DOMENICA III DI AVVENTO (2019)

III DOMENICA DI AVVENTO

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Stazione a S. Pietro

Semid. Dom. privil. di II cl. – Paramenti rosacei o violacei.

Il Signore è già vicino, venite, adoriamolo (Invitatorio). 1° Avvento. È Maria che ci dà Gesù: « Tu sei felice, o Maria, perché tutto quello che è stato detto dal Signore, si compirà in te » (Ant. Magn.). « Da Bethlem verrà il Re dominatore, che porterà la pace a tutte le Nazioni » (2° resp.) « e che libererà il suo popolo dal dominio dei suoi nemici » (4° resp.). Le nostre anime parteciperanno in un modo speciale a questa liberazione nelle feste di Natale, che sono l’anniversario della venuta in questo mondo del vincitore di satana.« Fa, chiede la Chiesa, che la nascita secondo la carne del tuo unico Figlio ci liberi dall’antica schiavitù che ci tiene sotto il giogo del peccato ». (Messa del giorno, 25 dic.). S. Giovanni Battista preparai Giudei alla venuta del Messia: egli ci prepara anche all’unione, ogni anno più intima, che Gesù contrae con le nostre anime a Natale.« Appianate la via del Signore » dice il Precursore. Appianiamo dunque le vie del nostro cuore, e Gesù Salvatore vi entrerà per darci le sue grazie liberatrici.

Avvento. S. Gregorio fa allusione alla venuta di Gesù alla fine del mondo allorché, spiegando il Vangelo, dice: «Giovanni, il Precursore del Redentore, precede Gesù nello spirito e nella virtù d’Elia, che sarà il precursore del Giudice » (9a Lezione). Dell’avvento di Gesù come Giudice parlano l’Epistola e l’Introito. Se proviamo gran gioia nell’avvicinarsi alle feste del Natale, che ci ricordano la venuta dell’umile bambino della mangiatoia, quanto più il pensiero della sua venuta in tutto lo splendore della sua potenza e della sua maestà, non deve empirci di santa esultanza, perché  allora soltanto la nostra redenzione sarà compiuta. S. Paolo scrive ai Cristiani: « Godete, rallegratevi nel Signore, ve lo ripeto ancora, perché il Signore è vicino ». E come nella Domenica Lætare (Questa pia pratica in uso per la benedizione della rosa a Roma, nella Domenica Lætare, si è estesa a tutti i sacerdoti che ne hanno desiderio per la celebrazione della Messa ed è passata alla Domenica Gaudete, perché queste due domeniche cantano la nostra liberazione dalla schiavitù del peccato per opera di Cristo), i sacerdoti che lo desiderano celebrano oggi con paramenti rosa, colore che simboleggia la gioia della Gerusalemme celeste, dove Gesù ci introdurrà alla fine dei tempi. « Gerusalemme, sii piena di gioia, perché il tuo Salvatore sta per venire » (2a Ant. vesp.). Desideriamo dunque questo avvento, che l’Apostolo dice vicino, e, invece di temerlo, auguriamoci con santa impazienza che si realizzi presto. « Muovi, o Signore, la tua potenza, e vieni a soccorrerci » [« Ecco — dice l’Apocalisse — il Signore apparirà e con Lui milioni di Santi e sulla sua veste porterà scritto: Re dei Re e Signore dei Signori » (/° resp.). « Il Signore degli eserciti verrà con grande potenza » (4° resp.). « Il Suo Regno sarà eterno e tutte le Nazioni Lo serviranno » (6° resp.). (All). « Vieni, o Signore, non tardare » (Ant. delle Lodi). « Per adventum tuum libera nos, Domine »].

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Phil IV:4-6
Gaudéte in Dómino semper: íterum dico, gaudéte. Modéstia vestra nota sit ómnibus homínibus: Dóminus enim prope est. Nihil sollíciti sitis: sed in omni oratióne petitiónes vestræ innotéscant apud Deum. [Godete sempre nel Signore: ve lo ripeto: godete. La vostra modestia sia manifesta a tutti gli uomini: il Signore è vicino. Non siate ansiosi per alcuna cosa, ma in ogni circostanza fate conoscere a Dio i vostri bisogni]

Ps LXXXIV: 2
Benedixísti, Dómine, terram tuam: avertísti captivitátem Jacob. [Hai benedetto, o Signore, la tua terra: hai liberato Giacobbe dalla schiavitù]. Gaudéte in Dómino semper: íterum dico, gaudéte. Modéstia vestra nota sit ómnibus homínibus: Dóminus enim prope est. Nihil sollíciti sitis: sed in omni oratióne petitiónes vestræ innotéscant apud Deum. [Godete sempre nel Signore: ve lo ripeto: godete. La vostra modestia sia manifesta a tutti gli uomini: il Signore è vicino. Non siate ansiosi per alcuna cosa, ma in ogni circostanza fate conoscere a Dio i vostri bisogni.]

Oratio

Orémus.
Aurem tuam, quǽsumus, Dómine, précibus nostris accómmoda: et mentis nostræ ténebras, grátia tuæ visitatiónis illústra: [O Signore, Te ne preghiamo, porgi benigno ascolto alle nostre preghiere e illumina le tenebre della nostra mente con la grazia della tua venuta.]

Lectio

Lectio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Philippénses

Philipp IV: 4-7
Fratres: Gaudéte in Dómino semper: íterum dico, gaudéte. Modéstia vestra nota sit ómnibus homínibus: Dóminus prope est. Nihil sollíciti sitis: sed in omni oratióne et obsecratióne, cum gratiárum actióne, petitiónes vestræ innotéscant apud Deum. Et pax Dei, quæ exsúperat omnem sensum, custódiat corda vestra et intellegéntias vestras, in Christo Jesu, Dómino nostro.
R. Deo gratias.

[“Rallegratevi sempre nel Signore: da capo ve lo dico, rallegratevi. La vostra benignità sia nota a tutti gli uomini: il Signore è vicino. Non siate ansiosi di nulla: ma in ogni cosa le vostre domande siano manifestate a Dio nell’orazione, nella preghiera e nel rendimento di grazie. E la pace di Dio, che supera ogni mente, custodisca i vostri cuori e le vostre menti in Gesù Cristo „ (Ai Pilipp. IV, 4-7]

(L. Goffiné, Manuale per la santificazione delle Domeniche e delle Feste; trad. A. Ettori P. S. P.  e rev. confr. M. Ricci, P. S. P., Firenze, 1869).

Che significa rallegrarsi nel Signore?

Significa ringraziare Dio del benefizio che ci ha dato di una felice eternità, e della continua protezione che ci presta: e rallegrarsi dei mali e delle persecuzioni che si possono avere a sopportare per il Signore, come se ne rallegrarono gli Apostoli, e specialmente s. Paolo. – Docili all’esortazione di s. Paolo, la nostra vita sia esemplare, e mai la nostra sollecitudine per i beni temporali sia eccessiva; confidiamoci nella Provvidenza: gratissimi a Dio per i suoi benefizi esponiamo a Lui le nostre necessità. E può questo Dio di bontà, che ha cura dei più piccoli animali abbandonare i suoi figli, se ricorrono a Lui come al migliore dei padri?

In che consiste la pace di Dio?

. – Consiste nella buona coscienza che ci unisce a Dio, e tien lontano da noi il peccato , fonte di discordie e dissensioni. S. Paolo non sa abbastanza celebrare i felici effetti della buona coscienza. Questa pace che l’uomo sensuale non comprende, e che soltanto provandola si può conoscere,ha fatto la consolazione dei martiri e di quanti sono stati perseguitati per la giustizia. Purificate il vostro cuore, unitevi a Dio, ed allora gusterete la gioia della buona coscienza e la tranquilla calma che l’accompagna.

Aspirazione: Signore, tenete il nostro spirito e il nostro cuore strettamente uniti a voi: fateci godere della tranquillità da voi recataci, e che il mondo non conosce, Sapienza eterna, che arrivate da un’estremità all’altra con forza, e disponete ogni cosa con dolcezza, fateci camminare nella via della sapienza e della pace.

Il rimedio migliore nei patimenti e nelle afflizioni.

A ricreare un cuore oppresso, a sollevare un animo scoraggiato, a far succedere la luce alle tenebre, nulla è più acconcio della preghiera accompagnata da un intero abbandono nell’amore e nella misericordia di Dio. Nessuno ci può amare più che Dio, poiché Egli ha sacrificato l’unico Figlio per noi; nessuno è più capace di soccorrerci nelle nostre necessità, poiché dal nulla Egli ha fatto tutte le cose. Che sono le consolazioni degli uomini a paragone di quelle di cui Dio, fedele alle sue promesse, può riempire il nostro cuore? Ricorrete dunque a Lui, ed esso vi libererà, vi illuminerà, vi nutrirà. Verso di Lui, dal profondo dei loro mali, fecero salire con fiducia le loro voci lamentevoli Anna, l’afflitta moglie di Elcana; David perseguitato dal suo figlio Assalonne; il pio re Ezechia, vivamente incalzato da Sennacherib; Giosafat, incerto del partito da prendere; la casta Susanna, falsamente accusata d’adulterio e condannata a morte; e tanti altri che la santa Scrittura e la storia ecclesiastica ricordano: Dio gli esaudì e gli colmò di consolazione.

Qualcuno di voi é nell’afflizione? Preghi: Io innalzo i miei occhi verso di Voi, o mio Dio, che abitate nei cieli: come il servo tiene gli occhi sul suo padrone, e la serva sulla padrona, così i nostri sguardi sono rivolti al Signore Dio nostro, finché si muova a pietà di noi. Signore, volgete l’orecchio ed esauditemi, poiché io sono povero e mendico. Custodite l’anima mia, perché io vi sono fedele; o mio Dio! salvate il vostro servo che spera in voi: abbiate pietà di me, Signore, poiché v’invoco tutto il giorno; versate la gioia nel mio cuore, perché io lo rivolgo continuamente verso di Voi. Voi siete dolce, o Signore, facile a piegarvi, ricco in misericordia verso tutti quelli che v’invocano. Signore, porgete l’orecchio alla mia preghiera, ascoltate le mie suppliche. Nei giorni delle mie angosce, io esclamerò verso di Voi, e Voi mi esaudirete. Nessuno tra gli dei è simile a voi; nessun opera è somigliante alla vostra. Tutte le nazioni che avete create verranno, piegheranno il ginocchio davanti a Voi, renderanno gloria al vostro nome. Voi solo siete grande, Voi siete che operate i prodigi; Voi solo siete Dio. Signore, insegnatemi le vostre vie, ed io camminerò nella vostra verità; il timor del vostro nome sparga la pace nel mio cuore, Signore, Dio mio, io vi loderò con tutto il cuore, glorificherò sempre il vostro nome, perché la infinita misericordia è venuta su me, ed avete sottratto l’anima mia dagli abissi dell’inferno. O Dio, i superbi, si son levati contro di me. L’adunanza dei forti ha congiurato contro di me alla mia rovina: essi hanno dimenticata la vostra potenza. E Voi Signore, Voi Dio compassionevole e dolce, paziente, prodigo di misericordia e pieno di verità, volgete gli occhi su me pietosamente, date la vostra forza al vostro servo, e salvate il figlio della vostra serva: manifestate per me il segno di vostra clemenza: sicché quelli che mi odiano siano confusi; e vedano che Voi mi avete soccorso e consolato.

Graduale

Ps LXXIX: 2; 3; 79:2

Qui sedes, Dómine, super Chérubim, éxcita poténtiam tuam, et veni. [O Signore, Tu che hai per trono i Cherubini, súscita la tua potenza e vieni.]

Qui regis Israël, inténde: qui dedúcis, velut ovem, Joseph. [Ascolta, Tu che reggi Israele: che guidi Giuseppe come un gregge. Allelúia, allelúia.]

