DOMENICA V DOPO PASQUA (2020)

DOMENICA V DOPO PASQUA (2020)

Semidoppio. Paramenti- bianchi.

La liturgia continua a cantare il Cristo risorto e ci invita, in questa settimana delle Rogazioni, ad unirci a quella preghiera con la quale il Salvatore ha chiesto a Dio di far partecipe, con l’Ascensione, la propria umanità di quella gloria che, come Dio, possiede fin dall’eternità (Off.). Anche noi possederemo un giorno questa gloria, poiché ci ha liberati dal peccato con la virtù del Suo Sangue (Intr., Comm.). Poiché Gesù Cristo partendosi da noi ci ha lasciato come consolazione « di poter pregare in nome suo, onde la nostra gioia sia perfetta », cosi domandiamo a Dio « per nostro Signore » di non rimanere senza frutto nella conoscenza di Gesù, affinché, credendo alla sua generazione da parte del Padre, (Vang.) noi meritiamo di entrare con lui nel Regno di suo Padre.

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Isa. XLVIII: 20

Vocem jucunditátis annuntiáte, et audiátur, allelúja: annuntiate usque ad extrémum terræ: liberávit Dóminus pópulum suum, allelúja, allelúja.

[Annunciate la gioiosa notizia, che sia ascoltata, allelúia: annunciatela fino all’estremo della terra: il Signore ha liberato il suo pòpolo, allelúia, allelúia]

Ps LXV: 1-2 Jubiláte Deo, omnis terra, psalmum dícite nómini ejus: date glóriam laudi ejus. 

[Acclama a Dio, o terra tutta, canta un inno al suo nome: dà a Lui lode di gloria].

Vocem jucunditátis annuntiáte, et audiátur, allelúja: annuntiáte usque ad extrémum terræ: liberávit Dóminus pópulum suum, allelúja, allelúja

[Annunciate la gioiosa notizia, che sia ascoltata, allelúia: annunciatela fino all’estremo della terra: il Signore ha liberato il suo pòpolo, allelúia, allelúia]

 Orémus.

Deus, a quo bona cuncta procédunt, largíre supplícibus tuis: ut cogitémus, te inspiránte, quæ recta sunt; et, te gubernánte, éadem faciámus.

[O Dio, da cui procede ogni bene, concedi a noi súpplici di pensare, per tua ispirazione, le cose che son giuste; e, sotto la tua direzione, di compierle.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Jacóbi Apóstoli.

Jac. I: 22-27

Caríssimi: Estóte factóres verbi, et non auditóres tantum: falléntes vosmetípsos. Quia si quis audítor est verbi et non factor: hic comparábitur viro consideránti vultum nativitátis suæ in spéculo: considerávit enim se et ábiit, et statim oblítus est, qualis fúerit. Qui autem perspéxerit in legem perfectam libertátis et permánserit in ea, non audítor obliviósus factus, sed factor óperis: hic beátus in facto suo erit. Si quis autem putat se religiósum esse, non refrénans linguam suam, sed sedúcens cor suum, hujus vana est relígio. Relígio munda et immaculáta apud Deum et Patrem hæc est: Visitáre pupíllos et viduas in tribulatióne eórum, et immaculátum se custodíre ab hoc sæculo

Omelia I

[A. Castellazzi: Alla Scuola degli Apostoli; Sc. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929]

LE BUONE OPERE

“Carissimi: Siate osservanti della parola, e non uditori soltanto, che ingannereste voi stessi. Perché se uno ascolta la parola e non l’osserva, egli rassomiglia a un uomo che contempla nello specchio il suo volto naturale. Contemplato, se ne va, e subito dimentica come era. Ma chi guarda attentamente nella legge perfetta della libertà, e persevera in essa, diventando non un uditore smemorato, ma un operatore di fatti, questi sarà felice nel suo operare. – Se alcuno crede d’essere religioso, e non frena la propria lingua, costui seduce il proprio cuore, e la sua religione è vana. Religione pura e senza macchia dinanzi a Dio e al Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle loro tribolazioni, e conservarsi incontaminati da questo mondo”. (Giac. 1, 22-27).

L’Epistola di quest’oggi è una continuazione di quella della domenica scorsa. S. Giacomo aveva insegnato che si deve accogliere con mansuetudine la parola di Dio. Ora insegna che questa parola bisogna metterla in pratica. Con il paragone di chi si presenta allo specchio, e se ne ritorna come prima, dice che chi conosce la dottrina cristiana e non la fa seguire dalle buone opere, fa cosa inutile: egli rimane come era prima che udisse la predicazione del Vangelo. Al contrario, sarà beato colui che, oltre considerare attentamente la dottrina del Vangelo, la fa seguire dalle buone opere. Indica, poi, alcune di queste buone opere, come: l’astenersi dalla mormorazione e l’esercizio della carità. Tutti dobbiamo essere persuasi della necessità delle buone opere, poiché, senza le buone opere:

1. Inganniamo noi stessi,

2. Ci burliamo della parola di Dio,

3. Non pratichiamo la vera religione.

1.

Siate osservanti della parola, e non uditori soltanto, che ingannereste voi stessi. Con queste parole San Giacomo vuol dire che s’inganna fortemente chi crede che ei possa andar salvi con la sola fede, senza darsi cura di conformare agli insegnamenti della fede la propria condotta. La fede è la base e il principio della nostra salvezza. Senza la fede non perverremo alla vita eterna; ma la Sacra Scrittura ci dice ripetutamente che non deve essere una fede morta; cioè, disgiunta dalle buone opere.S. Giovanni ci insegna che per arrivare alla vita eterna dobbiamo avere la cognizione del vero Dio e dell’unico Salvatore e Mediatore Gesù. « La vita eterna è questa, che conoscono te, solo vero Dio, e Gesù Cristo, mandato da te » (Giov. XVII, 13) ; ma ci insegna anche che « da questo sappiamo se lo abbiamo conosciuto, se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice che lo conosce e non osserva i suoi comandamenti è bugiardo » (1 Giov. II, 3-4). Chi non pratica le opere prescritte non ha, dunque, una conoscenza conveniente di Dio, e la sua fede, essendo una fede morta, non gli giova per la salute eterna. Gesù Cristo ci parla ancor più chiaramente: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli; ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Matt. VII, 21). E continua: « Adunque, chi ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà paragonato a un uomo avveduto che si è fabbricata la casa sulla pietra … E chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica sarà paragonato allo stolto che si è fabbricata la casa sulla rena » (Matt. VII, 24 …26). Come è destinata alla rovina una casa senza fondamento, così, non sfuggiranno alla rovina irreparabile coloro che, sul saldo fondamento che è la fede in Gesù Cristo, non costruiscono l’edificio delle loro opere; cioè, non adattano la loro vita agli insegnamenti che derivano dalla fede in Gesù Cristo. « Perché— dice Egli di costoro — mi chiamate, Signore, Signore, e poi non fate quello che vi dico? » (Luc. VI, 46). Del resto, basta un po’ di buon senso per capire come s’ingannino coloro che credono di arrivare alla vita eterna senza le buone opere, se si considera che l’eterna felicità è data da Dio in premio a quelli che qui sulla terra lo hanno servito. Nella parabola della vigna, venuta la sera, il padrone dice al suo procuratore: « Chiama i lavoratori e paga ad essi la mercede» (Matt. XX, 8). La mercede è data alla fine del giorno, come prescriveva la legge: ma è data a quei che hanno lavorato. Nessun di quei che hanno ricevuto la mercede si era rifiutato di seguire l’invito del padrone che lo chiamava al lavoro. Chi avesse preferito rimanere sulla piazza ozioso, non avrebbe ricevuto la mercede. Alla fine della nostra vita verrà data l’eterna ricompensa a coloro, che, assecondando la grazia di Dio, avranno lavorato a servirlo; ma dall’eterna ricompensa resteranno necessariamente esclusi quelli che si rifiutano di lavorare per il Signore. Il Paradiso non è per i poltroni.

2.

