DOMENICA II DI AVVENTO (2019)

DOMENICA II DI AVVENTO (2019)

Stazione a S. Croce in Gerusalemme.

Semid. Dom. privil. Il cl. – Paramenti violacei.

Tutta la liturgia di questo giorno è piena del pensiero di Isaia, (nome che significa: Domini Salus: Salvezza del Signore), che è per eccellenza il profeta che annuncia l’avvento del regno del Cristo Redentore. Egli predice, sette secoli prima, che «una Vergine concepirà e partorirà l’Emanuele »  — che Dio manderà «il suo Angelo, — cioè Giovanni Battista — per preparare la via avanti a sé (Vang.) e che il Messia verrà, rivestito della potenza di Dio stesso,(I e III antif. dei Vespri) per liberare tutti i popoli dalla tirannia di satana. « Il bue — dice ancora il profeta Isaia — riconosce il suo possessore e l’asino la stalla del suo padrone; Israele non m’ha riconosciuto: il mio popolo non m’ha accolto » (I Dom. 1° Lez,) — « Il germoglio di Jesse — continua — s’innalzerà per regnare sulle nazioni » (Ep.) e « i sordi e i ciechi che sono nelle tenebre (cioè i pagani) comprenderanno le parole del libro e verranno » (Vang.). Allora la vera Gerusalemme (cioè la Chiesa) « trasalirà di gioia » (Com.) perché i popoli santificati da Cristo vi accorreranno (Grad. All). Il Messia — spiega Isaia — « porrà in Sion la salvezza e in Gerusalemme la gloria » — « Sion sarà forte perché il Salvatore sarà sua muraglia e suo parapetto » cioè il suo potente protettore. Così la Stazione è a Roma, nella Chiesa detta di S. Croce in Gerusalemme, perché vi si conservava una grossa parte del legno della Santa Croce, mandata da Gerusalemme a Roma quando fu ritrovata.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

 Introitus

Is XXX: 30.
Pópulus Sion, ecce, Dóminus véniet ad salvándas gentes: et audítam fáciet Dóminus glóriam vocis suæ in lætítia cordis vestri. [Popolo di Sion, ecco il Signore verrà a salvare tutte le genti: il Signore farà udire la gloria della sua voce inondando di letizia i vostri cuori.]
Ps LXXIX:2
Qui regis Israël, inténde: qui dedúcis, velut ovem, Joseph.
[Ascolta, tu che reggi Israele, tu che guidi Giuseppe come un gregge.]

Pópulus Sion, ecce, Dóminus véniet ad salvándas gentes: et audítam fáciet Dóminus glóriam vocis suæ in lætítia cordis vestri. [Popolo di Sion, ecco il Signore verrà a salvare tutte le genti: il Signore farà udire la gloria della sua voce inondando di letizia i vostri cuori.]

Oratio

Orémus.
Excita, Dómine, corda nostra ad præparándas Unigéniti tui vias: ut, per ejus advéntum, purificátis tibi méntibus servíre mereámur:
[Eccita, o Signore, i nostri cuori a preparare le vie del tuo Unigenito, affinché, mediante la sua venuta, possiamo servirti con anime purificate:]

Lectio

Lectio Epístolæ beáti Pauli Apostoli ad Romános.
Rom XV:4-13.
Fatres: Quæcúmque scripta sunt, ad nostram doctrínam scripta sunt: ut per patiéntiam et consolatiónem Scripturárum spem habeámus. Deus autem patiéntiæ et solácii det vobis idípsum sápere in altérutrum secúndum Jesum Christum: ut unánimes, uno ore honorificétis Deum et Patrem Dómini nostri Jesu Christi. Propter quod suscípite ínvicem, sicut et Christus suscépit vos in honórem Dei. Dico enim Christum Jesum minístrum fuísse circumcisiónis propter veritátem Dei, ad confirmándas promissiónes patrum: gentes autem super misericórdia honoráre Deum, sicut scriptum est: Proptérea confitébor tibi in géntibus, Dómine, et nómini tuo cantábo. Et íterum dicit: Lætámini, gentes, cum plebe ejus. Et iterum: Laudáte, omnes gentes, Dóminum: et magnificáte eum, omnes pópuli. Et rursus Isaías ait: Erit radix Jesse, et qui exsúrget régere gentes, in eum gentes sperábunt. Deus autem spei répleat vos omni gáudio et pace in credéndo: ut abundétis in spe et virtúte Spíritus Sancti.

 “Tutte le cose che furono già scritte, furono scritte per nostro ammaestramento, affinché per la pazienza e per la consolazione delle Scritture noi manteniamo la  speranza. Il Dio poi della pazienza e della consolazione vi conceda di avere un medesimo sentimento fra voi, secondo Gesù Cristo. Affinché di pari consentimento, con un sol labbro, diate gloria a Dio, Padre del Signor nostro Gesù Cristo. Il perché accoglietevi gli uni gli altri come Gesù Cristo ha accolto voi a gloria di Dio. E veramente io affermo, Gesù Cristo essere stato ministro della circoncisione per la veracità di Dio, per mantenere le promesse fatte ai patriarchi: i gentili poi glorificare Iddio per la misericordia, siccome sta scritto: Per questo io ti celebrerò fra le nazioni e inneggerò al tuo nome. E altrove: Rallegratevi, o genti, col suo popolo. E ancora: “Quante siete nazioni, lodate il Signore, e voi, o popoli tutti, celebratelo. E Isaia dice ancora: Vi sarà il rampollo di Jesse e colui che sorgerà a reggere le nazioni, e le nazioni spereranno in lui. Intanto il Dio della speranza vi ricolmi di ogni allegrezza e pace nel credere, affinché abbondiate nella speranza per la forza dello Spirito santo. ,, (Ai Rom, XV, 4-13). –

L’intenzione di s. Paolo in questa lettera è di far essere certe controversie domestiche, che lo spirito di gelosia aveva suscitate tra i Giudei ed i Gentili convertiti alla fede. Quelli si gloriavano delle promesse che Dio aveva fatto ai lor padri, di dare il Salvatore, che sarebbe della loro nazione; questi rimproveravano ai Giudei la manifesta ingratitudine della quale si eran fatti colpevoli uccidendo il loro Redentore. S. Paolo dimostra agli uni come agli altri che essi devono tutto alla grazia ed alla misericordia del Salvatore.

Perché Dio è chiamato il Dio della pazienza, delia consolazione e della speranza?

Perché fa sua longanimità verso i peccatori lo determina ad aspettare la loro conversione con pazienza; perché  da Lui viene questa consolazione interiore che sbandisce ogni pusillanimità; e fa insieme trovar gaudio nelle croci; perché Egli è che ci dà la speranza di pervenire, dopo questa vita a godere Lui stesso.

Aspirazione. O Dio di pazienza, di consolazione e speranza, fate che una perfetta rassegnazione al vostro santo volere versi la gioia e la pace nei nostri cuori, e che la Fede, la Speranza e la Carità ci rechino, con la pratica delle buone opere, al possedimento del bene a cui fummo creati, e che ci attende nell’eternità, se adempiremo fedelmente le condizioni alle quali ci è stato promesso.

