DOMENICA DI QUINQUAGESIMA (2020)

DOMENICA DI QUINQUAGESIMA (2020)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Stazione: a S. Pietro.

Semidoppio Dom. privil. di II cl. – Paramenti violacei.

Come le tre prime profezie del Sabato Santo con le loro preghiere sono consacrate ad Adamo, a Noè, ad Abramo, così il Breviario e il Messale, durante le tre settimane del Tempo della Settuagesima, trattano di questi Patriarchi che la Chiesa chiama rispettivamente il « padre del genere umano », il « padre della posterità » e il « padre dei credenti ». Adamo, Noè e Abramo sono le figure del Cristo nel mistero pasquale; lo abbiamo già dimostrato per i due primi, nelle due Domeniche della Settuagesima e della Sessagesima, ora lo mostreremo di Abramo. Nella liturgia ambrosiana la Domenica di Passione era chiamata « Domenica di Abramo » e si leggevano, nell’ufficiatura, i “responsori di Abramo”. Anche nella liturgia romana il Vangelo della Domenica di Passione è consacrato a questo Patriarca. «Abramo vostro Padre, – disse Gesù, – trasalì di gioia nel desiderio di vedere il mio giorno: Io vide e ne ha goduto. In verità, in verità vi dico io sono già prima che Abramo fosse ». – Dio aveva promesso ad Abramo che il Messia sarebbe nato da lui e questo Patriarca fu pervaso da una grande gioia, contemplando in anticipo, con la sua fede, l’avvento del Salvatore e allorché ne vide la realizzazione, contemplò con novella gioia l’avvenuto mistero dal limbo ove attendeva con i giusti dell’antico Testamento, che Gesù venisse a liberarli dopo la sua Passione. Quando al Tempo di Quaresima si aggiunsero le tre settimane del Tempo di Settuagesima, la Domenica consacrata ad Abramo divenne quella di Quinquagesima, infatti le lezioni e i responsori dell’Ufficio di questo giorno descrivono l’intera storia di questa Patriarca. Volendo formarsi un popolo suo, nel mezzo delle nazioni idolatre (Grad. e Tratto), Dio scelse Abramo come capo di questo popolo e lo chiamò Abramo, nome che significa padre di una moltitudine di nazioni. « E lo prese da Ur nella Caldea e lo protesse durante tutte le sue peregrinazioni » (Intr., Or.). « Per la fede, – dice S. Paolo – colui che è chiamato Abramo, ubbidì per andare al paese che doveva ricevere in retaggio e partì senza saper dove andasse. Egli con la fede conseguì la terra di Canaan nella quale visse più di 25 anni come straniero. È in virtù della sua fede che divenne, già vecchio, padre di Isacco e non esitò a sacrificarlo, in seguito ad ordine di Dio, sebbene fosse suo figlio unico, nel quale riponeva ogni speranza di vedere effettuate le promesse divine d’una posterità numerosa. (Agli Ebrei, XI. 8,17) – Isacco infatti rappresenta Cristo allorché fu scelto «per essere la gloriosa vittima del Padre » (VI Orazione del Sabato Santo.); allorché portò il fastello sul quale stava per essere immolato, come Gesù portò la Croce sulla quale meritò la gloria colla sua Passione; allorché fu rimpiazzato da un montone trattenuto per le corna dalle spine di un cespuglio, come Gesù, l’Agnello di Dio ebbe, dicono i Padri, la testa contornata dalle spine della sua corona; e specialmente allorché liberato miracolosamente dalla morte, fu reso alla vita per annunziare che Gesù dopo essere stato messo a morte, sarebbe risuscitato. Così con la sua fede, Abramo, che credeva senza esitare ciò che stava per avvenire, contemplò da lungi il trionfo di Gesù sulla Croce e ne gioì. Fu allora che Dio gli confermò le sue promesse: «Poiché tu non mi hai rifiutato il tuo unico figlio, io ti benedirò, ti darò una posterità numerosa come le stelle del cielo e l’arena del mare (VI orat. del Sabato santo). Queste promesse Gesù le realizzò con la sua Passione. « Il Cristo, dice S. Paolo, ci ha redenti pendendo dalla croce perché la benedizione, data ad Abramo fosse comunicata ai Gentili dal Cristo, e così noi ricevessimo mediante la fede la promessa dello Spirito », cioè lo Spirito di adozione che ci era stato promesso. « Fa, o Dio, prega la Chiesa nel Sabato Santo, che tutti i popoli della terra divengano figli di Abramo, e, mediante l’adozione, moltiplica i figli della promessa» (3a settimana dopo l’Epifania, feria 2a – martedì). Si comprende ora perché la Stazione oggi si fa a S. Pietro, essendo il Principe degli Apostoli che fu scelto da Gesù Cristo per essere il capo della sua Chiesa e, in una maniera assai più eccellente che Abramo stesso, « il padre di tutti i credenti ». – La fede in Gesù, morto e risuscitato, che meritò ad Abramo di essere il padre di tutte le nazioni e che permette a tutti noi di divenire suoi figli, è l’oggetto del Vangelo. Gesù Cristo vi annunzia la sua Passione ed il suo trionfo e rende la vista ad un cieco dicendogli: La tua fede ti ha salvato. Questo cieco, commenta S. Gregorio, recuperò la vista sotto gli occhi degli Apostoli, onde quelli che non potevano comprendere l’annunzio di un mistero celeste fossero confermati nella fede dai miracoli divini. Infatti bisognava che vedendolo di poi morire nel modo come lo aveva predetto, non dubitassero che doveva anche risuscitare ». (4° e 5° Orazione). L’Epistola, a sua volta mette in pieno valore la fede di Abramo e ci insegna come deve essere la nostra. « La fede senza le opere, scrive S. Giacomo, è morta. La fede si mostra con le opere. Vuoi sapere che la fede senza le opere è morta? Abramo, nostro padre, non fu giustificato dalle opere, quando offri il suo figlio Isacco su l’altare? Vedi come la fede cooperò alle sue opere e come per mezzo delle opere fu resa perfetta la fede. Così si compì la Scrittura che dice: Abramo credette a Dio e gli fu imputato a giustizia e fu chiamato amico di Dio. Voi vedete che l’uomo è giustificato dalle opere e non dalla fede solamente » (3° Notturno). L’uomo è salvato non per essere figlio di Abramo secondo la carne, ma per esserlo secondo una fede simile a quella di Abramo. « In Cristo Gesù, scrive S. Paolo, non ha valore l’essere circonciso (Giudei), o incirconciso (Gentili), ma vale la fede operante per mezzo dell’amore ». « Progredite nell’amore, dice ancora l’Apostolo, come Cristo ci ha amati e ha offerto se stesso per noi in oblazione a Dio e in ostia di odore soave » (Ad Gal. 5, 6). – In questa domenica e nei due giorni seguenti, ha luogo in moltissime chiese, una solenne adorazione del SS.mo Sacramento, in espiazione di tutte le colpe che si commettono in questi tre giorni. Questa preghiera di espiazione, conosciuta sotto il nome di « quarant’ore », fu istituita da S. Antonio Maria Zaccaria (5 luglio) nella Congregazione dei Barnabiti, e si generalizzò, venendo riferita particolarmente a questa circostanza, sotto il pontificato di Clemente XIII, il quale nel 1765, l’arricchì di numerose indulgenze.

Incipit 

In nómine Patris,  et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

[Ps XXX: 3-4] Esto mihi in Deum protectórem, et in locum refúgii, ut salvum me fácias: quóniam firmaméntum meum et refúgium meum es tu: et propter nomen tuum dux mihi eris, et enútries me. – [Sii mio protettore, o Dio, e mio luogo di rifugio per salvarmi: poiché tu sei la mia fortezza e il mio riparo: per il tuo nome guidami e assistimi.]

Ps XXX: 2

In te, Dómine, sperávi, non confúndar in ætérnum: in justítia tua líbera me et éripe me. – [In Te, o Signore, ho sperato, ch’io non resti confuso in eterno: nella tua giustizia líberami e sàlvami.]

Esto mihi in Deum protectórem, et in locum refúgii, ut salvum me fácias: quóniam firmaméntum meum et refúgium meum es tu: et propter nomen tuum dux mihi eris, et enútries me. – [Sii mio protettore, o Dio, e mio luogo di rifugio per salvarmi: poiché tu sei la mia fortezza e il mio riparo: per il tuo nome guidami e assistimi.]

Orémus.

Preces nostras, quaesumus, Dómine, cleménter exáudi: atque, a peccatórum vínculis absolútos, ab omni nos adversitáte custódi. [O Signore, Te ne preghiamo, esaudisci clemente le nostre preghiere: e liberati dai ceppi del peccato, preservaci da ogni avversità.

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corinthios.

