DIO IN NOI (1)

DIO IN NOI (1)

[R. PLUS: “Dio in noi” – Versione p. f. Zingale S. J. – L. I. C. E. – Berruti & C. – Torino, 1923; imprim. Torino, 7 aprile 1923 Can. Francesco Duvina]

PREFAZIONE

Reverendo e carissimo Padre,

Durante i quattro anni appena trascorsi, abbiamo pregato molto per il felice esito della guerra. Bisognava farlo. La vittoria fu spessissimo compromessa, rimase lungo tempo incerta, indecisa! – Siano rese grazie al Signore: la vittoria delle armi è adesso un fatto compiuto. Ma la vittoria di Dio? A quale fase è pervenuta? « La vittoria di Dio! ». L’espressione, la formula non è mia. Giuda Maccabeo fu il primo a trovarla, e la dava come parola d’ordine, come segno di raccolta alle sue truppe, quando le lanciava all’assalto contro gli eserciti di Siria (Mac. XIII, 15).

La Francia, l’Italia, l’Inghilterra, l’America, il Belgio hanno avuto « il loro scopo di guerra ». Dio anche ha avuto il suo. Non ha permesso che si scatenasse sul mondo un simile cataclisma, senza qualche grande fine. Quale fine si propose?

Primieramente, — la Chiesa ce lo suggerisce nella Messa prò tempore belli — primieramente l’emenda dei nostri difetti, l’espiazione delle nostre colpe nazionali e individuali. Meglio ancora. Alcuni anni prima della guerra, Pio X, salendo sul trono pontificale, pubblica un’enciclica, in cui riassume, con tre parole di San Paolo, il suo programma di governo: Instaurare omnia in Cristo (Ephes. I, 10). Pio X, possiamo crederlo, fu l’araldo precursore, il profeta, l’interprete della saggezza e della volontà di Dio; alcuni anni prima della guerra venne ad annunciarci ciò che Dio aveva in mira, permettendo questa tremenda calamità: la rigenerazione cristiana della Francia e del mondo — con tutto ciò che essa importa. – E gli avvenimenti, le vicende della guerra, non fanno forse sentire, meglio di tutte le apologie, quanto i popoli abbiano bisogno di Gesù Cristo, quello che guadagnano vivendo del suo spirito e ciò che perdono facendone a meno? La vittoria di Dio, ohimè, è molto lenta a venire. La vedessimo almeno delinearsi da lontano, all’orizzonte!

Una prima volta la rigenerazione del mondo fu fatta dallo Spirito Santo, nel mistero di Pentecoste…

Tutto sarebbe concluso se arrivassimo a guadagnare il cuore di Dio: giacché Egli può tutto: « quæcumque voluit, fecit ». Noi guadagneremo il cuore di Dio nella misura in cui riusciremo a stabilirci nel soprannaturale. Una legge del mondo morale richiede che ogni essere ami il suo simile. Dio non può non sentire affetto e simpatia irresistibile per l’anima che vive della sua vita divina, che vive del soprannaturale. Non può non esaudirne la preghiera.

Ora, difficilmente immagineremo — ecco il punto che volevo mettere in rilievo — una forma di soprannaturale più concreta, più intellegibile del mistero di « Dio in noi ». Il lavoro che Ella pubblica importa la spiegazione larga, luminosa, concludente di questa dottrina. Quanto più le anime, che l’avranno imparato alla sua scuola, ne avranno coscienza e sapranno sfruttarne la virtù, altrettanto saranno in grado di gustare e di provare, nella loro vita, ciò che S. Paolo diceva di se stesso e dei suoi discepoli fedeli: « Dio ci fa sempre trionfare in Gesù Cristo » (II COR., II, 14. Gratias Deo qui semper triumphàt nos in Christo Jesu). Ed Ella avrà così preparato la « Vittoria di Dio » per mezzo del culto dell’Emmanuele, il culto del « Dio in noi ».La benedizione del Sacro Cuore di Gesù possa concedere a queste pagine la diffusione che meritano, perché vadano a spargere dovunque « la vita eterna », quella vita superiore e realmente divina che il Sacro Cuore stesso c’infonde a ogni istante: Jugiter influit. – Col ricordo persistente e affettuoso delle nostre antiche relazioni in Olanda (1), formo, Reverendo e carissimo Padre, il voto sincero per la maggiore diffusione del suo ottimo libro.

