LA GRAZIA E LA GLORIA (18)

LA GRAZIA E LA GLORIA (18)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

I.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

TOMO PRIMO

LIBRO IV .

L’ABITAZIONE SINGOLARE DI DIO NELL’ANIMA DEI SUOI FIGLI ADOTTIVI. IL FATTO E LA NATURA DI QUESTA ABITAZIONE.

CAPITOLO II

La realtà dell’inabitazione soprannaturale di Dio nei suoi figli adottivi. Le loro anime, santuari della Trinità.

I.- Quando apro le nostre sante Scritture, incontro in ogni momento espressioni e formule che sembrano contraddire tutto ciò che abbiamo appena affermato sull’esistenza universale di Dio nelle creature e delle creature in Dio. Dio non è in tutto.: « Ecco, – Egli dice – io sono alla porta e busso » (Apoc. III, 20). Se è alla porta, se bussa per farsi aprire, allora non è ancora entrato. Dio si allontana dai peccatori che Lo disprezzano; non può tollerare la loro presenza (Sal. VI, 6); e quando essi hanno perseverato fino alla fine nella loro ribellione, li scaccia per sempre dalla Sua presenza (Matth., XXV, 41). Come potrebbe essere in loro? Dall’altra parte, vediamo Dio che ritorna alle anime, si avvicina a loro, entra in loro. Quindi non era in loro con la Sua essenza. Egli è con la sua potenza e la sua presenza in coloro dai quali ha ritirato la mano, e contro i quali dirige questa terribile apostrofe: Non vi conosco, non novi vos? – Tutto non è in Dio. « Poiché siete tiepidi e non siete né freddi né caldi, comincerò a vomitarvi dalla mia bocca » (Apoc. III, 13). È Gesù Cristo, il primogenito del Padre, che fa questa minaccia all’Angelo, cioè al Vescovo di Laodicea, per mezzo di San Giovanni. Vorremmo dire che sarebbe in Dio, questo Vescovo intiepidito, se la minaccia fosse messa in opera? Diremmo anche che sono in Dio i maledetti contro i quali il Signore emetterà l’anatema finale: Partite via da me; andate nel fuoco eterno? Preghiamo Sant’Agostino di mostrarci l’accordo tra testi così apparentemente contrari. Egli lo fa in una delle sue più belle lettere, dove questo tema è saggiamente sviluppato. « Ciò che è ammirevole – scrive questo illustre dottore – è che Dio, che è ovunque e interamente in ciascuno degli esseri, non abita in tutti. A tutti, infatti, non si possono applicare le parole dell’Apostolo: Non sapete che siete templi di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi ? (1Cor. III, 16) Perciò ci sono altri di cui è scritto: “Chiunque non abbia lo Spirito di Cristo Gesù, non gli appartiene” (Rom. VIII, 9). – Ora non credo che si possa credere, a meno che non si ignori completamente l’unità inseparabile della Trinità, che il Padre e il Figlio dimorino in colui in cui non risiede lo Spirito Santo, o che quest’ultimo sia posseduto da chi non abbia né il Padre né il Figlio. « Bisogna dunque confessare: se Dio è ovunque per la presenza della sua divinità, non è ovunque con la grazia della inabitazione. È a causa di questa inabitazione, in cui ci viene rivelata l’infinita liberalità dell’amore divino, che invece di dire: “Padre nostro che sei dappertutto”, il che sarebbe verissimo, diciamo: “Padre nostro che sei nei cieli”, facendo così memoria, nella nostra preghiera, del tempio di Dio, quel tempio che dobbiamo essere noi stessi se vogliamo entrare nella famiglia dei figli adottivi. – E non solo Colui che è ovunque non abita in tutti, ma non abita nemmeno in coloro in cui fa dimora. Cum igitur qui ubique est, non in omnibus habitet, in quibus habitat, non æqualiter habitat. Da cosa proviene in effetti, che tra i Santi vi sono alcuni che lo siano più di altri, se non perché Dio fa la sua dimora più perfettamente in essi? Unde in omnibus Sanctis sunt alii aliis perfectiores, nisi abundantins habendo habitatorem Deum?” – Trascriviamo un’altra parte di questo notevole passaggio. « Com’è che allora – si chiede lo stesso Padre – Dio è ovunque interamente, se è più in alcuni e meno in altri? Non dimentichiamo – egli risponde – che ovunque Dio è intero in se stesso… Quindi, non è solo all’universalità delle creature, ma anche a ciascuna delle loro parti, che Egli è allo stesso tempo presente così com’è, cioè intero. Sono lontani da Lui coloro che con il loro peccato sono diventati dissimili da Lui; e gli si avvicinano coloro che con una vita pia si rivestono della sua somiglianza. « Così si dice che gli occhi sono tanto più lontani dalla luce, quanto più completamente hanno perso la facoltà di vedere. Infatti, cosa c’è di più lontano dalla luce che la cecità, anche se questa luce inonda gli occhi spenti? E gli stessi occhi si avvicinano alla luce, nella misura in cui, recuperando la loro nativa vivacità, ne ricevono anche l’influenza vivificante… Così, come Dio non è assente da colui in cui non abita ancora, poiché è in lui tutto intero, benché non da lui posseduto; così Egli è interamente presente in coloro in cui abita, anche se, secondo la differenza di capacità, vi è ricevuto più o meno imperfettamente… « Dio, dunque, che è presente ovunque e dappertutto tutto interamente, non abita in tutti, ma solo in coloro che Egli fa diventare il suo tempio beato, strappandoli al potere delle tenebre e trasferendoli nel regno del Figlio del suo amore: il che comincia dalla rigenerazione… Ora, quando pensate alla inabitazione di Dio, pensate all’unità, pensate all’assemblea dei Santi, specialmente quella che è in cielo; perché è in cielo principalmente che Egli abita, poiché è in cielo che risponde alla sua volontà la perfetta obbedienza di coloro in cui Egli abita. Ma sulla terra stessa, Egli ha la sua dimora, che costruisce nel tempo, per farne una piena dedica alla fine dei secoli. » – S. Aug. 187 ad Dardanum, n. 41).

