LA SITUAZIONE (10)

LA SITUAZIONE (10):

DOLORI, PERICOLI, DOVERI E CONSOLAZIONI DEI CATTOLICI DEI TEMPI PRESENTI

OPERA DI MONSIGNORE G. G. GAUME PROTONOTARIO APOSTOLICO

Custos, quid nocte?

Sentinella: che è della notte?

Lettera Decima

Caro Amico,

Se nei consigli della Providenza non sarà a noi concesso di salvare il mondo attuale, come non fu dato ai padri nostri di Roma e di Gerusalemme di sottrarre i Giudei ed i Romani al castigo sì giustamente meritato; a che metterà mai la grande insurrezione presente contro Dio? Come finirà questa guerra senza esempio negli annali dei popoli battezzati? Al certo come finirono tutte le grandi lotte del male contro il bene. Dopo che Iddio ha fatto risuonare la sua parola paterna, e tuonò indarno; Egli fa parlare ai suoi fulmini. Se al figlio ostinatamente riottoso fa bisogno della correzione; se i peccati dei primi Cristiani, sì veramente Cristiani, furono, al dire dei Padri, la cagione delle spaventevoli tempeste, notissime già tanto col nome di persecuzioni: come sarà da credere, che l’Europa attuale si rimetterà nel diritto cammino per un sentiero cosperso di rose? L’uomo indurato non grida misericordia, se non si trova alle dure strette dell’avversità. Or dunque a salvare una società ostinata nel male, che rimedio è necessario? È necessario quel che a punto gli uni temono, gli altri sperano, e che tutti presentono; è necessaria la pruova. E che sarà essa mai? Ogni prova chiude in sé doppio mistero; mistero di espiazione, mistero di rinnovazione. Il fuoco del crogiuolo consuma la lega: l’oro solo n’esce puro e lucente. Ora avviene il medesimo del fuoco della tribolazione. E così ebbero sempre fine, mercè d’un’azione diretta e sovrana della giustizia di Dio, le grandi epoche del male, il mondo antidiluviano, il mondo pagano. E similmente mercè d’un’azione diretta e sovrana della misericordia di Dio, ebbero cominciamento le due grandi epoche del bene, il mondo patriarcale, il mondo cristiano. Tale è la prova in sua natura. Ma che sarà, in rispetto a noi, quella che ci si prepara? La fede e la ragione, e le analogie della storia ci porgono la medesima risposta. L’avvenire riservato all’Europa è senza meno una catastrofe proporzionata al male che ne è la causa, di cui essa sarà il castigo. Politica, filosofia, letteratura, arti, educazione, industria, danza, musica, ogni cosa fu invasa dal male sotto il nome di lumi e di civilizzazione. Esso è dappertutto, è inveterato, ha resistito a tutti i rimedii. Sicché portando oggidì sveltamente in faccia del sole una mano sacrilega sopra il Padre del mondo cristiano, esso tocca al suo ultimo confine. La società, in cui, come a dire, incarnossi, facendone l’anima della sua anima, osso delle sue ossa, carne della sua carne, si è da sé sottoscritto il suo decreto di morte: e la catastrofe sarà la sua tomba; scritta ne è la sorte nella storia. Non mai avvenne che una società si ringiovanisse, e molto meno un mondo. Così la catastrofe del diluvio non ringiovanì il mondo antidiluviano, ma lo inghiottì; né l’invasione dei barbari ringiovanì il mondo romano, anzi lo fece scomparire dalla faccia della terra. – Una grande rovina; questo apparisce in sul primo piano del quadro: e per vederlo, non fa bisogno del telescopio: basta l’occhio nudo. Ma dietro da sì grande rovina che altro vedete voi? Oh! mio caro amico, già ben vel dicevo in sul cominciare: l’amicizia vi accieca. Voi per fermo male v’indirizzate a me: che io non sono profeta, né figliuol di profeta: ed a rispondervi sicuramente, e’ bisognerebbe essere tale. L’avvenire è in mano di Dio; ed allorché ci facciamo a scandagliarlo, entriamo di necessità nel dominio delle congetture. Non attendete dunque da me né profezie, né quasi-profezie: sì qualche semplici congetture; ed ecco quel che io posso darvi. E perciocché ve ne tenete contento, io ve ne porgo qualcheduna; attendendo in questa lume più alto e sicuro, possano frattanto le mie parole illuminare un lato di quell’avvenire che domani forse sarà il presente; di quell’avvenire pieno di speranza agli uni, di terrore agli altri, a tutti di mistero! L’un dei due: o l’elemento cattolico, che nell’Europa intera sopravviverà alla catastrofe, basterà solo a comporre nuovo ordine di cose; ed in tal caso, alla prova conseguiterà un’epoca di pace sociale e di trionfo della Chiesa. L’occhio dell’uomo vedrà allora il più consolante dei miracoli: compita che avrà l’opera sua la rivoluzione, spezzato, bruciato, scannato, saccheggiato tutto quello che bisogna, e i suoi figli medesimi, l’un dopo l’altro, secondo l’usato, divorati; quindi il timore diverrà l’inizio della saggezza. Meno colpevoli delle altre le Classi popolari, che, ad onta dei loro disordini e la indifferenza, conservarono i principii della fede, si rivolgeranno verso la Chiesa, scongiurandola di salvarle. E questa sarà come l’aurora di un mondo novello; e si vedrassi che la Providenza non va mai a tentoni. Si saprà che migliaia di chiese sono state riparate, ingrandite o di nuovo edificate da cinquant’anni in qua , non per rimanere deserte, né per venir convertite in luoghi profani. A tutti gli occhi brillerà intanto la ragione perché  tanti corpi religiosi uscirono come per miracolo dal seno di una società profondamente corrotta. Allora l’attività disconosciuta dello zelo cattolico e le sue meravigliose creazioni si spiegheranno da per se stesse; e le lagrime amare della Chiesa saranno asciugate, ed i suoi lunghi dolori compensati da gioie materne di sopra ad ogni maniera di gioie. – E Maria giustificherà tutte le speranze del mondo cattolico. Vittoriosa di bel nuovo, fra tante volte, del serpente infernale, dirà ben ella perché fu riservato al nostro secolo, e non ad altro l’aggiungere alla di Lei corona 1’ultima e la più vaga gemma. In tal modo si compiranno in tutta loro estensione i magnifici oracoli dei profeti dell’antico e nuovo Testamento; oracoli, che a giudizio di molti, non si avverarono sin qui se non in maniera incompleta. Allora Dio solo sarà grande sulla terra. Allora il suo Cristo regnerà dall’Oriente all’Occidente, come Salomone, nella pienezza della pace. Allora non vi sarà che un solo ovile ed un solo pastore: unum ovile et unus pastor. – O per contrario l’elemento cattolico che rimarrà in Europa sarà troppo debole da non poter comporre esso solo una novella società; ed allora, posto che l’Occidente non debba divenire una terra maledetta e solitaria, come la Giudea dopo il passaggio di Nabuccodonosorre, un nuovo sangue sarà infuso nelle vene dei suoi rari abitanti. L’Europa sarà per vedere quel che diceva Napoleone I. Sbucati non si sa donde, e condotti da alcuni capi improvvisati, di cui la Previdenza fa eroi, che la storia poi chiama Attila, Genserico, Tamerlano, e da se stessi si appellano il flagello di Dio, la verga dei re, ed il terrore del mondo, questi figli del deserto verranno, come i loro avi, a curvare la loro testa sotto alla mano del Cattolicismo: e da quest’elemento cristiano verrà una novella Europa. Per quanto strana possa ad alcuni parere cotale soluzione a primo colpo d’occhio, essa nondimeno non moverà il sorriso alle labbra di alcuno spirito serio. – In Oriente, alcuni misteriosi presentimenti ciò appunto annunziano; e in Occidente, la è questa preoccupazione dei più profondi pensatori da più di ottant’anni in qua. La mancanza di spazio non mi dà di citarvene le prove. Nell’una e nell’altra delle sue parti, la disgiuntiva che io ho sinora dichiarata, presuppone che 1’umanità è ben lontana dall’aver compiti i suoi destini sopra la terra. Se si ammette secondo alcuni, che la fine dei tempi si avvicina, ecco quel che ci attende. – Malgrado la prova, l’Europa non si convertirà. La rivoluzione trionfante continuerà ad estendere le sue conquiste ed a consolidare il suo regno. La dissoluzione sociale fatta più profonda che ai tempi del Basso-Impero, compirà di fare del mondo moderno un cadavere vivente. E perché si mantengano in stato di aggregazione gli elementi sociali, pur sempre pronti a disciogliersi, il dispotismo più duro che mai si fosse veduto, graverà sopra il mondo. La guerra dell’uomo contro Dio si allargherà in proporzioni di più in più generali: e questa guerra sarà governata da un nuovo impero anticristiano più terribile di quelli che lo hanno preceduto. Se l’ipotesi, ov’io ragiono, è vera, questo impero è già fuori dalla culla: e consentite, mio caro amico, ch’io vi spieghi il mio pensiero. Sapete che è nei destini della Chiesa l’aver sempre di fronte un grande impero nemico. La ragione è tutta nell’esistenza delle due Città; la Città del bene, e la Città del male, ambedue non periture. Discendendo dal Cenacolo, la Chiesa, o la Città del bene, trovò l’impero romano, contro il quale ebbe a combattere per cinque o sei secoli. Caduto l’impero romano, la lotta non finì. I brani ancor sanguinanti del colosso si giacciono tuttavia sul suolo dell’Occidente, e già all’estremo Oriente si innalza un nuovo impero anticristiano, non meno esteso, non men crudele, e certo più durevole di quello dei Cesari. L’impero di Maometto perseguita la Chiesa; e per fermo la tiene in scacco già quasi mille e dugento anni. Al di d’oggi si ritrova nelle convulsioni dell’agonia. Se noi entriamo nel periodo delle ultime lotte, la Chiesa, secondo quel che è stato predetto divinamente, deve attendersi, e noi con essa, nuovi e più terribili combattimenti. Eccettuata forse qualche tregua di breve durata, e più apparente che reale, la guerra si continuerà su tutti i punti del pianeta; poiché la Chiesa non cesserà mai di essere Cattolica. Questa guerra poi diverrà ognora più accanita, sino all’apparizione di colui, che personificandola, sarà la più alta espressione del male, l’anticristo per eccellenza. E il suo regno sarà l’epoca di quelle lotte formidabili che metteranno in pericolo la salute medesima dei predestinati. Ma come tutte le grandi epoche del male, finirà anch’esso mediante un’azione diretta e sovrana di Dio. Colui, al quale è stato dato ogni potere nel cielo e sulla terra, verrà in soccorso della verità; e dopo aver ucciso l’uomo del peccato col soffio della sua bocca, Egli porterà seco la Chiesa sua sposa nel soggiorno dell’eterna pace. E in tal guisa finirà il mondo. Checché sia di codeste vicende, ciò solo rimane incontrastabile. – In mezzo alle perplessità del presente, ed alle incertezze dell’avvenire, ben gravi doveri incombono ai cattolici. Ed io ve ne parlerò nella mia prossima lettera.

Tutto vostro, etc.

IL SENSO MISTICO DELL’APOCALISSE (2)

G Dom. Jean de MONLÉON

Monaco Benedettino

Il Senso Mistico

dell’APOCALYSSE (2)

Commentario testuale secondo la Tradizione dei Padri della Chiesa

LES ÉDITIONS NOUVELLES 97, Boulevard Arago – PARIS XIVe

Nihil Obstat Elie Maire Can. Cens. ex. off.

Imprimi potest: t Fr. Jean OLPHE-GALLIARD Abbé de Sainte-Marie

Imprimatur A. LECLERC.

Lutetiæ Parisiorum die II nov. 1947

Copyright by Les Editions Nouvelles, Paris 1948

Prima visione

PRIMA PARTE

APPARIZIONE DEL CRISTO A SAN GIOVANNI

Capitolo I, 9-20

“Io Giovanni vostro fratello, e compagno nella tribolazione, e nel regno, e nella pazienza in Gesù Cristo, mi trovai nell’isola che si chiama Patmos, a causa della parola di Dio, e della testimonianza di Gesù. Fui in ispirito in giorno, di domenica, e udii dietro a me una grande voce come di tromba, che diceva: Scrivi ciò, che vedi, in un libro: e mandalo alle sette Chiese che sono nell’Asia, a Efeso, e a Smirne, e a Pergamo, e a Tiatira, e a Sardi, e a Filadelfia, e a Laodicea. E mi rivolsi per vedere la voce che parlava con me: e rivoltomi vidi sette candelieri d’oro: e in mezzo ai sette candelieri d’oro uno simile al Figliuolo dell’uomo, vestito di abito talare, e cinto il petto con fascia d’oro: e il suo capo e i suoi capelli erano candidi come lana bianca, e c0ome neve, e i suoi occhi come una fiamma di fuoco, e i suoi piedi simili all’oricalco, qual è in un’ardente fornace, e la sua voce come la voce di molte acque: e aveva nella sua destra sette stelle: e dalla sua bocca usciva una spada a due tagli: e la sua faccia come il sole (quando) risplende nella sua forza. E veduto che io l’ebbi, caddi ai suoi piedi come morto. Ed egli pose la sua destra sopra di me, dicendo: Non temere: io sono il primo e l’ultimo, e il vivente, e fui morto, ed ecco che sono vivente pei secoli dei secoli, ed ho le chiavi della morte e dell’inferno. Scrivi adunque le cose che hai vedute, e quelle che sono, e quelle che debbono accadere dopo di queste: il mistero delle sette stelle, che hai vedute nella mia destra, e i sette candelieri d’oro: le sette stelle sono gli Angeli delle sette Chiese: e i sette candelieri sono le sette Chiese”.

San Giovanni passa ora al racconto delle straordinarie visioni che ebbe sull’isola di Patmos dove l’imperatore Diocleziano lo aveva relegato. Abbiamo appena letto il racconto della prima. L’Apostolo racconta come una domenica si trovò improvvisamente in estasi, mentre si sentiva dietro di lui una voce, brillante come il suono di una tromba, dicendo: “Quello che stai per vedere, scrivilo in un libro e portalo alle sette Chiese d’Asia”, cioè alle sette sedi episcopali dell’Asia Minore, che sono elencate nel resto del racconto. Allora San Giovanni si voltò per vedere chi gli stava parlando in questo modo, e questa è la vista inaspettata che si presentò ai suoi occhi: “Vidi sette candelabri d’oro, e in mezzo ad essi stava uno simile al Figlio dell’Uomo, vestito con la veste sacerdotale e cinto di una fascia d’oro sulla parte superiore del petto. E il suo capo e i suoi capelli erano bianchi come lana bianca e come neve; e i suoi occhi erano come una fiamma di fuoco; e i suoi piedi erano come l’auricalco in una fornace ardente, e la sua voce era come la voce delle grandi acque. E aveva nella sua mano destra sette stelle; e dalla sua bocca usciva una spada affilata da entrambi i lati; e la sua faccia era come il sole, quando brilla nella sua potenza. È ovvio che l’autore non accumulerebbe dettagli così strani come quelli appena ascoltati se non avessero un significato profondo, e cercassero di tradurre in linguaggio immaginario delle realtà di ordine trascendentale. L’Apostolo, inoltre, nel corso del suo racconto, avrà cura di togliere ogni dubbio che possa rimanere a questo riguardo, esponendo lui stesso, qua e là, il significato mistico delle descrizioni che ha appena fatto. Così dirà, per esempio, un po’ più avanti: Le sette stelle sono gli Angeli delle sette chiese, e i sette candelabri sono le sette chiese. Ma egli solleva solo in alcuni punti il velo che nasconde ai nostri occhi il vero significato di ciò che dice: lascia alla profezia la sua forma misteriosa, per colpire più profondamente gli spiriti ed invitare coloro che lo ascoltano a cercare il campo che egli dà loro. Per scoprire i tesori di verità e di saggezza nascosti sotto queste apparenze sconcertanti, seguiamo le orme dei Padri della Chiesa: solo loro sono in grado di darci qualche luce su questi misteri. Impareremo da loro che i sette candelabri indicano senza dubbio la Chiesa stessa. La Chiesa è, infatti, il candelabro che porta Cristo, la luce del mondo. Il suo numero è “sette” perché vive dei sette sacramenti e dei sette doni dello Spirito Santo; perché possiede sette virtù fondamentali: le tre teologali e le quattro cardinali; perché ordina tutta la sua attività alla pratica delle sette opere di misericordia corporale e delle sette opere di misericordia spirituale. Si dice che sia fatta d’oro massiccio, per mostrare che la sua sostanza si identifica con la carità, di cui l’oro è il simbolo; mentre, invece, le sette dissidenti hanno solo la brillantezza esterna e lo scintillio dorato delle loro seducenti ma false teorie. Fu in mezzo ai sette candelabri che San Giovanni riconobbe il Figlio dell’Uomo, perché Cristo sta in mezzo alla Chiesa ed è impossibile trovarlo fuori di essa. Notiamo qui che l’apostolo dice di aver visto non il Figlio dell’uomo, ma qualcuno che era come il Figlio dell’uomo. In senso letterale, questa restrizione indica che durante tutto il corso di questa visione fu in realtà un Angelo che prese il posto di Cristo. In senso mistico, suggerisce che il Salvatore risorto non porta più nella gloria il peso che durante la sua vita terrena dedicò la sua carne di Figlio dell’Uomo alla sofferenza e alla morte. E San Giovanni, pur riconoscendo molto bene Colui che aveva così spesso visto con i suoi occhi e toccato con le sue mani (I Ep., I, 1), lo trovò tuttavia molto diverso da quello che era al tempo in cui si affannava a viaggiare per la Palestina e a predicare tutto il giorno. Il Salvatore indossava una veste che arrivava fino ai talloni, del modello chiamato poderis, e simile a quella usata dal Sommo Sacerdote sotto l’Antica Alleanza: questa veste simboleggia sia la carità di Cristo, che lo avvolge dalla testa ai piedi, sia il suo sacerdozio, poiché Egli è il sacerdote per eccellenza, il Sommo Sacerdote, e l’unico vero Sacerdote. Ed era stretto sul petto con una cintura dorata. In una visione molto simile a questa, un Angelo apparve a Daniele, anch’esso con le sembianze del Figlio dell’Uomo, e anche lui con una cintura d’oro: ma questo era posto più in basso, all’altezza dei lombi, perché l’Antico Testamento prescriveva solo la mortificazione della carne; la visione di San Giovanni era cinta sulla parte superiore del petto, perché il Nuovo Testamento ordina anche la mortificazione dei desideri, e chiede non solo la purezza del corpo, ma anche la purezza del cuore, Ecco perché Nostro Signore disse agli Giudei: « Avete sentito che fu detto agli anziani: Non commetterai adulterio ». Questa è la cintura che si mette intorno ai lombi, la proibizione del peccato di lussuria. Per me, io vi dico che chi guarda una donna con lussuria ha già commesso adulterio: questa è la cintura da serrare sul proprio cuore. (Matt. V, 27). La sua testa e i suoi capelli, continua l’Apostolo, erano bianchi come lana bianca e come neve. Attribuendo a Cristo una testa bianca, l’autore afferma implicitamente la sua natura divina: perché era già sotto questo simbolo che lo Spirito Santo, per bocca dello stesso profeta Daniele, aveva espresso l’eterna sapienza di Dio: l’Antico dei giorni si sedette, disse; i capelli della sua testa erano come lana bianca (VII, 9). Sul suo esempio, ci invita ad avere anche noi capo bianco, cioè uno spirito pieno di prudenza e di saggezza; bianco come la lana, perché la lana è qualcosa di morbido, bianco, caldo: per assomigliargli, i nostri pensieri dovrebbero essere tutti di indulgenza, immacolati nella loro innocenza, ardenti dello zelo della carità; il che non impedirebbe loro di essere allo stesso tempo come la neve, cioè di rimanere gelidi di fronte alle suggestioni della carne, del mondo e del diavolo. – I suoi occhi erano come una fiamma di fuoco: gli occhi del Verbo non sono, come i nostri, recettori di luce, ma sono piuttosto creatori di luce; quando si posano su un’anima, la purificano dalle contaminazioni da cui è infetta, la illuminano con i raggi della Verità eterna, la infiammano con l’ardore dell’Amore divino, di quell’amore di cui Nostro Signore disse: Sono venuto ad accendere un fuoco sulla terra (Lc. XII, 49). E i suoi piedi erano come l’auricalco che esce da una fornace ardente. L’auricalco è una specie di bronzo che viene portato al colore dell’oro dall’azione del fuoco e da varie operazioni. I piedi di Cristo, immersi in una fornace ardente, rappresentano la sua Passione. I piedi, poiché sostengono, continuamente e senza indebolirsi, tutto il peso del corpo, rappresentano la forza dell’anima, che sostiene l’uomo in tutte le sue prove e difficoltà: e la forza dell’anima di Cristo fu messa alla prova al momento della Passione, che è rappresentata dalla fornace ardente. E lì, lungi dallo sciogliersi e dal dissolversi, si dimostrò duro come il bronzo, poiché la sofferenza non poteva strappare alla vittima divina il minimo mormorio; al contrario, non aveva altro effetto che fargli prendere il colore dell’oro, cioè far apparire la sua carità in una luce radiosa. E la sua voce era come il suono di grandi acque. La voce di Cristo, portata dagli Apostoli, fu udita in tutto l’universo. È paragonato alle grandi acque perché ha coperto tutto il mondo come un nuovo diluvio; ma questo diluvio non era più, come ai tempi di Noè, lo straripamento dell’ira divina che spargeva ovunque terrore e morte: questa volta era un diluvio di misericordia, un diluvio di grazia, un diluvio di vita, che doveva ripulire la terra dall’infezione del peccato e renderla integra. Più sopra la parola di Cristo è stata paragonata al suono di una tromba, perché eccita i Cristiani in battaglia, riempiendoli del timore di Dio, mostrando loro la ricompensa promessa al vincitore; ora l’autore la paragona all’acqua, perché eccelle nell’ammorbidire la durezza del cuore umano e nel renderci teneri. – E teneva nella sua mano destra sette stelle. San Giovanni stesso spiegherà poco più avanti il significato di questa figura: le sette stelle rappresentano i prelati che sono incaricati di governare la Chiesa. Come stelle spirituali, infatti, devono brillare nella notte di questo mondo per guidare gli uomini verso la Gerusalemme celeste. Devono lanciare sia la luminosità della dottrina che quella dei loro buoni esempi. Ma essi sono nella mano di Cristo, come lo strumento è nella mano dell’operaio, o il segnale nella mano del guardiano. Quando un uomo vuole chiamare i suoi compagni smarriti in una notte buia, non ha niente di meglio da fare che accendere una luce e agitarla, per mostrare loro la direzione da seguire. Gli altri non vedono il loro amico, ma vedono il segnale che dà loro, vedono la luce che brilla nell’oscurità, e camminano verso di essa, e così tornano da colui che li sta aspettando. Allo stesso modo il Salvatore innalza i pastori della Chiesa come segni di luce nella notte del mondo presente: gli uomini devono solo seguire i loro insegnamenti, e sono sicuri di camminare nella retta via, nella via che li condurrà direttamente a Cristo. Per questo ha detto, parlando di coloro che Lo rappresentano sulla terra: Chi ascolta voi, ascolta me; chi disprezza voi, disprezza me. (Lc. X, 16). – E dalla sua bocca uscì una spada affilata su entrambi i lati. La parola di Nostro Signore è rappresentata da una spada, per mostrare che è dotata di un potere irresistibile e che può trionfare sulla resistenza più tenace. Essa è affilata da entrambe le parti, perché il suo potere si esercita con lo stesso rigore, anche se con risultati molto diversi, su quelli di destra e su quelli di sinistra, sui buoni e sui cattivi. Separa i primi dalla carne e dal mondo; taglia senza indebolire i loro affetti più legittimi, quello del figlio per suo padre, della figlia per sua madre (Luc. XII, 53); arriva a dividere in loro l’anima e lo spirito, le giunture e il midollo (Hebr. IV. 12). Quanto ai malvagi, al contrario, verrà il giorno in cui li separerà impietosamente dal corpo di Cristo, li scaccerà dalla società degli eletti, li rigetterà senza appello nell’inferno. Chiunque avrà lasciato la sua casa, i suoi fratelli, le sue sorelle, suo padre, sua madre, sua moglie, i suoi figli e i suoi campi per amore del mio nome, riceverà il centuplo e avrà la vita eterna. (Matt. XIX, 29). – Questo è il primo fil della spada, quello della mano destra; e questo è l’altro, quello della mano sinistra: « Partite da me, maledetti, e andate al fuoco eterno, che è preparato per il diavolo e i suoi angeli. » (Id. XXV, 41). E il suo viso brillava come il sole nella sua potenza. Questo paragone è lo stesso usato dagli evangelisti per esprimere lo straordinario splendore con cui il volto di Cristo fu illuminato sul monte Tabor. Il Libro della Sapienza dice allo stesso modo che nel giorno del giudizio, i giusti brilleranno come il sole (III, 7). L’immagine è ulteriormente rafforzata dall’espressione: nella sua potenza, segna per il sole l’ora del mezzogiorno, l’ora in cui è in tutto il suo splendore. In senso allegorico, il volto di Cristo designa qui la sua santa umanità, che è sorta sul mondo come un sole di giustizia, e che ha gettato la sua luce più brillante quando ha dispiegato tutta la sua virtù, cioè nell’ora della sua passione. E quando lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Così San Giovanni, che per anni ha vissuto nella più stretta familiarità con Nostro Signore, che ha spinto la fiduciosa semplicità fino al punto di appoggiare il suo capo sul cuore del suo Maestro nell’Ultima Cena; San Giovanni, vedendolo ora di nuovo nello splendore della sua gloria celeste, cade come morto. Daniele, nella visione di cui abbiamo già parlato, dice, per esprimere il terrore con cui si sentiva penetrato, che il volto del Figlio dell’Uomo era come un fulmine. Alla sua vista, aggiunse, tutte le mie forze vennero meno, divenni « un altro uomo, mi inaridii e non rimase più alcuna forza in me. » (X, 6-8). – Tale è l’effetto che produce sull’essere umano la visione della Maestà divina. Improvvisamente intravede l’abisso della sua immensa debolezza, e sente un bisogno irresistibile di annientarsi, di dissolversi e di sparire. Ecco perché Abramo, quando fu portato davanti a Dio, si prostrò con la faccia contro il sole e si dichiarò cenere e polvere. (Gen. XVII. 3) Ecco perché ancora una volta la Sacra Scrittura mostra Ester che cade in priva di sensi alla vista di Assuero (XV, 10); e ci insegna altrove che nessuno può vedere Dio senza morire (Es. XXXIII, 20). Dicendo che è caduto come morto, San Giovanni ci fa inoltre capire che la contemplazione di Dio ci fa morire al mondo e ci rende insensibili alle sue attrattive e alla sua inquietudine. Prendendolo come meta della nostra ricerca, anche noi saremo come morti, ma non morti; vivremo una vita interiore molto più intensa, la vita di Dio stesso. San Paolo aveva detto allo stesso modo: Mostriamoci come moribondi, ed ecco che siamo vivi (II Cor. 9). – E posò la sua mano destra su di me come segno della grazia che Dio dà a coloro che si umiliano. E disse: « Non abbiate paura. » Cosa c’è da temere? Chi può farci del male, quando siamo ai piedi del Signore del mondo, colui che ha tutto il potere in cielo, in terra e negli inferi? Non temere, perché io sono il primo e sono l’ultimo. « Io sono l’unico Figlio di Dio, il primogenito di tutte le creature, il Re degli Angeli e degli uomini; e sono l’ultimo; nessuno è stato trattato con più ignominia di me, nessuno è stato abbeverato dagli oltraggi e dagli affronti simili a quelli come ho ricevuto io. » Già Isaia, prevedendo in una visione profetica lo stato pietoso in cui sarebbe stato ridotto il glorioso Messia atteso da Israele, lo aveva chiamato: l’ultimo degli uomini (LIII, 3). Per quanto miserabili possiamo essere, non saremo mai più abbandonati di Lui; per quanto crudeli siano le persecuzioni scatenate contro di noi, non raggiungeranno mai la violenza di quelle che si abbatterono su di lui. « Io sono – continua – colui che vive di una vita senza inizio e senza fine. Non temere, dunque nulla, anima che ho scelto, anima che amo, anima che voglio condurre al banchetto di nozze eterno, ma per la via che Io stesso ho seguito, che è la via della croce. Perché sono stato morto: la mia anima ed il mio corpo si sono veramente separati sul Calvario. Ma poi sono risorto, ed ecco, sono vivo nei secoli, una vita che nulla può togliermi. E io ho le chiavi della morte e dell’inferno. Posso resuscitare chi voglio, posso strappare chi voglio dall’inferno, così come dalla morte del peccato. E affinché la verità di ciò che dico sia intesa, ascoltata, scrivi ciò che hai visto. Scrivi quello che hai visto tu, Giovanni, quando ero sulla terra con te, e quello che hai visto con i tuoi occhi, quando mi hanno catturato nell’orto del Getsemani, quando mi hanno trascinato da tribunale in tribunale, quando mi hanno schiaffeggiato, picchiato, coperto di sputi, coronato di spine; quando mi hanno trafitto i piedi e le mani con i chiodi, quando mi hanno aperto il costato con la lancia; ma scrivi anche quello che hai visto la domenica mattina, quando sei corso al sepolcro con Pietro, e poi la sera, nel cenacolo, e i giorni seguenti. .. Racconta i misteri della mia Passione e della mia Resurrezione, di cui sei stato testimone. Poi scrivi ciò che sta accadendo ora, cioè le sofferenze che stanno sopportando quotidianamente la Chiesa e le anime giuste; scrivi ciò che accadrà dopo, la persecuzione dell’Anticristo, e la fine dei tempi. Scrivi il mistero delle sette stelle che hai visto nella mia mano: mostra il significato nascosto di questi simboli, e spiega che le sette stelle sono gli Angeli – cioè i Vescovi – delle sette Chiese, e che i sette candelabri sono le sette Chiese.

Prima Visione

LA RIFORMA DELLE CHIESE

(SECONDA PARTE)

LA LETTERA ALLE SETTE CHIESE

Capitolo II, 1-29

“All’Angelo della Chiesa d’Efeso scrivi: Queste cose dice colui che tiene nella sua destra le sette stelle, e cammina in mezzo ai sette candelieri d’oro: So le tue opere, e le tue fatiche, e la tua pazienza, e come non puoi sopportare i cattivi: e hai messo alla prova coloro che dicono di essere Apostoli, e non lo sono: e li hai trovati bugiardi: e sei paziente, e hai patito per il mio nome, e non ti sei stancato. Ma ho contro di te, che hai abbandonata la tua primiera carità. Ricordati per tanto donde tu sei caduto: e fa penitenza, e opera come prima: altrimenti vengo a te, e torrò dal suo posto il tuo candeliere, se non farai penitenza. Hai però questo, che odii le azioni dei Nicolaiti, le quali io pure ho in odio. Chi ha orecchio, oda quel che lo Spirito dica alle Chiese: Al vincente darò a mangiare dell’albero della vita, che è in mezzo al Paradiso del mio Dio.

‘E all’Angelo della Chiesa di Smirne scrivi: Queste cose dice il primo e l’ultimo, il quale fu morto, e vive: So la tua tribolazione e la tua povertà, ma sei ricco: e sei bestemmiato da quelli che si dicono Giudei, e non lo sono, ma sono una sinagoga di satana. Non temere nulla di ciò che sei per patire. Ecco che il diavolo caccerà in prigione alcuni di voi, perché siate provati: e sarete tribolati per dieci giorni. Sii fedele sino alla morte, e ti darò la corona della vita. Chi ha orecchio, ascolti quel che lo Spirito dica alle Chiese: Chi sarà vincitore, non sarà offeso dalla seconda morte. –

E all’Angelo della Chiesa di Pergamo scrivi: Queste cose dice colui che tiene la spada a due tagli: So in qual luogo tu abiti, dove satana ha il trono: e ritieni il mio nome, e non hai negata la mia fede anche in quei giorni, quando Antipa, martire mio fedele, fu ucciso presso di voi, dove abita satana. Ma ho contro di te alcune poche cose: attesoché hai costì di quelli che tengono la dottrina di Balaam, il quale insegnava a Balac a mettere scandalo davanti ai figliuoli d’Israele, perché mangiassero e fornicassero: Così anche tu hai di quelli che tengono la dottrina dei Nicolaiti. Fa parimenti penitenza: altrimenti verrò tosto a te, e combatterò con essi colla spada della mia bocca. Chi ha orecchio, oda quel che dica lo Spirito alle Chiese: A chi sarà vincitore, darò la manna nascosta, e gli darò una pietra bianca: e sulla pietra scritto un nome nuovo non saputo da nessuno, fuorché da chi lo riceve.

