DOMENICA IV DI QUARESIMA (2020)

DOMENICA IV DI QUARESIMA (2020)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Stazione a S. Croce in Gerusalemme.

Semidoppio; Dom. privil. di I cl. – Paramenti violacei o rosacei.

In questa settimana la Chiesa, nell’Ufficio divino, legge la storia di Mosè (Le lezioni del 1° Notturno e i responsori della Domenica e della settimana sono presi dal libro dell’Esodo. È un riassunto di quanto si leggeva anticamente). La riassumono due idee. Da una parte Mosè libera il popolo di Dio (2a lezione della Domenica) dalla cattività dell’Egitto e gli fa passare il mar Rosso (Idem 4° e 5° Respons.). Dall’altra egli lo nutre con la manna nel deserto (2° respons. di martedì.); gli annunzia che Dio gli invierà « il Profeta » che è il Messia; gli dà la legge del Sinai (6° e 7° respons. della Domenica) e lo conduce verso la terra promessa ove scorrono latte e miele (2° e 3° respons. di lunedì. –  Nelle catacombe troviamo rappresentata l’Eucaristia per mezzo di un bicchiere di latte o di miele, intorno al quale volano delle api simbolizzanti le anime). Là un giorno sarà costruita Gerusalemme (Com.) e il suo Tempio, fatto ad immagine del Tabernacolo nel deserto, là le tribù di Israele saliranno per cantare ciò che Dio ha fatto per il suo popolo (Intr., Grad., Com.). « Lascia andare il mio popolo perché mi onori nel deserto », aveva detto Dio, per mezzo di Mose, a Faraone. La Messa di oggi mostra la realizzazione di queste figure. Il vero Mosè, difatti è Cristo, che ci ha liberati dalla schiavitù del peccato (id.) e ci ha fatto passare attraverso le acque del Battesimo; che ci nutre della sua Eucaristia, della quale ne è figura la moltiplicazione dei pani (Vang.), e che ci fa entrare nella vera Gerusalemme, cioè nella Chiesa, figura dei Cielo ove noi canteremo per sempre « il cantico di Mosè e dell’Agnello » (Apocalisse), per ringraziare il Signore della sua bontà infinita a nostro riguardo. E dunque naturale che in questo giorno la Stazione si tenga in Roma a Santa Croce in Gerusalemme. Sant’Elena, madre di Costantino, che abitava sul Celio una casa conosciuta coi nome di casa Sessoriana, trasformò questa casa in un santuario per riporvi le insigni reliquie della S. Croce: e questo santuario rappresenta, in qualche modo, Gerusalemme a Roma. Così l’Introito, il Communio e il Tratto parlano di Gerusalemme che S. Paolo paragona nell’Epistola al Monte Sinai. Là il popolo cristiano canterà in mezzo alla gioia « Lætare » (Intr., Epist.) per la vittoria ottenuta da Gesù sulla Croce a Gerusalemme, e sarà evocato il ricordo della Gerusalemme celeste le cui porte ci sono state riaperte da Gesù con la sua morte. Questa è la ragione per cui in altri tempi si benediceva in questa chiesa e in questo giorno una rosa, la regina dei fiori, perché così la ricordano le formule della benedizione; — uso consacrato dall’iconografia cristiana — essendo il cielo rappresentato da un giardino fiorito. Per questa benedizione si usano paramenti rosacei e così tutti i sacerdoti possono oggi celebrare coi paramenti di questo colore. Questo uso da questa Domenica è passato alla 3a di Avvento, che è la Domenica Gaudete « Rallegratevi » e che nel mezzo dell’Avvento, viene ad eccitarci con una santa allegrezza a proseguire coraggiosamente la nostra laboriosa preparazione alla venuta di Gesù (Il diacono si riveste della dalmatica e il suddiacono della tunica, segni di gioia. L’organo fa sentire la sua voce armoniosa e l’altare è ornato di fiori.). A sua volta la Domenica Lætare (Rallegratevi) è una tappa in mezzo all’osservanza quaresimale. « Rallegriamoci, esultiamo di gioia », ci dice l’Introito, perché morti al peccato con Gesù durante la Quaresima, presto risusciteremo con Lui mediante la Confessione e la Comunione pasquale. Per questa ragione il Vangelo parla nello stesso tempo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, simbolo dell’Eucaristia, e del Battesimo, che si riceveva una volta proprio nel tempo di Pasqua, e l’Epistola fa allusione alla nostra liberazione per mezzo del sacramento del Battesimo (altre volte ricevuto dai catecumeni a Pasqua). E se noi abbiamo avuto la sventura di offendere Dio gravemente, la Confessione pasquale, ci darà la liberazione. Così l’Epistola ci ricorda, con l’allegoria di Sara e di Agar, che Gesù Cristo ci ha liberati dalla schiavitù del peccato.

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Is LXVI: 10 et 11

Lætáre, Jerúsalem: et convéntum fácite, omnes qui dilígitis eam: gaudéte cum lætítia, qui in tristítia fuístis: ut exsultétis, et satiémini ab ubéribus consolatiónis vestræ. [Allietati, Gerusalemme, e voi tutti che l’amate, esultate con essa: rallegràtevi voi che foste tristi: ed esultate e siate sazii delle sue consolazioni.]

Ps CXXI: 1.

Lætátus sum in his, quæ dicta sunt mihi: in domum Dómini íbimus. [Mi rallegrai di ciò che mi fu detto: andremo nella casa del Signore].

Lætáre, Jerúsalem: et convéntum fácite, omnes qui dilígitis eam: gaudéte cum lætítia, qui in tristítia fuístis: ut exsultétis, et satiémini ab ubéribus consolatiónis vestræ. [Alliétati, Gerusalemme, e voi tutti che l’amate, esultate con essa: rallegràtevi voi che foste tristi: ed esultate e siate sazii delle sue consolazioni].

Orémus.

Concéde, quæsumus, omnípotens Deus: ut, qui ex merito nostræ actiónis afflígimur, tuæ grátiæ consolatióne respirémus. [Concédici, Te ne preghiamo, o Dio onnipotente, che mentre siamo giustamente afflitti per le nostre colpe, respiriamo per il conforto della tua grazia].

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Gálatas.

Gal IV: 22-31. “Fratres: Scriptum est: Quóniam Abraham duos fílios habuit: unum de ancílla, et unum de líbera. Sed qui de ancílla, secúndum carnem natus est: qui autem de líbera, per repromissiónem: quæ sunt per allegóriam dicta. Hæc enim sunt duo testaménta. Unum quidem in monte Sina, in servitútem génerans: quæ est Agar: Sina enim mons est in Arábia, qui conjúnctus est ei, quæ nunc est Jerúsalem, et servit cum fíliis suis. Illa autem, quæ sursum est Jerúsalem, líbera est, quæ est mater nostra. Scriptum est enim: Lætáre, stérilis, quæ non paris: erúmpe, et clama, quæ non párturis: quia multi fílii desértæ, magis quam ejus, quæ habet virum. Nos autem, fratres, secúndum Isaac promissiónis fílii sumus. Sed quómodo tunc is, qui secúndum carnem natus fúerat, persequebátur eum, qui secúndum spíritum: ita et nunc. Sed quid dicit Scriptura? Ejice ancillam et fílium ejus: non enim heres erit fílius ancíllæ cum fílio líberæ. Itaque, fratres, non sumus ancíllæ fílii, sed líberæ: qua libertáte Christus nos liberávit”.