1 Cor XIII: 1-13

“Fratres: Si linguis hóminum loquar et Angelórum, caritátem autem non hábeam, factus sum velut æs sonans aut cýmbalum tínniens. Et si habúero prophétiam, et nóverim mystéria ómnia et omnem sciéntiam: et si habúero omnem fidem, ita ut montes tránsferam, caritátem autem non habúero, nihil sum. Et si distribúero in cibos páuperum omnes facultátes meas, et si tradídero corpus meum, ita ut árdeam, caritátem autem non habuero, nihil mihi prodest. Cáritas patiens est, benígna est: cáritas non æmulátur, non agit pérperam, non inflátur, non est ambitiósa, non quærit quæ sua sunt, non irritátur, non cógitat malum, non gaudet super iniquitáte, congáudet autem veritáti: ómnia suffert, ómnia credit, ómnia sperat, ómnia sústinet. Cáritas numquam éxcidit: sive prophétiæ evacuabúntur, sive linguæ cessábunt, sive sciéntia destruétur. Ex parte enim cognóscimus, et ex parte prophetámus. Cum autem vénerit quod perféctum est, evacuábitur quod ex parte est. Cum essem párvulus, loquébar ut párvulus, sapiébam ut párvulus, cogitábam ut párvulus. Quando autem factus sum vir, evacuávi quæ erant párvuli. Vidémus nunc per spéculum in ænígmate: tunc autem fácie ad fáciem. Nunc cognósco ex parte: tunc autem cognóscam, sicut et cógnitus sum. Nunc autem manent fides, spes, cáritas, tria hæc: major autem horum est cáritas.”

Omelia I

ECCELLENZA DELLA CARITÀ

[A. Castellazzi: Alla Scuola degli Apostoli; Sc. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929]

 “Fratelli: Se parlassi le lingue degli uomini e degli Angeli, e non ho carità, sono come un bronzo sonante o un cembalo squillante. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutto lo scibile, e se avessi tutta la fede così da trasportare i monti, e non ho la carità, non sono nulla. E se distribuissi tutte le mie sostanze in nutrimento ai poveri ed offrissi il mio corpo a esser arso, e non ho la carità, nulla mi  giova. La carità è paziente, è benigna. La carità non è invidiosa, non è avventata, non si gonfia, non è burbanzosa, non cerca il proprio interesse, non s’irrita, non pensa al male; non si compiace dell’ingiustizia, ma gode della verità: tutto crede, tutto spera, tutta sopporta. La carità non verrà mai meno. Saranno, invece, abolite le profezie, anche le lingue cesseranno, e la scienza pure avrà fine. Perché la nostra conoscenza è imperfetta, e imperfettamente profetiamo; quando, poi, sarà venuto ciò che è perfetto, finirà ciò che è imperfetto. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, giudicavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma diventato uomo, ho smesso ciò che era da bambino. Adesso noi vediamo attraverso uno specchio, in modo oscuro; ma allora, a faccia a faccia. Ora conosco in parte; allora, invece, conoscerò così, come anch’io sono conosciuto. Adesso queste tre cose rimangono: la fede, la speranza, la carità; ma la più grande di esse è la carità”. (1. Cor. XIII, 1-13).

I diversi doni spirituali, di cui erano stati abbondantemente arricchiti i fedeli di Corinto, dovevano essere tenuti tutti nel medesimo pregio. Se alcuni avevano doni più appariscenti degli altri, li avevano avuti da Dio, che distribuisce le grazie come a lui piace. Questi doni poi, come le membra di un sol corpo, dovevano concorrere a vicenda nel promuovere il bene comune, della Chiesa. Nessuno, dunque, deve invidiare i doni degli altri. Del resto c’è un bene molto più desiderabile di tutti questi doni: la carità. Di questa l’Apostolo dimostra l’eccellenza nell’epistola di quest’oggi. Essa, infatti:

1. È necessaria più di tutti i doni,

2. È l’anima di tutte le virtù,

3. Dura nella vita eterna.

1.

Se parlassi le lingue degli. uomini e degli Angeli e non ho carità, sono come un bronzo sonante o un cembalo squillante.

I doni che qui enumera S. Paolo sono di grande importanza. Parlar lingue sconosciute; parlar come parlano tra loro gli Angeli in cielo; predire il futuro; intendere i misteri, spiegarli e persuaderli agli altri; avere il dono d’una fede, che all’occorrenza operi prodigi strepitosi, come il trasporto delle montagne; aver l’eroismo di distribuire tutte le proprie sostanze, di gettarsi nel fuoco o di sacrificare, comunque, la propria vita per salvare quella degli altri, non è certamente da tutti. Il possedere uno solo di questi doni, il compiere una sola di queste azioni, basterebbe a formare la grandezza di un uomo. S. Paolo, che doveva conoscer bene tutti questi doni, da quello di parlar lingue straniere a quello di voler sacrificarsi per il prossimo, afferma che. son superati da un altro bene: la carità. È tanto grande la carità, che senza di essa tutti gli altri doni mancano di pregio. È vero che questi doni non sono inutili per coloro, in cui il favore di Dio li concede; ma sono inutili, senza la carità, per il bene spirituale di chi li possiede. Sono come il danaro che uno distribuisce agli altri, non serbando nulla per sé. Arricchisce gli altri, ed egli si trova in miseria. Che giova a Balaam predire, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, la grandezza d’Israele, quando egli si fa ispiratore di prevaricazioni abominevoli, perché sopra Israele cadano i tremendi castighi di Dio? (Num. XXIV, 2 ss.) Che giova a Giuda aver avuto il mandato di predicare il regno di Dio e di risanare gli infermi? Anche coi doni più eccellenti, anche con le azioni più eroiche non cessiamo di essere iniqui agli occhi di Dio, se ci manca la carità. Gesù Cristo ci fa sapere che molti nel giorno del giudizio diranno: «Signore, non abbiamo noi profetato nel nome tuo, e non abbiamo nel tuo nome cacciato i demoni, e nel nome tuo non abbiam fatto molti prodigi?» Ma Gesù dirà loro: «Non v’ho mai conosciuti: ritiratevi da me, operatori d’iniquità» (Matt. VII, 22-23). Come possono essere operatori d’iniquità, coloro che compiono tali prodigi nel nome di Dio? Intanto uno è iniquo, in quanto non possiede la carità. «Chi non possiede la carità è senza Dio» (S. Pier Grisol. Serm. 53). E lontani da Dio non si può esser che suoi nemici, meritevoli della sua maledizione. Anche senza doni straordinari, anche senza l’opportunità di compiere atti eroici, a tutto basta, a tutto supplisce la carità. «Io credo — dice S. Agostino — che questa sia quella margherita preziosa, della quale sta scritto nel Santo Vangelo che, un mercante, trovatola dopo una lunga ricerca, vendette tutte le cose che aveva per poterla comperare. Questa preziosa margherita è la carità, senza la quale nulla ti giova di quanto possiedi: questa sola, se l’hai, ti può bastare. ((2) In Ep. Ioa. Tract. 5, n. 7).

2.

 La carità è paziente, è benigna. La carità non è invidiosa, non è avventata, ecc.  – L’Apostolo, dopo aver detto che la carità è più eccellente di qualsiasi dono, passa a mostrarne i caratteri. S. Gerolamo, riportata questa descrizione, conchiude : «La carità è la madre di tutte le virtù » (Ep. 82, 11 ad Theoph.). Per la carità noi amiamo Dio per se stesso e il prossimo per amor di Dio. Questo amore dev’essere necessariamente l’anima di tutte le nostre azioni, sia che riguardino Dio, sia che riguardino il prossimo. Così, la città spinse gli Apostoli alla conquista del mondo, e li rese forti e costanti a traverso tutte le difficoltà. La carità sostenne fino all’ultimo i martiri, rendendoli trionfatori dei più raffinati tormenti. La carità rese prudenti i confessori contro tutte le insidie, e li fece perseverare nella via retta dei comandamenti. La carità fa vivere sulla terra angeli in carne, e adorna questa misera valle di lagrime dei fiori d’ogni virtù. Essa stacca da questa terra il cuor dell’uomo e lo accende del desiderio di unirsi a Dio così da poter dire con l’Apostolo: «Bramo di sciogliermi dal corpo per essere con Cristo» (Filipp. 1, 23). Nelle relazioni col prossimo la carità ci fa esercitare la mansuetudine, la pazienza, la mortificazione dell’amor proprio, l’umiltà, il disinteresse. Essa ci spinge a toglier disordini, ad allontanare scandali, a sopprimere abusi, a evitar liti, a estinguere odi. Se tutti gli uomini nelle loro relazioni fossero guidati nella carità, non ci sarebbero più tribunali. La carità, insomma, indirizza, perfeziona, innalza, avvalora, santifica tutte le nostre azioni. Ecco perché i Santi cercavano di progredire sempre più nella carità, anteponendola, nella stima, a tutte le grande azioni. Un giorno si vollero fare congratulazioni al Beato Bellarmino per tutto quello che aveva fatto in servizio della Chiesa. Ma il Beato respinge prontamente la lode con queste belle parole: « Una piccola dramma di carità val più di quanto io possa aver fatto » (Raitz. von Frentz. Der ehrw. Kardinal Rob. Bellarm. Freiburg, 1923, p. 141).

3.