2. – Comincio a capire ora che Dio possa essere e non essere nello stesso uomo allo stesso tempo; allontanandosi da lui quando vi resta, e venendovi quando già vi era: perché c’è sia la presenza comune, sia quella singolare in virtù della quale Egli abita in un’anima, come nella sua propria dimora e nel Cielo, come in un tempio a Lui consacrato. – Alberto Magno, in uno dei testi che ho citato alla fine del capitolo precedente, si chiede se si possa assolutamente e senza spiegazioni dire di Dio che è nel demonio. No, risponde, perché la parola “demone” indica la malizia diabolica che non è opera di Dio. « Ma anche se si concedesse che Egli è in colui che la sua malizia ha reso un demone (che conserva in sé la natura e i beni della natura), non si deve assolutamente concedere che lo Spirito Santo sia in lui, poiché lo Spirito Santo è Dio. Infatti lo Spirito Santo, in quanto Spirito Santo, è presente con le sue ispirazioni e la santificazione; e, in questo modo, non è né nel diavolo né nel perverso. » Inoltre, inabitazione dice più della semplice presenza: poiché contiene nel suo concetto la comunità degli affetti e della famiglia: tanto che per essere “l’inabitazione di Dio” bisogna essere della famiglia di Dio, figlio di Dio (Alb. M., t. XVII, Tr. XVIII, q. 7). Questo è il pensiero di Sant’Agostino in una forma meno elegante e più didascalica. – Ora, gli stessi testi ci mostrano anche in che senso la Scrittura, da un lato, sembri negare che Dio sia nel peccatore per potenza e presenza, e, dall’altro, afferma che gli occhi del Signore siano sui giusti (Sal. XXXIII, 16), e che la sua mano li protegga, lo sostenga e li trasporti (Sal. XC, 14-16).  Ciò che si intende con queste ed altre simili espressioni non è l’abbandono dei peccatori, ma la singolare indulgenza del cuore di Dio per i suoi figli. E questa presenza di scelta è di natura tale che Dio non dimora in noi senza che noi dimoriamo in Dio. L’apostolo S. Giovanni, il discepolo dell’amore, non si stanca di ripeterlo: « Miei amati… Se ci amiamo gli uni gli altri, Dio abita in noi e la carità in noi è perfetta. Questo è ciò che ci fa conoscere che noi rimaniamo in Lui ed Egli in noi, è che Egli ci ha resi partecipi del suo Spirito ….. Dio è amore, e chi rimane nell’amore rimane in Dio, e Dio rimane in lui. » (I Giov. IV, 12-16). Ciò che scriveva ai suoi fratelli, egli lo aveva appreso dalla bocca del Maestro stesso, in quel momento supremo in cui, vicino all’immolarsi, stava svelando ai suoi Apostoli, come ai suoi più intimi amici, i segreti fino ad allora nascosti nel suo cuore. Era dopo l’ultima cena, e Gesù diceva: « Chi mi ama osserverà la mia dottrina e sarà amato dal Padre mio, e Noi verremo a lui e faremo la nostra dimora in lui » (Gv. XIV, 23). Tre versetti prima avevamo già letto nello stesso Vangelo: « In quel giorno, quando il mondo non mi vedrà più, saprete che Io sono nel Padre mio, e voi siete in me, e Io in voi » (Gv. XIV, 24); notiamo di passaggio che questa inabitazione reciproca è qui il privilegio dell’amor di Dio e da questo, dell’amore del prossimo. Perché stupirsi di questo, visto che questi due amori si chiamano l’un l’altro, e nella loro sostanza sono tutt’uno? Infatti l’Apostolo scrive: « Se uno dice: “Io amo Dio” e poi odia suo fratello, è un mendace (I Joa. VI. 20). E la carità stessa non sta senza la grazia che ci rende figli di Dio, secondo questa bella formula di San Tommaso: « La carità è una virtù dell’uomo, non in quanto egli sia uomo, ma in quanto, per la partecipazione della grazia, sia diventato dio » (« Charitas non est virtus hominis ut est homo, sed in quantum per participationem gratiæ fit deus ». – Q. un., de Charit. à. 2, ad 3). Nostro Signore aveva detto ancora, parlando dell’Eucaristia che avrebbe istituito più tardi: « Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e Io in lui. » (Giov. VI, 57). Nei testi riportati finora, solo il Padre e il Figlio sono nominati esplicitamente. Ma non crediamo che lo Spirito Santo possa essere assente dalle anime dove il Padre e il suo Verbo hanno stabilito il loro Santuario. In assenza di autorità esplicite, la natura stessa di Dio ce lo proibirebbe; questa natura è così identica nelle tre Persone che Esse sono inseparabili, e che l’una è essenziale nell’altra. Inoltre, è un principio universalmente accettato dai Padri, che tutto sia comune nella Trinità, tranne, però, ciò che rende il carattere proprio di ogni persona. Ecco perché S. Paolo, dicendo del Padre che solo Lui è immortale, non esclude dall’immortalità divina né il Figlio né lo Spirito Santo, perché l’immortalità non spetta al Padre in virtù della sua proprietà personale, perché è il Padre, ma in virtù della sua natura in quanto è Dio. Poiché, dunque, la grazia ci rende templi di Dio, dire che il Padre o il Figlio è in noi è affermare equivalentemente che tutta l’adorabile Santa Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, risieda nelle nostre anime. Questo è ciò che San Giovanni Crisostomo rimarcava riguardo alle parole di San Paolo nella Lettera ai Romani: « Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, questi non è in Lui. Ma se Cristo è in voi, benché il corpo sia morto a causa del peccato, lo spirito è vivo a causa della giustificazione » (Rom. VIII, 9-10). « Ciò che Egli diceva – continua il dottissimo interprete – non è che volesse dare il nome di Cristo allo Spirito Santo, ma mostrare che chi possiede lo Spirito Santo, possiede il Cristo stesso. Infatti, è impossibile che lo Spirito Santo sia presente senza che Cristo sia presente con Lui: perché dove c’è una Persona della Trinità, c’è tutta intera la Trinità » (S. J. Chrysost., hom. 13 in h. I. P. Gr., t. 80, p. 518, sq.). Del resto, le testimonianze che ci parlano in termini formali dell’inabitazione dello Spirito Santo nel cuore dei giusti, si trovano in molti luoghi della Scrittura; talmente chiare e così frequentemente sono ripetute che, a giudizio di teologi molto gravi, lo Spirito Santo sembra avere, in questa comunità di presenza, qualcosa di personale e proprio a Lui solo. Più tardi esamineremo cosa si debba pensare di questa opinione; ricordiamo qui solo alcuni dei testi scritturali sui quali si è ritenuto possibile sostenerla. Secondo l’insegnamento di San Paolo, lo Spirito Santo abita in noi come dispensatore della carità (Rom. V, 5); Egli abita in noi, per farci conservare il buon deposito (II Tim. I, 14); abita nelle nostre membra come nel suo tempio e nel suo dominio assoluto (I Cor. VI, 19); Egli abita in noi come in un santuario sacro che non possa essere violato senza esporci a tutta l’ira divina (I Cor. III, 16, 17); Egli abita nel tempio, pegno e deposito della gloria che ci è promessa (II Cor, I, 22; V, 5); … abita in noi come principio della nostra futura risurrezione (Rom. VIII, 11). Infine, il che ci riporta all’idea fondamentale di tutte queste verità e di tutto questo lavoro: Dio, poiché siamo suoi figli, lo manda nei nostri cuori come Spirito di adozione nel quale gridiamo: Padre, Padre; come lo Spirito di suo Figlio che testimonia al nostro spirito che siamo figli di Dio; come il principio che ci fa vivere, agire e pregare in modo conforme all’eccellenza della nostra nuova dignità (Gal., IV, 6 – Rom. VIII, 9, 12, 14-16). – Questo è un privilegio meraviglioso, una grazia ineguagliabile che il Salvatore ha promesso agli Apostoli sgomenti alla vigilia della sua Passione. « Se mi amate – diceva loro – osservate i miei comandamenti, e Io pregherò il Padre mio, ed Egli vi darà un altro Paraclito, perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità, che il mondo non può ricevere, perché non lo vede né lo conosce. Ma voi lo conoscerete, perché Egli abiterà con voi e sarà in voi »  (Gv. XIV, 15-18). – XV, 26 ecc.) – Su questo Sant’Agostino si pone una domanda, che è utile trascrivere insieme alla risposta, perché completa la dottrina della sua lettera a Dardano. Ecco l’obiezione che solleva: « Come può il Signore dire: “Se mi amate, osservate i miei comandamenti, e Io pregherò il Padre mio, ed Egli vi darà l’altro Paraclito”, visto che parla dello Spirito Santo, che bisogna avere per amare Dio e osservare perfettamente la sua legge? … I discepoli già amavano. Se essi amavano, non era questo nello Spirito Santo? Eppure, comanda loro in primo luogo di amarlo e di osservare i suoi Comandamenti per ricevere lo Spirito Santo: quello Spirito senza il cui possesso sia l’amore che la perfetta osservanza dei Comandamenti sarebbero per essi impossibili. Comprendiamo, risponde, che questi possiede lo Spirito Santo: colui che ama, e che, possedendolo, merita di averlo ancora maggiormente, e che, possedendolo di più, ama ancora più perfettamente. Così i discepoli avevano lo Spirito che il Signore prometteva loro; ma non lo avevano come Lui lo prometteva. Essi lo avevano di meno, e doveva essere dato loro di più. Essi l’avevano avuto in segreto e stavano per riceverlo in pieno giorno, perché questo stesso aggiungeva alla grandezza del dono, che essi conoscessero manifestamente ciò che era stato dato loro » (S. Aug. Tract, 74 in Joan, n. 1-2).

