DOMENICA XIV DOPO PENTECOSTE (2020)

XIV DOMENICA DOPO PENTECOSTE (2020)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Le Lezioni dell’Officio di questa Domenica sono spesso prese dal Libro dell’Ecclesiastico (Agosto) o da quello di Giobbe (Settembre). Commentando il primo, S. Gregorio dice: «Vi sono uomini così appassionati per i beni caduchi, da ignorare i beni eterni, o esserne insensibili. Senza rimpiangere i beni celesti perduti, i disgraziati si credono felici di possedere i beni terreni: per la luce della verità, non innalzano mai i loro sguardi e mai provano uno slancio, un desiderio verso l’eterna patria. Abbandonandosi ai godimenti nei quali si sono gettati si attaccano e si affezionano, come se fosse la loro patria, a un triste luogo d’esilio; e in mezzo alle tenebre sono felici come se una luce sfolgorante li illuminasse. Gli eletti, invece, per cui i beni passeggeri non hanno valore, vanno in cerca di quei beni per i quali la loro anima è stata creata. Trattenuti in questo mondo dai legami della carne, si trasportano con lo spirito al di là di questo mondo e prendono la salutare decisione di disprezzare quello che passa col tempo e di desiderare le cose eterne ». — Quanto a Giobbe viene rappresentato nelle Sacre Scritture come l’uomo staccato dai beni di questa terra: «Giobbe soffriva con pazienza e diceva: Se abbiamo ricevuti i beni da Dio, perché non ne riceveremo anche i mali? Dio mi ha donato i beni, Dio me li ha tolti, che il nome del Signore sia benedetto ». — La Messa di questo giorno si ispira a questo concetto: Lo Spirito Santo che la Chiesa ha ricevuto nel giorno di Pentecoste, ha formato in noi un uomo nuovo, che si oppone alle manifestazioni del vecchio uomo, cioè alla cupidigia della carne e alla ricerca delle ricchezze, mediante le quali può soddisfare la prima. Lo Spirito di Dio è uno spirito di libertà che rendendoci figli di Dio, nostro Padre, e fratelli di Gesù, nostro Signore, ci affranca dalla servitù del peccato e dalla tirannia dell’avarizia. « Quelli che vivono in Cristo, scrive S. Paolo, hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e bramosie. Camminate, dunque, secondo lo Spirito e voi non compirete mai i desideri della carne, poiché la carne ha brame contro lo Spirito e lo Spirito contro la carne: essi sono opposti l’uno all’altra » (Ep.).  Nessuno può servire a due padroni, dice pure Gesù, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, ovvero aderirà all’uno e disprezzerà l’altro. Voi non potete servire a Dio e alle ricchezze ». « Chiunque è schiavo delle ricchezze, spiega S. Agostino – e si sa che sono spesso fonte di orgoglio, avarizia, ingiustizia e lussuria –  è sottomesso ad un padrone duro e cattivo. (« Forse che questi festini giornalieri, questi banchetti, questi piaceri, questi teatri, queste ricchezze, si domanda S. Giovanni Crisostomo, non attestano l’insaziabile esigenza delle tue cattive passioni? » – 2° Nott., V Domenica di Agosto che coincide qualche volta con questa Domenica). Dio non condanna la ricchezza ma l’attaccamento ai beni di questa terra e il loro cattivo impiego). Tutto dedito alle sue bramosie, subisce però la tirannia del demonio: certamente non l’ama perché chi può amare il demonio? ma lo sopporta. D’altra parte non odia Dio, poiché nessuna coscienza può odiare Dio, ma lo disprezza, cioè non lo teme, come se fosse sicuro della sua bontà. Lo Spirito Santo mette in guardia contro questa negligenza e questa sicurezza dannosa, quando dice, mediante il Profeta: Figlio mio, la misericordia di Dio è grande » (Eccl., V, 5 ),— (Queste parole sono prese dal 1° Notturno della V Domenica di Agosto, che coincide qualche volta con questa Domenica: « Non dire: la misericordia di Dio è grande, egli avrà pietà della moltitudine dei miei peccati. Poiché la misericordia e la collera che vengono da Lui si avvicinano rapidamente, e la sua collera guarda attentamente i peccatori. Non tardare a convertirti al Signore e non differirlo di giorno in giorno: poiché la sua collera verrà improvvisamente e ti perderà interamente. Non essere inquieto per l’acquisto delle ricchezze, poiché non ti sopravviveranno nel giorno della vendetta ») – … ma sappi che « la pazienza di Dio t’invita alla penitenza » (Rom., II, 4). Perché chi è più misericordioso di Colui che perdona tutti i peccati a quelli che si convertono e dona la fertilità dell’ulivo al pollone selvatico? E chi è più severo di colui che non ha risparmiati i rami naturali, ma li ha tagliati per la loro infedeltà? Chi dunque vuole amare Dio e non offenderlo, pensi che non può servire due padroni; abbia egli un’intenzione retta senza alcuna doppiezza. Ed e così che tu devi pensare alla bontà del Signore e cercarlo nella semplicità del cuore. Per questo, continua Egli, io vi dico di non avere sollecitudini superflue di ciò che mangerete e del come vi vestirete; per paura che forse, senza cercare il superfluo, il cuore non si preoccupi, e che cercando il necessario, la vostra intenzione non si volga alla ricerca dei vostri interessi piuttosto che al bene degli altri » (3° Nott.). Cerchiamo dunque, prima di tutto il regno di Dio, la sua giustizia, la sua gloria (Vang., Com.); mettiamo nel Signore ogni nostra speranza (Grad.), poiché è il nostro protettore (Intr.); è Lui che manda il suo Angelo per liberare quelli che lo servono (Off.) e che preserva la nostra debole natura umana, poiché senza questo aiuto divino essa non potrebbe che soccombere (Oraz.). L’Eucarestia ci rende Dio amico (Secr.) e, fortificandoci, ci dà la salvezza (Postcom.). Cerchiamo, dunque, prima di tutto di pregare nel luogo del Signore (Vers. dell’Intr.) e di cantarvi le lodi di Dio, nostro Salvatore (All.); poi occupiamoci dei nostri interessi temporali, ma senza preoccupazione.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps LXXXIII: 10-11.

Protéctor noster, áspice, Deus, et réspice in fáciem Christi tui: quia mélior est dies una in átriis tuis super mília.

[Sei il nostro scudo, o Dio, guarda e rimira il tuo Consacrato: poiché un giorno passato nel tuo luogo santo vale più di mille altri].

Ps LXXXIII: 2-3

V. Quam dilécta tabernácula tua, Dómine virtútum! concupíscit, et déficit ánima mea in átria Dómini.

[O Dio degli eserciti, quanto amabili sono le tue dimore! L’ànima mia anela e spàsima verso gli atrii del Signore].

Protéctor noster, áspice, Deus, et réspice in fáciem Christi tui: quia mélior est dies una in átriis tuis super mília.

[Sei il nostro scudo, o Dio, guarda e rimira il tuo Consacrato: poiché un giorno passato nel tuo luogo santo vale più di mille altri].

Oratio

Orémus.
Custódi, Dómine, quǽsumus, Ecclésiam tuam propitiatióne perpétua: et quia sine te lábitur humána mortálitas; tuis semper auxíliis et abstrahátur a nóxiis et ad salutária dirigátur.

[O Signore, Te ne preghiamo, custodisci propizio costantemente la tua Chiesa, e poiché senza di Te viene meno l’umana debolezza, dal tuo continuo aiuto sia liberata da quanto le nuoce, e guidata verso quanto le giova a salvezza.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Gálatas.

Gal V: 16-24

“Fratres: Spíritu ambuláte, et desidéria carnis non perficiétis. Caro enim concupíscit advérsus spíritum, spíritus autem advérsus carnem: hæc enim sibi ínvicem adversántur, ut non quæcúmque vultis, illa faciátis. Quod si spíritu ducímini, non estis sub lege. Manifésta sunt autem ópera carnis, quæ sunt fornicátio, immundítia, impudicítia, luxúria, idolórum sérvitus, venefícia, inimicítiæ, contentiónes, æmulatiónes, iræ, rixæ, dissensiónes, sectæ, invídiæ, homicídia, ebrietátes, comessatiónes, et his simília: quæ prædíco vobis, sicut prædíxi: quóniam, qui talia agunt, regnum Dei non consequántur. Fructus autem Spíritus est: cáritas, gáudium, pax, patiéntia, benígnitas, bónitas, longanímitas, mansuetúdo, fides, modéstia, continéntia, cástitas. Advérsus hujúsmodi non est lex. Qui autem sunt Christi, carnem suam crucifixérunt cum vítiis et concupiscéntiis.”

