UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. LEONE XIII – “Pastoralis officii”

Questa lettera Enciclica di S.S. Leone XIII è rivolta a sopprimere definitivamente la disdicevole pratica, un tempo diffusa, del duello. C’è in essa una frase che può essere riferita ad ogni tentativo di lesione od omicidio – di qualunque tipo –  nei confronti di esseri umani «…. è assodato infatti che entrambe le leggi divine, sia quella che è stata proposta con il lume della ragione, sia quella che è stata promulgata con gli scritti divinamente ispirati, vietano a chiunque, nel modo più assoluto, di uccidere o di ferire un uomo in assenza di un giusto motivo pubblico, a meno che non vi sia costretto dalla necessità di difendere la propria vita. » Nei tempi attuali fortunatamente questi duelli, più o meno d’onore, si sono pressoché azzerati, per merito soprattutto dell’azione efficace della Chiesa, ma sono comparsi altri tipi di lesioni od omicidi dai quali difendersi, sotto il pretesto di terapie mediche o dei cosiddetti “sieri genici” che sono dei veri tentativi di omicidio o di lesioni gravi a cui vengono sottoposti ignari cittadini convinti di curarsi con presidii che di medico e di scientifico nulla hanno, se non i referti delle autopsie agli obitori (quando permesse). Quindi, se a nessuno è permesso di attentare alla integrità fisica di un essere umano, è altrettanto giusto resistere alla somministrazione, o inoculazione che si voglia, di sostanze o pseudo-medicamenti che si conosce per certo, o quanto meno con attendibile dubbio, da fonti sanitarie ufficiali di molti Paesi, essere forieri di danni ingenti per la salute, spesso generando condizioni irreversibili o mortali. Difendere qui la propria vita, significa ora, non mettere nel fodero spade o pistole, ma evitare accuratamente ogni pseudo-terapia o siero preteso, almeno nel sospetto di poter generare danni senza avere nel contempo alcun effetto terapeutico certamente valido. Tutto questo, regola elementare di ogni deontologia medica, trova conferma indiretta nel Magistero ecclesiastico con questa lettera Enciclica, anche se i suoi fini ultimi riguardano il duello, ma la sostanza prossima è la stessa: la salvaguardia della vita umana. Qui abbiamo ben altro duello, quello tra popoli inermi ed ingannati, e famelici ladri – soprattutto quelli in talare usurpata nera o bianca – di corpi e di anime pronti ad avventarsi sugli agnelli già votati (da essi) al macello. Preghiamo col vero legittimo Santo Padre perché il Signore allontani da noi quest’altro castigo che colpisce – e sembra continuerà a colpire – chi si è allontanato dal Cristo e dalla sua Chiesa, ritenendosi salvato e tutelato da una falsa scienza materialista e senz’anima.

Leone XIII
Pastoralis officii

Lettera Enciclica

Mossi dalla consapevolezza del dovere pastorale e dall’amore del prossimo, con le lettere a Noi indirizzate nello scorso anno vi siete proposti d’informarci sul frequente ricorso, fra la vostra gente, a quei particolari combattimenti che prendono il nome di duelli. Con espressioni di dolore mettevate in evidenza che codesto tipo di combattimento, quasi fosse un diritto consacrato dalla consuetudine, viene praticato anche fra i Cattolici; nello stesso tempo chiedevate che anche la Nostra voce s’impegnasse per distogliere gli uomini da un simile, riprovevole comportamento. Certamente codesta aberrazione è oltremodo dannosa, e non si ferma entro i confini delle vostre popolazioni, ma si spinge ben più lontano, tanto che risulta difficile trovare un popolo immune da questo male. Apprezziamo pertanto il vostro impegno e, quantunque sia noto e risaputo ciò che il pensiero cristiano, in pieno accordo con la natura razionale, dispone al riguardo, è opportuno ed utile che per mezzo Nostro esso sia riproposto brevemente, dal momento che questa malvagia prassi dei duelli è particolarmente favorita dalla dimenticanza dei precetti Cristiani. – È assodato infatti che entrambe le leggi divine, sia quella che è stata proposta con il lume della ragione, sia quella che è stata promulgata con gli scritti divinamente ispirati, vietano a chiunque, nel modo più assoluto, di uccidere o di ferire un uomo in assenza di un giusto motivo pubblico, a meno che non vi sia costretto dalla necessità di difendere la propria vita. Coloro invece che provocano un combattimento privato o ne accettano la proposta, lo fanno, e indirizzano la mente e le forze a questo fine, senza esservi costretti dalla necessità, per uccidere, o almeno per ferire, l’avversario. Le due leggi divine citate proibiscono anche ad ogni uomo di mettere a repentaglio la propria vita, esponendosi ad un grave ed evidente pericolo, senza alcuna giustificazione riconducibile al dovere o alla carità eroica. Questa cieca temerarietà, che è disprezzo della vita, si ravvisa intera nella natura del duello. – Nessuno può quindi essere all’oscuro o dubitare che coloro che partecipano ad un combattimento privato sono rei del duplice delitto dell’altrui rovina e del volontario pericolo della propria vita. – Non vi è infine alcun’altra calamità che contrasti maggiormente con le norme della vita civile e che sconvolga il legittimo ordine della società, quanto il concedere ai cittadini la facoltà di avere in proprio la forza e il potere di tutelare il proprio diritto e di vendicare una presunta violazione dell’onore. – Per queste ragioni la Chiesa di Dio, custode e garante sia della verità come della giustizia e dell’onore, nel cui armonioso intreccio sono contenuti la pace e l’ordine pubblico, non ha mai tralasciato di riprovare con forza, e di colpire con le maggiori pene possibili, i rei di combattimento privato. – Le Costituzioni di Alessandro III, Nostro predecessore, inserite nei libri del Diritto canonico, condannano e respingono come esecrabili questi combattimenti privati. Il Sinodo Tridentino si indirizzò, con una straordinaria severità di pene, contro tutti coloro che li sostenevano o in qualunque modo vi partecipavano e, oltre a tutto questo, li bollò anche con il marchio dell’infamia, li giudicò estromessi dal seno della Chiesa e quindi, se fossero caduti in combattimento, indegni dell’onore della sepoltura ecclesiastica. Il Nostro predecessore Benedetto XIV ampliò e chiarì le sanzioni del Tridentino nella Costituzione promulgata il 10 novembre 1752 che inizia Detestabilem. In tempi assai più recenti Pio IX, di felice memoria, nella Lettera Apostolica Apostolicae Sedis che riduce di numero le censure “latae sententiae”, dichiarò senza mezzi termini che le pene ecclesiastiche colpiscono non solo quelli che si affrontano in duello, ma anche i cosiddetti padrini, i testimoni e coloro che ne sono al corrente. – La saggezza di queste disposizioni risulta ancora più evidente, se si considera l’inadeguatezza degli argomenti che si è soliti addurre per difendere e per giustificare l’inumana prassi del duello. Infatti ciò che viene ripetuto fra la gente, cioè che questi combattimenti sono per loro natura destinati a lavare le macchie che l’altrui calunnia, o l’insulto, ha gettato sull’onore dei cittadini, è tale da poter trarre in inganno soltanto lo stolto. Ammesso pure che esca vincitore dal combattimento colui che lo ha voluto a motivo dell’ingiuria ricevuta, il giudizio di tutte le persone assennate sarà questo: dall’esito di questo scontro è accertato che lo sfidante è sicuramente migliore nella lotta o nel maneggio delle armi, ma non è certo superiore per nobiltà d’animo. E se lo stesso vi troverà la morte, a chi non risulterà dissennato un simile modo di difendere l’onore? Pensiamo siano veramente pochi quelli che commettono questo delitto ingannati dal falso ragionamento. – È sempre il desiderio di vendetta che spinge le persone superbe e crudeli a chiedere la pena. Se, al contrario, frenassero la superbia dell’animo e volessero sottomettersi a Dio (che comanda agli uomini di amarsi con sentimenti fraterni, vieta di commettere violenza verso gli altri, condanna nel modo più assoluto la bramosia della vendetta nei privati cittadini e avoca unicamente a sé il potere di stabilire le pene) si allontanerebbero senza fatica dalla barbara consuetudine dei duelli.

