DOMENICA DELE PALME (2020)

DOMENICA DELLE PALME [2020]

Semidoppio Dom. privil. di I cl. – Paramenti violacei.

La liturgia di oggi esprime con due cerimonie, l’una tutta piena di gioia, l’altra di tristezza, i due aspetti secondo i quali la Chiesa considera la Croce. Anzi tutto vengono la Benedizione e la Processione delle Palme. Esse traboccano di una santa allegrezza che ci permette, dopo venti secoli, di rivivere la scena grandiosa dell’entrata trionfale di Gesù in Gerusalemme. Poi c’è la Messa di cui i canti e le letture si riferiscono esclusivamente al doloroso ricordo della Passione del Salvatore.

I . — Benedizione delle Palme e Processione.

A Gerusalemme, nel IV secolo, si leggeva in questa Domenica nel luogo medesimo dove i fatti s’erano svolti, il racconto evangelico che ci descrive Cristo, acclamato come Re d’Israele, che prende possesso della sua capitale. In realtà, Gerusalemme non è che l’immagine del regno della Gerusalemme celeste. Poi un Vescovo, montato su un asino, andava dal sommo del Monte Oliveto alla chiesa della Risurrezione, circondato dalla folla che portava delle palme, cantando inni ed antifone. Questa cerimonia era preceduta dalla lettura del passo dell’Esodo riguardante l’uscita dall’Egitto. Il popolo di Dio, accampato all’ombra dei palmizi, vicino alle dodici fonti dove Mosè gli promette la manna, è il popolo cristiano che servendosi di rami dei palmizi attesta che il suo Re, Gesù,viene a liberare le anime dal peccato, conducendole al fonte battesimale e nutrendole con la manna eucaristica.La Chiesa di Roma, adottando questo uso, pare verso il IX secolo, ha aggiunto i riti della Benedizione delle Palme, da cui deriva il nome di Pasqua fiorita dato a questa Domenica. Questa cerimonia è una specie di messa con Orazione propria, Epistola, Vangelo e Prefazio proprio. La consacrazione è sostituita dalla benedizione delle palme e la comunione dalla distribuzione di queste palme.Queste cerimonie hanno un significato simbolico. « Dio, — dice la Chiesa — per un ordine meraviglioso della sua Provvidenza, ha voluto servirsi anche di queste cose sensibili per esprimere l’ammirabile economia della nostra salvezza » poiché « questi rami di palme segnavano la vittoria che stava per esser riportata sul principe della morte e i rami d’ulivo annunciavano l’abbondante effusione della misericordia divina ». « Infatti la colomba annunciò la pace alla terra per mezzo d’un ramoscello d’ulivo », « e le grazie che Dio moltiplicò su Noè all’uscita dall’arca, e su Mosè che abbandonava l’Egitto con i figli d’Israele, sono una figura della Chiesa» «che muove incontro a Cristo con opere buone» «con le opere che germogliano dai rami di giustizia » (Orazioni della Benedizione delle Palme). Questo corteo di Cristiani che, con le palme in mano e con il canto dell’osanna sulle labbra, acclamano ogni anno, in tutto il mondo, attraverso tutte le generazioni, la regalità di Cristo, è composta di tutti i catecumeni, dei penitenti pubblici, e dei fedeli che i sacramenti del Battesimo, della Eucaristia e della Penitenza assoderanno, nelle feste di Pasqua, a questo trionfatore glorioso. « E noi, che con integra fede rammentiamo il fatto e il suo significato « …ti preghiamo, Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio,per lo stesso Signor Nostro Gesù Cristo affinché, ciò che il tuo popolo fa oggi esternamente, lo compia spiritualmente, riportando vittoria sul nemico ». Questo rappresenta la processione che si arresta alla porta della Chiesa. Alcuni coristi sono nell’interno, i loro canti s’alternano con quelli dei sacerdoti (Gloria, laus et honor)Processione delle Palme).: da una parte sono i « cori angelici », dall’altra i soldati di Cristo, ancora impegnati nel combattimento, che acclamano per turno il Re della gloria. Ben presto la porta si apre allorché il suddiacono vi avrà bussato per tre volte con l’asta della croce; così la croce di Gesù ci apre il cielo e la processione entra in Chiesa, come gli eletti entreranno un giorno con Cristo nella gloria eterna. — Conserviamo religiosamente nella nostra casa un ramoscello di olivo benedetto. Questo sacramentale, in virtù della preghiera della Chiesa, ci farà ottenere i favori del cielo e renderà più ferma la nostra fede in Gesù che, pieno di misericordia (simboleggiata dall’olivo, di cui l’olio mitiga le piaghe), ha vinto (vittoria simboleggiata dalle palme) il demonio, il peccato e la morte.

2. — Messa della Domenica delle Palme.

La benedizione delle palme si faceva a Santa Maria Maggiore, che a Roma rappresenta Betlemme, dove nacque Colui che i Magi proclamarono « Re dei Giudei ». La processione andava da questa Basilica a quella di S. Giovanni Laterano nella quale si teneva altre volte la Stazione, poiché, essendo dedicata al Santo Salvatore, essa rievoca il ricordo della Passione di cui tratta la Messa . — Il trionfo del Salvatore deve essere preceduto dalla « sua umiliazione fino alla morte e fino alla morte di croce » (Ep.) umiliazione che ci servirà di modello « affinché mettendo a profitto gli insegnamenti della sua pazienza possiamo renderci partecipi anche della sua risurrezione » (Or.).

Benedictio Palmorum

Ant. Hosánna fílio David: benedíctus, qui venit in nómine Dómini. O Rex Israël: Hosánna in excélsis. [Osanna al Figlio di David, benedetto Colui che  viene nel nome del Signore. O Re di Israele: Osanna nel più alto dei cieli!]
Orémus.
Bene dic, quǽsumus, Dómine, hos palmárum ramos: et præsta; ut, quod pópulus tuus in tui veneratiónem hodiérna die corporáliter agit, hoc spirituáliter summa devotióne perfíciat, de hoste victóriam reportándo et opus misericórdiæ summópere diligéndo. Per Christum Dominum nostrum. [Bene ☩ dici Signore, te ne preghiamo, questi rami di palma e concedi che quanto il tuo popolo ha celebrato materialmente in tuo onore, lo compia spiritualmente con somma devozione, vincendo il nemico e corrispondendo con profondo amore all’opera della tua misericordia. Per Cristo nostro Signore.]

De distributione ramorum

Ant. Púeri Hebræórum, portántes ramos olivárum, obviavérunt Dómino, clamántes et dicéntes: Hosánna in excélsisI [I fanciulli ebrei, portando rami di olivo, andarono incontro al Signore, acclamando e dicendo: Osanna nel più alto dei cieli.].
D
ómini est terra et plenitúdo eius, orbis terrárum et univérsi qui hábitant in eo. Quia ipse super mária fundávit eum et super flúmina præparávit eum.
Ant. Púeri Hebræórum, portántes …

Attóllite portas, príncipes, vestras: et elevámini, portæ æternáles: et introíbit rex glóriæ.
Quis est iste rex glóriæ? Dóminus fortis et potens: Dóminus potens in prǽlio.
Ant. Púeri Hebræórum, portántes…

Attóllite portas, príncipes, vestras: et elevámini, portæ æternáles: et introíbit rex glóriæ. Quis est iste rex glóriæ? Dóminus virtútum ipse est rex glóriæ.
Ant. Púeri Hebræórum, portántes

Ant. Púeri Hebræórum, portántes

Ant. Púeri Hebræórum vestiménta prosternébant in via, et clamábant dicéntes: Hosánna filio David; benedíctus qui venit in nómine Dómini. . [I fanciulli Ebrei stendevano le loro vesti sulla via e acclamavano dicendo: Osanna al Figlio di David! Benedetto Colui che viene nel nome del Signore!]
Omnes gentes pláudite mánibus: iubiláte Deo in voce exultatiónis.
Quóniam Dóminus excélsus, terríbilis, rex magnus super omnem terram.
Ant. Púeri Hebræórum  …
Subiécit pópulos nobis: et gentes sub pédibus nóstris.
Elegit nobis hereditátem suam: spéciem Iacob quam diléxit.
Ant. Púeri Hebræórum

Ascéndit Deus in iúbilo: et Dóminus in voce tubæ.
Psállite Deo nostro, psállite: psállite regi nostro, psállite.
Ant. Púeri Hebræórum …

Quóniam rex omnis terræ Deus: psállite sapiénter.
Regnávit Deus super gentes: Deus sedit super sedem sanctam suam.
Ant. Púeri Hebræórum vestiménta

Príncipes populórum congregáti sunt cum Deo Abraham: quóniam Dei fortes terræ veheménter elevati sunt.
Ant. Púeri Hebræórum vestiménta

Ant. Púeri Hebræórum vestiménta prosternébant in via, et clamábant dicéntes: Hosánna filio David; benedíctus qui venit in nómine Dómini.

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthǽum.

“In illo témpore: Cum appropinquásset Jesus Jerosólymis, et venísset Béthphage ad montem Olivéti: tunc misit duos discípulos suos, dicens eis: Ite in castéllum, quod contra vos est, et statim inveniétis ásinam alligátam et pullum cum ea: sólvite et addúcite mihi: et si quis vobis áliquid dixerit, dícite, quia Dóminus his opus habet, et conféstim dimíttet eos. Hoc autem totum factum est, ut adimplerétur, quod dictum est per Prophétam, dicéntem: Dícite fíliae Sion: Ecce, Rex tuus venit tibi mansuétus, sedens super ásinam et pullum, fílium subjugális. Eúntes autem discípuli, fecérunt, sicut præcépit illis Jesus. Et adduxérunt ásinam et pullum: et imposuérunt super eos vestiménta sua, et eum désuper sedére tecérunt. Plúrima autem turba stravérunt vestiménta sua in via: álii autem cædébant ramos de arbóribus, et sternébant in via: turbæ autem, quæ præcedébant et quæ sequebántur, clamábant, dicéntes: Hosánna fílio David: benedíctus, qui venit in nómine Dómini”.

[In quel tempo: Avvicinandosi a Gerusalemme, arrivato a Bètfage, vicino al monte degli ulivi, Gesù mandò due suoi discepoli, dicendo loro: «Andate nel villaggio dirimpetto a voi, e subito vi troverete un’asina legata con il suo puledro: scioglietela e conducetemela. E, se qualcuno vi dirà qualche cosa, dite; – il Signore ne ha bisogno; e subito ve li rilascerà». Ora tutto questo avvenne perché si adempisse quanto detto dal Profeta: «Dite alla figlia di Sion : Ecco il tuo Re viene a Te, mansueto, seduto sopra di un’asina ed asinello puledro di una giumenta». I Discepoli andarono e fecero come Gesù aveva loro detto. Menarono l’asina ed il puledro, vi misero sopra i mantelli e Gesù sopra a sedere. E molta gente stese i mantelli lungo la strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li spargevano sulla via, mentre le turbe che precedevano e seguivano gridavano: «Osanna al Figlio di Davide; benedetto Colui che viene nel nome del Signore».

De processione cum ramis benedictis

Procedámus in pace.

Occúrrunt turbæ cum flóribus et palmis Redemptóri óbviam: et victóri triumphánti digna dant obséquia: Fílium Dei ore gentes prædicant: et in laudem Christi voces tonant per núbila: «Hosánna in excélsis».
[Con fiori e palme le folle vanno ad incontrare il Redentore e rendono degno ossequio al Vincitore trionfante. Le nazioni lo proclamano Figlio di Dio e nell’etere risuona a lode di Cristo un canto: Osanna nel più alto dei cieli!]

Cum Angelis et púeris fidéles inveniántur, triumphatóri mortis damántes: «Hosánna in excélsis». [Facciamo di essere anche noi fedeli come gli Angeli ed i fanciulli, acclamando al vincitore della morte: Osanna nel più alto dei cieli!]
Turba multa, quæ convénerat ad diem festum, clamábat Dómino: Benedíctus, qui venit in nómine Dómini: «Hosánna in excélsis». [Immensa folla, convenuta per la Pasqua, acclamava ai Signore: Benedetto Colui che viene nel nome del Signore! Osanna nell’alto dei cieli!]
Cœpérunt omnes turbæ descendéntium gaudéntes laudáre Deum voce magna, super ómnibus quas víderant virtútibus, dicéntes: «Benedíctus qui venit Rex in nómine Dómini; pax in terra, et glória in excélsis».[Tutta la turba dei discepoli discendenti dal monte Oliveto cominciò con letizia a lodar Dio ad alta voce per tutti i prodigi che aveva veduti dicendo: Benedetto il Re che viene nel nome del Signore; pace in terra e gloria nell’alto dei cieli.]

