LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE (2)

ADOLFO TANQUEREY

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE CHE GENERANO NELL’ANIMA LA PIETÀ (2)

Vers. ital. di FILIPPO TRUCCO, Prete delle Missioni

ROMA DESCLÉE & C. EDIT. PONTIF.1930

NIHIL OBSTAT – Sarzanæ, 8 Maji 1930 J. Fiammengo, Rev. Eccl.

IMPRIMATUR Spediæ, 8 Maji 1930 Can, P. Chiappani, Del. Generalis.

PARTE PRIMA

Gesù vivente in noi per comunicarci la sua vita

CAPITOLO I.

Il Verbo incarnato fonte della nostra vita spirituale.

Per conoscere bene la vita cristiana è evidente che bisogna risalire alla sua fonte. Ora questa fonte è la stessa santissima Trinità, perché nessuno può farci partecipi della vita divina fuori di Colui che ne possiede la pienezza. Tutte e tre le divine Persone concorrono a questa grande opera; ma fu eletto il Figlio a discendere in terra, a divenir nostro Capo, a incorporarci al suo Corpo mistico e farci così partecipare alla sua vita. Per intendere meglio questa verità, vediamo che cos’è il Verbo divino: 1° nel seno del Padre; 2° nel mistero della sua incarnazione; 3° nelle sue relazioni con noi; 4° onde poi conchiuderne che dev’essere il centro della nostra vita spirituale.

ART. I. – IL VERBO NEL SENO DEL PADRE.

Chi ci descrive la vita del Verbo nel seno del Padre è San Giovanni (S. Giov. I, 1-6).

 « In principio era il Verbo

e il Verbo era presso Dio

e il Verbo era Dio.

Egli era, al principio, presso Dio.

Tutto si fece per mezzo di lui

e senza di lui non si fece nulla

di quanto esiste. –

In lui era la vita

e la vita era la luce degli uomini.

E la luce splende fra le tenebre

e le tenebre non la ricevettero ».

In questo magnifico prologo sono poste in luce due grandi verità: 1° La vita del Verbo in Dio: 2° la sua azione sul mondo.

I° La vita del Verbo in Dio.

In principio, cioè, prima della creazione del mondo, come altrove spiega Nostro Signore stesso, il Verbo era. San Giovanni adopera questo modo di dire per farci capire la preesistenza o l’eternità del Verbo; infatti, prima della creazione, prima dell’inizio del tempo, quando Dio esisteva nella sua eternità, il Verbo era, ed era senza principio. E dov’era? Nel seno di Dio. Dio, che dà la fecondità alle creature, è Egli stesso eternamente fecondo, di fecondità tutta spirituale. Dio pensa da tutta l’eternità: ma a che cosa può mai pensare Dio se non a sé stesso? Pensando a se stesso, produce un’immagine della divina sua sostanza, immagine perfettamente simile, immagine sostanziale di incantevole bellezza e di perfezione infinita. Questa immagine sostanziale è una vera Persona, perché in Dio nulla è di imperfetto; è quindi un’immagine infinita, viva, operosa, una persona come lo stesso Padre; dal quale è distinta perché ne riceve la vita; ma al quale è perfettamente uguale perché questa vita la riceve intiera. Questa Persona è il Figlio di Dio, è il suo Verbo, è un altro Lui stesso, è lo splendore della sua gloria (Hebr. I, 3), è il suo Unigenito (S. Giov. I, 18). Il Padre ama questo suo Figlio con amore infinito e ne è infinitamente riamato; da tale mutuo amore sorge una terza Persona uguale alle altre due, lo Spirito Santo, vincolo sostanziale tra il Padre e il Figlio, che procede dall’uno e dall’altro e che si chiama Amore o Divina Carità. – Tale è il mistero della santissima Trinità, mistero che non possiamo ora comprendere ma che contempleremo un giorno nel cielo; e sarà la sua chiara visione quella che ci renderà eternamente beati. – Questo mistero, rivelato da Gesù stesso, cioè da Colui che continuamente lo contempla, spande già una viva luce sull’interna vita di Dio. Se non avessimo che il debole lume della ragione, Dio ci apparirebbe come in un’oscura lontananza e noi potremmo chiedere che cosa stia mai facendo così solo nel cielo. Ora la fede ci rivela che Dio non è solitario nell’eterna sua dimora: ce lo mostra uno certamente nella natura ma trino nelle Persone: Padre, Figlio e Spirito Santo. – Sono quindi tre a possedere quest’unica natura, tre a vivere in famiglia nella più perfetta intimità: il Padre pensa continuamente al Figlio e L’ama con amore infinito; il Figlio gli ricambia amore per amore; il Padre e il Figlio amano infinitamente lo Spirito Santo; e questi, che è l’amore sostanziale, li ricambia di pari affetto. Quale unione! Qual perfetta unità! e quanto sono felici questi tre di amarsi così con amore infinito! Ora proprio questo Dio uni-trino abita e vive nell’anima che è istato di grazia; cosicché anche noi possiamo dire con Suor Elisabetta della Trinità: « O miei Tre, o mio lutto, o mia beatitudine, o solitudine infinita, o immensità ov’io mi perdo, io mi abbandono a Voi come una preda; seppellitevi in me, affinché io mi seppellisca in voi, aspettando il momento di venire a contemplar nella vostra luce l’abisso delle vostre grandezze ». È poiché qui ci occupiamo soprattutto della Persona del Verbo, a Lui ripeteremo pure la preghiera della pia Carmelitana: « O Verbo eterno, o Parola del mio Dio, io voglio passar la vita ad ascoltarvi, voglio farmi a Voi perfettamente docile onde imparar tutto da Voi: e poi, nonostante tutte le notti, tutti i vuoti, tutte le impotenze, voglio sempre fissar Voi e restare sotto la fulgida vostra luce. O astro mio diletto, affascinatemi, onde non abbia mai più a sottrarmi dai vostri raggi ». (Preghiera composta dalla pia Carmelitana, che si trova in fine della sua biografia).

2° Il Verbo Creatore.

Dopo aver contemplato il Verbo in sé stesso e nelle sue relazioni con le altre due Persone della santissima Trinità, diciamo ora qualche cosa sulle sue relazioni con le creature. « Tutto si fece per mezzo di Lui e senza di Lui non si fece nulla di quanto esiste (S. Giov. I, 3). Queste parole ci dicono che il Verbo è, col Padre e collo Spirito Santo, la causa efficiente della creazione. La creazione è, infatti, un’opera esterna, ad extra come dicono i teologi, e quindi opera comune alle tre divine Persone. Se indaghiamo la parte più particolarmente attribuita al Verbo in questa opera comune, possiamo dire, con san Giovanni, che per mezzo di lui, per ipsum, fu creato tutto. Dio, infatti, opera per mezzo del suo pensiero; onera quindi per mezzo del suo Verbo che, come dicemmo, altro non è che il suo pensiero sussistente. Così appunto parla il Libro dei Proverbi: ci presenta la divina Sapienza, generata da Dio all’inizio delle sue vie, e in atto di assisterlo in quest’opera di sapienza che è la creazione: « Quando fissava i cieli, io ero presente, quando gettava una volta sulla superficie dell’abisso, quando assodava in alto le nubi, quando dava forza alle sorgenti sotterranee, quando fissava al mare i suoi termini perché non li oltrepassasse, quando posava le fondamenta della terra, io ero all’opera accanto a Lui; compiacendomi ogni giorno e ricreandomi in sua presenza, scherzando sull’orbe (in orbe) della terra e trovando le mie delizie tra i figlioli degli uomini (Prov. VIII, 27-31) ». È facile ravvisare sotto le frasi di questo linguaggio poetico l’azione del Verbo che, essendo la Sapienza del Padre, tutto previde, tutto ordinò in peso, numero e misura, perché tutto cooperi alla gloria di Dio e al bene delle creature. – Ne segue che il Verbo è la causa esemplare di tutte le creature. Prima di produrre cli esseri, Dio, come dice san Tommaso, forma in sé l’idea o il modello di ciascuno (Sum, Theol., I, q. 15; q. 34, a. 3, 5.). Come l’architetto, prima di costruire un palazzo, ne concepisce idea e ne fa il disegno, così, ma in maniera infinitamente più perfetta, Dio, prima di creare questo grande palazzo del mondo, ne concepisce il disegno e l’ordinamento fin nei più minuti particolari; perché nulla sfugge alla sua scienza universale e infinita. – Noi, dunque, esistiamo in Dio, nel pensiero di Dio, da tutta l’eternità. Dio vede fino a qual punto ogni essere parteciperà, in modo certamente limitato ma reale, del suo essere divino. Dio quindi è il modello, l’esemplare sul quale noi siamo formati: ecco perché si dice che siamo creati a sua immagine. « Facciamo l’uomo immagine e somiglianza nostra? ». Ora, appunto nel suo pensiero, nel suo Verbo interiore, Dio concepisce tutti gli esseri. il Verbo è quindi il modello, il prototipo, la causa esemplare di tutte le creature. – Quanto è efficace questa considerazione a darci un’idea così della nostra grandezza come della nostra dipendenza! Della nostra grandezza, perché l’essere nostro, per quanto imperfetto, è una partecipazione dell’Essere divino, è l’attuazione di un’idea divina: da tutta l’eternità Dio concepì il grado di perfezione che dobbiamo conseguire, e questo grado, qualunque esso sia, è qualche cosa di nobilissimo e di altissimo, perché è conforme a un pensiero divino e ci avvicina al Verbo di Dio. Della nostra dipendenza: essendo evidente che non possiamo attuare l’ideale concepito da Dio se non col suo soccorso e sotto la mozione divina. Creati da Lui secondo un tipo da Lui stesso concepito, noi non possiamo conseguire questo ideale se non lasciandoci plasmare da Lui: è Lui che opera in noi il volere e il fare (Fil. II, 13).  Il che è necessario; perché il consenso della nostra volontà è cosa che, in ultima analisi, non può venire che da Dio: è Dio che, dopo aver creato le nostre facoltà, le inclina verso il bene e ci fa acconsentire alla grazia. Dipendenti da Lui nel nostro essere, ne dipendiamo anche nelle nostre azioni. – Io godo, o mio Dio, di questa mia assoluta dipendenza da Voi, perché ho infinitamente fiducia in voi che in me. Voi siete, o Verbo. divino, la Sapienza infinita, ed è un onore per me il chiedere a voi i consigli di cui ho bisogno: voi siete la luce del mondo, ed è cosa dolce per me, in mezzo alle tenebre che mi circondano, partecipare alla vostra luce; Voi siete la fonte della vita, e io sono lieto di dissetarmi a quest’acqua viva che zampilla su alla vita eterna; voi siete il Figlio per eccellenza ed io godo di essere adottato da Voi nella divina famiglia. Siate per sempre benedetto, o Verbo di Dio, di avermi fatto partecipare, per quanto era a me possibile, alla vostra Sapienza, alla vostra Vita, al vostro De Essere divino! L’unica mia ambizione sarà ormai di accostarmi al divino esemplare che mi è proposto come modello. Tale è del resto, il dovere che più specialmente ci viene imposto dal fatto della vostra Incarnazione.

Art. II. — IL VERBO NEL MISTERO DELLA SUA INCARNAZIONE.

« E il Verbo si fece carne e abitò tra noi,

e noi abbiamo contemplata la sua gloria,

gloria come di Unigenito del Padre,

pieno di grazie e di verità » (S. Giov. I, 14)..

Parole sublimi che dicono l’infinita condiscendenza del Verbo, di cui abbiamo descritto l’origine eterna e le parti di Creatore! Il Verbo era beato nel seno del Padre; viveva nella sua intimità, era da Lui amato con amore infinito e Lui riamava con reciproco amore; sostanzialmente unito allo Spirito Santo che procede da Lui e dal Padre, trovava in questa divina Famiglia l’eterna sua beatitudine. Eppure, volle abbassarsi fino a noi: « Il Verbo si fece carne, e abitò tra noi ». Perché questo abbassamento? Fu certamente, come ultimo scopo, per glorificare il Padre: « gloria in altissimis Deo (S. Luc.) ». Nella sua natura divina il Verbo è uguale al Padre e non può abbassarsi dinanzi a Lui per porgergli ossequio; ma, dal giorno in cui si è personalmente unito a una natura. umana, può curvare questa natura creata avanti alla divina maestà, ad adorarla, lo darla, benedirla, glorificarla. Allora per la prima volta Dio riceve ossequi di valore infinito, perché gli sono offerti da una persona infinita, dalla persona del Verbo incarnato.Ma, come la Chiesa c’insegna nel Credo, il Verbo, facendosi uomo, ebbe pure un altro scopo: volle riscattarci, volle salvarci e ridarci i nostri diritti al Paradiso perduti per il peccato originale; in altre parole, volle comunicarci quella vita divina che attinge nel seno del Padre. L’uomo, creato da Dio, elevato da Lui all’ordine soprannaturale, aveva per sua colpa perduta quella partecipazione alla vita divina che Dio gli aveva si graziosamente largita al principio. Incapace di riparare da sé l’offesa infinita fatta a Dio col peccato e di riacquistare la grazia e la gloria del cielo, l’uomo pareva ormai in uno stato disperato.Ma ecco che l’eterno Figlio di Dio si offre al Padre per riscattare la caduta umanità: senza cessare d’essere Dio, si farà uomo e diverrà così il nuovo capo dell’umanità; si assumerà di espiare, a nome di lei, l’offesa infinita, e, incorporano a sé gli uomini divenuti suoi fratelli, li farà di nuovo partecipare alla vita divina. È opera di amore, se altra mai, perché il Verbo dà se stesso, se stesso abbandona ed immola per salvarci. Ma è anche opera di giustizia, perché l’offesa divina sarà così abbondantemente e sovrabbondantemente riparata colle soddisfazioni dell’Uomo-Dio, che rendono alla santissima Trinità maggior gloria che non glie ne abbia tolta il peccato. Tale è il mistero che dobbiamo esporre, studiando; 1° il fatto dell’unione tra il Verbo e la natura umana; 2° la natura e le conseguenze di questa unione.

1° Il fatto dell’unione fra il Verbo e la natura umana.

Quando san Giovanni dice : « Il Verbo si fece carne », non adopera questa parola nel senso ristretto di corpo umano, ma nel senso più generale, spesso usato nella Scrittura, di tutto il composto umano (corpo e anima). A preferire la parola carne l’indusse il pensiero di far meglio rilevare la condiscendenza e l’umiliazione del Figlio di Dio, che si degnò di unirsi non solo a ciò che è nobile nell’uomo, ma anche a ciò che è più meschino e più debole. Infatti, secondo la dottrina di san Paolo (Hebr. IV, 15), « noi non abbiamo un Pontefice incapace di compatire le nostre miserie; ei volle provarle tutte, eccetto il peccato ». Conveniva che, incarnandosi, « diventasse in tutto simile ai fratelli, onde riuscire pietoso e fido Pontefice presso Dio, ad espiare i peccati del popolo. Appunto perché ha Egli stesso sofferto e fu Egli stesso tribolato, è pronto a venire in aiuto a chi  è nella tribolazione – Hebr. II., 17-18 ». Il Verbo incarnato è dunque insieme vero Dio e vero uomo, tanto veramente uomo quanto è veramente Dio. Da tutta l’eternità possiede, secondo che abbiamo spiegato, la natura divina: ma, a partire dal giorno dell’Incarnazione, possiede anche tutta la natura umana, il corpo e l’anima. È quindi una stessa Persona, la Persona del Verbo, del Figlio eterno di Dio, che possiede le due nature, la divina e l’umana, che è Dio e che è uomo. Questa Persona si chiama Nostro Signor Gesù Cristo. Essendo Dio, è il nostro sommo padrone e Signore; avendoci salvati, si chiama Gesù, cioè Salvatore: vi si aggiunge il nome di Cristo, che significa unto, perché Gesù nella sua umanità è stato unto con l’unzione, o comunicazione della divinità. – Che Gesù sia insieme Dio e uomo, è una verità che troviamo affermata a ogni pagina evangelica. Se contempliamo Gesù al suo entrare nel mondo, lo vediamo concepito nella infermità della carne, giacente su poca paglia, fasciato come si fascia il bambino appena nato, incapace di parlare, intirizzito per il freddo e più per l’ingratitudine dei Giudei: Egli è dunque uomo come noi, soggetto alle nostre miserie. Ma è concepito da una Vergine per opera arcana dello Spirito Santo, è chiamato il Santo, il Figlio dell’Altissimo, il Figlio di Dio, e cominciano così a sfolgorare i primi raggi della sua divinità. Nell’inaugurazione del suo ministero, si fa battezzare da san Giovanni nelle acque del Giordano e compare quindi come uomo che ha preso su di sé la somiglianza del peccato; ma nello stesso tempo lo Spirito Santo scende su di Lui e dall’alto dei cieli il Padre lo proclama suo Figlio diletto, in cui ha riposto tutte le sue compiacenze. Nel deserto digiuna e soffre la fame, ed è perfino tentato dal demonio, per mostrarci che ha preso la nostra umanità con tutte le sue debolezze; ma trionfa dell’astuzia del demonio e gli Angeli scendono a servirlo come loro Signore. Nel corso del suo ministero, mena una vita povera e laboriosa, si affatica ed ha bisogno di riposarsi, si lascia calunniar dai nemici e contrariare nei suoi disegni, avvicenda vittorie e sconfitte, umiliazioni e trionfi, affermando così la realtà della sua natura umana. Ma nel medesimo tempo, come Dio, opera miracoli in proprio Nome col proprio potere; comunica anche ai discepoli la potestà di far miracoli in Nome suo; insegna alle turbe con un’autorità tutta divina, si dichiara padrone del sabato, proclama leggi nuove che debbonsi accettare sotto pena di perdere la vita eterna; anzi rimette i peccati e guarisce un paralitico per dimostrare che questo potere divino di perdonare gli appartiene come cosa propria; a meglio affermarlo, delegherà più tardi questo stesso potere ai suoi Apostoli e ai loro successori: si attribuisce la potestà di giudicare i vivi e i morti: chiede che gli uomini lo ubbidiscano come si ubbidisce a Dio; che lo amino sopra tutte le cose, anche più del padre e della madre; e che si diano e si consacrino interamente a Lui come si consacrano a Dio.  Soprattutto nella dolorosa sua Passione si manifesta la doppia sua natura. Nell’orto di Getsemani, Gesù agonizza ed è triste fino alla morte, un sudore di sangue gli bagna le membra, prega che l’amaro calice si allontani da lui; ma, quando vengono a catturarlo, opera un miracolo riattaccando a Marco l’orecchio che Pietro gli aveva tagliato. Dinanzi al Sinedrio si lascia insultare, schernire, percuotere, ma proclama altamente di essere il Figlio di Dio, il giudice dei vivi e dei morti; e fu appunto l’affermazione della sua divinità il titolo per cui venne dal Sinedrio condannato a morte. Sul Calvario, è inchiodato a una croce tra due ladroni; soffre la sete più acerba; ha l’anima desolata; muore mandando due volte un grande grido; è deposto e chiuso nel sepolcro. Ma ecco che la sua divinità tosto si manifesta; il sole si oscura come a far lutto per la morte del suo Creatore: il velo del tempio viene arcanamente lacerato: molti morti risorgono: e il terzo giorno Gesù stesso esce redivivo e glorioso dalla tomba, per attestare con quell’inaudito miracolo che è l’Autore della vita, il Dio del cielo e della terra. – È dunque impossibile a un uomo di buona fede che legga attentamente il Vangelo, di non riconoscere che Gesù è uomo e Dio, che parla ed opera nello stesso tempo come un semplice mortale e come il Re immortale. Ond’è da conchiudere che ha, nell’unità di una stessa Persona, la natura umana e la natura divina. Or questa Persona è proprio la Persona del Verbo o del Figlio eterno di Dio, il quale, pur conservando interamente la sua natura divina e rimanendo uguale a Dio, prende una natura umana pari in tutto alla nostra, tranne il peccato! Gesù, dunque, ha un corpo passibile e mortale come il nostro, un corpo che soffre il freddo e le intemperie delle stagioni, la fatica, la fame, la sete, e risente vivamente tutti i colpi, tutte le ferite che gli vengono inflitte nella Passione. L’anima sua è come la nostra, dotata di intelligenza e di volontà, ornata di tutti i tesori di sapienza e di scienza, ma ricca specialmente della grazia divina in tutta la sua pienezza, di guisa che a questa fonte inesauribile dobbiamo andare ad attingerla noi. Ma è pure anima dotata di squisita sensibilità, capace di gustare le gioie più vive, come di patire le tristezze, le angosce, le impressioni più dolorose. Egli quindi nella sua natura divina è uguale a Dio, ma nella sua natura umana è veramente nostro fratello. – Oh! quanto siamo fortunati di aver per fratello l’eterno Figlio di Dio! Non potremo mai ringraziarlo abbastanza di questa condiscendenza infinita. E che cosa ci chiede in cambio del dono che ci fa di tutto se stesso? Una cosa sola: il nostro cuore. Questo cuore che Egli ha creato, che lavato nel suo sangue, che gli appartiene per tante ragioni, ei ce lo chiede dolcemente, cortesemente, affettuosamente, per lasciarci il merito di darglielo liberamente; ce lo chiede per infondervi una partecipazione della vita divina da Lui attinta nel seno del Padre.

O Verbo Incarnato! o Gesù! o mio fratello! prendetelo, sì, questo povero mio cuore e infiammatelo talmente del vostro amore che mai si allontani da Voi e che possa aumentare sempre più il tesoro di vita che vi degnate di comunicargli.

2° Natura e conseguenze dell’unione tra il Verbo e la natura umana.

A) Or come avviene in Gesù Cristo l’unione tra le due nature e quali ne sono le caratteristiche? L’unione delle due nature in Gesù Cristo non è una semplice unione morale, quale corre tra due amici che siano un cuore e un’anima sola; ma è una unione sostanziale, cioè a dire l’unione di due sostanze che formano un tutto sostanzialmente uno, un unico principio di essere, di vita, di operazione. È quindi unione assai superiore all’unione che corre tra l’anima in stato di grazia e la santissima Trinità: le tre divine Persone sono per la grazia sostanzialmente in noi, ma la loro unione non forma con noi un tutto sostanziale. Dio e l’anima rimangono molto bene distinti e distinte pure le loro operazioni, sebbene Dio operi in noi e con noi per farci fare atti meritori. Ed è unione superiore – anche all’unione che corre tra il corpo e l’anima. Nell’uomo il corpo e l’anima sono nature incomplete, nel senso che né l’una né l’altra, prese da sole, costituiscono l’uomo; unendosi, formano una sola e medesima natura, la natura umana, come formano pure una sola persona. Or tale non è l’unione tra la natura umana e la natura divina nella Persona del Verbo; queste due nature sono complete in se stesse e rimangono distinte anche dopo l’unione; non si fa in Gesù Cristo fusione di due sostanze incomplete in una sola, ma unione di due nature perfette in una sola e medesima Persona. Questa Persona non è già il risultato dell’unione, ma le preesiste; è la Persona del Verbo, il quale, possedendo da tutta l’eternità la natura divina, comunica nel tempo la sua sussistenza e la sua esistenza a una natura umana in tutto simile alla nostra, tranne il peccato. Ecco perché si chiama unione personale, unione ipostatica, nome speciale che non conviene di fatto che all’Incarnazione. Onde possiamo definirla: « l’unione singolare e mirabile della natura divina e della natura umana nell’unica Persona del Verbo, unione dalla quale risulta quell’essere unico e adorabile che è Gesù Cristo » (E. Hugon, Le mystère de l’Incarnation, 2° ediz., p. 11). Se ne esaminiamo i tratti caratteristici, vedremo che questa unione è la più intima, la più soprannaturale, la più sostanziale, la più indissolubile di tutte le unioni.

a) L’unione è tanto più intima quanto più la persona in cui avviene è una in sé, e quanto in questa persona è intimamente unita a ognuno dei suoi due termini. Ora la Persona del Verbo nella quale avviene l’unione ipostatica, è in sé unità perfetta, l’unità assoluta; ed è poi intimamente unita a ognuna delle sue nature: a quella divina perché con lei realmente si identifica, e a quella umana perché le comunica la propria sussistenza ed esistenza. Unione tanto più mirabile quanto più i due termini fra cui avviene erano lontani tra di loro e il loro avvicinamento è più immediato; infatti, le due nature così distanti, la natura divina e la natura umana si uniscono in Gesù Cristo l’una all’altra senza confondersi e si uniscono nell’unica Persona del Verbo.

.b) È la più soprannaturale di tutte le unioni. Le altre forme di soprannaturale non sono che partecipazioni accidentali di Dio; mentre la unione ipostatica è la comunicazione sostanziale di Dio a una natura umana, la quale non ha altra sussistenza ed esistenza che quella del Verbo. È dunque la più perfetta delle comunicazioni divine, è il dono immediato di una Persona divina all’umanità.

c) È quindi la più indissolubile delle unioni: né il supplizio della croce né la morte stessa riuscirono a spezzarla. La ritroviamo nell’Eucarestia, dove, sotto le specie del pane e del vino, l’umanità santa di Gesù resta unita alla divinità del Verbo; e la ritroveremo in cielo, dove giubilando contempleremo il Verbo divino indissolubilmente unito per tutta l’eternità alla natura umana risorta e gloriosa.