Neppure può fornire una valida giustificazione – a coloro che accettano la proposta del combattimento – il timore di essere considerati vili se non accettano la sfida. Infatti, se gli obblighi delle persone dovessero essere misurati in base alle fallaci convinzioni del volgo e non all’immutabile norma del bene e del giusto, non vi sarebbe alcuna sostanziale e vera distinzione fra le azioni oneste e quelle malvagie. Anche i saggi pagani ritennero e tramandarono che le ingannevoli convinzioni del volgo dovessero essere disprezzate dall’uomo forte e fermo di carattere. Al contrario è giusto e santo il timore che trattiene l’uomo da un’ingiusta uccisione, e lo fa essere preoccupato della propria vita e di quella dei fratelli. Chi disprezza gl’inconsistenti giudizi del volgo, e preferisce subire i colpi delle ingiurie piuttosto che venire meno al proprio dovere, viene giudicato di animo migliore e più elevato di chi fa ricorso alle armi quando è colpito da un insulto. Anzi, se lo si volesse definire con un giudizio rispondente al vero, è il solo che mette veramente in luce quella fortezza che merita il nome di virtù ed al quale spetta un onore non simulato e ingannevole. La virtù, infatti, consiste nel bene coerente con la ragione: il buon nome che non trova riscontro nell’approvazione di Dio è del tutto insensato. Da ultimo, è così evidente la turpitudine del duello, anche se gode dell’approvazione e del sostegno di molti, da indurre pure i legislatori del nostro tempo a reprimerlo con la forza del pubblico potere e con l’imposizione di pene. Ed è oltremodo pericoloso e fuorviante che, nella realtà, le leggi scritte vengano disattese, e che ciò si verifichi spesso sotto gli occhi e nel silenzio di chi ha il dovere di punire i colpevoli e di far rispettare la legge. E così avviene che, un po’ alla volta, diventa possibile arrivare impunemente agli scontri privati nel disprezzo della maestà delle leggi. – È inoltre altrettanto infondata e indegna di una persona saggia l’opinione di coloro che, mentre ritengono sia necessario impedire questo genere di combattimento ai civili, sono tuttavia del parere di permetterlo ai militari, perché con tale pratica si potenzia il valore dei soldati. Si deve anzitutto precisare che gli atti onesti e quelli disonesti sono differenti per natura, né possono cambiar di genere, in alcun modo, a seconda dello stato delle persone. Tutti gli uomini senz’ombra di dubbio, qualunque sia la loro condizione di vita, sono soggetti, in pari misura, alle leggi naturale e divina. La ragione di quest’indulgenza nei confronti dei militari potrebbe essere ricercata nella pubblica utilità, ma questa non potrà mai essere di tale importanza da soffocare, per poterla perseguire, la voce del diritto naturale e divino. Che altro, quando la stessa giustificazione dell’utilità si rivela apertamente infondata? Infatti i mezzi per accrescere il valore militare hanno lo scopo di rendere la società più preparata ad opporsi ai nemici. Sarà forse possibile ottenere ciò ricorrendo ad una consuetudine che, per sua natura, in presenza di un contrasto sorto tra militari (e non sono rare le cause che lo provocano) finisce con la morte di uno dei due difensori della patria? Da ultimo, il nostro tempo, che si vanta di superare di gran lunga i secoli passati in forza di una civiltà più umana e della raffinatezza dei costumi, si è assuefatto a tenere in scarsa considerazione le antiche consuetudini e a respingere tutto ciò che non si accorda con lo stile di vita dell’odierna sensibilità. Per quale motivo allora, in questa pretesa di così alta civiltà, si trattiene dal respingere questa ignobile reliquia del passato, qual è l’usanza del duello? – Sarà vostro compito, Venerabili Fratelli, inculcare con ogni cura, negli animi dei vostri popoli, le cose che Noi abbiamo succintamente trattate, perché non accettino su questo punto, in modo irresponsabile, le false opinioni, e non permettano di lasciarsi trascinare dal giudizio degli stolti. Ciascuno di voi operi perché i giovani maturino la convinzione di dover valutare e giudicare il duello in sintonia con la filosofia naturale, come lo valuta e lo giudica la Chiesa, e di trarre da tale pensiero una norma costante di azione. Anzi, come già si è consolidata in certi luoghi la prassi che i cattolici, in modo particolare i giovani, si impongono spontaneamente di non iscriversi mai ad associazioni moralmente riprovevoli, allo stesso modo riteniamo opportuno e assai utile che diano vita ad una specie di patto, con la promessa di non cimentarsi mai, e per nessun motivo, in un duello. – Chiediamo a Dio, con accenti di supplica, di rendere efficaci, con la sua potenza, i nostri comuni sforzi e di concedere benignamente quanto desideriamo per l’integrità dei costumi e della vita cristiana. Auspice poi dei divini favori e, in pari tempo, della Nostra benevolenza, con i sentimenti del più vivo affetto nel Signore, impartiamo a voi, Venerabili Fratelli, l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 12 settembre 1891, quattordicesimo anno del Nostro Pontificato.

