DIO IN NOI (8)

DIO IN NOI (8)

[Versione p. f. Zingale S. J. – L. I. C. E. – Berruti & C. – Torino, 1923; imprim. Torino, 7 aprile 1923 Can. Francesco Duvina]

IO SOLO

A prima vista sembrerebbe che « rientrare in se stesso », raggiungersi, costituisca un esercizio facile ed elementare. L’uomo, dopo aver accudito ai suoi interessi, non ama forse rientrare in casa? Può darsi che ami rientrare in casa, ma in se stesso, non lo sembra affatto. Quando in una via di Galilea Nostro Signore invita Zaccheo a ritornare a casa sua, dov’è Zaccheo e che fa? È salito sopra un sicomoro per guardare. Tutti somigliano a Zaccheo; siamo fuori di casa nostra, e dall’alto di non so quale osservatorio, guardiamo la folla che passa, il moto, lo strepito, ed è solo ciò che ci interessa. Zaccheo almeno aspirava a vedere il Cristo, il suo modo di fare lo dice. È forse per trovare Nostro Signore che noi siamo «usciti», ovvero per divertirci a sentire le grida, gli strepiti, a vedere gli urti e i mutamenti perpetui della strada? « Zaccheo, scendi, discendi dal sicomoro, discendi dall’alto ». Dio ci rivolge lo stesso invito. Il giudeo agile fece presto a rimettere i piedi in terra. Ma quanto la discesa non è per noi più faticosa! « Hodie, in domo tua oportet me manere » oggi voglio dimorare in casa tua. Vieni giù e va subito a casa tua. Oggi stesso, a momenti, riceverai la mia visita. Non assentarti. Fa in modo ch’io ti trovi ». Dall’alto al basso dell’albero, dal piede dell’albero alla soglia della casa: ecco la distanza. In sé, non è molto; alcuni metri. Ma per noi, oh quanto ci costa percorrere questi pochi metri! Zaccheo, nella strada, incontrerà molta gente; qualcuno vorrà fermarlo, distrarlo, occuparlo, ritenerlo, divertirlo. Le cose inutili sono così attraenti! Qual coraggio non occorre per sacrificarle! Noi lo notiamo nella vita dei Santi. – S. Pambone, ascoltando un giorno un versetto di un salmo, si rende conto che Dio non è con colui il quale vive perpetuamente al di fuori di sé, alla ricerca di parole vane. Ed esclama: « Basta. Verrò a sentire il resto, quando avrò messo in pratica questa lezione ». Dopo quarant’anni trascorsi nel deserto, qualcuno gli domanda se vi è riuscito. Risponde: « Non ancora! ». È la risposta di un umile, che ha lottato per effettuare il suo disegno e non si fa illusioni. Chi non vedesse la difficoltà apra a caso uno dei tre primi libri dell’Imitazione, ovvero l’opuscolo Dell’unione con Dio del Beato Alberto Magno, e ne sarà convinto. Fin qui la sola via conosciuta per ottenere il raccoglimento, è la rinunzia di sé. Mettiamo quindi da parte il quietismo, il riposo beato e inattivo in Dio. Noi ne siamo cento miglia lontani. È inutile insistere; da quello che abbiamo detto sopra si è dovuto capire, fino all’evidenza, che le anime raccolte sono necessariamente anime d’immolazione. – La via che conduce alla « vita interiore » è ingombra di rottami: bisognò disfarsi di tutti gli idoli che ostruivano il cammino. Rari coloro che passano pei crocicchi e si dirigono verso l’uscita: sono gli stessi a cui alludeva Agostino; capricci e passioni sbrigliate che cercano di appiccicarsi a noi e si dileguano, messe in fuga. Una via trionfale, ma che ha dovuto saccheggiare, Dio solo sa al prezzo di quanti sacrifici, per passarvi da re.