B) Le conseguenze di questa unione sono onorevolissime per quella natura umana che è unita sostanzialmente al Verbo e per noi tutti.

a) La natura umana unita al Verbo è da questa unione incomparabilmente nobilitata. Quando un re sposa una persona, costei, qualunque sia il suo grado sociale, partecipa immediatamente alla dignità regia. A più forte ragione, quando il Verbo sposa una natura umana, la innalza alla dignità divina. Infatti, l’unione matrimoniale, per quanto intima, non è sostanziale e non toglie alla sposa la sua personalità; mentre l’unione del Verbo con la natura umana è unione sostanziale, cosicché questa natura non ha altra personalità che quella del Verbo divino. Ascoltiamo su questo punto il Cardinal di Berulle, l’apostolo del Verbo incarnato (Discours de l’état et des grandeurs de Jésus, disc. XI) « Il Verbo, entrando in questa umanità, non la distrugge, non la converte nella sua divina essenza… vuole elevarla a uno stato di dignità nuova, singolare, ineffabile. La trae a sé e la fa entrare nel suo essere divino e increato. La riceve come la sua unica e la sua diletta nel seno della sua Divinità… La riceve e la colloca per sempre nella sua grandezza, nella sua divinità, nella sua propria Persona, non avendo essa più sussistenza che nella sussistenza di Lui. Tutto ciò porta una comunicazione così alta e così grande, così particolare e così divina, che Dio si fa uomo e l’uomo diviene Dio… ». In altre parole, il Verbo incarnato, comunicando la propria personalità alla natura umana, la innalza fino a sé: quel Gesù che vediamo steso su un poco di paglia nel presepio, quel Gesù che lavora nella bottega di Nazareth, quel Gesù che si affatica nelle apostoliche sue corse, quel Gesù che nell’orto degli ulivi è triste fino alla morte, quel Gesù che viene inchiodato sulla Croce, che è tormentato dalla sete e insultato dai Giudei e che perdona ai suoi offensori, quel Gesù che spira rimettendo l’anima sua nelle mani del Padre, è veramente il Figlio eterno di Dio, Dio egli stesso; che, impassibile nella sua natura divina, patisce e muore nella sua natura umana. Onde il Padre vuole che il suo Cristo sia adorato ed amato come è Egli stesso; vuole che ogni ginocchio si pieghi davanti a Lui in cielo, in terra e nell’inferno, e che ogni lingua confessi che il Signore Gesù è nella gloria del Padre! (Fil. II, 10-11) – A queste divine premure l’anima umana di Gesù corrisponde col vivere in un’intiera e amorosa dipendenza dal Verbo. Nei suoi giudizi si lascia guidare non dalla propria ragione ma dalla luce divina; e questo è il senso di quelle profonde parole: « Voi giudicate secondo la carne, io non giudico nessuno. È se pur giudico, il mio giudizio è vero, perché Io non sono solo, ma con me è il Padre che mi ha inviato (S. Giov. VIII, 15-16) ». Quando Gesù parla, non esprime la dottrina sua e il pensiero suo, ma quello di Dio che lo ha inviato (Id. VII, 16). Quando opera, non fa la volontà sua, ma quella di Dio (S. Luc. II, 42). Né cerca mai la gloria sua, ma quella del Padre. Quindi, quando Dio gli chiede duri sacrifici, quando gli presenta l’amaro calice, le umiliazioni e i tormenti della Passione, Egli, dopo une dolorosa agonia, assoggetta la sua volontà a quella di Dio (S.Matth. XXVI, 42). Oh! beata dipendenza che trasforma le sue azioni, anche le più semplici, in atti di amore e dà loro un valore incomparabile!

b) Ma non la sola anima umana di Gesù viene nobilitata dall’incarnazione, veniamo con lei nobilitati anche noi. Perché questo Gesù, ché è Dio, è nel medesimo tempo nostro fratello, ed incorporandoci al suo Corpo mistico, ci fa partecipare, sebbene in grado minore, alla sua divina nobiltà; diventiamo per mezzo di Lui figli adottivi di Dio e partecipi della vita divina. Deh! quale onore! e quale immenso beneficio! Infatti, come il Verbo si dà a Gesù, così, sebbene in modo meno perfetto, Gesù si dà a noi. Membra del suo Corpo mistico, noi abbiamo il diritto di appropriarci le sue soddisfazioni, i suoi meriti, le sue preghiere, e di offrirle a Dio, per espiare i nostri peccati ed ottener grazie; è le nostre domande, le nostre aspirazioni, i sacrifici nostri acquistano per questo verso un valore incomparabile. Come potrebbe Dio respingere coloro che si presentano a Lui rivestiti di Gesù Cristo e dei suoi meriti infiniti? – Il nostro dovere è quindi di attaccarci a Gesù, fonte di vita sovrannaturale, e di darci a Lui per attingere copiosamente da Lui quella vivificante acqua della grazia che Egli tanto desidera di comunicarci. Quanto più strettamente ci uniamo a Lui col dono totale di noi stessi, tanto più riceviamo dalla sua pienezza, perché Gesù non si lascia mai vincere in generosità. Gli diremo dunque di gran cuore: O Verbo incarnato, io mi dò tutto intero a Voi con tutto ciò che posseggo, che è vostro, perché me l’avete dato Voi. A Voi il mio corpo, i miei lavori, le mie fatiche, le mie pene, i miei affanni; a Voi tutti i respiri del mio cuore. Come Dio, Voi siete la pienezza dell’essere, della bellezza, della bontà, della sapienza, della potenza, dell’amore misericordioso; Voi siete il mio tutto, Deus meus et omnia, e voi solo potete appagare tutti i desideri del mio cuore. Voi possedete, come uomo, tutti i tesori della scienza e della sapienza (Col. II, 3), la pienezza della grazia creata (S, Giov. I, 14); e da questa pienezza io ho ricevuto tutto ciò che sono e tutto ciò che possiedo: « de plenitudine ejus nos ommes accepimus » (S, Giov. I, 15). Voi dunque adunate nella vostra Persona tutte le amabilità divine e umane. A chi potremmo andare fuori di Voi? Voi solo avete parole di vita eterna. – Or questo capiremo anche meglio. Quando avremo considerato il Verbo incarnato nelle sue relazioni con noi, vivente ed operante nei nostri cuori.

FESTA DELL’ASCENSIONE (2022)

ASCENSIONE DEL SIGNORE (2022).

Stazione a S. Pietro,

Doppia di I cl. con ottava privilegiata di III ord. – Paramenti bianchi.

Nella Basilica di S. Pietro, dedicata a uno dei principali testimoni dell’Ascensione del Signore, si celebra oggi (Or.) l’anniversario di questo mistero, che segna il termine della vita terrena di Gesù. Durante i quaranta giorni, che seguirono la sua Risurrezione, il Redentore pose le basi della sua Chiesa, alla quale doveva poco dopo mandare lo Spirito Santo. L’Epistola e il Vangelo di questo giorno riassumono tutti gli insegnamenti del Maestro. Gesù lascia quindi questa terra, e tutta la Messa è la celebrazione della Sua gloriosa elevazione in cielo dove gli fanno scorta le anime liberate, dal Limbo (Ali.) che entrano al suo seguito nel regno celeste, ove partecipano più ampiamente alla sua divinità (Pref.). — L’Ascensione ci predica il dovere di innalzare i nostri cuori a Dio e infatti, l’Orazione ci fa chiedere di abitare in ispirito con Gesù nelle regioni celesti, dove siamo chiamati ad abitare un giorno con il corpo. Durante tutta l’Ottava si recita il Credo: «Credo in un solo Signore Gesù Cristo Figlio unico di Dio… che è asceso al cielo, dove siede alla destra del Padre ». Il Gloria dice pure: « Signore, Figlio unico di Dio Gesù Cristo, tu che siedi alla destra  del Padre, abbi pietà di noi. Nel Prefazio proprio che si recita fino alla Pentecoste, si rendono grazie a Dio pel fatto che « il Cristo risorto, dopo essere apparso a tutti i suoi discepoli, si sia innalzato in cielo sotto i loro sguardi ». Durante tutta l’Ottava si recita ugualmente un Communicantes proprio a questa festa; con esso la Chiesa ci ricorda che « celebra il giorno sacrosanto nel quale Nostro Signore, Figlio unico di Dio, si degnò di introdurre nella gloria e porre alla destra del Padre la nostra fragile carne ». alla quale si era unito nel Mistero dell’Incarnazione. – Ogni giorno la liturgia ci ricorda, all’Offertorio (Suscipe Sancta Trinitas) e al Canone (Unde et memores) che essa, secondo l’ordine del Signore, offre il Santo Sacrificio « in memoria della beatissima passione di Gesù Cristo, della sua risurrezione dalla tomba, e della sua gloriosa Ascensione al cielo ». Infatti l’uomo è salvato solo per l’unione dei misteri della Passione e della Risurrezione con quello dell’Ascensione. « Per la tua morte e per la tua sepoltura, per la tua santa risurrezione, per la tua mirabile Ascensione, liberaci, Signore » (lit. dei Santi). — Offriamo a Dio il Sacrifizio divino « in memoria della gloriosa Ascensione del Figliuol Suo » affinché, liberati dai mali presenti, giungiamo con Gesù alla vita eterna (Secr.).

Incipit


In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus


Acta 1:11.
Viri Galilæi, quid admirámini aspiciéntes in cœlum? allelúia: quemádmodum vidístis eum ascendéntem in cœlum, ita véniet, allelúia, allelúia, allelúia.


[Uomini di Galilea, perché ve ne state stupiti a mirare il cielo? allelúia: nello stesso modo che lo avete visto ascendere al cielo, così ritornerà, allelúia, allelúia, allelúia].

Ps XLVI:2
Omnes gentes, pláudite mánibus: iubiláte Deo in voce exsultatiónis.


[Applaudite, o genti tutte: acclamate Dio con canti e giubilo.]

Viri Galilæi, quid admirámini aspiciéntes in cœlum? allelúia: quemádmodum vidístis eum ascendéntem in cœlum, ita véniet, allelúia, allelúia, allelúia.

[Uomini di Galilea, perché ve ne state stupiti a mirare il cielo? allelúia: nello stesso modo che lo avete visto ascendere al cielo, così ritornerà, allelúia, allelúia, allelúia].

Oratio

Orémus.
Concéde, quǽsumus, omnípotens Deus: ut, qui hodiérna die Unigénitum tuum, Redemptórem nostrum, ad coelos ascendísse crédimus; ipsi quoque mente in coeléstibus habitémus.

[Concedici, Te ne preghiamo, o Dio onnipotente, che noi, che crediamo che oggi è salito al cielo il tuo Unigenito, nostro Redentore, abitiamo anche noi col nostro spirito in cielo].

Lectio

Léctio Actuum Apostólorum.
Act 1:1-11

Primum quidem sermónem feci de ómnibus, o Theóphile, quæ coepit Iesus facere et docére usque in diem, qua, præcípiens Apóstolis per Spíritum Sanctum, quos elégit, assúmptus est: quibus et praebuit seípsum vivum post passiónem suam in multas arguméntis, per dies quadragínta appárens eis et loquens de regno Dei. Et convéscens, præcépit eis, ab Ierosólymis ne discéderent, sed exspectárent promissiónem Patris, quam audístis -inquit – per os meum: quia Ioánnes quidem baptizávit aqua, vos autem baptizabímini Spíritu Sancto non post multos hos dies. Igitur qui convénerant, interrogábant eum, dicéntes: Dómine, si in témpore hoc restítues regnum Israël? Dixit autem eis: Non est vestrum nosse témpora vel moménta, quæ Pater pósuit in sua potestáte: sed accipiétis virtútem superveniéntis Spíritus Sancti in vos, et éritis mihi testes in Ierúsalem et in omni Iudaea et Samaría et usque ad últimum terræ. Et cum hæc dixísset, vidéntibus illis, elevátus est, et nubes suscépit eum ab óculis eórum. Cumque intuerétur in coelum eúntem illum, ecce, duo viri astitérunt iuxta illos in véstibus albis, qui et dixérunt: Viri Galilaei, quid statis aspiciéntes in coelum? Hic Iesus, qui assúmptus est a vobis in coelum, sic véniet, quemádmodum vidístis eum eúntem in coelum.

“Io primieramente ho trattato, o Teofìlo, delle cose che Gesù prese a fare e ad insegnare in fino al dì, ch’Egli fu accolto in alto, dopo aver dato i suoi comandi per lo Spirito Santo agli Apostoli ch’Egli aveva eletti. Ai quali ancora, dopo aver sofferto, si presentò vivente, con molte e sicure prove, essendo da loro veduto per lo spazio di quaranta giorni e ragionando con essi delle cose del regno di Dio. E trovandosi con essi, comandò loro che non si partissero da Gerusalemme, ma aspettassero la promessa del Padre, che, diss’Egli, avete da me udita. Perocché Giovanni battezzò con acqua, ma voi sarete battezzati con lo Spirito Santo fra pochi giorni. Essi adunque, stando con Lui, lo domandarono, dicendo: Signore, sarà egli in questo tempo, che tu restituirai il regno ad Israele? Ma Egli disse loro: Non spetta a voi conoscere i tempi e le stagioni, che il Padre serba in poter suo. Ma voi riceverete la virtù dello Spirito Santo, che verrà sopra di voi e mi sarete testimoni e in Gerusalemme e in tutta la Giudea e nella Samaria e fino alle estremità della terra. E dette queste cose, levossi a vista loro: e una nuvola lo ricevette e lo tolse agli occhi loro. E com’essi tenevano ancora fissi gli occhi in cielo, mentre se ne andava, ecco due uomini si presentarono loro in candide vesti e dissero loro: Uomini Galilei, perché state riguardando verso il cielo? Questo Gesù che è stato accolto in cielo d’appresso voi, verrà nella stessa maniera che l’avete veduto andarsene in cielo -.

Alleluia


Allelúia, allelúia.

Ps XLVI:6.8
Ascéndit Deus in iubilatióne, et Dóminus in voce tubæ. Allelúia.

[Iddio è asceso nel giubilo e il Signore al suono delle trombe. Allelúia.]

Ps LXVII:18-19.
V. Dóminus in Sina in sancto, ascéndens in altum, captívam duxit captivitátem.
Allelúia.

 [Il Signore dal Sinai viene nel santuario, salendo in alto, trascina schiava la schiavitú. Allelúia.]

Evangelium


Sequéntia
sancti Evangélii secúndum Marcum.
Marc XVI:14-20

In illo témpore: Recumbéntibus úndecim discípulis, appáruit illis Iesus: et exprobrávit incredulitátem eórum et durítiam cordis: quia iis, qui víderant eum resurrexísse, non credidérunt. Et dixit eis: Eúntes in mundum univérsum, prædicáte Evangélium omni creatúræ. Qui credíderit et baptizátus fúerit, salvus erit: qui vero non credíderit, condemnábitur. Signa autem eos, qui credíderint, hæc sequéntur: In nómine meo dæmónia eiícient: linguis loquantur novis: serpentes tollent: et si mortíferum quid bíberint, non eis nocébit: super ægros manus impónent, et bene habébunt. Et Dóminus quidem Iesus, postquam locútus est eis, assúmptus est in cœlum, et sedet a dextris Dei. Illi autem profécti, prædicavérunt ubíque, Dómino cooperánte et sermónem confirmánte, sequéntibus signis.

“In quel tempo: Gesú apparve agli undici, mentre erano a mensa, e rinfacciò ad essi la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano prestato fede a quelli che lo avevano visto resuscitato. E disse loro: Andate per tutto il mondo: predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo: chi poi non crederà, sarà condannato. Ed ecco i miracoli che accompagneranno coloro che hanno creduto: nel mio Nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, maneggeranno serpenti, e se avran bevuto qualcosa di mortifero non farà loro male: imporranno le mani ai malati e questi guariranno. E il Signore Gesù, dopo aver parlato con essi, fu assunto in cielo e si assise alla destra di Dio. Essi se ne andarono a predicare per ogni dove, mentre il Signore li assisteva e confermava la loro parola con i miracoli che la seguivano.”

Recitato il Vangelo, viene spento il Cero pasquale, né più si accende, se non il Sabato di Pentecoste per la benedizione del Fonte.

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956.

IL MONDO INVISIBILE

Siamo al quarantesimo giorno della Risurrezione. Gesù condusse gli Apostoli fuori della città e li menò in cima al Monte Oliveto, rifacendo il cammino che aveva percorso con loro esattamente sei settimane addietro, la sera del Giovedì santo. Ma quale differenza di spirito! Allora verso la notte dell’agonia, ora verso il giorno del trionfo. Sulla cima Egli alzò un’ultima volta le mani a benedire i suoi Apostoli, poi i piedi forati si staccarono da terra, ed elevandosi in alto, partì da loro. Tutti tenevano il volto rivolto in su, guardando Lui che rimpiccioliva nella profondità del Cielo, illagato di luce; poi venne una nuvola e lo tolse alla loro vista, Cristo ormai era nella gloria del Padre, seduto alla sua destra. Quando gli Apostoli abbassarono gli occhi sulla terra che parve a loro sempre scolorata, sentirono che i desideri del cuore erano rimasti lassù, dietro allo scomparso, né giammai li potevano distogliere di lassù. A noi sarebbe parso meglio che Gesù non se ne fosse andato, che tutti avessero potuto vederlo con gli occhi, toccarlo con le mani, ascoltarlo con le orecchie. Ma se così fosse avvenuto la nostra fede avrebbe avuto minor merito, inoltre il nostro amore sarebbe stato meno puro e ancor troppo sensibile. Infine, v’è un’altra ragione, sulla quale intendo insistere. Se Gesù fosse rimasto in questo mondo visibile, non ci saremmo più abituati a sollevare pensieri e desideri al mondo invisibile che è il più importante, « poiché le cose visibili sono temporanee, mentre le cose invisibili sono eterne » (II Cor., IV, 18). Come una madre si nasconde per farsi cercare dai suoi piccini, così Gesù si è nascosto nel mondo invisibile perché noi ci sforzassimo di cercarlo « pur andando a tastoni » e di cercarlo là dove importa tenere il cuore, cioè il mondo invisibile. « Ricercate, dunque, le cose dell’alto, ove il Cristo dimora » (Col. III, 1). E perché ci fosse più facile questo contatto col mondo invisibile, Egli partendo promise di mandare lo Spirito Santo. Questa invisibile Persona divina avrebbe aiutato i buoni a distaccarsi dai beni passeggeri e insufficienti della terra, ed avrebbe condannato i cattivi che si avvinghiano perdutamente a questo mondo che si vede e che si tocca.

1. L’ESISTENZA DEL MONDO INVISIBILE

Ci sono dunque due mondi e lo diciamo nel « Credo » della Santa Messa: quello delle cose visibili e quello delle cose invisibili. Noi siamo nati in mezzo al primo, e sappiamo bene di che cosa sia formato: del sole e delle stelle, dell’aria e dell’acqua, dei monti. e delle pianure, delle piante e delle bestie, e soprattutto degli uomini e delle loro nazioni. Ma c’è pure un altro mondo, assai più vero di questo, assai più meraviglioso, assai più vicino a noi. Anzi ci viviamo in mezzo, eppure le nostre mani non lo toccano, e i nostri occhi non lo vedono, i nostri orecchi non lo sentono. Non meravigliamoci se i nostri sensi sono incapaci di percepire il mondo invisibile, perché essi non colgono che una minima parte di ciò che esiste: la più grande, la più bella realtà sfugge a loro. Se io dicessi ad un buon uomo della Etiopia, ignaro ancora della civiltà europea, che intorno a lui, anzi attraverso il suo stesso corpo passano parole misteriose, grida di gioia e urli di dolore, suoni d’ogni strumento e cori poderosi, egli mi guarderebbe stupefatto e penserebbe ch’io intenda raccontargli favole. Non può credere perché non ha mai visto le valvole per captare le onde marconiane. Prima che scoprissimo la radio, anche a noi europei simili cose apparivano un sogno irrealizzabile. Ebbene, Cristiani: se a qualcuno sentendomi parlare del mondo invisibile venisse il sospetto che sia tutto un sogno, si ricordi che noi ora siamo nelle condizioni di quel buon uomo d’Etiopia. Ci mancano le valvole adatte per captare le realtà del mondo invisibile. Ma un giorno, il giorno della nostra morte, le avremo. Intanto viviamo di fede; la fede nell’ascensione di Cristo nel mondo invisibile.

2. LE REALTÀ DEL MONDO INVISIBILE

a) La prima realtà del mondo invisibile è Dio. Colui che ha creato i cieli visibili, il sole abbarbagliante, i fiori coloriti, gli uomini che si vedono tra di loro, è invisibile. Il Dio onnipotente che esiste più realmente e più intensamente di tutti noi, non lo possiamo trovare coi nostri sensi. Un Vescovo francese al tempo di Luigi XIV, andò a visitare un’illustre famiglia e là domandò a un fanciullo di 8 anni, un ragazzetto sveglio, dopo d’aver preso un’arancia da un cestello che era sulla tavola: « Fanciullo mio ti voglio dare questa arancia, se tu mi dici dov’è Dio ». « E io, Mons. Vescovo, vi darò un intiero cestello pieno d’arance, se voi mi dite dove Dio non è ». Dio è dappertutto, eppure non lo vediamo. « Se uno è solo — è scritto nella Sacra Scrittura — io sono con lui. Rimuovi la pietra e li mi troverai, incidi il legno ed io son lì ». Anzi S. Paolo ha detto che noi siamo immersi in Dio: in Lui siamo, viviamo e respiriamo. Persuadiamoci, dunque di questa verissima realtà: non siamo mai soli, mai inosservati. Un Padre amorosissimo ci accompagna, un terribile osservatore ci scruta ogni momento la mente e il cuore. Ma una volta, il Dio invisibile ha voluto diventare una cosa che si vede. Per sua somma ineffabile misericordia, prese umana carne nel seno della Vergine Maria, e nacque in questo mondo sensibile. Per più di trent’anni visse come uno qualunque di noi: parlava; beveva, mangiava, camminava, soffriva. Poi ritornò nel suo mondo invisibile, dove ci ha promesso di preparare un posto per ciascuno di noi. Da allora più nessuno l’ha potuto vedere, eccetto qualche rarissimo e fortunato uomo. Lo vide, pochi anni dopo la sua scomparsa, Paolo quando nelle vicinanze di Damasco fu da Lui improvvisamente assalito, gettato nella polvere, disarmato e vinto amorosamente. Lo vide ancora, molti secoli dopo, Francesco d’Assisi sulla cima di una montagna, mentre sorgeva il sole, e si ebbe nel cuore uno smisurato amore per gli uomini, e nel corpo cinque piaghe spasimose. Lo vide pure, tre secoli fa, un’umile suora nel suo convento, Margherita Maria Alacoque e a lei diede grazia di rivelare le promesse e la devozione del suo Sacro Cuore. Per tutti noi però è come s’Egli non si fosse mostrato mai, tanto poca è l’esperienza che abbiamo della sua presenza. Ma nelle inesauste risorse del suo amore ci ha dato un segno che si vede e che si tocca, per dirigerci senza sbagliare verso la sua Persona che non si vede e non si tocca. Questo segno è la bianca e sottile Ostia consacrata: dove c’è quella, possiamo dire con certezza più che matematica che ivi c’è Gesù, vivo e vero, che non visto ci vede, che non udito ci ascolta. L’Eucarestia è il ponte che congiunge il mondo visibile col mondo invisibile. Con che amore, con che tremore dovremmo desiderarla e riceverla!

b) La seconda realtà del mondo invisibile sono gli Angeli. Voi tutti sapete che una notte alcuni pastori di Betlemme hanno visto gli Angeli, li hanno sentiti parlare, li hanno sentiti cantare mentre trasvolavano a schiere, e a schiere. Dicevano: « Gloria a Dio nel cielo, pace in terra agli uomini di buona volontà ». Tutti ricordano ancora che mentre S. Pietro dormiva nella prigione di Gerusalemme, proprio nella notte precedente il giorno fissato per ucciderlo, sopraggiunse un Angelo, che lo svegliò scuotendolo nel fianco, gli tolse le catene e gli disse. « Presto: buttati addosso il mantello e vieni con me ». Pietro senza rendersi conto di quello che faceva, ubbidì. Credeva fosse un sogno, ma si trovò nella strada libero e solo sotto le stelle. che illanguidivano ai primi soffi dell’alba (Atti, XII, 6-10). – Non so, se avete sentito che S. Filippo Neri volendo scansare una carrozza che gli veniva incontro in una corsa indiavolata, stava per cadere in una fossa profonda. E vi sarebbe caduto se una mano energica e pronta non l’avesse afferrato per un braccio: guardò e vide un Angelo che lo teneva stretto. Che meraviglie sono queste? Ma dunque degli Esseri splendidi e buoni ci sono ai fianchi senza che li possiamo vedere? Sì; essi vigilano sulle parrocchie, sulle nostre case, su ciascuno di noi. Nel regno del mondo sono soltanto i ricchi che possono permettersi il lusso di farsi servire; nel regno di Dio, tutti, anche il più miserrimo e diseredato, ha per servo e custode un Angelo. Come? chi è da più serve chi è da meno? Sì, perché il regno di Dio è regno d’Amore e non c’è gioia più cara che rendersi utili e donare agli altri. Vicini a noi miseri e indegni c’è sempre un Angelo splendido, amoroso, vigile, fedele, pronto all’aiuto: e non ci pensiamo. Vicino a ciascuna persona c’è un Angelo: e non ci badiamo. Nella nostra casa ci sono tanti Angeli: e non ce ne curiamo. Che perversa e ingrata ignoranza! c) Nel mondo invisibile abita infine la Madonna coi Santi. La Madre di Gesù, la tenerissima Madre nostra, essa pure è a noi invisibile. Si lasciò vedere nel secolo scorso a una fanciulla dalla grotta di Lourdes, ed ora spesse volte in quel luogo tocca e guarisce chi la chiama con fede e con amore, senza però farsi vedere. E con Lei sono tutti i Santi della Chiesa; con Lei son tutti i nostri cari morti che ci hanno preceduti col segno della fede. Non dobbiamo illuderci che siano lontani, che siano in un mondo al di là delle stelle, distaccati da noi fino alla nostra morte: no, ci sono vicini, facciamo con loro una medesima famiglia, che vive della medesima vita, che ama col medesimo Amore. Solo che essi non si rendono più presenti ai nostri sensi: come attori usciti dalla scena, ma che sono ancora là, sul palco, invisibili dietro le quinte.

CONCLUSIONE

Un poeta inglese ha immaginato l’impressione di Adamo quando. vide per la prima volta discendere l’oscurità della notte. Tutte le cose cominciarono a trascolorare, a perdere i loro contorni, a liquefarsi in una massa informe e scura. Sembrava che fosse la fine di tutto il mondo. Ma ecco improvvisamente luccicare la prima stella della sera. Espero; ecco l’esercito degli astri, ecco inaspettato sorgere il prodigio della luna. Tutta la creazione si fè più vasta allo sguardo del primo uomo attonito. Come avrebbe potuto immaginare che celate nella luce del giorno ci fossero tutte quelle cose? Come avrebbe potuto sapere, mentre erano visibili moscerini, insetti e foglie, che palpitavano nel cielo innumerevoli e immensi astri? (JOSEPH BLANCO WHITE, To Night). – Cristiani, quando intorno a noi discenderà la sera della morte, nessuna paura ci sgomenti: se questo mondo opaco delle cose visibili sembrerà svanire nel buio, da quel buio un altro mondo splendidissimo, e immenso, e beato affiorirà: il mondo invisibile. E lo vedremo. Vedremo Dio come è: vedremo la dolce e adorabile umanità di Cristo; vedremo il posto che Egli è salito a prepararci; ed ivi abiteremo con la Madonna, gli Angeli e i Santi e i nostri cari. E ripensando a questi giorni terreni, esclameremo attoniti: « Com’era poca e pallida cosa quella vita che allora ci sembrava tutto! ».

IL CREDO

Offertorium


Orémus
Ps XLVI:6.
Ascéndit Deus in iubilatióne, et Dóminus in voce tubæ, allelúia.
[Iddio è asceso nel giubilo e il Signore al suono delle trombe. Allelúia.]

Secreta


Súscipe, Dómine, múnera, quæ pro Fílii tui gloriósa censióne deférimus: et concéde propítius; ut a præséntibus perículis liberémur, et ad vitam per veniámus ætérnam.

[Accetta, o Signore, i doni che Ti offriamo in onore della gloriosa Ascensione del tuo Figlio: e concedi propizio che, liberi dai pericoli presenti, giungiamo alla vita eterna.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio


Ps LXVII: 33-34
Psállite Dómino, qui ascéndit super coelos coelórum ad Oriéntem, allelúia.

[Salmodiate al Signore che ascende al di sopra di tutti i cieli a Oriente, allelúia.]

Postcommunio


Orémus.
Præsta nobis, quǽsumus, omnípotens et miséricors Deus: ut, quæ visibílibus mystériis suménda percépimus, invisíbili consequámur efféctu.

[Concedici, Te ne preghiamo, o Dio onnipotente e misericordioso, che di quanto abbiamo ricevuto mediante i visibili misteri, ne conseguiamo l’invisibile effetto].

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE (1)

ADOLFO TANQUEREY

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE CHE GENERANO NELL’ANIMA LA PIETÀ

Vers. ital. di FILIPPO TRUCCO, Prete delle Missioni

ROMA DESCLÉE & C. EDIT. PONTIF.1930

NIHIL OBSTAT: Sarzanæ, 8 Maji 1930 J. Fiammengo, Rev. Eccl.

IMPRIMATUR: Spediæ, 8 Maji 1930 Can, P. Chiappani, Del. Generalis.

A

 GESÙ VIVENTE IN MARIA

L’AUTORE SULLA SERA ORMAI DELLA VITA UMILE E GRATO CONSACRA QUESTE PAGINE SUPPLICANDOLO DI AMMETTERLO UN GIORNO ALLA CONTEMPLAZIONE DELLE ALTISSIME COSE CHE TENTÒ SPIEGARE AI FRATELLI, BRAMOSO DI INDURLI A GLORIFICARE, AMARE E SERVIRE IL PIU BUONO DEI PADRONI, IL PIÙ SAPIENTE DEI MAESTRI IL PIÙ AMABILE DEGLI AMICI IL PIÙ TENERO DEI PADRI.

