DOMENICA III DOPO PENTECOSTE (2020)

DOMENICA NELL’OTTAVA DELLA FESTA DEL SACRO CUORE e III DOPO LA PENTECOSTE. (2020)

Semidoppio. – Paramenti bianchi.

La liturgia di questo giorno esalta la misericordia di Dio verso gli uomini: come Gesù « che era venuto a chiamare non i giusti, ma i peccatori », cosi lo Spirito Santo continua l’azione di Cristo nei cuori e stabilisce il regno di Dio nelle anime dei peccatori. Questo ricorda la Chiesa nel Breviario e nel Messale. — Le lezioni del Breviario sono consacrate quest’oggi alla storia di Saul. Dopo la morte di Eli gli Israeliti si erano sottomessi a Samuele come a un nuovo Mosè; ma quando Samuele divenne vecchio il popolo gli chiese un re. Nella tribù di Beniamino viveva un uomo chiamato Cis, che aveva un figlio di nome Saul. Nessun figlio di Israele lo eguagliava nella bellezza, ed egli sorpassava tutti con la testa. Le asine del padre si erano disperse ed egli andò a cercarle e arrivò al paese di Rama ove dimorava Samuele. Ed egli disse: « L’uomo di Dio mi dirà, ove io le potrò ritrovare ». Come fu alla presenza di Samuele, Dio disse a questi: « Ecco l’uomo che io ho scelto perché regni sul mio popolo ». Samuele disse a Saul: « Le asine che tu hai perdute da tre giorni sono state ritrovate ». Il giorno dopo Samuele prese il suo corno con l’olio e lo versò sulla testa di Saul, l’abbracciò e gli disse: « Il Signore ti ha unto come capo della sua eredità, e tu libererai il popolo dalle mani dei nemici, che gli sono d’attorno ». « Saul non fu unto che con un piccolo vaso d’olio, – dice S. Gregorio – perché in ultimo sarebbe stato disapprovato. Questo vaso conteneva poco olio e Saul ha ricevuto poco, perché  la grazia spirituale l’avrebbe rigettata » (Matt.). « In tutto – aggiunge altrove – Saul rappresenta i superbi e gli ostinati » (P. L. 79, c. 434). S. Gregorio dice che Saul mandato « a cercare le asine perdute è una figura di Gesù mandato da suo Padre per cercare le anime che si erano perdute » (P. L. 73, c. 249). « I nemici sono tutt’intorno in circuitu », continua egli; lo stesso dice il beato Pietro: « Il nostro avversario, il diavolo, gira (circuit) attorno a voi ». E come Saul fu unto re per liberare il popolo dai nemici che l’assalivano, cosi Cristo, l’Unto per eccellenza, viene a liberarci dai demoni che cercano di perderci. – Nella Messa di oggi il Vangelo ci mostra la pecorella smarrita e il Buon Pastore che la ricerca, la mette sulle spalle e la riporta all’ovile. Questa è una delle più antiche rappresentazioni di Nostro Signore nell’iconografia cristiana, tanto che si trova già nelle catacombe. L’Epistola ci mostra i danni ai quali sono esposti gli uomini raffigurati dalla pecorella smarrita. « Vegliate, perché il demonio come un leone ruggente cerca una preda da divorare. Resistete a lui forti nella vostra fede. Riponete in Dio tutte le vostre preoccupazioni, poiché Egli si prende cura di voi (Ep.), Egli vi metterà al sicuro dagli assalti dei vostri nemici (Grad.), poiché è il difensore di quelli che sperano in lui (Oraz.) e non abbandona chi lo ricerca (Off.). Pensando alla sorte di Saul, che dapprima umile, s’inorgoglisce poi della sua dignità reale, disobbedisce a Dio e non vuole riconoscere i suoi torti, « umiliamoci avanti a Dio » (Ep.) e diciamogli: « O mio Dio, guarda la mia miseria e abbi pietà di me: io ho confidenza in te, fa che non sia confuso (Int.); e poiché senza di te niente è saldo, niente è santo, fa che noi usiamo dei beni temporali in modo da non perdere i beni eterni (Oraz.); concedi quindi a noi, in mezzo alle tentazioni « una stabilità incrollabile » (Ep.).

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXIV: 16; 18 Réspice in me et miserére mei, Dómine: quóniam únicus et pauper sum ego: vide humilitátem meam et labórem meum: et dimítte ómnia peccáta mea, Deus meus.

[Guarda a me, e abbi pietà di me, o Signore: perché solo e povero io sono: guarda alla mia umiliazione e al mio travaglio, e rimetti tutti i miei peccati, o Dio mio.]

Ps XXIV: 1-2 Ad te, Dómine, levávi ánimam meam: Deus meus, in te confído, non erubéscam.

[A te, o Signore, elevo l’ànima mia: Dio mio, confido in te, ch’io non resti confuso.]

Réspice in me et miserére mei, Dómine: quóniam únicus et pauper sum ego: vide humilitátem meam et labórem meum: et dimítte ómnia peccáta mea, Deus meus.

[Guarda a me, e abbi pietà di me, o Signore: perché solo e povero io sono: guarda alla mia umiliazione e al mio travaglio, e rimetti tutti i miei peccati, o Dio mio.]

Oratio

Orémus.

Protéctor in te sperántium, Deus, sine quo nihil est válidum, nihil sanctum: multíplica super nos misericórdiam tuam; ut, te rectóre, te duce, sic transeámus per bona temporália, ut non amittámus ætérna.

[Protettore di quanti sperano in te, o Dio, senza cui nulla è stabile, nulla è santo: moltiplica su di noi la tua misericordia, affinché, sotto il tuo governo e la tua guida, passiamo tra i beni temporali cosí da non perdere gli eterni.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Petri Apóstoli. 1 Pet V: 6-11.

“Caríssimi: Humiliámini sub poténti manu Dei, ut vos exáltet in témpore visitatiónis: omnem sollicitúdinem vestram projiciéntes in eum, quóniam ipsi cura est de vobis. Sóbrii estote et vigiláte: quia adversárius vester diábolus tamquam leo rúgiens circuit, quærens, quem dévoret: cui resístite fortes in fide: sciéntes eándem passiónem ei, quæ in mundo est, vestræ fraternitáti fíeri. Deus autem omnis grátiæ, qui vocávit nos in ætérnam suam glóriam in Christo Jesu, módicum passos ipse perfíciet, confirmábit solidabítque. Ipsi glória et impérium in sæcula sæculórum. Amen”.

(“Carissimi: Umiliatevi sotto la potente mano di Dio, affinché vi esalti nel tempo della visita. Gettate ogni vostra sollecitudine su di lui, poiché egli ha cura di voi. Siate temperanti e vegliate; perché il demonio, vostro avversario, gira attorno, come leone che rugge, cercando chi divorare. Resistetegli, stando forti nella fede; considerando come le stesse vostre tribulazioni sono comuni ai vostri fratelli sparsi pel mondo. E il Dio di ogni grazia che ci ha chiamati all’eterna sua gloria, in Cristo Gesù, dopo che avete sofferto un poco, compirà l’opera Egli stesso, rendendoci forti e stabili. A lui la gloria e l’impero nei secoli dei secoli”).

Omelia I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1929]

NELLE PROVE

L’Epistola è tratta dalla prima lettera di S. Pietro. Dopo aver parlato dei doveri dei pastori verso i fedeli e dei doveri dei fedeli verso i pastori, con le parole dell’epistola odierna viene a parlare dei dovrei comuni a tutti i cristiani. Si era sotto la persecuzione suscitata da Nerone. Raccomanda di accettar con umiltà la prova, affinché Dio li esalti a suo tempo; esorta di esser sobri, vigilanti, fermi nella fede per poter resistere al demonio; inculca la pazienza con la considerazione che i Cristiani sparsi nel mondo sono sottoposti alle stesse tribolazioni. Dio, poi, che li ha chiamati alla gloria celeste, compirà l’opera incominciata, dando la forza di perseverare. Le prove non erano una condizione esclusiva dei Cristiani dei tempi di Nerone. Anche senza la persecuzione dei tiranni, esse non mancano mai a coloro che vogliono seguire Gesù Cristo. Noi Cristiani:

1. Dobbiamo accettar le prove dal Signore, che le manda per nostro bene,

2. Senza avvilirci, perché sono un retaggio comune,

3. Confortati dall’aiuto di Dio, che ha cura di noi.

1.