[“Fratelli: Camminate secondo lo spirito e non soddisferete ai desideri della carne. Perché la carne ha desideri contrari allo spirito, e lo spirito contrari alla carne: essi, infatti, contrastano tra loro, così che non potete fare ciò che vorreste. Che se voi vi lasciate guidare dallo spirito non siete sotto la legge. Sono poi manifeste le opere della carne: esse sono: la fornicazione, l’impurità, la dissolutezza, la lussuria, l’idolatria, i malefici, le inimicizie, le gelosie, le ire, le risse, le discordie, le sette, le invidie, gli omicidi ecc. le ubriachezze, le gozzoviglie e altre cose simili; di cui vi prevengo, come v’ho già detto, che coloro che le fanno, non conseguiranno il seguiranno il regno di Dio. Frutto invece dello Spirito è: la carità, il gaudio, la pace, la pazienza, la benignità, la bontà, la mansuetudine, la fedeltà, la modestia, la continenza, la castità. Contro tali cose non c’è logge. Or quei che son di Cristo, han crocifisso la loro carne con le sue passioni e le sue brame”].

Omelia I

[[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1921]

I DUE PADRONI

L’Epistola, come quella della domenica scorsa, è tratta dalla lettera ai Galati. Anche dopo il Battesimo che libera dalla servitù della legge, c’è nell’uomo un complesso di desideri e di tendenze, che cercano di sottrarlo allo Spirito di Dio. La carne e lo spirito sono tra loro opposti. Dalle opposte opere che ne seguono, parecchie delle quali sono qui enumerate da S. Paolo, l’uomo può giudicare se è diretto dalla carne o dallo Spirito. Se è diretto dallo Spirito, la legge, che è fatta per gli uomini carnali, non ha nulla che fare con lui, che, da vero Cristiano, affligge la propria carne con tutte le sue passioni. Gli uomini, come tutti vedono, si lasciano guidare da due padroni, dei quali:

1. Uno, spodestato, maligno, menzognero.

2. L’altro, grande e potente, pieno di bontà, veritiero.

3. Uno ci procura la dannazione, l’altro la vita beata.

I.

La carne ha desideri contrari allo spirito, e lo spirito contrari alla carne. È una verità che si è manifestata subito dopo la caduta del primo uomo. Da allora, la concupiscenza che cerca di trascinare al male, e la ragione, che guidata dalla grazia dello Spirito Santo cerca il bene, non fu più possibile l’accordo. E l’uomo si trovò a dover scegliere tra due regni; il regno della carne e il regno dello spirito; e si ebbero da una parte i seguaci di Dio e dall’altra i seguaci di satana.Chi è Satana, che comanda ai seguaci della carne? È un superbo umiliato sotto la potente mano di Dio. Voleva essere simile all’Altissimo, e fu da Lui precipitato dalla gloria del cielo nei tormenti dell’inferno, e vi fu precipitato senza speranza di riacquistare il posto perduto. Invidioso della felicità degli uomini, non cerca che la loro rovina: tutta la sua opera è devastatrice. Nel paradiso terrestre distrugge la felicità dei nostri progenitori. Accende nel cuore di Caino l’invidia, e lo spinge al fratricidio. Entra nel cuor di Giuda, e gli fa compiere l’orribile tradimento. Se gli fosse concesso il potere procurerebbe agli uomini tutte le calamità.Bugiardo e ingannatore per eccellenza promette quel che non darà mai. Promette a Eva un innalzamento tale da renderla simile a Dio. Ed Eva, dando retta alla parole di satana, precipita nel fondo di ogni miseria. Il paradiso terrestre è cangiato in valle di lagrime. Si accosta a Gesù Cristo che digiuna nel deserto. Condottolo su un alto monte gli mostra tutti i regni della terra, e gli dice:« Io ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché a me sono stati dati e li dò a chi voglio. Se tu, dunque, prostrandoti mi adorerai tutto sarà tuo »(Luc. IV, 6-7). Con tanta franchezza assicura di poter disporre di regni chi, spodestato di tutto, è stato relegato nel baratro infernale.E con menzogne continue si presenta agli uomini. Ti darò la pace nelle ricchezze, dice all’avaro. Ti darò la felicita nei piaceri, dice al voluttuoso. Non romperti la testa nel pensare a Dio e al suo servizio, e io ti darò una vita senza turbamento, dice all’indifferente. Non voler star dietro agli altri, — dice al vanitoso e al superbo —, e io ti darò gli onori; non perdonare al tuo nemico e ti darò la dolcezza della vendetta. Percorri la via larga: — dice alla gioventù — divertimenti e baldorie siano i compagni dei tuoi giorni, e io riempirò il tuo cuore di ebbrezza. E l’esperienza insegna che la pace, la felicità, l’ebbrezza, i beni che egli offre ai suoi seguaci non possono essere diversi da quelli che ha procurati ai nostri progenitori. Quanti credono alle sue promesse, debbono poi fare la costatazione di Eva: «Il serpente mi ha ingannata» (Gen. III, 13).

2.

Se vi lasciate guidare dallo Spirito non siete sotto la legge. – Quando ci lasciam guidare non dalla carne, ma dalla ragione, illuminata e corroborata dallo Spirito Santo, siamo superiori alla legge, le cui minacce non sono più per noi, e abbiamo quel che la legge non può dare: la facilità di compiere ciò che ci vien comandato. Il vivere secondo lo spirito è il dovere di ogni Cristiano, il quale deve lasciarsi guidare non dalle promesse di satana, ma dallo Spirito di Dio, che è un padrone che ci ama, e che non vuole ingannarci. Egli è un padrone grande e potente. Egli, sì, può dire: «Mio è il mondo e tutto quanto lo riempie» (Ps. XLIX, 12). « Poiché egli disse una parola e le cose furono fatte; diede un comando, e tutto fu creato» (Ps. XXXII, 9) «Questi è il nostro Dio, e nessun altro starà al paragone con lui» (Baruch, III, 36). Nessuno può stargli al paragone non solamente in fatto di grandezza e di potenza, ma anche in fatto di bontà. Invero, «della bontà del Signore è piena la terra » (Ps. XXXII, 5). E la sua bontà si manifesta in modo particolare verso quelli che lo seguono. Non li chiama neppure col nome di servi, ma col nome di amici, perché essi sono i suoi intimi, messi a parte delle sue intenzioni e dei suoi disegni (Joan. XV, 15). La sua parola, come dice la S. Scrittura, «è purgata col fuoco» (II Re, XXII, 31). Come è puro e schietto un metallo messo al fuoco, così è pura e schietta la sua parola, che non inganna nessuno. Ai suoi seguaci non si rivolge con false promesse, non colorisce l’impresa nascondendo le difficoltà. Dichiara apertamente che per seguir Lui bisogna condurre una vita di sacrifici e di rinunce. «Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me» (Matth. X, 38). « Sarete in odio a tutti per causa del nome mio » (Matth. X, 23). « In Verità, in verità vi dico, che piangerete e gemerete voi: ma il mondo godrà: voi invece sarete in tristezza » (Joan. XVI, 20). Son parole rivolte agli Apostoli e ai discepoli, e in loro a tutti quelli che intendono seguirlo da vicino. Egli inculca la penitenza, esalta la povertà, elogia il pianto, chiama beati quei che soffrono persecuzioni per la giustizia. Previene tutti che «angusta è la porta e stretta la via che conduce alla vita» (Matth. VII, 14). Quando scoppia una guerra, buona parte della gioventù, che non conosce la guerra che dalle descrizioni entusiastiche dei libri o dai discorsi fioriti dei propagandisti, s’infiamma d’entusiasmo, e parte cantando le fiere canzoni. Ma quando esperimenta che la guerra non è una passeggiata né una partita al gioco, confessa che s’immaginava tutt’altro. Chi si mette a seguir Dio, non può dire d’essersi ingannato. Gesù Cristo ha parlato molto chiaro. La sua parola ciascuno la trova nel Vangelo. «Il Vangelo è specchio di verità; non lusinga nessuno, non seduce alcuno ».

3.

