DOMENICA II DI QUARESIMA (2020)

DOMENICA II DI QUARESIMA (2020)

Stazione a S. Maria in Domnica

Semidoppio. – Dom. privil. di I cl. – Paramenti violacei.

La Stazione a Roma si tiene nella chiesa di S. Maria in Domnica, chiamata così perchè i Cristiani si riunivano, in altri tempi, la Domenica nella casa del Signore (Dominicum). Si dice che S. Lorenzo, distribuisse lì i beni della Chiesa ai poveri. Era una delle parrocchie romane del V secolo. Come nelle Domeniche di Settuagesima, di Sessagesima e di Quinquagesima, i testi dell’Ufficiatura divina formano la trama delle Messe della 2a, 3a, e 4a Domenica di Quaresima. – Il Breviario parla in questo giorno del patriarca Giacobbe che è un modello della più assoluta fiducia in Dio in mezzo a tutte le avversità. Assai spesso la Scrittura chiama il Signore, il Dio di Giacobbe o d’Israele per mostrarlo come protettore. « Dio d’Israele, dice l’Introito, liberaci da ogni male ». La Chiesa quest’oggi si indirizza al Dio di Giacobbe, cioè al Dio che protegge quelli che lo servono. Il versetto dell’Introito dice che « colui che confida in Dio non avrà mai a pentirsene ». L’Orazione ci fa domandare a Dio di guardarci interiormente ed esteriormente per essere preservati da ogni avversità ». Il Graduale e il Tratto supplicano il Signore di liberarci dalle nostre angosce e tribolazioni » e « che ci visiti per salvarci ». Non si potrebbe meglio riassumere la vita del patriarca Giacobbe che Dio aiutò sempre in mezzo alle sue angosce e nel quale, dice S. Ambrogio, « noi dobbiamo riconoscere un coraggio singolare e una grande pazienza nel lavoro e nelle difficoltà » (4° Lez. Della 3° Domenica di Quaresima).  – Giacobbe fu scelto da Dio per essere l’erede delle sue promesse, come prima aveva eletto Isacco, Abramo, Seth e Noè. Giacobbe significa infatti « soppiantatore »: egli dimostrò il significato di questo nome allorché prese da Esaù il diritto di primogenitura per un piatto di lenticchie e quando ottenne per sorpresa, la benedizione del figlio primogenito che il padre voleva dare a Esaù. Difatti Isacco benedì il figlio più giovane dopo aver palpato le mani che Rebecca aveva coperte di pelle di capretto e gli disse: « Le nazioni si prosternino dinanzi a te e tu sii il signore dei tuoi fratelli ». Allorquando Giacobbe dovette fuggire per evitare la vendetta di Esaù, egli vide in sogno una scala che si innalzava fino al cielo e per essa gli Angeli salivano e discendevano. Sulla sommità vi era l’Eterno che gli disse: « Tutte le nazioni saranno benedette in Colui che nascerà da te. Io sarò il tuo protettore ovunque tu andrai, non ti abbandonerò senza aver compiuto quanto ti ho detto. Dopo 20 anni, Giacobbe ritornò e un Angelo lottò per l’intera notte contro di lui senza riuscire a vincerlo. Al mattino l’Angelo gli disse: « Tu non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele (il che significa forte con Dio), perché Dio è con te e nessuno ti vincerà » (Il sacramentario Gallicano (Bobbio) chiama Giacobbe « Maestro di potenza suprema »).Giacobbe acquistò infatti la confidenza di suo fratello e si riconcilia con lui.Nella storia di questo Patriarca tutto è figura di Cristo e della Chiesa. – La benedizione, infatti, che Isacco impartì a suo figlio Giacobbe — scrive S. Agostino — ha un significato simbolico perché le pelli di capretto significano i peccati, e Giacobbe, rivestito di queste pelli, è l’immagine di Colui che, non avendo peccati, porta quelli degli altri » (Mattutino). Quando il Vescovo mette i guanti nella messa pontificale, dice infatti, che « Gesù si è offerto per noi nella somiglianza della carne del peccato ». « Ha umiliato fino allo stato di schiavo, spiega S. Leone, la sua immutabile divinità per redimere il genere umano e per questo il Salvatore aveva promesso in termini formali e precisi che alcuni dei suoi discepoli « non sarebbero giunti alla morte senza che avessero visto il Figlio dell’uomo venire nel suo regno » cioè nella gloria regale appartenente spiritualmente alla natura umana presa per opera del Verbo: gloria che il Signore volle rendere visibile ai suoi tre discepoli, perché sebbene riconoscessero in lui la Maestà di Dio, essi ignoravano ancora quali prerogative avesse il corpo rivestito della divinità (3° Notturno). Sulla montagna santa, ove Gesù si trasfigurò, si fece sentire una voce che disse: « Questo è il mio Figlio diletto nel quale mi sono compiaciuto,ascoltatelo ». Dio Padre benedì il suo Figlio rivestito della nostra carne di peccato, come Isacco aveva benedetto Giacobbe, rivestito delle pelli di capretto. E questa benedizione data a Gesù, è data anche ai Gentili a preferenza dei Giudei infedeli, come essa fu data a Giacobbe a preferenza del primogenito. Così il Vescovo mettendosi i guanti pontificali, indirizza a Dio questa preghiera« Circonda le mie mani, o Signore, della purità del nuovo uomo disceso dal cielo, affinché, come Giacobbe che s’era coperte le mani con le pelli di capretto ottenne la benedizione del padre suo, dopo avergli offerto dei cibi e una bevanda piacevolissima, cosi, anch’io, nell’offrirti con le mie mani la vittima della salute, ottenga la benedizione della tua grazia per nostro Signore ».Noi siamo benedetti dal Padre in Gesù Cristo; Egli è il nostro primogenito e il nostro capo; noi dobbiamo ascoltarlo perché ci ha scelti per essere il suo popolo. « Noi vi preghiamo nel Signore Gesù, dice S. Paolo, di camminare in maniera da progredire sempre più. Voi conoscete quali precetti io vi ho dati da parte del Signore Gesù Cristo, perché  Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione in Gesù Cristo Signor nostro » (Epist.). — In S. Giovanni (I, 51) Gesù applica a se stesso l’apparizione della scala di Giacobbe per mostrare che in mezzo alle persecuzioni alle quali è fatto segno, egli era continuamente sotto la protezione di Dio e degli Angeli suoi. « Come Esaù, dice S. Ippolito, medita la morte di suo fratello,il popolo giudeo congiura contro Gesù e contro la Chiesa.Giacobbe dovette fuggirsene lontano; lo stesso Cristo, respinto dall’incredulità dei suoi dovette partire per la Galilea dove la Chiesa, formata di Gentili, gli è data per sposa ». Alla fine dei tempi, questi due popoli si riconcilieranno come Esaù e Giacobbe.La Messa di questa Domenica ci fa comprendere il mistero pasquale che stiamo per celebrare. Giacobbe vide il Dio della gloria, gli Apostoli videro Gesù trasfigurato, presto la Chiesa mostrerà a noi il Salvatore risuscitato.

Incipit

In nómine Patris,  et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXIV:6; XXIV:3; XXIV:22

Reminíscere miseratiónum tuarum, Dómine, et misericórdiæ tuæ, quæ a sæculo sunt: ne umquam dominéntur nobis inimíci nostri: líbera nos, Deus Israël, ex ómnibus angústiis nostris.

[Ricòrdati, o Signore, della tua compassione e della tua misericordia, che è eterna: mai triònfino su di noi i nostri nemici: líberaci, o Dio di Israele, da tutte le nostre tribolazioni.]

Ps XXIV:1-2

Ad te, Dómine, levávi ánimam meam: Deus meus, in te confído, non erubéscam.

[A te, o Signore, ho levato l’ànima mia, in Te confido, o mio Dio, ch’io non resti confuso.]

Reminíscere miseratiónum tuarum, Dómine, et misericórdiæ tuæ, quæ a sæculo sunt: ne umquam dominéntur nobis inimíci nostri: líbera nos, Deus Israël, ex ómnibus angústiis nostris.

[Ricòrdati, o Signore, della tua compassione e della tua misericordia, che è eterna: mai triònfino su di noi i nostri nemici: líberaci, o Dio di Israele, da tutte le nostre tribolazioni.]

Orémus.

Deus, qui cónspicis omni nos virtúte destítui: intérius exteriúsque custódi; ut ab ómnibus adversitátibus muniámur In córpore, et a pravis cogitatiónibus mundémur in mente. [O Dio, che ci vedi privi di ogni forza, custodiscici all’interno e all’esterno, affinché siamo liberi da ogni avversità nel corpo e abbiamo mondata la mente da ogni cattivo pensiero.]

LECTIO

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Thessalonicénses.

1 Thess IV: 1-7.

“Fratres: Rogámus vos et obsecrámus in Dómino Jesu: ut, quemádmodum accepístis a nobis, quómodo opórteat vos ambuláre et placére Deo, sic et ambulétis, ut abundétis magis. Scitis enim, quæ præcépta déderim vobis Per Dominum Jesum. Hæc est enim volúntas Dei, sanctificátio vestra: ut abstineátis vos a fornicatióne, ut sciat unusquísque vestrum vas suum possidére in sanctificatióne et honóre; non in passióne desidérii, sicut et gentes, quæ ignórant Deum: et ne quis supergrediátur neque circumvéniat in negótio fratrem suum: quóniam vindex est Dóminus de his ómnibus, sicut prædíximus vobis et testificáti sumus. Non enim vocávit nos Deus in immundítiam, sed in sanctificatiónem: in Christo Jesu, Dómino nostro.”

Omelia I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli, Sc. Tip. Arciv. Artigianelli – Pavia, 1929]

– LA PURITÀ –

“Fratelli: Vi preghiamo e supplichiamo nel Signore, che, avendo da noi appreso la norma, secondo la quale dovete condurvi per piacere a Dio, continuiate a seguire questa norma, progredendo sempre più. Poiché la volontà di Dio è questa: la vostra santificazione: che vi asteniate dalla fornicazione, che ciascuno di voi sappia possedere il proprio corpo nella santità e nell’onestà, e non seguendo l’impeto delle passioni, come fanno i pagani che non conoscono Dio; che nessuno su questo punto soverchi o raggiri il proprio fratello: che Dio fa vendetta di tutte queste cose, come vi abbiamo già detto e dichiarato. Dio, infatti, non ci ha chiamati all’immondezza, ma alla santità: in Cristo Gesù Signor nostro” (I Tess. IV, 1-7).