3. – Se mai i santi Padri hanno scritto pagine magnifiche, è nel celebrare questa dimora intima e permanente del nostro grande Dio nelle anime dei suoi figli adottivi. Un intero volume sarebbe troppo poco per esaurire il soggetto. « Cos’è, in verità, l’anima dei santi, chiede San Cirillo di Alessandria? Un vaso pieno di Spirito Santo » (« A veritate quis non aberravit, si vas dicat esse Spiritus Sancti sanctorum animam ». – In Luc. C. XXII, P. Gr., t. 72, p. 904, 905) « Pieno di carità, pieno di Dio », dice a sua volta S. Agostino (« Qui plenus est caritate, plenus est Deo. » Enarr. in palm. 98, n, 1). – Questa verità è costantemente ricorrente per consolare i poveri ed abbassare l’orgoglio dei ricchi. « Ascoltate l’Apostolo che vi dice: Dio è amore; chi ha amore, Dio abita in lui ed egli in Dio. Dunque, se hai la carità, hai Dio. Cosa può avere il ricco, se non ha Dio? E il povero, cosa gli manca, se ha la carità? Immaginate forse che sia ricco colui il cui petto è pieno d’oro, e che non sia ricco colui la cui coscienza è piena di Dio? No, fratelli miei, non è così: colui nel quale Dio si degna di abitare è il vero ricco » (August., sermone, 44 di Temp.; paragrafo 112 di Verbis Apost., n. 1, 2). – La stessa verità si ritrova nelle controversie dei nostri più grandi Dottori e nei loro insegnamenti dottrinali. È un principio indiscutibile per loro vendicare la divinità dello Spirito Santo, attaccata dai discepoli di Macedonio: « Che questi insensati ci dicano come siamo i templi di Dio, per il fatto stesso che abbiamo lo Spirito Santo, se lo Spirito non fosse Dio per natura? Se Egli è una pura opera di Dio, come lo siamo noi, perché Dio vuole distruggerci come profanatori del tempio di Dio, quando contaminiamo il corpo in cui lo Spirito fa la sua dimora? ». (S. Cirillo Alex, in Joan 1, 3, P. Gr. 73, p. 157). È anche per essa, che danno la ragione della nostra filiazione adottiva. « Se non avessimo lo Spirito in noi, non saremmo in alcun modo figli di Dio. Come abbiamo dunque ricevuto il beneficio dell’adozione, come siamo partecipi della natura divina, se Dio non abita in noi, se non siamo strettamente uniti a Lui dalla comunione del suo Spirito? Ora, certamente, noi partecipiamo alla Sostanza che supera ogni sostanza, e siamo i templi di Dio » (S. Cirillo, Aless. P. Gr., vol. 74, p. 545).

4. Pienamente impregnati da questi nobili pensieri, che avevano ricevuto dagli Apostoli e dagli uomini apostolici del Signore, loro padri nella fede, i primi Cristiani li proclamavano a gran voce di fronte ai loro giudici e carnefici. Erano la loro forza davanti ai tribunali, la loro consolazione nella tortura. « Chi sei tu, demone malvagio – domandava Traiano al grande martire di Gesù Cristo, Ignazio di Antiochia – per osar trasgredire le mie leggi in questo modo ed incitare altri a farlo, fino alla loro stessa perdita? Ignazio rispose: Che nessuno chiami Teoforo demone malvagio. I demoni fuggono dai servi di Dio… Con Cristo, Re del cielo, sfido le loro insidie. Traiano disse: Chi è questo Teoforo? Chi porta Cristo nel suo cuore, rispose Ignazio… Traiano disse: Stai parlando di colui che fu crocifisso sotto Ponzio Pilato? Ignazio rispose: Sì, parlo di Colui che ha inchiodato il peccato alla croce con il suo autore, e ha messo ogni malizia demoniaca sotto i piedi di coloro che ce l’hanno nel loro petto. Traiano disse: Allora tu porti in te il crocifisso? Ignazio disse: Sì, senza dubbio; perché sta scritto: abiterò in essi, in loro farò la mia dimora (II Cor. VI, 16). Traiano dettò la sentenza: Ordiniamo che Ignazio, che si vanta di portare Cristo in sé, sia condotto in catene dai soldati nella grande Roma, per diventare il pasto delle bestie e il divertimento del popolo » (Ruinard, Acta Martyr. Sincera Veronæ, 1731, p. 14). S. Ignazio era uno dei Padri Apostolici. È la stessa fede nel cuore e sulle labbra dei fedeli più semplici. Al presidente Massimo, che lo minaccia delle più orribili torture se non abbandona il culto di Cristo, Andronico risponde con queste orgogliose parole: « Stupido spregiatore di Dio, tu sei pieno di pensieri di satana. Tu vedi il mio corpo, il cui fuoco non ha che fatto solo una ferita, e immagini che io tremi davanti alle tue minacce… Ma io ho Cristo in me, ed è per questo che ti disprezzo » (Ruinard, Acta… 3° Andron. Confessio, p. 389, 390). « Né le tue carezze potranno indebolirmi, né le tue minacce potranno trattenermi – rispose Felicita, conducendo i suoi sette figli al martirio: … perché io porto in me lo Spirito Santo che non permetterà al demonio di sconfiggermi. Ed è questo che mi rende fermo davanti a te » (Ruinard, Acta … p. 22). Chi non conosce il toccante episodio della passione di Santa Lucia (13 dic. in festo S. Luciæ, lez. 5 e 6)? Irritato dall’audacia delle sue risposte, il tiranno minacciò di farla tacere flagellandola: « Le parole non possono mancare ai Servi di Gesù Cristo – rispose subito la Vergine – perché il Maestro ha promesso che quando saranno davanti ai giudici, il suo Spirito parlerà attraverso la loro bocca. Lo Spirito Santo è allora in te? Coloro che vivono in castità e pietà sono il tempio dello Spirito Santo. » A questa risposta, il giudice, troppo cieco per coglierne l’alto significato, ma tuttavia comprendendo che la vergine parlava di un ospite puro e santo, minacciò di consegnarla agli ultimi oltraggi, affinché questo Spirito non abitasse più in lei. La leggenda del Breviario, che racconta la storia, ci dice anche con quale miracolo Dio preservò l’onore della sua casta serva. Dopo tante e così manifeste testimonianze, sarebbe imperdonabilmente avventato pretendere che il dono della grazia sia interamente nella realtà creata che chiamiamo grazia santificante, e mettere la singolare dimora di Dio nelle anime nella categoria delle pie metafore.