E all’Angelo della Chiesa di Tiatira scrivi: Queste cose dice il Figliuolo di Dio, che ha gli occhi come fiamma di fuoco ed i piedi del quale sono simili all’oricalco: So le tue opere, e la fede, e la tua carità, e il ministero, e la pazienza, e le tue ultime opere più numerose che le prime. Ma ho contro di te poche cose, poiché permetti alla donna Jezabele, che si dice profetessa, di insegnare e sedurre i miei servi, perché cadano in fornicazione, e mangino carni immolate agli idoli. E le ho dato tempo di far penitenza: e non vuol pentirsi della sua fornicazione. Ecco che io la stenderò in un letto: e quelli che fanno con essa aduterio, saranno in grandissima tribolazione, se non faranno penitenza delle opere loro: e colpirò di morte i suoi figliuoli e tutte le Chiese sapranno che io sono lo scrutatore delle reni e dei cuori: e darò a ciascuno di voi secondo le sue azioni. Ma a voi, io dico, e a tutti gli altri dì Tiatira, che non hanno questa dottrina, e non hanno conosciuto le profondità, come le chiamano, di satana, non porrò sopra dì voi altro peso: Ritenete però quello che avete, sino a tanto che io venga. E chi sarà vincitore, e praticherà sino alla fine le mie opere, gli darò potestà sopra le nazioni, e le reggerà con verga di ferro, e saranno stritolate come vasi dì terra, come anch’io ottenni dal Padre mio: e gli darò la stella del mattino. Chi ha orecchio, oda quello che lo Spirito dica alle Chiese.”

Questo capitolo II e il seguente contengono le lettere alle chiese dell’Asia che appena annunciate. Il Figlio di Dio ordina all’amato Apostolo di scrivere successivamente a ciascuno dei sette Vescovi che occupano le sedi in Asia Minore. Queste lettere sono un modello di correzione fraterna: l’autore mescola abilmente lodi e rimproveri per incoraggiare e stimolare i suoi lettori, indicando loro i punti in cui sono in difetto e i pericoli a cui si espongono. Al di là dei Vescovi che ne sono i destinatari, esse si rivolgono a tutte le anime cristiane che si preoccupano del loro progresso spirituale: ed è a loro che San Benedetto allude nel Prologo della sua Regola quando ci esorta ad ascoltare ciò che lo Spirito dice alle Chiese. Essi richiamano i punti essenziali della perfezione evangelica e ci offrono un esatto adempimento di questa profezia del Salvatore ai suoi discepoli: Quando lo Spirito Santo verrà, rimprovererà il mondo sul peccato, sulla giustizia e sul giudizio (Jo., XVI, 8.). Infatti, esse rimproverano ciascuno per i peccati in cui cade, gli mostrano la rettitudine che deve praticare, gli ricordano il giudizio che dovrà subire un giorno. Il loro numero sette evoca chiaramente i doni dello Spirito Santo, che in ognuno di loro possiamo riconoscerne a turno, in modo più particolare, seguendo Ruperto di Deutz, la voce di uno dei sette spiriti che stanno davanti al trono di Dio. È lo spirito di timore che apre la lista, insieme alla Chiesa di Efeso, perché è esso l’inizio della via che conduce a Dio. Perché tutti sanno che il timore di Dio è l’inizio della sapienza. Dopo di questo  sentiremo successivamente quello della pietà, quello della scienza, quello della fortezza, quello del consiglio, quello dell’intelletto comprensione, quello della sapienza.

§ 1 Lettera alla Chiesa di Efeso.

All’Angelo della Chiesa di Efeso scrivi: Queste cose dice colui che tiene nella sua mano destra le sette stelle, che cammina tra i sette candelabri d’oro. Le sette stelle rappresentano, come abbiamo detto prima, i prelati delle sette chiese. Dio li tiene in mano, per dirigerli e per dirigere gli altri per mezzo di loro; e anche per evitare che cadano, come cadde quella stella del mattino, quel Lucifero che, nel primo giorno del mondo, era apparso sfavillante di gloria e di bellezza, poi improvvisamente cadde sulla terra, e divenne un demone, perché si gloriò nel suo cuore, e dimenticò che doveva tutto a Dio (Isa. XIV, 12 e segg.). Si ricordino dunque, le sette stelle, si ricordino bene, i prelati della Chiesa, che tutta la loro autorità, tutto il loro prestigio, tutta la considerazione di cui godono sono opera della mano di Dio che li tiene, e non lascino che l’orgoglio si impossessi dei loro cuori! – Non solo Dio porta così le stelle che governano il suo popolo, ma cammina anche tra i candelabri d’oro. Questi rappresentano le Chiese, cioè la massa dei fedeli, in opposizione ai prelati, come ci ha insegnato San Giovanni poco più in alto. Dio cammina in mezzo a loro, nel senso che abita con loro, secondo la promessa fatta ai suoi discepoli: Ecco, io sono con voi fino alla fine dei secoli (Matt. XXVIII, 20). Egli abita nei loro cuori. Egli li visita con la sua grazia. Li circonda con la sua sollecitudine. Segue le loro orme. Egli accompagna tutti i loro passi. Ma allo stesso tempo Egli vigila attentamente su questi candelabri, per vedere se la loro luce non è fumosa, se non è in pericolo di spegnersi, se non emana il bagliore della carità. “Io conosco le tue opere”: Dio, è vero, conosce tutte le cose in virtù della sua conoscenza infinita. Ma Egli conosce i suoi, come dice San Paolo (II Tim. II, 19), in quanto li approva e li considera con benevolenza, mentre al contrario ignora i malvagi. (Matt. VII, 23). – « Conosco dunque le vostre opere di carità e la fatica che fate per salvaguardare l’integrità della fede; conosco la pazienza che dimostrate in mezzo alle prove, con gli occhi fissi sul premio eterno; conosco la vostra avversione ai vizi e lo zelo con cui perseguite i malfattori. » Non ti sei lasciato ingannare dai bei discorsi di coloro che pretendono di essere inviati da Dio, come Ebione, Marcione, Cerinto, ecc. Tu li hai messi alla prova, come sta scritto: “Mettete alla prova gli spiriti, per vedere se sono da Dio”,(I Giov. IV, 1) e hai riconosciuto dai loro frutti, come vuole il Vangelo, cioè dalle loro opere, che erano bugiardi. Sei stato paziente con gli eretici; hai sopportato coraggiosamente i loro attacchi, preoccupandoti più dell’onore del mio nome che del tuo interesse; e non hai ceduto alla collera. Tutto questo è molto buono: tuttavia, non è sufficiente per la perfezione che mi aspetto da te, e ho alcuni avvertimenti da farvi intendere: vi rimprovero di aver abbandonato la vostra prima carità. Non vegli più su quella perfetta unione di cuori che era il segno distintivo della Chiesa nascente, e che aveva come corollario la messa in comune di tutti i beni (Act. IV, 32). Non pratichi più le opere di misericordia con il fervore di una volta, ti lasci conquistare dalla tiepidezza. Ora, non dimenticare che la carità è e rimane il segno dal quale i miei veri discepoli si riconoscono; anche se aveste fede per trasportare le montagne, anche se consegnaste il vostro corpo alle fiamme, se non avete questa carità, tutto il resto non vi serve a niente. Riconosci, allora, la tua colpa: ricorda da dove sei caduto, ricorda la generosità che ti ha animato all’inizio della tua conversione, e fai penitenza. Non accontentarti di desideri o promesse: agisci, comportati come facevi allora (Alcuni commentatori, confrontando queste parole con un passo della Seconda Lettera a Timoteo, in cui l’Apostolo invita Timoteo a far risorgere la grazia di Dio in lui (I, 6), hanno pensato che il destinatario della lettera all’Angelo della Chiesa di Efeso non fosse altri che il famoso discepolo di San Paolo, che era in effetti Vescovo di quella città, e che si sarebbe lasciato per un momento sopraffare dalla moltitudine di prove che doveva affrontare.). – Altrimenti verrò da te e sentirai il peso della mia ira. Toglierò il tuo candelabro dal suo posto, cioè darò il tuo posto ad un altro; o ancora spegnerò la luce che brilla nella tua Chiesa e che fa di essa un faro di verità, come è spesso accaduto durante le grandi eresie, quando la caduta di un Vescovo trascina con sé tutto il suo gregge. – « Tuttavia, hai dalla tua, che odi le azioni dei Nicolaiti, che anch’io odio. » Dio non dice che odia i Nicolaiti; parla solo delle loro opere, per farci capire che non dobbiamo mai odiare gli uomini, per quanto malvagi essi siano; sono le loro imprese che dobbiamo avere come un abominio in quanto sono contrarie alla legge di Dio e al bene delle loro anime. San Benedetto rimarca questa discriminazione quando dice nella sua Regola che dobbiamo odiare i vizi e amare i fratelli. Chi erano esattamente questi Nicolaiti di cui stiamo parlando? Alcuni degli antichi Padri concordano che la loro origine può essere fatta risalire al diacono Nicolas, uno dei sette diaconi scelti dagli Apostoli per assisterli nel loro ministero, tra i quali dobbiamo annoverare anche Santo Stefano. D’altra parte, questi stessi Padri differiscono nel modo in cui raccontano come sia successo. Se crediamo a San Clemente di Alessandria, questo Nicolas, che aveva sposato una donna di rara bellezza, sarebbe stato rimproverato dai discepoli per la sua gelosia nei suoi confronti. Pieno di indignazione l’avrebbe poi condotta dagli apostoli, dicendo: « Ecco mia moglie. Che sia di chiunque! » Ma egli ha continuato a vivere una vita santa. Ma alcuni Cristiani malintenzionati si sono impadroniti di questa parola poco saggia e hanno affermato che le donne, come tutti gli altri beni, devono essere messe in comune. (1 Stromatæ, L. III, cap. IV – Patr. Gr., T. 8, col. 1130. – Rufino e Theodoreto danno versioni simili). – Secondo Sant’Epifanio, al contrario, la cui alta autorità è nota come testimone della tradizione, Nicolas, dopo aver preteso la continenza assoluta, ad imitazione degli Apostoli, non ebbe il coraggio di perseverare in questo sforzo, e « ritornò al suo vomito ». Ma per rimediare alla sua sconfitta, immaginò di insegnare che chi vuole assicurarsi la salvezza deve compiere ogni giorno l’opera della carne, e, mettendo in pratica la propria dottrina, sprofondò in vergognosi disordini (Adversus Hæreses, L. I, vol. 2, heres. 25. – Patr. Gr. T. 41, col. 322). Questa seconda versione era molto più diffusa della prima; se giudichiamo dall’autorità di San Tommaso, possiamo dire che essa ha prevalso nella tradizione. (Contra gentes, c. 24) « Chi ha orecchio, ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese ». Questa formula, che sarà ripetuta alla fine di ogni lettera, ricorda quella che Nostro Signore stesso usava quando predicava: Chi ha orecchio, ascolti (Mt. XIII, 9). Notiamo che ogni volta lo Spirito si rivolgerà alle Chiese, e non alla Chiesa di Efeso, o alla Chiesa di Sardi, ecc., per mostrare la portata generale dei suoi avvertimenti, che interessano tutti i Cristiani. – « Al vincitore, cioè a colui che saprà trionfare sulle tentazioni del demonio, sulle sollecitazioni del mondo, sulle proprie passioni: Darò da mangiare dall’albero della vita, che è nel paradiso del mio Dio ». Quest’albero è Cristo stesso, che fu emendato duramente e potato nelle sofferenze che precedettero la sua morte, ma che portò un magnifico rigoglio dopo la sua risurrezione. Il suo frutto ci è dato nel sacramento dell’Eucaristia. Cresce solo nel paradiso del mio Dio, cioè nella santa Chiesa, al di fuori della quale non c’è cibo sostanziale, non c’è vita per l’anima. Il nostro Signore dice: del mio Dio, perché parla come un uomo. Vuole mostrare l’ardente amore che la sua Santissima Umanità porta a Dio, insieme alla perfetta obbedienza che gli mostra. Queste parole ci fanno sentire che dobbiamo prepararci a ricevere la Santa Eucaristia con una vita pura. Anche se tutti i Cristiani possono avvicinarsi alla Santa Tavola, Nostro Signore dà questo frutto di vita solo a coloro che sanno superare se stessi. Notiamo, inoltre, che non dice: questo frutto, ma … di questo frutto, per indicare che la partecipazione di ciascuno alla grazia di questo sacramento sarà maggiore o minore, secondo le sue disposizioni. Questa prima lettera ha lo scopo di ispirarci soprattutto, come detto, lo spirito di timore. Per non aver dato ascolto a questo spirito, Adamo ed Eva erano stati cacciati dal paradiso terrestre e condannati a morte; coloro che saranno docili alle sue sollecitazioni meriteranno di ricevere il frutto del nuovo Eden e, in esso, il valore della vita eterna.

§ 2 – Lettera alla Chiesa di Smirne.

« E all’angelo della Chiesa di Smirne, scrivi. » Ora è lo spirito di pietà a parlare. Poiché si rivolge ad una Chiesa già coinvolta nella persecuzione e che il sangue dei martiri arrosserà; non gli fa alcun rimprovero, mostrandoci così come noi stessi dobbiamo comportarci nei confronti di coloro che soffrono; al contrario, la esorta con dolcezza ed indulgenza; e per darle coraggio, inizia offrendole l’esempio del Salvatore: « Questo è ciò che dice il primo e l’ultimo, colui che è morto e colui che è vivo morti. » Il primo, perché è il Figlio di Dio, il più bello dei figli degli uomini; e l’ultimo, perché è stato ridotto all’ultimo grado dell’angoscia e del disprezzo.  Egli è passato attraverso la morte per mostrarci la via; ma è risorto e ora vive una vita che non avrà fine; e quelli che lo seguono nella morte lo seguiranno nella vita. « Conosco le tue prove, e non ignoro nulla di quello che devi soffrire. E se non lo impedisco, è per il tuo bene; perché ti ricompenserò più tardi. Conosco la povertà alla quale ti sei ridotto volontariamente, distribuendo ai poveri, per amore mio, tutto quello che avevi. Ma sta tranquillo: ci sono ben altri beni che l’oro e l’argento, e se ti mancano questi, sappi che sei ricco di beni spirituali, ricco di virtù, ricco di meriti, ricco di cielo. So che sei calunniato, come io stesso sono stato calunniato da coloro che si dicono Giudei. Essi mi rimproveravano di non rispettare il sabato, di essere un agente di Belzebù, un posseduto dai demoni. Essi, al contrario, si lusingano di mantenere la fede alla lettera; si definiscono il popolo santo, il popolo di Dio, si vantano di essere gli autentici figli di Abramo: ma si sbagliano. Se, secondo la carne, essi discendono effettivamente dai Patriarchi, hanno perso completamente lo spirito di questi santi personaggi; non sono più il mio popolo, sono solo un’accozzaglia, una sinagoga che esegue la volontà di satana. Non cedere alla paura, non temere nessuna delle prove che dovrai attraversare, non paventare la povertà, gli insulti, le sofferenze, le tentazioni. Io so in anticipo che tutto questo deve venire, e lo permetto per il tuo bene. Tra non molto il diavolo farà mettere alcuni di voi in prigione dai suoi adepti, affinché siate messi alla prova, affinché abbiate l’opportunità di mostrare la vostra pazienza, e perché siate purificati dalla ruggine dei vostri peccati. Voi sarete perseguitati per dieci giorni, cioè: limitata e di breve durata (Per la maggior parte dei commentatori antichi, il numero dieci è qui un’allusione al Decalogo, e i dieci giorni rappresentano tutto il tempo che l’uomo vive sotto il suo giogo, cioè tutta la vita presente). Sii fedele fino alla morte, resta attaccato al tuo Dio come una moglie a suo marito, come un soldato al suo capo, come l’amico al suo amico; non abbandonarmi lungo il cammino, non lasciare la mano che ti tiene, e riceverai la corona della vita, cioè il possesso di Me stesso, nella beatitudine essenziale (Cf. Isaia, XXVIII, 5). – Chi ha orecchio, ascolti, non quello che dice il diavolo, non quello che dicono la carne, né il mondo, i tre che ci invitano al rilassamento; ma quello che lo Spirito dice alle chiese, esortandole a combattere: chi vince i tre nemici di cui abbiamo appena parlato, non subirà la seconda morte. Chi saprà accettare per il suo Maestro la prima morte, cioè la separazione dell’anima e del corpo, alla quale ogni uomo è condannato dal peccato di Adamo, sfuggirà alla seconda, la separazione definitiva dell’anima da Dio, cioè la dannazione. »

§ 3 – Lettera alla Chiesa di Pergamo.

E all’Angelo della Chiesa di Pergamo scrivi: Queste cose dice Colui che ha la spada a due taglienti. Ecco lo spirito della scienza che parla: rivolgendosi ad una città particolarmente infestata dall’idolatria, una Chiesa minacciata da molteplici e perfide eresie, Egli predica sopra ogni cosa la virtù della discrezione, che insegna come riconoscere e mantenere la vera dottrina in mezzo agli errori. Si illumina con l’insegnamento di Cristo che penetra, ci dice San Paolo, fino alla divisione dell’anima e dello spirito (Hebr. IV, 12), evocata qui da una spada che esce dalla bocca dell’apparizione (Cfr. supra I, 16). Distingue, sotto le apparenze di cui si avvolgono l’amor proprio e le passioni, ciò che nei nostri desideri, nelle nostre intenzioni, nelle nostre imprese, è la parte dell’uomo animale e la parte dell’uomo spirituale. Perché il primo eccelle nel mascherarsi ed essere preso per il secondo. « Io so dove abiti: la tua dimora è tra i malvagi, dove è più difficile e più meritevole mantenere la giustizia che tra i buoni; in una città così malvagia che può essere chiamata il trono di satana. » – [È infatti a Pergamo, scrive il P. Allô, che fu eretto il primo tempio del culto imperiale provinciale, già nel 29 a.C.; un secondo ed un terzo [vi] furono consacrati in onore di Traiano e Settimio-Severo. Le quattro grandi divinità poliadiche erano Zeus Soter, Atena, Niceforo, Asklepios Soter e Dioniso Kathegemon. Il pellegrinaggio dei malati al santuario di Asklepiade, dove si praticava l’incubazione e si credevano miracolose le guarigioni, i misteri di Dyonisio con la confraternita dei Boûxoloi, soprattutto il colossale altare a cielo aperto di Zeus con la sua Gigantomachia, un grandioso fregio dove i greci avevano eternizzato il glorioso ricordo della loro resistenza all’invasione celtica del III secolo… tutto questo gli assicurava un incomparabile splendore religioso. Questi vari culti erano alleati e più o meno fusi insieme, e si armonizzavano molto bene con quello dei Cesari. Il sacerdote di Zeus Soter era anche un sacerdote del “divino Augusto”. Dioniso-toro fraternizzava con Asklepios-serpente… E tutto questo fece di Pergamo il trono di satana, poiché in nessun luogo il paganesimo mostrò la sua forza con più orgoglio (Apoc. di San Giovanni, Exc. VI, P. 30.)]. – « Tuttavia – continua San Giovanni – nonostante questo, tu esalti il mio nome, ti dimostri degno del tuo titolo di Cristiano, e la paura non ti ha fatto rinnegare la fede che mi hai dato. Siete rimasti fedeli a Me anche quando infuriava la persecuzione, anche quando Antipa fu martirizzato in mezzo a voi, in questo regno di satana, per aver testimoniato il Mio Nome ». La tradizione riferisce che Antipas fu il predecessore del destinatario di questa lettera alla sede di Pergamo, e che fu bruciato in un toro di bronzo, durante il regno di Domiziano. (R. P. Allô, op. cit., p. CCIX, nota.).  – « Ma ho alcune mancanze da rimproverarvi: perché ci sono in voi alcuni che conservano la dottrina di Balaam, che insegnò a Balac a mandare davanti ai figli d’Israele occasioni di caduta – cioè: donne di vita malvagia, – per indurli al peccato, per incitarli a mangiare carne consacrata agli idoli, e per far loro rendere ai falsi dei un onore adulterino. » – Balaam era un indovino che viveva sulle rive dell’Eufrate al tempo dell’Esodo. Quando Balac, re dei Moabiti, vide avanzare verso il suo paese, sulla via della Terra Promessa, il popolo ebreo che aveva appena schiacciato successivamente l’armata degli Amorrei e quella del re di Bashan, gli ordinò di avvicinarsi e lo pregò di invocare la maledizione del cielo su questo nemico che nulla sembrava poter fermare. Balaam, dopo molte esitazioni, perché non ignorava che Dio fosse con Israele, cominciò ad obbedirgli; ma, per permesso divino, le sue labbra potevano solo pronunciare parole di benedizione invece delle maledizioni che avrebbe voluto pronunciare. – Il libro dei Numeri, che riporta questa storia, (XXII, XXIV) non parla esplicitamente della doppiezza a cui allude l’Apocalisse. Ma si può facilmente indovinare sotto il resto della storia. Desideroso di compiacere Balac e di assecondare i suoi disegni, malgrado il miracolo con cui Dio gli aveva appena notificato la sua volontà, Balaam consigliò a questo principe di inviare agli ebrei, di cui conosceva gli istinti passionali, delle donne armate di tutti i loro mezzi di seduzione. Queste donne riuscirono a conquistare il cuore dei figli d’Israele; li condussero alle loro feste religiose, fecero loro mangiare carne consacrata agli idoli, e li iniziarono persino al culto di Beelphegor, il più turpe di tutti gli dei (XXV, I, 3). S, Gregorio ci riporta nei suoi Dialoghi un episodio simile. Il diacono Florenzio era violentemente geloso di San Benedetto, e cercò di avvelenarlo. Non essendoci riuscito, decise almeno di perdere le anime dei suoi discepoli. « Allora mandò nel giardino del monastero sette fanciulle nude che, tenendosi per mano e danzando a lungo davanti ai loro occhi, dovevano accendere nelle loro anime la perversione del piacere. ». – I sostenitori della dottrina di Balaam di cui Nostro Signore parla qui sono da identificare con i Nicolaiti. « Tu hai dunque anche nella loro persona, come il Vescovo di Efeso, dei sostenitori dell’eresia di Nicolas, cioè persone che si permettono le più grandi libertà, sia per quanto riguarda la partecipazione ai sacrifici pagani che nelle loro relazioni con l’altro sesso. Te lo dico come a lui: fate penitenza. Altrimenti verrò da te all’improvviso e farò sentire a te e al tuo popolo tutto il peso della mia ira. Combatterò contro questi eretici con la spada della mia parola, cioè li convincerò del peccato, ridurrò a nulla i loro propositi, anche con le parole penetranti, irresistibili come una spada. Io li punirò come un tempo ho punito Balaam e i Madianiti; tutti gli uomini furono messi a fil di spada, compreso questo falso profeta, le città e villaggi furono dati al fuoco, le donne ed i bambini furono condotti in schiavitù (Num., XXI, 7 e seguenti).mMa se, al contrario, saprai correggerti, ti mostrerò la mitezza della mia misericordia. Chi ha orecchio, ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese: A colui che sa trionfare sulle perfide sollecitazioni della setta di Nicolas, darò la manna nascosta e gli darò una pietruzza bianca. E riceverà il pane di vita, il Cristo velato sotto le specie sacramentali, una volta rappresentato dalla manna; e avrà in sé le primizie della vita futura, quando gusterà le dolcezze segrete, quelle ineffabili delizie di cui il Signore rende partecipi solo i suoi amici prediletti. E per aver conservato il suo corpo puro dal peccato della carne, gli darò, nel giorno della risurrezione, una pietra bianca, cioè un corpo scintillante ed impassibile. ». Il corpo glorioso che sarà quello degli eletti è paragonato qui ad una pietra, perché la corruzione e la sofferenza non avranno più alcuna presa su di esso; a una pietra bianca, o meglio ancora, a una pietra scintillante (candidum), a causa dello splendore luminoso di cui sarà dotato. E su questa pietra è scritto un nome nuovo, che nessuno conosce tranne colui che lo riceve. Questo nuovo nome designa la nuova personalità che gli eletti godranno dopo la risurrezione. Infatti, in questo stato glorioso, la carne non congiurerà più contro lo spirito, la lussuria sarà completamente placata, l’uomo non sarà più soggetto all’ira, né ad alcuna passione, né ad alcun disordine: il corpo sarà perfettamente sottomesso all’anima, e tutto l’essere vivrà in un sentimento di pace, d’armonia ed equilibrio impossibile da descrivere. Per questo l’autore aggiunge che nessuno conosce questo nome se non colui che lo riceverà, perché, come dice San Paolo, ciò che occhio d’uomo non ha visto, il suo orecchio non ha sentito, il suo cuore non ha immaginato ciò che Dio ha in serbo per coloro che ama. Nessuno può avere un’idea di questa felicità se non chi l’ha già assaggiata.

§ 4 Lettera alla Chiesa di Thyatira,

E scrivi all’Angelo della Chiesa di Thyatira. È lo spirito di fortezza che parlerà ora per riprendere un Vescovo, colpevole di aver mancato di energia nella pratica della correzione fraterna. Quest’opera di carità spirituale è infatti uno dei primi doveri dei prelati verso il loro gregge, e la loro negligenza in questo compito è per le loro chiese la fonte dei mali più gravi: la Scrittura ce lo mostra con l’esempio di Eli, il sommo sacerdote di Shiloh, che, per non aver saputo reprimere la cattiva condotta dei suoi figli, vide l’ira di Dio cadere con estremo rigore sulla sua famiglia e su tutto il popolo (cf. I Reg., II-IV). « Scrivi dunque all’Angelo della Chiesa di Thyatira: Queste cose dice il Figlio di Dio, Egli che ha gli occhi simili ad una fiamma di fuoco, perché il suo Cuore è divorato da uno zelo ardente, perché lo sguardo dei suoi occhi penetra i segreti più profondi: illumina le intelligenze ed infiamma le volontà che si lasciano toccare da Lui. E i suoi piedi assomigliano al bronzo dorato: pronti per tutti i percorsi, per tutte le fatiche per salvare le anime, hanno allo stesso tempo la brillantezza dell’oro per la carità che li sospinge, e la resistenza del bronzo per la loro sopportazione. Conosco le tue opere, la tua fede e la tua carità; conosco lo zelo che effondi nel tuo ministero e la pazienza che dimostri in esso; io non ignoro che le tue opere sono più numerose oggi di quanto lo fossero in passato. Ti hai fatto progressi, la cosa è evidente, ma questo non mi impedisce di avere qualche rimostranza contro di te: mentre ti dedichi alla tua santificazione, trascuri i tuoi doveri di pastore. Tu permetti ad una donna, questa Jezebel, che si fa chiamare profetessa, di insegnare e sedurre i miei servi. Ella insegna loro a commettere adulterio e a mangiare carne consacrata agli idoli, come fanno i Nicolaiti. E tu la lasci fare, invece di armarti contro di lei con lo zelo e la santa indignazione del profeta Elia! » – Cos’era quella Jezebel? È una personalità concreta o è solo una figura simbolica? Alcuni commentatori sostengono che il rimprovero era diretto alla moglie del vescovo di Thyatira, che in realtà si chiamava Jezebel, e la loro testimonianza è corroborata dal fatto che diverse versioni dicono, invece di “ad una donna”, “la tua donna”, cioè tua moglie. Altri vogliono vedere in lei qualche profetessa, qualche donna Nicolaïta che si ispiraba ad un personaggio ispirato, per rivaleggiare con la Sibilla di un tempio clialdeo eretto in città, il Samba-theion. È più probabile che il nome abbia qui un valore simbolico: evoca il ricordo della moglie del re Achab, una delle donne più criminali della storia dell’umanità. È lei che introdusse il culto di Baal tra i Giudei; fece uccidere Naboth perché non voleva cedere la sua casa; ingaggiò un’aspra lotta contro Elia ed i servi del vero Dio, durante la quale ne massacrò un gran numero (III Reg, XVIII, 4; XIX, 2; XXI, 5 e seguenti). In quest’ultima veste, è la figura degli eretici, che introducono l’errore tra i fedeli, per sedurli e scatenare le loro passioni contro la Chiesa. – In senso morale, Jezebel rappresenta la mollezza sensuale che si insinua tra i Cristiani come risultato della mancanza di vigilanza e di fermezza dei loro pastori. Si definisce una profetessa, perché pretende di saperne di più su Dio dei maestri di teologia. Dice, per esempio, che Dio è troppo buono per dannare qualcuno e che non c’è fuoco all’inferno; che il digiuno è una pratica obsoleta e la vita di clausura un detestabile egoismo. « Gli ho dato il tempo di fare penitenza – continua il Salvatore – perché non voglio che il peccatore muoia; al contrario, voglio che si converta e viva; ma ella non vuole rinunciare alla sua dissolutezza. » – L’espressione: non vult, non vuole, deve essere sottolineata. Segna l’ostinazione della volontà umana, che rifiuta di inchinarsi di fronte alla volontà divina e rende inefficaci tutti i suoi sforzi. “Ecco, io sto per ridurla nel suo letto, cioè: colpirla con una malattia grave, che la porterà all’inferno. Lì troverà il luogo del suo riposo, perché lì non avrà più i mezzi per scuotere il mondo: lì incontrerà lo sposo che ha liberamente scelto per la sua anima, il principe delle tenebre. E tutti coloro che partecipano ai suoi disordini, se non fanno penitenza per le loro azioni malvagie, saranno precipitati giù con lei nella peggiore delle tribolazioni, cioè nell’inferno. Ed Io distruggerò i suoi figli, intendete: quelli che lei ha generato, con i suoi esempi ad una vita di lascivia e di empietà; e li piomberò con lei alla morte eterna, come ho distrutto i figli della vera Jezebel al seguito della madre per mano di Jehu. (IV Reg., X 7). Questo esempio servirà da lezione alle varie chiese: tutti sapranno che io sono Colui che è, e che scruta i reni ed i cuori. Non mi accontento di segni esteriori di penitenza; non ho accettato il pentimento di Achab né quello di Giuda, perché questi empi, nel manifestarlo, obbedivano solo a motivi puramente umani; ma ho spalancato le braccia a Davide, quando ho visto il suo profondo dolore per avermi offeso; perché in tutto ciò che gli uomini fanno, è alla loro intenzione che Io guardo. Darò a ciascuno di voi secondo le sue opere: non lascerò nessuna azione meritoria senza ricompensa, nessuna colpa senza punizione. Perciò, miei fedeli, non temete. Io vi dico a voi, a voi e a tutti i membri della Chiesa di Thyatira che sono rimasti fedeli alla fede: Tutti coloro che non sono stati sviati dall’empia dottrina di questa donna, ma che mi sono rimasti fedeli, come i settemila che rifiutarono di piegare il ginocchio davanti a Baal e di cui rivelai l’esistenza a Elia (II Reg., XX, 18).Tutti coloro che non hanno conosciuto i misteri di satana, che essi chiamano loro abominazioni; Io non metterò nessun altro peso sulle loro teste, non imporrò loro il giogo delle osservanze legali, non esigerò da loro nessuna pratica supplementare, come pretendono questi eretici. Vi chiedo solo di essere fedeli ai precetti del Vangelo che voi conoscete. Quelli almeno, conservateli fedelmente, finché non verrò a ricompensare ciascuno secondo i suoi meriti. Colui che saprà vincere le sue passioni e praticare fino alla fine le virtù che mi sono gradite, come la carità, la povertà, la dolcezza, l’umiltà, ecc. gli darò potere sulle nazioni. » Perché Dio assicura ai suoi servi, anche qui sulla terra, una grande autorità sui loro simili, perché chi è capace di autocontrollo può governare a buon diritto anche gli altri. « Essi giudicheranno gli uomini con una regola di ferro », non nel senso che la loro giustizia sarà esercitata in modo spietato e brutale, ma perché né le simpatie né le antipatie, né alcuna influenza o pressione potranno farli deviare dalla loro rettitudine. E li frantumeranno come il vaso del vasaio: avranno una grazia meravigliosa nel toccare i cuori dei loro ascoltatori e trasformarli in uomini nuovi, proprio come il vasaio cambia la forma del blocco di argilla che tiene tra le sue mani a suo piacimento. E coloro che non vorranno ascoltarli saranno frantumati in un altro modo: porteranno all’inferno i cocci del loro essere, privati per sempre della loro unità. Il loro potere sarà come quello che Io, come uomo, ho ricevuto dal Padre mio. E io darò loro come ricompensa, la stella del mattino. » Quest’ultima figura si riferisce essenzialmente a Cristo. È Lui che è la prima ricompensa di tutti gli eletti; è Lui che il frutto dell’albero della vita e la manna nascosta già evocavano misticamente poc’anzi; è Lui che ora è chiamato la stella del mattino. Questo astro, infatti, quando appare nel cielo, annuncia l’alba: allo stesso modo Cristo, sorgendo all’alba, ha annunciato al mondo il grande giorno dell’immortalità, che cominciava con Lui e che non avrà fine. Per la Sua Santissima Umanità, i corpi di tutti gli eletti, divenuti puri e radiosi come stelle, andranno ad illuminare il cielo con il loro splendore. – La stella del mattino designa anche la Santissima Vergine, come mostrano le sue Litanie, e questo per molte ragioni: perché la sua apparizione sulla terra pose fine alla notte del peccato; perché il suo corpo risorto partecipa in modo molto speciale allo splendore della Santissima Umanità del Figlio; perché Ella fu radiosa, serena e pura fin dal principio della sua esistenza: comparati a Lei, gli altri Santi sono stelle della sera: si sono liberati delle ombre del peccato solo con sforzi laboriosi, e hanno brillato di uno splendore assolutamente puro solo alla fine della loro esistenza: la Santissima Vergine, invece, preservata dal peccato originale, piena di grazia nel suo stesso concepimento, ha brillato, fin dal mattino della sua vita, di uno splendore incomparabile. – Inoltre, promettendo di dare ai suoi fedeli la stella del mattino, Nostro Signore vuole far capire che concederà loro la luce interiore della contemplazione, e quindi li eleverà ad un modo di conoscenza trascendente. Questo è anche ciò che San Pietro intende quando ci invita ad aspettare che i vespri del mattino appaiano nei nostri cuori (I Piet. II, 19). Questa conoscenza è detta mattutina, perché è precedente ad ogni studio, in opposizione alla conoscenza ordinaria, che si acquisisce attraverso il lavoro, e che costituisce la luce della sera. – Chi ha orecchio, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. PIO VI – “IN GRAVISSIMIS”.