GERMANO FOCH, S. J .

Montpellier, 10 gennaio 1919.

***

(1) L’autore delle pagine che seguono, ebbe il benefizio della direzione spirituale del Rev. P. Foch, durante i tre anni del corso filosofico. Una dura necessità costringeva allora a vivere fuori di Francia. Ecco quindi il motivo dell’allusione all’Olanda.

Il P. Germano Foch è fratello dell’illustre Maresciallo Foch. (N. D. T).

LIBRO PRIMO

I nostri privilegi soprannaturali

CAPO I

L’intimità con Dio.

La mèta della devozione, la sua ragione di essere e il suo coronamento è l’intimità con Dio. Ma poche anime, relativamente, la possiedono e molte la considerano come impossibile. Quale ne è la causa? La ragione principale si è che noi abbiamo l’uso di trattare Dio come un assente. Come divenire intimo di qualcuno che non è con noi? L’intimità suppone la presenza… Benissimo. Ma è possibile, senza che ci abbandoniamo a un mero sogno, all’immaginazione, trattare con Dio come con qualcuno che ci è presente? Fra le differenti maniere, in cui Dio è presente nel mondo, ve n’è una, in modo particolare, che fornisce la sorgente per eccellenza dell’intimità. Noi vorremmo, in queste pagine, spiegarla e metterla in piena luce, se fosse possibile:

« La Presenza di Dio in noi per mezzo dello stato di grazia. »

Dio, ci dice il Catechismo, è presente dappertutto. Questa presenza universale, questa onnipresenza, impressiona molto certe anime, ma in piccolo numero. Per la maggior parte, essere dappertutto, equivale a non essere in nessun punto, ed eccettuati alcuni Santi, la massa non arriva a comprendere come mai possa generare l’intimità una presenza impersonale, difficile a concepirsi, la stessa per il peccatore e per il giusto, che risulta unicamente dal fatto della creazione. – Dio, inoltre, è presente d’una presenza speciale, in cielo. Ma è così lontano, il cielo! Occorre una grande potenza d’astrazione per crearsi una intimità che non distrugga questa distanza enorme e perpetuamente esistente. Ciò valga per S. Tommaso, di cui dicono i contemporanei che camminava cogli occhi sempre levati al cielo, assorto nella contemplazione divina. Valga per S. Ignazio di Loyola, che il Lainez paragona a Mosè, perché pareva che parlasse faccia a faccia con Dio (La sua giaculatoria favorita era: « O Beata Trinitas! » e la sua preghiera che noi citeremo più innanzi: « O amabilissimo Verbo di Dio ») e amava pregare, come dice il P. Nouet, sui punti più elevati della casa in cui abitava, immaginando di trovarsi così più vicino al cielo. Dio è presente nell’Eucaristia, e questa presenza, benché anch’essa molto misteriosa, è assai più palpabile. Vediamo e sentiamo qualcosa che la garantisce alla nostra povera natura sensibile. Ciò che vediamo e gustiamo, è semplice apparenza; la realtà sfugge alla nostra percezione, ma questo poco basta a sostenere la nostra fede che sotto queste apparenze adora la realtà divina. E poi, la presenza eucaristica, nella Comunione, dura poco; ed io non posso fare della mia vita una visita perpetua al Santissimo Sacramento. – Oltre queste tre maniere di presenza di Dio, ne esiste un’altra, molto più feconda, dal punto di vista che trattiamo.

— Dov’è Dio? — fu chiesto a un fanciullo. — Nel mio cuore.

— Chi ve l’ha messo? — La grazia.

— Chi potrebbe cacciarnelo? — Il peccato.

