UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI (… CON CAZZUOLA E GREMBIULINO) DI TORNO: S.S. LEONE XII – “QUO GRAVIORA”

Ancora una volta il Pontefice regnante, S.S. Leone XII, è costretto a scomunicare gli aderenti alle sette malefiche e maledette, che, sotto il pretesto delle riforme politiche o della filantropia umanitaria, hanno come obiettivo principale la lotta alla Chiesa Cattolica, in particolare nella figura del Santo Padre, il Vicario di Gesù Cristo, Colui che ha sconfitto e distrutto il regno che lucifero, loro padre di adozione [col nome di baphomet, signore dell’universo] aveva stabilito sulla terra a perdizione del genere umano. Il Sommo Pontefice rinnova le scomuniche e riporta addirittura i testi integrali dei precedenti documenti Apostolici dei Papi antecedenti. Tremende sono le espressioni che utilizza il successore di S. Pietro nel confermare le condanne dei suoi predecessori « … Noi sotto le stesse pene comminate nelle lettere dei Nostri Predecessori che abbiamo riportato in questa Nostra Costituzione, e che espressamente confermiamo, in perpetuo proibiamo tutte le società occulte (qualunque sia il loro nome), tanto quelle ora esistenti, quanto quelle che forse si costituiranno in seguito e che si propongono le azioni sopra ricordate contro la Chiesa e le supreme potestà civili … » – « …. I fedeli debbono assolutamente astenersi dalle società stesse, dalle loro riunioni, conferenze, aggregazioni o conventicole sotto pena di scomunica in cui incorrono sull’istante tutti i contravventori sopra descritti senza alcuna dichiarazione; dalla scomunica nessuno potrà venire assolto se non da Noi o dal Romano Pontefice pro tempore, salvo che si trovi in punto di morte. (….) Soprattutto poi condanniamo risolutamente e dichiariamo assolutamente vano l’empio e scellerato giuramento che vincola gli adepti di quelle sette a non rivelare mai ad alcuno tutto ciò che riguarda le sette medesime e a punire con la morte tutti i compagni che si fanno delatori presso i superiori, sia Ecclesiastici, sia Laici… ». Leggendo queste poche righe, praticamente oggi, per tale motivo, è scomunicato pressoché tutto l’orbe terracqueo, dal mondo politico, finanziario, giornalistico, a quello artistico, scientifico, letterario e … dulcis in fundo: finto-ecclesiastico … modernista e pseudo tradizionalista ben saldato alle matrici ideologiche e dottrinali satanico-massoniche. E poi, dove trovano il Papa “vero” o un suo vero delegato che rimetta la scomunica “latae sententiae” comminata loro ipso facto? Meglio leggere attentamente il documento e pregare – il pusillus grex – per questi scellerati, non tanto per quello che di ignobile e vergognoso compiono in occulto nel nostro mondo, ma per quello a cui sono destinati nella vita eterna, e per la figuraccia mortale che faranno al giudizio universale, quando i loro inganni, le loro prevaricazioni, le usurpazioni, le trappole spirituali e materiali, gli attentati, i misfatti, le violenze di ogni tipo, gli innumerevoli omicidi, saranno svelati agli occhi di tutti, dei tanti che credevano in questi uomini ritenendoli “eroi della patria”, benefattori dell’umanità, modelli sociali, culturali e addirittura spirituali … Signore perdona loro, perché non sanno quello che fanno … offriamoci ostie di espiazione per le offese continue a Dio, al suo Cristo, alla sua Chiesa, ai suoi Santi, alla sua dottrina.

Bolla

Quo graviora

Leone XII

Roma, 13 marzo 1825

1. Quanto più gravi sono le sciagure che sovrastano il gregge di Cristo Dio e Salvatore nostro, tanta maggiore sollecitudine devono usare, per rimuoverle, i Romani Pontefici, ai quali sono stati affidati il potere e l’impegno di pascere e di governare quel gregge in nome del Beato Pietro, principe degli Apostoli. Compete infatti ad essi, come a coloro che sono posti nel più alto osservatorio della Chiesa, lo scorgere più da lontano le insidie che i nemici del nome cristiano ordiscono per distruggere la Chiesa di Cristo, senza che mai possano conseguire tale scopo; ad essi compete non solo indicare e rivelare le stesse insidie ai fedeli, perché se ne guardino, ma anche, con la propria autorità, stornarle e rimuoverle. I Romani Pontefici Nostri Predecessori compresero quale gravoso incarico fosse loro affidato; perciò si imposero di vigilare sempre come buoni pastori. Con le esortazioni, gl’insegnamenti, i decreti e dedicando la stessa vita al loro gregge, ebbero cura di proibire e di distruggere totalmente le sette che minacciavano l’estrema rovina della Chiesa. Né la memoria di questo impegno pontificio può essere desunta soltanto dagli antichi annali ecclesiastici: lo si evince chiaramente dalle azioni compiute dai Romani Pontefici dell’età nostra e dei nostri Padri per opporsi alle sette clandestine di uomini nemici di Cristo. Infatti, non appena Clemente XII, Nostro Predecessore, si avvide che di giorno in giorno si rafforzava e acquistava nuova consistenza la setta dei Liberi Muratori, ossia dei Francs Maçons (o chiamata anche in altro modo), che per molti validi motivi egli aveva considerata non solo sospetta ma altresì implacabile nemica della Chiesa Cattolica, la condannò con una limpida Costituzione che comincia con le parole In eminenti, pubblicata il 28 aprile 1738, il cui testo è il seguente:

2. “Clemente Vescovo, servo dei servi di Dio. A tutti i fedeli, salute e Apostolica Benedizione.

Posti per volere della clemenza Divina, benché indegni, nell’eminente Sede dell’Apostolato, onde adempiere al debito della Pastorale provvidenza affidato a Noi, con assidua diligenza e con premura, per quanto Ci è concesso dal Cielo, abbiamo rivolto il pensiero a quelle cose per mezzo delle quali – chiuso l’adito agli errori ed ai vizi – si conservi principalmente l’integrità della Religione Ortodossa, e in questi tempi difficilissimi vengano allontanati da tutto il mondo Cattolico i pericoli dei disordini. – Già per la stessa pubblica fama Ci è noto che si estendono in ogni direzione, e di giorno in giorno si avvalorano, alcune società, unioni, riunioni, adunanze, conventicole o aggregazioni comunemente chiamate dei Liberi Muratori o des Francs Maçons, o con altre denominazioni chiamate a seconda della varietà delle lingue, nelle quali con stretta e segreta alleanza, secondo loro Leggi e Statuti, si uniscono tra di loro uomini di qualunque religione e setta, contenti di una certa affettata apparenza di naturale onestà. Tali Società, con stretto giuramento preso sulle Sacre Scritture, e con esagerazione di gravi pene, sono obbligate a mantenere un inviolabile silenzio intorno alle cose che esse compiono segretamente. Ma essendo natura del delitto il manifestarsi da se stesso e generare il rumore che lo denuncia, ne deriva che le predette società o conventicole hanno prodotto nelle menti dei fedeli tale sospetto, secondo il quale per gli uomini onesti e prudenti l’iscriversi a quelle aggregazioni è lo stesso che macchiarsi dell’infamia di malvagità e di perversione: se non operassero iniquamente, non odierebbero tanto decisamente la luce. Tale fama è cresciuta in modo così considerevole, che dette Società sono già state proscritte dai Principi secolari in molti Paesi come nemiche dei Regni, e sono state provvidamente eliminate. Noi pertanto, meditando sui gravissimi danni che per lo più tali Società o Conventicole recano non solo alla tranquillità della temporale Repubblica, ma anche alla salute spirituale delle anime, in quanto non si accordano in alcun modo né con le Leggi Civili né con quelle Canoniche; ammaestrati dalle Divine parole a vigilare giorno e notte, come servo fedele e prudente preposto alla famiglia del Signore, affinché questa razza di uomini non saccheggi la casa come ladri, né come le volpi rovini la vigna; affinché, cioè, non corrompa i cuori dei semplici né ferisca occultamente gl’innocenti; allo scopo di chiudere la strada che, se aperta, potrebbe impunemente consentire dei delitti; per altri giusti e razionali motivi a Noi noti, con il consiglio di alcuni Venerabili Nostri Fratelli Cardinali della Santa Romana Chiesa, e ancora motu proprio, con sicura scienza, matura deliberazione e con la pienezza della Nostra Apostolica potestà, decretiamo doversi condannare e proibire, come con la presente Nostra Costituzione, da valere in perpetuo, condanniamo e proibiamo le predette società, unioni, riunioni, adunanze, aggregazioni o conventicole dei Liberi Muratori o des Francs Maçons, o con qualunque altro nome chiamate. Pertanto, severamente, ed in virtù di santa obbedienza, comandiamo a tutti ed ai singoli fedeli di qualunque stato, grado, condizione, ordine, dignità o preminenza, sia Laici, sia Chierici, tanto Secolari quanto Regolari, ancorché degni di speciale ed individuale menzione e citazione, che nessuno ardisca o presuma sotto qualunque pretesto o apparenza di istituire, propagare o favorire le predette Società dei Liberi Muratori o des Francs Maçons o altrimenti denominate; di ospitarle e nasconderle nelle proprie case o altrove; di iscriversi ed aggregarsi ad esse; di procurare loro mezzi, facoltà o possibilità di convocarsi in qualche luogo; di somministrare loro qualche cosa od anche di prestare in qualunque modo consiglio, aiuto o favore, palesemente o in segreto, direttamente o indirettamente, in proprio o per altri, nonché di esortare, indurre, provocare o persuadere altri ad iscriversi o ad intervenire a simili Società, od in qualunque modo a giovare e a favorire le medesime. Anzi, ognuno debba assolutamente astenersi dalle dette società, unioni, riunioni, adunanze, aggregazioni o conventicole, sotto pena di scomunica per tutti i contravventori, come sopra, da incorrersi ipso facto, e senza alcuna dichiarazione: scomunica dalla quale nessuno possa essere assolto, se non in punto di morte, da altri all’infuori del Romano Pontefice pro tempore. – Vogliamo inoltre e comandiamo che tanto i Vescovi, i Prelati Superiori e gli altri Ordinari dei luoghi, quanto gl’Inquisitori dell’eretica malvagità deputati in qualsiasi luogo, procedano e facciano inquisizione contro i trasgressori di qualunque stato, grado, condizione, ordine, dignità o preminenza, e che reprimano e puniscano i medesimi con le stesse pene con le quali colpiscono i sospetti di eresia. Pertanto concediamo e attribuiamo libera facoltà ad essi, e a ciascuno di essi, di procedere e di inquisire contro i suddetti trasgressori, e di imprigionarli e punirli con le debite pene, invocando anche, se sarà necessario, l’aiuto del braccio secolare. Vogliamo poi che alle copie della presente, ancorché stampate, sottoscritte di mano di qualche pubblico Notaio e munite del sigillo di persona costituita in dignità Ecclesiastica, sia prestata la stessa fede che si presterebbe alla Lettera se fosse esibita o mostrata nell’originale. A nessuno dunque, assolutamente, sia permesso violare, o con temerario ardimento contraddire questa pagina della Nostra dichiarazione, condanna, comandamento, proibizione ed interdizione. Se qualcuno osasse tanto, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio Onnipotente e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.

Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, nell’anno dell’Incarnazione del Signore 1738, il 28 aprile, nell’anno ottavo del Nostro Pontificato”.

3. Questi provvedimenti, tuttavia, non apparvero sufficienti a Benedetto XIV, altro Nostro Predecessore di veneranda memoria. Nei discorsi di molti era diffusa la convinzione che la pena della scomunica irrogata nella lettera del defunto Clemente XII fosse inoperante perché Benedetto non aveva confermato quella lettera. In verità, era assurdo affermare che le leggi dei Pontefici precedenti diventano obsolete qualora non siano espressamente approvate dai Successori; inoltre era evidente che da Benedetto, più di una volta, era stata ratificata la Costituzione di Clemente. Tuttavia Benedetto decise di sottrarre anche questo cavillo dalle mani dei settari, pubblicando il 18 marzo 1751 una nuova Costituzione che comincia con la parola Providas. In essa riportò, parola per parola, la Costituzione di Clemente e la confermò, come suol dirsi, in forma specifica, che è considerata la forma più ampia e più efficace fra tutte. Questo è il testo della Costituzione di Benedetto:

4. “Il Vescovo Benedetto, servo dei servi di Dio. A perpetua memoria.

Giudichiamo doveroso, con un nuovo intervento della Nostra autorità, sostenere e confermare – in quanto lo richiedono giusti e gravi motivi – le provvide leggi e le sanzioni dei Romani Pontefici Nostri Predecessori: non soltanto quelle leggi e quelle sanzioni il cui vigore o per il processo del tempo o per la noncuranza degli uomini temiamo si possa rallentare od estinguere, ma anche quelle che recentemente hanno ottenuto forza e piena validità. – Di fatto Clemente XII, Nostro Predecessore di felice memoria, con propria Lettera apostolica del 28 aprile dell’anno dell’Incarnazione del Signore 1738, anno ottavo del suo Pontificato – Lettera diretta a tutti i fedeli e che comincia In eminenti – condannò per sempre e proibì alcune società, unioni, riunioni, adunanze, conventicole o aggregazioni volgarmente chiamate dei Liberi Muratori o des Francs Maçons, o diversamente denominate, già allora largamente diffuse in certi Paesi e che ora sempre più aumentano. Egli vietò a tutti e ai singoli Cristiani (sotto pena di scomunica da incorrersi ipso facto senza alcuna dichiarazione, dalla quale nessuno potesse essere assolto da altri, se non in punto di morte, all’infuori del Romano Pontefice pro tempore) di tentare o ardire di entrare in siffatte Società, propagarle o prestare loro favore o ricetto, occultarle, iscriversi ad esse, aggregarsi o intervenirvi, ed altro, come nella stessa Lettera più largamente e più ampiamente è contenuto. Eccone il testo.