Alleluja

Allelúja, allelúja,

Excita, Dómine, potentiam tuam, et veni, ut salvos fácias nos. Allelúja. [Suscita, o Signore, la tua potenza e vieni, affinché ci salvi. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Joánnem

Gloria tibi, Domine!

Joann l: XIX-28

“In illo tempore: Misérunt Judæi ab Jerosólymis sacerdótes et levítas ad Joánnem, ut interrogárent eum: Tu quis es? Et conféssus est, et non negávit: et conféssus est: Quia non sum ego Christus. Et interrogavérunt eum: Quid ergo? Elías es tu? Et dixit: Non sum. Prophéta es tu? Et respondit: Non. Dixérunt ergo ei: Quis es, ut respónsum demus his, qui misérunt nos? Quid dicis de te ipso? Ait: Ego vox clamántis in desérto: Dirígite viam Dómini, sicut dixit Isaías Prophéta. Et qui missi fúerant, erant ex pharisæis. Et interrogavérunt eum, et dixérunt ei: Quid ergo baptízas, si tu non es Christus, neque Elías, neque Prophéta? Respóndit eis Joánnes, dicens: Ego baptízo in aqua: médius autem vestrum stetit, quem vos nescítis. Ipse est, qui post me ventúrus est, qui ante me factus est: cujus ego non sum dignus ut solvam ejus corrígiam calceaménti. Hæc in Bethánia facta sunt trans Jordánem, ubi erat Joánnes baptízans.”

Omelia I

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

III  DOMENICA D’AVVENTO.

Spiegazione III.

“In quel tempo i Giudei mandarono da Gerusalemme a Giovanni i sacerdoti ed i leviti, per domandargli: Chi sei tu? Ed ei confessò, e non negò, e confessò: Non son io il Cristo. Ed essi gli domandarono: E che adunque? Se’ tu Elia. Ed ei rispose: Noi sono. Se’ tu il profeta? Ed ei rispose: No. Gli dissero pertanto: Chi se’ tu, affinché possiamo render risposta a chi ci ha mandato? Che dici di te stesso? Io sono, disse, la voce di colui che grida nel deserto: Raddrizzate la via del Signore, come ha detto il profeta Isaia. E questi messi erano della setta de’ Farisei. E lo interrogarono, dicendogli: Come adunque battezzi tu, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta? Giovanni rispose loro, e disse: Io battezzo nell’acqua; ma v’ha in mezzo a voi uno, che voi non conoscete: questi è quegli che verrà dopo di me, il quale è prima di me; a cui io non son degno di sciogliere i legaccioli delle scarpe. Queste cose successero a Betania di là dal Giordano, dove Giovanni stava battezzando”.

(Jo. I, 19-28).

Il Vangelo di questa mattina, o miei cari, ci fa assistere ad una bellissima scena della vita di S. Giovanni Battista, avvenuta a Betania di là dal Giordano, dove Giovanni stava battezzando. E in questa scena ciò che spicca maggiormente è la grande umiltà di questo santo. Egli non aveva per nuca inteso il dirla Redentore a dire quella gran parola: « Imparate da me ad essere umili di cuore »; pur tuttavia illuminato come era dallo Spirito del Signore egli conosceva a fondo l’importanza della santa umiltà, ed oltre all’averla ben radicata in fondo al cuore, prestatasi l’occasione, la manifestò eziandio all’esterno con le parole e con la condotta. Per tal guisa egli si manifestò degnissimo precursore di nostro Signor Gesù Cristo, del quale ha detto giustamente l’Apostolo S. Paolo, che per tutta la sua vita si è umiliato, facendosi in tutto obbediente al suo Divin Padre sino alla morte e morte di croce. Ed oh! voglia il Signore, che, richiamando noi quest’oggi alla mente nostra il bell’esempio di umiltà datoci da S. Giovanni Battista, ci rendiamo anche noi degni seguaci del nostro divino Maestro e Modello.

1. Per ben apprendere l’importanza dell’esempio di umiltà lasciatoci da S. Giovanni Battista, conviene che vediamo prima almeno brevissimamente l’importanza della virtù dell’umiltà. Questa virtù, o miei cari, è una di quelle più indispensabili per vivere da buoni Cristiani e guadagnarsi il cielo, perché Iddio medesimo ci dice, che ha in abbondino l’orgoglio e i suoi vili schiavi; che resiste ai superbi e li umilia; mentre all’opposto innalza gli umili e comparte loro con abbondanza le sue grazie. No, l’umiltà non è soltanto una virtù di consiglio o dalla quale possiamo in certe circostanze e per speciali ragioni esimerci, no; essa è doverosa a conseguire l’eterna vita ed è doverosa sempre. In cielo si possono trovare dei Santi, che non abbiano fatto elemosina, ve ne possono essere degli altri, che non abbiano potuto praticare digiuni e macerazioni, vi possono regnare di coloro, che non mantennero la verginità, ma nessuno può trovarsi e nessuno può entrarvi, senza che sia stato umile. Gesù Cristo ha parlato chiaro, dicendo: Se non diventerete umili sino a parere semplici pargoletti, non entrerete nel regno dei cieli: nisi efficiamini sicut parvuli, non intrabitis in regnum cælorum, (Matt. XVIII, 3). Anzi, senza umiltà le più grandi virtù degenerano in vizio; la più grande austerità della vita diventa un’ipocrisia detestabile, la più alta contemplazione un’illusione vituperevole, l’estrema povertà una sciocca vanità. Senza l’umiltà i deserti degli anacoreti, le penitenze dei confessori, i tormenti dei martiri, lo zelo degli Apostoli non sono che una vanità, che può colpire d’ammirazione gli uomini, ma che rallegra i demoni. Senza umiltà gli stessi doni di Dio riescono di nocumento. Come i venti quando soffiano nelle vele di un bastimento, benché sembrino favorevoli al suo corso, non fanno che precipitarne il naufragio, se il bastimento è spinto verso gli scogli nascosti sotto le onde, così pure l’abbondanza dei doni del Signore in un’anima, che si lasci dominare dalla superbia, possono servire ad accrescergliela spaventosamente e farla miseramente perire. E così è accaduto, che uomini eminenti per santità, già vicini a raggiungere o pel martirio o per le più belle virtù il porto dell’eterna salute, miseramente naufragarono per avere urtato nello scoglio fatale della superbia. Or ecco perché i santi Padri fanno dell’umiltà il più magnifico elogio. Se voi domandate, dice uno tra essi, ciò che tiene il primo posto nella Religione e nella dottrina di Gesù Cristo, io rispondo essere l’umiltà; e il secondo e il terzo posto è l’umiltà, perché la vera dottrina della sapienza cristiana consiste tutta intera in una umiltà profonda. Che cosa si può dire di più eccellente? Che cosa si può riferire di più atto ad ispirarci la stima di questa virtù? Ebbene, chi pensa e parla in tal modo dell’umiltà è S. Agostino, uno dei più grandi dottori di Santa Chiesa. Se pertanto tale è il pregio dell’umiltà, quanto importa di praticarla! Epperò quanto viene a proposito l’esempio ammirabile, che di essa ci ha dato San Giovanni Battista, e ci vien riferito nel santo Vangelo di oggi. – Giovanni Battista menava una vita santa: perciocché la predicazione, che egli faceva agli altri della penitenza, l’adempieva egli stesso in sommo grado; e ben a ragione i Giudei lo riguardavano tutti come un uomo veramente straordinario. Per la qual cosa il Sinedrio o gran consiglio dei Giudei, che era già stato istituito da Mosè per le cause più gravi, e che aveva il diritto di ispezione sovra tutti coloro, che insegnavano pubblicamente, si commosse alla parola di Giovanni Battista, che con tanta fama risuonava sulle rive del Giordano; e sia, come pensa S. Gregorio, che i Giudei dubitassero che egli fosse il Messia ed avessero sì alta opinione di lui da crederlo sulla sua parola, sia invece, come ci dice S. Giovanni Grisostomo, che i maggiorenti del popolo mossi da gelosia gli volessero tendere qualche insidia, il fatto si è, che il Sinedrio nominò una commissione di sacerdoti e di leviti della setta dei Farisei, siccome dei più zelanti, che andasse ad interrogarlo. I Giudei, ci dice appunto il Vangelo di oggi, mandarono da Gerusalemme a Giovanni dei sacerdoti e dei leviti, che gli domandassero: Chi sei tu? Ed ei confessò e non negò; e confessò: Non sono io il Cristo. Or ecco come in questa risposta S. Giovanni comincia a darci l’esempio del primo grado di umiltà, che è quello di non attribuire a sé maggior valore di quello che realmente ai ha. Difatti nella domanda dei sacerdoti e dei leviti vi era per lui una tentazione assai delicata, quella cioè di poter passare pel Cristo e crescere così smisuratamente nell’opinione degli uomini. Ma egli profondamente umile amò meglio restare costantemente quel che era, epperò secondo l’energica espressione del Vangelo subito confessò e non negò; e confessò: Non son io il Cristo, vale a dire dichiarò nel modo più chiaro, più positivo, più formale, che non era il Messia. – Or bene, o carissimi, è questa la condotta più ordinaria degli uomini? Pur troppo, tutt’altra. Quanti vi sono, che ipocritamente si coprono col mantello di virtù, che non hanno, fingendosi umili, pii, caritatevoli, onesti, mentre invece hanno in cuore ogni vizio! Quanti vi sono, che pur sapendo di non meritare gli elogi, che loro si fanno, pure li accettano con gioia, e ne vanno anzi in cerca con indicibile ansietà! Quanti vi sono, che in qualsiasi condizione si trovino, o di studenti, o di artigiani, o di servitori, o di maestri, o di avvocati, o di medici, o di capitani, o di sovrani, si reputano di tutti più abili, più capaci, più esperti, più valenti. Quanti vi sono, che non solo vogliono essere i primi di tutti, ma vogliono essere tali ad esclusione di qualsiasi altro! Di Maometto si dice, che un giorno esclamasse: Di eguali è da lungo tempo, che io non ne debbo avere. E di Napoleone I si racconta, che ricevendo in Egitto una lettera d’un membro dell’Istituto, intestata colle parole: Mio caro collega: « Come? Si facesse a ripetere, lacerando quella lettera, come? Mio caro collega? È questo il modo di scrivermi? » Come per dire: E chi mai osa di stimarsi mio pari? Ora tutti costoro non sono veramente poveri pazzi? Che cosa fanno ordinariamente i pazzi, se non attribuire a sé qualità, che non hanno? L’uno si mette in testa di essere re e con tono imperioso pronuncia i suoi ordini e fa delle severe minacce, perché non è obbedito. Un altro si immagina di essere padrone del cielo e suppone di avere il sole, la luna, le stelle a sua disposizione. Un terzo non fa che sognare denari, ricchezze, campi, vigne ed altre possessioni. Un quarto si vanta professore, un quinto medico, un sesto avvocato, un settimo musico, tutti decantano qualità, che non hanno. Infelici! sono poveri pazzi! Ah è veramente una gran disgrazia perdere la ragione! Ma dite un po’, non è disgrazia anche maggiore avere la ragione e vivere del tutto come non si avesse? Ebbene una tale disgrazia tocca per l’appunto al superbo, che pretende essere dappiù di quello che è, e attribuirsi virtù e meriti, che non ha. Che una tale disgrazia non capiti a noi, opperò in sull’esempio di S. Giovanni Battista non soccombiamo mai a tentazioni siffatte; non vantiamoci di trionfi non ottenuti; non fingiamo d’avere virtù, che non possediamo, non vogliamo insomma essere dappiù di quello, che realmente siamo.

2. Ma Giovanni Battista non fu pago di praticare l’umiltà in siffatto grado: egli andò più innanzi e, dopo d’aver chiaramente confessato quello che non era, volle ancora nascondere quello che era. Ed in vero quei Sacerdoti e Leviti, continuando ad interrogarlo, gli domandarono: E che adunque Sei tu Elia? Ed ei rispose: Nol sono.