DOMENICA II DOPO PASQUA (2023)

DOMENICA II DOPO PASQUA (2023)

Semidoppio. – Paramenti bianchi.

Questa Domenica è chiamata la Domenica del Buon Pastore (Questa parabola fu da Gesù pronunziata il terzo anno del suo ministero pubblico allorché, alla festa dei Tabernacoli, aveva guarito a Gerusalemme il cieco nato. Questi è dai Giudei cacciato dalla Sinagoga, ma Gesù gli offre la sua Chiesa come asilo e paragona i farisei ai falsi pastori che abbandonano il loro gregge). Infatti, San Pietro, che Gesù risuscitato ha costituito capo e Pastore della sua Chiesa, ci dice nell’Epistola che Gesù Cristo è il pastore delle anime, che erano come pecore erranti. Egli è venuto per dare la propria vita per esse ed esse gli si sono strette intorno. Il Vangelo ci narra la parabola del Buon Pastore che difende le pecore contro gli assalti del lupo e le preserva dalla morte (Or.), e annunzia pure che i pagani si uniranno agli Ebrei dell’Antica Legge e formeranno una sola Chiesa e un solo gregge sotto un medesimo Pastore. Gesù le riconosce per sue pecorelle ed esse, come i discepoli di Emmaus « i cui occhi si aprirono alla frazione del pane » (Vang., 1° All., S. Leone, lezione V), riconoscono a loro volta, all’altare ove il Sacerdote consacra l’Ostia, memoriale della passione, che Gesù « il Buon Pastore che ha dato la sua vita per pascer le pecorelle col suo Corpo e col suo Sangue » (S. Gregorio, lezione VII). Levando allora il loro sguardo su Lui (Off.), esse gli esprimono la loro riconoscenza per la sua grande misericordia (Intr.). « In questi giorni, dice S. Leone, lo Spirito si è diffuso su tutti gli Apostoli per l’insufflazione del Signore e in questi giorni il Beato Apostolo Pietro, innalzato sopra tutti gli altri, si è sentito affidare, dopo le chiavi del regno, la cura del gregge del Signore » (2° Notturno). È questo il preludio alla fondazione della Chiesa. Stringiamoci dunque intorno al divino Pastore delle anime nostre, nascosto nell’Eucarestia, e di cui il Papa, Pastore della Chiesa universale, è il rappresentante visibile.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Ps XXXII: 5-6. Misericórdia Dómini plena est terra, allelúja: verbo Dómini cœli firmáti sunt, allelúja, allelúja.

[Della misericordia del Signore è piena la terra, allelúia: la parola del Signore creò i cieli, allelúia, allelúia.]

Ps XXXII: 1. Exsultáte, justi, in Dómino: rectos decet collaudátio.

[Esultate, o giusti, nel Signore: ai buoni si addice il lodarlo.]

Misericórdia Dómini plena est terra, allelúja: verbo Dómini cœli firmáti sunt, allelúja, allelúja.

[Della misericordia del Signore è piena la terra, allelúja: la parola del Signore creò i cieli, allelúia, allelúia.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.

Deus, qui in Filii tui humilitate jacéntem mundum erexísti: fidelibus tuis perpétuam concéde lætítiam; ut, quos perpétuæ mortis eripuísti casibus, gaudiis fácias perfrui sempitérnis.

[O Dio, che per mezzo dell’umiltà del tuo Figlio rialzasti il mondo caduto, concedi ai tuoi fedeli perpetua letizia, e coloro che strappasti al pericolo di una morte eterna fa che fruiscano dei gàudii sempiterni].

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Petri Apóstoli. [1 Petri II: 21-25]

Caríssimi: Christus passus est pro nobis, vobis relínquens exémplum, ut sequámini vestígia ejus. Qui peccátum non fecit, nec invéntus est dolus in ore ejus: qui cum male dicerétur, non maledicébat: cum paterétur, non comminabátur: tradébat autem judicánti se injúste: qui peccáta nostra ipse pértulit in córpore suo super lignum: ut, peccátis mórtui, justítiæ vivámus: cujus livóre sanáti estis. Erátis enim sicut oves errántes, sed convérsi estis nunc ad pastórem et epíscopum animárum vestrárum.

[Caríssimi: Cristo ha sofferto per noi, lasciandovi un esempio, affinché camminiate sulle sue tracce. Infatti, Egli mai commise peccato e sulla sua bocca non fu trovata giammai frode: maledetto non malediceva, maltrattato non minacciava, ma si abbandonava nelle mani di chi ingiustamente lo giudicava; egli nel suo corpo ha portato sulla croce i nostri peccati, affinché, morti al peccato, viviamo per la giustizia. Mediante le sue piaghe voi siete stati sanati. Poiché eravate come pecore disperse, ma adesso siete ritornati al Pastore, custode delle anime vostre].