[Il testo della Costituzione In eminenti di Clemente XII è pubblicata integralmente nelle pagine precedenti di questa stessa Bolla].

Ma poiché, per quanto Ci è stato riferito, alcuni non hanno avuto difficoltà di affermare e diffondere pubblicamente che la detta pena di scomunica imposta dal Nostro Predecessore non è più operante perché la relativa Costituzione non è poi stata da Noi confermata, quasi che sia necessaria, perché le Apostoliche Costituzioni mantengano validità, la conferma esplicita del successore; ed essendo stato suggerito a Noi, da parte di alcune persone pie e timorate di Dio, che sarebbe assai utile eliminare tutti i sotterfugi dei calunniatori e dichiarare l’uniformità dell’animo Nostro con l’intenzione e la volontà dello stesso Predecessore, aggiungendo alla sua Costituzione il nuovo voto della Nostra conferma; Noi certamente, fino ad ora, quando abbiamo benignamente concesso l’assoluzione dalla incorsa scomunica, sovente prima e principalmente nel passato anno del Giubileo, a molti fedeli veramente pentiti e dolenti di avere trasgredito le leggi della stessa Costituzione e che assicuravano di cuore di allontanarsi completamente da simili società e conventicole, e che per l’avvenire non vi sarebbero mai tornati; o quando accordammo ai Penitenzieri da Noi delegati la facoltà di impartire l’assoluzione a Nostro nome e con la Nostra autorità a coloro che ricorressero ai Penitenzieri stessi; e quando con sollecita vigilanza non tralasciammo di provvedere a che dai competenti Giudici e Tribunali si procedesse in proporzione del delitto compiuto contro i violatori della Costituzione stessa, il che fu effettivamente più volte eseguito: abbiamo certamente fornito argomenti non solo probabili ma del tutto evidenti ed indubitabili, attraverso i quali si sarebbero dovute comprendere le disposizioni dell’animo Nostro e la ferma e deliberata volontà consenzienti con la censura imposta dal predetto Clemente Predecessore. Se un’opinione contraria si divulgasse intorno a Noi, Noi potremmo sicuramente disprezzarla e rimettere la Nostra causa al giusto giudizio di Dio Onnipotente, pronunciando quelle parole che un tempo si recitavano nel corso delle sacre funzioni: “Concedi, o Signore, te ne preghiamo, che Noi non curiamo le calunnie degli animi perversi, ma conculcata la perversità medesima supplichiamo che Tu non permetta che siamo afflitti dalle ingiuste maldicenze o avviluppati dalle astute adulazioni, ma che amiamo piuttosto ciò che Tu comandi”. Così riporta un antico Messale attribuito a San Gelasio, Nostro Predecessore, e che dal Venerabile Servo di Dio il Cardinale Giuseppe Maria Tommasi fu inserito nella Messa che s’intitola Contro i maldicenti. – Tuttavia, affinché non si potesse dire che Noi avevamo imprudentemente omesso qualche cosa, al fine di eliminare agevolmente i pretesti alle menzognere calunnie e chiudere loro la bocca; udito prima il consiglio di alcuni Venerabili Nostri Fratelli Cardinali della Santa Romana Chiesa, abbiamo decretato di confermare la stessa Costituzione del Nostro Predecessore, parola per parola, come sopra riportato in forma specifica, la quale è considerata come la più ampia ed efficace di tutte: la confermiamo, convalidiamo, rinnoviamo e vogliamo e decretiamo che abbia perpetua forza ed efficacia per Nostra sicura scienza, nella pienezza della Nostra Apostolica autorità, secondo il tenore della medesima Costituzione, in tutto e per tutto, come se fosse stata promulgata con Nostro motu proprio e con la Nostra autorità, e fosse stata pubblicata per la prima volta da Noi. – Per la verità, fra i gravissimi motivi delle predette proibizioni e condanna esposti nella sopra riportata Costituzione ve n’è uno, in forza del quale in tali società e conventicole possano unirsi vicendevolmente uomini di qualsiasi religione e setta; è chiaro quale danno si possa recare alla purezza della Religione Cattolica. Il secondo motivo è la stretta e impenetrabile promessa di segreto, in forza del quale si nasconde ciò che si fa in queste adunanze, cui meritamente si può applicare quella sentenza che Cecilio Natale, presso Minucio Felice, addusse in una causa ben diversa: “Le cose oneste amano sempre la pubblica luce; le scelleratezze sono segrete”. Il terzo motivo è il giuramento con il quale gli iscritti s’impegnano ad osservare inviolabilmente detto segreto, quasi che sia lecito a qualcuno, interrogato da legittimo potere, con la scusa di qualche promessa o giuramento di sottrarsi all’obbligo di confessare tutto ciò che si ricerca, per conoscere se in tali conventicole si faccia qualche cosa contraria alla stabilità e alle leggi della Religione e della Repubblica. Il quarto motivo è che queste Società si oppongono alle Sanzioni Civili non meno che alle Canoniche, tenuto conto, appunto, che ai sensi del Diritto Civile si vietano tutti i Collegi e le adunanze formati senza la pubblica autorità, come si legge nelle Pandette , e nella celebre lettera di C. Plinio Cecilio, il quale riferisce che fu proibito per suo Editto, giusta il comandamento dell’Imperatore, che si tenessero le Eterie, cioè che potessero esistere e riunirsi Società e adunanze senza l’autorizzazione del Principe. Il quinto motivo è che in molti Paesi le citate società e aggregazioni sono già state proscritte e bandite con leggi dei Principi secolari. Infine, l’ultimo motivo è che presso gli uomini prudenti ed onesti si biasimavano le predette società e aggregazioni: a loro giudizio chiunque si iscriveva ad esse incorreva nella taccia di pravità e perversione.

Infine lo stesso Predecessore nella sopra riportata Costituzione esorta i Vescovi, i Superiori Prelati e gli altri Ordinari dei luoghi a non trascurare d’invocare l’aiuto del braccio secolare qualora occorra per l’esecuzione di tale disposizione.

Tutte queste cose, anche singolarmente, non solo si approvano e si confermano da Noi, ma anche si raccomandano e si ingiungono ai Superiori Ecclesiastici; ma Noi stessi, per debito della Apostolica sollecitudine, con la presente Nostra Lettera invochiamo e con vivo affetto ricerchiamo il soccorso e l’aiuto dei Principi Cattolici e dei secolari Poteri – essendo gli stessi Principi Supremi e i titolari del potere eletti da Dio quali difensori della fede e protettori della Chiesa – affinché sia loro cura adoperarsi nel modo più efficace perché alle Apostoliche Costituzioni si prestino il dovuto ossequio e la più assoluta obbedienza. Ciò riportarono alla loro memoria i Padri del Concilio Tridentino, Sess. 25, cap. 20, e molto prima l’aveva egregiamente dichiarato l’Imperatore Carlo Magno nel Tit. I. cap. 2, dei suoi Capitolati nei quali, dopo aver comandato a tutti i suoi sudditi l’osservanza delle Sanzioni Ecclesiastiche, aggiunse queste parole: “In nessun modo possiamo conoscere come possano essere fedeli a noi coloro che si mostrano infedeli a Dio e disubbidienti ai suoi sacerdoti”. Conseguentemente impose a tutti i Presidenti e ai Ministri delle sue province che obbligassero tutti e i singoli a prestare la dovuta obbedienza alle leggi della Chiesa. Inoltre comminò gravissime pene contro coloro che trascurassero di fare ciò, aggiungendo fra l’altro: “Coloro poi che in queste cose (il che non avvenga) saranno trovati negligenti e trasgressori, sappiano che non conserveranno gli onori nel nostro Impero, ancorché siano nostri figlioli; né avranno posto nel Palazzo; né con noi né coi nostri fedeli avranno società o comunanza, ma piuttosto pagheranno la pena nelle angustie e nelle ristrettezze”.

Vogliamo poi che alle copie della presente, ancorché stampate, sottoscritte di mano di qualche pubblico Notaio e munite del sigillo di persona costituita in dignità Ecclesiastica, sia prestata la stessa fede che si presterebbe alla Lettera se fosse esibita o mostrata nell’originale.

A nessuno dunque, assolutamente, sia permesso violare, o con temerario ardimento contraddire questo testo della Nostra conferma, innovazione, approvazione, comandamento, invocazione, richiesta, decreto e volontà. Se qualcuno osasse tanto, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio Onnipotente e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.

Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, il 18 marzo dell’anno dell’Incarnazione del Signore 1751, undicesimo anno del Nostro Pontificato”.

5. Oh, se i potenti di allora avessero preso in considerazione questi decreti, come lo richiedeva la salvezza della Chiesa e dello Stato! Oh, se si fossero persuasi di dover vedere nei Romani Pontefici Successori del Beato Pietro non solo i pastori e i maestri della Chiesa universale, ma anche i valenti difensori della loro dignità e gli attenti indicatori degli imminenti pericoli! Oh, se si fossero serviti del loro potere per sradicare le sette i cui pestiferi disegni erano stati rivelati ad essi dalla Sede Apostolica! Già da quel tempo avrebbero posto termine alla vicenda. Ma siccome, sia per l’inganno dei settari che occultavano astutamente le loro tresche, sia per inconsulti suggerimenti di taluni, avevano divisato di trascurare questa questione, o almeno di trattarla con noncuranza, da quelle antiche sette massoniche, sempre attive, molte altre sono germinate, assai peggiori e più audaci di quelle. Sembrò che quelle sette fossero tutte comprese in quella dei Carbonari, che era considerata in Italia e in alcuni altri Paesi la più importante fra tutte e che, variamente ramificata con nomi appena diversi, si diede a combattere aspramente la Religione Cattolica e qualunque suprema, legittima e civile potestà. Per liberare da questa sciagura l’Italia, gli altri Paesi e anzi lo stesso Stato Pontificio (in cui, soppresso per qualche tempo il governo Pontificio, quella setta si era introdotta insieme con gl’invasori stranieri) Pio VII di felice memoria, a cui Noi siamo succeduti, con una Costituzione che comincia con le parole Ecclesiam a Jesu Christopubblicata il 13 settembre 1821 condannò con gravissime pene la setta dei Carbonari, comunque fosse denominata a seconda della diversità dei luoghi, degli uomini e degli idiomi. Abbiamo pensato di includere in questa Nostra lettera anche il testo di essa, che recita come segue.

6. Il Vescovo Pio, servo dei servi di Dio. A perpetua memoria. – La Chiesa fondata da Gesù Cristo Salvatore Nostro sopra solida pietra (e contro di essa Cristo promise che non sarebbero mai prevalse le porte dell’inferno) è stata assalita così spesso e da tanti temibili nemici, che se non si frapponesse quella promessa divina che non può venir meno, vi sarebbe da temere che essa potesse soccombere, circuita dalla forza o dai vizi o dall’astuzia. Invero, ciò che accadde in altri tempi si ripete anche e soprattutto in questa nostra luttuosa età che sembra quell’ultimo tempo preannunciato in passato dall’Apostolo: “Verranno gli ingannatori che, secondo i loro desideri, cammineranno nella via dell’empietà” (Gd 18). Infatti nessuno ignora quanti scellerati, in questi tempi difficilissimi, si siano coalizzati contro il Signore e contro Cristo Figlio Suo; costoro si adoperano soprattutto (sebbene con vani sforzi) a travolgere e a sovvertire la stessa Chiesa, ingannando i fedeli (Col II, 8) con una vana e fallace filosofia e sottraendoli alla dottrina della Chiesa. Per raggiungere più facilmente questo scopo, molti di costoro organizzarono occulti convegni e sette clandestine con cui speravano in futuro di trascinare più facilmente numerosi individui a essere complici della loro congiura e della loro iniquità. – Già da tempo questa Santa Sede, scoperte tali sette, lanciò l’allarme contro di esse con alta e libera voce, e rivelò le loro trame contro la Religione e contro la stessa società civile. Già da tempo sollecitò la vigilanza di tutti perché si guardassero in modo che queste sette non osassero attuare i loro scellerati propositi. È tuttavia motivo di rammarico che all’impegno di questa sede Apostolica non abbia corrisposto l’esito cui essa mirava e che quegli uomini scellerati non abbiano desistito dalla congiura intrapresa, per cui ne sono derivati infine quei mali che Noi stessi avevamo previsto. Anzi, quegli uomini, la cui iattanza sempre si accresce, hanno perfino osato creare nuove società segrete.

