IL SENSO MISTICO DELL’APOCALISSE (12)

G Dom. Jean de MONLÉON Monaco Benedettino

Il Senso Mistico dell’APOCALYSSE (12)

Commentario testuale secondo la Tradizione dei Padri della Chiesa

LES ÉDITIONS NOUVELLES 97, Boulevard Arago – PARIS XIVe

Nihil Obstat: Elie Maire Can. Cens. Ex. Off.

Imprimi potest:  Fr. Jean OLPHE-GALLIARD Abbé de Sainte-Marie

Imprimatur: LECLERC.

Lutetiæ Parisiorum die II nov. 194

Copyright by Les Editions Nouvelles, Paris 1948

Sesta Visione

L’ORA DELLA GIUSTIZIA

SECONDA PARTE

VITTORIA DEL CRISTO SULL’ANTICRISTO

Capitolo XIX – (1-21)

“Dopo di ciò udii come una voce di molte turbe in cielo, che dicevano: Alleluja: salute, e gloria, e virtù al nostro Dìo: perché veri e giusti sono i suoi giudizii, ed ha giudicato la gran meretrice, che ha corrotto la terra colla sua prostituzione, ed ha fatto vendetta del sangue dei suoi servi (sparso) dalle mani di lei. E dissero per la seconda volta: Alleluia. E il fumo di essa sale pei secoli dei secoli. E i ventiquattro seniori e i quattro animali si prostrarono, e adorarono Dio sedente sul trono, dicendo: Amen: alleluja. E uscì dal trono una voce, che diceva: Date lode al nostro Dio voi tutti suoi servi: e voi, che lo temete, piccoli e grandi. E udii come la voce di gran moltitudine, e come la voce di molte acque, e come la voce di grandi tuoni, che dicevano: Alleluia: poiché il Signore nostro Dio onnipotente è entrato nel regno. Rallegriamoci, ed esultiamo, e diamo a lui gloria: perché sono venute le nozze dell’Agnello, e la sua consorte sì è messa all’ordine. E le è stato dato di vestirsi di bisso candido e lucente. Perocché il bisso sono le giustificazioni dei Santi. E mi disse: Scrivi; Beati coloro che sono stati chiamati alla cena delle nozze dell’Agnello: e mi disse: Queste parole di Dio sono vere. E mi prostrai ai suoi piedi per adorarlo. Ma egli mi disse: Guardati dal farlo: io sono servo come te e come i tuoi fratelli, i quali hanno testimonianza di Gesù. Adora Dio. Poiché la testimonianza di Gesù è lo spirito di profezia. E vidi il cielo aperto, ed ecco un caval bianco, e colui che vi stava sopra si chiamava il Fedele e il Verace, e giudica con giustizia, e combatte. I suoi occhi erano come fiamma di fuoco, e aveva sulla testa molti diademi, e portava scritto un nome, che nessuno conosce se non egli. Ed era rivestito d’una veste tinta di sangue: e il suo nome si chiama Verbo di Dio. E gli eserciti, che sono nel cielo, lo seguivano sopra cavalli bianchi, essendo vestiti di bisso bianco e puro. E dalla bocca di lui usciva una spada a due tagli, colla quale egli percuota le genti. Ed egli le governerà con verga di ferro: ed egli pigia lo strettoio del vino del furore dell’ira di Dio onnipotente. Ed ha scritto sulla sua veste e sopra il suo fianco: Re dei re e Signore dei dominanti. E vidi un Angelo che stava nel sole, e gridò ad alta voce, dicendo a tutti gli uccelli che volavano per mezzo il cielo: Venite, e radunatevi per la gran cena di Dio: per mangiare le carni dei re, e le carni dei tribuni, e le carni dei potenti, e le carni dei cavalli e dei cavalieri, e le carni di tutti, liberi e servi, e piccoli e grandi E vidi la bestia, e i re della terra, e i loro eserciti radunati per far battaglia con colui che stava sul cavallo, e col suo esercito. E la bestia fu presa, e con essa il falso profeta, che fece davanti ad essa, prodigi, coi quali sedusse coloro che ricevettero il carattere della bestia, e adorarono la sua immagine. Tutti e due furono gettati vivi nello stagno di fuoco ardente per lo zolfo: e il restante furono uccisi dalla spada di colui che stava sul cavallo, la quale esce dalla sua bocca: e tutti gli uccelli si sfamarono delle loro carni.”

§ 1 – Azioni di grazia della Chiesa trionfante e della Chiesa militante.