Omelia I

 [A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli, Sc. Tip. Arciv. Artigianelli – Pavia, 1929]

“Fratelli: Sta scritto che Àbramo ebbe due figli, uno dalla schiava, e uno dalla libera. Ma quello della schiava nacque secondo la carne, quello della libera, invece, in virtù della promessa. Le quali cose hanno un senso allegorico; poiché queste donne sono le due alleanze. L’una del monte Sinai, che genera schiavi, e questa è Agar. Il Sinai, infatti, è un monte dell’Ambia, che corrisponde alla Gerusalemme presente, la quale è schiava coi suoi figli. Ma l’altra, la Gerusalemme di lassù, è libera, ed è la nostra madre. In vero sta scritto: Rallegrati, o sterile, che non partorisci; prorompi in grida di gioia, tu che sei ignara di doglie, poiché i figli della derelitta son più numerosi che quelli di colei che ha marito. Quanto a noi, fratelli, siamo, come Isacco, figli della promessa. E come allora chi era nato secondo la carne, perseguitava colui che era nato secondo lo spirito, così avviene anche adesso. Ma che dice la Scrittura? Scaccia la schiava e il suo figlio, perché il figlio della schiava non sarà erede col figlio della libera. Perciò, noi, o fratelli, non siamo figli della schiava, ma della libera, in virtù di quella libertà con cui Cristo ci ha affrancati”. (Gal. IV, 22-31) .

S. Paolo a dimostrare ai Galati come la legge di Mosè non possa continuare ad esistere daccanto al Cristianesimo, che l’ha sostituita, ricorre a un fatto del vecchio testamento, il quale oltre il valore storico, ha un significato allegorico. Abramo ha un figlio, Ismaele, da Agar, schiava, e ha un figlio, Isacco, da Sara, libera. Agar significa la legge che tiene schiavi i suoi figli; legge promulgata sul monte Sina in Arabia, terra abitata dagli schiavi, discendenti di Agar, e che ha per suo centro la Gerusalemme terrena. Sara significa la Gerusalemme celeste, la Chiesa, libera, sposa di Gesù Cristo. Ismaele nato secondo le leggi ordinarie significa la discendenza naturale di Abramo; Isacco, nato non secondo le leggi naturali ma in forza d’una promessa fatta da Dio ad Abramo, significa la discendenza spirituale, noi Cristiani, nati spiritualmente nel Battesimo, uniti con la grazia a Gesù Cristo, termine della promessa. E come allora Ismaele perseguitava Isacco così adesso i Giudei perseguitano i Cristiani, cercando di ridurli sotto il giogo della legge. Ma, come Agar fu cacciata dalla casa con suo figlio, senza diritto all’eredità; così, l’antica legge è stata bandita dalla Chiesa, che resta l’erede delle promesse divine. Parliamo un po’ della Chiesa, nostra madre. Essa:

1. È di origine divina;

2. È universale,

3. Trionfa dei suoi oppositori.

1.

Ma l’altra, la Gerusalemme di lassù, è libera. La Gerusalemme di lassù, cioè la Gerusalemme celeste, è la Chiesa a cui noi apparteniamo, la Chiesa di Gesù Cristo. La sua condizione è ben differente dalla condizione della Sinagoga, centro del culto giudaici. La Sinagoga era schiava della legge: la Chiesa, invece, è libera. È chiamata giustamente Gerusalemme di lassù, Gerusalemme celeste, perché celeste è !a sua origine. Dio stesso l’ha istituita, per mezzo del suo Figlio, Gesù Cristo. Gesù espresse in termini chiarissimi la volontà di fondare la Chiesa. A Pietro, che lo confessa « Figlio del Dio vivente», egli dice: « Tu sei Pietro, e sopra questa pietra fonderò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno contro di lei ». (Matth. XVI, 18). Non un uomo, non un Angelo, ma Egli stesso ne sarà il fondatore. E quanto aveva promesso si avvererà dopo la sua risurrezione gloriosa. Vicino al lago di Tiberiade Gesù dice a S. Pietro: « Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore ». (Giov. XXI, 16)). Il Redentore salirà al cielo, ma a pascere visibilmente il suo gregge è posto un altro, al quale è dato il potere e l’autorità necessaria. – Agli Apostoli, da Lui scelti, affida un ben determinato corpo di dottrina, che essi apprendono, o direttamente dalla sua bocca, o dall’ispirazione dello Spirito Santo, da Lui mandato. A loro dà la missione ben specificata di insegnare, di battezzare, di rimettere i peccati, di sciogliere e di legare: e questi poteri li dà come continuazione dei poteri suoi. La loro azione non avrà limiti né di luogo né di tempo; Egli, poi, sarà sempre tra loro con la sua assistenza. «E’ stato dato a me ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque a istruire tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto quanto v’ho comandato. Ed ecco Io sono con voi tutti i giorni sino alla consumazione dei secoli». (Matth. XXVIII, 18-20) «Ricevete lo Spirito Santo. A chi rimetterete i peccati, saranno loro rimessi; e saranno ritenuti, a chi li riterrete». (Giov. XX, 22-23). « In verità vi dico: quanto legherete sulla terra, sarà legato nel cielo: e quanto scioglierete sulla terra, sarà sciolto nel cielo». (Matth. XVIII, 18). Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me» (Luc. X, 16). La Chiesa è veramente la Gerusalemme di lassù. Di lassù venne il suo fondatore; lassù guidano la sua dottrina e i suoi Sacramenti: lassù sta il suo Capo invisibile, la pietra angolare che la sostiene, Gesù Cristo, Nostro Signore.

2.

Questa Gerusalemme di lassù è la nostra madre. « Questa è la madre di tutti, la quale ci raduna da ogni stirpe e da ogni nazione, e ne forma poi un corpo solo » (S. Zenone Tract. 33). Gesù Cristo ha costituito la Chiesa come una famiglia. Chi entrerà a farvi parte? Tutti quelli che parlano una data lingua? che abitano una determinata regione? Chi è fornito di un certo grado di coltura o di un certo censo? chi vi trova un adattamento ai propri gusti? Gesù Cristo non fa distinzione di luoghi e di persone. Se la legge mosaica si estendeva al solo popolo eletto, la legge cristiana si estenderà a tutti i popoli della terra. «Andate per tutto il mondo e predicate il Vangelo. a ogni creatura, dice agli Apostoli (Marc. XVI, 15). È dunque la Chiesa di tutti gli uomini e di tutte le nazioni. Nei primissimi anni l’attività della Chiesa si svolge in Gerusalemme e in Palestina. Poi, in adempimento alla missione ricevuta, gli Apostoli allargano il campo della loro azione. Ancor viventi essi, la buona novella è già conosciuta in buon numero delle province dell’impero romano. Roma, che si assoggetta il popolo ebreo, ne distrugge la capitale e ne conduce prigionieri gli abitanti, non ha la forza di soggiogare i dodici ebrei che Gesù Cristo ha mandato a dilatare la sua Chiesa, la quale stabilisce subito il suo centro in Roma stessa. Ben presto si estende a tutto l’impero romano, e a tutto il mondo conosciuto. Man mano che si scoprono nuove regioni, la Chiesa vi pone le sue tende. È una società unica in condizioni e in luoghi disparatissimi. Ovunque si ubbidisce allo stesso capo, si amministrano gli stessi sacramenti, si insegna la stessa dottrina, «che si conserva unica e identica a traverso il succedersi delle età » (S. Vincenzo Lirin. Comm., 24). Non può essere altrimenti, poiché «la Chiesa è la bocca di Cristo » (S. Ilario, Tract. Ps. XXXVIII, 29). A questa universalità della Chiesa non possono nuocere le defezioni, provocate nel corso dei secoli dalle eresie e dalle persecuzioni. Quando un albero è in pieno vigore non fa che una perdita temporanea, se la tempesta o il ciclone gli stroncano qualche ramo. Al posto di un ramo troncato, sorgono, pieni di rigoglio, parecchi altri rami. Se qualche popolo, o parte di qualche popolo, fa talora apostasia dalla Chiesa Cattolica, ben presto altri popoli ne prendono il posto. L’assistenza di Gesù Cristo le infonde un vigore continuo, che la porta a nuove e sempre più ampie conquiste. E come allora, chi era nato secondo la carne perseguitava colui che era nato secondo lo spirito, così avviene anche adesso. E così avverrà sempre.. Ismaele, figlio della schiava perseguita Isacco; i Giudei, schiavi della legge. perseguitavano la Chiesa nascente; gli schiavi della passione e dell’errore perseguiteranno la Chiesa nel corso dei secoli, pur soccombendo sempre.Il giorno della Pentecoste è il giorno natalizio della Chiesa. In quel giorno parecchie migliaia formano la prima comunità, che il giorno seguente aumenta di altre. migliaia, I membri della Chiesa crescono sempre più di numero, e il fatto non può sfuggire ai suoi nemici. Il Sinedrio che aveva visto sigillata la pietra che chiudeva il sepolcro di Gesù, credeva di aver seppellito per sempre anche il suo nome. Si accorge di essersi ingannato. Il Nome di Gesù risuona più di prima, e in questo nome si compiono grandi miracoli. Ed ecco che fa in carcerare e battere gli Apostoli. Presto seguirà il martirio di chi professa la divinità di Gesù Cristo. Verrà S. Stefano, verrà S. Giacomo, verranno altri martiri, in Palestina e fuori; ma non per questo la Chiesa s’arresta nel suo cammino. Il Redentore, dopo l’omaggio e l’adorazione dei Magi, è portato in Egitto per essere sottratto alla persecuzione di Erode. Un bel giorno, l’Angelo del Signore appare in sogno a Giuseppe, e gli dice: «Levati, prendi il fanciullo e la Madre di Lui, e va nella terra d’Israele; perché son già morti coloro che volevano la vita del bambino » (Matth. II, 20).

