TEMPO DI QUARESIMA (2020)

Tempo di Quaresima (2020)

 (Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

I. Commento dogmatico

Il Tempo della Settuagesima ci ricorda la necessità di unirci con lo spirito di penitenza, all’opera redentrice de! Messia. Il Tempo di Quaresima, col digiuno e le pratiche di penitenza, ci dà modo di associarci ancor più strettamente ad essa. Ribelle a Dio, l’anima nostra è infatti diventata schiava del demonio, della carne e del mondo. In questo santo Tempo la Chiesa ci mostra Gesù nel deserto (1a Dom. di Quaresima) e nella sua vita pubblica, che combatte per liberarci dalla triplice catena dell’orgoglio, della lussuria e dell’avarizia che ci attacca alle creature. E allorché Cristo ci avrà, con la sua dottrina e le sue sofferenze, strappati alla nostra cattività e resi alla libertà di figli di Dio, ci darà, a Pasqua, la vita divina che avevamo perduta. Perciò la liturgia quaresimale, così ricca degli insegnamenti del Maestro e dello spirito di penitenza del Redentore, serviva anticamente per istruire i Catecumeni e per suscitare la compunzione nei pubblici penitenti che aspiravano a risuscitare con Gesù, ricevendo, il Sabato Santo, i Sacramenti del Battesimo è della Penitenza (Lo spirito e le cerimonie stesse di questi due sacramenti dei morti si trovano nella liturgia del Tempo Quaresimale. Essi riassumono questa epoca di ascesi purgativa, nella quale moriamo al peccato con Gesù e ne sono il fine ultimo.). Sono questi i due pensieri che la Chiesa, svilupperà durante tutta la Quaresima, mostrandoci nei Giudei infedeli, i peccatori che non possono ritornare a Dio, se non associandosi al digiuno di Gesù (Vang. della la Dom.), e nei Gentili, chiamati in loro vece, gli effetti del Sacramento di rigenerazione (Vang. della 2a 3a Dom.) e dell’Eucaristia nelle anime nostre (Vang. della 4a Domenica). – Nell’Ufficio divino si seguono le letture dell’Antico Testamento. La prima Domenica di Quaresima l’immagine di Isacco è assorbita dal pensiero di Gesù nel deserto. Si è del resto, già accennato al figlio di Abramo quando, nella Domenica precedente, la Chiesa ha parlato di questo gran patriarca. Nella seconda settimana di Quaresima la Liturgia legge la storia di Giacobbe che è la figura di Gesù Cristo e della sua Chiesa che Dio protegge e benedice come fece per questo santo patriarca. Nella terza settimana di Quaresima, le letture dell’Ufficio trattano di Giuseppe e la Chiesa vede in lui la figura di Cristo e della Chiesa che hanno reso benefici per gli oltraggi e che brillano di speciale splendore per la loro vita purissima. Finalmente la quarta settimana di Quaresima è consacrata a Mosè che liberò il popolo di Dio e lo condusse verso la terra promessa, figura di quello che Gesù e la sua Chiesa fanno per le anime a Pasqua. « Al lume del Nuovo Testamento – dice la liturgia – Dio spiega i miracoli compiuti nei primi tempi, mostrandoci nel Mar Rosso l’immagine del Sacro Fonte, e nel popolo liberato dalla servitù dell’Egitto, la figura del popolo cristiano » (Oraz. dopo la 2a Profezia nella Vigilia di Pentecoste.). Ci prepareremo cosi, come abbiamo già detto altrove, a celebrare con la Chiesa il mistero pasquale nelle pagine dei due Testamenti che ci danno la piena intelligenza della grande misericordia di Dio ». (7a Oraz. del Sabato Santo.)

Il Tempo dìy Quaresima è una specie di grande ritiro fatto dai Cristiani di tutto il mondo che si preparano alla Pasqua, e chiuso con la Confessione e la Comunione pasquale. Come Gesù, ritiratosi dal mondo, ha pregato e digiunato durante quaranta giorni, ci ha insegnato, con la sua vita di apostolato, come morire a noi stessi, la Chiesa, durante questa santa Quarantena, ci predica la morte in noi dell’uomo peccatore. Questa morte si manifesterà nell’anima nostra per mezzo della lotta contro l’orgoglio e l’amor proprio, con uno spirito di preghiera e una assidua meditazione della parola di Dio: nei nostri corpi col digiuno, l’astinenza e la mortificazione dei sensi. E finalmente si manifesterà in tutta la nostra vita con un maggior distacco dai piaceri e dai beni del secolo che ci farà esser più larghi nell’elemosina, («Chi non può digiunare deve supplirvi con più abbondanti elemosine, in modo da riscattare con queste i peccati che non può guarire col digiuno ». Serm. quaresimale di S. Cesario di Arles – 542) e ci farà astenere dalle feste mondane. Il digiuno quaresimale infatti altro non deve essere che l’espressione dei sentimenti di penitenza di cui è penetrata l’anima nostra, tanto più occupata delle cose di Dio, quanto più rinunzia ai piaceri dei sensi. Così per i cuori generosi, questo « tempo favorevole » (Epistola della la Dom. di Quaresima) è una sorgente di santa gioia come dimostra ovunque la liturgia di Quaresima). – Questo lavoro di purificazione vien fatto sotto la direzione della Chiesa che unisce i nostri patimenti a quelli di Cristo: i pusillanimi entrano coraggiosamente in lizza appoggiandosi sulla grazia di Gesù che non fa loro difetto (Orazione del Mercoledì delle Ceneri. Concedi.); i forti non si inorgogliscono della loro osservanza, perché sanno che solo la Passione di Gesù li fa salvi e che soltanto « partecipandovi con la loro pazienza se ne applicano i frutti ». (Prologo della Regola di S. Benedetto e Postcom. della 1a Dom. di Quaresima « L’osservanza della Quaresima, dice Papa Benedetto XIV, è il vincolo della nostra Milizia: per mezzo di questa distinguiamo i nemici della Croce di Gesù Cristo; per mezzo suo allontaniamo da! nostro capo i castighi della collera di Dio; con essa, protetti dal celeste soccorso durante il giorno, ci fortifichiamo contro i principi delle tenebre. Se questa osservanza viene a rilassarsi è a tutto detrimento della gloria di Dio, a disdoro della Religione Cattolica, a pericolo delle anime cristiane; e senza alcun dubbio, questa negligenza diviene fonte di disgrazie per i popoli, di disastri nei pubblici affari è di’ infortuni per quelli privati » . (Enciclica del 29 Maggio 1741).