San Paolo, nel chiudere il cap. terzo della sua prima lettera ai Tessalonicesi, assicura che egli prega Dio, perché, togliendo gli ostacoli che finora vi s’erano frapposti, voglia concedergli di poter recarsi ancora a Tessalonica a completare il suo apostolato. E fa voti che Dio faccia abbondare nella carità i Tessalonicesi, a quel modo che egli abbonda nella carità verso di loro; affinché siano trovati irreprensibili per il giorno in cui Gesù Cristo comparirà con tutta la corte celeste. Adesso passa ad esortarli a cooperare da parte loro alla grazia, crescendo sempre più nella perfezione cristiana, secondo i precetti da lui dati da parte di Gesù Cristo. Precetti che rievoca cominciando da ciò che riguarda la purità. Parliamo anche noi di questa virtù la quale:

1. È voluta da Dio, che non chiede cose impossibili,

2. A lui ci avvicina,

3. E’ richiesta dalla nostra vocazione.

1.

La volontà di Dio è questa: la vostra santificazione; che vi asteniate dalla, fornicazione, che ciascuno di voi sappia possedere il proprio corpo nella santità e nell’onestà. – Queste parole dell’Apostolo sono una risposta a coloro che vanno dicendo essere impossibile condurre una vita pura. Se fosse impossibile, Dio non ce ne farebbe comando. L’esercizio di qualsiasi virtù incontra certamente delle difficoltà. Ogni comandamento della legge di Dio richiede i suoi sacrifici; e il sesto comandamento ne richiede non pochi. Si tratta, però, sempre non di impossibilità, ma di difficoltà da superare. Difficoltà, che chi ama Dio supera con l’aiuto della sua grazia. «Io posso tutto in colui che mi fortifica» (Filipp. IV, 13), dichiara l’Apostolo. La prima difficoltà da superare è la cattiva inclinazione dei sensi. Per viver casti non bisogna aver aperti gli occhi a tutte le curiosità, le orecchie intente a ogni sorta di discorsi, la gola sempre disposta alle crapule, non esser dediti al vino, «sorgente di dissolutezza» (Ef. V, 18). Bisogna vincere la tendenza all’ozio. Diciamo che l’ozio è padre di tutti i vizi. È padre di tutti i vizi in generale, e dell’impurità in modo particolarissimo. L’uomo nemico della parabola evangelica va a sparger la zizzania nel campo seminato di buon grano, mentre gli agricoltori dormono. Quando il corpo e lo spirito sono occupati, l’uomo nemico ha poco da fare. Le cattive inclinazioni non si fanno sentire, la fantasia non può far la sbrigliata; i desideri trovano chiusa la porta; non si commettono certe laidezze. Bisogna evitare le cattive compagnie. Chi va col lupo, impara ad urlare. Chi va con gente sboccata, a poco a poco diventerà sboccato; chi va coi libertini, diventerà presto libertino. E van considerati come pessimi compagni certi giornali e certi libri. La loro lettura comincia con attirare la curiosità, poi eccita la fantasia, turba l’animo, e finisce con guastare la mente, il cuore e anche il corpo di tanti incauti lettori. Chi non vede che cattive azioni, e non legge che di cattive azioni, misura tutto dalla propria debolezza e dalla debolezza degli altri e conclude: «E’ impossibile viver puri». Qui vengono a proposito le parole di S. Gerolamo: « Molti, giudicando i precetti di Dio non dalle azioni virtuose dei Santi, ma dalla propria debolezza, dicono essere impossibile ciò che vien comandato » (L. I Comm. in Matth. c. 5, v. 4). Mancano forse nella Storia Sacra e nella storia della Chiesa esempi luminosi di purezza? Nei primi tempi della Chiesa si poteva affermare dei Cristiani in faccia ai loro nemici: «Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne» (Lettera a Diogneto 5, 8). E la dottrina cattolica, che formava anime pure allora, le forma anche nei nostri tempi. Il Card. Massaia, nel suo ritorno in Europa, quando fu esiliato dall’Abissinia, ebbe parecchie conversazioni in Suakim con un ricco mercante arabo, Sciek Abdallàh. In una di queste conversazioni, l’arabo, ammirato della vita intemerata e delle virtù angeliche del Messia e dei suoi compagni missionari : « Allah Kerim! — esclamò — noi mussulmani camminiamo strisciando per terra, laddove voi Cattolici, stendendo le ali, volate sì alto che noi non possiamo raggiungervi neppure con lo sguardo » (Can. L. Gentile, L’Apostolo dei Galla, 2. ed. Torino 1910, p. 380). Anche nei secoli di maggior corruzione non mancano mai Cristiani, uomini e donne, di vita illibatissima, i quali si attirano l’ammirazione di coloro stessi, che ne scrutano le minime azioni per aver pretesto di combatterli. E ciò che hanno potuto far essi, perché non posso farlo io, con l’aiuto della grazia del Signore?

2.

San Paolo continua, dicendo che Dio non vuole che noi serviamo alla concupiscenza « come fanno i pagani che non conoscono Dio ». L’ignoranza della volontà di Dio e delle relative sanzioni, come era appunto il caso dei pagani, allontana sempre più l’uomo dal suo Creatore e lo lascia cadere nella depravazione. Al contrailo, l’uomo che conosce la volontà di Dio, e vuol metterla in pratica, cerca di purificarsi sempre più. Quanto più un’anima è pura, tanto più è disposta alle ascensioni verso Dio. L’anima è spirito, e solamente i piaceri dello spirito la possono soddisfare, «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio», dice Gesù (Matt. V, 8). La purezza del cuore, qui encomiata da Gesù, esclude ogni peccato o vizio che possa imbrattare l’interno dell’uomo, e che avrà completamente il premio promesso nella seconda vita, Ma coloro che vivono casti sono più atti ad occuparsi delle perfezioni di Dio, anche durante il terreno pellegrinaggio. L’occhio sano tanto più vede quanto più è limpido. Così il cuore quanto più è puro tanto più percepisce le cose di Dio. L’uomo quanto meno è attratto dal fango e dalle brutture di quaggiù, tanto più è inclinato a sollevarsi in alto fino alla bellezza increata. « La castità — dice S. Bernardo — unisce l’uomo al cielo » (Liber ad sor., De Modo bene vivendi, 64). E S. Atanasio insegna che « la mondezza dell’anima la rende atta a veder Dio per se stessa » (Or. contra Gentes, 2). L’anima pura sente di essere legata in modo particolare a Dio, purezza infinita. Chi è puro s’intrattiene volentieri con Dio per mezzo della preghiera e dei sacri cantici. Trova le sue delizie nello star vicino al tabernacolo del Dio vivente; passa momenti di paradiso quando si unisco a Lui nella santa Comunione. Il pensiero della presenza, di Dio, che tanti sgomenta e che da tanti è trascurato, è per essa un forte incitamento all’esercizio di tutte le virtù; e le dà la costanza di superare qualunque ostacolo. E il Signore, che si compiace delle anime caste, dopo averle sostenute nella lotta. Fa loro sentire tutto il conforto della sua vicinanza.

3.

Lontani da Dio si vive in ogni sregolatezza. Questa era la vita dei Tessalonicesi, prima che si convertissero al Cristianesimo. Adesso che sono seguaci di Gesù Cristo devono tenere una condotta affatto opposta, mettendosi a praticare ogni virtù. Dio, infatti, non ci ha chiamati all’immondezza, ma alla santità. Chi continuasse a vivere nell’immondezza, non sarebbe degno di appartenere ai seguaci di Gesù Cristo; verrebbe meno ai doveri della sua vocazione. Lo stesso mondo corrotto e corruttore, è giudice severo verso coloro che conducono una vita poco casta. Chiuderà gli occhi su tante mancanze; ma aguzzerà in modo straordinario la vista per scoprire, se coloro che si mettono a condurre una vita cristiana, mancano sotto questo rispetto. E se gli è dato di scoprire qualche mancanza, fa del rumore, crea dei pretesti per additare al disprezzo i Cristiani praticanti. Un Cristiano abbia pure le più belle doti di mente e di cuore, compia pure molte opere buone, si acquisti dei meriti svariati, se è schiavo dell’immondezza disonora la sua vita: e non sarà mai un apostolo che convince. Poca macchia guasta una bellezza: soprattutto quando si tratta della macchia dell’impurità. Al contrario, la purità compenetra, per così dire, tutte le altre virtù e ne rivela le bellezze. Ci sono certi fiori che, in un mazzo, attirano lo sguardo più degli altri, nello stesso tempo che accrescono grazia al mazzo intero. Nel mazzo delle virtù che adornano la vita cristiana, la purità è quella che maggiormente influisce su l’animo di chi osserva; e gli presenta tutte le altre virtù sotto un luce tutta particolare. Essa è « il fiore dei costumi » (Tertull., De Pudicitia,1). E la storia della Chiesa, antica e moderna, la storia dei nostri giorni, quella che si svolge sotto i nostri occhi, e quella che si svolge nei paesi delle Missioni, c’insegna che tanti e tanti, rimasti irremovibili davanti ai ragionamenti e alle esortazioni, a poco a poco si lasciano soggiogare e trascinare dal fascino che esercitano le anime pure. Questa bella virtù, che tanto ci innalza agli occhi di Dio, che tanta efficacia esercita sull’anima degli uomini, che è invidiata, se non osservata, anche da coloro che vivono immersi nelle passioni, deve essere dai Cristiani costantemente praticata e gelosamente custodita. I tesori, quanto più sono preziosi, tanto più esigono cure, perché non vadano perduti. Si devono sostenere lotte e privazioni per conservare il tesoro della purità; ma quanto più lotteremo e ci mortificheremo, tanto più diventeremo belli e preziosi all’occhio di Dio. Le vette nevose delle Alpi tanto più spiccano e affascinano con il loro candore, quanto più sono flagellate dalle bufere e dalle tempeste. Le lotte e le privazioni che si devono sostenere per conservare la purità avranno, del resto, il più felice coronamento; poiché di essa, soprattutto, è scritto nei Libri Santi, che « incoronata trionfa nell’eternità, avendo riportato il premio dei casti combattimenti » (Sap. IV, 2).