3.

Ecco la storia di tutti i persecutori della Chiesa. La Chiesa è ancor salda sul fondamento posto da Gesù Cristo e i suoi persecutori dove sono? Essi sono scomparsi, uno dopo l’altro, non lasciando di sé alcun nomea, o lasciando un nome esecrato. Quello che Dio guarda, è ben guardato. Eliodoro era stato mandato a Gerusalemme dal re Seleuco con l’ordine di spogliare il Tempio dei suoi tesori. Atterrato all’entrata del luogo santo dal cavallo d’un misterioso cavaliere, e flagellato con violenza da due giovani fulgenti di gloria, è salvato per l’intervento del Sommo Sacerdote Orda. Egli ritorna a Seleuco, a man vuote, ad annunciargli la potenza del Dio d’Israele. E quando il re gli chiede chi altro potrebbe essere mandato un’altra volta a Gerusalemme, risponde francamente: «Se tu hai qualche nemico o traditore del regno da punire, mandalo là, e ti ritornerà flagellato, se riuscirà a scampare la morte… Poiché colui che ha stanza nei cieli visita e protegge quel luogo, e percuote e stermina chi va a farvi del male» (2 Macc. III, 38-39).Brama di perdere, chi contro Dio combatte. Brama di fare una fine triste, dopo opera inutile, chi contrasta e combatte la Chiesa. Lo dimostra l’esperienza di 19 secoli. Abbiamo, dunque, la più grande fiducia nel continuo trionfo della Chiesa. Tutte le forze che si possono mobilitare contro di essa, non varranno a scuoterla. È sopra un fondamento troppo saldo. Lo scoglio avanzato o l’isolotto su cui s’innalza il faro ha ben poco da temere dall’insidia o dal furore delle acque. Il lavorio nascosto delle correnti non riesce a intaccare la salda roccia, e le onde impetuose non la possono abbattere. A ogni assalto c’è un po’ di rumore per l’urto: spruzzi d’acqua s’innalzano per un momento, poi tutto è quiete. Le onde si riversano infrante, lo scoglio sta, e il faro continua a brillare. La Chiesa continuerà la sua missione di illuminare il mondo, e intorno ad essa s’infrangerà qualunque forza.« Poiché è proprio della Chiesa il vincere quando è colpita, esser compresa quando è biasimata, riuscire quando è abbandonata » (S. Ilario, De Trin. L. 7, 4).Gesù Cristo rimprovera gli Apostoli di poca fede, quando temono di andar sommersi nelle onde del lago, nonostante la presenza del divin Maestro nella barca: non li rimprovera però, perché da parte loro fanno il possibile, lavorando di remi, per condurre la barca a riva. Saremmo certamente Cristiani di poca fede, se dubitassimo un momento del progresso continuo e del continuo trionfo della Chiesa; non saremmo certamente Cristiani modello, se non procurassimo, da parte nostra, aggiungere i fatti alla domanda che rivolgiamo tutti i giorni a Dio: «Venga il tuo regno ».

Graduale

Ps CXXI: 1, 7

Lætátus sum in his, quæ dicta sunt mihi: in domum Dómini íbimus. [Mi rallegrai di ciò che mi fu detto: andremo nella casa del Signore].

Fiat pax in virtúte tua: et abundántia in túrribus tuis. [V. Regni la pace nelle tue fortezze e la sicurezza nelle tue torri.]

Tractus

Ps. CXXIV: 1-2

Qui confídunt in Dómino, sicut mons Sion: non commovébitur in ætérnum, qui hábitat in Jerúsalem. [Quelli che confídano nel Signore sono come il monte Sion: non vacillerà in eterno chi àbita in Gerusalemme.]

Montes in circúitu ejus: et Dóminus in circúitu pópuli sui, ex hoc nunc et usque in sæculum. [V. Attorno ad essa stanno i monti: il Signore sta attorno al suo popolo: ora e nei secoli.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem.

Joann VI:1-15

“In illo témpore: Abiit Jesus trans mare Galilææ, quod est Tiberíadis: et sequebátur eum multitúdo magna, quia vidébant signa, quæ faciébat super his, qui infirmabántur. Súbiit ergo in montem Jesus: et ibi sedébat cum discípulis suis. Erat autem próximum Pascha, dies festus Judæórum. Cum sublevásset ergo óculos Jesus et vidísset, quia multitúdo máxima venit ad eum, dixit ad Philíppum: Unde emémus panes, ut mandúcent hi? Hoc autem dicebat tentans eum: ipse enim sciébat, quid esset factúrus. Respóndit ei Philíppus: Ducentórum denariórum panes non suffíciunt eis, ut unusquísque módicum quid accípiat. Dicit ei unus ex discípulis ejus, Andréas, frater Simónis Petri: Est puer unus hic, qui habet quinque panes hordeáceos et duos pisces: sed hæc quid sunt inter tantos? Dixit ergo Jesus: Fácite hómines discúmbere. Erat autem fænum multum in loco. Discubuérunt ergo viri, número quasi quinque mília. Accépit ergo Jesus panes, et cum grátias egísset, distríbuit discumbéntibus: simíliter et ex píscibus, quantum volébant. Ut autem impléti sunt, dixit discípulis suis: Collígite quæ superavérunt fragménta, ne péreant. Collegérunt ergo, et implevérunt duódecim cóphinos fragmentórum ex quinque pánibus hordeáceis, quæ superfuérunt his, qui manducáverant. Illi ergo hómines cum vidíssent, quod Jesus fécerat signum, dicébant: Quia hic est vere Prophéta, qui ventúrus est in mundum. Jesus ergo cum cognovísset, quia ventúri essent, ut ráperent eum et fácerent eum regem, fugit íterum in montem ipse solus.”

OMELIA II

 “In quel tempo Gesù se ne andò di là dal mare di Galilea, cioè di Tiberiade; e seguivalo una gran turba, perché vedeva i miracoli fatti da lui a pro dei malati. Salì pertanto Gesù sopra un monte, e ivi si pose a sedere co’ suoi discepoli. Ed era vicina la Pasqua, solennità de’ Giudei. Avendo adunque Gesù alzati gli occhi e veduto come una gran turba veniva da lui, disse a Filippo: dove compreremo pane per cibar questa gente? Lo che Egli diceva per far prova di lui; imperocché egli sapeva quello che era per fare. Risposegli Filippo: Duecento denari di pane non bastano per costoro, a darne un piccolo pezzo per uno. Dissegli uno de’ suoi discepoli, Andrea, fratello di Simone Pietro: Evvi un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che è questo per tanta gente? Ma Gesù disse: Fate che costoro si mettano a sedere. Era quivi molta l’erba. Si misero pertanto a sedere in numero di circa cinquemila. Prese adunque Gesù i pani, e rese lo grazie, li distribuì a coloro che sedevano; e il simile dei pesci, nuche ne vollero. E saziati che furono, disse ai suoi discepoli: Raccogliete gli avanzi, che non vadano a male. Ed essi li raccolsero, ed empirono dodici canestri di frammenti dei cinque pani di orzo, che erano avanzati a coloro che avevano mangiato. Coloro pertanto, veduto il miracolo fatto da Gesù, dissero: Questo è veramente quel profeta che doveva venire al mondo. Ma Gesù, conoscendo che erano per venire a prenderlo per forza per farlo loro re, si fuggì di bel nuovo da sé solo sul monte” (Io. VI, 1-15).