Se’ tu il Profeta? Ed ei rispose: No. Già da molti secoli Elia era stato rapito in cielo sopra un carro di fuoco. Ora i Giudei sapevano, che quell’uomo di Dio doveva ritornare sulla terra prima della venuta del Figliuolo di Dio. Ma ignorando essi, che ciò avrebbe dovuto effettuarsi prima della seconda venuta di Gesù Cristo, vale a dire alla fine del mondo, e credendo invece che, dovesse precedere la prima venuta, è perciò che i messi gli domandarono se era Elia. Gli domandarono in secondo luogo, se egli era il profeta; perciocché come riferisce S. Giovanni Grisostomo, per una falsa interpretazione di un passo del profeta Malachia (Cap. IV, 5) si era ingenerata tra gli Ebrei la falsa credenza, che alla venuta del Messia non solamente dovesse tornare al mondo Elia, ma dovesse nascere tra di loro anche un profeta simile a Mosè, al quale applicavano alcune parole di un sacro libro, chiamato il Deuteronomio (Cap. XVIII, 15), le quali si debbono intendere di Gesù Cristo stesso. Ma tanto all’una come all’altra domanda S. Giovanni Battista rispose negativamente. Eppure, tanto all’una, come all’altra avrebbe potuto rispondere di sì. E di fatti l’Angelo del Signore parlando di lui al suo padre Zaccaria, non aveva detto, che precederebbe il Salvatore nello spirito e nella virtù di Elia? (Luc. I , 17). E facendo Gesù Cristo alle turbe il suo elogio non aveva aggiunto, che « Giovanni era profeta e più che profeta, che anzi non era sorto maggiore di lui fra nati di donna? » (Matt. XI, 11). San Giovanni adunque, senza mentire menomamente, poteva rispondere di essere Elia per lo spirito e per la virtù, ed anche di essere un Profeta, facendo in tal guisa concepire di sé una men bassa opinione. Ma egli invece, e perché non era Elia in persona, e perché non era neppure il profeta per eccellenza, vale a dire Gesù Cristo, sia per amore alla verità, ma più ancora per amore all’umiltà, anche qui rispose negando e dicendo di non essere né Elia, né il profeta. – Che bell’esempio è mai questo! Impariamo, o miei cari, a nascondere, anche noi con molta cura le virtù e le buone qualità, che avessimo, a meno che il rivelarle fosse necessario all’edificazione degli altri ed a giustificazione di noi medesimi. Non diamoci così facilmente a pubblicare le nostre buone azioni, perciocché per averne il premio loro dovuto, basta che le sappia Iddio, e specialmente perché anche le opere più meritorie, limosine, preghiere, digiuni, sacramenti, pratiche di pietà pèrdono tutto il loro merito, se di essecerchiamo gli umani applausi. Colui che opera per questo fine, di accattare le lodi degli uomini, al dire di un profeta, fa come colui che mette le sue robe dentro un sacco forato, ed al termine della vita, non ostante il bene che avrà fatto, si sentirà a dire da Dio medesimo: Iam recepisti mercedem tuam: hai già ricevuto la tua mercede (Matt. VI, 2).

3. In seguito a quelle risposte di S. Giovanni, i messi del Sinedrio si fecero a rivolgergli una domanda più incalzante di ogni altra, alla quale egli avrebbe dovuto rispondere direttamente e dir chiaro quello, che pensava di sé medesimo. Gli dissero pertanto: Ohi sei tu, affinché possiamo render risposta a chi ci ha mandato: Che dici di te stesso? Ed è qui che S. Giovanni ci diede l’esempio di un terzo grado di umiltà, che consiste nell’abbassarsi per amor di Dio al di sotto di quello, che si è. Imperciocché messo così alle strette da’ suoi interrogatori: Io sono, disse, la voce di colui, che grida nel deserto: Raddrizzate la via del Signore, come ha detto il profeta Isaia, Come adunque, soggiunsero essi, tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta? E Giovanni rispose loro e disse: Io battezzo nell’acqua; ma v’ha in mezzo a voi uno che non conoscete: Questi è quegli, che verrà dopo di me, il quale è da più di me: a cui io non son degno di sciogliere i legaccioli delle scarpe. Ecco le umilissime parole di S. Giovanni. Incalzato a rispondere direttamente chi egli sia, dice: Io sono la voce di colui, che grida nel deserto. Qual cosa vi ha più debole della voce, la quale non è altro che un soffio leggero, che per un istante percuote l’aria e poi svanisce? Ebbene quantunque S. Giovanni fosse così penitente, così virtuoso, così santo, egli si riguardò nulla di meno innanzi a Dio come un lieve soffio, che il vento dissipa in un minuto. Ed aveva ragione. Perciocché che cosa sono mai dinanzi al Signore anche i più grandi Santi? Quando ci poniamo alla presenza di Dio, non possiamo far a meno di riconoscere di essere nulla, assolutamente nulla. Era questo appunto il pensiero del santo re Davide: Substantia mea tamquam nihilum ante te; la mia sostanza è come un niente dinnanzi a te, o Signore (Ps. XXVIII, 6). Ma è pur questo il sentimento nostro? Se anche a noi fosse rivolta una domanda somigliante a quella di Giovanni Battista: Chi sei tu? che dici di te stesso? Daremmo anche noi una somigliante risposta? O non ci metteremmo piuttosto a tessere subito il nostro panegirico? È bensì vero che vi hanno taluni che alle volte parlando di sé dicono di non essere altro che miserabili peccatori, di non avere abilità alcuna, di essere da meno di tutti gli altri; ma forse che essi lo dicono col cuore? per vero sentimento di umiltà? Tutt’altro. Essi, parlano in tal guisa, perché quelli che li odono, mettendosi a correggerli delle loro asserzioni, facciano a loro più ampie lodi. E ciò è tanto vero, che se, contro la loro aspettazione, qualcuno facesse mostra di credere realmente quello, che costoro di sé asseriscono, tosto schizzerebbero fuori il veleno della superbia, che hanno in cuore, offendendosi di colui, che si mostrò con loro o sì ingenuo o sì audace. Est qui nequiter se humiliat et interiora eis piena sunt dolo (Eccli. XIX, 23). Vi ha, dice lo Spirito Santo, chi si umilia maliziosamente ed ha il suo cuore pieno di frode. Costoro adunque, tutt’altro che esser umili, sono superbi più raffinati, opperò anche più maligni degli altri. Guardiamoci bene di appartenere al numero di questi disgraziati; ad esempio di S. Giovanni umiliamoci davvero, riconoscendo anche noi il niente, che siamo rispetto a Dio, le miserie di cui siamo ripieni, i peccati che abbiamo commessi e coi quali tanto ci siamo avviliti, e per tal guisa induciamo la volontà nostra ad un sincero abbassamento e disprezzo di noi stessi e ad esprimerlo anche al di fuori di noi nelle parole, nei fatti, e nel portamento stesso della persona. – E nell’esercizio dell’umiltà anche noi come Giovanni, non cerchiamo altro che la gloria di Dio. Con quale sollecitudine egli fece intendere che il suo battesimo non era altro che una cerimonia simbolica, un apparecchio a quello, che avrebbe istituito Gesù Cristo! Con quale fretta egli aggiunse, che in mezzo ai Giudei vi era uno incomparabilmente a lui superiore in dignità e potenza, il quale avrebbe fatto quel che egli non poteva fare! Per certo in questo colloquio da lui tenuto coi messi del Sinedrio e che si può riguardare la chiusa ufficiale dell’antico testamento, egli fece spiccare con termini sublimi la grandezza di Gesù Cristo e gli rese una grandissima gloria. E questo appunto è il carattere più spiccato dell’umiltà: cercar sempre in tutto e per tutto la gloria di Dio. Così fecero, oltre a S. Giovanni, tutti gli altri Santi; e render gloria a Lui solo di ogni prospero successo fu sempre la loro massima cura. Soli Deo honor et gloria; Ad maiorem Dei gloriam; Deo gratias; Tutto per Gesù; ecco i loro motti ed il loro costante programma. Facciamo adunque di imitarli. E se il demonio, spirito di superbia, verrà ancora tentandoci ad invanirci di quel poco, che siamo o che facciamo, domandiamoci subito con le parole di S. Paolo: Quid hàbes quod non accepisti? Che cosa hai che tu non abbia ricevuto da Dio? E se tutto quello che hai, da Lui l’hai ricevuto, perché te ne glorii come se non l’avessi ricevuto? Quid gloriaris quasi non acceperis? (1. Cor. IV, 7). E con questa interrogazione, soffocando il nostro amor proprio, di tutto loderemo e benediremo Iddio.

Omelia II

DISCORSO PER LA III DOMENICA DELL’AVVENTO

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

Sopra i Cristiani.

“Tu quis es?” Jo. 1

Menava S. Giovanni Battista là nel deserto una vita sì santa che i Giudei, incerti se fosse un profeta ovvero lo stesso Messia, gli mandano un’ambasciata per sciogliere il loro dubbio ed istruirsi di quel che conveniva credere a suo riguardo. Chi siete voi? gli chieggono i deputati della sinagoga: Tu quis es? Ma il servo di Dio, lungi di lasciarsi abbagliare dallo splendor della gloria che gli procaccia la sua virtù, umilmente risponde sé esser la voce di chi grida nel deserto: preparate le vie del Signore: Ego vox clamantis in deserto: parate viam Domini (Matth. V). Permettete, fratelli miei, che io vi faccia in quest’oggi, sebbene in un senso differente, la stessa domanda che i Giudei fecero al Battista: Tu quis es? Chi siete voi? Io so che, rigenerati essendo nell’acque del Battesimo e facendo professione di seguire la legge di Gesù Cristo, potete rispondermi che siete Cristiani. – Ma avete voi ben compreso sin qui la grazia di vostra vocazione al Cristianesimo e siete stati fedeli a corrispondervi? Riconoscete in questo giorno a qual grado di onore v’innalzi il Cristianesimo; ma imparate altresì a qual grado di santità tendere voi dovete. Ecco su di che mi determino d’istruirvi in questo ragionamento.

Qual è la dignità del Cristiano? Prima parte:

Quali ne sono gli obblighi? Seconda parte.  

Eccellenza del Cristianesimo; dovere del Cristianesimo. Ecco tutto il mio disegno.