Umiliatevi sotto la potente mano di Dio. Cioè, sottomettetevi, senza replicare, alla potenza di Dio che vi umilia; accettate le prove che la Provvidenza vi manda. Quanto sia necessaria questa esortazione di S. Pietro lo constatiamo tutti i giorni. Si vorrebbe seguir Dio, ma senza alcuna fatica. Fin che tutto sorride e prospera attorno a noi si procede con entusiasmo: ma alle prime prove ci cascano le braccia, ci vengono meno le forze per proseguire. Gesù Cristo ha paragonato costoro alla semente che cade sulla pietra. Nasce e si secca, perché non può mettere le radici. Quanti Cristiani si mettono a praticare il bene con entusiasmo; poi, «al tempo della tentazione si tirano indietro» (Luc. VIII, 13). Gli insegnamenti del Vangelo non hanno messo radici troppo profonde nel loro cuore. In quale pagina, infatti, del Vangelo noi leggiamo che Gesù Cristo abbia promesso ai suoi seguaci una vita aliena dai patimenti? Leggiamo invece tutto l’opposto: «Non si dà servo maggiore del suo padrone» (Matt. X, 24). E: se Gesù Cristo, nostro padrone, si sottopone alle prove più dure, non possiamo pretendere di andarne esenti noi, suoi servi. – Del resto le prove sono un segno dell’amor di Dio. Chi da Dio è amato, da lui è visitato. «Figliuolo — leggiamo nei libri santi — non sdegnare la disciplina di Dio, e non t’incresca il suo castigo, perché  Dio castiga chi ama, come un padre un figlio che predilige» (Prov. III, 11-12). Quando i padri castigano, siano pure le loro correzioni dure e severe, non osiamo criticarli; perché sappiamo che non ira, non vendetta, ma la premura di renderli migliori li fa diventar severi coi figli. Tanto più dobbiam trovar ragionevoli, e accettar con spirito di sottomissione le prove che ci manda il Signore. I genitori, nota S. Paolo, «ci correggevano secondo quel che pareva loro per pochi giorni; Dio lo fà per nostro vantaggio, affinché partecipiamo alla santità di lui» (Ebr. XII, 10. Quelli puniscono per il conseguimento di beni fugaci, il Signore punisce per il conseguimento di beni immortali. A coloro che, dimentichi di Dio e dei propri doveri, vivono nel letargo del peccato, le prove sono una scossa efficace. Non adoperiamo una voce blanda, ma una forte scossa per svegliare chi è assopito in un profondo sonno. Non adoperiamo una carezza ma un forte strappo per trarre in salvo chi sta per essere investito, o per cadere in un precipizio. Si è disprezzata la voce della buona ispirazione, del buon esempio per non lasciarsi stornare dai godimenti terreni; è ben giusto che Dio amareggi questi godimenti con delle dure prove. « Col fuoco si fa prova dell’oro e col dolore degli uomini accetti» (Eccli II, 5)) dice lo Spirito Santo. Dio non ha bisogno della prova per conoscere la nostra costanza, ma gli uomini, ai quali siamo obbligati a dare buon esempio, hanno bisogno di questa prova. Coloro che ci circondano non devono ripetere la stolta affermazione di satana, il quale, non avendo nulla da dire contro Giobbe, insinuava che egli servisse il Signore unicamente per la prosperità che Dio gli aveva dato. La nostra costanza nella prova, oltre acquistarci dei meriti, insegna a servir Dio disinteressatamente. Inoltre, sotto le prove, l’anima fa notevoli progressi. Una verga di ferro, messa al fuoco, perde la ruggine, si piega docile sotto i colpi del martello, e per il lungo e paziente lavoro della lima riesce un pregevole oggetto d’arte. Così l’afflizione purga l’anima, la rende docile alla volontà di Dio, la raffina nella virtù. –

2.

S. Pietro per incoraggiare i Cristiani a resistere alle tentazioni e a tutte le prove vuole vadano considerando come le stesse tribolazioni sono comuni ai … fratelli sparsi pel mondo. Come osserva il Grisostomo: « La compagnia di quei che soffrono rende più leggero il peso della sofferenza ». (In 2 Ep. ad Tim. Hom. 1, 4). E in questo mondo soffrono tutti. « Se non oggi, domani; se non domani, ci sarà qualche nuovo dolore più tardi; e come non può darsi che i naviganti siano senza sollecitudine quando vanno per l’ampio oceano, così quei che passano questa vita non possono essere senza tristezza » (S. Giov. Grisost. 1. c. n. 3). Saranno più o meno diversi i motivi di tristezza; ma nessuno ne va esente. Una croce il Signore l’ha destinata a tutti. Una croce che l’uomo comincia a portare fin dall’adolescenza è la inclinazione al male. Croce», se egli lotta per vincere; croce, se cede alla passione, per l’amarezza e lo sconforto che ne seguono. Una croce è mettersi alla sequela di Dio per la via stretta; lo Spirito Santo, però, assicura che è una croce anche abbandonare Dio. per camminare per la via larga. « Riconosci alla prova — fa dire da Geremia ad Israele — come è cosa cattiva e dolorosa l’aver tu abbandonato il Signore Dio tuo » (Ger. II, 19.). Sono croci le aspirazioni non mai appagate, gli ideali non mai raggiunti, le agitazioni non mai calmate, un sogno che svanisce, un matrimonio infelice, un figlio scapestrato. Sono croci le malattie, le privazioni, la mancanza di quanto è necessario, una fortuna che dilegua, un affare che va male, un infortunio che capita all’impensata. Si hanno croci in casa e croci fuori di casa: da parte da amici e da parte di nemici, da parte di vicini e da parte di lontani. Chi potrebbe enumerarle tutte? E se tutti hanno la propria croce, perché solamente noi dovremmo andarne liberi? Se le croci sono comuni a tutti i discendenti di Adamo, tanto più devono essere comuni ai Cristiani, seguaci di Colui che morì in croce. «Se credi di non aver tribolazioni — dice S. Agostino — non hai ancora cominciato a essere Cristiano» (En. in Ps. 45,4). S. Paolo e S. Barnaba esortavano i discepoli a rimaner fedeli, «dicendo che noi dobbiamo passare per molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio» (Att. XIV, 21). Come è impossibile entrare nel regno di Dio senza tribolazioni; così è impossibile trovare un Cristiano senza tribolazioni; senza molte tribolazioni, se ha cura di entrare nel regno di Dio. È pensiero consolante, però, il considerare che nel portar la croce abbiam compagni non solamente tutti i fratelli che abbiamo nel mondo, ma lo stesso Gesù Cristo. Nei primi anni del suo episcopato in Milano, il Cardinal Ferrari si era recato a far visita al Re Umberto I, nella sua villa di Monza. A un certo momento della conversazione, che aveva preso un tono confidenziale, Re Umberto dice con un sospiro: «Sapesse, Eminenza, quanto pesa in certi momenti la corona!» E l’Arcivescovo, con il consueto sorriso buono e confortevole, soggiunse pronto: «Pesa anche la croce vescovile, Maestà; l’una e l’altra però diventano leggere e amabili quando ci si metta sopra il Crocefisso» (B. Galbiati, Vita del Cardinale Carlo Andrea Ferrari ecc. Milano, 1926, pag, 226). Perché avvilirci sotto il peso delle tribolazioni se sono comuni a tutti gli uomini, e soprattutto a tutti i fratelli in Gesù Cristo; e se Gesù Cristo terminò sulla croce una vita di tribolazioni senza numero?  –

3.

Dio, il quale ci ha chiamati alla vita celeste che otterremo dopo i brevi patimenti su questa terra, non ci abbandona nei momenti della prova. Dopo che avrete sofferto un poco— dice S. Pietro — compirà l’opera egli stesso, rendendovi forti e stabili. Egli conforterà, assisterà i Cristiani, perché non abbiano a vacillare nel sopportare i mali, e nel compire i propri doveri. Le prove che Dio permette sono medicine; e sono sempre le più adatte per noi. Innanzi tutto Dio non manda se non quel che si può portare; e nessuno può asserire che le prove, che Dio gli manda siano superiori alle proprie forze. Nessun navigante carica la nave con un peso superiore alla sua portata; nella traversata la nave affonderebbe. E neppur salpa con una nave troppo leggera; questa sarebbe molto facilmente sbattuta qua e là dai venti. Dio proporziona a ciascuno le croci in modo che tengano fermo l’uomo tra l’infuriar delle passioni, e nello stesso tempo non lo opprimano col loro peso. Per dubitare di questo, bisognerebbe ignorare che «le opere di Dio sono perfette e tutte le vie di lui sono giuste» (Deut. XXXII, 4). Si odono spesso frasi come queste: «Dio poteva darmi una croce, ma pesante come questa, no». — «Un’altra croce, pazienza; ma non questa». — «Tutti hanno la propria croce; ma la mia è più pesante delle altre». Se tutti dovessimo portar la nostra croce in un luogo pubblico, e lì — come si fa in una esposizione — metterle in vista, in modo che noi potessimo vedere le croci degli altri, e gli altri potessero vedere le nostre, e a tutti fosse data facoltà di cambiar la propria con altra; quanti la cambierebbero? Tutto considerato, ciascuno penserebbe che è meglio riprender la propria, e ritornare con quella a casa. Il Signore non ci lascia portar da soli il peso della tribolazione. A incoraggiare Giacobbe a scendere da Betsabea in Egitto con tutta la famiglia, Dio gli si manifesta di notte, in visione, e l’assicura: «Non aver paura di scendere in Egitto… Io scenderò con te in Egitto, e Io ancora ti farò di là ritornare» (Gen. XLVI, 3-4). Quando, nel pellegrinaggio di questa vita, ci troviamo nelle difficoltà Dio ci è vicino, molto più vicino di quanto supponiamo. Egli può condurci e ricondurci incolumi attraverso a tutte le prove. Se saremo disposti a non staccarci da Lui, Egli non ci abbandonerà, ma ci darà la forza di superare qualunque ostacolo. – «Il Signore è buono — dice il profeta — e consola nel giorno della tribolazione, e conosce quelli che sperano in Lui (Nah. I, 7). Sappiamo, dunque, dove porre le nostre speranze nel momento della tribolazione, senza pericolo di rimanere delusi. Il Signore non vuol tormentare i suoi amici; ma vuol renderli migliori e meritevoli di un gran premio; Egli sa quello che fa. Sarebbe una vera pazzia, nell’ora della prova, abbonarsi alle querele e ai lamenti, invece di praticare il suggerimento di S. Pietro : Umiliatevi sotto la potente mano di lui. Dopo tutto «l’angustia della tribolazione passerà, ma l’ampiezza della gioia a cui pervennero non avrà termine» (S. Agost. En. in Ps. CXVII). – E soprattutto umiliamoci sotto la potente mano del Signore nelle prove più gravi, come le prove pubbliche, accettandole come un invito a riformare la nostra condotta, e facciamo che non si debba ripetere il lamento che un giorno faceva S. Cipriano : «Ecco, dal Cielo vengono inflitte calamità, e non c’è alcun timor di Dio» (Ad Dem. 8).