Sono poi manifeste le opere della carne : esse sono: la fornicazione, l’impurità, la dissolutezza, la lussuria, l’idolatria, i malefici, le inimicizie, le contese, le gelosie, le ire, le risse, le discordie, le sette, le invidie, gli omicidi, le ubriachezze, le gozzoviglie e altre cose simili. Sono queste le opere che quel pessimo padrone che è il demonio domanda ai suoi seguaci. E la conseguenza? La fa notare subito S.Paolo: Vi prevengo, come v’ho già detto, che coloro che le fanno, non conseguiranno il regno di Dio. Ecco la paga che satana ha serbato a coloro che si mettono al suo servizio. Ha fatto sperar loro beni e delizie, e alla fine si sono trovati privi de beni celesti e immersi nell’amarezza eterna. Sulla terra poche gioie e non intere, perché finite sempre col disgusto e nel turbamento della coscienza. Nell’altra vita nessun bene e mali interminabili. Ben altrimenti avviene a coloro, che seguono Dio.Le opere di costoro sono: la carità, il gaudio, la pace, la benignità, la bontà, la longanimità, la mansuetudine, la fedeltà, la modestia, la continenza, la castità. Sono opere che costano un po’ di sacrificio al nostro amor proprio e alle nostre tendenze sregolate; ma che non sono senza premio neppur su questa terra. Il gaudio, la pace non si hanno che da chi segue lo spirito. E dopo il gaudio e la pace verrà la ricompensa eterna. Gesù che aveva detto agli Apostoli e ai discepoli : «Voi sarete nella tristezza», ha anche aggiunto : «Ma la vostra tristezza sarà cambiata in gioia» (Joan. XVI, 29). Di coloro che seguono Lui invece di satana, ha detto chiaramente: «Le mie pecorelle ascoltano la mia voce; io le conosco ed esse mi seguono, e io darò loro la vita eterna» (Joan. X, 27-28). Giosuè, avvicinandosi la fine della sua vita, fa giurare dal popolo ebreo fedeltà a Dio. Prima di compiere la cerimonia, tiene un discorso in cui, fatti passare i favori usati dal Signore a Israele, domanda: «Se vi sembra un male servire il Signore vi si dà la scelta: eleggete oggi quel che vi piace; e a chi dobbiate di preferenza servire: se agli dei, ai quali servirono i vostri padri nella Mesopotamia, oppure agli dei degli Amorrei nella terra dei quali abitate: ma io e la mia casa serviremo il Signore. E il popolo rispose… Noi serviremo al Signore, perché Egli è il nostro Dio» (Gios. XXIV, 15-18).Il Cristiano ha davanti agli occhi due padroni, che non può servire simultaneamente. A lui è data la scelta. Questi padroni li conosce bene tutti e due. Uno è un angelo debellato, omicida fin dal principio, principe della tenebre, padre della bugia, giudicato per mezzo della morte di Gesù Cristo, che strappò a Lui le anime. L’altro è il Re dei Re, Signore dei dominanti, via, verità, vita, giudice dei vivi e dei morti. Uno ci impone un giogo insopportabile e vergognoso: l’altro ci sottopone a un giogo leggero e soave; poiché « il giogo di Gesù Cristo non grava sul collo, ma lo orna, non piega a terra i nostri capi ma gli innalza» (S. Massimo, Serm. 75). Uno fa promesse che non può mantenere, perché nessuno può dare quel che non ha, e ci conduce alla dannazione eterna: l’altro mantiene la promessa e ci dà la corona eterna. Purtroppo, «Dio promette il regno ed è disprezzato, il diavolo ci procura l’inferno ed è onorato » (s. Giov. Cris. In Act. Ap. Hom., 6, 3). Non cadiamo noi in tanta stoltezza da preferire il diavolo a Dio. Parrà dolce sul principio servir satana, ma presto verrà il disinganno. Dove non c’è pietà, non c’è felicità. Sembrerà duro sul principio servire il Signore, ma presto esclamerai: « Come sono amabili le tue tende, o Dio degli eserciti » (Ps. LXXXIII, 2) in attesa di passare dalle tende alla patria.

 Graduale

Ps CXVII:8-9
Bonum est confidére in Dómino, quam confidére in hómine.

[È meglio confidare nel Signore che confidare nell’uomo].

V. Bonum est speráre in Dómino, quam speráre in princípibus. Allelúja, allelúja
 

[È meglio sperare nel Signore che sperare nei príncipi. Allelúia, allelúia].

Alleluja

XCIV: 1.
Veníte, exsultémus Dómino, jubilémus Deo, salutári nostro. Allelúja.

[Venite, esultiamo nel Signore, rallegriamoci in Dio nostra salvezza. Allelúia.]

 Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum S. Matthæum.
Matt VI: 24-33

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Nemo potest duóbus dóminis servíre: aut enim unum ódio habébit, et álterum díliget: aut unum sustinébit, et álterum contémnet. Non potéstis Deo servíre et mammónæ. Ideo dico vobis, ne sollíciti sitis ánimæ vestræ, quid manducétis, neque córpori vestro, quid induámini. Nonne ánima plus est quam esca: et corpus plus quam vestiméntum? Respícite volatília coeli, quóniam non serunt neque metunt neque cóngregant in hórrea: et Pater vester coeléstis pascit illa. Nonne vos magis pluris estis illis? Quis autem vestrum cógitans potest adjícere ad statúram suam cúbitum unum? Et de vestiménto quid sollíciti estis? Consideráte lília agri, quómodo crescunt: non labórant neque nent. Dico autem vobis, quóniam nec Sálomon in omni glória sua coopértus est sicut unum ex istis. Si autem fænum agri, quod hódie est et cras in clíbanum míttitur, Deus sic vestit: quanto magis vos módicæ fídei? Nolíte ergo sollíciti esse, dicéntes: Quid manducábimus aut quid bibémus aut quo operiémur? Hæc enim ómnia gentes inquírunt. Scit enim Pater vester, quia his ómnibus indigétis. Quaerite ergo primum regnum Dei et justítiam ejus: et hæc ómnia adjiciéntur vobis”.

[“In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: Nessuno può servire due padroni: imperocché od odierà l’uno, e amerà l’altro; o sarà affezionato al primo, e disprezzerà il secondo. Non potete servire a Dio e allo ricchezze. Per questo vi dico: non vi prendete affanno né di quello onde alimentare la vostra vita, né di quello onde vestire il vostro corpo. La vita non vale ella più dell’alimento, e il corpo più del vestito! Gettate lo sguardo sopra gli uccelli dell’aria, i quali non seminano, né mietono, né empiono granai; e il vostro Padre celeste li pasce. Non siete voi assai da più di essi? Ma chi è di voi che con tutto il suo pensare possa aggiuntare alla sua statura un cubito? E perché vi prendete cura pel vestito? Pensate come crescono i gigli del campo; essi non lavorano e non filano. Or io vi dico, che nemmeno Salomone con tutta la sua splendidezza fu mai vestito come uno di questi. Se adunque in tal modo riveste Dio un’erba del campo, che oggi è e domani vien gittata nel forno; quanto più voi gente di poca fede? Non vogliate adunque angustiarvi, dicendo: Cosa mangeremo, o cosa berremo, o di che ci vestiremo? Imperocché tali sono le cure dei Gentili. Ora il vostro Padre sa che di tutte queste cose avete bisogno. Cercate adunque in primo luogo il regno di Dio e la sua giustizia; e avrete di soprappiù tutte queste cose”].

Omelia II

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

Sopra il servigio di Dio.

“Nemo potest duobus Domini, servire”

Matth. VI –

Gli uomini gelosi della loro autorità non soffrono che altri ne siano a parte. Un padrone può avere più servi al suo seguito, ma un servo non può avere più padroni. Da che si dichiara per l’uno, egli abbandona l’altro: se rispetta l’uno, dispregia l’altro, dice Gesù Cristo: quindi conchiude questo divin Salvatore, che noi non possiamo servire Dio ed il danaro; tosto che noi ci attacchiamo ad uno di questi padroni, bisogna necessariamente rinunciar all’altro: Non potestis servire Deo, et Mammonæ. No, fratelli miei, noi non possiamo unire il servigio di Dio con quello delle nostre passioni; noi non possiamo seguire nello stesso tempo le massime del mondo, e le massime del Vangelo; se ricerchiamo la sua amicizia, noi incorriamo allora la disgrazia di Dio; siccome al contrario, noi dispiaciamo al mondo, tosto che noi vogliamo piacere a Dio. Se con certi riguardi noi cerchiamo aggiustarci con l’uno e con l’altro, allora noi dispiaceremo a tutti due, perché i precetti e le massime di questi due padroni non possono conciliarsi insieme. Nemo potest etc. Or nell’impossibilità in cui siamo di contentare due padroni nello stesso tempo, qual partito dobbiamo noi prendere? Ma che dico io? V’è forse a deliberare? Qual è il più grande ed il migliore di questi padroni? Non è forse il Signore? A Lui dunque conviene dare la preferenza. Al che vengo io ad esortarvi, fratelli miei, in questa istruzione, ove vi farò vedere i forti motivi che vi obbligano di servir a Dio, ed in qual modo, voi dovete servirlo: due punti importanti che combattono due errori. Gli uni non pensano affatto a Dio, come se non esistesse; gli altri si persuadono falsamente fare tutto ciò che Dio dimanda da essi, mentre non adempiono che ad una parte della legge. Io farò vedere ai primi, che servir a Dio è un obbligo dei più indispensabili: primo punto. Ai secondi, che servir a Dio è un obbligo dei più estesi: secondo punto.