 Graduale

Ps XXIV: 17-18

Tribulatiónes cordis mei dilatátæ sunt: de necessitátibus meis éripe me, Dómine,

[Le tribolazioni del mio cuore sono aumentate: líberami, o Signore, dalle mie angustie.]

Vide humilitátem meam et labórem meum: et dimítte ómnia peccáta mea.

[Guarda alla mia umiliazione e alla mia pena, e perdònami tutti i peccati.]

Tractus

Ps CV:1-4

Confitémini Dómino, quóniam bonus: quóniam in saeculum misericórdia ejus. [Lodate il Signore perché è buono: perché eterna è la sua misericordia.]

Quis loquétur poténtias Dómini: audítas fáciet omnes laudes ejus?

[Chi potrà narrare la potenza del Signore: o far sentire tutte le sue lodi?]

Beáti, qui custódiunt judícium et fáciunt justítiam in omni témpore.

[Beati quelli che ossérvano la rettitudine e práticano sempre la giustizia.]

Meménto nostri, Dómine, in beneplácito pópuli tui: vísita nos in salutári tuo. [Ricórdati di noi, o Signore, nella tua benevolenza verso il tuo popolo, vieni a visitarci con la tua salvezza.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum S. Matthæum.

Matt XVII: 1-9

“In illo témpore: Assúmpsit Jesus Petrum, et Jacóbum, et Joánnem fratrem eius, et duxit illos in montem excélsum seórsum: et transfigurátus est ante eos. Et resplénduit fácies ejus sicut sol: vestiménta autem ejus facta sunt alba sicut nix. Et ecce, apparuérunt illis Móyses et Elías cum eo loquéntes. Respóndens autem Petrus, dixit ad Jesum: Dómine, bonum est nos hic esse: si vis, faciámus hic tria tabernácula, tibi unum, Móysi unum et Elíæ unum. Adhuc eo loquénte, ecce, nubes lúcida obumbrávit eos. Et ecce vox de nube, dicens: Hic est Fílius meus diléctus, in quo mihi bene complácui: ipsum audíte. Et audiéntes discípuli, cecidérunt in fáciem suam, et timuérunt valde. Et accéssit Jesus, et tétigit eos, dixítque eis: Súrgite, et nolíte timére. Levántes autem óculos suos, néminem vidérunt nisi solum Jesum. Et descendéntibus illis de monte, præcépit eis Jesus, dicens: Némini dixéritis visiónem, donec Fílius hóminis a mórtuis resúrgat.”

[In quel tempo Gesù prese con sé Pietro, e Giacomo, e Giovanni, suo fratello, e li menò separatamente sopra un alto monte; e fu dinanzi ad essi trasfigurato. E il suo volto era luminoso come il sole, e le sue vesti bianche come la neve. E ad un tratto apparvero ad essi Mosè ed Elia, i quali discorrevano con lui. E Pietro prendendo la parola, disse a Gesù: Signore, buona cosa è per noi lo star qui: se a te piace, facciam qui tre padiglioni, uno per te, uno per Mosè, e uno per Elia. Prima che egli finisse di dire, ecco che una nuvola risplendente, li adombrò. Ed ecco dalla nuvola una voce che disse: Questi è il mio Figliuolo diletto, nel quale io mi sono compiaciuto: lui ascoltate. Udito ciò, i discepoli caddero bocconi per terra, ed ebbero gran timore. Ma Gesù si accostò ad essi, e toccolli, e disse loro: Alzatevi, e non temete. E alzando gli occhi, non videro nessuno, fuori del solo Gesù. E nel calare dal monte, Gesù ordinò loro, dicendo: Non dite a chicchessia quel che avete veduto, prima che il Figliuol dell’uomo sia risuscitato da morte.

(L. Goffiné, Manuale per la santificazione delle Domeniche e delle Feste; trad. A. Ettori P. S. P.  e rev. confr. M. Ricci, P. S. P., Firenze, 1869).

Per la trasfigurazione del Signore s’intende quel cangiamento miracoloso, che Gesù Cristo fece della sua Persona, alla presenza di s. Pietro, s. Giacomo e s. Giovanni, sul monte Thabor, ove apparve nella più sfolgorante mostra della sua gloria, tra Mosè ed Elia. S. Tommaso prova che era conveniente che Gesù Cristo si trasfigurasse per rendere più ferma la fede e la speranza dei suoi Apostoli. L’una e l’altra dovevano essere stranamente provate alla vista degli obbrobri, dei patimenti e della morte ignominiosa del Salvatore. Gli Apostoli, prima della discesa dello Spirito Santo, non avevano che un’idea materiale della religione: imperfettissima era la loro fede e debole la speranza. I miracoli che il Figlio di Dio faceva erano un potente motivo di credenza; ma alla fine Mosè, Elia, e tanti altri profeti senza essere Dio avevano fatto di simili miracoli; vi bisognò qualche cosa di più splendido, che fosse una visibile prova della sua divinità, e porgesse loro una più giusta idea dell’eterna felicità che doveva essere la loro ricompensa: e questo è ciò che nella Trasfigurazione del Salvatore sensibilmente si trova. Gesù Cristo prese s. Pietro seco, dice s. Giovanni Damasceno, perché doveva essere il pastore della Chiesa universale, ed aveva già confessato la divinità del Salvatore, seguendo la luce ricevutane dall’eterno Padre. Prese s. Giacomo, perché esso doveva il primo confermar col suo sangue la divinità di Gesù Cristo: prese s. Giovanni, come quello de’ suoi evangelisti che doveva pubblicare nella maniera più chiara e precisa la sua divinità: Nel principio era il Verbo, e il Verbo era appresso Dio, e il Verbo era Dio. Ma se Gesù Cristo gli fa testimoni della sua gloria sul Thabor, vuole che siano ancora della sua agonia sul monte degli ulivi. Il Salvatore non fa parte delle sue dolcezze se non a quelli che prendon parte ai dolori della sua passione. In disparte e sopra un monte elevatissimo Gesù Cristo si mostra ai suoi discepoli nello splendore della sua trasfigurazione; così Egli si svela ancora tutti i giorni alle anime fedeli, che trae a sé nel ritiro, e che con l’orazione s’innalzano al di sopra di tutte le cose create. Le anime infingarde, che strisciano tutto il tempo di loro vita sulla terra, sono indegne di tali celesti favori, che Dio non fa se non a quelli che aspirano alla più alta virtù. Questo corpo sfigurato oggi, abbattuto, consunto dalle fatiche della penitenza, splenderà come un sole per tutta l’eternità. È un tal pensiero che sostiene tanti fervorosi Cristiani, tanti santi religiosi, nel rigore di una vita austera. Le dolcezze spirituali di questa vita sono i frutti della croce: in mezzo a questa gloria che brilla da ogni parte, in mezzo a questo splendido giorno, che può dirsi un giorno di trionfo della sacra umanità di Gesù Cristo, questo divin Salvatore non parla che delle umiliazioni della sua morte e de’ suoi patimenti: tutta la gloria di un Cristiano sulla terra dev’essere nella mortificazione e nelle croci. Absit mihi gloriari nisi in cruce Domini nostri Iesu Christi, diceva l’Apostolo. Gesù Cristo proibisce ai testimoni della sua gloriosa trasfigurazione di parlarne prima della sua risurrezione: tanto Egli teme che la pubblicità di questa notizia non impedisca la sua morte! Cosa ammirabile! Gesù Cristo, per fare splendere la sua gloria, sceglie un monte in disparte; non prende con sé che pochi testimoni, e impone loro il silenzio su quanto hanno veduto; ma quando si tratta di soffrire una vergognosa morte, sceglie un monte esposto agli occhi di tutta Gerusalemme. Così, o mio Salvatore, voi confondete il nostro orgoglio.

Domanda. Padre nostro, che siete nei cieli, fate che noi ascoltiamo il vostro amatissimo Figlio, e custodiamo fedelmente i comandamenti vostri e della Chiesa, dei quali la vostra grazia ci rende l’osservanza non solo possibile, ma talvolta facilissima; e non permettete che mai prestiamo l’orecchio a perfide insinuazioni, tendenti a persuaderci che quanto esigete da noi è impossibile; insinuazioni ingiuriose alla vostra giustizia ed alla vostra bontà.

Omelia II

 [Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

Sopra l’abito del peccato, che è l’effetto del peccato

“Miserere mei, Domine, fili David, fìlia mea

male a dæmonio vexatur”. Matth. XXIII.

In questa guisa, fratelli miei, una donna Cananea domandava a Gesù Cristo la guarigione della sua figliuola ossessa. Fu la sua preghiera accompagnata da una fede si viva e da una fiducia sì costante, che ottenne quanto desiderava; la figliuola fu liberata dal demonio che l’invasava e fu renduta a sua madre. Era questo senza dubbio uno stato molto deplorabile; ma quello di un uomo in cui il demonio ha fissato la sua dimora col peccato è ancora più da compiangere, principalmente quando il demonio vi regna con un peccato abituale. Quando uno comincia a peccare, il demonio fa la sua entrata nell’anima, ed è facile il farnelo uscire. Ma quando uno è abituato nel male ed il vizio è radicato in un’anima con una lunga serie di peccati da essa commessi, il demonio fissa talmente la sua dimora in quell’anima e sì fortemente la incatena che è ben difficile lo scuoterne il giogo; si ricerca un miracolo della grazia per liberar quest’anima dalla trista schiavitù cui ella è ridotta. Ah! allora si è che il peccatore deve ricorrere a Gesù Cristo e chiedergli istantemente la propria liberazione. Signore (deve dire, alzando la sua voce come la Cananea del nostro Vangelo), quest’anima che è vostra figliuola, creata a vostra immagine e somiglianza, cui voi avete data una nuova vita morendo per essa sulla croce, che avete purificata nel vostro sangue prezioso; quest’anima è divenuta l’abitazione del demonio, essa è schiava di un cattivo abito che le ha portati colpi mortali: male a dæmonio vexatur; abbiate dunque pietà della sua miseria, spezzate le sue catene e mettete in fuga il demonio che se ne è reso padrone. Ecco, o peccatori, ciò che far dovete per uscire dalle vostre cattive abitudini: quanto a voi che non vi siete ancora involti, temetene le funeste conseguenze; e sì gli uni che gli altri imparate quest’oggi la condotta che dovete tenere o per correggervi o per preservarvi. Se voi non volete contrarre giammai cattivi abiti, conoscetene i perniciosi effetti. Primo punto. Se desiderate sinceramente correggervi dai vostri abiti viziosi, applicatevi a conoscerne i mezzi i più efficaci. Secondo punto. In due parole, ciò che l’abito fa contra l’abito ecco tutto il piano del mio discorso ed il soggetto della vostra cortese attenzione.