Graduale

Ps LIV: 23; 17; 19 Jacta cogitátum tuum in Dómino: et ipse te enútriet.

[Affida ogni tua preoccupazione al Signore: ed Egli ti nutrirà.]

V. Dum clamárem ad Dóminum, exaudívit vocem meam ab his, qui appropínquant mihi. Allelúja, allelúja.

[Mentre invocavo il Signore, ha esaudito la mia preghiera, liberandomi da coloro che mi circondavano. Allelúia, allelúia]

Ps VII: 12 Deus judex justus, fortis et pátiens, numquid iráscitur per síngulos dies? Allelúja.

[Iddio, giudice giusto, forte e paziente, si adira forse tutti i giorni? Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Lucam.

S. Luc. XV: 1-10

“In illo témpore: Erant appropinquántes ad Jesum publicáni et peccatóres, ut audírent illum. Et murmurábant pharisæi et scribæ, dicéntes: Quia hic peccatóres recipit et mandúcat cum illis. Et ait ad illos parábolam istam, dicens: Quis ex vobis homo, qui habet centum oves: et si perdíderit unam ex illis, nonne dimíttit nonagínta novem in desérto, et vadit ad illam, quæ períerat, donec invéniat eam? Et cum invénerit eam, impónit in húmeros suos gaudens: et véniens domum, cónvocat amícos et vicínos, dicens illis: Congratulámini mihi, quia invéni ovem meam, quæ períerat? Dico vobis, quod ita gáudium erit in cœlo super uno peccatóre pœniténtiam agénte, quam super nonagínta novem justis, qui non índigent pœniténtia. Aut quæ múlier habens drachmas decem, si perdíderit drachmam unam, nonne accéndit lucérnam, et evérrit domum, et quærit diligénter, donec invéniat? Et cum invénerit, cónvocat amícas et vicínas, dicens: Congratulámini mihi, quia invéni drachmam, quam perdíderam? Ita dico vobis: gáudium erit coram Angelis Dei super uno peccatóre pœniténtiam agénte”.

(“In quel tempo andavano accostandosi a Gesù de’ pubblicani e de’ peccatori per udirlo. E i Farisei e gli Scribi ne mormoravano, dicendo: Costui si addomestica coi peccatori, e mangia con essi. Ed Egli propose loro questa parabola, e disse: Chi è tra voi che avendo cento pecore, e avendone perduta una, non lasci nel deserto le altre novantanove, e non vada a cercar di quella che si è smarrita, sino a tanto che la ritrovi? e trovatala se la pone sulle spalle allegramente; e tornato a casa, chiama gli amici e i vicini, dicendo loro: Rallegratevi meco, perché ho trovato la mia pecorella, che si era smarrita? Vi dico, che nello stesso modo si farà più festa per un peccatore che fa penitenza, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di penitenza. Ovvero qual è quella donna, la quale avendo dieci dramme, perdutane una, non accenda la lucerna, e non iscopi la casa, e non cerchi diligentemente, fino che l’abbia trovata? E trovatala, chiama le amiche e le vicine, dicendo: Rallegratevi meco, perché ho ritrovata la dramma perduta. Così vi dico, faranno festa gli Angeli di Dio, per un peccatore che faccia penitenza”).

Omelia II

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

Sulla dilazione della conversione.

Gaudium erit in cœlo super uno peccatore poenitentiam agente, quam super nonaginta novem iustis qui non indigent pœnitentia.

Luc. XV.

Chi l’avrebbe creduto fratelli miei, che la conversione d’un peccatore avesse dato più d’allegrezza al cielo che la perseveranza di novantanove giusti? La perseveranza di molti giusti non procura ella forse più di gloria a Dio che la conversione d’un peccatore? Qual vantaggio dunque può Iddio cavare dalla conversione del peccatore per farne un così gran soggetto di gaudio? Eppure è questa una verità di cui Gesù Cristo ci assicura nel Vangelo; non già che la conversione d’un peccatore sia effettivamente un più gran bene che la perseveranza dei novantanove giusti; ma ella ci fa meglio conoscere il fine della missione del Salvatore del mondo e l’estensione delle sue misericordie su di essi. Qui, dice Egli altrove, essere venuto per chiamare i peccatori e non i giusti, mentre più di misericordia ha luogo dove più vi ha di miserie: ora il peccatore è ridotto ad uno stato di miserie in cui non si trova il giusto. Questo peccatore è lontano dal suo Dio, egli ha perduto il sommo bene, egli è l’oggetto delle vendette di Dio; la sua misericordia non può soffrirlo in quello stato; e perciò lo cerca, come dice il Vangelo, con altrettanta premura che un pastore corre dietro alla sua pecorella smarrita, e con altrettanta sollecitudine che una donna la quale sia tutta ansiosa per ritrovare una dramma smarrita. Mormorino pure i farisei di questa condiscendenza di Gesù Cristo per i peccatori, si lamentino perché vuole mangiare con essi; Egli condanna la durezza dei farisei, si compiace coi peccatori, fa loro sentire le attrattive della sua misericordia a fine di ricondurli a sé. – Verità molto consolante per voi, fratelli miei, che avete avuta la disgrazia di perdere per lo peccato la grazia del vostro Dio. La misericordia di Dio vi aspetta, v’invita a ritornare a sé; ella è tutta pronta a ricevervi, tostochè voi ritornerete coi sentimenti d’un cuor contrito ed umiliato. Ma non crediate, o peccatori, che, perché la misericordia di Dio v’aspetta, vi sia permesso di differire la vostra conversione, e che essa sia per aspettarvi tanto che vi piacerà. Se da una parte ella vi dice: ritornate, e riceverete la vita; dall’altra vi avvisa di non differire, perché differendo vi esponete al rischio di non ricevere mai più il perdono. Perché mai? Perché non potete ricevere il perdono senza convertirvi. Ora, differendo la vostra conversione, vi mettete a rischio evidente di non mai convertirvi o in una specie d’impossibilità di farlo. Rischio di non convertirvi giammai, perché il tempo può mancarvi. Impossibilità o estrema difficoltà di convertirvi, perché la grazia e la volontà possono anche mancarvi. In due parole: conversione differita, conversione incerta; primo punto: conversione differita, conversione difficile; secondo punto. Convertitevi dunque prontamente. – Potete voi ricusare di dare agli Angeli un motivo di allegrezza in cui voi trovate la vostra felicità, la vostra salute eterna?