I. Punto Amar Dio, temerlo e servirlo, è il dovere essenziale dell’uomo sopra la terra; è in questo che consiste tutto l’uomo, come dice lo Spirito Santo: Hoc est omnis homo. Tutto ci obbliga ad adempiere a questo dovere, i diritti che Dio ha su di noi, ed il nostro proprio interesse. Iddio è nostro Creatore, il quale non ci ha dato l’essere che per servirlo; Egli è nostro supremo Signore, da cui noi dipendiamo in tutte le cose: qual cosa più giusta che di pagargli il tributo dei nostri omaggi, servendolo fedelmente. Ma oltre il diritto che Dio ha di esigere da noi questi servigi, Egli è un sì buon padrone, che vuol ancora attaccarci a Lui per via delle ricompense che ci promette; siccome ci conosce interessati, così ha fissata la nostra felicità nell’adempimento dei nostri doveri. La giustizia, l’interesse, debbono dunque indurci egualmente a servire al nostro Dio, come al più grande, e al migliore di tutti i padroni, la giustizia per rapporto a Dio e l’interesse per noi medesimi. Siate, fratelli miei, sensibili a questi motivi che meritano tutta la vostra attenzione. – Non era necessario che Dio ci cavasse dal nulla, poteva Egli fare senza di noi, come pure senza tutte le altre creature; quand’anche non ne avesse prodotta alcuna, non sarebbe stato meno felice, meno perfetto, ma avendo stabilito di darci l’essere, Egli non poteva farlo per alcun altro fine che per la sua gloria. Egli ha fatta ogni cosa per se stesso, dunque per se stesso Egli ha fatto l’uomo; perciò tutte le creature pubblicane nel loro linguaggio la gloria del loro autore: i Cieli l’annunziano, dice il Profeta: Cæli enarrant gloriam Dei (Psal. XVIII). E la terra si unisce ai Cieli, dice il Crisostomo, per pubblicare le meraviglie del Creatore. Ciascun giorno, continua il Profeta, insegna a lodar il Signore al giorno seguente, ed ogni notte istruisce la notte seguente nell’arte di cantar le grandezze di Dio. Queste lodi che non sono giammai interrotte, sono un linguaggio intelligibile che si fa intendere sino alle estremità della terra. In una parola, tutte le creature servono a Dio nella loro maniera, manifestando le sue adorabili perfezioni. Le une fanno conoscere la sua bontà, le altre la sua possanza, la sua sapienza, la sua provvidenza. Ma di tutte le creature che sono sopra la terra, non havvene alcuna che possa, e debba glorificare e servir Dio in una maniera così perfetta, come l’uomo, perchè l’uomo solo può conoscere la grandezza di questo Essere supremo che merita tutti i nostri omaggi: l’uomo solo è capace di amare questa bontà infinita che non è conosciuta dalle altre creature. – Che dobbiamo dunque pensare dell’uomo che manca a questo dovere? Ohimè! egli è un mostro nella natura, che si allontana dal fine per cui è creato; si è un più gran disordine che se il sole ricusasse al mondo la sua luce, se la terra diventasse sterile; perciocché siccome Iddio ha fatto il sole per illuminare, la terra per portar frutto, così ha fatto l’uomo per venirne servito e glorificato. È egualmente impossibile all’uomo di essere dispensato da questo dovere che di sussistere senza Dio; or esso dipende necessariamente da Dio, come dal suo primo principio: dunque deve necessariamente tendere a Dio, come a suo ultimo fine, il che non può fare che servendolo, e riferendo a Lui tutte le sue azioni. Egli diverrebbe tanto più colpevole di sottrarsi a quest’obbligo, quanto che Dio per indurvelo ha sottomesse tutte le altre creature al servigio dell’uomo: Omnia subjecisti sub pedibus eius (Psal. VIII). Infatti non è forse per l’uomo, che il sole sparge sulla terra la sua luce ed il suo calore; che la terra produce un’abbondanza di frutti in ogni stagione dell’anno? Non è forse all’uso dell’uomo che sono destinati gli uccelli del cielo, gli animali della terra, i pesci del mare; gli uni per nutrirlo, gli altri per servirlo? Omnia subjecisti. Ah! che l’uomo riempierebbe degnamente questo dovere a riguardo di Dio, se fosse egli così esatto a servirlo, come le creature lo sono a compiere i disegni di Dio ! Ma quanto mai diversamente egli opera? L’uomo solo sembra non aver ricevuto il privilegio della cognizione e della libertà, che per ribellarsi contro l’Autore del suo essere. Eppure qual padrone più grande e più potente! Si fanno gloria nel mondo gli uomini di essere al servizio di coloro che sono attorniati dalla grandezza, sostenuti dalla possanza, accompagnati dalla gloria, favoriti dalla fortuna; gli uni attirati dall’onore di accostarsi loro da vicino, gli altri dai vantaggi che sperano, premurosi sono a gara di dare segni della loro sommissione; con tutto ciò, che sono tutti i grandi della terra, i re, i potentati dell’universo, in confronto del Signore nostro Dio, la cui grandezza è infinitamente superiore a tutte le grandezze umane, solo grande, solo potente, avanti a cui tutte le potenze non sono che debolezza, e un nulla ? Tu solus altissimus in omni terra (Psal. LXXXII). Egli è che mette la corona sul capo dei re e lo scettro nelle loro mani; che può, quando gli piace, rompere quegli scettri e quelle corone. Egli è il Re dei re, da cui i sovrani medesimi si fanno gloria di dipendere; qual onore non è dunque di servire ad un sì gran padrone? Servirlo si è regnare, si è più che comandare a tutto l’universo si: servire Deo regnare est. E quindi, fratelli miei, che ne segue? Che tutto quello che si fa per un sì gran padrone, benché piccolo comparisca, è infinitamente al di sopra di tutto ciò che si può fare di più grande secondo il mondo; che la minima azione di virtù, una breve preghiera ben fatta, la più leggera mortificazione, la più modica limosina supera tutte le azioni di valore, le vittorie le più segnalate, le conquiste dei Regni e degli Imperi; perché tutto ciò che riguarda un Dio infinitamente grande, partecipa in qualche modo dell’eccellenza del suo essere. Che ne segue ancora? Che un vero servo di Dio, fosse pure l’ultimo del mondo, è infinitamente superiore a tutti i potentati. Giudichiamone, fratelli miei, dalla differenza che fassi al giorno d’oggi tra i Cesari e gli Alessandri, quei famosi conquistatori, avanti a cui tutta tremò la terra; ed un Pietro, il quale non era che un povero pescatore: la memoria degli uni si è dissipata colle loro conquiste, e l’altro è divenuto l’oggetto del nostro culto; perciò, il santo re Davide, gloriavasi più della qualità di servo di Dio, che dei titoli del suo regno: servus tuus ego sum (Psal. CXVIII). – O voi che aspirate alla gloria, e che cercate sovente quella che vi fugge, servite al Signore, e voi sarete veramente grandi, poiché Egli è il più grande di tutti i Sovrani. Voi troverete ancora la vostra felicità nel servirlo, perché Egli è il migliore di tutti i padroni. Un padrone che ci lascia tutto il profitto dei nostri servigi, che ci domanda poco per darci molto, che ci promette una felicità infinita per ricompensa, deve senza dubbio essere riguardato come il migliore di tutti i padroni. Ora, così è, fratelli miei, che Dio si diporta a nostre riguardo; qual motivo fortissimo di attaccarci a Lui! No, Iddio non ci domanda verun servigio per suo proprio interesse; ben diverso dai padroni del mondo, i quali non hanno i servi che per bisogno, né li ricompensano che in vista dei vantaggi che essi ne ricavano: Dio non ha bisogno dei nostri servigi, Egli basta a se stesso; egli trova in se stesso la sua gloria e la sua felicità. Se Egli trae la sua gloria dalla sommissione, e dai servigi che esige dalle sue creature, la trarrà eziandio dalle vendette che eserciterà sui trasgressori della sua legge. Per noi soli dunque travagliamo servendolo: ma qual vantaggio, qual felicità troviamo noi nel servigio di Dio? I più veri vantaggi per questa vita, ed una felicità eterna per l’altra. Quali beni in questa vita non ci procura la nostra fedeltà nel servir a Dio? Domandatelo al re Profeta: beati, dice egli, sono coloro che temono il Signore e che camminano nelle vie dei