LE VIRTÙ CRISTIANE (15)

LE VIRTÙ CRISTIANE (15)

S. E. ALFONSO CAPECELATRO – Card. Arcivescovo di Capua

Tipografia liturgica di S. Giovanni – Desclée e Lefebre e. C., Roma – Tournay

MDCCCXCVIII

PARTE IIIa

CAPO IV.

LA TERZA BEATITUDINE.

La virtù della pazienza.

Se alcuno dei miei lettori fu preso da stupore nell’udire le prime parole di Cristo: Beati i poveri in ispirito; lo stupore di lui crescerà di mille tanti, sentendo queste altre parole di Gesù: Beati coloro che piangono. Come mai la beatitudine si potrebbe accordare col pianto, il quale, secondo bellamente dice l’Alighieri, non è altro se non dolore, che si distilla in lacrime?» Certo, il dolore e la beatitudine non possono stare insieme; ché la beatitudine è godimento, e il dolore è non solo negazione, ma contradizione di godimento. Pertanto, a voler ben intendere le parole di Cristo, innanzi tutto ricordiamoci che le otto beatitudini, piuttosto che beatitudini della vita presente, sono virtù promettitrici di una eterna e inenarrabile beatitudine avvenire. Ancora, prima di parlare della virtù, che io credo particolarmente insegnata in questa terza beatitudine, la quale virtù è la pazienza; volgiamo la mente a qualche considerazione generale intorno a coloro che piangono, per trarre dalle parole di Cristo un primo significato, anche esso utile alla nostra vita morale. Dopo che il pianto è malauguratamente entrato nel mondo, e lo vediamo spuntare sino su gli occhi del bambinello appena nato, è certo che l’uomo trova nella vita molte cagioni virtuose, nobili e sante di piangere; e intanto trova pur molti incentivi viziosi, ignobili e rei al godere. Or bene, dove mai s’incontra,la beatitudine della virtù vera? Tra coloro, che piangono, sacrificando sé stessi al bene, o tra coloro che godono e ridono prostituendosi al male? I sentimenti più nobili e santi sovente ci spingono, quasi inconsciamente al pianto, o quando, per esempio, ci addoloriamo dei peccati nostri e di quelli del prossimo, o quando abbiamo compassione dei nostri fratelli miseri e abbandonati, o quando perdiamo i nostri cari, o se vediamo oppressa la giustizia e trionfante l’iniquità. Diremo noi dunque che il pianto in questi casi non sia commendevole e bello? Non preferiremo noi mille volte le lacrime sante e spesso soavi dei figliuoli di Dio, al riso dei gaudenti del mondo e di tutti coloro che, pur di godere, s’infangano in ogni sorta di brutture e di viltà? Non diremo noi, per esempio, bello il pianto e belle le lagrime di una madre, che, vegliando sul figliuolo suo prediletto, teme di perderlo, e mescola il pianto con le sue preghiere a Dio? Allorché adunque il nostro divino Maestro disse beati coloro che piangono, e poi aggiunse, guai a coloro che ridono; l’universo gli si affacciò alla mente come diviso in due grandi schiere: quella dei figliuoli della Città di Dio, i quali spesso hanno il volto bagnato di lagrime, sebbene ad essi non manchino le dolcezze di interne consolazioni; e quella dei figliuoli della Città del mondo, che gavazzano, ridono, banchettano, amoreggiano, e non di altro si dànno pensiero, se non del molto e sempre godere. Se non che ravvicinando queste parole di Gesù, beati coloro che piangono, con le altre dette da lui: in pazienza possederete le anime vostre; noi possiamo bene intender le prime come ordinate ad insegnarci la nobilissima e cristiana virtù della pazienza. Guardiamo un tratto l’uman genere con animo sereno e riflessivo. Innumerevoli sono i dolori della vita nostra; e tutti, mercè la pazienza cristiana, diventano germi di bene, e ci fanno talvolta anche provare intimamente le dolcezze che il Signore diffonde nelle anime alle quali è bello il soffrire per amore di lui. Or, a ben intendere la virtù della pazienza, che nel Cristiano è la compagna indivisibile del dolore, sarà utile di studiare alquanto la natura del dolore stesso, e l’alta sua missione nel Cristianesimo. Il dolore, come insegna la dottrina di Cristo, è effetto del peccato; e poiché il peccato è separazione da Dio, anche