Hymnus ad Christum Regem

Glória, laus et honor tibi sit, Rex Christe, Redémptor: Cui pueríle decus prompsit Hosánna pium.
Glória, laus et honor tibi sit, Rex Christe, Redémptor: Cui pueríle decus prompsit Hosánna pium.
Israël es tu Rex, Davidis et ínclita proles: Nómine qui in Dómini, Rex benedícte, venis.
Glória, laus et honor tibi sit, Rex Christe, Redémptor: Cui pueríle decus prompsit Hosánna pium.
Coetus in excélsis te laudat caelicus omnis, Et mortális homo, et cuncta creáta simul.
Glória, laus et honor tibi sit, Rex Christe, Redémptor: Cui pueríle decus prompsit Hosánna pium.
Plebs Hebraea tibi cum palmis óbvia venit: Cum prece, voto, hymnis, ádsumus ecce tibi.
Glória, laus et honor tibi sit, Rex Christe, Redémptor: Cui pueríle decus prompsit Hosánna pium.
Hi tibi passúro solvébant múnia laudis: Nos tibi regnánti pángimus ecce melos.
Glória, laus et honor tibi sit, Rex Christe, Redémptor: Cui pueríle decus prompsit Hosánna pium.
Hi placuére tibi, pláceat devótio nostra: Rex bone, Rex clemens, cui bona cuncta placent.
Glória, laus et honor tibi sit, Rex Christe, Redémptor: Cui pueríle decus prompsit Hosánna pium

[Gloria, lode e onore sia a te, Re Cristo Redentore, al quale i migliori fanciulli cantarono piamente: Osanna.
Gloria, lode e onore sia a te, Re Cristo Redentore, al quale i migliori fanciulli cantarono piamente: Osanna.
Tu sei il Re di Israele, il nobile figlio di David, o Re benedetto che vieni nel nome del Signore.
Gloria, lode e onore sia a te, Re Cristo Redentore, al quale i migliori fanciulli cantarono piamente: Osanna.
L’intera corte angelica nel più alto dei cieli, l’uomo mortale e tutte le creature celebrano insieme le tue lodi.
Gloria, lode e onore sia a te, Re Cristo Redentore, al quale i migliori fanciulli cantarono piamente: Osanna.
Il popolo Ebreo ti veniva dinanzi con le palme, ed eccoci dinanzi a te, con preghiere, con voti e cantici.
Gloria, lode e onore sia a te, Re Cristo Redentore, al quale i migliori fanciulli cantarono piamente: Osanna.
Essi ti offrivano il tributo del loro omaggio, quando tu andavi a soffrire; noi eleviamo questi canti a te che ora regni.
Gloria, lode e onore sia a te, Re Cristo Redentore, al quale i migliori fanciulli cantarono piamente: Osanna.
Ti piacquero essi: ti piaccia anche la nostra devozione, o Re di bontà, Re clemente, a cui ogni cosa buona piace.
Gloria, lode e onore sia a te, Re Cristo Redentore, al quale i migliori fanciulli cantarono piamente: Osanna.]

Ant. Omnes colláudant nomen tuum, et dicunt: «Benedíctus qui venit in nómine Dómini: Hosánna in excélsis».

Psalmus CXLVII
Lauda, Jerúsalem, Dóminum: * lauda Deum tuum, Sion.
Quóniam confortávit seras portárum tuárum: * benedíxit fíliis tuis in te.
Qui pósuit fines tuos pacem: * et ádipe fruménti sátiat te.
Qui emíttit elóquium suum terræ: * velóciter currit sermo ejus.
Qui dat nivem sicut lanam: * nébulam sicut cínerem spargit.
Mittit crystállum suam sicut buccéllas: * ante fáciem frígoris ejus quis sustinébit?
Emíttet verbum suum, et liquefáciet ea: * flabit spíritus ejus, et fluent aquæ.
Qui annúntiat verbum suum Jacob: * justítias, et judícia sua Israël.
Non fecit táliter omni natióni: * et judícia sua non manifestávit eis.
Ant. Omnes colláudant nomen tuum, et dicunt: «Benedíctus qui venit in nómine Dómini: Hosánna in excélsis».

Fulgéntibus palmis prostérnimur adveniénti Dómino: huic omnes occurrámus cum hymnis et cánticis, glorificántes et dicéntes: «Benedíctus Dóminus». [Di festosi rami ornati, ci prostriamo al Signor che viene: a Lui incontro corriamo tra inni e canti, Lui glorifichiamo dicendo: Benedetto il Signore!]
Ave, Rex noster, Fili David, Redémptor mundi, quem prophétæ praedixérunt Salvatórem dómui Israël esse ventúrum. Te enim ad salutárem víctimam Pater misit in mundum, quem exspectábant omnes sancti ab orígine mundi, et nunc: «Hosánna Fílio David. Benedíctus qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis».

[Ave, o nostro Re, Figlio di David, Redentore del mondo, preannunciato dai Profeti come Salvatore venuto per la casa d’Israele. Il Padre mandò Te come vittima di redenzione per il mondo; T’aspettavano tutti i santi sin dall’origine del mondo, ed ora: Osanna, Figlio di David. Benedetto Colui che viene nel nome del Signore. Osanna nel più alto dei Cieli!]

Oremus.
Dómine Jesu Christe, Rex ac Redémptor noster, in cuius honórem, hoc ramos gestántes, solémnes laudes decantávimus: concéde propítius ut, quocúmque hi rami deportáti fúerint, ibi tuæ benedictiónis grátia descéndat, et quavis dǽmonum iniquitáte vel illusióne profligáta, déxtera tua prótegat, quos redémit: Qui vivis et regnas in sǽcula sæculórum.

Ingrediénte Dómino in sanctam civitátem, Hebræórum púeri resurrectiónem vitæ pronuntiántes, Cum ramis palmárum: «Hosánna, clamábant, in excélsis».
Cum audísset pópulus, quod Jesus veníret Jerosólymam, exiérunt óbviam ei.
Cum ramis palmárum: «Hosánna, clamábant, in excélsis».
[Mentre il Signore entrava nella città santa, i fanciulli ebrei proclamavano la risurrezione alla vita,
Agitando rami di palma e acclamando: Osanna nel più alto dei cieli!
Avendo il popolo sentito che Gesù si avvicinava a Gerusalemme, gli mosse incontro
Agitando rami di palma e acclamando: Osanna nel più alto dei cieli!]

Oremus.
Dómine Jesu Christe, Rex ac Redémptor noster, in cuius honórem, hoc ramos gestántes, solémnes laudes decantávimus: concéde propítius ut, quocúmque hi rami deportáti fúerint, ibi tuæ benedictiónis grátia descéndat, et quavis dǽmonum iniquitáte vel illusióne profligáta, déxtera tua prótegat, quos redémit: Qui vivis et regnas in sǽcula sæculórum. [Signor Gesù Cristo, Re e Redentore nostro, in onore del quale abbiamo cantato lodi solenni, portando questi rami, concedi propizio che la grazia della tua benedizione discenda dovunque questi rami saranno portati e che la tua destra protegga i redenti togliendo di mezzo a loro ogni iniquità ed illusione diabolica. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.]

Introitus

Ps XXI: 20 et 22.

Dómine, ne longe fácias auxílium tuum a me, ad defensiónem meam áspice: líbera me de ore leonis, et a córnibus unicórnium humilitátem meam. [Tu, o Signore, non allontanare da me il tuo soccorso, prendi cura della mia difesa: salvami dalla bocca del leone, e salva la mia debolezza dalle corna dei bufali.]

Ps XXI: 2 Deus, Deus meus, réspice in me: quare me dereliquísti? longe a salúte mea verba delictórum meórum. [Dio mio, Dio mio, guardami: perché mi hai abbandonato? La salvezza si allontana da me alla voce dei miei delitti].

Dómine, ne longe fácias auxílium tuum a me, ad defensiónem meam áspice: líbera me de ore leonis, et a córnibus unicórnium humilitátem meam. [Tu, o Signore, non allontanare da me il tuo soccorso, prendi cura della mia difesa: salvami dalla bocca del leone, e salva la mia debolezza dalle corna dei bufali.]

Oratio

Omnípotens sempitérne Deus, qui humáno generi, ad imitandum humilitátis exémplum, Salvatórem nostrum carnem súmere et crucem subíre fecísti: concéde propítius; ut et patiéntiæ ipsíus habére documénta et resurrectiónis consórtia mereámur. [Onnipotente eterno Dio, che per dare al genere umano un esempio d’umiltà da imitare, volesti che il Salvatore nostro s’incarnasse e subisse la morte di Croce: propizio concedi a noi il merito di accogliere gli insegnamenti della sua pazienza, e di partecipare alla sua risurrezione.]

Epistola

Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Philippénses. Phil II: 5-11

“Fratres: Hoc enim sentíte in vobis, quod et in Christo Jesu: qui, cum in forma Dei esset, non rapínam arbitrátus est esse se æqualem Deo: sed semetípsum exinanívit, formam servi accípiens, in similitúdinem hóminum factus, et hábitu invéntus ut homo. Humiliávit semetípsum, factus oboediens usque ad mortem, mortem autem crucis. Propter quod et Deus exaltávit illum: ei donávit illi nomen, quod est super omne nomen: hic genuflectitur ut in nómine Jesu omne genu flectátur coeléstium, terréstrium et inférno rum: et omnis lingua confiteátur, quia Dóminus Jesus Christus in glória est Dei Patris.”

OMELIA I

[A. Castellazzi: Alla Scuola degli Apostoli; Sc. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929]

L’UMILTÀ’

“Fratelli: Siano in voi gli stessi sentimenti che furono in Gesù Cristo, il quale, essendo della natura di Dio, non ritenne come una preda la sua parità con Dio, ma spogliò se stesso, prendendo la natura di servo, divenuto simile agli uomini, e all’aspetto riconosciuto quale uomo. Abbassò, se stesso facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce. Perciò Dio lo ha sublimato, e gli ha dato un Nome superiore a ogni altro nome; perchè nel Nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio in cielo, sulla terra e nell’inferno, e ogni lingua confessi che il Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre”. (Fil. II, 5-11).

L’Epistola è tratta dalla lettera ai Filippesi. Per togliere lo spirito di divisione e di rivalità che regnava tra essi. S. Paolo propone l’esempio di Gesù Cristo. Egli, essendo Dio, non considera la sua grandezza come un possesso da conservare a ogni costo, ma se ne spoglia volontariamente, facendosi uomo e umiliandosi fino alla morte di croce. Perciò Dio lo ha esaltato, dandogli un nome, dinanzi al quale tutti devono piegarsi e confessare che Egli possiede la gloria del Padre. Sull’esempio di Gesù Cristo ogni Cristiano deve praticare la virtù fondamentale dell’umiltà. L’uomo umile, convinto dei propri demeriti,

1. Opera con semplicità,

2. È pronto all’ubbidienza,

3. Non si preoccupa della propria gloria, della quale lascia la cura a Dio.

I.

Fratelli: Siano in voi gli stessi sentimenti che furono in Gesù Cristo, il quale, essendo della natura di Dio, non ritenne come una preda la sua parità con Dio, ma spogliò se stesso prendendo la natura di servo.  Gesù era Dio: la sua grandezza non aveva limiti. « Se in Lui fossero stati i sentimenti di parecchi Filippesi, egli avrebbe reclamato, discusso, difeso con energia questo bene che gli apparteneva in forza di un titolo eterno. L’avrebbe custodito con l’aspra fierezza del guerriero armato che non si lascia strappare la sua conquista e la sua parte di bottino avuto ». Ben diversi, però, sono i sentimenti di Gesù. Invece di attaccarsi tenacemente alla sua parità divina e alla gloria che ne deriva, se ne spoglia volontariamente ai nostri occhi, prendendo la forma e la natura di servo. Lezione più sublime di umiltà pei Filippesi e per i Cristiani tutti non si potrebbe trovare. Dopo che Gesù Cristo, nel mistero dell’incarnazione, ha tanto sublimato l’umiltà, tutti ne parlano. Pochi, però,la praticano, e non tutti la praticano nel debito modo. La confessione dei nostri demeriti, delle nostre debolezze, del nostro nulla, se non partono da un cuor sincero non possono chiamarsi atti di umiltà. Ci sono coloro che per sfuggire alla possibilità di un castigo, perprocurarsi un atto di clemenza, per rendersi accetti, dichiarano di aver sbagliato, ritrattano il male fatto con le parole e con gli scritti, si dichiarano indegni di perdono ecc; ma il loro interno com’è? Il loro cuore è più che mai lontano, attaccato a ciò che la bocca detesta. Neppure è sempre umiltà l’atteggiamento esterno. Si può esser trascurati negli abiti, col capo basso per le vie, battersi il petto in chiesa: ma accompagnar questi atteggiamenti col desiderio di essere osservati, considerati. È umile l’atteggiamento di S. Pietro, che si getta ai piedi di Gesù, ed esclama: « Signore, allontanati da me che sono un uomo peccatore ». (Luc. V, 8). È umile l’atteggiamento della Maddalena che con le lagrime bagna i piedi di Gesù. Ma al loro atteggiamento esterno corrisponde l’interna disposizione dell’animo. Quando l’atteggiamento esterno non è vivificato dall’aurea massima:« Ama di non esser conosciuto e di esser riputato per niente », non c’è umiltà, ma ipocrisia. Non sono sempre guidati dai sentimenti che erano in Gesù Cristo, quelli che, invitati a far qualche cosa di bene, ad accettare qualche carica onorifica, se ne schermiscono, protestando che non sono capaci, che si mettano altri più adatti e più degni. Anche qui, non raramente, l’apparenza inganna. Son proteste ispirate dal dispetto, dalla gelosia, da un non lodevole puntiglio. Si aspettava di essere invitati prima degli altri, si aspettava una carica più importante. L’ambizione non appagata si veste d’umiltà. Ci sarà in queste proteste e in questi rifiuti molto veleno del serpente, ma manca la semplicità della colomba.

