DOMENICA II DOPO L’EPIFANIA (2021)

DOMENICA II DOPO L’EPIFANIA (2021)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani,

comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio – Paramenti verdi.

Fedele alla promessa che aveva fatta ad Abramo ed ai suoi discendenti, Dio inviò il Figlio suo per salvare il suo popolo. E nella sua misericordia, Egli volle anche riscattare tutti i pagani. Gesù è il Re che tutta la terra deve adorare e celebrare come suo Redentore (Intr., Grad.). Morendo sulla croce Gesù è diventato il nostro Re, e col S. Sacrifizio – ricordo del Calvario – applica alle nostre anime i meriti della sua redenzione ed esercita quindi la sua regalità su di noi. Cosi col miracolo delle Nozze di Cana – simbolo dell’Eucaristia – Gesù manifesta per la prima volta in modo aperto ai suoi Apostoli la sua divinità, cioè il suo carattere divino e regale, ed è allora che « i suoi discepoli credono in Lui ». – La trasformazione dell’acqua in vino è il simbolo della transustanziazione, che S. Tommaso chiama il più grande di tutti i miracoli, e in virtù del quale il vino Eucaristico diviene il Sangue dell’Alleanza di Pace (Or.) che Dio ha stabilito con la sua Chiesa. E poiché il Re divino vuole sposare le nostre anime, è con l’Eucaristia che si celebra questo sposalizio mistico, poiché essa aumenta la fede e l’amore che ci fanno membri viventi di Gesù nostro Capo. (« L’unità del corpo mistico è prodotta dal vero corpo ricevuto sacramentalmente » – S. Tommaso). Le nozze di Cana raffigurano anche l’unione del Verbo con la Chiesa sua sposa. « Invitato alle nozze – dice S. Agostino – Gesù vi andò per confermare la castità coniugale e per mostrare che Egli è l’autore del Sacramento del Matrimonio e per rivelarci il significato simbolico di queste nozze, cioè l’unione del Cristo con la sua Chiesa. In tal modo anche quelle anime che hanno votato a Dio la loro verginità, non sono senza nozze, partecipando esse con tutta la Chiesa a quelle nozze in cui lo Sposo è Cristo».

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps LXV: 4

Omnis terra adóret te, Deus, et psallat tibi: psalmum dicat nómini tuo, Altíssime.

[Tutta la terra Ti adori, o Dio, e inneggi a Te: canti salmi al tuo nome, o Altissimo.]

Ps LXV: 1-2

Jubiláte Deo, omnis terra, psalmum dícite nómini ejus: date glóriam laudi ejus.[Alza a Dio voci di giubilo, o terra tutta: canta salmi al suo nome e gloria alla sua lode.]

Omnis terra adóret te, Deus, et psallat tibi: psalmum dicat nómini tuo, Altíssime.

[Tutta la terra Ti adori, o Dio, e inneggi a Te: canti salmi al tuo nome, o Altissimo.]

Oratio

Orémus.

Omnípotens sempitérne Deus, qui coeléstia simul et terréna moderáris: supplicatiónes pópuli tui cleménter exáudi; et pacem tuam nostris concéde tempóribus.

[O Dio onnipotente ed eterno, che governi cielo e terra, esaudisci clemente le preghiere del tuo popolo e concedi ai nostri giorni la tua pace.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános.

Rom XII: 6-16

“Fratres: Habéntes donatiónes secúndum grátiam, quæ data est nobis, differéntes: sive prophétiam secúndum ratiónem fídei, sive ministérium in ministrándo, sive qui docet in doctrína, qui exhortátur in exhortándo, qui tríbuit in simplicitáte, qui præest in sollicitúdine, qui miserétur in hilaritáte. Diléctio sine simulatióne. Odiéntes malum, adhæréntes bono: Caritáte fraternitátis ínvicem diligéntes: Honóre ínvicem præveniéntes: Sollicitúdine non pigri: Spíritu fervéntes: Dómino serviéntes: Spe gaudéntes: In tribulatióne patiéntes: Oratióni instántes: Necessitátibus sanctórum communicántes: Hospitalitátem sectántes. Benedícite persequéntibus vos: benedícite, et nolíte maledícere. Gaudére cum gaudéntibus, flere cum fléntibus: Idípsum ínvicem sentiéntes: Non alta sapiéntes, sed humílibus consentiéntes.

[Fratelli, avendo noi dei doni differenti secondo la grazia che ci è stata donata, chi ha la profezia (l’eserciti) secondo la regola della fede; chi il ministero, amministri, chi l’insegnamento, insegni; chi ha l’esortazione, esorti; chi distribuisce (lo faccia) con semplicità; che fa opere di misericordia, con ilarità. La vostra carità non sia finta. Odiate il male; affezionatevi al bene. Amatevi scambievolmente con amore fraterno, prevenendovi gli uni gli altri nel rendervi onore. Non pigri nello zelo, ferventi nello spirito, servite al Signore. Siate allegri per la speranza, pazienti nella tribolazione, assidui nella preghiera. Provvedete ai bisogni dei santi; praticate l’ospitalità. Benedite quelli che vi perseguitano: benedite e non vogliate maledire. Rallegratevi con chi gioisce; piangete con chi piange, avendo gli stessi sentimenti l’uno per l’altro. Non aspirate alle cose alte, ma adattatevi alle umili.]

 P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

LA CARITÀ PIÙ DIFFICILE.

San Paolo in materia di carità è un Maestro straordinario; grande in tutto, è grandissimo in questo. Assurge al grido più sublime, discende alle considerazioni più pratiche e in questo terreno pratico che pare umile, spiega un’abilità, una finezza che lo mette in contrasto, vittorioso da parte sua, con le. idee che hanno più facile e maggior voga nella società. Ecco qua un binomio nel quale si riassume l’esercizio pratico della carità: « gaudere curri gaudentibus, flere cura flentibus ». Dove il consiglio o precetto di piangere con chi piange appare a tutti un precetto caritatevolissimo. Non è egli giusto e bello compiangere chi soffre? aiutarlo, per stimolo di compassione sincera a non soffrire più? a superare il suo dolore? È così bella e caritatevole questa funzione del piangere coi dolenti che per molti la carità predicata da Cristo si riduce lì. La carità per lo meno più autentica, più meritevole è questa. Gli altri, quelli che non soffrono né punto né poco anzi godono, se la scialano, se la ridono, che bisogno hanno di carità? O come la possiamo esercitare verso di loro? Come possiamo essere con loro e verso di loro caritatevoli? Domanda che S. Paolo non ammette in quanto tendono a rimpicciolire l’esercizio della carità nel campo della miseria umana. La. carità spazia in termini più vasti. È possibile anche coi felici, solo che è più difficile. È molto difficile. Impietosirsi cogli infermi è più facile. Strano, ma vero. E neanche strano. Il nostro egoismo in fondo è carezzato, vellicato, soddisfatto quando vede soffrire gli altri, quando incontra il dolore. E assumiamo volentieri l’attitudine della pietà perché è un’attitudine universalmente apprezzata, facciamo il gesto del soccorso perché esso pare a tutti un bel gesto. Ci dà una doppia superiorità, la superiorità di chi non soffre e quella di chi benefica. Impalcatura psicologica che crolla quando il nostro prossimo è fortunato; quando invece di passare lagrimando dalla gioia al dolore, dalla ricchezza alla povertà, dalla salute alla malattia, passa allegramente, ridendo, cantando dal dolore alla gioia, e per esempio dalla povertà alla ricchezza. Quando una famiglia ricca per un rovescio diventa povera, quanti dicono, e abbastanza sinceramente: povera gente! e piangono e aiutano. Ma quando accade il rovescio, quando il povero diventa ricco sono molti che si rallegrano sinceramente? Attenti a questo sinceramente! Perché la commedia delle congratulazioni la recitano molti, troppi: ma è una commedia. Sotto sotto, dentro di sé, in realtà crepano d’invidia. Il buon Cristiano, il vero caritatevole si rivela in quel « gaudere cura gaudentibus » prima e più che nel « flere cura flentibus », nel partecipare alle altrui gioie prima e più che nel dividere gli altrui dolori.

Graduale

Ps CVI: 20-21

Misit Dóminus verbum suum, et sanávit eos: et erípuit eos de intéritu eórum.

[Il Signore mandò la sua parola e li risanò: li salvò dalla distruzione.]

V. Confiteántur Dómino misericórdiæ ejus: et mirabília ejus fíliis hóminum. 

[V. Diano lode al Signore le sue misericordie e le sue meraviglie in favore degli uomini. ]

Alleluja

Allelúja, allelúja

Ps CXLVIII: 2

Laudáte Dóminum, omnes Angeli ejus: laudáte eum, omnes virtútes ejus. Allelúja.

[Lodate il Signore, voi tutti suoi Angeli: lodatelo, voi tutte milizie sue. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Joánnem. [Joann II: 1-11]

In illo témpore: Núptiæ factæ sunt in Cana Galilaeæ: et erat Mater Jesu ibi. Vocátus est autem et Jesus, et discípuli ejus ad núptias. Et deficiénte vino, dicit Mater Jesu ad eum: Vinum non habent. Et dicit ei Jesus: Quid mihi et tibi est, mulier? nondum venit hora mea. Dicit Mater ejus minístris: Quodcúmque díxerit vobis, fácite. Erant autem ibi lapídeæ hýdriæ sex pósitæ secúndum purificatiónem Judæórum, capiéntes síngulæ metrétas binas vel ternas. Dicit eis Jesus: Implete hýdrias aqua. Et implevérunt eas usque ad summum. Et dicit eis Jesus: Hauríte nunc, et ferte architriclíno. Et tulérunt. Ut autem gustávit architriclínus aquam vinum fáctam, et non sciébat unde esset, minístri autem sciébant, qui háuserant aquam: vocat sponsum architriclínus, et dicit ei: Omnis homo primum bonum vinum ponit: et cum inebriáti fúerint, tunc id, quod detérius est. Tu autem servásti bonum vinum usque adhuc. Hoc fecit inítium signórum Jesus in Cana Galilaeæ: et manifestávit glóriam suam, et credidérunt in eum discípuli ejus.

[In quel tempo: Vi furono delle nozze in Cana di Galilea, e li vi era la Madre di Gesù. E alle nozze fu invitato anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la Madre di Gesù disse a Lui: Non hanno più vino. E Gesù rispose: Che ho a che fare con te, o donna? La mia ora non è ancora venuta. Disse sua Madre ai domestici: Fate tutto quello che vi dirà. Orbene, vi erano lì sei pile di pietra, preparate per la purificazione dei Giudei, ciascuna contenente due o tre metrete. Gesù disse loro: Empite d’acqua le pile. E le empirono fino all’orlo. Gesù disse: Adesso attingete e portate al maestro di tavola. E portarono. E il maestro di tavola, non appena ebbe assaggiato l’acqua mutata in vino, non sapeva donde l’avessero attinta, ma i domestici lo sapevano; chiamato lo sposo gli disse: Tutti servono da principio il vino migliore, e danno il meno buono quando sono brilli, ma tu hai conservato il vino migliore fino ad ora. Così Gesù, in Cana di Galilea dette inizio ai miracoli, e manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui.]

OMELIA II

[Discorsi di S. G. B. M. VIANNEY, curato d’Ars – Vol. I, Quarta ed. – Ed. Marietti, Torino-Roma, 1933]

Sul Matrimonio.

Quanto i Cristiani sarebbero felici, se avessero la sorte come questi due sposi fedeli che si recarono a pregare Gesù Cristo di assistere alle loro nozze per benedirle e per conceder loro le grazie necessarie alla loro santificazione! Ma no, pochissimi fanno quello che devono fare per impegnare Gesù Cristo a recarsi alle loro nozze per benedirle; all’opposto, sembra che si impieghino tutti i mezzi per impedirlo. Ah! quante persone dannate per non aver invitato Gesù Cristo alle loro nozze, quante persone che cominciano il loro inferno in questo mondo! Ah! quanti Cristiani che abbracciano questo stato colle stesse disposizioni dei pagani e forse son più colpevole! Diciamo, gemendo, che, di tutti i sacramenti non ve ne è alcun altro che sia tanto profanato. Sembra che non si riceva questo gran sacramento che per commettere un sacrilegio. Ah! se noi vediamo molti contrarre dei cattivi matrimoni, molti infelici, molti che colla maledizioni che si vomitano l’uno contro l’altro, veramente cominciano il loro inferno in questo mondo, non cerchiamone altra causa se non nella profanazione di questo sacramento. Ah! se di tutti i trenta matrimoni, ne occorressero tre soli che avessero ricevute tutte le grazie, sarebbe già molto. Ma che cosa ne conseguita da queste profanazioni, se non una generazione di riprovati? Mio Dio, possiamo noi pensarvi e non tremare, vedendo tante povere persone le quali non entrano in questo stato che per cadere nell’inferno? Qual è il mio disegno, M. F.? Eccolo. Dapprima di mostrare a coloro che hanno abbracciato questo stato, le colpe che vi hanno commesse, e poscia a coloro che pensano di abbracciarlo, le disposizioni che vi devono recare.

I. — Nessuno dubita che noi possiamo salvarci in tutti gli stati che Dio ha creati, ciascuno in quello che Dio ci ha destinato, se noi vi rechiamo le disposizioni che Dio domanda da noi: di guisa che, se noi ci perdiamo nel nostro stato, segno è che non l’abbiamo abbracciato con buone disposizioni. Ma è vero che ve ne sono i quali presentano maggiori difficoltà degli altri. Noi sappiamo qual è quello che ne presenta di maggiori, è quello del matrimonio; e tuttavolta noi vediamo che è quello che si riceve con più cattive disposizioni. Quando si vuol ricevere il sacramento della confermazione, si premette un ritiro, si procura di farsi bene istruire, per rendersi degni delle grazie che vi sono annesse; ma per quello del matrimonio, dal quale dipende ordinariamente la felicità o l’infelicità di colui che lo riceve, lontano dal prepararvisi con un ritiro o con qualche altra buona azione, sembra che non si saranno mai accumulati abbastanza peccati sopra peccati per riceverlo, sembra che non si avrà mai commesso tanto male per meritare la maledizione del buon Dio, affine di essere infelici per il volgere di tutta la vita preparandosi un inferno per l’eternità. Quando si vuol abbracciare lo stato ecclesiastico, od entrare in un monastero, o restare nel celibato, si consulta, si prega, si compiono delle buone opere, affine di domandare a Dio la grazia di conoscere la propria vocazione; benché nell’ordine religioso tutto converga a Dio. tutto ci allontani dal male, nonostante ciò, si prendono molte precauzioni; ma per il matrimonio, nel quale è così difficile il salvarsi, o per meglio dire, nel quale tanti si dannano, dove sono le preparazioni che si premettono per domandare a Dio la grazia di meritare il soccorso del cielo che ci è così necessario per potere santificarci? Quasi nessuno vi si prepara, o vi si prepara in un modo così debole che il cuore non vi ha alcuna parte. Quando un giovane od una giovane cominciano a voler pensare a collocarsi, prendono le messe dall’allontanarsi da Dio, abbandonando la religione, la preghiera, i sacramenti. Gli abbigliamenti ed i piaceri prendono il posto della religione, e i peccati più vergognosi prendono il posto dei sacramenti. Essi battono questa via fino al momento di contrarre il matrimonio, nel quale la maggior parte consumano tre sacrilegi in due o tre giorni; vo’ dire profanando il sacramento della penitenza, quello dell’Eucaristia e quello del matrimonio, se il prete è tanto infelice da amministrar loro i due primi; io dico almeno la maggior parte, se non di tutti. Il più gran numero di Cristiani, vi recano un cuore mille volte più corrotto dal vizio infame dell’impurità, che un gran numero di pagani non oserebbero di commettere. Una giovane che desidera impalmarsi con un giovane, non ha più alcuna riservatezza. Ah! ella abbandona il buon Dio, e il buon Dio alla sua volta la abbandona; ella si getta a corpo perduto in tutto ciò che è più infame. Ah! che possono essere e che possono diventare queste povere persone che ricevono il sacramento del matrimonio in un simile stato, e quanti di questi infelici non lo rivelano neppure in confessione? O mio Dio, con qual orrore il cielo può e deve riguardare tali matrimoni! Ma che avviene di queste persone infelici? Ah! lo scandalo d’una parrocchia ed una sorgente di sventure per i poveri figli che nasceranno da essi! Che cosa si ascolta in questa casa? Nient’altro, se non giuramenti, bestemmie, imprecazioni e maledizioni. Quella giovane credeva che se poteva avere quell’uomo, o quell’uomo quella giovane, nulla sarebbe loro mancato; ma ah! dopo aver fondata la famiglia, quale cangiamento, quante lagrime, quanti patimenti, quanti gemiti! Ma tutto ciò a nulla giova. La sventura li ha incolti, ed è necessario restarvi fino alla morte, è necessario vivere con una persona che il più spesso non si può né vedere né udire; diciamo meglio, essi cominciano il loro inferno in questo mondo per continuarlo per tutta l’eternità. Ah! che il numero di questi matrimoni infelici, è grande! Tuttavolta, tutto ciò proviene dalla profanazione di questo sacramento. Ah! se si ponesse mente a quello che si fa abbracciando il matrimonio, i doveri da adempire e le difficoltà che vi si incontreranno per salvarsi, o mio Dio, più savia sarebbe la loro condotta! Ma la sventura del gran numero, è che hanno già perduto la fede quando lo abbracciano. D’altra parte, il demonio nulla omette per renderli indegni delle grazie che Dio loro concederebbe se fossero ben preparati. Il demonio, non solamente spera di averli nel suo potere, ma che anche i figli che nasceranno da essi saranno le sue vittime. Oh! che coloro che Dio non chiama a questo stato sono felici! Oh! quali azioni di grazie devono rendere a Dio di preservarli da tanti pericoli di perdersi! senza contar che saranno più vicini a Dio in cielo, che tutte le loro azioni saranno più accettevoli a Dio, e che la loro vita sarà più dolce, e la loro eternità più felice. Mio Dio, chi potrà ben comprendere ciò? Ah! quasi nessuno, perché ciascuno segue, non la propria vocazione, ma la tendenza delle proprie passioni. – Tuttavia, per quanto sia difficile salvarsi nello stato del matrimonio, e che il più gran numero, senza porvi mente un sol momento, saranno dannati, coloro che Dio vi chiama possono salvarvisi, se hanno la ventura di recarvi le disposizioni che Dio domanda da essi; Egli loro concederà coi sacramenti suoi le grazie che loro sono promesse. Ciascuno deve entrare dove Dio lo chiama, e noi possiamo dire che il più gran numero dei Cristiani si perdono perché non seguono la loro vocazione, ossia non domandandola a Dio o rendendosi indegni di conoscerla colla loro cattiva vita. Per mostrarvi che si può salvarsi nel matrimonio, se è Dio che chiama, ascoltate quello che ci dice S. Francesco di Sales, il quale essendo in collegio, si intratteneva un giorno con uno dei suoi compagni intorno lo stato nel quale entrerebbero. S. Francesco gli disse: io credo che il buon Dio mi chiami ad essere prete, io vi trovo tanti mezzi di santificarmi e di guadagnare delle anime a Dio, che al solo pensarvi mi sento il cuore ripieno di gioia; quanto mi troverei felice, se potessi convertire dei peccatori a Dio! Per tutto il volgere dell’eternità, io li sentirei cantare le lodi di Dio, li vedrei in cielo. L’altro gli disse: Io credo che Dio mi chiami nello stato del matrimonio e che avrò dei figli e che ne formerò dei buoni Cristiani e che io medesimo mi santificherò. Tutti e due seguirono una vocazione diversa, perché l’uno fu prete e Vescovo, e l’altro abbracciò il matrimonio, tuttavolta tutti due sono santi. Colui che contrasse il matrimonio ebbe dei figli e delle figlie; uno dei figli fu arcivescovo, ed è stato santo; un secondo religioso; un altro, presidente in una camera, il quale fece della propria casa quasi un monastero. Si levava di letto ogni giorno alle quattro ore del mattino, a cinque ore recitava la preghiera con tutti i suoi domestici, li istruiva ogni giorno. Parecchie delle sue figlie furono religiose; di guisa che, dice S. Francesco di Sales, che tutti, in quella famiglia, furono modelli di virtù nel paese dove soggiornavano. Voi vedete che, benché sia molto difficile di salvarsi nello stato del matrimonio, coloro che vi sono chiamati da Dio, se vi recano delle buone disposizioni, possono sperare di santificarvisi. Ma trattiamo in modo più diretto quello che riguarda questo sacramento.

II — Se io domandassi ad un fanciullo che cos’è il sacramento del matrimonio, egli mi risponderebbe: è un sacramento istituito da nostro Signor Gesù Cristo e che conferisce le grazie necessarie per santificare coloro che abbracciano il matrimonio secondo le leggi della Chiesa e dello Stato. Ma quali sono le disposizioni per ricevere le grazie che Dio comunica con questo sacramento? Eccole:

1° Di essere sufficientemente istruito dei doveri del proprio stato e delle miserie che in esso si provano; 2° di essere in stato di grazia, vo’ dire di avere premessa una buona confessione di tutti i propri peccati, con un vivo desiderio di non più commetterli. Se mi domandate perché è necessario essere in istato di grazia per ricevere questo sacramento, io vi risponderò: 1° Perché è un sacramento dei vivi; è necessario adunque che l’anima nostra sia esente da peccati; 2° Non essendo in istato di grazia, si commette un sacrilegio, eccetto che non siasi sufficientemente istruito. Coloro che vogliono ricevere degnamente questo sacramento devono essere istruiti sufficientemente per conoscere i loro doveri, e per insegnare ai loro figli quello che devono fare per vivere cristianamente. Se una persona che contrae il matrimonio non sa che cos’è il sacramento che riceve, chi l’ha istituito, quali grazie ci conferisce, e quali sono le disposizioni che dobbiamo recarvi, egli è certo che commette un sacrilegio. Ah! quanti sacrilegi nel ricevere questo gran sacramento, e quanti che abbracciano questo stato senza neppure sapere i principali misteri; vo’ dire, quale delle tre Persone divine si è fatta uomo! Essi non saprebbero solamente rispondervi che è la seconda Persona che ha preso un corpo ed un’anima nel seno della Ss. Vergine per l’opera dello Spirito Santo, e che fu il 25 marzo; che il 25 dicembre questo Gesù è venuto al mondo. Quanti che non sanno che è nato come uomo e non come Dio, perché come Dio è da tutta l’eternità. Quanti che non sanno che è il Giovedì santo che Gesù Cristo ha istituito il sacramento adorabile dell’Eucaristia, prendendo del pane, benedicendolo e cangiandolo nel suo corpo; e che poscia prese del vino e lo cangiò nel suo sangue, e che disse a’ suoi apostoli: “Tutte le volte che voi pronuncerete queste medesime parole, voi opererete lo stesso miracolo.„ Quanti che non sanno che fu il Giovedì santo che Gesù Cristo ha istituito i sacerdoti, dicendo loro queste parole: “Fate questo in memoria di me. Tutte le volte che voi pronuncerete le medesime parole, voi cangerete il pane nel mio corpo, il vino nel mio sangue.„ (I Cor. XI, 23-26). Forse alcuni ignorano il giorno che il buon Dio è morto, che è risuscitato e che è salito al cielo. Ciò vi meraviglia? Ah! ne occorrono più di due che non sanno quanto e come Dio ha sofferto, e come è morto; vo’ dire che non sanno che Dio ha sofferto ed è morto come uomo e non come Dio, perché come Dio non poteva né patire, né morire. Quanti che credono che le tre Persone della Ss. Trinità hanno sofferto e sono morte. Quanti non sanno che Gesù Cristo, come uomo, è più giovane della Ss. Vergine, e che, come Dio, è da tutta l’eternità! Quanti sarebbero stati bene impacciati, se, prima di maritarsi, si avesse loro domandato: Chi ha istituito i sacramenti, e quali sono gli effetti di ciascun sacramento in particolare, e quali sono le disposizioni che domanda ciascun sacramento? Quanti credono che è la Ss. Vergine e gli apostoli che hanno istituiti i sacramenti, e che non sanno veramente che è Gesù Cristo, e che Lui solo poteva istituirli e comunicar loro le grazie che vi riceviamo: vo’ dire, che il battesimo ci purifica dal peccato che noi rechiamo, nascendo, che è il primo sacramento che un Cristiano può ricevere, e che le acque per il battesimo sono state santificate quando S. Giovanni battezzò Gesù Cristo nel Giordano, che Gesù Cristo l’ha istituito, dicendo ai suoi apostoli: “Andate, istruite tutte le nazioni battezzandole nel nome del Padre, ecc. „ (Matth. XXVIII, 19). Quanti non sanno che sia lo Spirito Santo ch’essi ricevono nel sacramento della Confermazione, e che questo sacramento non può essere conferito che dai Vescovi, e che è necessario essere in istato di grazia per riceverlo! Quanti non sanno in qual momento essi ricevono il sacramento di Penitenza e non sanno che è quando si confessano e che loro si imparte l’assoluzione, e non tutte le volte che si confessano! Quanti non sanno che, nel sacramento dell’Eucaristia, essi ricevono il corpo, il sangue e l’anima di nostro Signore Gesù Cristo, e non ricevono né gli angeli né i santi! Quanti non sanno far la differenza tra il sacramento dell’Eucaristia e gli altri, vale a dire, che non sanno che, nel sacramento dell’Eucaristia, essi ricevono il corpo adorabile e il sangue prezioso di Gesù Cristo, invece che negli altri non riceviamo che l’applicazione dei meriti del suo sangue prezioso! Quanti non sanno conoscere, quali sono i sacramenti dei vivi e i sacramenti dei morti, e perché si danno loro questi nomi; essi non sanno che il Battesimo, la Penitenza e qualche volta l’Estrema-Unzione, sono i sacramenti dei morti, perché ci restituiscono la vita della grazia che abbiamo perduta col peccato, e gli altri sono chiamati sacramenti dei vivi, perché è necessario che non abbiamo nessun peccato sopra la coscienza quando vogliamo riceverli. Quanti altri non sanno quello che ricevono quando si fanno le unzioni sopra i loro sensi, e quale grazia questo sacramento dell’Estrema Unzione conferisce agli ammalati che lo ricevono degnamente, vo’ dire che essi non sanno che questo sacramento li purifica da tutti i peccati che hanno commesso coi loro sensi. Finalmente quanti altri hanno ignorato la grazia che conferiva il sacramento del matrimonio! Quanti altri che non sanno che i sacramenti non hanno avuto il loro effetto che dopo la Pentecoste. Ah! quanti sacrilegi! ah! quante persone maritate miseramente perdute! Tuttavia se voi ignorate queste cose, voi potete essere certi che tutti i sacramenti che avete ricevuti sono, vorrei dire, dei sacrilegi. – Una seconda ragione che deve persuaderci a ben prepararsi per ricevere tutte le grazie che conferisce questo gran sacramento, è che vi sono molte miserie da sopportare. Quante povere mogli che sono costrette di passare la loro vita con dei mariti di cui gli uni sono irascibili, i quali un nulla li fa montar in collera; somiglievoli a leoni, essi sono sempre ai loro fianchi, sono sempre a contese e spesse volte le maltrattano; essi non possono vederle a mangiare. Esse muoiono di crepacuore; è ben raro che passino un giorno senza versare delle lagrime; altre hanno dei mariti che mangiano tutto quello che hanno nelle bettole, mentre che una povera moglie perisce di miseria coi suoi figli nella casa. Quello che io dico dei mariti, lo dico parimente delle mogli. Quanti mariti che hanno delle mogli che non dicono loro mai una parola con dolcezza, che li disprezzano, che trascurano tutto ciò che vi è nella casa, che non fanno che contendere da mane a sera. Voi sarete d’accordo con me che per soffrire tutto ciò senza lagnarsi, in modo da renderlo meritorio per il cielo, occorre una grazia straordinaria. Ora, se voi aveste ricevuto tutte le grazie che vi conferisce questo sacramento, voi ne avreste un tesoro infinito per il cielo; le grazie che Dio vi ha preparato per salvarvi, che ha annesso alla vostra vocazione, vi renderebbero ciò sopportabile senza mandare alcun lamento. Ma donde proviene che l’uomo non può tollerare i difetti che egli scopre nella propria moglie, e che la moglie maledice ad ogni istante il proprio marito perché è un ubbriacone? Gli è perché queste persone non hanno ricevuto le grazie del sacramento del matrimonio; esse non possono essere che infelici nel volgere della loro vita e dannate dopo la loro morte. Ma una più grave sventura è che i loro figli loro rassomigliano. Ah! chi potrà dire a virtù di parole lo stato deplorevole dei figli che nascono da tali matrimoni? Voi li vedete quasi vivere come le bestie. Dapprima, i genitori non hanno mai saputo la loro religione, quindi non possono insegnarla ai loro figli. Ah! dei figli che hanno dieci o undici anni, e non sanno non solamente la loro preghiera, né una parola della loro religione; essi non hanno che giuramenti e cattivi discorsi in bocca. Ah! quante persone maritate e quanti figli perduti! almeno se non fossero maritate, si sarebbero perdute sole! Come la profanazione di questo sacramento popola l’inferno! Ma, mi direte voi, che cosa bisogna fare per abbracciare santamente questo stato? — Eccolo. Ascoltatelo attentamente, fortunati se ne approfittate! È necessario che il vostro matrimonio non sia contratto al modo dei pagani. Ecco i matrimoni dei pagani. Quando vogliono collocarsi, gli uni prendono una donna per averne dei figli ai quali lasciare il loro nome e i loro beni; altri perché hanno bisogno di una compagna per aiutarli nelle sollecitudini della vita; questi per la bellezza e le attrattive, ma pochissimi per la virtù. Dopo ciò, si prendono le debite cautele da una parte e dall’altra, si stipula il contratto, e si celebra il matrimonio, che è accompagnato da qualche cerimonia religiosa al loro modo; si imbandisce un gran banchetto, e si lascia un libero freno ad ogni sorta di gioie e di eccessi. Ecco il modo col quale procedono i pagani, vo’ dire coloro che non hanno come noi la ventura di conoscere il vero Dio. Se i vostri matrimoni non hanno niente di meglio, state sicuri che voi avete profanato questo sacramento; e, dopo ciò, risolvetevi a passare la vostra eternità nell’inferno. Non è dunque veramente che lo spirito di pietà che forma il matrimonio cristiano: è necessario dunque farlo in nome di Gesù Cristo, nell’intendimento di piacere a Lui e di seguire la propria vocazione, proporsi il salvamento dell’anima propria e null’altro. Non è dunque né l’interesse, né il desiderio di seguire l’inclinazione del proprio cuore che deve muovere un Cristiano a contrarre il matrimonio; ma quello di seguire la voce di Dio che vi chiama in questo stato, di educare cristianamente i figliuoli che piacerà a Dio concedervi. Ma in un affare così importante, nulla si deve fare con precipitazione, né mai omettere di consultare i propri genitori, e nulla conchiudere senza il loro consentimento. I genitori, non occorre dirlo, non devono costringere i loro figli ad unirsi con persone che non amano, perché non possono essere che infelici l’uno e l’altra. È necessario sempre scegliere persone che abbiano della pietà: voi dovete preferirle, quand’anche avessero poche ricchezze, perché voi siete sicuri che Dio benedirà il vostro matrimonio; invece che per coloro che non hanno religione, i loro beni periranno in breve tempo. Non conviene fare come molte che impalmano un uomo ubbriacone e cattivo soggetto, dicendo che, quando sarà maritato si correggerà; è vero l’opposto, e non diventerà che più cattivo, e voi passerete la vostra, vita in una specie d’inferno. Ah! questi matrimoni sono numerosi È colla preghiera e colle buone opere che voi dovete domandare a Dio di farvi conoscere colui o colei che Dio vi destina. Si dice che affinché un matrimonio sia ben fatto, vo’ dire felice, è necessario sia fatto in cielo prima di esserlo sopra la terra. Dapprima i giovani che vogliono meritare le grazie del matrimonio che Dio prepara a coloro che sperano di santificarvisi, non devono parlarsi da soli né il giorno né la notte, senza la presenza dei loro genitori, e non permettersi mai la più piccola famigliarità, né la più piccola parola indecente, senza di che sono sicuri di allontanare Dio dalle loro nozze, e se Dio non vi assiste, sarà il demonio. Ah! non ne occorre uno sopra duecento che osservi ciò. Si può egualmente dire che non occorre un matrimonio sopra duecento che sia veramente tale e nel quale la pace e la religione vi regnino, in modo che si possa dire che è una casa del buon Dio. All’opposto, ne occorrono che si trascinano per tre o quattro anni nelle danze, nei balli, nelle commedie, nelle bettole, che passano i tre quarti delle loro notti soli, a permettersi tutto ciò che il demone dell’impurità può loro inspirare. Mio Dio! sono costoro cristiani che devono portare sotto il velo del sacramento un cuore puro e libero da ogni peccato? Ah! chi potrà contare il numero dei peccati dei quali è coperto il loro cuore e la loro anima imputridita? Ah! come poter sperare che il buon Dio potrà, onnipotente quale Egli è, benedire tali matrimoni di persone che vivono nella imparità più infame chi sa da quanti anni? che non recitano forse le preghiere né il mattino né la sera? che hanno abbandonato i sacramenti da parecchi anni, o, se li hanno frequentati, non l’hanno fatto che per profanarli? Ah! come pretendere che il sangue adorabile di Gesù Cristo possa discendere sopra queste nozze per santificarle, e rendere le pene del matrimonio dolci e meritorie per il cielo? Ah! quanti sacrilegi, e quante persone maritate che andranno ad ardere negli abissi! Mio Dio, come i Cristiani conoscono poco la loro sventura e la loro perdita eterna! Ah! essi non abbandoneranno i loro delitti infami dopo le loro nozze; sempre le stesse infamie, e sempre battendo la via dell’inferno, nel quale ben presto cadranno. No, non entriamo nel particolare degli orrori che si commettono nel matrimonio, tutto ciò fa morire d’orrore. Abbassiamo il velo, che non si alzerà che nel gran giorno della vendetta, nel quale vedremo tutte queste turpitudini senza temere di contaminare la nostra immaginazione. Gente maritata, non perdete mai di vista che tutto si vedrà nel giorno del giudizio; ma ciò che ecciterà la meraviglia di una infinità di persone, è che cristiani si sieno permessi infamie simili. Facciamo punto.