In tempi funestissimi per la Chiesa francese, il S. Padre Pio VI, dà facoltà straordinarie a Vescovi e amministratori di Diocesi, onde concedere dispense, assolvere da censure riservate, in atti vari compiuti in forza di indulti, etc. etc. La situazione per quella Chiesa primogenita era allora particolarmente complicata ed aveva dovuto registrare numerose defezioni, alle quali si voleva rimediare procedendo in tal modo. Oggi siamo in una situazione per certi versi analoga, anche se più grave, perché le defezioni e lo scisma dalla vera Chiesa, sono praticamente totali, vista la adesione, cosciente (Dio non voglia) o meno alla falsa eretica antichiesa dell’uomo, parto distocico della sinagoga di satanasso, operante in modo sempre più violento ed oramai occupante usurpandoli, tutti i posti dell’orbe cattolico, in particolare il colle Vaticano. Quando il vero Pontefice tornerà – liberato per intervento del Cristo (2 Tess. II) dall’oppressione della setta di perdizione che lo tiene occultato ed impedito come all’epoca lo fu l’eroico Pio VI – ad occupare il posto al quale ha diritto per mandato divino, si troverà a gestire una situazione analoga, naturalmente centuplicata e planetaria, e dovrà servirsi dei pochi prelati rimasti a lui fedeli che ne hanno seguito tutte le disposizioni nonché i canoni della Sede Apostolica contenuti nel Codice di Diritto Canonico (quello vero cattolico del 1917) e che detengono legittimamente il proprio mandato e la giurisdizione validamente ottenuta dal Santo Padre regnante. Questa lettera, quindi, potrebbe costituire un precedente da prendere come modello, anche se probabilmente la situazione sarà molto diversa, come le Sacre Scritture ci profetizzano in Daniele, San Paolo, nel Vangelo e nell’Apocalisse. Ma noi del pusillus grex ci contenteremo per il momento di leggere e studiare questa breve lettera pregustando il momento gioioso in cui il nostro giusto Giudice, come baleno dall’Oriente, farà trionfare la vera Giustizia, anche se sappiamo di dovere attraversare momenti terribili di fughe, persecuzioni, martirio. Ma una certezza ci spinge a tutto sopportare con pazienza: la nostra fede in Gesù, il Cristo, vero Dio e vero Uomo, il trionfo certo della Chiesa Cattolica, del Corpo mistico di Cristo e del Cuore immacolato di Maria … et Ipsa conteret caput tuum

S. S. PIO VI

In gravissimis


Roma, 19 marzo 1792

1. Nelle gravissime e molteplici preoccupazioni che dobbiamo continuamente sostenere, per quella sollecitudine a favore di tutte le Chiese che Ci è stata affidata dal supremo Principe dei Pastori, Gesù Cristo, in questi tempi pericolosi, nei quali molti, anzi troppi, figurano nel numero di coloro di cui parla profeticamente l’Apostolo, di coloro cioè che “non sopportano più la sana dottrina e si circondano di maestri che corrispondano ai loro desideri, rifiutando di dare ascolto alla verità, Noi non troviamo maggiore e più dolce conforto che comunicare con i Nostri Fratelli Vescovi che, chiamati a far parte della Nostra stessa sollecitudine, si dedicano con animo alacre e coraggioso ad eseguire i doveri del loro ufficio e a provvedere alla salvezza del gregge loro affidato con grande diligenza e nel migliore modo possibile.

2. Abbiamo provato recentemente una grande consolazione quando abbiamo letto e riletto la lettera piena di zelo che Ci avete inviato il 16 dicembre dello scorso anno voi che vi trovate a Parigi, e quella che Ci hanno scritto l’8 gennaio del corrente anno i vostri Fratelli Vescovi che risiedono a Roma. Da queste lettere abbiamo appreso che Ci chiedevate di investire con un indulto generale tutti i singoli Vescovi del Regno di Francia e gli amministratori delle Diocesi (per il tempo in cui sono vacanti le Sedi Episcopali) di alcune più ampie facoltà, onde possano pascere e governare più facilmente il gregge affidato.

3. Non abbiamo trovato alcuna difficoltà a riconoscere quanto giusta fosse questa richiesta, così corrispondente alla malvagità dei nostri tempi e così degna dei sacri Presuli che riconoscono i doveri del loro ufficio e intendono compierli con tutte le loro forze.

Alla fine delle lettere di cui abbiamo parlato, essi testimoniano l’ossequio che le Chiese Gallicane professano verso l’autorità della Sede Apostolica mediante alcune dichiarazioni, due delle quali vogliamo riportare.

La prima dichiarazione è: “Non si deve esercitare nessuna facoltà proveniente dalla Santa Sede o in proprio o da usare attraverso delegati subalterni senza una previa dichiarazione da iscriversi nello stesso corpo dell’atto, cioè che si proceda in virtù del potere delegato dalla Sede Apostolica, annotando anche la data della concessione.

La seconda dichiarazione è: “Si osserveranno rigorosamente i decreti e le disposizioni dei Sommi Pontefici, dei Concilii, nonché le consuetudini della Chiesa di Roma verso la Chiesa Gallicana nel concedere dispense, nell’assolvere da censure e in tutti gli altri atti compiuti in forza di indulti.

4. Pertanto su consiglio di una speciale Congregazione di Venerabili Nostri Fratelli Cardinali della Santa Romana Chiesa tenuta in Nostra presenza il 19 gennaio scorso, concediamo alle vostre Fraternità e a voi diletti Figli amministratori delle Diocesi, per mezzo della presente lettera, per il tempo e nel modo precisati nel presente indulto, le facoltà qui descritte e delle quali devono valersi alcune Sedi Episcopali più di altre.

5. Pertanto confortatevi, Venerabili Fratelli nel Signore, e per la potenza del suo braccio, indossando l’armatura di Dio contro i dominatori di questo mondo di tenebre, combattete come già avete fatto, quali valorosi militi di Cristo. Più che mai in tempo di tribolazione è necessario che i sacri Presuli mostrino quella solida virtù cristiana e quella sacerdotale costanza della quale devono essere dotati, secondo le parole dell’Apostolo, “al fine di essere in grado di esortare i potenti nella sana dottrina e di richiamare coloro che la combattono.

Vi assicuriamo pertanto, sempre, ogni miglior difesa da parte della Nostra autorità pontificia, e la testimonianza della Nostra paterna benevolenza. Come pegno di entrambe impartiamo a voi, diletti Figli, Venerabili Fratelli, con tanto affetto la Benedizione Apostolica.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 19 marzo 1792, anno diciottesimo del Nostro Pontificato.

* * *

FACOLTÀ CONCESSE DALLA SEDE APOSTOLICA

Ai singoli Arcivescovi e Vescovi e Amministratori delle Diocesi del Regno di Francia, che hanno comunione e grazia con la Sede Apostolica.

6. I. Facoltà di assolvere da tutti i casi in qualsiasi modo riservati alla Santa Sede, e particolarmente di assolvere da tutte le censure ecclesiastiche qualsiasi laico ed ecclesiastico, sia secolare, sia regolare, di ambedue i sessi; e anche coloro che aderirono allo scisma e prestarono giuramento civile e perseverarono in esso oltre i quaranta giorni stabiliti nella lettera apostolica del 13 aprile dello scorso anno per la sospensione a divinis, purché tuttavia abbiano ritrattato pubblicamente e palesemente tale giuramento, e abbiano riparato nel miglior modo possibile allo scandalo dato ai fedeli.

7. II. Facoltà di dispensare coloro che, già iniziati allo stato ecclesiastico, devono essere promossi agli Ordini minori o anche agli Ordini sacri, dalle irregolarità contratte in qualsiasi modo; anche da quella che hanno contratto i violatori della sospensione latae sententiae comminata con la stessa lettera del 13 aprile, purché essi, prima di essere dispensati, ritrattino il giuramento civile, prestato in modo puro e semplice, con una ritrattazione pubblica e palese. Si eccettuano tuttavia quelle irregolarità che provengono da bigamia accertata o da omicidio volontario: ma anche in questi due casi si concede la facoltà di dispensare se ci fu una precisa necessità o costrizione di lavoratori buoni e probi, purché, riguardo all’omicidio volontario, non sorga scandalo da una tale dispensa.

8. III. Facoltà di dispensare e commutare anche i voti semplici di castità, per una causa ragionevole, in altre pie opere; e questo per quelle Congregazioni di uomini e donne che sono stretti da questi vincoli, ma non dal voto (solenne e perpetuo) di religione.

9. IV. Facoltà di dispensare nei matrimoni già contratti o da celebrare sull’impedimento di pubblica onestà derivante da legittimi sponsali.

Di dispensare sull’impedimentum criminis se nessuno dei due coniugi ha collaborato, e di restituire il diritto di risarcimento del debito perduto in conseguenza dell’impedimento.

Di dispensare negli impedimenti di cognazione spirituale fuorché tra il padrino e il figlioccio.

Di dispensare nel terzo e quarto grado di consanguineità e di affinità semplice e anche mista, tanto nei matrimoni già contratti quanto in quelli da contrarsi, e non solo tra i poveri, ma anche tra i ricchi.

Di dispensare anche nel secondo grado di consanguineità semplice e mista, purché in nessun modo si tocchi il primo grado, sia nei matrimoni già contratti, sia in quelli da contrarsi, e non solo tra i poveri, ma anche tra i ricchi.

Tutte queste dispense matrimoniali non devono essere concesse se non con la clausola: “Purché la donna non sia stata rapita, e, qualora fosse stata rapita, finché resta in potere del suo rapitore.

Inoltre gli Arcivescovi, i Vescovi e anche gli Amministratori delle Diocesi (onerata con somma gravità la loro coscienza) sono tenuti a trascrivere tutte e singole le dispense matrimoniali concesse o da concedersi in un registro autenticato, che deve essere conservato presso di loro accuratamente e occultamente, con i nomi di tutti coloro che hanno ottenuto la dispensa.

10. V. La facoltà di dispensare, in caso di minore età, di tre mesi per ricevere gli Ordini sacri, salvi gli indulti di dispensare di tredici mesi, in caso di minore età, già concessi dalla Sede Apostolica ad alcuni Vescovi e Amministratori di Diocesi.

11. VI. La facoltà di conferire gli Ordini al di fuori dei tempi stabiliti in caso di utilità o di necessità, se si tratta di Vescovi; e di dispensare a favore di chi deve ricevere gli Ordini fuori dei tempi stabiliti, se si tratta di Amministratori delle Diocesi vacanti.

12. VII. Facoltà di disporre dei benefici parrocchiali e di altri titoli ecclesiastici ai quali è connessa la cura d’anime, in favore di sacerdoti secolari oppure di regolari, di qualsiasi Istituto, senza tener conto della secolarità o della appartenenza religiosa di tali titoli, in mancanza di sacerdoti secolari ai quali conferire i predetti benefici secolari, o in mancanza di sacerdoti religiosi ai quali conferire i benefici degli Ordini religiosi. Si concede pure facoltà di conferire questi benefici, nonostante la regola dei mesi e l’usanza di alternare, per quelle Diocesi nelle quali si osservano la predetta regola dei mesi e l’usanza di alternare.

13. VIII. Facoltà di concedere ai religiosi di qualsiasi Ordine o Congregazione la possibilità di passare in altro Istituto, anche se la regola vigente in quest’ultimo fosse meno austera di quella dell’Istituto nel quale fecero la loro prima professione.

14. IX. La facoltà di concedere ai religiosi regolari esenti e anche non esenti, di qualsiasi Ordine o Istituto, che furono costretti a vivere fuori del convento e a deporre l’abito religioso, di indossare abiti secolari, purché convenienti ad un ecclesiastico; e di continuare a vestire tali abiti sotto l’obbedienza del Vescovo, qualora manchino i relativi Superiori regolari oppure non siano in grado di esercitare qualsiasi giurisdizione sui loro sussidi, fermo sempre restando l’obbligo di osservare i voti solenni.

15. X. La facoltà di presiedere alle elezioni e di confermarle e di dare le obbedienze e di esercitare tutti gli uffici dei superiori immediati nelle case delle fanciulle soggette alla direzione di religiosi, ogni qualvolta questi siano assenti o impediti o negligenti nell’esercizio del loro ufficio. I Vescovi possono procedere come delegati della Sede Apostolica, salvo tuttavia i diritti notoriamente esistenti per qualsiasi titolo nei confronti delle stesse case e delle persone, a norma di speciali clausole canoniche. Parimenti ai medesimi, come delegati della Sede Apostolica, è data facoltà di concedere ai religiosi di ambedue i sessi, anche esenti, sia a tutti collettivamente, sia in particolare ai singoli, la dispensa dall’osservare quella parte di regole e costituzioni che nella presente situazione non può essere osservata senza grave pregiudizio.

16. XI. Facoltà di impartire l’indulgenza plenaria in articulo mortis nella forma prescritta dal Sommo Pontefice Pio VI nella sua costituzione del 7 aprile 1747.

17. XII. Facoltà di rinnovare e prorogare le indulgenze concesse ad tempus dai Sommi Pontefici alle case religiose e alle congregazioni, secondo che sarà richiesto dalle necessità dei tempi e delle circostanze. Inoltre, la facoltà di trasferire tutte le indulgenze (concesse e assegnate per qualsiasi titolo alle Chiese cattedrali o parrocchiali che sono state invase e occupate da pseudo-pastori) a quelle Chiese nelle quali i cattolici possono convenire per celebrare i divini misteri.

18. XIII. Facoltà di estendere e comunicare tali facoltà – eccetto quelle che richiedono l’Ordine episcopale – in toto o in parte, come la loro coscienza avrà suggerito, anche ai sacerdoti idonei, sia per tutti i luoghi, sia per alcuni delle loro Diocesi, per il tempo che riterranno più opportuno, come meglio giudicheranno in Domino; non solo, ma anche facoltà di revocare tali concessioni e anche di moderarne l’uso, sia in relazione al luogo, sia al tempo di esercitarle.

19. XIV. Concediamo il potere di subdelegare ai singoli presbiteri quelle facoltà che non richiedono la consacrazione episcopale e che furono concesse agli Arcivescovi e ai Vescovi di Francia in forza dell’indulto generale del 10 maggio dello scorso anno. Agli Arcivescovi e Vescovi di Parigi e di Lione, e ai Vescovi delle Diocesi più antiche di ogni provincia del regno di Francia, concediamo il potere di subdelegare anche quelle facoltà che in forza delle risoluzioni del 18 agosto furono concesse loro in modo speciale in data 26 settembre dello scorso anno. Queste facoltà vengono prorogate per tutto il tempo di questo indulto.

20. Tutte le predette facoltà vengono concesse per un anno, cominciando da questo giorno, se così a lungo durerà la calamità di questi tempi. Vengono concesse pertanto a condizione che per nessuna ragione si possa usarne fuori delle Diocesi di competenza e neppure nei luoghi non soggetti al Re cristianissimo.

Infine, vengono concesse sotto la precisa condizione che gli Arcivescovi, i Vescovi e gli Amministratori delle Diocesi, nell’esercizio di tali facoltà, espressamente dichiarino che le stesse vengono concesse da loro come delegati dalla Sede Apostolica; tale dichiarazione deve essere inserita nel corpo stesso dell’Atto.


DOMENICA PRIMA DOPO PASQUA (2021)

DOMENICA PRIMA DOPO PASQUA (2021)

DOMENICA IN ALBIS o OTTAVA DI PASQUA.

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Stazione a S. Pancrazio.

Privilegiata di 1 classe. – Doppio maggiore. – Paramenti bianchi.

Questa Domenica è detta Quasimodo (dalle prime parole dell’Introito) o in Albis (anticamente anche post Albas), perché i neofiti avevano appena la sera precedente deposte le vesti bianche, oppure anche Pasqua chiusa, poiché in questo giorno termina l’ottava di Pasqua (Or.). Per insegnare ai neofiti (Intr.) con quale generosità debbano rendere testimonianza a Gesù, la Chiesa li conduceva alla Basilica di S. Pancrazio, che all’età di quattordici anni rese a Gesù Cristo la testimonianza dei sangue. Così devono fare i battezzati davanti alla persecuzione a colpi di spillo cui sono continuamente fatti segno; devono cioè resistere, appoggiandosi sulla fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio, risorto. In questa fede, dice S. Giovanni, vinciamo il mondo, poiché per essa resistiamo a tutti i tentativi di farci cadere (Ep.). È quindi di somma importanza che questa fede abbia una solida base e la Chiesa ce la dà nella Messa di questo giorno. Base di questa fede è, secondo quanto dice S. Giovanni nell’Epistola, la testimonianza del Padre, che, al Battesimo del Cristo (acqua), lo ha proclamato Suo Figliuolo, del Figlio che sulla croce (sangue) si è rivelato Figlio di Dio, dello Spirito Santo che, scendendo sugli Apostoli nel giorno della Pentecoste, secondo la promessa di Gesù, ha confermato quello che il Redentore aveva detto della propria risurrezione e della propria divinità. Nel Vangelo vediamo infatti come Gesù Cristo, apparendo due volte nel Cenacolo, dissipa l’incredulità di San Tommaso e loda quelli che han creduto in Lui senza averlo veduto.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

1 Pet II, 2. Quasi modo géniti infántes, allelúja: rationabiles, sine dolo lac concupíscite, allelúja, allelúja allelúja.

[Come bambini appena nati, alleluia, siate bramosi di latte spirituale e puro, alleluia, alleluia,]

Ps LXXX: 2. Exsultáte Deo, adjutóri nostro: jubiláte Deo Jacob. [Inneggiate a Dio nostro aiuto; acclamate il Dio di Giacobbe.]

– Quasi modo géniti infántes, allelúja: rationabiles, sine dolo lac concupíscite, allelúja, allelúja allelúja.

[Come bambini appena nati, alleluia, siate bramosi di latte spirituale e puro, alleluia, alleluia.]

Oratio

Orémus.

Præsta, quaesumus, omnípotens Deus: ut, qui paschália festa perégimus, hæc, te largiénte, móribus et vita teneámus.

[Concedi, Dio onnipotente, che, terminate le feste pasquali, noi, con la tua grazia, ne conserviamo il frutto nella vita e nella condotta.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Joannis Apóstoli. – 1 Giov. V: 4-10.

“Caríssimi: Omne, quod natum est ex Deo, vincit mundum: et hæc est victoria, quæ vincit mundum, fides nostra. Quis est, qui vincit mundum, nisi qui credit, quóniam Jesus est Fílius Dei? Hic est, qui venit per aquam et sánguinem, Jesus Christus: non in aqua solum, sed in aqua et sánguine. Et Spíritus est, qui testificátur, quóniam Christus est véritas. Quóniam tres sunt, qui testimónium dant in coelo: Pater, Verbum, et Spíritus Sanctus: et hi tres unum sunt. Et tres sunt, qui testimónium dant in terra: Spíritus, et aqua, et sanguis: et hi tres unum sunt. Si testimónium hóminum accípimus, testimónium Dei majus est: quóniam hoc est testimónium Dei, quod majus est: quóniam testificátus est de Fílio suo. Qui credit in Fílium Dei, habet testimónium Dei in se”.  – Deo gratias.

“Carissimi: Tutto quello che è nato da Dio vince il mondo: e questa è la vittoria che vince il mondo, la nostra fede. Chi è che vince il mondo, se non colui che crede che, Gesù Cristo è figlio di Dio? Questi è Colui che è venuto coll’acqua e col sangue, Gesù Cristo: non con l’acqua solamente, ma con l’acqua e col sangue. E lo Spirito è quello che attesta che Cristo è verità. Poiché sono tre che rendono testimonianza in cielo: il Padre, il Verbo e lo Spirito Santo: e questi tre sono una cosa sola. E sono tre che rendono testimonianza in terra: lo spirito, l’acqua e il sangue: e questi tre sono una cosa sola. Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio è maggiore. Ora, la testimonianza di Dio che è maggiore è questa, che egli ha reso al Figlio suo. Chi crede al Figlio di Dio, ha in sé la testimonianza di Dio” (1 Giov. V, 4-10).

Il Vangelo ci presenta la storia come una grande lotta del bene contro il male, della verità contro l’errore, e viceversa. A chi la vittoria? Ai figli di Dio, risponde la Epistola di quest’oggi, dovuta a San Giovanni, l’autore del quarto Vangelo. L’insieme delle forze del male, le negative forze dell’errore, delle tenebre e del gelo, ha un nome classico: si chiama il mondo; l’antitesi, l’antagonista di Dio, l’anti-Dio. Un anti-Dio in carne ed ossa, realissimo a suo modo, d’una realtà empirica e grossolana. Gente che c’è, che parla, che si agita, che si dà delle grandi arie e del gran daffare, che assume volentieri pose trionfatrici. Apparenza e menzogna nota, proclama l’Apostolo. La Vittoria non è del mondo, il mondo è l’eterno sconfitto. Vince Dio e chi nasce da Dio: i figli di Dio. Un altro termine prediletto del quarto Vangelo, che qui riappare: i nati di Dio. E chi è che nasce da Dio? A chi è perciò riservata la vittoria? Potremmo adoperare una frase del quarto Vangelo: « Hi qui credunt in nomine eius: » i credenti in Lui. C’è la frase precisa anch’essa nella nostra Epistola: « gli uomini di fede ». La Vittoria che vince, abbatte, schiaccia il mondo, è la nostra fede: « Hæc est Victoria quæ vincit mundum, fides nostra! – La nostra fede! Fede, badate, non credulità. C’è l’abisso fra le due cose, per quanto molti le scambino. La credulità è una debolezza di mente. Il credenzone è un vinto, vinto dalle illusioni a cui (stolto!) egli dà una consistenza che non hanno. Perché anche senza essere credenzoni o troppo creduli, si può avere una fede non, davvero religiosa o punto religiosa. Si può aver fede in un uomo; si può aver fede in un’idea, non divina. La fede di cui parla il Vangelo è sempre e sola fede religiosa, sanamente, profondamente religiosa: la fede, grazie alla quale noi siamo i figli di Dio, è qualcosa che viene da Lui e va a Lui. Fede buona nella Bontà; una fede, certezza immota, assoluta, profonda. – Il mondo non ha questa fede. Il mondo è scettico. Ha della fede, non la fede; degli idoli; non Iddio, il mondo. Non crede nella bontà amorosa e trionfatrice. Crede alle passioni, non alla ragionevolezza. Crede ai ciarlatani, non agli Apostoli. Crede all’astuzia, non alla verità. Noi siamo invece uomini di fede, gli uomini della fede, noi Cristiani. Noi crediamo alla carità, alla bontà di Dio, della Realtà più profonda, più vera, più alta: Dio! È la formula che adopera per altre volte lo stesso Apostolo: « nos credidimus charitati. » Sono tutte formule che si equivalgono: siamo figli di Dio, crediamo nel Suo nome, abbiamo fede nella Sua bontà. Questa fede è la nostra forza. Chi crede davvero alla Bontà sovrana, dominatrice, divina, è buono; comincia dall’essere o per essere buono. Egli stesso combatte, lotta per bontà, lotta fiduciosamente, colla fiducia della vittoria. Perché sa di essere dalla parte di Dio e di avere Iddio dalla parte propria. « Si Deus prò nobis quies contra nos? » Credere alla vittoria è il segreto per conseguirla. E infatti nella storia, chi l’abbracci nel suo meraviglioso complesso, trionfa la bontà, trionfa Dio. Lo scettico ha dei trionfi apparenti e momentanei… ì minuti. La fede ha per sé i secoli: trionfa con infinito stupore di chi credeva superbamente di aver potuto costruire un edificio sulla mobile arena dello scetticismo. Teniamo alta come segnacolo di vittoria la bandiera della nostra fede.

(P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

Alleluja

Alleluia, alleluia – Matt XXVIII: 7. In die resurrectiónis meæ, dicit Dóminus, præcédam vos in Galilæam.

[Il giorno della mia risurrezione, dice il Signore, mi seguirete in Galilea.]

Joannes XX:26. Post dies octo, jánuis clausis, stetit Jesus in médio discipulórum suórum, et dixit: Pax vobis. Allelúja.

[Otto giorni dopo, a porte chiuse, Gesù si fece vedere in mezzo ai suoi discepoli, e disse: pace a voi.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem.

Joannes XX: 19-31.

“In illo témpore: Cum sero esset die illo, una sabbatórum, et fores essent clausæ, ubi erant discípuli congregáti propter metum Judæórum: venit Jesus, et stetit in médio, et dixit eis: Pax vobis. Et cum hoc dixísset, osténdit eis manus et latus. Gavísi sunt ergo discípuli, viso Dómino. Dixit ergo eis íterum: Pax vobis. Sicut misit me Pater, et ego mitto vos. Hæc cum dixísset, insufflávit, et dixit eis: Accípite Spíritum Sanctum: quorum remiseritis peccáta, remittúntur eis; et quorum retinuéritis, reténta sunt. Thomas autem unus ex duódecim, qui dícitur Dídymus, non erat cum eis, quando venit Jesus. Dixérunt ergo ei alii discípuli: Vídimus Dóminum. Ille autem dixit eis: Nisi vídero in mánibus ejus fixúram clavórum, et mittam dígitum meum in locum clavórum, et mittam manum meam in latus ejus, non credam. Et post dies octo, íterum erant discípuli ejus intus, et Thomas cum eis. Venit Jesus, jánuis clausis, et stetit in médio, et dixit: Pax vobis. Deinde dicit Thomæ: Infer dígitum tuum huc et vide manus meas, et affer manum tuam et mitte in latus meum: et noli esse incrédulus, sed fidélis. Respóndit Thomas et dixit ei: Dóminus meus et Deus meus. Dixit ei Jesus: Quia vidísti me, Thoma, credidísti: beáti, qui non vidérunt, et credidérunt. Multa quidem et alia signa fecit Jesus in conspéctu discipulórum suórum, quæ non sunt scripta in libro hoc. Hæc autem scripta sunt, ut credátis, quia Jesus est Christus, Fílius Dei: et ut credéntes vitam habeátis in nómine ejus.” – 

 “In quel tempo giunta la sera di quel giorno, il primo della settimana, ed essendo chiuse le porte, dove erano congregati i discepoli per paura de’ Giudei, venne Gesù, e si stette in mezzo, e disse loro: Pace a voi. E detto questo, mostrò loro le sue mani e il costato. Si rallegrarono pertanto i discepoli al vedere il Signore. Disse loro di nuovo Gesù: Pace a voi: come mandò me il Padre, anch’io mando voi. E detto questo, soffiò sopra di essi, e disse: Ricevete lo Spirito Santo: saran rimessi i peccati a chi li rimetterete, e saran ritenuti a chi li riterrete. Ma Tommaso, uno dei dodici, soprannominato Didimo, non si trovò con essi al venire di Gesù. Gli dissero però gli altri discepoli: Abbiam veduto il Signore. Ma egli disse loro: se non veggo nelle mani di lui la fessura de’ chiodi, e non metto il mio dito nel luogo de’ chiodi, e non metto la mia mano nel suo costato, non credo. Otto giorni dopo, di nuovo erano i discepoli in casa, e Tommaso con essi. Viene Gesù, essendo chiuse le porte, e si pose in mezzo, o disse loro: Pace a voi. Quindi dice a Tommaso: Metti qua il dito, e osserva le mani mie, e accosta la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma fedele. Rispose Tommaso, e dissegli: Signor mio, o Dio mio. Gli disse Gesù: Perché  hai veduto, o Tommaso, hai creduto: beati coloro che non hanno veduto, e hanno creduto. Vi sono anche molti altri segni fatti da Gesù in presenza de’ suoi discepoli, che non sono registrati in questo libro. Questi poi sono stati registrati, affinché crediate che Gesù ò il Cristo Figliuolo di Dio, ed affinché credendo otteniate la vita nel nome di Lui” (Jov. XX, 19-31). »

(Discorsi di s. G. B. M. VIANNEY Curato d’Ars – vol. II, 4° ed. Torino, Roma; C. Ed. Marietti, 1933)

Sulla Confessione pasquale.

“Erat autem proximum

Pascha, dies festus Judæorum”.

(JOAN. VI, 4).

Sì, Fratelli miei, ecco giunto e trascorso questo tempo fortunato in cui tanti Cristiani hanno abbandonato il peccato, ed hanno strappate le loro povere anime dagli artigli del demonio per rimettersi sotto l’amabile giogo del Salvatore. Ah! avesse Iddio voluto che fossimo nati nel bel tempo dei primitivi Cristiani, che con santa allegrezza vedevano giungere questo momento! O giorno beato! Giorno di salute e di grazia, che cosa sei diventato ora? Dove sono quelle gioie sante e celesti che formano la felicità dei figli di Dio? Sì, M. F., questo tempo di grazia riuscirà a noi di vantaggio o di danno: sarà la causa della nostra felicità, se corrispondiamo alle grazie che ci vengono prodigate in questo prezioso momento; oppure sarà la nostra perdita, se non ne approfittiamo o ne abusiamo. — Ma, mi direte, che vuol dire questa parola Pasqua? — Non lo sapete? Ebbene! Ascoltate e lo saprete. Pasqua significa passaggio, cioè il passaggio dalla morte del peccato alla vita della grazia. Vedrete poi se le vostre Pasque sono buone, e se potete star tranquilli, massime voi, brava gente, che vi accontentate di adempiere il precetto della Chiesa, cioè di fare una sola confessione e comunione per Pasqua.

I. — Perché, F. M., la Chiesa ha stabilito il santo tempo della Quaresima? — Per prepararci a degnamente celebrare la santa Pasqua, mi rispondete; la Pasqua è il tempo in cui Dio sembra raddoppiare le sue grazie, ed eccitare i rimorsi delle nostre coscienze per farci uscire dal peccato. — Va benissimo, è ciò che vi insegna il Catechismo; ma se domandassi ad un fanciullo, qual è il peccato di coloro che non fanno Pasqua? mi risponderebbe semplicemente che è un grave peccato mortale; e se gli chiedessi: Quanti peccati mortali bastano per andare all’inferno? Mi soggiungerebbe: Basta un solo; se si muore senza averne ottenuto il perdono. Ebbene! che ne dite? Non avete fatto Pasqua? — No! mi rispondete. — Ma, poiché non avete fatto Pasqua, ed il non farla è un peccato mortale, dunque vi dannerete. Che ne pensate? Ciò non v’importa nulla? — Ah! avete ragione, dite tra voi, ma se io son dannato, non sarò solo. — Evvia! se ciò non v’importa, se v’è indifferente il salvarvi ed il perdervi, bisognerà proprio che vi consoliate, sperando che nella vostra disgrazia non sarete solo; e perciò non vi importuno più a lungo. Povera anima! che ne dite del linguaggio che tiene questo vostro corpo di peccato in cui avete la disgrazia di abitare? Oh! quante lagrime spargerete per tutta l’eternità! Oh! quanti lamenti! Oh! quanti urli manderete, là in mezzo alle fiamme senza speranza di uscirne! Oh! quanto siete disgraziata d’essere tanto costata a Gesù Cristo e d’essere da Lui separata per sempre! Perché, F. M., non avete fatto Pasqua? — Perché non l’ho voluto, mi direte. — Ma se morite in questo stato vi dannerete. — Tanto peggio! — Ebbene! ditemi, credete d’aver un’anima? — Ah! so bene che ho un’anima. — Ma, forse, credete che dopo la morte tutto sarà finito? — Ah! pensate tra voi: so che la nostra anima sarà felice od infelice, secondoché avrà fatto bene o male. — E che cosa può renderla infelice? — Il peccato, mi direte. — Vi sentite colpevole di peccato, dunque concludo che siete dannato. Non è vero, amico? Siete venuto una volta o due a confessarvi; ma siete sempre stato lo stesso. Perché? Perché non avete voluto correggervi, e vi è indifferente tanto il vivere nel peccato e dannarvi, quanto l’abbandonarlo per salvarvi. Volete dannarvi? Ebbene! non inquietatevi, lo sarete. — Non è vero, sorella mia, che avete lasciato passare Pasqua senza confessarvi? avete vissuto la Quaresima e la Pasqua, in peccato; e perché? Eccone la ragione: perché non avete più religione, avete perduta la fede, non pensate che a divertirvi un poco nel mondo, aspettando di esser gettata tra le fiamme. Vi vedremo, sorella mia, sì, un giorno vi vedremo; vedremo le vostre lagrime, la vostra disperazione; vi riconoscerò, almeno, lo credo; voi vi sarete dannata e ne eravate padrona. Ma tiriamo un velo; lasciamo nascoste nelle tenebre tutte queste sozzure fino al giorno del giudizio. Esaminiamo ora qual è la confessione e la comunione di coloro che si accontentano di accostarvisi una volta all’anno, e vedremo se essi possono esser tranquilli o no. Se per fare una buona confessione, bastasse domandar perdono a Dio, accusare i propri peccati e far qualche penitenza, il peccato, che la religione ci dipinge come una mostruosità, non avrebbe nulla di spaventevole; nulla sarebbe più facile che riparare la perdita della grazia di Dio e seguire la via che conduce al cielo, la quale invece, secondo Gesù Cristo stesso, è così difficile. Sentite ciò che Egli disse ad un giovane che gli domandava se sarebbero stati molti gli eletti, e se la via che conduce al cielo è difficile a seguirsi: Oh! come è stretta questa via! Quanto pochi sono quelli che la seguono! Oh! come sono pochi coloro che la cominciano e giungono alla fine (Matt. VII, 14)! Infatti, F. M., dopo aver vissuto per un anno intero senza fastidi, senza noie, non occupandovi che dei vostri affari temporali, delle vostre ricchezze od anche dei vostri piaceri, senza darvi pensiero di correggervi, né di lavorare per acquistare le virtù che vi mancano; verrete solo nella quindicina di Pasqua, più tardi che potrete, a raccontare i vostri peccati, come narrereste una storia: leggerete in un libro qualche preghiera, o ne farete qualche altra per un certo tempo. E con questo, tutto sarà fatto, e seguirete la vostra vita ordinaria; farete ciò che avete sempre fatto, vivrete come il solito; siete stati veduti ai giuochi e nelle osterie e vi ci si rivedrà: siete stato trovato nei balli e nei festini e vi sarete ritrovato: e così si dica del resto. Alla prossima Pasqua vi ripentirete della stessa cosa. E continuerete così fino alla morte: cioè il sacramento della Penitenza, in cui Dio sembra dimenticare la sua giustizia per non manifestare che la sua misericordia, non sarà più per voi che un gioco od un passatempo! Capite benissimo, che se nelle vostre confessioni non vi è nulla di meglio, potete giustamente concludere che esse non valgono nulla, per non dir di peggio.

