IL CUORE DI GESÙ E LA DIVINIZZAZIONE DEL CRISTIANO (5)

H. Ramière: S. J.

Il cuore di Gesù e la divinizzazione del Cristiano (5)

[chez le Directeur du Messager du Coeur de Jesus, Tolosa 1891]

SECONDA PARTE

MEZZI GENERALI DELLA NOSTRA DIVINIZZAZIONE

Capitolo II.

LA REDENZIONE

Ostacoli del piano divino della divinizzazione degli uomini.

Noi conosciamo già il piano che Dio ha concepito da tutta l’eternità in relazione agli uomini. Li ha destinati ad essere uniti in questo modo con legami più stretti di quelle risultanti dalla sua creazione e dalla sua natura. Egli vuole che siano figli suoi, che ereditino la sua felicità nell’eternità e che la meritino, vivendo la nostra vita sulla terra. Per realizzare questo piano, ci ha mandato il Figlio suo, lo ha reso nostro fratello rivestendolo della nostra natura umana, e così ci ha dato il potere di essere coeredi, ricevendo la comunicazione della vita divina. La vita divina è già in tutta la sua pienezza nel seno dell’umanità, perché il Cuore di Gesù è il cuore di un figlio di Adamo. Ma questo non basta: la vita divina non deve rimanere chiusa nella sorgente. Deve fluire da essa ed estendersi alle estremità del grande corpo che deve animare. Ma qui si sono presentate delle difficoltà, apparentemente insormontabili, a Colui che ha intrapreso la grande opera della nostra rigenerazione. – Se l’uomo fosse rimasto innocente, niente sarebbe stato più dolce e glorioso del compito del Mediatore Divino. Sarebbe venuto agli uomini, pronti con la pratica di tutte le virtù, ad ascoltare il suo insegnamento ed a riceverne i benefici. Vedendolo apparire in tutto lo splendore della sua bellezza e in tutta la vita del suo amore, gli uomini sarebbero corsi ai suoi piedi proclamandolo loro Re, o meglio, sarebbero stati attratti dal suo Cuore, riconoscendosi come figli suoi. E da Lui avrebbero attinto con gioia le acque della grazia che salgono fino alla vita eterna. Ma questo non accadde, e la missione del Verbo Incarnato sulla terra, invece di glorie e di consolazioni, non gli portò altro che ignominia e amarezza. Perché? Perché gli uomini giacciono per i loro peccati in uno stato di morte. Invece di rimanere innocenti, essi erano diventati colpevoli. Per migliaia di anni non hanno fatto altro che ammassare cumuli di crimini sulla strada che avrebbe dovuto condurli a Dio: essi avevano aumentato, con le loro mostruose iniquità, il debito impagabile che il primo peccato aveva accumulato per loro nei confronti della giustizia eterna. – Prima di comunicare loro la sua vita divina, di distribuire le sue grazie, di renderli eredi della felicità celeste, era opportuno che il Verbo incarnato saldasse i loro immensi debiti, espiasse i loro crimini e distruggesse la loro morte. Perché la grande opera della divinizzazione dell’umanità non doveva essere solo opera di misericordia. – Tutti gli attributi dovevano contribuire ad essa in egual misura ed avere in essa pari gloria. La giustizia, offesa dal peccato, doveva essere soddisfatta pienamente, mentre la bontà avrebbe mostrato tutta la sua magnificenza nel riabilitare il peccatore. Era giusto che quest’opera contenesse sia il più gratuito di tutti i benefici, che la più alta di tutte le soddisfazioni; che fosse per l’uomo un dono soprannaturale e allo stesso tempo un merito che aveva dolorosamente conquistato; che lo conducesse ad una felicità infinitamente superiore a tutte le esigenze della sua natura, eppure con tutto il rigore riservato alle sue fatiche e alle sue lotte. – Così l’opera della redenzione è stata presentata al Cuore di Gesù dal momento in cui è uscito dalle mani di Dio. Prima di esaminare come lo abbia realizzato, cerchiamo di capirne le difficoltà.

Il primo ostacolo è la morte causata dal peccato originale.