L’eccellenza della carità risalta ancor più dal fatto che durerà eternamente. La carità non verrà mai meno. In cielo non ci saranno più profezie, non ci sarà più il dono delle lingue, non essendovi alcuno che abbia bisogno di essere istruito. Ci sarà ancora, invece, la carità. Su questa terra abbiam bisogno della fede, della speranza e della carità, che sono come i tre organi essenziali della vita cristiana, e sono, quindi, indispensabili per la nostra santificazione. Ma la fede e la speranza cesseranno nell’altra vita, L’Angelo sveglia S. Pietro nell’oscurità del carcere, lo guida a traverso le tenebre e le guardie, e scompare. L’Angelo Raffaele fa da guida a Tobia nel viaggio a Rages, lo libera nei pericoli, lo sostiene nella sua opera, ma un giorno dice: « Ora è tempo che io torni a Colui che mi ha mandato » (Tob. XII, 20). – La fede ci fa da guida in questa vita, mostrandoci la via che conduce al cielo. La speranza ci preserva dallo scoraggiamento, e, mostrandoci i beni della patria celeste, accende la nostra carità, la quale, a traverso a qualunque ostacolo, ci fa pervenire alla meta sperata. Qui, il compito della fede e della speranza è finito. Quando vediamo ciò che la fede insegna, essa cessa di sussistere: quando possediamo ciò che si sperava cessa la speranza. Solamente la carità non si ferma alla soglia della seconda vita. Essa vi entra con noi, ed entra nel regno suo proprio. Alla fede sottentrerà la visione di Dio; alla speranza sottentrerà la beatitudine: ma nulla sottentrerà alla carità, la quale, anzi, vi avvamperà maggiormente. Se quaggiù, non conoscendo Dio che per la fede, lo amiamo; quanto più deve crescere il nostro amore quando lo vedremo svelatamente? Quando contempleremo la sua bellezza che supera la bellezza delle anime più giuste e più sante; che supera la bellezza di tutti gli spiriti celesti più eccelsi; che supera tutto ciò che di bello e di buono si può immaginare, la nostra carità non avrà più limiti. Tutti gli ostacoli che quaggiù si oppongono alla carità, lassù saranno tolti. Tutto, invece, servirà ad accenderla. Se Dio non ci ha dato doni straordinari; se non abbiamo un forte ingegno, un’istruzione profonda: se non possediamo beni di fortuna: se la salute non è di ferro; se il nostro aspetto non è gradevole: non siamo inferiori, davanti a Dio, a tutti quelli che posseggono questi doni, qualora abbiamo la carità. Anzi siamo a essi immensamente superiori, se tutti questi loro doni non sono accompagnati dalla carità. Noi dobbiam curare di essere accetti agli occhi di Dio. In fondo, è un niente tutto quel che non è Dio. « Dio è Carità » (1 Giov. IV, 8). In questa fornace ardente accendiamo i nostri cuori qui in terra, se vogliamo andare un giorno a inebriarci in Dio su nel Cielo.

 Graduale:

Ps LXXVI: 15; LXXVI: 16

Tu es Deus qui facis mirabília solus: notam fecísti in géntibus virtútem tuam. [Tu sei Dio, il solo che operi meraviglie: hai fatto conoscere tra le genti la tua potenza.]

Liberásti in bráchio tuo pópulum tuum, fílios Israel et Joseph.

[Liberasti con la tua forza il tuo popolo, i figli di Israele e di Giuseppe.]

Tratto:

[Ps XCIX: 1-2] Jubiláte Deo, omnis terra: servíte Dómino in lætítia, V. Intráte in conspéctu ejus in exsultatióne: scitóte, quod Dóminus ipse est Deus. V. Ipse fecit nos, et non ipsi nos: nos autem pópulus ejus, et oves páscuæ ejus.

[Acclama a Dio, o terra tutta: servite il Signore in letizia. V. Entrate alla sua presenza con esultanza: sappiate che il Signore è Dio. V. Egli stesso ci ha fatti, e non noi stessi: noi siamo il suo popolo e il suo gregge.]

Evangelium

Luc XVIII: 31-43

“In illo témpore: Assúmpsit Jesus duódecim, et ait illis: Ecce, ascéndimus Jerosólymam, et consummabúntur ómnia, quæ scripta sunt per Prophétas de Fílio hominis. Tradátur enim Géntibus, et illudétur, et flagellábitur, et conspuétur: et postquam flagelláverint, occídent eum, et tértia die resúrget. Et ipsi nihil horum intellexérunt, et erat verbum istud abscónditum ab eis, et non intellegébant quæ dicebántur. Factum est autem, cum appropinquáret Jéricho, cæcus quidam sedébat secus viam, mendícans. Et cum audíret turbam prætereúntem, interrogábat, quid hoc esset. Dixérunt autem ei, quod Jesus Nazarénus transíret. Et clamávit, dicens: Jesu, fili David, miserére mei. Et qui præíbant, increpábant eum, ut tacéret. Ipse vero multo magis clamábat: Fili David, miserére mei. Stans autem Jesus, jussit illum addúci ad se. Et cum appropinquásset, interrogávit illum, dicens: Quid tibi vis fáciam? At ille dixit: Dómine, ut vídeam. Et Jesus dixit illi: Réspice, fides tua te salvum fecit. Et conféstim vidit, et sequebátur illum, magníficans Deum. Et omnis plebs ut vidit, dedit laudem Deo.” –

[In quel tempo prese seco Gesù i dodici Apostoli, e disse loro: Ecco che noi andiamo a Gerusalemme, e si adempirà tutto quello che è stato scritto dai profeti intorno al Figliuolo dell’uomo. Imperocché sarà dato nelle mani de’ Gentili, e sarà schernito e flagellato, e gli sarà sputato in faccia, e dopo che l’avran flagellato, lo uccideranno, ed ei risorgerà il terzo giorno. Ed essi nulla compresero di tutto questo, e un tal parlare era oscuro per essi, e non intendevano quel che loro si diceva. Ed avvicinandosi Egli a Gerico, un cieco se ne stava presso della strada, accattando. E udendo la turba che passava, domandava quel che si fosse. E gli dissero che passava Gesù Nazareno. Esclamò, e disse: Gesù figliuolo di David, abbi pietà di me. E quelli che andavano innanzi lo sgridavano perché si chetasse. Ma egli sempre più esclamava: Figliuolo di David, abbi pietà di me. E Gesù soffermatosi, comandò che gliel menassero dinnanzi: E quando gli fu vicino lo interrogò, dicendo: “Che vuoi tu ch’Io ti faccia?” E quegli disse: “Signore, ch’io vegga”. E Gesù dissegli: “Vedi; la tua fede ti ha fatto salvo.” E subito quegli vide, e gli andava dietro glorificando Dio. E tutto il popolo, veduto ciò, diede lode a Dio.]

Omelia II.

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

Sopra il peccato mortale.

“Tradetur enim gentibus et illudetur et flagellabitur et conspuetur; et postquam flagellaverint, occident eum”. Luc. (XVIII).

Ecco, fratelli miei, la predizione che il Salvatore faceva ai suoi Apostoli su ciò che doveva accadergli nella città di Gerusalemme. L’evento ha verificato questa predizione. L’abbiamo veduto questo Figliuolo dell’uomo, questo Salvatore adorabile, abbandonato al furore dei Giudei e dei gentili, che, malgrado la loro antipatia, si sono riuniti per fargli soffrire gli oltraggi più atroci, i supplizi più rigorosi, la morte più crudele. Tale fu la riconoscenza che Egli ricevette da un popolo che ricolmato aveva delle sue grazie e de’ suoi favori. Ah! se la malizia e l’ingratitudine degli uomini avesse almeno avuto fine con gli oltraggi che ricevette durante la sua passione! ma, ohimè! noi vediamo ancora a nostri giorni la continuazione degli avvenimenti predetti dal Salvatore; ogni giorno i peccatori rinnovano, per quanto è in essi, come dice l’Apostolo, la passione e la morte di un Dio che li ha riscattati a prezzo del suo sangue. No, non solamente dai Giudei, che erano suoi nemici, e dai gentili, che nol conoscevano, Gesù Cristo è stato oltraggiato, perseguitato, messo a morte; ma Io è ancora dai suoi propri figliuoli. Checché abbiano potuto fare per questo fine gli Apostoli col loro zelo indefesso, i martiri coi loro patimenti; checché possano fare ancora gli operai evangelici colla guerra continua che menano al peccato, checché faccia Dio medesimo coi castighi, colle calamità con cui affligge il suo popolo per arrestare il corso del libertinaggi, il peccato nulla di meno, quel mostro orribile, sussiste sempre per dichiarare la guerra a Dio, per rinnovare la morte di Gesù Cristo e per perdere gli uomini. Questo mortal veleno infetta tutte le condizioni del mondo, l’iniquità sembra aver inondata tutta la terra. Potrò io quest’oggi sperare di arrestare questo torrente, opponendogli qualche argine? Ah quanto mi stimerei fortunato! Al peccato dunque vengo io a dichiarare la guerra, malgrado l’impero ch’egli ha preso su gli uomini, massime in questo maledetto tempo di dissolutezza, in cui egli alza più arditamente lo stendardo, per gli eccessi vergognosi cui si abbandonano con più libertà i malvagi Cristiani, come se fosse un tempo in cui il peccato fosse meno enorme. Ed è per questo altresì e noi dobbiamo ancora vieppiù sollevarci contro questo nemico della gloria di Dio e della felicità dell’ uomo. E sotto questi due aspetti bisogna rappresentarvelo per ispirarvene tutto l’orrore che merita. Il peccato è il nemico di Dio per l’ingiuria che gli fa: primo punto. Il peccato è il nemico dell’uomo a cagione dei gran mali che tira addosso a chi lo commette: secondo punto. In due parole, il peccato è il sommo male di Dio ed il sommo male dell’uomo. Siccome questa materia è di una grande estensione, noi ci feriremo quest’oggi al primo punto, in cui tratteremo dell’ingiuria che il peccato fa a Dio. Favoritemi di tutta la vostra attenzione.