La condanna dei servi del mondo, menzionata nel capitolo precedente, sarà controbilanciata all’ultimo giudizio dalla gioia di tutti coloro che si vedranno al sicuro dalle pene dell’inferno. Mentre i re ed i mercanti della terra piangeranno, mentre diranno “” davanti al crollo delle loro ricchezze, delle loro ambizioni, della loro vita di piacere, gli abitanti del cielo canteranno: Alleluia, una parola intraducibile, destinata proprio da questo fatto a far capire che la felicità degli eletti supera ogni linguaggio umano. Essi proclameranno la loro gratitudine al Dio che ha riservato loro una tale ricompensa e una tale gioia: « A Lui – diranno – appartiene tutto il merito della nostra salvezza, perché senza di Lui non avremmo potuto fare nulla; è Lui che è degno di tutta la gloria per le opere meravigliose che ha compiuto attraverso la sua Parola; è Lui solo che ha abbattuto l’inferno con la sua potenza. Rendiamo grazie a Lui, perché i suoi giudizi sono veri e giusti. Egli ha mantenuto fedelmente le promesse fatte a coloro che avrebbero ascoltato i suoi comandamenti, così come ha applicato senza debolezza i castighi con cui aveva minacciato i trasgressori della sua Legge. Così la sua condanna contro la grande prostituta è sovranamente giusta, e questo per due ragioni: perché l’esempio dei suoi disordini aveva corrotto tutta la terra, e perché aveva versato il sangue dei Santi con le sue stesse mani. » – E dissero di nuovo: Alleluia, per mostrare che la lode di Dio sarà continuamente rinnovata ed eterna, come il fumo che sale dal fuoco dove si consuma Babilonia, e cioè come la punizione dei dannati, sarà eterna. Questa opposizione tra una felicità ed una disgrazia che non avrà fine è un invito a fare tutto il possibile per meritare la prima, ed evitare la seconda. E i ventiquattro vegliardi, cioè i Padri dell’Antico e del Nuovo Testamento, i dodici Profeti ed i dodici Apostoli, si prostrarono con la faccia a terra, ed i quattro animali, che rappresentano – come abbiamo già visto – tutti i predicatori del Vangelo; e tutti insieme adorarono Dio che siede sul suo trono, in mezzo alla Chiesa trionfante, dicendo: Amen, Alleluia: Amen, per indicare il loro assenso ai giudizi pronunciati da Dio; Alleluia, perché non potevano reprimere la gioia di cui il loro cuore traboccava. Queste due parole, come ha osservato Sant’Agostino, riassumono tutta l’occupazione dei beati: la prima esprime la continua meraviglia della loro intelligenza alla presenza dell’ineffabile e sempre nuova Verità, che brilla davanti a loro; la seconda, l’entusiasmo del loro cuore davanti al possesso di un tale bene. Allora – scrive questo grande Dottore, – contempleremo la Verità senza minimamente annoiarci, e con una felicità che non verrà mai meno; noi la vedremo in uno splendore che non lascerà spazio ad alcun dubbio. Inoltre, pieni d’amore per questa medesima Verità, ci attaccheremo intimamente ad essa, l’abbracceremo, per così dire, per darle un bacio tanto dolce quanto casto e spirituale; e, con una voce non meno felice, loderemo Colui che è la Verità stessa, cantando: Alleluia. Sì, nel trasporto della loro gioia e nell’ardore della carità che li infiammerà gli uni per gli altri e soprattutto per Dio, tutti gli abitanti di questa Città benedetta saranno spinti a lodare Dio con lo stesso amore e ripeteranno: Alleluia, e si ripeteranno: Amen (Sermone 362; della Risurrezione dei morti). Dopo queste acclamazioni dei beati, San Giovanni udì una voce proveniente dal trono. Questa voce si rivolgeva agli abitanti della terra e diceva loro: Cantate la gloria di Dio, voi che siete i suoi servi, voi che lo temete, grandi e piccoli. Perché sono degni di lodare Dio, solo questi che vivono secondo i suoi comandamenti, che temono di offenderlo. Dio non accetta la lode dei peccatori, che cantano la sua gloria con le labbra, ma il cui cuore è corrotto. Al contrario, Egli ascolta con piacere i canti dei suoi servi, non solo quelli dei grandi, cioè dei Dottori, delle anime favorite da grazie speciali, ma anche quelli dei piccoli, degli ignoranti e dei semplici. Allora il concerto degli eletti si alzò di nuovo nel cielo, come il rumore delle grandi acque ed il fragore del tuono. Queste espressioni hanno lo scopo di farci capire che siamo ancora sulla terra l’eccellenza della lode divina, di quell’« opera di Dio » che San Benedetto ha posto al centro della sua Regola, e alla quale ha voluto che « nulla vi fosse preferito ». San Giovanni la paragona alle grandi acque per l’effetto purificatore che ha sulle anime che vi si dedicano con devozione, e che vi si immergono come in un diluvio di grazia; e al fragore del tuono per la paura che ispira al diavolo.

§ 2 – Motivi di gioia per i Santi.

I beati cantarono di nuovo: Alleluia, perché il Signore nostro Dio ha stabilito il suo regno. Sulla terra, infatti, non si può dire che Dio regni veramente. Sebbene sia presente in tutte le cose con la potenza, come dicono i teologi, non esercita questo potere ovunque; sospende costantemente la sua azione per rispettare la libertà umana, dando così a ciascuno la possibilità di meritare o demeritare; ed è per questo che tollera il male, il peccato, l’attività del demonio. Nella vita futura, al contrario, Egli stabilirà il suo regno, perché permetterà a questa stessa potenza di avere il suo pieno effetto, e questo potere, avvolgendo gli eletti, li proteggerà da tutto ciò che potrebbe danneggiarli. In questo capitolo, notiamo che la parola “Alleluia” è usata quattro volte. I santi dottori che hanno commentato l’Apocalisse non hanno pensato che questo fosse invano: vi hanno visto un’allusione ai quattro motivi principali che i beati avranno per lodare Dio, e che l’autore indica discretamente dicendo che Egli è il Signore, il nostro Dio onnipotente. Infatti, dobbiamo lodarlo perché è il Signore, cioè il Creatore, al quale dobbiamo la nostra vita; perché è Dio, la somma di tutti i beni, l’unico oggetto capace di calmare l’ansia del nostro cuore; perché si è degnato di farsi Nostro, nel mistero dell’Incarnazione e nella Santa Eucaristia; perché, infine, Egli è onnipotente, e solo Lui può strapparci dalla morsa del diavolo, dall’abisso della morte e del peccato, per condurci alla gloria eterna. « Abbandoniamoci dunque alla gioia più completa – cantavano gli eletti – e rendiamogli gloria per tutti i beni che si è degnato di concederci, per la vittoria che ci ha permesso di ottenere con lui, per tutta la felicità di cui ci inonda: poiché è arrivato il giorno delle nozze dell’Agnello, e la sua sposa si è adornata con i suoi abiti; ha messo da parte i vizi dell’uomo vecchio, si è rivestita non dei propri meriti, ma con i doni che Dio le ha dato, per andare a Lui. Essa ha ricevuto, per coprirsi e per piacere al suo Sposo, una veste di puro lino lucente e ouro. » Il lino rappresenta le giustificazioni dei santi: per sua natura, infatti, questa pianta è color terra, ma molteplici lavaggi e manipolazioni la portano gradualmente ad un candore immacolato; allo stesso modo l’anima dei Santi, come quella degli altri uomini, nasce con il colore terroso del peccato originale e della concupiscenza: ma a poco a poco, le prove e gli esercizi della vita spirituale la portano ad una purezza senza macchia, scintillante di carità  Mentre i Santi continuavano i loro inni di gioia, San Giovanni vide un Angelo davanti a sé, che gli disse: Scrivi: Beati coloro che sono stati invitati alle nozze dell’Agnello, come per dire: « incidi profondamente nel tuo cuore, e in quello dei fedeli che ti ascoltano, questa verità, che la vera felicità non appartiene ai ricchi, non ai sani, non ai potenti di questo mondo; ma a coloro che una vita pura rende degni di essere chiamati un giorno a quelle nozze ineffabili, dove l’anima è unita a Dio per l’eternità! » E il messaggero celeste aggiunse, per sottolineare ancora di più l’importanza di ciò che aveva appena detto: « Queste parole di Dio sono assolutamente vere. » San Giovanni, pieno di gratitudine, cadde ai piedi dell’Angelo, come se avesse voluto adorarlo. Ma l’Angelo lo fermò immediatamente: « Guardati dal fare questo – disse – io sono solo un servo, come te, come tutti i tuoi fratelli che testimoniano Gesù con la loro fede e le loro opere. » Parlando così, l’Angelo rende omaggio non solo alla dignità dell’Apostolo, ma a quella della natura umana in generale. Dice: Io sono un servo, come te, perché gli Angeli e gli uomini non hanno che un solo Signore, Gesù Cristo. Nell’Antico Testamento gli Angeli permisero talvolta agli uomini di prostrarsi davanti a loro, per rendere loro il culto di dulia a cui hanno diritto; come, per esempio, quello che apparve a Giosuè, davanti alla città di Gerico (Jos., V, 15): ma dopo il compimento del mistero dell’Incarnazione, da quando la natura umana si è seduta alla destra di Dio, sul trono stesso della Sua Maestà, nella persona di Cristo, non lo permettono più, per rispetto alla Santissima Umanità del nostro Salvatore. Perciò colui di cui ci occupiamo aggiunge, sempre rivolgendosi a San Giovanni: « Adora Dio, che solo è degno di  esserlo, e non me, perché lo spirito di profezia di cui sei animato costituisce, per te e per coloro che ti conoscono, una sicura garanzia che tu sei un figlio di Dio come Gesù stesso. »