2.

Gesù Cristo abbassò se stesso facendosi ubbidiente fino atta morte, e alla morte di croce. Chi non sa ubbidire non può esser umile. Sarebbe una contraddizione bella e buona dichiararsi un nulla davanti a Dio, riconoscered’aver tutto da Lui, di dover dipendere in ogni cosada Lui, e poi negargli obbedienza. E quel che si dice rispetto a Dio vale anche rispetto a coloro che ne rappresentano l’autorità, come i genitori e i superiori. Vediamo che cosa ci insegna in proposito Gesù Cristo, con gli esempi della sua vita.Il Vangelo, parlandoci degli anni passati nella casa di Nazaret con Maria e Giuseppe, dice: « e stava loro sottomesso» (Luc.. X, 51). Il Creatore è sottomesso alla creatura. Ma in queste creature Egli vede i rappresentanti dell’autorità di Dio, e tanto basta, perché Egli ubbidisca. Un giorno comanderà ai venti, e questi gli ubbidiranno; comanderà ai demoni, e questi si piegheranno alla sua volontà, comanderà alla morte, e questa gli restituirà la sua preda; ma adesso Egli ubbidisce agli altri. Nella vita pubblica la sua missione sarà quella di comandare, adesso è quella di ubbidire. Devo far quello che mi vien comandato, se potrei insegnare a chi mi comanda? Gesù poteva certamente dare dei punti a Giuseppe. Chi ha dato all’universo un ordine così meraviglioso da strappare inni di lodi e di ammirazione dai più eletti ingegni, poteva far senza le istruzioni di Giuseppe. Invece fa l’opposto. Egli lavora nella bottega sotto la sua direzione, e si attiene alle sue istruzioni e ai suoi suggerimenti. Chi gli comanda tiene le veci del Padre: dunque gli si ubbidisca. Se avessimo in noi questi sentimenti di Gesù Cristo, non staremmo a discutere sulla capacità di chi comanda. Ne ha l’autorità! Ne ha abbastanza, perché io debba ubbidire. E s’intende che bisogna ubbidire anche quando si tratta di cose contrarie ai nostri gusti e alle nostre inclinazioni. Gesù Cristo ubbidisce al Padre in ciò che è più duro di tutto. Egli ubbidisce nel sottoporsi ai tormenti, alla morte, e non a una morte comune, ma a una morte ignominiosa, quale era la morte di croce. «Quella morte — dice S. Bernardo — quella croce, quegli obbrobri, quegli sputi, quei flagelli, tutto ciò che Cristo, il nostro capo, ha sofferto, non furono altro che splendidi esempi di ubbidienza, lasciati a noi che siamo il suo corpo». (1 Tractatus De Gradibus humilitatis, 7). E noi resteremo insensibili davanti agli esempi datici dal nostro capo, e ci rifiuteremo ancora di ubbidire, quando l’ubbidienza costa sacrifici? Non dimentichiamoci che il sacrificio dell’ubbidienza è più accetto a Dio che gli altri sacrifici. Gesù Cristo poteva dire di se stesso: «Io non cerco la mia gloria: c’è chi se ne prende cura,». (Giov. VIII, 50). E di fatti Dio lo ha sublimato e gli ha dato un nome superiore a ogni altro nome. Chi è umile, sull’esempio di Gesù Cristo, non cerea la propria gloria nel suo operare. Questa gli verrà un giorno dal Signore, se lo avrà servito fedelmente. Che importa della gloria del mondo al fedele servo di Dio! Essa è come il fumo che in un momento s’innalza, s’allarga, toglie la vista, e in un momento scompare. Come il fiore del prato, ricrea per un giorno, e poi svanisce. E d’altronde qual motivo c’è per gloriarsi? Poiché, chi differenzia te dagli altri? e che cosa hai tu che non abbia ricevuto?» (1 Cor. IV). « Chi stima che tutto dipenda da sé, è ingrato verso colui che ha creduto di onorarlo » (S. Giov. Crisost. In Epist. ad Philipp. Hom. 5, 2). Compia pure tante belle opere, senza l’aiuto di Dio non le potrebbe compiere; a lui dunque la gloria. – I superbi non lasciano sfuggire occasione alcuna per magnificare le loro opere fatte, o non fatte. Gli umili tacciono delle cose lodevoli da essi veramente compiute. Non sempre si riesce a nascondere il bene che si fa. Il Cristiano non vive chiuso in una scatola: le sue opere buone sono necessariamente viste da quelli che lo circondano. Delle volte, è necessario che compia le sue opere buone in presenza degli altri, per dare buon esempio; ma allora egli si fa guidare dalla norma: « L’azione sia pubblica, in modo, però, che l’intenzione rimanga in segreto » (S. Gregorio M. Hom. 11, 1). I superbi hanno la pretesa di non sbagliare mai. Perciò non sopportano un avviso, una correzione, un rimprovero. Il loro amor proprio ne resterebbe profondamente ferito. Gli umili, che non si curano delle ferite che potrebbe riceverne l’amor proprio, sono lieti di essere avvisati dei loro sbagli. Il Cardinal Richelmy, arcivescovo di Torino, capitato un giorno in visita a una parrocchia della sua archidiocesi, fece le più amorevoli accoglienze ad alcuni chierici che vide in sacristia, trascurando un vecchio cappellano, che ne rimase mortificato. Un sacerdote ebbe il coraggio di far rispettose rimostranze al Cardinale il mattino seguente. « Ha fatto bene a dirmelo — rispose il Cardinale — Non l’avevo visto ». E mandatolo a chiamare gli diede segni della più grande stima e del più grande affetto. Poi, ringraziò l’ammonitore: « Quando viene a Torino, passi in arcivescovado, all’ora degli amici s’intende ». (A, Vuadagnotti. Il Cardinale Richelmy. Torino – Roma. 1926 p. 277). Ecco come riceve le giuste osservazioni chi non si preoccupa della propria gloria. Considera gli ammonitori veri amici, meritevoli di ringraziamento e di delicate attenzioni. Se noi non ci preoccupiamo della nostra gloria, non vuol dire che questa non verrà a suo tempo. Ogni atto virtuoso compiuto per amor di Dio, riceverà da Lui un premio. Anche l’umiltà avrà il suo premio. «Premio dell’umiltà è la gloria», dice S. Agostino (In Joan. Evang. Tract. 104,3). E non può essere altrimenti, perché essa è la base della santità. Il fratello di Santa Maddalena Sofia Barat, un sacerdote austero, che guidava alla virtù la sorella, le disse un giorno ruvidamente: «Non sarai mai una gran Santa ». « Mi rivendicherò con l’esser molto umile », rispose pronta la fanciulla (Santa Maddalena Sofia Barat, fondatrice dell’Ist. Del Sacro Cuore. Firenze, 1925, p. 7). E la vendetta riuscì splendidamente. L’umiltà, che possedette in grado non comune, la condusse alle altezze della santità e alla conseguente gloria. Vogliamo arrivare alla gloria un giorno! Disprezziamola ora, umiliandoci per amor di Dio.

Graduale

Ps LXXII:24 et 1-3 Tenuísti manum déxteram meam: et in voluntáte tua deduxísti me: et cum glória assumpsísti me. [Tu mi hai preso per la destra, mi hai guidato col tuo consiglio, e mi ‘hai accolto in trionfo.]

Quam bonus Israël Deus rectis corde! mei autem pæne moti sunt pedes: pæne effúsi sunt gressus mei: quia zelávi in peccatóribus, pacem peccatórum videns. [Com’è buono, o Israele, Iddio con chi è retto di cuore. Per poco i miei piedi non vacillarono; per poco i miei passi non sdrucciolarono; perché io ho invidiato i peccatori, vedendo la prosperità degli empi.]

Tractus

Ps. XXI: 2-9, 18, 19, 22, 24, 32

Deus, Deus meus, réspice in me: quare me dereliquísti?

Longe a salúte mea verba delictórum meórum.

Deus meus, clamábo per diem, nec exáudies: in nocte, et non ad insipiéntiam mihi.

Tu autem in sancto hábitas, laus Israël.

In te speravérunt patres nostri: speravérunt, et liberásti eos.

Ad te clamavérunt, et salvi facti sunt: in te speravérunt, et non sunt confusi.

Ego autem sum vermis, et non homo: oppróbrium hóminum et abjéctio plebis.

Omnes, qui vidébant me, aspernabántur me: locúti sunt lábiis et movérunt caput.

Sperávit in Dómino, erípiat eum: salvum fáciat eum, quóniam vult eum.

Ipsi vero consideravérunt et conspexérunt me: divisérunt sibi vestiménta mea, et super vestem meam misérunt mortem.

Líbera me de ore leónis: et a córnibus unicórnium humilitátem meam.

Qui timétis Dóminum, laudáte eum: univérsum semen Jacob, magnificáte eum.

Annuntiábitur Dómino generátio ventúra: et annuntiábunt coeli justítiam ejus.

Pópulo, qui nascétur, quem fecit Dóminus.

[Dio, Dio mio, volgiti a me: perché mi hai abbandonato?
V. La voce dei miei delitti allontana da me la mia salvezza.
V. Dio mio, grido il giorno, e non rispondi: la notte, e non c’è requie per me.
V. Eppure tu abiti nel santuario, o gloria d’Israele.
V. In te confidavano i nostri padri: confidavano, e tu li liberavi.
V. A te gridavano, ed erano salvati: in te confidavano, e non avevano da arrossire.
V. Ma io sono un verme, e non un uomo: lo zimbello della gente, e il rifiuto della plebe.
V. Tutti quelli che mi vedevano, si facevano beffe di me: storcevano la bocca e scrollavano il capo.
V. Ha confidato nel Signore, lo salvi, giacché gli vuol bene.
V. Essi mi osservarono e tennero gli occhi su di me: si spartirono le mie vesti, e tirarono a sorte la mia tunica.
V. Salvami dalle zanne del leone: dalle corna degli unicorni salva la mia pochezza.
V. Voi che temete il Signore, lodatelo: voi tutti, o prole di Giacobbe. glorificatelo.
V. Sarà chiamata col nome del Signore la generazione che verrà; e i cieli annunzieranno la giustizia di lui.
V. Al popolo che sorgerà, e che sarà opera del Signore. ]

Evangelium

Pássio Dómini nostri Jesu Christi secúndum Matthǽum.

[Matt XXVI: 1-75; XXVII: 1-66].