LUI ED IO

La mortificazione non è meno necessaria al secondo stadio. L’anima in grazia che riesce a raccogliersi, trova subito Dio. La divisa « Io solo », si cambia in quest’altra: « Noi due soli! ». Ma in noi, oltre noi e Dio, vi sono ancora mille altre cose, e se si guarda da vicino che gravi ingombri non si vedono! Perciò in molli accade quello che accadde a Betlem, allorché Nostro Signore andò in cerca di un ricovero per ripararsi e nascere. Sono così vacue, le cose di quaggiù! Ma noi le apprezziamo tanto! Esse invadono tutto, e allorquando Dio batte, come fece altra volta, alla porta delle anime, « non vi è per Lui posto nell’albergo» – (E. HELLO ha una pagina vibrante nelle Physionomies des saints: « Non vi era posto nell’albergo ».« La storia del mondo si racchiude in quelle tre parole;e benché breve e sostanziale, nessuno la legge: giacché leggere importa capire. E l’eternità non sarà troppo lunga per misurare l’importanza di quanto sta scritto in queste parole: Non vi era posto nell’albergo. Ve n’era per gli altri viaggiatori. Non se ne aveva per questi soli. Quello che si dà a tutti, si rifiuta a Maria e a Giuseppe; e intanto Gesù nascerà fra alcuni minuti. L’aspettato dalle nazioni bussa alla porta del mondo, e per Lui non vi èposto nell’albergo! Il Panteon, quest’albergo degl’idoli romani, dava alloggio a trenta mila demoni, prendendo nomi creduti divini. Ma Roma non accolse Gesù Cristo nel Panteon.Si sarebbe detto che indovinasse che Gesù non voleva affatto quel posto e quell’onore. Quanto più qualcuno è meschino, altrettanto gli riesce facile trovare un posto. Ma colui che ha qualche qualità degna di un uomo, prova difficoltà a collocarsi. Chi portasse qualcosa di meraviglioso e prossimo a Dio, incontrerà maggiori ostacoli. Chi porta Dio, non troverà posto alcuno.« Sembra che si indovini che gli occorrerebbe un posto molto grande, e benché si sforzi di apparire piccolo, non riesce a disarmare l’istinto di coloro che lo respingono. Non può persuadere loro che somiglia agli altri uomini. Potrà in tutti i modi nascondere la sua grandezza, questa risplenderà suo malgrado e le porte al suo avvicinarsi, si chiuderanno come per istinto… »). –  Aperta a tutti, frequentata da molti clienti, l’anima nostra non ha un posto per il Signore.Ovvero se Dio vive in noi perché siamo in grazia. per noi è lo stesso, generalmente parlando, che se non vi fosse, giacché ignoriamo, oppure trascuriamo la sua presenza. E l’Ospite divino, esiliato, in un angolo polveroso e oscuro, paria dimenticato, aspetta che qualcuno si occupi di Lui – attesa, spesse volte, vana –  e la sua preghiera silenziosa che un giorno diventerà condanna eloquente, è questa. « Hospes eram et non collegistis me. Esurivi et non dedistis mini manducare. Sitivi et non dedistis mihi potum. Io ero in te; per mancanza di raccoglimento, non mi hai accolto. Avevo fame di darmi a te; avevo questo desiderio che non s’è mutato dalla sera del Giovedì Santo, di mangiare con te perpetuamente la Pasqua, e tu non hai risposto al mio desiderio; non ti sei impensierito della mia fame, non mi hai invitalo a pranzo. Io avevo sete, sete di quell’amore che ti vedevo sciupare nelle creature, in creature vili, talvolta indegne, e in ogni ipotesi, meno belle, mille volte meno di me, Creatore, di me che sono l’Amore; e tu hai sorriso della mia sete, ovvero non l’hai neppure supposta.Avevo sete di vederti interrompere qualche tuo comodo, rinunziare a un capriccio, a tutte quelle inutilità che accaparravano l’anima tua e vi stabilivano i disordini più tristi, perché io, che sono l’Essenziale, potessi, da padrone, regnare nell’anima tua, sgombra. E tu non hai visto nulla, nulla compreso — o se hai visto e compreso,non hai voluto nulla! Ammetto pure che sia penoso abbandonare il nulla per il tutto. Ma, in fin dei conti, non ti avevo creato un essere ragionevole? Non ti avevo naturalizzato divino? Che te ne pare… ».Ogni Cristiano, per seguire Gesù, deve portare la croce e mortificarsi. Molto più l’anima che professa la vita spirituale e tende alla perfezione della vita cristiana! La grazia che riceviamo nel Battesimo diffonde in noi la vita soprannaturale, non nella sua pienezza, ma come in germe. Dio è intero, ma si riceve in modo limitato, secondo la capacità di ciascuno, giudicata con la misura delle predestinazioni provvidenziali. Questo germe si sviluppa sotto l’azione dello Spirito Santo con la cooperazione dell’anima che per mezzo « dello Spirito », deve far morire « le opere del corpo ». S. Paolo nota giustamente che nel Battesimo noi riceviamo solamente « la caparra » di questa vita divina; il che spiega come il possesso di Dio possa venire limitato ad alcune anime in grazia, e in conseguenza, come la capacità di contenere Dio possa ingrandirsi, se non si impedisce che il Cristo, « il quale una volta per sempre ci ha col suo sangue riscattati dalla schiavitù del peccato », ci liberi gradualmente, per mezzo della nostra fedeltà ai suoi inviti. Dopo avere salvato le nostre anime, senza concorso alcuno da parte nostra, santifica ciascuna di esse, valendosi dello Spirito Santo, a seconda della nostra fedeltà. Si capiscono quindi i desideri ardenti dei Santi: « Finché Dio mi dà vita, scrive Paolina Reynolds nelle note di ritiro spirituale l’anno 1902, posso progredire nell’amore, nell’unione, nella capacità di possedere Dio per l’eternità! La morte mi stabilirà nello stato in cui mi troverò. Quanta gloria per il Signore e quanti meriti per me non ho io trascurato! Forse è l’ultimo sforzo della misericordia… ». – Chi si abbandona all’influsso della grazia, non resterà stazionario nel possesso della medesima. Sarà trasportato dalla corrente. La vita dei « Tre » aumenta in lui, nello stesso modo con cui si dilaterebbe un recipiente, che rimanesse sempre ripieno del suo contenuto. « Siamo tu e io solamente », diceva Nostro Signore a una Santa. Affinché in noi si verifichi la stessa affermazione, quanto distacco da ogni cosa ci è necessario! Affinché la divisa di suor Elisabetta « Solo col Solo » non sia una semplice formola, ma diventi una realtà, quanta abnegazione ci si richiede! « Non vi sia schermo tra Dio e voi, né fra i due », consigliava il Santo Curato d’Ars. Coloro che hanno provato, possono dire quanto costi sopprimere lo schermo. S. Paolo lo scriveva a Timoteo, e la regola è formale: « Si commortui, et convivemus. Per condurre la vita in due, bisogna aver subito la morte in due » (II TIM. II).