III. — Se voi ora mi domandate quali sono le condizioni richieste perché un matrimonio sia buono davanti a Dio e davanti agli uomini, ecco, due cose: che il matrimonio sia contratto secondo le leggi della Chiesa, senza di che il matrimonio sarebbe nullo, vo’ dire che le persone vivrebbero nel peccato; come due persone che convivono insieme senza maritarsi davanti alla Chiesa. La Chiesa ha promulgato le sue leggi, assistita, diretta dallo Spirito Santo. Se voi mi domandate che cosa sono gli sponsali: è la promessa che si fanno due persone d’impalmarsi. Dal momento che due persone si sono fidanzate, esse non devono restare nella stessa casa, senza commettere un grave peccato, per causa dei pericoli e delle tentazioni alle quali saranno esposte; perché il demonio tutto mette in opera per renderle indegne della benedizione del buon Dio che loro è promessa nel sacramento del matrimonio. – Per questo la Chiesa proibisce loro di abitare sotto il medesimo tetto nel tempo degli sponsali. Vi ho detto che non occorre sacramento per il quale si prendano tante precauzioni esterne, che si riceva con tanto apparato come quello del matrimonio. Dopo che il contratto è stipulato, per tre domeniche di seguito si pubblicano le persone che vogliono maritarsi, e ciò per due ragioni: la prima, per invitare i fedeli a pregare per loro, affinché Dio conceda loro le grazie che sono loro necessarie per abbracciare santamente questo stato. La seconda ragione, per scoprire gli impedimenti che potrebbero mettere ostacolo a questo matrimonio. I oasi nei quali la Chiesa proibisce il matrimonio si chiamano impedimenti; di questi impedimenti ve ne sono che rendono le nozze nulle, di guisa che persone che si fossero maritate con alcuno di questi impedimenti, e vedremo quali, non sarebbero maritate, la loro vita non sarebbe che una fornicazione continua. Ah! occorrono di questi infelici matrimoni, che fanno cadere le maledizioni del cielo con delle pene dovunque si trovano! Non occorre dire che la profanazione di questo sacramento e le colpe che si commettono nel matrimonio, non sieno la causa dei grandi mali coi quali Dio ci colpisce, e noi lo riconosceremo nel giorno del giudizio! – Noi diciamo dunque che vi sono degli impedimenti che si chiamano dirimenti; ecco quelli che si incontrano il più spesso. Il primo è la parentela, detta consanguineità, fino al quarto grado inclusivamente, vo’ dire che comprende il quarto grado e non il quinto; ciò si intende agevolmente. Quando si annuncia il matrimonio, se voi pensate che colui che lo pubblica non sappia ciò che i fidanzati gli nascondono, voi siete obbligati di manifestarlo a colui che l’ha pubblicato, altrimenti commettereste un grave peccato mortale, perché  ne occorrono molti che lo nascondono per quanto lo possono, per timore di domandare la dispensa e che costi loro qualche cosa. Il secondo, è l’affinità, cioè che un vedovo non può sposare i parenti della defunta sino al quarto grado, né la vedova i parenti del defunto. Il terzo è la parentela spirituale, cioè che non si può contrarre matrimonio col figlio che si è levato al fonte battesimale, né col padre, né colla madre di questo figlio. Il quarto è l’onestà pubblica, vale a dire che, quando una persona è stata fidanzata con una persona, ella non può maritarsi né colla madre, né colla figlia, né colla sorella della persona colla quale era stata fidanzata. Ecco gli impedimenti che i fedeli possono conoscere facilmente, e quando si pubblica un matrimonio che si conoscesse essere in alcuno di questi casi, si è obbligati di manifestarlo, per non commettere un peccato mortale, e si mette nel caso di essere scomunicato, cioè rimosso dal seno della Chiesa. Ne occorrono alcuni altri che sono meno comuni, alcuni che sono segreti e infamanti, come l’adulterio e l’omicidio; coloro che ne sono colpevoli devono avvertire il loro confessore. Le leggi della Chiesa che proibiscono questi matrimoni sono sapientissime, sono tutte state dettate dallo Spirito Santo. Vi è ancora il voto semplice di castità, di sei mesi, di un anno, che sono impedimenti impedienti. Tuttavolta la Chiesa concede delle dispense imponendo qualche limosina a coloro che le domandano, ma non dimenticate mai che tutte le dispense che si domandano, e nelle quali non si espongono le cose quali sono, nulla valgono. Il Santo Padre non concede che alla condizione che ciò che si espone sia vero; di guisa che se ciò che noi esponiamo non è vero, cioè se voi recate delle ragioni che non sussistono o le amplificate, le vostre dispense nulla valgono, quindi il vostro matrimonio è nullo; vale a dire che non siete maritati e che avete commesso un sacrilegio ricevendo il sacramento del matrimonio, come tutti i sacramenti che poscia ricevete. Ah! quanto è grande il numero di questi infelici, e che dormono tranquilli, mentre il demonio loro scava un inferno eterno! Voi non dovete dunque mai recare delle ragioni che non sussistono, e se i vostri pastori non le trovano di peso guardatevi dal pressarli, dicendo che voi egualmente vivrete insieme. Ah! quante persone maritate miseramente perdute. Ma, mi direte voi, in qual modo si deve passare il tempo degli sponsali? — Ecco: Questo tempo è un tempo sacro che si deve passare nel ritiro, nella preghiera e nel praticare ogni sorta di buone opere per meritare che Gesù Cristo vi conceda, come agli sposi di Cana in Galilea, la grazia di assistere alle vostre nozze per benedirvi, concedendovi i soccorsi necessari per potervi santificare. È cosa buona e spesse volte necessaria il premettere una confessione generale, sia per riparare le cattive che fossero state fatte nel corso della vita, sia per rendersi maggiormente degni di ricevere questo sacramento, perché le grazie vi sono copiose, in proporzione delle disposizioni che vi si recano. Ditemi, M. F., è codesto il modo col quale si passa un tempo così prezioso come quello degli sponsali? Ah! non prendete per modello i pagani, i quali neppur fanno tutto ciò che il più gran numero dei Cristiani dei giorni nostri si permettono! Questi infelici Cristiani non sono contenti di aver trascinato quasi tutta la loro vita o almeno una parte notevole nel delitto e nell’infamia più nera! Sembra che non siasi fatto abbastanza il primo giorno dei loro sponsali: le danze, i balli, le bettole o la carne, se è giorno di magro. Non contenti di commettere il male soli, quasi temessero di non irritare abbastanza la giusta collera di Dio sopra di essi, affinché invece di benedirli li maledica, saranno tre o cinque persone; vale a dire secondo i loro mezzi: coloro che hanno da spendere ne invitano un numero maggiore, e coloro che ne hanno meno ne invitano un numero minore; ma sempre in proporzione di quanto hanno. Ne occorrono forse che perderanno le loro anime, contrarranno dei debiti passando i tre quarti della notte, senza contare il giorno, nelle bettole, ad abbandonarsi ad ogni sorta di eccessi; una parte trascinandosi per le vie, e fors’anco la sposa. — Ma, mi direte voi, ciò non vi riguarda, non è il vostro denaro che noi spendiamo; di nulla vi siamo tenuti. — No, certamente il vostro denaro non mi riguarda, ma mi riguardano le anime vostre delle quali Dio mi ha dato l’incarico. Or bene, ecco il principio del santo ritiro dei giovani che si sono fidanzati; ecco la loro preparazione per ricevere il sacramento del matrimonio. Non è tutto; il demonio non è ancora contento. Dopo di aver trascorsi alcuni giorni nello stravizzo essi passeranno tutto il resto del tempo a correre le case per annunciare gli sponsali. In ciascuna casa, essi, commetteranno, forse, tre o quattro gravi peccati per gli abbracciamenti che fanno o che permettono. — Ma, mi direte voi, è il costume. — Ah! i vostri costumi sono quelli dei pagani; come avete seguito fino a quest’ora l’andazzo dei pagani, è necessario continuare! Non ostante quello che voi direte, ciò non impedirà che, quando comparirete al tribunale di Dio per rendervi conto della vostra sciagurata vita, tutti gli abbracciamenti che avrete dati e ricevuti in questo tempo degli sponsali, non sieno peccati e la maggior parte, peccati mortali. — Oh! io non ne credo nulla. — Voi non ne credete nulla? È perché i vostri occhi sono un po’ turbati; ma non vi inquietate, il grande giudice li illuminerà! Il tempo degli sponsali si passa in questa dissipazione o piuttosto in questa catena di peccati, senza contare di ciò che avviene tra le donne. Mio Dio, sono costoro Cristiani o pagani? Ah! io non ne so nulla; solo io so che sono delle povere anime che il demonio trascina e divora fino a che le precipiti nelle fiamme. Arriva il tempo del matrimonio, non mancano più che tre o quattro giorni; si presentano al tribunale della penitenza senza pentimento e senza neppure il desiderio di condursi meglio. La prova ne è ben chiara: essi corrono ai piaceri, alle stesse danze, agli eccessi nel mangiare e nel bere; essi fondano le famiglie abbandonandosi a tutto ciò che il demonio può loro inspirare il giorno delle loro nozze, e ancor peggio se lo possono. Essi hanno ricevuto questo gran sacramento; ah! io m’inganno, essi hanno commesso un orribile sacrilegio, e mettono il suggello alla loro riprovazione passando, forse, un giorno o due in stravizzi. – Mio Dio, qual cosa pensare di questi poveri Cristiani? Che sarà di loro? Ah! voi li avete già abbandonati, perché nulla hanno omesso per costringervi a maledirli e a riprovarli. Ma, mi direte voi, non è permesso lo stare allegri in quel giorno? — Sì, certamente, ma rallegrarsi nel Signore. Voi direte quello che vorrete, non lascerete di render conto fino dell’ultimo soldo speso inutilmente; voi potete ridervene, ma la cosa è quale ve la dico. Un giorno noi lo vedremo, badate che non sia troppo tardi per voi. — Tutto ciò è molto difficile da credere, perché se noi operassimo male, il buon Dio ci punirebbe; tuttavolta noi vediamo molti i quali si divertono e gli affari dei quali prosperano. — Tutto ciò, invece di essere un buon segno, è la più grande di tutte le sventure. Sapete voi perché il buon Dio si conduce in tal modo? È perché Egli è giusto. Egli vi ricompensa di tutto il bene che avete operato, affinché dopo la vostra morte, non abbia che a gettarvi nell’inferno. Ecco la ragione per la quale sembra che vi benedica nonostante tutti gli orrori che avete commesso nei vostri sponsali e nelle vostre nozze, senza contare che tutti i peccati che coloro che avete invitati hanno commessi saranno a voi imputati, senza che essi medesimi sieno innocenti. Ah! la morte farà scoprire dei peccati là dove molti credevano non esistessero punto. Che cosa dovrebbe fare un Cristiano per ricevere degnamente questo sacramento? Sarebbe di prepararvisi con tutto il suo cuore, d’avere premessa una buona confessione, e di aver passato santamente il giorno dei suoi sponsali; e, quello che avrebbe potuto spendere, distribuirlo ai poveri, per attrarre sopra di lui le divine benedizioni. Il giorno delle loro nozze, che si rechino di buon mattino alla chiesa per implorare il soccorso e i lumi dello Spirito Santo, ricevendo la benedizione nuziale. Che il sangue di Gesù Cristo fluisca sopra le loro anime. Il giorno nel quale si saranno impalmati lo passino nella presenza di Dio, pensando quale sciagura sarebbe se profanassero questo giorno così santo. Dopo il loro matrimonio, essi devono recarsi da un confessore per farsi istruire, per non perdersi senza saperlo, o piuttosto affinché possano condursi come veri figli di Dio. Ah! dove sono i Cristiani che si conducano in questo modo? Ah! dove sono i coniugi che saranno salvi? Quanti che andranno perduti! Di coloro che vi rechino buone disposizioni, è esiguo il numero. Che cosa inferire da ciò? Che la maggior parte dei Cristiani abbracciano il matrimonio senza domandare a Dio le grazie che sono loro necessarie, vi recano un cuore ed un’anima contaminata di mille e mille peccati, e profanano questo sacramento; ciò che è la sorgente di sventure in questo mondo e nell’altro. Avventurati i Cristiani i quali entrano in queste buone disposizioni e vi perseverano fino alla fine! È quello che io vi desidero…

Credo

IL CREDO

Offertorium

Orémus

Ps LXV: 1-2; 16

Jubiláte Deo, univérsa terra: psalmum dícite nómini ejus: veníte et audíte, et narrábo vobis, omnes qui timétis Deum, quanta fecit Dóminus ánimæ meæ, allelúja.

[Alza a Dio voci di giubilo, o terra tutta: cantate un salmo al suo nome: venite, e ascoltate, voi tutti che temete Iddio, e vi racconterò quanto Egli ha fatto per l’anima mia. Allelúia.]

Secreta

Oblata, Dómine, múnera sanctífica: nosque a peccatórum nostrórum máculis emúnda.

[Santifica, o Signore, i doni offerti, e mondaci dalle macchie dei nostri peccati.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Joann II: 7; 8; 9; 10-11

Dicit Dóminus: Implete hýdrias aqua et ferte architriclíno. Cum gustásset architriclínus aquam vinum factam, dicit sponso: Servásti bonum vinum usque adhuc. Hoc signum fecit Jesus primum coram discípulis suis.

[Dice il Signore: Empite d’acqua le pile e portate al maestro di tavola. E il maestro di tavola, non appena ebbe assaggiato l’acqua mutata in vino disse allo sposo: Hai conservato il vino migliore fino ad ora. Questo fu il primo miracolo che Gesù fece davanti ai suoi discepoli.]

Postcommunio

Oremus.

Augeátur in nobis, quǽsumus, Dómine, tuæ virtútis operatio: ut divínis vegetáti sacraméntis, ad eórum promíssa capiénda, tuo múnere præparémur.

[Cresca in noi, o Signore, Te ne preghiamo, l’opera della tua potenza: affinché, nutriti dai divini sacramenti, possiamo divenire degni, per tua grazia, di raccoglierne i frutti promessi.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (143)

P. F. GHERUBINO DA SERRAVEZZA

Cappuccino Missionario Apostolico

IL PROTESTANTISMO GIUDICATO E CONDANNATO DALLA BIBBIA E DAI PROTESTANTI (11)

FIRENZE – DALLA TIPOGRAFIA CALASANZIANA 1861

DISCUSSIONE XII

La Tradizione divina.

60. Prot. Per verità, Santa Bibbia, la mia causa, fin qui contro il Cattolicismo non poteva andar peggio; poiché egli in tutto ha vinto e splendidamente trionfato!… Adesso però passo, per dover di coscienza, ad accusarlo di tale un delitto, per cui sono ben certo sarà anche da voi condannato e per sempre esecrato. Voi ben sapete che Iddio ha dato alla sua Chiesa per regola della fede e dei costumi la Santa Scrittura, e non altro che la Santa Scrittura, ossia Voi stessa. Ora egli, pel suo tornaconto, insegna e sostiene che oltre la Santa Scrittura vi è e deve seguirsi come norma ugualmente sicura non so quale…. Tradizione divina! Oh iniquità! Questa sua pretesa Tradizione « è propriamente precipua origine e causa di quella mostruosità che è il Papismo nella deteriore sua forma. » (Shutteworth: Not tradition but Scripture. Lond. ediz. 2. 1839). Ma prima di passar oltre debbo spiegarmi anche meglio. « I Romanisti sostenendo la Tradizione, non rigettano perciò la Scrittura, anzi vi sono forse attaccati più di qualunque protestante, ma tengono che non è soltanto essa la parola di Dio. Quindi sostengono che il sistema della loro dottrina tradizionale deriva dagli Apostoli egualmente che la Scrittura; cosicché se questa perisse, non perirebbe perciò la rivelazione. Ora per confutare i Romanisti è necessario intenderli perfettamente. Per Tradizione intendono essi tutto il sistema della fede, e le regole che riceveranno dalla precedente generazione, e questa dall’altra precedente, e cosi di seguito…. Quindi, quando i Romanisti asseriscono di aderire alla Tradizione, altro non significano che di credere e operare nel modo che sempre crederono e operarono i Cristiani.» (Newman: (quando era protestante) Lezioni del Romanismo, e del Protestantesimo: London 1837).

Bibbia. Come mai osi asserire che Dio ha dato alla Chiesa per regola della fede e de’ costumi la sola Divina Scrittura: che deve riprovarsi la Tradizione? A buon conto, dal principio del mondo sino a Mosè, ossia per oltre duemila seicento anni, la Chiesa di Dio non ebbe altra regola, altro appoggio che la Tradizione, perché in tutto quel tempo nulla fu scritto di quanto aveva Iddio rivelato. Mosè fu il primo à scriver la Parola di Dio, e dopo di lui non pochi altri la scrissero. Ma forse scrissero tutto? No certamente ; perché se tutto avessero scritto non avrebbero raccomandato con tanta premura nei loro scritti di ricorrere anche alla Tradizione, e di custodirla e tramandarla gelosamente. Ascolta. « Narrerai al tuo figliuolo, e dirai: Questo e questo fece per me il Signore, quando io uscii dall’ Egitto, e ciò sarà quasi un sigillo nella tua mano, e come un monumento davanti a’ tuoi occhi » (Esod. XIII, 8,9).

« Informati de’ tempi antichi che furon prima di te, dal giorno in cui Dio creò l’uomo sopra la terra,… se mai cosa tale sia avvenuta, o siasi intesa, che un popolo abbia udito la voce di Dio. » (Deut. IV, 32, 33)

« Interroga il padre tuo e te ne darà novella, i tuoi avi e te lo diranno, quando l’Altissimo fece la divisione delle nazioni, etc. » (Ivi, XXXII, 7, 8).

« Dove sono le meraviglie raccontateci da’ padri nostri? (Giud. VI, 13)

« Noi, o Dio, con le nostre orecchie udimmo: i padri nostri annunziarono a noi quello che tu facesti ne’ giorni antichi. »  (Psal. XLIII, 1, 2).

« Quante cose furon da noi udite e intese, e a noi le narrarono i padri nostri, e questi non le tennero ascose ai loro figliuoli e alla seguente generazione…. Quante cose comandò egli [il Signore) ai padri nostri che le facessero sapere ai loro figliuoli; affinché la seguente generazione le sappia (e i figliuoli che nasceranno e verranno alla luce le racconteranno ai propri figliuoli » (Psal. LXXVII, 3, segg.).

Anuunzierà il padre ai figliuoli come verace sei tu (o Signore) » (Isa. XXVIII, 19) – « Udite, o vecchi, etc… discorretene co’ vostri figliuoli, e i vostri figliuoli co’ loro figliuoli, e i figliuoli di questi colla generazione che verrà dopo. » (Joel. 1, 2, 3)

« Frequenta le adunanze de’ seniori prudenti, e unisciti di cuore alla loro saviezza, affin di potere ascoltare quello che di Dio si ragiona, e non siano ignote a te le sentenze degne di lode. ». (Eccl. VI, 35)

« Non trascurare il discorrer de’ vecchi, poiché eglino hanno imparato dai padri loro. » (Ivi, VIII, 11)

61. Se poi passiamo al Nuovo Testamento, si vedrà esser tanto falso che Gesù Cristo abbia dato alla sua Chiesa la solaSanta Scrittura per regola della fede e dei costumi, che anzi Egli nulla scrisse di quanto operò ed insegnò, né fece agli Apostoli verun comando di scriverlo. Egli non fece agli Apostoli altro ornando che questo: « Andate adunque, istruite tutte le genti…. insegnando loro di osservare tutto quello che vi ho comandato. » (Matt. XXVIII, 19, 20). Onde ne avvenne che anche la Chiesa Cristiana non solamente fu stabilita, ma si governò per parecchi anni colla Tradizione, senza scrittura di sorta del Nuovo Testamento. – Scrissero dipoi gli Apostoli ed altri ispirati santi la divina parola. ma eglino pure dichiarano di non avere scritto tutto, e quindi altamente raccomandano e inculcano la Tradizione. Ascoltali.

« Or Gesù fece ancora in presenza dei suoi discepoli molti altri miracoli che non sono scritti in questo libro. » (Giov. XX, 30).

« Or vi sono ancora molte altre cose che fece Gesù, le quali se fossero scritte, credo che nemmen tutto il mondo capir potrebbe i libri che se ne scriverebbero. » (Ivi, XXI, 25).

« Io ho parlato in primo luogo, o Teofìlo, di tutto quello che sprincipiò Gesù a fare e ad insegnare sino al giorno in cui, dati per mezzo dello Spirito Santo i suoi ordini agli Apostoli che aveva eletti, fu assunto. A’ quali ancora si diede a veder vivo dopo la passione, con molte riprove, apparendo ad essi per quaranta giorni, e parlando del regno di Dio. » (Att. I, 1, e seg.). – Quanto disse loro Gesù in questi quaranta giorni, che certamente fu molto, ove mai sta scritto? Ascolta ancora.

« E poi ho apparato dal Signore quello che ho anche insegato [non l’ha scritto) A voi…. Le altre cose le disporrò quando sarò venuto. » (I Cor. XI, 23, 24). Anche queste non le scrive.

« Dì e notte lo preghiamo (il Signore) di vedere la vostra faccia, e di supplire a quello che manca alla vostra fede, » (I. Tess. IV, 1, 2) cioè, di supplire a voce alle istruzioni che non mette in iscritto, o riguardanti la fede.

« Nessuno vi seduca in tal modo; imperocché (ciò non sarà) se prima non sia seguita la ribellione, e non sia manifestato l’uomo del peccato, il figliuolo di perdizione…. Non vi ricordate voi come, quando io era tuttora presso di voi, vi diceva tali cose? » (II. Tess. II, 2 e seg.). Queste accennate istruzioni dove sono scritte?

« Quello che fu da principio, quello che udimmo, quello che vedemmo con gli occhi nostri e contemplammo, e colle nostre mani palpammo di quel Verbo di vita…. lo annunziamo a voi » (II Giov. v. 12).

« Molte cose avendo ancora da scrivervi, non ho voluto (farlo)  con carta e inchiostro, ma spero di venire a voi e parlarvi a bocca a bocca! » (III Giov. v. 13).

« Vi do lode, o fratelli, perché in ogni cosa vi rammentiate di me; e quali ve le ho date ritenete le tradizioni (I. Cor. XI, 2).

« O fratelli, vi preghiamo, vi scongiuriamo pel Signore Gesù, che conforme avete apparato da noi, in qual modo camminar dobbiate e piacere a Dio, così pure camminiate, onde siate viepiù doviziosi. Imperocché voi sapete, quali precetti io vi diedi da parte del Signore Gesù. » (I Tess. IV, 1,2).

« State dunque costanti, o fratelli, e ritenete le tradizioni che avete apparate o per le nostre parole, o per la nostra Lettera. » (II Tess. II, 14).

« Abbi dunque in memoria quel che ricevesti e udisti, e osservalo. » (Apoc. II, 14). Che te ne pare? Di più, sta scritto:

62. « Le prime e le ultime gesta di Davidde re sono scritte nel libro di Samuele profeta, e nel libro di Nathan profeta, e in’ quello di Gad profeta.» (I Paral. XXIX, 29) — « Il rimanente poi dei fatti di Salomone primi ed ultimi, sono scritti ne’ libri di Nathan profeta, nei libri di Ahìa Silonite, e anche nella visione di Addo. » (2 Paral. IX, 19).

« Salomone pronunziò tre mila parabole, e le sue canzoni sono mille e cinque. » (III dei Re, IV, 32). – Ora di queste mille e cinque canzoni non resta che la Cantica divisa in otto capitoli, onde al più, può contenere otto canzoni; tutto il resto è perduto. Delle tre mila parabole non ne resta che una piccola parte nel libro de’ Proverbi, cioè dal Capo X, alla fine: il resto è perduto. I libri dei Profeti Nathan, Gad, Ahìa e Addo sono affatto perduti. Sono egualmente perdute due Lettere di S. Paolo, una a’ Corinti, l’altra ai Laodicesi, delle quali fa menzione il medesimo Apostolo. (I Cor. V, 9) Come dunque supplire a tanta perdita senza la Tradizione? È dunque necessario ammettere la Tradizione non solo per conoscere la parola di Dio non scritta; ma anche per non subire l’intera perdita della Scrittura Santa smarrita.

63. Prot. È scritto; « Or io, fratelli, ho rivolte queste cose, per una cotal maniera di parlare, in me ed in Apollo, per amor nostro: acciocché impariate in noi a non esser savi sopra ciò che è scritto; affine di non gloriarvi l’uno per l’altro contro ad altrui.» (I Cor. IV, 6 – Traduzione del prot. Diodati).

Bibbia. L’originale dice così: Acciocché impariate in noi a non sentire (voi) di sé sopra quello che è scritto. La Versione Siriaca così si esprime: « Acciocché impariate per mezzo di noi a non sentire di voi più di quello che è scritto. » Lo stesso è il senso della Volgata, spiegato nei versetti che seguono. Che però questo testo non è a proposito; mentre dal medesimo è chiaro, ed anche più dal contesto, che ivi l’Apostolo non parla affatto di Scrittura per rapporto alla Tradizione; ma unicamente rintuzza l’orgoglio di certi sacerdoti, che si gloriavano l’uno per l’altro contro ad altrui, cioè, si credeva ciascuno ad ogni altro superiore per la diversa qualità del maestro che aveva avuto; onde dicevano: io sono di Paolo: e io di Apollo: e io di Cefa, etc. Quindi l’Apostolo li richiama al dovere, dicendo loro che imparino dall’esempio di lui e di Apollo a non sentire di sé più dì quello che è scritto, cioè a non credersi più di quello che di essi è scritto nel principio dello stesso Capitolo, ove ai medesimi dirette sono le seguenti parole. « Così noi consideri ognuno come ministri di Cristo e dispensatori de’ misteri dì Dio. »

Prot. Sta scritto: « Non aggiugnerete né toglierete alla parola che io vi annunzio. » (Deut. IV, 2) « Fa’ in onor del Signore solamente quello che io ti prescrivo, non aggiungere, e non levare. » (Ivi, XII, 32).

« Protesto a chiunque ascolta le parole dì profezia di questo libro, che se alcuno aggiungerà a queste cose, porrà Dio sopra di lui le piaghe scritte in questo libro. E se alcuno torrà qualche cosa dalle parole di profezia di questo libro, torrà Dio la porzione di lui dal libro della vita. » (Apoc. XXII, 18, 19). Questi passi furon sempre da me riguardati come decisivi in favore della mia causa: ma ora confessar debbo che a nulla mi giovano; imperocché « Questo detto (aggiugnere, ec.) non ripugna né alle tradizioni che interpretano la Scrittura, né ai precetti umani conformi alla legge. Diminuire altro non è che non fare ciò che è comandato: Aggiungere altro non che è fare altrimenti di quello che è comandato. » (Ugone Crozio: Critici sacri, T, 2, Annt. Super hæc Loc.).

Opponevo ancora i seguenti, l.° « Perché trasgredite il comando di Dio per la vostra tradizione? » (Matt. XV, 3)

« 2.° È paruto anche a me, dopo aver diligentemente rinvergato dall’origine il tutto, di scriverlo a te a parte a parte. » (Luc. I, 3).

Ma questi pure a nulla mi giovano; perché nel primo, « Si parla di usi umani, di tradizioni contrarie alla legge divina. » (Kuinoel: Comm. in Matt. In hunc Loc.). – Il secondo, « non deve prendersi in senso stretto, essendo nolo che molte cose sono negli altri Evangelisti, le quali non sono in S. Luca. » (Il medes. Comm. in libros hist.)

64. Bibbia. Cessa dunque di combattere la Tradizione, altrimenti, oltre quanto ti ho detto circa i danni che te ne avverrebbero, perderai affatto tutta la Santa Scrittura; poiché non puoi avere altro mezzo per conoscere che la Scrittura è parola di Dio, se non che la Tradizione.

Prot. Non sono in questo pericolo; perchè la Tradìzione riguardante l’autenticità dei libri Divini, l’ammetto ancor io. (Così i Protestanti detti Credenti.)

Bibbia. Ma o credi tu che la Chiesa nel proporre le divine verità è infallibile, ovvero che essa può ingannare. Nel primo caso obbligato sei ad ammettere tutte le tradizioni che ella propone e tiene per divine. Nel secondo obbligato sei a rigettarle tutte senza eccezione ed insieme con esse tutta la Santa Scrittura: perché non hai più sicurezza veruna che questa sia la parola di Dio.

Prot. Ammetto ancora altre tradizioni, ma non già delle verità primarie, ossia necessarie alla salute; perché queste sono tutte registrate nella S. Scrittura. (Così vari autori dei medesimi).

Bibbia. Di ciò ti smentiscono i testi che ti ho citati: che se non ti bastano, ascolta ancora S. Paolo. « Ed io, o fratelli, non potei parlare a voi come a spirituali, ma come carnali. Come a pargoletti in Cristo, vi nutrii con latte, non con cibo; imperocciocché non ne eravate capaci: ansi nol siete neppure adesso. » (I Cor, III, 1, 2). – Capisci il significato di queste parole? Se nol capisci, lo capirai dalle seguenti.

« Tu dunque, figliuol mio…. le cose che hai udite da me con molti testimoni, confidale ad uomini fedeli, i quali saranno idonei ad insegnarle anche ad altri. » (II Tim. I, 1, 2) Hai capito?

65. Prot. Stringenti sono le vostre ragioni: ma come ha potuto mantenersi nella Chiesa per tanti secoli, ed essere a noi trasmessa illibata, incorrotta una Tradizione tanto estesa, quale è la cristiana? Ciò è cosa impossibile. (Ultimò rifugio a cui si appigliano i protestanti).

Bibbia. Come ciò abbia potuto avvenire, te lo dice S. Paolo. Ascolta.

« Tieni (o Timoteo) la forma delle sane parole che hai udite da me con la fede e la carità in Gesù Cristo. Custodisci il buon deposito PER MEZZO DELLO SPIRITO SANTO CHE È IN TE. » (II Tim. I, 13, 14) Hai capito? Ha potuto mantenersi e si manterrà sempre illibata, incorrotta, per l’assistenza dello Spirito Santo che non abbandona mai la sua Chiesa.

66. Prot. « La Riforma (protestante), considerata nella sua pienezza, riconobbe ed ammesse l’appello alla Tradizione; quantunque non abbia riconosciuto l’infallibilità di singoli i Padri, e dei Concilj. Se si rigetta l’autorità degli antichi si apre la porta al deismo; perché la ragione, emancipata da ogni freno, passa a considerare la Bibbia come un’umana produzione, e a rigettare, o adottare ciò che le piace. Quindi, siccome la facoltà di raziocinare varia nei diversi individui, alcuni aggiungono, altri tolgono al Canone della Scrittura. Si porta fuori il testo come pieno d’interpolazioni, di errori, di assurdità. Si accusano i Sacri Scrittori d’ignoranza, di contraddizione e di fraudolenza: e ne segue la legittima inevitabile conclusione, che la Cristiana Religione non sia rivelazione: che Cristo non sia stato che un filosofo: e che l’uomo abbandonato sia alla sua ragione, ed a’ suoi meriti quanto alle sue speranze, alla salute!… Insomma, se si rigetta in questo fatto la testimonianza dei primitivi Dottori cristiani, si distruggono tutte le prove esteriori della Religione Cristiana. Cercano alcuni confondere la Tradizione col mezzo che a noi la fa pervenire; ma a tutti i loro argomenti noi rispondiamo che non ci appelliamo a’ Padri come a scrittori ispirati, ma come a idonei testimoni della fede che professavano i Cristiani di quell’età. » (Palmer. Tratt. della Chiesa, vol. 2, part. 3 Pref. p. 20). – La storia di Gesù Cristo non solo era conosciuta prima che scritta fosse nel Vangelo, ma tutta la Cristiana Religione era già creduta e praticata, quando ancora scritto non era alcun Vangelo. Si recitava il – Pater – prima che si leggesse nel Vangelo di S. Matteo; si usavano nel Battesimo le parole prescritte da Gesù Cristo, prima che gli Apostoli l’avessero scritte. » (Lessing, op. postuma teologica).