I. Punto. Non si possono vedere senza ammirazione i segni sensibili che Dio ci dà nella sacra Scrittura della sua misericordia verso i peccatori e del desiderio sincero che Egli ha della loro conversione. Qui, come nell’odierno Vangelo, questa divina misericordia si dipinge sotto i tratti d’un amoroso pastore che corre dietro a una pecorella smarrita, che la riconduce dolcemente nell’ovile, e la porta anche sopra le sue spalle per risparmiarle la fatica del cammino. Là essa si manifesta sotto il simbolo d’un tenero padre che riceve un figliuolo prodigo che le dissolutezze avevano ridotto nel più deplorabile stato. Non solamente Dio aspetta il peccatore con pazienza, ma lo ricerca con premura, lo invita, lo sollecita a ritornare a Lui; Egli fa i primi passi, e quando il peccatore si arrende ai suoi inviti, lo riceve con bontà, lo ricolma dei suoi benefizi, si rallegra del suo ritorno come di una conquista, se ne applaudisce come di un trionfo. Il che ci è sensibilmente significato nella parabola di quella donna che invita le sue amiche a seco rallegrarsi perché ha ritrovato la dracma che aveva perduta. Ma che dobbiamo noi il più ammirare, fratelli miei? la bontà di Dio a ricercare e a ricevere il peccatore, o l’indifferenza del peccatore a ritornare a Dio? Più Dio fa dei passi per accostarsi al peccatore, più questo peccatore sembra volersi allontanare dal suo Dio. Nemico della sua felicità, fugge la grazia che lo cerca; e come se fosse una disavventura l’arrendersi ai dolci inviti di questa grazia, Egli ama meglio rimanere nella schiavitù del peccato che romper le catene che lo rendono effettivamente disgraziato. Ma a che vi esponete voi, peccatori ribelli alla grazia del vostro Dio, a che vi esponete differendo la vostra conversione? Voi vi mettete in un rischio evidente di non convertirvi giammai, perché? Perché contate sopra un tempo avvenire che voi forse non avrete; mentre nulla è più incerto di questo tempo, o sia che lo consideriamo in sé stesso e nella sua natura, o sia che lo consideriamo per riguardo a Dio, che non l’ha promesso. La vostra conversione non è più certa che il tempo: per conseguenza, conversione differita, conversione incerta. – Una delle più pericolose illusioni di cui si serve il demonio per condurre i peccatori alle porte della morte eterna si è di nutrirli della lusinghiera speranza d’un tempo avvenire, al quale essi rimandano le loro conversioni. Sanno pure che per esser salvi conviene cangiar vita, lasciare il peccato, fuggirne le occasioni; ma si persuadono che a ciò fare vi sarà sempre tempo. – I giovani si affidano nella robustezza del loro temperamento, e non rimirano la morte che da lontano; riguardano la gioventù come un tempo di piaceri, di cui possono profittare, e di cui avranno il tempo di far penitenza. Eh! Perché, dicono essi, non faremo noi come gli altri, che ci han preceduti? Ciascuno deve avere il suo tempo; quando noi saremo in un’età più avanzata, noi penseremo a vivere diversamente; ma convien pure che la gioventù si sfoghi; non bisogna singolarizzarsi con un genere di vita diverso da quelli della nostra età: conviene mantenere corrispondenze, amicizie per giungere ad uno stabilimento; e per questo bisogna frequentare il mondo, e vivere a genio suo. Si trova nell’età giovanile un’infinità di ostacoli alla virtù. Quando io non avrò più, dice quel giovine, dice quella figlia, quelle corrispondenze, quelle amicizie, quando non avrò più tante occasioni di offendere Dio, io mi convertirò, e farò penitenza dei peccati della mia gioventù; ma al presente mi è impossibile. Ora perché domandarmi una cosa impossibile per adesso, e che penso fare in un altro tempo; poiché secondo tutte le apparenze, io ho ancora alcuni anni a vivere? Io sono di un temperamento abbastanza forte per non sì tosto temere la morte, risolutissimo per altro, quando la vedrò avvicinarsi, di cangiar vita e di fare penitenza. Non sono forse questi i sentimenti d’un gran numero di giovani che mi ascoltano? La loro condotta lo fa pur troppo vedere. Pensare a convertirci, a far penitenza, dicono gli altri avanzati in età, non ci è per ora possibile; gli affari di cui siamo occupati, la famiglia che conviene stabilire, quella lite che convien terminare, non ci permettono di pensare a regolare la nostra coscienza, che domanda tutta la nostra attenzione. Bisogna dunque aspettare che siamo disimpegnati da quegli affari: che siamo padroni di noi medesimi per pensare alla nostra salute. Quando avremo un tempo più favorevole, metteremo un intervallo tra la vita e la morte, e ci prepareremo al gran viaggio dell’eternità. In tal modo ragiona, fratelli miei, una infinità di persone d’ogni età e condizione; i vecchi medesimi sperano aver del tempo abbastanza per riparare i mancamenti da loro fatti durante la vita. Ma che accade poi a questi peccatori che procrastinano in tal guisa la loro conversione? E a che va a finire quella lusinghiera speranza del tempo avvenire, di cui pascono le loro idee? A non averne affatto. E perché questo, fratelli miei? Perché nulla di più incerto che il tempo della vita: egli è una foglia, che il minimo vento, rapisce, dice il santo Giobbe, egli è un fumo che si dissipa in un istante; egli è un’ombra che fugge; niuno può promettersi un solo giorno, un sol momento di vita. Noi tutti portiamo dentro di noi una risposta di morte, dice  l’Apostolo; e colui che fa conto di vivere ancora un certo numero d’anni non vedrà forse il fine di quello che ha cominciato. Quel giovane che confida sulla forza del suo temperamento sarà còlto dalla morte in un tempo in cui meno vi penserà; quell’uomo pieno di progetti che l’impediscono di pensar all’affare più importante che abbia al mondo, morrà prima di avere eseguito un solo dei suoi progetti, e molto meno quello della sua conversione, ch’egli differisce dopo gli altri. – Quanti non se ne veggono cui la morte non lascia il tempo di riconoscersi? Quanti non ve ne ha, che sono rapiti nella loro più florida gioventù e sono svelti dal seno dei piaceri per essere trasportati in quello del dolore eterno? Oimè! qual bisogno evvi di provare ciò che la esperienza dimostra! Non avete voi forse vedute persone giovani come voi, d’un temperamento forte come il vostro, morire in un tempo in cui non se l’aspettavano? Non ne avete forse vedute alcune cólte da una morte subitanea ed improvvisa? L’uno fu ritrovato morto nel suo letto, l’altro perì nell’acqua, questi dal fuoco, quegli da una caduta o da qualche altro impensato accidente. L’uno è attaccato da un’apoplessia, che gli toglie l’uso dei sensi e lo mette fuori di stato di ricevere i sacramenti; l’altro vien tolto di mezzo da una febbre maligna, che non gli ha dato il tempo di mettere ordine alla sua coscienza: ed ecco forse ciò che accadrà a voi, che contate tanto sulla vostra età e sul vostro temperamento. Chi può accertarvi che voi non sarete, come tanti altri, sorpresi dalla morte? Benché giovani, benché robusti voi siate, non potete forse essere attaccati, come gli altri, d’apoplessia, còlti da qualche accidente, che vi tolga la vita senza che vi pensiate? Non potete voi forse morire di morte subitanea? E quand’anche fosse di malattia, forse non sarete più a tempo di ricevere i sacramenti, o perché voi li avrete domandati troppo tardi, o perché non si ritroverà alcun ministro di Gesù Cristo per darveli, o perché non giungeranno sì presto, malgrado la loro diligenza, a portarsi presso di voi; non è dunque una gran temerità ed una gran follia rimettere la vostra conversione ad un tempo che voi forse non avrete, e che avete ogni motivo di paventar di non avere? – Ma forse ancora, dite voi, io non morrò sì presto. Forse Dio mi darà tempo di far penitenza, di ricevere i sacramenti, come lo dà a tanti altri. Non ha Egli forse promesso il perdono ai peccatori che ritornano a Lui con sincera penitenza, in qualunque tempo lo facciano? Forse, dite voi, io non morrò sì presto, ma forse ancora morrete quanto prima; voi non siete più certi dell’uno che dell’altro. Non è forse molto meglio in questa incertezza prendere il partito più sicuro, che è quello di convertirvi? Se il tempo dipendesse da voi. se poteste disporre dell’ora della vostra morte, non sareste sì temerari a differire la vostra conversione; ma nulla evvi che dipenda meno da noi che il tempo, dice s. Agostino. Noi non possiamo disporre d’un sol momento; Dio è il padrone di tutti i momenti. Ah! chi sa, dice Gesù Cristo, quelli che il Padre celeste ha riserbati in suo potere? Momento, quæ posuit Pater in $ua potestate (Act. 1). Iddio può darvi un momento che voi vi promettete: forse, voi dite, ve lo darà; ma forse ancora non vel darà, perché non ve l’ha promesso. Se è dunque sopra un forse che voi fondate la vostra speranza, vale a dire il più grande affare che voi abbiate al mondo, non è questo un arrischiare tutto? Non è questo un voler perire eternamente? Ed è così, fratelli miei, vi domando, è così che voi operate per affare temporale o per la sanità del vostro corpo? Se voi trovate in quest’oggi un’occasione favorevole di arricchirvi, non la prendete voi con premura, per timore che dopo, lasciandola sfuggire, non la troviate più? Se siete attaccati da malattia, aspettate forse ch’ella sia invecchiata e v’abbia condotti alle porte della morte per far venire il medico? No, senza dubbio: voi prendete tutte le precauzioni possibili per arrestare il male nel suo principio o per isfuggire i colpi della morte, quest’oggi voi potete guarire la vostr’anima col rimedio della penitenza, quest’oggi voi potete assicurare la riuscita del grande affare della salute; perché dunque aspettare un domani che forse non avrete? Ah! bisogna dire che voi abbiate minor zelo per la vostra salute che per la sanità, minor premura per i beni del cielo che per quelli della terra. – Invano appoggiate voi la vostra dilazione sulla speranza che Dio vi accorderà del tempo e che vi riceverà ogni qual volta ritornerete a Lui con una sincera penitenza, Iddio, è vero, ha promesso il perdono al peccatore che si converte sinceramente; Egli non getta giammai un cuor contrito ed umiliato: ma notate, dice s. Agostino, che vi sono due cose in questa promessa, l’ora ed il perdono. Se voi vi convertite, Dio vi perdonerà, niente di più sicuro; ma vi darà Egli forse quando vorrete l’ora ed il tempo della conversione? Niente di più incerto. Egli ha promesso il perdono all’ora che vi convertirete; ma vi ha forse promesso di darvi quell’ora, di aspettarvi tanto che vi piacerà di differire? No, al contrario, Egli v’assicura positivamente che vi sorprenderà in tempo che non ve lo aspetterete: Qua hora non putatis (Luc. XII). Egli vi minaccia della medesima disgrazia che avvenne agli abitatori della terra al tempo di Noè, i quali non pensavano che a bere, a mangiare, a divertirsi, e che furono ad un tratto sepolti nelle acque del diluvio. Si è in tal guisa, dice Gesù Cristo, che il Figliuolo dell’uomo verrà a sorprendere i peccatori in mezzo ai piaceri; si è in tal modo che essi ingannati saranno nella speranza d’un tempo avvenire, di cui si lusingavano: Ita erit et adventus filii hominis (Matth. XXIV). Quanti reprobi nell’inferno provano al presente gli effetti di quella terribile minaccia! Contavano essi, come voi, sopra un tempo avvenire per cangiare di vita, per fare penitenza; ne avevano fatto più volte il progetto, ma la morte li ha sorpresi e non ha loro dato il tempo di eseguirlo. Ah! quanto amaramente si dolgono del tempo di cui non han profittato, ed oh! come vorrebbero aver quello che è adesso in vostra disposizione per riparare la perdita da loro fatta, ma non l’avranno mai più. Aspettate voi forse, fratelli miei, che siate ridotti nel medesimo stato che quegl’infelici, per pensare com’essi sul prezzo del tempo? Voi potete ancora ciò ch’essi non potranno mai più. Qual buona sorte per voi! ma qual disgrazia se voi non imparate a loro spese? Potrete voi forse scusarvi sul tempo che non avete avuto? Potrete voi dire che la morte vi ha sorpresi? Ma voi l’avete questo tempo; voi siete avvertiti che la morte può sorprendervi; sarà colpa vostra se voi siete sorpresi. Profittate dunque del tempo che avete al presente, senza contare sopra un tempo che non vi è promesso. Cercate il Signore mentre potete trovarlo; invocatelo mentre è vicino, per timore di cadere nella notte fatale dove nol ritroverete più, dove l’invocherete inutilmente: Quærite Dominum, dum inveniri potest; invocate eum dum prope est (Isai. LV). – Se voi aveste incorsa la disgrazia di un re potente, che avesse data contro di voi una sentenza di morte, e vi si dicesse che potete quest’oggi ottenere la vostra grazia, ch’egli ve l’accorderà, se voi la domandate, ma che forse domani voi non sarete più a tempo, che la sentenza di morte si eseguirà su di voi, aspettereste voi il domani per domandare questa grazia? Non la domandereste voi in quest’oggi? Ah! voi sapete, o peccatori, che la sentenza di morte eterna è fulminata contro di voi dal sovrano del re: i peccati di cui siete colpevoli, non vi lasciano alcun luogo di dubitarne: voi potete preservacrvene in quest’oggi, in questo momento; perché dunque aspettare domani, in cui questa sentenza forse si eseguirà? Mentre non potete voi forse morire in quest’oggi? É se voi morite in istato di peccato, eccovi perduti per sempre. Convertitevi dunque in quest’oggi e non aspettate a domani. Imperciocché, o voi volete qualche giorno convertirvi, o nol volete giammai. Non voler convertirsi giammai è voler essere riprovato. Qual barbara risoluzione! Ma se voi volete convertirvi, perché non farlo quest’oggi, che è nelle vostre mani? Perché aspettar ad un altro giorno, che non è in poter vostro? E sino a quando direte voi con Agostino peccatore: modo, adesso? Ah! dite piuttosto come Agostino penitente diceva col reale profeta: sin da quest’oggi, sin da questo momento io voglio darmi a Dio; e finita, la risoluzione è presa: Dixi: nunc cœpi; sin da quest’oggi, sin da questo momento io voglio lasciare il peccato, le occasioni del peccato, quella persona, quella casa che mi perde: sin da questo momento io voglio restituire quel bene altrui, riconciliarmi con quel nemico, correggermi di quel cattivo abito; no, io  non aspetterò più a far una cosa, che dovrei già da lungo tempo aver fatta. E tanto più lo dovete, perché se differite ancora, la vostra conversione diverrà più difficile. Secondo punto.