DIO SOLO

L’anima può fare un ultimo passo: perdere di vista a segno tale se stessa, che in tutto consideri Dio solo. Ha cominciato a possedersi pienamente, anima mea in manibus meis semper. Rientrata in sé ha trovato di non essere sola. Adesso che ha trovato Dio dentro di sé stima nulla il resto, ed anche il proprio essere lo considera meno di ogni altro. È l’ultimo stadio dell’ascensione spirituale, l’ultimo della discesa in se stesso.Riepilogando tutto in una frase scultoria, un tale diceva: « Al limite mio c’è Lui ». A prima vista potrebbe sembrare che « omettersi» sia relativamente facile. Ripetuti esami di coscienza mostrano l’anima fino al fondo, e un’anima d’uomo non è qualcosa di molto bello. Le indelicatezze più varie, le fiacchezze meno onorevoli, impegni non mantenuti, preghiere raccorciate, promesse diminuite, disattenzioni inescusabili, tutto questo forma materia abbondante. Non parlo del peccato, giacché supponiamo trattarsi di un’anima in grazia, generosa con Dio o che fa sforzi per divenirlo. Si prova quasi un bisogno di fuggire il proprio essere, di lasciarsi in un angolo; di non più occuparsi di sé nella preghiera, di non stancare le orecchie del Maestro con la mostra, mille volte ripetuta, delle stesse miserie, delle medesime piccole brutture. Del resto ciò non fa meraviglia, né dispetto; ma in alcuni giorni vi è dell’eccesso, e si sente il peso di se stesso. In tal caso, che soggetto di conversazione scegliere quando si va a trovare Dio? No, si vuole tutt’altro. Si è poi così poco atti a occuparsi di sé, come si farebbe a destare l’interesse di Dio per una meschinità simile? Se invece di parlargli di me, io riuscissi a parlare unicamente di Lui? In luogo della mia povertà, delle mie miserie, della mia croce, delle mie vili ambizioni, io gli parlassi delle sue ricchezze, della sua misericordia, della sua croce, della gloria sua: « Gloria in excelsis DeoGloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo Gratiam agimus tibi, propter magnam gloriam tuam» e il « cujus regni non erit finis», del Credo che S. Teresa ripeteva sempre con trasporti di gioia!Per quanto profondo e legittimo sia questo sentimento, non accadrà mai che in noi, non vi sia… il noi. Noi, «è un dio caduto che ricorda i cieli », ed è anche il « gorilla feroce » o ubriaco che ha rotto la gabbia. Noi, con le nostre tare, le nostre piccolezze e abitudini inveterate di miseria; con l’amor proprio indistruttibile, che San Francesco di Sales dice morire un quarto d’ora dopo la nostra morte. Gli autori spirituali, dopo S. Paolo, lo chiamano l’uomo vecchio, parola che si crederebbe scelta per antifrase, talmente questo personaggio singolare gode nel mondo di una giovinezza inalterabile. « Noi siamo due, diceva Giuseppe de Maistre, io e… l’altro ». Aveva ragione. Ma l’altro è strettamente unito all’«io», e l’intimità loro è la storia d’intese continue col nemico.Si attribuisce al P. de Ravignan questa risposta umoristica, data un giorno a un tale che lo interrogava sulle sue impressioni di noviziato:« Eravamo due. Ne gettai uno dalla finestra ». Si suppone facilmente quante immolazione necessiti questo gesto degno di un forte. S. Agostino l’aveva capito quando esclamava: « Eia dulcissime Deus, hoc mihi pactum erit: plane moriar mihi ipsi, ut tu solus in me vivas. Su via, Signore, ecco il nostro patto: voglio morire interamente a me stesso, perché Voi solo possa tevivere in me ».L’Olier poteva pregare nel seguente modo:« O Tutto, o mio Tutto, io non sono più io, io sono Voi unicamente». Ma per arrivare fino a tal punto si considerino i sacrifici che si era imposto, fino a quello di offrirsi a Dio come« vittima »: « Mi piaceva, o mio Dio, presentarmi dinanzi a Voi in qualità di vittima,e dirvi: O Dio del mio cuore, non mi risparmiate,tagliate, spezzate, fate in pezzi la vittima» (Vie, presso Lebel, Versailles, 1918, p. 359 e seg.). È noto quale fosse l’unione con Dio del generale de Sonis. Ma sono ugualmente noti gli accenti generosi con cui offrivasi alla rinunzia più assoluta di se stesso: « O mio Dio, siate benedetto quando mi provate. Io amo d’essere spezzato, consumato, distrutto da Voi. Annientatemi sempre più… Volgetemi e rivolgetemi. Distruggetemi e manipolatemi. Voglio essere ridotto a nulla per amor vostro… Che io sia crocifisso, ma crocifisso da Voi! ». – In una formola più breve, qualcuno diceva: « Io sono uguale a zero ». Non trattasi qui di sacrificare solo la parte più rilevante, ma le particolarità fino alle minime attrattive della natura. Ciò è così ovvio che un testo sarà sufficiente. S. Giovanni della Croce nel primo libro dell’Ascesa al Carmelo, intitola così il capitolo XI: « È necessario che l’anima domi fino le sue minime passioni, per entrare in possesso dell’unione divina ». – « La ragione ne è, egli dice, che lo stato d’unione divina consiste in questo, che