L’ANIMA DELL’APOSTOLATO (8)

R. P. CHAUTARD D. G. B .

L’ANIMA DELL’APOSTOLATO (8)

TRADUZIONE del Sac. GIULIO ALBERA, S. D. B.8a EDIZIONE

SOCIETÀ EDITRICE INTERNAZIONALE TORINO MILANO GENOVA PADOVA PARMA ROMA NAPOLI BARI CATANIA PALERMO

VISTO: Nulla osta alla stampa.

Torino: 22 giugno 1922.

Can. CARLO FRANCO – Rev. Arciv.

VISTO: Imprimatur.

C. FRANCESCO DUVINA – Provic. gen.

PARTE QUARTA (1)

Fecondità che deriva all’azione dalla vita interiore

La vita interiore è condizione necessaria perché l’azione sia feconda

Facendo astrazione da quella ragione di fecondità che i teologi chiamano ex opere operaio, e considerando soltanto quella che risulta ex opere operantis, ricordiamo che se l’apostolo avvera in sè il Qui manet in me et ego in eo, la fecondità della sua azione voluta da Dio è assicurata: Hic fert fructum muh tum (Colui che rimane in me e nel quale io rimango, porta molto frutto (Giov. XV, 5). Tale è la logica evidente di questo testo, ed è superfluo, dopo questa autorità, il provare la tesi: ci limiteremo a confermarla con i fatti.  Per più di trentanni ebbi modo di seguire da lontano le vicende di due orfanotrofi di giovinette, diretti da due Congregazioni diverse. L’uno e l’altro ebbero un periodo di manifesta decadenza. Perché negarlo! Di sedici orfanelle raccolte tutte nelle stesse condizioni e che avevano lasciato l’istituto appena maggiorenni, tre che erano uscite da uno degli istituti e due uscite dall’altro, in un tempo da otto a quindici mesi, erano passate dalla comunione frequente allo stato più degradante della scala sociale. Delle altre undici una sola era rimasta profondamente cristiana; eppure tutte, alla loro uscita, avevano avuto un collocamento serio.  In uno dei due orfanotrofi, soltanto la superiora fu cambiata undici anni fa, e sei mesi dopo già si vedeva una radicale trasformazione nello spirito della casa.  La stessa trasformazione si vide tre anni dopo nell’altro istituto, perché, restando le stesse superiore e le stesse suore, si era cambiato il loro cappellano. Da quel tempo in poi, neppure una di quelle povere fanciulle uscite maggiorenni dai due istituti fu travolta nel fango da Satana, ma tutte, senza eccezione, sono rimaste buone cristiane. La ragione di tali risultati è molto semplice: alla testa della comunità o nel confessionale non vi era una direzione interiore abbastanza soprannaturale, e ciò bastava a rendere vana o almeno insufficiente l’azione della grazia. L’antica superiora in un caso e l’antico cappellano nell’altro, persone sinceramente pie, ma senza una seria vita interiore, non avevano un’azione profonda e duratura: era una pietà sentimentale, pietà fatta dell’ambiente, pietà a scatti, che consisteva tutta in pratiche e in abitudini, nè poteva lasciare convinzioni profonde, ma dava soltanto un amore senza calore e virtù senza radici. Era una pietà fiacca, tutta apparenza e smorfie o di pura abitudine; una falsa pietà che fa delle buone ragazze incapaci di darvi fastidio, smorfiose che vi sanno fare la riverenza, ma senza carattere e guidate dalla sensibilità e dalla fantasia; pietà incapace di dare un vasto orizzonte di vita cristiana e di formare donne forti, preparate alla lotta, e capace appena di trattenere le povere fanciulle a languire nelle loro gabbie, sospirando il giorno in cui ne potranno uscire. Ecco quanto di vita cristiana avevano potuto far germogliare gli operai evangelici che non conoscevano quasi nulla della vita interiore! In quelle due comunità si cambia una superiora e un cappellano, e subito ogni cosa cambia aspetto. Come è meglio compresa la preghiera e come sono più fecondi i sacramenti! Che contegno diverso in cappella e persino al lavoro e nelle ricreazioni! Cambiamento radicale che è dimostrato dall’analisi e che si vede nella gioia serena, nello slancio, nell’acquisto delle virtù e nel desiderio intenso di vocazione religiosa in alcune di quelle anime. A che cosa si deve attribuire tale cambiamento? La nuova superiora e il nuovo cappellano erano anime di vita interiore! Certamente in molti collegi, convitti, ospedali, patronati e persino in parrocchie, comunità e seminari, l’osservatore attento avrà dovuto attribuire simili effetti alle stesse cause. Ascoltiamo san Giovanni della Croce: « Gli uomini smaniosi di azione, i quali credono di poter sconvolgere il mondo con la loro predicazione e con le altre opere esteriori, riflettano un momento. Essi comprenderanno facilmente che sarebbero assai più utili alla Chiesa e più cari a Dio, senza contare il buon esempio che darebbero, se dedicassero più tempo all’orazione e agli esercizi della vita interiore. « In tali condizioni essi farebbero con un’opera sola UN BENE MAGGIORE e con minor fatica, che non ne facciano con mille altre in cui spendono la loro vita. L’orazione meriterebbe loro questa grazia e otterrebbe loro le forze spirituali di cui abbisognano per produrre tali frutti. Senza di essa, tutto si riduce a un gran chiasso; è il martello che cadendo sull’incudine desta tutti gli echi all’intorno; si fa poco più che nulla, spesso assolutamente nulla o persino del male! Dio ci liberi da una tale anima se avviene che si gonfi di superbia! Invano le apparenze sarebbero in suo favore; la verità è che essa non farà nulla, perché è assolutamente certo che nessun’opera buona si può fare senza la virtù di Dio. Quante cose si potrebbero scrivere a questo riguardo, per coloro che trascurano l’esercizio della vita interiore e aspirano alle opere clamorose, capaci di metterli in vista e di farli ammirare dalla gente! Costoro non conoscono affatto la sorgente di acqua viva, la fonte misteriosa che fa fruttificare tutto!» (Cant. Spirit. str. XXIX.) La vita interiore attira le benedizioni di Dio). Alcune parole di questo Santo sono energiche come l’espressione maledette occupazioni di san Bernardo, citata poco fa. Non si può dire che siano esagerate, se si ricorda che le doti più ammirate da Bossuet in san Giovanni della Croce, sono il perfetto buon senso, lo zelo nel mettere in guardia contro il desiderio delle vie straordinarie per giungere alla santità, e una precisione esatta nell’esprimere pensieri assai profondi.  Proviamoci di studiare alcune delle cause della fecondità della vita interiore. 

