VIVA CRISTO RE (10)

Viva cristo re (10)

TOTH TIHAMER:

Gregor. Ed. in Padova, 1954

Imprim. Jannes Jeremich, Ep. Beris

CAPITOLO XI

CRISTO, RE DELLA GIOVENTÙ

Cristo è anche Re dei giovani. Ma come possiamo stabilire e consolidare nell’anima dei nostri giovani il regno di Cristo? Non c’è dubbio che le lezioni di religione a scuola possano essere un modo eccellente per educare i giovani in questo senso. Ma, non dimentichiamolo, la responsabilità principale è dei genitori. I genitori che si preoccupano dello sviluppo spirituale dei loro figli non possono dare un consiglio migliore di questo: educare con Cristo! Non solo con promesse e minacce; non solo con ricompense e punizioni, ma soprattutto con Cristo, con l’amore di Cristo. Al  bambino che, all’età di tre o quattro anni, ha imparato ad amare ferventemente Cristo; al bambino che all’età di sette anni ha ricevuto il Corpo sacramentale del Signore e che continua a ricevere frequentemente la comunione: questo bambino non dovrà essere rimproverato molte volte, né picchiato, né gli dovranno essere promessi piccoli regali; sarà sufficiente che sua madre gli dica: Figlio mio, Gesù vuole questo da te, Gesù non vuole che tu faccia questo altro… – Felice il bambino a cui la madre parla, come parlava Bianca a suo figlio San Luigi, re di Francia: “Figlio mio, preferirei vederti morto piuttosto che commettere un peccato mortale”! Queste parole gli fecero una tale impressione che le avrebbe ricordate per tutta la vita, con grande beneficio per la sua anima. – Felice il giovane a cui il padre dice ciò che il vecchio TOBIA diceva al figlio: “Ascolta, figlio mio, le parole della mia bocca e ponile nel tuo cuore come fondamento…. per tutti i giorni della sua vita… ; e guardati bene dall’abbandonarti al peccato o dall’infrangere i comandamenti del Signore nostro Dio. Fa’ l’elemosina di quello che hai…; sii caritatevole secondo i tuoi mezzi. Se hai molto, dai con liberalità; se hai poco, cerca di dare in buona misura anche di quel poco che hai…. Guardati da ogni fornicazione….. Non permettete mai che l’orgoglio regni nel tuo cuore o nelle tue parole…. Loda il Signore in ogni momento, e chiedigli che diriga i tuoi passi e che tutte le tue decisioni siano fondate su di Lui…” (Tobia IV).   – Sì, Nostro Signore Gesù Cristo è il miglior educatore, perché è Colui che conosce meglio il cuore umano, perché ci predica per mezzo del suo esempio e ci dà la forza di fare il bene! Da questo dipende il risultato dell’istruzione. Perché si possono scrivere libri eccellenti sulla morale e sui suoi valori, mostrando quanto siano belli e necessari; ma per viverli… occorre qualcosa di più di un bel trattato, occorre la forza soprannaturale della grazia. – Da circa vent’anni mi dedico alla gioventù. Quante volte ho visto gli inciampi dei giovani cresciuti senza religione! Quanti dei loro sforzi sono stati infruttuosi! Ma quando finalmente hanno incontrato Cristo, si sono aggrappati a Lui: è questo che li ha salvati! Sì, devo dirlo in modo inequivocabile: chi educa senza usare la preghiera, chi educa senza fare uso della Confessione, chi educa senza fare uso della Comunione, chi educa senza Cristo, alla fine non sarà altro che un inutile pasticcione. Padri, non mettetevi tra Cristo e la giovane anima! Non siate spaventati se vostro figlio o vostra figlia si confessi e faccia la Comunione frequentemente; non dite che sono troppo buoni, che sono esagerati… – Se Cristo è così prezioso per le giovani anime, se è lo splendore dei loro occhi, la loro forza, la loro bellezza, la loro resistenza nei momenti di tentazione, allora dobbiamo fare appello a tutti, genitori ed educatori, insegnanti e giudici, intellettuali e politici, a tutti coloro che hanno voce e voto nell’influenzare l’opinione pubblica, di non permettere che Cristo venga rimosso dalle scuole, di non lasciare che Cristo sia estromesso lontano dalle famiglie. – Chi può cacciarlo via, chi è in grado di defraudarlo? Egli viene eliminato dai genitori che non pregano, dai genitori che, davanti ai giovani parlano senza misurare il peso delle loro parole, delle bestemmie o delle conversazioni licenziose; i genitori che affidano l’educazione dei loro figli a chiunque, senza preoccuparsi se siano veramente cattolici… – “I bambini di oggi non obbediscono ai genitori”, si sente dire. spesso. Ma i genitori obbediscono a Dio? Che cos’è l’autorità dei genitori? Che cos’è l’autorità parentale? È un riflesso dell’autorità di Dio. Può il bambino osservare il quarto comandamento se i genitori non ne osservano i dieci? I giovani non sono sciocchi, guardano più all’esempio che alle parole. Essi osservano costantemente i loro genitori! Essi Sono ben consapevoli che i loro genitori non vanno in Chiesa o che loro non siano mai andati in Chiesa, che non si confessano da anni. L’indifferenza religiosa dei genitori si trasmette facilmente ai figli. Genitori! Non permettete che i vostri figli si allontanino da Cristo a causa vostra. Essi vengono defraudati dagli amici, dalle letture, dai film, dalla pubblicità… È terribile vedere come i vostri figli vengano derubati di Cristo. È terribile vedere come le immagini oscene e pornografiche invadano tutto e rovinino la pulizia dell’anima dei giovani…. La legge difende gli alberi in strada, la legge difende le panchine pubbliche, i lampioni stradali, i marciapiedi, i resti archeologici; ma non ci sono leggi che difendano la purezza della giovane anima. Le più grandi immoralità possono essere mostrate nei cinema; e le autorità si astengono dal vietarlo. Eppure, se chiediamo la prigione per il traditore che consegna al nemico una fortezza, dobbiamo chiederla anche per coloro che corrompono astutamente le anime dei giovani. – Che peccato vedere come gli sforzi educativi di anni vengano rovinati da una lettura oscena o da un film immorale! Finché permetteremo, senza dire una parola, che la nostra gioventù venga moralmente degradata, tutte le riforme educative saranno vane. Finché permettiamo ai mercanti di immoralità senza cuore che trafficano con la purezza dei giovani, noi dei giovani, possiamo fare poco. Ricordiamo che Dio mise un Angelo alla porta del Paradiso e gli mise in mano una spada fiammeggiante. “Che nessuno entri qui” – gli disse. L’anima di un figlio è questo Paradiso. Dio ha posto il padre alla porta della sua anima. “Prendi in mano una spada fiammeggiante – gli ha detto – e non far entrare ciò che non deve entrare”. Padri! Educate i vostri figli alla virtù. Sviluppate in loro ogni desiderio per il bello ed il nobile. Educateli ad essere amanti della verità, fedeli alle loro promesse; in una parola… che siano uomini. – Abbiamo bisogno di una gioventù che non cerchi la propria soddisfazione negli istinti, ma in nobili e grandi imprese, in alti ideali. – Una gioventù volitiva e laboriosa. Una gioventù pronta a difendere la propria integrità morale, ad evitare ogni sozzura. Una gioventù piena di speranza, con una visione chiara e gioiosa, piena di vita … una gioventù che abbia Cristo come Re!

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. LEONE XIII – “IN AMPLISSIMO”

Questa breve lettera Enciclica, venne scritta da S. S. Leone XIII all’Arcivescovo Cardinal Gibbons e a tutti i Vescovi statunitensi nel venticinquesimo anniversario del suo Pontificato con un tono elogiativo e celebrativo dell’azione proficua svolta dai prelati americani in favore della Religione cattolica, azione particolarmente delicata in un contesto inflazionato da sette umane pseudocristiane e da ideologie ateo-massoniche e moderniste che contrastavano l’espandersi della verità evangelica come diffusa dall’unica vera Chiesa fondata da Cristo e capeggiata dal suo Vicario in terra, il Sommo Pontefice romano. « … Dovete quindi, e con voi la schiera cattolica alle spalle, sfruttare strenuamente il tempo favorevole per l’azione che è ora a vostra disposizione, diffondendo il più possibile la luce della verità contro gli errori e le assurde immaginazioni delle sette che stanno sorgendo. » Volesse il cielo che quegli elogi e sollecitazioni a far meglio fosse ancora oggi possibile rivolgere ai prelati statunitensi, in larga parte apostati della fede e colonna portante del modernismo anticattolico promulgato dalla falsa religione del conciliabolo c. d. Vaticano II, inganno satanico destinato a perdere l’anima di fedeli superficiali, ignari e tenuti all’oscuro della vera dottrina cattolica, della retta teologia e del Magistero bimillenario prodotto dai Pontefici romani e dai Concili ecumenici presieduti da un vero Pontefice, come faro di luce proiettato a tutte le genti onde illuminare il loro cammino di salvezza.

IN AMPLISSIMO

ENCICLICA DI PAPA LEONE XIII

SULLA CHIESA NEGLI STATI UNITI

A James Cardinal Gibbons e agli Arcivescovi, e i Vescovi degli Stati Uniti.

Certamente abbiamo motivo di rallegrarci, e il mondo cattolico, in virtù della sua venerazione per la Sede Apostolica, ha motivo di rallegrarsi per il fatto straordinario che siamo da annoverare come il terzo della lunga serie di Romani Pontefici ai quali è stato felicemente concesso di entrare nel venticinquesimo anno del Sommo Sacerdozio. Ma in questa cerchia di congratulazioni, mentre le voci di tutti ci sono gradite, quella dei Vescovi e dei fedeli degli Stati Uniti del Nord America ci rallegra in modo particolare, sia per le condizioni che danno al vostro Paese un posto di rilievo rispetto a molti altri, sia per l’amore speciale che nutriamo per voi.

2. Nella vostra lettera congiunta a noi, amato Figlio e Venerabili Fratelli, vi siete compiaciuti di menzionare in dettaglio ciò che, spinti dall’amore per voi, abbiamo fatto per le vostre chiese nel corso del nostro Pontificato. D’altra parte, siamo lieti di ricordare i molti modi diversi in cui avete servito alla Nostra consolazione durante questo periodo. Se abbiamo trovato piacere nello stato di cose che prevaleva tra voi quando siamo entrati per la prima volta nella carica del Supremo Apostolato, ora che abbiamo superato i ventiquattro anni nella stessa carica, siamo costretti a confessare che il nostro primo piacere non è mai diminuito, ma, al contrario, è aumentato di giorno in giorno a causa dell’aumento della cattolicità tra voi. La causa di questo aumento, sebbene sia innanzitutto da attribuire alla provvidenza di Dio, deve anche essere attribuita alla vostra energia e attività. Nella vostra prudente politica, avete promosso ogni tipo di organizzazione cattolica con tale saggezza da provvedere a tutte le necessità e a tutti gli imprevisti, in armonia con il notevole carattere del popolo del vostro Paese.

3. Il vostro principale elogio è quello di aver promosso e di continuare a promuovere con cura l’unione delle vostre Chiese con questo capo delle Chiese e con il Vicario di Cristo in terra. Qui, come giustamente confessate, si trova l’apice ed il centro del governo, dell’insegnamento e del sacerdozio; la fonte di quell’unità che Cristo ha destinato alla sua Chiesa e che è una delle note più evidenti che la distinguono da tutte le sette umane. Come non abbiamo mai mancato di esercitare con vantaggio questo salutarissimo ufficio di insegnamento e di governo in ogni nazione, così non abbiamo mai permesso che voi o il vostro popolo ne soffriste la mancanza. Abbiamo infatti sfruttato volentieri ogni occasione per testimoniare la costanza della nostra sollecitudine per voi e per gli interessi della Religione tra voi. E la nostra esperienza quotidiana ci obbliga a confessare che abbiamo trovato il vostro popolo, grazie alla vostra influenza, dotato di perfetta docilità ed alacrità d’animo. Pertanto, mentre i cambiamenti e le tendenze di quasi tutte le Nazioni che sono state cattoliche per molti secoli sono motivo di dolore, lo stato delle vostre chiese, nella loro fiorente giovinezza, rallegra il Nostro cuore e lo riempie di gioia. È vero che la legge del Paese non vi concede alcun favore particolare, ma d’altra parte i vostri legislatori hanno certamente il diritto di essere lodati per il fatto che non fanno nulla per limitarvi nella vostra giusta libertà.

4. Non ignoriamo, Venerabili Fratelli, tutto ciò che è stato fatto da ognuno di voi per la creazione e il successo di scuole e accademie per la corretta educazione dei giovani. Con il vostro zelo in questo senso avete chiaramente agito in conformità alle esortazioni della Sede Apostolica e alle prescrizioni del Concilio di Baltimora. Il vostro magnifico lavoro a favore dei seminari ecclesiastici è stato sicuramente calcolato per aumentare le prospettive di bene del Clero e per accrescerne la dignità. E non è tutto. Avete saggiamente preso misure per illuminare i dissidenti e per attirarli alla verità, nominando membri del clero dotti e degni di nota che vadano di distretto in distretto per parlare loro in pubblico, in stile familiare, nelle chiese ed in altri edifici, e per risolvere le difficoltà che possono essere avanzate. Un piano eccellente che, come sappiamo, ha già dato abbondanti frutti. La vostra carità non è stata indifferente alla triste sorte dei negri e degli indiani: avete inviato loro insegnanti, li avete aiutati generosamente e state provvedendo con grande zelo alla loro salvezza eterna. Siamo lieti di aggiungere uno stimolo, se necessario, per consentirvi di continuare questi impegni con la piena fiducia che il vostro lavoro sia degno di lode.

5. Infine, per non omettere l’espressione della Nostra gratitudine, vorremmo che sapeste quale soddisfazione ci avete procurato con la liberalità con cui il vostro popolo si sforza di contribuire con le sue offerte ad alleviare la penuria della Santa Sede. Molte e grandi sono le necessità alle quali il Vicario di Cristo, in quanto supremo Pastore e Padre della Chiesa, è tenuto a provvedere per scongiurare il male e promuovere la fede. Per questo la vostra generosità diventa un esercizio e una testimonianza della vostra fede.

6. Per tutti questi motivi desideriamo dichiararvi ancora e ancora il nostro affetto per voi. La benedizione apostolica, che impartiamo con grande amore nel Signore su tutti voi e sulle greggi affidate a ciascuno di voi, sia presa come segno di questo affetto e come auspicio di doni divini.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 15 aprile 1902, nel venticinquesimo anno del Nostro Pontificato.

LEO XIII

DOMENICA IV DOPO EPIFANIA (2023)

Domenica IV dopo l’EPIFANIA (2023)

Semidoppio. – Paramenti verdi.

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Il Vangelo è tratto dallo stesso capo del Santo Vangelo della terza Domenica dopo l’Epifania. È il racconto di un nuovo miracolo. Gesù manifesta la sua divinità comandando ad elementi potenti ed indocili come le acque sconvolte ed i venti scatenati. E « l’Evangelista fa risaltare l’importanza del prodigio, opponendo alla grande agitazione delle onde », « la grande calma che ne segue » (Vang.). Ma è nella Chiesa che si esercita la regalità divina di Gesù; così i Padri hanno visto nei venti che soffiano in tempesta un simbolo dei demoni di cui l’orgoglio suscita le persecuzioni contro i Santi, e nel mare tumultuoso le passioni e la malvagità degli uomini; cause delle trasgressioni ai comandamenti e delle lotte fraterne. Nella Chiesa, al contrario, regna la gran legge della carità perché, se i tre primi precetti del Decalogo ci impongono l’amore di Dio, altri sette ci impongono, come conseguenza logica, l’amore del prossimo (Ep.). Dio infatti è nel prossimo perché, mediante la grazia siamo in certo modo il complemento del corpo di Cristo. È questo il mistero dell’Epifania. Gesù si rivela Figlio di Dio e tutti quelli che riconoscendolo tale, lo riconoscono loro Capo, divengono membri del suo Corpo mistico. Formando tutti un solo corpo nel Cristo, i Cristiani devono anche amarsi reciprocamente. Questa barca, dice S. Agostino, rappresenta la Chiesa la quale manifesta nei secoli la divinità di Cristo. È infatti alla protezione del Salvatore che Essa deve « malgrado la sua fragilità » (Or. Sec), se non è inghiottita in mezzo a tanti pericoli che la minacciano (Or.). Gesù, dice S. Giov. Crisostomo, sembra che dorma per costringerci a ricorrere a Lui, e salva sempre quelli che lo invocano.

Incipit

In nómine Patris,  et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum  in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, 
 absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Ps XCVI:7-8 Adoráte Deum, omnes Angeli ejus: audívit, et lætáta est Sion: et exsultavérunt fíliæ Judae.

[Adorate Dio, voi tutti Angeli suoi: Sion ha udito e se ne è rallegrata: ed hanno esultato le figlie di Giuda.]

Ps XCVI:1 Dóminus regnávit, exsúltet terra: læténtur ínsulæ multæ.

[Il Signore regna, esulti la terra: si rallegrino le molte genti.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu in glória Dei Patris. Amen.

Orémus

 Deus, qui nos, in tantis perículis constitútos, pro humána scis fragilitáte non posse subsístere: da nobis salútem mentis et córporis; ut ea, quæ pro peccátis nostris pátimur, te adjuvánte vincámus.

[O Dio, che sai come noi, per l’umana fragilità, non possiamo sussistere fra tanti pericoli, concédici la salute dell’anima e del corpo, affinché, col tuo aiuto, superiamo quanto ci tocca patire per i nostri peccati.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános.

Rom XIII: 8-10

Fratres: Némini quidquam debeátis, nisi ut ínvicem diligátis: qui enim díligit próximum, legem implévit. Nam: Non adulterábis, Non occídes, Non furáberis, Non falsum testimónium dices, Non concupísces: et si quod est áliud mandátum, in hoc verbo instaurátur: Díliges próximum tuum sicut teípsum. Diléctio próximi malum non operátur. Plenitúdo ergo legis est diléctio.

[Lettura della Lettera del B. Paolo Ap. ai Romani. Rom XIII:8-10 – Fratelli: Non abbiate con alcuno altro debito che quello dell’amore reciproco: poiché chi ama il prossimo ha adempiuta la legge. Infatti: non commettere adulterio, non ammazzare, non rubare, non dire falsa testimonianza, non desiderare, e qualunque altro comandamento, si riassumono in questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. L’amore del prossimo non fa alcun male. Dunque l’amore è il compimento della legge.]

L’Apostolo aveva esortato i Fedeli di Roma ad obbedire ai principi della terra, a pagar loro il tributo, e rendere a ciascuno tutto quanto gli si deve: perciò conclude così: non vi resti altro debito con nessuno, se non quello dell’amore che ci dobbiamo sempre gli uni agli altri: La carità è un debito perpetuo, che il vero Cristiano paga sempre, né se ne affranca mai. Non vi è nessuno dei nostri fratelli che noi non dobbiamo amare; nessuno che non dobbiamo amar sempre. Può alcuno rendersi indegno della mia affezione per i suoi portamenti sregolati, viziosi, da ingrato, anche scandalosi, ma non potrebbe liberarmi dall’obbligo di amarlo: posso io disapprovare i fatti suoi, condannarne i mali costumi, ma non sono meno obbligato d’amare la sua persona. È un dovere di religione, da cui nulla può dispensarmi; è un comandamento eguale a quello di amare Dio, così positivo, così determinato, così permanente e così fermo.