5. – Mi appello a tutti i grandi teologi senza escluderne uno (S. Bonav. In II. D. 36. Q. 2). Ecco cosa scrive Suarez, generalmente così equilibrato nei suoi giudizi circa l’ortodossia delle dottrine, su questo argomento. « Quando Dio versa nell’anima i doni della grazia santificante, non sono solo i doni, ma le stesse Persone divine che entrano nell’anima e cominciano a dimorarvi: e quindi lo Spirito Santo è inviato invisibilmente attraverso il mezzo di questi doni. Questo è l’insegnamento dei Dottori Scolastici; e questa dottrina è così indubitabile per loro, che San Tommaso chiama giustamente come un errore il sentimento opposto. Così pensa Alessandro di Hales: così fanno gli altri teologi, seguendo in questo il comune sentire dei Padri (Suarez, de Trinit., l. XII, c. 5, n. 8). – Non saprei dire quali furono i contraddittori che la Scuola antica confutò su questo punto, tanto i loro nomi sono rimasti sconosciuti. Quello che so meglio, è che gli scismatici Greci, per sfuggire agli argomenti con cui gli ortodossi dimostravano che lo Spirito Santo procede dal Figlio oltre che dal Padre, aveva proposto qualcosa di simile. Si diceva loro: Non vedete chiaramente dalle Scritture che il Figlio invia, che dà lo Spirito Santo? Ma non lo manderebbe né lo darebbe, se lo Spirito Santo non venisse da Lui. Incalzati da questa prova invincibile, risposero che per Spirito non si intende lo Spirito stesso, ma le grazie e i doni che Egli riversa nelle anime. Al che i loro avversari hanno risposto senza difficoltà che una soluzione di questo tipo è manifestamente illusoria. Perché è così? Perché Gesù Cristo non ha detto: Ricevete i doni del mio Spirito e Io vi manderò la sua grazia, ma ha detto: … ricevete lo Spirito Santo. Io vi manderò il Paraclito, lo Spirito stesso di verità. È vero che Esso non viene senza la carità, ma questa stessa carità ci viene espressamente indicata come un beneficio distinto dal dono dello Spirito Santo, dal quale proviene come effetto della sua causa. Infatti, dice espressamente l’Apostolo, la carità di Dio è stata riversata nei nostri cuori dallo Spirito Santo che ci è stato dato (Petav. De Trinit., L. VIII, c. 5, n. 18-20). – Quanto è ammirevole la dignità del Cristiano fedele! Quello che è un santuario con il suo tabernacolo in mezzo alle dimore volgari, è tra gli altri uomini. Non chiamatelo un uomo terreno, un corpo di fango. È molto meglio di così, poiché egli è veramente Teoforo, cioè portatore di Dio, come amavano chiamarsi i Cristiani delle prime età (Mamachi. Orig. Du Christ, t. 1, L. I, § 8, p. 64); oppure Spirito-Portatore (πνευμοφόρος [= pneumotoforos], Spiritifer) secondo l’espressione forte di S. Atanasio, di S. Ireneo, di S. Cirillo d’Alessandria, di S. Girolamo ed altri ancora (Tutti questi testi si possono leggere in: Mamachi, nelle Origini cristiane, nel luogo citato nella nota. Sant’Ignazio di Antiochia ha riunito tutti questi nomi in due righe: « Siate dunque tutti compagni di viaggio nella carità, Teoforo, Naoforo, Cristoforo, Agioforo (portatore di Spirito Santo). » – Ep. ad Ephesians n. 9, P. Gr. t. 5, p. 652). Ma a questa grandezza quale santità non deve risuonare nelle nostre anime! Templi viventi di Dio, rispettiamo noi stessi e i nostri fratelli. Non vorremmo contaminare vasi consacrati dal Sangue di Cristo, o distruggere un tabernacolo dove Dio abita; e potremmo profanare vasi pieni di Spirito Santo, e, cacciando Dio dalle nostre anime, privarli così dell’onore di essere il loro Santuario? Cos’è un tempio di Dio se non un luogo specialmente destinato all’adorazione, alla preghiera e al sacrificio? Non dimentichiamo mai che siamo una razza eletta, un sacerdozio regale, una nazione santa, e non lasciamo che resti senza ostie, senza omaggi, senza il profumo delle nostre preghiere, contristando lo Spirito Santo, « quel dolce ospite delle nostre anime » (Dulcis hospes animæ: Inno Veni Creator). Diciamo, più ancora con la nostra vita che con le nostre parole, ciò che il salmista cantò una volta di un tempio meno prezioso del nostro: O Signore, ho amato la bellezza della tua casa e il luogo dove abita la tua gloria (Sal. XXV, 8). – Ahimè, quanti ce ne sono, anche tra i Cristiani che, vivendo in grazia, hanno l’inestimabile felicità di portare Dio nelle loro anime; quanti ce ne sono a cui potremmo applicare le parole di Giovanni Battista: « C’è uno in mezzo a voi (nel centro stesso del vostro essere), che voi non conoscete » (Joan. I, 26); o, almeno, che vi sembra di conoscere troppo poco. Che forza, che consolazione, che generosità darebbe questo pensiero, se ci fosse familiare. Nostro Signore è con me; il mio Signore è in me, padre, amico, protettore, testimone, sempre vigile, santo, sempre fedele!