II. — Commento storico.

La liturgia di Quaresima ci fa seguire Gesù per tutto il corso del suo ministero apostolico.

Anno primo: — Egli passòdapprima 40 giorni nel deserto sulmonte della Quarantena, a N. E. di Betania (Vang. della I Dom.). Quindi scelse i suoi primi discepoli e andò in Galilea, donde ritornò per celebrare a Gerusalemme la. la festa di Pasqua e cacciò allora i venditori dal Tempio (lun. della IV, sett.). Dopo aver evangelizzato per parecchi mesi la Giudea, si recò a Sichem dove converti la Samaritana (Ven. della III settimana), quindi a Nazareth, dove predicò nella sinagoga (Lun. III sett.) e poi a Cafarnao e in tutta la Galilea (Giov. III sett.).

Anno secondo. — Gesù ritornò allora a Gerusalemme per la 2a Pasqua e guarì il paralitico della piscina di Betsaida (Ven. Ven. I sett.). Di ritorno in Galilea, predicò il Sermone della Montagna (Monte Kourounhattin) (Merc. Delle ceneri e ven. seg.)e rientrato a Cafarnao, vi guari il servo del centurione (Giov. dopo le ceneri), poi risuscitò a Naim il figlio della vedova (Giov. IV sett..), evangelizzò allora nuovamente la Galilea e andò quindi a Bethsaida Julias, nelle terre di Filippo, e nei dintorni di questa città moltiplicò i pani (IV dom.), quindi camminò sulle acque del lago tornando in Cafarnao (Sab. delle ceneri).

Anno terzo. — Gesù percorse allora le regioni di Tiro e Sidone ove Io seguirono i suoi nemici (Merc. III sett,), esaudì la preghiera della Cananea (Giov. Giov. I sett.) passando vicino a Sarepta e ripassando per Cesarea di Filippo, tornò in Galilea ove sul Tabor ebbe luogo la Trasfigurazione (Mart. III sett.). Arrivato a Cafarnao, predicò la misericordia ai suoi apostoli (Mart. III sett.), quindi si recò a Gerusalemme per la festa dei Tabernacoli e vi confuse i Giudei che’ lo accusavano di infrangere il Sabbato (Mart. IV sett.), perdonò alla donna adultera (Sab. III sett.), insegnò nel Tempio (Sab IV sett. Elun. II sett.), e guari il cieco nato (Merc. IV, sett.). – Dopo esser stato di nuovo in Galilea, Gesù si recò in Perea, dove rese la favella ad un muto (3a Dom.) e dove mostrò in Giona la figura della resurrezionea (Merc. I sett.). Poi andò a Gerusalemme per la festa della Dedicazione, ritornò inPerea ove predicò la parabola del figliuol prodigo (Sab. II sett.) e del ricco epulone (Giov. II sett.). Chiamato a Befania vi risuscitò Lazzaro (Ven. IV sett.). Risalito a Ephrem, si diresse verso Gerusalemme annunziando che vi sarebbe stato messo a morte (Merc. II sett.). Nel Tempio scacciò una seconda volta i venditori (Mart. I sett.), disse la parabola dei vignaiuoli ribelli (Ven. II sett.), e denunciò l’ipocrisia dei Farisei (Mart. II sett.). Poi salì sul Monte degli Ulivi e guardando Gerusalemme, ove tre giorni dopo fu ucciso, parlò del Giudizio che separerà per sempre i buoni dai cattivi (Lun. IV sett.) *.