II. — Ma per meglio convincervi, esaminiamo la cosa più davvicino. Per fare una buona confessione che possa riconciliarci con Dio, dobbiamo detestare i nostri peccati con tutto il nostro cuore; non perché siamo obbligati a dire al prete cose che vorremmo poter nascondere a noi stessi; ma bisogna pentirsi d’aver offeso un Dio così buono, d’esser restati sì lungo tempo nel peccato, d’aver disprezzato tutte le grazie colle quali ci sollecitava ad uscirne. Ecco, F. M., ciò che deve fare scorrere le nostre lagrime e spezzare il nostro cuore. Ditemi, se aveste questo vero dolore, non vi affrettereste a riparare il male che ne è la causa e a mettervi subito in grazia di Dio? Che direste di un uomo che guastatosi ingiustamente col suo amico e che poi, riconoscendo il suo torto se ne pente e non cerea il modo di riconciliarsi? Se l’amico suo fa qualche passo in proposito, non approfitterà egli dell’occasione? Ma se invece, non facesse conto di tutto ciò, non avreste ragione di dire che gli è indifferente d’essere in buona o cattiva relazione con quella persona? Il paragone è giusto. Chi ha la disgrazia di cadere nel peccato, o per debolezza od inavvertenza od anche per malizia, se ne ha un vero dolore, potrà restare lungamente in questo stato? Non ricorrerà subito al sacramento della Penitenza? Ma, se resta un anno nel peccato e vede con fastidio avvicinarsi il tempo della Pasqua, perché bisogna confessarsi; se, invece di presentarsi in principio di Quaresima al tribunale di Penitenza, per aver qualche tempo in cui potersi mortificare e non passare subito dal peccato alla sacra Mensa; se non vuol sentire parlare che a Pasqua della confessione, che cerca di ritardare per quanto gli è possibile presentandosi poi colle disposizioni di un condannato che vien condotto al supplizio; che cosa significa tutto questo? Eccovelo, che se la Pasqua fosse prolungata fino a Pentecoste, voi non vi confessereste che a Pentecoste: o se non venisse che ogni dieci anni, non vi confessereste che ogni dieci anni; e finalmente, se la Chiesa non ve lo comandasse, vi confessereste soltanto all’ora della morte. Che ne dite? Non è vero, che non è né il rimorso d’aver offeso Dio ciò che vi fa confessare; né l’amor di Dio, ciò che vi fa fare la Pasqua? — Ah! mi soggiungerete, è già qualche cosa, fare la S. Pasqua; e poi noi non la facciamo senza sapere il perché. — Ah! voi non sapete nulla; fate Pasqua per abitudine, per dire che l’avete fatta e, se voleste dire la verità, direste che ai vostri antichi peccati ne avete aggiunto uno nuovo. Non è dunque l’amor di Dio, né il rimorso di averlo offeso, che vi fa confessare e fare la Pasqua, e nemmeno il desiderio di condurre una vita più cristiana. Eccone la prova: se amaste il buon Dio, potreste acconsentire a commettere il peccato con tanta facilità, anzi con tanto piacere? Se aveste orrore del peccato, come dovreste averlo, potreste conservarlo per un anno intero sulla coscienza? Se aveste un vero desiderio di condurre una vita più cristiana, non si vedrebbe almeno qualche piccolo cambiamento nel vostro modo di vivere? No, M. F., non voglio parlarvi oggi di quei disgraziati, i quali non accusano che a metà i loro peccati per timore di non poter fare la Pasqua o d’essere rimandati; o forse per coprire col velo della virtù la loro vita vergognosa; e che, in questo stato s’avvicinano alla sacra Mensa e consumano la loro riprovazione, abbandonano il loro Dio al demonio, per esalare la loro anima dannata nell’inferno. No, voglio sperare che questo non vi riguardi; ma pure continuerò a dirvi che le vostre confessioni annuali non hanno nulla che possa tranquillizzare. — Ma, mi direte, che cosa bisogna fare perché la confessione sia buona? — Se volete saperlo, eccovelo: ascoltate bene, e vedrete se potete star sicuri. Affinché la vostra confessione meriti il perdono, bisogna ch’essa sia umile e sincera, accompagnata da un vero dolore causato dal rimorso d’aver offeso Dio, e non per i castighi che merita il peccato, ed un fermo proposito di non più peccare per l’avvenire. Ciò premesso, dico che è ben difficile che tutte queste disposizioni si trovino in coloro che non si confessano che una volta all’anno: lo vedrete. Cos’è un cristiano ai piedi del prete, al quale fa la confessione dei suoi peccati? È un peccatore che viene col dolore nel cuore, e si getta ai piedi del suo Dio come un reo davanti al giudice, per accusarsi lui stesso e domandare la grazia. Come s’accuserà? Ecco: Io sono un colpevole indegno del nome di figlio: ho vissuto finora in un modo tutto opposto a ciò che mi comandava la mia religione; non ho avuto che disgusto per ciò che si riferisce al servizio di Dio; i santi giorni della domenica e quelli di festa non sono stati per me che giorni di piaceri e di gozzoviglie; o, per dir meglio, non ho fatto nulla di bene fino ad ora; sono perduto e dannato se Dio non ha pietà di me. Ecco, F. M., i sentimenti di un Cristiano che ha in orrore il peccato. Ma, ditemi, si accusano così quelli che trovano non essere abbastanza il restare dodici mesi nel peccato, e trovano che le Pasque si avvicinano troppo veloci? Ahimè! Dio mio! voi vedete le confessioni annue che fanno questi poveri disgraziati, e vedete che le fanno con una noia mortale. Oh! no, no, costui, non è più un reo, coperto di vergogna e penetrato di dolore d’aver offeso Dio, che s’umilia, s’accusa lui stesso, e domanda un perdono di cui si riconosce infinitamente indegno: ma ahimè! oserò dirlo? è un uomo che sembra raccontare una storia, e la racconta male, cerca di mascherarsi e di comparire colpevole il meno che può. Ascoltatelo: non è lui che ha commesso quel peccato d’impurità, è un altro che ve l’ha sollecitato, come se non fosse stato padrone di non seguire quel consigliere. Non è lui che s’è incollerito: è colpa del suo vicino che gli ha detto una parola pungente. Ha mancato alla Messa, sì, ma la compagnia ne fu la causa. Una volta mangiò di grasso in un giorno proibito; se non vi fosse stato spinto non l’avrebbe fatto. Egli ha parlato male, ma fu quello ch’era vicino a lui che l’ha fatto peccare. Diciamo meglio: il marito accusa la moglie, la moglie accusa il marito; il fratello la sorella e la sorella il fratello; il padrone il servo ed il servo cerca, per quanto può, di scaricarsi sul suo padrone. Dicendo il Confiteor, accusano se stessi, dicendo: E mia colpa: due minuti dopo si scusano ed accusano gli altri. Niente umiltà, niente sincerità, niente dolore: ecco le disposizioni di quelli che non si confessano che una volta all’anno. Un parroco dal modo con cui s’accusano, s’accorgerà ch’essi non hanno affatto le disposizioni necessarie per ricevere l’assoluzione. Se dà loro un po’ di tempo per non far loro commettere un sacrilegio, che cosa fanno essi? Ascoltateli: mormorano dicendo che non hanno il tempo di ritornare e che un’altra volta non saranno meglio disposti; e finiscono col dirvi che se non si vuol riceverli, andranno da un altro, che non sarà così scrupoloso, e che li assolverà… Come se Dio non potesse vivere senza di essi! Poveri ciechi!… Vedete da questo quali siano le loro disposizioni. Il sacerdote, dal modo con cui s’accusano, vede ch’essi non dicono tutto; è obbligato di far loro mille domande; essi non dicono né il numero, né le circostanze che cambiano la specie. Vi sono certi peccati ch’essi non vorrebbero dire e neppur nascondere. Che fanno? Li dicono per metà, come se il prete potesse sapere ciò che avviene nel loro cuore. Si accontentano di raccontare in blocco i peccati, senza nemmeno distinguerne i pensieri dai desideri. Il sacerdote chiederà: Non avete mai avuto pensieri di superbia, di vanità, di vendetta o d’impurità? Sapete che quando ci si fermiamo su volontariamente essi sono peccato. Avete commesso qualcheduna di queste mancanze? — Può darsi, risponderà, ma non me ne ricordo. — Ma bisogna dire approssimativamente il numero, altrimenti le confessioni non valgono nulla. — Ah! reverendo, come volete che mi ricordi di tutti i pensieri che ho avuti in un anno? ciò m’è impossibile. — Ah! Dio mio, che confessioni, o piuttosto che sacrilegi! … E neppure, F. M., si occupano delle circostanze che aggravano il peccato e che possono renderlo mortale. Ascoltate come si confessano: mi sono ubbriacato, ho calunniato il mio prossimo, ho peccato contro la santa virtù della purità, ho altercato, mi sono vendicato; e se il confessore non fa domande, basta. — Ma, gli dirà il confessore, quante volte avete fatto questo? Avete commesso di questi peccati in chiesa? Era un giorno di domenica? L’avete fatto in presenza dei vostri figli, dei vostri servi? V’era molta gente? L’onore del vostro prossimo ha sofferto qualche danno? Questi pensieri di superbia vi sono venuti in chiesa, durante la santa Messa? Vi ci siete fermati su per molto tempo? Questi pensieri, contrari alla santa virtù della purità, sono stati accompagnati da cattivi desideri? Quest’altro peccato è stato per inavvertenza o per malizia? Non avete aggiunto peccato a peccato, pensando che vi costerebbe lo stesso confessarvi di molti come di pochi? Vi sono di quelli che escludono affatto il dovere di farvi alcun dettaglio dei loro peccati e vi dicono francamente che essi non hanno nulla da rimproverarsi, che non hanno tempo, che bisogna che se ne vadano. Non avete tempo, ebbene! andatevene. Andare o restare per voi è la stessa cosa. Dio mio! che disposizioni! Dio mio! Sono questi peccatori che vengono a piangere i loro peccati? Bisogna però convenire che vi sono alcuni i quali fanno il possibile per ben esaminarsi, e che dicono i loro peccati meglio che possono; ma con tale indifferenza, freddezza ed insensibilità che strazia il cuore d’un povero sacerdote. Non sospiri, non gemiti, non lagrime! non un segno che annunci il dolore dei loro peccati. Bisogna che il prete, per dar loro l’assoluzione, sia persuaso che essi hanno migliori disposizioni di quelle che mostrano. So bene che le lacrime ed i sospiri non sono segni infallibili di conversione né di contrizione. Succede troppo spesso che quelli che piangono non sono per questo più Cristiani degli altri. Ma è pure cosa impressionante sentir raccontare con tanta freddezza ed indifferenza ciò che deve necessariamente attristarci ed eccitare le nostre lagrime. Se un reo fosse sicuro che, confessando i suoi delitti, riceverà la grazia; vi lascio immaginare se potrebbe manifestarli senza lagrime, nella speranza di commuovere il cuore del giudice e meritarsi il perdono. Osservate un ammalato quando scopre le sue piaghe al medico; udite i suoi sospiri e vedete le sue lagrime. Vedete un amico che vi racconta le sue pene: i suoi atti, il tono della sua voce, il suo modo d’esprimersi, tutto in luì vi rivela il suo affanno ed il suo dolore. Perché, F. M., nulla appare di tutto questo, quando confessiamo i nostri peccati? Non lo sapete? Ebbene! ve l’insegnerò: il vostro cuore non è più commosso delle vostre parole, ed il vostro interno è simile al vostro esterno: i vostri peccati non vi danno più dolore di quello che ne dimostrate. Ecco perché, dopo le vostre Pasque, siete sì poco Cristiano, e non siete né più buono né meno peccatore di prima.

III. Ho detto che il rimorso d’aver offeso Dio, se è vero, deve necessariamente rinchiudere una sincera volontà di non voler più peccare: che se questa volontà è sincera ci porterà altresì a stare in guardia; a cacciare tutti i pensieri cattivi di vendetta, d’impurità, non appena ce ne accorgiamo; a fuggire le occasioni che ci avevan portato al peccato; a nulla trascurare per correggerci delle nostre cattive abitudini. Ebbene! amico, il vostro proposito di non più offendere il buon Dio non è dunque stato sincero, poiché vi si vedeva nelle osterie e vi ci si vede ancora; eravate stato visto in quella compagnia dove avete commesso quel peccato e vi comparite ancor oggi. Converrete con me che non avete fatto alcuno sforzo per viver meglio, che nel corso dell’anno passato. Perché questo, amico mio? Perché? Ecco: perché non desiderate affatto di correggervi, la vostra confessione non è stata che una menzogna e la vostra contrizione una larva di penitenza. Ne volete una seconda prova? Eccola. Di che vi accusavate l’anno scorso? Di ubriachezza, d’impurità, di superbia, di collera, di negligenza nel servizio di Dio? E di che vi accusate quest’anno? Delle stesse cose. E di che vi accuserete l’anno venturo se sarete ancora in vita? Ancora delle stesse cose. E perché, F. M., perché non desiderate affatto di condurre una vita più cristiana; ma vi confessate solo per sdebitarvi e per dire che avete fatto Pasqua; o, se voleste attestare la verità, direste che vi confessate ogni anno per aggiungere un nuovo peccato agli antichi; dicendo così, direste quello che veramente fate. Voi, dunque, non vi accorgete che il demonio vi inganna. S’egli a voi proponesse di abbandonar tutto, a voi che avete l’abitudine di confessarvi una volta l’anno, ne avreste orrore, non vorreste crederlo. Ma egli per avervi un giorno in suo potere, si accontenta di tenervi sempre nelle vostre cattive abitudini. Dubitate di quello che dico? Esaminate la vostra condotta, e vedete se vi siete corretto di qualche peccato dopo tanti anni che vi confessate solo a Pasqua; o per meglio dire, se ogni anno non vi affondate sempre più nell’abisso del peccato.  Ma, mi direte, tutto questo non ci spinge troppo a farci fare la Pasqua. — È vero, ma perché ingannarvi? Vi inganna già abbastanza il demonio; non c’è bisogno che anch’io mi unisca a lui. Io vi dico la pura verità; voi poi farete ciò che più vi aggrada. Io mi comporto in mezzo a voi come un medico in mezzo ad un gran numero di ammalati: egli propone a ciascuno i rimedi convenienti per ristabilirsi in salute; di quelli che disprezzano questi rimedi, egli non si cura; ma a quelli che vogliono usarne dice il gran bene che ne avranno stando alle prescrizioni, e nel medesimo tempo ricorda il male che ne verrà loro se non osserveranno i suoi ordini. Sì, F. M., io faccio lo stesso: vi faccio considerare quanto sono grandi i vantaggi che ci promettono i Sacramenti: o per dir meglio, che se non frequentiamo i Sacramenti, non vedremo mai la faccia di Dio, e siamo sicuri d’esser dannati. Quanto a quelli che, o per ignoranza, o per empietà, disprezzano questi salutari rimedi, i quali soli possono riconciliarli con Dio, faccio come quel medico che lascia da una parte coloro che non vogliono i suoi rimedi. Ma a quelli che mostrano desiderio di prenderli, bisogna assolutamente far conoscere le disposizioni che bisogna portarvi. Io penso, F. M., che forse tutto quello che vi ho detto, vi darà qualche inquietudine sulle vostre confessioni passate; lo desidero con tutto il mio cuore, affinché tocchi dalla grazia del buon Dio e dai rimorsi della coscienza usiate i mezzi che Dio vi offre oggi per uscire dal peccato. Ma, mi direte, cosa bisogna fare per riparare a tutto? — Volete saperlo e farlo? Ecco. Dovete ricominciare le vostre confessioni da quando credete d’averle fatte senza dolore; accuserete il numero delle confessioni e delle comunioni; e direte anche se avete taciuto qualche peccato, e se avete fatto qualche sforzo per non più ricadervi. Bisogna, perché le vostre confessioni possano consolarvi, che ogni confessione abbia operato in voi qualche cambiamento; bisogna che facciate, come dice S. Paolo parlando di Gesù Cristo, che uscì dalla tomba per non rientrarvi mai più (Rom. VI, 9); così voi, confessati i vostri peccati, non dovete tornare a commetterli mai più. Dovete nel vostro cuore, al posto di quella collera, di quell’aria di disprezzo che traspariva ad ogni menoma ingiuria che vi si faceva, far nascere la dolcezza, la bontà e la carità. Voi alla mattina ed alla sera mancavate di recitare le vostre orazioni, vi si vedeva farle senza attenzione e senza rispetto; ora, se siete veramente usciti dal peccato, vi si vedrà ogni mattina e sera fare le vostre preghiere con quel rispetto ed attenzione che il pensiero della presenza di Dio deve ispirarvi. Nei santi giorni di domenica vi si vedeva spesso entrare in chiesa quando le funzioni eran già molto avanzate; ora se avete ben fatto la Pasqua vi si vedrà di buon’ora prepararvi per santamente assistere a questa grande azione. Si vedrà quella madre, invece di correre di casa in casa ad osservare la condotta dell’una e dell’altra, la si vedrà occupata nelle sue faccende, ad istruire i suoi figli o, per meglio dire, la virtù trasparirà da ogni sua azione. Essa farà come quella giovane che da qualche tempo s’era data ai piaceri, anche ai più vergognosi; ma avendo riflesso sul suo spaventevole stato, e sentendo orrore di se stessa, si convertì. Qualche tempo dopo incontrò un giovane col quale spesso aveva trescato: questi cominciò a tenerle il solito linguaggio. Essa lo guardò con un’aria di disprezzo e d’indignazione, ricordandosi che questo disgraziato era stato la causa ch’ella offendesse il buon Dio. Stupito, le disse ch’essa senza dubbio non lo conosceva più. “Ah! disgraziato, t’ho conosciuto troppo! Vedo che tu sei sempre lo stesso, sepolto nel fango della colpa; ma, quanto a me, grazie a Dio, non son più la medesima; ho abbandonato quel maledetto peccato che aveva tanto sfigurata la povera anima mia. Ah! no, mille volte morire piuttosto che ricadere negli antichi peccati! „ Oh! bel modello per un Cristiano che ha avuto la disgrazia di peccare! Che dobbiamo dunque concludere? Eccolo, F. M.. Se non volete dannarvi, non dovete accontentarvi di confessarvi una volta all’anno; perché, ogni volta che vi trovate in peccato, correrete rischio di morirvi e di perdervi per tutta l’eternità. Se siete stati così disgraziati d’aver taciuto qualche peccato, o per timore o per vergogna, o se li avete confessati senza dolore, senza il desiderio di correggervene; od anche, se dopo tanti anni che vi confessate, non avete conosciuto alcun cambiamento nella vostra vita: concludete che tutte le vostre confessioni non valgono nulla e, per conseguenza, non sono state che sacrilegi ed abbominazioni che vi getteranno nell’inferno. Per quelli che non fanno Pasqua non ho nulla da dire; giacché vogliono assolutamente dannarsi, essi ne sono i padroni. Piangiamo la loro disgrazia, preghiamo per essi: la scambievole carità che dobbiamo avere vi ci obbliga. Domandiamo a Dio di non mai cadere in tale accecamento! Resistiamo coraggiosamente al mondo ed al demonio! Sospiriamo incessantemente la nostra vera patria che è il cielo, nostra gloria, nostra ricompensa e nostra felicità. È ciò che vi auguro…

Credo …

IL CREDO

Offertorium

Orémus

Matt XXVIII:2; XXVIII:5-6.

Angelus Dómini descéndit de coelo, et dixit muliéribus: Quem quaeritis, surréxit, sicut dixit, allelúja.

[Un Angelo del Signore discese dal cielo e disse alle donne: Quegli che voi cercate è risuscitato come aveva detto, alleluia.]

Secreta

Suscipe múnera, Dómine, quaesumus, exsultántis Ecclésiæ: et, cui causam tanti gáudii præstitísti, perpétuæ fructum concéde lætítiæ.

[Signore, ricevi i doni della Chiesa esultante; e, a chi hai dato causa di tanta gioia, concedi il frutto di eterna letizia.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

[Joannes XX: 27] Mitte manum tuam, et cognósce loca clavórum, allelúja: et noli esse incrédulus, sed fidélis, allelúja, allelúja.

[Metti la tua mano, e riconosci il posto dei chiodi, alleluia; e non essere incredulo, ma fedele, alleluia, alleluia.]

Postcommunio

Orémus.

 Quæsumus, Dómine, Deus noster: ut sacrosáncta mystéria, quæ pro reparatiónis nostræ munímine contulísti; et præsens nobis remédium esse fácias et futúrum.

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: SULLA CONFESSIONE PASQUALE

I SERMONI DEL CURATO D’ARS

(Discorsi di s. G. B. M. VIANNEY Curato d’Ars – vol. II, 4° ed. Torino, Roma; C. Ed. Marietti, 1933)

Sulla Confessione pasquale.

“Erat autem proximum

Pascha, dies festus Judæorum”.

(JOAN. VI, 4).

Sì, Fratelli miei, ecco giunto e trascorso questo tempo fortunato in cui tanti Cristiani hanno abbandonato il peccato, ed hanno strappate le loro povere anime dagli artigli del demonio per rimettersi sotto l’amabile giogo del Salvatore. Ah! avesse Iddio voluto che fossimo nati nel bel tempo dei primitivi Cristiani, che con santa allegrezza vedevano giungere questo momento! O giorno beato! Giorno di salute e di grazia, che cosa sei diventato ora? Dove sono quelle gioie sante e celesti che formano la felicità dei figli di Dio? Sì, M. F., questo tempo di grazia riuscirà a noi di vantaggio o di danno: sarà la causa della nostra felicità, se corrispondiamo alle grazie che ci vengono prodigate in questo prezioso momento; oppure sarà la nostra perdita, se non ne approfittiamo o ne abusiamo.

— Ma, mi direte, che vuol dire questa parola Pasqua? — Non lo sapete? Ebbene! Ascoltate e lo saprete. Pasqua significa passaggio, cioè il passaggio dalla morte del peccato alla vita della grazia. Vedrete poi se le vostre Pasque sono buone, e se potete star tranquilli, massime voi, brava gente, che vi accontentate di adempiere il precetto della Chiesa, cioè di fare una sola confessione e comunione per Pasqua.

I. — Perché, F. M., la Chiesa ha stabilito il santo tempo della Quaresima? — Per prepararci a degnamente celebrare la santa Pasqua, mi rispondete; la Pasqua è il tempo in cui Dio sembra raddoppiare le sue grazie, ed eccitare i rimorsi delle nostre coscienze per farci uscire dal peccato. — Va benissimo, è ciò che vi insegna il Catechismo; ma se domandassi ad un fanciullo, qual è il peccato di coloro che non fanno Pasqua? mi risponderebbe semplicemente che è un grave peccato mortale; e se gli chiedessi: Quanti peccati mortali bastano per andare all’inferno? Mi soggiungerebbe: Basta un solo; se si muore senza averne ottenuto il perdono. Ebbene! che ne dite? Non avete fatto Pasqua? — No! mi rispondete. — Ma, poiché non avete fatto Pasqua, ed il non farla è un peccato mortale, dunque vi dannerete. Che ne pensate? Ciò non v’importa nulla? — Ah! avete ragione, dite tra voi, ma se io son dannato, non sarò solo. — Evvia! se ciò non v’importa, se v’è indifferente il salvarvi ed il perdervi, bisognerà proprio che vi consoliate, sperando che nella vostra disgrazia non sarete solo; e perciò non vi importuno più a lungo. Povera anima! che ne dite del linguaggio che tiene questo vostro corpo di peccato in cui avete la disgrazia di abitare? Oh! quante lagrime spargerete per tutta l’eternità! Oh! quanti lamenti! Oh! quanti urli manderete, là in mezzo alle fiamme senza speranza di uscirne! Oh! quanto siete disgraziata d’essere tanto costata a Gesù Cristo e d’essere da Lui separata per sempre! Perché, F. M., non avete fatto Pasqua? — Perché non l’ho voluto, mi direte. — Ma se morite in questo stato vi dannerete. — Tanto peggio! — Ebbene! ditemi, credete d’aver un’anima? — Ah! so bene che ho un’anima. — Ma, forse, credete che dopo la morte tutto sarà finito? — Ah! pensate tra voi: so che la nostra anima sarà felice od infelice, secondoché avrà fatto bene o male. — E che cosa può renderla infelice? — Il peccato, mi direte. — Vi sentite colpevole di peccato, dunque concludo che siete dannato. Non è vero, amico? Siete venuto una volta o due a confessarvi; ma siete sempre stato lo stesso. Perché? Perché non avete voluto correggervi, e vi è indifferente tanto il vivere nel peccato e dannarvi, quanto l’abbandonarlo per salvarvi. Volete dannarvi? Ebbene! non inquietatevi, lo sarete. — Non è vero, sorella mia, che avete lasciato passare Pasqua senza confessarvi? avete vissuto la Quaresima e la Pasqua, in peccato; e perché? Eccone la ragione: perché non avete più religione, avete perduta la fede, non pensate che a divertirvi un poco nel mondo, aspettando di esser gettata tra le fiamme. Vi vedremo, sorella mia, sì, un giorno vi vedremo; vedremo le vostre lagrime, la vostra disperazione; vi riconoscerò, almeno, lo credo; voi vi sarete dannata e ne eravate padrona. Ma tiriamo un velo; lasciamo nascoste nelle tenebre tutte queste sozzure fino al giorno del giudizio. Esaminiamo ora qual è la confessione e la comunione di coloro che si accontentano di accostarvisi una volta all’anno, e vedremo se essi possono esser tranquilli o no. Se per fare una buona confessione, bastasse domandar perdono a Dio, accusare i propri peccati e far qualche penitenza, il peccato, che la religione ci dipinge come una mostruosità, non avrebbe nulla di spaventevole; nulla sarebbe più facile che riparare la perdita della grazia di Dio e seguire la via che conduce al cielo, la quale invece, secondo Gesù Cristo stesso, è così difficile. Sentite ciò che Egli disse ad un giovane che gli domandava se sarebbero stati molti gli eletti, e se la via che conduce al cielo è difficile a seguirsi: Oh! come è stretta questa via! Quanto pochi sono quelli che la seguono! Oh! come sono pochi coloro che la cominciano e giungono alla fine (Matt. VII, 14)! Infatti, F. M., dopo aver vissuto per un anno intero senza fastidi, senza noie, non occupandovi che dei vostri affari temporali, delle vostre ricchezze od anche dei vostri piaceri, senza darvi pensiero di correggervi, né di lavorare per acquistare le virtù che vi mancano; verrete solo nella quindicina di Pasqua, più tardi che potrete, a raccontare i vostri peccati, come narrereste una storia: leggerete in un libro qualche preghiera, o ne farete qualche altra per un certo tempo. E con questo, tutto sarà fatto, e seguirete la vostra vita ordinaria; farete ciò che avete sempre fatto, vivrete come il solito; siete stati veduti ai giuochi e nelle osterie e vi ci si rivedrà: siete stato trovato nei balli e nei festini e vi sarete ritrovato: e così si dica del resto. Alla prossima Pasqua vi ripentirete della stessa cosa. E continuerete così fino alla morte: cioè il sacramento della Penitenza, in cui Dio sembra dimenticare la sua giustizia per non manifestare che la sua misericordia, non sarà più per voi che un gioco od un passatempo! Capite benissimo, che se nelle vostre confessioni non vi è nulla di meglio, potete giustamente concludere che esse non valgono nulla, per non dir di peggio.