AL LETTORE ITALIANO.

Il Tanquerey, della cui scienza teologica e della cui pietà è ormai superfluo far l’elogio, regala al clero, alle persone religiose, e anche a tutte le anime pie viventi nel secolo, un nuovo libro intitolato: « Le grandi verità cristiane che generano nell’anima la pietà (Les Dogmes générateurs de la piété.). – Queste grandi e così benefiche verità esposte nel nuovo libro sono tre ed è bene accennarle qui subito sinteticamente. – La seconda Persona della santissima Trinità, il Verbo divino, che, divenuto coll’incarnazione l’Uomo-Dio Gesù Cristo, ci incorpora a sé e trasfonde in noi, membra del suo corpo mistico, la divina sua vita, affinché, dotati di un organismo soprannaturale che si compone della grazia santificante, delle virtù infuse e dei doni dello Spirito Santo, e assiduamente sorretti dalla grazia attuale e dai sacramenti, viviamo quaggiù la stessa sua vita, incentrando in Lui, divino nostro Mediatore, i nostri pensieri, i nostri voleri, i nostri affetti, le opere nostre, che così acquistano con una dignità divina un merito di vita eterna e ci preparano ad essergli eternamente uniti nel cielo: ecco la prima di queste grandi verità, di cui ognun vede la mirabile complessità. Maria santissima, la creatura più vicina a Dio, più cara alle tre Persone della santissima Trinità, ,più simile a Gesù Cristo, eletta a Madre di Dio e costituita nostra Corredentrice, nostra Madre soprannaturale, nostra universale Mediatrice, nostro modello: ecco la seconda di queste grandi e dolci cristiane verità. Il sommo nostro Sacerdote Gesù Cristo, che, dopo essersi una volta cruentamente immolato sul Calvario a salute del caduto genere umano, ora quel grande ed eterno suo Sacrificio incruentamente rinnova ogni giorno sui nostri altari per mano del Sacerdote celebrante nella santa Messa, nella quale associa a sé tutti i Cristiani affinché i loro doveri religiosi riescano veramente accetti a Dio e le loro suppliche veramente efficaci, e colla santa Comunione s’immedesima con loro per trasformarli in sé e unirli più strettamente colla santissima Trinità; di guisa che alle inesauribili ricchezze di questo divino Sacrificio più largamente partecipa il Cristiano secondo che più attivamente concorre alla sua celebrazione, più intimamente si unisce in quest’offerta a Gesù, più profondamente s’investe del suo spirito di Vittima: ecco la terza delle grandi verità cristiane la cui meditazione genera nelle anime la verace pietà.

Queste tre grandi verità il Tanquerey espone con sufficiente ampiezza e bellamente illustra in questo nuovo libro; e lo fa non solo, com’era da aspettarsi, con dottrina teologica soda e profonda, in forma piana e pratica, ma soprattutto con tale unzione e con tale soave spirito cristiano che il lettore vi sente subito, oltre l’esimio teologo, l’anima sinceramente pia che vive intensamente le alte e dolci verità che viene esponendo. Come già feci, due anni or sono, del Compendio di Ascetica e di Mistica che incontrò così bene, sono ora lieto di poter presentare questo nuovo libro in veste italiana non indegna, spero; dell’originale e delle bellissime e altissime e santissime cose che vi si discorrono. Leggano dunque i Sacerdoti e i seminaristi leggano i Religiosi e tutte le anime pie, leggano e meditino queste belle e devote pagine del Tanquerey, se vogliono acquistare, in cambio di una pietà superficiale fatta di sentimentalità e di fantasia, la vera, la soda, la illuminata pietà. Oh se tutti i Cristiani conoscessero quanta luce, quanta forza scaturisce da queste verità ben meditate per nobilitare e veramente divinizzare la vita umana; per agere et pati fortia, per operare e patir da forti, con spirito, non stoico o razionalistico, ma cristiano, vale a dire con umile ossequio alla volontà di Dio, in unione di mente e di cuore con Gesù e con Maria, con l’occhio costantemente fisso alla beata eternità! Oh! Perché verità così divine e così benefiche non s’imprimono profondamente nell’anime dei sacerdoti.  onde essere poi opportunamente trasfuse nell’anime dei fedeli? – Al venerando Autore, che mi onora della sua amicizia, auguro di gran cuore che, nonostante l’età, Dio gli conceda ancora tanto di vita, da poterci dar presto su queste così importanti materie gli altri volumi promessi nell’Introduzione. Di questi nuovi regali gli saranno vivamente grate tutte le anime pie; perché a libri pieni, come questi del Tanquerey, di dottrina e di pietà tanto soave, tanto sostanziosa, tanto pratica, le anime seriamente pie si rifanno sempre con rinnovato diletto e con raddoppiato profitto.

Sarzana, Collegio della Missione, Pasqua del 1930.

FILIPPO TRUCCO, Prete della Missione.

INTRODUZIONE.

Nel 1829, Monsignor Gerbet pubblicava un libro pio e profondo sulla santissima Eucaristia intitolandolo « Considerazioni sul domma generatore della pietà cattolica ». Ma, chi ben consideri, tutti i dommi della nostra santa religione sono fatti per generare la pietà nelle anime: basta esporli bene e indicarne le conclusioni pratiche, perché le anime si sentano portate al Signore e infiammate di divino amore. – Infatti, i dommi cristiani ci dicono tutti, ognuno a suo modo, l’origine, la natura e i fortunati effetti di quella partecipazione alla vita divina che la santissima Trinità si degnò spandere nelle anime; tutti ci parlano dell’infinita bontà del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, che, comunicandoci la loro vita, ci stimolano con questo stesso fatto a sviluppare in noi e perfezionare cotesta vita, che è la perla preziosa, il tesoro dei tesori, l’unica cosa necessaria che dobbiamo cercar di possedere a qualunque costo, se vogliamo essere eternamente felici. Fra i dommi cristiani ce n’è poi uno che è nello stesso tempo centro e compendio di tutti gli altri: è il domma del Verbo incarnato che ci incorpora al suo Corpo mistico onde farci partecipare alla sua vita. – Questo domma esponiamo nella prima parte del nostro lavoro e sarà facile vedere come vi si connettono tutti gli altri. Infatti, il far conoscere il Verbo è già un entrare nel mistero della santissima Trinità, perché il Verbo è l’eterno Figlio del Padre e fonte con Lui onde procede lo Spirito Santo. Ma il Verbo si fece uomo e divenne il capo dell’umanità redenta, la testa di un Corpo mistico di cui noi siamo le membra. È quindi, nel presente disegno divino, il Mediatore necessario tra l’uomo e Dio: dal seno del Padre discende sulla terra, ricco per noi di grazie e di benedizioni, e dalla terra risale al cielo per offrire alla santissima Trinità gli ossequi nostri e i nostri ringraziamenti. – Ecco ora l’ordine con cui procediamo nella prima parte. Innanzitutto, il Verbo incarnato che attinge la vita divina nel seno del Padre ed è la fonte della nostra vita soprannaturale. Per comunicarci questa vita, il Verbo incarnato ci incorpora al suo Corpo mistico, affinché le membra prendano parte alla vita del capo. Incorporati a Cristo, noi partecipiamo veramente alla vita divina: le tre divine Persone vengono ad abitare in noi e c’infondono la grazia santificante, le virtù soprannaturali e i doni dello Spirito Santo. Perciò Maria, madre di Gesù, diventa madre nostra, « carne mater capitis, spiritu mater membrorum eius ».

Quindi quattro capitoli che s’intrecciano logicamente fra loro:

Cap. I. — IL VERBO INCARNATO FONTE DELLA NOSTRA VITA SOPRANNATURALE.

Cap. II. — LA NOSTRA INCORPORAZIONE A GESÙ CRISTO.

Cap. Ill. — LA NOSTRA PARTECIPAZIONE ALLA VITA DIVINA.

Cap. IV. — MARIA MADRE NOSTRA E NOSTRA MEDIATRICE.

A coltivar questa vita divina, Gesù, sommo Sacerdote, ci fa prender parte al suo sacerdozio e al suo Sacrificio: è l’argomento della seconda parte. Gesù sacerdote è nello stesso tempo sacrificatore e vittima. A perpetuare sulla terra il suo Sacerdozio, si sceglie tra gli uomini dei rappresentanti visibili che, per mezzo del carattere sacerdotale impresso loro nell’anima, diventano veramente altrettanti Cristi. Tra Maria, Madre di Gesù e Mediatrice di grazia, e il Sacerdote, corrono relazioni speciali che debbono essere fatte ben rilevare. Anche il popolo cristiano viene associato al Sacerdozio di Gesù e diremo in che senso e fino a qual punto. Onde appare sempre meglio che il santo Sacrificio della Messa è l’atto più grandioso e solenne della virtù della Religione, atto sociale, celebrato dal Sommo Sacerdote Gesù col ministero dei Sacerdoti, visibili suoi rappresentanti, e coll’attiva partecipazione dei fedeli. Ed è quindi chiaro che da un tal Sacrificio Dio è infinitamente glorificato, e i fedeli efficacemente santificati, a patto che vi assistano attivamente, unendosi agli interni sentimenti di Gesù sacerdote e vittima.

Quindi cinque capitoli;

Cap. I. — GESÙ NOSTRO SOMMO SACERDOTE.

Cap. II. — IN CHE MODO IL SACERDOTE PARTECIPA AL SACERDOZIO DI GESÙ CRISTO.

Cap. III. — MARIA SANTISSIMA E IL SACERDOTE

Cap. IV. — IN CHE SENSO IL POPOLO CRISTIANO È ASSOCIATO AL SACERDOZIO DI GESÙ CRISTO.

CAP. V. — DEL SANTO SACRIFICIO DELLA MESSA.

Il nostro libro è diretto innanzi tutto ai Sacerdoti e ai seminaristi per aiutarli a Stimar degnamente ed efficacemente predicare quelle grandi verità rivelate che gli Apostoli predicarono con tanto frutto ai primi Cristiani; ma è fatto anche pei semplici fedeli, specialmente se viventi in comunità religiose, i quali, come ci risulta dalle molte lettere che ne abbiamo ricevuto, prendono vivissima parte a queste verità. Ecco perché, pur esponendo la dottrina teologica, adoperiamo termini semplici e concreti che possano essere facilmente capiti da tutti. – È nostra intenzione, se il Signore si degnerà concederci vita e forze, di pubblicare ancora altri volumi di questo genere. Vorremmo mostrare come, quando noi Cristiani soffriamo, Gesù, che patisce in noi, divinizza in qualche modo i nostri dolori; vorremmo esporre come Gesù opera in noi coi santi Sacramenti; e finalmente dire come Gesù ci farà un giorno entrare a parte della sua gloria nel cielo. – Benedica la Vergine Madre queste pagine e aiuti noi e tutti i nostri lettori a metterle in pratica.

Seminario Maggiore di Aix-en-Provence, il 25 marzo 1930 z 1930. Annunziazione della SS, Vergine.

LA VITA INTERIORE (27)

LA VITA INTERIORE E LE SUE SORGENTI (27)

Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI

con prefazione di Mons. Alfredo Cavagna Assistente Ecclesiastico Centr. G. F. di A. C.

Ristampa della 4° edizione – Riveduta.

TENEBRE DISSIPATE

LA VITA D’ABBANDONO

LA VIA.

Fede, fiducia, confidenza, amore… abbandono. Ecco tracciata la via all’abbandono. Le radici sono nella fede, nello spirito di fede. L’anima che opera con fede, acquista la fiducia. Chi opera con fiducia in Dio sente la confidenza; il passo dalla confidenza all’amore, è brevissimo. L’amore puro e santo porta all’abbandono. Per raggiungere l’unione con Dio, cioè la vita interiore, è necessario abbandonarsi filialmente e umilmente alle sante disposizioni della volontà di Dio.

DIO IN NOI.

Per mezzo dello spirito di fede noi vediamo Dio in tutto, e in tutto lo sappiamo presente e operante; soprattutto in noi, nei nostri cuori. Gioiosa, consolante verità. Ma, purtroppo, quanto è ignorata questa grande verità! Possiamo ricordare, qui, le parole che Gesù rivolse a Filippo, nell’ultima cena: tanto tempo che sono con voi, e voi non mi avete ancora conosciuto? (GIOV., XIV, 9). Dio abita realmente in noi sino dall’istante in cui abbiamo ricevuto il Battesimo. Allontanati, disse, infatti, allora, il sacerdote, allontanati, o satana, da questo fanciullo, perché diventi il tempio del Dio vivo, e lo Spirito Santo abiti in lui. È certo che se noi non l’abbiamo allontanato col peccato mortale, Dio continuò e continua ad abitare in noi. Cioè: noi e Gesù facciamo una cosa sola; così, noi per mezzo di Gesù possiamo tutto; così realmente Gesù vuole che facciamo nostri e coltiviamo come mostri i suoi interessi: la gloria del Padre, del Figliuolo, dello Spirito Santo; mentre Egli fa, e considera come suoi i nostri interessi, la santificazione nostra. Ma, in verità, quanto poco abbiamo pensato all’Ospite divino che vuole vivere e vive unito con noi! Dobbiamo confessare amaramente con santa Teresa: « Io comprendo di avere un’anima, ma la stima che merita quest’anima, ma la dignità dell’Ospite divino che vi abitava, ecco ciò che non comprendevo. Le vanità della vita erano una benda che mi coprivano gli occhi. Se avessi compreso, come lo capisco ora, che un sì gran Re abitava il piccolo palazzo dell’anima mia io non l’avrei lasciato così frequente solo! ».

ITINERARIO A DIO.

E se col peccato avessimo allontanato, cacciato, perduto Dio? Delle vie che riconducono a Dio, quella più segnata d’orme è la via del dolore. Il figliuolo prodigo, ritrovò il cammino della casa paterna quando alla sua pena non diedero più lenimenti le lascivie e le gozzoviglie delle città idolatre. La gioia e le lautezze fanno obliosi. Tutti gli altari, purtroppo, hanno sempre avuto più tributo di pianto che d’inni. Il grido di sant’Agostino: Inquietum est cor nostrum, Domine, assomma un’esperienza che è di tutti i tempi. Dio prorompe dalla sventura, e mentre l’anima lo ricerca tribolata e piena d’affanno, diventa ebbra di gioia nel ritrovamento. In quei momenti l’anima avverte Dio, ancora oscuro, ma presente. Non ama interpreti né intermediari, né formule. Pare che l’anima così dica: io voglio cercarti da me… parlarti direttamente, offrirti con le mie mani il dono della mia anima così come tu l’hai fatta… Picchio a te, supplico a te. Aprimi. Il mio cuore ha sete di te… Ha bisogno di appoggiarsi a una speranza, di legarsi a una certezza. (Dio è qui. Mondadori, Milano, 1927). Questo Dio che il tribolato chiama e cerca dappertutto, nel cuore degli uomini, negli aspetti delle cose, nella tripudiante testimonianza della natura, appare, a poco a poco, preciso e radiante e splendente: è il Dio dell’amore vero, dell’amore puro, il Dio della Misericordia infinita che toglie ogni tremore, che cancella ogni angoscia, asciuga ogni lagrima, che inonda di luce, vivifica di amore e stringe paternamente al cuore le anime, le anime dei suoi figli… che tornano a inebriarsi del suo amore.

NOI CON DIO

In due modi possiamo noi « povere creature umane », accettare la santa volontà di Dio: a stento, o con piena fiducia, con sereno abbandono… La vita interiore è in questa seconda maniera, nell’uniformità del nostro col volere di Dio. Perché? Ecco: Sono creatura tua. Fa di me ciò che tu vuoi. Non chiederò perché. Accetterò i tuoi decreti come si accetta il giro delle stagioni, il pullulare del germoglio e il distaccarsi della foglia secca, l’impennarsi del cavallone schiumoso e l’abbattersi contro la clamorosa scogliera (Ibidem). L’anima comprende che il vero e unico suo bene consiste nell’eseguire la santa volontà di Dio. La volontà di Dio diventa, adunque, oggetto dei desideri e delle compiacenze della nostra anima. « Essa sa che la mente di Dio pensa a lei e il suo Cuore ordina e dispone le cose a suo profitto: perché, adunque, dovrebbe essa ancora pensarvi e occuparsene, come se non le bastasse la sapienza infinita e la immensa bontà del suo Dio? Essa si abbandona pertanto ciecamente e tranquillamente al corso delle cose, come esso viene guidato dalla Divina Provvidenza; quali si siano gli avvenimenti, essa prova uguale soddisfazione, poiché in qualunque circostanza impera il volere di Dio, suo bene e sua felicità: che si avverino piuttosto tali che tali altre cose, non è affare dell’anima, ma di Dio, per essa ciò che importa è che ogni avvenimento risponda alla volontà divina. » Questo è il vero spirito di abbandono, che costituisce l’essenza della vita spirituale e della santità » (Op. cit., p. 417). Benché i nostri cieli siano oggi sbarrati dai fili del telegrafo e nella chiarità dei nostri orizzonti spicchino molti fumaioli, i campanili non sono diminuiti né di numero né di altezza. Vogliamo dire che l’apprendimento e la pratica dell’abbandono in Dio non è, poi, una cosa tanto difficile da pretenderne la riserva per alcune anime privilegiate, e l’esclusione per le altre tutte.

MOTIVI DI QUESTO ABBANDONO.

Sono molti. Ma sia sufficiente ricordare: Gesù è buono; Gesù accoglie tutti, sempre; Gesù è misericordioso; Gesù è fedele. Basta che la nostra anima si fermi un istante su queste considerazioni e ne sarà immediatamente persuasa, convinta. Non è Gesù che disse: ego sum pastor bonus? Sì il buon pastore che cerca le sue pecorelle… Di lui, il Vangelo, dice: «percorreva la Galilea, la Samara, la Giudea, insegnando nelle sinagoghe dei Giudei e annunziando il Vangelo del regno, guariva tra i popoli ogni languore e ogni infermità (MATT., IV, 23)… E folle numerose accorrevano a Lui, conducendo seco sordi, ciechi, paralitici, malati e molti altri, che deponevano ai suoi piedi, ed Egli li guariva (MATT.; XV, 30). Poiché Gesù è buono, accoglie tutti. Questa è la prova di un buon cuore. — « Durante la sua vita terrena accoglieva tutti con la medesima benevola bontà. La sua fronte era sempre calma e il suo occhio sorridente. Tutti potevano avvicinarlo senza timore, e l’avvicinavano, infatti. » I farisei e i sadducei vanno ad esporgli le difficoltà e a tendergli tranelli. Gesù dissipa i loro intrighi con una parola luminosa, con una diversione inattesa, con un miracolo, ma non li scaccia. » I ricchi l’invitano alla loro mensa, talora per sincera ammirazione, talora per vana ostentazione, Gesù accetta l’invito e qualche volta, non invitato, s’invita da se stesso. » Frequenta la casa dei grandi come il tugurio del povero, va a riposarsi nella villa di Lazzaro, a Magdala, come nella capanna della suocera di Pietro, il pescatore. » Accoglie, con la medesima bontà, il giovane ricco, il dotto Giuseppe d’Arimatea il mendicante cieco, seduto lungo la via e lo sventurato coperto di lebbra, che da lontano implorava la sua clemenza. » Distribuisce i suoi benefizi a tutti. Resuscita Lazzaro, suo amico; e restituisce l’orecchio a Malco, suo persecutore. Richiama alla vita la figlia del gran sacerdote Giairo, e il figlio unico della vedova di Naim. Gesù è sempre buono e cortese. » Ha qualche preferenza e la rivolge ai fanciulli, ai poveri, agli umili » (Schryvers, L’amico divino, pag. 418-1 9, Torino). – È misericordioso. L’infinita sua misericordia è la principale manifestazione della sua onnipotenza. Fu la sua misericordia, che l’indusse a lasciare il cielo per la terra, a soffrire e a morire per salvarci! Ha compassione della folla che lo segue… Attende al pozzo la Samaritana, e, dolcemente, la persuade a riconoscersi colpevole. Piange sulle sventure di Gerusalemme, su la morte di Lazzaro. Libera la Maddalena dai demoni e folgora Paolo su la via di Damasco, trasformandolo in un suo invincibile atleta. Di più: Gesù è fedele. L’ha voluto dire e confermare egli stesso: Io dò la mia vita per le pecorelle (Giov., X, 15); e: Nessuno strapperà dalle mie mani coloro che il Padre mi ha dato (Giov., X, 28). – Talora Gesù ci sembra lontano lontano, o almeno, assente. Ma non è così. Risvegliamo anche noi, come gli Apostoli sul lago di Genezareth, Gesù che ci sembra addormentato. Scuotiamo le nostre ali, eleviamo il volo, corriamo alla divina sorgente; e ripetiamo la preghiera insistente a Gesù dolce, a Gesù Amore: Dammi da bere di quell’acqua che sola può dissetarmi, ché, chi ne beve una volta non ha più sete mai.

CONCLUDENDO.

La volontà di Dio, è duplice. Comprende cioè quello che dobbiamo fare noi e quello che Dio vuole fare in noi stessi. Ci richiede, cioè, il Signore, che noi operiamo, e che operando, sottomettiamo, adattiamo noi, dolcemente, all’azione sua. Tutto, però, è sempre secondo le divine disposizioni, momento per momento. Dio si serve degli avvenimenti, delle cause seconde; per mezzo di esse ci annuncia la sua volontà. Ascoltare, accettare, eseguire queste divine disposizioni è abbandono in Dio, è unione con Dio, è vita interiore. Ma questa, è vita di abbandono, non tanto della creatura verso Dio, quanto di Dio alla creatura. « In verità è più abbandono di Dio che nostro. Abbandono significa rinuncia e sacrificio. Ora che cosa noi rinunciamo, quando ci diamo a Dio? Non solo non rinunciamo a nessun bene, ma ci arricchiamo di ogni bene e di ogni fortuna » (A. Gorrino, op. c., pag. 420.)

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (23)

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (23)

GIOVANNI G. OLIER Mediolani 27-11 – 1935

Nihil obstat quominus imprimetur. – Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch. Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO XV

Del modo di fare le proprie azioni per il principio della vita cristiana

Rinunciare a noi stessi e al nostro amor proprio. Adorare lo Spirito di Gesù Cristo nell’anima sua santissima.- Abbandonarci allo Spirito Santo perché diffonda in noi le intenzioni medesime di Gesù. — Non è necessario sentire l’azione divina; basta la fede e la volontà. – Nostro Signore sentiva lui pure la ripugnanza nella parte interiore dell’anima. — Lo spirito della religione è spirito di rinuncia.

L’uomo vecchio, in noi, è sempre attivo e quindi sempre ricerca sé stesso, perché in noi la carne, nello stato in cui si trova, non può che cercare i propri interessi. Poiché essa non vuole punto elevarsi a Dio, né portarsi a Lui, ma unicamente e senza posa ricerca sé medesima, bisogna al principio di ogni opera, riprovarne tutte le tendenze e tutte le intenzioni. Perciò la prima disposizione che dobbiamo avere nelle nostre azioni è di rinunziare a noi medesimi e al nostro amor proprio. La seconda cosa che dobbiamo fare è di adorare lo Spirito di Gesù Cristo che ne eleva l’anima a Dio in tutta la purezza, la santità e la giustizia possibile. Lo Spirito di Dio nell’anima di Gesù infondeva tutte le intenzioni più sante e tutte le più pure disposizioni possibili, perciò vi rendeva a Dio Padre tutta la somma di onore, di lode e di gloria che il Padre poteva riceverne. – La terza cosa è di domandare a questo divino Spirito che diffonda in noi le disposizioni dalle quali Egli vuole animarci per la gloria di Dio. Infine, bisogna abbandonarci allo Spirito Santo affinché si degni elevare l’anima nostra a tutte quelle intenzioni che saranno di suo compiacimento durante tutta l’opera che incominciamo, conservandoci uniti a Lui in tutto ciò che dovremo fare. – L’interiore di Gesù Cristo consisteva nel suo divino Spirito, che ne riempiva l’anima di tutte le intenzioni e disposizioni con le quali Dio poteva essere onorato da Lui e da tutta la sua Chiesa; orbene, questo divino interiore deve starci sempre davanti agli occhi come la sorgente e il modello di tutte le interne disposizioni delle anime nostre. Anzi bisogna offrire sovente a Dio quel divino interiore di Gesù, come supplemento al nostro che è così deficiente, perché davanti a Dio serva di riparazione per le nostre colpe. Nostro Signore medesimo si è degnato di offrire spesso a Dio, a questa intenzione, i suoi interni sentimenti.

***

Bisogna notare inoltre che, per essere uniti con lo Spirito di Nostro Signore onde vivere nella vita cristiana e operare santamente, non è necessario che sentiamo in noi questo Spirito, né che gustiamo sensibilmente in noi i sentimenti e le disposizioni di Gesù Cristo; basta vi ci uniamo per la fede, ossia con la volontà e con un vero e reale desiderio. Ed è ciò appunto che lo Spirito Santo ci dà, perché operiamo conforme al desiderio di Nostro Signore medesimo e così siamo adoratori in ispirito e verità. Gesù Cristo, infatti, il vero ed unico Religioso e Adoratore del Padre, diceva che il Padre suo domandava Adoratori in ispirito e verità (Joan. IV, 23), vale a dire, veri Religiosi e Adoratori che siano veramente distaccati da sé stessi, senza ricerca del proprio interesse, e realmente siano intimamente uniti al suo Spirito: ed in ciò consiste la vera religione interiore e cristiana. – Quando abbiamo in noi lo Spirito Santo mediante la grazia e viviamo distaccati dal peccato, per operare nella vita e nella santità di questo divino Spirito, basta che l’anima nostra si tenga unita a Lui per la parte più elevata e più sottile che chiamasi col nome di spirito. Inoltre, dobbiamo dire, a consolazione delle anime pure e sante, che Nostro Signore medesimo, soprattutto nel tempo della sua Passione, serviva il Padre suo per lo spirito, ossia per la parte superiore dell’anima sua, senza nulla. sentire nella parte inferiore e sensibile. – La parte superiore, in Gesù Cristo Nostro Signore, era nella gloria, e nella pienezza della sua luce vedeva tutte, assolutamente tutte le intenzioni adorabili con cui sì poteva rendere omaggio al Padre. Egli si investiva di queste intenzioni, aderendo allo Spirito che gliele suggeriva e le operava in Lui; ma essendo l’anima sua immersa in un oceano di disgusti, di aridità e di amarezze. Egli provava ripugnanza per quelle cose cui l’anima sua nella parte superiore abbracciava con una volontà infinitamente perfetta, per la gloria del Padre suo. Così, non dobbiamo inquietarci per le aridità e le ripugnanze della carne purché facciamo il nostro dovere e che la parte superiore dell’anima nostra, ossia la nostra mente e la nostra volontà, aderisca allo Spirito Santo, che sta in noi per operare secondo le sue intenzioni e i suoi desideri. Dobbiamo tenerci uniti allo Spirito Santo con un puro spirito di sacrificio, e nella fede, vale a dire, per una conoscenza oscura e insensibile ma tuttavia certa, che Dio sta in noi col suo santo e divino Spirito onde aiutarci nella nostra debolezza per la quale da noi stessi non siamo capaci di elevarci a Dio. Quando il Signore vede che accogliamo quei buoni desideri che Egli forma in noi: quando vede che abbiamo la volontà di operare unicamente per la sua gloria, che ci diamo interamente a Lui e cerchiamo il soccorso della sua grazia, allora ci abbraccia, ci eleva, ci santifica e fa che operiamo in ispirito e verità: ma non permetterà che l’anima lo senta, e ciò per divezzarla dalla carne e conservarla in una più grande santità e in un maggior distacco da sé stessa. È questo lo spirito di tutta le religione cristiana, spirito che a tutti i fedeli dà la vita con la virtù di operare nella santità e nella giustizia. In questo spirito, adunque dobbiamo incessantemente immergerci, distaccandoci da noi stessi, giusta il precetto di Nostro Signore: Colui che vuole seguirmi, rinunci a sé  stesso, prenda la sua croce e venga dietro a me (Matth. XVI, 24). Il vero discepolo di Gesù Cristo che vuole vivere come Lui, deve rinnegare sé medesimo in tutta verità come ha fatto Gesù Cristo; deve evitare di compiacersi in sé medesimo; Cristo non ebbe riguardi a sé stesso, Christus non sibi placuit (Rom. XV, 3) ma stare interamente unito con quel divino Spirito che esso possiede in sé medesimo e seguirlo, imitando la condotta  di Gesù Cristo, che non ha mai fatto la sua volontà. Gesù Cristo viveva in una perfetta aderenza allo Spirito di Dio suo Padre, e teneva l’anima sua sempre unita a Lui nella parte superiore e principale mentre permetteva che nella sua carne e nella parte inferiore dell’anima sua sorgessero ripugnanze e contraddizioni: Tale era la contraddizione che Egli subiva in sé stesso contro sé stesso. Così, se vogliamo seguire Nostro Signore. dobbiamo aderire continuamente allo Spirito per una decisa volontà che ci mantenga sempre fermi in ogni nostro dovere in mezzo alle croci ed alle contraddizioni, e ci elevi a Dio, senza che ci prendiamo compiacenza in noi medesimi, mentre la nostra carne, la quale vuole tutto al contrario di ciò che deve volere e perciò non può star soggetta, è sempre in contraddizione con quello Spirito divino. La carne desidera il contrario di ciò che lo spirito desidera: orbene, in tale contraddizione, bisogna che quella parte di noi che è lo spirito aderisca allo Spirito Santo, con cui deve essere perfettamente unita nei desideri e nella volontà, partecipando alle qualità di Lui che sono infinitamente lontane e al disopra della carne, benché nella parte inferiore, l’anima sia ancora aderente alla carne. In tal modo dobbiamo costantemente odiare l’anima nostra in quanto essa anima la carne e deve subire in sé stessa questa contraddizione come una croce continua e perpetua. Se alcuno vuol venire con me. rinneghi sé stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua. Si quis vult post me venire, abneget semetipsum et tollat crucem suam et sequatur me (Luc. IX, 23).