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: J. Scitis, quid post bíduum Pascha fiet, et Fílius hóminis tradétur, ut crucifigátur. C. Tunc congregáti sunt príncipes sacerdótum et senióres pópuli in átrium príncipis sacerdótum, qui dicebátur Cáiphas: et consílium fecérunt, ut Jesum dolo tenérent et occíderent. Dicébant autem: S. Non in die festo, ne forte tumúltus fíeret in pópulo. C. Cum autem Jesus esset in Bethánia in domo Simónis leprósi, accéssit ad eum múlier habens alabástrum unguénti pretiósi, et effúdit super caput ipsíus recumbéntis. Vidéntes autem discípuli, indignáti sunt, dicéntes: S. Ut quid perdítio hæc? pótuit enim istud venúmdari multo, et dari paupéribus. C. Sciens autem Jesus, ait illis: J. Quid molésti estis huic mulíeri? opus enim bonum operáta est in me. Nam semper páuperes habétis vobíscum: me autem non semper habétis. Mittens enim hæc unguéntum hoc in corpus meum, ad sepeliéndum me fecit. Amen, dico vobis, ubicúmque prædicátum fúerit hoc Evangélium in toto mundo, dicétur et, quod hæc fecit, in memóriam ejus. C. Tunc ábiit unus de duódecim, qui dicebátur Judas Iscariótes, ad príncipes sacerdótum, et ait illis: S. Quid vultis mihi dare, et ego vobis eum tradam? C. At illi constituérunt ei trigínta argénteos. Et exínde quærébat opportunitátem, ut eum tráderet. Prima autem die azymórum accessérunt discípuli ad Jesum, dicéntes: S. Ubi vis parémus tibi comédere pascha? C. At Jesus dixit: J. Ite in civitátem ad quendam, et dícite ei: Magíster dicit: Tempus meum prope est, apud te fácio pascha cum discípulis meis. C. Et fecérunt discípuli, sicut constítuit illis Jesus, et paravérunt pascha. Véspere autem facto, discumbébat cum duódecim discípulis suis. Et edéntibus illis, dixit: J. Amen, dico vobis, quia unus vestrum me traditúrus est. C. Et contristáti valde, coepérunt sínguli dícere: S. Numquid ego sum, Dómine? C. At ipse respóndens, ait: J. Qui intíngit mecum manum in parópside, hic me tradet. Fílius quidem hóminis vadit, sicut scriptum est de illo: væ autem hómini illi, per quem Fílius hóminis tradétur: bonum erat ei, si natus non fuísset homo ille. C. Respóndens autem Judas, qui trádidit eum, dixit: S. Numquid ego sum, Rabbi? C. Ait illi: J. Tu dixísti. C. Cenántibus autem eis, accépit Jesus panem, et benedíxit, ac fregit, dedítque discípulis suis, et ait: J. Accípite et comédite: hoc est corpus meum. C. Et accípiens cálicem, grátias egit: et dedit illis, dicens: J. Bíbite ex hoc omnes. Hic est enim sanguis meus novi Testaménti, qui pro multis effundétur in remissiónem peccatórum. Dico autem vobis: non bibam ámodo de hoc genímine vitis usque in diem illum, cum illud bibam vobíscum novum in regno Patris mei. C. Et hymno dicto, exiérunt in montem Olivéti. Tunc dicit illis Jesus: J. Omnes vos scándalum patiémini in me in ista nocte. Scriptum est enim: Percútiam pastórem, et dispergéntur oves gregis. Postquam autem resurréxero, præcédam vos in Galilaeam. C. Respóndens autem Petrus, ait illi: S. Et si omnes scandalizáti fúerint in te, ego numquam scandalizábor. C. Ait illi Jesus: J. Amen, dico tibi, quia in hac nocte, antequam gallus cantet, ter me negábis. C. Ait illi Petrus: S. Etiam si oportúerit me mori tecum, non te negábo. C. Simíliter et omnes discípuli dixérunt. Tunc venit Jesus cum illis in villam, quæ dícitur Gethsémani, et dixit discípulis suis: J. Sedéte hic, donec vadam illuc et orem. C. Et assúmpto Petro et duóbus fíliis Zebedaei, coepit contristári et mæstus esse. Tunc ait illis: J. Tristis est ánima mea usque ad mortem: sustinéte hic, et vigilate mecum. C. Et progréssus pusíllum, prócidit in fáciem suam, orans et dicens: J. Pater mi, si possíbile est, tránseat a me calix iste: Verúmtamen non sicut ego volo, sed sicut tu. C. Et venit ad discípulos suos, et invénit eos dormiéntes: et dicit Petro: J. Sic non potuístis una hora vigiláre mecum? Vigiláte et oráte, ut non intrétis in tentatiónem. Spíritus quidem promptus est, caro autem infírma. C. Iterum secúndo ábiit et orávit, dicens: J. Pater mi, si non potest hic calix transíre, nisi bibam illum, fiat volúntas tua. C. Et venit íterum, et invenit eos dormiéntes: erant enim óculi eórum graváti. Et relíctis illis, íterum ábiit et orávit tértio, eúndem sermónem dicens. Tunc venit ad discípulos suos, et dicit illis: J. Dormíte jam et requiéscite: ecce, appropinquávit hora, et Fílius hóminis tradétur in manus peccatórum. Súrgite, eámus: ecce, appropinquávit, qui me tradet. C. Adhuc eo loquénte, ecce, Judas, unus de duódecim, venit, et cum eo turba multa cum gládiis et fústibus, missi a princípibus sacerdótum et senióribus pópuli. Qui autem trádidit eum, dedit illis signum, dicens: S. Quemcúmque osculátus fúero, ipse est, tenéte eum. C. Et conféstim accédens ad Jesum, dixit: S. Ave, Rabbi. C. Et osculátus est eum. Dixítque illi Jesus: J. Amíce, ad quid venísti? C. Tunc accessérunt, et manus injecérunt in Jesum et tenuérunt eum. Et ecce, unus ex his, qui erant cum Jesu, exténdens manum, exémit gládium suum, et percútiens servum príncipis sacerdótum, amputávit aurículam ejus. Tunc ait illi Jesus: J. Convérte gládium tuum in locum suum. Omnes enim, qui accéperint gládium, gládio períbunt. An putas, quia non possum rogáre Patrem meum, et exhibébit mihi modo plus quam duódecim legiónes Angelórum? Quómodo ergo implebúntur Scripturae, quia sic oportet fíeri? C. In illa hora dixit Jesus turbis: J. Tamquam ad latrónem exístis cum gládiis et fústibus comprehéndere me: cotídie apud vos sedébam docens in templo, et non me tenuístis. C. Hoc autem totum factum est, ut adimpleréntur Scripturæ Prophetárum. Tunc discípuli omnes, relícto eo, fugérunt. At illi tenéntes Jesum, duxérunt ad Cáipham, príncipem sacerdótum, ubi scribæ et senióres convénerant. Petrus autem sequebátur eum a longe, usque in átrium príncipis sacerdótum. Et ingréssus intro, sedébat cum minístris, ut vidéret finem. Príncipes autem sacerdótum et omne concílium quærébant falsum testimónium contra Jesum, ut eum morti tráderent: et non invenérunt, cum multi falsi testes accessíssent. Novíssime autem venérunt duo falsi testes et dixérunt: S. Hic dixit: Possum destrúere templum Dei, et post tríduum reædificáre illud. C. Et surgens princeps sacerdótum, ait illi: S. Nihil respóndes ad ea, quæ isti advérsum te testificántur? C. Jesus autem tacébat. Et princeps sacerdótum ait illi: S. Adjúro te per Deum vivum, ut dicas nobis, si tu es Christus, Fílius Dei. C. Dicit illi Jesus: J. Tu dixísti. Verúmtamen dico vobis, ámodo vidébitis Fílium hóminis sedéntem a dextris virtútis Dei, et veniéntem in núbibus coeli. C. Tunc princeps sacerdótum scidit vestiménta sua, dicens: S. Blasphemávit: quid adhuc egémus téstibus? Ecce, nunc audístis blasphémiam: quid vobis vidétur? C. At illi respondéntes dixérunt: S. Reus est mortis. C. Tunc exspuérunt in fáciem ejus, et cólaphis eum cecidérunt, álii autem palmas in fáciem ejus dedérunt, dicéntes: S. Prophetíza nobis, Christe, quis est, qui te percússit? C. Petrus vero sedébat foris in átrio: et accéssit ad eum una ancílla, dicens: S. Et tu cum Jesu Galilaeo eras. C. At ille negávit coram ómnibus, dicens: S. Néscio, quid dicis. C. Exeúnte autem illo jánuam, vidit eum ália ancílla, et ait his, qui erant ibi: S. Et hic erat cum Jesu Nazaréno. C. Et íterum negávit cum juraménto: Quia non novi hóminem. Et post pusíllum accessérunt, qui stabant, et dixérunt Petro: S. Vere et tu ex illis es: nam et loquéla tua maniféstum te facit. C. Tunc cœpit detestári et juráre, quia non novísset hóminem. Et contínuo gallus cantávit. Et recordátus est Petrus verbi Jesu, quod díxerat: Priúsquam gallus cantet, ter me negábis. Et egréssus foras, flevit amáre. Mane autem facto, consílium iniérunt omnes príncipes sacerdótum et senióres pópuli advérsus Jesum, ut eum morti tráderent. Et vinctum adduxérunt eum, et tradidérunt Póntio Piláto praesidi. Tunc videns Judas, qui eum trádidit, quod damnátus esset, pæniténtia ductus, réttulit trigínta argénteos princípibus sacerdótum et senióribus, dicens: S. Peccávi, tradens sánguinem justum. C. At illi dixérunt: S. Quid ad nos? Tu vidéris. C. Et projéctis argénteis in templo, recéssit: et ábiens, láqueo se suspéndit. Príncipes autem sacerdótum, accéptis argénteis, dixérunt: S. Non licet eos míttere in córbonam: quia prétium sánguinis est. C. Consílio autem ínito, emérunt ex illis agrum fíguli, in sepultúram peregrinórum. Propter hoc vocátus est ager ille, Hacéldama, hoc est, ager sánguinis, usque in hodiérnum diem. Tunc implétum est, quod dictum est per Jeremíam Prophétam, dicéntem: Et accepérunt trigínta argénteos prétium appretiáti, quem appretiavérunt a fíliis Israël: et dedérunt eos in agrum fíguli, sicut constítuit mihi Dóminus. Jesus autem stetit ante praesidem, et interrogávit eum præses, dicens: S. Tu es Rex Judæórum? C. Dicit illi Jesus: J. Tu dicis. C. Et cum accusarétur a princípibus sacerdótum et senióribus, nihil respóndit. Tunc dicit illi Pilátus: S. Non audis, quanta advérsum te dicunt testimónia? C. Et non respóndit ei ad ullum verbum, ita ut mirarétur præses veheménter. Per diem autem sollémnem consuéverat præses pópulo dimíttere unum vinctum, quem voluíssent. Habébat autem tunc vinctum insígnem, qui dicebátur Barábbas. Congregátis ergo illis, dixit Pilátus: S. Quem vultis dimíttam vobis: Barábbam, an Jesum, qui dícitur Christus? C. Sciébat enim, quod per invídiam tradidíssent eum. Sedénte autem illo pro tribunáli, misit ad eum uxor ejus, dicens: S. Nihil tibi et justo illi: multa enim passa sum hódie per visum propter eum. C. Príncipes autem sacerdótum et senióres persuasérunt populis, ut péterent Barábbam, Jesum vero pérderent. Respóndens autem præses, ait illis: S. Quem vultis vobis de duóbus dimítti? C. At illi dixérunt: S. Barábbam. C. Dicit illis Pilátus: S. Quid ígitur fáciam de Jesu, qui dícitur Christus? C. Dicunt omnes: S. Crucifigátur. C. Ait illis præses: S. Quid enim mali fecit? C. At illi magis clamábant,dicéntes: S. Crucifigátur. C. Videns autem Pilátus, quia nihil profíceret, sed magis tumúltus fíeret: accépta aqua, lavit manus coram pópulo, dicens: S. Innocens ego sum a sánguine justi hujus: vos vidéritis. C. Et respóndens univérsus pópulus, dixit: S. Sanguis ejus super nos et super fílios nostros. C. Tunc dimísit illis Barábbam: Jesum autem flagellátum trádidit eis, ut crucifigerétur. Tunc mílites praesidis suscipiéntes Jesum in prætórium, congregavérunt ad eum univérsam cohórtem: et exuéntes eum, chlámydem coccíneam circumdedérunt ei: et plecténtes corónam de spinis, posuérunt super caput ejus, et arúndinem in déxtera ejus. Et genu flexo ante eum, illudébant ei, dicéntes: S. Ave, Rex Judæórum. C. Et exspuéntes in eum, accepérunt arúndinem, et percutiébant caput ejus. Et postquam illusérunt ei, exuérunt eum chlámyde et induérunt eum vestiméntis ejus, et duxérunt eum, ut crucifígerent. Exeúntes autem, invenérunt hóminem Cyrenaeum, nómine Simónem: hunc angariavérunt, ut tólleret crucem ejus. Et venérunt in locum, qui dícitur Gólgotha, quod est Calváriæ locus. Et dedérunt ei vinum bíbere cum felle mixtum. Et cum gustásset, nóluit bibere. Postquam autem crucifixérunt eum, divisérunt vestiménta ejus, sortem mitténtes: ut implerétur, quod dictum est per Prophétam dicentem: Divisérunt sibi vestiménta mea, et super vestem meam misérunt sortem. Et sedéntes, servábant eum. Et imposuérunt super caput ejus causam ipsíus scriptam: Hic est Jesus, Rex Judæórum. Tunc crucifíxi sunt cum eo duo latrónes: unus a dextris et unus a sinístris. Prætereúntes autem blasphemábant eum, movéntes cápita sua et dicéntes: S. Vah, qui déstruis templum Dei et in tríduo illud reædíficas: salva temetípsum. Si Fílius Dei es, descénde de cruce. C. Simíliter et príncipes sacerdótum illudéntes cum scribis et senióribus, dicébant: S. Alios salvos fecit, seípsum non potest salvum fácere: si Rex Israël est, descéndat nunc de cruce, et crédimus ei: confídit in Deo: líberet nunc, si vult eum: dixit enim: Quia Fílius Dei sum. C. Idípsum autem et latrónes, qui crucifíxi erant cum eo, improperábant ei. A sexta autem hora ténebræ factæ sunt super univérsam terram usque ad horam nonam. Et circa horam nonam clamávit Jesus voce magna, dicens: J. Eli, Eli, lamma sabactháni? C. Hoc est: J. Deus meus, Deus meus, ut quid dereliquísti me? C. Quidam autem illic stantes et audiéntes dicébant: S. Elíam vocat iste. C. Et contínuo currens unus ex eis, accéptam spóngiam implévit acéto et impósuit arúndini, et dabat ei bíbere. Céteri vero dicébant:S. Sine, videámus, an véniat Elías líberans eum. C. Jesus autem íterum clamans voce magna, emísit spíritum.