I.° Punto. L’averci Dio cavati dal nulla a preferenza di tanti altri è un benefizio il quale, benché comune a tutti gl’uomini, merita pur la nostra riconoscenza. Questo benefizio nulladimeno ci era inutile, dice s. Ambrogio, se Dio aggiunto non vi avesse quello della redenzione; Non prodesset nasci, nisì redimi profuisset. Ora Dio, la cui carità per gli uomini è infinita, non si è contentato di dar loro l’essere, ha voluto ancora dare il suo Figliuolo per redimerli. Ma ciò che mette il cumulo ai disegni di misericordia che Dio ebbe sopra di noi si è che per una grazia speciale abbia voluto farci nascere nel seno del Cristianesimo; che senz’alcun’altra ragione, se non un più grande amore per noi, distinti ci abbia da tanti infedeli privi del Battesimo; e che separandoci cosi da questa moltitudine d’uomini, ci faccia partecipare in un modo più abbondante ai meriti di Gesù Cristo, perché tal è il sacro carattere che ci fa Cristiani, produce nelle nostre anime gli effetti più santi e più gloriosi. E per meglio giudicarne, richiamatevi alla memoria, fratelli miei, ciò che eravate prima del vostro Battesimo, e consultate la vostra fede. Essa v’insegnerà che voi uscite non dal nulla della natura, ma dal nulla del peccato. Discendenti infelici di un padre prevaricatore, non prima foste formati nel seno delle vostre madri che siete divenuti schiavi del demonio. Concepiti nel peccato, voi siete venuti al mondo figliuoli d’ira; oggetto dell’odio e dello sdegno di Dio: Eramus natura filii iræ (Eph. II). Decaduti voi eravate dal diritto alla sua eredità. Il cielo, quel bel cielo che ci aveva destinato, eravi chiuso per sempre. La vostr’anima, spogliata di tutti i doni della giustizia originale, era divenuta l’orribile dimora del demonio. Questo principe delle tenebre esercitava su di voi il suo impero, e un impero sì vergognoso che, prima di esser battezzati, vi giudicavano indegni di entrare nella casa del Signore, perché eravate riguardati come figliuoli di maledizione. E perciò la Chiesa, prima di darvi il Battesimo, ha fatto frequenti esorcismi, ed ha impiegato il soffio misterioso dei suoi ministri per dar la fuga al demonio e fargli lasciar una dimora in cui doveva abitar Gesù Cristo. Quanti ringraziamenti non dovete voi rendere a Dio, che vi ha liberati col Battesimo dalla schiavitù vergognosa cui eravate ridotti, che vi ha dalle tenebre chiamati alla sua luce? Sì, fratelli mici, in quel fortunato momento in cui si versò un’acqua salutevole sul vostro capo, la vostr’anima morta per lo peccato ha ricevuto Una nuova vita. Nell’atto che si spandeva quest’acqua sopra il vostro corpo, il sangue di Gesù Cristo versavasi sopra la vostr’anima per lavarla e purificarla dalle sue macchie. In quel momento spogliati vi siete dell’uomo vecchio per essere rivestiti di nuove creature in Gesù Cristo, come dice l’Apostolo. La vostr’anima ha riacquistata la sua primiera bellezza, ed invece della spaventevole immagine del demonio che la sfigurava, Si ha impresso Iddio dei tratti di sua somiglianza che vi rendono per partecipazione ciò ch’Egli è per natura: divinæ consortes naturæ (2 Pet. 1); vale a dire, fratelli miei, che per mezzo della grazia battesimale, voi non solo siete stati purificati dalla macchia del peccato, siete stati santificati, ma in qualche modo divinizzati. E come ciò? Ricevendo voi questa grazia, avete contratta un’alleanza particolare con le tre auguste Persone della Trinità santissima, in virtù della quale siete divenuti figliuoli di Dio, membri e fratelli di Gesù Cristo, tempio dello Spirito Santo. Quanto sono gloriosi questi titoli! quanto stimabili sì fatte prerogative! essere figliuolo di Dio, qual gloria per una creatura! Non era forse già assai che ci permettesse di prendere la qualità di servo? Quale è dunque stata la carità di Dio verso gli uomini, dice l’apostolo s. Giovanni, di volere che noi fossimo chiamati e che in realtà fossimo suoi figliuoli? Videte qualem charitatem dedit nobis Pater, ut flii Dei nominemur et sìmus (I Jo. 5). Questo è, dice S. Cirillo, il colmo della grandezza, della nobiltà. Iddio, è vero, non ha che un solo Figliuolo per natura; ma Egli ha inviato questo Figliuolo nella pienezza dei tempi per redimere quelli che erano sotto la legge e compiere l’adozione dei figliuoli: vale a dire, Iddio ci ha elevati per mezzo di suo Figliuolo alla dignità di figliuoli adottivi; perciocché questo Figliuolo adorabile, vestendo la nostra natura, ci ha rivestiti della sua divinità, ci ha comunicata per mezzo del suo divino Spirito la grazia santificante, il cui proprio effetto si è di renderci figliuoli di Dio e di darci il dritto di chiamarlo nostro Padre: in quo clamamus, Abba, pater (Rom.VIII). Qual gloria, dico, per vili creature, per miserabili vermi di terra, come siamo noi? Giudicatene, fratelli miei, dall’onore che riceverebbe un povero suddito, se il più gran re del mondo lo traesse dal fango per farlo suo figliuolo adottivo e dargli diritto alla sua corona; non si crederebbe egli il più felice dei mortali? Ora il favore che Dio ci ha fatto in averci adottati per suoi figliuoli è infinitamente più glorioso. Vantino pure i grandi della terra quanto tornerà loro a grado, la nobiltà della loro origine; si compiaccian pure e si faccian gloria di quei titoli pomposi che l’innalzano al di sopra degli altri uomini; ma che sono i titoli tutti della grandezza umana, paragonati all’augusta dignità di figlioli di Dio, che noi riceviamo nel Battesimo? il più povero, il più miserabile degl’uomini di Dio, è infinitamente superiore a tutti i monarchi del mondo che nol sono. – La veste d’innocenza, che abbiamo ricevuta nel Battesimo, vale infinitamente più che la porpora e il diadema di cui i re sono adorni. Oimè, fratelli miei, a che ci servirebbero le corone tutte, tutti gl’imperi del mondo, se noi non fossimo Cristiani, figliuoli di Dio? Senza questa qualità nessun diritto avremmo al cielo; laddove essendo figliuoli di Dio, siamo gli eredi del suo regno, dice s. Paolo: Si filii, et hæredes (Rom. VIII). Noi vi abbiamo un diritto incontrastabile, che ci è stato acquistato col sangue di Gesù Cristo, di modo che se moriamo in grazia di Dio, questo regno eterno ci è tanto dovuto, quanto l’eredità di un padre al figliuolo: Si fllii et hæredes. Convien dopo questo meravigliarci se i santi hanno anteposto il titolo di Cristiano a tutte le dignità del mondo? Ah! sapevan essi le grandi prerogative che sono annesse alla qualità di Cristiano; sapevano che questo titolo onorevole, sostenuto dalla santità della vita, dava loro diritto ad un regno che vale più che tutti gl’imperi del mondo. Testimonio il grande s. Luigi re di Francia, il quale se ne riputava più onorato che del titolo di re, poiché segnava il suo nome Luigi di Poissij, perché aveva in quel luogo ricevuto il Battesimo. Concepiamo anche noi la dovuta stima per quest’augusta qualità che ci rende figliuoli di Dio, ci fa eredi del suo regno e membri di Gesù Cristo. Sì, fratelli miei , voi siete divenuti per mezzo del Battesimo membri di Gesù Cristo; è lo stesso apostolo S. Paolo che ve ne assicura. Non sapete, diceva egli a quei di Corinto, che i vostri corpi sono i membri di Gesù Cristo: Nescitis quoniam corpora vestra membra sunt Christi (1 Cor. VI) ? Or come mai, per via del Battesimo, siete voi stati incorporati con Gesù Cristo? Si è che questo Sacramento vi ha dato l’entrata nella Chiesa , che è il corpo mistico di cui Gesù Cristo è il capo. Voi siete per lo Battesimo aggregati a questa nazion santa, a questo popolo eletto che Gesù Cristo ha col suo sangue acquistato. Voi fate parte di questa Chiesa ch’egli ha santificata, come dice l’Apostolo, e purificata nel Battesimo d’acqua per farla comparire avanti di Lui piena di gloria, per associarsela come sua sposa. Ora, da che voi siete membri della Chiesa, di cui Gesù Cristo è capo, voi partecipate delle grazie ch’Egli le comunica, voi siete animati del suo Spirito, voi ricevete da Lui la vita, siccome un membro la riceve dal corpo, e per servirmi del paragone di cui servesi Egli stesso, voi uniti gli siete come il tralcio della vite è unita al suo ceppo da cui riceve il nutrimento, unione sì intima che la paragona anche a quella ch’ Egli ha col suo Padre: Tu in me, et ego in eis (Jo. XVII). E che di più glorioso? Voi siete ancora per via del Battesimo fratelli di Gesù-Cristo, non solo perché Egli ha preso una natura simile alla vostra, ma perché, essendo Egli figliuolo di Dio per sua natura, e voi per adozione, associati vi ha ai suoi diritti, facendovi coeredi del suo regno: cohæredes Christi (Rom. VIII). Eccovi dunque in qualità di Cristiani figliuoli di Dio, fratelli di un Dio, aggiungiamo, tempio dello Spirito Santo, che è Dio. Questo è sempre il linguaggio di s. Paolo: non sapete voi, che i membri sono tempio dello Spirito Santo che abita in voi? Nescitis quia vos eslis templum Spiritus Sancti qui habitat in vobis (1 Cor. III)? Questo divino Spirito, che era portato più particolarmente sopra le acque del Battesimo che sopra quelle che sparse erano al principio del mondo, vi elesse sin d’allora per sua abitazione. Vi purificò, vi santificò e impresse in voi un sacro e indelebile sigillo che noi chiamiamo carattere del Battesimo, carattere che distingue i Cristiani dagl’infedeli e che vien rappresentato dal santo crisma, con che ci viene amministrato questo Sacramento: unxit nos, signavit nos (2 Cor. 1). Non solo lo Spirito Santo santificò le vostre anime ma ancora i vostri corpi per esser tempi vivi a lui consacrati, in cui dovete fargli il sacrificio delle vostre passioni, offrirgli l’incenso delle vostre preghiere, l’omaggio dei vostri cuori. Avete mai fatto riflessione, fratelli miei, ad una cerimonia che fa la Chiesa all’esequie de’ fedeli? Perché mai la stessa mano del sacerdote che offre l’incenso al Dio vivente incensa i corpi dopo la morte? Qual rispetto, qual onore meritano dunque questi corpi che debbono fra poco essere pascolo dei vermi? Non ne meritano alcuno da se stessi; ma questi corpi sono stati consacrati dallo Spirito Santo nel Battesimo, sono divenuti sua abitazione; ecco ciò che li rende sì rispettabili, ciò che li fa onorare dopo la loro morte, ciò che fa seppellirli in luoghi santi, perchè crederebbesi profanarli mettendoli altrove. Riconoscete dunque, o Cristiani, l’eccellenza di vostra vocazione al Cristianesimo: Agnosce, o Christiane, dignitatem tuam. Riconoscetela, dico, per non degenerar dalla nobiltà di vostra origine: Iddio per una grazia particolare vi ha separati dalle altre nazioni che ha lasciate nelle tenebre; per chiamarvi all’ammirabile sua luce: Non fecit taliter omni nationi (Psal. 147). Vi ha innalzati ad una dignità che supera tutto ciò che le corone del mondo hanno di più grande e di più brillante: qual riconoscenza dunque non gli dovete per un dono così prezioso? Gratias Deo super inenarrabili dono eius (2 Cor. IX). Ma questa qualità sì augusta è forse quella di cui facciasi più stima nel mondo? Si vantano alcuni delle ricchezze, della nascita, degl’impieghi: mettono in mostra agli occhi degl’uomini titoli pomposi, che altro non sono che fumo, e poi non fanno alcun caso del nobil carattere di Cristiano di cui son rivestiti. Che dico? ben lungi dal gloriarsene hanno vergogna di comparirlo, arrossiscono a darne un qualche segno, credono un disonore il trovarsi alle assemblee di pietà, alle cerimonie della Chiesa, le quali sono una professione pubblica del Cristianesimo: voglia Dio che non le mettano ancora in derisione! Ben lungi dal sostenere la Religione contro gli empi che l’assalgono, osservano un colpevole silenzio, il che è un disapprovarla, si uniscono eziandio a quelli che la combattono, per farle guerra; ose non l’attaccano con parole, la disonorano con una condotta, irregolare. Si contentano di portar il nome di Cristiano senza curarsi di adempierne i doveri. Quali sono questi doveri? Soggetto del secondo punto.