§ 3 – Il Verbo di Dio.

In una seconda scena di questa stessa visione, San Giovanni assiste alla condanna della Bestia. Lo riferisce qui, ma insiste soprattutto sull’ammirazione suscitata in lui dalla vista di Colui che ha trionfato su di esso, cioè il Salvatore. Il cielo si aprì ai suoi occhi, per permettere alla sua intelligenza di penetrare più profondamente nel segreto dei misteri divini, e gli apparve un cavallo bianco. Abbiamo già incontrato questa figura nella visione dei sette sigilli (Cap. VI, 2), e abbiamo detto allora che era il simbolo dell’Umanità immacolata di Cristo, che era come montato del Verbo, durante il suo soggiorno sulla terra. Il cavaliere portato da questo cavallo era chiamato Fedele e Verace. Nostro Signore fu davvero il modello di fedeltà sia verso suo Padre, perché eseguì perfettamente tutte le sue volontà, sia verso gli uomini, perché non mancò mai di mantenere le promesse che fece loro. Egli è sovranamente verace, al contrario degli altri uomini che sono tutti bugiardi, come insegna il Profeta reale (Ps. CXV, 11). Mai nessuna considerazione lo ha fatto deviare dalla pura verità, mai ha chiamato male ciò che è bene, né bene ciò che è male. Giudica con giustizia e combatte per i suoi amici. I suoi occhi sono come la fiamma del fuoco: quando si fermano su un’anima, il loro sguardo consuma la ruggine del peccato in essa, scioglie il ghiaccio del suo cuore, la illumina sulla via da seguire e la infiamma con l’ardore della carità. – Il Salvatore portava molti diademi sulla sua testa, che rappresentano le molte vittorie che ha riportato sul diavolo, sul mondo, sui suoi nemici. Egli è dotato di un potere a cui nulla può resistere, perché porta, inciso sul suo Essere, il nome di Gesù, in cui Dio ha condensato tutta la sua misericordia; quel Nome che è al di sopra di tutti i nomi, e la cui saggezza, dolcezza e potenza nessuno conosce tranne Egli stesso. Era vestito con una veste colore del sangue; questa veste è la carne umana di cui la divinità si coprì nel mistero dell’Incarnazione, e che fu immersa, reimmersa, rotolata e rivoltata nel suo stesso sangue al momento della passione. Eppure, questo diluvio di dolore, oppressione e sofferenza non ha offuscato nemmeno per un momento la meravigliosa brillantezza del Nome con cui deve essere designato, cioè quello del Verbo di Dio.

§ 4 – Cristo e il suo esercito entrano in campo.