A questo punto occorre ricordare una società nata di recente e diffusa in lungo e in largo per l’Italia e in altre regioni: per quanto sia divisa in numerose sette e per quanto assuma talvolta denominazioni diverse e distinte tra loro, in ragione della loro varietà, tuttavia essa è una sola di fatto nella comunanza delle dottrine e dei delitti e nel patto che fu stabilito; essa viene chiamata solitamente dei Carbonari. Costoro simulano un singolare rispetto e un certo straordinario zelo verso la Religione Cattolica e verso la persona e l’insegnamento di Gesù Cristo Nostro Salvatore, che talvolta osano sacrilegamente chiamare Rettore e grande Maestro della loro società. Ma questi discorsi, che sembrano ammorbiditi con l’olio, non sono altro che dardi scoccati con più sicurezza da uomini astuti, per ferire i meno cauti; quegli uomini si presentano in vesti di agnello ma nell’intimo sono lupi rapaci. – Anche se mancassero altri argomenti, i seguenti persuadono a sufficienza che non si deve prestare alcun credito alle loro parole, cioè: il severissimo giuramento con cui, imitando in gran parte gli antichi Priscillanisti, promettono di non rivelare mai e in nessun caso, a coloro che non sono iscritti alla società, cosa alcuna che riguardi la stessa società, né di comunicare a coloro che si trovano nei gradi inferiori cosa alcuna che riguardi i gradi superiori; inoltre, le segrete e illegali riunioni che essi convocano seguendo l’usanza di molti eretici e la cooptazione di uomini d’ogni religione e di ogni setta nella loro società. – Non occorrono dunque congetture e argomenti per giudicare le loro affermazioni, come più sopra si è detto. I libri da loro pubblicati (nei quali si descrive il metodo che si suole seguire nelle riunioni dei gradi superiori), i loro catechismi, gli statuti e gli altri gravissimi, autentici documenti rivolti a ispirare fiducia, e le testimonianze di coloro che, avendo abbandonato la società cui prima appartenevano, ne rivelarono ai legittimi giudici gli errori e le frodi, dimostrano apertamente che i Carbonari mirano soprattutto a dare piena licenza a chiunque di inventare col proprio ingegno e con le proprie opinioni una religione da professare, introducendo quindi verso la Religione quella indifferenza di cui a malapena si può immaginare qualcosa di più pernicioso. Nel profanare e nel contaminare la passione di Gesù Cristo con certe loro nefande cerimonie; nel disprezzare i Sacramenti della Chiesa (ai quali sembrano sostituirne altri nuovi da loro inventati con suprema empietà) e gli stessi Misteri della Religione Cattolica; nel sovvertire questa Sede Apostolica (nella quale risiede da sempre il primato della Cattedra Apostolica) sono animati da un odio particolare e meditano propositi funesti e perniciosi. – Non meno scellerate (come risulta dagli stessi documenti) sono le norme di comportamento che la società dei Carbonari insegna, sebbene impudentemente si vanti di esigere dai suoi seguaci che coltivino e pratichino la carità e ogni altra virtù, e che si astengano scrupolosamente da ogni vizio. Pertanto essa favorisce senza alcun pudore le voluttà più sfrenate; insegna che è lecito uccidere coloro che non rispettarono il giuramento di mantenere il segreto, cui si è fatto cenno più sopra; e sebbene Pietro principe degli Apostoli prescriva che i Cristiani “siano soggetti, in nome di Dio, ad ogni umana creatura o al Re come preminente o ai Capi come da Lui mandati, ecc.” (1Pt II,13); sebbene l’Apostolo Paolo ordini che “ogni anima sia soggetta alle potestà più elevate”, tuttavia quella società insegna che non costituisce reato fomentare ribellioni e spogliare del loro potere i Re e gli altri Capi, che per somma ingiuria osa indifferentemente chiamare tiranni (Rm III,14).

Questi ed altri sono i dogmi e i precetti di questa società, da cui ebbero origine quei delitti recentemente commessi dai Carbonari, che tanto lutto hanno recato a oneste e pie persone. Noi, dunque, che siamo stati designati come veggenti di quella casa d’Israele che è la Santa Chiesa e che per il Nostro ufficio pastorale dobbiamo evitare che il gregge del Signore a Noi divinamente affidato patisca alcun danno, pensiamo che in una contingenza così grave non possiamo esimerci dall’impedire i delittuosi tentativi di questi uomini. Siamo mossi anche dall’esempio di Clemente XII e di Benedetto XIV di felice memoria, Nostri Predecessori: il primo, il 28 aprile 1738, con la Costituzione “In eminenti”, e il secondo, il 18 maggio 1751, con la Costituzione “Providas”, condannarono e proibirono le società dei Liberi Muratori, ossia dei Francs Maçons, o chiamate con qualunque altro nome, secondo la varietà delle regioni e degli idiomi; si deve ritenere che di tali società sia forse una propaggine, o certo un’imitazione, questa società dei Carbonari. – E sebbene con due editti promulgati dalla Nostra Segretaria di Stato abbiamo già severamente proscritta questa società, seguendo tuttavia i ricordati Nostri Predecessori pensiamo di decretare, in modo anche più solenne, gravi pene contro questa società, soprattutto perché i Carbonari pretendono, erroneamente, di non essere compresi nelle due Costituzioni di Clemente XII e di Benedetto XIV né di essere soggetti alle sentenze e alle sanzioni in esse previste. – Consultata dunque una scelta Congregazione di Venerabili Fratelli Nostri Cardinali di Santa Romana Chiesa, con il loro consiglio ed anche per motu proprio, per certa dottrina e per meditata Nostra deliberazione, nella pienezza dell’autorità apostolica abbiamo stabilito e decretato di condannare e di proibire la predetta società dei Carbonari, o con qualunque altro nome chiamata, le sue riunioni, assemblee, conferenze, aggregazioni, conventicole, così come con il presente Nostro atto la condanniamo e proibiamo.

Pertanto a tutti e a ciascuno dei fedeli di Cristo di qualunque stato, grado, condizione, ordine, dignità e preminenza, sia laici sia chierici, tanto secolari che regolari, degni anche di specifica, individuale ed esplicita menzione, ordiniamo rigorosamente e in virtù della santa obbedienza che nessuno, sotto qualsivoglia pretesto o ricercato motivo, osi o pretenda di fondare, diffondere o favorire, e nella sua casa o dimora o altrove accogliere e nascondere la predetta società dei Carbonari, o altrimenti detta, come pure di iscriversi od aggregarsi ad essa o di intervenire a qualunque grado di essa o di offrire la facoltà e l’opportunità che essa si convochi in qualche luogo o di elargire qualcosa ad essa o in altro modo prestare consiglio, aiuto o favore palese od occulto, diretto o indiretto, per essa stessa o per altri; e ancora di esortare, indurre, provocare o persuadere altri ad iscriversi, ad aggregarsi o a intervenire in tale società o in qualunque grado di essa o di giovarle o favorirla comunque. I fedeli debbono assolutamente astenersi dalla società stessa, dalle sue adunanze, riunioni, aggregazioni o conventicole sotto pena di scomunica in cui incorrono sull’istante tutti i contravventori sopra indicati, senza alcun’altra dichiarazione; dalla scomunica nessuno potrà venire assolto se non da Noi o dal Romano Pontefice pro tempore, salvo che si trovi in punto di morte. – Inoltre prescriviamo a tutti, sotto la stessa pena di scomunica, riservata a Noi e ai Romani Pontefici Nostri Successori, l’obbligo di denunciare ai Vescovi, o ad altri competenti, tutti coloro che sappiano aver aderito a questa società o che si sono macchiati di alcuno dei delitti più sopra ricordati. – Infine, per allontanare con più efficacia ogni pericolo di errore, condanniamo e proscriviamo tutti i cosiddetti catechismi e libri dei Carbonari, ove costoro descrivono ciò che si è soliti fare nelle loro riunioni; così pure i loro statuti, i codici e tutti i libri scritti in loro difesa, sia stampati, sia manoscritti. A tutti i fedeli, sotto la stessa pena di scomunica maggiore parimenti riservata, proibiamo i libri suddetti, o la lettura o la conservazione di alcuno di essi; e ordiniamo che quei libri siano consegnati senza eccezione agli Ordinari del luogo o ad altri cui spetti il diritto di riceverli. – Vogliamo inoltre che ai transunti, anche stampati, della presente Nostra lettera, sottoscritti per mano di qualche pubblico Notaio e muniti del sigillo di persona investita di dignità ecclesiastica, si presti quella stessa fede che si concederebbe alla lettera originale se fosse presentata o mostrata. – Perciò a nessuno sia lecito strappare o contraddire con temeraria arroganza questo testo della Nostra dichiarazione, condanna, ordine, proibizione e interdetto. Se qualcuno osasse tentare ciò, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio Onnipotente e dei beati suoi Apostoli Pietro e Paolo.

Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, nell’anno dell’Incarnazione del Signore 1821, il giorno 13 settembre, nell’anno ventiduesimo del Nostro Pontificato”.

7. Poco tempo dopo la promulgazione di questa Costituzione di Pio VII, Noi, senza alcun Nostro merito, fummo elevati alla suprema cattedra di San Pietro, e subito rivolgemmo tutta la Nostra attività a scoprire quale fosse lo stato delle sette clandestine, quale il loro numero, quale la potenza. A seguito di tale inchiesta, agevolmente abbiamo compreso che la loro baldanza era cresciuta soprattutto per l’aumentato numero di nuove sette. Fra esse in primo luogo occorre fare menzione di quella che si chiama Universitaria perché ha sede e domicilio in parecchie Università degli Studi in cui i giovani, da alcuni maestri (intesi non già ad insegnare ma a pervertire), vengono iniziati ai misteri della setta, che correttamente devono essere definiti misteri d’iniquità; pertanto i giovani vengono educati ad ogni scelleratezza.

8. Da ciò hanno tratto origine le fiamme della ribellione accese da tempo in Europa dalle sette clandestine; nonostante le più segnalate vittorie riportate dai potentissimi Principi d’Europa, che speravano di reprimerle, tuttavia i nefasti tentativi delle sette non hanno ancora avuto termine. Infatti negli stessi paesi nei quali i passati tumulti sembrano cessati, qual è il timore di nuovi disordini e sedizioni che quelle sette macchinano incessantemente? Quale lo spavento per gli empi pugnali che di nascosto immergono nei corpi di coloro che hanno destinato alla morte? Quante severe misure non di rado sono stati costretti ad adottare, loro malgrado, coloro che comandano per difendere la pubblica tranquillità?

9. Da qui hanno origine le atroci calamità che affliggono quasi ovunque la Chiesa e che non possiamo ricordare senza dolore, anzi: senza angoscia. Si contestano senza pudore i suoi santissimi dogmi e insegnamenti; si umilia la sua dignità. Quella pace e quella felicità di cui, per suo proprio diritto, essa dovrebbe godere, non sono soltanto turbate, ma del tutto sconvolte.

10. E non è da credere che sia una abbietta calunnia l’attribuire a queste sette tutti questi mali e gli altri che Noi abbiamo tralasciato. I libri che non si sono peritati di scrivere sulla Religione e lo Stato coloro che sono iscritti a queste sette, disprezzano il potere, bestemmiano la regalità, vanno dicendo che Cristo è scandalo e stoltezza; anzi, non di rado insegnano che Dio non esiste e che l’anima dell’uomo muore col corpo. I Codici e gli Statuti in cui rivelano i loro propositi e le loro regole, dimostrano chiaramente che da essi provengono tutti i mali che abbiamo ricordato e che mirano a far cadere i Principati legittimi e a distruggere dalle fondamenta la Chiesa. Questa affermazione deve essere considerata come certa e meditata: le sette, sebbene diverse nel nome, sono però congiunte tra loro dallo scellerato legame dei più turpi propositi.

11. Stando così le cose, Noi crediamo essere Nostro dovere condannare nuovamente queste sette clandestine in modo che nessuna di esse possa vantarsi di non essere compresa nella Nostra sentenza apostolica, e con questo pretesto possa indurre in errore uomini incauti o sprovveduti. Pertanto, per consiglio dei Venerabili Nostri Fratelli Cardinali di Santa Romana Chiesa e anche motu proprio, con sicura dottrina e con matura deliberazione Nostra, Noi sotto le stesse pene comminate nelle lettere dei Nostri Predecessori che abbiamo riportato in questa Nostra Costituzione, e che espressamente confermiamo, in perpetuo proibiamo tutte le società occulte (qualunque sia il loro nome), tanto quelle ora esistenti, quanto quelle che forse si costituiranno in seguito e che si propongono le azioni sopra ricordate contro la Chiesa e le supreme potestà civili.

12. Pertanto a tutti e a ciascuno dei fedeli di Cristo di qualunque stato, grado, condizione, ordine, dignità e preminenza, sia laici sia chierici, tanto secolari che regolari, degni anche di specifica, individuale ed esplicita menzione, ordiniamo rigorosamente, e in virtù della santa obbedienza, che nessuno sotto qualsivoglia pretesto o ricercato motivo osi o pretenda di fondare, diffondere o favorire, e nella sua casa o dimora o altrove accogliere e nascondere le predette società comunque si chiamino, come pure di iscriversi o aggregarsi ad esse o di intervenire a qualunque grado di esse o di offrire la facoltà e l’opportunità di convocarle in qualche luogo o di elargire loro qualcosa, o in altro modo prestare consiglio, aiuto o favore palese od occulto, diretto o indiretto, per sé o per altri; e ancora di esortare, indurre, provocare o persuadere altri ad iscriversi, ad aggregarsi o a intervenire in siffatte congreghe o in qualunque grado di esse, o di giovare loro o favorirle comunque. I fedeli debbono assolutamente astenersi dalle società stesse, dalle loro riunioni, conferenze, aggregazioni o conventicole sotto pena di scomunica in cui incorrono sull’istante tutti i contravventori sopra descritti senza alcuna dichiarazione; dalla scomunica nessuno potrà venire assolto se non da Noi o dal Romano Pontefice pro tempore, salvo che si trovi in punto di morte.

13. Inoltre a tutti prescriviamo, sotto la stessa pena di scomunica, riservata a Noi e ai Romani Pontefici Nostri Successori, l’obbligo di denunciare ai Vescovi o ad altri competenti tutti coloro che notoriamente hanno dato il loro nome a queste società o si sono macchiati di qualcuno dei delitti ricordati più sopra.