I . Punto. Che cosa è il peccato? È, dice s. Agostino, un pensiero, una parola, un’azione contro la legge di Dio; o, come dice s. Ambrogio, una trasgressione dei divini comandamenti: cœlestium inobedientia mandatorum. Or, sapete voi, peccatori, qual è l’ingiuria che fate a Dio col peccato ed in che consiste la sua malizia? Lo stesso s. Agostino o dopo lui s. Tommaso ce ne forniscono l’idea, allorché ci dicono che il peccato è un allontanamento da Dio e un attaccamento sregolato alla creatura: Aversio ab incommutabili bono et conversio ad creaturam. Chi commette un peccato mortale, si allontana da Dio con la ribellione più temeraria; egli s’attacca alla creatura con la preferenza più indegna e più ingiuriosa, cioè il peccatore si rende colpevole verso Dio della ingratitudine più nera, del disprezzo più oltraggiante, della ribellione più temeraria; tre caratteri del peccato mortale che ne fanno conoscere tutta la malizia e che debbono ispirarne un estremo orrore.

1. Riflessione. Richiede il buon ordine che il servo sia sottomesso al suo padrone, il figliuolo a suo padre, il suddito al suo re, la creatura a Dio. Il che riconosceva altre fiate un esempio, oppresso sotto i colpi della divina giustizia: egli è giusto diceva che l’uomo sia sottomesso a Dio: iustum est subditum esse Deo (2 Mach. IX) . La dipendenza è tanto essenziale alla creatura, quanto l’indipendenza al Creatore; dipendenza sì universale che siccome la creatura non può sussistere né operare senza Dio, così non può nemmeno e non deve operare che per Dio. Essa deve ubbidirgli in tutto ed applicarsi incessantemente ad adempiere tutti i suoi voleri. Che fa dunque una creatura quando pecca? ella vuole uscire dal suo stato di dipendenza; è un servo che vuole sottrarsi all’autorità del suo padrone, un figliuolo che non riconosce più suo padre, un suddito che si ribella contro del suo re. E, dice s. Ambrogio, un nulla che prende l’arme contro l’Onnipotente per eguagliarsi a Lui, nihilum armatum. Si può concepire una ribellione più temeraria che quella dell’uomo che non vuol ubbidire a Dio? I servi sono sottomessi ai loro padroni e solleciti ad eseguire puntualmente la loro volontà. E che pensereste voi medesimi di un servo che vi mancasse di sottomissione? Qual rispetto non hanno i sudditi pel loro re? Non solamente i piccoli, ma ancora i grandi si fanno un dovere di rendergli l’omaggio di un’intera sottomissione. Fa d’uopo per questo spendere il fatto suo, sacrificare il riposo, esporre la sanità ed anche la vita ai più grandi pericoli? Si lascia tutto, si sacrifica tutto per dimostrare la sua sommissione all’autorità del sovrano. E l’uomo, che di sua natura è servo di Dio, che dipende più da Lui che il servo dal suo padrone, il suddito dal suo re, ricuserà di ubbidire a Dio, il più grande di tutti i padroni, sovrano di tutti i re? a Dio, innanzi cui tutti i potentati dell’universo non sono che cenere e polvere? Non è forse questo un sommo disordine e l’intero rovesciamento di ogni subordinazione? Ecco nulladimeno ciò che avete fatto, fratelli miei, e ciò che voi fate ogni qual volta cadete in peccato. Quando un servo è ribelle agli ordini del suo padrone, un suddito a quelli del suo re, egli disubbidisce, è vero, ad un uomo che gli è superiore per stato e condizione, ma in sostanza si è ad un uomo simile a lui, soggetto come lui allo stesso destino. Ma, o uomo, chi sei tu riguardo a Dio? O homo! tu quis es? Meno che un verme di terra in confronto del più gran re del mondo. Paragona la tua bassezza colla grandezza di quell’Essere supremo che con una sola parola ha cavato dal nulla questo vasto universo e che può con la stessa facilità ridurvelo, innanzi a cui tutte le nazioni sono come se non fossero. Come osi tu dunque, cenere e polvere qual sei, sollevarti contro quella maestà suprema, a cui rimpetto tu sei un nulla? Come osi tu scuotere il giogo che Egli t’impone e dire come quell’empio di cui parla la Scrittura; io non voglio sottomettermi. Confregisti iugum, dixisti: non serviam (Jer. II). Qualunque autorità Dio abbia di proibirmi quell’azione peccaminosa, quella vendetta, io non voglio ubbidirgli, io voglio contentare la mia passione: non serviam. – Che? mentre tutte le creature eseguiscono gli ordini di Dio, le colonne del cielo tremano al minimo segno della sua volontà, gli elementi ubbidiscono alla sua voce senza conoscerlo; tu, che lo conosci, ti servi della conoscenza e della libertà che ti ha dato per resistergli? Che? sarai tu il solo che non voglia subordinazione alcuna e che sconvolga l’ordine? Tu sei dunque un mostro nella natura, che non meriti che il sole ti rischiari, che la terra ti porti e ti nutrisca; ma piuttosto ch’ella apra i suoi abissi per inghiottirti. Tu sei ancora tanto più colpevole, quanto che l’offendi alla sua presenza e gli resisti in faccia. Imperciocché non sai tu che questo Dio ha gli occhi su di te aperti, che in Lui tu vivi, e che non hai moto alcuno che per lui? In ipso vivimus, movemur et sumus. Come osi tu dunque violare la sua santa legge e fare alla sua presenza azioni che non oseresti fare alla presenza dell’ultimo degli uomini? Come osi tu far servire la sua possanza ed il suo aiuto ad offenderlo? Servire me fecisti iniquitatibus tuis (Isai. XLIII). Non sai tu ancora che questo Dio di tutta maestà può nel momento che tu l’offendi ridurti in polvere, precipitarti nel profondo degli abissi? Quale audacia e temerità è dunque la tua di ribellarti contro di Lui, d’irritarlo coi tuoi peccati? Che pensereste voi di un suddito, di un vile schiavo, che andasse ad insultare il suo re, il suo signore, sin sul suo trono, armato di tutta la sua possanza per punirlo? Non vi sarebbe, direste voi, castigo abbastanza rigoroso per punire la sua arroganza. La vostra è ancora più grande, peccatori, che offendete il vostro re, il vostro Dio, senza rispettare la sua presenza e senza temere i castighi della sua giustizia. Ma perché ribellarvi così contro l’Autore del vostro essere? Perché allontanarvi dal vostro Dio? Riconoscete quivi l’ingiuria che voi gli fate; si è per attaccarvi alla creatura, cui voi date un’ingiusta preferenza sul Creatore. Quale orrore! quale indegnità! qual disprezzo! ne conoscete voi di più oltraggiante?

2. Riflessione. Dio merita la preferenza nel nostro cuore su d’ogni altro oggetto, sia per l’eccellenza del suo essere, sia perché Egli solo può renderci felici ed effettivamente lo vuole. Egli la merita per l’eccellenza del suo essere; Egli è l’oggetto più amabile, più perfetto, più degno per conseguenza del nostro amore. Egli possiede le perfezioni più atte a guadagnare il nostro cuore; grandezza, bontà, sapienza, bellezza: il nostro cuore non è fatto che per Lui, e non può trovare che in Lui di che soddisfare i suoi desideri. Anche Dio vuol fare la nostra felicità e dar sé stesso per ricompensa di un amore su cui ha i diritti più incontrastabili. Se noi gli ricusiamo questo amore, Egli ci minaccia di privarci di quella ricompensa, di rigettarci per sempre dalla sua divina faccia. Che fa dunque l’uomo peccando? Ecco, fratelli miei, ciò che forse voi non avete giammai compreso, in che consiste il sommo disprezzo che l’uomo fa del suo Dio, offendendolo. Da una parte Dio si presenta all’uomo con tutti gli allettamenti delle sue perfezioni, con tutta la magnificenza delle sue ricompense; dall’altra si presenta la creatura con le sue imperfezioni, con la caducità dei suoi beni, con l’ombra de’ suoi piaceri. Dio domanda all’uomo la preferenza sulla creatura e gli promette di dargli sé stesso per ricompensa della sua fedeltà nel servirlo: al contrario lo minaccia di privarlo per sempre del possesso della sua gloria, in punizione della sua disubbidienza. Che fa il peccatore? Nell’impossibilità in cui è di servire a due padroni, Dio e la sua passione, egli rinunzia al servizio di Dio per contentare la sua passione. Un vile interesse, un sozzo piacere, un punto d’onore, che si trova in concorrenza con la legge di Dio, la vince sull’ubbidienza che esso gli deve. Ama meglio rinunziare al possesso del sommo bene che di privarsi di quel piacere, di quell’interesse, di quel punto d’onore. E non è questo, fratelli miei, preferire la creatura a Dio? Fare più stima di un oggetto creato che di un Oggetto infinito? Non è questo un sommo disordine? Mentre, laddove le creature debbono servirsi di mezzi per giungere al loro ultimo fine che è Dio, il peccatore mette il suo ultimo fine nelle creature, egli fa dei mezzi il suo fine, fissa il suo godimento e la sua felicità in ciò che non gli è dato che per suo uso, dice s. Agostino, e fa il suo uso dell’oggetto che far dovrebbe il suo godimento: Omnis perversitas humana, fruì utendis et uti fruendis. Pensatevi seriamente, peccatori ostinati; che fate voi trasgredendo la legge del Signore? Egli vi comanda, voi disubbidite: Egli vi minaccia, e voi niente affatto temete i suoi castighi; Egli vi promette beni eterni, e voi disprezzate le sue ricompense; voi amate meglio ubbidire alle vostre passioni che a chi vi ha dato la vita; qual disprezzo! Ve ne fu mai di più oltraggiante? Oimè! Fratelli miei, Dio chiede il vostro cuore; Egli lo chiede in qualità di Padre, e voi gli ricusate questo cuore ch’Egli ha creato, questo cuore ch’Egli ha riscattato, questo cuore ch’Egli tante volte ha santificato, e voi lo date alla creatura. O cieli, stupite e fremete d’orrore alla vista di un tale rovesciamento! porte celesti, siate nella desolazione, vedendo il vostro Dio messo al di sotto del nulla! Obstupescite cæli, super hoc; et portœ eius desolamini vehementer (Jer. II). Egli è Dio stesso che parla in questi termini per uno de’ suoi profeti. Il mio popolo, dice Egli, ha fatto due mali: ha abbandonato me, che sono la sorgente d’acqua viva, e si è scavato cisterne aperte che non possono ritenere le acque. Io sono il solo grande, il solo buono per eccellenza, che merito tutto il rispetto e l’amore dell’uomo, il solo bene capace di contentare i suoi desideri; e quest’uomo mi ha preferito un vile oggetto, un’ombra, di cui fa il suo Dio e la sua felicità! Me derelinquerunt fontem aquæ vivæ, et foderunt sibi cisterna dissipatas, quæ continere non valent aquas (ibid.). Sì, peccatori, voi offrite a quel mondo caduco un incenso che dovrebbe incessantemente innalzarsi verso il cielo; voi fate vostro Dio la creatura. Avaro, il tuo Dio è il tuo denaro: impudico il tuo Dio è l’idolo della tua passione: sensuale, il tuo Dio è il tuo ventre: Quorum Deus venter est. Quale indegnità, peccatori, e qual sorta di divinità voi vi fate? Le nazioni barbare cangiano forse il loro Dio come voi cangiate il vostro, preferendogli oggetti creati che sono infinitamente a Lui inferiori? Quindi è che il vostro peccato porta pur anche il carattere della più nera ingratitudine.