Dietro di Lui andò l’esercito dei martiri e di tutti coloro che sono nel cielo, non solo quelli che vi regnano, ma anche quelli che vi vivono già con i loro desideri, e che combattono agli ordini di Cristo con le armi della povertà, dell’umiltà e della carità. Lo seguirono, montati su cavalli bianchi e vestiti di puro lino bianco. I cavalli bianchi simboleggiano la castità dei loro corpi, il lino designa la giustizia con cui sono adornati, secondo la spiegazione che abbiamo dato sopra. Il candore esprime la cura con cui i Santi si guardano da ogni errore nel campo della fede; la sua purezza, quella con cui evitano i minimi moti della concupiscenza. Dalla bocca di Cristo uscì una spada affilata su entrambi i lati. Questa immagine non deve essere presa in un senso materiale, come se Nostro Signore si fosse realmente mostrato all’Apostolo con una spada tra i denti. Essa rappresenta in forma simbolica la parola che esce dalla bocca del Salvatore, e la paragona ad una spada affilata, perché questa parola ha un meraviglioso potere di tagliare ciò che è superfluo, di separare il bene dal male, di uccidere i vizi, e di penetrare anche i pensieri più segreti e raggiungere la divisione dell’anima e dello spirito.  Essa è affilata sui due lati, perché colpisce i buoni e i cattivi: i buoni per potarli, i cattivi per punirli e staccarli dal Corpo Mistico di Gesù Cristo. Essa raggiungerà tutte le nazioni, perché da un lato Nostro Signore vuole e cerca veramente la salvezza di tutti gli uomini, e dall’altro non c’è nessuno che possa sfuggire alla Sua giustizia. Egli li governerà con una regola di ferro: perché, anche per i migliori, la legge di Dio è inflessibile. Non permette che si trascuri nemmeno il più piccolo iota dagli obblighi che impone; tutte le infrazioni saranno materia di punizione se non sono state cancellate dalla penitenza. Senza dubbio, la misericordia di Dio è infinita; fornisce a ciascuno mezzi di salvezza sovrabbondanti, è pronta a perdonare i più grandi crimini; ma non va mai contro la giustizia. Nessuno può approfittare della bontà di Dio col disprezzare i suoi comandamenti o per trascurare qualcuno dei doveri che è tenuto a rendergli. È in questo senso che si dice qui che Cristo ci governerà con una regola di ferro. Ed ha il diritto di farlo: da un lato, perché ha assunto su di sé i rigori della giustizia divina, e dall’altro, perché è il Re dei re. Nella sua passione e risurrezione, ha calpestato il torchio dell’ira del furore di Dio onnipotente; queste espressioni ripetute hanno lo scopo di farci capire che il castigo meritato dai peccati del mondo è una cosa terribile: Dio, in vista di essi, sembra dimenticare ogni misura e comportarsi come un uomo violento che viene stravolto dall’ubriachezza. Ma Nostro Signore, subendo senza debolezza l’uragano di questa collera, trionfando sulla morte e sul diavolo, ha messo, per così dire, i diritti della giustizia divina sotto i suoi piedi. Ha pagato il debito di tutto il genere umano, ed è per questo che ora appartiene a Lui giudicare tutti gli uomini. È anche perché Lui è il Re dei re e il Signore dei signori. Invano i Giudei rifiutarono di riconoscere la sua regalità: Egli porta questo titolo scritto nella stessa trama della sua veste ed inciso sulla sua carne; la sua dignità di Re universale aderisce alla sua Umanità con la stessa forza della divinità, così che nulla può diminuire il suo diritto di governare tutte le creature e di ricevere i loro omaggi, come il profeta aveva annunciato: I re di Tarso e delle isole gli offriranno dei doni, i re d’Arabia e di Saba gli porteranno dei doni. E tutti i re della terra lo adoreranno, e tutte le nazioni gli saranno soggette (Ps. LXXI, 10, 11). – Dopo aver così contemplato il Salvatore nella sua potenza, Giovanni vide un Angelo in piedi nel sole, personificando con ciò i predicatori che annunciano coraggiosamente il Vangelo, aureolati con il fulgore della verità e come inondato dalla luce del Cristo. Questi gridò ad alta voce, cioè parlò liberamente, apertamente e senza paura, e diceva a tutti gli uccelli che volavano in mezzo al cielo: “Venite, radunatevi intorno alla grande cena di Dio“. Queste parole sono veramente rivolte ai veri discepoli di Gesù Cristo, a coloro che si elevano al di sopra delle cose terrene e che prendono il loro modello da quegli uccelli che Nostro Signore ha proposto come esempio; a quegli uccelli che non seminano né filano, che non si preoccupano di ammassare denaro, ma che si affidano interamente al Padre che è nei cieli (Mt., VI, 26). Questi, quando il Signore li chiama, non esitano a dire: Mi scusi, ho comprato una villa, o: ho comprato cinque paia di scarpe, o: mi sono appena sposato e non posso venire (Lc., XIV, 18-20). Essi vivono più in alto di queste preoccupazioni umane; il loro cuore, sollevato sulle ali delle virtù, va incessantemente per il centro del cielo, cercando, con la Sposa del Cantico, tra i cori angelici e le schiere dei Santi, Colui che la loro anima ama (Cant., III, 2, 3). Ecco perché il divino Maestro li invita alla grande cena di Dio, alla festa delle nozze eterne. E li invita a trarre da questo pensiero lo zelo e la forza di cui hanno bisogno per mangiare la carne dei re, nel senso in cui a San Pietro fu comandato di mangiare i serpenti e gli animali impuri che gli furono mostrati in visione e che erano la figura dei Gentili (Atti. X.); vale a dire, per portarli nella Chiesa, per incorporarli a Cristo. Essi non dovranno trascurare nessuno: si attaccheranno ai re, ai tribuni, cioè gli uomini che hanno autorità sugli altri; ai potenti, che hanno la forza materiale nelle loro mani; ai cavalli, cioè quei personaggi generosi e impetuosi pronti a dedicarsi e a mettersi al servizio di individui che li sanno sfruttare, che qui sono rappresentati da coloro che li cavalcano; si attaccheranno agli uomini liberi, che si ritengono liberi dalla legge di Dio, e a quelli che sono schiavi del peccato; ai piccoli e ai grandi.

§ 5 – Sconfitta e dannazione dell’Anticristo.

Mentre i giusti si preparavano alla battaglia, vidi – continua l’autore sacro – la Bestia e i re della terra, cioè l’Anticristo e i suoi luogotenenti, riuniti nel loro esercito, per ingaggiare battaglia contro Colui che cavalcava il cavallo bianco e l’esercito dei suoi discepoli. E la Bestia fu sottomessa, catturata ed incatenata; e con lui tutta la compagnia degli pseudo-profeti, che avevano fatto miracoli nel suo nome, per ingannare gli uomini affinché accettassero di portare il segno della Bestia ed adorare la sua immagine, per strapparli alla fede cattolica e portarli sulla via del peccato. Entrambi, cioè l’Anticristo e i suoi profeti, saranno gettati vivi nel lago di fuoco di zolfo ardente, e puniti in modo particolarmente severo, a causa della gravità dei loro crimini. Quanto agli altri, quelli che li avevano seguiti, sebbene la loro colpa fosse minore, tuttavia furono puniti con la dannazione eterna, dal giudizio di Cristo; e tutti gli uccelli furono saziati della loro carne, tutti i giusti applaudirono la loro punizione.

