LE BEATITUDINI

LE BEATITUDINI

[da J.-J. Gaume: “Trattato dello Spirito Santo”: Capp. XXXIV, XXXV, XXXVI]

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Il nostro studio dei doni dello Spirito Santo può riassumersi nelle seguenti verità; i doni dello Spirito Santo sono i principi deificatori dell’uomo e della società; il mondo deve loro tutto ciò che vi è di veramente bello e di veramente buono. Al dono di timor di Dio, deve i suoi veri grandi uomini; al dono di pietà, i suoi innumerevoli asili per tutte le miserie; al dono di scienza, le sue affermazioni certe e i suoi più celebri dotti; al dono di consiglio, quelle turbe di vergini e tutti gli innumerevoli servizi gratuiti di carità; al dono d’intelligenza, la sua superiorità intellettuale sulle nazioni che non sono cristiane o che cessano d’esserlo; al dono di sapienza, quei pazzi sublimi che si chiamano i santi: lume, gloria e salute dell’umanità. [“Nos stulti propter Christum”. I Cor., IV, 10. — “Placuit Deo per stultitiam praedicationis salvos facere credentes”. Id., I, 28]. – Ai doni dello Spirito Santo sono opposti i sette peccati capitali, principi corruttori dell’uomo e del mondo, questi doni satanici producono degli effetti in relazione con la loro natura; ad essi devono attribuirsi tutte le vergogne e tutti i delitti dell’umanità. Dovendo l’uomo e il mondo vivere sotto l’influenza dello Spirito del bene o dello Spirito del male, risulta che dopo la sua caduta l’umano genere obbedisce a un impulso settiforme. Quest’impulso è settiforme e deve esserlo. Da un lato, lo Spirito Santo è inseparabile dai suoi doni, come satana è inseparabile dai suoi. Dall’altro, quest’impulso deve raggiungere tutte le facoltà dell’uomo e determinare, come di fatto esso determina, tutte le loro operazioni buone o malvagie. Tal’è il doppio principio movente dell’umanità. Il mondo diretto dal soffio dello Spirito Santo, è una nave che fa rotta verso il porto; spinto dall’alito dello spirito maligno, è una nave che si allontana dalla spiaggia e che finisce infallibilmente per perdersi. Se dunque vogliamo predire l’avvenire di un regno o di un’epoca, basta vedere a quale impulso essi obbediscono. – Con tutto ciò la deificazione dell’ uomo cominciata col Verbo e continuata con lo Spirito Santo, non ha ancora raggiunto la sua perfezione. I sette doni divini non sono in noi forze dormienti; ma sono altrettanti principi attivi che debbono manifestarsi con delle operazioni in rapporto con la natura e con l’oggetto di ciascuno. Cosi è che l’albero, il cui umore è messo in moto dal calore del sole, deve produrre delle foglie, fiori e frutti, secondo la sua specie. Il paragone evangelico che di già ci ha reso sensibile la differenza delle virtù e dei doni, ci farà altresì comprendere la differenza dei ‘doni e delle beatitudini. – Che cosa si dee intendere per le beatitudini? Donde viene il loro nome? Qual’è il loro numero, quali i loro rapporti con la felicità di ciascun uomo? Come procurano il benessere delle società? Qual è la loro superiorità sulle virtù? Qual è il loro ordine gerarchico? Quali sono i loro rapporti con i doni dello Spirito Santo? Tali sono i quesiti che ci sembrano abbracciare, nell’insieme, un soggetto altresì poco noto e non meno interessante, come i doni dello Spirito Santo. – 1° Che cosa si ha da intendere per le beatitudini? Le beatitudini sono i doni dello Spirito Santa in azione. [“Beatitidines distinguuntur a donis et virtutibus, sicut actus ab habitibus”. Vig., c. XIII, p. 418]. – Accade ad un cristiano lo stesso effetto che ad un albero. Allorché nel battesimo egli ha ricevuto la vita divina e con essa le virtù infuse; quando, con i sette doni lo Spirito Santo é venuto a dare il moto a tutte queste virtù, come il calore all’umore, così il cristiano può e deve praticare certi atti di una perfezione soprannaturale, che s’incamminano al suo ultimo fine. [Non c’è bisogno di dire ‘che tutto ciò si fa nel tempo stesso e con una sola operazione]. – Questi atti sono detti beatitudini, cioè beatificanti. Essi differiscono dalle virtù e dai doni, come l’effetto differisce dalla causa, il rivo dalla sorgente, il fiore dall’albero; o per parlare il linguaggio della teologia, come la facoltà in atto, differisce dalla facoltà in potenza. « Le beatitudini, dice san Tommaso, differiscono dalle virtù e dai doni, come gli atti differiscono dalle abitudini. » [“Beatitudines distinguuntur quidem a Virtutibus et donis, non sicut habitus ab eis distincti, sed sicut actus distiaguuntur ab habitibus” la, 2ae, q. 49, art. 1. Corp]. – Così le beatitudini non sono, come il loro nome sembrerebbe indicare, abitudini o stati permanenti; ma atti transitori, prodotti da abitudini permanenti, chiamati doni dello Spirito Santo. – 2° Donde viene il loro nome? II nome cosi dolce e cosi poco inteso di beatitudine significa felicità perfetta, riposo finale. « La beatitudine, dice un gran teologo, è il supremo bene, il fine ultimo; tutti convengono in questa definizione. Noi chiamiamo supremo bene, ciò che ha tutte le qualità del bene, e che non ha nessuna qualità del male, a cui nulla manca ed a cui non si può niente aggiungere. Tutti convengono altresì che questo bene supremo è uno, e che è Dio, bene perfetto, e fonte di ogni bene; il quale unendosi per adozione gli Angeli e gli uomini, gli rende partecipi della sua beatitudine infinita.» [Vig. t. c. XIV]. – Ora, la beatitudine è il fine ultimo della vita umana.22 ]”Beatitudo est ultimus finis humanae vitae”. S. Th., 1a 2ae, q. 69, art. 1, corp.]. -Questa verità è talmente certa, che l’uomo può ben falsare la legge che lo spinge alla ricerca della felicità, ma non può sottrarvisi. Sapendolo o no, col peccato o con la virtù, notte e giorno ei lavora per la felicità. Tranquillo e contento s’ei la trova; inquieto e infelice se ei la ricerca invano. Quest’ è l’ago calamitato il quale, sottomesso ad un’attrazione misteriosa, gravita di continuo verso il polo, né diventa immobile che dopo essersi messo in rapporto diretto con quel punto del cielo. – La beatitudine essendo la felicità perfetta, e la felicità perfetta essendo il pieno possesso di Dio, tre cose sono evidenti. La prima, che rapporto all’uomo, la beatitudine è insieme imperfetta e perfetta. Imperfetta sulla terra, dove non vediamo Dio, il supremo Bene, se non che attraverso le ombre della fede, e non Lo possediamo che in un modo imperfetto. Perfetto nel cielo, dove noi vedremo Dio faccia a faccia, e Lo possederemo senza timore di perderLo giammai. La seconda, che l’uomo non arriva tutt’ad un tratto al suo fine. La terza, che il suo fine o la beatitudine, non è né può essere di questo mondo. – In queste verità di logica e di buon senso si trova, per dirla di passata, la prova assoluta di tre verità fondamentali: l’esistenza d’un’altra vita, la libertà umana, l’obbligo per l’uomo, per tutta la durata del suo passaggio quaggiù, di tendere al suo fine, mediante continui progressi. Il tempo non gli è stato dato per un altro uso. Questi progressi, essendo un avviamento verso la beatitudine, sono la beatitudine incominciata. Di qui viene che nel suo linguaggio profondamente filosofico, il Vangelo chiama beatitudini, certi atti della vita presente, che conducono più direttamente alla beatitudine dell’altra. – Spiegando il testo sacro, la teologia cattolica aggiunge che si dà loro il nome di beatitudini per due ragioni. La prima, perché ci rendono beati quaggiù. È un fatto di universale esperienza, che la maggior somma, di contenti, anche in questo mondo, è per il cristiano fedele, il praticare i sette atti sublimi, ai quali il Verbo incarnato ha giustamente dato il nome di beatitudini. – La seconda, perché ci conducono più direttamente alla beatitudine finale, per cui ci fanno godere vivendo in isperanza. Cosi di una persona dicesi che ha ottenuto l’oggetto dei suoi voti, allorquando ha la speranza fondata di ottenerlo. Lo stesso Apostolo non ha egli scritto: Noi siamo salvi in isperanza. Ora la speranza d’ottenere il nostro ultimo fine é fondata su qualche cosa, che ci dispone e ci avvicina a quello. Questo qualche cosa, consiste nelle operazioni dei doni dello Spirito Santo. Da ciò né segue che esse sono appellate beatitudini, ovvero atti beatificanti. [S. Th. la, 2ae, q. 69, art. 1, corp.]. – Spiegando i rapporti di ciascuna beatitudine col dono corrispondente, noi giustificheremo in un modo sensibile questo nome di beatitudine. Lo faremo, a fine di mostrare che le cose dalle quali il Vangelo fa dipendere la felicità, non sono la fonte di una semplice felicità mistica– 3° Qual è il numero delle beatitudini.? Con i concili e con san Tommaso noi contiamo sette beatitudini, l’ottava, espressa da san Matteo, non è che la conferma e la manifestazione delle altre. Infatti, appena Che l’uomo è confermato nella povertà spirituale, nella dolcezza e nelle altre beatitudini, la persecuzione é impotente a staccarlo da questi beni inestimabili.11 Octava beatitudo est quaedam confìrmatio et manifestatio est confirmatus in paupertate Spiritus et mititate, et aliis sequentibus, provenit quod ab bis bonis propter aliquam persecutionem non recedit. Unde oetava .beatitudo quodammodo ad septem praecedentes pòrtinet. S. Th. ibid., art. 3 ad 4. — Tale è pure il sentimento di sant’Agostino, di sant’Antonino, del Concilio di Vaures, c I, an. 1868, ec.]. — Quanto alle ragioni di questo numero sette, esse si rivelano da se medesime. Da una parte sette beatitudini bastano per costituire la felicità. Meno, sarebbe stato troppo poco; più sarebbe inutile. D’altra parte, le beatitudini o atti beatificanti, non essendo che le operazioni dei doni dello Spirito Santo, o meglio, quei doni messi in attività, non possono essere che nel numero di sette. Inoltre, secondo profondi teologi, queste sette beatitudini sono in rapporto con le sette età della vita del’uomo, come queste sette età medesime sono in armonia con le sette età del mondo, e queste con i sette giorni della creazione. [S . Anton.j IV p., tit. VII, c. V]. – 4° Quali sono i rapporti delle beatitudini con la felicità di ciascun uomo? «La vita presente, dice sant’Antonino, si divide in sette età, durante le quali il Verbo incarnato si è fatto, per mezzo delle sette beatitudini, nostro regolatore universale. Queste beatitudini che non sono che tanti atti virtuosi, l’uomo deve averli tutti e sempre; ma a datare ciascuna in particolare all’età in cui egli è. Ivi si trova il principio della sua felicità.2 » [“Vita praesens distinguitur per septem aetates, in quibus omnibus regulat nos Cbristus per septem beatitudines. Omnes istas quae aliud non sunt quam actus virtuosi, debet quilibet habere simul habitualiter. Licet quaelibet per se adaptari possit uni astati hominum. Ubi supra. — Questa divisione settennaria della vita è probabilmente in rapporto con la rivoluzione climaterica, che ha luogo in noi tutti i sette anni, della quale l’antica fisiologia teneva seriamente conto. – La prima età, è l’infanzia che si estende dalla nascita fino ai sette anni. Debolezza, umiltà, distacco, semplicità, candore, sono le virtù e gli incanti di questo periodo della vita. Se il fanciullo le possiede, esprime in se medesimo la rassomiglianza del Dio infante. Egli cammina verso il fine per cui è stato creato: è felice! Questa è la prima beatitudine e evidentemente quella che conviene meglio alla prima età : Beati paperes spiritu. La seconda età si estende da’ sette a quattordici anni. Praticare la dolcezza, l’obbedienza, l’amabilità, che unita al candore ed alle grazie nascenti, guadagnano tutti i cuori: ecco dunque il dovere proprio di questa bella parte dell’esistenza. Il fanciullo che l’adempie disegna di nuovo l’immagine del Verbo incarnato; cammina verso il suo fine; è felice. Quest’è la seconda beatitudine, e evidentemente quella che è la meglio appropriata a questa età: Beati mites. – La terza età abbraccia da’quattordici anni ai ventotto. Il periodo diviene doppio, a cagione dello sviluppo fisico e morale dell’uomo, L’adolescenza è l’età pericolosa. Il mondo che sorride, le passioni che si svegliano, i sensi che parlano, tutto diviene occasione di lotte incessanti. È allora appunto che l’uomo ha bisogno di mortificazione, di vigilanza, di sante tristezze della penitenza, e di noie salutari dell’esilio. Se egli lo comprende, e che la sua condotta corrisponda alla sua fede, è felice. Quest’è la terza beatitudine: Beati qui lugent. – La quarta età va dai venti ai quarantadue anni. Questa età in cui la gioventù strabocca, è ardente nelle faccende, avida di danaro, di onori, di posizioni sociali, e spessissimo poco delicata intorno ai mezzi di ottenerli. Perciò, o giovine, se tu vuoi evitare la lebbra di Gezi, e l’eterna sete del ricco malvagio, eccita in te la sete ardente, la fame continua della giustizia. – A questo prezzo solamente tu sarai felice. Quest’è la quarta beatitudine; essa è fatta per te. Beati qui esuriunt. La quinta età si estende dai quarantadue ai cinquantasei anni. Quest’ è l’età di virilità e altresì il cominciamento del declinare. Dietro sé l’uomo vede la vita che se ne fugge, davanti a sé l’eternità che si avanza. In una simile situazione che può egli fare di più savio? Aver pietà dell’anima sua: cioè a dire? Da una parte, riparare le perdite che ha fatto peccando; dall’altra, mettere la sua fortuna in sicurezza, facendola trasportare dai poveri nel luogo della sua eterna dimora. -S’egli si conduce in tal modo, diviene beato, felicità propria a questa età; pratica cosi la quinta beatitudine. “Beati misericordes”. La sesta età comincia a’ cinquantasei anni e finisce ai settanta. Età della vecchiezza, veneranda po’ suoi capelli bianchi e per là sua esperienza, può e deve esserlo ancor più per la santità dei costumi. A meno che non sia di quegli invecchiati nel delitto, di cui parla il profeta Daniele, niente è più facile al vecchio d’evitare le lordure del peccato. I suoi sensi sono indeboliti, alle rose del volto subentrano le rughe, il fuoco della concupiscenza ha perduto i suoi ardori. Approfitti egli di questa decadenza dell’uomo esteriore per abbellire con la purità della sua condotta l’uomo interiore. Con questa innocenza che gli rende in parte gli incanti dell’infanzia, diviene per la gioventù un consigliere obbedito, un modello rispettato; per tutto ciò che lo circonda un centro di attrazione, di dove irradia il buon odore di Gesù Cristo. Egli è felice della beatitudine che è in armonia con la sua età. Quest’è la sesta: “Beati mundo corde”. – La settima età, parte dai settanta anni e si prolunga sino alla fine della vita. Quest’è l’età della decrepitezza, l’età degli anni che non piacciono, come parla la Scrittura. – L’indebolimento dei sensi, l’infermità degli organi, la necessità di cure sconosciute, le infermità, i patimenti, la dipendenza da altri, l’allontanamento degli amici ed anche dei parenti, l’oblio e il disprezzo del mondo, i rimorsi del passato, le tristi previsioni dell’avvenire, tutti questi nemici ed altri ancora, assediano il vecchio. Se non lo rendono il più disgraziato degli uomini, lo costituiscono, certo, nella necessità di cercare la sua pace dentro se medesimo, e di praticarla circa a tutto ciò che lo Circonda. Perciò la sapienza infinita gli ha riserbata la settima beatitudine: “Beati pacifici”. E per incoraggirlo in mezzo ad elementi che congiurano per condurlo alla sua distruzione finale, essa aggiunge subito: Beati coloro che soffrono persecuzione per essersi conformati alla volontà di Dio.11 [S. Anton., ubi supra]. – Come le beatitudini evangeliche procurano la felicità delle nazioni? È stabilito che le beatitudini sono la sorgente della felicità individuale; la conseguenza inevitabile dunque è che esse procurano la felicità delle società. Le società sono fortunate allorché stanno nell’ordine: esse sono nell’ordine, allorché, conoscendo il loro ultimo fine, cioè la loro felicità, vi camminano con un passo sicuro. Ora, trascinati dalla loro corruzione naturale, la maggior parte dei figli di Adamo, popoli o individui, cercano la felicità nelle creature. Allontanando l’uomo dal suo fine, questo deviamento cieco, è la sorgente di tutti i mali, i quali meritano, cento volte alla terra il nome di valle di lacrime.Quando il genere umano é zimbello dell’angelo delle tenebre, cerca la felicità per tre vie differenti: via degli onori, via delle ricchezze, via dei piaceri. Con una autorità sovrana, le tre prime beatitudini rettificano questa funesta tendenza. Beati, dicono esse, quelli che sono umili separati; quelli che sono uniti e quelli che piangono. Perchè beati?Perchè sono al coperto dal fascino generale che forma l’infelicità degli altri. Beati, perché non ponendo che un debole pregio al possedimento dei beni terreni, essi gli acquistano senza passione, gli posseggono senza inquietudine e gli perdono senza rincrescimenti superflui. Beati, perché ogni atto di umiltà, di distacco, di dolcezza e di tristezza cristiana gli avvicina alla felicità suprema. Beati, perché hanno in prospettiva i beni dell’eternità, magnifica ricompensa del loro disprezzo pei beni temporali.Praticare il distacco cristiano dalle cose caduche non è nulla per la felicità del mondo? In questo appunto consistono le tre prime beatitudini. Le due seguenti: Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia; beati i misericordiosi, sono un secondo passo verso la felicità. Distaccando l’uomo dalle creature; le tre prime beatitudini fanno che egli si unisca al supremo bene, imperocché il suo cuore non può restar vuoto. Così esse lo costituiscono nell’ordine per rapporto a Dio, vale a dire nella pace con Dio.Le due seconde procurano la pace col prossimo. L’uomo è in pace col prossimo, allorché compie i doveri di giustizia e di carità. Egli gli adempie con una rara perfezione, quando da una parte, le sue parole e le sue opere, fanno testimonianza ch’egli è animato dall’amore, il che non basta; poiché è divorato dalla fame e dalla sete della giustizia in tutto e rispetto a tutti; ei l’adempie d’altro lato quando egli mostra per il prossimo, anche per i suoi nemici, una carità indulgente, che scusa le colpe o le intenzioni; compassionevole, che soccorre tutti i bisogni; misericordiosa; che perdona le offese.Pace con Dio, pace col prossimo: tali sono gli effetti delle cinque prime beatitudini. Per completare la felicità anche temporale- dell’uomo e della sociètà che cosa rimane se non la pace con sé medesimo? Essa risulta dalle due ultime beatitudini: Beati quelli che hanno il cuor puro; beati i pacifici. Col farci praticare la purità di cuore, con la mortificazione, la vigilanza e la preghiera; la prima mantiene la subordinazione necessaria della carne, rispetto allo spirito, e ci costituisce nell’ordine.Con la dolcezza e la pazienza, la seconda ci fa manifestare nelle nostre relazioni di famiglia e di società, l’ordine che regna nel nostro interno, e ci dà il diritto di chiamarci figli di quel Dio, che da sé medesimo si è chiamato il Principe della pace, “Princeps pacis”. Che ve ne pare? Il cristiano che pratica le sette beatitudini, o i sette atti beatifici per eccellenza, non gode egli altro che una beatitudine mistica? Se l’Europa attuale, se il mondo intero, possedessero questa felicità, pretesa immaginaria, sarebbero essi forse infelici? Insensati che sono! Gli uomini ed i governi attuali hanno l’aria di credere che le beatitudini evangeliche non siano nulla nella felicità temporale delle società; ed è appunto la mancanza di questi elementi, sociali eminentemente, che cagiona le rivoluzioni, delle quali siamo stati, siamo e saremo le vittime.Qual’è la superiorità delle beatitudini sulle virtù? In quella guisa che i doni dello Spirito Santo sono come elementi santifìcatori, superiori alle virtù morali, così le loro operazioni sono più perfette di quelle delle virtù. Ecco perché esse meritano per eccellenza il nome di beatitudini o atti beatifici. La virtù fa che l’uomo usi con moderazione degli onori e delle ricchezze: il dono fa che ei li disprezzi. Con questo sublime disprezzo il cristiano diventa l’essere il più libero, il più santamente indipendente, per conseguenza il più felice che vi sia al mondo: “Beati pauperes”.La virtù impedisce all’uomo di seguire, contrariamente alla ragione, i moti dell’ira. Il dono fa meglio: ei lo libera da ciò. Essiccando nel fondo dell’anima la sorgente del fiele e dell’impeto, stabilisce il cristiano in una dolcezza inalterabile che attrae a sé i cuori: “Beati mites”. La virtù regola il nostro affetto per la vita del tempo. Il dono va più in là; ei vi sostituisce le sante tristezze dell’esilio: “Beati qui lumen”. La virtù ci fa esercitare la giustizia rispetto a Dio e rispetto al prossimo. Il dono la sorpassa, perché ci fa rendere a Dio ed agli altri quel che gli dobbiamo, non solamente con esattezza, ma con premura ed affezione.Secondo la parola del Vangelo, esso ci riempie, per la giustizia e per i nostri doveri di giustizia, di un ardore incomparabile a quello che prova per il cibo, colui che ha fame, per l’acqua, colui che ha sete: “Beati qui esuriunt”.La virtù ci fa esercitare la carità corporale e spirituale verso coloro che la ragione designa ai nostri benefizi; i nostri amici e nostri parenti. Il dono s’innalza più alto. Egli vede il bisogno, nient’altro che il bisogno; la ferita, nient’altro che la ferita; il cencio, nient’altro che il cencio; e per 1’amore di Dio dona, rasciuga, solleva senza distinzione parenti, stranieri, amici o nemici, Greci o barbari: “Beati misericordes”.Da queste cinque beatitudini fedelmente praticate risulta una purità d’affetti e di pensieri assai più perfetta di quella di cui la semplice virtù é la fonte e la regola: “Beati mundo corde”. Rendendoci simili a Dio tre volte santo, questa purità ci dà un diritto particolare a chiamarci figli di Dio : “Beati pacifici”. « Di qui deriva, dice san Tommaso, che le due ultime beatitudini sono presentate non come tanti atti meritori ma come tante ricompense. » [“Vel sunt ipsa beatitudo, vel aliqua inchoatio ejus : et ideo non ponuntur in beatitudinibus tanquam merita, sed tanquam praemia. Ponuntur autem tanquam merita effectus activae vitae, quibus homo disponitur ad contémplativam vitam”, l a, 2ae, q. 49, art. 8, corp.]. -Esse sono insieme il cominciamento della beatitudine perfetta, e il legame che unisce le beatitudini ai frutti, dei quali parleremo tra poco. Frattanto questo semplice saggio che ci mostra la superiorità delle beatitudini, anche circa le virtù’ soprannaturali, ci aiuta a misurare 1’elevazione del cristiano al di sopra dell’uomo onesto, e del sapiente pagano. – Come mai non prendere sin d’ora compassione de’ nostri pretesi moralisti del XIX secolo? Caduti dall’altezze dell’ordine soprannaturale, in cui il battesimo gli aveva posti, questi superbi ignoranti, “superbus nihil Sciens”, osano porre a parallelo la perfezione cristiana con la perfezione pagana; la morale di Socrate con la morale di Gesu Cristo. Bestemmiatori e spergiuri, essi non temono di appellare la prima: la morale di questo mondo e della gente onesta; la seconda: la morale dell’altro mondo e dei mistici: poi, sotto pretesto che essi non sono vaso d’elezione, non ne praticano nessuna. – 7° Qual’è l’ordine gerarchico delle beatitudini? Come i doni dello Spirito Santo che gli producono, così le beatitudini si incatenino le une con le altre in un ordine gerarchico, i cui gradi innalzano il cristiano sino alla perfezione dell’essere divino, e per conseguenza fino al colmo della felicità: lo mostreremo più tardi. In questo momento, abbiamo da studiare due cose degne della sapienza; la quale fa tutto con misura numero e peso. La prima é la relazione che esiste tra ciascuna beatitudine e la sua ricompensa; la seconda, la gradazione nella ricompensa in se medesima. – La ricompensa. Senza dubbio, il cielo o la felicità perfetta é la ricompensa comune di tutte le beatitudini; ma questa ricompensa è presentata sotto un aspetto differente, in armonia col genere particolare di merito ottenuto da ciascuna beatitudine. Se è vero dunque che il peccatore è punito dovunque pecca, è del pari vero che il giusto è ricompensato dovunque egli merita. – Che cosa di più proprio di questa divina equazione, a eccitare il nostro zelo, ed a sostenere il nostro coraggio, nelle vie differenti che conducono alla felicità? – Così per quelli che si fanno piccoli e poveri, il cielo è il potere, l’opulenza, la gloria: “Regnum coelorum”. – Per quelli che sono miti, il cielo è l’impero dei cuori nella terra dei viventi : “Possidebunt terram”. – Per quelli che piangono, il cielo è la consolazione e la gioia pura e senza fine: “Consolabuntur”. – Per quelli che hanno fame della giustizia, il cielo è l’appagamento perfetto: Saturabuntur. – Per i misericordiosi, il cielo è la misericordia con le sue ineffabili tenerezze: “Misericordiam consequentur. – Per i mondi di cuore, il cielo é la chiara vista di Dio nello splendore della sua bellezza e nelle magnificenze delle sue opere: “Deum videbunt”. – Per i pacifici, il cielo è il nome glorioso e il privilegio incomparabile di figli di Dio: “Filli Dei vocabuntur”. – A questa armonia se ne aggiunge un’ altra: la gradazione nella ricompensa. Un po’ d’attenzione basta per scorgerla. La prima ricompensa è di avere il cielo. Questa è la felicità comune a tutti i santi, ma non eguale per tutti; imperocché vi sono più gradi nella beatitudine, come vi sono parecchie mansioni nella casa del Padre celeste.La seconda è di possederlo. Ora, possedere il cielo dice più che averlo. Vi sono molte cose che si possono avere senza possederle in un modo tranquillo e permanente.La terza é d’essere consolato. Essere felice nel possesso del cielo, è più che averlo e possederlo. Quante cose gradevoli, che noi non possediamo senza dolori!La quarta è d’essere sazio. Sazio è più che essere consolato. La sazietà implica l’abbondanza della consolazione, è il riposo nella gioia.La quinta è di essere l’oggetto della misericordia.La felicità del cielo non sarà misurata, né sopra i nostri meriti, né sopra i nostri desideri, ma sulle ricchezze infinite dell’infinita misericordia. Chi può comprendere ciò che un simil favore aggiunge a tanti altri?La sesta è di vedere Dio. Questa nuova felicità sorpassa le precedenti. Vedere Dio è più che tutto il resto, ed annunzia una maggior dignità. Vedere il re intimamente e quando si vuole, è più che abitare il suo palazzo e godere i suoi benefici. – La settima è di essere figlio di Dio. Non vi è null’altro al di là. Alla corte dei re, la maggiore sublimità è quella dei loro figli, eredi del loro trono. Cosi di gradino in gradino, condurre l’uomo fino alla dignità suprema di figlio di Dio, di fratello e di coerede del Verbo incarnato, è l’ultima parola di tutte le beatitudini e di tutte le operazioni dello Spirito Santo.11 [V. S. Th., la, 2ae, q. 69, art. 4, corp., et ad 3]. – Quando il misterioso lavoro di deficazione è compiuto, lo Spirito d’amore manda appunto il sonno della morte. – Al suo risvegliarsi, questi si trova tutte le beatitudini che egli ha praticate, riunite, immortalate e magnificamente ingrandite in una sola, il cielo, la beatitudine per eccellenza. Tali sono i gradini della scala per i quali, dal fondo della valle del pianto, noi ascendiamo sino alla vetta della montagna della felicità: « Discendendo sopra lo Dio uomo, dice sant’Agostino, lo Spirito Santo comincia, con la sapienza e finisce col timore, a fine di abbassarlo sino a noi. Nello scendere sull’uomo destinato a diventare Dio, egli comincia col timore per innalzarlo sino al Verbo incarnato, l’eterna sapienza. Abbiamo dunque dinanzi agli occhi queste gloriose ascensioni; affrettiamoci a salire i gradini che ci conducono al Signore. Portiamo coraggiosamente il peso della vita. Attraversiamo con un passo fermo e con l’occhio fisso sul fine, le seduzioni e le tribolazioni passeggere del tempo; a termine del viaggio è la pace purissima e senza fine. A questo dunque ci esorta l’ottava beatitudine, conclusione di tutte le altre: Beati quelli che soffrono persecuzione, imperocché il regno dei cieli appartiene ad essi. » [Serm 847, n. 3, opp. t. V, p. 1988, ediz. noviss.]. – 8° Quali sono i rapporti delle beatitudini con i doni dello Spirito Santo? L’abbiamo già indicato: questi rapporti sono di quelli che esistono tra l’effetto e la causa, tra il frutto e l’albero che lo porta. Le beatitudini sono i doni dello Spirito Santo in opera. Ora, tutto ciò che é stato detto per far comprendere la bellezza, la concatenazione, la necessità di questi elementi santificatori, e per conseguenza beatificatori – Affinché sia ben dimostrato che lo Spirito del cenacolo continua ad essere con la Chiesa, sdegneremo i nostri esempi negli annali contemporanei del cattolicismo. Una eccezione sarà fatta in favore di san Francesco d’Assisi, la cui vita dovrebbe essere il manuale del nostro tempo. Il primo dono dello Spirito Santo si traduce con la prima beatitudine, e dà luogo a degli atti meravigliosi d’umiltà, di pentimento e di orrore per il peccato. – Un giorno d’ inverno san Francesco d’Assisi si portava da Perugia a Santa Maria degli Angeli, con un freddo rigorosissimo. Via facendo chiama fra Leone suo compagno di viaggio: « Fra Leone, gli dice, cara pecorella del buon Dio, se i frati minori parlassero la lingua degli angeli, se essi conoscessero il corso degli astri, la virtù delle piante, il segreto della terra e la natura degli uccelli, dei pesci, degli uomini e di tutti gli animali, degli alberi, delle pietre e dell’ acqua, rifletti bene, che in ciò non è la gioia perfetta. » – E un po’ più sotto : « O fra Leone, quando i frati minori convertissero con le loro prediche tutti i popoli infedeli, stai bene attento che quella non è la gioia perfetta. » E continuò a parlare così per lo spazio di parecchie miglia. – Finalmente fra Leone, maravigliato, gli domandò: « O Padre, vi prego in nome di Dio, ditemi in che consiste la gioia perfetta. » San Francesco rispose : « Quando noi arriveremo a Santa Maria degli Angeli ben molli, ben infangati, intirizziti di freddo, morenti di fame e che battendo alla porta, il portinaio ci dirà: — Chi siete voi? risponderemo: — Noi siamo due dei vostri fratelli. — Voi mentite, dirà egli, siete due vagabondi che correte il mondo e togliete l’elemosina ai veri poveri: partite di qui. – « Ed egli rifiuterà di aprirci e ci lascerà alla porta tutta la notte, esposti alla neve, al freddo e morenti di fame. Se noi soffriamo questo trattamento con pazienza, senza turbamento e senza mormorare, se altresì noi pensiamo umilmente e caritatevolmente che il portinaio ci conosce bene per quelli che noi siamo, e che é per permissione di Dio che egli parla così contro di noi, o frate Leone, credi pure che in ciò consiste la gioia perfetta. – « Se noi seguitiamo a battere alla porta e che il portinaio infuriato ci caccia via come bighelloni importuni, ci ricopre d’ingiurie, di schiaffi e ci dice: — Non partite ancora di qui, miserabili marioli? Andate allo spedale: non vi é nulla da mangiare qui per voi. — Se noi sopportiamo questi cattivi trattamenti con gioia e con amore, o frate Leone! credilo bene, in ciò consiste la gioia perfetta. – « Se infine, in questo estremo, la fame, il freddo, la notte ci costringono a fare istanza con lacrime e con grida per entrare nel convento, e che il portinaio irritato esce fuori con un grosso bastone nodoso, ci tira per il cappuccio, ci getta nella neve e ci dà tante bastonate da ricoprirci di piaghe; e noi sopportiamo tutte queste cose con gioia, a pensare che noi dobbiamo partecipare alle umiliazioni del nostro benedetto Signore Gesù Cristo, o frate Leone, credilo, quivi si trova la gioia perfetta. E ora ascolta la conclusione, o fra Leone: di tutti i doni dello Spirito Santo, il più considerevole é di vincere sé medesimo, e di soffrire volentieri per amor di Gesù, le pene, le ingiurie e gli obbrobri. » [Fioretti, c. VIII.] – Allo spettacolo di questa ammirabile umiltà non resta che alzare gli occhi al cielo e ripetere le parole della Sapienza eterna. “Io vi ringrazio, o Padre, che avete nascosto queste cose ai sapienti ed ai prudenti,. e che le avete rivelate ai semplici. – Vediamo il dono di timore, riguardo al peccato. Una madre non risente tanto dolore della morte di suo figlio, quanto l’anima ispirata dal dono di timore ne risente pei suoi piccoli errori. Il frate Alfonso Rodriguez era ripieno di questo dono divino. Ogni volta che egli passava in un certo canto della casa si gettava in ginocchio chiedendo perdono a Dio piangendo; si faceva vivi rimproveri e si strappava i capelli, e ciò continuò a fare parecchi anni. Aveva egli forse commesso in quel luogo qualche peccato enorme? No, egli si era permesso una piccola leggerezza di sguardi, per la quale egli credeva avere offeso Dio. [Pergmayer, Meditaz. sopra i sette doni, ecc., p. 11]. – Lo stesso Spirito di timore che ispira pentimento del peccato, ne ispira anche orrore. Nel 1841 un Mandarino fa arrestare parecchi cristiani e gli stimola ad apostatare. – Alla fermezza della loro risposta capisce l’impossibilità di riuscirvi. L’incatenarli tutti, era fare più chiasso e vittime che non voleva. Nella sua stizza si limita a descrivere con un bastone un cerchio intorno ad una giovinetta, che era in ginocchio dinanzi a lui, poiché era usanza in China di stare in ginocchio dinanzi al giudice che vi interroga. «Se tu esci da questo cerchio, dice, sarà una prova che tu sei apostata. » E partì. Dopo di lui ciascuno si ritirò dal pretorio, fuorché la giovine, che il timore di abiurare la sua fede fece rimanere in ginocchio immobile nello stretto spazio in cui la verga del mandarino l’aveva rinchiusa. Il segretario di quel magistrato, curioso di sapere qual partito avrebbe preso l’innocente prigioniera, tornò indietro, e trovandola ancora nello stesso luogo, nella stessa attitudine, la invitò ad alzarsi ed a uscire. « No, rispose ella, piuttosto morirò che fare un passo. — Badate; il mandarino non l’ha detto sul serio. — Non importa, io ho inteso le sue parole e non conosco le sue intenzioni. » – Il segretario insisté lungo tempo senza ottenere risposta. Allora cancellò lui stesso il cerchio fatto dal suo padrone e ne trasse via la giovane. [Annali della Propagazione della fedet n. 83, p. 804.] — Vedi altresì il passo di san Basilio, Godescardo, 14 giugno]. – Citiamo un ultimo fatto che ci mostrerà lo Spirito di timore di Dio, e lo Spirito contrario che si disputano un’anima in una lotta terribile. Nel corso dell’anno 1840 il governatore del Tonchino, di nome Trinh-Quang-Kanh, fece arrestare un catechista, chiamato Toan, della età di 74 anni. Consegnato a terribili supplizi il disgraziato vecchio ebbe la debolezza di apostatare. Alcuni giorni dopo, il governatore lo fece ricondurre al pretorio con alcuni altri rinnegati e disse a tutti loro: « Poiché avete ascoltato ragione, il re vi perdona ed io pure. — Gli altri ti ringraziano, risponde il vecchio pentito, ma io che deploro il mio fallo, rimango qui in prigione per espiarlo. » – A queste parole il mandarino, preso dalla collera, vomita contro di lui mille ingiurie e le accompagna con una forte bastonata. Siccome la fermezza del martire non pare scossa, ordina ai soldati di rinchiuderlo in una cloaca spaventosa per farlo decidere, non importa con quali modi, a ritornare sulla sua ritrattazione. Due giorni dopo lo richiama al suo tribunale. «Ora, gli dice, sei tu disposto a calpestare la croce? — No, mandarino, è già troppo l’avere una sol volta oltraggiato il mio Dio. — Ascolta: tu disprezzi i miei ordini; forse gusterai tu meglio i consigli di coloro che hanno partecipato ai tuoi errori, se t’abbandono al loro zelo. Se essi ti riconducono a migliori sentimenti, farò loro grazia come a te; se no, voi salirete tutti sul patibolo. » – I rinnegati non entrarono che troppo nelle viste del tiranno. Essi s’ingegnarono a cimentare la pazienza della loro vittima. Gli uni lo ricoprivano di maledizioni, gli altri gli graffiavano il viso. Tutti divenuti eloquenti per vigliaccheria, lo stimolavano ad obbedire, se non per conservare la sua vita, per salvare almeno dal supplizio dei padri di famiglia, la cui sorte era compromessa per la sua ostinazione. Per quattro giorni egli fu posto a questa orribile prova; il quinto, quando era già mezzo vinto, il governatore lo fece condurre al pretorio e torturare con tanta violenza, che l’infelice soccombé di nuovo. – La sua recidiva fu accolta da scoppi di risa del mandarino. « Va a riposarti, gli dice, aspettando che tu abbia la forza di godere la tua libertà. » I soldati lo felicitarono alla lor volta. Ma i rimorsi del colpevole lo rendevano sordo a tutti questi elogi. La notte la passò nelle lacrime e nei singulti, che pareva disperato. Per fortuna si trovava nella prigione un sacerdote, onorato di poi della palma del martirio. Lo sfortunato vecchio, tutto ricoperto di piaghe, si getta ai suoi piedi, gli fa con inconsolabili gemiti la confessione dell’ ultima sua caduta, e si rialza doppiamente fortificato dalla parola del sacerdote e dalla virtù del sacramento di penitenza. – II giorno dopo il governatore lo fa comparire, a fine di assicurarsi con nuove profanazioni della sincerità della sua apostasia. « Né i tormenti, né la morte mi faranno oramai abiurare la fede, disse al persecutore: col mio pentimento io spero avere recuperata l’amicizia del mio Dio; è ben tempo che io Gli resti fedele. » Questa volta le torture non hanno più limiti. La vittima, stesa per terra, viene rifinita a forza di bastonate; coi piedi e polsi legati, lo strascinano nella sala d’udienza opprimendolo con una grandinata di colpi: gli pongono al collo una ganga armata di ferro; lo gettano in prigione, e viene tirato fuori per esporlo agli ardori cuocenti del sole; lo spogliano dei suoi abiti, gli attaccano un crocifisso a ciascun piede e viene legato ad una colonna. – Le sue braccia distese in forma di croce, sono legate alle due estremità della ganga fissata attraverso alle sue spalle e lo lasciano cinque giorni e cinque notti in quella orribile posizione. Finché dura questo supplizio, i soldati l’insultano, gli sputano in faccia, gli danno degli schiaffi, gli strappano la barba. Infine lo riconducono in prigione semivivo e come paralizzato in tutte le sue membra. Il mandarino ordina di lasciarlo morire di fame. – La sua agonia durò parecchi giorni. Allorché venne un individuo a visitarlo, approfittò della sua presenza per umiliarsi delle sue colpe: « Io ho traviato, diceva: ho avuta la debolezza di imitare l’apostasia dei capi del mio villaggio; ma al presente sono ritornato sinceramente a Dio, e voglio morire nel suo amore. Io vi scongiuro di pregare per me. » Sentendo avvicinarsi la sua fine, lascia le sue vesti ad un sotto ufficiale che gli aveva dato alcuni pezzi di pane; egli promette, come quel militare lo pregava, di ricordarsi di lui in paradiso: egli cade svenuto, porta le dita alla bocca come per succhiarle, tanto era spinto dalla sete, e pochi istanti dopo spira vittorioso nell’ultimo combattimento. [Annali della Propag. ec., n. 85, p. 429 e seg.]. – Tali sono gli effetti del dono del timore di Dio, e le vestigia che i santi hanno lasciate, ritornando nella patria: [Haec sunt vestigia quae sancti quique nóbis reliquerunt in patriam revertentes]. – Al dono di timore di Dio succede il dono di pietà. Il principio d’amore figliale si traduce con la seconda beatitudine, i cui atti respirano la tenerezza ed il rispetto verso Dio e tutto ciò che gli è consacrato; verso il prossimo, e tutto ciò che gli appartiene nell’ordine spirituale, come nell’ordine temporale. Vediamolo diffondersi nei giovani cristiani d’oltremare. – « Tutto il tempo che abbiamo passato a Wallis, scrive un missionario, é stato un tempo di festa per noi e per gli abitanti. Noi vi siamo rimasti un mese e mezzo. Quanto siamo rimasti edificati e confusi nel vedere la pietà di questi buoni isolani! A tutte le ore del giorno e della notte, siamo sicuri di trovare degli adoratori dinanzi al Santo Sacramento. Ogni mattina, preghiera in comune e concorso alla santa Messa, durante la quale il canto dei cantici non cessa. Verso il tramonto, o per parlare come gli indigeni, allorché la cicala ha cantato, si riuniscono di nuovo ai piè degli altari per la preghiera della sera. Allora i fedeli vanno a casa. Ma appena che la famiglia è riunita, che in tutte le case, niuna eccettuata, incomincia la recita del rosario seguita dal canto dei cantici e dalla ripetizione del catechismo. – In questo momento non si sente più in tutta quanta l’isola altro che un concerto di lodi, durante il quale é impossibile non si sentire commossi e inteneriti fino alle lacrime. » [Annali della Propag. ec., n. 120, p. 346, an. 1848]. – Qualche anno prima il viaggiatore, smarrito per l’isola, non avrebbe ascoltato all’istess’ora altro che voci di antropofagi che facevano ritorno dai loro orribili banchetti. – L’amore figliale di cui questi recenti cristiani sono innamorati di Nostro Signore, rinchiuso nel tabernacolo, si manifesta altamente quando esce fuori : « Come vi sareste edificato, scrive il missionario di Futuna, allorquando, in questa cristianità nascente, il santo Viatico fu portato per la prima volta a un infermo! Mentre il sacerdote camminava all’ombra dei fichi, dei cocchi, e degli alberi a pane, dei devoti neofiti lasciavano le loro case e venivano rispettosi e raccolti, ad inginocchiarsi sui canti delle vie per dove passava il Santo Sacramento. » [Annali della Propag. ec., n. 96, p. 369. an. 1841]. – La stessa devozione per tutto ciò che riguarda religione. « L’affluenza al tribunale della penitenza è cosi grande, che dal bambino che incomincia a balbettare, sino al vecchio di già vicino alla tomba, tutti vogliono confessarsi…. Hanno un cosi grande rispetto per il tribunale di penitenza, che un giorno un padre di famiglia venne piangendo a domandarmi se sua figlia, che aveva avuta la curiosità d’aprire un confessionale della valle, si era resa molto colpevole. » [Id. id]. – Il cristiano che ama Dio, ama la casa di Dio, come un figlio ama la casa di suo padre. A questo amore figliale la vecchia Europa fu debitrice dei magnifici edifici che la coprivano come di un mantello di gloria. Presso i popoli nuovamente convertiti, lo stesso amore produce miracoli. « Il lavoro principale, scrive l’apostolo Di Mangaréva, quello che mette in moto tutta la popolazione, è la costruzione di una chiesa. Poiché l’isola non fornisce pietra, la maggior parte dei padri di famiglia sono occupati per lungo tempo a trasportare degli isolotti di scogli, situati presso a cinque leghe in mare. – « Una volta depositate le pietre sulla spiaggia, vengono ruzzolate a forza di braccia fin sotto la mano degli operai. I giovani si dividono le diverse comandate,, di modo che una popolazione dà la muta all’altra ogni otto giorni. Chi va a pescare il corallo per fare della calce, chi reca, dalla distanza di mezza lega, la rena necessaria; le donne stesse sospendono le loro occupazioni abituali per andare a cercare sulla montagna le canne destinate ad alimentare il fuoco della fornace di calcina. Di più, aiutate da dei fanciulletti, fanno con i filamenti del cocco le corde di cui gli operai hanno bisogno. – « Il re ha fatto un appello alla generosità del suo popolo. Bisognava molto legname per le travi e per l’arte del legnaiolo, e quelle isole producono appena l’albero a pane, prezioso vegetale da cui la popolazione trae la sua sussistenza. Nondimeno non vi fu alcuno che non si mostrasse disposto a dare più che non si volesse ricevere. – « Se noi dicessimo a questi: la tua terra è troppo piccola; a quegli: il tuo albero é troppo bello; non lo prenderemo. — Che cosa importa, rispondevano, tagliate pure perché è per il nostro buon Dio. Non è esso che ce li ha dati? Così pure ce ne darà degli altri. Abbiamo dovuto vegliare acciocché la generosità di questi buoni e cari cristiani non recasse loro pregiudizio. – Voi non sapreste farvi un’idea dell’ardore con cui essi proseguivano la loro intrapresa. Il re ed i capi alimentavano a loro spese tutti i nostri lavoranti. I pescatori si sono incaricati di fornire del pari tutti i giorni del pesce agli operai, per tutto quel tempo che saranno occupati in ciò che essi chiamano, il lavoro del Signore. » [Annali della Propag., ec., n. 83, p. 316, an. 1842]. – « Quegli che è di Dio, ascolta la parola di Dio, dice il Salvatore del mondo; la ragione per cui voi non l’ascoltate, è che voi non siete di Dio. » [Joan., VIII, 47]. – Amare la parola di Dio, scritta o parlata, è dunque un nuovo effetto del dono di pietà. Per incoraggiarci e confonderci, ammiriamolo nei nuovi cristiani. « Ciò che mantiene negli abitanti di Wallis (continuano gli annali) il sentimento e l’amore del dovere, egli è che essi sono avidissimi della parola di Dio. Oltre le istruzioni dei missionari, vi è in ogni villaggio e in ogni piccolo casale dei catechismi d’uomini, di donne e di fanciulli. I più istruiti insegnano agli altri: ciascuno si confessa e si comunica all’incirca tutti i mesi. Da per tutto si recita la sera il rosario in comune, seguito da un inno alla SS. Vergine. » [Annali della Propag., ec., n. 104, p. 14, an. 1846]. – Lo stesso ardore sotto i ghiacci dell’ America settentrionale. « I nostri selvaggi non potevano essere più avidi della santa parola. I catecumeni soprattutto si distinguono per zelo di istruirsi, a fine di anticipare il felice momento in cui, mediante il battesimo, sarebbero finalmente ammessi nel numero dei fedeli. Noi gli teniamo in chiesa più di sei ore al giorno. La maggior parte di questo tempo era destinata al catechismo e a delle istruzioni familiari, dove tutti assistevano. Invece l’essere stanchi di questi esercizi, non appena erano usciti dalla cappella, cercavano, riunendosi in diversi gruppi, di rendersi conto tra loro delle cose che avevamo dette e ciò per delle ore intere, qualche volta miche molto inoltrati nella notte. Nei loro dubbi venivano essi a consultare i missionari. Allora, ancorché fossimo a letto o no, addormentati o svegli, bisognava dar loro udienza e rispondere a tutte le loro domande. [Id.