3. Riflessione. Dimenticare i benefizi che si son ricevuti, è ciò che gli uomini durano molta fatica a perdonare. Render male per bene, è ciò che provoca ancor più i sentimenti della natura. Ma servirsi dei beni medesimi che si sono ricevuti per oltraggiare il suo benefattore, questo è un portento d’ingratitudine, che non si vede neppur tra le bestie feroci. Tali sono nulladimeno i gradi d’ingratitudine del peccatore riguardo a Dio. Bisogna infatti, o peccatori, che abbiate perduta affatto la memoria dei beni che Dio vi ha fatti, per diportarvi, come fate, con Lui. E che? ignorate voi forse che quello che voi offendete è Colui che vi ha dato l’essere, che vi conserva ad ogni istante e che, se cessasse un sol momento di conservarvi, cadreste nel nulla? Richiamatevi, se potete, tutti ì mali da cui vi ha liberati, tutti i rischi da cui vi ha preservati, tutti i beni di cui vi ha ricolmi; non evvi alcun momento di vostra vita che non sia contrassegnato da qualche tratto di sua bontà. Se ai beni della natura voi aggiungete quelli della grazia, qual più grandi motivi di riconoscenza non vi trovate? Consultate su questo la vostra religione; essa v’insegnerà che Dio non contento di avervi creati a sua immagine e somiglianza, vi ha dato il suo Figliuolo per riscattarvi dalla schiavitù pel peccato e del demonio, ch’Egli ha abbandonato questo Figliuolo alla morte per darvi la vita, che per li meriti di questo Figliuolo adorabile vi ha adottati per suoi figliuoli, vi dà in abbondanza le sue grazie, vi chiama al suo regno. Ma qual riconoscenza gli rendete per tanti benefizi? Voi non vi corrispondete che con una nera ingratitudine. E questo dunque – diceva altre fiate Mosè ad un popolo ingrato e perverso come voi – è questo dunque il pagamento che il Signore doveva attendere delle sue bontà? Hæccine reddis Domino, popule stulte et insipiens (Deut. LII)? Non è forse Egli che è vostro Padre, che vi ha dato l’essere, e a cui appartenete per un’infinità di titoli? Numquid non ipse est pater tuus, qui possedit te et fecit te (ibid.). – Consultate i tempi passati, quei felici momenti in cui vi ha fatto nascere nel seno della vera Religione, a preferenza di tanti altri che non hanno avuta la stessa sorte che voi. Richiamate tutte le grazie con cui vi ha prevenuti, tutti i buoni sentimenti che vi ha ispirati, tutti i passi che ha fatto per ricercarvi nel tempo anche in cui voi eravate suoi nemici, tutti i segni di tenerezza che vi ha dati, tutti i mezzi di salute che vi ha somministrati: Memento dierum antiquorum (Deut. LII). Egli vi ha eletti come sua eredità; Egli vi ha cavati da una terra deserta ed orribile per condurvi per diversi sentieri ed istruirvi della sua legge; Egli vi ha custoditi come la pupilla dei suoi occhi: Circumduxit, docuit, custodivit quasi pupillam oculi sui (ibid.). Come un’aquila svolazza su i suoi pulcini e li eccita a volare, così il Signore ha steso le sue ali su di voi; Egli vi ha portati sulle sue spalle, come l’aquila fa ai suoi aquilotti: Expandit alas suas atque portavit in humeris suis (ibid.). Egli vi ha stabiliti in una terra eccellente, in cui avete ritrovato il miele che distilla dalle pietre, e l’olio dalle più dure rupi, ove vi ha nutriti del fiore di frumento e del vino più squisito, nei Sacramenti ch’Egli ha istituiti per la salute della vostr’anima: Ut sugeret mel petra cum medulla tritici, et sanguinem uvæ biberet meracissimum (ibid.). Ma come avete voi corrisposto a tanti favori? Ricolmi di beni di Dio; impinguati dei suoi doni, voi vi siete ribellati contro di Lui: Incrassatus est dilectus est recacalciravit. Voi avete sacrificato a dei stranieri ed avete reso al demonio un culto che non dovevate che a Dio solo: lmmolaverunt dæmoniis et non Deo, diis quos ignorabant. Voi avete abbandonato il Dio che vi ha dato la vita del corpo e dell’anima, voi avete dimenticato il Signore che vi ha formati: Deum qui te genuit dereliquisti, oblitus es Domini creatoris tui (ibid.). Come, figliuoli disumani, voi avete pagate le carezze di questo tenero Padre con l’indifferenza la più contrassegnata: ingrati, voi gli avete reso male per bene. Non ha Egli dunque ragione di farvi i medesimi rimproveri che faceva altre fiate per uno dei profeti ad un popolo di cui voi imitate l’iniqua condotta? Io ho allevato, dice Egli, figliuoli; Io non ho cessato di spargere su di essi i miei favori i più segnalati: Filios enutrivi et exaltavi (Isa. I); ed io non ho avuto per ricompensa delle mie bontà che disprezzi oltraggianti: Ipsi autem spreverunt me. Si vide mai simile ingratitudine negli animali? Essi conoscono i loro padroni, loro rendono servizio per li beni che ne ricevono: Ros cognovit possessorem suum. Ma voi non conoscete il vostro Dio, voi non gli rendete che oltraggi per li beni che vi ha fatti: Israel me non cognovit (ibid.). E ciò che rende somma la vostra ingratitudine, si è che voi vi servite di questi beni medesimi per offenderlo. Qual uso infatti fate voi dei doni naturali e soprannaturali di cui Dio vi ha ricolmi? in che impiegate voi, ricchi del secolo, quelle ricchezze ch’Egli vi ha date, se non ad appagare le vostre passioni, a mantenere la vostra mollezza, il vostro lusso, la vostra cupidigia? Come vi servite voi della sanità, se non per abbandonarvi alle dissolutezze? Que’ membri ch’Egli ha formato per aiutarvi non l’impiegate voi a commettere le ingiustizie o altri delitti di cui sarebbe troppo lungo il racconto? Quegli occhi ch’Egli vi ha dati per condurvi, voi li fermate su l’oggetto di una rea passione. Quella lingua ch’Egli vi ha data per chieder soccorso nei vostri bisogni, consolazione nelle vostre afflizioni, voi ne fate, come dice s. Giacomo, un mondo d’iniquità, con le bestemmie, con le parole oscene che profferite, con le maldicenze, con le ingiurie, e tutti i colpi maligni che vibrate contro del prossimo. Qual abuso non fate voi altresì dei doni soprannaturali, delle grazie, dei Sacramenti, della parola di Dio? Le grazie voi le calpestate con le vostre resistenze alla voce di Dio; i Sacramenti; voi li profanate con le cattive disposizioni con cui li ricevete; la parola di Dio, voi non vi degnate di ascoltarla o non l’ascoltate che con noia; il tempo che Dio vi ha dato per far penitenza, voi ne abusate per abbandonarvi alle vostre passioni; voi vi servite dei mezzi che Dio vi ha dati per servirlo e glorificarlo, voi ve ne servite per fargli la guerra, voi vi rivolgete contro di Lui i suoi propri doni. E non è questo portar l’ingratitudine al più alto grado. Non sareste voi medesimi sdegnati della condotta di una persona che in tal modo si diportasse a vostro riguardo, che impiegasse i vostri benefizi contro di voi medesimi, che se ne servisse per distruggervi e togliervi la vita? Poiché, ecco, peccatori; fino a qual eccesso si porta la vostra ingratitudine verso Dio. Non già che il vostro peccato possa rapirgli qualche parte della sua felicità e delle sue perfezioni infinite: Dio è sempre eguale a se stesso; benché oltraggiato sia dai peccatori, il suo trono è inaccessibile ai loro colpi: ma non è men vero che il peccatore vuole, per quanto dipende da lui, distruggere l’Autore del suo essere, perché vorrebbe che non vi fosse alcun vendicatore del suo peccato e per conseguenza che non vi fosse alcun Dio, a fine di peccare più liberamente: Dixit insipiens in corde suo: Non est Deus (Psal. XIII). Oh! chi potrà comprendere quanto questa ingratitudine, unita al carattere di ribellione e di disprezzo che accompagna il peccato, è ingiuriosa a Dio? L’ingiuria che gli fa il peccato gli rapisce più di gloria che tutte le virtù dei Santi non gliene hanno potuto procurare e non gliene procureranno giammai. No, fratelli miei, tutto lo zelo degli Apostoli, tutti i patimenti dei martiri, tutte le penitenze degli anacoreti, tutto l’amore degli Angeli, tutte le virtù della ss. Vergine non hanno tanto glorificato Dio quanto un sol peccato lo disonora, perché la stessa ragione che sminuisce il merito della creatura, cioè la sua estrema bassezza, accresce la malizia del peccato e la rende infinita per la distanza infinita che si trova tra Dio e l’uomo. Per conseguenza Dio ha più di orrore per un sol peccato mortale che non ha di compiacenza in tutte le virtù dei Santi. Quindi è stato necessario, per riparare l’ingiuria che il peccato fa a Dio, che Dio stesso divenisse una vittima di propiziazione per l’uomo, che un Dio si umiliasse, si annientasse, divenisse ubbidiente sino alla morte della croce, per calmare l’ira di Dio irritato per il peccato. Tutti gli uomini e tutti gli Angioli insieme non avrebbero giammai potuto, con tutte le virtù le più eroiche, dare a Dio la soddisfazione che esigeva, se il Figliuolo di Dio, Egli stesso, non si fosse fatto nostro mallevadore presso di suo Padre. – Comprendete voi, o peccatori, l’enormità dell’oltraggio che il peccato fa a Dio? Ah! se voi non l’avete ancora compresa, gettate per un momento gli occhi sopra Gesù Cristo confitto in croce e dite a voi medesimi; ecco dunque ciò che costa il riparar l’ingiuria che il peccato fa a Dio! un Dio fatto uomo, un Dio che soffre, un Dio che muore, un Dio sacrificato all’ira di suo Padre perché si è rivestito della somiglianza del peccato, perché ha voluto portar il peso delle nostre iniquità! Ah! che al presente io comprendo la malizia del peccato, l’odio ch’egli porta a Dio, e l’odio ch’io debbo avere per lui. Ma ciò che non si può comprendere, fratelli miei, si è che il peccato, che è sì detestabile per i gradi di malizia che l’accompagnano, sia nulladimeno sì comune nel mondo; si è che altri si faccia del peccato un divertimento, un giuoco, un diletto. Il sole sembra non rischiarare che iniqui, la terra non portare che scellerati, essa non contiene che ribelli agli ordini di Dio. Dappertutto si rinnova la passione dell’uomo-Dio, io non vedo che Calvari dove si crocifigge di nuovo Gesù Cristo. Sì, peccatori, voi lo crocifiggete nel luogo santo con le vostre irriverenze, egualmente che nelle assemblee profane con le vostre libertà peccaminose: voi lo crocifiggete nel vostro spirito con i cattivi pensieri, non altrimenti che nel vostro cuore coi desideri sregolati: voi lo crocifiggete nei vostri occhi con gli sguardi lascivi, siccome nella vostra bocca coi discorsi osceni: ibi crucifìxerunt eum. Con tutto ciò questo Dio salvatore non vi ha fatto che del bene, e voi calpestate il prezzo del suo sangue i meriti della sua passione e la virtù della sua croce: o ingratitudine senza esempio! Il Signore è il migliore di tutti i padri ed il più mal ubbidito, Egli è il più grande di tutti i re, ed è il più mal servito, il sovrano di tutti i padroni ed è il meno rispettato. Ma che dico io mai? No, non v’è alcun nemico che gli uomini oltraggiano in una maniera più sensibile che il Signore, il miglior di tutti gli amici. Ed è principalmente, io lo ripeto, in questo maledetto tempo di libertinaggio, in cui è più esposto agli insulti dei peccatori che s’abbandonano alla dissolutezza, che fanno un Dio del loro ventre, che con mille intemperanze si preparano alla santa quaresima, che coi loro eccessi sembrano volersi risarcire della penitenza che sono per fare malgrado loro, che cangiano l’immagine di Dio in quella del demonio, e che rinnovano nelle veglie, nei balli e nelle assemblee notturne gli oltraggi che Gesù Cristo ricevette dai Giudei nella notte della sua passione.