14. Soprattutto poi condanniamo risolutamente e dichiariamo assolutamente vano l’empio e scellerato giuramento che vincola gli adepti di quelle sette a non rivelare mai ad alcuno tutto ciò che riguarda le sette medesime e a punire con la morte tutti i compagni che si fanno delatori presso i superiori, sia Ecclesiastici, sia Laici. E che dunque? Poiché il giuramento va pronunciato al servizio della giustizia, non è forse delittuoso considerarlo come un legame con il quale ci si obbliga a un iniquo omicidio e a disprezzare l’autorità di coloro che, in quanto governano la Chiesa o la legittima società civile, hanno il diritto di conoscere tutto ciò da cui dipende la sicurezza di quelle istituzioni? Non è forse somma iniquità e turpitudine il chiamare Iddio stesso a testimone e mallevadore di delitti? Giustamente i Padri del terzo Concilio Lateranense affermano:”Non si possono definire giuramenti ma piuttosto spergiuri quelli che sono diretti contro il bene della Chiesa e gl’insegnamenti dei Santi Padri“. Ed è intollerabile l’impudenza, o la follia, di chi tra questi uomini, non nel proprio cuore soltanto ma anche pubblicamente e in pubblici scritti, afferma che “Dio non esiste“, e tuttavia osa pretendere un giuramento da coloro che sono accolti nelle sette.

15. Tali sono le Nostre disposizioni rivolte a reprimere e condannare tutte queste furiose e scellerate sette. Pertanto ora, Venerabili Fratelli Patriarchi Cattolici, Primati, Arcivescovi e Vescovi, non solo chiediamo ma piuttosto sollecitiamo il vostro impegno. Abbiate cura di voi e di tutto il gregge in cui lo Spirito Santo vi pose come Vescovi per governare la Chiesa di Dio. I lupi rapaci vi assaliranno se non avrete cura del gregge. Ma non vogliate temere, e non considerate la vostra vita più preziosa di voi stessi. – Considerate per certo che da voi in gran parte dipende la perseveranza degli uomini a voi affidati nella Religione e nelle buone azioni. Infatti, pur vivendo in giorni “che sono infausti” e in un tempo in cui molti “non difendono la sana dottrina“, perdura tuttavia il rispetto di molti fedeli verso i loro Pastori che a buon diritto sono considerati ministri di Cristo e dispensatori dei suoi misteri. Fate dunque uso, a vantaggio delle vostre pecore, di quella autorità che per immortale grazia di Dio conservate nell’animo loro. Fate loro conoscere le frodi dei settari e con quanta attenzione debbano evitare di frequentarli. Grazie all’autorità e al magistero vostro, abbiano orrore della malvagia dottrina di coloro che deridono i santissimi misteri della Nostra Religione e i purissimi insegnamenti di Cristo, e contestano ogni legittimo potere. E parlerò con voi ripetendo le parole usate dal Nostro Predecessore Clemente XIII nell’Enciclica [A quo die] del 14 settembre 1758, diretta a tutti i Patriarchi, Primati, Arcivescovi, Vescovi della Chiesa Cattolica: “Vi prego: con lo Spirito del Signore siamo pieni di forza, di giustizia e di coraggio. Non lasciamo, a somiglianza di cani muti incapaci di latrare, che i Nostri greggi diventino una preda e le Nostre pecore il pasto d’ogni bestia selvatica; niente Ci trattenga dall’esporci ad ogni genere di combattimento per la gloria di Dio e la salvezza delle anime. Pensiamo attentamente a Colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori. Se ci arrestiamo davanti all’audacia dei malvagi, sono già crollate la forza morale dell’Episcopato e la divina e sublime potestà di governare la Chiesa; e non possiamo più continuare a considerarci, anzi non possiamo neanche più essere Cristiani, se temiamo le minacce e le insidie degli uomini perversi“.

16. Ancora con insistenza invochiamo il vostro aiuto, carissimi in Cristo Figli Nostri Cattolici Principi che apprezziamo con tanto singolare e paterno amore. Perciò vi richiamiamo alla memoriale parole che Leone il Grande (di cui siamo successori nella dignità e, sebbene indegni, eredi del nome) rivolse per iscritto a Leone Imperatore: “Devi senza esitazione comprendere che il potere regale ti è stato affidato non solo per governare il mondo ma soprattutto per proteggere la Chiesa in modo che, reprimendo gli atti di empia audacia, tu possa difendere le sane istituzioni e restituire la pace a quelle sconvolte“. Quanto al presente, la situazione è tale che per difendere non solo la Religione Cattolica ma altresì l’incolumità vostra e dei popoli soggetti alla vostra autorità, dovete reprimere quelle sette. Infatti la causa della Religione, soprattutto in quest’epoca, è talmente congiunta alla salvezza della società, che in nessun modo può essere separata l’una dall’altra. Infatti coloro che aderiscono a quelle sette sono non meno nemici della Religione che del vostro potere. Aggrediscono l’una e l’altro, meditano di abbattere l’una e l’altro. E certo non consentirebbero, potendo, che la Religione o il potere regale sopravvivessero.

17. Tanta è la scaltrezza di questi uomini astuti che quando danno la rassicurante impressione di essere intenti ad ampliare il vostro potere, proprio allora mirano a sovvertirlo. Infatti essi impartiscono molti insegnamenti per convincere che il potere Nostro e dei Vescovi deve essere ridotto e indebolito, e che ad essi devono essere trasferiti molti diritti, sia tra quelli che sono propri di questa Cattedra Apostolica e Chiesa principale, sia tra quelli che appartengono ai Vescovi che sono stati chiamati a far parte della Nostra sollecitudine. Quei settari insegnano tali dottrine non solo per l’odio truce di cui ardono contro la Religione, ma anche perché hanno la speranza che le genti soggette al vostro magistero, se per caso si avvedono che sono violati i confini posti alle cose sacre da Cristo e dalla Chiesa da Lui fondata, facilmente si inducano, con questo esempio, a sovvertire e distruggere anche la forma del regime politico.

18. Anche a voi tutti, o figli diletti che professate la Religione Cattolica, Ci rivolgiamo con la Nostra esortativa preghiera. Evitate con curagli uomini che chiamano luce le tenebre e le tenebre luce. Infatti, quale vera utilità potrebbe a voi derivare dal consorzio con uomini che ritengono di non tenere in alcun conto Iddio né tutte le più alte potestà? Essi, tramando in segrete adunanze, tentano di fare la guerra, e sebbene in pubblico e dovunque proclamino di essere amantissimi del bene pubblico, della Chiesa e della società, tuttavia in ogni loro impresa hanno dimostrato di voler sconvolgere e sovvertire ogni cosa. Essi sono simili a quegli uomini ai quali San Giovanni (2 Gv 10) comanda di non offrire ospitalità né di rivolgere il saluto; a quegli uomini che i Nostri antenati non esitarono a chiamare primogeniti del diavolo. Guardatevi dunque dalle loro lusinghe e dai discorsi di miele con cui cercheranno di convincervi a dare il vostro nome a quelle sette di cui essi stessi fanno parte. Abbiate per certo che nessuno può aggregarsi a quelle sette, senza essere colpevole di gravissima ignominia; allontanate dalle vostre orecchie i discorsi di coloro i quali, pur di ottenere il vostro assenso ad iscrivervi ai gradi inferiori delle loro sette, affermano risolutamente che in quei gradi nulla si sostiene che sia contrario alla Religione; anzi, che nulla vi si comanda o si compie che non sia santo, che non sia onesto, che non sia puro. Inoltre quel nefando giuramento che è già stato ricordato e che deve essere prestato anche per essere ammessi ai gradi inferiori, basta di per sé solo a farvi comprendere che è un delitto anche iscriversi a quei gradi meno impegnativi e partecipare ad essi. Inoltre, sebbene ad essi non siano affidate, di solito, le imprese più torbide e scellerate, in quanto non sono ancora saliti ai gradi superiori, appare però evidente che la forza e l’ardire di queste perniciose società crescono con il consenso e il numero di coloro che vi si sono aggregati. Pertanto anche coloro che non hanno oltrepassato i gradi inferiori, devono essere considerati complici di quei delitti. E anche su di essi ricade quella sentenza dell’Apostolo: “Coloro che commettono tali delitti sono degni di morte, e non solo coloro che li commettono ma anche coloro che approvano chi li compie” (Rm I, 28-29).

19. Infine, con amore profondo chiamiamo a Noi coloro che, dopo aver ricevuto la luce e aver assaporato il dono celeste ed essere fatti partecipi dello Spirito Santo, sono poi miseramente caduti e seguono quelle sette sia che si trovino nei gradi inferiori di esse, sia nei superiori. Infatti, facendo le veci di Colui che dichiarò di non essere venuto per chiamare i giusti ma i peccatori (e si paragonò al pastore che, lasciato il resto del gregge, cerca ansiosamente la pecora che ha smarrito) li esortiamo e li scongiuriamo di ritornare a Cristo. Sebbene si siano macchiati del più grave delitto, non devono tuttavia disperare della clemenza e della misericordia di Dio e di Gesù Cristo Suo Figlio. Ritrovino dunque se stessi, alfine, e di nuovo si rifugino in Gesù Cristo che ha patito anche per loro e che non solo non disprezzerà il loro ravvedimento ma anzi, come un padre amoroso che già da tempo aspetta i figli prodighi, li accoglierà con sommo gaudio. Invero Noi, per incoraggiarli quanto più possiamo e per aprire ad essi una più agevole via alla penitenza, sospendiamo per lo spazio di un intero anno (dopo la pubblicazione di questa lettera apostolica nella regione in cui dimorano) sia l’obbligo di denunciare i loro compagni di setta, sia la riserva delle censure nelle quali sono incorsi dando il loro nome alle sette; e dichiariamo che essi, anche senza aver denunciato i complici, possono essere assolti da quelle censure ad opera di qualunque confessore, purché sia nel numero di coloro che sono approvati dagli Ordinari del luogo ove dimorano. Decidiamo inoltre di usare la stessa condiscendenza verso coloro che per caso si trovano nell’Urbe. Se poi qualcuno di essi a cui è rivolto il Nostro discorso sarà così ostinato (e non lo permetta Iddio, Padre delle misericordie!) da lasciar passare quello spazio di tempo che abbiamo fissato senza abbandonare le sette per ravvedersi davvero, trascorso quel tempo, tosto avrà effetto contro di lui l’obbligo di denunciare i complici e la riserva delle censure, né potrà ottenere l’assoluzione se non da Noi o dai Nostri Successori o da coloro che avranno ottenuto dalla Sede Apostolica la facoltà di assolvere dalle censure stesse.

20. Vogliamo inoltre che ai transunti, anche stampati, della presente Nostra lettera, sottoscritti di pugno da qualche pubblico Notaio e muniti del sigillo di persona investita di dignità ecclesiastica, si presti quella fede stessa che si concederebbe alla lettera originale se fosse presentata o mostrata.

21. Perciò a nessuno sia lecito violare o contestare con temeraria arroganza questo testo della Nostra dichiarazione, condanna, conferma, innovazione, mandato, proibizione, invocazione, ricerca, decreto e volontà. Se qualcuno osasse compiere un simile attentato, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio Onnipotente e dei Beati Apostoli Pietro e Paolo.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 13 marzo dell’anno dell’Incarnazione del Signore 1825, nell’anno secondo del Nostro Pontificato.

DOMENICA II DI AVVENTO (2019)

DOMENICA II DI AVVENTO (2019)

Stazione a S. Croce in Gerusalemme.

Semid. Dom. privil. Il cl. – Paramenti violacei.

Tutta la liturgia di questo giorno è piena del pensiero di Isaia, (nome che significa: Domini Salus: Salvezza del Signore), che è per eccellenza il profeta che annuncia l’avvento del regno del Cristo Redentore. Egli predice, sette secoli prima, che «una Vergine concepirà e partorirà l’Emanuele »  — che Dio manderà «il suo Angelo, — cioè Giovanni Battista — per preparare la via avanti a sé (Vang.) e che il Messia verrà, rivestito della potenza di Dio stesso,(I e III antif. dei Vespri) per liberare tutti i popoli dalla tirannia di satana. « Il bue — dice ancora il profeta Isaia — riconosce il suo possessore e l’asino la stalla del suo padrone; Israele non m’ha riconosciuto: il mio popolo non m’ha accolto » (I Dom. 1° Lez,) — « Il germoglio di Jesse — continua — s’innalzerà per regnare sulle nazioni » (Ep.) e « i sordi e i ciechi che sono nelle tenebre (cioè i pagani) comprenderanno le parole del libro e verranno » (Vang.). Allora la vera Gerusalemme (cioè la Chiesa) « trasalirà di gioia » (Com.) perché i popoli santificati da Cristo vi accorreranno (Grad. All). Il Messia — spiega Isaia — « porrà in Sion la salvezza e in Gerusalemme la gloria » — « Sion sarà forte perché il Salvatore sarà sua muraglia e suo parapetto » cioè il suo potente protettore. Così la Stazione è a Roma, nella Chiesa detta di S. Croce in Gerusalemme, perché vi si conservava una grossa parte del legno della Santa Croce, mandata da Gerusalemme a Roma quando fu ritrovata.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

 Introitus

Is XXX: 30.
Pópulus Sion, ecce, Dóminus véniet ad salvándas gentes: et audítam fáciet Dóminus glóriam vocis suæ in lætítia cordis vestri. [Popolo di Sion, ecco il Signore verrà a salvare tutte le genti: il Signore farà udire la gloria della sua voce inondando di letizia i vostri cuori.]
Ps LXXIX:2
Qui regis Israël, inténde: qui dedúcis, velut ovem, Joseph.
[Ascolta, tu che reggi Israele, tu che guidi Giuseppe come un gregge.]

Pópulus Sion, ecce, Dóminus véniet ad salvándas gentes: et audítam fáciet Dóminus glóriam vocis suæ in lætítia cordis vestri. [Popolo di Sion, ecco il Signore verrà a salvare tutte le genti: il Signore farà udire la gloria della sua voce inondando di letizia i vostri cuori.]