Graduale

Ps XLIX: 2-3; 5
Ex Sion species decóris ejus: Deus maniféste véniet,
V. Congregáta illi sanctos ejus, qui ordinavérunt testaméntum ejus super sacrifícia.
[Da Sion, ideale bellezza: appare Iddio raggiante.
V. Radunategli i suoi santi, che sanciscono il suo patto col sacrificio. Alleluia, alleluia.]

Alleluja

Allelúja, allelúja,
Ps CXXI: 1
V. Lætátus sum in his, quæ dicta sunt mihi: in domum Dómini íbimus. Allelúja.
[V. Mi sono rallegrato in ciò che mi è stato detto: andremo nella casa del Signore. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthaeum.
R. Gloria tibi, Domine!
Matt. XI:2-10

In illo tempore: Cum audísset Joánnes in vínculis ópera Christi, mittens duos de discípulis suis, ait illi: Tu es, qui ventúrus es, an alium exspectámus ? Et respóndens Jesus, ait illis: Eúntes renuntiáte Joánni, quæ audístis et vidístis. Cæci vident, claudi ámbulant, leprósi mundántur, surdi áudiunt, mórtui resúrgunt, páuperes evangelizántur: et beátus est, qui non fúerit scandalizátus in me. Illis autem abeúntibus, coepit Jesus dícere ad turbas de Joánne: Quid exístis in desértum vidére ? arúndinem vento agitátam ? Sed quid exístis videre ? hóminem móllibus vestitum ? Ecce, qui móllibus vestiúntur, in dómibus regum sunt. Sed quid exístis vidére ? Prophétam ? Etiam dico vobis, et plus quam Prophétam. Hic est enim, de quo scriptum est: Ecce, ego mitto Angelum meum ante fáciem tuam, qui præparábit viam tuam ante te. 

Omelia I

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE II.

 “In quel tempo avendo Giovanni udito nella prigione le opere di Gesù Cristo, mandò due de’ suoi discepoli a dirgli: Sei tu quegli che sei per venire, ovvero si ha da aspettare un altro? E Gesù rispose loro: Andate, e riferite a Giovanni quel che avete udito e veduto. I ciechi veggono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti risorgono, si annunzia ai poveri il Vangelo; ed è beato chi non prenderà in me motivo di scandalo. Ma quando quelli furono partiti, cominciò Gesù a parlare di Giovanni alle turbe: Cosa siete voi andati a vedere nel deserto? una canna sbattuta dal vento? Ma pure che siete voi andati a vedere? Un uomo vestito delicatamente? Ecco che coloro che vestono delicatamente, stanno ne’ palazzi dei re. Ma pure cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico io, anche più che profeta. Imperocché questi è colui, del quale sta scritto: Ecco che io spedisco innanzi a te il mio Angelo, il quale preparerà l a tua strada davanti a te” (Matt. XI, 2-10).

Il divin Figliuolo incarnatosi e fattosi uomo per nostro amore non lasciò di essere vero Dio; e per conseguenza tutti gli insegnamenti, che uscirono dalla sua bocca nel corso della sua vita mortale, sono tutti insegnamenti divini. È questa una delle verità fondamentali di nostra santa Religione, alla quale importa, che noi prestiamo tutto l’assenso della nostra fede, se vogliamo essere veri credenti, figliuoli di Dio e della Santa Chiesa cattolica. E tanto più importa, che noi in questi tempi manteniamo viva e ferma la nostra credenza in questa capitalissima verità, in quanto che anche in questi tempi sciaguratamente abbondano degli empì, i quali, pur facendosi malignamente a lodare l’ingegno, la bontà, la grandezza di Gesù Cristo, si studiano tuttavia in modo veramente diabolico di strappare dalla sua testa la corona della sua Divinità. Ora, a me pare che il Vangelo di questa mattina ci faccia appunto conoscere:

1° quanto importi di credere fermamente nella Divinità di nostro Signor Gesù Cristo e de’ suoi santissimi insegnamenti;

2° quale sia la ragione precipua, su cui si ha da basare questa nostra fede:

3° con quali mezzi riusciremo facilmente a mantenerla ed accrescerla in cuor nostro. State attenti.

1. Qualche tempo prima che il Salvatore uscisse di Nazaret per cominciare la sua vita pubblica, sulle rive del Giordano comparve un uomo straordinario. Egli menava una vita austera; portava un rozzo e grossolano vestimento; non si cibava che di locuste e miele selvatico; e predicava con grande ardore la penitenza. Era S. Giovanni Battista. Aveva egli ricevuto da Dio la missione di preparare gli uomini a ben ricevere il divin Redentore, che stava per dar principio alla sua predicazione, e rendere così, come osserva S. Giovanni Evangelista, testimonianza della Divinità di Gesù Cristo. E molti accorrendo ad udire le sue prediche, commossi e pentiti dei loro peccati, si convertivano e ricevevano il suo battesimo. Anzi non pochi di costoro, animati dalla santità della vita, che S. Giovanni menava, si facevano suoi discepoli, cercando di imitarlo nella sua penitenza. Tuttavia erano ben lungi dall’avere la perfezione del loro maestro. Ed in vero avendo il divin Redentore cominciata la sua vita pubblica, e con la sua predicazione, e co’ suoi esempii, e coi suoi miracoli essendosi ancor Egli guadagnati molti seguaci, i discepoli di Giovanni Battista furono presi da una secreta invidia contro del divin Salvatore, poiché non riconoscendolo ancora per il Messia, avrebbero desiderato che nessuno fosse maggiore e stimato di più del loro maestro. È bensì vero che Giovanni Battista aveva già detto ripetutamente che il Messia era venuto, che desso viveva in mezzo ai Giudei, benché essi non lo conoscessero, che era l’Agnello di Dio, Colui che toglie i peccati del mondo, e che in quanto a lui osava appena chiamarsi l’amico dello sposo e che non era degno di sciogliere i legacci delle sue scarpe. Tuttavia i suoi discepoli non vi prestavano fede. L’austerità della sua vita, la grandezza delle sue virtù, la gagliardìa della sua parola facevano impallidire dinnanzi ai loro occhi la figura di Gesù, che era tanto più dolce e che avevano appena intraveduto di lontano. Ed ecco il perché non potevano sentirne a parlare senza provarne gelosia e persino senza muovere dei lamenti e fare delle critiche sopra di Gesù Cristo e de’ suoi seguaci. Ma in quel tempo S. Giovanni era stato messo in prigione da Erode Antipa, perché aveva avuto il coraggio di rimproverarlo della sua vita peccaminosa. E la prigione, in cui era stato rinchiuso, si trovava in una fortezza assai considerevole, chiamata Machera, costruita all’estremità della Perea. Ivi venivano per trovarlo i suoi discepoli e facilmente ottenevano licenza di vederlo e di intrattenersi con lui. Ora, in una di queste visite avendo essi parlato a Giovanni, forse con non poco astio, delle opere meravigliose. che andava compiendo Gesù Cristo, fu allora che S. Giovanni si decise ad un grande atto, a convincere cioè i suoi discepoli, che Gesù Cristo era veramente il Figliuol di Dio incarnato, il Messia promesso fin dal principio del mondo. E che fece egli a questo fine? Ce lo dice il Vangelo di oggi: In quel tempo avendo Giovanni udito nella prigione le opere di Gesti Cristo, mandò due dei suoi discepoli a dirgli: Sei tu quegli che sei per venire, ovvero si ha da aspettare un altro?  Dalle quali parole non abbiamo neppure menomamente a supporre, che S. Giovanni dubiti egli della missione e della Divinità del Salvatore. Ed invero, poiché egli, avendolo battezzato, aveva pur visto lo Spirito Santo discendere sopra il suo capo; poiché l’aveva egli stesso designato, a parecchie riprese, quale Agnello di Dio, poteva ancora mostrare la menoma esitazione a questo riguardo? Oh per certo vivissima e fermissima era la sua fede in Gesù Cristo! Mai suoi discepoli invece, di questa fede mancavano ancora affatto. Ed erano giovani, ardenti, pieni di entusiasmo per lui, acciecati dall’amore, che gli portavano, tali insomma, che anche dopo la sua morte difficilmente si sarebbero dati a credere nella Divinità di Gesù Cristo ed a seguirlo. Non ignorando adunque S. Giovanni come quanto prima avrebbe perduta la vita, e d’altra parte riconoscendo l’importanza suprema pe’ suoi discepoli e per tutti gli uomini di credere a Gesù Cristo nostro Dio ed ai suoi divini insegnamenti, con un’accondiscendenza piena di carità piglia sopra di sé il dubbio dei suoi discepoli e li manda così al Figliuol di Dio, perché si mettano in relazione con la sua persona, perché ascoltino la sua predicazione, siano testimoni dei suoi miracoli e si convincano, che Egli compie realmente tutte le opere, che deve compiere il Messia: opera Christi; ecredano ancor essi vivamente e fermamente allasua Divinità. Non gli importa punto, che per tal guisa Gesù Cristo cresca ed egli diminuisca nella estimazione del mondo; anzi è tutto ciò, che ardentemente desidera; questa è la consolazione, acui anela sul limitare della sua tomba, vedere tutti i suoi discepoli, senza eccezione alcuna, farsi credenti in Gesù Cristo e discepoli di Lui. Or non è egli vero, o miei cari, che S. Giovanni per tal modo ci apprende l’importanza di raffermarci sempre più nella fede di questa verità capitale di nostra santa Religione, la Divinità di nostro Signor Gesù Cristo e dei suoi santi insegnamenti?