III. Commento liturgico.

II Tempo di Quaresimasi divide in due parti, la prima delle quali comincia il mercoledì delle Ceneri, chiamato nella Liturgia: « Principio della santissima Quarantena», e termina la Domenica di Passione, e la seconda comprende la « Grande Quindicina » che porta il nome di Tempo di Passione. Se togliamo le quattro Domeniche di Quaresima e quella della Passione e delle Palme, abbiamo 36giorni di digiuno, ai quali sono stati aggiunti i quattro giorni che precedono per ottenere il numero di 40, « che la legge e i profeti avevano inaugurato e che il Cristo stesso ha consacrato (Inno del Matutino. – Mosè, che rappresenta la legge, ed Elia, i profeti, non si accostarono a Dio sul Sinai e sull’Horeb che dopo essersi purificati con un digiuno di 40 giorni (Esodo, XXIV, 18; III Re, XIX, 8). – Ogni Messa di Quaresima ha una Stazione. (Questa parola è stata presa dalla milizia romana, perché i Cristiani arruolati nella milizia di Cristo si riunivano nelle ore in cui i soldati cambiavano la guardia; donde i nomi di Terza, Sesta, Nona che si danno alla parte dell’Ufficio che si dice alla 3a , 6° e 9°). Dopo l’ora Nona, che recitavasi verso le 15, si celebrava in Quaresima la Messa. Poi cantavansi i Vespri, dopò di che si rompeva il digiuno. Da ciò deriva l’uso attuale, nelle chiese ove si canta l’Ufficio, di recitare durante la Quaresima i Vespri prima del pranzo. Il papa celebrava nel corso dell’anno successivamente nelle grandi basiliche e nelle 5 chiese parrocchiali di Roma (Queste parrocchie esistevano già al v secolo ed erano chiamate « titoli » « tituli » ed i parroci di Roma che vi erano preposti portavano il nome di Cardinali (incardinati), cioè addetti a queste chiese. Per questo motivo ancora ai nostri giorni ogni Cardinale è titolare di uno di questi santuari) e in qualche altro santuario la Messa solenne, circondato da tutto il clero e dal popolo e questo, si chiama fare la « Stazione ». Il nome che è rimasto nel Messale, ricorda che Roma è il centro del culto cristiano (La preghiera ufficiale della Chiesa è, come essa stessa: una, santa, cattolica, apostolica e romana.) ed indica una liturgia più di dodici-volte secolare e anticamente solennissima. – La Quaresima, durante la quale si celebra ogni giorno una Messa con indulgenze stazionali, è uno dei tempi liturgici più antichi e più importanti dell’anno. Il Ciclo del tempo, consacrato alla contemplazione dei misteri di Cristo, esercita quotidianamente la sua influenza sui fedeli, mentre alle altre epoche dell’anno, in settimana si celebrano generalmente le feste dei Santi. Ecome tutta la vita cristiana si riassume nella imitazione di Gesù, questo tempo, nel quale il Ciclo dei Santi è più ridotto, è particolarmente fecondo per le anime nostre. La Chiesa ha ammesso nella liturgia quaresimale la festa dell’Annunziazione (25 marzo), poi quella di San Mattia (24 febbraio) per l’importanza dì queste feste; e se nel corso dei secoli vi si sono aggiunte altre Messe in onore dei Santi, è pur tuttavia più conforme allo spirito di questo tempo di preferire la Messa della feria, poiché durante la Quaresima la Messa conventuale, principale o unica (cantata o no), deve essere della Feria anche nelle feste doppie maggiori e minori (Cf. Additiones et Variationes: Nuovo Messale). E nelle feste che sono di un rito superiore ( la e 2a classe: Annunziazione, S. Giuseppe e S. Mattia) una Messa della feria si celebra sempre nelle Cattedrali, nelle collegiate e nei monasteri, senza mai interrompere la preparazione pasquale. Se dunque vogliamo fare una buona Quaresima, bisogna che assistiamo ogni giorno alla Messa, nella quale la Chiesa, nostra madre, ci detta i pensieri che in questo tempo devono occupare la nostra mente. Per indicare che lo spirito di penitenza del Tempo della Settuagesima si è ancor più accentuato, la Chiesa non solo sopprime il Gloria e l’Alleluia e riveste i suoi sacerdoti di paramenti violacei, durante la santa Quarantena, ma spoglia anche il diacono della dalmatica e il suddiacono della tunica, simboli di gioia, e fa tacere gli organi. Dopo i Postcommunio si dice una Orazione sul popolo, preceduta da questa esortazione all’umiltà: « Umiliatevi dinanzi a Dio ». – Anticamente la società cristiana sospendeva durante questo tempo le assise dei suoi tribunali e le guerre; era anche tempo proibito per le nozze e oggi ancora la Chiesa proibisce di dare in quest’epoca dell’anno la benedizione solenne agli sposi. In tempi di fede più grande la Chiesa, durante tutto il periodo del « digiuno solenne »  (Oraz. della Ia domen. di Quares.), esortava gli sposi a osservare la continenza. Ecco il tempo favorevole, ecco ora i giorni della salute.

L’INABITAZIONE DELLO SPIRITO SANTO NELLE ANIME DEI GIUSTI (9)

L’INABITAZIONE DELLO SPIRITO SANTO NELLE ANIME DEI GIUSTI (9)

R. P. BARTHELEMY FROGET

[Maestro in Teologia dell’ordine dei fratelli Predicatori]

L’INABITAZIONE DELLO SPIRITO SANTO NELLE ANIME DEI GIUSTI SECONDO LA DOTTRINA DI SAN TOMMASO D’AQUINO

PARIS (VI°)

P. LETHIELLEUX, LIBRAIRE-ÉDITEUR 10, RUE CASSETTE, 1929

Approbation de l’ordre:

fr. MARIE-JOSEPH BELLON, des Fr. Pr. (Maitre en théologie).

Imprimatur:

Fr. Jos. Ambrosius LABORÉ, Ord. Præd. Prior Prov. Lugd.

Imprimatur, Parisiis, die 14 Februarii, 1900.

E. THOMAS, V. G.

QUARTA PARTE

SCOPO ED EFFETTI DELLA MISSIONE INVISIBILE DELLO SPIRITO-SANTO E DELLA SUA INABITAZIONE NELLE ANIME.

CAPITOLO PRIMO

Scopo della missione invisibile dello Spirito-Santo e della sua missione nelle anime: la santificazione della creatura. –Perdono dei peccati, giustificazione.