Queste risposte di un fanciullo, mentre mostrano una grande conoscenza della vera vita cristiana, riassumono la dottrina che ci sembra produrre l’intimità al suo ultimo grado. Di tutte le nostre attitudini, la più singolare è quella di saper passare accanto al meraviglioso, senza punto curarcene. La bellezza morale della vita di sacrificio di una suora, lo splendore della Chiesa, la grandezza del sacerdote chi la vede? Ma anche noi, noi Cristiani, siamo maestri nell’arte di non curarci affatto delle splendide realtà che portiamo con noi. – Domandate ad un battezzato che definisca lo stato di grazia. Vi risponderà: «Lo stato di grazia consiste nel non avere peccati mortali sulla coscienza». Insistete: «Unicamente in questo, secondo voi? » — « Sì; non è forse sufficiente?…» — «Nella vostra spiegazione vedo bene che possedere lo stato di grazia significa non avere qualche cosa. Ma non vorrebbe anche dire: Avere… » — « Avere che cosa?…» —

« Ecco; state bene attenti: Dio presente e vivente in noi ».

E’ il dogma della Chiesa, la definizione del Catechismo, né più né meno. Come vedremo più innanzi, questa presenza, questa abitazione di Dio in noi, in virtù della grazia:

Nostro Signore l’afferma;

S. Pietro la spiega;

S. Paolo ne fa l’argomento abituale delle sue epistole;

I Dottori la richiamano continuamente alla nostra considerazione;

La liturgia la commenta in mille modi;

I Santi vivevano di essa.

Donde mai viene che questo dogma fondamentale, per la maggior parte dei Cristiani, ed anche per molte anime religiose, sia praticamente lettera morta? Che una dottrina davvero così consolante sia quasi sconosciuta o senza vigore? – Varie ragioni potrebbero addursi di un modo di agire così strano. Una che fin d’ora vogliamo far notare sta in ciò che se ne parla pochissimo. In un corso di esercizi spirituali, predicati ai sacerdoti della sua diocesi, alcuni mesi prima della guerra, l’arcivescovo di Malines, S. Em. il Card. Mercier, diceva: « È una verità che Dio vive in noi… Molti battezzati ignorano questo mistero profondo e per tutta la loro vita vi restano estranei… I Sacerdoti, cioè a dire quei medesimi che ricevettero la missione divina di predicarlo al mondo, se ne lasciano distrarre, non vi pensano punto, e quando lo si richiama alla loro memoria, se ne meravigliano… Convenite dunque nel credere che Dio non vi abbandona finché, per il peccato mortale, voi non lo costringiate a fuggire. Fate atti di fede volontari, espliciti, frequenti in questa presenza reale, stabile, di Dio dentro voi stessi. Non ricercate Dio al di fuori, ma là, dentro voi stessi, dove Egli abita per voi, dove vi chiama, vi aspetta e soffre delle vostre dissipazioni e dimenticanze ». Già un sapiente commentatore, Cornelio Alapide, rimpiangeva simile omissione: «Poche persone, scrive, apprezzano il dono della grazia nel suo giusto valore. Ciascuno dovrebbe ammirarla rispettosamente in se stesso, i predicatori e i dotti dovrebbero spiegarla, per inculcarne al popolo una conoscenza profonda. I fedeli apprenderebbero così che sono tempio vivente dello Spirito Santo e che portano Dio medesimo nel loro cuore; che perciò debbono camminare divinamente alla sua presenza, vivere una vita degna dell’ospite che li accompagna dovunque e dovunque li vede ». Monsignor de Ségur esprime la stessa lagnanza:

«Tutti i Cristiani sanno, in via generale e teorica, che Dio è nel loro cuore, che sono tempio di Gesù Cristo, che lo Spirito Santo abita in loro. Intanto, come mai accade che quasi nessuno sembra annettervi importanza, che quasi nessuno vi pensa, ne vive, o lo crede praticamente? Anche fra i Sacerdoti, fra i buoni Sacerdoti, non ho timore di dirlo, sono pochi coloro che danno direttamente alle anime questo nutrimento delizioso e inestimabile, il solo di cui abbiano vero bisogno, il solo capace di appagare la fame e di estinguere la sete che hanno di Dio, vita dell’anima loro, tesoro del loro cuore, compagno della loro esistenza, intima sorgente della loro forza, della loro mortificazione e pietà ». – Se si deve prestar fede al messaggio del Cuore di Gesù al Cuore del Sacerdote, Nostro Signore manifesterebbe il desiderio di veder propagata la « devozione allo stato di grazia ». Ecco ciò che importa questo « messaggio », trovato fra i manoscritti di un religioso Marista, morto a Roma, e che un’anima santa gli aveva certamente comunicato: « È certo che la devozione al mio Sacro Cuore è molto diffusa: essa mi consola poiché procura numerose anime a me, che sono il Salvatore delle anime! Ma ciò nondimeno, quanto si è lontani dal comprendere i tesori infiniti del mio Cuore! Ahi se sapessero il desiderio intenso che Io ho di unirmi intimamente a ciascuno di loro!… Molto rari sono coloro i quali giungono a questa unione, nella misura in cui il mio Cuore l’ha loro preparata sulla terra!… « E che cosa bisogna fare per conseguirla?

« Raccogliere, riunire, in qualche modo, tutti i propri affetti, e dirigerli verso di me che sono là, nel più intimo dell’anima loro! Ah! grida e di’ a tutti quanto Io li ami; supplicali di ascoltare l’appello premuroso del mio cuore, il mio tenero invito di scendere nel fondo della loro anima, per unirsi, là, a Colui che non li abbandona mai; di identificarsi in qualche modo con me… oh, allora, che abbondanza di benedizioni prometto loro!

« Quest’unione misteriosa e divina sarà il principio di una vita molto più santa e feconda di quella condotta fin qui.

« Molti Sacerdoti conoscono benissimo la teoria dell’unione dell’anima con Dio; parecchi vi aspirano; ma quanto pochi la conoscono in pratica; quanto pochi, fra i leviti pii, zelanti, anche miei amici devoti, sanno che Io sono là, in fondo all’anima loro, ardendo dal desiderio di farla una con me!

«Perché? Perché vivono come alla superficie della loro anima. Ah! se si involassero alle cose sensibili, alle impressioni umane, per discendere così soli nell’intimo della loro anima, proprio al fondo, dove Io sto; mi troverebbero subito, e che vita di unione, di luce e d’amore non sarebbe la loro!… ».