l’anima sia completamente trasformata nella volontà di Dio, di modo che la volontà di Dio sia il solo principio e l’unico motivo, che la faccia agire in ogni cosa, come se la volontà di Dio e quella dell’anima non fossero che una sola volontà. Or questa trasformazione è necessaria, giacché senza di essa l’anima potrebbe inclinare verso imperfezioni che dispiacerebbero al Signore, volendo cose che il Signore non vorrebbe ». E l’Ascesa avrà un solo scopo: servire di commento al programma seguente: « Per gustare tutto, non abbiate gusto di cosa alcuna. » – « Per tutto possedere, desiderate di non aver nulla. « Per essere tutto, abbiate la volontà di essere nulla in ogni cosa. » – « Allorché vi date a qualche cosa, vi arrestate dal gettarvi nel tutto. » – « Per andare dal tutto (della creatura) al Tutto (di Dio), dovete rinunziare a voi stesso, assolutamente in tutto.» – « E allorquando sarete pervenuto al possesso del Tutto, dovete custodirlo, non cercando altro.» – « Giacché se voleste qualche cosa nel Tutto, non avreste il vostro tesoro completamente puro in Dio ». Nel suo Port Royal Sainte-Beuve riferisce la storia di un’antica abbadessa, molto santa, che depone la carica e non può risolversi a consegnare la chiave di un piccolo giardino, dove i suoi privilegi anteriori le davano diritto di recarsi. È cosa molto facile ritenere la chiave di un giardinetto, e spesso costa moltissimo distaccarsene! Noi somigliamo a un fanciullo il cui armadio è pieno di giocattoli. Invitato a darne alcuni a bimbi poveri, trova che sono appunto quelli che egli stima di più. Ovvero a quell’altro ragazzo che impara dalla madre le orazioni e che giunto al passaggio: « Dio, Dio, vi dò tutto quello che possiedo », si ferma e mormora, a voce bassa: « a eccezione del mio coniglio! » (Questo tratto di fine psicologia è narrato da P. RAYMOND, O. P., La guida dei nervosi e degli scrupolosi, 1909, p. 178). I grandi sacrifici li facciamo facilmente — beninteso con facilità relativa — ma i piccoli ci costano moltissimo. Paolina Reynolds notava, a ventitré anni, durante un ritiro mensile, nel retroscritto di un’immagine, queste parole: « Se volete essere perfetto, il vostro cuore non inclini a nulla; date a Gesù Cristo tutto il vostro amore ». « Il mio pensiero, scrive ancora, si fermò su piccole cose che conservavo come tesori. Determinai di farne un sacrificio… Avevo con me lettere care che datavano dalla mia fanciullezza. Le amavo tanto, che quasi non le lasciavo mai. Ne feci un involto, senza osare neppure fissarvi gli occhi e lo rimisi al Parroco (suo confessore) perché lo bruciasse; giacché a me sarebbe stato impossibile farlo… Quell’offerta fu per me uno strazio incredibile… Passai quindi in rivista la mia stanza, senza omettere nulla: lettere, capelli, fiori disseccati furono gettati al fuoco… Fu un sacrifizio immenso. Non credo di aver fatto mai nulla che mi sia costato tanto ». E dalla sua vita apparisce chiaro che Dio metteva appunto questo «immenso», come condizione di grazie segnalate. – Ella aggiunge: « A partire da quell’ora, non ho più sentito il minimo affetto a cosa qualsiasi. Avevo capito la gelosia divina di Colui che voleva il mio cuore, fino al punto da non soffrire l’attaccamento a una lettera o ad un fiore » (Vie, p. 76, 78). – Teresa Durnerin, fondatrice della Società degli Amici dei Poveri, aveva ricevuto in dono un crocifisso, portatole da Roma. « Molto spesso, racconta sua sorella Noemi, vedeva scorrere dalla piaga del Cuore, non sangue, ma pietre preziose, in un calice tenuto da mani invisibili. Negli anni di gravi dolori e in cui l’anima sua viveva tuffata come in un oceano di amarezze, questa visione la consolava sommamente». Per consumare la morte a se stessa, Teresa si ridusse al partito di rinunziare al crocifisso, e lo mandò alle Missioni, con un certo numero di oggetti che erano per lei altrettanti cari ricordi. « La divina gelosia» del Maestro, esigerà, a volte, un sacrifizio mollo più penoso. S. Giovanna de Chantal, per seguire la vocazione, dovrà passare sul corpo dei suoi figli che si sono posti attraverso la porta. La contessa d’Hoogvorst, Emilia d’Oultremont, per farsi Riparatrice, dovrà anch’essa rompere vincoli molto cari. – La prima — e l’ultima — parola che Dio rivolge a Mosè, alla ricerca della Terra Promessa, è la seguente: « Exi, esci… abbandona, taglia, rompi »; e tutte le anime, incamminate verso Canaan, hanno la stessa consegna, e ogni giorno più rigorosa, a misura che avanzano. Importa poco che trattisi di una gomena o di un filo sottile; se vi è qualcosa che ci ritiene, l’unione con Dio è impossibile. « Poco conta, dice nello stesso capitolo San Giovanni della Croce, se il filo con cui è legato un uccello sia grosso o debole, se in realtà impedisce che voli; ugualmente è cosa indifferente che un’imperfezione sia grande ovvero piccola, se impedisce, allo stesso modo, che l’anima voli nella perfezione e nell’unione a Dio ». – Che sia necessario misurare le proprie forze, conoscere i doveri del proprio stato, non avventurarsi senza discrezione e senza guida verso una perfezione, bella forse in sé, ma inaccessibile a noi, è cosa da non porre in dubbio. Bisogna darsi a Dio, secondo una frase prudente e vigorosa di S. Caterina da Siena, « con misura e senza misura ».