I . Punto. L’abito del peccato è una facilità di commetterlo, la quale si acquista con gli atti reiterati che si fanno. Questo abito può anche contrarsi con un solo peccato che venisse da una passione veemente e che lasciasse nel cuore gagliarde impressioni del male. Non è dunque sempre necessario, per giudicare che un abito sia formato, che gli atti ne siano sovente ripetuti; si conosce per mezzo dell’affetto a commettere certi peccati quando se ne presenta l’occasione. Cosi si può dire che un impudico, un intemperante che si abbandonano alle loro passioni, nelle occasioni in cui non si trovano che di rado, sono peccatori abituati, perché gli è sol per difetto di occasione e non d’inclinazione che non peccano frequentemente. Ora, di qualunque natura sia l’abito, in qualunque modo si contragga, egli è dannosissimo nei suoi effetti; egli rende il peccatore più colpevole, la sua conversione più difficile e la sua morte nel peccato più certa. – Quanto più la volontà è determinata al male e moltiplica i suoi mancamenti, tanto più ella è colpevole avanti a Dio. Or, siccome l’abito è l’effetto di una volontà ostinatamente attaccata al male ed è una sorgente feconda di peccati, convien conchiudere ch’egli rende il peccatore più colpevole. L’ignoranza, la fragilità, la sorpresa, una tentazione violenta, una occasione non preveduta, tutto ciò diminuisce l’enormità del peccato, perché tutto ciò suppone meno di determinazione nel peccatore: ma niente v’ha che scusi chi pecca per abito; perché lo fa con cognizione di causa; ben lungi di resistere alla tentazione, si abbandona spontaneamente al suo nemico; ben lungi di fuggir l’occasione, la cerca a bella posta, se ne fa una gloria ed un onore, pecca con disprezzo della legge di Dio; il che è il sommo della malizia. Pecca senza quasi alcuna resistenza; mentre l’abito una volta formato diventa la cagione di un’infinità di peccati, peccati dalla stessa specie, peccati di diverse specie. Niuno ve n’è che non si commetta da un abituato; l’abito è un tronco avvelenato dal quale escono mille funesti rampolli; un peccato ne tira un altro, si cade da abisso in abisso: abyssus abyssum invocat (Psal. XLI). Si ammassano, si accumulano peccati su peccati, desideri su desideri, azioni sopra azioni: con questo mezzo la passione si fortifica; la passione fortificata signoreggia al ragione e la conduce dove vuole: trangugia l’iniquità come l’acqua, senza quasi accorgersene; di modo che il peccatore si trova legato e come involto dalle catene del peccato, e fa tante cadute quanti passi: Iniquitates suæ capiunt impium, et funibus peccatorum suorum costringitur (Prov. 5). – Oh! chi potrebbe comprendere sino a qual eccesso l’abito conduce il peccatore? Chi potrebbe scoprire al giusto tutti i pensieri peccaminosi che un impudico rivolge nella sua mente, tutti i desideri iniqui cui abbandona il suo cuore, tutti gli sguardi lascivi che permette a’ suoi occhi, tutti i piaceri brutali in cui non ha vergogna d’immergersi? Chi potrebbe contare tutte le bestemmie che un bestemmiatore pronunzia solamente in un giorno? Non avvi alcuno de’ suoi discorsi che non ne sia infetto; egli stesso non potrebbe numerarle. Vedete quell’uomo abbandonato all’intemperanza, che non sa più serbare moderazione alcuna nei suoi pasti; egli si abbandona all’ubriachezza ogni qual volta ne trova l’occasione; la cerca anche con premura, e non è giammai più contento che quando può associarsi dei ghiottoni con cui passar le giornate intere a tavola e sovente una gran parte della notte; perversa e funesta società, ove si fa prova a chi berrà di più; quindi quali eccessi! La ragione n’è turbata, e la sanità alterata. L’abito è ancora cagione di molti peccati di diversa specie. Un uomo soggetto ad una passione mette in opera tutte le altre per soddisfare quella che in lui predomina: così un vendicativo impiega la maldicenza, la calunnia, l’ingiustizia, gli attentati per eseguire i neri disegni che la passione gl’inspira. Di quanti disordini l’impurità, l’intemperanza non sono esse cagione? Quante altre passioni non si tirano dietro per giungere al fine che si propongono? Non è forse l’abito cagione anche dei sacrilegi di cui un gran numero di peccatori si rendono colpevoli? Mentre, donde viene che, dopo tante confessioni e comunioni, si vedono sì pochi cangiamenti nella maggior parte di coloro che si accostano ai sacramenti? Perché non v’apportano le disposizioni necessarie, perché ricevono i sacramenti senza dolore del passato e senza buon proponimento per l’avvenire; quindi è che l’uso delle cose sante li la più colpevoli invece di santificarli. Infatti non hanno essi alcun dolore del passato, perché il loro peccato è un peccato che non vogliono togliere, e perché, ben lungi dal detestarlo, ne richiamano con piacere la rimembranza. Non hanno alcun buon proponimento per l’avvenire, perché non vogliono emendarsi. Quindi trovano essi un confessore zelante che tenta di guarirli con rimedi salutevoli? Se esso li mette alla prova, e se esige da essi savie dilazioni che la prudenza gl’inspira, si disgustano, non ritornano più al tempo loro assegnato, amano meglio marcire nei loro disordini che mettersi in istato di profittare della grazia dei sacramenti. Nulla di meno in un tempo di Pasqua, o nelle altre solennità, siccome vogliono salvar le apparenze, e conservare nel mondo la loro riputazione, vanno a cercare altri confessori sulla speranza di trovarli più indulgenti, e a cui celano il tristo stato della loro anima, per avere una assoluzione di cui sono indegni così è che per comparire Cristiani innanzi agli uomini, divengono sacrileghi avanti a Dio, e non essendo più trattenuti da alcun motivo, si abusano di ciò che la religione ha di più sacro. Perciocché, dopo aver profanato il Sacramento della riconciliazione passano arditamente dal tribunale alla sacra mensa, ove vanno ancora a profanare il corpo ed il sangue di Gesù Cristo, che ricevono in un cuore schiavo del peccato. Ecco, fratelli miei, qual è il disordine e la conseguenza dell’abito, ecco ciò che fa la vita di un gran numero di peccatori, una serie di sacrilegi; ed ecco forse il tristo stato di quei che mi ascoltano. Non v’ingannate su di ciò, bisogna interamente rinunziare ai vostri cattivi abiti, se volete ricevere degnamente i Sacramenti; altrimenti voi lo profanerete, e quel che servir deve alla santificazione vostra, non servirà che alla vostra condanna. Aprite dunque gli occhi e rimediate ad un sì gran male con una buona confessione che ripari tutto il passato e che vi liberi per sempre dal peso dei vostri cattivi abiti; voi tanto maggiormente far lo dovete, quanto che, se più tardate, renderete la vostra conversione più difficile. Non avrei io bisogno, fratelli miei, d’altre prove che la testimonianza medesima del peccatore abituato per far vedere quanto gli è difficile di convertirsi. Tutti i giorni non si lamentano forse i peccatori abituati di questa gran difficoltà? Io vorrei benissimo, dice quel bestemmiatore, correggermi di quelle bestemmie che offendono il mio Dio e danno scandalo al mio prossimo, ma non posso contenermi. Vorrei anch’io, dice quell’impudico, romper quell’affetto disordinato che ho per quella persona; ma la mia passione ha preso su di me un tal impero che non posso risolvermi ad abbandonarla. Non occorre, fratelli miei, essere sorpresi di questa difficoltà. Giudichiamo dell’abito del peccato come degli altri. L’abito dicesi esser una seconda natura; si fa con piacere e per una specie di necessità ciò che si ha per costume di fare. Questo è ancora più vero riguardo al peccato; tosto che uno s’abbandona alla sua passione, si passa al costume, dice s. Agostino, e dal costume ad una specie di necessità di fare il male: Deum servitur libidini, fit consuetudo; et dum consuetudini non resititur, fit necessitas. Necessità per altro che, non togliendo la libertà, non diminuisce punto la malizia del peccato; sia perché il peccatore si è impegnato di sua propria elezione in quella fatale necessità, sia perché non dipende che da lui opporsi alla sua malvagia inclinazione coll’aiuto della grazia e con gli sforzi che deve fare per resistervi; ma non facendo alcuno sforzo egli si mette quasi nell’impossibilità di convertirsi; mentre per convertirsi bisogna distruggere quel corpo di peccato che l’abito ha formato, bisogna ammollire un cuor indurito nella colpa: il che è tanto difficile, dice lo Spirito Santo, quanto far cangiare la pelle ad un etiope e il colore ad un leopardo: Si potest æthiops mutare pellem suam, et pardus varietates suas et vos poteritis bene facere, quam didiceritis mala (Jer. XIII). Ah! fratelli miei, se è già sì difficile resistere alla malvagia inclinazioni della natura quando l’abito non è ancora del tutto formato, se anco i più gran Santi hanno provata questa difficoltà; che sarà poi, allorché l’abito unirà le sue forze a quelle della natura e assuefatto si sarà a fare ciò a cui era già portato per sua inclinazione? Perciò vediamo sì pochi peccatori convertirsi. Invano, per svegliare quel peccatore abituato dal suo letargo, farete voi scoppiare il tuono sopra il suo capo e gli annunzierete il terrore dei giudizi di Dio: egli è sordo alla voce di queste minacce; come un altro Giona, rimane in un profondo sonno in mezzo delle tempeste da cui è agitato, o se è commosso, ciò non è che per un momento: simile, dice s. Agostino, ad un uomo che si risveglia e che si lascia ben tosto prender dal sonno. Invano vorrete ancora trarre quel peccatore con la bellezza delle ricompense che il Signore promette alla virtù; egli è insensibile a tutte le promesse che gli si fanno. Invano l’esorterete ad accostarsi ai Sacramenti; egli se ne allontana; o se si accosta a queste sorgenti di grazia, le sue malvage disposizioni ne arrestano il corso. Invano ancora impiegherete le ammonizioni, i rimproveri dei suoi amici che gli rappresentano i suoi disordini, che lo prendono per li sentimenti d’onore, nulla vuol egli ascoltare; la sua passione la vince su d’ogni cosa, il suo abito è come un torrente che rovescia quanto gli si oppone; né la vergogna né il timore né i rimorsi della coscienza han forza di ritenerlo: sono argini troppo deboli; possono bensì trattener certi peccatori che non sono ancora divenuti familiari con la colpa, ma il peccatore abituato si è fatto una fronte di bronzo: egli non sa più arrossire; niente è capace di contenerlo nel suo dovere: Frons meretricis facta est tibi (Jer. V). Quindi niuna conversione più difficile che quella dei peccatori abituati. Cerchi Dio medesimo di ricondurre questi peccatori, tagli la radice del male, togliendo loro l’oggetto delle loro passioni peccaminose: portano essi ben presto la loro mira altrove e, per cangiar d’oggetti, non cangiano punto d’inclinazione, Ah! che questi infermi sono in una trista situazione, poiché tanti rimedi a nulla loro servono! È necessario per guarirli un miracolo della grazia, che Dio di rado suol accordare. – Il che ha voluto Gesù Cristo rappresentarci nella risurrezione di Lazzaro nella tomba, coi piedi o con le mani legate; una grossa pietra ne chiudeva il sepolcro: il suo corpo cominciava di già a putrefarsi e spargeva un odore insopportabile. Ecco lo stato del peccatore abituato: egli è morto e sepolto nella tomba del peccato, attaccato a mille oggetti con legami d’iniquità, oppresso sotto il peso delle sue inclinazioni perverse; ha occhi e non vede, perde di vista il suo Dio, la salute, la sua eternità: ha orecchie e non ode; non ha gusto che per quello che può lusingarlo e non cangiarlo; invano la grazia batte alla porta del suo cuore per eccitarlo, attirarlo: il peso del suo abito lo trattiene e gli impedisce di sollevarsi a Dio. Oh! si richiede un altrettanto grande miracolo per trarlo da questo stato, quanto quello che fece Gesù Cristo per risuscitar Lazaro. Questo Dio Salvatore, che aveva già renduta la vita a molti morti con una sola parola, poteva nello stesso modo renderla a questo: ma fa più passi, si conturba, freme, piange, alza la voce e getta un gran grido: Lazare, veni foras (Jo. XI). Lazzaro, esci dalla tomba. Perché tutto questo? Per apprenderci, dicono i santi Padri, quanto è difficile far uscire un peccatore abituato dalla tomba del peccato; questo peccatore si ritrova anche in disposizioni che rendono il suo ritorno alla vita più difficile che quello di Lazzaro. Questi non fece alcuna resistenza alla voce di Gesù Cristo, uscì subito dalla tomba: statim prodiit (ibid.) Ma il peccatore di cui parliamo, che deve fare sforzi per risuscitare, si rende indegno non solamente di un miracolo della grazia, ma anche delle grazie comuni che Dio accorda agli uomini; così il suo stato lo conduce alle porte della morte eterna. – Ed ecco, o peccatori, il terzo e il più tristo effetto del vostro abito: egli rende la vostra morte nel peccato più certa; e ciò per due cagioni, che vi prego di ben osservare, perché far debbono su di voi salutevoli impressioni.