Pratiche. Evitate, fratelli miei, queste esecrabili assemblee, piangete amaramente su tali disordini, e nel mentre che un’infinità di Cristiani piegano le ginocchia avanti Baal, venitevi a prostrare ai piedi di Gesù Cristo nel suo santo tempo, per fargli ammenda onorevole, domandargli perdono per quelli che l’offendono e rifarlo in qualche modo con i vostri rispetti e col vostro amore degli oltraggi che riceve dai suoi nemici. Accostatevi ai Sacramenti per cancellare con la penitenza i peccati che avete commessi ed unirvi a Gesù Cristo nella santa Comunione. Protestategli come s. Pietro che non volete lasciarlo, quand’anche tutti gli altri l’abbandonassero. Dove potrò io andare, o Signore, per esser meglio che presso di voi? Domine, ad quem ibimus! Io voglio essere con voi durante il tempo, per esservi durante l’eternità. Cosi sia.

Credo

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Offertorium

Orémus Ps CXVIII: 12-13

Benedíctus es, Dómine, doce me justificatiónes tuas: in lábiis meis pronuntiávi ómnia judícia oris tui. [Benedetto sei Tu, o Signore, insegnami i tuoi comandamenti: le mie labbra pronunciarono tutti i decreti della tua bocca.]

Secreta

Hæc hóstia, Dómine, quaesumus, emúndet nostra delícta: et, ad sacrifícium celebrándum, subditórum tibi córpora mentésque sanctíficet. [O Signore, Te ne preghiamo, quest’ostia ci purifichi dai nostri peccati: e, santificando i corpi e le ànime dei tuoi servi, li disponga alla celebrazione del sacrificio.]

Comunione Spirituale http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio Ps LXXVII: 29-30

Manducavérunt, et saturári sunt nimis, et desidérium eórum áttulit eis Dóminus: non sunt fraudáti a desidério suo. [Mangiarono e si saziarono, e il Signore appagò i loro desiderii: non furono delusi nelle loro speranze.]

Postcommunio

Orémus. Quaesumus, omnípotens Deus: ut, qui coeléstia aliménta percépimus, per hæc contra ómnia adversa muniámur. Per eundem … [Ti preghiamo, o Dio onnipotente, affinché, ricevuti i celesti alimenti, siamo muniti da questi contro ogni avversità.]

Ultimo Evangelio e Preghiere lenine : http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

Ringraziamento dopo la Comunione

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Ordinario della Messa

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LO SCUDO DELLA FEDE (100)

Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA –

Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884 (10)

CAPO X.

I cieli predicano le glorie del loro Fattore.

I. Interrogato Anassagora, a che fosse venuto l’uomo, rispose, a guardare il cielo (L’uomo fu appunto denominato dai Greci andropos. che vuol dire alto-veggente, perché la sua posizione diretta e perpendicolare, lo distingue dai bruti chini al suolo.). Non fu egli sì stolido, che stimasse nulla esservi sopra il cielo di più ammirabile, come di lui sentì chi dannollo per tal risposta di mentecatto (Lact. Inst. 1. 3. c. 9). Anzi se si deve credere ad Aristotile (L. 1. metaph. C. 4), fu egli il primo fra gli antichi filosofi, a riconoscere il vero autor delle cose, attribuendole all’intelletto divino, da cui fece anche derivar tutto l’ordine tanto saldo da lor tenuto. Dunque disse egli ciò, perché, vago di astronomia, giudicò non avere i nostri occhi oggetto più abile ad introdurci nella cognizione di Dio, che il cielo netto da nubi. Però, se del cielo noi non curassimo altro che quanto noi rimiriamo ad un guardo esterno, come fan le aquile, sarebbe quasi vedere un bel libro aperto, ma non vi leggere. Conviene passar oltre col guardo interno a quello di più che gli astronomi fan sapercene, massimamente addì nostri, quando i moderni hanno conseguite di quella mole contezze tanto più esatte di quelle che ne corressero fra gli antichi da me seguiti altre volte. Voglio però, che voi, su tale specula sollevato a mirare il cielo, consideriate come egli mostraci i principali attributi del suo Fattore: con la vastità, la potenza; coi moti, la sapienza; e con gli influssi benefici, la bontà. Ed appunto a questi tre capi possiamo dire che riducasi il confluito di sì gran libro.