FINE

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. PIO XI “VIGILANTI CURA”

Si tratta di una lettera Enciclica della massima importanza, perché affronta un argomento che diventava allora, ed oggi ancor più, rovente e destabilizzante per la salute dell’anima degli esseri umani, in particolare per i Cristiani: la salvaguardia della moralità degli spettacoli cinematografici. Tali spettacoli, come ognuno sa, hanno raggiunto oggi un grado di amoralità elevatissimo con rappresentazione di atti dichiaratamente osceni e vergognosi, ben al di sotto dei più orripilanti istinti animaleschi, rappresentando sessualità esplicita di ogni tipo, etero ed omo sessuale, scene pedopornografiche di inaudita violenza, vere porcherie che farebbero rivoltare maiali e topi, mandrilli ed animali sottoposti ai più turpi istinti bestiali. Il tutto è catalogato poi come espressione “artistica” e coronato da premi prestigiosi che hanno oramai assunto risvolti vomitevoli proposti ad un pubblico di ogni età ed estrazione sociale, a cominciare dai cartoni animati pieni di messaggi occulti ed esplicite devianti scenografie. Tutto questo senza alcuna protesta da parte di genitori, associazioni varie, anzi con il beneplacito più o meno palese non solo delle combriccole di perdizione pseudo filantropiche, ma di strutture sedicenti religiose per lo più appartenenti all’area protestante-modernista. Che orrore! Si respira l’orrore di vomitevoli violenze ed oscenità in tutte le sale cinematografiche del mondo ove si entra pure con biglietti sempre più costosi così da rappresentare un simbolo elitario e progressista. L’elenco di spettacoli teatrali, musicali, cinematografici, con evidenti oscenità obbrobriose, scandalose, sarebbe troppo lungo e servirebbe solo a mostrare il terreno guadagnato nella odierna società dal “nemico dell’uomo” e dal paganesimo trionfante. Passiamo quindi alla lettura di questo documento che come una fragile diga di un fiume impetuoso, non è riuscito a frenare la rivolta dell’inferno contro il Cristianesimo vacillante degli ultimi secoli.

LETTERA ENCICLICA DI PAPA PIO XI 
SUL CINEMA

VIGILANTI CURA

Contesto storico

Vigilanza continua della Santa Sede

Nel seguire con occhio vigile, come richiede il nostro pastorale ufficio, l’opera benefica dei nostri confratelli nell’episcopato e di tutto il popolo fedele, ci è stato sommamente gradito l’intendere i frutti che ha già raccolti e i progressi che va tuttora facendo quella provvida impresa da oltre un biennio iniziata, quasi una santa crociata, contro gli abusi degli spettacoli cinematografici, affidata in modo particolare alla “Legione della decenza”. Questo ottimo esperimento ci porge ora la desiderata opportunità di manifestare, con maggiore ampiezza, il nostro pensiero sopra un argomento che riguarda da vicino la vita morale e religiosa di tutto il popolo cristiano. Anzitutto esprimiamo la nostra riconoscenza alla gerarchia degli Stati Uniti e ai fedeli suoi cooperatori per le importanti opere già compiute dalla “Legione della decenza” sotto la sua direzione e guida. Ed è la riconoscenza nostra tanto più viva, quanto più profonda era l’angoscia che sentivamo al riscontrare ogni giorno i tristi progressi – magni passus extra viam – dell’arte e dell’industria cinematografica nella rappresentazione del peccato e del vizio. Ogni qualvolta si è presentata l’occasione noi abbiamo ritenuto dovere del nostro altissimo ufficio di richiamare su ciò la sollecita attenzione non soltanto dell’episcopato e del clero, ma di tutte le persone rette e sollecite del pubblico bene. – Già nell’enciclica Divini illius Magistri, abbiamo lamentato che “questi potentissimi mezzi di divulgazione (come il cinema), che possono riuscire, se ben governati da sani principi, di grande utilità all’istruzione ed educazione, vengono purtroppo spesso subordinati all’incentivo delle male passioni ed all’avidità del guadagno”. E nell’agosto 1934, rivolgendoci ad una rappresentanza della Federazione Internazionale della Stampa Cinematografica, dopo avere rilevato la grandissima importanza che questo genere di spettacoli ha raggiunto ai nostri giorni e la influenza larghissima che esercita sia nel promuovere il bene, sia nell’insinuare il male, ricordavamo, infine, che bisogna pur applicare al cinema, perché non attenti continuamente alla morale cristiana, o semplicemente umana, secondo la legge naturale, “la concezione che deve reggere e regolare il grande dono dell’arte. Ora, l’arte ha quale compito suo essenziale, e come la sua stessa ragione d’essere, quella di essere perfettiva dell’entità morale che è l’uomo, e perciò deve essere essa stessa morale”. E concludevamo, fra la manifesta approvazione di quelle elette persone – ancora ci è caro ricordarlo – col raccomandare la necessità di rendere il cinema “morale, moralizzatore, educatore”. Ed anche recentemente, nell’aprile cioè del corrente anno, ricevendo in gradita udienza un gruppo di delegati del Congresso Internazionale della Stampa Cinematografica, tenutosi in Roma, prospettavamo di nuovo la gravità del problema: caldamente esortavamo tutte le persone di buona volontà a nome della religione non solo, ma anche a nome del vero benessere morale e civile dei popoli, perché si adoperassero con ogni mezzo che fosse in loro potere, quale appunto la stampa, affinché il cinema possa diventare davvero un coefficiente prezioso di istruzione e di educazione, e non già di distruzione e di rovina per le anime. – Sennonché, l’argomento è di tanta gravità per se stesso, e per le condizioni presenti della società, che crediamo necessario ritornarvi sopra; né solo con raccomandazioni particolari come nelle occasioni precedenti, ma con riguardo universale, al bisogno cioè non delle sole vostre diocesi, Venerabili Fratelli, ma di tutto l’orbe cattolico. È necessario, infatti, e urgente il provvedere che, anche in questa parte, i progressi dell’arte, della scienza e della stessa perfezione tecnica e industria umana, come sono veri doni di Dio, così alla gloria di Dio e alla salvezza delle anime siano ordinati, e servano praticamente all’estensione del regno di Dio in terra, affinché tutti, come ci fa pregare la santa Chiesa, profittiamo di essi in modo da non perdere i beni eterni: Sic transeamus per bona temporalia ut non amittamus aeterna (orazione della terza domenica dopo Pentecoste).

L’esperienza americana

Ora è certo, e da tutti riscontrato agevolmente, che i progressi dell’arte e industria cinematografica, quanto più meravigliosi erano divenuti, tanto più perniciosi ed esiziali si mostravano alla moralità ed alla religione; anzi alla onestà stessa della convivenza civile. Ciò riconobbero gli stessi dirigenti dell’industria negli Stati Uniti, quando confessarono la responsabilità loro propria, di fronte al pubblico, anzi alla società intera; mentre nel marzo 1930, con un libero atto, posto di comune accordo, solennemente sancito dalle loro firme e promulgato per la pubblica stampa, presero insieme un impegno solenne di tutelare nell’avvenire la moralità dei frequentatori del cinema. In questo codice si dava la promessa che non verrebbe mai più prodotto nessun film atto ad abbassare il livello morale degli spettatori, o tale da porre in discredito la legge naturale e umana, o da ingenerare simpatia per la violazione di essa. Sennonché, nonostante una sì saggia determinazione spontaneamente presa, i responsabili si mostrarono incapaci di attuarla, e i produttori apparvero non disposti a sottostare ai principi che si erano obbligati ad osservare. Essendosi, perciò, l’impegno suddetto dimostrato scarsamente efficace e continuandosi nel cinema l’esibizione del vizio e del delitto, sembrava ormai quasi preclusa la via dell’onesto svago mediante i film. In questa crisi, voi, o Venerabili Fratelli, foste fra i primi a studiare come si potevano tutelare le anime di coloro che erano affidati alle vostre cure, e deste inizio alla “Legione della decenza”, come a una crociata per la pubblica moralità, intesa a ravvivare gli ideali dell’onestà naturale e cristiana. Lungi da voi ogni pensiero di danneggiare l’industria cinematografica: anzi indirettamente la premuniste dalle rovine, alle quali sono esposte le forme ricreative che vanno degenerando in corruzione dell’arte. – Le vostre direttive suscitarono la pronta e devota adesione dei vostri fedeli: e milioni di Cattolici americani sottoscrissero l’impegno della “Legione della decenza”, obbligandosi a non assistere a nessun film che riuscisse di offesa alla morale cattolica e alla corretta norma di vita. Così possiamo dire con gioia che pochi problemi degli ultimi tempi hanno unito tanto strettamente Vescovi e popolo, quanto siffatta collaborazione a questa santa crociata. Né solamente Cattolici, ma ragguardevoli protestanti, israeliti ed altri molti, accettarono la vostra iniziativa e si unirono ai vostri sforzi per ridare sagge norme, artistiche e morali, al cinema. Ci è di sommo conforto il rilevare il notevole successo della crociata, perché il cinema, sotto la vostra vigilanza e la pressione esercitata dall’opinione pubblica, ha presentato un miglioramento dal lato morale. Delitti e vizi vennero riprodotti meno di frequente; il peccato non venne più così apertamente approvato ed acclamato; non si presentarono più in maniera così proterva false norme di vita all’animo tanto infiammabile della gioventù. Sebbene in alcuni circoli si fosse predetto che i pregi artistici del cinema sarebbero stati gravemente danneggiati dalle insistenze della “Legione della decenza”, pare tuttavia che avvenga proprio il contrario. Infatti, esse hanno dato non piccolo impulso agli sforzi per avviare sempre più il cinema a nobiltà di intendimenti artistici, indirizzando alla riproduzione di opere classiche e a spettacoli originali di non comune pregio. E neppure gli investimenti finanziari dell’industria cinematografica risentirono danno, come era stato gratuitamente predetto; giacché molti, che erano rimasti lontani dal cinema per le offese alla morale, ritornarono a frequentarlo, quando poterono vedere proiettate vicende oneste, non offensive dei retti costumi né pericolose per la virtù cristiana. Quando s’iniziò la vostra crociata, fu detto che gli sforzi di essa sarebbero stati poco durevoli, e gli effetti del tutto transitori, perché, diminuita a poco a poco la vigilanza dei Vescovi e dei fedeli, i produttori sarebbero stati nuovamente liberi di ritornare ai metodi di prima. È facile capire perché alcuni di costoro desiderino poter ritornare ai soggetti equivoci, che eccitano le basse passioni e che voi avete proscritto. Mentre la produzione di film realmente artistici, di vicende umane virtuose, richiede sforzo intellettuale, fatica, abilità e, talvolta, un più notevole dispendio, al contrario riesce spesso relativamente facile provocare il concorso al cinema di certe persone e categorie sociali con film che accendano le passioni e sveglino gli istinti inferiori latenti nei cuori umani. Invece, una incessante e universale vigilanza deve persuadere i produttori che non si è dato inizio alla “Legione della decenza” come ad una crociata effimera, la quale possa venire presto trascurata e dimenticata, ma perché i Vescovi degli Stati Uniti intendono tutelare ad ogni costo la moralità della ricreazione del popolo, in ogni tempo e sotto qualunque forma avvenga. La ricreazione, infatti, nelle sue molteplici forme, è divenuta ormai una necessità per la gente che si affatica nelle occupazioni della vita; ma essa dev’essere degna dell’uomo ragionevole, e perciò sana e morale; deve sollevarsi al grado di un fattore positivo di bene e suscitatore di nobili sentimenti. Un popolo che nei suoi momenti di riposo si dedica a divertimenti che offendono il retto senso del decoro, dell’onore, della morale, a ricreazioni che riescono occasione di peccato, specialmente per i giovani, si trova in grave pericolo di perdere la sua grandezza e la stessa potenza nazionale.

Parte dottrinale

L’importanza e il potere del cinema

È indiscutibile che fra i divertimenti moderni il cinema ha preso negli ultimi anni un posto d’importanza universale. Né occorre far notare come siano milioni le persone che assistono giornalmente agli spettacoli cinematografici; come in sempre maggior numero si vadano aprendo le sale per tali spettacoli presso tutti i popoli sviluppati e in via di sviluppo, come infine il cinema sia diventato la più popolare forma di divertimento, che si offra, per i momenti di svago, non solamente ai ricchi, ma a tutte le classi della società. D’altra parte non si dà oggi mezzo più potente del cinema ad esercitare influsso sulle moltitudini, sia per la natura stessa delle immagini proiettate sullo schermo, sia per la popolarità dello spettacolo cinematografico, infine per le circostanze che l’accompagnano. La potenza del cinema sta in ciò, che esso parla mediante immagini. Esse, con grande godimento e senza fatica, sono mostrate ai sensi anche di animi rozzi e primitivi, che non avrebbero la capacità o almeno la volontà di compiere lo sforzo dell’astrazione e della deduzione, che accompagna il ragionamento. Anche il leggere, o l’ascoltare, richiedono uno sforzo, che nella visione cinematografica è sostituito dal piacere continuato del succedersi delle immagini concrete e, per così dire, viventi. Nel cinema parlato si rafforza questa potenza, perché la comprensione dei fatti diviene ancora più facile e il fascino della musica si collega con lo spettacolo. – Purtroppo, i balli e i varietà, che talvolta s’introducono negli intermezzi, accrescono l’eccitamento delle passioni. Che se il cinema è veramente lezione di cose, che ammaestra in bene o in male, più efficacemente, per la maggiore parte degli uomini, dell’astratto ragionamento, occorre che essa sia elevata ai fini di una coscienza cristiana, e liberata degli effetti depravanti e demoralizzanti. Tutti sanno quanto danno producono i film cattivi nelle anime. Essi divengono occasioni di peccato; inducono i giovani nelle vie del male, perché sono la glorificazione delle passioni; espongono sotto una falsa luce la vita; offuscano gli ideali; distruggono il puro amore, il rispetto per il matrimonio, l’affetto per la famiglia. Possono altresì creare facilmente pregiudizi fra gli individui e dissidi fra le nazioni, fra le classi sociali, fra le intere razze. D’altro canto, i buoni film possono invece esercitare un’influenza profondamente moralizzatrice sugli spettatori. Oltre a ricreare, possono suscitare nobili ideali di vita, diffondere preziose nozioni, fornire maggiori conoscenze della storia e delle bellezze del proprio e dell’altrui paese, presentare la verità e la virtù sotto una forma attraente, creare, o per lo meno favorire, una comprensione fra le nazioni, le classi sociali e le stirpi, promuovere la causa della giustizia, ridestare il richiamo della virtù e contribuire quale aiuto positivo al miglioramento morale e sociale del mondo.

La popolarità e l’impatto del cinema

Queste considerazioni acquistano tanto maggiore gravità da ciò, che il cinema parla non a singoli, ma alle moltitudini, ed in circostanze di tempo, di luogo, di ambiente quanto mai propizie a suscitare non comune entusiasmo per il bene, come per il male, e a condurre a quella esaltazione collettiva, che può assumere – come l’esperienza purtroppo insegna – forme addirittura morbose. Le immagini cinematografiche sono, infatti, mostrate a gente che sta seduta in una sala oscura, ed ha le facoltà fisiche e spirituali per lo più rilassate. Non c’è bisogno di recarsi a cercare lontano queste sale; esse sono attigue alle case, alle chiese e alle scuole del popolo, sicché il cinema viene ad avere un influsso della massima importanza nella vita quotidiana. Inoltre, le vicende raffigurate nel cinema sono svolte da uomini e donne particolarmente scelti e per le loro doti naturali e per l’uso di espedienti tali, che possono anche divenire strumento di seduzione, soprattutto per la gioventù. Il cinema vuole per di più, a suo servizio, il lusso delle scenografie, la piacevolezza della musica, il realismo inverecondo, ed ogni forma di capriccio nello stravagante. E per ciò stesso il suo fascino si esercita con particolare attrattiva sui giovani, sugli adolescenti e sulla stessa infanzia. Così, proprio nell’età in cui si sta formando il senso morale e si vanno svolgendo le nozioni ed i sentimenti di giustizia e di rettitudine, dei doveri e degli obblighi, degli ideali della vita, il cinema, con la sua diretta propaganda, prende una posizione schiettamente preponderante. E, purtroppo, oggi, molto frequentemente la prende in male. Sicché al pensare a tanta strage di anime di giovani e di fanciulli, a tante innocenze che si perdono proprio nelle sale cinematografiche, viene alla mente la terribile condanna di nostro Signore contro i corruttori dei piccoli: Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare (Mt XVIII,6).

La necessità della vigilanza

E, dunque, una delle necessità supreme del nostro tempo vigilare e lavorare perché il cinema non sia più scuola di corruzione, ma si trasformi anzi in prezioso strumento di educazione ed elevazione dell’umanità. E qui ricordiamo con compiacenza che qualche governo, impensierito dell’influenza del cinema nel campo morale ed educativo, ha creato, mediante persone probe ed oneste, e specialmente padri e madri di famiglia, apposite commissioni di censura, come pure ha costituito organismi di indirizzo della produzione cinematografica, cercando di ispirarla a opere nazionali di grandi poeti e scrittori. Pertanto, se era sommamente giusto e conveniente che voi, Venerabili Fratelli, esercitaste una speciale vigilanza sopra l’industria cinematografica del vostro paese, che è particolarmente progredita ed ha non poca influenza nelle altre parti del mondo, è peraltro dovere dei vescovi di tutto l’orbe cattolico di unirsi, per vigilare su questa universale e potente forma di divertimento e insieme d’insegnamento, per far valere come motivo di proibizione l’offesa al sentimento morale e religioso e tutto ciò che è contrario allo spirito cristiano ed ai suoi principi morali, non stancandosi di combattere quanto contribuisce ad attenuare nel popolo il senso della virtù e dell’onore. Tale obbligo spetta non solo ai vescovi, ma altresì ai fedeli ed a tutti gli uomini onesti, amanti del decoro e della santità della famiglia, della nazione, e in generale della società umana.

Conseguenze pratiche

Gli standard della produzione

Vediamo ora in che cosa deve consistere questa vigilanza. L’aspetto morale del problema della produzione dei film sarebbe risolto alla radice, se ci fosse modo di avere una produzione cinematografica informata pienamente ai principi della morale cristiana. Non sarà mai troppo ampia la nostra lode a tutti quelli che si sono dedicati, o si dedicheranno, al nobilissimo intento di elevare il cinema ai fini dell’educazione, e alle esigenze della coscienza cristiana, adoperandosi a questo scopo con competenza di tecnici, e non di dilettanti, per evitare ogni perdita di forze e di denaro. Ma poiché sappiamo quanto sia difficile organizzare tale industria, specialmente per ragioni di ordine finanziario, e siccome d’altra parte occorre influire su tutta la produzione perché essa non compia opera dannosa ai fini religiosi, morali e sociali, è necessario che i pastori di anime vigilino sui film prodotti ed offerti universalmente al popolo cristiano. Circa l’industria stessa dei film, Noi esortiamo i Vescovi di tutti i paesi, ma in modo speciale voi, Venerabili Fratelli, a far appello a quei Cattolici che hanno una partecipazione a questa industria. Pensino essi seriamente ai loro doveri ed alle responsabilità che hanno, come figli della Chiesa, di usare della loro ingerenza ed autorità perché i film, che essi producono, o aiutano a produrre, siano conformi ai principi di sana moralità. Il numero dei Cattolici che sono esecutori, direttori, autori o attori nei film non è piccolo, e purtroppo la loro ingerenza nella produzione di essi non è stata sempre in accordo con la loro fede e con i loro ideali. Voi, o Venerabili Fratelli, farete bene ad impegnarli perché mettano la loro professione in accordo con la loro coscienza di uomini rispettabili e di seguaci di Gesù Cristo. Anche per questo, come per ogni altro campo di apostolato, i pastori di anime troveranno certamente degli ottimi cooperatori in coloro che militano nelle file dell’Azione Cattolica; ai quali non possiamo mancare di rivolgere in questa lettera Un caldo appello, perché vi prestino tutto il loro contributo e la loro operosità senza stancarsi o venir mai meno.

Gli obblighi morali

Di tempo in tempo, i vescovi faranno bene a ricordare all’industria cinematografica che essi, tra le cure del loro pastorale ministero, devono adoperarsi ad ogni forma di onesta e sana ricreazione, perché sono tenuti a rispondere dinanzi a Dio della moralità del loro popolo, anche quando si diverte. Il loro sacro ministero li obbliga a dire chiaro e aperto che un divertimento malsano e impuro distrugge le fibre morali di una nazione. Ricordino, altresì, all’industria cinematografica che quanto essi chiedono non riguarda solo i Cattolici, ma tutto il pubblico del cinema. – In particolare voi, Venerabili Fratelli degli Stati Uniti, giustamente potete insistere su ciò che dicemmo, avere l’industria cinematografica del vostro paese riconosciuta la propria responsabilità di fronte alla società. Procurino, poi, i Vescovi di tutto il mondo di lumeggiare agli industriali del cinema che una forza così potente e universale può essere utilmente indirizzata ad un altissimo scopo di miglioramento individuale e sociale. Perché, infatti, si deve far solo questione di evitare il male? I film non devono riuscire un semplice divertimento, né occupare soltanto ore frivole e oziose, ma possono e devono con la loro magnifica forza illuminare e positivamente indirizzare al bene.

Proposte concrete

La promessa

Ed ora, attesa la gravità della materia, riteniamo opportuno scendere ancora a qualche indicazione pratica. Anzitutto, come già abbiamo accennato, tutti i pastori di anime procureranno di ottenere dai loro fedeli che facciano ogni anno, come i loro confratelli americani, la promessa di astenersi da film che offendano la verità e la morale cristiana. Questo impegno o questa promessa può farsi specialmente nelle Chiese o nelle scuole, e con la premurosa cooperazione dei padri e delle madri di famiglia, cui in ciò incombe la responsabilità. I Vescovi potranno altresì valersi a questo scopo della stampa cattolica, la quale illustrerà la bellezza e l’efficacia della promessa di cui si tratta.

La classificazione dei film

L’adempimento di questa promessa esige che il popolo conosca chiaramente quali film sono leciti per tutti e quali leciti con riserve, quali sono dannosi o positivamente cattivi. Il che richiede che, il più spesso possibile, vengano redatti e stampati appositi elenchi dei film classificati, in modo da portarli a notizia di tutti. Sarebbe in sé desiderabile che si potesse stabilire una lista unica per tutto il mondo, perché per tutti vige una stessa legge morale. Sennonché, trattandosi di spettacoli che toccano tutte le classi della società, grandi e piccoli, dotti e ignoranti, è chiaro che il giudizio su di essi non può essere dappertutto lo stesso. Infatti, le circostanze, gli usi e le forme variano nei vari paesi: perciò non sembra cosa pratica stabilire una sola lista per tutto il mondo. Tuttavia, se in ogni nazione si pubblicherà un proprio elenco dei film distinti per classi, come sopra abbiamo detto, in tal caso vi si segua una conveniente norma comune.

Gli uffici nazionali

Perciò è del tutto necessario che in ogni Paese i Vescovi istituiscano un ufficio permanente nazionale di revisione, con lo scopo di promuovere i film buoni, classificare tutti gli altri e farne giungere i giudizi ai sacerdoti ed ai fedeli. Esso molto opportunamente potrà venire affidato agli organismi centrali dell’Azione Cattolica, la quale, appunto, dipende dai Vescovi. In ogni caso, però, è necessario sia bene stabilito che l’opera di classificazione, per riuscire efficace ed organica, deve essere nazionale e curata da un unico centro responsabile. Qualora, poi, gravissime ragioni locali lo richiedessero veramente, i Vescovi nella propria diocesi, per mezzo delle loro commissioni diocesane di revisione, potranno, sulla stessa lista nazionale – che deve applicare norme adattabili a tutta la nazione – far uso di criteri più severi, come può richiederli l’indole della regione, censurando anche dei film che fossero ammessi nella lista nazionale. Il menzionato ufficio curerà inoltre l’organizzazione dei cinema esistenti presso le parrocchie o in sedi di associazioni cattoliche, in modo da assicurare a queste sale dei film opportunamente riveduti. Mediante l’organizzazione poi di tali sale, che per l’industria rappresentano spesso dei buoni clienti, si potrà esigere che la stessa industria produca film corrispondenti pienamente ai nostri principi, i quali saranno poi facilmente proiettati non soltanto nelle sale cattoliche ma anche nelle altre. Comprendiamo che l’impianto di un tale ufficio esigerà non piccoli sacrifici e rilevanti spese per i cattolici. Tuttavia, la grande importanza del cinema e la necessità di tutelare la moralità del popolo cristiano, ed anche la moralità dell’intera nazione, rende questo sacrificio più che giustificato. L’efficacia, infatti, delle nostre scuole, delle nostre associazioni cattoliche ed anche delle nostre Chiese viene menomata e messa in pericolo dalla piaga dei film cattivi e perniciosi. L’ufficio deve essere costituito da membri che tanto siano competenti in ciò che riguarda il cinema quanto radicati nei principi della moralità e della dottrina cristiana; essi dovranno, inoltre, avere la guida e l’assistenza diretta di un sacerdote scelto dai Vescovi.