a) La vita interiore attira le benedizioni di Dio

Inebriato animam sacerdotum pinguedine et populus meus bonis meis adimplebitur (Impinguerò l’anima dei sacerdoti, e il mio popolo sarà ricolmato dei miei beni – GER. XXXI, 14). Osserviamo come siano legate fra loro le due parti di questo testo: Dio non dice già: Io darò ai miei sacerdoti più di zelo, più d’ingegno, ma dice: Io inebrierò la loro anima. E questo non vuol dire altro che: Io li riempirò del mio spirito, darò loro grazie elette, e così il mio popolo riceverà la pienezza dei miei beni. Dio avrebbe potuto distribuire la sua grazia a suo talento, senza tener conto né della pietà del ministro nè delle disposizioni dei fedeli: così fa nel battesimo dei bambini; ma secondo la legge ordinaria della sua Provvidenza, questi due elementi diventano la misura dei doni celesti. Sine me nihil potestis facete(Senza di me non potete fare nulla (Giov. XV, 5); questo è il principio. Sul Calvario fu sparso il Sangue redentore: in che modo Dio ne assicurerà la prima efficacia? Con un miracolo della diffusione della vita interiore. Non vi era nulla di più limitato, che l’ideale e lo zelo degli Apostoli prima della Pentecoste: lo Spirito Santo li trasforma in uomini interiori, e subito la loro predicazione opera prodigi. Dio non rinnoverà più ordinariamente il miracolo del Cenacolo; lascerà d’allora in poi le grazie della santificazione alle prese con la libera e faticosa corrispondenza della sua creatura; ma fissando con la Pentecoste la data ufficiale della nascita della Chiesa, Egli ci fa capire che i suoi ministri devono premettere la loro santificazione personale alla loro opera di corredentori.  Perciò tutti i veri operai apostolici molto più si attendono dai loro sacrifici e dalle loro preghiere, che non dallo spiegamento di tutta la loro attività. Il P. Lacordaire stava per molto tempo in orazione prima di salire in pulpito e, rientrato nella sua cella, si faceva flagellare. II P. Monsabré, prima di predicare a Notre-Dame, recitava il Rosario intero, in ginocchio, e ad un amico che gliene domandava il perchè, rispondeva scherzando: «Prendo la mia ultima infusione». Questi due religiosi vivevano entrambi di questo principio enunziato da san Bonaventura: I segreti di un apostolato fecondo si attingono assai più ai piedi del Crocifisso, che non nello spiegare belle doti. Manent tria haec: verbum- exemplum et oratio; maior autem his est oratio(Restano queste tre cose: la parola, l’esempio e la preghiera; ma la più grande delle tre è la preghiera), esclama san Bernardo. Parola grave, ma che commenta soltanto la risoluzione presa dagli Apostoli, di lasciare certe opere per potersi applicare soprattutto alla preghiera: Orationi, e soltanto dopo al ministero della parola: Ministerio verbi (Act. VI, 4). Abbiamo noi notato abbastanza, a questo riguardo, l’importanza principale che il Salvatore dà a questo spirito di preghiera? Gettando uno sguardo sul mondo e sui secoli futuri e vedendo la moltitudine delle anime chiamate a godere dei frutti del Vangelo, Egli esclama con tristezza: La messe è abbondante, ma sono pochi i mietitori! Messis quidem multa, operarii autem pauci (Matt. IX, 37). Che cosa propone Egli come mezzo più rapido per propagare la sua dottrina? Domanderà ai suoi discepoli che frequentino le scuole di Atene o che vadano a studiare presso i Cesari di Roma, in che modo si conquistino e si amministrino gl’imperi?… O uomini di zelo, ascoltate il Maestro: egli ci rivela un programma, un principio di luce! Rogate ergo Dominum messis ut mittat operarios in messevi suam (Andate dunque e insegnate… predicate – MATT. X, 7). Non ricorda le organizzazioni sapienti, non i mezzi da procurarsi, non le chiese da fabbricare, non le scuole da aprire: rogate ergo! La preghiera, lo spirito di orazione, questa è la verità fondamentale ripetuta dal Maestro; il resto verrà da sé. Rogate ergo! Se il timido mormorio della supplica di un’anima santa è più capace di suscitare legioni di apostoli, che non la voce eloquente di chi va in cerca di vocazioni con meno di spirito di Dio, che cosa dobbiamo conchiudere? Che lo spirito di preghiera, il quale nel vero apostolo è pari allo zelo, è la ragione principale della fecondità del suo lavoro.  Rogate ergo! Dunque prima di tutto pregate; soltanto dopo, il Signore aggiunge: Euntes docete… prædicate (Andate dunque e insegnate… predicate – MATT. X , 7). Certamente Dio si gioverà di quest’altro mezzo; ma le benedizioni che danno la fecondità al ministero, sono riservate alla preghiera dell’uomo di orazione: preghiera così potente, da far uscire dal seno di Dio gli effluvi ardenti di un’azione irresistibile sulle anime. Anche la gran voce di san Pio X mette in rilievo la tesi di questo modesto lavoro:  Per restaurare ogni cosa nel Cristo per mezzo dell’apostolato dell’azione, ci vuole la grazia divina, e l’apostolo non la riceve se non è unito a Gesù Cristo. Soltanto quando avremo formato Gesù Cristo in noi, potremo facilmente restituirlo alla famiglia e alla società. Dunque tutti quelli che partecipano all’apostolato, devono avere una vera pietà (Enciclica di Pio X ai Vescovi d’Italia, 11 giugno 1905).  Quello che diciamo della preghiera, si applica pure all’altro elemento della vita interiore, al patimento, cioè a tutto quello che urta la natura, tanto dentro che fuori.  Si può soffrire come un pagano, come un dannato o come un santo; ma per soffrire davvero con Gesù Cristo bisogna cercare di soffrire da santo. Allora il dolore serve al nostro profitto personale e all’applicazione del mistero della Passione sulle anime: Adimpleo ea quae desunt passionum Christi, in carne mea, prò corpore eius quod est Ecclesia (Quello che manca al patimenti di Gesù Cristo nella mia carne, io lo compio per il suo corpo che è la Chiesa – Coloss. I, 24). — Impletæ erant, dice sant’Agostino, commentando questo testo, impletæ erant omnes, sed in capite, restabant adhuc passiones Christi in memòrie. I patimenti di Gesù Cristo erano completi, ma soltanto nel capo: mancavano ancora i patimenti di Gesù Cristo nelle sue membra mistiche. Præcessit Christus in capite: il Cristo soffri, ma come capo, sequitur in corpore: ora tocca al suo corpo mistico di soffrire. Ogni sacerdote può dire: Questo corpo sono io; io sono un membro di Gesù Cristo, e quello che manca ai patimenti di Gesù Cristo dev’essere da me completato per il suo corpo che è la Chiesa.  Il dolore, dice il P. Faber, è il più grande dei sacramenti. Questo profondo teologo ne mostra la necessità e ne deduce le glorie, e tutti i suoi argomenti si possono applicare alla fecondità dell’azione per mezzo dell’unione dei sacrifici dell’operaio evangelico con il Sacrificio del Calvario, cioè con la  loro partecipazione all’infinita efficacia del Sangue divino.