2. Ma il Vangelo di oggi, dopo di averci dato nell’agire del Battista un tale ammaestramento, ci fa pur conoscere, su quale precipua ragione dobbiamo noi basare e raffermare una tal fede. Difatti prosegue nel dire, che a quei due discepoli, inviati da Giovanni a Gesù, egli rispose: Andate e riferite a Giovanni quel che avete udito e veduto. I ciechi veggono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti risorgono, si annunzia ai poveri il Vangelo. Ed è beato chi non prenderà in me motivo di scandalo. Notate adunque: alla domanda dei discepoli di Giovanni, il divin Redentore, che ben conosceva le sante intenzioni del suo Precursore, non risponde punto direttamente: Sì, Io sono il Messia, da quaranta secoli promesso ed aspettato. E d’or innanzi cessate di desiderare, cessate di sperare; avete in me quel Figliuolo di Dio, che compie tutta la vostra speranza e realizza tutti i vostri desideri. No, il Salvatore non tiene questo linguaggio, che senza dubbio non avrebbe convinto i discepoli a lui spediti; ma per far loro conoscere la verità si appiglia ad un’altra risposta, che fu ad un tempo la più prudente, la più modesta e la più convincente, che loro si potesse dare. Essendo Egli circondato da poveri, da ammalati, da fanciulletti con le loro madri, ed avendo già cominciato, prima ancora che gli inviati di Giovanni arrivassero, a benedire gli uni, a guarire gli altri, a dare a tutti consolazione, continuò dopo l’arrivo e la domanda di quelli, sotto ai loro stessi occhi, ad operare prodigi, risanando molti dalle loro malattie e dalle loro piaghe, cacciando gli spiriti maligni dagli ossessi, donando la vista ai ciechi e l’udito ai sordi, raddrizzando degli storpi e dicendo a tutti i poverelli, che lo circondavano, parole di vita eterna.Compiute queste opere divine, il divin Redentore condusse invincibilmente quei discepoli di Giovanni a questa conclusione: Non v’ha che un Dio, che possa compiere siffatte meraviglie; non v’ha che un Dio, il quale possa agire così, epperò questo Gesù, che così opera, è veramente Dio. Difatti essendo i miracoli un’eccezione all’ordine della natura reclamano per autore l’Autore stesso della natura. Essendo fatti soprannaturali, devono avere per causa un Essere soprannaturale. Essendo operazioni, che trascendono le forze create, esigono una forza increata, onnipotente, che li possa produrre. I miracoli insomma richiedono altamente Iddio per autore, Colui, cioè, « che solo fa grandi meraviglie » (Salm. XXXV, 4) e che, essendo il Signore e Padrone della natura, ne può momentaneamente sospendere ed alterare il corso ordinario. Gesù Cristo pertanto, che di sua propria virtù aveva operato strepitosi miracoli alla presenza di quei discepoli di S. Giovanni Battista, doveva essere dai medesimi riconosciuto e creduto per Dio. Osservate però, almen di passaggio, che dissi i miracoli di Gesù Cristo per confermare la sua Divinità essere stati da Lui operati di sua propria virtù, perché nessuno tragga la falsa conseguenza, che si dovrebbe riconoscere come Dio chiunque operi dei miracoli. Perciocché anche gli Apostoli e molti altri Santi operarono dei miracoli, ma tra i miracoli dei Santi e quelli di Gesù Cristo corre appunto questo divario, che i miracoli del Redentore furono da Lui operati per sua propria virtù e possanza e per provare quello che diceva di se stesso, affermandosi Dio, mentre invece i miracoli degli Apostoli e dei Santi furono e sono operati nel nome di Dio, cioè per l’intervento della sua virtù e possanza divina e per manifestazione della stessa, o per confermare la verità di quello che Gesù Cristo affermò di se stesso ed insegnò agli uomini. Ciò osservato, non vedete adunque, o miei cari, come Gesù Cristo stesso ci apprende, che una delle ragioni principali, su cui dobbiamo raffermare la nostra fede nella sua Divinità, sono propriamente gli strepitosi miracoli, che a tal fine operò Egli e fece in seguito operare da’ suoi Apostoli? Senonchè, domanderà qualcuno di voi, è proprio certo, che Gesù Cristo e gli Apostoli operarono dei miracoli a conferma della Divinità di Lui e dei suoi santi insegnamenti? Certissimo. Basta leggere i Vangeli, gli Atti Apostolici, le storie ecclesiastiche per trovarne in un numero sì grande da restarne meravigliati. Gesù Cristo ne operò di ogni sorta, sugli infermi risanandoli da ogni languore, sui morti risuscitandoli in vita, sul mare e sui venti burrascosi acquietandoli all’istante, su pochi pesci e pochi pani moltiplicandoli per saziare migliaia di persone. E più cospicuo d’ogni altro fece quello della sua risurrezione, che, al dire di S. Paolo, basta da se solo a costituire il fondamento della fede nostra. Gli Apostoli poi, i discepoli di Gesù Cristo e i loro successori fecero ancor essi tali e tanti miracoli da sembrare, come dice S. Agostino, d’aver compiute opere più meravigliose di quelle operate dallo stesso Redentore. E questi miracoli furono così realmente operati e per tal guisa divulgati, che i nemici stessi della fede cristiana, gli ebrei ed i gentili non ardirono di negarli, ma, ammettendoli pienamente, si accontentarono di attribuirli ad arte magica, come fecero, tra gli altri, Giuliano l’apostata, Gerocle, Svetonio, Celso e Porfirio. Epperò ben con ragione Tertulliano poteva dire: Non mi appello ai Vangeli, ma ricorrete pure, o Romani, ai vostri archivi, e voi, o Ebrei, leggete le vostre memorie; a queste m’appello per comprovarvi i miracoli di Gesù Cristo e degli Apostoli.D’altronde la stessa rapidissima propagazione della fede nella Divinità di Gesù Cristo e della sua dottrina è uno dei più invincibili argomenti per attestare, che dopo Gesù Cristo gli Apostoli ancor essi fecero dei miracoli. Se gli Apostoli non ne avessero fatti, dice Origene, il mondo non avrebbe giammai prestato fede alla loro parola, giammai sarebbesi convertito alla loro predicazione. Ed invero gli Apostoli non erano altro che dodici rozzi pescatori giudei, senza ricchezze, senza forza, senza autorità, senza aderenze, contrariati nel loro disegno da principi, sacerdoti pagani e filosofi. Essi predicavano un Dio crocifisso e la sua morale, che intima la guerra alle malvagie passioni; che proclama beati i poveri, i casti, gli umili, coloro, che sono perseguitati e che piangono. Eppure la fede, che predicavano, si stabilì e diffuse con tale rapidità, che Tertulliano nel secondo secolo poteva già esclamare: « Noi non siamo che di ieri e già riempiamo, o Romani, le vostre città, le vostre isole, i vostri castelli, i vostri villaggi, i vostri campi, le vostre tribù, le vostre decurie, i vostri palazzi, il vostro senato, il vostro foro; non vi lasciamo che i vostri templi; se noi ci separassimo da voi, vi puniremmo, tanta è la solitudine, che si farebbe dintorno a voi ». Quindi è che bene a ragione S. Agostino col suo celebre dilemma così stringeva gli assalitori di nostra, fede: « O la fede fu propagata coi miracoli, e per ciò stesso si rivela divina; o fu propagata senza miracoli, e questo sarebbe il massimo dei miracoli ». E Dante (Parad. XXIV), togliendone da lui il pensiero:

