MESSA DI CAPODANNO 2020

MESSA DI CAPODANNO (2020)

CIRCONCISIONE DI N. SIGNORE E OTTAVA DELLA NATIVITÀ.

Stazione a S. Maria in Trastevere

Doppio di II classe. – Paramenti bianchi.

La liturgia celebra oggi tre feste: La prima è quella che gli antichi sacramentari chiamano « nell’Ottava del Signore ». Gesù è nato da otto giorni. Così la Messa ha numerosi riferimenti a quelle di Natale. La seconda festa ci ricorda che, dopo Dio, noi dobbiamo Gesù a Maria. Cosi un tempo si celebrava in questo giorno una seconda Messa in onore della Madre di Dio nella Basilica di Santa Maria Maggiore. Ne è rimasta una traccia nella Orazione, nella Secreta e nel Postcommunio, che sono prese dalla Messa votiva della SS. Vergine, e nei Salmi dei Vespri, tolti dal suo Officio. – La terza festa, infine, è quella della Circoncisione, che si celebra dal VI secolo. Mosè imponeva questo rito purificatore a tutti i bambini Israeliti, l’ottavo giorno dalla loro nascita (Vang.). È una figura del Battesimo per il quale l’uomo è circonciso spiritualmente. « Tu vedi – dice S. Ambrogio – che tutta la legge antica è stata la figura di quello che doveva venire; infatti anche la circoncisione significa espiazione dei peccati. Colui che è spiritualmente circonciso con la correzione dei suoi vizi, è giudicato degno dello sguardo del Signore » (1° Notturno). Così, parlando del primo sangue divino che il Salvatore versò per lavare le nostre anime, la Chiesa insiste sul pensiero della correzione di quello che di cattivo è in noi. « Gesù Cristo ha dato se stesso per riscattarci da ogni iniquità e purificarci » (Ep.). « Degnati, Signore, con questi celesti misteri, di purificarci » (Secr.). «Fa, o Signore, che questa Comunione ci purifichi dei nostri peccati » (Postcom.).

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Isa. IX: 6
Puer natus est nobis, et fílius datus est nobis: cujus impérium super húmerum ejus: et vocábitur nomen ejus magni consílii Angelus. [Ci è nato un bambino, ci è stato dato un figlio, il cui impero poggia sugli ómeri suoi: e il suo nome sarà: Angelo del buon consiglio.
Ps XCVII: 1
Cantáte Dómino cánticum novum: quia mirabília fecit. [Cantate al Signore un cantico nuovo: perché ha fatto cose mirabili.]
Puer natus est nobis, et fílius datus est nobis: cujus impérium super húmerum ejus: et vocábitur nomen ejus magni consílii Angelus. [Ci è nato un bambino, ci è stato dato un figlio, il cui impero poggia sugli ómeri suoi: e il suo nome sarà: Angelo del buon consiglio.]

Oratio

Orémus.
Deus, qui salútis ætérnæ, beátæ Maríæ virginitáte fecúnda, humáno géneri praemia præstitísti: tríbue, quǽsumus; ut ipsam pro nobis intercédere sentiámus, per quam merúimus auctórem vitæ suscípere, Dóminum nostrum Jesum Christum, Fílium tuum:  O Dio, che mediante la feconda verginità della beata Maria, hai conferito al genere umano il beneficio dell’eterna salvezza: concédici, Te ne preghiamo: di sperimentare in nostro favore l’intercessione di Colei per mezzo della quale ci fu dato di ricevere l’autore della vita: il Signore nostro Gesú Cristo, tuo Figlio:

Lectio

Léctio Epístolæ beati Pauli Apóstoli ad Titum.
Tit 2:11-15
Caríssime: Appáruit grátia Dei Salvatóris nostri ómnibus homínibus, erúdiens nos, ut, abnegántes impietátem et sæculária desidéria, sóbrie et juste et pie vivámus in hoc saeculo, exspectántes beátam spem et advéntum glóriæ magni Dei et Salvatóris nostri Jesu Christi: qui dedit semetípsum pro nobis: ut nos redímeret ab omni iniquitáte, et mundáret sibi pópulum acceptábilem, sectatórem bonórum óperum. Hæc lóquere et exhortáre: in Christo Jesu, Dómino nostro.