Monsignor de Ségur non esitava ad incolpare se stesso del fatto che i fedeli vivono così poco di questa dottrina ammirabile, mentre, come spiega S. Paolo ai Colossesi, essa è il grande mistero, nascosto alle generazioni passate, manifestato dal Vangelo ai Santi che Dio degna iniziare alle ricchezze divine. – Il santo prelato diceva, nella sua bonomia ordinaria: « Noi, ministri di Dio, non abbiamo abbastanza spirito di fede, abbiamo la fede in partibus, come quei buoni vescovi che non hanno diocesi. Ahimè! io sono un Arcivescovo di questa specie ». – Intanto non si può mettere in dubbio, che di tutte le realtà della fede, la più indispensabile a penetrarsi da chi, a un titolo qualsiasi, vuol essere apostolo, non sia questa realtà sublime che portiamo in noi. Se non l’abbiamo a lungo esplorata, con una diuturna e assidua meditazione, con uno studio paziente, come potremo meravigliarci che i fedeli trascorrano la loro vita nell’ignoranza inverosimile del più bel tesoro che esista, dato che questo tesoro, dai predicatori della dottrina non fu creduto degno di una fervida investigazione? Qualcuno forse dirà che i Sacerdoti, avendo studiato il trattato de Gratia, conoscono bene ciò che riguarda il mistero dell’abitazione di Dio in noi, ma che riesce impossibile predicare e porgere alle anime questa dottrina come nutrimento ordinario e abituale. – Dovremo allora rassegnarci a questo ripiego: che la parte fondamentale del dogma, quella su cui si basa ogni vera vita cristiana, praticamente sarà ignorata dalla maggior parte dei fedeli; ciò che noi non crediamo possibile (« Se c’è un argomento che debba interessarci, è assolutamente questo: nulla è a noi più intimo, nulla ha un così grande valore, nulla c’importa di più… Questo studio non solo non è scoraggiante e arido; ma è capace di sprofondarci in un vero abisso di gratitudine, di ammirazione, di confidenza, d’amore ». P . FROGET, O. P .: De l’Habitation du Saint Esprit dans les àmes justes. Lethielleux, 1898; p. 184). – Eppure a chi predicava S. Paolo « il grande mistero » della presenza di Dio in noi mediante la grazia? Ai conciapelli di Efeso, agli scaricatori di Corinto, tutta gente non meno « sprofondata nella materia » di molti Cristiani dei nostri tempi, e le cui abitudini e idee pagane dovevano renderli più difficilmente accessibili all’intelligenza di « Dio in noi », di quello che non accade a noi, Cattolici di razza, figli e nipoti di battezzati. – Ma ammesso pure che non tutti i fedeli, almeno nella stessa misura, possano familiarizzarsi con questo concetto della divina presenza in noi, non potremmo supporre che molte anime religiose, o semplicemente ferventi, le quali aspirano all’intimità con Dio, rivolgendo la loro attenzione su questo fatto capitale, abbiano a trovarvi un vantaggio di molta importanza? L’abbiamo supposto; donde la ragione di queste pagine. – Molte anime generose si spossano in lunghi sforzi senza giungere a poggiare più in alto, perché invece di cercare la ragione della loro intimità, là dove si trova veramente, cioè nel dogma più bello, più fondamentale della Religione, la cercano nel sentimento, o in pratiche accessorie (Altra difficoltà: il pericolo, per le anime, di confondere l’Abitazione divina con certe dottrine eterodosse, venute fuori dal modernismo [l’antico Panteismo gnostico riciclato dal modernismo ed oggi dal post-modernismo del novus ordo, l’antichiesa vaticana – ndr. -], e che tendono a sopprimere Dio, o a deificare l’uomo. Noi abbiamo Impugnato questa obiezione nella Revue Pratique d’Apologétique 1 e 16 giugno 1914: «Notre temps et l’intelligence de l’état de grace»). – S. Bernardo, per fare comprendere a queste anime il loro inganno, commenta quello che accadde al sepolcro a Maria Maddalena. Cerchiamo Dio dove non si trova, o piuttosto, non lo cerchiamo là, dove in modo speciale si trova; ecco l’origine di tanti indugi e lamenti. « Donna, tu piangi? Chi cerchi? Tu possiedi Colui che cerchi e l’ignori! Tu l’hai e piangi? Lo cerchi fuori di te, eppure Egli si trova dentro di te. Ritta accanto al sepolcro, sei tutta in lagrime; perché? Dove sono Io? Ma Io sono in te — mens tua monumentum meum est. — Io riposo là dentro, non morto, ma eternamente vivo. Tu stessa sei il mio giardino. Hai ben giudicato appellandomi giardiniere. Novello Adamo, anch’Io ho in custodia un Paradiso. Il mio officio è lavorare a far nascere in questo giardino, che è l’anima tua, messi abbondanti di desideri. In qual modo? Tu mi hai, mi possiedi in te, e l’ignori? — habes me intra te et nescis? — Ecco perché mi cerchi fuori. Ebbene, eccomi. Io ti apparisco fuori, ma per ricondurti dentro — ut te intus reducam. — Proprio qui tu mi troverai… Ah! io non sono assente e lontano, come t’immagini; ti sono molto vicino. Dimmi, che cosa è più vicino a qualcuno che il proprio cuore? Coloro che mi trovano, mi trovano appunto nel loro cuore, perchè Io risiedo là dentro — lllic intus invenior, a quibuscumque inveniorDeliciæ ejus esse cum filiis hominum. Mulier, quid ploras, quem quæris? Habes quem quæris, ignores? Habes intus, quem foris inquiris. Vere stas ad monumentum foris plorans? Mens tua monumentum meum est. Ibi non mortuus, sed in æternum requiesco vivens. Mens tua, hortus meus est. Bene existimasti, quia hortulanus sum… Habes me intra te et nexcis, ideo foras quæris… Ecce et foras apparebo ut te intus reducam et invenias intus quem foris quæris… Non longe a te sum. Quid propinquius homini quam cor suum? Illic intus invenior a quibuscumque invenior ». – In passionem et resurrectionem Domini, sermo XV). – Evitando tutto ciò che nell’esposizione della dottrina potrebbe essere oggetto di controversia, procureremo di spiegare nella maniera più chiara possibile, a vantaggio di tutte le anime desiderose di condurre una vita veramente cristiana, in che cosa consista la Presenza e l’Abitazione di Dio in noi (1).