Se il mondo si rivolse al Cristianesmo,

diss’io, senza miracoli, quest’uno

È tal, che gli altri non sono il centesmo.

Al cospetto adunque dei tanti miracoli operati da Gesù Cristo e dagli Apostoli, per comprovare la Divinità di Lui e della sua dottrina, devesi raffermare la nostra fede e, benché in Lui e nella sua dottrina vi siano dei misteri per noi incomprensibili, dobbiamo tuttavia prestarvi umilmente e fermamente il nostro assenso, e così meriteremo anche noi l’elogio, che nello stesso Vangelo di oggi Gesù Cristo fece del vero credente: Et beatus est, qui non fuerit scandalizatus in me; ed è beato chi non prenderà in me motivo di scandalo,vale a dire, colui che non solo mi crede Dio nei miracoli, ma ancora in tutto il resto, anche nelle ignominie della mia passione e morte.

3. Finalmente nel Vangelo di oggi Gesù Cristo ci fa conoscere con quali mezzi, ossia con quali virtù, noi possiamo più facilmente riuscire a mantenere e crescere in noi la fede verso di Lui. Partiti che furono i discepoli di Giovanni, cominciò a dire di lui alle turbe: Che cosa siete voi andati a vedere nel deserto? Un canna sbattuta dal vento? Che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito delicatamente? Ecco che coloro che vestono delicatamente, stanno nei palazzi dei re. Ma pure che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico Io, anche piò che un profeta Imperocché questi è colui del quale sta scritto: Ecco che io spedisco innanzi a te il mio Angelo, il quale preparerà la tua strada davanti a te. – Con questo ultimo tratto del Vangelo Gesù Cristo fa spiccare due virtù caratteristiche di S. Giovanni Battista, che sono l’umiltà e la purità; anzitutto l’umiltà nell’esaltarlo, conforme a quello, che Egli disse: Chi si umilia, sarà esaltato (Luc. XIV, 11), ed in secondo luogo la sua purità col chiamarlo col nome di Angelo, non solo per riguardo alla sua missione, ma propriamente ancora per il suo grande amore alla castità, di cui fra breve sarebbe stato il glorioso martire. Ora poiché abbiamo riconosciuto in Giovanni Battista il Santo così sollecito della fede in Gesù Cristo e nei suoi insegnamenti, possiamo dall’elogio che Gesù Cristo ne fece, imparare altresì come le due virtù, che maggiormente ci possono giovare a raffermare e crescere in noi la fede, sono appunto l’umiltà e la purità. Le anime orgogliose non sono capaci di fede. Iddio resiste alle anime superbe, mentre invece comunica con abbondanza le sue grazie agli umili. E gli umili per mezzo dell’abbondanza delle grazie divine potranno sempre più raffermarsi nella fede, poiché una di queste specialissime grazie, che il Signore fa loro è quella di illuminarli sempre di più intorno alle verità della fede, per cui diventi ognor più forte l’adesione della loro anima alle medesime. È quello, che Gesù fece pure intendere in quella breve, ma bellissima preghiera: Confiteor libi, Pater, Domine cæli et terræ, quia àbscondisti hæc a sapientibtis et prudentibus, et revelasti ea parvulis: Io ti ringrazio,o Padre, Signor del cielo e della terra, perché hai tenute occulte queste cose, cioè le grandezze de’ miei misteri, ai sapienti ed ai prudenti del mondo, ele hai invece rivelate a coloro, che per la loro semplicità ed umiltà rassomigliano ai piccolini (Matt. XI, 25). – Ma insieme coll’umiltà ci vuole la purità. Quando un cuore è puro, candido, innocente facilmente si fida: ed è perciò, che un Cristiano di costumi illibati ripeterà mai sempre con una tranquillità e sicurezza ammirabile, la quale trionfa di qualsiasi scherno degli increduli: Scio, cui credidi (2. Tim. I, 12): So bene a chi presto fede. So che presto fede a un Dio, che di certo non si inganna, né inganna giammai. E per soprappiù riceve dalla grazia di Dio il medesimo rinforzo, che si riceve per l’umiltà, giacché Gesù Cristo ha parlato chiaro: Beati mundo corde, quoniam ipsi Deum videbunt(Matt. V, 8): Beati i mondi di cuore, perché vedranno Dio, non solo negli splendori del cielo, ma ancora qui sulla terra, nelle oscurità della fede, divenute per loro come trasparenti. Ma se invece il cuore è guasto, corrotto, impuro, allora la fede, se non lo è ancora del tutto, ne sarà quanto prima sbandita. Eh sì! Un Dio, che vede tutte le azioni e scruta persino le reni e i cuori, un Dio, che, se premia i buoni, castiga pure i cattivi, un Dio, che, se tiene apparecchiato il Paradiso ai primi, ha creato l’inferno per i secondi, sono verità troppo incomode per il sensuale. E per cacciar via i rimorsi, che lo colpiscono nel suo vivere disonesto, comincia dal dirsi: Ma? Ma?..„. Sarà poi vero questo? Sarà poi vero quello? E finisce per dire: No, non è vero, io ho letto…., io ho studiato…., io ho capito, che la fede cattolica non è che un ammasso di favole. Disgraziato!… L’incredulità è un guanciale assai comodo per la disonestà. Guardiamoci adunque, o carissimi, dalla superbia e dalla disonestà: amiamo e pratichiamo con ardore l’umiltà e la castità, ed allora potremo avere la certezza di conservare nel cuor nostro viva e ferma la fede. Al termine della vita avremo la gioia di poter dire a noi stessi: Fidem servavi in reliquo reposita et mihi corona(2. Tim. IV, 8): ho conservato la fede, non mi resta che andare a ricevere la corona della mia fedeltà, e di sentire nel cuore a risuonare la voce divina, che ci dirà: Fides tua te salvum fecit: La tua fede ti ha salvato (Marc. X, 52).