OMELIA I

IL PROGRAMMA DELLA NOSTRA VITA

[A, Castellazzi: Alla Scuole degli Apostoli. Ed. Artigian. Pavia, 1929]

“Carissimo: La grazia di Dio nostro Salvatore si è manifestata per tutti gli uomini, insegnandoci che, rinunciata l’empietà e i desideri mondani, viviamo con temperanza; con giustizia e con pietà in questo mondo, in attesa della beata speranza e della manifestazione gloriosa del grande Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo; il quale ha dato se stesso per noi, per redimerci da ogni iniquità, e formarsi un popolo puro che gli fosse accetto, zelante delle buone opere. Così insegna ed esorta in Cristo Signor nostro” (Tit. II, 11-15). –

Quando S. Paolo si recò nell’isola di Creta col suo discepolo e collaboratore Tito, vi trovò parecchi gruppi di Cristiani, che non erano organizzati in una gerarchia regolare. Non potendo l’Apostolo trattenersi a lungo nell’isola, vi lasciò Tito a organizzare quella Chiesa. Più tardi gli scrive una lettera. In essa gli dà norme da seguire nell’adempimento del suo ufficio pastorale rispetto agli uffici ecclesiastici, ai doveri delle varie classi di persone e ai doveri generali dei Cristiani. Nel brano riportato, avendo prima stabiliti i doveri secondo i differenti stati, reca la ragione per la quale i Cristiani sono tenuti a questi doveri. Sono tenuti perché Dio, che nella sua bontà è sceso dal cielo per tutti, ha insegnato a tutti a rinunciare all’empietà e ai desideri del secolo per vivere nella moderazione, nella giustizia, nell’amor di Dio. Così vivendo saranno consolati dalla presenza della venuta del Redentore, il quale ha dato in sacrificio se stesso per riscattarci dal peccato, e così formare di noi un popolo veramente eletto, tutto dato alle buone opere. Sul cominciare dell’anno la Chiesa ripete a noi questo insegnamento, per esortarci a vivere secondo

1. Pietà,

2. Temperanza,

3. Giustizia.

1.