In queste due parole « mors et vita » si compendia tutta la storia dell’umanità, individua e sociale. Due parole che si integrano a vicenda pur sembrando diametralmente contrarie, parole la cui sovrana importanza dal campo fisiologico si riverbera nel mondo spirituale. Che cosa è il Cristianesimo? Dottrina di vita, o dottrina di morte? Amici e nemici hanno agitato il problema, delicato e difficile anche per la varietà dei suoi aspetti, grazie ai quali quando fu imprecato al Cristianesimo dai neo pagani, come a dottrina velenosa e deprimente di morte, si poté rispondere e si rispose da parte nostra, rivendicando al Cristianesimo l’amore, il culto della vita; e quando invece da noi si esalta la dinamica vitale del Cristianesimo, si poté e si può dagli avversari rammentare tutto un insieme cristiano di austere parole di morte. La soluzione dell’enigma ce la dà San Pietro nella Epistola odierna. Il Cristianesimo è tutto insieme un panegirico di vita e un elogio di morte; ci invita a respirare la vita a larghi polmoni, ci invita ad accettare quel limite immanente della vita che è la morte. Tutto sta nel determinare bene: a che cosa dobbiamo morire per essere Cristiani? e a che cosa dobbiamo rinascere? Ce lo dice San Pietro in due parole dopo averci rimesso davanti l’esempio di N. S. Gesù Cristo, che prese sopra di sé i nostri peccati, espiandoli in « corpore suo super lignum. » Noi Cristiani dobbiamo morire al peccato, vivere alla giustizia. Morire al peccato, come chi dicesse morire alla morte, negare la negazione. Negare la negazione è la formula scultoria della affermazione. Morire alla morte è formula di vita…. e noi dobbiamo morire al peccato, cominciando dal convincerci che il peccato è morte, e che quindi si vive davvero morendo a lui. Purtroppo, il grande guaio è la riputazione che il peccato si è venuto usurpando. Il male morale si è usurpato una fama di cosa viva e vivificatrice. Noi viviamo, dicono con orgogliosa e fatua sicurezza quelli che si godono la vita e cioè la sfruttano, la sciupano, quelli che lasciano la briglia sciolta a tutte le passioni, non escluse le più vergognose e mortifere. Noi viviamo, dicono i seguaci del mondo; i loro divertimenti, le loro dissipazioni, i loro giochi, i loro folli amori, le loro vanità gonfie e vuote, tutto questo chiamano vita, esaltano come se fosse veramente tale. E della vita tutto questo simula le apparenze. Ma è febbre, calore sì, ma calore morboso; troppo calore… anche il precipitare è un moto, ma chi vorrebbe muoversi a quel modo? Chi vorrebbe considerare come forma classica di moto il precipitare, la corsa pazza d’una automobile priva dei suoi freni? Così si muovono, così vivono i mondani. A guardar bene, sono come quei prodighi che vivono mangiando il capitale. Bella forma di economia! Il peccato ci logora, ci sciupa; è usura, logoramento delle nostre risorse più vitali. Così in realtà chi vive nel peccato, muore ogni giorno più alla vera vita. Chi folle, persegue l’errore, atrofizza, a poco a poco, quella capacità di rintracciar il vero che solo merita il nome di intelligenza, di vita intellettuale. Chi ama il fango, la materia, paralizza, a poco a poco, quella capacità di amare spiritualmente che è la vera forma di amare. Il programma della nostra vita cristiana deve essere un altro, tutt’altro; vivere per la giustizia. Gesù Cristo voleva che la giustizia fosse per noi cibo e bevanda. Beati quelli e solo quelli che hanno fame e sete di giustizia. Questo ardore per la giustizia è nell’uomo vita vera e duratura. Parola sintetica quella parola giustizia: tutto ciò che è diritto, che è vero, che è alto, che è dovere nostro, volontà di Dio. In questo mondo superiore devono appuntarsi le nostre volontà, dirigersi i nostri sforzi. Lì è vita, la forza, l’entusiasmo, la gioia vera, umana. Il Cristianesimo ci ha fatto sentire la nostra vocazione autentica. Siamo una razza divina. Le razze inferiori possono vivere di cose basse: le superiori solo di cose alte. Razza divina, noi abbiamo bisogno proprio di questo cibo divino che è la giustizia. Di questo, con questo viviamo. Senza di esso, fuori di esso è la morte.

(G. Semeria: Epistole della Domenica – Milano – 1939)

Alleluja

Allelúja, allelúja Luc XXIV: 35.

Cognovérunt discípuli Dóminum Jesum in fractióne panis. Allelúja

[I discepoli riconobbero il Signore Gesú alla frazione del pane. Allelúia].

Joannes X: 14. Ego sum pastor bonus: et cognósco oves meas, et cognóscunt me meæ. Allelúja.

[Io sono il buon Pastore e conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum S. Joánnem.

Joann X: 11-16.

“In illo témpore: Dixit Jesus pharisæis: Ego sum pastor bonus. Bonus pastor ánimam suam dat pro óvibus suis. Mercennárius autem et qui non est pastor, cujus non sunt oves própriæ, videt lupum veniéntem, et dimíttit oves et fugit: et lupus rapit et dispérgit oves: mercennárius autem fugit, quia mercennárius est et non pértinet ad eum de óvibus. Ego sum pastor bonus: et cognósco meas et cognóscunt me meæ. Sicut novit me Pater, et ego agnósco Patrem, et ánimam meam pono pro óvibus meis. Et alias oves hábeo, quæ non sunt ex hoc ovili: et illas opórtet me addúcere, et vocem meam áudient, et fiet unum ovíle et unus pastor”.

(“In quel tempo Gesù disse ai Farisei: Io sono il buon Pastore. Il buon Pastore dà la vita per le sue pecorelle. Il mercenario poi, o quei che non è pastore, di cui proprie non sono le pecorelle, vede venire il lupo, e lascia lo pecorelle, e fugge; e il lupo rapisce, e disperde le pecorelle: il mercenario fugge, perché è mercenario, e non gli cale delle pecorelle. Io sono il buon Pastore; e conosco le mie, e le mie conoscono me. Come il Padre conosce me, anch’io conosco il Padre: e do la mia vita per le mie pecorelle. E ho dell’altre pecorelle, le quali non sono di questa greggia: anche queste fa d’uopo che io raduni: e ascolteranno la mia voce, e sarà un solo gregge e un solo pastore”.)

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956.