II OMELIA

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

DISCORSO PER LA II DOMENICA DELL’AVVENTO

Sopra la necessità della penitenza.

“Parate viam Domini, rectas facite semitas ejus”. Matth. III.

Preparare le strade del Signore, far conoscere agli uomini il Messia da tanti secoli aspettato a prender loro le disposizioni con cui il dovevano ricevere; tale fu, fratelli miei, il nobile impiego cui la divina provvidenza aveva destinato s. Giovanni Battista, e ch’egli adempì con tutto lo zelo di cui fu capace; fu quest’angelo inviato da Dio che convertir doveva molti de’ figliuoli d’Israele, che doveva precedere il Messia per guadagnargli i cuori e preparargli un popolo perfetto. Ma qual mezzo questo divin precursore insegnò ai popoli che l’ascoltavano, per disporsi a ricevere la grazia di salute che veniva loro presentata? Niun altro che la penitenza; questa era il soggetto ordinario delle sue prediche! Preparate, diceva loro le strade del Signore: rendete diritti i suoi sentieri, fate frutti degni di penitenza: Parate viam Domini, rectas facile semitas eius…, facite fructus dignos pænitentiæ (Matth. 5, Luc. 5). E perché  non ho io in quest’oggi, fratelli miei, la voce e le virtù del santo precursore per esortarvi sì efficacemente, come faceva egli, a disporvi con la penitenza alla venuta del Messia? Ilfigliuolo di Dio è venuto in questo mondo per apportarvi la salute; deve venire ancora per giudicare gli uomini sopra l’abuso che avranno l’atto delle grazie che ha loro meritate. Ora il mezzo di partecipare alle grazie del Salvatore e di preservarvi dai colpi della sua giustizia si è la penitenza; e perciò la Chiesa in questo santo tempo dell’Avvento ci mette innanzi agli occhi le due venute di un Dio Salvatore e di un Dio vendicatore; ci rappresenta S. Giovanni Battista che predica la penitenza ai popoli, ed incarica i suoi ministri di esortarvi ad essa con le medesime parole di cui egli servivasi per predicare questa virtù. Fate dunque penitenza, fratelli miei, preparate le vie del Signore: parate viam Domini, pœnitentiam agite. La penitenza vi è necessaria per uscir dallo stato del peccato: prima parte. Se giusti, avete tuttavia bisogno della penitenza per preservarvi dalla contagione del peccato: seconda parte.