S. Giacomo con una bella similitudine dice che chi ascolta la parola del Signore e non la mette in pratica rassomiglia a un uomo che contempla nello specchio il suo volto naturale. Contemplatosi, se ne va, e subito dimentica come era». Colui che si porta davanti allo specchio per osservare com’è il suo volto, e poi non si cura di far scomparire le macchie che vi ha notato, fa opera per lo meno vana. Lo stesso fa colui che si accontenta di udire la parola del Vangelo, ma non si cura per nulla di metterla in pratica.« La misericordia del Signore — dice San Leone M.— nei suoi comandamenti ci ha dato un magnifico specchio nel quale l’uomo possa riflettere l’interno della sua mente» (Serm. 49, 4). Che serve aver davanti alla mente, come in uno specchio, i doveri cui il Cristiano deve attendere, e poi, di questi doveri non curarsi per nulla? E non può neppur scusarsi il Cristiano che assicura di non compiere opere cattive nella sua vita. « Poiché non operare il bene è già un far male. Dimmi, infatti, se tu avessi un servo che non rubi, non offenda, non contraddica, si astenga dell’ubriachezza e da tutto il resto, e stia continuamente seduto in ozio, e non compia nulla di quello che un servo deve fare per il suo padrone, non lo puniresti? » (S. Giov. Cris. In Epist. ad Eph. Hom. 16, 1). Il meno che si possa dire di lui è che sia un servo inutile, che si burla della volontà del padrone. Parimenti è inutile la vita del Cristiano, che non prende sul serio la parola di Dio, cercando di conformarvi la propria condotta. Ogni Cristiano è un albero piantato da Gesù Cristo nella sua vigna, la Chiesa. La grazia dei Sacramenti, la parola di Dio, le ispirazioni, tendono a rendere fruttifero questo albero. Ma, sgraziatamente, tante volte i frutti non si vedono. Troverai foglie, fronde; indarno, però, cercheresti qualche cosa di più sodo. Un po’ di apparenza, un po’ di religiosità superficiale; ma virtù soda, provata, non la trovi. Che giudizio dare di quest’albero? Quello che ha dato Gesù del fico in fruttifero: albero che ingombra il terreno (Luc. XIII,7). La parola di Dio deve produrre qualche cosa di più che una apparenza esteriore e ingombrante. Qualche atto religioso, l’assistenza alla Messa festiva, l’intervento a qualche solennità fanno credere a certuni d’essere religiosi nel pieno senso della parola. Ma se chi si esercita in queste opere, trascura gli altri obblighi imposti dal Vangelo non sfugge alla condanna che dà San Giacomo: La sua religione è vana. Qualche atto religioso non vuol dir tutta la Religione. L’ascoltar la parola di Dio in qualche caso, e nel resto non curarla, è un disprezzarla tutta.

3.

Religione pura e senza macchia dinanzi a Dio e al Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle loro tribolazioni, è conservarsi incontaminati da questo mondo. San Giacomo nomina in particolare il soccorso che si deve dare ai pupilli e alle vedove, perché sono le due classi di persone, generalmente, più bisognose. Ma è chiaro che le sue parole vanno oltre queste due classi di persone, e si estendono a tutti i nostri fratelli, chiunque essi siano, che hanno bisogno dell’opera nostra. Come è chiaro che l’opera nostra non deve limitarsi alle visite, ma esplicarsi per mezzo di tutti gli aiuti spirituali e materiali di cui il prossimo ha bisogno. E qui abbiamo davanti un campo vastissimo in cui tutti possiam operare, ciascuno secondo le proprie condizioni. Se ci rifiutiamo, non facciamo certamente onore alla nostra religione. Se la religione importa doveri verso il prossimo, importa principalmente doveri verso Dio. Il Cristiano che non volesse compiere questi doveri non può piacere a Dio, e la sua religione non è senza macchia all’occhio di Lui. Al compimento dei propri doveri verso Dio si oppone il mondo; e i Cristiani che vogliono servire a Dio in una religione pura e senza macchia devono conservarsi incontaminati da questo mondo. Chi non segue il mondo segue necessariamente Dio. Chi odia il mondo ama il Signore, lo prega, celebra le sue lodi, venera il suo nome, santifica i suoi giorni, fa ammenda delle offese che gli ha recato, e si adopera, per quanto sta in lui, di farlo amare anche dagli altri. Chi non segue la volontà del mondo, segue la volontà di Dio. La segue quando prescrive il distacco da quanto ci è caro, la segue quando ci prescrive azioni a cui la nostra indolenza vorrebbe sottrarci. La segue, anche se il mondo disapprova e ostacola. Chi non si accontenta di sapere a mente gli insegnamenti della Religione, ma cerca di fare quanto ha imparato, accumulerà di giorno in giorno un tesoro di buone opere che lo faranno accetto a Dio, e gli renderanno calmo e sereno il passaggio da questa all’altra vita. La mattina del 27 Agosto 1942 il Beato Cafasso venne chiamato al letto d’una giovane signora, gravemente inferma. Vi si era già recato altre volte, ma n’era stato corrisposto in malo modo dall’ammalata. Questa, fuggita giovanissima dalla casa paterna, aveva corse tutte le vie del vizio, rimanendone vittima. E ora, a 33 anni, perduti onore, roba e sanità, stava per perdere la vita del corpo e quella dell’anima. Questa volta l’inferma, per la cui conversione si era celebrata la Messa all’altare del Sacro Cuore di Maria, riceve il Beato, e, con la più grande spontaneità, fa la sua confessione tra le lagrime. Nell’amaro rimpianto di aver speso così male i suoi begli anni, fu udita più volte esclamare con tono accorato e pietoso: « Oh, aver da morir così giovane! Povera figliuola sacrificata dal mondo! E morire, senza poter contare un giorno, anche solo, in tutti i miei anni di gioventù ! » (Il Beato Cafasso – Istituto della Consolata – Torino, 1925, p. 30 segg.). Se non ci scorderemo che è una vera pazzia affannarsi col mondo nel godimento di beni esterni, e rimaner digiuni dei beni interni; se terremo ben fisso nella mente che « non coloro che sentono parlare della legge sono giusti davanti a Dio, ma saranno riconosciuti giusti quelli che praticano la legge » (Rom. II, 13), quando sarà giunta l’ultima ora potremo contare tanti bei giorni; potremo contare al nostro attivo tutti quei giorni in cui avremo fatto del bene dinanzi a Dio. Chi si mette in viaggio per una lontana meta, porta con sé il suo bagaglio, o, meglio, lo manda innanzi. Noi siamo in viaggio per la beata eternità. Non vi potremo, però, entrare senza il bagaglio delle buone opere. « Nessuno — dice Agostino — si vanti di potervi abitare, se, mentre dice di essere servo di Dio, è privo di buone opere… Nessuno quivi abita se non mediante le sue opere… Le tue opere, dunque, ti precedano » (En. 2 in Ps. CI, 15).

Alleluja

Allelúja, allelúja.

Surréxit Christus, et illúxit nobis, quos rédemit sánguine suo. Allelúja.

[Il Cristo è risuscitato e ha fatto sorgere la sua luce su di noi, che siamo redenti dal suo sangue. Allelúia.]

Joannes XVI: 28 Exívi a Patre, et veni in mundum: íterum relínquo mundum, et vado ad Patrem. Allelúja.

[Uscii dal Padre e venni nel mondo: ora lascio il mondo e ritorno al Padre. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Joánnem. 

Joann XVI:23-30

In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Amen, amen, dico vobis: si quid petiéritis Patrem in nómine meo, dabit vobis. Usque modo non petístis quidquam in nómine meo: Pétite, et accipiétis, ut gáudium vestrum sit plenum. Hæc in provérbiis locútus sum vobis. Venit hora, cum jam non in provérbiis loquar vobis, sed palam de Patre annuntiábo vobis. In illo die in nómine meo petétis: et non dico vobis, quia ego rogábo Patrem de vobis: ipse enim Pater amat vos, quia vos me amástis, et credidístis quia ego a Deo exívi. Exívi a Patre et veni in mundum: íterum relínquo mundum et vado ad Patrem. Dicunt ei discípuli ejus: Ecce, nunc palam loquéris et provérbium nullum dicis. Nunc scimus, quia scis ómnia et non opus est tibi, ut quis te intérroget: in hoc crédimus, quia a Deo exísti.

[“In quel tempo disse Gesù ai suoi discepoli: In verità in verità vi dico, che qualunque cosa domandiate al Padre nel nome mio, ve lo concederà. Fino adesso non avete chiesto cosa nel nome mio: chiedete, e otterrete, affinché il vostro gaudio sia compito. Ho detto a voi queste cose per via di proverbi. Ma viene il tempo che non vi parlerò più per via di proverbi, ma apertamente vi favellerò intorno al Padre. In quel giorno chiederete nel nome mio: e non vi dico che pregherò io il Padre per voi; imperocché lo stesso Padre vi ama, perché avete amato me, e avete creduto che sono uscito dal Padre. Uscii dal Padre, e venni al mondo: abbandono di nuovo il mondo, e vo al Padre. Gli dissero i suoi discepoli: Ecco che ora parli chiaramente, e non fai uso d’alcun proverbio. Adesso conosciamo che tu sai tutto, e non hai bisogno che alcuno t’interroghi: per questo noi crediamo che tu sei venuto da Dio”].

Omelia II

[M. Billot, Discorsi parrocchiali, II ediz. S. Cioffi ed. Napoli, 1840 – impr. ]

Sopra la Preghiera.

“Si quid petieritis Patrem in nomine meo, dabit vobis.” [Jo. XVI].