« I maestri dei primitivi Cristiani erano gli Apostoli, e uomini apostolici, e dalla loro bocca ammaestrati, si avevano essi assai presto procacciata la scienza de’ precetti della dottrina cristiana, e mentre non avevan forse neppure incominciato a leggere i libri divini. » (Griesbach, Curæ in historicam testus græci N. Test. P. 42)

« Il pensiero degli Apostoli, scrivendo e indirizzando le Epistole, non fu quello di manifestare a parte a parte tutti i dogmi necessari. Scrivendone, non facevan per altro modo che per via d’incidenza presentandosene loro il destro favorevole. E sebbene parlassero, come di passaggio, qualche poco dei dogmi fondamentali della fede; nientedimeno essi sapevano bene che il rimanente dei dogmi sarebbe stato di leggieri appreso per l’usanza delle Chiese da esso loro fondate. » (Grozio, Epist. 582, edict. 1763). Gli Apostoli, dunque, non insegnarono soltanto in iscritto, ma anche  a voce, e prima a voce che in iscritto, siccome la religione ne’ primi secoli fu propagata colla sola Tradizione: e Gesù Cristo medesimo né scrisse, né comandò di scrivere, ma di predicare. E narrano gli antichi presso gli Indiani, che le Chiese del1’Asia furono senza Scrittura per anni cento. » (Il medes.. Ad Consult. Cassandri. Opp. T 3, p. 688)

« Vivente Ignazio, il discepolo degli apostoli, con si buone salde credenze si vivevano i Cristiani, che orano già troppo per loro le semplici parole dei Vescovi;  né mi penso che fosse mai lecito di prendere in mano la Scrittura, e ricercarvi delle prove sopra quello che avevano udito. Tanto si stimavano i Vescovi, che ognuno gli avrebbe presi in iscambio degli Apostoli. » (Lessing, Opera postuma cit. p. 55).

« Falsa cosa ella è, e a torto intesa, il ricevere i libri biblici e la Sacra Scrittura, quasi contenessero e gli uni e l’altra completamente la Religione Cristiana. Frammenti venerandi essi sono e degni di ogni stima, i quali ci presentano alcune maniere d’insegnare adattate a quei tempi, non che parecchi punti della medesima Religione, ma nulla più. » (Tiestrunk, Critica del dogma cristiano protestante. 1799. T. I . Pref.). La Bibbia non è sufficiente a comporre e ordinare un sistema di religione, e chi ciò volesse tentare farebbe opera vana, o per lo meno di effetto dubbioso. E che ciò sia vero l’han ben dimostrato da ogni lato i Biblici [protestanti), i quali han cavato dalla Bibbia i loro dogmi pressoché sempre contraddittorii; perseguitandosi poi tra loro di continuo, e dandosi scambievolmente la taccia di eretici, e l’un l’altro offendendosi colle armi dell’autorità della Bibbia. (La Gazzetta Letteraria (protestante) di Iena, 1821, N. 48). Si aggiunga che i primi i quali statuirono un tal principio furono i nemici detta divinità di Cristo, ovvero, che è il medesimo, gli Ariani » (Il Foglio periodico –protestante- La Concordia, 1828, N. 48.)

« Non posso non udir di buon grado le voci concordi dell’intera antichità, le quali mi ripetono all’orecchio, come già i novatori giovandosi del nome di tradizione caduto in tanto odio tra loro, abbian voluto troppo assai cose gettare a terra. A questa tolsero eziandio quella divina autorità che pure si gode, secondo estima Ireneo, quella divinità, dico, che essi attribuiscono alla sola Scrittura. » (Lessing, Risposta agli errori del tempo).

« I principii d’Ireneo senza più stabiliscono si avesse la Tradizione vocale dogmatica per fonte autorevole ed autentica del conoscimento della verità; questo e non altro ne fosse il senso, come tale i fedeli ne usassero, e stessero pure agli scritti degli Apostoli. Conciossaché Ireneo, confutando la dottrina degli eretici, la dimostra contraria alla tradizione dogmatica vocale, che nata a’ tempi degli Apostoli, da quel tempo in poi nelle Chiese Apostoliche si era purissimamente conservata. » (Feder Muenter, Vescovo Luterano di Selanda in Danimarca: Compendio istorico de’ più antichi dogmi della Chiesa, 1802.). – « È fuor di dubbio che aver debbono eguale autorità tanto quelle cose che gli Apostoli scrissero, quanto quelle che dissero. Agostino ed altri credono istituite, o approvate dagli Apostoli quelle cose che in tutta la Chiesa furon sempre ricevute senza l’autorità de’ Concilj Generali…. Del resto anche quelle cose che credono i protestanti non sono tutte letteralmente nella Scrittura. Dicono che non debbono ammettersi le conseguenze, ma essi spesso le ammettono secondo il privato sentimento di ciascuno; onde le tante e tanto grandi discordie tra essi, e le quotidiane separazioni…. I Cattolici poi ammettono quelle conseguenze che ammesse furono dall’antica Chiesa con antico universale consenso, e cosi ogni parola è confermata da due testimoni – dalla Bibbia e dalla Tradizione – che con mutua face s’illuminano. Imperocché alle Scritture crediamo per testimonianza della Chiesa, come rettamente disse Agostino, cioè in forza delle tradizioni: e la Scrittura comanda le apostoliche tradizioni,… e la Tradizione interpreta la Scrittura. » (Ugone Grozio, Ad consultationem Cassandri, I . 3, p. 688.)

« Arbitrando e giudicando a sua posta Lutero, si affaticò dattorno al Cristianesimo, e malamente ne conobbe lo spirito. Gittò in mezzo un’altra religione, un’altra lettera, che vuol dire, la sacra autorità, o meglio, l’autorità universale della Bibbia, per le quali s’intramise nelle faccende, e negli officii di religione un’altra scienza, avvegnaché sommamente estranea e terrena, cioè la filosofia, la quale, come ben si pare, ha una potenza di distruzione maravigliosa. I Riformatori han messo del tutto in non cale le difficoltà che sono state loro fatte, e ne han dimenticato le necessarie conseguenze. » (Novalis, Opere varie, 1826).

« Ricercando ora questa ora quell’altra cosa, come insino adesso si è fatto, ne segue che i protestanti, perché contrari alla Tradizione, hanno una mentita dalla storia pura e libera da falsità. Mal non si appone la Chiesa Cattolica dicendo essere stata la Tradizione in grande onoranza presso i primitivi Cristiani » (Muescher, Compendio istorico della. Religione, T. I , p. 344)

« Ricever la testimonianza della Tradizione in un caso, secondo che piaccia, e rigettarla in un’altra congiuntura, come che ugualmente chiara e universale, egli è questo un rinnegare tutti i principii, e dare altresì un segno d’incostanza e malizia senza pari. » (Reeve, Les Apologies: T. I. Sul vero uso de’ Padri della Chiesa, p. 48.).

« Se insistiamo noi sulla incertezza della Tradizione in generale, ciò può produrre conseguenze assai serie, perché, l’autorità e genuinità dei libri della Scrittura riposano in grado non poco considerabile sulla testimonianza della Tradizione primitiva. » (Palmer Op. cit.p. 20).

« Quegli, il quale per niuna guisa vuol ricevere la conforme testimonianza delle antiche Liturgie, né de’ Padri della Chiesa, né dei Concilj, può egualmente rigettare l’autorità degli Scritti rivelati, il battesimo dei bambini, ed altrettanti cose, non che la natura divina di quel Signore e Redentore Nostro, che è Gesù Cristo, e gittare siffattamente di un colpo la fede e la Chiesa. » (Hibes il Sacerdote Cristiano, T 1)

« Negata la Tradizione, non vi ha più strada, per difficile che sì voglia, a dichiarare parola di Dio il Vecchio ed il Nuovo Testamento. » (Collier, Giustificazione de’ motivi, e difesa delta rivelazione, T. 1)

Bibbia. Perché mai, con tali persuasioni, osi combatter si alacremente la Tradizione divina?

Prot. « Perché, se si fa valere la Tradizione, non vi ha dubbio che la Chiesa Cattolica, la quale a lei si appella, abbia vinto la causa. » (Tzschirner, Lettere teologiche: 1820, p. 29).

GNOSI: TEOLOGIA DI sATANA (59)

GNOSI TEOLOGIA DI SATANA (59)

[Augusto Nicolas: L’ARTE DI CREDERE, Parma, P. Fiaccadori, 1868- vol. II]

CAPO V. (3)

§. III.

Ho detto, in terzo luogo: all’incomprensibile il Teismo ed il Deismo aggiungono l’inconcepibile, al vero il falso; e la lotta che ferve tra il vero ed il falso, tra l’incomprensibile e l’inconcepibile non permette di arrestarvisi; bisogna retrocedere all’Ateismo, od inoltrarsi fino al Cristianesimo.

I . Il Teismo accoppia due cose, che si escludono: Dio presente nella natura, ed assente nell’ umanità: Dio Provvidenza infinita nel meccanismo dell’universo a principiare dai mondi fino all’ ultimo insetto, e formante delle creature per tormentarle nell’ordine umano, il solo che abbia la coscienza di Lui, e che lo glorifichi. Questo concetto è orribile ed assurdo, dice Voltaire, ma cosa volete? « Se vi si porge la prova d’una verità, forse che queste vien meno, perché trae dopo di sé delle conseguenze inquietanti »? La massima è buona, ma non se ne deve abusare; sarebbe un oltrepassare i limiti della fede, e mai noi Cristiani immetteremmo dei dommi, che riuscissero a ributtanti conseguenze. Ce lo vieta la nostra fede medesima. Osservate infatti, dove si giunge per quella via. La stessa ragione, che afferra la prova d’ una verità, disgustata dall’assurdità delle conseguenze, non ha maggiori cause di credere a queste, che non ne abbia per credere a quella. Voi credete in Dio, perché l’universo vi imbarazza; ma l’idea di questo stesso Dio carnefice dell’umanità vi rivolta; il che equivale a dire, che voi siete posti fra un’assurdità da evitarsi, ed un’assurdità da accogliersi. Diciamolo schiettamente, l’alternativa è difficile; qualunque partito voi prendiate non può che essere falso, e temo assai che non sia guari durevole. Il Teista si decide per assurdità dell’umanità senza Provvidenza, o piuttosto vittima della Provvidenza. che regge l’universo. – Almeno Voltaire, che qui considero siccome capo di si fatta dottrina, avesse lottato contro tale mostruosità Ma no: egli invece se ne diletta e se ne fa il campione. Sotto ogni aspetto, romanzo, teatro, storia, poesia, dizionario, corrispondenza, scritti anonimi, egli fu il detrattore ostinato della Provvidenza. Egli si compiacque di rappresentare, raccontare, cantare, fischiare, schernire l’umanità giuoco d’ogni follia e d’ogni delitto, in un orribile e satanico miscuglio di disordine e d’impunità. Certo che la sua immoralità giustifica il suo giudizio, ma non si può negare che questo era proprio il servitore di quella. Figuratevi un tale, che assista ad una rappresentazione di Rodoguna o di Andromaca, e che non vi distingua altro che portici, palagi, appartamenti, lumiere, i mobili insomma che servono alla decorazione, e riguardo all’azione altro non veda che gente intenta ad entrare, ad uscire, ad ingiuriarsi, a battersi, e ad uccidersi senza ragione e senza scopo. Così suole il Teista ravvisare le cose umane. Dio non è per lui che il meccanico decoratore del teatro di questo mondo. Quanto alla rappresentazione che vi si dà, siccome non ne afferra l’intreccio, egli ne contesta il disegno; non vedendo che l’orribile e l’assurdo se ne accontenta. Quello stesso buon senso, che lo fa concludere dall’oriuolo meccanico all’oriuolajo, dovrebbe pure farlo concludere dall’oriuolajo all’ oriuolo morale, c farlo passare dal Teismo al Deismo. Dovrebbe pure comprendere la divina ragione, e la bellezza di questa parola: Avvisate, come crescono i gigli della campagna: essi non faticano e non filano; e pure io vi dico che Salomone stesso, con tutta la sua gloria, non fu vestito al pari dell’un di loro. Or se Dio riveste in questa maniera l’erba dei campi, non vestirà egli molto più voi, o uomini di poca fede? (Matt. VI, (28, 29) » — « Cinque passeri non si vendono elle due quattrini? e pur niuna di esse è dimenticata appo Iddio. Anzi eziandio i capelli del vostro capo sono tutti annoverati. Non temiate adunque: Voi siete da più di molte passere (Luc. XII, 6, 7). »

Ma no. Il Teista non si solleva fino a questa fede, fino a quest’altra ragione. Egli resta nell’assurdo del Dio-Carnefice; e così io dico che ricade nell’Ateismo, anzi al dissotto dell’Ateismo, dappoiché nega Dio nella più bella parte dell’opera sua. È l’Ateismo nel secondo grado; ancora più inconcepibile in un certo senso dell’Ateismo nel primo. Né può sfuggire a questa conseguenza salvo passando al Deismo, che è la fede in Dio-Provvidenza.

II. Assicuriamo questo secondo passo verso il Cristianesimo. Ogni uomo porta con sé un testimonio vivente della Divinità: la coscienza: anche questo è un oriuolo che rivela ma oriuolajo; tanto poi che, in uomini, ond’è che esiste una coscienza generale ed universale nell’umanità. Essa parla cosi altamente, che lo stesso Voltaire fu costretto a darle retta:

La morale uniforme en tout temps; en lout lieu,

A des sìècles sans fin parle au nom de ce Dieu.

C est la loi de Trojan, de Socrate, et la vótre,

De ce culte éternel la nature est l’apòtre.

Le bon sens la recoit: et les remords vengeurs,

Nés de la conscience, en sont les défenseurs;

Leur redoutable voix partout se fait entendre. (1)  

(1) Voltaire, Poema sulla Legge naturale;

L’uniforme moral, per tutto, sempre,

Agl’infiniti secoli favella

D’Iddio nel nome. È di Trajan la legge.

Di Socrate, di voi. Eterno culto,

A cui natura è apostolo, s’accoglie

Dal retto senso; e i vindici rimorsi

Da coscienza nati, in sua difesa

Alzan dovunque la terribil voce.

Questo oriuolo, è vero, si guasta sovente, e pochi uomini si danno, nei quali sia ben regolato. Ma donde ciò? Da due distinte cagioni: l’una delle quali basta a confondere il Teista, mentre mi riservo di adoprar l’altra contro il Deista. La prima, che trovo qui sufficiente, consiste nella apparizione nella sfera umana d’un elemento superiore, totalmente estraneo al meccanismo dell’ universo: la libertà, o piuttosto il libero arbitrio, che nel suo esempio può avere per conseguenza il disordine nel generare un ordine sovreminente. Quindi è che il disordine stesso nell’umanità si riferisce a un principio di superiorità nell’universo: alla moralità. Se d’altronde quel disordine, in ogni uomo, non impedisce di sentire il testimonio della coscienza, come non vedremo noi lo stesso testimonio nell’umanità, che altro non è se non l’uomo collettivo? Come non ci eleveremo noi da quel testimonio al suo oggetto: Dio, Provvidenza dell’umanità? – Quindi è che in ogni tempo l’umanità ne fu profondamente penetrata. Udite quei religiosi accenti, che rimbombavano nel teatro d’Atene! — « Dentro di me si trova un gran Santuario, dove la legge della giustizia pronuncia i suoi oracoli (Euripide, Elettra) ». — « Su via, coraggio, mia figlia, nel cielo vi è quel Dio supremo, che considera tutte le cose, e le governa; affidati in Lui per ciò che infiamma la tua collera (Id. Elettra) ». — « Non ne dubitate, la Divinità ha degli occhi sull’uomo pio; quindi gli empi non si sottraggono al suo sguardo, e niuno di loro potrà scampare al celeste castigo (Sofocle). » — « Le prosperità non hanno la loro sorgente in noi; Dio le ripartisce, qui elevando gli uni, là riconducendo gli altri sotto la misura delle sue mani sovrane (Pindaro, Pitiche; ode 8) ».

III. Lo stesso disordine che si produce quaggiù deve riportarci all’idea della Provvidenza. Partendo infatti dalla coscienza, che si direbbe il freno dell’anima, c’è luogo a vedere, nelle leggi della giustizia e della verità, che vi si acconciano così bene, e vi si fanno sentire certe redini, che risalgono ad una mano sovrana, che le sostiene e le modera a suo grado. A suo grado no, perché sono fluttuanti, e la nostra libertà ci permette di scuoterle, così che ne deriva poi quel disordine apparente, ed in un dato senso anche reale. Ma se in quel disordine vi sono dei delitti, vi sono pure delle virtù, le quali non sussisterebbero senza la libertà che quei delitti permette. In secondo luogo il delitto, anche quaggiù, non va interamente impunito. La pena lo seguita, in distanza è vero, e con pie’ zoppicante; ma finisce per raggiungerlo tosto o tardi, o dentro o fuori: non è che una questione di indugio; e se il delitto è disordine a suo riguardo, la pena è ordine rispetto al delitto. Oltracciò Dio si serve dei delitti sia per mettere alla prova la virtù, sia per punire i delitti medesimi. Egli fa il suo ordine col nostro disordine; e chi avesse lo sguardo vasto abbastanza e penetrante, per seguitare e comprendere tra mezzo alle innumerevoli implicazioni dell’azione umana, quell’azione divina che opera nella nostra e per mezzo della nostra, sarebbe compreso da grata meraviglia per l’ordine profondo ed immenso che ricupera e produce lo stesso disordine. Quel soldato che si perde nella mischia, e lotta nello stretto limite d’un lembo di terra, altro non vede che confusione nella battaglia, mentre il generale dall’altura dove domina e dirige tutti i movimenti, li scioglie da quella confusione apparente, li combina, e li riferisce ad un piano di campagna, che la vittoria finale non tarda a giustificare.

IV. Queste spiegazioni sono tuttavia incomplete, ed il Deista deve elevarsi più in alto. Dato infatti, che il disordine sia soltanto apparente, questa medesima apparenza diventa un disordine, il quale, almeno in parte, è realmente tale. L’ordine, considerato

come giustizia completa, in relazione al merito od al demerito, è sospeso dall’azione della libertà che li produce. L’ultima parola delle cose non può dunque proferirsi quaggiù. Lo scioglimento dell’intrigo di questo mondo deve esistere altrove. Anche tutte quante le spiegazioni da noi emesse svanirebbero in quel caos di disordine, che provoca tanto lo scandalo dell’empio, se non spuntasse anche il giorno della Giustizia sovrana ed assoluta dopo quello della nostra libertà. L’ordine temporario non esiste anzi che relativamente a quel giorno, il quale nella voce della coscienza trova soltanto dei preludj e delle dilazioni; quel gran giorno, in cui la Giustizia raccorciando le redini della nostra libertà, e restituendo definitivamente il mondo alle sue leggi, si convertirà in giudizio. La fede in questo giudizio, e nella vita futura, dove si compirà, è il corollario obbligato della fede nella Provvidenza, e nella Giustizia medesima. Cosi si chiarisce per mezzo della fede l’inevitabile mistero della natura delle cose. Questo mistero, abisso di tenebre e di contraddizioni per l’Ateo, si chiarisce di già per opera della fede in Dio, intelligenza ordinatrice dell’universo; ma si chiarisce più ancora per opera della fede in quello stesso Dio Provvidenza degli uomini, e Giudice delle opere nostre in un ordine superiore. Progredendo nella fede noi progrediamo pure nella luce.

V. Facciamo un passo ancora, un passo che è necessario, se non vogliamo ricadere nelle tenebre; ed allora invece di essere deisti diventeremo Cristiani sotto pena di tornare atei, e di esclamare col più fervente deista: « L’Ente incomprensibile non è né visibile ai nostri occhi, né palpabile a alle nostre mani; opera si manifesta, ma l’artefice si nasconde: Non è un piccolo affare di conoscere finalmente che esiste (G. G. Rousseau, Emilio, lib. III). » – Imprigionato nella natura, Dio lo è parimente nella umanità, dove maggiormente si rivela per quella Provvidenza che lo mette in relazione col nostro destino, ma in altro senso è più oscurato dal disordine risultante dalla stessa libertà, che è l’anima di quella relazione, di guisa che ne deriva un’accusa contro di lui, che non si trova al suo posto. Il Deista crede in Lui, ma credendovi agisce come se non vi credesse. Non gli rende un culto effettivo, capitale, assoluto, e quale conviensi ad un Ente cosi grande; il perché Egli è più inconseguente del Teista, che è più inconseguente dell’Ateo. Ci va dell’Ateismo al terzo grado. – Ed invero che cosa è mai un Dio, che non si riconosce che speculativamente; che si calcola per niente nella nostra vita mentre dovrebbe costituirne l’essenza? Un Dio, verso del quale noi non proviamo né riconoscenza, né rispetto, né amore, né timore? Un Dio, lungi dal quale i nostri pensieri, i nostri desideri, i nostri affetti, le nostre volontà corrono alla ventura, senza che Egli le ispiri, le diriga e le accolga; un Dio, che non occupando il primo posto non può averne alcuno nel nostri spiriti e nei nostri cuori? Questo Dio non è che un sole, cui si tolsero i raggi, lo splendore, il calore, ed ogni influenza, sicché non manda nelle alte sfere del cielo che uno spettro di luce, il quale meglio della presenza dell’astro, ne dimostra l’inanità. Nello stato normale delle cose noi dovremmo amar Dio, come amiamo le creature, i beni, i piaceri, noi stessi; e se non transigessi, direi anzi, che noi dovremmo amarlo sopra tutto, sino al dispregio di noi medesimi e di tutte le cose. L’umanità dovrebbe offrire lo stesso spettacolo dell’universo, conformandosi alla ispirazione divina altrettanto perfetta di quella che lega la natura all’azione del suo Autore, il quale non è meno Padrone di noi, che della natura. Dio dovrebbe stare nel centro del mondo morale come il Sole d’un sistema, dove le nostre volontà, ottemperando all’attrazione del suo amore, girerebbero nell’orbita della sua giustizia, siccome gli astri in quella della loro gravitazione; ma con una libertà di allontanarsene, che non hanno gli astri, e che sarebbe una armoniosa fedeltà quando vi soggiacesse. Tale era lo stato dell’uomo primitivo. A fronte di questo ideale, che la ragione concepisce logicamente, che debba essere il vero dell’ordine delle cose, bisogna convenire che il mondo umano presenta un disordine orribile, una assenza di Dio spaventevole, una diminuzione di libertà pericolosa, una impotenza di riabilitazione disperata; e ciò che è più lamentevole, una ignoranza ed una insensibilità, riguardo a questo stato, che ne svela tutta la profondità. – Ciò solo dovrebbe farci supporre una grande deviazione originale, e farci concepire il bisogno d’una grande riparazione; da una parte l’invasione del male, possibile in ragione dell’imperfezione della nostra natura creata, e permessa come conseguenza eventuale della nostra libertà; dall’altra un intervento di Dio interessato dalla sua giustizia alla ripartizione dell’ordine, e disposto per la sua bontà a soccorrere la sua creatura caduta nel disordine. Questa soluzione si presterebbe per liberare l’anima da quel tremendo enimma del male, che Voltaire qualificava come orribile ed assurdo, e del quale si faceva scudo contro il domma della Provvidenza, che lo risolve soltanto in modo imperfetto. Quel gran domma. per sostenersi, chiama a sé  qual corollario un intervento di quella stessa Provvidenza più adattato al nostro stato presente. La Provvidenza infatti ha potuto togliere il disordine, ma non potendo mai agire senza la nostra libertà, non ha impedito, che alla fin fine prevalesse a) punto di indiarsi da sé. – A fronte di tale rovescio, due partiti s’offrono dunque all’anima umana: o quello di accusare la Provvidenza, e per conseguenza Iddio, di cui è dessa l’attributo essenziale; oppure quello di credere al suo intervento sovrannaturale, ad una religione riparatrice del disordine umano. Da una parte si indietreggia nell’assurdo: dall’altra si avanza nella tace. Il primo partito ci piomba ancora nel caos d’impossibilità tenebrose e desolanti; il secondo ci disvela il piano raggiante e consolatore del nostro destino.

VI . E come si fa a non abbracciare questa credenza, allorquando, indipendentemente dalle prove innumerevoli che la giustificano, si regge da sola sulla base universale del genere umano! infatti il genere amano ha sempre portato nel suo sena i peso ereditario d’una caduta primitiva, derivante dall’uso funesto di quella grande libertà di merito e di demerito, che ogni giorno fa ancora cadere ognuno di noi. Ma in pari tempo ne ha sempre trovato il contrappeso nella espettazione d’un Redentore divino, che sarebbe venuto a sollevarlo, e sarebbe disceso nell’arena della nostra libertà per ripararne il disordine, e per dedicarsi alla nostra aalvezza con un amore infinito, al pari della sapienza che si rivela nell’ ordine generale dell’universo. – Siffatta credenza s’incontra dovunque nel mondo, e risale alla culla del genere umano. Noi ne abbiamo prodotto delle imponenti testimonianze nei nostri Studi. Eccone una affatto nuova, né mai stata dianzi enunciata. È la storia, è la profezia della credenza cristiana tracciate non da Mosè, ma da Platone. Raccomando questa pagina all’intera attenzione del lettore.

« Nella prima età tutto nasceva da sé per gli uomini. Dio medesimo posto a capo dell’umanità la guidava. Quando questa prima età ebbe a finire, colui che regge questo universo lo abbandonò alla sua libertà, e si ritrasse come in un luogo d’osservazione. Ma il mondo secondando una inclinazione innata, traviò sempre più, e fino al punto di esporsi al pericolo d’una intera distruzione. Allora colui che lo ha formato vedendolo in quella estremità, e non volendo, che assalito e disciolto dal disordine s’inabissasse nello spazio infinito della dissimiglianza (Espressione ammirabile, dappoiché l’umanità venne creata ad immagine e rassomiglianza di Dio. Dio tornando al timone, ripara ciò che si alterò e si distrusse, imprimendo di bel nuovo quel movimento, che si era dapprima compiuto sotto la sua direzione, ordina il mondo, e lo salva dalla morte. — È questa, soggiunge Platone, una delle antiche tradizioni (La Politica o Regalità,  t. XI. p. 337). » – Certo che questa tradizione è incompleta e logora, anche per causa di quel disordine al quale si riferisce; e lo stesso Platone lo confessa ingenuamente. « Quei prodigi, egli aggiunge, si riferiscono ad uno stato identico di cose, e sono con mille altri ancora più sorprendenti. Ma a cagione del lungo trascorso del tempo gli uni caddero nell’oblio, e gli altri staccati dal nesso che formavano si raccontano separatamente; » come sarebbe il ricordo della caduta originale sotto l’allegoria di Pandora e di Prometeo. Sta sempre in fatto, che noi abbiamo in quel passo di Platone un prezioso testimonio della credenza del genere umano in una prima ed in una seconda rivelazione, in un intervento sovrannaturale di Dio per riformare, ordinare il mondo, ed affrancarlo dalla morte.

VII. Tutto il genere umano visse di questa credenza senza sapere nel suo traviamento dove collocarne l’oggetto, e se ne figurò mille immagini fantastiche sino al giorno, in cui correndo verso la fine il pericolo di una intera distruzione, il mondo vide comparire al tempo prefisso il suo Salvatore. Nella sua corruzione, e nella sua follia lo disconobbe, e si sollevò anzi contro di Lui in ragione della sublimità dei caratteri, che dovevano ben tosto rivelare in Lui il Principio d’una perfezione morale paragonabile a quella che rivela Dio nella natura; perfezione questa tanto prodigiosamente mantenuta, che introdotta nel disordine di questo mondo per restarvi sempre quale fonte inesausta di risorgimenti morali, qual tipo inalterabile del Bene, qual regolatore infallibile di Giustizia, qual centro d’ispirazioni eroiche, qual punto immutabile di verità, e finalmente qual Principio d’ordine, che non solamente vieta al disordine di prevalere, ma non permette mai che si produca senza stimmatizzarlo in fronte. – Il Cristianesimo ha precisamente avverato, nella nostra condizione scaduta, quell’ideale d’ordine che noi tracciammo poc’anzi. Gesù Cristo nel mondo è il Sole di giustizia e di verità, i raggi del quale già sparsi e rotti in mille pezzi e mille riflessi, derivando oramai dal loro unico centro, illuminano e vivificano tutta la natura spirituale. Esiste un centro d’azione rigeneratrice per mezzo d’una forza sovrannaturale, la quale non agisce sulla nostra libertà che per attrattiva: la Grazia. Bilanciando esso colla sua forza centrale le forze centrifughe delle nostre volontà trascinate dalla concupiscenza, ne fa gravitare un gran numero nella sfera della sua santità, con una fedeltà ed un progresso ammirabili; le fa ravvedere dei più lontani traviamenti; ravvicina, o trattiene una moltitudine d’anime sollecitate dalle lusinghe del male; agita con un salutare turbamento quelle medesime che non gli obbediscono; obbliga il disordine a rovinarsi da sé per mezzo d’un odio disastroso del bene, che ne provoca la reazione; finalmente trionfando del male nelle sue più scatenate rivolte, ed esercitando la sua azione sulla massa intera dell’umanità sino alle sue estremità le più remote, non le permette più di ritornare indietro, e la spinge innanzi nelle vie della vera civiltà. Esso giustifica per tal modo quei titoli, pei quali si è Egli stesso posto nel mondo nello entrarvi:

« Io sono il Principio; Io sono la Luce del Mondo; Io sono la Via; Io sono la Verità; Io sono la VITA ».

VII. Ecco il Cristianesimo, effezione sovreminente della relazione dell’uomo con Dio: Religione unica nella sua verità. – Ripigliamo la via ascendente, che là ci conduce. La Natura sensibile non stabilisce tra l’uomo e Dio che una relazione muta, cieca, fatale, indistinta, dove l’uomo è parificato a tutti gli altri esseri, sui quali si stende la Provvidenza universale, la sola che agisce. Se da questa Provvidenza della natura, alla quale si limita il Teista, si ascende a quella Provvidenza morale che regge l’umanità, si entra in una relazione più distinta con Dio, relazione di coscienza e di condotta, dove comparisce un nuovo elemento: la libertà umana, che viene a combinarsi coll’azione divina; relazione che costituisce il Deismo. Ma questa seconda relazione, per quanto superi la prima, è ancora insufficiente. Essa racchiude anzi un vizio di soluzione, dove il Teismo rifiuta di impegnarsi preferendo lo stesso enimma. È questo il gran disordine, dove Dio scompare dietro l’azione umana, e sembra esserne assorbito, nella stessa guisa che nell’ordine immutabile della natura l’uomo sparisce, ed è assorbito dall’azione divina: disordine che non spiega punto la libertà umana da sola; che accusa una grande deviazione in quella libertà; e fa appello ad una Restaurazione. – Il solo Cristianesimo intervenendo con un nuovo elemento, la Grazia, realizza completamente la relazione dell’anima con Dio. Accorda a quella relazione un punto d’appoggio, che senza assorbire l’uomo per mezzo di Dio come nella natura, senza assorbire Dio per mezzo dell’uomo come nell’azione divina e l’azione umana, una giusta proporzione di grazia costituisce la vera Religione nel suo tipo assoluto: l’Uomo-Dio. – In Lui unicamente tutte le verità del Teismo e del Deismo si risolvono, vanno al loro fine, e si giustificano completandosi. Il mistero che le copriva, e che metteva l’anima alle prese coll’inconcepibile, si chiarisce, socchiude i suoi veli, si spoglia di tutte le sue contraddizioni, e non conserva altro che l’incomprensibile. Questa nube medesima dell’incomprensibile dietro la quale Dio si mostra e si nasconde, tenta la ragione senza disanimarla, cede alla fede, rapisce l’anima colle celesti prospettive che essa vi scopre, la illumina coi raggi che ne derivano, e la rigenera coi tratti di grazia e cogli effetti di virtù che ne riceve. – Coroniamo questa rapida esposizione delle armonie razionali della nostra fede con un ultimo pensiero che basterebbe da sé solo ad esimerla da qualsiasi paragone con ogni altra dottrina, e con ogni altro concetto religioso. Mediante quella fede Dio riceve il solo omaggio, che sia a rigore degno di Lui per essere a Lui adeguato; un omaggio che non gli è reso né dai mondi, né dagli stessi Spiriti celesti, e che ogni adorazione umana sarebbe perciò impotente di rendergli, dappoiché tutto ciò è finito, e tale omaggio è infinito al pari di Lui, perché gli è reso da suo Figlio, e suo Eguale, da Gesù Cristo capo di tutto il culto, Pontefice – Dio di tutta la creazione. Il quale concetto è tanto sublime, che porta in sé l’impronta della propria divinità, e realizzato nella Chiesa giustifica questo detto già citato d’ un gran empio: « La Chiesa crede in Dio meglio d’ogni altra setta: essa è la più pura, la più completa, la più splendida manifestazione dell’Essenza divina; ed è la sola che la sappia adorare. »

Per colui che non è ateo, né panteista, per colui che crede in Dio non havvi dunque altro partito da prendere, come diceva ancora Proudhon, tranne quello d’essere Cristiano, e Cristiano Cattolico.