1. L’abito vizioso vi espone ad essere sorpresi dalla morte nello stato del peccato.

2. Quando voi non foste sorpresi e aveste il tempo di riconoscervi, voi non vi convertirete tuttavia e morrete nel vostro peccato: in peccato vestro moriemini, (Jo. VIII).

Noi vediamo talvolta morti subitanee cagionate da accidenti improvvisi o da qualche malattia occulta, cui non si può metter riparo. Ma la morte, benché subitanea, non è sempre improvvisa. Un uomo può esser sorpreso dalla morte e trovarsi nel felice stato della grazia che ha avuto cura di conservare, dopo di averla ricuperata con la penitenza: in questo caso la morte non è improvvisa, benché sia subitanea. Chi per conseguenza pecca di rado, che si rialza prontamente e persevera nella grazia, ha minori motivi di temere d’esser sorpreso dalla morte nello stato di peccato, che un peccator abituato il quale non è quasi mai in grazia di Dio. Perciocché tale è, peccatori, lo stato funesto cui vi riduce il vostro abito, di potere appena trovare un sol giorno nella vostra vita in cui non siate in peccato. Se per un colpo miracoloso della grazia o per qualche sforzo straordinario dal canto vostro, qualche volta vi rialzate, quanto tempo state voi in piedi? Ohimè! Sovente lo stesso giorno che vi ha veduti rialzarvi vi vede anche ricadere. La vostra vita è dunque una serie di delitti che non ha quasi mai interruzione. Se dunque voi dovete morire di morte subitanea, non è egli verisimile che la morte vi sorprenderà nel peccato, poiché il vostro abito vi tiene in esso quasi sempre legati? Or, chi può assicurarvi che voi non morrete di qualcuno di quei generi di morte che avete veduto accadere a tanti altri che non hanno avuto il tempo di ravvedersi? E se questo vi accade, non è egli evidente che voi siete eternamente perduti? Come, fratelli miei, sono dieci, venti anni che voi siete nel peccato; dappoicchè voi avete contratto quest’abito, tutti i vostri giorni sono d’iniquità; e sperereste che quello di vostra morte fosse un giorno di santità? Strano accecamento! io non comprendo come voi possiate viver tranquilli, stando continuamente sull’orlo del precipizio. Se un sì grande pericolo non vi fa rientrare in voi medesimi, voi avete perduta la fede e la ragione. Ma suppongasi ancora che non siate sorpresi dalla morte, che abbiate il tempo su cui contate per convertirvi, io sostengo ancora che voi non vi convertirete né in età avanzata né all’ora della morte. La ragione ne è molto sensibile, io voglio convincervene per voi medesimi. Voi non potete, mi dite, rompere ora quel cattivo abito a cagione dell’impero che esso ha preso su di voi, e come romperete le vostre catene, allorché saranno divenute più forti? Voi non potete sgravarvi di un peso che vi opprime; come ve ne sgraverete, allorché sarà divenuto più pesante? Voi non avete voluto sradicare quei cattivi abiti allorché erano ancora alberi giovani che si possono facilmente svellere; come li sradicherete voi quando saranno divenuti grossi alberi che avranno gettate profonde radici nel vostro cuore? Perciocché non credete che il tempo, la caducità del temperamento snervi la forza del cattivo abito; voi sarete nella vostra vecchiezza quali siete stati nella vostra gioventù e porterete in un corpo caduco e languido tutto il vigore delle vostre passioni, voi avrete alla morte le medesime inclinazioni che durante la vita; voi non vi separerete dall’oggetto delle vostre passioni che vostro malgrado; e se Dio prolungasse i vostri giorni, voi prolunghereste le vostre iniquità; così il vostro attaccamento per li beni del mondo niente affatto diminuirà alla morte. Se voi fate allora alcune pie disposizioni, ciò sarà o per disgusto contro coloro che pretendevano ai vostri beni o perché non potrete portarli con voi. Voi non avete voluto perdonare al vostro nemico durante la vita, voi non lo farete alla morte che per salvar le apparenze: in una parola, voi morrete come siete vissuto, voi siete vissuto nel peccato, e nel peccato morrete: in peccato vestro moriemini. Tali sono, fratelli miei, le funeste conseguenze dell’abito vizioso; chi di voi non temerà? Se voi non siete soggetti al peccato d’abito, temete di cadervi, e che questo timore vi renda più vigilanti, se voi vi siete soggetti, temete di morirvi e che questo timore v’induca a correggervene. Mentre a Dio non piace che noi disperiamo della salute di questi peccatori! Benché difficile sia la loro conversione, ella non è impossibile. Ma bisogna per questo servirsi dei mezzi che sono per loro prescrivere nel secondo punto.