IL SACRO CUORE DI GESÙ (58)

IL SACRO CUORE IL SACRO (58)

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ-

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE TERZA.

Sviluppo storico della divozione.

CAPITOLO SESTO

MARGHERITA MARIA E I SUOI PRIMI COLLABORATORI

II. – I PRINCIPII DELLA NUOVA DIVOZIONE

(1675-1690)

In Margherita Maria vi è la veggente, e la devota, l’evangelista e l’apostolo del sacro Cuore. Ma queste tre cose non sono distinte in lei. Essa è tutta completamente per la sua missione; le sue visioni hanno per fine principale il suo apostolato; la sua divozione è la fiamma intima che brucia internamente e ha bisogno di espandersi al di fuori. Nostro Signore l’aveva preparata con tanta cura e le aveva fatto tante grazie, come glielo diceva Lui stesso, per essere l’apostolo del sacro Cuore. Abbiamo visto nella prima parte di questo volume come Egli si rivelò a lei e costituì Lui stesso la divozione come la voleva, con il suo oggetto, le sue pratiche, il suo spirito; come la scelse per essere strumento dei suoi disegni e l’indirizzò al Padre de la Colombière di cui voleva servirsi per aiutarla; quali promesse le fece per se stessa, per gli apostoli della divozione, per tutti coloro che l’accetterebbero volentieri; come volle infonderle, per dir così, la pienezza di questa divozione; come volle avere in lei l’anima completamente dedicata al suo amore e darcela per modello mirabile della vera divozione al suo sacro Cuore, gli storici della sua vita lo dicono. – Com’ella lavorò a diffondere la divozione che aveva ricevuto la missione di propagare, la sua attività apostolica e quella dei suoi primi collaboratori; i principî e i progressi della divozione durante i quindici anni ch’ella visse dopo le confidenze fatte al P. de la Colombière fino alla sua morte, lo dobbiamo dire qui, nella misura necessaria per stabilire lo sviluppo storico della divozione. – Fino alla grande apparizione del 1675 la divozione per così dire, non esisteva che nell’animo di Margherita. La sua superiora sapeva qualcosa delle sue relazioni intime con nostro Signore; ma temeva, e i consigli dei saggi che avevano esaminate le cose non erano certo tali da rassicurarla. Dopo le parole così chiare di nostro Signore bisognò infine rassegnarsi, come dice la santa. Questa volta la confidenza fu completa. Il P. de la Colombière fu guadagnato alla divozione. Non si contentò di rassicurare Margherita Maria e la sua superiora, la Madre di Saumaise. Senza por tempo in mezzo, si consacrò lui stesso al sacro Cuore. Ci dicono che fu il venerdì, 21 giugno 1675, giorno che seguiva l’ottava del SS. Sacramento; il giorno medesimo designato da nostro Signore per la festa del suo Cuore.  – Così cominciò la divozione; come modestamente! E le difficoltà sorsero subito. Dovette svilupparsi fra le contraddizioni. Margherita Maria è la prima a dire che il P. de la Colombière ebbe a soffrire moltissimo, per causa sua. Les contemporaines aggiungono che, nel breve tempo ch’egli rimase a Paray, « non cessò mai d’inspirare questa divozione a tutte le sue figlie spirituali ». Verso la fine del settembre 1676, il P. de la Colombière lasciò Paray; era stato nominato predicatore della duchessa di York, futura regina d’Inghilterra. Il 13 ottobre egli arriva a Londra, dove lo chiamava il suo nuovo ufficio. Vi fece conoscere e amare il sacro Cuore; prima dalla Duchessa stessa, che noi vedremo intervenire presso Innocenzo XII, per lo stabilimento della nuova divozione: poi dalle anime elette che si misero sotto la sua direzione. Ne parlò anche in alcune delle sue prediche di quaresima. E non è tutto; nota lui stesso, alla fine del suo ritiro di Londra, 29 gennaio (8 febbraio) 1077, che egli l’ha inspirata a molte persone in Inghilterra e ne ha scritto in Francia ed ha pregato uno dei suoi amici di farla conoscere nel luogo dove egli si trova. Bandito dall’Inghilterra, e già malato, andando a Lione, passa da Paray; vi rivede Margherita Maria, la rassicura, la incoraggia, rassicura anche la Madre Greyfié che era succeduta alla Madre di Saumaise. Egli continuò questo apostolato, con discrezione, come faceva in tutte le cose, ma in maniera molto persuasiva. Una delle sue lettere ha per soprascritta: « Mia cara sorella nel cuor di Gesù Cristo ». Talvolta termina con una formula come questa: « Credetemi, nel cuor di Gesù,  vostro… ». Non perdeva mai occasione di raccomandare la comunione riparatrice per il venerdì dopo l’ottava del SS. Sacramento; chiedeva alle Superiore di stabilirla nella loro comunità ed in maniera stabile, assicurando che a questa pratica sono unite grandi benedizioni. Quando la discrezione glielo permette, dice che questa pratica gli è stata « consigliata da una persona di straordinaria santità ». A Lione esercita il medesimo apostolato presso i giovani religiosi di cui aveva la direzione spirituale. Il P. Galliffet fa risalire a lui anche la sua divozione al sacro Cuore. La pagina ove spiega l’offerta al sacro Cuore pare che non sia stata scritta unicamente per uso suo personale. In ogni caso egli dové spiegarla ad altri. Questo apostolato era molto ristretto, poiché, dopoil suo ritorno in Francia, il Padre fu sempre molto debole. Egli era anche obbligato ad esser prudente, perché si capisce che questa nuova divozione non poteva incontrare il gusto di tutti… Soprattutto morendo il Padre compì la sua missione. Dio volle che venisse a finire i suoi giorni a Paray c che, avanti di partire per il ciclo, potesse vedere ancora ed incoraggiare Margherita Maria, Egli morì il 15 febbraio 1682. Due anni dopo si pubblicarono a Lione i suoi sermoni in quattro volumi e, in un volume a parte, il giornale dei suoi ritiri spirituali. Vi si leggeva: « Nel terminare questo ritiro (quello di Londra del 1677), pieno di fiducia nella misericordia del mio Dio, mi sono fatto una legge di procurare, con tutti i mezzi possibili, l’esecuzione di ciò che mi fu prescritto da parte del mio adorabile Maestro, riguardo al suo prezioso corpo nel SS, Sacramento dell’altare ». Seguono alcune belle elevazioni sulla santa Eucarestia, poi il Padre riprende: « Ho conosciuto che Dio voleva ch’io lo servissi, procurando il compimento dei suoi desideri sulla divozione che Egli ha suggerito ad una persona a cui si comunica molto confidenzialmente e per la quale egli si è voluto servire della mia debolezza. L’ho già inspirata a molte persone in Inghilterra, ne ho scritto in Francia ed ho