SPIRITUALI E MISTICI DEI PRIMI TEMPI (6)

F. CAYRÉ:

SPIRITUALI E MISTICI DEI PRIMI TEMPI (6)

Trad. M. T. Garutti – Ed. Paoline – Catania

Nulla osta per la stampa

Catania, 7 Marzo 1957 P. Ambrogio Gullo O. P. Rev. Eccl.

Imprimatur

Catanæ die 11 Martii 1957 Can. Nicolaus Ciancio Vic. Gen.

CAPITOLO VI.

MISTICI E MAESTRI DELLA VITA INTERIORE-L’INTIMITÀ CON DIO

I primi mistici cristiani

Chiamiamo mistici, nel senso stretto della parola, i Cristiani che trovano nel loro battesimo le basi di una vera intimità con Dio, presente in essi mediante la grazia santificante. Questa intimità è 1’elemento specifico del vero misticismo. Essa comporta, oltre la fede nelle tre Persone, una stretta unione con Loro per mezzo di atti di speranza e di carità così intensi da permettere di godere in qualche modo della loro presenza. Tali atti, frutto della grazia e del modo  personale di ognuno di corrispondere alle sue ispirazioni sono attribuiti in modo speciale allo Spirito Santo che abita nel battezzato nel nome di Cristo. Questi elementi fondamentali sono già presenti nell’Epistola di San Clemente di Roma, ma sono evidentissima le lettere di Sant’Ignazio d’Antiochia. Abbiamo gia fatto notare i testi più salienti dell’autore, al principio di questo lavoro; testi veramente eloquenti e illuminanti circa questo aspetto caratteristico dei Padri (Cap. IV). Sant’Ireneo non ha l’ardore di Sant’Ignazio, ma la sua opera, erudita e calda, testimonia del suo alto ideale di vita cristiana. Nella sua dottrina, come in quella di S. Paolo, lo Spirito Santo occupa un posto importante. Egli distingue, nel battezzato, oltre il corpo e l’anima, lo spirito indicando con quest’ultimo termine sia la parte superiore dell’anima che lo stesso Spirito Santo, inabitante nell’anima del Cristiano docile alla sua azione. La perfezione dell’uomo, che comincia con la prima effusione dello Spirito Santo e che sarà perfetta e consumata soltanto in cielo, si realizza già in questo mondo nell’unità armoniosa dei tre elementi, quando l’uomo aderisce allo Spirito Santo ed è docile alle sue ispirazioni. Ancora, già fin da questo mondo, tale vita dello Spirito deve tradursi nello sforzo di acquisire una vera sapienza. Il Cristiano, formato alla scuola dello Spirito, saprà giudicare ogni cosa; distinguerà la follia dei pagani e degli eretici; si legherà con tutta l’anima a Dio, a Gesù Cristo, alla sua Chiesa; riconoscerà nella vita del Verbo incarnato la realizzazione delle profezie suggerite dallo Spirito; ritroverà la sua azione nelle presenti generazioni, che devono essere guadagnate al Verbo. Questa profonda dottrina era, per il vescovo di Lione, il fondamento spirituale di una progressiva divinizzazione. Egli la collegava a torto ad una teoria millenarista — teoria falsa ma che la Chiesa non aveva ancora condannata a quel tempo — tuttavia questo legame non compromette l’insieme della sua opera. Molto più pericoloso era il rnontanismo, che annunciava una nuova incarnazione divina, quella dello Spirito Santo, realizzatasi in Frigia, nella persona di Montano, alla fine del II secolo: illuminismo aggravatogli dall’eresia. Intervennero i Vescovi dell’Asia, sostenuti dai Papi. A Roma d’altra parte questi illuminati ebbero partigiani che San Vittore dovette combattere. Essi fecero proseliti persino in Africa, e Tertulliano si lasciò conquistare da loro: egli poi morì nella setta, senza pentimento, tanto questa falsa mistica lo aveva abbacinato. Questa caduta era tanto più penosa in quanto il prete cartaginese, brillante apologista e formidabile controversista, sembrava dotato per un’azione potente, di portata generale. Egli si isolò nella sua rivolta e morì, ignorato, in età avanzata. La decade di puro cattolicesimo che aveva seguito la sua conversione, verso il 195, fu fecondissima in opere di grande valore. Una di queste è consacrata alla preghiera, e vi si trova uno dei primi commenti conosciuti sul Pater. San Cipriano vi si ispirò più tardi nel suo opuscolo su « La preghiera del Signore » (De oratione dominica). Questo tema della preghiera è uno di quelli che caratterizzano meglio la spiritualità antica ed i Padri più famosi per scienza e pietà sono sulla stessa linea dei semplici pastori. A dispetto delle apparenti differenze fra i semplici fedeli ed i Cristiani colti, tra gli autentici membri della Chiesa, vi fu sempre una vera comunità di anime. La Didachè, anonima e popolare, che è forse il più antico documento della patristica, e la Tradizione Apostolica di Sant’Ippolito (al principio del III secolo), danno largo posto alla preghiera comune pubblica, dimostrando bene che il Cristiano si unisce a Dio nell’ambito di una società e per mezzo di questa, ma questo non esclude la preghiera personale, che viene presa anch’essa in considerazione, per lo meno incidentalmente, alla fine del trattato. L’autore del III secolo che ha esaltato l’orazione con più penetrazione è il grande esegeta alessandrino, Origene, scrittore mistico nel senso letterale della parola. Le sue omelie dimostrano perfettamente che, per lui, la preghiera comporta una vera intimità personale con il Dio cristiano in tre Persone. Egli si compiace di trovarne gli annunci profetici nell’Antico Testamento e le manifestazioni nel Nuovo, attraverso Cristo e lo Spirito Santo. Le lacune della sua teologia trinitaria sono colmate dalle intuizioni della sua vita contemplativa. Di questa egli pone le basi in un eccellente lavoro d’insieme sulla preghiera: egli espone anzitutto la dottrina generale, e la completa con una spiegazione particolareggiata del Pater. Ma i suoi innumerevoli commenti della Sacra Scrittura e le sue omelie dimostrano il mistico orientamento del suo pensiero, che si appoggia appena sulla lettera, sorpassa rapidamente persino la morale, per arrivare alla contemplazione dei misteri divini, in cui indugia, per una specie di istinto superiore, segno e frutto delle sue contemplazioni. Egli ha forse esagerato talvolta; ma non si può negare il valore del principio e l’eccellenza delle applicazioni, prendendole nel loro insieme. È in lui che il misticismo cristiano prende pienamente coscienza e delle sue vere fonti, gli scritti sani illuminati da una profonda ispirazione divina, e della sua missione, che è di portare alla vita perfetta i Cristiani docili allo Spirito Santo.

I Mistici del grande secolo in Oriente

In tutti i periodi di questo grande secolo, che comprende in realtà 150 anni di intensa attività cristiana, troviamo veri uomini di preghiera che possiamo raggruppare intorno a due Dottori eminenti in questo campo come in altri, San Giovanni Crisostomo, che incarna l’Oriente, e Sant’Agostino, per l’Occidente. Lo splendore della loro azione spirituale, al centro dell’epoca studiata, non deve tuttavia farci dimenticare i loro precursori o i loro continuatori. Sant’Atanasio, incarnazione viva della fede di Nissa nel IV secolo, fu tanto un lottatore che un uomo di preghiera, nel senso letterale della parola, e la sua amicizia con Sant’Antonio, del quale egli poi scrisse la vita, ne è il simbolo, se non la prova. A questa sorgente si alimenta la sua lotta dottrinale per la divinità di Cristo. I negatori erano filosofi, ferventi discepoli di Platone o di Aristotele, di Zenone o di Plotino. Lungi dal seguirli nelle loro sottigliezze, Atanasio conosce un libro solo, la Scrittura, un solo maestro, lo Spirito Santo, ed una sola guida, la Chiesa (v. cap. II). Tutto questo però non è realizzato veramente su un piano vitale, che per mezzo dell’azione della grazia, nella preghiera. Per Atanasio, i nomi di Padre, Figlio e Spirito Santo, non sono soltanto parole, neppure semplici idee; sono vere e grandi realtà, concrete, vitali, nelle quali Dio vive e con le quali noi viviamo in Dio. A queste sole parole, tutto il suo essere vibra di emozione religiosa. Tale emozione dipende dalla profonda coscienza ch’egli ha della nostra unione, per mezzo dell’amore, con queste divine realtà, le quali si degnano, attraverso la grazia, di associarci alla loro vita trascendente, nel Verbo che si è fatto carne affinché noi diventassimo figli di Dio, secondo la parola di San Giovanni. Per Atanasio non si tratta di una semplice verità dottrinale da ammettere per mezzo dello spirito; si tratta di una realtà vissuta, sperimentata nella preghiera. E questa esperienza è come la sintesi vivente di due saggezze: la Saggezza eterna che si abbassa fino a noi nella grazia, e la saggezza creata che è la risposta del Cristiano al dono di Dio. È da puro mistico che Atanasio risponde agli eretici del suo tempo: « Dio non ha bisogno di noi: Egli possiede la propria vita in se stesso, nella eterna generazione del Figlio. Tuttavia, gratuitamente, Dio ci avvicina a tal punto a Lui da farci entrare nel più intimo della sua vita. Non solo Egli ci ha creati allo scopo di unirci tutti al Figlio unico, ma, contemplandolo eternamente, ci contempla in questa unione che il tempo deve perfezionare al punto che Egli stesso non lo vede più separatamente da noi. Nella visione integrale che il Padre ha delle cose. Sapienza divina e Sapienza creata non si confondono, come vorrebbero gli ariani, bensì si sposano » (L. Bouyer; « L’incarnation et l’Église », p. 145). I Cappadoci, che continuarono l’azione dottrinale di Sant’Atanasio contro gli Ariani, non ne sottolinearono con altrettanta cura l’aspetto mistico, pur senza trascurarlo. È soprattutto a proposito dello Spirito Santo ch’essi intervennero, valorizzando l’azione divinizzatrice, azione che suppone nel suo autore la divinità. San Gregorio di Nissa, fratello di San Basilio, il più mistico dei tre dottori del gruppo, ha spesso descritto le tappe interiori dell’ascesa dell’anima verso Dio, presente in lei per mezzo della grazia. Toccava a Sant’Agostino riprendere la dottrina di Sant’Atanasio sull’unione interiore alle divine Persone, che è la base della sapienza mistica della Chiesa. Il Vescovo di Nissa è attirato molto di più dall’aspetto psicologico delle ascensioni dell’anima verso Dio. Egli appoggia volentieri la sua dottrina sull’Antico Testamento: « La vita di Mosè » gli fornisce la materia per una classifica delle vie interiori in tre tappe: il Cespuglio ardente ne rappresenta la partenza; il Nembo, i progressi interiori fino alla contemplazione; la Tenebra del Sinai, i vertici della vita mistica. Le omelie sui Salmi, sull’Ecclesiaste, sul Cantico, conducono il Santo a precisazioni nuove. La stessa dottrina è ripresa nelle otto omelie sulle Beatitudini, e nelle cinque consacrate al Pater. Tali insistenze dimostrano bene l’orientamento dell’autore; egli doveva essere uno dei maestri del misticismo orientale. La sua influenza in Oriente fu considerevole, soprattutto a Bisanzio, dove egli beneficiava d’altronde del prestigio senza eguale del suo amico, San Gregorio Nazianzeno, con il quale fu scambiato spesso. – San Giovanni Crisostomo, gloria della Chiesa di Antiochia, fu meno attirato dal misticismo che non i maestri di Alessandria e persino quelli di Cappadocia, anche se in molte delle sue opere se ne possono trovare tracce evidenti. Il suo apostolato fu soprattutto pratico e moralizzatore, ma si basava su un alto concetto di Dio che costituiva il centro unificatore della sua vita e dava tanta forza alla sua parola. Ora questa idea vivente di Dio, questa « teologia », era il frutto dei suoi anni di vita solitaria, consacrati alla preghiera e alla meditazione della Sacra Scrittura, di San Paolo soprattutto che sarà sempre il suo autore preferito. In ogni suo discorso si richiama alla potenza ed alla saggezza di Dio, alla sua misericordia e al suo amore; ha proclamato la sua giustizia e le sue volontà; ha difeso magnificamente i suoi diritti. I suoi migliori impeti oratori sono stati forse ispirati da questo pensiero della grandezza di Dio e della fragilità delle creature, come testimoniano le omelie sulla caduta di Eutropio. Il senso della vanità dei beni del mondo, che vi si rivela con tanta forza, ha come punto di appoggio necessario la perfetta intelligenza del tutto di Dio: Dio è il porto che non conosce tempesta, la vera città, lontani dalla quale noi siamo solo viaggiatori che soggiornano un giorno in un albergo e poi se ne vanno. – San Cirillo di Alessandria, al principio del secolo V, rappresenta egli pure, a modo suo, una forma evidente di misticismo, ed è forse proprio in questa che bisognerebbe cercare il segreto della forza che lo ispirò nella sua lotta contro il dualismo nestoriano. Questa eresia minava l’essenza stessa del Cristianesimo. Ciò che Sant’Atanasio aveva fatto nel IV secolo per difendere la divinità del Verbo in quanto Persona, anche prescindendo dalla sua Incarnazione, il suo successore nel V secolo lo farà per difendere l’unità di questa Persona del Verbo nella sua Incarnazione. Egli vi era indotto dalla tradizione dottrinale della sua Chiesa e di quella Scuola di Alessandria che aveva sempre posto al primo piano delle sue ricerche dottrinali i principii concernenti la divinità, considerata non solo nei suoi diritti di natura, ma fin nelle sue alte relazioni personali. Un certo misticismo tradizionale ad Alessandria, fin da Origene, induceva i teologi di questa chiesa a porre in primo piano nel loro pensiero la divinità, le Persone divine, lo Spirito Santo, con i suoi doni più elevati. Si devono attribuire tali doni a San Cirillo? Non lo sappiamo. In ogni caso, per rifiutarglieli, non basta rimproverare l’energia della sua resistenza a Nestorio, poiché questa stessa energia ha potuto avere una altissima ispirazione, che fu provvidenziale e che troppo spesso è dimenticata da certi storici. –

I mistici del grande secolo in Occidente

Per citare ancora soltanto dei grandi nomi, ci limiteremo a due personalità di primo piano, Sant’Ambrogio e Sant’Agostino, i quali si incontrarono nella loro vita terrestre, e si ricongiunsero nel loro misticismo, nonostante le diversità di carattere e di formazione.

Sant’Ambrogio, figlio d’un prefetto dell’impero romano, egli stesso consigliere degli imperatori verso la fine del IV secolo, spesso è conosciuto soltanto per il ruolo politico nella sua vita di uomo di Chiesa; tuttavia, per quanto grande sia stato, questo ruolo rimane subordinato a quello del Pastore o del moralista, educatore del popolo cristiano, e a quello dell’asceta che trascina le anime sulla via della perfezione. Quest’ultimo tratto è fortemente marcato fino al misticismo. Ciò traspare molto bene negli scritti che trattano della Verginità, ch’egli ha più di tutti esaltata, paragonandola ad un vero « matrimonio con Cristo », matrimonio che impone degli oneri, ma che comporta molti privilegi: privilegi del tutto spirituali, poiché è un dono divino e la sua patria è nel cielo. Essa ha un modello incomparabile in Maria, che ne è l’iniziatrice e l’esemplare perfetto fino alla fine dei tempi. Tale è il tema del più commovente dei suoi quattro trattati sull’argomento, quello che ha per titolo: La formazione di una vergine (« De institutione virginis », scritto verso il 392.). Ma il vero criterio, la base solida del misticismo del santo è la profonda unione con Dio; esso è evidente principalmente nel senso ch’egli ha della presenza di Cristo nell’anima cristiana e nel modo con il quale la descrive in uno dei suoi primi trattati sulla Verginità: « Noi abbiamo tutto in Cristo — egli dice — Volete guarire una ferita? Egli è medico. Bruciate per la febbre? Egli è fontana. Vi opprime l’iniquità? Egli è giustizia. Aspettate un aiuto? Egli è forza. Temete la morte? Egli è Vita. Desiderate il cielo? Egli è la Via. Fuggite le tenebre? Egli è Luce. Desiderate il cibo? Egli è alimento. Provate dunque e vedete quanto soave è il Signore. Beato colui che spera in lui » (XVI, 96). Cristo è il principio di ogni virtù. In una lettera al Vescovo Felice che egli ha consacrato, Ambrogio descrive con emozione le ricchezze del santuario cristiano, in cui si trova, con le Scritture che contengono la dottrina della sapienza, il tabernacolo santo dove risiede Cristo, che ci parla e nel quale noi abbiamo tutto (Dove è Cristo, vi è tutto). Ambrogio continua ancora: i doni spirituali non vengono che da lui; la pace e la giustizia sono un segno che Cristo è presente (Dove c’è la pace, lì c’è Ciisto). Cristo è nell’anima; anzi, Egli la muove con il suo Spirito, con la sua santa azione; colui che lo riceve e lo riconosce con amore depone in qualche modo sui suoi piedi un bacio devoto. Questa freschezza di sentimenti, che annuncia da lontano un San Bernardo, sorprende nel serio consigliere così ascoltato dagli imperatori del grande secolo cristiano. Essa è normale in un mistico la cui anima rimane ben fissa in Dio, qualunque siano le attività che lo occupano quaggiù. Troveremo la stessa nota, e ancora più pronunciata, nel Vescovo di Ippona. È nell’operadi Sant’Agostino che si trova, in Occidente, la dottrina mistica più completa e più profonda di tutta l’antichità, pura eco di San Paolo e di San Giovanni. La filosofia è qui ben subordinata al soprannaturale, malgrado certe apparenze che non possono ingannare. L’emozione sentita da Agostino a 19 anni, al tempo della scoperta della sapienza alla lettura di un libro di Cicerone, l’Hortensius, era filosofica più che religiosa, ma la religione vi aveva già la sua parte che diverrà predominante nel fecisti nos ad Te. del primo capitolo delle Confessioni, scritte a 42 anni: « Ci hai fatti per te, Signore! e il nostro cuore è inquieto fino a quando non riposa in te ». Agostino non godette di questo riposo che a 32 anni, al momento della sua conversione. Il primo appello alla sapienza, ricevuto aventi anni, porterà solo più tardi i suoi frutti. Il giovane fu immediatamente disorientato dalla sua adesione alla setta manichea, che contrapponeva in modo brutale il bene e il male, come princìpi eternamente in lotta in ognuno di noi; rimase avviluppato per dieci anni in questa eresia. Verso i trent’anni fu tratto dall’errore dal neoplatonismo, che gli insegnò il predominio di un principio unico, essenzialmente buono nel quale il Verbo aveva un ruolo principale. Però questa filosofia, per quanto grande e pura fosse o pretendesse essere sul piano morale e religioso, gli parve presto aridissima. Egli doveva poi utilizzarne i princìpi per tutta la sua vita; però ne sentì profondamente e amaramente le lacune, sul piano religioso, morale e spirituale. Tutto ciò è, ai suoi occhi, strettamente legato al mistero dell’Uomo-Dio. – Agostino non dimenticò mai il primo orientamento verso la devozione a Cristo, ereditato dalla madre. Tuttavia ne scoprì tutta l’importanza solo quando entrò nella prima maturità religiosa, verso i trent’anni: so: sostenne la sua reazione contro l’arida speculazione platonica che rischiava allora di perderlo. È soprattutto per mezz|o di San Paolo ch’egli arrivò alla luce completa sui misteri cristiani: il mistero del peccato, che è morte, quello della grazia, che è vita, la vita di Dio in noi ricevuta per mezzo del battesimo e sviluppata dall’azione dello Spirito Santo. Ecco la sola forza che ci strappa all’esilio del peccato e ci conduce alla patria ove Diiìr|p|ci attende. t L’apostolo San Paolo rimarrà per lui il vero maestro che lo ha introdotto nelle profondità del Cristianesimo; dopo averlo strappato al peccato, gli insegnerà a vivere in unione con Dio per mezzo di una carità ardente e luminosa, di cui lo Spirito Santo è il principio e l’animatore. E questa dottrina sboccerà nella contemplazione del Verbo di cui fu rivelatore San Giovanni, e di cui i suoi scritti sono la manifestazione progressiva. Nei commenti che ne ha fatto, Sant’Agostino dimostra bene che, con San Paolo, il suo maestro preferito, è il discepolo prediletto da Gesù. – Il tratto più saliente forse della devozione di Agostino, è l’interiorità. Egli concepisce Dio presente nell’uomo: intimus cordis est! E questo vale anche sul piano naturale, poiché gli piace innalzarsi razionalmente al Creatore attraverso la vita dello Spirito. Tuttavia quel punto di vista filosofico, così vero, così profondo, non gli basta. La fede gli rivela un’altra presenza di Dio nell’anima cristiana, presenza che ha due aspetti: da un lato, essa è temibile, tanto Iddio è santo; dall’altro lato, essa è mistero ineffabile di condiscendenza e di amicizia. Frutto interiore della grazia, essa è tutta soprannaturale. È conosciuta dalla fede, ma non diventa perfetta che con la speranza e la carità, e nella misura in cui queste hanno reale presa sull’anima. Esse devono trascinare nel loro movimento tutta l’attività interiore ed esteriore del Cristiano. Questa è la vera perfezione dell’uomo, sapienza eminente, profondamente soprannaturale, contemplativa e operante ad un tempo quando è sbocciata in pienezza. – Per poter realizzare questa perfezione, Sant’Agostino fa assegnamento soprattutto sui doni dello Spinto Santo. Questi doni rispondono ad un intervento superiore della grazia nell’anima, intervento che si amplifica a mano a mano che questa si libera dai sensi e si spiritualizza. I doni di timore e di devozione, rappresentano gli inizi interiori di questa importante azione divina, di cui gode il Cristiano generoso e docile alla grazia. Lo sostengono nei suoi rapporti con il prossimo la forza ed il consiglio, mentre la scienza e l’intelligenza gli danno, sulle creature e su Dio stesso, lumi relativi, ma penetranti, che preparano lo schiudersi della sapienza. La sapienza: ecco il dono mistico per eccellenza, vera unione a Dio, profondissima, unitiva e pacificante fino al grado possibile quaggiù. La funzione di questa sapienza, dono dello Spirito Santo, è descritta ampiamente nel lavoro sulla Trinità (nel libro XIV). Essa si confonde con quella devozione mediante la quale l’anima cristiana diventa una immagine vivente di Dio in tre Persone, Padre, Figlio e Spirito Santo. Questa immagine esiste solo alla punta estrema dell’anima cristiana, quando, avendo appresi per mezzo della fede che è figlia di Dio, l’anima « realizza » in spirito questa verità con un amore disinteressato che l’afferra tutta intera e consuma l’unione con Dio. L’immagine in questione, che i teologi osservano come oggetto di studio, è utilizzata dall’anima orante, non per sapere, ma per possedere quel Dio che si degna di darsi in godimento a coloro che lo amane! Là dove il teologo analizza e distingue per osservare il reale, il santo si limita ad amare guardando quel Dio trascendente e presente, Uno e Trino: Padre, Figlio e Spirito Santo. Questa contemplazione è il frutto precipuo delle virtù teologali e dei doni dello Spirito Sante! È il punto culminante della mistica agostiniana, in cui il Cristo resta la via, per mezzo della sua umanità, ma introduce le anime oranti e umili nella verità piena e nella vita, attraverso l’unione alle Tre Persone. – La mistica di Sant’Agostino, pura eco di San Paolo e San Giovanni, non dimentica la santità di Dio tanto proclamata dall’antica Legge. Essa ne precisa perfino le esigenze, moltiplicandone però le forze interiori che permettono al Cristiano di rispondervi, nel quadro delle virtù teologali, poiché tale è l’atmosfera in cui si spiegano le grandi energie. Queste forze rendono generose le anime capaci di innalzarsi a mezzo della fede al disopra delle preoccupazioni terrestri, per permettere loro di vivere già in qualche modo nel cielo, con una salda speranza ed una generosa carità.

Altri mistici antichi

Accanto ai veri maestri della preghiera che abbiamo indicato altri nomi possono essere segnalati che, per titoli diversi, hanno una certa parentela con la loro ispirazione. Non tanto quelli dei poeti cristiani, come Efrem Siro, Paolino da Nola e Prudenzio: la loro religiosità è purissima, ma la loro ispirazione non propriamente mistica, quanto quelli di due personaggi meno noti e che non sono venerati come santi: Diadoco, il più antico, Vescovo di Fotiké, in Epiro, all’epoca di San Leone e Giuliano Pomere, monaco e prete di Arles nel V secolo. Ambedue hanno una mistica solida e persuasiva. Il primo ha lasciato una bella esposizione « sulla perfezione » cristiana in cui insiste, più degli altri antichi maestri spirituali, sopra un senso interiore o un gusto spirituale che strappa l’anima alle dolcezze terrestri e la incammina verso una esperienza vitale di Dio legata alla sapienza. Questa è d’altronde legata strettamente ad una « teologia », che è meno uno studio che una « contemplazione », vale a dire una misteriosa unione a Dio, frutto della grazia e della carità. Il secondo, spirito colto, filosofo e asceta, è conosciuto solo per l’unico suo scritto conservato, La vita contemplativa, che tratta d’altronde più di Pastorale che di Mistica. La vita spirituale viene considerata dall’autore in due tappe, una attiva, in cui domina lo sforzo per acquistare la perfezione; l’altra contemplativa, in cui l’anima assapora qualcosa delle realtà eterne e vi trova forze per l’apostolato interiore, di cui Pomere sembra avere avuto il gusto maggiore. – È alla fine dello stesso secolo che appare, in Oriente, l’opera d’un puro mistico che si spaccia per « Dionigi l’Areopagita ». Lasciamogli questo nome, anche se egli non è altro che uno pseudo-Dionigi. Egli credeva di esporre una dottrina conforme alla tradizione — e lo è sostanzialmente — anche se la forma è nuova. L’autore scriveva fra il 480 ed il 520. Questo misterioso personaggio è, senza alcun dubbio, un Vescovo palestinese di Maiouma, nella regione di Gaza, Pietro detto l’Iberiano, dal nome del suo paese di origine, l’Iberia o la Georgia. L’impiego del nome del convertito di San Paolo (Dionigi, vescovo di Atene, secondo gli antichi. La tradizione che ne fa il primo Vescovo di Parigi è più recente lo confonde con il Dionigi mandato in Gallia dal papa San Fabiano, nel III secolo) mirava probabilmente ad accreditare, se non una nuova dottrina, almeno una nuova presentazione delle verità cristiane correnti. – L’opera « aeropagitica » utilizza abbondantemente in effetti, la filosofia neo-platonica di Proclo, in onore della scuola di Gaza alla fine del V secolo. Essa comprende una breve Teologia mistica (in cinque capitoli e tre grandi opere di teologia generale: i Nomi divini la Gerarchia celeste e la Gerarchia ecclesiastica. L’aver ricorso al plotinismo nell’esposizione, non vizia queste tesi che, nell’insieme, riposano su una base rivelata abbastanza solida. – La nota mistica è dovunque molto accentuata nell’opera di « Dionigi », il quale ha goduto di una larga autorità nel Medio Evo. L’aspetto dottrinale, tuttavia sempre presente, anche nelle pagine consacrate all’esperienza religiosa più alta che è la contemplazione. Questa è considerata, ora sotto un aspetto negativo (silenzio, tenebre), ora sotto un aspetto positivo (conoscenza di Dio, di origine superiore, e quindi divina); il mistico riceve più di quanto non guadagni con lo studio (non solum discens sed et patiens divina). Le gerarchie stabilite dall’autore riposano sulla contemplazione. Questa produce « un costante amore verso Dio e le cose divine… la visione e la scienza della verità sacra; una partecipazione divina alla semplice perfezione di Colui che è sovranamente semplice, il godimento della contemplazione, che nutre lo spirito e deifica chiunque è innalzato fino a lui » (Gerarch. eccl. I, 3). La « teologia » che « Dionigi » ha soprattutto di vista, è una semplice e profonda presa di possesso di Dio, indipendente da ogni elaborazione attiva dello spirito, ricevuta da Dio come una partecipazione soprannaturale alla vita divina. È, in una parola, una profonda vita teologale, più celeste che terrestre. – La « Teologia » di « Dionigi l’Areopagita » fu introdotta negli ambienti spirituali latini e bizantini da San Gregorio Magno (+ 604) e San Massimo il Confessore (+ 662). La forte personalità di questi grandi discepoli attenuò quanto vi era di troppo filosofico nell’opera dionigiana. Essi ne moderarono l’aspetto teorico con una felice insistenza sulle condizioni pratiche della perfetta vita cristiana. – San Gregorio Magno ha lasciato nelle sue omelie, e soprattutto nei Moralia, delle ricchissime trattazioni riguardanti la contemplazione, che è soprattutto sapienza soprannaturale, capace di dare una certa percezione di Dio, sotto forme d’altronde molto diverse. Egli la paragona ora ad una visione lontana, come nella notte, ora a una parola, o meglio, a un mormorio. Essa è rapida, e talvolta non dura che un istante: semplice preludio (initia) della visione beatifica. Tuttavia i suoi effetti sono possenti: umiltà profonda, pentimento efficace, pace e gioia celesti, ardore generoso nella ricerca di Dio.

San Massimo il Confessore (580-662) mette l’accento su due punti che hanno poco rilievo nell’opera dionigiana: Cristo da una parte, la carità dall’altra. Cristo occupa, in lui, un posto centrale, principalmente sul piano della vita cristiana. Non solo è l’autore della grazia, ma è il nostro modello per eccellenza: l’imitazione di Cristo è la grande legge della vita cristiana nella lotta contro il male, nella preghiera e nella contemplazione, nell’esercizio delle virtù, principalmente la carità. Questa è la regola della vita perfetta. E include evidentemente l’amore del prossimo, ma nella sua essenza, l’amore di Dio, principio della forza come dei suoi privilegi. È la carità che deifica veramente le anime, dando loro i sentimenti che si pone la filiazione adottiva, unendole moralmente a Dio fino a quell’intimità rivelata dal titolo « di sposa». È da Cristo che vengono tutti questi doni; egli abita infatti nelle anime per mezzo della fede, e con lui vi sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza, e se tanti Cristiani non li scoprono è perché sono pigri e negligenti nella loro vita spirituale.

LA GNOSI: TEOLOGIA DI sATANA (58)

GNOSI TEOLOGIA DI SATANA (58)

[Augusto Nicolas: L’ARTE DI CREDERE, Parma, P. Fiaccadori, 1868- vol. II]

CAPO V.

Ateismo, Teismo, Deismo, Cristianesimo. (2)

§2

Ho detto in secondo luogo, che l’argomento, di cui la ragione s’accontenta per credere al Teismo ed al Deismo s’applica con egual forza al Cristianesimo, senza accennare ad altri argomenti che ne sono propri.

I. Conviene rendere giustizia a Voltaire; esiste una verità, sulla quale non ha mai piatito, ed è quella dell’ esistenza di Dio. Egli la stabilisce e la difende in molti passi dei suoi scritti con quel suo buon senso quanto raro, altrettanto ristretto e superficiale. Il suo argomento, se non è profondo, è per altro sufficiente:

L’Univers m’embarrasse, et je ne puis songer

Que cette horloge existe, et n’ait point d’horloger

(L’idea dell’universo m’impaccia, al pensier solo

Che senza oriolajo sussista l’oriolo).

È l’argomento delle cause finali che determinava Socrate, ed al quale non si saprebbe rispondere. Voltaire lo fa spiccare sovente con un grande sfoggio di stile, e con una specie d’entusiasmo di ragione, Egli va fino al punto di prendersela colla parola natura, e fa osservare, che invece di questa parola bisognerebbe adoprare quella di arte; dappoiché tutto, assolutamente tutto è arte in ciò che si chiama natura « l’arte di non saprei quale grand’Essere ben polente, e ben industrioso, che si nasconde, e la fa comparire. – Bisogna dunque, egli conclude, che vi sia un Artefice infinitamente abile, e che sia appunto quello, che i savi chiamano Dio (Dict. philosophique, t. XXXI. p. 166, édit. Benchot — Dialogues d’Evhémère t. L, p. 156).

II. Non è già questa verità che gli sembri scevra di difficoltà. Senza esaminarla a fondo, sente tutto ciò che racchiude d’incomprensibile. Tuttavia non si ritrae dallo acconciarvisi, e la difende anzi sovra quel terreno dell’incomprensibile contro un Ateo, che vi attinge le sue obiezioni. Brevi sono le risposte di lui, quasi che temesse di compromettersi oltre misura, e di offerire delle armi contro la sua incredulità per gli altri misteri. Però si possono proporre come un manuale dell’arte di’ credere. Il seguente dialogo è fittizio. É Voltaire, che risponde al barone d’Holbach.

L’Ateo. « Conviene avere qualche concetto della natura divina ».

Voltaire. » E della nostra? »

L’ateo. « La nozione di Dio non entrerà mai nello spirito umano ».

Voltaire. « Interamente ».