I.° Punto. Se l’uomo avesse avuta tanta gratitudine verso la bontà di Dio per conservar il tesoro dell’innocenza di cui arricchito l’aveva nella sua prima origine, non avrebbe avuto bisogno di far penitenza. Ma avendo perduto quel tesoro col cattivo uso della sua libertà, la penitenza è divenuta per lui un obbligo indispensabile, perché non v’ha che la penitenza che riparar possa il disordine e le conseguenze del peccato. Ed in vero che consiste la malizia del peccato; e quali ne sono le conseguenze? Ogni uomo che trasgredisce la legge del Signore si rende colpevole verso di Lui dell’ingiuria più atroce; porta nello stesso, tempo a sé medesimo il colpo più fatale, si rivolta contro un sovrano cui è debitore di quanto ha, e da cui in tutte le cose dipende: ecco la malizia del peccato. Si priva della grazia del suo Dio, senza la quale gli è impossibile di salvarsi; ecco la conseguenza e l’effetto funesto del peccato. Ora non v’è che la penitenza la quale calmar possa l’ira di Dio e riparar l’ingiuria che gli ha fatto il peccato. Non v’è che la penitenza che possa rimettere l’uomo in grazia con Dio, e guarire la piaga profonda che il peccato ha fatto all’anima di lui: donde io conchiudo che la penitenza è necessaria al peccatore come giustizia, e come rimedio: giustizia per rapporto a Dio, rimedio per rapporto a lui stesso. Rinnovate la vostra attenzione. Essendo Iddio nostro primo Principio, e nostro ultimo fine, ella è cosa indubitata che noi viver non dobbiamo che per Lui; ciascuna delle nostre azioni deve essere un omaggio alla sovranità del suo Essere, e con la più perfetta sottomissione ai suoi ordini riconoscer conviene l’intera dipendenza, che da noi esige. Or che fa l’uomo che offende Dio? Tributa ad un oggetto creato un culto, un incenso, che non è dovuto che a Dio solo, invola a Dio la gloria che ritornar gli deve da tutte le sue azioni e con ciò anche si rende colpevole verso Dio dell’ingiustizia la più rea. Ma Iddio, che comanda di riparar le ingiurie fatte ad altri e risarcirli dei torti da loro sofferti, non obbligherà il peccatore a riparar la gloria e l’onore, che rapito gli ha il peccato? Non esigerà Egli che sia vendicata la sua colpa, o coi rigori di una penitenza volontaria, o coi castighi dell’ira divina? Or io vi chiedo, v’è forse a deliberare? E non torna più a conto punir noi medesimi le ribellioni del nostro cuore, che di sforzar l’Onnipotente a prenderne una strepitosa vendetta? Ah! fratelli miei, ammiriamo la bontà del Dio che noi serviamo. Vuol pure rimettere la sua causa nelle nostre mani, ci stabilisce giudici tra Lui e noi, contento è dei nostri sforzi, se realmente facciamo quando dipende da noi per soddisfare la sua giustizia. Nulla dimeno qualunque cosa fare noi possiamo, la nostra soddisfazione uguaglierà mai quella, che si farebbe Egli stesso, quando ci opprimerebbe del peso delle sue vendette? Mentre e chi può comprendere, dice il Re-Profeta, sin dove giunger può l’ira di Dio? Quis novit potestatem iræ suæ (Ps. LXXXIX)? E che cosa è una penitenza di corta durata, di pochi momenti, in paragone di una penitenza eterna? Che cosa è un dolore leggero in confronto degli orrendi tormenti di un fuoco che non si estinguerà giammai? Che cosa è una lagrima, un sospiro di un cuor contrito ed umiliato in paragone dei rammarichi pungenti ed eterni, in confronto di un mare di lagrime che verseranno i reprobi nell’inferno? Con tutto ciò questa lagrima, questo sospiro di un cuore sinceramente pentito, questa breve penitenza della vita presente cancellar possono i peccati tutti; benché in gran numero moltiplicati, possono disarmare tutto lo sdegno di un Dio vendicatore: laddove tormenti estremi nel loro rigore, eterni nella loro durata, non mitigheranno mai questo divino sdegno; le lagrime dei dannati non cancelleranno mai la minima delle loro colpe. Ah! fratelli miei, e non sareste voi molto ciechi e molto crudeli contro di voi medesimi, se non vi profittaste di un mezzo sì facile che vi presenta nella penitenza per calmare la sua collera, rientrar in grazia con Lui e guarire nello stesso tempo la piaga mortale dal peccato cagionata all’anima vostra? Bisogna per verità che questa piaga sia assai profonda, poiché nell’istante che l’anima pecca, ella muore, vale a dire, ella perde la vita della grazia, l’amicizia del suo Dio, il diritto che aveva alla celeste eredità: Anima quæ peccaverit, ipsa morietur (Ezech. XVIII). Nello stesso momento diventa schiava del demonio, l’oggetto delle vendette eterne. Che grande disgrazia! e qual rimedio vi si può recare? Niun altro, fratelli miei, che la penitenza: essa sola può darvi l’accesso al trono della misericordia ed attirare sopra di voi il dono prezioso della grazia che risana la piaga dei peccati. Se il peccato dà la morte all’anima, la penitenza le dà la vita; se il peccato la rende nemica di Dio, la penitenza la riconcilia con Lui; se il pecca to chiude il cielo al peccatore, la penitenza sola può aprirglielo: dico la penitenza, perché infatti, secondo l’oracolo di Gesù Cristo medesimo, siamo sicuri di eternamente perire, se non cancelliamo della penitenza i nostri peccati. Si pœnitentiam non egeritis, omnes similiter peribitis (Luc. XV). Notate, fratelli miei, col Crisostomo la forza di quelle parole; il Salvatore paragona la necessità della penitenza con quella del Battesimo; siccome ha detto del Battesimo che chiunque non sarà rigenerato nelle sue acque salutevoli non entrerà mai nel cielo: nisi quis renatus fuerit ex aqua et Spiritu Sancto (Jo. V), allo stesso modo dice della penitenza, che senza di essa non vi è speranza alcuna per il regno eterno: vale a dire che siccome il Battesimo ci è necessario per cancellare il peccato originale, che ci chiude l’entrata del cielo; così la penitenza ci è necessaria per cancellare il peccato attuale, che ci fa perdere il diritto che avevamo alla celeste eredità: cioè che siccome un fanciullo che muore senza Battesimo, quantunque non vi abbia colpa alcuna, non sarà mai salvo; così anche un peccatore, che muoia senza aver fatto penitenza noi sarà giammai, sebbene non abbia potuto far questa penitenza, o per non averne avuto il tempo o per non avervi pensato: il che chiamano i teologi necessità di mezzo, cioè a dire necessità sì grande per la salute che nessun altro mezzo può supplirvi: diversa in ciò dalla necessità di precetto, da cui può uno essere dispensato per qualche legittima ragione. – Se digiunar non potete per debolezza di sanità, se non potete ascoltare la Messa a motivo di qualche legittimo impedimento, voi non sarete riprovati per non avere soddisfatto a tali obbligazioni. Ma se avete peccato, qualunque opera buona possiate voi praticare, se non fate penitenza, non v’ha salute per voi. La sola penitenza è quella che distrugger può il muro di separazione che il peccato ha formato tra Dio e voi; ed essa sola può rimettervi nel numero dei figliuoli di Dio e ristabilirvi nei diritti che avete perduti per lo peccato : Si pœnitentiam non egeritis, omnes etc. – Al contrario, se voi fate penitenza, siete certi di trovar grazia presso il trono della misericordia di Dio; il vostro perdono è affatto sicuro. voi avete per mallevadore la sua divina parola e la sua fedeltà nelle sue promesse. Convertitevi a me, vi dice, ed io mi convertirò a voi: Convertimini ad me, et ego convertar ad vos (Zach. 1) Se l’empio farà penitenza delle sue iniquità, Io lo dimenticherò, fossero pur esse moltiplicate all’infinito. Testimonianze che assai consolano, fratelli miei; mentre facendo sentire al peccatore la necessità della penitenza, gliene fanno conoscere la virtù e l’efficacia; e per rendervi questa verità più sensibile, richiamatevi alla memoria l’esempio dei Niniviti. Sono essi da un profeta minacciati di una prossima rovina: fra giorni quaranta, dice loro, la vostra città sarà distrutta. Ricorrono essi perciò alla penitenza, si coprono di cenere e di cilizio: tutti, giovani e vecchi, si condannano al digiuno più rigoroso e disarmano l’ira del Signore; questa città, che doveva essere distrutta a cagione delle sue iniquità, vien conservata a cagione della sua penitenza. Ah! quanto facilmente tocca il cuore di Dio un peccatore penitente e contrito! Egli ne dispone per così dire a suo grado; e ciò chiaramente ce lo fa vedere la parabola del figliuol prodigo. Un padre, dice Gesù Cristo, aveva due figliuoli: il più giovane, annoiato di vivere nella casa paterna ed in una dipendenza che faceva la sua felicità, domanda al padre la porzione dei suoi beni per andarsene in paese straniero, dove, dopo aver dissipato quanto aveva portato seco, ridotto si vide all’estrema miseria, obbligato di vendere la sua libertà, ed abbandonato in preda alla fame, sino a desiderar il nutrimento dei più vili animali. In questo stato si ricorda degli agi che provava nella casa paterna; la rimembranza delle tenerezze di suo padre gli fece prendere la risoluzione di ritornare a lui e di chiedergli perdono nell’amarezza del cuore. Parte, arriva vicino a suo padre, il quale non aspetta che il figliuolo abbia fatta tutta la strada, ma gli va incontro, l’abbraccia, Io riceve nella sua amicizia e gli fa conoscere con mille segni di tenerezza che non invano ha riposta la sua confidenza in lui; lo fa entrare in casa, gli rende le sue vesti, ordina un banchetto magnifico per rallegrarsi con i suoi amici di avere ritrovato un figliuolo che credeva perduto. – Tale è, fratelli miei, la figura consolante, che ci dà Gesù Cristo della sua bontà nel ricevere il peccatore. Ma qual è il peccatore penitente che, dopo aver imitato il figliuol prodigo nelle sue dissolutezze, lo imiti ancora nella sua conversione? Qual è il peccatore che abbandona le vie dell’iniquità, dove ha traviato, per tornare a Dio e dirgli come il figliuol prodigo coi sentimenti di un cuor contrito ed umiliato: Padre mio, io ho peccato contro il cielo e davanti a voi; Pater, peccavi in cœlum et coram te (Luc. XV). Qual è finalmente il peccatore che ripara con la penitenza e con la fedeltà nell’osservare la legge del suo Dio, i disordini della sua vita passata?

Pratiche. Riconoscete quivi, o peccatori, per frutto di questa prima riflessione, e riconosciamo tutti l’obbligo che abbiamo alla misericordia del nostro Dio, che ci ha preparato nella penitenza un rimedio alle nostre miserie. Imperciocché qual è colui, che non abbia perduta la sua innocenza col cattivo uso che ha fatto della sua libertà? Ne abbiamo la prova nella testimonianza della nostra coscienza. E che saremmo noi divenuti, se Dio, usando dei suoi diritti, come far il poteva, abbandonati ci avesse alla nostra trista sorte? Se, dopo aver irritata la sua giustizia con le nostre offese, ci fosse stato chiuso il seno della sua misericordia? L’inferno dopo questa vita toccato ci sarebbe in porzione di nostra eredità. Ma ritorniamo a Dio prontamente, ritorniamovi sinceramente: ritorniamo prontamente, per tema che, differendo, non abbiamo poi il tempo, né la grazia di far penitenza: ritorniamo sinceramente, rinunciando a quegli oggetti peccaminosi che abbiamo amati in pregiudizio dell’amore che dobbiamo all’Essere Supremo. Ritorniamo a Dio, detestando i nostri peccati con un vero dolore di averli commessi, con una ferma risoluzione di non commetterli più, di lasciarne le occasioni, di svestirne gli abiti. Tali sono gli atti di penitenza, tali gli effetti che essa dee produrre nei peccatori. Vediamo adesso la necessità per i giusti.