AspirazioneO divino Gesù, versate in cuore a noi lo spirito dì carità, sicché, la vostra grazia facendoci camminare sulle vostre orme, noi adempiamo fedelmente il precetto dell’amore del prossimo.

(L. Goffiné, Manuale per la santificazione delle Domeniche e delle Feste; trad. A. Ettori P. S. P.  e rev. confr. M. Ricci, P. S. P., Firenze, 1869).

Graduale

Ps CI:16-17 Timébunt gentes nomen tuum, Dómine, et omnes reges terræ glóriam tuam.

[Le genti temeranno il tuo nome, o Signore: tutti i re della terra la tua gloria.]

Quóniam ædificávit Dóminus Sion, et vidébitur in majestáte sua. Allelúja, allelúja.

[Poiché il Signore ha edificato Sion: e si è mostrato nella sua potenza. Allelúia, allelúia]

Alleluja

Ps XCVI:1 Dóminus regnávit, exsúltet terra: læténtur ínsulæ multæ. Allelúja.

[Il Signore regna, esulti la terra: si rallegrino le molte genti. Allelúia.

Evangelium

Sequéntia  sancti Evangélii secúndum Matthaeum.

Matt VIII:23-27

“In illo témpore: Ascendénte Jesu in navículam, secúti sunt eum discípuli ejus: et ecce, motus magnus factus est in mari, ita ut navícula operirétur flúctibus, ipse vero dormiébat. Et accessérunt ad eum discípuli ejus, et suscitavérunt eum, dicéntes: Dómine, salva nos, perímus. Et dicit eis Jesus: Quid tímidi estis, módicæ fídei? Tunc surgens, imperávit ventis et mari, et facta est tranquíllitas magna. Porro hómines miráti sunt, dicéntes: Qualis est hic, quia venti et mare oboediunt ei?”

[In quel tempo: Gesù montò in barca, seguito dai suoi discepoli: ed ecco che una grande tempesta si levò sul mare, tanto che la barca era quasi sommersa dai flutti. Gesù intanto dormiva. Gli si accostarono i suoi discepoli e lo svegliarono, dicendogli: Signore, salvaci, siamo perduti. E Gesù rispose: Perché temete, o uomini di poca fede? Allora, alzatosi, comandò ai venti e al mare, e si fece gran bonaccia. Onde gli uomini ne furono ammirati e dicevano: Chi è costui al quale obbediscono i venti e il mare?]

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956)

GESÙ E LE TEMPESTE DELLA CHIESA.

La barca del lago di Genezareth, montata da Gesù e dai suoi primi discepoli, guidata da Pietro, rappresenta bene la Chiesa che ha ricevuto la missione divina di raccogliere nel suo grembo le anime, di condurle dalla riva della terra alla beata riva del cielo, senza lasciarle naufragare nei flutti ringhiosi e minacciosi provocati dalle passioni, « venti contrari alla vita serena ». Appena la navicella della Chiesa fu allestita e i primi passeggeri furono a bordo, già una furiosa tempesta l’assaliva. Era la collera dei Giudei che, illusi d’aver soffocato il Cristianesimo, avendo crocifisso il Cristo, non potevano sopportare di vederlo crescere ed espandersi sotto i loro occhi. S. Giovanni e S. Pietro furono imprigionati, S. Giacomo ucciso, Santo Stefano lapidato. A pochi passi dalla riva, la nave della Chiesa già pareva dovesse venir travolta. Ma Gesù si svegliò e fece un segno: Giovanni e Pietro evasero dalla prigione, dal sangue di Giacomo e Stefano germogliarono innumerevoli Cristiani. Paolo si convertì. Intanto da Roma giungevano le legioni imperiali a distruggere nel fuoco e nel sangue la nazione giudaica. E la barca della Chiesa prendeva il largo e continuava il suo cammino. Ed ecco una seconda tempesta, assai più violenta e lunga. Quella Roma che aveva rovesciato tutti i troni e i regni del mondo, aveva giurato di sommergere anche la barca di Pietro. Per tre secoli la Chiesa fu combattuta come la peggior nemica dell’Impero Romano; per tre secoli fu sparso il sangue dei Cristiani. Ma Gesù si risvegliò e fece un segno; allora l’imperatore Giuliano vinto e moribondo sul deserto orientale si strappa le bende e lancia in alto una manata di sangue, confessando la propria sconfitta. « Galileo, hai vinto tu! »; allora l’imperatore Costantino a Roma vede nel cielo sfolgorante la croce col motto: « Con questo segno vincerai », e proclama la libertà della Religione Cristiana. Intanto dalle nebbie e dalle selve nordiche discendono le orde barbariche a punire l’orgoglio romano. E la Chiesa? prende il largo sempre più, e procede per il suo cammino provvidenziale. L’islamismo sollevò un’altra paurosa procella contro la Chiesa, e s’avanzava per terra e per mare, minacciando di travolgere tutta la civiltà cristiana. Ma Gesù sì risvegliò e fece un segno: a quel segno l’Europa tutta si raduna e si precipita contro il colosso maomettano, l’arresta, l’infrange. Sulle acque di Lepanto la barca di Pietro passava vittoriosa, verso nuove conquiste. E già c’era sull’orizzonte una nuova bufera. Lutero, Calvino, Zuinglio avevano strappato dall’unità della fede popoli interi, bruciando chiese, devastando monasteri, insultando e massacrando preti e religiosi. La Germania; l’Inghilterra, la Svezia, la Danimarca, si levano contro la Chiesa. Ma Gesù si sveglia e fa un segno: ecco numerosi Santi rinnovarono lo spirito della carità e della verità; ecco un Concilio, il più grande di quanti ve ne furono, si raduna a Trento, condanna l’errore, definisce nettamente la verità e la morale religiosa. Intanto da Roma partono drappelli di missionari per l’Asia e l’America a conquistare nuove provincie all’impero dell’Amore, e la barca di Pietro si riempie di nuovi passeggeri, più numerosi dei disertori, prosegue la traversata dei secoli, sicura e possente. Ed ecco, poco più di duecento anni or sono, una filosofia incredula e una sanguinosa rivoluzione assaltare di nuovo la Chiesa con scaltrezza, disprezzo, calunnie, lenze inimmaginabili. E poi ecco un Cesare, Napoleone, novello arbitro del mondo, che sogna d’incatenare Pietro e la Chiesa e di avvinghiarli al carro del suo trionfo. Gesù si sveglia: Napoleone muore sull’isolotto di S. Elena e pensa al Dio invincibile davanti al quale aveva osato misurarsi, folle d’orgoglio; e il Papa a Roma guida di nuovo la barca della salvezza ai porti predestinati. Oggi ancora la Chiesa di Dio è assalita da ogni parte, in ogni maniera. Il Santo Padre, vecchio e dolente, leva il suo fievole gemito che fa tremare i cuori di tutti gli uomini. « Dagli estremi confini dell’Oriente sino all’ultimo Occidente — dice il Papa — giunge a noi il grido dei popoli, in cui re e Governi veramente hanno congiurato insieme contro il Signore e contro la sua Chiesa. Vedemmo calpestati i diritti divini ed umani, i templi distrutti dalle fondamenta, religiosi e le sacre vergini scacciate dalle loro case, imprigionati, affamati, afflitti da obbrobriose sevizie; le schiere dei fanciulli e delle fanciulle strappate al grembo della Madre Chiesa, spinte a negare e a bestemmiare Cristo, e condotte ai peggiori delitti della lussuria; tutto il popolo cristiano minacciato, oppresso, in continuo pericolo di apostasia della Fede e di morte anche la più atroce ». (Da un discorso di Pio XI). – Quando si sveglierà Gesù? Noi non sappiamo né quando, né come Gesù si sveglierà. Forse tra poco e forse ancora fra molto. Questo è certo: che si sveglierà e le porte dell’inferno non prevarranno. In questa fermissima certezza noi gemiamo nella speranza, attendiamo, nella rassegnazione il giorno della vittoria e dell’amore.

– GESÙ E LE TEMPESTE DELL’ANIMA. La vita dell’uomo è ben simile alla traversata, più o meno lunga, d’un lago: ogni momento ci stacchiamo remando da questa riva del tempo e ci avviciniamo alla sponda dell’eternità. Questa navigazione da principio è calma e felice come fu per gli Apostoli sul lago di Genezareth. In realtà gli anni della fanciullezza sono pieni di dolci sogni popolati da immagini soavi e gioconde. La terra è un paradiso terrestre per l’ingenuo fanciullo, a cui ogni cosa par nuova e bella, ed ogni giorno porta una promessa. I venti delle passioni e i marosi delle preoccupazioni dormono ancora, e le acque della vita scintillano tranquille e serene. Ma vien poi la giovinezza con i tumulti interiori, con i desideri violenti; viene la virilità con gli sconforti e crucci. Dal lago del cuore, che nella fanciullezza innocente pareva un limpido specchio, sono balzati rapidi venti, le onde grosse e minacciose: l’anima sbigottita si è trovata impotente di fronte a tanta forza avversa, si è sentita rapita verso l’abisso. Chi nella sua giovinezza non ha tremato per queste tempeste? Chi non fa tuttora la dura esperienza delle tentazioni e delle tribolazioni? E forse un giorno, l’anima s’è dimenticata di svegliare Gesù, e s’è lasciata trasportare da un furiosa ventata fuori della barca. Può darsi che siano anni e anni e molte anime naufragano in balìa delle passioni, senza più nessuna forza di resistenza, senza più nessuna speranza. Nel loro cuore il Gesù dell’infanzia felice, il che sulle ginocchia della madre hanno pregato, che hanno visto nei puri sogni a fanciullezza, che hanno atteso nella notte santa del Natale trattenendo il respiro nella speranza che si lasciasse scorgere nel deporre i doni, quel Gesù è sepolto in un sonno profondo che pare di morte. Sarà possibile risvegliarlo ancora dopo tant’anni? E se non sì risvegliasse più, che sarebbe ormai la vita? un naufragio. Non so dove l’abbia letto, ma in mente mi sta un racconto assai significativo. Quando i briganti Cinesi invasero il villaggio di Fiordaprile, il missionario dovette fuggire, ed ogni segno di religione fu cancellato. Anche la chiesetta fu ridotta ad abitazione del capo dei briganti. Dopo decine d’anni quel villaggio era ritornato pagano e più nessuno aveva memoria della santa Religione cristiana. Solo era rimasta una strana costumanza, che i padri insegnavano ai figli, e si tramandava di generazione in generazione. Passando davanti a un fianco di quella che era stata una chiesa, tutti si fermavano un istante, inchinavano rispettosamente la testa, e poi proseguivano; ma nessuno sapeva dare spiegazione. Un giorno passò nel villaggio di Fiordaprile un nuovo missionario e intuì in un fabbricato, nonostante le deformazioni, le linee d’una chiesa cristiana; e fece scrostare cautamente la calce da quel punto del muro verso il quale tutti solevano inchinarsi. Apparve la figura di Gesù sorridente, con le braccia aperte all’amplesso. – Cristiani, se le passioni come briganti selvaggi hanno invaso il villaggio dell’anima vostra, se il peccato ha detronizzato Iddio, ha cancellato ogni santo segno, non di meno voi non avete cessato dal rendere omaggio, tratto tratto almeno, alla Religione della vostra fanciullezza. Era un desiderio in certi momenti più forte di ogni cupidigia, era un’aspirazione insoffocata del cuore che a volte tornava a galla. Come il missionario della terra cinese, io scopro oggi in tante anime naufragate nella loro coscienza le linee del tempio di Dio, i segni sommersi del loro Battesimo. Raccoglietevi, Cristiani, scrostate con un buon esame di coscienza, con una santa confessione la calce del peccato e delle abitudini cattive. Riapparirà Gesù sorridente con le braccia aperte all’amplesso. Da troppo tempo Egli dorme, sommerso nelle profonde dimenticanze del vostro cuore; risvegliatelo coi gridi di una preghiera veemente e fiduciosa. Se Egli si sveglia, sarete salvi dalla tempesta. Nel Vangelo, si legge di alcune barche che seguivano sul lago quella di Gesù: Et aliæ naves erant cum illo (Mc., IV, 36). Di esse che è avvenuto? Non si sa. Fin che il lago restò in bonaccia esse, probabilmente, seguirono Gesù; ma al primo discatenarsi dei venti l’abbandonarono. C’è da temere che siano state travolte. Con Gesù si teme e si soffre per la tempesta, ma alla fine c’è salvezza e felicità. Quelli che per timore dei sacrifici al momento della tentazione o della tribolazione scappano indietro verso la riva del piacere trovano la morte e l’infelicità eterna. – Si dice che durante i temporali, S. Tommaso si rifugiasse in chiesa e si tenesse abbracciato al tabernacolo. Fuori il vento selvaggio ululava, la grandine crepitava sui tetti e contro i vetri, tra lampo e lampo rombavano paurosamente i tuoni. Ma egli stava sereno e sicuro: era con Gesù. Non altrimenti dobbiamo fare noi, o Cristiani, quando nel cielo della vita passano le burrasche: bisogna stringersi a Gesù. Egli non può perire, perciò tutti quelli che a Lui s’attaccano saranno salvi. Questo è il principale insegnamento che dobbiamo ricavare dal Vangelo che oggi leggiamo.  La navicella fragile è il simbolo dell’anima nostra che naviga sull’acque della vita; talvolta le tentazioni con una rabbia violenta sollevano la burrasca intorno ad essa, minacciandola di sprofondarla nel peccato. Guai se in quegli istanti non s’aggrappa a Gesù! Navicella fragile è anche la nostra famiglia che naviga sui flutti degli anni e delle vicende umane: ma talvolta le tribolazioni con soffocante assiduità sollevano la burrasca e cercano di sprofondarla nella disperazione. Guai se in certe ore di dolore e di lacrime amare non si avesse la fede in Gesù. Navicella fragile che porta Pietro e gli Apostoli è specialmente la Chiesa Cattolica; ma talvolta le persecuzioni, con diabolica perfidia, sollevano la burrasca per travolgerla, e sconquassarla se fosse possibile. Una volta fu la burrasca di sangue, poi quella delle eresie, oggi è quella dell’immoralità e del materialismo ateo. Guai se tutti i giorni Gesù non fosse con Essa! Ecco, dunque, tre pensieri da meditare: tre tempeste. Tempesta nell’anima: la tentazione. Tempesta nella famiglia: la tribolazione. Tempesta nella Chiesa: la persecuzione. – Ma noi accontentiamoci di indugiare sulle prime due. LA TENTAZIONE. Questa procella minacciosa per la nostra salvezza può essere agitata dal demonio, dalla carne, dal mondo. – Il demonio. Molti non ci credono più e lo dicono una fandonia dei nostri vecchi, ma non sanno quegl’infelici che l’ultima astuzia del demonio è quella di farsi credere morto. Raccontano che nell’Africa ci sono degli orsi che vanno alla caccia delle scimmie; ma queste, assai più snelle, come vedono le irsute fiere avanzarsi, si rifugiano sulla cima degli alberi. L’orso impotente, che fa allora? Distende la sua massa carnosa sotto la pianta e fa il morto. Ma appena le improvvide scimmie discendono al basso, di scatto si rizza, le azzanna, le sbrana. Io non so se gli orsi fan proprio così, ma son certo che proprio così fa il demonio a divorare le anime. E quelle che di lui non hanno più paura, e non temono di annegare nella burrasca delle sue tentazioni, credetelo, sono già sua preda sicura. Il demonio odia Iddio che per lui ha creato l’inferno, ma contro Dio nulla può fare. Odia gli uomini che, inferiori a lui per natura, potranno un giorno entrare in quel Paradiso da cui fu scacciato: ma contro di essi egli può molto, e se l’ascoltano, quando mette in mente laide fantasie e dubbi e bestemmie, può rovinarli per sempre. Non temiamo: alle tempeste del demonio ci salveremo sempre se con giaculatorie e preghiere desteremo Gesù che dorme sulla fragile navicella dell’anima nostra. Guardate il figliuolo di Tobia: in cammino verso un paese lontano, era entrato nel Tigri a lavarsi i piedi. Quando ecco un mostro discendere lungo la corrente per avventarsi contro lui e divorarlo. « Signore! — invocò il giovane — salvami, che mi viene addosso ». Bastò questo grido a salvarlo. Basta anche una giaculatoria, se detta con fede e amore, a salvarci dal nemico che come mostro discende contro di noi per divorarci: Resistite fortes in fide! – La carne. Dopo il peccato originale la nostra carne cerca di ribellarsi al nostro spirito. E come un’acqua in tempesta, così essa si solleva a ondate contro di noi; e vuol soddisfare ai piaceri della gola fino a sentirsi male; e vuol soddisfare alla quiete floscia della pigrizia fino a trascurare il dovere; e vuol soddisfare alla bassa sensualità fino ai peccati più nefandi. Per salvarci dalla tempesta della nostra carne bisogna risvegliare Gesù con la mortificazione. Mortificare la gola con qualche rinuncia volontaria, col fuggire l’intemperanza, l’ubriachezza. Mortificare la pigrizia con alzarsi presto alla mattina per venire ogni giorno, se è possibile, alla Messa, con vincere il sonno alla sera per recitare devotamente il rosario e le preghiere. Mortificare soprattutto la passione impura. – Il mondo. Il demonio è un gran nemico, ma il mondo è più terribile ancora. Il mondo è tutto in malignità (I Giov., V, 19). Il mondo è un mare d’impudicizia ove annegano e l’anime e i corpi. È un mare più spaventoso di quello in cui una volta perì Faraone, sepolto nei flutti con tutta l’armata. Gesù per tutti ha pregato, per gli amici e per i nemici, perfino per i suoi crocifissori; solo per uno ha negato la sua preghiera: per il mondo. Non pro mundo rogo (Giov., XVII, 9). Ed il mondo ha mille mezzi per sommergere nella sua onda limacciosa la navicella dell’anima nostra. Ha le compagnie cattive, più maligne del demonio, perché non si possono mettere in fuga con le giaculatorie; ha i libri e le illustrazioni immorali che non arrossiscono nel dipingere le scene più corrotte; ha i divertimenti, i balli, i ritrovi… Chi vuole scampare dal naufragio, deve fuggire il mondo per accorrere a Gesù. E Gesù dorme nel silenzio della Chiesa, nella pace della nostra casa. Fortunati quelli che conoscono soltanto la strada della casa e della Chiesa! – LA TRIBOLAZIONE. Ecco un’altra specie di tempesta che frequentemente solleva i suoi marosi in giro alla nostra famiglia, e ci fa tremare e ci fa piangere. Ora è la malattia, ora è la morte che si porta via le persone più care; or sono gli affari imbrogliati, ora è la miseria; talvolta sono le calunnie, il disonore, l’odio. Ricordiamo innanzi tutto che la tribolazione viene da Dio. Un servo si lamentava col suo padrone di essere dimenticato, di essere mal ricompensato, di essere mal trattato. Il padrone ascoltò tutto in silenzio, e poi gli rispose: « Senti, cosa vuoi di più? Ti ho sempre trattato come il mio figliuolo, anzi meglio in certe occasioni, e ti lamenti? con qual coraggio? ». Davvero che a tante donne, a tanti Cristiani che imprecano la Provvidenza, Iddio potrebbe rispondere con le parole di quel padrone: « Senti, cosa vuoi di più? Ti ho sempre trattato come il mio Figliuolo Gesù Cristo, anzi meglio: a te non ho dato la corona di spine, non ho dato la flagellazione, la morte di croce. Tu sei più ricco di Lui che non aveva un sasso per dormire, tu sei più onorato di Lui ché non ti hanno ancora chiamato rivoluzionario e non ti hanno ancora sputato negli occhi. Che cosa vuoi di più? ». Ricordiamo anche che la tribolazione è per nostro bene. S. Ambrogio, sorpreso dalla notte cadente sul suo cammino; bussò ad una porta, chiedendo ospitalità. Fu accolto; discorrendo col capo di famiglia, venne a sapere che là non capitava mai la più piccola tribolazione. Il Santo ne fu spaventato e non volle più fermarsi nemmeno a dormire. « Fuggiamo di qua, — disse, — perché la collera di Dio è sopra questa casa ». E aveva ragione. Quando non ci sono dolori, l’anima s’attacca ai beni del mondo come se fosse stata creata solo per essi. Quando non ci sono dolori, l’anima prega poco e niente e quasi si persuade di non aver più bisogno di Dio. Quando non ci sono tribolazioni, l’uomo monta in superbia e s’illude di essere privilegiato sopra ogni altro, e disprezza chi soffre e non soccorre chi ha bisogno. Quando non c’è nulla da pensare, le nostre passioni diventano più furiose e facilmente ci travolgono nei peccati di impurità. Dopo tre giorni di deserto gli Israeliti assetati, giunsero alla fontana di Mara. Ma appena si intinsero le labbra, dovettero risputarla fino all’ultima stilla, perché era amarissima. Tutto il popolo gemette lungamente. « Dovremo dunque morire di sete? » Mosè allora si raccomandò a Dio, che gli indicò un legno: appena questo fu gettato nell’acqua tutti poterono dissetarsi in dolcezza (Ex., XV, 25). Ecco come noi possiamo vincere la tempesta della tribolazione. Non lamentandoci continuamente, non invidiando quelli che in apparenza stanno meglio di noi, non imprecando alla giustizia di Dio, ma ricorrendo a questo legno miracoloso: Il legno della pazienza, è il legno della rassegnazione, è il legno dell’accettazione. È il legno della croce su cui sta inchiodato Gesù. – Mentre sopra, nella luce del sole sfolgorante, la Roma pagana cercava di adescare i primi convertiti della Religione di Cristo, mentre nel circo e negli orti imperiali i Cristiani versavano il sangue e la vita in testimonio della loro fede, giù nelle catacombe, nella penombra mistica degli ambulatori, fra le arche dei martiri, un pittore con mano tremula di speranza e di salute, dipingeva: Ecco le onde di un lago in tempesta, sotto a un cielo rannuvolato; una barchetta con la vela squarciata rema alacremente; qualcuno affoga… Ma il pilota s’è levato sulla prora e tende le braccia in alto. Ad un tratto le nubi si aprono, e attraverso il varco s’allunga la mano di Dio onnipotente. che li terrà galleggianti sui flutti (WILPERT, Le Catacombe, II, 445). – A noi, che dopo tanti secoli ridiscendiamo nelle Catacombe, quale tremito di commozione ridesta quella pittura ingenua e incerta. Chissà con che fiducia serena la guardavano, passando i neofiti che al giorno dopo dovevano essere uccisi! Chissà con quale proposito fermo a lei si volgevano quelli che erano costretti a vivere e lavorare tra i pericoli di quella Roma in corruzione! Anche per noi quella pittura dice ancora una profonda parola di fede: «Va, Cristiano! Per quante burrasche urtino contro la nave della tua anima e della tua famiglia, non temere! Leva le tue braccia al Cielo, «soffri, combatti e prega » che la mano di Dio non mancherà di salvarti.