b) Rende l’apostolo santificatore col suo buon esempio

Nel discorso della Montagna, il Maestro chiama i suoi Apostoli sale della terra, luce del mondo (MATT. V . 3).  Noi siamo sale della terra nella misura della nostra santità. Il sale insipido a che cosa serve? Ab immundo quid mundabiturt (Da quello che è impuro, che cosa può essere purificata? (Eccl. XXXIV, 4). Non serve che ad essere buttato via e calpestato.  L’apostolo pio invece, vero sale della terra, sarà come un valido agente di conservazione in mezzo a questo mare di corruzione che è la società umana. Faro luminoso nella notte, lux mundi, lo splendore del suo esempio, più ancora che della sua parola, dissiperà le tenebre accumulate dallo spirito del mondo e farà risplendere l’ideale della vera felicità, tracciato da Gesù nelle otto Beatitudini. Ciò che meglio può condurre i fedeli a una vita cristiana è appunto la virtù di colui che ha la missione d’insegnarla; le sue debolezze invece allontanano da Dio in modo quasi irresistibile: Nomen Dei per vos blasphematur inter gentes (Per voi, il nome di Dio è bestemmiato in mezzo alle nazioni – Rom. II, 24). Perciò l’apostolo deve più spesso avere in mano la fiaccola del buon esempio, che non le belle parole sulle labbra e deve egli stesso per il primo praticare esattamente le virtù che va insegnando: Chi ha la missione di dire grandi cose, dice san Gregorio, appunto per questo deve farne di somiglianti (Qui enim sui loci necessitate exigitur summa dicere, hac eadem necessitate compellitur summa monstrare (S. GREGORIO, Pastor, 2 p., c III).  Giustamente si osserva che il medico del corpo può curare i suoi ammalati anche se egli stesso non gode di buona salute: ma per guarire le anime, bisogna avere l’anima sana, perché in questo caso si dà qualche cosa di se stesso. Gli uomini hanno il diritto di essere esigenti verso chi pretende d’insegnare loro a riformare se stessi, e vedono subito se vi è conformità tra la parola e la condotta, oppure se la morale di cui si fa bella mostra non è che una maschera; secondo il risultato del loro esame, essi danno o negano la loro fiducia.  – Qual potenza avrà il sacerdote nel parlare della preghiera, se il popolo lo vede spesso in colloquio con l’Ospite troppo abbandonato del santo Tabernacolo! Come sarà ascoltata la sua parola, se predicando il lavoro, la penitenza, egli stesso è laborioso e mortificato! Quando predicherà la carità fraterna, egli troverà dei cuori attenti se, cercando di diffondere nel suo gregge il buon odore di Gesù Cristo, rispecchierà nella sua condotta la dolcezza e l’umiltà del divino Modello: forma gregis ex animo (Modello del gregge – I PIET. V , 3 ).  Il professore senza vita interiore crede di aver fatto tutto il suo dovere, se svolge unicamente un programma di esame; ma se avesse vita interiore, una frase sfuggita dalle sue labbra o dal suo cuore, una commozione espressa nel volto, un gesto espressivo — che dico? — la sola sua maniera di fare il segno di croce, di dire la preghiera prima o dopo la scuola, fosse pure una lezione di matematica, potrebbero agire sopra i suoi allievi più che una predica.  – La suora dell’ospedale o dell’orfanotrofio possiede un potere e dei mezzi efficaci per far germogliare nelle anime, pure restando prudentemente nel suo campo, un profondo amore di Gesù Cristo e dei suoi insegnamenti. Ma se non ha la vita interiore, non sospetterà neppure quel potere o non riuscirà che a promuovere atti puramente esteriori di pietà e nulla più.  Il Cristianesimo si è diffuso non tanto con frequenti e lunghe discussioni, quanto con lo spettacolo dei costumi cristiani così opposti all’egoismo, all’ingiustizia e alla corruzione dei pagani. Il cardinale Wiseman, nel suo bellissimo libro Fabiola, mostra quanto fosse potente l’esempio dei primi Cristiani sulle anime pagane più maldisposte contro la nuova religione. In quel racconto seguiamo la marcia progressiva e quasi irresistibile verso la luce. I nobili sentimenti, le virtù modeste o eroiche che la figlia di Fabio incontra in certe persone di ogni condizione, s’impongono alla sua ammirazione; ma quale mutamento si opera in lei, quale rivelazione per la sua anima, quando scopre successivamente che tutti coloro dei quali essa ammira la carità, il sacrificio, la modestia, la dolcezza, la moderazione, il culto della giustizia e della castità, appartengono a quella setta che le fu sempre descritta come esecrabile! Da quel momento essa è cristiana.  Terminata la lettura del bel racconto, si è obbligati a dire: Ah! se i cattolici, se i loro uomini di azione avessero almeno un po’ di quello splendore di vita cristiana descritto dall’illustre Cardinale, e che pure non è altro che la pratica del Vangelo! Come sarebbe allora irresistibile il loro apostolato su quei pagani moderni, troppo spesso prevenuti contro il Cattolicesimo dalle calunnie dei settari, dal carattere aspro delle nostre polemiche o da una maniera di rivendicare i nostri diritti, che sembra derivare piuttosto dall’orgoglio ferito, che non dal desiderio di difendere gl’interessi di Gesù! O quanto è potente l’irradiazione esterna di un’anima unita a Dio! Nel vedere il P. Passerat a celebrare la Messa, il giovane Desurmont si decide a entrare nella congregazione del SS. Redentore che deve poi illustrare tanto. Il popolo ha delle intuizioni sicure: se predica un uomo di azione cessa di corrispondere a ciò che da lui si attende, l’opera sua, per quanto abilmente condotta, viene compromessa e forse va a irrimediabile rovina.  Videant opera vestra bona et glorìficent Patrem (Vedano le vostre opere buone e diano gloria al Padre – MATT. V, 16), diceva Gesù Cristo. Il buon esempio è continuamente raccomandato da san Paolo ai due suoi discepoli Tito e Timoteo: In omnibus teipsum præbe exemplum bonorum operum (Mostrati in tutto modello di opere buone – Tit. II, 7). Exemplum esto fldelium in verbo, in conversatione, in charitate, in fide, in castitate (Sii modello ai fedeli nella parola, nella condotta, nella carità, nella fede, nella castità – I Tim. IV, 12). Egli stesso esclama: Quæ vidistis in me, hæc agite (Praticate quello che avete veduto in me – Filipp. IV, 9). Imitatores mei estote sicut et ego Christi (Siate miei imitatori, come io sono imitatore del Cristo (I Cor., XI, 1). E la sua parola di verità si appoggia su quella sicurezza e quello zelo che non escludevano l’umanità e che facevano dire a Gesù Cristo: Quis ex vobis arguet me de peccato? – Chi di voi mi convincerà di peccato? (Giov. VIII, 45).  A tale condizione, seguendo le tracce di Colui del quale è scritto: Cœpit facete et docere (Cominciò a fare e a insegnare – Atti I, 1), l’apostolo diventerà operatium inconfusibilem (Un operaio che non deve arrossire – II Tim. II, 15). Leone XIII diceva: Soprattutto, figli carissimi, ricordatevi che la condizione indispensabile del vero zelo e il pegno migliore di riuscita è la purezza e la santità della vita (Enciclica di Leone XIII, 8 settembre 1899). Un uomo santo, perfetto e virtuoso, dice santa Teresa, fa realmente un maggior bene alle anime, che non molti altri i quali siano soltanto istruiti e di miglior ingegno. – Selo spirito non è regolato da una condotta veramente cristiana e santa, dice san Pio X, sarà difficile muovere gli altri al bene. E soggiunge: Tutti quelli che sono chiamati all’azione cattolica, devono essere uomini di una vita tanto esente da ogni macchia, che possano servire a tutti di esempio efficace (Enciclica di Pio X ai Vescovi d’Italia, 11 giugno 1905).

c) Produce nell’apostolo l’Irradiamento soprannaturale. Quanto è efficace questo irradiamento.

Uno dei più seri ostacoli alla conversione di un’anima è che Dio è un Dio nascosto: Deus absconditus (Is. XLV, 15).

