I TRE GIORNI DI OSCURITA’

~ I tre giorni di tenebre ~

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“I tempi sono gravi. Il mondo intero è in subbuglio perché è diventato peggiore che al tempo del diluvio! Tutto è sospeso ad un filo; quando si romperà questo filo, la giustizia di Dio si abbatterà come un fulmine e completerà il suo terribile corso di purificazione.” (Visione profetica di suor Elena Aiello, fondatrice delle “Sorelle minime”, 8 dicembre 1958).

I tre giorni di oscurità

Estratti da Yves Dupont (1922-1979)

L’AZIONE DI DIO

     L’aspetto più spettacolare dell’azione di Dio saranno i tre giorni di buio su tutta la terra. I tre giorni sono stati annunciati da molti mistici, come ad esempio: La Beata Anna-Maria Taigi, Padre Pio, Elisabetta Canori-Mora, Rosa-Colomba Asdente, Palma d’Oria, in Italia; Padre Nectou, in Belgio; S. Ildegarda, in Germania; Pere Lamy, Marie Baourdi, Marie Martel. (Questa lista non è esaustiva; molti altri Santi mistici [come Santa Colomba A.D. 597. -ED] hanno annunciato i Tre giorni.).

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La ven. Maria di Agreda ed altri Cattolici eminenti per santità, hanno da secoli profetizzato il terribile prossimo castigo dei Tre giorni di oscurità; nel corso del quale dalla metà ai tre quarti della popolazione mondiale sarà uccisa dall’ira di Dio.

La Chiesa non ci obbliga a credere a qualsiasi profezia particolare, come questione di fede [de fide], ma siamo portati a credere che le profezie possano realizzarsi anche ai nostri tempi, perché nelle Sacre Scritture ed anche nel Vangelo è scritto: “lo Spirito Santo parlerà a molti negli ultimi giorni”. – Inoltre, quando un’identica profezia è stata fatta da persone ampiamente separate nel tempo e nello spazio, quando questa profezia particolare è stata accompagnata da altre predizioni che si sono già avverate nel passato, e quando la santità dei mistici in questione è stata riconosciuta dalla Chiesa, saremmo davvero sciocchi a non credere che la profezia possa realmente avverarsi. Tale è il caso in merito ai Tre giorni di oscurità. Altrimenti come potremmo spiegare che una contadina analfabeta di Bretagna descriva degli avvenimenti così come li descrive un altro mistico, diciamo, in Germania o in Italia?

3 - anna-maria-taigi-1La beata A. M. Taigi…

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… dopo tre giorni di oscurità …

5 - anna-maria-taigi-36 - anna-maria-taigi-4

… San Pietro e San Paolo, dopo essere scesi dal cielo, predicano in tutto il mondo e …

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… designano il nuovo Papa …

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… una gran luce che emana dai loro corpi si depositerà su di un cardinale, cioè su colui che diventerà Papa …

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… la Russia, l’Inghilterra e la Cina, rientreranno nella Chiesa.

I SEGNI PREMONITORI

   Ecco i segni prossimi nel loro probabile ordine di sequenza. Questo, ad essere sinceri, è solo la mia opinione, e potrei sbagliarmi, io stesso infatti non sono un profeta; ma, dopo aver studiato un gran numero di profezie, sembra essere questo l’ordine più probabile:

1) – Farsi beffe delle leggi della Chiesa, l’irriverenza e l’immodestia nella Chiesa, cadere nel semplice atto di presenza nella Chiesa. (Queste tendenze sono state osservate dal 1950, già prima che la vera Chiesa fosse fraudolentemente usurpata nel Conclave del 26 ottobre 1958. -ED)

2) –La mancanza di carità verso il prossimo, l’insensibilità, l’indifferenza, le divisioni, i conflitti, l’empietà, l’orgoglio della conoscenza umana.

3) –La destabilizzazione della vita familiare: l’immoralità, l’adulterio, la perversione della gioventù attraverso i media (ad es. gli omosessuali che danno lezioni nelle scuole), la moda immodesta, le persone interessate solo a mangiare, bere, a ballare e dedite ad altri piaceri.

4) – Tumulti, disprezzo per le autorità, caduta dei governi, confusione in ambienti elevati, corruzione, colpi di stato, guerre civili, rivoluzioni. (I primi quattro segni precursori si sono già verificati o sono in atto, almeno in parte; per noi c’è ancora da vedere la guerra civile e le rivoluzioni in Occidente. Ma la sequenza degli eventi non è rigorosamente cronologica: c’è spazio per qualche sovrapposizione. Così, il 5° segno, il prossimo, sembra pure essere già iniziato).

5) – Inondazioni e siccità, cattivi raccolti, particolari condizioni climatiche, tornado, terremoti, maremoti, carestie, epidemie, malattie sconosciute (ad es. nuovi ceppi di virus).

 L’AVVISO

… sarà dato tra i “segni prossimi” ed i “segni immediati”, e sarà un avvenimento soprannaturale.

Durante il messaggio dell’avviso, molti saranno così spaventati da essere terrorizzarsi e molti desidereranno morire, ma l’avviso stesso sarà completamente innocuo.

L’avviso deve essere considerato come l’ultimo atto della misericordia da Dio, un ultimo appello all’umanità a fare penitenza prima dei tre giorni di oscurità e la distruzione di tre quarti della razza umana. Nel momento in cui diventeranno accettati e “legalizzati” l’omicidio di bambini non ancora nati (l’aborto) ed il peccato di Sodoma e Lesbo, noi dovremmo comprendere che Dio sta per punire l’umanità. – In quel tempo, la guerra e la rivoluzione avrà già causato un forte squilibrio ed il Comunismo sarà vittorioso, ma tutto questo sarà niente in confronto allo sfascio che si produrrà durante i tre giorni.

* È stata rivelato che ci sarà “un avviso”, un avvenimento che precederà immediatamente i 3 giorni di tenebre:

La profetessa Suor Maria di S. Pietro viene menzionata nelle rivelazioni di Marie-Julie Jahenny di La Fraudais, trattando una delle più importanti questioni. A lei è stato rivelato dal cielo la data esatta di un “avvertimento” che accadrà immediatamente prima del “castigo” dei 3 giorni di buio.

Gesù: “… l’avvertimento avverrà in un giorno, già designato, quando ci sarà poco sole, poche stelle e nessuna luce, tanto che non sarà possibile muovere un passo fuori dalle vostre case, rifugio del mio popolo. Questo avverrà quando i giorni cominciano ad allungarsi (a cominciare dal 22 dic.); non sarà dunque nel corso dell’estate, né durante i giorni più lunghi dell’anno (periodo estivo), ma quando le giornate saranno ancora brevi (orario invernale). Non sarà alla fine dell’anno, ma durante i primi mesi (dell’anno), che darò il mio chiaro avvertimento.

Quel giorno di tenebre e fulmini, sarà il primo che Io manderò per convertire l’empio e per vedere se un gran numero di persone tornerà a Me, prima della grande tempesta (castigo) che dopo poco seguirà. L’oscurità con i fulmini di quei giorni, non coprirà tutta la Francia, perché una parte della Bretagna sarà risparmiata. (Tuttavia) l’angolo in cui si trova la terra della Madre mia, la Madre Immacolata (la terra di S. Anna), non sarà coperta dal buio che giungerà fino alla vostra postazione (casa di Marie-Julie)… Tutto il restante sarà nel più terribile spavento. Da una notte alla successiva — un giorno completo —, il tuono non cesserà di rombare. Il fuoco dai fulmini produrrà numerosi danni, anche nelle case chiuse, dove qualcuno vive nel peccato. Figli miei, il primo giorno (di castigo) non toglierà nulla dagli altri tre (il castigo di 3 giorni) già sottolineato e descritto.

Quel giorno è stato rivelato alla mia serva, Catherine (Labouré), nelle apparizioni della mia Beata Madre sotto il titolo di: “Maria concepita senza peccato”. Quel giorno è (anche) registrato e ben sigillato in cinque rotoli dalla Suora di San Pietro di Tours. Quel rotolo rimarrà un segreto fino al giorno in cui una persona di Dio porrà una mano predestinata su ciò che il mondo avrà ignorato, ed anche tra gli abitanti di quel chiostro. (“Profezie di La Fraudais di Marie-Julie Jahenny”, pp. 50-51) – Rileviamo che il libro della mistica bretone, non ha imprimatur nè autorizzazione ecclesiastica, quindi non ci sono garanzie da parte di alcuna Autorità competente!! [v. Costit. Apostol. “Officiorum ac munerum”, di S. S. Leone XIII]

Nota: Il 5 agosto 1850, per ordine di Mgr. Morlot furono nascosti gli scritti di Suor Maria di S. Pietro del Carmelo di Tours. Ora è chiaro che il giorno di cui parla Nostro Signore è “un avvertimento”. Quel giorno è il “primo giorno (del castigo)” che Egli invierà per convertire i peccatori prima della “grande tempesta” (il grande castigo) che seguirà da vicino.” Gesù ha detto che, in quel giorno, Egli avrebbe dato il suo “avviso selezionante”.

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I tre giorni di oscurità

IL SEGNO IMMEDIATO

     Il vento ululerà e ruggirà. Lampi e fulmini di una potenza senza precedenti colpiranno la terra. Tutta la terra tremerà, ed i corpi celesti saranno disturbati (questo sarà l’inizio dei tre giorni). Ogni demone, ogni spirito maligno sarà rilasciato dall’inferno e avrà il permesso di vagare sulla terra.  –  Avranno luogo terrificanti apparizioni. Molti moriranno di puro spavento. Pioverà fuoco dal cielo, tutte le grandi città saranno distrutte, gas velenosi riempiranno l’aria, grida e lamenti saranno ovunque. I miscredenti bruceranno all’aperto similmente all’erba appassita. Tutta la terra sarà afflitta: essa sarà simile ad un enorme cimitero.  –  Appena si noteranno (questi segni), occorrerà correre al chiuso, bloccare tutte le porte e le finestre, tirare giù gli oscuranti, per non vedere, mettere rotoli di carta adesiva sulle prese d’aria, nei pressi di porte e finestre. Non bisogna rispondere alle chiamate provenienti dall’esterno, né guardare le finestre, o si morirà sul posto: “Tenete gli occhi in basso per assicurarvi che non sia possibile visualizzare le finestre assecondando la curiosità; l’ira di Dio è tanto potente, e nessuno deve tentare di sfuggire. Solo le candele di cera daranno luce; nient’altro brucerà, e le candele non si spegneranno una volta accese. Niente le alimenterà nelle case dei fedeli, ma esse non bruceranno nelle case dei “senza Dio”. Occorrerà spruzzare acqua Santa per la casa e soprattutto in prossimità di porte e finestre: i demoni infatti temono l’acqua Santa. Beneditela voi stessi e con essa ungete i cinque organi di senso: occhi, orecchie, naso, bocca, con mani, piedi e fronte. Tenete a disposizione una sufficiente quantità di acqua potabile e, se possibile, anche di cibo (anche se si può vivere senza cibo per tre giorni). Inginocchiatevi e pregate incessantemente con le braccia tese o prostrati sul pavimento. Fate gli atti di contrizione, di fede, speranza e carità. Soprattutto bisogna recitare il Rosario e meditarne i Misteri Dolorosi.  –  Alcune persone, soprattutto bambini, andranno in cielo in anticipo perché sia risparmiato loro l’orrore di questi giorni. Le persone sorprese all’aperto moriranno all’istante. Tre quarti della razza umana sarà sterminata, più uomini che donne. Nessuno sfuggirà al terrore di questi giorni.

La beata Anna-Maria Taigi ha dichiarato, per quanto riguarda questi terribili tre giorni di buio e di castigo:

“Dio manderà due castighi: uno sarà sotto forma di guerre, rivoluzioni e altri mali; essi quindi devono provenire dalla terra. L’altro sarà inviato dal cielo. Deve venire sopra la terra intera un buio intenso della durata di tre giorni e tre notti. Non si vedrà niente, e l’aria sarà carica di miasmi pestiferi che assaliranno principalmente, ma non solo, i nemici della religione. Sarà impossibile utilizzare qualsiasi illuminazione artificiale durante questa oscurità, ad eccezione delle candele di cera benedette. Chi, per curiosità, aprirà la sua finestra per guardare fuori, o lascerà la sua casa, cadrà morto sul posto. Durante questi tre giorni, la gente dovrebbe rimanere nelle proprie case, pregare il Rosario e implorare la pietà di Dio.”

“Tutti i nemici della Chiesa, conosciuti o sconosciuti, periranno sopra tutta la terra durante quel buio universale, con l’eccezione di alcuni che Dio convertirà presto. L’aria sarà infestata da demoni che appariranno sotto ogni sorta di orribili forme.”

Ma, quando tutto sembrerà perduto e senza speranza, ecco che, in un batter d’occhio, la prova sarà finita: sorgerà il sole e brillerà ancora una volta come in primavera sopra una terra purificata.- Alcune nazioni scompariranno completamente, e cambierà il volto della terra. Ci saranno non più “grandi imprese” ed fabbriche enormi che succhiano le anime degli uomini. Si farà rivivere la lavorazione artigianale, e le catene di montaggio saranno sostituite dal banco di lavoro. – Le persone torneranno alla terra, ma il cibo sarà scarso per circa tre anni. Le donne sposate partoriranno molti bambini, e per esse sarà considerata una vergogna il non avere figli, non ci saranno più “donne in carriera” che faranno uso di contraccettivi. Di donne non sposate, ce ne saranno molte, faranno parte di ordini religiosi formando grandi congregazioni di suore all’interno della Chiesa che rinascerà. Le malattie diminuiranno drasticamente, le malattie mentali saranno rare, perché l’uomo rivivrà nel suo ambiente naturale. Sarà un’epoca di fede, di vera fraternità tra vicini di casa, di civile armonia, pace e prosperità. La terra produrrà colture come mai prima. La polizia avrà poco lavoro da svolgere: la criminalità scomparirà quasi completamente. L’onestà e la fiducia reciproca sarà universale. Ci sarà poco lavoro anche per gli avvocati ed i giudici. Tutte le risorse umane che sono attualmente accaparrate dalla malvagità del mondo moderno, saranno liberate e disponibili per la produzione di materie prime utili. Così la prosperità sarà molto grande. Questo meraviglioso periodo durerà probabilmente 30 anni circa. Non appena si vedrà il sole sorgere nuovamente, alla fine dei tre giorni, ci si inginocchierà e si renderà grazie a Dio!

     Una volta avvertiti, diffondete il messaggio, non abbiate paura: sarebbe un’offesa a Dio mostrare mancanza di fiducia nella sua protezione. Coloro che diffondono il messaggio saranno protetti, ma i beffardi, gli scettici e coloro che nasconderanno il messaggio, perché hanno paura, non sfuggiranno al castigo.  

COSA FARE INTANTO

   DIFFONDERE IL MESSAGGIO; Rimanere nello stato di grazia; andare alla Messa (Nota: questo non è possibile per la maggior parte dei veri cattolici durante questa “Eclissi profetizzata (da Nostra signora di La Salette) della Chiesa”. Leggere le informazioni imperative su come adempiere all’obbligo di Messa e Confessioni valide -ED). Si reciti il Rosario ogni giorno. Procuratevi alcune candele di cera d’api e fatele benedire da un vero prete (approvato) con missione dai successori di Papa Gregorio XVII . Non comprate candele bianche ordinarie; non sono fatte di cera d’api. Si preghi per la libertà e l’esultanza della vera Chiesa. Si reciti la preghiera a S. Michele che sua Santità Papa Leone XIII ha composto dopo aver assistito ad una terrificante visione del potere di Satana. Si indossi lo scapolare marrone e la Medaglia Miracolosa. Si faccia penitenza col negare a se stessi alcuni piaceri ed intrattenimenti anche legittimi; molte delle Sante persone che hanno predetto questo castigo, insistono molto su questo punto. Mangiate con parsimonia, frugalità, giusto per sostenere la vita correttamente – pensate al cibo come ad una medicina. Quando i segni prossimi saranno finiti, vale a dire la guerra e la rivoluzione che si conclude con la vittoria del comunismo [il mondialismo del “nuovo ordine” – ndr. -], e quando si vedrà il segno di allerta, occorrerà ricordarsi di preparare il cibo, l’acqua potabile, le coperte e altri generi di prima necessità.

11 - cardinal-manning

“L’apostasia della città di Roma dal Vicario di Cristo e la sua distruzione da parte Anticristo può essere un pensiero così nuovo per molti cattolici, che credo sia bene citare il testo dei teologi di più grande fama. Primo il Malvenda, che scrive espressamente sul tema, riportando il parere di Ribera, Gaspar Melus, Biegas, Suarrez, Bellarmino e Bosius egli dice che: Roma deve apostasare dalla fede, cacciare il Vicario di Cristo e tornare al suo antico paganesimo. … Poi la Chiesa sarà dispersa, guidata nel deserto e sarà come una volta, alle origini, invisibile, nascosta nelle catacombe, nei sotterranei, nelle grotte, in anfratti; per un periodo di tempo deve essere spazzata quasi dalla faccia della terra. Tale è la testimonianza universale dei padri della Chiesa primitiva.-Henry Edward cardinale Manning, La crisi attuale della Santa Sede, 1861, London: Burns e Lambert, pp. 88-90.

 

Marie-Julie Jahenny, la bretone stigmatizzata di Monsieur De La Franquerie, è un libro poco noto del Ciambellano di Pio XII che strappa la maschera agli invasori frammassoni della setta del Vaticano-2… e fornisce informazioni precise su come soravvivere ai 3 giorni di buio: è un libro da divulgare.

 

12 - ven-elizabeth-canori-mora-prophecy-3-days-darkness

La venerabile Elisabetta Canori-Mora (d. 1825) “S. Pietro, poi ha scelto il nuovo Papa. La Chiesa è stata riorganizzata…”

“… il cielo, coperto di nuvole dense, era così lugubre che era impossibile guardare senza sgomento… il braccio vendicatore di Dio colpirà i malvagi, e nel suo possente potere Egli punirà il loro orgoglio e presunzione. Dio impiegherà le potenze dell’inferno per lo sterminio di tali persone empie ed eretiche che hanno il desiderio di rovesciare la Chiesa e distruggerne le fondamenta. …. Innumerevoli legioni di demoni invaderanno la terra ed eseguiranno gli ordini della Giustizia divinaNiente sulla terra deve essere risparmiato. Dopo questa spaventosa punizione vidi i cieli aprirsi, e San Pietro scendere nuovamente sulla terra; fu rivestito del suo abito Pontificio e circondato da un gran numero di Angeli che cantavano inni in suo onore, e lo proclamavano sovrano della terra. Ho visto anche S. Paolo discendere sulla terra. Al comando di Dio, ha attraversato la terra ed ha incatenato i demoni, portandoli davanti a San Pietro, ed ha comandato loro di tornare all’inferno, lì da dove erano venuti.

“Poi una grande luce apparve sulla terra: era il segno della riconciliazione di Dio con l’uomo. Gli Angeli hanno condotto davanti al trono del Principe degli Apostoli il piccolo gregge che era rimasto fedele a Gesù Cristo. Questi buoni e zelanti cristiani Gli hanno testimoniato il più profondo rispetto, lodando Dio e ringraziando gli Apostoli per averli risparmiati dalla distruzione comune e per aver protetto la Chiesa di Gesù Cristo, non permettendo di essere infettati dalle false massime del mondo. S. Pietro allora ha scelto il nuovo Papa. La Chiesa è stata riorganizzata…” (Profezia della Venerabile Elisabetta Canori-Mora (d. 1825) come registrato nel libro di p. Culleton: “i profeti e il nostro tempo” 1941 A.D. Imprimatur) .

La venerabile Elisabetta Canori-Mora (d. 1825) “S. Pietro, poi ha scelto il nuovo Papa. La Chiesa è stata riorganizzata…”

“… il cielo, coperto di nuvole dense, era così lugubre che era impossibile guardare senza sgomento… il braccio vendicatore di Dio colpirà i malvagi, e nel suo possente potere Egli punirà il loro orgoglio e presunzione. Dio impiegherà le potenze dell’inferno per lo sterminio di tali persone empie ed eretiche che hanno il desiderio di rovesciare la Chiesa e distruggerne le fondamenta. …. Innumerevoli legioni di demoni invaderanno la terra ed eseguiranno gli ordini della Giustizia divinaNiente sulla terra deve essere risparmiato. Dopo questa spaventosa punizione vidi i cieli aprirsi, e San Pietro scendere nuovamente sulla terra; fu rivestito del suo abito Pontificio e circondato da un gran numero di Angeli che cantavano inni in suo onore, e lo proclamavano sovrano della terra. Ho visto anche S. Paolo discendere sulla terra. Al comando di Dio, ha attraversato la terra ed ha incatenato i demoni, portandoli davanti a San Pietro, ed ha comandato loro di tornare all’inferno, lì da dove erano venuti.  –  “Poi una grande luce apparve sulla terra: era il segno della riconciliazione di Dio con l’uomo. Gli Angeli hanno condotto davanti al trono del Principe degli Apostoli il piccolo gregge che era rimasto fedele a Gesù Cristo. Questi buoni e zelanti cristiani Gli hanno testimoniato il più profondo rispetto, lodando Dio e ringraziando gli Apostoli per averli risparmiati dalla distruzione comune e per aver protetto la Chiesa di Gesù Cristo, non permettendo di essere infettati dalle false massime del mondo. S. Pietro allora ha scelto il nuovo Papa. La Chiesa è stata riorganizzata…” (Profezia della Venerabile Elisabetta Canori-Mora (d. 1825) come registrato nel libro di p. Culleton: “i profeti e il nostro tempo” 1941 A.D. Imprimatur)

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Stupenda “profezia del Degno pastore (data A.D. 2013) “ Lettura del Beato Tomasuccio de Foligno (XIV sec.) sulla famosa Profezia sulla Gerarchia indifesa ora in esilio.

“Uno al di là delle montagne (un ultramontano) è diventato il Vicario di Cristo. Religiosi e chierici prendono parte a questo cambiamento.-  Fuori dalla vera via, ci saranno solo uomini poco raccomandabili; alzo le spalle poiché la barca di Pietro è in pericolo e non c’è nessuno a prestargli aiuto … lo scismatico deve cadere nel disprezzo dei fedeli italiani … “Per circa dodici anni dopo il millennio gli sono stati sottoposti, ma [quindi a partire dal 2013 A.D.] il manto splendente del potere legittimo deve uscire dall’ombra nella quale veniva tenuto dallo scisma. E cessato il danno di colui [l’antipapa usurpatore] che blocca la porta della salvezza, per il suo scisma ingannevole, e giunto così al termine, il numero dei fedeli si unisce al degno Pastore, ciascuno per districarsi dall’errore e restituisce alla Chiesa la sua bellezza rinnovandola. ”

(Profezia del Beato Tomasuccio da Foligno, XIV secolo).

 

 

 

 

 

CATTOLICESIMO LIBERALE E PSEUDOTRADIZIONALISMO SCISMATICO, NUOVE FORME DI PAGANESIMO

liberalismo

[El liberismo es pecado; Barcellona, 1887]

Il nuovo paganesimo odierno copre un ambito esteso, da quello chiaramente individuabile nell’ateismo e nel marxismo social-politico, a quello delle sette osoterico-magiche, da quello delle diverse obbedienze massoniche a quello apparentemente devoto dei falsi cattolici del “novus ordo” [la contro-Chiesa] e soprattutto a quello degli aderenti alle oramai numerose sette scismatiche senza giurisdizione e missione, le “fantacattoliche” sacrileghe, autoreferenziate tradizionaliste, sedevacantiste di nome o di fatto, ma tutte rigorosamente canonicamente fuori dalla Chiesa Cattolica. Per comprendere meglio la questione, fondamentale per la salvezza dell’anima, proponiamo la lettura illuminante del capitolo VII del celebre libro di Felix Sarda y Salvany: “Il liberismo è un peccato”, volume che andrebbe impresso con caratteri di fuoco nelle menti stravolte degli ingannati ma auto-compiacenti modernisti, dei liberisti vaganti tra sentimentalismo, adattamenti socio-culturali, tolleranza e sostegno degli errori, personalismo benpensante, ma sempre tutti accuratamente ignari, per colpevole volontà, dell’unica guida certa per raggiungere la salvezza, fine ultimo della Religione, che è il Magistero della Chiesa.

CAP.7

IN CHE CONSISTE CON TUTTA PROBABILITA’ L’ESSENZA O LA RAGIONE INTRINSECA DEL CATTOLICESIMO LIBERALE

Se si considera l’intima essenza del liberalismo detto cattolico o, per parlare più volgarmente, del cattolicesimo liberale, si vede che con ogni probabilità essa è dovuta ad una falsa interpretazione dell’ATTO di FEDE. I cattolici liberali, se li si giudica dalle loro spiegazioni, fanno risiedere tutto il motivo della loro fede, non sull’AUTORITA’ DI DIO INFINITAMENTE VERITIERO E INFALLIBILE che si è degnato di rivelarci il solo cammino che ci può condurre alla beatitudine soprannaturale, ma nel libero apprezzamento del giudizio individuale stimando questa credenza la migliore d’ogni altra.