Si ricerca egli di più, fratelli miei, per renderci prezioso il santo esercizio della preghiera? Se un principe della terra egualmente potente e benefico ci desse la stessa sicurezza, qual sarebbe nostra premura a profittare delle più favorevoli disposizioni a nostro riguardo? Donde avviene dunque che sempre così poveri, così deboli, così oppressi dalle miserie, non ostante la promessa fattaci qui da Gesù Cristo? Nulla vi ha che il cielo non accordi ad una fervida e cristiana preghiera e nulladimeno siamo sempre privi di grazia e di virtù. Ah! non è veramente difficile scoprire la cagione della nostra indigenza; essa si è che o non preghiamo, o se pure preghiamo le nostre preghiere non sono grate a Dio, né conseguentemente a noi vantaggiose. Non preghiamo perché non siamo convinti della necessità e dei vantaggi della preghiera; le nostre preghiere non sono grate a Dio perché esse non sono accompagnate dalle necessarie condizioni. Dobbiamo dunque meravigliarci se siamo infelici? Sa viver bene, dice s. Agostino, chi sa ben pregare. A che dunque stupirci se si vive male, giacché o non si prega o si prega male. Voglio perciò insegnarvi oggi a pregar bene, fratelli miei, affinché viviate bene. Per coloro che punto non pregano, io dimostrerò la necessità e i vantaggi della preghiera, e per coloro che pregano male, insegnerò loro le condizioni della preghiera. Questa materia è di somma importanza, perché riguarda ogni persona, di qualunque grado ella sia, perciocché non v è alcuno che non possa pregare e non ne abbia di bisogno. Ed appunto per animare il vostro zelo per questo santo esercizio, la Chiesa santa consacra questa settimana alle pubbliche preghiere ch’ella indirizza al cielo per i bisogni dei suoi figliuoli: e perciò questa si chiama settimana delle Rogazioni, cioè delle preghiere. Per uniformarmi allo spirito della Chiesa voglio ragionarvi della preghiera e delle sue qualità. Si deve pregare, primo punto; come si deve pregare, secondo punto. Obbligazione di pregare riguardo a coloro che non pregano. Condizioni della preghiera per coloro che pregano male. Chiediamo a Dio, ad imitazione degli Apostoli, la grazia di ben pregare. Domine, doce nos orare.