% n. 100, p. 269]. – Continuando i suoi divini insegnamenti il Verbo Incarnato diceva dei suoi apostoli e dei suoi preti: «Colui che vi ascolta, ascolta me; chi disprezza voi, disprezza me; chi vi riceve, riceve me; e colui che riceve me, riceve colui che mi ha mandato.» [Luc., x, 16; IX, 48]. – Questa parola ha attraversato i secoli. Oggetto di venerazione e di tenerezza figliale dalla parte dei veri cristiani, tale è stato, tale è, e tale sarà sempre il sacerdote. Su questo punto due fatti tra mille, rappresentano tutta la tradizione. – Nel secolo decimosesto viveva a Napoli la venerabile Orsola Benincasa, fondatrice delle Teatine e istitutrice ispirata dell’abito dell’Immacolata Concezione. Sin dalla più tenera età, questa pia fanciulla aveva un tal rispetto per i preti, che vedendoli, essa si poneva in ginocchio e gli abbracciava i piedi, facendosi benedire da essi, e baciando perfino le orme dei loro passi. Tale era la gioia che le cagionava la loro presenza, che spesso si metteva alla finestra, solamente per vederli passare. Tostoché ella li scorgeva, si chinava profondamente, e dava tutti i segni della più affettuosa venerazione, come se questa fosse stata la persona stessa di nostro Signore. – Più tardi ella diceva ingenuamente al suo confessore: « Quand’io era piccina, desiderava con impazienza i giorni di festa per due ragioni: la prima perché non lavorando, io poteva attendere liberamente a tutti i miei esercizi di pietà, la seconda, perché io poteva, a tutto mio agio, starmene alla finestra a veder passare i preti per la strada. Io gli considerava come tanti angeli del paradiso, mentre gli altri uomini mi dispiacevano oltremodo. » Tale era la sua stima per i preti, che aggiungeva: « Quand’io vedessi coi miei propri occhi cadere un prete in qualche colpa, piuttosto che crederlo, crederei che i miei occhi m’ingannassero. » [Vita, ec., p. 282]. – Ascoltiamo ora uno degli apostoli delle isole Gambier: « Un giorno io stara seduto sopra un masso, in fondo ad una larga baia, intento ad istruire della gente in età piuttosto avanzata. Alcuni isolani s’accorsero che era lungo tempo che io era là, e giudicarono che dovessi aver fame. Essi ordinarono tosto a un fanciullo di andare a cogliere un cocco. Il fanciullo era molto piccolo, e gli alberi di questo frutto sono molto elevati. Immaginatevi un fusto perfettamente diritto, in cima al quale un grosso gruppo di foglie di quindici piedi di lunghezza, si distende in forma di ombrello.. Questi buoni selvaggi mi dissero: — Prega, padre, prega, perché abbiamo timore che il bambino non cada e non si uccida. — Quando il cocco fu preparato, me lo presentarono dicendomi: — In qualunque luogo tu sia, o padre, se tu hai fame di’: Io ho fame, e noi ti daremo da mangiare…. – « Mi è impossibile di dare un’ idea .del rispetto che si ha per noi e delle attenzioni di cui siamo l’oggetto. Alla più piccola parola che si pronunzi, voi vedete una premura universale. Se abbiamo bisogno di andare da un’isola all’altra, dei rematori sono subito pronti. Se noi gli facciamo osservare che il viaggio cagionerà loro un’assenza di qualche giorno, e che temiamo d’impicciarli: — No, no, rispondono, parlate padre, e noi faremo. — Questa deferenza dei nostri neofiti è 1’effetto naturale dell’amor figliale, col quale rispondono all’amore veramente paterno che noi sentiamo per essi. [Annali della Propaga ec., n. 56, p. 195, an. 1888].» – Queste dimostrazioni non sono vane formule. Riguardando con ragione il missionario come loro padre, e il migliore amico, i nuovi cristiani sanno, al bisogno, imporsi in suo favore i più grandi sacrifici. « Due missionari del Tong-kin si trovavano riuniti in una casa. – La nuova giunse all’orecchie dei persecutori. Arriva tosto il sindaco del comune, seguito da tre satelliti armati di bastone. — Chi siete voi, dice al padre Lac che incontrò il primo, certamente un maestro di religione. — E senza attendere da lui risposta : — Dov’è il capo dei cristiani? Domandò egli entrando nel presbiterio per arrestare il padre Thi. Si raccomandarono che Andrea Lac fuggisse, ma il santo padre immobile e rassegnato, si contentò di rispondere: — Che la volontà di Dio sia fatta! se piace loro di arrestarmi, sarà la seconda volta che io sarò in prigione per Gesù Cristo. « Il sindaco fece salire i due confessori nella sua barca e gli condusse nella sua abitazione. Alcuni cristiani seguivano, supplicandolo di rilasciare i suoi innocenti prigionieri. — Io vi acconsento, disse loro, purché voi mi rechiate sei barre d’argento. — Subito quei buoni neofiti vanno a casa loro, vuotano la loro borsa, si fanno prestare da’ loro vicini e ritornano con tutto ciò che essi hanno potuto raccogliere, sessanta legature e tre grandi marmitte, che valevano presso a poco i due terzi della somma richiesta. — Ecco tutto quel che noi possediamo; esclamarono, depositando il loro tesoro ai piedi del sindaco; rendeteci almeno il padre Lac. Ei gli rese tutti due, e i nostri cristiani si ritirarono, troppo felici d’avere salvato i loro pastori a prezzo della loro fortuna. » [Annali, ec., n. 85, p. 4=12, an. 1842]. – Lo Spirito di pietà, abbiamo detto, fa versare il cuore in effusioni di carità per il prossimo. Agapi, cure dei’ poveri e degli infermi, avvertimenti caritatevoli, tutte le meraviglie che esso operava nei primitivi cristiani ei gli rinnova fra gli idolatri nuovamente convertiti. – Passiamo sotto silenzio tutte le opere di misericordia corporale per citare un tratto di misericordia spirituale. – « La persecuzione infieriva nel Tong-kin. Un vecchio di circa 69 anni, fu gettato in prigione con un gran numero di altri cristiani. Fra questi ultimi c’era il suo genero, giovine nel vigore dell’età. Tremante qualche volta alla vista della morte, questo buon vecchio dovette il suo coraggio invincibile alle esortazioni del suo genero. – « O padre mio, gli diceva questi, considerate la vostra età. Due specie di morti sono poste vicino a voi; l’una naturale, le cui conseguenze sono incerte; l’altra data dai persecutori, della quale una eternità di contenti è la ricompensa. Come fare a decidere nella scelta, dove il miglior partito è cosi facile a conoscere? Se fosse permesso di rimpiangere la vita in una tale circostanza, converrebbe a me, giovine ancora e vigoroso; però voi vedete che io l’abbandono con allegrezza per Iddio. – Io lascio la mia sposa nel fiore dell’ età, con quattro bambini ancora incapaci di guadagnare la loro vita; ma Dio che me li ha dati, saprà provvedere ai loro bisogni. – Che è forse il dolore delle verghe che vi spaventa? Non temete nulla, o padre mio; io riceverò in vostra vece quel che i mandarini vi destineranno; siamo dunque contenti e coraggiosi. – « Quando i giudici ricorsero alle battiture, l’ammirabile giovine si distendeva per terra, per ricevere da prima quelle che gli erano destinate; e allorquando si preparavano a battere suo suocero, egli si rialzava tutto insanguinato, e diceva ai mandarini : — Mio padre è di età e debole, vi prego d’aver pietà, e di permettere che io sia battuto in suo luogo. — Allora egli si buttava giù di nuovo dinanzi ai mandarini, e subiva una seconda flagellazione con un eroico coraggio. – «Mentre il futuro martire sosteneva suo suocero, egli stesso riceveva da parte dei suoi, incoraggiamenti e molte dolci consolazioni. Sua moglie venne a. vederlo parecchie volte col suo ultimo bambino ancora a petto, lo esortò a non darsi punto pensiero di lei, ed a starsene tranquillo sulla sorte dei suoi quattro piccini; aggiungendo che, con la grazia di Dio, ella sperava potere nutrirli ed educarli ancorché sola. Veramente questa donna forte si è mostrata degna sposa di un martire, e la sua figlia, degna figlia di sua madre. Questa giovinetta, dell’età di undici anni, scappò un giorno di nascosto dalla casa paterna per andare a vedere il santo confessore nella sua prigione. Essa fece da sé sola una mezza giornata di cammino, attraversò senza timore i soldati e le guardie, e giunse fino a suo padre, che essa incoraggiò a morire, piuttosto che calpestare la croce. Alcuni giorni dopo i coraggiosi atleti ricevettero la corona del martirio. » [Annali, ecc., n. 73, p. 518, an. 1840]. Nell’ordine ascendente, il terzo dono dello Spirito Santo, è il dono di scienza. Al primo grado della nostra stima, il dono di scienza c’insegna di mettere la nostra anima e quella del prossimo. A che serve all’uomo guadagnare il mondo, se egli viene a perdere l’anima sua? Questa verità capitale si afferma con gli atti della terza beatitudine. Un sol giorno dei secoli cristiani ha prodotto più affermazioni eroiche, che il mondo pagano non ne avesse viste per due o tre mila anni. Ciò che è stato fatto, continua a farsi. – « In Francia, scrive un missionario della China, si sarebbe più che maravigliati, se si vedessero poveri infermi che non hanno più di due o tre giorni di vita, venire in barca da quindici, venti, trenta leghe per ricevere gli ultimi sacramenti. Qui è la cosa più comune. Un giorno me ne furono recati nove di differenti luoghi nella stessa cappella; era un vero spedale. Udii le loro confessioni, io gli comunicai, diedi l’estrema unzione a parecchi di loro, e gli rimandai tutti pieni di consolazione; ma la mia contentezza era molto più grande di quella di questi buoni neofiti. Che cosa direbbero di questo pietoso costume i cristiani indifferenti d’Europa, soprattutto se si aggiungesse che questi eroici fedeli muoiono spessissimo nelle loro barche a mezzo del loro viaggio? – « Un piccolo fatto, avvenuto or son pochi giorni, vi farà meglio ammirare la fede dei nostri cristiani. Io era stato chiamato da un infermo a una delle estremità del mio distretto. Dopo la Messa vidi entrare due corrieri che mi pregarono d’andare a visitare un infermo, in una cristianità, lontana dieci leghe; presto mi pongo in via con essi. Cammin facendo ci incontriamo in una barca; erano fedeli che mi recavano un infermo. Non riconoscendo essi il marinaro che mi conduceva, continuarono a dirigersi verso la parrocchia da me lasciata, intantoché io mi recava in un’altra, vicina alla loro. – Quella povera gente, dopo avere remato tutta la giornata, arrivano finalmente verso sera bene affaticati: non trovano nessun missionario; che fare? Si ripongono in viaggio, sperando raggiungermi prima della mia partenza, nuovo disinganno; io mi era portato più lontano, dopo aver detto la santa Messa; le nostre barche s’incontrarono un’altra volta, ma questa volta i nostri rematori si riconobbero. – « L’infermo mi fece compassione ancor più della sua gente. Non potendo tornare indietro, mi esibii di ascoltare la sua confessione nella sua misera barca, e poi di amministrargli l’estrema unzione. Ma questo brav’uomo mi rispose, che da moltissimo tempo non aveva avuto la fortuna di comunicarsi, e che, trovandosi a me vicino, non mi abbandonerebbe senza essere stato munito di tutti i sacramenti. Fu costretto dunque a ritornar fino alla nostra cappella, e fare con me da circa otto leghe. » [Annali, ec., n. 116, p. 58, an. 1848]. – Allo stesso grado di stima del nostro, il dono di scienza pone l’anima del prossimo, e soprattutto di quelli che ci sono uniti con legami di sangue. Mentre oggi presso i cristiani degeneri della vecchia Europa, il matrimonio pare non sia, per gli sposi, che una scuola di scandalo reciproco, una specie d’impresa, di dannazione a spese comuni; tra. i fedeli, di fresco convertiti, la grande preoccupazione del marito è la salute della sua moglie, e reciprocamente. Mercé lo spirito di scienza, essi comprendono quanto è meschina una unione di alcuni giorni, che la morte dovrebbe rompere in eterno, o rendere eternamente disgraziata. – « Nel 1840 fu arrestato nel Tong-kin occidentale un virtuoso padre di famiglia per nome Martino Tho. Fino dal primo giorno del suo arresto, non era parso che si fosse occupato d’altro che del suo sacrificio, benché lasciasse una sposa e otto figli. Ammirabile famiglia tutta animata dello spirito del suo capo, lungi dal cercare di ammollire il suo coraggio, essa faceva voti perché egli rimanesse fedele. « Quattro o cinque giorni dopo che si fu tolto loro il padre, i figli chiesero alla loro madre il permesso d’andare a vederlo in prigione. — Figli miei, disse ella, vostro padre è sul campo di battaglia; non si sa ancora se sarà felice bastantemente per confessare il Vangelo. – L’idea sola dei tormenti che gli si preparano, sono più che sufficienti per le sue prove, senza che voi vi aggiungiate altro. Se andate a visitarlo, forse la vista dei suoi figli, la memoria della sua casa, gli cagionerebbero una emozione funesta alla sua fede, forse la sua tenerezza per voi gli farebbe dimenticare la gloria che lo attende. Pur tuttavia se qualcuno di voi vuol penetrare nella sua prigione, io non mi vi oppongo, purché egli vada prima a consultare il catechista del gran padre Doari: s’egli si adatta alla vostra domanda, io ve lo permetto; se egli la trova imprudente, ritornerete. – «Ma quando si ebbe inteso che il santo confessore aveva trionfato di tutte le sue torture, questa buona madre disse allora ai suoi figli: — Vostro padre, con la grazia di Dio, ha gloriosamente confessato il nome del Signore; or dunque andate a vederlo, consolatelo nelle sue pene, incoraggiatelo a soffrire per amore di Dio. — I due maggiori, maschio e femmina partono subito; l’eroe cristiano stringendoli nelle sue braccia. — O miei figli, gli disse, vostro padre tra poco va a morire. Per voi, questa è l’ultima mia raccomandazione, e la ridirete in mio nome a tutti i vostri fratelli : ricordatevi che non avete che un’anima; pregate Dio che vi faccia la grazia di rimanere fedeli alla vostra religione: soprattutto conservatevi puri dal contagio del mondo.1 »1 [Annali, ec., n. 83, p. 263, an. 1842 – I preziosi Annali della Propag. della fede sono ripieni d’esempi che provano, presso i nostri fratelli d’Asia, d’Africa e d’Oriente la pienezza del dono di scienza, applicato, sia al disprezzo dei falsi beni, sia alla stima della povertà, ossia al discernimento della verità e dell’errore, che produce per risultato la fermezza nella fede e la concordia nelle famiglie.]. – La fortezza è il quarto dono dello Spirito Santo : operare e patire sono i. suoi due obbietti. Esso si manifesta con la quarta beatitudine, vale a dire con atti d’incrollabile amore per la giustizia, per 1’espulsione di Satana dai domìnii ch’egli ha usurpati, e per lo stabilimento del regno del Verbo redentore, sia in noi stessi, che negli altri. In fatto d’impresa eroica, io non so’ se yì è nulla di paragonabile all’ introduzione di uno dei nostri missionari nella penisola di Corea. – Da parecchi anni il sig. Maistre tentava invano d’entrare per terra o per mare in quel paese idolatra. Respinto da tutte le parti, ma non scoraggiato, egli formò l’audace progetto di farsi gettare sulla costa con una vecchia guida, e di aspettare dal cielo l’esito del suo generoso disegno. Ma il piano era più facile a concepire che ad eseguire. In mancanza di giunca o di nave, ci voleva una barca e non ve n’erano punte; un pilota parimente mancava. Chiesto con insistenza agli uomini che si vantavano d’essere intrepidi, barca e pilota, gli furono ricusati. Lungi da lasciarsi abbattere, il missionario raddoppiò di fiducia in Dio; né fu ingannato. – Un padre Gesuita, missionario in China, che aveva qualche cognizione nautica, venne ad offrirsi per pilota in quella deficienza generale. Si giunse a trovare un piccolo giunco pagano e alcuni rematori. Per proteggere, quanto era possibile, la piccola spedizione, il console di Francia a Chang-hai, rimise al padre Helot, stabilito comandante della flotta, una commissione d’andare a visitare gli avanzi del naufragio di una nave francese, affondata sulle coste di Corea. Essendo tutto in tal modo organizzato, la piccola giunca levò la sua ancora di legno, spiegò le sue vele di paglia, e veleggiò pel mare giallo, versò l’isola sconosciuta del campo francese. Appena preso il largo, si sollevò a un tratto una furiosa tempesta. Satana l’aveva sollevata per sventare la santa impresa. Per lungo tempo la barca lottò contro i flutti, i quali con uno spaventevole ruggito, s’accumularono a lei dinanzi, per sbarrargli il passo e inghiottirla. – Dopo inutili sforzi, bisognò girare di bordone andare a cercare un riparo dietro un’isola vicina. – Lungi dall’abbattere il coraggio dei due missionari, divenuti piloti, questo terribile contrattempo non servì che ad accrescerlo. Quarantott’ore dopo, il fragile scafo rimise alla vela. Di già la spiaggia era scomparsa, ed era prudente di assicurarsi della direzione da tenere. S’interrogarono gli strumenti che non diedero certa risposta. Otto giorni erano scorsi, e nulla ancora sull’orizzonte era venuto a rallegrare gli inquieti sguardi degli intrepidi navigatori. Finalmente il nono giorno, si trovarono davanti un piccolo gruppo d’ isole, verso il quale si dirizzò allegramente la barca. I missionari scesero nel villaggio fabbricato sulla costa, per abboccarsi con gli abitanti. – Tutt’ad un tratto ecco il mandarino del luogo che arriva, egli pure per fare agli stranieri delle interrogazioni imbarazzanti; gli si accorda un appartamento a bordo. Il padre Helot che riunisce le funzioni di pilota a quelle di capitano e d’incaricato d’affari, si affretta di’ prendere la parola per il primo, e di presentare le sue lettere al mandarino, pregandolo di indicargli il luogo del naufragio. L’astuto magistrato ricusa di rispondere. Gli si dice di partire, e appena ha voltate le spalle si rimette alla vela. Qualche altra ora di dimora, tutto avrebbe compromesso. Dopo una navigazione in mezzo a pericoli d’ogni sorta, si scopre il punto desiderato di sbarco. Allorché la notte fu giunta, il signor Maistre rivestì in fretta il suo povero costume coreese, in mezzo al religioso stupore della gente dell’equipaggio; dopo di che egli scese con la sua vecchia guida in un piccolo canotto, avendo un bambu per albero e una treccia di paglia per vela. Portando sulle sue spalle una piccola valigia delle cose più necessarie, l’intrepido missionario si pose a calcare il sentiero scosceso dei monti, dietro i quali disparve ben tosto, per andare, con pericolo della sua vita, a sacrificarsi agli imminenti pericoli dell’ apostolato. [Annali, n. 148, p. 233 e seg., an. 1863. — Il signor Maistre è diventato uno degli illustri martiri di Corea]. – Affrontare la morte sopra un campo di battaglia, vuol dire essere bravo, benché si sia circondati da migliaia d’altri uomini che l’affrontano del pari, e che si sia provvisti di tutte le armi necessarie per difendersi. Ma che nome dare a quello che solo e senza armi va ad affrontarla in mezzo ad un intero popolo, la cui felicità sarà d’immolarlo e di nutrirsi del suo supplizio? Lo spirito di fortezza, può solo operare un simile prodigio. La prova è che il mondo pagano antico non l’ha mai visto, nemmeno lo scisma o l’eresia. Soffrire è ancor più eroico, ed è un nuovo miracolo dello spirito di fortezza. – Due esempi ancora di questa sovrumana fortezza, nelle prove e in mezzo alle più violenti tentazioni. – « Nella Cocincina, due piccole figlie di un cristiano, chiamato Nam, una di 14 anni, l’altra di 10, erano state condotte alla prefettura con la loro madre e padre e nonno. Sul loro rifiuto di apostatare, il mandarino ordinò di batterli sui piedi e sulle gambe, per farli andare a camminare sulla croce. Questo supplizio crudele deluse l’aspettativa del mandarino. Le due fanciulline si lasciarono orribilmente martoriare piuttosto che fare un passo innanzi. Prese e poste a forza sull’ istrumento della loro salute, esse non cessavano di protestare contro la violenza che era stata lor fatta, e si scusavano di questa involontaria profanazione con le testimonianze del più profondo rispetto. Il giudice non poté resistere a coraggio cosi eroico, e le rinviò con la loro madre. » [Id., n. 73, p. 555, an. 1840]. – Lo Spirito di fortezza opera lo stesso miracolo in China, facendo due eroine di due piccole Annamite, naturalmente tanto timide: « Ecco alcuni particolari intorno la costanza della quale una giovine chinese per nome Anna Kao, ha fatto prova nella persecuzione. Sorpresa nel momento in cui ella faceva la sua preghiera, fu arrestata dai satelliti che le proposero di scegliere tra l’apostasia e la morte. Essa non esitò a risponder loro con fermezza, che preferiva morire. La condussero dunque al tribunale per farla comparire davanti ai grandi mandarini. Questi le ordinarono di mettersi in ginocchio sopra una catena di ferrò; due soldati snudarono le loro sciabole, e gliele posero sul collo per spaventarla. In questo stato, gli si comandò di calpestare la croce: essa resisté a questa nuova prova con la stessa costanza. Allora i mandarini che sapevano che essa era sfinita dalla fame, le fecero presentare del cibo e le dissero di mangiare, in segno di apostasia. Essa tosto rispose: “Se voi ritenete per apostasia il mangiare, io vi dichiaro che morrò di fame, ptuttostoché prendere il più piccolo nutrimento; ma se voi non vi vedete che una azione ordinaria e indifferente; io mangerò”. Il mandarino confuso, le disse con ira: “Tu sei una ostinata, smangia pure se ti piace”. La famiglia e la figlia del mandarino, mosse a compassione per la vergine cristiana, unirono le loro istanze a quelle dei giudici, e l’esortarono vivamente a rinunziare alla fede; ma essa resisté a questa nuova tentazione, come aveva resistito alle minacce. Condotta nella città, sostenne a più riprese gli stessi combattimenti, e sempre con ima costanza imperturbabile: costei è tuttora in prigione. » [Annali, n. 76, p. 261, an. 1841]. – In confronto a simili prove, che cosa sono le nostre se non giuochi da fanciulli? Se noi soccombiamo, è perché ci manca il dono di fortezza. Questo dono allorché è nella nostra anima, opera ciò che ammiriamo e ciò che dice un pio autore: «Il legno rincollato si rompe, piuttosto altrove che nel punto della saldatura. Così è dell’anima unita a voi, o mio Dio, pel dono di fortezza: testimoni i martiri. È più facile separare il piede dalla gamba e il capo dal collo, che separarli dal vostro amore. In essi il timore aveva formato questo doppio cordone della carità, difficile a rompere. Essi vi amavano di tutto cuore senza errore; con tutta la loro anima, senza resistenza, con tutto il loro spirito, senza oblio. Signore, concedetemi un simile amore, affinché io non sia giammai separato da voi. » [Idiotae contemplat, c. XIV] – Al quinto gradino della misteriosa scala che ci conduce a Dio noi troviamo il dono di consiglio; il quale si cambia nella quinta beatitudine. Farci correre con ardore dove la voce di Dio ci chiama, cercare tutti i mezzi di conoscerla, di liberarci, per quanto le condizioni dell’esistenza terrena lo permettono, da tutti gli ostacoli alla nostra perfezione, e per ciò, non indietreggiare dinanzi a qualunque sacrificio: tali sono gli atti beatifici che rivelano in un’anima la presenza dello Spirito di consiglio. Noi lo vediamo risplendere nella condotta dei primi cristiani. Siccome il mondo pagano lo ammirava, or sono diciotto secoli, nella condotta dei nostri padri, cosi il mondo moderno, ridiventato pagano, è forzato a riconoscerlo in quella dei nostri giovani fratelli della China e dell’Oceania. – Per conseguenza desiderare ardentemente di ricevere lo Spirito Santo è di già un effetto del dono di consiglio. – Era animata da questo desiderio la giovinetta di cui parlano i nostri preziosi Annali della Propagazione della fede. « La mia seconda missione, scrive uno degli apostoli della China, fu del pari benedetta. Mi ricordo con piacere di avervi incontrato una fanciullina di dieci anni, benissimo istruita della sua religione, il che, a. quell’età, è estremamente raro presso i chinesi. – « Questa bambinetta desiderava con ardore il Sacramento della cresima, che io esitava nonostante ad accordarle, perché la trovava troppo giovane. Io volli assicurarmi se il suo coraggio eguagliava la sua intelligenza, e le dissi: — Dopo che tu sarai stata confermata, se il mandarino ti mette in prigione e che egli ti interroghi sulla tua fede, che cosa gli risponderai? — Io risponderò che sono cristiana per la grazia di Dio. — E se ti domanda di rinunziare al Vangelo, che cosa farai? — Io risponderò: no, giammai. — Se egli fa venire i carnefici e ti dice: Tu apostaterai, altrimenti ti taglieremo il capo, quale sarà la tua risposta? — Io gli dirò: Taglia! Incantato di vederla così ben disposta e così fortemente risoluta, l’ammisi con gioia al sacramento, che formava l’oggetto di tutti i suoi voti. » [Annali, n. 95, p. 804, an. 1844]. – La vera religione essendo la strada regia dalla terra al cielo, uno dei primi effetti del dono di consiglio è di farci ricercare e usare tutti i mezzi di ben conoscerla. Che cosa di più savio dell’informarsi della sua strada? … non è forse la prima cura del viaggiatore in paese straniero? … e poi, quanto meglio si conosce la religione, tanto più la si ama, e più siamo disposti a fare tutti i sacrifici che essa domanda, e a realizzare il sublime distacco segnato dal dono di consiglio. Sotto questo rapporto, vediamo che cosa esso ispira ai giovani cristiani Annamiti in mezzo anche alla persecuzione. – « I miei catechisti, scrive un missionario della Cocincina, mi avevano spesso parlato di un concorso generale intorno al catechismo che aveva avuto luogo tutti gli anni a Hè-sin, allorché i fedeli godevano una libertà perfetta. Tutte le cristianità vicine erano invitate a prendervi parte. Quella che non avesse risposto all’appello si sarebbe ricoperta di un obbrobrio incancellabile. « Un giorno io dissi ai catechisti: — Bisogna fare un concorso. — Padre, non è possibile. — Io so che un gran concorso come quelli d’una volta, non è possibile; ma un piccolo concorso dove saranno chiamate alcune cristianità soltanto, e che avrà luogo durante la notte, è facilissimo, e quel che più importa, io conto d’assistervi. La domenica seguente si annunziò pubblicamente nella chiesa, la prossima apertura di un concorso sul catechismo. Fu una febbre d’entusiasmo fra tutta la gioventù. Avevano un mese per prepararsi. Se non fossi stato testimone, non mi sarei mai fatto un’idea di una simile emulazione. Tutte le sere, i ragazzi da un lato, le femmine dall’ altro, si riunivano a piccoli gruppi, nelle case dei capi principali incaricati d’insegnare le parole del catechismo. La recita si prolungava fino alle undici, e qualche volta più tardi. – Se aveste attraversato, per caso, la cristianità di Hé-Sin, sareste stato assordito da un frastuono di pie canzoni, che non mancavano di una certa armonia. – Gli Annamiti recitano, cantando, il catechismo, come tutte le loro preghiere. Durante il giorno, era lo stesso strepito nelle case particolari, nei campi e perfino per le strade, dove quelli che si preparavano al concorso ripassavano, interrogandosi a vicenda la lezione della sera antecedente; e la domenica aveva luogo nella chiesa una ripetizione generale, alla quale tutti i catechisti assistevano. Ciascuno dei candidati riconosciuto dal consiglio del suo villaggio, capace di sostenere la prova dell’esame, aveva dato il suo nome. « Il primo concorso ebbe luogo durante un’intera notte nella cappella di Hè-Bang. Questa chiesa sebbene fosse abbastanza vasta non poté contenere la folla degli spettatori. Io dovetti contentarmi d’ essere semplice assistente. Io fui introdotto furtivamente nella chiesa, e nascosto dietro le cortine del grand’altare, dove si era praticata una piccola apertura, per cui potevo veder tutto senza esser visto. Uno de’nostri padri Annamiti, uomo grave e rispettabilissimo tra quei cristiani, presiedé il concorso. Se ne stava seduto magistralmente sopra una poltrona, posta sulla predella dell’altare, mentre in basso sedevano da’ ambo i lati, i capi delle differenti cristianità: gli esaminatori scelti tra i primi letterati di ciascun villaggio, erano nel mezzo: un gran colpo di tamtam annunziò l’apertura della seduta. – « Dopo una solenne invocazione allo Spirito Santo, un personaggio vestito di una lunga toga cerimoniale, trasse fuori da un’urna i nomi dei due primi concorrenti, chiamandoli con una voce stentorea. Un secondo personaggio, adorno dello stesso costume, tirò da un’altra urna un biglietto sul quale erano indicati i capitoli del catechismo che dovevano formare la materia dell’esame, che egli proclamò pure ad alta voce; e il concorso incominciò. I due candidati s’interrogavano e rispondevano alternativamente, in mezzo a un silenzio profondo, interrotto qualche volta da un piccolo rullo di tamburo; ciò accadeva quando qualcuno di loro sbagliava qualche parola. Allora essi si fermavano finché gli esaminatori non avessero giudicato se l’errore doveva essere considerato come uno sbaglio o no. Vi erano solamente due gradi: quello che recitava imperturbabilmente e senza punti errori la parte che gli toccava in sorte, otteneva il primo grado. Una sola parola pronunziata con esitanza, faceva passare al secondo grado. Ai tre sbagli, non si meritava né biasimo, né lodi; ai quattro si era censurati. I due personaggi con la lunga veste proclamavano i nomi dei vincitori, i quali condotti in processione e al suono di musica, all’altare della Madonna vi facevano omaggio a Maria del loro trionfo, si consacravano a Lei con una speciale preghiera, e se ne ritornavano al loro posto in mezzo ad una sinfonia musicale. – « Il concorso che aveva durato sino al mattino fu terminato con una Messa di ringraziamento, seguito da una larga distribuzione di croci, di medaglie e di abitini. Ma questa moltitudine aveva fame; né si poteva rimandarli digiuni. D’altronde, presso gli Annamiti, una festa religiosa non sarebbe completa, se essa non avesse terminato con un pasto. Io non volli derogare all’usanza. – Ma fu invano quando, dietro i miei ordini, si invitò al banchetto i disgraziati vinti; essi si nascosero così bene che non vi fu modo di trovarli. Essendo la festa terminata con soddisfazione generale, ogni gruppo se ne ritornò allegro al suo villaggio, ed io rientrai nella mia prigione. » [Annali, ec., n. 146, p. 20 e seg., an. 1858]. – Al racconto di questi devoti concorsi, i nostri grandi dottori d’Europa balbetteranno certamente la parola puerilità, e sorrideranno di compassione. Serbino pure i loro sorrisi per sé e per i loro concorsi agricoli ove non fanno altro che presiedere insieme ad altri gravi personaggi alla mostra di buoi, vacche, cavalli, muli, asini e maiali, poi dare premi ai più bei prodotti, in vista di procurare il miglioramento di tutte le razze di bestie, asinina, bovina, caprina e porcina; quest’esercizio utilissimo è proprio degno di loro. Essi chiameranno ciò un glorioso progresso del secolo dei lumi! E agli occhi di questi stessi uomini sarà puerile esercitare, con una nobile emulazione, anime immortali alla conoscenza profonda delle verità, che sono la condizione della loro felicità e la base stessa della società? Voi parlate di puerilità: dite da qual lato ella si trovi. Se voi l’ignorate, tanto peggio per voi. Questo è un segno che siete scesi al livello dei vostri concorrenti.11 [“Homo cum in honore esset non intellexit; comparatus est jumentis insipientibus et similis factus est illis”. Ps. 48.— “Animalis homo”. I Cor., II, 14]. – Frattanto i frutti del dono di consiglio si manifestano presso i nostri giovani fratelli, come presso i nostri avi. Conservare con la terra meno rapporti che sia possibile, a fine di camminare di un passo fermo e rapido verso la patria eterna; rompere anche per questo se bisogna, i legami più cari della natura: tali sono gli esempi che essi ci danno. – Ascoltiamo uno dei loro apostoli ; « Non potendo più rimanere nella Nuova Caledonia, senza respingere la forza con la forza, annunziai ai. nostri neofiti, venuti da dieci leghe di distanza, la nuova della nostra partenza. Essi avevano la scelta o di tornarsene a casa, oppure di venire a Futuna, ove troverebbero i missionari. – A questa notizia, tutti si misero a piangere; era la fede che produceva questo effetto. — E mio padre, diceva uno: e mia madre, diceva l’altro, non saranno dunque mai cristiani? Così si sforzava il loro dolore. Io non potei reggere a questo spettacolo e mi allontanai per lasciar loro agio di consultarsi. « Dopo pochi istanti ritornai e feci cessare i loro singulti, chiedendoli che partito avevano preso. — Seguirvi dovunque voi andrete, risposero. — Ma se noi ritorniamo in Europa, là fa freddo e morirete ben tosto. — Tanto meglio; adesso noi non desideriamo altro che la morte. – Il loro unanime parere fu di trasferirsi in un’isola molto lontana, dove vi sarebbero dei missionari, a fine di non più udir parlare d’una patria, ch’essi consideravano come riprovata per sempre. Sciogliemmo dunque le vele, e durante la traversata che fu di un mese, i nostri carissimi cristiani erano cosi edificanti, che il capitano e l’equipaggio, sebbene tutti protestanti, mi hanno domandato più volte d’invitare i nostri neofiti a fare la loro preghiera sul ponte, per avere il piacere d’esserne testimoni. – « Noi gettammo l’ancora a Futuna una domenica mattina. Il porto epa deserto. — Dove sono gli abitanti di questo villaggio, mi ripetevano di continuo il capitano e i marinari? Essi ignoravano che gli indigeni di Futuna, ferventi cattolici, erano tutti andati alla Messa. Le case erano abbandonate, perché in quell’isola convertita, non si sapeva che cosa fosse furto. Dopo un’ora d’aspettativa, udimmo risuonare da tutte le parti il cantico dei cantici. Erano gli isolani che ritornavano dalla chiesa benedicendo il Signore. I nostri padri si affrettarono di venirci a ricevere, ed i primi cristiani della Nuova Caledonia perseguitati per la loro fede dai loro compatrioti, erano ricevuti come tanti fratelli dai nuovi fedeli di Futuna. » [Annali, ec., n. 188, p. 388 e seg., an. 1851]. Abbandonare la via del cielo, lasciare il suo paese e la sua famiglia, è un tratto evidente del dono di consiglio, ma abbandonare se stesso è ancor più evidente. – « A Vallis, scrive un Missionario, dove ho esercitato per cinque mesi il santo ministero, ho avuto molte consolazioni: tra le altre, quella di vedere tre giovani, figlie dei più grandi capi dell’isola, chiedermi con istanza il permesso di consacrarsi a Dio in un modo speciale, mediante il voto di castità. Questo pensiero, esse l’avevano avuto di suo, per la sola ispirazione della grazia. Lo Spirito Santo aveva loro insegnato che questo era un consiglio evangelico, il cui libero adempimento piace al Signore. » [Annali, ec., n. 96, p. 398, an. 1844]. – Non é solamente sulle spiagge inospitali dell’Oceania, che lo Spirito Santo fa germogliare i fiori della verginità; ma essa si estende ancora nel suolo tanto profondamente solcato della China e della Cocincina. Lasciamo parlare un apostolo deil’Impero Celeste: «Noi abbiamo in ciascuna cristianità un certo numero di persone, le quali senza essere legate da voti religiosi, fanno professione di custodire la verginità. Possiamo con verità chiamarla il fiore della missione, e questa specie di fiore forma la gloria del giardino della Chiesa. – È un bel vedere il ceppo della verginità risplendere qui in mezzo al fango dell’idolatria. Non ci si può immaginare mai quanto sia grande la licenza dei costumi in paese infedele; ma l’eccesso del vizio serve, nei disegni di Dio, a far risaltare lo splendore della più pura delle virtù; e non ci vorrebbe di molto, ad occhi chiaroveggenti, riconoscere la sua celeste origine. Nel mio distretto che conta circa nove mila anime, vi sono più di trecento vergini. Tutto quel che fanno in Europa le Suore di san Vincenzo de’ Paoli, lo fanno altrettanto quelle vergini Chinesi. » Id. n. 116, p. 44, an. 1848. – Sono queste tante figlie di antropofagi, o di idolatri abbrutiti, divenute tutt’ad un tratto tante vergini cristiane, cioè dire tutto ciò che vi ha di più bello, di più sublime, di più angelico! 1 1 [Abbiamo a Parigi tra le suore di san Vincenzo dePaoli una ragazza parente di Àbdel-Kader!]. – Alla vista di questo miracolo mille volte ripetuto, che cosa direbbe il mondo pagano, esso che sotto Augusto, non può trovare sette vestali nell’impero dei Cesari? Uno meno incredulo degli empi moderni, esclamerebbe: “Il dito di Dio è qui”. “Digitus Dei est hic”! e avrebbe ragione. – Il sesto dono dello Spirito Santo è il dono d’intelletto. Gli atti ch’egli produce e che formano la sesta beatitudine, sono degli atti rivelatori di una cognizione chiara delle verità cristiane, di magnanimità nella fede, di conformità sostenuta tra la pratica e la credenza, in una parola, il regno effettivo del soprannaturale nell’ uomo e nella società. « Si può dire, scrive un missionario dell’Oceania, che Io Spirito Santo si è fatto in Persona il catechista del fanciullo, del quale ora parleremo. Ho trovato a Tonga un piccolo prodigio, al quale voi durerete fatica a credere. – È un bambino di cinque anni, e tuttavia sì abbastanza istruito, che non mi‘è riuscito a imbrogliarlo, interrogandolo in tutti modi intorno al catechismo. Quest’angioletto ci ha domandato il permesso d’insegnare la dottrina cristiana ai suoi parenti, i quali fuorché sua madre e suo padre, sono ancora tutti nel paganesimo. E un catechista tanto più eccellente, poiché nulla si può ricusare alla sua innocente semplicità. – «Egli stesso dice il Benedicite e le Grazie in famiglia. Appena ha visto celebrare la Messa cinque o sei volte che già ne imita tutte le cerimonie. Una foglia di banano gli serve da corporale; una conchiglia di mare gli tien luogo di calice. Quando sarà grande, ripete egli, vuol dirla davvero. Piaccia a Dio che questa vocazione si confermi, e che un di l’Oceania lo conti nel numero de’ suoi apostoli. » [Annali della Propag. ec., n. 104, p. 36, an. 1846]. Il dono d’intelletto che apre cosi meravigliosamente lo spirito del fanciullo, produce nell’uomo fatto, una specie d’intuizione della verità, di modo che la fede, sciolta dai suoi oscuri veli, diviene imperturbabile. In questo genere nulla supera l’esempio dato dal re di Bongo al Giappone. La sua conversione fece la gioia della Chiesa. In seguito, oppresso da avversità e da umiliazioni, nel momento in cui tutto pareva congiurato per turbare la sua fede, ei pronunziava solennemente queste belle parole: « Io giuro alla vostra presenza, o Dio potente, che quando tutti i Padri della Compagnia di Gesù, per il cui ministero Voi mi avete chiamato al Cristianesimo, rinunziassero essi medesimi a quel che mi hanno insegnato; quando io fossi assicurato che tutti i cristiani d’Europa avessero rinnegato il vostro nome, io vi confesserei, riconoscerei e adorerei, ancorché mi dovesse costare la vita siccome io vi confesso, riconosco e adoro per il solo vero e potente Dio dell’universo.1 » [Annali, ec., n. 125, p. 225, an. 1849]. – Il dono d’intelletto, illuminato dallo spirito, opera sulla volontà, e gli dà l’intelligenza della vita. Ora, siccome la vita é una prova, la penitenza è la sua legge. «Un gran numero de’ nostri cristiani, scrive un missionario dell’India, digiunano il sabato, cioè non fanno che un pasto solo, verso il tramontar del sole. Quante volte nelle mie escursioni, non ho io inteso il mio compagno di viaggio rispondere a coloro che gli domandavano se aveva mangiato in quel giorno : — Eh! non sapete voi che oggi è sabato? — E nonostante, quel povero cristiano mi aveva seguitato tutta la mattinata, portando sul suo capo un grosso fardello. Egli era rifinito dalla stanchezza, per agevolare il successo del mio ministero! Vi sono molti paesi dove questa pratica è quasi che universale, anche tra gli operai. Parecchi tra essi, soprattutto quando sono padroni di sé, preferiscono non lavorare che metà della giornata, a fine di potere differire sino alla sera il loro unico pasto. – « Questo spirito di mortificazione mi fornisce spesso l’occasione di edificarmi al santo tribunale. Perciò, se mi accade per esempio d’imporre per penitenza qualche digiuno nel sabato. — “O padre mio, rispondono una quantità di neofiti, io digiuno tutti i sabati”. — Ciò basta, rispondo. Ma di rado se ne contentano; se io indico il mercoledì o il venerdì, io trovo spesso il secondo posto di già preso, per un altro digiuno di devozione. Ultimamente io aveva prescritto una buona opera simile. – La mia penitente parve molto imbarazzata. Che v’è egli accaduto ? — “O padre mio, da tre anni io non mangio che una volta al giorno. Come farò io per adempire al digiuno che m’imponete”? Io lo ripeto; questi esempi non son rari tra i nostri cristiani. » [Annali, ec., n. 87, p. 87, an. 1848]. – Impariamo! questi cristiani, nati di ieri, potrebbero essere i giudici degli antichi seguaci della fede. Comunque sia, ammiriamo la Provvidenza che scelse questi fedeli dell’Oriente per fare, con le sante loro austerità, il contrappeso al sensualismo d’Occidente. – Il settimo dono dello Spirito Santo, nell’ordine ascendente, è il dono di sapienza. Come ultimo grado di luce e d’amore dinanzi alla visione beatifica, esso apre alla verità gli occhi dello spirito e soprattutto l’orecchio del cuore. Ei fa vedere Dio, fa gustare Dio, trasforma in Dio, compiendo la nostra filiazione divina. Volete voi vederlo in atto? Studiamo la settima beatitudine, vale a dire gli atti beatifici con i quali si manifesta! Pigliamo per esempio un indifferente, un incredulo, uno di quegli uomini, la cui stirpe oggi è tanto numerosa, che ha occhi e non vede niente; che ha un cuore e non sente nulla delle cose soprannaturali, un uomo infine, come il capitano, del quale adesso parleremo: sottoponetelo all’azione del dono di sapienza, e voi vedrete un miracolo. – Durante la traversata che gli conduceva alfa loro missione, alcuni dei nostri missionari impiegavano i loro ozi a catechizzare i giovani marinai del bastimento, all’oggetto di prepararli alla prima comunione. Per essi la Messa era detta ogni domenica; ma il capitano non si era dato premura di assistervi. Giammai un segno né una parola che annunziasse, se egli era cattolico. Tutt’ad un tratto, in conseguenza di una buona lettura, ei lasciò sfuggire poche parole che rivelavano i combattimenti della sua anima. Lo spirito di sapienza veniva a toccarlo. « Iddio ci ispira di cominciare una novena per ottenere la sua conversione; e questa terminava il 3 giugno. Ebbene! il giorno stesso a ore nove di sera, nel momento in cui uno dei missionari passeggiava sul ponte, il capitano l’osserva, e con voce commossa gli dice: — Signore, ho un gran favore da chiedervi. — Eccomi pronto per voi, risponde il missionario. — Io voglio confessarmi, non questa sera, perché un giorno non mi basta per prepararmi, ma non più tardi di domani. – Poi la conversazione s’impegna e si prolunga fino a notte inoltrata. L’indomani il capitano assiste alla Messa, benchè non fosse domenica. L’equipaggio tutto rimase stupito. Noi avevamo fissato la prima comunione alla festa della SS, Trinità. Ma il capitano avendo manifestato il desiderio di comunicarsi, se era possibile, coi suoi marinari, e volendo avere più tempo per prepararsi a questo atto cosi augusto, ci arrendemmo di buon cuore a’ suoi desideri. Frattanto la vita del capitano diveniva quella d’un apostolo. Egli predicava con la voce delTesempio. Una sera essendo uscito da confes sarsi, avvicina uno dei missionari e gli parla del buon Dio in un modo così commovente, che il nostro caro confratello era rapito nel sentirlo. Finalmente entrarono a discorrere delle possessioni del demonio. — Credete voi, dice il capitano, che esistano tuttora di questa sorta di possessioni? “Senza dubbio; esse sono abbastanza frequenti nei paesi infedeli”. — Infatti, riprese il capitano, mi è accaduto di fargli un brutto scherzo, tanto egli deve digrignare i denti ili fondo all’inferno. – Dicendo queste parole, gli scappò dai suoi occhi una grossa lacrima, che andò ad inumidire i suoi mustacchi. – « Finalmente giunse il 19 giugno. Quel giorno fu senza alcun dubbio uno dei più belli della nostra vita. – Vi fu comunione generale. Il ponte della nave era diventato una chiesa. Semplici tende artisticamente tese, formavano il tetto e le mura; l’interno era addobbato di bandiere; stuoie chinesi ricoprivano il pavimento; immagini, quadri ornavano l’altare improvvisato; la nostra chiesa ondeggiante era, se non magnifica, almeno passabilmente bella: ma incomparabilmente più bello era lo spettacolo che presentava l’equipaggio. Marinai, ufficiali, capitano, tutti erano là coi loro abiti da festa, in atteggiamento rispettoso. La dolce gioia del cielo raggiava su tutti i volti. « Quando tutto fu finito, venne il capitano a gettarsi al collo del suo confessore dicendo : — Gli istanti più beati della vita sono sempre misti a qualche amarezza; ma per oggi il cuore è contento del tutto. — Voi avreste pianto di gioia sentendo i nostri marinai fare parimente le loro riflessioni. — Vedete, diceva uno dei più vecchi, se io facessi ora in .questo momento naufragio, il morire mi parrebbe lo stesso che mangiare un pezzo di pane. — Terminata che fu la cerimonia con una perfetta calma, la brezza cominciò a soffiare, e la nave a solcare rapidamente le onde. — È forse sorprendente, esclamò il timoniere, questo andare cosi presto? … è perché la nave è scarica di un immenso peso. Io, aveva più peccati del peso che ha il bastimento, ed ora tutto ciò è passato attraverso le cannoniere. » [Annali, ecc., n. 105, p. 102 e seg.]. – Di un cristiano indifferente ed incredulo fare un devoto neofita, un apostolo ardente, inondare di splendori e di delizie un cuore chiuso a tutti gli impulsi della grazia, e ciò in un istante, ecco senza dubbio un miracolo del dono di sapienza. Di un antropofago fare un uomo, di quest’uomo un figlio d’Àbramo, rinnovando il suo essere da cima a fondo, sino al punto di fargli detestare tutto ciò che amava, amare tutto quello che detestava, e questo con una invincibile costanza, è un altro miracolo uguale, se non superiore al primo. – « Nel loro amore per la loro giovine fede i nostri neofiti di Mangarèva cantano dappertutto sopra un ritmo assai grazioso, i severi dogmi del cristianesimo, come anticamente i Rapsodi cantavano le finzioni d’Omero, e i pescatori italiani i versi del Tasso. Ogni anno, quando sono vicini alla festa del Redentore, gli abitanti di ciascuna delle isole compongono al loro modo una specie di racconto espositivo dei luoghi del Vangelo che gli hanno colpiti. Tutti, tanto uomini che donne, contribuiscono alla redazione di questa compilazione letteraria, secondo il loro grado d’intelligenza o di memoria. Compiuto questo lavoro, l’isola intera l’impara a mente, per mezzo di ripetizioni in comune, cantandolo sopra un’aria inventata espressamente. Poi, venuto il dì solenne, tutti gli abitanti dell’arcipelago si riuniscono a Mangarèva, e cantano il loro peï all’ombra degli alberi e sotto la presidenza degli anziani di ciascun’isola. – Tutti gli abitanti cosi raccolti proclamano l’idea che ha riportata la vittoria. Questi sono i giochi floreali di Mangarèva. « Questo popolo che adesso, per l’innocenza dei suoi costumi, forma l’ammirazione di tutti gli ufficiali di marina, è però quello stesso che, prima dell’arrivo dei missionari, accoglieva ostilmente le navi che venivano a visitarlo. – Gli abitanti erano in guerra continua e si scannavano tra di loro. Essi erano antropofagi sino al punto, che una volta, dopo una lotta sanguinosa tra ambe le parti, essendo stata alzata un’enorme massa di cadaveri, i vincitori, in luogo di sotterrare quelle vittime gli divorarono in un gran banchétto che durò otto giorni. Parecchi vecchi attestano altresì questo fatto, e mostrano il luogo dove erano ammassati i cadaveri. – « Non sono ancora tre anni che viveva una donna che aveva mangiato due suoi mariti, morti uno dietro l’altro, in tempo di carestia. I loro costumi erano dissoluti, come quelli di tutti gli Oceanici. Essi erano ladri, sino al punto d’involarsi a vicenda le loro raccolte di datteri, e che essi tentavano di portar via sino sulle navi che erano ancorate alle loro spiaggie. Oggi i loro costumi sono diventati altrettanto puri quanto quelli del villaggio di Francia il più religioso. Il furto cosi radicato nel cuore di ciascuno oceanico, è completamente estirpato di mezzo ad essi. Parecchi capitani di navi mercantili hanno voluto farne la prova. Percorrendo un’isola lasciavano cadere, come per svista, delle pezzuole di seta e dei colletti. Sempre gli oggetti erano fedelmente riportati dal primo abitante che gli incontrava.1 » 1 Annali, ecc., n. 143, p. 298 ecc.]. – Ecco come questo popolo è stato trasformato dal dono di sapienza. [Intorno ai rapporti dei doni con le beatitudini, vedi S. Aug., De serm. Dom. in monte, lib. I, n. 8-14 opp. t. III, p. 1498, ecc., ediz. Novissima]. –