Prima di tutto vediamo in cosa consista la morte del peccato, che il Cuore di Gesù ha dovuto distruggere prima di comunicare la sua vita. Come ci sono due tipi di peccato, l’originale e il presente, così ci sono due tipi di morte, molto diversi tra loro, ma entrambi naturalmente indistruttibili. – Il peccato originale consiste nella privazione della vita soprannaturale che Dio aveva dato ad Adamo per trasmetterla a tutti gli uomini, ma dei quali egli ha privato se stesso e tutti noi a causa della sua trasgressione. Quella vita non ci era più dovuta, e così Dio ha potuto, senza ingiustizia, privarci di essa, quando il nostro primo padre si è rifiutato di soddisfare alle condizioni secondo le quali doveva esserci trasmessa. La privazione di quella vita è veramente la morte; perché cos’è la morte se non la privazione della vita? Gli elementi materiali di cui è composto un cadavere potrebbero benissimo non farne parte; e, non avendo mai posseduto la vita umana, non sarebbero stati capaci di morire. Ma, avendo goduto una volta della vita, non possono esserne privati senza morire. È lo stesso con l’umanità: se non avesse mai avuto in eredità una vita soprannaturale, l’assenza di quella vita non sarebbe più una morte. Ma era stata data all’inizio e tutti i suoi membri erano destinati a goderne e a comunicarsela. Esausti alla fonte, i piani misericordiosi del Creatore erano sconvolti da colui che doveva essere il suo primo collaboratore. L’umanità è veramente morta. Tutti i nuovi membri che vi sono nati, privati di quella vita divina, sono morti fin dalla nascita. Prima di permettere che la vita sia loro restituita dal Divin Mediatore, la giustizia suprema esige che la trasgressione di cui sono stati privati, sia rigorosamente espiata. Il primo dovere imposto al Cuore di Gesù è dunque quello di riparare la ribellione del nostro primo padre e di rimuovere l’ostacolo che esisteva affinché la grazia soprannaturale si riversasse nelle anime dei suoi figli.

Il secondo ostacolo è la morte che provoca il peccato attuale.

Gli uomini avevano aggiunto a questa prima morte, la morte del peccato vero e proprio, la cui responsabilità pesava solo su di essi. E questo secondo peccato non è stato solo uno, come il primo: si era moltiplicato dall’inizio dei secoli, e doveva moltiplicarsi, fino alla fine, nella proporzione più mostruosa. Quello che Adamo ha fatto una volta, tutti i suoi figli lo fanno per conto proprio, e nella maggior parte di loro, non per una volta, ma per migliaia di volte. Essi si ribellano all’autorità di Dio, violano la sua Legge, disprezzano le sue promesse e le sue minacce allo stesso modo, lordano la sua nobile natura con le più vergognose turpitudini. Chi potrà contare il numero delle loro trasgressioni, crudeltà e bassezze, davanti alle quali l’istinto della natura rifugge e con cui gli uomini si sono macchiati fin dall’inizio del mondo? Non si tratta qui della semplice privazione di una qualità soprannaturale: si tratta di una degradazione positiva e colpevole della dignità naturale, di una deliberata prostituzione di un’anima razionale. Anche questo secondo peccato merita una punizione incomparabilmente più dolorosa della prima. Il peccato originale è punito dalla giustizia divina, nell’anima che non ha altre macchie, con la sola pena del danno, cioè con la privazione della gloria soprannaturale. E questa privazione della gloria non provoca alcun dolore reale all’anima che non ha mai posseduto la grazia soprannaturale, anche se era destinata ad avere il coronamento della gloria. – La morte causata dal peccato originale può essere paragonata all’albero privato della vita, dal quale non ci si può aspettare alcun frutto ma che, tuttavia, conserva ancora una certa bellezza e può servire a scopi eccellenti. La morte del peccato reale è invece il marciume della tomba, che non lascia né vigore né forma, ma lo rende oggetto di orrore e di infezione per tutti gli esseri viventi.