L’Ateo. « Come mai si giunse a persuadere, che la cosa più impossibile a comprendersi fosse la più essenziale? »

Voltaire. « Una cosa si può dimostrare, ed essere ad un tempo incomprensibile: 1’eternità, gli incommensurabili, le assintoti, lo spazio …»

L’Ateo. « Come è possibile la sincera convinzione d’un ente, di cui si ignora la natura? »

Voltaire. « Eppure è così. Se qualche cosa esiste, dunque qualche cosa esiste da tutta 1’eternità. Questo mondo è fatto con intelligenza, dunque per mezzo d’una intelligenza. E quindi  rigorosamente provato, che esiste un Ente necessario da tutta 1’eternità. È parimente stabilito, esservi nel mondo una intelligenza. Mi attengo a questo (Rémarques sur le bon sens, t. L , p. 568). »

D’ Holbach muoveva a Voltaire delle obiezioni di altra natura, che non trovano scioglimento salvo nel Cristianesimo. Esse erano tolte non più dall’incomprensibile, ma dall’inconcepibile e dall’assurdo. Egli gli diceva: « Vedete il male fisico, vedete il male morale, che affliggono il mondo, e dopo ciò credete ancora in Dio »! Voltaire non si disanima per quella obiezione: fa sua fede resiste ad ogni prova, ed è rimarchevole la ragione, che ne adduce: « L’idea d’un Dio carnefice, che forma delle creature per tormentarle è orribile ed assurda… Ma se viene a darsi la prova a una verità, forse che questa verità tralascia di esistere, perché trae con sé delle consequenze inquietanti? Esiste un Ente necessario, eterno, fonte di tutti gli altri. Esisterà forse meno, perché noi soffriamo? Esisterà meno, perché io sono incapace di spiegare la ragione, per cui noi soffriamo (Dialogues d’Euhemère, p. 1S9.)? »

Una simile fede è più che sufficiente pel Cristianesimo: io la chiamerei anzi scandalosa per la sua rassegnazione a difficoltà, che farebbero ribrezzo ad un umile fedele, e che lo stesso Voltaire qualifica, come orribili e scandalose, mentre le divora. A parte questo eccesso, il suo ragionare è eccellente. Per completare questo manuale ad uso dei credenti, aggiungiamo una professione di fede di Gian Giacomo Rousseau, la quale non è meno esemplare:

« . . . Ho un bel dirmi: Dio è così; io lo sento, e me lo provo. Non giungo meglio a concepire,  come Dio possa essere così. Insomma più mi sforzo a contemplare la sua essenza infinita, meno la concepisco: ma desta è, E ciò mi basta; memo la concepisco, e più l’adoro. Mi umilio, e gli dico: Ente degli enti, io sono perché tu sei, ed è un sollevarmi alla tua sorgente questo meditarti senza posa. L’uso più degno della mia ragione è quello d’annientarsi dinanzi a te; è quello che rapisce il mio spirito, ed inebria la mia debolezza; è quello di sentirmi vinto dalla tua grandezza (Emilio)…. » – Anche questa è una fede eccessiva, che noi altri Cristiani, cui si dà la colpa di far troppo buon mercato della ragione, potremmo anche giudicare riprensibile. Di fatti noi non diremo mai d’alcun nostro mistero, meno lo concepisco, più lo adoro; ma meno lo comprendo. Noi adoriamo l’incomprensibile, ma non l’inintelligibile. Tutti i dommi della nostra fede sono al contrario ciò che v’ha di più intelligibile, e di più definito. Così noi non croderemmo al mistero della Trinità, se 1’unità e la trinità si riferissero allo stesso soggetto; se Dio fosse in pari tempo uno e tre in essenza, ovvero uno e tre in persona. Noi non comprendiamo sicuramente in qual modo uno in essenza sia in tre persone, ma in grazia dell’addotta distinzione noi lo concepiamo nella stessa guisa che concepiamo un’anima sola in parecchie facoltà ed in parecchie potenze.

III. Comunque sia, e salva quella riserva in favore della ragione, l’argomentare di Rousseau e di Voltaire non è dissimile da quello della fede cristiana, e però possiamo rivolgerlo contro gli increduli. Che cosa si oppone infatti alla fede, se non è quella triviale pretesa, che si debba soltanto ammettere ciò che si comprende; e che nulla siavi di vero, tranne ciò che è evidente, ecc. ecc.? — Lo stesso Rousseau non viene forse a dirci, quando si tratta dei misteri del Cristianesimo:

« Il Dio. che io adoro, non è già un Dio di tenebre, né mi dotò d’un intelletto per interdirmene l’uso: se dicessi a me stesso di sottomettere la mia ragione (si noti che aveva detto poc’anzi che il miglior modo di usarne era quello di annientarsi), crederei di oltraggiarne l’autore, Egli non tiranneggia la mia ragione, ma la illumina, ecc. (Emilio). » Rispondiamo a tutte quelle declamazioni con queste sentenze del buon senso rivolte contro l’Incredulo: Noi non sapremmo comprendere la natura divina, noi che non comprendiamo punto la nostra — la nozione di Dio non può entrare nello spirito umano completamente, ma proporzionamente, e ciò basta per la credenza —• una cosa può dimostrarsi, ed essere ad un tempo incomprensibile: l’eternità, gli incommensurabili, le assintoti, lo spazio, ecc. — se si fornisce la prova d’una verità, come sarebbe quella dei nostri misteri per mezzo della parola rivelatrice di Gesù Cristo provata a sua volta dai suoi miracoli, ecc. questa verità esiste forse meno perché trae con sé delle conseguenze inquietanti? massima questa che noi non spingiamo tant’oltre come voi. — Finalmente lungi che l’incomprensibile debba arrestarci, ne deve determinare: perché il più degno uso della mia ragione è quello di annientarsi dinanzi a Dio; è quello che rapisce il mio spirito ed inebria la mia debolezza, per cui mi sento oppresso dalla grandezza di lui, e soprattutto dal suo amore e dalla sua misericordia. – In una parola, qualunque sia la credenza, il mistero non deve mai fermare; deve in un certo senso determinare. – Dico in un certo senso, perché lo spirito umano non può e non deve mai determinarsi, tranne per mezzo della ragione. Bisogna dunque che vi sia ragione di credere, e che la verità, oggetto della credenza, sia provata non dalla sua evidenza intrinseca, cosa che non potrebbe darsi, ma dalla forza dell’autorità, e dallo splendore del testimonio. Se non che, dove trovare maggiori prove, e ragioni di tal genere se non nel Cristianesimo? ragioni e prove che diciotto secoli di critica e di discussione non riuscirono ad iniziare, e che l’Incredulità oggi ci abbandona per ritrarsi nella negazione non solamente di Gesù Cristo, ma di Dio medesimo; in tal modo essa proclama, e professa anzi apertamente, come già l’abbiamo veduto, che si può essere teista senza essere cattolico.

IV. Facendo astrazione da tutte quelle ragioni e da tutte quelle prove cento volte potrei stabilire la divinità di Gesù Cristo sovra il solo argomento, di cui si serve Voltaire per dimostrare l’esistenza di Dio: quello delle cause finali. Nello stesse modo, che questo argomento prova Dio nell’ordine fisico, così prova Gesù Cristo nell’ordine morale e storico. « Dio – dice Bossuet – ha fatto un’opera in mezzo a noi, che, indipendente da ogni altra causa, e venuta solo da lui, riempie tutti i tempi e tutti i luoghi, e spande su tutta la terra colla impressione della sua mano il carattere della sua autorità; e sono Gesù Cristo, e la sua Chiesa (Orazione funebre à Anna di Gonzaga). » – Ora non possiamo noi dire di quell’opera ciò che Voltaire ha detto della natura?

Celle oeuvre m’embarasse, et je ne puis songer que celle horloge existe, et n’ait point d’horloger (L’idea dell’universo m’impaccia, al pensier solo Clic senza oriolajo sussìsta l’oriolo). Ed invero per chi l’osserva profondamente, la cosa non può essere diversa, in quanto che la natura non è altro che arte, e per la stessa cagione l’opera di cui parlo non è che grazia, virtù divina, azione sovranaturale « di qualche grande Artefice, che si nasconde, e la fa comparire. — Questo mondo è fatto con intelligenza, dice Voltaire, a dunque per mezzo d’ una Intelligenza. »

— L’ Opera di Gesù Cristo è fatta da mano divina, dirò io a mia posta, e spande sovra tutta la terra colla impressione di quella mano il carattere della sua autorità, come si esprime Bossuet: « Gli è, afferma l’empietà medesima, il più bel codice della vita perfetta, la Religione assoluta, non solamente per questa terra, ma per gli altri pianeti, se hanno degli abitanti dotati di ragione e di moralità (Renan precitato);» — « la più pura, la più completa, la più splendida manifestazione dell’Essenza divina (Proudhon precitato). » Dunque essa emana da Dio al pari della natura, però con questa superiorità, che i suoi elementi, cioè le nostre volontà e le nostre passioni, essendo libere e refrattarie, anzi scatenate e ribelli, quando Gesù Cristo vi mette la mano, attestano nell’azione che esercitano, maggior potere degli elementi inerti e servili nell’ordine fisico della creazione. È quindi rigorosamente dimostrato, per parlare ancora con Voltaire, esservi un’azione divina nel Cristianesimo e nella Chiesa, come è dimostrato esservi una intelligenza nel mondo. Mi attengo a questo (La presenza invisibile, e l’azione divina di Gesù Cristo nella Chiesa, in conformità della sua parola, cominciarono a svelarsi quando Egli disparve. Solo dopo la sua morte il Cristianesimo si manifestò; il perché non è più Gesù Cristo vivente, ma Gesù Cristo morto che cambiò il mondo. È questa una prova della sua divinità. Ciò che la fa risaltare, ed obbliga a credere nella Resurrezione del Crocifisso, e nella sua azione sovranaturale nella Chiesa si è, che dopo la sua morte niuno gli succede umanamente nella sua Autorità, ed influenza personale, per continuarne ostensibilmente l’impresa. Noi non veggiamo un capo, e direttore degli Apostoli, giacché Pietro non lo era che spiritualmente, e la sua inferiorità umana, considerando sempre le cose naturalmente, gli toglie ogni iniziativa atta a spiegare l’unità. Era un esercito senza generale, e quale impresa! Era, rimarcatelo bene, un esercito che non aveva obbedito al suo generale, quand’era vivo. Come si spiegherà questo, se non coll’assistenza soprannaturale di Gesù Cristo, generale invisibile dell’esercito apostolico, secondo quel detto: quando sarò sollevato dalla terra trarrò tutto a me! e secondo quest’ altro: Sarò con voi sino alla fine dei tempi. Questa meraviglia si sparsa in tutto l’universo, sussiste da diciotto scoli. Ne deriva per noi una prova forse maggiore di quella che fu per gli Apostoli la vista stessa di Gesù Cristo, perché di tutti i miracoli quello è il più grande. Essi videro l’Artefice, o credettero all’opera. Noi vediamo l’opera, e non crediamo all’Artefice) dopo la morte di Gesù Cristo, il progredire della Religione dall’origine del mondo fino a quella data; il popolo ebreo, le profezie, le rivoluzioni degli imperi tendenti all’unità dell’impero romano, che si sfascia; l’espettazione universale d’un Riparatore divino in quell’epoca; l’apparizione di Gesù Cristo in un tempo ed in un luogo determinati; la sua persona, la sua dottrina, i suoi miracoli; il trionfo della sua croce; la rapida conversione dell’universo alla voce di dodici navicellai; lo stabilimento del Cristianesimo sulle rovine del paganesimo per mezzo del sangue dei martiri; la Chiesa che mantiene e spiega l’unità della sua dottrina in mezzo a tutte le sottigliezze e le violenze delle eresie: i Santi di tutti gli ordini adattati ai bisogni dei tempi: il Papato sempre osteggiate e sempre stabile sovra le rovine di tutte le altre istituzioni; la civiltà moderna, i costumi, le leggi, le lettere, le arti spiccanti dal Cristianesimo, come i frutti dall’albero; questi frutti, che vivificano tutte le generazioni che se ne nutriscono, e la morte che diviene la sorte di quelle che li ripudiano; tutto ciò in esecuzione letterale di quanto fu predetto nel Vangelo da quella Parola, che risale al primo giorno del mondo per mezzo della promessa, e procede fino all’ultimo per mezzo del suo complemento; e per dirla in una sola frase, il mondo cristiano; ecco ciò che Gesù Cristo soltanto ci spiega; ecco quindi ciò che Gesù Cristo ci prova. – I Deisti, che non si piegano a sì fatta conclusione, sono, rispetto ai Cristiani, ciò che sono gli Atei rispetto ai Deisti. Spiegateci il mondo fisico senza Dio, dicono costoro ai primi: spiegateci, diciamo noi ai richiedenti, il mondo morale senza Gesù Cristo Dio; spiegateci ciascuna di quelle meraviglie, che vi ho testé indicato, e l’accordo di esse senza un intervento sovrannaturale di Dio. Voi vi provaste, e soccombeste all’impresa; e l’ultimo tentativo provocò sovra di voi l’universale riprovazione. Per confutarvi e confondervi, non abbiamo bisogno che di voi medesimi. Voi non fate che urtarvi contro gli altri, come gli uomini usciti dai denti del dragone di Cadmo: Paulus è confutato da Strauss, Strauss da Salvador, Salvador da Cohen, Cohen da Renan, e Renan da sé medesimo.

SPIRITUALI E MISTICI DEI PRIMI TEMPI (5)

F. CAYRÉ:

SPIRITUALI E MISTICI DEI PRIMI TEMPI (5)

Trad. M. T. Garutti

Ed. Paoline – Catania

Nulla osta per la stampa – Catania, 7 Marzo 1957

P. Ambrogio Gullo O. P. Rev. Eccl.

Imprimatur

Catanæ die 11 Martii 1957 Can. Nicolaus Ciancio Vic. Gen.

CAPITOLO V

I PROMOTORI DI VITA CRISTIANA

Grandi educatori

Il nome di Clemente di Alessandria si presenta qui spontaneamente alla memoria. La sua apologia, detta Protreptico, contiene già l’abbozzo di un piano di formazione morale, indirizzato ai pagani per avviarli alla vita cristiana. Ma il Pedagogo è molto più adatto a questo scopo: il suo titolo lo indica; il vero educatore dell’umanità è Cristo, e questo titolo la vince sui molti altri evocati dall’autore, poiché Gesù, ai suoi occhi, è anche medico e generale e pilota. Per quanto alte siano queste ultime funzioni, che in parte vanno oltre il corpo, cedono alla sapienza che Cristo, vero Pedagogo, dona di persona a chi lo segue. Tale è l’essenza della seconda opera della Trilogia clementina e merita davvero di essere meditata da vicino, in quanto pone le basi di una educazione completamente cristiana. Gli Stremata ne espongono le grandi leggi, fino ai più alti Vertici, con una ampiezza sorprendente per quel tempo. Clemente aveva una vasta cultura letteraria, filosofica e religiosa. Egli mise tutto questo a frutto, abbondantemente, in quello studio monumentale il cui titolo indica da solo la portata dei soggetti trattati e la varietà dei toni: Straniata significa «tappezzeria», ed il contenuto risponde all’insegna. Una quantità importante di elementi classici, tratti dai poeti e dai filosofi antichi, viene qui messa a profitto per innalzare l’anima, a tappe, ad una eminente vita spirituale, fino ad un grado altissimo di perfezione. I sette Straniata non hanno nulla in comune con le Sette dimore del Castello dell’anima che un giorno Santa Teresa descriverà, attenta anzitutto a esperienze religiose intime. Il punto di vista di Clemente è del tutto diverso, malgrado alcuni incontri occasionali. La caratteristica dominante è la fede, una fede illuminata al punto da essere chiamata Scienza (gnosi), una scienza del divino; scienza legata d’altronde alla carità e di cui bisogna ben rilevare tutti i tratti distintivi, poiché essi si imporranno nella teologia come nella spiritualità dell’Oriente. – Questo punto verrà precisato nel seguente capitolo. Limitiamoci qui a qualche osservazione sul piano pedagogico, molto vicina al soggetto che trattiamo. La « gnosi », che è, per Clemente, l’ideale di ogni educazione cristiana impegnata, è la sintesi di una cultura religiosa animata dalla carità, secondo il consiglio di San Paolo (L’Apostolo raccomanda ai Galati « la fede che agisce per mezzo della carità » – Gal. V, 6), e di una certa cultura naturale, particolarmente filosofica, che può benissimo servirle di base, ma che non può da sola raggiungere la sua perfezione, neppure sul piano umano, senza quest’appoggio del soprannaturale più elevato. Questa visione profonda, per certi riguardi veramente geniale, dell’armonia di due ordini, era troppo nuova per non dover incontrare resistenze, e per presentarsi con tutte le sfumature desiderabili, che non verranno messe a punto se non dopo secoli di esitazione e di ricerche. Non era per questo meno preziosa e doveva incitare i migliori spiriti verso una profonda cultura, morale e religiosa quanto dottrinale e intellettuale. Tutto l’alessandrinismo cristiano vi era contenuto in germe. – Origene doveva riprendere l’opera di questo iniziatore e darle una nota religiosa più sentita. Nato poco dopo il 180, era troppo giovane quando il suo maestro lasciò Alessandria, nel 201, per poter aver ricevuto da lui poco più di un orientamento di base. Esso fu decisivo ma abbastanza largo per permettergli di avere la propria personalità, la quale doveva essere molto accentuata, più ancora forse di quella del suo brillante precursore. Egli fu pienamente uomo sia di preghiera che di studio, e particolarmente esegeta, votato interamente alla meditazione della Sacra Scrittura. Il suo pensiero fu dominato dal soprannaturale che vi si esprime, ed egli ne penetrò le ricchezze fino al misticismo. La sua esegesi fu pervasa soprattutto dalla ricerca ostinata dello spirito al di là della lettera, e ciò allo scopo di formare dei Cristiani perfetti, poiché, sull’esempio del suo maestro, egli fu un grande educatore, con un carattere ancora più marcato dalla fede di quello di Clemente. Il campo in cui si alimenta il suo pensiero e sul quale esso si espande, è la parola di Dio, contenuta nei Libri Santi; ma non si può fare di lui un puro esegeta, sia pure spiritualista. Egli vuole formare Cristiani completi, nel significato letterale della parola, non solo naturale, ma soprattutto cristiano, ed il suo ideale racchiude un vero misticismo. La gnosi è veramente l’eco di quella del suo maestro, con qualcosa forse di più divino ancora. L’origenismo è caratterizzato precisamente dall’amore della Scrittura e dalla ricerca del senso spirituale, il quale viene scoperto con il ricorso all’allegoria, con una ostinazione che diventa caratteristica: origenismo doveva essere sinonimo di allegorismo. Ma bisogna aggiungervi una sfumatura molto suggestiva: l’insistenza sulla vita spirituale realizzata nei membri della Chiesa nei quali si continua Cristo quaggiù, a partire dalla Pentecoste. Questo misticismo, che prolunga all’infinito quello dei tipi biblici presentati dalla Scrittura, è basato sopra un largo richiamo ai doni dello Spirito Santo. In questo campo Origene aveva avuto precursori: San Giustino, Sant’Ireneo, Clemente; ma egli li supera tutti per l’uso che ne fa nella spiegazione della perfetta vita cristiana. Dopo questi due eccellenti maestri di una superiore vita cristiana, la cui azione fu tanto felice quanto decisiva malgrado le inevitabili lacune, basterà accennare a qualche altra guida importante delle anime elette, in cerca di perfezione, nell’antichità cristiana. Queste guide furono anch’esse, a modo loro e nel senso più ampio della parola, educatrici per mezzo della sapienza della Scrittura più che della scienza dei pedagoghi ufficiali.

Forse San Cipriano (210-285) potrebbe venir posto vicino ai grandi, come maestro cristiano, in quell’Africa latina ch’egli illustrò nel III secolo è segnò profondamente nonostante la rapidità del suo passaggio. La maggior parte dei suoi scritti possono essere classificati in questo genere, persino i quattro opuscoli apologetici nei quali predomina sempre la preoccupazione morale. Questa preoccupazione è ancora più sentita in un’altra serie di opuscoli, soprattutto quelli che sono imitati da Tertulliano cui egli segretamente si ispirava e del quale attenuava saviamente le esagerazioni, preparando da lontano una riammissione dell’opera di questo grande uomo nell’alveo della vita cattolica. Egli non ebbe il suo genio, ma fu egualmente uomo di valore e di misura, qualità queste essenziali dei veri educatori. È senza dubbio per questo ch’egli fu più grande, di una grandezza coronata dal prestigio del suo martirio. – Si potrebbero citare in questa serie di educatori molti grandi nomi nel IV secolo, ma essi saranno meglio collocati altrove per il carattere generale della  azione nell’antichità. Alcuni tuttavia si impongono, soprattutto in Oriente, ricordiamo in particolare i tre Cappadoci: San Basilio, San Gregorio Nazianzeno, San  Gregorio di Nissa, di altissima cultura, certo molto diversi l’uno dall’altro, ma bene uniti dalla loro fratellanza spirituale più ancora che dai vincoli di famiglia (il secondo Gregorio era un fratello minore di Basilio). I due primi ebbero un senso molto acuto dei valori della cultura classica, e San Basilio, in uno scritto celebre (Omelia 22 – P. G., 31 -: forse bisogna vedervi un trattato (Logos) piuttosto che una omelia), insiste sulla sua utilità, non soltanto sul piano estetico, ma per la formazione morale e la comprensione della Scrittura stessa. San Giovanni Crisostomo gli fece eco, pochi anni dopo, nella vicina provincia Antiochia, ed il suo esempio giovò ancor più delle teorie. Nell’Occidente latino, la Provvidenza suscitata nella stessa epoca, imitatori di qualità, come Sant’Ambrogio, Sant’Agostino, San Girolamo soprattutto, il quale conservò fino alla fine la preoccupazione della forma, senza danno però per la dottrina. Per la maggior parte furono oratori sacri ed è l’aspetto principile della loro azione che dobbiamo ricordare: la preoccupazione pastorale non è che domina soltanto nella catechesi, ma in tutta l’eloquenza dei Padri.

Catecheti e predicatori d’Oriente

Il catecheta per eccellenza dell’antichità cristiana in Oriente è San Cirillo di Gerusalemme. Indubbiamente il suo contemporaneo, San Gregorio di Nissa, ha scritto un « Discorso catechetico » che è celebre, ma che è un’esposizione sommaria della religione cristiana, piuttosto che un appello alla vita di preghiera. Ciò è realizzato solo in parte dal « Sacramentario » di Serapione, Vescovo di Thmuis, in Egitto, (IV secolo), il quale raccoglie preghiere di cui egli non è forse l’autore, o almeno il solo autore; in ogni caso, si limita a delle formule, senza dubbio preziose, concernenti i riti sacri, ma insufficienti. – Le Catechesi di San Cirillo (313-386), vescovo di Gerusalemme sono, al contrario, un’esposizione completa degli elementi dottrinali che servono di base diretta alla vita cristiana. I dati della fede contenuti nel simbolo (Cat. 4-18) non sono mai completamente staccati dalle applicazioni morali, al contrario formano la base di un sano insegnamento morale; ugualmente lo studio dei riti che inquadra queste esposizioni (1-3 e 19-23) non è soltanto speculativo ma pratico (Gli ultimi citati sarebbero, secondo l’attuale critica, di un successore di Cirillo a Gerusalemme, di nome Giovanni, che ha, in effetti, parlato e scritto verso la fine del IV secolo). Senza dubbio egli mette in guardia i neofiti contro gli errori correnti del suo tempo, quelli dei pagani, ebrei, samaritani, eretici, manichei. Ma ciò che più colpisce alla lettura di queste pagine è la vita di fede che vi si afferma con un accento molto affascinante. Egli è il testimonio per eccellenza della pietà palestinese nel IV secolo. Sant’Efrem (+ 373), il dolcissimo dottore siro, semplice diacono ma grandissimo oratore e poeta dall’ispirazione inesauribile, rifugiato dalla Persia a Edessa (Siria nord-orientale) negli ultimi dieci anni della sua vita, rappresenta il puro Cattolicismo tradizionale, prima delle deviazioni che produrranno nel secolo seguente le razioni cristologiche; per dei secoli, nestoriani e monofisiti si contenderanno i tronconi di quella sfortunata cristianità. Sant’Efrern è per tutti un legame con la Chiesa cattolica, di cui egli rimane la gloria più pura come asceta e moralista, e ancor più come mistico molto devotamente attaccato a Cristo Uomo-Dio, a sua Madre Maria e alla Chiesa, sua mistica sposa. Eccoci infatti le grandi linee della sua teologia vivissima e pratica. Malgrado la sua abbondanza, questa opera preziosa, per la penetrazione della dottrina ed il fervore della pietà. – Un altro siriano, occidentale questo, antiocheno, di nobile famiglia e di profonda cultura, San Giovanni Crisostomo, fu il maestro per eccellenza della predicazione cristiana in Oriente ed in tutto l’Impero. Alla sua completa formazione ellenica egli aggiunse, da una parte, la vita solitaria da lui condotta per parecchi anni sulle montagne vicino ad Antiochia, e dall’altra lo studio delle Scritture, Antico e Nuovo Testamento, particolarmente San Paolo, che gliene rivelò il senso profondo. Il Trattato del Sacerdozio, ove condensa, ancora giovane, le sue vedute sull’azione pastorale, soprattutto oratoria, dimostra ch’egli l’aveva lungamente meditata nei suoi principi: egli mette sempre alla base dell’apostolato cristiano la preghiera e lo studio. Trascurare ciò, sarebbe falsare la sua dottrina. Segnaliamo d’altronde il pericolo d’un doppio scoglio. Bisogna star attenti anzitutto a non fare del santo un erudito, perché è di Antiochia, oppure uno speculativo, perché è Orientale. In verità, egli ha un senso dottrinale assai acuto: saprà, all’occasione, confondere i filosofi ariani, le cui arguzie rovinano la fede. Bisognerà evitare d’altra parte di attribuirgli una esclusiva preoccupazione dell’azione che ne faccia una guida empirica, senza profondità dottrinale, ciò che sarebbe un tradimento della sua personalità. – Evidentemente San Crisostomo ha un senso morale molto acuto, ma fondato sopra una dottrina profonda e viva. Egli è un gran discepolo di San Paolo, ed i suoi commenti, sempre luminosi e affascinanti, sono richiami incomparabili alla vita di fede. Senza dubbio egli ripete in termini propri o equivalenti, che Dio è ineffabile o impenetrabile, ciò che conduce all’adorazione rispettosa, più che all’intimità affettiva. La venerazione è, in lui, associata al sentimento generale provocato dalla grandezza di Dio, oggetto tanto di ammirazione quanto di amore. Essa è accompagnata dallo stupore, dall’angoscia, dalla vertigine, dal timore, dal tremore, dal terrore; altrettante formule familiari al Santo. La natura divina ch’egli predica, non ha nulla dell’astrazione; è posta molto in alto, al di sopra del creato, in una vera trascendenza e tuttavia « sperimentata come una presenza terribilmente reale » (Otto). Queste tendenze sono d’altronde temperate da altri sentimenti familiari all’oratore d’Antiochia, in particolare la giustizia e la bontà: essi sono descritti con altrettanta poesia e calore e sono difese con energia contro i manichei. La dottrina paolina della grazia è meno precisa che presso Agostino, ma è ben chiara, fino alla distinzione di due volontà in Dio a proposito dei peccatori: una è che non periscano (volontà prima); l’altra ch’essi siano puniti (volontà seconda). Questo pastore e grande maestro di vita cristiana aveva il dovere di insistere sui riti sacramentali: i sacramenti principali difatti, sono largamente raccomandati, l’eucaristia soprattutto che occupa largo posto nella sua opera, tanto che lo si è potuto chiamare « Dottore eucaristico ». Il suo realismo in questo campo è persino ardito, quasi esagerato: « Non vedremo soltanto il nostro Salvatore, ma lo prenderemo addirittura nelle nostre mani, lo mangeremo, stritoleremo la sua carne, ci uniremo a lui nel modo più intimo… Ciò che il Salvatore in Croce non ha sofferto (sentite lo spezzarsi totale delle sue ossa), Egli lo soffre ora nel Sacrificio per amor vostro, e si lascia ridurre in briciole per saziarci tutti ». S. Giovanni Crisostomo supera di molto, su questo tema la catechesi di S. Cirillo di Gerusalemme e persino quella di S. Gregorio di Nissa. Bisogna tuttavia tener presente che in questi testi l’oratore mira meno ad esporre il mistero quanto a stimolare i fedeli già istruiti della dottrina corrente. – Dal V secolo la Chiesa Bizantina ha coltivato l’omelia più della catechesi, e si possono segnalare in modo particolare le omelie mariali, di cui, nel XX secolo, sono stati pubblicati molti testi nuovi. Esse sono i testimoni di un reale progresso della devozione verso Madre di Dio: la sua Immacolata Concezione e la sua Assunzione vi sono insegnate in modo chiaro, benché implicito il più delle volte. Fra gli oratori più in vista in questo campo, bisogna citare quelli dell’VIII secolo, particolarmente San Germano, patriarca di Costantinopoli, Sant’Andrea di Creta, metropolita di Gortyne, San Giovanni Damasceno, prete di Gerusalemme, l’ultimo dottore della Chiesa orientale, difensore delle immagini e del culto mariano. – Un grande monaco bizantino, San Teodoro Studita, alla fine dell’VIII secolo ed al principio del IX, fece eco a tutti, su un piano catechetico superiore, poiché egli nelle sue Catechesi, la Piccola come la Grande, si rivolgeva ad una élite di monaci. Meno dottrinale degli antichi, peoccupato soprattutto del progredire spirituale dei monaci, e dei fedeli, che allora si mantenevano in intima comunione con essi, egli è un’eco prolungata della vita cristiana bizantina, alla vigilia del ripiegamento che sta per prodursi laggiù, con pregiudizio della piena cattolicità, gloria dell’antica Chiesa d’Oriente.