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

Sopra i vantaggi della Comunione.

“Accepìt Jesus panes, et quum gratias egìsset, distribuit discumbentibus”

(Joan. VI)

Era necessaria, Fratelli miei, una possanza così grande, ed una bontà così pietosa, come quella dell’Uomo-Dio, per satollare cinque mila persone con cinque pani. La moltiplicazione di questi pani fu senza dubbio un gran motivo di riconoscenza per quel popolo che seguito aveva Gesù Cristo nel deserto. Quindi lo stesso Vangelo, che ci riferisce questo miracolo, ci fa sapere, che quel popolo per denotare la sua gratitudine al Salvatore, volle farlo Re; il che Egli evitò ritirandosi sul monte. Benché grande fosse questo prodigio, era un nulla, Fratelli miei, in paragone del miracolo, che questo Dio Salvatore opera nella santa Eucaristia pel nutrimento delle nostre anime. Mentre non è già quivi un pan materiale, e corruttibile, moltiplicato per nutrire il corpo; né meno è un pane formato miracolosamente dalla mano degli Angeli, come fu la manna che nutrì il popolo di Dio nel deserto; ma è un pane celeste, che nutrisce l’anima, un pane composto della carne, e del sangue di un Dio che non è più dato ad un semplice popolo, né moltiplicato in un sol luogo, ma che è prodotto in un’infinità di luoghi, e dato a tutti i popoli che vogliono profittarne. Ammirabile invenzione dell’amor di Dio per gli uomini, il quale non contento di averli ricolmi di mille benefici, ha esaurita, per cosi dire, la sua magnificenza, dandosi Egli stesso per nutrimento ai deboli mortali, che non meritavano, che i suoi castighi! Non solamente loro permette di mangiare questo pane celeste, ma per un nuovo prodigio d’amore, loro ne fa un comando espresso; comando la cui trasgressione basta ad escluderli dalla vita eterna. Egli è questo quel divin comando, Fratelli miei, che la Chiesa ogni anno vi rinnova, ordinandovi di partecipare alla santa Tavola nel tempo Pasquale. Per indurre più efficacemente i suoi figliuoli ad adempiere il loro dovere, essa minaccia dei suoi anatemi coloro che ricusano di soddisfarvi. È forse d’uopo, Fratelli miei, che noi abbiamo ricorso a questo espediente per sottomettervi? Fa di mestieri dirvi, che essa rigetta dal suo seno i suoi figliuoli ribelli su questo punto, che essa loro ricusa la sepoltura ecclesiastica? No; io penso troppo bene di vostra pietà per credervi disubbidienti a questi santi comandamenti: io ho qualche cosa di più interessante a proporvi; sono i vantaggi annessi ad una santa Comunione, riserbandomi per un’altra volta di parlarvi delle disposizioni, che voi dovete apportarvi. Io trovo questi vantaggi nell’unione intima che Gesù Cristo contrae con l’anima fedele che lo riceve nella santa Eucaristia, e nelle grazie che Egli le comunica. L’anima unita a Gesù Cristo: primo vantaggio, e primo punto. L’anima ricolma di grazie da Gesù Cristo nella sua santa Comunione: secondo vantaggio, e secondo punto, Ecco tutto il mio disegno.