CONCLUSIONE

Molti collocano la devozione là dove essa non è. In alcuni atteggiamenti, in certi gesti: Mons. Camus, l’amico di S. Francesco di Sales, volendo imitare la perfezione del Vescovo di Ginevra, non trovava altro da ricopiare in lui, all’infuori di un certo modo di tenere il capo inclinato. Quella non era santità; e Mons. Camus lo comprese subito. Enrico d’Alzon cadde, da giovine nello stesso difetto. Santa Teresa del Bambino Gesù ci racconta quante volte una religiosa, sua compagna, fu sul punto di farla impazientire, mormorando, accanto a lei, le preghiere a mezza voce. – La pietà non è legata a una posa qualsiasi, e Dio ascolta ugualmente bene le preghiere recitate a voce bassa e senza strepito di labbra. Altri fa consistere la devozione nella molteplicità degli esercizi: un dato numero di rosari, di piccoli offici, di letture edificanti. Sarebbe imperfezione grave non abbonarsi a quella tale rivista edificante, e diventerà un affare di stato l’invertire l’orario stabilito per le devozioni, ovvero ammettere una lacuna. Le pratiche di pietà sono certamente necessarie; ma non costituiscono né l’intera devozione, né la parte principale di essa. Altri ripone la pietà nel sentimento. Se Dio concede loro qualche consolazione, stimano ciò denaro contante e confondono la facilità con la virtù. La vera devozione consiste in uno spirito: uno spirito che anima la vita. – La pietà vera, prima di ogni altro, è questione d’intelligenza. In questo dominio, come in molti altri, molte forze vanno perdute perché malamente usate. Numerose sono le anime dotate di generosità, ma che si smarriscono negli accessori, mancando di un principio unico, sicuro, largo, comprensivo e preciso, dinamico e dogmatico. La pietà, quale noi la concepiamo, è una pietà seria. Ha per fondamento il dogma in quella parte che sostiene tutte le altre, e alla quale ogni altra si connette. Stabilita nel dogma capitale, la pietà si alimenta, mediante l’ascetismo più semplice e più tradizionale a un tempo; ascetismo basato sulla fede e non nel sentimento che richiede la più grande energia e l’abnegazione più generosa, abnegazione che esso stesso sa ispirare. La pietà che si appoggia sul dogma più fondamentale e che ha come svolgimento e come termine la rinunzia dell’io, è una pietà seria. Ed è anche una pietà profonda. Non arriva forse fino al fondo di noi stessi, fino a quell’intimo interiore che portiamo in noi, dove ci sono confidati i secreti del Re? Chi vive con Dio in sé, e di Dio in sé, sarà un uomo superficiale, col cuore attaccato al nulla e all’inutile, solo nel caso in cui vi applichi ogni sua buona volontà; chi è avvezzo a distaccarsi dal centro per ricondurvi tutto, non proverà punto la dispersione che forma il difetto delle vite volgari e dissipate. È la riduzione all’unità. Quante anime corrono da una pratica devota a un’altra, senza mai avere cercato di stabilire un legame fra ciascuna di esse! Tutto è variabile, perché nulla è indicato in modo particolare. Nessun pensiero direttivo riannoda le diverse azioni della loro vita spirituale. Si è in balia di un libro, abbandonati a una corrente di devozione. Manca un’idea dominatrice, intorno alla quale l’esistenza si cristallizzi. – La dottrina di Dio in noi è il legame per eccellenza, giacché il grande problema dell’essere nostro, l’unico anzi, è la nostra divinizzazione. Pietà larga, che non si concentra in un campo ristretto, ma si estende, senza opposizione, a ciò che è più grande e più bello. Oh com’è vero che tutto s’illumina, sotto la luce di Dio in noi! Si diviene veramente intelligenti nel senso etimologico e nobile della parola: intus legere. Come s’acquista l’abitudine di leggere al di dentro di sé, nell’anima propria, questo libro così ricco, ma spesso così chiuso! E come in tutto quello che si vede, ormai solo l’interno interessa! Fra gli avvenimenti che si svolgono nella storia dell’umanità, si ricerca il gesto, l’azione divina, la storia di Dio. Negli uomini che ci passano accanto, l’essere umano ci sembra molto piccolo, comparato a Dio che vive o che vuole vivere in esso. Si percepisce che nel mondo una sola cosa importa: la vita di Dio nelle anime. Quando sulla terra non vi sarà più nessuno capace di divenire un eletto, la terra non conterà più. Largo è anche il pensiero di Dio in noi, perché mette l’anima al cimento di far continui sforzi per crescere, dilatarsi, lasciare il posto a Dio.