il dolore in un altro modo è una separazione da Dio sommo Bene, o da qualsiasi altro bene vero o apparente, in cui risiede l’immagine del primo Bene. Non è volontaria questa seconda separazione del dolore, come volontaria fu quella del peccato; ma è pena dell’altra, e, dopo la redenzione di Cristo, quando sia pazientemente accettata, è una pena che conferisce molto a distruggere quello stesso peccato, da cui nacque. Chi non pone mente a questo che ho detto, del dolore, e non cerca di penetrarne addentro la natura, non saprà mai spiegare l’infinita ripugnanza che l’uomo, anche se santo, ha verso il dolore, e il gran bene, che esso è riuscito a noi, dopo il peccato, per effetto della Redenzione di Cristo. –  In vero il dolore è o morale o fisico. Il dolore morale è un sentimento, che turba e affligge l’animo, per un bene qualsiasi, o perduto se si possedeva, o desiderato e non potuto possedere. Così invero l’uomo soffre per la perdita dell’amico, delle ricchezze e del piacere che possedeva, ed egualmente soffre del non poter godere questi beni desiderati. Che se egli conosca e ami Iddio, e l’offende; l’animo suo ha pur dolore di aver perduto pel peccato il sommo Bene: o se è ostinato nel male, soffre di non poter riacquistare il sommo Bene perduto. Insomma non vi ha mai dolore morale, che non metta la sua radice in una qualsiasi separazione da un bene. Che se talvolta il bene, che ci fa soffrire è apparente o colpevole; ciò non significa che nella cosa rea desiderata non vi sia una qualche particella di bene, la quale ce la fa desiderabile, e quando si perda, o non si possa conseguire, ci arreca dolore. – Non molto differente dal dolore morale è il dolore fisico, che deriva dalle medesime cagioni; e benché riguardi il corpo, è l’anima che principalmente lo sente. Il dolore fisico in vero è una sensazione molesta e afflittiva, cagionata da un male, che tormenta qualche parte del corpo umano. Ora il bene del corpo umano è che, quantunque consti di moltissime parti, cioè della carne, delle ossa, dei nervi, dei muscoli, del sangue, delle arterie, delle vene e di tanti membri o membricciuoli diversi; nondimeno sia uno, per effetto della proporzione e armonia ammirabile di tutte le sue parti. Senza il peccato l’uomo, che, unito con Dio, non sarebbe stato soggetto a dolori morali, non avrebbe neanche avuto dolori fisici. Ma dopo che egli ebbe peccato, avvenne il contrario; ché effetto del peccato fu anche lo spezzamento e la dilacerazione del corpo umano; preludio e avviamento a quell’ultimo spezzamento e finale dilacerazione, che dicesi morte. Dalla prima ora, in cui nasce e vagisce un bambinello, insino al dì della morte sua, molte cagioni intrinseche ed estrinseche turbano cotesta armonia e unità del corpo, che è il suo bene proprio. Onde avviene, che esso corpo, scisso dal proprio bene, sente, dolore. Innumerevoli motivi, il troppo e il poco di ciascuno degli elementi, onde il corpo si costituisce; le percosse, il fuoco, il gelo, la fame, la sete, e mille altre cagioni, intanto che producono dolore, non sono altro, che separazioni e dilacerazioni di quella unità armoniosa, che costituisce il vero bene del nostro corpo. Se non che, come mai si governerà l’uomo, a petto di questo nemico della sua natura che è il dolore? Non è agevole il dirlo, se si pensi, che niente gli ripugna più del dolore. Oh dunque misera, cento volte misera condizione dell’uomo, creato da Dio per godere, e costretto, non volente, anzi fortissimamente ripugnante, a vivere quasi sempre tra il dolore! Il più delle volte anzi, l’uomo come chi si aggira in uno spineto, per troppo desiderio di evitare una spina, sentesi dilacerato da un’altra! Che farà dunque egli mai, circondato, com’è, tutto da spine, che lo pungono ora nel cuore e ora nel corpo? Avanti a lui non si aprono che due vie opposte: l’una di esacerbarsi sino alla disperazione e superbamente affermare, con lo sventurato Giacomo Leopardi l’infinita vanità del tutto: l’altra di esser paziente, quanto più è possibile