La cooperazione internazionale

Opportune intese o scambi di indicazioni e di informazioni fra gli uffici dei vari Paesi potranno rendere più efficace ed armonica l’opera di revisione dei film, pur tenendo conto delle condizioni e circostanze diverse. Così, infatti, si potrà, mediante il concorso di tutti gli scrittori cattolici, raggiungere una mirabile unità di idee, di giudizi e di azione. Questi uffici approfitteranno opportunamente non solo delle esperienze fatte negli Stati Uniti, ma anche del lavoro nel campo cinematografico compiuto dai Cattolici di altri paesi. Qualora, poi, i membri di questo ufficio – con tutte le migliori intenzioni e disposizioni – dessero in qualche difetto, come avviene in tutte le cose umane, sarà cura dei Vescovi, nella loro prudenza pastorale, e ripararlo nel modo più efficace, e tutelare quanto è possibile l’autorità e la stima dell’ufficio stesso, rafforzandolo con qualche membro più autorevole o sostituendo quelli che si fossero dimostrati meno atti a sì delicata mansione. Se tutti i Vescovi accetteranno la loro parte nell’esercitare tale onerosa vigilanza sul cinema – del che noi non dubitiamo, giacché conosciamo bene il loro zelo pastorale – certo compiranno una grande opera per la tutela della moralità del loro popolo nelle ore di svago e di ricreazione. Essi meriteranno l’approvazione e la cooperazione di tutti, cattolici e non cattolici, contribuendo così ad assicurare l’avviamento di questa grande potenza internazionale, che è il cinema, all’alto intento di promuovere i più nobili ideali e le più rette norme di vita. Ad avvalorare pertanto questi voti ed auguri, che ci sgorgano dal cuore paterno, noi imploriamo l’ausilio della grazia divina; in auspicio della quale impartiamo, con effusione di animo, a voi, Venerabili Fratelli, ed al clero e popolo a voi affidato, l’Apostolica Benedizione.

Roma, S. Pietro, 29 giugno, in occasione della Festa dei SS. Pietro e Paolo, 1936, XV anno del nostro Pontificato.

PIUS PP. XI

DOMENICA QUINTA DOPO PASQUA (2022)

DOMENICA V DOPO PASQUA (2022)

Semidoppio. – Paramenti- bianchi.

La liturgia continua a cantare il Cristo risorto e ci invita, in questa settimana delle Rogazioni, ad unirci a quella preghiera con la quale il Salvatore ha chiesto a Dio di far partecipe, con l’Ascensione, la propria umanità di quella gloria che, come Dio, possiede fin dall’eternità (Off.). Anche noi possederemo un giorno questa gloria, poiché ci ha liberati dal peccato con la virtù del Suo Sangue (Intr., Comm.). Poiché Gesù Cristo partendosi da noi ci ha lasciato come consolazione « di poter pregare in nome suo, onde la nostra gioia sia perfetta », cosi domandiamo a Dio « per nostro Signore » di non rimanere senza frutto nella conoscenza di Gesù, affinché, credendo alla sua generazione da parte del Padre, (Vang.) noi meritiamo di entrare con lui nel Regno di suo Padre.

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Isa. XLVIII: 20

Vocem jucunditátis annuntiáte, et audiátur, allelúja: annuntiate usque ad extrémum terræ: liberávit Dóminus pópulum suum, allelúja, allelúja.

[Annunciate la gioiosa notizia, che sia ascoltata, allelúia: annunciatela fino all’estremo della terra: il Signore ha liberato il suo pòpolo, allelúia, allelúia]

Ps LXV: 1-2

Jubiláte Deo, omnis terra, psalmum dícite nómini ejus: date glóriam laudi ejus.

[Acclama a Dio, o terra tutta, canta un inno al suo nome: dà a Lui lode di gloria].

Vocem jucunditátis annuntiáte, et audiátur, allelúja: annuntiáte usque ad extrémum terræ: liberávit Dóminus pópulum suum, allelúja, allelúja

[Annunciate la gioiosa notizia, che sia ascoltata, allelúia: annunciatela fino all’estremo della terra: il Signore ha liberato il suo pòpolo, allelúia, allelúia]

 Orémus.

Deus, a quo bona cuncta procédunt, largíre supplícibus tuis: ut cogitémus, te inspiránte, quæ recta sunt; et, te gubernánte, éadem faciámus.

[O Dio, da cui procede ogni bene, concedi a noi súpplici di pensare, per tua ispirazione, le cose che son giuste; e, sotto la tua direzione, di compierle.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Jacóbi Apóstoli.

Jac. I: 22-27

Caríssimi: Estóte factóres verbi, et non auditóres tantum: falléntes vosmetípsos. Quia si quis audítor est verbi et non factor: hic comparábitur viro consideránti vultum nativitátis suæ in spéculo: considerávit enim se et ábiit, et statim oblítus est, qualis fúerit. Qui autem perspéxerit in legem perfectam libertátis et permánserit in ea, non audítor obliviósus factus, sed factor óperis: hic beátus in facto suo erit. Si quis autem putat se religiósum esse, non refrénans linguam suam, sed sedúcens cor suum, hujus vana est relígio. Relígio munda et immaculáta apud Deum et Patrem hæc est: Visitáre pupíllos et viduas in tribulatióne eórum, et immaculátum se custodíre ab hoc sæculo.

“Carissimi: Siate osservanti della parola, e non uditori soltanto, che ingannereste voi stessi. Perché se uno ascolta la parola e non l’osserva, egli rassomiglia a un uomo che contempla nello specchio il suo volto naturale. Contemplato, se ne va, e subito dimentica come era. Ma chi guarda attentamente nella legge perfetta della libertà, e persevera in essa, diventando non un uditore smemorato, ma un operatore di fatti, questi sarà felice nel suo operare. – Se alcuno crede d’essere religioso, e non frena la propria lingua, costui seduce il proprio cuore, e la sua religione è vana. Religione pura e senza macchia dinanzi a Dio e al Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle loro tribolazioni, e conservarsi incontaminati da questo mondo”.

STUDIO E CURIOSITA’.

L’esposizione cristiana — ed è il Cristianesimo che noi, sulle orme degli Apostoli veniamo esponendo in queste spiegazioni — oscilla tra le verità più alte, trascendenti addirittura ed i concetti più umili, più pratici. Qualche volta il pensiero apostolico vola, tal altra cammina per vie piane, quasi trite. Abbiamo volato con Paolo, camminiamo oggi con S. Giacomo. Il quale è molto preoccupato dei pericoli della speculazione pura, anche religiosa. È facile illudersi e credere, per illusione, che il parlare molto di una cosa, o il meditarla profondamente, lo specularvi d’intorno voglia dire amarla per davvero. Illusione funesta sempre; ma più funesta quando la materia della illusione, sia religiosa; quando si creda religiosità o religione perfetta la speculazione teologica la più sottile e più alta. La speculazione ci vuole, perché noi uomini, anche nel campo religioso siamo esseri intelligenti, razionali: vogliamo capire. È un bisogno ed un dovere, è un ossequio a Dio: l’ossequio dell’intelligenza. Ma non basta, ma non è la cosa più importante. Perciò l’Apostolo dice ai fedeli: siate osservanti della Legge, non solo curiosi di essa. Mettetela in pratica, non appagatevi di conoscerla a perfezione. E continua osservando che il fare diversamente, il preferire la speculazione curiosa all’osservanza pratica, il guardare e sentire al fare, ancora il separare quello da questo, è un’illusione, un auto inganno. – E dopo avere insistito su questo concetto fondamentale, non con l’abilità del sofista, ma collo zelo dell’apostolo, conclude in un modo e con una formula anche più severamente e modestamente pratica, che per le sue qualità apparenti, può anche scandalizzare, ma che importa rammentare sempre per fare del buon Cristianesimo, fare della religione autentica. La quale consiste, dice l’Apostolo (e adopera la parola « religione pura ed immacolata presso Dio e il Padre ») nel « visitare i pupilli e le vedove tribolate ed oppresse, custodendo il proprio cuore senza macchia fra la corruttela del nostro secolo ». Visitare i pupilli e le vedove tribolate, oppresse; notoriamente i deboli sono stati il bersaglio della perversità vile. E nessuno è così tipicamente debole come la vedova coi suoi orfanelli. Le anime pagane approfittano di queste debolezze per opprimerle e spogliarle ed angariarle: prendono quel poco che c’è, spogliano di quel nulla che è rimasto. Le anime pagane… le quali proprio così, proprio in questo assalto ostile, cupido avido al poco benessere di questi deboli, si rivelano tali: pagane. Ed è inutile che ostentino così facendo, così trattando il prossimo, sentimenti buoni di adorazione, di amore per il loro Dio, per Iddio. L’abito religioso su queste anime egoistiche è una maschera, che non inganna nessuno, certo non inganna Dio. La pietà verso di Lui si rivela e traduce in modo irrefragabile solo nella carità operosa, benefica verso i poveri, anzi verso quei poveri che non sono più poveri, verso quelli dei quali chi fa il bene non ha nulla da umanamente ripromettersi, tanto sono poveri e miseri! I pupilli e le vedove, bersagliati, oppressi. Il linguaggio apostolico è di una singolare chiarezza. Senza questa carità o attuata, o almeno sinceramente voluta, non c’è religione, c’è una lustra di Cristianesimo. Ma basta questa carità, perché si possa dire religiosa un’anima? Basta? Delicato problema, ma a cui si può sicuramente rispondere: Se c’è in un’anima carità sincera, senza secondi fini, senza alterazioni innaturali, c’è la religione, almeno embrionalmente. Non c’è ancora la pienezza, c’è già il principio: non c’è ancora l’albero, c’è già il germe. Non siamo all’arrivo; siamo alla partenza per… verso la religione, verso Dio. Ecco perché noi possiamo predicare a tutti i nostri uditori, a quelli che hanno ancora la fede e a quelli che non l’hanno forse mai avuta, che forse l’hanno disgraziatamente perduta: siate caritatevoli, cioè fate la carità, e avrete nell’anima l’aurora e il meriggio di Dio.

(G. Semeria: Epistole della Domenica – Milano – 1939)

Alleluja

Allelúja, allelúja.

Surréxit Christus, et illúxit nobis, quos rédemit sánguine suo. Allelúja.

[Il Cristo è risuscitato e ha fatto sorgere la sua luce su di noi, che siamo redenti dal suo sangue. Allelúia.]

Joannes XVI: 28

Exívi a Patre, et veni in mundum: íterum relínquo mundum, et vado ad Patrem. Allelúja.

[Uscii dal Padre e venni nel mondo: ora lascio il mondo e ritorno al Padre. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem.

Joann XVI:23-30

In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Amen, amen, dico vobis: si quid petiéritis Patrem in nómine meo, dabit vobis. Usque modo non petístis quidquam in nómine meo: Pétite, et accipiétis, ut gáudium vestrum sit plenum. Hæc in provérbiis locútus sum vobis. Venit hora, cum jam non in provérbiis loquar vobis, sed palam de Patre annuntiábo vobis. In illo die in nómine meo petétis: et non dico vobis, quia ego rogábo Patrem de vobis: ipse enim Pater amat vos, quia vos me amástis, et credidístis quia ego a Deo exívi. Exívi a Patre et veni in mundum: íterum relínquo mundum et vado ad Patrem. Dicunt ei discípuli ejus: Ecce, nunc palam loquéris et provérbium nullum dicis. Nunc scimus, quia scis ómnia et non opus est tibi, ut quis te intérroget: in hoc crédimus, quia a Deo exísti.

[“In quel tempo disse Gesù ai suoi discepoli: In verità in verità vi dico, che qualunque cosa domandiate al Padre nel nome mio, ve lo concederà. Fino adesso non avete chiesto cosa nel nome mio: chiedete, e otterrete, affinché il vostro gaudio sia compito. Ho detto a voi queste cose per via di proverbi. Ma viene il tempo che non vi parlerò più per via di proverbi, ma apertamente vi favellerò intorno al Padre. In quel giorno chiederete nel nome mio: e non vi dico che pregherò io il Padre per voi; imperocché lo stesso Padre vi ama, perché avete amato me, e avete creduto che sono uscito dal Padre. Uscii dal Padre, e venni al mondo: abbandono di nuovo il mondo, e vo al Padre. Gli dissero i suoi discepoli: Ecco che ora parli chiaramente, e non fai uso d’alcun proverbio. Adesso conosciamo che tu sai tutto, e non hai bisogno che alcuno t’interroghi: per questo noi crediamo che tu sei venuto da Dio”].

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956.

LA PREGHIERA E LA VITA ETERNA

Lontano dalla casa paterna, in cammino verso una terra ignota, Giacobbe giunse sul finir del giorno in una landa solinga e brulla. Era stanco; e, presa una delle pietre che erano colà, se la mise sotto il capo e si addormentò. In sogno vide una scala drizzata in alto, il cui piede poggiava sul deserto e la cui cima toccava il firmamento. Dio stesso era seduto sul gradino supremo, e due lunghe teorie d’Angeli, l’una che discendeva l’altra che ascendeva, percorrevano la scala misteriosa, recando messaggi. Quando il patriarca si svegliò dal suo sonno, disse: « Veramente il Signore abita in questo luogo, ed io non lo sapevo » (Gen., XXVIII, 16). Di questa scala misteriosa, oggi, vi voglio parlare. Non crediate cercarla lontano da voi, perché il luogo donde essa s’innalza è il vostro cuore. Questa scala è la preghiera. Per essa gli Angeli, messaggeri di amore, salgono e scendono: salgono portando a Dio i bisogni, le necessità, i desideri degli uomini e scendono portando agli uomini le grazie, i doni, i favori di Dio. E il Signore noi lo troviamo sempre in cima a questa scala, sempre pronto a tendere l’orecchio misericordioso per raccogliere il gemito e il sospiro che sale dal basso. Che mirabile cosa è la preghiera! Una volta Dio adirato sta per lanciare lo sterminio contro il popolo d’Israele. Mosè prega: e Dio ritira la sua vendetta. Un’altra volta il popolo eletto, dopo una giornata di battaglia, è sorpreso dalla sera senza aver potuto dare il colpo decisivo; eppure era necessario che il nemico non avesse una notte in mezzo da potersi rifare. Allora Giosuè prega: ed ecco il sole arrestarsi sull’orizzonte e prolungare la giornata di qualche ora. Tre fanciulli innocenti son cacciati per ordine d’un re iniquo nella fornace ardente. Nel fuoco pregano: e la fiamma perde la sua natura distruggitrice e li accarezza senza bruciarli. Daniele è calato in una caverna piena di leoni, affamati. Il profeta prega e le belve accovacciate a’ suoi piedi gli fanno una fedele compagnia. La terra di Palestina è tormentata dall’arsura; ogni erba è morta, e i campi gemono, screpolandosi per il secco. Elia prega: e il cielo in poco tempo si annuvola e piove. Ma perché dovrò io contare altri esempi? Udite tutti la parola che Gesù Cristo ci grida oggi dal suo Vangelo: Amen, Amen! In verità, in verità! « Qualunque cosa chiederete al padre in mio nome, l’otterrete: ve lo dico Io! Su dunque, domandate, perché il Padre vi ama ed è contento se gli chiedete grazie Domandate! Petite, ut gaudium vestrum sit plenum. Da soli, con le nostre forze soltanto, non siamo capaci che di fare il male. Ogni nostro dovere, anche il più piccolo è superiore alle nostre energie: è necessario per compiere salutarmente che Dio ci aiuti con la sua grazia. Ma, di solito, non si ottiene grazia se non per la preghiera. Tanto meno poi si può entrare in Paradiso, senza di essa: si entrerà senza il battesimo di acqua, ma senza la preghiera, no! Domandate, se volete la vostra allegrezza ». Ma perché allora un dovere tanto essenziale è così trascurato? Perché nel mondo non si prega più? La preghiera è indispensabile agli uomini. Eppure non si prega. Ecco la contraddizione che dobbiamo meditare per ricavarne un proposito di salvezza. – LA PREGHIERA È INDISPENSABILE. A Roma, Daria la santa sposa di Crisanto fu imprigionata, perché era cristiana ed aveva convertito una folla di donne dall’idolatria alla vera religione. Ogni tormento fu escogitato per lei; ogni seduzione diabolica fu messa in opera per rovesciare la sua virtù. Da ultimo fu condotta in luoghi infami, ma Daria levati gli occhi e le mani al cielo pregò. Ed ecco vicino a lei apparire un leone fulvo e maestoso, pronto ad azzannare chiunque osasse molestarla ancora. Dum in oratione fixa est, leonis tutela a contumelia divinitus defenditur (Brev. Ambr., Die XXI Oct.). O Cristiani, e la nostra anima in questa vita non è circondata da terribili nemici come santa Daria? Quanti tormenti il demonio non escogita anche per noi! Quante tentazioni non mette in opera! Anzi il mondo intiero, in mezzo al quale viviamo, è una tentazione continua, esasperante. Tutte le condizioni della vita, tutte le cose che ci attorniano, sembrano d’accordo in una lega infernale per tramare la nostra perdita. Se siamo ricchi, le ricchezze ci fanno dimenticare l’anima inclinandoci verso i sedimenti sensuali. Se siamo poveri, la povertà ci inasprisce, e ci fa maledire la Provvidenza divina. Quando gli affari vanno bene ci abbandoniamo all’allegria mondana. Quando vanno male, ci lasciamo abbattere dalla disperazione. Quando ci troviamo onorati e collocati in alto, subito la superbia ci gonfia. Quando siamo calunniati e disprezzati, l’odio e la vendetta mordono il nostro cuore. Se siamo giovani e sani, ci sono le passioni gagliarde dei sensi. Se siamo vecchi e malati, ci sono i malumori e le mormorazioni. Nel fondo di miseria in cui è costretto a vivere, quale speranza di salute resta ancora all’uomo? la preghiera. Essa è il leone della nostra forza. Non c’è salvezza, senza la preghiera! Non siete Cristiani, senza la preghiera! a) Ecco un’anima che trovasi alle prese con una tentazione sensuale che la domina, con una abitudine di peccato dalla quale è tiranneggiata: di giorno e di notte, in solitudine e in compagnia. Essa si lamenta, vorrebbe liberarsene, e la forza le manca. C’è un rimedio solo: la preghiera. Come la lucerna trema se l’olio scarseggia, e si spegne se l’olio le manca, così la fede è incerta quando si prega poco, ed è morta quando non si prega più. « Signore! — gridava S. Pietro — aiuta la mia fede, ché io temo ». b) Ecco infine altre anime: accasciate sotto il peso delle tribolazioni, sono stanche di patire, sono stanche di piangere. Eppure, nuove disgrazie, altri dispiaceri costringono a patire ancora, a piangere ancora. Anche per queste c’è un rimedio, ed uno solo: la preghiera. Come i polmoni sofferenti hanno bisogno di un largo e fresco respiro, così il loro cuore ambasciato ha bisogno di tanta preghiera. « C’è qualcuno di voi in tristezza? — scrive S. Giacomo — Preghi e gli passerà » (Giac., V, 13). E Gesù buono dice: «Voi che faticate e sopportate venite a me per ristorarvi ». Per andare a Gesù bisogna salire la scala dell’orazione. – EPPURE NON SI PREGA. La fanteria e la cavalleria numerosissima di Oloferne assediò un giorno la città di Betulia. Alcune spie si presentarono al capitano sanguinario e gli dissero: « Oloferne! se vuoi vincere gli Israeliti senza combattere, togli a loro l’acqua e metti guardie a tutte le fontane, sicché non vi possano attingere senza perire a fil di spada ». Oloferne tagliò l’acquedotto che dava da bere alla città; e poiché vide che non lungi dalle mura v’erano delle fonti, a cui di sfuggita gli assediati correvano a bere, ordinò che fossero custodite in ogni momento. Passati venti giorni in cui al popolo di Betulia si distribuiva l’acqua a dosi sempre più scarse, la città non ebbe più goccia da bere. Allora uomini e donne, giovani e fanciulle, si radunarono a piangere e ad urlare. « Noi moriamo di sete davanti agli occhi del nostro nemico. Arrendiamoci tutti spontaneamente all’arbitrio di Oloferne » (Giud., VII). Oloferne, o Cristiani, è il demonio ed il suo antico stratagemma non l’ha dimenticato. Far morire le anime di sete! Togliete la preghiera dal mondo, e tutto il mondo assetato si abbandonerà a discrezione nelle mani dell’eterno nemico. Volgete lo sguardo intorno: perché il mal costume e l’incredulità dilagano? Perché tanta rovina di anime? Perché non si prega più! Io parlo di tante famiglie dove non solo si è dimenticato l’Angelus Domini a mezzogiorno, ma anche il Rosario alla sera. Io parlo di tanti e di tante che passano tutte le mattine e le sere senza pregare Dio, ed è molto per loro farsi un segno della croce mentre si spogliano o si vestono. Parlo di tutti quelli che non hanno provato ad ascoltare altra Messa, fuor di quella di precetto, che non hanno provato a ricevere la santa Comunione se non in tempo pasquale. Parlo di quelli che hanno l’abitudine di mormorare o di bestemmiare, ma non quella di ripetere ferventi giaculatorie. Povera gente, come farà a salvare l’anima? Ma io non sono capace di pregare. Non immaginate che per pregare sia necessario un lume speciale, una secreta conoscenza dei misteri della fede, un metodo scientifico. Niente di tutto questo: la preghiera è il sospiro che si leva dall’anima commossa davanti alla sua miseria. L’anima parla a Dio, come un amico all’amico; s’affligge d’averlo offeso; si sforza di piacere a Lui, e a Lui solo. Quando parlate con vostro padre, quando gli narrate i vostri crucci e gli chiedete aiuto, forse che andate rimuginando le parole, e almanaccate le cose che gli dovete dire? No: ognuno dice quello che dal suo cuore trabocca. Così dobbiamo fare con Dio, ch’è nostro Padre, quando preghiamo. – Ma io non ho tempo di pregare, sono troppo occupato dagli affari. O Cristiani, chi dice così non ha capito niente di quello che è la preghiera. Senza la preghiera non potete salvare l’anima; e salvar l’anima è l’affare più vero e più necessario. Ma io m’annoio a pregare e mi distraggo continuamente. È perché il vostro cuore è immerso nelle vanità del mondo: voi amate le creature, le ricchezze, le passioni e non volete bene al Signore. Anche gli Israeliti quando cominciarono a riempire il loro ventre coi frutti della terra, perdettero il gusto della manna che scendeva dal cielo (Gios., V, 12). Ma io non prego più perché non ottengo niente. O non pregate bene, o non pregate abbastanza, oppure v’ingannate. Anche quando sembrerà a voi di non essere esauditi, ricordatevi che Dio nella sua bontà sta preparandovi grazie molto più grandi di quelle che gli chiedete. – Il convento di S. Francesco da Paola in Calabria era aggrappato alla costa d’un monte. Forse per lo sgelo, e forse per altro, un mattino di primavera si staccò dalla vetta un macigno colossale che rotolando di balza in balza devastava le foreste ed ogni cosa sul suo cammino. All’orrendo rimbombo i frati escono in cortile e vedono: fu un urlo di terrore. Ma S. Francesco, ch’era in mezzo a loro, sollevò le mani e pregò. Ecco il macigno balzare un’ultima volta e poi fermarsi miracolosamente, non molto sopra al convento. Qual forza misteriosa lo aveva arrestato nella discesa irrefrenabile? La preghiera. Nella vita, ci sono dei giorni in cui sopra il nostro capo sta per cadere un macigno e schiacciarci: forse è una sciagura materiale e più spesso è una sciagura spirituale. Talvolta è sopra la nostra famiglia che gravita la sventura, talvolta è sopra un’intera nazione. Oh se non ci fosse la preghiera ad arrestare la valanga della vendetta di Dio? Oh se non ci fossero tante anime nei conventi e nelle clausure e nelle famiglie stesse che pregano per i peccati del mondo, quanti si troverebbero addosso la morte, improvvisa come un macigno che rotoli dall’alto, e dalla morte sarebbero già stati travolti nell’eterna rovina!