– La vita è come un mare che dobbiamo attraversare su d’una fragile barchetta per raggiungere, all’altra sponda, il nostro eterno destino. Ma più spesso che sul mare, intorno a noi si scatena la tempesta delle tribolazioni e cerca di sommergerci. Ci sono delle ore in cui viene spontaneo il grido disperato dell’Idumeo: « Maledetto il giorno in cui si disse: è nato un uomo ». Ci sono delle ore così fosche che la fede nella Provvidenza vacilla e s’odono Cristiani, e perfino delle buone mamme di famiglia, bestemmiare contro la giustizia di Dio, negarne l’esistenza, buttarsi in preda alla disperazione. « Che cosa ho fatto di male? Dio è ingiusto. — Meglio fare il Barabba che si è più fortunati. — Se Dio è buono perché non m’aiuta? — Oh, se ci fosse davvero questo Dio… ». Non le avrete forse pronunciate anche voi, nella vostra vita, queste bestemmie? Modicæ fidei! gente di poca fede. – Per trovare la forza di sopportare le tribolazioni bisogna aver tanta e viva fede, poiché la fede ci persuade di due cose: la tribolazione viene da Dio, la tribolazione riconduce a Dio. LA TRIBOLAZIONE VIENE DA DIO. Non si parla mai di tribolazione senza ricorrere all’antico esempio di Giobbe. Come mai questo patriarca, che pur era un uomo come noi, seppe portare santissima pazienza e rassegnazione fra tutte le sciagure che l’opprimevano? Un giorno gli arriva in casa, trafelatissimo, un servo e gli dice: «I Sabei hanno rapito i buoi che aravano e gli asini che pasturavano; hanno passato a fil di spada i tuoi servi: io solo sfuggii per miracolo ». Parlava ancora costui che ne arrivò un altro: « Un fulmine ha incendiato il tuo ovile con tutte le pecore e con tutti i servi: io solo sono qui per miracolo ». Non aveva ancora finito che ne sopraggiunge un terzo: « Mentre i tuoi figli e le tue figlie banchettavano in casa del loro fratello maggiore, il vento ha rovesciato la casa seppellendoli sotto: io solo fui salvo, per miracolo ». Allora Giobbe stracciò il suo mantello, si prostrò a terra, adorò il Signore e disse: « Nudo son nato e nudo morrò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto: sia benedetto il Signore » (Iob., 1,21); il Signore! dunque non i Sabei, non il fulmine, non il vento, ma Dio gli mandava i dolori. E quando perderà la salute, che perfin la moglie lo deriderà per la sua fiducia nella Provvidenza, egli saprà risponderle: « Tu parli come una donna stolta. Come dalle mani di Dio riceviamo volentieri le consolazioni, così dalle mani di Dio dobbiamo ricevere volentieri anche le tribolazioni ». Ecco il segreto che diede forza a Giobbe, che può dar forza anche a noi: ogni tribolazione vien da Dio, e dalle mani di Dio tutto si deve prendere volentieri perché è nostro padrone ed è nostro padre. Dio è Padrone: di noi, dei nostri cari, dei nostri beni; ed il padrone delle sue cose può far ciò che vuole, darne a noi o togliercele; donarci la salute e privarcene; metterci a fianco una persona amata e riprenderla quando a lui piace. Noi, sue povere creature, dobbiamo dire sempre: sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. – Dio è Padre: che ci ama, che vuole il nostro bene anche quando ci tormenta e ci fa piangere. Ho assistito una volta ad una vaccinazione di bambini. Le mamme stesse li portavano: ma i piccoli strillavano, sferravano i piedini come per fuggire dalle braccia materne, graffiavano, piangevano: « Mamma, cattiva cattiva ». Ma le mamme non si lasciavano commuovere e denudavano le braccine rosee e le sottoponevano alla lancetta pungente del dottore, perché le scalfisse fino al sangue. Così Dio fa con noi: ci sottopone alla vaccinazione del dolore, perché sa che è necessaria per scampare dalla malattia del peccato. Sotto l’angoscia noi, come un bambino che non capisce ancora, ci rivoltiamo contro Lui quasi a graffiarlo, ma il Signore che, come una mamma, vede più in là di quel che possiamo veder noi, non si lascia commuovere. Noi, quando entreremo in Paradiso e conosceremo ogni cosa, esclameremo: « Benedetta la severità di Dio! ». – Gesù Cristo, fratello nostro maggiore, ha sopportato tribolazioni infinite: la fatica, il disprezzo, la calunnia, il tradimento, la flagellazione, gli sputi negli occhi, la croce. Chi l’ha sostenuto nell’atroce martirio? Chi gli ha dato animo a bere l’amarissimo calice fino alla feccia? Il pensiero che quel calice glielo dava da bere suo Padre Iddio. Calicem quem dat mihi pater non bibam? – LA TRIBOLAZIONE CI RITORNA A DIO. Manasse, salito al trono di Giuda a dodici anni, corteggiato ed onorato da un popolo, nell’abbondanza dei favori divini, fece il male in cospetto al Signore. Alzò altari a Baal, piantò boschetti per gli idoli, riedificò le statue del demonio distrutte già da Ezechia, suo padre. Giunse perfino a mettere sulle braccia infocate di Moloch un suo figlio, e a lasciarlo bruciare in sacrificio al mostro. Il Signore allora suscitò gli Assiri che invasero il regno dell’empio re. Manasse, colto d’improvviso, fu vinto, preso, legato, trascinato a Babilonia. Nell’esilio obbrobrioso, il re prigioniero, solo e disprezzato, s’accorse che la mano di Dio gravava sopra il suo capo. Allora soltanto si ricordò del Signore, e si rivolse a Lui e lo scongiurò ad usargli misericordia. Postquam coangustatus est, oravit ad Dominum Deum suum. (II Par., XXXIII, 12). Così è di noi pure: quando siamo fortunati, quando la salute è buona e gli affari vanno bene, ci dimentichiamo di Dio come di una cosa inutile; e spesso calpestiamo la sua legge e viviamo lontani da Lui che ci ha creati. Ci vogliono le tribolazioni per aprirci gli occhi, per ricondurci a Dio. Non fu così, e sempre, anche del popolo di Israele? Quando Dio lo colmava di favori, il popolo cadeva nell’idolatria: incrassatus, impinguatus dereliquit Deum Factorem suum (Deut. XXXI, 15). Ma poiché il Signore riempì di tribolazione e di morte il suo cammino, ritornò a rifugiarsi nel suo Dio. – Talvolta Iddio manda la tribolazione ad innocenti bambini, a uomini vissuti sempre nella giustizia; allora essa è una prova che Dio manda per accrescere i meriti dei suoi amici. Dio è come un padrone che fa lavorare molto quelli che vuol compensare molto. – La tribolazione può essere anche un purgatorio terreno, col quale Iddio purifica le anime elette da ogni ombra di colpa, per riserbare ad essi nient’altro che gioia e premio; mentre la prosperità degli empi è un piccolo premio del poco bene che han fatto quaggiù, e dopo morte non avranno che dolore e castigo. – Dopo il martirio di S. Stefano, scoppiò in Palestina una persecuzione contro i Cristiani. Lazzaro, il resuscitato, le sorelle Maria Maddalena e Marta, avevano venduto la loro casa e i loro beni per beneficare i poveri e giravano di paese in paese predicando il Vangelo del Signore. Ben presto furono presi e imprigionati e poiché essi non volevano desistere dal predicare, e d’altra parte i Giudei non sapevano come farli tacere, li misero, legati, sopra una barcaccia vecchia e sconnessa e con loro posero anche Cedonio, il cieco nato guarito da Gesù; e poi li tirarono in alto mare. E là, smarriti sulle acque, legati nella barca che cigolava per ogni connessura, senza remi e senza vela, li abbandonarono alla mercé delle onde. Vennero le tenebre, soffiarono i venti, muggirono le procelle, ma sulla barca vi erano dei sinceri Cristiani che avevano in cuore una fede, e non perirono. Un mattino nel golfo di Marsiglia entrava una vecchia barcaccia, senza vela e senza remo. I curiosi che accorsero, videro legate in essa alcune persone preganti, con la serenità negli occhi e sulla fronte. Tirarono a secco la barca ed estrassero i prigionieri, Lazzaro, il risuscitato, le sorelle Maria e Marta, Cedonio, il cieco nato che riebbe la vista. Appena toccarono terra elevarono al cielo le mani e gridarono: « Gesù! ». Cristiani, quand’anche noi in qualche giorno della vita ci trovassimo come in un alto mare di tribolazioni, senza vela e senza remo, non perdiamoci di fede. Quella fede che ci fa conoscere come il dolore viene da Dio per ricondurci a Dio sarà la nostra forza, la nostra rassegnazione, la pazienza nostra fin che non entreremo nel porto del regno del cielo. Allora, toccando quella gioia senza confine, proromperemo in un grido di riconoscenza e d’amore: « Gesù! ».

 IL CREDO

Offertorium

Ps CXVII:16; CXVII:17

Déxtera Dómini fecit virtutem, déxtera Dómini exaltávit me: non móriar, sed vivam, et narrábo ópera Dómini.

[La destra del Signore ha fatto prodigi, la destra del Signore mi ha esaltato: non morirò, ma vivrò e narrerò le opere del Signore.]

Secreta

Concéde, quaesumus, omnípotens Deus: ut hujus sacrifícii munus oblátum fragilitátem nostram ab omni malo purget semper et múniat.

[O Dio onnipotente, concedici, Te ne preghiamo, che questa offerta a Te presentata, difenda e purifichi sempre da ogni male la nostra fragilità.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de sanctissima Trinitate

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in uníus singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre quotídie, una voce dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: che col Figlio tuo unigenito e con lo Spirito Santo, sei un Dio solo ed un solo Signore, non nella singolarità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Cosí che quanto per tua rivelazione crediamo della tua gloria, il medesimo sentiamo, senza distinzione, e di tuo Figlio e dello Spirito Santo. Affinché nella professione della vera e sempiterna Divinità, si adori: e la proprietà nelle persone e l’unità nell’essenza e l’uguaglianza nella maestà. La quale lodano gli Angeli e gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini, che non cessano ogni giorno di acclamare, dicendo ad una voce:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis


Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Luc IV:22 Mirabántur omnes de his, quæ procedébant de ore Dei.

[Si meravigliavano tutti delle parole che uscivano dalla bocca di Dio.]

Postcommunio

Orémus. Múnera tua nos, Deus, a delectatiónibus terrenis expédiant: et coeléstibus semper instáurent aliméntis.

[I tuoi doni, o Dio, ci distolgano dai diletti terreni e ci ristorino sempre coi celesti alimenti.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (237)

LO SCUDO DELLA FEDE (237)

LA SANTA MADRE CHIESA NELLA SANTA MESSA (6)

SPIEGAZIONE STORICA, CRITICA, MORALE DELLA SANTA MESSA

Mons., BELASIO ANTONIO MARIA

Ed. QUINTA

TORINO, LIBRERIA SALESIANA EDITRICE, 1908

LA MESSA

PARTE SECONDA

L’OFFERTA

La parola di Gesù Cristo mette in relazione il mondo presente col paradiso; e la fede in Lui è come la scala veduta dal patriarca Giacobbe, che dalla terra toccava il cielo, sopra la quale andavano gli angeli a deporre le offerte sull’altare, innanzi al trono di Dio, e discendevano a recar le grazie. Per questa scala i fedeli, montando di grado in grado nella pratica delle evangeliche virtù, perverranno ad essere beati in Dio. Così ora, letto il Vangelo e professata la fede cattolica, i fedeli si vedono aperta la via del cielo: ed il sacerdote ancora li benedice col Dominus Vobiscum, affinché sian degni di venirvi a fare le loro offerte, dicendo: il Signore vi accompagni a fare l’offerta; ed il popolo gli risponde: il Signore accompagni l’anima tua nella tremenda azione.

CAPO I

ART. I.

L’OFFERTA DEI FEDELI, E L’USO CHE NE FA LA CHIESA.

Oremus.