II.°  Punto. Per darvi subito un’idea dei doveri e della santità del Cristianesimo, bisogna considerare questo stato sotto due rapporti, che ne racchiudono tutte le obbligazioni. Noi dobbiamo riguardare il Cristianesimo come uno stato di separazione e di consacrazione; questa idea segue naturalmente da ciò che abbiamo detto della dignità del Cristianesimo. Ed invero, se il Battesimo vi libera dalla schiavitù del demonio e del peccato, ne segue da questo che voi rinunciar dovete al peccato e a tutto ciò che può essere per voi occasione di peccato. Se voi avete contratta nel Battesimo una sì augusta alleanza con le tre Persone dell’adorabile Trinità, divenendo figliuoli di Dio, membri e tempi di un Dio, quei gloriosi titoli v’impegnano a consacrarvi al servizio di Dio in un modo che corrisponda alla scelta ch’Egli ha fatto di voi, e alla dignità cui vi ha innalzati. Tale è la santità che l’apostolo s. Paolo esigeva dai primi Cristiani, allorché li esortava ad operare come persone morte al peccato e viventi della vita di Dio: Existimate vos mortuos peccato, viventes autem Deo (Rom. VI). Sì, tutti quanti noi siamo, aggiunge egli, siamo stati in Gesù Cristo battezzati nella sua morte; imperciocché noi siamo stati con lui sepolti per morire, affinché, come Gesù Cristo è risuscitato, meniamo pure noi una nuova vita. Dobbiamo tener per certo, continua quest’Apostolo, che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con Gesù Cristo, affinché il corpo del peccato sia in noi distrutto, e noi non ne siamo più gli schiavi. Che cosa c’insegna quest’ammirabile dottrina di s. Paolo? Se non che il Cristianesimo è uno stato di morte, poiché paragona il Battesimoalla morte di Gesù Cristo; e che, essendo Gesù Cristo veramente morto, noi altresì dobbiam morire, morire per via del Battesimo; dico di più, non solamente morire, ma essere sepolti, cioè dobbiamo rinunciare interamente al peccato e non avere alcun affetto per tutto ciò che può essere per noi occasione di peccato. E non è altresì, fratelli miei, quel che v’han fatto promettere al Battesimo allorché vi presentarono alla Chiesa per essere ammessi nel numero dei suoi figliuoli? Vi fu domandato se rinunziavate a satanasso, alle sue pompe, alle sue opere: Abrenuntias satanæ? Voi rispondeste per bocca dei vostri padrini che vi rinunciavate: Abrenuntìo. Voi faceste adunque allora un trattato con Dio, una promessa solenne in faccia della Chiesa, di cui il cielo e la terra furono testimoni. Questa promessa fu non solo inserita nei registri del Battesimo, ma ancora nel libro della vita, dice s. Ambrogio; Iddio ne conserverà sempre la memoria. Ora in che consistevano queste promesse che voi faceste di rinunziare a satanasso, alle sue pompe e alle sue opere? Voi agevolmente lo comprendete, e non è bisogno di dirvelo. Voi prometteste a Dio che, se avevate avuto la disgrazia di essere divenuti, per una volontà straniera, schiavi del demonio, non volevate più esserlo per vostra elezione: gli prometteste che il peccato non regnerebbe più in voi; che eravate perciò risoluti di resistere a tutti gli assalti del nemico della salute e di rinunziare a tutti gli oggetti capaci a dargli l’entrata nel vostro cuore. Ecco ciò che s’intende per le pompe e le opere di satanasso. Ma quali sono quegli oggetti di cui servesi il demonio per pervertirvi e a cui voi avete rinunziato? Sono i beni,gli onori, i piaceri del mondo, le massime perniciose che egli spaccia, i cattivi esempi che vi si vedono: ecco le attrattive che il demonio presenta agli uomini per farli cadere nei suoi lacci; li tenta con l’amore dei beni terreni, affinché, attaccandovi il cuore; più non pensino ai beni eterni che Dio ad essi riserba nel cielo; li abbaglia con lo splendor degli onori, affinché, perdendo di vista il loro niente, s’innalzino e di poi precipitino nel profondo degli abissi; li tiene a bada con l’incanto de’ piaceri per render la loro carne ribelle alla legge di Dio. Che cosa dunque dovete voi fare, fratelli miei, per adempiere le promesse con che vi siete obbligati nel Battesimo? Dovete staccarvi da’ beni del mondo, disprezzare i suoi onori, morire ai suoi piaceri. A ciò vi esorta il discepolo diletto allorché vi dice di non amar il mondo né tutto quello che v’è nel mondo: Nolite diligere mundum (1 Jo. III). Imperciocché tutto ciò che è nel mondo, dice egli, è concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi, superbia della vita. Siete voi provveduto di beni di fortuna? Non vi attaccate il vostro cuore, ma fatene un santo uso ed impiegateli a soccorrere i mendici! Siete voi in uno stato di povertà ? Adorate i disegni della provvidenza, che vi ha posti in quello stato, e non invidiate la felicità dei ricchi, la quale si cambierà per molti di essi in una miseria eterna. Fuggite gli onori e la gloria come uno scoglio fatale alla salute dell’ anima: un vero Cristiano fa consistere la sua gloria nei disprezzi e nelle umiliazioni. Morite finalmente a’ piaceri dei sensi con una continua mortificazione delle vostre passioni; poiché, per appartenere a Gesù Cristo in qualità di Cristiano, bisogna, dice s. Paolo, crocifiggere la propria carne con le sue concupiscenze: Qui Christi sunt carnem suam crucifixerunt cum vitiis et concupiscentiis (Gal. V). Ecco, fratelli miei, gli obblighi che avete contratti nel Battesimo;ecco lo stato di morte in cuidovete essere per rassomigliare a GesùCristo morto. Non basta ancora morire,bisogna essere con Gesù Cristo sepolti: Consepulti sumus cum Christo (Rom. VI). Un uomo morto non ha più commercio col mondo, ma il mondo ne ha ancora con lui, gli si rendono onori: ma un uomo nel sepolcro è interamente dimenticato dagli uomini. Tale è la situazione in cui dovete essere per rapporto al mondo: voi dovete essere crocifissi al mondo: ed il mondo deve essere a voi crocifisso, come dice l’Apostolo: Mihi mundus crucifixus est, et ego mundo (Gal. VI). Se il vostro stato vi obbliga a viver nel mondo, voi dovete starvi come se non vi foste; vivere in una specie d’indifferenza per tutti gli oggetti creati, di modo che non siate né afflitti dalle disgrazie né invaghiti dai piaceri; siate così indifferenti alla gloria come al disprezzo, alla stima come alla obblivione degli uomini. Ecco in che consiste questa morte e questa sepoltura mistica che deve rappresentare la morte e la sepoltura di Gesù Cristo: Consepulti sumus per baptismum in mortem (Rom. VI). Ma quanto è mai raro, fratelli miei il trovare Cristiani così fedeli alle promesse del Battesimo che muoiano al peccato e alle pompe del secolo, e si seppelliscano con Gesù Cristo, e non abbiano alcun affetto ai piaceri del mondo! Quanti all’opposto se ne vedono che fanno rivivere in sé il peccato; che, dopo essere stati illuminati dalla luce della grazia, dopo avere gustato il dono celeste lo calpestano coi piedi, perdono a sangue freddo la veste d’innocenza col cattivo uso che fanno della loro libertà? Oimè! appena conservano questa grazia battesimale nella più tenera età; subito che la ragione comincia a svilupparsi dalle tenebre dell’infanzia, il primo uso che ne fanno si è di perdere col peccato questa grazia, che è il frutto della morte di un Dio! Almeno, dopo averla perduta si sforzassero di ricuperarla con la penitenza, che è come un secondo Battesimo; men grande sarebbe allora la disgrazia: ma no; ben lungi dallo spezzare le loro catene, ne accrescono il peso con nuovi peccati; persistono ostinatamente in quel funesto stato; mantengono ree pratiche, attaccamenti illeciti, che romper non vogliono; si fan gloria di camminare sotto gli stendardi del demonio, cui hanno rinunciato nel Battesimo. Oh Cristiani indegni, Cristiani infedeli alle vostre promesse questo è ciò che Dio doveva da voi attendere quando tratti vi ha dalle ombre della morte per darvi una nuova vita? Questo è ciò che la Chiesa sperava da voi quando vi ha ricevuti nel numero de’ suoi figliuoli? Voi le avete promesso che rinuncereste a satanasso, alle sue pompe e alle sue opere; ma non diremmo piuttosto che avete promesso di seguire il partito del demonio, di ricercare le sue pompe e le sue opere, tanto vi vediamo attaccati ai beni del mondo, ai piaceri de’ sensi, alle massime e alle costumanze del secolo; tanto vi vediamo solleciti pei giuochi, per gli spettacoli, le adunanze dei piaceri, dove presiede il principe delle tenebre e dove egli ruba tante anime a Gesù Cristo? invece di onorare il vostro carattere con la santità delle azioni, voi lo disonorate con una condotta del tutto irregolare, con una vita affatto pagana. Or sappiate che quel carattere che vi è stato dato e che servir doveva a vostra salute, servirà un giorno a farvi condannare con maggior rigore. Si produrrà contro di voi al giudizio di Dio questa veste d’innocenza che avete profanata con azioni peccaminose e vi si dirà: Ecco, o perfido, la veste di cui fosti rivestito quando ricevesti il Battesimo. Doveva questa veste darti l’entrata nel convito delle nozze eterne; me perché tu l’hai perduta col peccato, interdetta ti sarà per sempre l’entrata. Porterai per tua confusione durante tutta l’eternità il carattere che hai ricevuto nel Battesimo; ma, distinguendoti dagli altri reprobi, non servirà che a procacciarti dal canto loro i rimproveri più amari. Per scansare una tale disgrazia, fratelli miei, morite al peccato e a tutte le lusinghe del peccato: questo è il primo passo che far dovete nella strada cristiana; voi adempirete con ciò la prima promessa del Battesimo, che è uno stato di separazione. Ho aggiunto uno stato di consacrazione. Sì, fratelli miei, per esser fedele alle promesse del Battesimo, non basta vivere separato da tutto ciò che costituisce l’uomo vecchio, bisogna ancora consacrarsi a Dio; vale a dire che dopo esser morto convien risuscitare, convien menare una vita nuova che rassomigli a quella di Gesù Cristo risuscitato: viventes autem Deo (Rom. VI). Or, ecco in che consiste questa vita nuova, questa consacrazione.In qualità di figliuoli di Dio voi dovete ubbidirgli; come membri e fratelli di Gesù Cristo, dovete conservarli in uno stato di purità e di Santità che corrisponda alla scelta che Egli ha fatto di voi per essere la sua abitazione. Qual cosa più giusta che i figliuoli rendano al loro padre l’ubbidienza che gli debbono? Dio ha diritto sopra la nostra in qualità di padrone e di creatore; ma ce la richiede ancora sotto l’amabil titolo di padre. Vuole sottometterci al suo impero  piuttosto perla strada dell’amore e delle ricompense che per quella del timore e dei castighi. Possiamo noi ricusargli questa ubbidienza che gli è per tanti titoli dovuta? E non dobbiamo noi, in qualità di figliuoli, farci un dovere di compiere in tutto la sua volontà? Ah! Signore, dobbiam dire, comandate tutto quel che volete, noi siamo pronti ad ubbidirvi in tutto; bastaci di conoscere che una cosa vi piaccia per farla con diletto, o ch’ella vi dispiaccia per evitarla sollecitamente. Con tutto ciò dove è, fratelli miei, la vostra docilità e la vostra esattezza a fare la volontà di Dio? Nella vostra condotta qual regola seguite? Ciò che vi fa risolvere nelle vostre azioni non è piuttosto la vostra propria volontà che quella di Dio? Voi osservate, è vero, alcuni capi della legge, quando vi trovate il vostro interesse, quando la vostra comodità ve lo permette il vostro umore vi si accomoda ma a quei punti che molestano le vostre passioni, che ripugnano al vostro amor proprio, voi non volete in alcun modo assoggettarvi. Non ha dunque ragione il Signore di dirci quel che diceva altre volte per un profeta ad un popolo che gli era ribelle: Se io sono vostro Padre, dov’è l’onore che mi dovete? Non mi disonorate voi all’opposto con le vostre resistenze ai miei voleri, con gli oltraggi che fate alla mia gloria? –  Voi siete ancora per via del Battesimo membri e fratelli di Gesù Cristo. Come membri, dovete essergli uniti con una viva fede, una ferma speranza, una carità ardente. Se ne siete separati per il peccato, voi non siete che un membro morto, indegno d’appartenere ad un sì nobile capo. Come fratelli di Gesù Cristo voi dovete imitarlo;cioè voi dovete esser animati dal suo spirito, seguir le sue massime, imita i suoi esempi. Or quali esempi di virtù non ci ha dati Gesù Cristo? Qual povertà, quale umiltà, qual pazienza, qual mansuetudine non ha Egli mostrata in tutta la sua vita ? Che cosa è dunque un vero Cristiano? E un uomo che si fa gloria di esser discepolo di Gesù Cristo, che pensa, che parla, che opera come Gesù Cristo, che regola tutte le sue azioni sopra quelle di Gesù Cristo, che in ogni cosa se lo propone per modello. È un uomo umile negli onori, povero nell’abbondanza, paziente ne’ patimenti, che vive in pace co’ suoi fratelli, che perdona ai suoi più crudeli nemici. È un uomo raccolto in Dio, riserbato nelle sue parole, giusto nelle sue azioni, regolato nei suoi costumi, moderato nelle sue passioni, che porta incessantemente sopra il suo corpo la mortificazione di Gesù Cristo, di modo che dir può, come l’Apostolo, che non è egli che vive, ma che Gesù Cristo vive in lui: Vivo ego, iam non ego, vivit vero in me Christus (Gal.II) . A questi tratti riconoscete, fratelli miei, se siete Cristiani. Ah quanto vi vuole,affinché render vi possiate una tale testimonianza! La superbia, l’interesse, l’amore dei piaceri, la vendetta e le altre passioni che vi predominano, formano in voi un ritratto ben diverso da quello che vi ho fatto di un discepolo di Gesù Cristo. Voi ne portate il nome, è vero; voi date alcuni segni di Cristianesimo, recitate alcune preghiere, assistete alla Messa, ai divini uffizi, siete aggregati a qualche Confraternita; ma con tutto questo voi non avete lo spirito di Gesù Cristo, voi non volete portar la sua croce, contentate i vostri sensi e le vostre passioni, amate i beni, gli onori, i piaceri, che Gesù Cristo ha avuti in odio; dunque non gli rassomigliate né siete suoi fratelli. Ora, se voi non siete fratelli di Gesù Cristo, come sperar potete di essere gli eredi del suo regno? Cangiate dunque di condotta, o cangiate di nome. Finalmente, fratelli miei, divenuti voi siete per via del Battesimo i tempi dello Spirito Santo, ed in questa qualità conservar dovete i vostri corpi e le vostre anime in una purezza inviolabile che ne bandisca a ogni peccato a questa virtù contraria. Perciocché sappiate, dice il grande Apostolo, che se qualcheduno profana il tempio del Signore, Iddio lo perderà: Si quis violaverit templum Domini, disperdet illum Dominus (1 Cor. III). Ora si è profanar il tempio del Signore il dare il suo cuore alle creature e lasciarvi bruciare un fuoco straniero in pregiudizio dell’amore che voi dovete a Dio. Egli è profanare il tempio del Signore imbrattare i vostri corpi con piaceri brutali, con libertà illecite, che sono in un Cristiano una specie di sacrilegio. Colpevoli di una tal profanazione, temete il castigo con cui punito verrà questo peccato: disperdet illum Dominus. E certamente, fratelli miei, un sì nero attentato potrebbe forse essere troppo rigorosamente punito? Mentre qual indegnità i membri di Gesù Cristo farli membri di una prostituta? Tollens membra Christi, faciam membra meretricis? Absit (1 Cor. VI). A Dio non piaccia, dovete dire, allorché il nemico della salute v’incita a qualche peccato vergognoso, allorché vuole impegnarvi in qualche pratica peccaminosa: Absit. A Dio non piaccia che io commetta giammai azione alcuna contraria alla purezza del Cristianesimo. Absit. A Dio non piaccia ch’io n’abbia neppur il desiderio o il pensiero. Absit.