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Se lo Spirito del bene ha la sua scala di deificazione, la grande scimmia di Dio, Satana, ha altresì la scala di degradazione. Noi conosciamo la prima; importa conoscere la seconda. Come in pittura l’ombra é necessaria per far risaltare i colori, così nell’ordine morale, l’errore e il male servono a porre in rilievo il vero e il bene. – In quella stessa guisa che egli ha i suoi doni, ha eziandio le sue beatitudini. Entrando esso in un uomo, mediante il peccato mortale, gli comunica i primi; e il disgraziato pratica gli atti pretesi beatifici che ne derivano. Il primo dono di Satana è l’orgoglio, principio di ogni peccato, come l’umiltà è il principio di ogni virtù. – L’ultima parola dell’orgoglio, è Amanno, appeso a una ghigliottina di cinquanta cubiti; Nabuccodonosor, mutato in bestia. Rendersi odioso a Dio e agli uomini, questo è il termine a cui fa capo la prima beatitudine satanica. – Il secondo dono di Satana é l’avarizia. Il suo capo d’opera, è il ricco malvagio che muore e che è sepolto nell’inferno; è Giuda che vende il suo maestro e che s’impicca. Fare dell’uomo il più insensato e il più scellerato degli uomini è l’ultima parola della seconda beatitudine satanica. Il più scellerato: « Non vi è uomo più scellerato dell’avaro, dice lo Spirito Santo; per esso ogni cosa è da vendere anche l’anima propria.» [Eccl. X, 10]. – Il più insensato; la vita che gli era data per guadagnare il cielo, ei la consuma a fabbricare delle tele di ragno, fragili tessuti che non possono nemmeno servire di lenzuolo. [Is. LIX, 5, 8]. – Il terzo dono di Satana, è la lussuria; messa in azione, va a finire attraverso mille lordure con Salomone e con Sardanapalo, affogati nella cloaca dei loro bestiali costumi. Ignominia di tutto quanto l’uomo, accecamento dello spirito, insensibilità del cuore, morte nell’impenitenza: tale è nei suoi effetti generali la terza beatitudine satanica. – Il quarto dono di Satana, è la gola. L’epicureo coronato di rose che canta il vino e il piacere per prepararsi alla morte; Baldassarre che riempie Babilonia del frastuono dei suoi festini, mentre i Medi sono alle porte della città, sono la traduzione vivente della quarta beatitudine satanica. – Il quinto dono di Satana, è l’invidia. Vogliamo noi vederlo in azione? Caino che uccide suo fratello, ed i farisei che fanno morire il Figlio di Dio: ecco il termine glorioso della quinta beatitudine satanica. – Il sesto dono satanico, è l’ira. La iena con i crini irti, la leonessa alla quale vengon portati via i suoi leoncini, l’ istrice armato delle sue trecce, deboli tipi ai quali l’uomo diviene simile, praticando la sesta beatitudine satanica. – Il settimo dono di Satana, è la pigrizia. Il Chinese di cui parlano i nostri missionari, e per il quale il mondo soprannaturale è come se non fosse, indifferente a tutto, eccetto a quattro verità: bere molto, mangiar bene, digerire e dormir bene; esso non darebbe .una sapequa per conoscere un domma di più, e che tiene per suprema sapienza la sua indifferènza stupida in materia di religione. [“Impius, cum in profundum peccatorum venerit, contemnit”. Prov., XVIII, 8]. – Tale é la personificazione della settima beatitudine satanica. – Così lo Spirito del male viene a prender l’uomo beatificato a suo modo, di mezzo a questo marasma vergognoso e colpevole; in cui a poco a poco lo ha condotto, per trasportarlo nel soggiorno della sua beatitudine eterna.

 

S.S. PIO XII: Invicti Athletae Christi

“Invicti Athletae Christi”

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Questa enciclica di S. S. Pio XII, è incentrata sulla figura del Santo Martire Andrea BOBOLA, martire della fede, e risale al – 16 maggio 1957; venne composta in occasione del III Centenario del martirio di Sant’Andrea Bobola. Tra le altre cose ricordate dal Santo Padre, che riguardano la vita del Santo citiamo: … Andrea rispose: “Sono sacerdote cattolico; nato nella fede cattolica, nella stessa fede voglio morire; la mia fede è la vera e porta alla salvezza; voi piuttosto fate penitenza, altrimenti coi vostri errori non vi potrete in nessun modo salvare; mentre se abbraccerete la mia fede, conoscerete il vero Dio, e salverete le anime vostre”». Queste parole rivolte agli eretici del suo tempo, sostenute dall’autorità di S.S. Pio XII, le facciamo senz’altro nostre perché possiamo ugualmente rivolgerle agli eretici attuali, a quelli del “novus ordo”, agli pseudo-tradizionalisti delle “Fraternità Scismatiche Sacrileghe” e delle varie chiesette, gestite da personaggi pittoreschi senza giurisdizione né missione, e quindi totalmente fuori dalla Chiesa Cattolica.

Il Paragrafo seguente vogliamo invece riportarlo interamente perché in linea con gli intenti del blog.

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(….)  II

“Ci è piaciuto toccare minutamente e concisamente in questa lettera enciclica i principali lineamenti della vita e della santità di Andrea Bobola, perché tutti i figli della Chiesa Cattolica abbiano non solo a volgere a lui il loro sguardo di ammirazione, ma a imitarne anche con pari fedeltà la purissima dottrina religiosa, la fede integerrima e quella fortezza con la quale combatté per l’onore e la gloria di Gesù Cristo fino al martirio. Stimolati da voi, venerabili fratelli, meditino tutti le sue eccelse virtù, specialmente in queste celebrazioni centenarie; e tutti ritengano un dovere camminare sulle sue santissime orme. – Oggi, purtroppo, in non pochi luoghi la fede cristiana è debole o sul punto di estinguersi. La dottrina evangelica da non pochi è quasi del tutto ignorata; da altri – e ciò è ben peggio – è interamente respinta, quasi non si concili col progresso di uomini che pretendono quaggiù di trarre non da Dio ma da se stessi, cioè dal loro ingegno, dalle loro forze, dalla loro vigoria, i mezzi per vivere, per operare, per domare i principi e gli elementi e ridurli al proprio servizio, a comune vantaggio e benessere nella vita sociale. E non mancano poi coloro che si adoperano per sradicare dall’anima di altri, soprattutto degli ignoranti e dei semplici, e di quanti sono già contaminati dall’errore, la fede cristiana – unico conforto in questa vita mortale particolarmente per i più miseri -, promettendo una felicità che pienamente mai si può conseguire in questo esilio terreno. Dovunque, infatti, miri la società umana, dovunque essa tenda, se si allontana da Dio, anziché godere della tranquillità agognata e della concordia e della pace degli animi, finisce per turbarsi e angosciarsi, come chi è agitato dalla febbre; e mentre tende ansiosamente alle ricchezze terrene, ai vantaggi e ai piaceri, fidando solo in essi, insegue un’ombra fugace, s’appoggia al caduco. Infatti, senza Dio e la sua santissima legge non può esserci tra gli uomini un giusto ordine, né una vera felicità, poiché manca il solido fondamento sia alla condotta privata sia alla società civile. Inoltre, voi ben sapete, venerabili fratelli, che solo le cose celesti ed eterne, non già le cose instabili e passeggere, possono soddisfare interamente l’animo nostro. – Né si può affermare ciò che alcuni vanno temerariamente blaterando, che la dottrina cristiana sia in contrasto coi lumi della ragione umana, quando invece le aggiunge splendore e forza, proprio perché la distoglie dalle false parvenze del vero per introdurla nel regno più ampio ed eccelso della vera intelligenza. Non si creda dunque che il divino messaggio, che la Chiesa Cattolica, per il mandato che ne ha ricevuto, interpreta legittimamente, sia qualche cosa di superato ed esaurito, mentre è qualche cosa di vivo e vigoroso, dal momento che esso solo può indicare agli uomini il sicuro e il retto cammino verso la verità, la giustizia e tutte le virtù, dar loro la concordia fraterna e la pace, e fornire alle loro leggi, alle loro istituzioni, alla loro società validi e inconcussi presidi. – Se gli uomini assennati ripenseranno tutto ciò, comprenderanno facilmente perché Andrea Bobola abbia sostenuto con animo lieto e forte tante fatiche e tanti affanni, per mantenere intatta la fede cattolica nei suoi compatrioti, per tenere lontano, con tutte le forze, da ogni genere d’insidie i loro costumi insidiati da pericoli e da seduzioni così grandi, prodigandosi instancabilmente per formarli alle virtù cristiane. – Poiché anche oggi, come già abbiamo detto, venerabili Fratelli, la religione cattolica è esposta in molti luoghi a ben dure lotte, si rende necessario difenderla con tutte le forze, predicarla e propagarla. In una questione di così grave importanza vi siano d’aiuto non solo i sacerdoti che, per ragione dell’ufficio a essi affidato, devono prestarvi solerte aiuto, ma anche i laici dall’animo generoso e risoluto a combattere le pacifiche battaglie di Dio. Quanto più pertinacemente i nemici di Dio e della legge cristiana si scagliano contro Gesù Cristo e la Chiesa da Lui fondata, tanto più devono combatterli, con la parola, con gli scritti e soprattutto con un luminoso e sublime esempio non solo i sacerdoti, ma anche quanti si chiamano cristiani, rispettando sì le persone, ma difendendo la verità. Che se per questo sarà necessario fronteggiare molti contrasti e sacrificare i beni temporali, mai vi si sottraggano, memori della sentenza, che compiere e sopportare cose difficili è proprio di quella virtù cristiana che Dio stesso rimunererà con un premio immenso, cioè con l’eterna felicità. In tale virtù, se vogliamo davvero tendere ogni giorno più alla perfezione della vita cristiana, entra sempre un po’ di martirio, poiché non solo versando il sangue diamo a Dio prova della nostra fede, ma anche resistendo fortemente alle lusinghe del vizio e consacrando interamente noi e tutte le cose nostre con generosità e grandezza d’animo a chi è il nostro Creatore e il nostro Redentore e un giorno sarà in cielo la nostra imperitura felicità.

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Tutti dunque considerino come esemplare la fortezza di animo del santo martire Andrea Bobola; conservino intatta la sua stessa fede e la difendano con tutte le forze; imitino il suo zelo apostolico, adoperandosi in tutte le maniere per consolidare il regno di Gesù Cristo sulla terra e per estenderlo ciascuno secondo la propria condizione. – Se vogliamo rivolgere queste nostre paterne esortazioni e questi nostri voti a tutti i sacri pastori e ai loro fedeli, in modo particolare li considereranno come rivolti a se stessi quanti vivono in Polonia. Andrea Bobola è infatti per essi motivo di onore e di gloria, perché ha tratto origine dalla loro stirpe e l’ha abbellita non solo con lo splendore di tante virtù, ma anche col sangue versato nel martirio. Seguendo dunque i suoi luminosi esempi, continuino a tenersi stretti alla fede avita contro ogni insidia; si sforzino con ogni impegno di conformare ad essa i costumi; e considerino seriamente come principale fra le glorie della loro patria questa: emulare cioè l’incrollabile fortezza della virtù dei padri, facendo sì che la Polonia sia sempre fedele e «contrafforte della cristianità». Dio stesso, infatti. – come insegna la «storia, … testimone dei tempi, luce della verità … maestra della vita»(7) -, sembra avere affidato questo particolare compito al popolo polacco. Perciò si sforzino di rispondervi sempre con forza e costanza, evitando ogni perfida insidia, vincendo e superando ogni difficoltà e ogni angustia. – Guardino al premio, che Dio promette a quanti con somma fedeltà, con intenso ardore e ardente carità vivono, operano e lottano per custodire e per dilatare sulla terra il suo regno di pace. – In quest’occasione, non possiamo astenerci dal rivolgerci direttamente a tutti i diletti figli della Polonia in modo particolare con questa lettera enciclica, soprattutto ai sacri pastori, che per il nome di Gesù Cristo hanno sofferto dolori e affanni: agite con fortezza, ma con quella cristiana energia, che va congiunta con la prudenza, l’avvedutezza e la sapienza. Custodite la fede e l’unità cattolica. La fede sia la cintura dei vostri fianchi (cf. Is XI, 5); essa si annunzi a tutto il mondo (cf. Rm 1, 8); e sia per voi e per tutti «la vittoria che vince il mondo» (1 Gv V, 4). Fate ciò «mirando all’autore e perfezionatore della fede Gesù, il quale, in cambio della gioia che gli era posta innanzi. sostenne la croce, non facendo caso all’ignominia, e siede alla destra del trono di Dio» (Eb XII, 2). – Con questo vostro modo di agire, otterrete anche che i santi del cielo, quelli specialmente che hanno tratto origine dalla vostra stirpe, dalla felicità eterna di cui ora godono insieme con la Vergine madre di Dio, regina della Polonia, guardino propizi a voi e alla vostra dilettissima patria, e vi siano prodighi di protezione e aiuto. – Perché ciò possa felicemente compiersi, desideriamo nel modo più vivo, venerabili fratelli, che voi, con ciascuno dei fedeli sparsi nel mondo, vi rivolgiate supplici a Dio con la preghiera specialmente nel corso di queste celebrazioni centenarie, affinché egli conceda benignamente i suoi doni più abbondanti e le gioie celesti in modo particolare a quelli che sono esposti a più gravi prove e sono impediti da più aspre difficoltà. – Congiungendo queste preghiere s’implori anche dal misericordiosissimo Dio che sia rinnovata e prosperi la concordia tra tutte le nazioni e che i sacrosanti diritti della Chiesa e la sua opera, da cui viene un importantissimo contributo anche al vero bene dell’umana società, siano riconosciuti quanto è necessario da tutti e possano essere legittimamente e felicemente attuati dovunque. – Perché tutto ciò giunga quanto prima ad effetto uniamo le Nostre ardentissime preghiere con le vostre ed impartiamo col più grande affetto a ciascuno di voi tutti, venerabili fratelli, e al popolo cristiano la benedizione apostolica, auspicio delle grazie celesti e segno della Nostra benevolenza.

Roma, presso San Pietro, 16 maggio, anniversario del giorno in cui or sono tre secoli sant’Andrea Botola si conquistò la palma del martirio, dell’anno 1957, XIX del Nostro pontificato.

SILENZIO

SILENZIO

[E. Barbier: i tesori di Cornelio Alapide]

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.1. – Necessità del silenzio. – 2. Gesù Cristo, i Santi, la natura intera ci insegnano il silenzio. — 3. Eccellenza e vantaggi del silenzio. — 4. Varie sorta di silenzio.