II. Punto. Per correggersi di un cattivo abito è necessario soprattutto una buona volontà; nulla avvi di cui non si venga a capo quando veramente si vuole e il successo da noi dipende. Dio, la cui misericordia è infinita, invita i peccatori abituati, come gli altri, a ritornare a Lui, loro offre il suo aiuto, non vuole che rimangano nella schiavitù; è dunque in poter loro di uscirne. Non si sono forse veduti e non si vedono ancora uomini schiavi delle passioni più violente e soggetti agli abiti più inveterati scuoterne il giogo e diventare modelli di conversione ai più gran peccatori? Testimonio un s. Agostino, che si può proporre per un vero modello di penitenza. Chi fu mai più soggetto all’impero dell’abito, di quel che fosse egli prima della conversione? Con tutto ciò fratelli miei, benché dure fossero le sue catene, venne a capo di romperle, e benché inflessibile fosse l’inclinazione che lo dominava, ne seppe trionfare: D’allora un amor sommo pel Creatore regnò nel cuor suo invece di quello che aveva per le creature, e si fece un dovere di rinunziare sinceramente per sempre a tutti i piaceri che aveva gustati secondo le sue passioni. E perché, o peccatori, non potrete trionfare dei vostri abiti, come quel gran Santo, e rompere come egli le catene che vi tengono avvinti? Voi non avete che a volerlo tanto efficacemente come egli, e ben tosto ne verrete a capo. Or per venirne all’effetto, fa d’uopo primieramente andar all’origine del male. O gli abiti vengono dall’occasione, oppure sono l’effetto delle vostre cattive inclinazioni: se vengono dall’occasione, convien allontanarvene, perché l’occasione manterrà sempre l’abito: se i vostri abiti vengono dalle vostre inclinazioni, conviene ricorrere ai rimedi capaci di operare la guarigione, quali sono l’orazione, la penitenza, i Sacramenti; convien combattere queste inclinazioni con gli atti della virtù loro contrarie. Ed in vero fratelli miei, se per rompere un’abitudine si richiedono grazie forti e potenti, l’orazione ve l’otterrà. Dio non vi deve queste grazie, bisogna dunque meritarle con l’orazione. La Cananea del Vangelo ci dà una prova dell’efficacia di questo mezzo; ella s’indirizza a Gesù Cristo per chiedere la liberazione della sua figliuola; e benché da principio rigettata, non cessa punto di pregare, e sempre grida, clamat post nos, e merita con la sua perseveranza nella orazione la grazia ch’ella domandava. Fu per mezzo della preghiera che le sorelle di Lazzaro ottennero la risurrezione del loro fratello. Indirizzatevi dunque al Signore con fervore e confidenza: Egli solo può guarirvi e risuscitarvi; nulla ricusa ad una preghiera che parte da un cuor umiliato. Elevate, come il re-Profeta, la vostra voce dal profondo dell’abisso, ove siete immersi; De profundis clamavi ad te, Domine (Psal. CXXIX). Ovvero dite con la Cananea: Signore, abbiate pietà di me, la mia anima è crudelmente tormentata dal demonio, che la tiene soggetta sotto il suo impero; filia mea male a dæmonio vexatur. O finalmente, come le sorelle di Lazzaro: Signore, colui che amate è infermo, Ecce quem amas infirmatur (Jo. XI). Non solamente egli è infermo, ma si trova nelle ombre della morte, è nella tomba oppresso sotto il peso di un cattivo abito; venite dunque a rendergli la vita, che ha perduta col peccato: ecce quem amas infirmatur. – Ma l’orazione sola non opererà la vostra guarigione né vi scioglierà dai legami della morte, se voi non vi aggiungete un altro mezzo che è la Penitenza. Perciocché evvi questa differenza tra la risurrezione dei morti e quella del peccatore, che la prima si fa senza cooperazione da parte loro, laddove, per risuscitare il peccatore, Dio domanda la sua cooperazione. Il che Gesù Cristo ha voluto farci conoscere nelle circostanze della risurrezione di Lazzaro. E perché questo Dio Salvatore versò lagrime e fremette prima di fare quel miracolo, se non per insegnare al peccatore che deve piangere, gemere, che il suo cuor deve spezzarsi pel dolore dei suoi peccati? Perché Gesù Cristo ordinò che si slegassero le bende da cui era legato? Per apprendere al peccatore che deve rompere le catene che l’attaccano alla creatura: osserviamo ancora die Gesù Cristo volle che gli Apostoli slegassero le bende che tenevano legato Lazzaro, per insegnare ai peccatori ad indirizzarsi ai ministri della penitenza, che hanno ricevuta la potestà di sciogliere nel Sacramento da lui instituito a questo effetto: Solvite eum. – L’uso frequente del Sacramento della Penitenza è dunque un eccellente mezzo per guarire dei cattivi abiti, sia per le grazie ch’egli comunica, sia per gli avvisi salutari che si ricevono da un saggio direttore. Venite dunque, o infermi venite ad immergervi in questa piscina salutevole, che deve rendervi la sanità. Ma prima di presentarvi, fate un serio esame di tutta la vostra vita; almeno da poi che il vostro abito ha cominciato, per riparare con una confessione generale tutte quelle che avete fatte in tempo del cattivo abito, che rende per l’ordinario le confessioni nulle o sacrileghe. Non aspettate anche per correggervi, che vi accostiate al sacro tribunale; venite dopo avere rinunziato di cuore ad ogni abito malvagio: questo è il primo passo che far dovete verso Dio; mentre, non saprei dirvelo troppo, il santo ministero di cui siamo incaricati non ci permette di dispensare le cose sante agli indegni: quantunque muniti della potestà di sciogliere i peccatori, pure abbiamo noi medesimi lo mani legate, quando non sono disposti a ricevere la grazia del nostro ministero: ora l’abito che non è ritrattato né corretto, è un ostacolo a questa grazia. Provatevi dunque voi medesimi prima di presentarvi al Tribunale della riconciliazione: o se ve ne accostate, chiedete di esser provati durante qualche tempo per mettere in pratica gli avvisi che vi si daranno. Noi non domandiamo, fratelli miei, che d’immergere i peccatori nei sacri bagni, che debbono purificarli; ce ne dispiace quanto ad essi di rimandarli; risparmiateci adunque questo fastidio togliendo gli ostacoli che ci arresterebbero, di modo che possiate dire quando vi confesserete alla Pasqua, che da poi un certo tempo, almeno durante questa quaresima, voi non siete caduti nei vostri peccati; allora noi vi riceveremo a braccia aperte, o piuttosto Gesù Cristo vi riceverà nel seno delle sue misericordie. Ora per distruggere i vostri abiti viziosi fa d’uopo, come ve l’ho detto, produrre atti delle virtù contrarie. Mirate dunque quali sono le malattie della vostr’anima, quali sono le vostre cattive inclinazioni; opponete loro le virtù che le combattono; opponete all’orgoglio che v’innalza, l’umiltà che vi abbassa; all’avarizia che predomina, la liberalità che ama a comunicarsi; a quell’invidia che vi affligge del bene altrui, la carità che se ne rallegra; a quell’ira che vi trasporta, la mansuetudine che vi ritiene; a quell’intemperanza che vi disordina e vi toglie il senno, la sobrietà, il digiuno, l’astinenza che vi mortificano; mentre Dio, che vuole la vostra santificazione, come dice l’Apostolo, pretende che voi evitiate tutto ciò che può oscurare la bellezza di questa virtù: Hæc est voluntas Dei, sanctificatio vestra; ut abstineatis a fornicatione (1Tess., IV). Opponete finalmente all’accidia che vi rende effeminati, il fervore che vi anima a riempir tutti i vostri doveri di Cristiano. Imperciocché se vi sono abiti che portano al male, ve ne sono altri che allontanano dal bene; dai primi nascono i peccati di commissione, e dagli altri i peccati di omissione. Si combattono i primi reprimendoli, privandoli degli oggetti che li lusingano, e si combattono gli altri con le violenze che ci facciamo per operare, per far il bene che Dio ci comanda. Voi siete negligenti a far le vostre orazioni, a frequentare i sacramenti ed assistere ai divini uffizi, a compiere gli obblighi del vostro stato; per vincere questa negligenza si richiede dell’attività, della puntualità a fare ciò cui vi siete obbligati. Per quel che riguarda certi abiti che sono difficilissimi a correggere, come quelli di bestemmiare, di mettersi in collera, richiedono molti sforzi; ma si viene a capo di tutto, quando uno è ripieno di buona volontà e di zelo per. la sua salute. Se vi fosse qualche profitto a fare, se la vostra fortuna dipendesse dalla vittoria di un cattivo abito, voi ne verreste sicuramente a capo; prova certissima che la vittoria dipende da voi.

Pratiche. Per riuscire a correggervi di qualsisia abito, imponetevi qualche penitenza ogni qual volta cadrete in quel peccato, come di dare una limosina ai poveri, di fare alcune mortificazioni: subito che vi accorgerete della vostra caduta, gemetene avanti a Dio, fate un atto di contrizione che parte da un cuore che desidera sinceramente la sua conversione; ogni mattina ritrattate il vostro abito e proponetevi di passar il giorno senza peccato; fate lo stesso l’indomani, verrete a capo di correggervi interamente: ogni sera fate il vostro esame di coscienza, e se scoprite qualche infedeltà nella giornata, punitevi severamente dei minimi mancamenti. Vorreste voi, fratelli miei, all’ora della morte essere carichi del peso di un cattivo abito, che vi strascina nell’abisso se lo portaste con voi al giudizio di Dio? Non aspettate dunque alla morte di correggervene, fate in modo che vi sia un intervallo tra i vostri disordini e la vostra ultima ora, e che possiate dire in quel momento: dopo un tal tempo, dopo tanti anni io mi sono corretto, io ho cominciato a viver meglio, ciò sarà per voi un gran soggetto di consolazione. – Ma il più sicuro mezzo di preservarsi dalle conseguenze di un cattivo abito, si è di non impegnarvisi, si è di prevenirlo evitando il peccato, si è di soffocarlo sin dal suo principio reprimendo i suoi primi movimenti. Non date entrata alcuna al peccato nel vostro cuore, ma fatevi regnar la virtù; assuefatevi per tempo alla pratica del bene, siate assidui all’esercizio delle virtù cristiane, formate in voi i santi abiti, voi li contrarrete facilmente con l’aiuto della grazia: un buon abito dipende qualche volta da un atto eroico che voi farete in certe circostanze o ve avrete una forte tentazione a superare. Si arriva anche a grandi virtù per via della fedeltà nelle piccole cose; si tratta di farsi un poco di violenza: non è che con la violenza, dice Gesù Cristo che si guadagna il regno dei cieli. Io ve lo desidero. Così sia.

Credo

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Offertorium

Orémus Ps CXVIII: 47; CXVIII: 48

Meditábor in mandátis tuis, quæ diléxi valde: et levábo manus meas ad mandáta tua, quæ diléxi. [Mediterò i tuoi precetti che ho amato tanto: e metterò mano ai tuoi comandamenti, che ho amato.]

Secreta

Sacrifíciis præséntibus, Dómine, quæsumus, inténde placátus: ut et devotióni nostræ profíciant et salúti. [Guarda, o Signore, con occhio placato, al presente sacrificio, affinché giovi alla nostra devozione e salute.]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Ps V: 2-4 – Intéllege clamórem meum: inténde voci oratiónis meæ, Rex meus et Deus meus: quóniam ad te orábo, Dómine. [Ascolta il mio grido: porgi l’orecchio alla voce della mia orazione, o mio Re e mio Dio: poiché a Te rivolgo la mia preghiera, o Signore.]

Postcommunio

Orémus.

Súpplices te rogámus, omnípotens Deus: ut quos tuis réficis sacraméntis, tibi etiam plácitis móribus dignánter deservíre concédas. [Súpplici Ti preghiamo, o Dio onnipotente: affinché, a quelli che Tu ristori coi tuoi sacramenti, conceda anche di servirti con una condotta a Te gradita.]

Ultimo Evangelio e preghiere leonine:

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

http://www.exsurgatdeus.org/2018/09/13/ringraziamento-dopo-la-comunione-1/

LO SCUDO DELLA FEDE (102)

Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA – (12)

Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884

CAPO XII.

Testimonianza che rendono di Dio gli animali, da Lui provveduti a stupore.