Pratiche generali. Per preservacene, ricordatevi, fratelli miei, che voi siete divenuti nel Battesimo membri di Gesù Cristo tempi dello Spirito Santo; sappiate che non siete più padroni di voi, ma siete particolarmente consacrati alle tre auguste Persone della Trinità santissima, che dovete per conseguenza esser uomini affatto celesti. Tali erano i primi Cristiani, cui voi succedete nella professione della medesima Religione. Perché non ho io qui tempo di rappresentarvi la santità della loro vita? Non potrei darvi migliori pratiche per insegnarvi ad adempiere i doveri del Cristianesimo. Erano si ferventi che passavano i giorni e le notti in orazioni; sì staccati dai beni del mondo che nulla possedevano di proprio; si nemici dei piaceri che vivevano in continua mortificazione; sì uniti gl’uni con gl’altri che non facevano tutti che un cuor solo ed un’anima sola: sì caritatevoli verso i loro fratelli che, ben lungi dal disputar sopra l’interesse, gareggiavano all’opposto chi facesse più di bene l’uno all’altro, sì poco amanti della vita che offerivansi volentieri alla morte per guadagnar una beatitudine eterna. Siate voi pur tali, fratelli miei, e sarete perfetti Cristiani. Erano essi uomini come voi, soggetti alle medesime debolezze che voi, ed avevano anche più ostacoli a superare che voi per compiere i loro doveri; e perché non farete voi quel che han fatto essi; giacché sperate la medesima ricompensa?

Pratiche Particolari. Ringraziate ogni giorno Iddio del benefizio inestimabile di vostra vocazione al Cristianesimo; ma principalmente il giorno in cui avete ricevuto il sacramento del Battesimo, celebratene l’anniversario con l’accostarvi ai Sacramenti; rinnovate alla Chiesa presso i fonti battesimali le promesse che avete fatte di morire al peccato, di rinunciare a Satanasso, alle sue pompe e alle sue opere, ai beni, ai piaceri, agli onori del secolo, per vivere della vita di Dio. Non vi vergognate mai, ma fatevi una gloria di comparir Cristiani: soprattutto in certe occasioni in cui si tratta di difendere la vostra Religione contro i discorsi degli empi. Siate assidui ai divini uffizi, alla adunanze di pietà, che mantengono il fervore del Cristianesimo; fuggite le assemblee mondane, in cui se ne perde lo spirito, Allontanatevi principalmente da quelle che si fan nelle veglie, durante l’inverno, in certe case dove la virtù più soda è esposta a perire col veleno dei discorsi osceni, delle canzoni lascive che si ascoltano, degli oggetti pericolosi che vi si vedono, (all’uscire dalle quali si trovano lacci funesti alla purità e all’innocenza. Rammentatevi che i piaceri del secolo non sono per i Cristiani; il nostro regno non è di questo mondo, noi non dobbiamo cercare la nostra consolazione che nel Signore, come dice s. Paolo: Gaudete in Domino (Philip. IV). Diportatevi dappertutto con modestia, ricordandovi che il Signore è vicino a voi, per nulla fare d’indegno del santo carattere Di cui rivestite siete. Per richiamarvi questa presenza di Dio, fate al principio delle vostre principali azioni il segno della croce, che è il segno del Cristiano. In una parola, operate in tutto con una maniera degna della vocazione cui siete stati chiamati, per giungere alla felicità che essa vi assicura. Cosi sia.

CREDO …

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Offertorium

Orémus
Ps LXXXIV:2
Benedixísti, Dómine, terram tuam: avertísti captivitátem Iacob: remisísti iniquitatem plebis tuæ. [Hai benedetto, o Signore, la tua terra: liberasti Giacobbe dalla schiavitù: perdonasti l’iniquità del tuo popolo.]

Secreta

Devotiónis nostræ tibi, quǽsumus, Dómine, hóstia iúgiter immolétur: quæ et sacri péragat institúta mystérii, et salutáre tuum in nobis mirabíliter operétur. [Ti sia sempre immolata, o Signore, quest’ostia offerta dalla nostra devozione, e serva sia al compimento del sacro mistero, sia ad operare in noi mirabilmente la tua salvezza.]

Comunione spirituale:

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Communio

Is XXXV: 4.
Dícite: pusillánimes, confortámini et nolíte timére: ecce, Deus noster véniet et salvábit nos. [Dite: Pusillànimi, confortatevi e non temete: ecco che viene il nostro Dio e ci salverà.]

Postcommunio

Orémus.
Implorámus, Dómine, cleméntiam tuam: ut hæc divína subsídia, a vítiis expiátos, ad festa ventúra nos præparent. [Imploriamo, o Signore, la tua clemenza, affinché questi divini soccorsi, liberandoci dai nostri vizii, ci preparino alla prossima festa.]

Preghiere leonine:

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Ordinario della Messa:

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Ite, Missa est.
R. Deo gratias.

LO SCUDO DELLA FEDE (90)

(Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA –

Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884) (1)

PARTE PRIMA

CAPO I.

Fine dell’autore in quest’opera, e via che tiene.

I

I. Nulla con maggiore studio coltivano i giardinieri nelle loro piante, che la radice. Questa innaffiano, questa impinguano, questa amano d’internar sempre più nel suolo, perché sia forte. Beati però i fedeli, se tutti con ansia simile coltivassero in sé la radice di ogni loro felicità, che è la fede! Sarebbero tutti quell’albero di vita non deficiente, di cui, non pure le frutta, ma insin le frondi, son sì salubri alle genti, per lo esempio di ogni virtù. Ma la notizia contratta in cinque lustri già di missioni, mi ha fatto scorgere, quanto sia grande il bisogno che tengon molti di attendere a tal cultura; mentre essi, in vece di procurar che la fede alligni profondamente dentro il cuor loro, lasciano che per poco ella giunga ad inaridirvi. Se non arrivano a tenerla per falsa, arrivano a sospettarne, che è quanto basta a darle tosto una morte, meno vergognosa all’aspetto, ma non men cruda: Dubius in fide infìdelis es (Cap. I . hæret.) né può non esser tale, mentre egli tien per incerta, col dubitarne, una fede certa (Come nell’ordine della rivelazione chi dubita della fede è infedele, come nell’ordine della ragione chi pone in forse il Vero, è scettico. Il dubbio è morte dell’anima, perché uccide d’un colpo e scienza e fede).

II. Né questo eccesso è sì rado, come alcun pensasi. Mercecchè l’impegno serve a più d’uno, come quei vetri di prima vista, che quanto più fedelmente espongono all’occhio tutti gli oggetti vicini, tanto più alteratamente lo informano de’ lontani. Quel sapere con qualche spezial perizia ciò che appartiene alle verità naturali, confinanti co’ sensi, altera ad alcuni tanto la mente piena di sé, che fa loro concepire disordinatamente le verità che oltrepassano la natura (Profonda osservazione, che si avvera segnatamente a’ di nostri, in cui il culto smodato delle scienze fisiche, chimiche e naturali, non sorretto dal culto dello discipline ideali e speculative, minaccia di ingoiare in un brutale materialismo la società e la scienza). Tanto più, che spinto da vana curiosità di girare il mondo, viaggia bene spesso più di uno di questi per province infettate dalla eresia, ne osserva i riti, ne ode i ragionamenti; e ritornando alla patria con opinion che finalmente tutto il mondo è paese, vi riporta il veleno che concepì nell’incauto pellegrinaggio: sicché, non diversamente di chi fu morsicato da can rabbioso, si manifesta indi a poco non solo avvelenato dentro di sè, ma avvelenatore: Tantum remanet virus, excepto semel malo, ut venefici fiant, venena passi: (Plin. L. 28, c. 3) Quindi il motteggiare continuo sopra la fede e sopra la vita di là ch’ella rivela, ricercandone prove alquanto più chiare, per darle assenso; e quindi parimente il recarsi a gloria un intelletto non pago agli oracoli usciti dal Vaticano, e il reputarsi un miracolo di saviezza, perché sa dubitare di quei miracoli più famosi che da altri sono riveriti a chius’occhi, ed anche, se bisogni, sa dileggiarli.