Però, per effetto della sua bontà, Dio si svela in qualche modo per mezzo dei suoi Santi e anche per mezzo delle anime fervorose. Il soprannaturale traspira così agli occhi dei fedeli che scorgono qualche cosa del mistero di Dio.  Che cosa è dunque questa diffusione del soprannaturale? Non sarebbe esso lo splendore della santità, lo splendore dell’influsso divino che la teologia chiama brevemente grazia santificante, o meglio ancora forse il risultato dell’ineffabile presenza delle Persone divine nelle anime da esse santificate! San Basilio non la spiegava diversamente: quando lo Spirito Santo – egli dice – si unisce alle anime purificate dalla sua grazia, le rende più spirituali; come il sole rende più risplendente il cristallo che tocca e penetra col suo raggio, lo Spirito santificatore rende più luminose le anime in cui abita, e per la sua presenza esse diventano come focolari che diffondono intorno a sé la grazia e la carità (De Sp. Sancto, c. IX, n. 23). Questa manifestazione del DIVINO, che appariva in un gesto epersino nel riposo dell’Uomo-Dio, la vediamo in certe anime dotate di una più intensa vita interiore. Le conversioni meravigliose operate da certi Santi con la fama delle loro virtù, le migliaia di aspiranti a vita perfetta, i quali venivano a chiedere di seguirli, dicono chiaramente il segreto del loro silenzioso apostolato. Cosi con sant’Antonio si popolano i deserti dell’Oriente; per opera di san Benedetto sorge la falange innumerevole di Santi religiosi che civilizzano l’Europa; un’influenza non più vista è esercitata da san Bernardo nella Chiesa, sui re e sui popoli; san Vincenzo Ferreri eccita al suo passaggio un entusiasmo indescrivibile di innumerevoli moltitudini e più ancora determina la loro conversione; al seguito di sant’Ignazio sorge quell’esercito di valorosi, un solo dei quali, il Saverio, basta a rigenerare una incredibile quantità di pagani. Soltanto l’irradiamento della potenza di Dio stesso attraverso strumenti umani può spiegare tali miracoli. Che disgrazia quando tra le persone che sono a capo di istituzioni importanti non ve n’è nessuna veramente interiore! Il soprannaturale sembra eclissato, e la potenza di Dio è come incatenata; allora, come c’insegnano i Santi, un paese decade, e sembra che la Provvidenza lasci ai cattivi ogni potere di nuocere. Le anime, non dimentichiamolo, percepiscono come per istinto e senza neppure definire chiaramente quello che provano, questa irradiazione del soprannaturale; perciò vedete come volentieri viene a prostrarsi ai piedi del sacerdote e ad implorarne il perdono, il peccatore che riconosce Dio stesso nel suo rappresentante! E invece dal giorno in cui il concetto integrale della santità cessa di essere l’ideale necessario del ministro di una setta cristiana, questa si trova infallantemente costretta ad abolire la confessione. – Joannes quidem signum fedi nullum (Giovanni non fece nessun miracolo – Giov. X, 41).). Senza fare miracoli, Giovanni attrae le moltitudini. La voce del santo Curato d’Ars era troppo esile per giungere alla folla che si pigiava intorno a lui; ma se poco lo udivano, lo vedevano; vedevano un uomo che portava Dio in sé, e quella sola vista soggiogava i presenti e li convertiva. A un avvocato che ritornava da Ars, fu domandato da che cosa fosse stato colpito, ed egli rispose: Io ho veduto Dio in un uomo. – Ci sia permesso di riassumere tutto con una similitudine un po’ volgare: è noto questo esperimento di fisica: una persona posta sopra un isolatore è messa in comunicazione con una macchina elettrica; il suo corpo si carica di fluido e, se viene toccata, manda una scintilla che dà una scossa a chi la tocca. Lo stesso avviene nell’uomo di vita interiore: quando è staccato dalle creature, si stabilisce tra Gesù e lui una comunicazione incessante, come una corrente continua; l’apostolo diventa un accumulatore di vita soprannaturale condensa in sé un fluido divino che varia e si adatta alle circostanze e a tutti i bisogni del centro in cui agisce. Virtus de illo exibat et sanabat omnes (Usciva da lui una forza che guariva tutti (Lue. VI» 19). Parole ed azioni in lui non sono più altro che effluvi di quella forza latente, ma capace di rovesciare gli ostacoli, di ottenere conversioni, di accrescere il fervore. Quanto più vi sono in un cuore le virtù teologali, tanto più tali effluvi aiutano a far nascere le stesse virtù nelle anime.

CON LA VITA INTERIORE L’APOSTOLO IRRADIA LA FEDE. —

La presenza di Dio in lui è manifesta alle persone che lo ascoltano.  Come san Bernardo del quale si dice: Solitudine cordis circumferens ubique solus erat, egli si isola dagli altri e cosi si forma una solitudine interiore, ma s’indovina che egli non è solo, che ha nel cuore un ospite misterioso e intimo col quale ogni momento egli viene a discorrere, che parla secondo la sua direzione, i suoi consigli, i suoi ordini. Si sente che egli è sostenuto e guidato da lui e che le parole che escono dalla sua bocca sono l’eco fedele di quelle del Verbo interiore: Quasi sermones Dei (I PIET. IV, 11). Allora non apparisce tanto la logica e la forza degli argomenti, quanto piuttosto il Verbo interiore, il Verbum docens che parla per bocca della sua creatura: Verba quæ ego loquor vobis, a meipso non loquor; Pater autem in me manens, ipse facit opera (Le parole che dico a voi non le dico da me; il Padre che dimora in me fa queste opere (Giov. XIV, 10). È un’influenza profonda e duratura, assai più profonda che l’ammirazione superficiale o la divozione passeggera che può far nascere l’uomo privo di spirito interiore. Questi potrà far dire al suo uditore: «Questa cosa sembra vera e importante»; ma questo sentimento è di per sè affatto insufficiente a condurre alla fede soprannaturale e a far vivere di questa fede.  – Fra Gabriele, converso trappista (La vita di questo capitano dei dragoni il quale, nel 1870, nella battaglia di Gravellotte fece voto di ritirarsi nella Trappa, dove volle stare come semplice converso, è narrata nel bel libro Du champ de bataille & la Trappe (Perrin et Cie ed.), nell’esercizio delle umili funzioni di vice-forestieraio, ravvivava la fede di molti visitatori assai più che non avrebbe fatto un sacerdote dotto, ma  il cui linguaggio parla meno al cuore ohe alla mente. Il generale de Miribel veniva talora a trattenersi con l’umile frate e si compiaceva nel ripetere: Vengo a ritemprarmi nella fede.  Non si predicò mai, né si discusse, né si scrissero dotti libri apologetici quanto ai nostri giorni, e forse, almeno considerando soltanto la massa dei fedeli, non fu mai meno viva la fede. Troppo spesso coloro che hanno la missione d’insegnare, sembra che vedano nell’atto di fede un solo atto dell’intelligenza, mentre esso dipende pure dalla volontà; dimenticano che il credere è un dono soprannaturale e che t ra la percezione dei motivi di credibilità e l’atto di fede definitivo corre un abisso. Dio solo e la buona volontà di colui che viene istruito, colmano quell’abisso, ma quanto aiuta a colmarlo il riflesso della luce divina prodotto dalla santità di colui che insegna!

IRRADIA LA SPERANZA. —- L’uomo di orazione non può fare a meno d’irradiare la speranza: la sua fede lo ha stabilito per sempre nella convinzione, che la felicità si trova soltanto in Dio. E allora come è convincente la sua parola, quando parla del cielo, e di quali mezzi dispone per consolare! Il mezzo migliore per farsi ascoltare dagli uomini, è di offrire loro il segreto di portare allegramente la croce che è la porzione di ogni mortale. Insieme con l’Eucaristia, la speranza del cielo racchiude tale segreto. Come è viva la parola confortatrice dell’uomo il quale può, senza mentire, applicare a se stesso il detto: Nostra conversatio in cœlis est! (La nostra conversazione è in cielo – Filipp. III, 20). Altri potrà forse con più parole e con più retorica parlare delle gioie della patria celeste, ma i suoi discorsi saranno senza frutto. Una parola del primo, parola convincente e rivelatrice dello stato dell’anima di chi la dice, varrà a calmare quel turbamento, a confortare quel dolore, a far accettare con rassegnazione una pena straziante. La virtù poi della speranza, dall’uomo interiore si è comunicata irresistibilmente a un’anima che forse non ne era stata mai riscaldata e che stava per cadere nella disperazione.