Il sacerdote si rivolta all’altare per offrire, e manda anche di là avviso al popolo d’accompagnarlo colle sue preghiere innanzi a Dio (Ben. XIV, lib. 2, cap. 8, m. L. De sac. Miss.) col dire loro: « Oremus, preghiamo. » Ben convenendo, dice s. Bonaventura, salutare il popolo ed invitarlo a pregare, affinché al santo Evangelio tenga dietro la lode del cuore in bocca e il frutto della fede nelle opere (S. Bonav. in expos. Miss.). Confidando poi, che il popolo gli tenga appresso, egli con una viva giaculatoria nell’orazione detta « offertorio » getta il suo cuore in seno alla divina bontà. Allora i fedeli, quasi in risposta all’invito loro fatto, venivano a offrire a Dio ciò che per essi si poteva di meglio. Dovendosi sempre più avvicinare a Dio, pare che il popolo temesse venirgli innanzi colle mani vuote, povero cioè di opere buone, e senza meriti di carità, che lo raccomandassero. Perciò a questo punto consegnava le sue offerte nelle mani dei ministri minori, come il povero colono si affretta, nel presentarsi al signore che gli dà pane, ad offrire il frutto delle sue fatiche. Il diacono le riceveva da questi, e le deponeva sull’altare per essere presentate a Dio insieme col pane e col vino (Card. Bona, Rerum litur. lib. 1, cap. 7 n. 1.), che devono trasmutarsi nel Corpo e nel Sangue del suo divin Figliuolo. – A che s’adoperavano coteste offerte? Queste offerte s’impiegavano alla gloria di Dio, nel sostentamento delle vedove, dei pupilli, e massime dei poveri infermi. Sovente venivano spedite a soccorrere le chiese oppresse dalle persecuzioni, ed a sostenere nelle carceri quei generosi, carichi di catene, che erano fatti degni di patire pel nome di Gesù Cristo. Noi non possiamo a meno di confortarci anche coi buoni fedeli del tempo presente, vedendo come lo spirito di Gesù Cristo vivifica ancora le membra della Chiesa sparse in ogni parte della terra; sicché tutti si risentano della disgrazia di ciascuna chiesa in particolare, come ne hanno dato prova nella fame d’Irlanda l’anno 1846. Sanno, i nostri lettori, che l’Irlanda è nazione cattolica, cui il partito protestante in Inghilterra opprime colla più calcolata crudeltà, succhiandone il sangue e soffocandola in lenta persecuzione, che continua da 390 e più anni. Questa nazione di eroi, che sugli occhi di un mondo senza generosità sì lascia uccidere per durarla nella fede cattolica, vedeva i suoi figli morire a mille a mille alla giornata, perché falliva il raccolto delle patate: e la protestante d’Inghilterra, avara sua padrona, usurpatrice di tutte le ricchezze che possedeva la Chiesa cattolica pe’ suoi figliuoli, e signora dei mari con centomila navigli, che vanno a spandere per tutte le parti del mondo merci di lusso, e riportano tesori d’ogni maniera, stava tranquilla a vederli cadere, forse segretamente contenta, che quel popolo forte, cui non poté vincere colla prepotenza, fosse dalla fame abbattuto. Ebbene da Roma il sommo Pontefice sentì il grido de’ suoi poveri figli, e fece ricorso a tutti i fedeli (Il Pontefice romano nelle grandi disgrazie si mostrò sempre il Padre comune dei Popoli d’ogni nazione, ed in seno a lui trovarono ospizio e carità, massime i perseguitati per la giustizia. Non è luogo qui di mostrarlo colla storia dei sommi Pontefici. Ma non possiamo cessare di richiamar alla mente degli Italiani, che nell’invasione dei barbari, quando i popoli scappavano di sotto le loro mazze, che davvero ammazzavano, ebbero dal Padre dei fedeli rifugio e protezione, patria e libertà. Qui non possiamo a meno di citare un fatto tanto analogo a quello della fame d’Irlanda. Quando la peste colpiva Marsiglia l’anno 1719, ed a quella terribil peste si aggiungeva la fame, il Sommo Pontefice inviò tre mila cariche di grano (Cantù, Storia Univ. vol.18). Parlare poi dell’Angelo della bontà di Dio Pio IX, che corre a confortar di carità tutti i colpiti da grandi sciagure, è come voler dire che il sole risplende.): ed i fedeli consegnarono nelle mani del Padre comune milioni e rilioni da campare la vita di quei fedeli, figliuoli della stessa Madre. Quanto fu commovente sentire il Pontefice a pregare carità in tutte le chiese del mondo, ricordando, che i misericordiosi si troveranno beati col conseguire alla loro volta misericordia (Matth. V, 7)! Alle parole del Padre rispondevano i figli colle loro limosine; e per render grazie ai figliuoli misericordiosi, il Padre per la misericordia operata prometteva nel giubileo in quell’anno promulgato indulgenza plenaria a chi si ravvedeva, e confessava pentito le sue colpe nel fare quell’opera di carità. No, non possono essere più stretti, né più vivi, né più teneri i vincoli, che legano il cielo colla terra, gli uomini a Dio, cioè i cari vincoli della carità, che fanno di duecento e più milioni di uomini una famiglia di figliuoli intorno a quel Padre, che sulla terra rappresenta il Padre nostro che è ne’ cieli, e di là rimunera le carità fatte ai figli in terra. – Le offerte fatte nel tempo del Sacrificio servirono anche al mantenimento dei ministri dell’altare; e di qui venne il costume di dare ai sacerdoti le elemosine per la celebrazione della Messa (Mabil. pres. del secolo III degli annali. Benedet. e Bened. XIX, lib. 2, cap. d, N. 1, De Sacr. Miss.). Così si provvide al sostentamento delle persone segregate dal mondo, per dedicarsi al servizio di Dio e delle anime. – Fin dal principio della Chiesa s. Paolo apostolo faceva diritto ai ministri dell’altare di vivere dei doni sull’altare consacrati (1 Cor. IX, 14.). Perché si vide ben subito come, a rigor di giustizia, si dovesse provvedere ai bisogni materiali di quegli uomini, che dimenticano di provvedere a se stessi, per solamente consacrarsi ai bisogni spirituali del popolo. Né il popolo mancò mai di portare sull’altare il pane da mantenere coloro che dall’altare si affannano di avviarlo al paradiso. –  Quando un giovane si ascrive al clero, col dimettere le vesti del secolo, e col lasciarsi tagliar la chioma, dà segno di voler interrompere ogni interesse, che gli lega il cuore al mondo, e lo protesta col dire: La mia porzione è il Signore, e troppo grande è la eredità, che mi tocca nella sua Chiesa (S. Hier. ep. 2, ad Nepot.): e il buon senso dei fedeli comprende, come un Uomo destinato a trattare continuamente il Corpo di Gesù Cristo non deve, se non a malincuore, mischiarsi a maneggiare le cose della terra; e come per lui, a cui il Verbo Eterno si comunica personalmente, troppo mal sarebbe, che venissero ad intorbidargli la mente, per le sollecitudini per le cose del tempo. Per lui che possiede Iddio, (S. Hier. ep. 2, ad Nepot. Pontific. Romani concilii Mediolanì) e deve ardere continuamente l’incenso della preghiera innanzi a Dio nel Sacramento, sarebbe quasi un sacrilegio, se di un tempo sacro al divino servizio facesse tempo di schiave fatiche, a far guadagno per le necessità della vita. Ecco il perché con tanto fervore subito i primi Cristiani, fino nelle loro strettezze, credevano, che pensare si dovesse a mantenere coi doni dell’altare chi all’altare serviva (I Cor. XI, 14.). – Poi anche troppo importa ai fedeli, che quegli uomini, cui sono affidati i loro più cari interessi, e non che altro, le proprie coscienze, sieno liberi ed indipendenti; sicché loro non sì possa con un tozzo di pane, di che mai avessero fame, serrare in gola la parola di Dio. Quindi si stabilirono le mense, le prebende, i benefizi, donde ì ministri di Dio avessero di che vivere onestamente, e provvedere ai bisogni di carità, in cui si trovano sovente impegni nell’esercizio del loro ministero. Eppure uomini, che si vendono alla semplicità del buon popolo per liberarli, invidiano, e cercano rubare ogni legittimo possedimento alla Chiesa: e, calunniando i sacerdoti di abusare di quei beni, suscitano le passioni del popolo, affinché tolleri il vile latrocinio, che essi vorrebbero fare. Ma i politici dovrebbero intenderla, che i beni della Chiesa, tesoro conglutinato di lagrime di penitenti, e santificato dal Sangue di Gesù (Massillon Conf.), come tirano l’anatema sulle ingorde famiglie, in che mai si travasano, così accrescono in pauroso modo i debiti, e le miserie degli stati, che credono rifarsi colle sacre spoglie. I popoli poi devono ben ricordare quale abbiano fatto guadagno, lasciando spogliare le chiese, il clero ed i conventi nello scorso secolo. I popoli sanno per prova, che non hanno protettori, amici, e padri più sinceri dei sacerdoti, in seno ai quali soli, ancora a’ dì nostri, vanno confidare i loro segreti bisogni. Perché anche con tanta filantropia alla moda, è ancora adesso il Sacerdote quel solo, che penetra nei più abbietti tuguri, ove è nascosta la poveraglia, dalla miseria avvilita, e la salva l’innocenza, cui il tiranno bisogno già tradiva in mano al delitto. Ah! il povero infermo in sullo strame, e l’affamata famiglia nello squallor dello abbandonato tugurio, se si rallegrano un istante, è allora quando il sacerdote li visita, recando loro colla benedizione di Dio il pane di carità condito di grazie celesti: e la vedovella, disperata dal dolore pei figliolini che gridan pane, senza un bricciol da dare loro in bocca, non ha se non il Sacerdote, che la conforti colla carità sincera. Dove son lagrime da tergere, miserie da alleggerire, comparisce ancora un apostolo, come l’angiolo, portando i doni di Dio; e lascia i confortati a benedire una religione, che, intesa al paradiso, diffonde le consolazioni della carità sulla terra. Potrebbero forse tanti poverelli morir derelitti, anzi disperati, se aspettassero che li vadano consolare gli amici del popolo alla moderna. Del resto, ospedali, orfanotrofi, case di carità, asili per î figli dei poveri, scuole dei contadini, opere pie per vestire i poveri, per nutricarli, per soccorrerli a domicilio, per provvederli di medicine in tante città e borghi, per provveder nutrici ai bambini, cui manca il seno della madre, in tutti i principali villaggi, portano quasi sempre il nome di un fondatore o benefattore ecclesiastico, o almeno di pii, che fecero offerte a Gesù Cristo. Così mentre dobbiamo dire, che le opere di beneficenza sono generalmente mantenute coi doni offerti sull’altare della carità di Gesù Cristo, possiamo anche asserire, che nessuna classe d’uomini, in tutti i tempi dell’esistenza del mondo, è più benemerita della società, né ha fatto maggiori sacrifizi che i Pontefici, i Vescovi, i Sacerdoti, nelle cui mani sono affidati i doni dell’altare. Quando pensiamo alle meraviglie di loro carità, siam tentati a credere, che il pane si moltiplicasse nelle loro mani, come in quelle del Redentore. Per lo contrario le infuocate declamazioni d’uomini senza viscere di carità contro le ingordigie dei frati e del clero secolare sono soffocate dai gemiti e dagli urli della poveraglia crescente, che spaventevole trabocca minacciosa; cui, più che consolare, si cerca di confinare in filantropiche prigioni, certi ricoveri di mendicità alla moderna! Osserviamo ancora come con queste offerte si provvede eziandio al decoro del luogo santo. A quelli, che menano sempre per bocca l’elogio della povertà della Chiesa primitiva, quasi amor di semplicità evangelica, al culto del gran Monarca del tutto non convenissero altre cose che i cenci e lo squallore di un’abbietta miseria, regaliamo un curioso monumento d’antichità: un atto autentico scritto, quando si mise mano a spogliare, ed abbrucciare le chiese nella persecuzione di Diocleziano. Questo è l’inventario degli arredi della chiesa di Cirra, piccola città di Numidia, che non è a pezza da paragonarsi colle illustri chiese di Roma e di altre moltissime e nobilissime città, tutte già ripiene di Cristiani, i quali già inondavano fino la corte imperiale. In esso sono inscritti due calici d’oro, sei d’argento: e di quale capacità! (Servivano per la comunione di tutto il popolo, e la patena regalata da Teodorico a Cesario Vescovo d’Arles pesava sessanta libbre d’argento. Vedi ricchezza!); sei lucerne, una caldaia, sette lampade tutte d’argento; oltre gli utensili di rame e le vesti ecc. E vorremmo mandarli a visitare i tesori di tutte le cattedrali più antiche, per vedere quella ricchezza, e specialmente di calici fatti di pietre d’incalcolabil valore, che accennano l’amor degli antichi al decoro del servizio divino. Agli amatori poi del progresso, così tanto perché non abbia ad isfuggire loro di mente, ricordiamo che la pittura, la scultura, l’architettura devono tutti i loro capi d’opera alla carità dei fedeli. Basta visitare le più celebri gallerie; e trovi che le più grandi meraviglie del genio furono inspirate dalla carità di uomini religiosi, che volevano in un quadro Gesù e Maria, ed i Santi lor protettori. E doveva essere così; ché la carità, che vien dal cielo, fa riflettere sulla terra un raggio di quel bello divino, di cui risplendono le arti, solo quando sono inspirate dalla fede cristiana. – Se tu giri per tutte le città d’Italia, trovi tal magnificenza di tempii, che fanno i più magnifici inviti al Signore della gloria a discendere in terra. Roma è poi là con tutte le glorie antiche de’ Pontefici; cui tutti i re d’ogni dinastia della terra, (eppure molti se ne vanta: di mecenati degli uomini di genio, e protettori degli artisti!), posti anche tutti insieme, non hanno potuto eguagliare. Se non fosse, che i Sommi Pontefici hanno troppo maggiori titoli per meritarsi il nome di Padri comuni, questo solo di avere sempre protetto le arti belle, in un colle scienze d’ogni maniera, deve farli tenere in conto di protettori i più benemeriti, anzi di padri della civiltà dell’universo. – E finalmente, diceva S. Ambrogio (De off. lib, 2, cap. 28.), la Chiesa non ha dell’oro per farne suo tesoro; ma per Serbarlo alla necessità dei popoli, al sostentamento dei poveri e dei peregrini ( (2) Conc. gen. VII, relat. cap. 13, q. 2.). Perciò allorquando vennero le necessità, spezzò fino i calici per farne moneta da comperar pane o da redimere schiavi. Gli annali della Chiesa ricordano la carità del Vescovo Deograzia; che, da Roma invasa da Genserico essendo spinti a Cartagine dal vento (anno 485) fuggiaschi confusamente principi, patrizi e popolani, egli vendette gli ori della sua chiesa per redimere gli schiavi, mutò due chiese in ospedali, e dì e notte vegliava a dar loro conforti d’ogni maniera di carità. E in Roma il Pontefice s. Leone il grande, dopo di averla salvata due volte col proteggerla colla sua santità, fece fondere un dì sei vasi d’argento di cento libbre donati da Costantino. E quell’uomo sommo, s. Gregorio, il grande Papa, s’impegnò a liberare gli schiavi d’Irlanda, e a trasmutare l’Inghilterra barbara in una terra di santi. E Paolino, stato console, buon poeta, Vescovo di Nola e santo, convertì ad egual uso tutte le sue e le ricchezze del tempio, e finì col dare schiavo se stesso per redimere i figli di una vedova. Così quei poveri emigrati romani, cerchi a morte dai barbari, esuli in così straniere terre, e d’ogni ben sprovveduti, trovavano nelle chiese quei conforti, che sa preparare la carità, e nei Sacerdoti incontravano i padri dei popoli, che si facevano tutto per tutti in quelle necessità estreme, buoni pagatori in tal modo, ai figli delle persecuzioni fatte alla Chiesa dai pagani loro avi. La chiesa d’Alessandria va gloriosa del gran patriarca della carità, chiamato Giovanni l’elemosiniere, come le Gallie di s. Cesareo Vescovo d’Arles, che vendette calici e patene per riscattare schiavi, e Parigi di s. Germano, che dava fino la tonica in elemosina, e tutto che poteva avere, spendeva allegramente in redimere schiavi, solo melanconico, quando non aveva più che dare. Nelle incursioni dei saraceni il sommo Pontefice Zaccaria (nell’anno 750) mandava comperar ragazzi, che si vendevano pel più indegno dei lucri ai saraceni per farne eunuchi. S. Barsciario e s. Eligio poi correano per le vie dei borghi, e delle città di Francia per ricomperare gli infelici, dai be bari rapiti alle loro famiglie e tratti in ischiavitù; l’uno ne liberò sedici in una giornata, l’altro cento tra romani, galli, bretoni, sassoni, e mori (Cantù, Storia Univ. v. 7 e 9. Vogliamo ricordare per particolare divozione il beato Matteo Carriero mantovano dell’Ordine dei Predicatori, il cui corpo è venerato in Vigevano, dove diede l’esempio delle sue virtù e della sua beata morte. Egli non avendo niente a dare ad una madre, che lo richiedeva per la redenzione di una sua figlia dalla schiavitù, diede se s’esso al padrone turco: il quale meravigliato della carità, lo lasciò andare libero colla fanciulla.)! Sarebbe pure da ricordare all’Italia, madre di tanti grandi uomini e santi, che si dimentica di tante sue glorie veraci, il suo s. Epifanio, vescovo di Pavia in quel povero tempo, in cui restava deserta fino di abitanti. Mandato costui messaggero di pace tra Teodorico, re degli Ostrogoti in Italia e Godebaldo, re dei burgondi in Lione, da questi, come da Godegisilo re in Ginevra, ottenne la liberazione degli schiavi italiani. Consta essere stati da lui liberati sei mila senza riscatto, solo in merito della sua pietà: (quegli erano barbari; ma riconoscevano il merito più che certi liberali in vanto di civiltà); oltre tanti altri riscattati col danaro di Teodorico e di Singria, devota donna, chiamata da s. Eunodio tesoro della Chiesa, (vorremmo sapere il numero degli schiavi liberati da questi strombazzatori di filantropia). Le memorie storiche li fanno ascendere a tante migliaia, che si temette non restasse spopolata la Francia pel ritorno in Italia di quei poveri schiavi. Oh! l’Italia d’allora ben salutò colle lagrime il santo liberatore dei perduti suoi figliuoli (Rohrbacher, Storia Ecel. anno 495.). L’Italia poi si onorò del suo Carlo Borromeo, come la Francia del suo sacerdote della carità universale S. Vincenzo de’ Paoli, uomini che basterebbero soli a formare la gloria di una nazione. Finalmente la storia della schiavitù umana, a consolazione dell’umanità, ricorderà cogli altri eroi, che Spesso tutti si rallegravano di vendere se stessi per riscattare poveri schiavi. Quel benedetto s. Pietro Pascal, vescovo di Ioan, che, dato tutto per redimere ì Cristiani suoi figliuoli, fatti prigionieri dai turchi, alla fine vendette se stesso, e fu quindi condotto schiavo in catene. Saputolo il clero ed il popolo, offrirono sull’altare una grossa summa che gli fu subito spedita, perché comperasse in se stesso un così caro padre per la sua famiglia, più che diocesi, inconsolabile d’averlo perduto. Egli, nel ricevere quel danaro, bagnato dalle lagrime dei suoi figli, sì guarda d’intorno tante povere donne, e tanti giovani in pericolo di perdere la santità del costume e la fede in quella schiavitù; e scrive piangendo, che gli volessero perdonare, se egli lo spendeva tutto a liberare quei meschinelli! E restò là in mano ai barbari, che gli tagliarono la testa l’anno 1300. Ora dica chi ha un po’ di cuore, se vi furono mai tesori meglio impiegati, che i doni offerti sopra l’altare di Dio?

Art. II.

Le Benedizioni.

Il Sacerdote benedice all’offerta dei fedeli, come il Padre nostro, che è nei cieli, benedice alle anime, che coi voti e colle preghiere si gettano confidenti nelle braccia della sua bontà. Ad essere così benedetti i fedeli offrivano, fin dai primi secoli, oltre pane e vino, come si offeriscono ancora, agmelli, biade, cere, danaro e cibi. Offrivano anche le primizie di tutti i frutti. Un canone (Doelinger, Storia Eccl. Ben. XIV, ecc.) apostolico permette di deporre sull’altare, oltre le fresche spighe, e grappoli d’uva, olio ed incenso. Di queste offerte pigliava, e metteva da parte il Sacerdote quel tanto di pane preparato a tal uopo e di vino, che bastasse pel sacrificio; e poi tutte benediceva le offerte (Doelinger, Storza Eccl.). – Anche le benedizioni sono riti, che la Chiesa imparò dagli Apostoli stessi. Ed è bene, che i fedeli sappiano che significa questo benedire che fa a tante cose diverse. Sposa del Creatore, e madre degli uomini a lei fedeli, essa ha ricevuto la potestà al tutto divina di rinnovare ogni cosa in Gesù Cristo; e appunto di questa facoltà fa uso nelle benedizioni. La benedizione è come una purificazione e destinazione della cosa benedetta; quasi una consacrazione per servirsene a gloria di Dio, per l’uso dei Sacramenti, ed anche per gli usi della vita. Cioè col benedire libera le cose create dalla maledizione, che dopo il peccato originale pesa su tutte le creature. Poiché gli uomini ribellaronsi a Dio col peccato, entrò nel mondo il disordine; e fino le creature insensibili non si trovarono più regolarmente disposte al servizio dell’uomo, siccome le aveva ordinate Dio. Anzi di esse si può il nemico servire per stimolarci a peccare, e farne in mano di noi strumento di perdizione. Ora colla benedizione la Chiesa prega Dio di riordinare tutte le cose al servizio dei fedeli, anzi ad infondere nelle materiali cose una cotal sua forza divina, da farle divenir capaci di servire d’istrumento per la gloria sua e per la santificazione delle anime. Quindi l’acqua battesimale, l’olio ed il balsamo per la Confermazione e per la Estrema Unzione, e per altri usi santi, si benedicono e consacrano col segno di croce e con orazioni, al santo fine di servire nei Sacramenti come di materia in tal modo purificata e fatta degna di adoperarsi nel trattare con Dio. Si benedicono anche l’acqua, il sale, i rami d’ulivo, le ceneri e le candele. Di questi oggetti, consacrati al servizio di Dio, il demonio non ardisce servirsi più, né più invasarli colla sua maligna potenza. Anzi a queste cose santificate si attribuisce con ragione la virtù di cacciare i mali spiriti in certe occasioni (Vedi i riti delle varie benedizioni approvate dalla Chiesa su tutto quello che noi diciamo.); e i fatti provano, che ciò avviene sì veramente. Ecco adunque ciò che significa benedire. Essendo Gesù Cristo il Verbo di Dio, per cui furono fatte tutte le cose, divenuto col farsi Uomo, il ristoratore della creazione dal peccato disordinata (Coloss. 1, 20 — Eoh. 1 40. — Heb. 9, 23.) ; la Chiesa, incorporata in Gesù Cristo pel Sacerdote, che la rappresenta, e che, assunto al ministero con Gesù, fa quasi una sola cosa, e partecipa in Lui della virtù ristoratrice divina di rinnovellare e rimettere nell’ordine, in cui furono create, le cose: la Chiesa, dico, col benedire sottrae per questa sua virtù gli oggetti ad una potenza straniera e malefica, che ne potesse abusare a mal fine. Anzi ella infrena, allontana, e mette in fuga questa nemica potenza colla virtù di Dio, divenuta sua per i meriti di Gesù Cristo. – Perciò le benedizioni si danno in forma quasi sempre di esorcismi, (che sono i riti usati per cacciare i demoni), e le cose si segnano col segno di croce, che fu sempre dai demoni tanto temuto. Di qui i Cristiani si affrettarono di prendere il santo costume di segnarsi di croce la fronte e la persona. – S. Giovanni Grisostomo attesta, che ai suoi tempi erano così avvezzi a questo segno, che molti lo facevano spesso anche senza pensiero nell’entrare, per esempio, in un bagno, nell’accendere un lume, ed in tutte altre occasioni. Con questo segno, in nome di Gesù Figliuolo di Dio vivo, continuamente benedicevano a sé e a tutte le cose, che li circondavano. Il che si pratica tuttora dai buoni.