L’Incarnazione e la vita su questa terra del Figlio di Dio, sono una scuola efficacissima per tutti gli uomini. « Tutta la sua vita mortale — dice S. Agostino — fu una scuola di ben vivere per mezzo della natura umana che si è degnato di assumere» (De vera Relig. 16, 32). In primo luogo Gesù Cristo ci insegnò che per attendere la beata speranza dobbiamo aver rinunciata l’empietà e i desideri mondani. – Nella religione pagana, che i novelli Cristiani avevano abbandonata, il culto della verità non esisteva. Si aveva qualche conoscenza di Dio, ma non si adorava come Dio. Il culto che gli si prestava era superstizioso quando non era immorale. Dell’ultimo fine dell’uomo si aveva un’idea sbagliata. Non si cercava tanto di condurre una vita terrena, che fosse preparazione alla vita celeste, quanto di godere quaggiù più che fosse possibile, come se tutto dovesse finire in questa valle di lacrime. Non si alzava a Dio la mente, la quale non sapeva sollevarsi da quanto cadeva sotto gli occhi. Tra queste dense tenebre di errori e di corruzione apparve Gesù, sapienza increata, che insegnò la vera dottrina rispetto a Dio uno ed eterno: che ci manifestò le verità che riguardano la seconda vita; ne indirizzò le menti e i cuori a Dio, nostro principio e nostro fine. – I novelli convertiti avevano rinunciato alle dottrine empie del paganesimo, ma ciò non era tutto. L’edificio vecchio dell’empietà era stato demolito, e al suo posto bisognava innalzare l’edificio della pietà. Quanti esempi ci ha lasciato Gesù Cristo in proposito! A dodici anni sale al tempio con Maria e con Giuseppe per la solennità di Pasqua. Terminata la solennità, rimane in Gerusalemme. Quando, dopo tre giorni di ricerche, Maria e Giuseppe lo ritrovano, al lamento della Madre Gesù risponde: « Perché mi cercavate? Nulla sapevate che io devo attendere a ciò che riguarda il Padre mio? » (Luc. II, 49). E come attendeva Gesù in quei giorni alle cose del Padre suo? Stando nel tempio seduto in mezzo ai dottori in atto di ascoltarli e interrogarli. Grande scuola di pietà pei fanciulli, i quali dall’apprendimento delle cognizioni profane non devono disgiungere l’apprendimento delle cognizioni divine. Appena la loro mente si apre devono incominciare a interessarsi della loro sorte celeste, a conoscer Dio, a conoscere la sua volontà. Grande scuola anche per gli adulti. L’obbligo di interessarsi di Dio, del nostro ultimo fine incomincia alla soglia, della vita, e non cessa che alla nostra partenza da questo mondo. Se le verità che riguardano Dio le abbiam dimenticate, bisogna richiamarle alla mente con lo studio del Catechismo, con la frequenza alle prediche. – Interessarsi di Dio vuol dire procurare la sua gloria. Questa procurò sempre Gesù in tutta la sua vita. E la sera che precedette la sua passione poteva dire : «Padre, io ti ho glorificato sulla terra» (Giov. XVII, 4). Noi possiamo dar gloria a Dio mostrandoci Cristiani pubblicamente, edificando gli altri con la frequenza ai santi Sacramenti, con la pratica degli esercizi di pietà. Interessarsi di Dio vuol dire intrattenersi con Lui mediante la preghiera. Gesù Cristo, che ci ha insegnato ed esortato a pregare con la parola, ci ha anche grandemente confortato alla pratica della preghiera col suo esempio. Egli prega nel tempio e prega sul monte quando ha cessato di ammaestrare le turbe. Prega nel deserto e prega nella gloria della trasfigurazione; prega di giorno e prega di notte. Prega quando risuscita Lazzaro, quando istituisce l’Eucaristia. Con la preghiera incomincia e chiude la sua passione. In una parola, Egli ha praticamente dimostrato come «bisogna pregar sempre, senza stancarsi mai» (Luc. XVIII, 1).

2.

E’ naturale che nella religione pagana l’uomo non fosse portato alla rinuncia, al sacrificio. Il piacere, l’accontentamento delle passioni non vi trovavano ostacolo alcuno. Tutt’altro, invece, è nella Religione Cristiana. Gesù Cristo venne su questa terra a darci insegnamenti ed esempi affatto opposti agli insegnamenti e agli esempi pagani. Egli è venuto a insegnarci che rinunciati i desideri mondani viviamo con temperanza. Si tratta di una vera riforma della vita. Non solo bisogna voltare la schiena alle antiche abitudini: bisogna formarsi abitudini nuove. Uno può voltare la schiena alle antiche abitudini, senza allontanarsene troppo. Senza staccare da esse il cuore. È un addio forzato col desiderio, se non sempre con la speranza, dell’a rivederci. Non siamo noi che ci distacchiamo da ciò che domina in questo mondo: sono spesso le circostanze che cene staccano: sono questi beni apparenti che spesso ci abbandonano, lasciando noi nell’amarezza. Questa non è la sobrietà e la temperanza insegnataci da Gesù Cristo e dai suoi Apostoli. Gesù Cristo ci ha insegnato la rinuncia ai desideri sregolati dei beni di questo mondo. E rinuncia vuol dire staccarsene senza rimpianto, e senza desiderio di ritornarvi. Rinuncia vuol dire essere pronto a sostenere qualunque sforzo, a impegnarsi in un combattimento lungo e faticoso, a provare avversione per ciò che prima si amava, ad amare e praticare ciò che prima si odiava. « Gesù Cristo ci ha redenti, affinché, conducendo una vita illibata e ricca di buone opere possiamo divenire eredi del regno di Dio» (Ambrosiaster, in Ep. ad Tit.. cap. II, v. 11). Il Cristiano che vuol conseguire l’eredità del regno celeste, deve saper porre un freno alle proprie tendenze; altrimenti non riuscirà a condurre una vita illibata, ad arricchirsi di buone opere. Senza la temperanza saremo ben presto travolti dalle passioni. La malerba cresce presto: tagliata, ricompare ben tosto. Le passioni, anche rintuzzate, rialzano subito il capo. L’odio, la superbia, l’avarizia, la lussuria, la gola si fanno sentire a nostro dispetto. Che avverrà se, invece di combatterle con la mortificazione ne porgiamo loro alimento, con l’assecondarle? Presto ci prenderanno la mano e ci trasporteranno dove esse vogliono. Tanto, coloro che non sanno mai porre un limite alle loro brame non possederanno mai neppure su questa terra il godimento che vanno immaginandosi. Un viandante si propone di arrivare a quell’altura che si presenta al suo sguardo. Quando vi è giunto vede che, dopo uno spazio più o meno esteso di terreno piano, si trova un’altra altura. Non si dà pace finché non ha raggiunta anche quella. Arrivato vi vede ripetersi la scena di prima. Nuova altura, e dopo quella un’altra ancora, ed egli è inquieto perché non può raggiungerle tutte. Così, coloro che non sanno mai mettere un limite ai loro desideri, che non sanno imporsi delle privazioni saranno sempre malcontenti e irrequieti per le disillusioni che provano. I volti sereni, l’allegria schietta, che è il riflesso della pace dell’anima, si cercherebbero invano tra coloro che si fanno un idolo del ventre, degli onori, delle ricchezze, dei piaceri. Chi vuol trovarli li deve cercare tra coloro che sanno porsi un freno nell’uso dei beni di questa vita, e sanno moderare le loro voglie.