IRRADIA LA CARITÀ. — L’anima che si vuole santificare, desidera soprattutto di possedere la carità; lo scopo dell’uomo interiore è la compenetrazione di Gesù e dell’anima, il Manet in me et ego in eo. Ipredicatori esperti sono unanimi nel riconoscerlo: se le prime prediche sulla morte, sul giudizio, sull’inferno, sono indispensabili e sempre salutari in un ritiro spirituale o in una missione, la predica sull’amore di Gesù Cristo ordinariamente produce un’impressione ancora più salutare; se è fatta da un vero apostolo capace d’infondere negli uditori i sentimenti che lo animano, essa è di sicuro effetto e opera le conversioni.  Quando si tratta di togliere un’anima dalla colpa o di condurla dal fervore alla perfezione, l’amore di Gesù è la leva più potente. Il Cristiano immerso nel fango del peccato, ma capace di scorgere nel suo simile un amore ardente, acceso alle realtà invisibili, e che d’altra parte consideri la delusione e il vuoto degli amori terreni, incomincia a sentirsi disgustato del peccato; egli ha compreso qualche cosa di Dio, qualche cosa dell’immenso amore di Gesù per la sua creatura; ha sentito in se un sussulto della grazia latente del suo battesimo e della sua prima comunione. Gesù gli si è presentato vivo, perché le tenerezze del suo Cuore trasparivano dal volto e dalla voce del suo ministro. Egli ha intravveduto un altro amore, un amore nobile, puro, ardente, e si è detto: Dunque è possibile quaggiù amare con un amore più forte che quello delle creature. Ancora qualche manifestazione più intima del Dio-Amore per mezzo del suo araldo, e l’anima uscirà dal fango in cui era immersa, e non la spaventeranno più i sacrifici necessari per acquistare il tesoro dell’amore divino a lei quasi sconosciuto prima di allora. Anche senza svolgere di più questo pensiero, già si vede abbastanza quali aumenti di amore, e perciò quale progresso, può il vero pastore assicurare nelle anime già uscite dal peccato o già fervorose. Anche gli uomini di azione non rivestiti del sacerdozio faranno nascere intorno a sé, con la loro carità ardente, la più eccellente delle virtù teologali.

IRRADIA LA BONTÀ. — Lo zelo che non è caritatevole, direbbe san Francesco di Sales, deriva da carità non vera. Un’anima che gusti, per mezzo dell’orazione, la soavità di Colui che la Chiesa chiama bonitatis oceanus (Oceano di bontà), arriva a trasformarsi; ancorché fosse naturalmente portata all’egoismo e alla durezza, tutti questi difetti scompariranno a poco a poco. Nutrendosi di Colui nel quale appare la benignità di Dio sul mondo: benignitas et humanitas apparuit Salvatoris nostri Dei (Apparve la benignità e l’umanità di Dio nostro Salvatore (Tit. III, 4), di colui che è l’immagine, l’espressione giusta della Bontà divina: imago Bonitatis illius (Sap. VII, 26), l’apostolo partecipa alla beneficenza di Dio e sente il bisogno di essere come lui diffusivus.  Un cuore quanto più è unito a Gesù Cristo, tanto più partecipa della prima qualità del Cuore divino e umano del Redentore, della sua Bontà. Indulgenza, benevolenza, compassione, tutto in lui è moltiplicato, e la sua generosità e la sua abnegazione arriveranno fino all’immolazione allegra e magnanima. L’apostolo, trasfigurato dall’amore divino, si attirerà facilmente la simpatia delle anime: in bonitate et alacritate animæ suæ placuit (Piacque per la bontà e l’alacrità dell’anima sua – Eccl. XL, 4); le sue parole e le sue azioni saranno piene di bontà, di una bontà disinteressata che non assomiglia a quella ispirata dal desiderio di popolarità o da un egoismo raffinato.  – Il P. Lacordaire dice: «Dio volle che non si facesse nessun beneficio all’uomo, se non amandolo, e che l’insensibilità fosse sempre incapace di dargli la luce e d’ispirargli la virtù». Infatti se la forza vuole imporsi, noi ci facciamo un vanto nel resisterle; se la scienza pretende di sempre convincere, noi per puntiglio opponiamo delle obbiezioni; ma siccome noi ci sentiamo punto umiliati quando la bontà ci disarma, facilmente cediamo al fascino della sua condotta.  – La piccola suora dei poveri, la piccola suora dell’Assunzione, la Figlia della Carità, potrebbero citare molte conversioni fatte senza discutere, con la sola forza di una bontà instancabile e spesso eroica. – Qui vi è Dio, esclama l’empio e il peccatore dinanzi a tanta abnegazione; io lo vedo questo Dio buono; e buono dev’essere davvero, se il trattare con Lui rende un essere così delicato, capace di calpestare il suo amor proprio e di far tacere le sue più giuste ripugnanze! Questi angeli della terra sono l’espressione vivente di questa definizione del P. Faber: « La bontà è l’effusione di sé negli altri; essere buono vuol dire mettere gli altri al posto di sé. La bontà convertì più peccatori che non lo zelo, l’eloquenza e l’istruzione, e queste tre cose non convertirono mai nessuno, se non c’entrava anche la bontà. In una parola, la bontà ci fa altrettanti dèi, gli uni per gli altri. La manifestazione di tali sentimenti negli uomini apostolici è quella che attira a loro i peccatori e li conduce alla conversione. E soggiunge: La bontà si mostra dovunque il miglior pioniere del Prezioso Sangue… Certamente i terrori del Signore sono spesso il principio di quella sapienza che si chiama conversione, ma bisogna spaventare gli uomini con bontà, altrimenti il timore farà soltanto degl’infedeli… » (Conferenze spirituali). Abbiate il cuore di una madre, dice san Vincenzo Ferreri, sia che dobbiate incoraggiare, sia che dobbiate spaventare, mostrate a tutti le viscere di una tenera carità, e senta il peccatore che essa ispira le vostre parole. Se volete essere utili alle anime, incominciate con ricorrere di cuore a Dio, affinché v’infonda questa carità in cui si riassumono tutte le virtù, affinché per mezzo di essa otteniate lo scopo che vi siete prefisso (Trattato della Vita spirituale, p. II, c. X). Tra la bontà naturale, semplice frutto del temperamento, e la bontà soprannaturale di un’anima apostolica, vi è tutta la distanza che corre tra l’umano e il divino. La prima potrà far nascere il rispetto, anche la simpatia verso l’operaio evangelico, e talora può far deviare verso la creatura un’affezione che era dovuta a Dio; essa non arriverà mai a determinare le anime a fare, davvero per amore di Dio, il sacrificio necessario per ritornare al loro Creatore: soltanto la bontà che deriva dall’intimità con Gesù, può produrre tale effetto.  L’amore ardente per Gesù e la vera direzione delle anime dà all’apostolo tutte le audacie compatibili con il tatto e la prudenza. Un illustre secolare ci raccontava che, conversando egli con san Pio X, si era lasciata sfuggire qualche parola mordace contro un nemico della Chiesa, e che il Papa gli disse: «Figlio mio, io non approvo il vostro linguaggio; per punizione, ascoltate questa storia: Un sacerdote che conobbi molto bene, arrivava nella sua prima parrocchia e credette bene di visitare tutte le famiglie, non esclusi gli ebrei, i protestanti e neppure i frammassoni, e poi annunziò dal pulpito, che ogni anno avrebbe ripetuto la sua visita. Fu un gran chiacchierare tra i suoi confratelli che se ne lagnarono con il Vescovo; questi chiamò subito a sé l’accusato e gli fece un severo ammonimento; ma il parroco modestamente gli rispose: “Monsignore, nel Vangelo vedo che Gesù comanda al pastore di ricondurre tutte le pecorelle all’ovile: oportet illas adducere; e come è possibile ciò, se non si vanno a cercare? Del resto io non transigo mai sui princìpi e mi limito a dimostrare il mio interessamento e la mia carità a tutte le anime, anche traviate, che Dio mi ha affidate. Annunziai dal pulpito tali visite, ma se è vostro desiderio che me ne astenga, degnatevi di darmene il divieto per iscritto, affinché si sappia che io non faccio altro che obbedire ai vostri comandi”. Il Vescovo fu tocco da queste giuste parole e non insistette più. L’avvenire poi diede ragione a quel sacerdote il quale ebbe la gioia di convertire alcuni di quei traviati e obbligò tutti gli altri a rispettare la nostra santa Religione. L’umile parroco è divenuto, per volontà di Dio, il Papa che vi dà questa lezione di carità. Siate dunque intransigente sui princìpi, ma la vostra carità abbracci tutti, anche i peggiori nemici della Chiesa ».