TERZA PARTE

IL CASTIGO DEL DEMONIO

Capitolo XX (1- 15)

“E vidi un Angelo che scendeva dal cielo, e aveva la chiave dell’abisso, e una grande catena in mano. Ed egli afferrò il dragone, il serpente antico, che è il diavolo e satana, e lo legò per mille anni, e lo cacciò nell’abisso, e lo chiuse e sigillò sopra di lui, perché non seduca più le nazioni, fino a  tanto che siano compiti i mille anni: dopo i quali deve essere sciolto per poco tempo. E vidi dei troni, e sederono su questi, e fu dato ad essi di giudicare : e le anime di quelli che furono decollati a causa della testimonianza di Gesù, e a causa della parola di Dio, e quelli i quali non adorarono la bestia, né la sua immagine, né ricevettero il suo carattere sulla fronte o sulle loro mani, e vissero e regnarono con Cristo per  mille anni. Gli altri morti poi non vissero, fintantoché siano compiti i mille anni. Questa è la prima risurrezione. Beato e santo chi ha parte nella prima risurrezione : sopra di questi non ha potere la seconda morte: ma saranno sacerdoti di Dio e di Cristo, e regneranno con lui per, mille anni. E compiti i mille anni, satana sarà sciolto dalla sua prigione, e uscirà, e sedurrà le nazioni che sono nei quattro angoli della terra, Gog e Magog, e le radunerà a battaglia, il numero delle quali è come la rena del mare. E si stesero per l’ampiezza della terra, e circondarono gli accampamenti dei santi e la città diletta. E dal cielo cadde un fuoco (spedito) da Dio, il quale le divorò: e il diavolo, che le seduceva, fu gettato in uno stagno di fuoco e di zolfo, dove anche la bestia, e il falso profeta saranno tormentati dì e notte pei secoli dei secoli. E vidi un gran trono candido, e uno che sopra di esso sedeva, dalla vista del quale fuggirono la terra e il cielo e non fu più trovato luogo per loro. E vidi i morti grandi e piccali stare davanti al trono; e si aprirono i libri: e fu aperto un altro libro che è quello della vita: e i morti furono giudicati sopra quello che era scritto nei libri secondo le opere loro. E il mare rendette i morti che riteneva dentro di sé: e la morte e l’inferno rendettero i morti che avevano: e si fece giudizio di ciascuno secondo quello che avevano operato. E l’inferno e la morte furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la seconda morte. “E chi non si trovò scritto nel libro della vita, fu gettato nello stagno di fuoco.”

§ 1 – La prima sconfitta del Diavolo.

E vidi – dice – un Angelo che scendeva dal cielo, cioè Cristo che veniva, per così dire, dal seno di Suo Padre e scendeva sulla terra attraverso il mistero dell’Incarnazione. Egli teneva in mano, cioè a libera disposizione della Sua Santissima Umanità, la chiave dell’abisso, quella chiave che il profeta Isaia Lo aveva visto portare sulla sua spalla, e che non è altro che la Sua croce; una chiave che Gli permette di aprire senza che nessuno possa chiudere, e di chiudere senza che nessuno possa aprire (Is., XXII, 22): cioè di trarre fuori dalle grinfie dell’inferno chi gli piace, e di rinchiudere il diavolo al contrario, per impedirgli di fare del male come vorrebbe. Teneva anche una grande catena, segno del potere che ha di legare eternamente i buoni alla sua gloria e i malvagi ai loro supplizi. Per mezzo di questo potere si impadronisce del drago, l’antico serpente che è anche il diavolo e satana: questi diversi epiteti sono destinati a manifestare i caratteri nefasti dello stesso personaggio: egli è forte come un drago, astuto come un serpente, esperto come uno che ha osservato gli uomini fin dalla più remota antichità; è il diavolo, cioè colui che per primo è uscito dall’unità, per introdurre nel mondo la dualità e, quindi, il disordine; è infine satana, parola che significa l’avversario, e quindi il nemico per essenza di ogni bene. – E lo ha legato per mille anni: con la sua Passione, Nostro Signore ha infatti, per così dire, legato il diavolo, lo ha messo fuori dallo stato di nuocere, indubbiamente non in modo assoluto, ma almeno per quanto questo spirito impuro vorrebbe. Egli ci ha dato nella sua dottrina, nei suoi esempi, nei suoi sacramenti, dei mezzi infallibili per trionfare su di lui, se siamo disposti a farne uso. Questo è per mille anni, cioè fino alla fine del mondo, fino al regno dell’Anticristo, che precederà di poco il secondo avvento del Salvatore. Questo numero di mille anni è dunque da prendere, come molti altri nel libro dell’Apocalisse, in senso simbolico e non a rigor di termini: esso significa la durata che deve intercorrere tra la Passione del Salvatore, dove il diavolo fu incatenato, e l’avvento dell’Anticristo, dove egli riceverà nuovamente una maggiore libertà di esercitare la sua malvagità, come sarà detto nei versetti seguenti. Se questo periodo è designato da un numero simbolico, è perché la sua durata esatta deve rimanere sconosciuta agli uomini e persino agli Angeli – dice nostro Signore – fino alla fine dei tempi; è anche perché rappresenta, nel piano divino, qualcosa di perfetto, poiché mille è per lo scrittore sacro il numero perfetto per eccellenza. Il Salvatore, dunque, dopo averlo legato saldamente, lo gettò nell’abisso: lo ha lasciato libero solo di regnare sui cuori degli uomini malvagi che non vogliono credere in Lui; lo ha rinchiuso entro limiti ristretti, per il potere delle chiavi lasciate in eredità alla Sua Chiesa; lo ha sigillato sotto il segno della croce, che permette a tutti i Cristiani di trionfare su di lui quando vogliono; affinché non ingannasse più le nazioni, né si facesse adorare con riti sacrileghi sotto i nomi di Giove, Apollo o Venere, finché non si fossero consumati i mille anni, cioè fino agli ultimi giorni del mondo. Perché in quel tempo deve, per volontà di Dio, essere sciolto di nuovo per un po’ di tempo, il tempo in cui l’Anticristo trionfante dominerà tutta la terra, per tre anni e mezzo. Perché Dio permetterà allora questo scatenamento delle forze del male? Per quanto possiamo scandagliare i misteriosi disegni della Sua Sapienza, possiamo discernere almeno due ragioni per questo: la conversione dei tiepidi, il fiorire di un’alta santità. Se Dio, già tante volte, nel corso della storia del mondo, ha permesso a uomini pieni di vizi, di inganno, crudeltà, orgoglio e menzogna di diventare padroni dei popoli e di soddisfare i loro istinti criminali sull’umanità, è prima di tutto per far uscire dalla loro apatia spirituale la massa di coloro che vivono alla giornata, senza mai guardare alla loro eternità; È così che, presi dalla paura o dal dolore per il trionfo dell’ingiustizia, per la minaccia di morte, per la perdita di tutto ciò che era la loro ragione di essere quaggiù, possano tornare al Dio che avevano abbandonato, al Dio che è il loro Padre e il Padre delle misericordie; così che possano cercare rifugio e protezione presso di Lui, e accettare dalla sua mano quelle penitenze necessarie che non avrebbero mai acconsentito a imporsi da soli. Ma è anche – dice San Paolo – per mostrare le ricchezze della sua gloria verso i vasi di misericordia che ha preparato per la sua gloria (Rom., IX, 23.), è per modellare a suo agio questi vasi purissimi, queste anime privilegiate, che non prendono l’alta perfezione della loro forma, i loro colori, la loro brillantezza che nel crogiolo della tribolazione. Senza persecutori, non ci sarebbero stati martiri e la Chiesa sarebbe stata privata dei più bei gioielli della sua corona. La fine dei tempi vedrà dunque l’emergere di una falange di uomini e donne santi, sotto la violenza della persecuzione, che non sarà inferiore a quella dei primi secoli del Cristianesimo.