II. Punto. Due cose sono necessarie per la giustificazione del peccatore, la grazia di Dio e la volontà dell’uomo, nulla può l’uomo senza la grazia: ma nulla fa la grazia senza la cooperazione dell’uomo: bisogna dunque che la grazia e la volontà operino di concerto per consumare l’opera della giustificazione. Ora il peccatore che differisce la sua conversione si espone ad esser privo della grazia; e quand’anche la grazia gli fosse data, egli ha ogni motivo di temere che la sua volontà gli sia fedele a corrispondervi. Due ragioni che provano la dilazione render la conversione difficilissima ed in certo modo impossibile; ragioni che debbono per conseguenza indurre il peccatore a convertirsi prontamente. – Bisogna primieramente convenire secondo i principi della fede, che Dio, il quale vuol salvare tutti gli uomini, conferisce a tutti le grazie necessarie per essere salvi. In qualunque stato sia ridotto il peccatore, non deve giammai disperare della sua salute, che è sempre possibile; ma non bisogna credere che Dio apra egualmente il tesoro delle sue grazie a coloro che gli resistono, come a quelli che gli sono fedeli: siccome Egli ricompensa la fedeltà alla grazia con grazie più abbondanti, cosi punisce il dispregio che se ne fa con la sottrazione di quei doni celesti; non già che li ricusi interamente, ma questi non saranno grazie speciali e di predilezione che Egli darà alle anime ribelli, come a quelle che gli sono fedeli. – Imperciocché come volete voi che Dio dia queste grazie speciali per convertirvi a voi peccatori che, differendo la vostra conversione, ve ne rendete sì indegni con le vostre resistenze continue? Come potete voi sperare i favori che Dio riserba a quelle anime elette che si consacrano interamente a Lui, voi che gli disubbidite ai primi ed anche la più gran parte della vostra vita, per non consentigli che i miseri avanzi di una vita passata nell’iniquità e nel libertinaggio? Non dovete voi temere al contrario, ed anche tener per certo ch’Egli vi ricuserà quegli aiuti vi promettete dal canto suo, poiché ve lo minaccia sì espressamente? Guai a voi, dice Egli, che disprezzate la mia grazia; io pure vi disprezzerò: Vae qui spernis, nonne et ipse sperneris (Isai. XXXIII)? Io vi ho chiamati, dice altrove, e voi non avete voluto ascoltarmi; vi ho cercati, e voi mi avete fuggito ; ma voi pure mi chiamerete, ed Io non vi ascolterò, mi cercherete e non mi ritroverete, e morrete nel vostro peccato: Quæretis me, et non invenietis, et in peccati vestro moriemini (Jo. VIII). – Queste testimonianze e molte altre che io potrei citare non provano forse chiaramente, fratelli miei, che vi sono momenti favorevoli, momenti critici e decisivi per la conversione del peccatore che più non si trovano quando sono passati? Che vi sono grazie particolari da cui dipende la nostra predestinazione? Che chi non le mette a profitto si pone a rischio evidente d’eterna riprovazione. E certamente esige la giustizia divina di operare in tal modo a riguardo di un peccatore che dispregia le sue grazie. Iddio ha la pazienza di aspettare questo peccatore, gli dà tutto il tempo e le grazie per fare penitenza, tempo prezioso che non ha dato agli Angeli ribelli e a molti altri che sono morti in istato di peccato, e questo peccatore abusa della pazienza di Dio per offenderlo, egli fa della pazienza di Dio il motivo delle sue colpe: dunque ella è cosa giusta che questo peccatore sia privo della grazia di Dio in punizione del dispregio ch’egli ne ha fatto. Ah! sappiate, peccatori, vi dice l’Apostolo, che giacché voi dispregiate le ricchezze della misericordia del Signore, accumulate sopra di voi un tesoro di collera pel giorno delle sue vendette: Thesaurizas tibi iram in die iudicii (Rom.II). – Questa vendetta di Dio comincia ad esercitarsi su di voi in questa vita. Voi chiudete gli occhi alla luce che illumina, voi siete insensibili ai buoni movimenti ch’ella fa nascere nei vostri cuori, voi non volete convertirvi adesso che Dio ve ne concede la grazia: ma verrà un tempo che questa viva luce non vi illuminerà più, che questa grazia più non vi toccherà, che queste minacce non vi spaventeranno più: il Signore, di cui vi burlate, si burlerà anch’Egli di voi; disgustato dalle vostre resistenze, vi abbandonerà e v’insulterà nei vostri affanni: Ego in interitu vestro ridebo, et subsannabo (Prov. 1). – Ma, direte voi, non si sono forse veduti gran peccatori ritornare a Dio e diventare gran santi dopo una vita passata nello sregolamento, come una Maddalena, il buon ladrone, un s. Paolo e tanti altri? Questi vasi d’ignominia non sono divenuti vasi di elezione con una abbondante effusione della grazia, con quei colpi che noi chiamiamo grazie speciali e di predilezione? Noi abbiamo a fare con lo stesso Dio, ricchissimo in misericordia: il tesoro delle sue grazie non è punto esausto né chiuso per noi: non possiamo noi forse sperare di avervi parte come gli altri, che ne erano indegni quanto noi? A questo io ho due cose a rispondere: o sì fatti peccatori che sono ritornati a Dio dopo una vita sregolata hanno corrisposto alla prima grazia decisiva della loro conversione, o se l’hanno rigettata, non sono divenuti santi, se non perché Dio ha fatto risplendere su di essi quei miracoli d’una grazia straordinaria ch’Egli dà a chi gli piace, per far vedere che ha nei suoi tesori armi potenti a trionfare della resistenza dell’uomo più ribelle. Nel numero di quelli che hanno corrisposto alla prima grazia decisiva della loro conversione, riconoscete quegli illustri penitenti che ci avete citati, la Maddalena, un s. Paolo, il buon ladrone. Quando fu che la Maddalena prese il partito di andar a trovare presso di Gesù Cristo il rimedio alle piaghe della sua anima? Ut cognovit (Luc. VII). Sin dal momento che la luce della grazia risplendette ai suoi occhi e le ebbe fatto conoscere le vanità del mondo, essa le abbandonò senza frappor dimora, essa superò generosamente tutti gli ostacoli che si presentavano alla sua conversione. – Il buon ladrone, a canto di Gesù Cristo, profittò anch’egli nel momento favorevole che ebbe per chiedergli un posto nel suo regno. Saulo colpito, gettato a terra sulla strada di Damasco, chiede a Gesù Cristo che vuole ch’ei faccia: Domine, quid me vis facere (Act. IX)? Dacché ha inteso la voce del suo Dio, egli depone le armi; di persecutore della Chiesa ne diventa un fervente discepolo. – Ecco, peccatori, ciò che voi dovreste fare, e ciò che non fate. Di già la luce della grazia vi ha fatto conoscere la vanità del mondo, come alla Maddalena, e voi siete sempre attaccati al mondo ingannatore; voi non potete risolvervi a lasciare le sue vanità, le sue pompe, i suoi piaceri. Dio, per istaccarvene; vi ha percossi, come un altro Saulo, togliendovi quei beni, quella sanità di cui abusate, umiliandovi con sinistri accidenti, con dispregi, con dileggiamenti che aveste a sopportare da parte dei mondani, spezzando l’idolo della vostra passione, che vi teneva stretto nelle sue catene; e malgrado tutti i colpi con cui Dio vi ha percossi, voi siete sempre gli stessi, sempre schiavi delle vostre passioni, sempre amanti dei beni, dei piaceri, sempre avvinti all’oggetto d’una rea passione. Come volete voi dunque che Dio si diporti con voi? Volete voi che Egli vi cavi malgrado vostro dalla schiavitù, che vi tragga per forza dal pantano in cui siete immersi? Ma Egli non vuol forzare la vostra libertà; Egli fa dal canto suo tutto quello che è necessario per porgervi aiuto a rialzarvi; Egli vi stende la mano e, forse nell’istante stesso che vi parla, vi stimola, vi tocca con una grazia speciale che vi dà, malgrado l’abuso che avete fatto delle altre. A voi tocca cooperare ai suoi disegni; ma voi vi restate nell’inazione, voi nulla volete fare. Sappiate dunque che questo forse è l’ultimo de’ suoi favori, e che se voi non ne profittate, vi esponete a non averne più: sappiate che il dispregio che voi farete di questa grazia metterà forse il colmo alla misura delle vostre iniquità ed il sigillo alla vostra riprovazione. – Mettete dunque a profitto questa grazia, mentre è tempo, e non contate sopra i miracoli d’una grazia che Dio non concede nel corso ordinario della sua provvidenza. Non sarebbe forse una gran temerità ed una presunzione molto biasimevole l’aspettare dalla misericordia di Dio una grazia straordinaria, ch’Egli non deve neppure ai più gran santi, nel mentre che voi ve ne rendete così indegni con le vostre ingiuriose dilazioni, con la vostra ostinata resistenza alle grazie ordinarie di cui non dipende che da voi il profittare? Ma finalmente io voglio supporre che Dio vi dia ancora le grazie di conversione su cui voi vi fondate, mentre la misericordia di Dio è più grande che la malizia del peccatore, ed il peccatore deve meno temere dalla parte di Dio che dalla parte di sé medesimo; egli può sempre sperare le grazie necessarie per convertirsi. E a Dio non piaccia che noi cerchiamo di far disperare il peccatore della sua conversione! Ma io sostengo, peccatori, che qualunque grazia Dio vi dia, in qualunque modo Egli vi prevenga e vi tocchi, la vostra conversione sarà sempre molto difficile dalla parte di, voi medesimi; e perché mai? Perché la vostra volontà, a forza di resistere alle grazie di Dio, diverrà insensibile a tutti quei movimenti; nulla saravvi che possa commoverla. – Tal è forse lo stato d’insensibilità in cui voi presentemente vi ritrovate; voi siete commossi in un tempo da qualche energico discorso che avrete inteso; la vista dei terribili giudizi di Dio, dell’inferno che avete meritato, vi ha fatto prendere la risoluzione di cangiar vita; la morte d’una persona mondana ha fatto nascere in voi desiderio di staccarvi dai beni della terra, dai piaceri del mondo; ma voi non avete punto effettuato questi desideri: simili ad uno che si risveglia per un momento e si lascia in appresso prender di nuovo dal sonno, voi vi siete addormentati nel seno dei piaceri, vi siete abbandonati alle vostre passioni: queste passioni, questi piaceri hanno preso un tale impero su di voi, che non potete più risolvervi a rompere le vostre catene: eccovi come sepolti in un letargo, da cui non potrete più essere destati: lo strepito spaventevole della tromba dei giudizi di Dio, le minacce più severe non vi risveglieranno né vi moveranno. E perché mai? Perché voi siete avvezzi ad udirle, senza arrendervi alle impressioni ch’esse facevano sul vostro spirito e sul vostro cuore: voi rassomigliate ad un infermo che, essendo avvezzo ai rimedi, nulla più ritrova che possa guarirlo. Che fate voi dunque, peccatori, differendo a convertirvi? Voi accrescete il peso delle vostre catene, invece di spezzarle; ad un leggiero ostacolo che potevate vincere, ne aggiungete cento che saranno quasi insuperabili; una malattia leggiera che potevate facilmente guarire, si cangerà in una malattia invecchiata per cui non vi sarà più rimedio; una scintilla che potevate estinguere cagionerà un incendio che non potrete più arrestare. Perché dunque non prendete voi le precauzioni per preservarvi dalle fiamme eterne, in cui siete già per cadere? Aspettate voi forse che siate del tutto attorniati da quelle fiamme? Ma quando vi sarete, non potrete più uscirne: qual crudeltà per l’anima vostra! Io veggo benissimo su di che voi vi fidate; il tempo in cui aspettate di convertirvi è senza dubbio l’ora della morte, tempo in cui vi staccherete dalle creature e non potrete più appagare le vostre passioni. Allora, dite voi, disingannato delle vanità del secolo, io non penserò che all’eternità. Non si ricerca che un buon momento, un buon peccavi per cancellare tutti i miei peccati. – Voglio ancora accordarvi, peccatori che all’ora della morte voi possiate convertirvi, finché l’uomo è nella via, quantunque non avesse che un momento di vita, egli non deve disperare della sua salute. Ma io sostengo ancora che voi non vi convertirete in quegli ultimi momenti, per la grande difficoltà che avrete a farlo; perché, siccome ho detto, la vostra volontà, che avrà contratto il funesto abito di resistere alla grazia, non si arrenderà punto ai suoi inviti. Allora gli oggetti, le creature cangeranno bensì per voi, ma voi non cangerete a lor riguardo: voi farete penitenza, ma non sarà che una penitenza forzata; lascerete i beni, i piaceri della terra perché non potrete più possederli; cioè a dire i beni e i piaceri lasceranno voi, ma voi non ne sarete staccati per questo; voi non sarete già meno disposti a profittarne se la vita vi fosse prolungata. Ne chiamo in testimonio la quotidiana esperienza. Si è veduto un gran numero di questi peccatori abbandonati alle loro passioni, ridotti alle porte della morte; ma ricuperando la sanità ne abbiamo noi veduti molti sinceramente convertiti? Quanti segni di dolore non hanno essi dato? Quante proteste non hanno fatto alla vista del pericolo da cui erano minacciati? Hanno essi domandato i sacramenti, hanno sparse lagrime alla vista d’un Dio attaccato in croce per la loro salute: se fossero morti dopo tutti quei segni di penitenza, non avremmo noi forse detto che il cielo era loro aperto? Ma, per giudicar della loro penitenza, mirateli dopo che sono rinvenuti dai pericoli della morte; non sono forse i medesimi di prima, così amanti del mondo, così dissoluti, così maldicenti, così impudici, così vendicativi come erano prima della malattia? Li vediamo forse produrre quei frutti degni di penitenza che avevano promesso, restituire la roba altrui, più assidui all’orazione, più applicati agli esercizi della vita cristiana? Voi medesimi, peccatori che mi ascoltate, che vi siete trovati in rischio di morte, che avete dati allora segni di penitenza, siete voi divenuti migliori? Seguite voi altra strada da quella che seguitavate prima? La vostra condotta prova pur troppo il contrario. – E da questo io conchiudo che quasi tutte le conversioni che si differiscono all’estremo della vita sono conversioni false, o per lo meno molto sospette: e la ragione è, che la conversione del cuore è una grande opera; bisogna, per venirne a capo, passar da un estremo all’altro, da un amor sommo per la creatura ad un amor sommo pel Creatore. Ora il cuore non cangia sì facilmente di disposizione. Voi provate questa difficoltà adesso, che siete padroni di voi medesimi, e che avete tutte le grazie per superarla. Ma ella crescerà molto più alla morte, tempo in cui non sarete più padroni di voi; oppressi dalla violenza della malattia, molestati dalla premura di dar sesto ai vostri affari, voi non potrete applicarvi a dare tutta l’attenzione che richiede l’affare della salute; come potrete voi in quello stato metter ordine ad una coscienza carica di mille iniquità, obbligata a restituzioni, imbrattata da sacrilegi, che convien riparare con un esame generale di tutta la vita, con un’intera dichiarazione di tutti i vostri peccati? Se è cosa difficile il riuscire in un affare di questa importanza ad uno che è in perfetta sanità, a più forte ragione il sarà ad uno che l’imbroglio degli affari mette, per così dire, fuori di sé, cui la malattia toglie talmente la conoscenza e la libertà che appena, per confessione anche degl’infermi, possono essi fare qualche orazione, appena sono capaci di volgersi un istante a Dio. Che accade dunque a questi peccatori moribondi? Chiedono essi a Dio, come Antioco, un perdono che non ottengono, perché non hanno alcun dolore dei loro peccati: credono ricevere i sacramenti per loro salute, ma non li ricevono che per loro condannazione; mentre egli è difficilissimo ben fare una cosa che non si è giammai fatta bene: questi peccatori, durante la vita, non hanno mai avuto dolore dei loro peccati; essi non ne avranno punto alla morte; hanno profanato i sacramenti durante la vita, li profaneranno ancora alla loro morte; essi hanno sempre resistito alle grazie di Dio, non hanno mai avuti che deboli desideri di conversione, non ne avranno alcun altro alla morte, saranno insensibili alle grazie più forti, morranno nell’impenitenza, e dall’impenitenza cadranno negli orrori di una morte eterna: Et in peccato vestro moriemini (Jo. VIII).