IRRADIA L’UMILTÀ. — Facilmente si comprende come la bontà e la dolcezza di Gesù attirassero le moltitudini; ma si può attribuire lo stesso potere alla sua umiltà? Io non ne dubito.  Sine me nihil potesti» facere (Senza di me voi non potete fare nulla – Giov. XV, 5). L’apostolo, innalzato dal Creatore alla dignità di suo cooperatore, diventerà un agente di operazioni soprannaturali, ma a condizione che vi apparisca solo Gesù. Quanto più egli saprà far scomparire se stesso e diventare impersonale, tanto più Gesù avrà cura di manifestarsi. Ma senza questa impersonalità, l’apostolo pianterà e irrigherà inutilmente: non ne germoglierà nulla!  La vera umiltà possiede un fascino particolare di cui Gesù stesso è la sorgente; essa spira il Divino; allo zelo che spiega l’uomo di azione nel far scomparire se stesso perché appaia soltanto Gesù: Illum oportet crescere me autem minui (Bisogna che egli cresca e che lo diminuisca – Giov. III, 30), corrisponde da parte di Nostro Signore il dono che Egli concede al suo ministro, di guadagnare sempre più i cuori. – Così l’umiltà diventa uno dei più grandi mezzi di azione sulle anime. Credetemi, diceva san Vincenzo de’ Paoli ai suoi sacerdoti, non saremo mai atti a fare l’opera di Dio, se non siamo persuasi che da noi soli siamo più capaci di guastare ogni cosa, che non a riuscire.  Qualcuno forse si meraviglierà perché ritorno così spesso sugli stessi pensieri; a me sembra che soltanto col ripeterli potrò scolpirli nella mente dei miei cari lettori e mostrarne loro l’importanza. Il fare arrogante, il tono di pretensione, non hanno forse spesso la loro parte nella infecondità delle opere?  Il Cristiano «moderno» vuole conservare la propria indipendenza; accetterà di obbedire a Dio, ma solo a Dio; dal ministro di Dio egli non accetterà ordini né direzione e neppure consigli, se non ci vede proprio la firma di Dio! Perciò bisogna che l’apostolo sappia tanto nascondersi e scomparire, con la pratica dell’umiltà che è frutto della vita interiore, da arrivare al punto di non essere più, agli occhi di chi lo vede, altro che il trasparente di Dio e ad avverare in sé la parola del Maestro: Qui maior est vestrum erit minister vester. Vos autem nolite vocari Rabbi… nec vocemini Magistri (Voi non vi tate chiamare Babbi… Non chiamatevi Maestri… Il più grande tra voi sia il vostro servo – MATT. XXIII, 8 e 11). La sola vista dell’uomo interiore diventa un insegnamento della scienza della vita, cioè della scienza della preghiera (Sant’Agostino). E perché? Perché con l’umiltà egli spira la dipendenza da Dio; e questa dipendenza nella quale quell’anima si mantiene continuamente, si manifesta con l’abitudine di ricorrere a Dio in ogni occasione, sia per prendere una decisione, sia per avere conforto in qualche difficoltà, sia soprattutto per ottenere la forza di trionfarne. Nel Comune dei Confessori Pontefici, il sacerdote legge queste parole con le quali san Beda commenta così egregiamente l’espressione Pusillus grex: « Il Salvatore chiama piccolo il gregge degli eletti, sia perché lo paragona alla moltitudine dei reprobi, sia più ancora per causa del suo ZELO APPASSIONATO PER L’UMILTÀ, poiché per quanto numerosa ed estesa sia già la sua Chiesa, vuole tuttavia che essa cresca fino alla fine del mondo NELL’UMILTÀ e giunga cosi al REGNO PROMESSO ALL’UMILTÀ» (Hom. di S. BEDA, Lib. IV, cap. LIV su S. Luca, XII).  Questo testo s’ispira alle gravi lezioni che Gesù dà agli Apostoli quando, per esempio, essi vogliono rivolgere a vantaggi personali la loro vocazione all’apostolato e si mostrano in quell’occasione cosi pieni di ambizione e di gelosia. Voi lo sapete, dice loro, coloro che sembrano regnare sulle nazioni dominano su esse, e i grandi comandano imperiosamente al popolo; ma così non dev’essere tra di voi; chi è il più grande tra voi sia come il più piccolo, e colui che vuol essere il primo diventi il servo di tutti (MATT. XX; Lue. XXII).  Ma, dice Bourdaloue, con questo non viene indebolita l’autorità? Vi sarà sempre abbastanza di autorità in mezzo a voi se vi sarà abbastanza di umiltà, e SE L’UMILTÀ SE NE VA, l’autorità diventa PESANTE E INSOPPORTABILE. Senza la vera umiltà, l’apostolo cadrà in uno dei due eccessi: o di una esagerata indulgenza o, più spesso, in una tendenza al despotismo. Non facciamo qui questione di dottrina: supponiamo che l’apostolo sia abbastanza illuminato da preservare la sua intelligenza da una tolleranza senza limiti e da una durezza di zelo che non piacerebbe a Dio; i suoi princìpi sono perfettamente sani e la sua scienza è giusta. Ciò posto, noi affermiamo che senza l’umiltà l’apostolo non potrà tenere il giusto mezzo tra i due estremi, e nella sua condotta si manifesterà la vigliaccheria o più spesso la superbia.  Oppure, cedendo a una falsa umiltà, sarà pusillanime, lascerà che lo spirito di carità degeneri in debolezza, sarà l’uomo delle concessioni esagerate, delle conciliazioni a qualunque costo, e il suo zelo di conservare intatti i princìpi scomparirà sotto mille pretesti, sotto ragioni di prudenza o sotto calcoli meschini. Oppure lo spirito della natura e la cattiva direzione della volontà metteranno di mezzo la superbia, la suscettibilità, l’Io; di cui odi personali, «autoritarismo», rancori, dispetti, rivalità, antipatie, parzialità, passione, rappresaglie, ambizione, gelosia, un desiderio affatto umano di dominare, calunnie, maldicenze, parole aspre, spirito di corpo affatto mondano, asprezza nel difendere i princìpi ecc.  La gloria di Dio, invece di restare il fine vero alla cui ricerca si nobilitano le nostre passioni, sarà ridotta da questo apostolo alla condizione di mezzo e di pretesto per sostenere, sviluppare e far scusare quelle stesse passioni in ciò che hanno di troppo umano. I più piccoli attacchi alla gloria di Dio, alla Chiesa, solleveranno scatti d’ira in cui lo psicologo vedrà la difesa della personalità dell’operaio apostolico o dei privilegi della sua casta come società puramente umana, assai più che la devozione alla causa di Dio, sola ragione di essere della Chiesa come società perfetta stabilita da Dio. – La sicurezza di dottrina e il retto giudizio non bastano a preservare da tali deviazioni, perché l’apostolo senza vita interiore, e perciò senza vera umiltà, sarà dominato dalle sue passioni. Soltanto l’umiltà, conservandolo nella rettitudine di giudizio e distogliendolo dall’agire per impressione, metterà maggiore equilibrio e stabilità nella sua vita. Unendolo a Dio, essa, per così dire, lo farà partecipe dell’immutabilità divina: così la fragile edera diventa forte e stabile della forza incrollabile della quercia, quando con tutte le sue fibre aderisce al tronco robusto di questa regina della foresta. Dobbiamo dunque ammettere che senza l’umiltà, se non cadremo nel primo eccesso, la nostra natura ci porterà al secondo, oppure andremo ora verso l’uno ora verso l’altro, secondo le circostanze o le passioni. Così si avvererà quello che dice san Tommaso: L’uomo è un essere mutevole; è costante solo nella sua incostanza. Il risultato logico di un apostolato così difettoso sarà o il disprezzo di un’autorità pusillanime, o la diffidenza e spesso l’odio contro un’autorità che non è il riflesso di Dio.