§ 2 – Il regno dei mille anni.

Tuttavia, all’annuncio di queste terribili eventualità, non ci lasciamo andare ad un vivo timore. Questa terribile persecuzione durerà solo per poco tempo. Nostro Signore stesso ci promette che i giorni saranno accorciati a causa degli eletti. E fino ad allora, la Chiesa avrà conosciuto, dalla vittoria del suo Fondatore, una pace molto apprezzabile, di cui San Giovanni abbozza un’immagine dicendo: “Ed io vidi – mentre il drago era legato – la pace di cui godevano sia la Chiesa militante che la Chiesa trionfante: E vidi delle sedi sulla terra, cioè le sedi episcopali della cristianità, che, raggruppate gerarchicamente intorno a quella di Roma, costituiscono l’armatura della Chiesa. E su queste sedi sedettero degli uomini ai quali Dio diede il potere di giudicare. Perché la Sua saggezza assiste i Vescovi in modo molto speciale nell’insegnamento e nel governo del popolo fedele. Ho visto, invece, in cielo, le anime di tutti coloro che sono stati torturati per aver dato testimonianza a Gesù Cristo, per aver riconosciuto in Lui il Salvatore del mondo e confessato che Egli era il Verbo di Dio; di coloro che non hanno voluto adorare la Bestia, cioè l’Anticristo, né la sua immagine, cioè i suoi ritratti o le sue statue; o piuttosto, in senso figurato, né le sue creature, che lo rappresentano a capo di paesi, province o città; ho visto le anime di coloro che hanno rifiutato di ricevere il suo sigillo sulle loro mani, cioè di imitare le sue opere, né sulla loro fronte: Questo suggerisce che l’Anticristo avrà la pretesa di imporre ai suoi sudditi un rito simile a quello del Battesimo, dove i nuovi Cristiani sono segnati sulla fronte con il sigillo di Gesù Cristo. Tutti questi servi che rimasero fedeli a Dio nonostante le persecuzioni, morirono, è vero, agli occhi degli uomini: ma, in realtà, appena varcarono le porte dell’altro mondo, trovarono, nell’unione delle loro anime con il loro Creatore, una nuova vita molto più perfetta di quella di questo mondo. E regnarono mille anni con Cristo. Queste ultime parole richiedono qualche spiegazione, perché è su di esse che si è innestata la dottrina nota come millenarismo; una dottrina rifiutata dalla Chiesa per secoli, e che tuttavia vede, di tanto in tanto, sorgere nuovi campioni in suo favore, sotto il pretesto fallace di avere dalla loro parte l’opinione di diversi Padri autenticamente ortodossi. I suoi sostenitori, i millenaristi, chiamati anche chiliasti, sostengono che molto prima del giorno della risurrezione generale, i giusti riprenderanno i loro corpi, e così risorti, regneranno mille anni su questa terra, nella Gerusalemme restaurata, con Cristo. Poi verrà l’ultima rivolta di satana, il combattimento supremo condotto contro la Chiesa da Gog e Magog, lo schiacciamento dei ribelli da parte di Dio, e infine la resurrezione universale seguita dal Giudizio Universale. Ci sarebbero quindi due resurrezioni successive, separate da un intervallo di mille anni: prima quella dei Martiri, poi quella del resto dell’umanità. La teoria del millenarismo aveva le sue radici nella letteratura giudaica, che era sempre ossessionata dall’idea di un Messia che regnasse gloriosamente sulla terra. Fu ripresa ai tempi di San Giovanni dall’eresiarca Cerinto, ed è vero che nei secoli II e III dell’era cristiana, alcuni Padri, e non dei più infimi, la adottarono in forme diverse e più o meno attenuate. Tra questi possiamo citare San Giustino, Sant’Ireneo, Tertulliano, ecc. – Ma il sentimento di questi scrittori non può in alcun modo essere considerato come rappresentante la credenza della Chiesa: perché la testimonianza di diversi Padri sia considerata come l’espressione della Tradizione cattolica, è necessario, dicono i teologi, « che non sia contestata da altri ». (Cfr. per esempio Hurler, Theologia dogmatica, T. I, Tract. II, Tesi XXVI); Questa condizione non esiste nel presente caso: già San Giustino riconosceva che la teoria millenarista era lontana dall’essere accettata da tutti; Origene la rimproverava e la chiamava sciocchezza giudaica. San Girolamo è deliberatamente in contrario con essa: « Noi – scrive – non ci aspettiamo, secondo le favole che i Giudei decorano con il nome di tradizioni, che una Gerusalemme di perle e d’oro scenda dal cielo; non dovremo sottometterci di nuovo all’ingiuria della circoncisione, offrire montoni e tori come vittime e dormire nell’oziosità del sabato. Ci sono troppi dei nostri che hanno preso sul serio queste promesse, in particolare Tertulliano, nel suo libro intitolato: La speranza dei fedeli; Lattanzio, nel suo settimo libro delle Istituzioni; il vescovo Vittoriano di Pettau, in numerose dissertazioni e, recentemente, il nostro Sulpizio Severo nel dialogo a cui ha dato il nome di Gallus. Per quanto riguarda i greci, mi limiterò a citare il primo e l’ultimo, Ireneo e Apollinare (Commento al profeta Ezechiele, L. XI. Bareille, vol. VII, col. 311a). – Sant’Agostino si pronuncia nello stesso senso: se all’inizio mostra qualche esitazione, lo vediamo poi, nella Città di Dio, condannare chiaramente il chiliasmo, e questa opinione è quella che prevale ormai, tanto in Oriente che in Occidente, nella Chiesa. Dal quarto secolo in poi, non si trova alcuno scrittore cattolico degno di considerazione che difenda il millenarismo, e il sentimento unanime dei teologi, tra i quali spiccano San Tommaso e San Bonaventura, lo rifiuta risolutamente (Cfr. su questo argomento: Franzelin, De divina traditione, tesi XVI, p. 186): « senza dubbio, nel Medioevo – scrive padre Allô –  Gioacchino de Flore ora e la sua scuola insegnavano una dottrina che era una specie di semi-millenarismo spirituale, ma che non deve essere confusa con l’antico chiliasmo. Quest’ultima è rimasta solo tra alcuni luterani o in oscure sette protestanti; pochissimi esegeti cattolici si prendono ancora la briga di rinnovarla in una forma attenuata e conciliabile con l’ortodossia. Sebbene il Chiliasmo non sia stato ritenuto un’eresia, il sentimento comune dei teologi di tutte le scuole vede in esso una dottrina erronea a cui certe condizioni delle età primitive possono aver condotto alcuni degli antichi Padri » (Op. cit. XXXVII, P. 296). – L’espressione: “Essi regnarono mille anni con Cristo” deve quindi, come abbiamo già indicato, essere intesa in senso mistico. I mille anni designano tutto il periodo che si estende tra il giorno in cui Cristo, con la sua risurrezione, ha riaperto il regno dei cieli, passando attraverso le sue porte con la sua santissima umanità, ed il giorno in cui, grazie alla risurrezione generale, i corpi degli eletti vi entreranno a loro volta. Ma le anime dei beati sono già lì, strettamente unite a Colui che è la loro vera vita; partecipano alla gloria di Cristo, costituiscono la sua corte, regnano con Lui.