 (1) Per lo svolgimento teologico e patristico, e una più profonda intelligenza di alcuni punti della nostra trattazione, rimandiamo ad alcune opere di un interesse speciale in materia. Oltre CORNELIO A LAPIDE (Commentario su S. Paolo), e PETAU (de Trinitate) inaccessibili forse alla maggior parte dei lettori, rammentiamo: BELLAMY: La Vie Surnaturrlle; NOUET: Le chrétien dans ses rapports avec la Très Sainte Trinité; TERRIEN: La Gràce et la Gloire; RAMIERE: La Divinisation du chrétien; DE SMET: Notre vie surnaturelle;. FROGET. O. P.: De l’Habitation du Saint Esprit dans les Ames justes; M.gr DE SÉGUR (con le correzioni che indicheremo) (*): Gesù vivente in noi; il P. FOCH: Catechism de la vie interieure; SAUVÉ: Elèvations Dogmatiques, t. VI.

(*) Tutte le opere summenzionate, tradotte, saranno di prossima nostra pubblicazione – ndr.-

CAPO II.

L’ordine soprannaturale.

Dio non ha crealo l’uomo solamente con un corpo e un’anima.

La definizione dell’uomo: animale ragionevole, corrisponde alla realtà filosofica, ma non alla realtà storica. L’uomo, tale quale Dio lo ha fatto, tale quale Dio lo ha costituito, è più che un uomo, è un uomo piùqualche cosa. – Noi ci studieremo di spiegare questo « qualche cosa ». – Quando Dio vuole creare un essere, si fa un dovere di conferirgli tutto ciò che lo costituisce nella sua natura. Ammettiamo che Dio crei un albero. Dio dovrà dargli tutto quello che sarà necessario affinché l’albero sia realmente un albero. Se Dio, dopo aver crealo l’albero, volesse aggiungergli qualche cosa che non gli appartiene, come sarebbe la facoltà di spostarsi: questo « qualche cosa » non potrà dirsi dovuto per natura, ma eccedente la natura, cioè soprannaturale. – Se Dio crea un animale, deve a quest’animale ciò che lo costituisce nel suo essere proprio. Dovrà forse in seguito conferirgli qualcosa di più? No. Ma se mai gliela conferisce, ciò sarà un mero favore. Se a un cavallo o ad un cane Dio desse la ragione, questa facoltà sopraggiunta, potrà considerarsi come eccedente la natura di quel cavallo o di quel cane, e quindi, in un senso molto vero, soprannaturale(1(1) Notiamo subito la terminologia in uso: preternaturale si dice quello che eccede una data natura; soprannaturaleciò che è specificamente divino, e che eccede qualsiasi natura creata).Fin qui, pure supposizioni. Entriamo ora nell’ordine dei fatti. Dio vuol creare l’uomo: gli deve in conseguenza (o meglio Dio deve a se stesso) tuttociò che lo costituisce nella vera natura d’uomo, e nulla più: dunque, un corpo, un’anima e niente altro. La Rivelazione c’insegna che Dio, creando l’uomo, come se ancora non fosse soddisfatto dell’opera sua, sotto l’impressione, per così dire, di un secondo slancio del suo amore infinito, aveva voluto aggiungere qualcosa di più ai doni meravigliosi che costituivano l’uomo nella sua natura.Un corpo, un’anima; sta bene: l’uomo vi è tutto intero. Ma in questa creazione, Dio non è tutto intero. Egli ha realizzato il suo piano; ma non ha esaurito il suo amore. Secondo Lui non ha dato abbastanza. Vuol dare di più. L’uomo non sarà solo un uomo. Sarà corpo e anima,sì; ma sarà anche qualcosa di più. Dio stabilisce di farlo partecipe della sua vera vita, della sua vita divina. L’uomo, restando uomo, sarà chiamato, fin da