VIVA CRISTO-RE (9)

CRISTO-RE (9)

TOTH TIHAMER:

Gregor. Ed. in Padova, 1954

Imprim. Jannes Jeremich, Ep. Beris

CAPITOLO X

CRISTO, RE DEI BAMBINI

Mai come in questi giorni si è parlato tanto di diritti dei bambini, di protezione dei bambini, di massima attenzione alla loro salute… Tutto questo è molto prezioso. Tuttavia, spesso sembriamo dimenticare ciò che è più importante.  Ci concentriamo soprattutto sulla salute fisica del bambino, sulla sua cura materiale: alimentazione, stimolazione, igiene, istruzione… Ma questo da solo non basta, perché il bambino, oltre al corpo, ha anche un’anima, uno spirito, ed è chiamato ad essere figlio di Dio. E quanto poco si parla della cura dell’anima dei bambini! Ed è soprattutto ai genitori che Dio ha affidato questo compito, di cui un giorno dovranno rendere conto. Nostro Signore Gesù Cristo ama molto i bambini: « Lasciate che i bambini piccoli vengano a me » (Mt XIX,14; Mc X,14). Egli li ama in modo speciale: « Chi accoglie un solo bambino nel mio nome, accoglie me » (Mt XVIII,5; Mc IX,14). (Mt XVIII, 5; Mc IX, 36; Lc IX, 48). È Lui che promulga la prima legge in difesa del bambino: « Chi scandalizza un bambino, sarebbe meglio per lui se gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in mare »(Mt XVIII,6; Mc IX, 41). Anzi, li prende a modello e chiede ai suoi Apostoli di fare come loro (Mt XVIII, 3; Lc IX, 48). Voleva stare con i bambini (Mt XIX,13) e li ha benedetti. Quando entrò a Gerusalemme, i bambini lo precedettero cantando Osanna. Anche durante la Passione, quando portava la croce, si preoccupava dei bambini: « Piangete per voi stesse e per i vostri figli » (Lc XXII,28). – I genitori devono considerare i loro figli non come un bene, come qualcosa che appartenga a loro, come un mero mezzo per soddisfare il loro istinto di maternità o paternità, ma prima di tutto come creature di Dio, come figli di Dio, chiamati alla vita eterna. Perciò formare la loro anima, coltivare il loro spirito, far conoscere loro Dio è l’obbligo più perentorio, il dovere più onorevole dei genitori.

I.

Se il bambino appartiene più a Dio che ai genitori – e non c’è genitore cristiano che non senta la verità di queste parole – se è vero che Cristo è il Re dei bambini, allora ne deriva una conseguenza importantissima: il santo dovere di educare il bambino non solo per questa vita terrena, ma anche e principalmente per la vita eterna. Eppure, quanti genitori dimenticano questa verità importantissima! Quanti fanno i sacrifici più grandi e non risparmiano sforzi e fatiche per rendere il proprio figlio più sano e in salute, più intelligente e più istruito! Scuola, pianoforte, lingue, corsi di danza, sport…; tutto questo va benissimo, ma il padre dimentica che il suo bambino ha anche un’anima…. Vi siete presi cura anche della sua anima? Non dimenticate che il bambino appartiene a Dio, che un giorno vi chiederà conto del tesoro che vi ha affidato. « A mio figlio viene già insegnata la religione a scuola », si giustifica il padre. Ma non basta: a cosa servono una o due lezioni settimanali di Religione se a casa e per strada, sui social media, il bambino non vede mettere in pratica le belle verità della lezione di Religione, o piuttosto vede esempi completamente opposti a ciò che impara in classe?  « Allora cosa dovrei fare, predicare sempre a lui, farlo pregare sempre? » Certo, dovrete parlargli spesso di Dio, di Nostro Signore Gesù Cristo, della Madonna, dei Santi e cercare di far pregare vostro figlio, ma dovete fare anche qualcos’altro. Cosa? Tre cose: 1° Educare la sua volontà. 2º Non siate ingenui, osservate il loro comportamento e 3º Educateli con l’esempio.

Educare la volontà del bambino. Vale a dire, abituarlo ad obbedire ed a fare il suo dovere. L’Antico Testamento, nella storia di Heli, dà un avvertimento molto serio ai genitori che perdonano tutto, che scusano tutto. « Punirò per sempre la sua casa per la sua iniquità, perché sapeva quanto si comportassero indegnamente i suoi figli e non li correggeva come doveva » (1 Re III: 13). Eppure Heli rimproverò i suoi figli, ma non lo fece con sufficiente severità. Ebbene, cosa direbbe oggi il Signore dell’amore sciocco, dell'”amore pignolo” dei genitori di oggi? Di genitori che adorano un nuovo tipo di idolatria: sul trono siede un piccolo tiranno di quattro o cinque anni, che si arrabbia, che grida, che batte rabbiosamente il terreno con i piedi, e due vassalli maturi, un uomo e una donna, si inchinano impauriti e corrono a soddisfare tutti gli sciocchi capricci dell’amato tiranno, dell’amato idolo.  Educare significa non assecondare troppo il bambino ed abituarlo ad un’obbedienza pronta e indiscussa. Perché all’inizio il bambino non sa che cosa sia l’obbedienza e bisogna insegnargliela.  « Ma se il bambino piange, se ci chiede certe cose? » Beh, lasciatelo piangere, non gli farà male alla salute. I genitori dovrebbero saperlo bene: è meglio che il bambino pianga quando è piccolo, in modo che un giorno, quando sarà più grande, i genitori non dovranno piangere per lui.

Tenere d’occhio il suo comportamento.

Non è necessario stare sempre dietro di lui. È sufficiente che sappiate in ogni momento dove si trova vostro figlio, cosa stia facendo e con chi sia. Non giustificatevi dicendo: « Mio figlio è ancora così ingenuo, così bambino, così innocente ». Vostro figlio ha, come tutti, il peccato originale ed è esposto come tutti ad essere tentato ed a subire cadute. Cosa direbbe San Paolo, l’Apostolo delle genti, a questi genitori? « Se qualcuno non si prende cura dei suoi, soprattutto dei suoi parenti, ha rinunciato alla fede ed è peggiore di un infedele » (1 Tim V, 8). È un peccato vedere che molti genitori hanno tempo per molte cose, tranne che per l’educazione dei figli. Non li interessa e, per questo motivo, non li sorvegliano e non li prevengono da molte occasioni di pericolo per le loro anime.

3° E infine, educare il bambino con l’esempio.

Perché l’esempio trascina. Purtroppo le belle usanze cristiane in casa, che hanno fatto tanto bene, stanno scomparendo. Preghiera mattutina e serale in comune, letture religiose, immagini di santi appese alle pareti, conversazioni su argomenti religiosi… « Se la radice è santa, lo sono anche i rami – dice l’Apostolo » (Rm XI, 15). E se non è santa? Se le anime del padre e della madre sono fredde, congelate, che ne sarà del bambino?

II

Dove può essere la radice del problema dell’educazione dei bambini?  Non è forse che gli standard mondani hanno infettato il santuario stesso delle famiglie cristiane? Non è forse che i figli non sono più visti come una “benedizione”, ma piuttosto come una “maledizione” della famiglia? Se guardiamo indietro nella storia, vediamo che ovunque siano vissuti uomini giusti, il bambino è stato considerato il più grande tesoro della famiglia. Un esempio è il popolo ebraico dell’Antico Testamento. Le donne si consideravano infelici se Dio non dava loro dei figli. La Sacra Scrittura riporta in modo commovente la preghiera di Hannah, madre di Samuele: « O Signore degli eserciti, se vuoi volgere i tuoi occhi a vedere l’afflizione della tua serva… e vuoi dare alla tua serva un figlio maschio, lo consacrerò al Signore per tutti i giorni della sua vita » (I Samuele 1:2). Ricordate Santa Elisabetta, che era profondamente addolorata per la sua mancanza di figli. Ma quale fu la sua gioia alla nascita di San Giovanni Battista: « i suoi vicini e parenti sentirono parlare della grande misericordia che Dio le aveva mostrato e si rallegrarono per lei » (Lc 1, 58). Ripercorrete la storia di Roma e notate i pagani dai sentimenti retti e nobili. Un amico proveniente da Capua fa visita a Cornelia, una delle più nobili dame romane, e lei non smette di disprezzare i propri gioielli. « Ma, cara amica, mostrami anche i tuoi gioielli più belli », le dice infine. Poi Cornelia fa entrare i suoi figli: « Guardate, questi sono i miei gioielli più belli ».  – Il bambino era una parte essenziale della famiglia, tanto che la famiglia non era considerata perfetta senza la benedizione dei figli. Se oggi chiediamo ad un contadino cristiano, non ancora contaminato dalle tendenze moderne: « Hai una famiglia? », risponderà: « Sì, ne ho cinque », riferendosi ai suoi cinque figli, perché, secondo il suo modo di pensare, dove non ci sono figli non c’è famiglia. – E poi, che cos’è il matrimonio senza figli? Uno splendido albero che non dà frutti. Qual è la casa più ricca senza figli? Un sole invernale che non irradia calore. Ma oggi è stato inculcato un pensiero terribile: la paura delle famiglie di avere figli. È davvero pietoso vedere coppie sposate in buona salute, alle quali Dio concederebbe la benedizione di avere figli, eppure non vogliono accettare questo dono, perché per loro il bambino non è altro che un peso. È davvero orribile non accettare la volontà di Dio, non voler accogliere il bambino che il Signore manda loro. Fa rabbrividire pensare che ci siano coppie di fidanzati che si sposano con l’idea di non avere figli, che vogliono essere solo marito e moglie, ma non padre e madre. Ci stupiamo nel vedere che il santuario della famiglia si sia trasformato in un covo di peccato; che la casa rimbombi di puro vuoto; che siano gli stessi genitori ad uccidere i propri figli od a porre ostacoli al loro concepimento; che ci siano madri che non vogliono cullare il loro bambino, ma scavargli la fossa; che il giardino di famiglia non abbia fiori né profumi… Non voglio più parlare di questo peccato, di questo terribile male. Non voglio dilungarmi oltre su questo peccato, su questo male terribile; se solo gli sposi considerassero attentamente che dovranno rendere conto a Dio di questo peccato, di aver abbassato il sacramento del matrimonio a limiti davvero incredibili! Non c’è bisogno di essere molto intelligenti per capire a cosa andrà incontro una nazione quando le famiglie avranno deliberatamente e sistematicamente un solo figlio. Anche se sono due, questo non aumenta la popolazione, perché in questo caso muoiono due anziani e rimangono due giovani. E il numero di coloro che muoiono non sposati per vari motivi non viene compensato. C’è bisogno di nuclei familiari con almeno tre figli, e quante famiglie oggi hanno non più di due figli, o uno solo. O solo uno, e forse nemmeno uno! Questo terrificante modo di pensare è presente ovunque, non solo nelle città, ma anche nelle campagne. Perché se nessuno osa parlare, almeno la Chiesa Cattolica lo fa, per difendere quelle vite innocenti che sono escluse da questo mondo. Se la Chiesa non avesse sempre promosso la vita, non avremmo San Francesco Saverio, il settimo figlio dei suoi genitori. Non avremmo avuto Santa Teresa di Lisieux, la nona figlia della famiglia. Non avremmo avuto Sant’Ignazio di Loyola, che era il tredicesimo figlio. E non avremmo Santa Caterina, la venticinquesima. E si potrebbero citare molti altri casi. I genitori egoisti ci sono sempre stati, ma mai in proporzioni così sconcertanti come oggi. Mai questo peccato è stato diffuso con una propaganda così cinica. Mai con una tale noncuranza e una così raffinata malvagità. Alcuni mi obietteranno: « Tu non conosci la vita reale. Non ci sono posti di lavoro. Le case sono così care, tutto è così caro! Noi due riusciamo a malapena a vivere; cosa faremmo se fossimo in cinque o sei a casa? ». Devo confessare che su alcune cose avete ragione. So quanto costa vivere al giorno d’oggi. E conosco i piccoli appartamenti in cui la gente vive ammassata. So anche quanto costa il cibo e i vestiti. E se fossi un legislatore, ordinerei che il padre di una famiglia numerosa paghi meno tasse e riceva più sussidi, e che nelle offerte di lavoro sia in qualche modo favorito in primo luogo, e vieterei ufficialmente gli annunci in cui « si cerca una coppia senza figli ». Sì, tutto questo lo farei… Ma devo anche aggiungere: nonostante tutto, il mandato è chiaro e categorico. La Chiesa insiste e deve insistere. Il Signore, infatti, non ha promulgato il quinto comandamento in questa forma: « Non ucciderai, se non hai una casa ». Né ha dato il sesto in questo modo: « Non fornicare, se non sei povero ». Nel Decalogo non ci sono condizioni. La forma della legge è assoluta: « Non uccidere! », « Non fornicare! ». « Ma se siamo molto poveri? «E se la donna è malata? ».  E non pensate che il Signore Dio, che manda il bambino, gli darà anche il pane quotidiano? « Che la donna è malata? » E non è meglio che soffrire la morte dell’anima che deriva dal peccato di ribellarsi alla volontà di Dio? E se proprio non è più possibile generare figli, allora c’è questa soluzione: la continenza matrimoniale, almeno nei giorni fertili del ciclo mestruale della donna. È molto difficile? Sì, è così. Ma la Chiesa non può arrendersi. E anche se fosse lasciata sola con la sua opinione nel mondo di oggi, che cammina a testa in giù, continuerebbe a difendere a gran voce la purezza del matrimonio: continuerebbe a proteggere i bambini innocenti non nati, perché Cristo è Re anche dei piccoli. Anche se dovesse perdere molte anime tiepide e inquinate in questo modo, continuerebbe a perorare la buona causa, sapendo di difendere non solo le leggi di Dio, ma anche gli interessi dell’umanità. E siamo onesti: nella maggior parte dei casi, non è nelle famiglie più povere che i bambini fuggono di più. Quali famiglie tendono ad avere più bambini? Proprio le famiglie più modeste, le più povere. Ma dove c’è un solo bambino, o non ce n’è nemmeno uno? Tra i ricchi e i benestanti. Se avessero molti figli, non sarebbero in grado di nutrirli? Oh, e con grande abbondanza! Pane e latte non mancherebbero. Ma molti bambini sarebbero un ostacolo alle loro vacanze, ai loro divertimenti, al loro benessere. Madri, madri, avete pensato al “giorno dell’ira” quando i bambini che non potevano nascere alzeranno le mani per accusarvi? Accusarvi davanti al trono di Dio! Che cosa accadrà se Dio vi porterà via il vostro unico figlio? Che cosa accadrà quando, con gli occhi pieni di lacrime, con l’anima spezzata, tornerete dal cimitero e vi lamenterete contro Dio, perché ha permesso una disgrazia così crudele?

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (6)

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (6)

LA GRAN BESTIA SVELATA AI GIOVANI

dal Padre F. MARTINENGO (Prete delle Missioni

SESTA EDIZIONE – TORINO I88O

Tip. E Libr. SALESIANA

XI.

SANTA AMBIZIONE.