§ 3. L’assalto di Gog e Magog e la loro sconfitta.

Dopo aver parlato della pace che la Chiesa ha goduto sulla terra e in cielo mentre il diavolo era in catene, l’autore ci mostrerà ora l’ultimo assalto di quest’ultimo, e poi la sua condanna e la punizione finale: Quando questi mille anni saranno compiuti, satana sarà liberato dalla sua prigione e gli sarà permesso di attaccare gli uomini con più forza in questi ultimi giorni. Egli uscirà, cioè si manifesterà allo scoperto, passerà dalla tentazione occulta alla persecuzione aperta, sedurrà le nazioni che abitano ai quattro angoli della terra, cioè Gog e Magog. Cosa significano esattamente questi due nomi, che già ricorrono nel profeta Ezechiele (XXXIX). Naturalmente, abbiamo cercato di identificarli con quelli fra i popoli le cui grandi invasioni hanno di volta in volta desolato la terra nel corso della storia. Ma Sant’Agostino – e la sua opinione è stata seguita da tutti i dottori delle epoche successive – dichiara espressamente nella Città di Dio (L. XX, cap. XI), che non si tratta qui di nazioni definite, come per esempio, dice, dei Gesti e dei Massagesti, come alcuni immaginano a causa delle prime lettere di questi nomi, o di qualche altra razza sconosciuta e non soggetta alla legge romana. È abbastanza chiaro che i nemici verranno da tutta la terra, poiché è detto: “Le nazioni che abitano ai quattro angoli della terra“. Cioè nei quattro punti cardinali. Dobbiamo dunque prendere queste parole nel loro significato mistico: Gog, che significa tectum, cioè: ciò che copre, o ciò che nasconde, e rappresenta, sempre secondo Sant’Agostino, gli uomini sensuali per i cui istinti grossolani, abilmente eccitati dal diavolo, lo hanno servito, o lo servono come copertura per attaccare e perseguitare la Chiesa; Magog, invece, che significa : de tecto, cioè: ciò che esce da sotto una coperta, rappresenta il demonio stesso e tutti i nemici segreti di Gesù Cristo, che nascosti finora e agendo al di sotto, getteranno la maschera e attaccheranno allo scoperto. Il diavolo riunirà così, per questo combattimento supremo, tutti gli avversari della Chiesa, quelli che combattono allo scoperto e quelli che combattono nell’ombra. San Giovanni paragona il loro numero ai granelli di sabbia del mare, per farci capire che sono innumerevoli, è vero, ma allo stesso tempo impotenti e sterili. Si solleveranno contro di essa con orgoglio, su tutta la superficie della terra in una volta sola: la persecuzione sarà universale. Avvolgeranno i campi trincerati dei Santi, cioè attaccheranno e aggireranno i servitori di Dio da ogni parte, e queste roccaforti spirituali non saranno sfondate; e la diletta città di Dio sarà pressata da ogni parte. Ma questo periodo di estrema angoscia non durerà che un tempo: Dio uscirà improvvisamente dalla riserva in cui sembrava essersi rinchiuso, e la sua ira, scendendo dal cielo come un fulmine, schiaccerà in un istante questo esercito di persecutori. Il diavolo, che li guidava, dopo averli ingannati e presi nelle sue insidie, sarà gettato con loro nel lago di fuoco e di zolfo, aumentando così l’orrore di quella dimora con la sua presenza; e anche la folla e gli pseudo-profeti, cioè l’Anticristo ed i suoi complici, vi saranno gettati, e tutti vi saranno tormentati giorno e notte senza interruzione e senza fine per i secoli dei secoli.

§ 4 – La punizione della morte e dell’inferno.