paziente. Questa seconda via è la via del Cristiano, non facile a percorrere, ma nondimeno piena di luce, di bellezza e di gloria. – Pazienza è virtù che ci fa soffrire con rassegnazione e animo sereno le avversità, i dolori, le ingiurie e ogni cosa molesta. Non fu virtù ignorata dai Pagani; tanto più che essa ha intima parentela con la fortezza, la quale ei tennero in onore, dichiarandola virtù cardinale. Nondimeno nella Paganità la pazienza fu guastata spesso dall’orgoglio, che è il verme roditore di tutte le virtù gentilesche. L’uomo forte e paziente quasi sempre si gloriava della forza e della pazienza sua, e ne prendeva motivo per elevarsi sopra il più degli uomini, e talvolta anche per tenerli a vile. Tra il popolo di Dio, questa virtù fu avuta in gran conto, e, secondo la dottrina israelitica, che fa derivare la virtù da Dio nell’uomo, non riuscì incentivo d’orgoglio. Non ne mancarono esempj tra i Patriarchi, e basterebbe quello di Giobbe, che è tanto bello e parlante, e che giustamente fu dato al popolo Giudeo, per apparecchiarlo a comprendere la incommensurabile ed eroica pazienza di Gesù Cristo. Nondimeno la virtù della pazienza è giusto che la diciamo virtù cristiana, sia perchè Cristo fu l’Uomo dei dolori, e il divino Paziente; sia perché il Cristianesimo con i suoi nobilissimi principj modificò grandemente l’idea del dolore, e anche della pazienza, che ce lo fa sopportare. Chiunque soffre nell’anima o nel corpo, la prima idea che gli si affaccia alla mente è, certo, questa; Perché mai io soffro? Non è questa una domanda curiosa, o un effetto della tendenza naturale dell’intelletto a scovrire le cagioni delle cose. È invece un possente bisogno, che rampolla spontaneamente nell’animo umano dal desiderio del godere e dalla ripugnanza al patire. Ora nessuna filosofia, e molto meno la miscredenza sa rispondere a questa interrogazione. E pure il rispondervi gioverebbe non poco a vincere i foschi e disperati propositi di molti, e ad alimentare la virtù della pazienza. Solo il Cristianesimo risponde con dottrina assolutamente ferma e certa: che ogni dolore dell’animo e del corpo deriva dal peccato d’origine, e dagli altri peccati. Né qui si ferma. Insegna che, mentre il dolore è frutto del peccato, è altresì pena del peccato. Or questo pensiero, che mette nel dolore la pena del male, è al tutto conforme alla nostra ragione; la quale, fuori del dolore, non sa neanche concepire l’idea di pena, come ne fa fede il giure antico e moderno. – Il Cristianesimo fa ancora un altro passo avanti. La pena del male può essere o soltanto punitiva, o anche talvolta punitiva ed espiativa insieme. Quando la pena espia il peccato, ci fa un gran bene, e riesce anche a consolarci, liberandoci dal fardello del male. Che se il male, cristianamente lo consideriamo a guisa di una macchia, la pena ci monda, e, se come una bruttura, la pena ci abbellisce. Ora il dolore, che è pena, diventa, per i meriti di Cristo e per la nostra pazienza, una perfetta e completa espiazione del male. Il dolore dunque, e la pazienza che gli sta a lato, sono diventati per tal guisa, cose nobilissime, sante e consolatrici. Anzi, a guardar il fatto più addentro, questo nobilissimo mutamento, avvenuto nel dolore, procede tutto dalla virtù della pazienza, che Cristo, divino Paziente, ci comunica. Togliete al dolore umano la pazienza, e che resta esso mai? Una pena, niente altro che una dura pena, poco diversa da quella dei malfattori, che mordono il freno sconsolatamente. Anzi il dolore, senza il balsamo della pazienza, non è una pena soltanto: essendo assai ripugnante alla nostra natura, diventa pure uno stimolo possente di peccati nuovi. – Oltre alle cose dette, la pazienza cristiana trasforma e trasfigura al tutto il dolore in un altro modo. Di pena che esso è, lo rende anche principio di merito, e anzi merito esso stesso. La grazia celestiale, che è la rugiada benefica di tutta la nostra vita cristiana, spesso ci è meritata dal dolore paziente. Ancora, intorno all’albero della pazienza