Hic genuflectitur, et pausatur aliquantulum. …

Et ecce, velum templi scissum est in duas partes a summo usque deórsum: et terra mota est, et petræ scissæ sunt, et monuménta apérta sunt: et multa córpora sanctórum, qui dormíerant, surrexérunt. Et exeúntes de monuméntis post resurrectiónem ejus, venérunt in sanctam civitátem, et apparuérunt multis. Centúrio autem et qui cum eo erant, custodiéntes Jesum, viso terræmótu et his, quæ fiébant, timuérunt valde, dicéntes: S. Vere Fílius Dei erat iste. C. Erant autem ibi mulíeres multæ a longe, quæ secútæ erant Jesum a Galilaea, ministrántes ei: inter quas erat María Magdaléne, et María Jacóbi, et Joseph mater, et mater filiórum Zebedaei. Cum autem sero factum esset, venit quidam homo dives ab Arimathaea, nómine Joseph, qui et ipse discípulus erat Jesu. Hic accéssit ad Pilátum, et pétiit corpus Jesu. Tunc Pilátus jussit reddi corpus. Et accépto córpore, Joseph invólvit illud in síndone munda. Et pósuit illud in monuménto suo novo, quod excíderat in petra. Et advólvit saxum magnum ad óstium monuménti, et ábiit. Erat autem ibi María Magdaléne et áltera María, sedéntes contra sepúlcrum.

 [In quel tempo disse Gesù ai suoi discepoli: J. Sapete bene che tra due giorni sarà Pasqua, e il Figlio dell’uomo verrà catturato per essere crocifisso. C. Si radunarono allora i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo nell’atrio del principe dei sacerdoti denominato Caifa, e tennero consiglio sul modo di catturar Gesù con inganno, e così poterlo uccidere. Ma dicevano: S. Non però nel giorno di festa perché non sorga un qualche tumulto nel popolo. C. Mentre Gesù si trovava in Betania nella casa di Simone il lebbroso, gli si avvicinò una donna che portava un vaso d’alabastro, pieno d’unguento prezioso, e lo versò sopra il capo di lui che era adagiato alla mensa. Ma nel veder ciò, i discepoli se ne indignarono e dissero: S. Perché tale sperpero? Poteva esser venduto quell’unguento a buon prezzo, e distribuito [il denaro] ai poveri. C. Ma, sentito questo, Gesù disse loro: J. Perché criticate voi questa donna? Ella invero ha fatto un’opera buona con me. I poveri infatti li avete sempre con voi, mentre non sempre potrete avere me. Spargendo poi questo unguento sopra il mio corpo, l’ha sparso come per alludere alla mia sepoltura. In verità io vi dico che in qualunque luogo sarà predicato questo vangelo, si narrerà altresì, in memoria di lei, quello che ha fatto. C. Allora uno dei dodici, detto Giuda Iscariote, se ne andò dai capi dei sacerdoti, e disse loro: S. Che mi volete dare, ed io ve lo darò nelle mani? C. Ed essi gli promisero trenta monete di argento. E da quel momento egli cercava l’occasione opportuna per darlo nelle loro mani. Or il primo giorno degli azzimi si accostarono a Gesù i discepoli e gli dissero: S. Dove vuoi tu che ti prepariamo per mangiare la Pasqua? C. E Gesù rispose loro: J. «Andate in città dal tale e ditegli: Il Maestro ti fa sapere: Il mio tempo oramai si è approssimato; io coi miei discepoli faccio la Pasqua da te». C. E i discepoli eseguirono quello che aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. Venuta poi la sera [Gesù], si era messo a tavola coi suoi dodici discepoli; e mentre mangiavano, egli disse: J. In verità vi dico che uno di voi mi tradirà. C. Sommamente rattristati, essi cominciarono a uno a uno a dirgli: S. Forse sono io, o Signore? C. Ma egli in risposta disse: J. Chi con me stende [per intingere] la mano nel piatto, è proprio quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo, è vero, se ne andrà, come sta scritto di lui; ma guai a quell’individuo, per opera del quale il Figliuolo dell’uomo sarà tradito! Era bene per lui il non esser mai nato! C. Pigliando la parola, Giuda, che poi lo tradì, gli disse: S. Sono forse io, o Maestro? C. Gli rispose [Gesù]: J. Tu l’hai detto. C. Stando dunque essi a cena, Gesù prese un pane, lo benedisse, lo spezzò e lo porse ai suoi discepoli, dicendo: J. Prendete e mangiate; questo è il mio Corpo. C. E preso un calice, rese le grazie, e lo dette loro, dicendo: J. Bevetene tutti. Questo è il mio Sangue del nuovo testamento, che sarà sparso per molti in remissione dei peccati. E vi dico ancora, che non berrò più di questo frutto della vite fino a quel giorno, in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio. C. Recitato quindi l’inno, uscirono, diretti al Monte oliveto. Disse allora Gesù: J. Tutti voi in questa notte proverete scandalo per causa mia. Sta scritto infatti: Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge. Ma dopo che sarò resuscitato, vi precederò in Galilea. C. In risposta, Pietro allora gli disse: S. Anche se tutti fossero scandalizzati per te, io non mi scandalizzerò mai. C. E Gesù a lui: J. In verità ti dico che in questa medesima notte, prima che il gallo canti, tu mi avrai già rinnegato tre volte. C. E Pietro gli replico: S. Ancorché fosse necessario morire con te, io non ti rinnegherò. C. E dissero lo stesso gli altri discepoli. Arrivò alfine ad un luogo, nominato Getsemani, e Gesù disse ai suoi discepoli: J. Fermatevi qui, mentre io vado più in là a fare orazione. C. E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a farsi triste e ad essere mesto. E disse loro: J. È afflitta l’anima mia fino a morirne. Rimanete qui e vegliate con me. C. E fattosi un poco più in avanti, si prostrò a terra colla faccia e disse: J. Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice. In ogni modo non come voglio io [si faccia], ma come vuoi tu. C. E tornò dai suoi discepoli e li trovò che dormivano. Disse quindi a Pietro: J. E cosi, non poteste vegliare un’ora con me? Vegliate e pregate, perché non siate sospinti in tentazione. Lo spirito, in realtà, è pronto, ma è fiacca la carne. C. Di nuovo se ne andò per la seconda volta, e pregò, dicendo: J. Padre mio, se non può passar questo calice senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà. C. E ritornò di nuovo a loro, e li ritrovò addormentati. I loro occhi erano proprio oppressi dal sonno. E, lasciatili stare, andò nuovamente a pregare per la terza volta, dicendo le stesse parole. Fu allora che si riavvicinò ai suoi discepoli e disse loro: J. Dormite pure e riposatevi. Oramai l’ora è vicina, e il Figlio dell’uomo sarà consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi e andiamo; ecco che è vicino colui che mi tradirà. C. Diceva appunto così, quando arrivò Giuda, uno dei dodici e con lui una gran turba di gente con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore, aveva dato loro questo segnale, dicendo: S. Quello che io bacerò, è proprio lui; pigliatelo. C. E, senza indugiare, accostatosi a Gesù, disse: S. Salve, o Maestro! C. E gli dette un bacio. Gesù gli disse: J. Amico, a che fine sei tu venuto? C. E allora si fecero avanti gli misero le mani addosso e lo catturarono. Ma ecco che uno di quelli che erano con Gesù, stesa la mano, sfoderò una spada e, ferito un servo del principe dei sacerdoti, gli staccò un orecchio. Allora gli disse Gesù: J. Rimetti al suo posto la spada, perché chi darà di mano alla spada, di spada perirà. Credi tu forse che io non possa pregare il Padre mio, e che egli non possa fornirmi all’istante più di dodici legioni di Angeli? Come dunque potranno verificarsi le Scritture, dal momento che deve succedere così? C. In quel punto medesimo disse Gesù alle turbe: J. Come un assassino siete venuti a prendermi, con spade e bastoni. Ogni giorno io me ne stavo nel tempio a insegnare, e allora non mi prendeste mai. C. E tutto questo avvenne, perché si compissero le scritture dei Profeti. Dopo ciò, tutti i discepoli lo abbandonarono, dandosi alla fuga. Ma quelli, afferrato Gesù, lo condussero a Caifa; principe dei sacerdoti, presso il quale si erano radunati gli scribi e gli anziani. Pietro però lo aveva seguito alla lontana fino all’atrio del principe dei sacerdoti; ed, entrato là, si era messo a sedere coi servi allo scopo di vedere la fine. I capi dei sacerdoti intanto e tutto il consiglio cercavano una falsa testimonianza contro Gesù per aver modo di metterlo a morte; ma non trovandola, si fecero avanti molti falsi testimoni. Per ultimo se ne presentarono altri due, e dissero: S. Costui disse: Io posso distruggere il tempio di Dio, e in tre giorni posso rifabbricarlo. C. Levatosi su allora il principe dei sacerdoti, disse [a Gesù]: S. Io ti scongiuro per il Dio vivo, che tu ci dica, se sei il Cristo, figlio di Dio. C. Gesù rispose: J. Tu l’hai detto. Anzi vi dico che vedrete altresì il Figlio dell’uomo, assiso alla destra della Potenza di Dio, venir giù sulle nubi del cielo. C. Il principe dei sacerdoti allora si strappò le vesti, dicendo: S. Egli ha bestemmiato! Che abbiamo più bisogno di testimoni? Voi stessi ora ne avete sentito la bestemmia! Che ve ne pare? C. Egli ha bestemmiato! Che abbiamo più bisogno di testimoni? Voi stessi ora ne avete sentito la bestemmia! Che ve ne pare? C. È reo di morte! C. Allora gli sputarono in faccia e lo ammaccarono coi pugni. Altri poi lo schiaffeggiarono e gli dicevano: S. Indovina, o Cristo, chi è che ti ha percosso. C. Pietro intanto se ne stava seduto fuori nell’atrio. Or gli si accostò una serva e gli disse: S. Anche tu eri con Gesù di Galilea. C. Ma egli, alla presenza di tutti, negò, dicendo: S. Non capisco quello che dici. C. Mentre poi stava per uscire dalla porta, lo vide un’altra serva e disse ai presenti: S. Anche lui era con Gesù Nazareno! C. E di nuovo egli negò giurando: S. Io non conosco quest’uomo! C. Di lì a poco gli si avvicinarono coloro che si trovavano là, e dissero a Pietro: S. Tu sei davvero uno di quelli, perché anche il tuo accento ti da a conoscere per tale. C. Cominciò allora a imprecare e a scongiurare che non aveva mai conosciuto quell’uomo. E a un tratto il gallo cantò; allora Pietro si rammentò del discorso di Gesù: «Prima che il gallo canti, tu mi avrai rinnegato tre volte»; ed uscito di là, pianse amaramente. Fattosi poi giorno, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo congiurarono insieme contro Gesù per metterlo a morte; e, legatolo, lo portarono via e lo presentarono al governatore Ponzio Pilato. Il traditore Giuda, allora, visto che Gesù era stato condannato, sospinto dal rimorso, riportò ai capi dei sacerdoti e agli anziani i trenta denari, e disse: S. Ho fatto male, tradendo il sangue d’un innocente! C. Ma essi risposero: S. Che ci importa? Pensaci tu! C. Gettate perciò nel tempio le trenta monete d’argento, egli si ritirò di là, andando a impiccarsi con un laccio. I capi dei sacerdoti per altro, raccattate le monete, dissero: S. Non conviene metterle colle altre nel tesoro, essendo prezzo di sangue. C. Dopo essersi consultati tra di loro, acquistarono con esse un campo d’un vasaio per seppellirvi i forestieri. Per questo, quel campo fu chiamato Aceldama, vale a dire, campo del sangue; e ciò fino ad oggi. Così si verificò quello che era stato predetto per mezzo di Geremia profeta: «Ed hanno ricevuto i trenta denari d’argento, prezzo di colui che fu venduto dai figliuoli d’Israele, e li hanno impiegati nell’acquisto del campo d’un vasaio, come mi aveva imposto il Signore». Gesù pertanto si trovò davanti al governatore, che lo interrogò, dicendogli: S. Sei tu il re dei giudei? C. Gesù gli rispose: J. Tu lo dici. C. Ed essendo stato accusato dai capi dei sacerdoti e dagli anziani, non rispose nulla. Gli disse allora Pilato: S. Non senti di quanti capi d’accusa ti fanno carico? C. Ma egli non replicò parola, cosicché il governatore ne rimase fortemente meravigliato. Nella ricorrenza della festività [pasquale] il governatore era solito di rilasciare al popolo un detenuto a loro piacimento. Ne aveva allora in prigione uno famoso, chiamato Barabba. A tutti coloro perciò che si erano ivi radunati, Pilato disse: S. Chi volete che io vi lasci libero? Barabba, oppure Gesù, chiamato il Cristo? C. Sapeva bene che per invidia gliel’avevano condotto lì. Mentre intanto egli se ne stava seduto in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: S. Non aver nulla da fare con quel giusto, perché oggi in sogno ho dovuto soffrire tante ansie per via di lui! C. Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani sobillarono il popolo, perché fosse chiesto Barabba e fosse ucciso Gesù. In risposta allora il governatore disse loro: S. Chi volete che vi sia rilasciato? C. E quei risposero: S. Barabba. C. Replicò loro Pilato: S. Che ne farò dunque di Gesù, chiamato il Cristo? C. E ad una voce, tutti risposero: S. Crocifiggilo! C. Disse loro il governatore: S. Ma che male ha fatto? C. Ed essi gridarono più forte, dicendo: S. Sia crocifisso! C. Vedendo Pilato che non si concludeva nulla, ma anzi che si accresceva il tumulto, presa dell’acqua, si lavò le mani alla presenza del popolo, dicendo: S. Io sono innocente del sangue di questo giusto; è affar vostro! C. E per risposta tutto quel popolo disse: S. Il sangue di lui ricada sopra di noi e sopra i nostri figli! C. Allora rilasciò libero Barabba; e, dopo averlo fatto flagellare, consegnò loro Gesù, perché fosse crocifisso. I soldati del governatore poi trascinarono Gesù nel pretorio e gli schierarono attorno tutta la coorte; e lo spogliarono, rivestendolo d’una clamide di color rosso. Intrecciata poi una corona di spine, gliela posero in testa, e nella mano destra [gli misero] una canna. E piegando il ginocchio davanti a lui, lo deridevano col dire: S. Salve, o re dei Giudei. C. E dopo avergli sputato addosso, presagli la canna, con essa lo battevano nel capo. E dopo che l’ebbero schernito, gli levarono di dosso la clamide, gli rimisero le sue vesti, e lo condussero via per crocifiggerlo. Nell’uscire [di città], trovarono un tale di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a pigliare la croce. E arrivarono a un luogo, detto Golgota, cioè, del cranio. E dettero da bere [a Gesù] del vino mescolato con fiele; ma avendolo egli gustato, non lo volle bere. E dopo che l’ebbero crocifisso, se ne divisero le vesti, tirandole a sorte. E ciò perché si adempisse quello che era stato detto dal Profeta, quando disse: «Si sono divisi i miei abiti ed hanno messo a sorte la mia veste». E, postisi a sedere, gli facevano la guardia. E al di sopra del capo di lui, appesero, scritta, la causa della sua condanna: – Questi è Gesù, re dei Giudei -. Furono allora crocifissi insieme con lui due ladroni: uno a destra ed uno a sinistra. E quelli che passavano di li, lo schernivano, crollando il capo, e dicevano: S. Tu che distruggi il tempio di Dio e che lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso; se sei il Figlio di Dio, scendi giù dalla croce. C. Parimenti anche i capi dei sacerdoti lo deridevano, beffandosi di lui cogli scribi e cogli anziani del popolo, e dicendo: S. Salvò gli altri, e non può salvare se stesso. Se è il re d’Israele, discenda ora dalla croce, e noi gli crederemo. Confidò in Dio. Se vuole, Iddio lo liberi ora! O non disse che era Figliuolo di Dio? C. E questo pure gli rinfacciavano i ladroni che erano stati crocifissi con lui. Si fece poi un gran buio dall’ora sesta fino all’ora nona. E verso l’ora nona Gesù gridò con gran voce: J. Eli, Eli, lamma sabacthani; C. cioè: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Ed alcuni che erano li vicini, sentitolo, dissero: S. Costui chiama Elia! C. E subito uno di loro, correndo, presa una spugna, l’inzuppò nell’aceto, e fermatala in vetta a una canna, gli dette da bere. Gli altri invece dicevano: S. Lasciami vedere, se viene Elia a liberarlo. C. Ma Gesù, gridando di nuovo a gran voce, rese lo spirito. Si genuflette per un momento. Ed ecco che il velo del tempio si divise in due parti dall’alto in basso; e la terra tremò; e le pietre si spaccarono, le tombe si aprirono, e molti corpi di Santi che vi erano sepolti, resuscitarono. Usciti anzi dai monumenti dopo la resurrezione di Lui, entrarono nella città santa e comparvero a molti. Il centurione poi e gli altri che con lui facevano la guardia a Gesù, veduto il terremoto e le cose che succedevano, ne ebbero gran paura e dissero: S. Costui era davvero il Figliuolo di Dio. C. C’erano pure lì, in disparte, molte donne che avevano seguito Gesù dalla Galilea per assisterlo, tra le quali era Maria Maddalena, e Maria di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo. Essendosi poi fatta sera, arrivò un uomo, ricco signore di Arimatea, chiamato Giuseppe, discepolo anche lui di Gesù. Egli si era presentato a Pilato per chiedergli il corpo di Gesù; e Pilato aveva dato ordine che ne fosse restituito il corpo. E, presolo, Giuseppe lo avvolse in un lenzuolo pulito, e lo pose in un sepolcro nuovo, che si era già fatto scavare in un masso; e, dopo aver ribaltata alla bocca della tomba una gran lapide, se ne andò. Erano ivi Maria Maddalena e l’altra Maria, sedute di davanti al sepolcro.]