suoi comandamenti: beati omnes qui timent Dominum, qui ambulant in viis ejus ( Ps. CXXVII). Dio benedice i loro lavori; essi ne gusteranno i frutti, e saranno ricolmi di beni: beatus es, et bene tibi erit. Proveranno tutta la tenerezza di un’amabile provvidenza, sempre attenta a provvedere ai loro bisogni. Ce lo assicura Gesù Cristo medesimo nell’odierno Vangelo. Osservate, dice Egli, gli uccelli del Cielo, i quali sebbene non seminino, né mietano, pure non mancano di alimento; mirate i gigli dei campi, che sono meglio adornati che Salomone nella sua gloria; con quanto più forte ragione il Padre celeste avrà egli cura di voi che siete suoi figliuoli, e che gli siete molto più cari che i fiori e gli animali delle campagne? Egli è vero che una prosperità temporale non è sempre la ricompensa della virtù: Dio ne priva qualche volta i suoi servi per far loro conoscere che riserva loro una felicità più soda e più durevole: ma invece di questa prosperità che Dio non accorda ai suoi eletti, Egli sparge su di esse grazie abbondanti che raddolciscono le amarezze onde sono afflitti, che rendono loro facile la strada alla felicità che lo apparecchia nel Cielo; si è un’azione, una pace, una tranquillità d’anima che sorpassa colla sua dolcezza tutte le allegrezze e i piaceri della terra, che fa loro dire che un giorno solo passato nel servizio del “Signore vale più che mille nel servizio del mondo: melior est dies una in atriis tuis super millia (Psal. LXXXIII). Rendete qui testimonianza alla verità, anime sante che ne fate la felice esperienza: qual allegrezza, qual contento non provate dentro di voi medesime, camminando per le vie dei comandamenti del Signore cangereste voi la vostra sorte con quella di tutti i felici del secolo? Rendete voi medesimi, peccatori, testimonianza a quel che dico: in qual giorno di vostra vita avete voi provato maggior contento? Non è forse in quei giorni di salute, in cui avete voi fatta la vostra pace con Dio e che avete impiegati nel servirlo? Al contrario dappoichè siete assoggettati di nuovo a Dei stranieri, ed avete ripigliata la strada delle vostre passioni, da quali pungenti affanni la vostra incostanza non è stata accompagnata? Gustate dunque, e vedete ancora quanto il Signore è soave a coloro che lo servono, voi troverete in Lui un padrone che vi ricompenserà infinitamente al di sopra dei vostri servigi. Ed in vero, non è già del Dio che noi adoriamo, come degli uomini che promettono ai loro servi ciò che essi non possono loro osservare, e che per una bizzarra incostanza sovente mancano alla loro promessa: si affatica taluno, si consuma per rendere loro servigio e si vede frustrato di una speranza, di cui erasi lusingato. E perché mai? Perché gli uomini non conoscono sempre coloro che li servono, e se li conoscono, non sono sempre ben disposti a loro riguardo, o non hanno di che soddisfarli. Finalmente se il mondo ricompensa i suoi servi, egli domanda loro molto per dare poco; non è che dopo molte pene, dopo molti travagli che meritare si possono i suoi favori. Quanto non ci costa per giungere ad una fortuna che ci proponiamo, per soddisfare una passione che abbiamo per il piacere? A che finiscono per l’ordinario tutti i passi che abbiamo fatti, tutta la servitù cui ci siamo assoggettati? Ad un fumo d’onore, ad un bene fragile e caduco, ad un piacere d’un momento che non uguagliano giammai ciò che abbiamo fatto per arrivarvi, o che per lo meno non soddisfano giammai appieno i nostri desideri. Ma quanto i servigi che noi rendiamo a Dio sono diversamente pagati! Così magnifico nei suoi doni, come fedele nelle sue promesse, Egli non lascia alcuno dei nostri servigi senza ricompensa; si è la ricompensa la più certa, la più abbondante, la più durevole; ricompensa la più certa per la cognizione ch’Egli ha dei nostri servigi e per la fedeltà a mantenere le sue promesse. Sommo scrutatore dei cuori, Egli ci tien conto, non solo delle azioni che sono conosciute dagli uomini, ma ancora di quelle che Egli solo conosce. Nulla sfugge ai suoi occhi e alla sua liberalità; gli è egualmente impossibile di mancar alla sua parola, che cessar di essere Dio. Ecco ciò che consolava il grande Apostolo nelle fatiche e nei travagli che soffriva per la gloria di Gesù Cristo: io so, dice egli, con chi ho a fare e a chi ho confidato il mio deposito: scio cui credidi (II Tim. 1). Io aspetto con certezza la corona di giustizia che il giusto Giudice mi ha promessa: reposita est mihi corona justitiæ (2 Tim. 8). Ho detto ricompensa la più abbondante; sia che si consideri in se stessa, sia che facciasi attenzione a quel che Dio ci domanda per meritarla. Qual è questa ricompensa? Si dice tutto, dicendovi che Dio medesimo sarà vostra ricompensa: ero merces tua magna nimis (Gen. XV). Sì, io sono che voglio essere vostra ricompensa, io che sono il sommo bene, capace di contentare tutti i vostri desiderii; si è il mio regno che io vi destino per prezzo dei vostri servigi: ego dispono vobis regnum (Luc. XXII). I re della terra hanno forse giammai portata ad un sì alto grado la loro liberalità? Eh! che sono tutti i regni del mondo in paragone del regno di Dio? Ma che cosa Dio ci domanda, fratelli miei, per darci questa ricompensa così abbondante? Ben diverso dal mondo che domanda poco per dare molto, che ci chiede Egli? Niente che sia superiore alle nostre forze, che non sia anche facile con la grazia che Egli ci dà per adempierlo. Il suo giogo è soave, ed il suo peso leggero: un poco di violenza, un poco di attenzione su di noi medesimi per osservare i suoi comandamenti. Egli è un sì buon padrone che il solo desiderio di piacergli e di soffrire per Lui, ci tiene luogo di merito, allorché non abbiamo altra cosa a presentargli. Un solo bicchiere d’acqua dato per amor suo, una leggera afflizione sopportata con pazienza, avrà la sua ricompensa nel Cielo. Ora, se tutte le tribolazioni della vita non sono degne di essere messe in confronto col peso immenso di gloria che Dio riserba ai suoi eletti, come dice l’Apostolo, non è forse dare per nulla questa gloria il darcela per alcuni momenti di dolori e di patimenti? pro nihilo salvos facies illos (Ps. LV). Possiamo ricusare di comprarla a questo prezzo? Principalmente se facciamo attenzione alla sua durata che è quella di Dio medesimo, vale a dire che non avrà mai fine. Cercate ora un padrone così liberale, così generoso, così magnifico verso i suoi servi, come il Signore lo è a nostro riguardo. Con tutto ciò, fratelli miei, chi sono coloro che si attaccano sinceramente al suo servigio? Ohimè! che il numero dei suoi servi è ben piccolo! Il mondo, benché ingiusto e perfido, trova dei partigiani quanti ne vuole; sebbene rigetti coloro che gli hanno dispiaciuto, e che gli sono divenuti inutili, non si cessa di camminare sotto i suoi stendardi; ed il Dio delle misericordie sempre pronto a ricevere eziandio coloro che l’hanno offeso, che non ha in verun modo bisogno di noi, non vede che dell’indifferenza nella maggior parte degli uomini per ciò che riguarda il suo servigio. O figliuoli degli uomini! e fino a quando insensibili ai vostri veri interessi, trascurerete voi di seguire il partito di un sì buon padrone che ricompensa così bene i suoi servi, per attaccarvi a padroni stranieri che pagano così male i vostri servigi? Voi correte, o ambiziosi, dietro un fumo che vi fugge; avari, voi vi attaccate al vostro denaro che vi cagiona mille inquietudini; voluttuosi, voi abbandonate il vostro cuore ad una creatura che si ride delle vostre compiacenze. Ah! che voi meritate benissimo la trista sorte, di cui vi lamentate! Ma voi ne proverete una molto più trista, allorché separati da quei padroni cui vi servite, voi non troverete più in Dio che un Giudice severo che trarrà la sua gloria dai castighi che vi farà soffrire. Non è forse meglio glorificarlo con l’amore, che con i tormenti, divenendo la vittima delle sue vendette? Ma come bisogna servir Dio?