E vidi un trono pieno di maestà e di splendore, sul quale Uno era seduto. L’autore non nomina questa Persona, e il suo silenzio è più eloquente di qualsiasi parola: nessuno potrà ignorare chi sia, quando verrà, con tanta nobiltà e splendore, a giudicare i vivi e i morti. Il trono su cui Egli siederà rappresenta la Chiesa, in mezzo alla quale Egli regna e che apparirà allora in tutta la sua dignità e bellezza come la Sposa di Dio. A questo spettacolo, il cielo e la terra scomparvero. Il Vangelo ci dice che il cielo e la terra passeranno, il che non significa che saranno annientati, ma che saranno completamente trasformati e rinnovati. La superficie del pianeta sarà divorata da un diluvio di fuoco, in cui tutte le opere delle mani dell’uomo scompariranno; le più grandi città, i monumenti più belli, i libri più rari, gli oggetti più preziosi di ogni genere, tutto sarà ridotto in cenere senza pietà. Il cielo, non quello che Dio abita con gli Angeli e gli Eletti, ma quello che le stelle attraversano, sarà sconvolto in un caos spaventoso. E non ci sarà posto nel nuovo universo per questi elementi, almeno come erano nel loro primo stato. E vidi i morti, cioè i peccatori, gli uomini privati della vita della grazia, li vidi, piccoli e grandi, che, ripresi i loro corpi, stavano davanti al trono di Dio per essere giudicati. E furono aperti i libri, i libri delle coscienze, nei quali sono scritti giorno per giorno, ora per ora, secondo per secondo, i pensieri che ciascuno cova nel suo interno. Ogni uomo sarà così in grado di leggere chiaramente ciò che è successo nella coscienza degli altri in ogni momento della loro vita. – Ma un altro libro sarà aperto nello stesso tempo, che è il libro della vita, cioè di Colui che è la Vita. In esso si vedrà con piena luce perché gli eletti furono salvati, perché i dannati furono riprovati. E i morti furono giudicati secondo le cose scritte nei libri, secondo la testimonianza della loro coscienza, che divenne visibile a tutti, e secondo le loro opere, secondo le opere enunciate nel Vangelo, con le pene che ne derivano: Allora il Re dirà a quelli che sono alla sua destra: Venite, voi, benedetti del Padre mio, prendete possesso del regno preparato per voi fin dall’inizio del mondo. Perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e mi avete dato da bere, ecc. Poi dirà a quelli alla sua sinistra: “Partite da me, maledetti, e andate al fuoco eterno, che è stato preparato per il diavolo e i suoi angeli; perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ecc. (Mt. XXV, 34 e seguenti). Nessuno potrà sfuggire a questo giudizio: non solo la terra dovrà restituire tutti i corpi sepolti nel suo seno nel corso dei secoli e ora ridotti in polvere, ma il mare stesso dovrà restituire quelli che sono stati immersi nelle sue onde, divorati dai pesci, dispersi nei suoi abissi in parti non componibili. Tutti i corpi, quindi, per quanto decomposti, rinasceranno alla vita. Nello stesso tempo, la morte e l’inferno ridaranno i morti che contenevano: la morte designa qui l’autore della morte, cioè il diavolo, poiché la Sapienza ci insegna che è lui che, con la sua gelosia, l’ha introdotta nel mondo (II, 24). – Dovrà restituire le anime che sono state affidate alle sue cure e che tiene nelle prigioni dell’Inferno, affinché, riunite ai loro corpi, vengano a comparire davanti al Re dei Cieli per essere giudicate secondo le loro azioni, come è stato detto sopra. E quando la sentenza finale sarà stata pronunciata, senza lasciare spazio ad appelli o speranze, la morte, cioè il principe delle tenebre, e con lui l’inferno, cioè tutte le potenze infernali, tutti i demoni, saranno gettati nel lago di fuoco, nell’abisso spaventoso dal quale è impossibile fuggire, dal quale è bandita ogni speranza, e dove arde quel fuoco spaventoso, al quale i più feroci fuochi della terra non possono essere paragonati. Questa è la seconda morte, la dannazione, la separazione irrevocabile ed eterna da Dio. E in questo lago saranno gettati anche tutti coloro che non hanno fatto penitenza, tutti coloro i cui nomi non saranno trovati scritti nel Libro della Vita nell’ultimo giorno. – Al contrario, gli altri morti, tutti coloro che hanno aderito all’Anticristo, non hanno vissuto fino a quando i mille anni non furono compiuti. Perché non hanno vissuto fino a quando i mille anni sono stati compiuti? – Per capire cosa intenda l’autore sacro, dobbiamo ricordare che l’uomo, per sua natura, è oggetto di una doppia vita: la vita spirituale e la vita naturale. La prima ha come principio l’unione della sua anima con Dio; la seconda, l’unione della sua anima con il suo corpo. Ora, abbiamo appena visto che, per mille anni, cioè durante tutto il periodo che è iniziato con la risurrezione del Salvatore e terminerà alla fine del mondo, gli eletti, se sono privati di questa seconda vita, godono della prima in cielo. I dannati, invece, essendo separati sia da Dio che dai loro corpi, non possiedono nessuno delle due; sono doppiamente morti, e questo fino al giorno del Giudizio, quando ritroveranno la vita naturale riprendendo i loro corpi, ma per un’eternità di sventura. Non conosceranno la gloria e le gioie ineffabili della seconda risurrezione, perché non hanno saputo realizzare la prima. Se, dunque, vogliamo evitare di condividere il loro destino, impegniamoci a prepararci per questo. In cosa consiste questa prima risurrezione? È uscire dallo stato di peccato per mezzo della penitenza; liberarsi dalla morte spirituale, recuperare la vita della grazia (È per marcare questa necessità di una risurrezione spirituale come preludio alla risurrezione generale, che nella liturgia benedettina, l’Ufficio delle Lodi, che è destinato a celebrare il mistero della risurrezione, inizia anche la domenica con il Salmo Miserere, il più noto dei Salmi Penitenziali).

Coloro che sapranno nell’ora di giustizia partecipare e perseverare in essa, saranno un giorno beati e Santi: beati, perché otterranno la beatitudine quando lasceranno questo mondo; Santi, perché saranno stabiliti e confermati nella gloria, in modo tale che la seconda morte, cioè la dannazione eterna, non avrà più alcun potere su di loro. Saranno sacerdoti di Dio e di Cristo, offrendo senza sosta il sacrificio di lode a Dio, Autore di ogni bene, e a Cristo, operatore della nostra redenzione; e le loro anime regneranno in cielo con Lui per mille anni, cioè fino al giorno in cui i loro corpi saranno loro restituiti.

Autore: Associazione Cristo-Re Rex regum

Siamo un'Associazione culturale in difesa della "vera" Chiesa Cattolica.

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