II. — Ma per meglio convincervi, esaminiamo la cosa più davvicino. Per fare una buona confessione che possa riconciliarci con Dio, dobbiamo detestare i nostri peccati con tutto il nostro cuore; non perché siamo obbligati a dire al prete cose che vorremmo poter nascondere a noi stessi; ma bisogna pentirsi d’aver offeso un Dio così buono, d’esser restati sì lungo tempo nel peccato, d’aver disprezzato tutte le grazie colle quali ci sollecitava ad uscirne. Ecco, F. M., ciò che deve fare scorrere le nostre lagrime e spezzare il nostro cuore. Ditemi, se aveste questo vero dolore, non vi affrettereste a riparare il male che ne è la causa e a mettervi subito in grazia di Dio? Che direste di un uomo che guastatosi ingiustamente col suo amico e che poi, riconoscendo il suo torto se ne pente e non cerea il modo di riconciliarsi? Se l’amico suo fa qualche passo in proposito, non approfitterà egli dell’occasione? Ma se invece, non facesse conto di tutto ciò, non avreste ragione di dire che gli è indifferente d’essere in buona o cattiva relazione con quella persona? Il paragone è giusto. Chi ha la disgrazia di cadere nel peccato, o per debolezza od inavvertenza od anche per malizia, se ne ha un vero dolore, potrà restare lungamente in questo stato? Non ricorrerà subito al sacramento della Penitenza? Ma, se resta un anno nel peccato e vede con fastidio avvicinarsi il tempo della Pasqua, perché bisogna confessarsi; se, invece di presentarsi in principio di Quaresima al tribunale di Penitenza, per aver qualche tempo in cui potersi mortificare e non passare subito dal peccato alla sacra Mensa; se non vuol sentire parlare che a Pasqua della confessione, che cerca di ritardare per quanto gli è possibile presentandosi poi colle disposizioni di un condannato che vien condotto al supplizio; che cosa significa tutto questo? Eccovelo, che se la Pasqua fosse prolungata fino a Pentecoste, voi non vi confessereste che a Pentecoste: o se non venisse che ogni dieci anni, non vi confessereste che ogni dieci anni; e finalmente, se la Chiesa non ve lo comandasse, vi confessereste soltanto all’ora della morte. Che ne dite? Non è vero, che non è né il rimorso d’aver offeso Dio ciò che vi fa confessare; né l’amor di Dio, ciò che vi fa fare la Pasqua? — Ah! mi soggiungerete, è già qualche cosa, fare la S. Pasqua; e poi noi non la facciamo senza sapere il perché. — Ah! voi non sapete nulla; fate Pasqua per abitudine, per dire che l’avete fatta e, se voleste dire la verità, direste che ai vostri antichi peccati ne avete aggiunto uno nuovo. Non è dunque l’amor di Dio, né il rimorso di averlo offeso, che vi fa confessare e fare la Pasqua, e nemmeno il desiderio di condurre una vita più cristiana. Eccone la prova: se amaste il buon Dio, potreste acconsentire a commettere il peccato con tanta facilità, anzi con tanto piacere? Se aveste orrore del peccato, come dovreste averlo, potreste conservarlo per un anno intero sulla coscienza? Se aveste un vero desiderio di condurre una vita più cristiana, non si vedrebbe almeno qualche piccolo cambiamento nel vostro modo di vivere? No, M. F., non voglio parlarvi oggi di quei disgraziati, i quali non accusano che a metà i loro peccati per timore di non poter fare la Pasqua o d’essere rimandati; o forse per coprire col velo della virtù la loro vita vergognosa; e che, in questo stato s’avvicinano alla sacra Mensa e consumano la loro riprovazione, abbandonano il loro Dio al demonio, per esalare la loro anima dannata nell’inferno. No, voglio sperare che questo non vi riguardi; ma pure continuerò a dirvi che le vostre confessioni annuali non hanno nulla che possa tranquillizzare. — Ma, mi direte, che cosa bisogna fare perché la confessione sia buona? — Se volete saperlo, eccovelo: ascoltate bene, e vedrete se potete star sicuri. Affinché la vostra confessione meriti il perdono, bisogna ch’essa sia umile esincera, accompagnata da un vero dolore causato dal rimorso d’aver offeso Dio, e non per i castighi che merita il peccato, ed un fermo proposito di non più peccare per l’avvenire. Ciò premesso, dico che è ben difficile che tutte queste disposizioni si trovino in coloro che non si confessano che una volta all’anno: lo vedrete. Cos’è un cristiano ai piedi del prete, al quale fa la confessione dei suoi peccati? È un peccatore che viene col dolore nel cuore, e si getta ai piedi del suo Dio come un reo davanti al giudice, per accusarsi lui stesso e domandare la grazia. Come s’accuserà? Ecco: Io sono un colpevole indegno del nome di figlio: ho vissuto finora in un modo tutto opposto a ciò che mi comandava la mia religione; non ho avuto che disgusto per ciò che si riferisce al servizio di Dio; i santi giorni della domenica e quelli di festa non sono stati per me che giorni di piaceri edi gozzoviglie; o, per dir meglio, non ho fatto nulla di bene fino ad ora; sono perduto edannato se Dio non ha pietà di me. Ecco, F. M., i sentimenti di un Cristiano che ha in orroreil peccato. Ma, ditemi, si accusano così quelli che trovano non essere abbastanza il restare dodici mesi nel peccato, etrovano che le Pasque si avvicinano troppo veloci? Ahimè! Dio mio! voi vedete le confessioni annue che fanno questi poveri disgraziati, evedete che lefanno con una noia mortale. Oh! no, no, costui, non è più un reo, coperto di vergogna e penetrato di dolore d’aver offeso Dio, che s’umilia, s’accusa lui stesso, e domanda un perdono di cui si riconosce infinitamente indegno: ma ahimè! oserò dirlo? è un uomo che sembra raccontare una storia, e la racconta male, cerca di mascherarsi e di comparire colpevole il meno che può. Ascoltatelo: non è lui che ha commesso quel peccato d’impurità, è un altro che ve l’ha sollecitato, come se non fosse stato padrone di non seguire quel consigliere. Non è lui che s’è incollerito: è colpa del suo vicino che gli ha detto una parola pungente. Ha mancato alla Messa, sì, ma la compagnia ne fu la causa. Una volta mangiò di grasso in un giorno proibito; se non vi fosse stato spinto non l’avrebbe fatto. Egli ha parlato male, ma fu quello ch’era vicino a lui che l’ha fatto peccare. Diciamo meglio: il marito accusa la moglie, la moglie accusa il marito; il fratello la sorella e la sorella il fratello; il padrone il servo ed il servo cerca, per quanto può, di scaricarsi sul suo padrone. Dicendo il Confiteor, accusano se stessi, dicendo: E mia colpa: due minuti dopo si scusano ed accusano gli altri. Niente umiltà, niente sincerità, niente dolore: ecco le disposizioni di quelli che non si confessano che una volta all’anno. Un parroco dal modo con cui s’accusano, s’accorgerà ch’essi non hanno affatto le disposizioni necessarie per ricevere l’assoluzione. Se dà loro un po’ di tempo per non far loro commettere un sacrilegio, che cosa fanno essi? Ascoltateli: mormorano dicendo che non hanno il tempo di ritornare e che un’altra volta non saranno meglio disposti; e finiscono col dirvi che se non si vuol riceverli, andranno da un altro, che non sarà così scrupoloso, e che li assolverà… Come se Dio non potesse vivere senza di essi! Poveri ciechi!… Vedete da questo quali siano le loro disposizioni. Il sacerdote, dal modo con cui s’accusano, vede ch’essi non dicono tutto; è obbligato di far loro mille domande; essi non dicono né il numero, né le circostanze che cambiano la specie. Vi sono certi peccati ch’essi non vorrebbero dire e neppur nascondere. Che fanno? Li dicono per metà, come se il prete potesse sapere ciò che avviene nel loro cuore. Si accontentano di raccontare in blocco i peccati, senza nemmeno distinguerne i pensieri dai desideri. Il sacerdote chiederà: Non avete mai avuto pensieri di superbia, di vanità, di vendetta o d’impurità? Sapete che quando ci si fermiamo su volontariamente essi sono peccato. Avete commesso qualcheduna di queste mancanze? — Può darsi, risponderà, ma non me ne ricordo. — Ma bisogna dire approssimativamente il numero, altrimenti le confessioni non valgono nulla. — Ah! reverendo, come volete che mi ricordi di tutti i pensieri che ho avuti in un anno? ciò m’è impossibile. — Ah! Dio mio, che confessioni, o piuttosto che sacrilegi! … E neppure, F. M., si occupano delle circostanze che aggravano il peccato e che possono renderlo mortale. Ascoltate come si confessano: mi sono ubbriacato, ho calunniato il mio prossimo, ho peccato contro la santa virtù della purità, ho altercato, mi sono vendicato; e se il confessore non fa domande, basta. — Ma, gli dirà il confessore, quante volte avete fatto questo? Avete commesso di questi peccati in chiesa? Era un giorno di domenica? L’avete fatto in presenza dei vostri figli, dei vostri servi? V’era molta gente? L’onore del vostro prossimo ha sofferto qualche danno? Questi pensieri di superbia vi sono venuti in chiesa, durante la santa Messa? Vi ci siete fermati su per molto tempo? Questi pensieri, contrari alla santa virtù della purità, sono stati accompagnati da cattivi desideri? Quest’altro peccato è stato per inavvertenza o per malizia? Non avete aggiunto peccato a peccato, pensando che vi costerebbe lo stesso confessarvi di molti come di pochi? Vi sono di quelli che escludono affatto il dovere di farvi alcun dettaglio dei loro peccati e vi dicono francamente che essi non hanno nulla da rimproverarsi, che non hanno tempo, che bisogna che se ne vadano. Non avete tempo, ebbene! andatevene. Andare o restare per voi è la stessa cosa. Dio mio! che disposizioni! Dio mio! Sono questi peccatori che vengono a piangere i loro peccati? Bisogna però convenire che vi sono alcuni i quali fanno il possibile per ben esaminarsi, e che dicono i loro peccati meglio che possono; ma con tale indifferenza, freddezza ed insensibilità che strazia il cuore d’un povero sacerdote. Non sospiri, non gemiti, non lagrime! non un segno che annunci il dolore dei loro peccati. Bisogna che il prete, per dar loro l’assoluzione, sia persuaso che essi hanno migliori disposizioni di quelle che mostrano. So bene che le lacrime ed i sospiri non sono segni infallibili di conversione né di contrizione. Succede troppo spesso che quelli che piangono non sono per questo più Cristiani degli altri. Ma è pure cosa impressionante sentir raccontare con tanta freddezza ed indifferenza ciò che deve necessariamente attristarci ed eccitare le nostre lagrime. Se un reo fosse sicuro che, confessando i suoi delitti, riceverà la grazia; vi lascio immaginare se potrebbe manifestarli senza lagrime, nella speranza di commuovere il cuore del giudice e meritarsi il perdono. Osservate un ammalato quando scopre le sue piaghe al medico; udite i suoi sospiri e vedete le sue lagrime. Vedete un amico che vi racconta le sue pene: i suoi atti, il tono della sua voce, il suo modo d’esprimersi, tutto in luì vi rivela il suo affanno ed il suo dolore. Perché, F. M., nulla appare di tutto questo, quando confessiamo i nostri peccati? Non lo sapete? Ebbene! ve l’insegnerò: il vostro cuore non è più commosso delle vostre parole, ed il vostro interno è simile al vostro esterno: i vostri peccati non vi danno più dolore di quello che ne dimostrate. Ecco perché, dopo le vostre Pasque, siete sì poco Cristiano, e non siete né più buono né meno peccatore di prima.

III. Ho detto che il rimorso d’aver offeso Dio, se è vero, deve necessariamente rinchiudere una sincera volontà di non voler più peccare: che se questa volontà è sincera ci porterà altresì a stare in guardia; a cacciare tutti i pensieri cattivi di vendetta, d’impurità, non appena ce ne accorgiamo; a fuggire le occasioni che ci avevan portato al peccato; a nulla trascurare per correggerci delle nostre cattive abitudini. Ebbene! amico, il vostro proposito di non più offendere il buon Dio non è dunque stato sincero, poiché vi si vedeva nelle osterie e vi ci si vede ancora; eravate stato visto in quella compagnia dove avete commesso quel peccato e vi comparite ancor oggi. Converrete con me che non avete fatto alcuno sforzo per viver meglio, che nel corso dell’anno passato. Perché questo, amico mio? Perché? Ecco: perché non desiderate affatto di correggervi, la vostra confessione non è stata che una menzogna e la vostra contrizione una larva di penitenza. Ne volete una seconda prova? Eccola. Di che vi accusavate l’anno scorso? Di ubriachezza, d’impurità, di superbia, di collera, di negligenza nel servizio di Dio? E di che vi accusate quest’anno? Delle stesse cose. E di che vi accuserete l’anno venturo se sarete ancora in vita? Ancora delle stesse cose. E perché, F. M., perché non desiderate affatto di condurre una vita più cristiana; ma vi confessate solo per sdebitarvi e per dire che avete fatto Pasqua; o, se voleste attestare la verità, direste che vi confessate ogni anno per aggiungere un nuovo peccato agli antichi; dicendo così, direste quello che veramente fate. Voi, dunque, non vi accorgete che il demonio vi inganna. S’egli a voi proponesse di abbandonar tutto, a voi che avete l’abitudine di confessarvi una volta l’anno, ne avreste orrore, non vorreste crederlo. Ma egli per avervi un giorno in suo potere, si accontenta di tenervi sempre nelle vostre cattive abitudini. Dubitate di quello che dico? Esaminate la vostra condotta, e vedete se vi siete corretto di qualche peccato dopo tanti anni che vi confessate solo a Pasqua; o per meglio dire, se ogni anno non vi affondate sempre più nell’abisso del peccato.  Ma, mi direte, tutto questo non ci spinge troppo a farci fare la Pasqua. — È vero, ma perché ingannarvi? Vi inganna già abbastanza il demonio; non c’è bisogno che anch’io mi unisca a lui. Io vi dico la pura verità; voi poi farete ciò che più vi aggrada. Io mi comporto in mezzo a voi come un medico in mezzo ad un gran numero di ammalati: egli propone a ciascuno i rimedi convenienti per ristabilirsi in salute; di quelli che disprezzano questi rimedi, egli non si cura; ma a quelli che vogliono usarne dice il gran bene che ne avranno stando alle prescrizioni, e nel medesimo tempo ricorda il male che ne verrà loro se non osserveranno i suoi ordini. Sì, F. M., io faccio lo stesso: vi faccio considerare quanto sono grandi i vantaggi che ci promettono i Sacramenti: o per dir meglio, che se non frequentiamo i Sacramenti, non vedremo mai la faccia di Dio, e siamo sicuri d’esser dannati. Quanto a quelli che, o per ignoranza, o per empietà, disprezzano questi salutari rimedi, i quali soli possono riconciliarli con Dio, faccio come quel medico che lascia da una parte coloro che non vogliono i suoi rimedi. Ma a quelli che mostrano desiderio di prenderli, bisogna assolutamente far conoscere le disposizioni che bisogna portarvi. Io penso, F. M., che forse tutto quello che vi ho detto, vi darà qualche inquietudine sulle vostre confessioni passate; lo desidero con tutto il mio cuore, affinché tocchi dalla grazia del buon Dio e dai rimorsi della coscienza usiate i mezzi che Dio vi offre oggi per uscire dal peccato. Ma, mi direte, cosa bisogna fare per riparare a tutto? — Volete saperlo e farlo? Ecco. Dovete ricominciare le vostre confessioni da quando credete d’averle fatte senza dolore; accuserete il numero delle confessioni e delle comunioni; e direte anche se avete taciuto qualche peccato, e se avete fatto qualche sforzo per non più ricadervi. Bisogna, perché le vostre confessioni possano consolarvi, che ogni confessione abbia operato in voi qualche cambiamento; bisogna che facciate, come dice S. Paolo parlando di Gesù Cristo, che uscì dalla tomba per non rientrarvi mai più (Rom. VI, 9); così voi, confessati i vostri peccati, non dovete tornare a commetterli mai più. Dovete nel vostro cuore, al posto di quella collera, di quell’aria di disprezzo che traspariva ad ogni menoma ingiuria che vi si faceva, far nascere la dolcezza, la bontà e la carità. Voi alla mattina ed alla sera mancavate di recitare le vostre orazioni, vi si vedeva farle senza attenzione e senza rispetto; ora, se siete veramente usciti dal peccato, vi si vedrà ogni mattina e sera fare le vostre preghiere con quel rispetto ed attenzione che il pensiero della presenza di Dio deve ispirarvi. Nei santi giorni di domenica vi si vedeva spesso entrare in chiesa quando le funzioni eran già molto avanzate; ora se avete ben fatto la Pasqua vi si vedrà di buon’ora prepararvi per santamente assistere a questa grande azione. Si vedrà quella madre, invece di correre di casa in casa ad osservare la condotta dell’una e dell’altra, la si vedrà occupata nelle sue faccende, ad istruire i suoi figli o, per meglio dire, la virtù trasparirà da ogni sua azione. Essa farà come quella giovane che da qualche tempo s’era data ai piaceri, anche ai più vergognosi; ma avendo riflesso sul suo spaventevole stato, e sentendo orrore di se stessa, si convertì. Qualche tempo dopo incontrò un giovane col quale spesso aveva trescato: questi cominciò a tenerle il solito linguaggio. Essa lo guardò con un’aria di disprezzo e d’indignazione, ricordandosi che questo disgraziato era stato la causa ch’ella offendesse il buon Dio. Stupito, le disse ch’essa senza dubbio non lo conosceva più. “Ah! disgraziato, t’ho conosciuto troppo! Vedo che tu sei sempre lo stesso, sepolto nel fango della colpa; ma, quanto a me, grazie a Dio, non son più la medesima; ho abbandonato quel maledetto peccato che aveva tanto sfigurata la povera anima mia. Ah! no, mille volte morire piuttosto che ricadere negli antichi peccati! „ Oh! bel modello per un Cristiano che ha avuto la disgrazia di peccare! Che dobbiamo dunque concludere? Eccolo, F. M.. Se non volete dannarvi, non dovete accontentarvi di confessarvi una volta all’anno; perché, ogni volta che vi trovate in peccato, correrete rischio di morirvi e di perdervi per tutta l’eternità. Se siete stati così disgraziati d’aver taciuto qualche peccato, o per timore o per vergogna, o se li avete confessati senza dolore, senza il desiderio di correggervene; od anche, se dopo tanti anni che vi confessate, non avete conosciuto alcun cambiamento nella vostra vita: concludete che tutte le vostre confessioni non valgono nulla e, per conseguenza, non sono state che sacrilegi ed abbominazioni che vi getteranno nell’inferno. Per quelli che non fanno Pasqua non ho nulla da dire; giacché vogliono assolutamente dannarsi, essi ne sono i padroni. Piangiamo la loro disgrazia, preghiamo per essi: la scambievole carità che dobbiamo avere vi ci obbliga. Domandiamo a Dio dinon mai cadere in tale accecamento! Resistiamo coraggiosamente al mondo ed al demonio! Sospiriamo incessantemente la nostra vera patria che è il cielo, nostra gloria, nostra ricompensa e nostra felicità. È ciò che vi auguro…

LO SCUDO DELLA FEDE (152)

P. F. GHERUBINO DA SERRAVEZZA

Cappuccino Missionario Apostolico

IL PROTESTANTISMO GIUDICATO E CONDANNATO DALLA BIBBIA E DAI PROTESTANTI (21)

FIRENZE DALLA TIPOGRAFIA CALASANZIANA

DISCUSSIONE XVIII

La Confessione Sacramentale.

116. Prot. Eccomi dunque vinto abbattuto, e per mia propria sentenza, dalla Cattolica Chiesa anche riguardo al culto dei Santi! Ma ora mi faccio ad accusarla al vostro gran tribunale di tale una enormità, che certamente ne sentirete orrore. Essa pertanto ha inventato pel suo tornaconto, un nuovo Sacramento, che appella – Sacramento della Penitenza, o Sacramental Confessione; – e quello che è peggio, asserisce che è d’istituzione divina, e quindi dichiara eternamente dannati tutti coloro che, potendo, non vogliono confessarsi, da un sacerdote approvato, dei loro peccati, almeno mortali, commessi dopo il battesimo, onde ricevere l’assoluzione, per la potestà che dice esserle conferita dal Redentore! «Ma sebbene antichissimo sia l’uso della Confessione, resto però maravigliato con qual fronte si osi sostenere che essa sia di diritto divino!…. La confessione auricolare (nel senso cattolico) è cosa sommamente pestilenziale e nociva per molti capi alla Chiesa; onde come tale la rigetto e condanno. » (Calvino, lib, 3, Instit. Cap. 4, § 7, 19)-

Bibbia. Sta scritto: « Gesù poi rispondendo disse a lui… E io dico a te che tu sei Pietro:… e a te darò le chiavi del regno de’ ieli, e tuttociò che avrai legato sopra la terra, sarà legato anche ne’ cieli: e tuttociò che avrai sciolto sopra la terra, sarà sciolto anche ne’ cieli. » (Matth. XVI, 17 segg.).

 Dipoi disse a tutti gli Apostoli: « In verità vi dico: Tutte quelle cose che avrete legate sulla terra, saranno legate anche nel cielo: e tutte quelle che avrete sciolte sulla terra, saranno sciolte anche nel cielo. » (ivi, XVIII, 18). Non facendosi qui eccezione di sorta, è fuor di dubbio che la gran potestà di sciogliere e di legare si estende incontrastabilmente anche ai peccati. Che se ancora ne dubiti, ascolta.

« Disse loro di nuovo Gesù: Pace a voi: Come il Padre mandò me, anch’io mando voi. E,detto questo, soffiò sopra di essi, e disse: Ricevete lo Spirito Santo: Saran rimessi i peccati a chi li rimetterete: e saran ritenuti a chi li riterrete. (Giov. XX, 21, 22, 23). Ecco dunque concessa da Gesù Cristo agli Apostoli, ed in essi ai Sacri Ministri della sua Chiesa, la divina potestà di perdonarci i peccati, e quindi, ecco la divina istituzione del Sacramento della Penitenza, e conseguentemente della Confessione; poiché ognun vede che non potendo né dovendo i Sacri Ministri operare a caso, alla cieca, ma dovendo assolutamente procedere con retto e maturo giudizio, e quindi con piena cognizione di causa nel rimettere o ritenere i peccati; ciò sarebbe loro impossibile senza la Confessione dei medesimi. Che poi questa sia auricolare, non è di necessità, e però se a te piace di farla pubblicamente, serviti pure, non cesserà per questo di esser valida: purché una Confessione vi sia. e sia fatta al sacerdote approvato, siccome è scritto: « Se confesseremo i nostri peccati: egli Dio, è fedele e giusto per rimettere i nostri peccati, e mondarci da ogni iniquità. » (I Giov. I, 9).

« Il tutto a Dio, il quale.,., ha dato a noi il ministero della riconciliazione. Dappoiché Iddio era, che seco riconciliava (nell’Antico Testamento) il mondo in Cristo, non imputando ad essi i loro peccati. » (II Cor. V, 18). « Tutti compresi furono da timore,… e molti di quelli che avevano creduto venivano (da Paolo) a confessare e manifestare le opere loro. » cioè i loro peccati. E qui devi avvertire che l’espressione del testo originale, cioè, – « αναγγέλλοντες » – significa manifestare, etc. dettagliatamente; onde potrebbe tradursi: venivano a confessare e manifestare ad una ad una le opere loro, ossia le loro colpe. Ora cosa ne dici, mentre vedi che la Confessione è praticata, dai fedeli presso gli Apostoli, e dagli Apostoli sì chiaramente asserita necessaria, e inculcata? Rispondi!

117. Prot. Non ho che rispondere in contrario, sono con voi: ascoltatemi. – S. Giacomo dice: – Confessate l’uno all’altro i vostri peccati –  perché non si dà remissione di peccati senza la Confessione, quando vi è luogo di potersi confessare; né basta condurre i preti all’infermo, se questi non si confessa. Dunque, – Confessate l’uno all’altro i vostri peccati – cioè, l’uomo all’uomo, non solamente a Dio. dice la Glossa. E così è manifesto che vi è il precetto di confessarsi. Il Signore comandò implicitamente la Confessione, dicendo: – Matt. IV. – Fate penitenza – Dipoi gli Apostoli la comandarono espressamente, e distintamente, come nel luogo sopraccitato. Parlandosi dunque di peccati mortali, quel – Confessate l’uno all’altro i vostri peccati – indica che la Confessione non è di consiglio, e deve farsi confessandosi al maggiore, cioè al Sacerdote. » (G. Hus, Comment in Epist. Jacob, cap. V).

« S. Paolo dice: – I Cor. XI. 28. – Provi perciò l’uomo sé stesso,  etc. cioè provi sé stesso nella contrizione, se cordialmente siduole dei commessi peccati: nella Confessione, se di tutti siasi confessato: nella soddisfazione, se fa o vuole o no compire la penitenza ». (Il medes. lib. De cœna Domini, in illudProbet autem seipsum homo.)

«Imperochè tre sono, come dicono i Dottori, le parti dellapenitenza perfetta (del Sacramento della penitenza), cioè, Contrizione, Confessione e Soddisfazione. Dunque la seconda parte della Confessione, la quale è una ricognizione dei peccatidavanti al sacerdote, e la quale deve esseree piana e intera: piana, affinché il sacerdote intenda: intera, cioè che il confitente non nasconda scientemente alcun peccato; imperocché sta scritto – Prov. XXVIII. 13. – Chi nasconde i suoi peccati non avrà bene. » (G. Hus, Tract, de pœnit. pro Jacobo.).

« Fra quello che di bello e di amabile ha la Religione cristiana, bellissima e amabilissima cosa è nel vero l’istituzione della Confessione in Sacramento, la quale attirava pure a sé gli sguardi de’ popoli della Cina e del Giappone. Conciosiachè quel dover dire di necessità i propri falli al sacerdote, ritiene molti dall’atto di peccare, e massime quei che non hanno ancora un cuor di macigno; oltreché molto consola quei che sono andati errati. Un Confessore savio, prudente e pio, a ragione da essi si reputa quale strumento potente mandato da Dio per la conquista delle anime. Quello che egli avvisa, e ci comunica co’ suoi consigli, oh! Quanto giova a porre ordine e modo nelle nostre inclinazioni, a conoscer per entro la bruttezza loro, le nostre mancanze, a fuggire da tutto ciò che ci potrebbe perdisavventura presentare occasione al peccato. Cifa rimediare altresì in qualche guisa aimali di cui fummo altrui cagione, ne fa restituire le cose messe a ruba, scioglie i dubbi e illumina l’intelletto: leva ad alti desii lo spirito venuto meno, e finalmente (che è tutto) cancella dall’anima tutti i segni del peccato, e ne medica le ferite. » (Leibniz, Teodicea, p. 265 e nel Sist. Teolog., p. 120 e segg.).

« La coscienza di un fallo commesso è già molto. Basta un appello solo di avere errato, perché l’anima se ne affligga, e ne senta il peso. Solo quando il peccato si trasforma, per così dire, in abitudine e natura di ogni ingiustizia, essa non ha più alcun tema né reminiscenza del mal fatto che la tormenti. In queste congiunture tristissime, gli uomini mossi da naturale istinto, (non senza impulso della grazia) sogliono esser presi da forte desio di liberarsi alla fine dal peso che gli affatica e gli opprime con tanto dolore, e di scemar la paura dell’anima propria, comunicandola in certa guisa nel seno di un’altra persona, la quale nel silenzio e nella segretezza ispiri loro fiducia. Bene avverrà che discorrendo in quella confessione le mancanze proprie, un improvviso rossore colorirà santamente le gote, il che pertanto non rimarrà senza un subito premio; imperocché una quiete soave s’ingenera soavemente nell’anima, e ne caccia la smania irrequieta, e sarà frutto, secondo che accade, della fiducia e della simpatia così di prima giunta nata nel cuore. Essi godono di quella consolazione che è una delle più forti dell’animo, di non aver perduto ad ogni guisa il diritto alla stima altrui, ben avvedendosi che se la loro vita fu manchevole e e degna di biasimo infino a quel punto, pure molto si commenda al presente, e si fa festa al sentimento dell’animo loro. » (Smith, Teoria de’ sensi umani, p. 562).

«Infatti a gran fatica ed appena si può narrare quanti uomini malvagi, e quante donne dissolute abbiano per siffatta istituzione riacquistata la speranza di salvezza, e conosciuti se stessi, e lo stato loro; e quel che è più, vennero sollevati, a così dire, con questa mano,  dall’orlo degli abissi, in cui altrimenti sarebbero una volta per sempre caduti. » (Plank, Opere varie di argomento teologico. T. 2, p, 176).

« Non voglio che alcuno mi tolga la Confessione, non la darei per il tesoro di tutto il mondo. Quanto essa possa, non lo conosce se non chi ha combattuto spesso e molto col diavolo. Tempo fa sarei stato ucciso dal diavolo, se la Confessione non mi avesse salvato (Lutero, presso Cocleo: Ad Joan. Abbat. Coloniens.).

«Oggimai è pienamente conosciuto che l’idea del perdono dei peccati, e della giustificazione (alla protestante), sebbene con tanto apparato di parole messe in campo da Lutero, in opposizione di quello che insegna la Chiesa Romana, pure è distrutta dall’antica dottrina di Cristo. E su di questo punto i Cattolici dettero nel segno, quando in mezzo ciò che di favorevole trovarono nella cristiana antichità » (W. Macuscher, Compendio storico della Religione. T, 2, p. 186).

« Una confessione pubblica (alla protestante) fatta così in generale non merita neppur questo nome. Essa è come non fosse. » (Steffens, Il tempo presente, T. 1, p. 176)

« Domandate ad un uomo di campagna, che cosa abbia mai tratto di buono dalla Confessione pubblica generale. A mala pena saprà dirvi cosa; e se pur gli vorrà fatto di rispondere, che ne udrete? Che essa si fa più presto. E bene sta. Perciocché questo è il solo utile che egli conosca, e se ne ripromette. » (Bretschneilder. Manuale di dogmatica, T. 2, p. 870).

« Mi duole al vivo, che ciò nonostante sia così piccolo il novero di quelli che desiderano di presente la Confessione privata (auricolare) troppo precipitosamente voluta togliere da noi Luterani. » (C. T . Nitzsh, Studii teologici, 1832, T. 2, p. 451).

« L’uso della Confessione fatta in segreto al sacerdoti oltre ad essere una cosa di gran vantaggio, esisteva altresì nella Chiesa antica. » (Montague, Appel., c. 32).

« È necessario che nella Confessione si ritenga V l’assoluzione particolare; il rigettarla è un errore condannato e proprio de’ novatori. Questa assoluzione è un vero Sacramento propriamente detto. Il poter delle chiavi rimette i peccati non solo davanti alla Chiesa, ma anche davanti a Dio » (Confess. Ausburg, Art. XI, p. 12, 22).

IL SENSO MISTICO DELL’APOCALISSE (1)

Le sens mystique de l’Apocalypse

G Dom. Jean de MONLÉON

Monaco Benedettino

Il Senso Mistico dell’APOCALYSSE (1)

Commentario testuale secondo la Tradizione dei Padri della Chiesa

LES ÉDITIONS NOUVELLES 97, Boulevard Arago – PARIS XIVe

Nihil Obstat: Elie Maire Can. Cens. ex. off.