pregato uno dei miei amici, di farla conoscere nel luogo dove egli è. Essa vi sarà molto utile, ed il gran numero di anime scelte che vi è in questa comunità mi fa credere che la pratica, in questa santa casa, sarà molto gradita a Dio. O mio Dio, perché io non posso essere dappertutto e pubblicare ciò che voi attendete da vostri servitori ed amici! ». « Dio dunque, essendosi rivelato a persona la quale, si può credere, è secondo il suo Cuore, con le grazie grandi che le ha fatto; ella se ne confessò a me ed io l’obbligai a mettere per iscritto ciò che mi aveva detto e che io stesso ho volentieri descritto nel giornale dei miei ritiri, perché il buon Dio vuol servirsi delle mie deboli cure, per l’esecuzione di questo disegno ». Seguiva il rac-conto della grande apparizione, quale il Padre l’aveva trascritto. Il Ritiro fu letto molto, perché l’autore era in gran fama di santità. Il passo intorno a Margherita Maria e il racconto trascritto di sua mano, fecero conoscere ciò che fin allora egli aveva detto così prudentemente in favore della nuova divozione. Al giornale dei Ritiri era unita un’Offerta al sacro Cuore, che ebbe pure la sua parte nello sviluppo della divozione. Questa Offerta si compone di due parti. La prima è una piccola spiegazione, semplicissima e molto chiara, della divozione al sacro Cuore. « Questa offerta, vi è detto, si fa per onorare questo divin Cuore, la sede di tutte le virtù, la sorgente di tutte le benedizioni ed il rifugio di tutte le anime sante ». Segue l’indicazione delle « principali virtù che si vogliono onorare in Lui, come Egli le ha praticate quando era nel mondo ». Ma il sacro Cuore non ricorda solo il passato. « Questo Cuore è ancora, per quanto può esserlo, degli stessi sentimenti, e soprattutto è sempre ardente d’amore per gli uomini, sempre aperto per diffondere ogni sorta di benedizioni e di grazie, sempre tocco dai nostri mali, sempre spinto dal desiderio di farci partecipi dei suoi tesori, di donarsi Lui stesso a noi, sempre disposto a riceverci e a servirci da asilo, da dimora, da paradiso anche in questa vita ». Si crederebbe di udire un’eco della santa. La conclusione è ancora più evidente: « In cambio di tutto ciò Egli non trova nei cuori degli uomini che durezza, oblìo, disprezzo e  ingratitudine; ama e non è riamato e non si conosce nemmeno il suo amore perché si sdegna di ricevere i doni con cui vorrebbe dimostrarlo, di ascoltare le tenere e segrete dichiarazioni che vorrebbe fare al nostro cuore ». – Dopo queste spiegazioni, l’offerta sgorga istantaneamente: « Per riparazione di tanti oltraggi ed ingratitudini tanto crudeli, o adorabile e amabile Cuore del mio amabile Gesù, e per evitare, per quanto è in mio potere di cadere in una simile disgrazia, io vi offro il mio cuore con tutti i movimenti di cui è capace; mi dono interamente a voi, e da quest’ora protesto sinceramente, che desidero dimenticare me stesso e tutto ciò che può aver rapporto con me, per togliere l’ostacolo che potrebbe impedirmi l’ingresso in questo cuore divino che voi avete la bontà di aprirmi e dove io desidero entrare per vivervi e morirvi con i vostri servitori più fedeli, tutto penetrato e infiammato del vostro amore. Offro a questo cuore tutto il merito, tutta la soddisfazione di tutte le Messe, di tutte le preghiere, di tutte le azioni di mortificazione, di tutte le pratiche religiose, di tutte le azioni di zelo, d’umiltà, d’obbedienza e di tutte le altre virtù che praticherò fino all’ultimo momento della mia vita. Non solo tutto ciò servirà per onorare il Cuor di Gesù e le sue ammirabili disposizioni; ma lo prego anche di accettare l’intera donazione che io gliene fo e di disporne nella maniera che gli piacerà e in favore di chi gli piacerà ». Il Padre spiega in seguito, con quella precisione e quel senso pratico ch’egli conserva persino nelle elevazioni più grandi e nei movimenti più generosi, come concilia questa offerta totale prima con la cessione ch’egli ha fatto alle anime del purgatorio di ogni merito delle sue opere, poi con le esigenze della carità o le obbligazioni diverse, che può avere, di dir Messe e di pregare secondo intenzioni domandate. Per le anime del Purgatorio, egli desidera che tutto « sia loro distribuito, secondo il volere del Cuore di Gesù ». Per le altre intenzioni. siccome si servirà allora di un bene che non gli appartiene, egli vuole che, come è giusto, l’obbedienza, la carità e le altre virtù che praticherà in quelle occasioni, siano tutte per il Cuor di Gesù, da cui avrà preso di che esercitare quelle virtù, « le quali, per conseguenza, gli apparterranno senza riserva ». Il dono non può essere più completo. E cosa chiede in compenso? Ce lo dice nella mirabile preghiera finale che ci mostra fino al fondo questa bell’anima: « Sacro Cuore di Gesù, insegnatemi il perfetto oblìo di me stesso, poiché è la sola via per la quale si può entrare in voi. Giacché tutto ciò che io farò nell’avvenire sarà per Voi, fate in modo che io non faccia niente che non sia degno di Voi. Insegnatemi ciò che debba fare per pervenire alla purezza del vostro amore, di cui mi avete ispirato il desiderio. Sento in me una grande volontà di piacervi e una grande impotenza a riuscirvi, senza una luce ed un soccorso particolare, che non posso attendere se non da Voi. Fate in me la vostra volontà, o Signore! Io mi vi oppongo, lo sento bene, eppure non vorrei, mi pare, non oppormi! Tocca a voi far tutto, o divin Cuore di Gesù Cristo! Voi solo avrete tutta la gloria della mia santificazione, se mi farò santo; ciò mi sembra evidente; ma sarà per voi una grande gloria e per questo solo, io voglio desiderare la perfezione. Così sia! Amen! ». Come aveva scritto il racconto per suo uso personale, anche l’offerta l’aveva scritta prima di tutto per se stesso. L’offerta, mostrando nel P. de la Colombière l’anima completamente devota al sacro Cuore, dava nello stesso tempo, un’idea della divozione, ed un modello per una delle sue pratiche principali. Era un atto di divozione privata; servì a propagare il culto nel pubblico. Il P. Croiset non tarderà molto ad inserirla nel suo libro. – In quanto al racconto dell’apparizione, oltre al suo effetto immediato che, si capisce, fu grandissimo, la sua pubblicazione nel Ritiro spirituale stava per avere un contraccolpo imprevisto sull’apostolato stesso della santa. E non fu senza « confusione terribile » per lei, com’ella dice più d’una volta e come è facile rendersene