I.

II. Quello che a prima giunta dà più nell’occhio, è la vastità della mole. E intorno a questa per non confondere il vero col verisimile, favelliamo prima di ciò che par meno incerto, poi di ciò, che solo si tiene per congettura. Le seste, dirò così, di cui si vaglion gli astronomi in queste sì gran misure, sono le paratasse. Ma perché esse di là de’ pianeti sono insensibili, noi ci fermeremo di qua. Né poco dovrà sembrarci il poggiar tant’alto con sicurezza, sicché un uomo di pochi palmi possa arrivare a farsi una scala che giunga dalla terra sino a Saturno, la più lontana di tutte le stelle erranti. Quei campi poi sì vasti che di là restano, fino all’ultimo cielo, non han misure: Si mensurari potuerint cœli sursum. Ma questo medesimo fu ordinato con arte, ad insinuarci che in rintracciare della potenza divina, allora siamo da cupo, quando credevamo di esser giunti al termine. Pertanto frenando i guardi facciamo così. Né gli arrestiamo nella luna, assai nota, né li portiamo a Saturno, poco osservabile. Fissiamoli in faccia al sole, che sta nel mezzo.

III. Il sole però, che sembra dimorare in cielo fra tante stelle, come il re coronato dai suoi baroni, quantunque agli occhi nostri ingannati appaia sì piccolo, che ci divisiamo di chiuderlo in uno specchio, è egli un gigante di corporatura sì smisurata, che il suo diametro da un capo all’altro, è di miglia dugento settantatremila, cento settanquattro; e la circonferenza è di miglia ottocento settantasettemila, quattrocento sessantotto: maggiore però trentottomila seicento volte, che non è tutto il globo a lui suddito della terra (V. Ricciol. in Almag. 1. 3. c. 11.,). Non vi sembra pertanto che questa opera sola potrebbe coll’ampiezza del suo lavoro bastare a rappresentarci la immensità di chi creolla? Or che sarà, se ci faremo a misurare oltre a ciò l’ampiezza del cielo, ove questo sole si aggira, come in una reggia, spargendo a piena mano sopra tutte le creature inferiori i tesori della sua luce? La massima circonferenza di questo cielo è di cento novantasette milioni di miglia, novecento dieci mila, quattrocento ventiquattro. E di verità, se il sole che è un mondo di splendore, contuttociò nel concavo del suo cielo non comparisce quasi più che una lampana sospesa dalla sua volta, convien pure che siano sterminatissimi quegli spazi, de’ quali egli occupa, secondo l’apparenza, sì poco sito.

IV. Che se da questi spazi, che come io dissi, ci è dato di misurar con più sicurezza, noi vogliamo farci la strada ad argomentare l’eccesso dello altre stelle superiori, io ne uscirò con poco, dicendo che tale eccesso (massimamente se parlasi delle fìsse), è noto solo a quel divino maestro che lavorò sì gran corpi con l’impero della sua voce, per saggio di quel più che può senza termine fabbricare ad ogni momento: né noi possiamo discorrerne senza far da indovinatori: Homo ad immortalium cognitionem nimis mortali est, diceva Seneca (De vita beata c. 32.): nè ciò soltanto a cagion di quel poco che egli intende  dietro la scorta de’ sensi. Si tiene (Ricciol. 1. 6. c. 1) che una delle minime stelle da noi vedute con occhio libero, che sono quelle dette di sesta grandezza, contenga la medesima terra cinquemila trecento cinquantacinque volte, tutto che appaiano quasi minute facelle: tanta è la smisurata distanza del firmamento, lontano dal centro del nostro basso mondo quattrocento trentottomila, settecento trentaquattro milioni, quattrocento trentottomila, settecento trentaquattro miglia; di tal maniera, che se un corriere , emulo a quei di Alessandro (i quali facevano, per attestato di Solino, cento cinquanta miglia di strada il giorno), fosse per sorte in obbligo di compire tutto quel tratto, il qual è dalla terra al cielo stellato, converrebbe a compirlo che v’impiegasse cento cinquantottomila anni, settecento novantaquattro; sicché qualor egli si fosse messo in via dal dì primo che il mondo nacque, non sarebbe ancor giunto a trascorrere interamente la ventesima parte del suo cammino.

V. Questo è ciò che n’è parso ad astronomi peritissimi dei dì nostri, dopo lunghi computi, e dopo lungo commercio che tennero con le stelle. Eppure chi sa che questi ancora non diano di sotto al segno, come vi diedero quelli dei tempi andati, e che anch’essi non ci dipingano quella macchina eccelsa minor del vero? Chi sa, che la sfera delle stelle non sia parimente maggiore senza paragone; sicché quelle stelle le quali appaiono sì minori dell’ altre, non siano veramente meno vaste, ma più remote? Chi sa, che siccome coll’uso del cannocchiale abbiamo scoperti di quaggiù tanti lumi che prima non comparivano; così se potessimo ascendere fin lassù, dove sono i pianeti altissimi, ed indi come da tante torri valerci di un somigliante strumento, quasi di spia, non ci riuscisse con esso di rinvenire altre innumerevoli novità finora ignorate, per quella gran lontananza che non permette arrivar sin là niuna mai delle umane tracce? Certo che di qualunque maniera ci figuriamo noi essere quegli spazi, non possono ai nostri sensi riuscire meno di una piccola immensità, mentre al confronto di quelle sfere, il pianeta della, peraltro sì corpulento, svanisce a un tratto, e non fa più figura maggior d’un punto: dando con ciò luogo a quel famoso rimprovero che fé’ Seneca a tanti sciocchi mortali, intenti ad aggrandire i loro confini, a litigare, a lottare in sì angusto campo, mentre là sopra avrebbero tanto più dove dilatarsi: Punctum est, in quo navigatis, in quo bellatis, in quo regna dìsponitis, punctum est(Sen. nat. q. 1. ).

II.

VI. Ora tornando a moli sì smisurate, non sarebbe una grande impresa, se si arrivasse in molti anni, non dico a volgerle, ma solo a farle un tantino mutare di sito? Fu Creduta una gloria meravigliosa di Michel Angiolo il dirsi che in virtù delle macchine da lui divisate col suo cervello si poté poi da meno di mille uomini alzare sulla piazza vaticana quell’obelisco, intorno a cui i re d’Egitto ne avevano adoprati da trenta mila (Boz. de sign. eccl. 1. 6. sign. 24). A terra, o pensieri umani, per fare ossequio alla sublimità del primo motore! Il sole (corpo sì vasto) nell’equatore corre in qualunque ora sette milioni, ottocento ottantottomila, novecento trentaquattro miglia: ed in qualunque minuto secondo che è la sessantesima parte di un minuto primo, corre duemila centonovanta miglia, o per meglio dire non le corre, ma le divora, tanto si muove egli rapido. Non vi pare che il pensiero medesimo sia già lasso a tenergli dietro? Si fa ragione che quel viaggio il quale si compisce dal sole in un solo giorno che è di cento ottantanove milioni, trecento trentaquattro mila, quattrocento sedici miglia, appena si compirebbe da una palla d’artiglieria, portata egualmente sulle ale del fuoco, nel termine di cento venti anni interi.

VII. Ma non logorate di modo i vostri stupori, che non ve ne rimanga una buona parte per ciò che segue. Non è già il sole tra’ pianeti il più celere. Mercurio posto nella sua massima altezza, giunge in un’ora a scorrere molto più di undici miglia. Venere più di tredici, Marte più di ventidue, Giove più di cinquantuno, Saturno più di novantasette (V. Al. mag. 1. 7. c. 7). E se col vero non vi è grave di ammettere il verisimile, tra le stelle del firmamento ve ne ha di molte, poste nell’equinoziale, che in un’ora corrono senza stancarsi lo spazio di duemila dugento settantaquattro milioni, trecento ottantamila, cinquecento miglia: e in un secondo corrono lo spazio di miglia seicento trentunmila, ottocento ottantasette. Aveva ben dunque ragione colui di asserire che la vista del cielo era sufficiente a formare un grand’uomo saggio: Intuere cœlum et philosophare. Non ha mente chi non ravvisa nelle meraviglie dell’opere la sapienza del suo fattore. E chi tuttora voglia pertinace ridurre ad azion fortuita l’architettare macchine di grandezza sì esorbitante, e ridurle a concordia con tanta legge e a sospingerle al corso con tanta lena, sicuramente si merita andare prigione nello spedale de’ pazzi, come già privo di quel senno che ei dona al caso. Convien di necessità confessar ciò che vide Seneca al puro lume ch’ei n’ebbe tra i suoi buiori, ed è: Non sine aliquo custode tantum opus stare: nec hunc siderum certum discursum fortuiti impetus esse, sei hanc inoffensam velocitatem procedere aeternæ legis imperio (Seneca 1. 1. de prov. o. 1). Questi sono indizi troppo manifesti di mente governatrice: e chi né anche dalla sommità delle sfere sa ai nostri dì spiccare un volo a conoscerla, può dissi non curare l’ali a lui date dalla ragione, e però non altro dovergli, che andar carpone per terra come un giumento.