Pratiche. Procurate di evitare, fratelli miei, una sì grande disgrazia con una pronta e sincera conversione. Incerti se voi avrete il tempo di fare penitenza, profittate di quello che è a vostra disposizione. Quest’oggi voi avete la grazia, forse domani non l’avrete più. Perché contare sopra una cosa incerta? Si possono forse prendere troppe precauzioni ove si tratta dell’eternità? Avrete voi forse meno ostacoli a vincere domani che non ne avete oggi? Al contrario, più voi differite, più la cosa sarà difficile, e più vi metterete in rischio di non convertirvi giammai. Cominciate dunque fin da quest’oggi, fin da questo momento a lasciar il peccato le occasioni del peccato, a disfarvi di quell’abito malvagio, che vi strascinerà, se non usate diligenza, nell’abisso eterno. – Già da lungo tempo la coscienza vi rimprovera che voi non siete in istato di comparire avanti a Dio; da lungo tempo voi sentite dei rimorsi su certi peccati che non avete dichiarati; il che vi ha renduti fin adesso colpevoli d’un gran numero di sacrilegi. Voi avete già più volte risoluto di rimediarvi con una confessione generale; aspettate forse di farla quando non ne avrete più il tempo? Eh! non differite di mettere la vostra coscienza in riposo, poiché si facilmente lo potete: non aspettate ad un giorno di festa ad accostarvi al tribunale della penitenza; ogni giorno, ogni momento è proprio alla penitenza; cominciate fin da quest’oggi a riformarvi, a cangiar di vita. Chi rubava, non rubi più, dice l’Apostolo; chi si abbandonava all’ubriachezza, all’impurità, alla vendetta, sia casto, sobrio, misericordioso; chi era attaccato ai beni del mondo ne faccia un santo uso, soccorrendo i poveri; che ricercava i piaceri s’interdica tutti quelli che sono vietati e si privi anche qualche volta dei permessi; ciascuno moderi le sue passioni, riduca i suoi sensi in ischiavitù; mentre questo è il dovere della penitenza, riformare l’uomo nel suo interiore e nelle sue azioni, fargli cangiare d’inclinazione e di condotta. Non evvi alcuno che non ritrovi qualche cosa da riformare in sé: quei medesimi che menano una vita molto regolata hanno a correggere certe sensibilità sul punto di onore, certe ricerche dei comodi della vita, delicatezze dell’amor proprio, certi capricci che inquietano altrui, certe negligenze nell’adempiere i loro doveri. In una parola, finché saremo sopra la terra avremo sempre alcuna cosa a riformare, e a questo noi ci adopreremo, o mio Dio, mediante la vostra grazia. Ah! è deciso, dobbiamo dire a noi tutti, già è si lungo tempo, che voi ci avete cercati, che ci stimolate di ritornare a voi, già è sì lungo tempo, che noi resistiamo ai movimenti della vostra grazia; ma noi cediamo finalmente, deponiamo le armi per farvi trionfare dei nostri cuori. Ricevete queste pecorelle smarrite che ritornano a voi, o divino pastore! Giacché voi le avete cercate anche nel tempo che vi fuggivano, qual accoglienza loro non farete quando esse si metteranno sotto la vostra condotta? Ma fate con la vostra grazia, che esse non vi abbandonino giammai, a fine di possedervi durante l’eternità. Così sia.