LO ZELO DELLE ANIME

Gesù si trovò in mezzo ai Farisei. Contro questa gente bianca di fuori e nera di dentro; contro questa gente larga di parole e stretta di cuore; contro questa gente che aveva scacciato dalla sinagoga il giovanetto nato cieco solo perché voleva bene a Colui che l’aveva guarito, Gesù disse la parabola della sua bontà. « Io sono il buon Pastore! Non sono io come il negoziante o come il servo che mena a pasturare un branco non suo: costoro, se un lupo assalta le pecore, fuggono e lasciano che la belva azzanni or questa or quella, scavi all’una un fianco e all’altra la gola e semini la sanguinosa strage in tutto il gregge. Si capisce come costoro fuggano: ad essi importa poco delle pecore, ma tanto della propria pelle e della propria borsa. Ma io no; Io sono il buon Pastore! Io le conosco, le mie pecorelle, ad una ad una, come un padre conosce i suoi figliuoli ed esse conoscono me e distinguono la mia voce quando le chiamo. Tutta la mia vita sacrifico per loro, ed è per loro che morirò ». – Poi la sua voce si fece mestissima. Nella sua mente, passava il pensiero di tutte quelle anime che non l’avrebbero conosciuto o l’avrebbero misconosciuto; e lanciò un grido appassionato: « Oh! quante pecore non sono ancora nel mio ovile? Eppure è necessario ch’Io vada a prenderle e faccia loro udire la mia voce e le conduca aformare un solo ovile sotto un solo pastore. Il Pastore buono sono io ». Et alias oves habeo quæ non sunt ex hoc ovili.Queste parole accorate Gesù le ripete oggi ancora a ciascuno di noi; perché oggiancora sono troppe le anime che non ascoltano la sua voce di salvezza, ma vannodietro ai lusinghevoli richiami del mercenario che le lascerà poi sgozzare dal lupo.Il mercenario è il mondo e il lupo è il demonio. Et alias oves habeo quæ non sunt ex hoc ovit. Ed a ciascuno di noi incombe l’obbligo di fare tutto quello che può per ricondurre queste pecore all’ovile di Cristo. Lo zelo delle anime non riguarda appena i Sacerdoti, ma tutti i Cristiani. Èimpossibile voler bene a Gesù che nacque, visse e morì per la salvezza delle anime, senza sentirci obbligati di far qualche cosa anche noi. Udite quello che lo Spirito Santo comanda indifferentemente a ciascuno: « Recupera proximum secundum virtutem tuam » (Eccl., XXIX, 27). Attendi a conquistare l’anima del tuo prossimo secondo i tuoi mezzi. E nessuno dica, osserva San Gregorio (Hom., VI in Evang.) di non esserne capace, di non averne il tempo o di non esserne obbligato, poiché precetto dell’amore è l’essenza della religione, e l’amore comincia dalle anime.Ma un’altra considerazione ci manifesterà l’obbligo di zelare la salvezza delle anime. Non avete mai scandalizzato nessuno? Pensate un poco quanti perversi consigli vi saranno usciti di bocca a danno altrui, quanti cattivi esempi, quante parole libere o blasfeme avete sparso in giro a voi. E intanto strappaste a Dio delle anime: ora bisogna restituirgliele. Animam pro anima (Lev., XXIV, 18). Ecco come ci tocca da vicino il grido che Gesù leva dalla sua parabola: « Oh quante anime non sono ancora del mio ovile! eppure bisogna che vengano… ». Sono anime lontane, in regioni selvagge, dove il missionario non è ancora giunto; sono anime vicine a noi, nelle nostre città, nei nostri paesi, che non avendo udito il richiamo del buon Pastore si sono lasciate sedurre dal mercenario; sono forse le anime della nostra famiglia, che mangiano insieme a noi, che dormono sotto il nostro tetto. Per tutte queste anime, Gesù ci chiama a far qualche cosa. – 1. PER LE ANIME DELLE MISSIONI. Nell’estate del 1929 la nostra patria ed ogni nazione tendeva l’orecchio se arrivasse dalle zone polari una voce, un grido di speranza e d’angoscia. Un gruppo di valorosi, spinti dall’amore della patria e della scienza, fiduciosi nella Provvidenza divina, avevano osato violare le misteriose regioni del freddo e del ghiaccio: ma qualche cosa di triste doveva a loro essere accaduto, perché da più giorni avevano cessato di mandarci qualsiasi comunicazione. Tutti, perfino il Papa, nell’attesa angosciosa, tremavano e pregavano. Quand’ecco passare nell’aria, raccolta dalle stazioni radiotelegrafiche, una voce sperduta: «Italia: S.O.S.». Salvate le anime nostre! E tutta l’Italia, e tutto il mondo palpitò: da ogni parte si accorreva al soccorso, ogni uomo si commoveva come se avesse avuto un fratello smarrito tra la nebbia sul ghiaccio, ed ogni madre come se si trattasse di salvare il proprio figliuolo. O Cristiani, ogni giorno altre infinite voci passano nell’aria. Vengono dalle regioni dell’Africa arsa dal sole, vengono dalle foreste dell’Asia traversate da impetuose fiumane, vengono dall’America e dall’Australia circondate dall’oceano. « S.O.S.: salvate le anime nostre! ». Sono milioni e milioni di infedeli che non conoscono il buon Pastore, ed in mezzo a loro il lupo infernale, nelle maniere più barbare, semina la strage. Tratto tratto vi arriva qualche missionario, solo, senza mezzi: ma gli operai sono pochi e la messe è molta. E sono nostri fratelli, perché e noi e loro siamo tutti figli di un unico Padre: Dio che sta nei cieli. « Salvate le anime nostre dalla morte eterna! Salvatele dall’inferno di fuoco che brucia per l’eternità! ». Così essi gridano a noi: ma la loro voce angosciosa non è raccolta. Bisogna leggere i giornali e le riviste missionarie, per formarsi una idea di quello che si soffre laggiù: la profonda ignoranza, l’odio e la vendetta, le malattie inguaribili, i bambini abbandonati o uccisi, e tutta la schiavitù del demonio, il mercenario delle anime. Ma nelle nostre case forse la stampa missionaria non è conosciuta: arrivano romanzi cattivi, illustrazioni vergognose, ma non si trova il denaro per abbonarsi a un piccolo giornaletto delle Missioni. Non si trova una moneta d’elemosina per quei nostri Fratelli bisognosi di tutto, fin anco del Battesimo, mentre tanto si sciupa nelle golosità, nelle mode, nei divertimenti mondani. S. Teresa del Bambino Gesù, che non possedeva nulla da offrire alle Missioni, perché era carmelitana scalza nel convento di Lisieux, offriva le sue preghiere e i suoi sacrifici. E quando la stanchezza, o il dolore di testa, o la tosse della tisi la tormentava, « Coraggio, coraggio!» si diceva. « Forse in questo momento un Missionario si sente male sulla strada e non può più andare avanti… È per lui che soffro, perché cammini ancora ». E chi di voi può rifiutarsi di fare almeno questo per ricondurre all’ovile di Cristo quelle anime lontane? – 2. PER LE ANIME DELLE NOSTRE CONTRADE. Un giorno, nella capitale di Francia, un gruppo di giovani tra cui v’era, ventenne appena Federico Ozanam, discorrevano della bellezza della loro fede cattolica. Ma una persona di idee avverse che li ascoltava, disse: « Voi, che vi vantate Cattolici, che fate voi? Dove sono le opere che vi dimostrano tali, e che valgono a far rispettare la vostra credenza? ». « In verità — disse poi Ozanam — in quel rimprovero vi era pur troppo del vero, perché noi non facevamo nulla. Fu allora che noi dicemmo a noi stessi: ebbene, operiamo! Facciamo