Essi non vogliono riconoscere il Magistero della Chiesa come il solo che sia autorizzato da DIO a proporre ai fedeli la dottrina rivelata e a rivelarne il vero significato. Ma al contrario, facendosi giudici della dottrina, essi accettano di essa ciò che a loro pare buono, riservandosi il diritto di credere il contrario, tutte le volte che apparenti ragioni sembreranno dimostrar loro oggi come falso ciò che ieri era loro sembrato vero. (grassetto e sottolineatura redaz.).

Per rigettare questa pretesa è sufficiente conoscere la dottrina fondamentale sulla FEDE, esposta su questa materia dal santo CONCILIO VATICANO. Dopotutto i cattolici liberali si definiscono cattolici poiché essi credono fermamente che il Cattolicesimo è la vera rivelazione del Figlio di DIO; ma essi si definiscono cattolici-liberali o cattolici-liberi, poiché giudicano che ciò ch’essi credono non possa essere imposto ad alcuno per nessun motivo superiore a quello di una libera scelta dell’interessato. E tutto ciò in tal modo che a loro insaputa il diavolo ha malignamente sostituito in loro il principio naturalista del libero esame al principio soprannaturale della Fede; da qui risulta che immaginandosi di avere la Fede delle Verità cristiane essi non la possiedono affatto, ma solo sono convinti di averla, il che ovviamente non è proprio la stessa cosa.  –   Ne consegue che, secondo loro, ritenendo libera la loro intelligenza di credere o non credere, questo sia lo stesso criterio per le persone di tutto il mondo. Essi non vedono nell’incredulità un vizio, un’infermità o un accecamento volontario dell’intendimento e più ancora del cuore, ma un atto lecito, emanante dal foro interno di ciascuno, che diviene padrone dunque, in tal caso, di credere o di negare. Il loro orrore di qualsiasi pressione esterna fisica o morale, che prevenga o castighi l’eresia, deriva da questa dottrina e produce in loro l’odio verso qualsiasi legislazione genuinamente cattolica. Da qui anche il rispetto profondo con il quale vogliono che si trattino sempre le convinzioni altrui, anche le più nemiche della verità rivelata, poiché per essi, le più erronee sono tanto sacre quanto le più vere, poiché tutte nascono da un medesimo principio altrettanto sacro: “la libertà intellettuale”. E’ così che si erige a dogma ciò che si chiama “tolleranza”, espressione in uso presso i polemisti cattolici, propositori così di un nuovo codice di leggi che mai conobbero, nei tempi passati, i grandi polemisti del Cattolicesimo.  –   Essendo la concezione della Fede essenzialmente naturalista, ne deriva che tutto il suo sviluppo successivo nell’individuo e nella società, deve esserlo allo stesso modo. Sr ne deduce allora che il giudizio principale e spesso esclusivo, che i cattolici-liberali danno della CHIESA, verta sui vantaggi culturali e di civilizzazione ch’essa procura ai popoli. Essi dimenticano e non citano mai, per così dire, il suo fine primario e soprannaturale che è la “glorificazione di DIO e la salvezza delle anime”. Molte apologie cattoliche scritte nella nostra epoca sono intrise di debolezza spirituale a causa di questa falsa concezione. E questo a tal punto che se, per disgrazia, il Cattolicesimo fosse stato causa di qualche ritardo nel progresso materiale dei popoli, esso non sarebbe più con buona logica agli occhi di quegli uomini, né una religione vera né una religione da lodarsi.  –   E notate che se si realizzasse questa ipotesi, ed essa può realizzarsi – dato che la fedeltà a questa stessa religione ha certamente causato la rovina materiale di famiglie e d’individui- la Religione non ne risulterebbe meno eccellente e divina.  –   Questo criterio è quello che dirige la penna della maggior parte dei giornalisti liberali; s’essi lamentano la demolizione d’una chiesa, non mettono in rilievo che la profanazione dell’arte; se si schierano in favore degli ordini religiosi, essi non fanno valere che i servizi resi dagli stessi alle Lettere; essi esaltano una suora di carità, ma solo in considerazione dei servizi umanitari con i quali ella ha addolcito gli orrori della guerra; essi ammirano del culto ciò che rientra nei canoni della sua bellezza esteriore e della sua poesia; se nella letteratura cattolica, essi rispettano le Sante Scritture, è solamente a causa della loro sublime maestà.  –  Da questa modalità di lodare le cose cattoliche semplicemente per la loro grandezza, la loro bellezza, la loro utilità, la loro eccellenza materiale, ne deriva logicamente che l’errore ha diritto alle stesse lodi allorquando esso si presta ai medesimi giudizi, come l’hanno avute in apparenza, in certi momenti, diverse false religioni.

La stessa Pietà non è potuta sfuggire all’azione perniciosa del Principio Naturalista; esso l’ha pervertita in “pietismo” cioè in una falsificazione della vera Pietà, come vediamo in tante persone che non ricercano nelle pratiche di pietà altro che l’emo-zione ch’esse possono originare, e questo è un puro “sensualismo” e niente di più. Così oggi constatiamo che, in molte anime, l’ascetismo cristiano, che è la purificazione del cuore mediante la repressione degli appetiti dei sensi, è interamente fiaccato e che il misticismo cristiano, che non è né l’emozione né la consolazione interiore, né alcun’altra di queste dolcezze umane, ma l’unione con DIO mediante l’assoggettamento alla sua santa volontà e all’amore soprannaturale, è completamente sconosciuto. – Per queste ragioni il cattolicesimo di un gran numero di persone, nella nostra epoca è un cattolicesimo liberale o più esattamente un cattolicesimo FALSO. Questo non è Cattolicesimo, ma un semplice Naturalismo, un naturalismo puro; cioè in una parola, se ci è permesso, Paganesimo con il linguaggio e le forme cattoliche.

 

Omelia della DOMENICA XVI DOPO PENTECOSTE

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. II -1851-]

(Vangelo sec. S. Luca XIV, 1-11)

tre giovani

-Rispetti Umani-

L’odierno Vangelo ci presenta Gesù Cristo Vincitore degli umani rispetti. Vien Egli invitato da un capo e principe dei Farisei ad onorevole convito. Oh! direte voi, questa volta i Farisei han conosciuto il merito di Gesù Nazzareno. V’ingannate. Lo chiamano a mensa per potere più da vicino spiare le sue azioni; ma queste, sono talmente a norma d’ogni eccellente virtù, che non trovano onde intaccarlo. Era innanzi a Lui un uomo gonfio per idropisia, forse dai Farisei introdotto a disegno, per osservare che cosa farebbe quest’uomo operatore di miracoli, pensando fra loro: O Gesù lo guarisce, e così si fa reo di violato precetto, essendo giorno di sabato; o lo rimanda, e mostra temere, le nostre censure. Ma l’incarnata Sapienza che vede le inique loro mire li fa cadere nel laccio che teso gli avevano, e prende ad interrogarli così: “è egli lecito in giorno di sabato curar gli infermi?” Si mirano i Farisei l’un l’altro in volto, e non sanno che rispondere. Se dicono esser lecito, vengono ad approvare quel che più volte hanno in Lui condannato. Se rispondono di no, temono restar convinti della sua dottrina, della quale tanto volte hanno sperimentato la forza onde si appigliano al più sicuro partito di un perfetto silenzio. Il Salvatore allora stesa la mano all’idropico lo risanò sull’istante. Volto indi agli stupefatti Farisei: “Chi di voi, disse, se gli cade in giorno di sabato l’asino o il bue in una fossa, non si adopra per rialzarlo? E se ciò vi credete permesso, perché condannarmi di trasgressore della legge, se sollevo dalla loro miseria i poveri infermi?” Così parlò, così operò Cristo Gesù in faccia ai suoi nemici: così parlò così operò in tante occasioni consimili, qualora lo richiedeva la carità e la gloria del suo divino Padre, senza punto temere la critica e la censura dei suoi avversari, senza far conto di alcun umano riguardo. Esempio così luminoso com’è seguitato da’ cristiani? Oh Dio! La maggior parte si lascia dagli umani rispetti ritirare dal bene, o trascinare al male. Ad impedir disordine tanto notevole, son qui a dimostrarvi quanto son da disprezzarsi i rispetti umani. Diam principio. – Per ragion di chiarezza, per dare qualche ordine all’argomento, io distinguo una gran parte di cristiani in due classi: nella prima coloro che sono fuori del sentiero della salute, e vorrebbero entrarvi, ma dagli umani rispetti, come da tanti lacci, sono ritenuti; nella seconda quei che battono la via della salute, e dagli umani riguardi, come da tante funi, sono tirati ad uscirne. Vediamo quanto gli uni e gli altri debbano disprezzare i rispetti umani, se pur vogliono salvarsi. – Molti dopo aver corsa la strada dell’iniquità, son costretti a confessare d’esserne stanchi: “Lassati sumus in via iniquitatis” (Sap.V, 7). Ammaestrati e convinti dalla propria esperienza, che il peccato non può far il cuore contento, ch’è un dolce veleno, un verme che rode, che rende tristi i giorni ed inquiete le notti, vorrebbero lasciar la mala vita, e darsi a Dio. Ma, … e che dirà il mondo? Se giovani, ci deriderà come pinzocheri; se vecchi, come rimbambiti. Io vedo, dice taluno, e tocco con mano che il giuoco è la mia rovina, rovina dei miei affari e della mia famiglia, conosco la necessità d’abbandonarlo; ma dirà il mondo che non ho più danari, o che la moglie me lo ha proibito. Sono stufo, ripiglia un altro, di più tener corrispondenza con quella lupa, con quell’arpia che mi mangia vivo. Conosco esser necessario per me il non metter più piede in sua casa; ma se me n’allontano, dirà il mondo, che i suoi sospetti erano fondati, o che ne fui via scacciato. E intanto per timor di: “cosa dirà il mondo?” non si lascia il giuoco, non si tronca la rea amicizia, si vive in peccato, e si muore in peccato. Gran forza han queste poche parole: “Che dirà il mondo?” Ma in grazia, di qual mondo parlate? V’è un mondo riprovato, iniquo, maledetto, per il quale Gesù Cristo si protestò di non pregare, “non pro mundo rogo” ( Giov. XVII, 9), mondo maligno, anzi, al dir di S. Giovanni Evangelista, tutto immerso nella malignità, “mundus totus in maligno positus est” (Giov. V, 19). I seguaci di questo che dicono male, son minacciati di funesti guai, “vae qui dicitis malum bonum, et bonum malum” (Is. V, 20). Da costoro la virtù si chiama vizio, e vizio la virtù, la devozione ipocrisia, le pietà superstizione, la sincerità stoltezza, destrezza l’inganno, sagacità la bugia, industria la mala fede. Domando ora a voi, ascoltatori di buon giudizio, se un mondo di questa fatta merita di esser ascoltato? Qual conto si deve far delle sue parole? Meno di quel d’un matto. Evvi un’altra parte di mondo onesto, virtuoso, che Gesù Cristo dice non esser venuto a giudicare, “non veni ut iudicem mundum” (Giov. XII, 17). Gli uomini che lo compongono, son di buon senno, buoni cristiani, gente d’onore e di riputazione, e questi approveranno la mutazione di vostra vita, e loderanno la riforma di vostra condotta. Il mondo dunque che voi temete che parli, che dica di voi, si riduce a un pugno di cicaloni, di scostumati, dai quali esser mal veduto e biasimato è una gloria per l’uomo onesto; siccome gloria è del sole l’esser odiato dai gufi, dalle nottole, dai pipistrelli e da tutti gli altri uccelli notturni. Ecco a che è ridotta l’idea gigantesca di quel mondo, di cui temete le dicerie. Un pugno di screditate persone è quell’esercito che vi spaventa, quel tiranno che vi fa schiavi, quell’idolo a cui sacrificate la vostra pace, l’anima vostra, l’eterna vostra salvezza. – V’è di più. Quegli scipiti, che dal savio cambiamento di vostra condotta piglieranno motivo a deridervi, saranno poi costretti a lodarvi; e ciò perché la virtù ha tanta forza, che fa colpo anche in un animo avverso, e si fa stimare anche dai nemici. Volete vederlo? Ecco là nel campo di Dura una statua d’oro, che, per ordine di Nabucodonosor, tutto l’immenso popolo adunato, al suono di trombe e di mille musicali strumenti, deve adorarla. Al dato segno tutti si prostrano. Tre giovani Ebrei non vogliono piegare né ginocchio, né fronte. Acceso di collera il superbo regnante ad essi intima o l’adorazione prescritta, o l’esser gettati vivi nel seno d’ardente fornace: “e qual Dio, conchiude, potrà liberarvi dalle mie mani?”. “Quel Dio, rispondono, che non conosci, e che noi adoriamo, potrà liberarci se vuole. Che se tale non fosse la sua volontà, la nostra è questa: la tua statua non vogliamo adorare”. Non si contiene il disubbidito monarca, e all’impetuoso suo comando sono precipitati in mezzo a fornace ardentissima. Ma il fuoco di questa rompe al di fuori a vampe immense, divora i ministri esecutori dell’empio comando, e lascia illesi i tre costanti giovani, che in mezzo alle fiamme benedicono il Signore, e cantano le sue lodi. A questa vista confuso e stupefatto Nabucco: “uscite, ad alta voce esclama, uscite, venite fuori, o servi di Dio eccelso”, “egredimini, et venite” (Dan. III, 93), e sia benedetto il vostro Dio. Indi al cospetto de’ Satrapi e de’ Magistrati li loda, li encomia, e li promuove a gradi e a dignità nelle province del suo impero. – E perché, entra qui S. Giovanni Crisostomo, vengono questi così onorevolmente trattati da chi prima li odiava a morte? Perché, risponde, han calpestato il mondo, il mondo li esalta; perché han disprezzato il mondo, il mondo li onora; perché la virtù ha tanta forza da cangiar il cuore e farsi amare anche da’ nemici: “Postquam eos vidit Rex generose tantes, praedicavit, coronavit, quia contempserant”. – Un’altra classe di timorati fedeli cammina nella strada del Signore, e in questa strada tanti incontra pericoli, quanti sono gli umani rispetti. Stolto chi da questi si lascia vincere, ed abbandona il buon sentiero! Mi rivolgo ai tentati su di questo punto e dico: vi credete scansare le critiche del mondo col dare ascolto alle dicerie del mondo? Siete in errore. Fingete di esser chiamati, come lo fu il divin Salvatore, in giorno di sabato a lauto convito e vi siano presentati cibi proibiti. Sarà da compiangere la vostra stoltezza, se per timore di qualche motto schernevole venite a violare l’ecclesiastico precetto. Voi anzi incontrerete di peggio. Che potranno dire di voi se fedeli al vostro dovere spiegherete carattere, e vi darete il vanto d’essere buoni cattolici? Si dirà al più, se siete cosi scrupolosi, se avete ancora questi pregiudizi. Se poi per l’umano riguardo disubbidite a Dio ed alla Chiesa, aspettatevi pure irrisioni, e sarcasmi più ingiuriosi e pungenti. Chi teme la rugiada, dice lo Spirito Santo, sarà oppresso dalla neve: “Qui timent pruinam irruet super eos nix” (Giob. VI, 16) . Mirate, diranno, mirate costui che faceva il divoto: la gola ha smascherata l’ipocrisia, andatevi a fidar di questa gente. Lo stesso vi avverrà, se per non contraddire, o per non parer beghini, terrete mano ai discorsi immodesti, se non ributterete certe familiarità, se darete facile orecchio alle mormorazioni: lo stesso in mille altre occasioni e cimenti, in cui vi troviate al bivio, o di romperla con Dio o col mondo. Volgetevi a qualunque parte, è inevitabile la diceria. Il mondo non si può far tacere, col mondo non si può indovinare: pretendereste sfuggire i suoi morsi, le sue maldicenze, alle quali è stato soggetto un Uomo-Dio? Diviso era il popolo nel concetto di esso Lui; dicevano alcuni che era buono, altri dicevano: no, è un seduttore! (Giov. VII, 12). Se dunque tanto nel bene, quanto nel male schivar non si possono i rimbrotti del mondo insano, miglior partito sarà per noi l’appigliarci al bene, e star costanti nella carriera della cristiana virtù, e non lasciarci smuovere dal soffio delle bocche malefiche, per non correre la mala sorte di quegli uccelletti, dei quali parla S. Agostino nel Salmo novantesimo. Il cacciatore per farne preda stende in giro ai folti veprai, ove sono nascosti, sottilissime ragne; indi con schiamazzi, col forte dibattere delle mani fa tanto strepito, che quegli spaventati si danno a precipitosa fuga, e nel fuggire incappano nelle tese reti. Se quegli stolti si fossero tenuti fermi nel loro nascondiglio, avrebbero deluse le insidie del cacciatore. Tanto accade a chi teme le ciarle, e gli spauracchi del mondo: per un vano timore non contenta il mondo, e perde se stesso. – Or via, conchiudiamo, venite qua tutti voi che dagli umani rispetti vi lasciate tirare al male o rimuovere dal bene, udite su quest’ultimo il mio parlare. Sonerà per voi, suonerà per tutti, l’ultima ora: vi ridurrete al punto estremo: orsù siate coerenti a voi stessi: voi avete temuto le parole e i dileggiamenti del mondo, e perciò vi siete allontanati da’ sacramenti e dalle pratiche di devozione. Siate, ve lo ripeto, siate coerenti a voi stessi, fate altrettanto in questo punto, non vi confessate, non chiamate alla vostra assistenza né sacerdoti, né religiosi, andate incontro alla morte senz’alcun segno di cristiana pietà. Oh Dio! che dite voi mai? Sarebbe questo il massimo disonore delle nostre persone, e delle nostre famiglie: si direbbe di queste, che dappocaggine, che empietà lasciarli morire senza sacramenti, senza spiritual assistenza: si direbbe di noi che siamo morti da eretici, da atei, da bestie. Intendo, intendo: “Ah mondo tristo! Finché siamo in vita, ci biasima il mondo se ci accostiamo ai sacramenti: in punto di morte ci condanna se non riceviamo i sacramenti”. Che contraddizione è questa? Ah mondo falsario, mondo ingannatore! Chi dalle sue insanie prenderà la norma di sua condotta? Ben l’intesero i Santi che veneriamo sugli altari. Essi si son posti sotto de’ piedi gli umani rispetti, han disprezzato il mondo, ed ora il mondo li stima, li loda, li onora. Corriamo su le loro pedate, e vincitori del mondo arriveremo dov’essi pervennero, che Iddio cel conceda.

 

 

“L’esame di coscienza”

“L’esame di coscienza”,

di p. Gian Battista Scaramelli, S.J.

(da: il Directorium Asceticum, vol III. Settima edizione, 1917. R. & T. Washbourne, Ltd., Londra. pp. 334-364)

 

Articolo IX. — ottavo mezzo per conseguire la perfezione cristiana. –

confessione

L’ESAME DI COSCIENZA QUOTIDIANO.

Capitolo I.

Che il quotidiano esame di coscienza sia un importante mezzo di perfezione cristiana è indicato dall’autorità dei Padri della Chiesa.

Ci sono due tipi di confessione per cui una persona devota può cancellare i peccati che macchiano la sua coscienza: la prima è la sacramentale, fatta ai piedi di un confessore; l’altra è totalmente segreta, e si svolge tra Dio e l’anima, con l’esclusione di ogni altra persona; e questa è chiamato “l’esame di coscienza quotidiano”, perché esso viene generalmente praticato ogni giorno onde raggiungere la purezza di cuore ed il progresso nella perfezione. In entrambi i tipi di confessione, sono necessarie, perche siano efficaci, la ricerca del peccato e l’umile dolore, allo scopo di emendarsi. In entrambi i casi, dobbiamo accusarci dei nostri peccati: nel primo caso, attraverso le orecchie del sacerdote, nel secondo, alla presenza di Dio. Se in questa solitaria accusa di noi stessi, il nostro pentimento raggiunge la contrizione perfetta, sia nell’uno che nell’altro tipo di confessione, si ottiene il perdono ed il ripristino della purezza della nostra anima. C’è, tuttavia, questa differenza, che quando uno è colpevole di un peccato grave, è un obbligo grave di renderlo noto nella Confessione sacramentale, altrimenti ricadrebbe nuovamente sotto la giustizia di Dio per la sua negligenza rispetto ad un gravoso comandamento divino. Ma anche quando si è consapevoli solo di colpe più lievi, si è tuttavia ancora tenuti a confessarle nella Confessione sacramentale, cosa persino necessario, come abbiamo visto sopra, se la persona aspira alla perfezione, in modo tale da poter essere in grado di ottenere la purezza della coscienza che, più di qualsiasi altra cosa, ci dispone all’amore perfetto di Dio. Ciò nonostante, la confessione che facciamo a Dio da soli ha alcuni vantaggi rispetto alla Confessione sacramentale: infatti la possiamo fare in qualsiasi luogo, a qualsiasi ora, in qualsiasi momento; infatti, ogni volta che scegliamo che non sia il caso di ricorrere alla Confessione sacramentale, non abbiamo necessità della presenza fisica di un prete come ministro, né di convenire in un determinato luogo ad un’ora fissa. – Avendo poi nel presente articolo già parlato della Confessione sacramentale, che è affidata ai ministri della Santa Chiesa, non sarà fuori luogo trattare ora di questo altro tipo di confessione, che, senza l’intervento di qualsiasi ministro, e fatta davanti a Dio, non è altro che il “quotidiano esame di coscienza”. E si deve trattare di questo argomento più volentieri, poiché esso è un mezzo tanto importante per acquisire la purezza di cuore e di conseguenza per il raggiungimento della perfezione. Questo sarà indicato nel presente capitolo, con l’autorità dei Santi Padri, e in quello seguente, con prove intrinseche. – San Basilio dice: “Alla fine di ogni giorno, quando tutte le nostre fatiche, sia corporali che mentali, sono state portate a conclusione, ognuno, prima di ritirarsi a riposare, dovrebbe indirizzare se stesso verso un attento esame della propria coscienza, al fine di scoprire i peccati che ha commesso durante il giorno appena trascorso. Sant’Efrem, un autore di così grande autorità nella Chiesa primitiva, paragona questo esercizio ad un mercante che, mattina e sera, ordina i suoi conti e poiché è ansioso di veder prosperare i suoi affari, diligentemente esamina quali siano stati i suoi guadagni e quali le sue perdite. E così dovremmo fare anche noi, dice il Santo, se abbiamo il desiderio di progredire nella perfezione cristiana: sia mattina che sera dobbiamo esaminare lo stato dei nostri conti e gestire il traffico spirituale che noi stiamo portando avanti davanti a Dio. Per venire più nei particolari egli scrive: “di notte, ritirandoti nel chiuso del tuo cuore, tu dovresti interrogare te stesso, dicendo: “ho io in questo giorno offeso il mio Dio in qualche punto? Ho proferito parole inutili? Ho, per negligenza o disprezzo, omesso di fare ogni buona azione come avrei dovuto? Ho ferito i sentimenti del mio prossimo in qualche particolare? La mia lingua ha ceduto a qualsivoglia tipo di detrazione? .. e così via. E quando arriva il mattino, si esamina di nuovo come gli affari ed il traffico spirituale abbiano proceduto nel corso della notte passata. “Ho avuto qualche cattivo pensiero, sono stato negligente nell’indugiare su di essi?'”. Si conclude allora decidendo, qualora avessimo scoperto qualsiasi tipo di peccato o mancanza, che questi devono essere cancellati da sincero pentimento e lavati via con le lacrime della contrizione. – Avete mai osservato con quanta esattezza e diligenza il padrone di una casa regola le sue incombenze domestiche? Ogni giorno egli chiama il suo intendente, tiene conto della sua spesa, insistendo su di una accurata relazione del tutto; egli esamina tutto con cura per vedere se le spese fatte siano state superflue o stravaganti, o se, al contrario, siano state troppo limitate ed insufficienti. E fa questo per modo che egli non vada oltre le sue possibilità, né discenderne al di sotto in ciò che è necessario ed opportuno al corretto sostegno della sua famiglia. Allo stesso modo dovremmo agire nel regolare noi stessi. Nel nostro piccolo mondo interiore, la padrona che comanda è le facoltà dell’anima, mentre i sensi del nostro corpo sono i servi dai quali essa deve pretendere obbedienza e sottomissione. Lasciate poi le motivazioni per evocare i poteri dell’anima nel chiedere conto ogni giorno di ciò che hanno fatto. Lasciate che siano chiamati alla comprensione ed al rendiconto dei proprii pensieri per esaminare se questi siano stati vanitosi, orgogliosi, risentiti, impudichi, o al contrario animati da amore fraterno, e se essi si siano intenzionalmente o involontariamente soffermati su tali soggetti. Lasciate che si evochi la volontà di dar conto dei proprii affetti, se siano stati cioè peccaminosi o imperfetti od abbiano trovato consenso volontario. Lasciate rigorosamente esaminare tutti i sensi del corpo: gli occhi devono essere valutati se siano stati intuitivi, immodesti, o troppo liberi e sfrenati; La lingua deve essere esaminata per quanto riguarda le parole pronunziate: sono state esse offensive, impudiche, rabbiose, o al contrario avare di carità? Le orecchie, il tatto, il gusto, le mani, tutti devono essere chiamati a rendere conto esattamente di tutto ciò che hanno fatto. Successivamente, con un profondo pentimento dobbiamo correggere qualunque cosa scopriremo essere stata disordinata e peccaminosa, e tutto deve essere reimpostato con ordine, con il nuovo obiettivo, fermo e risoluto, di un emendamento. Da questa ricerca quotidiana in ogni nostra azione, si trarrà motivo di regolare tutto con giustizia ed esattezza e faremo un facile, rapido e sicuro progresso verso la perfezione alla quale siamo chiamati. Questo confronto è mutuato interamente da San Giovanni Crisostomo, che si prodiga al fine di mostrare l’importanza di questo esame di coscienza quotidiano, e ci esorta alla pratica costante dello stesso. – San Gregorio Magno dice dal suo canto, che chi non riesce a esaminarsi ogni giorno in tutto ciò che ha fatto, ha detto, e ha pensato, sia a casa con se stesso, che alla presenza di astanti, vive solo una vita esteriore con la possibilità conseguente di perdere di vista complessivamente la sua perfezione. San Bernardo ci assicura che se ci sapremo esaminarci, mattina e sera correggendoci prima o poi, facendone la regola della nostra vita, mai cadremo in una qualsiasi colpa grave. E per non stancare il nostro gentile lettore col citare molteplici e lunghi testi, voglio solo aggiungere che S. Doroteo, uno dei primi Padri, pur raccomandando l’esame di coscienza come uno dei mezzi più sicuri per mantenere l’anima pura e senza macchia, dice, che questa lezione era stata tramandata a suo tempo dai suoi antenati e dai loro predecessori. È quindi indiscutibile che da sempre, molto primo della Chiesa, i Santi hanno ritenuto l’esame di coscienza quotidiano come il mezzo più potente per giungere rapidamente alla purezza del cuore e, attraverso questo, alla perfezione cristiana. – Non solo i Santi consigliano questo esame di coscienza nei loro insegnamenti, ma ce ne incoraggiano ulteriormente mediante l’assidua pratica dello stesso con il loro esempio; infatti, sarebbe difficile trovare un solo Santo confessore che non abbia fatto ricorso ad esso a partire da una immaginaria scala che raggiunge la vetta della perfezione in S. Ignazio di Loyola che, non contento di esaminare la sua coscienza due volte al giorno, in accordo con le istruzioni degli antichi padri, non lasciava mai che passasse una sola ora senza ricordare a se stesso la ricerca minuziosa delle imperfezioni in tutti i suoi pensieri, parole ed azioni, intercorse durante quel breve lasso di tempo; pentendosi di ognuna delle più leggere di queste imperfezioni che potevano essere colte dall’occhio puro della sua mente, rinnovando nel suo spirito il proposito di trascorrere la successiva ora in maniera il più possibile impeccabile. Egli riuscì anche a comprendere come non sia possibile aspirare alla santità senza mantenere una vigilanza costante sul proprio cuore con l’esaminare tutti i suoi movimenti. Quindi, chiunque fosse stato un osservatore attento del corso di tutta la sua vita, era in grado di dire che la vita di S. Ignazio era stata un continuo ed ininterrotto esame di coscienza. Non sarà estraneo al soggetto presente il riferire un’espressione di stupore da parte del Santo che lo rende degno di grande meraviglia da parte nostra: avendo avuto un giorno la fortuna di incontrare uno dei padri della sua compagnia, gli chiese, con tono familiare, quante volte si fosse ritirato in sé per l’esame di coscienza fino a quell’ora. “Sette volte,” rispose quest’ultimo. “ahimè, ahimè … così raramente?” rispose il Santo, abbastanza stupito. E non era ancora giunta la sera quando questo accadeva, e dovevano ancora trascorrere parecchie ore del giorno. San Francesco Borgia aveva anch’egli l’abitudine di praticarlo, almeno una volta in ogni ora: e pure S. Doroteo raccomanda la pia pratica a tutte le persone devote, come la più vantaggiosa per l’anima. “Possiamo quindi dedurre, da come i Santi abbiano inculcato con tenacia ed intensità la pratica diligente sì intensa, che questo quotidiano esame di coscienza, debba essere uno dei mezzi più necessari per il raggiungimento della perfezione.