NECESSITÀ DEL SILENZIO. « Tacete voi che abitate l’isola », che siete appartati dal mondo, dice Isaia: — “Tacete qui habitatis in insula” (ISAI. XXII, 2). « State in silenzio davanti alla faccia del Signore », esclama Sofonia: — “Silete a facie Domini”. (Soph. I, 7). E siccome Dio è presente in ogni luogo, perciò dappertutto si deve osservare un rispettoso silenzio. Quindi S. Giacomo ci esorta tutti di andare a rilento nel parlare, ma ad essere pronti ad ascoltare; anzi aggiunge che vana è la religione, la pietà di colui che si stima divoto, ma intanto non sa tenere in silenzio la sua lingua: — “Si quis putat se religiosum esse, non refraenans linguam suam…, huius vana est religio…”- “ Sit omnis homo velox ad audiendum, tardus autem ad loquendum (Jac. I, 26, 19). L’uomo ha la lingua chiusa da due muri, i denti e le labbra, perchè impari a mantenere il silenzio. Se poi è vera l’etimologia che danno alcuni filologi del vocabolo lingua, che derivano dal verbo ligare, ne resta confermata la necessità del silenzio. Assennato è l’avviso che ci dà S. Agostino: « Parlate con le opere, anziché con la lingua » — “Operibus loquantur non Vocibus” (8erm. XXXII, in Evang. Luc); come scegliete quello che avete da mangiare, così scegliete quello che avete da dire: — “Sicut eligis quo vescaris, sic elige quid loquaci” (In Psalm. LI) . S. Antonio non cessava dal ripetere: Frenate la lingua: — Contine linguam ( Vit. Patr. ). Leggiamo nelle Vite dei Padri, che un venerabile vecchio chiamava coloro i quali non sanno tenere il silenzio, “stalla senea porta” — “Stabulum sine ianua”. — L’abate Agatone portò per tre anni una pietra in bocca, per essere obbligato ad avvezzarsi al silenzio. Il Salmista diceva a Dio: « Ponete, o Signore, una custodia alla mia bocca, ed un chiavistello alle mie labbra! » — “Pone, Domine, custodiam ori meo, et ostium circumstantiae labiis meis (Psalm. CXL). – «L’acqua trattenuta s’innalza, dice S. Gregorio; così l’anima silenziosa si leva in alto verso il cielo. L’acqua lasciata libera, se ne va e si perde, così l’anima nemica del silenzio scorre qua e là dissipata, s’infiacchisce, svanisce, cade, si perde e scompare » (Maral, lib. VII, e VII) . « Chi non è difeso dal muro del silenzio, dice altrove il medesimo dottore, presenta la città dell’anima sua aperta alle incursioni del nemico; poiché col suo parlare, l’anima si caccia fuori di se stessa; si mostra affatto sguarnita e nuda al ferro del nemico il quale tanto più facilmente la soggioga, quanto più ella con la sua loquacità l’aiuta a vincerla e prostrarla ». [“Quia murum silentii non habet, patet inimici iaculis civitas mentis; etenim se, per verba, extra semetipsum eiicit: apertam in adversario se eohibet, quam tanto ille sine labore superat, quanto et haec eadem quae vincitur, contra semetipsam per multiloquium pugnat” (Pastor. p. III, adun. XV)]. – Gersone osserva che molto saggiamente i fondatori degli Ordini religiosi, sapendo come i pericoli dell’anima le vengono in molta parte dalla lingua, ordinarono il silenzio come la migliore difesa e il più efficace rimedio, stabilendo pene contro gli infrattori di esso. È cosa provata dall’esperienza, che dove la regola del silenzio è rigorosamente osservata, la religione, la virtù, la perfezione si mostrano in tutto il loro splendore (Tom. II, in resp. ad 4. q. 91). – La necessità del silenzio per mantenere raccolta e virtuosa l’anima, non poté sfuggire alle osservazioni degli antichi saggi pagani. Famosa è quella sentenza di Seneca: « Non sa parlare, chi non sa tacere! » — “Tacere quisquis nescit, hic nescit loqui” (In prov.); perciò scrivendo a Lucilio gli comandava soprattutto di essere tardo e parco nel parlare. [“Summa summorum haec erit tibi, tardiloquentem te esse iubeo” (Epist. LXXII)]. – « Il silenzio non ha mai danneggiato persona, osserva Catone, l’aver parlato nocque amolti! (3)»,. (3) [“Nemini tacuisse nocet, multis nocet esse locutus”. (Laert. lib. VII, c. I) ]. – Solo lo stolto non sa tacere: “Stultus tacere equità” sentenzia Solone (STOBEUS. Serm. XXXIV). «L’uomo, dice Epaminonda, dev’essere assai più desideroso di udire che di parlare; perchè la dottrina deriva dall’ascoltare in silenzio; il pentimento, dal troppo parlare! » [“Homo debet esse cupidus audiendi potius quam loquendi; quia ex audiendo doctrina, ex loquacitate poenitentia nascitur” (Ita Maxim.)]. – 2. GESÙ CRISTO, I SANTI, LA NATURA INTERA CI INSEGNANO IL SILENZIO. — Poche volte Dio ha fatto intendere la sua parola sulla terra . . . Raro e parco fu il discorrere di Gesù Cristo mentre visse in questo mondo… La santissima Vergine parlava poco così, che l a Sacra Scrittura notò quattro sole occasioni nelle quali questa Vergine immacolata proferì poche parole: – la quando l’Angelo le annunziò per parte di Dio l’Incarnazione del Verbo; – 2a quando intonò il sublime canto del Magnificat, in casa di Elisabetta; 3a quando trovò Gesù Cristo nel tempio, dopo esserne andata i n cerca per tre giorni; 4a alle nozze di Cana in Galilea… I Santi in tutti i tempi e in tutti i luoghi hanno sempre amato ed osservato il silenzio. S. Girolamo scrive di S. Asella, che teneva un silenzio parlante; era un discorso silenzioso, ed u n silenzio parlante (5). (5)[“Habebat silentium loquens; sermo silens, et silentium loquens”.] (Ad Marceli, de Asel). S. Pambone, col suo profondo e perseverante silenzio, aveva raggiunto un così alto grado d i perfezione, che poteva dire morendo di non avere mai proferito parola d i cui avesse da pentirsi (Vit. Patr.). – I cieli proclamano la potenza, la sapienza, la ricchezza, la gloria di Dio, e intanto mantengono il silenzio… L’universo tace: e intanto parla a modo suo all’uomo e loda Iddio . . . I fiumi più maestosi sono quelli che fanno più poco rumore. Solo l’uomo, dotato di ragione, ha il dono della parola; guidi adunque con la ragione la sua parola . 3. ECCELLENZA E VANTAGGI DEL SILENZIO. « Il Signore combatterà per voi, si legge nell’Esodo, e voi starete in silenzio!» — Dominus pugnabit pro vobis, et vos tacebitis (Exod. XIV, 14). Avvertimento utilissimo ad ogni cristiano è questo, perchè nel silenzio sta la nostra forza e frutto del silenzio è la pace e la giustizia: — In silentio erit fortitudo vestra… Opus iustitiae, pax; et cultus iustitiae, silentium (ISAI . XXX, 15 XXXII, 17). Il vero mezzo di regolare la lingua, sta nel ricorrere al silenzio. Volete imparare a parlare? tacete, e nel silenzio riflettete a quello che dovete dire e come dirlo … Ascoltate, osservate, tacete e voi avrete la pace dell’anima, la pace interiore ed esteriore; questo è il consiglio dato da un Angelo a S. Arsenio: « Fuggi, taci, sta tranquillo; eccoti i principi di salute! » — “Arseni, fugi, tace, quiesce, haec sunt principia salutis (Vit. Patr.). S. Gerolamo, descrivendo l’ornamento più bello e più prezioso che possa abbellire principalmente una donna, unisce alla modestia ed alla ritiratezza il silenzio. [“Pulcherrimum donum silentium, et modestia, et intus tranquillam manere”] (Ad Marcellam). Infatti l’Apostolo S. Giacomo asserisce che uomo perfetto è colui il quale non pecchi in parole; egli può, col freno che pone alla lingua, regolare a suo talento tutto il corpo: — [“Si quis in verbo non offendit hic perfectus est vir; potest etiam fraeno circumducere totum corpus ( Jac. III, 2 ). Chi dunque trattiene la sua lingua, chi si mantiene in silenzio, governa a suo piacere il corpo; soggioga i sensi, la concupiscenza, e le diverse sue passioni. Dice S. Giovanni Climaco: « Il silenzio è la madre dell’orazione, la liberazione dalla schiavitù, il mantenimento del fuoco dell’amor divino, l’ispezione diligente dei pensieri, la specola donde si scorge il nemico, l’amico delle lacrime salutari; ci tiene vivo il pensiero della morte, ci ricorda il giudizio; porta con sè l a scienza e la quiete! ( 2 ) ». (2) [“Taciturnitas est mater orationis, captivitatis revocatio, ignis divini amoris observatio, cogitationum diligens inspectio, specula hostium, lacrymarum amica, memoriae mortis operatrix, iudicii iudicatrix, quietis coniux, scientiae adiecto” (Grad. XI)]. Beata l’anima che si trattiene con Dio per mezzo del silenzio, dicendo spesso con Samuele: « Parlate, o Signore, che il vostro servo ascolta!»—- “Loquere, Domine, quia audit servus tnus” ( I Reg. III, 9). -Il silenzio è il germe dei santi pensieri, delle opere generose, dei fatti eroici … « Tesori preziosi stanno nascosti in una bocca chiusa! » — “Bona abscondita i n ore clauso” — dice il Savio (Eccli. XXX, 18), e Geremia chiama beato chi attende nel silenzio la salute di Dio:”,— “Bonum est praestolari eum cum silentio (Lament. III, 26) . Indizio ed effetto di prudenza è il tacere: — “Vir prudens tacebit” (Prov. X I , 1 2 ) . L’uomo loquace è senza prudenza e senza esperienza, dice S. Isidoro; ma l’uomo sensato parla pochissimo, e in quello che dice, va molto adagio e col regolo alla mano (c. XXX). Lo Spirito Santo ci assicura che nella verbosità facilmente si nasconde il peccato, e al contrario dà lode di molto saggio a chi sa moderare la propria lingua: — In multiloquio non deerit peccatum; qui autem moderatur labia sua prudentissimus est (Prov. X , 19). Chi sta in silenzio, anche quando è insultato, mostra la pace e la grandezza dell’animo suo; col suo ammirabile contegno riprende, confonde, calma, converte chi l’oltraggia … Col silenzio diventiamo padroni di Dio, degli uomini, dei nemici. – Dal silenzio nasce la compunzione, la devozione, la pazienza; S. Giovanni Climaco scrive: « L’amante del silenzio si appressa a Dio e, stando continuamente nel cuore medesimo di Dio, ne ritrae grandi lumi! ». [“Studiosus silentii appropiat Deo, ipsique iugiter i n abdito eordis assistens, illustrato ab eo” (Grad. IV)]. « Il silenzio, dice Talassio, purifica l’anima, la rende più perspicace ed intelligente, custodisce il cuore! ( 2 ) ». (2) [“Silentium purificat mentem et perspicaciorem reddit; custodit cor (De Silent.) – Anzi vi accende e vi mantiene il fuoco dell’amor di Dio, dice S. Francesco d’Assisi. [“Silentium calefaoit cor amore Dei (8. Bonav. in eius vita)]. – L’uomo taciturno, acquista sempre, come afferma S. Giovanni Climaco, una vera scienza; egli è nemico della falsa confidenza, tiene sempre l’occhio su l’immagine dell’inferno, ritorna sovente sul pentimento dei suoi peccati, si allontana da ogni pericolo (Grad. VI). – Beato chi ama il silenzio, dice Geremia (Lament. XVIII), egli sederà solingo e taciturno, perché Dio l’ha collocato con sé. « Il solitario sederà e tacerà, spiega S. Bernardo; tutto in lui e attorno di lui osserverà il silenzio; egli sarà al sicuro dallo stormire delle diaboliche tentazioni, dalle agitazioni dei desideri carnali, dal rumore del mondo ( 4 ) ». (4) [“Sedebit et tacebit; etiam modo a strepitu diabolicarum suggestionum, a strepitu carnalium desideriorum, a strepitu mundi (Serra. I , de Ss. Petro et Paulo)]. Il solitario, col suo perfetto silenzio, s’innalza, dice S. Pier D a m i a n i , sopra se stesso: perché l’anima, chiusa nel chiostro del silenzio, cresce e si eleva fino al cielo; ella ascende, per mezzo de’ suoi celesti desideri, fino a Dio e si sente investita dal fuoco sacro dell’amore divino; ella attinge alla sorgente delle acque di vita. Fate dunque che il tempio del vostro cuore s’ingrandisca per mezzo del silenzio, e la fabbrica delle virtù s’innalzi sulla base della taciturnità (Epìst. OXXX). – Il Cardinale Torrecremata rileva dieci frutti prodotti dal silenzio: 1° Per mezzo del silenzio si evitano le colpe che nascono dalla smania di parlare. Qui cade a proposito un’aurea sentenza di S. Bernardo: Chiamate due volte alla lima le parole, prima di proferirle. La lima è il silenzio. 2 ° Col silenzio si schivano gli scandali delle contese e i pericoli in cui cadono i ciarloni. – 3 ° Col silenzio ci esercitiamo in tutte le virtù, perchè il silenzio ne è l a scuola. – 4 ° Il silenzio porta l’uomo alla perfezione. – 5 ° Ci mette in possesso della vera pietà la quale non può esistere senza il silenzio. – 6 ° Fortifica l’uomo facendo che chiuda la porta ai nemici. – 7 ° È il legame della società nelle case religiose. – 8° Prepara alla meditazione, alla contemplazione ed al colloquio familiare con Dio. – 9 ° Conserva il fervore della devozione, poiché un vaso scoperchiato lascia perdere il calore e la bontà del liquore che contiene. – 10° Il silenzio è l’impronta dell’uomo savio e prudente (Tract. LVII, in c. VI , Ileg.). – 4. VARIE SORTA DI SILENZIO. S. Tommaso numera varie sorta di silenzio: il primo è il silenzio di ammirazione…; il secondo è un silenzio di sicurezza…; il terzo è un silenzio di longanimità…; il quarto è il silenzio del riposo del cuore (4a q. VI , art. 10).

Gregorio XVII cardinal Siri – 4 articoli

Gregorio XVII, G. Siri

4 articoli

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Articolo 1:

Poteva il cardinale Siri essere il Papa?

     In uno dei suoi scritti, il principe Scortesco, cugino tedesco del principe Borghese, presidente del Conclave che elesse Montini al Sommo Pontificato, ha redatto le seguenti informazioni a riguardo del Conclave del 21 giugno 1963: “Durante il Conclave, un cardinale ha lasciato la Cappella Sistina, ha incontrato i rappresentanti del B’nai – B’rith, che, mentre i cardinali  si accingevano ad annunciare l’elezione del cardinale Siri, hanno minacciato l’esacerbazione delle persecuzioni contro la Chiesa. Tornando al Conclave, egli fece in modo che fosse eletto Montini. ”

Nel corso di una visita a Monsieur de la Franquerie, nel novembre 1984, con il mio amico François Dallais, abbiamo parlato di nuovo di questo grave problema. Monsieur de La Franquerie, nel 1963, era in contatto permanente con numerosi prelati romani, e lui ci ha confermato di aver sentito parlare in modo confidenziale, di questo avvenimento, diverse persone delle quali ci si potesse fidare per essere ben a conoscenza di questi fatti. – Abbiamo deciso così, al fine di alleviare la nostra coscienza, di vedere il Cardinale Siri a Genova. Poiché Monsieur de la Franquerie aveva già avuto la possibilità di vederlo in passato nel corso di piacevoli conversazioni avute con lui, gli scrisse per chiedere un incontro, incontro che il Cardinale ci concesse il Venerdì dopo l’Ascensione, del 1985. – Pertanto, il 17 maggio del 1985, ci siamo incontrati insieme a casa mia a Lione, Monsieur de la Franquerie, e François Dallais. La serata è stata meravigliosa. Ammetto che io sono sensibile al fascino dell’antica Francia, e con il nostro caro marchese, abbiamo trascorso, fino alle ore molto avanzate della notte, momenti indimenticabili ascoltando i suoi ricordi di una vita piena e feconda. Nei suoi ricordi di Monsignor [Paul] Jouin, del maresciallo Pétain o di Pio XII, Monsieur de la Franquerie è incantevole ed appassionato. – Il giorno seguente ci siamo recati di buon mattino a Genova dove il cardinale ci aspettava per le dieci concedendoci un incontro durato più di due ore. Siamo stati accolti con molta attenzione nello splendido palazzo vescovile di Genova. Il Cardinale, che parla francese molto bene, è stato molto cordiale, attento, e di una cortesia propria di persone che sono sì grandi per la loro funzione, ma ancora più per il loro cuore. Ha avuto luogo un dialogo tra queste persone rispettabili, con un linguaggio diplomatico che non conoscevo, e che possiede un fascino ed una delicatezza derivante da una formazione secolare che purtroppo oggi non esiste più. – Si è discusso di diversi problemi attuali e del passato, dei quali non parleremo qui. La nostra più viva intenzione, come d’accordo la sera prima, è stata quello di indagare, innanzitutto, in merito al Cardinal Tisserant per sapere se fosse veramente uscito dal conclave. Quando abbiamo ricordato questo fatto, la reazione del cardinale Siri è stata chiara, precisa, ferma, ed indiscutibile: “No, nessuno ha lasciato il Conclave!” Egli poteva dare solo testimonianza di ciò che aveva visto, ma non di quello che potesse essere accaduto mentre dormiva, oppure si fosse verificato dietro alle sue spalle. Ma ciò che ha allertato la nostra attenzione è stata questa sua fermezza, questo NO categorico del Cardinale. – Alcuni istanti dopo, quando gli abbiamo chiesto se fosse stato eletto Papa, la sua reazione è stata completamente diversa. Ha iniziato col rimanere in silenzio per un lungo periodo di tempo, poi alzando gli occhi al cielo, con una smorfia di sofferenza e di dolore, unite le mani, ha detto, soppesando ogni parola con gravità: “Io sono legato dal segreto” Poi, dopo un lungo silenzio, pesante per tutti noi, ha detto ancora: “Io sono legato dal segreto. Questo segreto è orribile. Avrei libri da scrivere sui diversi conclavi. Si sono verificate cose molto gravi … ma posso dire nulla. ” – Ci chiediamo a questo proposito. Se non fosse stato eletto Papa, egli avrebbe risposto con altrettanta prontezza e fermezza, così come aveva risposto alla domanda precedente. Che era stato eletto, non poteva dirlo, poiché era vincolato dal segreto; poiché egli non poteva mentire, ecco che si rifugiava dietro questo segreto. – In realtà, qualcuno tra i miei amici fidati, che lo conosce molto bene, mi ha assicurato che il cardinale gli aveva riferito di essere era stato eletto due volte Papa: al posto di Paolo VI e poi di Wojtyla. La prima volta pare che egli si era rifiutato, la seconda volta che fosse stato costretto a rifiutare sotto la minacciata pressione di uno scisma! – Eravamo tre testimoni, e siamo rimasti molto turbati, ma praticamente convinti della sua elezione. – Ed ora si impongono delle domande molto serie, alle quali dover rispondere: egli si è dimesso? È stato costretto a dimettersi? Che dire di queste elezioni? Quali pesanti segreti pesano su di lui? –  Durante l’ultimo Sinodo, è rimasto alcune ore alla sinistra della cappella. Nonostante la sua età avanzata ed il fatto che avesse superato i 75 anni, non ha dato le sue dimissioni, e non gli è stato mai chiesto di farlo [a partire da questa pubblicazione nel luglio 1986]. – E ora? Lasciamo agli storici ed ai teologi l’incombenza di studiare a fondo le questioni inerenti l’ultima Cardinale nominato da Pio XII e rispondere ad esse. Noi abbiamo voluto semplicemente lasciare questo grave testimonianza.

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2 Articolo

 Durante “L’elezione del Romano Pontefice” Siri parla di “forze esterne” che hanno cercato di influenzare il conclave.

L’ELEZIONE DEL ROMANO PONTEFICE

del: Cardinale Giuseppe Siri

Pubblicazione originale in RENOVATIO VII (1972), inst. 2, pp. 155-156

da: “Il Dovere Dell’Ortodossia”

 

Molti, troppi, hanno parlato a proposito e più spesso, a sproposito sulle future elezioni del Romano Pontefice, in particolare, in merito alla legge che regola il conclave. E’ evidente che essi hanno cercato di esercitare una pressione assolutamente impropria, circa l’adozione di criteri nuovi e molto discutibili nell’elezione papale. La questione è estremamente grave, e così la nostra rivista si sente in dovere di discutere. – Chiunque voglia proporre la questione della riforma del Conclave deve sapere che questa ricade unicamente sotto la suprema Autorità della Chiesa, e che eventuali interlocutori, al momento di proporre riforme, devono quindi sempre prendere in considerazione questo principio. – Rivediamo l’aspetto centrale teologico. Il Concilio Vaticano I, nel canone, che segue il capitolo 2 della “Pastor Aeternus” , così recita: «Si quis ergo dixerit non esse ex ipsius Christi Domini institutione seu diritto divino ut beatus Petrus in primatu eccellente universam perpetuos Ecclesiam habeat Successores, aut Romanum Pontificem non esse beati PETRI in eodem primatu successorem, sit anatema »(DS 3058) (Se, poi, qualcuno dirà che non per è l’istituzione di Cristo, il Signore stesso, o per diritto divino, che il Beato Pietro ha perpetui successori nel primato sulla Chiesa universale, oppure che il Romano Pontefice, non è il successore del Beato Pietro nel medesimo primato: sia anatema). Ciò significa che la successione di Pietro è la prerogativa del vescovo di Roma. Se la successione è la prerogativa del vescovo di Roma, e non di un altro, ciò significa che vi è legame assoluto tra l’episcopato romano e la successione petrina. Pertanto si deve logicamente e necessariamente dedurre che il Papa è tale perché è il vescovo di Roma. Questo legame di causalità tra l’episcopato romano e la successione petrina diventa più chiaro se si legge l’intero citato secondo capitolo della Costituzione (DS 3057); diventa ancor più chiaro quando si osserva tutta la Tradizione, in particolare la tradizione primitiva, quella che beneficia con immediatezza e certezza delle disposizioni adottate dal principe degli apostoli. Infatti Clemente I (I secolo) interviene con forza nella Chiesa di Corinto, con una lunga e solenne lettera, mentre l’apostolo Giovanni è ancora in vita e geograficamente più vicino, a nome della Chiesa di Roma. E’ evidente che intende dedurre, dalla sua sede episcopale, il potere di badare alla lontana chiesa di Corinto, su cui poteva intervenire solo come Pastore universale, essendo Corinto ben fuori dalla giurisdizione romana. I due grandi testimoni dell’età molto antica, Ignazio di Antiochia e Ireneo, nei testi noti, usano lo stesso linguaggio di Clemente. – Detto questo, è difficile capire come si possa teologicamente sostenere una tesi diversa circa la supremazia nella Chiesa Episcopale della sede romana, o ragionevolmente negare che il Romano possa attribuirsi il titolo legale della successione a Pietro. – Chiarito l’aspetto fondamentale teologico, non è affatto inutile considerare la logica che Cristo ha messo dentro la sua Chiesa. C’è un Primate; ci sono Vescovi successori degli Apostoli, che sono tali per diritto divino, nel quadro della cattolicità del collegio e del diritto del Primate. Cellule costitutive della Chiesa sono le singole chiese locali, guidati da un successore degli Apostoli. Tutti i fedeli appartengono alla Chiesa, ma la ragione immediata per la sua unità e cattolicità risiede nelle Chiese particolari sotto l’autorità di Pietro. L’errore fatto da molti, che si è chiaramente testimoniato nelle diatribe recenti come non ortodosso nell’ambito della «Lex fundamentalis,» è proprio quello di assimilare la Costituzione divina della Chiesa ad una qualsiasi costituzione politica dello Stato. La prima è assolutamente unica ed inimitabile, così come le altre cose nella Chiesa. Appare quindi chiaro il motivo per cui Cristo ha affidato il Primato a Pietro, e perché quest’ultimo ha esercitato ed ha lasciato in eredità ai suoi successori, come Vescovo di una cellula, designato della Chiesa, la diocesi di Roma. – Per quel posto, non può emergere nessuna idea di costituzione democratica o federalista, poiché la questione dell’elezione del Romano Pontefice si pone teologicamente e giuridicamente. È la Chiesa romana che deve eleggere il suo Vescovo. Non si può lasciare fuori l’aspetto pratico della questione, un aspetto che per sua natura appartiene alla storia. – La legge del conclave, emanata da Nicola II nel 1059, pose fine alla questione, che aveva determinato un’agonia a volte umiliante, per un migliaio di anni, riservando il diritto di elezione esclusivamente ai Cardinali. Si noti che i cardinali, in quanto tali, appartengono alla Chiesa di Roma e solo ad essa, come i suoi Vescovi suburbicari, sacerdoti e diaconi. La ragione teologica della riforma, necessaria e inevitabile di Nicola II, era perfettamente rispettata. – La legge del Conclave si basa su due cardini: il diritto esclusivo del Sacro Collegio, e la “clausura” (segregazione). Quest’ultimo non è stato subito evidenziato: è arrivato in un secondo momento per soddisfare situazioni di evidenti e gravi necessità. Le due cerniere si sostengono l’un l’altra. E’ ovvio che l’elezione, affidata ad un corpo elettorale troppo ampio, si sarebbe, umanamente parlando, rivelata più difficile e facilmente influenzabile, offrendo quindi una garanzia minore di ragionevolezza e di corrispondenza agli interessi supremi della Chiesa. Solo con un gruppo di uomini, accuratamente selezionati, è possibile che nella scheda elettorale prevalga, per quanto umanamente possibile, il criterio del vero bene. La “segregazione” del Conclave è ancora più necessaria; con mezzi moderni, con la moderna tecnologia soprattutto, senza una separazione assoluta, non sarebbe possibile salvare un’elezione dalla pressione di ingerenze esterne. Oggi le superpotenze (e quelle meno potenti allo stesso modo) hanno un eccessivo interesse ad avere dalla loro parte, attraverso condiscendenza o debolezza, la più alta Autorità morale del mondo, e … potrebbero fare tutto quello che sono così bravi a fare. Le pressioni nel rovesciare la sostanza della legge del Conclave, potrebbe essere guidate dalla volontà di ottenere proprio questo risultato.

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3) Articolo 3:

In “La Roccia” (1967), “Siri” fa velate allusioni al Papato in Eclissi

(LA ROCCIA)

del Cardinale Giuseppe Siri,

da: “Il Dovere Dell’Ortodossia” Pag. 6. in RENOVATIO II (1967), fasc. 2, pp. 183-184

 

Nel Vangelo di Matteo (16,18), la “roccia”, non è solo una persona, ma anche una “istituzione”.

La Chiesa, fondata da Cristo su quella “roccia”- Pietro, appare chiaramente (nel citato Vangelo) acquisire solidità, stabilità, indefettibilità. – Il legame tra la fermezza della “roccia” – Pietro – e la fermezza della Chiesa appare assolutamente fuori discussione, e non si può fare alcuna inferenza indebita, qualificando la Chiesa stessa come “roccia” (la roccia). – Ora noi parliamo di questa roccia come Cristo vuole. Ciò premesso, cisonomolte considerazioni importanti da fare. – La Chiesa fornisce la sicurezza, perché è la “roccia” compatta, e non fatta di sabbia. Si tratta di un significato che va oltre il senso materiale della metafora: infatti le rocce della terra si sbriciolano nel tempo, a causa degli effetti degli elementi. Questa “roccia” invece non potrà mai crollare, né fiocco, dato che la sua solidità è garantita nel testo di Matteo, fino alla fine dei tempi. La “roccia” rimane e nessuno può graffiarla, implicato com’è in un’impresa divina. Ma a volte alcuni uomini possono prendere da altri la visione della roccia. Altre cose possono essere fatte per “apparire” come la roccia, altre cose che possono apparire a tutti come tale. La distinzione è una sola e profonda: anche se gli errori di questi uomini sono in grado di velarne la realtà (verità), essi non possono distruggerla. La domanda, facile per tutti, che si presenta è quella della visibilità della roccia. Se poi si dovessero verificare delle situazioni, per cui certi uomini assumono la visibilità della “roccia” (rock) nella Chiesa, le conseguenze sarebbero gravi. Coloro che convertono alla Chiesa, convertono perché sono convinti di aver trovato la “roccia” , non dubitano, non hanno esitazioni, contraddizioni o anarchia dottrinale. Una converte quando sa che la sua speranza non è vana. Se si togliere la visibilità della “roccia” : che cosa succede? – È necessario che la “roccia” (roccia) rimanga visibile nella sua unità e la sua invulnerabilità.    Forse è meglio che noi usciamo dalla metafora per un momento. Qui ci sono gli elementi per cui la Chiesa può essere, nel suo significato pieno e puro, considerata la “roccia” . Essa ha per capo e garante divino Gesù Cristo. Egli ha assegnato a lei i quattro segni distintivi citati nel Credo di Nicea. – Essa (la Chiesa) ha legittima e sicura efficacia sacramentale. – Ha capacità di conciliare, una distinzione che non può essere trascurata (o omessa) tra la verità acquisita con certezza e l’ipotesi, l’opinione, la ricerca sempre gratuita. In sintesi, perché Essa (la Chiesa) gestisce una Magistero infallibile.

Il Magistero infallibile è legato alla struttura gerarchica della Chiesa. E’ per questo motivo che chi non vede la Gerarchia, non vede la “roccia”. Perde anziché acquisire facilmente la sicurezza.

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4) Articolo 4:

In “ L’ora di Pietro”, Siri parla delle Vere e delle false teologie, droghe ed allocinogeni

(L’Ora di Pietro)

del Cardinale Giuseppe Siri

[da “Il Dovere Dell’Ortodossia” Pag. 33 pubblicato in originale in RENOVATIO V (1970), fasc. 3, pp. 325-326]

Quanti scritti sulla Religione e sul Cristianesimo vengono automaticamente etichettati come teologici. Eppure raramente essi meritano questo titolo, perché la teologia non si fonda unicamente su una base culturale o sull’istruzione, ma piuttosto su di un cristallo trasparente, coerente, su di un metodo coerente, fedele al pensiero della Chiesa vissuto all’interno della Chiesa. È questa connessione precisa e vincolante con la Chiesa che determina la qualità del teologo. – Una folla errante ci porta verso il buio. Noi non diciamo che sono tutti decadenti o ignoranti. Probabilmente non sono sempre in malafede, ma è sicuro che ci portano verso il buio, non certo verso la luce. Hanno oscurato Dio e tra loro ci sono molti che pretendono di mostrarsi come il sostituto di Dio. –  Essi hanno -non i veri teologi-, ma piuttosto gli altri, oscurato e offuscato la Chiesa. Essi attualmente credono che, se l’umanità rifiuta ciò che è reale, possano sostituirla col mettere al suo posto un’immagine idealizzata e sfuggente. Il divino – o più esattamente – questa forma superiore di umanità, vivendo in un tempo come il presente è ancora da soddisfare. Questa comunità non ammette alcuna autorità, che non venga dalla mente di qualche (super) uomo superiore e che poi lo serva. Non si parla più della verità; si accetta come valido solo la singolare opera di Marx: non si parla più di ortodossia, ma piuttosto di un incremento nella prassi. Perché meraviglia allora che alcuni apertamente negano che il Magistero si estenda anche alla verità della morale comune? Questi sono errori da bambini, non da pensatori (filosofi)! Per essere tali, si deve solo dire poco diversamente da ciò che è necessario in una categoria più grande e più elevata, di ciò che necessita per arrivare ad una visione globale della Chiesa, che non è da intendersi come il Regno di Dio, ma piuttosto solo come la coscienza automatica di un essere umano in cui Dio è presente solo nella misura in cui l’uomo ha una dimensione infinita. Il divenire della storia è il divenire di Dio! – Chiesa, Magistero, Papa, Gerarchia, tradizione morale, il celibato, tutto condannato e destinato al falò. E anche se qualcuno non riesce ad ammetterlo, o non comprende la logica di quello che dice, sarà obbligato ad ammettere che, nel cuore di questo falò c’è DIO. Ora si capisce perché gli ideali dell’uomo bruciano tutto in questo grande falò, che sempre coinvolge verità superiori, verità che vengono sostituite da droghe e allucinogeni.  –  Questo fatto è sorprendente. La malattia è a tale punto che addirittura un rappresentante della “nuova teologia” sostiene che ogni pensiero è ortodosso, se si considera all’interno dei propri valori. Ma al di sopra ci sono le persone buone e fedeli che sperano di essere in grado di nutrire la loro fede con chiarezza e semplicità. Sanno cosa vuol dire soffrire e per questo si affidano alla speranza. Avvertono i frutti di odio e per questo chiedono solo amore: ma non devono andare a fonti inquinate. Queste fonti inquinate sono serbatoi oramai esauriti. – Basta con questi predicatori. E’ al Magistero che dobbiamo rivolgerci oggi e i teologi non possono considerare se stessi come fonti genuine, a meno che non si sottomettono ad esso, lo traducano nei fatti e lo salvaguardino. E’ certo che esistano buoni teologi: che Dio aumenti la forza della loro voce nello splendore della loro obbedienza. Ma dove è il Magistero, dove è totalmente sicuro? La Chiesa può senza dubbio insegnare infallibilmente, ma può farlo solo se è con Pietro! – È pertanto necessario ritornare al centro, l’alternativa a questo è la demolizione di tutto, compreso l’uomo. Allora? Questa è l’ora di Pietro!

 

FESTA DEL CUORE IMMACOLATO DI MARIA 22 AGOSTO

La devozione al Cuore Immacolato.

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La devozione al Cuore Immacolato di Maria è antica come il Cristianesimo. Lo Spirito Santo l’insegnò per mezzo di san Luca, l’evangelista dell’infanzia del Salvatore: «Maria conservava nel suo Cuore e meditava tutte queste cose ». « E la Madre di Gesù conservava tutte queste cose nel suo Cuore» (Lc. II, 19; 51). La devozione, che porta i fedeli a rendere a Maria l’onore e l’amore che a Lei si devono, ha qui la sua origine. I più grandi Dottori della Chiesa cantarono le perfezioni del suo Cuore: sant’Ambrogio, sant’Agostino, san Giovanni Crisostomo, san Leone, san Bernardo, san Bonaventura, San Bernardino da Siena, le due grandi monache sante, Gertrude e Metilde… Nel secolo XVII, san Giovanni Eudes « padre, dottore e apostolo del culto al Sacro Cuore » (Bolla di Canonizzazione) si fece dottore e apostolo del culto al Cuore purissimo di Maria e dal dominio della pietà privata, lo introdusse nella Liturgia cattolica.

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Oggetto della divozione.

Di questa devozione egli ci dice : « Nel Cuore santissimo della prediletta Madre di Dio, noi intendiamo e desideriamo soprattutto venerare e onorare la facoltà e capacità naturale e soprannaturale di amare che la Madre dell’amore tutta impegnò nell’amare Dio e il prossimo. Poiché sia che il cuore rappresenti il cuore materiale che portiamo in petto, organo e simbolo dell’amore, o piuttosto la memoria, la facoltà d’intendere con cui meditiamo, la volontà, che è radice del bene e del male, la finezza dell’anima per la quale si fa la contemplazione, in breve, tutto l’interno dell’uomo (noi non escludiamo alcuno di questi sensi) intendiamo e vogliamo soprattutto venerare e onorare prima di ogni cosa e sopra ogni cosa, tutto l’amore e tutta la carità della Madre del Salvatore verso di Dio e verso di noi » {Devozione al Sacro Cuore di Maria, Caen, 1650, p. 38 e Cuore ammirabile, 1. I, c. 2). – La cosa più dolce per un figlio è onorare la madre e pensare all’amore di cui è stato oggetto. San Bernardo, parlando del Cuore di Gesù, ci dice: « Il suo Cuore è con me. Il Cristo è mio capo. Come potrebbe non essere mio tutto quello che appartiene alla mia testa? – Gli occhi della mia testa sono miei e allo stesso modo questo cuore spirituale è veramente mio cuore. È veramente mio e io possiedo il mio cuore con Gesù» {Vigna mistica, c. 3). Possiamo dire allo stesso modo del Cuore di Maria. Una madre è tutta di suo figlio e gli appartiene con i suoi beni, il suo amore, la sua vita stessa. – Un figlio può sempre contare sul cuore della madre. – Noi tutti siamo figli della Santa Vergine, che ci accolse con Gesù nel suo seno nel giorno dell’Incarnazione. Ci generò nel dolore sul Calvario e ci ama in proporzione di quanto a Lei siamo costati. – Essa ha offerto al Padre, per noi, quanto aveva di più caro. Gesù, ha detto il suo fiat per l’immolazione, lo ha dato a noi e come l’ avrebbe dato senza dare se stessa?

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Confidenza nel Cuore Immacolato.

Maria ridice a noi le parole di Gesù : Venite a me voi tutti e vi consolerò… Ci sorride e ci chiama come a Lourdes e nessuno, per la sua indegnità, ha motivo di starne lontano. Il Cuore di Maria fu sede della Sapienza, dimora per nove mesi del Verbo fatto carne, formò il Cuore stesso di Gesù e gli insegnò la misericordia verso gli uomini, pulsò all’unisono col Cuore di Gesù e per quel cuore fu ornato dei più preziosi doni di grazia. Cuore materno per eccellenza, resta il rifugio dei poveri peccatori. Per questo fu fatto immacolato e ne sgorgò soltanto sangue purissimo, il sangue dato a Gesù, perché lo versasse per la nostra salvezza. È il Cuore depositario e custode delle grazie meritate dal Signore con la sua vita e con la sua morte e sappiamo che Dio non distribuì mai, né distribuirà grazie ad alcuno se non per le mani e il Cuore di Colei, che è tesoriera e dispensatrice di tutti i doni. È il Cuore, infine, che ci è stato dato con quello di Gesù, « non solo per modello, ma perché sia il nostro, perché, essendo membra di Gesù e figli di Maria, dobbiamo avere con il nostro Capo e con la nostra Madre un solo cuore e dobbiamo compiere tutte le nostre azioni con il Cuore di Gesù e di Maria » (S. Giov. Eudes, Cuore ammirabile, 1. XI, c. 2).

Consacrazione al Cuore Immacolato.

Se la consacrazione individuale di un’anima a Maria le assicura le grazie più grandi, quali frutti non potremo attendere dalla consacrazione del genere umano fatta dal Sommo Pontefice? La Vergine stessa si degnò farci sapere che desiderava tale consacrazione e, rispondendo al desiderio della Madonna di Fatima, S. S. Pio XII, il giorno otto dicembre 1942, pieno di confidenza nell’intercessione della Regina della pace, solennemente consacrò il genere umano al Cuore Immacolato di Maria. Le nazioni cattoliche si sono unite al supremo Pastore.

MESSA

La festa del Cuore di Maria era stata concessa a parecchie diocesi e a quasi tutte le Congregazioni religiose, che la celebravano in date differenti. S. S. Pio XII l’estese a tutta la Chiesa e la fissò al giorno 22 Agosto.

Vangelo (Gv. 19, 25-27). – In quel tempo: Stavano vicino alla croce di Gesù la sua madre, la sorella della sua madre, Maria di Cleofa, e Maria Maddalena. Gesù dunque, vedendo la sua Madre e il discepolo ch’egli prediligeva, disse a sua madre: Donna, ecco il tuo figlio. Poi disse al discepolo: Ecco la tua Madre. E da quel momento il discepolo la prese con sé. – La maternità di Maria data dall’Incarnazione, ma fu proclamata in modo solenne sul Calvario da Gesù morente. Dandoci sua madre. Gesù ci diede la prova più grande del suo amore e Maria, accettando di divenirlo, ci mostrò quanto il suo cuore possedesse di tenerezza e di misericordia. Maria non si sentì mai madre come in quel momento in cui vedeva il Figlio soffrire e morire in croce, intendeva che ci confidava e ci donava a Lei, e accettò di estendere l’affetto che nutrì in vita per Gesù, non solo su san Giovanni, ma su noi tutti, sui carnefici del suo Figlio, su tutti quelli, che erano stati causa della morte di Lui. – Quando il centurione venne ad aprire il cuore di Gesù già morto, la spada predetta dal vecchio Simeone penetrò nell’anima, nel Cuore di Maria e produsse una ferita che, come quella del Salvatore, resterà sempre aperta.

Preghiera al Cuore Immacolato di Maria.