Oratio

Orémus.
Excita, Dómine, corda nostra ad præparándas Unigéniti tui vias: ut, per ejus advéntum, purificátis tibi méntibus servíre mereámur:
[Eccita, o Signore, i nostri cuori a preparare le vie del tuo Unigenito, affinché, mediante la sua venuta, possiamo servirti con anime purificate:]

Lectio

Lectio Epístolæ beáti Pauli Apostoli ad Romános.
Rom XV:4-13.
Fatres: Quæcúmque scripta sunt, ad nostram doctrínam scripta sunt: ut per patiéntiam et consolatiónem Scripturárum spem habeámus. Deus autem patiéntiæ et solácii det vobis idípsum sápere in altérutrum secúndum Jesum Christum: ut unánimes, uno ore honorificétis Deum et Patrem Dómini nostri Jesu Christi. Propter quod suscípite ínvicem, sicut et Christus suscépit vos in honórem Dei. Dico enim Christum Jesum minístrum fuísse circumcisiónis propter veritátem Dei, ad confirmándas promissiónes patrum: gentes autem super misericórdia honoráre Deum, sicut scriptum est: Proptérea confitébor tibi in géntibus, Dómine, et nómini tuo cantábo. Et íterum dicit: Lætámini, gentes, cum plebe ejus. Et iterum: Laudáte, omnes gentes, Dóminum: et magnificáte eum, omnes pópuli. Et rursus Isaías ait: Erit radix Jesse, et qui exsúrget régere gentes, in eum gentes sperábunt. Deus autem spei répleat vos omni gáudio et pace in credéndo: ut abundétis in spe et virtúte Spíritus Sancti.

 “Tutte le cose che furono già scritte, furono scritte per nostro ammaestramento, affinché per la pazienza e per la consolazione delle Scritture noi manteniamo la  speranza. Il Dio poi della pazienza e della consolazione vi conceda di avere un medesimo sentimento fra voi, secondo Gesù Cristo. Affinché di pari consentimento, con un sol labbro, diate gloria a Dio, Padre del Signor nostro Gesù Cristo. Il perché accoglietevi gli uni gli altri come Gesù Cristo ha accolto voi a gloria di Dio. E veramente io affermo, Gesù Cristo essere stato ministro della circoncisione per la veracità di Dio, per mantenere le promesse fatte ai patriarchi: i gentili poi glorificare Iddio per la misericordia, siccome sta scritto: Per questo io ti celebrerò fra le nazioni e inneggerò al tuo nome. E altrove: Rallegratevi, o genti, col suo popolo. E ancora: “Quante siete nazioni, lodate il Signore, e voi, o popoli tutti, celebratelo. E Isaia dice ancora: Vi sarà il rampollo di Jesse e colui che sorgerà a reggere le nazioni, e le nazioni spereranno in lui. Intanto il Dio della speranza vi ricolmi di ogni allegrezza e pace nel credere, affinché abbondiate nella speranza per la forza dello Spirito santo. ,, (Ai Rom, XV, 4-13). –

L’intenzione di s. Paolo in questa lettera è di far essere certe controversie domestiche, che lo spirito di gelosia aveva suscitate tra i Giudei ed i Gentili convertiti alla fede. Quelli si gloriavano delle promesse che Dio aveva fatto ai lor padri, di dare il Salvatore, che sarebbe della loro nazione; questi rimproveravano ai Giudei la manifesta ingratitudine della quale si eran fatti colpevoli uccidendo il loro Redentore. S. Paolo dimostra agli uni come agli altri che essi devono tutto alla grazia ed alla misericordia del Salvatore.

Perché Dio è chiamato il Dio della pazienza, delia consolazione e della speranza?

Perché fa sua longanimità verso i peccatori lo determina ad aspettare la loro conversione con pazienza; perché  da Lui viene questa consolazione interiore che sbandisce ogni pusillanimità; e fa insieme trovar gaudio nelle croci; perché Egli è che ci dà la speranza di pervenire, dopo questa vita a godere Lui stesso.

Aspirazione. O Dio di pazienza, di consolazione e speranza, fate che una perfetta rassegnazione al vostro santo volere versi la gioia e la pace nei nostri cuori, e che la Fede, la Speranza e la Carità ci rechino, con la pratica delle buone opere, al possedimento del bene a cui fummo creati, e che ci attende nell’eternità, se adempiremo fedelmente le condizioni alle quali ci è stato promesso.

Graduale

Ps XLIX: 2-3; 5
Ex Sion species decóris ejus: Deus maniféste véniet,
V. Congregáta illi sanctos ejus, qui ordinavérunt testaméntum ejus super sacrifícia.
[Da Sion, ideale bellezza: appare Iddio raggiante.
V. Radunategli i suoi santi, che sanciscono il suo patto col sacrificio. Alleluia, alleluia.]

Alleluja

Allelúja, allelúja,
Ps CXXI: 1
V. Lætátus sum in his, quæ dicta sunt mihi: in domum Dómini íbimus. Allelúja.
[V. Mi sono rallegrato in ciò che mi è stato detto: andremo nella casa del Signore. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthaeum.
R. Gloria tibi, Domine!
Matt. XI:2-10

In illo tempore: Cum audísset Joánnes in vínculis ópera Christi, mittens duos de discípulis suis, ait illi: Tu es, qui ventúrus es, an alium exspectámus ? Et respóndens Jesus, ait illis: Eúntes renuntiáte Joánni, quæ audístis et vidístis. Cæci vident, claudi ámbulant, leprósi mundántur, surdi áudiunt, mórtui resúrgunt, páuperes evangelizántur: et beátus est, qui non fúerit scandalizátus in me. Illis autem abeúntibus, coepit Jesus dícere ad turbas de Joánne: Quid exístis in desértum vidére ? arúndinem vento agitátam ? Sed quid exístis videre ? hóminem móllibus vestitum ? Ecce, qui móllibus vestiúntur, in dómibus regum sunt. Sed quid exístis vidére ? Prophétam ? Etiam dico vobis, et plus quam Prophétam. Hic est enim, de quo scriptum est: Ecce, ego mitto Angelum meum ante fáciem tuam, qui præparábit viam tuam ante te. 

Omelia I

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE II.

 “In quel tempo avendo Giovanni udito nella prigione le opere di Gesù Cristo, mandò due de’ suoi discepoli a dirgli: Sei tu quegli che sei per venire, ovvero si ha da aspettare un altro? E Gesù rispose loro: Andate, e riferite a Giovanni quel che avete udito e veduto. I ciechi veggono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti risorgono, si annunzia ai poveri il Vangelo; ed è beato chi non prenderà in me motivo di scandalo. Ma quando quelli furono partiti, cominciò Gesù a parlare di Giovanni alle turbe: Cosa siete voi andati a vedere nel deserto? una canna sbattuta dal vento? Ma pure che siete voi andati a vedere? Un uomo vestito delicatamente? Ecco che coloro che vestono delicatamente, stanno ne’ palazzi dei re. Ma pure cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico io, anche più che profeta. Imperocché questi è colui, del quale sta scritto: Ecco che io spedisco innanzi a te il mio Angelo, il quale preparerà l a tua strada davanti a te” (Matt. XI, 2-10).

Il divin Figliuolo incarnatosi e fattosi uomo per nostro amore non lasciò di essere vero Dio; e per conseguenza tutti gli insegnamenti, che uscirono dalla sua bocca nel corso della sua vita mortale, sono tutti insegnamenti divini. È questa una delle verità fondamentali di nostra santa Religione, alla quale importa, che noi prestiamo tutto l’assenso della nostra fede, se vogliamo essere veri credenti, figliuoli di Dio e della Santa Chiesa cattolica. E tanto più importa, che noi in questi tempi manteniamo viva e ferma la nostra credenza in questa capitalissima verità, in quanto che anche in questi tempi sciaguratamente abbondano degli empì, i quali, pur facendosi malignamente a lodare l’ingegno, la bontà, la grandezza di Gesù Cristo, si studiano tuttavia in modo veramente diabolico di strappare dalla sua testa la corona della sua Divinità. Ora, a me pare che il Vangelo di questa mattina ci faccia appunto conoscere:

1° quanto importi di credere fermamente nella Divinità di nostro Signor Gesù Cristo e de’ suoi santissimi insegnamenti;

2° quale sia la ragione precipua, su cui si ha da basare questa nostra fede:

3° con quali mezzi riusciremo facilmente a mantenerla ed accrescerla in cuor nostro. State attenti.

1. Qualche tempo prima che il Salvatore uscisse di Nazaret per cominciare la sua vita pubblica, sulle rive del Giordano comparve un uomo straordinario. Egli menava una vita austera; portava un rozzo e grossolano vestimento; non si cibava che di locuste e miele selvatico; e predicava con grande ardore la penitenza. Era S. Giovanni Battista. Aveva egli ricevuto da Dio la missione di preparare gli uomini a ben ricevere il divin Redentore, che stava per dar principio alla sua predicazione, e rendere così, come osserva S. Giovanni Evangelista, testimonianza della Divinità di Gesù Cristo. E molti accorrendo ad udire le sue prediche, commossi e pentiti dei loro peccati, si convertivano e ricevevano il suo battesimo. Anzi non pochi di costoro, animati dalla santità della vita, che S. Giovanni menava, si facevano suoi discepoli, cercando di imitarlo nella sua penitenza. Tuttavia erano ben lungi dall’avere la perfezione del loro maestro. Ed in vero avendo il divin Redentore cominciata la sua vita pubblica, e con la sua predicazione, e co’ suoi esempii, e coi suoi miracoli essendosi ancor Egli guadagnati molti seguaci, i discepoli di Giovanni Battista furono presi da una secreta invidia contro del divin Salvatore, poiché non riconoscendolo ancora per il Messia, avrebbero desiderato che nessuno fosse maggiore e stimato di più del loro maestro. È bensì vero che Giovanni Battista aveva già detto ripetutamente che il Messia era venuto, che desso viveva in mezzo ai Giudei, benché essi non lo conoscessero, che era l’Agnello di Dio, Colui che toglie i peccati del mondo, e che in quanto a lui osava appena chiamarsi l’amico dello sposo e che non era degno di sciogliere i legacci delle sue scarpe. Tuttavia i suoi discepoli non vi prestavano fede. L’austerità della sua vita, la grandezza delle sue virtù, la gagliardìa della sua parola facevano impallidire dinnanzi ai loro occhi la figura di Gesù, che era tanto più dolce e che avevano appena intraveduto di lontano. Ed ecco il perché non potevano sentirne a parlare senza provarne gelosia e persino senza muovere dei lamenti e fare delle critiche sopra di Gesù Cristo e de’ suoi seguaci. Ma in quel tempo S. Giovanni era stato messo in prigione da Erode Antipa, perché aveva avuto il coraggio di rimproverarlo della sua vita peccaminosa. E la prigione, in cui era stato rinchiuso, si trovava in una fortezza assai considerevole, chiamata Machera, costruita all’estremità della Perea. Ivi venivano per trovarlo i suoi discepoli e facilmente ottenevano licenza di vederlo e di intrattenersi con lui. Ora, in una di queste visite avendo essi parlato a Giovanni, forse con non poco astio, delle opere meravigliose. che andava compiendo Gesù Cristo, fu allora che S. Giovanni si decise ad un grande atto, a convincere cioè i suoi discepoli, che Gesù Cristo era veramente il Figliuol di Dio incarnato, il Messia promesso fin dal principio del mondo. E che fece egli a questo fine? Ce lo dice il Vangelo di oggi: In quel tempo avendo Giovanni udito nella prigione le opere di Gesti Cristo, mandò due dei suoi discepoli a dirgli: Sei tu quegli che sei per venire, ovvero si ha da aspettare un altro?  Dalle quali parole non abbiamo neppure menomamente a supporre, che S. Giovanni dubiti egli della missione e della Divinità del Salvatore. Ed invero, poiché egli, avendolo battezzato, aveva pur visto lo Spirito Santo discendere sopra il suo capo; poiché l’aveva egli stesso designato, a parecchie riprese, quale Agnello di Dio, poteva ancora mostrare la menoma esitazione a questo riguardo? Oh per certo vivissima e fermissima era la sua fede in Gesù Cristo! Mai suoi discepoli invece, di questa fede mancavano ancora affatto. Ed erano giovani, ardenti, pieni di entusiasmo per lui, acciecati dall’amore, che gli portavano, tali insomma, che anche dopo la sua morte difficilmente si sarebbero dati a credere nella Divinità di Gesù Cristo ed a seguirlo. Non ignorando adunque S. Giovanni come quanto prima avrebbe perduta la vita, e d’altra parte riconoscendo l’importanza suprema pe’ suoi discepoli e per tutti gli uomini di credere a Gesù Cristo nostro Dio ed ai suoi divini insegnamenti, con un’accondiscendenza piena di carità piglia sopra di sé il dubbio dei suoi discepoli e li manda così al Figliuol di Dio, perché si mettano in relazione con la sua persona, perché ascoltino la sua predicazione, siano testimoni dei suoi miracoli e si convincano, che Egli compie realmente tutte le opere, che deve compiere il Messia: opera Christi; ecredano ancor essi vivamente e fermamente allasua Divinità. Non gli importa punto, che per tal guisa Gesù Cristo cresca ed egli diminuisca nella estimazione del mondo; anzi è tutto ciò, che ardentemente desidera; questa è la consolazione, acui anela sul limitare della sua tomba, vedere tutti i suoi discepoli, senza eccezione alcuna, farsi credenti in Gesù Cristo e discepoli di Lui. Or non è egli vero, o miei cari, che S. Giovanni per tal modo ci apprende l’importanza di raffermarci sempre più nella fede di questa verità capitale di nostra santa Religione, la Divinità di nostro Signor Gesù Cristo e dei suoi santi insegnamenti?