Oratori e Pastori in Occidente

Il maestro per eccellenza della catechesi latina, teorica e pratica, è sempre Sant’Agostino, e bisogna riavvicinarlo a San Giovanni Crisostomo, del quale egli fu, in Occidente, il pio emulo, se non l’eco, poiché non lo conobbe bene che sul tardi. S. Agostino ha scritto sulla formazione dei neofiti (De Catechizandis rudibus) dopo avere, da un punto di vista più generale, trattato del modo di predicare la parola di Dio, nel primo libro della Dottrina cristiana. Secondo lui l’eloquenza è secondaria: ciò che conta anzitutto è la fede viva nel Dio in tre Persone, che esce dalla sua alta trascendenza per darsi a noi nella creazione, nell’Incarnazione redentrice, e nella Chiesa animata dallo Spirito Santo; a condizione che tutto sia vissuto da noi nella Carità, di cui egli espone i principi all’inizio dell’operetta sulla Dottrina cristiana. I tre libri che seguono la completano sotto diversi punti di vista: ma è l’attività oratoria di Sant’Agostino che ne è il miglior commento, un commento dalle ricchezze infinite. Limitiamoci a qualche sguardo d’insieme. – Le sorgenti della dottrina di Agostino devono spesso essere cercate nell’Antico Testamento, che gli ha fornito il tema per 50 prediche generali e per le 200 omelie sui salmi (Enarrationes), vere esposizioni di vita cristiana intensa, forse le più ricche della sua opera oratoria. Tuttavia le omelie su San Giovanni (Tractatus: 124 sul Vangelo, e 10 sulla prima Epistola) sono più accessibili. Bisogna aggiungervi le innumerevoli prediche ordinarie (più di 500) su un tema particolare, sia dell’Antico Testamento che del Nuovo (circa 150), sia della liturgia o dei santi, sia dei più diversi soggetti dottrinali. – La predicazione agostiniana ha come propria caratteristica l’insistenza sulla fede come principio di vita. Per questo Dottore, la sorgente per eccellenza di insegnamento è la fede, vale a dire la Santissima Trinità, Cristo, la Chiesa sotto ogni aspetto: è la teologià, in una parola, se si lascia a questo termine il significato degli antichi, meno preoccupati di ricerche speculative che di applicazioni vitali. La formazione alla devozione è in lui inseparabile dal dogma e in particolare dal Cristo vivente nella Chiesa. I suoi commenti sui Salmi, opera dell’Antico Testamento, sono illuminanti a questo riguardo; con maggior ragione si troverà questa nota nei trattati su San Giovanni, Vangelo dottrinale per eccellenza, in cui il santo unisce alla perfezione i doni speculativi e le preoccupazioni morali, spinte d’altronde fino all’ascesi, con una purissima ed altissima e soavissima nota mistica. – Un elemento domina l’insieme di quest’opera pastorale: l’amore di Dio. Di tutti i titoli che sono stati dati a Sant’Agostino, il più importante forse, e il più popolare, è quello di Dottore della carità, generalmente espresso da un cuore dal quale scaturiscono fiamme. La carità appare molte volte nelle esposizioni dottrinali precedenti. Essa si manifesta ancor più nella morale di cui è l’anima, sia che si considerino le comuni regole, oggetto della Morale propriamente detta, sia che si ricerchino i mezzi speciali per mirare alla perfezione (Ascetismo), e ancor più i doni superiori concessi per compiere l’opera di perfezione (Mistica); quest’ultimo titolo è il più importante, e l’argomento verrà ripreso nel capitolo seguente. – Per quanto grande egli sia stato, Sant’Agostino non può farci dimenticare altri pastori che furono potenti maestri di vita cristiana in Occidente. Sant’Ambrogio è il più conosciuto e senza discussione il più eminente. Egli fu il padre di Agostino nella fede: il suo insegnamento pubblico a Milano fece impressione sul retore scettico e diffidente che vi arrivò nel 384 e che, due  anni più tardi, era pienamente trasformato, grazie a quella parola forte e illuminante, che andava diritta al cuore dei grandi problemi dottrinali e morali che lo tormentavano. Ambrogio era anzitutto un uomo di azione e un moralista. Non era chiuso alla filosofia, particolarmente a quella di Plotino, che pareva dare allora le ali allo stoicismo trionfante negli ambienti romani colti dell’epoca. Era pure attratto dalla speculazione orientale di un Origene, ma metteva sempre l’accento sulla nota morale, che conveniva al suo carattere e alla sua missione; egli ebbe una funzione provvidenziale: quella di fornire all’Occidente una dottrina cristiana sicura e viva nel campo morale, tanto necessaria in quell’epoca di transizione. Egli preparava così la via a Sant’Agostino, il quale era destinato ad approfondire quest’opera e a fissarla, estendendola in ogni campo, alla vigilia dei grandi cataclismi che si annunciavano al centro dell’Impero. – Nel secolo seguente San Leone Magno rappresenterà la catechesi cristiana sotto la più alta forma, quella dell’insegnamento dato dal Pastore supremo: poiché le prediche che ci rimangono di quel grande Pontefice, un centinaio, hanno tutte come scopo diretto quello di arricchire e rafforzare la fede dei fedeli, sia che li spinga all’ascesi (digiuni), sia che esalti i misteri, sia che evochi i privilegi della Chiesa romana ch’egli ha la missione di governare nel nome di Cristo, col titolo di successore di Pietro. – La vita e la passione del Salvatore sono normalmente l’essenza delle sue esposizioni dottrinali, opere di pastore più che di teologo speculativo. I soggetti morali l’attirano d’istinto. Si citano di lui molte pagine sull’esame di coscienza, il demonio, la concupiscenza, la preghiera, la fede e la carità, queste due ali del Cristiano (predica 45, 2), l’infanzia spirituale (predica 37, 3). Egli non dimentica certo la grazia, della quale parla in molte pagine alla maniera di Sant’Agostino, ma senza trascurare il dovere di cooperare alla grazia, di amare e di cercare Colui che, per primo ci ha amati e cercati. Il suo zelo si traduce spesso in incalzanti esortazioni alla lotta contro le passioni ed all’azione per amore di Dio. Egli ha formulato la grande legge del progresso così spesso ripresa dai direttori spirituali: « Chi non avanza indietreggia e chi non acquista nulla, perde qualcosa » (qui non proficit deficit et qui non acquirit, non nihil perdit). – Almeno due oratori contemporanei di San Leone che onoravano pure la Chiesa d’Italia con la loro eloquenza apostolica, devono essere citati qui: San Pietro Crisologo, del quale rimangono 176 prediche,  San Massimo di Torino, che ne ha lasciate circa 270. – Ma i più conosciuti fra quelli che esercitarono una grande influenza pastorale, fra San Leone e San Gregorio il Grande, è San Cesario di Arles, che fu per 40 anni (503-543), vescovo di questa sede primaziale del sud della Gallia. Più che uno speculativo, egli fu un organizzatore e un uomo di azione. Si ispira dovunque a Sant’Agostino, particolarmente nelle sue prediche che spesso citano letteralmente il grande dottore africano; perciò dai primi editori sono state fatte molte confusioni. Il suo stile, senza essere scorretto, è dei più   semplici; l’oratore non indietreggia davanti alle espressioni rozze, perché, egli spiega, tutto « il gregge del Signore possa ricevere il nutrimento celeste in un linguaggio semplice, e poiché gli ignoranti non possono sollevarsi all’altezza dei sapienti, bisogna che i sapienti si degnino abbassarsi all’ignoranza dei loro fratelli. » Le prediche sui misteri, le omelie sulla Scrittura sono di un tono più elevato, ma l’insieme della sua predicazione mantiene un carattere pratico molto accentuato. – San Gregorio Magno (540-604) fu, a suo tempo un’eco lontana delle grandi voci di Sant’Agostino e di San Leone Magno, un’eco lontana sotto tutti i punti di vista, ma ben percettibile, malgrado il caos nel quale si dibatte l’Italia, tutto l’Occidente, in quel tempo. Egli si ispira ad Agostino per la dottrina, sui punti che possano illuminare opportunamente, in un’epoca di terrore come la sua, le grandissime verità dogmatiche sulle quali riposa la morale cristiana tradizionale con tutte le sue esigenze. Egli insiste non solo sulle dottrine di base, ma su quelle di un alto ideale spirituale. Durante i suoi quattordici anni di pontificato (590-604) si adoperò costantemente per presentare questo ideale cristiano in modo tangibile a tutta la Chiesa, non solo all’Occidente che lavora a convertire i barbari, ma all’Oriente imperiale ostacolato da uno statalismo sempre più invadente. Su uno o sull’altro piano, egli è stato un vero promotore di vita cristiana intensa nel suo tempo. – La sua predicazione, conosciuta attraverso una sessantina di omelie, su vari testi di Ezechiele e dei Vangeli, mostra, nel Papa, eletto da poco, la preoccupazione predominante di edificare i fedeli, illuminandoli. Questa preoccupazione spirituale si afferma ancor più nelle Moralia, vasto trattato d’ascesi e di mistica fondato sul testo di Giobbe, ma tratto, in effetti, dall’esperienza dei santi e dallo zelo apostolico del Pontefice. I fatti e i testi sono sempre orientati verso applicazioni pratiche, destinate a condurre le anime generose ad una vera contemplazione, in cui Dio si mostra all’anima per innalzarla a un amore purissimo o a un servizio divino sempre più generoso. In verità San Gregorio fu, con questi scritti, un animatore della vita perfetta, tanto nei preti, ch’egli ha specialmente in vista nel suo Pastorale, quanto nei monaci, che egli raggruppa, come meglio può, intorno a San Benedetto, al quale dedica un libro intero dei suoi Dialoghi così popolari. – Ancora in Italia, poco prima di San Gregorio si era distinto alla corte di Teodorico, vicino a Boezio e più a lungo di lui, Cassiodoro, una specie di ministro dell’interno, erudito in storia, grande educatore dei Goti, stabilitisi sul suolo dell’impero. A 60 anni, nel  540, egli si ritirò in un monastero da lui fondato, e fino alla sua morte (570) continuò la sua opera di educatore, in profondità, dei barbari insediati in Italia. Morì in odore di santità; tuttavia non è mai stato oggetto di un vero cullo, come Boezio a Pavia. È piuttosto la figura di un erudito che di un santo. Con il gusto delle lettere si avvicina a Boezio, dal quale si distingue per tutto il resto. Mentre Boezio è un filosofo e uno speculativo, Cassiodoro è, anzitutto, pratico. È meno preoccupato delle idee astratte che della formazione intellettuale c morale, utilizzando, d’altronde, per raggiungere il suo scopo, tanto gli antichi scritti degli autori pagani quanto le opere ecclesiastiche. Egli le ha spesso citate, le une e le altre, ed i servizi che ha reso cosi alla cultura medioevale sono immensi. –  Sant’Isidoro, arcivescovo di Siviglia (+ 636), è certamente il più grande scrittore spagnolo dell’antichità. – Egli ebbe un’influenza nazionale, decisiva nei concili di ordine religioso e politico. Fu un restauratore degli studi, dopo l’insediamento dei nuovi popoli nel paese. Scrittore instancabile, tratta di tutto in innumerevoli opere, alcune delle quali sono vere cnciclopedie. Molte sono consacrate alla Scrittura, alla storia, alla Chiesa. Egli è più erudito che pensatore originale, ma da questo punto di vista la sua funzione fu decisiva e lo colloca tra i grandi educatori del medioevo. Tutta  la sua scienza gli viene dal passato; da Sant’Agostino e da San Gregorio ha attinto la sua dottrina teologica ed ascetica, come ha attinto a piene mani nei tesori delle letterature antiche. Egli era, d’altronde, straordinariamente dotato per questa funzione di compilatore, e forse è stato addirittura il più grande che sia mai esistito. Ad una intelligenza molto aperta e ad una memoria sicura, egli univa una grande facilità di esposizione chiara e rapida; e benché adoperi una lingua, corrotta da un enorme apporto di parole straniere, ha spesso dato definizioni di una precisione meravigliosa, meritando di’essere dichiarato Dottore della Chiesa. In Inghilterra, Beda il Venerabile nel secolo seguente ha ottenuto lo stesso titolo, con meriti molto diversi. All’infuori di qualche scritto didattico, la sua opera è profondamente e prevalentemente religiosa; persino la sua storia della nazione inglese, risente di queste preoccupazioni. Notissimi i suoi commenti sul Nuovo e Antico Testamento che spiegò quasi per intero. Egli fu un vero promotore di vita cristiana prima nei monasteri, e poi al di fuori di essi: è spesso l’eco fedele di Sant’Agostino o di San Girolamo. Altrove, egli è più personale con quella tendenza al misticismo che lo rese famoso e popolare nel medioevo. Egli è l’ultimo degli antichi dottori dell’Occidente.

GNOSI: TEOLOGIA DI sATANA (57)

GNOSI TEOLOGIA DI SATANA (57)

[Augusto Nicolas: L’ARTE DI CREDERE, Parma, P. Fiaccadori, 1868- vol. II]

CAPO V.

Ateismo, Teismo, Deismo, Cristianesimo. (1)

I. L’uomo è un ente pensante; senza spogliarsi della sua qualità d’uomo egli non può non rendersi conto delle cose per mezzo del pensiero e della riflessione: e noi misureremo più tardi tutto ciò che questa noncuranza animale avrebbe d’inutile e di pericoloso. – Ora, dal punto che l’uomo pensa, si trova alle prese col mistero. La sua propria essenza, ed il mondo, in mezzo al quale è affondato, sollecitano e sconcertano ad un tempo il suo pensiero. Egli è obbligato, anche suo malgrado, dalla forza e dalla debolezza della sua ragione, di avere delle credenze, di ammettere delle cose che punto non comprende. I1 mistero è come un oceano, nel quale egli naufragò, e donde bisogna che si tolga cogli avanzi e coi soccorsi che qualunque siano non esimono mai da quell’abisso, sul quale conviene necessariamente navigare colla credenza; credenza naturale che si forma, o credenza sovrannaturale che si riceve; ma credenza inevitabile e soccorribile, la quale figura come un apparecchio di salvamento che ci è necessario come sostegno, e dobbiamo quindi abbracciare. – Laonde, se per scegliere fra tutte quelle credenze che non si oppongono alla nostra scelta, ci lasciamo guidare dal desiderio naturale di sottrarci il più possibilmente al mistero, non v’ha luogo ad esitare; gli è al Cristianesimo che bisogna affidarsi. Ciò essendo, si deve ammettere, che l’obiezione che si fa alla religione, in opposto alle dottrine umane, di obbligarci al mistero, è molto infelice. Ora non è cosa da rivocarsi in dubbio. I sistemi umani espongono ad un maggior mistero, obbligano a maggiori credenze della religione, anzi, a misteri più gravosi ed a credenze più occulte. – Più ci allontaniamo dalla religione, più ci affondiamo nel mistero della natura, e più ci anneghiamo dentro e vi ci perdiamo. Né havvi un solo degli argomenti, che si fanno valere a fine di rassegnazione, che non sia della stessa natura di quelli che si respingono, quando si tratta di religione; con questo divario, che i primi sono assai meno giustificati, e ben più gratuitamente la ragione li accetta. – Quindi è che la rivendicazione della ragione, la quale ci fa respingere la religione, è precisamente quella che dovrebbe ad essa guidarci; che è perciò più difficile di non credere che di credere, e che con molto senso un gran spirito, Antonio di Fussal, dopo aver bene esaminato tutte le sette filosofiche, diceva: « Nulla trovai di meglio, che credere « in Gesù Cristo: » e finalmente che la rivendicazione piuttosto della nostra debolezza, anzi che della nostra ragione, è quella che ci tiene lontani dalla fede rivelata. Riconosciamo almeno la verità del nostro affanno; e confessiamo, che la nostra posizione non ci permette d’essere superbi, e che ogni partito sul quale ci arrestiamo sarà sempre, e cento volte più pericoloso per la ragione e pel nostro destino di quel gran partito della fede cristiana, cui opponiamo tante difficoltà. – Ecco ciò che mi propongo di dimostrare in questa conferenza.

II. Ateismo, Teismo, Deismo, Cristianesimo, tali sono i quattro grandi partiti di dottrina, che si offrono allo spirito umano. Ed ecco il significato, che intendo di dare a siffatte designazioni.

Ateo è colui che non ammette Dio, e crede in un mondo senza autore, in un capo d’arte meraviglioso senza l’artefice, in un effetto immenso e continuato senza causa.

Teista è colui che ammette un Dio ordinatore della natura, macchinista dell’universo: ma che crede lo stesso Dio senza provvidenza per l’umanità da lui abbandonata a tutti i mali, a tutti i delitti, a tutti i disordini, a tutte le aspirazioni confuse, a tutti gli istinti buoni o malvagi a cui è esposta; e nulla curantesi di questo caos morale, mentre fa brillare la più alta sapienza e la più divina morale nell’ordine fisico.

Deista è colui che riconosce un Dio ordinatore della natura, provvidenza dell’umanità; ma crede che questa provvidenza si limiti alle manifestazioni della coscienza, ed alle ricompense della virtù senza castigo pel delitto, in un ordine ulteriore; che il disordine umano sia naturale senza che provochi perciò l’intervento di Dio, al quale risalirebbe per la sua origine; che Dio violerebbe anzi le proprie leggi se ne facesse cessare la violazione; che noi abbiamo maggior libertà di rovesciarle che Egli di ristabilirle; che noi possiamo perderei senza che Egli possa salvarci; che del resto Egli è troppo grande per commuoversi delle nostre miserie, e noi siamo troppo piccoli per interessarlo alle nostre religioni; che è meno sollecito di ricevere i nostri omaggi, che noi di fargliene l’offerta; insomma che è meno religioso di noi.

(Le definizioni del Deismo e del Teismo, in ciò che hanno di distinto, sono ben difficili a precisare. Però il Teismo è generalmente inteso come una semplice affermazione di Dio contro l’Ateismo, mentre il Deismo involve ama professione più ricca di Dio in apparenza, ma più direttamente negativa del Cristianesimo). –

Il Cristianesimo è la dottrina di Dio Creatore dell’universo, Provvidenza dell’umanità, e Grazia di questa medesima umanità colpevole — il quale, Onnipotente, ha tratto tutte le cose dal nulla; Giustissimo, ha creato l’uomo nella probità; Sapientissimo, lo abbandonò al proprio consiglio; Buono per eccellenza, non lo dimenticò, né lo abbandonò nei suoi traviamenti; Misericordiosissimo, ebbe pietà della sua degradazione e della sua caduta; Santissimo, ha posto il nostro riscatto al prezzo d’una grande espiazione; Amorosissimo, ebbe ad amare a tal segno il mondo da dargli l’unico suo Figlio: non disdegnò di salvare ciò che erasi degnato di creare; per rispetto ed amore verso la dignità di un’anima fatta a sua immagine e rassomiglianza, non volle forzarla col terrore, ma guadagnarla colla persuasione: ne sopportò tutti i rifiuti e tutti gli oltraggi; in questa lotta tra la sua luce e le nostre tenebre, tra il suo amore e le nostre ribellioni ci donò il più grande di tutti i testimoni, la più grande di tutte le lezioni, il suo Sacrificio nella nostra umana natura, che Egli aveva rivestito per immolarla, e per far brillare in questa immolazione tutti i caratteri della sua natura divina: e vincitore finalmente in quel gran combattimento ci riapri le porte del cielo, dove riascese per prepararci dei troni, non senza lasciare sulla terra una Chiesa depositaria della sua dottrina, dispensatrice delle sue grazie, e madre feconda delle anime generose che si sdegnano del male, ed aspirano al bene. – Ecco ciò che si dispregia e non si vuol credere, per abbracciare il Deismo, il Teismo o l’Ateismo. Poniamo in evidenza tutta la sragionevolezza di tale condotta.

III. Valendomi delle distinzioni già stabilite nel capo precedente, non considerando quelle dottrine che in sé medesime, e facendo astrazione dalle prove estrinseche che imprimono sul solo Cristianesimo un sigillo divino, dirò essere tutte incomprensibili, né esservene alcuna fra quelle, e fra quante immaginare si possano, che non porti confusione nella ragione. Mi propongo di assegnare subito a ciascuna la parte sua.

Nulla dirò dell’Ateismo, salvo che gli ritolgo interamente il carattere d’incomprensibile per sostituirvi il solo, che realmente gli spetti, d”inconcepibile. L’Ateismo è puramente inconcepibile. Non sorpassa la ragione, ma la urta. Sarebbe rendergli un onore, a cui non ha diritto, se si dicesse che è misterioso: è evidentemente falso. E nell’Ateismo mi permetto di comprendere ogni diversa specie di Panteismo, che tenta prodursi ai dì nostri, e vorrebbe, se fosse possibile, predominare sulla semplice falsità dell’Ateismo con una falsità maggiore, quella cioè che il mondo sia senza una causa intelligente, senza Dio, e sia esso stesso la causa d’un effetto, che sarebbe… Dio, il quale sarebbe a sua volta… l’uomo, l’umanità. Lo si vede chiaramente. L’Ateismo, per quanto sia falso, non è tale che per metà: è il falso negativo, il Panteismo compisce il circolo, e ci rappresenta il falso, se così mi posso esprimere, in tutta la sua rotondità, il falso positivo. E dire, che vi sono degli spiriti, che superbi anzi tutto di trovarsi Dio, non sanno guari cosa pensarne, e stanno sul punto di lasciarsi accalappiare! Spiriti di tal fatta devono respingere i misteri del Cristianesimo, perfetto contrapposto dell’Ateismo e del Panteismo.

Quanto al Teismo ed al Deismo hanno alcun che di più serio, ed hanno dritto alla discussione. Questa discussione la divido in quattro parti.

1. ° Sì fatte dottrine confondono la ragione con sì opprimente mistero, che quelli del Cristianesimo diventano un conforto ed una liberazione.

2. ° L’argomento di cui si mostra paga la ragione per credere a quelle dottrine, si applica con eguale valore al Cristianesimo, e non giova alla ragione, se non giova pure alla fede.

3. ° All’incomprensibile il Teismo ed il Deismo aggiungono l’inconcepibile, al vero il falso; e la lotta che vi si combatte tra il vero ed il falso, tra l’incomprensibile e l’inconcepibile, non permette di fcrmarvisi e di riposarvisi: conviene retrogradare all’Ateismo, od avanzare fino al Cristianesimo.

4.° Finalmente quelle dottrine non possono essere che opinioni, in quanto che non hanno altra base  che i dati della ragione umana, e mancano di conoscenza e di certezza, privilegi esclusivi e decisivi del Cristianesimo. – Nel tenore di queste proposizioni comprendo pure il Teismo ed i1 Deismo, ma avrò l’occasione di assegnar loro un posto distinto in alcune parti della discussione.

§I .

Anzitutto il Teismo ed il Deismo impongono alla ragione un mistero che la opprime: il mistero dei misteri, il mistero che in certo modo è unico: Dio. Lo spirito che tanto s’adopra per credergli (e vi è costretto dalle proprie leggi sotto pena di cader nell’assurdo) divora maggiori difficoltà di quanto ne offrano dappoi tutti i misteri della Rivelazione, rigettando i quali altro anzi non fa che accrescere il mistero di Dio, ed annientarvi sempre più la propria ragione.

Ed invero:

I. Dire che un Ente esiste per sé stesso, e che non ebbe mai un principio! … gli è avanzare una proposizione vuota di senso ed assurda. Lo spirito s’impenna, l’immaginazione divaga, la ragione s’arretra dinanzi a questo abisso . . . E ciò nulla ostante vi è ricondotta dalla forza delle cose, dal peso, per così dire, dell’Universo, che reclama e proclama un Autore, il quale non saprebbe averne un altro, oppure avendolo (cosa che si potrebbe indarno immaginare) non avrebbe che sé medesimo per averne ancora un altro, e così di seguito sino all’infinito, ciò che stordisce assai più dello arrestarsi ad un primo Ente senza autore, senza principio, senza età … Che se per evitare tale vertigine si sopprime Dio, il mistero non cessa per ciò di esistere; perocché se esiste qualche cosa, ne consegue che qualche cosa ha sempre esistito; ed allora se non si vuole che Dio, è dunque la materia che è eterna; e si cade dall’abisso dell’incomprensibile in quello dell’inconcepibile. Di fatto, non solamente abbiamo allora dinanzi a noi l’arte infinita dell’universo senza un artefice; ma attribuiamo alla materia, inferiore a quella intelligenza, che noi concepiamo come causa operatrice dell’universo, anzi inferiore alla nostra propria intelligenza; noi attribuiamo alla materia perpetuamente mutabile, la quale si direbbe che non è quella spaventevole prerogativa (che non abbiamo noi medesimi, e che torremmo ad una Suprema Intelligenza) d’essere sempre stata… — Il mistero del senza principio, dell’Infinito è dunque inevitabile, e non ci resta che a scegliere tra l’inconcepibile, se ne dotiamo la materia, e l’incomprensibile, se lo riferiamo a Dio.

II. Nè qui sta il tutto. Quell’Ente che noi imprigioniamo in quella parola: Dio, ma che è indefinibile salvo mercè la designazione, che la fede rivelata gli attribuisce, e che è degna di lui: Sum qui sum: « Colui che è », per qual motivo egli è? … Ecco la terribile questione, che altre parecchie ne contiene della stessa tempra; cioè come disponeva Egli del proprio ente nella sua eternità, prima che gli piacesse di creare 1’universo, in quella solitudine infinita, ed in quell’eterno silenzio dello spazio vuoto d’ogni altra esistenza che non era la sua? A che attendeva egli mai? Come poteva bastare a sé medesimo?… Misteri, ed abissi sempre. L’anima resta soffocata, per cosi dire, da questa idea, senza fondo, della Vita di Dio, durante quella eternità d’esistenza, priva di fondo essa pure.

III. Poscia, e per qual cagione è Egli uscito da quel riposo, ossia da quella vita sua propria? Chi lo lodasse a creare l’universo, e questo universo a preferenza d’un altro, e nel tempo in cui lo ha creato, piuttosto che in un altro? Il suo Ente solitario, l’idea del quale è così gravosa relativamente a questo universo prima che fosse creato, rende a sua volta gravosa sì fatta creazione rispetto a quella esistenza solitaria, che se ne era dispensata da tutta 1’eternità. Perocché io non concepisco alcun cambiamento, né successione in un Ente di tal fatta, né so come riferire 1’idea del tempo a quella dell’eternità; non so, né dove né come fissare la creazione nel suo atto, o nel suo decreto rispetto a lui. Che cosa ne avviene dunque, se considero quella creazione in se stessa? Tutto ciò che esiste tratto dal nulla! … Ecco un altro mistero, che non posso evitare senza cadere nella inconcepibile idea di qualche materia prima, eterna e fin d’allora indipendente, della quale Dio avrebbe disposto a suo grado.

IV. Finalmente perché Egli mi ha creato con questa mente così audace per fare tali questioni, e così miseramente impotente a risolverle; con questa curiosità tanto invincibile, che mi pare d’avere un dritto ai suoi segreti, ed una voce nei suoi consigli; con questa fiera pretesa d’interrogarlo, e chiedergli conto del suo Ente, e tutto ciò senza ottenere altra risposta che il terribile silenzio, nel quale si compiace di rimanere?  Se fossi almeno felice, mi consolerei forse d’ignorare il segreto del suo Ente, e gli perdonerei quella sua indipendenza ed onnipotenza in ragione della felicità di cui gli sarei debitore, e che reputerei ampiamente compensata dalla mia sommessione; tanto è vivo in me quel sentimento della proprietà del mio ente, per misero che sia ! tanto è potente quell’orrore dell’arbitrario, anche nel benefizio d’una esistenza che non ho invocato, e che non mi fu possibile di rifiutare! Ma come! l’umanità cui appartengo, è la preda di mille mali e di mille disordini; da ogni parte il dolore, da ogni parte il delitto concorrono ad accoppiare al mistero dell’esistenza il mistero del destino; non so donde vengo, dove sono, dove vado; si dispone di me senza di me: tutto ciò che so si è di nulla sapere, di soffrire e d’inclinare al male: e so infine, che una mano misteriosa ed inesorabile mi spinge dal nulla alla morte, nel tragitto d’una vita miserabile: e con questa strana complicazione d’un invincibile istinto di felicità, d’un indistruttibile ideale di giustizia, d’ ordine, di grandezza, di bellezza, di perfezione e di durata, che mi rendono superiore a ciò che sono, e migliore, parmi, del disegno di cui sono pure fattura. Tali sono in parte le difficoltà del Teismo. Esse sono formidabili, a tal che per accettarle si richiede una fede robusta. Chi le divorasse si troverebbe in mal punto per addentrarsi nei misteri del Cristianesimo. – Si risolvono questi ultimi in un mistero solo: Dio; di modo che si potrebbe dire che sono fatti da Lui. Tutto si può credere, quando si giunge al punto di credere a quello.

V. Se non che i misteri cristiani sono ben più credibili, e più facili a comportare per molte ragioni, fra le quali primeggia quella, che ci scaricano e ci liberano da quell’orribile incubo del mistero di Dio nella natura e nella umanità, sciogliendolo dalle sue oscurità le più affliggenti, soddisfacendo alle nostre più legittime curiosità ed ai nostri più imperiosi bisogni, e rispondendo alle nostre grida di abbandono. Che cosa si prova infatti sotto il peso di quel mistero? Che cosa si chiede? Che cosa si invoca? — Una spiegazione! uno schiarimento! Una Rivelazione! … O Dio, fatevi conoscere! O Essere incomprensibile, eppur necessario, uscite dalla vostra eternità, dalla vostra notte, e dal vostro silenzio! O Voi, che siete il mio supplizio, per questa sete di curiosità e di aspirazione che avete posto in me per trarmi a Voi, e pel fatale ostacolo d’ignoranza, e d’ impotenza, che mi respinge e mi fa ricadere in me medesimo, spiegate Voi a me! spiegate me stesso a me! Ah! se i Cieli potessero aprirsi! Se voi degnaste di discenderne!

(Utinam dirumperes cælos, et descenderes! Esclamava tutta l’antichità consecrata dalla voce d’Isaia, « Ch’ei si venga » gridava l’antichità profana per bocca di Platone.

« Spezza la vòlta, o Dio, che tue grand’opre

Arcanamente copre;

Squarcia del mondo i veli;

Mostrati, o buono, o giusto autor de’ cieli!

E questo il grido universale della natura umana. – Alfred de Musset Espoir en Dieu.).

Se fosse in voi di non schiacciarmi con quella comunicazione, che imploro e pavènto, piegandovi alla mia debolezza sotto tale aspetto, che non l’annientasse! O sogno d’un desiderio, che non ardisco d’esprimere: se voi veniste a me sotto una forma umana, semplice, adatta a me, dolce, pacifica, ma pure improntata da una divinità, che non potessi disconoscere ai segni ed alle opere, che nessun uomo saprebbe eguagliare! Se voi veniste a trattare per tal modo con me intorno al mistero del vostro Ente, della vostra eternità, della vostra vita divina, dei vostri disegni a mio riguardo, dell’enimma di miseria e di grandezza di cui sono l’abisso, del mio futuro destino, e della vita che devo seguire per raggiungerlo, e avverare tutti i bisogni della mia natura, e tutte le celesti tendenze, che sento dentro di me! Se voi mi precedeste in questa via, come mio modello e mio capo, come mia luce e mia forza! Avrò alfine il coraggio di dirlo? Se voi mi donaste tale un pegno del vostro amore, che non potessi mai più dubitarne, e che mi giovasse in qualche modo come un’arme contro di Voi, che eccitando la mia confidenza non esaltasse la mia presunzione; e dove mi si affacciassero come riassunti, conciliati in una meravigliosa economia, tutti gli attributi della vostra natura nelle loro attinenze colla mia, la vostra Giustizia, la vostra Santità, la vostra Potenza, la vostra Sapienza, la vostra Maestà, e soprattutto la vostra Misericordia ed il vostro Amore; o Dio! o Ente infinito! Se mai cosi operaste! Se vi faceste mio Liberatore, mio Salvatore, mio Redentore; come vi benedirei, come vi riconoscerei, come vi crederei sotto i veli così chiariti del vostro mistero impenetrabile, veli luminosi, misteri trasparenti, che ecciterebbero la mia fede per ciò appunto che confonderebbero la mia ragione, poscia che non la confonderebbero mai nelle tenebre, nel terrore, negli enimmi, nella fatalità muta e disperante come il Dio del Teista; ma nella luce, nella dolcezza, nella sapienza, nella grazia, nella ricchezza di condiscendenza e d’amore; né la sorpasserebbero che entusiasmandola!

VI. Ecco i misteri cristiani. Misteri che non possono non essere misteri, per ciò solo che hanno per oggetto l’Ente infinito; misteri che sono più numerosi, perché più numerose e più alte sono le verità che rivelano; misteri perciò, che acquistano la loro profondità dall’intera luce che mandano, mentre sono a loro volta rischiarati dal riflesso di quella luce che li circonda. –

« Una ignoranza assoluta vi avrebbe liberato da ogni mistero — dice un Magistrato filosofo —ma l’ignoranza assoluta, in ciò che si riferisce a Dio, non è propria dell’uomo, ma del bruto. L’uomo è una creatura ragionevole chiamata a mettersi in relazione col suo Creatore; è un essere intelligente capace di elevarsi fino alla contemplazione dell’Infinito: solo questa capacità risiedendo in un soggetto limitato non ha mai potuto diventare lei medesima infinita; ond’è che nel contemplare la Maestà divina, e nello studiarne la natura e le perfezioni, l’uomo non ha potuto elevarsi fino all’altezza del suo oggetto. Oltracciò l’uomo avendo avuto la disgrazia di decadere, la luce lo abbandonò, e sarebbe rimasto nella ignoranza e nell’errore, se Dio pure lo avesse abbandonato. Ma Dio non perdette interamente di vista la sua creatura; la seguitò di lontano in mezzo ai suoi falli, e quando venne il tempo fissato scese a trarla dall’abisso in cui era caduta. Per tal modo Dio, che era il Creatore dell’uomo, ne divenne anche il Redentore. Allora le oscurità, che nascondevano l’uomo a sé medesimo, si dissiparono; allora le grandi verità che formano il merito della Religione si disvelarono. L’uomo conobbe la sua natura, i suoi doveri, la sua fine: conobbe l’origine delle sue miserie, e la causa delle sue contrarietà; conobbe il bisogno che aveva d’ un Mediatore; la nascita, i patimenti, la morte, la risurrezione e l’ascensione del Verbo incarnato; il dono dello Spirito Santo; la Trinità delle persone in Dio; in una parola tutto quel corpo ammirabile delle verità, che costituiscono, i grandi misteri della Religione. Gli è perché vede più da vicino la verità, e perché è ammesso ad una conoscenza più intima della propria natura e di quella di Dio, che il Cristiano ha un maggior numero di misteri. Se Dio non si fosse avvicinato all’uomo colpevole, questi andrebbe ancora vagando nelle tenebre dell’idolatria; ignorerebbe  ciò che è egli stesso; non avrebbe che delle idee false sulla Divinità, e non sospetterebbe forse l’esistenza d’una sola fra quelle verità sublimi, che comprende l’Infinito. Se Dio, nello avvicinarsi all’uomo, non si fosse a lui mostrato che sotto le apparenze d’un Dio creatore e conservatore, tutti quei segreti meravigliosi, che hanno tratto alla conoscenza della natura umana e della Redenzione, sarebbero sepolti. Anche l’uomo stupefatto nella incertezza del suo essere s’adoprerebbe in ogni modo per conciliare le contraddizioni che sono in lui; cercherebbe di indovinare il posto che gli viene riservato nel mondo morale, e farebbe degli inutili sforzi per mettersi in armonia con tutto ciò che lo circonda. Ma essendosi manifestato Iddio all’uomo come Creatore e come Redentore, ne derivò che l’uomo conobbe non solo i misteri, che si riferiscono all’idea d’un Dio onnipotente, creatore ed ordinatore di tutte le cose, ma anche quelli che si riferiscono all’idea d’un Dio tutto misericordia, che prende la forma e la natura dell’uomo, e muore per riscattarlo (Le Président. de Riambourg, Oevres publiées par M. Foisset, édit. de Migne p. 150). »

VII. Si mena scandalo di questo mistero, perché Dio ai nostri occhi troppo s’abbassa. Ma non si vede dunque che appunto per tale motivo Egli acquista maggior pregio, perché controbilancia il primo mistero del Dio dell’universo, che ai nostri occhi troppo s’innalza? il perché non si contesterebbero (se non è troppo ardita 1’espressione), a quell’Ente indiscutibile, né l’onnipotenza di sua natura mercé 1’uso che ne fa, né l’infinità della sua altezza mediante l’infinità del suo abbassamento? Il quale abbassamento è poi sublime, posciaché è l’abbassamento dell’amore, che si svolge nella Redenzione, come si svolge la potenza nella Creazione, che compie l’abisso scavato tra Dio e noi per la nostra caduta, e l’abisso inoltre che esiste naturalmente tra l’Infinito ed il finito, tra Dio ed il mondo, uniti e rappattumati per sempre dalla grazia del Verbo incarnato. – Noi resistiamo alla seduzione d’un soggetto così interessante. Lo studio dei misteri cristiani, che fu il frutto de’ precedenti nostri lavori (Etudes philasophiques sur le Christianisme, 5″ volume — le Pian divin.), offre una occasione inesauribile d’ammirazione. Questi misteri,ai quali dovremmo prestar fede a fronte delle sole prove della divinità di Gesù Cristo, guarentigia infallibile della verità loro, lasciano travedere tante bellezze, che avrebbero dritto alla nostra credenza anche senza quella guarentigia, mentre nel reagire sovr’essa le restituiscono in certo modo quel divino testimonio che ne ricevono. Mercé quello studio i misteri non si ricordano più, tante sono le chiarezze, tante le relazioni con cui si manifestano,così che non restano misteri che per la sublimita’ loro. Sono abissi di sapienza e di scienza, che provocano ad ogni istante l’esclamazione di San Paolo:

O altitudo divitiarum sapientiæ, et scientiæ Dei! – Queste riflessioni fecondate da quelle del lettore basteranno intanto per giustificare la nostra prima proposizione, cioè che il Teismo in quanto ha di vero, confonde la ragione col mistero dei misteri,rispetto al quale quelli del Cristianesimo sono il conforto e l’incanto dello spirito umano.