Difficoltà di questi due ostacoli

Questi due peccati hanno in comune il fatto che sono naturalmente irreparabili. Entrambi hanno anche la capacità di togliere all’uomo la vita soprannaturale. Come si potrebbe recuperare allora questa vita liberamente perduta? Quale creatura è abbastanza ricca da poter offrire a Dio una moneta il cui prezzo sia paragonabile a quello di questa vita? Se essa è davvero la vita di Dio comunicata alla creatura, non è evidente che tutto ciò che la creatura possa dare in compenso a Dio sarà di un valore infinitamente inferiore? – D’altra parte, ogni peccato oltraggia Dio. È la negazione dei suoi attributi, il disprezzo della sua autorità e dignità, la violazione dei suoi diritti essenziali di sovranità e del fine ultimo. E chi non sa che l’oltraggio è più grande in funzione della dignità della persona offesa, mentre l’onore si misura con la dignità di chi lo fa? Qui abbiamo una Persona offesa la cui dignità è infinita, mentre l’offensore, portato fuori dal nulla proprio da Colui che ha oltraggiato, è ad una distanza infinitamente inferiore da Lui. Come potrebbe un tale vile essere in grado di rimediare ad una così alta Maestà dall’insulto inflitto? Tutti gli omaggi che gli rende sarebbero relazionati alla sua dignità, che è nulla. Allo stesso tempo, la gloria da restituire a Dio è infinita, come Dio stesso. Nulla è più chiaro: la creatura, per quanto nobile possa essere, è assolutamente incapace di offrire una degna riparazione per il peccato. – Per poter offrire alla giustizia divina una rigorosa soddisfazione, essa – la creatura – dovrebbe essere infinita, cioè Dio stesso. Ma, proprio per questo, sarebbe incapace di espiare il peccato, perché dovrebbe soffrire. E come può soffrire Dio, Egli che è l’Essere infinitamente felice? Ora, è impossibile concepire il dolore in un Essere infinitamente felice come Dio; sarebbe come immaginare un cerchio quadrato, due nozioni contraddittorie che si escludono a vicenda.

Il terzo ostacolo è l’incapacitàdella vittima in ordine all’espiazione.

Per espiare il peccato, bisogna essere innocenti. Poiché in un criminale le sue sofferenze sono punizioni e i castighi sono inferiori alla colpa con cui ha oltraggiato mortalmente Dio, conseguentemente egli non si potrebbe presentare come espiatore. La misericordia può vedere un motivo di indulgenza, in considerazione dell’impotenza dell’infortunato. Ma la giustizia e la santità non sono certamente obbligate ad accettarlo come compenso sufficiente della gloria che ha rubato al suo Creatore. Questi attributi non saranno soddisfatti finché una vittima del tutto pura non venga immolata in espiazione delle iniquità. E se una tale vittima viene trovata, se si sacrifica volontariamente, se agli occhi di Dio la sua offerta ha un valore sovrabbondante, la soddisfazione però non sarà rigorosa. Perché una delle condizioni di una rigorosa soddisfazione è che sia offerta da chi si è reso colpevole del reato. – Quindi, da un lato, se la vittima è colpevole, è incapace di espiare il suo crimine a causa della sua indegnità; se è innocente, è tuttavia incapace a causa della sua stessa innocenza.

L’amore del Cuore di Gesù per gli uominiha eliminato gli ostacoliche sembravano insormontabili.