Abbiam veduto a che riducesi il mondo: il mondo che ride e schernisce: a una serqua d’arfasatti senza testa né cuore, dei quali l’uom savio non cerca, ma teme anzi l’applauso; e ha ragione. Io amo d’esser tenuto galantuomo; ma non vorrei, per tutto l’oro del mondo, che mel dicesse un ladro. Dunque si può cercare la stima? si può aver dell’ambizione?…. Sì, cari giovani, consolatevi; quest’innato, questo inquieto desiderio che dentro vi fruga, di farvi conoscere, stimare, voler bene, non è altrimenti peccato; anzi vi servirà d’un potentissimo stimolo al bene, d’un mezzo efficacissimo a farvi uomini veri, ove voi sappiate dirizzarlo a buon fine. Curam habe de bono nomine; ci dice lo Spirito Santo. Ora il buon nome (ponete mente) lo danno i buoni, e se lo danno i buoni non può essere che bene, e a loro, non ai tristi, dovete domandarlo. Io lo domando a voi, miei cari giovani, che siete buoni, o almeno avete un gran desiderio di diventarlo; e lo dimando, perché so, che se per mia disgrazia non avessi presso voi nome e stima di galantuomo, d’un uomo che vuole e cerca sinceramente il vostro bene, ben poco potrei farvene. Disistimato, disamato da voi… romperei la penna, straccerei questa carta, e invece di scrivere per voi, come faccio, come ho fatto le volte che, ho potuto in mia vita, come farò finch’io campi; andrei a nascondermi in un bosco, o a seppellirmi in una caverna. Tant’è, l’uomo che non gode buona stima, dicesse anche le cose più belle, e più, sante di questo mondo, non farà buon frutto giammai, anzi il darà talvolta cattivo. Mettetemi in bocca ad uno, che sia in voce di gran bevitore, il panegirico della sobrietà. Che vi diventa egli mai? Uno scherno. – Fissiamoci dunque qui. Voi potete, anzi dovete cercar di piacere; d’essere stimati ed amati: ma da chi? L’abbiam detto: dai buoni. E come dai buoni non si può ottenere stima ed affetto che per la virtù, dovete adoperarvi con ogni sforzo sinceramente virtuosi. –  Ma e chi sono codesti buoni, ai quali devo piacere? Prima di tutto, m’immagino, i vostri cari parenti. Oh sicuramente vostro padre; vostra madre son buoni, è buoni vi desiderano al par di loro; di più, a’ vostri parenti, dopo Dio, dovete l’esistenza: – Ricordati, o giovinetto, dice lo Spirito Santo, che gli è per essi che tu ci sei nato al mondo; e trattali con l’amore ch’eglino hanno trattato te. — Inoltre vostro padre lavora e stenta, chi sa quanto! Per voi ogni fatica gli par leggera pur di mettervi all’onore del mondo. Vostra madre poi, ah! la vostra cara madre che cuore ha per voi! Che pene ha sostenute ed è tuttor pronta a sostenere per amor vostro!.. Eravate bambini, deboli, miserabili, bisognosi di tutto..  senza di lei, del suo amore, delle sue cure, sareste morti mille volte. Le notti d’inverno vi sentiva piangere nel sonno, balzava dal letto, vi levava soavemente dalla cuna, vi racchetava al suo seno. Infermicci, vegliava accanto al letticello le lunghe ore, dimentica di sé, del suo cibo, del suo riposo. Quante volte pianse un amarissimo pianto, e quando, ancor pargoletto, la vostra fragile vita versava in qualche pericolo, e quando, fatto grandicello, incominciavate ad amareggiarle il cuore… Ah maledetto quel figliuolo (dice Iddio) che contrista cd esaspera il cuor di sua madre. E vi esorta ad ogni tratto nei libri della Sapienza: — Figlio, non dimenticare i gemiti di tua madre, — Figlio, ascolta tuo padre che ti ha generato, e tua madre guardati, dal disprezzarla, quando sarà curva per la vecchiaia. — Figlio, compatisci alla vecchiezza dei tuoi genitori, e non contristarli, finché il Signore te li conserva in vita: e se anche s’indebolisce loro il lume dell’intelletto, abbine pietà, e guardati, tu forte e giovane, dall’averli in dispregio. — Figlio, ricordati in fatti e in parole, con ogni pazienza, d’onorare i tuoi parenti, acciocché scenda sul. tuo capo la benedizione del cielo. –  Amarli dunque i genitori e servirli con rispetto e con la santa ambizione, ch’ei possano dir sempre di voi: — che anima buona! che bel cuore! che caro figliuolo!— E l’istessa testimonianza rendano di voi gli altri parenti vostri, fratelli, sorelle, cugini, conoscenti, amici di voi e della vostra famiglia. – Ricordo; da ragazzo, ero un frugolo bell’e buono… Ma che dissi, bell’e buono? Anzi brutto e cattivo, per mia disgrazia: brutto e cattivo dell’anima, che sovente disobbedivo a’ miei ottimi genitori, astiavo i fratelli, e persino quell’anima bella della mia unica sorellina….. quante volte ebbe a piangere della mia cattiveria! Basta, che a quattordici anni Dio buono mi toccò il cuore; Dio e la Madonna santissima, della quale, benché così cattivaccio, ero sempre stato devoto. Cambiai come da notte a giorno, divenni pio, docile, mansueto come un agnello: fu un miracolo, un gran miracolo, ch’io non capisco ancora adesso come accadesse in me; ma un miracolo, che mi rese felice. Prima in uggia a tutti, sempre triste, sempre pieno d’un umor nero… Ora invece, amato, carezzato; ben voluto dalla famiglia; dagli amici, da tutte le buone persone di nostra conoscenza. Insomma, la mia divenne in breve una vita d’angelo; così dolce e tranquilla, che anche ora, quasi vecchio, m’intenerisco a ricordarla, e il cuore mi si empie di dolcissime lagrime. — Felici voi, o giovinetti, e nell’istesso modo cercherete piacere a’ vostri cari parenti… E non solo a’ vostri parenti, non solo a quanti buoni vi conoscono, ma piacerete anche a voi stessi. E anche questo piacere a sé può desiderarsi, o miei giovanetti, può cercarsi; che anche questa, se ben s’intenda, è una santa ambizione, l’ambizione, dico, della buona coscienza. – Racconta Orazio d’un ricco avarone Ateniese, che beffato ed esecrato da tutta la città per la sua maledetta avarizia, se ne consolava così: — Il popolo mi fa le fischiate… Che mi fa a me? Io mi batto le mani e m’ applaudo da me stesso, appena entrato in casa, ed aperto lo scrigno, vi contemplo il mio oro. — Giovani miei, facciamo nel bene quello, che questo miserabile, e con lui quanti si lasciano dominare alle passioni, fanno pel male. Quanti disgraziati, per isfogare una turpe passione e piacere a se stessi nel male, sprezzano e sacrificano l’onore, la stima dei buoni! E noi, per seguire la virtù e farci uomini veri, non sacrificheremo volentieri l’onore, la stima dei malvagi? Diciamo dunque anche noi: mi scherniscano pure i malvagi; mi applaudiranno i buoni, mi applaudirò io da me stesso tutte le volte che, entrando nel segreto stanziolino della mia coscienza, sentirò di poter dire: ho fatto il dovere, ho operato da uomo, e da Cristiano: Ma l’ambizione più nobile e più santa, la soddisfazione più intera non istà ancor qui, miei cari giovanetti. Al di sopra dell’occhio umano, al di sopra immensamente di noi, sta aperto un altro occhio, un occhio che tutto vede, tutto scopre, fin l’intimo dei cuori; dico, l’occhio di Dio. Piacere a Dio! essere approvati, lodati da Dio! Può elevarsi più alto la nostra ambizione? Dio mio! mia vita, mia gioia, mio tutto!… Ah! s’io riesco a piacervi! … le parole, i giudizi degli uomini più non saranno per me che il ronzio di un insetto, che lievemente volando, s’ appressa un istante all’orecchio e sì dilegua. — Tant’è, miei cari giovani; l’uomo vero, l’uomo provato, l’uomo perfetto è l’uomo cui Dio approva e commenda: vel – dice s. Paolo – ille probatus est, quem Deus commendat. Chi non sente questa santa ambizione della lode di Dio, chi ad essa sostituisce la misera, la gretta ambizione delle lodi degli uomini, non sarà uomo, no, non sarà uomo mai.

XII.

IL SERRAGLIO DELLE BESTIE FEROCI.

— Babbo; non andiamo a vedere il serraglio delle bestie feroci? — Oggi no: andremo dimani, se mi starete buonini. E noi cheti, mansi, obbedienti come agnelletti; tanta era la voglia di veder quelle bestie! Al dimani s’andò. Pagati trenta centesimi per testa, ed entrati nello steccato, eccoci davanti una lunga fila di gabbioni ferrati pieni di fiere orribili e diverse, e noi muti col batticuore a guardare, a guardare….. Nel gabbione di mezzo, il più grande di tutti, c’era una fiera dal pel biondo, dalla lunga giubba, che stava accovacciata guatandoci con du’ occhi lustri che parevano ardenti carboni — Quello è il leone— ci disse il babbo. E di li a poco ecco entrar per di dietro in quella gabbia una donna vestita di nero, mandargli un grido acuto, e il leone levarsi, girare irrequieto per la gabbia, menar la coda sui fianchi… e la donna a palparlo, carezzargli la giubba, finché ammansatolo alquanto, l’accosciò allora ponendogli il sinistro braccio sul collo, come per abbracciarlo, e abbandonando sui lunghi velli quella sua faccia pallida e delicata, quasi in atto di pigliar sonno sur un soffice guanciale, la vidi levar la destra armata d’una pistola, e spararla all’orecchio della fiera, che rispose con un sordo ruggito. Io tremava a verga, parendomi ad ogni istante veder 1° belva voltar la testa e piantare i denti nel collo della sua importuna provocatrice; ché quand’ella uscì sana e salva dalla gabbia, mandai un gran respiro. Il leone s’ebbe in premio della sua pazienza, un pezzo di carne, e s’accosciò nell’angolo più riposto e cominciò a mangiarsela a suo agio. –  Dopo il leone la tigre. La tigre non istava mai ferma, sempre su e giù per la sua gabbia; ma quando il custode le gettò anche a lei un brano di carne, lo pigliò in aria cogli artigli e in un attimo la divorò; indi s’accovacciò come il gatto quando fa la digestione. Dalla tigre si passò alla pantera, dalla pantera all’Orso dall’orso allo sciacallo, al lupo e a non so quanti altri animali; finché terminato il bestiale spettacolo s’uscì. La sera, come tutto quel di e gli altri appresso, non si faceva che parlar delle bestie; il babbo c’interruppe i discorsi con questa dimanda: — Orsù! Chi sa dirmi di voi, tra tante bestie qual è la peggiore? — Qui una gran disputa. Peppuccio teneva pel leone; la mole del corpo ed i ruggiti lo avevano atterrito; ma la Rosina: — Se fosse peggiore il leone (diceva), quella signorina non gli sarebbe entrata nella gabbia e fargli tanti scherzi. Io per me, più cattiva stimo la tigre. – Giulietto stava per la pantera, perché sempre inquieta, sempre in moto, faceva persin dei salti per la gabbia, e addentava le sbarre. Quanto a me, pensavo colla sorella. Ma il babbo, lasciatici dire un buon tratto: — Nessuno ci ha indovinato. Leone, tigre, pantera, tutte bestie più o meno feroci, non ci ha dubbio; ma pure terribilmente belle a vedersi. Togliete invece l’orso: l’orso è feroce insieme e schifoso. — Oh! (fece la Rosina) quel bestione nero dal pelo lungo che stavasi raggomitolato in un angolo cogli socchiusi come se dormisse? — Appunto quello. L’orso, vedete, è feroce più dell’istesso leone; ché se trova l’uomo in un bosco, lo strozza anche senza aver fame, ne lascia il cadavere insanguinato per terra, e via. Ha poi un aspetto così ributtante!… – È vero, è vero (si rispose tutti una voce). Il babbo ha ragione; l’orso è tra tutte quelle bestie la peggiore. – Veniamo era a noi. Quel che il mio buon babbo, giudicava dell’orso, possiam noi dirlo, mi pare, dell’umano rispetto. Molti animali, notate, ci son dati a simboli assai espressivi dei vizi e delle passioni degli uomini. Vel dice Esopo colle sue immortali favolette, vel conferma Dante colla nota allegoria delle tre fiere, ch’ei pose come dire sul limitare del gran poema a simbolo della lussuria, della superbia e dell’avarizia. – Or dico, che come, tra le fiere l’orso fu giudicato più cattivo; perché  feroce e schifoso ad un tempo, così tra le passioni più trista può, dirsi quella dell’umano rispetto, perché al danno dell’altre congiunge una schifezza tutta sua propria. Che è infatti il lasciarsi dominare dall’umano rispetto, se non un renderci vilissimi schiavi degli uomini? E di che uomini, l’abbiam veduto!.. Pensar coll’altrui testa, parlare coll’altrui lingua, muoversi al cenno d’altri, volgersi a destra, a sinistra, secondo il vento che spira a guisa di banderuole… Oh le banderuole! Si può dire ormai, come delle stelle la scrittura: numera si potes! Le conti chi può. Chi ce lo avesse detto tanti anni fa! s’era cominciato colle bandiere per finire colle banderuole; e così la libertà che ci gridavano a squarciagola, doveva far capo alla più triste servitù. – Cari giovani, non vi meravigliate; tutto il mondo ormai, dall’alto al basso va così; e se dovesse aprirvi ancora una volta la mia lanterna magica! … Ma l’è un ordigno alquanto pericoloso la mia lanterna; lasciamola lì.  Basta quel poco che ci avete veduto, bastano i fatti e le ragioni onde è pieno questo scritto, per farvi chiaro che l’umano rispetto è il vizio dei vigliacchi, e se si avesse a dargli, come sel meritan tutti, il nome d’una bestia, non leone, non tigre, non leopardo vorrebbe chiamarsi ma orso, orso schifoso ad un tempo e feroce… –  E dello schifoso penso che vi siete ormai capacitati abbastanza: ché più volte, nel parlarvi, ho veduto corrugarsi la vostra fronte, ed infiammarsi gli occhi d’un generoso, d’un santo disdegno.. Bravi miei giovani! Lasciate che v’abbracci e dica a ciascuno con Dante: Benedetta colei che in te s’incinse! Ma quant’è alla ferocia, temo sia accaduto a voi come a me, come ai miei fratellini, che veduto l’orso, se fummo, pronti a ravvisarne a bella prima la schifezza, non così la fercia, che non avremmo a pezza avvertita, se il babbo non ce ne avesse persuasi. E invero, parrebbe in sulle prime che da ben altre fiere debbano venire al mondo i danni peggiori: la superbia, l’ira, l’ambizione non fecero tristi i popoli? non allagarono di sangue la terra?… Vero, miei giovani: ma ancor di peggio fece e fa tuttavia l’umano rispetto. Un respiro e vel provo.

XIII.

LA FEROCIA DELL’ORSO.

Già vi ho detto dell’empietà di Arrigo VIII d’Inghilterra, e vi ho pur detto che quando gli saltò il ticchio di farsi papa, il Parlamento preso d’un vilissimo umano rispetto, non ebbe fiato a contradirgli: vocem præclusit metus, come dice Fedro delle rane. La paura chiuse la bocca a tutti, s’alzarono dai lor seggi, si inchinarono al potente scellerato, e sancirono l’empia legge che doveva empire il nobile ed infelice loro paese di lutto, di proscrizioni, di sangue, e strapparlo alle braccia materne della cattolica Chiesa, con rovine dell’anime immensa! … Oh se quei signori non si lasciavano dominare dall’umano rispetto! Oh se invece d’un Tommaso Moro eran cento!… Infinito sarei se tutte volessi narrarvi le stragi e i danni incalcolabili prodotti al mondo dall’umano rispetto. Sarebbe un vero saccheggio della storia. Per non entrare nell’un via uno, mi starò contento a pochi altri fatti, e questi tolti dalla storia che meglio conoscete, dico la storia sacra. Cari giovani, è una grande storia questa, la storia delle storie, la più vera, la più santa, la più istruttiva e vantaggiosa di tutte. Affrettatevi a leggerla e a studiarla per bene, prima che i nostri padroni ve la strappino di mano. – Tutti i guai di questo mondo ci vennero, chi nol sa? dal peccato originale. Or ponete mente, o giovinetti: a quel gran peccato non tanto concorse la gola, la vanità, la maledetta superbia, quanto umano rispetto. Vi parrà nuova questa proposizione, ma ponete mente al mio discorso, e ve ne capaciterete d’ avanzo. – Il peccato d’Eva, da per se solo non ci avrebbe perduti; per trarre in rovina il genere umano, ci voleva l’uomo, ci voleva il re del creato, il capo dell’umana famiglia. Or perché credete voi che Adamo peccasse? Forse pel gusto d’un pomo? O forse per superbia di diventar simile a Dio? La superbia ci sarà entrata per qualche cosa, non sì nega: ma a me sa strano, che l’uomo, d’intelligenza più elevata, di senno più maturo, abbia potuto darsi ad intendere con un morsello di pomo diventar Dio. — Ma perché adunque peccò? — E nol capite? Fu l’amore, fu il rispetto della sua donna, fu il timor di disgustarla, di perderla, che gli fe’ velo di giudizio. Eva porgevagli il pomo, dicevagli: to, mangia; e lo guardava con due occhi supplichevoli .. Forse Adamo da principio inorridì, resistette; Eva travide l’abisso in che s’era gettata, e cominciò a piangere … era la prima volta che Adamo vedeva piangere la cara compagna; il suo cuore ne fu turbato, commosso, e per non crescerle afflizione, per non dividere i propri destini da quelli di lei, preferì l’essere compagno nella colpa, al dolore d’ una separazione. Ributtarla, lasciarla sola nel suo peccato, sola nell’immensa sciagura … Ah l’amò troppo quella sua Eva, la amò, la rispettò più di Dio: ecco il suo peccato. – E qui badate, cari giovani; se alcuno venisse a dirvi ch’io stiracchio la Scrittura, ch’io fabbrico castelli in aria, rispondetegli a mio nome, che io ho buon fondamento a fabbricare; ho s. Paolo che laddove parla della soggezione che avere all’uomo la donna (I, Timot. II, 13-14) dice così: — Adamo non fu dotto; ma la donna sedotta prevaricò.  — Intorno alle quali parole s. Agostino (Gen. XI) paragonando la prevaricazione di Salomone con quella di Adamo, dice così: — È egli forse da credere, che un uomo di tanta sapienza, qual fu Salomone, credesse che a qualche cosa potesse esser utile il culto degli idoli? No certamente: ma non seppe resistere all’amor delle donne, che a tal disordine il trascinavano … Nella tal guisa (attenti! viene il buono) nella stessa guisa Adamo, dopo che la donna ingannata mangiò del frutto vietato e a lui ne diede, perché ne mangiasse, non volle affliggerla. Fece adunque quel che fece, non già vinto dalla concupiscenza; ma da quell’amichevole benevolenza, per cui accade sovente che Dio s’offenda, perché chi eravi amico non vi diventi nemico. — E il Martini nelle note a quel passo della Genesi: — dice d’Adamo, che sebbene egli non credesse al serpente, non ebbe coraggio (ecco la viltà dell’umano rispetto!) di resistere all’esempio e alle lusinghe della compagna, da cui si lasciò pervertire; egli, che essendo più saggio e perfetto di lei, doveva essere sua scorta e suo consiglio. – E così ecco provato che l’umano rispetto ebbe sua parte, e non piccola, nel peccato d’Adamo: che quindi l’umano rispetto aprì al mondo la fonte di tutti i mali. Che ne dite, giovani miei? Questo è ben altro ch’esser leone, orso, tigre e pantera! Che se dai principii dell’ antico Testamento facciamo un salto al nuovo, vedrete ancor di peggio, vedrete.