CAPITOLO II.

Motivi per i quali i Santi considerano l’esame di coscienza quotidiano come cosa assolutamente necessaria.

La ragione principale per la quale i santi esortano così ardentemente a vegliare su ogni nostra azione mediante l’esame di coscienza quotidiano, si basa sulla corruzione della nostra natura, conseguenza del peccato dei nostri progenitori, a causa della quale le nostre carenze non tendono mai a regredire in noi, generando sempre gli stessi peccati e facendo sì che le stesse passioni imperversino costantemente nei nostri cuori. Quindi è necessario osservare, almeno una volta al giorno, quali erbe velenose siano spuntate nei nostri cuori, affinché noi possiamo sradicarle con il coltello di una vera contrizione. Così riterremmo poco saggio quel giardiniere che, dopo avere eliminato dalla terra le erbacce, non lo rifacesse mai più, visto che il terreno inizierà nuovamente a germogliare piante inutili e nocive che soffocano la crescita di quelle buone ed utili. Si potrebbe con giustezza sicuramente ritenere insensato e stolto un vignaiuolo se, dopo aver provveduto a rimuovere dagli alberi e dalle viti tutti i rami superflui e i viticci, non tornasse mai più per eseguire una nuova potatura in modo da consentire un eccessivo rigoglio dei rami e delle foglie a discapito dei frutti. Non meno folle sarebbe un cristiano che, avendo con una buona confessione sradicata dal suo cuore la crescita velenosa delle sue colpe e potato il rigoglio e l’eccesso dei suoi sentimenti, dovesse poi trascurare di ripetere la stessa cosa giorno dopo giorno, attraverso un diligente esame di coscienza, essendo pienamente consapevole, com’è giusto che sia, che si ripresenti qualche erbaccia diabolica o altra mollezza quotidiana, che qualche ramo del peccato rimetta fuori i suoi germogli, che si risvegli qualche passione; per cui, senza una costante potatura, la bellezza acquisita del giardino dell’anima ben presto diverrebbe un orribile groviglio di peccati. Ma Fateci ascoltare San Bernardo su questo punto: “Chi c’è,” dice, “in questo mondo, che ha così perfettamente tagliato ed allontanato dal proprio intimo tutte le scorie inutili e superflue, per cui non abbia più bisogno di tagliare o recidere nient’altro. Credetemi, i mali che sono stati abbattuti con volontà hanno prodotto nuovi germogli; dopo essere stati allontanati, sicuramente torneranno; e benché le sterpaglie siano state bruciate, ancora una volta potrebbero provocare fiamme; e le passioni, anche se ora, mentendo, sembrano dormienti, presto si sveglieranno nuovamente. Quindi, serve a ben poco l’avere utilizzato la potatura e la falce una sola volta: dobbiamo usarla spesso e, per quanto ci possa essere possibile, non lasciarla mai fuori della nostra portata; infatti, a meno che non vogliamo ingannarci e renderci ciechi, noi potremo sempre trovare qualcosa in noi stessi che abbia bisogno di essere eliminata.” Il Santo stesso poi aggiunge: “Finché tu abiterai in questo corpo mortale, qualunque siano gli sforzi ed il progresso nella tua vita spirituale, inganneresti te stesso ritenendo che i tuoi vizi e le tue passioni siano morte e non siano piuttosto forzatamente soppresse solo per un certo tempo.” Quindi mai dobbiamo lasciarci cullare da una falsa sicurezza, bensì occorre mantenere una vigilanza quotidiana ed indagare sulle nostre tendenze viziose esaminando frequentemente la nostra coscienza e colpendole maggiormente, quando rifanno la loro comparsa, con ripetute azioni di contrizione. – Se un re dovesse ritenere per certo che entro i confini del suo Regno siano in agguato i suoi nemici nascosti tra i boschi e foreste, egli certamente non mancherebbe di perseguirli con vigore. E quando li avesse trovati, credi che li lascerebbe liberi e latitanti? Senza dubbio no. Dopo averli scovati con la massima diligenza, li passerebbe tutti a fil di spada e ne farebbe una strage non appena completamente esposti. “Ora, ricorda,” continua S. Bernardo, “che avete dentro di voi un nemico che si può superare e sottomettere, ma che non si può sterminare; che tu lo voglia o no, questo nemico vivrà dentro di te e porterà avanti una guerra implacabile contro di te. Chi è, quindi, questo nemico grande, immortale, o meglio: chi sono questi nemici numerosi che possono morire solo quando vengano isolati? Rispondo: sono le passioni, i tuoi vizi e le debolezze che generano la tue passioni e i vizi. “Ecco perché si cercano, quindi, ogni giorno con l’esame di coscienza; e avendoli, attraverso una ricerca diligente, scoperti, si possono uccidere con la spada di un vero dolore; li abbattiamo infatti con la serietà della vostra decisione; finché essi vengono lasciati sul campo, non sono veramente morti, e quantunque feriti e resi inabili, possono essere ancora in grado di ostacolare il nostro progresso verso la perfezione. Ditemi, vi prego, se avete mai sentito di un maestro d’ascia che sia riuscito ad allestire una nave così fortemente strutturata che né il battere delle onde, né la violenza dei venti abbia mai potuto produrre la benché minima lesione? Si risponde che questo sarebbe impossibile, poiché una nave è costituita da così tante travi, tavole, articolazioni fissate insieme, che con il battere incessante della turbolenza del vento e dell’acqua, qualcuna di loro prima o poi finisce per allentarsi. Quindi che cosa deve essere fatto per evitare che la povera nave, che prende costantemente acqua, goccia dopo goccia, venga alla fine ad affondare e ad essere sommersa in mezzo all’oceano? C’è solo un rimedio: quello di attivare le pompe regolarmente, al fine di evitare che l’acqua si accumuli nella stiva. Ora l’uomo, nell’oceano della miseria in cui siamo costretti a navigare, è molto simile ad una nave investita dalla forza della tempesta, ed essendo costituita da, diciamo così, poteri che tendono ad allentarsi, come i sensi deboli, le passioni sempre pronte a tradire, non c’è da aspettarsi che, in mezzo al sopravvenire di così tante tentazioni, all’incontrare così tante occasioni e pericoli diversi, non si aprirà qualche falla a causa di qualche peccato veniale, di banali errori che apriranno la strada nell’anima provocando, con il loro accumulo nel corso del tempo, il naufragio che noi chiamiamo: peccato mortale; e questo, in ogni caso, crea ostacoli nel raggiungere in sicurezza il porto così come è desiderabile fare, cioè con il raggiungere la perfezione. Che cosa c’è allora da fare per ostacolare questa terribile disgrazia che è quella di affondare poco a poco? Che cosa, se non tutti i giorni svuotare la coscienza degli errori che abbiamo commesso, mediante un serio esame di noi stessi, gettarli fuori con la contrizione, chiudere le falle attraverso le quali hanno trovato un’entrata, trovare costantemente delle rinnovate risoluzioni nel modificarle? Questa similitudine è presa in prestito da S. Agostino. “Le acque agitate dei peccati veniali,” dice il santo dottore, “risiedono quotidianamente nella stiva dei nostri cuori; Chi, quindi, desidera non perire, deve svuotare ricacciandoli ogni giorno, proprio come fanno i marinai con la stiva di una nave, con un esame di coscienza attento e contrito “. – Da questo argomento ne può dedursi un altro che porta a dimostrare come sia impossibile il miraggio di raggiungere la perfezione cristiana senza esaminare la nostra coscienza; se ciò che abbiamo finora dimostrato è vero, se, cioè, senza un controllo giornaliero del nostro cuore non saremo in grado di liberarci dei vizi, dei peccati e delle mancanze alle quali siamo così inclini, è altrettanto dimostrabile che senza questo esame, le virtù non possono avere alcuna crescita, qualunque cosa ci sia dentro di noi; ancora meno è possibile che il fiore divino della carità fiorisca nei nostri cuori. In effetti, perché il grano cresca nel campo, il terreno deve essere ripulito prima di tutto da rovi ed ingombri vari: noi dobbiamo innanzitutto portare via le pietre che occupano il terreno, altrimenti, come leggiamo nella parabola evangelica, le spine soffocheranno il seme e le pietre assorbiranno l’umidità necessaria. Così certamente, il seme scelto della virtù non può nascere e fiorire nel terreno dei nostri cuori, se questo non venga ripulito prima delle radici dei vizi e delle cattive passioni; e non venga precedentemente deterso di tali difetti, che quotidianamente, poco a poco, si induriscono e diventano più solidi di una roccia: tutto questo è mirabilmente espresso nel linguaggio dolce di S. Bernardo. “La virtù”, egli scrive, “non può crescere in compagnia del vizio. Se l’uno fiorisce, l’altro necessariamente è destinato a perire. Chiaro, quindi, che ciò che è superfluo e vizioso e ciò che è sano e virtuoso non possono contemporaneamente coesistere. Qualunque cosa trattenga le nostre concupiscenze porterà profitto e vantaggio alla vostra vita spirituale”. “Quindi, conclude il santo dottore, badate bene di tagliare quanto più in basso, con un diligente esame di coscienza, la crescita nociva di difetti, vizi e difetti, se volete assistere alla fioritura di ogni virtù nel giardino delle nostre anime.” – S. Agostino, trattando soprattutto della carità che, come abbiamo spesso detto, è la linfa essenziale della nostra perfezione, afferma positivamente, che essa aumenterà nella misura in cui ci sforzeremo di contenere le voglie delle nostre passioni disordinate, e che la carità sarà perfetta in colui che ha completamente mortificato e spento i suoi desideri egoistici. Un vaso pieno d’acqua diventerà gradualmente pieno d’aria, allorquando il liquido evapora, e quando si sarà svuotato di tutta l’acqua, non conterrà nient’altro che aria; così, e molto di più, dice S. Agostino, i nostri cuori si riempiranno di amore divino in proporzione a come siano stati svuotati dai desideri egoisti, e saranno quindi solo ripieni di amore, quando saranno perfettamente svuotati di ogni inclinazione disordinata. S. Paolo conferma questo concetto con tali parole: “Alla fine di tutti i comandamenti” — e come conseguenza rigorosa, il coronamento dell’edificio della nostra perfezione — “è la carità.” Ma questo fiore di paradiso fiorisce solo in cuori puri, nelle coscienze purificate da tutti i desideri malvagi. Ora, per portare il cuore a questa purezza assoluta, nessun mezzo può essere più efficace dell’uso frequente di un auto-esame; una cura perfetta per purificare l’anima dalle sue impurità è il dolore dei nostri difetti, e contro le macchie future, il buon proposito di non far mai trascorrere un giorno senza coltivare l’anima così da veder crescere le rose rosse della carità, i gigli bianchi della purezza, il violetto dell’umiltà e della penitenza; infatti i fiori di tutte le virtù fioriranno nel nostro cuore, se ci si applica frequentemente a questo santo esercizio per cui l’anima diventerà perfetta, amabile e bella a vedersi, e il Re del cielo scenderà in essa a godere come in un paradiso di delizie. – A nessuno sembrerà una materia straordinaria l’applicarsi per pochi minuti al giorno all’esame che separi e purifichi il nostro cuore, se egli richiama alla mente che anche gli antichi saggi, benché fossero pagani, pensavano che questo esame di coscienza quotidiano fosse necessario per il miglioramento della loro vita e ne facessero uso per quello scopo. Pitagora lo prescrive ai suoi discepoli, molti dei quali avevano l’abitudine di scrutarsi regolarmente ogni sera. Cicerone ci dice di se stesso come sempre, alla fine di ogni giorno, si raccogliesse per rendere conto di tutto ciò che aveva detto, sentito e fatto nel corso intero di quel giorno. Seneca ci dice che ogni notte dava sentenze sulle proprie azioni. “Ogni notte,” egli scrive, “quando la lampada è messa fuori nella mia camera e mia moglie, consapevole della mia consuetudine, tace, esamino in tutto, il corso del giorno passato. Credo che tutto quello che ho detto e fatto, senza nulla nascondere a me stesso, non sia passato per niente. Se scopro qualcosa, mi dico, “io questa volta ti perdono, ma non farlo più.’ ” Ora, se i pagani, che avevano desiderio di saggezza, facevano uso quotidiano di questo esame di coscienza, quanto piuttosto non dovrebbe questo essere praticato dai cristiani che hanno il desiderio di diventare graditi a Dio con una pulizia del cuore, per raggiungere la perfezione soprannaturale e poter giungere al possesso di quei beni che sono in serbo per l’uomo perfetto oltre le stelle.- Io posso addurre un motivo ulteriore che, conosciuto già dai saggi antichi, dovrebbe essere meglio conosciuto anche da noi che siamo dotati della luce della fede. È questo: se frequentemente e minuziosamente guarderemo dentro di noi in modo non superficiale, ma con una compunzione interiore spirituale, noi potremo sfuggire al giudizio severo e rigoroso che altrimenti ci attende davanti al Tribunale di Dio; perché, come dice S. Paolo: “se giudichiamo noi stessi, non saremo giudicati”. Cornelio a Lapide applica queste parole al nostro argomento nel senso e nei termini seguenti: — “Se ci esaminiamo e cerchiamo nella nostra coscienza, con un rigoroso processo e, quando scopriamo eventuali peccati, li laviamo via con le lacrime della contrizione, non saremo giudicati da Dio; in altre parole, scamperemo alla punizione del suo terribile giudizio.”- Tale è la faccenda, ed il lettore farà bene a riflettere sul timore di Dio nel giorno del giudizio, per l’esame che verrà effettuato con la ricerca delle sue colpe; si pensi a come il Giudice si mostrerà inesorabile e a quanto sia grave la punizione che seguirà ad una sentenza irrevocabile: egli può quindi essere abbastanza sicuro di sentirsi felice per il proprio esame di coscienza fatto non solo una volta, ma più volte al giorno, per sfuggire così ad un terribile giudizio. Un religioso di santa vita apparve dopo la sua morte, rivestito con abito dimesso, con volto smunto e malinconico ad uno dei suoi fratelli, un suo ex amico. Il suo amico gli chiese perché apparisse con quell’aspetto così triste. L’uomo morto rispose, “è incredibile! è incredibile!” “Ma che cosa …” rispose l’amico, ” … che cosa è incredibile?” – “Si,” rispose l’uomo morto, ” … il rigore del giudizio di Dio, … e la severità dei suoi castighi”. A queste parole scomparve, lasciando il suo amico più morto che vivo per il forte spavento. Piacque a Dio dare un esempio del rigore delle sentenze divine a S. Maria Maddalena de Pazzi durante la sua vita temporale, in modo tale che il suo esempio ci potesse ispirare un “sano” terrore. Essendosi una sera inginocchiata per il suo consueto esame di coscienza, venne improvvisamente rapita in estasi e si ritrovò alla presenza di Dio. Allora nostro Signore, con un raggio della sua luce più pura, penetrò in lei mostrando un tale senso della malizia messa in ciascuna delle sue colpe, che a quelle che lei aveva già rilevato nel fare il suo esame ad alta voce, nel corso dell’estasi, si aggiunsero le altre con orrore non meno grave di se stessa. La colpa primaria che a lei fu rimproverata, fu l’aver omesso, al risveglio la mattina, di dirigere i suoi primi pensieri a Dio, essendo impegnata nel compito di richiamare le consorelle, in modo da potersi così tenere pronta a lodare Dio, e temendo di giungere in ritardo alle lodi. Questa omissione, che senza dubbio per molti di noi rappresenterebbe un atto di santo zelo, è apparso così atroce alla Santa, che ha ella ha implorato la misericordia di Dio, dichiarando nel frattempo che lei ne era indegna e meritevole di mille inferni. Successivamente ha accusato se stessa che, stando in coro, invece di essere totalmente assorbita nella lode di Dio, aveva avvertito qualche disturbo nell’assumere le prescritte inclinazioni della testa ed omettendo altre pratiche. Qui ancora una volta lei chiedeva misericordia per una cosa che dovremmo considerare lo zelo per l’onore di Dio. Si è poi accusata, come aveva già fatto nella confessione quel giorno, di aver rimproverato una delle sue novizie con un’espressione non molto dolce e gentile. Ha pregato Dio di perdonarla e, al fine di ottenere il perdono, ha supplicato i meriti più amari ottenuti dalla sua Passione. Quello stesso giorno, conversando alla grata con una sua zia, era stata rapita in estasi e portata via con forza dalla potenza di Dio. Sentendo la mozione interiore dello Spirito di Dio, lei aveva pregato le monache consorelle di portarla via, per timore che lei potesse essere vista in quella condizione da un laico. Le monache, tuttavia, non avevano capito quello che ella voleva trasmettere loro con questi segnali, cosicché ella cadde in estasi in pubblico, senza essere in grado di impedirlo. Ora, per questo fatto, per il quale nessuno di noi scoprirebbe neanche l’ombra di una colpa, lei si sentì rea con molta amarezza, definendo il proprio errore una grande ipocrisia, poiché era come se lei volesse apparire migliore delle altre; assetata per questo del perdono di Dio, si sentiva meritevole di essere gettata nell’inferno e di essere per punizione calpestata da Giuda. Continuava poi ad accusare se stessa di difetti lievi come questi, con espressioni di contrizione e concludendo con parole che si potevano applicare ad un pentito adultero o assassino, per l’enormità dei suoi crimini, tanto era spinta alla disperazione della misericordia di Dio, dicendo: “O Dio, siccome Ti ho già così spesso offeso oggi, non vorrei aggiungere agli altri peccati il reato di disperare della tua misericordia. Pertanto io so, o Signore, di essere indegna del tuo perdono, ma il sangue che Tu hai versato per me mi induce a chiedere il tuo perdono.” In un’altra occasione Dio ha mostrato alla Santa in estasi, tutti i peccati che aveva commesso nella sua vita passata. Rivedendoli, Lei singhiozzava amaramente esclamando: “Volentieri andrei all’inferno, se solo in questo modo potessi cancellare le offese che Vi ho fatto!” Eppure è ben noto come questa Santa avesse vissuto in modo irreprensibile, fin dai suoi più teneri anni. Questo perché i guasti dei nostri peccati si mostrano tanto gravi quando Dio stesso si incarica di esaminarli e li mostra all’anima come realmente sono in se stessi. Quale sarà il nostro stato all’esame della sentenza di un Dio che contempla i nostri crimini in una luce molto più nitida e molto più penetrante di quello in cui la Santa Vergine carmelitana vedeva le sue lievi mancanze? Veramente, le anime disincarnate vedono le cose in una luce molto diversa da quella in cui le medesime si contemplano mentre ancora si è legati della carne! Come non temere, e quale sarà un giorno il nostro orrore! Sono sicuro che se la vista delle nostre colpe potesse causarci la morte nell’aldilà, dovremmo noi moriremmo mille volte di puro spavento. Ma quale rimedio c’è per questo? Nientemeno che affidarsi al consiglio dell’Apostolo: “portare ora il nostro giudizio su di noi. “Se giudichiamo noi stessi ora, non saremo giudicati poi. E questo semplicemente richiamando le nostre coscienze a dare conto del proprio operato almeno una volta nel corso della giornata, ricercandone le varie dinamiche; esaminandole tutte con occhio critico e attento; ed una volta scoperto qualcosa decidersi a porvi riparo, impegnandosi in vivi atti di contrizione e con la finalità costante di un vero emendamento; teniamo presente che, come dice S. Agostino: “Dio ama perdonare coloro che confessano a Lui le proprie mancanze con umile pentimento, astenendosi dal giudicare gravemente coloro che con cuore contrito, portano il giudizio su di sé.”

CAPITOLO III.

Spiegazione circa il modo di fare l’esame di coscienza quotidiano.