II° Punto. L’anima giusta ha ella bisogno di penitenza? Sì, fratelli miei, e perché? Perché in primo luogo, sebbene uno sia realmente giusto, non può tuttavia assicurarsi di aver sempre conservata la sua innocenza o di averla ricuperata con la penitenza, se perduta l’avesse col peccato. Niuno sa se è degno d’odio o di amore; perciò, qualunque precauzione abbia presa l’uomo per rientrar in grazia con Dio, dopo averlo offeso, non deve egli essere senza timore, dice lo Spirito Santo, sopra il peccato perdonato: De propitiato peccato noli esse sine metu. Sarà sempre incerto se egli ha avute tutte le disposizioni necessarie per ottener il perdono. Egli è vero che Dio non ricusa la sua grazia e la sua amicizia a chi fa quanto dipende da sé per averla. Vero è ancora che il peccatore convertito aver può delle congetture consolatrici sopra il suo stato dal testimonio della sua buona coscienza, dal cambiamento de’ suoi costumi e della sua condotta; ma benché favorevoli siano queste congetture, esse non sono segni infallibili del suo perfetto ritorno a Dio. Vi è sempre motivo di temere di non aver forse fatto dal canto suo tutto quello che doveva per ricuperare l’amicizia di Dio. E come può egli esser sicuro che il dolore che concepito ha dei suoi peccati sia stato veramente un dolore soprannaturale nel suo motivo, efficace nel suo proponimento, sufficiente nella sua estensione, tale, in una parola, quale la divina giustizia il richiede per riparare perfettamente la malizia ed il disordine del peccato? Non avrebbe certamente profanato il Sacramento della riconciliazione, avendo creduto di fare tutto quel che necessario era per ben riceverlo. Ma il Sacramento è qualche volta nullo, senza esser profanato con un sacrilegio, allorché il peccatore crede aver tutte le disposizioni necessarie, e realmente non le ha. Or in questa incertezza non dobbiamo noi sempre ricorrere alla penitenza per assicurare la nostra salute? Dio, che è ricco in misericordia e che offre sempre la grazia ai peccatore disposto a riceverla, non permetterà che quest’uomo che geme e fa penitenza del suo peccato resti frustrato di sua speranza; la grazia che non ha avuto in un tempo la otterrà in un altro; se ne ricerca di più per indurre anche i più giusti a far sempre penitenza? Ah! basta l’aver offeso una sola volta Iddio nel corso di nostra vita, dice lo Spirito Santo, per condannarci ad una penitenza sì lunga come questa vita medesima. Ma sia pure stata l’anima giusta assicurata di possedere l’amicizia di Dio, quante colpe leggiere che le sfuggono e che han bisogno d’esser espiate? Quante occasioni di cadute, a cui si trova esposta e contro cui deve stare in guardia? Ora la penitenza è ad un tempo il rimedio, ed il preservativo del peccato. Essa supplisce alla pena temporale dovuta ai peccati perdonati ed allontana la tentazione che potrebbe renderci colpevoli. Ahimè! non evvi alcuno, dice s. Agostino, così regolato nella sua condotta, la cui virtù oscurata non sia da qualche leggieri mancamenti. Una funesta esperienza ci fa pur troppo capire questa verità. Ora benché quelle colpe veniali non ci privino dell’amicizia di Dio, sono nulladimeno offese fatte alla sua divina maestà. Esse assalgono i diritti della sua giustizia, involando a Dio la gloria che rendere gli deve ogni creatura ragionevole con una perfetta obbedienza ai suoi minimi comandamenti: convien dunque riparare con una volontaria soddisfazione questa gloria offesa o aspettarsi di provare nel purgatorio i rigori della divina giustizia: quivi è dove punirà Iddio anche i suoi amici, dove farà loro espiare con un fuoco orribile che diverso non è da quel dell’inferno se non nella durata, farà, dico, loro espiare colpe e mancamenti che le penitenze fatte in questa vita avrebbero cancellati. V’è ancora di più, fratelli miei; benché la misericordia di Dio abbia perdonato il peccato mortale, in quanto alla colpa ed alla pena eterna, la sua giustizia richiede ancora che il peccatore gli porga una soddisfazione e si sottoponga ad una pena temporale, vale a dire che nella riconciliazione del peccatore con Dio la pena eterna si cangia in pena temporale, e per questo motivo s’impongono nel sacro tribunale opere di penitenze ai peccatori. Ma che cosa sono queste soddisfazioni in confronto di quello che essi meritano? Necessario è adunque che vi suppliscano con penitenze volontarie per sottrarsi ai castighi che Dio loro riserba nell’altra vita. Or chi di noi non preferirà le penitenze di corta durata alle pene rigorose che soffriransi nel purgatorio per lo spazio di più anni, prima di essere abbastanza purificati per venir ammessi nel soggiorno della gloria eterna? Fate dunque, o giusti quali voi siate, fate penitenza per liberarvi dai vostri debiti: pregate, digiunate, mortificatevi; meno vi risparmierete, più Dio vi tratterà con dolcezza. Questa penitenza, placando la giustizia di Dio, vi servirà di preservativo contro il peccato. Sono le malattie dell’anima, dice s. Bernardo, come le malattie del corpo. Quantunque una malattia sia risanata, vi resta dopo una certa languidezza che continuamente ci espone a nuove cadute, se pur non si prendono le più esatte precauzioni. Nello stesso modo il peccato, benché rimesso col Sacramento, lascia ciò non ostante dopo di sé una certa debolezza, principalmente quando è peccato d’abito, che deve farci sempre temere di nuovi mancamenti. È una piaga, segue a dire S. Bernardo, da cui è tolta la freccia, ma che conserva ancora una cicatrice pericolosa, capace di comunicare il suo veleno qualora non si applichino rimedi per arrestarlo. Ora il più proprio a preservare l’uomo dal contagio del peccato si è la penitenza: essa è come un regime di vita che sostiene l’anima e la ristabilisce in una santità perfetta. Infatti qual è la sorgente del peccato? Oimè! essa è in noi. É la nostra cupidigia, quella propensione funesta che abbiamo al male che si chiama il fomite del peccato: fomes peccati. È un fuoco che riaccendesi sempre con la presenza degli oggetti che l’irritano e l’infiammano. Bisogna dunque, per estinguerlo, bagnarlo con lagrime di penitenza; bisogna che questa penitenza ci allontani dagli oggetti capaci di trascinare le nostre inclinazioni perverse, che c’interdica non solo i piaceri vietati, ma alcune fiate ancora quelli che leciti sono e permessi. Imperciocché come mai non soccombere sotto il peso della propensione che ci trascina al male, se non vogliamo farci violenza alcuna e vogliam seguire in tutto le nostre inclinazioni, se invece di reprimere, di mortificare le nostre passioni, loro accordiamo tutto quel che domandano? – Perché mai veggonsi sì pochi giusti perseverare nello stato della grazia? Se non perché abbandonano la strada della penitenza. Troppo contenti di sé stessi per alcuni sforzi da loro fatti per uscire dallo stato di peccato, credono nient’altro resti loro a fare che riposarsi, attendendo la ricompensa che il Signore promette ai suoi eletti: invece di continuare a camminare nelle vie della penitenza, di mortificare le loro passioni, nutriscono i loro nemici domestici, che non vogliono più sottomettersi e riprendono ben presto il vantaggio: la carne si rivolta contro lo spirito, e lo spirito contro Dio: incrassatus, impinguatus recalcitravit (Deut. XXXII). Ecco la cagione della loro caduta: la stessa cagione produce i medesimi effetti; i piaceri che avevano cercati, li avevano resi colpevoli. Ritornano essi a quei piaceri, abbandonano la strada della penitenza e per una conseguenza inevitabile la legge del Signore. Ah! non così hanno operato i santi penitenti di cui onoriamo la memoria e che la Chiesa ci propone per modelli di penitenza. Mirate l’esempio del re Davide, il quale, benché assicurato da un profeta della remissione del suo peccato, si rimprovera di continuo le sue infedeltà alla legge del suo Dio; ne è sì penetrato dal dolore che nel tempo medesimo del riposo bagna il suo letto con le sue lagrime: Lavabo per singulas noctes lectum meum, lacrymis meis stratum meum rigabo (Psal. VI). Si offerisce a sopportare tutti i castighi cui vorrà la divina giustizia condannarlo: Ego in flagella paratu sums (Psal. XXXVII). Mirate un S. Pietro Principe degli Apostoli, che ha avuto la debolezza di rinnegare il suo divin Maestro: egli ne è sì fortemente pentito che i suoi occhi divengono fonti di lagrime, i quali non vengono meno che con la sua vita. Mirate una S. Maria Maddalena, quell’illustre penitente, la quale, benché assicurata dalla bocca di Gesù Cristo medesimo del perdono dei suoi peccati, si abbandona incessantemente ai rigori della penitenza, e ne diviene la vittima sino alla morte. Considerate finalmente un S. Paolo, l’Apostolo delle nazioni, il quale malgrado il testimonio della sua buona coscienza, non si crede ancora giustificato … Nihil mihi conscius sum, sed non in hoc iustificatus sum (1 Cor. IV). – Castiga il suo corpo e lo riduce in schiavitù, per la tema che ha di essere nel numero dei reprobi. Il motivo che a ciò lo induce si è il sapere che Dio stesso deve giudicarlo, che è un giudice formidabile cui nulla è nascosto e che punisce sino i desideri contro la sua santa legge formati. E voi, che vi credete giusti o che tali siete in realtà, lo siete voi più di quegli illustri penitenti di cui vi ho fatto menzione? La vostra penitenza uguagliò ella mai quella che essi hanno fatta, o avete voi tanta certezza quanta avevano essi del perdono dei vostri peccati? Perché dunque lascerete voi la via della penitenza, che essi non hanno abbandonata giammai! Siete voi meno interessati di essi ad usar tutti i mezzi possibili per assicurare la vostra predestinazione? Quantunque vi crediate giusti, e realmente lo siate, lo siete voi tanto come Gesù Cristo, il Santo dei santi? Egli ha passato sua vita nei patimenti, si è soggettato ai tormenti più atroci, alla morte più crudele. Era forse obbligato Gesù Cristo a soffrire tutti quei rigori? No, certamente; Egli non aveva alcun peccato da espiare, ma addossato erasi di soddisfare per li nostri peccati, e voleva anche servirci di modello nel far penitenza. Possiamo noi, peccatori come siamo, ricusar di camminare sulle tracce di Gesù Cristo? Non aveva Egli bisogno di far penitenza, eppure lha fatta; come non la faremo noi, cui ella è sì necessaria?