Dopo aver stabilito il fatto di una presenza sostanziale e speciale di Dio nelle anime giuste e spiegato, seguendo San Tommaso, il modo di tale presenza, che, per essere spesso indicata nella Scrittura come dimora dello Spirito Santo, non può però essere considerato come appartenente alla terza Persona, ma ad essa semplicemente attribuita per appropriazione, dobbiamo ancora studiare, alla luce della rivelazione, lo scopo della venuta dello Spirito Santo in noi, così come i molteplici effetti che ne sono la sequela ordinaria, il risultato costante, si potrebbe quasi dire la conseguenza necessaria, della sua presenza divina. Se c’è un argomento che debba interessarci, è certamente questo: niente è più personale, niente è così prezioso, niente è più importante per noi. Necessario in ogni tempo per i Cristiani che hanno la legittima ambizione di non rimanere estranei alle cose dell’ordine soprannaturale, ancor più indispensabile nella nostra epoca di naturalismo sfrenato, dove sembriamo apprezzare solo i beni materiali e i doni della natura, per reagire contro questa tendenza disastrosa, per elevare la mente e il cuore, per dare un’alta idea della grazia e ispirarne una stima profonda, questo studio non solo non offre nulla di scoraggiante e di arido, ma è per noi come gettarci in veri e propri abissi di gratitudine, di ammirazione, di fiducia e di amore. L’Apostolo san Paolo augurava vivamente ai primi fedeli questa conoscenza dei beni spirituali. « Io non smetto – scriveva agli Efesini – di ringraziarvi e di ricordarvi nelle mie preghiere, affinché Dio, Padre del vostro Signore Gesù Cristo, vi dia lo spirito di sapienza e di rivelazione, illumini i vostri cuori e vi faccia conoscere qual è la speranza legata alla vostra vocazione e quali tesori di gloria costituiscono il patrimonio dei santi. » – Presentare un quadro riassuntivo ma sufficientemente completo dei doni relativi alla venuta dello Spirito Santo nella nostra anima, tracciare uno schizzo delle operazioni segrete di questo Ospite interiore e delle speranze di cui Egli è il pegno e la primizia, tale è l’arduo ma sovrano e dolce compito che ci viene ora imposto come coronamento del lavoro che abbiamo intrapreso.

I.

Che lo Spirito Santo sia inviato e dato ai giusti con la grazia, affinché si degni di fare della loro anima la sua dimora, il suo tempio, il suo trono, è una verità tanto indiscutibile quanto consolante, sulla quale non dobbiamo tornare. La questione che ci troviamo ad affrontare ora è questa: Perché questa missione? A cosa tende questa donazione? Qual è lo scopo, il fine, la ragione di questa inabitazione? Se, anche tra gli uomini, persone eminenti, i principi di sangue, i grandi dignitari di uno Stato, non sono inviati che per soggetti di mediocre importanza; se le missioni loro affidate hanno, in virtù del loro stesso stato o ufficio, un sigillo speciale di grandezza, quale dovrebbe essere l’importanza di una missione affidata ad una Persona divina? Quando Dio, volendo salvare il genere umano perduto per colpa del nostro primo padre, si degnò, nella sua misericordia, di mandare il proprio Figlio per realizzare la nostra Redenzione, questa testimonianza di infinita bontà strappò all’evangelista san Giovanni questo grido di ammirazione: « Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio per cui chiunque crede in Lui non morirà, ma avrà la vita eterna. » (Giov. III, 16). Tuttavia, per quanto sorprendente possa sembrare questa missione, essa si spiega, in una certa misura, con l’importanza dell’obiettivo da raggiungere e l’ampiezza del risultato da conseguire. – Ma quando si tratta di un bambino battezzato, di un peccatore convertito, di una persona giusta che cresce nella santità, dove sono le grandi cose per la cui realizzazione deve essere inviato lo Spirito Santo o gli interessi maggiori che richiedono la sua presenza? Soprattutto perché non si tratta di una missione passeggera, di una visita di breve durata, e nemmeno di un soggiorno temporaneo più o meno prolungato. Quando lo Spirito Santo entra in un cuore, è per dimorarvi e non lasciarlo mai più, a meno che non ne sia costretto a causa del peccato. Ad eum veniemus, et mansionem apud eun faciemus (Giov. XIV, 23).  Che cos’è allora, un altro scopo che lo porta? E perché viene? Sarebbe solo per ricevere in questo tempio vivente e santo la nostra adorazione e la nostra lode, le nostre preghiere e le nostre azioni di grazia? Sarebbe per incoraggiarci con la sua presenza nelle nostre lotte e combattimenti quotidiani, un po’ come un nonno venerabile che segue con uno sguardo simpatico e ringiovanito dall’amore, le gioie dei nipoti, senza però prendervi parte attiva? No. Se viene, è per agire, perché Dio è essenzialmente attivo; Egli è, dicono i teologi, un atto puro. Perciò, lungi dall’essere sterile e infruttuosa, la presenza in noi dello Spirito santificatore, la sua unione con le nostre anime, è, al contrario, sovranamente feconda. Strapparci dall’impero delle tenebre e trasferirci nel regno della luce; creare in noi l’uomo nuovo e rinnovare il volto della nostra anima rivestendola di giustizia e di santità; infonderci con la grazia una vita infinitamente superiore a quella della natura, per renderci partecipi della natura divina, per renderci figli di Dio ed eredi del suo regno; per espandere i nostri poteri aggiungendo ulteriori energie alle loro forze native, per riempirci con i suoi doni e per permetterci di fare opere meritorie di vita eterna; insomma, lavorare efficacemente, incessantemente, amorevolmente, per la santificazione della creatura, ad sanctificandam creaturam (S. Aug., De Trin., 1. III, cap IV), che è lo scopo della sua missione, che è il grande lavoro che viene a compiere e che svolgerà con successo se sappiamo non resistere alle sue ispirazioni e dargli l’aiuto che richiede e senza il quale nulla può avere successo. Ma è importante scendere qui nel dettaglio e studiare separatamente ciascuno dei benefici della sua presenza divina; questo è l’unico modo per conoscerli bene.

II.