conto. Nel pubblico poteva darsi che non si sapesse a chi facesse allusione il P. de la Colombière; ma fra le persone che circondavano la santa, nei monasteri dove era un po’ conosciuta, il mistero fu presto svelato. La santa lo sente e ne soffre più che non si possa dirlo; ma, d’altra parte, quanto è felice del progresso della sua cara divozione! In tutta la sua corrispondenza vi è una fusione squisita di questi due sentimenti. Quando la Madre di Soudeilles stampa a Moulins, 1687, il libretto di esercizi in onore del sacro Cuore, con il sunto del Ritiro spirituale del P. de la Colombière, dove si parlava di lei, e della grande apparizione, ella ne prova una « confusione terribile ». Ma ella si sforza di non fare « attenzione né di riflettere su ciò », per darsi tutta alla gioia «di vedere questa divozione sostenersi ed insinuarsi da se stessa ». Vi fu, a Paray stesso, una scena che una delle contemporanee, Suor Péronne Rosalia di Farges, ha raccontato nella sua deposizione al processo del 1715. Si leggeva al refettorio il Ritiro spirituale del P. de la Colombière. Si arrivò al punto « in cui egli stesso parla delle cose che gli erano state predette da una santa anima, di quel che gli doveva succedere in Inghilterra a proposito della divozione al sacro Cuore ». Suor di Farges notò « che la venerabile sorella abbassava gli occhi ed era in un profondo turbamento… In ricreazione, all’uscire dal refettorio, ella disse a Suor Alacoque: « Mia cara sorella, avete avuta la vostra parte, oggi; e il R. P. de la Colombière non poteva designarvi meglio! ». A cui ella rispose che aveva occasione di amare la sua abbiezione. La santa soffriva dunque in simili occasioni più che non si possa dirlo. Ma ella ne approfittava per far conoscere la sua cara divozione. Fino allora, dice ella, « non riuscivo a trovare il modo di fare sbocciare la divozione del sacro Cuore che era tutto quello che io respiravo ». Senza dubbio ella parlava del sacro Cuore ad alcuni intimi e lo faceva con parole infiammate. Ma non poteva tradire il mistero delle sue comunicazioni con Gesù. Si sospettava, a Moulins e a Digione, dove la Madre di Saumaise avesse parlato di lei e della sua cara divozione; a Semur dove andò a stabilirsi la Madre di Greyfié dopo aver lasciato Paray; a Charolles dove era passato il Padre de la Colombière ed aveva gettata una scintilla; a Condrieu, dove egli scriveva a sua sorella dicendole di trasmetterla alle sue amiche, ecc. Ma non si poteva che intravvedere e indovinare. La pubblicazione rivelava le origini divine della divozione e un’intenzione positiva di nostro Signore. La santa non era designata che a un piccolo circolo d’iniziati; e, senza compromettersi troppo, ella ormai era libera di dar corso al suo zelo. Un passo di una delle sue lettere mostra benissimo come si comportava. Aveva parlato spesso del sacro Cuore alla Madre di Soudeilles, superiora a Moulins; l’aveva spinta con una energia singolare a consacrarsi interamente al questo sacro Cuore. Non osava neppure scrivere tutto alla sua antica superiora, la Madre di Saumaise, poiché, diceva, « la carta non è fedele, e mi ha già ingannato più volte ». Ora ella si fa ardita; scrive a Moulins, il 4 luglio 1686: « Non so, mia cara Madre, se comprenderete che è della divozione al sacro Cuore del nostro Signore Gesù Cristo che io vi parlo, la quale compie un gran cambiamento e un gran frutto in tutti coloro che vi si consacrano e vi si dedicano con fervore; ed io desidero ardentemente che la nostra comunità sia di questo numero… Noi abbiamo trovato questa divozione nel libro del Ritiro del R. P. de la Colombière, che si venera come un santo. Non so se ne avete notizia e se avete il libro di cui parlo; io mi farei un gran piacere di farvelo avere ». Così l’azione della santa e quella del P. de la Colombière si univano intimamente, come Gesù aveva unito intimamente le loro anime. Così il P. de la Colombière continuava ad esser l’apostolo del sacro Cuore. Lo era anche in un altro modo, per un apostolato misterioso di preghiera e di intercessione del quale la santa parla di frequente. Essa stessa lo pregava e si raccomandava a lui. Lo vedeva fare nel cielo, « con le sue intercessioni, ciò che si opera quaggiù sulla terra per la gloria di questo sacratissimo Cuore ». Il 15 settembre 1659 ella spiega al P. Croiset che nostro Signore « aveva scelto questo amico benedetto del suo Cuore per compiere quel gran disegno », e che bisogna « rivolgersi al suo amico fedele, il buon P. de la Colombière, a cui egli ha dato gran potere e rimesso, per dir così, ciò che riguarda questa divozione… Io ne ricevo dei grandi aiuti… Poiché… questa divozione del sacro Cuore l’ha reso molto potente in cielo ». Infine abbiamo già visto come essa colleghi la missione della Compagnia di Gesù a quella del P. de la Colombière. – Dal 1685 e dal 1686 la divozione prese alla fine impulso. Impulso malto modesto, dapprima e battuto da grandi colpi di vento. Il giorno di santa Margherita, 20 luglio 1685, furono resi al sacro Cuore nella piccola comunità di Paray i primi omaggi pubblici. È una data nella storia della divozione e la santa ne ha fatto il racconto più volte. Prima nelle sue Memore. « La festa di santa Margherita era di venerdì; pregai le nostre suore novizie, di cui avevo allora la cura, che tutti i piccoli onori che avevano intenzione di rendermi in occasione della mia festa, esse li facessero al sacro Cuore di nostro Signore Gesù Cristo. Ciò fecero di buon grado, innalzando un piccolo altare su cui posero un’immagine disegnata a penna alla quale noi cercammo di rendere tutti gli omaggi che questo divin Cuore ci suggerì ». Essa ricorda lo stesso fatto al P. Croiset, senza altri particolari più precisi sul fatto stesso. Dalle Contemporaines sappiamo ciò che fu questa giornata di gioia intima: la consacrazione e le preghiere al sacro Cuore, le pratiche per le anime del purgatorio, le effusioni della santa. Fu per lei « una delle gioie più perfette » Ma la giornata finì nella tempesta. La divozione era nuova, e S. Francesco di Sales aveva messo in guardia le sue figlie contro le novità in materia di divozioni. Perciò « le più virtuose della Comunità parvero da prima le più contrarie ». « Il sacro Cuore le farà arrendere », disse dolcemente la santa. Esse si arresero. La suora des Escures, la prima fra quelle che si oppone vano, prese ella stessa, un anno dopo, una iniziativa che guadagnò tutta la Comunità. Il 20 