Secondo il piano previsto da Sant’Ignazio nel libro dei suoi esercizi spirituali, questa devota pratica dovrebbe consistere in cinque parti. 1) – In primo luogo, ci mettiamo in presenza di Dio con un atto di fede e di profonda adorazione con il renderGli grazie per tutti i favori che abbiamo ricevuto dalla bontà divina, soprattutto in quel particolare giorno. San Bernardo ci avverte di essere molto attenti nel non trascurare di offrire il rendimento di grazie a Dio per i benefici che ci concede: “essere ripieni di gratitudine per rendere debitamente grazie al datore di tutti i buoni doni,” per ogni favore, sia esso ordinario, o grande o piccolo. Ora, si scelga l’orario dell’esame di coscienza più adatto a questo scopo, di modo che l’anima sia nel mezzo tra ciò che ha ricevuto da Dio e tra quanto di ritorno ha fatto per Lui. Tanto più così la gratitudine per i favori ricevuti dispone maggiormente l’anima a quel dolore che dovrà seguire il pensiero dell’ingratitudine che abbiamo dimostrato coi nostri peccati. – 2) – In secondo luogo, noi dobbiamo chiedere a Dio di darci luce per conoscere i nostri peccati e le nostre negligenze. Questa preghiera è sommamente necessaria, come S. Gregorio Magno dice: “L’amore di sé ci delude e acceca l’occhio della nostra mente in modo che non riusciamo a percepire le nostre colpe, o che esse ci appaiono molto meno gravi di quanto in realtà esse siano, facendo così una contrizione meno intensa di quanto per esse dovremmo”. Quindi è della massima importanza per noi chiedere a Dio di dissipare le tenebre che l’amor proprio getta sulle nostre menti, e che l’occhio della nostra anima sia ben vigile e purificato per poter essere in grado di scoprire tutti i nostri peccati, penetrare la loro malizia e stimarli adeguatamente nella loro portata. Tanto più poi perché, in mancanza di questa conoscenza di sé, non possiamo avere un vero pentimento per i nostri peccati; e secondo le stesse osservazioni del Papa santo: “Dio non conferisce la grazia della compunzione finché Egli non ci abbia precedentemente reso consapevoli dell’enormità delle nostre colpe.” – 3) – In terzo luogo, dobbiamo fare una ricerca diligente in tutti i peccati o imperfezioni in cui siamo caduti durante il giorno trascorso o durante la notte passata. “Istituire un tribunale all’interno di te stesso”, dice S. Agostino, “e giudicare la causa della vita che tu hai trascorso in questo giorno. Lasciate che i pensieri vadano in cerca dei vostri peccati e fatene accusa davanti a Dio. Lasciate che la vostra coscienza sia testimone contro di voi. Lasciate che la paura e l’amore di Dio siano i carnefici Santi per uccidere i vostri peccati con la spada della penitenza”. Molto diverso dalle sentenze dei tribunali terreni — che di solito finiscono con la condanna degli imputati, — questa auto-sentenza interna sarà la garanzia della vostra assoluzione ed il perdono dei peccati. “Ma per raggiungere questo scopo,” dice S. Giovanni Crisostomo, “tu devi procedere contro te stesso con rigore e precisione. Tu devi esaminare attentamente tutti i pensieri che hanno attraversato la tua mente, tutte le parole proferite dalla tua bocca e tutte le azioni che hai fatto; né per fare questo al meglio ci sarà un momento più adatto del vespro, quando ti metterai disteso sul tuo letto.” “Ma ricordate,” continua il Santo, “che questo esame non deve essere effettuato sulla vita in modo grossolano, passando cioè sopra lievi difetti notati in brevi momenti; perché bisogna tener conto rigoroso anche di questi, così che svuotato da questi, potete fronteggiare difetti ancor più gravi.” Questa quest’ultima attenzione dovrebbe essere ricordata soprattutto da coloro che sono un po’ più avanzati sulla strada della perfezione, e che possono essere considerati come già tra gli abituali, o i perfetti; per tali persone ogni colpa aumenta in grandezza; e, come osserva Sant’Isidoro, ciò che potrebbe essere definito un leggero difetto di un breve momento per un principiante, non può più essere chiamato un piccolo peccato in uno che ha progredito verso la perfezione; in tal caso ogni colpa, per quanto lieve, deve essere contabilizzata e ritenuta come grave. Se un ragazzo a scuola è colpevole di un errore grammaticale, egli è da compiangere; ma se il suo insegnante dovesse incorrere nello stesso errore, egli non merita nessuna compassione perché è tenuto ad essere perfetto o quasi perfetto, nella sua professione. Lo stesso vale per le persone spirituali. Quindi, si dovrebbe procedere nel loro autoesame con occhio particolarmente attento ed osservando ogni cosa, tenendo conto di ogni difetto; e, come dice San Isidoro, considerando che nulla può essere di lieve importanza nella condizione nella quale sono pervenuti. – 4) – In quarto luogo, l’esame deve essere seguito da un atto di dolore e di pentimento per i peccati che abbiamo commesso. “Se tu trovi,” dice San Giovanni Crisostomo, “che nel corso del giorno hai fatto qualche buona azione, devi renderne grazie a Dio; solo per suo dono tu infatti sei stato in grado di farlo. Ma se tu scopri difetti e peccati, li devi asciugare con lacrime di penitenza”. Questo dolore, per quanto possibile, è necessario che sia sincero e pieno di confusione verso l’interno e pieno di umiltà, come abbiamo visto in precedenza, trattando a proposito della confessione. L’autore del reato, a causa dei suoi difetti e della sua infedeltà a Dio, deve presentarsi al cospetto dell’Onnipotente, come un figlio perverso ed ingrato si dovrebbe presentare davanti ad un padre affettuoso, e con sincera confusione dovrebbe dire con le parole di San Bernardo: “come posso essere così sfrontato da alzare gli occhi verso il volto di un padre così gentile, essendo, come io sono, un figlio così irrispettoso? Arrossisco per aver fatto cose indegne della mia condizione, per essermi dimostrato un figlio degenere verso un padre così buono. Deluso, fiumi di lacrime scorrono dai miei occhi; lasciate che la mia faccia sia coperta da confusione, il mio volto arrossisca di vergogna, e la mia anima sia oscurata da profonda umiliazione.” Il lettore può essere sicuro che quanto più questo dolore è umile e sincero, tanto più esso servirà ad eliminare dall’anima ogni contaminazione. – I Santi più grandi consigliano ad una persona devota che scopre nel suo esame qualche difetto degno di nota, di imporsi qualche penitenza in riparazione dell’errore che ha commesso e come misura precauzionale contro le recidive future. S. Giovanni Crisostomo dice: “lascia che la tua mente e tuoi pensieri siedano a giudicare l’anima tua. Guarda le tue azioni, estrapola i tuoi difetti ed a ciascuno di essi assegna un castigo mediante una penitenza proporzionata”. In relazione a questo argomento, Teodoreto riferisce, di tal monaco, di nome Eusebio, che durante la lettura del Santo Vangelo, si distrasse consentendo agli occhi ed alla mente di vagare osservando alcuni contadini che erano al lavoro nei campi vicini. Ricordando questa negligenza nel suo esame di coscienza, egli si impose, per l’errore che aveva commesso, la penitenza non solo di non guardare mai il campo che era stato l’occasione della sua colpevole distrazione, ma di non alzare mai più gli occhi al cielo. Ma dovendo egli percorrere un tragitto rettilineo, appena sufficientemente ampio da consentirgli il passaggio, attraverso il quale raggiungere la cappella e da qui tornare alla sua cella, non metteva mai i piedi fuori da quel vicolo stretto. E temendo che, alzando la testa, egli potesse accidentalmente alzare lo sguardo verso gli oggetti che aveva proibito ai suoi occhi di guardare, cosa ha fatto? Si è posto a mo’ di correzione una cintura di ferro intorno ai suoi lombi ed un collare di ferro al collo, fissati tra loro da una corta filiera, costringendosi così a rimanere sempre con la testa piegata in basso verso il suolo, in modo da essere incapace di vedere i campi o il cielo. Teodoreto di Cirro termina la sua narrazione osservando che in questo curioso castigo per la sua distrazione, il Monaco ha perseverato con grande mortificazione per tutti i quaranta anni che e’ sopravvissuto. – Non ho menzionato questo fatto per sostenere l’opinione che tali penitenze straordinarie siano da imitare, ma solo per mostrare che è stata sempre una usanza dei Santi di Dio l’imporsi qualche mortificazione come punizione per le colpe in cui capitava che cadessero. Naturalmente, nell’uso di tali penitenze, ognuno deve fare i conti con la sua forza fisica e spirituale, in modo da scegliere, su consiglio del suo direttore, la penitenza per lui possibile, senza forzare eccessivamente le proprie potenzialità, ma che lo aiuti a trattenersi e ad essere dissuaso dal ricadere. San Giovanni Crisostomo suggerisce molto tali penitenze discrete; come, per esempio, per le colpe della lingua, il recitare alcune preghiere; per gli sguardi non custoditi, di dare qualche elemosina, o osservare fugacemente cose e persone; per le spese folli, la compensazione mediante una maggiore parsimonia. E altrove, egli consiglia l’uso di bende in castigo delle nostre colpe, assicurandoci che lungi dal morire per queste afflizioni, noi vogliamo essere aiutati a sfuggire alla morte. Tale era la pratica di S. Maria Maddalena de’ Pazzi, che, dopo aver pianto le sue colpe nell’estasi, come già abbiamo accennato, si ritirava poi nella sua cella appartata e sottoponeva il proprio corpo ad una rigorosa disciplina. Se dovesse accadere, tuttavia, che qualcuno si dovesse vedere costretto ad infliggere su di sé dei bendaggi in ogni occasione, a causa della frequenza delle sue cadute, si potrà, almeno, alla sua solita disciplina, sommare alcuni poche pratiche aggiuntive, in proporzione ai peccati commessi. Se si è incapaci di procedere velocemente, si può negare a se stesso qualcosa durante i suoi pasti abituali come punizione delle sue trasgressioni: si può mortificare la lingua sfrenata facendo con essa il segno della Croce così tante volte sul pavimento: si può accompagnare la preghiera con la mortificazione, ponendo ad esempio, durante la recita, le mani sotto le ginocchia, o le braccia allargate a formare una croce; e poi tante altre penitenze secondo quanto la devozione e la compunzione di ognuno può suggerire. – 5) – In quinto luogo, dobbiamo imporsi un fermo proposito di non offendere Dio mai più. Questo scopo, osserva Giovanni Crisostomo, spesso citato da noi, dovrebbe essere raggiunto così efficacemente da infondere nell’anima un santo timore di non ricadere mai più nel peccato; così che, come una persona colpevole che sia stata severamente rimproverata, non possiamo permetterci di alzare la testa per la vergogna, ma tenendola abbassata, sempre teniamo a mente il rimprovero ricevuto. Al fine di essere di qualche utilità reale, questo scopo di emendamento deve penetrare fin nei particolari. Quelle passioni o affetti disordinati che ci hanno sviato, devono essere messi alla tortura, così da procurarci una vera contrizione; con il mezzo che precisamente deve colpirci per ottenere una buona risoluzione per non essere più assaliti o almeno, per subire attaccati di minor violenza. Per questo è di grande importanza procedere ad una eradicazione particolare e poi generale, con la risoluzione che i nostri vizi soliti siano superati, e lavorando a volte su questo e a volte sull’altro dei nostri altri difetti, rafforziamo in generale la volontà nella resistenza costante e generosa, prima verso l’una e poi verso l’altra delle nostre mancanze, e così, a lungo andare, poco a poco, possiamo sbarazzarci di ognuna di tutti loro. – Inoltre dobbiamo guardare alle origine delle nostre colpe; dobbiamo scandagliare le profondità della nostra anima, per scoprire la radice di queste erbacce maligne, in modo da essere in grado di estirparle dal nostro cuore. Quale utilità c’è nello scrollarsi di dosso le foglie o i rami di un albero che non porta frutto senza tagliarlo dalla base lasciandola nel terreno? Se non se ne sia distrutta la radice, tutto questo serve a nulla: l’albero sarà presto coperto da un fogliame di maggiore rigoglio che mai. Così anche le nostre risoluzioni non giungeranno al loro scopo fino a quando non abbiamo tagliato non le occasioni, ma le origini delle nostre colpe, per cui i nostri difetti continuamente torneranno a profanare le nostre anime, senza ottenere la risoluzione di non essere più colpevoli in futuro. Infine, l’esame di coscienza deve terminare con un Padre nostro, un’Ave Maria ed una fervida preghiera a Dio per ottenere la grazia di non offenderLo mai più e di realizzare in pratica tutto ciò che avremmo promesso di fare, ricordando che in ogni caso non possiamo fare nulla senza l’aiuto di Dio.

CAPITOLO IV.

Sull’esame particolare. Suoi vantaggi per il raggiungimento della perfezione. Il metodo per farlo.

È impossibile superare tutte in una volta le passioni che si agitano in noi: sradicare con uno sforzo solo tutto i vizi radicati nella nostra anima e nello stesso tempo giungere ad una modifica completa della nostra condotta. Quindi Cassiano, con tutti gli altri maestri di vita spirituale, insegna che nel correggere le nostre cattive abitudini, dobbiamo procedere metodicamente. Dobbiamo primariamente considerare la nostra passione predominante ed essere determinati a lottare contro di essa con tutta le forze della nostra anima. Contro questo vizio o passione, continua Cassiano, contro il nostro principale nemico, dobbiamo usare tutte le nostre armi; vale a dire tutte le nostre meditazioni, i nostri buoni propositi, le nostre preghiere, i nostri digiuni, le nostre lacrime: tutti i nostri sforzi, in breve, al fine di conquistarla, per batterla e disperderla. Ora, perché tutto questo se non per fare l’esame particolare di cui parleremo ora? Esso infatti consiste in nient’altro che nello scoprire qual sia la nostra passione predominante e quali le colpe di cui siamo maggiormente responsabili per poter impostare un efficace lavoro su di esse, sradicarle con gli esami particolari e gli speciali pii dispositivi, come ci accingiamo ora a mostrare. – Non appena saremo riusciti a superare una passione, o a correggerci di qualche difetto particolare, dovremmo passare successivamente ad un altro e poi un altro ancora, man mano; così, poco a poco, questa “lavorio” spirituale ci aiuterà a salire al culmine della perfezione. La cima di una torre alta non viene raggiunta con un unico balzo, ma per mezzo di passaggi successivi. Quando uno vuole salire in cima, si inizia dal primo gradino della scala, cominciando a lasciare la terra sotto di sé per avvicinarsi al vertice. Si passa quindi al secondo, al terzo, al quarto passo e così via; e più aumenta la sua distanza dal livello del suolo, più ci si avvicina al vertice in alto; e più in alto si monta — continuando a lasciare ulteriormente dietro di sé la base della torre — più ci si avvicina alla cima dell’edificio. Così facendo, potremmo noi, mediante l’esame particolare, liberarci in questo mese di un peccato, nel prossimo sottomettere qualche passione e, dopo sei mesi, sforzandosi, sradicare completamente qualche abitudine viziosa; procedendo ulteriormente lasceremo sempre più lontano lo stato infimo, abietto ed imperfetto, avvicinandoci sempre più al vertice della perfezione. Questa dinamica è presa in prestito da Giovanni Crisostomo, che prende a modello coma figura di questo progresso graduale nella perfezione, per mezzo della correzione di qualche difetto e l’acquisizione di alcune virtù, la ben nota scala del sogno di Giacobbe, scala che dalla terra raggiunge il cielo permettendo di salirne i gradini mediante successivi e progressivi miglioramenti. – E, cosa che è veramente ammirevole, anche i filosofi pagani — se per nostra istruzione o a nostra confusione, non saprei — hanno adottato pratiche simili a quelle che ora sto spiegando, ai fini proprio di un perfetto emendamento. Ascoltate ciò che riferisce Plutarco di se stesso: “essendo un amante della mansuetudine non meno della saggezza, sono determinato in me a trascorrere alcuni giorni senza cedere alla rabbia; proprio come nel caso dovessi decidere di astenermi dall’ubriachezza e dal vino, come è consuetudine in alcune feste, dove è vietato l’uso di questa bevanda. Ho continuato in successione ad esercitare sforzi notevoli per uno o due mesi, facendo brevi prove della mia forza. Così, nel corso del tempo, sono giunto ad imprecare con maggiore difficoltà e fastidio, essendo in grado di mantenere la mia padronanza su me stesso, sì da mantenere la calma, mostrandomi gentile e privo di ogni rabbia. Con questi mezzi mi sono tenuto senza macchiarmi con cattive parole, svilendo le azioni e le cupidigie spudorate che, solo per una gratificazione passeggera, lasciano l’anima trafitta da un profondo rimorso ed uno struggente rimpianto.” – Ora, questi congegni, se riflettiamo un po’ su di essi, sono proprio quelli impliciti nell’esame particolare di cui ora stiamo discorrendo, il cui oggetto è quello di frenare le nostre passioni, sradicare i nostri vizi ed impiantare all’interno dell’anima la perfezione cristiana; cosa che sarà più chiaramente stabilita nel paragrafo seguente. E se un filosofo, con la sola luce della sua ragione naturale, era in grado di scoprire l’efficacia di questo mezzo in relazione all’emendamento della sua vita e lo praticava con tale costanza, quanto più volentieri dovrebbe esso essere abbracciato da un cristiano che ha la luce della fede e l’esempio di tanti Santi e creature spirituali che procedono su questa strada, potendo così raggiungere la perfezione come e più di un pagano che mira ad ottenere una modifica della sua vita. – Veniamo ora alla parte pratica di questo esercizio molto utile. Essa comprende, come possiamo imparare da quel libro d’oro degli esercizi spirituali di Sant’Ignazio, cinque atti distinti. Primo: Al sorgere del mattino, dobbiamo prefiggerci uno scopo costante e forte per evitare l’errore che abbiamo intenzione di correggere mediante l’esame particolare; e questo scopo deve essere rinnovato con serietà nel tempo della meditazione; perché, come dice Thomas a Kempis, “il nostro progresso spirituale è proporzionata al nostro buon proposito”. In secondo luogo: Se ci capita di cadere durante il giorno, noi dobbiamo porre le mani sui nostri cuori e fare un atto di dolore, con la determinazione di essere più vigili per il futuro. Era usanza dei monaci dei tempi antichi annotare le loro colpe non appena le avevano commesse. S. Giovanni Climaco racconta, che dopo aver visitato un monastero della più rigorosa e austera osservanza, vide che il monaco a capo del refettorio, aveva un piccolo libro appeso alla cintura; chiedendogli per cosa venisse utilizzato, il monaco rispose che gli serviva per annotare i pensieri che passavano nella sua mente; e, aggiunge il Santo, da quello che ho potuto osservare tra il resto della fratellanza, ho compreso che questa era l’usanza del maggior numero di loro. Egli conclude con queste lodevoli parole: “Egli è come un buon banchiere spirituale che ogni notte raggiunge l’equilibrio tra le perdite ed i guadagni di ogni giorno. Ma perché questo possa essere fatto con precisione, è necessario prendere nota, ora per ora, dei profitti e delle perdite, del risultato cioè del nostro traffico giornaliero spirituale.” Alcuni, al fine di essere in grado di mantenere più facilmente e regolarmente questo impegno, portano con loro, ben nascosto alla vista altrui, una stringa di perline, su cui registrano i loro difetti come man mano si presentano loro. Con questi mezzi possono tenere un conto esatto dei loro errori senza attirare l’attenzione di altri, o magari fanno ricorso alla propria memoria. In terzo luogo: Di notte, quando facciamo l’esame generale di tutta la giornata, dovremmo prendere nota speciale della colpa che ci proponiamo di sradicare mediante l’esame particolare; questo rende speciale l’atto di contrizione per le nostre mancanze così da rinnovare i nostri buoni propositi con maggiore serietà: dovremmo quindi annotarli su un piccolo pezzo di carta, o in un libricino. S. Ignazio ci offre un modello di queste notazioni. Egli ci suggerisce di disegnare su un foglio di carta alcune linee di lunghezza diversa, la precedente più lunga di quella seguente: su quelle più lunghe annotiamo le colpe commesse nei giorni precedenti della settimana: accorciano le linee che corrispondono alla settimane seguenti gradualmente, supponendo che stiamo migliorando e di conseguenza diminuendo ogni giorno il numero delle nostre colpe. – In quarto luogo: dopo aver trascorso un paio di settimane, dovremmo esaminare il nostro giornale o libro, per vedere il numero di volte nelle quali siamo caduti ogni giorno, confrontando giorno con giorno, settimana con settimana e con attenzione, tenendo conto dei nostri progressi o determinazioni, come insegna S. Giovanni Crisostomo. Se troviamo che c’è stato un miglioramento, dobbiamo rendere grazie a Dio e impegnarci con il cuore a lottare più intensamente anche dopo il nostro emendamento pieno e completo. Dobbiamo tuttavia scoprire anche il caso in cui non ci sia stato alcun emendamento, e che siamo forse persino andati indietro, per determinarci ad impiegare dei mezzi supplementari; così, per esempio, dobbiamo essere più vigili su di noi, fare più frequente ricorso a Dio con la preghiera, fare uso di qualche penitenza corporale, in modo tale da poter muovere il cuore di Dio a concederci una assistenza più potente ed efficace ed aiutarci così a superare la nostra debolezza, … e altre cose di questa genere. –  In quinto luogo: Noi dovremmo inoltre imporre qualche mortificazione a noi stessi, in relazione alla frequenza delle nostre mancanze. È stato già osservato, che questo rimedio deve essere applicato ad ogni importante trasgressione e si può anche aggiungere come mezzo particolarmente adatto a sradicare, mediante la penitenza, quei difetti sui quali è fatto l’esame particolare, e che costituiscono il nostro oggetto principale. In conclusione possiamo sostenere questo, sull’esempio di S. Ignazio, quel grande maestro di vita spirituale: nel venir meno la salute, a causa dell’avanzamento negli anni, essendo stato per lungo tempo arricchito da Dio con tanti doni soprannaturali e volendo, per così dire, consumarsi in tutta la perfezione, egli ha ancora e sempre fatto il suo esame particolare e tenuto presso di lui dei fogli sui quali annotava i suoi fallimenti; neppure in tarda età, e fin’anche al suo ultimo respiro, egli ha omesso mai questa pratica utile e sacrosanta; dopo la sua morte, questo libro è stato ritrovato sotto il suo cuscino, lasciato lì come se fosse il testamento di un morente a tutte le persone devote perché non trascurassero mai una pratica di così grande efficacia per la modifica della loro vita e per il raggiungimento della perfezione.

CAPITOLO V.

Consigli pratici ai direttori sul tema in considerazione.