2. Ma il Vangelo di oggi, dopo di averci dato nell’agire del Battista un tale ammaestramento, ci fa pur conoscere, su quale precipua ragione dobbiamo noi basare e raffermare una tal fede. Difatti prosegue nel dire, che a quei due discepoli, inviati da Giovanni a Gesù, egli rispose: Andate e riferite a Giovanni quel che avete udito e veduto. I ciechi veggono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti risorgono, si annunzia ai poveri il Vangelo. Ed è beato chi non prenderà in me motivo di scandalo. Notate adunque: alla domanda dei discepoli di Giovanni, il divin Redentore, che ben conosceva le sante intenzioni del suo Precursore, non risponde punto direttamente: Sì, Io sono il Messia, da quaranta secoli promesso ed aspettato. E d’or innanzi cessate di desiderare, cessate di sperare; avete in me quel Figliuolo di Dio, che compie tutta la vostra speranza e realizza tutti i vostri desideri. No, il Salvatore non tiene questo linguaggio, che senza dubbio non avrebbe convinto i discepoli a lui spediti; ma per far loro conoscere la verità si appiglia ad un’altra risposta, che fu ad un tempo la più prudente, la più modesta e la più convincente, che loro si potesse dare. Essendo Egli circondato da poveri, da ammalati, da fanciulletti con le loro madri, ed avendo già cominciato, prima ancora che gli inviati di Giovanni arrivassero, a benedire gli uni, a guarire gli altri, a dare a tutti consolazione, continuò dopo l’arrivo e la domanda di quelli, sotto ai loro stessi occhi, ad operare prodigi, risanando molti dalle loro malattie e dalle loro piaghe, cacciando gli spiriti maligni dagli ossessi, donando la vista ai ciechi e l’udito ai sordi, raddrizzando degli storpi e dicendo a tutti i poverelli, che lo circondavano, parole di vita eterna.Compiute queste opere divine, il divin Redentore condusse invincibilmente quei discepoli di Giovanni a questa conclusione: Non v’ha che un Dio, che possa compiere siffatte meraviglie; non v’ha che un Dio, il quale possa agire così, epperò questo Gesù, che così opera, è veramente Dio. Difatti essendo i miracoli un’eccezione all’ordine della natura reclamano per autore l’Autore stesso della natura. Essendo fatti soprannaturali, devono avere per causa un Essere soprannaturale. Essendo operazioni, che trascendono le forze create, esigono una forza increata, onnipotente, che li possa produrre. I miracoli insomma richiedono altamente Iddio per autore, Colui, cioè, « che solo fa grandi meraviglie » (Salm. XXXV, 4) e che, essendo il Signore e Padrone della natura, ne può momentaneamente sospendere ed alterare il corso ordinario. Gesù Cristo pertanto, che di sua propria virtù aveva operato strepitosi miracoli alla presenza di quei discepoli di S. Giovanni Battista, doveva essere dai medesimi riconosciuto e creduto per Dio. Osservate però, almen di passaggio, che dissi i miracoli di Gesù Cristo per confermare la sua Divinità essere stati da Lui operati di sua propria virtù, perché nessuno tragga la falsa conseguenza, che si dovrebbe riconoscere come Dio chiunque operi dei miracoli. Perciocché anche gli Apostoli e molti altri Santi operarono dei miracoli, ma tra i miracoli dei Santi e quelli di Gesù Cristo corre appunto questo divario, che i miracoli del Redentore furono da Lui operati per sua propria virtù e possanza e per provare quello che diceva di se stesso, affermandosi Dio, mentre invece i miracoli degli Apostoli e dei Santi furono e sono operati nel nome di Dio, cioè per l’intervento della sua virtù e possanza divina e per manifestazione della stessa, o per confermare la verità di quello che Gesù Cristo affermò di se stesso ed insegnò agli uomini. Ciò osservato, non vedete adunque, o miei cari, come Gesù Cristo stesso ci apprende, che una delle ragioni principali, su cui dobbiamo raffermare la nostra fede nella sua Divinità, sono propriamente gli strepitosi miracoli, che a tal fine operò Egli e fece in seguito operare da’ suoi Apostoli? Senonchè, domanderà qualcuno di voi, è proprio certo, che Gesù Cristo e gli Apostoli operarono dei miracoli a conferma della Divinità di Lui e dei suoi santi insegnamenti? Certissimo. Basta leggere i Vangeli, gli Atti Apostolici, le storie ecclesiastiche per trovarne in un numero sì grande da restarne meravigliati. Gesù Cristo ne operò di ogni sorta, sugli infermi risanandoli da ogni languore, sui morti risuscitandoli in vita, sul mare e sui venti burrascosi acquietandoli all’istante, su pochi pesci e pochi pani moltiplicandoli per saziare migliaia di persone. E più cospicuo d’ogni altro fece quello della sua risurrezione, che, al dire di S. Paolo, basta da se solo a costituire il fondamento della fede nostra. Gli Apostoli poi, i discepoli di Gesù Cristo e i loro successori fecero ancor essi tali e tanti miracoli da sembrare, come dice S. Agostino, d’aver compiute opere più meravigliose di quelle operate dallo stesso Redentore. E questi miracoli furono così realmente operati e per tal guisa divulgati, che i nemici stessi della fede cristiana, gli ebrei ed i gentili non ardirono di negarli, ma, ammettendoli pienamente, si accontentarono di attribuirli ad arte magica, come fecero, tra gli altri, Giuliano l’apostata, Gerocle, Svetonio, Celso e Porfirio. Epperò ben con ragione Tertulliano poteva dire: Non mi appello ai Vangeli, ma ricorrete pure, o Romani, ai vostri archivi, e voi, o Ebrei, leggete le vostre memorie; a queste m’appello per comprovarvi i miracoli di Gesù Cristo e degli Apostoli.D’altronde la stessa rapidissima propagazione della fede nella Divinità di Gesù Cristo e della sua dottrina è uno dei più invincibili argomenti per attestare, che dopo Gesù Cristo gli Apostoli ancor essi fecero dei miracoli. Se gli Apostoli non ne avessero fatti, dice Origene, il mondo non avrebbe giammai prestato fede alla loro parola, giammai sarebbesi convertito alla loro predicazione. Ed invero gli Apostoli non erano altro che dodici rozzi pescatori giudei, senza ricchezze, senza forza, senza autorità, senza aderenze, contrariati nel loro disegno da principi, sacerdoti pagani e filosofi. Essi predicavano un Dio crocifisso e la sua morale, che intima la guerra alle malvagie passioni; che proclama beati i poveri, i casti, gli umili, coloro, che sono perseguitati e che piangono. Eppure la fede, che predicavano, si stabilì e diffuse con tale rapidità, che Tertulliano nel secondo secolo poteva già esclamare: « Noi non siamo che di ieri e già riempiamo, o Romani, le vostre città, le vostre isole, i vostri castelli, i vostri villaggi, i vostri campi, le vostre tribù, le vostre decurie, i vostri palazzi, il vostro senato, il vostro foro; non vi lasciamo che i vostri templi; se noi ci separassimo da voi, vi puniremmo, tanta è la solitudine, che si farebbe dintorno a voi ». Quindi è che bene a ragione S. Agostino col suo celebre dilemma così stringeva gli assalitori di nostra, fede: « O la fede fu propagata coi miracoli, e per ciò stesso si rivela divina; o fu propagata senza miracoli, e questo sarebbe il massimo dei miracoli ». E Dante (Parad. XXIV), togliendone da lui il pensiero:

Se il mondo si rivolse al Cristianesmo,

diss’io, senza miracoli, quest’uno

È tal, che gli altri non sono il centesmo.

Al cospetto adunque dei tanti miracoli operati da Gesù Cristo e dagli Apostoli, per comprovare la Divinità di Lui e della sua dottrina, devesi raffermare la nostra fede e, benché in Lui e nella sua dottrina vi siano dei misteri per noi incomprensibili, dobbiamo tuttavia prestarvi umilmente e fermamente il nostro assenso, e così meriteremo anche noi l’elogio, che nello stesso Vangelo di oggi Gesù Cristo fece del vero credente: Et beatus est, qui non fuerit scandalizatus in me; ed è beato chi non prenderà in me motivo di scandalo,vale a dire, colui che non solo mi crede Dio nei miracoli, ma ancora in tutto il resto, anche nelle ignominie della mia passione e morte.

3. Finalmente nel Vangelo di oggi Gesù Cristo ci fa conoscere con quali mezzi, ossia con quali virtù, noi possiamo più facilmente riuscire a mantenere e crescere in noi la fede verso di Lui. Partiti che furono i discepoli di Giovanni, cominciò a dire di lui alle turbe: Che cosa siete voi andati a vedere nel deserto? Un canna sbattuta dal vento? Che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito delicatamente? Ecco che coloro che vestono delicatamente, stanno nei palazzi dei re. Ma pure che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico Io, anche piò che un profeta Imperocché questi è colui del quale sta scritto: Ecco che io spedisco innanzi a te il mio Angelo, il quale preparerà la tua strada davanti a te. – Con questo ultimo tratto del Vangelo Gesù Cristo fa spiccare due virtù caratteristiche di S. Giovanni Battista, che sono l’umiltà e la purità; anzitutto l’umiltà nell’esaltarlo, conforme a quello, che Egli disse: Chi si umilia, sarà esaltato (Luc. XIV, 11), ed in secondo luogo la sua purità col chiamarlo col nome di Angelo, non solo per riguardo alla sua missione, ma propriamente ancora per il suo grande amore alla castità, di cui fra breve sarebbe stato il glorioso martire. Ora poiché abbiamo riconosciuto in Giovanni Battista il Santo così sollecito della fede in Gesù Cristo e nei suoi insegnamenti, possiamo dall’elogio che Gesù Cristo ne fece, imparare altresì come le due virtù, che maggiormente ci possono giovare a raffermare e crescere in noi la fede, sono appunto l’umiltà e la purità. Le anime orgogliose non sono capaci di fede. Iddio resiste alle anime superbe, mentre invece comunica con abbondanza le sue grazie agli umili. E gli umili per mezzo dell’abbondanza delle grazie divine potranno sempre più raffermarsi nella fede, poiché una di queste specialissime grazie, che il Signore fa loro è quella di illuminarli sempre di più intorno alle verità della fede, per cui diventi ognor più forte l’adesione della loro anima alle medesime. È quello, che Gesù fece pure intendere in quella breve, ma bellissima preghiera: Confiteor libi, Pater, Domine cæli et terræ, quia àbscondisti hæc a sapientibtis et prudentibus, et revelasti ea parvulis: Io ti ringrazio,o Padre, Signor del cielo e della terra, perché hai tenute occulte queste cose, cioè le grandezze de’ miei misteri, ai sapienti ed ai prudenti del mondo, ele hai invece rivelate a coloro, che per la loro semplicità ed umiltà rassomigliano ai piccolini (Matt. XI, 25). – Ma insieme coll’umiltà ci vuole la purità. Quando un cuore è puro, candido, innocente facilmente si fida: ed è perciò, che un Cristiano di costumi illibati ripeterà mai sempre con una tranquillità e sicurezza ammirabile, la quale trionfa di qualsiasi scherno degli increduli: Scio, cui credidi (2. Tim. I, 12): So bene a chi presto fede. So che presto fede a un Dio, che di certo non si inganna, né inganna giammai. E per soprappiù riceve dalla grazia di Dio il medesimo rinforzo, che si riceve per l’umiltà, giacché Gesù Cristo ha parlato chiaro: Beati mundo corde, quoniam ipsi Deum videbunt(Matt. V, 8): Beati i mondi di cuore, perché vedranno Dio, non solo negli splendori del cielo, ma ancora qui sulla terra, nelle oscurità della fede, divenute per loro come trasparenti. Ma se invece il cuore è guasto, corrotto, impuro, allora la fede, se non lo è ancora del tutto, ne sarà quanto prima sbandita. Eh sì! Un Dio, che vede tutte le azioni e scruta persino le reni e i cuori, un Dio, che, se premia i buoni, castiga pure i cattivi, un Dio, che, se tiene apparecchiato il Paradiso ai primi, ha creato l’inferno per i secondi, sono verità troppo incomode per il sensuale. E per cacciar via i rimorsi, che lo colpiscono nel suo vivere disonesto, comincia dal dirsi: Ma? Ma?..„. Sarà poi vero questo? Sarà poi vero quello? E finisce per dire: No, non è vero, io ho letto…., io ho studiato…., io ho capito, che la fede cattolica non è che un ammasso di favole. Disgraziato!… L’incredulità è un guanciale assai comodo per la disonestà. Guardiamoci adunque, o carissimi, dalla superbia e dalla disonestà: amiamo e pratichiamo con ardore l’umiltà e la castità, ed allora potremo avere la certezza di conservare nel cuor nostro viva e ferma la fede. Al termine della vita avremo la gioia di poter dire a noi stessi: Fidem servavi in reliquo reposita et mihi corona(2. Tim. IV, 8): ho conservato la fede, non mi resta che andare a ricevere la corona della mia fedeltà, e di sentire nel cuore a risuonare la voce divina, che ci dirà: Fides tua te salvum fecit: La tua fede ti ha salvato (Marc. X, 52).

II OMELIA

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

DISCORSO PER LA II DOMENICA DELL’AVVENTO

Sopra la necessità della penitenza.

“Parate viam Domini, rectas facite semitas ejus”. Matth. III.