I. Punto. Necessità e vantaggi della preghiera.

Benché Iddio possa dispensare agli uomini i suoi doni indipendentemente dalle loro preghiere, nulla di meno nell’ordinario corso della provvidenza Egli esige in essi, certe disposizioni senza le quali non concede loro quelle grazie di cui hanno bisogno. Egli è ben vero che queste prime disposizioni dell’uomo sono già un effetto della “grazia preveniente” che incomincia in noi l’opera buona per ridurla quindi a perfezione. Ma Egli è certo ancora che noi dobbiamo cooperare a questa prima grazia che ci vien data da Dio, se vogliamo ottenere grazie ulteriori che riducano a compimento la grand’opera della nostra santificazione. Dobbiamo dunque esporre a Dio la nostra miseria se vogliam provare i soavi effetti della sua misericordia: s’Egli si degna di abbassarsi sino a noi per dar sollievo ai nostri mali, noi dobbiamo innalzarci a Lui per mezzo di fervorose preghiere, per meritare i suoi favori. In una parola, fratelli miei, Iddio vuole che noi lo preghiamo, ce lo comanda espressamente; e quando ancora non cel comandasse, il nostro proprio bisogno ci forzerebbe a pregarlo; questi sono i due fondamenti sui quali è appoggiata l’obbligazione della preghiera.Si, fratelli miei, Dio vuole che noilo preghiamo e gli domandiamo quanto ci è necessario. Vuole Egli con questo mezzo farsi riconoscere per Autore di tutti i nostri beni e farci conoscere la nostra dipendenza. Imperciocché se Dio accordasse all’uomo tutto ciò che gli è necessario senza essere pregato, l’uomo che già è cosi inclinato ad attribuire a sé stesso il bene che gli vien da Dio, molto maggiormente se l’attribuirebbe se gli venisse senza averlo domandato, e crederebbe essergli dovuto e non potersi a lui ricusare. Si deve dunque molto ammirare la sapienza di Dio, che comanda all’uomo di chiedergli ciò che gli fa duopo, imperciocché l’uomo pregando riconosce che tutto vien da Dio, gli rende omaggio, e riconosce la propria dipendenza quando ricorre a Lui colla preghiera: e perciò Gesù Cristo espressamente ci dice nel Vangelo, chiedete e riceverete, picchiate e vi sarà aperto: Petite et accipietis, pulsate et aperietur vobis (Luc. XI). Gli sta tanto a cuore l’osservanza di questo precetto ch’Egli vuole che si pratichi continuamente. Bisogna, dice Egli, pregare senza cessare giammai. Oportet. semper orare et non deficere (Luc. XVIII). Egli non ci comanda di digiunar sempre, di far sempre limosina, perché ciò non è in nostro potere, ma ci comanda di sempre pregare, perché sempre far lo possiamo. Imperciocché che cosa si ricerca per questo? Basta avere la mente e il cuore sempre elevato a Dio ed unito con Lui. Ammiriamo qui, fratelli miei, la bontà di Dio verso l’uomo. È già molto chei grandi del mondo, i principi della terra permettano che lor venga domandata qualche grazia, ma non Io comandano espressamente, e neppure sono visibili in ogni tempo e ad ogni sorta di persone. Ora non solamente Iddio ci permette d’indirizzarci a Lui, anzi vuole e ci comanda che conversiamo con Lui per mezzo della preghiera. Che cosa è l’uomo, o mio Dio, che vi degnatedi pensare a Lui? Come! diceva già Abramo, come! io parlerò al mio Dio, io che non son che terra e cenere? Loquar ad Dominum cum sim pulvis, et cinis (Gen. XVIII)? M’intratterrò con quella suprema maestà avanti a cui tutte le grandezze della terra sono un nulla! Come? un sì grande onore non basterà a farci amare il santo esercizio della preghiera? Se potessero indirizzarsi a Dio solamente i grandi della terra, i potenti del secolo, se Egli permettesse di accostarsi al suo trono solamente in certi tempi, solamente alle anime giuste, ai santi, forse sarebbe degna di scusa la negligenza vostra a pregare; ma a tutti questo è permesso, ai grandi e ai piccoli, ai ricchi e ai poveri, ai dotti e agli ignoranti, ai giusti e ai peccatori; ed in ogni tempo Iddio permette di pregarlo, anzi lo comanda espressamente, imperciocché in ogni tempo da Lui dipendiamo, in ogni tempo dobbiamo sperare in Lui e desiderare di possederlo. Ora la preghiera è un atto di speranza nella bontà di Dio, è un desiderio del nostro ultimo fine. Siccome dobbiamo sempre desiderare la nostra eterna felicità, dice S. Agostino, dobbiamo sempre pregare. Oportet semper orare et non deficere (Luc. XVIII). – Oltre il comando che Dio ci fa di pregarlo, a ciò ci spingono i nostri propri bisogni: se provate qualche difficoltà in adempiere questo precetto, forse vi moveranno i vostri veri interessi. Dio vuol salvi tutti gli uomini, ma niuno può salvarsi senza la grazia di Dio. L’uomo non è che tenebre, debolezza, miseria e povertà: egli è si cieco che non conosce la sua vera felicità; sì debole che non può fare un sol passo per arrivarvi; è un terreno così sterile che non può produrre da se stesso un solo buon pensiero per la salute, dice s. Paolo, Non quod sufficientes simus cogitare aliquid ex nobis, quasi ex nobis (2 Cor. 3). Tutto il suo potere, tutta la sua forza vien da Dio, soggiunge il santo Apostolo: sufficientia nostra ex Deo est. Egli ha dunque bisogno della grazia per salvarsi; senza la grazia non v’è salute. Ma sotto qual condizione promette Iddio e dà la sua grazia all’uomo? Egli vuole accordarla alla preghiera; togliete questa condizione, Iddio può, senza mancare alla sua parola, ricusarci la sua grazia: se dunque è necessaria la grazia per salvarsi, altrettanto è necessaria la preghiera per ottenere la grazia della salute. – Comprendete ora, fratelli miei, qual sia l’obbligazione della preghiera? Ah! se voi conosceste e sentiste il vostro bisogno, non sarebbe d’uopo di farvi vedere la necessità che di essa avete. È egli forse necessario di esortare un mendico a domandar sollievo alla sua miseria? La sua povertà per sé stessa lo rende eloquente e gli suggerisce espressioni valevoli ad intenerire il cuor dei ricchi ed ottenerne il domandato soccorso. Noi siamo altrettanti poveri avanti a Dio, dice s. Agostino, mentre ci presentiamo alla porta della misericordia, poveri senza comparazione più degni di compassione di coloro che vanno mendicando il pane, imperciocché questi conoscono e sentono la propria miseria, mentre noi siam ciechi ed insensibili sul nostro misero stato. – Nulladimeno, per poco che si voglia riflettere, facil cosa è il vedere a quante miserie noi siamo soggetti. La funesta inclinazione nostra al male, la somma ripugnanza che proviamo per fare il bene, i pericoli da cui siamo circondati, il gran numero de’ nemici che abbiamo a combattere e da’ quali siam sì sovente assaliti, le tentazioni alle quali è così malagevole il resistere; certi punti della legge che tanto difficili ci riescono ad osservare, non basteranno ancora a farci comprendere il bisogno che abbiamo del celeste soccorso? Iddio comandandoci di combattere, ci avvisa, dice s. Agostino, di fare quanto sta in nostro potere e di domandare quello che supera le nostre forze: iubendu monet et facere quod possis et petere quod non possis. E se voi implorate il suo soccorso, ve lo accorderà, affinché facciate quello che da voi soli non potevate: et adiavat ut possis. Non vi lamentate più dunque della difficoltà che provate a combattere certe tentazioni e a trionfare delle vostre passioni. Domandate la grazia di Dio, e riporterete sicura vittoria. Voi dite, per esempio, che è difficilissimo non soccombere sotto il peso della passione che vi strascina a vietati piaceri; che vi vuole uno sforzo di virtù per perdonare ad un nemico che crudelmente vi oltraggia: io lo confesso, voi nol potete da voi medesimi, ma chiedetene la grazia a Dio, e vi riuscirà di farlo: et adiuvat ut possis. Non v’ha cosa alcuna che con la preghiera ottener non si possa: questo è il canale per cui scorrono le grazie di Dio sino a noi; questa è la misteriosa scala di Giacobbe che porta i nostri desideri al cielo e ne fa scendere i tesori che ci arricchiscono; questa è la chiave che ci apre il seno della misericordia di Dio, e trattiene il braccio della sua giustizia: la forza della preghiera è sì grande, dice s. Giovanni Crisostomo, che ci fa in certa maniera trionfare di Dio medesimo; per mezzo di essa possono i peccatori ottenere la grazia della loro conversione, e i giusti la perseveranza nel bene. Ricorrete dunque tutti alla preghiera, di qualunque stato voi siate, o giusti o peccatori: se siete peccatori, questo mezzo vi è indispensabilmente necessario, per poter uscire dal funesto stato in cui vi trovate; se siete giusti, la preghiera vi è necessaria per perseverare nella grazia. Sì, peccatori, si è la preghiera quella che deve spezzar le vostre catene e liberarvi dalla schiavitù del demonio:e tanto più è per voi importante di servirvi di questo mezzo, perché lo stato in cui siete privandovi di quel diritto di ricevere quegli aiuti della grazia per salvarsi che hanno le anime giuste, la preghiera è forse per molti di voi il solo rifugio e l’unico mezzo che loro procurar possa la giustificazione, di maniera che, se non ne approfittano, non v’è più per loro speranza di salute. Imperciocché per salvarvi, o peccatori, dovete convertirvi, e voi non vi convertirete senza quelle grazie vittoriose che cangino del vostro cuore gli affetti, che forti vi rendano contro la contagione del secolo, e trionfar vi facciano dei nemici di vostra salute. Ora Iddio non è a voi debitore di queste grazie; per pura sua liberalità vi dà quella della preghiera, ed a voi tocca il servirvene per domandarne delle altre ed ottenerle. Imperò si può dire che la preghiera è in certa maniera egualmente necessaria che il Battesimo: senza di esso non v’è salute, e senza la preghiera non si dà la grazia della conversione, per conseguenza non si dà salute. Ed appunto per questa ragione, siccome Gesù Cristo, ha scelta l’acqua, elementare a preferenza di ogni altra, perché molto facile ad aversi, affinché fosse materia del Battesimo, essendo questo Sacramento cotanto necessario; così Egli ha voluto che la nostra salute dipendesse dalla preghiera, che tra tutti gli esercizi della nostra religione è il più facile e il più comodo per qualsivoglia sorta di persone. Per pregare non vuolsi esser sapiente o ricco, non si ricerca robustezza di sanità; gl’ignoranti al pari de’ dotti, i poveri come i ricchi, gli ammalati egualmente che i sani possono pregare: invano vi scusereste sul pretesto delle vostre occupazioni; imperciocché saranno le vostre occupazioni maggiori di quelle del reale profeta, che in mezzo agli affari del governo d’un gran regno pregava sette volte al giorno? Septies in die tandem dixi tibi. Se non si potesse pregare che in certi tempi, in certi luoghi, sareste in qualche maniera degni di scusa qualor nol faceste sì spesso: ma in ogni tempo, in ogni luogo si può pregare; e di giorno e di notte, in ogni ora, in mezzo dei più grandi imbarazzi d’affari, de’ lavori più faticosi, potete innalzare a Dio la mente ed il cuore; in ogni luogo si può pregare; imperciocché, quantunque siano le nostre chiese il luogo più convenevole, nulla dimeno voi potete farlo in casa, in campagna, per viaggio; dappertutto voi troverete il Signore pronto ad ascoltare le vostre preghiere.Non sareste voi dunque, fratelli miei, sommamente colpevoli, e non sarebbe questo un segno della vostra indifferenza per la salute, se trascuraste un mezzo cotanto facile per salvarvi come è la preghiera? Iddio vi offre, o peccatori, il perdono, ma vuole che voi glielo domandiate. Egli lo ha accordato al pubblicano e a tanti altri mentovati nel Vangelo, che a Lui ricorsero con la preghiera; e perché non accorderà a voi pure lo stesso favore? Per mezzo della preghiera i paralitici, i lebbrosi, gli zoppi, i ciechi ottennero da Gesù Cristo non solamente la guarigione delle loro corporali infermità, ma la sanità eziandio delle anime loro: la sua bontà non è minore a vostro riguardo, la vostra preghiera avrà dunque il medesimo effetto. Per questo mezzo il centurione Cornelio usci dalle tenebre della idolatria, giunse alla luce del Vangelo: le sue limosina e le sue preghiere, dice la Scrittura, erano arrivate al trono di Dio e gli ottennero la grazia di entrare nella chiesa di Gesù Cristo. Servitevi, fratelli miei, dello stesso mezzo per ottenere i doni della sua misericordia. Dal profondo abisso in cui siete sepolti, innalzate, e peccatori, come il reale profeta la vostra voce verso del cielo: De profundis clamavi ad te, Domine (Ps. CXXIX). – Ricorrete alla preghiera eziandio voi, o giusti, che possedete la grazia di Dio, perché ella vi è necessaria per ottenere la perseveranza. Benché la grazia di Dio, in cui siete, vi dia diritto di ricevere quegli aiuti che vi sono necessari per far il bene, Iddio non è obbligato a darvi quelle grazie speciali e privilegiate che fanno infallibilmente perseverare e che rendono sicura la predestinazione. Alcuno, dice s. Agostino, non può meritare queste grazie in rigore di giustizia, ma le può ottenere. Voi portate la grazia di Dio in fragil vaso, che ad ogni passo può rompersi; voi siete in una nave agitata dalle tempeste ed esposta a naufragare ogni momento: che cosa dunque dovete fare se non ricorrere, come gli Apostoli, a Gesù Cristo, che solo può comandare ai venti e alle tempeste? Domine, salva nos, perimus. Signore, salvateci; senza di Voi siamo perduti. Voi siete circondati da nemici che ognora contra di voi combattono per trarvi a morte. Nemici dentro di voi, nemici al di fuori. Dentro di voi siete agitati dal timore, al di fuori esposti ai combattimenti. Feris pugnæ, intus timores. Dentro divoi avete le passioni che si ribellano contro la legge di Dio; al di fuori il demonio che cerca di vagliarvi come si vaglia il grano: i cattivi esempi che fanno ne’ vostri cuori impressioni funeste; quanto grande è mai il pericolo in cui siete di perire, perdendo la grazia di Dio! Che cosa vi rimane a fare in tali circostanze? Pregate, il ripeto, e pregate incessantemente Colui che ha in voi incominciata l’opera buona, affinché la perfezioni, come dice l’Apostolo: qui cœpit in vobis opus bonum, ipse perficiet (Philip. 1). Con la preghiera riportò Mose vittoria sugli Amaleciti nemici del popolo di Dio, e con lo stesso mezzo voi pure riporterete la vittoria sui nemici della vostra salute. Questo sarà lo scudo che vi difenderà dai loro colpi. Se siete tentati, ella vi libererà dalle tentazioni: se siete nell’incertezza, e non sapete a qual partito appigliarvi in certi critici affari della salute, alzate gli occhi al cielo, e sarete illuminati; se siete nell’afflizione, la preghiera vi consolerà, vi fortificherà nella avversità e nella prosperità vi preserverà de’ suoi scogli: in una parola, qualunque ostacolo troviate alla salute, la preghiera vel farà superare.Per animarvi ancora maggiormente al santo esercizio della preghiera, mirate nella vita di coloro che la praticano assiduamente, i suoi mirabili effetti. Chi sono coloro che menano vita più regolata? Sono quelli che pregano spesso e che pregano bene: come vivono al contrario coloro che non pregano affatto? Voi lo sapete e lo vedete ogni giorno: queste sono persone schiave delle loro passioni, non pensano che ai piaceri e ai beni terreni: trovano sempre del tempo per gli affari del mondo, e non ne trovan mai per pregare: dovremo dunque stupirci, se vivono cosi male, se soccombono sì spesso alle tentazioni, se si lasciano strascinare dai cattivi esempi e dal torrente dell’usanza, e se alcun gusto non provano per lo servizio di Dio e per la loro salute? L’anima loro è come un terreno arido e sterile, che non è innaffiato dalla celeste rugiada e non produce buon frutto. E per qual cagione? Perché non pregano punto, perché non curano di far discendere su questa terra ingrata le celeste influenze che la renderebbero feconda. – Per evitar sì gran male, siate assidui alla preghiera e non tralasciate per qualsivoglia cagione questo santo esercizio: fissate l’ora del giorno che destinate ad essa: voi trovate pure il tempo di dare più volte al giorno il necessario alimento al corpo, e perché ricusante voi all’anima, infinitamente più preziosa, il suo nutrimento che è la preghiera? E infatti non sarebbe ella cosa strana, fratelli miei, che voi trovaste tempo per tutto, fuorché per pregare? – Voi avete le ore destinate al sonno, l’ora del mangiare, l’ora degli affari, l’ora dei divertimenti, del passeggio, del giuoco: e perchè non troverete in tutto il giorno l’ora della preghiera? Come! voi avete il tempo per piacere al mondo e non avete il tempo per servir Dio? Avete tempo per acquistare caduche ricchezze, e non avete tempo di acquistare tesori pel cielo, cioè avete tempo per dannarvi e non avete tempo per salvarvi: imperciocché non vi lusingate, non v’è che la sola preghiera che possa aprirvi l’entrata al cielo. Pregate dunque spesso e principalmente la mattina e sera, pregate eziandio più volte durante il giorno per mezzo di frequenti elevazioni del vostro cuore a Dio, pregate per voi medesimi, pregate per gli altri: padri e madri, pregate pei vostri figliuoli; figliuoli, pregate per i vostri genitori; peccatori, pregate per la vostra conversione; giusti, domandate al Signore la perseveranza, e chiedete la conversione dei peccatori, perché la preghiera del giusto è avanti a Dio molto efficace; ed affinché ella sia tale, imparatene ora le condizioni.