VIVA CRISTO-RE (8)

CRISTO-RE (8)

TOTH TIHAMER:

Gregor. Ed. in Padova, 1954

Imprim. Jannes Jeremich, Ep. Beris

CAPITOLO IX

CRISTO, RE DELLA MIA ANIMA

Cristo è anche il Re della mia anima.  Che cosa significa? Che la mia anima desidera Cristo, che Cristo è il mio unico Signore. A Lui devo obbedire e seguire. Servire e imitare Lui non è solo un dovere per me, ma è il mio principale piacere. Il mio dovere: « Nessuno può servire due padroni » (Mt VI, 24), dice Gesù Cristo. Chi sono questi due padroni? Lui è uno di loro. E l’altro? Ebbene, tutto ciò che sta di fronte a Lui: la malizia, l’egoismo, la falsità, il peccato, il mondo. Non è forse una vita persa servire il mondo e non servire la propria anima e il Signore dell’anima, Dio? Perciò è mio dovere servire Dio! E cosa significa servire Dio? Pensare alla mia anima, alla vita eterna. Come ci lega la terra, la vita moderna! Come sono pochi quelli che hanno tempo per la loro anima! Quali sono i desideri dell’uomo legati a questo mondo? Salute, felicità, denaro. Alcuni desiderano la conoscenza, desiderano sapere, ma quanti pensano alla loro anima? Molti non considerano nemmeno che non possono servire due padroni. No, non servono due padroni, ne servono uno solo: la terra, il mondo.  – Uno scrittore tedesco, Paul Keller, ha scritto una storia su un girino, un girino che tutto il giorno non sogna altro che mangiare mosche grasse e camminare a braccetto con una bella rana. Quanti uomini fanno praticamente lo stesso nella loro vita! Quanti giovani vivono solo per il piacere, per il divertimento! Quanti sognano solo di ballare, di fare festa, di ubriacarsi! Sarebbe sufficiente se avessimo solo il corpo, ma abbiamo anche un’anima! Proprio perché abbiamo un’anima che desidera Dio, l’imitazione di Cristo non è solo un dovere per me, ma ciò che più desidero, la mia vera felicità, il mio vero piacere! Dio è spirito, la nostra anima è spirito; c’è una parentela tra Dio e la mia anima, e questa parentela mi spinge verso Dio. Il ruscello è legato al mare ed è per questo che corre verso di esso. La superficie del mare emette continuamente vapori, che si condensano nella nuvola, la quale si scioglie in pioggia; ma l’acqua non sa separarsi dal mare e corre rapidamente verso di esso. Mettete degli ostacoli sulla sua strada; potete fermare il suo corso per un po’, potete riuscire a incanalarlo in un’altra direzione, ma, per vie nascoste, attraverso le fessure delle rocce, magari mescolandosi al fango, correrà con veemenza verso il mare. Allo stesso modo l’anima desidera Dio e corre verso di Lui. Si possono porre degli argini, e sono davvero molto potenti … i piaceri proibiti, la concezione frivola della vita, il peccato; ci si può incanalare in falsi sentieri, ma tutto ciò non serve a nulla. Alla fine se ne subiscono le conseguenze, si è infelici, perché non si sa come vivere senza Dio. Il pesce non annega nell’acqua, l’uccello non si perde nell’aria, l’oro non brucia nel fuoco, perché lo prescrivono le leggi naturali; e io non posso vivere senza Dio, perché la mia stessa natura mi lega a Dio. – Cristo è il mio Re! Non può esistere una vita veramente umana senza una vita religiosa, perché Dio e l’anima sono in stretta relazione e al Re assoluto, che mi ha creato per amore … devo consegnarmi senza riserve. Il nostro grande male deriva proprio dal fatto che vita e religiosità spesso non vanno di pari passo, non si intrecciano. Un giorno siamo uomini di questo mondo, un altro giorno siamo Cristiani. Quando preghiamo, ci rivolgiamo a Dio, ma quando iniziamo a lavorare, ci dimentichiamo di Dio. Mi duole dirlo, ma spesso accade che i Cristiani, quando lasciano la Chiesa, non sono diversi in alcun modo, né nella vita familiare, né nel lavoro, né nelle attività del tempo libero, dai non Cristiani. Questo non dovrebbe logicamente essere il caso. Quando incontriamo una persona, dovremmo essere in grado di capire fin dall’inizio se sia cristiana o meno. Ite, missa est: “Andate, la Messa è finita”. E ce ne andiamo, pensando di aver fatto il nostro dovere di Cristiani! È proprio allora che devo iniziare il culto della mia vita offerta a Dio, il culto della mia onestà, della mia veridicità, della mia carità, del compimento del mio dovere. La religione deve andare di pari passo con la vita. Se doveste scrivere la vostra autobiografia, cosa ci mettereste dentro? Forse questo: c’era una volta un uomo la cui anima aveva fame e sete di Dio, ma lui non gli dava altro cibo che aria, vento, apparenze. Pensava che gli bastasse avere un ricco patrimonio, avere un certo prestigio, avere una macchina magnifica, avere una casa o un buon lavoro…, godere di certi divertimenti, e che tutte queste cose gli bastassero. Ma non aveva un solo minuto per la sua anima, che diventava assetata e vuota, anzi di più: come se fosse un abisso senza fondo: più cose vi si gettavano, più l’abisso ruggiva: non bastava…. Che triste biografia! Non dobbiamo dimenticare: Cristo è il mio Re, il mio unico Re. Devo unire religione e vita! Chi volesse condurre solo una vita religiosa rischierebbe di trascurare doveri importanti e di perdere l’equilibrio. Chi si preoccupa solo di questa vita finisce per uccidere il suo spirito, bloccato nel fango della terra. Le due cose devono essere combinate: la religiosità e la vita di questo mondo, gli ideali eterni e gli ideali temporali. Il mio desiderio di eternità e la mia vita presente devono essere in perfetta armonia. Ecco il significato di questo pensiero: Cristo è il mio Re! « Cristo è il mio Re ». Ciò significa non solo che la mia anima desidera incontrare Cristo, ma anche che Cristo desidera la mia anima. Cosa significa che Cristo desidera la mia anima? « Solleva il povero dalla polvere della terra, solleva il povero dal letamaio », dice il Salmista (Salmo CXII,7). Gesù Cristo vuole sollevare la mia povera anima dalla polvere; dalla polvere del peccato, dalle mie passioni. Quanto è terribile un’anima peccatrice… e quanto è bella se Cristo vive in essa! E il Salmista continua: « … per metterlo tra i principi, tra i principi del suo popolo ». Tra le bellezze del popolo celeste? Non vediamo forse nel corso dei secoli come Cristo abbia adempiuto alla sua promessa? Che cosa succede a un’anima che si dona completamente a Cristo? Ecco Pietro e Giovanni, Paolo e San Francesco d’Assisi, Sant’Agostino, Sant’Ignazio, Aloysius Gonzaga, Stanislao, Maria Maddalena, Agnese, Cecilia, Teresa, Emerico, Ladislao, Margherita, Teresa di Lisieux!…

***

Se Cristo è davvero il mio Re, se mi chiamo “Cristiano”, questo nome mi obbliga a vivere, a pensare, a comportarmi in tutto secondo il nome che viene da Cristo. Si racconta del re polacco Boleslao, che portava sempre il ritratto di suo padre sul petto, e prima di intraprendere qualsiasi affare serio guardava il ritratto e diceva: « Padre, per nulla al mondo farei qualcosa di indegno di te ». – « Cristo è il re della mia anima ». Su di essa è incisa a lettere di fuoco l’immagine di Cristo con il Battesimo; il volto di Cristo è inciso su di me. Povero Cristo, su quante anime il tuo volto è coperto di polvere, di fango! Eppure il nome “Cristiano” impone gravi doveri! « Guardate come si amano, sono Cristiani », dicevano i Gentili quando videro i primi seguaci di Cristo. « Guarda, ma questi sono davvero Cristiani? », potrebbero chiedersi coloro che ci circondano vedendo la vita rilassata di molti che si definiscono Cristiani. Se Cristo è veramente il mio Re con il Battesimo, allora non solo la sua immagine è in me, ma Cristo abita in me. Cristo abita in me, la mia vita. Che pensiero ammirevole! Allora devo sempre tenere presente che non posso lasciare il mio Ospite da solo. Come faccio a non lavorare…? Sì, ma il lavoro non deve assorbirmi così tanto da farmi dimenticare Cristo. Non devo fare tante altre cose? Sì, ma non devo dimenticare Cristo. Non potrò divertirmi? Sì, ma anche allora Cristo deve essere con me. Sono sempre al cospetto di Cristo! Ovunque io sia, qualunque cosa io faccia, qualunque cosa io dica, qualunque cosa io dica… sempre! Quale purezza e pulizia di cuore devo vivere se Cristo abita in me! Cristo abita in me, quindi devo essere pulito. I miei pensieri devono essere puri. I miei occhi devono essere puri, la mia lingua deve essere pura! Niente mormorazioni, niente maldicenze, niente calunnie. Tutto ciò che è mio deve essere puro: sono un tabernacolo vivente. Cristo abita in me! Devo essere non solo un tabernacolo, ma anche un ostensorio, per farlo conoscere agli altri. Chi mi vede deve vedere Cristo in me. Chi mi cura deve sentire che Cristo vive in me. Devo essere un altro Cristo per le anime. In realtà, se Cristo abita in me, posso dire come San Paolo: « Io vivo, anzi non sono io che vivo, ma Cristo vive in me » (Gal II, 20). Sono la dimora vivente di Cristo! La conversione del mondo al Cristianesimo fu iniziata da dodici Apostoli. Dodici? Ebbene, il primo giorno non ce n’erano di più. Ma essi sapevano come trasmettere il fuoco dell’amore per Cristo a tutti coloro che incontravano; e i nuovi Cristiani diventavano a loro volta Apostoli e trasmettevano il loro fuoco agli altri, e l’amore di Cristo si diffondeva a macchia d’olio. Si è diffusa – non si scandalizzi il lettore – come una malattia contagiosa. I primi Cristiani sentirono tutti il contagio. I bacilli del Cristianesimo penetrarono e si diffusero. Chi parlava con un Cristiano sentiva il giorno dopo che questa benedetta malattia, questa santa malattia, questo contagio divino, era all’opera anche in lui: sentiva di essere un altro uomo, chiamato a essere un altro Cristo. Cristo è il mio Re: cosa significa? Che devo vivere da Cristiano, che devo diffondere il mio Cristianesimo agli altri; e ovunque mi trovi, con chiunque parli, ovunque e a tutti, devo diffondere l’amore di Cristo. È una malattia? Oh, no! È vera salute, vita divina, vita eterna. Sì, devo essere la colonna di fuoco che guida i miei poveri fratelli che brancolano nel buio; devo condurli al Cuore di Cristo. Non solo con le parole, ma con la mia vita, con il mio esempio.

VIVA CRISTO-RE (9)

NOVENA PER LA FESTA DELLA PURIFICAZIONE (24 Gennaio, 1 Febbraio)

NOVENA PER LA PURIFICAZIONE

(inizia il 24 gennaio, Festa 2 febbraio).

(G. Riva: Manuale di Filotea, XXX ed. Milano, 1888)

Questa festa, celebrata con gran distinzione dai Greci sotto il nome di Hypapanta, cioè incontro di Maria SS. e di Gesù con Simeone ed Anna, fu istituita dal Papa Gelasio nel 492 per opporre la santa processione colle candele perciò benedette alla pagana festa delle Lupercali o purificazioni, che con giuochi e assembramenti scandalosi si celebravano verso la metà di febbraio.

1. Per quella sì eroica obbedienza che Voi esercitaste, o gran Vergine, nell’assoggettarvi alla legge della purificazione, ottenete anche a noi la più esatta obbedienza a tutti i comandi di Dio, della Chiesa e dei nostri maggiori. Ave

II. Per quell’angelica modestia e celestial divozione con cui Voi, o gran Vergine, vi recaste e presentaste nel Tempio, ottenete anche a noi di portarci e stare nel tempio con quell’interno ed esterno raccoglimento che conviene alla casa di Dio. Ave

III. Per quella santa premura che Voi aveste, o Vergine illibatissima, di toglier da Voi col sacro rito della purificazione ogni apparenza di macchia, ottenete a  noi pure una instancabile premura di togliere sempre  da noi ogni ancor più piccola macchia di peccato. Ave

IV. Per quella umiltà profondissima che vi indusse, o Maria, a collocarvi nel tempio tra le donne più volgari, quasi foste una di loro, sebbene la più santa fra tutte le creature, impetrate a noi pure quello spirito di umiltà che ci renda cari a Dio e  meritevoli dei suoi favori. Ave

V. Per quella gran fede che Voi, o Vergine fedelissima, conservaste viva e ferma in Dio vostro Figlio nell’udire dal santo profeta Simeone ch’Egli sarebbe stato per molti occasione di contraddizione e di rovina, ottenete a noi pure una simile vivezza e fermezza di fede in mezzo a qualunque tentazione e contraddizione. Ave…

VI. Per quella invitta rassegnazione con cui ascoltaste gli amarissimi presagi che vi fece, o Maria, l’illuminato Simeone, fate che anche noi in tutti gli avvenimenti anche i più tristissimi siamo sempre perfettamente rassegnati ad ogni divino volere. Ave

VII. Per quell’accesissima carità che vi mosse, o Maria, a fare all’Eterno Padre il gran sacrificio del vostro Figlio per la comune redenzione e salute, impetrate a noi pure la grazia di sacrificar al Signore qualunque cosa eziandio più cara, quando ciò sia necessario alla nostra santificazione e salvezza. Ave.… Gloria

ORAZIONE.

Omnipotens sempiterne Deus, majestatem tuam supplices exoramus: ut sicut unigenitus Filius tuus hodierna die cum nostræ carnis substantia in templo est præsentatus, ita nos facias purificatis tibi mentibus præsentari. Per eumdem Dominum, etc.

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (5)

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (5)

LA GRAN BESTIA SVELATA AI GIOVANI

dal Padre F. MARTINENGO (Prete delle Missioni)

SESTA EDIZIONE – TORINO I88O

Tip. e Libr. SALESIANA

IX.

LA LANTERNA MAGICA

Giovinotto mio, che vai leggendo queste carte. Tu sei nuovo ancora nel cammino della vita; facile a lasciarti abbagliare dalle apparenze, credulo e fidente per semplicità di cuore, uso a vedere il mondo attraverso a certe lenti che tutto il coloriscono in vaga tinta di rose. Ma io, a costo anche di guastarti certi bei sogni d’oro, vo’ farti vedere il mondo qual è. Di’, gio0vinotto mio: ti piacerebbe egli trastullarti un pochino colla lanterna magica? … oh, oh! Vedo che ti rallegri e fai festa … Bene, senti: io ce ne ho una lanterna magica, che fa veder le cose proprio al naturale … vuoi farne la prova? – Volentieri, ma amerei sapere quanto si paga. — Oh niente, amico mio, nient’affatto. Purché mi riesca trastullarti alquanto, e metterti a parte dei frutti di quell’esperienza, che alla tua età non puoi avere, io mi terrò per abbastanza pagato. Su dunque! Qui si da spettacolo gratis et amore. Ecco la lanterna, avvicinati, metti l’occhio alla lente…. Che vedi? – Vedo … vedo …  una stanza quadra, spaziosa, con intorno degli scaffali pieni di carte, e nei quattro angoli, quattro scrittoi. A tre di essi vede seduti dei giovani … tre … quattro … sette. Per un poco scrivono in silenzio; poi uno si alza, getta via la penna, si caccia le mani nella zazzera e: – Maledetto mestiere! … Anche gli altri al suo esempio si levano, chi si stira, chi sbadiglia, chi s’accende un sigaro, chi canta, chi suona il tamburo colle dita sui vetri della finestra … Altri fanno a pallottole di carta … due si mettono a giocare … Ma chi sono costoro?- Un momento. Guarda ancora: che vedi? – Oh! In batter d’occhio tutti a posto. Tutti tranquilli, cogli occhi fissi sulla carta, che menano la penna … Ma che è stato? – Guarda a quella porta … – Ah ecco, sì, da quella porta vedo entrare un uomo … – Basta, hai visto abbastanza, or bada a me. Quei giovan i sono impiegati del Ministero; quell’uomo è il capufficio … Ah ridi, neh? … – Già gli è rispetto del superiore … C’è egli poi un gran male? Anch’io alla scuola, se il maestro volta l’occhio, o per poco s’allontana… – Male, male, figliol mio: tu servi all’occhio, ad oculorum servientes, come dice S. Paolo, servi all’umano rispetto. Se appena manca l’occhio dell’uomo, intralasci il dovere, permetti, mio buon giovane, che tel dica; tu se’ già mezzo schiavo della brutta bestia…. m’intendi?… Tienti dunque a mente un ricordo: col cessar la sorveglianza il dovere non cessa; e se l’occhio dell’uomo talvolta si chiude, sta sempre aperto quello di Dio. Hai capito?… Or bene, torna a guardare … Che vedi? – Una cappella … l’altare parato a festa … candele accese… da unorta laterale esce un vecchio mitrato in sacri paramenti… con gran corteggio … È il Papa, son Cardinali; li conosco alla veste rossa che portano … s’accostano, si schierano davanti all’altare, il Papa si segna, comincia la Messa … — Si, bravo, hai bene riconosciuto i personaggi… Ma ora guarda un poco più in là verso la balaustrata… — Oh quanti signori vestiti in nero! Che serietà! che barboni! Che picchiar di petti, che compunzione! Quando si dice devoto femmineo sesso! Quì son tutti uomini, e donne … neppur una! — Passi la riflessione; ma guarda ancora. – Ecco, il Papa si volta, ha la sacra pisside in mano, mostra l’Ostia Santa, poi va a loro, li comunica ….. – Basta, hai visto; or senti me. Quegli uomini tanto devoti, sono i graziati dal Papa: li ha richiamati dall’esilio, ha aperto le loro carceri, li ha ridonati alla patria e alla famiglia … Ora prendono la comunione dalle sue mani. Passeranno pochi giorni e gli grideranno la morte. – Scellerati, sacrileghi! Chi son costoro? – L’imparerai a suo tempo, fanciullo mio. Ora va avanti, torna a guardare: che vedi? – Una contrada di notte … e c’è un fanale, e alla pallida luce che manda, due figure sinistre, ravvolte in ampi mantelli … Ecco, s’abboccano, si stringono la mano di sotto i mantelli … Uno è un giovanotto pallido di primo pelo, l’altro un barbone con du’ occhi sinistri … ha qualcosa che luccica in mano: pare … no … sì, un pugnale. Lo porge al giovane, il giovane lo brandisce, lo bacia, l’alza al cielo, e squassando la chioma, si dilegua fra l’ombre….. Che vuol dire questo? – Torna a guardare, or ora lo saprai. – Oh, oh! Una sala dorata, un andito a colonne … Ma lì, dietro a una colonna c’è uno, un giovane rannicchiato … Che fa? – Fissalo bene in volto. Nol conosci? – Ah, si, proprio lui: quel giovane  che poco fa riceveva il pugnale da colui …  e di fatto nel pugno stretto luccica la lama … Oh me! Costui macchina un delitto di sangue … – Oh via, non ti spaventare. T’assicuro che sangue non ne vedrai. È un vile costui, che dall’umano rispetto lasciossi trascinare alle società segrete, ora per rispetto umano s’atteggia di Bruto… egli è bruto, sì, ma nel senso comune della parola … Su via! Torna, giovane mio, torna a guardare; vedrai un uomo di alta statura … – Si, sì; oh come è lungo, magro …Ha volto pallido, guardo severo … è vestito alla militare, circondato di militari e d’altri … pare un re … – E poi? – Attraversa il salone, entra in quell’andito delle colonne, proprio là dove s’apposta l’assassino … Oh disgraziato d’un re! … – N on temere, dico, non temere di nulla; torna a guardare. Ebbene? – Il re è passato, e colui fugge, pur stringendo il pugnale … – È rosso forse? – No; anzi e’ par più terso e luccicante di prima. – E non te l’aveva detto, che sangue non ne vedrai. Ah la mia lanterna magica! so ben io quel che c’è dentro!… Pure anche qualche scena di sangue potrei fartela vedere: Ma perché avrei a spaventarti, povero giovane? … – Che spaventarmi, ? non sono così di cuore io. Eppoi, se si tratta di farmi un uomo … lasciatemi vedere, lasciatemi vedere ancora! – E tu vedi ancora. Ebbene? – Un bosco … là sul verde spazzo, sotto quella fila di pioppi, accanto a quel canale, due … Uno è un giovinetto biondo, delicato, che mette appena le prime caluggini. È pare smarrito e come fuor di sé … l’altro un barbuto, con cert’aria beffarda … O me! Traggon le spade, di battono, si battono come demoni … tic tac, tic tac … Ahi! Povero giovinetto … vacilla, cade … l’erba è rossa del suo sangue…- Bata, bast: non guardar pià. La vista delle sue crudeli agonie ti darebbe al cuore troppo tristezza … Odi me, invece … Quel giovinetto è di buona famiglia, ben educato, ha padre, madre, sorelle che l’amano. Nata rissa in un caffè tra lui e quel vil barbuto con cui non avrebbe mai dovuto affiatarsi, fu sfidato a duello … Il giovine sapeva il dover suo, ma il rispetto umano lo costrinse ad accettare. Ora è là cadavere insanguinato, e sua madre a stracciarsi i capelli e urlare da forsennata …- Ma via, cacciamo questi trucipensieri:e a trar qualche frutto da quanto hai veduto fa tuo conto che sta dall’alto al basso, dai grandi ai piccoli, dai popoli ai re, così va il mondo. L’umano rispetto, la viltà sua figliuola, e sua madre la paura, comandano a bacchetta, comandano a tutti. – Ma a me no, a me no in eterno! – Bravo giovinotto! Questa sdegnosa protesta mi piace. Ma bada! L’umano rispetto è tal bestia, che torna facile bravarla lontana … Man mano poi che s’appressa, la ti mostra certi unghioni, che anche i forti talvolta ne hanno paura. Sai che mi fa sovvenire la tua nobile protesta? Mi fa sovvenire s. Pietro, il quale al Salvatore, che prediceva la viltà dei discepoli suoi: – t’abbandonino tutti (protestava), non io t’abbandonerò, pronto, se fia d’uopo, a dar vita per te. – E poco dopo le generose promesse, non solo fuggiva come gli altri, ma per rispetto d’una vile fantesca e di pochi soldatacci, rinnegava tre volte il Maestro. – Gli è perciò che mi permetterete, o cari giovani, di prolungare ancora un poco la mia conversazione con voi, foss’anche a costo di annoiarvi un tantino; e lasciata da parte la lanterna magica, che, a dir vero, mostra certe cose un po’ troppo al naturale, ripigli così alla buona il mio ragionare, sempre nell’intento di aggiungervi forza a combattere e vincere e calpestare co’ vostri piedi la mala bestia che è soggetto dei nostri discorsi.     