CREDO …

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

 Offertorium

Orémus: Ps IX: 11-12 IX: 13 Sperent in te omnes, qui novérunt nomen tuum, Dómine: quóniam non derelínquis quæréntes te: psállite Dómino, qui hábitat in Sion: quóniam non est oblítus oratiónem páuperum.

[Sperino in te tutti coloro che hanno conosciuto il tuo nome, o Signore: poiché non abbandoni chi ti cerca: cantate lodi al Signore, che àbita in Sion: poiché non ha trascurata la preghiera dei poveri.]

 Secreta

Réspice, Dómine, múnera supplicántis Ecclésiæ: et salúti credéntium perpétua sanctificatióne suménda concéde.

[Guarda, o Signore, ai doni della Chiesa che ti supplica, e con la tua grazia incessante, fa che siano ricevuti per la salvezza dei fedeli.]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

 Communio

Luc XV: 10. Dico vobis: gáudium est Angelis Dei super uno peccatóre poeniténtiam agénte.

[Vi dico: che grande gaudio vi è tra gli Angeli per un peccatore che fa penitenza.]

 Postcommunio

Orémus.

Sancta tua nos, Dómine, sumpta vivíficent: et misericórdiæ sempitérnæ praeparent expiátos. [I tuoi santi misteri che abbiamo ricevuto, o Signore, ci vivifichino, e, purgandoci dai nostri falli, ci preparino all’eterna misericordia.]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

http://www.exsurgatdeus.org/2018/09/13/ringraziamento-dopo-la-comunione-1/

http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

LO SCUDO DELLA FEDE (116)

1Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA

Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884

PARTE PRIMA

CAPO XXVII.

Ragioni che rendono manifesta ad ogni intellettoben disposto l’immortalità dell’ anima umana.

I. Il derivare, qual fonte nato nel fango, da sangue ignobile, è infelicità, non è colpa: onde ciò viene riputato dagli uomini per oggetto di compassione, più che di biasimo. Ma il rinunziare spontaneamente alla nobiltà trasfusaci nelle vene da un eccelso lignaggio non si può udire in chicchessia senza sdegno, mentre ciò è fare come farebbe una fonte, la quale uscita dalle miniere dell’oro per cui passò, corresse a perdersi di voglia sua nella mota. All’istesso modo, l’essere bestia per natura, non è vergogna, dirò cosi, per chi non poteva nascere più che bestia: ma il voler essere bestia per elezione, quando per natura possedevasi un posto poco inferiore a quell’istesso delle intelligenze celesti, oh che vituperio! E pure di questa razza sono coloro, che sostenendo l’anima nostra esser corpo, rinunziano al gran privilegio dell’immortalità, e si recano a gloria di non avere nel nascere e nel morire vantaggio alcuno sulla generazione de’ giumenti: Unus interitus est hominis et iumentorum et æqua utriusque conditio. Similiter spirant omnia, et nihil habet homo iumento amplius (Eccli. 3). Degni, cui sia dato in pena ciocche eglino follemente sperano in sorte, cioè di dovere un dì ritornare all’antico nulla: senonchè più giusta pena sarà per essi il vivere sempre miseri, che il lasciar per sempre di vivere, o così finir le miserie, dalle quali va libero chi non vive.

II. Frattanto a porre maggiormente in chiaro che il loro inganno è più volontario che naturale, esporrò qui brevemente quelle ragioni le quali sono valevoli ad ottenere da ogni intelletto ben disposto una salda credenza della nostra immortalità. E perché nelle battaglie la turba suol essere più d’impedimento al vincere che di aiuto, disporremo il numero degli argomenti in due schiere: l’una conterrà le ragioni fisiche, l’altra conterrà le morali; ed ambedue giunte insieme, saranno, spero, due corpi invitti d’armata a superare ogni dubbio su questa lite, sicché anche in ciò dobbiate usare più di forza a voi stesso per negare di credere, che per credere: se pur non foste ancor voi di coloro che han la mente guernita di ostinazione, cioè di quella maglia che sola è la impenetrabile ad ogni strale di verità.

CAPO XXVIII.

Dalle operazioni intellettive dell’anima ragionevole si fa chiaro ch’ella è immortale.

I . Si può contare tra le più splendide favole degli antichi l’arte di cui si valse già Ulisse per rinvenire Achille travestito, e tramescolato con le donzelle di camera nella corte di Diomede. E fu che penetrando l’accorto capitano fin colà dentro, espose alla pubblica vista di quelle giovani, con ogni guisa di ornamento donnesco, varie armi ancora di lama eletta e di lavoro esquisito: onde correndo a gara tutte le fanciulle a mirare la bizzarria delle vesti, de’ veli e dell’altre nobili gale spiegate in copia, solo un Achille si fermò a far prova dell’arme, ed a maneggiarla, sdegnando il resto. Ora quantunque la poesia vaglia più a ricreare la mente, che ad istruirla, voglio nondimeno che qui ella ci sia maestra del vero o che ci serva, se non altro, di scorta per rinvenirlo, portandoci, su l’allegoria della favola dinanzi addotta, la face innanzi. L’anima umana, confusa fra le sostanze’ corruttibili, e coperta di spoglie anch’esse caduche, rimane sì sconosciuta presso di alcuni, che per poco non la discernono dalle bestie, e ne fanno in cuor loro un’egual ragione. Ma noi, per chiarirci della sua natura, superiore ad ogni essere materiale, andiamo un poco sagacemente indagando qual genio ell’abbia, qual’indole, quale istinto, quale operare: e se in tutto non vedremo tanto di grande, che ci necessiti a giudicarla di condizion trascendente qualunque cosa mortale, io mi contento che qual mortale alla fine la dispregiamo, non meritandosi il vanto d’incorruttibile quel cedro, che, tra noi nato, non ha punto che fare con quei del Libano. Ma s’ella è qual si predica, a che insultarla?

II. Due sono le operazioni proprie dell’anima ragionevole. L’una è l’intendere tutto il vero, e appartiene all’intelletto. L’altra è l’amar tutto il buono, e appartiene alla volontà. Facciamoci dall’intelletto, che in questo cielo domina come il sole: onde egli ci somministrerà tali indizi, che ci apponghiamo : Sol Ubi signa dabit, solem quis dicere falsum audeat? Discorriamo dunque così.

III. E indubitato che un essere meramente corporeo non può operare intorno a un oggetto meramente spirituale, cioè scarico totalmente di ogni materia: perché le cagioni non possono trapassare i confini della loro natura, sicché posseggano una sfera più nobile all’operare di quella che posseggono all’essere: Eo modo aliquid operatur, quo est (S. Th. 1. p. q. 75. art. 1. In.). Ora l’anima umana conosce le cose immateriali, ed intende gli oggetti puramente spirituali, intende le intelligenze intende Iddio. Adunque ne segue che nel suo essere ella sia parimente spirituale, e libera da qualunque materia. Altrimenti che ci potrebbe ella ridire delle cose superiori ai sensi? Nulla più di quello che i sensi ci sappiano ridir delle cose superiori alla loro sfera. Onde come l’occhio non sa mai divisare quel che sia suono, né l’orecchio sa mai discernere quello che sia splendore; così l’intelletto non saprebbe formarsi veruna idea delle cose che non han corpo, s’egli non fosse incorporeo.