I. Punto. Per darvi, Fratelli miei, una giusta idea di questa unione ineffabile, che l’anima contrae con Gesù Cristo nell’augusto Sacramento dei nostri Altari, egli è importante di prima proporvi alcuni dei punti di Fede, che dobbiamo noi credere su questo mistero, la cui cognizione deve servire a sviluppare la verità che trattiamo. E primieramente convien sapere, che sotto i segni sensibili del pane e del vino, che noi chiamiamo le specie sacramentali, sono veramente rinchiusi il Corpo ed il Sangue di Gesù Cristo, che prendono le veci del pane e del vino: il che si fa in virtù delle parole sacramentali, che il Sacerdote pronuncia a nome di Gesù Cristo, per la potestà ch’egli ne ha ricevuto nella persona degli Apostoli; potestà ammirabile, che rende Dio ubbidiente alla voce di un uomo mortale, non per arrestare il Sole, come fece altra volta Giosuè, ma per far discender il Figliuolo di Dio sull’Altare, nel momento che egli pronuncia le parole della consacrazione. Obediente Domino voci hominis (Jos. XX). Egli non è men vero, che il Sangue di Gesù Cristo è dopo la sua risurrezione riunito al suo sacro Corpo per non esserne separato di modo che l’uno non può esser senza l’altro, perché il corpo di Gesù Cristo è un corpo vivente; quindi il fedele che sotto le specie del pane mangia la carne di Gesù Cristo, è realmente abbeverato del suo Sangue. Egli è ugualmente certo che questo Corpo, e questo Sangue sono uniti ipostaticamente alla Divinità: quindi il fedele che riceve l’una e l’altro nella, comunione, riceve veramente tutta la divinità, perché riceve Gesù Cristo, che è Dio e uomo tutto insieme. Si, Fratelli miei, noi crediamo, ed è questa una verità ben consolante, noi crediamo, e la fede ce lo insegna, che Gesù Cristo si moltiplica per un amore ingegnoso, e si trova in tutte le Ostie consacrate, e che così senza lasciare la destra di suo Padre, e senza dividersi, Egli è nel Cielo e sulla terra; con questa differenza, ch’Egli si mostra sviatamente ai Beati nel Cielo per essere l’oggetto della loro beatitudine; laddove si nasconde sotto il velo eucaristico per esercitare la nostra fede. Ma noi possiamo dire, che sotto i simboli del pane e del vino, in questo Sacramento di amore, noi possediamo lo stesso oggetto che fa la felicità dei Santi; noi vi possediamo non solamente il Figliuolo di Dio, la seconda Persona della Santissima Trinità, unita alla nostra natura; ma in certo modo ancora le due altre Persone, il Padre, e lo Spirito Santo, che essendo inseparabili l’uno e l’altro dal Figliuolo, non possono mancare di trovarsi e di comunicarsi tutti e tre, dove l’uno si trova e si comunica. Così Fratelli miei, quando vi comunicate, il vostro corpo diventa il tempio, il santuario della Divinità, la Santissima Trinità risiede in mezzo di voi medesimi; allora voi possedete ciò che il cielo e la terra hanno di più prezioso; e Dio, benché onnipotente e ricchissimo, nulla può darvi di più grande e di migliore, dice S. Agostino: Quam sit potentissimus, plus dare non potuit. Ma come mai Gesù Cristo si comunica a noi nella Santa Eucaristia, e come mai vi possediamo noi le tre Persone della Santissima Trinità? Gesù Cristo vi si comunica per l’unione, la più intima, per l’unione la più gloriosa per noi: unione la più intima, di cui Egli stesso ci ha data l’idea la più sensibile, e la più penetrante allorché la paragona a quella che si fa del cibo col corpo che lo riceve. La mia carne, dice Egli, è veramente un cibo, ed il mio sangue una bevanda: Caro mea vere est cibus, et sanguis meus vere est potus (Joan. VI) . Chi mangia la mia carne, e beve il mio sangue, dimora in me, ed Io in lui; Qui manducat meam carnem, et bibit meum sanguinem, in me manet, et ego in illo (Ibid.). Vale a dire, che siccome non si fa che una sostanza del cibo e di chi lo prende, così nella santa Comunione non si fa più, per così dire, che una sostanza di Gesù Cristo col fedele che lo riceve; con questa differenza ancora molto vantaggiosa per noi, che il cibo corporale che prendiamo, si cangia in nostra carne; ma nella santa Comunione Gesù Cristo ci cangia in Lui, noi diventiamo altri Egli stesso, dice S. Leone: non è solamente la sua carne, che si comunica alla nostra, ma ella ne prende, per così dire, le veci; è il suo sangue, che scorre nelle nostre vene, è la sua anima, è la sua divinità che risiedono in noi; sono le tre adorabili Persone della Santissima Trinità che vi fanno la loro dimora, non solo con la loro immensità, come fanno in tutti gli altri luoghi; non solo con la grazia e con la carità, come nell’anima dei giusti, con una presenza particolare annessa a questo Divin Sacramento; di modo che se per impossibile queste divine Persone non fossero in tutti i luoghi del mondo, esse si troverebbero in noi per la loro unione con questo, divin Sacramento. O prodigio dell’amore di un Dio che si comunica in una maniera sì intima ad una vile creatura, che si unisce ad essa non solo con legami d’amicizia, quale si trova tra fratelli, tra amici sinceri! questo sarebbe già molto; ma v’è qui qualche cosa di più, v’è una unione di sostanza, quale si trova, dice S. Cirillo d’Alessandria, tra due cere liquefatte, e sì ben mischiate insieme che non si può più distinguere l’una dall’altra. Che dirò di più, Fratelli miei? Gesù Cristo paragona ancora questa unione a quella ch’Egli ha con suo Padre nella Santissima Trinità: siccome Io vivo per mio Padre, dice Egli, e della medesima vita che mio Padre; così chi mangia la mia carne vivrà per me, e della medesima vita che vivo Io: Sicut ego. vivo propter Patrem, qui manducat me, vive propter me (Joan. VI). Vale a dire, che siccome Gesù Cristo è uno con suo Padre a cagione della natura divina che loro è comune, non è che uno in un senso con l’anima che lo riceve, nella santa Comunione, non facendo, per così dire, che una sostanza con essa; e siccome Gesù Cristo riceve da suo Padre una vita tutta divina, nello stesso modo a proporzione diventa Egli medesimo il principio di una vita spirituale e divina in coloro che si uniscono a Lui con la partecipazione del suo corpo e del suo sangue: non è più dunque il fedele che vive, è Gesù Cristo che vive in lui, come dice l’Apostolo: Vivo ego, jam. non ego, vivit vero in me Christus (Gal. II). Non è più il fedele che pensa, che parla, che agisce; è Gesù Cristo che pensa, che parla, che agisce in lui; o per lo meno è il fedele che deve pensare, parlare, agire come Gesù Cristo; mentre se egli non opera come Gesù Cristo, se la sua vita non è conforme a quella di Gesù Cristo, se egli non vive per Lui, deve dire che non ha partecipato, come conviene, a questo divin nutrimento. Eh! come poter accordare azioni affatto materiali e terrestri col principio di una vita celeste? Tremate a questo soggetto, voi in cui si osserva sì poco cangiamento dopo tante Comunioni, e che vivete una vita carnale e sensuale, come se non aveste giammai ricevuto questo pane degli Angeli. Tremate, voi che dopo esservi sì spesso nutriti della carne di un Dio pieno di amore e di bontà, siete ancora soggetti all’odio e all’ira; tremate voi che siete sì dominati dalla superbia, e sì portati alla vanità, malgrado le lezioni di umiltà che vi dà Gesù Cristo nel suo Sacramento di amore. Ma questo timore v’induca a fare tutti i vostri sforzi per prepararvi con più di attenzione che non avete fatto sinora, a ricevere questo cibo tutto celeste in cui Gesù Cristo si comunica all’anima in una maniera sì intima e sì gloriosa per essa. Per comprendere la gloria che ritorna all’anima fedele dall’unione ch’ella contrae con Gesù Cristo nel santo Sacramento dell’altare, converrebbe poter comprendere la distanza infinita che v’è tra Dio e la creatura, tra l’onnipotenza e la debolezza, tra la grandezza infinita e la bassezza, tra il tutto ed il nulla. Sarebbesi giammai creduto, che fosse un giorno per messo all’uomo peccatore di mangiare alla tavola del suo Dio, di nutrirsi della sua carne, e del suo sangue adorabile? Se Dio avesse promesso all’uomo di accordargli qualunque grazia gli domandasse, l’uomo avrebbe giammai osato portare sin là la sua speranza? E certamente chi può comprendere ciò che si opera nella santa Comunione? La creatura non solo si accosta a Dio suo Autore, ma ancora si nutrisce della sua sostanza; un vile schiavo s’impingua della carne del suo padrone. E non è questo ciò che deve far lo stupore del cielo e della terra? O res mirabilis! manducat Dominum pauper, servus, et humilis. Che cosa è l’uomo, o mio Dio, sicché vi degnate di ricordarvi di lui ed onorarlo della vostra visita? Era già molto che voi l’aveste ricevuto nella vostra amicizia; era forse necessario portare la prodigalità sino a farlo mangiare con Voi, sino a cibarlo di un pane che fa nel cielo la beatitudine degli Angeli? Non è questo, Fratelli miei, l’eccesso della tenerezza di un Dio per la sua creatura, ed il sommo dell’onore, cui possa questa creatura essere innalzata? Qual sarebbe la sorpresa e la gioia di un suddito, che un gran Re facesse mangiare alla sua tavola, che lo servisse di sua mano, principalmente se fosse un uomo da nulla, dispregevole per sua nascita e suo stato? Quanto questo suddito non si terrebbe onorato di un tal favore, poiché i grandi medesimi , cui è accordato, si fanno una gloria di pubblicarlo? Quando il Re Davide presentò la sua tavola a Miphiboseth, in considerazione di suo padre Gionata, che gli ordinò di non prenderne altre che la sua: *chi son io, ripigliò questo umile Israelita prostrandosi sino a terra, per mangiare alla tavola del mio Re? Sarebbe egli possibile, che un vile schiavo, un uomo come io, avesse quest’onore?. Quis ego sum servus tuus , quoniam respexisti super canem mortuum similem mei ( II Reg. VI)? Benchè grande fosse questo favore accordato da Davide al figliuolo di Gionata; benché onorato fosse l’ ultimo dei sudditi di mangiare alla tavola del suo Re; che è questo, Fratelli miei, in paragone dell’onore che riceve l’anima fedele di mangiare alla tavola del suo Dio? Vi è infinitamente maggior disproporzione tra Dio e la creatura, che tra il più gran Re del mondo ed un verme di terra. Di più, questo Re che onorerebbe in tal modo quel suddito, non gli servirebbe vivande della sua propria sostanza; sarebbero carni di animali, o altri cibi più squisiti veramente di quelli che sono comuni agli altri uomini; ma si darebbe egli medesimo in cibo, come lo fa Gesù Cristo nella santa Comunione all’anima che lo riceve, che s’impingua, per così dire, della sostanza di Dio medesimo, e che si arricchisce. de’ suoi doni? In quel momento quest’anima diviene la sposa del suo Dio, il tempio della divinità; ella partecipa del privilegio della Santa Vergine nel mistero dell’Incarnazione del Verbo. Qual gloria! qual onore! Sì, Fratelli miei, ogni volta che noi riceviamo Gesù Cristo alla santa Comunione, dir si può che rinnova in noi ciò che avvenne nel mistero della sua Incarnazione; il che ha fatto dire ai Santi Padri, che la Comunione è un’estensione di quel mistero. Nel mistero dell’Incarnazione la carne di Maria divenne la carne di Gesù Cristo, perché questa fu formata della sostanza di quella. Un Dio diventa uomo per l’unione della Divinità con l’umanità. Così nella santa Comunione la nostra carne diventa quella del Salvatore per l’unione ch’ella contrae con essa; noi siamo in qualche modo deificati, divinizzati, perché noi diventiamo i membri d’un Dio, il corpo di un Dio pel cambiamento ch’Egli fa di noi in Lui. Qual gloria, ancor una volta, qual onore per una creatura. – Non bastava che questo Dio d’amore avesse nobilitata la nostra natura, sposandola nel ministero della sua Incarnazione; è stato d’uopo ancora per contentare quest’amore, ch’Egli si comunicasse a ciascheduno di noi in particolare, dandoci per nutrimento non solo la natura umana ch’Egli ha presa, ma ancora la natura Divina. Che poteva fare di più per innalzar la creatura? Si può dunque dire del fedele che si comunica ciò che dicevasi della Santissima Vergine che aveva portato il Figliuolo di Dio per lo spazio di nove mesi nel suo seno verginale: beate, dicevasi indirizzandosi a Gesù Cristo, le viscere che ti han portato: Beatus venter, qui te portavit (Luc. X). Si può anche dire, beato il corpo del fedele che è santificato dalla presenza di Gesù Cristo, in cui Gesù Cristo risiede come nel suo Santuario: beate sono le labbra e la lingua che sono tinte ed innaffiate del suo Sangue prezioso: beato è il cuore di quel fedele che serve di trono alla maestà di un Dio: beata è l’anima che è, per così dire, divinizzata per l’alleanza ineffabile che contrae col suo Dio; essa può dire che possedendolo possiede tutti i beni. Sì, Fratelli miei, quando vi comunicate, Gesù Cristo vi tien luogo di tutto, Egli è vostro cibo, vostra gloria, vostro tesoro, vostro amico, vostro padre, vostro tutto, come dice S. Ambrogio: Omnia nobis est Christus! – Ma se la felicità di un’anima che riceve Gesù Cristo nella santa Comunione, si può paragonare a quella di Maria, qual purità, qual disposizione non esige da essa un dono così prezioso? Dio per l’adempimento del mistero dell’Incarnazione elesse una Vergine del tutto pura; in conseguenza di questa scelta Egli la riempi delle sue grazie le più singolari; Ella preparassi a quel gran favore con le più sublimi virtù: con tutto ciò, benché pura, benché perfetta fosse questa Vergine incomparabile, la Chiesa è nello stupore, che il Figliuolo di Dio abbia voluto scendere nel suo seno: Tu ad liberandum suscepturus hominem, non horuisti virginis uterum. Qual deve dunque essere all’accostarsi della santa tavola il timore di una creatura colpevole, che non sa se abbia essa ottenuto il perdono del suo peccato? Quali precauzioni non deve apportare per purificarsi, per tema di fare un’alleanza mostruosa di Belial con Gesù Cristo, e d’incorporare il Dio d’ogni santità in un corpo di peccato? Se questo corpo diventa per la Comunione il Tempio, il Santuario della Divinità, qual rispetto non deve aversi per questo corpo, e qual castighi non debbono aspettarsi coloro che lo profanano con piaceri brutali, con eccessi d’intemperanza o d’altre passioni cui si abbandonano? Non sia così di voi, Fratelli miei: giacché Gesù Cristo si unisce a voi in una maniera sì intima nella santa Comunione, unitevi a Lui, dimorate in Lui, come Egli dimora in voi, se volete profittare delle grazie singolari che comunica a coloro che lo ricevono con sante disposizioni.