Primo suggerimento. Riguardo all’uso dell’esame di coscienza quotidiano, ogni direttore verificherà due riflessioni: primo, che questo esercizio possa essere attuato da chiunque, anche da parte di coloro che non ne hanno dimestichezza e sono scarsamente educati nell’uso di altre pratiche religiose, come la meditazione e la lettura di libri spirituali. Ognuno è in grado di andare a confessarsi ed è quindi in grado anche di praticare l’esame di coscienza ogni giorno e piangere sulle proprie colpe. In secondo luogo, che nessuna singola persona dovrebbe mai ritenersi dispensato dal fare questo esame. Non sto parlando solo di coloro che aspirano alla perfezione, ma anche di coloro che professano la semplice fede, poiché si tratta di uno strumento importante non solo per garantire la perfezione, ma la salvezza stessa delle nostre anime. Non sia il direttore superficiale nel credere a questa verità, basta che egli rifletta solo sulla naturale tendenza di tutte le cose umane a deteriorarsi e alla fine a perire e ad annullarsi a meno che non siano costantemente riparate. Un edificio che abbia fuori uso alcune parti, se non viene frequentemente messo in ristrutturazione, non durerà a lungo ed finirà per essere ridotto ad un cumulo di mattoni. Una fattoria tenderà a deteriorarsi se il suolo non venga generosamente arricchito, altrimenti il tutto diventerà alla fine un cumulo di rifiuti. Un indumento che si indossi ogni giorno, subirà delle inevitabili lacerazioni pur minime che, qualora non siano riparate, lo renderanno uno straccio per la raccolta. Ora, sono tante le tipologie delle nostre anime, ma è talmente forte la violenza con cui le nostre passioni ci inclinano al male; così potenti sono gli incitamenti del diavolo che ci spinge a ciò che è sbagliato; tante sono le occasioni pericolose che ci inducono a peccare, che è impossibile per le nostre anime — esposte come sono a così tanti assalti — il non cadere, il non cedere occasionalmente a così tante fascinazioni ed il non scendere gradualmente verso il basso, verso la grande rovina delle nostre anime. Se tali perdite non sono ogni giorno riparate da un esame di coscienza ben fatto, con pentimento e relativo rinnovo dei buoni propositi, può accadere che noi possiamo diventare disorganizzati a tal punto da perire alla lunga miseramente, come in effetti accade ogni giorno con quei cristiani sbadati che non si avvalgono di questi mezzi. Il direttore cercherà, quindi, con uno sforzo Santo di inculcare questa pratica così vantaggiosa in tutti i suoi penitenti a qualunque classe possano essi appartenere. San Gregorio Magno spiega, mediante un paragone con la nostra vita corporale, il decadimento che quotidianamente si svolge nelle nostre anime e la necessità che c’è di fare buoni propositi di lacrime, di pentimento e di esame di coscienza. “I nostri corpi,” egli scrive, “sviluppano un decadimento insensibilmente, senza che noi possiamo percepirlo. Chi ha mai visto l’allungamento graduale e la crescita del corpo di un bambino in giovane età? Chi ha mai visto le membra di un uomo vecchio contrarsi e diventare decrepite e rimpicciolite? Chi è mai consapevole della crescita o del decadimento del proprio corpo? Gradualmente ed impercettibilmente i capelli diventano bianchi, la carne si raggrinza in rughe, gli arti si indeboliscono, il corpo diventa piegato e tutto l’insieme, senza che ce ne avvediamo, va lentamente deperendo fino a consumarsi. “Così, purtroppo,” va avanti il santo dottore, “lo spirito dentro di noi accrescere il suo decadimento senza che ne siamo coscienti; e così come anche le persone devote e diligenti, avanzano in virtù senza avvedersene, così le anime dei negligenti e dei pigri che, non tenendo conto giornaliero dei loro miglioramenti o peggioramenti, continueranno ad affondare verso il basso e a cadere nel disordine, senza che possano percepirlo”. “Quindi,” lo stesso santo Pontefice conclude, “spesso dobbiamo guardare in noi stessi; spesso la nostra coscienza deve esaminarsi e col pentimento sforzarsi di rinnovarsi per riconquistare il nostro stato migliore.” Ripeto, quindi, se un direttore agisce con zelo per la salvezza delle anime delle persone che si sono affidate alle sue cure, egli non mancherà di inculcare l’uso del quotidiano esame di coscienza. – Secondo suggerimento. L’insegnamento dei Santi, come è stato sottolineato già nei capitoli precedenti, è tale che questo esame di coscienza dovrebbe essere effettuato due volte al giorno, mattina e sera. Nelle prove che ne abbiamo riportato da S. Ephrem, S. Doroteo, S. Bernardo, i fondatori di ordini religiosi, seguendo gli insegnamenti dei Santi, lo hanno imposto come regola nelle associazioni dei loro seguaci. Ma, siccome al direttore può essere impossibile ottenere da ognuno questo doppio esame di coscienza, egli deve almeno fare attenzione che nessuno dei suoi penitenti lo ometta prima di coricarsi per riposare, essendo la fine della giornata il momento più adatto per esaminare la nostra coscienza e valutare tutto ciò che abbiamo fatto; infatti il buio stesso e la quiete della notte sono favorevoli per l’attenzione ed il raccoglimento, e di conseguenza per il pentimento per le nostre colpe. Il penitente dovrebbe essere poi così attento, da permettersi un esame attento e diligente, tale da sforzarsi di gettare uno sguardo almeno sugli ultimi giorni, per vedere quali siano le più gravi carenze che si gli presentano contemporaneamente alla mente per poterle emendare efficacemente con un atto di contrizione. Questo servirà non solo per pulire ancora una volta la coscienza dalle sue macchie, ma per renderla più attentamente custodita nel giorno successivo. Eviterà così un destino che è purtroppo molto comune a molti fedeli che, dopo aver iniziato una volta con l’intraprendere una strada sbagliata, gettano poi le redini — diciamo così — sul collo delle loro passioni, andando sempre più sprofondando nel peccato, senza ritegno e senza rimorso. Se il penitente si rifiuta di fare anche questa semplice azione, egli deve allora riconoscere che tiene davvero molto poco alla sua salvezza eterna. Proprio come un commerciante che, non riuscendo mai a trovare un equilibrio tra le sue entrate e le uscite, dà un chiaro segno di essere indifferente a guadagnare o perdere soldi. 3) – Terzo suggerimento. L’esame particolare può essere proposto a persone che, liberate dai legami di gravi peccati, iniziano ad aspirare alla perfezione, essendo questo l’aiuto più efficace per il suo raggiungimento. Per garantire questo risultato, tuttavia, il direttore deve proporre l’oggetto su cui l’esame dovrà essere effettuato. Occorrerà quindi anche osservare, nel resoconto dello stato di coscienza che ha ascoltato dai penitenti, qual sia la passione predominante in ciascuno, così come la colpa più frequente e quindi l’ostacolo maggiore frapposto al suo progresso nello spirito; farà allora gli in modo da dirigere ciascuno nel fare il suo esame particolare essenzialmente su tale punto, prima di continuare ad istruire ognuno sul modo corretto di espletarlo secondo il metodo che abbiamo illustrato dettagliatamente sopra. Tuttavia, è bene fargli notare che, tra i vari difetti rilevati, è meglio iniziare con la correzione di quello più evidente esternamente, poiché questo può costituire comunemente occasione di scandalo, o almeno di scarsa edificazione, nei confronti del prossimo, ed anche perché essi sono più facilmente corretti rispetto ai difetti interiori, che sono radicati nelle nostre anime e sono, per così dire, parte della nostra natura. La comune prudenza impone che sia meglio iniziare con compiti più facili e semplici così da renderli un trampolino di lancio per imprese più ardue e difficili. – Quarto suggerimento. Il direttore dovrebbe impegnare i suoi penitenti nel rendersi conto dei progressi compiuti nell’ambito dei loro esami particolari. Egli stesso dovrebbe poi imporre le mortificazioni e le penitenze da eseguirsi in espiazione delle colpe che ognuno può aver commesso, e dovrebbe suggerire i mezzi da impiegare al fine di garantire una vittoria più ampia e solida. Ma se dovesse scoprire un notevole deterioramento o una colpevole disattenzione, egli può, a volte, per punizione della negligenza, privare il penitente della Santa Comunione, quando naturalmente, la persona stessa possegga virtù sufficienti a sopportarne la privazione con calma ed umiltà. Dranelius ci riferisce che tra alcune nazioni indiane, i maestri di quei giovani che si applicavano all’acquisizione della saggezza, giunta la sera, e prima che gli alunni stessi sedessero per i loro pasti, esigevano un resoconto accurato delle loro buone azioni durante il giorno, e quando scoprivano che essi erano stati disinteressati nell’ottenere progressi, li mandavano a letto digiuni, in modo che il giorno successivo potessero essere più diligenti nel perseguire la virtù. Un simile metodo rapido, nel nostro caso però spirituale, può essere a volte imposto ai nostri penitenti quando si percepisce che siano incuranti nei progressi, e soprattutto nel modificare una colpa per la quale l’esame particolare sarebbe stato efficace nell’aiutarli con facilità a superarla. – Il direttore deve applicare ulteriore attenzione nel timore che, invece di essere per i suoi penitenti un mezzo di miglioramento, l’esame particolare diventi per essi una fonte molto pregiudizievole per l’inquietudine che si potrebbe generare, come spesso accade nel caso delle donne di natura timida, e più specialmente quando a questa timidezza naturale si aggiungono le suggestioni suggerite dal diavolo. Così infatti, visto che, nonostante i loro esami così frequenti non avanzino che poco (almeno in confronto a quello che poteva essere il risultato sperato), e che tendono nuovamente a cadere sempre negli stessi difetti, potrebbero perdersi d’animo e cominciare a pensare che la perfezione per loro sia irraggiungibile, il direttore sarà pronto a deviare dalle loro menti questi allarmi ingiustificati. Egli insegnerà loro ad umiliarsi ma nella pace, per non perdere coraggio alla vista della loro fragilità, e di mettere così tutta la loro fiducia in Dio. Egli ricorderà loro che Dio permette queste ricadute e che le stesse passioni prevalgano su di loro, in modo che riconoscano e provino quanto grande sia la propria miseria, proponendosi in tutta umiltà, di diffidare di se stessi, e guardare unicamente a Dio per la loro liberazione con l’implorazione fatta con la massima fiducia. Egli farà loro capire che se noi dobbiamo fare la nostra parte con la massima serietà per sradicare i nostri difetti e superare le nostre passioni, la vittoria è però un dono di Dio che viene elargito con mani generose, e che bisogna trattenersi dal perdersi d’animo e dallo scoraggiarsi, non perdendo la sfiducia in se stessi, confidando però in Lui solo.

Concilio di Trento e N.O.M. [il “novus (dis)ordo missae”].

Concilio di Trento e N.O.M. [il “novus (dis)ordo missae”].

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 L’esame del nuovo rito montiniano [N.O.M.], oltre agli anatemi di San Pio V e successori, (Clemente VIII e Bonifacio VIII), oltre alle evidenti influenze massonico-rosacrociane celate malamente nell’offertorio e nel sanctus, le espressioni emanatistico-panteiste tipiche della gnosi adottate da Simone Weil, intellettualoide marrana infiltrata tra i pretesi intellettuali cristiani dell’epoca, ed eretica ispiratrice di modernismi pseudo-teologici, che vedeva nei “frutti del lavoro dell’uomo” la fiammella divina che con la consacrazione “diventavano”, evolvendosi, [cioè non venivano sostituiti dal Corpo e Sangue di Cristo di cui sono solo apparenza – cfr. “Studio sulla missione divina dell’uomo campestre”], Corpo e Sangue offerti poi, con rituale rosacrociano, nientemeno che al “signore dell’universo”, il Prometeo-Lucifero, elucubrazioni fatte proprie dal massone Bugnini (Buan 1365/75) dietro la regia del marrano Montini, grande estimatore della marrana sua compatriota, l’antipapa sedicente Paolo VI, usurpatore, nonché sodomitico Patriarca degli Illuminati di Baviera, ed inserite nel diabolico “novus ordo missae”, evidenzia ancora come esso sia stato, con ampio anticipo, anatemizzato inappellabilmente in eterno, dal Concilio di Trento. Infatti il 17 settembre del 1562, nel corso della XXII sessione di quel Sacrosanto Concilio, vennero definiti, con la dottrina, i canoni sul Santissimo Sacrificio della Messa. I primi 8 capitoli della sessione sono dedicati ad illustrare le origini e le definizioni teologiche succedute nei secoli e costituenti la base dei misteri eucaristici contenuti nella Santa Messa. Nel capitolo 9 sono riportati i canoni con relativi anatemi. Leggiamoli insieme (*):

SESSIONE XXII (17 settembre 1562)

Dottrina e canoni sul santissimo sacrificio della Messa.

Il sacrosanto Concilio ecumenico e generale Tridentino, riunito legittimamente nello Spirito Santo, sotto la presidenza degli stessi legati della Sede Apostolica, perché sia mantenuta nella Chiesa cattolica e conservata nella sua purezza l’antica, assoluta, e sotto qualsiasi aspetto perfetta dottrina del grande mistero dell’eucaristia contro gli errori e le eresie, illuminato dallo Spirito Santo, insegna, dichiara e intende che su essa, come vero e singolare sacrificio, sia predicato ai popoli cristiani quanto segue.

CANONI SUL SANTISSIMO SACRIFICIO DELLA MESSA

1. Se qualcuno dirà che nella messa non si offre a Dio un vero e proprio sacrificio, o che essere offerto non significa altro se non che Cristo ci viene dato a mangiare, sia anatema.

2. Se qualcuno dirà che con quelle parole: Fate questo in memoria di me, Cristo non ha costituito i suoi apostoli sacerdoti o che non li ha ordinati perché essi e gli altri sacerdoti offrissero il suo Corpo e il suo Sangue, sia anatema.

3. Se qualcuno dirà che il Sacrificio della messa è solo un sacrificio di lode e di ringraziamento, o la semplice commemorazione del sacrificio offerto sulla croce, e non propiziatorio; o che giova solo a chi lo riceve; e che non si deve offrire per i vivi e per i morti, per i peccati, per le pene, per le soddisfazioni, e per altre necessità, sia anatema.

4. Se qualcuno dirà che col sacrificio della messa si bestemmia contro il sacrificio di Cristo consumato sulla croce; o che con esso si deroga all’onore di esso, sia anatema.

5. Chi dirà che celebrare messe in onore dei santi e per ottenere la loro intercessione presso Dio, come la Chiesa intende, è un’impostura, sia anatema.

6. Si quis dixerit canonem Missae errores continere ideoque abrogandum esse: a.s. (Se qualcuno dirà che il canone della messa contiene degli errori, e che, quindi, bisogna abolirlo, sia anatema).[Denz.953]

7. Se qualcuno dirà che le cerimonie, le vesti e gli altri segni esterni, di cui si serve la Chiesa cattolica nella celebrazione delle messe, siano piuttosto elementi adatti a favorire l’empietà, che manifestazioni di pietà, sia anatema.

8. Se qualcuno dirà che le messe, nelle quali solo il sacerdote si comunica sacramentalmente, sono illecite e, quindi, da abrogarsi, sia anatema.

9. Si quis dixerit, Ecclesiae Romanae ritum, quo submissa voce pars canonis et verba consecrationis proferuntur, damnandum esse; aut lingua tantum vulgari Missam celebrari debere, … a.s. (Se qualcuno dirà che il rito della Chiesa Romana, secondo il quale parte del canone e le parole della consacrazione si profferiscono a bassa voce, è da riprovarsi; o che la messa debba essere celebrata solo nella lingua del popolo; o che nell’offrire il calice non debba esser mischiata l’acqua col vino, perché ciò sarebbe contro l’istituzione di Cristo, sia anatema. [Denz. 956].

paolo III Sebastiano_Ricci_034(Paolo III)

Pius_IV_2Pio IV

 Quelli che saltano immediatamente agli occhi, e da noi sottolineati, sono i punti 6 e 9, con i relativi anatemi irreformabili e di eterna applicazione. Ora nell’obbrobrio del “novus ordo” non solo il canone è stato soggetto a critiche, ma è stato addirittura eliminato nella sua essenza e finanche nelle formule consacratorie, che sono così blasfeme, eretiche, e quantomeno illecite, cioè sacrileghe. Ma non contenti, i Santi Padri di Trento, guidati da Papi “veri” (Paolo III prima e, alla sua morte, Pio IV), non certamente “buffoncelli” istrionico-mediatici, “principi dell’esilio”, giullari mossi da burattinai “che odiano Dio e tutti gli uomini”, hanno aggiunto il punto 9 ove si comanda di pronunciare le parole del Canone a bassa voce ed esclusivamente in latino, evitando espressamente il vernacolo, o la barbara ed aliturgica “lingua del popolo”. Ecco che allora celebrare (… si fa per dire, naturalmente) un tale rito, o semplicemente il parteciparvi, carica di ulteriori anatemi, cioè di scomuniche, oltre a quelli già saldamente acquisiti di “execrabilis”, “ex apostolatus officio”, “quo primum” etc. etc., ponendo “ipso facto” ancor più fuori dalla “Chiesa Cattolica” che, essendo l’unica Chiesa di Cristo, attraverso la quale soltanto si può ottenere la salvezza eterna, preclude all’ignaro fedele (reo però di colpevole ignoranza!) la eterna salvezza, condannandolo al fuoco eterno. Potremmo andare avanti per molto ancora su questa sessione del Concilio tridentino, ma ci fermiamo qui, perché ce n’è abbastanza già per una seria riflessione sul come cercare di evitare il fuoco eterno dell’inferno, nel quale molti sono già immersi fino alla gola, magari presumendo di essere già pronti per una canonizzazione sicura e per essere elevati sugli altari! Il disprezzo e l’ignoranza delle leggi immutabili della Chiesa produrrà, Dio ci scansi, inevitabili “pianti e stridor di denti”. Si realizza la parola del Signore in Malachia “ et maledicam benedictionibus vestris, et maledicam illis …” [“Se non mi ascolterete e non vi prenderete a cuore di dar gloria al mio nome, dice il Signore degli eserciti, manderò su di voi la maledizione e cambierò in maledizione le vostre benedizioni. Anzi le ho già maledette, perché nessuno tra di voi se la prende a cuore” – Mal. II, 2]. Ve lo chiedo supplicandovi in ginocchio, con le lacrime agli occhi: fratelli, salvatevi dal fuoco eterno!

(*) [Il testo si trova in: Conciliorum Oecumenicorum Decreta, 3a ed. bilingue a cura di. G. Alberigo et al., EDB, Bologna 2003].

SETTEMBRE è il mese che la Chiesa dedica ai sette dolori della Madonna

Settembre è il mese che la Chiesa dedica

ai sette dolori della Madonna

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Mater Dolorosa

Memorare Triste.

Ricordatevi, o Vergine Maria, la più triste delle afflitte figlie di Eva, non si è mai udito in ogni tempo, che alcuno implorando nella sofferenza il vostro aiuto, non sia riuscito ad ottenere la vostra compassione e protezione. Animato da tale confidenza, a voi, o Regina dei martiri e Vergine Madre, vengo, come peccatore contrito, piangendo ed in ginocchio. O madre di Gesù crocifisso, non disprezzate la mia voce supplichevole, ma ascoltate ed esaudite la mia preghiera. Amen. – [Fonte: Manuale di devozioni in onore dei sette dolori della B.V. Maria, di p. Sebastiano del Santissimo Sacramento, 1868.]

I SETTE DOLORI DELLA BEATA VERGINE MARIA

sept. 2

MEDITAZIONI SUI SETTE DOLORI

1. La profezia di Simeone

“E Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua Madre: “Ecco questo bambino è posto per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione; anzi a te pure una spada tra­passerà l’anima, affin­ché vengano svelati i pensieri di molti cuori”. – (Luca II, 34-35).

Meditazione: Quanto grande è stato il colpo al cuore di Maria nel sentire le dolorose parole con cui San Simeone preannunziava la passione e la morte del suo dolce Gesù, tanto amara, dato che in quello stesso momento Lei ha visto nella sua mente tutti gli insulti, i vilipendi ed i tormenti che uomini empi dovevano procurare al Redentore del mondo. Ma una spada ancora più tagliente ha trafitto la sua anima: il pensiero dell’ingratitudine degli uomini verso il suo amato Figliuolo. Considerate ora che a causa dei vostri peccati, siete ancor voi infelicemente tra questi ingrati. (Ave Maria)

2. La fuga in Egitto

“Par­titi che furono quelli, ecco, un Angelo del Si­gnore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: « Alzati, prendi il Bam­bino e sua Madre, fug­gi in Egitto, e restaci finché non t’avviserò, perché Erode cercherà il Bambino per farlo morire ». Egli si alzò e, di notte, prese il Bambino e sua Madre, si ritirò in Egitto, e vi rimase fino alla mor­te di Erode. [Marco. II, 13-14].

Meditazione: Considera il dolore tagliente che Maria ha provato quando San Giuseppe viene avvertito da un Angelo che deve fuggire di notte, al fine di preservare il suo Figlio amato dalla strage decretata da Erode. Quale angoscia ha provato nel lasciare la Giudea, per timore di poter essere raggiunta dai soldati del crudele re! Quanto grandi le sue privazioni in quel lungo viaggio! Quali sofferenze ha patito in quella terra di esilio, quali dolori in mezzo a quella gente schiava dell’idolatria! Ma considerate voi quante volte avete rinnovato quell’amaro dolore di Maria, quando i vostri peccati hanno obbligato il suo Figlio a fuggire dal vostro cuore. (Ave Maria)

3. Lo smarrimento del Bambino Gesù nel Tempio

“Or, quando egli giunse al­l’età di dodici anni, re­catisi a Gerusalemme, secondo il rito della fe­sta, e terminati quei giorni, al loro ritorno, il fanciullo Gesù rima­se a Gerusalemme; ma i suoi genitori non se ne accorsero. Sicché, cre­dendo ch’Egli fosse tra i compagni di viaggio, fecero una giornata di cammino, poi andavano cercandolo fra i paren­ti e i conoscenti. Ma, non avendolo trovato, ritornarono a Gerusa­lemme in cerca di lui. E avvenne che, dopo tre giorni, lo ritrovaro­no nel tempio, seduto in mezzo ai dottori ad ascoltarli e interrogar­li”. [Luca II, 42-45].

Meditazione: Come pieno di terrore doveva essere il dolore di Maria, quando Ella ha temuto di perdere il suo amato Figlio! Ed ancora maggiore è stato il suo dolore quando, avendoLo cercato diligentemente tra i parenti e i conoscenti, non riusciva ad avere alcuna notizia di Lui. Non ci sono stati in Lei ostacoli, né stanchezza, né pericoli; ma i genitori, immediatamente tornati a Gerusalemme, per tre lunghi giorni Lo hanno cercato angosciati. Grande sia la tua confusione, anima mia, ché così spesso hai perso il tuo Gesù per i tuoi peccati e non hai avuto alcuna premura nel cercarLo una sola volta, segno che rende di molto poco o di nessun conto del prezioso tesoro dell’amore divino. (Ave Maria)

4. L’incontro di Gesù e Maria sulla via della Croce

“Lo seguiva una grande moltitudine di gente, di donne che si battevano il petto e si lamentavano su di Lui”. [S. Luca XXIII, 27].

Meditazione: Venite, o voi peccatori, venite a vedere se si può sopportare una vista così triste. Questa Madre, così tenera ed amorevole, incontra il suo Figlio amato, Lo incontra in mezzo ad empia gentaglia che Lo trascina in una morte crudele, ferito, lacerato da flagelli, coronato di spine, ricoperto di sangue, sotto il peso di una pesante croce. Ah, considera, anima mia, il dolore della Beata Vergine nel contemplare così il suo Figliuolo! Chi non avrebbe pianto nel vedere il dolore di questa Madre? Ma chi è stato la causa di tale dolore? Io, sono io, che con i miei peccati ho così crudelmente ferito il cuore della mia Madre dolente! E ancora non mi commuovo; sono duro come una pietra, mentre il mio cuore dovrebbe sciogliersi in lacrime per la mia ingratitudine. (Ave Maria)

 5. La crocifissione

“Ora, presso la croce di Gesù stavano sua Ma­dre e la sorella di sua Madre (… ), Gesù dunque, vedendo sua Madre e lì pre­sente il discepolo che Egli amava, disse a sua Madre: «Donna, ecco il tuo figlio: Poi disse al discepolo: « Ecco la tua Madre ». E da quel momento il discepolo la prese con sé” [Giovanni XIX, l8-25-27].

Meditazione: Guarda, anima devota, guarda verso il Calvario, sul quale sono stati eretti i due altari del Sacrificio, uno sul Corpo di Gesù, l’altro sul Cuore di Maria. Triste è la vista di quella cara Madre annegata in un mare di desolazioni nel vedere il suo amato Figlio, parte di se stessa, crudelmente inchiodato all’albero vergognoso della Croce. Ahimè! Ogni colpo di martello, ogni flagello sul corpo del Salvatore, è penetrato pure nello spirito sconsolato della Vergine. Allora si ferma ai piedi della Croce, trafitta dalla spada del dolore, volge gli occhi verso di Lui, fino a quando vede che non vive più, dopo aver rimesso lo spirito al Padre suo eterno. Ed anche la sua anima, come avendo lasciato il corpo, si è unita a quella di Gesù. (Ave Maria)

6. La discesa del corpo di Gesù dalla Croce

“Giuseppe d’Arimatea, membro distinto del Consiglio, che aspettava pure il regno di Dio, venne ed ebbe il corag­gio di presentarsi dinan­zi a Pilato, per domandargli il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto, ma, fatto chiamare il Centu­rione, gli domandò se era già morto. E ac­certato dal Centurione, concesse il cadavere a Giuseppe. Egli, com­prato un lenzuolo e de­posto il corpo, Lo avvol­se nel lenzuolo e Lo mi­se in un sepolcro che era stato scavato nella roccia, poi rotolò all’en­trata del sepolcro una pietra”.– [Marco XV, 43-46].

Meditazione: Considera il dolore più amaro che afflisse l’anima di Maria, nel vedere il cadavere del suo caro Gesù sulle sue ginocchia, ricoperto di sangue, tutto lacerato da profonde ferite. O Madre dolente, un fascio di mirra, infatti, è per il vostro Amato. Chi non avrebbe pietà di Voi? Quale cuore non è ammorbidito, vedendo l’afflizione che Vi rende come impietrita? Ecco l’inconsolabile Giovanni, la Maddalena e l’altra Maria in profonda afflizione e Nicodemo, che a malapena può sopportare il suo dolore. (Ave Maria)

7. La sepoltura di Gesù

“Ora, nel luogo dov’Egli fu croci­fisso, v’era un giardino, e nel giardino un sepol­cro nuovo, nel quale non era ancora stato po­sto nessuno. Lì, adun­que, a motivo della Pa­rasceve dei Giudei, giac­ché il sepolcro era vici­no, deposero Gesù.” [Giovanni XIX, 41-42].

Meditazione: Considera i sospiri che proruppero dal cuore triste di Maria quando vide il suo amato Gesù deposto nella tomba. Quale dolore quando Ella ha visto la pietra sollevata per coprire quella tomba sacra! Lei guarda un’ultima volta il corpo senza vita di suo Figlio e non riesce a staccare gli occhi da quelle ferite aperte. E quando la pietra grande viene rotolata per rinchiudere la porta del sepolcro, oh, allora davvero il suo cuore sembra strappato dal suo corpo! (Ave Maria)

Fonte: www.themostholyrosary.com/appendix1.htm  

Qui di seguito sono elencate le feste che cadono in questo mese:

1 settembre: Commemorazione di s. Egidio Abate; Commemorazione dei Santi Martiri dodici fratelli.

2 settembre: S. Stefano, confessore, semplice.

3 settembre: San Pio X Papa e confessore, doppio.

4 settembre: XVI domenica dopo la Pentecoste, doppio.

5 settembre: St. Lorenzo Giustiniani vescovo e confessore, semplice.

8 settembre: Natività della Beata Vergine Maria, doppio di classe II; Commemorazione di San Adriano martire.

9 settembre: Commemorazione di San Gorgonio martire.

10 settembre: San Nicola di Tolentino confessore, doppio.

11 settembre: XVII domenica dopo Pentecoste, doppio.

12 settembre: Santissimo nome di Maria, doppio maggiore.

14 settembre: Esaltazione della Santa Croce, doppio maggiore.

15 settembre: Sette dolori della Beata Vergine Maria, doppio della classe II; Commemorazione di San Nicomede martire.

16 settembre: S. Cornelio papa e San Cipriano vescovo, martiri, semplice; Commemorazione di SS. Eufemia Vergine, Lucia e Geminiano martiri.

17 settembre: Impressione delle Sacre Stimmate di San Francesco confessore, doppio.

18 settembre: XVIII domenica dopo Pentecoste, doppio.

19 settembre: San Gennaro Vescovo e compagni martiri, doppio.

20 settembre: S. Eustachio e compagni martiri, doppio.

21 settembre: TEMPORA di mercoledì (digiuno e parziale astinenza); San Matteo Apostolo ed Evangelista, doppio della classe II.

22 settembre: San Tommaso di Villanova vescovo e confessore, Double; Commemorazione dei Santi Maurizio e compagni martiri.

23 settembre: TEMPORA di venerdì (digiuno e completa astinenza); S. Lino Papa e martire, semplice; com. di s. Tecla Vergine e martire.

24 settembre: TEMPORA di sabato (digiuno e parziale astinenza); Nostra signora Della Mercede, doppio maggiore.

25 settembre: XIX domenica dopo la Pentecoste, doppio.

26 settembre: Commemorazione dei Santi Cipriano e Giustina vergine, martiri.

27 settembre: SS. Cosma e Damiano martiri, semplice.

28 settembre: S. Venceslao Duca, martire, semplice.