II. Punto Condizioni della Preghiera.

Se vi sono molti Cristiani che non pregano affatto, molti più ve ne sono di coloro che pregano male: e si può dire che il più gran male non proviene tanto dal non pregare, quanto dalle cattive disposizioni con le quali si prega. Non vi furono in alcun tempo giammai tanti esercizi di divozione né tante preghiere quante se ne veggono al giorno d’oggi, eppure si vider mai disordini maggiori? Regna per tutto fastosamente il vizio, in ogni stato signoreggiano le passioni; l’orgoglio, l’avarizia, i piaceri illeciti, la vendetta strascina seco in infinito un numero di schiavi che gemono sotto il peso delle loro catene e della loro miseria, non ostante le moltiplicate preghiere che indirizzano al cielo. E come? La preghiera non ha ella più la stessa forza appresso Dio ch’ella aveva altre volte? Si è Iddio cangiato per noi, o è abbreviato il braccio della sua misericordia? No, fratelli miei, Iddio è sempre lo stesso, sempre ricco in misericordia verso coloro che l’invocheranno. Ma la maggior parte di coloro che pregano, non provano l’effetto delle loro domande, perché pregano male, dice s. Giacomo, non accipitis, eo quod male petatis. Invece di placare Dio colle loro preghiere, l’irritano vieppiù: invece di far discendere su di essi la rugiada celeste coll’incenso delle preghiere, con i neri vapori che s’innalzano da’ loro cuori attirano fulmini e tempeste, che Dio non lascerebbe, di far piombare sopra di loro, se la sua misericordia nol trattenesse: invece di pregare in nome di Gesù Cristo, si fanno soltanto preghiere giudaiche, per mezzo delle quali si domandano cose indegne di quel santo nome, o se si chiedono cose che convengano alla sua grandezza, non si chiedono come si deve; di maniera che si può fare alla maggior parte de’ Cristiani lo stesso rimprovero che fece Gesù Cristo agli Apostoli: Voi non avete ancora, diceva loro, chiesta cosa alcuna in mio nome: Usque modo non petistis quidquam in nomine meo [Jo. XVI]. Bisogna dunque, fratelli miei, per pregar bene, pregare in nome di Gesù Cristo, cioè chiedere cose degne di questo nome salutevole e chiederle con le disposizioni che Egli esige da noi: e sono l’attenzione la fiducia, l’umiltà e la perseranza: tali sono le condizioni della preghiera; prestatevi tutta l’attenzione. – Per pregare in nome di Gesù Cristo, bisogna primieramente chiedere cose degne di questo augusto nome, cioè che si riferiscano alla gloria di Dio. alla nostra salute, dice s. Gregorio. Perciò voi pregherete nel nome di Gesù Cristo, o peccatori, allorché domanderete la vostra conversione, la grazia di vincere quell’orgoglio che vi signoreggia, l’avarizia che vi tiranneggia, l’invidia che vi divora, quella passione che vi tormenta, la collera, la vendetta che vi conturba, allorché lo pregherete di far regnare in voi l’umiltà, il distacco dai beni terreni, la carità, la pazienza, la mansuetudine, la purità: voi pregherete in nome di Gesù Cristo, quando chiederete la stabilità nel bene e la perseveranza nella grazia: in una parola, chiunque voi siate, pregherete in nome di Gesù Cristo, allorché, prendendo per modello la preghiera che ci ha nell’orazione domenicale insegnato di fare, gli domanderete la gloria del suo santo Nome, la venuta del suo regno, l’adempimento della sua volontà, le grazie necessarie alla salute, la liberazione dalle tentazioni, l’allontanamento dal peccato e da’ mali della vita futura: se voi chiedete altra cosa che il suo regno, o che ciò che può servirvi di strada, non è questo pregare in nome di Gesù Cristo, dice s. Agostino. Dio per altro non vieta chiedergli beni temporali; non vi proibisce di domandargli la sanità, la buona riuscita d’una lecita intrapresa, e ciò che è necessario a voi e alla vostra famiglia: anzi Gesù Cristo ci ha insegnato nell’orazione domenicale a domandargli il nostro pane quotidiano, e la Chiesa, guidata sempre dallo Spirito Santo, fa preghiere per la conservazione dei beni della terra. Ma se Dio vi permette di chiedere beni temporali, con questa restrizione vel permette, cioè in quanto solamente servono per ottenere il vostro ultimo fine; si cerchi prima il regno di Dio, dice Gesù Cristo, il resto verrà dietro. La gloria di Dio e la salute dell’anima vostra debbono essere i primi oggetti a cui mirino le vostre preghiere. Perciocché se i mezzi che da Dio vi sono dati per giungere al vostro ultimo fine voi li mirate come se fossero il fine medesimo; se non cercate che la pinguedine della terra invece della rugiada del cielo; se avete di mira solo i beni temporali e non i beni eterni, le vostre preghiere sono colpevolmente interessate, e voi non pregate in nome di Gesù Cristo, ma in nome delle passioni da cui siete signoreggiati: Usque modo non petistis quidquam (Jo. XVI). molto meno ancora preghereste in nome di Gesù Cristo, se domandaste cose contrarie alla sua volontà: potreste immaginarvi che Gesù Cristo volesse allora essere vostro intercessore per farvele ottenere, mentre Egli non ha cercato altra cosa che di fare la volontà di suo Padre e procurarne la gloria? Non sarebbe ella una abbominazione, l’impiegare una mediazione così potente e così santa per ottenere domande peccaminose, come sarebbe l’adempimento dei nostri sregolati desideri, la riuscita d’una ingiusta intrapresa? Lungi di qua dunque quelle preghiere che partono da un cuore ambizioso il quale ad altro non mira che agli onori: lungi di qua le preghiere di quell’uomo interessato, di quell’avaro, che pone unicamente nei beni passeggeri la sua felicità, che altro non cerca che di ammassar tesori, altri affetti non ha fuorché per la terra: lungi di qui le preghiere di quel voluttuoso che non ricerca i comodi della vita se non per contentare la sua mollezza: lungi di qui le preghiere di quell’uomo ingiusto che chiede la riuscita d’una malvagia lite da lui suscitata per opprimere il povero, la vedova, l’orfanello: ah! guai a voi che chiedete sì fatte cose! Se Iddio esaudisce le vostre preghiere, sarà un effetto del suo sdegno, s’Egli vi accorderà ciò che domandate, ciò non servirà che alla vostra riprovazione. Pregatelo piuttosto a non esaudirvi: o, per far meglio cangiate le vostre preci e raffrenate i vostri sregolati desideri e fate a Dio solamente giuste domande, e allora potrete sperare di averlo favorevole ai vostri voti. – Domandate prima d’ogni altra cosa, come Salomone, quello spirito di sapienza che guidi i vostri passi e presieda a tutte le vostre intraprese; voi proverete al pari di lui la bontà d’un Dio che è liberale nei suoi doni al di là di ciò che gli viene domandato. Poiché non mi hai domandato, disse Dio a quel monarca, né lunghezza di vita né abbondanza di ricchezze, né vittoria dei nemici, io ti accordo non solo quella sapienza che tanto brami, ma ancora un sì florido regno che il simile non fu veduto finora e non è per vedersi giammai. – In questa guisa, fratelli miei, chiedendo a Dio ciò che è conforme al suo divino volere, vi accorderà ciò che è conforme al vostro desiderio. Se voi domandate prima di tutto il suo santo amore, la sua grazia e l’eterno suo regno vi darà quei beni temporali di cui abbisognate per arrivarvi: e se non ve li accorda, dovete credere che non vi sono necessari e che è meglio per voi che ne siate privi. Ma dovete eziandio essere fermamente persuasi che trattate con un Dio infinitamente ricco verso coloro che l’invocano; onde sarete ricompensati con beni infinitamente più preziosi dei beni terreni: e saranno essi tesori di grazia che vi arricchiranno pel cielo e vi faran crescere di virtù in virtù, purché per altro le vostre preghiere siano accompagnate dall’attenzione e dalle altre qualità che grate debbono renderle a Dio. – Se chiediamo ai santi Padri della Chiesa che cosa è la preghiera, e se esaminiamo la generale idea che se ne ha, noi impariamo ch’ella è un’elevazione della nostra mente e del nostro cuore a Dio, per mezzo della quale esponiamo a Lui i nostri bisogni. Ora se la preghiera è un elevazione della nostra mente e del nostro cuore verso Dio, convien dunque che nella preghiera noi pensiamo a Dio e siamo occupati in ciò che riguarda Dio, o in ciò che gli domandiamo; e senza questa attenzione, la preghiera è un corpo senz’anima. Dio è spirito, dice Gesù Cristo, dunque coloro che l’adorano fa d’uopo l’adorino in ispirito e in verità, e che lo spirito s’accordi colle labbra. Imperciocché come volete finalmente, fratelli miei, che Dio vi ascolti allorché lo pregate, dice s. Cipriano, se non vi ascoltate voi stessi? Se, mentre dimenate le labbra, il vostro spirito è tutto occupato negli affari, il vostro cuore è rivolto verso l’oggetto della sua passione, invano vi lusingate di ottenere ciò che chiedete. La vostra preghiera, lungi di piacere a Dio, è per voi un nuovo peccato, voi uscite da essa più colpevoli ancora di prima: oratio eius fiat in peccatum (Ps.CVIII). – Eppure a quante persone, fratelli miei, potrebbe Gesù Cristo far lo stesso rimprovero che fece già a’ farisei e che altre volte il Signore aveva fatto per bocca del profeta! Questo popolo m’onora soltanto colle labbra, e il suo cuore è lungi da me: Populus hic labiis me honorat, cor autem eorum longe est a me (Matth. XIII), Voi fate a Dio molte preghiere, or recitandole a memoria, or leggendo un libro devoto; ma la vostra mente e il vostro cuore non c’entran per nulla: perché sono occupati in oggetti stranieri; qual meraviglia dunque se Iddio rigetta le vostre preghiere e se voi nulla ottenete? È lontano da Dio il vostro cuore, cor eorum longe est a me. – Ma, direte voi, è sì incostante la mente dell’uomo, è si leggiero il suo cuore, che è molto difficile il fissarli con quell’attenzione che la preghiera ricerca: l’uomo è soggetto a una infinità di distrazioni che conturbano la mente la più raccolta e non lasciano pensare lungamente sullo stesso soggetto. – A questo io ho due risposte a fare. La prima è per consolazione di coloro che temono Dio, e che soffrono loro malgrado molte distrazioni: esse non saranno loro ascritte a peccato perché o cercano di evitarle o le rigettano tostoché si presentano. Queste distrazioni non solamente non diminuiscono il merito delle