3.

Gesù Cristo ci ha anche insegnato a vivere con giustizia rispetto al prossimo. Questa giustizia richiede « che nessuno desideri ciò che è del prossimo » (S. Efrem). Molto più richiede che non si tolga ciò che è del prossimo. Richiede che non gli tolgano i beni materiali coi furti, con le appropriazioni indebite, con le dannificazioni, con le frodi, con la sottrazione della paga dovuta, col non mettersi in grado di pagare i debiti ecc. Richiede che non gli si tolgano i beni morali con le calunnie, con le mormorazioni, con le critiche ingiuste, con le insinuazioni. Richiede che non gli si tolgano i beni spirituali con il cattivo esempio, con la propaganda dell’errore, con toglierlo alle pratiche di pietà, con avviarlo alle usanze mondane. – L’uomo è creato per vivere in società. La vita sociale ha molti privilegi; ma, si sa: ogni diritto ha il suo rovescio. La vita sociale porta con sé anche i suoi pesi. Caratteri perfettamente uguali non si trovano. Ogni creatura ha la sua natura. E questo basta perché possano sorgere dissensi, contrasti tra coloro che, o per un motivo o per un altro, si trovano a contatto. Lo spirito della giustizia vuole che in questi casi non si abbia a scendere a liti o a recriminazioni. « Gli uni portate i pesi degli altri, e così adempirete la legge di Cristo », ci dice l’Apostolo (Gal. VI, 2). Il quale ancor più chiaramente dice ai Corinti: « In tutti i modi è già un mancamento l’aver delle liti gli uni con gli altri. E perché piuttosto non sopportate qualche ingiustizia? Perché piuttosto non soffrite qualche danno? » (I Cor. VI, 7). Invero se domandiamo a Dio che sopporti noi, è troppo giusto che noi sopportiamo gli altri. Sentiamo l’Ecclesiastico: «Un uomo nutre lo sdegno contro un altr’uomo, e chiede che Dio lo guarisca? Egli non usa misericordia verso il suo simile, e chiede perdono de’ suoi peccati? Egli che è carne conserva rancore, e chiede che Dio gli sia propizio?» (Eccli XXVIII, 3-5). – È spirito di giustizia non restringere la mano quando si tratta di soccorrere i fratelli bisognosi. La solennità di quest’oggi c’insegna che Gesù Cristo ha dato per noi il suo sangue. E noi, seguaci di Gesù Cristo, non faremo cosa straordinaria se daremo al nostro prossimo un po’ di quei beni, che Dio ci ha largiti. Dovessimo dare al nostro prossimo tutto quanto possediamo non daremo mai quanto a noi ha dato Gesù Cristo, il quale ha dato se stesso per noi, per redimerci da ogni iniquità. Non lesiniamo nel dimostrare la nostra giustizia verso il prossimo,se vogliamo sperare la manifestazione gloriosa del grande Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo.« Chiunque, pertanto, vuol pervenire al regno celeste, viva con temperanza verso se stesso, con giustizia verso il prossimo, con pietà perseverante verso Dio» (S. Fulgenzio, De remiss. Pacc. L. 1 c. 23).Cominciamo subito da quest’oggi a mettere in pratica questo programma affinché, se il Signore volesse chiamarci al rendiconto nel corso di quest’anno, in qualunque momento ci chiami abbia a trovarci pronti.Mons. Francesco Iannsens, Vescovo di Nuova Orleans, venerato dai suoi figli come un santo, viaggiando sopra un piroscafo alla volta d’Europa, è colpito improvvisamente dalla morte. Non gli rimane che il tempo di inginocchiarsi in cabina e dire: «Mio Dio, vi ringrazio che son pronto» (La Madre Francesca Zaverio Cabrini; Torino 1928, p. 144-45). Che d’ora innanzi la nostra vita sia tale, da poter anche noi dare questa risposta alla divina chiamata, in qualunque momento e in qualunque circostanza si faccia sentire!