OMELIA II

 [Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

– Sopra le disposizioni alla Comunione –

Dicite filiæ Sion; ecce Rex tuus venit tibi. [Matth. XXI]

La Chiesa, quella tenera, madre, sempre attenta ai bisogni dei suoi figliuoli, ci rappresenta in quest’oggi nel Vangelo l’entrata trionfante del Salvatore, in Gerusalemme: ciò non è senza disegno, Fratelli miei, essa vuole, con questo metterci sotto gli occhi, il modello di quel che dobbiamo noi fare per prepararci alla Comunione Pasquale; perciocché se l’entrata di Gesù Cristo in quella città è una figura di quella che fa nelle nostre anime con la santa Comunione, si può dire che l’accoglienza che gli fecero, i popoli, è un’istruzione di quel che dobbiamo noi fare per riceverla. Or, il Vangelo, ci dice che una gran moltitudine di persone andò al di Lui, incontro; gli uni stendevano le loro vestimenta, gli altri travagliavano rami d’alberi che mettevano sulla strada per cui doveva passare; tutti, insieme gli davano mille benedizioni dicendo: Osanna, salute e gloria al figliuolo di Davide, benedetto sia chi viene nel nome del Signore. Tale fu, Fratelli miei, quella pomposa cerimonia, di cui la Chiesa ci richiama la rimembranza con la benedizione delle palme e con la, processione ch’ella fa in questo giorno; tale è altresì il modello delle disposizioni che dovete voi apportare ad una santa Comunione. Voi dovete, non già levarvi le vestimenta come quei popoli, ma spogliarvi dell’uomo vecchio, rinunciar al peccato, reprimere le vostre cupidigie, portar nelle vostre mani la palma delle vittorie, che avere ripor tate sulle vostre passioni, andar all’incontro di Gesù Cristo con una viva fede, con una ferma speranza, con un’ardente carità, una devozione fervente, un’umiltà profonda .. Ecco a che, Fratelli miei, v’invita la Chiesa per mezzo dei suoi ministri ch’essa incarica di annunciarvi il felice arrivo di un Re pieno di mansuetudine : “Ecce Rex tuus venit tihi mansuetus”. Ecco che viene questo Re per ricolmarvi delle sue grazie e dei suoi favori; già Egli è alla vostra porta, già siete vicini al momento in cui dovete riceverlo nel vostro cuore: Ecce Rex tuus venit! Andate dunque al di Lui incontro; preparatevi con attenzione a questo grande ed augusto Sacramento, lasciate per questo le vie dell’iniquità, ed accostatevi a Gesù Cristo con un cuor puro, ed un’anima ornata di tutte le virtù; questo solo può rendergli gradita la dimora, che vuol Egli eleggersi dentro di voi medesimi. Ecco, Fratelli miei, l’importante soggetto di cui sono per intrattenervi; egli mi somministra le due seguenti riflessioni: per ricevere degnamente Gesù Cristo nella santa Comunione, bisogna 1.° esser esente da ogni peccato; primo punto: bisogna 2.° esser occupato alla pratica delle virtù; secondo punto. In due parole, la purezza dell’anima è la disposizione remota; il fervore della virtù è la disposizione prossima, che da tutti noi richiede la santa Comunione.