I. Robusta senza dubbio fu la difesa che di sé fece Sofocle, accusato in giudizio da’ suoifigliuoli medesimi, come inetto a governare la casa in età decrepita per mancamento di senno volle egli, che a favor suo perorassero le opere, non le lingue. Che però subito pose in mano de’ giudici una tragedia che egli stava allor componendo. Mirassero dall’argomento di essa, dall’invenzione, dall’intreccio, dallo scioglimento del nodo, dal costume di tanti interlocutori, dalla proprietà dello stile, dal peso delle sentenze, se quello fosse lavoro di un uomo scemo. Ora gli ateisti, per quanto si aiutino a scancellare in sé le sembianze del loro padre, sono pur figliuoli di Dio, ma figliuoli sì sconoscenti, che gli contendono l’essere, non che il senno. Ecco però, che a terminare tanta lite egli cava fuori, non un solo volume, ma mille emille, di opere stupendissime che Egli ha fatte eche va tuttora facendo. Ardiranno eglino contuttociò di negare all’Autore di esse l’intendimento? Se quei figliuoli avessero opposto a Sofocle, che una tragedia sì bella non era in lui contrassegno infallibile di giudizio, mentre ella poteva così essergli scorsa a caso; credete voi, che quei giudici avrebbero punto ammessa sì sciocca replica? Piuttosto l’avrebbero ributtata da sé colle derisioni. Ne altrimenti avrebbero proceduto, se coloro avessero opposto, che la beltà di quell’opera poetica poteva venire dalla natura della tal pergamena, della tal penna, o del tale inchiostro adoperatosi in farla, non dalla virtù di colui che lo adoperò. E perché trattando di Dio volete dunque voi che si giudichi in altra forma? Via via, chi di Lui non confessa, l’opere sue tutte essere testimoni di mente altissima? Date un sol guardo alla considerazioni dei bruti. Questa è più che bastevole a farci dire: Chi li formò, chi li pasce, chi li provvede, oh di quanto accorgimento conviene che soprabbondi! Io mi ristringo a due pensieri, per dir così, che egli di loro sì prende. A quello di mantenerne gl’individui, ed a quello di mantenerne le spezie. Tratteremo prima dell’uno, dappoi dell’altro, al pari divini (A questi due pensieri dell’ autore pare a me doversene opportunamente e logicamente aggiungere un terzo, che ambedue gli altri contempera insieme, siccome quello, che abbraccia il vincolo necessario, il quale stringe gli individui con la specie, cui appartengono. L’essenza specifica è una ed identica in tutti gli individui della medesima classe; questi per contro sì differenziano all’infinito, tantoché non se ne danno due onninamente gli stessi. Ora, come mai la specie, pur rimanendo una, può moltiplicarsi in una pluralità di individui senza fine; e come conciliasi l’identità e l’unità delle specie con la diversità e moltiplicità degl’individui?Forsechè tutto questo non argomenta l’unità di una mente suprema ed infinita, che sia come la ragion d’essere e la cagione efficiente delle creature infinitamente varie e molteplici, che compongono l’universo?)

I.

II. E quanto al mantenimento degl’individui, abbiamo sempre dianzi agli occhi un miracolo sterminato, eppure lo passiamo senza avvertenza. Non è forse un grande stupore, che albergando nell’aria, nell’acqua, e sopra la terra, tanti animali di generi sì diversi, a nessuno mai, dentro uno stuolo sì folto, manchi da vivere; sicché la fame, la qual sì frequentemente scappa dagli abissi, qual furia per consumare le popolazioni degli uomini e le provincie, se la prenda si di rado co’ bruti nelle foreste: massimamente dovendo quivi la loro provvigione riuscire proporzionata non solo al numero, e però vasta, ma ancora alle inclinazioni, e però varissima? Da ciò si scorge, non essere altri Chi da principio li fece, altri Chi dipoi li conserva, mentre sa tanto per appunto conoscere i loro gusti, esa soddisfarli.

III. Quindi è,che a maggiore dimostrazione d’ingegno non si vuole egli diportare con tutti i bruti, come con leconchiglie, cui va stillando dalle nuvole il pascolo fino in gola. Vuole, che i più. s’industrino a procacciarselo da se stessi con mille modi. E però chi può esprimere gl’istrumentidi cui li guernì a tale effetto? I principalissimi sono i sensi esterni ed interni, che specialmente negli animali più piccoli accrescono a dismisura la meraviglia.

IV. Ora sugli esterni voi dovete osservare, come due sono gli ordini di animali. Alcuni sono atti ad andar vagando; e tali sono tutti quegli che vivono fuor dell’ acque: altri non danno mai passo, e tali dentro l’acque son le ostriche, le ortiche, le spugne marine, stimate insieme piante, insieme animali. Di questi può dubitarsi, se oltre al tatto, comune a tutti, ed al gusto, abbian altro senso, quasi non necessario, mentre il medesimo scoglio, sul quale nacquero, tiene loro all’intorno dispensa aperta. Ma quanto agli altri non se ne può dubitare. E però né di vista, né di udito, né di odorato èmancante qualsisia degli insetti, ancora tenuissimi. Or come dunque nel corpicino medesimo di una pulce trovò l’Artefice tanto spazio da collocare gli ordigni di cinque operazioni così diverse? Un oriuoletto formato dentro un anello parve già meritevole delle dita di Carlo V, tanto quanto era meritevole della sua destra lo scettro di un mondo intero. E noi distribuiremo gli affetti nostri sì iniquamente, che ammirando ad ogni poco i lavori dell’arte umana, che èla discepola, non ammireremo mai quelli della divina, che èla maestra? Eppure tali sono i lavori della natura, tra cui i soli peluzzi che spuntino dallo gambe di un vil meschino contengono più di artifizio, che tutte le invenzioni de’ nobili professori, nuovi ed antichi, famosi al mondo.

V. Che direm poi delle potenze interiori, per cui questi animaluzzi ed amano il loro bene veementemente, ed odiano chiunque loro vi si attraversi, e temono, e si adirano, e assaltano, e fuggono, e si pongono in tempo su le difese; ed ora sperano, or temono: ora sospettano, or godono al modo loro ? In un campo sì angusto battaglie di tanti affetti! O Dio meravigliosissimo! Voi ci chiudete di verità tutti i passi con opere da sé atte a tenerci stupidi gli anni sani! E v ‘è chi tuttavia si vorrebbe sottrar da voi, scotendo ogni ammirazione?

VI. In paragone però degli organi destinati alle sensazioni di questi sì minuti viventi, sembra che calino assai di pregio quei che sono destinati alla loro nutricazione. Eppure chi può dir quanto siano compiti anch’essi ? Trovatemi il più piccino tra simili animaluzzi, e sia pure un verme, mobile succidume dei letamai, ancora in quello convien che sieno le parti principali, di cuore, da cui si diffonda il calor vivifico ad ogni membro; di cerebro, in cui si formino gli spiriti necessari per ogni moto; di stomaco, ove concuocasi l’alimento; di condotti che lo distribuiscano per la vita; d’intestina ove si riceva il soverchio del già concotto: cui parimente forza è che si aggiungano denti a rodere, mascelline a tritare, morse a tenere, ed altri simili ordigni, infiniti a dirsi (Francesco Redi nelle osservazioni intorno ai viventi ne’ viventi pag. 64). Eppure ove sono? Appena si può credere che vi sieno, non che capirlo. Ma grazie a quel microscopio, veridico ingranditore di ciò che al tempo medesimo ecopre e scopre, mentre egli non solamente ci ha rivelato tanto più di natura a noi già mal noto, ma ci ha confermato altresì, che quivi ella veramente è più tutta, ove ha men di luogo: Nusquam magis quam in minimis, tota est(PI. 1. 46. c. 2).

II.

VII. Senonchè, quando noi vogliamo fermarci nell’artifizio di qualsisia corpo organico, non sarà facile il determinare cui si debba la palma, se alle minori opere, o alle maggiori. Certamente al sommergersi in questo abisso c’interverrà come ad un nuotatore, il quale, andando sott’acqua, da qualunque banda egli voltasi non vede altro che mar profondo. Per ora consideriamo solamente il di fuori. Con quali industrie si potevano adattar meglio negli animali tutte le parti al fine per esse inteso, o con quali invenzioni, che fossero insieme varie, insieme uniformi, che è ciò donde appare più, come già dicemmo, la verità di un intelletto operante? Mirate in prima i volatili. Voi scorgerete che la natura dà loro un piccolo capo, armato di rostro acuto per fender l’aria; dà piume lievi, per non gravarli di peso; e le dà parimente disposte in modo, che non si oppongano al vento ne’ loro voli, ma l’assecondino: dà l’ale provvedute di molti muscoli, perchè sieno con esse più presti al moto, ma le dà piegate per maggior comodo loro, e incavate modestamente per quando volino e per quando riposino; per quando volino, a radunare più d’aria che li sostenti; e per quando riposino, a ricoprirsi più dall’ambiente che li molesta.

VIII. Osservate poi la differenza tra essi pienissima di consiglio. Nel popolo degli uccelli, altri si cibano in terra, e però questi hanno tutti i lor piedi adunchi, da potersi tenere di ramo in ramo, cercando il loro alimento; chi dove è vermini, come fan le beccacce; chi dov’è spighe, come i colombi; chi dov’è spine, come i cardelli; chi dov’è tronchi, come le gazze, o le ghiandaie, che rodono fin le querce.

I X. Altri si cibano in acqua, dove fanno il maggior soggiorno; e tali sono i cigni, e più simili, cui miriamo dato però collo eccessivo, affine di pescare al fondo delle lagune quei vegetabili quivi ascosi; dati i piedi spaziosi in guisa di remi, a vogare, immersi nell’onde, ma non sommersi, e dato il rostro ‘ungo, largo e schiacciato, per aggrappare i pescetti, e per ingoiarseli.

X. Altri sen vivono di rapina per l’aria, come fa il nibbio, l’avvoltoio, l’aquila, lo sparviere: e questi hanno il rostro rinforzato e ritorto, per fare in pezzi la preda morta; e l’unghie sode e sottili, per arrestare la viva, sicché non fugga.

XI. Tutti con diversa voce da unirsi insieme se vanno a schiere, come le grue che conoscono ancora re: con diverse maniere di ricrearsi, con diverse malizie per rubacchiare, e con altre vivacità in corpiccioli sì brevi affatto stupende, se nelle opere della natura non procedessero i più degli uomini come quegli ignoranti che passeggiando per li portici di qualche rinomata accademia pascono gli occhi con la veduta di quelle scuole maestose, ma nulla intendono delle scienze ivi lette.