« Bisogna che Egli aumenti e io diminuisca », diceva Giovanni Battista. La divinizzazione fu perfetta fin da principio nell’umanità di Nostro Signore. In noi, altri Cristo, la vita divina è suscettibile di aumento. Noi cominciamo con essere «dèi in germe», secondo l’espressione dei Padri, destinati a divenire « dèi in fiore ». Abbiamo prima l’initium substantiæ eius (Heb. III, 14); ma dobbiamo progredire fino allo sviluppo completo: crescit in augmentum Dei (Col., II, 19). Così concepita, la pietà di cui ci occupiamo, sarà anche dinamica. Agirà in noi come un perpetuo stimolo: Ecce non dormitabit neque dormiet qui custodit Israel. Come potrebbe dormire, il custode d’Israele? Qual principio potrà mai produrre la purità, migliore di questo: Dio vive in me! – « Il Cristo, dice S. Agostino, è al centro del nostro interno, e di là vede quello che la mano fa, ciò che dice la lingua, quello che la mente pensa e quali sono i nostri sentimenti intimi. Quanto bisogno quindi abbiamo di vivere molto vigilanti, pii e casti, giacché siamo sempre sotto lo sguardo di un maestro santissimo! » (De Ascens., Serm. II).E S. Anselmo aggiunge: «O Cristiano, non ti dice l’Apostolo che tu sei lo stesso corpo di Cristo? Custodisci quindi e il corpo e le membra con tutto quell’onore che ad essi è dovuto.Gli occhi tuoi sono gli occhi di Gesù Cristo; volgerai gli occhi di Gesù che è la verità, versola vanità? Le lue labbra sono labbra di Gesù Cristo, le aprirai, non dirò per pronunziare la calunnia e la maldicenza, ma anche solo per fare discorsi inutili e conversazioni frivole? Con quanta vigilanza e rispetto non dobbiamo governare tutti i nostri sensi e le membra del nostro corpo, poiché sono rette da Nostro Signore in persona, e sono possedute e dirette da lui nella loro attività! » (Medit. I). Quale altro principio produrrà, più di questo, lo zelo? Vedendo che il Cristo è scacciato dappertutto, messo alla porta dalle anime, non si avrà più quiete; ma come una volta Elia, ci si chiederà: « Quid hac agis, Elia?Elia che fai? — Altri si lanceranno al buon combattimento. Nunquid fratres vestri ibunt ad Pugnam?— E tu che fai, resti al tuo posto? Et vos hic sedebitis?». Pare impossibile non accorrere per gridare a tutti, come Giovanni Battista alle folle del Giordano: « Vi è qualcuno in mezzo a voi, dentro di voi che voi non conoscete ». « È forse troppo, si domandava Paolina Reynolds, che io vi conosca e vi ami? Oh no! Mio Gesù, manifestatevi al mondo, a tutti! Fate che i vostri amici, coloro che vi sono consacrati, vi conoscano a pieno e vi facciano conoscere! Rivelate alle anime l’incanto dei vostri santi misteri. Che tutti i vostri Cristiani siano santamente avidi di tutto ciò che può farvi dare, farvi consegnare alle anime, alle intelligenze, ai cuori! – « E poi, o Gesù, o Dio, quei milioni e milioni di uomini che non vi conoscono affatto, per i quali la vostra Incarnazione, i vostri .Misteri, l’Evangelo, la Chiesa, sono lettera morta… Oh pietà! pietà! manifestatevi al mondo » (T. II , cap. II, Médit. IV ). Pietà allegra. Esiste una sola tristezza, ed è quella di non essere santi. Quanti Cristiani sopporterebbero meglio le pene della vita, se avessero la conoscenza pratica e attuale del bene che portano, o che dovrebbero portare costantemente: Dio, nell’anima loro, mediante la grazia santificante! Possiamo perdere tutto, ma se Dio ci rimane, che altro bisogno avremo? Si può essere abbandonati da tutti; ma se da parte nostra non abbandoniamo Dio, saremo privati di poca cosa. – Vivere solo con Dio è agire da grandi; essere solo con Dio, è una solitudine ricchissimamente popolata, perché se ne possa restare contenti. Allorché S. Paolo consiglia di essere sempre allegri, che cosa dice in pratica, benché in apparenza sotto forma indiretta, se non: « siate sempre in istato di grazia »? Elisabetta Leseur scrive nel suo Diario: « Vi è una gioia che i dolori più acuti non distruggono, una luce che brilla nelle tenebre più dense, una forza che sostiene tutte le nostre fiacchezze. Soli, noi cadremmo per terra, come Cristo portando la croce; pertanto noi camminiamo, ovvero le nostre cadute sono meramente passeggere e ben presto ci rimettiamo coraggiosi in piedi. La ragione sta in questo che « noi possiamo tutto in Colui che ci fortifica ». Esseri