(Non eccettuo manco il terribile domma della Eternità delle pene, che da sé solo indispone però molti spiriti a credere tutto il resto che si riferisce alla Religione: quasi che un domma così strettamente legato a tutti gli altri potesse essere falso, veri essendo gli altri! Noi gli abbiamo dedicato uno studio speciale, che riuscì ad una prova, se non affatto comprensibile (né ciò poteva essere), scevra per altro da ogni contraddizione, e piena di razionale convenienza. La pretesa di misurarlo alla debole bilancia del nostro debole ingegno dovrebbe arrestarsi dinanzi a questa semplice riflessione di Platone, che  « l’uomo non potendo mai vedere altro, che gli accidenti dell’individuo e del tempo, vale a dire ciò che è parziale e passeggero, non potrebbe essere giudice dei disegni di Dio, che deve necessariamente subordinare il particolare al generale, ed il tempo alla Eternità ». Sotto questa giudiziosa riserva, noi abbiamo svelato il vizio di tutte le obiezioni che si fanno a quel mistero Qual meraviglia! Esse sano ispirate dal senso cristiano, vale a dire da quelle nozioni della Giustizia e della Bontà di Dio, che il Cristianesimo ci ha portato, e che noi rivolgiamo a suo danno! Ciò dovrebbe bastare per mostrarne l’impotenza, dappoiché non sono basate che sopra gli elementi d’una fede che le esclude! Tuttavia opporremo loro alcuni cenni di risposta in aggiunta allo studio più ampio che abbiamo fatto altrove. La giustizia si rivolta, si dice, contro la sproporzione tra il peccato d’un momento, ed una eternità di pena; e la Bontà non è meno incompatibile con una severità tanto inesorabile.

Rispondo, che l’Inferno risulta assai meno da un decreto di Dio imputabile alla sua condotta verso l’uomo, che dalla condotta dell’uomo verso sé medesimo, e verso Dio: il che non solamente disimpegna la Giustizia e la Bontà divine, ma non potrebbe impegnarle senza contraddizione. Diffatti, ed in primo luogo, l’uomo è di sua natura inesterminabile, immortale; egli esisterà sempre; l’eternità gli appartiene. In secondo luogo è libero: non c’è potenza che valga a forzarlo al bene, se vuole il male, in terzo luogo il male porta inevitabilmente seco la sventura; è la pena di sé medesimo. Da ciò ne deriva, che l’uomo è l’artefice del proprio destino, il quale essendo eterno, fa sì che egli è eternamente cattivo, se tale vuol essere, epperò eternamente sventurato. La natura delle cose produce da sé questa conseguenza, e bisognerebbe distruggerla perché fosse diversamente. Queste conseguenze tuttavia sono diverse in questo mondo e nell’altro; la qual differenza dipende tutta dalla bontà di Dio. Naturalmente, quando l’anima commette un delitto, questo delitto, momentaneo quanto all’atto, è eterno quanto allo stato. Gli anni sì numerosi che si succedono sovra l’anima una volta delittuosa, una volta morta, a nulla valgono. La macchia dell’anima, dice Cicerone, non può scomparire col tempo, e tutti i fiumi del mondo non basterebbero a lavarla. « Animi labes nec diuturnitate evanescere, nec omnibus ullis elui potest! De Legibus II. 10): ciò che equivale a dire con San Tommaso, che il peccatore  è mortale di sua natura, e che la morte, per sé sola, non ha un potere di risorgimento. Tuttavia questa potenza di risurrezione morale venne introdotta sovranaturalmente nel mondo, ed è la Grazia. La morte spirituale fu vinta dalla virtù espiatrice del sangue di Cristo, una sola goccia del quale basterebbe a lavare tutti i delitti dell’Universo. I delitti inespiabili non si danno più, perché vi concorre una condizione, che deriva parimente dalla natura medesima delle cose, vale a dire, che l’anima colpevole si appropri la grazia mediante il pentimento. Diversamente lo spregio, il rifiuto, di questa grazia prodigiosa, ne aggrava lo stato. Ora questo mondo le è conceduto per pronunciarsi a tale riguardo. Essa può passare e ripassare dal male al bene: vi è invitata, sollecitata sino all’importunità. Due cose per altro impongono un termine a sì fatto sperimento, a quella tregua: l’ordine, il quale non permette mai che l’uomo, per quanto sia libero, sia indipendente, o piuttosto che l’Ente sovrano sia dipendente e trastullo dell’uomo; l’interesse dell’uomo, il quale non farebbe che accrescere il suo delitto, e quindi anche la sua sventura, collo spregio continuato della grazia di Dio. È Dio, che lo scarica del peso crescente di questa grazia, e le conseguenze funeste del mal volere dell’uomo, sospese dalla misericordia di Dio, riprendono per sempre il corso loro. L’anima passa nell’ordine immutabile ed assoluto della sua eternità, tal quale lo trova colla scelta sua propria. Ed allora donde pensate voi che gli provenga il suo inferno? Dai colpi, con cui Dio lo percuote? No certamente. Da lei medesima. La giustizia di Dio consiste nell’abbandonarlo al suo senso riprovato, al disordine del suo antagonismo col Bene, la serena vista del quale, libera da tutte le illusioni di questa vita di prova, forma il castigo dei cattivi, e la felicità dei buoni. — Virtutem vìdeant, intabescantque relicta! — dice un poeta pagano: » Veggano costoro la virtù, e si consumino dall’affanno per averla abbandonata! L’Inferno non è che il peccato stesso, dice Bossuet. Lo stato involontario, inveteralo ed eterno del peccato; l’odio del bene, di Dio, che l’anima ha contratto, e di cui forma il supplizio. Tanto basta. Dio c’entra per nulla; ed è appunto per ciò che quello stato è spaventevole. Lo dirò io? L’Inferno è l’impunità! Si, l’impunità, e secondo Platone l’inviolabilità nel delitto, per cui niun castigo salva il reo, ed è per se stessa il più terribile dei castighi; il castigo di Caino, sol quale Dio stampò mm segno, onde niuno lo avesse ad uccidere (Genesi c. IV, 15). Ah! se Dio potesse colpire i reprobi! Li solleverebbe cogli stessi colpi, come solleva le anime del purgatorio, e li esonererebbe di tutto ciò che soddisfarebbe la sua giustizia. Ma la paterna sua mano non trova dove colpire sovr’essi. Inguaribili per la condizione volontaria che si fecero, e nella quale si rinserrano, non offrono i mezzi per risanare, e poiché non ne ricevono alcuno dalla mano di Dio, quindi si rendono carnefici di sé medesimi, e sono così spaventosamente ed irremissibilmente infelici. Perché non sono dessi in grado di esclamare con quel fanciullo, che noi abbiamo inteso dire a sua madre: « Castigatemi, ma perdonatemi! » No. Più del supplizio nuocerebbe loro il perdono, e preferiscono l’Inferno: « Prova terribile della degradazione originale » ha detto in qualche tratto lo sfortunato sig. di Lammenais, — e queste parole parole mi fanno tremare la mano, che le scrive — quando il Cielo non domanda in certo modo, che di schiudersi per accogliere il colpevole, se costui ha la facoltà coll’obbedire di assicurarsene il possesso, v’è qualche cosa in lui che sceglie, e vuole l’Inferno. » Ora ho io bisogno di dire, che la Bontà di Dio non è meno sciolta della sua giustizia in quel terribile domma? Quella bontà consiste infatti nel renderci felici: felici della sua propria felicità, che non può essere che la felicità dell’ordine. Una bontà, che fosse in opposizione coll’ordine andrebbe contro l’oggetto suo proprio: la felicità. Essa non formerebbe la felicità dei cattivi; e distrurrebbe quella dei buoni. L’odio volontario del Bene nei reprobi, essendo dato come una condizione del mistero, non si concepisce la bontà d’un perdono, che non solamente sarebbe respinto, ma diventerebbe, qualora potesse essere imposto, un supplizio più grande della pena medesima, il Cielo sarà peggiore dell’Inferno pei dannati, e tale essi lo renderebbero per gli stessi Eletti. La Bontà di Dio, tanto riguardo agli uni, come riguardo agli altri, reclamerebbe per conseguente, al pari della Giustizia, contro un disordine tanto inconcepibile. In una parola la libertà del male nella eternità della sorte, e la sventura inerente al male che se lo infligge a sé stesso, tali sono gli elementi logici di quel formidabile mistero, che la ragione appena distingue, inchinandosi dinanzi alle solenni affermazioni della fede, e gettandosi in seno della divina misericordia.).

LA GNOSI: TEOLOGIA DI sATANA (58)

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: SS. LEONE XIII – “PASTORALIS VIGILANTIÆ”

In questa lettera Enciclica, il Sommo Pontefice Leone XIII, esprime il suo compiacimento per i risultati del Convegno di Braga, in Portogallo, tenuto da prelati e laici cattolici. Tra le altre, vi sono espressioni di grande forza utili anche agli scellerati governanti attuali dei Paesi un tempo Cristiani, oggi apostati manifesti dalla fede Cattolica, e particolarmente a quelli del nostro Paese che indubbiamente ha tenuto il peggior comportamento possibile nei confronti della Chiesa – defraudata dei suoi territori e dei suoi beni – e del suo vero Vicario di Cristo, estromesso, cacciato e sostituito da un « fantoccio » precursore dell’anticristo, espressione delle logge fin dal 28 ottobre del 1958 « … È per questo motivo che si provvede in modo saggio e accorto al bene dello Stato quando si permette alla Chiesa di avvalersi di quella libertà d’azione che essa rivendica a buon diritto, e le si apre benevolmente la strada perché possa ampiamente far valere la sua benefica influenza e mettere a disposizione del bene comune tutti i mezzi di cui è dotata. » La monarchia italiana è stata cancellata e travolta dall’ignominia, dallo scandalo vergognoso e dallo stesso esilio a cui aveva costretto il Santo Padre circa un secolo prima. La Repubblica costuzional-massonica, tentacolo della piovra mondialista, farà una fine ancor peggiore, proprio quando crederà di aver trionfato sulla Chiesa e sul Cristianesimo. « … Tutte le persone assennate ed oneste sono infatti concordi nel riconoscere che non esiste un rimedio più sicuro e più valido della Dottrina Cattolica contro i mali che affliggono il nostro tempo ed i pericoli che incombono, sempreché essa sia accettata completa ed integra, e gli uomini uniformino il loro modo di vivere alle norme che la stessa propone. » … ergo, le persone dissennate e disoneste (… cioè le marionette mai elette) attuano una politica sociale imposta dalle conventicole di perdizione, cioè un massonismo pratico, ateo e luciferino in combutta con la setta della « bestia che sembra uccisa ma è risorta », quella quinta colonna infiltrata e poi dominante sull’orbe ipocrito-cattolico. Ma tanto peggio per loro, a noi Cattolici del pusillus grex, tocca pure il dovere di rispettarli come per volontà divina a nostro castigo e punizione per le infinite colpe di cui ci siamo macchiati noi ed i nostri padri. Ma tutto questo un giorno finirà e si avvieranno i superstiti perseveranti con pazienza del pusillus grex verso la Gerusalemme celeste, e gli orgogliosi ipocriti servi del maledetto serpente primordiale allo… stagno di fuoco eterno, preparato per essi, il falso profeta ed il diavolo, e là sarà pianto e stridor di denti…

Leone XIII

Pastoralis vigilantiæ

Lettera Enciclica

La Lettera, oltremodo gradita, che annunciava la felice conclusione del nobile Convegno svoltosi di recente a Braga, a Noi inviata da quanti, tra voi, vi hanno presenziato, Ci ha procurato una nuova e significativa testimonianza dello zelo pastorale con il quale vi impegnate nel difendere e nel promuovere la religione. – Durante la lettura siamo stati pervasi da sentimenti di gioia, sia per lo zelo e la dedizione del Pastore della città che ha accolto i membri del Convegno e ha assunto in prima persona il compito di organizzarlo e di gestirlo in modo da poterne trarre gli auspicati frutti, sia per l’impegno e la pietà dei Vescovi che l’affiancarono, o che inviarono al loro posto uomini degni di stima che li rappresentassero al Convegno, sia infine per l’imponente affluenza di uomini tra i più rappresentativi del clero e del popolo fedele, segnalati per la dottrina, per la virtù e per il prestigio. – Codesto Convegno Ci tornò ancor più gradito, perché vi ha preso forma un mirabile accordo su decisioni particolarmente utili alla grandezza della Chiesa e al successo del Cattolicesimo. Né vogliamo passare sotto silenzio il fatto che, tra le altre cose opportunamente approvate con voto unanime, tenendo conto della condizione del tempo e del luogo, Ci hanno procurato conforto quei capitoli che attestavano la piena deferenza dei convenuti verso questa Sede Apostolica, e il loro ardente desiderio di vederla onorata come richiede la sua dignità e per nulla sminuita nel suo onore e nei suoi diritti. Nutriamo senz’altro la lieta speranza che quanto è stato deliberato e definito in codesta sede, se sarà attuato con impegno e costanza, produrrà una grande abbondanza di frutti salutari, senza tuttavia dimenticare che resta ancora un vasto terreno che rivendica la vostra attenzione e la vostra operosità. Per questo motivo, anche se in una lettera a voi inviata poco tempo fa vi abbiamo parlato della situazione religiosa nel regno del Portogallo e della linea di condotta da adottare per potervi opportunamente far fronte, Ci torna tuttavia gradito aggiungere al contenuto di quella lettera alcune cose che vale la pena di farvi sapere, anche perché, essendosi presentata un’occasione per scrivervi, non corriamo il rischio di essere venuti meno, per pigrizia al Nostro dovere. – Non vi sfugge certo, diletti Figli e Venerabili Fratelli, come nel Convegno di Braga sia emerso, in tutta chiarezza, che si è giunti al punto in cui la fede stessa è messa in pericolo presso molti, e s’impone quindi l’obbligo di impedire, per quanto è possibile, che l’ignoranza e la rilassatezza la estirpino dagli animi o la lascino illanguidire, ma occorre impegnarsi perché resti ben fissa nei cuori e dia vita ad una consolante quantità di opere buone e di perfetta virtù, nonché alla dolcezza dei frutti più eccelsi. Ci si deve opporre ai tentativi dei nemici della verità, perché non abbia a diffondersi il malefico contagio che si sprigiona dai loro cattivi esempi e dalle loro idee disseminate per ogni dove. Ci sono da sanare molte ferite che il loro nefasto operare e la malvagità dei tempi hanno inferto nei greggi affidati alle vostre cure; molte sono le cose che giacciono inerti da far rivivere; molti sono ancora i bisogni che assillano le anime e che, se non possono essere del tutto rimossi, occorre almeno lenire. Tutto questo che reclama, come abbiamo ricordato, le vostre cure e la vostra sollecitudine, potrà essere attuato con maggiore efficacia e con più facilità se la concordia tra i Vescovi diventerà ogni giorno più profonda e se questi, di comune intesa, opereranno per scoprire i bisogni del clero e dei fedeli, per proporre suggerimenti e prendere, con le decisioni, che tutti insieme vedranno meglio accordarsi con le situazioni delle singole diocesi, anche quelle di più ampia portata e di maggior peso per provvedere alla prosperità e alla salvezza dell’intero popolo. L’opportunità di un più stretto raccordo tra i Vescovi non sfuggì alla saggezza di chi si riunì a Braga. Trovano quindi la Nostra piena approvazione le decisioni prese in quel nobile Convegno con il proposito di favorire quest’unità di intenti, capace di garantire al popolo cristiano i più importanti e duraturi benefìci che si ripromette dai suoi Presuli, che sono le sue guide e i suoi pastori. – Ma per rendere veramente stabile questo rapporto, non vi è mezzo più efficace del ricorso alla consolidata prassi, già recepita in altre regioni, di tenere ogni anno, in aggiunta alle riunioni che prevedono la presenza anche dei laici (di tal fatta era il Convegno di Braga), speciali adunanze di Vescovi. È un’usanza che sta prendendo piede anche presso di voi; un’usanza che vi sta a cuore e che Noi auspichiamo con tutte le forze perché, come testimoniano le numerose e documentate esperienze, è possibile trarne benefìci per la religione. – Di sicuro, con la frequente convocazione di tali assemblee prende anzitutto forma, come abbiamo ricordato, il più rilevante e unanime concorso di energie che può garantire esiti positivi alle iniziative intraprese, ma ravviva anche l’entusiasmo ad agire dei Vescovi convenuti, rafforza la fiducia e illumina le menti con il confronto delle idee e con lo scambio vicendevole del frutto della saggezza. Con queste assemblee si apre come una strada sia per tenere Sinodi diocesani e provinciali, sia per riunire un Convegno nazionale, la celebrazione del quale – notiamo con grande gioia – fa parte dei vostri desideri. La ripetuta esperienza dei vantaggi derivati da Convegni similari già svolti, li consiglia con forza, e le disposizioni dei Sacri Canoni le raccomandano con sincera convinzione. Inoltre alle menzionate assemblee annuali dei Vescovi farà seguito un evento di somma importanza. I laici infatti, spinti da nuovi stimoli, si sforzeranno di proseguire con più decisione sulla strada intrapresa; si riuniranno a loro volta in assemblee; confronteranno le loro idee e, facendo leva sulle energie collegate, si adopereranno per difendere la comune causa della religione e, seguendo le indicazioni dei loro Pastori, metteranno in pratica gl’insegnamenti e gl’incoraggiamenti ricevuti. – Per la verità, nelle riunioni annuali che farete non mancheranno i problemi ai quali dedicare il vostro zelo e le vostre energie. Infatti, oltre i problemi specifici che eventualmente riguarderanno le singole diocesi e che potranno essere più adeguatamente risolti con l’apporto chiarificatore della comune esperienza, sarà oggetto del vostro prudente esame un vasto campo di decisioni e di deliberazioni relative ai mezzi maggiormente idonei per dar vigore all’impegno dei sacerdoti che già lavorano nella vigna del Signore, per educare i giovani che un giorno dovranno risplendere nella casa di Dio per la luce di una solida dottrina, per il merito di uno schietto spirito ecclesiastico e per il corredo di tutte le virtù sacerdotali. – La vostra paterna vigilanza si farà anche carico di una meticolosa ricerca su tutto ciò che è sommamente utile per trasmettere correttamente al popolo i rudimenti della fede, per correggerne i costumi, per divulgare scritti atti a seminare la sana dottrina e a inculcare i principi della virtù, per dar vita ad istituzioni che diffondano i benefìci della carità e per rendere ancor più fiorenti quelle già istituite. – Un ultimo importantissimo punto, che dovrà essere oggetto delle vostre decisioni, vi sarà offerto dall’opportunità di fondare e di accogliere nel Regno del Portogallo delle Congregazioni religiose. Al riguardo abbiamo notato con gioia quanto fosse forte l’impegno di tutti i presenti al Convegno di Braga. – Queste Congregazioni, infatti, non solo potranno offrire al clero, che nelle vostre diocesi si è votato alla sacra milizia di Cristo, delle forze per così dire, ausiliarie, ma saranno anche in grado, ed è ciò che più conta, di preparare uomini animati da spirito apostolico che si faranno carico del ministero missionario nelle regioni d’oltremare soggette al dominio portoghese. L’assolvimento di questo compito, mentre contribuirà all’ampliamento del Regno di Cristo sulla terra, darà anche lustro e onore al Portogallo. Si sono veramente procurati una gloria imperitura i vostri Principi e i vostri antenati quando, con l’aiuto e il favore della Sede Apostolica, portarono la luce della dottrina evangelica e una forma di vita più civile in tutte le vostre terre scoperte. – Occorre dunque, per mantenere vive la natura e la forza delle iniziative intraprese e per non lasciarle decadere dal primitivo stato di persistente floridezza, far leva sulla costante vigilanza e sulle virtù di uomini pienamente affidabili che, mentre si oppongono, pieni di spirito divino, agli ostili attacchi degli acattolici, indirizzino tutta la loro attenzione e la loro energia a far sì che i beni giunti dal Portogallo in quelle contrade non vadano completamente perduti, ma riprendano vita come per nuovo vigore. – Sarà compito di questi uomini che, chi già crede in Dio, sia confermato nella fede, e chi vi è ben ancorato possa anche distinguersi per l’onestà dei costumi, per la pratica della religione, per la scrupolosa osservanza dei doveri, affinché chi è ancora nelle tenebre si disponga ad accogliere la luce del vangelo. – Le Congregazioni religiose potranno senz’altro offrire molti di questi uomini ardenti di santo zelo, poiché i loro membri, sulla scorta del giudizio di persone assennate confermato da testimonianze di tutti i tempi, seppero sempre svolgere questo compito con impegno ed efficacia. Infatti il sistema e la disciplina delle Congregazioni in cui sono inseriti, nonché la pratica costante della virtù che ognuno si impone, li rendono più adatti di ogni altro a svolgere un così importante lavoro. – Siamo pienamente convinti che il Governo del Portogallo, accogliendo con favore le vostre proposte e attribuendo grande valore a quei beni che sopravanzano gli altri, si deciderà anche a rimuovere gli ostacoli che intralciano la libertà dei Sodalizi religiosi e, con la sua autorità, favorirà i vostri propositi che mirano a restituire il pieno vigore e a far rifiorire doviziosamente, con la gloria degli antenati, la religione cattolica in Portogallo e in tutti i paesi sottoposti al suo dominio. – Questa Nostra convinzione è resa più forte dal fatto che nessuno ormai ignora, e anche voi ne avete piena coscienza, quali siano al riguardo i Nostri sentimenti e i Nostri auspici, che sono sicuramente rivolti al bene della religione, ma si propongono anche la piena prosperità del popolo portoghese. Sono questi il compito e la funzione che il Divino Fondatore ha assegnato alla Chiesa: porsi nel cuore della società umana come vincolo di pace e garanzia di salvezza.

La Chiesa non toglie nulla all’autorità di chi è posto a capo dello Stato e ne detiene il potere, anzi lo difende e lo rafforza, affiancando alle leggi emanate l’obbligo religioso dell’osservanza, riconducendo il dovere di sottostare alle pubbliche autorità nell’ambito degli obblighi voluti da Dio, esortando i cittadini a tenersi lontano dai moti sediziosi e da ogni altra forma di sovvertimento dello Stato, insegnando a tutti di coltivare la virtù e di assolvere con cura tutto ciò che richiede il proprio stato e la propria condizione. La Chiesa è dunque il migliore censore dei costumi; la sua salutare disciplina prepara uomini retti, onesti, devoti verso la patria, fedeli e pienamente solidali con i principi, tali cioè da costituire un solido sostegno del pubblico ordinamento degli Stati, in grado di mettere a loro disposizione indomite energie per affrontare imprese ardue e gloriose. È per questo motivo che si provvede in modo saggio e accorto al bene dello Stato quando si permette alla Chiesa di avvalersi di quella libertà d’azione che essa rivendica a buon diritto, e le si apre benevolmente la strada perché possa ampiamente far valere la sua benefica influenza e mettere a disposizione del bene comune tutti i mezzi di cui è dotata. – Anche se un simile assunto riguarda tutte le genti, esso si rivela particolarmente indicato per il popolo portoghese, presso il quale la Religione cattolica svolse un ruolo di primaria importanza nel plasmare, da molto tempo, i costumi e le menti degli uomini, nel promuovere gli studi delle scienze, delle lettere e delle arti, nell’infiammare gli animi a compiere ogni sorta di imprese memorabili in pace e in guerra, quasi da sembrare la madre e la nutrice, donata dal cielo, per generare e far crescere tutto ciò che di splendido prese forma, in tale popolo, nel campo della civiltà, della dignità e della gloria. – Ci siamo intrattenuti più diffusamente con voi su questo argomento nella citata Lettera enciclica che vi abbiamo recentemente indirizzata. Ora però è bene ricordare questa sola cosa: la forza e il valore della Religione non possono in alcun modo venir meno, perché i principi dottrinali che essa trasmette, in quanto voluti da Dio, non sono condizionati dalle leggi del tempo e dello spazio, ma sono rivolti alla salvezza e al conforto di tutti i popoli. Per questo motivo, allo scopo di favorire il benessere e la prosperità della vostra nobilissima gente, la Religione è ancora in grado di fornire quegli straordinari benefìci e quei validi aiuti che mise a disposizione in passato. Specialmente in questo tempo malvagio, nel quale la debolezza e il turbamento degli animi si sono fatti così grandi che i fondamentali principi che garantiscono l’ordine e la pace della società umana non solo vengono messi in dubbio, ma sono apertamente avversati, non vi è nessuno che non comprenda la necessità di far ricorso all’aiuto della Religione e ai suoi sacri precetti e insegnamenti. Tutte le persone assennate ed oneste sono infatti concordi nel riconoscere che non esiste un rimedio più sicuro e più valido della dottrina cattolica contro i mali che affliggono il nostro tempo e i pericoli che incombono, sempreché essa sia accettata completa ed integra, e gli uomini uniformino il loro modo di vivere alle norme che la stessa propone. – Per tutto questo, Diletti Figli Nostri, Venerabili Fratelli, non dubitiamo che, in forza dello zelo pastorale che vi distingue, vi affretterete, con animo deciso e con impegno costante, all’opera che vi abbiamo raccomandato. Sarà per voi, dediti al lavoro, un titolo di sommo onore e di meritata riconoscenza, l’aver potuto conseguire altissime benemerenze verso la Religione, che assorbe tutto il vostro interesse, verso la patria e verso il vostro popolo, per il quale auspicate, con un’intensità non inferiore alla Nostra, una stabile pace e un futuro rispondente alle attese. – Mentre eleviamo la Nostra supplica a Dio perché vi colmi dei suoi doni e assecondi le vostre iniziative, impartiamo, con sincero affetto nel Signore, la Benedizione Apostolica, testimonianza del Nostro paterno amore, a voi, al clero e ai fedeli affidati alle vostre cure.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 25 giugno 1891, quattordicesimo anno del Nostro Pontificato.

DOMENICA I DOPO L’EPIFANIA (2021)

DOMENICA I DOPO EPIFANIA (2021)

FESTA DELLA SACRA FAMIGLIA.

Doppio maggiore. – Paramenti bianchi.

« Non conviene forse – dice Leone XIII – celebrare la nascita regale del Figlio del Padre Supremo? Non forse la casa di David, e i nomi gloriosi di questa antica stirpe? È più dolce per noi ricordare la piccola casa di Nazaret e l’umile esistenza che vi si conduce: è più dolce celebrare la vita oscura di Gesù. Lì il Fanciullo Divino imparò l’umile mestiere di Giuseppe e nell’ombra crebbe e fu felice di essere compagno nei lavori del falegname. Il sudore – Egli dice – scorra sulle mie membra, prima che il Sangue le bagni; che questa fatica del lavoro serva d’espiazione per il genere umano. Vicino al divino Fanciullo è la tenera Madre; vicino allo Sposo, la Sposa devota, felice di poter sollevare le pene agli affaticati con cura affettuosa. O voi, che non foste esenti dalle pene e dal lavoro, che avete conosciuto la sventura, assistete gl’infelici che l’indigenza affligge e che lottano contro le difficoltà della vita  » (Inno di Mattutino). – In questa umile casa di Nazaret Gesù, Maria e Giuseppe consacrarono, con l’esercizio delle virtù domestiche, la vita familiare (Or.). Possa la grande Famiglia che è la Chiesa ed ogni focolare cristiano, esercitare in terra le virtù che esercitò la Sacra Famiglia, per meritare di vivere nella sua santa compagnia in cielo (Or.). – Benedetto XV, volendo assicurare alle anime il beneficio della meditazione e dell’imitazione delle virtù della Sacra Famiglia, ne estese la solennità alla Chiesa universale e la fissò alla Domenica fra l’Ottava dell’Epifania o al sabato che la precede.

Incipit

In nómine Patris, ✝ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Prov XXIII: 24; 25
Exsúltat gáudio pater Justi, gáudeat Pater tuus et Mater tua, et exsúltet quæ génuit te.

[Esulti di gàudio il padre del Giusto, goda tuo Padre e tua Madre, ed esulti colei che ti ha generato].


Ps LXXXIII: 2-3
Quam dilécta tabernácula tua, Dómine virtútum! concupíscit et déficit ánima mea in átria Dómini.

 [Quanto sono amabili i tuoi tabernacoli, o Signore degli eserciti: anela e si strugge l’ànima mia nella casa del Signore]

Exsúltat gáudio pater Justi, gáudeat Pater tuus et Mater tua, et exsúltet quæ génuit te.

[Esulti di gàudio il padre del Giusto, goda tuo Padre e tua Madre, ed esulti colei che ti ha generato].

Oratio

Orémus.
Dómine Jesu Christe, qui, Maríæ et Joseph súbditus, domésticam vitam ineffabílibus virtútibus consecrásti: fac nos, utriúsque auxílio, Famíliæ sanctæ tuæ exémplis ínstrui; et consórtium cónsequi sempitérnum:

[O Signore Gesú Cristo, che stando sottomesso a Maria e Giuseppe, consacrasti la vita domestica con ineffabili virtú, fa che con il loro aiuto siamo ammaestrati dagli esempii della tua santa Famiglia, e possiamo conseguirne il consorzio eterno].

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános.
Rom XII: 1-5
Fratres: Obsecro vos per misericórdiam Dei, ut exhibeátis córpora vestra hóstiam vivéntem, sanctam, Deo placéntem, rationábile obséquium vestrum. Et nolíte conformári huic sǽculo, sed reformámini in novitáte sensus vestri: ut probétis, quæ sit volúntas Dei bona, et benéplacens, et perfécta. Dico enim per grátiam, quæ data est mihi, ómnibus qui sunt inter vos: Non plus sápere, quam opórtet sápere, sed sápere ad sobrietátem: et unicuique sicut Deus divísit mensúram fídei. Sicut enim in uno córpore multa membra habémus, ómnia autem membra non eúndem actum habent: ita multi unum corpus sumus in Christo, sínguli autem alter alteríus membra: in Christo Jesu, Dómino nostro.
[Vi esorto, o fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi in sacrificio vivo, santo, accettevole a Dio: ad offrire il vostro culto ragionevole. Non vi conformate a questo secolo; anzi riformatevi, rinnovando il vostro spirito, affinché conosciate quale sia la volontà di Dio buona, accettevole e perfetta. Perciocché in virtù della grazia concessami, io dico a tutti voi di non farla da savi più di quello che conviene, ma di essere savi con modestia secondoché Dio dà a ciascuno la misura della fede. Poiché come in un corpo abbiamo molte membra, ma non tutte le membra hanno la stessa operazione, così in molti siamo un corpo solo in Cristo, e ciascuno è membro l’uno dell’altro „]

P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

COME SI TRATTA IL CORPO.