I DIFETTI DELLA PREGHIERA. « Come si spiega allora, — pensano alcuni, — che molte volte ho pregato ed il Signore ha fatto il sordo con me? » Non diamo la colpa al Signore quando la colpa è tutta nostra: se non abbiamo ottenuto è perché abbiamo pregato male. Non accipitis eo quod male petatis (Giac. IV, 3). E S. Agostino spiega: « Non ricevete o perché voi siete cattivi, o perché domandate cose cattive, o perché pregate malamente ». Non accipitis eo quod mali, mala, male petatis. Consideriamo, ad uno ad uno, questi difetti che rendono vana la nostra preghiera. – EO QUOD MALI. Il re Antico si vide perduto (II Macc., IX). Era stato scacciato da Persepoli vergognosamente; ed anche i suoi generali, Nicanore e Timoteo, erano stati sconfitti dai Giudei. Il Signore poi, che tutto vede, lo faceva spasimare con un lancinante dolore di visceri. E quasi non bastasse, mentre spingeva a corsa impetuosa il suo cocchio, il cavallo impennatosi lo sbalzò sulla strada, ammaccandolo in tutte le membra. Quando quest’uomo perfido, che aveva sognato di comandare alle onde del mare e di pesare sulla sua stadera le cime dei monti, si vide sbattuto a terra, quando vide la sua carne sfasciarsi e marcire viva in un fetore a cui egli stesso non sapeva più resistere, allora rivolse a Dio la sua preghiera. « È giusto ch’io mi sottometta al Signore… ». E pregandolo, promise che avrebbe dato libertà a Gerusalemme che poco prima aveva pensato di ridurre a cimitero; promise di restituire l’oro e l’argento che aveva sacrilegamente rubato nel tempio; promise di rispettare quei Giudei che non reputava degni neppur di sepoltura ma che avrebbe voluto sterminare e lasciarli in preda agli avvoltoi e alle belve; promise perfino di farsi circoncidere e diventare anch’egli uno del popolo di Dio. Quante promesse! E quale fervore in questa preghiera! Eppure i dolori non cessarono, eppure non guarì. Tra le montagne selvagge e rocciose, lungi dal suo paese, abbandonato da tutti, come l’ultimo miserabile del mondo, disperatamente moriva Antioco, il re. Perché Dio, che è sì buono, non ha esaudito la sua preghiera? Orabat hic autem scelestus (Macc. IX, 13). Con cuore iniquo e senza aver rinnegato alla sua malizia, costui pregava Dio, a quo non esset misericordiam consecuturus, dal quale non avrebbe giammai ottenuto grazia. Pensiamo un poco: noi, che spesso ci lamentiamo di non essere esauditi nella preghiera, come stiamo di coscienza? Come pretendere che Dio ci ascolti se siamo in peccato? Il peccato ci fa servi del demonio: e noi dopo aver servito il demonio, abbiamo il coraggio di domandare la paga al Signore? Il peccato ci fa nemici di Dio: e noi pretendiamo che Egli aiuti i suoi nemici i quali si beffano in Lui, e saranno peggio che prima? Il Signore non è come gli uomini che vedono appena la vernice esterna, ne scruta nel cuore. Possono essere belle e buone le parole che gli diciamo, ma se il nostro animo è cattivo non saremo esauditi; bensì riceveremo il rimprovero che Gesù lanciò in faccia agli ipocriti farisei: « Questa gente mi onora con la bocca, ma il loro cuore è lontano da me. Vi dico che mi onora inutilmente ». (Mt. XV, 8). Quante volte ancor noi abbiamo pregato con la bocca mentre il nostro cuore era lontano: con una creatura, con un divertimento, con una passione, col demonio. Perciò non fummo esauditi. – EO QUOD MALA. « Finora, — diceva Gesù, — non avete chiesto cosa alcuna nel mio nome: domandatela e la riceverete ». Che cosa significa domandare nel Nome del Salvatore? Significa chiedere cose che riguardano la nostra eterna salvezza. A quanti Gesù potrebbe rispondere la parola che disse ai figli di Zebedeo: « Voi non sapete cosa domandate » (Mt. XX, 22). Purtroppo la nostra debolezza ci china verso terra e ci mette la benda sugli occhi circa l’ultimo fine della vita. Infatti, che cosa si domanda da tanti? Forse la luce della verità, forse l’amore della virtù, l’aumento della grazia? No, non è così. Si domanda una vita senza croci, piena di ricchezze, di onori, si domanda che questa terra che è valle d’esilio diventi un paradiso. E spesso questi beni sono la rovina di molte anime. Quanti se non fossero stati ricchi ora sarebbero in Paradiso; quanti se non fossero saliti tanto in alto tra gli uomini, ora non sarebbero discesi tanto in basso tra i demoni; quanti, se a tempo opportuno avessero avuto una croce, una malattia, la morte, ora non gemerebbero per sempre nel fuoco eterno! Ecco perché Iddio, che ha la vista più lunga della nostra, non sempre ci esaudisce quando gli chiediamo i beni del mondo. Chi è quella madre che darebbe a suo figlio per giocare un rasoio, le forbici, gli aghi? E voi pensate che Dio non faccia per le anime nostre quello che anche noi sappiamo fare con i nostri figliuoli? Il Signore disse un giorno a Salomone: « Domandami quel che vuoi e l’avrai ». Oh se facesse a noi questa domanda! Chiederemmo subito una vita lunga come quella di Matusalem, una forza terribile come quella di Sansone; chiederemmo ricchezze infinite. Invece Salomone rispose: « Dammi, o Signore, lo spirito della sapienza che guidi i miei passi sulla retta strada, e non ti abbia ad offendere mai ». E Dio fu commosso da questa risposta e aggiunse: « Giacché non mi hai domandato un bene fugace del mondo, ma un bene eterno, abbiti non solo la sapienza, ma anche un regno florido e ricchezze, e onori, tutto ». Ricordiamo anche noi, quando preghiamo, la parola di Gesù: « Cercate soprattutto il regno di Dio e la sua giustizia; il resto vi sarà dato per giunta ». – EO QUOD MALE PETATIS. La preghiera talvolta non è esaudita perché fatta male: senza umiltà, senza sostanza, senza fiducia. a) Senza umiltà: Due uomini entrano nel tempio a pregare. Uno è un fariseo, l’altro è un pubblicano. Il fariseo, dritto davanti a Dio, non fa che esaltare se stesso e umiliare gli altri: « Grazie, o Signore, che non m’hai fatto un ladro, un ingiusto, un disonesto come gli altri, come quel pubblicano là in fondo ». Il pubblicano invece, là in fondo, non osava neppure levare gli occhi dal suolo e si batteva il petto e singhiozzava: « Signore, sii buono anche con me che son peccatore ». « Guardate — concluse Gesù, narrando la Parabola, — guardate che dal tempio uscì giustificato solo il povero ed umile pubblicano (Lc., XVIII, 14). b) Senza costanza: Un uomo, a mezzanotte in punto, batte alla porta d’un suo amico. « Amico, prestami tre pani. M’è capitata gente che ha fame in casa, ed io non ne ho più, nemmeno una briciola ». L’amico non viene neppure alla finestra e di dentro gli risponde: « Senti, mi dispiace, ma ho già chiuso tutta la casa. Io sono a letto, i miei figli anche: non vorrai farci alzare per darti del pane!… ». L’altro in piedi davanti alla porta chiusa non si scoraggia e comincia a battere. Batte una volta, due, tre… L’amico non può più dormire. Se non per amicizia, ameno per levarsi quella seccatura, si alza e lo esaudisce (Lc., XI, 5). Dunque bisogna pregare, senza scoraggiarsi, fin quando si ottiene quel che si domanda. Oportet semper orare et numquam deficere. Non lasciamoci vincere dal silenzio del Signore: più tarda la grazia e più bella sarà. Trenta anni ha pregato santa Monica per il suo figliuolo, ma poi quale grazia! Suo figlio fu un santo. c) Senza fiducia: Una donna vien dalla terra di Chanaan per far la sua preghiera a Gesù: « Signore! Figliuolo di Davide, pietà di me, che ho una figlia indemoniata! ». Gesù non la guarda, non le risponde nemmeno una parola. Non respondit ei verbum. Ma essa vuol essere esaudita. Gli va dietro, e non guardata piange, e non ascoltata prega, tanto che gli Apostoli ne sentono compassione: « Maestro — dicono — lasciala andare, non vedi come grida? — Gesù allora si volge e le dice burberamente: « Io son venuto per i Giudei e non per i Cananei ». La povera donna non è vinta da questo reciso rifiuto: vuole essere esaudita e va dietro sempre e non guardata piange e non ascoltata prega. Non capisci, — la rimprovera Gesù, — ch’io non posso strappare il pane di bocca ai figli per darlo ai cani? ». E quella donna accetta d’essere come un cane, anzi si chiama cagnolino; e nell’impeto della sua fede, risponde: « Sì, è vero, ma i cagnolini hanno le briciole che cadono dalla mensa del padrone. Anche per me, dunque una briciola, anche per mia figlia indemoniata una briciola… ». Gesù allora non poté più resistere e le rispose: « La tua fede è grande; sia fatto come tu vuoi ». In quel momento sua figlia guariva. È questa la fiducia delle nostre preghiere? –  Quando il re Demetrio mandò contro i Giudei un esercito poderoso, un capitano espertissimo, Giuda Maccabeo, raccolse i suoi soldati impauriti, e raccontò loro una visione che li rallegrò tutti. « Non temete! — disse; — nel cuor della notte m’è apparso un personaggio venerando per età e gloria e circonfuso di una magnifica maestà. A me che meravigliato guardavo, una voce disse: « Questi è l’amico dei fratelli e del popolo d’Israele, questi è colui che molto prega per noi e per la città santa: Geremia è, il profeta di Dio ». Allora Geremia, stendendo la destra, mi consegnò una spada d’oro, dicendomi: « Ricevi la spada santa dono di Dio, con la quale abbatterai i nemici d’Israele mio popolo ». Confortati da queste parole, i valorosi attaccarono battaglia, pregando. La vittoria fu compiutamente splendida: ritornando giubilanti attraverso i campi insanguinati s’accorsero che il capitano dei nemici era tra i morti. Allora, alzato un grido di trionfo, benedissero il Signore onnipotente (II Macc., XV). Cristiani, che siete impauriti davanti agli assalti continui delle tentazioni e del mondo, Cristiani che siete oppressi dalle tribolazioni, Cristiani che soffrite stanchi e aggravati, alzate gli occhi al cielo: nella gloria di Dio Padre v’è Uno sempre intento a pregare per noi. Semper vivens ad interpellandum pro nobis (Ebr., VII, 25). Assai più fortunati noi siamo dei guerrieri di Giuda, perché chi intercede senza posa per noi, non è un profeta, non è un semplice uomo, ma è lo stesso Figlio di Dio, Gesù Cristo. Ecco perché Egli stesso, nel suo Vangelo, ha promesso che la nostra preghiera sarà sempre esaudita: « Se voi domandaste qualsiasi cosa al Padre, in mio Nome, non vi sarà negata. Ma finora non avete mai pregato in mio Nome: su! Domandate e avrete; chiedete ed ogni vostra brama sarà compiuta ». La preghiera è la spada d’oro che Cristo consegna a ciascuno di noi: solo con essa supereremo ogni lotta della vita e abbatteremo il nostro nemico d’inferno. Solo con essa si sono formati i santi: noi ci meravigliamo davanti alla purezza di S. Luigi Gonzaga, all’umiltà di S. Carlo Borromeo, alla carità di S. Filippo Neri, come di cose favolose e impossibili. Sì, sarebbero state davvero cose favolose e impossibili, se questi uomini avessero pregato così poco e così male come noi. – Questa volta non è della preghiera in generale che vi voglio parlare. Già tutti avete sentito e siete convinti che la preghiera è necessaria all’anima, come al corpo il respiro; che chi prega si salva e chi non prega si danna. Oggi invece vi parlerò di un dovere quotidiano, dovere indispensabile che distingue il Cristiano di fede viva, dal Cristiano di fede morta. Nell’Antico Testamento, v’era una legge che obbligava gli Ebrei ad offrire due sacrifici al giorno: uno all’alba, l’altro al tramonto. Unum offeretis mane et alterum ad vesperum (Num., XXVIII, 4). Nel Nuovo Testamento, noi pure dobbiamo innalzare, al principio e alla fine di ogni giorno, un sacrificio di lodi che appunto si chiama preghiera del mattino e della sera.LA PREGHIERA DEL MATTINO. Milton, nel suo poema Il Paradiso perduto, descrive Adamo che, appena creato, apre gli occhi a contemplare le meraviglie del mondo. Vede i fiori coloriti, il verde dei boschi, vede l’azzurro del firmamento disteso sulla sua testa, e rapito in estasi manda un grido. « Mi slanciai e saltai verso il cielo come per toccarlo!» fa dire il poeta al primo uomo. Spontaneo come quello di Adamo deve essere, tutte le mattine appena apriamo gli occhi, lo slancio del nostro cuore impaziente di elevarsi a Dio. Comincia un altro giorno: un’altra pagina del libro di nostra vita. Oh se tutte le pagine cominciassero col santo Nome di Dio, di Gesù Salvatore, di Maria madre amorosissima, del nostro Santo protettore, del nostro Angelo custode, come ci troveremmo lieti quando, finita l’ultima pagina, dovremo consegnare il libro nelle mani della Giustizia Divina!…  Tutto prega alla mattina. Ecco ad oriente il cielo si sbianca: non sentite in questo momento come un invito universale a pregare? Venite adoremus Dominum, qui fecit nos! È la voce dei monti che si districano dalle tenebre; è la voce delle valli che come cappe smeraldine, si riempiono di luce; è la voce delle acque vicine o lontane, è la voce dei campi delle piante dei fiori; è la voce dei passeri che garriscono insieme sulla gronda del vostro tetto; è la voce del sole levante, del sole bello radioso, del sole, immagine di Dio nel suo grande splendore. Questi milioni di voci, che sorgono da ogni parte della terra, sono voci di adorazione e di ringraziamento: ma è una musica senza parole. Ci vogliono le parole: ma queste non le può dire che l’uomo. Non le potete dire che voi. E non le direte? Iddio ha sempre avuto un gran desiderio delle primizie. Dalla storia sacra conosciamo che i primi frutti del campo erano per Lui; i primi agnelli del gregge; le prime bestie dell’armento; il primo figliuolo d’ogni famiglia era per Lui. Questo suo amore per le cose prime, incontaminate, Dio lo conserva ancora ed esige da noi la primizia di ogni giorno. Il mondano quando si sveglia pensa ai piaceri, perché suo dio è la passione ed a lei offre le sue primizie. L’uomo avaro e affarista pensa all’interesse, perché suo dio è il danaro, e a lui offre le sue primizie. L’uomo superbo è smanioso d’emergere pensa agli onori, perché suo dio è l’ambizione e a lei offre le sue primizie. Ma noi, che siamo Cristiani di nome e di fatto, noi che per Dio abbiamo il Signore del cielo e della terra, il Creatore delle visibili cose e delle invisibili, doniamo a Lui le primizie di ogni nostra giornata. Ci sono alcuni che, per pigrizia o per occupazioni, spesse volte cedono alla tentazione di rimandare le preghiere: « Le dirò. dopo; prima devo far questa o quella osa; prima devo mangiare… ». L’esperienza insegna che orazioni tramandate sono orazioni tralasciate. E poi, se anche avessimo a dirle più tardi, non sarebbero primizie e perderebbero molto di valore. Nella santa scrittura Dio si paragona ad un viaggiatore mattutino che sta in piedi vicino alla porta, e batte perché gli sia aperto. Ecce sto ad ostium et pulso. Cristiani, non siate maleducati con Dio! Non fatelo attendere in anticamera! Ma la prima parola di ogni giorno sia: « avanti, Signor mio e Dio mio ». Per fortuna a questo mondo ci sono cuori generosi. Non solo si accontentano al mattino delle preghiere comuni, ma vogliono offrire a Dio una grande primizia: la S. Messa. Beate queste anime, a cui è dato di capire quello che altri non capiscono. Nel primo scampanio esse ascoltano la squilla del Gran Re e accorrono in Chiesa. Se è vero che il lavoro impedisce a molti d’ascoltare la S. Messa ogni giorno, è non meno vero che altri la trascurano per la sola pigrizia di alzarsi per tempo. Segno è che non riescono a comprendere che tesoro si gettano dietro le spalle. Io ripeterò le parole che S. Ambrogio diceva ai Milanesi: « È una vergogna che il primo raggio del sole vi trovi inerti nel letto, e che la luce venga a colpire occhi ancora imbambolati da una sonnolenta spossatezza; questo raggio ci rimprovera il lungo tempo perduto per i meriti e l’oblazione del sacrificio spirituale. Prevenite dunque l’aurora!… » (In Ps., CXVIII, n. 22). Si legge nel Vangelo che, essendosi Gesù avvicinato al letto di una fanciulla di dodici anni per risuscitarla, la prese per mano dicendo: « Fanciulla, alzati ». Ecco ciò che vi dice la mattina Gesù: vi comanda d’alzarvi e vi porge la mano. È una mano divina: stringetela, adoratela, baciatela con le vostre preghiere. Così trascorreranno i giorni e gli anni: alla fine dei secoli sentirete ancora la medesima voce, e vedrete la medesima mano: « Alzati! ». Sarà il risveglio di un giorno senza tramonto.LA PREGHIERA DELLA SERA. Una sera, uno dei più grandi ingegni del medioevo, il celebre Lanfranco, allora studente e più tardi Vescovo di Cantorbery, camminava verso Roano. Nel traversare una foresta, fu assalito e derubato dai ladri che poi lo legarono, mani e piedi, ad un albero e, tiratogli il cappuccio sugli occhi, lo abbandonarono. Tremante di spavento, umido di rugiada notturna, immobile, con gli occhi sotto il nero del cappuccio, comprese d’essere esposto a certa morte. Lontano s’udiva l’urlo di qualche belva randagia… Perduta ogni speranza umana, si ricordò di Dio, si ricordò ch’era sera e che era bene pregarlo. Cominciò le orazioni che fanciulletto tante volte aveva recitate, giunte le manine, a piè del letto; ma dopo le prime parole non seppe proseguire: non le ricordava più. Confuso e vergognoso di se stesso, si rivolse a Dio singhiozzando così: « Come, o Signore, da tanto tempo studio nelle università, e non so a memoria neppure la maniera d’invocarvi e di pregare ». Allora fece voto di consacrarsi a Dio, se fosse potuto scampare da quel pericolo. E così fu, poiché all’alba seguente alcuni viandanti lo liberarono. Lanfranco corse tosto nel convento più vicino e si fece monaco. Ed al tramonto d’ogni sera, quando la campanella invitava a preghiera, egli arrossendo s’inginocchiava. Anche ai nostri tempi, e più numerosi che mai ci sono uomini a cui si può applicare questo racconto in tutta la sua estensione. Anche essi sono in viaggio, devono attraversare la foresta del mondo anch’essi, e nemmeno mancano assassini e bestie feroci. Anch’essi alla fine della loro giornata sono forse caduti nelle mani del nemico delle anime; sono stati presi, legati col legame del peccato… Una cosa sola potrebbe liberarli: la preghiera. Ma essi non sanno più pregare; ne hanno perduta l’abitudine, hanno dimenticato perfino le parole. Da mesi e da anni, alla sera, si gettano stanchi ed infelici a dormire senza mai levare il cuore a Dio, senza neppure un segno di croce forse, così come le bestie sopra il loro strame. Ah, Cristiani, nessuno di noi rimanga in questo povero stato! Alla sera ricordiamoci dell’obbligo di ringraziare Dio che un altro giorno ha concesso alla nostra vita, un giorno pieno talvolta di gioie e talvolta di dolori, e sempre di grazie e di benedizioni. Ricordiamoci dell’obbligo di domandare perdono a Dio di tante offese nuove aggiunte alla grave somma delle vecchie. Infine, ricordiamoci di supplicarlo perché la notte passi tranquilla e il giorno veniente ci trovi migliori. – Tra le orazioni della sera, due pratiche non si possono trascurare: il santo Rosario e l’Esame di coscienza. L’una è una dolce catena di rose mistiche che lega i figli coi genitori e tutta la famiglia con la Vergine Maria; l’altro è un piccolo conto delle perdite e dei guadagni spirituali. « Sentite; — diceva ai primi Cristiani S. Giovanni Crisostomo, — voi tutti avete un registro in cui scrivete ogni giorno le entrate e le uscite; certamente non andrete mai a dormire prima d’aver fatto i vostri conti; ma la vostra coscienza non è anch’essa un libro aperto in cui dovete notare ogni sera il guadagno e la perdita, l’amore e l’ingratitudine? Ogni sera quindi, prima d’addormentarvi, prendete a tu per tu la vostra anima e ditele: « Su anima mia, su facciamo i conti: che bene hai fatto? che male hai fatto? ». Allora vi sorgerà spontaneo l’atto di ringraziamento per l’aiuto ricevuto dal Cielo, l’atto di dolore per la nostra cattiveria, e il sincero proposito di un migliore domani.- Infelici le case ove discende la notte senza preghiera! Intorno ad esse invano s’aggirano gli Angeli invisibili, invano aspettano nella malinconia. Infelici le famiglie dove la madre trascura questo suo dovere, dove il padre manca per divertirsi nelle osterie, dove i figliuoli cresciuti nell’età e nel male sono in giro, chi sa dove… chi sa dove… E ritorneranno a notte alta, sotto le stelle numerose nel cielo: ma nessuna stella è accesa nell’anima loro. – « Diciamo le preghiere della sera »disse alla  sua donna un padre di famiglia  sofferente da anni di una seria malattia. Da un pezzo nella casa si era dimenticato di pregare, ma dopo che il Signore aveva mandato quella prova, un barlume di fede era ritornato. Appena la madre incominciò le orazioni, rientrarono i figliuoli adulti dai loro divertimenti serali e rimasero a bocca chiusa, distratti. Il povero padre li sogguardava, e lagrime silenziose gli rigavano la faccia patita. «Che hai da piangere? », gli chiese la donna sottovoce. «Io morrò: — rispose amaramente, — e quando sarò sotterra nemmeno un suffragio riceverò dai miei figliuoli: essi hanno dimenticato le preghiere; non sanno pregare più ». La madre allibì, e tremò tutta. Il cuore le diceva ch’ella senza colpa non era della cattiva educazione religiosa dei figli. Oh quanti genitori, sentendosi morire, usciranno in quel grido straziante! « Quando sarò sotterra non un suffragio avrò dai miei figliuoli: essi non pregano, né sanno pregare più! ».  E la colpa di chi sarà stata?..

IL CREDO

Offertorium

Orémus Ps LXV: 8-9; LXV: 20

Benedícite, gentes, Dóminum, Deum nostrum, et obœdíte vocem laudis ejus: qui pósuit ánimam meam ad vitam, et non dedit commovéri pedes meos: benedíctus Dóminus, qui non amóvit deprecatiónem meam et misericórdiam suam a me, allelúja.

[Popoli, benedite il Signore Dio nostro, e fate risuonare le sue lodi: Egli che pose in salvo la mia vita e non ha permesso che il mio piede vacillasse. Benedetto sia il Signore che non ha respinto la mia preghiera, né ritirato da me la sua misericordia, allelúia].

Secreta

Súscipe, Dómine, fidélium preces cum oblatiónibus hostiárum: ut, per hæc piæ devotiónis offícia, ad cœléstem glóriam transeámus.

[Accogli, o Signore, le preghiere dei fedeli, in uno con l’offerta delle ostie, affinché, mediante la pratica della nostra pia devozione, perveniamo alla gloria celeste].

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps XCV: 2

Cantáte Dómino, allelúja: cantáte Dómino et benedícite nomen ejus: bene nuntiáte de die in diem salutáre ejus, allelúja, allelúja.

[Cantate al Signore, allelúia: cantate al Signore e benedite il suo nome: di giorno in giorno proclamate la salvezza da Lui operata, allelúia, allelúia].

Postcommunio

Orémus.

Tríbue nobis, Dómine, cæléstis mensæ virtúte satiátis: et desideráre, quæ recta sunt, et desideráta percípere.

[Concedici, o Signore, che, saziati dalla forza di questa mensa celeste, desideriamo le cose giuste e conseguiamo le desiderate.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (204)

O SCUDO DELLA FEDE (204)

LA VERITÀ CATTOLICA

Mons. ANTONIO MARIA BELASIO

Torino, Tip. E libr. Sales. 1878

ISTRUZIONE I.