« Quali cose grandi e ricche di gloria bisogna dire e pensare del tuo amabile Cuore, o Madre degna di ogni ammirazione! Lo Spirito Santo dice che Tu sei un abisso di prodigi e noi diremo, senza ingannarci, che il tuo Cuore è un mondo di meraviglie. L’umiltà del tuo Cuore Ti ha innalzata al più alto trono di gloria e di grandezza, che possa essere occupato da una creatura. L’umiltà, la purezza e l’amore del tuo Cuore Ti resero degna di essere Madre di Dio e di possedere per conseguenza tutte le perfezioni, tutti i privilegi, tutte le grandezze, che sono dovute a tale dignità. Per questo io ammiro, saluto e onoro il tuo Cuore verginale come un mare di grazia, un miracolo d’amore, uno specchio di carità, un abisso di umiltà, come il trono della misericordia, il regno della divina volontà, il santuario dell’amore divino, come il primo oggetto dell’amore della Santissima Trinità» (San Giov. Eudes, Cuore ammirabile, 1. IX, c. 14). – «Apri, o Madre di misericordia, apri la porta del tuo Cuore benignissimo alle preghiere che noi facciamo sospirando e gemendo. – Tu non rigetti il peccatore, non lo disprezzi, anche se è al colmo della corruzione e del delitto, purché sospiri a Te, purché implori con cuore contrito e penitente la tua intercessione » (San Bernardo, Preghiera alla Vergine). – « Sia sempre benedetto, o Madre, il tuo nobilissimo Cuore, onorato di tutti i doni della divina Sapienza e infiammato dagli ardori della carità. Sia benedetto il Cuore nel quale meditasti e conservasti con tanta diligenza e fedeltà i sacri misteri della Redenzione, per rivelarceli nel momento opportuno. A te la lode, a te l’amore, o Cuore amantissimo, a te l’onore, a te la gloria da parte di tutte le creature, per tutti i secoli dei secoli. Così sia » (Nicola de Saussay, Antidotario dell’anima, Parigi, 1495).

Sermone di S. Bernardino da Siena

[Dal sermone 9 sulla visitazione]

Sarà possibile che un uomo, con la sua bocca empia o addirittura abominevole, abbia la presunzione di parlare poco o tanto, della vera Madre dell’Uomo Dio, se non sulla scia della Rivelazione? Tanto più se si pensa che il Padre l’ha predestinata ad essere vergine, il Figlio la elesse come madre e lo Spirito Santo predispose che fosse dimora di ogni grazia. E io, piccolo uomo, con quali parole potrò esprimere i sentimenti di questo cuore di Vergine, già espressi dalla bocca di Dio, se non basta neppure la lingua di un angelo per descriverli? Il Signore disse: «L’uomo leale fa uscire il bene dallo scrigno del proprio cuore». Ed anche questa frase può essere un vero tesoro. E chi può pensare che sia più adatto a parlare del cuore della Vergine, se non la stessa Vergine, quella che meritò di diventare Madre di Dio e che ospitò lo stesso Dio nel suo cuore e nel suo seno per nove mesi? E quale tesoro più adatto che lo stesso amore divino, di cui era infiammato, come fornace, il cuore della Vergine?- Da questo cuore, come da una fornace di amore divino, la Vergine fece scaturire parole buone, cioè parole infiammate d’amore. Come da un’anfora colma di vino pregiato non può traboccare che vino pregiato; e come da un forno incandescente non può sprigionarsi che calore altissimo, così dalla Madre di Cristo non poté uscire nessuna parola che non fosse piena dell’amore e dell’ardore divino. La donna saggia che è una vera signora, usa pronunciare parole misurate, belle e sensate: perciò si legge che la benedetta Madre di Cristo pronunciò in sette diverse riprese, quasi sette parole ricolme di significato e di efficacia: ciò significa anche che Ella era riempita dei sette doni dello Spirito Santo. Parlò due volte con l’angelo, due con Elisabetta, due con suo Figlio (una nel tempio e l’altra durante le nozze), una volta con i servitori. E in queste diverse occasioni parlò sempre moderatamente: si deve eccettuare il caso in cui lodò e ringraziò Iddio, quando prolungò il suo discorso dicendo: «L’anima mia magnifica il Signore». In questo caso parlò non con uomini ma con Dio. Queste sette parole furono pronunciate secondo un ordine e una sequenza che facevano vedere i sette modi di procedere e di agire dell’amore. Erano come sette fiamme del suo cuore ardente.

Cuore_immacolato_di_Maria

PREGHIERA DI CONSACRAZIONE AL CUORE IMMACOLATO DI MARIA.

O Cuore amabilissimo di Maria! che di tutti i cuori assomiglia più perfettamente al Cuore di Gesù ed è quindi degno dell’amore e del rispetto di tutte le creature, Ti consacro con fervore il mio cuore, e scelgo Te, dopo il cuore di Gesù, come oggetto della mia imitazione e fiducia. Vi supplico, O Vergine Santa! per tutte le grazie che Vi sono state attribuite da vostro Figlio diletto, datemi un transito, attraverso il vostro Cuore Beato, al Cuore di Gesù. Portatemi Voi stessa in quel Santuario adorabile, perché io impari a praticare le virtù che Vi rendevano copia così fedele di Colui che era mite ed umile di cuore. Voi sapete che io vorrei più sinceramente venerare, amare e imitare quel Cuore divino, che era la fonte di tutti i vostri meriti e felicità, ed unico oggetto del vostro amore; ma siccome sento la mia debolezza, faccio ricorso a Voi, e supplice presento questo mio cuore a Gesù in Unione con il vostro; in considerazione delle vostre perfezioni e dei vostri meriti, le mie miserie e i miei peccati siano dimenticati, e il mio cuore consacrato per sempre, attraverso Voi, all’amore perfetto del mio Creatore. Scelgo Voi ora, O sacro cuore di Maria, come mio avvocata e modello: che le vostre preghiere possano aiutarmi ad imitarVi e rendano il mio cuore conforme a quello del mio divino Salvatore. Rendetemi il cuore più puro, inaccessibile al peccato mortale! Il vostro Cuore si è esacerbato con l’umiliazione ed il dolore per i peccati del mondo: ottenete che il mio cuore possa essere veramente contrito per i miei peccati e possa tanto amare Dio per sentire e deplorare i peccati degli altri. Che io sia pieno della mitezza e della misericordia del Cuore di Gesù e consumato dal suo amore più ardente; pertanto attraverso di Voi spero più saldamente di ricevere una parte di quelle virtù, e soprattutto la grazia di detestare il peccato d’orgoglio, che mi renderebbe così odioso al Cuore adorabile di Gesù, e di praticare quell’umiltà sincera che meglio di tutto mi permette di paragonarmi al mio Salvatore e a Voi. A Voi, Cuore Beato di Maria, mi affido durante la mia vita, e in Voi spero con fiducia di trovare anche un rifugio sicuro e una potente Avvocata nell’ora della mia morte.

[Fonte: L’edizione del manuale delle Orsoline, Cork, Irlanda, 1855]

Omelia per la Festa del

SACRO CUORE DI M. VERGINE

[Del Padre Bonaventura da Venezia, dei minori riformati in:

Omelie” del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. II -1851-]

Omnis gloria eius filiæ regis ab intus.

Nel Salmo XLIV.

Sconsigliate figliuole di Sion, che vana pompa seguendo e fallaci ornamenti, dell’esteriore comparsa soltanto andate superbe, niente chiudendo in voi stesse di buono, e sotto una corteccia splendida e rilucente il loto ascondete di un frale mal composto, e di un vizioso animo; ah! copritevi pur di rossore la fronte, e di qua vi togliete. Ecco la bella Figliuola del principe, che d’ogni vezzo e grazia fornita, non stima che i tesori nel suo cuore raccolti, non va superba che delle eccellenti doti dell’animo suo. A Lei pure non manca soavità di linguaggio, leggiadria di volto, elevatezza di spirito, splendore di dignità; ma più di tutte queste sì belle doti, che provocar potrebbero l’ambizione e l’invidia di parecchie a voi simili, Ella si pregia del candor del suo cuore, e dell’altre belle virtù, che sì vagamente l’adornano: “Omnis gloria eius filiae regia ab intus”. Siccome ella non cerca che d’incontrare il genio del suo creatore Iddio, così non dell’apparenza fa conto ch’esteriormente appaga l’umano vedere, ma dell’interna sostanziale bellezza, ch’è l’oggetto del compiacimento divino: “Deus autem intuetur cor”. Di questa Ella fa degna stima qual di preziosa margarita d’inestimabile prezzo e valore, o qual di ben fortunato campo, in cui sta nascosto assai ricco tesoro, che solo può invogliare il giusto estimatore e buon discernitore celeste. Ora di questa sì rara margarita e tanto dalla Vergine avuta in pregio, di questo eccellente prezioso cuore egli è ben giusto il favellare con lode; ed è ben saggio il consiglio vostro, o Signori, d’aggraduirvi l’affetto della gran Donna in questo giorno del suo lieto apparire fra noi mortali, di celebrarne festevole pompa e devota, e di presentarle insieme coi vostri affetti, gli ossequi e gli encomi. – Il che sebbene non molto acconciamente per me fare si possa, non potendo’ con disadorna e breve orazione i pregi tutti adeguare di sì nobile ed eccelso argomento; pure la devozione vostra seguendo, io mi lusingo di poter in qualche modo riuscir nell’impresa, se riconoscendo’ nel cuor di Maria tre sublimi caratteri, io vel fo veder senza più un Cuore purissimo, un Cuore dolcissimo, un Cuore afflittissimo, che sono appunto gli aspetti sotto dei quali la pietà vostra, a grande vostro profitto, è solita riguardarlo. Sotto di queste semplicissime idee adunque io vi propongo il Cuor di Maria quale specchio di purità, e ciò dovrà servire a vostra particolar edificazione: qual fonte di dolcezza, e ciò potrà servire a vostra spiritual consolazione: in fine qual pelago di amarezza, e ciò dovrà destare ne’ vostri petti la più tenera compassione. Me felice, se tali pregi devotamente esponendo, potrò meritarmi in oggi il favor della Vergine, potrò piacere all’amabile suo cuore, e potrò godere insieme e gloriarmi del vostro spirituale profitto. – La purità di un cuore, comeché sostanziale divisione non ammetta in sé stessa, siccome neppur variazione o esteriore frammischianza; pure al proposito nostro in negativa e positiva agevolmente distinguesi. Consiste la prima nell’aver il cuore immune da ogni macchia e difetto, e da quello eziandio sì universale, che per infelice retaggio da’ nostri progenitori ci fu partecipato; consiste la seconda nella bellezza della castità, e nell’aver il cuore netto interamente e puro dal fango d’ogni sensuale brutto piacere. Or sì dell’una e sì dell’altra eccovi, signori miei, quasi centro, anzi quasi lucido specchio il cuor della Vergine. E a riscontrarvi in esso la prima, io salgo tosto col pensiero ad Adamo e a quella, per nostra mala ventura, debole e lusinghiera sua compagna; e li veggo creati da Dio di un animo per natura innocente, di una coscienza tutta pura e illibata, di un cuore d’ogni passione sgombro, di special grazia forniti, di scienza, di carità, delizia agli occhi di Dio, cui solo riguardano coi loro purissimi affetti: che già non uscì giammai della mano di Dio opera che tutta pura non fosse e nel primo esser suo tutta bella e perfetta. Ma poco tratto seguendo, ahimè io veggo smarrirsi di questi il bel candore, lo splendore oscurarsi, mancar la beltà. Ambedue queste creature sì monde ribellansi a Dio, si macchiano di grave colpa, e perdono del loro animo la sì pregiata originaria innocenza. Disubbidisce Adamo, ed Eva con esso, e in conseguenza di sì funesto delitto, tutta rendono prevaricatrice la in sé stessi raccolta umana generazione. Or che fia mai della Vergine? Essa pure è di Adamo figliuola; essa pure dallo stesso ceppo e radice trae la sua discendenza. Dovrà dunque essa pure essere a parte… Essa pure dovrà soggiacere… Che mai vi pensate, o signori? S’io ben intendo le Scritture, se non mi fallisce la Chiesa, no che Maria, sebbene da Adamo progenerata, sebbene per natura agli altri tutti congiunta, non porterà, per grazia almeno, di un sì gran disordine il cuore unquemai macchiato. E vaglia pur sempre la verità, miei ornatissimi. – Di chi si parla là per l’Ecclesiastico a quel passo: “Ego ex ore Altissimi prodivi primogenita ante omnem creaturam”? Io so che la divina sapienza proferisce letteralmente di sé un oracolo sì bello, ma so pur che la Chiesa in quegli arcani detti riconosce significata e rappresentata a vivo la Vergine. Che se Maria fu il primo parto della privilegiante divina bocca, come potrà ella aver parte nel contagio dell’umana perduta discendenza? S’Ella fu innanzi nella sua spirituale generazione e nella predilezione celeste, come dipenderà dalla sorte infelice di chi le viene dietro peccando? Ella al più lo potrà essere secondo la carne, non lo potrà secondo Io spirito; quella al più in qualche maniera potrà apparire ad alcuno della paterna concupiscenza ingombrata, lo spirito e il cuore non lo potrà esser mai. Poiché il suo Cuore predestinato da Dio con elezione speciale, antecedente e opponentesi ad ogni preveduta umana colpa e miseria, nacque innanzi alle cose tutte nello straordinario decreto della grazia (che questo è il nascer vero), nacque prima alla purità che alla vita, prima alla salute che alla corruzione, e però non va soggetta ai danni della già preveduta e ristorata in Maria umana prevaricazione. Quindi prima essendo di tutte le creature, ogni altra creatura avanza nella purità, né può mai essere soggetta alle altrui triste affezioni, poiché dalla parola efficace di Dio uscì primogenita: “Ego ex ore Altissimi prodici primogenita ante omnem creaturam”. – M’inganno io forse, o signori, o cerco con strani arditi pensieri di far onta e violenza alla verità? I nostri cuori, pur troppo avvezzi a incontrare fin dal primo loro nascere la impurità della colpa, non sanno intendere nel prediletto Cuor di Maria una tanta purezza. Del resto Ella fu preordinata fin da’ secoli eterni a noi tutta dissimile, non soggetta ad alcun posteriore infortunio o miseria, tutta pura ed intatta: “Ab eterno ordinata sum, et ex antiquis”. Ella apparì appunto siccome la luce, che fin dal primo giorno tratta con impero sovrano dal sen delle tenebre e degli abissi, purissima sfavillò, brillante, serena, e d’ogni macchia e vapore sgombra e purgata: ed anzi la separò Iddio in tutto dall’orrore e dall’oscurità delle tenebre: “iussit separari lucem a tenebris”; che quantunque involgessero poi queste di fosca notte il mondo e tutte le create cose, pure non ne ricevette giammai offesa od oltraggio, ma sempre bella in sé stessa ritenne la sua primiera purezza, e l’antico splendore. Tale Maria; luce nata prima ancor della luce, fu separata dalle tenebre della, colpa con esterna irreconciliabile nimistà; e quantunque destinata fosse a risplendere fra le tenebre e fra gli orrori della morte, non mai, però queste offuscarono la sua beltà, il suo chiarore; ma sempre in tutta sua vita, pura si conservò senza ombra e senza macchia, tutta bella e immacolata: “Tota pulcra es, et macula non est in te”. Ma stringiamoci sempre più, miei signori, al Cuor della Vergine, e veggiamone l’altra sorta di purità positiva e più propria, di cui fu fornita, e da cui la sua virtù riceve siccome il compimento e la perfezione. Purità di un Cuore si è più propriamente, e più distintamente lo zelo e la premura di mantener intatto il giglio purissimo della castità. Questa virtù è delicata cotanto, che ogni leggier fiato l’appanna, ogni ombra la tinge e la scolora, e quindi, chi questa sa mantener veramente illibata, dà mostra sicura della sua universale mondezza e integrità. A questa applicossi con gran fervore il Cuor della Vergine vago oltremodo di possederla. E voi già l’avreste veduta fin da’ più teneri anni, allorché sapeva reggere appena i primi passi, tutta sollecita del suo bel candore, palpitare ad ogni umano incontro, starsi vegliante sempre e guardinga, che il suo tenero fior non languisse, e comparire così fin d’allora fra le donzellette di Sion, qual comparisce candido giglio, in mezzo ad ispide e brutte spine, o qual maligna stella in mezzo a dense e fosche nuvole. Voi La avreste veduta sempre grave nel portamento, modesta negli atti, circospetta nel conversare, nel ragionare parca, amare il ritiro, il silenzio, il riserbo, la semplicità, di verecondia assai spesso coprirsi, e gli occhi di colomba, e gli altri sensi tutti fra gl’innocenti pensieri ed i purissimi affetti tener in Dio rapiti, e al mondo chiusi sempre; e rimaner sempre così qual ben suggellato fonte, che non perde giammai la tranquillità delle cristalline sue acque, o qual orto ben chiuso, che non vede giammai appassito da rio tocco o velenoso fiato alcun suo fiore. Voi l’avrete veduta… Ma che vederla voi? Già La vide il tempio replicar frequenti i voti per la sua integrità; La vide la casa in continue orazioni, in solitudine, in penitenza, in disagio; La vide il mondo viaggiar con fretta fuggendo sempre la vista e la comunanza degli uomini; La vide e l’ammirò il cielo palpitare e smarrire alla vista in fino de’ suoi angeli stessi; La vide, sì, La vide anche Iddio, e se ne compiacque, e amor lo prese di quest’anima eletta; e deliberò di affrettar in Essa il suo riposo e di venire a deliziarsi nel suo castissimo seno, per uscir poi del suo seno a purgar le macchie del tristo mondo. – Bello innocente cuor di Maria, or che dite di questo divino consiglio? Il Signore della purità, quegli che a voi La ispirò, La mantenne e La stabilì con eterno decreto, Quegli che compiacesi tanta delle anime pure e caste, questi vuole adesso in voi discendere, in voi e di voi ingenerarsi. Ah! voi vi turbate a un tale annuncio? Non temete o Maria, Voi siete la favorita da Dio, Voi siete la privilegiata, destinata a fortunatissima Madre del gran Messia e Dio Salvatore, Voi siete la Regina del cielo e della terra. Tutto bene, Ella dice, ma pur “quomodo, quomodo fiet istud” O parole degne di eterno encomio! O Cuor di Maria geloso troppo di sua purità! Si tratta di esser genitrice del Monarca de’ cieli, del Salvatore del mondo e si frammettono dimore, e s’interpongono domande? Eh, non tardate. Il compiacimento di Dio, la salute del mondo, la gloria vostra dipende da Voi. Maria pensa, sospira, ma non risolve. O cimento sorprendente invero e terribile all’illibatissima sua purità! O angustie maggiori ancora di quelle, in cui fu posto il patriarca Abramo nel punto del gran sacrifizio! Imperciocché ivi combatteva l’immancabil promessa di Dio col nuovo comando, qui la inviolabil promessa fatta a Dio col richiesto consenso; la speranza contro speranza, qua evidenza, dirò cosi, contro evidenza; là l’amore del figlio con l’amore di Dio, qua amore di Dio contro lo stesso Dio; là il paterno dolore col divino piacere, qua il piacere di Dio con la premura di più sempre piacerGli. Voi volete, diceva Ella, o mio diletto, venire nell’orto ch’è vostro? Veniteci pure in buona pace, ch’Io di gigli lo adorno, e ve ne farò satollo; ma soffrite che i miei gigli, onde è cinto tutto e vallato, ve ne contendano per poco il passo; Voi volete discendere nel mio seno, ma il mio seno a Voi consacrato non può ammettere mischianza alcuna di umano consorzio, Voi mi proponete la vostra maternità per esaltarmi, ma io lasciar non posso la mia integrità per sempre e maggiormente piacervi: “Quomodo, dunque, “quomodo fiet istud”? Sapete come, o gran Vergine? Con un portento, che coroni la vostra incomparabile purità, che vi renda il miracolo di tutti i secoli, lo stupore di tutte le generazioni. La vostra Virginità stessa diverrà feconda, ed essa stessa vi renderà adorna e lietissima del divin Parto. – Sì, o gran Vergine, il vostro cuore è veramente un sole di purità; e Iddio appunto in questo sole vuol porre il suo tabernacolo: “In sole posuit tabernaculum suum”. Il vostro cuore è letto florido d’intemerato pudore, e in esso appunto vuol posarsi il diletto: “Adorna thalamum tuum, Sion, et suscipe Regem Christum”. Siccome il sole manda fuori di sé il puro raggio senza lesion neppur menoma del suo splendore, così dal verginale seno vostro uscirà Cristo senza il minimo pregiudizio della vostra interezza. Siccome lo Sposo si leva del letto tutto riguardoso per non recar disturbo alla sposa, che soavemente riposa; così da voi, dal vostro verginale chiostro, se ne uscirà chetamente e quasi non avvertito Gesù: “In sole posuit tabernaculum suum, et ipse tamquam sponsus procedens de thalamo suo”. O miracolo adunque, o portento! “Maria virginitate placuit”, dirò con Bernardo, ma più forte chiuderò ancor col Crisostomo: “Propterea Christum ventre concepit”. Ella in premio della sua purità ricevette la gloria di sì nobile fecondità; Ella l’una e l’altra in sé stessa mirabilmente congiunse: “Gloria Libani data est ei, decor Carmeli et Saron”; e la maternità sua è divenuta la prova più bella e più autentica della nitidezza del suo Cuore illibato. – Che dite voi pertanto, amatissimi, a un esempio sì bello? Non vi par veramente il Cuor di Maria un miracolo di purità? Ma che vi par poi di voi stessi in faccia a questo limpidissimo specchio? Ah! che alcuno non potrà forse fissar in esso lo sguardo senza coprirsi tutto di confusione e di vergogna. La scostumatezza che corre ai giorni presenti, il disordine in cui sono poste le umane passioni, la niuna custodia de’ sentimenti, lo sregolamento di tutti gli affetti fanno pur brutto un tale confronto, e fanno apparir questo specchio a guisa di un cristallo orribile, quanto più bello in sé, tanto più disviato e sconcio elle altrui triste apparenze. Per me non si faranno adesso su di ciò maggiori o più lunghe parole per non contaminare di tali sozzure un argomento sì casto, e per non funestare con troppo amari rimproveri l’allegrezza di un sì bel giorno. Voi da voi stessi già vel vedete, amatissimi, a vostra emendazione; che io a più leggiadre cose rivolgendo adesso il pensiero, della dolcezza del cuor di Maria mi fo a ragionarvi, secondo argomento proposto alla vostra attenzione. – Se il tempo avaro troppo non mi premesse ai fianchi, e se virtù di dire m’avessi pari al leggiadro argomento; oh! le belle cose che io vorrei qui dirvi, amatissimi, atte a stemperare ad ognuno per dolcezza il cuore. Ma io debbo cedere alla delicatezza del nobile soggetto, io dunque d’una tanta dolcezza or vi darò sol qualche saggio, e voi, gentili anime e devote, ne riconoscerete per le vie del cuore la miglior parte, che ancora vi taccio, né saprei qui palesare. – La dolcezza di un Cuore non da altro procede, né da altro si può meglio conoscere, che dall’amore; essendo l’amore, al definire dei mio serafico Bonaventura, una dolce pendenza dell’animo verso un qualche oggetto, che più ne diletta, o da cui il Cuore riempiuto viene di dolcezza e di soavità. Ora due amori considero nella gran Vergine; uno più nobile, che ha Dio per oggetto, ed è della sua dolcezza siccome il principio e la fonte; 1’altro inferiore, che noi riguarda, ed è della sua dolcezza siccome effetto e testimonio. L’amor di Dio in Lei infuso la riempì di soavità, di delizie; l’amor suo a noi diffuso fe’ conte e palesi a noi le sue dolcezze. Abbondò in Lei l’amor di Dio; e ciò fin d’allora, che chiamandola all’esser primiero di sua innocenza, Vieni, le dice con voce tutta di grazia, vieni mia Bella, mia Colomba, mia Immacolata, che già per te è finito il crudo inverno, il diluvio della colpa è ormai passato, e sul terreno ch’è mio spuntano i vaghi fiori dell’innocenza, e i primi frutti della mia redenzione; vieni; mia sposa e mia diletta, tutta secondo il mio cuore formata; vieni, ch’io già ti eleggo al mio amore, al mio trono; e in così dire, stendendo a Lei le caste braccia, e facendo della manca sostegno al capo, e della destra dolce ritegno al colpo, se La strinse pieno di amore al seno. Chi può mai spiegare qual si restasse allora il Cuor di Maria a questa prima sorpresa di amore? Qual bianca neve, cui fervido raggio di sole batte immoto e ferisce, tosto dileguasi in umor raggiadoso, o qual molle cera a fuoco ardente appressata, si strugge tosto e si sface; tal si rimase della Vergine’ il cuore ai raggi di quel Sole divino: “Factum est cor meum quasi cera liquescens”. La sua anima restò allor liquefatta tutta d’amore alle voci del suo Diletto, e fu allora che a formar venne un Cuore di tempra sì amabile e sì dolce, che solo amore e tenerezza respira, solo di amore e dolcezza si pasce. Soavi pensieri, dolci e teneri affetti, estasi giocondissime, sfinimenti, grazie, tenerezze, delizie sono il suo continuo esercizio, la sua vita, il suo nutrimento. – Ma qual poi non divenne allora quando, disceso il Verbo dal seno del Padre, La riempi tutta di sé, e nelle sue viscere prese giocondo albergo e umane spoglie dalla sua carne, e sua Madre chiamolla e sua Signora, allora quando i monti stessi distillarono dolcezza, e giù da’ colli si vide scorrere il puro latte e il dolce mele; che sarà stato allora del Cuor della Madre? Allora il suo cuore e la sua carne esultarono unitamente nel suo Dio di nuova vita; allora il suo spirito restò tutto compreso d’un immenso ardore di carità al vedersi unita sì strettamente al suo diletto, e d’una strabocchevole piena di dolcezza e di gaudio restò inondato. E in verità, miei signori, se la grazia divina è una specie di giocondità e di dilettazione procedente da amore, per cui al dir di S. Agostino sopra qualunque oggetto 1’anima si diletta e piace di Dio, e dolce le diventa ed amabile. “Per quam dulcescit Deus”; di qual giocondità e dolcezza, di qual amore non sarà slato ricolmo il Cuore della Vergine, s’Ella in quel punto fu piena di grazia non solo, ma sovrappiena, al dire de’ Padri, e sopraffluente, che mai la maggiore o simile, siccome non si troverà giammai la più capace? E se Gesù Cristo è il fonte della dolcezza e della grazia, che in sé i tesori tutti racchiude della divinità; come non ne sarà rimasta piena Colei che doveva essere qual canale al fonte, anzi del fonte e della grazia stessa la produttrice? E se Iddio d’un torrente di giocondità e di piacere allaga il cuor de’ beati in Paradiso; di qual soavità e dolcezza non avrà riempito il Cuore di Maria, mentre conteneva in sé stessa quello, per cui solo è delizia il Paradiso? Se non che sì belle congetture ancora non bastano; che a riconoscer la dolcezza del Cuor di Maria più chiara prova e più sensibile a noi pur rimane da quell’amore, ch’Ella per noi nutre ancora e conserva. – Amore, miei dilettissimi, amore niente men che di madre, che tale divenne, poiché del comun nostro fratello Gesù in Genitrice fu eletta; che tale divenne, poiché da Gesù Cristo medésimo sopra il Calvario in Madre Ei fu lasciata. – Del che se ogni altra prova pur ci mancasse, il suo Cuore abbastanza per tale la ci avrebbe data a conoscere. E qual miglior cuore per noi del Cuor della Vergine? Madri infelici, onde venimmo a questa mortal vita di supplizio e lamento, voi d’ordinario avete il nome e 1’apparenza di madri, ma non ne avete già il cuore. – Solo Maria, e dicasi pure che è dolcissima gioia il dirlo, solo Maria ha propriamente viscere e cuor vero di madre. Per Lei noi siamo alla grazia divina rigenerati, per Lei diletti noi diventiamo e cari al divin suo Figliuolo; per Lei le dolcezze del cielo a noi piovono copiosamente. Lo dicano pure quelle anime, che a Lei, siccome a madre, han ricorso, e che di Lei fanno spesso amorosa e pia rimembranza, qual rugiada di grazie non le conforta? Qual latte soavissimo di devozione non le nutrisce ? Qual amore beatissimo non le infiamma ed accende? E perché, a dire di Bernardo Santo, la misericordia agl’infelici appare ancora più dolce; voi, o peccatori, voi che vi trovate nelle tenebre e nell’ombre della morte, voi meglio ancora lo dite, se sia dolce della Vergine il Cuore. In tanta vostra disgrazia, in tanto abbandono, dov’è 1’unico vostro rifugio? Ov’è il dolce conforto vostro? Se non nel Cuor amantissimo della Vergine, se non nel cuor della Madre? A Lei non temete già voi di ricorrere, che niente ha Ella in sé di aspro e terribile, tutta tutta è soave; e a tutti esibisce ricreazione e riposo. Già non sa Ella, né può a’ vostri prieghi resistere, se parlano e pregan per voi le stesse sue viscere, e s’interpone per voi l’amoroso suo Cuore: “Urgentur Matris viscera: intus est, qui interventi et exorat affectus”. Ma che dico resistere? Ella anzi vi viene incontro, e va’ in cerca di voi ansiosa e sollecita, siccome del suo smarrito figliuolo? Ella vi viene appresso a stimolarvi con la dolcezza e con l’amore; e qual esca soavissima, come la chiamò Gesù Cristo, sempre intenta a far preda di miseri peccatori, Ella vi tira dietro di sé col grato odore de’ suoi unguenti e delle sue virtù, vi conduce soavemente in braccio alla misericordia, v’introduce alle nozze del Re celeste, alle delizie del Paradiso. O Maria dunque veramente nostra Madre, nostra vita, nostra dolcezza! O clemente e pia Vergine! Che Cuore è il vostro sì dolce, sì pietoso, sì amabile? Già non è egli questo un Cuore, ma puro miele, anzi del miele stesso più soave e più dolce: “Spiritus meus super mel dulcis”. – Un Cuore egli è questo, amatissimi, più ancor che di madre, poiché Ella ci amò più ancora in qualche guisa, che non amò lo stesso unigenito suo diletto Figliuolo, avendocelo Ella dato in dono per la nostra salute, e per dimostrarci la estrema dolcezza del suo Cuore amantissimo. – Ella cel diede fino a privarsene e a perderLo in questo mondo; e quasi minore avesse per Lui la tenerezza e l’affetto, Ella lo diede a nostro riguardo a strazi inumani, e lo sacrificò per noi a barbara e cruda morte . . . Ma quale a tal riflessione idea di onore mi si apre innanzi, e tutta m’ingombra di dolore e di tristezza la mente? Sospendiamo, in grazia, sospendiamo per poco il discorso, poiché mi convien mutare e tuono e stile e pensieri, se da un Cuore dolcissimo io mi veggo costretto a dimostrarvi in fine il Cuor di Maria veramente afflittissimo. – Doveva pure, o signori, un Cuore sì dolce, per quanto il pensiero nostro porta e l’affetto, andar esente da ogni angustia e travaglio, e ogni contrario insulto infrangere e superare; ma non fu così, che anzi per questo stesso egli è il Cuore più afflitto, il più addolorato di tutti, Lo stesso amore, che della sua dolcezza fu il principio e la fonte, rivolto adesso in amarezza, è il più fiero carnefice, che La tormenta. Passati erano i giorni felici della deliziosa dimora di Gesù nel suo verginal utero; quando appena uscito alla luce Lo vide esposto alle pubbliche contraddizioni, bersaglio fatto alle più fiere persecuzioni. Qual tormento al cuor della Madre nel vedere si villanamente oltraggiato il divin suo Figliuolo! O come poi al vederLo in sul Calvario crocifisso e piagato spasimava nell’anima di un atroce supplizio! “Tota es … ”, esprime pur bene un tanto dolore il mio piissimo Bonaventura, “tota es in vulneribus crucifixi”. Stava Maria con tutta l’anima nelle piaghe del suo amor crocifisso, con tutta l’anima ne accoglieva i tormenti. Dimentica di sé stessa e di ogni sua gloria, pendeva Essa pur dalla croce del suo caro Figlio, agonizzava con Gesù moribondo, e nelle sue piaghe e sulla sua croce Essa pure moriva : “Christo confixa sum cruci, tota es in vulneribus crucifixi”; e quasi ciò ancor non bastasse, di un sì doloroso oggetto la sanguinosa immagine tutta in sé ritraendo, scolpiva altamente a colpi di fiero dolore nella più tenera e più delicata parte del Cuor suo a farlo scoppiare di un estremo rammarico: “Totus Christus crucifixus est in intimis visceribus cordis tui”. Così nave, che abbandonata alle furie di mar procelloso, dopo di aver sofferti gli oltraggi tutti del cielo irato, dell’onda fremente e terribile apre in fine il fianco lacero a ricevere il nemico elemento, che già la sommerge: Maria pure così : “Miserere mei , quoniam intraverunt aquae usque ad animam meam” … “Tota es in vulneribus crucifixi: totus Christus crucifixus est in intimis visceribus cordis tui”. Oh lo strano combattimento! Oh il fiero spasimo! Oh la tempesta atrocissima dell’amabil suo Cuore! – Tempesta che non si calma già al riflettere del nostro vantaggio e della nostra salute, ma si accresce anzi, e più fiera diventa al comprendere, che la maggior parte de’ figli suoi non si sarebbe approfittata di una tanta passione e di un sì acerbo tormento. Ed ecco nel nuovo amore una nuova e più aspra cagion di dolore; ecco il cuor di Maria per ogni parte combattuto e trafitto. Ahimè, va Ella dicendo con Giacobbe, e con quella sapiente di Tecue, ahimè! madre dolente e infelice che sono, che mi veggo estinto a’ fianchi un Figliuolo, veggo gli altri spinti da furor cieco condursi a eterna morte. Io per vederli salvi, ho dato questo, che era la mia delizia, il mio amore; ed ora che Lo veggo esanime nel mio seno, quelli ricusano la salute e la vita, e me lasciar vogliono vedova desolata e senza conforto. E dovrò dunque dopo un tanto costo, dopo un sì grande affanno vederli morire? Dovrò vederli ancora seguaci del peccato, prigionieri del demonio; vittime infelici di eterna morte? Ah figli, ingrati figli, mie viscere, parlo di questo Cuore, con tanto affanno sopra il Calvario da me generati, perché trafiggete di sì acuta saetta il cuor della madre? Deh! vi sovvenga di questo seno, che sì amorosamente vi accolse, mirate il vostro dolce fratello, che sì stranamente per voi morì, lasciate il peccato, e fate a Lui e a questo mio Cuore ritorno. Ove son questi figli sì ingrati, che tanto accrescono con le loro colpe a Maria il tormento? E chi de’ suoi cari le arreca adesso qualche consolazione? – Questi ingrati forse qui non si trovano , o che io non li discerno. Ed io sol veggo una illustre e pia congregazione tutta applicata a onorare con nobil pompa e devoti il Cuor della Vergine, e compatendone i suoi dolori, imitarne la purità, per godere abbondantemente dì sue delizie! Veggo una corona di anime gentili e devote, che nulla più bramano che di piacere al cuor di Maria, e di meritarsi il suo amore e il suo patrocinio. Queste belle e pie anime, che si specchiano sovente nella sua purità, che bevono al fonte di sua dolcezza, che non ricusano di essere a parte delle sue amarezze; queste sono il suo gaudio, la sua corona, il suo conforto. Sopra di queste adunque si allarghi, o pia Vergine, il vostro Cuore dolcissimo, e in esso accogliendole tutte, fate che vi abbiano sicuro asilo, tranquilla pace, dolce consolazione, e per esso siano trasferite un giorno, quando che sia, al sommo gaudio, ove giubilar possano e deliziarsi con esso Voi in Dio eternamente.

Omelia della DOMENICA XIV DOPO PENTECOSTE

Omelia della DOMENICA XIV DOPO PENTECOSTE

 padroni 2

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. II -1851-]

[Vangelo sec. S. Matteo VI, 24-33]

Due Padroni.