deboli, portiamo in noi la Forza infinita, e nella profondità dell’anima nostra risplende la luce che non si estingue. Come non essere allegri, a dispetto di tutto, allegri di una gioia soprannaturale, quando possediamo Dio per la vita e per l’eternità? ». – Pietà liberatrice. Quale controsenso — che viltà — non è mai il rispetto umano: i buoni hanno vergogna di apparire buoni, e i malvagi si onorano di essere tali! Agire bene, è un difetto; agire male, è una gloria. Trionfo insolente del diavolo e aberrazione crudele dell’uomo che inverte, da barbaro, il valore delle opere. – Chi vive in colui che passa nella strada, e ride di me che vado a fare la Comunione? Ed io, che vivo di Dio, arrossirò, mi nasconderò, avrò vergogna. Il rispetto umano è il disprezzo del divino. I cadaveri che deridono i viventi, e i vivi che si preoccupano dello scherno dei cadaveri  – «Riconosci la tua grandezza, o Cristiano », diceva il Papa S. Leone: « Agnosce, o Christiane, dignitatem tuam, e apprendi a liberarti dalla schiavitù. Tu sei figlio di Dio, sei figlio di Re, e ti affliggi per il figlio di uno schiavo? Solleva il capo, cammina a fronte alta. Se vi è qualcuno che debba arrossire e nascondersi, non sei tu. Imparalo, e non lo dimenticare più ». – Noi viviamo in un mondo a rovescio (« Per una ragione misteriosa, non meno che significativa, avviene che chi stabilisce di condurre una vita onesta e regolata, è quasi sempre mal visto dai suoi antichi compagni, agli occhi dei quali è più degno di disprezzo convertirsi, che commettere il falso ». JOERGENSEN: Sainte Catherine de Sienne et ses disciples, « Revue des Jeunes » 25 nov. 1917) . Apprezziamo invece le cose al loro giusto valore. Rimanere puro, pregare, portare Dio, non sono fatti umilianti. Tradire la fede, dimenticare il cielo, darsi al peccato, ecco l’onta suprema. Credi questo, e proclamalo, all’occasione, a voce alta. – Del resto nessun disprezzo per gli altri, nessun orgoglio per te. Ciò che essi sono, lontani da Dio, tu potresti divenirlo; ciò che tu sei, senza Dio, non lo saresti per lungo tempo. Non orgoglio, ma immensa magnanimità. Tu vivi in grazia, porti Dio; questo vale. -« Forse- scriveva E. Hello – la vanità diventerebbe quasi impossibile, se gli uomini avessero un’idea della loro grandezza. La voce della gloria farebbe in loro tacere la voce dell’amor proprio. Dio vuole che viviamo della sua vita, vuole darsi a voi, Egli, l’Infinito, e vi proibisce, in vista della vostra grandezza, di contentarvi del meno. Vi ricorda il valore della vostra redenzione, affinché sappiate quanto gli costate, vi prescrive gioie e glorie il cui pensiero dovete essere capaci di sopportare, — e voi, nei più bei sogni d’ambizione, giovine, fratello di S. Giovanni, aspirate a divenire emulo di questo o di quell’altro imbecille, che da venti anni parla per non dire nulla ». — E a volte peggio. – Di questa devozione abbiamo un modello eminente nella Santissima Vergine. Cominciando a scrivere queste pagine, il nostro pensiero, naturalmente, fu rivolto a Maria; al fine del lavoro, è ancor più naturale che la nostra mente si diriga verso di Lei. Si racconta dell’Olier, che una voce gli ripeteva spesso: « voglio che tu viva in una contemplazione perpetua» (Vie, 1918, Zebel, Versailles, p. 483). Maria non aveva bisogno di un simile invito, per abitare al di dentro. Prima ancora dell’Annunziazione, che pienezza di vita divina non era in Lei! Se il grande dovere di ogni Cristiano, « consapevole di sé », istruito sulle ricchezze che porta in sé stesso, mediante la grazia santificante, dev’essere quello di « lasciarsi invadere dai Tre », quali non furono i desideri di Maria, la cui intelligenza, per i misteri divini, era così desta e che la Chiesa ci mostra « piena di grazia » fin dal suo nascere! – Ecco l’Annunziazione: « Spiritus Sanctus superveniet in te». Lo Spirito Santo farà in voi una sopravvenuta. Mediante la grazia, Egli abita già nell’anima vostra, o Maria, insieme col Padre e col Verbo. Ma in Voi avrà luogo una discesa prodigiosa di Dio, che renderà intensa, fino a un grado massimo, la vostra vita divina. Voi siete già gratia piena. Che cosa ormai bisognerà dire di voi? Superplena, ripiena in modo da traboccare. Ecco che fino al Natale voi portale in voi l’Umanità santa del Salvatore. Oh quanto vi