I. Punto. Il Santo Re Davide volendo fabbricare un tempio al Signore, credette dover preparare per questa grand’opera tutto ciò ch’egli poté trovare di più prezioso e di più magnifico nelle ricchezze della natura; perché, diceva egli, non si tratta di preparare un’abitazione ad un uomo, ma bensì ad un Dio: Neque enim homini præparatur habitatio ( I. Par. XXIX). Il gran disegno che questo pio Re non poté compire, fu eseguito da Salomone suo figliuolo, il più saggio dei Re. Or se bisognò fare tanti apparecchi per collocare l’arca d’alleanza che conteneva le tavole della legge, ed un poco di manna data miracolosamente ai Giudei nel deserto; che non deve fare un Cristiano per preparare nel suo cuore un tempio a Gesù Cristo, Autore della legge, per mangiare quella manna deliziosa discesa dal Cielo, di cui l’antica non era che la figura? Se i Giudei dovevano osservare tante cerimonie per mangiare l’Agnello Pasquale, se erano puniti di morte allorché mancavano a qualcheduna di queste cerimonie; che non devono osservare i Cristiani per mangiare l’Agnello immacolato? Quali disposizioni non debbono apportare accostandosi al più grande, al più santo dei nostri Sacramenti, che è un memoriale dei misteri di nostra Santa Religione? Ah! Fratelli miei, quand’anche non dovessimo noi partecipare che una sol volta nel tempo di nostra vita a questi augusti misteri, questa vita, benché lunga, benché santa ella fosse, non sarebbe troppo per apparecchiarci ad una sola Comunione. Ma se noi non impieghiamo a quest’azione tanto tempo, quanto domanderebbe la grandezza e la santità di chi dobbiamo ricevere, noi dobbiamo supplir per lo meno col nostro fervore al tempo che ci manca: e con una santa premura supplire all’impossibilità in cui ci mette la nostra debolezza di farne di più. –  Che non fareste voi, Fratelli miei, se doveste ricevere in casa vostra un Grande del mondo, un Principe, un Re della terra? Voi non aspettereste il giorno del suo arrivo per prepararvi; ma impieghereste molti giorni per adornar gli appartamenti in cui dovrebbe alloggiare, di ciò che ritrovar poteste di più prezioso; voi non avreste la temerità di riporvi il suo nemico, o qualche oggetto che gli dispiacesse. Quali precauzioni non dovete voi dunque prendere per ricever Gesù Cristo, il Re dei re, il quale vuol dimorare, non già nella vostra casa, ma nel vostro cuore? Voi sapete che il peccato è suo nemico; dunque dovete scacciarlo dalla vostr’anima, purificandola di tutto ciò che può dispiacere. agli occhi. di questo Re pieno di mansuetudine. Questa è, Fratelli miei, la disposizione principale, che convien apportare alla Comunione, una gran purità d’anima, senza di cui tutte le altre a nulla vi serviranno. Voi la dovete a Gesù Cristo vostro divino ospite, voi la dovete a voi medesimi, perché senza questa disposizione, ben lungi che questo cibo fosse per voi un principio di vita e di salute, egli sarebbe un principio di morte, e di dannazione. – Ed invero, se Gesù Cristo si unisce a noi nella Santa Comunione in una maniera sì intima, non dobbiamo noi forse unirci a lui con l’amore il più sincero? Se vuol Egli dimorare in noi, e onorarci di sua presenza, non dobbiamo noi forse dimorare in Lui con la sua grazia? Or, come unirvi a Gesù Cristo, Fratelli miei, mentre che il peccato metterà tra lui e voi un argine ed un ostacolo a questa unione? Come dimorare in Gesù Cristo, mentre il peccato ve ne separa, e vi ritirate dalla sua società per via di quella che voi volete avere con Belial suo nemico? Quæ conventio Christi ad Belial (2. Cor. VI)? Gesù Cristo verrà veramente ad abitare in voi, se vi comunicate, in qualunque stato di colpa, o di santità voi siate; mentre per un prodigio di amore, che noi non sapremmo abbastanza ammirare, Egli si dà egualmente ai buoni e ai malvagi; il peccato che regna nel cuore che lo riceve, non gli fa per questo perdere il suo essere sacramentale: Sumunt boni, sumunt mali. Egli entra e dimora in corpo ed in anima in questo cuor di peccato, come in un cuor puro; ma quanto diversi sono gli effetti che vi produce? Le maledizioni ch’Egli imprime in quest’anima temeraria e sfrontata, sono proporzionate agli oltraggi che vi riceve. Or come è Egli ricevuto in questo cuor di peccato, come vi è trattato, a quali disprezzi, a quali insulti, a quali indegnità non è Egli esposto? Vi si vede, per così dire, strascinato, come uno schiavo sotto i piedi del demonio, suo nemico , cui l’indegno comunicante dà la preferenza sopra il suo Dio. col suo attacco al peccato. Egli soffre in questo cuore oltraggi inuditi, che gli sono più insopportabili che non furono quelli che soffrì nella sua vita mortale; la sua passione vi è rinnovata, vi è tradito da Giuda, dispregiato da Erode, condannato da Pilato, messo a morte dai carnefici; mentre l’indegno comunicante rassomiglia a tutti quei mostri della natura, che han commesso i più orribili attentati sulla persona del Figliuol di Dio. Gesù Cristo ha più di orrore d’essere in questo cuore schiavo del peccato, che nel fango e nel sucidume. A che pensate voi dunque, e che pretendete voi fare, peccatori che vi accostate alla santa tavola con un cuore imbrattato di peccati, abbandonato ai desideri sensuali, schiavo di un abito che non avete corretto, adoratore di un oggetto cui non avete rinunciato? Pensate voi che il pane dei figliuoli sia per li cani? No, no, le cose sante non debbono essere che per i Santi; e non conviene gettare le perle preziose avanti agli animali immondi, né conviene partecipare alla tavola del Signore, e a quella dei demoni. La Scrittura vi condanna troppo apertamente, sì che troviate qualche scusa alla vostra temerità. Che pretendete voi, vendicativi, allorché venite a mangiare la carne dell’Agnello pieno di mansuetudine con un cuore ripieno di fiele, con una segreta animosità, con un risentimento ostinato che vi separa dal vostro fratello, o che vi rende così intrattabili su tutte le convenzioni che vi si propongono? Ah! voi venite come Giuda sotto il segno della pace, a dichiarare a Gesù Cristo la guerra più crudele, ad immergergli nel seno il pugnale che tenete nascosto sotto il mantello della pietà e della modestia. Voi siete colpevoli del medesimo attentato, voi che non avere rinunciato a quell’occasione che vi perde, che non avete rotta quella pratica peccaminosa, voi che non volete restituire quel bene mal acquistato, voi che non avete avuto alcun dolore dei vostri peccati, che non li avete tutti dichiarati nel tribunale; voi tutti finalmente, che conservate qualche affetto al peccato: mentre per esser degno di comunicarsi, non basta di aver interrotto il corso dei suoi peccati; avete voi passati molti mesi, molti anni senza fare al di fuori alcun’opera di peccato? Se il vostro cuore ama ancora il peccato, se ha qualche segreto affetto per lui, voi siete da quel tempo sotto la Schiavitù del demonio, e comunicandovi in questo stato, voi vi rendete colpevoli di una comunione sacrilega. Ah! sappiate che non si può bere nel calice del Signore ed in quello dei demoni, dice l’Apostolo S. Paolo; ma che bisogna provarvi, come dice lo stesso Apostolo, prima di mangiare questo pane celeste: Probet autem se ipsum homo, et sic de pane illo edat (2 Cor IX). Or, in che consiste questa prova che chiede il santo Appostolo, di chi vuol cibarsi del corpo e del Sangue di Gesù Cristo? Questa prova, dice il santo Concilio di Trento, consiste in investigare il fondo del suo cuore, riconoscere, se è egli imbrattato di qualche colpa; e se è tale, convien lavare, purificare questo cuore nelle acque di una salutevole penitenza; penitenza che non consiste solamente nel detestare il peccato, ma ancora nel dichiararlo nella confessione: senza questa dichiarazione, qualunque contrizione uno abbia altronde del suo peccato, lo stesso Concilio di Trento proibisce ad ogni peccatore di accostarsi alla santa tavola; la ragione, su cui appoggia questo divieto, è la santità di questo gran Sacramento, a cui non si può mai di troppo prepararsi per riceverlo. –  Provatevi dunque, peccatori, chiunque voi siate, prima di accostarvi al Santo dei Santi: Probet autem se ipsum homo, Non vi contenta te di una rivista superficiale sopra lo stato della vostra anima, di una semplice dichiarazione delle vostre colpe, di alcune preghiere recitate: che sono meno l’opera del vostro cuore, che di una sorgente straniera; ma investigate il fondo del vostro cuore per vedere s’egli è lo schiavo di qualche passione, se v’è qualche veleno nascosto, che il vostro amor proprio vi ha mascherato, se è signoreggiato da un orgoglio segreto, roso dall’invidia, animato dalla vendetta, sottomesso dal piacere. Dall’esame del cuore venite a quello delle vostre parole, e delle vostre azioni; mirate con attenzione se quella lingua, che deve esser tinta del Sangue di Gesù Cristo, è sovente lo strumento fatale, di cui vi servite per oltraggiarlo con le vostre bestemmie, con le vostre imprecazioni, con le vostre maldicenze, con le vostre parole oscene: ed allora qual confusione non avreste di alloggiare il Dio d’ogni santità, d’ogni purità su di una lingua, ed in un cuore sì indegno di riceverlo, per aver servito di sedia e di trono al demonio, suo nemico? Ah! quanto questa riflessione dovrebbe in appresso ben ritenere la vostra lingua, e scacciar dal vostro cuore ogni amor profano. Probet autem se ipsum homo . Provatevi ancor una volta, peccatori, ed esaminate se tutte le vostre azioni sono quelle di un uomo che deve essere incorporato a Gesù Cristo. Se le vostre mani sono cariche d’ingiustizie, se sono bagnate del sangue della vedova, e del pupillo, se il vostro corpo, che nel vostro Battesimo è divenuto il tempio dello Spirito Santo , è profanato da qualche segreto piacere: esaminate quali sono le vostre occupazioni» quali i doveri del vostro stato, se voi li adempite; e se riconoscete in voi qualche cosa di difettoso, bisogna raddrizzarlo; se vi osservate qualche macchia, qualche lordura, convien purificarla; se nel vostro cuore regna qualche passione disordinata, bisogna scacciarla; se la vostra lingua è un fonte d’iniquità, convien condannarla al silenzio; se la vostra condotta non è regolata, convien riformarla: bisogna con una sincera penitenza riparar il passato, regolar l’avvenire; bisogna, in una parola, con una buona Confessione, accompagnata da un vivo dolore dei vostri peccati, mettervi in istato di partecipare della tavola de gli Angeli: Probet autem se ipsum homo. – Voi dovete a voi medesimi questa prova, Fratelli miei, questa purezza d’anima, che vi rende graditi agli occhi di chi volete ricevere. Imperciocché se voi avete la temerità di accostarvi alla santa tavola, di mangiare il frumento degli eletti, il cibo degli Angeli, e dei veri figliuoli di Dio con un cuore di demonio, con cuor reprobo, con un cuor di peccato; se come un altro Osea, voi portate una mano temeraria sull’arca della nuova alleanza; se voi incorporate la carne di Gesù Cristo in una carne di peccato, voi sarete nello stesso momento puniti della morte la più terribile; il pane che dà la vita ai buoni, si cangerà per voi in un veleno fatale che vi darà la morte: mors est malis, vita bonis. Il calice della salute sarà per voi un calice di condannazione. Si è lo stesso Appostolo, che ve ne assicura dopo le parole che vi ho spiegate: chi mangia indegnamente, dice egli, il corpo di Gesù Cristo, chi beve indegnamente il suo sangue, cioè, chi lo riceve’ senza disposizione, ed in istato di peccato, questi beve e mangia il suo giudizio: qui enim manducat et bibit indigne, judicium sibi manducat et bibit. ( 1. Cor. XI). Qual espressione, Fratelli mici! chi di voi peccatori temerari, non ne sarà spaventato? Se questo giudizio fosse scritto sulla carta, si potrebbe lacerare, se fosse inciso sul legno, si potrebbe bruciare; se fosse intagliato sui bronzo, si potrebbe cancellare; ma egli ha penetrato sino nelle vostre vene, e nella midolla delle vostre ossa; come rivocarlo dopo che l’avete mangiato, dopo che si è convertito, per così dire, in vostra sostanza? Qual disgrazia! come ripararla? Ah quanto è difficile! l’accecamento, la durezza di cuore, l’impenitenza finale, cui noi vediamo ridotti certi peccatori, sono i funesti effetti delle loro indegne Comunioni: da che hanno avanzato il passo per accostarsi alla santa tavola, come il perfido Giuda, il demonio s’impossessa della loro anima, come fece di quell’Apostolo, che non fu punto tocco dalle finezze che Gesù Cristo ebbe ancora per lui, malgrado il suo tradimento, e che andò ad impiccarsi di disperazione, e dal suo patibolo scese nell’inferno. Tale è la sorte di quelli che indegnamente si comunicano. Cosa alcuna non li commuove; né preghiere, né minacce, né grazie, né esortazioni non fanno su di essi impressione alcuna; si acciecano, si ostinano su tutto ciò che loro può dirsi di più penetrante; muoiono, e sono dopo la loro morte precipitati nel profondo degli abissi. Ah! Fratelli miei se v’è qualcheduno tra voi che sia in queste cattive disposizioni, se v’è qui qualche Giuda, cioè, qualcheduno in istato di peccato, tremi pure alla vista del suo stato, apprenda i castighi di cui è minacciato, e non si accosti alla santa tavola per fare la Pasqua coi discepoli, ma se ne allontani; perciocché se egli ha la temerità di commettere quel sacrilegio, sarebbe meglio per lui, come fu detto di Giuda, che non fosse mai nato: Melius erat iili, si natus non fuisset homo ille (Matth. XXVI). Non deve aspettarsi che una sentenza di morte la più terribile. Uscite dunque da qui, vendicativi, che non avete ancora fatta la pace col vostro nemico, ed andate a riconciliarvi con lui prima di offerire il vostro dono all’Altare: Foris canes. Uscite da qui, bestemmiatori, che avete ancora la lingua tutta annerita dalle imprecazioni che avete pronunciate, che non avete fatto alcuno sforzo per correggervi, perché in questo giorno medesimo, in cui la vostra lingua sarà bagnata del Sangue di Gesù Cristo, voi la farete forse ancora servire ad oltraggiarlo con le vostre bestemmie. Uscite da qui voi, il cui cuore è ancora fumante del fuoco, che una infame passione vi ha acceso; andare prima ad estinguere questo fuoco con le lagrime della Penitenza. Uscite da qui finalmente voi tutti che non avete ancora gettate lungi da voi le iniquità, di cui siete carichi: il pane degli Angeli non deve essere distribuito agli schiavi del demonio; purificatevi prima con la Penitenza. È molto meglio differire per qualche tempo la vostra Comunione, che di farla in cattivo stato. Foris canes. Il Dio delle misericordie vuole di buon grado darvi ancora il tempo che vi è necessario, e ricevervi quando vi sarete preparati. Quanto a voi, cui la coscienza non rimprovera alcuna colpa grave, purificatevi delle macchie anche le più leggiere che avete contratte, perché le colpe leggiere anche, quantunque non rendano la Comunione indegna, non lasciano di privarvi di molte grazie che ricevereste se le aveste interamente cancellate. Se Gesù Cristo lava i piedi ai suoi Apostoli prima di mangiar con essi questa divina Pasqua, era, Fratelli miei, per farvi conoscere la gran purezza che bisogna avere per parteciparvi; bisogna lavar la vostra anima, e renderla tanto bianca, come la neve, per ricevere quell’abbondanza di grazie che Gesù Cristo comunica alle anime sante e ferventi, che se gli accostano: a questa purezza d’anima unite ancora la pratica delle cristiane virtù. In poche parole il secondo punto.