Io credo in Dio

Voi siete qui per imparare le cose più necessarie, che hanno da far tanto bene alle vostre persone. Ma io, bisogna che ve lo dica subito per imparare è necessario che vi fidiate di chi v’ha da mostrare e che cominciate a credergli con un po’ di buona fede. È questa la prima disposizione che deve avere chi vuole essere istruito. Vedete che anche il Parroco quando si vuol che egli battezzi uno, e che lo ammetta tra i fedeli ad imparare la verità della Religione e a vivere da buon Cristiano, prima di tutto domanda a chi dev’essere battezzato, e ai padrini per lui: se egli crede: « credis in Deum? » Quasi gli dicesse che prima d’ogni altra cosa si debba credere, e credere in Dio. Eh! ma pensate anche voi: noi ci troviamo qui creati da Dio in mezzo a tutte le cose fatte da Lui; ben tocca a Lui dirci adunque ciò che Egli vuole da noi, e ciò che è bene che facciamo. Così il Parroco con quella semplice parola che tutti intendono: « credi tu in Dio » dà dalla parte di Dio il primo avviso e più necessario, dà la più ragionevole, la più grande lezione che viene all’uso tutti i dì, cioè, che per imparare, prima di ogni altra cosa bisogna cominciare dal credere a chi merita fede. Questo io vi spiegherò quest’oggi e vi farò vedere che, se è necessario prima di tutto credere per poter vivere in questa nostra vita, è necessario più ancora credere in Dio per salvarci. Miei fratelli, noi siamo qui radunati intorno al sacro altare nel bacio santo di carità; ed adoriamo qui in mezzo di noi nel SS. Sacramento Gesù Cristo proprio in Persona. Gettiamoci a terra a Lui dinnanzi e preghiamolo si che ci faccia conoscere come nella dottrina che facciamo in Parrocchia, Egli è il Padre che presiede al convito; e che Egli è il Signore il quale fa distribuire il pane delle anime colla sua Parola, ancora che ci faccia grazia di farcelo passare per le povere mie mani. Voi poi, o Maria Santissima, presentateci a Gesù benedetto da buona Madre ponendoci la vostra mano sul nostro capo e pregatelo si degni essere con noi, come il padre in tavola coi suoi figliuoli diletti. – Intanto tra noi, o fratelli, io vi supplico per amor di Dio e di Maria Santissima, parliamoci cuore a cuore; e voi con tutta la vostra bontà fate buon viso a me che vi parlo in nome di Gesù Cristo. Colla semplicità di buoni figliuoli, ripetetemi intanto, come faremo sempre per fissar chiaramente di che cosa abbiam da trattare; quello che noi in questa istruzione abbiam da comprendere bene: essere per noi uomini un dovere il credere; e così niente di più ragionevole e di più giusto, niente di più caro e necessario per salvarci che il credere in Dio. – Abbiamo detto ché per imparare e poter sapere qualche cosa è d’uopo credere, e avere un po’ di buona fede. La Chiesa difatti per insegnarci nella Dottrina le cose più necessarie in nome di Dio, comincia subito dal farci dire: Io credo in Dio. Così ci mostra che prima di tutto è necessario avere buona fede in Dio il quale è il Creatore del mondo; ché ogni bene viene da Lui, e tutto da Lui dipende; e  perciò niente noi possiamo far di più giusto che assoggettare la nostra ragione e volontà a Dio, riposandoci in Lui con fede; e non perché intendiamo noi colla nostra mente che siano vere e buone le cose che Egli ci manifesta; ma ci fidiamo interamente a Lui, perché Dio è somma verità e sommo Bene, non può né ingannarsi né voler ingannare. Questa fede poi è un grandissimo dono e tutto di Dio. Egli è ben vero che noi colla nostra ragione (Constitutio Dogmatica DE Fide CATHOLICA; prima sessio — Sacrosancti Oecumenici Coneilii Vaticani.) possiamo conoscere che vi deve essere il Creatore d’ogni cosa; ma è anche vero che noi colla sola nostra ragione non arriveremo mai a conoscerlo in Sé stesso, né ad abbandonarci nelle sue mani con buona fede. No, no; da noi soli non vorremo né cercar tanto di conoscerlo, né credere in Lui, e nemmeno servirlo bene ed amarlo, a fine poscia di possederlo in paradiso. Noi, senza aiuto divino tutt’altro che credere ed affidarci a Dio come al Sommo Bene nostro, noi ci occuperemmo tutti quasi solo di noi, e ben poco vorremmo pensare a Dio. Bisogna che lo confessiamo, e che diciamo chiaro, che ogni lume ed ogni ben perfetto viene da Dio, e che Dio solo può provvedere a tutto il bene per noi, e provvedere a tutto il bene per noi vuol dire salvarci. E Dio, per salvarci, comincia dal mandar a noi questo lume di fede il quale solleva la nostra ragione a pensare a Lui, comincia dal concederci questa grazia che muove il nostro cuore ad avere fede in Lui, e ad affidarci onninamente alla sua bontà. La fede adunque è un dono del Cielo, per mezzo del quale noi crediamo in Dio. – Intendete qui subito, o cari, la grande misericordia di Dio con noi Cristiani. Dio nel santo Battesimo ci comunicò questo dono di fede per sollevare la nostra mente sopra tutti i lumi della nostra ragione a conoscerlo; Dio nel Battesimo ci mise questa grazia della fede nell’anima nostra, questa virtù di credergli, e fidarci di Lui; colla ferma sicurezza che Egli, il quale fa tutto ch’è buono, per sua bontà ci farà conoscere tutto che è bene per salvarci. Questa grazia di credere a Dio, e fidarci di Lui, è la fede (Siffatto dono della fede resta come una radice fitta nell’anima nostra. E pur troppo può restare morta in mezzo a tante cose mondane pei nostri peccati: ma come una scintilla sotto la cenere se viene riscossa riluce; così la fede in noi se viene riscossa da certi avvenimenti accompagnati dai tocchi della grazia che batte all’anima, si ridesta, ed illumina la mente. Si può dire che la grazia della fede allora fa come una madre crudelmente disprezzata la quale quando il povero suo figlio non pensa neppur più a lei, in un bel momento lo abbraccia alla vita e gli dice: « figliuolo, ti hai da salvare.»  È dunque la fede il principio, il primo fondamento, la radice della nostra giustificazione: perché, credendo così in Dio, noi facciamo il primo atto di giustizia, e il Primo atto di giustizia della nostra vita è riconoscere che Dio è il Creator di tutto, è il Padre di tutti i beni, è anzi il Sommo Bene: e che niente è più ragionevole, né più giusto che credere, cioè avere fede in Dio, Padre dei lumi e di tutti i beni il quale ci fa questa grazia di credere così perfettamente in Lui.). – È dunque la fede una virtù che Dio per tutta sua bontà infonde nelle anime nostre, colla quale ci illumina, ci inspira, ci aiuta a fidarci interamente di Lui e a credere in Lui di tutti buon animo. – E qui noi abbiamo da comprendere ben subito come se non abbiamo questa fede in Dio, noi commettiamo una brutta ingiustizia quando, fidandoci più di noi medesimi, che non di Dio Santissimo; e che essendo così ingiusti e cattivi è impossibile che piacciamo a Dio e siamo ammessi nel numero dei suoi figliuoli. (Conc. Tridentino, sess. VI, c. 5, VATICANO, luogo citato). Bisogna adunque prima di tutto credere in Dio … – Deh non vi fate il broncio in sul bel principio per farmi intendere che voi eravate venuti qui per sentire di belle e buone verità, riserbandovi poi di ragionarvi sopra; quasi che non mi vogliate dire: « eh via! non siamo i bambini noi da doverci far credere subito. » No no: ragionerete finché vorrete; ma anche nelle cose del mondo, per conoscere una qualche cosa, bisogna sempre cominciare col credere: e se uomo s’incapricciasse di non voler proprio mai credere niente, non verrebbe a saper mai niente. Immaginatevi che uno volesse imparare a leggere; bisogna bene che egli creda al maestro che la prima lettera si chiama A, e che la seconda si chiama B. Ché se con superbia il testereccio si ostinasse a non credere mai, potrebbe bene star li per ispazio di tempo a larghi occhi sulla carta stampata a lampanti caratteri; ma non verrebbe mai al punto di saper leggere una sola parola. Laddove in credendo al maestro impara ad unire le lettere, comincia compitare, e si avvia alla lettura. Allora poi mano mano leggendo i libri più buoni e dotti può diventare anche uno dei più sapienti uomini del mondo. Ah si sì! vuolsi cominciare dal metter giù quella matta superbia di pretendere di cavar tutto dal nostro cervello e di voler sapere tutto da noi: s. Agostino che era sì certo, uno dei più sapienti uomini del mondo, diceva che, fossimo pur di sommo talento forniti, bisogna che incominciamo a credere con umiltà, se vogliamo intendere anche le più grandi e sublimi cose — crede ut intelligas — Vedete difatti che senza credere non potreste neppur conoscere chi voi siate. E perché sapete voi di essere i figli dei tali? Voi non vi ricordate certo di essere nati da loro…., ma lo credete. Perché tenete voi che ì vostri campi e le vostre case che non avete comprato da voi, siano vostri davvero? Perché credete ai testamenti ed alle carte di contratti. Eh, se voi vorreste avere per certo solo quello che vedete e toccate, le vostre cognizioni si allargherebbero ben pochi metri intorno a voi. E come potete essere sicuri che vi sono tante città, che forse non vedrete mai? Perché credete a chi lo dice. Come sapete voi che vi siano state altre persone, e che qualche cosa si sia fatta prima di voi nel mondo? Perché credete a chi velo narra, o a chi ve lo scrisse nei libri. Così noi crediamo ai vivi, crediamo ai morti; ma intanto sempre crediamo. Né vale il dire che ai nostri giorni anche il popoletto ha gli occhi aperti, e che non si ha più a credere, ma ragionare. No: perché anche proprio voi avete creduto alla madre che colla sua affettuosa parola fu la prima ad insegnarvi a ragionare; balzati fuori dalle braccia della mamma, correste alla scuola a credere nei maestri. Cresciuti poi tant’alti e baldi di gioventù, vi credeste di essere emancipati e di essere liberi e pensare a vostro modo? Signori no! Allora i compagni intorno a farvisi ai panni, pigliarvi all’assalto, e farvi credere tutto che vogliono, per menarvi a loro modo: e voi credere subito ai loro discorsi, prestar fede alle loro gazzette, giurare sui libri che manipolarono tanto benino, per farvene bere di quelle!….. Ora potete forse vantarvi di non creder ai buoni vostri padri, alle affettuose madri vostre, e meno al Prete (che, a conti fatti, sono coloro che vi vogliono un ben della vita); mentre vi adattate vilmente a credere ai tristi; anche quando vi accorgete che sono tali? E ve ne fate vanto voi stessi, quando vi date d’intendere di pensare e vivere alla moda: ché le mode poi non sono altro che i pensieri e capricci degli altri che vi circondano. Così gloriandovi di esser uomini del mondo alla moda, vi gloriate di credere come credono gli altri. — Oh che disgrazia! regolarvi a maniera delle pecore matte! lasciarvi menare da vili a bere, voglio dire a credere a tutti i tristi cialtroni, e forse stentare solamente a credere in Dio! Ditemi ora, che avete capito come è necessario credere, per saper qualche cosa e vivere da uomo; Così niente è più giusto che credere prima in Dio. Ora vediamo che niente è più ragionevole, niente è più necessario che credere in Dio. Ripetetemi ora in grazia adunque che cosa abbiam da considerare adesso? Noi abbiamo da considerare, che niente è più giusto, niente è più ragionevole, che niente è più necessario che credere in Dio: » – Io comincerò col raccontarvi un fatto che vi tornerà a grado.Un dì a Parigi il buon avvocato signor Guillemin disse ad un avvocatino che faceva pratica al suo studio: « signor Lacordaire, credete voi in Dio ed allasua santa religione? » Io? rispose il giovane lisciandosii baffi con una cert’aria d’ineredulo « ma,signor avvocato principale, io?….. Non credo niente,io, » E il bravo signor Guillemin : « Ah no, signor avvocatino di così belle doti d’ingegno essendo voi fornito non potete rispondermi così; poiché, se voi non credeste proprio niente, sareste simile al candi casa ed al cavallo della scuderia i quali non credonoproprio a nulla. Ma voi credete almeno che siete qui!» E l’avvocatino « Oh sì; perché io mi sento che sono qui » — « Credete che siete nato dai vostri buoni genitori: e crederete che i vostri signori genitori sono nati anch’essi dai loro padri e dalle loro madri e così via via; finché si viene al primo padre e alla prima madre, i quali non si poterono fare da se stessi quando non erano al mondo; ma dovettero per necessità essere stati formati dal Creatore » « Oh, sì, rispose. l’avvocatino coll’accento della più schietta sincerità,al Creatore io credo!» « Dunque, di ripicco a lui il grande avvocato Guillelmin, se voi credete al Creatore, dovete credere che il Creatore che noi adoriamo,è Dio; e dovete credergli quando v’insegna Egli e come dovete adorarlo, e come dovete salvarvi: ilche è tutta la Religione », L’ avvocatino vi pensòsopra…., vi pensò bene; e conoscendo che bisogna credere, e credere in Dio, questo fu il principio della sua conversione, e della sua salvezza. Abbandonata l’avvocatura si rendé frate, e divenne il celebre Padre Lacordaire che diffuse in Francia con santa eloquenza le verità del Vangelo, e morì da santo. Per salvarci anche noì dobbiamo cominciar di qui; « Io debbo credere in Dio ». – Adunque vi ho detto, che niente è più ragionevole che credere in Dio. Ascoltate, che ve ne renderete persuasi. Se noi ci vediamo dinanzi un bell’orologio, in cui le ruote e gli ordigni son così ben ordinati a segnare le ore esattamente, sì che la molla scatta a suonarle appuntino; noi non ci sogneremo mai di dire che quei pezzetti di lucido ottone e ferro di cui e ruote e molle furono fatte, quand’erano ruvidi metalli ancor là per terra si sognassero un bel dì di serrarsi a cerchio per diventar le meravigliose ruote, di stendersi e poi girarsi intorno a far le molle, d’intrecciarsi in catenelle, insomma di congegnarsi insieme, mettersi d’accordo in quel movimento, e pigliar concerto tra loro e stare tutti ben attenti a fine di segnare e scoccar le ore a tempo. Per sognare questo, bisogna anche aver perduta la testa! Ma sì veramente, diremo che quel bel lavorio fu fatto da un abile orologiere. Così pure al solo aprire gli occhi al mondo dobbiamo conoscere e credere per necessità di ragione che vi è il Creatore il quale fece ogni cosa e regola l’universo. Difatti, il profondo filosofo Platone (che non era Cristiano) a nome di tutti gli uomini ragionevoli esclamava con solenne parola: « Oh! oh! Esiste questa grande fabbrica ed architettura dell’universo; dunque, esiste il grande Architetto. Per questo la nostra Madre Chiesa a fine di cominciare a richiamare all’ordine queste teste di uomini, che vanno a vapore in sognando errori, grida, sul bel principio del Concilio Vaticano: Figliuoli, anche colla ragione tutti possono conoscere che vi è il Creatore; ma coloro che si sono perduti di buon senso stanno incapricciati a negare che colla ragione non conosciamo che vi è Dio Creatore. Guardatevi da loro, teneteli in conto di uomini scomunicati. Come abbiamo detto che niente è più ragionevole, così diciamo anche che niente è più necessario che il credere in Dio, se vogliamo alla meglio vivere in questa povera vita. Perocché, ove non si credesse in Dio, ciascun uomo potrebbe far ciò che gli salta in testa; e i capricci più sconsigliati e i più orrendi delitti metterebbero sossopra la società, e gli uomini che finirebbero coll’ammazzarsi gli uni gli altri. Ascoltate, ascoltate ciò che dice un uomo di trista memoria e grand’empio, Giacomo Rousseau, il quale si dava vanto di non volere egli credere; ma credeva che era ben necessario che tutti credessero. « Io non vorrei, diceva, avere un servo il quale non credesse in Dio; perché se gli facessero gola i miei danari, saprebbe tirare ì suoi conti, e studiato modo di farla franca, una qualche notte mi pianterebbe un coltello nel cuore e se li piglierebbe; e questo potrebbe fare tranquillamente, perché dagli uomini si è messo al sicuro, e in Dio non crede. » Poveri noi, se gli uomini non credessero più affatto in Dio! (Quì, cari miei, io che conosco bene come va il mondo, in veggendo la smania ai nostri giorni di levar via tutto che fa ricordare che abbiamo un’anima e che vi è Dio; e chiudersi Chiese e togliersi via i religiosi e le monache per non voler che si preghi, e che neppur si pensi più a Dio, vorrei dare un buon avviso a chi dirige lo stato, ed è: di non distruggere almeno; ma conservare alla men trista quei grandi luoghi in cui si faceva la Preghiera della fede: non per la ferma speranza che nutra che siano restituiti alla Religione: poiché quei grandiosi edifizi tolti alle così dette mani morte se li arraffano mani vive, vive dai lunghi artigli e sono cacciati giù in certe voragini che son le ventraie dei libertini – da cui solo la man di Dio li può trappar fuori. Neppure vorrei dar quest’avviso di conservar quelle case perché io tema che venga distrutta la Religion santa di Dio; la Religione è come un grand’albero di una gran vecchia radice approfondita dentro una Pietra contro cui chi do il cozzo, rompe sempre le corna. Se per distrugger l’augusta pianta le si taglia un qualche ramo, geme come la vite la quale subito mette tralci, più ricchi di grappoli: e, se le si strappa un germoglio che traligna, se, colla roncola le si fa cadere un ramiticcio in seccume, subito getta fuori più floridi polloni. Ma ben adunque vorrei dar il consiglio di conservare i grandi locali religiosi, per formare dei ricoveri di pazzi, e delle larghe prigioni da tenervi incatenati i ribaldi i quali escono terribilmente al mancar miserevolmente della fede in Dio. Ah!  Miei fratelli, la povera nostra famiglia umana, se non credesse in Dio proprio più, andrebbe in rovina!). – Eh sì! che ve ne accorgete troppo voi anche nelle vostre case che i vostri figli quanto meno credono in Dio, si fanno tanto più cattivi contro le povere madri e spaventano i capi delle famiglie. E perché, si potrebbe dire, han da rispettare i genitori, che rappresentano Dio, se in Dio non credono? Vedete che si disgiungono i matrimoni, sicché uomini crudeli, dopo di avere consumate e martoriate le povere mogli, le lasciano in tristo abbandono! E perché si hanno da amarle, quando non garbano più, se non credono che sono uniti insieme ad esse a fine di aiutarsi a servire Dio? Lo dite pur voi che l’uomo non si può fidare oggimai più di nessuno, che crescono i ladri, che i contadini saccheggiano le campagne, che certi signori rubano in grande. Epperché non dovranno rubare, mentre la roba è di chi se la piglia, quando non sì crede in Dio? Voi salvate, o fratelli, i figli vostri, le famiglie vostre, la roba vostra, e fin le vostre persone col credere in Dio, voi, i figli e tutti coloro che compongono la famiglia. Egli è impossibile potere salvare una società, quando affatto non si creda in Dio. Sarebbe inutile domandare alle nazioni milioni e milioni di lire per costruire fortezze da tenervi incatenati i malvagi, perché senza credere in Dio, diventerebbero malvagi tutti! Sarebbe inutile assoldare eserciti di poliziotti per metter le mani sul collo ai malfattori, perché potrebbero anch’essi diventare i manutengoli dei commettimale! Ma, mi si dirà, eh non si potrebbe fare rispettare la rispettare la giustizia?… Ma che dite Quando non si crede in Dio, ciascuno può alla sua volta dire « è giusto ch’io mi prenda tutto quello che è buono per me! » Ah! che il mondo allora diventerebbe un’aspra orrida selva, in cui gli uomini come le tigri e i leoni, si scannerebbero l’un l’altro a fine di torsi di bocca la preda; eh sì che sarebbero ben più feroci di quelle belve; perché colla ragione si farebbero più maliziosi a commettere il male. Lo vediamo noi talora, che alcuni tristi, senza più credere in Dio, compiono tali atrocità, che non farebbe niun feroce animale! Né io parlo a caso; la storia moderna ce ne dà una grande prova e spaventosa. Udite: nella rivoluzione di Francia l’anno 1799 uomini increduli alzarono l’orrido grido « Non vi è Dio, e noi siamo liberi di fare quello che ci talenta. » Allora fattisi essi orda di assassini feroci in soli tre mesi scannarono novantaquattromila persone!… Col furor di demoni furibondi ammazzavano e ammazzavano incessantemente, collo scherno e solo pel piacere d’ammazzare !!! Ma… ma subito, appresso a loro altri assassini sorsero ad ammazzar quei carnefici; finché in quell’uccidimento universale un capo carnefice galeotto d’inferno, Robespierre, alzò il suo braccio tuffato nel sangue umano e scrisse a caratteri tremendi sul frontone del palazzo della giustizia « bisogna credere che esiste Iddio »; e propose questo vero per legge fondamentale della repubblica… Ma se niente è più giusto, niente più ragionevole, niente più necessario, per poter vivere alla meglio in questa povera vita che il credere in Dio, è tanto più necessario credervi per salvare l’anima nostra. Fermiamoci un momento a pensare a noi. In mezzo a tanti dissennati, furiosi, ed assassini dei quali sarebbe pieno il mondo, ove non si credesse in Dio, tristi noi! non potremmo sapere né donde veniamo, né che cosa abbiamo da fare, né dove andiamo a terminare. Noi meschini, saremmo come un povero augellino il quale scosso chi sa da che luogo, in una notte d’inverno scura scura, al lume di una finestra vola dentro una sala; in cui, oh che incanto! spira un’aura tiepida e olezzano fiori di primavera. Batte le aline e comincia a cinguettare: girando di qua, di là, senza accorgersi si trova uscito: di fuori ahi che un augellaccio cogli unghioni l’artiglia. Ei mette uno strido!… la civetta l’ha già divorato!… Anche noi, buttati nel mondo all’improvviso qui vorremmo folleggiare allegramente; ma ve? ve’, che quando pure non vogliamo pensarvi, senza fare posa, corriamo a gettarci….. ahimé! in gola alla morte!… Alla morte!… – Eh, signori, chi non temerà della morte?… Finché siam robusti nel frastuono del mondo possiamo ben correre da matti colla benda agli occhi fino al precipizio; ma arrivativi sull’orlo, nell’orror della morte, nell’abbandono delle forze, in tremendo silenzio, al colpo che ci fa cader senza vita si spezza la benda… O allora ci rimbomba spalancato davanti l’abisso dell’eternità; e noi cadere dentro, senza conoscerla affatto! Ah diamo indietro atterriti con l’eternità davanti al pensiero! Perché, miei cari, noi possiamo sforzarci di non voler credere all’eternità ma noi ne abbiamo già tal sentore, che se ci fermiamo a pensarvi, ci soffoca l’anima: Abbracciamoci nel petto spaventati e gridiamo tra noi: « SÌ… prima di affrontare l’eternità per restarvi sempre, noi abbiam bisogno di conoscere questa eternità tremenda in cui andiamo a terminare; ma per avere idea viva dell’eternità abbiamo bisogno di credere in Dio…. il quale solo ci dice che cosa sia eternità…. Ah sia ringraziato Dio il quale fin d’ora ci fa conoscere che possiam trovarci nell’ eternità in paradiso! Eh chi, chi non sentirà ora il bisogno di dire: « io credo in Dio che mi ha creato pel Paradiso? (Voglio dirvi ancora, che se noi siamo persuasi essere il credere in Dio il più giusto, il più ragionevole, il più necessario nostro dovere per tutti. per noi Cristiani è il dovere più caro e più consolante. Oh! se sapeste al contrario in quali stranezze certi uomini, che si dan l’aria di esser più sapienti di tutti! danno la povera testa, per non voler. credere in Dio! Dicono le più spaventose, ma insieme le più matte cose che immaginar si possano. Per dirvene alcune: ebbervi dei vecchi filosofi che sognarono essere le stelle che coi loro movimenti menano in terra gli uomini al loro destino. Altri poi sognarono che l’universo fu da prima pieno di atomi, come quei granellini di polvere che girano in aria. Eglino li fecero girare nella Ior fantasia; e gira e gira quei granelli si avviacinarono, e così uniti formarono la terra; e si congegnarono a formarsì in piante, poi s’impastarono in corpi animati e si disposero in mille e mille vene, in milioni di nervi sottilissimi e così ben diramati tra le carni, tutto unendosi insieme formarono corpi vivi e diventarono così svariati animali. Ma se voi la prima cosa domandate a tutti loro: chi abbia in prima create le stelle, e chi abbia plasmato quei granelli da far andare intorno con tanto giudizio; quale risposta fanno essi? niuna ragionevole. E per vero, a che domandare la ragione di queste cose ad uomini, che non credono nella ragione di ogni cosa che è Dio? Eppure dopo tanti errori non volendo ancor niente imparare dall’esperienza anche ai nostri tempi uomini orgogliosi, e testardi nell’empietà che non vogliono in alcun modo credere a Dio. Costoro i quali si danno l’aria di saper tutto colla lor testa, proprio nei belli nostri dì sognano le più triste cose del mondo. – Inorridite sol di questa! Non hanno vergogna di dire che con tutte le cose dell’universo, noi e i sassi e le piante e le bestie, siamo tutti insieme una sola sostanza: quindi una cosa sola che si va travolgendo; e ora si fa sasso duro, poi si sviluppa in pianta; poi diventa animale; e poi si muta in nostra persona!…. Così ché, se ve la lasciate dare ad intendere da queste povere menti, noi tutti insieme siamo una sola persona; e l’anima crudele di Nerone che scannava la propria madre, e l’anima così bella e santa di s. Luigi che moriva per assistere gli appestati; e anche noi, proprio noi, qui siamo carne ed ossa e un’anima sola cogli assassini che in quest’ora aguzzano il coltello per sgozzare i nostri prossimi! Proprio adunque noi, una sola persona coi più tristi malfattori? Dio benedetto! Queste torbide menti gonfie d’orgoglio sono come dice lo Spirito Santo quasi fiotto di fiero mare in burrasca, fluctus feri maris de spumantes suas confusiones!). La Chiesa vede che la povera famiglia degli uomini anderebbe tutta in rovina, e sarebbe cosa disperata se sì desse ascolto ai cattivi che negano Dio, e siccome essa è stabilita da Dio stesso per salvare tutti, in questo ultimo tempo mise un grido d’allarme per avvisare che tutti pensino a salvarsi, fino ai suoi nemici. Proprio come gli Apostoli della Chiesa nascente, i quali, ricevuto lo Spirito Santo, uscirono sulla porta del Cenacolo con s. Pietro alla testa gridando di adorare per Salvatore Gesù Cristo affinché si salvassero tutti anche quei disgraziati che lo avevano crocifisso, medesimamente la Chiesa adunatasi nella persona dei Vescovi del mondo nel Concilio Vaticano a Roma sulla Pietra che sta sempre salda in mezzo a tutte le rovine, fin sul bel principio si ferma con essi sulla porta del Concilio, e come rivolgendosi indietro da farsi sentire anche agli infedeli che sono fuori, e fino ai suoi nemici, grida forte nella prima Costituzione che, se vogliono conservare un resto di ragione, di buon senso e di umanità e non distruggere da indemoniati ogni ben sulla terra, bisogna credano in Dio, e scappino via come dai figliuoli del diavolo e scomunicati, da coloro che dicono che la ragione umana è indipendente, e che quindi può intendere tutto da sé, senza alcun bisogno di credere in Dio. Si! Costoro sono scomunicati. (Const. 1a Concilii Vaticani, Def. de fide in CAN. 1). E perché vi sono dei poveri disgraziati che fan contro alla propria ragione, e sono così cattivi da volere fino negare che vi sia Dio Creatore e Signore di tutte le visibili e le invisibili creature, costoro, dice la detta Costituzione, siano scomunicati, e voi guardatevi da loro come dai maledetti che non fanno più bene, se non si convertono. (Conc. Vat. De fide 1. c. 1). Se poi vi saranno alcuni così svergognati da aver l’audacia di dire che non esistono che queste materiali cose: « (C — C. 2); se vi saranno uomini così perduti e senza buon senso da dire che questo mondo materiale e Dio Creatore Onnipotente ed infinito sono la istessa sostanza, fuggite, fuggite da questi che sono scomunicati; essi di fatto non son più degni di essere della famiglia dei figliuoli di Dio cui disonorano così orribilmente. A questo modo la Chiesa condannando questi orribili errori grida forte, e vorrebbe farsi sentire fin dagli infedeli, perché almeno conservino un certo resto di ragione umana e non si perda l’umana famiglia. Ma io ho già nominato varie volte la Chiesa, senza avervi spiegato che cosa ella sia; perché io tratto con voi come coi ben amati figliuoli di Lei nella candida semplicità che vuole l’Evangelio. Voi siete nati di famiglie cristiane in seno alla Chiesa e perciò la conoscete già, come i bambini la madre. Il bambino, benché non sappia la storia dei dolori e dell’amor della madre, pur in vedendola nella faccia che ella è tanto buona per lui, che le porge il seno; la conosce nel cuore dagli occhi, e le dice tutto colla prima parola « mamma »: poi s’abbandona in braccio a lei, e palpitando cuore a cuore d’accordo, si sente subito dire da lei le belle cose che gli fan tanto bene. Medesimamente anche voi, senza che io vi abbia spiegato che la Chiesa è la gran famiglia cristiana; che alla Chiesa di Gesù Cristo diede per Capo il Papa e l’assicurò, che non fallirebbe mai nell’insegnare le verità della fede; e che al Papa sono uniti i Vescovi come le membra, per regolare i fedeli, voi la conoscete già in qualche modo la Chiesa. Sicché già fin dal primo momento che i vostri genitori vi menarono in casa della Madre nostra (e noi qui vi abbiamo detto: ascoltate ché vi parliamo in nome della Chiesa,) voi vi siete accorti che i fedeli vanno d’accordo col Parroco, il parroco s’intende col Vescovo; che i parroci e i Vescovi sono uniti col Papa; e così voi conoscete che tutti uniti, come in un corpo in questa nostra gran famiglia la Chiesa, quando siete alla Dottrina, vi trovate come tra le braccia di vostra madre, la quale vi dice tutto che è bene per voi. E per dirci tutto che ci ha da far bene, in sul bel principio ci fa ripetere «io credo in Dio. » Questa gran madre nostra, la Chiesa fa come la genitrice dei Maccabei. Udite bel fatto che veramente è una edificazione. Quel crudo tiranno che era il re Antioco, il quale martoriava coi più squisiti tormenti i fedeli Ebrei, per far loro abbandonare la religione del vero Dio, aveva fatto trucidare sugli occhi di quella povera madre sei de’ suoi figliuoli. Pensate! Ella se li vedeva davanti buttati là cadaveri l’un sopra l’altro macellati orribilmente!… E qui, e qua sparsi per terra, i piedi e le mani troncate, le lingue loro strappate di gola, e fino i capelli colle pelli della testa stracciate via. Vi restava l’ultimo figliuol giovinetto. A lui quel mostro d’Antioco faceva le più lusinghiere promesse di ricchezze, di onori; assicuravagli un paradiso in terra da godersi per sempre quando attestasse di non credere in Dio… Dall’altra parte, se volesse continuare a credere in Dio, gli faceva vedere preparati coltelli e tenaglie, e un toro di bronzo infuocato da abbrucciarlo dentro vivo. In quell’orrido cimento, ecco, si slancia in mezzo la madre tra il tiranno e il figlio gridando: a me a me, che voglio dar io un buon parere al figliuol delle mie viscere… L’abbraccia nel petto e figliuol del cuor mio, non son io che ti creai; guarda, guarda al Cielo e colassù è Dio, il Creator che t’ha dato tutto! Cara la vita mia, sappi morir per Dio! » Egli morì martire; e noi li veneriamo tutti santi colla madre quei sette figli il dì primo d’Agosto. – Or miei cari fratelli, anche noi siamo in un mondo che non vuol più sentire parlare di Dio. La Chiesa vi abbraccia nel petto e vi grida: figliuoli! questa gentaglia è tutta intesa a far danari e godere, e par che vi dica in faccia con uno scherno da maligno demone: a che pensate voi a Dio? buona gente: siete ancora tanto ignoranti? E che ha da far Dio con noi? » Ma noi alla nostra volta risponderemo: stiamo a vedere che hanno creato il mondo questi miserabili! Vermi che da poc’ora strisciano nel fango e che a momenti resteranno nel loro fango schiacciati e sprofondati nell’inferno. Ah! noi un po’ di ragione l’abbiamo ancora da credere che vi è Dio che tutto creò: e noi siamo ancor tanto buoni da credere in Dio, più che a tutti ì più cattivi del mondo i quali tentano di fargli guerra. Terminerò, per farvi coraggio in questi poveri tempi, col raccontarvi un bel fatto avvenuto proprio qui in questo nostro paese d’Italia. Fuvvi un tempo, non dissimile dal nostro, in cui eretici paterini col furor di demoni in carne, per far guerra a Dio, volevano toglier via le leggi della Chiesa, sconsacrare il matrimonio, distruggere le famiglie, metter tutto a ruba, e gittar gli uomini come un branco di bestie feroci a sguazzare in orrende carnalità. Avrebbero allora, come vorrebbe fare certa bordaglia d’adesso, fatto del nostro paese il ricettacolo d’ogni ribalderia. Un fanciulletto in Verona, scivolando via di mezzo a quei tristi, che erano pure nella sua casa, spesso correva nella Chiesa cattolica alla dottrina, quale appunto noi facciamo e voi che qui venite. Un dì un cattivo della sua famiglia, disse sgridandolo; sapete voi, che questo pezzo di piccol santuccio di Pedrino usa alla dottrina dei preti? Ohé cattivello! e che cosa hai tu imparato alla dottrina? Il fanciulletto con bel coraggio: ho imparato, risponde franco, ho imparato a dire: io credo in ‘Dio! e sì veramente io credo in Dio; e perché credo in Dio, credo per conseguenza che non siete voi che mi avete creato: perché credo in Dio, voglio vivere come comanda Iddio; perché credo in Dio, voglio andar alla Chiesa, e adorarlo senza rispetto umano; perché voglio salvarmi in Paradiso con Dio. Fattosi religioso combatté poi sempre per difendere la religione, finché gli eretici assassini un bel dì da un bosco gli saltarono alla vita, e lo colpirono di coltello nella testa. Ahi! scorreva giù il sangue dalla faccia, ed egli, bagnato il dito in esso cadendo per terra scrive, (sentite, e piangete!) scrive col suo sangue: io credo in Dio Pa… Voleva scrivere ancora sulla terra il resto della parola Padre; ma volò in Cielo a ripeterla col linguaggio dei beati. Questi è s. Pietro martire. Anche voi, anche voi andate a casa dopo questa dottrina, e dite ai cattivi: non mi lascerò ingannare da voi; ho imparato che bisogna credere in Dio, e perciò voglio vivere come vuole Iddio, perché tocca a me mettere in salvo l’anima mia, per essere in Paradiso con Dio. Ecché, figliuoli? non vi sentite come di stare meglio? di avere cioè ascoltato una parola che faccia bene al vostro cuore; e quasi di aver dato un buon cibo all’anima vostra? Non è vero che la Chiesa ci ha trattato da madre in questa dottrina? Gettiamoci dunque alle ginocchia di Gesù qui con noi nel Sacramento. Ma, aspettate: ché prima di partire dalla Chiesa vogliamo fare come buoni figliuoli i quali nell’andar via dalla tavola della madre pigliano con bella confidenza un qualche bocconcino o confetto il più buono da portarsi seco ritornando a casa propria. Così noi faremo sempre, dopo la dottrina, un po’ di esame; e poi raccoglieremo le verità che abbiamo spiegato per vedere un po’ quanto abbiamo da fare dopo le cose udite. Fermiamoci adunque: io farò con voi l’esame; poi verremo alla pratica e vi farò un po” di Catechismo.