VIII. Che sarebbe poi, se fosse lecito al guardo osservare per minuto la proporziono di questi giri celesti, e la consonanza, e le cagioni, ed i fini di così vari, ma regolati andamenti? Noi che rimaniamo stupiti al concerto di un ballo che duri un’ora, da qual estasi di meraviglia non rimarremmo sorpresi a quella stabile danza che può tenere attonite le menti stesse delle intelligenze motrici? Ma checché di noi fosse allora, quel medesimo nulla, che or ne sappiamo, ci predica ad alta voce che vi ha un Dio, sovrano ingegnere di queste moli inaudite, e di quelle incredibili loro ruote, su cui si aggirano con tanta facilità. Che però del cielo possiamo dire più particolarmente ciò che del mondo tutto disse Agostino (De civ. Dei), pulchierrima specie, et factum se esse, et non nisi a Deo, ineffabiliter atque invisibiliter magno, et ineffabiliter atque? invisibiliter pulcro, fieri potuisse proclamat. E sue voci sono in prima la puntualità, se così vogliamo chiamarla, e la costanza inviolabile di questi gran movimenti; giacché dappoiché i cieli furono creati, non hanno variato mai da quella prima regola che fu loro prescritta al volgersi: onde fondati sull’apparente irregolarità di giri così diversi, possiam pubblicare i calcoli e le effemeridi; e possiam predire le congiunzioni e le ecclissi tanto tempo innanzi che avvengano. Ora se qualunque oracolo, affinché non erri, ricerca di necessità un artefice che il lavori con grande ingegno, che ad ora ad ora il rivegga, lo ripulisca, lo tenga in tuono; in quale animo potrà mai cadere che i cieli, cioè quegli appunto che danno coi loro moti la regola all’oriuolo, potessero aver dal caso i loro principii, dal caso i loro progressi, fino a durar già vicino a sessanta secoli di un tenore tanto uniforme?

IX. Dirassi provenir ciò dalla natura dei cieli, che così porta. Ma no: perché ogni moto proprio di un mobile non è indirizzato dalla natura di lui se non in vantaggio del medesimo mobile, il quale se ne va quasi peregrinando, affine di trovare altrove quel bene che in casa mancagli (S. Th. 1. p. q. 9. a. 1 in c.). Là dove muoversi puramente per muoversi è a lungo andare sì contrario alla propensione di ciascun essere, che i poeti nel loro inferno non seppero inventare pena più strana che il girar sempre, come l’infelice Issione, sopra una ruota, senza cavare mai maggior prò da quell’interminabile velgimento, che seguire ad un’ora, e fuggire » se stesso: Volvitur Ixion, et se sequiturque fugitque (Ovid.). Quel gran moto dunque de’ cieli, quel rotarsi che sempre fanno su’ nostri capi, quel camminar con tanta costanza, quel correre con tanta celerità, e ciò non per altro mai che per nostro bene, non può procedere dalla loro natura particolare: sì perché il loro moto, essendo circolare, non ha termine ove riguardi, e però non può essere a verun di loro appetibile per se stesso; sì perché non appare qual nuovo pregio si giunga a conseguir mai da verun de’ cieli co’ suoi viaggi incessanti. Anzi, mentre il primo cielo muovesi in se medesimo, se si movesse in grazia sua, cercherebbe la sua perfezione dentro di se, e così moverebbesi a ritrovare quel bene che già possiede: come uno stolto che si dimenasse con ansia per rinvenir quell’anello che tiene in dito. Rimane pertanto che quell’effetto il quale non può derivare dalla natura particolare delle sfere celesti, derivi da una cagione universalissima, che qual padrona del tutto, abbia a cuore il bene di altre creature più nobili, cui fa che le sfere servono ne’ loro moti.

X. Che se la vastità dei corpi celesti dichiaraci la potenza del loro artefice, e i moti ne dichiarano la sapienza, non sarà meno eloquente la ridondanza degl’influssi benefici a dimostrarcene la bontà. Basti dire che se i cieli posassero mai qualche poco, una tal quiete sarebbe l’ultimo eccidio della natura inferiore, priva però di vigore ad un tratto e di vita, non men di quello che ne rimangono prive tutte le membra al posare che faccia il moto del cuore. E di fatto quei danni che risultano nel nostro mondo dalle ecclissi de’ luminari superiori, dimostrano chiaramente la dipendenza somma che abbiam dal cielo, e quanto ogni piccolo impedimento che si attraversi alle loro assidue influenze ci riesca di scomodo e di sconcerto. Ma per favellare di cose anche più evidenti, non ci allontaniamo dal sole, tolto da noi per termine luminoso della nostra contemplazione.

XI. Gli antichi savi d’Egitto lo intitolavano figliuolo visibile del Dio invisibile ; e nel vero dissero troppo; se non che poté loro valer di scusa quell’eccessivo splendore che gli accecò. Il sole non figliuolo, ma è ritratto del primo Essere, che  volle in lui quasi adombrar se medesimo, e guidarci con questa face alla cognizione della sua natura divina, disponendo però che egli fosse insieme unico, insieme moltiplicato: unico nella natura, e moltiplicato nella beneficenza, sicché non vi sia creatura, la quale non riconosca il sole per padre, mentre, dove egli non giunge con la presenza, arriva con la virtù. Il sole adunque come primo ministro nel regno della natura ci va distribuendo ad ogni ora quanto abbiamo di vita, di salute, di spiriti, di piacere, secondo gli ordini che ne ricevè da principio dal suo sovrano. Dissi secondo gli ordini ricevuti, perché il viaggiò obliquo che egli fa in cielo mostra evidentemente l’arte divina che tenne la cagion prima in volerlo tale: a segno che l’intendere questa medesima obliquità è l’intender la cifra di tutti gli avvenimenti naturali mal conosciuti. Così ne parve anche a Plinio: Obliguitatem eius intellexisse, est rerum fores aperuisse(PI. 1. 2. c. 8). Conciossiachè è cosa certa che questo mondo aveva necessità di varie stagioni per mantenere la sua virtù. L’avea del verno, ad unire il calor natio, che. quando fosse assediato da brina ostile, sarebbesi ritirato tanto più addentro per sua difesa, gettando in tal concentramenlo più valide le radici, e provvedendosi di più copioso alimento. L’aveva della primavera, por uscir quasi in campo con buona ordinanza in nuove frondi, in nuovi fiori, in nuovi virgulti. L’aveva della state, per combattere e superare l’umor superfluo, estenuando ciò che no’ corpi è di esuberanza, e concedendo ciò ch’ovvi di crudità. E finalmente più l’aveva dall’autunno, per trionfare con la dovizia de’ frutti, di cui colma allora ogni seno. Ora tutto questo opera il sole col puro divertir che egli fa, ora verso l’aquilone, ora verso l’austro, fino a ventitre gradi e mezzo nella sua maggiore distanza dall’equatore. E quello che più è da stimarsi, opera tutto ciò con una mutazione quasi insensibile. Imperciocché se dai rigori vernali si passasse immediatamente alle vampe estive, o dallo vampe estive ai rigori vernali, quanto s’incomoderebbero i nostri corpi a quel subito cambiamento, e quanto risentirebbesi la natura? Ora il sole, torcendo a passo a passo con discretezza per la sua via, frammette tra gli estremi del sommo freddo e del sommo caldo la primavera, o tra gli estremi del sommo caldo e del sommo freddo l’autunno, e con pari soavità va temperando le fatiche cui ci obbliga, e va perfezionando le grazie che ci riparte. Ciò che altresì fassi da lui giara al mente nella giusta divisione delle ore diurne e delle notturne, assegnando un tempo al lavoro, un altro al riposo, ed ora allungando i giorni, ove sia d’uopo accrescere il calore alla terra; ora allungando le notti, ove per contrario sia d’uopo diminuirlo: ed ora pareggiando la notte al dì, quando il meglio sia che si agguaglino le partite. Chi però non iscorge che riuscendo i viaggi del sole, e proporzionalmente delle altre sfere, tutti in benefizio dell’uomo, tutti a legge, tutti a libra, tutti a misura, convien di necessità che siano quelli consiglio di una gran mente, la quale intenda il fine con sommo sapere e somma potenza adatti al tempo medesimo i mezzi al fine? Dall’altra banda il sole, benché sia nominato l’occhio del mondo, è cieco al conoscere questo fine, e all’adattar questi mezzi; ed è affatto insensibile a riscaldarsi nel nostro bene: e cieco parimente e insensibile affatto è il cielo con tutti i lumi delle sue stelle benefiche. Conviene adunque che tutto ciò sia opera di un artefice, il quale nella vastità delle sfere, nella velocità de’ moti, nella molteplicità delle influenze propizie abbia formato un ritratto del suo braccio, della sua mente, e del suo cuore divino, da motterci innanzi agli occhi. Sarebbe però troppo gran vergogna dell’uomo, se egli, che per l’orme lasciate da una fiera nel bosco sa riconoscerla, sa rintracciarla, sa arrivare infino a trovarla nel suo covile, non sapesse poi per le vestigia sì manifeste di onnipotenza, di sapienza, di bontà, stampate ne’ cieli, riconoscere, rintracciare, e giungere anche a trovar Dio nel suo trono, ed a venerarlo.