Graduale

Ps XCVII:3; 2
Vidérunt omnes fines terræ salutare Dei nostri: jubiláte Deo, omnis terra.
V. Notum fecit Dominus salutare suum: ante conspéctum géntium revelávit justitiam suam. Allelúja, allelúja.

[Tutti i confini della terra videro la salvezza del nostro Dio: acclami a Dio tutta la terra.
V Il Signore ci fece conoscere la sua salvezza: agli occhi delle genti rivelò la sua giustizi. Alleluia, alleluia.]
Heb I: 1-2
Multifárie olim Deus loquens pátribus in Prophétis, novíssime diébus istis locútus est nobis in Fílio. Allelúja.

[Un tempo Iddio parlò in molti modi ai nostri padri per mezzo dei profeti, ultimamente in questi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio. Allelúia.]

Evangelium

Luc II:21
In illo témpore: Postquam consummáti sunt dies octo, ut circumciderétur Puer: vocátum est nomen ejus Jesus, quod vocátum est ab Angelo, priúsquam in útero conciperétur.

OMELIA II.

(L. Goffiné, Manuale per la santificazione delle Domeniche e delle Feste; trad. A. Ettori P. S. P.  e rev. confr. M. Ricci, P. S. P., Firenze, 1869).

 “In quel tempo compiuti gli otto giorni per far la circoncisione del bambino, gli fu posto nome GESÙ, come era stato nominato dall’Angelo prima di esser concepito”.

Perché Cristo fu circonciso l’ottavo giorno dopo la sua nascita; e quali sentimenti deve ridestare in noi il Nome di Gesù?

La circoncisione si faceva otto giorni dopo la nascita del fanciullo. Gesù, essendo Dio, poteva dispensarsi da questa dolorosa cerimonia della legge mosaica; ma ci si volle sottomettere per più ragioni, egualmente degne della sua sapienza ed amore.

1° Nell’assoggettarvi la sua sacra persona abolì onorevolmente un rito stabilito da Dio per un certo tempo soltanto.

2.° Provò così che Egli avea veramente un corpo umano, e confuse fin d’allora i sofismi dell’eresia, che nonostante la chiara prova dei suoi patimenti e fatti nella sua vita mortale, dovevano un giorno negarne la realtà.

3.° Mostrò che Egli era Figlio di Abramo, dal quale il Messia doveva uscire. Prevenne le obiezioni possibili a farsi dai Giudei per impugnare la divinità del Messia, sotto pretesto che Egli era straniero, ed acquistò il diritto di conversare con essi per la salute delle loro anime.

