cui nutrirsi e confor­tarsi, ma, una volta riconosciute come tali, sono così aborrite che scompaiono senza lasciare traccia, poi­ché lo spirito ha in sé l’istinto di eliminare ogni co­sa che possa impedire il raggiungimento della sua perfezione, a costo di permettere che l’uomo venga gettato nell’inferno, pur di pervenire al suo intento. Per questa ragione lo spirito elimina tutto ciò di cui l’interiorità dell’uomo si può nutrire e lo assedia in maniera così sottile da non lasciar passare il ben­ché minimo fuscello d’imperfezione, che non sia da lui veduto e aborrito. Per questo l’anima era assediata interiormente: non poteva sopportare che quelle persone che era­no entrate in relazione con lei e che parevano sulla via della perfezione, trovassero sostentamento in al­cuna cosa. Quando le vedeva nutrirsi di ciò che lei aborriva, lasciava quel luogo per non vederle, so­prattutto se si trattava di alcune persone in particolare.

28.- Anche la parte esteriore restava ancora assedia­ta, perché lo spirito non le corrispondeva: non tro­vava cosa sulla terra da cui poter trarre sostegno, secondo l’istinto umano, né le rimaneva altro con­forto se non Dio, che agisce per amore e con gran­de misericordia per soddisfare la propria giustizia, la cui vista le dava una grande gioia e una immensa pace. Non esce però di prigione né cerca di uscirne fintanto che Dio non abbia compiuto ciò che le oc­corre; la sua felicità è la soddisfazione di Dio e, per lei, non si potrebbe trovare pena alcuna, per enor­me che sia, quanto non corrispondere più all’ordi­namento di Dio, perché l’anima riconosce che il progetto è giusto e misericordioso. Diceva: «Vedo e tocco tutte queste cose, ma non so trovare vocaboli adatti ad esprimere ciò che vor­rei dire. Quello che ho detto, lo sento operare den­tro di me, spiritualmente».

29.- La prigione nella quale mi sembra di essere è il mondo, i legami, il corpo; la mia anima, che vive nella grazia, lo sa bene e sa bene anche che cosa im­plica essere privati della possibilità – o ritardarla – di pervenire al suo fine. L’anima è delicata ed è re­sa degna dalla Grazia divina di essere con Dio una cosa sola, perché partecipe della sua bontà. Come è impossibile che a Dio possa accadere al­cuna pena, così vale per le anime che sono a Lui vi­cine: quanto più gli si fanno prossime, tanto mag­giormente ricevono del suo Essere. Il ritardo che l’anima ha (nell’unirsi al suo Signore) è causa di grande pena per lei e fa in modo di allontanarla dal­le proprietà che ha in sé per natura e che, per gra­zia, le sono mostrate. Non potendole trattenere, ma essendone capa­ce, la pena è in proporzione alla stima che lei ha di Dio. La stima poi è tanto maggiore quanto l’anima più conosce e tanto più conosce, quanto è più sen­za peccato. L’impedimento è più terribile quando l’anima, completamente raccolta in Dio e senza al­cun altro impedimento esterno, giunge alla perfetta conoscenza senza errore.

30.- L’uomo che preferisce farsi ammazzare piutto­sto di offendere Dio, sente che la morte gli procura pena, ma la luce di Dio lo induce a dare più impor­tanza al suo Signore che alla morte corporale. L’a­nima conosce il progetto di Dio e stima ancor più quel progetto di tutti i tormenti, per terribili che possano essere, tanto quelli interiori, quanto quelli esteriori, perché Dio – per il quale quest’opera si compie – eccede in tutto ciò che si possa immagi­nare e sentire. L’anima, come già si è detto, non vede né parla né conosce danno o pena in sé propria, ma il tutto conosce in un solo istante, pur non vedendolo in se stessa, perché lo spazio che Dio occupa in lei (per poco che sia) la impregna al punto da allontanare ogni cosa e da non lasciarle considerare null’altro. Dio fa perdere tutto ciò che è dell’uomo e che il purgatorio purifica.