Tuttavia, essi – gli uomini – raggiungeranno la salvezza, perché non ci sono ostacoli insormontabili all’amore del Cuore di Gesù. Nel momento stesso dell’Incarnazione, all’intelligenza dell’Uomo-Dio si è rivelata la missione. In quel momento, il Suo Cuore, con un immenso sforzo d’amore, ha rimosso tutti gli ostacoli, ha fatto sparire tutte le impossibilità e ha realizzato ciò che sembrava irraggiungibile. Sì, il Cuore di Gesù ha fatto questa meraviglia, il suo amore e … solo il suo amore. Non solo l’amore che come Figlio di Dio gli appartiene e che gli è comune con il Padre, ma anche il suo amore umano, un amore che gli appartiene come Figlio dell’uomo e per il quale – fin dal primo momento della sua Incarnazione – ha cominciato ad amare gli uomini colpevoli come dei fratelli. Spontaneamente, fin dal primo palpito che ha fatto sentire il Cuore di Gesù, Egli ha intrapreso l’opera molto difficile della nostra redenzione. Da quel momento in poi, l’ha portata a termine. Queste sono le condizioni della nostra redenzione, come sono state presentate al Cuore di Gesù nel momento in cui il Cuore Divino si è formato nel grembo della Beata Vergine Maria. Non c’è nessuna di esse che non sia sembrata assolutamente irraggiungibile all’intelligenza angelica, così come alla ragione umana. Bisognava trovare uniti in un unico e medesimo essere: il potere di espiare, che è proprio della creatura, ed una dignità infinita, che è propria solo del Creatore. – Per riscattare la vita divina che aveva perduto, l’uomo doveva poter offrire a Dio un riscatto di valore uguale a quello della sua vita; ed era assolutamente necessario che la vittima immolata per riparare le iniquità del mondo, fosse al tempo stesso completamente monda da quelle iniquità e realmente responsabile di ciascuna di esse; che fosse accusata di quei crimini in modo tale che la giustizia divina potesse punirli affliggendoli, e sufficientemente esente da ogni macchia, affinché la punizione soddisfacesse pienamente la santità divina. Tutto questo non aumenterà davvero delle difficoltà insormontabili? E come troverà il Cuore di Gesù nel suo amore, il potere di superarle? Ce lo dirà San Paolo. – Questo incomparabile Apostolo, che ha con San Giovanni il privilegio di far penetrare più profondamente di ogni altro, le intime profondità del Cuore di Gesù, ci fa vedere, in un brano dei Salmi, l’espressione dei sentimenti che hanno animato il Cuore Divino fin dal primo momento della sua esistenza. Dopo aver dimostrato, nel capitolo X della sua Lettera agli Ebrei, l’insufficienza di tutte le antiche vittime per il riscatto delle nostre anime, aggiunge: « Anche il Salvatore, quando entrò nel mondo, disse al Padre suo: « Non hai voluto un sacrificio o un’offerta, ma mi hai dato un corpo; gli olocausti offerti per il peccato non li hai graditi. Allora ho detto: “Ecco io vengo; all’inizio del libro è scritto di me di fare la tua volontà, o Dio” » (Eb. X, 5-7).

Momento dell’offerta di Cristoe attitudine per espiare i nostri crimini.