AVVISO.

Terminata la predicazione, mentre il popolo è tutto impressionato delle grandi verità che il buon predicatore ha scolpito nei loro cuori in questo istante di solenne silenzio si fa fare l’esame. Noi non abbiamo pretensioni di sorta: ma, del frutto che se ricava ci appelleremo all’esperienza di quelli che lo praticheranno. Dopo un momento di silenzio, quando il popolo è in ginocchio si ripiglia come per formulare il fato esame.

1° Voi ben vi accorgete che tutto il male viene nel mondo dal non credere in Dio.

2° Vedete troppo anche voi che il demonio e il mondo cercano tutte le maniere per impedire che pensiamo a Dio, sì, che di Dio non si parla ormai più nelle nostre famiglie e neppur anco nelle scuole alla gioventù studiosa.

Pratica.

1° Noi, sì, crediamo in Dio Creatore di tutto: e vogliamo sempre credere in Dio, e non lasciarci ingannar dai tristi che non vorrebbero che noi credessimo in Dio.

2° Ringraziamo Dio che ci ha dato la grazia di credere in Lui. Crediamogli: Egli è il Sommo Bene, faremo quello che Egli ci farà conoscere di dover fare per essere poi con Lui beati in Paradiso.

Catechismo.

Se dunque prima di tutto bisogna credere in Dio ed aver la fede in Lui, ditemi se vi ho spiegato bene fin da principio, e rispondetemi:

D. Prima di tutto che cosa è necessario fare per salvarci?

R. Prima di tutto per salvarci è necessario credere in Dio, cioè avere fede in Dio. (s’insegna a ripetere).

D. Che cosa è la fede?

R. La fede è una virtù infusa da Dio nelle anime nostre, con cui Dio ci illumina, ci inspira, ci aiuta a fidarci interamente a Lui, a credere in Lui e a credere tutte le verità che ci fa insegnare dalla Madre Chiesa. Ora andremo a casa e ci ricorderemo sempre, ditelo neh!! con me, che siamo ben contenti di essere Cristiani, e di credere tutto quello che Dio ci fa insegnare dalla Madre Chiesa: e, in ogni luogo fuggiremo dai cattivi, che parlano contro di Dio e contro la nostra Santa Religione.

LA VITA INTERIORE (26)

LA VITA INTERIORE E LE SUE SORGENTI (26)

Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI

con prefazione di Mons. Alfredo Cavagna Assistente Ecclesiastico Centr. G. F. di A. C.

Ristampa della 4° edizione – Riveduta.

TENEBRE DISSIPATE

LA POVERTÀ DI SPIRITO

Su la Patria, ottimo mensile degli emigrati  italiani nell’Argentina, è stato pubblicato, anni or sono, il seguente articolo:

NECESSITÀ DI VITA REGOLATA E CALMA.

«Il milionario americano Wheeter Arturo, straordinariamente seccato dal rumore delle automobili, che va facendosi sempre più intenso negli Stati Uniti, ha comprato dai monaci di Cerne, per 750.000 dollari, l’Isola di Browsea, ove si recherà a vivere, il più presto possibile, lontano da tutti i rumori. » Questo. milionario, odiatore del fracasso, della velocità, dei records sportivi ed assetato di silenzio; merita d’essere ricordato ai posteri, non tanto per l’esempio — che potrà essere difficilmente imitato da coloro che non hanno la fortuna di possedere la bellezza di 750 mila dollari per comperarsi un’isola — quanto per il significato profondo del suo gesto.

» Chi non ricorda gli inni, americani e non americani, alla vita intensa, avida di tutte le soddisfazioni e di tutte le gioie, in movimento perennemente in corsa sulle piste rumorose della felicità ricercata nelle scoperte della tecnica e nell’apoteosi della Natura?

» Il clamore assordante, diabolico, senza posa, dei veicoli in corsa non era che la espressione esteriore caratteristica dell’ansia terribile che padroneggiava e tormentava le anime, assumendo via via impeti di dramma e bagliori di tragedia.

» La guerra mondiale fu lo sbocco logico di quell’ansia terribile.

» Dal crollo immane popoli e individui si levano ora, cercando confusamente la propria pace. I popoli risalgono verso le antiche fonti, riannodano con doloroso amore le vetuste tradizioni già bestemmiate e infrante; gl’individui, sempre più numerosi, riposano appagati nella ritrovata pienezza della vecchia fede.

» E dai rumori delle strade, degli sports, della perenne dissipazione delle anime si anela al silenzio.

» Senza fuggire la vita, che non è sempre possibile né consigliabile, anche l’uomo moderno deve seguire il monito della sapienza antica, sequestrarsi qualche volta e qualche istante dal turbine umano, fare un’isola intorno al proprio cuore, rifugiarsi nella parte migliore di sé, ascoltare se stesso e Dio. Da questa solitudine e da questo silenzio nascono i grandi pensieri e le grandi forze che governano il mondo ».

ISOLARSI DALLE COSE CREATE.

È una verità conosciutissima quella che afferma, come la molteplicità e la soverchia estensione nella ricerca delle cose, sia contraria alla profondità della conoscenza delle cose stesse. La citrullissima teoria dell’americanismo, secondo la quale le virtù passive — a differenza delle attive — meritano disprezzo, è relativamente di fresca data; da che mondo è mondo; però, molti, troppi sono vissuti e vivono dominati dalle inezie, infatuati dei beni effimeri; avvinti da sciocchezze, da tutto ciò. che si esprime nella parola « leggerezza ». Poco tempo fa, a mensa di conoscenti, con parecchi invitati, ho compianto un povero Legale che, mentre gli altri compivano lodevolmente l’ufficio che a mensa si compie, continuava a esaltarsi nel riferire l’elenco vario e numeroso delle sue… conoscenze! — Ah! il generale X? È un mio amico di lunga data!… Il prefetto della provincia? Lo conobbi ai bagni!… Sì, conosco il nipote di S. Em. il Cardinale!… Feci il servizio di permanente alle dipendenze dirette di S. E. il Generale Cadorna!… — E chi più ne ha più ne metta. Chi sa quando avrebbe terminato di esaltare la sua prosopopea se uno de’ commensali, quasi sottovoce, non fosse uscito in questa dichiarazione: «Lo dirò al babbo, ch’è il questore di…; affinché, occorrendo, si rivolga a lei, egregio signore, per le sue informazioni ». Parlasse questi sul serio, come si dice, o con ironia, fatto sta ed è che il millantatore, o venditore di fumo, si tacque mortificato, e cercò di rifarsi in parte sulle diverse vivande che vennero presentate in seguito. Questo è uno dei sintomi. Oggi, si può ben dire, l’austerità, la severità, i digiuni, le mortificazioni, la temperanza, non trovano più il loro clima. A questo clima si cerca e si vuole sostituire il coronemur nos rosis di oraziana e pagana memoria. V’è poi un’altra categoria di persone, simile a questa, la quale nella via del bene, nella ricerca di Dio, vuole troppe cose… Perché l’anima possa veramente progredire nella ricerca e nel possesso di Dio, deve, riconoscendo la completa e assoluta vanità delle cose create, distaccarsi da esse e legarsi sempre più intimamente con tutto quello che riguarda direttamente Dio stesso. Lavorandosi, come si suol dire, energicamente su questo punto, l’anima giunge a disinteressarsi quasi completamente di tutto ciò che è creatura, per concentrare e fissare tutta la sua attività nel Creatore. Nulla più di questo giova al progresso della vita spirituale. Come per gli interessi della vita naturale il raccogliere la propria attività su pochi propositi e pochi oggetti, è condizione assoluta di prospero successo, così, e tanto meglio, per gl’interessi spirituali. I troppi pensieri, le troppe idee, gli eccessivi desideri inaridiscono lo spirito e snervano l’attività umana. L’uomo di poche idee, ma precise e ben chiare; di pochi desideri, ma decisi e risoluti, trionfa senza difficoltà di tutti coloro che, volendo troppe cose, finiscono con stringerne nessuna.

« La forza della volontà, frazionata e diluita su troppi oggetti, non riesce a condurne in porto nessuno; non è volere molte cose, ma volere molto poche cose ed anche una cosa sola, che assicura l’esito dell’impresa » (A. Gorrino, o. c., pag. 421).

RENDERE LIBERO IL CUORE.

Quando il nostro spirito si trova ingombrato e preoccupato da troppi desideri, da soverchio numero di pensieri e di preoccupazioni, pure essendo tutti e tutte di ordine sovrannaturale, è impedito di muoversi con libertà nel servizio di Dio. – Avviene lo stesso di quanto accade a un fiore delicato e fine se avvolto da un denso e intricato fogliame. Il fiore presto avvizzisce. Ma se il fiore viene liberato dall’efflorescenza esuberante che lo circonda, riprende presto la sua vita, si sviluppa, emana soavissimo profumo, rivela il suo essere prezioso e gradito. Così è della vita del nostro spirito. Non molte cose, ma poche, anzi, magari una sola, ma bene. Quando sentiamo di amare intensamente e realmente Gesù, allora sentiamo pure nausea per tutte le cose della terra. Conosciamo allora la necessità del concentramento del nostro io, delle nostre attività, delle nostre dedizioni… Riconosciamo, in quel caso, molto facilmente, quanto poco valgano i mille umani accorgimenti e infingimenti; proviamo, anzi, ripugnanza per le mille frivolezze e futilità cui, purtroppo, la maggior parte delle creature umane dà tanto peso…; riconosciamo che il nostro cuore ha bisogno d’essere liberato dalle soprastrutture ingombranti, dall’inutile vegetazione che lo soffoca.

BEATI I POVERI DI SPIRITO.

Quando il cuore si è reso libero da tutto ciò che è fragile e insipido, da tutte le vanità illusorie, da tutte le foglie secche portate e riportate dal vento, allora non abbiamo più bisogno di nulla, all’infuori di Dio. La povertà di spirito ci fa possedere l’unica ricchezza. Iddio è questa unica vera ricchezza. Se adunque, ci esorta S. Gregorio Magno, volete divenire ricchi tendete al Regno celeste… ». « Quanto più eviteremo di crearci esigenze, di essere schiavi della comodità e del lusso, e procureremo di ridurre, a francescana semplicità, la nostra vita, tanto più ci sentiremo invasi da un senso di vera libertà, apportatrice di gioie intime e veraci » (A. Cavagna. Squilli di gioia, pag. 351). Così possiamo ben comprendere come la prima delle beatitudini predicata da Gesù sia quella della povertà di spirito. Beati i poveri di spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli (MATT., V, 3). «La povertà di spirito è più che lo spirito di povertà poiché con questo si rinuncia ai beni materiali della vita, mentre la prima importa la rinuncia anche ai beni superiori alla materia, come l’onore, la stima, la libertà, l’indipendenza, la gioia del successo, ecc. ecc.

» È il vero impoverimento dell’anima, la quale diventa indifferente e incapace di formare ed esprimere desideri per qualsiasi cosa che non sia Dio e il suo volere.

» Il povero di spirito non desidera nulla delle cose del mondo; la vita, l’intelligenza, le attitudini, il successo sono per lui cose indifferenti, quando non coincidono col volere divino. È sempre lo stesso, va sempre bene, poiché si compie sempre la volontà di Dio.

» Avere la povertà di spirito significa avere lo spirito povero e mancante di ogni sorta di bene proprio ed anche dei desideri stessi di tale bene; vuol dire non solo non possedere beni tra le vanità terrene, ma neppure desiderabili, od anche pensarci solamente.

» È quel sentimento espresso da S. Francesco di Sales il quale diceva di se stesso: Io voglio poche cose e quelle cose stesse le voglio molto poco e, se dovessi rinascere, vorrei non avere alcun desiderio» (A. GORRINO, 0. C., pag. 423).

DIO SOLO, UNICO VERO BENE!

La povertà di spirito non si applica solo ai beni materiali. Si applica, anche, ai beni spirituali più di quanto vi si pensi, ed espone l’anima alla ricerca assoluta dell’unico vero bene, Dio. Ah! se questa verità fosse ben compresa da tutte le anime e, in modo particolarissimo, dalle anime religiose! Suole accadere che molte anime spendono energie preziose non per cercare Dio, ma per raggiungere i doni spirituali, le virtù, le grazie che avvicinano a Dio. È necessario amare e cercare Dio per se stesso; se Dio, poi, disporrà che noi lo vediamo e lo possediamo per mezzo de’ suoi doni, noi saremo disposti a fare come piacerà a Dio… E qui, data l’occasione, affermiamo chiaramente il principio: TUTTO deve servire a Dio, per Dio…; nulla dobbiamo cercare all’infuori di Dio. Egli è un Padre: non pretende l’esito felice, la riuscita vittoriosa…: pretende, invece, soltanto il mostro sforzo che deve accompagnare la mostra volontà nella ricerca di Lui solo, o dei mezzi, da Lui solo disposti, per giungere a Lui. – Ogni anima che riflette con serietà su di se stessa, non può fare a meno di conoscere la sua assoluta miseria, la sua abbiettezza, e di essa, come della sua povertà, non si avvilirà. Ne godrà, anzi, perché così il Signore le apparirà tanto più grande ed amabile e tanto più l’avvicinerà a Dio… quanto più il sentimento della propria indegnità le sembrerà allontanarla. Santa Teresa del Bambino Gesù così, a questo riguardo, scrisse: Oramai mi rassegno a vedermi sempre imperfetta ed anzi trovo in questo la mia gioia! (Storia, VII). Ma noi, nel constatare le nostre imperfezioni, diciamo anche così? No. Non diciamo così. Noi, ordinariamente, viviamo di amor proprio, e ci lamentiamo, e facciamo disperare coloro che, per divina disposizione, preposti al nostro bene, diventano i bersagli del nostro egoismo. Ma seguiamo ancora la Santa: Più tardi, può darsi che il mio tempo mi appaia ancora pieno di molte miserie, ma io non mi stupisco più di nulla, né io mi affliggo nel vedermi essere la stessa debolezza; al contrario è in questo che io trovo la mia gloria e mi attendo ogni giorno di scoprire in me nuove imperfezioni (Storia IX). Ora, queste parole piene di umiltà e di santa rassegnazione, hanno già la loro radice in quelle che l’Apostolo Paolo scriveva ai Corinti: Volentieri troverò la mia gloria nelle mie infermità, perché risieda in me la virtù di Cristo (II Cor., XII, 9). Ma non è a queste anime, forse, che suole rivelarsi Gesù? Ecco le parole precise di Matteo (XI, 20): Hai celato le tue verità ai sapienti e ai prudenti per rivelarle ai bambini. Le predilezioni sono per questi piccoli: Chi è bambino, venga da me (Prov., IX, 4). Su questa piccolezza come ognuno bene deve sapere, il Signore pone la base della sua grandezza: Chiunque si sarà umiliato come questo bambino, sarà maggiore nel regno dei cieli (MATT., XVIII, 4).

CONCLUDENDO.

È necessario, adunque, possedere Dio, vivere uniti a Lui; e, perciò, poter fare a meno di tutti gli aggeggi e le sovrastrutture di questa vita. Un solo pensiero, un solo affetto può e deve riempire la nostra anima: Dio! Ogni altra cosa è aridità, fumo, fango, parvenza, NON REALTÀ. Perciò:

1) Anima fedele, non turbarti se ti senti povera e meschina.

2) Onori, stima, considerazioni, agiatezza e fortuna, sono illusioni.

3) Se gli uomini pensano male, e ti giudicano male, non dartene pena. Tu, potresti pensare assai peggio di te, poiché ti conosci.

4) Non attenderti nulla da nessuno, mai. Non la riconoscenza, non la comprensione, non la benevolenza. Non angustiarti se altri ti passano avanti, e, vilmente favoriti, occupano il tuo posto. Qualunque angolo… è sufficiente per la tua pochezza.

5) «Se ti senti arida e distratta nelle preghiere e negli atti di pietà: se il servizio di Dio ti parrà arido e freddo senza alcuna consolazione; se il tuo spirito rimane vuoto e inerte durante la meditazione dei misteri della bontà divina, non affliggerti per questo e pensa che non sei buona a niente e rimani ferma nel dare a Dio quel poco di cui sei capace » (A. Gorrino, o. c., pag. 427). – Non temiamo adunque.

Beati i poveri di spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli. Risorti con Gesù Cristo, nostro capo, non dobbiamo più cercare e gustare le cose della terra, ma quelle del cielo, ove Gesù ci aspetta.

S. Paolo, Ai Col., III, 1-2.

LA VITA INTERIORE (27)

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 22

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (22)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935, Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch. Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO XIV

Della carità verso il prossimo

II.

Segni della vera e perfetta carità verso il prossimo.

La vera carità è universale, senza sensibilità, instancabile e senza egoismo. – Si rallegra dei beni altrui come se fossero suoi. – esempio di Gesù Cristo, — di santa Elisabetta. – di di Maria SS.; dei Beati; — della Chiesa della terra.

La vera e perfetta carità si fa conoscere dal grande amore che si ha per tutti gli uomini. Essa vorrebbe tutto infiammare, a segno di trasformarsi in fuoco, ardore e zelo per portar dappertutto la conoscenza e l’amore di Dio. Questa carità universale non deve essere una chimera, come si vede in molti che si mostrano infiammati di zelo generoso, ma per ispirito di superbia; il loro amor proprio si compiace nelle cose grandi e vuole occuparsi in opere appariscenti e straordinarie. La vera carità deve mostrarsi verso qualunque prossimo in particolare, a tutti si deve voler bene e far del bene per quanto si può, prestando a ciascuno, nelle sue necessità, l’assistenza dei nostri beni e dei nostri conforti, e procurando di accontentare, con dolcezza e con cordialità cristiana, tutti  coloro che ci domandano qualche sollievo. – La pura carità è scevra di tenerezza esteriore e sensibile, di estrema espansività. Essa attira i cuori a sé con tale purezza che, mentre li conquista tutti, e per una segreta azione di Dio, se li tiene intimamente vincolati e uniti, pure esternamente non li tiene legati: è questo un effetto della libertà dell’amor santo e puro che tiene liberi da legami sensibili ed esteriori coloro che sono legati ed uniti in Dio. Questa divina carità non si esaurisce né si stanca mai; essa dà modo al prossimo di ricorrere a noi in qualunque luogo e in qualunque occorrenza, senza timore di ripulsa. – Un altro effetto meraviglioso che sempre l’accompagna e ne è un segno infallibile, è questo ch’essa mantiene tutto nella unione, senza mai attrarre nessuno a sé stessa in modo da separarlo dagli altri, né distratto dai propri doveri né dai propri obblighi. Essa nel suo amore mantiene tutte le cose in una vicendevole unione, è come un centro dove tutte le linee convergono e vengono a riunirsi. Mentre la falsa carità divide le persone unite onde attirarle esclusivamente a sé medesima, la vera carità tiene unite le persone più distanti per le loro inclinazioni; e per opera delle sue cure le persone più divise sono mantenute in società.

***

La perfetta carità verso il prossimo ci fa godere, con Lui, per i suoi beni come se fossero nostri. In quella guisa che Dio si compiace nei beni del Figlio suo, e il Figlio suo si compiace pure dei beni dello Spirito Santo come di beni suoi propri: così dobbiamo rallegrarci del bene di Dio nel prossimo, considerandolo come bene nostro. Donde avviene che, se abbiamo in noi la carità perfetta veramente operata da Dio nel nostro cuore. Dio gioirà e si dilaterà in noi in presenza dei beni del prossimo.

***

Così Nostro Signore, per l’operazione dello Spirito Santo (In Ipsa hora exultavit Spiritu Sancto. Ecc. X, 21) provava una grande gioia interiore alla presenza dei suoi Apostoli che gli riferivano gli effetti ammirabili che il Padre suo operava sopra le loro persone; godeva di vederli rivestiti dei doni e delle ricchezze del suo Spirito, godeva inoltre Gesù Cristo in anticipazione, per tutte le operazioni di cui, per i meriti della sua morte, la sua Sposa sarebbe un giorno da quel divino Spirito ornata ed arricchita. Era questo un mistero nascosto agli occhi dei sapienti e dei prudenti; esso non sarebbe conosciuto che dai piccoli, perché questi, essendo sottomessi alla direzione della Chiesa e dei suoi Capi, vedrebbero che la cosa più debole nella natura, vale a dire, il Figlio di un operaio, povero, meschino e miserabile agli occhi del mondo, muoverebbe tutto il mondo e rovescerebbe tutti gli Stati, le monarchie e gl’Imperi, per la virtù e l’efficacia del suo dito, che è lo Spirito Santo nei- suoi. doni; questi doni, riguardo allo Spirito Santo considerato nella sua sostanza, non sono che come il dito dell’uomo in confronto di tutto il corpo.

***

Così in San Giovanni Battista (Luc. I) e in Sant’Elisabetta, lo Spirito di Dio godeva per la gloria della Vergine Santissima. Stupenda grandezza di Maria innalzata alla dignità di Madre di Dio e di Sposa nell’Eterno Padre! Principio insieme col Padre della generazione temporale del Verbo, essa operò con Lui nell’Incarnazione ciò che Egli fa da solo nell’eternità. L’eterno Padre l’ha associata alla propria fecondità nella generazione reale del Figlio suo, ed è questa l’operazione più ammirabile, la grandezza più divina di cui una creatura possa essere onorata. La più alta, più sublime e più perfetta virtù dell’Altissimo è la sua fecondità. Ed è questa ch’Egli comunicava alla Vergine, come alla sua Sposa, per operare in essa la generazione temporale del Verbo Eterno. In pari tempo Maria era costituita Tempio dello Spirito Santo, nella pienezza più pura e più abbondante che fosse possibile. Siccome era destinata ad essere Madre di Gesù Cristo, essa aveva ricevuto la pienezza della grazia, come l’Angelo dichiarava con queste parole: Ave gratia plena, Vi saluto piena di grazia (Luc. I, 28). Perciò Maria è la creatura più pura, più divina e più perfetta che possa esservi. Da tale pienezza e perfezione procede appunto la sua fecondità materna, come la fecondità di Dio nasce dall’esuberanza della sua perfettissima sostanza e del suo Essere divino. In tal modo, le piante non producono il frutto che dalla sovrabbondanza e dal sovrappiù della linfa che possiedono. – Ma questa Madre ammirabile, benché fosse già ripiena della perfezione necessaria alla fecondità divina, riceveva ancora grazie e doni in una sovrabbondanza oltremodo prodigiosa. Per questo l’Angelo le diceva: Spiritus Sanctus superveniet in te, Lo Spirito Santoscenderà sopra di voi (Luc. I, 35), per operare invoi cose grandi, che sorpassano tutta lapienezza dei beni che Egli vi ha già comunicati.Era questo l’oggetto della gioiadi Sant’Elisabetta che si rallegrava dellagloria e della esaltazione della sua cugina,come se fosse sua fortuna propria. Parimenti,la Vergine SS.. contemplando nelsuo seno Gesù Cristo presente con la pienezzadella divinità del Padre, esultavapure in ispirito; si rallegrava dei beni conferitia Gesù Cristo in virtù della pienezzadi Dio che stava in Lui e lo aveva rivestitodei tesori della sua sapienza e della suascienza. Era questo il grande oggetto dellagioia di Maria: Esulta il mio Spirito inDio mio Salvatore! (Luc. I, 27).La Vergine si rallegrava e godeva, inoltre, perché il Figlio suo rivestirebbe poie riempirebbe la Chiesa della sua pienezza(Joan. I, 16), poiché, col suo divino Spirito, renderebbetutti i fedeli partecipi della suagloria e dei suoi doni.

***

Così ancora i Santi tutti del cielo si rallegrano dei doni che possiedono e se ne rallegrano gli ini per gli altri; ciascuno di essi prende parte alla felicità di tutti come se fosse la sua propria. Infatti, quei doni sono tutti comuni in virtù della comunicazione vicendevole, reale e perfetta che se ne fanno gli uni agli altri; avendo essi una dimora comune gli uni negli altri, si comunicano a vicenda tra loro i doni di Dio. Per un’ammirabile somiglianza con la SS. Trinità, i Santi fruiscono di una specie di circuminsessione, dimorando gli uni negli altri, come le Persone divine ed eterne dimorano l’una nell’altra per la loro circuminsessione. Nostro Signore c’insegnava appunto questo mistero con queste parole « Come io sono nel Padre mio e mio Padre è in me (Joan. XVII, 23) per la comunicazione della sua sostanza e della sua vita, e che nondimeno il Padre rimane tutto ciò che è ed io pure rimango tutto ciò che sono: così pure di voi. Io sono similmente in voi e voi siete tutti consumati in me, come mio Padre ed io siamo identificati nella semplicità ed unità di una medesima essenza. – E come mio Padre ed io siamo distinti per il nostro carattere personale, benché i nostri beni siano comuni e che dei tesori e delle ricchezze della sostanza divina che ci è comune, nulla sia da noi posseduto in proprio: così di voi, benché siate tutti consumati in me, ciascuno però rimane ciò che è, ciascuno conserva il suo essere particolare, ciascuno conserva la distinzione dei suoi doni, delle sue grazie e del suo carattere proprio ». Tale è lo stato dei Santi; essi possiedono tutto Gesù Cristo, il quale è la loro sostanza comune; ciascuno possiede tutto lo Spirito e tutta la vita di Gesù Cristo, purtuttavia uno non è l’altro, ma ciascuno conserva il suo carattere proprio e il suo dono proprio.

***

Così, nella S. Chiesa della terra non meno che in quella del Cielo, tutti i fedeli in particolare possiedono Gesù Cristo nella sua pienezza, tutti sono partecipi dei suoi doni, tutti ricevono comunicazione delle sue intime disposizioni, tutti hanno parte al suo Spirito, il quale è uno Spirito di gioia che si dilata nel darsi e nel diffondersi nel cuore dei fedeli; perciò tutti devono rallegrarsi dei beni di tutti, come se fossero propri. Così vediamo che quando questo Spirito viene dato a qualche anima in particolare, tutte le anime pure ne risentono e ne provano gioia. S. Antonio al suo tempo era appunto una di quelle anime in cui lo Spirito di Dio si prendeva le sue maggiori compiacenze; perciò la sua morte riempì la Chiesa di dolore, perché quel medesimo Spirito cessò di comunicarsi a lui, su la terra, in quella gioia e in quella effusione di cui le anime della Chiesa militante erano rese partecipi, quando egli lo riceveva. – Dio in tutto sia benedetto, per i beni che fa alla Chiesa nel Cielo, come di quelli che comunica alla Chiesa della terra, e dei quali ciascuno in particolare viene reso partecipe!