29 settembre: Dedicazione di San Michele Arcangelo, doppia della I classe.

30 settembre: San Girolamo sacerdote, confessore e dottore della Chiesa, doppio.

Mater Dolorosa

sept. 3 virgin-mary-seven-sorrows-dolors-devotion-sabat-mater

Pregate per noi o Vergine addolorata;

affinché siamo fatti degni delle promesse di Cristo!

La NOVENA per la Natività della Beata Vergine Maria, inizia il 30 agosto

 Inizio della Novena: 30 agosto 2016

Fine della Novena: 7 settembre 2016

Festa della Natività della Beata Vergine Maria: 8 settembre 2016

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Maria Bambina 

Novena a Maria Bambina

Santa Maria Bambina della casa reale di David, Regina degli Angeli, Madre di grazia e di amore, vi saluto con tutto il mio cuore. Ottenete per me la grazia di amare il Signore fedelmente durante tutti i giorni della mia vita. Ottenete per me una grandissima devozione a Voi, che siete la prima creatura dell’amore di Dio. Ave Maria…

O celeste Maria Bambina, che come una colomba pura nasce immacolata e bella, vero prodigio della saggezza di Dio, la mia anima gioisce in Voi. Oh! Aiutatemi a preservare nell’Angelica virtù di purezza a costo di qualsiasi sacrificio. Ave Maria…

Beata, incantevole e Santa Bambina, giardino spirituale di delizia, dove, il giorno dell’incarnazione, è stato piantato l’albero della vita, aiutatemi ad evitare il frutto velenoso della vanità ed i piaceri del mondo. Aiutatemi a far attecchire nella mia anima i pensieri, i sentimenti e le virtù del vostro figlio divino. Ave Maria…

Vi saluto, Maria Bambina ammirevole, rosa mistica, giardino chiuso, aperto solo allo Sposo celeste. O Giglio di paradiso, fatemi amare la vita umile e nascosta; lasciate che lo Sposo celeste trovi la porta del mio cuore sempre aperta alle chiamate amorevoli delle sue grazie ed ispirazioni. Ave Maria…

Santa Maria Bambina, mistica Aurora, porta del cielo, Voi siete la mia fiducia e speranza. O potente avvocata, dalla vostra culla stendete la mano per sostenermi nel cammino della vita. Fate che io serva Dio con ardore e costanza fino alla morte e così possa giungere all’eternità con Voi. Ave Maria…

Preghiera:

Beata Maria Bambina, destinata ad essere la Madre di Dio e la nostra tenera madre, provvedetemi di grazie celesti, ascoltate misericordiosamente le mie suppliche. Nei bisogni che mi opprimono e soprattutto nelle mie presenti tribolazioni, ho riposto tutta la mia fiducia in Voi.

O Santa Bambina, i privilegi che a Voi sola sono stati concessi dall’Altissimo, i meriti che avete acquistato, mostrano che la fonte dei favori spirituali ed i benefici continui che dispensate sono inesauribili, poiché il vostro potere presso il cuore di Dio è illimitato.

Degnatevi attraverso l’immensa profusione di grazie con cui l’Altissimo vi ha arricchito fin dal primo momento della vostra Immacolata Concezione, di esaudire, o celeste Bambina, le nostre richieste e saremo eternamente a lodare la bontà del vostro Cuore Immacolato.

IMPRIMATUR: In Curia Archiep. Mediolani 31 agosto 1931 – Canon. CAVEZZALI, Pro Vic. Gen

Fonte: www.themostholyrosary.com/appendix3.htm

Dolce cuore di Maria, siate la nostra salvezza!

 

 

 

Rispetto umano

 

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Rispetto umano

[E. Barbier: “I tesori di Cornelio Alapide”]

1. Il rispetto umano è una schiavitù. — 2. Il rispetto umano è una vigliacca debolezza. — 3. Il rispetto umano è uno scandalo. — 4. Che cosa vi è di disordinato nel rispetto umano. — 5. Donde viene il rispetto umano e necessità di disprezzarlo. — 6. Fa un atto di coraggio chi vince il rispetto umano.

1 . IL RISPETTO UMANO È UNA SCHIAVITÙ. — Quale atto più servile che quello di ridurre e di costringere se medesimo alla necessità di conformare la propria religione al capriccio altrui? di praticarla, non più secondo le norme del Vangelo, ma secondo le esigenze degli altri? di non adempiere i propri doveri, se non nella misura voluta dal mondo? di non essere cristiano, se non a talento di chi ci vede? S. Agostino condanna i savi del paganesimo, i quali mentre con la ragione vedevano un Dio unico, per rispetto umano si piegavano ad adorarne molti. E in forza di un altro rispetto umano, il cristiano vigliacco non serve al Dio che conosce e nel quale crede: quelli erano superstiziosi e idolatri; questo diviene oggidì, per rispetto umano, infedele ed empio. Quelli, per non esporsi all’odio dei popoli, praticavano all’esteriore quello che internamente ripudiavano, adoravano quello che disprezzavano, professavano quello che detestavano: — Colebant quod reprehendebant, agebant quod arguebant, quod culpabant adorabant (De Civit. Dei). E noi, per evitare le censure degli uomini, per una vile dipendenza dalle vane usanze e dalle massime corrotte del secolo, noi disonoriamo quello che professiamo, profaniamo quello che riveriamo, bestemmiano, se se non con la bocca, con le opere, non già, come diceva l’Apostolo, quello che ignoriamo, ma quello che sappiamo e riconosciamo. I pagani contraffacevano i divoti, scrive Bourdalone, e noi cristiani ci facciamo scimmie degli atei. La finzione di quelli non riguardava che false divinità, e quindi non era più che una finzione; presso di noi al contrario, la finzione riferendosi al culto del vero Dio, diventa un’abominevole impostura (Sermoni sur le respect hum.). – Ora, il fare così non è un rendersi schiavi, e proprio in quello in cui siamo meno scusabili, perché si tratta dell’anima e dell’eternità?… Nati liberi, tali dobbiamo inviolabilmente mantenerci per Iddio, cui si deve culto, fede, rispetto, adorazione, riconoscenza, amore…

2 – IL RISPETTO UMANO È UNA VIGLIACCA DEBOLEZZA. — La notte della Passione del Salvatore, la portinaia della casa di Caifa, disse a Pietro: « Non sei anche tu uno dei discepoli di quest’uomo? ed egli rispose: No » — “Dicit Petro ancilla ostiaria: Numquid et tu ex discipulis es hominis istius? Dicit ille: Non sum” (IOANN. XVIII, 17) . Ecco la debolezza vigliacca del rispetto umano. Qui si è avverato, come si avvera sempre in simili casi, quel detto dei Proverbi: « Chi teme l’uomo, non tarda a cadere » — “Qui timet hominem, cito corruet (Prov. XXIX , 25); e quell’altro del Salmista: « Non invocarono il Signore; quindi tremarono di spavento dove non c’era punto nulla da temere » — Deum non invocaverunt; illic trepidaverunt, ubi non erat timor (Psalm. LII, 6). La persona che si lascia vincere dal rispetto umano, teme quello che non è da temere, e non teme quello che bisogna temere… Che viltà, per esempio, non osare dimostrarsi cristiano per un semplice segno di croce! Il segno del cristiano non è forse la croce? Non è forse la croce, dice S. Agostino, che benedice e l’acqua che ci rigenera, e il sacrificio che ci nutrisce, e la santa unzione che ci fortifica? (Tract. CXVIII, in Ioann.). – Avete voi dimenticato che della croce furono segnate le vostre fronti, quando foste confermati dallo Spirito Santo? Perché segnarvela in fronte? Non forse perché su la fronte è la sede del pudore? Sì certo; Gesù Cristo volle armare con la croce, la nostra fronte contro quella falsa e misera vergogna del rispetto umano, che ci fa arrossire di cose che gli uomini chiamano piccole, ma che sono grandi innanzi a Dio. Cosa indegna e vile è il rispetto umano, e non ve n’è altra che tanto degradi, abbassi e disonori l’uomo… Colui che ne è schiavo, non merita più il nome di uomo, ma il suo luogo è tra le banderuole che segnano la direzione dei venti; poiché non sa fare altro che questo… Una tale persona è sommamente spregevole… Che cosa è la che trattiene? un motto, un sarcasmo, una beffa, un segno… Oh! che piccolezza di spirito, che viltà di cuore! Ne arrossiamo noi medesimi in segreto, e non ci sentiamo l’animo di superare simili bagattelle!… Cerchiamo pure di nascondere e di orpellare con altri nomi questa fiacchezza, questa viltà, ma invano… Noi temiamo le censure del mondo, degli increduli, degli empi, degli ignoranti, degli accidiosi, dei dissoluti… Noi temiamo di acquistarci nome di spiriti deboli e pregiudicati, se pratichiamo la religione; e non vediamo che somma debolezza è non praticarla. Qual cosa più vergognosa e più degradante, che la vergogna di comparire quello che si deve essere? Siamo canzonati; ma cosa vi è di più frivolo che le beffe? Chi è che si burla di noi? quale ne è il merito, il credito, la scienza, la virtù?… E noi osiamo vantarci coraggiosi, di animo grande, di carattere generoso? Codardia odiosa è il rispetto umano. Noi apparteniamo a Dio per tutti i titoli, per la creazione, la redenzione, la santificazione, la conservazione, e arrossiamo di servire Dio! … Il soldato si vergogna di servire il suo re! Di difendere la patria! … Noi ci adontiamo della religione, della virtù! cioè, ci vergogniamo di essere creati ad immagine di Dio, di essere stati redenti col suo sangue; noi arrossiamo di ciò che forma la gloria degli Apostoli, dei martiri, dei dottori, dei pontefici, dei confessori, delle vergini. Noi abbiamo vergogna di chiamare Dio nostro padre, d i essere suoi figli, di lavorare alla nostra salute, di andare al cielo! Quale stupidaggine e follia! o codarda debolezza, che non merita né indulgenza, né perdono!

3. IL RISPETTO UMANO È UNO SCANDALO. — Il rispetto umano è uno scandalo ingiurioso a Dio, perché ne abbatte il culto… Scandalo che facilmente si comunica, essendo gli uomini molto proclivi a dire ciò che odono…; a fare quello che vedono farsi dagli altri … Ma è sopratutto uno scandalo affliggente, dannosissimo nei r icchi, nei potenti, nei dotti.

4. CHE COSA VI È DI DISORDINATO NEL RISPETTO UMANO. — Primo disordine del rispetto umano: distrugge l’amore di preferenza che dobbiamo a Dio, il che è un annientare tutta la religione. Sacro dovere di ogni persona è preferire Dio alla creatura; ora, il rispetto umano fa anteporre la creatura al Creatore; e da ciò appunto questo vizio prende il suo nome che è disonorante come lo stesso vizio. Perché, infatti, lo chiamiamo rispetto umano? certamente non per altro motivo, se non perché ci fa preferire la creatura invece del Creatore. Da un lato mi comanda Iddio, dall’altro mi comanda il mondo; ed io per non dispiacere alla creatura, a lei obbedisco a scorno di Dio e a detrimento della mia salute; con disprezzo di Dio e dei miei più sacri doveri… Per piacere all’uomo, divengo ribelle a Dio. E allora, addio religione… – Secondo disordine del rispetto umano: getta l’uomo in una specie di apostasia. Quante irriverenze nel luogo santo, per paura d i comparire ipocrita o bigotto!… L’altare non diventa forse, per lo schiavo del rispetto umano, l’ara del Dio sconosciuto?….. non è anzi da lui disprezzato, disonorato, rinnegato? Gli Ateniesi onoravano il vero Dio senza conoscerlo; costui conosce il vero Dio, e lo dimentica, lo vilipende… Terzo disordine del rispetto umano: rende inutili le più preziose grazie di Dio. Un tale, per esempio, sente in sé desideri e disposizioni ad una vita più ordinata, ma il rispetto umano li soffoca e riduce all’impotenza… Vorrebbe un altro convertirsi, confessarsi, accostarsi alla santa Eucaristia; pregare, santificare le feste, essere in una parola, veramente e apertamente lo arresta, l’inceppa, lo impietrisce… Si vorrebbe fare il bene e adempiere tutti i doveri di buon cristiano, ma si vorrebbe che il mondo non se ne accorgesse… Si esce di chiesa, si parte dalla predica ben persuasi, ben convinti, e risolutamente determinati a fare quello che si è udito, ma ecco il rispetto umano che fa barriera insormontabile alle buone risoluzioni, manda a monte ogni anche ottimo provvedimento già preso… E così tutte le più elette grazie cadono vane sotto il peso di questa vigliacca debolezza prodotta dal rispetto umano…

5. DONDE VIENE IL RISPETTO UMANO E NECESSITÀ DI DEPREZZARLO.    — Il Vangelo, parlando dei progressi che faceva la dottrina di Gesù negli animi, dice che anche parecchi fra i primari e i maggiorenti dei Giudei credettero in Gesù Cristo, ma nota che non ne facevano professione esteriore, temendo che i farisei li scacciassero dalle sinagoghe; poiché stava loro più a cuore la lode degli uomini, che la gloria di Dio: — Ex principibus multi crediderunt in eum; sed propter pharisaeos, non confltebantur, ut e sinagoga non eiicerentur. Dilexerunt enim gloriam hominum magis quam gloriam Dei (IOANN. XII, 42-43). Ora tutti quelli che si lasciano guidare dal rispetto umano, non sono essi guidati da simili motivi? … O sì, questi sono la vera sorgente del rispetto umano!… Si temono le osservazioni, gli appunti, le critiche degli uomini! … Ora perché non abbiamo noi i sentimenti di S. Agostino e non diciamo con lui: « Fate pure di me quel giudizio che più vi garba; per me tutto il mio desiderio è che la mia coscienza non mi accusi innanzi a Dio » . [“Senti de Augustino quidquid libet, sola me conscientia in oculis Dei non aecuset” (Cantra Secundin. 1. I, e. I)]. – È necessità indeclinabile per il fedele, il calpestare il rispetto umano. -« Bisogna credere col cuore per ottenere la giustificazione, scrive il grande Apostolo, ma per arrivare alla salvezza ci vuole la confessione della bocca » — Corde creditur a d i u s t i t i a m , ore a u t em confessio flt a d salutem (Rom. X, 10); e al suo discepolo Timoteo inculcava che non si vergognasse di rendere testimonianza al Signore Gesù Cristo e non arrossisse di lui, Paolo, schiavo del medesimo Gesù; ma soffrisse con lui per l’Evangelo, secondo la forza che gliene veniva da Dio: — Noli erubescere testimonium Domini nostri, neque me vinctum eius; sed collabora Evangelio secundum virtutem Dei ( II , II, 8 ). Poi, parlando di se medesimo ai Galati poteva dire con la fronte alta: « Di chi cerco io l’approvazione? degli uomini o di Dio? Forse che mi studio di piacere agli uomini? Se piacessi ancora al mondo, non sarei servo di Dio? » — “Modo hominibus suadeo; an Deo? An quaero hominibus piacere? Si adhuc hominibus placerem, Christi servus non essem” (Gal. I, 10). « No, dice altrove questo grande Apostolo, io non arrossisco del Vangelo » — “Non erubesco Evangelium” (Rom. I, 16 ); « e poco m’importa del giudizio che voi od altri facciate di me » — “Mihi pro minimo est ut a vobis iudicer aut ab humano die” ( I Cor. IV, 3). Non meno chiaramente del discepolo, già aveva parlato il maestro, perché parole formali di Gesù Cristo sono le seguenti: « Se alcuno si vergognerà di me e della mia dottrina, il Figliuolo dell’uomo si vergognerà di lui quando verrà circondato della sua maestà e di quella del Padre, e degli Angeli santi ». — Qui me erubuerit, et meos sermones, huno Filius hominis erubescet, cum venerit in maiestate sua, et Patris, et sanctorum angelorum (Luc. IX, 26) . E poi di nuovo: « Chi mi avrà rinnegato dinanzi agli uomini, sarà pure rinnegato da me in faccia al Padre mio che è nei cieli » — Qui negaverit me coram hominibus, negabo et ego eum coram Patre meo, qui in coelis est (MATTH. X, 33) . Ascoltiamo dunque l’avviso d’Isaia e non spaventiamoci dell’obbrobrio e delle bestemmie degli uomini: — “Nolite timere opprobrium hominum, et blasphemias eorum ne mutuati” (Is. LI, 7).

6. FA UN ATTO DI CORAGGIO CHI VINCE I L RISPETTO UMANO. — « È gloria grande seguire il Signore, dice il Savio; da lui si avrà lunghezza di giorni » — “Gloria magna est sequi Dominum: longitudo dierum assumetur ab eo” (Eccli. XXIII, 38) . « Perché non rinnegarono il Cristo, scrive S. Agostino, passarono da questo mondo al Padre celeste: confessandolo, meritarono la corona di vita, e la tengono per sempre ». [“Quia Christum non negaverunt, transierunt de hoc mundo ad Patrem; confitendo, coronam promerentes, et vifcam sine fine tenentes” (In Eccli.)]. – Che cosa fece mai di così grande, il buon ladrone, domanda S. Giovanni Crisostomo, di andare così presto in cielo? Volete voi che vi dica in due parole la sua virtù? Udite: mentre Pietro rinnegava Gesù Cristo ai piedi della croce, allora egli Lo confessava pubblicamente su la croce. Il discepolo non ebbe coraggio di sopportare le minacce di una vile fantesca; ma il ladrone vedendo intorno a sé tutto il popolo che urlava, schiamazzava, bestemmiava contro il Cristo, non tenne in nessun conto tutto quel baccano; non si fermò alle umiliazioni presenti del crocifìsso, ma veduto tutto cogli occhi della fede, non badando alle illusioni esteriori, calpestando ogni rispetto umano, riconosceva nel paziente il Signore dei cieli, e a lui sottomettendo le facoltà dell’anima sua, ad alta voce e senza paura di essere burlato, esclamava: Signore, ricordatevi di me, giunto che sarete al vostro regno (Homil. de Cruce et latrone). E in ricompensa della sua viva fede, del suo coraggio nel confessarlo in faccia a tutta la folla, senza badare a rispetto umano, ebbe la dolce ventura di udirsi rivolgere dalla bocca medesima di Gesù Cristo quelle consolanti parole: « Oggi sarai con me in paradiso — Hodie mecum eris in paradiso (Luc. XXIII, 43). La forza, la grazia, la salute, la gloria, stanno nel disprezzo del rispetto umano… Chi si mette sotto i piedi il rispetto umano, è padrone di sé, del mondo, di tutte le creature, del cielo, di Dio medesimo… Il cristiano coraggioso non arrossisce mai di Dio, né della sua religione… In questo coraggio sta la vera gloria… Esso salvò la Maddalena, il pubblicano, il prodigo, il buon ladrone. Se essi avessero dato ascolto al rispetto umano, sarebbero tutti perduti; lo disprezzarono, sono lodati da Gesù e resi gloriosi… I Santi, i più eccellenti personaggi di tutti i secoli, tali divennero perché, disprezzando il rispetto umano, camminarono diritti alla loro via … Imitiamoli … « Se noi soffriamo con Gesù, dice S. Paolo, regneremo con Lui; se Lo rinneghiamo, anch’Egli ci rinnegherà » — “Si sustinebimus et conregnabimus; si negaverimus et ille negabit nos” ( II Tim. II, 12). « Essi ebbero timore di ciò che non dovevano temere, dice il Profeta, e il Signore spezzerà le ossa di quelli che cercano di piacere agli uomini; furono coperti di confusione, perchè Iddio li ha disprezzati » — “illic trepidaverunt ubi non erat timor, Deus dissipavit ossa eorum qui hominibus placent; confusi sunt, quoniam Deus sprevit eos (Psalm. LII, 6 – 7). Ecco un triplice castigo per quelli che si lasciano guidare dal rispetto umano per incontrare il genio del mondo: 1° il rompimento delle ossa, cioè la perdita della vita, della felicità, della pace, della salute; 2° la confusione, l’ignominia, la perdita della gloria; 3° il disprezzo di Dio e la riprovazione.