4. ° Divenne nostro modello, ci insegnò l’obbedienza, ci ispirò un giusto orrore per il peccato, e si fece nostra vittima. – Il nostro dovere è d’entrare nei sentimenti del Salvatore, e di profittare delle lezioni che oggi ci porge. Perciò sforziamoci:

1. ° Di concepire un vivo orrore del peccato, che sottopone questo tenero fanciullo ed una così dolorosa cerimonia.

2. ° Di staccarci sinceramente dalle cose create, e vegliare attentamente sui nostri sensi, perché non siano sedotti dagli oggetti esterni.

3. ° Di unire i nostri cuori al cuor di Maria. Chi può esprimere ciò che questa tenera Madre provò, quando vide scorrere le prime gocce del sangue del suo Figlio? Come Gesù e Maria offriamoci in sacrifizio al Signore: sottomettiamoci con fedeltà e rispetto a tutte le pratiche sante che la sua legge c’impone, ed accettiamo senza lamento le pene che la sua Provvidenza c’invia. Tali debbono essere in questa solennità sì istruttiva, sì commovente, i sentimenti e le disposizioni nostre. – Usava tra i Giudei di dare un nome al fanciullo il giorno della sua circoncisione. Non era egli giusto che al momento in cui il Figlio dell’uomo era ascritto tra i figli di Dio, onorato della sua alleanza, ricolmo dei suoi doni e fatto erede delle sue promesse, prendesse un nome che richiamasse questa gloriosa adozione e il sublime ufficio ond’era rivestito? Il Cristo ancora volle prendere il suo augusto Nome quando fu circonciso, per conformarsi in tutto non solamente alle leggi, ma ancora alle pie costumanze del popolo di Dio, ed insegnarci così con qual fedeltà noi dobbiam seguitare le usanze religiose ed i riti della Chiesa. Ma qual nome prenderà Egli? E chi ha il diritto d’imporre a Lui un nome? Ai padri spetta il diritto d’imporre il nome ai loro figli; ed i nomi più convenienti son quelli che indicano meglio le essenziali qualità delle cose a cui si applicano. Ne consegue che nessuna creatura nel cielo o sulla terra, nemmeno Giuseppe e Maria, potevan dare il nome al Figlio di Dio; perocché nessuno era capace dì comprendere l’eccellenza di sua natura e la dignità del suo ufficio. Dio Padre solo poteva dare al suo Figlio il Nome che perfettamente esprimesse l’adorabil carattere di Lui. Ed ecco infatti che l’eterno Padre incarica un principe della sua corte di recare dal cielo in terra il nome del suo Figlio. L’Arcangelo Gabriele, onorato di questo augusto incarico, venne ad annunziare a Maria e la sua divina maternità e il Nome da porsi al Figlio che a Lei nascerebbe. Fu ancora indicato da un Angelo a s. Giuseppe in un’altra occasione. Fin allora quell’adorabile Nome non era conosciuto che dall’eterno Padre, dagli Angeli, da Maria e da Giuseppe; il momento di svelarlo al mondo è arrivato. Dall’alto dei cieli, contemplando il suo amatissimo Figlio, sottoposto all’umiliante e dolorosa cerimonia della circoncisione, Dio Padre ruppe all’improvviso il silenzio, e gli dette un Nome per il quale lo dichiarò senza peccato, innocente, santissimo, ed il principe della salvezza per tutti gli uomini. – Infatti questo nome è un Nome d’ineffabile gloria, un Nome superiore a tutti i nomi. Se bramate saperlo, prostratevi con la fronte nella polvere; poiché a questo Nome  ogni ginocchio si piegherà eternamente in cielo, in terra e nell’inferno. Gesù, cioè Salvatore, ecco il Nome del Figlio di Dio. Vedete con quanta cura l’eterno Padre solleva ogni umiliazione del suo Figlio con una rivelazione della sua gloria! Ogni volta che il Salvatore mostra la sua umanità, il Padre fa risplendere la divinità di Lui. Sì, il Nome di Gesù è sopra a tutti i nomi: nel cielo l’ammirazione, sulla terra la riconoscenza, nell’inferno lo spavento, a questo Nome di potenza, d’amore e di vittoria, faranno eternamente piegare il ginocchio agli Angeli, agli uomini, al demonio. – Il Nome di Gesù è un nome di potenza. Ci ricorda Colui per il quale tutto è stato fatto; il Verbo di Dio, che porta nella sua mano il mondo; il Re dei re, il Signore dei signori, il cui regno spirituale è su tutte le nazioni ed età; l’Agnello dominatore del mondo, per cui sono stati fatti tutti i secoli; ed i re ed i popoli, lo vogliano o no, sono come il bastone nella mano del viandante, o come i servi sotto la potestà dei loro padroni; servi che Egli innalza, glorifica, se a Lui sono fedeli; e getta via e spezza come fragili vasi, se osano ribellarsi a Lui. –