Servire a due padroni ella è cosa impossibile, dice l’incarnata Sapienza nel Vangelo della corrente Domenica : “Nemo potest duobus dominis servire”. Servire a due padroni diversi di natura, differenti di massime, opposti di volontà, servire a Dio e all’idolo delle ricchezze, servire a Dio e al mondo, a Dio e alle proprie passioni, a Dio e al peccato, e al demonio, non è assolutamente possibile, ripete Gesù Cristo in quest’istesso Vangelo: “Non potestis servire Deo, et Mammonae”. Qual convenzione, ripiglia S. Paolo, esser vi può tra la luce e le tenebre, tra Cristo e Belial, tra il tempio di Dio e l’altare degl’idoli? Questa evangelica verità sembra non aver bisogno di schiarimento e di prove; pure siccome molti fra’ cristiani mostrano almeno in pratica di non intenderla, perciò mi son proposto nella presente spiegazione di metterla nel più chiaro aspetto, onde persuasi che non a due, ma ad un padron solo si può prestar servitù, ci risolviamo a servire 1’unico, vero, incommutabile nostro padrone, che è Dio. Uditemi, cortesemente. – Per ragion di chiarezza io distinguo tre classi d’uomini, ed osservo che battono tre diversi sentieri. Alcuni allettati dalla sapienza via del piacere si fanno un idolo di tutto ciò che lusinga e pasce le proprie passioni. Sono e sanno d’essere empi per abito e per sistema. Costoro è manifesto che servono a un solo padrone, al mondo cioè, e a tutto ciò che è nel riprovato mondo; e di questi non parlo. – Altri, persuasi delle vanità delle terrene cose, illuminati dalle verità della fede, che dopo il breve pellegrinaggio di questa labile vita vanno incontro ad un giudizio tremendo, ad un’eternità di pene o di delizie, corron la via de’ divini comandamenti, la strada della salute. Questi è fuor di dubbio che servono ad un Padrone solo, che è Dio, e neppur parlo di questi. – Parlo di quei, che per una parte adescati dalle lusinghe del mondo, e atterriti per l’altra dalle minacce della Religione e della fede, si argomentano tenere una strada di mezzo, e conciliare così il servigio di Dio con quello del mondo. Questa strada è fallace ed ingannevole, dice lo Spirito Santo; all’apparenza sembra retta e giusta, ma il termine a cui conduce è rovinoso e fatale: “Est via, quae videtur homini iusta; novissima autem eius deducunt ad mortem” (Prov. XIV, 12). A questo falso seducente sentiero si tengon coloro che san dare il suo tempo al Carnevale e il suo alla Quaresima: in quello balli e teatri, in questo prediche e funzioni: alla Pasqua i sacramenti che suppliscano l’omissione di tutto l’anno: mai in Chiesa tutta la settimana, alla Domenica l’ultima messa che alcuna volta si trova inoltrata, alcun’altra si perde: la lingua, egualmente facile alle preghiere e alle mormorazioni: le mani pronte a qualche limosina, ed anche a qualche furto: i piedi alla visita de’ Santuari, e a quella di case sospette; ai vesperi, e all’osteria. Ora una strada così obliqua come può condurre a buon termine? Una condotta così irregolare come può piacere à Dio? – Iddio, altissimo padrone dell’universo, a tutti intima: “Diliges Dominum Deum tuum ex toto corde tuo” (Matth. XXII, 37). Non col cuore, dic’Egli, amerai il tuo Signore, il tuo Dio, ma con tutto il tuo cuore, “ex toto corde tuo”: non basta, L’amerai con tutta la tua mente, con tutte le tue forze “in tota mente tua, ex tota fortitudine tua” [Matth. Ibid. – Deut. VI, 5]. E perché? Perché Egli ci ha dato e cuore e mente e facoltà onde, come a nostro Creatore, a Lui riferire tutto quanto compone il nostro essere. Tal è il dovere della creatura verso del proprio Facitore. Tutto abbiamo da Dio, tutto dobbiamo a Dio, ed Egli da noi giustissimamente l’esige. Un cuore diviso non può essere a Lui accettevole, o tutto lo vuol possedere, o da Sé lo rigetta: “Qui non est mecum, contra me est”. – S’è così, come la fede e la ragione c’insegnano, fino a quando, dirò a voi quel che Elia Profeta diceva al popolo d’Israele, fino a quando andrete zoppicando incerti a qual parte dovete tenervi? “Usquequo claudicatis in duas partes?” ( Lib. III Reg. XVIII, 21) . “Se Baal, se il demonio, se il mondo merita d’essere riconosciuto per Dio, seguiteLo pure: “Si Deus est Baal, sequimìni eum”. Se poi Quel che vi diede l’essere, Quel che vi conserva, Quel da cui dipende ogni vostro bene, Lo credete l’unico e vero Dio, unitevi a Lui, osservate i suoi precetti, sperate i suoi premi, temete, i suoi castighi: “Si Dominus est Deus, sequimini eum”. Qui non vi è strada di mezzo, qui non vi è neutralità. Se volete persistere in questa colpevole alternativa, avverrà a voi quel che avvenne ai Filistei, che sul medesimo altare collocarono l’arca del Testamento a fianco dell’idolo Dagone, e perciò si trassero addosso i più tremendi flagelli di Dio sdegnato. O miei cari, intendetela bene. Un corpo non può avere che un sol capo. Un cuore doppio, che tenga due strade, non può aver buon successo: “Cor ingrediens duas vias, non habebit successus” (Eccli. III, 28). Non apprendete ancora il vostro pericolo? Seguite ad ascoltarmi. – Sarebbe minor rischio per voi, se, voltate a Dio le spalle, rompeste il suo giogo, disertaste dalle sue bandiere, vi arruolaste al servizio del mondo. Vi sorprende questa proposizione? Io vengo a provarvi quanto ella è vera. Se, abbandonato Iddio, vi date al reprobo senso, e vi fate schiavi del mondo, conoscerete allora chiaramente che siete in istato di dannazione, che non potete sperar salvezza: sentirete i reclami della rea coscienza, che vi ridurrà a questo bivio: o di cangiar vita, o di darvi per perduti. Alla prima disgrazia, alla prima pericolosa malattia, è più facile che apriate gli occhi a conoscere quanto sia cosa amara l’aver fatto divorzio da Dio; è più facile, che a vista di un mondo che vi sparisce dinanzi, alla vista di una morte che vi minaccia, di una eternità che si avvicina, che il vostro cuor si compunga, che cerchiate di far pace con Dio, e di tornare al suo seno. Se per l’opposto vi lusingate di riuscire a salvarvi con essere metà di Dio, e metà del mondo, chi vi trarrà da quest’errore che accomoda, da quest’inganno che piace? È più facile schivar un precipizio che si abbia sott’occhio, che un trabocchetto di cui neppure si sospetta! – Per altre ragioni ancora sarà più sperabile il vostro ravvedimento. Dandovi in braccio al mondo e ai suoi piaceri, proverete o tardi o tosto essere egli un padrone crudele. La miseria del figliuol prodigo lontano dal padre, sarà un’immagine della vostra: vedrete quanto siano fallaci le sue promesse, quanto ingannevoli le sue lusinghe; toccherete con mano di esservi fidati di un traditore. Via su, donne di bel tempo, date fede ai vostri insidiatori, vendete a questi la vostra onestà o la fedeltà coniugale, che poi, come tutte le altre vostre pari, andrete svergognate a morir sulla paglia. Potenti del secolo, impinguatevi pure del sangue dei poveri, delle vedove, dei pupilli, verrà un giorno che vomiterete dalle viscere vostre di ferro le sostanze usurpate, proverete con acerba esperienza che il peccato non fa fortuna, che l’altrui sudore non fa buon pro, che la roba altrui è fuoco che ridurrà in cenere la vostra casa. Giovani scostumati, pascetevi pure, come il corvo di Noè, di cadaveri e di carname, proverete, se già nol provaste, che la brutta passione vi farà invecchiare prima del tempo, vi farà infracidar la carne, perdere la riputazione, abbreviare la vita, in una parola, dice S. Agostino: “se secondo lo spirito del mondo darete sfogo alle vostre passioni, non incontrerete che spine”. Prova se puoi, trovar piacere che non abbia il suo pungolo, gioia che non abbia la sua spina: “Si poteris, convertere ad aliquam voluptatem, ubi non spinas sentias” (Aug. in Psal. CI). – Più: che vi dice la vostra esperienza del come tratta il mondo? Quante volte vi siete sfogati in queste lagnanze: Ah mondo tristo! Chi può vivere? Ch’è mai questo mondo? Oggi amico, domani traditore , oggi vi loda, domani vi biasima, oggi vi segue, domani vi fugge, oggi vi alletta, domani vi nausea. Così é, miei cari, tale è il mondo, tale è sempre stato, tale e forse peggiore sempre sarà. Or dunque, persuasi in pratica che il mondo non vi può far contenti, è tutto facile, che, disgustati del suo rio costume, abbandoniate questo duro padrone, e sull’orme del figliuol prodigo, sedotto e assassinato dal mondo, ritorniate in seno del vostro Padre celeste.Disinganniamoci, miei dilettissimi, questo mondo e tutto ciò ch’è nel mondo, altro non è che un’ombra che passa, un lampo che fugge, un vapore che nel suo apparir si dilegua, una scena volubile, dice l’Alapide, che ad un batter di palpebra cangia una regia sala in orrida prigione, un ameno giardino in spaventosa boscaglia: “Mundus ad instar scenae”. Ma voglio concedervi che per taluno il mondo non cangi aspetto, non muti scena. Non potete negarmi però che questa scena, comunque bella e piacevole, non si rivolti in punto di morte. In quel punto, volere o non volere, necessariamente si deve volgere, si deve mutare. E come? Il corpo in un cadavere, le ricchezze in uno straccio, i piaceri in vermi, la casa in un sepolcro, il mondo in una interminabile eternità. – Così un giorno per noi finirà il mondo, e tutt’i suoi prestigi. Ed ecco a qual padrone ci siamo assoggettati, o peccatori fratelli. Ecco la mercede della lunga nostra servitù. Venite or qui, e conchiudiamo. A due padroni non si può servire, già l’abbiamo veduto. O a Dio solo, o al mondo solo e al demonio dobbiamo darci per servi; vi dirò ciò che già disse al suo popolo Giosuè, eleggete qual più vi aggrada “Eligite quod placet, cui servire potissimum debeatis” (Gios. XXIV, 15). Lascia Iddio alla vostra scelta l’acqua o il fuoco, o a questo o quella stendete la mano. “Apposuit tibi aqaam et ignem, ad quod volucris, porrige manuum tuam” (Eccli. XV, 17). Mi unisco alla divina proposta, e come Elia vi metto al bivio, decidete: o servire Dio, o Baal il demonio: vi presento, come Pilato, Gesù Cristo o Barabba, a chi date la preferenza? – Ah mio Dio! E alla vostra presenza, e in faccia a’ vostri altari siamo costretti a discendere a questi confronti? Perdono, mio buon Signore, sìam creature delle vostre mani, siam figli di vostra adozione, vogliamo essere vostri servi fedeli. E vero, ho detto, quando peccai, che non voleva servirvi, e voi potete rinfacciarmelo giustamente: “Dixisti: non serviam” (Jerem. II, 20); ma ora che conosco esser voi Signore e padrone dell’universo, degno d’ infinito ossequio, a Cui servono tutte perfino le creature insensate: “Omnia serviunt tibi” (Psalm. CVIII), vi negherò la mia servitù? Non sia mai vero: son vostro servo: “Ego servus tuus”, e a Voi prometto coll’osservanza della vostra legge, coll’adempimento dei miei doveri, coll’affetto del mio cuore, costante e perpetua servitù fino all’ultimo de’ miei respiri.

 

SAN BERNARDO

SAN BERNARDO

[20 agosto]

San_Bernardo

SAN BERNARDO E SAN NORBERTO LIBERANO LA CHIESA DAGLI ARTIGLI DEL GIUDAISMO

[Da: M. Pinay: “Complotto contro la Chiesa”, Roma 1962]

 

In questo caso la Divina Provvidenza, come è stato promesso, venne in aiuto, per salvare la Chiesa, valendosi come sempre dispone, di azioni di uomini capaci di tutto sacrificare per la salvezza della cattolicità; uomini che ad un determinato momento sanno valutare in tutta la sua grandezza il disastro verificatosi o l’avvicinarsi di una catastrofe, pronti a lanciarsi fisicamente e spiritualmente nella lotta, con disinteresse, animati da una mistica superiore, da uno slancio travolgente, contro la Sinagoga e i suoi seguaci. – Così sorse S. Ireneo, quando lo gnosticismo giudaico minacciò di sgretolare la cristianità; allo stesso modo sorse S. Atanasio, il grande luminare antiebraico, quando l’eresia dell’ebreo Ario fu sul punto di scalzare dalle fondamenta la Chiesa: così, in situazioni analoghe sorsero più tardi S. Giovanni Crisostomo; S. Ambrogio di Milano, S. Cirillo di Alessandria, S. Isidoro di Siviglia, S. Felice e gli Arcivescovi Agobardo, Amolone e molti altri, tutti illuminati dalla Grazia divina nella lotta implacabile sia contro gli ebrei, secolari nemici della S. Chiesa e del genere umano, come pure contro le loro quinte colonne, le loro eresie e i loro movimenti sovversivi. – Ora che la Chiesa traversava la crisi forse più grave dalle sue origini, chi sarebbe sorto? Quale o quali sarebbero state le guide dell’azione antiebraica, strumenti di Cristo in questa occasione per la salvezza della sua Santa Chiesa? Come sempre, l’aiuto di Dio si verificò col manifestarsi di due altissime personalità: S. Bernardo, dottore della Chiesa ed abate di Chiaravalle, e S. Norberto, fondatore dell’Ordine norbertino, ed arcivescovo di Magdeburgo, imparentato con la famiglia Imperiale germanica. – Quando san Bernardo ebbe notizia di ciò che era deprecatamente successo a Roma [l’usurpazione fraudolenta della cattedra di Pietro – ndr. -], prese una di quelle decisioni che molti avrebbero esitato a prendere: decise infatti di abbandonare la vita pacifica e tranquilla del chiostro per impegnarsi in una lunga e dura battaglia, piena di asperità e di pericoli, ed oltre a ciò ritenuta una causa persa. Infatti, il presunto Papa criptogiudeo dominava completamente la situazione grazie al suo oro ed agli appoggi che continuavano ad essergli assicurati, mentre Innocenzo II, abbandonato e fuggiasco, scomunicato da Anacleto, sembrava avere perduto ogni speranza, tanto più che la sua situazione era resa più precaria da una elezione che, secondo teologi ed eminenti storici, non era avvenuta completamente secondo il Diritto Canonico allora vigente. – Tuttavia, San Bernardo si assunse la difesa di una causa quasi battuta, perché egli la riteneva buona e non credeva che la Chiesa potesse andare a finire in quel modo tra gli artigli del suo peggiore nemico, il giudaismo. – Prescindendo dal fatto che una maggioranza di 23 cardinali aveva votato per Anacleto, mentre erano stati soltanto sei quelli che avevano votato per Innocenzo trascurando il modo seguito per eleggere quest’ultimo, considerò il problema dal vero punto di vista da cui doveva essere considerato. – In una lettera inviata all’Imperatore di Germania Lotario, diceva tra l’altro: « È un affronto per Cristo che un figlio di giudei occupasse la Cattedra di S. Pietro ». In tal modo, il Santo Dottore della Chiesa metteva il dito sulla piaga, fornendo una diagnosi della situazione in tutta la sua gravità. Infatti era inammissibile che diventasse Papa un giudeo, nemico della Santa Chiesa. Nella stessa lettera all’Imperatore egli diceva altresì che, « la reputazione di Anacleto era scarsa anche tra i suoi stessi amici, mentre Innocenzo era fuori di ogni sospetto». – L’Abate Ernold, biografo di San Bernardo e suo contemporaneo, informa che Pierleoni aveva ammassato immense ricchezze sia da legato che da cardinale e che «quindi aveva derubato le chiese spogliandole dei loro preziosi» e che quando perfino i cattivi cristiani che lo seguivano si erano rifiutati di spezzare calici e crocifissi d’oro per farli fondere, Anacleto si valse per questa bisogna di ebrei, « … i quali spezzarono vasi sacri e sculture con grande zelo; con il denaro ricavato dalla vendita di tali oggetti, Anacleto, secondo quanto si sapeva, era in grado di perseguitare i sostenitori di Innocenzo II». – Queste ed altre gravissime accuse contro l’anti-papa ebreo vennero formulate da Uberto, vescovo di Lucca, da Andrea Dandolo doge di Venezia, da Anselmo abate di Grembloux, e da altri cronisti e storici. Tale lotta veniva ad accentrarsi intorno alle persone dell’Imperatore di Germania e del Re di Francia, i quali rappresentavano allora le forze politiche più potenti nel mondo cattolico. – San Bernardo, con l’aiuto del suo grande amico San Norberto, mise tutto il suo impegno nel convincere i due sovrani indecisi a prestare tutto il loro appoggio a Innocenzo. Per questo inviò loro delle lettere, prendendo nei loro confronti molteplici iniziative. Luigi VI di Francia non seppe decidersi, in questo senso, e chiese che venisse convocato un Concilio che secondo il suo desiderio si riunì a Etampes. Vi partecipò San Bernardo, che con eloquenza e passione riuscì a convincere i Padri del Sinodo a dichiararsi in favore di Innocenzo, adducendo, oltre ai motivi già ricordati ed altri, il fatto che Innocenzo era stato eletto per primo, e che pur avendo successivamente Anacleto ottenuto il voto favorevole di una grandissima maggioranza di cardinali, la prima elezione doveva considerarsi valida, fino a quando non fosse stata giuridicamente annullata. Egli adduceva altresì il fatto che Innocenzo aveva ricevuto la consacrazione al Pontificato dalle mani della personalità competente a tale scopo, e cioè dal Cardinale vescovo di Ostia. – Fu particolarmente preziosa l’audacia e l’energia dell’eroico Cardinale Almerico, il quale fece seppellire il Papa defunto segretamente ed affrettatamente, appena dopo morto, passando subito all’elezione di Innocenzo benché in modo alquanto irregolare. La Santa Chiesa, il mondo cristiano e tutta l’umanità dovrebbero essere grati a questo attivo ed audace cardinale onorandone la memoria; egli infatti, iniziando col suo colpo di mano la lotta per la salvezza della Santa Chiesa, contribuì a salvare tutto il mondo; se gli ebrei otto secoli fa fossero riusciti a dominare la cristianità, la catastrofe che ora minaccia in modo spaventoso il mondo intero si sarebbe verificata forse da alcuni secoli, in un’epoca in cui anche l’Islam era minacciato seriamente dalla rete di organizzazioni segrete cripto-rivoluzionarie giudee, che come i «Batini» e gli “Asassini” minacciavano di sgretolarlo e di dominarlo. – Innocenzo II, fuggiasco da Roma e da poco rifugiatosi in Francia, vide risorgere la sua fortuna, che sembrava tramontata, grazie al Concilio di Etampes. Con l’appoggio ed il riconoscimento datogli da questo, era accompagnato anche dall’appoggio del Re di Francia, preziosissimo dal punto di vista temporale; egli infatti, a partire da quel momento, divenne uno dei maggiori appoggi del Papa legittimo contro Anacleto, definito Antipapa dal sinodo ricordato. – Accettando il pensiero di S. Bernardo, il re di Francia non entrò nel merito della legittimità dell’elezione dell’uno o dell’altro Papa, bensì considerò dei due fosse il più degno, come risulta dal famoso Sugerio Abate di Saint-Denis che ne scrisse in merito. Fu così grazie alla attività travolgente di San Bernardo, che fallì la diplomazia abilissima di Anacleto, che si mostrava pio cattolico con tutti i mezzi a disposizione per ottenere l’appoggio del Re di Francia. Faceva bella mostra di falsa pietà, coprendo i suoi progetti di riforma sotto il pretesto di battersi per ridare alla Chiesa la purezza dei tempi primitivi, motivo questo sempre molto popolare per la sua nobiltà. Aveva cominciato scegliendo il nome del primo successore di San Pietro, cioè del papa Anacleto I. – Ci troviamo qui dunque, come si vede, di fronte ad una delle prime manifestazioni della Bestia dell’Apocalisse, che si presenta sotto le sembianze dell’Agnello, cioè di Cristo Nostro Signore, ma che opera come il Dragone. Molti in quel tempo, clero e laici, considerarono assai spesso Anacleto come l’Anticristo, o, nel migliore dei casi, come precursore dell’Anticristo. – L’atteggiamento che di fronte a questa questione avrebbe assunto l’imperatore di Germania, Lotario, avrebbe avuto un peso definitivo. Molto opportunamente egli indicò che si trattava di una questione di competenza della Chiesa e perciò fu convocato un altro congresso a discuterne; in esso la parola di San Norberto ebbe influenza decisiva. Tuttavia la battaglia quasi definitiva doveva essere combattuta nel Concilio di Reims, svoltosi verso la fine del 1131, e conclusosi con la completa sconfitta di Pietro Pierleoni; infatti, in quel Sinodo, i Vescovi di Inghilterra, Castiglia ed Aragona, riconobbero Innocenzo Papa della Chiesa, avallando quanto era stato deciso dall’Episcopato francese e tedesco, che aveva già riconosciuto Innocenzo. In quel Sinodo Pierleoni venne anche scomunicato. – È giusto riconoscere che in questa lotta ebbero peso notevolissimo gli Ordini religiosi, che consci del pericolo rappresentato dal giudaismo per la chiesa vedevano in Anacleto il maggior pericolo della cristianità. E così misero in opera l’attività dei loro conventi, con dinamismo e passione, per salvare la Santa Chiesa da questa mortale minaccia. Purtroppo, al tempo nostro in cui la Santa Chiesa è così gravemente minacciata dal comunismo e dalla “quinta colonna” ebraica inseritasi nel clero, nulla fa prevedere che le forze gigantesche degli Ordini religiosi che forse potrebbero salvare la situazione, si accingano alla lotta. Essi dedicano tutto il loro tempo ad opere pie, certo, degne di ogni elogio, ma che nel momento attuale impediscono loro di dedicarsi al compito fondamentale, che è quello di salvare la Chiesa. Riteniamo che se questi Ordini si destassero dal loro letargo si renderebbero conto che proprio adesso, come ai tempi di Pierleoni, è indispensabile soprassedere, in gran parte, per il momento, alle pie opere che assorbono gran parte del loro tempo, per dedicare una buona parte di esso alla lotta per salvare la Cristianità. Con ciò si sarebbe fatto un passo decisivo verso la salvezza. – Che Iddio, Signore Nostro, illumini i Padri Generali di questi Ordini, svelando loro la necessità di prendere in questo senso una decisione suprema e decisiva. – Le preghiere e l’attività della Regola sono importantissime, ma è più importante ancora salvare la Santa Chiesa dalla minaccia comunista che rischia di annientarla. – San Bernardo ed intere legioni di frati dovettero abbandonare la tranquilla serenità del chiostro e le occupazioni della Regola, naturalmente con le relative autorizzazioni, per scendere nelle piazze a salvare la cristianità. E vi riuscirono! – Dopo il Concilio di Reims rimaneva al Pierleoni soltanto l’appoggio dell’Italia, principalmente del cognato, Duca Ruggero II di Sicilia, che era praticamente padrone della situazione nella penisola. Il matrimonio dell’ebrea convertita, sorella dell’Antipapa, con questo duca, era servito a qualche cosa e questo matrimonio di convenienza dava già i suoi frutti. – Per riuscire a trionfare definitivamente sul giudeo che a Roma usurpava il trono di San Pietro era necessario ricorrere ad una invasione militare, ad una specie di crociata. San Bernardo e San Norberto si adoperarono a convincere l’imperatore Lotario ad effettuarla. Questi, con un modesto esercito, si unì ad Innocenzo nell’Italia settentrionale, e marciò su Roma, occupandola senza resistenza, dato che molti nobili italiani avevano tradito Anacleto all’ultimo momento. Lotario insediò Innocenzo in Laterano, mentre Pierleoni si asserragliava in Castel Sant’Angelo controllando S. Pietro. Per questo, Lotario venne incoronato imperatore da Innocenzo nel Laterano. Ma, avanzando allora Ruggero di Sicilia con un potente esercito, Lotario fu costretto a ritirarsi ed anche il Papa non potè rimanere a Roma, ma fu costretto a ritirarsi, lasciando Anacleto padrone della situazione. Innocenzo, ritirandosi a Pisa, convocò in quella città un grande Concilio, a cui parteciparono i vescovi di quasi tutta la Cristianità e gran numero di priori di conventi che ebbero una parte predominante nella lotta. Tra questi stava sempre sulla breccia San Bernardo. – L’anno dopo, Lotario ridiscese in Italia per ripristinare il Papa Innocenzo sul trono di San Pietro e cacciarne Anacleto. Merita particolare attenzione e considerazione la condotta dell’Imperatore di Germania. Egli infatti, in quei momenti critici per la Chiesa e per il mondo cristiano, mise da parte gli interessi personali ed i sentimenti dell’Impero, a seguito della dura lotta per l’investitura, per dedicare anima e corpo al compito di salvare la Cristianità. Dio volesse che nella crisi mondiale attuale fossero numerose le personalità che abbracciassero eguale condotta, e fossero capaci di posporre i loro personali interessi alle necessità nazionali, dimenticando rancori a volte giustificati, nell’unione di tutti i popoli per la lotta che deve combattersi contro l’imperialismo giudaico e delle dittature massoniche e comuniste che ne derivano! -Giustamente, Innocenzo II, nel fragore della lotta, scriveva all’imperatore Lotario quanto segue: «La Chiesa, con ispirazione divina, vi ha scelto e proclamato legislatore, quasi secondo Giustiniano e nuovo Costantino, per combattere l’empietà eretica degli ebrei». – La campagna vittoriosa permise a Lotario di battere Ruggero e di respingerlo in Sicilia; ma non riuscì ad occupare Roma, nella quale rimase l’ebreo usurpatore, a scandalo dell’umanità. Quando Lotario ed i suoi eserciti abbandonarono l’Italia, Ruggero di Sicilia la riconquistò quasi completamente; sembrava così che la causa di Pierleoni risorgesse pericolosamente. – L’allarme nella cristianità aumentava col risorgere minaccioso dell’Antipapa, chiamato apertamente ebreo da Arnoldo Vescovo di Liseaux, da Mandredo, vescovo di Mantova e altri eminenti prelati. L’arcivescovo Gualtiero di Ravenna denunciava lo scisma di Anacleto quale eresia di perfidi giudei. Il Rabbino Louis Newman ricorda che il partito innocenziano affermava che Anacleto era l’«Anticristo», opinione manifestata più volte a Lotario da parte dei cardinali che appoggiavano il Papa legittimo. Lo stesso papa Innocenzo II fece delle affermazioni secondo cui l’usurpazione di Anacleto era una «perfidia ebraica insensata» il suo grido di battaglia. – Il dotto Rabbino già menzionato conclude la sua narrazione di questa lotta col seguente commento: «La posizione del Pontefice ebreo fu difesa con successo fino alla di lui morte, avvenuta il 25 gennaio 1138». – Questo diligente israelita, più onesto di tanti altri, non ha timori ed afferma con chiarezza assoluta che Pierleoni fu un ebreo, ed anzi lo chiama esplicitamente «Pontefice Ebreo». La sua audacia arriva a chiamare Innocenzo II «Antipapa». – Morto a Roma l’usurpatore ebreo con tutti gli onori papali, il suo Corpo cardinalizio, che, a quanto si diceva, era in buona parte composto da porporati che praticavano segretamente il giudaismo, passò all’elezione di un nuovo papa, o per meglio dire di un Antipapa. La scelta cadde sul cardinale Gregorio, proclamato papa con l’appoggio di Ruggero di Sicilia. – Il nuovo Papa prese il nome di Vittore IV; intanto però la predicazione instancabile di San Bernardo, unita alla pressione degli eserciti germanici, era riuscita ad ottenere che a poco a poco i principali baluardi di Pierleoni accettassero il Papa legittimo; fu il caso del Vescovo di Milano e di altri prelati di altre città; infine la stessa Roma fu conquistata dall’eloquenza di San Bernardo. – Negli ultimi giorni l’antipapa ebreo fu costretto a rifugiarsi un’altra volta in San Pietro ed occupò anche Castel Sant’Angelo potentemente difeso. Ma a poco a poco il partito del Pierleoni andava perdendo prestigio e forze cosicché il nuovo antipapa Vittore IV si trovò di fronte ad una situazione praticamente insostenibile, e fu l’eloquenza di San Bernardo a convincerlo a capitolare. – In questo episodio è facile scorgere la tattica che continua ad avere una parte decisiva nelle lotte politiche del giudaismo. In base ad essa, quando una fazione ebraica o dominata dal giudaismo si vede sconfitta, cerca di impedire che l’imminente disfatta possa trasformarsi in una distruzione e catastrofe, fingendo a tempo opportuno la resa al nemico, implorando misericordia, o negoziando per ottenere autorizzazione a conservare le maggiori prerogative possibili, fingendo e promettendo, in cambio, fedeltà. – Questa forza ebraica, salvandosi dalla distruzione, riesce spesso a conservare preziose posizioni nel nuovo regime instaurato dal vincitore; essa però, anziché mostrare per questo gratitudine, se ne vale nell’ombra per cospirare, organizzare in segreto le proprie forze, aumentarle nel tempo, in modo da potere infliggere, al momento opportuno, il colpo a tradimento che annienterà il nemico fiducioso e generoso che aveva dato all’avversario ingrato la possibilità di risorgere e di insidiare nuovamente, anziché distruggerlo quando avrebbe potuto farlo. Questa è stata sempre la storia tra cristiani ed ebrei nel corso di oltre un millennio ed è stata altresì una delle cause delle rinascite delle sinagoghe dopo le clamorose sconfitte. – Purtroppo è giunto il tempo in cui le parti sono cambiate. Sia il Giordano che gli altri fratelli di Pietro Pierleoni si finsero pentiti, chiesero perdono, fecero abiura di ogni eresia, riconciliandosi con l’autorità pontificia legittima e con il loro atteggiamento ipocrita e spettacolare, riuscirono a commuovere Innocenzo II e San Bernardo che perdonarono loro generosamente. Invece di distruggere le loro forze, S. Santità li mantenne nei loro gradi e posizioni nella corte pontificia; successivamente arrivò a concedere loro omaggi e cariche, nell’intento di raggiungere l’unificazione salda e durevole della S. Chiesa, cercando di conquistare con la sua estrema bontà i criptogiudei che forse si sarebbero potuti pentire sinceramente, commossi da tanta generosità. – Più energico fu invece Innocenzo nel campo ecclesiastico. Nel 1139, convocato un Concilio Ecumenico, che fu il Concilio Laterano II, furono in esso condannate le dottrine di Arnaldo da Brescia e di Pietro di Bruys, come pure furono revocati gli atti di Anacleto e degradati sacerdoti, vescovi e cardinali — cioè tutti gli ecclesiastici consacrati da Pierleoni, ritenuti eretici giudaizzanti o scismatici. – Con ciò il Santo Padre epurò il clero dai criptogiudei e dagli elementi della “quinta colonna”, risanando così le gerarchie e distruggendo di colpo le infiltrazioni ebraiche nella gerarchia stessa verificatesi, come si può immaginare, sotto la protezione del «Pontefice Ebreo» come lo definisce il celebre Rabbino Newman. Tuttavia la magnanimità che il Papa aveva avuto in campo politico con Giordano Pierleoni ed i di lui fratelli doveva essere foriera di tragiche conseguenze per la Santa Sede. – Occorre qui far notare che deve essere stato San Bernardo ad orientare verso la politica del perdono. Per la sua eccessiva bontà era nata in lui l’idea che forse, modificando la politica nei confronti degli ebrei, la Santa Chiesa avrebbe potuto intenerirne il cuore indurito. San Bernardo, da un lato combatteva le attività scismatiche degli ebrei, dall’altro usava nei loro confronti estrema indulgenza, opponendosi ad ogni persecuzione o azione a loro danno; in altre parole volle ammansire il lupo con la sua bontà, pensando di togliergli in tal modo la ferocia. – Come sempre, gli israeliti abusarono della bontà di San Bernardo, mostrando molto chiaramente l’impossibilità di trasformare il lupo in pecora. Lo si vide chiaramente nei secoli successivi, quando la Santa Chiesa fu obbligata ad adoperarsi in modo energico, a volte implacabile, nella sua azione contro gli ebrei. – I roghi dell’Inquisizione furono in gran parte il risultato del doloroso e triste insuccesso della generosità politica di perdono, tolleranza e bontà auspicata da San Bernardo.

InnocenzoII

Innocenzo II

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Oggi non basterebbe un solo San Bernardo, in quanto i marrani da cacciare sono diversi, a cominciare dal “gatto” e la “volpe”, i “pupazzi di neve” che impunemente scorrazzano in Vaticano, e dai falsi prelati della “quinta colonna”, arruolati tra i modernisti, ed ancor più tra i tradizionalisti scismatici delle sette sedevacantiste e delle “fraternità” sacrileghe e paramassoniche generate dal “cavaliere Kadosh”. Non ci rimane che pregare affinché con l’intercessione di San Bernardo e San Norberto, il Signore abbrevi i tempi dell’apostasia bruciando i suoi nemici [… e quelli di tutta l’umanità], come da promessa biblica, con il soffio della sua bocca! Che il Signore ci conceda! Amen.