Il. Punto. Servir Dio, come lo merita; non è solamente rendergli un culto di religione, con cui si riconosce il suo supremo dominio sopra tutte le creature; non v’è alcuno, per poco che sia illuminato dalla fede, o dalla ragione, il quale non faccia a Dio un omaggio delle sua dipendenza. Ma Dio non ha solamente comandato all’uomo di rendergli il culto supremo adorandolo, ha ancora comandato di servirlo: Dominum Deum tuum adorabis, et illi soli servies (Matth. VIII). Servir Dio si è dunque qualche cosa di più che adorarlo, indirizzargli preghiere, rendergli certi omaggi che la Religione ci prescrive; si è ancora dedicarsi intieramente a Lui, dargli la preferenza sopra tutte le cose, consacrargli tutte le sue azioni, adempier in tutto la sua volontà, camminar con allegrezza nella via dei suoi comandamenti. Tale è l’idea generale che voi dovete formarvi alla bella prima del servigio di Dio e che io vi riduco a due punti principali. Convien servire a Dio solo; perché Egli è il più grande di tutti i padroni: illi soli servies. Convien servirlo con allegrezza e fervore, perché Egli è il migliore di tutti i padroni: servite Domino in lætitia (Ps. XCIX). Dio vuol essere servito Egli solo, e con ragione. Egli è il solo Sovrano che abbia diritto di esigere tutti i nostri servigi; Egli non può soffrire rivale alcuno che entri a parte con Lui della gloria che gli è dovuta; sarebbe dunque fargli ingiuria il rapirgliene una parte per darla ad un altro padrone, che a Lui. E come si può unire col servigio di Dio il servigio di un altro padrone, le cui leggi sono interamente opposte a quelle ch’Egli ci ha fatte? Si è unire la luce con le tenebre. Gesù Cristo non può accordarsi con Belial, dice l’Apostolo: quae conventio Christi ad Belial (II Cor. VI)? Se voi prendete dunque il partito di servire al Dio del Cielo, non bisogna servire al servizio del mondo, del demonio, delle vostre passioni: perciocché se voi vi attaccate al servizio di questi padroni; se voi vi lasciate signoreggiare dall’amor delle ricchezze, degli onori e dei piaceri, se voi seguite le massime del mondo corrotto, voi mancherete sicuramente di fedeltà al vostro Dio. Questi ministri stranieri che voi servirete, v’indurranno per piacer loro a molte azioni contrarie alla volontà di Dio. Se attaccate il vostro cuore al danaro, voi commetterete ingiustizie per averne, o non avrete per lo meno quello spirito di povertà che Gesù Cristo ci raccomanda nel suo Vangelo. Se voi date luogo nel vostro cuore all’idolo di una rea passione, voi lo rapite a Dio che deve esserne il padrone assoluto. Finalmente se voi cercate di piacere agli uomini, voi non siete più servi di Gesù Cristo, perché per piacere agli uomini (dico agli uomini profani e perversi), bisogna adottare sentimenti contrari al Vangelo, bisogna essere a parte dei loro piaceri, vendicarsi dei nemici come essi, sostenere le loro pretensioni ingiuste, assoggettarsi ad una infinità di altre leggi contrarie alle leggi del Signore. Invano presenterete voi a Dio dei sacrifici con una mano, mentre coll’altra offrirete dell’incenso a Baal: invano gli indirizzerete preghiere, farete limosine, adempirete certe obbligazioni che la Religione vi prescrive; se voi non rinunciate a quegli impegni che sono per voi un’occasion di peccato; se voi non sacrificate quella passione che vi predomina, Dio riproverà i vostri sacrifici, come riprovò quello di Saul, il quale nello sterminio degli Amaleciti risparmiò il loro Re contro il divieto che Dio gliene aveva fatto: Egli non vi terrà alcun conto della vostra fedeltà a certi punti della legge, se questa fedeltà non è intera. Egli vuol tutto interamente, vale a dire, che ricusargli un sacrificio si è ricusargli tutto: è l’integrità dei nostri servigi che dimanda; e vuole che noi dimentichiamo in qualche modo sino le cose anche necessarie alla vita. Per la qual cosa ci raccomanda nel Vangelo di non metterci in pena ove prenderemo di che cibarci, e di che vestirci, perché la sua divina Providenza si è impegnata a provvederci; Egli vuole le obbligazioni che la Religione vi prescrive ; Egli vuole che il nostro primo pensiero sia di cercare il suo regno e la sua giustizia, e ci promette di darci tutto il restante: quærite primum regnum Dei, et justitiam eius, et hæc omnia adjicentur vobis (Matth. VI). Non già, fratelli miei, che Dio ci comandi per il suo servigio di trascurar le nostre occupazioni, i nostri impieghi, Egli ci permette di dare attenzione agli affari temporali; vuole ancora che noi adempiamo i doveri di un impiego in cui siamo impegnati, ma vuole che lo facciamo con mira di piacergli, vuole che il suo servigio tenga il primo posto tra le nostre occupazioni; Egli ci proibisce tutte quelle che ce ne allontanerebbero, e che sarebbero incompatibili col servigio che gli dobbiamo. Perché dunque, fratelli miei, tanto deliberare sul partito che dovete prendere? Se Baal è vostro Dio, diceva altre volte un Profeta ad un popolo infedele, se esso può rendervi felici, seguitelo pure, ve lo permetto; ma se è il Signore, che merita tutti i vostri servigi, fin a quando esiterete voi di darvi a Lui? usquequo claudicatis in utramque partem (3 Reg. XVIII)? Evvi forse un padrone, da cui abbiate più a sperare, o più a temere che dal Signore vostro Dio? Ohimè! i servigi che gli rendete, sono già sì poca cosa in paragone delle ricompense che vi promette; bisogna ancora rapirgliene una parte per darla a padroni ingrati e perfidi, che non vogliono, né possono rendervi felici? Ah! se voi conosceste la grandezza e la bontà del padrone che servite, ben lungi di dividere con altri l’amore e i servigi che gli dovete, voi fareste al contrario tutti gli sforzi per fare di più di quel che vi domanda, sul timore di non fare tutto ciò che vi prescrive, o per lo meno riparereste col vostro fervore nel servirlo quel che la vostra debolezza non vi permette sovente di fare. No, fratelli miei, non sono le azioni eroiche che Dio domanda da voi, ma è il gran cuore, con cui farete quel che potrete nel vostro stato; Egli ama quei servi che gli danno con allegrezza, come dice l’Apostolo: hilarem datorem diligit (2 Cor. IX); che camminano con piacere nella via dei suoi comandamenti, che facendo minor attenzione a quel che han fatto, che a quel che hanno a fare, si esercitano con applicazione, dice S. Bernardo, nella pratica delle buone opere del loro stato; che lungi dal disanimarsi per le difficoltà che trovansi nella strada della virtù; le superano con coraggio, sono assidui all’orazione, a frequentare i Sacramenti, puntuali a seguire una regola prescritta, tutte queste azioni sono animate da uno spirito interiore; che non si lamentano giammai del rigore della perfezione, né del tempo che bisogna impiegare negli esercizi della vita cristiana; che sono sempre contenti in qualunque stato piaccia alla divina Providenza di collocarli, che non si contentano di evitare le colpe considerabili, ma che si astengono dalle minime apparenze di male; che non cercano, in una parola, in tutte le loro azioni che di fare la volontà di Dio e di piacergli. Tale è, fratelli miei, il carattere dei veri e ferventi servi di Dio; questi sono i fedeli adoratori in ispirito ed in verità, che il Padre celeste domanda, ben diversi da quei servi vili, tiepidi e poltroni, i quali nol servono che con nausea, trovano il giogo del Signore troppo grave, non lo portano, o piuttosto lo strascinano con tristezza, e si lamentano sempre delle difficoltà che trovano nel servigio di Dio, temendo di far troppo, e perdendosi di coraggio al minimo ostacolo che si presenta; essi non s’avanzano, per così dire, che contando i passi nelle vie della salute: voi li vedete or avanzare, or ritornar indietro, facendo più attenzione a quel che hanno fatto, che a quel che hanno a fare; essi credono di essere al termine della loro carriera, mentre appena l’hanno incominciata. Siccome sono più mossi dal loro interesse che da quelli di Dio, non si fanno alcuno scrupolo di cadere in molte colpe veniali che essi si perdonano facilmente e di cui non hanno attenzione di correggersi; fanno l’opera di Dio, ma la fanno trascuratamente, in fretta, e quasi per forza, riguardandola come un peso, di cui sono impazienti di sgravarsi: se pregano, è senz’attenzione e raccoglimento; se frequentano i Sacramenti, non ne ricavano alcun profitto; il solo nome di penitenza gli spaventa; tremano all’avvicinarsi di un digiuno, di una quaresima che trovano troppo lunga, e di cui sono impazienti di veder il fine. Convengono essi nulla di meno che bisogna farsi violenza, mortificarsi per guadagnare il Cielo; ma non vogliono che troppo loro costi; l’amor proprio non vuol perdere i suoi diritti: sono umili, quando non sono dispregiati, sono pazienti quando non sono offesi; casti quando non sono tentati, caritatevoli quando non bisogna incomodarsi per sollevare l’indigenza. Sono essi assaliti da qualche tentazione? non vi resistono che debolmente. Convien fare alcune buone opere? sono le più facili che scelgono, e dove hanno maggior inclinazione. Come fanno essi queste buone opere? sovente per convenienza, per usanza, per una divozione superficiale che un poco di religione loro ispira. Attaccati scrupolosamente a certe pratiche di pietà che si sono prescritte, nutriscono al di dentro passioni segrete che non hanno attenzione di domare; quindi viene che abbandonano facilmente le loro preghiere, la loro lettura, e gli altri esercizi della vita cristiana, tosto che si tratta di farsi violenza per es servi assidui. Gli affari, le compagnie che si presentano, li dissipano subito, e fanno loro abbandonare il servigio di Dio; e dopo essersi fatta violenza qualche tempo, seguono ben presto tutta l’impetuosità delle loro passioni. Non vi riconoscete voi forse, fratelli miei, al ritratto che fatto vi ho dei servi tiepidi e codardi? Se questo è, tremate per voi medesimi, perché siete in uno stato molto pericoloso per la salute; e piacesse a Dio, disse il Signore a quell’uomo che vi rassomiglia, piacesse a Dio che tu fossi freddo e caldo; ma perché tu sei tiepido, io comincio a vomitarti dalla mia bocca: utinam frigidus es ses, vel calidus; sed quia tepidus es, incipiam te vomere ex ore meo (Apoc. III). Qual espressione, fratelli miei! e la comprendete voi bene! Vale a dire che un servo tiepido è a riguardo di Dio come un cibo che lo stomaco più non sopporta. Il cuore di Dio non sopporta più questa creatura, se ne disgusta, non può soffrirla, Egli ama meglio che sia fredda, cioè che sia immersa nell’iniquità e nello sregolamento, perché l’orrore che ella avrebbe della sua condotta, il timore dei castighi la farebbe rientrare nel suo dovere; laddove un’anima tiepida che si acceca sopra il suo stato, che non si crede colpevole, è molto più difficile a convertire; avvezza a commettere colpe leggiere, confonde le mortali con le veniali, cade a sangue freddo nelle une, come nelle altre, allontana da sé le grazie particolari che Dio unisce alla fedeltà nel riempiere i suoi doveri; così abbandonata da Dio, accecata dalle sue illusioni, ella cade di abisso in abisso nell’ostinazione, nell’impenitenza finale, e nella morte eterna. Quanto è a temere questo stato, fratelli miei, e quali sforzi non dovete voi fare per uscirne, se infelicemente siete in esso impegnati, e per preservarvene, se non vi siete ancora? Niun mezzo più sicuro che servir a Dio con fervore: servite Domino in lætitia: Egli è più gran de di tutti i padroni, da cui voi avete il più a temere; Egli è il migliore di tutti i padroni, da cui voi avete più a sperare. Qual cosa più capace di rianimare in voi quello spirito di fervore, con cui Egli esige di essere servito? spiritu ferventes, Domino servientes (Rom. XII). Osservate come i re della terra, i grandi del mondo sono serviti, con qual puntualità si ubbidisce al minimo segno del loro volere. Mirate voi medesimi, come volete essere serviti da coloro che vi sono soggetti. Che direste voi di un servo, il quale non vi ubbidisce che brontolando e fa cesse di mal grado e con negligenza quello che gli co mandate. Come volete voi dunque che Dio vi tratti, se nol servite che in questa maniera? Ah! piuttosto considerate la grandezza del padrone che voi servite, le magnifiche ricompense che vi promette; questa vista v’indurrà a servirlo in tutto, a servirlo con fervore. Questo fervore vi renderà facile Ogni cosa e darà alle vostre azioni anche le più indifferenti un grado di merito per il Cielo. Considerate ancora ciò che Gesù Cristo ha fatto per voi, con qual fervore si è dato egli medesimo per la vostra salute. Quello che voi farete, uguaglierà forse giammai ciò che egli ha fatto per voi? Fate dunque tutte le vostre azioni con uno spirito interiore: spiritu ambulate (Gal. V). Questo fervore si manifesti colla pratica delle virtù, che l’Apostolo chiama i frutti dello Spirito Santo come sono la pazienza, le mansuetudine, la longanimità, la continenza, la castità: a questi segni voi conoscerete che siete i veri servi di Dio. Non riguardate giammai ciò che avete fatto, mentre qualunque cosa abbiamo fatta per Dio, bisogna sempre riguardarci come servi inutili: servi inutiles sumus (Luc. XVII). Non pensate che a quel che vi resta per avanzar sempre di più in più nella via della santità. Siate fedeli a riempiere i vostri più piccoli doveri: distribuite così bene il vostro tempo, che l’orazione, il santo sacrificio, la lettura, la visita al Santissimo Sacramento vi abbiano luogo. Non regolate giammai il servizio di Dio sui vostri affari; ma piuttosto tutti i vostri affari siano regolati, subordinati al servigio del Signore; diportatevi in tutte le vostre azioni in una maniera degna di Dio; siate premurosi per quel che riguarda il suo servigio; dategli con un gran cuore ciò che egli vi domanda: corde magno et animo volenti; egli vi ricompenserà altresì con un amore degno di lui. Così sia.