Nome d’amore. Il semplice suono di due sillabe che compongono il Nome di Gesù, risveglia la nostra attenzione e riconoscenza per l’Autore della nostra salute, che s’è fatto uomo a fine d’innalzarci a Lui, è nato in una stalla, ha pianto, è stato perseguitato, calunniato, colmo di ingiurie, deriso, flagellato e crocifisso per noi; che, per riconciliarci col Padre suo, è resuscitato da morte, asceso al cielo, ove fa per noi l’ufficio d’avvocato e mediatore; e che finalmente, per consolarci, per sostenerci, si è fatto compagno del nostro pellegrinaggio, dimorando notte e giorno sui nostri altari.

Nome di vittoria. Gesù significa Salvatore, conquistatore, trionfatore. L’uomo e il mondo eran caduti sotto la potestà del demonio; di questo forte armato che teneva la sua preda incatenata da quattro mila anni. E Dio sa come egli usasse del suo potere! Il Figlio del Padre discese dal cielo per discacciare l’usurpatore, spezzare il suo giogo e liberar lo schiavo universo; il suo Nome ricorda le sue vittorie. Gesù è nostro Salvatore nel significato il più esteso di questa parola. Salvatore di tutto intero l’uomo: Egli salva il nostro spirito dal giogo dell’errore e delle umilianti, infami, crudeli superstizioni; salva il nostro cuore dalla tirannia delle passioni; salva il corpo dai mali che pesavan su lui nel paganesimo; gli comunica il germe della gloriosa immortalità; salva il fanciullo, lo sposo, il padre, la società: tutto Egli ha salvato. Ancora un po’ di tempo, quando il Salvatore venne al mondo; e la società era perduta: ed or c’impedisce di ricadere nell’abisso onde ci ha tratti. Gesù è sempre nostro Salvatore, il Salvatore del mondo intero. Senza Gesù il mondo fisico rientrerebbe all’istante nel caos; senza Gesù il mondo intellettuale ricadrebbe subito nelle tenebre dell’errore, siccome la terra cade nelle tenebre quando il sole abbandona l’orizzonte; senza Gesù il mondo morale si inabisserebbe all’istante nella cloaca del vizio e della corruzione, come il corpo si dissolve quando l’anima l’abbandona, come l’alimento si putrefa quando perde il sale che lo conserva. L’istoria dei popoli da diciotto secoli rende testimonianza a questa verità. – Non è facil cosa il comprendere che la più intera fiducia, l’amor più tenero, la gioia più viva ed il più profondo rispetto, debbono essere i sentimenti del nostro cuore, quando le nostre labbra pronunziano l’adorabile nome di Gesù? Sia la nostra prima parola allo svegliarci dal sonno, e l’ultima nel momento del riposo, sicché resti impresso tutta la notte sulle nostre labbra come un sigillo; nelle tentazioni, nei pericoli, nelle pene, pronunciamo il Nome di Gesù; Egli è onnipotente per rallegrare il nostro cuore, e mettere in fuga il demonio. Prendiamo la bella usanza di pronunziare spesso il Nome di Gesù nella nostra vita; e proveremo una gran fiducia nel pronunziarlo per l’ultima volta al momento di nostra morte. Entriamo nei sentimenti di un pio servo di Dio che esclama: « O divino Gesù, da voi dipende la mia felicità, la mia vita e la morte: tutto ciò che io farò sarà fatto sotto la vostra protezione e nel vostro Nome. Se io veglio, Gesù farà davanti ai miei occhi; se dormo, respirerò il suo santo amore; se passeggio, lo farò con la dolce compagnia di Gesù; se io seggo, Gesù sarà al mio fianco; se studio, Gesù sarà il mio maestro; se scrivo, Gesù guiderà la mia mano e la mia penna; il mio maggior piacere sarà quello di tracciare il suo adorabile Nome; se prego, Gesù mi detterà le parole, animerà le mie azioni; se io sono stanco, Gesù sarà il mio riposo; se ammalato, Gesù sarà il medico mio ed il consolatore; quand’io muoio, morrò nel seno di Gesù; Gesù sarà la mia felicità, ed il suo Ndome sarà il mio epitaffio. » – Noi siamo obbligati di prestare omaggio al Nome di Gesù, non solamente per gratitudine, ma ancora per obbedire all’eterno Padre, il quale ha voluto che a questo Nome ogni ginocchio si pieghi in cielo, in terra e nell’inferno. Perciò v’è il costume di chinare il capo ogni volta che si pronunzia o si sente pronunziare il Nome di Gesù.