loro preghiere, anzi lo accrescono a cagione dello sforzo che fanno per tener raccolto il loro spirito; onde esse non debbono cagionar inquietudine alcuna, purché si ponga cura di allontanarle: anche i santi più eminenti hanno provato in questa materia la leggerezza e l’incostanza della mente dell’uomo. – Ma le distrazioni volontarie, cioè quelle che non si è presa la precauzione di evitare per mezzo della preparazione alla preghiera o di rigettare quando si presentano, sono quelle che rendono peccaminose le preghiere d’innumerabili Cristiani dei nostri tempi: tali sono coloro che con i sensi mal custoditi e con lo spirito dissipato e tutto occupato in affari mondani, vanno a presentarsi alla preghiera, la continuano con queste disposizioni; parlano a Dio con minor rispetto che non farebbero ad un uomo; recitano così precipitosamente le loro preghiere che appena la mente può seguir le labbra. E come volete avere, fratelli miei, attenzione nelle preghiere se non usate alcuna precauzione di allontanare dalla mente ciò che può distrarla? Se vi collocate nei luoghi più valevoli a dissiparvi, per mirare ad essere mirati? Se date intera libertà ai vostri sentimenti e alla vostra immaginazione, senza fare alcuno sforzo per tenerli a dovere? Se, accorgendovi della dissipazione della vostra mente, invece di richiamarla al soggetto che deve fissar la sua attenzione, la lasciate andar vagando d’oggetto in oggetto a suo piacimento? Ecco ciò che si deve chiamare distrazione volontaria, che rende peccaminose e inutili le preghiere d’un gran numero di Cristiani i quali provocano – dice s. Agostino – lo sdegno di Dio con gli stessi mezzi che dovrebbero placarlo. – Per evitare, fratelli miei, questa disgrazia, bisogna, secondo il consiglio dello Spirito Santo, preparar l’anima propria all’orazione: Ante orationem præpara animam tuam (Eccl. XVIII). Cioè dovete allontanare tutti gli oggetti e tutti gli affari che possono dissiparvi, sciogliere i vostri cuori da’ legami che li tengono avvinti durante il tempo della preghiera; pensare alla presenza e alla maestà di quel Dio a cui parlate o all’importanza di quelle cose che gli chiedete; cercare quei luoghi che sono più acconci a tenervi raccolti: e con una decente compostezza far conoscere il rispetto che avete per la presenza di Dio; imperciocché Egli vuole esser onorato e coll’attenzione della nostra mente e con la modestia del nostro corpo: allorché avrete prese queste precauzioni se vi vengono distrazioni, abbiate cura di scacciarle ogni volta che ritorneranno, col sollevare lo spirito e il cuore: continuate in questa guisa la vostra preghiera, e ne proverete l’efficacia principalmente se sarà accompagnata da una ferma fiducia. – Che cosa può trovarsi più valevole che eccitare in voi questa fiducia che il pensare che il pensare che, pregando v’indirizzate ad un Dio la cui bontà è uguale alla sua onnipotenza, ad un Dio che, fedele nelle sue promesse, si è impegnato di accordarvi tutto ciò che gli domanderete? Si quid petieritis Patrem in nomen meo, dabit vobis (Jo. XVI). Osservate bene sin dove si estende la promessa, essa non è limitata a certe grazie particolari, ma si estende a tutte le grazie, a tutti i tempi, a tutti i luoghi: e di ciò ci assicura Gesù Cristo apertamente eziandio in un altro luogo: credete, dice Egli, che tutto ciò che domanderete vi sarà accordato: Quæaque orantes petitis, credite quia accipietis, et evenient vobis (Marc. XI). È Iddio che parla, Iddio che può tutto ciò che vuole e che non può mancar di parola, come non può lasciare d’essere Dio. Quanto è mai grande per conseguenza la virtù e l’efficacia che Iddio ha dato alla preghiera! Nella guisa ch’Egli ha fatto ogni cosa con una sola parola, ad una sola parola che viene da un cuore di fiducia ripieno. Iddio si rende, per così dire, ubbidiente: Voluntatem timentium se faciet et deprecationem eorum, exaudiet ( Psal. CXLIV). Non temete dunque di chiedere tutto ciò che vorrete. Se voi doveste esporre le vostre miserie ad un uomo, ad un grande del secolo, potreste temere di non essere esauditi nelle vostre domande, perché gli uomini non sempre sono verso di noi bene affetti, e quand’anche lo fossero, non sempre le loro forze corrispondono al buon volere; si stancano nel far doni, perché facendoli impoveriscono, e se continuassero a farne, si troverebbero essi medesimi ben presto nella miseria: e perciò le persone anche più benefiche si annoiano delle nostre importunità. Ma non è così col nostro Dio: sempre ricco in misericordia verso coloro che l’invocano, non è rattenuto, dice s. Tomaso né da scarsità di ricchezze né da timor d’impoverire. Non lo stancano le nostre importunità, che anzi Egli vuol essere da noi sollecitato; poiché il Signore quanto più ci dà, tanto più vorrebbe darci; più gli si chiede, più gli si dà gloria; sempre attento ai nostri bisogni, Egli è sempre pronto ad ascoltarci e a beneficarci: se dunque noi siamo nella miseria, la colpa è nostra, o perché siamo negligenti a pregare, o perché non preghiamo con ferma fiducia. – Qual cosa v’è inoltre più valevole ad eccitare in noi questa fiducia che il pensare che le nostre preghiere sono avvalorate dall’intercessione di Gesù Cristo che prega con noi e per noi e che offre per noi al suo divin Padre i suoi meriti? Questo pontefice, questo mediatore, che è stato esaudito, dice l’Apostolo, a cagione della sua dignità, non renderà efficacissime le nostre preghiere appresso Dio? Questa è la credenza della Chiesa, poiché in tutte le preghiere interpone essa la mediazione di questo sì possente intercessore, terminando le orazioni con queste parole: per Dominum nostrum Jesum Christum etc. Noi vi preghiamo, dice ella, in nome di Gesù Cristo: esaudite le nostre domande. Voi dovete parimenti, fratelli miei appoggiare sulla virtù di questo santo nome le vostre domande, e ne proverete l’efficacia. Ma in che consiste questa fiducia dalla quale debbono essere animate le vostre preghiere? Ella è una ferma credenza ed un ardente desiderio di ottenere ciò che domandate: imperciocché invano preghereste, se il desiderio d’essere esauditi non rende ferventi le vostre preghiere, invano, o peccatori, domandereste la vostra conversione e il perdono de’ vostri peccati, se foste tuttora disposti a commetterne dei nuovi, invano chiedereste a Dio di spezzare le vostre catene, di sciogliere quei lacci che vi tengono avvinti, e distruggere quegli abiti cattivi, se voi medesimi non fate alcuno sforzo per correggervi, se il vostro cuore è sempre affezionato all’oggetto della sua passione, alle ricchezze, ai piaceri, Iddio non ve ne staccherà vostro malgrado e sarebbe temerità la vostra fiducia. – E in questo senso è  vero quel che si dice, che Dio non esaudisce i peccatori; e come ascolterà egli quei peccatori che vanno con le armi alla mano a chiedergli perdono? Che vorrebbero ottenerlo senz’adoperare alcun mezzo per convertirsi, e non accompagnano le loro preghiere con verun buon desiderio, con veruna di quelle preparazioni del cuore che il profeta ricerca per esser esauditi? No, il Signore non ha promesso nulla a questi ribelli peccatori ostinati. Ma i peccatori che a lui si rivolgono come il pubblicano, con un sincero desiderio di cangiar vita ah! Dio li ascolta, dà loro quelle grazie di cui abbisognano, per compiere la propria conversione; presentatevi dunque, o peccatori, al trono della misericordia di Dio, con quella fiducia ed umiltà da cui debbono essere accompagnate ognora le vostre preghiere. Siano pur enormi, siano innumerabili i vostri peccati, ne otterrete il perdono, se con queste disposizioni le chiederete. Iddio non rigetta mai un cuore umiliato ed ascolta benignamente le preghiere degli umili: Respexit in orationem humilium (Ps.CI). Egli rigettò la preghiera d’Antioco perché pregava da empio, orabat scelestus, dice la Scrittura (Macc. IX); rigettò eziandio la preghiera del fariseo perché pregava da superbo: ma fu propizio al pubblicano, perché si umiliò, riconoscendosi indegno di comparire avanti a Dio, tal che in vista de’ suoi peccati non osava alzar gli occhi al cielo. Pregate in somigliante maniera, o peccatori, a voi pure, sarà come a lui, propizio il Signore: Deus, propitius esto mihi peccatori ( Luc. XVII). Umiliamoci tutti, chiunque noi siamo, sotto la possente mano di Dio, e riconosciamoci immeritevoli di ciò che domandiamo con questo mezzo ci renderemo in certa maniera degni di ottenerlo; imperciocché quello stesso Dio che resiste a’ superbi, dà agli umili la sua grazia: Humilibus dat gratiam ( Jac. l). Finalmente l’ultima qualità che deve accompagnar la preghiera è la perseveranza. Noi ne abbiamo un bell’esempio nella Cananea, che chiedendo la sanità per la figliuola, altro non provò da principio che repulse: ma piena di fiducia non si scoraggiò, e non cessi di pregare sinché ottenuta non ebbe la sua domanda. Con la sua perseveranza a pregare vinse la resistenza di Gesù Cristo, il quale lodò la sua fede: Magna est fides tua. Ecco, Cristiani miei, il bel modello che dobbiamo imitare; bisogna sempre pregare, sempre sollecitare, sempre picchiare alla porta, Dio si compiace della nostra importunità; Egli vuole che gli si faccia per cosi dire, violenza, perché in tal guisa noi gli diamo prove maggiori della nostra dipendenza. Se Egli tosto ci accordasse ciò che domandiamo, noi lasceremmo di pregare e di riconoscere per conseguente la dipendenza nostra. Con somma sapienza dunque il Signore per aumentare i nostri meriti, mette alla prova la nostra fiducia col differir d’esaudirci, ma nulla perdiamo a queste dilazioni: s’Egli non ci esaudisce ora, ci esaudisce in altro tempo. Non vi disanimate dunque, Cristiani miei, se Iddio non si mostra tosto propizio a’ vostri desideri: Egli sa meglio di voi quel che vi è d’uopo. Egli vuol farvi sentire i vostri bisogni e la vostra dipendenza. Se voi costantemente persevererete nelle preghiere, vi accorderà finalmente ciò che gli chiedete di più ancora. Non poterono essere abbattute le mura di Gerico se non al replicato suono delle trombe: e se, come Mose, non vi stancherete di alzar le mani, riporterete, al paro di lui, de’ nemici sicura vittoria.