Pratiche. Di più, non troviamo in noi sempre molte cose da riformare; vanità, compiacenze, ricerche della gloria e dei piaceri, certa delicatezza sul punto d’onore, intolleranza dei disprezzi, difetto di attenzione nelle preghiere, tiepidezza, negligenze nel divino servizio, e che si io? Un serio esame ci scoprirà molti motivi di far penitenza. Applicatevi dunque, fratelli miei, a correggere tutto quello che è in voi di difettoso; fate frequenti atti di dolore sui vostri mancamenti; rinnovate di continuo le vostre buone risoluzioni; accostatevi sovente al tribunale della riconciliazione, che serve tanto a santificare i giusti che a riconciliar i peccatori; sopportate con spirito di penitenza tutte le pene annesse al vostro stato, tutte le afflizioni che vi vengono o dalla parte di Dio o dalla parte degli uomini; portate continuamente sopra di voi la mortificazione di Gesù Cristo, con la vittoria delle vostre passioni e col troncare da voi tutto ciò che lusinga i sensi. Siate fedeli a seguir una regola di vita che vi sarete prescritta. La penitenza, è vero, ha qualche cosa di ripugnante alla natura, è una strada ripiena di triboli e spine; ma considerate i vantaggi che l’accompagnano ed il termine cui essa conduce. Ah! che i santi che sono in cielo, ben contenti e soddisfatti si trovano delle penitenze che hanno fatte sulla terra: i loro travagli sono passati, i loro dolori sono finiti; ma la loro gioia non finirà mai. Soffrite dunque come essi, per godere un giorno con essi della felicità eterna. Così sia.

CREDO …

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Offertorium

Orémus
Ps LXXXIV: 7-8
Deus, tu convérsus vivificábis nos, et plebs tua lætábitur in te: osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam, et salutáre tuum da nobis.
[O Dio, rivongendoti a noi ci darai la vita, e il tuo popolo si rallegrerà in Te: mostraci, o Signore, la tua misericordia, e concedici la tua salvezza.]

Secreta

Placáre, quǽsumus, Dómine, humilitátis nostræ précibus et hóstiis: et, ubi nulla suppétunt suffrágia meritórum, tuis nobis succúrre præsídiis. [O Signore, Te ne preghiamo, sii placato dalle preghiere e dalle offerte della nostra umiltà: e dove non soccorre merito alcuno, soccorra la tua grazia.]

Comunione spirituale: http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Bar V: 5; IV:36
Jerúsalem, surge et sta in excélso, ei vide jucunditátem, quæ véniet tibi a Deo tuo.
[Sorgi, o Gerusalemme, e sta in alto: osserva la felicità che ti viene dal tuo Dio.]

Postcommunio

Orémus.
Repléti cibo spirituális alimóniæ, súpplices te, Dómine, deprecámur: ut, hujus participatióne mystérii, dóceas nos terréna despícere et amáre cœléstia.
[Saziàti dal cibo che ci nutre spiritualmente, súpplici Ti preghiamo, o Signore, affinché, mediante la partecipazione a questo mistero, ci insegni a disprezzare le cose terrene e ad amare le cose celesti.]

Preghiere leonine

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

Ordinario della Messa. http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

Autore: Associazione Cristo-Re Rex regum

Siamo un'Associazione culturale in difesa della "vera" Chiesa Cattolica.