II. Punto  Giacché Gesù Cristo sì comunica all’anima in una maniera sì intima nel Sacramento del suo amore, fa d’uopo confessare, Fratelli miei, ch’Egli ha dei gran disegni su di essa, e noi possiamo sperare ogni sorta di grazie da una santa Comunione. Gesù Cristo vi viene con le mani piene di doni propri ad arricchirci per l’eternità; giacché si dà Egli medesimo in persona, come non darebbe con sé le sue grazie, i suoi meriti, i suoi tesori? Simile ai Principi della terra, i quali facendo la loro entrata nelle città, si compiacciono di spargere le loro grazie sopra i loro popoli, Gesù Cristo si fa un piacere di spargere le sue nei nostri cuori. La manna celeste che ci dà per alimento, ha ogni sorta di virtù, e si estende a tutti i nostri bisogni. Essa ci serve ad uno stesso tempo di cibo e di rimedio; di cibo. per conservare ed accrescere in noi la vita della grazia; di rimedio per guarirci dalle nostre infermità, e preservarci dalla morte del peccato. Tali sono i vantaggi d’una santa Comungione. – Perché pensate voi, Fratelli miei, che Gesù Cristo ha istituito la Santa Eucaristia sotto i simboli del pane e del vino? Si è per farci conoscere gli effetti meravigliosi che essa produce nelle nostre anime. Infatti, siccome il pane ed il vino fanno vivere i nostri corpi, conservano in noi la vita, ed accrescono le nostre forze; così questa carne celeste conserva in noi la grazia che è la vita dell’anima, ci fa crescere in virtù, e c’innalza talmente al di sopra di noi medesimi, dice S. Cipriano, che di uomini terreni, essa ci rende uomini affatto celesti. Il pane ed il vino conservano in noi la vita del corpo, perché mantengono il calore naturale, che si consumerebbe per difetto di nutrimento. Tale è l’effetto che la santa Eucaristia produce nelle nostre anime; effetto tanto più sicuro, quanto che essa contiene l’Autore ed il principio della vita. Mentre v’è questa differenza tra il Sacramento dell’Altare e gli altri Sacramenti, che gli altri Sacramenti danno la grazia, ma questo contiene l’Autore stesso della grazia, che è Gesù Cristo. Quindi qual forza e qual vigore non riceviamo noi mangiando questo pane disceso dal Cielo? Quante volte l’avete voi medesimi sperimentato, Fratelli miei! vi abbiamo giammai veduti più fedeli ai vostri doveri che nei giorni, in cui vi siete cibati del pane dei forti? E certamente, siccome il ramo di un albero è sempre vivo, mentre che resta unito al tronco e alla radice, l’anima innestata, per così dire in Gesù Cristo per la santa Comunione, sarà sempre piena di vita, sin che sarà a lui attaccata! È vero che noi portiamo la gloria in vasi fragili, soggetti ad ogni momento a rompersi contro gli scogli delle tentazioni; ma l’anima nutrita di Gesù Cristo, e ripiena della sua virtù, non è forse in istato di vincere tutte le tentazioni? Giacché ella possiede quello che ha vinto ed incatenato il dragone, ne può forse temere i morsi? No, Fratelli miei, dimori sempre unita al suo Dio, e i suoi nemici non prevarranno giammai su di essa. Il Sacramento che ha ricevuto le dà un diritto particolare a certi aiuti che noi chiamiamo grazie attuali, per resistere a tutti gli sforzi dei nemici della salute. Or queste grazie potenti ci sono date a tempo e luogo, e nelle occasioni in cui bisogna combattere per conservar la vita della grazia. – Così, Fratelli miei, quantunque tutti i nemici di nostra salute si sollevassero contro di noi, quantunque il demonio, il mondo e la carne cospirassero a perderci, noi non abbiamo che ad accostarci alla santa tavola per mangiarvi il pane dei forti, e riporteremo su di essi un’intera vittoria. Per superare le ribellioni della carne, noi non abbiamo che a prendere nel calice del Signore il vino che fortifica le Vergini; ebri di questo prezioso liquore, noi diverremo insensibili a tutte le attrattive del piacere, una rugiada salutare, che accompagna questa manna divina, estinguerà i fuochi della concupiscenza, ne reprimerà tutti i movimenti. Che potremo noi anche temere delle potenze infernali, cui diventiamo terribili uscendo dalla santa tavola, come leoni animati da un fuoco divino, dice il Crisostomo: Tanquam leones ignem spìrantes? facti diabolo terribiles? Il demonio vedendo, le nostre labbra bagnate del sangue di Gesù Cristo, è costretto a prender la fuga pel terrore che gl’ispira il segno che l’ha vinto ed incatenato: in questo modo l’Angelo sterminatore risparmiò le case degli Israeliti, perché erano esse tinte del sangue dell’Agnello Pasquale, figura dell’Eucaristia. Finalmente che potremo noi temere del mondo, che con le sue carezze e con le sue minace vorrebbe indurci a seguire il suo partito? Ah! da che gustate abbiamo le dolcezze della santa Eucaristia, tutte quelle del mondo ci divengono insipide, e si cangiano in amarezza. Troviamo la nostra felicità nel sostenere le sue più crudeli persecuzioni: testimoni i generosi martiri, che andavano a munirsi alla santa tavola del pane degli eletti, prima di salire sui palchi, dove sostener dovevano la gloria della Religione con l’effusione del loro sangue. Si è pel soccorso di questo divin frumento, che la Chiesa nascente ha trionfato di mille mostri, che l’inferno vomitava per divorarla nel suo nascere. Allora i fedeli, come nuove piante intorno della tavola del Signore, si nutrivano, si fortificavano, e si moltiplicavano, malgrado il fuoco delle più sanguinose persecuzioni: A fructu frumenti multiplicati sunt (Psal. IV). Tali erano, Fratelli miei, gli effetti meravigliosi che la divina Eucaristia produceva nei primi Cristiani: essa li conservava nel fervore di una nuova vita, e li sosteneva contro gli assalti dei loro nemici. Noi non saremmo, ohimè! sì spesso vinti dai nostri, se come essi avessimo la precauzione di mangiar sovente, e con le disposizioni necessarie il pane celeste della divina Eucaristia. Questo cibo prezioso non solamente conserverebbe in noi la vita della grazia, fortificandoci contro i nemici che possono farcela perdere; ma ancora accrescerebbe in noi questa grazia, e ci farebbe crescere di virtù in virtù, secondo le disposizioni che porteremmo per riceverla. – Il carattere proprio dei Sacramenti dei vivi è di accrescere la grazia nei soggetti che li ricevono. Il Sacramento dei nostri Altari essendo di questo numero, deve produrre questo effetto in coloro che vi si accostano con sante disposizioni; ma con questa avventurata differenza, che gli altri Sacramenti, non essendo che canali che fanno scorrere su di noi l’acqua salutare della grazia, e l’Eucaristia essendone la sorgente, non solamente un soggetto ben disposto può prendere un qualche grado di grazia, ma un’abbondanza, una pienezza di grazie, di cui l’anima è ripiena: Mens impletur gratia. Grazia che è per quest’anima un pegno sicuro, che essa è di già, per cosi dire, sin da questa vita mortale, in possesso della felicità eterna, come Gesù Cristo ne la assicura: Habet vitam æternam. Il che ha fatto dire a S. Agostino, e a S. Tommaso, che in questo Sacramento Dio ha rinchiuso un mezzo sicuro di predestinazione. Da ciò, Fratelli miei, qual felice conseguenza a tirare in favore di coloro che vi si accostano sovente? Ma qual funesto presagio di riprovazione per coloro che se ne allontanano! O voi che accesi siete dagli ardori di una sete mortale, che in voi eccitano le passioni, venite ad attingere in queste fontane del Salvatore quell’acqua salutevole che temprerà i vostri ardori; voi ancora che ardete della sete della giustizia, che desiderate ardentemente la vostra salute, venite a dissetarvi e prendere forze in questa cisterna, le cui acque zampillano sino alla vita eterna. Non solo voi crescerete in grazie, ma vi avanzerete ancora in virtù, ed in merito, mentre questa carne celeste dà un nuovo accrescimento a tutte’ le virtù cristiane; essa anima la fede; fortifica la speranza, perfeziona la carità. La santa Eucaristia anima ed accresce la fede; e per questa ragione si chiama mistero di fede: Mysterium fidei. Noi ne abbiamo una prova nei due discepoli d’Emmaus; sentivano per verità il loro cuore infiammarsi dai discorsi che Gesù Cristo loro teneva in istrada; ma non conobbero questo divino Maestro, che nella frazione del pane: sino allora l’avevan preso per uno straniero, e le loro nebbie non furono dissipate se non quando Gesù Cristo avendo benedetto e rotto il pane, loro ne diede: Cognoverunt eum in fractione panis (Luc. XXVII). Lo stesso accade ad un’anima che si accosta al sole di giustizia rinchiuso sotto i veli dell’Eucaristia; Egli l’illumina nella sua ignoranza, la rassicura nei suoi dubbi, dissipa le sue perplessità, le scopre le insidie dei nemici, e dirige i suoi passi nelle vie di una santa pace. O voi, che siete tentati di dubbi contro la fede che il demonio, lo spirito delle tenebre, suscita in voi per turbare la serenità della vostr’anima, ricorrete a chi può dissipare le vostre nebbie, ed assodarvi in una perfetta credenza a tutte le verità che vi sono rivelate, pregatelo di accrescere la vostra fede: Domine, adauge nobis fidem (Luc. XVII); e ben tosto le tenebre faran luogo alla luce: con la fede sentirete ancora rianimarsi la vostra speranza. Infatti che non deve aspettare un’anima fedele da un Dio che si dà tutto ad essa, che le dice nel suo entrare in essa, che è la sua salute: Salus tua ego sum? Che i suoi nemici, per sconcertarla le richieggano, come altre fiate chiedevasi al Re Profeta, ove è il tuo Dio? Ubi est Deus tuus (Psal. XLII)? Esso loro risponderà, che lo tiene, che lo possiede, che è in sua disposizione, che il tutto da Lui attende, essendo egli l’Autore di sua salute: salutare vultus mei, et Deus meus; risponderà quest’anima a coloro che vorranno contristarla, spaventarla, che il suo Dio è la sua luce, che è la sua forza, il suo protettore, ch’ella è in sicurezza sotto l’ombra delle sue ali: Dominus illuminatio mea, quem timebo (Psal. XXVI)? – Finalmente la carità si perfeziona, e diventa tutta ardente ed infocata dalla virtù di questo Sacramento di amore. Mentre qual è quel cuore, fosse ben egli il più insensibile, fosse il più freddo che il ghiaccio, più duro che il diamante: quale è quel cuore, se pure non vuol resistere alle impressioni del divino amore, che non si ammollisca, che non s’infiammi, che non si consumi all’accostarti a questo roveto ardente? Siccome il fuoco che si comunica al ferro, lo rende sì ardente, che non sembra più ferro, ma fuoco; allo stesso modo, dicono i Santi Padri, Gesù Cristo nell’Eucaristia riscalda talmente il cuore di chi lo riceve, che lo cangia per così dire in se stesso; per seguire questo paragone, diciamo, fratelli miei, che siccome il fuoco fa perdere al ferro la sua ruggine, così il fuoco Divino che si comunica all’anima nella santa Eucaristia, la purifica dalle sue macchie, la rende pura, e netta dalle sozzure, ch’ella ha contratte pel peccato. Si è in questo senso, che dire si può, che questa carne celeste, la quale serve di cibo all’anima, le serve nello stesso tempo di rimedio per guarire le sue ferite e le sue infermità . Ed in vero, se gli ammalati, che si accostavano a Gesù Cristo, ricevevano la guarigione per la virtù che usciva da quest’uomo Dio, se il semplice tocco delle sue vesti fu capace di rendere la sanità ad una donna da lungo tempo assalita da una perdita di sangue, qual salutevoli effetti non deve produrre in un’anima la presenza reale di Gesù Cristo? Non ne dubitate, Fratelli miei; lo stesso Salvatore che ha guarito i leprosi, che ha renduta la vista ai ciechi, l’udito ai sordi, il moto ai paralitici, ha lo stesso potere, e la stessa bontà per voi, che aveva per coloro che a Lui si accostavano durante la sua vita mortale. – Vi resta forse ancora qualche pena temporale ad espiare? Questo Sacramento ve la rimetterà, e finirà di purificarvi. La vostr’anima si è ella renduta difforme agli occhi del suo casto sposo per li mancamenti quotidiani, in cui i più giusti stessi cadono talvolta? Questo celeste antidoto ve ne guarirà, e renderà alla vostr’anima la sua primiera bellezza in quella guisa che il carbone ardente purificò le labbra del Profeta, questo fuoco divino vi netterà di tutte le vostre sozzure, di tutti i vostri mancamenti i più leggieri. Si è in questo senso che la Chiesa ci assicura nel santo Concilio di Trento, che questo Sacramento opera la remissione dei peccati: antidotum quo liberamur a culpis quotidianis. – Siete voi involti nelle tenebre dell’ignoranza, che v’impediscono di conoscere il male che dovete fuggire, ed il bene che praticar dovete, i nemici che dovete combattere, e i doveri che dovete adempiere? Voi avete in questo Sacramento di luce lo stesso Gesù Cristo che rese la vista ai ciechi, e che v’illuminerà su tutto ciò che dovete fare. Siete voi oppressi da una languidezza mortale che vi da della ripugnanza per le cose di Dio, che vi rende il giogo del Signore più pesante, che non lo è in realtà? Mangiate questo pane che fa le delizie dei Re, voi vi troverete lo stesso Gesù Cristo che ha guarito i paralitici, e che vi darà dell’agilità, che diletterà il vostro cuore per correre nella via dei suoi comandamenti: le vostre nausee si cambieranno in soavità; voi porterete non solo senza fatica, ma con una santa allegrezza l’amabile giogo del Signore. Interrogate quelle anime sante, cui Gesù Cristo comunica l’unzione della sua grazia; esse vi diranno che, da poi che hanno avuta la bella sorte di partecipare ai santi misteri, la virtù dei Sacramenti raddolcisce tutte le loro amarezze, e le innalza al di sopra di esse medesime, per eseguire con piacere tutto ciò che sembra di più difficile nel servigio di Dio: Gustate, et videte, quoniam suavis est Dominus (Psal. XXXIII). Gustate, e sperimentate voi medesimi queste dolcezze, e facilmente ne sarete persuasi. Se un pane cotto sotto la cenere diede forza bastante al Profeta Elia per continuare il suo viaggio sino al monte Oreb, qual forza non riceverete voi da questo pane celeste per continuare il gran viaggio che vi resta a fare verso l’eternità? Mangiatelo dunque, mentre avete ancora molto di strada: Grandis tibi restat via (3 Reg. X). Voi troverete in questo divin pane di che terminare tutta la vostra carriera. – Perché dunque, Fratelli miei, siamo noi sì deboli, sì vacillanti nelle vie della salute con un sì potente soccorso? Perché tanta ripugnanza al servigio del nostro Dio? Perché ancora ve ne sono tanti tra voi, che son oppressi da infermità spirituali, che sono nel triste stato della morte del peccato? Inter vos multi infirmi, et imbecilles et dormiunt multi (1. Cor. XI). Queste disgrazie non provengono, che dalla negligenza ad accostarsi alla santa tavola, o dalle cattive disposizioni che si recano per mangiarvi il pane che ci viene in essa presentato. La manna, che gl’Israeliti mangiarono nel diserto, non gl’impedì di morire; ma chi mangia il pane dell’Eucaristia, vivrà eternamente, dice Gesù Cristo: non è dunque per colpa di questo pane, se moriamo, o se siamo infermi; è per colpa delle disposizioni che recar dobbiamo a riceverlo. Preparatevi dunque, Fratelli miei, preparatevi come si conviene, a profittare di un Sacramento sì augusto, e sì salutevole, in cui Gesù Cristo vi si dà in una maniera sì intima per essere vostro cibo, vostro rimedio, vostra vita, vostra salute eterna.