Il primo effetto della missione invisibile dello Spirito-Santo, il primo frutto del suo ingresso in un’anima dove non era ancora residente, il primo dono che gli fa, è un perdono completo e generoso; perché, fin dalla caduta originale, dovunque Egli entri per la prima volta, anche nel cuore di un bambino appena nato e sulla cui fronte scorre l’acqua santa del Battesimo, trova un peccatore, cioè un figlio dell’ira: Eramus natura filii iras (Efes. II, 3). – Per apprezzare pienamente questa grazia del perdono, si dovrebbe avere la perfetta comprensione del peccato, comprenderne tutta la malizia, e dare un resoconto accurato delle terribili conseguenze che produce nel colpevole, prima in questa vita, e poi specialmente nell’eternità. Ma come possiamo sondare questo abisso con le nostre deboli luci? Chi dice peccato, dice offesa di Dio, disprezzo di Dio, rivolta contro Dio. Ora, cos’è un Dio offeso, disprezzato, irritato? Quali possono essere le conseguenze della sua collera, quali sono gli effetti della sua vendetta? Senza dubbio non dobbiamo trasportare le nostre passioni in Dio; e quando parliamo di collera e vendetta divina, è ovvio che dobbiamo scartare tutto ciò che comporti il turbamento, l’emozione, il disordine; ma pure dietro queste parole, così frequentemente presenti nella Scrittura, si nascondono delle realtà vere, sante e terribili! Dio infatti non sarebbe bontà assoluta se non fosse nemico implacabile del male; non sarebbe giustizia e santità se lasciasse impunito anche un solo atto la cui malizia è per certi versi infinita (S. Th., III, q. I, a. a, ad 2.). Se è grande nelle opere della sua misericordia, Dio non è meno grande nelle manifestazioni della sua giustizia; se ricompensa magnificamente tutto ciò che si fa per la sua gloria, prende pure un’eclatante vendetta per gli oltraggi commessi contro la sua santa Maestà. Egli agisce sempre da Dio, sia quando remunera la virtù, sia quando punisce il crimine. Che prospettiva apre questa semplice considerazione di fronte ad uno sguardo attento! Così, il santo Giobbe, permeato dal profondo sentimento della giustizia divina, si dichiarò « incapace di sopportarne il peso, come se avesse avuto sul capo le onde di un mare in furia: Semper quasi me super tumentes super me fluctus timui Deum, et pondus ejus ferre non potui » (Giob. XXXI, 23). E il grande Apostolo disse da parte sua, che è una cosa terribile cadere nelle mani del Dio vivente: Horrendum est incidere in manus Dei viventis (Hebr. X, 31).  – La caduta nelle mani degli uomini, di un nemico potente e crudele, sembra essere qualcosa di già singolarmente spaventoso. Eppure, che cosa può fare un mortale debole rispetto a Colui che porta il mondo e dal quale nessun peccatore può sfuggire? Anche Nostro Signore diceva ai suoi discepoli: “Non temete coloro che uccidono il corpo e poi non possono più fare nulla contro di voi. Vi dirò Io, chi dovete temere: è Colui che, dopo avervi tolto la vita del corpo, può ancora mandare la vostra anima nelle fiamme eterne. In verità, ve lo dico Io: è questi che bisogna temere. » (Luc. XII, 4-5). Ma Dio non aspetta l’altra vita per esercitare la sua vendetta contro i trasgressori della sua santa legge e i contendenti della sua adorabile Maestà; fin da qui sulla terra inizia il castigo del peccatore, e che sia, almeno di solito, solo puramente interiore e quindi invisibile, non è meno reale e non meno terribile. Ascoltate. Non appena l’uomo ha consumato la sua iniquità e commesso una colpa grave, Dio gli ritira la sua amicizia; invece di considerarlo e trattarlo come un figlio molto amato, circondato da cure e tenerezza, lo guarda con occhio irritato (Ps. XXXIII, 17), e lo tratta come un nemico; perché « Dio odia l’empio e la sua empietà: Odio sunt Deo impius et impietas ejus » (Sap. XIV, 9). Come prima manifestazione di questo odio, gli toglie tutti i beni soprannaturali di cui l’aveva ricolmato: dapprima la grazia santificante, ….. la perla evangelica che Nostro Signore ha acquistato per noi a prezzo del suo sangue, e per la cui conservazione dovremmo essere pronti a sacrificare tutto; poi la santa carità, che ha fatto dell’uomo l’oggetto della compiacenza divina e ha dato alle sue azioni tutto il loro valore. Dio ritira ancora dal peccatore le virtù e i doni infusi dello Spirito Santo, che aveva riversato nella sua anima come semi divini, che richiedevano solo di sbocciare in fiori e frutti di santificazione e di salvezza, e gli lascia solo la fede e la speranza come ultima tavola di salvezza, come un’ultima testimonianza di misericordia. Eccolo, questo uomo infortunato, spogliato di tutto! Da che era figlio di Dio, è diventato lo schiavo di satana; il vaso d’onore si è trasformato in un vaso di ignominia; l’erede al cielo non deve che aspettarsi, da Colui che ha cessato di essere suo Padre, e che rimane suo Giudice, solo una terribile vendetta e dei tormenti eterni.  – Avete mai assistito alla degradazione di un soldato, di un ufficiale criminale? Il colpevole viene portato in piazza, e lì, alla presenza dei suoi compagni, tutte le insegne del suo grado vengono successivamente rimosse: prima le sue decorazioni, se ce ne sono, perché, avendo perso l’onore, è indegno di indossare il segno d’onore, poi la sua spada. Questa spada, di cui era così orgoglioso e che gli era stata affidata per la difesa della patria, è spezzata davanti ai suoi occhi, e le sue parti disonorate vengono gettate via, perché è la spada di un traditore. Le sue spalline, i suoi galloni, tutto ciò che riguarda l’uniforme, viene strappato e consegnato al plotone di esecuzione, spoglio dei suoi vestiti e coperto di vergogna. È questa una immagine debole del degrado spirituale inflitto al peccatore da questa vita. Esternamente, è vero, nulla tradisce l’orribile cambiamento appena avvenuto nella sua anima; egli va e viene, fa i suoi affari, e forse vedendo la sua salute così florida come prima, la sua fortuna intatta, la sua reputazione salvata, sarebbe tentato di credere nella sua cecità che, dopo tutto, il peccato non è un male così grande; probabilmente, nonostante il monito dello Spirito Santo, avrebbe il coraggio di dire: « Ho peccato, e cosa mi è successo di spiacevole? » (Eccli. V, 4). Cosa gli è successo di così disastroso? Ah! Se potesse contemplare le terribili devastazioni compiute nella sua anima da un solo peccato mortale, il suo linguaggio sarebbe molto diverso. Quest’anima, un tempo così bella agli occhi di Dio e dei suoi Angeli, ha improvvisamente perso tutto il suo splendore (Thren. I, 6) e ora ha solo l’aspetto orrendo e ripugnante di un volto divorato dalla lebbra. Quest’anima, una volta tutta splendente di grazia, tutta impregnata del profumo delle virtù (II Cor., II, 15), si è improvvisamente coperta di orribili tenebre e ha diffuso intorno ad essa l’infezione di un cadavere: perché essa è morta davanti a Dio, morta e corrotta come i cadaveri delle tombe; non morta, senza dubbio alla vita della natura – in quest’ordine essa è immortale – ma alla vita più alta e incomparabilmente più preziosa della grazia. Perdendo la grazia, il peccatore ha perso tutto: l’amicizia di Dio, il diritto all’eredità eterna, i meriti acquisiti in precedenza, e anche la possibilità di acquisirne di nuovi, fin quando non avrà recuperato la carità divina. Tutto è morto, tutto è affondato nel naufragio. Ma ciò che finisce soprattutto per fare del peccato la più grande delle disgrazie è che esso significa nello stesso tempo la perdita di Dio. L’anima in stato di grazia è il tempio dello Spirito Santo, dimora delle tre Persone divine, che si danno ad essa per essere, in maniera iniziale, fin da questo esilio, oggetto del suo godimento e come anticipo del Paradiso. Ma non appena si commette il peccato mortale, questi Ospiti divini si ritirano, ripetendo quella parola spaventosa che risuonava nell’antico tempio di Gerusalemme all’avvicinarsi della sua rovina: « Usciamo da qui, partiamo da qui »; e l’anima così abbandonata diventa il rifugio di demoni, la tana di rettili e di animali velenosi che sono le passioni scatenate. Capite ora la grandezza del beneficio che Dio si degna di concedere ad una creatura peccaminosa concedendole il perdono per le sue offese? Lasciata a se stessa, abbandonata alle sue sole risorse, non sarebbe mai potuta uscire dal triste stato in cui si era gettata per sua colpa; ma Dio, del Quale – secondo la bella parola della Chiesa – « è proprio mostrare sempre misericordia e perdonare » (« Deus, cui proprieri est miserum semper, et parcere. » – Ex Breviar. Ord. Præd.), le tende una mano d’aiuto per rimuoverla dall’abisso. Benché sia offeso, è Lui che prende l’iniziativa della riconciliazione e muove i primi passi. Lo invita a pentirsi con terrori segreti, lo illumina sulle conseguenze dei suoi crimini, lo attira con le attrattive della sua grazia; gli provoca santi rimorsi, gli pone ostacoli salutari, bussa alla porta del suo cuore senza stancarsi; e non appena l’anima, cedendo alle pressanti sollecitazioni del suo amore, si pente ai suoi piedi dicendo come il prodigo: « Padre, ho peccato, non sono degno di essere chiamato tuo figlio », si china misericordiosamente verso di essa, si affretta a sollevarla, la abbraccia, le restituisce il suo Spirito Santo, che subito riprende possesso del suo santuario, portando con sé la grazia e la pace come dono della gioiosa venuta. Tutto è perdonato, tutto è cancellato, tutto è dimenticato; le antiche relazioni sono riprese e, nella sua felicità per aver ritrovato la pecora smarrita, il Buon Pastore si ripaga delle cattive giornate raddoppiando la tenerezza.