La strana sindrome di nonno Basilio 33

nonno

Caro direttore, questa volta non la tedierò con le discussioni di casa Del Vescovo, ma desidero raccontarle un sogno bellissimo che recentemente ho fatto e che spero essere premonitore. Comunque, per quanto strano, è stato in molti momenti meraviglioso, e pertanto desidero comunicarle la gioia procuratami facendone parte a lei ed ai suoi lettori. Siamo nei primi decenni del XXI secolo e come ogni Domenica una folla innumerevole di persone accorre nella Piazza più Eccelsa della Cristianità, per udire le Sublimi Parole di Pietro, Sommo Pontefice, Capo Visibile della Chiesa Cattolica e Principe degli Apostoli. Scorgo, nella visione ipnotica, che Simon-Pietro, il Servo dei servi di Dio, divenuto Pietra visibile su cui Gesù volle edificare la Chiesa, e a cui diede le Chiavi del Regno dei Cieli, è di questi tempi molto turbato: si comprende che il suo cuore è appesantito dal fardello delle gravi notizie che giungono da ogni parte del mondo. Egli, il Buon Pastore, vede e capisce che le pecore che il Signore gli ha chiesto per 3 volte di pascere, dopo il suo triplice rinnegamento entro le sale del sinedrio, sono in questi ultimi anni più che mai in pericolo di eterna dannazione. Il minimo errore, o la minima concessione nel fraintendere la Buona Novella, potrebbe causare alla sua e alle anime a lui affidate, gravi ed eterni tormenti. Mancano pochi minuti a mezzogiorno, la piazza in fermento è in attesa, ed il monsignore aiutante, dando un’occhiata furtiva alla piazza, si avvicina al Beatissimo Padre porgendogli il rocchetto, la mozzetta foderata in ermellino, la Stola, e il Camauro. Con gesti di singolare e ieratica santità, visibilmente assorto in preghiera, Pietro indossa i sacri Paramenti e si affaccia alla finestra che dà sulla Piazza ove la moltitudine di popolo l’aspetta. Io mi trovo proprio di fronte alla finestra dalla quale si affaccia il Santo Padre con i miei nipoti che mi accompagnano, la mia fedele moglie Genoveffa ed alcuni altri amici, tra i quali mi pare scorgere anche lei, caro direttore! Siamo tutti emozionati … silenzio … un grido: “eccolo”! … e giù applausi e lodi al Signore. “Zitti, zitti, ecco che inizia!”. “ Cari Fratelli! Laudetur Jesus Christus e benedetto il giorno del Signore, giorno grande e glorioso. Romani e uomini di ogni lingua e nazione, ascoltate queste parole: Gesù di Nàzareth – uomo accreditato da Dio presso i Giudei che per mano dei pagani, hanno crocifisso e ucciso, è stato da Dio risuscitato e liberato dai dolori della morte, perché non era possibile che questa Lo tenesse in suo potere. Dice infatti Davide a suo riguardo: Contemplavo sempre il Signore innanzi a me; egli sta alla mia destra, perché io non vacilli. Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia lingua, e anche la mia carne riposerà nella speranza, perché tu non abbandonerai la mia vita negli inferi né permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione. Fratelli! Davide, era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono un suo discendente, previde la risurrezione di Cristo e ne parlò: questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne subì la corruzione. Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Sappia dunque con certezza il mondo intero che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che gli ebrei hanno crocifisso. Convertitevi oh ebrei! Fatevi battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro; salvatevi da questa generazione perversa!  Spesso, cari fratelli, gli uomini vogliono che la Santa Chiesa Cattolica, si adegui ai tempi, divenga una religione fra le tante e si formi una sorta di sincretismo religioso, considerato abominio davanti a Dio e che i miei successori, come già fecero i miei predecessori, condanneranno fermamente, se davvero saranno tali e non solo usurpanti la sede, come nel per il recente passato hanno fatto i marrani;  il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha infatti glorificato il suo servo e Figlio Gesù, che i giudei hanno consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; essi non possono quindi essere nostri fratelli maggiori nella Fede, poiché Abramo era Cattolico, come lo è Dio stesso, Uno e Trino, ed essi hanno rinnegato il Santo e il Giusto, chiedendo che gli fosse graziato un assassino. Hanno ucciso l’autore della vita, ma Dio l’ha risuscitato dai morti: noi ne siamo testimoni! Ora, fratelli, Noi sappiamo che essi hanno agito per ignoranza, come pure i loro capi. Ma Dio ha così compiuto ciò che aveva preannunciato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo doveva soffrire. Si convertano dunque … anzi, convertitevi anche voi, oh Romani, che amate seguire il modernismo e le sue false dottrine, il progressismo, l’agnosticismo, le dottrine gnostiche, il comunismo condannato fin dal suo sorgere dalla sua radice giudaica, e poi i piaceri leciti ed illeciti della carne, l’adulterio, il lusso, la sodomia, le pratiche del paganesimo …. cambiate vita!… affinché siano cancellati i vostri peccati e così possano giungere i tempi della consolazione da parte del Signore ed Egli mandi Colui che vi aveva destinato come Cristo, cioè Gesù. Bisogna che il cielo Lo accolga fino ai tempi della ricostituzione di tutte le cose, delle quali Dio ha parlato per bocca dei suoi santi Profeti fin dall’antichità. Mosè infatti disse: Il Signore vostro Dio farà sorgere per voi, dai vostri fratelli, un profeta più grande di me, un Profeta, Sacerdote e Re, voi Lo ascolterete in tutto quello che Egli vi dirà. E avverrà: chiunque non ascolterà quel Profeta, sarà estirpato di mezzo al popolo. E tutti i profeti, a cominciare da Samuele annunciarono questi giorni! Voi Fratelli, siete i figli dei profeti e dell’alleanza che Dio stabilì con i vostri padri, quando disse ad Abramo: “nella tua discendenza saranno benedette tutte le nazioni della terra”. Dio, dopo aver risuscitato il suo Servo, L’ha mandato prima di tutto a voi per portarvi la benedizione, perché ciascuno di voi si allontani dalle sue iniquità. Ricordate cari Figli, che  Gesù è la Pietra che è stata scartata dai costruttori e che è diventata la pietra d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro Nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati. In nessun’altra religione o filosofia vi è salvezza, in nessun credo ideato dagli uomini per gli uomini, o suggerito dallo spirito del maligno. Ricordate!  QUICUMQUE vult salvus esse, ante omnia opus est, ut teneat catholicam fidem …… EXTRA ECCLESIAM NULLA SALUS! (Chiunque voglia salvarsi, deve essere innanzitutto di fede cattolica … FUORI DALLA CHIESA NON C’E’ SALVEZZA!). Oh moltitudine di credenti! Rammentate che siete un cuor solo e un’anima sola e dovete obbedire a Dio piuttosto che agli uomini! Non lasciatevi ingannare da falsi piaceri, dalle false speranze, dalle false ricchezze, dalle sciocche filosofie gnostiche, cabalismi vari e favole giudaiche! Cercate anzitutto il Regno  di Dio e la sua Giustizia e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta. Chi infatti obbedisce a Dio e lascia tutto per Dio, riceverà già al presente, cento volte tanto in case, fratelli e sorelle, insieme a persecuzioni, e al termine il premio più agognato: la Vita Eterna con Dio! Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rivelata nell’ultimo tempo. Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Voi Lo amate, pur senza averLo visto ed ora, senza vederLo, credete in Lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime! Perciò, cingendo i fianchi della vostra mente e restando sobri, ponete tutta la vostra speranza in quella grazia che vi sarà data quando Gesù Cristo si manifesterà. Come figli obbedienti, non conformatevi ai desideri di un tempo, quando eravate nell’ignoranza ma diventate santi anche voi in tutta la vostra condotta. Poiché sta scritto: sarete santi, perché Io Sono Santo. E se chiamate Padre Colui che, senza fare preferenze, giudica ciascuno secondo le proprie opere, comportatevi con timore di Dio nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri. Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il “sangue prezioso” di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia. Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma negli ultimi tempi si è manifestato per voi; e voi per opera sua credete in Dio in modo che la vostra fede e la vostra speranza siano rivolte a Dio mentre io, indegnamente, Ne sono il Vicario in terra. Dopo aver purificato le vostre anime con l’obbedienza alla verità per amarvi sinceramente come fratelli, amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri, rigenerati non da un seme corruttibile ma incorruttibile, per mezzo della parola di Dio viva ed eterna. Perché ogni carne è come l’erba e tutta la sua gloria come un fiore di campo. L’erba inaridisce, i fiori cadono, ma la parola del Signore rimane in eterno. Allontanate dunque ogni genere di cattiveria e di frode, ipocrisie, gelosie e ogni maldicenza. Come bambini appena nati desiderate avidamente il genuino latte spirituale, grazie al quale voi possiate crescere verso la salvezza, se davvero avete gustato che buono è il Signore. Avvicinandovi a Lui quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo. Si legge infatti nella Scrittura: “Ecco, io pongo in Sion una pietra d’angolo, scelta, preziosa, e chi crede in essa non resterà deluso”. Onore dunque a voi che credete; ma per quelli che non credono la “Pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d’angolo e sasso d’inciampo, pietra di scandalo”. Essi v’inciampano perché non obbediscono alla Parola. Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di Lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa. So che prima di me vi sono stati strani personaggi, falsi papi e falsi pastori modernisti infiltrati nel Tempio santo, che millantavano assistenza dello Spirito Santo, preferendo invece servirsi di altri “spiriti” e che hanno cercato di ingannarvi con un magistero eretico, blasfemo, sacrilego, mediante ideologie aperte al mondo, cioè aperte agli inganni di satana, ai capricci umani ispirati dai “nemici di tutti gli uomini”, da coloro che sono dalla razza di vipere, empie ed indegne autorità, riunite pure in falsi concili che noi, con la Nostra “legittima” Autorità, abbiamo cancellato per sempre come maledetti, ancorché anatemizzati già in anticipo dai miei predecessori di immortale memoria; ed il giudizio della Sede Apostolica, che detiene la più alta autorità, non può essere rimesso in questione da alcuno né sottoposto ad esame da parte di chicchessia sotto pena di anatema, scomunica eterna. Si discosta quindi dal retto sentiero della verità chi afferma che è possibile fare ricorso al Concilio Ecumenico, come se fosse investito di un potere superiore, contro le sentenze dei Romani Pontefici. Siete stati forti e coraggiosi, molti sono stati martirizzati nell’anima, nella dignità, nel corpo, ma grande nei cieli è la vostra ricompensa. Non temete gli sciacalli, i leoni rabbiosi, i lupi travestiti che hanno cercato di sbranarvi, ancora lo tenteranno, fino alla fine del mondo: non date loro retta, non siate pinocchi ingannati dal gatto e la volpe, ma esultate perché coloro “che hanno per padre il diavolo” non prevarranno, nonostante gli sforzi ed i successi apparenti, siate “fortes in fide”, la verità è più forte di tutto; chi ci potrà dividere dall’amore di Cristo? Nulla e nessuno! Resistete saldi, senza temere colui che può uccidere il corpo, abbiate come unico intento della vostra vita, l’unico affare importante: la salvezza dell’anima vostra, dei vostri cari e dei vostri fratelli, bramando la corona di gloria del cielo e disprezzando le vanità, gli onori, le sirene del mondo! Carissimi, io vi esorto come stranieri e pellegrini ad astenervi dai cattivi desideri della carne, che fanno guerra all’anima. Tenete una condotta esemplare fra gli uomini di questo mondo perverso perché, mentre vi calunniano come malfattori, al vedere le vostre buone opere diano gloria a Dio nel giorno della sua visita. D’altra parte Noi, innalzati a questa Cattedra di Pietro e al supremo governo di tutta la Chiesa di Cristo per arcano disegno della Divina Provvidenza, pieni di fiducia e di speranza in Gesù Cristo, aspiriamo ad assolvere le funzioni del Nostro ministero Apostolico come Ci chiedono l’insistenza e la sollecitudine quotidiana di tutte le Chiese. Pertanto, sorretti dal divino aiuto di Colui del quale su questa terra, sebbene senza merito, facciamo opera vicaria; di Colui che disse: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla consumazione dei secoli” e confermò che le porte dell’inferno non avrebbero mai prevalso contro la sua Chiesa, Noi non temiamo affatto tante malvagie e sacrileghe macchinazioni, tanti tentativi e attacchi con cui (in questi tempi così iniqui) i nemici si sforzano di sovvertire radicalmente (se mai fosse possibile) la Religione cattolica, ma non desistiamo dal provvedere al bene e alla salute spirituale di tutte le genti. Infatti l’amore di Cristo, di cui nulla è per Noi più forte, Ci sospinge ad affrontare lietamente ogni affanno, fatica, decisione affinché i popoli possano convergere in unità di fede e crescere nella conoscenza di Dio e del nostro Signore Gesù Cristo “che è la via, la verità e la vita”; via di santa intimità, verità di divina dottrina, e vita di beatitudine sempiterna. Vivete sottomessi ad ogni umana autorità “legittima” per amore del Signore perché questa è la volontà di Dio: che, operando il bene, voi chiudiate la bocca all’ignoranza degli stolti, come uomini liberi, servendovi della libertà non come di un velo per coprire la malizia, ma come servi di Dio. Onorate tutti, amate i vostri fratelli, temete Dio, onorate il Re dei Re. Laudetur Jesus Christus! IN NOMINE PATRIS+ ET FILII +ET SPIRITUS SANCTI. Ora Carissimi, inginocchiatevi e chinate il Capo ché di cuore vi impartisco la Solenne Benedizione, prima della Recita dell’Angelus di mezzodì. Dominus vobiscum.  Et cum spiritu tuo. Sit nomen Domini benedictum. Ex hoc nunc et usque in sæculum. Adiutorium nostrum in nomine Domini. Qui fecit cælum et terram. Benedicat vos omnipotens Deus, Pa + ter, et Fi + lius, et Spiritus + Sanctus. Amen. “Che magnifica allocuzione, caro Mimmo, … ecco il parlare cattolico, mondo e libero dalle stramberie blasfeme che tu mi racconti essere nella pseudo chiesa che tu frequenti. Magnifico, magnifico!….” mi sembrava in certi punti “l’apostolo delle genti”, in altri il “mio” Papa Pacelli, e Pio IX, sempre citato dallo zio Tommaso … mi lascio prendere dall’entusiasmo, mi giro intorno, ma vedo solo poche persone, quasi tutti erano andati via … e allora chiedo a Caterina: “Ma dove sono finiti i veri cattolici?” Mimmo, visibilmente a malincuore, mi risponde: “Nonno, i veri cattolici sono rimasti … quelli che vedi qui …”. “E le folle oceaniche?”-ribatto io- … “… quelle, dice Caterina con una lacrima sul volto triste, … sono andate con la chiesa dell’uomo, confluita nella sinagoga di satana, ad adorare i loro idoli, l’umanesimo, il liberalismo, il modernismo, la libera coscienza, l’ecumenismo muratorio, il cabalismo gnostico, lo stato laico ed ateo, il delirante comunismo, il neo-paganesimo, la democrazia in odio a Cristo-Re …”! Allibito chiedo: “Mimmo, scusami, ma quel Papa … come si chiama?… ho una tale confusione …”. Nonno, ma come non lo sai? Ma è Gregorio XVIII !!”. “Beh, sono proprio contento, allora il cardinale Siri ce l’ha fatta finalmente a prevalere sui modernisti eretici e sui massoni marrani infiltrati nei conclavi?! Deo gratias!! “Ma nonno, il Cardinal Siri è morto nel 1989!”- “E allora il Santo Padre chi è?”- “Ma è il suo successore: Gregorio XVIII!” A quel punto, ho cominciato a ridestarmi, stranamente felice, giulivo, sereno e mi sono sentito avvolto dal solito fumo candido, irraggiante uno splendore senza pari, e … ma rimane sempre bianco, non si ingrigisce, né diventa nero e attossicante! Che stia guarendo? Direttore, mi sono sentito risanato da quel fumo bianco, e respirando si accresceva in me un senso di gioia indicibile … ma che strano, che caso strano! Mi aiuti direttore, faccia qualcosa, interpelli qualche luminare che ci capisca qualcosa, anche a pagargli una parcella salata … mi farò un debito! “Basilio, è tardi, svegliati, sono le nove, e fa freddo … la vuoi una tazza di caffè?”. È la mia sposa, la Genoveffa, che affabile mi rivolge l’invito. (.. direttore però questa cosa mi ricorda una celebre commedia … “Lucariè, Lucarié, scetate, so’ e’ nove …” se la ricorda pure lei?). Sorseggiando felice il buon caffè della Genoveffa la saluto insieme ai suoi illustri lettori!

 

S. GIOVANNI EUDES CONFESSORE

S. GIOVANNI EUDES CONFESSORE

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19 AGOSTO.

[da: I Santi per ogni giorno dell’anno; Pia Soc. S.Paolo ed. Alba – Roma, 1933]

Giovanni nacque il 14 novembre 1601 da pia e modesta famiglia nel paesello di Ri in Francia. Fin da giovanetto diede prova di grande virtù e di sentita pietà, dimostrando una particolar devozione alla SS. Eucaristia ed a Maria Vergine. Alunno dei Padri della Compagnia di Gesù nel Collegio di Caen, percorse con grandi lodi gli studi di lettere e di filosofia, mantenendosi sempre puro come un angelo. Sentendosi chiamato alla vita sacerdotale, lasciò il mondo, e si ritirò nell’oratorio del Padre di Berulle. – Consacrato Sacerdote a Parigi, incominciò subito a esercitare con grandissimo zelo il suo apostolato di predicazione con un’unzione tale, che il celebre Padre Olier di S. Sulpizio lo chiamò: « la rarità del suo secolo ». – Datosi bentosto alle missioni, percorse la Normandia, una parte della Bretagna, la Borgogna, la Piccardia, la Sciampagna, la Brie, riportando ovunque grandissimo frutto. – Dopo vent’anni dacché era nell’Oratorio, ispirato dal Signore, fondò, assieme a cinque suoi compagni, la «Congregazione dei Sacerdoti di Gesù e di Maria » per la formazione dei Chierici. Scopo della sua Congregazione, è la direzione dei Seminari, le missioni del popolo e gli esercizi al Clero. Diede ancora vita ad altre sante istituzioni, che gli procurarono tanti meriti per il cielo, tra le quali vi sono: l’Ordine di Nostra Signora della Carità, l’Istituto del Buon Pastore d’Angers, e la Società del Cuore ammirabile della Madre di Dio. – Fu studio particolare di Giovanni il promuovere il culto liturgico e la devozione ai cuori sacratissimi di Gesù e di Maria, celebrandone per il primo le feste ogni anno, e lasciando alla sua Congregazione di celebrarle con grande solennità. Per questo ebbe dal Pontefice Leone XIII il bel titolo di autore del culto liturgico dei Cuori SS. di Gesù e di Maria.

cuore di Mariacuore di gesù

– Acceso di amore ardentissimo verso questi due cuori amabili, ne scrisse l’ufficio liturgico, istituì in loro onore confraternite, e compose ammirabili libri di pietà. Grande devoto del Papa, e suo strenuo difensore, fece argine e resistette forte alla eresia dei giansenisti che in quei tempi devastava sì orribilmente la Chiesa di Dio. – Non guardò né odii, né persecuzioni, né calunnie, ma, qual fedele seguace di Gesù, pregò e perdonò ai suoi nemici. -Non contento di fare del bene colla predicazione, volle pure estenderlo colla penna, intingendola in quei due Cuori, dei quali era tanto devoto. Lasciò parecchi scritti, pregiati per pietà e dottrina. – All’età di 80 anni, affranto dalle fatiche e dagli anni nel desiderio ardentissimo di unirsi a Dio, ripetendo di continuo i nomi soavissimi di Gesù e di Maria, tante volte invocati in vita, spirò santamente il 19 Agosto 1680. – Pio X, esaminatene le eroiche virtù, lo dichiarò beato, e Pio XI, lo ascrisse al catalogo dei Santi nell’anno 1925. – La sua statua fu collocata nella basilica di S. Pietro, assieme a quelle dei Santi fondatori di Ordini religiosi.

PRATICA. — Imitiamo S. Giovanni Eudes nella sua ardente carità verso Dio e verso la Santa Madonna. Ci sia sempre cara la devozione al S. Cuore di Gesù.

PREGHIERA. — O Signore, che a promuovere il culto al tuo Cuore Sacratissimo e a quello immacolato della tua Madre, ti sei degnato di eleggere il beato Giovanni, concedici, che seguendo i suoi esempi e colla sua protezione, giungiamo anche noi al tuo dolcissimo amplesso nel cielo. Così sia.

bandiera ca.fr. 1950

Papa GREGORIO XVII: Difesa del Santo Padre

Papa Gregorio XVII :

Difesa del cardinale Siri

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“Il Cardinale Siri”, fotografato negli ultimi mesi della sua vita.

   Nella sua Diocesi fu consentita una relativa autonomia affinché tacesse sui vari Conclavi. Il giornale “Remnant” ha riferito che le chiese di Genova sono rimaste inalterate fino al 1989, nella stessa condizione in cui si trovavano nel 1940 (con sacerdoti cioè che offrono Messa di fronte agli altari, “coram Deo”, senza tavoli conciliari in vista). “Siri” è stato l’Arcivescovo di Genova, rimasto in attività fino all’età di 81 anni, cioè molto tempo dopo l’età obbligatoria della “pensione”, normalmente imposta ai Vescovi diocesani, di 75 anni, dalla nuova “Chiesa”. Ma dopo la concessione di un colloquio a Louis H. Remy, concernente la sua elezione del 1963, “Siri” fu costretto al ritiro. Un anno e nove mesi più tardi, improvvisamente moriva.

La profezia di Premol (5 ° secolo):. “… E vedo il Re di Roma che, con la sua Croce e la sua tiara, scuotendo la polvere si toglie le scarpe, si affretta nella sua fuga verso altri lidi della tua Chiesa, o Signore, lacerato dai suoi stessi figli: un campo è fedele al Pontefice in fuga, l’altro è soggetto al nuovo governo di Roma che ha rigettato la Tiara. Ma Dio Onnipotente, nella sua misericordia, pone fine a questa confusione e inizierà una nuova età avrà inizio. Poi, lo Spirito ha detto che questo è l’inizio della fine dei tempi. ” – “L’apostasia della città di Roma da parte del vicario di Cristo e la sua distruzione da parte dell’Anticristo può essere un pensiero nuovo per molti cattolici, per cui penso sia bene citare il testo di teologi di grande notorietà. In primo luogo Malvenda, che scrive esplicitamente sul soggetto, affermando, con parere simile a quelli di Ribera, Gaspar Melus, Biegas, Suarrez, Bellarmino e Bosius, che Roma deve apostatare dalla fede, allontanare il Vicario di Cristo e tornare al suo antico paganesimo. … Allora la Chiesa deve essere dispersa, guidata nel deserto, e sarà come un tempo, come nel principio, invisibile nelle catacombe, nei sotterranei, nelle grotte montane, in luoghi nascosti, per un tempo durante il quale deve essere spazzata, per così dire, dalla faccia della terra. Questa è la testimonianza universale dei Padri della Chiesa primitiva “.[ – Henry Edward Manning. La crisi attuale della Santa Sede]-

Today’s Catholic World (TCW): Difesa di Papa Gregorio XVII dagli attacchi.

– Risposta rapida all’attacco di Vennari (in T.C.W. 19 settempre 2006)

vennari

Nell’edizione di settembre 2006 del giornale “Catholic Family News”. (CFN), di proprietà di Nicholas Gruner, il redattore del giornale John Vennari, ha attaccato il pontificato di Sua Santità Gregorio XVII, con un articolo dal titolo: “Perché CFN [una setta pseudo-tradizionalista – n.d.t.-] rifiuta la “tesi” del Cardinale Siri. T.C.W. ha immediatamente preso atto e risposto con “La Chiesa eclissata al laicista letale affronto di Vennari. Tutti i fedeli hanno l’obbligo di visionare ed informarsi nel miglior modo possibile su quanto viene loro presentato. Non esiste infatti oggi questione più importante della realtà di Papa Gregorio XVII e dei suoi successori, così come la Santa Madre Chiesa insegna infallibilmente: “Noi dichiariamo, diciamo, definiamo che ogni umana creatura, per salvarsi, deve essere completamente soggetta al Romano Pontefice” Papa Bonifacio VIII nella bolla “Una sanctam”del 18 novembre 1302. [Per accedere alla salvezza eterna occorre essere sottomessi “incondizionatamente”al “vero” Vicario di Cristo. Imperativo quindi è il conoscere perfettamente i termini della questione, prenderne atto con le relative conseguenti misure da adottare, perché da questa faccenda dipende l’affare più importante della nostra vita: la salvezza eterna dell’anima! – n.d.t. – ]

Contra: ‘The Cardinal Siri Thesis’ di John Vennari, CFN Ed.

Pro: ‘The Cardinal Siri Thesis’ di David Hobson, TCW Ed.

La posizione di John Vennari contro ‘La Tesi di Siri’, pubblicata sul sito Catholic Family News (CFN) nel settembre u.s., afferma che ‘La Tesi di Siri’, così come proposta dal sito www.thepopeinred.com., sia insostenibile, perché è impensabile!  –  Pur tuttavia, è naturalmente pensabile per il direttore di CFN, John Vennari e The Remnant, che stiamo vivendo gli ultimi tempi del mondo, come dimostra proprio la ripetizione frequente della famosa citazione del Cardinale Ottaviani sul Terzo Segreto di Fatima: il Segreto dice “che la grande apostasia avrà inizio dall’alto”. Questo riferimento è in particolare alla profezia di S. Paolo degli ultimi tempi del mondo (2 Tessalon. II-3) in cui si parla della grande apostasia. Non c’è altro. Così, nonostante la promozione di idee come ‘la grande facciata’ per descrivere la chiesa modernista postconciliare, CFN è effettivamente in grado di mettere a fuoco almeno l’idea di ciò a cui stiamo assistendo, che è, infatti – la grande apostasia!  John Vennari, l’autore di “L’istruzione Permanente dell’Alta Vendita (TAN) [un famoso articolo che ha fatto il giro trionfale di tutte le sette scismatiche pseudo tradizionaliste, e che in realtà non era che la scoperta dell’acqua calda, vale a dire di quanto da secoli tanti autori, laici o prelati, avevano denunciato con opere particolareggiate e ben documentate sulle attività occulte delle sette ed obbedienze massoniche per distruggere la Chiesa Cattolica, un articolo in fondo che è una brutta copia delle tante lettere encicliche della Sede Apostolica – es. Humanum Genus di Leone XIII- ndt.-], ritiene la Tesi di Siri “impensabile”, perché è del parere che nel conflitto tra la Massoneria e la Chiesa cattolica, l’obiettivo delle Logge sia quello della sovversione. Egli afferma questa posizione alla Conferenza di pace di Fatima (Roma 2001). Dice: “L’Istruzione [una loggia segreta] fu istituita per la diffusione delle idee liberali ed i suoi principi nella società e nelle istituzioni della Chiesa cattolica in modo che laici, seminaristi, religiosi e prelati potessero essere, negli anni, gradualmente impregnati da principi progressisti. “Con il tempo, questa mentalità sarebbe stata così pervasiva che si sarebbero ordinati preti, consacrati vescovi e designati cardinali il cui pensiero era in linea con il pensiero moderno radicato nei “rivoluzionari” i “Princìpi del 1789” (il pluralismo, l’uguaglianza delle religioni, la separazione tra Stato e Chiesa, ecc). –  Alla fine, da questi ranghi così formati, sarebbe stato eletto un Papa che avrebbe portato la Chiesa sulla via della “illuminazione” e del rinnovamento. “Va sottolineato che non era loro obiettivo il porre un Massone sulla Cattedra di Pietro. [dice con enfasi di Vennari], bensì il loro obiettivo era quello di forgiare un ambiente che alla fine avrebbe prodotto un Papa ed una gerarchia conquistati alle idee del cattolicesimo liberale, che nel tempo si potessero considerare fedeli cattolici “.  –  Si tratta di una conoscenza molto limitata della massoneria che nel complesso suona piuttosto persuasiva, ma non è così! … Certo il liberalismo è un aspetto del Modernismo. Pertanto, se la crisi della Chiesa, di cui tutti siamo testimoni, è solo una graduale infezione di idee liberali, il Santo Padre e la gerarchia e i cattolici liberali possono essere vinti tornando alla Tradizione mediante uno sforzo congiunto di cattolici fedeli alla Tradizione attraverso: 1) un approccio di resistenza contrapposta, 2) un ‘movimento tradizionalista nella Chiesa, 3) la preghiera e la penitenza.  –  La “Tesi di Siri” non poggia su questa visione limitata della Massoneria. Questo punto di vista è semplicemente una miopia o più semplicemente una mascherata. “La lotta in atto tra il Cattolicesimo e la massoneria è una lotta condotta fino alla morte, incessante e senza pietà”, come afferma il Bollettino del Grande Oriente di Francia (1892: 183) citato in www.thepopeinred.com/thesis.htm. “. I promotori segreti della Rivoluzione francese, avevano giurato di rovesciare il trono e l’altare sulla tomba di Jacques Demolay. Quando Luigi XVI fu giustiziato, la metà del lavoro era fatto, e da quel momento l’impegno dell’esercito del tempio [I Templari] era quello di dirigere tutti i suoi sforzi contro il Papa “. [-Albert Pike, Morals and Dogma (1871: 824) citato in www.thepopeinred.com/thesis.htm.] Quest’ultima è la posizione dei Templari in Massoneria. Questo punto di vista ha la precedenza assoluta, in quanto la posizione templare dei giacobiti, giacobini, B’nai B’rith, Priorato di Sion, e il Rito scozzese, è al tempo stesso il fondamento e la costruzione piramidale di tutta la Massoneria. La “Tesi di Siri” si basa sulla comprensione dell’azione dei Templari, della Massoneria e dei loro obiettivi finali. Questo è stato il risultato previsto nella visione profetica di Papa Leone XIII, che è stata condensata nella sua “Preghiera a San Michele Arcangelo”: “Dov’è la Sede del beato Pietro e la Cattedra di Verità istituita per la luce delle genti, li hanno posto il trono dell’abominio della loro malvagità, in modo che, colpito il Pastore, possano disperdere il gregge. Alzati, dunque, o Invincibile Principe! ” E’ questa anche la visione del Papa San Pio X riportata alla fine di questa tesi. – A causa della sua limitata comprensione circa la massoneria: i suoi costumi (qui nel pieno senso spirituale delle leggi assolute, contrarie alle leggi divine), i dogmi e gli obiettivi, per John Vennari, stranamente, non è pensabile però che, ai tempi della grande apostasia, il vero Pontefice possa essere esiliato da Roma, e che Roma possa perdere la Fede diventando la sede dell’anti-Cristo! Eppure la Sacra Scrittura attesta questo evento al momento della grande apostasia. I primi Padri della Chiesa l’attestano, così come l’attestano i dottori e teologi della Chiesa, e finanche la Regina dei Profeti attesta questo nelle sue confidenze a Melania Calvat a La Salette. Eppure, per CFN questo è impensabile!

La “tesi Pro-Siri” affronterà questa incapacità di pensare con il senso cattolico della Sacra Tradizione, rispondendo punto per punto all’editoriale di John Vennari. In effetti, è in questo unico contesto che il “papato nascosto” di questo nostro triste tempo, possa essere definito e compreso. Con argomentazioni senza spiegazioni circa la insostenibilità della “Tesi pro-Siri”, John Vennari ritiene che siamo in realtà vivendo i tempi della grande apostasia, e che ciò a cui stiamo assistendo sono gli eventi della Passione mistica della Santa Chiesa di Cristo; i fatti del “papato nascosto” di Papa Gregorio XVII devono essere intesi in questo contesto. Ma le anime di “Catholic Family News” [setta pseudo-tradizionalista scismatica – ndt. -] vogliono o no stare oggi con la Santa Chiesa? Vogliono perseverare nella fede? È questa l’essenza del dibattito! Noi concediamo che molti fatti sconosciuti riguardanti il Pontificato di Gregorio XVII stiano venendo solo ora alla luce. Concediamo che Papa Gregorio abbia potuto commettere errori umanamente possibili! Ma noi non concediamo il fatto che non fosse il Papa legittimo della Chiesa Cattolica! E non pretendiamo di giudicare il Papa Gregorio XVII in base agli standard con i quali sono stati giudicati da John Vennari l’arcivescovo Lefebvre o il vescovo Carstro Mayer della diocesi di Campos, per cui è reputata lodevole la resistenza al “novo ordo” e al nuovo Magistero, [al di fuori di tutte le leggi della Chiesa e lontano dal Magistero cattolico … quello “vero”- ndr. – ]; e questo nonostante che i decreti del Vaticano II fossero dopotutto, decreti magisteriali di individui considerati “de jure” veri Papi della Chiesa Cattolica ai quali dovevano obbedienza! [L’incoerenza tipica della fraternità satanico-sacrilega, dei “figliocci” del cavaliere kadosh! – Ndt. -]. Se vogliamo veramente capire la mente e le azioni di Papa Gregorio XVII, questo deve essere fatto nel contesto della sede pontificia e come Vicario di Cristo. Questo è l’Ufficio al quale ha aderito quando la Cattedra di Pietro è stata affossata e la Gerarchia della Chiesa cattolica sequestrata, in una rivoluzione Anti-Cristo “in tiara e cappa”, una rivoluzione fomentata dagli agenti della giudeo-Massoneria nel Conclave del 1958. Inizia così la vera strumentalizzazione, come nell’Istituzione Permanente dell’Alta Vendita di John Vennari, per gli obiettivi massonici. Ci chiediamo allora: esistono antecedenti per comprendere la mente e le azioni di un Papa in un momento simile? Ma certamente, esiste una scuola precedente: la Passione di Nostro Signore!Iniziamo allora a controbattere punto per punto le obiezioni al “Papa in rosso”!

Il paragrafo 1. In questo saggio, John Vennari ritiene che “La Tesi del Cardinale Siri”, sia insostenibile (“untenable”). – 1. A: “Tenable” è un termine ereditato dal francese antico. Si tratta di un termine militare che significa “difendibile in battaglia”. Ora si tratta di un gergo da dibattito scientifico e da strategia militare. “Tenable” significa: una posizione che può essere difesa da uno degli argomenti o in battaglia. Dire che una posizione in un dibattito sia insostenibile, significa che essa non possa essere difesa da argomentazioni logiche, da prove o da testimoni. Per sostenere una tesi contraria a quella di Siri ritenuta insostenibile, questa contro-tesi deve – 1° conoscere bene la “tesi Siri”: le sue argomentazioni e le sue prove, affinché in tutte le parti siano conosciuti i termini del dibattito -2° Deve fornire contro-argomentazioni basate su contro-prove o testimonianze. In questo dibattito, John Vennari scrive invece come per un redazionale, difendendo la politica editoriale del giornale, considerato nella sua complessità, come una pubblicazione cattolica tradizionale in un momento di crisi senza precedenti nella Chiesa Cattolica, dibattendo i temi della Sacra Tradizione. Egli intende stabilire semplicemente, senza valide argomentazioni e, secondo un suo libero parere, la natura “insostenibile” della “Tesi di Siri”; pertanto, solo su questo presupposto, CFN non condivide questo punto di vista: quindi fin qui tutto bene! – Nei paragrafi 2 e 3 John Vennari non riesce a ben illustrare la “tesi” non precisandone né le prove né le argomentazioni. – Paragrafo 2. “La tesi Siri” pretende che nel Conclave del 1958, il Cardinale Siri sia stato eletto Papa assumendo il nome di Gregorio XVII, ma sia stato spodestato dal Cardinale Roncalli, che divenne il “falso papa” Giovanni XXIII. Lo stesso è accaduto nel 1963 con Siri nuovamente eletto, ma spodestato dal “falso” papa Paolo VI. – 2. A: “pretende”… c’è un dato di fatto, attestato da molteplici fonti, che il Cardinale Siri sia stato eletto Papa con il nome di Gregorio XVII. Queste fonti sono molteplici e congruenti e le testimonianze credibili. Su questo non c’è “pretesa” … Vennari travisa direttamente nel discutere la tesi dei suoi avversari. Non entra nemmeno nel dibattito da vero cattolico, senza preoccuparsi di precisare in modo equo la posizione del suo avversario secondo le regole delle discussioni che si osservano anche nei dibattiti comuni fra laici. I vari collaboratori del “Papa in rosso” (Louis Remy, P. Khoat, atc.) hanno reso un grande servizio alla Santa Chiesa nel far conoscere queste fonti e stabilire delle realtà che scaturiscono da molte fonti adducendo varie prove. Vennari non si cura di contestare queste verità con argomentazioni avverse o controprove. Argomenta con “pretende…”: è solo ingannevole o semplicemente incompetente? Ai posteri ….  –  John Vennari passa poi a discutere queste contro-prove, sentiamo! – 2B: “Rinunzia”: un altro sotterfugio, in che senso “rinunzia”? Il Cardinale Siri “accettò” la designazione scegliendo il nome di Papa Gregorio XVII. Il nome Gregorio XVII è risaputo da molte fonti, inclusi i documenti de-classificati dell’FBI. Questo, da solo, dimostra che egli abbia accettato l’ufficio. “Ha abdicato”! il Conclave è tornato ad un nuovo scrutinio. La domanda allora è: “può egli canonicamente abdicare? Non esiste una “rinunzia” nella “Tesi di Siri”, esiste invece un “racconto di eventi storici” basato su testimoni oculari e resoconti.

Paragrafo 4: “Il fatto che un Cardinale riceva i voti necessari in un conclave, non lo fa essere necessariamente Papa”. – 4A: Questo non è ciò che la “tesi” sostiene! Ancora una volta un vero stravolgimento delle tesi dell’avversario. – La “tesi Siri” sostiene che una volta accettato l’Ufficio papale e scelto il nome di Gregorio XVII, il Pontefice non poteva canonicamente abdicare anche sotto costrizione. Pertanto egli “rimase” il Pontefice “de jure” indipendentemente dal fatto che ci sia stata o meno una nuova votazione nel Conclave del 1958. Non è necessaria alla “tesi Siri” la prova della coercizione del voto. – L’autore dell’Istruzione Permanente dell’Alta Vendita, sceglie di non affrontare il valore effettivo della “tesi Siri”, anche se la sua ricerca definisce come chiaro movente la strategia dell’infiltrazione giudaico-massonica nella Chiesa. Perché mai? Egli non pensa che i “figli della vedova”, che hanno fomentato un secolo e più di rivoluzioni sanguinose, nazione dopo nazione, possano essere capaci di forzare l’elezione in un Conclave da essi già precedentemente infiltrato, costringendo all’abdicazione un Papa validamente eletto? L’Alta Vendita infatti è proprio una delle prove che possa far comprendere il contesto, il motivo della narrazione storica della “Tesi Siri”.

Paragrafo 5: Il Cardinale Tisserant ha ammesso che “sicuramente sono avvenute delle irregolarità nel Conclave del 1958”. – 5A: è questa la “minimizzazione” di tutti i tempi! Ma non si capisce se il direttore di C.F.N. stia discutendo la tesi o meno! L’ammissione del cardinale Tisserant non influisce dunque in alcun modo sulla questione? In realtà questa apparentemente mite ammissione di legittime preoccupazioni potrebbe essere interpretata come un tradimento satanico tipico di un “bacio di Giuda”! Si tratta dello stesso Tisserant che nel 1962, su ordine dell’antipapa Giovanni XXIII, firmava un accordo con il metropolita Nicodemo, un “portavoce” del Cremlino, cosa che permise l’invio di osservatori ortodossi del KGB al Concilio Vaticano II. L’invito fu accettato a condizioni che l’assemblea si astenesse dal condannare il comunismo! E John Vennari pensa che il riconoscimento dei danni da parte di questo “figlio della vedova” che ammette alcune “irregolarità” del Conclave del 1958, non conti in alcun modo nel sostenere la “Tesi Siri”! Una nazione cattolica come l’Ucraina è stata annientata, i Cattolici dell’Europa centrale vengono regolarmente portati via nei gulag e martirizzati per la fede, mentre il Cardinale Tisserant come agente di un antipapa segna un allontanamento dalla condanna di Pio IX del comunismo –“una dottrina fatale contraria pure alla legge naturale”- o di Pio XI in Divini Redemptoris “… nessuno che voglia salvare la civiltà cristiana può collaborare in alcun modo con esso in ogni sorta di impresa”. “Che giova all’uomo guadagnare il mondo se poi perde l’anima”! Il “mondo intero” nato dalla collaborazione con una manciata di agenti ortodossi del KGB di un regime atroce che è un assoluto “pozzo infernale”. Il Cardinale Tisserant ha tradito il Magistero della Chiesa Cattolica ed un numero incalcolabile di martiri! Non ci sono parole nel linguaggio degli Angeli o degli uomini per descrivere questo tradimento. Per peccati di questo tipo l’Angelo si prostrò sulla terra a Cebaco chiedendo “per gli infiniti meriti del Sacro Cuore di Gesù e del Cuore Immacolato di Maria” la conversione dei poveri peccatori.

Paragrafo 7: “… poiché questo indica che le cose serie hanno trovato posto nei recenti Conclavi”, è palese che il Cardinale Siri non era certamente il Vicario di Cristo”. – 7A : In realtà l’ammissione dei danni perpetrati, indica solo che Tisserant è un bugiardo incallito. I dati retrospettivi, circa le attività svolte dallo stesso Tisserant, mostrano che se una persona così vile ammetta un’unica irregolarità, occorra verificare se non vi siano ben altre gravi e numerose irregolarità! Questo sostiene la “tesi Siri”, non certamente la contro-tesi di Vennari! A proposito, ma qual è la contro-tesi di Vennari?

Paragrafo 7: “Come osservato da un “astuto” sacerdote, solo il Sommo Pontefice non è vincolato dai segreti del conclave”; quindi, poiché Siri ha detto “io sono legato dal segreto”, questo dimostra che egli non era Papa! – 7B: Evidentemente nel paese della TV, non ci sono menti che non siano stordite al punto da pensare che questo “astuto sacerdote” abbia trovato un buon argomento. La sottomissione di Papa Gregorio al “segreto del Conclave”, di per se stesso non prova assolutamente nulla! Essa tuttavia pone una domanda: a quale scopo? – Supponiamo per amore di discussione che la “tesi Siri” sia corretta; supponiamo che stiamo vivendo i tempi della grande apostasia, e qui il riferimento è al Cardinale Ottaviani, spesso citato nelle pagine di CFN, per la sua famosa frase riguardante il terzo segreto di Fatima “… dice tra l’altro che la grande apostasia avrà inizio dall’alto”, come in 2 Tess.II-3 ove l’apostolo fa una profezia riguardo agli ultimi tempi del mondo. Quindi se ci troviamo negli “ultimi tempi” del mondo, allora è possibile pensare che possiamo essere testimoni della “passione mistica” della Santa Chiesa. Nella Passione di Nostro Signore, Egli si sottomette alle autorità religiose di fatto e all’autorità romana. In precedenza le aveva affrontate, ma al momento della sua Passione vi si sottomette. Nell’ora del potere delle tenebre (Luca XXII,53) dice infatti a Pilato :“tu non avresti nessun potere su di Me se non ti venisse dall’Alto!”(Giov. XIX,10). Nel tempo dell’“Eclissi” della Chiesa, per citare un termine memorabile usato dalla Vergine Maria a La Salette, è allora impensabile che un vero Pontefice abbia fatto un atto di sottomissione all’autorità di fatto, al Conclave (punto 7), all’antipapa (punto 12), partecipando inoltre a falsi conclavi (punto 9), al Concilio Vaticano II (punto 10), con gli abusi che ne sono seguiti (punto 11)? Non impensabile ma certamente misterioso come il Signore nella sua Anima divina!