Qui c’è l’atto dell’offerta che ha salvato il mondo. San Paolo ci fa conoscere il luogo e il momento in cui esso è stato solennemente pronunciato: nel grembo di Maria, in quel santuario purissimo, vero Sancta Sanctorum, nel momento stesso dell’Incarnazione. In quel momento il Verbo di Dio è entrato nel mondo. – Prima era nel mondo, come Dio, ma non vi era entrato. L’ha riempito e l’ha doppiato con la sua immensità, senza farne parte in alcun modo. Dal momento in cui è diventato uomo ha cominciato ad appartenere alla creazione, è entrato veramente nel mondo. Fu allora che l’Agnello di Dio abbracciò l’opera della nostra rigenerazione; fu allora che cominciò ad immolare se stesso per la nostra salvezza. – Egli ha capito fin da quel primo momento che gli era stato dato un corpo per compensare l’inadeguatezza di tutte le antiche vittime. Egli vedeva in sé stesso le condizioni che, al di fuori di Lui, erano irraggiungibili. Infatti, la santa Umanità del Salvatore riconcilia tutti gli estremi in sé. Anche se creato e finito in sé, Egli possiede, in virtù della sua unione ipostatica con la Persona del Figlio di Dio, una dignità infinita. È capace di soffrire e, quindi, può essere immolato per l’espiazione del peccato. D’altra parte, Egli può dare alla sua immolazione un valore pari a quello dei beni celesti che abbiamo perso. Appartiene all’umanità colpevole per la sua origine, che lo rende la carne della nostra carne e ossa delle nostre ossa. Ma, d’altra parte, essa riceve una santità infinita, sia dalla Persona del Verbo, che è ad essa ipostaticamente unita, sia dalla Persona dello Spirito Santo, che gli è stata data dal Verbo, e vi risiede come nel suo tempio. Non manca nulla alla vittima, perché possa rimediare all’insufficienza degli antichi sacrifici, distruggere la morte e riportarci in vita. Niente, tranne il suo libero consenso, perché la sua immolazione non deve essere forzata, bensì spontanea. Se è determinata, tutto è pronto per l’olocausto. L’altare si alza, il cielo è in attesa, la terra sospira per questa espiazione, che è sempre più urgente ogni giorno di più. Le condizioni sono chiaramente proposte dalla giustizia divina; tutti gli strumenti di tortura sono posti davanti alla vittima: i disagi, le privazioni, le persecuzioni, l’ingratitudine, i tradimenti, i flagelli, gli  sputi, i dolori, la croce, i chiodi, la corona di spine, il fiele e l’aceto, l’agonia, la morte, tutta l’immensa moltitudine di torture che lacereranno il corpo e l’anima del Verbo Incarnato. Si tratta di passare attraverso tutti i dolori in previsione di quelli che gli si propongono. Sta a Lui consumare già nel Suo Cuore l’olocausto che poi si riprodurrà successivamente nel Suo corpo. – Il suo amore ha già il coltello onde iniziare, con la vita stessa del Salvatore, la lunga morte che finirà poi sulla croce. Il suo libero consenso sarà il colpo fatale, con il quale si imporrà tutte le punizioni meritate dalle nostre iniquità. Ma cosa speriamo? Quel colpo è già stato inferto: appena l’anima santa del Salvatore ha saputo del sacrificio che gli veniva richiesto, il suo Cuore lo ha consumato: « Allora ho detto: eccomi! ». Quindi, senza indugiare, quello fu il suo primo atto. Nello stesso tempo che, con l’ardore dell’amore più filiale, si è unito a Dio, anche il Cuore Divino si è unito a noi, si è identificato con noi. Né il numero né l’orrore dei nostri crimini lo hanno fatto arrendere. Non solo la sua misericordia non vedeva in essi un motivo per abbandonarci alla riprovazione, ma anzi ne traeva motivo incoraggiante per immolarsi a nostra salvezza.

L’amore per gli uominiha spinto il Cuore di Gesùad immolarsi per la nostra salvezza