qualche cosa che sia consentaneo alla nostra fede. Ma che faremo noi? che potremo fare per essere veramente Cattolici, se non adoperarci in quello che più piace a Dio, la salvezza delle anime? ». Il medesimo rimprovero, e con più forza, può essere rivolto a moltissimi Cristiani: « Voi che vi vantate Cattolici, che fate voi? dove sono le vostre opere di zelo? ». È vero che non appartiene a voi far prediche, ma quante volte vi siete trovati in una conversazione dove si ordivano calunnie, si insidiava l’onestà, si meditava la vendetta, si tesseva la frode, si diffondeva l’incredulità, e non avete fatto nulla per trattenere queste anime dal male che si preparavano a compiere, anzi le avete sospinte più in là: Recupera proximum tuum secundum virtutem tuam! Sei tu una persona stimata e autorevole? Sei tu una persona ricca? Perché con le tue elargizioni non aiuterai le opere buone; e non solleverai la miseria di quelle persone che tu conosci in povertà? Sei il padrone di un’officina, il capo di un reparto: non permettere in tua presenza né la bestemmia, né i discorsi osceni. Sei commerciante: non aiutare gli altri nei furti e nelle frodi, ma cerca di distoglierli. Sei adulto: cerca col tuo esempio e con la tua parola di attirare i giovani a alla pratica della virtù. Hai degli amici ammalati? assistili, perché non abbiano ad aggravarsi senza ricevere il prete e i Sacramenti. E quando anche non potessi far niente per l’anima del tuo prossimo, puoi sempre pregare. La forma più bella di zelare la salute delle anime è quella d’iscriversi e operare nelle file dell’Azione Cattolica. – 3. LE ANIME DELLE NOSTRE FAMIGLIE. L’inverno rincrudiva con tutto il suo rigore e la neve era ben alta sui montani paesi dell’Umbria. In Cascia dove Rita, la santa, moriva, venne a trovarla una sua parente da Rocca Porrena, il paesello in cui era nata, in cui aveva tanto pregato, e moltissimo sofferto. Nell’accommiatarsi quella parente le chiese se desiderasse qualche cosa. « Sì – rispose Rita – andate nell’orto della mia casa, cogliete una rosa e portatemela ». Sembrò strana alla visitatrice la richiesta della parente, s’era nel colmo dell’inverno e le campagne del paese nativo, chiuso tra i burroni e privo di sole, erano d’uno squallore senza pari. Temette la donna che la malattia avesse alienato la mente di Rita, e compiangendola tra sé, se ne tornò al paese. Giuntavi, più per curiosità che peraltro, si reca nell’orticello e scorge nel roseto una rosa, splendidamente fiorita. La coglie commossa, e ritorna a Cascia. La morente accolse tra le scarne dita quel fiore e levando gli occhi grandi al Cielo, ringraziò. Dio così la premiava. A diciotto anni, contro il suo desiderio che era di consacrarsi al Signore, i suoi genitori l’avevano sposata a un uomo bestiale e furioso. Ogni giorno, rovesciava sulla sua testa una bufera di bestemmie, di parole ingiuriose, e talvolta di percosse. Ma ella, lungi dal comportarsi come tante altre spose rintuzzando le ingiurie di lui con altrettante ingiurie, cercò di vincere il male col bene: si dedicò allo scrupoloso adempimento delle domestiche faccende; alle parole aspre rispondeva dolcemente, e più spesso taceva; alle percosse faceva riscontro con tenerezze e la preghiera. E così per anni e anni. Finalmente Dio le concesse la grazia: Ferdinando, il suo Sposo, si convertì, e divenne mite e si sforzò sempre d’essere degno della sua compagna. Questa era la rosa che la sua dolce umiltà e la sua grande pazienza avevano fatto fiorire. Entrando in Paradiso la santa avrà presentato a Gesù la rosa fiorita nell’orto domestico tra i rigori dell’inverno, come il dono più bello. Può darsi che anche nelle altre famiglie ci sia qualche anima lontana da Dio. Può darsi che anche nelle nostre famiglie ci sia qualche anima lontana da Dio. Forse è lo sposo collerico e ubriacone; forse è un figliuolo scioperato e vizioso; forse è il fratello bestemmiatore e senza fede. Tocca a noi imitare quello che Rita da Cascia fece per il suo sposo Ferdinando. quello che Monica fece per Agostino suo figliuolo. Morendo, anche noi, nelle mani tremule e pallide stringeremo una rosa simbolica: la rosa fiorita fuor di stagione nell’orticello di casa nostra. – Uscendo dal palazzo, avanti l’alba, il papa Gregorio Magno incespicò in un cadavere disteso sulla soglia. Era un povero uomo, morto di freddo. «Io dormivo, mentre potevo aprirgli e salvarlo. Forse avrà bussato ripetutamente con mano sempre più stanca, forse m’avrà chiamato con voce sempre più fioca… ed è morto » pensò fra sé Gregorio Magno. Il Papa allora, si curvò sul cadavere e scoppiò a piangere, come un fanciullo, dirottamente. Lontane da noi, vicino a noi, sulla soglia della nostra casa, ci sono forse anime che muoiono nel peccato. Ogni giorno il mercenario abbandona al lupo infinite pecore. E noi potremmo salvarle: una parola, una preghiera, un’offerta, il buon esempio. Ma noi dormiamo e il demonio trionfa. Perché non dobbiamo commuoverci? Perché non dobbiamo sentire il singhiozzo salirci dal del cuore, come a san Gregorio? Perché non dobbiamo oggi fare un proposito opportuno? « Signore! — diceva S. Giovanni Bosco — Dammi le anime che tutto il resto non m’interessa ». — I DOVERI DEI GENITORI. In certe città indiane l’idolatria ha suscitato un fanatismo orribile. Ogni anno, quando ricorre la festa del dio, si vedono scene raccapriccianti. Mentre tra i fiori e i profumi e i suoni di trombe e urla del popolo passa il cocchio con l’idolo dalla faccia mostruosa, sempre, qualche madre, con le proprie mani, lancia sotto la ruota stritolante del carro un suo bimbo, in offerta al dio. Povere mamme! Ma non sono forse più sventurate certe mamme e certi padri, non dell’India, ma dei nostri paesi civili e Cattolici? Oh! Non i corpi dei loro figliuoli sacrificano sotto il carro del demonio che passa nel mondo, ma le anime! Quelle piccole anime, create da Dio, belle per la sua gloria, sono stritolate per la negligenza o i mali esempi dei genitori, sotto le unghie del demonio. Eppure Iddio ad ogni famiglia ha preposto un padre e una madre perché fossero il pastore buono del piccolo gregge domestico, come Cristo è pastore di tutto il mondo. « Io sono il pastore buono » dice Gesù nel Vangelo, « e so dar la vita per le mie pecorelle. Il mercenario invece, che non è pastore vero, quando vede venire il lupo fugge, perché le pecore non sono sue: … et non pertinet ad eum de ovibus  ». E che cosa importa, a certi genitori snervati, dell’anima dei loro figlioli, quando non sanno resistere ai loro capricci? Quando non vegliano a custodia, ma dormono ancora mentre il lupo è giunto e fa stragi? Quando essi stessi con la loro condotta insegnano la mala via a quelle anime ignare che Dio gelosamente aveva loro affidato … Et non pertinet ad eos de ovibus. La molle indulgenza, la non vigilanza, il cattivo esempio rendono i padri e le madri pastori mercenari nella loro famiglia. – 1. LA MOLLE INDULGENZA. Pochi anni or sono, in una grande città d’Italia moriva di broncopolmonite una giovane, perché aveva