Imprimi potest: t Fr. Jean OLPHE-GALLIARD Abbé de Sainte-Marie

Imprimatur: A. LECLERC. – Lutetiæ Parisiorum die II nov. 1947

Copyright by Les Editions Nouvelles, Paris 1948

PREFAZIONE

La presente opera non è un trattato di esegesi, almeno nel senso in cui la parola è intesa oggi: lo diciamo espressamente affinché i maestri della scienza biblica non si aspettino di trovarvi alcuna nuova luce, se per caso cadesse nelle loro mani. La sua ambizione molto più modesta si limita a cercare di essere un libro di lettura spirituale. Si rivolge non ai dotti ma alla gente semplice, e si propone, seguendo il filo del racconto di San Giovanni, di parlare loro di Dio, di Gesù Cristo Nostro Signore, delle lotte che la Chiesa militante – e ciascuno di noi con lei – deve sostenere per entrare un giorno nella gloria della Chiesa trionfante. – Inoltre, l’esegesi dell’Apocalisse è stata fatta con un’autorità e una competenza che sfidano tutte le pretese della critica contemporanea; il commento del compianto P. Allô, quello del R. P. Ferret, per non citare che i migliori tra tanti altri, lasciano poche cose da considerare. Tuttavia, se il significato letterale è stato perfezionato da loro; se il significato figurativo è stato studiato con metodo, d’altra parte, il significato spirituale o mistico propriamente detto, è stato generalmente lasciato nell’ombra. Cosa c’è di così sorprendente? – Il senso mistico ha uno svantaggio singolare nel nostro XX secolo, tra gli esegeti di professione.  Origene si lamentava già della guerra che coloro che ascoltano solo la lettera della Scrittura stavano conducendo contro le sue esposizioni allegoriche. Oggi, però, l’ostracismo che lo ha colpito ha raggiunto il suo apice. Senza dubbio nessuno osa negare formalmente la sua esistenza, poiché la teologia lo insegna, ma è trattato più come un parente povero: come un minus habens. L’interpretazione spirituale dei nomi ebraici, dei numeri, dei fatti storici è stata riposta nella soffitta della scienza biblica, come un mucchio di paccottiglia fuori moda. Mai, nei Commentari che si pubblicano oggi, sia sull’Antico che sul Nuovo Testamento, un autore si azzarderebbe a introdurlo nella trama delle sue discussioni, a invocarlo per giustificare un passaggio la cui spiegazione letterale si rivela impossibile, infantile o assurda. Si amerà meglio fare al testo tutte le violenze immaginabili, piuttosto che riconoscere, secondo l’insegnamento unanime e costante dei Padri, che questa oscurità è intenzionale, voluta da Dio, proprio per costringere il lettore a passare dal piano della lettera al piano superiore dello spirito. E se, per ravvivare con un po’ di vita, un po’ di calore, un po’ di luce, l’arida monotonia delle esposizioni critiche, si fa una discreta allusione alle realtà che appartengono all’ambito mistico, lo si relega alle “applicazioni messianiche”, agli “usi liturgici”, o a un piccolo “bouquet spirituale” che arriva in forma di conclusione, ma che non ha nulla a che vedere con la spiegazione seria e scientifica del brano studiato. Tuttavia, forse mai il mondo è stato più assetato di misticismo come ai nostri tempi. Indubbiamente nessuna parola è più pericolosa di questa, nessuna parola è più fertile di aberrazioni ed errori di ogni tipo, e la diffidenza della Chiesa nei suoi confronti è fin troppo comprensibile. Ma la realtà che rappresenta non è meno una delle prerogative più nobili dell’uomo. L’uomo è stato definito: un animale religioso. Non basta dire questo, se la religione è intesa come un semplice ritualismo, o un codice morale. Bisogna andare oltre e dire allora che l’uomo è un animale mistico: aspira a fuggire dalla realtà terrena di cui è prigioniero, verso un mondo soprasensibile, verso l’infinito, lui che è della razza degli Angeli, lui che è fatto a immagine di Dio, e che può trovare il suo equilibrio, il suo riposo, la sua felicità solo nella conoscenza e nel possesso di Dio. È questo bisogno di fuga, questo desiderio di estasi, che è alla base di tutti i mistici. L’intensità di questo bisogno è decuplicata oggi, come la forza di un gas troppo compresso, dall’oppressione che il materialismo ed il positivismo hanno portato su di esso; dalla pretesa formulazione della scienza del XIX secolo, nel nome dei suoi progressi, di sottomettere interamente lo spirito umano alla sua tutela, di risolvere da sola tutti i problemi che lo preoccupano, di chiudere tutti gli orizzonti che non sia in grado di controllare. È a questa irresistibile fame di l’aldilà che dobbiamo attribuire l’attuale rinascita delle scienze occulte, la moda della spiritualità orientale in Occidente, il successo di movimenti come quello di Rama-Krishna, la simpatia dimostrata anche da sinceri cristiani per le pratiche dello Yoga, come se non ci fosse, nel Cattolicesimo, una dottrina della contemplazione superiore a tutte le altre! – Perché a questo bisogno di fuggire, o più esattamente di ascendere ad un mondo superiore, quale cibo più sano, quale guida più sicura può esserci data che la Sacra Scrittura, la Parola di Dio, la pura Verità che scaturisce dalle profondità stesse della Santissima Trinità? Non è senza motivo che i maestri di spiritualità del Medioevo, come San Bernardo o Guiguo il Certosino, per esempio, hanno fatto della lettura, la lectio, il primo grado della contemplazione. E la lectio, per loro, era ovviamente la lettura della Sacra Scrittura, poiché la Bibbia era allora il Libro per eccellenza, quello che si rileggeva e meditava senza mai stancarsene. Il significato mistico che vi è avvolto nel senso letterale, ha proprio come scopo, sulla testimonianza di San Tommaso, di farci conoscere “le cose invisibili per mezzo delle cose visibili” (Quodlibet VII, qu. VI, art. 16, in corp.). Sotto il velo dei racconti storici, delle visioni, delle parabole e degli insegnamenti di ogni genere in essa contenuti, ci rivela, per un lato, il fine verso cui camminiamo, quella meravigliosa Città che l’occhio dell’uomo non ha visto, che il suo cuore non può immaginare e che tuttavia dovrà essere un giorno la sua dimora, se saprà rendersene degno; è questa Città che è oggetto del significato detto: anagogico. D’altra parte, ce ne insinua i mezzi con i quali si va a questo fine, e che sono essenzialmente due: uno riguardante l’intelligenza, l’altro la volontà. Queste due facoltà maestre, infatti, hanno ciascuna il proprio sforzo da compiere per assicurare la salvezza dell’uomo ed il suo progresso spirituale: La prima deve essere nutrita dalla fede, dalla vera fede in Gesù Cristo e nella sua Chiesa, e a questo proposito trova un nutrimento di qualità eccezionale nel cosiddetto senso tipico, o allegorico, o messianico, che nasconde sotto le narrazioni e le figure della Scrittura numerose allusioni alla vita del Salvatore, alla sua morte e ai misteri della Redenzione. La volontà, da parte sua, riceve in senso morale, o tropologico, insegnamenti sulla disciplina che deve imporsi e sulle lotte che deve sostenere. – La combinazione degli elementi che abbiamo appena nominato: anagogico, tipico e morale, e sui quali non è il caso di insistere ulteriormente in questa sede, costituisce propriamente quello che si chiama il senso mistico della Scrittura, che non ha nulla a che vedere con le pie divagazioni o le sottili immaginazioni con le quali si pretende di assimilarla. Non è stato inventato né da Origene, né da Sant’Agostino, né da nessuno dei Padri latini e greci. Ha un valore oggettivo assoluto: è stato “voluto e ordinato da Dio stesso”, secondo le recenti parole di Sua Santità. Pio XII. È lo Spirito Santo che ne è l’autore, è Lui che l’ha racchiuso nei Libri Santi sotto le figure del senso letterale. Lungi dall’indebolire il suo valore, lo illumina e lo ravviva. Esso gli si unisce armoniosamente come l’anima al corpo, per fare della Scrittura una parola viva: ma è Lui che ne è l’anima, è Lui che dà alla Bibbia il suo carattere unico e trascendente. La sua inesauribile ricchezza, le sue infinite ramificazioni ne fanno una miniera dove l’uomo che medita e prega, trova costantemente nuovo nutrimento per mantenere la sua intimità con Dio, nuove luci per guidare i suoi passi nelle tenebre del mondo presente. Tutti i Padri della Chiesa, senza eccezione, i Dottori, i Maestri di vita spirituale, i Santi di ogni secolo ne hanno attinto a piene mani, nello stesso tempo in cui l’hanno arricchita con le loro proprie scoperte. – Tutta la Tradizione cattolica, sancita dagli insegnamenti dei Sommi Pontefici – senza eccettuarne l’Enciclica Divino Afflante, alcuni dei quali, però, sarebbero un’arma contro di essa – ha affermato la sua esistenza e sottolineato il suo valore. È grazie ad esso che il Cristianesimo possiede la mistica più trascendente, la più luminosa… la più deliziosa che si possa immaginare, e l’unica vera. Per averne la certezza, basta aprire qualsiasi trattato di qualunque Maestro su questo argomento: San Bernardo, Ugo o Riccardo di San Vittore, San Tommaso o San Bona-venture, Dionigi il Certosino o San Giovanni della Croce, Santa Gertrude o Santa Teresa: vedremo sempre le loro affermazioni costellate di pietre preziose, cioè sostenute, corroborate, illustrate, da testi della Scrittura. E dalla presenza di questi vediamo una tale luce, una tale forza, un tale splendore, una tale certezza di verità, che, quando li confrontiamo, le altre spiritualità vedono subito svanire la loro brillantezza come lanterne alla luce del sole. Lungi da noi, naturalmente, minimizzare l’immenso servizio alla Chiesa di coloro che lavorano per stabilire il testo autentico e per chiarire il significato letterale dei Libri Santi, soprattutto dopo la magnifica testimonianza data loro da Papa Pio XII nell’Enciclica Divino Afflante. – Il senso mistico stesso non può che guadagnare dal loro lavoro, e nuove strade vengono indubbiamente aperte loro dal progresso della scienza biblica, specialmente dalla conoscenza più profonda delle lingue orientali. Ma infine, bisogna capire che accanto agli specialisti che si appassionano alle questioni esegetiche; accanto agli apologeti che hanno bisogno di una base inattaccabile per rispondere agli avversari della fede, c’è una massa immensa di fedeli che non ha difficoltà ad accettare il testo sacro, così come la Chiesa glielo dà nella sua liturgia; che si stancano presto di osservazioni filologiche, confronti di varianti, allusioni alla storia ed alla morale ebraica, e saggi sulla poesia ebraica, ai mezzi con i quali, quasi esclusivamente, si pretende oggi di commentarli; e domandano che l’intelligenza profonda, la spiegazione spirituale sia data loro, in funzione dei misteri della religione cristiana. In prima linea tra i fedeli ci sono i religiosi appartenenti ai cosiddetti ordini contemplativi, che sono votati, per così dire, per stato alla vita mistica, ma che, tuttavia, possono solo con difficoltà avvicinarsi alle opere antiche stesse, dove è esposto il significato spirituale della Scrittura. È per loro, innanzitutto, ma anche per tutti i Cristiani desiderosi di sentir parlare di Dio, che desiderano fuggire dall’atmosfera pesante del mondo attuale, immergersi ogni giorno, almeno per qualche momento, nel pieno soprannaturale, che abbiamo scritto quest’opera. – Avremmo potuto, è vero, limitarci a fare una catena di spiegazioni prese alla lettera dai Padri e dai Dottori, ma, da un lato, le menti moderne non sono sempre in grado di afferrare il pensiero degli Antichi in queste materie, senza una preparazione preliminare, perché il clima intellettuale e spirituale in cui viviamo è troppo diverso da quello delle epoche della fede. D’altra parte, lo studio del significato mistico della Scrittura è, come tutte le parti della teologia, se non nella sua essenza, nella sua formulazione ed applicazione. Esso beneficia del lavoro di esegesi letterale, e noi stessi abbiamo raccolto molti chiarimenti e precisazioni nei commentari moderni. Ma è soprattutto agli Antichi, a coloro che sono i depositari autentici e qualificati del significato mistico della Scrittura, che abbiamo chiesto il segreto del pensiero di San Giovanni, guardandoci bene da ogni interpretazione che si discostasse dalla linea da loro tracciata. Abbiamo preso come opera di base il trattato di Dionigi il Certosino sull’Apocalisse. Abbiamo completato e arricchito le sue spiegazioni con i commenti di Sant’Alberto Magno, Riccardo di San Vittore, Ruperto di Deutz, Walafrid Strabon, Tommaso d’Inghilterra. Non abbiamo ritenuto necessario caricare questo lavoro con un apparato di riferimenti, che sarebbe stato superfluo per lo scopo che ci siamo prefissi. Ma qui dichiariamo espressamente che la giustificazione di tutte le interpretazioni scritturali date in esso può essere trovata senza difficoltà in uno dei commenti elencati sopra. – Che questo modesto lavoro, nonostante le sue imperfezioni e mancanze, possa dare il suo contributo allo sforzo, già in corso vari modi, di ritornare ad un’interpretazione più spirituale, più gustosa della Scrittura, figlia di quella di cui si sono nutrite le epoche della fede! Possa aiutare soprattutto coloro che lo leggeranno a disegnare all’orizzonte dei loro pensieri, al di sopra del caos in cui si dibatte il mondo attuale, la visione radiosa della Città di Dio, che sola assicurerà all’uomo ciò che invano cerca quaggiù: la felicità totale, la felicità senza misture, nel possesso dell’Amore e della Pace eterni.

INTRODUZIONE

Per comprendere lo scopo generale dell’Apocalisse è necessario ricordare brevemente le circostanze in cui quest’opera fu composta. Quando, dopo l’Ascensione del Salvatore, gli Apostoli si sparsero per il mondo, San Giovanni ricevette in sorte l’Asia Minore, che evangelizzò dopo San Paolo. Lì stabilì sette sedi episcopali: Smirne, Pergamo, Tiatira, Filadelfia, Laodicea, Sardi, con Efeso come metropoli; e dopo averle nominate, si dedicò interamente al ministero della parola. Ma il successo della sua predicazione preoccupò le autorità romane, e intorno all’anno 95, fu arrestato per ordine di Domiziano, portato a Roma, processato e condannato ad essere gettato in una vasca di olio bollente. Subì questa tortura alla Porta Latina, e contro ogni aspettativa, lungi dal perdere la vita, ne uscì senza alcun danno, più sano e più indomito di quando n’era entrato. Impressionato da questo prodigio, temendo nell’apostolo qualche potere magico che potesse rivoltarsi contro di lui, l’imperatore non insistette: si contentò semplicemente di esiliare il santo in un’isola del Mar Egeo, a Pathmos. Anche se viveva lì in assoluta solitudine, San Giovanni fu tuttavia informato che gravi disordini si stavano diffondendo nelle sue Chiese a causa della negligenza di alcuni Vescovi. Mentre pensava a come ricordare ai Vescovi il loro dovere, Nostro Signore gli apparve e si degnò di dirgli Egli stesso ciò che doveva scrivere loro: fu questa rivelazione che l’apostolo ripeté sotto il nome di Apocalisse. – Il libro consiste in sette visioni successive, precedute da un Prologo e seguite da una Conclusione. – Il piano generale è comandato dalla Settima Visione, che descrive la Gerusalemme celeste. Questa descrizione finale non solo domina tutta l’Apocalisse, ma anche, si potrebbe dire, tutta l’intera somma della Scrittura, della quale ne è come il coronamento. Tutto l’insegnamento dei Libri Sacri tende infatti ad un solo oggetto: condurre l’uomo da questa terra ingrata, dove i primi capitoli della Genesi lo mostrano esiliato come punizione del suo peccato, alla sua vera patria, al luogo della sua felicità e del suo riposo, alla Città di Dio. Lo scopo dell’autore sacro è quello di ricordare ai Cristiani il termine sublime verso il quale essi stanno camminando, la magnifica ricompensa promessa loro. Ma allo stesso tempo, vuole ricordare loro quella verità costantemente dimenticata, che può essere raggiunta solo passando attraverso ogni tipo di prova. Il numero sette non è stato scelto a caso per i quadri dell’Apocalisse: ed è per questo che, contrariamente ai commentatori più recenti che pensano di poter adattare questo libro pieno di misteri secondo le proprie idee, i Dottori della Chiesa hanno sempre sottolineato che è un libro da ammirare. Questo numero, infatti, segna il parallelismo tra l’opera della creazione e quella della nostra rigenerazione: come Dio non si è riposato se non al settimo giorno, dopo aver completato l’opera della creazione, così la Chiesa in generale – o ogni anima umana in particolare – può sperare di entrare nel suo riposo definitivo, manifestato dalla VII Visione, se non dopo aver sopportato il lavorio della vita presente, simboleggiata dalle sei visioni precedenti, per compiere la sua rigenerazione. – L’opera inizia con un Prologo (I, 1-8) in cui San Giovanni annuncia prima la rivelazione di cui è stato appena oggetto, e poi, secondo l’usanza degli Apostoli, augura la grazia e la pace di Dio a coloro che la leggono. La Prima Visione, che segue, consiste nella Lettera alle Sette Chiese (I, 9 – III, 22). Il Santo si rivolge successivamente ai titolari delle sette sedi sopra elencate, gli avvertimenti, i rimproveri e gli incoraggiamenti di cui ognuno di loro ha bisogno. Ma, al di là dei loro semplici destinatari, le sue esortazioni contengono anche un’istruzione per tutti i fedeli. Il punto importante è: Vincenti dabo, (al vincitore darò) la promessa di ricompensa, rivolta a colui che saprà vincere. Questa formula è ripetuta sette volte, per farci capire che dobbiamo prima trionfare sui sette peccati capitali. Solo allora potremo gustare il dono di Dio; un dono ineffabile, che l’autore descrive con le espressioni più diverse: albero della vita, manna nascosta, pietra scintillante, stella del mattino, ecc… per indicarci la infinita varietà delle ricchezze che racchiude. Ma queste vittorie saranno evidentemente possibili solo se l’uomo avrà l’occasione di affrontare molte battaglie. Ecco perché ai Santi non mancano mai le persecuzioni, e queste assaliranno la Chiesa durante tutto il corso della sua storia. Questo è l’oggetto delle tre rivelazioni seguenti, II, III e IV. La II visione ci mostra innanzitutto che tutta la salvezza del mondo, che deve essere sviluppata fino alla fine dei tempi, si opera mediante il Cristo (cap. IV). Questo mistero è stato registrato in anticipo da Dio in un libro sigillato con sette sigilli, che nessuno ha potuto aprire o comprendere fino ad ora (cap. V). Ma ora che l’opera essenziale della Redenzione è stata consumata nella Passione del Salvatore, il libro è diventato intelligibile ed il segreto è rivelato a San Giovanni. L’Apostolo assiste alla successiva apertura dei sette sigilli: Il primo mostra lo stato della Chiesa alla sua origine; i tre successivi mostrano le persecuzioni che la colpiranno nel corso dei secoli; il quinto mostra la gloria di cui gioiscono, subito dopo la morte, coloro che sapranno sopportare questi tormenti senza fiaccarsi; il sesto mostra la persecuzione particolarmente formidabile che segnerà il regno dell’Anticristo; e il settimo mostra il riposo che la Chiesa sperimenterà durante i suoi ultimi giorni sulla terra, prima di entrare nella gloria eterna (cap. VI e VII). La terza visione (VII, 2 – XI, 18), riprende lo stesso tema sotto la figura di sette angeli che suonano la tromba. Questi rappresentano le generazioni di predicatori che, in ogni periodo della storia, sosterranno successivamente la Chiesa contro i suoi nemici e assicureranno così la sua vittoria sul mondo: come già i sacerdoti giudei suonarono la tromba nel passato, e così fecero crollare le mura di Gerico in sette giorni. – Il primo Angelo personifica gli Apostoli, che sostennero i primi attacchi, prima dei Giudei e poi dei Gentili; il secondo Angelo rappresenta i martiri, la cui voce fu più forte di quella dei padroni della terra e che trionfarono sul potere romano; il terzo, i Dottori dei primi secoli, la cui eloquenza infranse il potere delle grandi eresie cristologiche; il quarto, i predicatori delle età successive (cap. VIII); il quinto, coloro che dovranno combattere contro i precursori dell’Anticristo; il sesto, coloro che subiranno l’urto dell’Anticristo stesso, sostenuto dallo scatenamento di tutte le forze del male (cap. IX). La battaglia sarà così violenta che Cristo interverrà di persona, mettendo il suo piede destro sul mare e il suo piede sinistro sulla terra, per assistere il suo popolo (cap. X). In seguito, manderà loro Enoch ed Elia, e la vittoria ottenuta grazie a questo aiuto straordinario sarà così completa che il settimo Angelo, che rappresenta i predicatori degli ultimi giorni, dovrà solo annunciare l’instaurazione della pace definitiva (cap. XI). – La Quarta Visione (XI, 19 – XIV, 20) mostra la lotta tra la Città di Dio e la Città del Male, a partire dalle origini del mondo, dalla creazione degli Angeli, sotto forma di un duello tra una donna ed un drago. Quest’ultimo è sconfitto, cacciato dal cielo, gettato sulla terra. Ma egli non sopporta la sconfitta e continua a perseguire la donna quaggiù (cap. XII), incapace di vincerla da solo, solleva contro di lei una prima Bestia che sale dal mare, poi una seconda che sale dalla terra. Uno è l’Anticristo e l’altro è il suo collegio di corifei, che saranno padroni della terra per quarantadue mesi (cap. XIII). Ma ecco che l’Agnello appare sul monte Sion, scortato dai centoquarantaquattromila vergini che lo seguono ovunque vada. I suoi Angeli annunciano la rovina di Babilonia, la terribile punizione che attende i seguaci della Bestia e la ricompensa per coloro che rimangono fedeli a Dio. E la visione finisce con una figura del Giudizio Universale, dove i malvagi sono mandati nel grande sragno dell’ira di Dio (cap. XIV). – Dopo lo spettacolo delle lotte dalle quali la Chiesa – e con essa tutte le anime sante – saranno assalite, San Giovanni mostra nelle due visioni successive il castigo che attende i lassi, i tiepidi, i prevaricatori, tutti coloro che non avranno il coraggio di combattere e vincere, come lo richiedeva la lettera alle sette Chiese. La Quinta Visione (XV, 1 – XVII, 18) riprende il tema su cui si era conclusa la Quarta Visione, e presenta nuovamente i mali che attendono i seguaci dell’Anticristo, sotto forma di sette coppe contenenti le piaghe dell’ira di Dio (cap. XV). Successivamente, queste si riversano, ciascuna per il ministero di un Angelo, sulla terra, sul mare, sui fiumi e sulle sorgenti d’acqua, sul sole, sulla sede della Bestia, sul corso dell’Eufrate, e infine sull’aria, provocando ovunque immense devastazioni (cap. XVI). E la visione finisce con l’annuncio della condanna della grande prostituta, cioè di Babilonia, o la Città del Mondo, e la vittoria dell’Agnello (cap. XVII). – La sesta visione (XVIII, 1 – XX, 15), riprendendo la descrizione della rovina di Babilonia, descrive l’angoscia in cui saranno gettati tutti coloro che l’hanno scelta per loro parte (cap. XVIII). A questa notizia, gli eletti lasciano esplodere la loro gioia, perché vedono in essa il segno che l’ora è vicina per la restaurazione del regno di Dio e le nozze dell’Agnello. Ed ecco che il Figlio di Dio appare nello splendore della sua gloria, seguito dal suo esercito, per combattere la Bestia e i suoi seguaci; ed essi sono presi e gettati vivi nel lago di zolfo e fuoco (cap. XIX). Il demonio, tuttavia, non rinuncia alla lotta: in uno sforzo supremo, lancia Gog e Magog contro la Chiesa. Ma il fulmine distrugge l’immensa massa degli assalitori, e satana a sua volta viene gettato nel lago di fuoco, per esservi tormentato per sempre con la Bestia ed i suoi corifei. Poi è il giudizio supremo, la convocazione di tutti i morti davanti al tribunale di Dio, l’apertura delle coscienze, la condanna definitiva e inappellabile di tutti coloro che non sono iscritti nel libro della vita (cap. XX). – Ma l’Apocalisse non può finire con questi spettacoli terrificanti: la “fine” del mondo, nel senso filosofico della parola, non è Morte, rovina, sofferenza, Inferno; al contrario, è Pace, Gioia, Vita, Paradiso. Ecco perché la VII Visione, l’ultima dell’opera, ci mostra in termini di incomparabile bellezza, la gloria che attende la Sposa – cioè la Chiesa, o l’anima fedele – nel giorno delle sue nozze. L’autore descrive successivamente la meravigliosa Città, pavimentata d’oro e di cristallo, costruita con pietre preziose delle specie più rare, che sarà la dimora degli eletti (cap. XXI); il fiume di acqua viva e l’albero della vita con dodici fruttificazioni, che assicureranno loro eternamente sempre nuove delizie. Infine, l’opera si completa con una Conclusione, in cui San Giovanni attesta nel modo più solenne la verità di quanto ha appena scritto, e in un supremo impulso del suo cuore invoca la pronta venuta del suo amato Maestro (cap. XXII).

L’APOCALISSE di S. GIOVANNI APOSTOLO

PROLOGO

Cap. I, (1-8)

“Rivelazione di Gesù Cristo, che Dio gli ha data per far conoscere ai suoi servi le cose che debbono tosto accadere: ed egli mandò a significarla per mezzo del suo Angelo al suo servo Giovanni, il quale rendette testimonianza alla parola di Dio, e alla testimonianza di Gesti Cristo in tutto quello che vide. ‘Beato chi legge, e chi ascolta le parole di questa profezia: e serba le cose che in essa sono scritte: poiché il tempo è vicino. “Giovanni alle sette Chiese che sono nell’Asia. Grazia a voi, e pace da colui, che è, e che era, e che è per venire: e dai sette spiriti, che sono dinanzi al trono di lui : ‘e da Gesù Cristo, che è il testimone fedele, il primogenito di tra i morti, e il principe dei re della terra, il quale ci ha amati, e ci ha lavati dai nostri peccati col proprio sangue, e ci ha fatti regno, e sacerdoti a Dio suo Padre: a lui gloria, e impero pei secoli dei secoli : così sia. ‘Ecco che egli viene colle nubi, e ogni occhio lo vedrà, anche coloro che lo trafìssero. E si batteranno il petto a causa di lui tutte le tribù della terra: così è: Amen!  Io sono l’alfa e l’omega, il principio e il fine, dice il Signore Iddio, che è, e che era, e che è per venire, l’Onnipotente.”

La parola Apocalisse significa, in greco, rivelazione. Il libro che l’apostolo San Giovanni scrisse con questo titolo non è altro che il resoconto di una rivelazione particolarmente importante che gli fu fatta durante il suo esilio sull’isola di Patmos, e in circostanze che egli preciserà più tardi. L’ha intitolato: Apocalisse di Gesù Cristo. Con questo, vuole indicare che Gesù Cristo è sia l’autore che il soggetto di questa rivelazione. L’Apocalisse parla di Gesù Cristo, che essa mostra nelle sue funzioni di Giudice supremo e di Re dei re; e viene da Gesù Cristo, che ne ha sviluppato i quadri davanti al suo discepolo: San Giovanni lo dichiara, affinché si sappia che egli sta per parlare non di sua iniziativa, ma sotto l’ispirazione del Maestro divino, e che non è uno di quei falsi profeti, così frequenti tra i Giudei, che vi fanno rivelazioni e vi ingannano, diceva Geremia, perché parlano secondo il proprio cuore e non per bocca del Signore (XXIII. 16). Questa rivelazione l’ha ricevuta Gesù Cristo stesso – come del resto tutta la dottrina che ha predicato (Cfr. Jo, VIII 16: La mia dottrina non è la mia, ma quella di Colui che mi ha mandato) – da Suo Padre, con il mandato di farla conoscere, non a tutti gli uomini, ma a coloro che sono i veri servitori di Dio e che, con la pratica della carità e dell’umiltà, lavorano per la Sua gloria. È a loro, e solo a loro, che la divina Sapienza rivela i suoi segreti, come disse il Salvatore: «Vi ringrazio, Padre, Dio del cielo e della terra, perché avete nascosto queste luci ai sapienti e ai prudenti di questo mondo e le avete rivelate ai piccoli. (Luc. X, 21). – La profezia che l’Apostolo sta per farci ascoltare riguarda le cose che devono essere compiute senza indugio, cioè, in senso letterale, le persecuzioni che la Chiesa dovrà presto soffrire, ed in senso spirituale, le tribolazioni che i giusti devono sopportare prima di raggiungere la gloria. Le prove annunciate si compiranno senza indugio, perché il tempo delle prime persecuzioni è vicino, in quanto tutta la durata di questo mondo non è che un istante in confronto all’eternità; o perché le sofferenze sono sempre brevi, se le confrontiamo con la ricompensa infinita che le seguirà. È necessario che si compiano, come era “necessario” che Cristo soffrisse per entrare nella gloria (Lc., XXIV, 26). La sofferenza, in effetti, è necessaria all’uomo per espiare i suoi peccati, per distruggere le tendenze corrutte della sua natura, come dimostra l’esempio di Nostro Padre San Benedetto che chiede alle spine di spegnere il fuoco della passione che si era acceso nella sua carne; per far fiorire la carità nel suo cuore: “Nella tribolazione”, dice il Salmista, “tu mi hai dilatato” (Sal IV, 2); per risvegliare in lui il desiderio della vita eterna, e per metterlo in condizione di acquisire i meriti indispensabili: Beati coloro che soffrono per la giustizia, disse Nostro Signore, perché a loro appartiene il regno dei cieli (Matth. V, 10). – Questa rivelazione fu a sua volta partecipata da Gesù, attraverso il ministero del Suo Angelo, al Suo servo Giovanni. L’ha “significata” (significavit), cioè gliel’ha fatta sentire con segni sensibili. – Ma qui sorge una domanda. I dottori che hanno trattato questo argomento pensano generalmente che l’Apocalisse appartenga all’ordine più alto delle visioni, cioè a quelle che si chiamano visioni “intellettuali”, e nelle quali gli oggetti si manifestano all’anima, senza alcuna dipendenza effettiva dalle immagini sensibili – (La teologia mistica distingue tre tipi di visioni: le corporee, le immaginative e le intellettive. Le prime sono indirizzate ai sensi esterni, ai quali offrono un oggetto in forma materiale e corporea; le seconde sono indirizzate all’immaginazione, alla quale manifestano un oggetto mediante l’impressione interiore di un’immagine sensibile; le ultime sono indirizzate direttamente all’intelligenza pura, senza alcuna rappresentazione sensibile.). – “Si crede – scrive per esempio San Bonaventura – che l’evangelista San Giovanni abbia visto e compreso, senza l’intervento di alcuna figura, tutte le cose di cui tratta nella sua Apocalisse. “. – Perché allora l’autore sacro parla qui di “segni”? Si risponde comunemente che il beato Apostolo, dopo aver contemplato, nella loro essenza e senza velo, le realtà di cui sta per parlare, ricevette da Dio stesso le figure sotto le quali doveva presentarle agli uomini, per stimolare la loro curiosità, per indurli a cercare il significato nascosto di queste descrizioni straordinarie, e quindi per indurli a mettere in pratica gli insegnamenti in esse contenuti. Il Dottore Serafico continua: “È vero che abbia usato delle figure per esprimere ciò che aveva conosciuto, ma nel farlo ha avuto riguardo per la debolezza degli altri, ai quali la verità pura e semplice sarebbe stata impercettibile a causa della luminosità di cui essa è circondata. – Tale oscurità serve ad esercitare la fede dei giusti e difende questi venerabili misteri dagli occhi degli indegni. Del resto, tutte le Scritture sono coperte da veli simili, e questo è significato dal velo steso davanti al Santo dei Santi, in cui solo i sacerdoti, e non il popolo, potevano entrare. (Sul progresso spirituale dei religiosi. L., I, cap. LXXV). – Gesù, dunque, a sua volta, l’ha fatta conoscere al suo servo Giovanni, il discepolo prediletto, che che rese testimonianza alla Parola di Dio, cioè alla divinità di Cristo, attraverso il carattere trascendente della sua predicazione; e che rese testimonianza anche alla sua Umanità, riferendo tutto ciò che aveva visto compiere da Gesù Cristo, facendo conoscere i dettagli della sua vita, della sua morte, della sua resurrezione, ecc… Questa rivelazione fu senza dubbio fatta propriamente solo a San Giovanni: ma tutti coloro che sono in stato di grazia hanno qualche somiglianza con questo Apostolo, il cui nome significa, secondo San Girolamo: pieno di grazia. Nella misura in cui anch’essi testimoniano la divinità di Gesù Cristo con la fermezza della loro fede, e la sua umanità con la diligenza che mettono nell’imitare le sue opere, parteciperanno alla conoscenza delle comunicazioni divine. Beato chi legge attentamente e ascolta, cioè chi comprende e imprime nel suo cuore le parole piene di mistero di questa profezia, e chi osserva fedelmente gli insegnamenti che contiene. Perché il giorno del giudizio è vicino. Infatti il tempo di questa vita è ben poca cosa rispetto all’eternità, e possiamo dire, con San Giacomo, che il giudice è già davanti alla porta. (V, 9).

*

* *

Giovanni, alle sette chiese dell’Asia. Nella lettera, l’Apostolo intende nominare le principali chiese dell’Asia Minore, che saranno designate in seguito, che aveva sotto la sua giurisdizione, e di cui Efeso era la metropoli. Ma il numero sette, nel suo senso mistico, ha il significato di totalità, o pienezza, e le sette chiese rappresentano qui tutta la cristianità, come i “Sette Dolori” abbracciano tutte le sofferenze della Beata Vergine, o come i sette peccati capitali abbracciano la somma dei peccati che si possono commettere. La grazia e la pace siano con voi: la grazia, per portarci la remissione delle nostre colpe; la pace, per spegnere la lotta che la concupiscenza genera, e che lacera l’uomo interiore; e questo, per il dono di Colui che è, che era, e che viene. Queste ultime parole possono essere intese per le tre Persone della Santa Trinità: Dio è, perché possiede la pienezza dell’Essere, secondo la definizione che diede di se stesso a Mosè: Io sono Colui che è (Ex., III, 14). Egli era da tutta l’eternità e deve venire alla fine dei tempi per giudicare i vivi e i morti. Alcuni commentatori, tuttavia, li attribuiscono qui al solo Padre, a causa del contesto. Essi vedono nei sette spiriti in piedi davanti al trono lo Spirito Santo, che è uno in Persona, ma settiforme nei suoi doni; e la Santa Trinità è completata dalla presenza di Gesù Cristo nel versetto successivo. Altri – e questi sono i più numerosi – applicano al Verbo stesso le espressioni: che è, che era e che verrà; i sette spiriti rappresentano allora la moltitudine degli Angeli che, secondo la visione di Daniele, si affannano continuamente intorno al trono dell’Altissimo. E le parole che seguono si riferiscono, in questo caso, solo all’Umanità di Cristo. Gesù Cristo, che è un testimone fedele: un testimone fedele perché ha insegnato la verità senza distinzione di persone; perché ha dato al mondo una testimonianza esatta di suo Padre e di se stesso, sigillata con il suo sangue; perché l’evento ha sempre verificato ciò che ha detto; un testimone fedele, ancora, perché testimonierà con rigorosa precisione sul conto di ognuno di noi, nel giorno del giudizio. Egli è il primo a nascere dai morti, cioè il primo a risorgere, il primo a essere generato alla vita eterna; il principe dei re della terra, perché gli è stato dato il potere assoluto su tutte le creature; ci ha amato fino al punto di subire le sofferenze più terribili e la morte più ignominiosa, per purificarci nel suo sangue dai peccati che abbiamo commesso. Egli ha fatto di noi un regno e dei sacerdoti per il suo Dio e Padre: un regno, perché prima della sua venuta la nostra anima era dominio del demonio, che regnava su di essa con il peccato. Ma Cristo, nella sua passione, ha spogliato i principati e le potenze (Coloss. II, 15): ha distrutto il loro impero, permettendo a Dio di prendere con la sua grazia il possesso su di noi. – E dei sacerdoti: perché tutti i figli della Chiesa sono sacerdoti, dice sant’Ambrogio (Lib. IV, de Sacram., c. I.); non, naturalmente, nel senso che tutti sono investiti del potere sacerdotale, e che possono celebrare indistintamente i misteri, riservati dalla liturgia a coloro che hanno ricevuto il sacramento dell’Ordine Santo; ma perché c’è nella Chiesa un doppio sacerdozio, l’uno interiore e l’altro esteriore, dice il Catechismo Romano. Ora sono considerati sacerdoti del sacerdozio interno tutti i fedeli, quando sono stati purificati dall’acqua del Battesimo, e specialmente i giusti che hanno lo spirito di Dio in loro, e che sono diventati, per un beneficio della grazia divina, le membra vive di Gesù Cristo, il sovrano Sacerdote. Questi, infatti, sotto l’influsso di una fede infiammata dalla carità, immolano a Dio, sull’altare del loro cuore, delle ostie spirituali, tra le quali vanno annoverate le buone azioni che portano a Dio… Per questo il Principe degli Apostoli disse: “Voi stessi, come pietre viventi, siete posati su di Lui (cioè su Gesù Cristo), per essere un edificio spirituale ed un sacerdozio santo, per offrire a Dio sacrifici spirituali a Lui graditi per mezzo di Gesù Cristo. (I Pet., Il, 5. — Catéch. Rom. chap. VIII, 23). Da ciò vediamo che, sebbene solo i ministri legittimamente consacrati abbiano il diritto di compiere atti validi di culto pubblico nella Chiesa, tutti i Cristiani hanno il diritto di offrire, in quell’intimo santuario dell’anima dove Nostro Signore ci ha insegnato ad adorare il Padre in spirito e verità (Giov. IV, 23), sacrifici che, sebbene siano interamente spirituali, sono tuttavia veri sacrifici, e quindi presuppongono un reale potere sacerdotale in colui che li compie. Così, Gesù Cristo ha fatto di noi un regno e dei sacerdoti per il suo Dio e il suo Padre. L’autore sacro dice: il suo Dio, per indicare che Gesù era un uomo; il suo Padre, perché era Dio. A Lui, dunque, gloria e potenza nei secoli, cioè: glorifichiamolo e obbediamogli, nel presente come nell’eternità, per riconoscere tanti benefici. Amen. Ecco, egli viene nelle nuvole, come gli Angeli annunciarono al momento della sua ascensione (Act. I, 9 e 11). In senso spirituale, le nuvole sono la figura degli Apostoli che, stando sopra la terra con la rinuncia, e lasciandosi muovere dal soffio dello Spirito Santo, portano a tutta la terra la pioggia benefica della dottrina evangelica. E ogni occhio, cioè ogni uomo, la vedrà allora: i buoni l’accoglieranno con gioia indicibile; ma i malvagi, quelli che lo hanno crocifisso, la guarderanno con un terrore inesprimibile. Essi riconosceranno con stupore, in questo Giudice pieno di maestà e di gloria, il condannato che avevano pensato di annientare trafiggendolo con i loro colpi. E tutte le tribù della terra faranno cordoglio per Lui. Le tribù della terra sono quelle che sono rimaste schiave dei beni della terra: esse piangeranno, cioè piangeranno la propria miseria, al pensiero che saranno private per sempre di un tale tesoro. L’Apostolo sottolinea ciò che ha appena detto con una doppia affermazione, una in greco e l’altra in ebraico, per marcare la certezza di ciò che sta dicendo sul Giudizio Universale; anche per rendere chiaro che si sta rivolgendo sia ai Gentili che ai Giudei, poiché tutto il genere umano deve essere convocato a questo tribunale finale. E per incidere ancora più profondamente nella mente dei suoi ascoltatori la verità delle sue affermazioni, San Giovanni dà la parola a Cristo stesso: Io sono l’alpha e l’omega, cioè la somma della conoscenza umana: perché come l’alfabeto porta, tra la prima e l’ultima lettera, tutto ciò che l’uomo può conoscere, così l’Umanità di Cristo contiene in sé tutta la verità e tutta la conoscenza, secondo quanto Egli stesso disse a San Filippo: Chi vede me, vede anche il Padre (Giov. XIV, 9). – Io sono, continua, il principio e la fine. Colui prima del quale non c’era nulla, Colui oltre il quale non c’è nulla; Colui dal quale tutte le creature procedono, Colui al quale sono tutte ordinate; Colui che è, che possiede la pienezza, la perfezione e l’invariabilità dell’Essere; Colui che era da tutta l’eternità, e Colui che verrà, nell’ultimo giorno, a giudicare tutte le cose, con un potere al quale nulla può resistere.