questa terra, a vivere della vita di Dio, per potere più tardi, in cielo, viverne pienamente, definitivamente; in modo limitato, è vero, ma senza velo; e il mistero consisterà forse meno nel fatto che l’uomo sia ammesso a porre un atto divino (quello di vedere Dio, come Dio si vede in se stesso) che non nel fatto che ponga quest’atto divino e tuttavia rimanga uomo.D’altronde le difficoltà importano poco. Voglio dire che esse formano l’oggetto dello studio del teologo, ma non di chi solo voglia fondare sul dogma la sua vita spirituale. E queste stesse difficoltà manifestano meglio l’immenso amore che Dio ebbe per noi. Noi eravamo sul punto di ringraziarlo in modo singolare.Questi privilegi splendidi (e anche altri di ordine temporale e sensibile, come la facoltà di non essere soggetti al dolore e alla morte), Dio li aveva connessi con l’osservanza fedele dei suoi ordini. Il conseguimento della vita divina era subordinato a un atto d’obbedienza del primo uomo. Dio, così, non lasciava di essere infinitamente buono. Nella sua bontà ci porgeva anzi l’occasione di meritare ciò che da parte sua era un puro favore. Adamo disobbedisce. Tutto è perduto. Esseri sensibili quali siamo, noi sentiamo di più la scomparsa dei doni sensibili. Noi quindi soffriamo E quanto!Ormai siamo condannati alla morte. Il fatto principale, il solo veramente essenziale è che tutti i nostri tesori divini ci furono rapiti, e siccome Dio ce li aveva dati a questa condizione, che il loro possesso o il loro rifiuto fosse per noi una sorgente di vita o di morte, perderli, importava l’inferno senza pietà, senza perdono. Dio non creò l’uomo e il soprannaturale nell’uomo con due atti distinti della sua potenza. No. Ma con unico atto, d’un solo colpo fece l’uomo soprannaturale. Quindi l’uomo vedrebbe Dio faccia a faccia, custodendo i suoi tesori di vita divina; ovvero cacciando Dio da sé, egli verrebbe cacciato da Dio, per sempre. Ecco la legge. – Or l’uomo pur conoscendo questo, preferì, da stolto, perdere la sua vita divina: ed ecco il peccato originale. Senza dubbio, Dio, in punizione, abbandonerà l’uomo a se stesso. – Il peccato originale — e in genere, sotto questo aspetto, ogni peccato mortale, — secondo un’espressione scultoria di S. Agostino, consiste in ciò, che l’uomo accetta di non essere altro che un semplice uomo: Per peccatum, homo fit tantum homo. L’uomo, animale ragionevole, per soddisfare un suo capriccio, rigetta i doni divini, la sua soprannatura; — amputato della parte più bella del suo essere, del tesoro che lo rende non solo cosa di Dio, ma amico di Dio e suo figliuolo, in un attimo perde, per la vita presente e per la futura, tutti i favori, tutte le ricchezze racchiuse in questo tesoro che egli possedeva. Si suol dire l’uomo decaduto. E difatti, che caduta tremenda! L’uomo sarà dunque abbandonato da Dio alla miseria di non essere altro che unuomo? E poiché Adamo ha rinunziato volontariamente ai suoi doni divini, il Creatore promulgherà il decreto di condanna eterna, senza lasciare né a lui, né ai suoi posteri, alcuna possibilità di riscatto? – Noi non conosciamo Dio! Non sappiamo quale misericordia infinita lo inclini verso l’uomo, prevaricatore nella persona di Adamo, e dopo Adamo, attraverso i secoli, così meschino, così