Come spiegare una donazione così completa, una immolazione così spontanea e assoluta di un Cuore infinitamente santo a favore di esseri infinitamente colpevoli? Solo una spiegazione può dare ragione a questo mistero; è quella di San Paolo, quando dice: « Mi ha amato e ha dato se stesso per me ». Ci ha amato, … dice tutto. Se questa parola contiene in sé un grande mistero, essa chiarisce anche tutti gli altri misteri. Cosa non fa l’amore ardente anche nel cuore debole di una creatura? Ma se si impossessa del Cuore di un Dio, qual meraviglia, per quanto grande possa sembrare, può motivare il nostro stupore? C’è però qualcosa qui che può sembrarci strana, anche se è un amore sconfinato. Che il Cuore di Gesù non si sia fermato di fronte alle pene alle quali l’espiazione dei nostri peccati lo ha condannato, lo si comprende. Ma, tra le condizioni impostegli, ce n’era una che doveva sembrare incomparabilmente la più dura: la necessità di appropriarsi delle nostre colpe! Sappiamo, e il Cuore Divino lo ha capito molto meglio di noi, che l’espiazione che Egli era determinato ad offrire per noi non poteva essere rigorosa se non nella misura in cui veniva offerta dal colpevole stesso. Se chi fa ammenda non ha nulla a che fare con chi ha commesso il reato, c’è da parte sua un atto di sacrificio, e da parte di chi accetta l’espiazione, un atto di bontà motivato dallo stesso motivo. – Però così in nessun modo interviene la giustizia. Essa deve tuttavia intervenire nella redenzione dell’uomo, altrimenti tutti gli attributi divini non sarebbero glorificati allo stesso modo. Di conseguenza la nostra vittima deve veramente caricarsi delle nostre iniquità, così che Dio debba poter vedere in essa i nostri crimini, così da poterli punire in Lui. Se il Verbo incarnato vuole soddisfare rigorosamente per i nostri peccati, deve Egli stesso farsi peccato, secondo l’espressione energica di San Paolo. Senza questo, possiamo essere perdonati, ma non redenti. – Tra le condizioni della nostra rigenerazione c’era quella che sarebbe sembrata come la più dolorosa al Cuore di Gesù. Le sofferenze, la morte, per quanto ripugnanti fossero per un Uomo-Dio, non dovevano spaventarlo. Ma chi può immaginare la ripugnanza che il Cuore di Gesù, così puro, così amante per la sua bontà, così aborrente la minima colpa, ha dovuto provare quando gli è stato chiesto di appropriarsi dei nostri crimini, per comparire davanti alla divina santità di Dio suo Padre, oppresso da tutte le iniquità del mondo, come se le avesse realmente commesse Egli stesso? – Se qualcosa avesse potuto far recedere dal suo proposito il Cuore di Gesù, sarebbe stato sicuramente questa orrenda necessità. Eppure, Egli non recede! Accetta con il peso dei nostri dolori anche quello dei nostri crimini, senza paragone molto più schiaccianti. E questo, non in figura ma in verità: Egli ha veramente fatto sue le nostre malattie, e ha assunto i nostri dolori, dice Isaia. I commentatori più autorevoli applicano queste parole alle malattie morali della nostra anima, ai nostri peccati e anche ai nostri dolori fisici e corporali. – Questo è il doppio fardello che ha pesato sul Cuore di Gesù fin dal suo primo battito. Così si è compiuta anche l’altra parola del Profeta: « Dio pose in Lui tutte le nostre iniquità. » San Paolo non ha fatto altro che ripetere quegli oracoli, quando ha detto: « Dio si è ha fatto per noi peccato, Egli che non conosceva peccato, affinché fosse una cosa sola con la giustizia di Dio ». La imputazione reale delle iniquità degli uomini all’Uomo-Dio, principio anche dell’altrettanto vera attribuzione della santità dell’Uomo-Dio agli uomini peccatori, è la parte più misteriosa della nostra redenzione. È impossibile, tuttavia, dubitarne a motivo delle testimonianze che abbiamo appena citato, e di molte altre che sarebbe stato facile aggiungere.

Essere capo dell’umanità, è un’altra ragione per cui Cristo si è rivestito dei nostri peccati.