II. Punto. Ci fa sapere il sacro testo, che per mangiare l’Agnello Pasquale, bisognava osservar molte cerimonie; mancare ad una sola era esporsi ai più rigorosi castighi. Si doveva mangiar questo Agnello con lattughe selvagge, bisognava star in piedi, aver cinte le reni, ed un bastone in mano. Tutto questo, Fratelli miei, ci notava le disposizioni, in cui dobbiamo noi essere, le virtù che dobbiamo praticare per metterci in istato di mangiare l’Agnello immacolato della nuova alleanza. Quelle lattughe, che dovevano servire di condimento all’Agnello di Pasqua, ci rappresentavano la mortificazione che ci è necessaria per profittare del cibo celeste che ci è presentato in questo divin cibo. La postura, in cui esser dovevano gli Israeliti facendo la loro Pasqua, era una figura dello staccamento dalle cose di questo mondo, in cui dobbiamo noi essere in qualità di viatori, e delle premure che dobbiamo avere per li beni del Cielo; chiunque non è in queste disposizioni, è indegno di mangiare il pane degli Angeli, come canta la Chiesa, il pane dei viatori: Panis Angelorum factus cibus viatorum. Per partecipare a queste nozze affatto divine, per entrare in questo convito dell’Agnello, bisogna essere rivestito delle virtù cristiane, essere animato da una viva fede, penetrato da un salutevole timore, acceso da un amor tutto divino. Queste sono le disposizioni prossime che il sacro ministro annunciava altre fiate, a tutti coloro che volevano accostarsi alla santa Tavola: Accedite cum fide, tremore, et dilectione. – È d’uopo, Fratelli miei, che voi siate primieramente animati da una viva fede, che vi rappresenti da una parte la grandezza, la maestà, la santità del Dio che andate a ricevere, e dall’altra la vostra bassezza, la vostra miseria, il vostro niente: chi è dunque colui che vado a ricevere nel mio cuore, dovete dire a voi medesimi? Chi è che è rinchiuso in quell’ostia, che mi si presenta? È il Signore del cielo, e della terra, il sovrano di tutti i Re, è il mio Dio, il mio Creatore, il mio Salvatore, lo stesso Gesù Cristo che ha fatti tanti prodigi sulla terra, che ha risanato gl’infermi, che ha risuscitato i morti, che è morto in croce per me, che è risuscitato, salito al Cielo, che sta assiso alla destra di suo Padre, e che deve un giorno venire con tutto lo splendore della sua maestà a giudicare i vivi ed i morti; sì, lo credo, è lo stesso Gesù Cristo che vado a ricevere, che fa la felicità dei Santi nella gloria. Ah! Qual buona. sorte per me! ma quanto sono io povero e misero peccatore, verme di terra, cenere e polvere, per accostarmi così al Santo dei Santi, al Dio d’ogni maestà, d’ogni grandezza? Ah! se avessi almeno conservata la mia innocenza; se non avessi io giammai offeso un Dio sì buono a mio riguardo! Ma dopo tanti peccati, come ho io l’ardire di presentarmi alla santa tavola? Tali sono, Fratelli miei, i sentimenti, che la fede deve in voi produrre: sentimenti di umiltà che vi facciano riconoscere con più di ragione che l’umile Centurione del Vangelo, la vostra indegnità a ricevere un sì gran benefizio. No, Signore, dovete! voi dire com’egli, io non merito, che voi entriate nel mio cuore, io sono indegno di ricevervi; una sola delle vostre parole sarebbe per me infinitamente superiore ai miei meriti; oppure dite con San Pietro: ah! Signore, ben lungi di accostarmi a voi, dovrei piuttosto dirvi di allontanarvene, perché io sono un peccatore. Sarebbe già molto per me, che mi permetteste, come al Pubblicano, di starmene già vicino alla porta del vostro santo Tempio, e dirvi com’egli: Signore, siatemi propizio: sarebbe molto per me che mi perdonaste i miei peccati; ma che io m’accosti a voi dopo avervi sì sovente offeso; che io vi alloggi in un cuore, che è stato sì sovente imbrattato dalla colpa: ah, non devo io temere che un fuoco divorante non esca dal sacro tabernacolo per consumarmi, e punire la mia temerità? Quand’anche io avessi tutta la purità degli Angeli, e tutte le virtù dei Santi, dovrei io tremare accostandomi a Voi; quanto più non devo io temere dopo tanti peccati che ho commessi, non sapendo principalmente se mi sono perdonati? Non devo io temere di bere e di mangiare il mio giudizio, di ricevere il decreto di mia condannazione? Questo timore tuttavia, Fratelli miei, non deve disanimarvi né allontanarvi da questa sorgente di grazie, se voi avete fatto quanto dipende da voi per prepararvi. Egli deve al contrario esser accompagnato da una ferma fiducia che Gesù Cristo medesimo ha voluto ispirarci, allorché c’invita di andare a Lui: venite a me, voi tutti che siete carichi, ed io vi alleggerirò; Venite ad me omnes (Marth. 11.). Venite, miei amici, a mangiar il pane, che Io vi ho apparecchiato, inebriatevi di quel vino delizioso che fortifica le vergini: Inebriamìni carissimi (Cant. V). Ma affinché questo pane delizioso vi profitti, bisogna mangiarlo con fame, e bere questo vino con una sete ardente; mentre siccome il cibo del corpo non profitta a coloro che ne hanno nausea, così quello dell’anima non vi sarà salutevole se non bruciate di un desiderio ardente di riceverlo. Or che cosa più propria ad eccitare in voi questo desiderio, che 1’ardore che Gesù Cristo medesimo vi dimostra di unirsi a voi? Qual premura dal suo canto per ricolmarvi dei suoi favori, e riempiervi della sua grazia? Egli è il migliore di tutti i Padri, il più liberale di rutti i Re, che si spoglia, per così dire, della sua maestà per rivestirne voi, e conferirvi i suoi doni con magnificenza. Imperciocché notate, Fratelli miei, che Gesù Cristo viene a voi nella santa Comunione per vostro bene: Venit tibi mansuetus; Egli viene in qualità di conquistatore a fare la conquista del vostro cuore; a regnare nella vostra anima, e a sottomettere le vostre passioni alla sua legge; Egli viene in qualità di padrone ad istruirvi dei vostri doveri, a dissipare le vostre tenebre, e ad insegnarvi tutte le verità: viene in qualità di medico a guarire le vostre malattie spirituali; viene in qualità di pastore per ricondurvi nell’ovile, o come un tenero sposo per fare una santa alleanza con la vostra anima: tutto questo non sarà capace di eccitare in voi l’amore il più ardente per Iddio, che vi ama con tanto eccesso? Si è per amore, che Egli si dà a voi; potete voi ricusargli il vostro cuore? Alcuno dunque non si accosti con nausea, con tiepidezza, dice il Crisostomo; ma tutti siano nel fervore, e nell’ amor il più ardente.

Pratiche. Per apparecchiarvi ad una fervente Comunione, passate questa settimana santa in un profondo raccoglimento, siate voi più pii nelle vostre orazioni, più fedeli ai vostri doveri, più assidui alla Chiesa; andate con allegrezza a mettere il vostro cuore ai piedi degli altari, e trasportatevi in ispirito sul Calvario per contemplare  l’amor eccessivo di un Dio che si è reso per voi ubbidiente sino alla morte della croce: mortificate la vostra carne, a fine di risentire in voi qualcheduno dei dolori che Gesù Cristo ha sofferti per voi: Hoc sentite in vobis, quod et in Christo Jesu (Philip. II). La mortificazione unita alla preghiera è una disposizion eccellente alla Comunione. Producete sovente avanti di comunicarvi atti di fede, di adorazione, di umiltà, di timor, di confidenza, e di amore … Se voi non sapete abbastanza trattenervi lungo tempo, ripetete più volte i medesimi atti, insistete particolarmente sull’atto di umiltà: questo si è quello, che conviene di più al peccatore. Ricevendo Gesù Cristo, entrate nei sentimenti della Santa Vergine al momento dell’Incarnazione; adoratelo, ringraziatelo, amatelo, come essa lo amava, allorché lo portava nel suo seno; offrite a Gesù Cristo le adorazioni e l’amore della sua divina Madre e di tutte le anime sante, per supplire a ciò che vi manca; prostratevi ai suoi piedi, come la Maddalena, per abbracciarli, irrigarli delle vostre lagrime; fermatevi qualche tempo alla porta di questa fornace ardente per lasciar infiammare il vostro cuore del fuoco del divino amore nell’uscir dalla Comunione, chiudete i vostri occhi e i vostri sensi ad ogni altro oggetto, occupatevi unicamente di Gesù Cristo che riempie il vostro cuore, esclamate, come Santa Elisabetta: donde mi viene questo bene, che non già la Madre del mio Dio, ma il mio Dio medesimo sia venuto a visitarmi? Benedetto sia chi è venuto nel nome del Signore. Ripetete sovente gli arti di ringraziamento, di offerta, e di domanda. Dimorate qualche tempo, per lo meno un buon quarto d’ora, nel vostro ringraziamento; non imitate, come fanno molti, il perfido Giuda, che uscì subito dopo la cena. Se voi possedeste in casa vostra un gran Re pronto ad accordarvi ciò che gli domandereste, vi profittereste di quei momenti favorevoli; voi possedete il Re dei re, ed il migliore di tutti, che non ne dovete voi sperare? Passate la giornata nel raccoglimento e nella pratica delle buone opere. Visitate principalmente Gesù Cristo per ringraziarlo della grazia che vi ha fatto. Ripetete gli atti dopo la Comunione, pregatelo di dimorare con voi durante il tempo e l’eternità. Così  sia.

Credo…

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus Ps LXVIII: 21-22.

Impropérium exspectávit cor meum et misériam: et sustínui, qui simul mecum contristarétur, et non fuit: consolántem me quæsívi, et non invéni: et dedérunt in escam meam fel, et in siti mea potavérunt me acéto. [Oltraggio e dolore mi spezzano il cuore; attendevo compassione da qualcuno, e non ci fu; qualcuno che mi consolasse e non lo trovai: per cibo mi diedero del fiele e assetato mi hanno dato da bere dell’aceto.]

Secreta

Concéde, quæsumus, Dómine: ut oculis tuæ majestátis munus oblátum, et grátiam nobis devotionis obtineat, et efféctum beátæ perennitátis acquírat. [Concedi, te ne preghiamo, o Signore, che quest’ostia offerta alla presenza della tua Maestà, ci ottenga la grazia della devozione e ci acquisti il possesso della Eternità beata.]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Matt XXVI: 42.

Pater, si non potest hic calix transíre, nisi bibam illum: fiat volúntas tua. [Padre mio, se non è possibile che questo calice passi senza chi lo beva, sia fatta la tua volontà.]

Postcommunio.

Orémus.

Per hujus, Dómine, operatiónem mystérii: et vitia nostra purgéntur, et justa desidéria compleántur. [O Signore, per l’efficacia di questo sacramento, siano purgati i nostri vizi e appagati i nostri giusti desideri.].

Preghiere leonine: http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

http://www.exsurgatdeus.org/2018/09/14/ringraziamento-dopo-la-comunione-2/

http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

Autore: Associazione Cristo-Re Rex regum

Siamo un'Associazione culturale in difesa della "vera" Chiesa Cattolica.