Quali pensieri ci deve ispirare il primo giorno dell’anno?

Il primo giorno dell’anno deve ispirarci pensieri assai gravi. Quest’anno che finisce e cade come una goccia d’acqua nel grande oceano dell’eternità, vi cade lasciandomi purificato da tutti i miei peccati? Che ho fatto io per Iddio e per l’anima mia? Alla fine di quest’anno sono io migliore che non era al principio? Di qual difetto mi son io emendato? Qual virtù ho acquistata? Se bisognasse render conto, quali meriti avrei da presentare? Eppure quante grazie non ho io ricevuto! Un utile esercizio nella vigilia e nel giorno del nuovo anno, è il confessarsi e comunicarsi come se dovessimo farlo per viatico. Per questo si fa l’esame per un quarto d’ora; si recitano le orazioni degli agonizzanti, e ci si prepara alla morte; in una parola, si cerca di regolar gli affari della coscienza, come i mercanti regolano in questo tempo i conti del loro commercio. Fino a quando, o mio Dio, i figli del secolo saranno più prudenti dei figli della luce?

Risoluzione. Io pronunzierò ogni mattina appena svegliato, col più gran rispetto, con la maggior fiducia, i santi Nomi di Gesù e di Maria.

CREDO ...

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus
Ps LXXXVIII: 12; 15
Tui sunt cæli et tua est terra: orbem terrárum et plenitúdinem ejus tu fundásti: justítia et judícium præparátio sedis tuæ.
[Tuoi sono i cieli e tua è la terra: Tu hai fondato il mondo e quanto vi si contiene: la giustizia e l’equità sono le basi del tuo trono].

Secreta

Munéribus nostris, quǽsumus, Dómine, precibúsque suscéptis: et coeléstibus nos munda mystériis, et cleménter exáudi. [Ti preghiamo, o Signore, affinché gradite queste nostre offerte e preghiere, Ti degni di mondarci con questi celesti misteri e pietosamente di esaudirci.]

COMUNIONE SPIRITUALE

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Ps XCVII: 3

Vidérunt omnes fines terræ salutáre Dei nostri.
[Tutti i confini della terra videro la salvezza del nostro Dio.]

Postcommunio

Orémus.
Hæc nos commúnio, Dómine, purget a crímine: et, intercedénte beáta Vírgine Dei Genetríce María, cæléstis remédii fáciat esse consórtes.
[Questa comunione, o Signore, ci purífichi dal peccato e, per intercessione della beata Vergine Maria Madre di Dio, ci faccia partecipi del celeste rimedio.]

Preghiere leonine:

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

Ordinaro della Messa: http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

Autore: Associazione Cristo-Re Rex regum

Siamo un'Associazione culturale in difesa della "vera" Chiesa Cattolica.