giugno 1686, ottava del SS. Sacramento, ella andò a chiedere alla sua antica amica la piccola immagine del sacro Cuore che ella aveva al noviziato: era un’immagine mandata dalla madre Greyfié pur essa già guadagnata alla divozione. Margherita Maria la donò, non sapendo ciò che sarebbe avvenuto, pregando e facendo pregare. « Il giorno dopo, giorno destinato a onorare questo Cuore divino, la suora des Escures non mancò di portare una sedia, su cui mise un tappeto molto pulito, su di esso posò quella piccola miniatura che era in una cornice dorata e la ornò di fiori. Ella si mise così davanti alla grata, con un biglietto di sua mano, per invitare tutte le spose del Signore a venire a rendere i loro omaggi al suo Cuore adorabile ». Questa volta la Comunità intera fu guadagnata e non si discusse più del mezzo migliore per testimoniare la propria divozione. Si sognava un bel quadro « e fin le nostre suore del piccolo abito (le educande) vollero contribuirvi con il denaro che i genitori davano loro per i piccoli piaceri » La divozione era lanciata; il movimento non doveva più arrestarsi. Alcune novizie lasciarono il noviziato, verso la fine del 1686; esse portarono alla Comunità una piccola immagine del sacro Cuore che aveva animato il loro fervore durante il noviziato e la misero in una nicchia dove tutte andavano a pregare quel divin Cuore. Ne fu affidata la cura a suor des Escures, che ne fece, secondo l’espressione della santa, « un piccolo gioiello ». Non era abbastanza: fu costrutta, nel recinto della clausura, una cappella, la dedicazione solenne della quale, portò tutta la piccola città di Paray e le parrocchie dei dintorni ai piedi del sacro Cuore. Era il 7 settembre 1688. – « I Signori della società di questa città (Membri di una società di preti, tutti nati a Paray e addetti alla chiesa parrocchiale, pur formando una specie di comunità.) e i curati delle parrocchie vicine, si riunirono tutti alla Chiesa parrocchiale e vennero poi in processione, nel nostro recinto, seguiti da un gran numero di persone a cui non si poté impedire l’ingresso. Erano le tredici e le cerimonie durarono due ore. Durante questo tempo, e molto tempo dopo, la nostra beata sorella rimase nella cappella, talmente rapita e assorta in Dio che di tutte le persone che desideravano ardentemente di parlarle nessuna osò concedersi quella pia soddisfazione. Durante quelle tre ore fu osservata attentamente per vedere se ella cambiasse posizione ; ma fu vista sempre immobile come una statua ». – A Semur la divozione si sviluppò prima che a Paray. Vi si diffuse la divozione, dice la santa, sentendo leggere il Ritiro del R. P. de la Colombière. La Madre Greyfié, allora superiora a Semur, tanto prudente e tanto riservata fino ad allora, aveva fatto fare un’immagine, e inaugurato un oratorio. Ella aveva mandato alla santa, per la strenna del 1686, la miniatura che presto avrebbe ricevuto gli omaggi della Comunità e vi aveva unito una dozzina d’immagini per le ferventi della divozione. – Moulins fu guadagnata alla divozione dalla Madre di Soudeilles; furono guadagnati anche, pare, Charolles e Condrieu grazie al Padre de la Colombière. A Digione andò meglio ancora. Mentre la Madre di Saumaise e la santa si occupavano nel fare stampare un’immagine del sacro Cuore da diffondere, suor Giovanna Maddalena Joly lavorava ad un ufficio in onore del sacro Cuore e sottometteva il suo progetto alla santa. Al di fuori della comunità la divozione si propagava. Diversi Padri Gesuiti si mettevano in rapporto con l’ardente apostolo e predicavano la nuova divozione; un Padre Cappuccino faceva lo stesso a Digione. Dal 1686 al 1690, Margherita Maria moltiplicava i successi della divozione, come altrettante vittorie del sacro Cuore; ella propaga l’immagine, il Ritiro del P. de la Colombière, il libretto stampato a Moulins per cura della Madre di Soudeilles; ella si interessa al piccolo ufficio del P. Gette, alle prove di suor Joly e al libretto di Digione, alle pratiche della Madre Desbarres a Roma per ottenere festa e ufficio. Paray ha già la sua cappella al sacro Cuore (1688). I fratelli della santa secondano gli sforzi della loro sorella. Il sindaco fa costruire, anche lui, una cappella al sacro Cuore e vi mette un quadro, come a Paray; il curato vi fonda una Messa perpetua per tutti i venerdì dell’anno. Con che gioia la santa vede e racconta questi successi! – Ma c’erano anche le opposizioni e le sconfitte. Con ingenua audacia, Digione si è rivolta a Roma, per ottenere la festa con la Messa e l’Ufficio, composti in francese da suor Joly e tradotti in latino dal cappellano Charolais. Ma Roma ha rinviata la pratica all’Ordinario, che era il Vescovo di Larigres. Fu una grande delusione e bisognò che Margherita Maria sostenesse e rianimasse le sue amiche deluse. Ella porta tutta la cara divozione nel suo cuore, essa ne vive. Durante gli anni 1675-1688, non si vede nessuno sviluppo interno. La santa fa valere il suo tesoro, prima nella sua vita, e poi per gli altri; il tesoro non sembra però accrescersi notevolmente. Due cose soltanto sono da notare, le pratiche e le promesse, e queste soprattutto dal 1685 al 1686. Con le sue novizie la santa adopera ogni industria, si serve di molti esercizî della sua cara divozione; ella ne prende a prestito qua e là, o ne adatta, ne inventa anche e talvolta di bellissime. A tutti essa raccomanda la comunione dei primi venerdì, la consacrazione, l’ammenda onorevole, l’immagine, i piccoli biglietti, gli uffici, ecc. Ma avanti tutto ella vuole accendere nelle anime l’amore per il sacro Cuore e condurle a vivere solo per Lui e di Lui. Quante belle pagine ci sarebbero da raccogliere nelle sue lettere infiammate! – Dal 1685 le promesse fatte a nome del sacro Cuore per i devoti divengono più precise, se non più magnifiche. Ce n’è per tutti: per gli zelatori della divozione e per i suoi addetti, per quelli che faranno l’immagine per quelli che la porteranno addosso, per le case dov’essa sarà esposta e onorata, ecc. La madre Melin, che ha intrapreso la costruzione della cappella del sacro Cuore nella clausura di Paray, avrà per ricompensa di morire nell’esercizio attuale dell’amore; la comunità di Semur, che per la prima ha reso pubblico omaggio al sacro Cuore è diventata, per questo, la prediletta di quel Cuore, ecc. Queste promesse di nostro Signore la santa le utilizza per guadagnare dei proseliti e per stimolare lo zelo di quelli che sono già guadagnati.