III. Tali sono i turbini e le tempeste che si generano, dirò così, in questa mezzana region dell’aria, di una mente, né ignorante a sufficienza, né dotta; è sollevata sopra il saper comunale, ma non più su di ciò che lo dettino i sensi, comuni ai bruti, tempeste e turbini, che scendono con rovina su le campagne soggette: tanto un sol di costoro, né eretico, né cattolico, ma già candidato dell’ateismo, è talvolta bastevole a dare il guasto a gran parte del suo paese, e malmenare mille anime, con poca speranza ormai di loro ristoro, mentre in esse marcisce quel primo germe di ogni ravvedimento qual è la fede.

II.

IV. Adunque per desiderio di riparare a tanta rovina mi sono indotto a dar fuori un piccolo libro, da cui si additi a questi traviati il sentier diritto a trovare la verità: che è capir bene l’evidentissimo merito che ha la Fede Cattolica sopra ogni altra, di essere riputata infallibilmente quella che essa è, cioè data dal cielo. Dissi il sentier diritto a trovare la verità: perché il cercar questa nel lungo esame de’ suoi principali articoli ad uno ad uno, è il cercarla per un laberinto piuttosto di tanti giri, che l’uscir da uno sarebbe l’entrar nell’altro più interminabile ad un cervello contenzioso. – La Religione non ha mestieri di provare gli arcani della sua dottrina celeste, ma solamente di esporli. Ciò che ella debbo provar di necessità è che Dio stesso ne sia stato l’Autore. Dopo tal prova rimane affatto evidente che senza altro esaminamento si hanno a credere tutti gli articoli di essa con più fermezza di quella che si rende alle stesse dimostrazioni scientifiche, mercecchè nel credere quelli fermiamo i pie’sopra una base più immota e più incontrastabile, qual è la divina veracità.

V. E questa è la differenza della fede dovuta alle parole di Dio, e alle parole dell’uomo: che all’uomo, siccome a quello che agevolmente può ingannar per malizia, o essere ingannato per ignoranza, non si deve credere, se non si è prima esaminato il suo detto: Non omni verbo credas. Quis est enim, qui non deliquerit in lingua sua? (S. Thom.) Ma a Dio, nella cui lingua non può cadere né fallo, né falsità, si deve questa giustissima riverenza, che ove Egli ci porga indizi già sufficienti di aver parlato, ricevasi ciecamente la sua dottrina senza obbligarlo a provarcela: Quis est adeo impius, et a Deo alienus, qui Deo non credat, et probationem postulet, sicut ab hominibus? , (Clem. Alex. I. 5. Strom. sub init.) Un bambino innocente, certificato di stare in seno alla madre, non cerca più. Sugge, ad occhi ancor dormigliosi, l’alimento vitale che da lei sgorga.

VI. Pertanto la vera Religione cammina fra due estremi tra loro opposti, l’uno di una supina ignoranza, l’altro di una insaziabil curiosità (Questo, che qui l’autore dice della vera Religione, va, a mio avviso, ripetuto del vero sapere umano, il quale si tiene in un giusto punto di mezzo tra la crassa ignoranza e l’insaziabile brama di sfondare i misteri dell’universo). Onde nel credere ella non è né corriva né calcitrosa. I turchi sono sì lungi dal saper dar ragione della lor fede; che anzi han pena la vita a disaminarla; mostrando in questo medesimo di che panno sia quella pezza, che non si può né vendere da veruno, né comperare, se non a botteghe scure. I filosofi puri vogliono, che la fede serva alla scienza, negando con Abailardo di assentire a punto di ciò che essi non capiscono (Ex s. Bern. epist. 190. ad Innoc.) il che è fare alla fede un torto maggiore di quel che farebbe all’oceano chi si ostinasse a contendere se si trovi, mentre nol può comprendere verun fosso; là dove questa dote medesima della sua vastità tanto sterminata gli dà merito di riportare tributo da tutte le acque.

VII. La vera Religione però tiene la via di mezzo che è la reale. Né si arroga di porre in chiaro a veruno con ragioni naturali la verità de’ suoi misteri (siccome quelli che per la sublimità della loro sfera trascendono la capacità natia di ogni intelletto, non pure umano, ma angelico), né lascia di dimostrare quello che basta ad obbligar che si credano fermamente; e ciò è che sono rivelati dal cielo. Il che fa ella con tale evidenza di credibilità, che gli argomenti, su cui la fonda, né convengono ad altra setta, né si può dare mai caso che le convengano, almeno tutti: donde ne segue che, come sapientissimamente ella è confessata da’ suoi fedeli per vera; così stoltissimamente è negata dagl’infedeli, degni per tal capo di piangere in una notte perpetua la ribellione che usarono a tanto lume.

VIII. Questi argomenti però andremo qui disponendo in tale ordinanza, che facciano alla verità, non sol corteggio, ma guardia; mentre ciascun da sé, e molto più tutti insieme, dovran costringere qualunque sano intelletto a ravvisare la Religione verace tra mille false: sicché chi mai non l’ha trovata la trovi; e chi la trovò, e poi per sua disgrazia venne a smarrirla, di subito la ricuperi, e tranquillato ogni dubbio, doni finalmente al suo credere quella pace, di cui l’Apostolo ci voleva pieni in un atto di tanto prò: Repleti pace in credendo (Rom. XV, 13).

III.

IX. Ma per non tralasciare veruna difficoltà, che qual piazza nimica, rimasta alle spalle, porga ai miscredenti occasion di fortificarvi si a loro danno, noi ci faremo da capo con provar ciò, che sarebbe noto dai termini (come sono i principi), se i termini si apprendessero con chiarezza, ed è che v’è un Dio, unico, universale, prima cagione di tutto l’esser creato. Appresso noi mostreremo che di tal esser creato ne ha Dio provvidenza; ma che speziale Egli l’ha ancora dell’uomo, la cui anima faremo poi vedere di proposito che è immortale. E quindi conchiuderemo la prima parte dell’opera col dedurre che dunque su la terra vi sia qualche Religione, e religion vera, sotto cui conviene arrolarsi. Nella seconda parte ci avanzeremo a manifestare che questa Religion vera altra non può essere al certo, che la Cattolica: il che perché meglio apparisca, non faremo altro che metterla al paragone con quelle religioni che a lei fan guerra (Il processo tenuto qui dall’autore è all’intuito logico e naturale, siccome quello, che va dalla ragione alla fede, e giustifica di tutto punto il titolo posto in fronte all’opera, l’incredulo uopo è pigliarlo sul terreno medesimo, in cui è collocato, quello cioè della ragione, per fargli toccar con mano, che se egli si ribella alla guida della ragione, che lo conduce alla fede, è proprio senza scusa. La ragione pronuncia l’esistenza e la provvidenza di Dio, l’immortalità dell’anima umana, la necessità di una Religione vera; e da questi re solenni pronunciati della ragione debbe pigliare le mosse la polemica e l’apologetica cristiana).

X. Dove è da considerare che la infedeltà può al presente commettersi in tre maniere. o contra la fede di Cristo già ricevuta nel suo perfetto chiarore di verità; e così mancano gli eretici, i quali ammettono, o fanno almanco professione di ammettere ambo i testamenti, il vecchio ed il nuovo, e poi li vogliono interpretare a capriccio, per non seguirli. O contra la fede di Cristo ricevuta solo nel suo chiarore imperfetto, e piuttosto in ombra; e così mancan gli ebrei, i quali ammettono il testamento vecchio, ma non il nuovo, quantunque al nuovo fosse da Dio, qual figura, ordinato il vecchio. O contra la fede di Cristo non ricevuta in modo alcuno; e così mancano finalmente i pagani, che non ammettono né il testamento vecchio, ne il nuovo, ma per legislatori hanno gli uomini, non han Dio.

XI. Al paragone dunque del paganesimo, dell’ebraismo, della eresia, noi metteremo la Religione Cattolica, affinché il confronto faccia spiccar più chiara la verità, sino alle menti più deboli. La porpora adulterata può agli inesperti da lontano piacere a par della vera, ma non d’appresso: Et lana tincta fuco, citra purpuram placet, non si contuleris. Se non che non altro paganismo oggimai pare aver più nome, che quello de’ maomettani annoverati ancor loro, e dalle leggi civili, e dalle canoniche, in detta classe. E però invece del paganismo, pigliato in più largo senso, noi più individualmente verremo sempre a ferire, dove abbisogni, il maomettanismo. E dissi dove abbisogni; perché non andremo con ordine ad investire prima l’uno di questi tre generi di infedeli, e poi l’altro e poi l’altro, quasi in tre duelli distinti; ma ora tutti insieme gli assaliremo, ora a corpo a corpo, secondo la varia forza degli argomenti che si porranno in opera al nostro fine.

XII. Il modo di argomentare sarà indi proporzionato al modo di discorrere che ha ciascuna di tali sette. Nella prima parte, pugnando con gli ateisti, i quali non conoscono religione di alcuna guisa, ma le deridono tutte, non addurremo altre prove, che le conformi al dettame della ragione. E così ancora faremo nella seconda coi maomettani, i quali nella religion loro non fanno caso delle scritture divine, superiori ad ogni ragione. Delle scritture divine, congiunte in lega con la ragion naturale, noi ci varremo contro gli ebrei e contro gli eretici, giusta quella parte di esse che nessuno di loro può ripudiare, se non va a militare sotto altro culto, qual è quello del paganismo.

IV.

XIII. Vero è che in questa mia qualunque fatica non ho io per fine di giovare solamente agl’increduli, anzi molto più l’ho di giovare ai fedeli. Conciossiachè quantunque tutta quella evidenza di credibilità, di cui la nostra Religione va adorna, non basti ad ingenerar quell’assenso immobile in cui consiste la fede; ma si richiegga per esso un dono infuso da Dio soprannaturalmente nel cuor dell’uomo, conforme a quel dell’Apostolo a’ Filippensi (1. 29): Vobis donatum est prò Christo, ut in eum credatis, contuttociò quella evidenza conferisce in estremo a ricevere un dono tale. Mercecchè la volontà dopo aver bene appreso dall’intelletto il merito sommo che ha la Religione di Cristo ad esser creduta, comanda all’intelletto con pieno impero che credala fermamente cattivando, dov’egli non arrivi, ogni ritrosaggine, in ossequio della suprema verità, (che ne sa tanto più di lui), e così pone (quantunque non da sé sola, ma col favore quivi ancor della grazia), pone, dico, quasi l’ultima disposizione per ricevere il dono eletto, ch’è l’atto infuso di fede: Donum fidei electum. (Sap. III. 14).