Massime Pratiche. Sia dunque la preghiera la vostra ordinaria occupazione Io ve ne ho dimostrato la necessità, i vantaggi e le condizioni che debbono renderla grata a Dio e utile per voi. Pregate in ogni tempo, in ogni luogo nelle tentazioni, nelle afflizioni: pregate con attenzione, con fiducia, umiltà e perseveranza. Per aver quest’attenzione nella preghiera, prima d’incominciarla, mettetevi alla presenza di Dio con grande raccoglimento e domandategli la grazia di farla bene, Domine, doce nos orare; unite le vostre preghiere a quelle che Gesù Cristo fece sulla terra; pregate il vostro Angelo custode di presentarle a Dio, e nel tempo che pregherete siate penetrati della presenza di Dio, dicendo spesso tra di voi: A chi parlo io? Che cosa dimando? Non recitate in fretta le vostre preghiere. Poco e bene è meglio che molto e male. Fermatevi di tanto in tanto per raccogliervi, se vi accorgete che la vostra mente è distratta. – Dopo la preghiera chiedete perdono dei mancamenti da voi in essa commessi. Non tralasciate mai le vostre preghiere della sera e della mattina. Prendete l’usanza di fare in certe ore determinate nel corso del giorno orazioni giaculatorie, ora con atti di adorazione, di lode, di ringraziamento, ora di carità, di contrizione etc. Fate la sera le vostre preghiere in compagnia: perché Gesù Cristo ha promesso di essere in mezzo di coloro che saranno radunati nel suo nome: pregatelo incessantemente ch’Egli regni in voi con la sua grazia in questo mondo e con la sua grazia nell’altro. Così sia.

Credo …

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus Ps LXV: 8-9; LXV: 20

Benedícite, gentes, Dóminum, Deum nostrum, et obœdíte vocem laudis ejus: qui pósuit ánimam meam ad vitam, et non dedit commovéri pedes meos: benedíctus Dóminus, qui non amóvit deprecatiónem meam et misericórdiam suam a me, allelúja. [Popoli, benedite il Signore Dio nostro, e fate risuonare le sue lodi: Egli che pose in salvo la mia vita e non ha permesso che il mio piede vacillasse. Benedetto sia il Signore che non ha respinto la mia preghiera, né ritirato da me la sua misericordia, allelúia].

Secreta

Súscipe, Dómine, fidélium preces cum oblatiónibus hostiárum: ut, per hæc piæ devotiónis offícia, ad coeléstem glóriam transeámus.

[Accogli, o Signore, le preghiere dei fedeli, in uno con l’offerta delle ostie, affinché, mediante la pratica della nostra pia devozione, perveniamo alla gloria celeste].

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Ps XCV: 2

Cantáte Dómino, allelúja: cantáte Dómino et benedícite nomen ejus: bene nuntiáte de die in diem salutáre ejus, allelúja, allelúja.

[Cantate al Signore, allelúia: cantate al Signore e benedite il suo nome: di giorno in giorno proclamate la salvezza da Lui operata, allelúia, allelúia].

Postcommunio

Orémus.

Tríbue nobis, Dómine, cæléstis mensæ virtúte satiátis: et desideráre, quæ recta sunt, et desideráta percípere.

[Concedici, o Signore, che, saziati dalla forza di questa mensa celeste, desideriamo le cose giuste e conseguiamo le desiderate.]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

http://www.exsurgatdeus.org/2020/04/13/tutta-la-messa-cattolica-momento-per-momento-1/

LO SCUDO DELLA FEDE (112)

1Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA vol. I

Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884

CAPO XXII.

Si risponde alle accuse date alla provvidenza, perché ella tribola i buoni.

1. I naviganti mentre sono in tempesta, ansanti, agitati, non sono abili ad osservare l’arte di quel pilota, che fra tanti turbini regge la nave a stupore. Qual meraviglia è però, se il medesimo accade nel caso nostro? Non conosciamo la provvidenza attentissima di quel Dio che ci regge fra tanti mali, perché i mali ci sopraffanno, Ma però dunque dovrà da noi negarsi la Provvidenza, perché noi non la conosciamo? se non la conosciamo noi, l’hanno saputo conoscere tanti e tanti, di noi pratici in quella carta di navigare, che sola ha da rimirarsi in un mar sì alto. Che se nessuno l’avesse mai finita di conoscere, che rileva? Bella cosa in vero sarebbe che i naviganti volessero saperne al par del pilota. Venga però quel temerario, il qual disse:Cura rapiant mala fata bonos, ignoscite fasso, Sollicitor nullos esse putare Deos.