… Le parole con cui San Paolo esorta i Romani a trattare il loro corpo per trattarlo cristianamente sono tali da stupire più di uno fra coloro che le leggono per la prima volta o per la prima volta le ascoltano. « Vi scongiuro, o fratelli, in nome della misericordia che Dio ci ha usata, di offrire i vostri corpi come un’ostia viva, santa, che piace al Signore ». E in realtà queste parole senza essere menomamente strane, sono mirabilmente nuove nella storia del pensiero morale dell’umanità. La quale non ha mai potuto e non può eliminare il problema del corpo, della materia. Che fare di questo povero corpo? come trattarlo? C’è un trattamento igienico del corpo che non si può dire epicureo, che non si può neanche dire vizioso e non è virtuosamente eroico, eroicamente virtuoso. Consiste nel far star bene il corpo nel conservarlo sano. « Mens sana in corpore sano ». È un programma tutt’altro che ignobile. Fu il programma classico dell’antichità. Noi lo ripetiamo ancora talvolta ai nostri giovani. E Dio volesse che la preoccupazione almeno della salute, dell’igiene, fosse sempre viva e vittoriosa nell’anima della nostra gioventù! Quanti peccati e quante vergogne essa ci risparmierebbe. Ma quando la preoccupazione dello star bene, igienicamente bene, diventi suprema; diventa la grande ispiratrice, la sola e non ci solleva molto in alto, può anche essere egoisticamente bassa. Siamo in un epicureismo sottile e cauto, senza la imprudenza dell’epicureismo volgare: più intelligente dunque dell’epicureismo comune, non più nobile. Più cristiana certo l’austerità scettica di cui abbbiamo una traccia, una formula, anche in San Paolo quando ci dice: « castigo corpus meum et in servitutem redigo ». Voglio dominare, è fiero, dignitoso, alto. Programma imperiale, non dell’imperialismo di esportazione, dell’imperialismo di importazione; non esteriore, ma intimo, che è il più vero. E il mezzo è bellicoso: tratto male il mio corpo: lo picchio, lo fo digiunare, gli misuro avaramente la bevanda dolce, gli interdico il più inebriante (abstinuit vino). E’ tutto un decalogo austero che sa di stoicismo. Non è stoico nel senso che lo riassorbe anche il Cristianesimo, è stoico nel senso che anche lo stoicismo ci era giunto e vi ci si era fermato. Il Cristianesimo va più in su. Arriva al misticismo. Il corpo penetrato di spiritualità ma in nome e per amore di Dio. Lì è la discriminante, nella finalità suprema, definitiva. Perché siano salvi i diritti dell’uomo, è la finalità stoica. Perché sia salva la dignità dell’uomo la quale non si salva per certo capovolgendo i rapporti tra il corpo e lo spirito, condannando questo alla schiavitù, verso di quello. Bella figura umana la figura di chi serve collo spirito alla carne! di chi si anticipa con quella attitudine la morte! Il corpo deve servire, esso deve spiritualizzarsi, e non lo spirito materializzarsi, ma, nel Cristianesimo tale processo deve compiersi nel nome e per la gloria di Dio. Per offrire a Lui in questo corpo radiosamente spiritualizzato un’Ostia nuova, Ostia viva e non come quella dei vecchi sacrifici che erano carogna, cadavere: Ostia santa, qualche cosa di più che semplicemente buona; santa, tale da piacere a Dio. Il trattamento religioso, divino del corpo! Non si può andare né più in là, né più in su. E tutto questo non riservato a pochi eletti, ma messo alla disposizione di tutti… ecco il Cristianesimo. Ma è il nostro, fratelli?…

Graduale

Ps XXVI: 4
Unam pétii a Dómino, hanc requíram: ut inhábitem in domo Dómini ómnibus diébus vitæ meæ.
 [Una sola cosa ho chiesto e richiederò al Signore: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita.]

Alleluja

Beáti, qui hábitant in domo tua, Dómine: in sǽcula sæculórum laudábunt te. Allelúja, allelúja,

[Beati quelli che àbitano nella tua casa, o Signore, essi possono lodarti nei secoli dei secoli. Allelúia, allelúia.]

Isa XLV: 15
Vere tu es Rex abscónditus, Deus Israël Salvátor. Allelúja.

[Tu sei davvero un Re nascosto, o Dio d’Israele, Salvatore. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum S. Lucam.
S. Luc II: 42-52
Cum factus esset Jesus annórum duódecim, ascendéntibus illis Jerosólymam secúndum consuetúdinem diéi festi, consummatísque diébus, cum redírent, remánsit puer Jesus in Jerúsalem, et non cognovérunt paréntes ejus. Existimántes autem illum esse in comitátu, venérunt iter diéi, et requirébant eum inter cognátos et notos. Et non inveniéntes, regréssi sunt in Jerúsalem, requiréntes eum. Et factum est, post tríduum invenérunt illum in templo sedéntem in médio doctórum, audiéntem illos et interrogántem eos. Stupébant autem omnes, qui eum audiébant, super prudéntia et respónsis ejus. Et vidéntes admiráti sunt. Et dixit Mater ejus ad illum: Fili, quid fecísti nobis sic? Ecce, pater tuus et ego doléntes quærebámus te. Et ait ad illos: Quid est, quod me quærebátis? Nesciebátis, quia in his, quæ Patris mei sunt, opórtet me esse? Et ipsi non intellexérunt verbum, quod locútus est ad eos. Et descéndit cum eis, et venit Názareth: et erat súbditus illis. Et Mater ejus conservábat ómnia verba hæc in corde suo. Et Jesus proficiébat sapiéntia et ætáte et grátia apud Deum et hómines.

[Quando Gesù raggiunse i dodici anni, essendo essi saliti a Gerusalemme, secondo l’usanza di quella solennità, e, passati quei giorni, se ne ritornarono, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, né i suoi genitori se ne avvidero. Ora, pensando che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di cammino, dopo di che lo cercarono tra i parenti e i conoscenti. Ma non avendolo trovato, tornarono a cercarlo a Gerusalemme. E avvenne che dopo tre giorni lo trovarono nel Tempio, mentre sedeva in mezzo ai Dottori, e li ascoltava e li interrogava, e tutti gli astanti stupivano della sua sapienza e delle sue risposte. E, vistolo, ne fecero le meraviglie. E sua madre gli disse: Figlio perché ci ha fatto questo? Ecco che tuo padre ed io, addolorati, ti cercavamo. E rispose loro: Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi di quel che spetta al Padre mio? Ed essi non compresero ciò che aveva loro detto. E se ne andò con loro e ritornò a Nazareth, e stava soggetto ad essi. Però sua madre serbava in cuor suo tutte queste cose. E Gesù cresceva in sapienza, in statura e in grazia innanzi a Dio e agli uomini].

OMELIA

[Mons. A. Feruglio, Vescovo di Vicenza: Omelie di Natale – Soc. An. Tipogr. fra Cattolici Vicentini, 1914 – imprim. 1913]

1. Gesù si diporta come vero figlio di Maria e di Giuseppe.

A chi chiedesse perché mai il Redentore abbia voluto comparire bambino, per passare gradatamente nei diversi stadi della vita umana, sarebbe facile il rispondere che così era decretato dall’infinita sapienza dell’Eterno. Però, se è vero che Iddio, di alcune sue disposizioni ne tiene occulti i motivi e perciò sarebbe temeraria stoltezza il volerli scandagliare, è vero eziandio che di altre si compiace renderli accessibili all’umano intelletto, affinché invitati a considerarli, ci sentiamo attirati ad ammirare la sua sapienza, potenza e bontà, ed a seguirne i pietosi disegni. E tale appunto è la grande opera dell’Incarnazione del Verbo. Nessuna necessità, osserva S. Agostino, costringeva il Verbo a nascere di donna, per farsi vero uomo (Aug. contra Faust, lib. 26, c. 7). Che, se diciamo che era conveniente s’incarnasse nel seno della Vergine, per assumere un corpo come gli altri uomini derivante dal comun padre Adamo, qual necessità v’era che venuto alla luce non comparisse tosto uomo di età matura? Perché presentarsi impotente bambino, bisognoso di tutto, incapace di muoversi e di parlare? Perché insomma assoggettarsi a tutti gli inconvenienti che circondano l’età infantile? Così ci diede esempio, è vero, di umiltà e di pazienza, ma tali esempi poteva darceli, come ce li diede, in età perfetta. Sembrerebbe dunque inesplicabile il motivo per il quale ci apparve bambino, tanto più che la sua anima sarebbe già stata adatta ad un corpo nel suo pieno sviluppo, capace di tutti gli atti d’un uomo giunto a perfetta età. Difatti mentre gli altri bambini sono in istato di perfetta ignoranza che andrà man mano dileguandosi, Egli fin dal suo concepimento fu sì ricolmo di tutti i tesori della sapienza e della scienza, che, a suo confronto, il più dotto tra gli uomini sarebbe un povero ignorante. Perché dunque volle comparire in tale condizione? – La fede c’insegna che Gesù venne al mondo per restaurare ogni cosa. Instaurare omnia quæ in terris sunt (Eph. 1, 10). Il peccato aveva guastata l’opera di Dio sotto ogni rapporto. Era quindi necessario che il Redentore, come coi suoi meriti e colla sua dottrina così col suo esempio, risanasse tutto l’uomo. Perciò non bastava si rendesse modello delle virtù riguardanti l’uomo individualmente considerato, ma poiché l’uomo è per natura socievole, conveniva che Gesù col suo esempio gli si facesse maestro di virtù anche nei suoi rapporti con la società. Conveniva insomma che coll’individuo risanasse la società stessa. Ora, o dilettissimi, perché l’uomo viva rettamente qual membro della società, è requisito essenziale l’ossequio alla autorità. — Ed oh! quali e quanti solenni esempi ci ha dato il Redentore in età adulta, di sommissione all’autorità dichiarando che essa viene da Dio. Ma poiché la società fondamentale, da cui dipende il benessere di ogni altra società, è la famiglia, il Verbo fatto uomo dispose di essere membro d’una famiglia dalla quale dispensa gli esempi delle più perfette virtù domestiche e sociali. — Volle pertanto convivere con Maria, sua vera Madre, sino al tempo della sua vita pubblica; e benché la sua generazione fosse per opera dello Spirito Santo e non di padre terreno, volle tuttavia che l’autorità paterna dirigente la sua famiglia fosse un nomo, non avventizio, ma congiunto per intimo naturale legame alla medesima, perché San Giuseppe fu vero marito dell’intemerata e purissima tra le Vergini. Fu dunque per nostro ammaestramento che il Salvatore si degnò di apparir pargoletto, di passare dall’infanzia ai successivi stadi della vita umana, come pure di richiedere le cure della sua santissima Madre e del suo putativo Padre. Infatti qual necessità vi era che essi gli procurassero l’alimento, mentre Egli è Colui che dà l’essere, la vita e l’alimento a tutte le creature? Forse non era sua quella provvidenza per cui Giuseppe e Maria trovavano di che nutrirlo e vestirlo? Qual bisogno aveva Egli della loro tutela? Non poteva Egli, come fece in altra età, sottrarsi prodigiosamente ai suoi nemici persecutori? Non poteva comandare ai venti ed alle procelle, camminar sulle onde, frenare gli spiriti d’abisso, disporre a suo piacimento di tutto il creato? — Qual bisogno che altri lo guidasse, se Egli è la Sapienza increata che infonde l’intelligenza e l’accorgimento in quelli che devono dirigerlo? — Ah! sì, è un tratto d’immensa carità, che ben meditato non può non riempirci d’indicibile stupore, l’abbassarsi di Gesù alla condizione di bambino, di figlio di famiglia, per essere nostro modello. – Né si pensi, soggiunge Sant’Agostino, che di tale abbassamento abbia solo in apparenza mostrato di provare, ma provò in realtà la debolezza, le privazioni, le ripugnanze e tutti gli inconvenienti che ne conseguono. Humanæ conditionis affectus non simulavit sed exhibuit, non necessitate conditionis, sed magisteri voluntate (Aug. contra Faust, lib. 26, c. 7). Pertanto, con vera dipendenza, quale si addice a figlio verso i genitori, s’assoggetta a Maria e a Giuseppe. — È da sottrarsi alla persecuzione di Erode, o, defunto quest’empio dopo sette anni, è da far ritorno a Nazareth? Gesù non fa cenno, non parla. Un Angelo illuminerà Giuseppe il capo della famiglia, e da questi dipenderà la fuga ed il ritorno. Né questa soggezione ha fine coll’infanzia. Ben poco ci narrano gli Evangelisti della vita di Gesù fino alla sua predicazione. Ma la risposta data a Maria e a Giuseppe quando, a dodici anni, rimase a loro insaputa nel tempio, ben ci fa comprendere ch’Egli non voleva disporre di sé, ma dipendere in tutto dai loro cenni. Non sapevate, disse, che dove mi chiama il Padre mio, io devo trovarmi? Nesciebatis quia in iis quæ Patris mei sunt oportet me esse? (Luc. II, 49). — Quasi dicesse: la straordinarietà stessa di quest’incidente dovea rendervi accorti che una volontà superiore mi obbligava a derogare alla rigorosa soggezione che costantemente vi professo. — E perché da tal fatto non si potesse pensare che la sua dipendenza da Maria e Giuseppe non fosse perfetta, l’Evangelista s’affretta a soggiungere che ritornò con loro a Nazareth e se ne stava soggetto ad essi. Et erat subditus illis (Luc. II, 51). Deh! qual lezione, o dilettissimi! Il Padrone dell’universo, per insegnarci il rispetto all’autorità, s’assoggetta per tal modo a coloro ai quali Egli stesso comunica l’autorità. Qual confusione per quei figli che non si conformano a questo divino esemplare, mentre è assoluta disposizione di Dio che devano star soggetti ai loro genitori; per figli, dico, tanto bisognosi di direzione, perché non hanno quell’esperienza che s’acquista solo coll’avanzar degli anni, e perciò sono tanto esposti alle illusioni ed alle seduzioni. — Qual rimprovero per tutti coloro che acciecati dalla superbia non venerano nei superiori l’autorità di Dio, ma se vi si adagiano, lo fanno solo per motivi umani, pronti a trasgredirne i comandi per quanto giusti, ed a ribellarsi alla legittima podestà, appena il possano senza danno. Deh! quanti guai non affliggono ai dì nostri la società e ne minacciano la rovina, appunto perché si disconosce il fonte dell’autorità che è Dio. — Contro quegl’infelici il mitissimo San Bernardo indicando l’esempio di Gesù fanciullo esclama: Confonditi, o uomo, confonditi superba polvere. Un Dio si umilia e tu ti esalti? Un Dio si assoggetta agli uomini e tu anelando a sollevarti sopra gli uomini, t’innalzi al di sopra del tuo Facitore? O uomo, se sdegni d’imitare un altro uomo, non deve sembrarti cosa indegna imitare il tuo Creatore (S. Bern. Hom. I super Missus). – Ma fissiamo ancora il pensiero sul fanciullo Gesù. Se in tutte, anche le minime cose, Egli pende dai cenni di Maria e di Giuseppe, quando tale dipendenza è in opposizione alla volontà del celeste Padre, non la osserva. — Un atto di sublime missione affidatagli dal Padre, richiede la sua presenza nel tempio. Egli allora s’apparta da Maria e da Giuseppe, permettendo l’affanno che ne deriverebbe a quei santi Personaggi, appunto per dimostrare come ogni terreno affetto deve farsi tacere, di fronte alla certa e precisa volontà dell’Eterno. Ah! non sia mai che la soggezione all’uomo ci porti a violare i voleri di Dio. Ciò non sarebbe un assoggettarsi alla autorità di Dio che risiede nell’uomo, ma un turpe assoggettarsi alla creatura in onta al Creatore. Quindi Pietro e Giovanni al Sinedrio, che ingiungeva loro di smettere l’esercizio dell’apostolato, rispondevano: Giudicate voi stessi se dinanzi al Signore sia giusto l’obbedire a voi anziché a Dio (Act. IV, 19). – Non sia mai che i figli trascurino una manifesta vocazione di dedicarsi interamente a Dio, o senza vocazione si avventurino in uno stato al quale Egli non li ha destinati, per non contristare i genitori. Dell’amore ai parenti, che fa preferire la loro volontà a quella di Dio, Gesù Cristo ha pronunciata questa terribile sentenza: Chi ama suo padre e sua madre più di me, non è degno di me: non est me dignus (Matth. X, 37). Eccovi, o figli dilettissimi, le splendide lezioni che ci porge il divin Salvatore, il quale per darcele si degnò di cominciare coll’infanzia la sua mortale carriera. Ecco perché, come predisse Isaia ci apparve pargoletto, e, come scrive S. Luca, fu trovato bambino circondato dalle cure della sua Genitrice e del suo padre putativo. Invenerunt Mariam et Joseph et ìnfantem positum in præsepio Luc. II. 16 — Non si creda tuttavia che colle considerazioni fatte finora si sieno posti in rilievo tutti gli esempi e gli ammaestramenti che risultano dalla circostanza che ha dato argomento ai nostri riflessi. Ben altri ne rimangono, e della più alta importanza: noi contentiamoci di considerarne un altro ancora.

2. Maria e Giuseppe trattano con Lui da veri genitori.

Il Redentore volle sulla terra essere membro d’una famiglia, perché da quella emanassero gli esempi di tutte le domestiche virtù. In essa Egli offrì sé stesso perfetto modello di figlio, rispettoso ed ossequente ai genitori. — Ma quali poi dovevano essere gli uffici ed i rapporti di Maria e di Giuseppe verso di Lui? — Dovevano alimentarlo, vestirlo, circondarlo di tutte quelle cure, che richiede il benessere corporale di un figlio. Così han fatto con la più affettuosa ed instancabile sollecitudine. Ma ciò che maggiormente attira la mia attenzione e che mi infonde quasi un senso di sgomento, è che sopra di Lui quei santi personaggi esercitavano veramente l’autorità paterna. E come mai, si potrà dire, essi per quanto grandi, per quanto santi, sapendo chi era Gesù, osavano sorvegliarlo quasi che ne abbisognasse, tenerlo soggetto e comandargli? – Ah! dilettissimi, se l’uomo ragiona con le sue corte vedute, si troverà dinanzi un inesplicabile mistero. Ma se per poco ci eleviamo a superiori considerazioni, troveremo che appunto perché illuminati e santi, appunto perché conoscevano bene Gesù, facevano così. — Essi, ripieni delta spirito divino, compresero che, posti a capo di una famiglia di cui Gesù volle essere figlio, era nei disegni dell’Eterno che con Lui esercitassero le parti di genitori, facendo tacere la ripugnanza derivante dalla profonda venerazione che per Lui nutrivano. Non erano guidati da umane considerazioni, per quanto nobili e plausibili, ma dalla sola volontà di Dio, manifesta e per l’ufficio cui furono assunti e per la condizione in cui il divin figlio si degnò di figurare. Per questo non esitano a sottoporlo alla dolorosa ed umiliante cerimonia della circoncisione. Nessuno meglio di loro sapeva che Egli non vi era soggetto, ma sapevano pure che il loro Gesù, si degnò d’apparir figlio di quella nazione nella quale i pargoletti per legge divina dovevano sottostare a tale cerimonia. — Per la stessa ragione, pargoletto di quaranta giorni, lo presentano al tempio per offrirlo al Signore e quindi riscattarlo, come per tutti i primogeniti prescriveva la legge mosaica, legge che certamente non poteva riguardare l’Uomo-Dio. – E che dirò poi della vigilanza e dell’impero esercitati da Maria e da Giuseppe sul fanciullo Gesù? L’Evangelio ci dice tutto con dire che se ne stava soggetto a loro. — Che a Nazareth s’occupasse di questa o di quella cosa, che si recasse in questo o quel luogo, pendeva dai loro cenni. — E poiché è compito dei genitori di educare i figli alle osservanze religiose, giunto ai dodici anni, lo conducono al tempio per la solennità della Pasqua, come era prescritto dalla legge per tutti i maschi, incominciando da quell’età. Vi era forse tenuto? Sarebbe follia ed empietà il pensarlo. Ma tant’è; la volontà di Dio, per rapporto ai genitori è tale, ed essi vi si conformano con tutta esattezza. — Quanto poi s’interessassero di averlo sempre in custodia, lo dicono le affannose ricerche, quando di ritorno a Nazareth, per un inevitabile equivoco, non lo trovarono in loro compagnia. Lo dicono le dolci ma accorate rimostranze della Vergine, allorché finalmente lo ritrovarono nel tempio. – Ma basti, o dilettissimi. Ora sia lecito domandare: Se a sì scrupolosa vigilanza si tennero obbligati Maria e Giuseppe, non perché Gesù ne abbisognasse, ma solo perché lo richiedeva il loro officio secondo i voleri del Cielo, quale sarà il dovere dei genitori verso i figliuoli? Ve ne sono molti di quelli che sanno sacrificarsi pel benessere fisico e materiale dei figli, perché civilmente educati ed istruiti riescano a ben figurare nel mondo, ad occupare posti luminosi e lucrosi, ad acquistare rinomanza e vantaggi terreni, ma quanto pochi si curano della vera educazione che consiste essenzialmente nell’indirizzarli al gran fine per cui furano creati, che è quello di servire il Signore e salvare l’anima. — Quanto raramente parlano ai figliuoli di Dio e dei loro doveri verso di Lui! — Quanto poco si curano d’infervorarli nelle pratiche di religione e di metterli in guardia contro i pericoli e le seduzioni del mondo: — Quanto spesso, per una stolta fiducia, rallentano la vigilanza massime per riguardo a certi ritrovi, a certe compagnie, a certe letture di libri e di giornali, allora più funesti, quando sotto la larva di cattolicismo e di pietà, nascondono il veleno dell’empietà! — E non si tratta già del figlio di Maria, impeccabile, ricolmo di tutti i tesori della grazia, vero Dio. Si tratta di miseri figli d’Adamo colle conseguenze della colpa d’origine, inclinati al male, accessibili a tutte le seduzioni dell’errore e del vizio. Mio Dio! quale spaventoso rendiconto al tribunale di quel Gesù, che se oggi consideriamo pargoletto, è pur giudice supremo degli uomini. Di quel Gesù che a costo di tanta pena, per la sua santissima Genitrice e per il casto Sposo di Lei, volle che per nostro ammaestramento esercitassero su di Lui scrupolosamente l’autorità e la vigilanza di genitori. Che risponderanno coloro che nell’educazione dei figli si prefiggono viste puramente mondane, e non l’adempimento della volontà di Dio, e quindi la vita religiosamente morale dei medesimi? Deh! piaccia al Signore che a quanti m’ascoltano sia dato di fissare a cuor tranquillo la capanna di Betlemme, nella coscienza di aver ricopiati gli esempi derivanti dalla condizione del Pargolo divino. — Piaccia al Signore che tali esempi vengano imitati da tutti. Per tal modo la società, funestata da tanti guai, perché il giusto concetto dell’autorità è troppo spesso disconosciuto e da chi deve esercitarla e da chi deve sottostarvi, mentre si dimentica che essa è da Dio e non da altri, la società, dico, si risanerà col vero culto della autorità nel fondamento della medesima che è la famiglia. Ed a questi miei voti infonda efficacia la benedizione coll’indulgenza plenaria che a nome e per concessione del Sommo Pontefice sto per impartirvi.

Credo.

IL CREDO

Offertorium

Orémus
S. Luc II: 22
Tulérunt Jesum paréntes ejus in Jerúsalem, ut sísterent eum Dómino.

[I suoi parenti condussero Gesú a Gerusalemme per presentarlo al Signore.]

Secreta

Placatiónis hostiam offérimus tibi, Dómine, supplíciter ut, per intercessiónem Deíparæ Vírginis cum beáto Joseph, famílias nostras in pace et grátia tua fírmiter constítuas.

[Ti offriamo, o Signore, l’ostia di propiziazione, umilmente supplicandoti che, per intercessione della Vergine Madre di Dio e del beato Giuseppe, Tu mantenga nella pace e nella tua grazia le nostre famiglie.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

S. Luc. II: 51
Descéndit Jesus cum eis, et venit Názareth, et erat súbditus illis.

[E Gesú se ne andò con loro, e tornò a Nazareth, ed era loro sottomesso.]

Postcommunio

Orémus.
Quos cœléstibus réficis sacraméntis, fac, Dómine Jesu, sanctæ Famíliæ tuæ exémpla júgiter imitári: ut in hora mortis nostræ, occurrénte gloriósa Vírgine Matre tua cum beáto Joseph; per te in ætérna tabernácula récipi mereámur
.

[O Signore Gesú, concedici che, ristorati dai tuoi Sacramenti, seguiamo sempre gli esempii della tua santa Famiglia, affinché nel momento della nostra morte meritiamo, con l’aiuto della gloriosa Vergine tua Madre e del beato Giuseppe, di essere accolti nei tuoi eterni tabernacoli.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (143)

P. F. GHERUBINO DA SERRAVEZZA

Cappuccino Missionario Apostolico

IL PROTESTANTISMO GIUDICATO E CONDANNATO DALLA BIBBIA E DAI PROTESTANTI (10)

FIRENZE DALLA TIPOGRAFIA CALASANZIANA

1861

DISCUSSIONE XI

Il Celibato ecclesiastico: i Voti monastici.

Prot. Sta bene pertanto, che la Chiesa abbia ed eserciti una piena potestà per imporre ai fedeli precetti disciplinari, purché si contenga entro i limiti di una conveniente moderazione. Ma la Cattolica Chiesa, o come voglia dirsi, il Papa, passa veramente agli estremi; imperocché ha stabilito una certa qualità di digiuni, di vigilie, che io credo contrari non meno alla parola di Dio che alle sante leggi della natura. Mi spiego: Ella ha ordinato che tutti i Sacri Ministri del culto vivano e muoiano nel celibato: che tutti i claustrali Monaci, Frati e Monache si leghino con voto perpetuo di castità! È questo un eccesso inaudito d’iniquità, essendo certo che Gesù Cristo o S. Paolo hanno di tal maniera disapprovato, e dissuaso questo infelicissimo stato, che il vivere nel celibato per piacere a Dio è una vera empietà: i voti fatti a tale oggetto sono empi, irriti e nulli. (Lutero. Lib. de Votis monastici!- Calvino: Lib. 4. Instit, cap. 3.- Confess. Augustana, Art. 27. etc.)

Bibbia. Dice Gesù Cristo : « V i sono degli eunuchi che si sono fatti eunuchi da loro stessi per amore del regno de’ cieli…, » Chi può capire capisca…. » Capisci tu o no? Se non capisci ascoltane dal medesimo una spiegazione. «Chiunque avrà lasciata la moglie per amor del mio nome, riceverà il centuplo, e possederà la vita eterna. (Matt. XIX, XII. 29)  » Ascolta adesso S. Paolo. « È cosa buona per l’uomo non toccar donna…. Bramo che voi tutti siate qual son io; ma ciascuno ha da Dio il suo dono, uno in un modo, uno in un altro. A quei che non hanno moglie, e alle vedove io dico, che è bene per loro che se ne stiano così come anch’io (sto così). Intorno poi alle vergini non ho comandamento dal Signore: ma ne do consiglio come avendo ottenuto dal Signore misericordia, perché io sia fedele…. Sei tu legato a una moglie? Non cercar di essere sciolto. Sei tu sciolto dalla moglie? Non cercar di moglie. Chi è senza moglie (N. B.) ha sollecitudine delle cose del Signore, del come piacere a Dio. Chi poi è ammogliato ha sollecitudine delle cose del mondo, del come piacere alla moglie, ed è diviso. E la donna non maritata, e la vergine ha pensiero delle cose del Signore, affine di esser santa di corpo e di spirito. La maritata poi ha pensiero delle cose del mondo, del come piacere al marito. – Chi ha risoluto fermamente nel suo cuore, non essendo astretto da necessità, ed è padrone della sua volontà, e ha determinato in cuor suo di serbare la sua vergine, ben fa. Dunque chi marita la sua vergine fa bene, e chi non la marita fa meglio. Ma sarà più beata se resterà così, secondo il mio consiglio: penso poi di avere io pure lo spirito di Dio. » (I. a’ Cor. VII, 1, 7, 8, 25 e seg.) – Finalmente sta scritto: « E udii una voce del cielo…. quasi di citaristi che suonavano le loro cetre, e cantavano come un nuovo cantico dinanzi al trono :… e niuno poteva dire quel cantico, se non quei cento quaranta quattro mila, i quali furono comperati di sopra la terra. Questi son quelli (N. B.) che non si sono macchiati con donne; imperocché sono vergini. Questi seguono l’Agnello dovunque vada. Questi sono comprati di tra gli uomini, primizie a Dio, e all’Agnello. (Apoc. XIV, 2 e seg) » – « Vi scongiuro, o fratelli, per la misericordia di Dio, che offriate i vostri corpi ostia viva, santa, gradevole a Dio, (che è) il razionale vostro culto. » (Rom. XII, 1) – Eccoti dunque dichiarato per divina sentenza che lo stato del celibato è migliore e assai più perfetto dello stato matrimoniale: che non solamente è da Gesù Cristo promessa la eterna vita in premio del celibato; ma che i vergini sono in Paradiso i suoi prediletti, che sempre, ovunque vada, lo seguono quali sue care primizie, e che la castità corporale tanto a Dio piace che l’ha per una specie di sacrifizio, di culto divino grandemente a lui accetto. Dopo ciò oserai dire ancora che – i voti sono empj, che chi li fa per piacere a Dio commette un’empietà? – È vero che Dio non avendo costretto alcuno a vivere in perpetuo celibato, la Chiesa non può costringere chicchessia ad abbracciare lo stato ecclesiastico, o monacale a cui tale obbligo è annesso; ma è pure altrettanto vero che poté annettere a tale stato quest’obbligo stesso per chiunque si sente di volontariamente abbracciarlo, per la potentissima ragione che i soli celibi sono veramente atti a servire Iddio, ed esercitare il culto divino; perché i soli celibi – hanno pensiero, sollecitudine delle cose del Signore, del come piacere a Dio, mentre i legati in matrimonio, hanno pensiero, sollecitudine delle cose del, mondo, e del come piacere alla comparte. –

58. Prot. Se la Chiesa ha questa potestà, perchè gli Apostoli non ne han fatto uso? Forse che il Papa ne sa più di essi? Qui ti voglio!

Bibbia. Chi ti ha detto che non ne han fatto uso? Ascolta. « La vedova si elegga di non meno di sessant’anni…. Ricusa le vedove più giovani; imperocché dopo che hanno lussuriato contro di Cristo, vogliono maritarsi: avendo condannazione, perché  hanno rotta la prima fede. (I. a Tim. V, 9, 11, 12) » Dimmi adesso, cos’è questa prima fede rotta rimaritandosi, se non la violazione del voto di perpetua castità? Che se altra cosa significasse, come avrebbe potuto dire S. Paolo che tali vedove maritandosi avevano la dannazione; mentre il medesimo altrove insegna che la vedova è libera di maritarsi con chi le piace? « La moglie è legata alla Legge tutto il tempo che vive il marito: che se muore il marito, ella è in libertà: sposi chi vuole: purché secondo il Signore. (I Cor. VII, 39) » Che ne dici? Su via da bravo: rispondi.

59. Prot. « Io vi confesso che non posso leggere questi passi: vi sono eunuchi che si son fatti tali pel regno de’ cieli: chi può intenderlo lo intenda. – Io vi dico in verità che chi avrà lasciato padre, o madre, o moglie, etc. pel mio nome, etc. Quegli che sta fermo in cuor suo, e non avendo alcuna necessità, ma ha potestà sul proprio volere, ed ha così stabilito nell’animo suo di serbare la sua vergine, fa bene. – Io dico: non posso legger questi ed altri passi senza riconoscere, che, sebbene il matrimonio non solo è permesso, ma onorevole, anzi Nostro Signore ha santificato colla sua presenza il rito nuziale, sollevandolo ad un mistero, e ad un’immagine della sua unione con la Chiesa, nondimeno una via più eccellente è indicata a quelli a’ quali ciò è dato. Egli è il carattere stesso della fede che mentre nobilita l’uso del benefizio promesso da Dio, addita a quelli che posson riceverla una strada più sublime, coll’andar loro innanzi. Così dichiara che ogni creatura di Dio è buona, e la consacra a nostro uso con la parola di Dio e l’orazione, eppure mostra una via più eccellente nel digiunare – Quegli che vede in segreto vi ricompenserà in palese. – Essa insegna che le nostre terre sono in poter nostro, eppure promette il centuplo a quelli che abbandonano case e terre per amor del suo nome e del Vangelo…. Ma perché gli uomini, precipitando le cose, dovranno saltare al lato opposto, ed esercitar la tirannia in senso contrario sulle coscienze degli uomini? Perché diffamare e spregiare come papistico ciò che è primitivo? Perché non dovrebbe il celibato usarsi da quelli a cui è dato per legare più fermamente gli affetti del cuore a Nostro Signore, anziché a Roma?

« La Scrittura dice: Quegli che non è maritato pensa alle Cose che sono di Dio: perché dunque recidere le aspirazioni di quelle anime più ardenti, che speran così di attendere al loro Signore senza distrazione? Perché non esser riconoscenti pei beni che godiamo, senza contendere a quelli che li hanno lasciati per amor di Dio la benedizione annessa alla propria annegazione, affinché possano darsi al meglio, totalmente a queste cose e al servizio del loro Signore?… Perché noi (protestanti) invece delle nostre società visitatrici non dovremo avere le nostre Suore della Carità, la cui immacolata religiosa purezza fosse il lor passaporto in mezzo alle scene della miseria e del vizio, recando intorno a se quel rispetto che anche il peccato sente verso l’illibatezza, e imprimendo un salutar senso di vergogna alla colpa colla loro stessa presenza? 1(L’anglicano dott. Pusey: Lettera al vescovo protestante di Oxford, 1839) ». – « I voti  (monastici) formano (nella vita monastica) una parte del culto divino.  (Melantone, Professione di fede, citata (V. n. 38) Art. X.) ». Sentite come ne scrissi una volta a certi miei seguaci: « Vi amo voi altri Wittemberghesi, allorché vi vedo assalire con tanto coraggio il Papa; ma i vostri matrimoni di Monache e di Frati sono veri incesti. (Lutero: Epist. ad Munzer: Ved. Audin, Storia della vita di Lutero, T. 1. p. 81. ediz. di Milano 1842.) »