Preparare le strade del Signore, far conoscere agli uomini il Messia da tanti secoli aspettato a prender loro le disposizioni con cui il dovevano ricevere; tale fu, fratelli miei, il nobile impiego cui la divina provvidenza aveva destinato s. Giovanni Battista, e ch’egli adempì con tutto lo zelo di cui fu capace; fu quest’angelo inviato da Dio che convertir doveva molti de’ figliuoli d’Israele, che doveva precedere il Messia per guadagnargli i cuori e preparargli un popolo perfetto. Ma qual mezzo questo divin precursore insegnò ai popoli che l’ascoltavano, per disporsi a ricevere la grazia di salute che veniva loro presentata? Niun altro che la penitenza; questa era il soggetto ordinario delle sue prediche! Preparate, diceva loro le strade del Signore: rendete diritti i suoi sentieri, fate frutti degni di penitenza: Parate viam Domini, rectas facile semitas eius…, facite fructus dignos pænitentiæ (Matth. 5, Luc. 5). E perché  non ho io in quest’oggi, fratelli miei, la voce e le virtù del santo precursore per esortarvi sì efficacemente, come faceva egli, a disporvi con la penitenza alla venuta del Messia? Ilfigliuolo di Dio è venuto in questo mondo per apportarvi la salute; deve venire ancora per giudicare gli uomini sopra l’abuso che avranno l’atto delle grazie che ha loro meritate. Ora il mezzo di partecipare alle grazie del Salvatore e di preservarvi dai colpi della sua giustizia si è la penitenza; e perciò la Chiesa in questo santo tempo dell’Avvento ci mette innanzi agli occhi le due venute di un Dio Salvatore e di un Dio vendicatore; ci rappresenta S. Giovanni Battista che predica la penitenza ai popoli, ed incarica i suoi ministri di esortarvi ad essa con le medesime parole di cui egli servivasi per predicare questa virtù. Fate dunque penitenza, fratelli miei, preparate le vie del Signore: parate viam Domini, pœnitentiam agite. La penitenza vi è necessaria per uscir dallo stato del peccato: prima parte. Se giusti, avete tuttavia bisogno della penitenza per preservarvi dalla contagione del peccato: seconda parte.

I.° Punto. Se l’uomo avesse avuta tanta gratitudine verso la bontà di Dio per conservar il tesoro dell’innocenza di cui arricchito l’aveva nella sua prima origine, non avrebbe avuto bisogno di far penitenza. Ma avendo perduto quel tesoro col cattivo uso della sua libertà, la penitenza è divenuta per lui un obbligo indispensabile, perché non v’ha che la penitenza che riparar possa il disordine e le conseguenze del peccato. Ed in vero che consiste la malizia del peccato; e quali ne sono le conseguenze? Ogni uomo che trasgredisce la legge del Signore si rende colpevole verso di Lui dell’ingiuria più atroce; porta nello stesso, tempo a sé medesimo il colpo più fatale, si rivolta contro un sovrano cui è debitore di quanto ha, e da cui in tutte le cose dipende: ecco la malizia del peccato. Si priva della grazia del suo Dio, senza la quale gli è impossibile di salvarsi; ecco la conseguenza e l’effetto funesto del peccato. Ora non v’è che la penitenza la quale calmar possa l’ira di Dio e riparar l’ingiuria che gli ha fatto il peccato. Non v’è che la penitenza che possa rimettere l’uomo in grazia con Dio, e guarire la piaga profonda che il peccato ha fatto all’anima di lui: donde io conchiudo che la penitenza è necessaria al peccatore come giustizia, e come rimedio: giustizia per rapporto a Dio, rimedio per rapporto a lui stesso. Rinnovate la vostra attenzione. Essendo Iddio nostro primo Principio, e nostro ultimo fine, ella è cosa indubitata che noi viver non dobbiamo che per Lui; ciascuna delle nostre azioni deve essere un omaggio alla sovranità del suo Essere, e con la più perfetta sottomissione ai suoi ordini riconoscer conviene l’intera dipendenza, che da noi esige. Or che fa l’uomo che offende Dio? Tributa ad un oggetto creato un culto, un incenso, che non è dovuto che a Dio solo, invola a Dio la gloria che ritornar gli deve da tutte le sue azioni e con ciò anche si rende colpevole verso Dio dell’ingiustizia la più rea. Ma Iddio, che comanda di riparar le ingiurie fatte ad altri e risarcirli dei torti da loro sofferti, non obbligherà il peccatore a riparar la gloria e l’onore, che rapito gli ha il peccato? Non esigerà Egli che sia vendicata la sua colpa, o coi rigori di una penitenza volontaria, o coi castighi dell’ira divina? Or io vi chiedo, v’è forse a deliberare? E non torna più a conto punir noi medesimi le ribellioni del nostro cuore, che di sforzar l’Onnipotente a prenderne una strepitosa vendetta? Ah! fratelli miei, ammiriamo la bontà del Dio che noi serviamo. Vuol pure rimettere la sua causa nelle nostre mani, ci stabilisce giudici tra Lui e noi, contento è dei nostri sforzi, se realmente facciamo quando dipende da noi per soddisfare la sua giustizia. Nulla dimeno qualunque cosa fare noi possiamo, la nostra soddisfazione uguaglierà mai quella, che si farebbe Egli stesso, quando ci opprimerebbe del peso delle sue vendette? Mentre e chi può comprendere, dice il Re-Profeta, sin dove giunger può l’ira di Dio? Quis novit potestatem iræ suæ (Ps. LXXXIX)? E che cosa è una penitenza di corta durata, di pochi momenti, in paragone di una penitenza eterna? Che cosa è un dolore leggero in confronto degli orrendi tormenti di un fuoco che non si estinguerà giammai? Che cosa è una lagrima, un sospiro di un cuor contrito ed umiliato in paragone dei rammarichi pungenti ed eterni, in confronto di un mare di lagrime che verseranno i reprobi nell’inferno? Con tutto ciò questa lagrima, questo sospiro di un cuore sinceramente pentito, questa breve penitenza della vita presente cancellar possono i peccati tutti; benché in gran numero moltiplicati, possono disarmare tutto lo sdegno di un Dio vendicatore: laddove tormenti estremi nel loro rigore, eterni nella loro durata, non mitigheranno mai questo divino sdegno; le lagrime dei dannati non cancelleranno mai la minima delle loro colpe. Ah! fratelli miei, e non sareste voi molto ciechi e molto crudeli contro di voi medesimi, se non vi profittaste di un mezzo sì facile che vi presenta nella penitenza per calmare la sua collera, rientrar in grazia con Lui e guarire nello stesso tempo la piaga mortale dal peccato cagionata all’anima vostra? Bisogna per verità che questa piaga sia assai profonda, poiché nell’istante che l’anima pecca, ella muore, vale a dire, ella perde la vita della grazia, l’amicizia del suo Dio, il diritto che aveva alla celeste eredità: Anima quæ peccaverit, ipsa morietur (Ezech. XVIII). Nello stesso momento diventa schiava del demonio, l’oggetto delle vendette eterne. Che grande disgrazia! e qual rimedio vi si può recare? Niun altro, fratelli miei, che la penitenza: essa sola può darvi l’accesso al trono della misericordia ed attirare sopra di voi il dono prezioso della grazia che risana la piaga dei peccati. Se il peccato dà la morte all’anima, la penitenza le dà la vita; se il peccato la rende nemica di Dio, la penitenza la riconcilia con Lui; se il pecca to chiude il cielo al peccatore, la penitenza sola può aprirglielo: dico la penitenza, perché infatti, secondo l’oracolo di Gesù Cristo medesimo, siamo sicuri di eternamente perire, se non cancelliamo della penitenza i nostri peccati. Si pœnitentiam non egeritis, omnes similiter peribitis (Luc. XV). Notate, fratelli miei, col Crisostomo la forza di quelle parole; il Salvatore paragona la necessità della penitenza con quella del Battesimo; siccome ha detto del Battesimo che chiunque non sarà rigenerato nelle sue acque salutevoli non entrerà mai nel cielo: nisi quis renatus fuerit ex aqua et Spiritu Sancto (Jo. V), allo stesso modo dice della penitenza, che senza di essa non vi è speranza alcuna per il regno eterno: vale a dire che siccome il Battesimo ci è necessario per cancellare il peccato originale, che ci chiude l’entrata del cielo; così la penitenza ci è necessaria per cancellare il peccato attuale, che ci fa perdere il diritto che avevamo alla celeste eredità: cioè che siccome un fanciullo che muore senza Battesimo, quantunque non vi abbia colpa alcuna, non sarà mai salvo; così anche un peccatore, che muoia senza aver fatto penitenza noi sarà giammai, sebbene non abbia potuto far questa penitenza, o per non averne avuto il tempo o per non avervi pensato: il che chiamano i teologi necessità di mezzo, cioè a dire necessità sì grande per la salute che nessun altro mezzo può supplirvi: diversa in ciò dalla necessità di precetto, da cui può uno essere dispensato per qualche legittima ragione. – Se digiunar non potete per debolezza di sanità, se non potete ascoltare la Messa a motivo di qualche legittimo impedimento, voi non sarete riprovati per non avere soddisfatto a tali obbligazioni. Ma se avete peccato, qualunque opera buona possiate voi praticare, se non fate penitenza, non v’ha salute per voi. La sola penitenza è quella che distrugger può il muro di separazione che il peccato ha formato tra Dio e voi; ed essa sola può rimettervi nel numero dei figliuoli di Dio e ristabilirvi nei diritti che avete perduti per lo peccato : Si pœnitentiam non egeritis, omnes etc. – Al contrario, se voi fate penitenza, siete certi di trovar grazia presso il trono della misericordia di Dio; il vostro perdono è affatto sicuro. voi avete per mallevadore la sua divina parola e la sua fedeltà nelle sue promesse. Convertitevi a me, vi dice, ed io mi convertirò a voi: Convertimini ad me, et ego convertar ad vos (Zach. 1) Se l’empio farà penitenza delle sue iniquità, Io lo dimenticherò, fossero pur esse moltiplicate all’infinito. Testimonianze che assai consolano, fratelli miei; mentre facendo sentire al peccatore la necessità della penitenza, gliene fanno conoscere la virtù e l’efficacia; e per rendervi questa verità più sensibile, richiamatevi alla memoria l’esempio dei Niniviti. Sono essi da un profeta minacciati di una prossima rovina: fra giorni quaranta, dice loro, la vostra città sarà distrutta. Ricorrono essi perciò alla penitenza, si coprono di cenere e di cilizio: tutti, giovani e vecchi, si condannano al digiuno più rigoroso e disarmano l’ira del Signore; questa città, che doveva essere distrutta a cagione delle sue iniquità, vien conservata a cagione della sua penitenza. Ah! quanto facilmente tocca il cuore di Dio un peccatore penitente e contrito! Egli ne dispone per così dire a suo grado; e ciò chiaramente ce lo fa vedere la parabola del figliuol prodigo. Un padre, dice Gesù Cristo, aveva due figliuoli: il più giovane, annoiato di vivere nella casa paterna ed in una dipendenza che faceva la sua felicità, domanda al padre la porzione dei suoi beni per andarsene in paese straniero, dove, dopo aver dissipato quanto aveva portato seco, ridotto si vide all’estrema miseria, obbligato di vendere la sua libertà, ed abbandonato in preda alla fame, sino a desiderar il nutrimento dei più vili animali. In questo stato si ricorda degli agi che provava nella casa paterna; la rimembranza delle tenerezze di suo padre gli fece prendere la risoluzione di ritornare a lui e di chiedergli perdono nell’amarezza del cuore. Parte, arriva vicino a suo padre, il quale non aspetta che il figliuolo abbia fatta tutta la strada, ma gli va incontro, l’abbraccia, Io riceve nella sua amicizia e gli fa conoscere con mille segni di tenerezza che non invano ha riposta la sua confidenza in lui; lo fa entrare in casa, gli rende le sue vesti, ordina un banchetto magnifico per rallegrarsi con i suoi amici di avere ritrovato un figliuolo che credeva perduto. – Tale è, fratelli miei, la figura consolante, che ci dà Gesù Cristo della sua bontà nel ricevere il peccatore. Ma qual è il peccatore penitente che, dopo aver imitato il figliuol prodigo nelle sue dissolutezze, lo imiti ancora nella sua conversione? Qual è il peccatore che abbandona le vie dell’iniquità, dove ha traviato, per tornare a Dio e dirgli come il figliuol prodigo coi sentimenti di un cuor contrito ed umiliato: Padre mio, io ho peccato contro il cielo e davanti a voi; Pater, peccavi in cœlum et coram te (Luc. XV). Qual è finalmente il peccatore che ripara con la penitenza e con la fedeltà nell’osservare la legge del suo Dio, i disordini della sua vita passata?

Pratiche. Riconoscete quivi, o peccatori, per frutto di questa prima riflessione, e riconosciamo tutti l’obbligo che abbiamo alla misericordia del nostro Dio, che ci ha preparato nella penitenza un rimedio alle nostre miserie. Imperciocché qual è colui, che non abbia perduta la sua innocenza col cattivo uso che ha fatto della sua libertà? Ne abbiamo la prova nella testimonianza della nostra coscienza. E che saremmo noi divenuti, se Dio, usando dei suoi diritti, come far il poteva, abbandonati ci avesse alla nostra trista sorte? Se, dopo aver irritata la sua giustizia con le nostre offese, ci fosse stato chiuso il seno della sua misericordia? L’inferno dopo questa vita toccato ci sarebbe in porzione di nostra eredità. Ma ritorniamo a Dio prontamente, ritorniamovi sinceramente: ritorniamo prontamente, per tema che, differendo, non abbiamo poi il tempo, né la grazia di far penitenza: ritorniamo sinceramente, rinunciando a quegli oggetti peccaminosi che abbiamo amati in pregiudizio dell’amore che dobbiamo all’Essere Supremo. Ritorniamo a Dio, detestando i nostri peccati con un vero dolore di averli commessi, con una ferma risoluzione di non commetterli più, di lasciarne le occasioni, di svestirne gli abiti. Tali sono gli atti di penitenza, tali gli effetti che essa dee produrre nei peccatori. Vediamo adesso la necessità per i giusti.