Che è ciò che egli non capisce? Perché tribolati i buoni? perché poveri? perché perseguitati? Perché depressi? Le cagioni sono le medesime a proporzione, per cui prosperati i cattivi.

II. Se non che prima di ripeterlo, io chieggo. Dove sono questi buoni così perfetti, che non abbiano mescolata con l’oro delle virtù veruna mondiglia? Nelle miniere nostrali mai non incontrasi un metallo sì eletto. Per quanto benignamente qualunque nuvola sia rimirata dal sole, non giunge a compire mai tutto il cerchio nell’imitarlo: finisce in arco. E per quanto l’anima sia favorita da Dio, mai non arriva ad esprimere tutte in sé lo divine fattezze perfettamente. Ogni sanità ha qualche intemperie, ogni sereno ha qualche intorbidamento, ogni beltà ha qualche neo, che la fa men cara. E questo mancamento è quello che Dio prende di mira con l’avversità, volendo Egli con questo fuoco avvedutamente distruggere quella ruggine.

III. Ma quando pure sì fatti buoni vi fossero, questa medesima avversità, come io dissi, è richiesta in essi per paragone della loro virtù. Non si conosce il soldato bravo tra l’ombre de’ padiglioni, né la spada nel suo fodero, né lo scudo ne’ suoi forzieri, né la saetta nel molle de’ suoi turcassi. Convien venire alla prova. Questa è che fa discernere il buono dal reo. Talora vi diamo a credere di essere dabbene, perché i mali tutti ci lasciano stare in pace. Eppure mentre poi non reggiamo al primo cimento di pochi che sopravvengono, diamo a vedere di quale tempera si fosse in quel medesimo tempo la virtù nostra, da noi riputata sì fina. Ora, perché la cognizione dello proprie infermità è un ingrediente richiesto, di necessità indispensabile, a quel medicamento che deve sanarci, per questo ordina Dio che i mali facciano sperimento di noi, e così ci diano a conoscere chi noi siamo: ponendoci questi nelle tenebre della infamia, della povertà, delle persecuzioni, de’ morbi, come i gioiellieri pongono il carbonchio nel buio di qualche stanza, perché si vegga, allo splendore che ivi fa, se egli sia verace, o sia falso.

IV. Né solo vale la tribolazione di prova a manifestarci quelli che siamo; ma anche di mezzo a farcì divenire quei che non siamo: più umili, più forti, più fervorosi, più veramente conformi ai voler divino. Che virtù effeminata sarebbe quella de’ giusti, se ella si vedesse sposata sempre al piacere? Sarebbe una virtù epicurea, in cui mai non distinguerebbesi l’amor dell’onesto dall’amato dall’amore del dilettevole: e come lama temperata nell’olio non farebbe giammai colpi di valore. AMfcque apparteneva alla provvidenza l’esercitare duramente i suoi servi, per dar loro capitale da trafficarsi una stabile e sempiterna felicità, la quale non fosse mero dono, ma premio e perciò rendesse duplicati i suoi frutti di onorevolezza congiunta al gaudio. Frattanto     visibilmente ci assiste Dio co’ suoi potentissimi aiuti al principio, al progresso, al fine delle nostre calamità: né solamente a guisa di attento medico tiene la mano al polso dell’ammalato, finché gli si cava sangue, per saper quanto possa reggere; ma di più gl’infonde vigore. Che però se noi non vogliamo vilmente cedere il campo, nostra sempre fia la vittoria. E ciò ridonda ancora in gloria del medesimo Dio, a cui finalmente il tutto va indirizzato, mentre si trovano tanti, che solamente per aggradirgli combattano alla gagliarda, e tengono in tutti gli avvenimenti, o prosperi o avversi fissi in Lui solo i lor occhi, come una fiaccola, che, comunque si volga, o di su, o di giù, mira tuttavia sempre ad un modo la sfera altissima.

V. Ecco dunque come tra i mille giri delle umane vicende non ve n’ó pur uno, il quale non abbia per contro una infinita sapienza. Ma noi sprovveduti di lume a scorgere intimamente questi misteri, non vogliamo né anche dar tempo che la divina provvidenza in faccia a tutto il mondo spieghi il suo arazzo compito per ogni verso: ma vogliamo darne giudizio, mentre esso tuttosta avvolto in ordine a quella parte che resta da lavorarsi, o mentre in ordine a quella che si va lavorando su gli occhi nostri noi possiam mirare fuorché a rovescio. Noi possiamo mirare in ordine a questa che si lavora, fuorché a rovescio, perché noi ordiniamo l’eterno al temporale, e bramando che il cielo serva alla terra, facciamo del fine mezzi, e de’ mezzi fine: ciò che Dio non può mai volere: onde non è meraviglia, se i suoi giudizi sieno si diversi da’ nostri, E noi possiamo vedere in ordine a quella che resti, da lavorare, se non avvolto, perché nulla al presente ci è noto dall’avvenire, che pure è tanto: Totum vide, totum lauda, scrisse prudentemente sant’Agostino. Non ti dar fretta a giudicare su ciò chi! ora tu rimiri: aspetta che, terminato il resto dell’opera, tu possa con un guardo conoscere tutta la corrispondenza, tutta la disposizione, tutto il disegno, e tutto il ripartimento di tante fila, quante sono quelle che unitamente concorrono a questa mirabilissima tessitura: e allor ne giudicherai. Frattanto dove non arrivi a capire ti basti il credere. Di tanti fiumi quanti son quei che si sprofondan sotterra, noi non sappiamo le vie: e nondimeno sappiamo che vanno al mare. Cosi degli occulti giudizi della provvidenza non sappiamo, è ver, gli andamenti; ma sappiamo che tutti termineranno una volta in gloria della divina sapienza, onde sono usciti: Ad locum, unde exeunt flumina, revertuntur (Eccl. 1. 7).

VI. Al fine dunque de’ secoli, quando Iddio verrà in forma di giudice a sciogliere il nodo di questa sì gran tragedia, vedremo chiaro quell’ordito e quell’ordine che ora ci nasconde. Vedremo che le nostre colpe potean recare lode al Signore, non biasimo: dacché, quanto più disordinate eran le scelleraggini, tanto migliore era Dio che le divietava; e che, mentre gli uomini eran sì empi, che si valevano male de’ beni, Egli era sì buono, che si valeva all’incontro bene de’ mali. Vedremo quanto momentanea si fosse quella perturbazione di cose, per cui il vizio prevalse all’innocenza, dopo cui seguirà una calma perpetua; e i colpevoli, quasi spighe vuote, che sollevate dalla loro medesima vanità hanno il capo sopra delle altre, saranno gettati al fuoco in vista degli innocenti, che quasi grano eletto saranno riposti in cielo. Vedremo che le tribolazioni venivano tutte a legge: e che benché fossero più tempestose di un mare irato, non passavano però mai punto i confini prescritti ai loro flutti da Dio. Vedremo che sebbene talora per questi mali sì accusava la provvidenza, non doveva ella però desistere dal suo modo di governare; come non è dovere che desista il suonatore dal tirare la corda al suo giusto tuono, per toma che non reggendo ella vada in pezzi. Queste e mille altre verità più stupende, più segnalate vedremo allora con gran chiarezza, se per impazienza di aspettare a vederle non ce ne verremo a rendere immeritevoli. – Fu recata già nel senato di Atene una causa sì difficile a definirsi, che i giudici convennero in dare alle parti questa risposta: Tornate por la sentenza di qua a cent’anni. Ancora noi, quando i nostri pensieri ci muovano fiera lite sopra i mali da Dio permessi, ed i beni distribuiti, diamo loro questa risposta, che solamente è la saggia: Tornate, non in capo ad un secolo, ma in capo a tutti quelli che ha Dio prefissi allo scoprimento del vero, e vi sarà fatta ragione, e ragion si aperta, che non vi rimarrà neppure animo a cavillare.

VII. Per ora sappiasi, che tutto l’error degli uomini in questo punto è non voler distinguere il termine dalla via. Appartiene alla provvidenza il far che nel termine dove sì sta eternamente, tutti i buoni abbian bene, i mali abbian male. Ma nella via non così. Nella via le vicissitudini hanno da intervenire comuni a tutti, per ciò medesimo, perché siam tutti in via. Vuol che la via non si distingua dal termine, chi vuole che alcuno qui sia sempre beato, o alcun sempre misero (1)

(1) La provvidenza divina si estende a tutto, quanto è ampio, l’indefinito universo papperò mala si giudica della medesima riguardando alcune minime parti del creato in se stesso, staccate da tutte le altre, con cui formano un unico, immenso disegno. Chi se’ tu. Che chiami la provvidenza divina al tribunale di tua ragione e la misuri colla veduta corta d’una spanna? Abbraccia prima, se puoi, e di un solo sguardo tutta l’immensa tela degli umani eventi, e riferisci i tempi tutti all’eternità, e poi levati giudice del provvedere divino. 

FINE DEL PRIMO VOLUME