XIV. Anzi è certissimo che senza un giudizio saldo di tal credibilità, conosciuta per evidente, se può darsi una fedo ancora divina (cioè una fede che superi di fermezza qualunque assenso possibile naturale), non suole darsi (È legge psicologica questa, che il volere e l’amare abbisognano di essere preceduti ed illuminati dal conoscere; epperò nessun Cristiano, per quantunque idiota, può, in via ordinaria, volere ed amare la religione sua, se non conoscesse in qualche modo i motivi, che la dichiarano veracemente divina. Indi il rationabile obsequium vestrum dell’Apostolo). Onde conviene, a concepir detta fede, che ancora gli uomini più idioti conoscano in qualche modo questa grande apparenza di verità, che ella porta seco, intendendo, almeno per fama, che la Religione cristiana viene insegnata da personaggi santissimi e sapientissimi, che la tengono tutti per infallibile, e che la predicano, come scesa dal cielo, a tutte le genti, e come testificata con segni tali, che non si può dubitare se sian dall’alto: fama, alla quale alluse l’Apostolo, dove disse: Et quidem in omnem terram exivit sonus eorum, per denotare che se era fama sì vasta, non poteva essere senza gran fondamenti. E la ragione di questa previa disposizione da Dio richiesta, si è, perché quantunque Egli da sé solo possa nelle anime semplici supplire ad ogni illustrazione esteriore che loro manchi, con la sua pura illuminazione interiore; contuttociò, di legge almeno ordinaria, non lo vuol fare, come quivi accennò il medesimo Apostolo in quelle voci: Quomodo credent ei, quem non audierunt? etc. Mercecchè Dio, tanto soave in ogni sua opera, quanto forte, vuole che la sua r Religione non sia credibile solo per fede divina a tutte le genti, ma ancora per fede umana; che è ciò che toglie finalmente ogni scusa a chi non l’accetti, mentre non l’accettando, egli non pure si dimostra infedele, ma irragionevole (Gran verità questa, che chi è volontariamente infedele, è irragionevole, è l’incredulo senza scusa: verità che fonda sull’interiore armonia della ragione e della fede. Quest’armonia viene posta in bella luce nella seconda parte di quest’opera, al capo 1°, numero 15. Il lume di ragione guida alla scoperta della vera e divina Religione il pagano, che vive ancora fuori della fede di Cristo, e la fede alla sua volta dilata e sublima la ragione del credente, che già la possiede. Indi la fides quærens intellectum di S. Anselmo). Nel resto chi fa che il cedro dia pomi così odoriferi? Sicuramente non è quel giardiniere che lo piantò, che lo potò, che adacquollo. È Dio, che dentro il vivifica con vigore a lui solo noto: Est qui incrementum dat Deus (I. Cor. III, 7). E nondimeno Iddio di legge ordinaria non dà vigor sì vivifico a verun cedro, se il giardiniere non vi operi dal suo canto. Così quantunque al credere fermamente, e non solo probabilmente che la nostra r Religione è la vera, non siano i motivi della credibilità quelli che danno all’atto sì gran coraggio, ma sia lo Spirito Santo che parla dentro le anime al modo suo, quando per Lui v’è chi loro parli al di fuori; contuttociò non suolo lo Spirito Santo parlar di dentro in modo sì vivo, se non vi sia chi parli insieme al di fuori, o che abbia almeno parlato: Fides ex auditu (Rom. X. 17).

V.

XV. E da ciò potrà di leggieri arguirsi l’immenso prò che arrecano al popolo cristiano quei sacri predicatori, i quali dal pergamo discorrono ad ora ad ora su questo evidente merito, che ha la nostra fede ad essere da tutti anteposta a qualunque setta. Formano con essi nei cuori de’ fedeli quasi un embrione, cioè a dire una fede umana, e con ciò porgono l’opportunità, allo Spirito Santo d’infondere in un tal feto, ancora imperfetto, l’anima di una fede divina (Giusta ed importante è questa distinzione tra la fede umana e la divina. La prima è frutto di nostra ragione naturale, la seconda è dono della grazia sovrannaturale. Quella mette capo a questa, e tutte e due insieme armoneggiate compiono il congiungimento dell’uomo con Dio), che è quella finalmente che vince il mondo: Hæc est Victoria, quæ vincit mundum, fides nostra (I. Io. V. 4). Vero è che se i predicatori sacri apportano di gran bene con tali ragionamenti; maggiore credo io che lo apportino tuttavia gli scrittori sacri. Attesoché quelle ragioni dotte, che son proprie di sì giovevole tema, molto meglio si apprendono a vista fissa, che ad udito fuggente: onde nessuno vi sarà, che, in leggendole, non ne divenga più facilmente padrone, che in ascoltandole, poco men che di furto. Eppure tal padronanza sembra che qualunque fedele sia tenuto ad averne più che egli possa, affine di corrispondere al suo dovere, che è di star pronto, come gl’impone san Pietro, a rendere sempre conto della sua speranza, e conseguentemente della sua fede: Parati semper ad satisfactionem omni poscenti vos rationem de ea quæ in vobis est, fide et spe (I. Petr. VIII, 15). Dove è da notarsi bene che egli non dice de iis quæ sunt fidei et spei, in particolare, ma de ea, quæ in vobis est, fide et spe, in generale (V. Lorin. hic. S. Th. 2. 2. q. 2. art. 10), perché il saper esporre la convenienza di questo o di quell’articolo in individuo da noi creduto, è sol da uomini grandi, in trattati scientifici, da non andare per le mani di tutti; ma il saper esporre la convenienza di quella fede in universale, che ci obbliga alla credenza di tali articoli, dev’essere comune, più che si può, a quali sia dei fedeli nel grado suo essendo vergogna somma, come osservava San Giovanni Grisostomo, che il medico, che il coiaio, che il calzaiolo, che il tesserandolo, che qualunque altro artiere sappia dar conto della sua professione, e il Cristiano non lo sappia ancor egli dar della sua (Saviissime parole del Grisostomo queste, che inculcano al Cristiano la necessità di conoscere i fondamenti razionali di sua divina Religione. Il Cristiano non teme la luce, sicuro che quanto più la ragione esamina i motivi di credibilità del Cattolicesimo, tanto più è portata a riconoscerne la divina origine): Absurdum est, quod medicus, coriarius, textor et omnes generatim opifices, quoque prò artis suæ professile pugnet: christianus autem non possit ullam religionis suæ afferre rationem.(S. Chrysost. hom. 16. in Ioan.). E se è così, non sarà qui chi non vegga di quanta lode si rendessero meritevoli tutti quei servi di Dio, i quali, affine di addestrare il popolo cristiano a maneggiar bene questi argomenti di credibilità che gode a proprio favore la nostra fede sopra di ogni altra, li compilarono in libri da loro scritti avvedutamente in lingua materna, perché chi non era atto di apprenderli dalle estranee (quale per molti nel Lazio stesso può correre la latina) gli apprendesse dalla domestica.

XVI. Così fece il venerabile padre fra Luigi di Granata domenicano, cui, se per alcuno dei suoi trattati di spirito, tutti eccelsi, si conveniva quel breve di congratulazione che gli inviò dal suo trono Gregorio XIII, sì benemerito e della Religione e delle buone arti, da cui la religion viene amplificata, sicuramente sarebbe egli convenuto, più che per altro, per la introduzione al simbolo della fede, libro trasportato oramai dalla spagnola in tutte lo lingue, ancora orientali, per l’alto bene che per tutto ha operato in cuori anche barbari. E così altri scrittori avevan fatto prima di lui, e dopo lui finalmente han seguito a fare: ond’io non dovrei temere ora alcun biasimo dall’unirmi con questi alla stessa impresa, quando non potesse apparire che io giunga tardi, nel giugnere dietro a tanti i quali già con molta lode han detto abbondantemente innanzi di me, ciò che io non potrò dir dopo loro, se non con poca. Tuttavia non mi sbigottisco: perché i soccorsi freschi, per piccoli che sieno, son sempre a tempo, sinché fervo la mischia; e questa nel caso nostro, non si può dire che ancor non ferva, e non sia per fervere, sinché l’inferno odierà quella Religione che è l’unica a svergognarlo. Si aggiugne, che vari di tali libri sono, o di metodo arduo, o di mole alta, e però men atti a trascorrere per le mani di chi n’ha maggiore il bisogno. La speditezza dell’armi è sì vantaggiosa, che nelle guerre si temono più i moschetti comunemente, che le bombarde.

VI.

XVII. Né già in un argomento tanto agitato mi si vuol domandare la novità. Primieramente se non avessimo a dire se non ciò che mai non fu detto da verun altro, ci converrebbe ammutire: Nihil sub sole novum. Neppure l’api, simbolo dell’industria, nel dare il loro miele, il danno per nuovo. Esse non professano altro, se non che di andare a raccoglierlo qua e là faticosamente da vari fiori. Eppure nessuno nella natura le ha mai dannate d’inutili, ma lodate, mercé la forma con cui lo danno distillato in un favo. Di poi nella materia che ho per le mani voglio anzi protestare liberamente di avere a bello studio sfuggita la novità, poco amica alla Religione. Conviene qui mirar solo all’onor di lei, non mirare al proprio. Però se io metterò in campo ragioni, use altre volte, a difenderla bravamente, stimerò la vittoria tanto più certa, quanto più io me la posso promettere da un corpo di veterani esperimentati, che da una leva di venturieri novelli. Salvo che il medesimo fine, il qual mi propongo della maggior brevità che mi sia possibile, mi obbliga a non dare la mossa a tutto l’esercito, ma a fare come un distaccamento degli argomenti più validi, e questi spignere alla difesa del vero.

XVIII. Ho desiderato di formare lo stile, ove mi riesca, più colto, che no; perciocché io non ho capito mai che la ruggine giovi all’armi. Che se ne’ fulmini temiamo ancora del lampo, chi riputerà che certa energia di dire sia nelle cause meno opportuna a far colpo, perché lo fa balenando? Infìn l’armonia del numero io loderei, dove ella somigliasse il batter dei fabbri, musica insieme e lavoro.

VII.

XIX. Rimane l’ammonire por ultimo il mio lettore, che legga tutto il libro con attenzione e senza passione. Leggalo tutto, se egli ne vuol dar giudizio accertato, da che incivile est, nisi tota lege perspecta, una aliqua eius particula proposita indicare. (L. incivile est, ff. de legibus). Leggalo con attenzione, perché ad un quadro può bastare un’occhiata, ma non può bastare ad un libro: e la nostra mente, a conseguire il vero, è rete bensì, ma rete da pesca (la qual non fa buona preda, se non affondasi), non è rete da paretaio. Leggalo finalmente senza passione, perché ciò bastami, quando in lui ben mancasse la pia affezione. L’occhio, perché sia ben disposto al vedere, convien che trovisi né troppo abbondante di umore, né troppo scarso. Mi contento che sia così parimente il vostro intelletto: né troppo pieghevole al credere, per non esser tacciato dal Savio di leggerezza: Qui credit cito, levis est corde (Eccl. XIX. 4); né troppo restio, per non udirsi rimproverare da Cristo di ostinazione: O stulti, et tardi corde ad credendum! (Luc. XXIV. 25). È lieve al credere chi crede quando ha più ragion di non credere, che di credere. È ostinato chi non crede quando all’incontro ha più ragione di credere, che di non credere. Non ricevete però i miei detti, come lo schermitore riceve i colpi cioè per ribatterli ad ogni modo, o giusti o non giusti che a lui si mandino; riceveteli come il solco ammollito riceve i semi per affomentarli: dacché non altri semi spero io di gettare in voi, che di vita eterna.

XX. E perché veggiate con quanta discretezza io voglia procedere in chiedere il vostro assenso, l’assunto di tutta la presento opera, grande o piccola che ella sia, ha da essere sempre questo: di mostrarvi, che voi con la volontà avete da fare una forza molto maggiore al vostro intelletto, per trattenerlo dal credere quelle cose che io vi dirò a favor della nostra Religione, di quella che gli avreste a fare per indurlo a credere. E posto ciò, eccovi già (se voi non vi arrenderete), che voi siete l’incredulo senza scusa, che è il titolo che questa opera porta in fronte. Conciossiachè quale scusa avrà al tribunal di Dio chi non volle credere, quantunque tanto più agevole gli sarebbe sempre riuscito il volerlo, che il non volerlo? Non potrà egli dir altro, se non che al certo fu stolto e tardo di cuore: Stultus et tardus corde ad credendum. Tardo, perché non si arrese alla verità, quale incredulo: stolto, perché, nel ricusare di arrendervisi, operò contra ogni lume ancor di ragione, quale imprudente.