fa grande un tal tesoro! Ma dobbiamo dir tutto: quello che vi fa grande, più che la venuta umana del Figlio di Dio, è la venuta dello Spirito Santo, il quale ha reso possibile l’altra. Il motivo della vostra bellezza presente, più che la presenza dell’Uomo Dio in voi, in virtù del mistero della maternità incomparabile, è la presenza sovraeminente di Dio in Voi, il quale permette il miracolo che il Verbo si faccia figlio vostro. Eccoci, adesso, alla Pentecoste. Durante il corso della vita umana del Salvatore, Maria perpetuamente accanto a Lui, cresceva in grazia, come suo figlio, al contatto del suo esempio, dei suoi consigli, della vita sua. È venuta, per Gesù, l’ora di lasciare la Vergine Santa, e di ascendere al Padre; e Maria, come noi tutti, ormai non avrà altra presenza umana del Salvatore, che l’Eucaristica. Ma dalla destra del Padre, il Figlio manderà lo Spirito agli Apostoli, e per mezzo loro, lo farà discendere sul mondo, e questa venuta è anch’essa una sopravvenuta di un genere speciale, della quale Maria, regina degli Apostoli, godrà nel Cenacolo, stando in loro compagnia. « Lascia il posto allo Spirito Paraclito », dice il Sacerdote al demonio, ogni qualvolta gli è presentato qualcuno per essere battezzato. In un cuore già libero, libero non solo, ma pieno di Dio, che cosa non produrrà questa terza invasione dello Spirito? Ciò che in Maria è più bello, non è tanto l’ufficio suo quanto il suo Cuore Immacolato; e la legge è per tutti la medesima. La cosa che solo conta, non è punto la nostra azione esteriore, o il nostro ufficio nel mondo, quanto il più o meno di vita divina che portiamo in noi. « Dio guarda il cuore; Deus intuetur cor »; non considera altro; con un colpo d’occhio si rende conto se Egli vi si trova, e fino a qual punto; nulla dei fatti nostri e dei nostri gesti l’interessa tanto: « Deus qui in corde Beatæ Mariæ dignum Filio tuo habitaculum preparasti,come dice la sacra liturgia; o Dio che avete preparato nel cuore di Maria, un’abitazione degna di vostro Figlio ». L’anima nostra è, sì o no, la dimora del Figlio di Dio, e se sì, in che misura e con quanto frutto per la nostra vita?L’uomo può preoccuparsi di altri affari. Ma per Iddio, al di fuori di questo, non vi è altro affare importante nel mondo. Impariamo a pensare come pensa Lui.Dopo la Pentecoste possiamo contemplare Maria in casa di S. Giovanni. Il figlio suo divino l’ha lasciata, ma non è abbandonata dalla vita divina che Ella porta con sé; sicché tutta l’esistenza della Vergine si trascorre conversando con gli ospiti divini dell’anima sua. Non vi sono episodi, eccetto quello della Messa che l’Apostolo rinnova ogni mattina,« l’avvenimento più grande della storia umana… la ripetizione dell’ora decisiva, in cui il mondo peccatore, giustamente diseredato, fu d’un tratto ricondotto verso la pienezza della vita soprannaturale » (G . GOYAU).« Non ho nulla da fare al di fuori », diceva Ruysbrock. Maria non la pensava altrimenti. Nulla da fare al di fuori, tutto al di dentro, questo è il programma di chiunque aspira a ben altro che ad una vita cristiana superficiale. La parola intus è compresa in quella di intimità. Or, intus significa al di dentro. Saremmo felici se almeno alcune anime, dopo aver letto queste pagine, provassero desiderio di non vivere più « fuori » ma, rientrando in sé stesse, cercassero Colui che si trova in loro mediante la grazia: Dio, Padre, Figliuolo e Spirito Santo. – Quante anime lanceranno un giorno un grido di sorpresa, scoprendo tutto quell’interno che portavano in sé e che ignorarono! ». Dal momento in cui le abbiamo lette, quanto, queste parole di Mons. d’Hulst, ci parvero dolorose! E come rassegnarci che sia ignorato l’interno? E non ostante le varie ragioni che ci inducevano ad astenerci, perché non tentare l’impresa di richiamarne alla mente l’esistenza e il valore? Per quanto imperfette siano queste pagine, la Guida interna che parla al fondo delle anime, supplendo a quello che manca, farà sì che esse conducano al bene almeno un cuore. Un’anima è una diocesi assai grande, diceva S. Francesco di Sales. Quale ricompensa più bella di questa: un Cristiano, una Cristiana di più, risoluti a non voler stimare in avvenire lettera morta la presenza di Dio in noi; risoluti a vivere della vita divina, la vita interiore!