preso freddo, uscendo accaldata da un ballo. Nella piccola stanza del terzo piano s’erano radunati i parenti a salutarla per l’estrema volta e a confortarla nel misterioso passaggio. Tutti tacevano: s’udiva solo l’ansimar faticoso della malata. Ognuno in cuor suo sentiva compassione di quel povero fiore che appassiva mentre sarebbe stato il tempo di spiegare i colori nel sole della vita. Ad un tratto entrò nella stanza una donna pallida e piangente. La morente accennò col tremito delle labbra di voler parlare. « Mamma! » E poi raccolse tutte le forze in un grido incredibile: « Oh, se tu non mi avessi lasciata andare al ballo, la prima volta, mamma! Ora non morirei così. Oh, questo grido straziante, dal letto di morte, dal limitare dell’eternità, non pochi figli ve lo grideranno dietro, o genitori! È invalsa una sacrilega moda di tenere i figliuoli da piccoli come balocchi, e grandi come tiranni. E i genitori cominciano a truccarli come tanti giocattoli o marionette; a trattarli come tanti idoletti; e poiché non li vogliono sentir piangere, ogni loro capriccio, anche il più stravagante, deve essere accontentato. E crescono questi figliuoli moderni, e in loro indisturbate crescono le passioni come la gramigna nel campo del pigro. Crescono i figliuoli ed entrano nella vita senza aver imparato a rinunciare ad una vogliuzza grama, simili a quel susino che l’agricoltore, per timore di vederlo appassire, non ha potato a suo tempo. Il susino frondeggia oziosamente, me non dà frutto. Ma chi potrà imporre a questi figli, fatti adulti, un freno che rattenga le lore passioni? – Non era per questo, o genitori, che Dio vi ha concesso i figli: non perché voi, come il pastore mercenario, lasciaste in balìa del lupo i vostri agnelli. Ricordate il grido straziante di quella fanciulla morente: « Mamma, non morirei così!… » Non morirei così disonorata se tu mi avessi punito quel primo giorno in cui mi vedesti tra le mani un frutto rubato. Non morirei così senza religione, se la prima volta che mi coricai senza la preghiera, m’avessi risvegliato e fatto pregare ancora, se quando violai il precetto festivo m’avessi costretto ad alzarmi una settimana intera, di buon mattino, ad ascoltare la santa Messa. Non morirei così bestemmiatore se la prima volta che davanti ai miei genitori ripetei invanamente il nome di Dio, m’avessero dato uno schiaffo sulle labbra, invece di sorridermi come a una precocità d’ingegno. Mamma, non morirei così!… – 2. LA NON VIGILANZA. Somnolentia pastorum est gaudium luporum. — Si dice che un viaggiatore si sia fermato in un paesello per studiare i costumi popolari. Incontrò una massaia ed attaccò discorso. « Quante galline mantenete? ». « Quindici, Signore » rispose precisa la massaia. «E dove le avete? ». « Ecco » rispose la donna, accennando: « cinque sono chiuse in pollaio, tre crocitano sull’aia, le altre vagano nel cortile ». Il viaggiatore parve soddisfatto e cambiò argomento. « Quanti figli avete? ». « Cinque o sei ». « E dove sono? ». La donna sgranò gli occhi e rispose: « Chi lo sa dove sono!?. Non ho mica tempo di correrci dietro tutto il giorno! ». « Come? » fece stupito quel signore. « Sapete dove sono le vostre galline, e non sapete dove sono i vostri figliuoli? ». E non è appena in quel paesello che avveniva così. Ci sono genitori che non dormono tranquilli di notte, per custodire nei loro cassetti qualche gemma e qualche anello d’oro, e non vigilano sui loro figliuoli. Ma non sanno che l’anima dei loro figli è una gemma di cielo, è un anello di Dio? Ci sono genitori che a sera s’addormentano placidamente ed hanno fuor di casa, senza sapere dove, qualche figliuolo. Ma potrebbero dormire se avessero lasciato fuor dall’uscio un oggetto prezioso, o fuor del pollaio una gallina? Dove sono i vostri figliuoli, o genitori, mentre voi siete al lavoro, siete in casa, siete in chiesa? Avete indagato con chi vanno? Quali libri leggono? « Ma noi siam di mestiere e abbiamo affari… e non troviam tempo per vigilare sui nostri figliuoli ». Ecco la scusa di molti genitori. Ma il primo mestiere, il primo affare non è quello di educare i propri figliuoli? Tutto il resto è secondario. – La madre di S. Teodoro lavorava in un albergo. Ma quando s’accorse che il suo bambino, crescendo, poteva essere cattivamente impressionato da quello che si vedeva, diceva e si sentiva in quel luogo, fuggì col suo piccolo tesoro nel deserto. Patì fame e sete, ma il suo figlio fu santo. Giobbe, avendo saputo che i suoi figli s’erano radunati a banchetto, levò a Dio fervente preghiera, perché in quell’occasione li avesse a preservare da ogni peccato. – Quante volte, o genitori, avete saputo che i vostri figli si trovano in cattive occasioni: all’officina, nello studio, in caserma. Avete pregato, voi? – 3. IL CATTIVO ESEMPIO. Qualche anno fa i giornali pubblicavano l’incendio di un teatro di varietà. È mezzanotte: salone addobbato con motivi decorativi di carta a rosoni e a tralci; domina l’allegria e la sete del piacere. D’improvviso un lampo si proietta dal palcoscenico: e una lingua di fuoco scoppiettante, uscita fuori dai tendaggi laterali, si arrampica su su fino al soffitto, si propaga in tutti i sensi, perseguendo le decorazioni di carta. Grida di spavento, fumo, fuoco: è un inferno. Intanto le attrici si sono trovata preclusa la via del salvamento: corrono nelle loro cabine; ma il fuoco le ha raggiunte. E tra di esse c’era una mamma, c’era una bimba che s’iniziava a quella vita sciagurata. E sono morte. Noi pensiamo con angoscia a quella mamma che aveva venduto la sua figliuola ad un’arte così pericolosa; a quella mamma. che, stolta, le insegnava il misurato passo della danza e della corruzione; a quella mamma che ha trascinato la sua creatura nel fumo e nel fuoco d’un teatro, e, Dio non voglia, dell’inferno. Forse nell’ultimo spasimo quella povera bimba avrà tese le sue mani, imprecando alla mamma. O genitori: questo esempio non suscita in voi nessun rimorso? Chi insegnò a quel fanciullo a profanare il Nome di Dio, se non la madre che ad ogni piccola stizza l’ha sulla lingua? Chi gli ha insegnato a bestemmiare il Corpo e il Sangue del Redentore se non il padre nelle sue collere? Chi gli ha insegnato a profanar la festa, se non l’esempio dei suoi di casa che lavorano, che trascurano la santa Messa? Che meraviglia se quel figlio ama le osterie, quando suo padre ama l’ubriachezza? Che meraviglia se quella fanciulla non è ritirata né modesta, quando la sua mamma si perde dietro alla vanità del vestire e del trattare? Se un figlio dovesse cadere nell’inferno per il mal esempio dei suoi genitori, oh come li maledirebbe! E da quelle fiamme uscirebbe contro di loro un grido d’imprecazione per tutta l’eternità. – Nell’arca dell’alleanza accanto alla manna che Dio per i suoi figli raminghi aveva fatto piovere sul deserto, si custodiva pure la verga vigilante di Aronne. Nell’arca di ogni famiglia si deve custodire la manna e la verga: la manna che è simbolo d’amore, ma anche la verga che insegna il cammino, la verga che sferza i disviati.