nostra pullulano, e vigoreggiano e crescono la fede, la pietà, l’umiltà, la carità, la mansuetudine e tutte le virtù del credente. Le quali, poiché ci furono meritate da Cristo paziente, sono facilmente date e accresciute nel nostro animo per effetto di pazienza. Infine il dolore, nato dal peccato, il dolore dico, che ci ha possentemente allontanati dal gaudio, pel quale Iddio ci aveva creati, esso stesso, trasfigurato dalla pazienza cristiana, ci conduce a un gaudio incommensurabile ed eterno. Ciò che di Cristo Redentore è detto, essere stato necessario ch’ei patisse per entrare nella gloria, è verissimo di ciascun uomo, che, dopo il peccato, non arriva agli eterni gaudi, se non per l’aspra e oscura via del dolore. Il dolore pazientemente sopportato ha acquistato nella dottrina del Cristianesimo una tale nobiltà e grandezza, che il Cristiano, quantunque senta la sua natura infinitamente ripugnante al soffrire, talvolta liberamente cerca il dolore, e liberamente lo infligge a se stesso. Il nobilissimo principio della mortificazione cristiana, così poco e malamente compreso dal mondo, non ha altro fondamento se non questo che sono per dire: poiché il dolore pazientemente sopportato, espia il male, ed è fonte di merito e di gaudio eterno; noi dunque andiamo liberamente incontro a dolori volontari, affine di rendere più facile e completa la nostra espiazione, più ricca e vivace la sorgente dei nostri meriti. Con questo intendimento il Cristiano digiuna, si flagella, mortifica i sensi; con questo intendimento talvolta ricusa a se stesso anche gl’innocenti piaceri dello spirito. Tutta questa teorica del dolore, della pazienza, delle pene, del merito cristiano, intanto che è un volo altissimo e nobilissimo della teologia cattolica, riesce il balsamo consolatore della nostra vita morale. Quante sanguinanti ferite ha guarito questo balsamo! Quante titubanze ha vinte! Quante anime ha consolate, tra i dolori più acerbi! Chi potrebbe noverarlo! Oh! Se i mondani che vedono sì agevolmente dappertutto mali e dolori, potessero penetrare un po’ addentro nell’anima di coloro, i quali, uniti a Cristo col cuore, piangono; oh! quanti misteri di luce, di carità e di dolcezze arcane si rivelerebbero ad essi. Vedono la superficie del mare fremente e in tempesta, e non s’accorgono che nel fondo di esso le acque appena si muovono leggermente o restano affatto tranquille. I Santi, poiché vollero non solo vivere nella pazienza cristiana, ma toccarne l’eroismo, non s’appagarono di soffrire rassegnati e talvolta lieti tutte le tribolazioni della vita, ma andarono molto avanti nel procurarsi liberamente frequenti e gravi dolori. Però furono talvolta giudicati come persone, che si mettessero contro la natura, data loro da Dio. Si potrebbe provare con buone ragioni che ciò non è punto vero; ma poniamo che qualche Santo avesse in ciò oltrepassato il segno; chi oserebbe mai fargliene una colpa, quando si pensi che lo fece soltanto per avere una signoria di sé medesimo così piena, che lo rendesse eroe di coraggio e di fortezza contro tutto quanto vi ha di male o di vile nel mondo? – Ma poiché siam venuti a parlare dei perfetti o Santi che siano, consideriamo un tratto con più accurato studio la beatitudine di coloro, che piangono, in relazione con la santità cristiana. I Santi crearono nel linguaggio cristiano una frase assolutamente nuova, e ignota prima del Cristianesimo, e che, come è giusto, corrisponde ad un pensiero nuovo. Essa è il gaudio del soffrire. A prima giunta pare che contenga in sé una contraddizione, ma non è il primo Santo in vero, che, per quanto io sappia, adoperò questa espressione fu l’Apostolo Paolo; ed è da notare, che, nella bocca di lui, non fu un insegnamento o una teorica astratta; sì bene un sentimento, provato da lui medesimo, e manifestato con queste parole: Io sovrabbondo in gaudio in ogni nostra tribolazione” (2 Cor. VII, 4). Or il gaudio della tribolazione, pieno com’è di mistero, non è un gaudio, che annienta il dolore; perciocché allora la tribolazione