Pratiche: In che consiste il prepararsi ad una santa Comunione? ‘Eccovi alcune pratiche che vi propongo col finir del discorso riserbandomi di trattarle più a lungo in un altro. 1° – La principale e la più essenziale si è la purità di anima, che consiste nell’esser esente per lo meno da ogni peccato mortale, per non comunicarsi indegnamente, e da ogni peccato veniale per ricevere più di grazie dalla Comunione. Questa manna celeste non deve essere mangiata che dai figliuoli di promissione: non conviene di ammettervi quelli della schiava; mentre il figliuolo della schiava, dice S. Paolo, non deve aver parte all’eredità col figliuolo della libera: Non hæres filius ancillæ cum filio liberæ (Gal. IV). Così per partecipare al dono per eccellenza del testamento di Gesù Cristo, che è la santa Eucaristia, bisogna godere della libertà dei figliuoli di Dio, che Gesù Cristo ci ha meritata; e per questo bisogna avere scosso il giogo del peccato e delle sue passioni: Qua libertate Chrìstus nos liberavit (Ibid.) – Se voi non siete ancora liberati dalla schiavitù dei vostri cattivi abiti, come vi ho esortati sin dal principio della Quaresima, non differite di più a correggervene. Bisogna principalmente aver lasciata l’occasione del peccato, allontanando da voi quelle che sono in casa vostra, ejice ancillam, ed allontanandovi da quelle che sono al di fuori: giammai non sarete ammessi ai santi misteri con l’abito e l’occasione del peccato . 2°- Pieni di stima e di amore per la santa Comunione, non trascurate cosa alcuna per procurarvi i preziosi vantaggi che essa rinchiude; a quest’effetto non aspettate di confessarvi il giorno in cui dovete comunicarvi; egli è bene che siavi un intervallo tra la Confessione e la Comunione; e non conviene accostarsi alla santa tavola con un cuore ancora tutto fumante del fuoco che le passioni vi hanno acceso, come fanno certi peccatori, che uscendo dal tribunale vi si vanno a presentare. 3° – In questo intervallo dalla Confessione alla Comunione, leggete o fatevi leggere qualche libro di pietà che tratti di questa materia; fate qualche visita a Gesù Cristo, sopra tutto la vigilia della vostra Comunione, per pregarlo di preparare dentro di voi medesimi una dimora, degna di Lui: si può in queste visite fare gli atti avanti la Comunione. 4° – Il giorno della vostra Comunione non siate occupati che della grande azione che andate a fare; pregate il vostro buon Angelo di aiutarvi in un affare così importante, e di accompagnarvi alla santa tavola. Siate fedeli a queste pratiche, Fratelli miei, e la Comunione sarà per voi il germe della fortunata eternità; io ve la desidero. Così sia.