IV. Né solamente l’anima sa conoscere gli oggetti spirituali, ma que’ medesimi che sono al tutto sensibili sa ella, dirò così spiritualizzare e spogliar di corpo, considerandoli in universale, e non secondo quell’essere che hanno in sé, ma secondo quell’essere ch’ella dà loro in astratto, cioè con astrarli dalla materia, dal luogo, dal moto, dalla mole, dal tempo e da ogni altra condizione propria dell’individuo. E di tal guisa sono le cognizioni scientifiche, e massimamente le matematiche, e le metafisiche, per cui l’intelletto, assottigliando, e quasi sublimando le cose, e cavandone, per così dire, uno spirito d’intelligenza, si viene a pascere in un puro distillato di verità. Pertanto, se il modo dell’operare segue, come si disse, il modo dell’essere, chi non vede, che quella mente, la quale col suo operare dona all’oggetto un tal essere immateriale, è adorna di un tal essere nel suo fondo, anzi n’è adornissima; mentre, come insegna il filosofo, la potenza sempre è più nobile del suo parto? Faciens est honorabilius facto (L. 3. de an. sext. 1. 9).

V. Aggiungete, che l’anima conosce se medesima ed i suoi atti, e li conosce con una ammirabilissima riflessione, conoscendo infin di conoscere; conosce i suoi pensieri, conosce i suoi proponimenti, conosce i suoi desideri. Onde anche per questo capo debbe ella essere confessata immortale, perché in se stessa ha una sorgente inesausta di verità sicché, come può sempre operare, attingendo nuova acqua di cognizione dalla sua fonte, così può sempre anche vivere. E su ciò appunto i filosofi hanno fondato quel loro celebrato assioma; Omne conversivum supra se est immortale (Auct. 1. de caus.): volendo eglino, che come il moto circolare di sua natura non ha termine, secondo che l’ha il moto retto, così il moto intellettuale delle sostanze che riflettono in se medesime sia perenne: laddove il moto di quelle potenze conoscitive, le quali non si possono riconcentrare in se stesse, soggiaccia al tempo, come vi soggiacciono tutte le potenze brutali.

VI. Senonchè più chiaramente noi possiamo dedurre questa asserzione dalla vastità della sfera, aperta dalla natura alle operazioni dell’anima ragionevole: sfera per poco infinita.

VII. Fra tutte le cose possibili, niuna v’è, che non possa essere oggetto alla mente umana. Anzi qualsisia verità ha per lei gravido il seno di prole numerosissima d’altre verità somigliante; mentre l’anima sa combinare l’una con l’altra, ed ora salire dagli effetti alle cagioni, ora discendere dalle cagioni agli effetti: sa penetrar le cose che sono, e sa discorrere su quelle che ancor non sono: sa fabbricar nuove macchine, sa figurar nuovi mondi, sa fingere nuove idee, senza mai restarsi. Ora chi non iscorge chiaramente in queste operazioni quell’essere illimitato, proprio delle sostanze immaterialissime, che in virtù dell’ampio conoscere vengono poco men che a trasfigurarsi in tutte le cose? Che relazione hanno queste notizie al bene del corpo, mentre anzi son preci che mettono quasi in gara le menti umane colle intelligenze celesti?

VIII. E in queste cognizioni, che nulla giovano ad alcuno de’ sensi, ma son all’anima quasi un mero ornamento, prova ella appunto i suoi maggiori diletti. Archimede nel bagno, arrivando al modo di pesare la lega frammescolata dall’artefice all’oro della corona votiva del re Ierone, concepì tanto giubilo, che uscito quasi di sé, non che da quell’acque, correva ignudo, gridando per le vie pubbliche . che alfin l’avea ritrovata: reperi, reperi (Plut. in Colot.): quasi che cercasse in chi riversare prestamente la piena della sua gioia, tanto era al colmo. Però , se l’anima nelle sue cognizioni non solamente è capace di un tal sollazzo, in cui il corpo ed i sensi non abbiano parte alcuna, ma n’è capace in grado cosi eccessivo, che la cavi estatica quasi dal corpo e da’ sensi; chi non verrà con evidenza a conchiudere, che ella non è adunque immersa nel medesimo corpo, come sostanza materiale ancor essa, ma che sopra lui, e sopra tutti i sensi propri di lui, si solleva qual puro spirito?

II.

IX. Ponete ora al confronto le notizie dei bruti se sì vi aggrada. e i loro piaceri. Le notizie son tanto scarse, che non solamente non eccedono la sfera delle cose sensibili, ma sono ristrette ancora a ciò meramente che serve al corpo, o per mantenimento dell’individuo, o per propagazione al più della specie. Tra le cose ancora sensibili non conoscono mai, se non le particolari che sono in atto: né mai si curano di risaperne in generale l’origine o le occasioni: non giudicando eglino degli oggetti, se non così grossamente, quanto gli apprendono, o come amici della loro natura, o come nemici.

X. E i piaceri poi quali sono? Sono forse quei che procacciava un Caligola al suo palafreno sì caro, quando non pago di avergli formata già la stalla di marmi, la mangiatoia di avorio, e la gualdrappa di ostro più che reale, gli assegnò la sua nobile paggeria, con intendimento di crearlo console, e poco men che collega nel principato? Nulla meno. I piaceri sono que’ soli che con tenuissima rendita possono i bruti spremere dagli esterni due infimi sentimenti, cioè dal tatto e dal gusto. Onde, se quell’imperatore non era imbestialito più ancora della sua bestia, ben potea scorgere, che più di tante burbanze e di tante borie sarebbe ad essa di favore uno staio di biada eletta.

XI. E chi non sa, che dagli altri tre sentimenti più sollevati, cioè dalla vista, dall’udito, dall’odorato, se coglie un bruto qualche fior di sollazzo, non è per altro, se non perché questi sensi gli arrecano qualche novella di un oggetto che sia giocondo, o che sia giovevole agli altri due? Così non gli son graditigli odori, se non in quanto gli danno sentore di cibo, o presente, o prossimo; né gli è gradita la vista delle piagge, de’ prati, o delle foreste, se non in quanto vagliono a ricrearlo coi loro pascoli: e sebben taluno de’ bruti vince gli uomini nella perspicacia del vedere, come il lince; dell’udire, come la lepre; dell’odorare, come il bracco: non ritroverete però mai, che si vaglia di una tal perfezione per nitro fine, che per provvedersi di oggetti confacevoli al corpo, o per iscansare i nocivi. Laddove l’uomo, non solamente è capace di diletti superiori a lutti i sensibili, ma quei medesimi che egli ricoglie da’ sensi, sa indirizzare ad un fine altissimo, d’imparar qualche vero nascosto in essi: facendo però più stima di quei piaceri sensibili che sono più opportuni alle scienze o alle esperienze. E in quegli stessi i quali sono ordinati alla conservazione della vita, ama sposso, più che null’altro. l’invenzione e l’ingegno, come appare chiarissimo ne’ conviti, in cui la minore impresa è talor quella che si appartiene alla gola, in paragone di quella dell’apparato, dell’argenteria, dei trionfi, delle sinfonie, de’ servizi, e dell’ordine dato alle vivande con tanta disposizione, che ornai non meno d’arte ricercasi in uno scalco a schierare un numero senza fine di piatti sopra una mensa, di quella che si richiegga in un capitano a schierare un esercito alla campagna.

XII. Pertanto, dacché i rivi, ridotti in canali stretti, acquistano maggior lena, riduciamo in breve ancora noi tutto l’arrecato fin ora, e diciam cosi. La sustanza ascosta di ogni essere si conosce dalla sua operazione, come la radice dalla pianta per cui fu fatta: e l’operazione dal suo soggetto, come la pianta dal frutto cui fu ordinata. Però, considerando noi l’oggetto proprio delle cognizioni brutali, da una parte sommamente ristretto nella sua sfera, dall’altra parte nella sua sfera stessa nulla fecondo, se non di quei beni che son graditi al gusto per vivere, ed al tatto per generare, dobhiam dedurre, che la sostanza della lor anima stia totalmente immersa nella feccia del corpo, sicché non possa separarsi da questo, senza lasciare subito di operare, e conseguentemente di essere. Per opposito, rimirando noi il modo di operare dell’anima ragionevole, tanto superiore a ciò che giova o gradisce al medesimo corpo dov’ella alberga, siamo costretti a confessare che l’anima sia superiore incomparabilmente al medesimo corpo, sicché né muoia insieme con esso lui, nè sia dominata dal tempo, ma tenga bensì il tempo sotto i suoi piedi per dominarlo »

III.

XIII. E pur mi resta in questo ancora che aggiungere di più forte. Se il corpo muore, è perché fuori di sé ha infiniti contrari che lo combattono; e infiniti hanne ancora dentro di sé, come gli ha qualunque composto. Ma l’anima semplicissima qual può averne? Accoglie in se stessa con somma pace tutti i contrari possibili, conoscendo ad un tempo e vero e falso, e caldo e freddo, e chiaro e fosco, e dolce ed amaro: tanto che questi non solo a lei non apportano male alcuno, ma la avvalorano, rendendola sempre più, qual debb’essere, intelligente. E come dunque ha da morire ancor ella, se niuno può darle morte ? Si ha ella forse ad uccidere da se stessa? Che se i sensi corporei dai loro oggetti i più graditi ricevono ancora danno, quando questi siano eccessivi, accecandosi gli occhi ad un acceso splendore, e assordandosi gli orecchi ad un alto strepito; il solo intelletto dall’eccellenza del buon oggetto riceve maggiori forze, e quanto conosce più, tanto sempre si abilita a più conoscere. Che timor dunque di perire può essere a chi non ha né anche chi lo debiliti? Sic mihi persuasi, etc. (diceva Tullio (De senect.), quantunque per bocca altrui) cum simplex animi natura esset, nec haberet in se quidquam admixtum dispar sui atque dissimile, non posse eum dividi; quod si non possit, non posse inferire. Ragione di tanto peso, che niuno v’ha fra’ teologi, che non l’abbia fatta anch’egli trionfare solennemente nella sua cattedra.