III.

La venuta dello Spirito Santo, o il suo rientro in un’anima, non avrebbe altro risultato se non quello di portarvi la remissione dei suoi peccati ed una grazia di perdono, che sarebbe già un bene inestimabile? Ma non si limitano a questo le larghezze dell’ospite divino. Non contento di dimenticare le offese di quest’anima e di perdonarle il suo debito verso la giustizia divina, si incarica di purificarla dalle sue contaminazioni, a guarire le sue ferite, a ricoprirla con una veste di innocenza; Esso abbatte il muro di separazione che il peccato aveva eretto tra essa e Dio (« Iniquitates vestræ diviserunt inter vos et Deum vestrum » – Is, LIX, 2.) ne spezza le catene, la strappa dall’impero delle tenebre per trasferirla nel regno della luce (« Eripuit nos de potestate tenebrarum, et transtulit in regnum Filii dilectionis suæ. » (Col., I, 13. – Cfr. etiam I Petr., II, 9.), ed essendo pienamente riconciliato con essa, le restituisce, insieme agli altri beni che aveva perso, il suo amore e la grazia che lo giustifica. Perdono e giustificazione sono una cosa sola, o, se ci piace di più, è il doppio aspetto, il doppio effetto di un’unica grazia, un dono soprannaturale e permanente versato nella nostra anima e conosciuto come grazia santificante, che cancella le nostre colpe e ci rende veramente giusti, santi e graditi a Dio.  – [L’eresia protestante non la intende in questo modo. Per essa la grazia divina è solo una denominazione estrinseca, un mero favore esteriore di Dio, che non mette nulla di reale, nulla di positivo, nulla in noi, nessun elemento di vera santificazione; non implica né mutazione né rinnovamento interiore, per cui la giustificazione del peccatore consiste esclusivamente nella remissione dei peccati, una sorta di amnistia che, senza cambiare nulla nella persona e nelle disposizioni morali del colpevole, lo dispensa dalla pena subita, lo autorizza a riprendere il suo posto nella società con tutti i suoi diritti precedenti, ne fa sparire fin’anche il ricordo del suo crimine. A giudizio degli pseudo-riformatori, il peccato perdonato non è realmente cancellato, ma semplicemente coperto; conoscendo per fede la giustizia di Gesù Cristo, il peccatore diventa come ricoperto da ricco mantello che copre e nasconde le orribili ferite della sua anima, e in un certo senso la sottrae  allo sguardo divino. Soddisfatto dell’oblazione volontaria di suo Figlio e del prezzo del nostro riscatto, Dio decide di non vendicarsi per gli oltraggi commessi contro la sua adorabile Maestà; e il colpevole, anche se non emendato, viene dichiarato giusto e rimandato indietro assolto.]. – Tutt’altro è il concetto cattolico di giustificazione. Invece di vederla come un mero condono della pena ed una non attribuzione di colpa, la Chiesa insegna che la giustificazione del peccatore implica la reale scomparsa del peccato, la sua distruzione, il suo annientamento, così come la santificazione, il rinnovamento dell’uomo interiore attraverso la suscezione volontaria della grazia e dei doni. Questo è ciò che il Concilio di Trento ha solennemente definito nella sua sesta sessione (C. Trid. Sess. VI, cap. VII). E, in effetti, è inconcepibile che possa essere altrimenti. Che un giudice umano, che non vede la profondità delle coscienze e debba fare riferimento ad una testimonianza esterna, respinga un imputato la cui colpevolezza non è chiaramente stabilita, è una necessità per non esporre un innocente ad una condanna. Che un sovrano, desideroso di ristabilire la pace nei suoi Stati e di cancellare anche le ultime tracce di discordia civile, e sia obbligato a trattare con avversari formidabili, desideroso di rimuovere da essi ogni motivo di agitazione, accetti politicamente di perdonare colpevoli che sono stati giustamente condannati e che non sono affatto pentiti, è ancora comprensibile. Ma che Dio possa lasciare, Egli che, secondo la parola della Scrittura, « scruta le reni ed i cuori » (… scrutans corda e renes Deus. – Ps. VII, 10.), e « davanti al quale tutto è nudo e scoperto » (Omnia nuda et aperta sunt oculis ejus – Hebr., IV, 13.); … che Dio, difensore dell’ordine e della legge, permetta che il crimine resti impunito, il disordine non eliminato, la giustizia violata e sia disposto a perdonare il peccatore impenitente e a chiudere gli occhi di fronte alle iniquità sempre vive; che dichiari giusto e consideri giusto chi in realtà è contaminato dai crimini, è ciò che la ragione ed il buon senso, non meno della fede, rifiutano di ammettere; è un’ipotesi contro la quale tutti gli attributi divini protestano: C’è un debito da pagare, un’offesa da riparare, un torto da correggere; finché Dio è Dio, deve esigere dal colpevole una soddisfazione necessaria, e non potrà mai rimandarlo indietro assolto e non emendato. Se così non fosse, la nostra giustizia sarebbe come quella degli scribi e dei farisei, che Nostro Signore ha condannato con tanta forza, quando ha detto: « Guai a voi, scribi e farisei!  ipocriti, perché siete come i sepolcri imbiancati, che esteriormente appaiono belli, ma interiormente sono pieni di putridume; così voi, all’esterno apparite giusti agli occhi degli uomini, ma interiormente siete pieni di inganni e di iniquità. » – Matth., XXVI, 27 – 28). – Se dunque il peccatore aspira al perdono divino, c’è solo un modo per ottenerlo, ed è il pentimento; se non vuole che le sue iniquità gli siano imputate, la condizione indispensabile è che siano veramente cancellate dall’infusione della grazia. Questa è la vera nozione della giustificazione, come la Chiesa ha sempre inteso ed insegnato, come risulta da un attento studio dei Libri Sacri e dei documenti della Tradizione.

IV.