miserabile, così poco degno delle attenzioni divine, anche fra quei popoli che Dio aveva prediletto, nell’Antico e nel Nuovo Testamento! – Abituati come siamo alla Redenzione, Gesù Cristo, (quando non ci sembra un personaggio del tutto insignificante e di cui non bisogna tener conto, ci appare come un uomo perfettamente normale, non del tutto straordinario, venuto, così si pensa presso a poco, per suo piacere, o almeno per sua fantasia; come un uomo quasi, la cui venuta, noi, gente senza macchia, meritavamo. – Il soprannaturale ci pare cosa naturalissima. E non vediamo quale enorme splendore si racchiuda nella Redenzione; quale anormalità prodigiosa presenti un personaggio come Gesù Cristo. Se riflettessimo solo un istante, vedremmo che l’opera del nostro riscatto, compiuta da Dio medesimo, meriterebbe da parte nostra un’ammirazione senza fine e continui ringraziamenti. – Noi avevamo perduto tutto. Dio ci rende tutto ciò che avevamo perduto. Noi restiamo freddi. Che indifferenza incredibile! Senza dubbio vi è una difficoltà. Ciò che abbiamo sempre visto a un modo, ci fa pensare che non poteva essere altrimenti. Chi di noi, essendo fanciullo, pensò mai che le circostanze della sua nascita potevano essere assai diverse: che in luogo delle rive della Senna, per esempio, o della Loira, potevano toccarci in sorte le rive del fiume Giallo o quelle del Congo? I doni soprannaturali, in mezzo ai quali siamo nati, ci sembrano anch’essi un ornamento che ci spetta, le cui parti già preparate, si sono connesse senza difficoltà, in virtù di non so quale armonia prestabilita e tutta meccanica. – Ma noi avremmo potuto benissimo non avere un Salvatore! La Redenzione non è una parte obbligatoria di un ornamento necessario. Commesso il peccato originale, poteva benissimo accadere che nessuno venisse in nostro soccorso e quindi non avessimo un Gesù Cristo; una volta perduti, si sarebbe potuto essere perduti per sempre. Lucifero peccò. Per lui non vi fu Redenzione. Gli angeli cattivi si ribellano, Dio li abbandona per sempre alla loro condanna. Perché dunque Dio ha voluto salvare noi? Come noi, Lucifero e i demoni non avevano commesso che un solo peccato; Dio non li salva. Ma salva noi. Quelli erano puri spiriti, noi nature inferiori, cioè spirito unito al corpo. Dio salva noi e danna i demoni. E chi mai si prende pensiero di questo, per così dire, capriccio di Dio? Noi, gli ultimi della famiglia, troviamo grazia presso Dio. E, invece, per i nostri fratelli maggiori, più nobili, più belli di noi, la cui colpa sembra meno grave, le circostanze, se non altro, meno puerilmente desolanti, nessuna remissione. Bisogna confessare che Dio ha avuto per noi un amore di preferenza! – Appena creati ci arricchisce di doni meravigliosi che non ci spettavano punto. Noi perdiamo tutto… E Dio — che abbandona alla colpa altre creature più privilegiate di noi per natura, — pensa unicamente a renderci tutto quello che abbiamo perduto! – Ma allora che cosa sono mai questi doni meravigliosi? Certamente devono costituire un tesoro magnifico agli occhi di Dio, se Egli — per farci rientrare nel loro possesso — determina e sceglie un piano meraviglioso, quello della Redenzione!

[1 – Continua]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/12/12/dio-in-noi-2/