IRRADIA LA FERMEZZA E LA DOLCEZZA. — Molte volte i Santi si scagliarono con forza contro l’errore, lo scandalo e l’ipocrisia, e san Bernardo, l’oracolo del suo secolo, si può citare, mi sembra, come uno dei Santi il cui zelo dimostrò maggiore fermezza. Ma nel leggere attentamente la sua vita, il lettore saprà distinguere fino a che punto la vita interiore avesse reso impersonale quest’uomo di Dio. Egli ricorre alla fermezza soltanto dopo di aver constatato con evidenza l’inefficacia degli altri mezzi; spesso anzi li alterna e, nel suo grande amore per le anime, dopo di aver dimostrato, per rivendicare la dottrina, una santa indignazione e dopo di aver chiesto rimedi, riparazioni, pegni e promesse, lo vediamo darsi subito con dolcezza materna alla conversione di coloro che, per obbligo di coscienza, aveva dovuto combattere. Mentre era senza pietà per gli errori di Abelardo, sapeva farsi amico colui che aveva ridotto vittoriosamente al silenzio.  Quando si tratta dei mezzi da adoperarsi, se la dottrina è fuori di questione, egli si erige a campione per impedire che gli ecclesiastici ricorrano alla violenza. Venuto a sapere che si vuole fare strage degli Ebrei in Allemagna, lascia subito il chiostro per correre in loro difesa e per predicare una crociata di pace. Infatti in un memorabile documento che il P. Ratisbonne ricorda nella sua Vita di san Bernardo, il gran rabbino del paese esprime la sua ammirazione per il monaco di Chiaravalle « senza del quale – egli dice – nessuno di noi non sarebbe rimasto vivo in Allemagna ». E invita le future generazioni degli Ebrei a non dimenticare mai il debito di gratitudine che essi hanno verso il santo Abate. «Noi siamo, diceva san Bernardo in quell’occasione, i soldati della pace, siamo l’esercito dei Pacifici: Beo et paci militantibus. La persuasione, l’esempio, l’abnegazione sono le sole armi degne dei figli del Vangelo».  Soltanto la vita interiore può ottenere questo spirito impersonale di cui è improntato lo zelo di tutti i Santi. – Nel Chiablese, prima della venuta di san Francesco di Sales, tutti gli sforzi cadono a vuoto. I capi del protestantesimo si prepararono a una lotta accanita; la setta si propone persino di uccidere il santo. Ma questi si presenta raggiante di dolcezza e di umiltà; in lui si vede un uomo nel quale l’annientamento dell’Io fa risplendere l’amore di Dio e del prossimo. La storia ci dice i risultati rapidi e appena verosimili di quell’apostolato. Ma egli pure, il dolce san Francesco di Sales, quando fu necessario, seppe dimostrare una inesorabile fermezza: egli non esitò a invocare la forza delle leggi umane per confermare i risultati ottenuti con la soavità della sua parola e con l’esempio delle sue virtù. Così il santo Vescovo consigliava al Duca di Savoia i severi provvedimenti contro la perfidia degli eretici.  I Santi non facevano altro che imitare il Maestro. Nel Vangelo vediamo il Salvatore che accoglie con misericordia i peccatori, amico di Zaccheo e dei pubblicani, pieno di bontà verso gli ammalati, gli afflitti, gli umili. Eppure Egli, la dolcezza e la mansuetudine incarnata, non esita a dar mano alla sferza per scacciare i mercanti dal Tempio. Quanta severità e quanta forza nelle sue espressioni, quando parla di Erode o flagella i vizi degli Scribi e dei Farisei ipocriti! Soltanto in certi rarissimi casi, dopo di aver adoperato invano gli altri mezzi, oppure quando è evidente che questi sarebbero inutili, si può, a malincuore, per evitare lo scandalo e perciò per carità, ricorrere a mezzi che sembrino violenti.  Eccetto questi casi e quando non vi è questione di principi, la mansuetudine deve dominare nella condotta dell’operaio evangelico. Si prendono più mosche, dice san Francesco di Sales, con una goccia di miele, che non con un barile di aceto.  Ricordiamo il biasimo dato da Gesù ai suoi Apostoli quando, urtati e umiliati nella loro dignità umana, e non già guidati da uno zelo puro e disinteressato, volevano ricorrere alla violenza e chiedevano che il fuoco del cielo scendesse sul borgo samaritano che non li voleva ricevere. Voi non sapete, disse loro Gesù, di quale spirito siete (Luc. IX, 55). – Un Vescovo della Francia, la cui fermezza nei principi è citata come modello, visitava ultimamente nella sua città vescovile le famiglie in lutto, in cui la recente guerra aveva fatto qualche vittima. Facendosi tutto a tutti, andò a portare il conforto della sua parola a un calvinista che piangeva il figlio caduto sul campo di battaglia, e gli parlò con cuore commosso. Tocco da questo atto di umile carità, quel protestante diceva poi: « È mai possibile che un Vescovo di famiglia così nobile e così illustre per la sua dottrina, si sia degnato, nonostante la diversità della mia religione, di entrare nella mia modesta casa? Questo suo atto e le sue parole mi sono scese al cuore ». L’industriale presso il quale era impiegato quel calvinista, raccontando il fatto, soggiungeva: «Per me, credo che questo protestante sia già per metà convertito; certamente il Vescovo con la sua dolcezza ha fatto ben più per la sua conversione, che non interminabili e vive discussioni». Quel pastore di anime manifestò la mansuetudine di Gesù; il protestante vide, per così dire, dinanzi a sè il Salvatore, e per forza dovette pensare: Una Chiesa nella quale vi sono Pontefici che rispecchiano cosi eccezionalmente Colui che io ammiro nel Vangelo, dev’essere la vera Chiesa.  – La vita interiore mantiene ad un tempo lo spirito e la volontà al servizio del Vangelo. Né l’indolenza né la violenza ingiustificata fanno deviare la direzione dell’anima che vede e opera secondo il Cuore di Gesù; essa attinge la sua prudenza e il suo ardore unicamente da questo Cuore adorabile: qui sta il segreto della sua riuscita. Invece la mancanza di vita interiore, e perciò la manifestazione delle passioni umane, spiegano tante sconfitte.