II° Punto. L’anima giusta ha ella bisogno di penitenza? Sì, fratelli miei, e perché? Perché in primo luogo, sebbene uno sia realmente giusto, non può tuttavia assicurarsi di aver sempre conservata la sua innocenza o di averla ricuperata con la penitenza, se perduta l’avesse col peccato. Niuno sa se è degno d’odio o di amore; perciò, qualunque precauzione abbia presa l’uomo per rientrar in grazia con Dio, dopo averlo offeso, non deve egli essere senza timore, dice lo Spirito Santo, sopra il peccato perdonato: De propitiato peccato noli esse sine metu. Sarà sempre incerto se egli ha avute tutte le disposizioni necessarie per ottener il perdono. Egli è vero che Dio non ricusa la sua grazia e la sua amicizia a chi fa quanto dipende da sé per averla. Vero è ancora che il peccatore convertito aver può delle congetture consolatrici sopra il suo stato dal testimonio della sua buona coscienza, dal cambiamento de’ suoi costumi e della sua condotta; ma benché favorevoli siano queste congetture, esse non sono segni infallibili del suo perfetto ritorno a Dio. Vi è sempre motivo di temere di non aver forse fatto dal canto suo tutto quello che doveva per ricuperare l’amicizia di Dio. E come può egli esser sicuro che il dolore che concepito ha dei suoi peccati sia stato veramente un dolore soprannaturale nel suo motivo, efficace nel suo proponimento, sufficiente nella sua estensione, tale, in una parola, quale la divina giustizia il richiede per riparare perfettamente la malizia ed il disordine del peccato? Non avrebbe certamente profanato il Sacramento della riconciliazione, avendo creduto di fare tutto quel che necessario era per ben riceverlo. Ma il Sacramento è qualche volta nullo, senza esser profanato con un sacrilegio, allorché il peccatore crede aver tutte le disposizioni necessarie, e realmente non le ha. Or in questa incertezza non dobbiamo noi sempre ricorrere alla penitenza per assicurare la nostra salute? Dio, che è ricco in misericordia e che offre sempre la grazia ai peccatore disposto a riceverla, non permetterà che quest’uomo che geme e fa penitenza del suo peccato resti frustrato di sua speranza; la grazia che non ha avuto in un tempo la otterrà in un altro; se ne ricerca di più per indurre anche i più giusti a far sempre penitenza? Ah! basta l’aver offeso una sola volta Iddio nel corso di nostra vita, dice lo Spirito Santo, per condannarci ad una penitenza sì lunga come questa vita medesima. Ma sia pure stata l’anima giusta assicurata di possedere l’amicizia di Dio, quante colpe leggiere che le sfuggono e che han bisogno d’esser espiate? Quante occasioni di cadute, a cui si trova esposta e contro cui deve stare in guardia? Ora la penitenza è ad un tempo il rimedio, ed il preservativo del peccato. Essa supplisce alla pena temporale dovuta ai peccati perdonati ed allontana la tentazione che potrebbe renderci colpevoli. Ahimè! non evvi alcuno, dice s. Agostino, così regolato nella sua condotta, la cui virtù oscurata non sia da qualche leggieri mancamenti. Una funesta esperienza ci fa pur troppo capire questa verità. Ora benché quelle colpe veniali non ci privino dell’amicizia di Dio, sono nulladimeno offese fatte alla sua divina maestà. Esse assalgono i diritti della sua giustizia, involando a Dio la gloria che rendere gli deve ogni creatura ragionevole con una perfetta obbedienza ai suoi minimi comandamenti: convien dunque riparare con una volontaria soddisfazione questa gloria offesa o aspettarsi di provare nel purgatorio i rigori della divina giustizia: quivi è dove punirà Iddio anche i suoi amici, dove farà loro espiare con un fuoco orribile che diverso non è da quel dell’inferno se non nella durata, farà, dico, loro espiare colpe e mancamenti che le penitenze fatte in questa vita avrebbero cancellati. V’è ancora di più, fratelli miei; benché la misericordia di Dio abbia perdonato il peccato mortale, in quanto alla colpa ed alla pena eterna, la sua giustizia richiede ancora che il peccatore gli porga una soddisfazione e si sottoponga ad una pena temporale, vale a dire che nella riconciliazione del peccatore con Dio la pena eterna si cangia in pena temporale, e per questo motivo s’impongono nel sacro tribunale opere di penitenze ai peccatori. Ma che cosa sono queste soddisfazioni in confronto di quello che essi meritano? Necessario è adunque che vi suppliscano con penitenze volontarie per sottrarsi ai castighi che Dio loro riserba nell’altra vita. Or chi di noi non preferirà le penitenze di corta durata alle pene rigorose che soffriransi nel purgatorio per lo spazio di più anni, prima di essere abbastanza purificati per venir ammessi nel soggiorno della gloria eterna? Fate dunque, o giusti quali voi siate, fate penitenza per liberarvi dai vostri debiti: pregate, digiunate, mortificatevi; meno vi risparmierete, più Dio vi tratterà con dolcezza. Questa penitenza, placando la giustizia di Dio, vi servirà di preservativo contro il peccato. Sono le malattie dell’anima, dice s. Bernardo, come le malattie del corpo. Quantunque una malattia sia risanata, vi resta dopo una certa languidezza che continuamente ci espone a nuove cadute, se pur non si prendono le più esatte precauzioni. Nello stesso modo il peccato, benché rimesso col Sacramento, lascia ciò non ostante dopo di sé una certa debolezza, principalmente quando è peccato d’abito, che deve farci sempre temere di nuovi mancamenti. È una piaga, segue a dire S. Bernardo, da cui è tolta la freccia, ma che conserva ancora una cicatrice pericolosa, capace di comunicare il suo veleno qualora non si applichino rimedi per arrestarlo. Ora il più proprio a preservare l’uomo dal contagio del peccato si è la penitenza: essa è come un regime di vita che sostiene l’anima e la ristabilisce in una santità perfetta. Infatti qual è la sorgente del peccato? Oimè! essa è in noi. É la nostra cupidigia, quella propensione funesta che abbiamo al male che si chiama il fomite del peccato: fomes peccati. È un fuoco che riaccendesi sempre con la presenza degli oggetti che l’irritano e l’infiammano. Bisogna dunque, per estinguerlo, bagnarlo con lagrime di penitenza; bisogna che questa penitenza ci allontani dagli oggetti capaci di trascinare le nostre inclinazioni perverse, che c’interdica non solo i piaceri vietati, ma alcune fiate ancora quelli che leciti sono e permessi. Imperciocché come mai non soccombere sotto il peso della propensione che ci trascina al male, se non vogliamo farci violenza alcuna e vogliam seguire in tutto le nostre inclinazioni, se invece di reprimere, di mortificare le nostre passioni, loro accordiamo tutto quel che domandano? – Perché mai veggonsi sì pochi giusti perseverare nello stato della grazia? Se non perché abbandonano la strada della penitenza. Troppo contenti di sé stessi per alcuni sforzi da loro fatti per uscire dallo stato di peccato, credono nient’altro resti loro a fare che riposarsi, attendendo la ricompensa che il Signore promette ai suoi eletti: invece di continuare a camminare nelle vie della penitenza, di mortificare le loro passioni, nutriscono i loro nemici domestici, che non vogliono più sottomettersi e riprendono ben presto il vantaggio: la carne si rivolta contro lo spirito, e lo spirito contro Dio: incrassatus, impinguatus recalcitravit (Deut. XXXII). Ecco la cagione della loro caduta: la stessa cagione produce i medesimi effetti; i piaceri che avevano cercati, li avevano resi colpevoli. Ritornano essi a quei piaceri, abbandonano la strada della penitenza e per una conseguenza inevitabile la legge del Signore. Ah! non così hanno operato i santi penitenti di cui onoriamo la memoria e che la Chiesa ci propone per modelli di penitenza. Mirate l’esempio del re Davide, il quale, benché assicurato da un profeta della remissione del suo peccato, si rimprovera di continuo le sue infedeltà alla legge del suo Dio; ne è sì penetrato dal dolore che nel tempo medesimo del riposo bagna il suo letto con le sue lagrime: Lavabo per singulas noctes lectum meum, lacrymis meis stratum meum rigabo (Psal. VI). Si offerisce a sopportare tutti i castighi cui vorrà la divina giustizia condannarlo: Ego in flagella paratu sums (Psal. XXXVII). Mirate un S. Pietro Principe degli Apostoli, che ha avuto la debolezza di rinnegare il suo divin Maestro: egli ne è sì fortemente pentito che i suoi occhi divengono fonti di lagrime, i quali non vengono meno che con la sua vita. Mirate una S. Maria Maddalena, quell’illustre penitente, la quale, benché assicurata dalla bocca di Gesù Cristo medesimo del perdono dei suoi peccati, si abbandona incessantemente ai rigori della penitenza, e ne diviene la vittima sino alla morte. Considerate finalmente un S. Paolo, l’Apostolo delle nazioni, il quale malgrado il testimonio della sua buona coscienza, non si crede ancora giustificato … Nihil mihi conscius sum, sed non in hoc iustificatus sum (1 Cor. IV). – Castiga il suo corpo e lo riduce in schiavitù, per la tema che ha di essere nel numero dei reprobi. Il motivo che a ciò lo induce si è il sapere che Dio stesso deve giudicarlo, che è un giudice formidabile cui nulla è nascosto e che punisce sino i desideri contro la sua santa legge formati. E voi, che vi credete giusti o che tali siete in realtà, lo siete voi più di quegli illustri penitenti di cui vi ho fatto menzione? La vostra penitenza uguagliò ella mai quella che essi hanno fatta, o avete voi tanta certezza quanta avevano essi del perdono dei vostri peccati? Perché dunque lascerete voi la via della penitenza, che essi non hanno abbandonata giammai! Siete voi meno interessati di essi ad usar tutti i mezzi possibili per assicurare la vostra predestinazione? Quantunque vi crediate giusti, e realmente lo siate, lo siete voi tanto come Gesù Cristo, il Santo dei santi? Egli ha passato sua vita nei patimenti, si è soggettato ai tormenti più atroci, alla morte più crudele. Era forse obbligato Gesù Cristo a soffrire tutti quei rigori? No, certamente; Egli non aveva alcun peccato da espiare, ma addossato erasi di soddisfare per li nostri peccati, e voleva anche servirci di modello nel far penitenza. Possiamo noi, peccatori come siamo, ricusar di camminare sulle tracce di Gesù Cristo? Non aveva Egli bisogno di far penitenza, eppure lha fatta; come non la faremo noi, cui ella è sì necessaria?

Pratiche. Di più, non troviamo in noi sempre molte cose da riformare; vanità, compiacenze, ricerche della gloria e dei piaceri, certa delicatezza sul punto d’onore, intolleranza dei disprezzi, difetto di attenzione nelle preghiere, tiepidezza, negligenze nel divino servizio, e che si io? Un serio esame ci scoprirà molti motivi di far penitenza. Applicatevi dunque, fratelli miei, a correggere tutto quello che è in voi di difettoso; fate frequenti atti di dolore sui vostri mancamenti; rinnovate di continuo le vostre buone risoluzioni; accostatevi sovente al tribunale della riconciliazione, che serve tanto a santificare i giusti che a riconciliar i peccatori; sopportate con spirito di penitenza tutte le pene annesse al vostro stato, tutte le afflizioni che vi vengono o dalla parte di Dio o dalla parte degli uomini; portate continuamente sopra di voi la mortificazione di Gesù Cristo, con la vittoria delle vostre passioni e col troncare da voi tutto ciò che lusinga i sensi. Siate fedeli a seguir una regola di vita che vi sarete prescritta. La penitenza, è vero, ha qualche cosa di ripugnante alla natura, è una strada ripiena di triboli e spine; ma considerate i vantaggi che l’accompagnano ed il termine cui essa conduce. Ah! che i santi che sono in cielo, ben contenti e soddisfatti si trovano delle penitenze che hanno fatte sulla terra: i loro travagli sono passati, i loro dolori sono finiti; ma la loro gioia non finirà mai. Soffrite dunque come essi, per godere un giorno con essi della felicità eterna. Così sia.

CREDO …

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus
Ps LXXXIV: 7-8
Deus, tu convérsus vivificábis nos, et plebs tua lætábitur in te: osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam, et salutáre tuum da nobis.
[O Dio, rivongendoti a noi ci darai la vita, e il tuo popolo si rallegrerà in Te: mostraci, o Signore, la tua misericordia, e concedici la tua salvezza.]

Secreta

Placáre, quǽsumus, Dómine, humilitátis nostræ précibus et hóstiis: et, ubi nulla suppétunt suffrágia meritórum, tuis nobis succúrre præsídiis. [O Signore, Te ne preghiamo, sii placato dalle preghiere e dalle offerte della nostra umiltà: e dove non soccorre merito alcuno, soccorra la tua grazia.]

Comunione spirituale: http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Bar V: 5; IV:36
Jerúsalem, surge et sta in excélso, ei vide jucunditátem, quæ véniet tibi a Deo tuo.
[Sorgi, o Gerusalemme, e sta in alto: osserva la felicità che ti viene dal tuo Dio.]

Postcommunio

Orémus.
Repléti cibo spirituális alimóniæ, súpplices te, Dómine, deprecámur: ut, hujus participatióne mystérii, dóceas nos terréna despícere et amáre cœléstia.
[Saziàti dal cibo che ci nutre spiritualmente, súpplici Ti preghiamo, o Signore, affinché, mediante la partecipazione a questo mistero, ci insegni a disprezzare le cose terrene e ad amare le cose celesti.]

Preghiere leonine

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

Ordinario della Messa. http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/