Paragrafo 10: “Il Cardinale Siri ha partecipato al Concilio Vaticano II indetto – secondo la “tesi Siri” – da un santo padre, che non era né santo, né padre. Siri, nella Chiesa, ha accettato le decisioni del Concilio Vaticano II, interpretate alla luce della Tradizione. Egli ha adottato le riforme celebrando anche il “novo ordo Missae”, ha ordinato sacerdoti e vescovi consacrandoli col nuovo rito. Perché Papa Gregorio XVII ha adottato sacramenti e riforme liturgiche emanate da uomini che sapeva essere falsi? Cosa si rivela essere “il nostro ultimo “vero” Papa”? – 10 A: questo sembra essere il nodo cruciale della “insostenibilità” del ragionamento di Vennari. Per lui è impensabile che un vero Papa partecipasse al Concilio Vaticano II, convocato da un uomo che sapeva essere un anti-Papa! Ma è documentata la testimonianza che Papa Gregorio XVII fosse virtualmente un ostaggio nelle mani della Massoneria pilotante il Vaticano. È oggi ben nota la condizione del “Papa Gregorio XVII perseguitato”, denunciata da p. Khoat, che eroicamente ha oltrepassato le “linee nemiche” il 14 giugno 1988. Il “… mi possono uccidere in qualsiasi momento”, sembrerebbe incredibilmente non impressionare Vennari. Per l’autore dell’ “Istruzione Permanente”, sembra impossibile tener un ostaggio avendo come obiettivo il suo “Pontificato”! – Per quanto riguarda l’annuncio del Concilio al mondo di Roncalli (25-1-1959), Papa Gregorio XVII da dichiarato in “30 Days Magazine” (17-1-1985): “Ma io non so cosa sia successo perché ho avuto un raffreddore – ne ho avuto 2 o 3 nella mia vita – e non son potuto andare a Roma per un mese, per cui non so, come detto, cosa sia successo il 25 gennaio del 1959!”. Ora questa dichiarazione è piuttosto insolita: quante persone ricordano i giorni e la data in cui hanno avuto il raffreddore dopo 26 anni? Il Papa “in ostaggio” chiede a chi possa interessare il fatto di essere estremamente riluttante a partecipare all’anti-concilio di Roncalli. Anche se riesce a ricordare la data precisa del suo raffreddore, non riesce però a ricordare ciò che è accaduto il giorno in cui Roncalli ha annunciato il suo anti-concilio! In altre parole, egli era rimasto bloccato come per un evento traumatico. Forse lo ha fatto perché era impensabile lo spettacolo di un anti-Papa che convocasse un concilio ecumenico, incredibile più di quanto egli potesse sopportare! Ciò che è documentato è che Papa Gregorio XVII chiese al suo intervistatore – Stefano M. Paci – di spegnere il suo registratore di tanto in tanto a causa della natura delicata e sensibile della materia! Non voleva fornire un altro indizio essendo costantemente monitorato dai suoi rapitori che avevano molti agenti, con molte possibilità di conoscenze, senza mai dimenticare il “ … mi possono uccidere in qualsiasi momento”! [i suoi “segretari”: G. Barabino e M. Grone erano in realtà i carcerieri designati! -n.d.t. – ]. – Solo Dio che consolava i suoi sacrifici, sa quali sofferenze nascoste abbia sopportato il Santo Padre durante la sua prigionia! Poi l’intervista di Paci su “30 days Magazine” (30 giorni) si fa più interessante: “… l’idea di un Concilio era già in circolazione dai tempi di Pio XII che, credo, abbia pure creato una piccola commissione che studiasse la proposta in silenzio”. Paci ha chiesto quindi: “perché l’idea è stata messa da parte?” Papa Gregorio ha riferito che Papa Pio XII disse:”… per preparare un Concilio ci vogliono almeno 20 anni, quindi io non posso farlo, lo farà il mio successore!” Così il successore designato di Papa Pio XII, il suo vero successore, in base alla scelta del Conclave del 1958, Papa Gregorio XVII, avrebbe potuto convocare un Concilio. E proprio alla vigilia dell’anti-Concilio di Roncalli, Papa Gregorio parlò alla rivista italiana “Orizzonti” di ciò che il Concilio avrebbe dovuto affrontare, e cioè “… questioni dottrinali molto importanti” (al contrario delle preoccupazioni del concilio Vaticano II che aveva problemi “pastorali” [onde guidare i “pecoroni” al macello – ndt. -]. Il primo compito affidato dal Signore alla sua Chiesa era l’insegnamento della verità (secondo Papa Leone XIII: la Sede di Pietro istituita come “luce del mondo”). La Chiesa deve confrontarsi con le dottrine perniciose ed i gravi errori. Per quanto riguarda i poteri laici essi devono continuare ad essere sostanzialmente quelli tradizionalmente accettati e definiti dal Salvatore quando ha istituito la sacra Gerarchia. Si vede subito l’ostilità di Gregorio XVII al Modernismo (definita la somma di tutte le eresie), come confermato dalla professione di fede di Campos: “la libertà religiosa, intesa nel senso di una parificazione dei diritti tra verità ed errore, dando la supremazia ad un presunto diritto soggettivo dell’uomo a danno del diritto assoluto della Verità, del bene, di Dio, con conseguente laicità dello Stato e della Chiesa mediante una democratizzazione della Chiesa per mezzo di un governo collegiale in opposizione alla Gerarchia e alla costituzione monarchica datale da Nostro Signore”. La laicizzazione della società ci fa rivivere nuovamente il grido degli ebrei per la morte di Gesù, “non vogliamo che costui regni su di noi”, il rifiuto di accettare la sua Regalità, di riconoscere Lui come Supremo Legislatore della società umana! L’affermazione di Papa Gregorio sull’anti-Concilio tuttavia è più succinta ed anteriore al fatto, non posteriore! Nostra Signora di La Salette ha esortato i suoi figli di questi nostri tempi tristi: “ … chi può vedere, consideri bene tutto questo!” molti interventi di Papa Gregorio durante il Concilio sono stati rivolti a bloccare i progressisti (ed i falsi tradizionalisti –n.d.t.-) e promuovere l’approvazione delle dichiarazioni conservatrici. Papa Gregorio ha dichiarato che il Concilio Vaticano II (l’anti-concilio roncalli-montiniano), è stato una sofferenza per lui, ed ha definito il concilio come “il più grande errore della storia”, come riportato da Benny Lai in “il Papa non eletto: Giuseppe Siri, Cardinale di Santa Romana Chiesa” (pag. 296-297,1993)! L’UPI ha segnalato dopo più di 10 anni dal Concilio, che il Cardinale Siri abbia sofferto, prima volta in assoluto, di disturbi nervosi durante il Concilio. Egli ha pure dichiarato: “in ogni caso, quando ho visto il feroce attacco che era stato preparato al Primato di Pietro, ho preparato un intervento, ma sono stato colpito da auree vertiginose per cui non ero in grado di leggere e parlare nello stesso momento. Quando ho cominciato a parlare mi è sopraggiunto un attacco e sono crollato”! Era forse drogato? È stato avvelenato? La Vergine a La Salette ha detto che “ … si sarebbe attentato alla vita del Papa sofferente”! Certo nessuno può dirlo con certezza, tuttavia questo crollo fa subito pensare ad un altro crollo in relazione all’attacco profetizzato al Primato di Pietro (… la dov’è la Sede del beato Pietro, posta a cattedra di Verità, istituita come luce per le genti, lì hanno posto il trono dell’abominio della loro malvagità, cosicché colpendo il pastore si disperda il gregge!- Papa Leone XIII). “Quelli che di voi possono, vedano e considerino bene queste cose!” – Finalmente a metà di ottobre del 1943 il Vescovo de Silva si decise e scrisse a suor Lucia (del Cuore Immacolato) dandole l’ordine espresso di scrivere il “terzo segreto di Nostra Signora di Fatima”. Sarebbero qui sorte nuove difficoltà, poiché suor Lucia in quel periodo viveva tre mesi in un’angoscia terribile e misteriosa. Ella ha rivelato che ogni volta che si sedeva al suo tavolo da lavoro e prendeva in mano la penna per scrivere il “Segreto”, si vedeva impedita nel farlo. Si immagini quale arma terribile costituisse questa grande profezia contro il dominio delle anime e contro il piano di penetrazione nel cuore della Chiesa! Ecco come questo impedimento subìto dalla veggente, indichi la grandezza della manifestazione che stava attuandosi: il Segreto scritto su di una carta! La Vigilia di Natale ella non era stata ancora in grado di obbedire all’ordine che le era stato impartito! Infine il 2 gennaio del 1944 (ciò è poco noto) la stessa Vergine Maria apparve di nuovo a Lucia confermandole che questa era veramente volontà di Dio, dandole così luce e forza per la stesura dello scritto che le era stato comandato. (“Il terzo segreto rivelato”. Michele della Santissima Trinità – parte prima.) Il crollo è quindi quello del Pastore colpito! Come è possibile che Vennari non si renda conto della sofferenza già preannunziata e profetizzata del Cardinale Siri, vero Papa nascosto? Come è possibile che Vennari ritenga che Giovanni XXIII – un massone 33°- fosse vero Papa? Il Sant’Uffizio era già in allerta, poiché già dal 1925 Angelo Roncalli era “sospettato di modernismo”. Egli aveva affiliazioni massoniche. Il gran maestro del Gran Oriente d’Italia ha sostenuto che Giovanni XXIII fosse uu iniziato in una loggia massonica quando era nunzio a Parigi, nel decennio 1940-50. Gli stessi massoni esaltano la “rivoluzione” di Giovanni XXIII (Yves Marsaudon: 1964 “Ecumenismo visto da un massone francese”). Per John Vennari non è pensabile che, se Gregorio XVII fosse stato un Papa vero, avesse potuto firmare i decreti del Concilio. Eppure egli dichiarò: “Noi non saremo vincolati da tali decreti!”. Il “noi” ci ricorda il “coloro che possono vedere” nella dichiarazione del Santo Padre. Questo è il modo in cui i Papi del passato avrebbero parlato. Un altro indizio importante sulla firma estorta, è che la sua Autorità era ben superiore a quella dell’antipapa e dell’anti concilio! – Per John Vennari è impensabile che un vero Papa come Gregorio XVII avesse potuto adottare le riforme dell’anti-concilio, celebrare il novus ordo missae, ordinare sacerdoti e Vescovi consacrandoli col nuovo rito! Però, secondo lui, è accettabile che colui che costituì una nuova religione modernista, sostituendola alla fede di sempre, istituì nuovi sacramenti (praticamente tutti invalidi – n.d.t. – ) estinguendo il sacramento dell’Ordine con il sigillo dell’Anello del Pescatore, possa essere il “vero” Papa!

È provato però che Papa Gregorio XVII abbia resistito a tutto questo!

Remnant Newspaper di Walter Matt riporta come a Genova (dove Papa Gregorio risiedeva ufficialmente come Cardinale Arcivescovo), nelle chiese nel 1989 vi fossero le stesse disposizioni che nel 1940 (il sacerdote celebra verso l’altare senza il tavolo massonico con il libro in vista!). Ci sono prove che ordinasse sacerdoti della “Chiesa eclissata”, e poiché il Sacramento dell’Ordine nel “novus ordo” era come estinto [si pensi alla blasfema ed eretica finta-consacrazione vescovile -ndt.- ], questo dato significativo non è da sottovalutare. Tuttavia è anche chiaro come egli avesse un gran rimorso per i compromessi ai quali ricorreva per raggiungere gli obiettivi del suo Pontificato.

Paragrafo 11: Altra domanda di Vennari (punto 11): “perché non si è sottratto alla presenza di questo Concilio distruttivo sapendo che era l’opera di impostori papali?” – 11.A: Il lavoro del Concilio non è solo l’opera di impostori papali, ma il lavoro di agenzie specifiche che dirigono questa attuale era delle tenebre. È la stessa rete di stratagemmi che John Vennari, con i documenti sull’Istruzione dell’Alta Vendita, ha evidenziato essere una strategia massonica per la sovversione della Chiesa. – Nel Getsemani i discepoli, prima di fuggire, erano disposti a confrontarsi con i soldati del Sinedrio che cercavano di catturare Nostro Signore. – 11B: Vennari loda piuttosto il corso scelto da monsignor Lefebvre e dal vescovo Castro Mayer della diocesi di Campos. Ma a che punto si trova oggi questo lavoro sostenuto dalla loro autorità episcopale? La Fraternità S. Pio X è irrimediabilmente compromessa nella posizione non-cattolica di riconoscere un Papa “de jure”, resistendo però al suo Magistero promulgato con l’ “Anello del Pescatore”! Questa non è una posizione cattolica, il ritenere cioè quello del Vaticano II un vero Magistero, magistero che lo stesso Lefebvre dichiarava essere “ … pieno di errori massonici”! pensare diversamente è pura eresia! [… ma d’altra parte cosa aspettarci dai “figliocci” del kavaliere kadosh Lienart, marionette invalide e sacrileghe? – n.d.t. -]. – 11.C: “Come dimostrano le mie dichiarazioni, accetto tutto ciò che del Concilio e delle sue riforme sia in pieno accordo con la tradizione. Il successo del nostro seminario tra i giovani, rende tutto chiaro, che cioè esso non sia inflessibile, bensì adattato alle necessità dell’apostolato del nostro tempo. (lettera di M. Lefebvre ex arcivescovo di Tulle Encone all’anti-Papa Paolo VI, il 3 dicembre 1976).

Paragrafo 13: “Solo un evento avrebbe potuto dar credito alla “Tesi Siri”: “… se si fosse dimesso dal suo Ufficio dopo l’elezione del 1958”. Torna alla mente il caso di mons. Joseph Clifford Fenton al Concilio Vaticano!

13-16A: La lode fatta da John Vennari al mons. Joseph Clifford Ferton ricorda i discepoli fuggiti nel Getsemani! J.C. Ferton nel 1950 era l’editore di “American Ecclesiastic Rewiew”. Dopo essere stato informato dai “figli della vedova” Cardinal Bea e padre John Courtney Murray, che la posizione di Fr. Murray sarebbe diventata insegnamento del Vaticano II, mons. Fenton subito tornato da Roma si dimise da editore di “A.E.R.”, adducendo motivi di salute. Fuggì, ed è praticamente sparito morendo nel New England nel 1969. Si tratta di una triste storia. È proprio questo tipo di risposta al rovesciamento della Cattedra di Pietro e l’istituzione dell’an-tipapato che si aspettano e vorrebbero i discendenti di Sion, con i loro ordini e logge di illuminati! Sono certo che i “figli della vedova” che si sono succeduti dopo il colpo del 1958 fossero soddisfatti di non avere più un avversario come mons. Fenton!

Paragrafo 17: “Se mons. Fenton si è comportato così rispetto ad una crisi di coscienza, ci saremmo aspettato molto di più dal Cardinale Siri nei confronti di una crisi di portata ben maggiore! Egli rimase in “comunione visibile” con i papi del post-1958 fino alla sua morte. – Ma certo, il vero Papa “de jure” Gregorio XVII compì un sacrificio molto più grande rispetto alle dimissioni di mons. Felton per motivi di salute! Questa è l’ora della “passione mistica” della Santa Chiesa! “Ho vissuto una lunga vita, ed ho conosciuto uomini e traditori; non ho mai rivelato i nomi dei traditori, non faccio il lavoro del boia. So però quanto costa dire la verità … non sono riusciti a farmi del male, ma mi hanno reso triste e depresso. Geremia ha avuto già abbastanza “lamentazioni”, non era quindi il caso di aggiungerne altre! (parole del Cardinale Siri a “30 Days Magazine” del 17 gennaio 1985). I discepoli non potevano bere il calice (Matteo XX, 22; Marco X, 38) che Nostro Signore aveva pregato perché passasse da Lui nella sua agonia nel giardino, ma alla fine ha concordato con il Padre: “sia fatta la tua volontà”! Egli doveva bere quel calice (Giovanni XVIII, 11). Ma poi quando era arrivato il “principe” di questo mondo nulla aveva potuto con Nostro Signore e con l’Immacolata! Poi il Signore profetizzò “voi certo berrete il mio calice”(Matteo XX,23; Marco X,39) perché sapeva che sarebbe arrivato il Santificatore! Se Gregorio XVII era il vero Pontefice “de jure”, non è impossibile pensare che nell’ombra dell’eclissi della Chiesa, il Signore, da solo nel giardino, abbia scelto questo modello di presentazione che solo il Signore stesso, nella sua Anima divina, riusciva a comprendere! Del sacrificio del “Papa sofferente”, al quale si riferiva la Madonna a La Salette, Ella ha detto: “Io sarò con lui per ricevere il suo sacrificio”. Vuol dire il sacrificio di un Papa che sapeva dover vivere la Passione mistica della Santa Chiesa!

Paragrafo 12: “ … Siri fa riferimento più volte a Paolo VI, cosa che in tutta onestà non avrebbe fatto sapendo di essere il vero Papa”. Un altro importante giudizio sulle decisioni e le azioni del vero Papa, sono le parole : “voi certo berrete il mio calice”, delle quali John Vennari non fa riferimento. Io credo che il Cardinale Siri, come Papa Gregorio XVII fosse il sovrano Pontefice quando ha scritto “Getsemani”, e il suo riferimento a Paolo VI fosse un riferimento ad un “papa de facto”, che “de jure” era un antipapa! È per la sua edificazione che denuncia i suoi errori ed il suo tradimento del Magistero della Santa Chiesa!

Paragrafo 19: il Cardinale Ottaviani è elogiato per le sue azioni. “… la “Tesi Siri” diventa ancor più insostenibile se si considera che il Cardinale Ottaviani non voleva teologi modernisti presenti al Concilio Vaticano II, ma li ha permessi solo a causa dell’insistenza di Giovanni XXIII”.              – 19A: Vennari sottolinea qui l’insistenza di Giovanni XXIII! Siamo d’accordo che per il Cardinale Ottaviani fosse giusto ed onesto opporsi alla presenza di teologi modernisti al Concilio Vaticano II, poiché infatti secondo il Magistero della Chiesa Cattolica il Modernismo è la somma di tutte le eresie! Ma riconoscendo l’anti-Papa Giovanni XXIII come “papa de jure”, il Cardinale Ottaviani ha dovuto affrontare una scelta tra le decisioni del suo “papa” contro la Chiesa ed il Magistero della Chiesa Cattolica, ed ha ceduto al suo “papa”. Ora questo cosa ha a che vedere con il ritenere insostenibile la “tesi Siri”? Restiamo sbigottiti!

Paragrafo 22. “Non aveva senso per il Cardinale Ottaviani eseguire un ordine distruttivo per la Chiesa se non si fosse sentito obbligato a farlo a causa dell’obbedienza al Papa. Ma se avesse saputo che Giovanni XXIII non era un “vero” Papa a causa delle losche manovre del conclave del 1958, non avrebbe avuto modo di tollerare questi teologi sospetti al Concilio”!22.A: Era quasi tutto sospetto. Il Modernismo, la somma di tutte le eresie, ha dilagato nel Concilio con i suoi massimi rappresentanti: Rahner, Chenu, Lubec, Kung, etc. Ottaviani avrebbe voluto escludere giustamente i periti con un decreto dell’Indice. Se ciò non si è verificato, non è perché fosse vincolato dal segreto del Conclave del 1958, ma, pur sapendo che l’anti-Papa Giovanni XXIII non fosse Papa, ha collaborato con lui sotto costrizione! E per ciò che riguarda la storica foto dell’anti-Papa Paolo VI, l’impostore, nella quale compare in processione mentre “rinnega e dismette la sacra Tiara (realizzando quindi alla lettera la profezia del Premol della “rovina della Tiara”) davanti al potere massonico!? Si vede qui un mortificato Cardinale Ottaviani che non poteva fare altro davanti al Cardinale Bea ed al B’nai B’rith! *[questa nota al paragrafo è stata aggiunta il 27.1.08 – le vicende nascoste del Conclave del 1958 avevano realizzato l’obiettivo dichiarato della loggia B’nai B’rith nel 1936:” … prima che il re ebraico possa regnare sul mondo, il Papa a Roma deve essere detronizzato” (Vedi su questo argomento: Don Pranaitis nel “Talmud smascherato”). Per ciò che riguarda le implicazioni di ciò che il cardinale McIntyre ha detto, non negando che la relazione dell’elezione di Giuseppe Siri, sarebbe stata “… qualcosa più di una storia”, non sarebbe la prima volta che un Cardinale o un intero collegio di Cardinali abbia mentito circa i risultati di un’elezione papale. Nel 1378 i cardinali che avevano appena eletto Bartolomeo Prignano, che prese il nome di Urbano VI (1378-1389), al supremo Pontificato, ebbero paura di quella che sarebbe stata la reazione alla loro scelta della folla romana che irruppe nel Conclave, ed annunciarono invece l’elezione del Cardinale romano Tibaldeschi. La confusione e l’amarezza fu il risultato di quella menzogna dei Cardinali paurosi, risultato che condusse al quarantennale scisma d’Occidente, che produsse una serie di antipapi e portò la Chiesa alla rovina pressoché totale!]. Ha idea l’autore dell’“Istruzione Permanente dell’Alta Vendita” di ciò a cui possa assomigliare una rivoluzione massonica? Come detto in precedenza, il Cardinale Ottaviani è spesso citato nelle pagine di C.F.N., a causa della sua famosa dichiarazione riguardante il Terzo Segreto di Fatima. Quindi Vennari è almeno consapevole del fatto che ciò che passa per “la grande facciata” nelle pagine di C.F.N. sia la grande apostasia! Scrivendo della testimonianza universale dei Padri della Chiesa riguardo ai suoi tempi, Henry Edward Manning dice: “L’Apostasia della città di Roma dal vicario di Cristo e la sua distruzione da parte dell’anti Cristo, può costituire una novità per molti cattolici, per cui penso sia bene citare i testi di teologi di grande notorietà. In primo luogo Malvenda, che scrive esplicitamente sul soggetto, afferma, secondo anche il parere di Ribera, Gaspar Melus, Biegas, Suarez, Bellarmino e Bosius, che Roma deve apostatare dalla fede, allontanare il Vicario di Cristo e tornare al suo antico paganesimo! Le parole di Malveda sono: “Ma la stessa Roma, negli ultimi tempi del mondo, tornerà alla sua antica idolatria, al potere e alla grandezza imperiale. Caccerà il suo Pontefice, perseguiterà terribilmente la Chiesa con il più crudele spargimento di sangue dei martiri, e riprenderà l’antico stato di ricchezza addirittura superiore a quello che aveva sotto i suoi primi governanti!” (H.E. Manning “La crisi attuale della Santa Sede”, 1861. Londra: Burns e Lambert. Pag. 89-90). Quindi, se stiamo vivendo i tempi della Grande Apostasia (secondo il Cardinale Ottaviani), in linea con la testimonianza universale dei Padri della Chiesa, Roma ha rigettato il suo Pontefice e ha del tutto apostatato dalla fede! L’invito dei teologi modernisti al Concilio Vaticano II è certamente la prova che la “somma di tutte le eresie” è stata ben rappresentata in seno al Concilio. Ma ancora una volta, cosa centra questo con l’insostenibilità della “tesi Siri”? Questo serve indubbiamente solo a confermare la testimonianza universale dei Padri della Chiesa! Ma ancora peggio! E’ sotto l’antipapato che Roma sta tornando al suo pantheon (l’ecumenismo!) e sta costruendo il nuovo ordine mondiale attraverso il “club Roma” e l’U.E. L’anti-Papa Benedetto XVI ha “annunziato” che la Chiesa ora ha una missione per il mondo con gli ebrei (che negano che il Signore sia venuto nella carne!). Attraverso la Ostpolitik l’antipapato ha tradito i cattolici dietro la cortina di ferro, dove è stato probabilmente versato la maggior quantità di sangue per la fede nella Chiesa in tutti i secoli. Eppure per Vennari è impensabile che Roma abbia rigettato il Pontefice dalla Chiesa Cattolica! Tale incapacità di cogliere anche i fatti più elementari, dimostra che l’autore dell’ “Istruzione Permanente dell’Alta Vendita” non abbia alcuna padronanza della materia.

Paragrafo 18: “Infine se la “Tesi Siri” fosse vera, vuol dire che ogni Cardinale che abbia partecipato al Conclave del 1958, sia implicato nella truffa”! – 18.A: Esattamente: la verità verrà fuori! Così come Vennari ha alfine ammesso: “Ogni Cardinale del Conclave del 1958 è implicato”! Questo è proprio un richiamo della mente alle intenzioni dell’ “Istruzione Permanente dell’Alta Vendita”, che erano quelle di strumentalizzare la Chiesa Cattolica per i fini del programma del mondo massonico! Questo non confuta la “Tesi Siri”, anzi dà la massima importanza all’affermazione di Papa Gregorio “… il segreto è orribile!”. Questo fa venire alla mente il commento, spesso citato, di Malachi Martin sul Terzo Segreto di Fatima: “È orribile, quanto di peggiore si possa immaginare!”. E poi le parole di suor Lucia a padre Fuentes (26 dicembre 1957) devono essere poste in questo contesto: “Padre, il diavolo è in procinto di ingaggiare una battaglia decisiva contro la Vergine Maria. E il diavolo sa cosa che cos’è che più di tutto offende Dio e che in breve tempo guadagnerà per lui il maggior numero di anime …. La mia missione non è quella di indicare al mondo il castigo materiale che certamente lo attende, se il mondo non prega e non fa penitenza, no! La mia missione è quella di indicare tutti i pericoli imminenti che corriamo di perdere le nostre anime per l’eternità”. L’anno era il 1957, e nell’ottobre del 1958, a distanza di un anno, iniziava il Concilio! Come immagina “il peggio” Vennari? E attraverso il suicidio del “cambiamento” della fede della Chiesa e la Sacra Liturgia (contro la qual cosa Pio XII aveva messo in guardia!) si estinguerebbero i Sacramenti: dapprima il Sacramento dell’Ordine, poi il Sacramento della Messa, poiché con il “novus ordo missae”, l’antipapato cambierebbe la Consacrazione delle specie, onde condurre tutti i cattolici che cercano di professare la loro santa fede in obbedienza al Romano Pontefice, agli anatemi solenni di Trento. Con quali altri criteri o su quali altri precedenti potrebbe essere compreso il “Sacrificio” del Sommo Pontefice esiliato da Roma, oppresso ed in balìa dei suoi nemici (… mi possono uccidere in qualunque momento!)? è un fatto noto che Papa Gregorio celebrasse il rito romano canonizzato dalla immemorabile Tradizione. Egli ha offerto il suo Sacrificio nel momento in cui il Sacrificio dell’altare veniva estinto nel “novus ordo missae”, quando il mondo cattolico, in comunione con l’anti-Papa, cadeva sotto gli anatemi del Concilio di Trento! De Fide la liturgia ivi esposta è il più sacro dei depositi della Santa Chiesa, così come si è sviluppato a partire dall’istituzione di Cristo e degli Apostoli e canonizzato in perpetuo al Concilio di Trento. Secondo il Catechismo di Trento le parole di base dell’Istituzione sono dello stesso Cristo; per la Consacrazione del vino sono: “Hic est enim calix sanguinis mei, novi es aeterni testamenti: Misterium fidei, qui pro vobis ed pro multis effundetur in remissionem peccatorum”. – Il Catechismo ci insegna infallibilmente che alla Consacrazione sono state aggiunte le parole del Nuovo Testamento in modo da comprendere che il Sangue di Cristo Signore non venisse inteso come una figurazione, così come nell’Antico Testamento nella legge antica, ma, come leggiamo nella Lettera egli Ebrei, che “senza sangue non si redige un testamento”, ecco che in verità e realmente il sangue suggella il nuovo testamento! Per questo l’Apostolo dice : “Cristo quindi è il mediatore del Nuovo Testamento” ed è per mezzo della sua morte che siamo chiamati a ricevere l’eterna eredità promessa”… le parole aggiunte … “per voi e per molti – pro multis” sono prese un po’ da S. Matteo, un po’ da S. Luca, ma sono state unite dalla Chiesa Cattolica, sotto la guida dello Spirito Santo, e servono a dichiarare il “frutto ed il vantaggio” della sua Passione. Infatti se si guarda al suo “valore” dobbiamo confessare che il Redentore ha versato il suo sangue per la salvezza di tutti; ma se guardiamo al “frutto” che l’uomo ha ricevuto da esso, comprendiamo facilmente che esso è avvenuto a vantaggio non di tutti, ma di molti esseri umani! Quando Egli ha detto: “per voi”, intendeva quelli che erano presenti o quelli scelti tra il popolo ebraico, come i discepoli ai quali stava parlando (con l’eccezione di Giuda); ma quando ha aggiunto “ … e per molti” Egli voleva evidentemente intendere il resto degli eletti tra i pagani! A ragione quindi queste parole non sono state usate (diversamente al “novus ordo”) a questo punto perché si parla “solo” del frutto della Passione che è efficace per la salvezza solo degli eletti. Questo è pure il significato di quanto l’Apostolo dice: “ … il Sacrificio di Cristo offerto una sola volta per i peccati di molti”, ed Nostro Signore stesso in S. Giovanni “Io non prego per il mondo, ma per questi che Tu mi hai dato, perché sono tuoi”! Il dogma della fede della Santa Chiesa viene così affermato con le parole della Consacrazione del vino nel rito romano. Il “novus ordo” rimuove il mistero della fede [Mysterium fidei] nella consacrazione che diventa invece una proclamazione dei fedeli “proclamiamo la tua morte Signore, annunciamo della tua Resurrezione nell’attesa della tua venuta”! Ecco quindi che secondo il Concilio di Trento il Sacramento del sangue è il Mysterium fidei. E la chiesa del “novus ordo” consacra in particolare il calice del Sacramento del Suo sangue “per tutti” ponendosi in tal modo nell’anatema di Trento. [… e fuori dalla Chiesa Cattolica – ndt. -].  Questa consacrazione è la base della “chiesa ecumenica” emergente, sincretica di tutte le fedi e nazioni. Anatema anche a causa della bestemmia del Mysterium fidei (Apoc. XVIII,3).

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“Mai, mai c’è stata una tempesta così forte nei riguardi di un Sommo Pontefice. Lui è già un martire prima di subire il martirio. Soffre prima che sia giunta la sua ora. Ma lui offre la sua persona ed il sangue delle sue vene per tutti i suoi torturatori e per coloro che stanno conducendo terribili attentati alla sua vita! Deve subire l’esilio. (Apocalisse di Maria Julia Jahenny. 1941. [Con approvazione ecclesiastica -vera-].

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Per questo occorre dire che il Papa nascosto offre il Sacrificio dell’immemorabile Rito latino, nel momento in cui il Sacramento dell’altare è in via di estinzione ed il mondo cattolico tutto è colpito dagli amatemi di Trento a causa della sua comunione con l’anti-Papa. È possibile che in veste ufficiale e pubblica il Cardinale Arcivescovo di Genova, Papa Gregorio fosse costretto a celebrare il “novus ordo”. Ma anche se così fosse, è ragionevole pensare che si trattasse di un sacrificio di sottomissione al papato “di fatto” (l’antipapa de jure) celebrare la “nuova” messa. Era un ostaggio dell’ordine massonico (il pyramidion della Massoneria) che controlla il Vaticano. È ragionevole supporre che a questo livello di controllo, fosse obbligatorio esercitare il novus ordo nelle sue funzioni pubbliche. Se Papa Gregorio ha offerto il “novus ordo”, per lui era certamente possibile sostituire la nuova consacrazione con l’immemorabile Consacrazione del calice. Gli altari della sua diocesi, erano infatti correttamente posizionati, e non c’erano tavoli massonici con il libro della legge e contro il vero altare del Sacrificio. Il “Hic est enim calix …” si recita con il sacerdote di fronte all’altare e piegato sul calice! Penso che ci siano tutte le ragioni per credere che, anche se fosse stato costretto a dire la “nuova messa”, ci sarebbe stata una vera Consacrazione dell’Ostia. Si obietterà che Papa Gregorio abbia recitato la nuova messa in forma ufficiale, ma egli è stato sotto minaccia di morte per 31 anni! Diciamo che, per amore di discussione, ha espletato il suo dovere pubblico secondo l’ordinazione ed ha quindi detto la nuova messa dell’anti-Papa. Come in precedenza accennato, perché non pensare che con questa azione il Sommo Pontefice, obbedendo esteriormente, non abbia avuto il puro intento di intercedere per la Chiesa in quest’ora di Passione mistica? La Messa del Papa Gregorio sarebbe stata una Messa Pontificale; perché non poter credere che la sorte del mondo cattolico, colpito dagli anatemi di Trento e quindi con la perdita inestimabile di anime, non pesasse sul cuore pastorale del Santo Padre? Perché non poter credere che il vero Sacrificio era dentro di lui ed abbia prevalso sulle apparenze? Come Cardinale Arcivescovo e rettore del Seminario di Genova ha avuto l’occasione di insegnare il rito di Canonizzazione e segretamente o apertamente di ordinare sacerdoti e chierici atti alla Gerarchia: chiaramente questa possibilità è stata la ragione del suo Pontificato in esilio!

“Vedo il Santo Padre in grande difficoltà, vive in un altro palazzo e riceve alla sua presenza solo poche persone. Se l’organizzazione malefica conoscesse la sua forza, avrebbe ora attuato un attacco. Temo che il Santo Padre soffrirà molte tribolazioni prima della sua morte, perché vedo la “chiesa nera” contraffatta guadagnare terreno, vedo la sua influenza nefasta sul pubblico. Il disagio del Santo Padre e della Chiesa è davvero tanto grande che bisogna pregare Dio giorno e notte! Mi è stato detto di pregare molto per la Chiesa ed il Papa … il popolo deve pregare ardentemente per estirpare la chiesa buia”. [Visione profetica di Anne Catherine Emmerich (1774-1824) dal libro “La vita di Anne Catherine Emmerich” del Cardinale Carl E. Schmoger C. SS.R., vol.II, pag.292-293.]. questo modello è conforme al Sacrificio di Nostro Signore. Che si creda o no alla “tesi Siri”, resta comunque questa conformità alla Passione di nostro Signore. A questo dovrebbe pensare John Vennari prima di ricorrere a termini come “scellerato” in relazione al sacrificio di Gregorio XVII di sottomissione all’anti-Papa. Come ebbe a dire Nostra Signora di La Salette: “Io sarò con lui fino alla fine per ricevere il suo sacrificio”. Ma né lui né il suo successore riusciranno a vedere il trionfo della Chiesa di Dio.” Questo significa pure che ci sono stati Successori “Consacrati” per le necessità della Santa Chiesa in questo momento di crisi senza precedenti! Ora, per quanto ne sappiamo, apparentemente la Sede è vacante! Che senso ha ai nostri tempi la necessità di mostrare “di facciata” un movimento tradizionale all’interno della Chiesa? Per definizione non può esserci una cosa come “un movimento tradizionale” all’interno della Chiesa! La Chiesa è “una” come la Santa Tradizione. Un “papa”, come si definisce, che si affanna a spegnere i Sacramenti “veri” inventandone di nuovi invalidi, a mutare la fede in una concezione modernista basata su tutto quanto la Sacra Tradizione condanna come ostile al Signore (e questo solo per iniziare), non è più Papa di quanto non sia costituzionale il “Patriot Act”! Dai tempi della Grande Apostasia e del ribaltamento della Cattedra di Pietro (come previsto dalla visione profetica del Santo Padre Leone XIII), esiste una grande ed autorevole letteratura: la Santa Chiesa è ormai dispersa ed è fuori dalla giurisdizione degli antipapi, proprio come era fuori dalla giurisdizione dei “vescovi ariani” nel corso dei secoli della crisi ariana. “Allora la Chiesa deve essere dispersa, guidata nel deserto e sarà per un certo tempo, come all’inizio, invisibile, rintanata in catacombe, antri, anfratti, caverne, sotterranei … essere per così dire, spazzata via dalla faccia della terra. Questa è la testimonianza universale dei Padri della Chiesa Primordiale! [H. E. Manning: “La crisi attuale della Santa Sede” 1861, Londra, Burns e Lambert, p. 88.].

Il sito Catholic Family News si presenta con l’invocazione “San Pio X, campione contro il modernismo, prega per noi”! Questo grande Papa e Santo è testimone dei nostri tempi: “La roccia ha sempre resistito alla prova del tempo. Ma quando si entra nella casa di Dio, guai a chi pone l’“uomo” sulla Sede di Pietro, poiché il gran giorno del Signore è vicino!” Quella a cui stiamo assistendo è la Passione mistica della Santa Chiesa : … “ in modo che colpito il Pastore essi (gli agenti dell’anti-Cristo) possano disperdere il gregge” [Papa Leone XIII “invocazione a S. Michele Arcangelo” ed in S. Matteo XXVI:31]. Abbiamo così assistito alla fuga del vero Pontefice ed al suo esilio da Roma (come attestato dai primi Padri, da tutti i teologi citati da Manning, dalla Regina dei Profeti a La Salette). Abbiamo assistito al sacrificio della presentazione del Papa “nascosto” all’autorità di fatto, cioè l’anti-Papa, che ha il potere di satana in questo tempo di “eclissi” della Chiesa. Questo è il testamento del suo martirio nelle profezie e giunto nella storia. Lasciamo allora che questi fatti siano sottoposti ad una valutazione imparziale. A Fatima furono rivelati i mezzi attraverso i quali sarebbe stata esaltata la Chiesa mediante il trionfo del Cuore dell’Immacolata: lo scapolare del Carmelo ed il Santo Rosario! Questi dovevano essere i rimedi ultimi, come ebbe a dire suor Lucia più avanti nel colloquio finale del 26 dicembre 1957. Questi dovevano essere i mezzi per la santificazione dei Cattolici nel momento in cui i mezzi di santificazione che Cristo aveva voluto per la sua Santa Chiesa, si sarebbero estinti [messa e Sacramenti – ndt.-]. È chiaro allora come l’antipapato ed il movimento ecumenico tengano in odio la Regalità di Maria. – A Cebaco l’arcangelo ha rivelato i motivi della vittoria: gli infiniti meriti dei Sacri Cuori di Gesù e dell’Immacolata, dai quali sarebbero fluite grazie inimmaginabili per coloro che si trovano nella Santa Chiesa in questi tempi della sua passione mistica e di grande Apostasia. A Tuy, quando il Signore parlò a Suor Lucia del Cuore Immacolato di Maria e delle sue finalità in questo tempo di prova immensa, disse: “vorrei che la mia Chiesa praticasse la devozione a questo Cuore Immacolato accanto alla devozione al mio Sacro Cuore!”. “La roccia ha sempre resistito alla prova del tempo! Ma si sarà entrati nella casa di Dio. Guai all’uomo quando si pone sulla Sede di Pietro, perché il giorno del Signore è vicino!” (Papa S. Pio X) “Alzati dunque o invincibile Principe!”. “ Roma perderà la fede e sarà la sede dell’anti-Cristo. “La Chiesa sarà in eclissi”. [Parole pronunziate da Nostra Signora di La Salette a Melanie Calvat nel 1846, in un’apparizione totalmente approvata dalla Santa Chiesa].

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P.S. Apprendiamo proprio oggi che a Johnn Vennari è stato diagnosticato un cancro con metastasi diffuse in fase terminale (da TCW blog settiman.). Ricordiamo per inciso che il suo amico P. Nicholas Gruner, della stessa setta scismatica del C. F. N., nemico acerrimo del Papa Gregorio XVII e della Gerarchia in esilio [come in generale tutti i falsi tradizionalisti] morì improvvisamente il 30 aprile del 2015 fuori dalla Chiesa Cattolica. Preghiamo la Vergine Maria affinché il sig. Vennari abbia tempo e desiderio di rientrare, con la rimozione delle censure ed il sincero pentimento per il male seminato contro il Papa “legittimo”, nella Chiesa cattolica “vera”, ove unicamente c’è salvezza! Ancora una volta costatiamo che:

“QUI MANGE LE PAPE, MEURT!”

[redaz. di Exsurgatdeus.org]

Apprendiamo che il 4 aprile del 2017 John Vennari è deceduto, purtroppo fuori dalla “vera” Chiesa Cattolica, così come già Nicholas Gruner della setta scismatica pseudo-tradizionalista del CFN “Catholic Family News” nel 2015. Ancora una volta:

“QUI MANGE LE PAPE, MEURT!”