La strana sindrome di nonno Basilio 34

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Caro direttore, non si è ancora liberato di me! Sono ancora qui a chiederle aiuto per risolvere il mio strano caso, e quindi la prego di usarmi carità cristiana nel leggere questa ennesima missiva. Le racconto subito della gita che ha organizzato mio nipote Mimmo con l’ausilio ovviamente di Caterina, l’uno e l’altro alla ricerca di un ambiente verdeggiante, collinare, fresco, dall’aria tersa e dai sapori antichi, magari con qualche nota di carattere culturale e storico. Io mi sono fidato di loro, e così dopo essermi sorbito tutte le raccomandazioni accorate della Genoveffa, che mi ha appioppato tra l’altro un astuccio zeppo di compresse e capsule varie, con i relativi orari di assunzione nella giornata ed un bottiglia di acqua fresca, mi sono seduto in un’auto, non proprio una fuoriserie, un po’ attempata, una specie di nonno Basilio a quattro ruote, alla quale Mimmo dice di aver sistemato i freni, regolato la pressione degli pneumatici, rabboccato i liquidi, e, già che c’era, dato una pulitina alla tappezzeria delle poltrone, guidata dalla puntigliosa Caterina, che tanto tiene alla pulizia e all’ordine. Ci siamo così avviati, in una bella e soleggiata giornata primaverile, imboccando strade sempre più strette, anche se in fondo comode per il guidatore ed i viaggiatori. Che bel panorama collinare, con tanto verde e piante ben ordinate, e così do una sguardo anche ai cartelli stradali con le indicazioni delle località, ma cosa leggo? … Chianciano Terme, Montepulciano, Montalcino … ma qui siamo in piena zona vinicola! Passare in mezzo alle vigne, già mette tanta allegria … Mimmo, ma non mi dire che ci hai portato qui a bere un goccetto, … se lo sa la Genoveffa! … e qui poi se la polizia ci controlla, ti sottopongono alla prova del palloncino, e sono guai! Caterina si è intanto appisolata, cullata dall’incedere dell’auto e dall’aria serena, e Mimmo cerca di tranquillizzarmi dicendomi a bassa voce: “Nonno, stai tranquillo, siamo nel senese, ti porto a Pienza, a visitare questa cittadina molto particolare, che mi hanno fatto conoscere certi miei amici senesi, … e vedrai che tornerai contento!”. “A Pienza! Ma certo che sono contento. Conosco bene la storia di questa bellissima cittadina! “Sai perché si chiama Pienza”? “Beh veramente, … così su due piedi, ricordo qualcosa vagamente …”. Ho capito Mimmo, te lo dico io: “ … Questa è la cittadina di Enea Silvio Piccolomini”! “E chi è costui, mi fa Mimmo, mostrando tutta la sua ampia cultura, … ah ora che mi ricordo … un regista cinematografico, no, no, … aspetta, un attore di teatro d’avanguardia, ma no, … un tenore lirico, mi pare! …”. “Ma Mimmo, facevi meglio a dire: non lo so!” Enea Silvio Piccolomini nato a Pienza il 18 Ottobre 1405 è diventato Papa nel 1458 col nome di Pio II. Era un soggetto un po’ particolare, anche considerando l’epoca in cui viveva … Pensa che egli trasformò un piccolo borgo medioevale, Corsignano, in una residenza papale in stile rinascimentale, un vero gioiellino, supportato dal progetto di Bernardo Gambarelli, detto il Rossellino, allievo di Leon Battista Alberti! Una volta terminati i lavori, emise addirittura un’apposita bolla, la “Pro excellenti” del 13 agosto del 1462, con la quale chiamò la nuova splendida cittadina Pienza, e la elevò a sede vescovile sotto la diretta giurisdizione della Santa Sede. Poi egli stesso, venne a consacrare la cattedrale il 29 Agosto 1462 per la festività di San Giovanni Battista ed inaugurava la nuova città di Pienza. Parlando parlando abbiamo fatto il nostro ingresso in Pienza, … ecco il corso Rossellino (beh, come minimo … un omaggio in riconoscimento all’urbanista progettista, visto che svolse al meglio il compito assegnato e, nonostante i gravi problemi statici della Cattedrale ed un consuntivo di quasi cinque volte il preventivo di 10,000 fiorini, la sua opera è giunta fino a noi!) con gli splendidi palazzi storici quattrocenteschi, fin verso la piazza della cattedrale! Intanto Caterina esce dal suo sopore dicendo: “ … nonno, ma vedo che conosci molto bene le vicende di Pienza e di Pio II, raccontaci ancora qualcosa di questo uomo divenuto Vicario di Cristo in un’epoca in cui l’assetto della Santa Chiesa, cominciava a traballare, attaccata dall’umanesimo avanzante ed in contrasto con il Cristianesimo, la filosofia scolastica e tomistica!” – “ Vi accontento subito: Pio II fu letterato, umanista e grande opportunista ed ebbe una vita molto “strana” per essere un futuro Papa, ma a quell’epoca ….. Enea Silvio Piccolomini nacque il 18 ottobre 1405, da giovane studiò lettere a Siena sotto Mariano Sozzini, un soggetto da prendere con le molle, probabile parente di quel Lelio Sozzini, zio di Fausto Sozzini che ne fu poi l’erede ideologico ed operativo, e che pare sia stato il vero iniziatore della setta massonica, che prese le mosse da una conferenza tenutasi a Vicenza nel 1547, nella quale i convenuti decisero di attuare strategie per distruggere il Cristianesimo e la Chiesa Cattolica, … ma questa è una storia molto complessa, ve la racconterò un altro giorno. Da qui, il Piccolomini, passando per mezza Italia, arrivò a Basilea al seguito del Cardinale Domenico Capranica. Aderirì alla corrente scismatica che si opponeva al Papa Eugenio IV diventando consigliere e segretario di Amedeo VIII di Savoia, antipapa con il nome di Felice V. Nel 1442 fu inviato da Felice V in Germania a Francoforte alla corte dell’Imperatore Federico III. L’Imperatore fu talmente affascinato dalla cultura e dalla personalità dell’uomo che gli chiese di diventare suo consigliere e segretario! Ma il Signore aveva ben altri progetti: il 10 Novembre 1444 un esercito di polacchi ed ungheresi fu distrutto dai Turchi sulla Varna. Anche per un diplomatico (ed eterno indeciso nella sua equidistanza tra Papa ed antipapa) come Federico III, era necessario prendere una posizione, o quanto meno cercare di riunire le forze per non essere spazzati via dalle orde turche. E chi meglio di Enea Silvio era più adatto per ricucire i rapporti con Roma. Detto fatto, Enea Silvio fu inviato come ambasciatore a Roma. Dimostrando il suo grande intuito, fece pubblica ammenda dei propri errori riuscendo a farsi perdonare, dopo tre giorni di attesa in una specie di Canossa del 1444, da Eugenio IV che mise però una condizione a Federico III: il riconoscimento di se stesso come unico Papa. E latore del messaggio fu Enea Silvio nominato “ad hoc” segretario apostolico. Nello stesso tempo quindi il Piccolomini era segretario del Papa, dell’antipapa e dell’Imperatore, alla faccia dei Guelfi e Ghibellini. Ormai sulla quarantina il Piccolomini ritenne che poteva resistere (o come diceva Lui sopportare) alla castità … ed entrò nella carriera ecclesiastica che rapidamente scalò, tanto che, nel 1458 a soli 53 anni, salì sul Trono di Pietro con il nome di Pio II. La sua elezione creò grandi aspettative tra gli altri umanisti del tempo, ma vennero, come spesso accade, amaramente delusi, non considerando essi, che lo Spirito Santo che assiste il Santo Padre, soffia dove vuole, e manda avanti i progetti di Dio, non quelli dell’uomo! Dopo diverse vicende, Pio II muore ad Ancona il 14 Agosto 1464 ove, alla testa di un piccolo esercito, stava per imbarcarsi sulle galee veneziane per la Terra Santa. Ma Caterina, con fare malizioso, riprende: “Nonno, tu sai troppe cose riguardo a questa faccenda, ti conosco bene, non me la racconti giusta, qui … naso, naso, sento odor si zio Tommaso! Vero?” – “Capperi che fiuto! È vero Caterina, ti devo dare ragione, si vede che nel Battesimo, lo zio ha impresso nella tua anima, oltre che il carattere indelebile del cristiano, anche la facoltà di “annusare” i suoi lasciti spirituali”. – “E allora, non tenerci sulle spine!” – “E allora, devo dirvi, che nei primi anni di liceo, ho avuto qualche difficoltà con il latino, e lo zio Tommaso, santo sacerdote, mi dava delle ripetizioni, e mi assegnava una caterva di versioni e brani da tradurre, brani che comprendevano, oltre ai classici latini, anche bolle ed encicliche papali … di una difficoltà incredibile, anche perché tanti vocaboli curiali non si trovavano nei comuni vocabolari. Durante le vacanze natalizie, non ricordo bene di quale anno, mi assegnò da tradurre, nientemeno che una bolla del 18 gennaio del 1459, data a Mantova, indovinate? … di Pio II: “Execrabilis” … tanto è breve … diceva lo zio, una robetta semplice! Inutile dire che mi attossicò le feste! … vediamo se me ne ricordo ancora l’esordio: “Execrabilis et pristinis temporibus inauditus tempestate nostra inolevit abusus, ut a Romano Pontifice … etc.”, o ragazzi, me la ricordo ancora, come se fosse ieri! “Bravo, nonno, – interviene Mimmo che ha una certa … allergia per il latino – dicci in italiano che cosa volesse dire!”. “Eccoti accontentato, me la sono scaricata da quegli aggeggi moderni, e ripulita da errori modernisti, caricata sul cellulare proprio per accontentarti, ascolta: “Ai nostri tempi si sta verificando un esecrabile abuso, sconosciuto in età precedenti, e precisamente che gente, imbevuta dello spirito di ribellione, presuma di appellarsi contro il Pontefice di Roma, – il Vicario di Gesù Cristo, cui fu detto nella persona del santo Pietro: «Nutri il  mio gregge» e «Qualunque cosa tu legherai in terra, sarà legata anche in Cielo»: – non certo per  desiderio di più alta giustizia, ma al solo scopo di sfuggire le conseguenze dei loro peccati, ad un  futuro Concilio, mentre chiunque non ignori completamente la legge può giudicare quanto ciò sia  contrario ai canoni sacri e dannoso alla Comunità Cristiana. Poiché – trascurando altre cose, che ancor più manifestamente si oppongono a tale corruzione – chi non giudicherebbe ridicolo che si faccia appello a qualcosa che non esiste e di cui nessuno conosce il momento in cui comincerà ad  esistere? – I miseri sono oppressi dai più forti con ogni mezzo, i crimini rimangono impuniti, si dà esca alla ribellione contro la più alta Sede, si concede la libertà ai delinquenti e la disciplina ecclesiastica e l’ordine gerarchico vengono confusi. Perciò, desiderosi di allontanare dalla Chiesa di Cristo questo pestifero veleno, di provvedere alla salvezza del gregge a Noi affidato e di tener lontano dall’ovile del nostro Salvatore ogni causa di scandalo, noi condanniamo i ricorsi in appello di tal genere, col consiglio e il consenso dei nostri venerabili fratelli Cardinali e di tutti i prelati e giureconsulti della legge Divina ed umana, appartenenti alla Curia, e sulla base della nostra sicura conoscenza li denunziamo come falsi e detestabili, li infirmiamo nell’eventualità che qualcuno di tali appelli, esistente al momento, sia scoperto e dichiariamo e decretiamo che essi – come vani e pestilenziali – siano privi di alcun significato. Quindi noi diffidiamo chiunque dal ricorrere con tali appelli, sotto qualunque pretesto, contro le nostre ordinanze, sentenze e provvedimenti, o contro quelle dei nostri successori, o di aderire a tali appelli, fatti da altri, od infine di fame uso in qualsiasi modo. Se alcuno di qualsiasi stato, rango, condizione od ordine esso sia, anche se insignito della dignità Imperiale, regia o Papale (papale, ascolta bene, Rocco!), contravverrà a ciò dopo lo scadere di due mesi dalla pubblicazione di questa Bolla nella Cancelleria Papale, egli incorrerà «ipso facto » nella sentenza di anatema, da cui potrà essere assolto, solo dal Pontefice di Roma ed in punto di morte. Le Università o corporazioni verranno colpite da interdetto ecclesiastico, e nondimeno, corporazioni ed Università, come le suddette e tutte le altre persone, incorreranno in quelle penalità e censure, in cui incorrono gli offensori che abbiano commesso «crimen laesae maiestatis», ed i promotori di depravazioni eretiche. Inoltre scrivani e testimoni, che abbiano sottoscritto atti di tal genere ed in generale tutti coloro che abbiano coscientemente dato consigli, aiuto od appoggio a tali appellanti, saranno puniti con le medesime pene. Perciò non è permesso ad alcuno di contravvenire o di opporsi con impudenti perversioni a questo documento della nostra volontà, con cui noi abbiamo condannato, riprovato, infirmato, annullato, decretato, dichiarato ed ordinato quanto sopra. Se tuttavia alcuno oserà, sappia che incorrerà nello sdegno dell’Onnipotente Iddio e dei santi Apostoli Pietro e Paolo”. Data a Mantova nell’anno 1459 dell’Incarnazione di nostro Signore, nel quindicesimo giorno prima delle calende di febbraio, nel primo anno del nostro Pontificato (18 gennaio 1459).”. “Nonno, ma io non capisco perché Pio II avesse voluto scrivere questa bolla!”, dice l’attenta Caterina. “Papa Pio II ha utilizzato questo mezzo, le rispondo, per condannare l’errore del “conciliarismo” così dilagante ai suoi giorni. Dopo la morte del Papa Bonifacio VIII nel 1300, i nemici di Cristo, all’interno ed all’esterno della sua Chiesa, tra i quali un certo Dante Alighieri, [… questo ce lo raccontava di nascosto lo zio Pierre, ovviamente, dicendo che il “divin scopiazzatore” di opere arabe, come egli lo chiamava, era in realtà un rosa+croce col “vizietto” di Sodoma, imbevuto fino al midollo di principi gnostici, finto devoto ed a parole osservante la fede cattolica, ma in realtà feroce anticlericale, un antesignano degli eretici moderni sedevacantisti, … alcune delle suo opere finirono all’indice, e scorrazzava per l’Italia onde sfuggire agli inquisitori che indagavano sulle sue stramberie … “sotto il velo de li versi strani” … altro che tomista!!], “questi nemici, dicevo, tentando la fuga dagli insegnamenti apostolici, della Chiesa, tramandati attraverso i Pontefici, cercavano di appellarsi ai pronunciamenti papali, sia in chiave politica che teologica, ricorrendo ad un Concilio generale di tutta la Chiesa, by-passando il Papa se necessario, o addirittura eliminandolo, ed intronizzando all’uopo l’antipapa Martino V. Questo atteggiamento sprezzante, arrogante è in pratica una “usurpazione del potere papale da parte di un assemblea “conciliarista.” Chiaramente, il “conciliarismo” è stato sempre un pericolo incombente per la Chiesa, per il Papato e la dottrina divina, in tutte le epoche, perché fidando su questo errore del “conciliarismo”, il re e il clero si sentivano in diritto di rifiutare le decisioni della Santa Sede, minacciando di appellarsi a futuri concili o a futuri Papi nella speranza di cambiare la politica o la dottrina della Chiesa. Quando, nel 1458, Pio II salì al soglio di Pietro, egli stesso era imbevuto di “Conciliarismo”. Tuttavia, una volta assiso sul trono papale, cambiò opinione (si vede che lo Spirito Santo, allora, non era ancora andato in ferie … veramente neanche adesso!), realizzando il pericolo funesto di appellarsi ad un futuro Concilio con lo scopo espresso o segreto di ribaltare la tradizione della Chiesa ed il deposito della fede. Cosicché facendosi la questione sempre più seria, emanò questa bolla il 15 febbraio del 1459 in modo da mettere al bando questa nociva manovra associandola inoltre e giustamente con due delle più severe punizioni che la Chiesa possa infliggere. Ecco come in “Execrabilis” egli ha dato la legge definitiva della Chiesa per proteggersi dai concili illegali e da falsi papi usurpanti, non solo nel suo tempo, ma in tutti i tempi a venire! Questo pronunciamento del Papa, è un insegnamento della Chiesa con il carattere dell’infallibilità, poiché si riferisce specificamente alla fede e alla morale. Inoltre, non può essere revocato o reso inoperante o nullo. Papa Pio II, in obbedienza al suo dovere solenne e fondamentale di proteggere la fede e la morale dei fedeli, ha blindato la Chiesa Apostolica con questa potente arma per combattere i concili illegali, infliggendo loro dei colpi mortali. Raramente si trova un pronunciamento infallibile così breve e così totalizzante e sconvolgente come in Execrabilis. Execrabilis è così concisa (lo dico oggi, ma all’epoca della versione mi sembrava interminabile!), che sembra, ad una prima lettura, che il suo messaggio travolgente non assuma particolare importanza e significato. Qui ad un tratto Mimmo, ferma l’auto, e dice: “… adesso dobbiamo fermarci, parcheggio l’auto e ci sediamo al tavolo di un locale, perché voglio capire bene la questione! Questa, nonno è una mazzata tremenda per quelli che pensano che un Concilio, legale o illegale che sia, possa cambiare la dottrina o l’insegnamento della Chiesa, o che un finto papa qualsiasi possa alterare anche una virgola del Magistero! – Anche Caterina comprende bene la portata di questa bolla ed esclama, quasi ad alta voce, tra la meraviglia dei passanti: “Nella giustizia apostolica noi cattolici di oggi dobbiamo usare quest’arma contro il Concilio Vaticano 2° illegale, un concilio malvagio convocato per eludere la dottrina divina di Cristo, gli insegnamenti e la pratica della sua Chiesa; un Concilio satanico chiamato a “liberare” l’umanità dalle sentenze passate della Santa Sede, le sentenze emanate dalle chiavi di Pietro! Dobbiamo usare “Execrabilis” per battere a morte l’abominevole e detestabile Concilio vaticano II, giustamente “execrabile”, che avuto l’ardire di riaprire le sentenze infallibili della Chiesa di Cristo, in violazione delle leggi che vietano questo atto anti-cattolico e contro i precetti divini”. E Mimmo: “Si può dire che Execrabilis è la scopa ecclesiale che spazza la Chiesa pulendola dalle opere peccaminose di un Concilio illegale. Come un cane indisciplinato è spaventato dall’essere cacciato via da una scopa nel deretano tenuta nelle mani di una madre coscienziosa di famiglia, così anche i cagnacci refrattari del Vaticano secondo erano e sono terrorizzati da “Execrabilis” nelle mani della Santa Madre Chiesa. Certo, è per questo che nessuno ne parla mai, anche tra quelli che si definiscono tradizionalisti, ma che sono semplicemente una opposizione, manovrata sempre dai nemici di tutti gli uomini, per portare i fedeli nella rete di satana”. “Ragazzi calma, vi prego … direttore, io sono sconvolto, ma che dicono questi nipoti? Non ci capisco più niente! Allora rimettiamo un po’ di ordine: “Qui vediamo che lo scopo di fare appello ad un Concilio illegale è quello di sfuggire al giudizio passato e definito dalla Santa Sede. Ma Execrabilis taglia fuori i malvagi, affermando che un Concilio non può essere utilizzato per riaprire le sentenze. Execrabilis ci dice che, una volta che la Chiesa ha emesso una sentenza, questa non può essere contestata dai Concili o da futuri Papi (che a questo punto non sarebbero veri Papi, ma usurpatori e falsi, come minimo per non voler custodire il deposito della fede!). Questa bolla fa il pari con quella di Paolo IV “ex apostolatus officio” del 1558, bolla totalmente confermata in ogni enunciato da una successiva bolla: “Inter multiplices curas” di San Pio V nel 1566, (ed anche questa mi ha attossicato una volta le vacanze estive … ve ne parlerò prossimamente!). La Chiesa non corregge mai se stessa, perché non fa mai errori di fede o di morale. Con Cristo come capo e lo Spirito Santo come sua guida, non ci può essere nessuna necessità di perfezionare o riaprire le sentenze già emesse. L’eresia conciliarista (l’idea di usare un Concilio per riaprire sentenze infallibili), fu coraggiosamente affrontata con il legiferare di Papa Pio II, ma riemerse in epoche successive, in particolare nel XIX secolo al Concilio Vaticano e riapparve nuovamente nel XX secolo in seguito alla morte di Papa Pio XII. Al Concilio Vaticano I, chiaramente c’erano due fazioni al lavoro: una per infallibilità; l’altro voleva vedere le passate sentenze della Chiesa riaperte e modificate o cancellate. Così come oggi, da un lato c’erano i fedeli cattolici apostolici; dall’altra pullulavano i marrani con i loro seguaci, molti dei quali erano confusi e ingannati” – “così come lo erano molti Vescovi – interrompe Caterina – al Concilio Vaticano II” … “ingannati, facendo loro credere che le sentenze della Chiesa avrebbero potuto essere cambiate o cancellate. Il problema che si poneva al Vaticano I, era quello dei marrani” … “ si è lo stesso cuneo usato anche nel Vaticano II”, dice Caterina, … una Chiesa nuova e diversa che avrebbe dovuto rivedere la sua posizione rispetto agli ebrei modificando vergognosamente tutto ciò che la Chiesa ha sempre ritenuto ed insegnato. Volevano un’accettazione del giudaismo rabbinico talmudico, non mosaico, come una religione giusta, e superiore al cristianesimo. “Nel 1869-70 gli ebrei avrebbero voluto fosse cancellata l’accusa di deicidio e volevano la rimozione della maledizione di Dio che loro malvagità aveva attirato sulla loro razza. Una volta aperta loro la porta, non ci sarebbe stato più alcun ostacolo alla Sinagoga di Satana, che avrebbe potuto riversare nella Chiesa, come un cumulo di immondezza, tutti i deliri delle false dottrine gnostiche … come più tardi doveva avvenire nel Concilio del 1962-65, conclude sempre Caterina. “Vi spiego meglio cosa accadeva nel 1869 quando i nemici della Chiesa Cattolica, cercarono di confutarne la infallibilità e la irreformabilità delle sentenze. Nel 1869-70 il nemico-marrano cercò di raggiungere il suo obiettivo ingannevole, inducendo i prelati al Concilio ad approvare dichiarazioni diametralmente oppose a quelle che la Chiesa aveva da sempre in precedenza emanate ed in breve, in contraddizione con se stessa. Questo avrebbe comportato la riapertura dell’intera bagaglio di sentenze infallibili ed irreformabili del passato. Quello che i marrani avevano in mente, naturalmente, era la distruzione dell’intero deposito della fede, lo “stripping” della Chiesa cattolica, ed in definitiva la sua scomparsa”. – “ … Nonno ma questo è quanto è successo dal 1962 in poi, quando al soglio di Pietro sono stati collocati con la compiacenza delle conventicole massoniche dei veri marrani, per’altro ancora in carica …” – “L’inganno era un po’ quello che avviene nei mercatini malfamati, quando pensando di acquistare un cappotto di visone mostrato, ci si ritrova, dopo aver pagato, non un morbido visone, ma un opossum spinoso. La proposta iniziale era quella di far firmare ai Padri conciliari (… ora il tasto funziona bene!) un “appello alla conversione degli Israeliti”, poi aggiungendo altre asserzioni in netto contrasto con la dottrina della Santa Chiesa Cattolica. In quel frangente scoppiò la guerra franco-prussiana ma Pio IX tenne duro, non chiuse il Concilio se non dopo che fossero stati approvati i pronunciamenti sull’infallibilità del Santo Padre, per cui le sentenze passate della Chiesa sono irreformabili, e non si possono più riaprire in modo da rendere inalterabile la dottrina tradizionale, permanentemente infallibile, della Chiesa, in ogni tempo. All’inizio fu difficile far capire ai Padri conciliari la riaffermazione di principi già definiti al Concilio di Lione e di Firenze. Pio IX voleva un Concilio dogmatico che riaffermasse l’infallibilità papale per una ragione molto vitale: voleva mettere in chiaro che le sentenze passate della Chiesa, essendo infallibili come sono, di conseguenza sono permanenti, vincolanti per tutte le epoche e quindi non devono mai essere riaperte o riformate in modo da dare loro nuove espressioni. Ricordo come fosse ieri, lo zio Tommaso ci faceva un fosso in testa se non imparavamo a memoria queste cose: “Le sentenze della Chiesa sono irreformabili e costanti perché sono gli echi di vita degli insegnamenti infallibili dati attraverso i secoli. E Pio IX voleva un Concilio dogmatico aggiornato proprio per precisare questo. Per combattere il male conciliarista della riapertura delle passate sentenze, il Concilio Vaticano, nella sua prima costituzione dogmatica, che data il 18 luglio 1870, dichiara: “E poiché per il diritto divino del Primato Apostolico il Romano Pontefice è posto a capo di tutta la Chiesa, proclamiamo anche ed affermiamo che egli è il supremo giudice dei fedeli [PIO VI, Breve Super soliditate, d. 28 Nov. 1786] e che in ogni controversia spettante all’esame della Chiesa, si può ricorrere al suo giudizio [CONC. OECUM. LUGDUN. II]. È evidente che il giudizio della Sede Apostolica, che detiene la più alta autorità, non può essere rimesso in questione da alcuno né sottoposto ad esame da parte di chicchessia [Ep. Nicolai I ad Michaelem Imperatorem]. Si discosta quindi dal retto sentiero della verità chi afferma che è possibile fare ricorso al Concilio Ecumenico, come se fosse investito di un potere superiore, contro le sentenze dei Romani Pontefici.” (Pastor Aeternus cap. III). In pratica è la riaffermazione di Execrabilis, e di quanto in precedenza affermato pure da Papa Niccolò II al sinodo di Quedlinburg (1085), “Non è consentito a nessuno di rivedere sentenze e sedersi in giudizio su ciò che è già giudicato” (citato nella nota in calce al documento del Conc. Vaticano 1). Non c’è in definitiva assolutamente nessun appello su un giudizio infallibile già pronunciato”. – “Nonno ma capisci che è un colpo mortale inferto a questo falso concilio del 1962” sobbalza Mimmo! E sì, riprende Caterina, così il Concilio Vaticano primo ha assestato il colpo di grazia al Vaticano secondo. Il Vaticano primo, come già Execrabilis, ha fatto in modo che il Conciliabolo (a questo punto) sarebbe morto già prima di nascere, miseramente abortito!” – “Però attualmente il nemico-marrano sta usando questo argomento falso per sfiduciare i fedeli – continua Caterina come illuminata da un bagliore di verità – … il nemico Marrano ritiene se stesso come l’unico qualificato a dirci che cosa la Chiesa abbia stabilito, così da fingere che le leggi passate della Chiesa siano antiquate e inapplicabili alle circostanze odierne. Cerchiamo allora di essere attenti ai trucchi secolari dei Marrani, e di essere consapevoli del tradimento rivoltante che stanno operando”. – “Badate ancora bene, che sempre a proposito del Vaticano primo, o meglio unico!, … che ribadisce ancora i concetti di Execrabilis, sempre nella “Pastor aeternus”, al cap. IV , è sottolineato con forza che: “ … lo Spirito Santo infatti, non è stato promesso ai successori di Pietro per rivelare, con la sua ispirazione, una nuova dottrina, ma per custodire con scrupolo e per far conoscere con fedeltà, con la sua assistenza, la rivelazione trasmessa dagli Apostoli, cioè il deposito della fede”, e poi : … “queste definizioni del romano Pontefice sono irreformabili per se stesse, e non in virtù del consenso della Chiesa”. Direttore … a questo punto ci dovevamo dare una calmata, un po’ per smorzare gli spiriti divenuti bollenti, ed un po’ per chiarire e valutare al meglio le questioni poste da questa bolla che pesa come un macigno sul capo delle false autorità e degli impostori. Ci siamo quindi seduti ad un tavolo di un locale ed abbiamo iniziato a puntualizzare. Le riferirò nella prossima, cosa ne è scaturito, e come è finita la gita artistico-culturale.

MADONNA DELLA CINTURA

MADONNA DELLA CINTURA

Madonna_Cintura

Sulla divozione della Cintura.

[da: Manuale di Filotea del sac. G. Riva – XXX ed.; Milano, 1888]

La madre di S. Agostino, Santa Monica, fatta vedova del suo consorte Patrizio, e risoluta di imitare Maria SS. Anche nell’abito, La pregò di farle conoscere come Ella avesse vestito nei giorni della sua vedovanza, specialmente dopo l’Ascensione di Cristo al cielo. La B. Vergine non tardò a compiacerla. Le apparve poco dopo, coperta di un’ampia veste che dal collo le andava ai piedi, ma di stoffa cosi dozzinale, di taglio così semplice, di colore così oscuro che non saprebbesi immaginare abito più dimesso e più penitenziale. Dessa ai lombi era stretta da una rozza cintura di pelle, scendente fin quasi a terra, al lato sinistro dalla fibbia che la rinfrancava. – Indi slacciandosi di propria mano la cintura, la porse a Monica, raccomandandole di portarla costantemente, e di insinuare tal pratica a tutti i fedeli bramosi del suo speciale patrocinio. Fra i primi ad approfittarne fu il suo figlio S. Agostino, e da lui venne in seguito a diffondersi in ogni ceto di fedeli, specialmente per opera del sempre benemerito Ordine che si denomina Agostiniano, la cui regola, con poche modificazioni, divenne comune a tutti gli Ordini Religiosi della vita attiva che furono più tardi instituiti. Ora, siccome i Papi accordarono ai cinturati la partecipazione a tutti i beni spirituali che sono proprii dell’ordine agostiniano, non che degli altri Ordini che dalla regola di sant’Agostino presero la norma del vivere religioso, è facile il comprendere che non v’ha sacro consorzio in cui possano godersi vantaggi maggiori di quelli che si godono dai devoti della Madonna della Cintura, ond’è che a Pietro Re di Aragona, supplicante Clemente X di qualche speciale Indulgenza, il Papa non altro rispose che queste memorande parole: “Prendete la Cintura di S. Agostino ed avrete tutto quel che bramate”. I tanti miracoli poi, di guarigioni d’ogni morbo, di preservazione d’ogni offesa, e di conseguimento d’ogni genero di favori ottenuti con tal devozione, come ha di molto aumentato l’impegno di iscriversi a sì pia confraternita, cosi deve impegnare ancora voi a non trascurare un mezzo cosi facile e sicuro per procurarvi ogni bene così spirituale, come temporale, mediante la fedele pratica di tutto quello che è imposto a tutti gli ascritti, oltre ad una vita di penitenza di cui è simbolo la Cintura, indicando essa il disprezzo del mondo, la mortificazione tutta propria del Cristiano, e la costante disposizione a camminare senza mai arrestarsi nella via che guida a salute. Quindi la Chiesa l’ha fatta soggetto di una festa speciale nella Domenica successiva al giorno di S. Agostino, che è al 28 di Agosto. Per partecipare a tanti vantaggi si richiedono tre cose: – 1. Farsi inscrivere regolarmente da chi ne ha la facoltà. – 2. Portare costantemente la cintura benedetta nell’atto dell’ascrizione. – 3 Recitare ogni giorno il Coronano di 13 Pater, un Credo, ed una Salve Regina.