CREDO …

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

 Offertorium

Orémus Ps CXXXIV: 3, 6

Laudáte Dóminum, quia benígnus est: psállite nómini ejus, quóniam suávis est: ómnia, quæcúmque vóluit, fecit in coelo et in terra. [Lodate il Signore perché è buono: inneggiate al suo nome perché è soave: Egli ha fatto tutto ciò che ha voluto, in cielo e in terra.]

 Secreta

Sacrifíciis præséntibus, Dómine, quæsumus, inténde placátus: ut et devotióni nostræ profíciant et salúti. [Ti preghiamo, o Signore, volgi placato il tuo sguardo alle presenti offerte, affinché giòvino alla nostra pietà e alla nostra salvezza.]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Ps CXXI:3-4

Jerúsalem, quæ ædificátur ut cívitas, cujus participátio ejus in idípsum: illuc enim ascendérunt tribus, tribus Dómini, ad confiténdum nómini tuo. Dómine. [Gerusalemme è edificata come città interamente compatta: qui sàlgono le tribú, le tribú del Signore, a lodare il tuo nome, o Signore.]

Postcommunio

Orémus. Da nobis, quæsumus, miséricors Deus: ut sancta tua, quibus incessánter explémur, sincéris tractémus obséquiis, et fidéli semper mente sumámus. [Concédici, Te ne preghiamo, o Dio misericordioso, che i tuoi santi misteri, di cui siamo incessantemente nutriti, li trattiamo con profondo rispetto e li riceviamo sempre con cuore fedele.]

Ultimo Evangelio e preci leonine:

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

http://www.exsurgatdeus.org/2018/09/13/ringraziamento-dopo-la-comunione-1/

Autore: Associazione Cristo-Re Rex regum

Siamo un'Associazione culturale in difesa della "vera" Chiesa Cattolica.

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