Questo mistero si spiega con un altro mistero. Poiché il Verbo incarnato voleva essere il Capo dell’umanità e rendere tutti gli uomini veri membri del suo Corpo mistico, gli era necessario conoscere le malattie di quei membri, per comunicare loro i propri meriti. È possibile che un corpo vivo soffra in un membro senza che il capo non senta la ripercussione del dolore? Se la nostra incorporazione in Gesù Cristo non è una semplice figura retorica, ma una vera realtà, la trasfusione dei nostri crimini nel Santissimo Cuore di Gesù non può essere una semplice figura, bensì una realtà tanto vera quanto dolorosa per Lui. – Come possiamo dubitare che l’accettazione dei nostri crimini, il cui peso ha cominciato a schiacciare il Cuore di Gesù fin dal primo momento della sua vita, sia stata per Lui la causa di una passione incomparabilmente più insopportabile di quella che ha vissuto sul Calvario? La vera passione del suo Cuore è quella che Egli chiamava nella Scrittura la “Sua amarezza più amara”, e rispetto alla quale i tormenti fisici erano per Lui un vero sollievo. Si vede anche che la sua passione corporea non produce in Lui altro che un desiderio ardente: « Devo essere battezzato con un battesimo di sangue – dice parlando del sangue che doveva versare nel Pretorio – e come sono in angoscia, fino alla morte! » Sospira per queste torture come un uomo malato, consumato da una malattia dolorosa, sospira per il ferro salutare che ha da curarlo. – Ma quando, per bocca dei Profeti, esprime i sentimenti causati dal peso dei nostri crimini, fa sentire i sospiri più dolorosi: « Mio Dio, mio Dio – grida – perché mi hai abbandonato? La voce dei miei peccati mi toglie la salvezza ». E non è questo il calice che, nell’agonia del Giardino degli Ulivi, prega il Padre di portar via? Se le sue angustie fossero state causate dalla paura del tormento, il sentimento attuale di esse, avrebbe suscitato in Lui sospiri molto più acuti. Ma no, sotto il flagello dei carnefici non fu possibile ascoltare un solo lamento, mentre nel Getsemani volle manifestare la sua vera passione, quella che aveva nascosto nel profondo del suo Cuore per trentatré anni. Sul Calvario il suo amore lo aiuterà a combattere contro il dolore; nell’Orto degli Ulivi il suo amore rende più vivo il suo dolore e più doloroso il sentimento dei nostri peccati. Se ciò che dovrebbe sostenerlo lo travolge, come può non soccombere? Ci dimentichiamo troppo di questa passione del Cuore di Gesù. Non lo ringraziamo abbastanza per questa dimostrazione d’amore per noi, in cui fa di se stesso un peccatore al nostro posto. Se ci pensassimo più spesso, la nostra riconoscenza per il Salvatore sarebbe molto più viva. Si comprenderebbe meglio il significato delle parole di San Paolo: « Mi ha amato e si è sacrificato per me ». Non avrei mai creduto possibile che un Dio potesse amare le sue creature fino all’eccesso, rendersi in qualche modo nemico, abbattere su di sé i colpi della propria giustizia, farsi peccatore per comunicare la sua santità ai peccatori, conciliare così le esigenze della giustizia con quella della misericordia, fare della nostra rigenerazione l’opera di un amore incomparabilmente più generoso e più libero che se ci fosse stato concesso il perdono senza alcuna condizione, e allo stesso tempo compiere un’opera soddisfattoria, senza paragoni più rigorosa di quella che l’intero genere umano avrebbe potuto offrire se fosse stata immersa nelle fiamme dell’inferno per tutta l’eternità. « Era giusto – dice San Paolo – che Colui al quale tutte le cose sono destinate, avendo portato alla gloria molti figli, si compiacesse della passione del  loro Autore. Quando eravamo morti per il peccato, Egli ci ha dato la vita insieme a Lui, perdonandoci tutti i nostri peccati, annullando il decreto che era contro di noi, che ci era contrario, che ha cancellato il documento scritto del nostro debito, inchiodandolo alla croce » (Hebr. II, 10 – Col. II, 13-14). – Sì, solo l’amore di un Dio può fare tali meraviglie. Ma chi non amerebbe un amore del genere? Chi potrebbe essere indifferente a un sacrificio così immeritato? Chi contesterà al Cuore di Gesù i diritti che il suo Sacrificio gli ha dato sul cuore di tutti gli uomini? Chi non rimpiangerà l’ingratitudine di un così gran numero di anime redente dal Divin Salvatore, e chi oserà allontanarsi ostinatamente da Lui? Chi non sospira per la venuta del Suo regno e non lavora con tutte le sue forze per affrettarla? … e che non ripeterà con San Paolo: « Colui che non ama il Salvatore Gesù, che è l’immagine del Dio invisibile, il primogenito di ogni creatura, sia anatema; perché in Lui sono state create tutte le cose in cielo e in terra, le visibili e le invisibili, i troni, le dominazioni, i principati, le potenze: tutte le cose sono state create da Lui e in Lui, ed Egli è prima di tutte le cose, e da Lui tutte le cose sussistono in Lui. Ed Egli è il Capo del corpo della Chiesa, è principio, il primogenito dai morti: così che Egli ha il primato in tutte le cose. Perché in Lui ha voluto far abitare tutte le cose. Perché in Lui ha voluto far abitare ogni pienezza e riconciliare tutte le cose attraverso di Lui, facendo la pace con il sangue della Sua croce, con ciò che è sulla terra e come con ciò che è nei cieli. »

http://www.exsurgatdeus.org/2020/05/14/il-cuore-di-gesu-e-la-divinizzazione-del-cristiano-6/