LA SITUAZIONE (9)

LA SITUAZIONE (9):

DOLORI, PERICOLI, DOVERI E CONSOLAZIONI DEI CATTOLICI DEI TEMPI PRESENTI

OPERA DI MONSIGNORE G. G. GAUME PROTONOTARIO APOSTOLICO

Custos, quid nocte?

Sentinella: che è della notte?

ROMA tipografia Tiberina – 1861

Lettera Nona

Caro Amico.

I pericoli finora contrassegnati sono nella natura della contemporanea situazione; vale a dire nel trionfo ogni dì più completo della rivoluzione. A meno dì un miracolo, essi l’un giorno o l’altro diverranno terribili realità. Le quali realità saranno dappertutto, ove la rivoluzione regnerà, nella proporzione della potenza del suo regno. Ma la prospettiva dello scisma e della persecuzione mette in spavento soprattutto i Cattolici. Gli altri, che è il gran numero, ne sono a mala pena tocchi. Ma e’ non si rassicurino sì presto; poiché vi sono motivi di timore comuni a tutti. Parlo delle calamità pubbliche, conseguenze della situazione. Abbiate questo per certo, che la rivoluzione ha io odio tutto quello che essa non ha fatto; e tutto ciò che essa odia, lo distrugge. Conferitele oggi il potere assoluto; che ad onta delle sue protestazioni, essa sarà domani quel che fu ieri, quel che sarà sempre; cioè guerra a morte contro la religione, la società, la famiglia, la proprietà. Genio del male, non si muta, né può cangiare. Non si faccia a dire che noi la calunniamo; sono i suoi atti, che la tradiscono. Vi ricordate il 93, e ‘1 48: e ben vedete ciò che essa è in Italia nel 1860 (e nel 1861!). Con audacia nuova, essa si mette sotto ai piedi la doppia carta del mondo civile, la religione ed il diritto delle genti; e la lacera, portandone i brani insanguinati in punta delle sue baionette. Sulle bandiere scrive il diritto di rivolta contro ad ogni autorità, eccetto la sua; il diritto di opprimere, di bandire, di incarcerare chi le dispiaccia: e specialmente il diritto di spogliare tutti i sovrani, spogliando il Sovrano più legittimo di tutti: e questo dritto è sollecita di mettere senza meno in pratica. – Che cosa è questa, se non il comunismo in grande, preludio al piccolo? Se, contro ogni giustizia divina ed umana, è permesso ai Re di annettersi dei regni; perché mai si proibirebbe ai privati di annettersi il portafoglio, la casa, il campo dei loro vicino? Quello che più mette spavento si è 1’attitudine delle nazioni in veduta di siffatti attentati. L’Europa certo è minata di sotto, smantellata di sopra da un popolo di barbari! E fra i re, questi applaudiscono; gli altri si stanno con l’arma al braccio. Invano, l’oracolo infallibile della verità, il Pontefice Supremo, si affatica in gridare, « la rivoluzione prendere di mira tutti i troni; la società precipitarsi al comunismo, che vuol dire 1’ultimo confine del disordine e della sventura.  » I sordi non sentono,. i ciechi non veggono: l’Europa officiale s’irrita, o sorride: le persone oneste van ripetendosi: il trionfo della rivoluzione è impossibile! – In tal modo hanno sempre ragionato i popoli colpevoli, e gli spiriti volgari alla vigilia delle grandi catastrofi:  « Il mondo non è stato mai tanto illuminato, né la fortuna pubblica più prospera, né l’armata più valorosa, né il senato più fedele, né l’imperatore più potente che oggidì: » così ragionavano i Romani dell’alto e del basso Impero; i primi qualche anni prima dell’invasione dei Barbari, i secondi pure alla veduta delle flotte di Maometto II. In breve, così a punto ragionavano gli addormentatori al tempo dei nostri stati generali. Essi non vedevano, o non volevano vedere che il 93 si conteneva nell’89, come il pulcino nell’uovo, onde bastava un colpo di becco per dischiuderlo. – In quanto a me, caro amico, confesso che questa calma per nulla mi rassicura: né ha mai rassicurati gli spiriti più chiaroveggenti. Ma udito il S. Padre, ascoltate alcun altro osservatore. Lo spogliamento del dominio temporale è l’estremo colpo dato all’ultima radice, che mediante la proprietà attacca la Chiesa al suolo di Europa. « Ora, diceva il Signor De Bonald sono già trent’anni, in Europa la religione pubblica è finita, se non ha più alcuna proprietà; è finita l’Europa, se essa non ha più religione pubblica. ». (Theor. du pouvoir. tom. III. p. 106). – Nel 1849 Donoso Cortes mi scriveva: » Io vi devo mille e mille ringraziamenti per la benevolenza che avete avuta di spedirmi una copia dell’Opera, nella quale così franco, e profondamente avete scandagliato la piaga di questa Società moribonda. (Ou allons-nous? Coup d’oeil sur les tendances de l’epoque actuelle). E la lettura di essa mi tornò oltremodo trista, ma ad un tempo deliziosa: trista, per la rivelazione delle grandi e formidabili catastrofi; deliziosa, per la manifestazione sincera della verità. Le mie idee e le vostre sono presso a poco le stesse in tutti i punti. Dio ha fatto la carne per la putredine, ed il coltello per la carne imputridita. Noi siamo da presso alla più grande delle catastrofi, che ricordi la storia. Di presente quello che io veggo di più chiaro si è la barbarie dell’Europa, e dinnanzi alla barbarie il disertamento. La terra per dove sarà passata la civilizzazione filosofica, sarà maledetta;sarà la terra della corruzione e del sangue: Dipoi …verrà quello che ha da venire. »Da altro punto di veduta, speculando l’imperatore Napoleone I arrivava alla medesima conclusione. Egli diceva ha già quarant’anni: « Fra cinquant’anni l’Europa sarà o repubblicana, o cosacca » Egli certo avrebbe detto socialista, se l’espressione allora fosse esistita.Così, invasione di barbari di dentro, o invasione di barbari di fuori, e forse l’una e l’altra; le cavallette all’Egitto; le orde semi-nude a’ Romani; la debolezza per umiliare la forza; la barbarie selvaggia per castigare la barbarie sapiente: equazione provvidenziale tra il delitto ed il castigo. Chi al vedere quel che accade, potrà dire che le induzioni della logica,le analogie della Storia, ed i presentimenti del genio non sieno altro che sogni?Pur agli occhi del più volgare buon senso è cosa certa, che il trono di S. Pietro, cioè la piena indipendenza materiale del Papa, è la sola diga che resta all’Europa contro il dispotismo e la barbarie. Crollato questo trono, ogni maggiore sciagura è a temere; poiché tutto diviene possibile.Aggiungete, mio caro amico, che agli occhi del vero Cattolico la rivoluzione non è al certo un fatto, come tutti gli altri fatti che. avvengono nel mondo, ma un. castigo. Le ragioni poi del nostro timore non sono tanto in quel che vediamo, quanto in ciò che crediamo.Come la calamita attrae il ferro, così il delitto attira a sé il castigo; perciocché fra il delitto ed il castigo s’interpone quella medesima proporzione che è tra causa ed effetto: talché solo il pentimento può salvare il colpevole. Tali assiomi del mondo morale sono per noi più certi che quelli di geometria. Gettate intanto i vostri sguardi sopra una carta dell’Europa. Fate di vedere, se troverete una nazione battezzata, la quale da quattro secoli in qua non sia colpevole di scisma, di eresia, di spogliamento, di persecuzioni atroci, di indifferenza e di bestemmie senza pari e senza nome nella Storia delle età anteriori. Spogliare la Chiesa, incatenare la Chiesa, schiaffeggiare la Chiesa: queste tre espressioni non compendiano forse nelle sue relazioni generali, la vita di queste figlie ben nate a riguardo della loro madre? In teoria o in fatti, tutte sono colpevoli d’insurrezione permanente contro il Cristianesimo. Or sono esse in via di pentimento? Interrogate i loro atti; ascoltate ciò che si dice; vedete ciò che succede. In faccia alla suprema umiliazione che al dì d’oggi si dà al Sommo Pontefice, qual è il loro contegno, e il linguaggio? questo si accorda con quello, poiché tutti dicono sicuramente: « Che gli affari del Papa si accomodino, o no, monta ben poco. La è questione puramente temporale, non avente alcuna connessione coll’ordine religioso, e meno ancora coll’ordine sociale. E veramente che gli oltramontani (N. B. In Francia si chiamano oltramontani coloro che pensano come si pensa a Roma) cerchino di darle codeste proporzioni e carattere che non ha, niuno ne farà le meraviglie: chele fondamenta della società moderna e della prosperità pubblica poggiate sugl’immortali principii dell’89, sono tanto solide, da non aversi nulla a temere da questa pugna ormai antiquata tra il temporale e lo spirituale ». – Dipoi, gittando sopra il passato un superbo disdegno, ed al cielo intimando insolente sfida, esse aggiungono: « Si dava credere al medio evo che il Papa doveva esser Re; che i popoli avevano bisogno del Cristianesimo e della Chiesa; che più le società erano sottomesse, e più sarebbero fiorenti. Onde si vedevano i i nostri buoni avi, tremanti alla voce dei preti, non osare di esser liberi senza loro permesso; o se vi osavano, dannati a pubbliche espiazioni. Ora questi tempi d’ignoranza non sono più. « Per quanto è dipenduto da noi, noi ci siamo emancipati dalla tutela del Cristianesimo; costituitici fuori delle sue leggi, anzi in opposizione colla Chiesa; e siamo ben lontani dal pentircene. Qual male quindi ce ne è venuto? Bandito che abbiamo dai nostri consigli Colui che si appella il Re dei Re, e ridendoci della Chiesa e dei suoi fulmini, noi procediamo di progresso in progresso. E per verità non siamo mai state né più illuminate, né più libere, né più ricche, né più forti, né più prosperevoli. A che serve il Papa? A che serve la Chiesa? A che il Cristianesimo? La nostra civilizzazione, la più brillante che fu mai al mondo, è solenne disdetta agl’insegnamenti del passato ». – È questo per avventura discorso di un penitente? Tuttavolta l’iniquità non può sfuggire alla giustizia suprema. Quantunque Iddio, paziente perché eterno, può aspettare gl’individui sino alla soglia della eternità: non vi è però eternità per le nazioni. Ricompense, o punizioni, elle hanno lor mercede su questa terra, il trionfò sociale dell’orgoglio e del sensualismo, festino di Baldassarre, non saprebbe durar sempre. E se avvenisse altrimenti, l’uomo sarebbe più forte di Dio: Il male avrebbe vinto; tal che giammai satana avrebbe operato prestigio somigliante capace di sedurre anche gli eletti. – Egli è dunque vero; che enorme ammasso di debiti contratti con la giustizia divina minaccia l’Europa di terribile scadimento. Il solo mezzo di campare dalla catastrofe, sarebbe d’intendersi col creditore, domandando umilmente dilazione e perdono. Ma secondo ogni probabilità, questo non si farà. Anzi possiamo dire che ben lontana dal rientrare in se stessa, la parte anticattolica, la più numerosa e la più influente nella società, si continuerà nella sua sterile agitazione, decorata del nome di politica e di polemica. Come già per l’addietro, si gitterà in balia alle sue speculazioni, ai suoi piaceri, alla sua vita di movimento e di rumore: sicché inebriata del presente, e non curantesi dell’avvenire, discenderà nella voragine al frastuono dei violoni. – Almeno la parte della società, che insieme colla fede, conserva l’intelligenza del male e del rimedio, alzerà le mani al cielo, sollecitando, mediante la doppia voce della preghiera e della limosina, la misericordia e la saggezza dell’Altissimo. Ma salverà essa l’Europa? Ha mille e seicento anni che i primi Cristiani si trovavano al cospetto di un mondo che non era ancora cristiano; tale non voleva divenire; anzi ne impediva gli altri, e che è più, perseguitava con ingiurie e con tutta la sua collera coloro che già professavano il Cristianesimo. E i padri nostri sparsi per tutto l’impero, pregavano dì e notte per la conversione di questo mondo ostinato e persecutore, « Noi invochiamo, dicevano essi, per la salute degl’imperatori, il Dio eterno, vivo, e vero. Noi domandiamo per loro vita lunga, regno tranquillo, pace continua, senato fedele. Noi ritardiamo con tutta la possa dei nostri voti la caduta dell’impero ». (Tertull. Apolog. c. XXX. ctc.) E invero non mai furono fatte preghiere più ferventi e più generose: ma quale ne fu il risultato? La società romana si ostinò nella sua via di odio e di disprezzo: onde non ebbe più né regno tranquillo, né pace continua, né senato fedele. Sicché travolgendosi di rivoluzione in rivoluzione, l’impero a poco a poco interamente disparve combattuto e disfatto dai barbari. Al secolo decimonono, noi (i figli dei martiri) siamo a petto a un mondo che vien cessando di essere cristiano; e non vuole più questo nome; non vuole che altri se ne fregi, sino a perseguitare con sarcasmi e con odio coloro che si protestano tali, compresovi il Papa medesimo. Or saremo noi più felici dei nostri antenati? Siamo noi forse più fervorosi? Se la grandezza dell’iniquità si stima al prezzo delle grazie ricevute, come la gravità della caduta si misura dall’altezza d’onde si cade; il mondo, che abusò il sangue del Calvario,  diciotto secoli di benefizii, si reputerà egli men colpevole di quello che ne venne privato?

Tutto vostro etc.

LO SCUDO DELLA FEDE (151)

P. F. GHERUBINO DA SERRAVEZZA

Cappuccino Missionario Apostolico

IL PROTESTANTISMO GIUDICATO E CONDANNATO DALLA BIBBIA E DAI PROTESTANTI (20)

FIRENZE DALLA TIPOGRAFIA CALASANZIANA

1861

DISCUSSIONE XVII. (3)

Il culto de’ Santi: — Immagini: — Reliquie.

PUNTO I.

Adorazione de’ Santi.

108. « In verun modo riproviamo coloro che approvano questa distinzione (di culto di latria, e di dulia), sì perché l’uomo prudente deve evitare ogni logomachìa, sì perché non sembra neppure inutile impor nomi diversi a culti di genere totalmente differenti, quale è il culto di Dio, e quello della creatura, onde evitar l’omonimia, si perché è ammessa da Agostino. » (Gerardo Vessio, in Append. ad Epist. 1, de Incarn.). « Pertanto, giudicano gli uomini pii e prudenti di affaticarsi, onde in tutti i modi non solo inculcata sia negli animi degli uditori, e dei discenti, ma anche dimostrata con segni esterni (il che è lecito) l’immensa infinita diversità dell’onore dovuto a Dio, detto di latria, e di quello esibito ai Santi, detto di dulia » (Leibnitz, Systemn. Theolog. P. 188). – « Io suppongo che un Israelita prostratosi nell’accostarsi al suo re, nessuno abbia accusato d’idolatria. Se egli avesse fatto altrettanto davanti a un idolo, questo medesimo atto corporale sarebbe passato per un atto d’idolatria. Perchè? Perchè sarebbesi giudicato dalla sua azione che egli riguardava l’idolo come una vera divinità, e che egli avesse per questo sentimenti che suppongono l’adorazione presa nel senso rigoroso. Che dunque deve pensarsi di ciò che fanno i Cattolici per onorare i Santi, le Reliquie, il legno della Croce? Eglino non negheranno punto che questo culto esteriore non rassomigli in tutto a quello che fanno per onorare Dio esteriormente (Rassomiglia ma non in tutto). Ma hanno eglino dei Santi e della Croce le medesime idee che hanno di Dio? Io non credo punto che alcuno possa di ciò giustamente accusarli. Per la qual cosa mi sembra che non dovrebbero qualificarsi idolatri? (Encyclopedie, T, 1, Art. Adorer.)

«Devesi generalmente tenere…. che il culto dei Santi, e delle Reliquie non è   approvato se non in quanto si riferisce a Dio, e che non vi è atto alcuno di religione che non si risolva e termini in onore del solo Onnipotente Dio. Pertanto, quando si onorano i Santi, ciò intender si deve in tal modo, siccome dicesi nella Scrittura: «sono onorati gli amici tuoi o Dio. » e « Lodate il Signore nei Santi suoi. »…. È certo che nel secondo secolo della Chiesa cristiana già erano celebratele feste de’ Martiri, ed erano istituite, presso i loro monumenti, delle sacre adunanze…. Onde è da tenersi che quelli i quali in tal modo la sentono (che il culto de’ Santi sia idolatria), non aprano un adito a stirpare ogni cosa cristiana. Che anzi più oltre procederà il sospetto degli ingegni audaci; imperocchè resteranno meravigliati che Cristo, tanto largo in promesse verso la sua Chiesa, sia stato tanto indulgente al nemico del genere umano, che distrutta un’idolatria ne succedesse un’altra, e di sedici secoli (ora 49) appena vi sieno uno, o duo in cui la vera fede siasi comunque conservata tra i Cristiani; mentre vediamo essersi mantenuta assai pura per tanti secoli, secondo gli istituti de’ fondatori, la giudaica e la maomettana religione. Dove pertanto resterà il consiglio di Gamaliele, il quale diceva che dall’evento giudicare si deve della Cristiana Religione, o della volontà della Provvidenza?» (Leibnitz, System. Theolog. Edit, ab Emery, Paris, 1819, p. 160. 170, 172)

PUNTO II.

Invocazione dei Santi.

109. Non sarà mai che io estimi peccato l’esclamare ad una voce colla Chiesa Cattolica, – SANTA MARIA, PREGA PER ME. – » (Montague, Appel. cap. 82).

« Queste soavi petizioni (che si fanno ai santi) non altrimenti debbono intendersi che in quel senso solo, cui ha designato la Chiesa Cattolica; cioè, che siffatte domande non s’indirizzano mai agli Angeli, ed ai Santi quasi fossero, eglino stessi forniti di una divina autorità e di una potenza soprumana, ma bensì come nostri buoni mediatori tra Dio e Cristo Redentore, tutti intesi a difenderci colassù nel cielo, ed a pigliarsi pensiero di ogni nostro bene. » (Krummacher, San-Ansgario Apostolo della Svezia, ossia, il tempo antico e buono).

« Per ciò che riguarda le preghiere pubbliche della Chiesa, appellate collette, nelle quali si fa menzione delle preghiere e dei meriti de’ Santi; poiché in queste preghiere medesime tutto ciò che si domanda è domandato a Dio, non ai Santi, e di più è domandato per Gesù Cristo: di là tutti quelli che fanno questa preghiera, riconoscono che tutti i meriti de’ Santi sono doni concessi loro gratuitamente da Dio…. Noi confessiamo e predichiamo con gioia , che Dio ricompensa le buone opere de’ suoi servi, non solamente in loro stessi, ma anche in coloro per li quali eglino pregano; poiché Egli ha promesso che farà del bene a quelli che lo amano sino a mille generazioni. » (Bozza, Disp. Ratisbonæ.)

PUNTO III.

I Santi conoscono le nostre preghiere, ec. — Pregano per noi:

— Potenti sono le loro preghiere.

110. « Quanto a colui che rigetta l’invocazione de’ Santi, e nega che essi conoscano le cose che in terra si fanno, lo prego a spiegarmi questo testo del Vangelo: – Vi sarà allegrezza appo gli Angeli di Dio per un peccatore che faccia penitenza. » (Tomm. Brown, Religione del medio-evo, etc. in fine). Essendo le menti beate più adesso presenti alle cose nostre che quando in terra vivevano, e vedendo con molto maggior chiarezza le cose tutte (imperocché gli uomini non conoscono che quelle cose che davanti ad essi si fanno, o che odono da altri), essendo la loro carità, o volontà di giovare di gran lunga più ardente, ed in fine essendo le loro preghiere più grandemente efficaci di quelle che una volta facevano in questa vita, e constando quanto Dio abbia concesso alle intercessioni de’ Santi viventi, e quanto utilmente aspettiamo che congiunte sieno alle nostre preghiere quelle dei nostri fratelli; non vedo come possa ascriversi a delitto l’interpellare un’anima felice, o un Angelo Santo, e domandare la sua intercessione , o soccorso;… e principalmente se quel culto si considera soltanto come una piccola accessione di quel sommo culto, che al solo Dio direttamente dirigesi. » (Leibnitz, op. cit. p. 194.) « Quando s’invocano i Santi, e si domanda il loro aiuto, sempre si sottintende che il loro aiuto consiste nelle loro preghiere, le quali fanno con grande efficacia per noi; siccome notò anche il Bellarmino, che – aiutami, o Pietro, o Paolo, – nient’altro significa che – prega per me. » (Il medes. ivi, p. 160).

PUNTO IV.

Immagini Sacre, e loro culto.

111. « Ove letto avete nella Scrittura (dico a’ miei antagonisti) che bisogna abolire le Immagini? Il Decalogo parla degli idoli, o delle immagini che si adorano (come idoli), e non già dell’immagine di Gesù Cristo che io adoro. Si le parole del Decalogo non si riferiscono che agli idoli clic si adorano. » (Lutero, nella sua disputa di Orlemunda).

« Sebbene siasi fatto l’uso di dire che l’onore si esibisce all’Immagine, realmente però non si onora la cosa inanimata, e in capace d’onore, ma si onora davanti all’Immagine e per mezzo dell’Immagine il prototipo, siccome insegna il Concilio (di Trento, e da ciò si crede essere avvenuto che gli scolastici hanno disputato che l’Immagine di Cristo si adori con quel medesimo sommo culto di latria, col quale si adora lo stesso Cristo Dio. Imperocché l’atto che dicesi – adorazione dell’Immagine – è realmente adorazione di esso Cristo per occasione, e per l’intuito dell’Immagine, voltandosi a questa il corpo quasi ad esso Cristo, onde più perfettamente si esibisca la di lui presenza, ed il cuore maggiormente s’innalzi a contemplare il Signore. Imperocché nessuno di mente sana penserà dire: – Dammi, o Immagine, quello che domando: a te, o marmo, o legno, rendo grazie; ma te, o Signore, adoro, a te canto lodi, etc. …… Posto adunque che ammessa non sia altra venerazione d’Immagini che quella che è venerazione del prototipo, in essa non sarà idolatria più di quello che sia nella venerazione che a Dio, e a Cristo si esibisce, pronunziato il suo Santissimo Nome. Imperocché anche i nomi sono note, e molto inferiori alle Immagini; poiché molto meno rappresentan la cosa. Pertanto quando si dice – onorare l’immagine – ciò non devesi intendere che in quel modo che dicesi – che si piegan le ginocchia nel Nome dì Gesù, che si benedice il Signore, e si dà gloria al suo Nome. L’adorare davanti all’Immagine esterna, non devesi riprendere più di quello si faccia l’adorare davanti all’immagine interna, che nella fantasia nostra è dipinta; dappoiché non per altro si usa l’Immagine esterna che per render più espressa l’immagine interna. Sapientemente poi ci avverte il Concilio (di Trento) di non credere che si trovi, o abiti nell’Immagine qualche virtù, o divinità. » (Leibniz, Op. cit, p, 142).

« Se vi è cosa, non dirò meravigliosa, ma quasi incredibilmente sublime, egli è il culto che con atti interni ed esterni si rende alle Immagini Sacre. Qualora ci goda l’animo di volgere gli occhi intorno, e vederci circondati dalla bellezza e dalla maestà delle arti, oh! assai più profittevol ci sia, dovendo scegliere, l’avere a nostri compagni ed amici Gesù Crocifisso, e i suoi seguaci, i suoi veri discepoli; perocché costoro ci solleveranno di vantaggio, e renderanno dolcissimo le nostre solitudini. Con ciò noi verremo facilmente a ricordarci di quegli uomini santi, i quali comecché dipartiti da questa terra, non si dimenticaron di noi; ma in quella vece, mediante le loro Immagini e la memoria delle gesta gloriose, con cui onorarono mentre vissero l’umanità, vengono, per così dire, a visitarci continuamente, e a professarsi amici e nostri buoni avvocati appresso Dia…. Una bella e viva Immagine di un Santo, sebbene sia muta, può essere una predica commoventissima. Bene è vero che tali Immagini furon tolte via dalle nostre Chiese (protestanti), ma ciò non avvenne che in progresso di tempo, quando, cioè la loro presenza faceva travedere una tal quale propensione di favorire l’idolatria. Dal quale abuso non si deve argomentare la nullità, o malvagità del buono e santo uso che se ne può fare. » (De Meyer, Fogli per la verità più sublime)

PUNTO V.

Reliquie, e loro culto.

112. « Ciò che è rimasto del tabernacolo venuto meno sono le memorie della vita che un dì lo animava e sorreggeva. E in che parte questi documenti si custodiscono e si difendono meglio con più di ammirazione, se non là dove, nel tempo travalicato, la potenza dello spirito con la favella e con le opere a tante cose che diè forma compimento? Quel senso sublime, che nato nel profondo dell’anima nostra, di presente soavemente s’ingigantisce e si fa sentire, bene ha forza di rigettare qualunque obbiezione. Se si pon mente a tutto questo e con ispirito vero di religione, assai di leggieri la Chiesa Cattolica chiarirà come cosa innocentissima il tributo e lo spirituale ossequio da lei reso agli Angeli ed ai Santi. Le verrà fatto in pari tempo di mettere in onore questi buoni atti, e dar loro quel colore convenevole che amorosamente attrae a sè, e che tocca l’anima, e fa veder la bellezza di quell’idea…. La quale dimostrazione del bello religioso, lungi dall’esser vanità, si appoggia saldissima sugli oracoli della Scrittura. » (Clausen. La costituzione, la dottrina ed il culto della Chiesa Cattolica. Lipsia 1828, p. 127).

« E vorrebbesi pur sapere che cosa vi abbia di assurdo e di Contraddittorio, secondo che la storia ci narra, in ciò che le ossa dei Santi posseggano una potenza peculiare e tutta lor propria? Forse che è uscir d’intelletto l’ammettere che (decretandosi lassù da quel Signore, il quale può tutto quello che vuole) queste ossa, a cui fu unita un giorno un’anima santa, si rivestano di una forza efficace e tutta vivificante? La viva fede di quella donna del Vangelo ammalata, la quale tutta umiltà e credenza si peritava, parendole troppo, di toccare persino il lembo del manto di Gesù Cristo; quella fede era ella una superstizione? E quantunque sia pur vero che non già l’orlo della veste del Redentore liberolla dal malore, e la sanò, ma sì la potenza divina; ne segue forse che l’estremità della veste, su cui fece quel suo toccamento, si abbia a reputare un nulla? A che si oppone, o che dabbenaggine mostra mai colui, il quale crede che Dio, per recare ad atto e compiere le intenzioni sue, per mantener vive le speranze di chi gli si mostra fedelissimo, possa anche al presente usar delle ossa de’ Martiri, e dei Confessori, quasi fossero celesti mandati a fornire alcuna missione? Le Sacre Scritture ci pongono dinanzi agli occhi su questo punto, tanto e così convenevoli testimonianze, che ne abbiamo di soverchio. » (Krummacher, Op. cit.)

PUNTO VI.

Preferenza di divozione per alcune Reliquie, etc.

113. « Deve certamente giudicarsi pietà il visitare alle volte, o liberamente, o per voto, certi luoghi a preferenza di altri, ed il fare altre cose di questo genere; poiché queste e le altre singolari circostanze del proposito, sono parte dell’onore: ed è da lodarsi la preparazione dell’animo d’imporsi una qualche pena e legge certa, l’estensione del proposito e del nostro zelo particolare. Il luogo stesso, insigne pei divini benefizi, più fortemente attrae l’animo, e lo colpisce di un sacro orrore; il che neppure i protestanti, a quali è dato andare a visitare il Sepolcro del Signore, ho memoria che neghino » (Leibniz, Op. cit. p. 148).

PUNTO VII.

Reliquie false.

114. « Siccome il culto (delle Reliquie) è cosa di puro affetto soltanto, niente pregiudica, se per caso avvenisse, che Reliquie credute vere, fossero suppositizie. » ( Il medes. ivi, p. 189).

PUNTO VIII.

Le Feste del Signore e de’Santi nella Chiesa Cattolica.

115. « Quell’amore materno che trovasi nel Cattolicismo, che con allettamento purissimo attrae a sé la poesia, cui esso ispira, ci commuove tutti a meraviglia, come già fu un tempo, e si continuerà per sempre. Nella quiete di una cappella tutta lucente di bei ceri, allorché si fa la festa pel nascimento del Signore Nostro, in quell’aere puro e soavissimo, in quell’atmosfera di odoroso incenso, e tra quella musica che trae a pietà, il cuore dell’uomo troverà sempre mai una contentezza ineffabile; come tra le braccia della Madre di Dio, le si prostrerà dinanzi con una semplicità e una santa umiliazione, quale a vero figlio si addice, e caduto ginocchioni a terra, s’innalzerà colla mente all’amore inenarrabile del Salvatore » (Isidoro conte di Lochem, Fogli di Lotos, 1817.).

« Dove mai sono quei tanti milioni, con cui altri avvisava di arricchire la patria, abolendo i giorni festivi? Forse che il pane a buon prezzo vendendosi, il povero può mangiare quanto pur gli farebbe d’uopo, come allora i nostri ciarlieri banditori volevano far credere? – (Wagner, presso Theiner, introduzione del protestantismo in Italia, part. II, § 20).

« E sarebbe pur convenevole che noi (protestanti) ristabilissimo nella nostra Chiesa le Festività del bello e santo amore nelle solennità che si sogliono fare nella Nascita di Maria, e di quella dell’Annunziazione portatale dall’Angelo. Perocché io non comprendo per niun modo come mai i nostri Riformatori, quasi  fossero altrettanti ciechi di mente, non abbiano poi ravvisato nella Verginella di Nazaret il TIPO VERO ED IDEALE DELLA PIÙ BELLA E CELESTE DILEZIONE » (Fessler, Teresia. Tom. 2, p. 101)

 « Quando la Chiesa Cattolica fa festa pei suoi Santi, o va commemorando i trapassati nel Signore, mostra chiaramente essere informata della più sublime ed universale idea religiosa. (Horst, Misteriografia, p. 276).

« Per un cuore, il quale sia preso da vero amor filiale, non vi ha dubbio che quei giorni, cui abbiamo testé accennato, sono i più soavi e lucenti dell’ anno »  Fessler, Storia degli Ungheresi, T. 1. p. 97).