 

ALLA MADONNA DELLA CINTURA

la cui festa si celebra nella Dom. succ. al 28 Agosto.

I – Per quella benignità tutta singolare con cui compiaceste ne’ suoi desideri la fedelissima vostra serva santa Monica, personalmente apparendole in veste oscura, stretta in vita con una semplice Cintura di pelle, per farle conoscere con chiarezza quell’abito penitenziale che fu da voi usato in tutto il tempo della vostra dimora sopra la terra dopo la gloriosa ascensione del vostro Unigenito al cielo, degnatevi, amabilissima Vergine, di far conoscere anche a noi tutti la necessità di seguire i vostri esempi in tutta la nostra condotta anche esteriore, e di impetrarci coraggio indispensabile per conformarvici costantemente, malgrado tutte le dicerie del mondo sempre nemico della cristiana pietà, onde meritarci con sicurezza il vostro validissimo Patrocinio. Ave.

.II – Per quel singolarissimo beneficio che vi degnaste di fare a tutto il mondo col manifestare a Santa Monica il penitente abito da voi usato negli ultimi anni di vostra vita, volendo con esso significare il disprezzo di tutte le pompe, e la mortificazione continua d’ogni disordinato appetito, che devono formare il carattere dei veri discepoli di Gesù Cristo, degnatevi, o amabilissima Vergine, d’inspirare in noi tutti un continuo aborrimento di tutte le mondane comparse, e d’ogni men retto assecondamento delle nostre passioni, affinchè, vivendo a vostr’imitazione sempre umili e mortificati, ci assicuriamo col vostro patrocinio la protezione speciale del vostro divin Pigliuolo. Ave.

III – Per quelle distintissime grazie che voi faceste non solo a santa Monica, al suo figlio S. Agostino e a tutto l’ordine degli Eremitani, che da lui prese il proprio nome, ma ancora a tutti i fedeli che si arruolarono sotto lo stendardo della vostra santa Cintura, fate, o amabilissima Vergine, che, gloriandoci anche noi tutti di professare costantemente una devozione così bella, meritiamo di essere quei domestici| prediletti, che al dir dello Spirito Santo nel libro dei Proverbii (c. XXXI), favoriti di Cingolo misterioso, sono coperti di doppia veste, cioè della somiglianza con Cristo e della imitazione di Voi, affinché, conformandoci sempre alle sue massime e ai vostri esempi, meritiamo poi di partecipare alla vostra gloria nel cielo, dopo aver fatto nostra premura la vostra glorificazione.sulla.terra. Ave, Gloria.

Avvertenze pei confratelli della Cintura:

Siccome ali ascritti a questa Confraternita tanto favorita di privilegi e di indulgenze, sono tenuti a recitare ogni giorno 13 “Pater” ed “Ave” nonché una “Salve Regina”, cosi a comodo di chi volesse conoscere tutto lo spirito di questa devota pratica, quindi ricavarne maggior vantaggio col conformarvisi fedelmente, ho stimato bene di qui soggiungere il seguente:

Coronino della Cintura.

Reciteremo tredici Pater ed Ave in memoria e venerazione del nostro Signore Gesù-CRISTO, e dei dodici Apostoli, i quali composero il Credo, epilogando in esso i misteri principali della nostra santa Fede. – Imploriamo adunque, per essere esauditi, l’aiuto della Beata Vergine della Consolazione, quello del Padre Sant’Agostino e della sua madre santa Monica.

Actiones nostras, quaesumus Domine, aspirando preveni, et adiuvando proseguere, ut cuncta nostra oratio et operatio a te semper incipiat, et per te coepta finiatur. Per Christum Dominimi nostrum. Ave.

1. Nel primo articolo “Credo in Deum Patrem omnipotentem, creatorem coeli et terrae”, consideriamo come Dio onnipotente crea dal nulla il cielo e la terra con tutto ciò che in essi si trova… Vergine Santissima, aiutateci a disprezzare le vanità della terra per attendere solo all’acquisto de’ beni eterni del cielo. Pater, Ave, Gloria

2 – Nel secondo articolo “Et in Jesum Christum Filium Ejus unicum, Domìnum nostrum”, consideriamo che GesùCristo Signor nostro è vero ed unico Figlio dell’eterno Padre… Vergine beatissima aiutateci a credere, sperare in Lui, ed amarLo con tutto il cuore, perché Egli solo è il vero Salvatore del mondo. Pater, Ave, Gloria.

3 – Nel terzo articolo “Qui conceptus est de Spiritu Sancto, natus ex Maria Virgine”, consideriamo che Gesù è vero Figlio di Maria sempre Vergine, la Quale lo concepì nel suo ventre purissimo per opera dello Spirito Santo e Lo partorì senza lesione della sua purità immacolata … Vergine gloriosissima, aiutateci a ricuperare e conservare la divina grazia, acciò, come voi siete vera Madre di Dio, così noi diventiamo per l’opera vostra suoi adottivi figliuoli. Pater, Ave, Gloria.

4 – Nel quarto articolo “Passus sub Pontio Pilato, crucifixus, mortuus et sepultus”, consideriamo la Passione, Morte e Sepoltura del nostro Redentor Crocifisso, conservandone nel cuore una tenera compassione… Madre afflittissima, fate che le piaghe del Signore siano sempre impresse nel nostro cuore. Pater, Ave, Gloria.

5 – Nel quinto articolo “Descendit ad inferos; Tertia die resurrexit a mortuis”, consideriamo cbe l’anima di Gesù scese al Limbo a liberar ì Santi Padri, fra il corteggio dei quali, tre giorni dopo la sua morte, risuscitò glorioso…. Vergine consolatissima nel vedere il vostro divin Figliuolo risorto, aiutateci a risorgere dalla colpa alla grazia e dalla abiezione alla gloria. Pater, Ave, Gloria.

6 – Nel sesto articolo “Ascendit ad Coelos: Sedet ad dexteram Dei Patris omnipotentis”, consideriamo che Gesù, quaranta giorni dopo risorto, benedisse la Madre, gli Apostoli, i Discepoli e i fedeli che Lo seguirono sul monte Oliveto, a vista dei quali sali al Cielo, ove siede alla destra del suo divin Padre:… Vergine benedetta, aiutateci ad umiliarci, a patire, ed a portare !a nostra croce per essere poi esaltati alla eterna gloria nel cielo. Pater, Ave, Gloria.

7 – Nel settimo articolo “Inde venturus est judicare vivos et mortuos”, consideriamo che Gesù Cristo dall’alto del cielo scenderà nella valle di Giosafat per giudicare tutto il genere umano, l’ultimo giorno del inondo… Madre avvocata de’ peccatori aiutateci, acciò, vivendo adesso la vita dei giusti, possiamo in quel tremendo giorno trovarci alla destra degli Eletti. Pater, Ave, Gloria.

8 – Nell’ottavo articolo “Credo in Spiritum, Sanctun”, consideriamo l’altissimo mistero della SS. Trinità, e con atto di viva fede crediamo, che se il divin Figlio è “ab eterno” generato dal Padre, “ab eterno” pure lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figliulo: ed è con essi un solo Iddio, perché una sola e medesima è la natura, ed ugualissime le perfezioni di que stre tre divine Persone…. Vergine purissima, impetrateci voi dal vostro divino sposo una divina fiamma di carità, acciò purgato il nostro cuore da ogni affetto terreno, arda solo d’amore divino. Pater, Ave, GIoria.

9 – Nel nono articolo “Sanctam Ecclesiam Catholicam, Sanctorum Communionem”, consideriamo che Iddio nostro Signore, per sua mera bontà, senza alcun nostro merito, ci ha fatti nascere ed allevare in seno della santa Madre Chiesa, partecipi dei meriti infiniti di Gesù Cristo e di tutti i santi, a differenza di tanti eretici ed infedeli che nascono e muoiono fuori del grembo di Colei che è l’unica Arca della salute…. Vergine pietosissima, aiutateci a ringraziarLo di sì gran benefizio, e a tenerci sempre pronti a dar il sangue e la vita per confessare la verità della nostra santa Fede. Pater, Ave, Gloria.

10 – Nel decimo articolo “Remissionem peccatorum” consideriamo che la bontà divina è infinitamente maggiore della nostra più grande malizia, e può rimettere qualunque colpa per enorme e scandalosa che sia… Vergine purissima, impetrateci una vera contrizione adesso e nell’ora della nostra morte, acciò, riconciliati con Dio, proviamo i benefici effetti di sua infinita misericordia. Pater, Ave, Gloria.

11 – Nell’undecimo articolo “Carnis Resurrectionem”, consideriamo che nel giorno dell’universale Giudizio dobbiamo tutti risuscitare, ripigliando ciascuno il proprio corpo…. Vergine immacolata, la vostra santa Cintura custodisca da ogni sozzura la nostra carne, acciò in quel giorno risplenda gloriosa, più bella del sole, come l’avranno gli Eletti per tutta quanta l’eternità. Pater, Ave, Gloria.

12 – Nel duodecimo articolo “Vitami aeternam”, consideriamo l’ultimo fine dell’uomo, cioè la vita eterna da Dio preparata ai fedeli suoi servi, non temporanea ed infelice, come la presente, ma immortale e beata per ogni genere di delizie…. Ah! Vergine prudentissima, aiutateci a far buon uso del tempo presente per conseguire alla fine 1’eternità dei Beati in paradiso. Pater, Ave, Gloria.

13 – Consideriamo per ultimo come la santa Cintura rappresenti l’umanità sacrosanta del divin Redentore, che per amor nostro volle spargere tutto il suo preziosissimo sangue, e dar la vita fra tormenti e disprezzi d’ogni maniera…. Maria, madre di Dio, aiutateci a meditare con frutto, nella santa Cintura che portiamo, un misterioso ritratto del vostro divin Figlio, nostro Redentore, e uniformare alla sua tutta la nostra condotta. Pater, Ave, Gloria.

Umiliati ai vostri piedi santissimi, o Maria, Madre della consolazione, raccomandiamo la felice conservazione del regnante sommo Pontefice, 1’esaltazione della santa madre Chiesa, l’estirpazione delle eresie, la pace fra i principi cristiani, e finalmente tutti i fedeli vivi e defunti, perché gli uni vengano da voi assistiti in tutti i loro bisogni, gli altri siano presto liberati dalle pene atrocissime del Purgatorio.

  1. Ora pro nobis, sancta Mater Consolationis, R. Ut digni, etc.
  2. Ora pro nobis, sancte Pater Augustine. R. Ut digni, etc.
  3. Ora pro nobis, sancta Mater Monica. R. Ut digni, etc.

Salve Regina!

 

PER LA CONFRATERNITA DELLA CINTURA,

“Defende, quaesumus, Domine, beata Maria semper virgine intercedente, cum beato patre Augustino et beata matre Monica, istam ab omni adversitate Societatem: et toto corde tibi prostratam, ab hostium propitius tuere clementer insidiis. Per Dominum nostrum, etc”.

DEL PAPA

“Deus omium Fidelium Pastore et Rector, famulum tuum Gregorium, quem Pastorem Ecclesiae tuae praeesse voluisti, propitius respice; da ei quaesumus, verbo et exemplo quibus praest proficere ut ad vitam, una cum grege sibi credito, perveniat sempiternam. Per Dominum nostrum”, etc.

PER QUALUNQUE BISOGNO

“Deus, refugium nostrum et virtus, adesto piis Ecclesiae tuae precibus, Auctor ipse pietatis, et praesta; ut quod fìdeliter petimus efficaciter consequamur. Per Christ. Dom. nostr. Amen”.

Omelia della DOMENICA XV DOPO PENTECOSTE

DOMENICA XV DOPO PENTECOSTE

 [Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. II -1851-]

[Vangelo sec. S. Luca VII, 11-16]

Miracolo-Naim-sm

Morte del giusto

[Luca VII, 11-16]

Accompagnato dai suoi discepoli, e seguito da numerosa turba, si avvicinava il divin Redentore alle porte della città di Naim; quand’ecco si vede venir incontro un giovane defunto, unico figlio di vedova madre, disteso sul feretro e portato al sepolcro. A questa vista, tocco da tenero senso di compassione: “non piangere, dice all’afflittissima lacrimante genitrice”, “noli fiere”, e toccata la bara e fermatisi i portatori, “sorgi, o giovane, soggiunge, Io parlo a te”: “Adolescent, tibi dico, surge”. Sull’istante si alza il defunto, siede sul feretro con stupore di tutti gli astanti, parla liberamente, e vien reso vivo a colei che lo piangeva defunto. Fin qui l’odierno Vangelo, su cui riflettendo, S. Ambrogio: si proibisce, dice egli, di piangere una morte che si doveva cambiare in risorgimento: “Fiere prohibetur eum, cui resurrectio debebatur” (Lib. 5 comm. In Luc.). Deve dirsi altrettanto della morte di un giusto. Non è da piangersi la morte di chi va a risorgere a miglior vita. Non è morte la morte di quei che a Dio son cari, ella è un placidissimo sonno, a cui succede nello svegliarsi il bel mattino di un’immortale felicità: “Cum dederit dilectis suis somnum, ecce haereditas Domini” (Ps.XVI, 4). – Di questa morte, chiamata dal reale Profeta preziosa, io sono a tenervi ragionamento; e preziosa io dico è la morte del giusto o si riguardi la disposizione di lui che muore, o si riguardi la protezione di Dio che l’assiste. I due cardini, sui quali si aggirano i preziosi momenti della felice sua morte: ecco i due punti proposti alla cortese vostra attenzione.

I. La morte è l’eco della vita, e l’una e l’altra a vicenda si corrispondono; onde ne segue, che siccome una buona vita è disposizione ad una santa morte, così una buona morte è frutto d’una santa vita. Volete vederlo? Seguitemi col pensiero alla stanza d’un giusto moribondo. Eccoci intorno al letto ove giace rassegnato e tranquillo. Osservatelo sereno in volto, quieto nell’animo, dolce nel suo parlare, paziente nel suo soffrire. Presente a se stesso va sfogando i suoi affetti col santo crocifisso, che or bacia devotamente, ora si stringe teneramente al petto; ed animato dalla fede, confortato dalla speranza, acceso dalla carità ne va formando gli atti più vivi e fervorosi. Son questi, uditori, gli effetti degli abiti buoni da esso contratti in vita, son questi i frutti di quelle virtù da lui praticate vivendo. “Quae seminaverit homo, haec et metet” (Ad Gal. VI, 8). Egli ha seminato nel pianto d’una mortificazione continua delle sue passioni, nelle lacrime d’una compunzione sincera delle proprie colpe; ed ora nella tranquillità del suo cuore, nell’esultazione del suo spirito ne raccoglie il frutto: “Qui seminant in lacrymis, in exultatione metent” (Ps. CXXV). Voi forse stupite che all’annunzio della vicina sua morte non si conturbi nè pel paese che lascia, nè per quello a cui si avviva; come non sia né travagliato da dubbi, né punto da rimorsi. Mi chiedete il perché? Udite. Quando si fabbricò il tempio di Salomone, ci assicura il sacro Testo, che nella costruzione di quel grande e superbo edificio non s’udì né colpo di martello, né taglio di scure, né rumore di altro fabbrile strumento, ma che tutto si lavorò con somma quiete in perfetto silenzio: “Malleus et securis, et omne ferramentum non sunt audita in domo cum aedificaretur” (III Reg. VI, 7). E come mai poté avvenire, che nella fabbrica di mole sì vasta, in tanto numero di artefici, che ascendeva a trenta e più migliaia, non si sentisse strepito alcuno? Ciò avvenne, risponde l’Abulense, perché tutt’i legni e tutt’i marmi che dovevano servire per la grande struttura, erano prima stati, d’ordine del savio regnante, lavorati sul monte con tal proporzione ed esattezza, che poi nel tempio altro più non restava che disporre que’ pezzi e insieme congiungerli a tenore delle precedenti misure. Non altrimenti nell’agonie di un’anima giusta, in sulle soglie di quella gran casa dell’eternità, non s’odono tumulti di premurose confessioni, non si sentono sospiri di tardo ravvedimento, non restituzioni da farsi, non obblighi da compiersi. Nulla v’è di sconcerto in quell’ora, in cui sta per compiersi il mistico edificio dell’esemplare sua vita. E perché ciò? Perché tutto è stato prima aggiustato sul monte santo di Dio, vale a dire ai piè del Crocifisso, a piè del confessore, perché in vita si è pensato e provveduto a tutto, tutto si è ben disposto per quell’ultimo punto. “Malleus et securis non sunt audita in domo, quia Salomon fecit omnia expolivi in monte” (in III Reg.). Ed ecco come una buona disposizione in vita rende tranquilla e preziosa la morte. – Che vi ha in effetto che possa amareggiare in quell’ora un’anima giusta? La memoria dei propri peccati? Ma di questi nella contrizione del suo cuore si è accusata rea al sacro tribunale, questi ha poi pianti sempre con lacrime di amarissima vena, di questi ha colla penitenza procurato di soddisfare la divina giustizia. La perdita forse de’ beni terreni? Ma a questi non ha mai viziosamente attaccato il cuore, né gli ha goduti che a tenore della divina legge, con farne generosa parte ai poveri di Gesù Cristo. Forse i dolori del corpo infermo? Ma avendo in vita portato nel suo corpo la mortificazione di Gesù Cristo, si è avvezzata al patire e sono in lei passate in abito le virtù della pazienza, della rassegnazione, dell’uniformità al divino volere. Le angustie finalmente della vicina morte? – E vero, che la debole natura non può non sentire l’orrore della morte, ma lo spirito animato dalla fede e dalla grazia invigorito, “cupio dissolvi, va dicendo, et esse cum Christo”. Venga pure la morte, io la desidero, acciò mi tolga dal pericolo di offendere il mio Dio, e a Lui mi unisca per cui sospiro: “Cupio dissolvi, et esse cum Christo”. In questi estremi momenti della mia vita nelle braccia io mi abbandono nel mio Signore crocifisso, e sarà così per me un gran guadagno il morire: “Mihi vivere Christus est, et mori lucrum” (Ad. Filipp. I, 21). E questa è morte? No, uditori cristiani, è un passaggio dalla tempesta al porto, dall’esilio alla patria, dalla battaglia al trionfo, è un sonno, dice ed esclama il devoto Bernardo, sonno e riposo per gli amici di Dio, che gustano a quel passo il frutto soavissimo delle virtuose loro disposizioni. “O mors somnus iustorum requies amicorum Dei” (Serm. 25 sup. Cant.).

II. Che diremo poi della protezione di Dio verso il giusto moribondo? Quel Dio, che Dio d’ogni consolazione si appella, quel Dio, che si trova tanto ben soddisfatto del suo servo fedele, pensate se nel maggior bisogno si scorderà di lui? Le anime de’ giusti sono in mano di Dio, e perciò non possono star che bene, non possono riposar che sicure : “Justorum animae in manu Dei sunt” (III, 1). Egli addolcirà in modo le loro agonie, che della morte non sentiranno l’ambasce; “non tanget illos tormentum mortis”: sembrerà agli occhi degli stolti mondani simile all’altrui la morte loro, ma essi non muoiono che per vivere d’una vita migliore, e riposano intanto in seno ad una tranquillissima pace, “visi sunt oculis insipientium mori, illi autem sunt in pace” (Sap. III, 1). Questa sincera pace no, non arriveranno a intorbidare tutti i demòni dell’inferno. Escano pur dall’abisso d’ira avvampanti, e sapendo che il tempo è breve, cingano intorno di fiero assedio l’agonizzante, che potran essi, se Iddio è con lui, se un Dio lo difende, se lo protegge un Dio? “Si ambulavero in medio umbrae mortis, non timebo mala, quoniam tu mecum es” (Psal. XXII, 4 ) A chi non avrebbe fatto raccapriccio insieme e pietà il pericolo dell’innocente Daniele? In una altissima fossa vien egli calato, in fondo alla quale affamati leoni alzano ruggiti anelanti alla preda. Ma che! Daniele è giusto, Daniele è protetto dal cielo, Daniele non teme, e in mezzo a’ leoni vive e dimora illeso e sicuro. Né solamente Iddio lo difende da quelle belve feroci, ma per mezzo del profeta Abacuc, preso da un Angelo per i capelli, mentre portava il pranzo a’ suoi mietitori, lo provvede nel luogo stesso di cibo e di opportuno ristoro. Tanto adopra Iddio stesso a conforto del giusto che va morendo. Non solo lo guarda e lo difende da’ nemici infernali, che, al dir di S. Pietro, a guisa di rabbiosi leoni se gli aggirano intorno, non solo il fortifica con più abbondante rinforzo della sua grazia, non solo il consola con certe voci interne, colle quali gli fa sentire la sua presenza; ma per mezzo de’ suoi sacri ministri fa che se gli porgano col più opportuno pascolo più soavi conforti: pascolo del Pane Eucaristico, viatico alla vita eterna, conforti degli altri Sacramenti, conforti di più sentimenti, di fervidi affetti, di preci, d’indulgenze, di benedizioni. – Quindi di tutto ciò non pago l’amoroso Signore, parmi che a’ suoi sacerdoti rivolto vada dicendo colle parole d’Isaia: miei ministri, che all’assistenza siete chiamati di quest’anima giusta, a me tanto cara, badate bene a non contristarmela, consolatela, al vostro buon cuore la raccomando. “Dicite iusto quoniam bene” (Is. III, 10), ditele che non si attristi, ditele che non paventi, datele dolci risposte, datele buone speranze, “dicite iusto quoniam bene” : ditele che le cose andranno bene e nel tempo e nell’eternità, ditele che so come sta verso di me il suo cuore, che perciò non diffidi del mio, ditele in somma. … ma via già m’intendeste: “Dicite iusto quoniam bene, quoniam fructum adinventionum suarum comedet”. Quanto è buono il nostro Iddio per quei che l’amano con cuor sincero : “Quam bonus Israel Deus his qui recto sunt corde” (Ps. LXXII)! – E pur non son queste a pro del giusto né le maggiori, né l’ultime prove della divina bontà. Egli, Egli stesso il pietoso Signore vuole di presenza assisterlo; onde intorno al letto di lui che langue si va aggirando a guisa di madre appassionata verso il moribondo figliuolo, che né di giorno né di notte gli si vuole staccare dal fianco, ma è sempre in moto a prestargli ogni aiuto, ogni sollievo, ogni conforto. “Dominus opem ferat illi super lectum doloris eius” (Ps. XL, 3). – Che dirò poi della singolare sollecitudine del nostro buon Dio per quell’ultimo istante, in cui sta per dividersi dal corpo l’anima sua diletta? Vediamolo. Già si avvicina al gran passaggio. Osservatelo: ora d’amor sospira verso il crocefisso suo Bene, che si tiene fra le mani, or languido su d’esso volge lo sguardo: ed oh che consolazione in baciar le sue piaghe, che tenerezza in istringerselo a due mani sul petto! E Iddio nell’atto che vien meno il suo spirito, intanto che fa? Che fa Iddio in quest’atto? Lo chiedete a me? Chiedetelo al reale Profeta. – Quando si tratta della morte degli empi, dice egli, non si han tanti riguardi. Il mandriano della greggia immonda, che riguardo tien egli delle vili ghiande? A colpi di poderoso bastone dall’alto di una quercia lo fa cadere a pascere sozzi animali. Cosi si usa con i malvagi “Non est respectus morti eorum. Ma se si parli dei giusti, figuratevi un sollecito agricoltore, qualor dall’alta cima d’un albero gentile vuol cogliere un maturo pomo prezioso. Nell’atto che dal compagno fa staccare con grazia quel frutto, ei vi sta sotto colle mani aperte per riceverlo, acciò sgraziatamente non cada sul duro terreno. – Non altrimenti si diporta col giusto che muore, Iddio pietoso. Nell’atto, che dalla falce di morte si tronca il filo della sua vita, Egli ad altri non ne affida la cura, nel suo cadere dal tempo nell’eternità, stende le braccia a riceverlo e nelle sue stesse mani benignamente l’accoglie: “Justus cum ceciderit non collidetur, quia Dominus supponit manum suam” (Ps. XXXVI, 26). Morte felice, felicissima morte! Morte, conchiude il Mellifluo, che cangia la mortal vita di miserie piena in una vita d’ eterne delizie ridondante: morte per cui il giusto a guisa del sole muore per gli altri, non per sé stesso, e non tramonta che per risorgere più luminoso è più bello. – Morte beata, morte preziosa : “Pretiosa in conspectu Domini mors sanctorum eius”. Sarà simile a questa, uditori miei cari, la nostra morte? Se vogliam che sia tale convien prepararci, conviene disporci, bisogna vivere della vita del giusto per morire della morte del giusto.