Non è, infatti, solo una volta di passaggio, o in termini vaghi ed oscuri, che la Scrittura esprima questo dogma; lo fa in una moltitudine di passaggi ed attraverso espressioni tanto chiare quanto varie. Così si dice che i peccati vengono tolti (Giov. I, 29), cancellati (Act. III, 19), lavati (Ezech. XXXVI, 25), purificati (Hebr. I, 3). San Paolo, ricordando ai Corinzi, le loro antiche contaminazioni, cancellate dal Battesimo, diceva loro: « Voi eravate tutte queste cose, ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore nostro Gesù Cristo e dallo Spirito di Dio » (1 Cor. VI, 11). E così perfetta è questa purificazione, che il peccatore giustificato è più bianco della neve (Ps. L, 9 – Is. I, 18).  Se, invece di limitarsi esclusivamente ad uno o a due passi della Scrittura che rappresentano i peccati come coperti e non imputati, i nostri avversari avessero considerato tutti i testi che ci stanno davanti, relativi alla verità, avrebbero incontrato una moltitudine di testimonianze che attestano che i peccati perdonati non esistono più realmente, che sono scomparsi come neve sciolta al sole (Eccli. III, 17); avrebbero sentito lo stesso salmista che tanto esaltano, quando dice: « Beati coloro le cui iniquità sono perdonate e i cui peccati sono coperti; benedetto l’uomo al quale Dio non ha imputato il peccato – « Beati quorum remissæ sunt iniquitates, et quorum tecta sunt peccata. Beatus vir cui non imputavit Dominus peccatum. » (Ps. XXXI, 1-2), per tradurre il suo pensiero in un’altra forma non meno espressiva ed affermare che « quanto l’Oriente dista dall’Occidente, di tanto Dio allontana da noi le nostre iniquità » (Ps. CII, 12); avrebbero così appreso da un altro profeta che Dio getta i nostri peccati in fondo al mare (Mich. VII, 19), volendo lo Spirito Santo, attraverso questo significativo linguaggio figurato, farci capire che i peccati perdonati sono scomparsi e non sono più in questione; infine, avrebbero potuto leggere in Isaia queste parole che il Signore rivolgeva al suo popolo: «Sono Io, Io stesso che cancello i vostri peccati per riguardo a me. » (Is. XLIII, 25). Ora, come osserva Bossuet, non sarebbe un insulto a Dio pensare che ciò che Egli abbia rimosso da noi rimanga ancora là? … Che ciò che ha cancellato, distrutto, annientato, rimanga sempre? … che le macchie che Egli ha lavato e purificato non siano scomparse? Nel senso ordinario della parola, “lavare” non significa coprire, ma rendere puro; il suo significato non verrebbe sminuito, dal momento che è Dio stesso a lavarci, non con il sangue di tori e capre, ma con il sangue del proprio Figlio? Se un tempo il sangue degli animali poteva conferire la purezza legale, il prezioso sangue di Gesù Cristo sarà meno efficace nel purificare le nostre coscienze dalle opere di morte? (Hebr. IX, 14). Concludiamo dunque che, per Dio, giustificare qualcuno non è solo dichiararlo giusto e ritenerlo tale, ma è fare in modo che egli lo sia  effettivamente; perdonare i peccati non è solo esentarlo dalla punizione, ma è eliminare la colpa; coprirle è non farle più. Infatti, secondo l’osservazione giudiziosa di sant’Agostino, ci sono due modi per coprire una piaga: l’uno per guarirla, l’altro per nasconderla. Il medico copre la ferita per tenerla fuori dal contatto con l’aria e dalle influenze dannose, il paziente la copre per falsa vergogna o per paura di un intervento chirurgico doloroso; il primo la copre con una sostanza benefica che la fa scomparire; l’altro la copre e la conserva. « Che sia Dio – dice il santo Dottore – che copre le vostre ferite, e non voi; perché se le ricoprite voi perché ne arrossite, il medico non le guarirà. Lasciate che il medico le copra e le guarisca, perché le copre con una sostanza salutare. Quando il medico ha coperto una piaga, questa guarisce, ma quando la copre il paziente, essa viene solo nascosta. » (S. Aug., Enarr. 2a in Ps. XXXI, n. 12.). – A sostegno della dottrina che abbiamo appena delineato sulla giustificazione, san Tommaso porta una ragione teologica tanto bella quanto profonda. Innanzitutto osserva che, giustificando il peccatore, Dio gli dona le sue buone grazie e la sua amicizia; questo suppone la collazione di un dono fatto alla creatura che la rende degna di essere amata. A riprova di questa affermazione, basta ricordare la differenza cruciale che esiste tra l’amore di Dio e quello della creatura, tra la grazia di Dio e il favore dell’uomo. Il nostro amore, presuppone in noi la bontà, e di solito è causato dalle buone qualità e dalle perfezioni che abbiamo notato nell’oggetto amato; in seguito, può tradursi in benefici, ma in linea di principio, è causato dal bene preesistente. « L’amore di Dio, al contrario, crea e riversa nelle cose il bene che le rende amabili a Lui: Amor Dei est infundens et creatis bonitatem in rébus » (S. Th., I, q. XX, a. 2). E secondo la natura del bene conferito, in Dio si distingue un doppio amore: l’uno comune e generale, che si estende a tutto ciò che esiste e che ha per effetto l’essere naturale delle cose; l’altro speciale e di ordine più sublime, con il quale Dio eleva la creatura ragionevole al di sopra della sua condizione naturale e la chiama alla partecipazione della propria felicità. E’ quest’ultimo tipo di dilezione che è in gioco quando affermiamo semplicemente che qualcuno è amato da Dio, perché allora Dio vuole il Bene sovrano ed eterno che è Se stesso. Quando si dice di un uomo che egli possieda la grazia e l’amicizia di Dio, la parola “grazia” non indica qui un semplice sentimento di benevolenza, un favore estrinseco causato dal bene che è in lui, ma designa un dono soprannaturale, proveniente da Dio, e che trasforma in modo meraviglioso colui che lo riceve e che diventa così oggetto di compiacimento divino. (S. Th., 1a IIæ, q. CX, a. 1.). È qualcosa di ineffabile come il cambiamento operato nell’anima dalla grazia. Il peccato gli aveva dato la morte, la grazia gli rende la vita. Il peccato l’aveva resa criminale, schiava di satana, un ramo secco destinato al fuoco; la grazia gli conferisce, con la giustizia e la santità, il titolo di figlio di Dio ed il diritto all’eredità eterna. Il peccato l’aveva resa laida, contaminata, ottenebrata; con la grazia essa è bella, è pura, è luminosa. Oh, se ci fosse possibile contemplare un’anima in stato di grazia! È uno spettacolo tale da deliziare gli Angeli, fare gioire il cuore stesso di Dio, che è la gioia personificata.

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