L’ABOMINIO DELLA DESOLAZIONE (3)

[Mgr. J. Fèvre, 

REVUE DU MONDE CATHOLIQUE. 15 DECEMBRE I901]

L’ABOMINIO DELLA DESOLAZIONE (3)

Lettera ai vescovi di Francia

(… CONTINUA)

V. – Questi sono dei pericoli certi, ma non sono molto gravi o molto dannosi; dobbiamo arrivare al grande pericolo della Chiesa in Francia, al pericolo che la minaccia a sua volta, in tutti i paesi che la luce del sole della civiltà “moderna” illumina. Le infiltrazioni protestanti, le nozioni poco riflessive sul ruolo delle lettere e sui compiti della filosofia nella Chiesa, qualche illusioni sulla necessità di costituire alla romana i seminari maggiori di Francia: queste cose meritano certamente attenzione. Ma il male, il grande male che deve attirare tutta la riflessione, provocare tutti gli sforzi, provocare una resistenza indispensabile ed unanime da parte dell’Episcopato, è la trasformazione che sta avvenendo, sotto i nostri occhi, da parte del triplice complotto secolare e delle manovre scellerate dell’anti-cristianesimo. Per lasciare da parte considerazioni troppo generiche di scienza speculativa, dobbiamo metterci alla presenza della storia. Il Vangelo è stato inteso, da Gesù Cristo a Lutero, come inteso ed applicato al mondo dalla Santa Chiesa Romana; il Vangelo è stato spiegato diversamente, da Fozio in Oriente, da Lutero in Occidente; e questa diversa spiegazione mette da parte la vecchia costituzione della Santa Chiesa, ne scarta il suo capo, il Romano Pontefice, e intende far camminare il mondo sotto le leggi del libero pensiero. Per tre secoli, attraverso una gestazione che è superfluo commentare qui, Lutero ha partorito Cartesio, Cartesio ha aperto la strada all’autocrazia o al parlamentarismo a Luigi XIV, a Mirabeau, a Napoleone. Poi, con la dissoluzione del principio religioso, l’Europa è passata da Bayle a Voltaire, da Voltaire a Proudhon. Oggi, tutti questi elementi di dissoluzione religiosa e di razionalismo filosofico stanno producendo un caos immorale e antisociale, dal quale si suppone che emerga un mondo nuovo. Questo radicalismo eretico, scismatico e rivoluzionario è stato a lungo chiamato anticristianesimo. Anticristianesimo significa, in breve, rifiutare non solo la Chiesa, ma il Vangelo, Gesù Cristo e Dio, per riportare il mondo alle infermità della natura decaduta e costituire un l’ordine sociale sull’ateismo. Non sarebbe possibile, dopo venti secoli di cristianesimo, tornare alle abiezioni del paganesimo e ristabilire il culto degli idoli nei templi. Giove è morto; si può tentare di restaurare i misteri della buona deità, ma non nella loro forma antica. È davvero un mondo nuovo; è davvero un rinnovamento dell’ordine dei secoli che si vuol tentare; ma si tratta di sapere in cosa consiste, e non tutti sanno percepirlo, spiegarlo o capirlo. Per procedere per analisi, e prendere le cose in ordine sperimentale, vediamo, in Francia, l’avvento di nuovi ceti, personificati da un partito di governo. Questo partito è entrato in scena con la parola d’ordine di “guerra contro il clericalismo”, un sinonimo mascherato di cristianesimo, ma è un travestimento che non può mascherare la realtà delle cose. Da venticinque anni, questo grido di guerra è stato affermato da un insieme di leggi assolutamente ipocrite, non meno assolutamente anticristiane. Lentamente ma inesorabilmente, seguendo le parole di un sostenitore del sistema, con un senso pratico e molto chiaro, siamo arrivati a tagliare, uno dopo l’altro, tutti i membri delle nostre chiese. Da vent’anni, ciò che è in corso in Francia è la demolizione, pietra dopo pietra, del grande edificio della civiltà cristiana. Non vogliono chiudere le chiese, come nel 1793, né, tanto meno, metterle a terra; ma lo Stato se ne appropria e vuole cambiarne l’uso. Questo fatto è ovvio; è superfluo insistere. Senza entrare in polemica, si tratta di sapere in virtù di quali principi di teorie filosofiche e politiche si persegue per legge l’estromissione del Cristianesimo. È in virtù di due teorie che sono state chiamate, una: l’americanesimo; l’altra, internazionalismo: una sconfigge la Chiesa nell’ordine sociale; l’altra porta una nuova regola, diversa dal Cristianesimo, per ordinare le relazioni delle nazioni tra loro. L’americanismo è una dottrina che pretende di regolare ovunque, nell’universo, la condizione della Chiesa, in accordo con ciò che esiste in America. L’America, originariamente abitata da razze autoctone, la cui barbarie portò alla loro rovina, fu ripopolata da rifugiati inglesi in fuga dalla tirannia del protestantesimo ufficiale. Questi puritani, vittime della persecuzione, una volta stabiliti, divennero a loro volta persecutori. In verità, avevano una certa libertà di libero esame, persino una certa tolleranza, ma erano ben lontani dall’aver costituito un regime veramente accettabile per la Chiesa Cattolica. Il nostro amico chiaroveggente, Jules Tardivel, editore-proprietario de La Vérité de Québec, in un libro di assoluta sincerità e di irrefutabile documentazione, ha descritto la situazione religiosa degli Stati Uniti, ha messo la realtà contro i sogni, e ha dimostrato che questa cosiddetta democrazia liberale è effettivamente la meno tollerante e la meno giusta di tutte le democrazie. Il fanatismo protestante vi spinge per l’assenza di religione; ma non ammette l’uguaglianza dei diritti e la libera espansione dei Cattolici. Si può ammirare la prodigiosa crescita degli Stati Uniti in un periodo di tempo molto breve. È possibile credere che questo bambino, che ieri era in costume, diventato un gigante, sarà in grado di soddisfare le esigenze della civiltà cristiana? Ma, ha detto Leone XIII, « questo errore deve essere distrutto; nessuno deve pensare che sia possibile prendere in prestito dall’America l’esempio di una condizione eccellente della Chiesa: Error tollendus ne quis hinc sequio existimet petendum ab America exemplum optimi Ecclesiæ status. Ora non c’è un solo americanismo, ce ne sono quattro. Il più recente è l’americanismo italiano. Ma cos’è questo americanismo? Nient’altro che liberalismo italiano coperto dalla bandiera a stelle e strisce. Ha un solo dogma essenziale: che che il potere temporale del Papa è il peggior nemico del Cattolicesimo. Gli italo-americanisti sostengono di basarsi sulle dottrine di alcuni Vescovi americani. Poco d’accordo sui dettagli, sono generalmente d’accordo nel proclamare l’inutilità degli ordini contemplativi e gli svantaggi dell’unione di Chiesa e Stato. L’americanismo tedesco è il più impetuoso. È il prodotto più recente dello spirito che ha causato la cosiddetta riforma del XVI secolo. Vuole riformare ulteriormente la Chiesa Cattolica e attacca soprattutto l’ispirazione divina delle Sacre Scritture. Su questo punto si confonde con il radicalismo dell’empietà.  L’americanismo francese è il prodotto di diversi elementi, il principale dei quali è l’ignoranza della condizione della Chiesa in America. Negli Stati Uniti, la grande maggioranza della popolazione è protestante o indifferente; in Francia, essa è quasi esclusivamente cattolica. Gli Stati Uniti sono un paese nuovo, con poche o nessuna tradizione e spirito cattolico; in Francia, la Religione Cattolica fa parte della vita quotidiana del popolo ed è confermata dai costumi più antichi. Gli Stati Uniti, dove il protestantesimo delle sette prevale nella maggioranza della popolazione, non possono offrire ai popoli cattolici né esempi, né principi che possano aumentare lo spirito di religione in mezzo a loro. Un altro errore della scuola francese è quello di parlare del movimento americano come un insieme di studi acquisiti e di determinazioni formali, accettate dalla gerarchia, messe in pratica dai preti e dai fedeli. Questo è un errore assurdo. – In America, l’americanismo è solo un insieme di opinioni fluttuanti, per le quali nessuno vorrebbe essere incolpato pubblicamente. In fondo, l’americanismo in America non è che un compromesso con i protestanti, un desiderio di non offenderli, una tendenza a mostrare generosità accomodando i loro costumi. Ma non c’è nessuna prova che queste usanze, queste tendenze, questi voti siano approvati o anche tollerati dalle autorità ecclesiastiche. Sono per lo più frasi senza fine che accarezzano l’onda dei pensieri, ma non prendono vita. Per quanto riguarda le relazioni tra Chiesa e Stato, i giornalisti dicono che il sistema americano è il più desiderabile per tutti i popoli. I giornalisti non sono né canonisti né teologi. Il giorno in cui i preti o i Vescovi ammettessero queste opinioni, dovremmo esaminare la loro ortodossia. Per il momento, Leone XIII ha parlato chiaro e forte. I Paesi cattolici devono conformarsi al principio dell’unione di Chiesa e Stato. Nei paesi protestanti, la Chiesa ha lo stesso diritto, inerente alla sua istituzione divina. Non accetterà mai di essere messa sullo stesso piano delle sette. Se non può far valere il suo diritto, accetta la posizione che gli viene data. Negli Stati Uniti essa è liberamente tollerata. Questa tolleranza è meglio della persecuzione e dell’oppressione, e nella misura in cui migliora una situazione precedente più penosa, la Chiesa non esita, in attesa di qualcosa di meglio, ad accontentarsi. L’americanismo francese non conta, senza dubbio, che degli apostati; ma ne ha almeno uno. Gli altri sono spiriti sinceri e onesti che vogliono, con la loro strategia, promuovere gli interessi della Chiesa; ma mancano di equilibrio, buon senso e penetrazione; i risultati della loro propaganda sono, finora, poco degni di lode. Il lato in cui sembrano più biasimevoli è che le loro incoerenze, senza approvare positivamente gli attacchi della persecuzione, purtroppo forniscono loro pretesti e scuse. Le opere della Chiesa vengono distrutte, presumibilmente per migliorare una situazione che queste belle menti hanno criticato. Ma, con Leone XIII, non dobbiamo stancarci di ripeterlo: 1° Nessun dogma può essere cambiato, né si può cambiare, per ottenere i favori dell’opinione pubblica: bisogna essere Cattolici intransigenti; 2° la disciplina si adatta senza dubbio ai tempi e ai luoghi; ma il legame che lega i fedeli all’autorità ecclesiastica, non può, meno che mai, essere indebolito. Da lì segue: 1° che bisogna accettare la direzione esterna e non dire che lo Spirito Santo è sufficiente a dirigere le anime; 2° che bisogna, senza dubbio, praticare le virtù naturali, ma non minare la preminenza delle virtù soprannaturali; 3° che non bisogna rimproverare i voti religiosi come contrari al genio dei nostri tempi; 4° che non dobbiamo gettare sfavori sulla vita religiosa; e che non dobbiamo propugnare un nuovo metodo per portare i dissidenti alla Chiesa, né screditare le cosiddette virtù passive, che sono attive quanto le altre. L’americanismo è l’espressione più o meno cieca, più o meno esplicita della follia e del tradimento. – L’internazionalismo, un’altra forma di aberrazione attuale, un’altra terribile fonte di perversione e rallentamento, non è, sotto altro nome, che solo il giudaismo talmudico. I massoni, i contestatori, i liberi pensatori, i cosiddetti intellettuali Cattolici, non sono che i duplicati o i complici del giudaismo. Dopo ventitré anni, un complotto ordito da tempo contro la Francia cattolica è arrivato al governo francese. Tutte le leggi anticristiane emanate da allora sono state promulgate sotto l’ispirazione dottrinale dell’internazionalismo giudaico e dell’alta banca, un tesoro largamente aperto al tradimento. L’alleanza universale israelita è il centro ed il fulcro della cospirazione anticristiana; il suo duplice scopo è quello di fondere tutte le patrie in un’unica repubblica, di fondere tutte le religioni in una vaga religiosità e di prendere il comando del mondo. Sotto la sua ispirazione e guida, le società segrete e la stampa stanno lavorando per distruggere l’idea di patria e per distruggere ogni principio della religione. Già in passato, i Giudei erano stati i promotori o gli esecutori di tutte le eresie, gli agenti della cospirazione permanente che rappresenta, nella storia, le debolezze dell’umanità ed il genio del male. Oggi, questo potere nemico, divenuto liberale ed umanitario, è all’assalto delle patrie e della Santa Chiesa. L’idea che il clero francese possa entrare, a qualsiasi titolo, in questa cospirazione giudaica non è ammissibile; ma c’è un elemento di seduzione. Hecker, il fondatore dei paulisti, voleva eliminare le barriere religiose, proibire la polemica, estendere i limiti della tolleranza e considerare solo i risultati nella morale. I Congressi delle Religioni propongono l’unione suprema delle religioni e cercano così di realizzare una nuova relazione con Dio ed il progresso interiore della Chiesa. In questa scossa, non tutto è falso; ma non tutto è certo. Il sistema, almeno, non può essere un principio di forza. Cercare rimedi a mali molto gravi è nostro dovere; lavorare per una grande unità attraverso la fede e la Chiesa è la nostra speranza. Ma niente, niente, ce n’è per l’indebolimento delle credenze e la diminuzione delle virtù; niente, niente, per l’anticristianesimo, la contraffazione satanica del Vangelo e il programma del futuro Anticristo. L’ora è solenne, l’uomo diventa inquieto e va dove Dio lo conduce. Il mondo è molto agitato; materialmente sta progredendo; intellettualmente, è molto debole; moralmente, molto basso; socialmente, pronto alla guerra civile e straniera. Possiamo essere schiacciati; è per essere confusi. In linea di principio, però, solo la Chiesa possiede le luci e le grazie della salvezza. Non c’è altro nome che il nome di Gesù Cristo; non c’è altro potere che quello infallibile del Romano Pontefice, per assisterci nella battaglia. – Il clero, secolare e regolare, è sufficiente per l’opera; ma non c’è nulla da cambiare nei nostri principi di spiritualità, nelle nostre leggi di educazione clericale, nelle nostre tradizioni di propaganda religiosa. La dolce Francia, la razza che ha versato lo spirito di Gesù Cristo nel cuore delle nazioni, deve essere sostenuta contro il complotto giudeo-massonico, deve essere sollevata dal clero, con l’infusione di sangue nuovo, il sangue della pura teologia e degli insegnamenti della Cattedra apostolica. – [Desidero citare qui e raccomandare caldamente due opere molto appropriate per dissipare la confusione e riaccendere il coraggio: uno è intitolato: “Le P. Heckcr è un santo?” di Charles Maignen; l’altro “L’américanismo e la cospirazione universale”, di Henri Delassus. Queste due opere sono due capolavori di buon senso, scienza e risoluzione, qualcosa, ahimè, troppo raro oggi. L’abate o padre Maignen ha pubblicato altre due opere sullo stesso argomento: una intitolata: Nazionalismo, Cattolicesimo, rivoluzione; l’altra: Nuovo Cattolicesimo e nuovo clero. Il primo si riferisce all’americanismo francese e lo demolisce con grande forza di ragione; il secondo è dedicato all’imbecille conciliatorismo che apre la porta allo scisma e riecheggia le due opere dell’antisemita dell’antisemita francese: “L’Abomination dans le lieu saint” et “La désolation dans le sanctuaire”. Questi libri non sono solo di circostanza; sono classici fondamentali, un manuale per l’uomo che vuole conoscere il suo dovere e compierlo.]. – Da questo, Monsignori, si deve concludere che ogni inerzia, ogni effusione, ogni complicità in presenza di leggi anticristiane è più che una colpa; è un crimine ed una follia! Il dovere dell’ora presente è, più che mai, l’intransigenza dottrinale, il fervore morale, la lotta per Dio e per la patria. I Vescovi hanno fatto la Francia; tocca a loro, Eccellenze, conservarla, risvegliare gli spiriti abbattuti, vincere il male con il bene.

VI. – Tutto si sta oscurando in Francia. Il coraggio, già così debole, minaccia di indebolirsi ancora di più sotto i colpi, tanto abili quanto sicuri, del nemico. Per scrollarsi di dosso la tristezza presente, per riaccendere il coraggio, per sostenere e sviluppare le nostre forze, dobbiamo andare a combattere. Ahimè, dopo i dodici anni in cui abbiamo lanciato il grido di guerra, non possiamo che constatare l’inutilità dei nostri sforzi e, salvo il sacrificio personale che ci è stato imposto, non sappiamo come potremmo contribuire più efficacemente alla salvezza della Francia. Dall’umile parte nostra, crediamo nella necessità della resistenza e nell’urgenza delle grandi battaglie. Abbiamo persino pronunciato il nome di una crociata interna, guidata dal clero. Ma ora, quando parliamo di sguainare la spada apostolica, ci viene detto che il Papa la difende e che i Vescovi, astenendosi, hanno semplicemente seguito il motto di ordine pontificio. Inoltre, si aggiunge, scuotendo la testa, per mostrare la propria saggezza e caricarci di ironia, che gli approcci segreti sono da preferire alla rumorosa pubblicità; che sembra più dignitoso, più conforme ai costumi nazionali, portare le proprie lamentele a chi ha l’autorità pubblica: è dare a chi ha il potere un pegno di fiducia nella sua probità e giustizia. – A nessun costo, non si vuole interferire nella politica e scendere nell’arena dei partiti. Per quanto riguarda l’istruzione del Papa, non intendiamo, in nessun modo, introdurci nel governo effettivo della Chiesa. È a Pietro, è al Papa, che Gesù Cristo ha detto: Pace, agnelli miei, pace, pecore mie, conferma i tuoi fratelli. Le parole rivolte a Pietro, ai suoi successori, ai cooperatori che il Papa chiama a condividere la propria sollecitudine, non sono rivolte a nessun altro; e nessuno, sia esso re o imperatore, sia esso il più grande dei maestri o il primo degli uomini di genio, può legittimamente contraddire o ostacolare ‘gli ordini del governo ecclesiastico. Attenersi tuttavia ai documenti ufficiali, ci sembra cento volte provato che la consegna del Papa sia di difendere la Chiesa; che questo dovere è imposto ai soldati ordinari e agli ufficiali di stato maggiore; che il Papa lo ha particolarmente stabilito nell’Enciclica Sapientiæ christianæ e più recentemente, in una lettera al Cardinale Richard, in difesa degli ordini religiosi. In Francia, tutti sono più o meno convinti della necessità di combattimenti valorosi; tutti lo dichiarano, ma quando si tratta di agitare solo la punta delle dita, tutti lo evitano. Qui, però, c’è un enigma posto dalla sfinge della storia. Da un lato, in Francia, ci viene detto ufficialmente che i Vescovi, astenendosi dall’agire, obbediscano alle raccomandazioni del Papa; dall’altro, ci viene assicurato che a Roma c’è, contro i nostri Vescovi, una denuncia unanime del loro rifiuto di obbedire agli appelli del Papa. C’è, qui, un’evidente contraddizione in termini. Non è possibile che lo stesso Papa ordini contemporaneamente di agire e di astenersi; quanto ai Vescovi, essi possono essere reprensibili solo nella misura in cui si sono sottratti agli ordini del Papa; non possono esserlo se il Papa ordina veramente l’azione. Ma il Papa decreta davvero l’azione? Ufficialmente, non ci sono prove; ufficiosamente, è possibile. Quindi c’è il dubbio e, nel dubbio, bisogna astenersi. Ci viene dato, per giustificare la cosiddetta inerzia del Papa, mentre le nostre chiese vengono demolite, il progetto di salvare con le concessioni, il bilancio dei culti. Ma noi, che non siamo niente e che possiamo parlare tanto più liberamente, noi che non crediamo nella probità dei nostri settari politici, abbiamo scritto, molti anni fa, al Cardinale Segretario di Stato per dirgli la nostra incredulità riguardo alla diplomazia che lascia distruggere le nostre chiese per salvare il bilancio. Non che mettessimo in dubbio la sua saggezza, ma ci sembrava che rinunciare a difenderci significasse incitare il nemico, e affrettare piuttosto che ritardare la soppressione del risarcimento dovuto dallo Stato alla Chiesa per i beni confiscati dalla Costituente. – Infatti, per vent’anni, la nostra gloriosa saggezza ha portato solo alla rovina; e se tutto è perduto, non abbiamo nemmeno la consolazione di scrivere: … fuorché l’onore! Quanto al paralogismo che consiste nel non fare politica, nel non scendere nell’arena dei partiti, esso è letteralmente pietoso; e non si capisce come una mente appena fiera, possa ancora coprirsene. La difesa della Chiesa non è né un lavoro di partito né un’azione politica. È un dovere di fede, di coscienza, di probità, di onore, e chi, costituito in dignità ecclesiastica, sostenesse che il suo dovere non è quello di difendere la Chiesa, dimostrerebbe solo la sua indegnità. A nostro modesto parere, il più grande bisogno della Francia nelle attuali circostanze è, al contrario, la formazione di un partito cattolico, dedicato unicamente alla difesa della Chiesa. La difesa della Chiesa invocando il diritto divino ha, senza dubbio, un grande prezzo e deve venire prima di ogni altro; ma ha poche possibilità di essere ascoltato dai politici. La difesa della Chiesa mettendo in moto le forze politiche, con una lega per il bene pubblico, con il suffragio universale e la composizione delle camere, con incessanti appelli all’opinione, è, a nostro avviso, la migliore procedura di apologetica. È, inoltre, quella che ci sembra più in linea con le indicazioni del Papa sull’unione dei Cattolici e la loro azione comune per far galleggiare la nave che porta la fortuna della Francia. Cosa dobbiamo pensare dell’antiquato sistema di indirizzare i reclami all’autorità costituzionale? Questo sistema aveva la sua ragion d’essere, quando il capo dello Stato era il vero detentore del potere. I rimproveri o le lamentele erano formulati da persone con autorità e venivano indirizzati ad un potere che poteva ascoltarli, che a volte doveva accoglierli. Oggi non è più così. – La costituzione che ci governa non ha investito nessuno di responsabilità; ha soprattutto legato le mani del capo dello Stato; ha costituito dei piccoli re che possono commettere impunemente tutti i crimini, ed è una specie di beffa rivolgersi a loro per fare ammenda. I nostri padroni sono criminali politici, dei persecutori della Chiesa, e nel rivolgersi a loro con una tale denuncia, oltre alla colpa di ingenuità, ci sembra che non ci sia niente di peggio che aver l’onore di rivolgere loro la parola. Sarebbe inoltre molto, forse troppo nel dire, chiamare i persecutori delle canaglie; ma questa gente vuole il male che fa; esortarli ad astenersi da esso è un modo come un altro per entrare nel loro piano. Politicamente, non c’è nulla da chiedere al nemico; legalmente, pure se il nemico volesse concederci una qualche grazia, non può. La macchina legislativa funziona come la ghigliottina; e Loubet, il lupetto, che firma l’esecuzione dei suoi decreti, se sa che sono ingiusti, non può che essere, legalmente, un boia, il boia di Francia, l’uomo più infelice, se sa quello che fa; il meno stimabile se, sapendolo, ha il triste coraggio di eseguirlo. Questo è il caso di ricordare una parola famosa: la legalità uccide. Mer Parisis, che aveva deciso, dopo matura riflessione, di agire pubblicamente, era disposto ad opinare nelle sue interviste su questo argomento; secondo lui, le condoglianze, i placet, i mercuriali, le rimostranze, tutte queste erano tutte pratiche dell’Ancien régime. Sotto il regime attuale, era ancora la sua opinione che non c’era niente da chiedere a nessuno; deputati, senatori, ministri, presidente, re o imperatori, possono ascoltarci favorevolmente, ma possono solo offrirci l’acqua benedetta di corte. – Oggi l’opinione pubblica è la regina del mondo; se vogliamo ottenere qualcosa, dobbiamo rivolgerci all’opinione pubblica. La procedura, sono d’accordo, è lunga, ma è unica, rigorosamente obbligatoria. Trascurare l’opinione pubblica è un tradimento di se stessi. Inoltre, non dobbiamo credere che sia impossibile, o addirittura difficile. In generale, si coglie solo l’opinione di questioni serie, di alti interessi. Questi interessi sono i nostri; queste questioni ci riguardano molto da vicino e nessuno personalmente può disdegnarle con ragione. Le masse sono sempre difficili da scuotere; ma la stampa è una leva di forza superiore, per sollevare le masse popolari. C’è qualcosa di vero nell’opinione che suppone che i giornali si annientino a vicenda; in fondo è insostenibile. Le contraddizioni stesse non sono inutili, per chiarire le idee e assicurare loro, attraverso la precisione, virtù più trascinante. Nonostante le contraddizioni, un’opinione giusta, un sentimento vero, un dovere patriottico e pio, se sono serviti da una stampa intelligente, hanno tutte le possibilità di essere accreditati. L’opinione è la regina del mondo; e la stampa è il suo veicolo ordinario, spesso il suo carro di trionfo. Allo stato attuale, di cosa si tratta? Nella società attuale, il partito rivoluzionario, nel suo insieme, vuole abolire la proprietà privata e amministrare la proprietà collettiva solo mediante lo Stato, con l’instaurazione di una nuova schiavitù, che non lascerà all’uomo nessuna libertà. Lo Stato persecutore vuole, inoltre, sopprimere ogni pratica religiosa, ogni forma di Chiesa, dove solo il necessario viene offerto all’imbecillità umana, così come ai ciarlatani ed ai comici è concesso il libero esercizio senza garanzie governative. Rabbini protestanti, rabbini giudei, rabbini musulmani o buddisti, non vuole più Vescovi e preti. Con un “trucco di volgare abilità” che può ingannare solo gli sciocchi, non può che abusare che dei nani, intende servirsi dei rabbini per demolire i Vescovi, e…, ma questa è l’ultima goccia, spera di potersi servire dei Vescovi per demolire la Chiesa. Per prendere le cose nel modo diatonico più indulgente, l’idea essenziale del regime repubblicano è di elevare lo Stato al di sopra della Chiesa; è di ridurre la Chiesa alla servitù e all’impotenza. Questi settari dicono tutti più o meno la stessa cosa, nella loro testa: questa cosa capitale per la Repubblica è sostituire la società laica alla società religiosa. Tutto si riduce ed è sottomesso a questo pensiero. La Repubblica si crederà definitivamente padrona solo quando avrà distrutto o reso schiava la Chiesa in Francia. Tra essa e la Chiesa è una lotta di principio, è un’incompatibilità assoluta. Tutti i repubblicani di tradizione vogliono la supremazia dello Stato sulla Chiesa, la secolarizzazione della società. Finché dura questo regime, con il suo personale suo spirito di empietà radicale, sarà lo stesso pensiero di ostilità contro la Chiesa, la stessa pretesa ipocrita e violenta di supremazia, di onnipotenza, la stessa politica di dominio secolare. Cullarsi con altre idee è un’illusione; lusingarsi della rassegnazione dei ministri è prossimo alla follia. La cosa peggiore è che questa esecrabile progenie, che si crede repubblicana e che è solo giacobina, cioè una canaglia negatrice, può permettersi tutti questi attacchi solo violando la Costituzione, minacciando le sue stesse leggi. Da tre anni, la costituzione francese si dice liberale, cioè favorevole, in linea di principio, a tutte le libertà. Che, secondo i tempi e le circostanze, i poteri pubblici siano più o meno rigorosi, il rigore e l’allentamento dei vincoli sociali hanno un solo scopo, la garanzia di tutte le libertà civili. Ora, i malandrini che ci opprimono, per raggiungere la Chiesa, per legarla, con la speranza di assassinarla, hanno, sotto la copertura della loro Repubblica, stabilito solo una dittatura, un mostro con quattrocento teste senza cervello; e questa dittatura, intendono usarla solo togliendo alla Chiesa, voglio dire ai suoi membri, tutte le libertà civili favorevoli alla libera pratica del loro culto. Gli atti di culto devono essere liberi come tutti gli altri atti civici, anzi, per la loro nobiltà, anche di più. Questi tiranni cancroidi non l’intendono così e per abbattere il culto, proclamano il principio della servitù universale. La guerra contro questo regime di follia criminale è un dovere sacro, necessario e tanto più efficace perché si tratta di difendere allo stesso tempo focolari ed altari. Noi, senza dubbio, come popolo Cristiani, come Vescovo, abbiamo, anche se a titolo minore, il dovere di difendere la Chiesa per se stessa, di difenderla così come istituita da Gesù Cristo, un francese immortale, il più grande dei cittadini francesi. Lo dobbiamo tanto più che difendendola, manteniamo il nostro diritto civile, ci rinchiudiamo nella Costituzione come nella cittadella della verità sociale e del diritto pubblico. – Non ho mai capito, non capirò mai e ancor meno ammetterò che, fin dall’inizio della persecuzione, non ci siamo accampati su questo campo di battaglia; che non abbiamo predicato la crociata di liberazione. Non riuscendo a farlo, si arriva alla guerra civile, preludio della guerra estera. La Francia, come nazione, assomiglia ad un alveare di api che si uccidono a vicenda. O meglio, assomiglia a Gerusalemme, dove i Giudei combattevano tra loro mentre l’ariete di Tito abbatteva i bastioni della città santa.

VII – All’epoca in cui si finisce questa lettera, i giornali pubblicano, Monsignori, una lettera militante del Vescovo di Nancy, Mons Turinaz è ancora giovane; ma è già un anziano: il suo episcopato risale all’essere indeterminabile che il maresciallo Soult ha chiamato Foutriquet. Il vescovo di Nancy è un ex professore di teologia; ha finito i suoi studi a Roma: è uno scrittore ed un oratore; sa quello che dice e misura la portata delle sue parole. Quindi cosa dice? In un appello alla Francia, aveva detto: Giustizia e Libertà: ecco cosa chiedono i Cattolici. – « Parole superbe, gli hanno gridato; ma parole. » Al che il Vescovo risponde: « La prima regola dei Cattolici e dei liberali sinceri è quella di chiedere giustizia e libertà; e di comprendere, sotto questa richiesta, la Religione cristiana e la Chiesa Cattolica. « La seconda regola è mettere gli interessi della Francia e della Religione al di sopra degli interessi degli individui e dei partiti. » E come conclusione, aggiunge: « Bisogna scegliere, tra coloro che hanno aderito alla prima regola, i candidati che offrono le migliori possibilità di successo. Allora tutti loro devono, a qualunque partito appartengano, mettere la loro influenza e la loro azione al servizio di questi candidati senza restrizioni e senza riserve. » Questa è una parola d’ordine di battaglia elettorale. Il Prelato non dimentica, inoltre, che c’è un altro campo d’azione, un’altra arena di lotta pro Deo e pro Ecclesia. In altre parole, distingue la lotta religiosa da quella politica. Nella lotta politica, vuole i laici come leader; nella lotta cattolica, vuole i Vescovi come leader. « Sì – dice – tutto questo era pratico, tutto questo era possibile, e di tutto questo non si è fatto nulla. – C’è altro da fare oggi? Lui risponde con tutta l’energia della sua anima: « No, mille volte no. » Mille volte no è molto; l’energia è una buona cosa; la letteratura oratoria è una bella cosa. Ma non si è forse, in presenza di un’inerzia perseverante, è qualcos’altro? Non mi piace, Eccellenze, in generale, la nota di disperazione. – Un leader non deve mai disperare della sua causa; nei suoi discorsi deve almeno esprimere fiducia. Non averla è sentirsi già sconfitto e demoralizzare i suoi soldati; farne una dimostrazione valorosa è elettrizzare i soldati e affilare le spade. La parola d’ordine di un generale coraggioso è: « avanti sempre! » Il modello dei suoi proclami è il mirabile appello di La Roche-Jaquelin: « Se avanzo, seguitemi; se mi ritiro, uccidetemi; se muoio, vendicatemi ». Un tale proclama è di bronzo. Nello stato in cui si trova l’episcopato, dopo vent’anni di corruzione del governo, se non ha fornito una resistenza, o anche un’azione comune, è perché ci sono uomini tra di esso che hanno abdicato alla loro libertà d’azione, e se non tradiscono positivamente, rifiutano almeno di combattere: non faranno mai nulla di decisivo contro il governo che ha distribuito loro dei mezzucci, secondo la formula di Bismark e le riserve di un mediatore disonesto. In presenza di queste decisioni, i discorsi sono poca cosa; le mozioni, apparentemente le più decisive, sono quasi niente. Scendere nell’arena delle rivendicazioni religiose; sventolare la bandiera della guerra santa; colpire di punta e di taglio, tutto questo linguaggio cavalleresco, per le creature di Dumay, è pura verbosità, e, per il persecutore, un atto di rivolta, una violazione della parola d’onore. Ho già espresso, e ripeto l’espressione di questo pensiero: non sfuggiremo alla persecuzione con le parole; alle parole, senza dubbio utili, ma si devono aggiungere i fatti e, soprattutto, i sacrifici. Per determinare la questione: abbiamo bisogno di confessori che siano risoluti nel loro proposito di martirio. – Cito, a questo proposito, due aneddoti. Durante l’invasione persiana, la flotta nemica, imbarcata in un porto greco, si preparava a partire. Un semplice soldato, Cynégire, teneva una barca con la mano. La sua mano fu tagliata; prese la barca con l’altra mano, che cadde con un’ascia; poi morse la barca con i denti; la sua testa cadde, ma la flotta persiana fu fatta prigioniera. A La Roquette, alla vigilia degli assassinii, il prete della Madeleine, preso da un santo entusiasmo, gridò: « Sine sanguinis effusione, non fit remissio. ». Se non versiamo il sangue, non otterremo la nostra liberazione. La Provvidenza lo accettò come vittima; fu la salvezza della Francia, o almeno la fine della Commune. Credo che sia necessario richiamare questi ricordi e raccomandarne la loro imitazione. Il Vescovo di Nancy è un Crisostomo; che sia un Basilio o un Atanasio: per salvare un paese, basta un eroe. Che il signor Turinaz sputi in faccia ai persecutori l’obbrobrio dei loro crimini; che denunci, facendo i loro nomi, le canaglie che preparano il ritorno del 93. Il suo coraggio ha già subito l’appropriazione indebita dell’imbecillità popolare; dovrà poi sopportare i rigori dei saltimbanchi diventati satrapi. Dubito che si accontenteranno di tagliargli la borsa. La verità è che temono la perpetrazione della violenza; non vogliono nemmeno apparire capaci di commetterla. Ma alla fine, se il Vescovo dice tutto quello che c’è da dire, se mette tutta la sua testa nel suo cuore, e tutta la sua anima al servizio del suo braccio, vedremo la salvezza che viene da Dio. I procuratori emetteranno dei mandati di cattura; i commissari e i gendarmi andranno al vescovado di Nancy. Il Vescovo sarà allontanato dal suo palazzo, ammanettato; se va, andrà tra due gendarmi, in una prigione. Lì comincerà a trovarsi pienamente Vescovo; sarà rivestito di ogni potere. Allora il giudizio di Dio sarà reso e satana sarà espulso dall’episcopato. Quello che seguirà è facile da indovinare. Per quanto mi riguarda, Eccellenze, nell’umile ambito in cui non posso pretendere l’immolazione, mi limito a denunciare i pericoli dell’umanesimo, l’inadeguatezza di una filosofia ingannevole, l’infiltrazione protestante nell’esegesi, e soprattutto i gravi pericoli delle due grandi eresie americanista ed internazionale. È su questi cinque punti che oso attirare la vostra attenzione e provocare rispettosamente la decisione della vostra autorità. La salvezza deve iniziare con l’espurgo delle idee; deve continuare con la risoluzioni al combattimento e trionfare attraverso il martirio.

Ad ogni giorno è sufficiente la sua pena.: Sufficii diei malitia sua. Sono, Eccellenze, con il più profondo rispetto, vostro servitore, rammaricandomi di non avere che solo una penna per la lotta, ma senza paura del martirio.

Riaucourt, 30 novembre 1901.

JUSTIN FEVRE,

Protonario Apostolico.