Credo …

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus
Ps XXXIII:8-9

Immíttet Angelus Dómini in circúitu timéntium eum, et erípiet eos: gustáte et vidéte, quóniam suávis est Dóminus.

[L’Angelo del Signore scenderà su quelli che Lo temono e li libererà: gustate e vedete quanto soave è il Signore].

Secreta

Concéde nobis, Dómine, quǽsumus, ut hæc hóstia salutáris et nostrórum fiat purgátio delictórum, et tuæ propitiátio potestátis.

[Concédici, o Signore, Te ne preghiamo, che quest’ostia salutare ci purifichi dai nostri peccati e ci renda propizia la tua maestà].

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Matt VI:33
Primum quærite regnum Dei, et ómnia adjiciéntur vobis, dicit Dóminus.

[Cercate prima il regno di Dio, e ogni cosa vi sarà data in più, dice il Signore.]

 Postcommunio

Orémus.
Puríficent semper et múniant tua sacraménta nos, Deus: et ad perpétuæ ducant salvatiónis efféctum.

[Ci purífichino sempre e ci difendano i tuoi sacramenti, o Dio, e ci conducano al porto dell’eterna salvezza].

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

http://www.exsurgatdeus.org/2018/09/14/ringraziamento-dopo-la-comunione-2/

http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

LO SCUDO DELLA FEDE (125)

Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA

Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884

PARTE SECONDA

CAPO IV.

Testimonianza che rendono alla nostra fede i miracoli.

I. Quell’obbligazione che già i filosofi più rinomati imponevano a qualsisia loro uditore novello, di non esaminar le dottrine di quella scuola, ma di approvarle a chius’occhi; con infinito più di ragione potrebbe certamente esigere Dio da qualunque mente creata. Tuttavia, perché egli ama, che i suoi precetti siano dolcissimi, al tempo medesimo che dall’uomo ricerca fede, porge all’uomo argomenti di sommo peso, da fare che agevolmente egli inclini a dargliela, e a riputare la soggezione che si presta in tal atto, non soggezione, ma nobile libertà. Ora fra tutte le apparenze a ciò conducenti, sembra che tengano il primo luogo i miracoli: i quali potrebbero acconciamente chiamarsi una sottoscrizione ed un suggello dell’Altissimo a confermazion de’ suoi detti; senonchè, con dir questo, non si direbbe né anche il tutto; mentre la sottoscrizione ed il suggello d’ogni principe può falsarsi di modo che non si riconosca la falsità: ma non possono di modo già falsarsi i miracoli che non si distinguano gli adulterati da’ veri, come sarà poi mio pensiero di far palese.

I.

II. Convien però qui premettere due verità, molto rilevanti. L’una è della necessità la qual v’era di questa prova miracolosa; l’altra è della sufficienza.

III. La necessità è manifesta. Conciossiachè se il non credere doveva imputarsi a colpa, ed a colpa degnissima di scontarsi nella vita futura con pianti eterni e con pene eterne; chiaramente apparisce, come la fede doveva venir corteggiata da numero così grande di meraviglie, che chi neppure in abito sì solenne la riceveva, non si potesse scusare secondo l’uso, con dir, che quella e ra veramente una principessa celeste, ma andava incognita.

IV. E quindi ancor si comprova la sufficienza: dalla quale a vien che i miracoli sieno il più delle volte nelle divine scritture chiamati segni, perciocché ci significano, che Dio parla. E se essi ci significano, che Dio parla, dunque ci obbligano nel tempo istesso ad udire ciò che egli dice, ed insieme a crederlo, se non vogliamo dimostrarci peggio che aspidi sprezzatori di quella voce tanto autorevole che ci cavò fin dal nulla.

V. Ma perché meglio si penetri questo vero, convien sapere, che cosa propriamente intendasi per miracolo. Miracolo è un effetto, non pure strano, ma superiore a tutta la possanza della natura: il qual però non può avere altra cagione immediata, che Dio medesimo, da cui, siccome furono già stabilite le leggi della stessa natura, così ancora possono talor dispensarsi, con quella autorità sublimissima che compete ad un sommo Legislatore. Pertanto, se questa opera, trascendente i confini di ogni poter creato, si effettui da chicchessia in confermazione di qualche detto, è manifesto, che l’operatore di essa è un mero istrumento della Divinità: la quale se non può essere né ingannata né ingannatrice, mai non sarebbe concorsa, come cagion principale, ad autenticare quel detto, ove fosse falso. Un vero miracolo dunque ha una essenzialissima connessione con la divina veracità, e però contiene una certezza di prova tanto infallibile, che non può convenire a veruna creata testimonianza (Il miracolo, a bene intenderne la genuina natura, va riguardato e nella cagione efficiente, che lo origina, e nello scopo finale, a cui è ordinato. Quanto alla sua origine, esso è tal fatto, che trascende la virtù di qualunque siasi forza creata: è come scrive l’Aquinate, præter ordinem naturæ, cioè sopra, ma non contro natura, in quella guisa che il mistero è sopra, ma non contro ragione. Che se il miracolo è sovrannaturale quanto alla sua cagion efficiente, ciò vuol dire, che Dio solo ne è l’autore diretto od immediato. Ma per qual fine mai Dio opera il miracolo? Non per altro scopo, se non questo, di accertare la verità de’ suoi pronunciati. Divino adunque e nella sua origine e nel suo fine, il miracolo è tessera infallibile della Religione divina). Onde quella religione la quale produrrà legittimamente l’attestazion di un miracolo, ancora che solo, operato a favor di lei, è sicurissima di ottenere la palma sopra dell’altre: sicché il non credere a lei sia l’istesso che il non credere a Dio; e con ciò mostrarsi, non solo inetto, ma stolido; non solo irriverente, ma scellerato.

II.

VI. Si facciano però innanzi tutte le sette, e scendano in questo grande steccato di religione, accompagnate dai loro più famosi prodigi, se dà loro cuore di stare a fronte con la fede cattolica.

VII. Vengano, benché timidi, gl’idolatri, e contino la sanità restituita a due infermi da Vespasiano (V. Spart. Bellarm. de not.), aggiugnendo a ciò, che Claudia, nobile donna, tirò a’ dì loro col suo cingolo al lido una vasta nave, e che certa vergine vestale attinse l’acqua in un vaglio senza versarla. Ma quanto a’ prodigi di Vespasiano, non trovano credenza né anche presso gli storici che li narrano: mentre asserisce Tacito (1. 4. hist.) che l’infermità di quei due, sanati da Cesare, fu per consenso de’ medici giudicata curabile dalle forze della lor arte: e però qual maraviglia, se molto meglio potesse restar curato da Vespasiano per opera de’ diavoli? E quanto a que’ di Claudia e della vestale, oltre a che non eccedeano nemmen essi l’operazione diabolica, convien mirare a che erano indirizzati dalle donne. Non erano indirizzati a provare la verità della religione pagana, ma solamente a difendere se medesime, mentre erano ambo state incolpate a torto di pudicizia violata. Che gran cosa dunque saria, se la provvidenza, a cui è sì gradita la pudicizia, si fosse indotta a volerla anticamente onorare con quel doppio miracolo, il quale da un lato non si ordinava ad autenticare il sacrilego culto de’ vani Dei, e dall’altro valeva a sostenere 1’innocenza tradita, ed a coronarla? Però, come i gentili per testimoni della verità ebbero veri vaticini nelle Sibille; cosi per testimoni della integrità poterono ancor avere veri miracoli nelle loro donne più caste. Che se il cielo ha miracolosamente talora soccorsi i bruti, quando ve ne fu cagion giusta; perché non poté soccorrere ancora gli uomini, benché per altro ingannati nella lor fede? Basta che quei miracoli (se pur sono) non sien diretti a provare una fede tale, perché allora sariano bugiardi.