IL CREDO

Offertorium

Orémus

Ps LXII:2; LXII:5  Deus, Deus meus, ad te de luce vígilo: et in nómine tuo levábo manus meas, allelúja.

Secreta

Benedictiónem nobis, Dómine, cónferat salutárem sacra semper oblátio: ut, quod agit mystério, virtúte perfíciat.

[O Signore, questa sacra offerta ci ottenga sempre una salutare benedizione, affinché quanto essa misticamente compie, effettivamente lo produca].

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

Paschalis

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre: Te quidem, Dómine, omni témpore, sed in hac potíssimum die gloriósius prædicáre, cum Pascha nostrum immolátus est Christus. Ipse enim verus est Agnus, qui ábstulit peccáta mundi. Qui mortem nostram moriéndo destrúxit et vitam resurgéndo reparávit. Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus cumque omni milítia cœléstis exércitus hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare: Che Te, o Signore, esaltiamo in ogni tempo, ma ancor piú gloriosamente in questo giorno in cui, nostro Agnello pasquale, si è immolato il Cristo. Egli infatti è il vero Agnello, che tolse i peccati del mondo. Che morendo distrusse la nostra morte, e risorgendo ristabilí la vita. E perciò con gli Angeli e gli Arcangeli, con i Troni e le Dominazioni, e con tutta la milizia dell’esercito celeste, cantiamo l’inno della tua gloria, dicendo senza fine:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Joannes X: 14. Ego sum pastor bonus, allelúja: et cognósco oves meas, et cognóscunt me meæ, allelúja, allelúja.

[Io sono il buon pastore, allelúia: conosco le mie pecore ed esse conoscono me, allelúia, allelúia.]

Postcommunio

Orémus.

Præsta nobis, quaesumus, omnípotens Deus: ut, vivificatiónis tuæ grátiam consequéntes, in tuo semper múnere gloriémur.

[Concédici, o Dio onnipotente, che avendo noi conseguito la grazia del tuo alimento vivificante, ci gloriamo sempre del tuo dono.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)