X.

CHE COS’È IL MONDO.

Si resiste, si contraddice alla ragione, ma non si resiste, non s’osa contraddire allo scherno. Put troppo è un fatto; è l’indole del secolo nostro che va a ritroso pur gridando: viva il progresso! – Dite all’uomo ragionevole che la coscienza non ha ad essere una schiava, che la fa schiava di chi la sacrifica all’umano rispetto; vi darà tutte le ragioni di questo mondo. Ma la ragione che v’ha data a parole, ve la torrà ai fatti, tostoché l’operare da uomo libero e indipendente l’esponga all’altrui scherno.  Lo scherno!… Ma chi è che vi schernisce? Se l’operar vostro è conforme a ragione, chi vi schernisce non può essere che irragionevole. E irragionevole, sapete che vuol dire? Vuol dire, o bestia o pazzo. E voi averne paura? e voi rispettate le bestie ed i pazzi? E alle bestie e ai pazzi sacrificar la coscienza? … andate là che siete un bell’uomo! uomo di carta … anzi no: bisogna dire di peggio; bisogna dire, uomo di fango. E cosa davvero che fa tremare, veder la virtù andarne timida a capo chino, e cerca gli angoli da nascondersi; e il vizio, il vizio invece avanzarsi a fronte levata e farsi largo e dire; son io; lasciatemi passare. Ma questa vittoria al vizio non bisogna lasciarla, no, non bisogna lasciarla; o almeno, se ha da averla, non deve averla né allegra né intera. – ci bravano e ci burlano perché facciamo il bene, perché obbediamo a Dio, perché la nostra coscienza non la vendiamo a nessuno. Ebbene, noi a più forte ragione, burliamoci di loro. E chi son essi da averne paura? son le teste vuote, sono i cuori corrotti, sono i deboli, i vigliacchi, che ci deridono, perché non vogliamo farci vigliacchi al par loro. Non avendo dalla loro la forza morale, e sola rispettabile, della ragione e della virtù, vorrebbero almeno aver quella materiale del numero, e ci tendono la mano, c’invitano, ci allettano in più guise; poi, quando vedono che non vogliamo andare alle buone, tentano atterrirci, spaventarci alle brusche, a furia di risate e di scherni. E noi?… –  No, disgraziati; questa vittoria non l’avrete. Dileggiateci, scherniteci, a vostra posta … i vostri scherni ci fanno pietà. – Così è, cari giovani e così dev’essere. Io non dico (intendiamoci chiaro) non dico, che l’uomo abbia ad essere insensibile agli scherni dei tristi, ma dice che questi scherni, s’egli è uomo davvero, devono destargli in cuore, non paura, ma una santaindignazione: dico, che quand’uno nel fare il bene, si sente tentato di vergogna, deve subito pensare: chi è che mi condanna? – Suol dirsi, il mondo. A proposito di questa esagerazione dei  paurosi, mi ricordo aver udito n giorno un certo bell’umor di predicatore (era un buon frate francescano) il quale la discorreva, press’a poco, in questa forma: – Voi mi parlate del mondo: il mondo osserva, il mondo critica, il mondo ride. Io invece vi parlerò un poco, se il permettete, della vostra paura; e vi dirò innanzi tutto che la paura ha questo di proprio, che esagera in ogni cosa, fa d’un granello un monte, d’un moscerino un liofante. Volete vederlo ai fatti? Il mondo è un pianeta di 6886 miglia di diametro, sulla cui seperfice vivono mille e più milioni di creature simili a voi, distribuite e sparse tra certi gran paesi detti appunto le parti del mondo; e sono, tutti sanno, l’Asia, l’Africa, l’America, l’Oceania e l’Europa. – Ciò posto vediamo un poco, uditori miei, a che si riduce nel caso nostro codesto mondo, che colle sue risa vi fa tanto paura. L’Asia comprende 753 milioni di abitanti, che non solo non vi deridono, ma non sanno nulla né di voi, né di me, neppure se esistiamo. Dunque da codesto vostro mondo incominceremo a tor via la parte più estesa, che appunto è l’Asia. Passiamo in Africa ora. L’Africa conta, presso a poco, un 192 milioni d’abitanti, e questi di voi o di me ne sanno quanto que’ primi. Leviam dunque via anche l’Africa. Saltiamo in America. È un salto un po’ lungo, neh! Ché tra essa e noi c’è un mare, un mare! … che ci volle tutto l’ardimento e il genio di Colombo a valicarlo pel primo. Oh pensate dunque, se così da lontano gli abitanti di quel paese che si calcolano ad 84 milioni, vogliono darsi pena de’ fatti nostri! e togliam via dunque anche l’America. L’Oceania, un formicaio d’isole perdute là in fondo dell’Oceano Australe, non arriva a due milioni, che si danno tanto pensiero di voi, come voi ne date di loro. Dunque scartiamo anche l’Oceania. Che ci resta ancora del mondo? Ci resta l’Europa, che materialmente è la parte più piccola e comprende 300 milioni di abitanti. – Ecco pertanto il mondo, questo gran pianeta terraqueo, che v’incuteva tanta paura, ridotto ad una piccolissima parte, alla più piccola delle cinque. È dunque l’Europa che vi da fastidio? … E via, parliamo un poco dell’Europa. Fratelli, l’Europa ci guarda! Ci gridavano pochi anni fa gli arruffapopolo: ma il fatto è che l’Europa non ci guardava un cavolo, e chi ha senno se la rideva sottecchi, e diceva: Smargiassate!… Or bene, gli smargiassi sareste voi, se vi deste ad intendere che l’Europa tutta s’interessi de’ fatti vostri. A che lo ridurrete dunque questo mondo benedetto? All’Italia? Ma la è ancor tanto grande l’Italia!… Oh via finiamola! siate di buona fede, non vi lasciate corbellare da monna paura, e… confessatelo: tutto il mondo si riduce per voi alla vostra piccola città, al vostro povero villaggio. E anche nella città vostra o nel vostro villaggio, quali e quanti sono gli schernitori che vi dan noia? Continueremo a procedere per esclusione, che è il vero metodo per ridurre le cose al lor giusto valore, e troncar ali a quella pazza della fantasia. Nel vostro villaggio, o città che sia, dovrete confessare innanzi tutto che la maggior parte non vi conoscono o non si curano di voi. Tra quelli poi che han la fortuna di conoscervi quanti saranno? cinquanta? Cento persone ? incominciate a levar via le donne, i fanciulli; e i vecchi. Il bambino è innocente, la donna è pia per natura; e il vecchio. .. Il vecchio la voglia di ridere l’ha perduta, e se rise un tempo; ora che è a quattro dita dal sepolcro, vorrebbe non aver riso. Ma. quanti sono. Dunque cotesti vostri schernitori?… Un otto, un dieci persone?… Ah ecco dunque il mondo ridotto ad otto o dieci persone. E che persone! Giovinastri, capi scarichi, gente data all’ozio, ai vizi… Oh vedete dunque, uditori miei belli, se non avevo ragione di dirvi, che la paura vi mette le traveggole, che la fantasia vi fa gabbo, che l’umano rispetto è uno spauracchio da bambini!… E tirava giù, tirava giù, che era un piacere a sentirlo. Ma io ve la tronco per far presto, e mi contento d’aggiungere una piccola riflessione. Un poeta antico dice del vero savio che: quand’anche tutto il mondo n’andasse in pezzi, e gli rovinasse sulle spalle ei punto ne piglierebbe paura: si fructus illabatur orbis, impavidum ferient ruinæ; or noi, coll’aiuto diquel buon frate, abbiamo analizzato, diviso, frantumato il mondo, e abbiam visto che di tutte le sue rovine e i suoi frantumi non potrà toccarci tutt’al più che qualche sassolino, anzi pochi granelli di sabbia. O sarem savi noi ad aver paura di sì poca cosa ?…

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (6)

VIVA CRISTO-RE (7)

CRISTO-RE (7)

TOTH TIHAMER:

Gregor. Ed. in Padova, 1954

Imprim. Jannes Jeremich, Ep. Beris

CAPITOLO VIII

COSA SIGNIFICA LA NASCITA DI CRISTO PER IL MONDO?

IL MONDO? – Com’era il mondo prima della venuta di Cristo? L’umanità era in pellegrinaggio sulla terra come i discepoli di Emmaus: come loro, essa camminava stanca e disillusa, senza speranza. Le persone non sapevano per cosa stavano vivendo, non sapevano la cosa più importante: qual è il significato della vita. Un’idolatria sfrenata, un’oscurità spaventosa avvolgeva il popolo. Chi di noi è stato educato alla Religione cristiana fin dall’infanzia non può concepire che i saggi si inchinassero ad una statua di bronzo o ad un idolo di marmo; che i popoli civilizzati adorassero un gatto, una cicogna, un toro o una mucca; che i Romani venerassero gli imperatori. Che stupefacente accumulo di errori! L’umanità, con le proprie forze, non poteva conoscere la via, non poteva conoscere il vero Dio. Dio stesso sarebbe dovuto venire a farsi conoscere da loro. Gli uomini più eccelsi sentivano che mancava qualcosa. Grandi filosofi – Aristotele, Platone – e poeti – Sofocle, Orazio, Virgilio – a volte hanno gridato dal profondo della loro miseria: Vorrei che qualcuno venisse a portarci la salvezza! Il mondo attendeva la venuta di Cristo. La seguente frase è spesso attribuita a Platone: « Non so da dove vengo; non so cosa sono; non so dove vado; tu, Essere sconosciuto, abbi pietà di me ». Lo stesso vale oggi per i popoli che non conoscono Cristo. Al massimo, invocano qualcuno sconosciuto, Colui che è l’origine e la causa di tutto ciò che esiste. Perché l’uomo ha nostalgia di Dio, ha nostalgia di un Salvatore. Isaia lo aveva già predetto secoli prima della venuta di Cristo: « Perché a noi è nato un bambino, a noi è stato dato un figlio”. Egli porterà sulle sue spalle il governo e il suo nome sarà chiamato Meraviglioso, Consigliere, Dio, il Potente, il Padre dell’età futura, il Principe della Pace. La sua sovranità sarà grande e ci sarà una pace senza fine per il trono di Davide e per il suo regno; lo stabilirà e lo sosterrà con diritto e giustizia, da ora e per sempre ». (Is IX: 5-6). Che cosa è diventato il mondo grazie a Cristo? Non spiegheremo ora cosa la scienza, la cultura e le arti umane debbano a Cristo. Solo per quanto riguarda l’arte ci vorrebbero volumi e volumi, un’intera biblioteca, per riassumere l’influenza del Cristianesimo sulla pittura, sulla scultura, sull’architettura, sulla musica. Quello che voglio sottolineare è la grande altezza morale a cui Cristo ha elevato l’uomo. Grazie a Cristo, la vita morale dell’umanità è stata elevata dalle sue fondamenta. Possiamo difficilmente immaginare la corruzione morale con cui gli uomini vivevano prima di Cristo. È vero che non tutto era negativo, che certe virtù venivano coltivate…. Ma che differenza con l’avvento del Cristianesimo. Anche alcune virtù erano poco conosciute o apprezzate prima della venuta di Cristo. Anche alcune virtù erano poco conosciute o apprezzate prima dell’arrivo di Cristo; ad esempio, la purezza, la verginità, la vita familiare: – si pensi a quanto era diffuso il divorzio nell’Impero romano: le donne divorziavano per potersi sposare e si sposavano per poter divorziare; l’apprezzamento della donna – in gran parte dovuto al culto della Vergine Maria; la dignità dei poveri – prima gli schiavi non valevano nulla; il senso della sofferenza – prima regnava una cieca e fatalistica disperazione nelle disgrazie; la stima per il lavoro – prima il lavoro manuale era considerato una punizione. … ecc. Le basi più solide della società civile – le virtù, l’onore, l’integrità morale, il compimento del dovere – non erano promosse dallo Stato, che si limitava a punire i crimini. È soprattutto il Cristianesimo ad averlo fatto. Per questo il Cristianesimo è una delle più grandi forze della civiltà. Per il Cristianesimo l’anima di chiunque – di un bambino povero, di un disabile, di uno zingaro… – vale più di tutto il mondo materiale. E quali meravigliose conseguenze ha questo! Il lavoratore e il datore di lavoro non devono odiarsi a vicenda, perché siamo tutti fratelli e sorelle; né le nazioni devono odiarsi a vicenda. Non esistono persone di minor valore: tutti, compresi i malati, i disabili, i poveri, gli ignoranti… hanno la stessa dignità. Tutto questo significa per il mondo la nascita di Cristo. Egli dà una risposta a tutte le domande ed i problemi che affliggono l’uomo: il senso della vita, la sofferenza, la morte, il problema della felicità, il suo desiderio di vita eterna… Tutta la grandezza spirituale che abbiamo visto negli ultimi duemila anni scaturisce da questa fonte. Cristo si è fatto uno di noi, ha preso la nostra natura, per renderci figli di Dio. Cosa sarebbe il mondo senza Cristo? – Ma è possibile che ci sia ancora chi si considera nemico di Cristo? Sì, purtroppo ci sono. Ma cosa sarebbe l’umanità senza di Lui? Cosa succede al mondo quando si allontana da Cristo? Guardate la vita familiare oggi che la società si è secolarizzata: litigi, divorzi, aborti, contraccezione, resistenza ai piani di Dio. Il bambino non è considerato una “benedizione”, ma una maledizione, un ostacolo . – Volete sapere cosa ne sarà dell’umanità senza Cristo? Guardate il numero di omicidi, suicidi, rapine, rapimenti… che vengono commessi quando non viviamo in Cristo. Che immoralità! Pornografia, tratta delle schiave bianche, balli osceni, ecc. Oroscopi, superstizioni, presagi, spiritismo! – Guardate com’è la gioventù quando manca Dio: droga, violenza, delinquenza, bande, sesso, suicidi. È il mondo senza Cristo! Ma non dobbiamo parlare del mondo che ci circonda, parliamo di noi stessi. Quanto siamo felici quando abbiamo Cristo, quando Egli abita in noi, e quanto siamo infelici quando siamo separati da Cristo dal peccato! Un giorno gli Apostoli pescarono tutta la notte e non presero nulla…. Non presero nulla, perché il Signore non era con loro (cfr. Lc V, 5). È lo stesso per voi. Quando non siete con Cristo, i vostri sforzi sono inutili, non funzionano. Quante volte cadete in tentazione e vi allontanate da Cristo! vi giustificate dicendo che “lo fanno tutti…”. E dopo aver assaporato il piacere proibito, provate disgusto e noia. Guardate la tristezza che riempie la vostra anima! – MAvete rubato: mantenete la calma? Avete calpestato l’onore degli altri: siete tranquilli? Siete caduto nell’impurità: siete tranquillo? Se vi allontanate da Dio, come potete resistere quando la disgrazia si abbatte su di voi? Quando si perdono i genitori, quando si perde la persona più amata, quando ci si sente soli… come si può vivere se Cristo non è con noi? Quando siete sedotti dal peccato, dalla tentazione…, come potete perseverare nel fare il bene se Cristo non è al vostro fianco? Rallegriamoci che Cristo sia venuto nel mondo. Rallegriamoci che Gesù Cristo voglia abitare nella mia anima. Non serve a nulla che Gesù Cristo sia nato a Betlemme, se non abita nella vostra anima. – Il famoso scrittore italiano PAPINI è stato per molti anni un anarchico, un ateo, un convinto oppositore del Cattolicesimo. Un giorno incontrò Cristo e si convertì. Poco dopo si ritirò per quindici mesi e lì, in solitudine, scrisse il suo bellissimo libro La storia di Cristo. La parte del libro in cui descrive la terribile immoralità della vita attuale è impressionante. L’autore lo sapeva bene. Odio ovunque, furto, egoismo, immoralità, violenza! E alla fine del suo libro, questo ex anarchico, questo ex ateo, rivolge a Gesù Cristo una preghiera che potremmo riassumere così: Signore, se Tu fossi un Dio giusto, non ci ascolteresti, per tutto il male che noi uomini abbiamo commesso contro di Te. Quanti Giuda ti hanno tradito e venduto nel corso della storia … milioni di volte! Quanti uomini hanno gridato come i Farisei per duemila anni: Non vogliamo Cristo! Quante volte, per denaro, per una posizione che volevano raggiungere, ti hanno flagellato fino allo spargimento di sangue! Quante volte ti abbiamo crocifisso con i nostri desideri, con i nostri pensieri, con le nostre azioni! Quante, ma quante volte, o Dio misericordioso! Abbiamo bandito Cristo dalla nostra vita perché era troppo puro per noi, gli abbiamo voltato le spalle perché era troppo santo per noi! Lo abbiamo crocifisso, lo abbiamo condannato, perché la sua giustizia condannava la nostra vita peccaminosa! E ora? Ora, quando abbiamo già raggiunto un tale stato di corruzione, ci rendiamo conto di quanto ci manchi. Desideriamo la verità e la rettitudine. Cristo, il nostro unico male è questo: che ti abbiamo abbandonato. Abbiamo tanto bisogno di te! Abbiamo fame e sete di felicità. Siamo malati nell’anima. Siamo disorientati, non sappiamo quale sia la strada. Non sappiamo dove sia la verità. Viviamo senza pace, in una guerra perpetua. Signore, tu sei il nostro Pane. Tu sei l’acqua che sgorga per la vita eterna. Tu sei la via. Tu sei la Vita. Tu sei la nostra pace. Come ti cerca la nostra anima! Vieni, Signore, Gesù! Vieni, Cristo, Re del mondo!

VIVA CRISTO-RE (8)