IRRADIA LA MORTIFICAZIONE. — Lo spirito di mortificazione è un altro principio fecondatore dell’azione. Tutto si riassume nella Croce. Finché non si sia fatto penetrare nelle anime il mistero della Croce, non si sarà mai fatto altro che appena toccarle leggermente. Ma chi dunque potrà far loro accettare un mistero che ripugna a questo orrore per i patimenti, così naturale alla creatura umana? Soltanto colui che potrà dire col grande Apostolo: Christo confixus sum cruci (Io sono crocifisso insieme con Gesù Cristo – Gal. II, 19). Ne saranno capaci coloro che portano in se stessi Gesù mortificato: Semper mortificationem Jesu in corpore nostro circumferentes ut vita Jesu manifestetur in corporibus nostris (Portando sempre con noi nel nostro corpo la morte di Gesù affinché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale (II Cor. IV, 10). Mortificarsi vuol dire riprodurre il Christus non sibi placuit (Gesù Cristo non ebbe compiacenza di sè (Rom. XV, 3), vuol dire rinunziare a sé in ogni circostanza, arrivare ad amare ciò che non piace, tendere insomma all’ideale di essere una vittima continuamente immolata.  Ora senza la vita interiore non possiamo giungere a svellere dalle radici i nostri più tenaci istinti. Mentre il poverello d’Assisi, attraversando in silenzio le vie della città, predica con la sola sua presenza il mistero della Croce, l’apostolo che non è mortificato invano ripeterebbe lo splendido discorso di Bossuet sul Calvario; il mondo sta così trincerato nello spirito del piacere, che per demolire la sua cittadella non bastano gli argomenti comuni e neppure le idee sublimi: ci vuole la Passione resa come sensibile dalla mortificazione e dal distacco del ministro di Dio. Inimicos crucis Christi, ripeterebbe san Paolo, nemici della Croce quei molti Cristiani i quali nella Religione non vedono altro che un’espressione della moda, un’abitudine di pratiche esteriori tradizionali che si compiono periodicamente con rispetto, si, ma senza che abbiano relazione con l’emendazione della vita, con la lotta contro le passioni e con l’introduzione dello spirito evangelico nei costumi. Questo popolo sembra che mi onori, potrebbe dire il Signore, ma mi onora soltanto a parle, e il suo cuore è lontano da me (MATT. XV, 8). Inimicos crucis Christi, nemici della Croce quei Cristiani effeminati che credono cosa indispensabile il circondarsi di tutte le comodità, il piegarsi a tutte le esigenze del mondo, l’abbandonarsi ai suoi piaceri disordinati, il seguirne appassionatamente tutte le mode, e si sentono urtati da quella parola che essi non comprendono più, ma che pure Gesù Cristo disse per tutti: Se non farete penitenza, perirete tutti egualmente (Luc. XIII, 3, 5). La Croce, secondo l’espressione di san Paolo, per essi è divenuta uno scandalo (I Cor. I, 23). Eppure senza la vita interiore, può l’apostolo produrre Cristiani diversi da questi?  Un numeroso concorso a certe funzioni soddisferà certamente il cuore del vero sacerdote, ma lo lascerà senza entusiasmo, se egli non potrà attribuire tale concorso che all’abitudine, a una fedeltà rispettabile verso certe usanze di famiglia, a certe abitudini che non scomodano per nulla il corso della vita, oppure se ne scoprirà la causa nel piacere di trovare della buona musica, un sontuoso apparato, oppure di assistere a un esercizio di eloquenza di cui si viene ad ammirare soltanto la forma. Almeno, sembrerebbe, non mancherà mai questo entusiasmo allo spettacolo della comunione frequente! Mi viene alla mente un ricordo del mio viaggio negli Stati Uniti: attraversando certe parrocchie, mi sentivo pieno di gioia nell’udire che un bel numero di uomini erano fedeli alla comunione del primo venerdì del mese. «Homo videt in facie, Deus autem in corde (Breviario; L’uomo vede in faccia, ma Dio vede il cuore), mi disse un santo sacerdote di New York; non dimenticatevi che siete in un paese dove il rispetto umano è sconosciuto e dove dappertutto si trova il bluff. Conservate la vostra ammirazione per le parrocchie in cui l’osservatore giudizioso può constatare che le comunioni frequenti manifestano davvero, se non la completa emendazione della vita, almeno sforzi sinceri di vita cristiana e un leale desiderio di non venire a patti con l’intemperanza, con la sfrenata ricerca del denaro e altre cose simili ». – Lungi da me il pensiero di non apprezzare anche le più lievi tracce di vita cristiana; lo scopo di queste parole è piuttosto di deplorare quella triste incapacità, in cui ci potremmo trovare per mancanza di vita interiore, di produrre altro che risultati assai meschini, benché non spregevoli.  Il Signore vuole da noi soltanto il cuore; per conquistarlo, per possedere la nostra volontà, per animarci a seguirlo nella vita della rinunzia, Egli venne a rivelare all’uomo le sublimi verità della fede.  Sarà capace di far nascere questa rinunzia che è base di tutta la perfezione, l’apostolo abituato alla vita interiore che è tutta fondata su l’Abneget semetipsum (Rinneghi se stesso – MATT. XVI, 24); ma ne sarà invece incapace colui che segue troppo da lontano il Salvatore che porta la croce. Nemo dat quod non habet (Nessuno dà ciò che non possiede); essendo egli stesso vile nell’imitare Gesù crocifisso, come potrebbe predicare al suo popolo quella guerra santa contro le passioni, alla quale il Signore ci chiama? L’apostolo disinteressato, umile, casto, è il solo che possa trascinare le anime a lottare contro le onde sempre crescenti della cupidigia, dell’ambizione e dell’impudicizia; soltanto chi conosce la scienza del Crocifisso è abbastanza forte da opporre una diga a quella continua ricerca di agiatezze, a quel culto del piacere che minaccia di sommergere tutto e di rovesciare le famiglie e le nazioni. San Paolo riassume il suo apostolato nel predicare Gesù crocifisso, e siccome egli vive di Gesù e di Gesù crocifisso, è capace di far gustare alle anime il mistero della Croce e d’insegnare loro a viverne. Ai nostri giorni troppi apostoli non hanno più abbastanza di vita interiore, per approfondire questo mistero vivificante, per esserne penetrati e per irradiarlo intorno a sé. Essi nella religione considerano troppo esclusivamente i lati filosofici, sociali o anche estetici, che possono fermare l’attenzione della mente o eccitare la sensibilità e la fantasia; essi sviluppano la loro tendenza a vedere soprattutto nella religione una scuola di poesia sublime, di arte incomparabile. La religione possiede certamente queste qualità, ma il vederla soltanto sotto questi aspetti secondari sarebbe assolutamente un deformare l’economia del Vangelo, mettendo come fine quello che è soltanto un mezzo. È sacrilegio fare un Cristo damerino del Cristo del Getsemani, del Pretorio, del Calvario. Dopo il peccato sono diventate condizioni necessarie della vita la penitenza, la riparazione, il combattimento spirituale, e la Croce di Gesù Cristo lo ricorda in tutte le circostanze. Allo zelo del Verbo incarnato per la gloria di suo Padre, non basta ottenere degli ammiratori, ma occorrono degli imitatori. – Nell’Enciclica del 1° novembre 1914, Benedetto XV invita i veri apostoli a scavare un solco più profondo per strappare le anime all’amore degli agi, all’egoismo, alla leggerezza dei gusti, alla dimenticanza dei beni eterni, e questo equivale a fare appello alla vita interiore dei ministri del divino Crocifisso. Dio che ci diede tanto, vuole che dall’età della ragione il cristiano unisca alla Passione sanguinosa di Gesù, qualche cosa di se stesso, quello che potremmo chiamare il sangue dell’anima sua, cioè i sacrifici necessari per osservare le leggi divine. In che modo il fedele s’indurrà a fare generosamente tale sacrificio di beni, di piaceri, di onori, se non lo attira l’esempio del pastore delle anime, abituato egli stesso allo spirito di sacrificio? Di dove verrà la salvezza della società, si domanda ansiosamente allo spettacolo delle ripetute vittorie del nemico infernale; quando toccherà alla Chiesa il trionfo! È facile rispondere col Maestro: Hoc autem genus non eiicitur nisi per ora-tionem et ieiunium (Questo genere di demoni non si scaccia se non con la preghiera e col digiuno (MATT. XVII, 20). Quando dalle file del sacerdozio e dalla milizia dei religiosi uscirà uno stuolo di uomini mortificati che facciano risplendere in mezzo ai popoli il mistero della Croce, questi popoli, contemplando nel sacerdote o nel religioso mortificato le riparazioni per i peccati del mondo, comprenderanno la Redenzione per mezzo del Sangue di Gesù Cristo. Allora soltanto l’esercito di satana indietreggerà, e non si udrà più attraverso i secoli l’eco terribile del pietoso lamento del Signore oltraggiato che finalmente avrà trovato delle anime riparatrici: Et quæsivi de eis virum qui interponeret sepem et staret opposìtus centra me prò terra ne dissiparem eam, et non inveni (Cercai tra loro un uomo che facesse siepe e che stesse contro di me a favore della terra affinché non la distruggessi, e non lo trovai (EZECH. XXII, 30). Da qualcuno si è voluto ricercare perché mai un solo segno di croce del P. de Ravignan producesse un effetto così magico sugl’indifferenti e persino sugli empi venuti ad ascoltarlo per semplice curiosità; la conclusione delle domande rivolte a molti uditori fu che l’austerità di vita intima del predicatore si manifestava assai vivamente in quel segno di croce che lo univa al mistero del Calvario.

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