non vi sarebbe più, ma un gaudio che sta insieme col dolore; proprio a quel modo che vediamo talora nel cielo i bellissimi colori dell’iride stare in mezzo a nubi dense e oscure. Quante volte in vero noi soffriamo e godiamo nel medesimo tempo? soffriamo, per esempio nel corpo, e godiamo nello spirito; soffriamo del presente e godiamo del futuro? Quante volte una medesima cosa, guardata in un aspetto, genera dolore, e guardata in un altro, genera gaudio? Dite a una madre, che un suo dolore corporale conserverà certamente la vita del suo dilettissimo figliuolo; e non credete voi che in lei, mentre il corpo soffre pel dolore, l’animo gode per la vita salvata al figliuolo? Questo medesimo avviene nei Santi. Mentre si trafiggono talvolta con spine di dolore volontario, il cuor loro gioisce nel compiacimento dell’espiazione, del merito e del gaudio futuro. Qui avanti vi accennai che san Paolo Apostolo sentiva il gaudio della tribolazione. Ora credo che, dopo di lui, nessun altro abbia più efficacemente espresso questo pensiero di quel che fece una vergine claustrale, una pazientissima vergine, santa Teresa di Cepeda. Date un’occhiata alla Vita di lei, e alle sue Opere, e ci troverete sempre questo pensiero, che il vivere senza patire era per Teresa pena maggiore d’ogni pena. Onde pregava il Signore dicendo: O che io patisca o che io muoja. Da queste ultime cose dette si rileva assai bene che le dolci parole di Gesù Cristo: beati coloro che piangono, acquistano nei Santi un significato più letterale e più evidente, che non abbiano negli altri Cristiani anche buoni e pazienti. I Santi letteralmente e strettamente, almeno in alcuni casi, si sentono beati e allegri del loro pianto. Il pianger per amore di Cristo e del bene che egli assomma in sé e diffonde, ecco in sustanza il nuovo fonte di gaudio, al quale essi soltanto hanno potere di attingere. Però san Paolo scrive: “A me è stato donato per Cristo, non solo il credere in Lui, ma il patire per lui” (Ad. Philpp. I, 20). È un dono dunque il patire. E negli Atti è più chiaramente espresso il medesimo pensiero, quando di tutti gli Apostoli si dice: “Chiamati gli Apostoli, e battuti che gli ebbero, intimarono loro di non parlare né punto né poco nel Nome di Gesù, e li rilasciarono. Ed essi se ne andarono pieni di gaudio dal cospetto del concilio, per essere stati fatti degni di patir contumelie pel Nome di Gesù ” (Act. V, 41, 42). Se questo avviene nei Santi, coloro che sono soltanto pazienti, aspettano serenamente la consolazione e il gaudio nella vita futura, secondo le parole di Gesù: Beati coloro che piangono, perciocché saranno consolati. La consolazione eterna sarà il premiò eterno della pazienza. Quel medesimo premio, che nella prima beatitudine è detto regno, e nella seconda terra, in questa terza Gesù lo dice consolazione. E certo, se prendiamo la consolazione nel senso di letizia, il paradiso sarà ai pazienti e a tutti i virtuosi consolazione eterna, inenarrabile e dolcissima. Ma, se prendiamo la parola consolazione in un significato, che forse gli è più proprio, cioè nel significato di quel sentimento soave da noi provato, allorché ci sentiamo alleggerire o dileguare un dolore, allora anche nella vita presente sarà vero che i pazienti sono consolati. Il sapere perché soffriamo; il credere che il proprio dolore è espiazione del male; il pensare che nel dolore è il germe della virtù e del merito; lo sperare che il dolore pazientemente sofferto ci apra la via ai gaudj infinitamente superiori a ogni nostro patimento: tutto ciò diffonde indubbiamente nell’anima del paziente cristiano un’aura di soavità, di pace e di conforto, che forse parecchi di coloro che mi leggono, avranno sperimentato in sé stessi. –  E se non lo sperimentarono mai, deh! si provino almeno talvolta, a esser pazienti secondo Cristo; e forse il Signore lor farà grazia d’intendere e di sentire dentro di sé medesimi l’efficacia di questa parola sua: Beati coloro che piangono, perché saranno consolati.

LE VIRTÙ CRISTIANE (16)