XII. Lasciamo noi frattanto i rimproveri benché giusti, e seguitando il discorso nostro, passiamo alla considerazion de’ quadrupedi. Alcuni dovevano sostentarsi di carni uccise: e questi troverete armati alla mischia. I muscoli delle lor tempie sono più validi, per la forza che dovevano trasmettere alle mascelle. I denti a foggia di sega, per dividere l’inimico: con quattro zampe da arrestarlo fuggente. Le unghie adunche ed acute a tenerlo saldo, ma riposte nelle guaine delle zampe medesime perché non perdano il filo nel camminare, e non si rintuzzino.

XIII. Diversa è l’architettura degli animali che dovean pascersi d’erbe. In loro i denti sono tutti alzati ad un piano: ma gli anteriori sono più stretti e taglienti, por recidere il pascolo, o di vermene, o di virgulti, o di fieno; e i posteriori sonò più larghi ed ottusi, per masticarlo. Le unghie, dovendo solamente servir di base alla mole de’ loro corpi, sono solidissime, senonché in alcuni sono intere, in altri son bifide, in altri son fatte a dita. Sono intere in quegli animali, che sprovveduti di corna, conviene che de’ piedi si vagliano ancor per arme, com’è ne’ muli. Sono bifide in quegli che de’ lor pie dovevano puramente valersi per camminare, siccome i buoi; o dovean poterò sostenersi pascendo in greppi scoscesi, come icervi, le capre, le pecorelle. Sono fatte a dita in quei che dei pie si dovean anche valere quasi di mani a fermar lo prede, come è in cani, in leopardi, in leoni, ein altri da caccia.

XIV. La lunghezza del collo è poi proporzionata all’altezza de’ loro stinchi. Onde il cammello, come il più alto di tutti i giumenti, è provveduto altresì di collo più lungo: altrimenti non gli sarebbe possibile pascolare se non giacendo. E perché a quella mole di carne che l’elefante si porta con esso sé non si confarebbe una tal lunghezza di collo, gli fu data per supplemento la sua proboscide, di cui si serve come di mano perfetta per vincer tutte le incomodità che gli arreca la sua grave corporatura, massimamente nello sterpare le piante qualor si pasce, o nel guadare i fiumi quando non può guadarli, se non vi nuota.

XV. Già scorgete che io meno il pennello a volo, ponendo quasi in iscorcio quelle figure che per le angustie della tela non possono starvi ritte. Però passiamo da’ quadrupedi ai pesci, tanto bene adattati a quell’elemento per cui son fatti. Il loro capo comunemente èbislungo, dovendo come tale servir di prua a quei legnetti animati che solcan l’onde. Le pupille lor sono sferiche, perché se fossero, come negli animali terrestri, in forma di lente, i raggi visuali, in passar l’acqua, mezzo più denso, che non è l’aria, verrebbero a rinfrangersi più del giusto: laddove i pesci han bisogno di vista somma a scoprire il cibo da lungi. Non han palpebre, perché il fine d’esse èsalvar gli occhi prestamente da’ bruscoli inaspettati: e questi van volando per l’aria, ma non per l’acqua. Non hanno lingua, se non molto imperfetta, perché non dovendo masticare essi il cibo, ma divorarlo, per non dar tempo all’acqua di entrare in copia, fu il gusto loro ristretto alle sole fauci. Non hanno collo, perché loro non abbisognava a formar la voce, nascendo mutoli, come porta il loro elemento. Non hanno piedi, perché non hanno da andare a modo di chi cammina, ma di chi naviga. Vero è, che invece di piedi hanno essi nel ventre chi due pennette, chi quattro, come più facea di mestieri a supplir di remi nel correre da ogni banda. All’estremità hanno una penna più larga, la quale nella loro navigazione val di timone, ed un’altra ne hanno pur sopra il dorso per regolarsi, quando abbiano mai vaghezza di andar supini. Le sole lamprede, con altri simili pesci a foggia di serpi, non han né piedi né penne, perché loro talento è di strisciare per l’acque, non è di andare. Sono foderati di scaglie, perchè, se di peli, non reggerebbero all’acque: e le scaglie son tutte andanti a seconda, perché non si oppongano al nuoto. Quei che tra loro hanno meno di sangue, come men calidi, non respirano l’aria per rinfrescarsi; ma ben la respirano tutti quei che tra loro son più sanguigni: onde è che questi furono provveduti di polmoni vicino al cuore, negati ad altri; ed hanno vicino al capo alcuni canali, per cui rispingono l’acqua da loro troppo bevuta nell’ire a fondo.

XVI. E nello scrivere queste cose vorrei pur intignere nel più amaro fiele la penna, per abilitarla ad un’acerba invettiva contra quel superbissimo Alfonso, decimo di tal nome, re delle Spagne, che, quasi avesse il suo trono di gradi eguali a quel dell’Altissimo, si lasciò uscir dalle labbra queste empie voci, che se egli si fosse trovato presente a lui nella creazione delle cose, gli avrebbe suggerite migliori idee nel modello di esse, e migliori istrumenti nel magistero. Venga, non il suo capo scemissimo, ma la sapienza di tutte le menti umane, di tutte le angeliche, e si cimenti in tanta varietà di creature, e massimamente di viventi, o nell’aria, o nell’acqua, o sopra la terra, a riformare, non dico una spezie intera, non dico il capo, non dico il cuore, ma i1 guscio di una lumaca. È questo un animale sì dispregevole, che siccome non si può muovere senza lasciare dovunque va, colla striscia della sua bava, un’attestazione della sua putredine somma, così non può circoscriversi senza noia. E nondimeno io son certo, che con tutta la loro maestria non solamente non sapranno essi distinguere in miglior forma, o colorire con migliori pennellature, o condurre a maggior perfezione quella casa rustica, fabbricata dalla natura ad un suo vil parto; ma che, se questa in qualche lato s’infranga, non gliela sapranno rifare; anzi neppure rappezzare sul dorso, sicché gli si adatti, non dico meglio di prima, ma almeno non malamente. Pensate poi che farebbero ad una chiocciola, non di terra, ove son le vili, ma di mare, ove stan le nobili! Leggano innanzi le parole di Plinio, che mi piace loro apportare distesamente, e poi tra sé conferiscano sull’impresa: Firmioris iam terrœ murices, et concharum genera, in quibus magna ludentis naturœ varietas. Tot ibi colorum differentiœ, tot figurœ, planis, concavis, longis, lunatis, in orbem circumactis, dimidio orbe cœsis, in dorsum elatis, levibus, rugatis, denticulatis, striates, vertice muricatim intorto, margine in mucronem emisso, foris effuso, intus replicato: iam distinzione virgulata, crinita, crispa, canaliculatim reticulata, in obliquum, in rectum expansa, densata, porrecta, sinuata, brevi modoligatis, toto latere connexis, ad plausum apertis, ad buccinam recurvis(Plin. 1. 9. c. 33). – Tal è la faccia esteriore dell’edifizio, lavorato dalla natura per casa di una bestiuola, per altro di nessun pregio, qual è la chiocciola. Or non basterebbe ella sola a farcì riconoscere Dio, massimo ancor nelle minime sue fatture? Con qual arte, con quale avvedimento, con qual finezza dovrem noi credere che sieno ordite nel loro interno tante opere più importanti? E se il nicchio di un vermicciuolo è di avanzo a farci irrefragabile la riprova della divina sapienza, non sarà bastante a farcela un mondo intero? Diasi pur luogo ad ogni estasi di stupore. Questa è la lode più giusta che possa da noi porgersi al Creatore, che tanto ha fatto: non celebrarne le opere, ma ammirarle : Virtutis divinœ miracula obstupuisse, dixisse est(Greg. 1. 2. Mor. c. 5).

III.

XVII. E tuttavia non è poco, se si ottenga da alcuni, che almen le osservino. Quinci, per rimetterci in via, ciò che di vantaggio anche mostra la provvidenza assistente ai bruti, si è, che prima di qualunque esperienza sanno discernere il cibo buono dal reo. Però si vede, che appena nato un cagnolino sa subito ritrovare le poppe della sua madre, e attaccarsi ad esse e spremerle, e suggerle; né mai va, per fallo a cercar quelle di una gatta. E questo avvenimento è tanto accertato, che molti animali hanno insegnate all’uomo l’erbe salubri, con la scelta che ne facevano; insegnate l’erbe nocevoli co’ rifiuti. Così parimente ravvisano i loro nimici innanzi al provarli tali, e da lor si guardano: e i pesci fuggono dalle reti prima d’esservi entrati mai: e prima di ogni riprova gli agnellini fuggon da’ lupi, non fuggono da’ mastini: le colombe si spaventano dello sparviere, non si spaventano dell’avvoltoio: e le fiere si ascondono al ruggir de’ leoni, e non si ascondono al barrire dell’elefante. Come van però queste cose? I bruti non le fanno per elezione, ma per istinto, come tra gli uomini fanno le loro i bambini: il che si raccoglie chiarissimo dal vedere, che tutti le fanno sempre all’istessa forma, benché non l’abbiano apprese. Chi fu però, che loro die tale istinto ? La loro natura? Ma di questa medesima si addimanda: chi la fe’ tale? Si fece ella da sé, con determinarsi a tale aggiustatezza di operazioni, se ella è natura, ma natura di bruto? Adunque potremo dire, che ancor da sé si sia fatto quell’organo, detto idraulico, il quale, al passar dell’onda, or alza’ i tasti, or gli abbassa, con tanta legge di note armoniche, che non potrebbe far più, se egli fosse dotato d’intendimento. Tutto l’opposito. Ne’ movimenti di chiunque è mosso appare subito la virtù del vero motore (S. Th: 1. 2. q. XIII. art. 2. ad 1). Però, siccome nelle operazioni di quell’organo, privo di senso, appare l’arte umana, che gli fa dare que’ tratti tanto aggiustati al passar dell’acqua; cosi nelle operazioni de’ bruti, privi di senno, appare l’arte divina, che fa proromperli in quelle inclinazioni così prudenti, al comparire ora di un oggetto, or di un altro, che sveglia in essi variamente le spezie, cioè sveglia appunto i lor tasti.