VIII. Abbattuti i gentili, succedono gli ebrei con animo grande, presupponendo, che a favor loro gridino tutti i miracoli registrati nei libri sacri, e spezialmente gli operati già da Mosè, loro condottiere. Ma questo è quasi un far da corvo spennato, che si vuole adornar di piume non sue. Quella religion loro che consisteva in credere la caduta della natura umana, ed il suo ristabilimento per mezzo di un divino Riparatore, non è diversa, ma è la medesima colla nostra, che crede anch’essa in questo loro Riparatore divino, e l’adora con ogni ossequio. Senonché la loro lo adorava già come Riparatore avvenire, e la nostra lo adora come venuto: onde son ambo a guisa di una stella, medesima nella sostanza, e differente solo di nome.Sono il fosforo che precede il sole di giustizia, e l’espero che lo segue. I patriarchi, i profeti, e tutti quei giusti i quali precorsero la comparsa del Messia, vero sole del mondo, appartengono a Cristo come nunzi e cioè fedeli suoi, che credevano dover Lui venire a salvarli. Gli apostoli, cogli altri veri Cristiani, appartengono a Cristo come seguaci e come fedeli suoi, che’ lo credono già venuto. Ma tutti sono una medesima chiesa nata col mondo. Non convien dunque, che i presenti Giudei faccian da ladri, e da ladri ancora sacrileghi. Convien che mostrino un miracolo vero a loro commendazione, dappoiché i miseri, posto in croce Gesù, negarono a Lui quel culto che noi gli diamo: giacché i prodigi descritti nei libri sacri pruovano bene che doveva venire il Messia, ma non provano già, che non sia venuto, come essi follemente si danno a credere. Anzi il vedere che tra loro, primaché Cristo venisse, abbondavan tanto i miracoli, promettitori di Lui, che a prezzo quasi vilissimo si offrivano a chi li desiderasse, dal più basso del mondo fino al più alto: Pete tìbi signum a Domino Deo tuo in profundum inferni, sive in excelsum supra (Is. VII. 18); e il vedere, che poscia che Cristo venne, altro miracolo non rimase tra loro, che quello della probatica (mancato anch’esso, dappoiché Cristo se ne valse al suo fine di manifestarsi per loro liberatore), dà chiaramente a conoscere ch’è venuto.

IX. Ammutoliscono dunque anch’essi i Giudei, e non avendo replica danno il campo ai maomettani, tuttoché poco vaghi di tal cimento. Viene alla testa di questa sì immonda greggia un falso profeta, il quale protesta con fasto sommo di cedere volentieri a Cristo i miracoli nella decisione del vero, purché a sé riserbi la spada: quasiché le menti si convincessero, se stanno dure, col ferro; e che potesse temere mai di ferite quell’intelletto che non può temere di morte. Vero è, che nel capo sessagesimo quarto dell’alcorano, par che Maometto narri non so che di stupendo, fatto da lui nella luna, che caduta e rotta in due parti, secondo la spiegazion dei suoi espositori (Ap. Bell. I. cit. c. 14) fu dalle mani di lui ricongiunta e riposta in cielo, con tanta gloria, che però i turchi presero poi la luna per loro insegna (Corn. a Lap. in Apoc. c. 13. v. 11). Ma di tal prodigio confessa egli medesimo, che non ebbe altro testimonio da sé, che ne fu l’autore: onde, lasciando che gli dian fede i lunatici pari suoi, proseguiamo innanzi.

X . E perché dalla vera chiesa dì Cristo si sono diramate, o piuttosto disgiunte diverse sette, a guisa di comete, che alcuni stimarono esser fumi usciti dal sole, vengano anch’esse, le moderne, quanto lo antiche, e ci arrechino, per marchio infallibile di essere care al cielo, un miracolo solamente. Tutte unite insieme, pure non apporteranno nulla di vero, ma nemmeno di apparente, operato in confermazione de’ loro errori: mentre quei miracoli stessi i quali le meschine hanno voluto fingere, tornarono finalmente sopra di loro in più grave smacco. È noto ciò che nelle storie si legge in questo proposito, delle tre eresie sì famose de’ nostri tempi, degli anabattisti, de’ luterani, e de’ calvinisti, direi tre capi formatori di un cerbero non favoloso, se fossero veramente uniti in un corpo: ma no, che non sono uniti, mentre fra loro medesimi stanno in guerra.

XI. Nella Polonia un principale anabattista promise alla moltitudine convenuta ad udirlo, che lo Spirito Santo sarebbe sceso visibilmente  dal cielo ad autenticare il novello battesimo a lei proposto. Lo spirito venne, ma non venne dal cielo, né venne santo. Venne bensì bastevole ad attestare la verità. E tale fu un gran demonio, di aspetto terribilissimo, il quale, a vista di ognuno, preso per li capelli quel seduttore, lo levò in alto, e l’affondò di poi nell’acque sacrileghe, finché vi rimase annegato (Boz. de sig. 1. 5. c. 1. in fin).

XII. Di Lutero racconta lo Stafilo, qual testimonio di veduta, che volendosi porre a scongiurare una sua discepola, fidato nella famigliarità che passava tra lui e lo spirito invasator di quella infelice, rimase a un tratto dalle furie di questa così mal concio, che se non rompeva violentemente l’uscio di quella camera, e non fuggiva, era per lasciarvi la vita.

XIII. Né differente fu il pericolo corso, in caso più notabile, da Calvino (H. Bols. in vit. Cal. L. Sur. in Chr. ad an. 1544). Si era maliziosamente accordato l’ingannatore con una vil femminuccia in questo concerto: che il marito di lei si fìngesse morto, e che ella tutta lagrime corresse a trovar Calvino, con supplicarlo, che in confermazion della sua dottrina celeste venisse a risuscitarglielo. Ma non terminossi la favola senza un atto pur troppo vero. Perciocché al primo comando che fè Calvino alla morte finta di restituir quell’uomo alla luce, se lo venne a prendere tosto la morte vera; sicché il miserabile, scosso, straziato, agitato per ogni verso, non si alzò più: tanto che la donna fanatica di cordoglio, pubblicò ad alta voce l’inganno occulto, rimproverandolo al bugiardo profeta con quella libertà che concede a qualsisia più meschino il dolore giusto.

XIV. Di questa fatta sono i miracoli tutti dell’eresie, se si vorrà farne un processo innocente: tanto che ad essi sta bene ciò che ne scrisse infino dai primi secoli Tertulliano, ed è, che dove gli Apostoli, de’ morti ne facevano vivi, i novatori de’ vivi ne fanno morti (Illi de mortuis suscitabant, isti de vivis mortuos faciunt – L. de præscript.). Onde, affinché questi mostrino di dire ornai qualche cosa, ove non possono dirne alcuna che vaglia, convien che si riducano ad affermar con Lutero, che la moltitudine de’ seguaci acquistati in sì poco tempo, è per loro un miracolo sufficiente. Ma certamente il maggior si è, che non muoia subito loro la lingua in bocca a menzogne così sfacciate. Se la moltitudine de’ seguaci rende miracolosa la setta dei luterani, più miracolosa si dovrà dunque stimar quella degli ariani, tanto più ampia, che per poco ammorbò tutto l’universo: e più miracolosa si dovrà stimare anche quella de’ maomettani: a cui come può ardire di stare a fronte il partito dei protestanti in Germania, se neppure ha tanto di grande, rispetto a quelli, quanto ne avrebbe un pigmeo vicino a un gigante? Se Lutero e gli altri a lui simili, predicassero il digiuno, la pazienza, la penitenza, la verginità, l’abbandonamento degli averi, l’annegazione degli appetiti, la soggezione del giudizio orgoglioso, confesso che il numero dei seguaci sarebbe un prodigio sommo, come egli è nella nostra legge: ma che prodigio è mai questo numero, qualora colle parole, e più ancor coll’opere, si consigli di sottomettere la ragione al talento? Quivi la difficoltà non è punto all’ottenere che i seguaci sian molti: è all’ottener piuttosto che sieno pochi. Quando l’arca passò il Giordano, le acque superiori stettero immote, e ciò nel vero fu miracolo grande; le inferiori corsero a seppellirsi dentro il mar morto. Ma ciò che fu? Fu miracolo? No di certo. Fu impeto di natura tendente al basso.